Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     05. Nota congiunturale - maggio 2008

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Lo dicevamo il mese scorso[1] e, cercando di essere sobri, qui lo ripetiamo. A frittata ormai fatta. “Le radici della grande difficoltà elettorale del centro-sinistra in queste elezioni” erano tutte nel contrasto tra il buon lavoro, iniziale ma forte, fatto nella riduzione di deficit e debito pubblico (“pieni voti per i conti pubblici, altro che il Cavaliere!”) epperò “uno score disastroso per” i conti personali e familiari “degli italiani meno ricchi (certo, il Cavaliere anche qui non è che sia meglio… anzi!).

    E ormai su questo si fa urgente – non in teoria, ma in pratica: che fare, come rivedere una prassi più che decennale (e che, certo, in sé non era sbagliata: tenere sotto controllo, con la concertazione, l’inflazione) ma che aveva scontato quanto non era scontato per niente: che nell’Italia degli stramilioni di piccolissime imprese si potesse effettivamente allargare la contrattazione di secondo livello per aumentare i redditi da lavoro – anche una riflessione duramente autocritica ma pratica, ripetiamolo, non più solo teorica, dei sindacati[2]” stessi.

Forse c’è anche da rendersi conto fino in fondo del fatto che non è mai il livello di benessere raggiunto che rende uno felice. E’ il processo di miglioramento percepito che ti rende felice. Il perseguimento, dunque, più che il fatto in sé di un miglioramento. Non dunque il passato, ma sempre e solo se si vede, e se si crede, o no nella speranza futura.

O forse vale, per l’Italia e per noi (per il centro-sinistra di Prodi, dopo che la strada era stata spalancata dal centro-destra di Berlusconi: fate ricchi i più ricchi, alla Reagan, e qualcosa della loro crescente ricchezza sgocciolerà giù anche per i più poveri…), quel che si dice in questi giorni per l’Inghilterra ed il Labour, il New Labour di Brown e di Blair. Scrive, e documenta, il conservatorissimo ma serio Times di Londra che “gli undici anni di governo del partito laburista sono stati assolutamente fantastici per i super-ricchi…

    La ricchezza collettiva dei 1.000 contribuenti britannici più ricchi [cittadini britannici o cittadini stranieri residenti nel Regno Unito: il più ricco è un indiano, il magnate dell’acciaio Mittal, seguito dal russo Abramovich; solo terzo è un britannico, il Duca di Westminster; e il quinto è italiano, Ernesto Bertarelli famoso per armare Alinghi, la barca che corre ogni anno per la Coppa America di vela… E qui, per noi, c’è un problema: almeno lì, pagare le tasse è la regola, certo,, eludono e elidono quanto possono: ma il 90% le pagano, quando devono… da noi – è noto – è l’inverso…] dai 99 miliardi di sterline del 1997 [il primo anno di Blair] è saltata, oggi, a 412 miliardi di sterline [circa il 400% di più]. Nel complesso, e negli stessi undici anni, la ricchezza globale netta del paese è solo raddoppiata [100% invece che 400%]”[3]

Aver avuto un governo laburista amico – ha osservato, maligno ma veridico, Peter Beresford che ha compilato la Lista dei Ricchi per il Sunday Times[4]è stato quasi meglio che avere un governo conservatore amico: perché ha castrato i politici della sinistra…”.

Non è forse andata così anche da noi?

Ma, adesso, abbiamo cinque gruppi parlamentari, forse sei, al posto di oltre una trentina. La semplificazione, forzata da Veltroni, ha funzionato ed, in questo senso, si può dire che, se Veltroni ha perso… – alla Crozza – ha anche vinto. Solo che, dliberatamente, strategicamente – e lo ha detto – ha scelto di usare le elezioni non tanto per vincerle quanto proprio per cambiare, riformare, il parlamento.

Peccato che le elezioni non siano fatte per questo. Sono fate per essere vinte, non perse a secondi fini! Consegnando l’Italia a Berlusconi, a Bossi, ad Alemanno speriamo solo per un quinquennio. Buon pro’ ci faccia…  

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Si tratta solo di una richiesta formale, per ora. Per lasciare l’idea agli atti… in modo però che sia ricordata da tutti. Così il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha chiesto a tutti gli altri membri dell’OPEC di formare insieme un istituto bancario dell’OPEC stessa e di non prezzare più gli scambi petroliferi in dollari[5].

Il barile di greggio, intanto,verso il 22 di aprile, tocca il record di sempre in termini assoluti, con i futures che alla borsa mercantile di New York sfiorano i $119 al barile (sta salendo sul ritmo di un dollaro al giorno).

Alla pompa, a New York, benzina e gasolio costano oltre $0,60 più di un anno fa, che alla pompa fanno al gallone $3,59 (uguali a €2,250). Un gallone equivale a un quattro litri, così che la loro benzina è sempre molto meno cara che da noi: ma qui l’automobile è parte integrante dei valori nazionali… oltre che più essenziale). Colpa di alcune, piccole, interruzioni nelle operazioni degli oleodotti di Nigeria e Messico, dicono, l’aumento del prezzo e del nervosismo dei mercati anche di fronte a sospensioni dei flussi relativamente minori[6].

E il bello (per modo di dire) è che “non c’è stata alcuna scarsità di petrolio, né alcun embargo inaspettato, nessun esportatore che abbia chiuso il rubinetto[7]. L’ha deciso come si dice il mercato: e neanche di fronte a una domanda crescente, con produttori e grandi consumatori che prevedono, anzi, insieme un assestarsi e forse, anche, un qualche calo della domanda. Insomma, ha deciso la paura dei mercati, irrazionale per definizione (e ci torneremo sopra quando parleremo tra poco di “re nudo”…).

L’OPEC, da parte sua, fa sapere con grande chiarezza che bisogna smettere di chiedere ai produttori di tirar fuori l’economia americana dal marasma in cui sta affondando col pompare sul mercato più greggio in modo, alzando l’offerta, di abbattere i prezzi. Dice il presidente dell’Organizzazione, il ministro algerino di Miniere e Energia, Chakib Khelil, che se si vuole petrolio più a buon mercato alla fonte e non si vuole adottare la ricetta proposta dagli iraniani, bisogna aggiustare il dollaro. Perché il dollaro si è rotto e vale sempre di meno. E’ per questo che i produttori chiedono, per lo stesso prodotto, sempre più dollari.

Spiega Khelil che contenendo un barile di greggio sui 150 litri “quando il dollaro perde l’1% di valore, il prezzo di un barile aumenta di $4: è un fatto, è aritmetico, è inevitabile”. Anche il ministro saudita del Petrolio, Ali al-Naimi lo ha appoggiato, asserendo che la colpa è di “politicanti di corta visione”, Bush e soci (senza farne i nomi)[8]. Insomma, del dollaro lui, il Fondo monetario, il G-7 possono fare – da incoscienti – quello che vogliono. Ma il petrolio è roba nostra e non possono certo comprarcelo pagandolo con carta che diventa ogni giorno più straccia: in qualche mese, del 30-40%.    

Teheran, intanto, mette sotto pressione la Shell[9]. Ha “ammonito” la più grande compagnia petrolifera europea (anglo-olandese, anzitutto) che deve decidersi, ed entro giugno, allo sviluppo ($10 miliardi) del campo petrolifero. O vedrà dirottare il contratto ad un suo concorrente, con diversi dei quali l’Iran ha già preso contatto.

Il fatto è che, mentre la Shell tenta di nascondersi dietro un dito, imputando il ritardo a problemi crescenti dei costi, il governo iraniano sospetta e fa capire che la grande multinazionale ha, invece, paura di una decisione impegnativa che la metterebbe in rotta di scontro politico con Washington in un momento di tensioni politiche decisamente montanti.

Stesso discorso l’Iran sta facendo alla Total francese ed alla BP inglese, per altri progetti di esplorazione e di sfruttamento. Lo ha fatto presente il ministro iraniano dell’Energia, Gholam Hossein Nozari, accennando a concorrenti come Gazprom (russo), Sinopec (cinese) e arrivando anche, a sussurrare il nome dell’ENI… che, proprio negli stessi giorni, col presidente Paolo Scaroni ha annunciato di voler tornare in Iran[10].

Insomma, dicono gli iraniani, voi siete in affari per fare ricerca, sviluppo e soldi col nostro petrolio. Se volete prostrarvi alle volontà politiche di Gorge W. Bush sappiate che ci perderete un mucchio di soldi. Il presidente della Shell, Jeroen van der Veer, lo sa. E, dice, di star riflettendo…

Arrivano, a inizio mese, le nuove stime tutte al ribasso del Fondo monetario (poi confermate anche dalla Commissione europea e dall’OCSE, a ruota[11]:

• con la crisi americana siamo di fronte, dice, “al peggiore shock dalla Grande Depressione degli anni ‘30”;

• poi – forse cosciente di aver usato per la prima volta in un documento ufficiale la parolaccia che comincia per “D” – neanche recessione, ma proprio Depressione – soggiunge, a mo’ quasi di consolazione, che “c’è il 25% di possibilità di una vera propria recessione globale nei prossimi dodici mesi”; 

• la ‘crescita mondiale al massimo toccherà il 3,7% nel 2008: mezzo punto netto in meno della previsione solo di tre mesi fa;

• e poi: crescita USA bloccata allo 0,5%; quella europea che sfiorerà la media dell’1,4; Germania e Francia a quel livello lì; +1,8% per la Spagna; Gran Bretagna a +1,6; Italia solo a +1,3%.

Insomma, se neanche organismi – presumibilmente, in genere, anche autorevoli oltreché istituzionalmente preposti a diffondere la buona novella del “tutto va ben” – come Fondo monetario, OCSE e Banca mondiale riescono più a distribuire iniezioni di fiducia, anzi!, le cose devono proprio andar male.

Del resto, siamo davvero messi male quando un ponderoso e autorevole articolo[12] si intitola al Fine settimana che comincia a sistemare le cose nel mondo, dando così un’implicita fiducia curativa agli stessi poteri e potenti che, rinunciando a ogni effettiva supervisione e regolazione, hanno messo in moto tutti i casini finanziari e, a strascico, tutti quelli economici del mondo…

Parliamo, si capisce, del Fondo monetario, della Banca mondiale, dei ministri del Tesoro dei G-7. Perché i maghi delle Finanze riuniti a Washington il 14 aprile[13] non solo sono gli stessi apprendisti stregoni che qui ci hanno portato ma, come al solito concludono, al massimo, con un appello alla buona volontà di tutti. E sono gli stessi che, deliberatamente, hanno fatto orecchie da mercante a chi da tempo li metteva in  guardia.

Insomma l’articolo in questione sembra partire dalla premessa che la crisi finanziaria ed economica americana, anzitutto, ma ormai anche internazionale ci arrivi addosso da qualche galassia e che adesso i nostri eroi si forzeranno di batterla e di respingerla. Ma la realtà è che

E c’erano. Quelli che, come noi – scusate la modestia: ma, come diceva un nostro amico, se non ce lo diciamo ogni tanto da noi, chi ce lo dice? – e molti  – non pochi – altri come noi ma, certo, molto più autorevolmente di noi glielo andavano dicendo da tempo che le cose si mettevano male perché stavano lasciando mani totalmente libere al capitalismo (come gestione del capitale) più ingordo e selvaggio.     

Vanno male, e non possono non andar male, le cose, anche perché ci sono sempre i soliti scatenati ottimisti di mestiere (giornalisti, guru della Tv, professori d’università— di cui, solo per carità di patria non facciamo, qui, i nomi: tutti i famosi cattedratici italiani che vedono tutto finire comunque in rosa, purché dando retta alle loro ricette si tuffi nel liberismo acuto l’Italia.

E ci sono anche riusciti. In modo, sostanzialmente, bipartisan.

Come, ad esempio, quelli – ne citiamo uno solo per tutti: ma sono i più, quelli del conventional wisdom, quelli del pensiero economico mainstream anche sui nostri Stampa, Repubblica e Corsera all’unisono – che pure vedono accumularsi nuvole un po’ procellose riconoscono con un certo sforz “siamo certo in qualche piccola ambascia economica, ma passerà prima se non ci mettiamo tutti lì a disperarci[14]. Se, come la famosa marchesa, diamo retta tutti noi a quel suo “tutto va ben”.

Invece le crisi che, cumulandosi, pesano sul mondo e tutte insieme lo schiacciano sono molteplici. Quella economica, che nasce in America e si ripercuote dovunque. Quella politica e culturale di un’egemonia americana che si va sgretolando, grazie alla catastrofica presidenza di Bush, sotto ogni risvolto, compreso quello tradizionale militare tenuto in scacco dalle tecnologie più povere e dalle volontà (se volete, dalla fede e dal fanatismo di chi resiste). Sopravvive – e, certo, non è poco – il dominio pervasivo dei serial televisivi: se andate su SKY, sulla RAI, su qualunque emittente locale o nazionale, nove produzioni su dieci sono statunitensi, tutte rigorosamente dlas titolo in inglese come se fosse intrraducibikle (CSI – in tante versioni Miami, New York, ecc. – NCIS, Cold Case, Crossing Jordan, JAG, Desperate Housewives, X-Factor e chi ne ricorda di più più ne metta).

E fanno cultura di massa. Diffondono, pensate a JAG, una visione della giustizia militare – di per sé, una contraddizione in termini – che va a mille anche in Iraq, dove la Tv governativa ne trasmette quotidianamente gli episodi, ignorando e edulcorando metodicamente e meticolosamente la realtà reale che si chiama anche, invece, Abu Ghraib e Guantánamo…

E, poi, c’è la crisi di cui per ora si parla, forse, di meno ma che si va avviando a pesare sempre di più. La crisi della produzione alimentare: la fame che si allarga nel mondo. L’UNESCO, l’organismo dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura, lanciando il primo di una serie di allerta angosciati che si stanno facendo angoscianti, dice che “se la comunità internazionale vuole mettersi in grado di fare i conti con i nodi di una popolazione in aumento a livello mondiale e dell’incombente cambiamento climatico, evitando frammentazione sociale e un irreversibile deterioramento dell’ambiente, allora l’agricoltura moderna dovrà radicalmente cambiare[15].

E’ il succo di un rapporto importante steso da 400 esperti di tutti i paesi, sotto il coordinamento di Salvatore Arico, studioso italiano specialista delle biodiversità. In generale, sottolinea quello che le borse hanno segnalato mese per mese gradualmente ma che ormai è esploso: nei paesi in via di sviluppo, il prezzo dei prodotti alimentari rappresenta oggi dal 60 all’80% della spesa per consumi: un costo che ne schiaccia ogni prospettiva, appunto, di sviluppo.

I paesi ricchi del mondo, noi, siamo squassati dalla crisi finanziaria, questi dall’allargamento della fame globale imposta dai prezzi delle derrate agricole. Da noi, per ora, si fa più scarsa la liquidità, calano credito, investimenti e consumi e alza la testa un più di inflazione. Ma, nel cosiddetto Terzo mondo, incombe già un sovrappiù di affamamento. Certo, Cina e India mangiano di più e meglio ma larghissima parte dell’Africa nera, una bella fetta d’America latina e le steppe non russe dell’Asia centrale stanno davvero facendo la fame[16].

Tre, sintetizza tra gli altri Krugman[17], sono i colpevoli: una domanda di beni alimentari che cresce, dicevamo (cinesi e indiani, appunto, con redditi e esigenze in aumento, si mettono a mangiare di più e, addirittura, a mangiare carne anche loro); il cambiamento climatico, che abbiamo lasciato scavallare senza mettergli briglie, va inaridendo aree del pianeta (produttive una volta) o lo va flagellando con inondazioni e siccità; e il terzo fattore è lo sviamento di parte già non irrilevante della produzione agricola dalle derrate alimentari ai biocombustibili.

Stima il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick[18], che sono già trentatre i paesi del mondo a rischio di “sollevazioni sociali” a causa proprio della crisi dovuta alla diversione di coltivazioni dalle derrate alimentari alla produzione di combustibili agricoli.

In sostanza, ed in sintesi,

• nel corso di quest’anno, e qui più in dettaglio, il prezzo delle derrate alimentari alla produzione è salito mediamente del 60%; quello del riso – l’alimento base di metà del mondo – del 68%; la soia costa oggi il 90% di più che nell’aprile 2007; grano, frumento e mais hanno registrato prezzi in crescita quasi del 140%;

• documenta la Banca mondiale che l’aumento di questi prezzi ha affondato nella povertà altri 100 milioni di esseri umani. In Europa occidentale, nei grandi paesi, aumenta in un anno la spesa per consumi alimentari, spropositatamente: in media, alla fine di quest’anno, a consumi uguali di una famiglia corrisponderà un costo maggiore dai 600 ai 900 euro;

• questa crisi è diversa, però, dalle altre recenti: infatti, stavolta, non sono colpite duramente solo, o quasi solo, le masse rurali ma anche le grandi masse urbane più povere;

• e, forse per la prima volta, è diversa, questa crisi, anche perché i dannati della terra e delle periferie urbane, se non altro grazie ai grandi mezzi di comunicazione di massa (anche i transistor all’orecchio dei mugiki delle steppe dell’Asia centrale), si rendono conto che questa non è la sorte loro destinata ineluttabilmente da un Dio vendicatore o dalla natura maligna;

• come già anni fa segnalava il premio Nobel indiano dell’economia, Amartya Sen[19], la carestia è una favola brutta: perché anche nel paese più affamato del mondo nessuno, in realtà, mai è morto e muore di fame se ha i soldi per comprare il cibo…; il libro di Sen, già nelle primissime righe, enuncia secca la tesi che poi dimostra nel libro: “La fame è caratteristica di una parte della popolazione che non ha da mangiare abbastanza. Non è mai una caratteristica della mancanza di cibo con cui sfamarsi”;

• anche le barriere all’export dei paesi poveri, erette a proteggere la produzione interna per ragioni talvolta protezionistiche o anche per assicurarsi riserve strategiche nazionali – i sussidi al cotone americano, la politica agricola europea – contribuiscono a tenere più bassi i prezzi, qui da noi; ma anche a mettere fuori mercato le produzioni dei tre quarti più poveri del mondo;

• nel breve termine, ha detto il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, ridestandosi dal suo consueto torpore, l’Organizzazione delle Nazioni Unite lancerà una task-force speciale con questo unico tema in agenda[20];

• e, intanto, da subito richiama quanti da anni hanno promesso di raddoppiare gli aiuti alimentari all’Africa (vi ricordate Tony Blair che al G-7 di tre e di due anni fa andava in giro a far giurare gli altri sulla Bibbia che lo avrebbero fatto, come lo avrebbe fatto lui? e poi non fecero, in buona sostanza, niente…) a farlo davvero, subito, adesso, attraverso il programma alimentare mondiale della FAO;

• così come ricorda ai tanti che avevano giurato già vent’anni all’umanità tutta intera di aumentare i loro aiuti al Terzo mondo nell’ordine dello 0,7% del PIL che, quando è andata bene, sono restati fermi allo 0,1%— anche se trattandosi del tremebondo segretario dell’ONU non osa ricordar loro che l’impegno non lo avevano preso per compassione, carità, amore del prossimo; ma per mantenere l’ordine economico e sociale minimale necessario a garantire anche la loro pace;

• più a medio termine, l’ONU sempre attraverso la FAO, sembra voler incoraggiare (sembra perché lo dice e non lo dice, sempre attento com’è, Ban, a osare qualche po’, sì. ma senza esporsi mai troppo) i piccoli agricoltori dei paesi più poveri a liberarsi dalla dipendenza “eccessiva” dall’occidente che costa, in ogni senso, assai cara;

• bisognerà adottare, suggerisce, coltivazioni più estensive, in questi paesi, di certo; ma anche più intensive: magari tornando a concimi tradizionali invece che ai costosissimi concimi chimici di importazione. E passare, si capisce gradualmente, ad una produzione più volta a soddisfare i bisogni interni che un’esportazione resa comunque difficile dal protezionismo altrui che mette in condizioni di non competitività l’export agricolo;

• l’altra novità di questa crisi, per ora, è che avanza e colpisce davvero dovunque. Nei posti più impensati, anche. Negli Stati Uniti, certo non uno dei paesi più carenti di derrate alimentari nel mondo, la più grande delle catene di distribuzione, la Wal-Mart, annuncia che intende razionare la vendita di riso a due sacchetti da 20 libbre a persona per impedire alle scorte di volatilizzarsi… Un gran brutto segnale – anche se al momento forse esagerato – di allarme[21].

Chi scrive, modestissimamente, è convinto che prima o poi qualcuno di sufficientemente autorevole e sufficientemente credibile ritroverà il coraggio di strillare alto e forte che il re è nudo davvero… Che bisogna tornare, come spiegavano già i grandi filosofi morali e grandi economisti del ‘700 inglese – in primis proprio Adam Smith – a regolamentare  finanza ed economia ai fini del “bene comune”.

Il fatto è che speranze e condizioni di vita dei cittadini del mondo sono legate a filo doppio alle fortune e alle fisime di un sistema, quello monetario e finanziario, guidato dal sentito dire, dal chiacchiericcio, dal pettegolezzo e/o dalle cartomanti – oggi come quando, duemila anni fa, prima di decidere si consultavano gli aúguri – il tutto condotto da specialisti-professionisti (si fa per dire) che hanno fatto una carriera – estremamente lucrosa – del gestire i soldi degli altri con l’etica tipica di chi è roulette-dipendente e la presunzione qualche poco spocchiosa degli onniscienti che dicono che bisogna lasciar fare al mercato.

Non era quel che insegnava Adam Smith: tutt’altro. Avrebbe dissentito ferocemente, checché ne dicano i suoi tardi epigoni e replicanti della scuola di Chicago. Per lui era insensato non dare regole al mercato e tanto più lasciare che il mercato le imponesse da se stesso a se stesso. Non ci credeva proprio, Adam Smith, al neo-liberismo cui il mondo si è piegato dopo Milton Friedman, Ronald Reagan, Margaret Thatcher e… Silvio Berlusconi: i quattro cavalieri – di diversa portanza e importanza, si capisce – dell’Apocalisse dei giorni nostri. Lui non credeva alla deregulation (un mercato non regolato non potrà essere mai, neanche in tendenza, un libero mercato davvero) e non credeva all’autoregolamentazione. Impossibile, spiegava. Perché

L’interesse dell’uomo d’affari, in qualsiasi particolare branca del commercio o dell’industria, è sempre in qualche aspetto differente e persino opposto a quello del pubblico. [Perché] è sempre suo interesse ampliare il mercato e ridurre la concorrenza… [la prima cosa, magari, anche utile per il pubblico] ma la seconda sempre contraria all’interesse pubblico…

    [Per questo] la proposta di ogni nuova legge o regolamentazione commerciale proveniente da questa classe dovrebbe sempre essere ascoltata con grande cautela e non dovrebbe mai essere adottata prima di lungo e attento esame, cioè considerata non soltanto con la più scrupolosa ma con la più sospettosa attenzione.

    Essa viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico, la quale ha generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico e la quale di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato e oppresso[22].

in Cina

Diverse imprese di export-import cinesi hanno adottato, insieme – per la loro pianificazione e il relativo prezzaggio dei prodotti – una previsione di cambio di 6,8 yuan per dollaro, ormai cioè stabilmente sotto il rapporto 7 a 1… Attualmente il cambio ufficiale è a 7 yuan per dollaro e, dal primo gennaio scorso al 7 aprile, la valuta cinese si è apprezzata del 4,3%, al ritmo più veloce di sempre, e le previsioni sono tutte per la continuazione del trend. Da quando Pechino ha lanciato, nel luglio 2005, la riforma – cioè la rivalutazione – della sua valuta sul dollaro l’apprezzamento dello yuan è ammontato al 15,8%[23].

E il governo comincia a considerare l’uso del tasso di cambio come alternativa alla modifica del tasso di interesse per tenere sotto controllo il tasso di inflazione[24]. Una misura complessa da gestire nella tripla relazione che ne deriva. Ma non sarebbe la prima volta ad essere utilizzata in un mercato della moneta diventato tanto sofisticato quanto ormai è quello cinese.

Intanto, Inflazione e crescita moderano qualche po’ il proprio ritmo di crescita[25]: obiettivo che da mesi cercavano senza grande successo le autorità cinesi A marzo, l’introduzione di alcuni controlli sui prezzi ha contenuto l’aumento dei prezzi di alcuni beni essenziali e, in genere, frenato la crescita dell’inflazione (dall’8,7% di febbraio all’8,3 sull’anno precedente) ed il rallentamento dell’export (soprattutto in un’America che cerca di limitare le sue importazioni) ha abbassato l’aumento del PIL nel primo trimestre del 2008 al 10,6% in ragione d’anno rispetto all’11,% del quarto trimestre 2007.

Dicono molti osservatori a Hong Kong, Goldman Sachs ad esempio, che “è ancora troppo presto perché il governo proclami di aver vinto l’inflazione” e che sarebbe utile “allo scopo aumentare ancora il tasso di sconto”. Non è l’opinione delle autorità cinesi che ordinano, invece, a tutti gli istituti di credito di stringere un po’ i freni ma con una misura non di mercato, come l’aumento delle riserve obbligatorie: dal 15,5 al 16%[26] dal 25 aprile p.v.

Per ravvivare la fiducia degli investitori, la Cina ha abbassato dallo 0,3 allo 0,1% l’imposta di bollo sulle transazioni in azioni, vendite e acquisti. Era stata aumentata nel maggio del 2007, mirando a raffreddare una borsa diventata rovente. Da allora ad oggi la priorità sembra, però, diventata la lotta all’inflazione portando non pochi a pensare che la crescita sia un obiettivo meno urgente.  La risposta degli investitori alla misura è stata, comunque, subito positiva[27].

La Cina ha sottoscritto il suo primo accordo di libero scambio commerciale con un paese sviluppato dell’occidente: la Nuova Zelanda che, in  realtà, geograficamente parlando, è invece essa stessa ad una longitudine ancor più orientale della sua[28]

Sul Tibet, come vede la faccenda la Cina, lo spiega benissimo un osservatore americano lucidamente conservatore quando nota, dando atto che si tratta di una lettura assolutamente in buona fede, che “Hu Jintao, il presidente cinese e l’uomo che come capo del partito in Tibet nel 1989 ne schiacciò la protesta, è la tipizzazione stessa del consenso nazionale: la Cina ha liberato i tibetani dal feudalesimo, avviandoli alla modernità attraverso le infrastrutture e gli investimenti che ha portato loro. Secondo questa lettura delle cose, il Tibet dovrebbe essere grato alla Cina[29].

E, a difesa della Cina[30], operazione difficile di questi tempi ma di cui, ci sembra, esserci in qualche modo bisogno…

La percezione della Cina diffusa in occidente è negativa. Prodotti alimentari e medicine più o meno “avvelenate”, sfruttamento nelle fabbriche e “incidenti” nelle miniere, inquinamento grave a Pechino… fino al punto che in occidente girano paragoni francamente imbarazzanti, tanto sono assurdi, tra le Olimpiadi “genocide” di Pechino del 2008 e quelle del 1936 di Berlino (il paragone migliore sarebbe quello con le Olimpiadi di Seul del 1988, quelle che si tennero sotto un regime autoritario e militare che favoriva lo sviluppo economico e l’ordine sociale come, e forse anche più, di quello di Pechino.

    Ma qualcuno crede davvero che, dopo le Olimpiadi, Pechino lancerà un’aggressione a scala mondiale come quella che subito dopo le Olimpiadi cominciarono a preparare i nazisti scatenandola tre anni dopo ? E dov’è, in Cina, l’analogia del razzismo, teorizzato e praticato, così cruciale e centrale all’ideologia nazista? Dice che c’è il Darfur e che la Cina sostiene il governo sudanese  senza condannarne le persecuzioni etniche: bé, la Russia di certo gli vende più armi e il Giappone ne importa un mare di petrolio [mentre America e Europa sprecano vagonate di fiato a condannare e, come è inevitabile poi – con gli interessi in gioco e la cattiva coscienza di coloro che della propria ipocrisia sono almeno vagamente coscienti – si fermano lì].

    Certo, il Tibet è oppresso e qualunque soluzione dovrà passare per il Dalai Lama anche se in passato non sempre, poi, è stato politicamente “sensato”. Adesso, malgrado gli assassinii di civili cinesi e gli incendi di negozi cinesi abbiano messo a qualche repentaglio in occidente la visione idealizzata dei tibetani tutti amanti della pace, crescono gli appelli [vuoti] al boicottaggio delle Olimpiadi, anche se il Dalai Lama stesso ha spiegato che sarebbe e un errore… Oggi, dire qualcosa – qualsiasi cosa – di positivo sulla Cina comporta l’accusa di ‘apologia’ del regime, sommerso com’è, poi, dal tambureggiare quotidiano di articoli ostili.

    Perché mi preoccupo di questa uniformità di valutazione unilaterale? Non solo per il negativismo chiacchierante che dipinge la Cina come influenza uniformemente e solo negativa, con toni talvolta ai margini del razzismo, se non si conforma a valori e prassi dell’occidente. Il fatto è che questo tipo di giornalismo rende più difficile sbloccare le cose in Cina, alimentando risposte rozzamente nazionalistiche e la paranoia che alligna in seno ai circoli governativi, contro le forze progressiste che sempre nel governo e nel partito ci sono e non dovremmo aiutare così a liquidare…

    E’ una demonizzazione della Cina, questa, che a casa nostra gioca solo a favore della destra militarista (per citare un corrispondente di The Atlantic, James Fallows, individui, organizzazioni, pubblicazioni, blog che hanno pompato la guerra in Iraq, stanno ora pompando una guerra con l’Iran e stanno preparando il quadro di un confronto a lungo termine con la Cina’). Se adesso, John McCain diventasse presidente degli Stati Uniti, è proprio questa gente che avrà il benvenuto alla Casa Bianca sostenuta da quell’opinione pubblica resa deliberatamente malevola dai reportages sul nuovo “impero del male’…

    Ma quanti sono in occidente a sapere delle centinaia di milioni di cinesi che sono usciti dalle condizioni di estrema povertà della loro vita[31]?

che la maggioranza dei cittadini cinesi godono oggi di libertà personali inimmaginabili trent’anni fa?

che il governo di Pechino ha imparato a non reagire in modo eccessivo alle provocazioni delle forze indipendentiste di Taiwan, preparando il terreno così a relazioni migliori con Taiwan?

che il partito (comunista) ha messo in funzione meccanismi relativamente fluidi per garantire la transizione del potere politico, comprese regole obbligatorie di pensionamento legate all’età dei suoi leaders?

che diversi gruppi europei per i diritti umani stanno lavorando con le autorità cinesi per ridurre l’incidenza della tortura nelle inchieste di polizia?

che, ultimamente, le sentenze capitali sono state sostanzialmente ridotte?e, anche, che il quotidiano ufficiale del partito in lingua inglese[32] ha pubblicato una foto di due ragazzi, due maschi, che si baciavano appassionatamente in un articolo addirittura pro-gay intitolato Orgoglio e pregiudizio?”.

Come difesa della Cina a chi scrive pare (a modo suo ed entro certi limiti) anche abbastanza convincente. Dell’accusa, infatti, non tutto è propaganda, non tutto è complotto, non tutto è falso, e se quella è la lettura cinese, anche se è in buona fede e anche se riflette in parte – come sempre, solo in parte – la verità, non è detto che sia per questo l’unica lettura possibile o, anche, la più obiettiva.

Per la Cina, però, il problema è che se vuole – e ha dimostrato di volerlo, anche ferocemente – essere “accettata” nel consesso normale delle normali democrazie di stampo occidentale, più o meno, ha molta strada da compiere ancora.

Ma gli altri, le democrazie occidentali normali, devono – sempre a modesto parere di chi qui commenta – imparare anche loro due cose. A razzolare oltre che a predicare bene, anzitutto: e senza far eccezioni stracolme di ipocrisia per i propri “amici” e più o meno leali e necessari alleati; e a rispettare tempi, modi e costumi di una delle più grandi e più antiche civilizzazioni del mondo che pre-data di millenni il “comunismo” ed è impregnata molto di più, ormai, che dai valori maoisti da quelli confuciani…

In ogni caso è del tutto evidente quanto abbia ragione il reporter del britannico Economist quando, pur palesemente gongolante perché il caravanserraglio processionale della torcia olimpica stia andando malissimo per la Cina – alla quale menare un po’ dà sempre soddisfazione – annota però accuratamente che “se lo scopo delle proteste pro-democrazia o pro-libertà è quello di influire sui cuori e le menti nel dibattito sul comportamento cinese in Tibet, gli attacchi alla torcia sono destinati ad essere controproducenti[33].

Del tutto, sicuramente, in Cina, dove sarebbe invece cruciale che il messaggio passasse ma dove  proprio queste proteste che arrivano solo come segnali di tafferugli e violenze quasi goliardiche porteranno la gente a schierarsi compatta dietro un governo che pure, ormai, viene criticato anche apertamente su tante questioni.

E’ un fatto che, come mette in evidenza, un altro osservatore americano sono i giovani cinesi i cittadini più “leali” nei confronti di questo paese: quelli che hanno più approfittato del superamento del comunismo-sistema (inteso come ideologia, ma non come politica certo), del salto in avanti di un’istruzione universitaria diventata retaggio di decine e decine di milioni di giovani e, più in generale, della modernizzazione.

E sono questi stessi giovani anche i più duri nei confronti di “sommovimenti” come quelli dei tibetani. Dice al giornalista americano una giovane studentessa che “‘lo scontro è tra un mondo commerciale – nel senso di moderna ed aperta al mercato: già diventato un valore in se stesso – ed una società aborigena’”.

E giù a lodare, con evidente convinzione, “il governo cinese perché tratta i tibetani assai meglio di come i coloni del Nuovo Mondo trattarono la popolazione indigena americana[34]: o, quelli australiani, gli aborigeni di quella terra: sterminandoli dal primo all’ultimo. Che è sicuramente vero, storicamente. Ma, almeno a chi scrive, sembra un qualche po’ allarmante…  

Lo sa il giornalista, lo sa il Dalai Lama, lo sappiamo noi. Che mettere direttamente le dita negli occhi alla Cina è controproducente. E lo sanno anche tutti i tibetani ad honorem che si agitano a Londra, a Parigi come, talvolta, anche a Roma nella loro indignazione selettiva (mica per l’Iraq, mica per la Palestina, mica per l’Arabia saudita…) che non serve a niente, che condotta così è una campagna controproducente.

E, a proposito di mettere pressione su qualcuno e su qualcun altro mai, la sua l’ha detta con la saggezza che gli riconosce il mondo ma non, largamente, gli americani, malgrado sia a tutti, anche a loro, evidente che è lui ad avere ragione e non quell’impiastro di presidente che si ritrovano… quando non si lasciano accecare da qualche lealtà malriposta, del tipo che Israele ha sempre ragione…

EUROPA

La produzione industriale in alcuni paesi chiave dell’eurozona è cresciuta: non spettacolarmente ma, in Germania, del 5,9 a febbraio sullo stesso mese dell’anno prima e per il terzo mese di seguito,  in Spagna del 3,9, in Francia dell’1,9%, dell’1,3 nel Regno Unito… e, a febbraio, è salita in media dello 0,3%. E’ scesa, in pratica, solo in Italia dello 0,8%[35].

Però, già ad aprile è calata molto, da marzo, l’attività manifatturiera nell’eurozona dal livello 52 a 50,8, il più basso dall’agosto 2005[36]. Non ha certo aiutato il rafforzamento continuo dell’euro sul dollaro, deprimendo le esportazioni.

I prezzi al consumo sono saliti da febbraio a marzo nell’area euro dal 3,3 a 3,6%[37].

Un fatto nuovo, segno di tensioni pesanti anche nell’eurozona, che ha scoperto in rame il gioco di una facile speculazione finanziaria – che scommetteva da mesi sul sicuro e sul futuro, sui futures letteralmente, di un euro sempre in aumento sul dollaro – è stata la notizia del tutto inattesa che le vendite al dettaglio in Europa sono scese, a marzo, di mezzo punto secco. Notizia foriera, almeno di primo acchitto, di mesi a venire diciamo precari…

E subito vanno al tappeto tutti i traders che puntavano invece sulla continuazione indefinita e scontata di un futuro sempre più robusto dell’euro che adesso si mettono paura e sono tentati, ma solo tentati ancora, di buttarsi su sterlina e yen…

E, quando le vendite al dettaglio della Germania, cioè la spesa delle famiglie hanno registrato una caduta dell’1,6%, è scattato anche il momento in cui gli osservatori europei si sono accorti che la recessione, o se preferite il pesante rallentamento dell’economia americana, ormai si ripercuote anche in Europa, dove i dati della crescita non entusiasmano proprio nessuno.

Il fatto è che, molto di più in America ma anche in Europa, in Gran Bretagna anzitutto, l’economia è stata a galla ed è andata avanti per anni su un marea alta di soldi facili, resi di fatto disponibili a tutti coloro che avevano un qualsiasi piccolo conto in banca e a cui venivano offerte anche decine di carte di credito.

Ma è  dall’estate scorsa che la stretta globale sul credito ha messo fine alla festa. Gli ultimi effetti – bè, ultimi… – si manifestano da mesi anche in Europa ormai – ma all’origine c’è la crisi dei subprime americana – è l’ondata delle ipoteche revocate e dei fallimenti di chi non può più pagare anche da noi. E siccome, lì, il 75%, qui più del 60% dei rispettivi PIL, si reggono sulla spesa delle famiglie… la chiave di una qualsiasi chiara ripresa è qui.

Il Dollaro debole grava pesantemente sull’Europa, con l’euro che vale oggi, al momento di scrivere $1,60, con la pressione che sale sui grandi esportatori europei ad aumentare i loro prezzi, per recuperare qualcosa[38]. Certo il necrologio del dollaro è stato celebrato molte volte in questi anni. Ma stavolta[39]

Il  fatto, però, è che emerge anche, chiaramente la tendenza storica delle valute in posizione di signoraggio monetario, quelle che si sostengono stampando se stesse semplicemente perché lo possono fare per ragioni politiche, militari e – ultime – anche economiche, a resistere malgrado traversie e problemi nel loro ruolo. Alla sterlina, per tramontare e poi sparire schiacciata dal dollaro, ci vollero più di mezzo secolo di continuo declino industriale e due guerre mondiali.

Trentasette anni fa, nel 1971 il segretario al Tesoro USA, John Connally, quando Nixon decretò in una notte l’inconvertibilità del dollaro, “precipitando il mondo in un decennio di iperinflazione, tassi alle stelle e tempeste finanziarie”, ai paesi che s’erano improvvisamente fidati della garanzia americana di parità tra dollaro e oro, con fare assolutamente arrogante e del tutto cinico, ma rappresentando la verità, sicuramente nient’altro che la verità e, pure, tutta la verità disse: attenzione, “il dollaro è la nostra moneta ma è il vostro problema”.

Oggi, anche se negli ultimi sei anni il biglietto verde “ha perso oltre il 40% del suo valore rispetto all’euro, il dollaro resta il centro del ‘sistema solare’ del commercio e della finanza globale”. Sfasatura fra crollo del valore e persistenza del ruolo egemone del dollaro che sono alla base degli “squilibri propagati da ‘sua maestà decaduta’ il biglietto verde[40].

Stavolta, però, il ritmo può davvero essere più accelerato. Non perché l’euro, oltre a valere ormai il 40% di più di quando era stato creato si è manifestato, finora,  più come costo che frena produzione ed export che come presenza di riserva realmente alternativa sui mercati internazionali, ma perché George Bush ha drammaticamente accelerato il declino non solo dell’economia ma soprattutto dell’egemonia americana.    

Davvero “stavolta tutto potrebbe avvenire molto più rapidamente. E i banchieri centrali, i  ministri delle Finanze che stanno discutendo di come puntellare il dollaro, dovrebbero anche cominciare a preoccuparsi sul che fare” non se ma “quando arriva il momento di sturarlo, questo lavandino[41] pieno di dollari che valgono sempre di meno.

In altre parole, tocca all’Europa e all’euro. Già… Ma l’Europa c’è? Col cavallo di Troia della  sterlina alle spalle, poi…

Intanto, a dimostrazione – quasi – che l’unica Europa che c’è è quella delle Banche centrali – quella politica  no, non quella economica, poco quella finanziaria ed, in  pratica, solo quella monetaria – alla faccia di ogni richiesta e di ogni appello (non solo di governi, ma del FMI, dell’OCSE…) al senso della realtà (che l’Europa cresce poco, comunque; e che perciò i tassi di interesse andrebbero ridotti) – la BCE a Francoforte decide di lasciare dov’è il tasso di sconto.

Perché, dice il presidente Trichet, l’economia ancora tira, magari non troppo ma sempre più di quella statunitense e le restano buone capacità di recupero— dice lui. Come se nell’eurozona non si fossero deteriorate le condizioni del credito, come se la stessa disponibilità di danaro non fosse crollata…

Mentre, e non a caso, la Banca d’Inghilterra – la sterlina nell’euro non è entrata – proprio citando una condizione economica in peggioramento evidente, ha tagliato il suo di tasso di sconto[42].

Il parlamento polacco ha approvato a larga maggioranza il Trattato di Lisbona[43]. A far esprimere non il parlamento ma il paese in un referendum vero e proprio resta così, ormai, soltanto l’Irlanda, Dove però non ci sono dubbi sulla popolarità dell’idea europea.

L’11 maggio prossimo, alle politiche e amministrative di Serbia, intendono votare anche le enclaves serbe che sono rimaste nel Kosovo autoproclamatosi indipendente (e riconosciuto come tale da una trentina di paesi in giro per il mondo: un sesto, più o meno, di quelli esistenti): nei territori come Kosova Mitrovica, in continuità territoriale con la Serbia, è tecnicamente possibile votare; dove, invece, si tratta di insediamenti non albanesi che non hanno nessuna continuità territoriale con la Serbia sarà praticamente impossibile.

Però, anche se Pristina parla di una “autentica provocazione contro uno Stato sovrano”, a Belgrado rispondono che, in diritto internazionale (secondo la risoluzione dell’ONU vigente e mai cancellata, la 1244 del 1999, riconoscimenti o non riconoscimenti, il “Kosovo continua ad essere Serbia” e niente affatto uno Stato sovrano.

L’amministrazione ONU, che dal 1999 proprio in base a quella risoluzione gestisce il Kosovo – senza dunque nessuna reale sovranità per la regione – e quella ancora non insediatasi pienamente della nuova missione europea che dovrebbe aiutare il nuovo Stato kosovaro, non sovrano per niente, a consolidare le sue istituzioni, stanno facendo un casino: per loro è legittimo il voto politico ma (sic!) non quello amministrativo[44].

D’altra parte, le missioni europee possono con qualche possibilità di efficacia arrivare in Kosovo, specie nelle aree del Kosovo del nord comunque a chiara maggioranza serba, solo con la cooperazione dei serbi. E non sembra proprio che le prossime elezioni serbe serviranno a spianare loro la strada, se favoriti sono i partiti che vogliono sì entrare in Europa ma non a prezzo di dare via il Kosovo agli albanesi…

E’ probabile che nessuno dei due schieramenti – il primo dice: in Europa: anche a costo di mollare il Kosovo…; in Europa, dice anche il secondo: ma prendendoci il tempo e senza rinunciare al diritto di difendere il principio che il Kosovo è nostro – avrà voti sufficienti a formare da solo un governo. E, allora, i nazionalisti dell’SRS, il partito radicale, potrebbe formarlo alleandosi con il blocco del popolo – che ha voluto le elezioni anticipate – del partito democratico di Serbia (DSS) del primo ministro Voijslav Kostunica e del partito già di Milosevic, il partito socialista di Serbia (SPS).

Se vincono queste forze, chiamiamole pure le più nazionaliste, si allontana (ma resterebbe, nei fatti, lontana in ogni caso: l’Unione europea non è affatto – nei fatti e non a chiacchiere: in lista d’attesa non è neanche stata riaperta né hanno intenzione di riaprirla – disponibile ad allargarsi domani alla Serbia, anche se mollasse su tutto) la prospettiva di una qualche integrazione euro-atlantica e la Serbia si riavvicinerebbe ancor più alla Russia.

E, a partire dalla tentazione forte per i serbi di Bosnia a far secedere la loro Republika Srpska dalla Bosnia-Erzegovina (in fondo, se è consentito al Kosovo, perché a noi no?), si riaccenderanno probabilmente tutti i fuochi del secessionismo e del contro-secessionismo nella regione.

D’altra parte, se vincessero di un’incollatura – è il massimo di cui si accreditino esse stesse – quelle che, per convenzione, potremmo chiamare le forze filo-occidentali, il partito democratico (DS) di Boris Tadic forse sarebbe possibile un qualche altro governo. Che dovrebbe trovare, però, la maggioranza in parlamento con l’appoggio di almeno uno dei due partiti che, sempre per convenzione, chiameremmo nazionalisti. Ma acerrimi nemici di quella che allora sarebbe la maggioranza relativa del presidente Tadic.

La fazione del quale ormai può essere forse aiutata, se l’Unione europea e l’occidente, cioè gli USA, volessero davvero aiutarla, solo prendendone le distanze: qui, tutto quello che l’occidente tocca – anche se la voglia d’occidente è sinceramente fortissima – è ormai intossicato dalla forzatura sullo scambio, neanche subito poi ma in due tempi: subito, rinunciata al Kosovo; poi, domani, dopodomani, vedremo…, potrete entrare in Europa.

Una specie di politica dei due tempi che gli americani cercano di far passare con chiunque trattino: l’Iran vuole parlare del suo diritto a produrre energia nucleare? bene! prima ancora di cominciare a trattare rinunci, però, pubblicamente a questo suo diritto. Una specie di politica dei due tempi che l’Europa, la Commissione anzitutto, negando la sua storia, ha sciattamente e irresponsabilmente (perché sapeva benissimo di non esserne poi neanche capace: per carenza di volontà politica anzitutto) tentato di scopiazzare.

Per questo, anche, bisognerebbe ormai fare un po’ di chiarezza sulla scocciante questione del diritto all’autodeterminazione, all’indipendenza e alla secessione in Europa e nel mondo. Bisognerebbe darsi regole semplici rispetto a quelle ormai disattese della Carta dell’ONU che – pensate un po’ – si basavano addirittura sui principi che misero fine alla Guerra dei trent’anni col Trattato di Westfalia: sulla nozione, cioè, che gli Stati hanno tutti gli stessi diritti a prescindere dalla potenza o dalla debolezza relativa e che nessuno Stato (nessuno!) ha diritto ad aggredirne un altro.

Il fatto è che ormai diversi governi sostengono, anche se non desiderano formalizzare la loro richiesta (se va all’ONU potrebbero perdere, anzi perderebbero…), come le regole che governano il diritto alla secessione, e più in generale, all’autodeterminazione dei popoli, siano anacronistiche o per lo meno confuse. E, allora, se diamo retta a questa tendenza d’opinione adeguatamente montata così com’è stata almeno a cominciare dalla presidenza di Bush padre, si può – o, meglio, si deve – credere che:

• In Asia, i tibetani hanno questo diritto. Ma iracheni e afgani no.

• In Medio Oriente, il diritto di spaccare un territorio proclamandosene indipendente è quello degli israeliani. Ma dei palestinesi e dei curdi no.

• In Africa i generali-gangsters del Congo orientale, questo diritto ce l’hanno. Non ce l’hanno, invece, gli abitanti del Sahara occidentale.

• In America latina, territori a maggioranza destrorsa – e più ricchi della media – della Bolivia e del Venezuela, hanno il diritto alla secessione. Non ce l’hanno, si capisce, le popolazioni indigene di Messico, Perù, ecc., ecc.

• Nei balcani, questo ovviamente è un diritto garantito agli albanesi del Kosovo. Ma non ai serbi del Kosovo né a quelli della Bosnia.

• In Europa occidentale, diritto all’indipendenza è quello – forse – dei fiamminghi del Belgio. Ma non quello degli irlandesi del Nord, se lo vogliono, o dei baschi. O, per ipotesi, dei padani d’Italia.

• Sì, è complicato. Ma si può ben semplificare. Per esempio dicendo chiaro e netto che solo quelli che sono d’accordo “con noi” hanno diritto ad avere questo diritto all’autodeterminazione. E nessuno di quelli che non si schierano, allineati e coperti, con noi. Democratici infatti, e per definizione, sono quanti sono con noi. E terroristi, quelli che vorrebbero riservarsi il diritto di essere contro di noi.

Basta capirsi…

Il vice direttore della Gazprom, Alexander Medvedev (nessuna parentela col nuovo presidente russo), ha reso noto che nelle proiezioni della sua impresa, entro il 2020, le importazioni europee di gas naturale di fonte russa potrebbero passare dal 26% al 33% del totale[45]. L’Europa, prevede, non troverà tanto facilmente un accordo che autorizzi l’Unione a trattare – e concludere – come “compratore unico” (e purtroppo ha ragione).

E, in ogni caso, con una capacità vicina, allora, ai 250 miliardi di m3 di gas, non avrebbe alcun senso per la sua compagnia l’utilizzo di prezzi di mercato pere contratti così a lungo termine. D’altra parte, le possibili diversificazioni dell’import europeo potrebbero solo venire, date le quantità, da Iran e Qatar[46].

Senza adagiarsi troppo nel populismo di bassa lega, e mettendola in termini di domanda, ma perché in Italia, alla dirigenza fallimentare dell’Alitalia non tocca mai alcuna punizione (economica, si capisce, economica…) mentre alla British Airways si ritiene non solo possibile e necessario licenziarli in tronco[47]?

Infatti, così sono stati cacciati via direttore operativo dei voli e direttore del servizio clienti della BA per l’apertura incasinatissima del Terminal no. 5 di Heathrow: dove, a causa della preparazione affrettata ed abborracciata dell’inaugurazione, si sono accumulati per giorni i bagagli e sono stati cancellati per giorni voli su voli. E hanno condannato l’aerolinea a rimandare, se va bene a giugno, il trasferimento di tutti i suoi voli a lungo percorso a quel terminal che, nei programmi, avrebbe dovuto accelerare tute le operazioni.

E la Commissione europea, proprio su Alitalia ma anche sulla Northern Rock, ha cominciato a richiamare all’ordine[48] i due paesi membri, Italia e Regno Unito, per aver entrambi ripreso – almeno temporaneamente – per i capelli con aiuti di Stato la compagnia aerea nostrana e la banca britannica. Dovranno dar conto del come sono state tenute a galla per forza due imprese fallite.

Staremo a vedere come sapranno difendersi, Italia e Inghilterra, colpevoli sicuramente, per una Commissione come questa di neo-liberisti allo stato puro, di non aver lasciato fare al mercato e solo al mercato... E staremo a vedere come verranno trattate le due imputate se allo stesso modo o in modo diverso e come si difenderanno i due governi.

STATI UNITI d’AMERICA

Anche il sommo guardiano e sommo sacerdote della moneta (un potere indipendente ma, come quello del suo pari grado nell’Egitto a.C. sottoposto sempre alla volontà del Faraone, appena questi, il vero potere supremo – il potere politico – decide di sottrargli la sua indipendenza: che è vero, naturalmente e per definizione, per tutte le Banche centrali del mondo) e sorvegliante in capo della crescita, il capo della Fed, Ben Bernanke, non riesce più a nascondersi dietro il dito del non ancora ma forse…

Non si rassegna (ancora) a dire che l’America è in recessione, ma neanche lui, sotto pressione politica sacrosanta, riesce ad evitare di dire alle Commissioni congiunte del Congresso che lo sta interrogando: “è probabile che la crescita economica ristagnerà nel primo semestre di quest’anno[49].

D’altra parte è, senza equivoci, questa – ma anche qui non riesce proprio di nominare le parolacce “R” (recessione) e, peggio, “D” (depressione) – la conclusione che si impone anche solo alla lettura della sintesi e neanche del documento integrale più importante della Banca centrale, il famoso “Beige book” o Libro bigio[50], redatto alla Fed di New York che raccoglie dati e pareri di tutti i dodici distretti della Federal Reserve alla data del 7 aprile è chiarissima.

C’è un azzoppamento grave di tutta l’economia americana, che si ripercuote su tutta la gamma delle attività e ulteriormente conferma un calo uniformemente, e pericolosamente, diffuso in tutta l’economia. Conseguenza immediata, e a modo suo coerente, proprio il contrario di quello che fa la BCE: il 30 aprile la banca centrale americana abbassa ancora di un quarto di punto il tasso di sconto, portandolo al 2%[51].

Si dice sempre – e si dice bene, a partire dal Libro I della Bibbia, la Genesi, dove la cacciata dal giardino dell’Eden di Adamo ed Eva mica la racconta il serpente, no? – che a scrivere la storia non  sono mai i vinti. Che è cosa di una certa importanza visto che il modo di raccontare la storia ci serve poi ad inquadrare e a comprendere quel che succede, a forgiare le nostre convinzioni, le nostre aspettative ed aspirazioni.

Ora, diciamo che da un quarto di secolo, non di più, economisti, analisti, accademici, studiosi di economia e, soprattutto, politici guardiamo e descriviamo una storia economica che riflette sempre il punto di vista dei vincitori. Ma, adesso, con l’economia che affonda come mai almeno da venticinque anni appunto, in acque limacciose, il monumento ai vincitori si va sgretolando.

E comincia a far capolino, forse, la possibilità di sviluppare un racconto alternativo di questa storia recente. Anzitutto dell’altissima considerazione in cui teniamo i banchieri centrali. Ognuno il suo e tutti noi tutti loro. Tale alta considerazione riposava sulla lunga fase che gli economisti hanno qualcuno battezzato, altri pedissequamente imparato a chiamare la Grande Moderazione: un ciclo che nel corso di due decenni ha visto l’espansione allungarsi, le recessioni accorciarsi e l’inflazione calare. Tutto a causa della virtuosa frenata imposta alla volatilità macroeconomica[52].

Il merito, dicono in molti tra gli economisti, che si dividono tra contenti e invidiosi di vedere valorizzati altri membri della loro professione, è dei banchieri centrali e delle politiche monetarie di grande moderazione delle banche che guidano. Adesso molti dei membri della Fed, come anche della BCE, sono economisti di professione o ex ministri dell’economia o banchieri importanti essi stessi.

Esistono, anche se finora sono state largamente soppresse dai vincitori, altre storie, altre letture, della Grande Moderazione. Sostengono che si sia trattato di un fenomeno transitorio che, sia in America che in Europa ha garantito la crescita della ricchezza di chi era già ricco e depresso, come mai prima, le opportunità di promozione economica e sociale di chi proprio ricco non era.

Una delle ragioni principali del cambio del ciclo economico – o come lo chiamano in America, con la loro aspra chiarezza, del business cycle: che di business proprio si tratta – è la cancellazione dall’agenda politica, dei politici e dei responsabili dell’economia, dell’impegno, fosse pure di massima, di principio, alla piena occupazione come un importante traguardo societario.

Come osservò per primo – a dire la verità prima anche di John Maynard Keynes, ma scrivendo in polacco o in francese e così trovandosi largamente tagliato fuori dalla letteratura economica mondiale – un grande economista polacco, Michal Kalecki, che lavorò nel secolo scorso, fino al 1970, proprio sulla teoria dei cicli economici, la piena occupazione avrebbe potuto stimolare qualche po’ di inflazione perché la sicurezza del proprio lavoro avrebbe potuto incoraggiare gli operai a chiedere maggiori salari.

E’ proprio quel che avvenne negli anni ‘60 e ’70. Era un problema politico, avrebbe dovuto venire affrontato e risolto politicamente. Quel che, invece, hanno fatto è accelerare la marcia indietro dall’impegno verso la piena occupazione e hanno dato una mano a far fuori, o castrare, sindacalismo e sindacati. Con maggiore o minor successo, ma ci hanno provato comunque. Così l’inflazione venne frenata, ma così s’è scatenata lungo due decenni la stagnazione dei salari e la rottura tra crescita dei salari e crescita della produttività.

La Grande Moderazione è stata anche sostenuta da bassi tassi di interesse che hanno provocato ondate di finanziamenti, e di rifinanziamenti, ipotecari con prezzi sempre più gonfi, e gonfiati, della proprietà edilizia che hanno fatto da collaterale, anch’esso gonfiato, verso le banche per averne prestiti cash e suscitato una dinamica di rialzo che era appoggiata tutta sulla bolla speculativa.

L’implicazione più importante di questa rivisitazione di una politica economica pluridecennale che ci sta portando al disastro è che faceva leva sull’abbandono dell’impegno sociale e politico al pieno impiego in combinazione con l’emergere e l’imporsi di fattori transnazionali che favorivano una disinflazione secca ma associati all’inflazione edilizia e all’aumento del credito ai consumatori, spesso un credito niente affatto securizzato.

Ora, la bolla speculativa scoppiata anche se non poi proprio completamente, coi prezzi delle abitazioni che appaiono tuttora largamente superiori a quelli giustificati (warranted) dai fondamentali, col pericolo incombente di un forte crollo dei prezzi della proprietà edilizia e con molti consumatori che hanno dato fondo al loro accesso al credito e non sono più in grado di ripagare, spesso, neanche gli interessi sul debito

Insomma, la Grande Moderazione è davvero a rischio di bloccarsi di colpo. Lo dicono, anche se ancora spesso non riconoscono le radici del guasto, pure alcuni banchieri centrali, ormai molti economisti in più di quelli che osavano dirlo ieri e sono molti anche i politici a dire che si stava meglio quando si stava peggio: prima della globalizzazione e della cancellazione dell’occupazione come obiettivo.

Non sembra probabile che ritornerà l’alta inflazione, ma sempre più probabile si fa un’accentuarsi ed un allungarsi delle recessioni. Se sarà così, va a carte quarantotto la reputazione dei banchieri centrali e della Grande Moderazione da loro sponsorizzata – grande moderazione poi, in realtà, dei salari ma non delle rendite e mai dei profitti – e potrebbe davvero aprirsi la strada a una domanda forte che chieda anche e proprio alla casta dei veri Intoccabili, i banchieri centrali, il ritorno al pieno impiego e una riduzione significativa delle disuguaglianze come obbiettivo della società e della politica che deve aiutarla e che è al suo servizio come l’economia. E non viceversa.     

Tutte le grandi banche – di investimento, commerciali, locali – vanno male. Quella cui va meglio è la JP Morgan Chase i cui profitti netti quest’anno calano su quello precedente solo del 50%; Wachovia, per tenere sul fronte della liquidità, è stata costretta a vendere azioni per più di $7 miliardi; e la Merryll Lynch ha dovuto cancellare dai libri altre massicce quantità dei suoi crediti, diventati inesigibili, e accantonare altri $5 miliardi a coprire perdite date già per sicure),

Ma rivelano i loro guai – e si aprono anche i primi esami post-mortem per capire da dove essi vengono – UBS, Credit Suisse, Deutsche Bank in Europa, la Bank of America (profitti giù del 77% nel primo trimestre), Citigroup (altri $13 miliardi). E, come al solito, sono le banche italiane le più restie a portare alla luce i cantucci sporchi ed i buchi dei loro conti. E a negarli, secondo prassi nostrana consuetudinaria: negare, negare, negare.

Del resto, qui ormai il solo cieco è chi non vuole vedere. Che lì è andato a rotoli tutto proprio a cominciare dal boom americano dell’era neo-liberista di Bush, quello dell’economia che il cav. Berlusconi ci è andato portando a modello per tutta la campagna elettorale: in apparenza, con qualche successo retorico: ma ormai più in Italia che in America, probabilmente…

Perché la verità è che “nel 2000, alla fine del precedente periodo di espansione economica, la famiglia media americana guadagnava sui $61.000, secondo i dati deflazionati del Bureau del Censimento. Nel 2007, dopo sette anni di Bush, nell’ultimo di quest’ultima fase di espansione, la famiglia media americana, porta  casa ancora di meno— sui $60.500. Sorprendentemente[53]. Bè, sorprendentemente perché? dopo sette anni di cura di Bush che ha ingrassato, a spese di tutti, solo chi era già ultragrasso, c’è da sorprendersi?

A marzo i prezzi al consumo sono saliti dello 0,3% e del 4% sullo stesso dato dell’anno prima. Come al solito, quando per ragioni tecniche (ma inesistenti) li calcolano al netto da alimentari e energia (cosa ovviamente che non sta né in cielo né in terra: ma che in terra è proprio impossibile), dicono che a marzo è stato solo lo 0,2%, dopo lo 0,4 accentuato di febbraio. E la gettata di fondamenta di nuove case cala dell’11,9% in marzo al livello più basso da diciassette anni[54].   

Il rallentamento secco nel manifatturiero e nel settore delle costruzioni ha portato al maggior declino dell’occupazione ufficiale in cinque anni e, anzi, a un taglio secco, vero e proprio, dei posti di lavoro. La disoccupazione sale in un mese di 430.000 persone a 7.800.000 americani, dal 4,8 al 5,1% ufficiale (ma contato senza contare chi non si registra ufficialmente alle liste dei disoccupati).

Segno chiaro che il mercato del lavoro è già in recessione: “negli ultimi cinquant’anni ogni volta che c’è stata perdita di lavoro della portata di quella degli ultimi mesi, la recessione è arrivata a ruota[55]. Più precisamente, è successo ogni volta che, come questa, il calo s’è ripetuto per almeno tre mesi di seguito.

L’unico settore che tenacemente resiste alla recessione è l’occupazione nella sanità – che rappresenta per eccellenza una “domanda inelastica” e per di più sottoposta alla pressione di una popolazione che invecchia – che anche a marzo ha visto altri 23.000 assunti e nel 2007 ne ha registrati 363.000.

Ma c’è anche di più. Il Bureau of Labor Statistics non registra dati sulla nascita o la morte di posti di lavoro in imprese di nuova creazione che, come tali, non sono tenute a comunicarli. In queste condizioni, il BLS si butta ad indovinare. Ed esagera sempre – immancabilmente – dalla parte dell’abbondanza.

Risultato finale del 2007: erano stati calcolati come reali 300.000 posti di lavoro in più. Quest’anno il problema sembra addirittura peggiorare. Il “modello” del Bureau ha computato 3000.000 nuove posizioni come posti di lavoro effettivamente creati in più dell’anno scorso per febbraio e marzo[56]. Il che implica, visto il trend reale, che il declino di posti di lavoro potrebbe ben essere più vasto di quanto indicano i dati “inventati”.

Altro risvolto, poco “attenzionato” (adesso si dice così…), del rallentamento economico – del fatto che il paese sia sull’orlo se non affonda già nella recessione, viene fuori dai dati neanche tanto dei posti di lavoro in calo o della minaccia concreta di una bruttissima congiuntura a tutti i posti di lavoro in generale, quanto forse dalla caduta rilevante delle ore lavorate e, quindi, dei salari e dei compensi che, ormai, è pratica diffusa. Alla fine di marzo, erano 4.900.000 i dipendenti a part time ufficiale, quasi mezzo milione più di tre mesi prima, secondo il Dipartimento del Lavoro[57].

E qui, in questo paese, se e quando sei fuori della rete di protezione della compassione privata – che esiste, che è generosa ma largamente insufficiente – quella pubblica è a maglie tanto larghe che chi è “povero” affonda, inevitabilmente. E’ difficile spiegare altro che così – e con una punta anche, però, del puritanesimo vendicativo di stampo calvinista/fondamentalista/vetero testamentario  contro chi non è virtuoso e perciò è punito da Dio – il fatto che Negli USA il numero dei galeotti eclissa quello di ogni altro paese: “gli Stati uniti, con meno del 5% della popolazione mondiale,‘vantano’ quasi un quarto dei galeotti del mondo intero[58].

E, dietro questa politica carceraria, si tratta anche qui – come la chiama l’uomo più ricco del mondo, il finanziere Waren Buffett – di una vera e propria “questione di classe”. I figli di papa – come George W. Bush, arrestato per ubriachezza non una volta sola in giovane età prima di “rinascere” a Cristo, al suo Cristo, s’intende – hanno un certo trattamento; i figli della plebe, degli ordini sociali più bassi, tutto un altro, di un’altra severità.

Infine, sulla questione cala ormai, anche, un sospetto di fondo: “che non è realistico credere che i tantissimi soldi generati da imprese che fanno enormi profitti, compagnie private come la Corrections Corporation of America e il gruppo GEO, non abbiano alcuna influenza anche e proprio sull’aumento della popolazione carceraria[59]: ci guadagnano sopra miliardi di dollari[60]

Sale anche, dopo la revisione in aumento del deficit commerciale di gennaio, e per una quantità inaspettata, del 5,7%, a $62,3 miliardi – il massimo da novembre – il buco commerciale di febbraio con l’aumento (crisi o no) della domanda di automobili e beni di capitali. L’import è salito del 3,1%, al massimo da un anno, a $213,7 miliardi dai 207,3 della revisione di gennaio[61].

In ogni caso, comincia a delinearsi chiaro il problema. Con la crescita – per sbilanciata a favore di pochi che fosse – dell’America di Bush, da tutti considerata “alla lunga” insostenibile e che ormai è davvero arrivata a non esserlo, all’economia mondiale era andata, sul piano della crescita pura, abbastanza bene: la crescita globale, sostenuta dalla domanda americana, era tutto sommato stabile e anche abbastanza rapida; con l’arrivo di Cina ed India in testa ai paesi in crescita (nell’ordine di più del +11% e del +9,5% si è anche ristretto il gap tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, e anche l’Africa nel 2006 e nel 2007 è cresciuta in media più del 5%.

Ma ora – scrive il premio Nobel Joseph Stiglitz: che paventa, da pessimista qual è (solo che, finora, ha avuto quasi sempre ragione) addirittura la stag-flazione[62] gli squilibri dell’America, il suo mendicare nel mondo anzitutto per pagarsi tutti i consumi e perfino le guerre (Bush può farle, in Afganistan e in Iraq, solo perché sono i cinesi che continuano a prestargli soldi), pretendendo, e – chissà – forse anche giustamente, la gratitudine degli altri perché, sovraspendendo al di là dei suoi mezzi, hanno  mantenuto una dinamica all’economia mondiale, altrimenti bloccata dagli alti tassi di risparmio dei grandi paesi asiatici.

Dal 2003, e anche molto sulla spinta della sconsideratissima guerra in Iraq, sono quadruplicati i prezzi del petrolio alla fonte. Finora tre fattori principali hanno aiutato il mondo a resistere anche ai prezzi impennati del petrolio (che ormai, a $110 dollari e oltre il barile, ha recuperato, tolta l’inflazione, i livelli massimi reali raggiunti ai tempi dell’embargo del 1973):

• primo, la Cina, coi suoi enormi aumenti di produttività – fondati su alti livelli di investimento, inclusi quelli in educazione e tecnologia: e non solo sul differenziale di costo del lavoro che c’è, pure – ha in buona parte esportato la sua deflazione;

• gli Stati Uniti hanno approfittato mai come prima dei loro continui ribassi del tasso di sconto producendo la bolla speculativa edilizia e “regalando” prestiti ipotecari a buon prezzo (sembrava… a chi non aveva letto le minuscole righe dei contratti, che pure c’erano) praticamente a tutti coloro che non fossero poi, proprio morti di fame;

• infine, alle imprese è stato un po’ dovunque nel mondo di risparmiare sui costo del lavoro addossando il peso di tutti i sacrifici imposti dagli squilibri sulle economie sulle classi lavoratrici,  i loro redditi, i loro diritti.

Ecco, questo gioco è finito. Perché in Cina ormai cresce l’inflazione. E, se gli USA, adesso, riuscissero a convincerla a lasciar apprezzare lo yuan, il costo della vita balzerebbe alle stelle subito proprio in America e in tutto l’occidente che importa tutto quel che è cinese. Di più, nel frattempo, in questi due ultimi anni, coi bio-combustibili, il mercato delle derrate alimentari si è integrato con quello petrolifero.

Questo fattore, combinato con una domanda crescente di beni alimentari che viene dai non pochi che ormai si ritrovano redditi in aumento e con l’offerta in calo a causa di problemi di produzione associati al cambiamento climatico, ha portato a prezzi all’ingrosso e al dettaglio in aumento vertiginoso: dell’ordine del 50-100% in un anno— una minaccia letale per i paesi in via di (cosiddetto) sviluppo.

E non è che l’America possa aspettarsi un rilancio dal mercato interno: dopo essere stati scottati dalla crisi dei subprime e del mercato ipotecario, dalla bolla speculativa edilizia, quel poco di risparmio che gli americani mettono da parte non si mettono ora certo a spenderlo in consumi nel mezzo di questa crisi. E non sarà il costo del denaro che la Fed continuerà ancora ad abbassare a convincere gli americani ad ipotecarsi malamente altri beni immobili per continuare a spendere e a spandere.

Il governo di Bush spera solo di fare in tempo, prima che la crisi gli scoppi in mano con un’ondata di fallimenti e di pignoramenti in arrivo, a passare la patata bollente a chiunque venga eletto/a a novembre… Come forse spera di poter fare Bush – se non si lascerà tentare dalla “convenienza” di aprire un nuovo scontro con l’Iran – anche per l’Iraq.

Per gli USA resta da capire non tanto se ma quando: presto si sa, ma quanto presto? e di quale intensità sarà lo scivolone: se sarà una caduta secca ma breve o un rallentamento più protratto nel tempo ma , forse, anche un po’ più spalmato e, quindi, meno precipitoso.

Per il resto del mondo, ormai è da tempo che gli americani ci esportano i loro guai vendendoci fondi e pratiche finanziarie attossicate e un dollaro ormai in calo da sempre, risultato in parte di macro e micro politiche economiche bacate. Per l’Europa, ad esempio, sta diventando e diventerà sempre più duro esportare. E in un mondo che s’era adagiato sulle fondamenta del “dollaro forte”, anche quando cominciava e proseguiva ad indebolirsi, le conseguenze finanziarie – l’instabilità dei mercati – saranno costose per tutti.

In ogni caso, si è verificata una massiccia ridistribuzione di reddito dai paesi importatori a quelli esportatori di petrolio, anche se tenuto conto dell’inflazione si è appena arrivati – come abbiamo accennato – ai livelli del 1973 ed in modo assolutamente, è vero, interclassista. Contadini, operai, industriali e finanziari un po’ tutti. Ma – anche questo lo abbiamo accennato – sempre più difficile sarà farlo inghiottire a chi di questa ridistribuzione ha sofferto, e soffre ancora, di più rispetto agli altri. Quelli che comunque nuotano ancora nella liquidità.

L’altro lato della medaglia di un mondo che nuota nella liquidità, infatti, è un mondo che trova una domanda aggregata in ristagno. I vincitori nell’equazione, sempre a somma zero, ma adesso più di là che di qua (i cinesi, gli indiani) sono meno inclini a spendere di quanto lo fossero i vincitori che li hanno preceduti, gli americani. Così crescono, nei fatti, un’offerta di lavoro e una precarietà durissima e crescente. E cala la spesa.

Negli anni di Bush sono stati proprio i consumi sbrigliati ed irresponsabili dell’America a riempire, coi debiti che accumulava, il fossato. Ora è inevitabile che sia la domanda privata che quella pubblica vengano ad essere decurtate: i partiti che si presentano alle presidenziali di novembre anticipano, da una parte, programmi che richiederebbero altra spesa pubblica ma promettono anche una politica fiscale più responsabile, più severa: un ossimoro…

Insomma, una crescita rallentata – e forse una vera e propria recessione – nell’economia più grande del mondo avrebbe sicuramente conseguenze globali: un rallentamento, una recessione, forse anche una depressione globale. Dipende, adesso, dalle autorità monetarie e da quelle politiche ai livelli comunitari, dei G-7, dell’FMI non sbagliare ricetta, come sono portati a fare dalla pigrizia che le connota: capire che le pressioni inflazionistiche in aumento derivano dai fattori importati che sopra abbiamo richiamati e non da un eccesso di domanda interna.

E che, quindi, non sono – ancora una volta, ma in particolare stavolta – salari, pensioni e domanda interna a dover essere contenuti e repressi ma è necessaria una gestione più sofisticata e discriminante di come frenare (regolare, sì, ri-regolamentare) queste pressioni inflazionistiche nuove: petrolio, alimentari, speculazioni finanziarie…

Se i governi non ri-golamentano e le banche centrali non la piantano di aumentare i tassi di interesse, come già fanno gli americani, e insistono a intervenire, come fanno gli europei, solo sulla domanda interna – e per contenerla poi – ci dovremo preparare al peggio: cioè, a un’altra fase di stag-flazione: stagnazione e, insieme, inflazione. Batteranno l’inflazione, alla lunga. Ma il costo – in posti di lavoro perduti o sviliti, in perdita di salari e di potere d’acquisto, in fallimenti, ecc., ecc. – sarà schiacciante.

Su un piano diverso, non grande aiuto è arrivato alla Boeing nel suo ricorso contro l’acquisizione di diverse decine di aerei cisterna Airbus dalla notizia che la consegna del primo 787 Dreamliner ai committenti scivolerà ancora almeno di un semestre, più ragionevolmente di due, a fine 2009[63]

L’Ufficio brevetti e patenti d’America, come è vero di ogni altro paese, cioè il governo americano come ogni altro governo, favorevoli tutti al “libero commercio”, riconoscono e garantiscono per legge una specie di diritto di monopolio, di diritto d’autore, sulle nuove medicine. Così garantisce il margine di utile necessario a finanziare le spese di ricerca e sviluppo— questa è la giustificazione ufficiale. Ma lo scarto tra prezzo di produzione della gran parte dei nuovi prodotti e loro prezzo di vendita è dell’ordine spesso di 100, anche di 1.000 a uno.

Ma questo significa che l’accesso ad alcune di queste specialità è, di fatto, impossibile se non ai ricchi, ai ricchissimi. Perché, poi, anche per chi gode di qualche buona assicurazione privata, l’accesso a molte di queste medicine (per la copertura di un anno, servono anche $100.000 di spesa) è rimborsato solo parzialmente. E usufruirne costa, comunque, decine di migliaia di dollari[64] che l’assicurazione sempre pretende dagli assicurati.

Insomma, sarebbe ragionevole almeno discutere, sembrerebbe a chi responsabilmente segnala il carattere profondamente protezionistico di questi tipo di garanzie, la necessità di meccanismi più efficienti ed alternativi di finanziamento della ricerca farmaceutica[65]. Anche a costo di far molto arrabbiare le case farmaceutiche che ogni giorno si mettono questa manna in tasca…

Al minimo storico (ormai una rilevazione dopo l’altra, ogni mese) l’indice di fiducia. Quello tradizionale dell’università del Michigan lo coglie, ormai, nella versione finale di marzo, in area di recessione secca, a quota 62,5 dal precedente del mese scorso 69,5, del 10% in un mese[66]. Anche l’altra più autorevole inchiesta mensile, quella del Conference Board, vede calare il suo indice ad aprile a 62,3, dalla revisione di marzo di 65,9 3 dal 76,4 a febbraio[67]..         

Il segretario al Tesoro Paulson ha presentato le grandi linee della proposta governativa di riforma complessiva del sistema finanziario di regolazione e di stabilizzazione dei mercati finanziari in ebollizione. E’ la formalizzazione, tardiva, di un tentativo che molti (le banche di piccola dimensione, i governi degli Stati e delle città, molti congressisti) osteggiano – troppo, ma anche troppo poco – e che tutti dicono non arriverà mai a conclusione se non a crisi del credito sostanzialmente passata[68]…  

E’ solo un altro esempio dell’invisibilità economica di Mr. Bush. Del resto,

• a febbraio, aveva ammesso candidamente di non aver mai sentito parlare di un possibile costo della benzina alla pompa anche a $4 al gallone (sui 65 centesimi di € al litro, la metà che da noi ma, per l’America, dove senza macchina neanche esisti, un costo assolutamente impopolare);

• poi era andato a Wall Street a mettere in guardia, tra gli applausi di chi subito avrebbe cominciato a piatire il contrario, contro “interventi massicci del governo nel mercato della casa”: due giorni prima che il suo governo desse una mano concreta (decine di miliardi di dollari di spesa pubblica) alla JP Morgan perché comprasse, salvando dal fallimento dei subprime ipotecari edilizi, la Bear Stearns;

• e, adesso, mentre se ne stava alla NATO a Bucarest a farsi dir no alle sue proposte da Putin e dagli alleati suoi principali (Germania, Francia, Italia: no, ancora, al suo “scudo spaziale” ai confini russi, no a Georgia e Ucraina nell’Alleanza…), al Senato democratici e repubblicani stavano presentando una legge che dichiara (dichiara…) di voler aiutare non le grandi banche, come fa senza dirlo prima e confessandolo solo a posteriori l’Amministrazione, ma le persone che stanno perdendo la casa per l’impennarsi dei mutui: milioni, oggi[69].

Lamentano anche “alcuni alleati repubblicani tra i più vicini al presidente” che purtroppo “l’immagine del presidente che resta nella mente di chi lo ha smentito parlare di economia in televisione è quella di uno che non ha idea della benzina a $4 al gallone[70]

In effetti, “gli americani sono in questo momento più insoddisfatti della direzione in cui sta andando il paese [cioè, più insoddisfatti delle scelte del presidente, di ogni e grado, di ogni livello, in ogni campo:  dalla guerra, anzi dalle guerre, all’economia] di quanto mai siano stati da quando esiste il sondaggio congiunto New York Times/CBS”: le cose stanno “andando giù a precipizio dice oggi “l’81% di chi risponde al campione, contro il 69% di un anno fa[71]. A questo punto, e alla vigilia delle elezioni solo i democratici possono perdere, i repubblicani non hanno possibilità di vincere se non ci pensano loro, litigando, a aiutarli.

Nel percorso accidentato ed a tappe delle primarie, sul lato repubblicano il WP continua ad asserire – lo fa sempre: per nobilitare, non si capisce bene come, quello che è un puro e semplice conflitto di interessi? – che “il dibattito sulla crisi edilizia illustra le grandi differenze di filosofia economica che esistono tra McCain e i suoi rivali democratici[72].

E’ un argomentare curioso, questo dar per scontato che si tratti di un conflitto di filosofie, di valori, e non di interessi: i repubblicani a favore di una società più competitiva; i democratici, diciamo, più solidale. Quando la vera differenza è tra gli interessi rappresentati e su come si credi di difenderli meglio.

Per i repubblicani, ed è un fatto, tagliare le tasse dei ricchi significa favorire coloro dai quali in parte rilevante dipendono i finanziamenti del partito e, dunque, anche la scelta del candidato alla presidenza (ma vale anche, in  misura forse leggermente inferiore, per i democratici). E McCain, che aveva fieramente contrastato i tagli alle tasse di Bush del 2001 adesso, ci dice il WP – ma anche il NYT, ecc., ecc. – ha cambiato idea per ragioni di ordine filosofico? Non sarà che lo fa perché è diventato candidato alla presidenza?

E’ un po’ come per Bush. Scrive sussiegoso il WP, in un articolo peraltro ricco di informazioni accurate ma sgualcito dall’ingenuità credula tipica della grande stampa mainstream americana, che “Bush inaugurò il suo primo mandato ricco di scetticismo nei confronti dell’azione di governo. Vedeva la competizione come la via per migliorare la produttività di ogni ente ed agenzia pubblica[73].

Eccola l’ingenuità ipocrita. Una questione di filosofia? Come fa il WP a sapere dello “scetticismo profondo” di Bush nel ruolo del governo federale? della sincerità delle sue intenzioni di farlo dimagrire quando proclamava – come di fatto faceva prima di essere eletto – le virtù di un apparato di governo magro e sfoltito, appaltato all’esterno per molte funzioni tradizionali della pubblica amministrazione? come fa a dare per scontato che i politicanti dicano quello che credono e credano quello che dicono?

Dice: ha fallito, non ci è riuscito. Ma comunque sembra francamente assai poco credibile che un presidente tanto  scettico sulle funzioni di governo si precipiti tanto celermente ad invadere e occupare nei primissimi anni del suo mandato due diversi paesi stranieri moltiplicando per molte e molte volte le spese e il potere del governo federale.

Non è che c’entreranno qualcosa le cambiali che il candidato Bush aveva rilasciato alle imprese che lo avevano lautamente sostenuto nella sua carriera politica in genere e nella campagna elettorale in particolare? in specie le imprese cha fabbricano armamenti e che lo aiutavano (come, è vero, in misura minore, aiutavano molti altri politici) nella speranza di fare un mucchio di quattrini dai contratti che garantiva loro il governo…

Tornando, ora, alle bugie politicanti ed alle ipocrisie del senatore McCain, non è la prima volta d’altronde che fa dietro-front, che come dicono qui fa il suo flip-flop. Due mesi fa, appena cominciata la campagna delle primarie, ha riconsiderato la sua opposizione dichiarata alla tortura, a Abu Ghraib, a Guantánamo – malgrado il sostegno invece oltranzista alla guerra in Iraq. Per ragion puramente elettoralistiche, così, ha votato contro la legge che fino ad allora aveva appoggiato e che avrebbe vietato le torture, chiamate più teneramente “interrogatori forzosi” e  autorizzati dalla Casa Bianca.

Lo ha confessato – anzi, senza pudore, l’ha rivendicato – Bush in persona, in un’intervista alla ABC Tv: sapeva perfettamente di che si trattava, glielo aveva spiegato il Comitato direttivo del Consiglio nazionale di sicurezza.

A quel tempo, nel 2003, ne facevano parte il vice presidente, Cheney, il ministro della Difesa Rumsfeld, il segretario di Stato, Powell, il direttore della CIA, Tenet. Lo presiedeva la consigliera per la Sicurezza nazionale, Condoleezza Rice che, come tutti, diede il suo assenso all’idea. Che ebbe il timbro della legittimità con l’assicurazione dell’ultimo dei presenti, il ministro della Giustizia, Ashcroft, che gli “interrogatori forzati”, la tortura, di prigionieri nemici erano una forma di interrogatorio pienamente “legale”.

E, all’intervistatrice, per la prima chiaramente, il presidente ha detto che lo avevano di tutto dettagliatamente informato e che aveva lui stesso “approvato le forme di interrogatorio in questione”: la tortura, appunto. E anche la buona fede dei partecipanti alla riunione del Consiglio di sicurezza, e del presidente stesso, appare tutta una finta: erano perfettamente coscienti di violare la legge americana e il diritto internazionale se è vero, come è vero, che lo stesso ministro della Giustizia, mentre ne asseriva la legalità piena, si chiedeva davanti agli altri della pazzia di fare “una riunione come questa, che la storia non giudicherà di sicuro teneramente, proprio alla Casa Bianca [74]…    

E, nel 2000, quando “correva” contro Bush, sempre alle primarie, aveva dapprima denunciato l’uso della bandiera confederata degli Stati del Sud nella guerra di secessione, come inaccettabile “simbolo del razzismo”; poi, invece, disse che era “simbolo di una tradizione”… e qualche mese dopo spiegò che “aveva avuto paura di non riuscire a vincere, se non avesse detto così, le primarie in Sud Carolina e per questo aveva scelto di negare i suoi principi[75].

Difficile che sia altrettanto schietto anche stavolta, riconoscendo che anche in questo caso non è di principi che si tratta, ma di interessi… Anche perché non è molto diverso tra i democratici… Però, loro almeno proclamano alto e forte di essere contro i tagli alle tasse concentrati sui ricchi.

Intollerabile è che questo continuo cambiamento di posizioni a seconda delle convenienze, ormai tipico di McCain, media e grande stampa – che crocifiggerebbero, come hanno sempre fatto, chiunque altro mai ci provasse – persistano a passarlo sotto silenzio, o a “spiegarlo” col fatto che essendo uno, lui, notoriamente “franco e diretto”, va scusato se ogni tanto risponde prima di averci pensato.

Comunque, McCain, che in campagna elettorale è ormai due mesi in anticipo sui democratici, ha nel frattempo provveduto, per grandissime linee, a dire che sul piano economico ridurrà le tasse alle imprese, e abolirà quella che qui chiamano la minimum tax alternativa— il meccanismo col quale ai super-ricchi veniva impedito di eludere, legalmente e completamente, le tasse[76] ma che, con l’avanzare dell’inflazione, aveva anche incominciato a mordere anche sui redditi dei dipendenti elevati.

E dicono che è questione di fede, non di interessi, gli imbecilli del WP che parlano di differenze filosofiche alla base delle scelte economiche che poi dettano quelle politiche[77]… E, con un’impennata di crasso populismo, McCain ha anche chiesto la sospensione dell’imposta federale sulla benzina nei mesi estivi delle vacanze[78]

Quanto ai democratici, cominciano a venire al proscenio i primi costi del fatto evidente che, mentre si vanno scannando tra loro, il terzo gode: “nessuno di loro chiede nessun rendiconto a McCain per quello che ha fatto e quello che ha detto e lo lascia libero di fare quel che vuole e di andare avanti così rispetto a loro, ad entrambi[79].

In questo epico scontro tra Obama-Mozart e Clinton-Salieri, insomma, c’è il rischio di veder prevalere alla fine un qualsiasi McCain-Carlo Maria von Weber. Certo, sembra a molti osservatori difficile – non impossibile – in particolare quest’anno un recupero forte dei repubblicani, “perché nel merito tutto è a favore dei democratici: l’economia traballa, c’è la guerra in Iraq e c’è un numero assai ampio di democratici e indipendenti pronti a votare per chiunque non sia del partito di Bush. Ci vorrebbe un sforzo considerevole da parte dei democratici per perdere queste elezioni”. Considerevole, appunto: non impossibile...

In effetti, “i democratici stanno facendo tutto il possibile per perderle, queste elezioni. E’ una predisposizione che al partito viene benissimo. Per i democratici non esiste proprio nessun anno in cui sia impossibile non vincere. Hanno un  dono assolutamente naturale per mandare all’aria anche un’occasione unica… Il penultimo presidente democratico, Jimmy Carter, riuscì a vincere nel 1976 apparendo molto molto devoto e cavalcando la repulsione anti-Watergate…

    L’ultimo, Bill Clinton, ce le mise tutta per perdere, con i suoi scandali sessuali e altro. Ma non glielo lasciò fare Ross Perot [il miliardario che tolse voti a destra ai repubblicani] e vinse con un misero 43% dei voti; poi Clinton ci provò ancora, per i suoi otto anni di presidenza (con  scandali sessuali e altro). Ma senza riuscirci.

    Questa è stata la sorte del partito negli ultimi quarant’anni. E, adesso che arriva il 2008, un anno dove non si può perdere se mai ce n’è stato uno, con un partito democratico che unito vincerebbe passeggiando, l’economia in uno stato terribile e che va peggiorando, coi repubblicani del tutto demoralizzati e questo John McCain che non è certo John Fitzgerald Kennedy, col paese che vuole eleggersi un democratico…, che fanno i democratici?

    I Clinton vanno in giro per il paese imbracciando il lanciafiamme, tentando giubilanti di incenerire le prospettive del candidato che è in testa, Barack Obama. Come ha detto Bill Clinton, il mese scorso,‘se a un politico non va di farsi malmenare, non dovrebbe proprio correre, allora’.

    E il senatore Obama, da parte sua, sembra aver perso di vista il messaggio unificante ed aperto che nella prima parte della campagna s’era mostrato assolutamente impellente, inciampando in una serie di equivoci inusitati di ordine cultural-sociologico che hanno portato alcuni a ripensare alla sua candidatura”. Questo, insomma, è lo stato di un partito democratico che si sta dilaniando da solo… e solo lo spazio non consente di riportare qui più oltre la citazione di questo attento e preoccupante articolo[80]..

Così, qui in Pennsylvania, Clinton vince col 54,6 contro il 45,4%, con nove punti percentuali di distacco[81]. Ma Obama resta sempre avanti, adesso con 1.699 delegati (1.481 eletti e 218 “superdelegati”, l’83,9% dei 2.025 necessari per ottenere la nomination) contro i 1.545 di Clinton (1.315 eletti e 230 “superdelegati”, il 76,3% del necessario).     

In piena campagna elettorale, Obama ha lasciato scoppiare, sapientemente sfruttata da chi gli vuol male, la diatriba sulla classe operaia della provincia americana colpita duramente dalla pesantezza della crisi economica che, in reazione e per “amarezza” – ha detto – porta spesso ad aggrapparsi alle poche cose rassicuranti della loro vita: fede e fucile (da caccia, magari): un dibattito sociologicamente anche acuto magari ma, per lo meno, goffo e avventato, specie in una corsa come questa.

Come è stato ben notato – e citiamo quest’altra osservatrice[82] per concludere su questo punto – l’Obama uscito dal dibattito con la Clinton prima delle primarie di Pennsylvania disprezza troppo le cose convenzionali, la necessità di piegarsi all’uso dei sound bites e delle battute fulminanti, di scagliare  montanti che buttano all’aria il gioco dell’avversario.

    Ha bisogno di suonare meno filosofico e astratto, più viscerale e anche più personale. Alcune delle questioni su cui è sembrato reagire quasi scartandole con qualche sufficienza sono, invece, questioni reali nella mente di molti americani”. Insomma, le paure che i bossiani alimentano, per capirci tra noi, ma che sono – o, comunque, sono percepite: e è lo stesso – come reali timori da molti italiani…

In definitiva, conclude, “Obama deve provare agli americani che, malgrado la sua storia personale esotica e il suo modo di fare multiculturale, lui condivide o almeno rispetta i loro valori [per quanto assurdi, patriottardici e ipocriti essi poi siano: la spilletta smaltata a bandierina americana sul risvolto, la mano sul cuore all’inno nazionale: tutte queste str….te] e capisce perché la sua amicizia” con persone considerate ‘estremiste’ dai media ed in generale, “li mette a disagio”.

Alla fine, sembra esserle stata utile anche l’inutilmente bellicosa minaccia lanciata all’Iran alla vigilia immediata della primaria in diretta televisiva alla ABC: che lo cancellerà come paese a forza di bombe atomiche se attaccherà mai nuclearmente Israele[83]. Inutilmente, perché fa finta di credere che Israele sia indifesa e non si sappia difendere e che non attaccherebbe per prima; e inutilmente perché, comunque, questa è già policy ufficiale del governo americano. però contro l’Iran, ogni truculenza risulta gradita agli elettori[84]

Insomma, il pericolo non è tanto nel fatto che la scelta della candidatura democratica sarà, probabilmente, risolta solo alla Convenzione di fine agosto: tra oltre quattro mesi. E’ che anche grazie a questi “passi falsi” – chiamiamoli pure così – e alla ferocia, comprensibile, della Clinton che azzanna i garretti ad Obama mentendo a tutto spiano sulla propria storia personale e politica ma indirizzando i media a portare in primo piano i suoi “difetti”, il clima si è fatto sulfureo e negativo,

Ed è questa atmosfera rovente da fratelli coltelli in cui il partito arriverà alla Convenzione a fare problema. Perché ormai non è più solo possibile ma anche probabile che i prossimi mesi vedano un’escalation di attacchi sferrati a far male all’avversario interno e in buona parte concentrati su una durissima battaglia sull’ammissione dei delegati illegittimi eletti dalle primarie illegittime di Michigan e Florida. Con grande soddisfazione di quello che altrimenti sarebbe l’ectoplasma repubblicano.

Mesi che potrebbero riportare – che forse già cominciano a riportare – in qualche modo più a galla la candidatura, altrimenti soccombente, di Hillary. “Si potrebbe andar sviluppando una situazione in cui si scontrano l’uno con l’altra genere e razza e riusciremmo così a perdere un’elezione imperdibile nel falò delle vanità contrapposte[85]. Insomma, chi vince in queste condizioni tra i democratici potrebbe riuscire a consegnare la vittoria ai repubblicani. Perpetuando almeno per altri quattro anni una politica disgraziata e devastante. Per l’America e per il mondo.

Commenta il NYT, subito dopo la Pennsylvania che “sarebbe ormai ora che la senatrice Hillary Clinton riconosca che la negatività della campagna elettorale, per la quale è lei a portare, e di gran lunga, la maggiore la responsabilità, non fa che danneggiare se stessa, il suo oppositore, il suo partito e le elezioni del 2008[86] Prossimo scontro a inizio maggio, Nord Carolina ed Indiana.

Al vertice NATO di Bucharest, d’inizio aprile, Bush ha dichiarato seccamente: che la Russia non ha alcun diritto di veto sulle decisioni dell’Alleanza anche se, e quando, quelle decisioni espandono il territorio dell’Alleanza oltre ai confini dell’ex blocco sovietico e fino a quelli della Russia di oggi. Da una parte, è l’ovvietà che si fa (che continua a farsi…) presidente. Dall’altra, nella sua incosciente leggerezza, il presidente americano s’è semplicemente scordato che la Germania, la Francia, l’Italia, ecc., quel potere di veto ce l’hanno.

Ce l’ha, e l’ha ricordato esercitandolo subito, anche la Grecia che ha messo il veto all’ingresso della Macedonia il cui nome stesso, in origine, naturalmente è greco e che il paese balcanico non vuole cambiare né modificare magari anche solo geograficamente. La Grecia aveva proposto Macedonia del Nord. Ma siccome Skopjie non vuole, e non vuole accettare mediazioni anche solo potenzialmente limitative della propria rivendicazione alla Grande Macedonia, Skopjie subisce il veto di Atene e non entra.

Bush – che proprio non capisce, o se capisce fa finta di non capire – arriva a dire di “ammirare l’Ucraina per il coraggio che ha avuto nel prendere la sua audace decisione che gli Stati Uniti fermamente sostengono”. Unico risultato, inevitabile, è che – essendosi intestardito a dirlo senza neanche fare i conti e tener conto, comunque, del veto – neanche il Regno Unito gli è andato dietro più di tanto e gli altri hanno stoppato la sua proposta[87].

Motivando il no con l’argomento (della Merkel) che né l’uno né l’altro paese sono pronti (visto, soprattutto, che sia in Ucraina sia in Georgia la resistenza popolare all’idea è largamente maggioritaria). Il primo ministro francese François Fillon è stato, se possibile, ancor più diretto. Rispondendo alla radio al posto del suo presidente ha detto all’Agenzia France Presse, che “ci opponiamo all’entrata di Georgia e Ucraina perché pensiamo che metterle nella NATO non sia una buona risposta all’equilibrio del potere in Europa e tra l’Europa e la Russia”.

Cioè, dobbiamo tener conto delle posizioni dei russi non perché abbiano un inesistente diritto di veto ma semplicemente perché è responsabile, per noi, tenerne conto. Dopotutto, hanno osservato – pare anche irritando Sarkozy – a latere della conferenza alcuni diplomatici francesi che direbbero gli USA se il Messico e il Canada decidessero di entrare in un’alleanza militare proclamata e formale con la Russia?

Gli italiani con Prodi, senza spendere troppe parole, hanno detto di esprimersi come tedeschi e francesi… Berlusconi, stavolta, è stato molto più enfatico. Sarà che la sua amicizia personale con Putin è almeno altrettanto forte di quella con Bush…; sarà che Bush se ne va e Putin resta, anche se “solo” come primo ministro…; sarà per l’insensatezza di fondo tanto palese da apparire tale perfino a lui – che, comunque, quando si esprimeva così parla sempre e solo a titolo personale – della proposta di Bush…; tant’è…

A parte l’autoelogio, in lui sempre scontato, a se stesso ed al “ruolo svolto nel riavvicinamento della Federazione russa agli Stati Uniti e dell’Europa alla Federazione russa” (bum!), Berlusconi stavolta dice chiaro che “con le dichiarazioni di Bush su Ucraina e Georgia nella NATO, la Russia si sente circondata [onestamente: è circondata] e rischiamo di allontanarla[88]

Il tutto, comprensibilmente, con grande smacco complessivo di Ucraina e Georgia che avevano clamorosamente ed erroneamente puntato tutto sullo sponsor americano. Dell’Ucraina, soprattutto, che un mese fa era sembrata dar segni di rendersi conto di quanto sia comunque dipendente da Mosca— e deve decidersi a capire ed a dire che, se vuole garanzie sulla fornitura del petrolio e del gas da Mosca, non può evitare di rispettare gli interessi, e anche le idiosincrasie, di Mosca.

E deve evitare per quanto “pasionaria” sia poi, ed antirussa, la sua improbabile prima ministra di metterle le dita negli occhi. Sembrava averglielo imposto il presidente Yushenko, un mese fa appunto, rinunciando alla richiesta di adesione alla NATO[89]. Ma poi, sotto l’irresponsabile spinta e le garanzie di risposta positiva millantate da Bush, la Timoshenko ci ha riprovato, forzandogli la mano…

Così, Croazia e Albania, che non erano nella vecchia orbita sovietica (magari comuniste sì, ma a modo tutto e solo loro) hanno ricevuto l’invito a presentare domanda di adesione – funziona così, la NATO: come al Club degli scacchi – Georgia e Ucraina non hanno avuto invito alcuno[90].

Per Bush, che puntava a Georgia e Ucraina nella NATO e si è rìtrovato, forse, con Croazia e Albania, uno schiaffo che marca il declino suo e dell’egemonia americana. Un’offesa cui ancora poco tempo fa si pagava caro a dire di no, appena attutita dalla promessa di “riparlare” della questione al vertice NATO di dicembre… quando però Bush non conterà più manco un baffo essendo già stato eletto da più di un mese il nuovo capo della Casa Bianca.

E’ vero. Il segretario generale della NATO Joop de Hoop Scheffer, in conferenza stampa finale ha affermato che l’obiettivo rimane lo stesso per tutti e che c’è l’accordo “di principio a far entrare questi paesi nell’Alleanza[91]. Ma, a chi gli chiede quando, risponde…  “no comment”…

Al vertice viene anche annunciato – certo, ad indorare la pillola a Bush – il riconoscimento formale che l’Europa “avalla” il piano antimissili americano in Polonia e Repubblica ceca. Dove a decidere, però, non sarà mai l’ “Europa”  ma saranno tra loro Washington, Mosca, Varsavia e Praga in base a mille diversi fattori che, con la NATO, comunque sicuramente non avranno nulla a che fare.

Così, invece di concentrarsi a discutere sul problema reale che si trova davanti – che però non era soltanto quanto voleva Bush, cioè come “convincere” senza mollare un centimetro del ferreo monopolio USA sulla strategia e sulla tattica gli altri paesi NATO a una maggiore e più esposta presenza militare in Afganistan (l’ha fatto solo Sarkozy: manderà un “battaglione” – tra 500 e un massimo di 800 uomini: vedrete che saranno 500… – ma lo schiererà non a Sud, dove più forti sono i talebani e dove voleva Bush ma ad est dell’Afganistan…).

In definitiva. A Bucharest, gli alleati hanno bruciato una giornata di lavoro sulle due che avevano a discutere dell’inutile e dell’impossibile perché così voleva il citrullo del villaggio[92]. E si sono dedicati a questo sport futile invece di discutere del fatto urgente e importante che “la più grande alleanza militare e politica della storia sta cominciando il XXI secolo piena di  crepe e senza consenso” alcuno per principale responsabilità della potenza egemone che, considerandosi unica e quasi imperiale, tende sempre a decidere unilateralmente e, poi, a chiedere aiuto agli altri alleati “su cosa fare rispetto alle potenziali minacce che esistono e sul come far loro fronte[93].

L’Alleanza, così, si è ha sostanzialmente incartata nel vertice NATO a dibattere di improbabili e anche piuttosto provocatorie nuove adesioni tese ad allargare uno strumento di difesa multilaterale che comunque è da tempo, dalla fine della guerra fredda, in crisi profonda per mancanza di un obiettivo davvero comune.

Manca, infatti, il nemico – la minaccia, in parte presunta e gonfiata ma in parte concreta e reale, dell’Unione Sovietica, altrettanto se non più “messianica” della potenza rivale – perché semplicemente è uscito di scena. E quanti denunciano quello nuovo, l’islamismo, che si staglia all’orizzonte sanno – o dovrebbero aver capito – che non lo può certo combattere un’Alleanza militare tradizionale. Questo è sicuro. Meno sicuro, però, è il cosa fare ed il come farlo.

Putin ha partecipato all’ultima parte dei lavori, su invito quasi consueto ormai ma stavolta teso a smorzare l’acutezza del conflitto con Bush, anche se poi il presidente americano ha continuato a “sfruculiare”, come si dice (su Georgia, su Ucraina e sui missili in Polonia) anche a vertice aperto. Prima di vedersi con lui, al vertice, Putin – sintetizzando – ha detto[94] che:

• Personalmente intende ringraziare il Consiglio NATO, perché superando “remore espresse ed inespresse” gli consente di esporre direttamente il punto di vista russo sulla controversa questione dello “scudo spaziale” americano che gli americani vorrebbero mettere alle porte della Russia e che, al di là perfino forse delle intenzioni di chi lo propone sarebbe destabilizzante degli equilibri dati e “comporterebbe contromisure specifiche”. Ma il confronto sullo scudo spaziale “proseguirà a Soci”, direttamente col presidente Bush, ha concluso facendo riferimento al futuro e immediato vertice bilaterale.

• E, nella dacia presidenziale di Soci sul mar Nero, tre giorni dopo, il confronto è in effetti proseguito, finendo come si supponeva: un lungo comunicato congiunto, con toni distesi ma tutta la conferma del dissenso irriconciliabile[95] quanto alla dislocazione di elementi – radar e missili – americani in Polonia e nella Repubblica ceca.

    Infatti, recita il comunicato congiunto, “la parte russa ha manifestato chiaramente di non concordare con la decisione di installare siti antimissilistici americani in Polonia e nella Repubblica ceca, reiterando invece la sua proposta alternativa”.

    Cioè: se ce li volete mettere, come dite, per difendere l’Europa da una potenziale, futura, minaccia iraniana, intanto allontanateli dai nostri confini e metteteli più vicini a quelli iraniani; anzi, mettiamoli pure sul territorio russo, dentro le base antimissilistiche esistenti e magari da migliorare: ma, e soprattutto, sotto comando e gestione congiunta americana-russa e, magari, anche europea…

    L’America, al massimo, in proposito ha però convenuto di dire con la Russia nel comunicato di un possibile “interesse a creare un sistema globale di risposta a potenziali minacce missilistiche in cui Russia, Stati Uniti ed Europa parteciperebbero in condizioni di parità”.

    Tutto, come vedete, al condizionale… Non è affatto l’accoglimento della controproposta… Ma, certo, apre per il dopo Bush e il dopo Putin, una prospettiva comunque intrigante…

     Però, almeno, la Russia stavolta non sente il bisogno di ripetere per iscritto le sue minacce-previsioni di contromisure inevitabili se, poi, i missili americani le venissero davvero schierati ai confini (già detto e già chiarissimo…) ed “apprezza le misure che gli USA hanno proposto”, diciamo così, a chiarimento, “dichiarando che, se concordate”, ma gli USA hanno già detto di non volerle affatto concordare, “e poi implementate sarebbero importanti ed utili per mitigare le sue preoccupazioni”.

• Per quanto lo riguarda, non ci sarà nessun ritorno alla guerra fredda: impossibile e anche insensato, oggi. Ma l’esigenza è quella che noi, nel politichese italiano, chiamiamo della “pari dignità”: per tutti e tra tutti i paesi. Tutti, senza eccezione…

• La Russia, dopo consultazione, è disponibile a dare il suo accordo al transito di truppe NATO per l’Afganistan sul suo territorio (ma non, pare, al sorvolo aereo del suo territorio).

• La Russia, che è l’unico tra i firmatari ad avere finora, dopo ben diciotto anni (o, se volete, solo nove anni dalla firma del suo aggiornamento), firmato e anche ratificato il Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE), è disposta a rilanciarlo e ad andare poi avanti anche con riduzioni ulteriori. Quindi, avendo sospeso formalmente la sua partecipazione alla CFE, a questo punto è pronta a rientrare anche subito: ma lo farà solo se anche gli altri ratificano e, poi, procedono insieme.

• Sarebbe anche ora che ci ripensassero quei paesi membri della NATO – e voi sapete chi… – che hanno voluto “demonizzare” la Russia, sistematicamente scordando che, per mettere fine alla guerra fredda, c’è voluto anche un suo contributo essenziale.

• A nessuno è consentito nutrire alcun dubbio, ed è importante che sia chiaro a tutti che, se la NATO procede – oggi o domani – ad allargare la NATO oltre i confini che ha attualmente, includendo territori nuovi tra quelle che erano una volta le repubbliche dell’URSS, allora ma rigorosamente in risposta, la Russia sarà costretta a prendere le contromisure necessarie a proteggere la propria sicurezza.

• Siccome, onestamente, “è se si è seri [come qualcuno evidentemente non è] è difficile immaginare seriamente la possibilità che l'Iran possa aggredire gli USA”, invece di cercare di chiudere Teheran in un angolo a forza di pressioni e, peggio, minacce, sarebbe meglio pensare insieme a come “rendere la politica iraniana più trasparente” e più attenta, così, anche alle legittime preoccupazioni degli altri paesi.

Parole che ci sembrano nette, anche dure, ma sagge.

Come assai saggio appare il commento a tutta questa partita del prof. Robert Service, decano dei sovietologi tradizionalmente conservatori e degli studiosi di storia russa a Oxford – che pure non ha mai abbandonato, e dall’articolo, qua e là, ben appare, la sua inveterata russofobia – quando chiama senza infingimenti una “politica stupida” quella provocatoria degli USA (e di chi gli va dietro) nei confronti della Russia: tra l’altro, fa notare, che “dando il suo accordo al piazzamento di sistemi di difesa americani sul suolo dell’Europa orientale, la NATO – già… e l’Europa dov’era?... già, proprio non c’era; e, se c’era, come sempre del resto, come Europa taceva… – ha dato al Cremlino la scusa perfetta per cementare ancora la sua governance autocratica[96].

Nessuno in America, fra quelli che contano, ha trovato il coraggio di chiamarlo un fallimento – o, meglio, l’ennesimo fallimento in Iraq – e ci sembra che, nei media, sia arrivato più vicino a notarlo il NYT, chiamando impresa “inconcludente” l’assalto a Bassora che avrebbe dovuto far fuori i seguaci di Moqtada al-Sadr (“il chierico ribelle”): assalto  condotto di persona da quel grande comandante sul campo che si è dimostrato il primo ministro al-Maliqi e appoggiato, sempre di persona, dal grande stratega che è David Petraeus, comandante supremo di tutta la coalizione laggiù.

Il NYT ha, infatti, utilmente titolato sui Più di 1.000 soldati che tra le truppe irachene hanno abbandonato la battaglia a Bassora[97]: 1.500 e più in realtà, ben oltre il 10% degli effettivi schierati[98]. Non male… Ma solo un opinionista tra i grandi d’America ha trovato il modo di far osservare come l’attacco a Bassora, in realtà si sia poi concluso come una specie di “mini-Tet alla rovescia che ha sbugiardato il successo dell’impennata[99].

Al contrario, però, del fallimento americano del Tet – che fu una vittoria militare ma un fiasco sul piano strategico e su quello politico – Bassora è stata, anche, una sconfitta militare essendo proprio fallito – negli esisti proposti: far piazza pulita dei ribelli sciiti di Sadr – l’assalto da terra e dall’aria condotto dal governo sciita e dalle forze armate americane contro la resistenza.

E’ il momento decisivo – ha detto Bush che mai imparerà a stare zitto – nella storia del libero Iraq”. Ma è finito, ancora una volta, in uno stallo totale: che, nella prassi militare, per chi ha sferrato l’attacco è, appunto, una sconfitta.  

E non basta. E’ confermato che “il cessate il fuoco tra il primo ministro Nouri al-Maliki e il capo degli insorti Moqtada al-Sadr non solo è stato mediato dall’Iran ma proprio dal comandante della forza speciale Quds [Gerusalemme] della Guardia rivoluzionaria iraniana, che gli Stati Uniti hanno messo nella loro lista dei terroristi [v. 50]. Intervenuto per amore dell’unità tra sciiti (sia Maliki che Sadr lo sono).

Ecco dove ha portato questo “momento decisivo nella storia di un libero Iraq”: alla vittoria su al-Maliki di al-Sadr e del brigadier generale iraniano Qassem Suleimani[100] su Petraus… e all’ulteriore, conseguente perdita di autorevolezza politica dell’inetto primo ministro iracheno, oltre che del suo sponsor americano.

In Iraq, come a molto più che altrove, non è sempre e tanto il potere ma come viene percepito il potere a conferire a qualcuno l’autorità e una reale autorevolezza. Adesso gli iracheni hanno visto che l’esercito del Mahdi, le milizie di al-Sadr, hanno prima completamente bloccato l’attacco di al-Maliki a Bassora e che, quando poi il primo ministro ha ordinato loro di deporre le armi, non solo non ha trovato nessuna arma deposta ma non è più riuscito più a trovare l’esercito stesso del Mahdi, dissoltosi nell’aria rovente del deserto iracheno[101].

Solo allora ha potuto mandare i suoi uomini ad occupare un territorio che non era più, ormai,  occupato e – pare – ci ha anche guadagnato qualche riluttante appoggio ulteriore tra i sunniti, lui sciita, per avere attaccato altri sciiti… ma non è ancora chiaro se, al netto, ci ha guadagnato davvero, o invece ci ha perso[102].

Sulle difficoltà che ha il nuovo Iraq, sempre sotto occupazione, ad inserirsi nel contesto suo regionale la dice più chiaramente di tutti, il ministro degli Esteri Hoshyar Mahmud Zebari. Che accusa gli Stati arabi di “essersi messi in attesa a vedere come va a finire”, decisi a non metter bocca sul nodo della crescente influenza iraniana in Iraq ed a tenere le distanze dal governo di Bagdad (nessuno Stato arabo ha una vera e propria ambasciata nella capitale irachena…).

Nessuno Stato arabo – dice Zebari – è contento della crescente influenza iraniana, ma tutti mettono in questione l’indipendenza e la sovranità dell’Iraq attuale”. D’altra parte resta difficile non osservare come e quanto, quando un mese e poco più fa Ahmadinejad venne ricevuto a Bagdad (vedi qui, pochi paragrafi più avanti, l’amara battuta della senatrice Boxer) tra i primi a sbrodolarglisi addosso c’era proprio il ministro Zebari…

C’è del vero, comunque, nel lamento iracheno. Ma, nella sua leggerezza un poco incosciente, Hoshyar Zebari, che denuncia il fatto, non si chiede neanche il perché del fenomeno[103]. Di chi è la colpa se, con l’invasione dell’Iraq, è stato fatto fuori il nemico che, ad occidente, teneva anche in scacco l’Iran? Di chi è la colpa se all’Iran, invadendo l’Afganistan, è stato levato di mezzo il nemico tradizionale che, da oriente, ne frenava le ambizioni strategiche?

E poi, gli arabi tutti, ben coscienti di quanto “pesa”, in ogni senso, anche solo l’accenno di una presenza militare del Grande Fratello nei loro paesi, vedono l’occupazione militare e tutto quel che si porta dietro – guerra e guerra civile in perpetuità, di tutti contro tutti e dentro lo stesso schieramento di governo, nessuna reale ricostruzione, la negazione – inevitabile, scontata – della sovranità. Ma Zebari non si pone proprio la domanda e, quindi, guarda con stupore, forse perfino sincero, alla presa di distanza degli altri arabi. 

Come ha detto lo stesso Petraeus, deponendo (con tutto il suo mezzo ettaro di decorazioni allineate sul petto: Medaglia per servizi distinti, Croix de guerre con galloni, Stella di bronzo, Campagna del Pacifico e quant’altre patacche di latta e nastrini di stoffa che fanno impressione ai bambini di dodici anni e ai gonzi patriottardici) di fronte alle Commissioni Forze Armate ed Esteri  del Senato e poi della Camera insieme all’ambasciatore a Bagdad, Ryan Crocker: il due di coppe…, quando l’8 ed il 9 aprile è andato a raccontare che in Iraq, con l’impennata, le cose per i soldati americani vanno un po’ meglio…

Però qualsiasi progresso è “fragile e reversibile… non abbiamo svoltato alcun angolo né riusciamo a vedere nessuna luce in fondo al tunnel[104]. Per questo, dobbiamo chiedere “un po’ più di tempo”. Ma non ha risposto alla domanda, che pure gli è stata posta ripetutamente: questo tempo in più che chiedete “per fare cosa, esattamente, lo chiedete, signor generale?”.

E senza dare la minima indicazione su quale sia la strategia che lui e il presidente hanno per l’Iraq  se non quella di restarci inchiodati, Petraus si trova costretto, subito smentito da un incavolatissimo primo ministro iracheno, a dire che quella dall’iracheno voluta e da lui, comunque, appoggiata e, magari, subìta contro Bassora è stata un’operazione mal pianificata, peggio condotta e troppo anticipata rispetto ai tempi che lui – dice adesso – aveva raccomandato[105].

Una catastrofe politica, insomma. Evidenziata dal “muro di pietra eretto dal generale Petraeus”, come l’ha chiamato un senatore: non ha mai risposto a tono a un bel niente, col massimo rispetto per gli autorevoli senatori. Soprattutto, non ha mai risposto alla domanda insistita di tutti, anche molti repubblicani: “Quando finisce e come finisce, questa guerra dannata?”.

Ed è stato zitto, ma con uno stranguglione quasi evidente, anche quando la senatrice Barbara Boxer, democratica californiana, lo ha più direttamente e politicamente stuzzicato: “bel successo, eh, generale, quando dopo tutto quello che ha fatto questo nostro paese, di sbagliato e qualche volta di giusto, il governo iracheno abbraccia e bacia pubblicamente il presidente iraniano mentre il presidente americano deve intrufolarsi, in pratica, appena appena nella zona verde[106].

Petraeus non ha avuto pudore a fare un elenco preciso di “colpe” del fallimento. Colpevoli ha detto, nell’ordine, sono i paesi arabi. Hezbollah e la Siria (una delle sue tavole giganti in power point, come quelle di un piazzista di detergenti, ha rivelato, senza ovviamente nessuna prova a supporto se non il fatto che lo diceva lui, un legame tra Siria e al-Qaeda: che è davvero una novità assoluta, mentre non è affatto nuovo – e, anzi, è ben documentato[107] – che la CIA affida regolarmente gli islamismi sospetti che vuol fare interrogare più “forzosamente” alle tenere cure della polizia segreta siriana… evidentemente non credendo affatto che la Siria abbia troppi legami con bin Laden).

Poi, colpevoli, naturalmente, sono Osama, il Libano e, ovviamente e ripetutamente, l’Iran e pure, come s’è visto, anche se qui l’accusa è quella di avergli dato retta solo a metà, l’alleato primo ministro al-Maliki che ha messo in sella e sostiene l’America, si diceva una volta di altri, come la corda sostiene l’impiccato: ma pure amico, troppo amico decisamente, di Mahmoud Ahmadinejad.

Insomma, tutti colpevoli meno la sua strategia inconcludente e la scempiaggine politica di chi da Washington lo istiga e copre…

L’idea dell’impennata è farina del sacco di Cheney e dei neo-cons di stampo più antico e genuino, in prima fila Fred Kagan dell’American Enterprise Institute, così come pure loro è stata quella dell’assalto a Bassora— per marcare la differenza, ha spiegato, tra una vera linea dura combattente, quella americana, e la linea inglese che aveva concordato di ritirarsi nella zona aeroportuale lasciando il controllo materiale di Bassora all’esercito del Mahdi. Oltre che per dare una lezione ad “alleati privilegiati” ma che, dopo Blair, stavano un po’ montandosi troppo la testa su pretese di autonomia[108].

Quanto all’impennata, anche se ha strappato come forse in parte poi è stato un successo di ordine tattico e di breve periodo, ha anche cosparso i semi di un vero e proprio fallimento strategico[109] a medio termine. Perché si basa sul pagare ed armare 90.000 miliziani sunniti delle tribù insorte, dopo la caduta di Saddam, che ora dovranno essere “incorporati” nelle Forze Armate ufficiali irachene.

Gli americani li hanno “arruolati”, per così dire, per combattere e neutralizzare la presenza degli infiltrati di al-Qaeda, cosa che peraltro quegli ex insorti diventati precari alleati hanno fatto con relativo successo. Ma hanno scordato che, mentre questi possono ben essere nemici acerrimi di al-Qaeda, del quale hanno combattuto ingerenza e feroci esazioni anche nel periodo della breve alleanza nel dopo Saddam, non per questo sono mai stati, né sono, a favore di una continuata presenza americana.

Il penultimo sondaggio commissionato dagli inglesi, l’inchiesta ORB/Channel 4 del 17.3.2008 (il secondo di marzo)[110] si fa estremamente allarmante per il corpo di spedizione (e di occupazione) alleato: 1. è convinzione ormai largamente maggioritaria (sette contro tre tra gli iracheni) che le truppe americane provochino maggiore conflitto di quanto ne evitino; e, 2.,  sempre sette su dieci si dicono anche favorevoli agli attacchi contro l’esercito occupante.

L’ultimo, l’ORB/Channel 4 del 4.4.2008, getta l’allarme su quello che secondo l’ONU è oggi il problema più drammaticamente urgente per l’Iraq, dal punto di vista della catastrofe umanitaria incombente (così la chiama l’ONU stesso): 2.770.000 sfollati, gente che ha reso tale la guerra dall’invasione del 2003 che rovesciò Saddam a fine marzo 2008, esattamente cinque anni fa[111].   

In tutto questo dibattito, che ha riportato per qualche giorno l’Iraq in primo piano, ha impattato anche la campagna elettorale in corso nelle audizioni delle Commissioni del Senato e della Camera nello scontro verbale, peraltro asettico e senza alcun riferimento diretto, emerso dalle domande a Petraeus del candidato repubblicano, sen. McCain, e della senatrice Clinton alla Commissione Forze Armate.

Dice lui – dopo essersi per l’ennesima volta confuso tra milizie sciite e al-Qaeda sunnita (lui, l’esperto che vende se stesso come tale, proprio come esperto di strategia, e farfuglia senza sembrare neanche sapere di che farfuglia un po’ troppo spesso), dichiarando in pratica il falso ma come se fosse certo che sia invece un fatto che “non stiamo più guardando nell’abisso della sconfitta e ora siamo in grado di vedere una prospettiva genuina di successo”— cosa che, come abbiamo visto, neanche Petraeus (non si vede la luce alla fine del tunnel…) ha mai azzardato affermare.

E lei, a dire, mettendola al condizionale e non riuscendo neanche stavolta a farne un’affermazione netta – per il timore di non apparire abbastanza patriottarda, probabilmente – che “potrebbe ormai essere irresponsabile continuare su una linea che non ha prodotto e continua a non produrre i risultati promessi”— come se, ove li avesse prodotti, la guerra sarebbe mai diventata giusta e sacrosanta, poi[112]…  

Negli stessi giorni, il capo dei capi di Stato maggiore delle Forze armate americane, ammiraglio Mike Mullen, sente il bisogno di rendere noto che c’è qualcosa di marcio nel sistema con cui i soldati vengono mandati, rimandati, ri-rimandati e mandati anche una quarta volta magari al fronte in Iraq, o anche in Afganistan.

E questo mentre Petraeus dice che in ogni caso bisognerà che restino almeno 140.000 soldati in Iraq e il presidente, come era scontato – l’uno e l’altro mica ci devono mandare i loro figli in prima linea, no? – si dice d’accordo. Il fatto è che dell’inizio di ritiro promesso da Bush, adesso non si parla più e che, come si sapeva, ancora una volta Bush l’ha rimandato.

La verità, come ha detto con un sarcasmo insieme sottile e pesante il sen. Evan Bayh (Dem., Indiana) nel suo breve intervento (tempi contingentati, neanche 3 minuti) è che “la natura del piano di Petraus e di Bush per l’Iraq è che non ne sanno niente neanche loro, che lo sapranno quando ci saranno arrivati forse, ma che noi non sappiamo neanche se lo sapranno quando ci arriveranno. Anzi, non  sappiamo – e non sanno – neanche dove vogliono mai arrivare…[113].

Ritornando sui guai seri che stanno minando l’esercito americano con questa guerra, è un fatto che più di un quarto i soldati che tornano in Iraq per la terza o la quarta volta (dei 513.000 in servizio attivo, tutti professionisti – in America da molti anni non c’è più la leva: dunque sono i più poveri, le minoranze, quasi esclusivamente ad andare al fronte… –  andati lì in prima linea o in retrovia, più di 197.000 hanno dovuto tornarci una seconda volta e 53.000 per tre volte e più) risentono, al minimo, di sintomi di depressione seria. Sono dati ufficiali, come è ufficiale che il 27% dei sottufficiali, la spina dorsale anche oggi di ogni esercito, manifestano i sintomi tipici della sindrome da stress post-traumatico.

Da tempo i ritorni al fronte, anche per un esercito di volontari sono più spesso forzati che no, tanto che “l’esercito americano ha raddoppiato l’uso delle cosiddette ‘eccezioni morali’ per le sue truppe: per far fronte al numero di soldati che deve schierare in Iraq – come da ordine presidenziale – ha consentito a militari condannati per crimini sessuali o violenze carnali ai bambini di arruolarsi e li ha avviati al fronte[114]: dove molto probabilmente si troveranno a loro agio, se non li ammazzano…

Ha detto il generale Richard Cody, vice capo di Stato maggiore dell’esercito, che “stiamo bruciando le nostre capacità al ritmo stesso con cui le andiamo edificando. E’, soprattutto, la carenza di tempi di recupero tra un invio e l’altro al fronte che sta sottoponendo a stress incredibili sia i soldati che le loro famiglie e ponendo a rischio la determinazione delle nostre forze volontarie e professionali[115] .

Alla fine della fiera, sembra bacata proprio l’idea che le guerre condotte occupando Afganistan e Iraq possono essere vinte. E’ un prolungamento delle fantasie coloniali basate sul concetto che se impressioniamo abbastanza i selvaggi, per assunto razze inferiori, con i segni evidenti e strapotenti della nostra superiorità alla fine si rassegneranno ad allinearsi e faranno quel che diremo loro di fare: copiare la “nostra” democrazia, piegarsi alla nostra idea di “libero commercio”, dirci sissignore, insomma. Peccato che questa strategia e questa tattica, come in Vietnam si traducano in pratica sempre e soltanto nel distruggere il villaggio ed i suoi abitanti recalcitranti per salvarlo e per salvare loro…

Ci è ricapitato in questi giorni sott’occhio un articolo che chi l’ha scritto – uno dei grandi pontificatori, alla Ferrara per capirci: ma, lavorando in America, ben altrimenti possente – dell’invasione e dell’occupazione dell’Iraq, una specie di antesignano, di nascita peraltro britannica, dei neo-cons americani – dovrebbe rileggersi ogni mattina per spernacchiarsi adeguatamente allo specchio. Neanche un mese dopo l’invasione, cominciava a preoccuparsi e scriveva[116]:

… Le armi sono state comunque, il pretesto con cui l’invasione è stata venduta a un sacco di gente qui in  Gran Bretagna e con cui si è cercato di venderla in gito a tutti nel mondo… Queste asserzioni non possiamo dimenticarcele adesso, alla luce del successo di questa guerra [non sapeva quel che diceva, ovviamente: del resto, non a caso in totale sintonia con la sua cecità, solo due giorni dopo l’improvvido George W. Bush se ne andava sulla portaerei al largo delle coste irachene a proclamare il suo borioso e fasullo mission accomplished], Se alla fine non troveranno niente, nessun’arma di distruzione di massa, io – che sono un sostenitore di questa guerra – non crederò più a una sola altra cosa che mi diranno il mio governo o quello degli USA. Mai più”.  

Cosa proclamata, solennemente e pubblicamente, per ricaderci poi ciecamente ogni volta, bevendosi fino alla feccia ogni tossica menzogna poi accumulata su Iraq sempre, Afganistan, adesso, Venezuela e quant’altro…

In Pakistan, il presidente ex generale Musharraf, che deve per il momento convivere coi suoi acerrimi rivali al governo, usa la minaccia USA come deterrente possibile contro la sua rimozione. Dice di “sapere” che, se fosse costretto ad andarsene, gli Stati Uniti attaccherebbero le cosiddette aree tribali del paese e procederebbero senza remore a rapire lo scienziato nucleare pakistano Abdul Kaader Khan per “interrogarlo”, più o meno “forzosamente”, sul suo ruolo nella proliferazione degli armamenti nucleari degli anni ‘80-‘90.

Khan, scienziato nucleare di fama mondiale e padre della bomba atomica pakistana, nel 2004 “confessò” di essere “coinvolto” nel passaggio (per soldi) di materiale, componenti e disegni di armi e tecnologia nucleare alla Libia, all’Iran e alla Corea del Nord, prima dell’uscita del presidente pakistano aveva appena detto alla stampa (è da quattro anni in residenza sorvegliata, teoricamente: teoricamente, perché né Musharraf né gli americani gli hanno mai torto un capello visto che lui lo ha sempre protetto et pour cause: il venditore segreto per conto del quale Khan poi vendeva non è mai stato, poi, tanto segreto…) di essersi dovuto sacrificare come capro espiatorio per il paese[117].

Sicuro è che, specie alla vigilia delle elezioni, i repubblicani – il presidente, in specie – amerebbero pochissimo vedere Khan parlare direttamente ai media e agli americani… Insomma, si tratta di parole a loro modo credibili.

Tentando, ma tardivamente come tutti gli apprendisti stregoni, di correre ai ripari, il Dipartimento di Stato ha chiesto al governo pakistano di “inserire propri esperti all’interno del programma atomico pakistano garantendo loro”, però, “un trattamento giudico al di sopra delle leggi nazionali del paese”. Insomma, l’immunità[118]. E il governo, mentre il presidente Musharraf tergiversa ma non risponde, ha seccamente detto che non se ne parla.

Intanto il nuovo governo sta per chiudere un vero e proprio accordo che ha negoziato con le tribù militanti delle zone di frontiera e che segna, se si concretizza, una rottura profonda con le politiche seguite dal presidente Musharraf[119]. E volute, naturalmente (guerra ad oltranza), dal presidente Bush.

In sostanza: da una parte l’accordo, in quindici punti, già ufficiosamente annuncia la fine delle attività armate; dall’altra instaura uno scambio di prigionieri tra governo e gruppi armati della regione tribale del Waziristan del Sud. Gli americani hanno protestato duramente con Musharraf e col governo: ma non sembra che il primo possa garantire loro più proprio niente né che il governo nuovo voglia garantire loro più proprio niente[120].

E’ sbottato, in pubblico, il presidente dell’Afganistan, Hamid Karzai: voglio – ha detto – che le Forze americane la piantino di arrestare quelli che considerano sospetti talebani o simpatizzanti; la continua minaccia di arresti e, per dirla alla leggera. “maltrattamenti” – ha specificato – costituiscono un possente scoraggiamento a deporre le armi per chi è,  e chi viene considerato, un talebano. Bisogna poi smetterla di agire come se i covi dei talebani fossero nei villaggi afgani quando, lo sanno i bambini, qui, i veri santuari i guerriglieri li hanno sulle montagne e in Pakistan.

Bisogna anche cambiar strada, poi, e abbandonare la cieca politica che rifiuta di lasciarci addestrare e costituire una forza di polizia afgana: è un rifiuto che ha condotto a una disastrosa caduta dell’ordine e della legge.

Anche perché – ha concluso – “se l’America e il mondo [bé, il mondo… cala, cala!] vogliono avere il  successo che dicono di voler avere in Afganistan, prima devono prendere atto del carattere fieramente indipendente di questo paese e, poi, devono costruire lo Stato afgano, non infiacchirlo come fanno continuamente”.

Insomma, cinque meno meno, a dire bene, per gli alleati…

Parlando dell’impasse tra Israele e Palestina all’università americana del Cairo di ritorno da Gaza, dove ha “osato” incontrare gli esponenti di Hamas[121], l’ex presidente americano di fine anni ‘70 ha detto diverse cose chiarissime:

• Il blocco israeliano di Gaza “sta letteralmente portando alla fame quelle popolazioni palestinesi”: hanno a disposizione oggi “meno calorie di molte popolazioni nelle parti più povere dell’Africa”;

• “E’ un’atrocità perpetrata specificamente come punizione collettiva di tutto il popolo di Gaza. E la punizione collettiva è sempre un crimine, in base al diritto internazionale. E’ anche un abominio che questa situazione venga lasciata perpetuare”; 

• La verità è che Israele e Stati Uniti stanno cercando di rendere la qualità della vita a Gaza peggiore, e in modo marcato, di quella della Cisgiordania, nell’illusione di rendere così più popolari tra i palestinesi i “moderati” di al-Fatah rispetto agli “estremisti” di Hamas: rifiutano di riconoscere Israele come stato ebraico per l’eternità…; come se Israele riconoscesse Hamas o anche un qualsiasi Stato palestinese…;

• Tra l’altro ha fatto osservare che questo tipo di prepotenza eretta a politica di Stato aumenta agli occhi dei palestinesi la popolarità e la credibilità politica di Hamas, che l’Autorità nazionale palestinese a forza di far concessioni e non ottenere mai niente ne perde ogni giorno e che, dal punto di vista di chi fa questo tipo di pressioni, il risultato è del tutto controproducente: dice[122], più apertamente, quello che, negli stessi giorni, ripete con lucidità e coraggio lo stesso ministro degli Esteri dell’ANP, Riad al-Malki di al-Fatah[123].

Poi Carter, parlando ad una platea israeliana di specialisti del Consiglio per i rapporti internazionali di Gerusalemme, ha detto alcune cose importanti perché non più solo valutazioni e giudizi ma fatti accertati: Hamas gli ha detto – e ha messo per iscritto, impegno suffragato anche da quel che risulta al Dipartimento di Stato americano – che, su basi di pari dignità, si può fare tutto. Per utilizzare le sue parole: “se l’accordo si fa sulla base di una soluzione di due Stati, e del riconoscimento sia di Israele che della Palestina, Hamas poi, e sulla base di un referendum del popolo palestinese, riconoscerebbe a tutti gli effetti Israele[124].

Quello che il 39° presidente degli Stati Uniti non ha potuto garantire è che Israele riconoscerebbe Hamas e il governo che i palestinesi nel loro Stato decidessero di darsi liberamente. Ed è questo sentirsi messi sotto scacco dall’ex presidente statunitense – costretti a rispondere o, peggio, a far la figura di essere loro l’ostacolo – che fa impazzire i governanti e l’opinione pubblica più sciovinista di Israele.

L’anno scorso, del resto, Jimmy Carter aveva già detto la verità più dura per Israele: che rischia di perdersi l’anima con la politica instaurata dei due Stati, uno padrone e uno servo, che convivono –  “tipo apartheid” – dentro un solo Stato, un solo Israele necessariamente e per sempre dominato dalla popolazione ebraica e che necessariamente e per sempre dovrebbe di conseguenza schiacciare, discriminare e sottomettere, come era nel regime dell’apartheid sudafricano, la popolazione araba[125].

Forse qualcuno ricorderà che, pochi mesi fa, il primo ministro israeliano, il conservatore Ehud Olmert, senza si capisce fare il nome di Carter che Israele tiene ufficialmente alla gogna, ne ripeté pari pari l’analisi: “se arriva mai il giorno in cui collassa la soluzione [e forse anche solo la prospettiva, l’obiettivo politico] dei due Stati e ci troviamo di fronte a un scontro, tipo quello sudafricano, per arrivare al diritto di voto uguale per tutti (anche per i palestinesi nei territori) allora, subito appena questo succede, lo Stato di Israele è finito”.

Traduzione: o diventiamo due Stati sovrani, o siamo costretti ad aprire al principio dell’ogni uomo un voto che farebbe sparire Israele come ha fatto sparire il Sudafrica. Nell’immediato come Stato sionista – lo Stato degli ebrei – e, in prospettiva, data la demografia diversa tra noi e i palestinesi, anche lo Stato a maggioranza ebraica...

Insomma, in Israele non si può dire ad alta voce, soprattutto da parte della destra— ma sul punto la sinistra è uguale. Però è il primo ministro a dire che Carter aveva ragione. Tanto alto, ormai, è anche il suo allarme[126].

La segretaria di Stato, Rice, non ha saputo resistere a dire – senza neanche rendersi conto di quanto sia irrilevante averlo detto ora e di quanto lo sia stato averlo detto prima – che lei aveva fortemente sconsigliato il presidente Carter dall’andare ad ascoltare Hamas[127]. Carter, pur sapendo – almeno secondo la definizione che ne dava re Giorgio III di Inghilterra che considerava terrorista il ribelle George Washington – che chi gli parlava era considerato terrorista da tutto l’establishment della cosiddetta comunità internazionale, il suo governo anzitutto, non le ha dato retta per niente perché, poi, comunque, come ha sintetizzato il NYT, “ogni soluzione di pace definitiva dovrà necessariamente includere questo gruppo di militanti”.

In ogni caso ora a chi vuole vedere è chiaro. Anche e soprattutto ai governi. In una pagina fatta pubblicare (a pagamento) da molti giornali israeliani (quelli che non l’hanno respinta e ce ne sono stati) l’organizzazione dai pacifisti israeliani Gush Shalom è detto sinteticamente. Ed è detto chiaro:

Adesso è ufficiale: Hamas è pronto ad accettare lo Stato di Israele entro i confini del 1967: dopo l’approvazione finale in un referendum del popolo palestinese. E propone anche un cessate il fuoco. E il governo Olmert-Barak non s’è degnato di rispondere[128].

Lo ha ripetuto Carter ancora una volta: arrivava in Israele ed in Palestina dal Nepal dove aveva appena “verificato” le elezioni libere che hanno portato alla vittoria un altro interlocutore politico demonizzato dal suo paese, il partito maoista. Battezzato naturalmente partito terrorista ha vinto sconfiggendo la monarchia dittatoriale del Nepal con metodi che nessuno ha potuto accusare di carenza di democrazia. Conclude Carter – dopo aver elencato in dettaglio gli impegni che Hamas è disponibile a sottoscrivere e rispettare – che “nel Medio Oriente come in Nepal, il cammino della pace passa per il negoziato, e non passa certo isolando qualcuno— anzi nessuno[129].

FRANCIA

Con un’altra gaffe politica, Sarkozy, forse per farsi “perdonare” dall’amico Bush l’opposizione che con Merkel ha condotto all’inclusione nella NATO di Georgia e Ucraina, ha promesso, ma davanti al parlamento di Westminster e non all’Assemblea nazionale francese, in modo cioè assolutamente improprio secondo l’accusa, che la Francia aumenterà il proprio contingente in Afganistan.

Il capo del gruppo parlamentare socialista, Jean-Marc Ayrault, ha avuto così il terreno spianato nel denunciare[130], appunto, con forza – trovando un  paese largamente concorde – che l’annuncio in realtà aveva “assai poco a che vedere con l’Afganistan e moltissimo, invece, con l’ossessione ‘atlanticista’ del presidente Sarkozy nel voler far rientrare la Francia” oltre che nell’Alleanza politica anche “nei meccanismi militari” (la NATO, appunto) dai quali il generale de Gaulle – “pace all’anima sua, visto che le sue povere ossa sicuramente si rivolteranno nella tomba” – l’aveva tirata fuori in nome della dignità e della non subordinazione del paese a decisioni militari di altri.

GRAN BRETAGNA

La Commissione europea ha aperto un’inchiesta ufficiale sull’intervento (quattrini pubblici, aiuti di Stato) con cui è stata salvata, il mese scorso, la quarta banca britannica, la Northern Rock, dal fallimento. Non poteva, anche se forse voleva, evitarlo nei confronti dell’iperliberista governo di Sua maestà, mica un qualsiasi governicchio italiano, se voleva continuare ad essere presa sul serio dagli altri 26 membri dell’Unione[131].

Nei dodici mesi fino a marzo 2008, le banche hanno approvato il 46% in meno di richieste di finanziamento per acquisto di abitazioni: il livello più basso da quando hanno cominciato a tenere questa statistica, nel 1997[132].

In Gran Bretagna l’inflazione, a marzo, cresce del 2,5% nell’anno, stesso tasso di febbraio, al di sopra del target del governo, che è fissato al 2%.

Il tasso di disoccupazione ufficiale (contato, insomma, alla loro maniera) cala al 5,2% nel trimestre a febbraio e l’occupazione cresce nello stesso periodo dello 0,5%.

GIAPPONE

Dopo oltre tre tentativi falliti, e ripiegando sulla nomina del vice governatore in carica della Banca centrale, Masaaki Shirakawa, al posto di governatore, il governo ha ottenuto alla fine, e a costo di una non piccola perdita di faccia, l’assenso dell’opposizione: evitando così, di lasciare scoperto un posto delicatissimo in questa fase di gravi turbolenze finanziarie internazionali[133].

Cala dal 19 dello scorso dicembre all’11 di marzo l’indice di fiducia degli imprenditori. Lo registra, con preoccupazione, il bollettino Tankan della Banca centrale[134].


 

[1] Nota congiunturale 4.2008, Cong4-2008.doc, 31.3.2008, v TENDENZE CONGIUNTURALI  ITALIANE.

[2] La Stampa, 12.3.2008, R. Masci, Gli stipendi?Sempre più poveri: penultimi in Europa [€19.861], dopo la Spagna [€22.207] ci sorpassa anche la Grecia [€25.572:… Dietro c’è solo il Portogallo, tra i paesi più ricchi d’Europa, con €17.184, col primo dei più poveri la Repubblica ceca a €13.485; il primo in Europa, in assoluto, è la Gran Bretagna con €37.299— e, per tutti, si tratta dei salari medi annui netti del lavoratore single senza carichi di famiglia]. Per i dati dell’OCSE, 11.3.2008, cfr. www.oecd. org/docu ment/57/0,3343,en_2649_201185_40255097_1_1_1_1,00.html/).  

[3] Times, 27.4.2008, R. Woods, Rich List reveals wealthy reap profits under Labour— La Lista dei Ricchio rivela che i ricchi rastrellano fior di profitti sotto il Labour (cfr.  http://business.timesonline.co.uk/tol/business/specials/rich_list/artiche382271 1.ece?print=yes&randnum=1209375158968/).

[4] Sunday Times, 28.4.2008, The Telegraph, The Rich List 2008 (cfr. www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/ 2008/04/27/nrich127.xml/).

[5] Newsweek, 6.4.2008, Iran to OPEC: stop oil sales in dollarsBasta alle vendite di petrolio contro dollari (cfr. www.news week.con/id/130825/).

[6] New York Times, 15.4.2008, J. Mouawad, Oil Prices Surge to a New High I prezzi del petrolio vanno su nuovi record.

[7] New York Times, 20.4.2008, J. Mouawad, The Big Thirst— La grande sete.

[8] MoneyNews.com, 22.4.2008, Arab Oilmen Blame U.S. for Pricey Crude— I petrolieri arabi incolpano gli USA per il caro petrolio (cfr. www.moneynews.com/money/archives/st/2008/4/22/121527.cfm/).

[9] Guardian, 21.4.2008, Iran loses patience with Shell’s indecision L’Iran perde la pazienza con le indecisioni della Shell.

[10] l’Unità, 21.4.2008, Fame di energia: l'Eni pronta a tornare in Iraq.

[11] Guardian, 9.4.2008, U.S. Crisis:‘largest shock since Great Depression’— La crisi americana: il peggiore shock dalla Grande Depressione ad oggi (per il testo del Rapporto del FMI, cfr. International Monetary Fund, 9.4.2008, World Economic Outlook (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2008/04 /pdf/text.pdf).

[12] Washington Post, 8.4.2008, N. Irving e M. A. Fletcher, A Weekend to start fixing the world.

[13] Stessa identica impronta dell’articolo del Guardian, 14.4.2008, L. Elliott, Policymakers join forces to repair battered markets— I decisori politici mettono insieme le loro forze per riparare mercati duramente bastonati. E, nella speranza infinita, e infondata, di risollevare un po’ il nostrano morale, c’è chi in Italia (la Repubblica, 14,4,2008, Draghi: ‘La crisi dei mercati non è finita’, arriva a titolare sulle proposte di Draghi, governatore della Banca d’Italia, la cui ricetta in 65 punti raccomandata alle banche e alle autorità di vigilanza è stata sostanzialmente approvata da tutti…ma non rileva che  è stata accettata proprio perché tutti sanno che non sarà da nessun necessariamente applicata.

[14] Guardian, 9.4.2008, M. White, Economic gloom engulfs Fleet StreetFleet Street [come da noi dire Piazza Affari] affoga nello sconforto.

[15] New York Times, 16.4.2008, S. Erlanger, U.N. Panel Urges Changes to Feed Poor While Saving Environment— Gruppo di esperti ONU sollecita cambiamenti profondi necessari per nutrire I poveri e salvare l’ambiente.

[16] Guardian, 15.4.2008, G. Monbiot, Credit crisis? The real crisis is global hunger. And, if you care, eat less meat— Crisi del credito? Ma la crisi vera è la fame globale. E se vi preoccupa, mangiate meno carne.

[17] New York Times, 7.4.2008, P. Krugman, Grains Gone Wild— Il grano che va male.

[18] The Economist, 19.4.2008.

[19] A. Sen, Poverty and Famines: An Essay on Entitlement and Deprivation, Oxford University Press, 1983— Povertà e carestie: un saggio su diritti e privazioni: mai tradotto in italiano.

[20] UN NEws Center, 29.4.2008, Ban Ki-moon to lead task force to tackle global food crisis— Ban Ki-moon guiderà una task force per far fronte alla crisi alimentare globale (cfr. www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID =26491&Cr=food$Cr1 =prices/.

[21] Guardian, 23.4.2008, A. Clark, Spectre of food rationing hits US— Lo spettro del razionamento alimentare colpisce gli USA.

[22] [Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni,  Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p.393, ultimissime righe.

[23] Agenzia Stratfor, 8.4.2008, 09:15, Cina: gli esportatori usano le previsioni [e non il tasso attuale] per il valore dello yuan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/china_exporters_using_forecast_yuan_value/).

[24] Stratfor, 7.4.2008, 08 35, La Cina pensa alla possibilità di appoggiarsi sui tassi di cambio per combattere l’inflazione  (cfr. www.strafor.com/sitrep/china_exchange_rate_as_hedge_against_inflation_ considered/).

[25] New York Times, 16.4.2008, K. Bradsher, Inflation and Growth Ease Somewhat in China.

[26] The Economist, 19.4.2008.

[27] The Economist, 26.4.2008.

[28] The Economist, 12.4.2008.

[29] New York Times, 7.4.2008, R. Cohen, A Passage to Tibet— Passaggio in Tibet.

[30] Guardian, 2.4.2008, D. A. Bell, Badmouthing Beijing— Sparlando di Pechino.      

[31] The Economist, 6.7.2007, Taking stock— L’inventario sulla povertà (cfr. www.economist.com/world/international/ PrinterFriendly.cfm?story_id=9443073/).

[32] China Daily, 14.1.2008, Xie Fang, Pride and prejudice Orgoglio e pregiudizio (cfr. www.chinadaily.com.cn/china/20 08-o1-14/content_6390950.htm/).

[33] The Economist, 8.4.2008, Europeans attack the Olympic torchGli europei attaccano la torcia olimpica, in un commento per così dire fuori sacco del suo ex corrispondente a Pechino e ora a Bruxelles (anonimo, come al solito, sul settimanale britannico), tanto pragmatico da sfiorare il cinismo ma che assolutamente al dente, sul punto attaccare la torcia= attaccare la Cina=attaccarla perché si è arroganti, prepotenti e incapaci di vedere quello che la Cina ha in realtà fatto per il Tibet— e questo al di là di qualsiasi merito abbia poi questo ragionamento che, in parte, qual che merito ha (cfr. www. economist.com/blogs/certainideasofeurope/2008/04/europe_and_china_talking_past.cfm#list-comments/).

[34] New York Times, 13.4.2008, M. Forney, China’s Loyal Youth— La leale gioventù della Cina.

[35] The Economist, 12.4.2008 e 19.4.2008.

[36] The Economist, 26.4.2008.

[37] The Economist, 19.4.2008.

[38] New York Times, 22.4.2008, S. Castle e J. Kanter, Weak Dollar Weighs Heavily on Europe.

[39] Guardian, 30.3. 2008, R. Wachman, Dollar chilled by rise of euro— Il dollaro raggelato dalla crescita dell’euro.

[40] la Repubblica, 7.3.2008, F. Rampini, L’autunno di re dollaro.

[41] Project Syndicate, 4.2008, K. Rogoff [professore di economia e politica pubblica a Harvard, già capo economista del Fondo monetario internazionale], Goodbye to the dollar?— Goodbye al dollaro? (cfr. http://www.project-syndicate.org/commenta ry/rogoff41/).

[42] New York Times, 10.4.2008, C. Dougherty, European Bank Holds Fast as England Cuts Rate La Banca europea tiene duro mentre l’Inghilterra taglia il suo tasso; e per il testo della conferenza stampa con cui il presidente della BCE ha motivato la scelta, cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2008/html/is080410.en.html/.

[43] The Economist, 5.4.2008.

[44] la Repubblica, 11.4.2008, (r.c.), Serbia sfida ONU ‘E ora elezioni anche in Kosovo’ [la solita ipersemplificazione di parte, di chi come questo giornale ha deciso che ha comunque e sempre ragione il Kosovo, visto che ha comunque, anche se forse non sempre, ragione il Grande Fratello: casomai, visto quello che riferisce l’articolo la Serbia sfiderebbe  l’ONU a metà… visto che le elezioni politiche all’ONU andrebbero bene; e non in Kosovo, comunque, sarebbero queste elezioni ma solo nelle aree serbe del Kosovo… Un titolo assolutamente disonesto, come si vede].

[45] Stratfor, 7.4.2008, 03:41, Russia: Gazprom potrebbe provvedere il 33% del gas naturale all’Europa (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/russia_gazprom_could_provide_33_percent_europes_natural_gas/).

[46] Dati confermati da UNINEWS, Unicredit, 1.3.2007, Gas imports increasae— Import di gas in aumento  (cfr. http://uni news.unicredit.it/en/articles/page.php?id=7054/).

[47] The Economist, 19.4.2008.

[48] New York Times, 2.4.2008, S. Castle, Europe Starts Inquiry Into Northern Rock Aid— L’Europa inizia l’inchiesta sugli aiuti alla Northern Rock.

[49] New York Times, 2.4.2008, M. M. Grynbaum, Bernanke Nods at Possibility of a RecessionBernanke parla con riluttanza evidente della possibilità di una recessione.

[50] New York Times, 16.4.2008, M. M. Grynbaum, In Fed Report, Signs of Continued Difficulties Nel Rapporto Fed, segnali di una debolezza  [no! in realtà molto, molto di più…] che continua; (e, per il testo integrale della Sintesi, cfr. www. federalreserve.gov/fomc/beigebook/2008/20080416/default.htm#pagetop/).  

[51] Testo del comunicato e delle motivazioni ufficiali, Fed, 30.4.2008 (cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/press/ monetary/20080430a.htm/).

[52] E’ stata la tesi adombrata ed alimentata con forza da Ben Bernanke, ancora non succeduto a Greenspan come presidente ma autorevole membro del Board of Governors della Fed in una comunicazione dello stesso titolo alla riunione, 20.2.2004, degli studiosi di economia della Costa orientale a Washington (cfr. www.federalreserve.gov/ boarddocs/speeches/2004/20040220/default.htm/).

[53] New York Times, 9.4.2008, D. Leonhardt, For Many, a Boom That Wasn’t— Per molti [no, per la stragrande maggioranza!] un boom che mai c’è stato.

[54] The Economist, 19.4.2008.

[55] New York Times, 4.4.2008, M. M. Grynbaum, Unemployment Rate Rises After 80,000 Job Il tasso di disoccupazione cresce dopo il taglio di 80.000 posti di lavoro; i dati ufficiali su BLS, Bureau of Labor Statistics del Dipartimento del Lavoro,  Situazione dell’occupazione a marzo 2008 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e Economic Policy Institute, 4.4.2008, Jobs Picture— Quadro del lavoro,  (cfr. www.epi.org/printer.cfm?id=2943&con tent_type=1&nice_name=webfeatures_econindicators_jobspict_20080404/).

[56] BLS, Dipartimento del lavoro, 4.4.2008, CES, Stima delle statistiche [di per sé, una contraddizione in termini…] correnti per nascita/morte di nuove imprese (cfr. www.bls.gov/web/cesbd.htm/); per la metodologia e le informazioni tecniche sul CES americano, cfr. www.bls.gov/opub/mlr/2006/05/art4full.pdf/).

[57] New York Times, 18.4.2008, P. S. Goodman, Workers Get Fewer Hours, Deepening the Downturn— Ai lavoratori, meno ore e rallentamento che va peggiorando.

[58] New York Times, 23.4.2008, A. Liptak, Ultimate Count in U.S. Dwarfs Other Nations.

[59] New York Times, 27.4.23008, Letters, Are Too Many Americans in Prison? Ma non sono troppi gli americani in galera?

[60] Andarsi a leggere le informazioni che le imprese stesse forniscono ai loro possibili investitori (costo delle azioni, costo di un detenuto, ricavo lordo e ricavo netto sui detenuti è francamente, una lettura disumana: cfr. www.google.it/se arch?source=ig&hl=it&rlz=1g1gglq_itit265&q=corrections+corporation+of+america&meta=/).

[61] New York Times, 10.4.2008, M. M. Grynbaum, U.S. Trade Deficit Grows UnexpectedlyIl deficit commerciale USA cresce, inaspettatamente.    

[62] Real-World Economics Review, no. 45, 15.3.2008, pp. 68-69, J. E. Stiglitz, Stagflation cometh Si appropinqua l’inflazione (cfr. www.paecon.net/ PAEReview/issue45/Stiglitz45.pdf/).

[63] The Economist, 12.4.2008.

[64] New York Times, 14.4.2008, G. Kolata, Co-Payments for Drugs with High Prices— Co-pagamento per le medicine più costose.

[65] CEPR, 9.04, D. Baker, Financing Drug Research - What Are the Issues?— Il finanziamento della ricerca farmaceutica -  quali sono i problemi. Che discute a fondo e mette a confronto quattro tipi di possibile finanziamento alternativo: tutti più efficienti di quello attuale (cfr. www.cepr.net/index.php/publications/reports/financing-drug-research-what-are-the-issues/).

[66] International Herald Tribune, 25.4.2008, U.K. economy weakens; U.S. consumer confidence plummets— L’economia americana si indebolisce; crolla in USA la fiducia dei consumatori.   

[67] New York Times, 29.4.2008, M. M. Grymbaum, Consumer Confidence Slips as Home Prices Drop— Va giù la fiducia dei consumatori con la cadutae dei prezzi delle abitazioni.

[68] The Economist, 5.4.2008.

[69] Dichiara, ma... a veder bene non è proprio così. Infatti, la legge riserverà alle banche un incentivo speciale se porteranno a buon fine la vendita forzosa dei beni ipotecati: le case. E’ la condizione per concedere un credito fiscale di $7.000 a chi compra le proprietà ipotecate che tornano in possesso delle banche.

    Ora, ci sarebbe una logica economica, forse, nella  misura prevista se una casa è stata già confiscata. Ma non sembra che la cosa abbia un senso quando il processo, per essere completato, non ha bisogno di nessun incoraggiamento fiscale (le banche lo fanno ogni giorno, comunque).

    Anzi: l’idea puzza di incentivo assicurato dal Congresso alle banche non per convincerle-costringerle a rivedere, a favore di clienti e debitori, i termini diventati esosi dei loro mutui ipotecari, ma esattamente il contrario…

    Se n’è accorto – e sembra essere stato l’unico grande organo di stampa a farlo – un editoriale del Washington Post, 7.4.2008, A Pro-Foreclosure Bill Una legge che favorisce i sequestri di abitazioni. Sembra un po’ indecente, in effetti, battezzare “Legge 2008 per la prevenzione dei sequestri di case” una legge il cui scopo, tra l’altro, è anche quello di incoraggiare i sequestri di abitazioni.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

[70] New York Times, 3.4.2008, S. G. Stolberg, In Economic Drama, Bush Is Largely Offstage Nel dramma dell’economia, Bush resta quasi del tutto fuori scena. 

[71] New York Times, 4.4.2008, D. Leonhardt e M. Connelly, 81% in Poll Say Nation Is Headed on Wrong Track— Sondaggio dice che l’81% degli americani vede il paese andare a catafascio.

[72] Washington Post, 28.3.2008, P. Bacon e D. Baltz, Democrats Knock McCain’s Economic Views— I democratici attaccano le vedute di McCain sull’economia

[73] Washington Post, 25.4.2008, Bush plan to contract federal jobs falls short— Il progetto di Bush di esternalizzare gli impieghi federali non si concretizza.

[74] ABC Tv, 11.4.2008, intervista a Martha Raddatz, Bush aware of advisers’ interrogation talks Bush al corrente dei colloqui dei consiglieri sugli interrogatori [che non è la notizia: ma tale è l’insano ossequio degli americani per la Casa Bianca che, mentre danno per primi la notizia vera – che Bush sapeva e, criminalmente, assentiva: “sì, io ho approvato” – questi titolano su… altro (cfr. http://abcnews.com/WN/Politics/story?id=4633561&page=1/).

[76] The Economist, 19.4.2008; e, in Smart Money, 9.1.2008, B. Bischoff, The alternative minimum tax, sul meccanismo americano – che lascia moltissimo a desiderare sul piano quantitativo ma almeno dà l’impressione di un minimo di equità – di minimum tax alternativa (cfr. www.smartmoney.com/tax/filing/index.cfm?story=amt/).

[77] Cfr. Nota72 .

[78] The Economist, 19.4.2008.

[79] Observer, 6.4.2008, P. Harris, Democratic battle hands McCain lead La battaglia tra democratici dà il commando a McCain.

[80] New York Times, 19.4.2008, B. Herbert, Road Map to Defeat La road map verso la sconfitta.

[81] New York Times, 23.4.2008, A. Nagourney, Clinton Outduels Obama in Primary Clinton vince il duello con Obama nella primaria di Penssylvania: ma il margine non è sufficiente ad alterare la dinamica della cosa, anche se garantisce che essa va ancora avanti e che continuerà a lacerare il partito.

[82] New York Times, 20.4.2008, M. Dowd, Brush It Off Indifferenza da scartare.

[83] Guardian, 22-4-2008, R. Silverstein, Massive attack— Attacco massiccio.

[84] Già scordatisi evidentemente di quel che aveva detto appena pochi giorni prima, nel faccia a faccia con Obama e in sintonia con lui: che gli Stati Uniti avrebbero garantito la loro rappresaglia a tutti i paesi che in Medio Oriente rinunciassero essi stessi all’arma nucleare. Tutti meno Israele, ovviamente, che di armi nucleari sue se ne è fatte alcune centinaia e cui gli USA garantiscono la loro rappresaglia comunque, anche se si tengono tute le loro atomiche.  

    Il fatto è noto, da anni, a tutti i governi ed agli scienziati di mezzo mondo anche se sempre smentito ufficialmente da tutti governi israeliani. Fino a quest’ultimo che, allo scopo proprio di minacciare l’Iran (e dopo che la cosa era già candidamente sfuggita al ministro della Difesa americano, Rumsfeld) per bocca del primo ministro Olmert se ne uscì – o si lasciò sfuggire deliberatamente in una visita ufficiale a Berlino – che anche l’Iran vuole l’arma atomica: “come l’America, la Francia, Israele, la Russia…”: già, come Israele (News, Tel Aviv, 12.12.2006, Olmert: Iran wants nuclear weapons like Israel Olmert: l’Iran vuole le armi atomiche proprio come Israele (cfr. www.ynet.co.il/english/articles / 0,7340,L- 3338783 ,00.html/).

[85] Considerazione di Robert Shrum, esponente navigato e importante del partito democratico, cfr. New York Times, 1.4.2008, Carrying Primary Scars Into the General Election Portarsi dietro le cicatrici delle primarie nelle elezioni presidenziali.

[86] New York Times, 23.4.2008, edit., The Low Road to Victory La strada bassa verso la vittoria [la via facile che invece di discutere di guerra, di tortura legalizzata, di economia, di sanità, di ambiente, di riduzione dei diritti civili e delle libertà anche interne, di condizioni di vita della gente, del gap profondo ogni giorno di più tra ricchi e meno ricchi… la butta a discutere della spilletta-bandierina, se è necessario o no portarla per mostrarsi buoni americani o dell’alza- bandiera che, allo stesso scopo, dovrebbe essere fatta ogni giorno all’alba, o quasi…].

[87] New York Times, 1.4.2008, S. L. Myers, Bush Supports Ukraine’s Bid to Join NATO— Bush sostiene la richiesta dell’Ucraina di entrare nella NATO.

[88] Agenzia Italia, 2.4.2008, NATO: dopo dichiarazioni di Bush, Russia circondata.

[89] Cfr. Nota congiunturale 4-2008, Nota47.

[90] Il Giornale, 3.4.2008, NATO, invito a entrare per Albania e Croazia [ma il giornale, quello con la g, per così dire, maiuscola, semplicemente cancella nel titolo il fatto del no a Georgia e Ucraina… e a George W. Bush: e vogliamo mettere…; cfr. www.ilgiornale.it//a.pèic1?ID=2562256&PRINT=S/].

[91] Guardian, 3.4.2008, M. Tran, Macedonia walks out of NATO talks La Macedonia abbandona l’incontro della NATO [avendo imprudentemente venduto lla propria opinione pubblica per dimostrare quanto fosse gradfita nel suo caso, prima di averla in tasca, la pelle dell’orso… greco; proprio come la Georgia aveva dato per scontato che la NATO avrebbe, irresponsabilmente e provocatoriamente, fatto un pernacchio collettivo alla Russa…; e il presidente ed il governo ucraino con la loro coalizione divisa e nemica unita solo nel volere l’usbergo NATO, avevano provato a forzare la mano così, puntando su Bush, a farsi invitare superando l’ostilità dichiarata della maggioranza della loro popolazione…].

[92] Guardian, 2.4.2008, L. Harding, J. Borger e A. Chrisafis, Bush-Putin row grows as pact pushes east— La diatriba tra Bush e Putin sale con la spinta ad Est dell’Alleanza [o, piuttosto, del presidente Bush, visto poi com’è andata…

 ].

[93] New York Times, 1.4.2008, edit., The Once and Future NATO La NATO d’una volta e del futuro.

[94] Secondo la versione riportata dall’Agenzia ITAR-TASS, 4.4.2008 (cfr. www.itar-tass.com/txt/eng/) e ripresa come fonte da tutti media (qui da Corriere della Sera, 4.4.2008, Espansione della NATO: Putin attacca “E’ una minaccia contro la Russia”, cfr. www.corriere.it/esteri/08_aprile_04/putin_espansione_est_nato_f344b1be-0235-11dd-b2eb-00 144f486ba6.shtml/); e Il Secolo XIX, 4.4.2008, Vertice NATO: Putin, “Russia pronta a rientrare in CFE”, cfr. www.il secoloxix.it/italia_e_mondo/view.php?DIR=/italia_e_mondo/feed_agr/top_news/2008/04/04/&CODE=33f82f86-0238-11dd-b34a-0003badbebe4/).

[95] New York Times, 6.4.2008, Dichiarazione di Inquadramento Strategico USA-Russia, v. il testo del comunicato congiunto russo-americano nella versione resa nota dalla Casa Bianca; e New York Times, 6.4.2008, S. Lee, Bush and Putin Remain Apart on Missile Defense— Sulla difesa missilistica, Bush e Putin restano lontani. 

[96] Observer, 6.4.2008, R. Service, We provoke Russian paranoia at our peril— E’ a nostro pericolo che stuzzichiamo la paranoia russa.

[97] New York Times, 4.4.2008, S. Farrell e S. Glantz, More Than 1,000 in Iraq’s Forces Quit Basra Fight.

[98] Washington Post, 14.4.2008, Iraq Fires Policemen, Soldiers: 1,300 Refused to Fight During Clashes L’Iraq licenzia poliziotti e soldati: in 1,300 hanno rifiutato di combattere durante gli scontri [di Bassora]. Non è stato rivelato quanti altri componenti delle milizie filogovernative e quanti soldati, siano poi stati invece “arrestati”…

[99] New York Times, 6.4.2008, F. Rich, Tet Happened, and Nobody Cared C’è stato un [altro] Tet e non se n’è accorto nessuno.

[100] McClatchy Newspapers, 31.3.2008, W. P. Strobel e L. Fadel, Iranian who brokered Iraqi peace is on U.S. terrorist watch list— L’iraniano che ha mediato la pace tra gli iracheni è sulla lista dei terroristi ricercati dagli USA (cfr. www.mcclatchydc .com/227/story/32141.html/).

[101] New York Times, 8.4.2008, J. Glantz e S. Farrell, Crackdown on Militias Raises Stability Concerns— Il giro di vite sulle milizie solleva problemi per la sicurezza.

[102] The Economist, 26.4.2008.

[103] Reuters, 13.4.2008, D. Yates, Interview–Iraq to seek Arab engagement at Kuwait meeting— Intervista–L’Iraq cercherà più impegno degli arabi nell’incontro in Kuwait (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/L13277704.htm/).

[104] New York Times, 9.4.2008, M. Nizza, Watching the Iraq Hearings With Petraeus and Crocker Alla visione della deposizione sull’Iraq di Petraeus e Cocker.

[105] CNN, testimonianza diretta del gen. David Petraeus al Senato, 8.4.2008, 10:40 (cfr. www.cnn.com/2008/POLITICS/ 04/08/iraq.hearing/index.html/).

[106] New York Times, 8.4.2008, M. Nizza, Watching the Iraq Hearings With Petraeus and Crocker Guardando le audizioni di Petraeus e Crocker alla Tv.

[107] Per i riscontri più autorevoli e, appunto, documentati sulle esportazioni di cristiani (pardon, in generale di mussulmani) in Siria a fini di tortura: cfr. www.nytimes.com/2005/05/29/international/americas/29arar.html?_r=1& pagewanted=print&oref=slogin/; e www.spiegel.de/international/spiegel/0,1518,451089,00.html/. 

[108] Intervista di Frederick Kagan a T. Shipman, Daily Telegraph, 31.3.2008 – subito prima dell’assalto a Bassora, cioè… – Gordon Brown accused by US adviser over 'hasty troop withdrawal' in BasraConsigliere americano accusa Gordon Brown di ‘affrettato ritiro delle truppe’ a Bassora (cfr. www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2008/03/30/w iraq 230.xml/).

[109] Foreign Affairs, 5-6.2008, S. Simon, The Price of the Surge–How  U.S. Strategy Is Hastening Iraq's Demise Il prezzo dell’impennata–Come la strategia americana sta accelerando la scomparsa dell’Iraq (cfr. www.foreignaffairs.org/2008 0501faessay87305/steven-simon/the-price-of-the-surge.html?mode=print/).

[110] Yahoo!News, 16.3.2008, Seven out of ten Iraqis want foreign forces to leave Sette su dieci iracheni vogliono che tutte le forze armate straniere se ne vadano  (cfr. http: rawstory.com/news/2008/Seven_out_of_10 _Iraqis_want_0317.html/).  

[111] Yahoo!News, 4.4.2008, UN warns of 'very grave' problems in Iraq— L’ONU ammonisce di problemi ‘molto gravi’ in Iraq (cfr. news.yahoo.com/s/afp/20080404/wl_afp/iraqunrestun/).

[112] New York Times, 9.4.2008, B. Knowlton, More Skepticism Voiced at House Hearing on Iraq— Altro scetticismo dalle deposizioni sull’Iraq alla Camera.

[113] New York Times, 9.4.2008, M. Dowd, Toil and trouble Fatiche e guai.

[114] Guardian, 22.4.2008, E. Schor, Double numbers of ex-cons join the US army— Raddoppiano gli ex galeotti arruolati nell’esercito USA.

[115] New York Times, 6.4.2008, T. Shanker, Army Worried by Rising Stress of Return Tours to Iraq— Le forze armate preoccupate dallo stress imposto dai ritorni obbligati al fronte in Iraq.

[116] Guardian, 29.4.2003, D. Aaronovitch, Those weapons had better be there… Quelle armi, faranno meglio ad esserci…

[117] Dawn (quotidiano pakistano in lingua inglese), 7.4.2008, A. Mumtaz, Americans to attack if Musharraf steps downGli americani attaccheranno se Musharraf se ne va (cfr. http://www.dawn.com/2008/04/07/index.htm/).

[118] The Hindu, 14.2008, US seeks direct access to Pak's nuke arsenal— Gli USA cercano un accesso diretto al [cioé, di controllare l’] arsenale nucleare del Pakistan (cfr. www.hindu.com/thehindu/holnus/000200804141206.htm/).

[119] New York Times, 24.4.2008, I. Khan e C. Gall, Pakistani Militants Halts Attack as Talks Begin— La militanza [armata] pakistana sospende I suoi attacchi all’inizio dei colloqui.

[120] New York Times, 30.4.2008, E. Schmitt e M. Mazzetti, Pakistan’s Planned Accord With Militants Alarms U.S.— L’accordo in progetto con le forze militanti allarma gli USA.

[121] Esplicitamente contro i desiderata, urlati con indignazione ipocrita sia dal governo americano (come vedremo fra poco) che da quello israeliano… ma in grande sintonia, invece, con la grande maggioranza degli israeliani, il 64%  (77% nelle file dei laburisti ma anche 46% nelle file della destra: Ha’aretz, 27.2.2008, Y. Verter, Poll: Most Israelis back direct talks with Hamas— Gran parte degli israeliani sostengono negoziati diretti con Hamas (cfr. www.haaretz.com/ hasen/spages/958473.html/).   

[122] Ha’aretz,, 21.4.2008, Agenzia Reuters, Carter calls Gaza blockade a crime and an atrocity Carter bolla il blocco di Gaza un crimine ed un’atrocità (cfr. www.haaretz.com/hasen/objects/pages/PrintArticleEn.jhtml?itemNo=976086/). 

[123] l’Unità, 20.4.2008, U. De Giovannangeli, “I palestinesi perdono fiducia in noi dell’ANP”.

[124] New York Times, 22.4.2008, E. Bronner, Carter Says Hamas and Syria Are Open to Peace— Carter dice che Hamas e la Siria sono aperte alla pace.

[125] J. Carter, Palestine: Peace not Apartheid, Simon & Schuster, 2006 (cfr. www.amazon.com/Palestine-Peace-Apart heid-Jimmy-Carter/dp/07432 85026/); vedi anche per la sintesi in italiano dei principali rilievi di Carter, Eguaglianza& Libertà,15.2.2007, a cura di A. Gennari, Jimmy Carter: cosa serve per la pace in Palestina (cfr. www.eguaglianzaeliber ta.it/cerca.asp?id=0&whichpage=2/).

[126] Haaretz, 29.11.2007, A Benn, B. Ravid, S. Rosner, intervista a Olmert, “Olmert to Haaretz: Two-state solution, or Israel is done for…” “Olmert, la soluzione dei due Stati, o Israele, è finitta…”.

[127] New York Times, 22.4.2008, R. F. Worth, Rice Suggests Carter Confused Peace Process Rice dice che Carter ha messo a soqquadro tutto  il processo di pace [ma come si fa a “scompigliare” un processo di pace che di effettivamente di pace non produce niente di niente da sempre e proprio perché ignora il nodo di fondo e di sempre: che è con i nemici che bisogna trattare?].

[128] Ha’aretz, 25.4.2008, o Gush Shalom stesso (cfr. www.gush-shalom.org/).

[129] New York Times, 28.4.2008, J. Carter, Pariah Diplomacy— La diplomazia dei paria.

[130] Cfr. Nota92.

[131] New York Times, 2.4.2008, S. Castle, Europe Starts Inquiry Into Northern Rock Aid L’Europa dà l’avvio all’inchiesta sugli aiuti di Stato alla Northern Rock.

[132] The Economist, 26.4.2008.

[133] Mainichi Daily News, 9.4.2008, Diet stalemate over BOJ governor appointment finally comes to an end— Lo stallo della Dieta sulla nomina del nuovo governatore della Banca del Giappone ha finalmente fine (cfr. http://mdn.mainichi.jpnatio nal/news/20080409p2a00m0na035000c.html/).

[134] The Economist, 5.4.2008.