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     07. Nota congiunturale - luglio 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

 

Angelo Gennari

 

 (30.6.2015)

(chiusura:  18:57)

  

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc423450304 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc423450305 \h 1

Crescita del PIL mondiale  2015- 2016 ( previsione – grafico ) PAGEREF _Toc423450306 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE... PAGEREF _Toc423450307 \h 3

Gli scontri in atto nel nord della Siria: lo SI (per ora) arretra: e non sembra più proprio invincibile  (mappa) PAGEREF _Toc423450308 \h 10

Qui in America, non si fidano proprio più di nessun presidente... (vignetta) PAGEREF _Toc423450309 \h 11

in America Latina.. PAGEREF _Toc423450310 \h 12

in Africa.. PAGEREF _Toc423450311 \h 14

CINA.... PAGEREF _Toc423450312 \h 15

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc423450313 \h 17

EUROPA.... PAGEREF _Toc423450314 \h 19

Ma, dei due bulli, chi è davvero il più arrogante?   (vignetta) PAGEREF _Toc423450315 \h 19

Ma a che cappio serve davvero la NATO?. PAGEREF _Toc423450316 \h 20

Dicono di volerci davvero provare... ma non ci crede nessuno... (vignetta) PAGEREF _Toc423450317 \h 22

Il male finnico  (grafico) PAGEREF _Toc423450318 \h 26

Islanda, il discolo, e Irlanda, il campione degli austeriani: sì?   (grafico) PAGEREF _Toc423450319 \h 27

Ma non è il piano a mancare, sono idee  e capacità di vedere quel che dice l’esperienza e non gli esperti... PAGEREF _Toc423450320 \h 29

La roulette greca: il revolver è in mano a Merkel...,  ma è Tsipras che è in canna   (vignetta) PAGEREF _Toc423450321 \h 30

Il caso Argentina: quando un default non è poi una parolaccia e una rovina per niente   (grafico) PAGEREF _Toc423450322 \h 40

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc423450323 \h 43

FRANCIA.... PAGEREF _Toc423450324 \h 48

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc423450325 \h 49

Eccovi i diritti dell’uomo e del lavoro dell’uomo (e della donna, sì) sotto i conservatori, Cameron (e Renzi) PAGEREF _Toc423450326 \h 49

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc423450327 \h 50

 

 

 L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di luglio 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza:

Il 1° luglio cambio della guardia alla UE per la presidenza semestrale di turno che tocca al Lussemburgo;

9-10 luglio,VII Vertice dei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, a Ufa, nel Bashkortostan (da noi più nota come Bashkiria delle repubbliche e sottorepubbliche della Russia, tra il Volga e gli Urali, proprio quella Russia che gli USA stanno disperatamente tentando di tenere invano nel bagnomaria delle loro sanzioni; Putin ha segnalato che assicurerà la continuità dell’azione dei BRICS con quella messa in moto durante la presidenza brasiliana, promuovendo anche dice nuove idee e iniziative e il suo ruolo sia negli affari regionali che “a supplemento e in competizione stimolante – dice – a livello generale internazionale.

●L’OCSE ha cambiato, in peggio, le previsioni avanzate sulla crescita globale e predice ora un  PIL mondiale al massimo quest’anno al +3,1%  invece del 3,7 pronosticato a novembre. I primi tre mesi del 2015, sono stati di media i più deboli per il PIL di ogni altro trimestre da quando è scoppiata  la crisi finanziaria. L’OCSE ha diagnosticato un’economia mondiale che stenta a  avanzare e gli ha dato un voto del 4 meno meno. Per tornare alla sufficienza, ci vogliono investimenti (e consumi). Un possibile default della Grecia è uno, ma solo uno, dei fattori che alimentano ovunque l’incertezza (OCDE/OCSE, Interim Economic Outlook, 6.2015― http://dx.doi.org/10.1787/  eco_outlook-v2015-1-en).     

● Crescita del PIL mondiale  2015- 2016 ( previsione – grafico )

% di variazione rispetto a un anno fa

nell’ordine: CINA ▬▬ MONDO  ▬▬ USA ▬▬ EUROZONA ▬▬ GIAPPONE ▬▬

Fonte: The Economist, 12.6.2015

●In una lettera enciclica dal titolo, in italiano del ‘200 (“Laudato sii”), proprio del primo Francesco, quello di Assisi (che The Economist, 19.6.2015, The pope and the environment Il papa e l’ambiente http://www.economist.com/news/americas/21654651-pope-cries-out-planet-latin-america-listens-attentively-quizzically-what) pure razionalmente e non come altri visceralmente critico, definisce “leggibilissimi e anche bello”, papa Francesco va giù duro, sul tema dell’ambiente e di come questa economia, privilegiando gli interessi dei meno e dei più ricchi su quelli dei più e dei più poveri, va distruggendo il pianeta a danno di tutti. Ma dei più, subito: prima.

Ne hanno parlato e sparlato per partito preso – a priori – in tanti. E ne hanno parlato, con cognizione di causa vera, anche “scientifica” in pochi (il papa sì). L’enciclica di papa Bergoglio, è in buona sostanza  una  sintesi di quello che si chiamava “alter-globalismo”, una visione alternativa, radicalmente “altra” del mondo e della sua sopravvivenza che recupera i temi e le lotte di decenni di emancipazione latino americana e i terzomondismo anche spesso direttamene dei forum sociali mondiali che hanno ridotto a brandelli, senza ancora riuscire a sostituirla ma sgretolandola, l’idea e l’insistenza su questo tipo criminale di sviluppo. Un grande “affresco degli impegni presenti e futuri dei cristiani e degli uomini di buona volontà” che il papa dice – e chi scrive spera non presuma soltanto – di  volere e poter reclutare per questa vera e propria campagna letteralmente globalizzante.

La distanza con le dinamiche interne che continuano a muovere e sommuovere il contraddittorio mondo cattolico e i cristiani, e si sono riflesse anche al suo interno nelle polemiche meschine di Curia, giocate tutte su voci e rumori e fughe di stampa con papa Bergoglio, figlio di contadini piemontesi emigranti in Argentina, la Chiesa si emancipa da una ritualità spesso ipocrita, sempre subalterna, e assume l’opzione della pastorale della terra.

Per gli ultimi, per il rispetto della natura, contro lo sfruttamento selvaggio del capitalismo finanziario, per il riequilibrio dei beni e delle risorse, per una pace che sia l’unica ormai possibile: il risultato, cioè, di una maggiore giustizia sociale  che si costruisca in modo visibile e credibile per i più: ogni giorno e giorno dopo giorno.

La diagnosi di Francesco è precisa quanto impietosa. La distruzione ambientale in corso accelerato è figlia dell’apatia generalizzata e colpevole, dei tanti, dei più; dal perseguimento sfrenato del profitto a ogni condizione e ogni costo per gli altri; da una smodata, quasi sconfinata, fiducia nella tecnologia; associata a una miopia politica quasi totale. E fa appello a una radicale trasformazione di politica, economia e stili di vita individuali capaci di fare i conti col degrado ambientale e il cambiamento di clima.

E diagnosi e denuncia si esprimono spesso con un linguaggio forte, pungente, inusitato e profondamente allarmato e giustamente allarmante anche se non allarmista per  un documento di questo stampo. Per citare tra virgolette solo un passaggio: “Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni” del mondo.

Argomenta anche, infine, la sua contrarietà a quello che è lo strumento preferito dell’ambientalismo “moderato” contro l’inquinamento globale: il cosiddetto commercio di crediti delle emissioni di anidride carbonica, che si limita semplicemente – annota – a creare nuove forme di speculazione finanziaria e non porta ad alcun “cambiamento radicale”. Già... ma è proprio al cambiamento, tanto più se poi pure radicale, che lor signori sono proprio contro.

Ma è la stessa premessa che innerva questo come gli altri messaggi di Bergoglio a far diventare matti di rabbia quanti amano invece e servono capitale e capitalismo: che “l’unica legittima relazione umana è quella basata su cmpassione (il “patire insieme”), l’armonia tra gli esseri umani, se volete l’amore; e che altri rapporti basati sull’auto-interesse e la concorrenza tra gli esseri umani sono di per sé distruttivi”.

Così sintetizza, radicalmente deplorandola ma in termini almeno formalmente rispettosi, la premessa di papa Francesco e di tutto il suo fare, un osservatore profondamente conservatore e un convinto repubblicano americano (New York Times, 23.6.2015, D. Brooks, Fracking and the Franciscans La tecnologia del fracking e i francescani http://www.nytimes.com/2015/06/23/opinion/fracking-and-the-franciscans. html?_r=0).

Questo, per dire, di uno che non è d’accordo su niente col papa perché è un aedo convinto, lui, del “libero mercato” come lo chiamano lor signori, del capitalismo ma che malgrado la rabbia e il disprezzo profondo per questo papa “francescano” – termine che utilizza come un insulto quasi – ci   tiene a apparire come uno formalmente rispettoso. Uno gnorri sesquipedale, invece, che potrebbe anche diventare – non si sa mai lì... – il prossimo presidente degli Stati Uniti, Jeb Bush terzo – uno che non a caso sta a cuore ai nostri di CL, ha subito detto che il Papa si deve interessare di altro: dell’anima e basta.

E altri repubblicani americani a lui vicini – gente pure più strana anche di un reazionario clericale come da noi un Antonio Socci (quello che giura sull’elezione “irregolare, nulla e non avvenuta di Jorge Bergoglio a papa”), per dire, ha aggiunto che “il papa ormai si è lasciato andare a una teologia della liberazione piena ― teoria  tra l’altro inventata di sana pianta a proposito dal KGB sovietico(S. Malloy▬ pic.twitter.com/vzcmtpG6wX)― che, come noto era costituito da raffinati teologi.

Intanto, però, stanno preparando già in molti una gigantesca sordina mediatica nazionale e globale da far calare sull’Enciclica; poco se ne sentirà parlare sui grandi media cosiddetti mainstream. Nè i partiti che si definiscono cristiani (o social-democratici), integranti ormai e costitutivi dello stesso sistema sembrano affatto gradire poi l’irruzione sul tema di Bergoglio. Un motivo in più per leggerla e diffonderla, anche per non sentirsi del tutto soli e per non far sentire solo il papa latino- americano (Link integrale al testo italiano http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-n francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html e links in Arabo/Fr/Ingl/Pol/Port/Sp/Ted  e – a breve, viene spiegato – in tutte le principali lingue moderneCin/Giapp/Indi/Rus...).  

●Una notizia, a suo modo anch’essa di qualche rilievo (New York Times 17,6.2015, M. Isaac e N. Singer, California Says Uber Driver Is Employee, Not a Contractor― La California sentenzia che gli autisti della Uber sono lavoratori dipendenti e non autonomi a contratto http://www.nytimes.com/2015/06/18/business/uber-contests-california-labor-ruling-that-says-drivers-should-be-employees.html?_r=0), quella in arrivo dalla culla del neo-liberismo, patria della deregulation e del diritto sovrano all’imprenditorialità selvaggia che si mette sotto i piedi impunemente e liberamente i diritti di lavoratori e utenti in nome della libertà selvaggia del mercato.

Il fatto è che ora è arrivata la sentenza dell’Ufficio, di fatto il Tribunale sulle controversie di lavoro, della California – risale allo scorso marzo, ma è ora pubblica dopo l’appello avanzato negli interessi di Uber, la società che sfruttando un App elettronico su smartphone e affini pretende di scavalcare le regole del lavoro – l’ennesima – che finora qui come un po’ in tutto il mondo si applicavano al trasporto pubblico di privati: sui taxi.

Uber ha paura, adesso: se succede anche qui, il precedente per i suoi interessi può essere esiziale―  le imporrebbero ovunque regole, norme, tasse e balzelli validi per chiunque voglia gestire un servizio pubblico o che al pubblico si rivolge.

●Novità di rilievo, per l’ultimo feticcio del neo-liberismo che pareva puntare, anche se con resistenze non lievi, a svilire il lavoro umano, deregolando il trasporto pubblico e privatizzandolo tutto, senza più norma alcuna. Ormai la regola potrebbe davvero imporsi dovunque, come si dice “far precedente” anche e perfino in America... E tremano: da Milano a Johannesburg...

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

Dei tre gravissimi atti di terrorismo islamista che, pressoché contemporaneamente, il 25 giugno hanno decapitato un imprenditore francese a Lione, fatto (per ora) 38 morti in un resort turistico di Sousse in Tunisia e un’altra trentina di vittime durante la preghiera del venerdì in una moschea di Kuwait City, il più politicamente significativo – se non fosse che nel contesto suona davvero quasi osceno – è forse quest’ultimo.

Qui è subito stato chiaro che il bombardiere era un “lupo solitario”, ma anche che era stato supportato passo per passo in tutto il percorso che ha fatto da una cellula estremista wahabita della setta che è al potere nel suo paese d’origine in Arabia saudita. Una ricostruzione fatta, diciamo, procedendo all’indietro a partire dalla detonazione dell’uomo-bomba, il 22enne Fahad Suleiman Abdulmohsen al-Gabbaa, lo mette in  solare evidenza:

• l’autista che lo ha portato dalla città fino alla moschea, che era al corrente e ha appoggiato quanto intendesse fare, era un residente illegale nel paese (oltre la metà della popolazione; ma) della comunità bedoon― in arabo senza (nazionalità), tal Abdulrahman Sabah Eidan Saud;

• a Kuwait  City, le autorità hanno adesso anche arrestato il proprietario di una “casa sicura” che ha ospitato per qualche ora il dinamitardo-suicida rifornendolo degli esplosivi che poi ha impiegato;

• e hanno anche messo in galera altri sette cittadini kuwaitiani, tutti sunniti, e tutti convinti – in misura solo un po’ più fanatica dei loro governi di tutto il Golfo che bisogna comunque “punire” gli sci’iti (la moschea fatta esplodere era una delle più antiche del paese che ha oltre 1/3 della popolazione di quella minoranza sistematicamente repressa e discriminata.  

l’attentatore risulta alle autorità inquirenti essere stato passo passo supportato dalla partenza in Arabia saudita a Kuwait City via Bahrain da una rete d’appoggio che ha funzionato sneza alcun intoppo, perfettamente.

In definitiva, qui non si è trattato affatto di un “lupo solitario” ma almeno di tre lupi, certo solitari nel senso di separati, ma anche uniti e legati – a parte il vincolo ideologico che ha motivato i tre attentatori – della punta esplodente di un complesso sistema d’arma vivente in collegamento indiretto ma ideologicamente non per questo meno stretto e cogente.

●A partire da quando, l’ultima settimana di marzo, l’Arabia saudita ha cominciato a bombardare lo Yemen, il cui nuovo governo a leadership Houthi non teneva conto dei suoi ordini pretendendo di auto-governarsi sul serio, la monarchia wahabita ha dovuto contare almeno una trentina morti di guardie di frontiera a causa delle rappresaglie mirate dei guerriglieri yemeniti la cui tattica punta chiaramente a trascinare i sauditi a difendere il loro territorio, contrattaccato. Cosa che, però, resistono a fare.

I sauditi hanno sicuramente la capacità di invadere il nord-ovest dello Yemen ma in pochi credono davvero che potranno vincere un volta per tutte occupandolo e dominandolo contro gli Houthi nello scontro armato a terra di lunga lena cui essi li costringerebbero. Finora la martellante offensiva aerea saudita ha distrutto quasi tutta l’infrastruttura moderna dello Yemen – secondo la preoccupata e disperatamente inutile mediazione dell’ONU – un “disastro umanitario” senza fondo: ma non è riuscito a piegare gli Houthi portandoli a ritirarsi nelle loro ridotte del Nord. Né portarli ad accedere alle loro richieste/pretese (NightWatchKGS, 31.5.2015, Yemen and Saudi Arabiahttps://www.ezsubscription. com/nnl/content/content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150531).

Però, poi Hadi fa come se ancora contasse qualcosa: quando chi bombarda per conto terzi, per conto proprio suo, non  riesce a far cambiare idea a chi davvero oggi governa il paese per conto suo – dicendo che con gli Houthi non tratterà mai se prima non si arrendono (Al Arabiya/World Bulletin, 3.5.2015, Hadi to meet with Houthis Hadi incontrerà [ma dice che non negozierà] con gli Houthi http://english.alarabiya.net/en/webtv/news-bulletin/2015/05/11/1800GMT.html). E, poi, ancora un volta ci ha... ripensato: ci andrà, anche se non accetta – dice – “pre-condizioni”. Ma l’importante è che egli abbia ritirato le sue...

L’obiettivo immediato dell’esercizio è di strappare, intanto, un cessate il fuoco per il 17 giugno: l’inizio del mese di Ramadan.  A questo sembrano aperti i contendenti. Ma di un cessate il fuoco al massimo si tratterebbe: attacchi aerei e bombardamenti a tappeto andranno avanti e gli Houthi non faranno, comunque, un passo indietro. Ma gli ostacoli si moltiplicano sul percorso della mediazione dell’ONU: prima la delegazione Houthi, avvisata all’ultimo momento della “sosta tecnica” imprevista che l’aereo per Ginevra avrebbe fatto proprio in Arabia saudita, ha rifiutato di partire...; poi, la delegazione viene bloccata dall’Egitto che, non riconoscendone il governo, malgrado l’invito e la convocazione dell’ONU, li ferma a Djibouti non consentendone neanche il transito per il Cairo...

L’ostacolo è quello del  governo “ufficiale” ma inesistente, se non nelle rastrelliere dei vani bombe dei cacciabombardieri sauditi, dell’ex presidente Hadi che rifiuta ogni cessate il fuoco prima a succedere al JKofi Annan anni fa che og ni tant o veva e osava dire senza li  Houthi, che controlla quasi tutto il territorio.

Alla fine, l’impotenza del travicello segretario generale che l’America volle a capo dell’ONU al posto del ghanese Kofi Annan, che aveva detto di voler rieleggere ma che cominciava a manifestare ogni tanto senza averne prima l’imprimatur anche qualche idea sua, nell’assicurare la presenza della delegazione yemenita che lui stesso aveva invitato. E, quando ormai anche dopo un giorno di ritardo, sulla data d’inizio della conferenza, gli inviati di Sana’a non erano ancora riusciti a arrivare a Ginevra, si è appalesata nella scusa goffa e grottesca che ha usato “solo per ragioni tecniche”– e, poi, ha concluso con l’ennesimo flebile, vagito-appello a una “tregua umanitaria”: al confronto del quale, quello del papa è un potente boato ciclopico che tuona come quello di Polifemo.

Mentre i sauditi, con lui che continua a cianciare di tregua, buona volontà e pericoli per la pace, stanno diroccando dal cielo lo Yemen e la sua vecchia capitale Sana’a, straordinaria città cavata nella roccia color ocra, colorata a gesso e patrimonio dell’UNESCO, fregandosene, com’era assolutamente scontato di ogni invocazione all’umanità e scatenando sull’antico paese della regina di Saba un’ondata di distruzione e rovina umana e culturale su scala che lo Stato Islamico potrebbe solo sognarsi (Al Jazeera/Doha, 15.6.2015, UN chief opens Yemen talks― Il capo [ma si fa davvero solo per dire...] dell’ONU apre i colloqui sullo Yemen ▬ http://america.aljazeera.com/articles/2015/6/15/un-chief-opens-yemen-talks.html)... e mentre i vecchi ribelli che sono il nuovo governo a Sana’a continuano in rappresaglia a “molestare” le guarnigioni e i nuovi fortini eretti appena dentro i suoi confini dal nuovo re, Salman  bin Abd al-Aziz Al Saud...

Non esistono più dubbi sulla sistematica e studiata dimensione mirata alla distruzione della cultura e della storia yemenita – otre 3.000 anni fa inventarono e diffusero nel paese e in tutta la regione fino ad arrivare ai giardini pensili di Babilonia, l’agricoltura a terrazza e i sauditi ne stanno distruggendo ogni vestigia – come attesta ad archeologi e restauratori americani e francesi, che avevano lavorato nel paese per anni, il direttore generale delle Antichità e dei siti museali yemeniti, Mohannad al-Savani, che testimonia della “polverizzazione” di almeno 25 siti e monumenti storici con oltre 20 secoli di storia alle spalle (New York Times, 26.6.2015, Lamya Khalidi, Yemeny Heritage, Saudi Vandalism Il retaggio dello Yemen e il vandalismo saudita http://www.nytimes.com/2015/06/27/opinion/yemeni-heritage-saudi-vandalism.html?_r=0).

Ora, il bellicoso re bomba di Riyād (nuovo sì, ma maturo: da principino ereditario è diventato re, mesi fa a 81 anni... che manco Carlo d’Inghilterra può batterlo),  forse e senza forse a capo della monarchia più reazionaria del mondo, sta dando il via libera ai suoi scherani islamisti di più stretta obbedienza wahabita che la pensano in tutto come lui se non sul fatto che magari, sul punto d’accordo con lo SI, vorrebbero veder magari comandare il califfo al suo posto, al secondo giorno dei colloqui “di pace” di Ginevra, ancor calda la poltrona di Ban Ki-moon,   nella capitale martirizzata dal cielo, a Sana’a, hanno attaccato e fatto strage con quattro auto cariche di esplosivo la sede centrale degli Ansarullah, il partito politico Houthi e sci’ita, la moschea di Hashuish, pur essa sci’ita, nel distretto di Jiraf, la moschea di Kidsi, a Zira e quella di Qubat al-Khadra sempre in altri rioni sci’iti della capitale.

Formalmente l’attacco che era stato a caldo rivendicato dai “servitori del re e di Allah” e che comunque gli Houthi a lui attribuiscono avendo operato anche decine di arresti tra quelli che denunciano come agenti dei servizi segreti sauditi, è stato poi reclamato come loro dall’ISIL che si è vantato – non sconfessato da Salman e dai suoi – di avere compiaciuto Allah inviando all’Inferno (―  uama― ﺣﻄﻤـة) almeno  cinquanta bambini, vecchi, uomini e donne colpevoli confessare l’eresia sci’ita (anche qui, al solito vigliaccamente, sono dichiarazioni anonime postate on-line,o addirittura Twitterate, dai servitori del re, che rivendica a sé il titolo di “custode delle due sante moschee di Mecca e Medina” o, direttamente, servitori di Allah e della sua a loro rivelata volontà ad autoproclamarsi piamente responsabili― proprio come i frati e i vescovi che guidarono il massacro della notte di San Bartolomeo contro gli ugonotti in Francia, nel 1572, no? (Stratfor, 17.6.2015, Attacks  against ‘Houthi aspostates’ claimed by Saudis and ISIL Gli attacchi contro gli ‘apostati Houthi’ rivendicati sia dai  sauditi che dallo SI https://www.stratfor.com/situation -report/yemen-4-car-bombs-kill-dozens-sanaa

 

In effetti, ormai è la presenza stessa dell’ISIL e dei gruppi che ad esso si richiamano ad aver complicato di per sé ogni dilemma relativo alla sicurezza di un territorio o di un’area dove si  sia in qualche modo insediata. Nessun cessate il fuoco che fosse mai possibile concordare a Ginevra tra yemeniti e sauditi diciamo, obbligherebbe l’ISIL a qualcosa in un negoziato cui non è stato mai neanche presente né da nessuno è, in alcun modo, rappresentata. Come, del resto, attentati e crimini che di tanto in tanto gli uomini dello SI vanno perpetrando a Gaza, per dire, non sono sicuramente ascrivibili, anche se Israele ci prova, a responsabilità di Hamas. Se non è dimostrabile e dimostrato (NightWatch, 16.6.2015, Houthi, Saudi and ISIL: in Geneva and in Yemen https://www.ezsubscription.com/nnl/ content/content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150616).

●Intanto, a Ginevra tutto sembra destinato inevitabilmente a finire in coda di pesce e per ora, subito, in farsa. S’è scatenata addirittura una scazzottata pubblica in diretta Tv a latere della conferenza fra le fazioni yemenite in guerra tra loro (Daily Mail, 18.6.2015, Agenzia Reuters, Melee erupts at Yemen peace talks, underscoring rift ― Mettendo in evidenza le spaccature, scoppia la zuffa ai colloqui sulla pace in Yemen http://www.dailymail.co.uk/wires/reuters/article-3130019/Melee-erupts-Yemen-peace-talks-underscoring-rifts.html). L’hanno scatenata contro la delegazione degli Houthi, il cui capofila, Hamza al-Houthi, secondo i presenti, è rimasto del tutto imperturbabile e anche altezzosamente sprezzante del “chiasso” organizzato dai delegati dell’ex governo rifugiatosi nell’esilio dorato saudita, che hanno tirato scarpe e strillato insulti fino a venire fisicamente espulsi dal servizio d’ordine.

●Verso metà giugno, tenendo al caldo su bracieri anche diversi ormai tutti gli strumenti di cui dispone – ma questo, per ora, come di riserva e soprattutto, ormai, di potenziale alternativa/minaccia e alla faccia di ogni sanzione decisa da Washington – il ministro della Difesa e vice principe della corona, il secondo erede designato del regno saudita,  Mohammed bin Salman – appena trentenne e comandante della campagna di bombardamenti nello Yemen – ha incontrato a San Pietroburgo il presidente Putin  (Financial Times, 17.6.2015, S. Kerr e K. Hille, Saudi defence minister meets Vladimir Putin for talks on Syria Il ministro della Difesa saudita incontra, per discutere di Siria, Vladimir Putin http://www.ft.com/intl/cms/s/0/4e08e29e-14fa-11e5-9509-00144feabdc0.html#axzz3ddKlO5N2).

Mosca, che continua apertamente a sostenere il governo di Assad, è però alla ricerca anche di possibili vie alternative per uscire dalla morsa di una guerra civile che infogna da anni quel paese senza dover cedere la strada ai tagliagole jihadisti appoggiati, anche poco discretamente, da Turchia e Qatar.

●Intanto, l’Iran ha inviato una seconda nave, la Arezula  savia donna, carica di aiuti umanitari allo Yemen da Bandar porto, attracco, rifugio Mahshahr . Lo ha reso noto il presidente della Mezzaluna rossa della città, situata proprio al centro del paese e nel cul de sac che l’Iran forma sul Golfo persico con l’emirato del Kuwait. Sono 8.000 tonnellate di riso  e 1.000 di zucchero  cui ora, nel porto di Shahid  Rajaee, a Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz, più  sud, si aggiungerà un carico di farina proseguendo poi lungo il Golfo fino allo Yemen. Lo stesso percorso che intendeva fare la precedente nave soccorso iraniana, l’Iran Shahed che fu costretta però a  trasbordare il carico a Djibouti (Stratfor, 6.6.2015, Yemen: Iran Dispatches Second Aid VesselL’Iran invia una seconda nave di aiuti umanitari allo Yemen https://www.stratfor.com/situation-report/yemen-iran-dispatches-second-aid-vessel).

●In un processo di routine o quasi, a Londra, di uno svedese, tal Bhertil Gildo, accusato di favoreggiamento al terrorismo in Siria, ha visto crollare con grande rumore tutto il cartello d’accusa quando la difesa ha dimostrato, e la corte accettato, che era proprio l’intelligence britannica,  per ragioni politiche “inconfessate ed inconfessabili”, dice l’atto di annullamento del procedimento chiesto dall’accusa, “nell’interesse”, dice, “della Corona” che l’imputato era accusato di spalleggiare i suoi stessi terroristi.

L’MI6 britannico – il servizio di spionaggio estero, quello di James Bond per capirci – collaborava  da anni – e il processo adesso lo ha provato – insieme alla CIA americana a rifornire di armi anche pesanti i ribelli siriani e proprio quelli maggiormente capaci e spietati legati all’ISIS, trasferendo loro, a centinaia e centinaia di pezzi, armi (cannoni e carri armati compresi) catturati in Libia nel 2012 dopo la caduta di Gheddafi.

Fa rilevare già titolando il pezzo – che esce qui a Londra, e non in America dove la sbrindellata foglia di fico della sicurezza nazionale cerca di coprire, o magari solo annacquare all’americana, cioè ormai  spesso senza successo: per presunzione di onniscienza e crassa incompetenza, tante infamie e vergogne di Stato – Seumas Milne, specialista conosciuto e stimato dell’intelligence americana, sul Guardian del 3.6.2015,  che “Adesso viene finalmente fuori la verità: su come gli Stati Uniti (di cui gli inglesi, come sempre da un secolo,  sono sempre e solo stati la scodinzolante e ossequiente  appendice)  hanno alimentato la nascita dell’ISIS in Siria e in Iraq Now the truth emerges: how the US fuelled the rise of Isis in Syia and Iraq http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/jun/03/us-isis-syria-iraq).

Proprio come ieri fecero, per presunzione, ignoranza e incompetenza coi talebani in Afganistan, ai tempi di Reagan, di Brzezinski e di Carter: perché essendo i sovietici cattivi, i talebani erano, di certo, loro per definizione, buoni...

●Concludendo, poi – più che ragionevolmente l’A. – che iracheni, siriani, e tutti i veri nemici del nichilismo tagliagola dell’ISIS, il settarismo terrorista che impazza non lo vedranno sicuramente sconfitto dalle stesse potenze che per prime così solertemente lo incubarono. Adesso, l’Iran che,  da una parte, lo lascia intendere e per diversi giorni non lo smentisce salvo farlo ufficialmente in un secondo momento, sostenendone che non ce n’era proprio il bisogno, avrebbe inviato 15.000 combattenti in Siria per rovesciare i recenti rovesci campali subiti dalle truppe di Assad. I militanti che sostengono Assad, includerebbero ormai iraniani, iracheni e anche afgani e sarebbero ormai arrivati a battersi contro i jihadisti intorno a Damasco e a Latakia.

Le informazioni in arrivo dai vari fronti e da chi li studia dicono che l’aspettativa è che questi nuovi combattenti daranno ora una mano a riconquistare alle forze  governative, che di recente l’avevano almeno in parte ceduta allo SI, la provincia di Idlib. Il comandante della cosiddetta Forza Quds Gerusalemme, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana, il magg. gen. Qasem Soleimani si ha ispezionato e studiato anche più a ovest la zona di Latakia nei giorni scorsi per preparare la campagna.

Soleimani, parlando con i media ha, in modo che se non si trattasse di lui suonerebbe anche presuntuoso, detto che il mondo si meraviglierà per l’ “efficacia della controffensiva che insieme all’esercito regolare siriano è ormai in preparazione (Agenzia  IRNA/Teheran, 4.6.2015, Iran’s IRGC and Iraq Il corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran e l’Iraq  http://www.irantracker.org/analysis/moarefian-iraq-through-the-eyes-of-irans-irgc) annunciando risultati concreti già per la fine di giugno. E la presenza diretta del “flagello dell’ISIS”, come lì tutti, alleati e nemici, lo chiamano, non lascia dubbi sul fatto che di certo l’Iran voglia vederli annientati e da tempo stia preparando questa e, forse, più in generale anche una più vasta offensiva.

Nel frattempo, esercito siriano e curdi siriani, agendo per una volta, la prima forse, in modo ben coordinato sotto la guida diretta e operativa di Soleimani, hanno anche  riconquistato in buona parte – tutte le periferie pare – dando un segnale politico forte di vincibilità dello SI – la sua cosiddetta capitale, Raqqa, a nord-est del paese: e ne  sembrano giustamente preoccuparsi i comandi jihadisti estremisti dei tagliagole.

●Intanto arriva un’altra voce incontrollata, di una non meglio identificata alleanza ribelle che annuncia, a metà mese, una sua vasta offensiva e che punta – ch punterebbe... – a conquistare le posizioni tenute dal governo nella provincia di Quneitra, ai confini col Golan occupato dagli israeliani. Si tratta, però, di un Twitter, incontrollato e di nessuna attendibilità per definizione, che assicura di non avere nulla a che fare con gli islamisti, al-Nusra e al-Qaeda.

Il fatto è che gli insorti combattenti nella vicina provincia di Sweida, a est, non hanno mai controllato, interrompendola con qualche efficacia, l’autostrada per Damasco mentre sono stati proprio gli islamisti a impegnare in battaglie senza tregua i governativi, anche se vincendo – conquistando e tenendo il territorio, cioè – in poche occasioni (Al Arabiya News, 17.6.2015, Rebels launch offensive in Syrian town of Quneitra I ribelli lanciano l’offensiva nella città siriana di Quneitra [però il “pezzo” e le foto che le illustrano si riferiscono a eventi di ben due anni fa...] http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/06/ 17/Syrian-rebels-launch-offensive-in-southern-Syria.html).

●Resta dura la realtà, come si dice oggettiva, che ormai – lo segnalano in tanti e dappertutto e sono costretti ad ammetterlo anche gli apprendisti stregoni dell’eterogenesi americana dei fini dell’irresponsabilità cieca di questi ultimi nell’aver dato nascita ai terroristi – da al Qaeda in poi, in successione: perseguendo un fine e immutabilmente raggiungendo l’opposto, fino a trovarsi oggi obbligati a lavorare – con la mano che aiuta a gettare il sasso ma se ne vergogna – a lavorare con gli ayatollah e la Guardia della Rivoluzione iraniana (Agenzia RT/Mosca, 11.3.2015, How Iran and the US intersect in ‘Syraq’▬ Come in ‘Syraq’ si intersecano gli interessi di Iran e degli USA http://rt.com/op-edge/239597-us-iran-intersect-syria-iraq).

E, almeno a parere di chi scrive, resta il fatto che il cacadubbi-in-chief della Casa Bianca, almeno ora che per lui non conta più niente fare la cosa politicamente corretta verso alleati almeno ballerini comunque, come turchi o iracheni (tanto, anche se mai qualcuno stesse a sentirne i lamenti e volesse prestar loro attenzione, lui non in ogni caso più rieleggibile), dovrebbe trovare il coraggio di mandarli a quel paese, insieme ai  ribelli siriani che combattono rigorosamente da Londra e Parigi a chiacchiere e con Twitter e rifornire di armi e finanziamenti piuttosto i peshmerga curdi siriani e iracheni che la guerra ai tagliagola la fanno davvero. Perché, quando e se è con l’ISIL che si deve combattere sono solo loro, e gli Hezbollah alleati dell’Iran, a farci la guerra.

●Intanto, le forze lealiste di Assad e i loro alleati hanno respinto una vasta offensiva delle truppe dello Stato Islamico anche nella città settentrionale di al-Hasakah. Portavoce dell’esercito hanno scortato i media a verificare la riconquista di una grande centrale elettrica, una prigione minorile e  due villaggi da poco riconquistati alla periferia sud dallo SI. Nel frattempo, è stato anche reso noto dalla minoranza drusa di Siria che, un po’ come tutte le altre che da sempre vivono e ormai sopravvivono nel paese, essa si unirà alla guerra di Assad contro i jihadisti sul fronte meridionale, dopo che l’ISIL ha massacrato proprio come gli altri eretici, sci’i ti e alawiti, apostati dal vero credo islamico, quello loro sunnita, decine di abitanti di alcuni villaggi drusi (Stratfor, 12.6.2015, Syria: Members of Druze Minority Aid Government Against Rebels Siria: la minoranza drusa siriana aiuta il governo contro i ribelli [sia i cosiddetti, al meglio velleitari, al peggio fasulli, “liberi siriani” che i feroci tagliagole jihadisti]▬ https://www.stratfor.com/situation-report/syria-members-druze-minority-aid-government-against-rebels).

L’area settentrionale tutto intorno a al-Hasakah è quella che collega i territori dell’ISIL presi in Siria e in Iraq ed è strategicamente importante per quei militanti che globalmente continuano a cercare di voltare ai propri fini la guerra civile siriana (Syrian Perspective.com., 6.6.2015, Ziad Fadel, Damascus: Syrian army and Hezollah conquer all Ra‘s al-Ma’arra/-alAsakah; american-supported terrorists in disarray Damasco: l’esercito siriano e gli Hezbollah conquistano tutta l’area di Ra‘s al-Ma’arra/-alAsakah http://www.syrian perspective.com/2015/05/damascus-syrian-army-and-hzb-conquer-all-ras-al-maarra-american-supported-terrorists-in-disarray.html).

E, adesso, emergono implicazioni in quest’area a tutti chiare dalla cattura da parte dei curdi siriani di un’altra località chiave vicina a al-Hasakah, Tal Abyad, che porta i curdi a controllare l’80% di tutta la provincia nella Siria del nord-est che, per la prima volta, vede un’area territoriale continua di controllo curdo che parte da Kobani e arriva, appunto, fino all’immediato nord di Raqqa, sempre occupata dai jihadisti. Il fatto è che, nella politica frantumata delle tante e nemiche tra loro opposizioni siriane all’ISIL le avanzate dei curdi allarmano diverse altre minoranze, specie i turkmeni e gli arabi della zona. Ma tengono all’erta anche i  turchi, che minoranza non sono ma di cinismo a molti sono maestri.

Sembra, o per lo meno si dice sui media di questo pezzo di mondo, che a mettere in allarme parecchi sia stata la bandiera gialla con la stella rossa che i curdi hanno subito innalzato e che tutti, in Siria e nell’area, riconoscono come emblema di simpatie di sinistra, diciamo pure social-comuniste. Messaggio così partito – i non curdi e i mussulmani non sono incondizionatamente qui tra noi i benvenuti – e messaggio così ricevuto.

Un atto sintomatico della lotta in corso qui in Siria. Nessuno dei  gruppi che si contendono il crisma dell’opposizione all’ISIL (e anche, magari, in secondo luogo ad Assad) è disponibile a mettere tra parentesi la propria identità e neanche i suoi stessi simboli,  per arrivare a perseguire obiettivi comuni. Insomma, uno stranissimo e, infatti, impossibile Comitato Nazionale di Librazione che tutto sembra meno che “nazionale”...

Di fronte, hanno un oppositore determinato, implacabile e capace di trascendere ogni divisione tribale e nazionale come l’ISIL cementato in maniera armata dalla fede islamica e dalla sua interpretazione islamista più cieca e estrema. Significa anche che gli arabi sunniti che considerano comunque eretici gli sciiti e i curdi, altre fazioni e tribù minoritarie, turkmene o più “laiche”, come diremmo noi, semplificando però tutto, non troveranno mai le ragioni per sostenere chi è filo-comunista (o filo-islamico e magari anche un po’ filoislamista).

Il punto chiave di questa ricostruzione, e di questa possibile/probabile einfausta prognosi è che siamo in mezzo a una lotta essenzialmente pre-moderna, concepita e scatenata in tempi e in base a un credo antico ma combattuta ormai spesso con armi moderne. Secondo noi, sostenere i curdi siriani anche da un punto di vista convenzionalmente occidentale – machiavellico, hegeliano, clausewitziano – è in ogni caso utile perché – è vero – il nemico del mio nemico è mio amico o, comunque, è mio almeno potenziale alleato.

Anche se in Siria questa realtà di vera e antica saggezza non sembra sempre applicata per l’offensiva propagandistica decisa, pagata e diffusa dalle monarchie del Golfo e dalla miopia interessata di tante cancellerie occidentali, quella americana per prima comunque e sempre anzitutto, anche quando i sovietici erano da anni scomparsi. Il fatto è che, malgrado tutto, anche uno che come loro è un dittatore ma è un arabo anomalo e “laico”, a modo suo, come Assad, è comunque preferibile agli islamisti estremisti, tanto più ai tagliagole dell’ISIL.

Malgrado quello che,  da subito, dicevano ai sondaggisti americani e inglesi su Assad e sui suoi avversari interni, per non palare dei jihadisti, i siriani – e  a maggioranza netta – e a tutte senza eccezione le minoranze etniche, e religiose: che appoggiavano lui, anche dopo aver verificato sulla propria pelle l’inconsistenza di un’opposizione interna capace (per esempio, Guardian, 17.1.2012, J. Steele, Most Syians back President Assad, but you would never know from Western media La maggioranza dei siriani sostiene il presidente Assad, ma a leggere i media qui in occidente non lo sapreste mai http://www.theguardian.com/commentisfree/ 2012/jan/17/syrians-support-assad-western-propaganda; e Global Research, 30.9.2014, prof. Tim Anderson, Why Syrians Support Bashar al-Assad Perché i siriani appoggino Bashar al-Assad http://www.globalresearch.ca/why-syrians-support-bashar-al-assad/5405208). Certo, il movimento curdo siriano, come anche molti tra quelli che sostengono Assad, non sono certo i portabandiera di una democrazia liberista e neanche liberale all’occidentale. Ma anche per chi in occidente è liberale e conservatore, forse perfino per chi è liberista, chi sa?, perfino il “socialismo” curdo sembrerebbe a fil di logica, di ragione, di storia molto più tollerabile, no?

●Anche all’estremo ovest del paese, nella regione di Qalamoun, ai confini con  la valle della Bekaa nel Libano settentrionale, e subito a nord delle sue alture del Golan occupate da Israele, gli Hezbollah e l’esercito siriano hanno preso militarmente il controllo di una serie di postazioni e di cittadine, a Qarnah, Daleel Samaan e Shubat Awwad intorno e fino a nord di Qalamoun. Fonti vicine ai jihadisti di Jabhat al-Nousra, ammettendolo il 23 giugno, hanno rivendicato la distruzione di un carro armato Hezbollah vicino a Flita e di un altro gruppo  di veicoli corazzati vicino  ad Arsal (The Daily Star/Beirut, 24.6.2015, Hezbollah, Syrian army capture fresh Qalamoun territory Hezbollah e esercito siriano si riprendono territorio vicino a Qalamoun http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2015/Jun-10/3014 0 2-hezbollah-syrian-army-capture-fresh-qalamoun-territory.ashx). In parallelo, anche le forze irachene si riprendono, dai guerriglieri dello SI, praticamente l’intera città di Baiji, sede della più grande raffineria di petrolio esistente in Iraq, a 230 Km. a nord di Bagdad, insieme alle principali moschee, al grande l’impianto di fertilizzante, al complesso di edifici governativi della città.

Merito anche, riconosce il portavoce del governo, della copertura aerea aggressiva dell’aviazione americana a difesa delle forze di terra irachene. Non specifica niente di più, Bagdad, ma il risultato è che le truppe dello SI, in rotta, ripiegano sotto attacco continuo, in direzione di Mosul, il grande centro del Nord ai confini col Kurdistan iracheno che resta, invece, ancora sotto il controllo del califfo al-Baghdadi e dei suoi scherani (CNN, 8.6.2015, Hamdi Alkhshali, Officials: Iraqi forces in control of Baiji city Viene proclamato  formalmente che le truppe irachene controllano nuovamente la città di Baiji http://edition.cnn. com/2015/06/07/middleeast/iraq-forces-baiji).

G li scontri in atto nel nord della Siria: lo SI (per ora) arretra: e non sembra più proprio invincibile  (mappa)

Fonte: NightWatch KGS, 8.6.2015 (https://www.ezsubscription.com/nnl/content/content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150608)

●Poi, però, e parallelamente, si apprende che una pattuglia di militanti dello SI, uno dei quali si è fatto esplodere e due altri dopo aver sparato a raffica sono fuggiti, hanno ucciso almeno 8 soldati ferendone un’altra ventina  in un ufficio pubblico a Amiriyah al-Fallujah, nella provincia di Anbar, in Iraq occidentale, neanche a 20 km. da Bagdad  e una delle poche località della provincia che resti sotto il controllo non proprio stabile dei governativi.

Insomma, il solito tira e molla che va avanti da oltre un anno (Hürriyet Daily News/Ankara, agenzia Reuters, 9.6.2012, ISIL attacks government office on western fringe of Baghdad― Lo SI attacca uffici del governo centrale alla periferia ovest di Bagdad ▬  http://www.hurriyetdailynews.com/isil-attacks-government-office-on-western-fringe-of-baghdad.aspx?pageID=238&nID=83713&NewsCatID=352).

●Un po’ meglio, però, per le forze del, e quelle schierate col, governo iracheno negli ultimi giorni, pare. A centinaia stanno tornando a Tikrit, a Nord di Bagdad e a Sud di Mosul, nella provincia chiave di Salahuddin che diede i natali a Saddam e molti secoli fa al Saladino e da dove erano stati cacciati dall’avanzata mesi fa e dalle atrocità in serie e all’ingrosso delle truppe dello Stato Islamico, centinaia e centinaia di sfollati costretti a fuggirne oltre che dalla loro aggressione anche poi sotto le bombe delle truppe regolari e dei pesantissimi bombardamenti americani necessari a riprendersela (Yahoo-Maktoob/Amman,  15.6.2015, First families return to Tikrit since city retaken from IS Dopo la riconquista della città ripresa all’ISIL, le prime famiglie tornano a Tikrit https://en-maktoob.news.yahoo.com/first-families-return-tikrit-since-city-retaken-130325502.html).                                              

●Poi, sempre in Iraq, il governo centrale – che pure dipende per provare a battere e intanto a fermare lo SI dai curdi del Nord del paese, ma continua a non saper ancora misurare bene le proprie forze né la propria arroganza – ha annunciato che versa e verserà solo la metà di quanto deve mensilmente,  in base agli accordi faticosamente mediati dagli americani mesi fa tra governo centrale e la regione autonoma curda (sui 430, cioè, invece che sugli 850-900 milioni di $ in dinari).

Lo ha comunicato come cosa decisa e fatta il ministro delle Finanze del governo centrale, Hoshyar Zebari, affermando che Erbil non ha fatto pervenire regolarmente i 550.0000 barili di greggio a Bagdad che in cambio si era impegnata a fornire... Ma sorvola il piccolo fattore che sono gli iracheni e non i curdi a non essere più in grado di garantirne trasporto e consegna a destino (Stratfor, 9.6.2015, Iraq: Baghdad Gives Arbil Half Of Normal Monthly Budget Iraq: Bagdad versa ad Erbil la metà del bilancio mensile dovuto https://www.stratfor.com/situation-report/iraq-baghdad-gives-arbil-half-normal-monthly-budget ).

●Come un gattino acciecato che sbatte dovunque si volti e non sa più come uscirne, l’America adesso annuncia di voler modestamente aumentare – forse di 400 unità, sussurrano al Pentagono – oltre ai 3.100 già in loco, il contingente dei loro addestratori in Iraq. Gli strateghi di Obama, che finora non ne hanno presa una – dicono che continueranno secondo le sue disposizioni a consigliare e nient’altro di più ormai, senza mai più scendere in campo, puntano – o, meglio, si illudono di poter puntare – a riconquistare così immediatamente almeno Ramadi.

Cioè, la città più importante della provincia di Anbar che è caduta in mano allo SI il mese scorso. Ma se qualcuno ci  riuscirà sarà gente come Soleimani a farlo, non qualche generale da scrivania come quelli che lui oggi mette a disposizione degli infingardi iracheni. Perché come sanno tutti,e i militari per primi di qualsiasi esercito, il primo e, al dunque, l’unico consiglio vero che un consigliere può utilmente impartire è quello di dare l’esempio. Sul campo. 

Denuncia adesso, un po’ tardi anche perché poi denuncia senza portare né documentazione né prove il generale britannico Gyeka Christopher, uno dei massimi esponenti, sulla carta almeno non essendo lui stesso un americano, della coalizione anti-ISIL guidata dagli USA in Iraq, affermando che le truppe irachene si ritirarono su ordine impartito senza ragioni cogenti dal comandante iracheno della guarnigione, Khalaf Mohammed al-Fahdawi. Il generale Christopher (Shafaq News, Bagdad, 18.6.2015, Officer in International Coalition: Fahdawi and the army are responsible for the fall of Ramadi[Alto] ufficiale della coalizione internazionale: Fahdawi e l’esercito iracheno sono i responsabili della caduta di Ramadi ▬ http://english.shafaaq.com/politics/14802-officer-in-international-coalition-fahdawi-and-the-army-are-responsible-for-the-fall-of-ramadi.html): è colpa loro, la ritirata e la rotta che l’ha provocata (l’ennesima) non ci sarebbero state e la città resterebbe – lui dice – sotto controllo del governo iracheno.

Ma anche di fronte a fatti, o almeno ad accuse ripetute così gravi, la coalizione i suoi leaders politici che contano – gli americani e loro soltanto, cioè – hanno deciso di predicare agli iracheni di fare sul serio... senza impegnarsi direttamente né forzare la mano al governo che pure è di stampo largamente shi’ita, a servirsi, con le concessioni e gli accordi dovuti, di chi comunque – i curdi e le milizie sci’ite indipendenti irachene – quei nemici li combatte davvero sul campo, sostanzialmente da solo e da sempre (The Economist, 12.6.2015).

Molti non si fidano più in America, in ogni caso, degli impegni e dei disimpegni promessi da Obama che troppe volte anche lui nel passato recente come i  predecessori, ha mentito sul tema rovente delle truppe di terra – ora le chiamano così – americane da inviare o da non inviare in Iraq.

● Qui in America, non si fidano proprio più di nessun presidente... (vignetta)

Verso l’Iraq                              OPERAZIONE DÉJÀ VU – SI RIPETE  

Fonte: INYT, 19.6.2015, Patrick Chappatte 

●Intanto, in Libia, il governo – che anche noi su istruzioni ricevute non ci peritiamo politicamente e diplomaticamente di riconoscere – un regime auto-esiliatosi da Tripoli a Tobruk e proclamatosi “moderato” che, pur non rappresentando niente e nessuno ma solo perché gli americani per irrilevante che sia e magari solo per disperazione chiamano amico – ha detto no seccamente alla proposta dell’ONU di unificare il governo con quello del gruppo Fajr Alba che si definisce islamico ma non islamista e fanatico e, dall’agosto scorso, controlla proprio Tripoli.

Il mediatore delle Nazioni Unite, Leon, ha appena presentato senza successo una quarta bozza di piano di transizione politica, ma subito appunto respinta dagli auto-definiti filo-americani che hanno votato espressamente il no perché essa prevede anche di includere, appunto, rappresentanti dell’altro governo, quello sempre insediato a Tripoli (Al Arabiya, 9.6.2015, Libya’s parliament rejects U.N. peace proposal Il parlamento libico respinge la [ennesima] proposta di pace dell’ONU http://english.alarabiya.net/en/ News/middle-east/2015/06/09/Libyan-rivals-mull-peace-proposal-for-unity.html).

Prima o poi, secondo voi, qualcuno ui da noi – e non solo o in particolare in Italia ma in tutto l’occidente – qualcuno la smetterà di puntare sul  governo che noi preferiamo, sul parlamento che a noi piace di più, sulla fazione o la tribù che maggiormente a noi sentiamo propinqua e capirà che dobbiamo imparare a focalizzarci e a studiare chi il potere lo ha e, soprattutto, a capire perché lì. Nel suo contesto, ce l’ha... prima di affrettarci a testa bassa nella mischia, e non per la prima tragica volta, completamente alla cieca...

●La Tunisia ha annunciato che chiuderà il suo consolato di Tripoli, interrompendo come diventa inevitabile i rapporti diplomatici e politici col sedicente governo riconosciuto, dopo che una banda di assalitori, che non vengono qualificati altrimenti, hanno invaso la sua sede e rapito il 12 giugno una decina di membri dello staff dell’ambasciata: tutti poi rilasciati, dietro pagamento di un riscatto, da  parte di Tunisi.

Comunque, un tribunale tunisino ha anche estradato un cittadino libico già sotto accusa per altri rapimenti e azioni di terrorismo (The Staronline/Kuala Lumpur― di proprietà sino-malaysiana, 19.6.2015, Tarak Amara, Tunisia says to close consulate in Tripoli after diplomats kidnapped La Tunisia afferma di voler chiudere le rappresentanze a Tripoli dopo il rapimento dei suoi diplomatici http://www.thestar.com.my/News/World/2015/06/19/Tuni sia-says-to-close-consulate-in-Tripoli-after-diplomats-kidnapped). Lo annuncia ufficialmente il ministro degli Esteri, Taieb Bakouch.

●In Egitto, un abborracciato e, alla fine, fallito attacco alle antiche rovine di Luxor che, dopo le Piramidi di Giza, costituisce il secondo sito archeologico più famoso e visitato del paese, si è risolto alla fine in un attentato suicida riuscito soltanto a ammazzare l’attentatore ferendo solo altre quattro  persone. Non sembra, invece, secondo gli inquirenti e vista l’inadeguatezza delle quantità di esplosivo usato, dell’ennesimo tentativo di distruggere, diroccare, abbattere o irrimediabilmente danneggiare un’altra icona di quello che gli estremisti iconoclasti di scuola wahabita-saudita chiamano un’immagine blasfema e, come tale, da eliminare (The Economist, 12.6.2015).

●Alla  condanna a morte inflitta all’ex presidente, democraticamente eletto e militarmente deposto, Muhammad Morsī, colpevole di aver fatto uscire dal carcere alcune decine di prigionieri politici della sua Fratellanza mussulmana e di aver passato segreti di Stato egiziani ai palestinesi di Hamas – che, cioè, spettava costituzionalmente a lui decidere a chi dare e a chi no – hanno adesso aggiunto – era stato detto sostituito ma è stato tempestivamente smentito – un altro verdetto di condanna all’ergastolo.

Alla Fratellanza che, protesta e invoca – ma è sotto sferza cingolata, uncinata e chiodata dei militari golpisti – un’insurrezione popolare in quello che è diventato uno dei regimi militari più capillarmente oppressivi del mondo, la risposta è semplice: sempre più repressione. Solo che la prossima vola che  vincono, alle urne o meno, ovviamente dei golpisti non ne scamperà neanche uno alla forca, se gli va bene o, altrimenti, al linciaggio tipo Gheddafi (ABC Net, 16.6.2015, Mohammed Morsi: human rights groups condemn Egypt’s decision to uphold death sentence― Gruppi di militanti dei diritti umani condannano la conferma egiziana della condanna a morte di Mumahhad Morsī http://www.abc.net.au/news/2015-06-17/ mohammed-morsi-australia-condemns-egypts-decision/6553126).

in America Latina

●Nel primo trimestre del 2015 l’economia del Brasile si è contratta dello 0,2%, un po’ meno di quanto molti analisti prevedessero: gli investimenti sono infatti calati per il settimo trimestre di seguito e è caduta anche la spesa per consumi e investimenti, anno su anno e per la prima volta dal 2003. Ma la Banca centrale, pur con questi dati sempre preoccupata, stupidamente anzichenò, del rischio inflazione, si preoccupa anche in questo momento di aumentare il tasso di sconto di mezzo punto (The Economist, 5.6.2015, Brazil’economy - Eating Greens - Despite a sagging economy and a weakened president, the government is regaining its credibility on budget policy▬ L’economia del Brasile - Mangiare verdura Malgrado un’economia in flessione,e un presidente in calo, il governo sta riguadagnando credibilità sulle politiche di bilancio [poi,  l’unico parametro che conti per lor signori, no?: infliggere più austerità] http://www.economist.com/news/ americas/21653637-despite-sagging-economy-and-weakened-president-government-regaining-its-credibility).

I negoziati tra il governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia hanno concordato a inizio mese, dopo una fase acuta di scontri armati e decine di morti dalle due parti, anche nel bel mezzo di un negoziato che non s’è mai in ogni caso del tutto arenato, di creare una Commissione mista per determinare responsabilità e colpevolezze dei crimini perpetrati dalle due parti: l’esercito regolare e le sue milizie  di qua e i guerriglieri di là. Ne riferisce la più diffusa radio colombiana (e lo riporta in dettaglio El Pais/Madrid, ed..inglese, 5.6.2015, Pablo de Llano e Javier Lafuente, Colombia and the FARC agree to create an impartial Truth Commission― Colombia e FARC si accordano per creare una Commissione imparziale della verità http://elpais.com/elpais/2015/06/05/inenglish/1433507615_134051.html)  precisando che uno dei principali ostacoli nel negoziato – ma si tratta qui del punto di vista del governo Santos – sarebbe stato il tipo di accusa da avanzare formalmente nei confronti dei guerriglieri.

●Nel tentativo che finalmente, a fine mandato ormai – e, cioè, senza rischiare più niente con i suoi falchi, il presidente Obama sembra aver autorizzato di cercare di migliorare un po’, almeno, il rapporto col Venezuela – un tentativo avvelenato dallo sconfinato orgoglio della superpotenza che pretende sempre, e da sempre, di sentirsi dire sì, e sissignore, dai propri interlocutori e dal cosiddetto “ruggito del topo” bolivariano inventato e utilizzato con efficacia, anni fa, per tentare di liberarsene come poteva dal presidente Hugo Chavez, sono ripresi discretamente, per iniziativa pare statunitense, colloqui diplomatici. Funzionari dei due governi si sono incontrati a Haiti comunicando di volersi “impegnare in un processo di riavvicinamento(The Economist, 19.6.2015).

E Caracas ha manifestato l’intenzione – quasi scontando, ma anche arbitrariamente, che la novità avrebbe fatto così contenti gli USA – di eliminare restrizioni abbastanza generalizzate in atto sugli acquisti di beni d’uso e di consumo, come annuncia il ministro dell’Alimentazione, Carlos Osorio. Che ha anche precisato come per decreto presidenziale, lo stesso strumento esecutivo che l’ha istituita, la misura verrà lentamente rimossa (El Universal/Caracas, 17.6.2015, Gobierno eliminará restricción de venta de productos básicos por cédula Il governo eliminerà la vendita ristretta di prodotti di grande consumo con la tessera annonaria http://www.eluniversal.com/economia/150617/gobierno-eliminara-restriccion-de-venta-de-productos-basicos-por-cedul). 

La motivazione è che così si liberalizza in progress, ma non selvaggiamente sperano, un’economia che voleva essere, in polemica col modello liberista imperante, “bolivarianamente”, come dicevano qui, cioè “socialisticamente” o, se volete, centralisticamente controllata per cercare di  impedire un malessere economico – carenza di beni di consumo a buon mercato – che, al d là dei beni più popolari e essenziali, esiste come risvolto stesso in un’economi centralmente governata o, comunque, più governata di quelle “liberali”: dove tutto è invece disponibile ma solo per chi ha soldi e potere per acquistarlo.

Sarà solo per coincidenza, ma non ci crede nessuno, negli stessi giorni si sblocca la lunga trattativa tra la Exxon Mobil Corp. americana e la Petroleos de Venezuela on un accordo firmato il 18 giugno che venderanno la loro joint venture, la raffineria di petrolio di Chalmette in Louisiana, che oggi  produce 189.000 barili al giorno, alla PBF Energy Inc., per 322 milioni di $ (The Advocate/Baton Rouge-Louisiana, 18.6.2015, Chalmette refinery being sold by ExxonMobil, Petroleos de Venezuela http://theadvocate. com/news/business/12685218-123/chalmette-refinery-being-sold-by). La transazione include installazioni chimiche legate all’impianto e vari interessi in diverse filali e sarà completata adesso, entro fine anno.

●In Bolivia, secondo l’annuncio del presidente Evo Morales, le ultime conferme acquisitei hanno certificato che il giacimento petrolifero noto come Boqueron 4, nella provincia di Santa Cruz,  ospita intorno a 28 milioni di barili di greggio e da solo triplica le riserve accertate del paese andino. La scoperta è stata fatta e gli accertamenti sono stati condotti dalla YPFB Andina Oil Comopany  che per il 51% è di proprietà dello Stato e per il 48% è della compagnia Repsol spagnola (TeleSur Tv/Caracas, 19.6.12015, Bolivia makes first oil discovery in two decades, increasing reserves from 16 million to 44 million barrels La Bolivia, con la prima nuova scoperta in vent’anni, aumenta le sue riserve da 16 a 44 milioni di barili di greggio http://www.telesurtv.net/english/news/Bolivias-New-Oil-Discovery-Triples-Reserves-20150619-0007.html).  Nel corso del prossimo decennio, calcola “prudenzialmente” il governo, arriveranno così nelle sue casse 383 milioni consentendo, inoltre, la sostituzione e, quindi, il risparmio al Tesoro ma senza doverli eliminare, di 917 milioni di fondi pubblici versati ora come sussidi ai più poveri.

in Africa

●José Manuel Santos, il presidente dell’Angola, ha chiesto alla Cina una moratoria completa di due anni sul rimborso del capitale iniziale ricevuto e degli interessi maturati del rimborso che le deve il paese. Esporta, infatti, e rimorsa il debito per le importazioni ben maggiori che ha col greggio che, però, negli ultimi due anni ha subito il crollo del prezzo sul mercato mondiale (Stratfor, 11.6.2015, Angola: President Asks China To Freeze Debt Repayments Il presidente angolano chiede alla Cina di congelare i pagamenti del debito che ha nei suoi confronti  https://www.stratfor.com/situation-report/angola-president-asks-china-freeze-debt-repayments; e Stratfor – Analysis, 8.6.2015, Under economic duress Angola turns to China In serie difficoltà eonomiche, l’Angola si rivolge alla Cina https://www.stratfor.com/analysis/under-economic-duress-angola-turns-china).

●Pesante – malamente tentata e, in ogni caso, arrischiata, mal calcolata e, tutto sommato, meritata – umiliazione per la Corte internazionale criminale che, a modo suo, all’ONU fa capo e che aveva chiesto con sicumera spropositata – e facendo finta che il problema colossale denunciato dall’Africa: che i suoi imputati e/o indiziati al dunque fossero solo africani e solo neri – fosse all’improvviso scomparso. Ma non lo era affatto. E, così, quando, al Sudafrica adesso la Corte chiede di “trattenere” sul suo territorio e su mandato della Corte il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra perpetrati dai suoi militari nella guerra civile del Darfur anni fa... il governo di Pretoria dice di no. Formalmente.

E l’ICC si prende così in piena faccia un rigetto pieno e sonoro (Al Jaazera, 15.6.2015, Sudan’s Bashir flies out of S. Africa, defying judges in ICC arrest case― Il sudanese Bashir vola via dal Sudafrica, spernacchiando [“sfidando” i giudici che ne avevano chiesto l’arresto come ICC http://america.aljazeera.com/articles/2015/ 6/15/ sudan-says-bashir.html).

Se ne riparla, ha fatto osservare e informalmente sapere – sia alla stessa ICC che alla Corte Suprema di Pretoria che avanzava riserve per il fatto che il Sudafrica come  paese ad essa aderente fosse tenuto a fermare il presidente Bashir – che  nessun altro governo africano lo ha fatto. Et  pour cause... perché se ne potrà riparlare quando l’ICC metterà sotto accusa, magari, qualche altro capo di Stato o ex tale, incolpato di crimini analoghi di guerra e, magari, pure non africano. Qualcuno osa aggiungere – informalmente, s’intende – come magari George W. Bush: per le centinaia di migliaia e i milioni di iracheni morti per i suoi crimini di guerra, le menzogne grondanti sangue, i falsi, le invenzioni architettate dolosamente per fare la guerra all’Iraq e in Iraq, tanto per dirne una...

Ma adesso – come in diversi altri casi, e anche denunciando i due pesi e le due misure con cui lavora il tribunale che accetta di operare sotto impulso, suggerimento e con soldi del dipartimento di Stato ma non ha mai visto ratificare dagli USA il suo Trattato istitutivo per sottrarsi così a qualsiasi giurisdizione non strettamente nazionale...: per cominciare, forse, il Sudafrica se ne va dall’ICC (The East African, 25.6.2015, South Africa may quit ICC over Bashir case Il Sudafrica potrebbe andarsene dall’ICC sul caso Bashir http://www.theeastafrican.co.ke/ news/South-Africa-may-quit-ICC-over-Bashir-case/-/2558/2764910/-/q5vu3n/-/index.html)... Insomma, forzando la mano dando agli altri pretese lezioni che non si vogliono però mai ricevere hanno fatto proprio un capolavoro, all’ICC e a New York...

●Un’imbarazzatissima ambasciata USA a Abuya, la capitale della Nigeria, è tata costretta a correggere (da 1.000 a 1), l’annuncio accolto comprensibilmente come decisivo dal governo del nuovo presidente Muhammadu Buhari di un aiuto straordinario americano di 5 miliardi di $ per la costituzione di una Joint Task Force multinazionale dotta dei mezzi e degli uomini necessari, allora sì, ad affrontare e battere sul campo gli islamisti fanatici di Boko Haram.

Ma... contrordine, “compagni”. Si trattava di 5 milioni, non di 5 miliardi di $! Insomma, incapaci e pasticcioni... (Premium Times/Abuya, 17.6.2015, Ben Emeazalu, U.S. donating $5 million, not $5 billion, to fight Boko Haram― Gli USA donano 5 milioni e non 5 miliardi, di $ ▬ http://www.premiumtimesng.com/news/headlines/ 185179-u-s-donating-5-million-not-5-billion-to-fight-boko-haram.html).

●Uno dei vice presidenti in esercizio della Repubblica del Burundi, Gervais Rufyikiri, ha lasciato il paese dopo aver annunciato, come avevano fatto quelli ch avevano tentato due mesi fa di opporsi con un golpe fallito al golpe – legale anche se illegittimo – con cui il presidente Pierre Nkurunziza ha deciso di ripresentarsi alle presidenziali anche se la Costituzione non glielo consentiva. Rufyikiri è l’ultimo esponente di vertice del regime a protestare contro la prevaricazione anticostituzionale del presidente (Reuters, 25.6.2015, Burundi vice president flees after opposing president's third term Vice presidente del Burundi abbandona il paese dopo essersi opposto al terzo mandato del presidnte http://www.reuters.com/ article/2015/06/25/burundi-politics-idUSL8N0ZB1T220150625).

CINA

●E’ su un fronte interno che forse avevano giudicato prematuramente acquetato che qui si si vanno un po’ complicando le cose. Alla fine, dopo mesi di quiete sotto la cenere, il campo filo-democratico all’occidentale ha rialzato la testa a Hong Kong respingendo anche l’ultima proposta fatta da Pechino per un’elezione diretta, a suffragio universale di chi avesse compiuto i 16 anni del sindaco e del consiglio municipale. Perché, dicono, non è sufficiente: Pechino, infatti, si riserva comunque il diritto, riconosciutole anche dal governo britannico, che con esso firmò un contraddittorio Trattato di devoluzione del potere nel 1997, di arrivare a filtrare le possibili candidature.

Dicono i cinesi, forzando un po’ lo spirito ma non certo la lettera, come succede in Francia con la raccolta di firme preliminari non di semplici elettori ma di maggiorenti già insediati al potere dove la proposta dei candidati perfino alle presidenziali è sempre filtrata (New York Times, 18.6.2015, M. Forsythe e A. Wong, Hong Kong Legislature Rejects Beijing-Backed Election Plan― La legislatura di Hong Kong respinge il piano di elezioni municipali sostenuto da Pechino http://www.nytimes.com/2015/06/19/world/asia/hong-kong-votes-down-beijing-election-plan.html?_r=0).

Alla fine della fiera, è stata la pressione del “campo democratico” a stoppare, in sede di consiglio comunale, la proposta che Pechino aveva avanzato. Ma adesso la tenzone si trasferisce i nuovo, come mesi fa, in sede di opinione. E lì, c’è poco da fare, come allora, oltre che grazie alla forza e alla concretezza delle cose fatte e che continuano giorno per giorno a migliorare le condizioni di vita della popolazione, Pechino probabilmente ancora una volta finirà col prevalere. Anche perché è un fatto che l’idea della democrazia intesa come diritto soprattutto dei singoli, all’occidentale, risulta ancora e sempre “confucianamente” molto più che “maoisticamente” estranea...

Insomma,  pare sicuro che l’opinione pubblica  sia qui del parere che la proposta, per imperfetta e difettosa che sia, avrebbe dovuto essere accettata (The Economist, 19.6.2015, Honk Kong - A snub to the party Legislators veto China’s plans for political change Un insulto alla Cina - I legislatori [bè, i consiglieri comunali...] bloccano i piani cinesi di cambiamento politico http://www.economist.com/news/21654624-legislators-veto-chinas-plans-political-change-snub-party).

Hanno scritto perfino i due redattori del NYT dell’articolo sopra citato, per di parte e anti-Pechino che sia, che ne parlano in questa occasione, che adesso, così, “i legislatori che si autodefiniscono filo-democratici hanno bruciato una legge che avrebbe potuto però essere  sul serio la loro ultima e migliore possibilità di raggiungere proprio l’obiettivo di una elezione comunque più libera e vera”.

●Parlando, sempre a Hong Kong ma di altro, del futuro della e per la Cina, l’ex presidente della Federal Reserve americana, Ben Bernanke, ha attribuito alla battaglia di retroguardia, “miope e comunque perdente” del Congresso statunitense, che ha rifiutato e bloccato da anni la riforma del FMI consentendo una maggior voce in capitolo a molti paesi – i BRICS e non solo – ormai prepotentemente emergenti.

Decisione del tutto miope che è all’origine, critica Bernanke (Financial Times/Londra, 2.6.2015, D. Pilling e Josh Noble, US Congress pushed China into launching AIIB, says Bernanke E’ stato il Congresso americano a spingere la Cina al lancio dell’AIIB, afferma Bernanke http://www.ft.com/intl/cms/s/0/cb28200c-0904-11e5-b643-00144feabdc0.html#axzz3cMwHvHnc), della proposta vincente della Cina “a chi ci sta” – Stati Uniti compresi di aderire e fondare con essa la Banca Asiatica di Investimenti in Infrastrutture a Pechino(AIIB).

Che ha visto partecipare subito, oltre a tutti i BRICS, anche tutti i paesi capitalisticamente avanzati – Germania, Francia, Inghilterra, Italia, Australia, Canada... meno gli USA che, scommettendo e sbagliando sul suo fallimento, hanno stupidamente rifiutato l’idea stessa dell’AIIB che, non essendo un’americanata d’origine, mancava gravemente di trasparenza ― come ha spiegato a vuoto il dipartimento di Stato (US State Department, Dailty Briefing, 17.3.2015, portavoce Jen Psaki, France...US- China-AIIB-others http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2015/03/239388.htm#FRANCE). Mentre, come è noto,  a Wall Street la trasparenza, invece, è sovrabbondante, generalmente osservata e a buon mercato… gli ipocriti!

●Infatti, e come Bernanke dimostra, prosegue l’avanzata della Cina – implacabile, perché implacabilmente competitiva e, ormai non più solo e neanche soprattutto sul costo del lavoro ma praticamente su una gamma amplissima anche di altri fattori, in  giro per i mercati di tutto il mondo: dal resto dell’Asia, all’Europa, all’America come all’America latina. E, adesso, anche all’Africa... come abbiamo appena visto nel caso angolano e come si ripete subito dopo in Tanzania.

Il secondo più grande Stato dell’Africa equatoriale che dà sul Pacifico, subito a Sud del Golfo e della penisola arabica, ha dato licenze e concessioni, contratti cioè, del valore di 9 miliardi di $, a una serie di compagnie ferroviarie cinesi. Lo ha reso noto il ministro dei Trasporti Samuel Sitta a fine maggio. La Tanzania, seconda economia dopo il Kenya dell’Africa orientale, cerca con molte altre di migliorare le sue infrastrutture per sfruttare al meglio adesso anche il boom petrolifero della regione.

Sarà, dunque, un consorzio ferroviario cinese che avrà il compito di costruire i 2.561 Km. che collegheranno la capitale e il grande porto di Dar-es-Salaam alle tante grandi città senza sbocco al mare dei paesi vicini. Al solito, di qua c’è il bisogno di farsi aiutare a dotarsi di infrastrutture, di là la possibilità di farlo con progetti di larga scala capaci di garantire accesso a materie prime – e alla loro diversificazione e quella che strateghi e politici chiamano una rete efficace di soft power un po’ in tutto il mondo (Reuters, 31.5.2015, Tanzania awards $9 bln rail projects to Chinese companies La Tanzania aggiudica 9 miliardi di $ di contratti ferroviari a imprese cinesi http://in.reuters.com/article/2015/05/31/tanzania-railways-idINL5N0YM09H20150531).

●Qui, naturalmente, nella guerra delle propagande contrapposte, c’è chi legge come un disastro, o speranzosamente nel caso migliore, un segno di incipiente inizio di rovina, quello che a casa sua considererebbe sicuramente uno straordinario successo. Così leggono, o dicono di leggere, come una presa d’atto del pericoloso rallentamento della crescita del PIL della Cina (un meno zero virgola qualcosa per cento..., ma su un aumento che resta, comunque, intorno al 7%) e un certo aumento dell’inflazione per cui ha adesso deciso un ribasso al 4,85% da fine mese del tasso di sconto da parte della Banca Popolare di Cina per i prestiti a un anno e al 2% per i depositi, abbassando anche il coefficiente normativo delle riserve bancarie di 50 punti base per le banche commerciali rurali e di 300 per le compagnie finanziarie.

E’ certo un segno di attenzione all’evolversi dell’economia ma sembrerebbe proprio un allarme o una speranza – “fortemente esagerata”, per parafrasare una famosa boutade, a parlare con quei numeri di crisi o anche di crisi incipiente (The BRICS Post, 27.6.2015, China Central Bank cuts interest rates for the 4th time since Nov― La Banca  centrale di Cina taglia il tasso di riferimento per la quarta volta dallo scorso novembre http://thebricspost.com/china-central-bank-cuts-interest-rates-for-the-4th-time-since-nov/#.VY8mdxvtkoI).

●Invece, sulla questione più calda della costruzione di presidi e basi anche militari sulle isole e gli scogli del Mar cinese meridionale, la Cina sembra, con maggior prudenza ora – quasi alla vigilia della prima visita ufficiale a Washington a settembre del presidente Xi Jinping – come frenare un po’, attenta insieme a non offrire pretesti ai suoi superpatriottardi ma anche, come ha osservato intervistato dal NYT un eminente e influente docente di politica internazionale alla Renmin University di Pechino, il prof. Shi Yinhong, consigliere di Stato, che i due paesi non si possono permettere di far diventare così rilevante la questione.

“Perché – spiega – di problemi comuni da discutere ne hanno molti altri e anche prioritari” (New York Times, 16.6.2015, E. Wong e J. Perlez, As Tensions With U.S. Grow, Beijing Says It Will Stop Building Artificial Islands in South China Sea― Mentre crescono le tensioni con gli USA, Pechino dice che interromperà la costruzione sugli isolotti nel Mar cinese meridionale http://www.nytimes. com/2015/06/17/world/asia/china-to-halt-its-building-of-islands-but-not-its-projects-on-them.html?_r=0).

Va aggiunto, però, come in diversi articoli dello stesso A. apparsi in mandarino e in contemporanea con questo del NYT sulla stampa cinese, all’importanza del’assegnare la giusta gerarchia nel giudicare la rilevanza di ogni problema, senza trascurarne l’uno magari per l’altro, si associa sempre con un linguaggio ragionevole e ragionato ma anche assai rigoroso l’attenzione a “non consentire a nessuno di provare impunemente a contenere la Cina”.

E a questa osservazione, se volete tradizionale, che non manca mai, aggiunge la constatazione di fatto che il programma di recupero, e spesso di creazione di terraferma nel Mar cinese meridionale, può anche andare di traverso a qualcuno ma anche che nessuno alzerà un dito, oltre a sbuffare e berciare un po’ frapponendosi  dietro lo scudo trasparente, controverso e inefficace della Convenzione dell’ONU sulla Legge del Mare che ognuno stiracchia dalla propria parte e che comunque la Cina ha già detto – ricordando che gli Stati Uniti quella Convenzione per non doversi sottoporre a una giurisdizione non loro hanno sempre rifiutato perfino di ratificarla – che comunque non avrà alcun effetto suo comportamento e, finora, ha “reclamato” sugli isolotti più di 800 ettari di nuovo territorio.

nel resto dell’Asia

●Il 9 giugno, un paracommando indiano di una settantina di unità ha eliminato una quarantina di insorti Naga in due loro accampamenti nel Myanmar, a Manipur (il gruppo, sostiene, che aveva assaltato oltre confine e ucciso 18 militari indiani il 4 del mese), (First Post.com, 9.6.2015, Manipur massacre: Indian Army hits back, kills 20 insurgents in Myanmar Il massacro di Manipur: l’esercito indiano risponde, uccide una ventina [poi corretto in una quarantina] di insorti sul territorio di Myanmar http://www.firstpost.com/india/ after-manipur-ambush-indian-army-hits-back-killing-15-insurgents-in-myanmar-2287412.html). Attacco condotto con il neanche sottinteso assenso del governo dell’ex Birmania e con la copertura, e anche l’aiuto diretto,  del suo esercito.

Il territorio, che gli insorti di stampo quasi vetero-maoista chiamano Nagaland, associandolo allo Stato omonimo indiano, è a cavallo tra quello birmano e ben sette Stati del nord-est indiano, ormai in permanente turbolenza e anche, occasionalmente ma spesso anche in permanenza, in rivolta armata sobollente, di medio-bassa intensità ma con picchi di grande violenza dal 1946, da prima ancora dell’indipendenza dell’India.

La novità stavolta non è nella risposta armata ma nella sua fulminea rapidità – pochissimi giorni – e nell’efficacia spietata della rappresaglia sotto la guida, adesso, del governo di Modi. Diversi analisti si spingono anche a opinare che le Forze speciali indiane così hanno anche voluto dimostrare al proprio stesso governo e ai pakistani la loro efficienza e incisività. La differenza naturalmente, qui, è quella di sempre. Il Pakistan è in grado di far escalare anche a livello potenzialmente nucleare una vertenza con l’India.

Turkmenistan e Mongolia: il ministro degli Esteri del primo paese, Rashid Meredov, e il presidente del secondo, Tsakhiagiin Elbegdorj, concordano insieme un vero e proprio studio di fattibilità su investimenti possibili, piani concretamente effettuabili e condizioni politiche realmente esistenti per fornire su base stabili il gas naturale turkmenistano a Ulan Bator e a mettere allo studio  progetti di concreta e rapida cooperazione (Stratfor, 4.6.2015, Turkmenistan: Leader Discusses Natural Gas With Mongolian President Ministro turkmenistano discute di gas naturale col presidente della Mongolia ▬  https://www. stratfor.com/situation-report/turkmenistan-leader-discusses-natural-gas-mongolian-president).

●La Corea del Sud ha sperimentato un nuovo missile balistico che ha la capacità di arrivare a colpire  tutto il territorio del Nord e anche   la distanza tra la costa occidentale, da dov è tto lancizato e, olendo, anche  le coste del Giappone sud-occidentale. Ha presenziato al test di quel che sarà un perno centrale del sistema di difesa del paese contro l’arsenale nucleare assai grezzo ma esistente anche se, dicono g li esperti, meno affidabile del Nord e del sistema missilistico delle Forze di Difesa nipponiche, la presidente signora Park Geun-hye (NightWatch KGS, 3.6.2015, Seul anti-missile long rang test successfulSuccesso del test anti-missilistico a lungo raggio della Corea del Sud ▬  https://www.ez subcription.com/nnl/content/content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150603)

●Intanto, in Afganistan va avanti, goccia dopo goccia, attentato dopo attentato e attacco dopo attacco, l’avanzata della guerriglia talebana che fa ogni giorno sistematicamente qualche decina di morti finché decidono, loro, di abbandonare la postazione appena conquistata..

E’ che non hanno alcuna voglia di tenerli, i territori che prendono, basta loro renderli intenibili e incontrollabili per il governo e le sue forze. Così, il 13 giugno hanno occupato, distrutto e subito abbandonato, con venti morti tra i difensori, un posto di polizia del distretto di Musa Qala, nella provincia di Helmand, per anni ma sempre in quel modo – inutilmente: a toccata e fuga , “difeso” – si fa per dire – per una ventina almeno di volte – con contingenti inglesi e, poi, danesi prima di andarsene finalmente e definitivamente dal paese (Tribune Post/Islamabad, 13.6.2015, Taliban attack police post, in Afghanistan, killing 17 L’attacco talebano attacca posti di polizia in Afganistan, uccidendo 17 persone http://tribune.com.pk/story/902931/taliban-attack-police-post-in-afghanistan-killing-17).

E siamo al dunque…

Dal 2001, sempre in questo paese, chiunque ci abbia inviato soldati anche solo a “consigliare”, addestrare e tanto più a combattere accanto, e qualche volta anche al posto delle truppe regolari afgane, sa che chi comanda i talebani, il gruppo Haqqani, quello Hekmatyar ma anche altri hanno mantenuto basi e rifugi sicuri, santuari come li chiamano, in Pakistan, appena oltre il confine. I capi dell’esercito afgano sono da sempre a favore di una pratica politica di tolleranza della guerriglia e della rivolta talebana finché resta confinata a  sommuovere e destabilizzare il paese vicino senza ricadute troppo forti sullo status della sicurezza del Pakistan stesso. Perché concordano tutti – il che certo non dà garanzia alcuna di lungimiranza, anzi... – senza il sostegno logistico, di intelligence e politico delle Forze armate pakistane, i talebani non sarebbero in grado di mettere in piedi, anno dopo anno, le loro “offensive di primavera” e tanto meno poi di sferrarle con  successo.    

E’ anche vero, però e poi, che non solo afgani e pakistani ma nessuno dei corpi di spedizione che sono stati per oltre un decennio in questo paese – nessuno, USA e NATO compresi – ha mai voluto portare la guerra e l’attacco fino alle principali basi dei talebani e degli altri sempiterni nemici (Hekmatyar, gli Haqqani) a cavallo del confine sempre litigioso tra i due paesi che l’impero britannico impose oltre un secolo fa, sotto Victoria Regina, a Kabul, ma mai gli afgani accettarono.

L’Afganistan però non acquisirà mai una qualche reale sua stabilità finché in Pakistan continuerà a trovare finanziamenti, rifornimenti, intelligence, santuari, reclute e coperture ufficiose― col governo a Islamabad che nega sempre – e probabilmente a ragione – di saperne niente di niente, all’oscuro come lo tiene qui da sempre l’esercito che in definitiva sempre comanda. I talebani e gli altri avversari di Kabul che lo tengono spesso sotto scacco con le bombe ai lati delle strade,  veicoli e mártiri esplosivi, non fabbricano nessuno dei componenti dei loro esplosivi ma li importano notoriamente tutti dal Pakistan, dove ogni indagine forense quasi senza eccezione li ha fatti risalire negli ultimi quattordici anni.

Ma è del tutto chiaro che a Islamabad le autorità della sicurezza nazionale pakistana restano dell’idea che Kabul resti sempre in condizioni di poca stabilità finché non accetterà dichiaratamente la leadership militare pakistana. Ma la realtà è che gli afgani al governo questo fatto lo hanno finora, sempre malvolentieri ingoiato e che, poi, i suoi alleati l’hanno sempre tollerato, e lo tollereranno ancora, nei fatti e di fatto.

Tra i due governi, specie dopo la sostituzione a Kabul del presidente Karzai con Ashraf Ghani, il premier pakistano Sharif ha cercato di reciprocare, rendendosi più disponibile: nei limiti però che si può permettere, data la sua dipendenza dalla tolleranza dei militari. E’ un potere il suo in politica di sicurezza e internazionale estremamente limitato, però, e sempre sotto la spada di Damocle del golpe incombente e addirittura considerato, qui, quasi “costituzionalizzato”.

usto andazzo criminale ma esita a afrontarlo anzit ut top neoi confli ti

EUROPA

●Ha commentato un osservatore americano dei più sfegatati tra i filo-americani, di quelli che le cose però le vedono, le capiscono e le intuiscono anche a costo di strapparsi dagli occhi i paraocchi della loro cultura e della loro storia (New York Times, 4. 6.2015, R. Cohen, Western Defeat in UkraineIn Ucraina, la sconfitta è quella dell’occidente http://www.nytimes.com/2015/06/05/opinion/roger-cohen-western-defeat-in-ukraine.html?ref=international&_r=0#), spiegando benissimo a chi proprio non vuole o non riesce a capire e/o a rassegnarsi, i fatti della vita...

...che “qui l’America proprio non c’è; e la Germania, in fondo, è una potenza pacifica”: solo uno come Sepp Blatter già, ormai fuori della FIFA, crede ancora forse all’onnipotenza, invece che solo alla prepotenza, che è complesso sviare degli americani. Per cui, quando al Pentagono cominciano a lasciar trapelare – illudendosi di fare una mossa particolarmente brillante per spaventare i russi (la definiscono da sé una mossa significativa infatti per allontanare una “possibile” aggressione loro, e perché no, degli alieni, in Europa – l’idea di piani atti a “posizionare” carri armati, fanteria e armamenti pesanti per circa forse 5.000 GI’s in diversi paesi baltici e dell’est europeo prossimi alle frontiere, non fanno semplicemente impressione a nessuno.

Non fosse altro perché i russi, già in loco hanno schierate 5.000 o magari 50.000 o 500.000 truppe preparate, addestrate e attrezzate. Lì, a casa loro... (New York Times, E. Schmitt e S. L. Meyers, 13,6.2015, U.S. Poised to Put Heavy Weaponry in East Europe― Gli USA stanno contemplando di pre-posizionare loro armamenti pesanti in Europa orientale http://www.nytimes.com/2015/06/14/world/europe/us-poised-to-put-heavy-weaponry-in-east-europe.html?_r=0#).

E, solo pochi giorni dopo, Vladimir Putin controbatte a ruota: se fate troppa pressione, la Russia potrebbe aggiungere, già da quest’anno, altri 40 missili nucleari allo schieramento che ha nella regione. Pensateci due volte, insomma, soprattutto voi allocchi che vi illudete di rafforzare la vostra sicurezza dicendo sì ad atre truppe americane la cui presenza sarebbe, comunque, del tutto irrilevante (The Economist, 19.6.2015).

 

E, poi, c’è il problema di fondo. Neanche quei paesi, per non dire in primis gli stessi americani, sono affatto convinti di queste illusorie e obiettivamente provocatorie intenzioni. Cohen, il fatto di dover fare realisticamente i conti con lo stato delle cose e i rapporti di forza così come sono, che alle porte di casa sua è Putin a pesare di più, lo deplora. Ma sa che non si può rischiar di far morire il mondo per... Danzica.

Specie se Danzica – Kiev, e stavolta davvero, non come nel 1938 – si è in troppi modi, col revanscismo sfrenato dei suoi capipopolo golpisti, attirata le folgori della rabbia del grande vicino. Sbagliando poi tutti i conti e tutte le previsioni, ammaliata dai miraggi fasulli di certe mezze promesse irresponsabili di qualche responsabile occidentale.

Ma, dei due bulli, chi è davvero il più arrogante?   (vignetta)

Ma li vedi che muscoli? e i miei? e questi, allora?...

Bé, preferisco di gran lunga i colloqui sulla riduzione degli armamenti...

Fonte: The Economist, 19.6.2015, KAL

●D’altra parte, solo evitando di discutere se non per slogans, uno più roboante del precedente pretendendo di ergersi a giudice, giuria e esecutore senza essere affatto in misura di farlo,  a evitare che le contraddizioni scoppino tutte insieme. Un importante sondaggio del Pew Research Center istituto dedicato statunitense, condotto in diversi grani paesi della NATO, ha scoperto che è elevata l’opposizione popolare a  un intervento militare a sostegno di un paese alleato che entrasse in conflitto armato coi russi.

Anche se – o forse proprio perché – secondo l’art. 5 del Trattato – un attacco a uno è considerato come un attacco a tutti. Ma proprio il caso della Georgia, come quello dell’Ucraina, malgrado la confusione seminata ad arte ma grossolanamente hanno seminato fior di dubbi su che cosa abbia davvero costituito aggressione (PEW Research Center, 10.6.2015, NATO Publics Even If Blaming Russia for Ukrainian Crisis, Stay  Reluctant to Provide Military Aid L’opinione dei paesi NATO, anche se e quando incolpa i russi per la crisi ucraina, resta riluttante a fornire aiuti militari http://www.pewglobal.org/2015/06/10/nato-publics-blame-russia-for-ukrainian-crisis-but-reluctant-to-provide-military-aid).

● Ma a che cappio serve davvero la NATO?

LA DOMANDA DEL SONDAGGIO―― Se, per difendere un altro paese della NATO,  scoppiasse un conflitto tra esso e la Russia, il vostro paese dovrebbe rifiutare l’uso della forza militare? (le % riflettono i contrari: che in Germania, in  Francia, in Italia superano la metà e, negli stessi USA, arrivano quasi al 40%...).

Fonte: Pew Research Cente Poll, The Economist, 12.6.2015

●L’Ucraina, diciamo, però a modo suo – come sempre del tutto insufficiente e contro ogni speranza – ci prova. Sul piano economico, mentre rifiuta perfino di prendere atto che, al contrario di  tutto il resto d’Europa, dove oggi c’è un problema di prezzi ormai rischiosamente bassi, a Kiev fanno invece fronte a un’inflazione che già in aprile, su un anno prima segna ormai un salto in avanti del 61% (New York Times, 5.6.2015, Danny Hakim, High Inflation Makes Ukraine’s Tro,ubled Situation Worse L’alta inflazione va peggiorando la situazione burrascosa dell’Ucraina http://www.nytimes.com/2015/06/06/busi ness/international/high-inflation-exacerbates-ukraines-troubled-situation.html?hp&action=click&pgtype=Homepa g e&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news&_r=0), tenta spudoratamente, quasi con disperazione, di forzare la mano per esempio all’operatore romeno, Transgaz, che fornisce per quello Stato il gas naturale a chi in Europa lo compra.

A Kiev provano, infatti, a dare per firmato come un accordo in buona e dovuta forma quello che al massimo, invece, i romeni dicono essere solo un memorandum di intesa (sic!) con l’operatore ucraino, Ukrtransgaz, che si impegna per mandare avanti il tentativo, però, entro tre mesi a  esplorare strade alternative per arrivare a inviare i suoi idrocarburi (Stratfor, 3.6.2015, Ukraine: Kiev To Explore Importing Natural Gas From Romania― Ucraina: Kiev esplorerà la possibilità di importare gas naturale dalla Romania ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-kiev-explore-importing-natural-gas-romania).

L’ICIS-l’Istituto di Informazione Internazionale dell’Industria Chimica, istituzione privata, e autorevole, con sede a Londra, ha spiegato – utilmente, per fare chiarezza – che in loco esiste già un’infrastruttura alquanto vetusta di trasporto del gas, ma anche che al momento c’è solo sul tratto romeno del  percorso. E nessuno ha la minima idea di come uno Stato in  bolletta come l’Ucraina , o un suo ente, potrebbero finanziarsi una spesa di almeno qualche miliardo di €.

●D’altronde, la Romania ha in questo momento ben altre gatte da pelare, flagellata da un profonda crisi politica che manda a ramengo, in completa deriva, ogni idea di una possibile stabilità. Il nuovo presidente romeno, il cristiano-liberale Klaus Johannis – eletto malgrado o, forse stavolta per disperazione anche proprio perché è un esponente dell’importante minoranza etnica tedesca, occidentalizzante,  del paese – ha chiesto ancora una volta e ancora senza averne il diritto se non forse morale ma non sicuramente il potere, le dimissioni del primo ministro socialdemocratico Victor Ponta, sotto accusa guarda un po’ per corruzione da parte di una delle procure della Repubblica del paese.

Ponta rifiuta risponde, in punta di diritto e di Costituzione, che lui è stato eletto dagli elettori e lo possono far dimettere solo altre elezioni e un voto di sfiducia del parlamento e non di un’accusa del presidente o di un tribunale (Stratfor, 5.6.2015, Romania: President Asks Prime Minister To Resign In Romania, il presidente chiede le dimissioni del primo ministro https://www.stratfor.com/situation-report/romania-president-asks-prime-minister-resign).

E alla fine vince lui. Governo e socialdemocratici in parlamento sconfiggono la mozione di sfiducia su cui Klaus Johannis aveva puntato, sbagliando miseramente, gran parte della  sua finora mai testata credibilità post-elettorale. La mozione mette insieme solo 214 dei 278 voti che al minimo  sarebbero stati necessari visto che socialdemocratici di Ponta e anche l’Unione nazionale per il progresso della Romania― l’Uniunea Națională pentru Progresul României/UNPR, ex scissionisti del PSD, si sono astenuti (Curierul National, 12.6.12015, Ponta supraviețuiește vot de încredere Ponta sopravvive al voto di sfiducia http://www.ziare.com/victor-ponta/dna/ponta-in-parlament-live-1367226).

Poi, solo a pochi giorni di distanza dal voto di fiducia, senza preavvisare neanche i suoi più vicini collaboratori e senza neanche recarsi dal presidente Victor Ponta annuncia che si dimette “per ragioni di salute”. Ma solo temporaneamente. Ragioni dice, di salute, che lo portano a chiedere al Vice primo ministro e ministro degli Interni Gabriel Oprea di sostituirlo per il mese mezzo della sua assenza programmata. Risulta, in effetti, che stia recuperando da un’operazione subita a un ginocchio, ma resta sotto inchiesta giudiziaria da maggio scorso sotto accusa di evasione fiscale, riciclaggio di denaro sporco e vari conflitti di interessi.

Si tratta di una situazione profondamente imbarazzante anche per la Romania, come lo è stata a suo tempo in condizioni pressoché analoghe per l’Italia sotto il Berlusca. E sembra una pesante forzatura della lettera e dello spirito della Costituzione romena, che probabilmente non reggerà alla denuncia già partita pesante sia dalla presidenza della Republica che dalla magistratura inquirente (Agenzia Novinite/Sofia, 22.6.2015, Romania PM Temporarily Steps Aside Citing Health Reasons Il PM romeno si fa “temporaneamente” da parte citando ragioni di salute http://www.novinite.com/articles/169362/ Romania+PM+ Tempo rarily+Steps+ Aside+Citing+Health+Reasons); e Stratfor – Analysis, 10.6.2015, Romania’s Corruption Scandal Threatens Political Stability In Romania, uno scandalo sulla corruzione minaccia la stabilità politica del sistema https://www.stratfor.com/analysis/romanias-corruption-scandal-threatens-political-stability).

●Intanto, l’Ucraina prova ancora una volta a bluffare, a gonfiare la minaccia militare montandola oltre il  per costringere l’UE a mantenere le sanzioni per cui preme contro la Russia. E’ l’opinione, ponderata e ormai dominante anche a Washington negli ambienti che contano. Più al Pentagono che alla Casa Bianca e al dipartimento di Stato...

Al Consiglio di Sicurezza, il capo della missione di osservatori e mediatori dell’OSCE incaricata dall’ONU, ha denunciato la responsabilità delle due parti, non solo i russofoni, per nei nuovi scontri intorno alla località di Marinka, nell’Oblast di Donetsk, con alcune decine di morti.                     

Ha tenuto a specificarlo e documentarlo, sottolineando che in realtà secondo la stessa OSCE non è proprio niente di nuovo nella recrudescenza a singhiozzo negli scontri. Per cui (conclude NightWatch, 4.6.2015, Poroshenko’s blown-up fear-mongering― La campagna di rigonfiamento della paura lanciata da Poroshenko ▬  https://www.ezsubscription.com/nl/content/ontent_servlet.spx?target=NightWatch_20150604) e “l’ordine da lui trasmesso ai suoi di prepararsi a un’invasione russa dell’Ucraina, è teatro politico-politicante”.

E messo in scena – su impulso e regia, visto l’esito, della solita Nuland e dei suoi ebeti omologhi, apposta all’immediata vigilia del vertice dei G-7 voluto da Obama, solo per annunciare di aver punito Putin, escludendolo. Cosa della quale, però, lui sembra proprio aver imparato a fregarsene altamente. D’altra parte, in un sussulto del tutto inusuale e quasi avventuroso di contezza di sé la direttrice del Fondo monetario internazionale in persona, Lagarde, pur rassegnandosi a subirne ancora per un  po’ l’esclusione, dice ora  chiaro che perché abbia un senso un vertice del G-8 e del G-20, gli unici consessi che ancora contano, devono includere tutti i protagonisti maggiori: Russia sicuramente compresa (Agenzia Sputnik, 28.5.2015, IMF Chief Wants Russia Back in G-8 La numero uno del FMI vuole il rientro della Russia nel  G-8 http://sputniknews.com/europe/20150528/1022651359.html)...

Alla fine, il G-7, il Gruppo dei Sette (USA, Giappone, Germania, Francia,  Gran Bretagna, Italia e Canada― tre “G” veri, anche se non più, o quasi non più neanche per gli USA  i più grandi per la  per la quantità di  PIL che ancora producono; e tre “G” invece proprio fasulli perché è pacifico che  il loro PIL non è più da anni ormai a quell’altezza: lo sottolinea  il foglio redatto, ufficiosamente ma quasi ufficialmente, “vicino al Pentagono” (NightWatch, 9.6.15 ▬ The G-7 farce La farsa del G-7 ▬  https://www.ezsubscription.com/nnl/content/content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150609) come vuole  vederla reagire pressoché automaticamente l’America più becera.  

E mette in chiaro, conciso, che “si è trattato  di un vertice anche più insulso dei precedenti, che nella maggior parte dei media statunitensi ha generato un largo sbadiglio.  I capi di Stato e di governo delle democrazie di stampo occidentale hanno parlato, bevuto e desinato tra loro in un resort bavarese esclusivo e elitario e poco, o niente, di quanto concordato ha il valore di una notizia qualsiasi. Questi nostri leaders sono tutta gente un po’ timida. La grancassa pre-vertice aveva sostenuto che i capi dei più ricchi Stati della terra avrebbero discusso di sviluppo, energia e di una migliore ecologia del pianeta. E che le cosiddette questioni di sicurezza sarebbero restate, stavolta, in secondo piano. Predizioni per lo più completamente sbagliate.

I membri europei del vertice [ma non gli americani, si badi...] hanno concordato il bando ai combustibili fossili entro il 2050, dopo che tanto gran parte di loro saranno defunti.

E sembrano aver speso più tempo del previsto a parlare proprio di questioni di sicurezza, Russia e Ucraina, Siria e Russia, Cina e Mar cinese meridionale... Diverse dichiarazioni uscite dal vertice hanno rafforzato... ancora una volta, la tendenza [americana, anzitutto] a un mondo bipolare.

I commentatori hanno predetto così che quelli del vertice avrebbero sostenuto ancor più sanzioni contro la Russia ma continuando a sperare nell’aiuto dei russi per metter fine alla guerra civile siriana [a modo loro, degli americani: forzando la resa di Assad, magari anche a costo di far vincere l’ISIL...]. E la Russia ne è uscita insieme così, come una bestia nera e anche come chi, per alcuni europei,  scioglierà i nodi legati alla loro sicurezza nazionale.

Ancor più difficile da spiegare è la dichiarazione dei G-7 che critica la rivendicazione della Cina a gran parte delle acque e dei territori del Mar cinese meridionale. Sembra un attacco gratuito ai cinesi, uno dei maggiori partners commerciali dell’Europa [e, aggiungiamo noi,  dei finanziatori poi dell’America] quando le dispute marittime del Pacifico non sembrano certo di drammatico rilievo  per i G-7 eccetto, forse, soggettivamente, per USA e Giappone. Risultato: la Cina ha denunciato la dichiarazione per quel che riguarda sé e il Mar cinese meridionale. E la Russia ha attaccato l’estensione preannunciata delle sanzioni dei G-7.

● Dicono di volerci davvero provare... ma non ci crede nessuno... (vignetta)

I   G-7: BLA BLA:  “Puntiamo decisi a decarbonizzare l’economia globale entro la fine del secolo” FATTI:  Be’, almeno è un inizio. no?  

Fonte: The Economist, 12.6.2015, KAL

Poi (come aveva appena finito di prevedere NightWatch dell’11.6.2015, Ukraine-Update https://www./nnl/content/ content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150611) passata, senza quasi neanche discutere ritualmente la richiesta di reiterare le sanzioni ancora una volta, forse l’ultima perché stavolta per farla ingoiare a molti europei Obama s’è dovuto spostare di persona a predicare il verbo, “tutto il can-can sulla guerra è subito sparito – guarda un po’ – dopo che era stato usato  proprio in quei giorni opportunamente per far salire la temperatura, ma che adesso viene subito ridimensionata alle solite accuse reciproche  di USA e Russia di impicciarsi dei fatti ucraini”.

E, infatti, il giorno dopo arriva la controprova. A Milano, all’EXPO, si reca in visita di Stato, onorato e anche qualche poco renzianamente leccato, il Convitato di  pietra russo, Vladimir Putin – appena accusato, con una scelta di termini per lo meno infelice: vuole riesumare i “fasti” dell’impero sovietico – perché dunque erano tali, per lui: fasti?!? – dice lo xyuirrttente ufgigo par squittente ruggito del topo obamiano (che ormai troppo spesso, coi muscoli un po’ atrofizzati, sembra far questo: più che altro far finta di ruggire, squittendo) voluto alla sbarra al G-7 da Obama – che rimette di forza la Russia al centro della scena. Davanti all’imbarazzato Matteo, lui fa rilevare che le sanzioni nostrane contro Mosca sono costate oltre 5 miliardi di €, ben più a noi coi guai che abbiamo di quanto siano costate ai russi...

E dopo che, al solito, smargiassando, il G-7 ha appena finito di bofonchiare come “Mosca non sia più un partner strategico per l’occidente” – a firma anche di Renzi: che, forse, in quel momento s’era distratto... ma che, adesso, davanti allo zar come lo chiamano gli americani, e proprio  dall’EXPO, si smentisce e smentisce tutti i frollocconi che in Baviera aprivano bocca e le davano fiato, ribadendo invece che “con Mosca insieme bisogna lavorare proprio strategicamente” per isolare, combattere e sconfiggere i tagliagole, veri nemici dell’umanità.

●Poi, il 17 – ma la raccomandazione penultima viene presa, poi, all’Eurogruppo del 22 giugno – Italia, Grecia e Cipro trovano non si sa proprio come il fiato per dire agli altri 25 dell’ectoplasma che ha ancora la faccia tosta di chiamarsi Unione ma riesce ad esserlo quasi solo ormai su invocazione e pressione del grande fratello americano, che non condividono – o non condividono più – la politica delle sanzioni... ma  alla fine trovano solo il  coraggio di annunciarlo, ma senza neanche insistere che è poco elegante e cedono, a votando anche loro a favore (Kyiv Post, 17.6.2015, EU said to extend Russia sanctions as Ukraine peace elusive― Si afferma che la UE estenderà le sanzioni anti-russe perché la pace in Ucraina resta elusiva [e la colpa evidente, Bruxelles e NATO dixerunt, è tutta dei russi...] https://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/eu-said-to-extend-russia-sanctions-as-ukraine-peace-elusive-39 1343.html).

Ma si sa. Cipro, in pratica, è da tempo in catalessi economico-finanziaria e, pur dipendendo non poco dagli investimenti proprio dei russi, dipende ancora di più dalle banche tedesche... E la Grecia è alle corde... Ma l’Italia del decisionista per finta, Matteo Renzi, che pure delle sanzioni non è affatto convinto e a dirlo ci riesce perfino e che, per far prendere le proprie richieste sul serio al tavolo dei 28 potrebbe forse solo prendere per le pa**e i sanzionofili d’Europa e d’America ma, se anche osa accennarlo, non osa farlo: forse perché gli terrebbero il broncio... Così ora, slecchinando dietro ai desiderata di Obama e ai pruriti, solo in parte legittimi e solo in parte motivati, dei revanscisti ucraini, le sanzioni che dovevano scadere a  giorni saranno prolungate fino a gennaio 2016.

E subito, spiegando chiaramente a chi non ha voluto, o ha fatto finta di non spiegarsi il perché, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato che di rappresaglia si tratta e che scatterà in contemporanea con quella dell’Unione europea. Che continua, denuncia, per pura e forse anche deliberata miopia, o per inerzia, ad incolpare solo la Russia per le difficoltà di applicazione degli accordi di Minsk.

E queste contro-sanzioni si manifesterai no ora anche con un indurimento delle sanzioni mirate precisamente alle esportazioni europee di prodotti alimentari, di uso comune e di lusso (cioè non tecnologia, non contro Inghilterra e Finlandia per capirci, ma mirate a Italia, Spagna e Francia proprio... Sempre più stupidamente masochisti, cioè, noi (Russia Insider/Mosca,  22. 6.2015, Russia Reacts to Renewal of EU Sanctions La Russia reagisce al rinnovo delle sanzioni UEhttp://russia-insider.com /en/politics/russia-reacts-renewal-eu-sanctions/ri8212)          

Rovinando ancora  tutte le economie interessate, le nostre, la nostra, più di quella dei russi, e lasciando intatti invece quasi completamente gli interessi americani molto più circoscritti e limitati dei nostri in materia di scambi coi russi... E poi gli scimuniti che lavorano a Bruxelles hanno l’ardire di chiedersi anche – l’inutile Mogherini per prima che, vedrete, sarà forse perfino capace di farci rimpiangere anche la baronessa Ashton come lady PEC come mai i russi si mettano a schiaffare le loro controsanzioni contro qualche decina di esponenti dell’Unione europea…

Anzi, la Russia rincara. Per lo meno a parole, per scoraggiare – diciamo – l’estensione delle sanzioni, che comunque la colpiscono e minacciano ora di aggravare – dice il ministro dello Sviluppo, Alexei Ulyukayev – il rallentamento dell’economia. Dipende tutto dall’Unione europea, dice, se poi estenderemo le nostre controsanzioni. E la sua logica è palesemente diversa da quella bacata di Mogherini e affini.

Cioè, la Russia adesso aveva lasciato capire e dire in anticipo che che le sue sanzioni all’importazione di alimenti, derrate alimentari e perfino verdure fresche si sarebbero estese, anche se forse si potrebbero evitare nuove misure se quelli, da Bruxells, eviteranno di allargare  nel tempo quelle esistenti. Era logico. Mma poi Obama ha alzato il ditino al G-7 che aveva appositamente voluto. E all’Unione nessuno ha avuto il coraggio di dirgli che, come re, era ormai proprio nudo...

Lo spiega chiarissimo, dice ancora contro  tutte le ipocrisie, anche la presidente della Banca centrale di Russia, Elvira Nabiullina. Non esita a riconoscere l’azione di freno delle sanzioni sull’economia ma sottolinea quanto e più esse facciano male a “diversi paesi dell’Unione europea” che della Russia sono molto meno autonomi; e come, in realtà, poi, l’economia russa nel suo complesso sia “ben equilibrata” (Sputnik,18.6.2015, Russian Economy Able to Withstand Western Sanctions - Central Bank Head La presidente della Banca centrale: l’economia russa è in grado di resistere alle sanzioni occidentali http://sputniknews.com/russia/20150618/1023510670.html).

●In ogni caso, ancora “osando”, anche se sempre con studiata accortezza, resistendo a conferma di questa asserzione a tutte le sirene convenzionali di molte altre banche centrali, la Banca centrale della Federazione russa ha ancora ridotto di un secco 1% il tasso di riferimento, quello principale di sconto, all’11,5%. Si tratta del quarto taglio consecutivo quest’anno. Gli ambienti più  direttamente politici della nomenclatura tutta si aspettavano anche qualcosa di più in aiuto a un’economia che resta comunque in qualche sofferenza. Ma Nabiullina, che da sempre gode della piena fiducia di Putin, sottolinea che l’inflazione, in ribasso, è scesa ma è ancora attestata a un 15,8% e potrebbe anche rimettersi in marcia, limitando così lo scopo di ulteriori allentamenti (The Economist, 19.6.2015).

●Mentre scoppia come un petardo bagnato, facendo cioè solo fumo, la sorpresa fasulla dell’Unione europea (Mogherini in testa, che lo sapeva da sempre) di fronte alla risposta assolutamente scontata dei russi che “senza spiegazioni” (ma è falso: è sempre stato ed è un quid pro quo, pan per focaccia, rappresaglia pura e puntuale) tolgono senza preavviso (era stato detto da mesi) il visto di ingresso a 89 suoi esponenti per altrettali bersagli colpiti dalle sanzioni imposte da Bruxelles – UE e NATO o tutte e due – contro esponenti russi importanti – la Banca mondiale, parte integrante del marchingegno punitivo sanzionatorio, rendeva già chiaro almeno da un mese prima quel che adesso la signora Nabiullina autorevolmente e credibilmente conferma: che la Russia sta per uscire dalla tagliola delle sanzioni e dell’inizio più che abbozzato di crisi grazie all’aumento del prezzo del greggio e del gas naturale che esporta e il tasso declinante dell’inflazione.

Nel 2016, sottolinea ora la BM da Washington, la Russia tornerà a crescere, dopo essersi contratta del 2,7 quest’anno su un anno prima, addirittura del 3,4%, salendo poi ancora nel 2017 di un altro 2,7%... Solo due mesi fa la stessa fonte aveva parlato, invece, di un’ulteriore calo dello 0,3-0,4 del PIL russo (Dow Jones Business News/New York, 1.5. 2015, World Bank Sees Russian Economy Returning to Growth in 2016― Nel 2016, la Ban ca mondiale vede la Russia tornare alla crescita http://www.nasdaq.com/article/world-bank-sees-russian-economy-returning-to-growth-in-2016-20150601-00155).

●La Bielorussia terrà il prossimo 11 ottobre le sue elezioni presidenziali, dichiara adesso la Commissione elettorale centrale di quel paese, col presidente sostanzialmente in carica da sempre, Aleksandr Lukashenko, che ha detto che verrà consentito il libero accesso anche ad osservatori internazionali (Reuters, 9.6.2015, Belarus sets Oct. 11 election day, Lukashenko poised to run again La Bielorussia decide che le sue presidenziali saranno l’11 ottobre, Lukashenko sarà in gara ancora una volta [legittimo qui costituzionalmente]▬ http://www. reuters.com/article/2015/06/09/us-belarus-election-idUSKBN0OP16V20150609).

Minsk, che tende a mostrarsi da qualche tempo anche di opinione diversa da Mosca, ne dipende però dentro un sistema economico-politico strettamente integrato ― come quello che, del resto, lega pressoché indissolubilmente alla Russia paesi ad essa anche molto ostili, e addirittura già pienamente integrati, come Lituania, Estonia e addirittura Polonia.

●Una specie di nota suppletiva a un recente suo articolo molto critico contro le scelte economiche   conservatrici della Finlandia, vede ora l’economista Krugman tornare sull’argomento della pessima performance degli anni ’90 qui dell’economia e fa rilevare una differenza (New York Times, 1. 6.2015, P. Krugman, The Finnish DiseaseIl male finnico http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/06/01/the-finnish-disease/?_r=0), tra allora e oggi, cruciale: allora, qui si scatenò la recessione per il combinarsi dello scoppio della bolla speculativa edilizia e il collasso della vicina Unione Sovietica, con tutte le ripercussioni che esso si portò dietro: caduta libera del PIL anche finlandese e ripresa assai ritardata.

Ma a questa prima, che qui chiamano la loro “grande depressione”, un’altra ne è seguita, meno profonda ma molto più persistente che il suo articolo illustra chiara:

Ma perché adesso è tanto più dura riprendersi? Non è quest differenza. Non è uestione dell’ammontare del debito. Né degli interessi sul debito, visto il costo assai basso del prestito. La differenza sta tutta nella camicia di forza che oggi anche per la Finlandia costituisce l’euro. Allora Helsinki svalutò, riprendendo rapidamente competitività. Adesso non lo può fare...

Insomma, anche paesi e governi sedicenti virtuosi e che, al contrario della Grecia dei liberisti, sia liberali che socialisti fasulli non hanno affatto riempito il paese di debito estero sono adesso in guai analoghi a quelli caricati sulle spalle dei greci dai prodighi e farabutti governi che hanno preceduto quello di Syriza.

● Il male finnico  (grafico)

Caduta del PIL pro-capite, nei primi sei anni di crisi

Fonte: INYT,  1.6.2015, art.  di P. Krugman; e Depressed Finns, OECD/OCSE

●Cercando di fare al solito, anche se in modo spesso assai abborracciato,  il suo mestiere, sempre a favore di loro signori, anche talvolta magari inconsapevolmente – il che non rende la cosa più accettabile: anzi, per un grande giornale di informazione, è perfino peggio – il NYT (New York Times, 19.6.2015, A.P., Crisis-Hit Europeans: Greece Must Knuckle Down Like They Did Gli europei colpiti dalla crisi: la Grecia deve piegarsi come abbiamo dovuto fare noi http://www.nytimes.com/aponline/2015/06/19/ world/europe/ap-eu-greece-seen-from-abroad.html?ref=world&r=0#) ha deciso di svolgere una campagna/sondaggio coi toni di una vera e propria istigazione contro le pretese della Grecia in quei paesi dove la gente ha anche sofferto di più per l’eurocrisi. Il tema generale, sintetizzato nel titolo è addirittura sfacciato...

Bé, sarebbe stato per lo meno utile e, comunque, onesto includere un po’ di dati sulla posizione oggi di questi vari paesi. Perché il reddito pro-capite e l’occupazione, malgrado quei sacrifici – o proprio a causa loro? comunque, anche grazie a loro –  sono ancora e di gran lunga sotto i livelli pre-crisi. Eccola, fornita qui la tavola che  riporta le proiezioni per quest’anno, il 2015,del Fondo monetario internazionale (IMF, 4.2015, World Economic Outlook, Projections for Selected Countries Proiezioni per paesi selezionati http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2015/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=55&pr.y=8& sy=2006&ey=2015&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=136%2C182%2C178%2C184&s=NGDPRPC %2CLE&grp=0&a=), nientepopodimeno, su PIL e occupazione messe a confronto coi dati di prima della crisi nei quattro paesi in questione.

L’ultima delle colonne mostra in termini di posti di lavoro bruciati sull’altare dell’austerità quanti ce ne sarebbero stati in questi quattro paesi e là in termini ufficiali nelle condizioni analoghe di camicia di forza alla crescita imposte anche all’economia americana― con Obama, magari in misura non sufficiente ma  non è stato proprio così. Per esempio, in Irlanda nel periodo in questione sono stati bruciati sull’altare eretto dagli incompetenti austeriani, 1’equivalente della perdita di 13.350.000 posti di lavoro in America e, in Spagna di ben 21 milioni.

Lo scarto dal livello raggiunto nel 2007

 Gap from 2007 Level 

 

Per capita GDP

Employment

U.S. equivalent

PIL Ireland

-4.40%

-8.90%

-13.35M

Italy

-11.50%

-3.10%

-4.65M

Portugal

-4.60%

-11.50%

-16.7M

Spain

-5.10%

-14%

-21.0M

Fonte: FMI

Bè, è una tabella che potrebbe aiutare, no?, i lettori a farsi un’idea più precisa del successo delle politiche di austerità promosse con tanta persistenza, incoscienza, ignoranza e, diciamo, perseverazione diabolica dal FMI e dalla UE.

Quanto all’Italia, poi, questo pezzo assolutamente perverso sostiene anche che qui non avremmo mai davvero sperimentato politiche di austerità. Ma se siamo passati da deficit strutturale di bilancio del 4,2% del PIL nel 2009 a uno 0,3 nel 2015, quest’anno? Una riduzione del 3,9% del PIL. Certo, meno di altri ma ssmpee estremamente dura e un paese g ià in recessione.

●Riprendendo, poi, il filo di ragionamento che sul tema Grecia, austerità, scelte dell’Unione europea e necessità di cambiare strada svolge sempre con la sua lucida e proverbiale pazienza didascalica il Nobel Paul Krugman, vale la pena – come sempre con lui – di far rilevare quanto segnala sull’altro caso anomalo del paese discolo per eccellenza e come tale indicato all’obbrobrio e all’isolamento della finanza internazionale dai soloni-co**ioni del FMI e dalle regole della cosiddetta saggezza economica e accademica convenzionale: l’Islanda... Messa a paragone su alcuni dati cruciali della sua performance reale, poi, rispetto al paese virtuoso per eccellenza degli austeriani, l’Irlanda... E la differenza non è solo una lettera dell’alfabeto.

Islanda, il discolo, e Irlanda, il campione degli austeriani: sì?   (grafico)

Massimo dell’occupazione =100: dal 2005 al 2014

Fonte: INYT, 9.6.2015

Io, fa notare Krugman, sono stato uno dei primi commentatori a far rilevare che in Islanda stava succedendo qualcosa di molto curioso (New York Times, 30..2010, P. Krugman, The Icelandic Post-Crisis Miracle Il miracolo post-crisi che si sta realizzando in Islanda http://krugman.blogs.nytimes.com/2010/06/30/the-icelandic-post-crisis-miracle/?_r=0#): il paese che avrebbe dovuto costituire il ground zero del disastro finanziario stava in realtà subendo una crisi più mite di molti altri, grazie proprio alle scelte fatte, del tutto eterodosse―  ripudio del debito, controllo dei capitali, svalutazione massiccia. E adesso, l’eretica Islanda è pronta a togliere di mezzo anche quei controlli[1] e la sua esperienza, considerate tutte le circostanze, sembra rimarchevolmente buona”.

Rispetto di sicuro alle altre, specie a quelle di chi era mostrato a campione di obbedienza a lor signori e alla loro saggezza austeriana convenzionale. “Ma, adesso, ci hanno pensato lor signori a cambiare i parametri di giudizio chiamando l’Irlanda un successo visto che, appunto, adesso, le cose vanno appena meglio. A proposito di abbassare l’altezza dell’ostacolo.

Penso che oggi qualcuno si metterà a chiedere di possibili paralleli con la Grecia. Bene, se verrà forzata fuori dell’euro, sarà nella posizione di provare una svalutazione massiccia all’islandese e dovrà imporre di certo il controllo dei capitali. E’ da vedere, però, se funzionerà bene come in Islanda― tanto per dirne una, lasciare l’euro è un conto, molto diverso non esserci mai stata dentro. E io spero ancora che uscirne possa essere evitato alla e per la Grecia. Per ora limitiamoci a dire che, almeno qualche volta, l’eterodossia funziona meglio di quel che gli ortodossi saranno mai disposti ad ammettere(New York Times,  9.6.2015, P. Krugman, The Least Worst Crisis La meno peggio delle crisi http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/06/09/the-least-worst-crisis).

●E, a proposito di Grecia, adesso pare che i creditori istituzionali avrebbero concordato di proporre un accordo che poi intenderebbero presentare al governo greco (pare perché la notizia, anche se di fonte autorevole è solo del Wall Street Journal, 2.6.2015, Marcus Walker,  Greece’s Creditors Set to Throw Down Gauntlet With Proposal for Bailout Deal I creditori della Grecia gettano il guanto di sfida con la [loro] proposta di accordo di salvataggio http://www.wsj.com/articles/greeces-creditors-reach-consensus-on-proposal-to-athens-1433242935).    E si tratterebbe proprio di un’idea del prendere o lasciare..., o mangi questa minestra o ti buttiamo una volta per tutte giù da questa finestra... Già ma, prima o poi, così, i defenestratori finiscono col venire sicuramente, oltre che giustamente, defenestrati...

Sta in effetti diventando palese ormai che, per dirla – e non sono poi i soli a farlo notare – in un loro breve paper (L’umiliazione della Grecia, 26.5.2015, due osservatori acuti, B. Amoroso e J. Jespersen [docenti di economia internazionale all’Università danese di Roskilde] http://comune-info.net/2015/05/umiliazione-grecia):  “se la Grecia nel corso del prossimo mese sarà umiliata, essa dovrà abbandonare l’Unione monetaria e la falsità dei discorsi fatti durante i brindisi europei a favore della solidarietà sarà smascherata. E’ un risultato che peserà come un macigno sulla cooperazione europea durante i prossimi decenni”. Perché ormai in questione non sarebbe più affatto la Grecia, ma proprio la credibilità, cioè l’esistenza stessa, dell’unione monetaria e della sua istituzione prima e per definizione centrale: la Banca , appunto, centrale europea.

●Poi, alla fine della prima settimana di giugno, Atene taglia il nodo: comunica ufficialmente agli interlocutori suoi creditori – alle cosiddette “istituzioni” ormai innominate che ha finora strappato di identificare solo in modo traverso (l’unica sua vera vittoria per il momento) nei documenti ufficiali così, innominate, ma che restano poi sempre le stesse: Fondo monetario, Banca centrale e Commissione europee – che non rimborserà i 300 milioni di € dovuti al FMI entro la scadenza del 5 giugno ma li ripagherà – dice – nella loro interezza di 1,6 miliardi a fine mese avvalendosi di un precedente raramente usato ma applicato l’ultima volta tre decenni fa nel caso dello Zambia.

Intanto, tra segnali quasi di nonchalance dei greci (tanto non abbiamo più niente da perdere...) e di nervosismo sempre più palese e impotente specie del presidente della Commissione – che si sta forse accorgendo di quanto Tsipras  sia deciso davvero a pagare piuttosto pensioni minime e sussidi di sopravvivenza ai suoi cittadini piuttosto che interessi e debiti a scadenza ai banchieri – continua una serie di incontri bilaterali d’emergenza a livello politico, tra governo greco e governo tedesco, in particolare, nel tentativo di impedire il concretizzarsi all’orizzonte del’uscita di Atene dall’eurozona che , in effetti, mette più paura che ad Atene stessa, sembra, a Bruxelles, Francoforte,  Berlino e anche a Washington (non è che, con le spalle al muro, Syriza e il governo greco potrebbero davvero trovare aiuto, aperture di credito, a Mosca, adesso?)...    

●Poi, il 5, in sessione plenaria del parlamento, Alexis Tsipras rigetta ufficialmente come del tutto “irragionevoli” le stipulazioni proposte dai creditori ufficiali al suo governo – letteralmente, una scelta secca tra l’affamare ancora di più il popolo per soddisfare un tantino i banchieri e le banche, e solennemente a nome del governo e del popolo greco, annuncia che andrà a proclamarlo al vertice informale che si terrà a latere dell’incontro di Bruxelles del 9 tra Unione ed America latina.   

●Malgrado ciò, o forse anche proprio perché sta facendo un lavoro indefesso ai fianchi dei partners e, in specie, proprio dei tedeschi, subito dopo il ministro delle Finanze Varoufakis torna a far risuonare qualche nota di speranza su una possibile intesa tutta politica, giocando in modo forse anche troppo scoperto su qualche stiracchiato sorriso strappato bilateralmente a Merkel rispetto al ringhio quasi da ictus che invece ormai gli riserva il cerbero suo omologo di Berlino, Wolfgang Schäuble (Handelsblatt, 8.6.2015, Varoufakis trifft SchäubleWir  haben ein gemeinsames Verständnis des Problems Varoufakis incontra Schäuble – Abbiamo una copmprensione identica dei problemi [... ma Schäuble sta zitto ed è un silenzio, il suo, strepitante: già,... ma non sembra proprio esserci identica intesa sulle soluzioni] ▬ http://www.handelsblatt.com/politik/international/varoufakis-trifft-schaeuble-schlimmer-kann-es-nicht-werden/118 83922-2.html).

●E si torna così, forse, in qualche modo, al precedente dello Zambia che, come tale – come sempre in casi che assumono una loro valenza quasi... liturgica –uasi liuefig ca: i precedenti -  pare offrire ancora qualche tempo ulteriore di negoziato. Lo Zambia è l’ultimo caso –  e è degli anni ’80: per oltre 800 mlioni di $ – delle decine in cui un paese ha fatto ricorso a questo stratagemma rinviando tutto a un unico pagamento. Complicato, adesso, però dal fatto che nessuno crede che a fine mese Atene potrà effettuarlo (a  meno di sorprese  non desiderate dall’America e da Francoforte, come un intervento salvatore dei russi) ma anche perché il pacchetto di salvataggio in corso per la spira poi formalmente lo stesso giorno a fine giugno in cui scade il debito col FMI.

Ma di per sé la storia di arretrati che si sono trascinati per lungo tempo di paesi debitori col Fondo(definiti come ritardi nel pagamento di oltre sei mesi e poi risolti con una o l’altra transazione e/o accordo politico – anche a volte con la cancellazione proprio del debito stesso o di sua congrua

● Ma non è il piano a mancare, sono idee  e capacità di vedere quel che dice l’esperienza e non gli esperti...

No, non abbiamo alcun piano B per la Grecia... Abbiamo, invece,un piano D! (D... come default) 

Fonte: INYT, 15.6.2015, Patrick Chappatte

parte – vede decine e decine di casi, a partire dalla Cuba di Castro a fine anni ’50 e si chiude solo cinque anni dopo (volevano che pagasse i debiti contratti dal dittatore Fulgencio Batista dal 1933 al 1959) e arriva, per ora, allo Zimbabwe che ha ancora in sospeso il suo debito con l’FMI per un ammontare di 81,1 milioni di $ (per la lista completa, le scadenze previste e non rispettate e i debiti dovuti, cfr. Guardian, 5.6.2015, A. Nardelli [che è il data editor del quotidiano], A brief history of countries with overdue IMF repayments Una breve storia dei paesi con ritardi di pagamento verso il FMI http://www.theguardian.com/ news/datablog/2015/jun/05/history-of-countries-with-overdue-imf-repayments-greece).

Si tratta quasi sempre di paesi in guerra o nel mezzo di feroci conflitti civili – i più spietati e cruenti tra tutti – o, comunque sempre di paesi poveri del cosiddetto Terzo mondo. Ma anche i paesi ricchi falliscono. Solo che loro, quando lo fanno lo proclamano tout-court e lo impongono come fatto compiuto al mondo[2].

E man mano ch ci si va avvicinando a fine mese in diversi in Europa cominciano a cianciare di un “piano B” che però nessuno sa neanche lontanamente cosa mai possa essere.

●Speriamo che, alla fine, se la prendano, come si dice, in saccoccia... E che, a mandarceli,  siano i greci! Intanto, si cominciano sui contrafforti di Francoforte, alla BCE,  a oliare i cannoni... La Corte europea di Giustizia, competente in materia, ha stabilito adesso definitivamente, dopo quasi due anni di corsi e ricorsi, che erano del tutto legali le cosiddette “transazioni monetarie dirette introdotte dalla Banca centrale europea e specificamente da Mario Draghi nel 2012, come lo strumento possibile e disponibile anche se mai ancora usato che rendeva credibile l’impegno a “fare tutto quel che serviva” per sostenere un’eurozona che entrasse, come già stava entrando, in difficoltà.

La roulette greca: il revolver è in mano a Merkel...,  ma è Tsipras che è in canna   (vignetta)

In campo, di là Tsipras e la sua cocciuta determinazione, anche se sta  quasi affogando, a salvare la dignità e la sovranità della Grecia...; di là, i contorsionismi di Hollande, l’accigliata e impaurita esitazione di Angela Merkel e lo sprezzo da nuovo ricco  dell’Arpagone-con-la-dieresi che le fa da ministro delle Finanze,  Wolfgang Schäuble, uno che con la sua miopia magari riuscirà davvero a affossare l’Europa, l’altezzosa, fastidiosissima alterigia pomposa e vuota dei paesi baltici, la monomania dei polacchi, il moralismo insopportabile degli olandesi e del grande Nord europeo, il cinismo e  menefreghismo britannico e l’inane vacuità di Matteo Renzi... questa è oggi l’Europa che fu di Schumann, di  Adenauer, di  De Gasperi e di Delors; e a bordo campo, per il momento a guardare godendosi l’impotenza decisionale europea, resta Vladimir Putin che – da scacchista di vaglia – è  pronto al momento giusto , tempista com’è, a dare scacco matto ai piani euro-NATO e alla prosopopea americana tendendo la mano ad Atene...

E, poi, di riserva della riserva c’è forse anche la Cina... Di cui subito, però, sono necessari più crediti e non tant o investimenti a venire... Se osa farlo. 

   

Fonte: The Guardian, 22.6.2015, Steve Bell

La decisione di allora potrebbe rendere adesso più facile alla BCE intervenire se la crisi greca finisse con lo scoppiare. In base alle cosiddette OMT, le “transazioni monetarie dirette”, la Banca ha titolo pieno, se lo decide il suo Direttivo, a comprare sul cosiddetto mercato secondario titoli in quantità illimitate. Anche se gli oppositori, particolarmente quelli che, in Germania, sempre e da sempre  sono schierati contro continuano più che altro ormai quasi piagnucolando a pappagallo a affermare che in realtà quei poteri la BCE non li avrebbe. E, comunque, non li dovrebbe avere (The Economist,19.6.2015).

●In effetti, mentre ancora l’Eurogruppo decide per forse la quindicesima volta di non raccomandare niente se non la necessità ancora di “studiare” il dossier delle ultime proposte di Tsipras al cosiddetto vertice del 26 dei capi di Stato e di governo, ma poi sembra come un po’ ripensarci e tornare sulla propria non decisione aggiornandosi comunque di un giorno, la BCE invece opera e, sempre il 22 decide di rivedersi a ventiquattro di distanza; la Banca centrale annuncia subito di aver approvato, per l’intanto, una fornitura di liquidità di emergenza per le banche greche, guadagnando così per Atene qualche altro tempo nel negoziato.

Il fatto è che la crisi economica greca non è finita per niente e il modo in cui adesso si uscirà dalla stretta avrà sicure ramificazioni politiche ed economiche per tutta l’Europa. C’è un accenno, ma riluttante a accogliere qualcosa di quello che chiedeva Atene, adesso, ma resta ancor la possibilità della Grexit. Tsipras ha messo giù la proposta che considera il limite massimo tollerabile per il suo paese. Ma i creditori ancora insistono che comunque andrà negoziata. Anche il protrarsi di questo indefesso ma estenuante braccio di ferro può avere conseguenze pericolose. Ma ormai, e forse lo hanno cominciato a intuire anche i cosiddetti “duri” a Bruxelles, Francoforte e pure Washington, mai come una Grexit e come il default della Grecia (Stratfor – Analysis, 20.6.2015, Greece Wiill Hurt Europe, No Matter What La Grecia farà male all’Europa, comunque vada [ma se la costringesse a cambiare strada... davvero?] ▬ https://www.stratfor.com/analysis/greece-will-hurt-europe-no-matter-what).

Però – dicevamo – insistono. Perversamente e malgrado tutto, come si dice diabolicamente, perseverano. Piani e ricette della troika sono falliti già due volte in passato, infierendo sulla gente, imponendo sacrifici e condizioni di vita quasi da Terzo mondo e riuscendo, malgrado ciò, solo a peggiorare il debito. Ma  insistono. La Grecia ha bisogno di crescita e di vedersi defalcare il debito, ma queste proposte vanno ancora e sempre nella direzione opposta. La troika chiede sempre più austerità.

Come sempre, FMI, BCE e Commissione insistono su previsioni in crescita, chiedendo di essere creduti sulla parola: questo nuovo pacchetto di austerità accrescerà la fiducia, promuoverà gli investimenti, stimolerà la crescita e aumenterà l’occupazione. Ma come sempre saranno previsioni sbagliate. La recessione si incrudirà e la crisi tornerà a imperversare.

Nel 2006, la troika assicurava che, coi sacrifici, la contrazione del PIL sarebbe stata al massimo del 6% e che nel 2011 sarebbe ripresa una crescita sostenuta. Quando annunciò il secondo pacchdetto di interventi – altre misure di austerità da imporre alla Grecia – a marzo 2012, la caduta libera ormai era innescata. Ma, ancora una volta, il Fondo vaticinava di una rapida impennata della curva di crescita. Alla fine, la contrazione totale è stata intorno al 25%: una perdita secca senza alcun guadagno e anzi il contrario, di brutto, né finanziario (su debito), né economico (del PIL), né occupazionale: pari a 1/4 secco della ricchezza greca.

Qui secondo i soloni fasulli della saggezza convenzionale per uscire da una catastrofica depressione, la ricetta non è quella di Franklin Delano Roosevelt, tanto meno quella del piano Marshall di Truman e Eisenhower. Ma è il conto della serva o del ragioniere – senza offesa pe queste due stimate figure professionali – di Herbert Hoover, un presidente che solo quello riusciva a fare, grosso modo proprio cent’anni fa: affamando chi stava già morendo di fame nella Grande Depressione...

Dice: il surplus primario della Grecia di Tsipras – lo scarto tra entrate fiscali e spese al nett  o degli interessi – è stato nel 2014 del 5%: colossale, il più alto di tutta l’eurozona.? Ma per la troika, per Commissione, FMI e anche Banca centrale europea non basta... E adesso la Grecia dovrà forse piegarsi a un sì di massima che risucchierebbe dall’economia altri 8 miliardi di € di tagli (IVA, aumenti dei contributi sulle pensioni, tagli e tasse una tantum sulle imprese e gli investimenti nel prossimo anno e mezzo...

Ma stavolta, se insistono, alla Grecia non resterebbe che lasciare l’euro, svalutare la propria nuova moneta rispetto all’euro e proclamare il default su tutto o su parte non irrilevante del debito (oggi al 175% del PIL). Se no, devono allentare le briglie sul collo dell’esausto destriero ellenico: cancellazione del debito o di una sua parte, appunto, rilevante e un calendario di tagli molto più realistico. Se basterà...

Se no è la Grexit, sì. Ma ormai anche la EU-exit, di fatto: il crollo o, al meglio, lo sgretolamento, la polverizzazione e il nonsenso – in termini politici – di tutto l’edificio costruito da Schumann e dai suoi, consolidato nel tempo da Delors e, più modestamente poi, giù fino a Prodi e poi condannato all’irrilevanza in progress – al massimo a puntello marginale e ininfluente di una NATO sempre più insignificante essa stessa: chi conta, ma se lo fa lo fa per sé e non altro, sono solo gli USA del resto – dai suoi pavidi successori che hanno, davvero per default di coraggio, decretato il trionfo postumo demolitore di Thatcher e di quell’inconsistente bellimbusto di Cameron.

La sera prima del vertice, il quotidiano moderato di destra di Atene, Ekathimerini, ha notificato ai  creditori che il governo respinge le controproposte  che loro insistono a volergli far ingoiare. Avevano chiesto un alt a ogni pensionamento anticipato nel pubblico impiego e, insieme, una riduzione ancora pesante degli assegni di pensionamento in essere; un aumento generalizzato dell’IVA dal 13 al 23%; e una tassa sulle imprese che, dall’attuale 26 dovrebbe al massimo passare al 28 e non al 29 come nel piano di Atene

Le misure alternative che ha proposto il governo greco non sono state accettate ma è la pretesa dei creditori di dettare non solo il quanto ma il come raggiungere analoghi risultati che Atene davvero denuncia. Anche perché, dice Tsipras arrivando all’Eurogruppo d’urgenza di prima del vertice, non ha alcun precedente e è completamente inaccettabile (Ekathimerini, 24.6.2015, ore 17:59, Greece rejects creditors’ counter-proposals― La Grecia respinge le controproposte dei creditori http://www.ekathimerini.com/4dcgi/ _w_articles_wsite1_1_24/06/2015_551459).      

●Il Commissario europeo all’Allargamento, Johannes Hahn, sta incontrando a partire dal 2 giugno in Macedonia il primo ministro Nikola Gruevski e il capo dell’opposizione Zoran Zaev per aprire una discussione seria, come hanno promesso a Bruxelles e non solo come oggi sembra troppo spesso litigiosa e anche troppo violenta, per discutere di una soluzione della grave crisi politica che va squassando il paese, lacerato da accuse reciproche e anche sommate di tradimento e di radicata e radicale corruzione. E’ dimostrato che il  governo Gruevski ha spiato illegalmente e per anni oltre 20 mila cittadini, ma lui accusa servizi segreti stranieri che però non sa o non vuole identificare di aver  fabbricato le prove.

Il fatto è che come al solito, poi, la UE come con tutti i paesi dell’ultima infornata o quelli in lista d’attesa cui è stato fatto balenare l’esito positivo della loro domanda di adesione, i reietti e emarginati paesi balcanici si è lasciata andare a troppe promesse mai mantenute anche e soprattutto perché mai poi quei paesi (nell’ordine previsto di approccio Montenegro, Serbia, Albania, Bosnia-Herzegovina, Kosovo, e – buon’ultima – proprio la Macedonia – hanno tenuto fede pienamente agli  alle scadenze sottoscritte di mettersi in riga con la disciplina economica assunta o coi loro impegni formali nel campo dei diritti sociali e individuali.

Con l’eccezione della Croazia, per tutti palese e scandalosa cocca di mamma Germania e di papà Vaticano – con Giovanni Paolo II, come mallevadore straordinario  per ragioni di malintesa comune “cattolicità”, nell’area univoca e però anche associata a radici pressoché inconfessabili di un sentire comune “catto-fascista” coltivato nell’era dell’occupazione militare del Terzo Reich non certo cattolica ma favorevole agli interessi proclamati tali e ostile e persecutoria ni confronti della popolazione ortodossa e islamica nell’area― creando una discriminazione palese e frustrante tra tutti questi paesi e l’Unione europea.

E, a questo punto, pare che qui, forse, se ne potrà uscire solo con elezioni anticipate. Ma il governo vuole tenerle sotto il suo usbergo. L’opposizione, invece, insiste che ci starà solo sotto una qualche forma di transizione che la coinvolga direttamente... E è sempre stallo (InfoBalkans/Skopje, 2.6.2015― Macedonia Snap Vote Reportedly Tied to Transitional Government― Viene riferito che il voto anticipato in Macedonia è connesso alla formazione di un gabinetto di transizione   ▬  http://www.infobalkans.com/news/macedonia); e , per uno studio rapido ma esauriente, datato ma poi di fatto il più aggiornato forse, di  tutti e di ogni singolo caso-paese, cfr. European Union/Institute for Security Studies Unione Europea/Istituto per gli Studi di Sicurezza, The Western Balkans and the EU/I rapporti coi Balcani occidentali e la UE, Chaillot Papers, 6.2011 ▬ http://www.iss.europa.eu/uploads/ media/cp126-The_Western_Balkans_ and_the_EU.pdf).

In ogni caso, a tentativi di mediazione internazionali in corso, gli oppositori del primo ministro Nicola Gruevski riprendono le manifestazioni di massa giornaliere e, adesso,  Zoran Zaev annuncia il ritiro dallo sforzo messo in piedi dalla Commissione UE esprimendo dubbi proprio sulla imparzialità – dice – del mediatore (Stratfor, 5.6.2015, Macedonia: Protests Demanding Prime Minister’s Resignation Resume In Macedonia, riprendono le poteste che chiedono le dimissioni del primo ministro https://www.stratfor.com/situation-report/macedonia-protests-demanding-prime-ministers-resignation-resume).

●Nell’area, come  abbiamo visto,  c’è turbolenza e fermento economico, sociale e politico alla ricerca di una propria identità meglio definita un po’ dappertutto e non solo lì nei Balcani. Per esempio, in Moldova, tre milioni e  mezzo di abitanti stretti tra Romania e Ucraina che puntano da sempre entrambe a mangiarsela e tentato perciò di affidarsi alla “benevola protezione” della non lontana Russia, con la quale come tutti qui condivide storia, tradizione ortodossa, un lungo passato fatto di epopee e tragedie comuni ma  che proprio per questo se ne sente insieme anche intimorito e respinto, attratto e ricacciato come succede a Canada e Messico, nei confronti del colosso yankee...

Qui, la crisi si manifesta in modo più banale del solito col premier, Chiril Gaburici, un altro imprenditore/affarista rampante alla Poroshenko, appena quarantenne, liberista e filo-europeista che che, come tutti i suoi omologhi però, non può ascrivere alcun successo né economico né politico al suo lungo innamoramento mai davvero corrisposto se non a chiacchiere con Bruxelles.

Costretto ora a dimettersi dopo che la stampa , debitamente informata dai suoi nemici, svela che ha truccato una ventina di anni fa sia il suo diploma liceale che la sua laurea... Un annuncio che arriva solo a due giorni dalle elezioni municipali che vedono all’attacco l’opposizione più filo-russa e meno filo-europea e, soprattutto, meno liberista...

Le elezioni, tenute a pochissimi giorni dalle dimissioni forzate, dice la Commissione elettorale moldova, hanno visto una sostanziale e spinosa parità che potrebbe alla fine sciogliersi in un comunque contestato scarto di poche decine di voti, dopo il controllo del 98,5% dei voti scrutinati (Ştirile Pro Tv/Chisinàu, 15.6.2015, Primele cifre! Lupta stransa intre Dorin Chirtoaca si Zinaida Greceanii! Cei doi impart primele doua loculi― I primi dati danno in lotta molto ravvicinata  Dorin Chirtoaca [l’erede del dimissionario/to e sputtanato PM] e Zinaida Greceanii [del Partito dei Comunisti della Repubblica di Moldavia e Primo ministro della Moldavia (prima che le cambiassero nome) per un anno e mezzo tra 2008 e 2009]. I due si piazzano in testa http://protv.md/stiri/actualitate/lupte-stransa-intre-dorin-chirtoaca-si-zinaida-greceanii-cei-doi---1001701. html) 

Turchia, come in ogni altra democrazia a regime presidenziale – vedi gli USA o la Francia – (e lo annota il New York Times, 3.6.2015, Ceylan Yeginsu, Turkey’s Elections Will Test Power of the PresidentLe elezioni politiche in Turchia testeranno il potere del presidente http://www.nytimes.com/2015/06/04/world/europe/ turkey-elections-recep-tayyip-erdogan-kurds-hdp.html#). Recep Tayyip Erdoğan, che non è ovviamente in corsa lui stesso alle parlamentari, vuole –  come chiunque altro nella sua posizione – aumentare la sua autorità attraverso il perseguimento legittimo di emendamenti alla Costituzione se il suo partito e gli alleati otterranno un numero sufficiente di seggi per farlo scattare.

Ma, acidamente, malignamente, e del tutto poi ingiustamente, gente come questo corrispondente turco/americano dalla Turchia sottolinea che – visto una volta come una specie di modello per la democrazia del Medioriente: visto così, guarda un po’, e così esaltato, proprio da quegli stessi americani – il presidente turco, che ha anche il grave peccato di non amare Israele, ha speso quasi un decennio ormai a cercare di aumentare il proprio potere... come se un Obama, poi, un Clinton, un Bush, un Sarkozy, un Renzi, un Hollande, avessero invece mai fatto il contrario.

Invece, gli elettori pensano loro a frenare le smanie di grandezza del presidente, proprio come accade in una qualsiasi democrazia parlamentare o presidenziale che tutto sommato funziona, riducendogli invece che allargargliela la maggioranza parlamentare da assoluta che era a solo relativa, sempre vasta ma in calo e, dunque, smentendo, le prefiche che suonavano la campana a morte per questa giovane, democrazia anche piena di contraddizioni ma che si mostra sempre  di  un grande vitalità (New York Times, 7.6.2015, Tim Arango e Ceylan Yeginsu, Turkey’s Ruling Party Loses Parliamentary Majority Il partito turco di governo perde la maggioranza assoluta in  parlamento http://www.nytimes. com/2015/06/08/world/europe/turkey-election-recep-tayyip-erdogan-kurds-hdp.html?_r=0).

Tra l’altro i curdi, che stavolta si erano presentati in coalizione, puntando così a superare il 10% dei voti necessari a farli entrare in parlamento, ci sono riusciti, arrivando al 13% con la HDP― (curdo) Partiya Demokratik a Gelan― (turco) Halkların Demokratik Partisi Partito Popolar Democratico e  guidata dal  giovane avvocato Selahattin Demirtaş che qui, in carenza come dice lui di alternative migliori presiede la branca curdo-turca di Amnesty International e porta a casa un’ottantina di deputati.

Col sostegno anche del partito armato e combattente del PKK, ma ormai in trattativa esso stesso piuttosto avanzata coi servizi segreti della presidenza Erdoğan che ne è restato nemico implacabile finchè li ha considerati una minaccia all’unità nazionale ma non li considera più necessariamente tanto vogliosi di secedere per fare un Kurdistan separato mettendo insieme i pezzi di quel popolo. Adesso, in effetti, il PKK, senza dichiararlo ma effettivo e reale con molti voti non solo curdi ma anche dei tanti laici che nel paese sono, comunque, di sinistra e ostili a buttarsi in braccio ai conservatori della destra filo-militare del vecchio partito repubblicano.

È un fatto del tutto nuovo, questo – e potenzialmente decisivo – forse in Turchia... Per un futuro che non si annuncia né semplice né pacifico. Tutt’altro... ma che vedrà ora il governo obbligato a fare coalizione: cosa cui non è abituato ma a cui proprio l’esistenza di questo strano soggetto nuovo che è l’HDP può obbligarlo rendendoglielo, però – chi sa... – anche  possibile.

●Come capita nei regimi presidenziali, a pagare per le sconfitte è sempre il primo ministro, e anche qui si dimette subito Ahmet Davutoğlu, dopo la perdita della maggioranza assoluta da parte del partito della Giustizia e dello Sviluppo, il suo e del presidente Erdoğan. Si tratta di una formalità, però, e a formare il nuovo governo, dopo un rimpasto non proprio del tutto liscio il presidente incaricherà lo stesso Davutoğlu.

Adesso, al J&D― l’Adalet ve Kalkınma Partisi/AK, mancano 18 seggi per la maggioranza assoluta che aveva e non ha più, per cui ovrà fomare un governo più debole di quello che aveva o cercare di mettere insieme per  farlo – mediando – una coalizione. Oppure tentare ancora, ma rischiando di brutto in queste condizioni, un ricorso anticipato alle urne. Per il momento, però, il PM si appresta a tentare una qualche coalizione, cominciando ad erigere i suoi paletti: chi con l’AK vuole andare al governo dovrà, infatti,

• contınuare a perseguıre ıl processo dı pace che sı va svıluppando anche se in pratica solo coi curdı del PKK;

• mentre con quelli che fanno la guerra più che ai turchi per reclamarne più autononia all’ISIL e ai suoi, proprio Erdoğan s’è sempre mostrato tenero e disponibile;    

•  conoscere a priori la legittimità, comunque non discutibile su base costituzionale, del presidente;

• continuare a combattere lealmente contro lo “Stato parallelo”: il termine qui utilizzato per il movimento socio-religioso dichiarato fuorilegge e eterodiretto – dall’America – da Fethullah Gülen, predicatore islamico e politologo già alleato di Erdoğan ma da anni suo acerrimo oppositore.

Che, in America, i media ritraggono con l’uomo di un Islam tollerante ma qui è meglio noto come ben noto come un ex imam miliardario, tradizionalmente conservatore e socialmente proprio reazionario (Today’s Zaman/Ankara, 9.6.2015, AK Party outlines 3 ’red lines’ for possible coalition allies Il partito AK delinea le sue tre ‘linee rosse’ [i limiti invalicabili], per i suoi possibili alleati di coalizione http://www.todayszaman.com/national_report-ak-party-outlines-3-red-lines-for-possible-coalition-allies_384304. html).

Le condizioni avanzate dall’AK sembrano essere sulla carta le più vicine a quelle che potrebbe porre il partito repubblicano popolare, grosso modo di centro-sinistra, il CHP, che finora, però, non ha dato indicazioni di voler andare al governo.

●Anche la coalizione dei curdi, l’HDP, il partito democratico popolare, manifesta il proprio interesse a trattare e negoziare con l’AK di Erdoğan e Davutoğlu una possibile coalizione di governo, lo dichiara la co-presidente, Figen Yüksekdağ, che comunque precisa come il suo partito non abbia ancora ricevuto nessuna proposta ad esso specificamente mirata, che precisa anche puntigliosamente però di aspettarsi dal premier ad interim e non da Erdoğan (Today’s Zaman, 16.6.2015, HDP says it is open to coalition talks to form government L’HDP afferma di essere aperto al negoziato per la formazione della coalizione di governo http://www.todayszaman.com/national_hdp-says-it-is-open-to-coalition-talks-to-form-government_387326.html

Pare che stavolta la Turchia non c’entri, ma proprio in questi giorni, una piccola flottiglia che trasporta aiuti umanitari , partita da diversi porti greci, si sta dirigendo verso la striscia di Gaza con la dichiarata intenzione di e una settantina di attivisti e  politici israeliani e palestinesi per spezzare il blocco imposto ormai da anni e anni da Israele per arrivare a portarli nel territorio controllato da Hamas) in base alle libere elezioni, le uniche, che qui siano state possibili, quasi dieci anni fa.

I battelli navigano sotto bandiera svedese stavolta e un parlamentare israeliano di origine araba Basel Ghattas, che è salito a bordo ha parlato del dovere morale di prendere parte al tentativo. Pare difficile che Israele però li lascerà passare senza opporsi, al solito, con la forza delle armi. Il 31.5.2010 assaltarono in alto mare la nave Mavi Marmara con forze speciali calatesi in elicottero, facendo nove morti― senza poi doverne rispondere, al solito appunto, a nessuno (Stratfor, 25.6.2015, Humanitarian Flotilla Sets Sail For Gaza, Despite Blockade Flottiglia umanitaria parte per Gaza , sfidando il blocco [militare di Israele] ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/israel-humanitarian-flotilla-sets-sail-gaza-despite-blockade).

E, infatti, in pratica subito, la Marina militare di Israele intercetta illegalmente, ça va sans dire (dice per evitare che forzi il blocco navale― che è esso stesso, però, illegale...), e pure in acque internazionali – uno dei battelli della flottiglia, la Marianne AV,  un battello per trasporto passeggeri di 20 m. per 5,  scortandolo a forza nel porto di Ashdod e, aggiungendo che tutto l’equipaggio coi passeggeri verrà deportato promettendo che farà lo stesso con tutte le navi che proveranno a forzare il blocco navale imposto a Gaza (New York Times, 29.6.2015, Diaa Hadid, Israeli Navy Intercepts Ship in Flotilla Sailing Toward Gaza Strip La marina di Israele intercetta una delle navi della flottiglia in rotta per Gaza http://www.nytimes.com/2015/06/30/world/middleeast/israeli-navy-intercepts-ship-sailing-toward-gaza-strip.html; e Götesborgs-Posten, 29.6.2015, Kritik mot bordande av svenskt fartyg- Critiche all’abbordaggio della nave svedese ▬ http://www.gp.se/nyheter/varlden/1.2761298-kritik-mot-bordande-av-svenskt-fartyg).

●Un rapporto della Commissione per i Diritti dell’uomo delle Nazioni Unite ha trovato e denunciato prove che sia Israele quanto Hamas si sono rese colpevoli di crimini, appunto, contro l’umanità nel corso della guerra della scorsa estate a Gaza  che fece 2.251 morti  tra i palestinesi di cui 1.462 civili, un terzo dei quali bambini e 67 soldati e  6 civili tra gli israeliani. Al culmine del bombardamento aereo contro uno degli agglomerati umani a popolazione più  densa del mondo, la città di Gaza, sui 5.000 abitanti per km2, aveva 18.000 unità abitative – come le chiama il gergo ufficiale ddl Rapporto , cioè caseggiati a più piani “completamente o largamente distrutti” e avendo reso il 28% della popolazione senza casa e costretta a sfollare in qualche fatiscente campo profughi.     

Entrambe le parti di questa strana guerra con vittime quasi solo da una delle parti, hanno, come di prammatica, respinto l’accusa. Nessuna ha pienamente convinto. Ma è stata sicuramente Israele a risentire maggiormente dell’accusa, disabituata finora com’è sempre stata sotto l’ala protettrice degli americani alle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità ufficialmente avanzate e votate in quella sede, che gli americani stavolta però non sono riusciti (o non hanno voluto?) bloccare (The Economist,  26.6.2015, Israel, Gaza and Human Rights - Fear of isolation – ­ The UN’s latest report on last year’s war in Gaza makes Israel nervous―  Israele, Gaza e i diritti dell’uomo- La paura dell’isolamento  ― L’ultimo rapporto dell’ONU sull’ultima guerra di Gaza innervosisce molto Israele http://www.economist.com/ news/middle-east-and-africa/21656188-uns-latest-report-last-years-war-gaza-makes-israel-nervous-fear).

●Intanto, e forse davvero per coincidenza, subito dopo le elezioni parlamentari in Turchia, si incontrano a Baku, la capitale dell’Azerbaijan e a latere della cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici europei (un multi-evento sportivo che ospita migliaia di atleti di decine di paesi e si celebra adesso per la prima volta), si sono incontrati a discutere dello status del conflitto nell’Ucraina dell’est e di cooperazione energetica tra Russia e Turchia, i due presidenti Putin e Erdoğan.

I colloqui si sono focalizzati sulle prospettive della centrale nucleare che i russi dovrebbero costruire ad Akkuyu, nei pressi della città di Büyükeceli, nella provincia di Mersin in Turchia meridionale che, una volta a regime, vedrà funzionare 4 reattori VVER 1200 per un totale di 4.800 MW. 

Ma, e soprattutto, i fitti colloqui bilaterali tra le delegazioni turca e russa sono stati centrati a definire e sviluppare la proposta avanzata di finanziamento e costruzione congiunta avanzata mesi fa da Putin ai turchi e da loro, in linea di principio, accettata per rimpiazzare il gasdotto South Stream con quello che chiamano il Turkish Stream.

Di scopo e portata analoga, esso scavalca la strozzatura ucraina ma avrebbe contrariamente al percorso parziale attraverso la Bulgaria il vantaggio di non dover passare necessariamente per un tratto che, almeno sul piano teorico, passa sotto le pretese regolatorie di una direttiva sovraestesa e onnicomprensiva come quella europea che pretende di imporre, ma finora può farlo e tale resterà  solo sulla carta, i suoi protocolli di gestione anche a chi, come la Russia, con la UE non c’entra poi niente (Stratfor – Analysis, 22.5.2015, Russia Carries On With Turkish Stream Pipeline La Russia porta avanti la sua proposta del gasdotto Turkish Stream https://www.stratfor.com/analysis/russia-carries-turkish-stream-pipeline).

●La Grecia ha firmato con la Russia, col ministro dell’energia moscovita Alexander Novak, un accordo formale di cooperazione: col suo assenso andrà avanti il progetto del gasdotto Turkish Stream. Novak ha assicurato ch i russi metteranno a disposizione dei greci il finanziamento necessario a costruire la sezione ellenica del progetto russo-turco che scavalca il tramite e la strozzatura ucraina.. Secondo il ministro greco dell’Energia, Panagiotis Lafazanis – cui,  visti i problemi di cassa del suo governo però, non credono in molti – il progetto complessivo, sui 2 miliardi di €, sarebbe finanziato per la metà – ed era noto – dalla Banca russa VEB― la Vnesheconombank― Banca per lo Sviluppo e g li Affari economici esteri  e, per l’altra metà, da una Banca greca.

Ma non è chiaro – anzi è chiarissimo... – che, in questo caso, i greci potrebbero farlo solo con l’accesso a quel finanziamento erogato sempre dai russi (Agenzia TASS/Mosca, 19.6.2015, Greece to receive loan from Russia for construction of Turkish Stream — energy ministers― I ministri dell’Energia assicurano che la Grecia riceverà dalla Russia il prestito per costruire [la sua parte del] Turkish Stream ▬ http://tass.ru/en/economy/802161).

●Intanto, lo stesso primo ministro Tsipras cerca di uscire dalla stretta che gli stanno stringendo intorno BCE, Commissione e FMI senza proprio chiedere l’aiuto di Putin, a San Pietroburgo, dove lo incontra in piena e voluta ufficialità, ma facendo intendere con dichiarazioni, gesti e altro (sull’Ucraina è del tutto chiaro che i russi diverse ragioni le hanno...) che a lui Atene può sempre – e sovranamente – fare ricorso: alla faccia del minaccioso tira e molla con lor signori, lui lo fa capire soprattutto a un preoccupatissimo Obama che lo fa in modo anche chiaro, facendolo lui capire a Juncker, Merckel e soci (Guardian, 17.6.2015, Shaun Walker, Tsipras to meet Putin over bailout loan as fears of Greek exit from EU mount― Tsipras incontrerà Putin sul credito per il salvataggio mentre monta il timore per l’uscita della Grecia dalla UE http://www.theguardian.com/business/2015/jun/17/tsipras-to-meet-putin-over-bailout-loan-as-fears-of-greek-exit-from-eu-mount).

● L’incontro tra Tsipras e Putin, più importante forse per quel che lascia presagire – o da qualcuno, nella UE e soprattutto nella NATO e in America, anche temere – ha avuto luogo venerdì 19  giugno. Si sono appena salutati, i due, e Tsipras prende parte a una teleconferenza domenica 21 con Merkel, Hollande e il presidente della Commissione, Juncker. Un vertice dunque, tutto politico, senza i “funzionari” della ex  troika, solo dipendenti e tecnici per quanto esaltatati di BCE, Commissione e  Fondo monetario.

Ha presentato in anteprima a chi conta, in sostanza, la proposta  che appare stavolta definitiva del suo paese e del suo governo per far fronte da parte sua, anche con sacrifici ulteriori ma “possibili”, di come evitare il default e restare nell’euro. Sarà la proposta con cui il giorno dopo, il 22, a Bruxelles, Atene si presenta al vertice “d’emergenza” convocato dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ex PM polacco, del tutto irrilevante – lui parla solo di Russia e dell’orso cattivo – e perciò eletto a quel posto.

Ma è qui, in questo vertice straordinario, che chi conta in Europa – quattro o cinque cinue leaders al massimo – dovrà decidere se rischiare il default del debito ellenico (un centinaio di miliardi che non saranno mai più rimborsati ai tedeschi, una quarantina alle banche italiane: per dire...) e l’inizio dello sgretolamento della BCE e del deliquio dell’eurozona.

●La questione che ormai spesso vien fuori prepotente quando tanti esprimono giudizi sul governo greco di Alexis Tsipras è che semplicemente lo esecrano perché ai sopracciò di destra, annidati dovunque lor signori allignino come sanguisughe – specie se quei sopracciò si dicono o, peggio, si sentono di sinistra – questo governo di Grecia, risulta decisamente troppo di sinistra, non realista e dicono “incapace” (lo dicono loro, che hanno seminato l’ineguaglianza e così sistematicamente distrutto l’economia globale)...

Ora lo definisce così uno dei guru che, senza alcun merito o alcuna preparazione, diciamo pure neanche accademica né pure solo scolastica  ma, passano comunque  per i santoni del neo-liberismo (Washington Post, 19.6.2015, G. Will, So what if Greece leaves the European Union? E chi se ne frega, no, se la Grecia se ne va dall’Unione europea? http://www.washington post.com/opinions/the-greek-monetary-melodrama/2015/06/ 19/4ae915de-15ea-11e5-9518-f9e0a8959f32_story.html).

L’articolo è tutto centrato sulla condanna senza appello di quel governo “perché – lo dice chiaro – è di sinistra”. E è, invero, molto confuso. Denuncia, il tapino, che “da quando ha aderito all’eurozona nel 2001 la Grecia ha preso in prestito 1,7 volte l’ammontare del suo PIL del 2013. Il suo 25% di disoccupazione (il 50% fra i lavoratori più giovani) è il risultato di 25% di calo del PIL. La Grecia è un mendicante ridotto a sperare di ‘estendere le scadenze e pretendere favori in eterno’. Ma il punto è – aggiunge – che estendere le scadenze e pretendere che prima o poi i creditori saranno pagati non fa che incoraggiare altri socialisti europei – qui socialisti sono quanti non sono a favore del libero mercato deregolato – a contemplare di farsi cancellare i debitiaccollandoli ai creditori”...

Solo che questa logica alla George Will, ma non solo la sua – imperversa anche tra fior di acclamati accademici che vanno assai per la quale – due, tre nomi soltanto tra gli italiani: gli Alesina, i Giavazzi... è peggio che distorta. È inventata. Tutta, o quasi tutta, la catastrofe greca – a partire dal debito ma anche dai frollocconi che in Europa, e nei centri di potere europei, hanno consentito loro di farlo – non è ascrivibile al governo di Tsipras e Syriza ma a quelli di destra vera e di sinistra fasulla che lo precedettero e che hanno ingannato, mentito sui dati e promesso tutto e il suo contrario al paese e alla UE.

E, in particolare, fu proprio sotto i governi centristi e di destra di inizio anni 2000 che è cominciato, s’è accelerato ed è incancrenito il collasso economico del paese quando i governi di destra e poi anche di falsa sinistra hanno seguito alla lettera gli ordini (mascherati da suggerimenti) del Fondo monetario internazionale.

Qualche considerazione ancora, a questo punto, sempre a partire da uno strano articolo del solito NYT (New York Times, 22.6.2015, S. Erlanger e J. Kanter, Optimism for an Agreement on Greek Debt, but Not for Long-Term Stability Ottimismo su un accordo per il debito greco ma noj per la stabilità a lungo temine [osservazione peregrina: non c’entra niente col tema...] http://www.nytimes.com/2015/06/23/world/europe/optimism-for-an-agree ment-on-greek-debt-but-not-for-long-term-stability.html?_r=0).  

Strano perché tratta davvero dell’intera problematica esaminata ma salta, stranamente, del tutto, di parlare su alcune possibili, anzi sicure, conseguenze della cosiddetta Grexit, come viene banalissimamente chiamata l’uscita dall’eurozona di Atene e il suo, a quel punto, senza un intervento economico-politico del tipo lasciato intravvedere da Putin che sarebbe però uno sconquasso euro-atlantico smisurato, potrebbe forse evitare un altrimenti sconuasso euro atlantico sonuaserebbe però da solo  tuti i piani euro-atlantifci,  sicuro default, ma non considera neanche quel che comporterebbe, la Grexit, per paesi ed economie che sul turismo campano, come Spagna, Portogallo e anche Italia.

A parte ogni altra considerazione, anche dura come esiti per la Grecia, legata all’uscita dell’euro e al fallimento – che renderà a breve di sicuro difficile quello che però era già comunque difficile: ma a breve... Finlandia e Argentina dimostrano come non sarebbe per sempre – l’abbandono dell’euro renderebbe subito ipercompetitiva l’industria turistica greca, abbattendone i costi del 20, anche del 30% e così sbaragliando su questo specifico piano l’offerta meno concorrenziale di Madrid, Roma e Oporto. 

E potrebbe anche verificarsi così lo stesso rimbalzo di fortuna economica che, dopo il default, ha favorito l’Islanda. Con sommo imbarazzo – a dir poco – di FMI, BCE, Commissione europea che per anni hanno obbligato la Grecia a sopportare la depressione e una politica disastrosa di repressione della domanda interna.

Si tratterebbe ovviamente, se andasse come ui qui ipotizzato e comeui ipotizziamo e come i due casi rcenti Irsland e Argnina  i casi recenti appena citati rendono possibile e forse anche probabile, di un esito specialmente doloroso per  gli altri grandi tre paesi mediterranei dell’eurozona, specie Spagna e Portogallo che hanno accettato la stessa cura ortodossa dei governi greci di prima di Tsipras – depressione economica e austerità ingozzata a forza per le popolazioni come se si trattasse di una purga obbligata cui sottoporsi – oltre che, adesso, per il  colpo inferto dal turismo ellenico che si avvantaggerebbe delle sette leghe sul loro. Per loro, in assoluto, la peggiore soluzione possibile.

●Anche all’immediata vigilia di quella che potrebbe proprio essere stavolta la sentenza finale, i sopracciò sapientoni che finora hanno sbagliato tutto e adesso continuano a dire non proprio più che hanno avuto ragione (non possono, con i default tutto sommato “di relativo successo” di Islanda e Argentina alle spalle...) ma che ragione stavolta ce l’hanno sulla Grecia... provare per  credere.

Comunque, vedrete che la faccenda alla fine finisce alle urne: a decidere se è meglio morire subito di fame e di sete seguendo le ricette dei moderni cerusici di Washington, Francoforte e Bruxelles, che affidano come il dottor Balanzone d’antan sempre e solo alle mignatte succhiasangue del salasso dopo salasso fino a cura terminata con la terminazione definitiva, però, del paziente con successo eseguita. Sarà la gente, il popolo, gli elettori alla fine a scegliere  se scommettere su questa morte che appare sicura o sul rischio, che default e Grexit presentano ma – sulla base dei fatti e dei precedenti – promette di più.

Lo decide ed annuncia il premier greco, venerdì 26 giugno, mettendo fine – forse... – ufficialmente al tira e molla meschino e cretino che avevano ingaggiato lor signori a Bruxelles. Il 5 luglio il popolo greco dirà se sì, se sfidare lor signori, o no, se invece piegarsi (Guardian, 26.6.2015, H. Smith, Greek PM Alexis Tsipras calls referendum on bailout terms― Il premier greco Alexis Tsipras concova il referendum sui termini del salvataggi o ▬ http://www.theguardian.com/world/2015/jun/26/greece-calls-referendum-on-bailout-terms-offered-by-creditors).  Ha detto:

Sono mesi che il vostro governo, soffocato da un grave crisi economica e sottoposto a pressioni inaudite perché ripeta l’adesione praticamente tal quale a condizioni inaccettabili che il popolo greco sei mesi fa ha clamorosamente respinto di poter accettare. Le ha bocciate con un voto che ci ha portato al governo a larghissima maggioranza. Ora ci è  stato chiesto di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali... Io ho detto no. Ma ora, in ultima istanza, decidete voi. Il referendum verrà tenuto il prossimo 5 luglio.

Dousto mani chiederemo formalmente [parla in notturna TV nella notte tra venerdì e sabato 26 e 27 giugno] qualche giorno di proroga della scadenza al piano di salvataggio in modo da consentire al popolo greco di decidere liberamente da pressioni o coercizioni come detta la Costituzione del nostro paese e la tradizione democratica dell’Europa”: due concetti che, per eleganza forse, sono stati inventati, secoli fa, proprio in Grecia... (Reuters, 26 .6.2015, Greek Prime Minister Tsipras announces bailout referendum (full text) Il primo ministro greco Alexis Tsipras annuncia il referendum  sul piano di salvataggio [rigido com’è per ukase dei creditori] ▬ http://www.reuters.com/article/2015/06/27/ us-eurozone-greece-tsipras-text-idUSKBN0P700T20150627).

L’Eurogruppo, però, risponde di no, che la scadenza del suo piano di salvataggio non si può spostare nel tempo, neanche per meno di una settimana “per ragioni di principio”... E l’unico spazio che Tsipras sembra riuscire a trovare nelle cosiddette istituzioni europee è, anche stavolta, ma pare una ciambella di salvataggio un po’ effimera, la BCE di Draghi che dice di voler tenere le misure di fornitura della liquidità alle banche greche al livello attuale... salvo poi – pare – ripensarci, sotto spudorata pressione tedesca (Stratfor, 28.6.2015, Greece: ECB To Continue Emergency Funding To Greek Banks Grecia: la BCE continua a fornire liquidità d’emergenza alle banche elleniche [ma sembra subito costretta a rinunciarci dall’ukase teutonico] ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/greece-ecb-continue-emergen cy-funding-greek-banks).

Ma, e qui forse sbagliando davvero, il governo ha deciso per il 29 giugno alla vigilia immediata della scadenza, riconfermata con la forzatura dell’Eurogruppo, di chiudere le banche per una settimana fino a dopo il referendum, la borsa per lunedì 29 e imporre un certo qual controllo dei capitali per prevenire il caos finanziario chd potrebbe seguire la rottura del negoziato coi creditori internazionali. Il problema è che questo – il panico agli sportelli di banca – è sul serio un rischio immediato e grave, specie alla vigilia di un referendum cruciale.

Questo sapeva bene l’Eurogruppo  negando un posticipo di qualche giorno al suo ultimatum  ma lo sapeva anche il governo di Atene. Perché, quando poi lo riaprisse diventa pressoché sicuro l’assalto ai bancomat e ai depositi e il tentativo disperato di massa di trasformarli in contanti. Se, infatti, si scatena la paura che i contanti in banca, al bancomat o agli sportelli, non ci saranno visto che la liquidità in banca potrebbe non soddisfare la richiesta.

Infatti, neanche le forniture di liquidità della BCE e tanto meno le garanzie del governo che sempre essa sarà sufficiente a far fronte alla domanda dei clienti potrebbero bastare se si scatenano angoscia e smarrimento... Il referendum viene formulato in termini che prevedono il sì per accettare le condizioni dei creditori come essi kle hanno dettate e il no per respingerli: con tutte le conseguenze dell’un caso e dell’altro.

Commenta, però, a questo punto Paul Krugman – ci pare con grande realismo e incisività – che

Primo, se vince il referendum, il governo greco (Tsipras) avrà confermato un secondo mandato popolare di legittimità democratica per fare quel che ha proposto: e in Europa, formalmente almeno, la democrazia pare ancora contare qualcosa (e se non conta più è, comunque, per tutti necessario saperlo).

Secondo, fino ad ora Syriza si è trovata in una posizione politicamente scomoda,con domande sempre più arrabbiate alle crescenti richieste di altra austerità ma anche reticenti a lasciare l’euro. E la riconciliazione di questi desideri che è sempre sembrata difficile da conciliare, oggi lo sembra anche di più. E il referendum di fatto chiederà agli elettori di scegliere le loro priorità, conferendo a Tsipras un mandato per fare quello che deve se la troika spinge con le spalle al muro il paese.

Se mi chiedete un parere, io dico che é stato un atto di mostruosa follia da parte dei governi dei paesi creditori e delle cosiddette istituzioni spingere fino a questo punto il confronto. Ma lo hanno fatto e io non poso dare proprio la colpa a Tsipras  per essersi rivolto agli elettori invece di essersi rivoltato contro di loro(New York Times, 27.6.2015, P. Krugman, Europe’s Moment of Truth Per l’Europa, il momento della verità http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/06/27/europes-moment-of-truth).

●Ma adesso diventa cruciale ricordare i termini reali del problema con cui avremo a che fare, se spingeremo la Grecia fuori dell’euro e dell’Europa e dimostreremo in corpore vili all’Unione tutta  che può succedere a tutti (avete presente?) e che potrebbe sbriciolarsi ormai la stessa UE. Dice adesso l’ennesimo guru fasullo e sconosciuto che scrive sul NYT, che se la Grecia  dovesse uscire dall’euro, per essa sarebbe il disastro.

Lo dice già nel titolo che “Se la Grecia finisce in default, immaginatevi l’Argentina, ma molto peggio (New York Times, 25.6.2015, J. B. Stewart, If  Greece defaults, imagine Argentina, but much    worse http://www.nytimes.com/2015/06/26/business/an-echo-of-argentina-in-greek-debt-crisis.html?_r=0) che abbiamo, già, anche qui, varie volte indicato, ma non ci possiamo esimere dal ricapitolare per memoria di tutti, specie dei tanti gollonzi che ipsi dixerunt... Insomma, andarsene dall’eurozona, per Atene, sarebbe un disastro. E infatti il rischio non è poco, lo sa e Atene non se ne vorrebbe dover andare... Ma le ragioni che l’A. porta sono poi tutte invenzioni o fandonie allo stato puro.

In primo luogo, è difficile parlare del default di Buenos Aires del 2001 come di un disastro. L’economia, sotto la guida occhiuta e austeriana del FMI – che in quegli anni definiva ufficialmente i governi argentini come i suoi “allievi modello”, era andata a rotoli è aveva perso molta più percentuale di PIL prima che dopo il default (anche peggio di quanto illustra qui il grafico, perché coi dati annuali che esso riflette quando venne proclamato a dicembre 2001 il fallimento dal presidente Nestor Kirchner, il calo del PIL era molto più basso ancora della media di tutto quell’anno).

Sì, immediatamente dopo, il PIL è ancora scivolato all’ingiù, ma ha subito dopo recuperato già il massimo di fine ‘97 in poco più di un anno, a fine 2003. I punti fermi sono: 1997, PIL a quasi 380.000 milioni di $, a fine 2002 (un anno dopo il default) a 310.000, di nuovo ai livelli del ’97 a fine 2003 e, a fine 2007 – alla faccia del default? o grazie proprio al default? contro ogni convenzionale saggezza e in realtà ogni panzana che FMI e banchieri centrali ci sono andati raccontando – oggi, fine 2014, secondo la CIA (World Factbook, C.I.A./Washington, Argentina 2014 Economy https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/print/country/countrypdf_ar.pdf)  è a 780.000 milioni, cioè a 780 miliardi di $.

Il caso Argentina: quando un default non è poi una parolaccia e una rovina per niente   (grafico)

Argentina: PIL reale a pressi nazionali costanti  (sull’ascissa, il valore del PIL in milioni di $ d el 2005

Fonte: Università di Groninga (Olanda), Università della California/Davis Graduate School of Management, Federal Reserve di St. Louis, MO, USA, Research Dept, 2015 ▬ http://research.stlouisfed.org/wp).

Insomma, non sembra proprio un  evento così disastroso,  anche coi mesi di incertezza, ma almeno non più di fame, e di disoccupazione calante che, anche subito, svalutazione e esportazioni alimentari in aumento e risparmio su interessi e superinteressi di capitale (già rimborsati tra l’altro più e più volte) portò al paese. “Compensando” così – e sono i numeri a dirlo: lor signori lo tacciono) – la chiusura per anni – ma ormai, di fatto non più – del mercato dei capitali esteri al paese. Come al solito, il contrario di quanto volevano FMI e Fed americana che perseguendo l’inflazione zero per l’Argentina avevano a partire almeno dal ’95 portato la disoccupazione al 12%.

In definitiva, a essere bacata è l’idea che sacrificarsi adesso (virtuosamente ma, in realtà, masochisticamente) darà benefici domani. E non solo perché i sacrifici adesso li chiede solo alla plebe e mai a lor signori e i benefici domani non li garantisce a nessuno, se mai solo agli altri, ma perché è fondata sul pregiudizio tutto ideologico della bontà e dell’equanimità di un mercato che si vuole sempre mano regolato e più selvaggio, quello che il papa con tanta forza condanna ma che, a veder bene, denunciava già oltre due secoli e mezzo fa Adamo Smih che, pure, il concetto se lo era inventato[3].

Vi risparmiamo qui (ma le potete leggere direttamente nel link fornito sul NYT) altre amene variazioni di tipo apocalittico che questo sparaballe di A.  riserva ai lettori: del tipo che, siccome comunque il turismo già oggi cresce in Grecia, anche abbassando i prezzi sulla concorrenza di un  20% non potrebbe riuscirci (ma chi glielo ha detto, a questa strana prèfica?); o che il codice di qote sulla pesca dell’Unione europea frenerebbe comunque l’espansione dell’industria ittica ellenica (ma se esce all’eurozona e, come prevede questo qui, dovrà anche uscire dalla UE. Ma, se è così, che c’entrerebbero poi con la Grecia le quote UE sulla pesca?

●Quanto alla questione delle quote di popolazione migrante da ripartire tra i paesi membri dell’Unione – la forzatura voluta senza la pazienza di una preparazione adeguata da Renzi e affidata avventurosamente dentro la Commissione alle cure di Mogherini, con la firma – si diceva – di garanzia del presidente Juncker che, al dunque, però s’è dimostrata non contare un fico, proprio come i desiderata del governo italiano – sta finendo proprio a schifio.

La Commissione non si è mostrata, in sostanza, in grado di far passare, come aveva dato per scontato il presuntuoso Juncker, la sua proposta di disperdere 40.000 richiedenti asilo fra gli Stati membri a causa dell’opposizione secca di molti di loro a accettare la propria quota, in quantità e peso sufficiente a bloccare la maggioranza qualificata per far diventare operativa la decisione.  E sorge anche più inattesa la resistenza interna a molti paesi che avevano pure accettato invece e, come nel caso dell’Italia, chiesto ad alta voce l’accordo (le regioni in blocco sgovernate dal centrodestra al Nord, si negano “tafazzonando” la posizione già debole del governo nazionale...

Sono formalmente 12 gli Stati contrari a quote obbligatorie e bastano a bloccare tutto. Ora, ma in due rate, finirà tutto in coda di pesce, dopo altri appelli di nessun effetto concreto – al solito e ormai come quasi sempre – prima al prossimo vertice dei ministri di Esteri e Interni e poi a quello dei capi di Stato e di governo del 25 e 26 giugno. Ciò anche se la Commissione ha segnalato con forza e nessuna efficacia che ammazzare il piano minerebbe e, di fatto, finirebbe con l’affossare la zona di Schengen e in definitiva le possibilità di ulteriore integrazione: ma per non pochi è proprio questo cui tanti invece vanno proprio puntando...

Il 24 di  giugno,  all’immediata vigilia del vertice di capi di Stato e di governo che dovrà prendere la decisione ufficiale, quauatro paesi delle’est i cui uno cont di regfola ualcoxca e tre quai nient mttro paesi dell’est europeo – di cui uno conta qualcosa perché sta sempre acquattato da sotto le gonnelle a stelle e strisce a fare l’eco specie sulle cose dell’Est d’Europa alla voce russofobica e ossessionata dello zio Tom, mentre gli altri tre non contano quasi niente – hanno annunciato che bloccheranno la proposta della Commissione di un  ricollocamento per quote tra i vari paesi ddll’Unione degli immigranti che cercano asilo. Non si accontenteranno, hanno detto, di mettere insieme con chi altri, e con ben maggior peso del loro, quella che si annuncia comunque  come una minoranza di blocco.

Sono tra quei paesi che invano Delors aveva invitato a far aspettare e che, invece, su pressione subdola e masochista britannico-americana abbiamo inglobato nell’Unione a metà degli anni ’90 solo a dispetto dei russi e per masochismo europeista puro, diluendo ancor più un sentire comune fa ch andava già traballando. Adesso così, il primo ministro slovacco, Robert Fico, dice che se la proposta passa lui la farà bocciare da un referendum popolare― di fatto, cioè, minaccia di uscire dalla UE, violando i trattati.

E il collega ungherese, Viktor Orbán, che dell’Europa e delle sue regole comunque se ne frega sempre, e aveva già annunciato di voler costruire un muro blindato – possiamo modestamente e nazisticamente suggerire di elettrificarlo, diciamo per risparmiare a scariche brevi ma sufficienti di 1.000-2.000 volts? – per fermare i migranti alla frontiera con l’Austria, aveva anche ma ci ha subito per il momento ripensato – l’effetto annuncio c’era stato, però – aveva anche proclamato di “sospendere” l’adesione del paese a Schengen e al principio di prima accoglienza (EUobserver, 24.6.2015, Nikolaj Nielsen, Hungary defends suspension of EU asylum rules L’Ungheria difende la sospensione delle regole d’asilo europee https://euobserver.com/justice/129276).

Alla fine è saltato il concetto e, dal testo, il termine stesso di “quote”, rimpiazzato da una specie di impegno a suddividersi, poi, ma su base volontaria (basta 1 asilante, per dire, alla Lituania, per essere a posto? o ce ne vogliono 1.000?) e facendo uscire dai gangheri – ma senza effetto alcuno – perfino Renzi (“se questa è la vostra Europa, tenetevela. Non è la mia”). Senza effetto alcuno perché, captata da un microfono restato acceso a tradimento, la presidentessa e già Commissaria europea della Lituania, l’ultracotonata e testarda virago, Dalia Grybauskaitė, che ha commentato a voce non tanto bassa da non essere sentita (in una specie di borbottio sussurrato in francese: “e chi se ne frega”―  bien, moi je m’en fous.

Ma il dramma è che non parlava per sé. Lì, intorno a quel tavolo ormai quelli che la vedono come lei, di fronte all’incapacità di reagire degli altri – di coloro ch l’Unione la fondarono intorno a certi princìpi – ormai sono forse la maggioranza. Ma, per una faccenda come questa che lui stesso aveva appena finito di definire vitale, lui si limita a fare lo scontroso. Già (EUobserver, 26.6.2015, Nilolaj Nielsen, EU asylum agreement prompts deep divisions― Gli accordi [o meglio i non accordi] europei sull’asilo provocano profonde divisioni https://euobserver.com/justice/129315  .

A spece di ●In Danimarca, usuale sconfitta ormai in un’elezione parlamentare per il governo in carica: qui, i social-democratici della prima ministra Helle Thorning-Schmidt, sconfitta dagli anti-europei e razzisti del partito popolare che hanno spinto a fondo su una politica anti-immigrazione e su tutto il ribollire di bassi sentimenti – paura, rancore, ignoranza – che così sono riusciti a far sgorgare anche dal fondo di questo splendido e finora sempre generoso paese. Come ha fatto osservare da Londra, il direttore del Center for European Reform, Simon Tilford, parlando di tutto l’insieme di questi e degli analoghi rigurgiti un po’ in tutta Europa “la crisi dell’eurozona, combinandosi con tendenze come emigrazione e globalizzazione in arrivo e mal governate dall’estero, hanno esposto la sconnessione fra la politica interna di molti paesi e le politiche europee”.

Poi, lo sforzo di tanti partiti tradizionali di rincorrere e attrarre elettori alienati e arrabbiati, ha spostato tutto l’asse del discorso. “Quando la società legittima – rende accettabile e di fatto accettato qui, come a Pietralata a Roma o a Milano nella zona San Siro – parlare di immigrazione e immigranti i maniera non usuale per niente, sale il rischio dell’estremizzazione politica”. Eh, già: anche qui, nella civilissima Danimarca, dove il governo lo formeranno ora i liberali ma condizionati  dai popolari, installatisi ormai al ruolo di chi alla fine poi incorona il re, arrivati secondi alle urne (New York Times, 19.6.2015, S. Enlarger, Far-Right Party in Denmark Reflects Unease Across Europe In Danimarca l’estrema destra riflette un disagio che traversa tutta l’Europa http://www.nytimes.com/2015/06/20/world/europe/rise-of-far-right-party-in-denmark-reflects-europes-unease.html).                                                                                             

●Nella sua arci-confermata impotenza, che sembra ormai senza fondo, a decidere e far applicare le sue decisioni, l’Unione europea ha proclamato di aver assunto una determinazione che ha anche definito “epocale”. Ha svelato un “piano d’azione” – niente, cioè... – per aggredire – ha detto – l’evasione fiscale delle imprese. Il fulcro è il rilancio di una vecchia idea del 2011 – nuova no: sembra proprio proibito! – di quella che chiamano una base fiscale “consolidata”: cioè cpn re gole uguali per tutti. Che nessuno capisce perché mai adesso potrebbe funzionare e finora non ha funzionato...

Pure, la domanda sembra davvero ovvia: non è che non ha funzionato e che non funzionerà perché questi sgrulloni unificano le regole ma non armonizzano – non osano neanche provarci – le aliquote di tassazione tra paese e paese, tra sistema e sistema fiscale (The Economist, 19.6.2015; e International Commission of Investigative Journalists/ICIJ, 17.6.2015, EU unveils action plan to tackle corporate tax dodging― La UE svela il suo piano di azione per fronteggiare [ah! ah!] l’evasione fiscale delle corporations http://www.icij.org/blog/ 2015/06/eu-unveils-action-plan-tackle-corporate-tax-dodging).      

ERRATA CORRIGE -  Un tasto distrattamente sbagliato ha portato, nello scorso numero della Nota congiunturale ad attribuire al 2006 invece che all’agosto 2008 la data della breve guerra cercata e  persa dalla Georgia di Saakash’vili contro la Russia del presidente Medvedev e del primo ministro (allora)Putin.

STATI UNITI

●Il fratello minore di George Bush, Jr., dell’ex presidente cioè e, secondo non pochi, criminale di guerra, o se preferite il folle visionario che si inventò la guerra all’Iraq dichiarando il falso  sistematicamente e figlio del presidente George Herbert W. Bush, Sr., e che, dopo diverso tergiversare,  sta ora pensando anche lui di candidarsi alla Casa Bianca― per la quale, un po’ come per palazzo Chigi, corrono davvero ormai cani e porci.  

Ora, in visita a Germania, Polonia e Estonia, per “lucidare” le proprie, inesistenti, “credenziali” di politica estera (è stato governatore della Florida , in modo tutto sommato più che decente,  e parlicchia spagnolo) prima di annunciare la candidatura ufficiale a metà giugno, ha speso fior di elogi a Berlino per il ruolo del padre nella riunificazione tedesca.

Ma davanti a un pubblico ben avvertito di quello davvero gigantesco svolto allora piuttosto da Mikhail  Gorbaciov. Si è guardato bene, prudentemente anche se provocatoriamente sollecitato, dal far anche solo cenno, però, alla politica estera del suo spregevole e ormai – un po’ tardi purtroppo – da tutti spregiato fratello maggiore (The Economist, 12.6.2015, Republican contenders - What’s in a name? – Whether his family ties help or hinder him,Jeb Bush’s record in Florida makes him a formidable candidate― I contendenti repubblicani – Ma che c ‘è alla fine in un nome?  Se i legami familiari lo aiuteranno o lo ostacoleranno, il passato di Jeb Bush in Florida lo rende un formidabile [cala, cala: diciamo buono] candidato [e, solo se si considera, che dall’altra parte, tra i democratici, la candidata in apparenza più forte si chiama Clinton: la moglie cornificata ad oltranza – ma anche una bella sciovinista ad oltranza – di un presidente che come tale, coi pantaloni abbottonati, pure è stato decente], ci si comincia qui a rendere conto dello stato comatoso in cui affonda la politica americana – mica quella in scena ad Arcore e dintorni tra il patriarca e i suoi eredi ▬ http://www.economist.com/news/united-states/21654071-whether-his-family-ties-help-or-hinder-him-jeb-bushs-record-florida-makes-him).

Il punto è che 99 lettori su 100 non hanno alcun riferimento sulla base del quale provare a capire se si tratta di molto o di poco― a parte l’ovvio: che si tratta comunque di un mucchio di soldi. In passato, sulla base di proteste analoghe per la genericità dei dati forniti, il giornale s’era impegnato a fornire sempre il dato nel contesto della percentuale del PIL che dà più correttamente l’idea di quel che davvero succede...

Ma continua a non farlo. Si tratterebbe allo stato di qualcosa di meno di un deficit pari al 2,7% del PIL : qualcosa di meno del deficit  dell’anno passato e una tendenza alla flessione del rapporto debito pubblico/PIL.

Non è che fosse tanto difficile farlo rilevare. Ma detto così, in chiaro e nel contesto globale, era un dato scomodo perché smentiva clamorosamente  le bubbole degli austeriani che, sulla predica del cilicio per gli altri, hanno costruito il loro spropositato benessere a scapito appunto dei più...

●In America, il Senato ha votato nuove regole che restringono, finalmente, dopo le cacce alle streghe dell’11 settembre, la raccolta di quelli che chiamano i metadata telefonici collazionati all’ingrosso  e senza alcun mandato e alcuna autorizzazione finora dalla National Security Agency –la CIA dello spionaggio capillare elettronico e che ora esige – esigerebbe... – invece che l’agenzia di intelligence del governo chieda a un tribunale speciale il permesso per farlo, caso per caso, e con la mediazione delle compagnia telefoniche.

Il nuovo Atto sulla Libertà dell’Informazione rimpiazza parti – solo parti, ma di rilievo – del  vecchio Patriot Act e segna la grande vittoria per un conservatore e reazionario senatore repubblicano, Rand Paul, candidato alle presidenziali, che però è anche uno dei legislatori che più gelosamente si battono per la difesa intransigente dei diritti civili degli americani – e solo di loro, si capisce – con un’interpretazione integralmente libertaria dei loro – e si intende, solo dei loro: degli americani – diritti civili (TheEconomist, 5.6.2015, USA-Patriot Act – The modifications are modest but welcome Le modifiche saranno anche modeste ma sono le benvenute ▬ http://www.economist.com/news/united-states/21653648-modifications-patriot-act-are-modest-welcome-little-sunshine).

●Scrive in un articolo che sui mercati fa subito un gran rumore il prof. Nouriel Roubini, noto accademico ma soprattutto stimato da chi ha soldi da investire ascoltatissimo guru del meercato, che le politiche delle Banche centrali hanno creato di fatto larghe riserve di liquidità nel sistema finanziario dei paesi sviluppati ma prosciugandola quasi dai mercati finanziari. Roubini s’era laureato una ventina di anni fa proprio in Italia, ha insegnato e insegna alla New York University, ha lavorato con la Casa Bianca, al Tesoro americano, al Fondo Monetario, all’OCSE, alla Banca mondiale, sempre mantenendo gelosamente e sempre manifestando pubblicamente la propria indipendenza e una acuta capacità critica di giudizio. E è anche fondatore e manager, poi, del Roubini Global Economics Fund col quale ha fatto milioni e fatto fare miliardi ai suoi investitori.

Ora, in questo articolo ha attirato, come si faceva annotare dicevamo, molta attenzione― soprattutto perché negli ultimi anni, lui, al contrario dei tanti accademici allineati e coperti della cosiddetta saggezza convenzionale, per capirci gli austeriani a spese sempre degli altri, ci ha quasi sempre azzeccato. E Roubini fa rilevare che oggi i tassi di interesse ufficiali sono quasi sempre vicini allo zero e la base monetaria è salita alle stelle, trascinando con sé molti prezzi di beni primari: “i conti della Federal Reserve ammontano adesso a un colossale netto di 4,5 trilioni di $”― e ormai questa inusuale combinazione di macroliquidità disponibile a ogni speculazione di mercato è “una specie di bomba a orologeria che alimenta bolle a breve su molti fronti diversi ma in cui l’illiquidità sul mercato a breve vedrà puntare su assets difficilmente, appunto, trasformabili in liquido un gran numero di investitori che, alla lunga, dovrà affrontare un rischio pressoché inevitabile di collasso e di crisi”.

E Roubini è uno cui i mercati prestano attenzione, anche più che a Stiglitz o a Krugman  (Project Syndicate, 31.5.2015,  N. Roubini, The liquidity  timebomb: monetary policies have created a dangerous paradox― La  bomba a orologeria della liquidità: le politiche monetarie hanno creato un paradosso pericoloso http://www.project-syndicate.org/commentary/liquidity-market-volatility-flash-crash-by-nouriel-roubini-2015-05).

Insomma, traducendo in modo chiaro quanto Roubini spiega anche lui chiaramente, la fine del cosiddetto mercato rialzista deve ormai preparare tutti a un crollo di borsa e di mercati in generale già adesso, uest’anno.u , quest’anno. E anche chi non ne sembra del tutto convinto, ne appare tanto impressionato però come da crederci...

● “Per quanto sia stata grande la sconfitta di venerdì 12 al Congresso per g li sforzi del presidente di far avanzare la sua agenda di scambi commerciali, essa è stata un disastro anche peggiore per i capi del business americano” (New York Times, 12.6.2015, N. D. Schwartz, P. Cohen e K. Thomas, Business Leaders React With Dismay to Defeat of Trade Bill― I capi del mondo degli affari reagiscono con sgomento alla caduta della legislazione  sugli scambi http://www.nytimes.com/2015/06/13/business/business-leaders-react-with-dismay-to-defeat-of-trade-bill.html?_r=0).

La cosiddetta Trans Pacific Partnership, la legislazione che avrebbe dovuto regolare “liberalizzandoli” – ma ultraliberista coi lavoratori più deboli e protezionista con gli interessi dei forti e con le professioni liberali che contano politicamente di più: manovali e sguatteri, colf e badanti affidati solo alle regole del mercato, chirurghi e ingegneri con l’usbergo dei loro ordini professionali, come le industrie farmaceutiche dei brevetti che tengono a mille prezzo che sul mercato libero varrebbero dieci – gli scambi tra i paesi del Pacifico e l’America è stata per una volta sonoramente sconfitta.

La prima forse da almeno trent’anni, mentre passa i suoi guai per la resistenza che sorge in Europa anche la proposta avanzata alla UE di scambi sempre meno regolati. La novità vera è che stavolta contro la presidenza e contro i boss, che lui schierava con sé, ha vinto contro di lui una coalizione coesa di democratici che si scoprono anti-liberisti  e che non si sono fatti comprare, o irretire, e di un movimento sindacale non sempre unito ma ora univocamente motivato a far fallire quella campagna. La prima sconfitta davvero strategica dell’agenda liberista da anni, non tanto in sé per la portata tutto sommato limitata che la “riforma” avrebbe al momento quanto per la prospettiva che essa avrebbe potuto ancora consolidare.

Fra l’altro, il testo integrale del Trattato – come quello dell’equivalente europeo – restano segreti. Segreti commerciali, neanche eretti alla dignità di segreti di Stato... E  pure perciò sono stati respinti. Poi, però, i repubblicani si sono resi conto, in ritardo – ma di natura loro, se no non sarebbero repubblicani, sono proprio un po’ lenti – che chi li comanda, i padroni, volevano che votassero a favore, visto che il Trattato riguarda dopotutto un’altra dose di liberismo spinto che non farà bene alla crescita di nessuno, come già il NAFTA, ma promette il meglio per i loro portafogli.

Così, il Senato dove hanno la maggioranza, anche se più ristretta che alla Camera, ha rivotato dando ad Obama l’autorità di presentare una proposta di legge che stavolta non consente emendamenti ma solo il sì senza emendamenti o il no secco. Quella che qui chiamano la fast track― la pista rapida di decollo (The Economist, 26.6.2015).

●I dati su occupazione e disoccupazione in America migliorano, a maggio. Dicono che l’economia ha aggiunto nel mese 280.000 posti, con la media che nel corso dei tre mesi subito precedenti questo maggio si assesta a 270.000 posti nuovi. Praticamente tutti, però, nel settore servizi. Con un tasso ufficiale di disoccupazione che sale in un mese, leggermente, per l’aumento di disoccupati – che adesso a iscriverci almeno ci provano... – al 5,5% (Dep of Labor, Bureau of  Labor Statistics/BLS, USDL-15-1057, Employment Situation Summary, 5.6.2015 ▬  http://www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm; e Economic Policy Institute/EPI, Washington, D.C., 5.6.2015, E. Gould, Yes, the Employment Report Was Decent. But No, The Labor Market Isn’t Strong Sì, il Rapporto sull’occupazione è decente; ma no, il mercato del lavoro non va per niente forte http://www.epi.org/blog/yes-the-employment-report-was-decent-but-no-the-labor-market-isnt-strong).

Ma emerge anche un dato, che sembra preoccupante.  C’è chi si mostra, infatti, anche molto allarmato delle implicazioni di questi dati tutto sommato, qui, in rialzo discreto dell’occupazione, facendo notare il rovescio preoccupante della medaglia: quello che implica il calo, preoccupante sostengono, del tasso di produttività (New York Times, 5.6.2015, Neil Irwin, The Jobs Recovery Is Going Strong La ripresa del lavoro va forte http://www.nytimes.com/2015/06/06/upshot/the-jobs-recovery-is-going-strong.html?rref=upshot&abt=0002&abg=0#). A fronte di un relativamente rapido recupero di posti di lavoro –  appena sotto il 2% rispetto all’anno scorso, quando il tasso di crescita restò decisamente basso  ma mentre resta ancora tutto sommato ben scarso.

Certo, il brutto crollo del primo trimestre è un’anomalia. Ma anche dando per scontato che sia così, siamo comunque di fonte a un PIL che aumenta appena sopra il 2% all’anno. E l’implicazione è che, appunto, la crescita media della produttività è ben al di sotto dell’1%, prossima allo 0, probabilmente. E ci vorrebbe invece un 1,5% e, possibilmente, qualcosa che sia sopra al 2% per creare lavoro sufficiente a darlo se non a tutti a molti, senza lasciarlo fagocitare ai robot che ne riservano e corrono il rischio di riservarne sempre ogni giorno di più i frutti in profitti e rendite per i meno.

E, in effetti, dal ‘95 al 2005, la produttività era salita a una media del 3%, e anche negli anni del grande rallentamento, dal 1973 al al 1995 (gli anni segnati dalla frenata effettiva sotto Reagan, anzitutto) la produttività era comunque cresciuta a una media dell’1,5% annua. C’è una lunga strada tutta da percorrere per mettere in moto un recupero vero di produttività che servirebbe anche all’occupazione (Beat the Press, CEPR, 6.6.2015, D. Baker, On slower productivity dangers― Sui pericoli di una produttività  al ribasso http://www.cepr.net/blogs/beat-the-press)

●Con un arzigogolare cuioso  che si può permettere anche qui, solo chi porta a casa almeno 100.000 $ netti al mese, il WP – pontifica con Matt O’Brien, uno che di economia non sa niente ma insegna “scrittura creativa” – si chiama così: e molto creativa a dire il vero – all’Università del, niente popodimeno, Nevada – ha condotto un’inchiesta tra specialisti.

Cioè, proprio tra quegli economisti che definisce lui stesso di élite (sapete proprio gli accademici e gli esperti dalla saggezza convenzionale che non si sono mai accorti dell’arrivo della bolla speculativa da 8.000 miliardi di $ che ha scatenato la crisi), quelli allineati e coperti sempre dietro e in appoggio alle scelte di lor signori: gli accademici e i guru che, “in vasta maggioranza”, secondo lui e loro, i dati ufficiali sul reddito degli americani, sottovalutano: l’aumento effettivo, dice, delle loro condizioni di vita nell’arco degli ultimi 35 anni.

Quelli proprio del neo-liberismo rampante (Washington Post, 15.6.2015, M. O’ Brien, Why your middle-class salary is better than you might think― Perchè il vostro stipendio da ceti medi è meglio di quel che poi voi pensiate http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2015/06/15/the-big-problem-with-one-of-the-most-commonly-cited-numbers-about-the-economy/?tid=pm_business_pop_b).

Un esempio tipico di pessima logica. Tenta di spiegare come una miriade di nuovi beni che una volta non c’erano – i cellulari, Internet... – hanno nel frattempo di gran lunga migliorato la nostra qualità della vita, dicono, in modi che i dati non riescono a cogliere. E chiede, neanche tanto retoricamente, se fossimo pronti a scambiare un reddito da 50.000 $ di oggi – che definisce appunto “da ceto medio” – con equivalente aggiustato all’inflazione di circa 100.000 dollari del 1980, sapendo che ovviamente si potrebbero comprare però solo beni e servizi disponili allora, in quell’anno..,  saremmo disposti allo scambio?

L’implicazione della domanda falso-retorica è che la maggior parte di noi – ceti medi; lavoratori dipendenti, piuttosto, in termini nostrani con un redito più che decente sui 50.000 $/€ all’anno – direbbero no. perché significherebbe scordarsi di cellulari, Ipads e Ipods, degli smartphones con fotocamera,del Wi-Fi,  e a ogni tipo di altra moderna tecnologia personalizzata. Che potrebbe anche essere vero, ma non tiene conto in alcun modo appena realistico della dinamica reale almeno per la grande maggioranza di noi di due fattori concreti del costo della vita.

Il primo è che i beni davvero nuovi e davvero importanti  nuoci non sono poi così nuovi: televisori, frigoriferi, lavatrici, vaccini antipolio e, in genere,  vaccini vivi, “attenuati”. Che, certo, ora sono essi stessi beni e prodotti piuttosto vecchi: ma qui il punto è che non si tratta,  comunque, di cose proprio nuove). Certo, è vero. Il costo della vita, come indice statistico, non coglie il costo vero di questi nuovi beni di consumo. Per esempio, quando compri un cellulare non calcoli anche il costo del canone mensile o della ricarica. Ma, a  “compensare” ciò, non viene colto neanche il vantaggio dell’uso in sé del cellulare se non quando viene alla fine incluso nel calcolo del cesti finale della spesa.

Il punto, il fattore più importante, è il secondo però: che noi tutti aggiustiamo società e stili di vita intorno alle tecnologie di cui disponiamo. Domandate – e non sarebbe questa davvero una domanda retorica – come un lavoratore medio americano avrebbe vissuto senza la disponibilità di un’auto nell’America dei sobborghi e delle casette monofamiliari a schiera degli anni ’60. Sarebbe sicuramente stato un problema. Ma, solo vent’anni prima, la maggior parte degli americani non avevano ancora l’auto familiare e neanche pensavano di averne bisogno. Facendo un esempio appena più aggiornato: come camperebbero parecchi, forse non ancora molti di noi, senza aria condizionata d’estate?. Pure, sempre per parlare d’America, la maggior parte delle famiglie non sapevano neanche cosa fosse solo cinquant’anni fa...

In altri termini. Abbiamo messo in piedi una società costruita intorno ai cellulari e a Internet. Ormai sono strumenti e modi di vita pienamente integrati nella società e sarebbe duro rinunciarvi. Ma significa che stiamo sostanzialmente meglio di quanto staremmo senza. Potrebbe anche essere. Ma messa così è una domanda scema. Più importante sarebbe far rilevare come il benessere sia un  concetto e una pratica sempre relativa. E è importante farlo rilevare – ficcarglielo proprio in zucca – perché, diciamo, tra il 1980 e questo 2015 quel che è in misura inaccettabile e che molto più a lungo, se lo ficchino in testa, non sarà più accettata, è lo scarto tra ricchi e poveri e, in specie,  proprio quello tra redditi più alti e più bassi.

è lo scarto Ma questo è un discorso che gli economisti  di élite, quelli della saggezza convenzionale che si è dimostrata del tutto insensata oltre che del tutto insensibile, non amano sentirsi fare. Non lo vedono. Anzi, non lo vogliono proprio vedere. E’ vero. Le masse ignoranti che loro tanto disprezzano e sono, guarda un po’, al contrario di loro, rancorose e invidiose però hanno ragione e, alla fine, con la democrazia o con la rivoluzione, come dicono gli americani – con ballots o bullets – con le pallottole o le schede del voto alla fine hanno sempre ragione.

A un mese esatto da quella che sembra essere davvero ormai la scadenza definitiva fissata per fine giugno al negoziato di Losanna tra Iran e 5+ 1, l’occidente i cui  timori del tutto ingiustificati, dice l’Iran, sulla natura del suo programma nucleare, vengono anche se con  parecchie riserve soprattutto sulla necessità di rispettare e di far vedere che è rispettata la “pari dignità” di paese sovrano della antichissima Persia, diciamo in qualche modo spalleggiato anche dal resto del mondo (Cina, Russia, ONU), si vede concedere dal capo negoziatore e ministro degli Esteri di Teheran, Javad Zarif, l’assenso al sì a negoziare sulla necessità di trattare questo che sembra ormai l’ostacolo ultimo e vero alla firma dell’accordo.

Non significa affatto  che esso ci sia o che sarà davvero raggiunto... Il nodo è ch scienziati, tecnici e politici d’occidente, specie gli americani, chiedono di avere accesso ad ogni sito di ricerca e di produzione di energia nucleare iraniano ad nutum: senza preavviso e come e quando vogliono loro; l’Iran potrebbe – potrebbe... – invece accettare solo un accesso in condizioni controllate e rispettose alla virgola, come già stabilito dall’ONU in linea di principio (ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli: non in principio ma nella prassi concreta, cosa vuol dire?) della sovranità sua come di quella di ogni altro Stato del mondo.

Specie, ovviamente, di Israele che non è sospettata di avere il suo arsenale atomico ma sicuramente ce l’ha e, da decenni, ormai operativo... (Yahoo! News, 30.5.2015, N. Revise, Kerry, Zarif fail to make breakthrough in nuclear talks Kerry e Zarif non riescono a superare  l’ultimo ostacolo nei negoziati nucleari [e, a complicare ancora di più la faccenda, ci si è messo subito dopo l’incidente – una caduta dalla bicicletta – che ha costretto l’americano a tornarsene a casa, lasciando il negoziato in mano  a un seguito molto meno disposto a mediare e soprattutto con meno poteri negoziali e davvero decisionali] ▬ http://news.yahoo.com/kerry-zarif-launch-key-nuclear-talks-geneva-ahead-093556106.html; e (Stratfor – Global Intelligence, 2.4.2015, Iran Reaches an Agreement with the West L’Iran raggiunge un accordo con l’Occidente https://www.stratfor.com/analysis/iran-reaches-agreement-west).

●In ogni caso, il 18 riprendono a Vienna i colloqui formali Iran/5+1 per continuare a redarre la versione finale dell’accordo su programma nucleare iraniano e caduta delle sanzioni. La scadenza autoimposta dai colloquianti, è noto, è il 30 giugno ed è stata prorogata più volte. Ad aprile i negoziatori concordarono un accordo di massima, come lo chiamarono di inquadramento, il Piano d’Azione congiunto e comprensivo. E puntano ora – ma sarà ancora molto duro, per le resistenze interne ed esterne ai due campi – a trasformarlo in un vero e proprio accordo finale.

Inaspettata appare, il 21 giugno, una legge passata al Majlis iraniano, il parlamento, che – spiega il suo speaker – rinuncia ad alcuni suoi poteri di bloccare l’accordo “restrizioni parziali sul nucleare contro caduta delle sanzioni”  che sembrava invece profilarsi con una proposta chiaramente di sabotaggio avanzata dagli avversari dell’accordo tra Teheran e i cosiddetti 5+1.

Passa, però, anche un emendamento che formalizza – come, però, in ogni caso di fatto già era – in  sede di Consiglio supremo nazionale di sicurezza la supervisione del tseto finale eventualmente concordato e approvato dai negoziatori.  Comunque – e con l’accordo evidente della Guida suprema della Rivoluzione, il Grande Ayatollah Khamenei – viene in effetti ora rimosso il potere finale di veto dei legislatori  (Ynet News/Tel Aviv, 21.6.2015, Iran lawmakers curtailed on power to veto nuclear deal Decurtato il potere dei deputati iraniani di bloccare l’accordo nucleare http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4670994,00.html).

●Alla vigilia della scadenza che sembrava – ma per l’ennesima volta – quella definitiva del negoziato, i 5+1 che si vanno confrontando all’Iran sulla vessata faccenda del loro nucleare da frenare e controllare (ma come? da chi? con quale “rispetto” della sovranità dell’Iran?) contro sanzioni da alleggerire e cancellare (ma quanto? quando?), fanno sapere che, più che possibile, ormai ne è probabile il prolungamento. Lo annuncia un “alto esponente della delegazione americana(Newsweek/New York, 28.6.2015, C. Barria, Iran Nuclear Talks: 'Major Differences' Remain―  I negoziati nucleari sull’Iran: rimangono differenze maggiori http://www.newsweek.com/iran-nuclear-talks-major-differences-347932).

Troppi sforzi, tensioni e scontri interni, troppo tempo e troppe aspettative ci hanno investito, soprattutto americani e iraniani per non investirci su magari solo qualche altro giorno – gli altri al tavolo di Vienna non contano un fico: sono solo il contorno, l’omaggio che l’ipocrisia diplomatica paga a quella che a Washington insistono a chiamare la “comunità internazionale” ma che come tale neanche esiste (cambiano sempre qui, e a seconda dei desideri della Casa Bianca,  i componenti che la formano la fantomatica comunità: alcuni contro lo Stato Islamico, altri contro la Siria, certuni in Iraq, certaltri in Afganistan o in Africa... – e, comunque, oltre a Iran e USA sul tema in questione anche se non contano, chi è invitato a quel tavolo,non è poi che si sfilino.

Il ministro degli Esteri e capo negoziatore dell’Iran, a Teheran per consultazioni, sta tornando a Vienna dove raggiunge gli altri, compreso il segretario di Stato John Kerry, appena ripresosi da una caduta in bicicletta. Federica Mogherini, l’Alta rappresentante per gli Esteri della UE ha anche lei, aggiunto, anche se era superfluo, che qualche giorno in più di negoziato potrebbe aiutare a scioglire i nodi che continuano a esistere tra visioni che restano profondamente diverse di diritti e poteri e doveri di paesi sovrani.    

FRANCIA

●La Georgia ha annunciato che intende comprarsi un sistema di difesa anti-aereo dalla Francia secondo i termini preliminari di un contratto siglato ora a metà giugno. La firma georgiana è quella del ministro della Difesa di Tbilisi, Tinatin Khidasheli, affermando che una simile acquisizione aumenterebbe notevolmente le capacità di difesa e quindi – sostiene – la sicurezza del paese. La signora Khidasheli dovrebbe ora incontrarsi con la sua controparte francese. Che, però, al momento tace del tutto. Ma non smentisce (Agenda/Tbilisi, 16.6.2015, Georgia buys military air defence system from France La Georgia compra  [o, meglio, annuncia di voler comprare...] dalla Francia un sistema di difesa anti-aereo http://agenda.ge/news/37206/eng).

L’attuale governo georgiano, che ha messo sotto processo l’avventurista ex presidente Saakash’vili – che adesso è passato al servizio degli smandrappati governanti ucraini – non è riuscito, e neanche solo per sua responsabilità ma anche per la rigidità della Russia di Putin – a chiudere il suo contenzioso con Mosca.

La Francia ha squittito… ancora una volta. Ma tutto il mondo è paese… Com’era già ai tempi del faraone Ramses II e del re ittita Suppiluliuma I nel 13° secolo a.C. e come scrive ripetutamente, poi, Sun-tse, in Cina, nel VI secolo sempre a.C., l’unica regola è che in materia non bisogna farsi cogliere con le mani sporche di marmellata. Insomma, tutti fanno tutto quel che gli riesce ma quello che conta è non farsi farsi prendere...

Succede tale e quale anche adesso. Adesso tocca alla Francia che, con Hollande, squittisce stridulamente alle rivelazioni di WikiLeaks che adesso documentano riga per riga e parola per parola come l’America, attraverso i suoi servizi di spionaggio elettronici, abbia sistematicamente intercettato dal 2006 almeno al 2012 le comunicazioni telefoniche degli ultimi tre presidenti della Repubblica: Hollande stesso, Sarkozy e Chirac. Prima di chi altro (ancora) non si sa... Una riunione speciale del gabinetto ha bollato la pratica come “inaccettabile”, specie tra alleati. Ma, quando due anni fa era emersa identica storia, sempre ad opera della NSA/National Security Agency  americana Hollande aveva usato l’identico aggettivo, poi di fatto accettando, com’era ovvio facesse, la pratica stessa.

Anche perché sapeva, o venne comunque informato, che la Francia – come tutti – faceva proprio lo stesso. Contentandosi, quindi, della promessa personale di Obama che non sarebbe successo più – voleva dire soltanto, però, l’americano, ma non era in grado di garantire neanche questo che i suoi non li avrebbero più beccati col sorcio in bocca come si dice... E, poi, in questi medesimi giorni, l’Assemblée nationale di Francia ha votato una legge che autorizza maggiori poteri di interferenza e di sorveglianza elettronica alle sue... spie (The Economist, 26.6.2015, France and America - I spy, you  spy –The French are “shocked, shocked” by American spying ― but not their own ▬ Francia e America - Io spio,,tu spii – I francesi scioccatissimi dallo spionaggio degli americani ma non dal loro stesso spionaggiohttp://www. conomist.com/news/europe/21656108-wikileaks-releases-evidence-american-spying-french-say-they-are-shocked-espionage-revealed).

Insomma, e come volevasi dimostrare, uno più ipocrita dell’altro: tutti, di destra, di sinistra, di potere comunque. Dominati e guidati dal loro stesso potere, addirittura da sembrare a volte come  eterodiretti. E questa non è neanche più la guerra fredda. E’ una guerricciola tra alleati e perfino amici, gente che si abbraccia e si bacia in pubblico e si fa le scarpe in privato o, almeno, cercando di farsi le scarpe in privato, facendo mostra delle propria innocenza o della propria serena ignoranza. E ormai troppo spesso senza controllare più il loro potere e restandone essi stessi, ossequiosamente si intende, controllati...

Ma riuscendo a far fiasco anche in questo... Pensate: pare proprio – per parlare solo dei nostri – che tutti i capi dei servizi segreti italiani (SIM, SIFAR, SID, SISDE, ecc.) nessuno davvero escluso, e non per aver intercettato les dialogues de boudoir di capi di Stato e di governo, sarebbero passibili di processo per alto tradimento della  Repubblica, e senza prescrizione alcuna del reato.

GRAN BRETAGNA

Eccovi i diritti dell’uomo e del lavoro dell’uomo (e della donna, sì) sotto i conservatori, Cameron (e Renzi)

La Magna Charta: soffice, resistente e sorprendentemente lunga

Fonte: Steve Bell, 15.6.2015 –  L’800° anniversario

GIAPPONE

●Secondo dati appena pubblicati dal governo nipponico, l’età della popolazione continua mediamente a  salire (lo riferisce l’agenzia Jiji/TokyoJapanese  Central and Tokyo Metropolitan Press, 12.6.2015, Population still aging La popolazione invecchia sempre di più http://jen.jiji.com/jc/eng?g=eco&k= 2015061307260) rilevando che a fine 2014 c’erano 33 milioni di giapponesi, quasi il 30% della popolazione, sopra i 65 anni: una media di età molto avanzata (con gli islandesi, si tratta di una delle più elevate del mondo con  un tasso di rinnovamento demografico tra i più bassi.

E c’è anche chi, però, nel dibattito insiste a far rilevare, in antitesi rispetto al punto di vista – preoccupato – opposto, che di per sé ciò non è affatto male in uno dei grandi paesi del mondo meno dotato di terra coltivabile e di materie prime, che ha bisogno più di tanti altri perciò di una  popolazione che si rinnova poco, se viene mantenuto alto, come qui è costume, il livello medio di produttività necessario a mantenere adeguato livello di consumi e di produzione e standard medio di vita.


 

[1] Le principali tre banche d’Islanda, Glitnir, Kaupthing e Landsbanki crollarono sotto il peso del loro debito estero e quasi tutto in valuta estera. Allora, il totale combinato del fallimento delle tre banche faceva impallidire lo stesso PIL del paese... 

[2] Qualche cenno, qui appena abbozzato:

   Filippo II di Spagna dichiarò sovranamente per ben quattro volte il default tra il 1557 e il 1596 per i costi militari eccessivi delle guerre contro gli inglesi (la sua Invincible, ma alla fine poi  catastroficamente  vincibilissima, Armada) che neanche la razzia dell’oro della conquista conuconconquiste uidt americana riusciva a colmare. Nel caos caddero così le case bancarie tedesche che gli avevano imprudentemente fatto credito mettendo fine all’impero finanziario dei Fuggers che ne erano stati i grandi elemosinieri.

   Poi nell’800 fallirono diversi paesi latino-americani affacciatisi a Londra sul mercato azionario, ripetendo il misfatto nel corso di tutto il XIX secolo, finché alla fine la situazione venne affrontata e risolta con una rinegoziazione anche dolorosa per i creditori del loro avere, riducendolo anche della metà, spesso, a volte proprio cancellandolo anche in forza degli interessi che sul capitale prestato comunque nel frattempo erano stati incassati.

   Infine – ma la nostra è una sintesi qui appena tratteggiata, e non una volta soltanto, hanno dichiarato fallimento gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia imponendolo come un fatto che tutti hanno dovuto accettare – non hanno ripagato un dollaro, una sterlina o un franco di quel che dovevano a tutti e gli USA dichiararono carta straccia nel 1971 il dollaro che fino a quel momento valeva il proprio peso in oro garantito dalle riserve di Fort Knox.

   Del resto, l’Unione Sovietica, già con Lenin aveva ripudiato il debito degli zar e, poi, la Germania, dopo la seconda guerra mondiale, s’era vista cancellare il colossale debito e le riparazioni di guerra dovute ai paesi aggrediti e depredati dai nazisti per decisione saggi ma, anche, puramente politica: è che l’America di Eisenhower e di Truman la volevano nella NATO contro l’URSS e, per farlo, impose la cancellazione a tutti gli altri (senza pretendere a una presentazione complessiva ed esauriente, per lo scopo di questo limitato riassunto, cfr. Wikipedia― page last adjourned 5.6.2015, Sovereign debt and defaults Debiti sovrani e fallimenti sovrani https://en.wikipedia.org/wiki/Sovereign_default).

[3] A. Smith,  Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393: la proposta di autoregolamentarsi proveniente da chi ha interessi privati – scriveva ed è il passaggio accuratamente riportato tra virgolette anche da Lynch – “va sempre considerata con la più sospettosa attenzione”. Infatti, “viene da una classe di persone [i produttori, i mediatori, i venditori] il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico; una classe  che ha invece generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico. E che, anzi e di fatto, in molte occasioni l’ha ingannato ed oppresso”.