Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

              07. Nota congiunturale - luglio 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

1.7.2014

(chiusura: 07:00)

 

 

 

 

 

 

Nota congiunturale 7-2014

di Angelo Gennari

 

ATTN: cliccando direttamente, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare lo/gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero , per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc391934803 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc391934804 \h 1

MEDITERRANEO  arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIO ORIENTE.. PAGEREF _Toc391934805 \h 2

Lavori in corso: Sisi: stiamo costruendo un nuovo Egitto!   (vignetta) PAGEREF _Toc391934806 \h 3

La linea tracciata sulla sabbia, che nessuno ha spostato più e i jihadisti vogliono ora cancellare    (mappa) PAGEREF _Toc391934807 \h 7

Lo sbriciolamento dell’Iraq   (mappa) PAGEREF _Toc391934808 \h 12

E, adesso? E’ questa, la nostra nuova Exit Strategy, Mr. President?   (vignetta) PAGEREF _Toc391934809 \h 14

Vattene!!!   (vignetta) PAGEREF _Toc391934810 \h 15

nel resto dell’Africa.. PAGEREF _Toc391934811 \h 26

in America latina.. PAGEREF _Toc391934812 \h 27

CINA.... PAGEREF _Toc391934813 \h 30

Quei mari la storia li  chiama “cinesi”, ma la titolarità ne è diversamente contestata da altri paesi (mappa) PAGEREF _Toc391934814 \h 32

nel resto dell’Asia. PAGEREF _Toc391934815 \h 33

EUROPA... PAGEREF _Toc391934816 \h 34

● Ma a quello lì con l’elmetto, non lo potremmo lasciare almeno senza dolce?  (vignetta) PAGEREF _Toc391934817 \h 41

STATI UNITI. PAGEREF _Toc391934818 \h 53

● Le eccezioni dell’eccezionalismo americano per il Medioriente   (vignetta) PAGEREF _Toc391934819 \h 53

Chi è che davvero al mondo si ingozza di più di combustibili fossili?   (grafico) PAGEREF _Toc391934820 \h 55

FRANCIA... PAGEREF _Toc391934821 \h 62

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc391934822 \h 63

GIAPPONE... PAGEREF _Toc391934823 \h 64

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di luglio 2014 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza

• il 1° luglio si apre il semestre di turno di presidenza italiana del Consiglio europeo dei ministri;

• il 9, in Indonesia, elezioni presidenziali (primo turno);

13 luglio: finale a Rio de Janeiro, in Brasile, della finale dei mondiali di calcio;

• 19 luglio, scade l’accordo ad interim semestrale sottoscritto su nucleare e sanzioni tra Iran e P-5+1; il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che entro il 20 luglio bisognerà stavolta chiudere definitivamente l’accordo;

• nella seconda parte di luglio, elezioni legislative anticipate in Slovenia;

• nel corso di luglio, dopo le grottesche presidenziali, anche le elezioni legislative in Egitto.

●A Basilea, parla ora la Banca per i regolamenti internazionali― la BIS, che ha compiti quasi sconosciuti ma in realtà importanti come dicono di camera di compensazione delle transazioni tra gli istituti bancari centrali – è da sempre, ad esempio, l’unico istituto finanziario a collazionare e mettere insieme dalle principali Banche centrali del mondo che lo formano, a riuscire ad avere un’idea e rendere, un po’ confusamente è vero, conto dell’entità effettiva dei fondi a rischio, gli hedge funds che – quattro o cinque volte più del totale del PIL di tutti i paesi del globo messi insieme: cioè, per forza di cose, senza proprio niente di reale dietro – sono in buona parte all’origine della crisi che ancora non è ancoras affatto terminata a livello internazionale.

Avverte oggi il Rapporto annuale della BIS che tutta una serie di vecchie e nuove bolle speculative si è formata grazie al mercato non regolato che continua a esser lasciato, irresponsabilmente, del tutto libero prima ancora che il mondo abbia potuto davvero riprendersi dalla crisi. Lo deplora apertamente la BIS, ma senza indicare il che fare: cioe, regolamentare come era prima di Reagan il mercato internazionale: ma non osa osar tanto! (New York Times, 29.6.2014, J. Ewing, Central Bankers Issue Strong Warning on Asset Bubbles I banchieri centrali avvertono con grane preoccupazione sul pericolo risorgente delle bolle speculative ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/30/business/international/central-bankers-issue-strong-warning-on-asset-bubbles.html).

Dice la Banca che sono troppi gli investitori, i grandi speculatori proprio – che ovviamente non chiama così perché, ipocritamente, non le compete dirlo con chiarezza: ma lo fa ben capire – alla ricerca (“disperata”, dice, ma vuol dire ingorda) di portare a casa rendite consistenti a fronte di tassi di interesse che invece al minimo, o quasi, rendono al minimo e perciò hanno fatto rialzare del tutto artificiosametrne i prezzi delle azioni anche e soprattutto di quelle dove “sotto il vestito niente[1]: i fondi a rischio senza appunto considerarlo, il rischio... che oggi – questo è il messaggio chiaro – è ancora maggiore di ieri.

E spiega Claudio Bori, capo del dipartimento monetario e economico della Banca che ha stilato materialmente il Rapporto che c’è “un senso sul serio preoccupante di dejà vu”, di compulsione a ripetersi, “nell’insano fenomeno(BIS/Bank for International Settlements/Banca per i Regolamenti Internazionali, Presentazione del General Manager Jaime Caruana, 29.6.2014, Uscire dal cono d’ombra della crisi:tre transizioni per l’economia mondiale http://www.bis.org/speeches/sp140629_it.pdf; e Introduzione al Rapporto, Claudio Borio, The financial cycle, the debt trap and secular stagnation― Il ciclo finanziario, la trappola del debito e la stagnazione secolare ▬ http://www.bis.org/events/agm2014/borio_pres.pdf; e, ancora, testo integrale dell’84° Rapporto annuale (1.4.2013- 31.3.2014), 29.6.2014 ▬ http://www.bis.org/publ/arpdf/ar2014e.pdf).          

●Assestando un gran brutto colpo all’Airbus, la Emirates Airlines di Dubai forse oggi la più ricca e presente in campo internazionale tra le grandi linee aeree ha ritirato l’ordine di 70 aeroplani A350 per 21,6 miliardi di $ a prezzo di listino – in realtà, scontati, un 3 miliardi di meno – che, al momento, costituisce la cancellazione più pesante subita dalla compagnia aerospaziale europea. L’A350, che trasporta 250-300 passeggeri, entrerà in servizio più tardi quest’anno ed è la risposta europea al Dreamliner 787, della Boeing di Seattle. Gli Emirates avevano ordinato gli A350 con consegna nel 2019 ma stanno adesso rivedendo la dotazione della loro flotta, anche alla luce del parco aerei dell’Alitalia che dovrebbe ormai incorporare.

L’anno scorso la compagnia di Dubai aveva ordinato altri 50 Superjumbo A380, aereo con un certo incremento di passeggeri trasportati rispetto al modello antecedente. Adesso, “il direttore commerciale di Airbus, John Leahy, ha cercato di minimizzare l'impatto della cancellazione del contratto Emirates dicendo che ‘la cancellazione non avrà impatto finanziario su Airbus, le consegne a Emirates erano previste tra il 2019 e il 2023’. Ma a Tolosa hanno accusato il colpo, perché magari l’impatto non sarà quest’anno ma poi una ventina di miliardi di $ che vengono a mancare dagli ordinativi, al dunque, peseranno duro (Il Sole-24 Ore, 11.6.2014, G. Dragoni, Schiaffo ad Airbus, Emirates cancella ordine per 70 nuovi A350 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-11/schiaffo-ad-airbus-emirates-cancella-ordine-70-nuovi-a350-094807.shtml?uuid=ABZTZwPB).

●L’ultima invenzione tecnologico-organizzativa, la Uber, l’app che operando in 128 città e in 37 paesi del mondo sta sconvolgendo offerta e domanda sul trasporto pubblico e debitamente regolato da leggi nazionali e statuti municipali dei taxi – dicono i più a garanzia di utenti e lavoratori, dicono i meno ma, proprio a causa della regolazione, a costi qualche po’ superiori: scavalcando qualsiasi centralino e qualsiasi obbligo se non la garanzia che l’autista sia dotato di patente di guida col mettere direttamente in contatto il cliente col noleggiatore privato – ha messo insieme quasi di colpo un altro miliardo e 200 milioni di $ di capitale sociale, vale a dire di investimenti privati.

Portando, così, la quotazione di borsa a oltre 17 miliardi di $ con un servizio ai clienti che con la sua app su cellulare offre limousines, condivisione di percorsi e suddivisione di costi ai clienti, ha sollevato furibonde proteste e blocchi stradali e del traffico da parte dei tassisti in molti paesi europei (in Italia, soprattutto a Milano) di fronte a quella che, a ragione, definiscono una concorrenza sleale― stesso servizio a regole e condizioni obbliganti imposte ai taxi privati del servizio pubblico autorizzato dai comuni  e deregolamentazione totale per gli altri: i privati-privati  (The Economist, 13.6.2014, Taxis in London – Monopolists unite - You have nothing to lose except your tariffs!―  I taxi a LondraMonopolisti unitevi - Non avete niente da perdere se non le vostre tariffe! http://www.economist.com/news/ britain/21604191-you-have-nothing-lose-your-fares-monopolists-unite).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIO ORIENTE

●In Egitto, all’inizio della quarta settimana di giugno, arriva il segretario di Stato americano John Kerry che, preso atto del fallimento drammatico della politica del suo governo in tutto il Medioriente, si riscopre comunque allineato e coperto dietro il rais e golpista egiziano. Arriva e riparte subito con grande imbarazzo nei confronti del codazzo di giornalisti che, come sempre, ha al seguito.

Perché ha dovuto ricevere e incassare, in silenzio e in piena faccia, il gelido “la cosa non mi riguarda” del dittatore alla richiesta di trattare “con equanimità”, come dice lui quasi comicamente visto a chi si rivolge, i tre giornalisti di al-Jazeera-English, e altri tre per loro fortuna in absentia, a pene non solo assurde ma spropositatamente e volutamente (come lezione) squilibrate per aver detto cose sgradite al governo egiziano. Dall’incontro col generalissimo-feldmaresciallo fellone passano poche ore e, prima della sua partenza, le autorità egiziane fanno in modo che possa venire informato del verdetto del tribunale (Guardian, 23.6.2014. S. Tisdall, John Kerry snubbed by Egypt's heavy jail sentences for al-Jazeera journalists― John Kerry snobbato dalla pesante galera sentenziata in Egitto per i giornalisti di al-Jazeera ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/23/john-kerry-snubbed-egypt-sentences-al-jazeera).

Ma tant’é. Il buzzagro aveva appena finito di assicurare l’amico generale a correzione del borbottio con cui Obama s’era spinto – solo un  po’, mica troppo... – a deplorare il golpe, che l’America è comunque pronta a far ripartire lo storico rapporto strategico col Cairo, superando il congelamento del miliardo e 300 milioni di $ di aiuti militari annuali decretato l’anno scorso a cominciare dalla consegna urgente di alcuni decine di elicotteri Apaches che era stata stoppata per un valore di almeno 575 milioni di $ subito (Wall Street Journal, 22.6.2014, Jay Solomon, John Kerry Voices Strong Support for Egyptian President Sisi John Kerry esprime forte sostegno al presidente egiziano Sisi http://online.wsj.com/ articles/john-kerry-arrives-in-egypt-on-unannounced-visit-1403426551).

In attesa di recarsi a Bagdad, al volo e anche in volo, il giorno dopo col sostegno dell’egiziano, subito ottenuto, a un cambio non traumatico ma effettivo della leadership di al-Maliki – che tanto poi è uno sci’ita... – si è fatta così totale la retromarcia statunitense sulla necessità di cui a Washington si è sempre ma solo chiacchierato di un’apertura necessaria del regime all’opposizione della Fratellanza che nei fatti, boicottandole con grande efficacia, ha dimostrato di essere sempre maggioranza anche in queste ultime elezioni presidenziali.

Lavori in corso: Sisi: stiamo costruendo un nuovo Egitto!   (vignetta)

      

 

Fonte: KAL, The Economist, 27.6.2014

In Libia, un aereo militare da caccia sotto il commando del gruppo ribelle del gen. Hifter ha bombardato, a Sidi Faray e nei pressi, entrambe a Bengasi, posizioni occupate dagli islamisti di Ansar al-Sharia e dal gruppo di militanti noto col nome di 17 febbraio (la data di inizio della rivoluzione anti-Gheddafi del 2011), secondo quanto riferito alla stampa da un’alta fonte militare del governo libico. Non c’è stato neanche un ferito dalle due bombe sganciate e che hanno distrutto un’officina di auto-riparazioni nel perimetro colpito, mentre gli scontri per le strade hanno fatto, essi, almeno una trentina di morti secondo un esponente dei jihadisti nel mirino (ABC News, 1.6.2014, Esam Mohamed, Libya: clashes, bombings leave eìght deadScontri a fuoco e bombardamenti lasciano sul campo otto morti http://abcnews.go.com/International/wireStory/jet-bombs-islamists-base-libyas-benghazi-23946346).

Tanto per aggiungere un po’ di confusione, il nuovo governo designato dal parlamento libico e presieduto da Ahmed Miitig ha annunciato il 2 giugno di essersi “regolarmente” insediato (l’avverbio è per lo meno strambo...) anche se il ministro della Difesa e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thani hanno fato sapere di respingere la loro rimozione...

Miitig ha anche reso noto di aver riunito il gabinetto per la prima volta dopo la sua discussa scelta di maggio (Ma’an News Agency, 4.6.2014, New Libyan Government takes office amid continuos fighting in the East Il nuovo [ennesimo] governo libico entra in funzione nel mezzo degli scontri armati che continuano nell’Est del paese      ▬ http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=701871). E’ dal 2011, dalla cacciata e dal linciaggio di Gheddafi (propriamente, Mu’ammar Abū Minyar ’Abd al-Salām al-Qadhdhāfī) che la Libia resta, e in realtà affonda ogni mese un po’ di più, nel caos (Stratfor – Global Intelligence, 15.5.2014, video- transcript, Deteriorating Security in Libya In Libia, una sicurezza in continuo deterioramento http://www.stratfor.com/ video/conversation-deteriorating-security-libya).

●Il governo libico – o quello che, in qualche modo, cerca oggi di farsi passare per tale – ha annunciato che riprenderà – o, più correttamente, che vuole riprendere – le esportazioni di greggio a Tobruk, all’estremità orientale del paese in Marmarica, a est anche della Cirenaica, quasi al confine con l’Egitto, dal terminal di al-Hurayqah, e lo ha comunicato il 21 giugno, attraverso un portavoce della NOC, la National Oil Corporation.

La prima spedizione, di 750.0000 barili, partirà da Mislah e dal giacimento di al-Sarir e la seconda dovrebbe seguire subito, il giorno dopo con il livello di produzione in grado di aumentare gradualmente, giorno per giorno, dicono nel comunicato diffuso dalla LANA (Libya News Agency, 21.6.2014, NOC to re-start shipping oil La NOC ricomincerà a esportare petrolio greggio http://www.lana-news.ly/eng).

Anche ai confini occidentali della Libia, è quasi un anno che la produzione è stata rallentata da una miriade varietà di proteste che hanno tutte coinvolto, in un modo o in un altro,  i gruppi etnici Touareg o Toubou e le milizie etniche alle dipendenze degli influenti Consigli tribali di città come Zentan, sempre tendenzialmente ribelli o, al contrario, forze residue di sostenitori del vecchio regime di Gheddafi (Stratfor – Global Intelligence, 13.5.2014,Libya: Western Oil Production Restarting, but Underlying Challenges Remain― Nella Libia occidentale riparte la produzione di petrolio, ma restano tutte le difficoltà sottostanti http://www.stratfor.com/analysis/libya-western-oil-production-restarting-underlying-challenges-remain#xzz35 R DfRV).

●Adesso, il 25 giugno, nel mezzo di questo caos, elezioni parlamentari della nuova Casa dei rappresentanti per eleggerne 200 e si riunirà a Bengasi, in Cirenaica – ha deciso il governo  provvisorio – per “far sentire più incluse le popolazioni orientali di questo paese”. Con l’ONU che nella valutazione, soltanto personale però, del suo segretario generale “è un’importante passo avanti nella transizione della Libia verso una governance democratica stabile”.

Rispetto a questa speranza, per così dire di stabilizzazione democratica della Libia, emergono subito almeno due enormi problemi. La registrazione degli aventi diritto al voto è a oggi sì e no alla metà di quanto fosse prima del 2012 quando elessero il Congresso generale nazionale nel quale risultarono in maggioranza gli islamisti. Se si vota oggi cioè, la rappresentanza risulterà perfino minore di quanto sia stata in questo mandato parlamentare: certo, non “stabile”...

La seconda questione – quella decisiva, poi – è che, anche così, gli islamisti saranno probabilmente in mggioranza anche nella nuova Casa dei rappresentanti: non fosse altro perché sono loro i più attivi, politicamente coscienti e, anche, i più propensi ad andare a votare.        

In altri termini, cambierà poco, se al dunque si tratterà di elezioni minimamente libere e che la gente, non fatiscenti Commissioni elettorali,  considererà di fatto come valide. Ma, se sarà così, il generale Hifter, e i suoi seguaci “laici e secolari”, lui lo ha già detto, non saranno disposti a obbedire al nuovo parlamento e al nuovo governo: non se ne fideranno, in effetti. E saremo da capo, come dal golpe in Algeria del 1991: qui, se sono elezioni libere, danno la maggioranza democraticamente ai non democratici – sempre che poi gli altri, gli Hifter, i Sisi, lo siano: democratici! – e, se no, che elezioni sono?

Alla fine, si apprende che meno della metà degli elettori titolati a farlo perché presenti nelle liste del 2012,  come s’è detto già dimezzate,  hanno poi partecipato alle elezioni. Alcuni seggi sono  rimasti chiusi per ovvie ragioni di sicurezza mancante ma molti altri proprio per la totale assenza di votanti. A Bengasi gli scontri fuori e anche dentro i seggi hanno provocato una trentina di vittime, tra morti e feriti. Anche se il generale Hifter aveva dichiarato di sospendere ogni operazione nel giorno del voto, anche se con riserva: “per noi la democrazia è importante: ma la sicurezza lo è anche di più(The Economist, 27.6.2014, Libya’s elections – Dismal democrats Le elezioni in Libia – Democratici desolati http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21605948-few-libyans-put-much-faith-weeks-general-elec tion-dismal-democrats).

In definitiva, quando due mesi fa, a Tripoli, i politicanti del Consiglio e del Congresso decisero queste elezioni scommettevamo sul fatto che avrebbero tagliato corto con violenze e scontri e migliorato le prospettive di una riforma politica effettiva: o così dicevano. Ma la bassissima partecipazione al voto mina ora alla base ogni speranza di stabilizzazione possibile da questo risultato.

●Il 13 giugno, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico si intesta, in Tunisia, l’attacco, con quattro morti tra gli agenti di guardia, alla residenza del ministro degli Interni. E si tratta della prima rivendicazione del genere nel paese, per ora il più “tranquillo” tra quelli del Nord Africa mussulmano che parteciparono, anzi che per primo diede il via nel dicembre del 2010, ai moti della primavera araba (Stratfor, 13.6.2014, Al Qaeda claims attack on Minister’s home Al Qaeda rivendica l’attacco alla casa del ministro http://www.stratfor.com/situation-report/tunisia-al-qaeda-claims-attack-ministers-home).

●In Siria, la Commissione elettorale nazionale ha annunciato che il 95% degli oltre 200.000 connazionali registrati nelle liste elettorali ma, ad ogni titolo, residenti all’estero hanno votato presso 43 sedi diplomatiche del paese. E, al di là del fatto che la vittoria di Assad sembra certa, onestamente bisogna dar atto di almeno due novità, davvero nuove, nel voto di questo paese:

• che dove la gente ha votato all’estero – a Parigi, a Roma, a Londra, a Berlino... – ha votato in stragrande maggioranza per Bashar al-Assad: lo ha attestato – rodendosi il fegato patriottardo – il NYT (29.5.14, A. Barnard, Syrians in Lebanon Flood Polling Place, Choosing Assad Out of Fervor or Fear― In Libano, i siriani affollano i seggi, e scelgono Assad, per convinzione o per paura ▬ http://www.nytimes. com/2014/05/29/world/middleeast/syrian-exiles-in-lebanon-vote-in-advance-of-national-ballot.html?_r=0#)― sì, forse come male minore: ma, in fondo, in ogni elezione chiunque vota sempre per il male minore, no?;

• e che, stavolta, per la prima volta, oltre al nome del presidente uscente, le schede riportavano anche spazi e nomi di altri due candidati. Basta fare un paragone con quella vera e propria buffonata che è stato il voto nelle presidenziali in Egitto: partecipazione alta e vera alle urne, libertà di voto effettiva, ecc., ecc. la riserva più pesante, e l’unica davvero documentata, avanzata contro la regolarità di queste elezioni dall’opposizione è stata che per votare bisognava identificarsi mostrando una carta di identità all’ingresso dei seggi... ma è proprio come da noi o, per dire, in Germania...

Certo, questo è solo il nostro punto di vista, esattamente opposto a quello che il fantomatico, perché letteralmente inesistente, G-8, sta esprimendo mentre scriviamo il 4 giugno a Bruxelles col taglia e cuci dal testo presentato all’incontro dalla Casa Bianca: a Damasco è stata solo una “farsa”...

●Scrive un’agenzia di stampa direttamente alimentata dal Pentagono – ma che a Washington conta, e anche molto, perché non sempre ma neanche troppo di rado mostra apertamente la sua indipendenza intellettuale con analisi e giudizi capaci di forte autonomia (NightWatch, 4.6.2014, The situation in Syria http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000119.aspx) che la realtà è altra: “l’opposizione siriana e la sua lotta hanno fallito nel tentativo di mandare all’aria queste elezioni. Gli arabi di Siria hanno votato in modo del tutto evidente a favore di Assad invece di boicottare queste elezioni.

E, malgrado quel che hanno riportato i media monocordi d’occidente e non certo a caso, le elezioni hanno avuto luogo anche in aree pur disputate tra i due fronti, inclusi i distretti di Aleppo. Uno dei leaders dell’opposizione s’é lasciato andare a dire alla stampa di non capire perché i siriani votassero in così tanti per Assad invece di boicottare le elezioni, come lui si aspettava. Gli ha risposto chiaro uno di quegli elettori dicendo agli stessi reporters che aveva votato per il rais perché lui in qualche modo incarnava l’ordine e una speranza di tranquillità e quelli no. In altri termini: se questo minisondaggio fosse mai rappresentativo, l’elezione ha riflesso proprio il totale fallimento dell’opposizione nel farsi riconoscere come un’alternativa accettabile al governo ba’athista di Damasco.

In tre anni di lotta e di guerra feroce delle due parti, i gruppi ribelli a Damasco non sono riusciti a darsi una base di supporto vero, popolare. Tanti diplomatici americani hanno svilito le elezioni come insignificanti, una ‘farsa’ hanno detto – mantenendo un silenzio indecente, ma questo lo aggiungiamo noi, in questa Nota su quelle invece tenute in Egitto –... Ma queste sentenze così facilmente spocchiose costituiscono un disservizio sia nei confronti della verità che degli 11 milioni e 600 mila siriani che hanno votato”.

Ribadiamo: questo non lo dice Assad, non lo dicono i suoi sicofanti e i suoi sostenitori. Ma, in buona sostanza, lo dice il Pentagono. Che sembra, adesso, essere chiamato dal mezzo gnorri che appare speso il presidente a sostenere molto più attivamente, anche se sempre più disperatamente, quegli incapaci e truculenti “alleati”, laggiù...

In ogni caso, e in conclusione o quasi, tutto questo poi importa poco: le elezioni sono state lo sfoggio da parte di Bashar al-Assad del fatto che riesce sempre ed ancora a tenere il controllo di importanti città della Siria, a mantenere la lealtà del nocciolo duro dei suoi sostenitori e quella di gran parte delle sue minoranze etniche e religiose nonché di una parte niente affatto insignificante della stessa popolazione sunnita e a rendere spudoratamente palese il fallimento degli oppositori e dei loro sostenitori, soprattutto stranieri.

Questo, onestamente, è anche il nostro discutibile punto di vista. Ma, almeno noi una motivazione, una spiegazione in termini razionali tentiamo di darla: quelli del cosiddetto G-8 – Obama, Renzi, Cameron, Merkel... coi manutengoli dei media internazionali a rimorchio, a far loro da eco, lanciano solo anatemi... Alla fine, vedrete, fra tre, quattro anni, perfino il paludato NYT e – si parva licet... – il TG-7 di Mentana, arriveranno a dirci che il suffragio in Siria, almeno comparativamente, aveva una sua qualche validità (il comunicato dei G-8, senza dare alcuna motivazione, e redatto da giorni ben prima del voto, sentenzia spocchioso come abbiamo visto che è stata una “farsa”): e arriveranno anche a  riconoscere che sì, forse, Putin sull’Ucraina non aveva proprio, chi sa?, tutti i torti...

Come che sia, nella guerra georgiana del 2008, erano stati proprio gli avventuristi seguaci di Sa’akashvili, falsamente garantiti e anche fomentati dai bushotti al potere, a sparare per primi e non i russi a “aggredire”: anche se quando hanno risposto, poi, agli aggressori hanno fatto male davvero. E’ proprio come per le leggende inventate e scoperte dopo anni, anche se subito per chi voleva vederle visibili, coi precedenti di Libia, Iraq, Vietnam, ecc., ecc.: ai media ci vorrà molto tempo – senza il bollino di conformità dei rispettivi governi – prima per ammetterlo anche a se stessi e, poi, per riconoscerlo...

Al dunque, neanche in occasione di questo evanescente e impotente G-8, hanno saputo e potuto decidere niente insieme. Per ora nessuna nuova o più dura sanzione contro Mosca. È la conclusione ufficiale che attesta di una eclatante disparità di opinioni, al di là delle allisciate in televisione. I francesi vogliono fare la faccia feroce ma  non vogliono interrompere la vendita di armi ai russi, i tedeschi il flusso del gas, e gli italiani con loro,  e neanche i giapponesi sono per fare i duri con le gatte da pelare cinesi con cui si trovano di questi tempi a che fare, gli inglesi sono come i francesi assai incavolati ma guai a toccargli la City e a Obama soffiano sul collo gli interessi commerciali e sensati dei suoi businessmen...

Sul campo, lo sviluppo forse più significativo è stato che adesso, dopo le elezioni presidenziali, e le controffensive dell’esercito regolare e degli Hezbollah, il Fronte jihadista degli estremisti di Al-Nusrah non riesce più a tenere il controllo della cittadina armena di Kassab nella regione alawita della provincia di Latakia. Una tenuta fondata anche sulla brutalità estrema di punizioni elargite con una serie di crocifissioni di cristiani armeni e l’imposizione selvaggia di esazioni e “protezione” forzata a tutta la popolazione islamica. E, questa, è una città importante costituendo di fatto l’unico transito consentito tra la provincia di Latakia e la Turchia.

E’ una perdita cruciale per Al-Nusrah perché il controllo di Kassab avrebbe costituito il secondo fronte loro necessario a alleviare la pressione delle truppe governative su Aleppo, all’est. La Siria continua ad accusare, con sostanziose evidenze, la Turchia di aver continuato a aiutare al-Qaeda  e al-Nusrah a prendersi Kassab a marzo mentre la Turchia ha denunciato che truppe regolari iraniane, oltre agli Hezbollah, hanno combattuto sul fronte del governo siriano. Per ora, sembra proprio che i siriani stiano assicurandosi che il cosiddetto califfato dell’ISIL lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (o ISIS dell’Iraq e della Siria) non riesca a arrivare fino alle sponde del Mediterraneo.

Subito, intanto, e in polemica aperta con al-Qaeda e i suoi seguaci, i jihadisti dell’ISIL vanno avanti per conto loro e, anticipando i tempi, si ribattezzano –  se così, impropriamente e con una pronuncia quasi blasfema, si può dire – come vero e proprio califfato― cioè, uno Stato indipendente costituitosi nell’area da essi controllata di Iraq e Siria – poca cosa al momento, a dire il vero però – sotto la guida del nuovo auto-proclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi (una nomina che sfida apertamente l’autorità di al-Qaeda, esaspera inevitabilmente tutte le differenze teologiche, etniche, politiche, culturali e di fondo tra mussulmani.

Globalmente, viene alla luce che la generazione più giovane della cominutà jihadista sembra spostarsi dalla parte dell’ISIL, sopratuto per la rapidità e la feroce brutale efficacia con cui raggiunge i propri dichiarati obiettivi (sottolinea – avvertendo che vanno presi sul serio – Charles Lister, del Centro di ricerche della Brookings, di Doha nel Qatar, citato in Guardian, 30.6.2014, M. Tran e M. Weaver, Isis announces Islamic caliphate in area straddling Iraq and Syria L’ISIL annuncia la creazione del califfato islamico nella zona a cavallo tra Iraq e Siria http://www.theguardian.com/world/2014/jun/30/isis-announces-islamic-caliphate-iraq-syria).

Subito prima, un po’ per disperazione, un po’ per speranza, tornando indietro rispetto a quanto già deciso rompendo proprio con al-Qaeda e l’ISIL, il 24 giugno al-Nusrah― il Fronte per la vittoria del popolo di Siria aveva annunciato di aderire pienamente all’obbedienza a chi vince, cioè proprio all’ISIL, nella composita e lasca coalizione dei jihadisti maggiormente estremisti. Ma, certo, adesso, dopo la proclamazione “avventata e fuori tempo”, dice al-Qaeda, del minicaliffato bisogna vedere cosa succede nei fatti e non nelle enunciazioni...

Lo fa rilevare l’Osservatorio siriano per i diritti umani – un istituto non precisamente neutrale ma spesso in sintonia più coi ribelli che col governo – valutando che si tratta di una “fusione” importante perché apre la strada a una presa di controllo da parte dell’ISIL e di al-Qaeda – che, in qualche modo, anche se ne riconosce il brand, ne costituisce una branca anarchicamente indisciplinata – di entrambi i lati del consine sito-iracheno, a Albu Kamal in Syria e Al-Qaim in Iraq (Yahoo News!, 25.6.2014, (AF.-P.), Qaeda merges with ISIL at Syria-Iraq border town: NGO ONG siriana  informa della fusione tra Qaedaa/al-Nusrah  e ISIL in una località del confine tra Siria e Iraq https://nz.news.yahoo.com/a/-/world/24316641/qaeda-merges-with-isil-at-syria-iraq-border-town-ngo).

Però, non sarebbe neanche male cominciare a capire che l’attenzione, e la capacità di attrazione, oltre al fanatismo scatenato dalla cieca fede nella loro versione dell’Islam, all’ISIL viene anche e proprio dalla parola d’ordine radicata nella realtà storica di voler arrivare a cancellare con la forza i confini imposti con la forza nel 1916 dal colonialismo britannico e francese.

Quando l’accordo Sykes-Picot li tracciò sulla carta e sulla sabbia. Il vento della storia dovrebbe da tempo averli spazzato via ma, va detto, per responsabilità dei colonialismi che li tracciarono senza capire niente di etnie, religioni, sensitività di popoli e tribù ma, soprattutto, per colpa degli arabi asserviti alle “sette sorelle” dapprima e poi agli ex Stati colonialisti degli arabi e delle loro divisioni frontiere che durano ormai da cent’anni tra Iraq, Siria, Libano e Giordania. L’idea-forza di spazzare via Sykes-Picot così la riaccendono questi nel mondo arabo e rischiano di trascinare dalla loro non solo i visionari dell’Umma, la comunità senza confini tra i mussulmani del mondo, ma anche il sogno nasserita del nazionalismo pan-arabo per il futuro della regione...

La linea tracciata sulla sabbia, che nessuno ha spostato più e i jihadisti vogliono ora cancellare    (mappa)

 :legenda dei diversi colori: la spartizione tra francesi e ing lesi

:  verde scuro,  diretto controllo francese;   verde chiaro, influenza francese  arancione, zona internazionale  nero,  diretto controllo britannico    grigio, influenza  inglese    

Fonte: Tarek Osman, 4.12.2013, Why border lines drawn with a ruler in WW1 still rock the Middle East Perché i confini tracciati con la riga e la squadra nella prima guerra  mondiale ancora fanno ballare il Medioriente  http://www.bbc.com/news/world-middle-east-25299553

●Intanto, l’Organismo delle Nazioni Unite per le Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), ha ufficialmente annunciato che il residuo 8% di componenti precursori e armi chimiche dichiarate della Repubblica Araba di Siria sono state ormai caricate sulla nave trasporto danese incaricata di portarsele via.

Con questa spedizione, tutte le armi chimiche che Assad aveva detto di far distruggere sono state rimosse dal territorio o distrutte. La Siria aveva una delle maggiori scorte conosciute (con eccezione ufficiosa di America e Russia― che dichiarano di tenerne ancora ma solo per studiarle e combatterle) e la distruzione di queste scorte (non di quelle che ovviamente, forse, hanno rubato e controllano i jihadisti) è stato un fatto importante, avendo tra l’altro disinnescato le smanie bombarole sulla Siria a tappeto che solleticavano Obama raggiungendo la soluzione voluta, e suggerita da Putin, in soli 9 mesi: assicurandosi, così, almeno che ai terroristi jihadisti non possano finire in mano altre armi chimiche o componenti di esse precursori (OPCW, 23.6.2014, Dichiarazione del Direttore generale, Ahmet Üzümcü ▬ http://www.opcw.org/news/article/announcement-to-media-on-last-consign ment-of-chemicals-leaving-syria).    

●Intanto, nella sempiterna vertenza interna – centrata sui diritti di sfruttamento del greggio – tra quello del Kurdistan e dell’Iraq, tra governo centrale e autorità di governo regionale, Massoud Barzani, presidente  del governo di Erbil ha adesso ufficialmente minacciato il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki di organizzare al più presto un vero e proprio referendum per proclamare l’indipendenza dei curdi dall’Iraq, se non si riesce a trovare un accordo “equo” nel negoziato con Bagdad (Avim Center for Eurasian Studies/Istanbul, 2.6.2014, Furious KRG Threatens to Declare Independence Un furioso Governo regionale curdo minaccia di proclamare l’indipendenza http://www.avim.org.tr/bulten/en/88253).   

Con una dichiarazione ufficiale il governo regionale del Kurdistan iracheno ha, infatti, chiesto che questo negoziato con Bagdad cominci subito. Le tensioni sono, infatti, salite alle stelle nelle ultime settimane per la dura opposizione – sul piano ufficiale e costituzionale in pratica insormontabile, su quello militare anche probabilmente – del governo di Bagdad alla decisione di Erbil di vendere, via la Turchia, il greggio del Kurdistan iracheno agli Stati Uniti e a Israele. Molti analisti americani – i più, forse – di cose curde e irachene – accademici, giornalisti, politiconi e spioni: ciarlatani che da anni non ne azzeccano una – dicono che Barzani, come ha fatto in passato, bluffa anche stavolta... Ma in Turchia e a Bagdad non sembrano affatto esserne tanto sicuri.

In effetti, oggi la minaccia maggiore che per Bagdad rimpicciolisce anche quella alla sovrana proprietà del greggio estratto sul suo territorio, anche nel Kurdistan iracheno, è che dipende anche dalla comprensione in qualche modo dei curdi e pure – un po’ contro natura per Erdoğan: ma sono troppo fanaticamente estremisti per lui i sunniti jihadisti dell’ISIL – e di un loro appoggio contro l’insurrezione sunnita. Per cui, anche una questione strategica come quella del petrolio esportato dal Kurdistan senza permesso legale, diventa ora quasi marginale.

Così, l’offensiva sunnita che assume subito le dimensioni della guerra civile totale e senza remissione alcuna ridimensiona un po’ tutta la strategia che Bagdad stava delineando come quella che voleva seguire per bloccare i curdi. Era proprio all’immediata vigilia dell’offensiva ribelle che stava, infatti, approntando una reazione molteplice: legale, commerciale, diplomatica e politica ma anche di pressioni militari, essendo intanto il governo regionale curdo riuscito a inviare con successo e non essendo Bagdad riuscita a bloccare le petroliere partite dal nord dell’Iraq verso l’Europa.

Erano, infatti, arrivati nel porto turco di Ceyhan il milione di barili di greggio caricati sulla petroliera United Emblem in arrivo dal nord dell’Iraq senza il permesso di Bagdad che aveva già  minacciato di portare le vertenza coi curdi in sede ONU e anche già denunciato formalmente in sede di arbitrato internazionale la Turchia per averlo consentito; mentre, nel frattempo, un’altra petroliera, la Minerva Antonia aveva portato a Trieste e pompato di lì attraverso il gasdotto transalpino a una raffineria tedesca, la Ruhr Oel di proprietà della BP inglese e della russa Rosneft  un altro carico di 41.000 tonnellate stimato a un valore di 31 milioni di $...

Anche Israele, oltre a Turchia e Stati Uniti, stanno comprando il greggio curdo così, di straforo e forzando la mano, e Bagdad aveva cominciato a stilare e rendere nota una lista di varie compagnie considerate pirata che violavano la legge irachena mettendo a rischio anche di drastica revisione diritti e rendite di tutte quelle (le grandi anzitutto, come Rosneft e BP, ma anche le singole piccole) comunque coinvolte nell’acquisto del petrolio curdo non autorizzato. L’ultima a entra nella blacklist irachena era stata l’austriaca Österreichische MineralOlverwaltung/ÖMW. Ma adesso, con l’attacco dell’ISIL anche le priorità per Bagdad, che di un appoggio curdo come, almeno, di una minore ingerenza turca ha drammaticamente bisogno, sono cambiate.

E all’inizio della terza settimana metà di giugno viene confermato che ormai il Kurdistan iracheno è riuscito a vendere – e a farsi pagare dopo averlo consegnato a destino – il carico di due petroliere , uno in Europa e l’altro in Israele (The Jerusalem Post, 20.6.2014, Israel receives first oil shipment from Iraqi Kurdistan Israele riceve la prima spedizione di petrolio dal Kurdistan iracheno http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Israel-set-to-receive-oil-from-Iraqi-Kurdistan-360054).

E sono pronte a partire da Ceyhan, subito almeno altre due spedizioni di origine curda, adesso che al-Maliki dovrà alleggerire le tensioni su questo fronte privilegiando la ricerca di un’intesa sull’altro, così come dovrà chiedere – e non più cercare di imporre – ai paesi terzi un comportamento più corretto anche quando, proprio adesso, potrebbero profittare (almeno così credono) dell’alternativa aperta dalla crisi delle forniture che pervenivano via l’Ucraina (Lignet/Langley Intelligence Group Network [è la CIA che ha sede a Langley, in Virginia, alla periferia di Washington, sito on-line che analizza con qualche affidabilità ipotesi e notizie emergenti da una sistematica revisione di tutte le fonti riferibili in ogni modo ai servizi segreti], 12.6.2014, Kurds exporting more oil despite Bagdad’s protests― I curdi esportano più greggio malgrado le proteste irachene http://www.lignet.com/HotTopic.aspx# ixzz34kc7WEQB).

●Intanto, a Teheran arriva, tempestivo, il presidente del governo regionale autonomo del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, in visita che non era stata pubblicamente annunciata. E, adesso, viene anche annunciato che dopo l’Iran, Barzani andrà anche in visita ad Ankara per discutere coi turchi della situazione in Iraq: del petrolio curdo offerto e comprato dai turchi ma, anzitutto ormai dell’’ISIL, sul cui agire la Turchia, anche se molto critica dell’estremismo jihadista sunnita, ciurla ancora nel manico proprio in forza del comune sentimento sunnita (Shafaq News/Bagdad, 16.6.2014, Barzani heads to Iran and Turkey in unannounced visit― Barzani in visita non annunciata in Iran e in Turchia http://english.shafaaq.com/index.php/politics/10189-barzani-heads-to-iran-and-turkey-in-unannounced-visit).

●Sotto il persistere dell’attacco, che impone ormai preoccupazioni analoghe sia ai curdi che, in modo ancor più pressante, al governo centrale (l’offensiva sarebbe arrivata a Baquba, solo a una sessantina di Km. dalla capitale e attacchi di mortaio avrebbero interrotto la produzione nella principale raffineria del paese, a Baiji a sud di Mosul e circa 230 Km. a nord di Bagdad, portando anche all’evacuazione forzata del personale straniero) e si comincia ad intravvedere una via possibile di compromesso per un’intesa tra i due governi, quello centrale e quello autonomo regionale, sul contenzioso del gas.

Che, comunque, al momento, è l’unico vero vincitore degli ultimi sviluppi della guerra civile tra gli iracheni, sci’iti al governo e sunniti – jihadisti dell’ISIL, tribalisti e reduci di Saddam e del ba’ath    in rivolta.

Un portavoce del governo autonomo curdo del nord dell’Iraq ha infatti avanzato, attraverso i media per ora, un’ipotesi che dovrà essere valutata a Bagdad di una fetta di reddito predefinita per l’autonomia curda del 25% della vendita di greggio estratto nel Kurdistan iracheno. La legge attualmente prevede per Erbil un 17% di quota fissa ed è questa percentuale che, sulla base dell’aumento della sua popolazione e della quantità di petrolio estratto e venduto, i curdi vorrebbero riconcordare in aumento (Stratfor, 17.6.2014, Iraq: Kurds Want Higher Share Of Oil Revenue― Iraq: i curdi chiedono una quota maggiore dei profitti del reddito petrolifero [della loro regione] ▬ http://www.stratfor.com/situat ion-report/iraq-kurds-want-higher-share-oil-revenue)...

Su questo si dovrà certo discutere. Ma già discuterne è un vittoria dei curdi... Intanto, la Turchia si farà carico di rispondere, dopola chiusura da parte dei ribeli sunniti iracheni (vedi qui subito dopo) della raffineria di Baiji nerl nord dell’Iraq  del bisgono di altre 4.000 tonnellate di petrolio raffinato al governo regionale curdo iracheno. Lo annunciano, il 27 giugno in Turchia, il ministro dell’Energia, Taner Yildiz, e il premier del governo regionale curdo, Nechirvan Barzani (Hürryet Daily News/Istanbul, 27.6.2014, Turkey to meet KRG’s fuel demand amid oil crisis La Turchia farà fronte alla domanda di combustibile del GRC nel mezzo della crisi petrolifera http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-to-meet-krgs-fuel-demand-amid-oil-crisis-minister.aspx?pageID=238&nid=68364&NewsCatID=348).

La Turchia chiede, e continuerà a premere, sui due governi, quello curdo di Erbil e quello iracheno di Bagdad, perché risolvano le loro divergenze sul petrolio e la spartizione delle sue entrate in modo che il greggio del nord del paese possa venire esportato regolarmente via la Turchia.

●Nel frattempo, i ribelli sunniti, con  l’attacco più audace sferrato da quando se ne sono andati gli americani contro il governo centrale, hanno preso il controllo della seconda città dell’Iraq, Mosul, tra l’altro confinante con il Kurdistan iracheno ed essa stessa al centro di una regione che produce ed esporta larghe quantità di petrolio occupandone arsenali militari, banche, industrie, centri di comunicazione prigioni (sono stati “liberati” almeno 2.500 insorti sunniti e il palazzo del governatore (New York Times, 10.6.2014, Suadad al-Sahly, Karem Fahim e R. Gladstone, Sunni Militants Drive Iraqi Army Out of Mosul I militanti sunniti cacciano via da Mosul l’esercito iracheno http://www.nytimescom/2014/06/11/ world/middleeast/militants-in-mosul.html?hpw&rref=world&_r=0).

E mentre, a Washington, il dipartimento di Stato con una dichiarazione di un anonimo portavoce dice che gli Usa sono “molto preoccupati”, il primo ministro Nouri al-Maliki, giustamente – lui davvero – preoccupatissimo, dichiara lo stato d’emergenza nazionale e chiede l’aiuto di tutti i governi amici senza menzionare specificamente gli Stati Uniti ma, almeno – miracolosamente per gli USA – neanche l’Iran che, ormai, è il suo maggiore alleato. Molti dei sunniti che hanno attaccato Mosul sono militanti tornati e scappati sconfitti dalla Siria di Assad che avevano aiutato a occupare come parte dell’ISIL, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, di obbedienza sostanzialmente al-Qaedista, anche se ormai allontanato dalla casa madre perché da essa giudicato troppo anarchico e troppo estremista.

Alcuni membri del parlamento di Bagdad provenienti dalla provincia di Mosul, discutendo coi giornalisti stranieri della situazione, hanno denunciato che le forze di sicurezza sono scappate in molti casi senza neanche sparare un colpo, “abbandonando armi e equipaggiamento che adesso sono sotto il controllo dei militanti islamisti”.

●Nei fatti,  ormai in questo paese si è ancora una volta passati da uno stato di insurrezione a quello di una vera e propria guerra civile. Qui, l’ISIL controlla ormai almeno tre grandi città dell’Iraq sunnita, Fallujah e Mosul, e ora anche Tikrit, città natale di Saddam Hussein dove è anche stato – tutti qui sanno benissimo dove tumulato, discretamente – dopo essere stato impiccato dai vincitori scii’ti. E l’ISIL ha cercato di prendersi anche altre città, fallendo al momento qua e là in alcune località ma prendendosi, pare, Samarra (BBC News, 11.6.2014, Suadad al-Salhy, Alan Cowell e R. Gladstone, Iraqi insurgents seize new city - Tikrit Falls; Battle at Samarra, 70 Miles North of the Capital Gli insorti iracheni si prendono una nuova città – Cade Tikrit; battaglia a Samarra, a 110 km. a nord della capitale http://www.bbc.com/ news/world-middle-east-27800319). Lo scopo che l’organizzazione si prefigge è quello di creare un emirato islamico unito che tenga insieme sia Iraq che Siria sotto la massima disciplina della shari’a, nell’interpretazione più rigida della scuola wahabita.

Subito, intanto, è riuscita a costringere sia BP che ExxonMobil, i gestori dei campi petroliferi di Rumaila e West Qurna 1, a ritirare tutti gli addetti non iracheni che hanno sul luogo. Resta difficile credere che, in queste condizioni e dati i posti chiave che i tecnici stranieri ricoprono potranno continuare a essere mantenuti i livelli attuali di produzione dei due giacimenti che, al momento, contano per circa la metà di tutta la produzione in territorio propriamente iraecheno― non quello curdo cioè (Iraq Oil Report, 16.6.2014, Ali Abu Iraq, Iraq’s largest oil fields reduce staff I maggiori giacimenti petroliferi riducono i loro addetti ▬ http://www.iraqoilreport.com/security/energy-sector/iraqs-largest-oil-fields-reduce-staff-12522).

E subito dopo tocca anche all’ENI ridurre “prudenzialmente” a Bassora, dove da anni sta cercando il petrolio per conto del governo iracheno, il suo personale non locale (come se in queste condizioni  il pericolo fosse, qui, solo per gli stranieri). E l’ambasciata italiana a Bagdad dimezza anch’essa il numero dei diplomatici― da quattro a due: la roccaforte blindata che da anni è l’ambasciata americana irachena ha più di 5.000 dipendenti... (RAI News, 20..6.2014, ENI in Iraq http://www.rainews. it/dl/rainews/articoli/ContentItem-c1f15d0e-6abe-4cd2-b56e-5e289f2a91f4.html?refresh_ce ).

L’ISIL, di fatto, è qualcosa di molto di più di un gruppo di insorti: è stata capace di darsi un’organizzazione efficace dimostrando di riuscire a conquistare e anche a “tenere” città e regioni intere del’Iraq. In pratica larga parte del nord-est di confine con la Siria. Con la forza delle armi e la disciplina che instaura, a botte di fede e di spada, brandite insieme secondo le antiche tradizioni medioevali di tutti, i mori come i crociati come i colonialisti europei in giro per il mondo almeno fino a tutto il Rinascimento, e anche oltre (la spartizione dell’America latina prima e dell’Africa poi, dall’inizio del XVI a quello del XX secolo) ma anche frammentando il territorio del paese e sottraendone una larga fetta al controllo di Bagdad.

E a tappe forzate ha subito cominciato a installare – per convinzione, con la violenza delle armi e della frusta e con la paura – quello che chiama, appunto, l’emirato unico di Iraq e Siria, un vero e proprio nuovo “califfato” che intende riesumare non uno Stato qualificato, come altri,  mussulmano o islamico ma proprio islamista, retto dalle interpretazioni più rigorose dell’antica e fondamentalista lettura della shar’ia― la legge o strada unica e voluta dall’Islam per reggere la società, quella dei khilāfa, i monarchi unici teocrati e successori legittimi del profeta (ma è proprio sulla relativa legittimità degli uni e degli altri che si basa poi lo scisma tra sunniti e sci’iti...).

Anche se accompagnato da come vengono pur nelle condizioni della guerra civile curati i bisogni popolari più elementari ma anche essenziali: sanità, un minimo di polizia e di giustizia impartita e vista impartire secondo regole e leggi comunque dichiarate e fatte applicare, un’essenziale quantità di servizi pubblici― tutte cose essenziali che mai il governo Maliki aveva fatto valere e che questo pese aveva “goduto” (un’erogazione regolare di acqua e elettricità ad esempio) solo ai tempi di Saddam Hussein (Guardian, 24.6.2014, Ian Black, M. Chulov e Spencer Ackerman,  Iraq crisis: answers to readers' questions about a nation on the brink― La crisi dell’Iraq: risposta alle domande dei lettorisu un paese che è è in bilico lì, sul bordo http://www.theguardian.com/world/2014/jun/24/iraq-crisis-experts-answers-isis-maliki-kurds).

Un volantino capillarmente diffuso ora a Mosul proclama che “ci siamo presi sule spalle il compito di riportare alla vita le glorie del califfato islamico, mettendo fine così all’oppressione dei nostri fratelli”, si capisce, i sunniti,  “tagliando la testa alla serpe scii’ta che ormai sta strangolando il popolo di Allah, l’umma, l’unità dei credent... e sradicando l’infestazione sci’ita radendo al suolo i loro blasfemi santuari politeisti di Karbala e di Najaf”. Di qui, dalla instaurazione del califfato unico siro-iracheno di obbedienza sunnita bisogna partire, per esportare la jihad poi in tutto il mondo― e si capisce perché allora, no?, magari rabbrividendo un po’ a questo punto anche in America c’è chi cominci a dire “per fortuna che Assad c’è!”.

Subito, il giorno dopo la cacciata delle truppe del regime dalla città, gli insorti jihadisti hanno proibito ogni riunione pubblica non autorizzata sotto pena di morte e, sotto pena della decapitazione pubblica ordinato a chiunque di rompere ogni contatto col governo di Bagdad e a ogni donna di “vestire modestamente e restare in casa”. Però, in ventiquattrore pare che i nuovi abbiano anche restaurato con una certa efficacia il funzionamento dell’acquedotto e un flusso continuo della corrente elettrica in tutta Mosul...    

● Lo sbriciolamento dell’Iraq   (mappa)

 

  

= ====== 50 miglia ========= 100 km.

  territorio della repubblica islamica dell’Iraq conquistato o sotto controllo dell’ISIL:  a nord di Bagdad dal 10.6.; in  grigio,    al l’estremo nord-est, province dell’autonomia curda; all’estremo nord-ovest, sotto il controllo dominante ma conteso dell’ISIL; il resto, in arancione scuro, sembra ancora ma non sempre restare (Tikrit, Sanmarra...) sotto il controllo del regime iracheno di Nouri al-Maliki.

Fonte: rapporti AFP/BBC

Ora anche una dichiarazione solenne dell’Associazione degli studiosi islamici di Iraq (Hayat Al-Ulama Al-Muslimin) formata per unificare i credenti sunniti sotto la propria unica bandiera incoraggia apertamente in termini religiosi l’ISIL a tenere sotto controllo e governare direttamente Mosul incoraggiando i giovani a ribellarsi contro il governo di Bagdad.

Esattamente al rovescio di quel che capita in Siria, dove la presa dell’ISIL sembra assai fragile e duramente combattuta e sconfitta, oltre che dal governo di Assad e dalle milizie degli Hezbollah libanesi anche da quasi tutti gli altri gruppi ribelli, qui in Iraq essa non solo è la forza dominante tra i ribelli, cui si potranno forse opporre con qualche efficacia i peshmerga― i guardiani della terra curda, se non faranno tout court anche loro la secessione – ma allora rischiando le ire della vicina Turchia – ma è riuscita con successo, per ora, a frantumare l’Iraq.

Che all’ultima ora poi effettivamente, di fronte alla possibilità sempre più concreta ormai di perdere il controllo di vaste aree dell’Iraq occidentale e settentrionale, col ministro degli Esteri Hoshyar Zebari annuncia di voler chiedere la cooperazione delle forze armate del Kurdistan per riprendersi il controllo delle aree ormai sotto il potere dell’ISIL (onislam, 11.6.2014, Iraqis flee Mosul after militants takeover Dopo la conquista da parte dei militanti, gli iracheni scappano da Mosul http://www.onislam.net/english/news/ middle-east/473673-iraqis-flee-mosul-after-militants-takeover.html).

E, di fatto, già il 12 mattina arriva notizia che la città di Kirkuk, appena al di fuori della regione autonoma del Kurdistan e centro petrolifero di primaria importanza per l’Iraq stesso, è già difesa e in buona parte anche controllata dalle forze curde dopo che la guarnigione irachena l’ha abbandonata il giorno prima (e sarà ora duro, se per il governo centrale le cose andranno alla fine un po’ meglio, convincere gli agguerriti peshmerga e i curdi in generale a lasciare quella che da sempre considerano, con fondamenti storici non certo inventati, la loro vera capitale storica...

Nel frattempo, il prezzo del barile di greggio scatta di botto all’insù toccando in pochissime ore i $ 112 al barile, al massimo da marzo a oggi (Il Sole-24Ore, 12.6.2014, Crisi in Iraq, il prezzo del petrolio sale ai massimi. A Kirkuk i curdi respingono l'assalto jihadista ▬ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-12/iraq-ribelli-marciano-baghdad-e-minacciano-governo-pronti-droni-usa-105554.shtml?uuid=ABqrdGQB). E, subito,  naturalmente ripartono le speculazioni anche su quanto potrebbe incidere a catena questo rincaro sulle attese di inflazione e, dunque, a raffreddare quel po’ di ripresa che qua e là anche tante banche centrali stanno spingendosi a propiziare.

●E torniamo così ancora una volta a parlare della cosiddetta legge delle conseguenze impreviste (qui, l’appoggio americano agli insorti scii’ti contro i sunniti perché Saddam Hussein che avevano battuto era sunnita lui stesso, senza neanche accorgersi così, quasi, che avevano deciso loro di mandare gli scii’ti al governo, favorendo tra l’altro, e anche qui quasi per omissione, la vittoria strategica dell’Iran): una specie di inesorabile conseguenza contraria di scelte fatte con intenzioni opposte che sembra ormai schiacciare l’America dovunque e comunque si muova o non si muova, a destra o a sinistra, avanti o indietro... sempre, nel mondo complesso quasi portasse sfiga a se stessa e a chi ad essa si appoggia...

Torma prepotente alla mente la stranissima intervista in cui nel 2002 (ma se ne scrisse solo nel 2004, a invasione dell’Iraq già in atto e, anche allora, senza neanche identificare per nome e cognome l’intervistato, peraltro chiaramente individuato dicendo che era il più vicino consigliore di Bush), Karl Rove, prendeva per i fondelli l’intervistatore informandolo che “ormai, gente come te vive ‘in quella che noi chiamiamo una comunità basata sul reale’,  da lui definito lui come ‘gente come me che crede in soluzioni emergenti dal nostro stesso avveduto studio di quella che  è la realtà discernibile’. Io assentivo ma cercando di mormorare qualcosa sui princìpi del diritto internazionale e sulla necessità del pragmatismo... Ma lui  mi zittiva subito”.

No, ‘non è così che funziona, non più: il mondo non funziona più in questo modo. Noi ormai siamo un impero. Quando ci muoviamo, creiamo noi la nostra realtà. E voi continuate a studiarla quella realtà― anche voi con avvedutezza, e noi intanto agiremo di nuovo, creando nuove realtà, che voi vi metterete a studiare e andrà a finire così. Sianmo noi gli attori della storia... e a voi, a tutti voi, resterà solo la possibilità di studiare quel che noi facciamo’(New York Times, 17.10.2004, Ron Suskind, Faith, Certainty and the Presidency of George W. Bush Fede, certezze e la presidenza di George W. Bush http://www.nytimes.com/2004/10/17/magazine/17BUSH.html?_r=0).

Erano certi di pacificare tutto il Medioriente con una pace basata su bombe intelligenti, F-16 Stealth e se utile, magari, anche una missione militare di 200.000 soldati presenti a rotazione permanente; puntavano a metterci una guarnigione articolata soltanto in Iraq su almeno una quarantina di basi; erano certi che la gente li avrebbe salutati e baciati da liberatori; già dicevano di volerci costruire (e lo fecero) una mega-ambasciata capace di ospitare migliaia di dipendenti da cui poi governare (e qui, invece, hanno fallito) tutta la regione coi propri pro-consoli (così li chiamava);  di piegare la Siria e l’Iran alla potenza americana; e, a partire da lì, “prosciugando” una volta per sempre dai terroristi che l’infestavano la “palude mondiale” e creando una “Pax americana” globale  basata su una potenza militare che nessun altro al mondo, né qualsiasi altra combinazione di potenze al mondo,  sarebbe mai stata in grado di sfidare...

Eccola la radice di ogni male, l’ineluttabile tagliola  della legge delle conseguenze non previste (ma, a dire il vero non previste poi, a veder bene, forse solo da chi come Karl Rove – ma  non da lui solo – si faceva accecare dalla propria fasulla smania di onnipotenza. Per cui francamente viene più di un dubbio a leggere che adesso, Obama, personalmente ancora una volta, se ne esce con una delle frasi in assoluto più disgraziate cui i presidenti americani usano abbandonarsi custodendole lucide e pronte all’uso nella loro faretra (e che, quando decidono poi di utilizzare non più solo retoricamente e a fini di deterrenza ma, come hanno già fatto qui per due volte, da 9.973 km. di distanza o, come in Afganistan, da ben 11.134, diventano il prodromo disgraziato di guai seri).

Dice adesso, il presidente, dando retta al richiamo solito loro della foresta che “se i nostri interessi – già... quali? – fossero messi direttamente in pericolo, nessuna scelta è esclusa”. E in questa frasetta c’è tutto il risvolto strategico del disastro per al-Maliki e per gli americani...

● E, adesso? E’ questa, la nostra nuova Exit Strategy, Mr. President?   (vignetta)

Fonte: Khalil Bendib, 27.5.2014

E’, cioè, sarebbe oggi possibile anche un’altra invasione? o escludendo, come viene pure lasciato capire, truppe di terra – come le chiamano – una campagna di bombardamenti aerei? magari stavolta coi droni invece che coi vecchi B-52 e o i moderni B-2 Stealth? (White House, conferenza stampa col premier australiano Tony Abbott, 12.6.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/06/12/remarks-president-obama-and-prime-minister-abbott-australia-after-bilate).

E’ questa, infatti, ormai la richiesta manifestata in pubblico e senza più remore dal premier Maliki agli americani (Guardian, 18.6.2014, M. Weaver, T. MacCarthy e Raja Jalabi, Baghdad requests U.S. air strikes against sunni militantsBagdad chiede agli americani di tornare a bombardare i militanti sunniti [intervenendo così dritto dritto nella guerra civile] ▬ http://www.theguardian.com/world/middle-east-live/2014/jun/18/iraq-crisis-maliki-sacks-officers-and-calls-for-national-unity-live-updates) – e proprio al presidente che s’era vantato, malgrado tante contraddittorie sue titubanze, di avere comunque tirato fuori l’America dalla disgraziata e sbagliata guerra dell’Iraq – anche se ormai alla possibilità di conquistare e arrivare a controllare un territorio senza sfangarselo a terra, metro per metro, ormai non ci crede nessuno, meno che mai, poi, i jihadisti.

E, ancora una volta, Barak Hossein Obama cede alla compulsione pavloviana del ripetere il già detto e già fatto, ri-pappagalleggiando forse per la quindicesima volta parlando di Siria, Afganistan, Iran, e più prudentemente anche di Cina e di Russia, di “non escludere nulla dalle opzioni che sono sul tavolo” e che deciderà dopo averle soppesate tutte... studiando tutte le opzioni che ha (scommettiamo che alla fine ripiegherà sull’arma più equivoca e niente affatto poi quella più efficace che ha a disposizione, i suoi amati droni.  418 dei quali, comunque, un numero ben più elevato di quello finora riconosciuto, sono stati abbattuti – o, come si dice nel gergo ufficiale, sono andati “perduti”: manco fossero temperatite qaulunque... – dal 2011 a oggi, nell’era del loro super-utilizzo voluto da Obama― 200 solo tra Iraq e Afganistan (Washington Post, 20.6.2014, Craig Whitlock, When drones fall from the skies Quando i droni cascano giù dal cielo http://www.washingtonpost.com/sf/ investigative/2014/06/20/when-drones-fall-from-the-sky).

E adesso il presidente si mette davvero a studiarle, quelle opzioni... ma poi dice – quasi subito (White House, 19.6.2014, Dichiarazione sulla situazione in Iraq ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/ 06/19/remarks-president-situation-iraq) che no, i soldati americani non torneranno con lui presidente a combattere sul terreno in Iraq: che riceverà, certo, altri 300 consiglieri USA sul terreno – con funzioni programmaticamente non combattenti però (ritornello che si era sentito anche in Vietnam, però, all’inizio di quella guerra: c’è chi sostiene, senza neanche scherzare troppo che, nell’America del 2014, la traduzione della parola “Vietnam” in arabo corre il rischio di essere proprio “Iraq”...).  Anche se ora vuole affermare, il presidente americano, con forza che è necessario a Bagdad “un nuovo governo inclusivo” e che “tutti i leaders iracheni hanno il compito di elevarsi al di sopra delle loro divergenze e mettersi insieme”.

Poi si viene anche a sapere che, in ogni caso, agli Stati Uniti – per mettere insieme l’intelligence di cui hanno bisogno per arrivare a decidere sull’ISIL e la sua offensiva in Iraq – potranno servire anche “diverse settimane”, anche se il 25 giugno Iraq e USA hanno aperto un nuovo centro operativo congiunto di intelligence a Bagdad (MalayMailonline, 27.6.2014, US intelligences take time to gather data before any attacks on ISIL in Iraq― I servizi di intelligence prendono tempo per reperire datri prima di ogni attacco all’ISIL in Iraq ▬ http://m.themalaymailonline.com/world/article/us-intelligence-take-time-to-gather-data-before-any-attacks-on-isil-in-iraq). 

 Ma è proprio il tempo che non c’è più e la serietà dell’impegno americano che – comprensibilmente, sia chiaro dopo esserne appena uscito – non intende ri-infilarsi dentro la trappola. Qui la situazione sul campo resta dinamica e fluida (Stratfor – Global Intelligence, 26.6.2014, Iraq Update: Clashes Continue Across Sunni Areas― Aggiornamenti: gli scontri proseguono attraverso tutte le aree sunnite dell’Iraq http://www.stratfor.com/analysis/iraq-update-clashes-continue-across-sunni-areas#axzz35Y9t M6Ej).

Vattene!!!   (vignetta)  

Gli USA inviano 300 consiglieri in Iraq

 

Fonte: : INYT, 6.6.2014, Patrick Chappatte

 (l’unico problema è che i frollocconi che, pare, oggi lo chiedono, lo chiedano insieme

ai jihadisti estremisti che crocifiggono cristiani e massacrano eretici sunniti a go-go...)

Come non è mai stato questo di al-Maliki, da tre mandati pieni – rispettoso, cioè, anche delle sensibilità dei sunniti che pur essi abitano questo disgraziato e antichissimo paese... e questo, va detto Osama dovrebbe per onestà ma non osa dirlo – pure se sono proprio e soprattutto americane (di Paul Bremer, di Dick Cheney, di chi lasciò loro man libera alla Casa Bianca e, in sostanza, dunque di Bush) le responsabilità di aver attizzato e esacerbato dall’inizio, diciamo a partire dal 2003, il settarismo cui risale la responsabilità di aver aiutato a esplodere la crisi attuale (vedi qui sotto, qualche pagina avanti, la ricostruzione di come nasce questa tragedia specifica all’interno della tragedia irachena: in Guardian, 18.6.2014, Najim Abe al-Jabour: v. link qui sotto).

Ma è vero che adesso, Washington va predicando un po’ meglio del solito, sembra anche con qualche effetto, per fortuna dell’Iraq stavolta, nel formarsi di una coalizione che tiene conto anche del parere di curdi e sunniti per cacciare via Maliki dal governo e cambiarlo: radicalmente (New York Times, 19.6.2014, A. J. Roubin e R. Nordland, Iraqi Factions Jockey to Oust Maliki, Citing U.S. Support Le fazioni irachene, citando il sostegno americano, brigano per cacciare Maliki http://www.nytimes.com/2014/06/20/world/ middleeast/maliki-iraq.html?hpw& rref =world &_r=0).

Ma non è che ormai sia troppo poco e troppo tardi, con l’offensiva dell’ISIL arrivata quasi alle porte? E col primo ministro che, in ogni caso, di cedere il posto a qualcun altro anche del suo stesso partito o coalizione ma più “accettabile” ai sunniti, non ne vuole in ogni modo sapere (dice che “ogni appello a un governo nazionale di emergenza sarebbe un golpe anticostituzionale e contro il processo politico democratico da parte di chi vuole buttare via la costituzione per far fuori la giovane democrazia che abbiamo instaurato – si fa per dire... e  il senso del voto degli elettori”). Insomma, per chi non ci sta l’unico ricorso così diventa la prova di forza. Ma non è affatto detto, ormai, che lui sia in grado di vincerla... (Guardian, 25.6.2014, M. Tran, Iraqi prime minister rejects pleas for government of 'national salvation'― Il premier iracheno respinge ogni appello per un governo di ‘salvezza nazionale’ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/25/iraqi-prime-minister-rejects-calls-salvation-government).

Pare che il povero John Kerry, avendo appena lasciato a Bagdad al-Maliki, mentre invocava a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno la buona volontà del presidente curdo, Masoud Barzani, quasi implorandolo a non perseguire uno Stato autonomo e a non rompere con Maliki ma a entrare, invece, nel suo governo, si sia sentito chiedere se era al corrente del fatto che Maliki rifiuta anche solo di parlarne e gli passa il ritaglio di un’agenzia di stampa che riferisce le sue parole. Una volta tanto lasciandolo letteralmente basito. Come ormai capita sempre più spesso a gli interdetti diplomatici americani (New York Times, 24.6.2014, M. R. Gordon, Kerry Implores Kurdish Leader to Join a Government and Not Break Away― Kerry implora il leader dei curdi a entrare in un governo di unità e a non rompere con Bagdad http://www.nytimes.com/2014/06/25/world/middleeast/kerry-kurds-iraq.html).

E, subito, al rullo dei tamburi di Maliki, risponde il parlamento convocandosi il 1° luglio per eleggere il nuovo primo ministro, designato da al-Maliki, ma senza allargare di un metro la dimensione, la presa – etnica, religiosa e politica – della maggioranza di al-Maliki. Il vice presidente della Repubblica Khudeir al-Khuzaie ha detto che si lavorerà ad allargarla ma alle condizioni di quella relativa attuale― e se no che maggioranza è, anche se solo per ora appunto relativa? 92 deputati sui 328 del collegio parlamentare.

Secondo la Costituzione, tanto carao a al-Maliki, adesso il Majlis― il Parlamento deve eleggere un suo presidente e due vice e poi, entro un mese, scegliere un nuovo presidente della Repubblica che avrà 15 giorni per chiedere al blocco più numeroso di deputati – quelli di Maliki – di scegliere il premier e formare il nuovo governo. A quel punto il primo ministro designato – che sarà uno dei ministri attuali di Maliki, il più succubo a lui – ha 30 giorni per presentare il governo al Majlis dove, però, non avrà neanche allora la maggioranza (New York Times, 26.6.2014,   e Iraq parliament to meet in step to form new government― Il parlamento iracheno si riunisce per cominciare a formare il nuovo [si fa, ovviamente, per dire] governo http://www.nytimes.com/2014/06/27/world/ middleeast/iraqi-parliament-to-meet-to-form-new-government.html?_r=0)... Sempre che, poi, riesca a arrivarci a quel giorno.

●C’è poi anche l’offerta, improvvisamente ma anche al momento giusto, avanzata a Maliki da Putin – di sostenerlo fino infondo “come sarà possibile e utile contro tutti i jihadismi estremisti e assassini” – che arriva anche ad incoraggiarne, con molta più riservatezza e attenzione alle suscettibilità anche soggettive di quanto mai lo siano stati e lo siano gli americani, la capacità sempre finora respinta, anche e soprattutto per responsabilità proprio di Maliki, di lavorare alla ricerca indispensabile di compromessi e mediazioni giuste. Esigenza di cui nelle parole di Putin c’è, per fortuna, l’eco: si spera abbastanza avvertibile perfino da al-Maliki.

E’ una dichiarazione di “interferenza” esplicitamente differenziata rispetto alla posizione degli USA, anche se in alcuni aspetti, di merito – la necessità di un’apertura interna all’opposizione sunnita non jihadista – è poi anche coincidente... Supportata, anche, dalla presenza nei ranghi delle forze armate irachene di una quarantina di elicotteri d’assalto russi Mi-28 NE, quelli che gli americani – che ne hanno una rispettosissima stima tecnica – chiamano “cacciatori della notte” venduti e in parte, quasi un terzo, “regalati” a Maliki l’anno scorso in un contratto complessivo anche di manutenzione per 4,3 miliardi di $. Una capacità di intervento aereo senza di cui dai cieli l’esercito iracheno non avrebbe possibilità di attaccare l’ISIL e le forze sue alleate sul campo.

In ogni caso, la dichiarazione e la decisione di Mosca di inviare, contestualmente all’immediato arrivo di esperti russi una decina di caccia Sukhoi SU-25 per rimpinguare le scorte dell’unica arma – quella aerea – che nell’immediato riesce a dare un vantaggio ai governativi contro i ribelli, sono suonate a Washington – lo hanno riconosciuto molti subito – come un implicito ma trasparente richiamo agli USA, dove un po’ di sana prudenza e moltissimi dubbi sulla capacità di sopravvivere della dirigenza che loro hanno lasciato in carica hanno bloccato da tempo ogni vendita o cessione di aerei militari al governo (NINA/National Iraqi News Agency/Bagdad, 29.6.2014, First portion of Russian fighters arrive to Iraq I primi caccia russi arrivano in Iraq http://www.ninanews.com/english/News_Details.asp?ar95_VQ= HFELID).   

Sono anche arrivate notizie attentidibili che “l’Iran sarebbe anche pronto a ridare indietro all’Iraq almeno alcuni degli aerei militari che nel 1991 (New York Times, 28.1.1991, C. Hedges, WAR IN THE GULF: Battle Report; Iraq's Warplanes Continue To Seek Safe Haven in Iran― GUERRA DEL GOLFO - rapporto dal fronte: gli aerei da guerra iracheni continuano a trovare un santuario in Iran http://www.nytimes.com/1991/01/28/world/war-gulf-battle-report-iraq-s-warplanes-continue-seek-safe-haven-iran.html),  all’inizio della prima guerra dei Bush, quella del gen. Schwarzkopf che l’ONU – diciamo – dichiarò legale per “liberare” il Kuwait restituendolo – a proposito di liberazione! – alle tenere cure della dinastia al-Sabah, “Saddam Hussein fece volare a Teheran per sottrarli alla distruzione” dell’armata aerea dei B-52americana”.

Sono aerei che “includono 24 caccia Mirage F-1 e 80 caccia-reattori di fabbricazione russa (New York Times, 29.6.2014, Rod Nordland, Iraq Says Russian Experts Have Arrived to Help Prepare Jets for Fighting L’Iraq informa che gli sono [già] arrivati i tecnici russi per aiutare a mettere in linea di combattimento  i caccia già arrivati ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/30/world/middleeast/iraq.html).          

La dichiarazione di Putin è stata accompagnata, polemicamente ma anche utilmente, speriamo, dalla condizione – poi, certo, si vedrà... – che, al contrario di quanto scelsero di fare gli USA nel 2003 lì e, più sporadicamente, gli Stati che, nel cosiddetto Levante, hanno scelto adesso di mandare in campo loro truppe più meno regolari contro il governo siriano, in Iraq anche e perfino contro i jihadisti l’intervento aereo di paesi terzi dovrà essere autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Washington Post, 20.6.2014, (A.P.), Putin speaks to Iraqi PM, espresses support― Putin parla col premier irachenoe esprime il suo appoggio  [poi, a veder bene però, condizionato a un suo diverso comportamento all’interno e all’autorizzazione dell’ONU...] http://www.washington post.com/world/europe/putin-speaks-to-iraqi-pm-express es-support/2014/06/20/97651afa-f897-11e3-af55-076a4c5 f20a0_story.html). 

Una parola sul punto. L’esito assolutamente disastroso della cosiddetta guerra al terrorismo l’ha adesso svelato e portato in primissimo piano proprio lo scoppio del bubbone di questa sua figliolanza mutante in tutto l’Iraq. Quel fine intenditore di politica e di equilibri internazionali che è il premier britannico David Cameron ha dichiarato il 18  giugno che l’ISIL, respinto anche da al-Qaeda per il suo eccessivo estremismo e settarismo, dopo anni di guerra al terrorismo, costituisce “la minaccia finora maggiore che la Gran Bretagna abbia mai dovuto combattere alla sua sicurezza”― insomma a sentire il cog**one, peggio di Hitler... I realtà, è la confessione che, prima di noi Blair ma anche noi poi, qui non ne abbiamo azzeccata una che è una.

E, oggi, dopo undici anni dall’invasione all’Iraq e dall’annientamento di Saddam Hussein, identificato sbagliando tutto come nucleo e fulcro della guerra al terrore, la Gran Bretagna è costretta (retoricamente si capisce solo retoricamente) a evocare la possibilità (se lo fa l’America, anche Londra, noblesse oblige – oddio, noblesse... – è tenuta a far eco) di dover tornare sul luogo della propria umiliazione strategica (neanche il mi-si-rizzi francese stavolta fa tanto), visto che le conseguenze del proprio frollocchismo si scatenano adesso in un paese già devastato dalla propria insipienza.

Nella realtà, l’ISIS costituisce la truppa d’assalto della rivolta arabo sunnita – appoggiata dagli ex ba’athisti e da altri gruppi della vecchia resistenza – contro il governo a guida sci’ita di Nouri al-Maliki. Ma tali sono le distorsioni quasi oscene della politica occidentale che gli USA e i loro compagni di viaggio sono di fatto alleati dell’ISIS e degli altri ribelli islamisti sunniti contro il regime di Assad e, invece, schierati a combattere gli stessi gruppi sunniti con lo shi’ita Maliki...

La presenza stessa degli americani e dei loro alleati NATO ha smantellato sistematicamente Stato e esercito iracheno e le infrastrutture stesse di quello Stato. E il settarismo sfrenato imposto dalla regola del divide et impera venne deliberatamente scatenato dal primo giorno dell’occupazione. Non solo venne forzato in tutta la vita pubblica la divisione religiosa e etnica voluta dal settarismo ma i comandi americani sul campo hanno sponsorizzato per anni le squadre della morte di stile salvadoregno messe in piedi dal regime per fiaccare ogni resistenza armata (Guardian, 6.3.2013, inchiesta di  Mona Mahmood, Maggie O’Kane e altri, From El Salvador to Iraq: Washington's man behind brutal police squads― Da El Salvador all’Iraq: l’uomo di Washington dietro agli squadroni della morte ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/mar/06/el-salvador-iraq-police-squads-washington?guni=Article:in%20 body%20link).

A questo punto – mentre diversi segnali sembrano mostrare che sarebbe già in realtà troppo tardi per Maliki una svolta capace di incidere sui nuovi equilibri/squilibri (a Baiji sembra, per esempio, che il 23 giugno la grande raffineria sia effettivamente ormai controllata dall’ISIL che avrebbe dato l’ordine a chi ci lavora di continuare a produrre sotto pena di morte e di consegnargli però tutta la produzione, ovviamente,sempre sotto pena di morte – sembra proprio che – forse e neanche è sicuro, poi – solo una netta rottura, forzata da uno almeno dei principali attori politici iracheni – dai suoi, cioè, se non personalmente da lui – dello schema del settarismo e della divisione etnica inculcato al paese negli ultimi dieci anni in modo sistematico dalle scelte sciagurate di Bush e di Blair può forse mettere l’alt alla frammentazione avanzante.

Certo, non è stato Bush a inventarsi il settarismo in Iraq. C’è sempre stato e Saddam, dalla parte sunnita allora al potere non c’era davvero andato leggero, né coi curdi né con gli sci’iti. Ma come ha fatto ben notare uno che conosce bene Iraq e Medioriente – un americano ovviamente (sono coloro che studiano più e meglio tutto, loro, ma poi su quasi tutto combinano i peggiori casini), un vecchio amico che lavora sempre, un po’ disperato, nel servizio diplomatico a Bagdad e di cui non sono perciò autorizzato a dirvi adesso il nome – “a noi americani piace tanto credere che la violenza settaria sia puramente e semplicemente la continuazione di un odio – di odi – antichi. Ma la verità è che abbiamo aggredito un paese etnicamente e religiosamente diverso e ne abbiamo distrutto noi il tessuto sociale” su cui comunque si basava e, comunque, per decenni di realtà statuale e secoli di convivenza complessa era sopravvissuto.

Il problema è sicuramente di più lungo periodo. Il mondo arabo tutto sta vivendo sotto la ricaduta caotica di un secolo di tentativi di controllarlo e di controllarne le risorse. La crisi, adesso, non potrebbe che peggiorare con altri interventi che continuassero a andare nello stesso senso. Il futuro dell’Iraq, o della Siria, o di qualsiasi altro paese di questa disgraziata regione non potranno disegnarlo e realizzarlo che gli iracheni, i siriani e, certo, non più altri – nessuno – da fuori. Non più, ormai (Guardian, 18.6.2014, S. Milne, More US bombs and drones will only escalate Iraq horrorAltre bombe e altri droni americani non farebbero che rilanciare l’orrore in Iraq http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jun/ 18/us-bombs-drones-escalate-iraq-arab-world-west).

In realtà non ci credono neanche gli americani all’efficacia di riprendere i loro bombardamenti – perché ormai è dimostrato che così non funziona mai in guerra: con una forte presenza aerea prepari un’avanzata e anche, magari, una vittoria; ma non la conquisti mai – e, infatti, il 12 giugno cominciano a ritirare il personale che ancora hanno alla base aerea di Balad, alla periferia di Bagdad, per il programma di assistenza e di vendita di equipaggiamento militare all’Iraq, come ha riferisce, per esempio, Al Arabiya (Stratfor, 13.6.2014, Iraq: U.S. Companies Evacuate Air Base North Of Baghdad Iraq: le aziende americane evacuano la base aerea a nord di Bagdad http://www.stratfor.com/situation-report /iraq-us-companies-evacuate-air-base-north-baghdad).

Intanto l’America fa arrivare nel Golfo la portaerei nucleare USS George H. W. Bush (il padre, che però è ancora in vita anche lui: abitudine solo americana e veramente di pessimo gusto), da 103.000 tonnellate, che però aggiunge poco alla forza d’attacco aereo di cui dispongono già nell’area gli americani, ad esempio ma non esclusivamente nella grande base aerea di al-Udeid in Qatar.

●In Iran, la Guardia della Rivoluzione, il corpo militare di élite (Wall Stret Journal,  12.6.2014, Farnaz Fassihi, Iran Deploys Forces to Fight al Qaeda-Inspired Militants in Iraq L’Iran invia sue truppe contro i militanti di ispirazione al-Qaedista in Iraq http://online.wsj.com/articles/iran-deploys-forces-to-fight-al-qaeda-inspired-militants-in-iraq-iranian-security-sources-1402592470), più vicino alla Guida suprema che alla presidenza della Repubblica, rende noto di aver disposto l’invio immediato in Iraq, su richiesta specifica di quel governo, per fermare l’avanzata dell’ISIL specialmente nella zona di Tikrit, di due suoi battaglioni di specialisti (in tutto sui 3-4.000 soldati).

E ufficiosamente, ma con un segnale di grande rilevanza politica, Teheran fa sapere a Washington che, stavolta e nelle specifiche condizioni date, non avrebbe obiezioni all’entrata di navi americane nel Golfo Persico (Guardian, 14.6.2014, Spencer Ackerman, US sends aircraft carrier to Persian Gulf as Obama considers air strikes in Iraq― Mentre Obama considera raids aerei in Iraq [contro i jihadisti sunniti], gli USA inviano una portaerei nel Golfo Persico http://www.theguardian.com/world/2014/jun/14/aircraft-carrier-iraq-isis-strike-persian-gulf).

Poi, il vice capo di stato maggiore delelForze armate iraniane, Masud Jazayen, annuncia che il suo paese è pronto a inviare al governo iracheno altri aiuti militari, compresi droni di sorveglianza e da caccia di produzione sua nazionale, oltre a quelli già consegnati, per aiutarlo a combattere contro i ribelli jihadisti sunniti (Stratfor, 28.6.2014, Iran Ready To Send Iraq Drones To Help Fight Rebels L’Iran pronto a inviare i suoi droni per aiutare l’Iraq a combattere i ribelli http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-iran-ready-send-drones-help-fight-rebels#axzz361aXF1Iu).

Intanto è la Siria il primo paese straniero a intervenire direttamente in aiuto a Maliki contro l’ISIL, bombardando le truppe del nemico, che è anche il suo dichiarato, in territorio iracheno― lui ha specificato nelle vicinanze del confine di al-Qaim, ma anche di non averne avanzato richiesta specifica: però ringraziandoli pubblicamente, di cuore. Ma in Senato, a Washington, scatta immediato l’allarme per l’eventuale interesse al tema di Teheran.

Gente come il repubblicano McCain, autoproclamato esperto di cose militari soprattutto per essere stato prigioniero di guerra in Vietnam per cinque anni (1967-1973), e quello che perse la Casa Bianca contro Obama nel 2008, sente il bisogno di mettere in guardia l’Iran sull’ “inaccettabilità di intromissioni esterne nelle cose irachene”... Lui, capitan America come si autodipinge, che sproloquia di non intromettersi nelle cose dell’Iraq!!! Più serio, preoccupato sì ma anche meno superficiale, sembra per fortuna, stavolta l’atteggiarsi del governo e anche dell’opinione pubblica in generale.

Cominciano a venir fuori, anche se solo per ora ipoteticamente, accenni a qualche possibile sforzo congiunto di americani e iraniani per smorzare l’impeto forsennato dell’offensiva jihadista estremista contro il governo iracheno. Sarebbe la prima occasione del genere, inconfessabile e inconfessata, tanto in America che in Iran, ma estremamente utile agli americani da qundo condivisero cruciali spunti di intelligence contro i talebani nell’immediato dopo 11 settembre.

Quando poi, insulsamente, l’America di Bush pensò bene di lasciar cadere tutto nella presunzione sua di superpotente onnipotenza poi svelatasi del tutto vuota (New York Times, 13.6.2014, R. Gladstone, T. Erdbrink e M. R. Gordon, U.S. and Iran Hint at Joint Effort to Quell Iraq Insurgecy USA e Iran accennano a uno sforzo congiunto [o, almeno, contemporaneo] per smorzare l’insurrezione in Iraq http://www.nytimes.com/2014/06/17/ world/middleeast/us-and-iran-signaling-new-joint-effort-in-iraq-crisis.html?hp&_r=0&gwh=DE6D541E81A597296 9ED66C43495FF9D&gwt=pay&assetType=nyt_now).

In un discorso celebrativo della nascita del dodicesimo Imam (nel credo sci’ita, Muhammad al-Mahdi (869-941 d.C.) non morto, però, secondo la shi’ia, ma solo “occultato” da Allah che tornerà un giorno sulla terra a ristabilire la pace tra tutti i popoli) largamente dedicato a tematiche di ordine religioso, il presidente della Repubblica dell’Iran Rouhani, accennando all’Iraq e al pericolo che su quel popolo incombe per le atrocità cui, denuncia, regolarmente si abbandonano gli adepti dell’ISIL, ha proclamato “a nome del governo della Repubblica islamica dell’Iran che non tollereremo azioni violente e terroristiche di questo genere e che quindi, come abbiamo annunciato alle Nazioni Unite, resisteremo e respingeremo l’estremismo nella regione mediorientale e nel mondo”.

In effetti, stanno arrivando – ma, anche qui, per lo più incontrollate e incontrollabili: però, purtroppo, stavolta anche credibili – notizie e voci di esecuzioni in massa di centinaia di soldati sci’iti dell’esercito regolare trucidati a Mosul e poi a Tikrit il 12 giugno dopo la resa dai miliziani dell’ISIL. Alimenta queste informazioni, ancora da verificare, un portavoce dell’Ufficio iracheno delle Nazioni Unite per i diritti umani (Hürriyet/Istanbul, 13.6.2014, ISIL militants 'executed 1,700 Shiite soldiers', UN alarmed― L’ONU allarmata: esecuzione di 1.700 soldati sci’iti da parte di militanti dell’ISIL ▬ http://www. hurriyetdailynews.com/isil-militants-executed-1700-shiite-soldiers-un-alarmed.aspx?pageID=238&nID=67754& NewsCatID=352).

La conseguenza immediata è che, già il 26 giugno, centinaia e migliaia i rifugiati a scappare dalle aree dell’Iraq controllate ormai dai ribelli sunniti ammassandosi ai confini del Kurdistan iracheno e venendovi anche, almeno per l’immediato, accolti e aiutati. Secondo le notizie, si tratta soprattutto di turkmeni sci’ti in fuga dai villaggi vicini a Mosul (NBC News, 26.6.2014, Fleeing Iraqi families crowd Kurdish checkpoints I confini col Kurdistan affollati da famiglie irachene in fuga http://www.nbcnews.com/news/world/ fleeing-iraqi-families-crowd-kurdish-checkpoints-n141356): e anche questo fattore, oltre alla dipendenza di Bagdad dalle forze di sicurezza curde, i peshmerga, aumenta la presa e il peso del governo di Erbil nei confronti di quello centrale che appare sommerso dai guai (Stratfor – Global Intelligence, 19.6.2014, Iraq's Kurds Could Find Leverage With Baghdad in Fighting Sunni Militants I curdi dell’Iraq possono trovare maggior presa su Bagdad combattendo contro i militanti sunniti http://www.stratfor.com/analysis/iraqs-Kurds-could-find-levera ge-baghdad-fighting-sunni-militants#axzz35Y9tM6Ej).

Poi sembra – bisogna ancora prudentemente verificare anche le immagini, non le notizie e le voci soltanto: una serie di video di fonte islamica ma anti-jihadista, probabilmente messe in rete dagli Hezbollah libanesi; ma si tratta anche, avendolo loro stessi rivendicato e poi solo in parte smentito ma, ancora, reclamato a proprio vanto di video originariamente girati e volutamente diffusi secondo prassi terrorista verace proprio dall’ISIL (lo scopo del terrorismo, in fondo, è la pubblicità: è proprio terrorizzare).

Ed ecco qui, allora – avvertendo della durezza orripilante, del rigurgito morale irrefrenabile che queste immagini impongono a chi le osserva, come è opportuno fare – i links a questi video atroci che in rete è possibile già oggi, il 15 giugno, reperire on-line: (cfr. islamicinvitationturkey, 12.6.2014 ▬ http://www.islamicinvitationturkey.com/2014/06/12/video-shows-the-brutal-massacre-by-isil-in-iraqs-mosul)...

Il punto politico è che, naturalmente, il Supremo Consiglio nazionale di sicurezza della Repubblica dell’Iran ha, in effetti, deciso che non può essere consentito all’ISIL di distruggere il governo al-Maliki e di prendersi Bagdad. Sembra chiaro ormai che un intervento iraniano non solo è possibile ma probabile e che malgrado gli anatemi di brillocchi come il sen. McCain, l’America non farà neanche troppe obiezioni.

●E, poi, il 13 mattina arriva un appello pesante della massima autorità religiosa e morale dell’Iraq, personalmente rispettato anche da molti tra i sunniti meno fanatici, tale però più per autorevolezza che per rango o potere politico esercitato, tanto più importante perché rarissimo, del Grande Ayatollah Ali al-Sistani, che esprime la crescente angoscia della maggioranza sci’ita del paese a fronte di un movimento sunnita militante e ormai jihadista che, sgretolato e in via di frantumazione nella vicina Siria da parte di quel governo, qui e con queste ambizioni prova a risorgere: mettendo insieme anche i resti dei lealisti perinde ac cadaver di Saddam Hussein.

Ora dice l’appello dell’85enne al-Sistani – che ha sempre combattuto e resistito contro Saddam e poi ha sempre tenuto lontani da sé gli occupanti americani, considerati insieme parte liberatori e parte oppressori e invasori – “la responsabilità legale e nazionale di chiunque possa reggere un’arma e difendere il paese, i suoi cittadini e i nostri luoghi santi” è schiacciante e prevale su ogni altra considerazione. Chiunque, sottolinea con forza: non solo, cioè, gli sci’iti. Compresa quella che, solo per l’immediato oggi e domani sotto l’attacco dei jihadisti, chiaramente considera lui stesso – che pure è, più che il simbolo vivente, proprio l’anima degli  sci’iti iracheni – come la necessità di cambiare Maliki.

Con un premier, soggiunge, più “efficiente e capace” di dar vita a un governo allargato alla capacità di rappresentare il popolo tutto: come lo chiamano gli americani un governo “inclusivo” (Guardian, 20.6.2014, M. Chulov, Iraq's highest Shia cleric adds to pressure on Maliki over Isis insurgency― Il massimo leader religioso sci’ita aggiunge pressione su Maliki per l’insurrezione dell’ISIS ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/ jun/20/iraq-highest-shia-cleric-maliki-isis-insurgency-ayatollah-sistani).

Il fatto è che, però, con questa insorgenza hanno ripreso oggi fiato i veri sconfitti dall’invasione americana di dieci anni fa e della decisione USA del 2006-2007 di aiutare la maggioranza sci’ita con la formazione del governo al-Maliki anche incrementando, con quella che chiamarono la loro “impennata” militare l’intervento bellico a sconfiggere le resistenze allora forse ancora gestibili― allora, i sunniti erano in seconda fila ma addirittura anche dentro la maggioranza di governo (New York Times, 13.6.2014,   e  Iraqi Shiite Cleric Issues Call to Arms Against Sunni Militants ― Il [massimo] leader religioso sci’ita fa appello a prendere le armi contro i militanti sunniti http://www.nytimes.com/2014/06/14/world/middleeast/iraq.html?_r=0).

E oggi – nemesi? ironia della storia? – le forze esterne che possono forse – forse... – aiutare al-Maliki e il governo sci’ita a respingere gli al-Qaedisti che dalla Siria hanno adesso spostato l’assalto in Iraq insieme ora hanno gli stessi interessi, anche se non li confesseranno poi mai: americani e iraniani. Forse qui per ora sarà possibile però praticarle con maggior decisione di quanto possano farlo in Siria.

Lì, ormai perfino Obama è arrivato a capire – anche se ancora non molti tra i nesci che sono i suoi consigliori, e ancora lo illudono di trovare davvero qualche ribelle moderato tra gli anti-Assad – che è meglio appoggiare – se proprio si deve, il regime di Assad, duro ma in qualche modo razionale e sicuramente più equilibrato, contro quello fanatico dei jihadisti sunniti fautori del’emirato islamico globale... Lo accusano di tutto e del suo contrario in America, di restare vago e indeterminato quando articola le sue idee e contraddittorio sempre quando tenta di metterle in atto.

E hanno probabilmente ragione, ma forse non può ormai fare altrimenti, dato lo stato dell’America e oggi del suo comune sentire incapace di rinunciare alla propria presunta e sempiterna missione salvifica ma anche di riconoscere che non ce la fa più in ogni caso e dato lo stato delle sue supposte e reali alleanze e di quello dei suoi avversari.

●Trova subito, invece, un forte riscontro l’appello di al-Sistani, molto più che gli appelli del governo mollato da troppi dei suoi stessi soldati (in fondo il nome viene diretto dal “soldo” con cui nel Rinascimento  feudi e principati pagavano i mercenari... da cui dipendeva la loro sicurezza) con la presentazione di migliaia di volontari ai centri di reclutamento aperti subito in tutto il paese per respingere l’attacco dell’ISIL. Come di consueto per lui, poi, il Grande Ayatollah non si è rivolto solo agli arabi sci’iti ma, con la cacità anche di farsi ascoltare, a tutti i cittadini iracheni.

Così riscendono in massa per strada, sempre armati a punto anche essendosi nel frattempo messi volutamente da parte e sempre ben inquadrati, gli sciiti del cosiddetto “esercito del Madhi”del mullah al-Sadr, il fedelissimo al-Sistani considerato per anni il flagello sci’ita degli americani che s’era da qualche mese, di fatto e di fronte alla cieca chiusura di Maliki, ritirato a studiare teologia a Qom, in Iran; ma anche tanti sunniti non fanatici, cristiani, curdi e turcomanni che, in passato, già avevano seguito i suoi appelli e prestato attenzione alle sue indicazioni (Washington Post, 13.6.2014, Loveday Morris, Shiite cleric Sistani backs Iraqi government’s call for volunteers to fight advancing militants― Il leader sci’ita Sistani sostiene l’appello del governo iracheno ad opporsi con le armi all’avanzata dei jihadisti ▬ http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/volunteers-flock-to-defend-baghdad-as-insurgents-seize-more-ira qi-territory/2014/06/13/10d46f9c-f2c8-11e3-914c-1fbd0614e2d4_story.html).

●Ma arriva anche un’adesione importante al contrario, di stampo lealista, dal campo sunnita a al-Maliki: sheick – sceicco è un titolo unicamente onorifico, riconosciuto dalla vox populi come il capo di una famiglia, di una tribù o di un gruppo – Ahmed Abu Risha, guida della maggioranza sunnita della provincia di Anbar, annuncia di schierare col governo centrale le sue forze – che in buona misura appaiono nei fatti seguirlo – contro i militanti jihadisti. Ed è la prima di diverse indicazioni che cominciano a emergere del fatto che il sostegno a al-Maliki non è del tutto evaporato tra i sunniti che non vogliono tutti schierarsi sotto i fondamentalisti estremisti (Agenzia Bloomberg, 14.6.2014, Zaid Sabah ― Anti-al-Qaeda Sunni Group Backs Iraq’s Shiite Government Gruppo sunnita anti al-Qaedista appoggia il governo iracheno sci’ita http://www.bloomberg.com/news/2014-06-14/head-of-sunni-anbar-awakening-council-pledges-support-to-maliki.html).

Subito la notizia appare bilanciata da quella pressoché simultanea che un altro sceicco  a capo di unìaltra tra le grandi tribù arabe dichiara il suo aperto sostegno ai rivoluzionai dell’ISIL. Si tratta di Ali Hatem al Suleiman al Dulaymi, che smorza appena l’appoggio invitandoli a non uccidere “indiscriminatamente” gli sci’iti. E’ un commento importante rivelando che i clan sunniti della tribù Dulaymi collaborano con i combattenti dell’ISIL, pur rifiutandone l’interpretazione rigida, univoca, dei dettati dell’Islam. Sembrano fiduciosi di riuscire a “moderarlo”, se e quando il governo al-Maliki deciderà di fare concessioni politiche ai sunniti.

Perché, spogliato degli eccessi estremisti feroci del jihadismo sunnita, questo scontro è una manifestazione della lotta a molti livelli e dimensioni tra le correnti islamiche per il controllo dell’Iraq e delle sue risorse, specie il petrolio. I sunniti hanno, in effetti, riaperto il dossier su chi alla fine dovrà governare il paese. Tra i sunniti molti non hanno rinunciato al progetto di riprendersi Bagdad e tornare a governare l’Iraq. Ma altri potrebbero mirare, più ragionevolmente, a moderare ler scelte irresponsabilmente settarie di al-Maliki e dei suoi, contando forse anche sulla ritrosia americana a dargli una mano così, a scatola chiusa.

E’ anche per evitare lo spettro di un crollo verticale del suo regime che, a Bagdad, Nouri al-Maliki ha licenziato in tronco quattro dei massimi generali al comando delle truppe regolari, addestrate dagli americani, che se la sono data a gambe di fronte all’assalto dell’ISIL a Mosul e altrove e ne ha mandato uno alla corte marziale. Ma è tipico della cecità che lo ha portato qui il rifiuto a cercare una qualche riconciliazione con i sunniti, non necessariamente poi proprio o solo con l’ISIL. Lasciando dichiarare a un suo portavoce che questa è una guerra e che, in guerra, non ci si riconcilia con il nemico...

Tutto considerato, a questo punto, si fa anche probabile, però, una controffensiva che dovrebbe poter fermare e costringere anche ad arretrare l’avanzata al-Qaeda/jihadista che in un primo momento era sembrata pressoché inarrestabile, non fosse altro per la forza del numero e delle armi pesanti in dotazione alle truppe regolari. A meno, però, di uno schierarsi aperto ed in massa delle tribù sunnite, per la disperazione cui l’intransigenza di Maliki le costringesse, dalla parte dell’ISIL.

Il 14 giugno, in effetti, le forse di sicurezza del regime iracheno dichiarano di aver fermato gli islamisti estremisti e aver ripreso il controllo delle cittadine di Ishaqi, al-Mutasim e Duluiyah, del Governatorato di Salah ad Din (Saladino, come lo chiamiamo noi: Tikrit, Samarra...) sottraendole all’ISIL: si tratta della regione del paese subito a nord di Bagdad. Anche nel governatorato di Diyala, a nord-est della capitale, le forze governative col sostegno di miliziani sci’iti ma anche di lealisti sunniti, si sono scontrate con gli aggressori ma non sono riuscite a respingerli nettamente  dovendo loro concedere la cattura dei villaggi di  Sansal, Al-Haruniyah e Nawfal,  a un’ottantina di Km. a nord-est di Bagdad.

In definitiva, notizie contraddittorie, tali anche per la necessità che le parti hanno di vantare e mentire sulle proprie conquiste e sconfitte. Ma, in sintesi, sembra ragionevole concludere che intorno al 20 di giugno l’ISIL sia stata fermata a un’ottantina di Km. a nord della capitale.

All’inizio di questo processo che ha portato adesso a una seconda guerra civile e allo sfaldarsi dell’Iraq, c’è insomma il 2003, i primi mesi dopo l’invasione americana, quando per “salvare” gli iracheni da Saddam l’America, Bush e, quell’incosciente del suo proconsole onnipotente in loco, Paul Bremer, a capo delle autorità dell’occupazione dissolsero da un giorno all’altro le istituzioni dello Stato iracheno, per primo l’esercito regolare, sbandandolo, e quelle del partito ba’ath dissolvendolo con una legislazione radicale e sistematica di de-ba’athificazione, lasciando il vuoto e anche peggio.

Non preoccupandosi affatto di lasciare senza alcuna adeguata rappresentanza nell’originale Consiglio transitorio di governo post-Saddam la rappresentanza sunnita (erano, e scelti dagli occupanti, solo cinque a rappresentarli a fronte del blocco di 13 sci’iti, 5 curdi e 1 turcomanno). E fu il segnale, subito chiarissimo per ogni iracheno della negazione di un futuro decente per chi tra di loro fosse sunnita. E fu anche l’inizio, nell’estate stessa del 2003, dell’appello alla resistenza anti-americana che poi, a inizio 2006, solo l’impennata di truppe americane combattenti seppe grazie alla superiorità schiacciante tecnologica – finché avvicinandosi le elezioni del 2008 Bush decise di mollare – domare (Guardian, 18.6.2014, Najim Abe al-Jabour, My Iraqi city is falling, but America's occupation unraveled all hope for unity La mia comunità, l’Irag, sta crollando, ma è stata l’occupazione americana a dissolvere ogni speranza di unità http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jun/18/iraq-city-america-occupation-tal-afar-isis).

●I fatti sul terreno e gli spostamenti che provocano, spesso anche assai repentini, nelle diplomazia e nella politica di tutti gli Stati della regione, stanno preparando pur contraddittoriamente, anche nuovi allineamenti strategici imprevisti. Ne abbiamo già accennato: potenziali, con una rinnovata e rafforzata presenza di Russia e Iran, ma anche un possibile, cauto, quasi forzato ritorno anche dell’America ma, soprattutto, ormai forse, con la preparazione di fatto e nei fatti dell’idea di una concreta ripartizione dell’Iraq in tre Stati separati, diversi, forse se si potrà uscire così dalla nuova guerra civile qualche po’ federati: sunnita, sci’ita e curdo.

Un’idea lanciata otto anni fa dall’allora leader senatoriale dei democratici e oggi vice presidente USA, Joe Biden (USA Today, 1.5.2006, (A. P.), Biden: Split Iraq into 3 Different Regions ― Dividiamo l’Iraq in tre diverse regioni ▬ http://usatoday30.usatoday. com/news/washington/2006-05-01-biden-iraq_x.htm) ma lasciata forse troppo presto cadere sotto il fuoco incrociato degli iracheni e di Bush. Che, però, oggi sembra, di forza sua, pronta a risorgere.

Il Kurdistan iracheno era stato sempre di questa idea, si capisce (e anche l’Iran, ovviamente, che mai lo ha confessato ma potrebbe ragionevolmente mirare a incorporarsi l’Iraq sci’ita e senza più sunniti e curdi al suo interno). Ma sunniti e scii’ti iracheni – questi al potere, quelli sempre sicuri di ritornarci – contrari. Oggi la novità vera è che più a favore sembri essersi spostata la Turchia, una delle vere grandi potenze regionali che ormai avrebbe riconsiderato la propria storica ostilità a uno Stato indipendente dei curdi.

Perché il fatto nuovo è che il Kurdistan autonomo ha reso possibile qualche passo avanti, non ancora conclusivo certo, coi curdi di Turchia e è stato utile anche e proprio sul piano degli scambi economici (non solo, di straforo, il petrolio) a Istanbul. Il fatto è che solo l’Iran, insieme proprio a quel pezzo di Kurdistan che incarna un altro futuro possibile, è l’unico Stato della regione geo-politicamente stabile al sud e a sud-est della Turchia.

Che finora si era sempre opposta alla formazione di uno Stato indipendente dei curdi proprio perché ne temeva al contrario la minaccia possibile ma, nei fatti, ha verificato ormai in realtà da esso contrastata con efficacia sulla stabilità della regione curda della Turchia stessa. E ora, dopo l’incursione, l’offensiva, dell’ISIL contro Bagdad e l’opposizione quieta, solida, dei curdi all’imperversare del jihadismo estremista, anche le Turchia sembra, forse, disponibile a ripensarci. E la novità se si concretizza, è strategicamente molto più rivoluzionaria della creazione stessa di uno Stato sunnita in Iraq.

●Poi dopo quello già drammatico del 10 giugno, un secondo intervento del Grande Ayatolah sci’ita Ali al-Sistani – unico personaggio cui anche i ribelli sunniti raziocinanti prestino qualche attenzione – lancia un appello sempre più accorato a tutti i blocchi politici perché concordino subito, entro il 1° luglio, su un nuovo premier, su un presidente del parlamento ed un presidente della Repubblica prima che il Majlis si riconvochi, smentendo – eccezionalmente – la sua linea di intervento “quieto” e non publico dietro le quinte: solo la seconda volta dopo i suoi appelli del 2005 che mettevano già in guardia i politici sci’iti stessi della sua parte dal piegarsi troppo alle voglie egemoniche di Bush  e dalla soluzione da lui voluta basata solo sulla forza delle armi.

Il messaggio di Sistani è chiaro: l’insicurezza dell’Iraq è tale per cui il paese stavolta e ancroa una volta non si può permettere il solito periodo plurimensile di stallo politico (The News Daily/Bagdad, 27.6.2014, Iraq’s top cleric urges quick deal on new PM Il massimo leader religioso iracheno fa appello a un rapido accordo sul nuovo premier [e su tutto il pacchetto dei capi del paese] ▬ http://www.the-news-daily.com/iraq-s-top-cleric-urges-quick-deal-on_197305).

●In Iran, il ministro degli Esteri Zarif ha reso noto di aver dovuto lasciar cadere l’invito che gli era stato fatto dai sauditi di partecipare a Jeddah al vertice dell’Organismo di Cooperazione dei paesi islamici. Il vertice coincide, infatti, con i negoziati su nucleare iraniano e sanzioni occidentali che i P-5+1 stanno per ingaggiare a Vienna. E ai quali Zarif, come capo-negoziatore della sua parte,  non può certo sottrarsi (FARS News Agency/Tehran, 2.6.2014, Iran Foreign Minister unable to attend Islamic Summit in Jeddah Il ministro degli Esteri iraniano non sarà in grado di partecipare al vertice islamico di Jeddah http://english. farsnews.com/newstext.aspx?nn=13930312001186).

●Sempre a Teheran, addirittura il Grande Ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema della Rivoluzione e numero uno effettivo di quel regime, l’incarnazione stessa del suo antiamericanismo storico, parlando in piazza nel 25° anniversario della morte del fondatore, l’Ayatollah Khomeini, da un palco immenso dove troneggiava la scritta dal taglio quasi grillesco de “l’America ormai non può più fare nulla”, ha ripreso e rilanciato – con grande e palese soddisfazione senza mai nominarlo espressamente s’intende, il messaggio di Obama della settimana scorsa da West Point (White House, President Barak Obama, Inaugural Speech, West Point, 28.5.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/ 2014/05/28/remarks-president-united-states-military-academy-commencement-ceremony).

Diceva il presidente americano, inaugurando l’anno accademico della principale scuola superiore militare del paese, che l’America deve capire e imparare, ormai, ad adoperare altri mezzi per portare avanti i suoi obiettivi di politica internazionale. Perché, al fondo, la verità è che, per dirla come lui ha ricordato all’America, “solo perché noi abbiamo il miglior martello del mondo, non significa che poi ogni problema sia un chiodo”.... Anche questa efficacissima frase di Obama, naturalmente, Khamenei non l’ha citata. Ma ad essa si riferiva, scopertamente celebrando una mutazione di fatto – sperando sempre che non si illuda, poi – del comportamento americano rispetto al mondo e, per primo, rispetto al suo paese, all’Iran. Secondo lui, sintetizza bene nel suo titolo il NYT (New York Times, 4.6.20134, T. Erdbrink, Iran’s leader Says Obama Has Removed Military Option Il leader dell’Iran afferma che Obama ha rimosso dal tavolo l’opzione militare http://www.nytimes.com/2014/06/05/world/middleeast/ ayatollah-ali-khamenei-sees-change-in-west-point-speech.html).

●E adesso si apprende che l’amministrazione americana ha deciso di sospendere per sei mesi le sanzioni sul greggio iraniano, alla luce dell’impegno e dei passi in avanti che l’Iran ha cominciato a fare per arrivare – forse – a “fermare” il programma nucleare. Dove, sulla portata effettiva di quel verbo (fermare) resta molto, però, da chiarire:

• l’Iran continua, infatti, a dire che è disposto a fermare l’arricchimento dell’uranio – tenendosi alla lettera di quanto al pari di ogni altro paese gli impone il Trattato di non proliferazione – sotto la soglia che lo renderebbe agibile per farsi le armi nucleari―  che tanto, giura, di non volere...;

• ma gli americani e, dietro, gli altri del P5+1 (i cinque membri permanenti del CdS dell’ONU più, a latere, anche l’UE) continuano a sostenere che per soddisfarli deve anche fermare la fabbricazione di missili che nel Trattato non sono di per sé non sono però vietati e la stessa ricerca avanzata sul nucleare.

Con la crisi economica, sul mercato esistono al momento fonti diverse di greggio per grandi consumatori come India e Cina che consentono loro di ridurre la dipendenza dalle forniture di Teheran, ma gli Stati Uniti hanno comunque deciso di fermare per un periodo temporaneo ma non irrilevante le restrizioni che riescono nei fatti ad imporre, soprattutto col loro dominio ancora egemone della finanza mondiale. Ora, ha dichiarato il 4 giugno la Casa Bianca, sollevando le aspre critiche del governo israeliano, però “l’Iran sta effettivamente impegnandosi a rispondere alle preoccupazioni sul suo programma nucleare”.

    (NDTV - Press Trust of India/New Delhi , 5.6.2014, Barack Obama Suspends Iran Oil Sanctions for Six Months Barack Obama sospende per un semestre le sanzioni contro l’Iran http://www.ndtv.com/article/world/barack-obama-suspends-iran-oil-sanctions-for-six-months-536215).

E pare che il presidente abbia anche deciso, finalmente, di mandare subito uno dei più esperti e maggiormente sensati tra i diplomatici di carriera americani, il sottosegretario di Stato William Burns, accompagnato – purtroppo: lei è una dottrinar-missionaria della scuola dell’interventismo “umanitario” e del dovere dell’America di predicare al mondo la buona educazione internazionale – la sottosegretaria di Stato per gli Affari politici Wendy Sherman, soprattutto amica personale di Obama, una specie di baby sitter politica, ad incontrare stavolta direttamente e faccia a faccia prima della ripresa formale del 16 luglio, a Vienna, coi negoziatori iraniani.

Poi subito dopo – informa uno di loro, Abbas Araqchi – questi si incontreranno a Roma coi corrispondenti negoziatori russi, tanto per non lasciarsi come unico riscontro diretto gli americani con i quali l’incontro – il primo faccia a faccia – non può essere rifiutato ma anche  per i negoziatori di Tehran è opportuno coprirsi le spalle dai loro fanatici intransigenti: i loro dottrinar-misssionari, quelli che col Grande satana a stelle e strisce non bisogna trattare (Guardian, 7.6.2014, (A.P.), US and Iran to hold direct talks in Geneva over nuclear programme USA e Iran a colloquio diretto a Ginevra sul programma nucleare [e sulle sanzioni] ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/07/us-iran-direct-nuclear-talks-geneva).

●La visita del presidente iraniano Rouhani in Turchia ha portato alla firma di dieci accordi economici tra i due governi, sgretolando ancora di più la logica e le basi delle sanzioni americane e di quelle europee. Riguardano in particolare aree come turismo, investimenti in infrastrutture comunitarie, export di gas naturale e sviluppo economico. Ma impegnano turchi e iraniani anche ad accordi per il momento più di principio per standardizzare comunicazioni, sistemi postali dogane e migliorare la cooperazione sul tema dell’antiterrorismo internazionale (Agenzia IRNA/Teheran, 9.6.2014, Iran, Turkey sign 10 trade, economic agreements Iran e Turchia firmano10 accordi commerciali e economici http://en.irna.ir/News.aspx?Nid=2717536).

●In Palestina, il presidente Mahmoud Abbas ha ricevuto il giuramento del nuovo governo unitario di Palestina come un passo verso il superamento della spaccatura che ha da sempre diviso Hamas da Fatah. Subito prima, Hamas aveva chiesto al presidente di cancellare la decisione annunciata di rimuovere dal gabinetto chi, già nominato da lui stesso tra gli esponenti di Hamas aveva il ruolo di ministro per il problema dei prigionieri: le migliaia di palestinesi che Israele tiene in galera, come dire, anche – e quasi sempre – preventivamente...Disputa dice poi Hamas, “risolta”prima del giuramento― anche se non spiega bene come; ma, pare, alla fine col rassegnarsi a cambiare o designato o designazione...

La disputa riassume in sé buona parte dei problemi con cui il nuovo/vecchio presidente del Consiglio, Rami Hamdallah – ex rettore dell’università di An-Najah di Nablus, linguista di fama internazionale, era già premier nel governo non unitario ma formatosolo di Fatah in Cisgiordania––  dovrà ormai fare i conti: “bilanciare – come riassume il NYT il delicato equilibrio tra realtà politica palestinese e realtà della diplomazia internazionale”.

Avrà a che fare ora con la determinazione di Israele a far fallire l’esperimento del governo unitario, l’ostilità dichiarata – e pesante – dell’America, anche di quella di Obama e, in larga parte – a rimorchio come di consueto – dell’Unione europea e anche di non pochi tra i regimi islamici, in un misto curioso di conservatori e innovatori, o che tali essi stessi si reputano (New York Times, 2.6.2014, J. Rodoren e I. Kershen, Abbas Swears In a New Palestinian Government Abbas accetta il giuramento del nuovo governo palestinese http://www.nytimes.com/2014/06/03/world/middleeast/abbas-swears-in-a-new-palestinian-government. html?hp&_r=1#).

Ma anche e perfino agli israeliani non può essere ignoto che questo è precisamente quel che dicevano, anni fa, prima Begin, poi Shamir, poi lo stesso Rabin, di Arafat e dei “terroristi di Fatah”, con cui tutti finirono col firmare poi fior di accordi... Non sempre, è vero, effettivamente onorati, nei fatti, e precipuamente per loro responsabilità.

●Facendo precedere la visita al papa del presidente Shimon Peres per l’incontro di “preghiera comune con Mahmud Abbas dall’ennesima sua provocazione mirata, il governo israeliano ha annunciato che farà costruire altre 1.500 abitazioni “solo per ebrei” a Gerusalemme est. “E’ soltanto l’appropriata reazione sionista al governo terrorista palestinese”, annuncia il ministro israeliano dell’Edilizia, Uri Ariel, che aggiunge essere poi, questo, “solo l’inizio della rappresaglia(New York Times, 5.6.2014, I. Kershner e J. Rudoren, Israel Expands Settlements to Rebuke Palestinians Israele, per vendicarsi dei palestinesi, aumenta le sue costruzioni coloniali http://www.nytimes.com/2014/ 6/06/world/middleeast/new-israeli-settlement-plans-draw-swift-condemnation.html).

L’incontro di domenica 8 giugno tra i due vecchi nemici acquisisce così, inevitabilmente, una dimensione anche tutta politica. A questo punto diventa anche evidente, però, che il pontefice cerca di posizionare la Santa Sede come tramite, forse addirittura mediatore, certo impossibile da dichiarare inviso per Israele ma sgradito a molti israeliani potenti epperò anche molto imbarazzati a rifiutarne la presenza lì, allo scacchiere della diplomazia e della politica internazionale.

Anche per la forza dirompente delle sue iniziative estemporanee, apparentemente improvvisate e per questo possenti come l’invito a pregare insieme arrivato del tutto inaspettato ai due nemici/ vicini, obbligati proprio perciò ad accettarlo. Lo sanno bene tutti, gli israeliani e i palestinesi e bene Abbas, lo sa Peres e lo sa pure Netanyahu. Sta cercando di surrogare con bel altra credibilità, papa Francesco, il fallimento del dialogo sponsorizzato dagli americani che, ancora una volta, si è dimostrato impotente a mediare davvero.

Nessuno pensa naturalmente che lunedì mattina tra Israele e Palestina scoppierà la pace”. Lo scopo – ha detto Pierluigi Pizzaballa, il francescano Custode di Terra Santa che a Gerusalemme ha preparato questo incontro, “è quello di ricreare l’aspirazione, la possibilità del sogno―  di riaprire una porta rimasta chiusa da parecchio tempo (New York Times, 6.6.2014, J. Yardley, Prayer Meeting Shows Pope’s Larger Vision― L’incontro di preghiera mostra la visione più vasta del papa ▬ http://www. nytimes.com/2014/06/07/world/pope-francis-prayer-meeting-with-israeli-and-palestinian-presidents-shows-larger-vision.html?ref=world& gwh=CDB3 24 D51B5DF38692F35EC12287FC 58&gwt=pay).

●Appena tornato, subito viene a scadenza in Israele il settennato della presidenza di Shimon Peres ed eleggono un vecchio esponente della destra tradizionale del Likud, personaggio faceto e gioviale, politicamente finora di poco rilievo, Reuven Rivlin: ma il primo capo dello Stato dopo Camp David fermamente contrario alla soluzione-chimera basata sui due Stati per i due popoli in lotta e molto osteggiato dal premier Netanyahu.

Che ha perso la battaglia sottotraccia ingaggiata contro di lui per ragioni anzitutto di antipatia personale ma anche perché gli avrebbe fatto comodo continuare a venir spalleggiato da un presidente senza potere come era Peres ma che, a livello internazionale, gli garantisse con un  atteggiamento più dialogante, qualche spazio di manovra in più. Il posto è, come si dice, largamente cerimoniale ma in occasioni cruciali in passato è anche stato influente (The Economist, 13.6.2014, Israel’s new presidentA one-stater, at last― Il nuovo presidente di Isreele – E, alla fine, arriva un partigiano di  un  solo Stato [quello ebraico: in linea teorica anche Netanyahu è, infatti, alle sue condizioni caudine, favorevole all’idea dei 2 Stati per 2 popoli...] ▬ http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604224-israels-parliament-has-picked-head-state-buck-trends-past).

nel resto dell’Africa

●Con la nuova cosiddetta dichiarazione di Algeri, mediata dal governo algerino – e non da quello francese, come avrebbe preferito il regime di Bamako – viene ora reso noto che tre formazioni diverse di ribelli Touareg (popolo nomade di 5 milioni di abitanti) hanno firmato un accordo di pace fondato sull’impegno a rafforzare in Mali la riconciliazione attraverso il dialogo. Si tratta del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, dell’Alto consiglio per l’unità dell’Azawad e del Movimento arabo dell’Azawad (essendo questo il nome in lingua Touareg del Nord del Mali: 822.000 km2, oltre due volte e mezzo l’Italia e gran parte del Mali, densità 1,5 abitanti per km2, tutto una vallata ricca di alture desertiche del Sahel e del Sahara che molti secoli fa era il letto del fiume Niger).

Nella dichiarazione di Algeri i ribelli si sono ora impegnati a rispettare l’integrità territoriale e l’unità del Mali. I dettagli su come e da chi verrà nei fatti amministrato il Nord del paese sono al momento ignoti soprattutto per la riluttanza del governo nominalmente centrale a riconoscere nei fatti quelle che i Touareg chiamano le loro legittime richieste. Al momento della firma, in maggio avanzato, i ribelli controllavano tutti i principali agglomerati della regione settentrionale del Mali e avevano dunque, nei fatti, un posizione negoziale assai forte, avendo anche respinto con largo successo l’aiuto non richiesto e presto trasformato in attacco degli islamisti jihadisti anch’essi contrari al governo di Bamako.

●In Sudafrica, dopo cinque mesi di sciopero che hanno portato alla fame molte famiglie di operai, colpito alla radice il rating del credito estero del paese e del tutto bloccato anche la produzione dell’oligopolio dell’alluminio – Lonmin, Impala e Amplats – come sempre con relativa soddisfazione dei lavoratori che non riusciranno certo a recuperare i salari bruciati ma adesso concludono secondo tutti i sondaggi d’opinione condotti all’interno degli iscritti che ne è comunque valsa la pena, va a conclusione l’ “azione industriale” contro i padroni del’alluminio: gli scioperi qui, all’inglese, li chiamano così, anche quando sono ad oltranza (The Daily Maverick, 24.6.2014, Bheki C. Simelane, Thapelo Lekgowa e Greg Nicolson, Platinum strike no more: After losing R10.6 billion in wages, miners claim victory― Finisce lo sciopero del platino: anche perdendoci 10,6 miliardi di rands di salario i minatori rivendicano una loro vittoria http://www.dailymaverick.co.za/article/2014-06-23-platinum-strike-no-more-after-losing-r10.6-billion-in-wages-miners-claim-victory/%23.U6j26bGHPIU).

Alla fine, l’accordo che dura un triennio dovrebbe comportare aumenti salariali sui R 1.000 al mese di paga base per due anni (poi, +R950) alle due categorie di minatori meno pagati e poi R950. I lavoratori meglio pagati avranno un aumento percentuale dell’8% (e poi del 7,50) per i primi due anni. Contributi dei datori di lavoro al Fondo pensione, straordinari, ferie e premi di spostamento seguiranno il tasso d’aumento dell’inflazione. La diaria resterà ai livelli del 2013 che di fatto, consente un aumento di paga base effettiva. Sono assicurate ora, con la supervisione di commissioni di operai, le ispezioni sanitarie del cibo fornito nelle mense padronali e la riassunzione di qualche centinaio di lavoratori “essenziali” (non è chiaro, però, al momento chi lo determinerà) licenziati nel corso degli scioperi.

Secondo un sito web dell’oligopolio dei produttori, il conto del dare e dell’avere vede vincenti comunque stavolta gli operai. I padroni hanno perso una trentina di miliardi di Rand di entrate e i lavoratori sui 10 miliardi... (1 rand, circa 1/10 di $)  L’accordo, alla fine, è stato raggiunto con l’intervento di mediazione – non decisionale, però, ma importante spiega il sindacato AMCU, la Association of Mineworkers and Construction Union del Sudafrica – del nuovo ministro delle Risorse minerarie, Ngoako Ramatlhodi.      

in America latina

●L’accordo stilato a fine maggio tra il governo argentino e il cosiddetto Club di Parigi sulla sistemazione della parte di debito dell’Argentina non ancora concordata, non sembra proprio essere stato un buon affare per il paese sud-americano. La lettura che ne ha dato l’Agenzia Reuters (Guardian, 29.5.2014, Argentina debt deal could help ease re-entry to international markets L’accordo sul debito dell’Argentina potrebbe facilitare il rientro del paese sui mercati internazionali http://www.theguardian.com/world/2014/ may/29/argentina-debt-deal-with-creditors), secondo molti a Buenos Aires ma anche in Europa e pure in America costituisce un affare per diversi Stati creditori ma non per i debitori.

Dopo il default argentino del 2001, Buenos Aires aveva trovato, e onorato, con la maggior parte dei creditori privati l’accordo su un rimborso di 33 centesimi per ogni dollaro nominalmente dovuto. Adesso i membri del Club di Parigi che allora non accettarono la transazione sono riusciti, pare, a strapparne una per il doppio del debito originale, inclusi gli interessi ufficialmente maturati: sei volte rispetto alla percentuale coi privati del 33%, insomma il 198% del debito effetivamente contrar. Raddoppiato per gli interessi maturati. Per farlo, il Club di Parigi ha anche deciso di derogare alle sue stesse regole che prevedono l’identico trattamento di ogni creditore quando diventasse necessario defalcargli il debito.

Ora, si viene a sapere, per riconoscimento dello stesso ministro del Commercio britannico, Vince Cable, che il 40% del debito dovuto al Regno Unito dall’Argentina è a copertura dell’acquisto di armamenti forniti alla giunta militare negli anni ’70. Certo, la promessa formale dei suoi liberal-democratici era quella di cancellare i debiti contratti dai paesi del Terzo mondo che si liberassero delle dittature militari di questo tipo di impegni, riconoscendone la natura di “debiti ingiusti”. Ma, ormai i liberal-democratici sono al governo come partners minorie dei conservatori e non ci pensano più...

Si capisce che a Buenos Aires ci sia chi ci trova a ridire. Tra l’altro adesso, secondo la sentenza merdosa della Corte suprema americana (estensore il solito reazionario giudice Scalia), i due hedge funds che hano comprato da creditori non pagati al 60% e meno del valore nominale le loro quote dovranno – dovrebbero... – essere rimborsati al 100% di quel valore nominale!! Ci  trovano  molto a   ridire anche a Londra quanti, in questi anni, ha condotto la grande Campagna popolare per il Giubileo contro il Debito (Guardian, 5.6.2014, Argentina’s bad deal on debt― Il cattivo accordo sul debito dell’Argentinahttp://www.theguardian. com/world/2014/jun/05/argen tina-bad-deal-on-debt); e Jubilee Debt Campaign, 4.6.2014, British MPs support action to prevent vulture funds scavenging Argentina― [Oltre 100] deputati britannici sostengono l’azione che tende a impedire ai fondi avvoltoi di divorarsi l’Argentina http://jubileedebt.org.uk/news/ british-mps-support-action-prevent-vulture-funds-scavenging-argentina) c’è chi protesta con convinzione e veemenza.

Poi la stessa Kirchner, che non sembrava proprio volerlo, è stata costretta a prendere una posizione dura quando, avendo manifestato con chiarezza l’interesse a ritrovare accesso al mercato finanziario internazionale, anche con l’accordo trovato a fine maggio – e non  certo gratis – col Club di Parigi, si è trovata ora improvvisamente di fronte al nuovo diktat col quale la Corte suprema americana condanna l’Argentina a ripagare 1 miliardo e mezzo di $ entro il 30 giugno.

D’altra parte, segnala sul NYT un analista più attento di tanti suoi colleghi, la sentenza della Corte suprema americana che, in sostanza, ha rifiutato di annullare quella di un tribunale distrettuale supino ai desiderata della speculazione e degli investitori rispetto ai bisogni e alle speranze di chi è stato strangolato dal debito... potrebbe anche alla fine risultare controproducente soprattutto considerando, come nessuno mai ricorda tra loro signori, che negli anni – al solito – con gli interessi pagati il debito lo hanno già rimborsato largamente, anche più del doppio (New York Times, 19.6.2014, Floyd Norris, Ruling on Argentina gives investors an upper hand ▬ [Nell’immediato], la sentenza contro l’Argentina rafforza la mano deghli investitori http://www.nytimes.com/2014/06/20/business/economy/ruling-on-argentina-gives-investors-an-upper-hand.html#)

Se, come è stimato del tutto possibile, la solita legge delle conseguenze non previste, dettata dalla sfiga/nemesi americana ormai consueta anche in questo campo e non solo in quello specifico della politica internazionale, finisse per convincere i mercati internazionali del credito del ruolo calante di New York come centro finanziario mondiale. Insomma, al solito, la spinta sconsiderata e dettata solo dal profitto immediato sulla Corte, determinata dalle lobbies scatenate  dai managers degli hedge funds di Wall Street (i grandi speculatori, le grandi banche che, invece di fare il loro antico  mestiere di prestare denaro all’impresa e ai consumatori) si preoccupano da anni solo di far soldi speculando potrebbero, a medio termine, far male davvero ai loro colleghi e, alla fine, agli stessi speculatori.

La presidente taglia corto: il governo argentino non è in grado di farlo anche se volesse. La pretesa degli americani di ripagare i loro creditori privati prima di cominciare a ripagare il debito ristrutturato, dice,  è pura “estorsione”.  E il suo paese non si farà ricattare dagli interessi privati degli speculatori yankees... (Financial Times, 17.6.2014, Argentina’s debt in 60 seconds Il debito dell’Argentina in 60 secondi http://video.ft.com/3626678323001/Argentina-debt-in-60-seconds/World).

Commentano non poche agenzie e fonti internazionali che leggono ancora la realtà secondo i canoni e i ritornelli neanche fra quelli più nuovi ma quelli visceralmente più antichi, della congrega neo-liberista che di fatto ancora governa Fondo monetario internazionale, accademia, media e governi e ci ha portato, con ostinazione degna di causa migliore, davvero sull’orlo della rovina economica globale― un’attitudine di fondo convenzionalmente corretta e ancora dominate qui esemplificata – magistralmente per cretina e scorretta che sia – da una ponderosa articolessa della Reuters (sul New York Times, 18.6.2014, Analysis: Wary Argentines Want Debt Deal as Economic Woes Pile Up Analisi: gli argentini, preoccupati, vogliono arrivare a regolare il debito [vale a dire a mollare e pagarlo...] mentre si vanno accumulando i guai dell’economia http://www.nytimes.com/reuters/2014/06/18/business/18reuters-argentina-debt-argentines. html?src =busln&_r=0#).

E’ vero, naturalmente che l’Argentina, anche l’Argentina, sta traversando una fase economica difficile ma altrettanto sicuro, a leggere i numeri veri – quelli resi noti e omogenei come è in grado di fare solo lo stesso Fondo Monetario Internazionale – è che proprio l’Argentina stia facendo molto, molto meglio, di tanti altri paesi che – Grecia (26%), Spagna (25%), Portogallo (16%) ma e anche Italia (12%) e Francia (11%) – stanno tutti sperimentando un tasso, cioè una realtà, di disoccupazione, in doppia cifra (IMF/FMI, World Economic Outlook: Unemployment Data Prospettive mondiali dell’occupazione Dati - Report for selected countries per paesi selezionati,  Database 4. 2014 ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=43&pr.y=12&sy=2012&ey=2019&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=122%2C136%2C124%2C941%2C423%2C137%2C939%2C181%2C172%2C138%2C132%2C182%2C134%2C936%2C174%2C961%2C178%2C184&s=LUR&grp=0&a=).

La verità è che con l’attuale disoccupazione al 7,6%, l’Argentina, secondo la stessa fonte (http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=33&pr.y=11&sy=1993&ey=2019&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=213&s=NGDP_RPCH%2CLUR&grp=0&a=) ha più che dimezzato il livello suo di metà anni ’90: quando ci raccontavano (sempre New York Times, 15,5,1995, Menem wins 2nd term in Argentina by a large margin Menem vince il 2° mandato in Argentina con largo marginehttp://www.nytimes. com/1995/05/15/world/menem-wins-2d-term-as-leader-in-argentina-by-a-large-margin.html?module=Search&mab Reward=relbias%3Ar), il Fondo e i suoi aedi, che il presidente Carlos Menem veniva rieletto a Buenos Aires sulla base dei buoni risultati economici basati sul successo delle sue riforme economiche.

Quelle iper-liberiste di struttura, si capisce, che dando retta proprio a lor signori portarono il paese all’iper-disoccupazione e al default: da cui solo adesso, dopo averlo riconosciuto e denunciato per quello che è nel 2001, anche con seri problemi, quel governo sta sforzandosi di uscire.  

●A El Salvador, inaugurata il 1° giugno la presidenza di Salvador Sánchez Cerén, il candidato della sinistra del Fronte Farabundo Marti di Liberazione Nazionale, già uno dei massimi leaders dell guerriglia che sconfisse anni fa il regime militare instaurato da Reagan. Si è fatto eleggere su una piattaforma di “pacificazione radicata nella giustizia” e dichiaratamente ispirata all’esempio di Nelson Mandela in Sudafrica. Ma anche con l’impegno a ripristinare la sicurezza pubblica dopo il fallimento di una serie di tregue, tutte precarie, fra bande rivali di gangsters che imperversano in molte delle principali città del paese (The Economist, 6.6.2014).

●In Colombia, rieletto il presidente uscente, di destra, Juan Manuel Santos, col 51% dei voti a 45 e col sostegno chiave al ballottaggio del capo della sinistra, Clara López, che s’era candidata contro di lui al primo turno dove era arrivato in testa, ma senza la metà + 1 dei voti, l’uomo ’dell’estrema destra. Ora continueranno i colloqui di pace con la guerriglia iniziati da mesi con la mediazione di Cuba. Santos, che come detto è a capo lui stesso di una coalizione di centro-destra è stato sostenuto alla fine ufficialmente dalla sinistra proprio per questo.

La campagna elettorale era stata giocata tutta sul tema della prosecuzione o meno dei colloqui di pace. E adesso Santos, che lo ha subito riconosciuto, ha un debito politico grosso con una sinistra, qui largamente minoritaria ma che, con questa scelta, è rientrata sul tema da essa scelto alla fine, e con grande efficacia forse per la prima volta, nel gioco politico.

E, subito, il presidente ha dato ordine ai negoziatori di Bogotà di accelerare il negoziato all’Avana per chiuderlo sui pochi dossier ancora rimasti inconclusi (Missionary International Service News Agency/MISNA, 16.6.2014, Rieletto presidente Santos promette la pace http://www.misna.org/economia-e-politi ca/rieletto-presidente-santos-promette-la-pace-16-06-2014-813. html); e New York Times, 19.6.2014, W. Neumann, Support From the Left Helps Keep a Right-Wing President in Power in Colombia In Colombia, il sostegno della sinistra aiuta a tenere al potere un presidente di destra [ma contro l’estrema destra]▬ http://www.nytimes.com/2014/06/20/ world/americas/help-from-the-left-keeps-a-right-wing-president-in-power-in-colombia.html?_r=0).

CINA

●Il governo ha annunciato il 7 giugno che invierà in giro per il paese otto squadre di ispettori speciali col compito di verificare che i poteri regionali applichino realmente 19 grandi politiche decise a livello nazionale e in diversi casi non applicate o male applicate. Relative a costruzioni edilizie, case comprese, sviluppo economico e regolazione ambientale. L’ispezione dovrà essere condotta e conclusa, dando conto di quanto ha fatto, nell’arco di dieci giorni, dal 25 giugno al 5 luglio (Stratfor, 7.6.2014, China: Beijing To Inspect Regions' Policy Implementation Cina: Pechino farà condurre ispezioni di verifica sull’implementazione delle politiche nazionali http://www.stratfor.com/situation-report/china-beijing-inspect-regions-policy-implementation).

Peggiorano, come quelli con quasi tutto il resto del mondo, i rapporti tra USA e Cina: come con quasi tutti i presunti alleati asiatici, magari esattamente per le ragioni opposte; come coi russi; come, sotto sotto e neanche poi tanto, con gli europei irritati dalle pressioni troppo proclamate e dalla poca considerazione di Washington verso di loro (la questione dello spionaggio elettronico..., ma è solo uno dei tanti punti di attrito); come con gli arabi e, insieme, con Israele; come sempre con quasi tutti i latino-americani; insomma hanno rapporti davvero buoni, distesi, gli USA, al momento   solo, forse, coi pinguini dell’Antartide...

Adesso, nel corso di un forum sulla sicurezza internazionale tenuto a Singapore, alle porte della Cina (un vertice fantasiosamente etichettato dalla stampa come “dialogo di Shangri-La”, dal nome mai peggio sprecato, del leggendario luogo della pace e della tranquillità universale arrampicato sui contrafforti occidentali himalayani[2]), alti esponenti dei due governi si sono in pratica accapigliati. Il segretario americano alla Difesa, Chuck Hagel, sostenuto dal primo ministro giapponese – il bellicoso Shinzo Abe che annuncia di avere in programma la ricostituzione della forza militare del suo paese cambiando la Costituzione che, attualmente, glielo proibisce – ha accusato i cinesi di destabilizzare tutta l’Asia nel tentativo di asserire la propria sovranità in quello che tutto il mondo – giapponesi compresi – chiama, però (guarda caso...) Mar cinese meridionale...

E mentre Abe prometteva di mandare armi e finanziamenti suoi ai paesi che si opponessero davvero ai cinesi, la Cina ha replicato all’istante. Il gen. Wang Guan-zhong, vice capo di Stato maggiore dell’Armata di liberazione popolare ha dichiarato anzitutto che un personaggio con le responsabilità del segretario di Stato americano è un “irresponsabile”, lasciandosi andare ad osservazioni tanto provocatorie “cariche di velleità egemoniche, di istigazioni, di minacce e di intimidazioni”.

Subito dopo, il 31 maggio, l’agenzia ufficiale di stampa cinese ha reso pubblico che nell’incontro appena tenuto col primo ministro della Malaysia, Najib Tun Razak, il presidente cinese, Xi Jinping, ha solennemente promesso che la Cina non inizierà mai alcuna “azione aggressiva” nel Mar cinese meridionale. Ma “risponderà fermamente a qualsiasi paese provasse a metterla in campo un’azione aggressiva”. E ha ripetuto, due volte: “qualsiasi paese”...

Sembrerebbe così di poter concludere che ammonimenti e minacce, tanto più se poi impartite pubblicamente, non cambieranno mai in niente i comportamenti concreti dei cinesi. Xi si è lui stesso limitato a riproporre la linea del suo paese nel Mar cinese meridionale: non è casuale che tutto il mondo lo chiamai appunto, cinese... La Cina continua a insistere a sfidare verbalmente tutte le recriminazioni e le richieste dei vicini ma ha sempre attentamente evitato prove di forza dirette in termini militari. Che però, ormai, sembrano approssimarsi: la Cina non farà marcia indietro ma sarà difficile che Vietnam, Filippine, Corea del Sud e Giappone lo facciano anche loro...

In ogni caso, non è il flettere i muscoli americani che farà mai cambiare atteggiamento ai cinesi: non ci riuscì neanche nel ’53, quando gli USA avevano il monopolio atomico, rispetto alla Cina, con McArthur e Truman e Eisenhower, mica con Barak Obama. La Cina è pronta a scendere a compromessi anche pesanti, ma sempre e solo – pare – a partire dall’accettazione, dal riconoscimento, di principio della propria sovranità. Come sempre, del resto, nella storia cinese nel gestire i suoi rapporti coi regni e gli Stati tributari del celeste impero.

●Riprende il tema della condizione e, come dicono, della postura delle Forze armate della Repubblica popolare cinese, uno studio speciale aggiornato ogni anno per legge e per il Congresso dal dipartimento della Difesa americano. Dice che  “con ogni probabilità, entro la  fine di questo decennio, le Forze navali cinesi si doteranno di diverse portaerei, di migliaia di missili del tipo Cruise, e/o di missili balistici, di una gamma assai vasta di nuove capacità di attacco ciber-elettronico e di caccia “invisibili”, come si dice stealth, di quinta generazione” : lo afferma il Pentagono nel Rapporto previsionale al Congresso sullo stato delle Forze armate cinesi, appena pubblicato.

Il documento definisce i rapporti tra USA e Cina su questo piano in termini sia di cooperazione che di concorrenza e anche di potenziale frizione. Specifica diverse istanze di progresso nella cooperazione militare ma evidenzia anche preoccupazioni sul comportamento sempre più assertivo, nel senso di far pesare la propria presenza in tutta la regione, della Repubblica popolare cinese.

Nell’illustrare il Rapporto i capi del Pentagono hanno espressamente citato la posizione sempre ma più che mai ora reiterata di Pechino sull’unificazione con Taiwan e quella, controversa ma nell’ultimo anno riaffermata con forza sulle dispute in atto relative alle acque territoriali dei Mari cinesi meridionale e orientale. “Si stanno preparando per un potenziale conflitto nello stretto di Taiwan che include anche compiti di deterrenza o di blocco dell’intervento di potenze terze”, come appunto, eventualmente, la VII Flotta americana.

E conclude: “questo è il centro, e anche il motore, di larga parte degli investimenti militari di questo paese (Dipartimento della Difesa,  Annual Report to Congress - 2014, Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China― Rapporto annuale al Congresso - 2014, Sviluppi militari e di sicurezza della Repubblica popolare di Cina, 24.4.2014, pp. 96 ▬ http://www.defense.gov/pubs/2014_DoD_China_Report.pdf).

●Sul piano interno, i media hanno riferito di processi condotti con molta rapidità dai tribunali locali in sei prefetture dello Xinijang e conclusi con la condanna di 81 imputati per 23 diversi reati di terrorismo: dall’assassinio, alla strage, all’organizzazione degli attentati, la preparazione degli ordigni esplosivi, la incitazione e la propaganda alla rivolta armata. Tredici degli imputati vengono a pochi giorni dalla sentenza mandati a morte per i recenti omicidi e attentati condotti nel paese anche fuori della provincia islamica uigura.

La stretta vuole servire come lezione e deterrente al diffondersi di analoghe tentazioni. Ma bisogna vedere con quale effettiva efficacia. Subito, infatti, il 21 giugno, un attacco di mujaheddin, per utilizzare il termine arabo che ormai ha fatto scuola, dà l’assalto con un autocarro carico di dinamite usato come ariete contro una stazione di polizia della contea d Yecheng nel distretto del Kashgar; diversi i poliziotti feriti e tutti i 13 combattenti della libertà abbattuti o, comunque, morti (NightWatch, 5.6.2014, China-Xinjiang http://www.kforcegov.com/NightWatch/NightWatch_14000120.aspx; e  New York Times, 16.6.20124, M. Forsythe, China Executes 13 in Xinijang Region After Attacks Dopo gli attentati la Cina manda a morte 13 condannati nella regione dello Xinijang http://www.nytimes.com/2014/06/17/world/asia/china-executes-13-in-xinjiang-region-after-attacks.html); e, ancora, USA Today, 21.6.2014, Calum McLeod, 13 “thugs” die in attack on China police station 13 “criminali facinorosi” muoiono nell’assalto a una stazione di polizia in Cinahttp://www.usatoday. com/story/news/world/2014/06/21/china-police-bomb-shooting/11205999)

●Il governo di Manila ha confermato che la Cina sta provvedendo a un programma intensivo di  recupero e riciclo terreno su altre due scogliere delle isole Spratly (William Spratly, avventuriero e baleniere inglese operò nella zona a fine ‘800 dando il suo nome inglese alle isole che i cinesi hanno sempre chiamato Nansha nel Mar Cinese meridionale), il Gavin Reef e il Cuateron Reef vicini alla più grande scogliera Johnson dove già a maggio le Filippine avevano riferito di lavori di movimento terra in corso da parte cinese.

Secondo Manila, e anche la sorveglianza satellitare americana basata a Honolulu, nelle Hawaii, la Cina sta attrezzando una serie di isolotti senza ancora provvedere proprio a fortificarli militarmente per supportare meglio così, anche fisicamente, la propria secolare ma disputata (da Filippine, appunto, Vietnam, Taiwan, Malaysia rivendicazione territoriale). Ognuno di questi paesi occupa  unilateralmente qualcuna delle scogliere in questione (The Straits Times/Singapore, 5.6.2014, China reclaiming land in 2 more disputed reefs, says Philippine President Aquino La Cina si sta impegnando in operazioni di recupero terra in altre due scogliere contese, dice il presidente filippino  Aquino http://www.straitstimes.com/news/asia/ south-east-asia/story/china-reclaiming-land-2-more-disputed-reefs-says-philippine-president).

Quei mari la storia li  chiama “cinesi”, ma la titolarità ne è diversamente contestata da altri paesi (mappa) 

Paesi con rivendicazioni territoriali: Cina, Vietnam, Malaysia, Taiwan, Filippineegiacimenti di greggio e di gas

Il riquadro in nero delinea grosso modo l’estensione delle isole Spratly

Fonte: [www.middlebury.edu]  Mar Cinese meridionale

Poi, senza nessun preavviso e prendendo impreparati i vietnamiti, la Cina mentre presenta formalmente all’ONU – e, appunto, del tutto a sorpresa rovesciando l’approccio tradizionale di risolvere questo tipo di dispute bilateralmente – il suo reclamo contro l’ “aggressione di Hanoi” anche utilizzando documentazione di fonte viet tanto inusuale quanto indiscutibile (CNN, 11.6.2014, Hilary Whiteman, China uses Vietnamese textbook to back claim in South China Sea dispute― La Cina utilizza [anche] un testo scolastico vietnamita [di 40 anni fa] per supportare la sua rivendicazione terrritoriale nella disputa del Mar cinese meridionale http://edition.cnn.com/2014/06/11/world/asia/china-vietnam-paracels/index.html?hpt=wo_c2), sostiene anche documentalmente la sua denuncia di aggressione a Hanoi.

Tira fuori e pubblica, infatti, sempre a sorpresa sul sito del suo ministero degli Esteri un video datato tre anni fa – è vero – ma che, ripreso nell’area disputata delle isole Paracel, mostra, e dimostra, lo speronamento da parte di navi viet di alcuni battelli militari cinesi nel tentativo di infastidirne le operazioni. Tentativo e comportamenti che ancora proseguono – dicono i cinesi – “irresponsabilmente e avventurosamente” con una cinquantina di battelli anche militari vietnamiti per rallentare o impedire, ad alto rischio di scontri armati, le operazioni di trivellazione del fondo marino (South China Morning Post/Hong Kong, 15.6.2014, Minnie Chan, Video shows 'Vietnamese boat ramming Chinese ships' in disputed waters― Un video [datato tre anni fa: che anticipa, dicono i cinesi, le aggressioni di ieri e di oggi, ripetute, dei vietnamiti] mostra lo ‘speronamento di navi cinesi da parte di battelli vietnamiti’nelle acque contese dai due paesi  ▬ http://www.scmp.com/news/china/article/1532371/beijing-accuses-vietnam-ramming-vessels-over-1500-times).

●Poi, il 18 giugno e praticamente neanche preannunciato arriva a Hanoi Yang  Jiechi, ex ministro degli Esteri, ex ambasciatore a Washington e diplomatico professionale di grande esperienza e peso specifico, massimo consigliere di Stato della leadership cinese per le questioni della politica internazionale, si incontra subito col ministro degli Esteri e vice primo ministro vietnamita, Pham Binh Minh e poi anche, nell’arco di mezza giornata, con il capo del partito comunista vietnamita,  Nguyen Phu Trong e il primo ministro, Nguyen Tan Dung. Si tratta, fanno rimarcare da entrambe le parti, del primo incontro bilaterale a quel livello dall’inizio del contenzioso sulla piattaforma petrolifera nel Mar cinese meridionale.

E questa è la posizione di sempre di Pechino – i problemi come questi si sciolgono nel rapporto bilaterale di ogni paese con l’altro – rispetto a quella di Hanoi che, come gli altri paesi di peso specifico meno importante rispetto alla Cina ma anch’essi coinvolti, tendono invece a multilateralizzare la ricerca delle soluzioni, cercando di portarci dentro – cosa che, invece, i cinesi radicalmente respingono – anche gli Stati Uniti. Pure se non si capisce bene a che titolo, se non quello che loro amerebbero sempre e comunque metterci il dito...

Semplicemente perché loro sono loro e ancora si concepiscono un po’ come il re rispetto a principi, vassalli e valvassori nel medioevo; o come era il rapporto nell’impero tra l’impero di Roma e, ad esempio, diciamo il re di Giudea – Israele/Palestina (TimesDailycom, 17.6.2014, (A.P.), Chinese diplomat set to discuss oil rig in Vietnam Esponente diplomatico cinese in Vietnam per discutere della piattaforma petroliferahttp:// www.timesdaily.com/news/world/article_2bbd6893-1e2e-5fbb-bca2-e1b94302c610.html).

In ogni caso, Yang non ha fatto neanche in tempo a tornare a Pechino che la Cina ha annunciato anche pubblicamente            quello che forse era andato anche ad annunciare, in privato, a Hanoi: che nelle stesse ore, la Cina stava rimorchiando nel mare conteso una sua seconda piattaforma di trivellazione. Che, riconosce però il generale comandante della Guardia costiera vietnamita, Nguyen Quang Dam, resta all’interno di coordinate tali da posizionarla appena all’interno della piattaforma continentale cinese.

Ma è una dimostrazione che la Cina, in ogni caso, non molla: e, anzi, va avanti. A spiegare e, ove cc ne fosse bisogno, a chiarire la posizione cinese – ove ce ne fosse bisogno – non hanno infatti mandato un alto esponente politico in grado di discutere, negoziare è trovare un accordo, ma un altissimo diplomatico in grado al massimo, se possibile, di cercare di spiegare agli interlocutori la posizione di Pechino (New York Times, 19.6.2014, J. Perlez, China to Send Second Oil Rig to Waters Near Vietnam La Cina manda un seconda piattaforma petrolifera in acque vicine al Vietnam http://www.nytimes.com/2014/06/ 20/world/asia/china-plans-to-send-second-oil-rig-to-waters-near-vietnam.html).

nel resto dell’Asia

●In Tailandia, il governo militare in carica del Consiglio nazionale per la pace e l’ordine ha tolto il coprifuoco prima in altre 20 delle 50 province a più alta vocazione turistica del paese dopo le tre in cui vi aveva provveduto già da una settimana per dare una mano all’industria alberghiera e delle vacanze della costa sud tailandese che ha sofferto parecchio del recente periodo di caos e disordini di strada e poi in tuto il paese. Si tratta del primo segnale di generale ammorbidimento nel regime di restrizione generale imposto dal regime militare dopo un golpe che mira dichiaratamente alla ripresa economica, subito dopo la sicurezza (Thailand News, 10.6.2014, Thailand’s Peace and Order Council lifts curfew in more provinces― Il consiglio per la pace e l’ordine della Tailandia leva il coprifuoco in altre province http://www.mcot.net/ site/content?id=5397b39bbe0470f5c38b456a#.U5e8Ly_trKg).

Poi e rapidamente il gen. Prayuth annuncia che progetta di designare a settembre un governo “civile” ad interim, di vasta rappresentatività dice, che curi la preparazione di una nuova Costituzione e di una nuova Assemblea nazionale per un mese e, restando per un anno di decantazione a gestire l’amministrazione dello Stato, affronti i problemi di una transizione pacifica.

Intanto, dice sempre, i debiti dovuti dai contadini e dai proprietari agricoli per il conferimento allo Stato del raccolto del riso saranno risolti (non si capisce ancora se vuol dire cancellati e, se sì, come...) entro il 22 giugno – cioé, subito – tenendo presente che l’80% dei 600.000 coltivatori interessati già hanno ricevuto in proposito un parziale anticipo. Sulla concorrenza sleale dei lavoratori cambogiani nel paese, il generale promette che dopo verifica del loro status, tutti i clandestini verranno deportati. Ma sale la protesta – dura anche se in pubblico contenuta – dell’industria tailandese per i costi di produzione che – dice – dopo l’esodo di fatto forzato in atto di almeno 200.000 lavoratori non documentati la metterebbero fuori mercato (rispetto agli altri paesi della regione ancor-più-affama-lavoratori di quanto notoriamente già lo sia per conto suo Bangkok. Che però è l’economia dell’area che più capillarmente li sfrutta.

L’applicazione della “dittablanda” tailandese dipenderà dall’acquiescenza, dichiara il generale, del mondo politico ai piani dei militari: si tratta di un colpo al cerchio e uno alla botte:

• il primo è rappresentato dall’accettazione nei fatti del piano dell’opposizione che voleva la formazione di un governo di tecnocrati designati dall’establishment, più militare ormai che monarchico, e non come voleva il partito maggioritario di un governo eletto alle urne, liberamente;

• il piano di regolazione del debito nei confronti dei contadini rappresenta invece, il colpo alla botte, riguardando una grande mancia elargita a una parte mportante del partito di governo, il Pheu Thai – insieme all’altra costola deliberatamente spezzata dalla prassi e dalla legislazione e tenuta ai margini dei lavoratori meno pagati in generale... Sembra proprio che i primi a pagare saranno i clandestini cambogiani supersfruttati nell’industria thai, 40.000 dei quali – dice il governo di Phnom Penh – sono stati già rimpatriati a forza nelle prime due settimane di giugno.

EUROPA

●Il 5 giugno, la BCE ha annunciato di aver tagliato il tasso di sconto dell’eurozona allo 0,15% dallo 0,25 cui era fermo da mesi (Financial Times, 5.6.2014, The ECB moves. Is it enough?― La BCE muove.  Ma sarà abbastanza? http://video.ft.com/3607489536001/The-ECB-moves-is-it-enough-/world; e ECB/BCE, 6.6,2014, Francoforte, Introduzione di Mario Draghi, presidente, alla Conferenza stampa sulle decisioni del Direttivo della Banca centrale europea http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140605.en.html). E ha anche reso noto di aver deciso di imporre tassi di interesse negativi sulle banche di tutta la zona. L’intento dichiarato è quello di combattere così contro la bassa inflazione e di rilanciare la crescita economica dell’eurozona.

Ma ancora non c’è stato l’annuncio, pure da diverse parti anticipato e da molti importanti osservatori auspicato, di lanciare un’azione di cosiddetta “facilitazione quantitativa”: del tipo di quelle già messe in atto negli Stati Uniti dalla Fed e in Gran Bretagna dalla BoE. Misure controverse, ma ormai, a parere di quanti tra gli esperti finora non hanno sbagliato e, quindi, anche solo per questo sembrano più affidabili, più meritevoli di venire ascoltati di quelli che invece ci hanno governato, sgovernando – solo a favore di chi speculava – finanza e mercati.

Una misura che consentirebbe – o, meglio, potrebbe consentire se accompagnata da altre azioni, che devono però allo stato avere almeno il tacito assenso proprio e anche dei governi alla Banca centrale europea anche di acquistare il debito sovrano dagli Stati membri. La BCE è sempre stata – con l’eccezione forse, due anni fa della forzatura voluta da Draghi nell’agosto 2012 – molto in ritardo sulle necessità di fermare la deriva del sistema economico europeo verso una deflazione come si dice ormai, per capirci, alla giapponese. Ma, forse, adesso non più...

Anche se convincere o costringere i governi dell’Unione ad accompagnare in questo senso la BCE, la Germania specie, non sarà certo facile― e, infatti, il governo tedesco ha fatto subito sapere, e anche aspramente ma, si intende ufficiosamente che per quanto lo riguarda Berlino non ci vuol stare. C’è un fatto che, a chi scrive, però ormai sembra evidente: molto tempo fa, in un’era diversa, in una diversa galassia la Banca Centrale Europea venne disegnata, congegnata e costruita per isolarla da qualsiasi processo democratico che si sviluppasse mai dentro l’Unione.

Ma, adesso, nel passare all’attacco aggredendo la deflazione – rovesciando il tasso di sconto per le banche dal positive in negativo – intenzionale o no che sia stata la decisione, la BCE è sembrata intraprendere una mutazione in un istituto capace di sentire la pena e la rabbia che un continente intero, sprezzando il voto o votando per l’euroscetticismo, ha voluto manifestare nell’urna. Ma non l’ha fatto seguendo pedissequamente la strada che gli austeriani volevano imporre. Finalmente…

Forse non è una certezza – la serie di misure ora annunciate potrebbe finalmente bastare a segnalare a mercati, operatori e risparmiatori la determinazione della Banca centrale a impedire che si instauri più a lungo un quadro di stagnazione della crescita e di deflazione continua di prezzi e salari. Parecchie delle misure prese erano ormai date per scontate anche dagli stessi mercati, come in particolare l’instaurazione di un tasso negativo di sconto sui depositi bancari da parte delle singole banche dei paesi aderenti presso la BCE (New York Times, 4.6.2014, N. Irwin, Europe Gets Negative Interest Rates. What Does That Even Mean? Per l’Europa, adesso, tassi negativi di scontro. Già, ma che significa? ▬  http://www.nytimes.com/2014/06/05/upshot/europe-likely-to-get-negative-interest-rates-what-does-that-even-mean .html?_r=0#).

A partire da adesso, dall’11 giugno, le banche pagheranno lo 0,1% per parcheggiare il loro denaro nelle casse della BCE: un forte scoraggiamento alla gran brutta abitudine di mettere da parte i soldi presi in prestito da Francoforte quasi per niente guadagnandoci sempre sopra qualcosa – non poco – senza faticarci sopra per niente. Un po’ meno previsto era che essa annunciasse anche, come ha fatto, un programma di prestiti mirati da 400 miliardi di € per fornire al sistema bancario incentivi perché poi passino questi quattrini a famiglie e imprese― e, come è noto, specie alle piccole (si chiamano operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine, l’acronimo, inglese ovviamente di cui non si sentiva davvero il bisogno, T.L.T.R.O.).

E la Banca centrale non sconterà più automaticamente ritirando un pari ammontare di liquidità dal sistema finanziario l’impatto dei buoni del Tesoro che detiene da un anno per far fronte nell’unico modo che può, comprando titoli di Stato un po’ di traverso, e costituendo così uno scudo protettivo contro il default degli Stati all’eurocrisi scoppiata nel 2010 e 2011. Ma quello che stavolta forse ha davvero contato di più è che la Banca – e Draghi ha voluto sottolinearlo – abbia preso le sue decisioni  all’unanimità del Board, del direttorio.

Anche se in Germania, subito, non sono stati pochi a protestare aspramente, specie i media messi su da mesi di propaganda sulle conseguenze che per i risparmiatori (e gli speculatori, ovviamente) avrebbe un dinamismo troppo autonomo, cioè poco tedesco-osservante della BCE. Anche se poi, non sono state paure tali da fermare il 9 giugno la crescita dell’indice DAX di borsa a Francoforte che sale per la prima volta a quota 10.000 (The Economist, 23.6.2014, The ECB acts – The waiting is over La BCE agisce – E l’attesa è finita http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/06/ecb-acts).

Anche se perfino la Bundesbank, stavolta, nel Board aveva votato a favore consentendo a Draghi di lanciare un segnale trasparente, anche lampante: se fosse  necessario chiarire quel che volevamo dire due anni fa (26.7.2012) lo chiariscono adesso, affermando senza più equivoco alcuno che il ‘faremo tutto il necessario per salvare l’euro’, oggi va tradotto annunciando che “pur mantenendoci sempre dentro il nostro mandato, agiremo rapidamente per allentare ancora di più la politica monetaria della Banca centrale... anche con misure non convenzionali”.

La BCE non è ancora arrivata a impiegare l’ “arma da fine del mondo” di cui pure dspone o, più modestamente ma con effetto comunque letale, come è anche stato chiamato, il bazooka delle “facilitazioni quantitative” che le renderebbero possibile l’acquisto diretto del debito sovrano di uno, o anche di diversi tra i paesi aderenti all’euro. Ma non si tratterebbe come  per la Fed dell’operazione del tutto normale di comprarsi i bonds americani o per la BoE quelli inglesi. Qui la decisione, politicamente delicatissima, sarebbe quella di scegliere, come Banca centrale, quali titoli del Tesoro comprare: greci, italiani, spagnoli, irlandesi o altri...

Ma quali, appunto, e quali no? Però ormai i mercati e i mercanti, e con essi gli opinionisti che contano, sembrano essersi convinti – mettendo insieme le due affermazioni: che faremo tutto il necessario  rapidamente; e che stiamo cominciando il lavoro preparatorio per l’acquisto diretto di assets – e che, se i risultati economici concreti – accesso di imprese e famiglie al credito, crescita, occupazione soprattutto – non cominciano a migliorare visibilmente – le “facilitazione quantitative” all’europea ormai arriveranno...

    (New York Times, 5.6.2014, N. Irwin, Europe’s Central Bank Gets Serious About Fighting Deflation La Banca centrale europea fa sul serio nella lotta alla deflazione http://www.nytimes.com/2014/06/06/business/international/ european-central-bank-cuts-interest-rate.html?_r=1#; e Financial Times, 5.6.2014, Draghi has yet to banish the threat of deflation Ma Draghi [qui il giudizio sugli effetti delle misure BCE è più prudente: utile, magari, leggerlo direttamente] deve ancora eliminare la minaccia della deflazione http://blogs.ft.com/the-a-list/2014/06/05/draghi-has-yet-to-banish-the-threat-of-deflation).

●Crisi in Polonia, subito superata però anche se resta da vedere per quanto... Succede che una serie di intercettazioni telefoniche, illegali (di un organo di stampa, non autorizzate dalla magistratura: toh, chi si vede!) ma rese subito pubbliche (dal popolare settimanale Wprost―Il diretto, 14.6.2014) scuote e disturba la quiete, e adirittura la stabilità del governo polacco. Sono giudizi “personali” ma molto imbarazzanti, proprio per l’evidente sincerità, a livello dei più delicati rapporti internazionali del governo di Donald Tusk...

Espressioni sincere e trasparenti ma molto imbarazzanti del ministro degli Esteri, Radek Sikorski – uno dei capi dell’ala più ostile alla Russia interna al governo – che, prima, se ne esce a gennaio – intercettazione resa nota, però, solo adesso – che l’alleanza sacrosanta del paese con l’America “è inutile e dannosa”, con tanto di “metafora” sessuale, per così dire, annessa e connessa: “secondo questi qui, dovremmo metterci contro i tedeschi, contro i russi, e convincerci pure che facciamo bene perché così facciamo agli americnai un godurioso pom*ino. Una ca**ta totale”.

E, poi, attacca con una serie di insulti l’intelligenza e la stessa “abissale” incapacità politica del premier britannico, David Cameron: “non è che sia un incapace, è proprio un incompetente: non ci arriva, è uno che crede nella sua stupida propaganda, che cerca di manipolare stupidamente il sistema comunitario convinto di convertire gli altri al suo punto di vista perchè è il suo. Quando non ci riesce neanche con chi, come noi, tendenzialmente e proprio nel merito sarebbe magari anc he con lui (The Economist, 27.6.2014, Polish politics Politica in Polonia http://www.economist.com/blogs/ easternapproaches/2014/06/polish-politics-0).

Alla fine, anche alcuni voti delle opposizioni in parlamento, finiscono però con  l’esprimergli fiducia (237 contro 207 no) condicidendo proprio nel merito col giudizio di Sikorski (BBC, 25.6.20214, Poland leaks: PM Donald Tusk wins vote of confidence Gli spifferi polacchi: il PM Donald Tusk vince il voto di fiducia ▬  http://www.bbc.com/news/world-europe-28029974).

●La Commissione ha dato il suo via formale alla Lituania per l’adozione dell’euro l’anno prossimo. Lo Stato baltico diventerà così il 19° paese membro dell’eurozona. Potrebbe restare l’ultimo per diverso tempo. Tutti gli altri possibili membri dall’Europa dell’Est non hanno ancora assunto l’impegno a osservare il meccanismo di cambio cui devono sottoporsi per almeno tre anni prima che sia consentito loro di entrare nell’eurozona (The Economist, 6.6.2014).

●Re Juan Carlos I di Borbone, 76enne monarca di Spagna, si è dimesso a favore del 46enne Felipe, l’infante come chiamano qui l’erede al trono, che però, secondo Costituzione, dovrà essere designato ufficialmente ora dalle Cortes, dal parlamento, col nome di Felipe VI. Nei mesi scorsi, il re aveva accusato qualche problema di salute ma soprattutto aveva subìto una caduta secca di popolarità sfiorato, anche in famiglia, da scandali vari (il marito della figlia  è rimasto imbracato e ancora non è uscito in affari non sempre cristallini tipici del brasseur d’affaires che fa di mestiere). Anche se, nella memoria del paese, Juan Carlos resterà sempre l’uomo che, insieme al giovane premier ex franchista Adolfo Suarez e al segretario dei comunisti del PCE, da poco tornato legale, Santiago Carrillo, bloccò il tentativo di golpe militare dello smandrappato e nostalgico col. Tejero della Guardia Civil.       

E ha anche vissuto – senza alcuna discrezione e poca cautela , come capita ai re e, spesso, anche ai presidenti di varie repubbliche – al di sopra e al di fuori delle crisi economica pesantissima che andava colpendo – lui come assente – gli spagnoli in massa riducendone tenore di vita e speranze e spazzando via governi dopo governi a ripetizione. Può essere che il re stia anche tentando così, ponendo l’accento sul suo ruolo storico antico, leggendario – quarant’anni fa, ormai― parte realtà e parte leggenda, appunto: i re, con corona e ermellino, sono sempre stati questo, l’insieme di un racconto vero e di una favola – di rilanciare l’immagine della monarchia quando nei sondaggi si sta impennando il sostegno per la Repubblica (El Pais/Madrid, 2.6.2014, diversi articoli ▬ http://elpais.com).

Ma il vero problema di Felipe VI, qui un po’ come da noi, è che la gente non ha più alcuna fiducia, o proprio poca, nelle sue istituzioni. E qui manco c’è un Renzi, oggi, all’orizzonte... A prescindere poi da quello che saprà, e potrà fare. Qui il re, se non vuole che per default vinca la Repubblica combatte da solo...

In coincidenza perfetta, qui, anche di orario – alle seis de la tarde  del 18 giugno ora di Madrid – con l’abdicazione del re qui, mentre lui firma l’ultima legge, quella di successione, abdica anche , altrettanto disastrosamente, la squadra spagnola, campione del mondo uscente di calcio, in Brasile: due sconfitte consecutive delle furie rosse e fuori!

Poi, la mattina dopo, cerimonia di incoronazione, ma in tono ridotto e dimesso, in realtà solo il giuramento, del nuovo re davanti alle Cortes: un’incoronazione austera all’altezza dei tempi, caratterizzata dai “senza”: senza alcuna pompa e alcuna circostanza, come dicono gli inglesi che ne sono maestri; senza l’ex re Juan Carlos, che alla cerimonia del giorno prima, l’abdicazione, traballa visibilmente, appena lascia il bastone; e senza la presenza di alcun altro monarca europeo... Ma è anche la prima volta che vede un re spagnolo sul trono trasmettere per via ereditaria la sua corona a un figlio, dal 1885 (El Pais/Madrid, 19.6.2014, La proclamación: ‘En esa España, unida y diversa, cabemos todos’ La proclamazione [del re Felipe]: ‘In questa Spagna, unita e diversa ci stiamo tutti’ http://politica.elpais.com/ politica/2014/06/19/actualidad/1403161487_675430.html).

E, appena incoronato Felipe VI, la sorella principessa Cristina di Borbone, infanta di Spagna e duchessa di Palma, viene incriminata per aver aiutato il marito, Iñaki Urdangarin, noto solo per essere un ex playboy e pallavolista, a truffare comuni e regioni di Spagna per almeno 6 milioni di €. L’incriminazione è stata decisa proprio di fronte al Tribunale di Palma de Majorca, la sede del granducato di Cristina e Iñaki... E adesso?   

●C’è una tesi assai facile, addirittura corriva, che alimentata da Washington sta girando in Europa e nel mondo: che la Russia di Putin somiglierebbe sempre più, specie dopo l’avventura in Ucraina, all’Unione Sovietica d’antan. Diciamo, dei tempi di Breznev, subito prima di Gorbaciov... Ma l’URSS era davvero essenzialmente un sistema chiuso, solo minimamente dipendente, se non per sua scelta, sia in entrata che in uscita dall’occidente. La Russia di Putin è molto più legata oggi sia al commercio che alla finanza internazionale. Per questo ogni starnazzo a Washington come a Bruxelles come altrove, anche a Mosca, nel senso di sottolineare l’isolamento va almeno temperato dalla valutazione della possibilità stessa, ormai, che avrebbe la Russia ma anche il mondo a muoversi da sola nel mondo interconnesso e globale di oggi.

Non è solo questione di volere. La Russia sta diversificando in modo importante i suoi legami energetici con l’Asia: l’accordo trentennale da 400 miliardi di $ appena concluso con la Cina anche con una riduzione concordata del prezzo del gas che prima di concludersi s’era trascinata per anni e in cui a guadagnarci davvero non sembra perciò essere stata Gazprom ma la CNPC di Pechino; quello con la Corea del Nord per la remissione del debito pregresso della decina di miliardi di $ con l’URSS e la Russia che dovrebbe aprire la strada nel prossimo futuro a un gasdotto che attraverso il suo territorio dovrebbe portare fino al Sud Corea il suo gas; e il negoziato in corso per costruire un altro oleodotto da 30 miliardi di $ che, attraverso la provincia cinese dello Xinijang, arriverà in India.

Così la Russia ridurrebbe la sua soggezione dall’export di gas in Europa. Perché oggi, o dall’uno o dall’altro sbocco, essa stessa dipende. E il ricavato dell’export, poi, costituisce circa la metà delle entrate del governo russo. La Russia di Putin si sta poi muovendo, con qualche difficoltà, per riempire il gap che, con le sanzioni americane in specie, potrebbe aprirsi nel flusso dall’estero di  capitali nel paese, anche con la creazione di un fondo statale per assistere al momento banche e industrie che cominciano a  registrare problemi.

Rispetto al passato, Putin ha due grosse carte a favore. La prima è la volontà e la capacità di resistenza di una cittadinanza disposta anche a far sacrifici seri per non piegarsi alla volontà degli  stranieri e smantellare la volontà di egemonia – come la chiamano – degli americani. E’ quanto lamentano, ma sembrano rassegnati ormai a dover subire, accusando di scarsa razionalità i loro compatrioti, i relativamente sempre pochi dissidenti russi.

E, poi, adesso c’è stata l’Ucraina – arrivata dopo una lunga campagna dove i russi si sono sentiti e sono stati oggettivamente traditi dagli impegni traditi che l’occidente non ha mantenuto di rispettarne equilibri e interessi a fronte della caduta del muro, della riunificazione tedesca, dei trattati anche piuttosto squilibrati di riduzione degli armamenti nucleari a convincere i russi, tutti o quasi, della necessità di appoggiarsi alla Cina, anche come fonte alternativa, disponibile e ricca di cooperazione finanziaria rispetto a un occidente del resto sempre più assediato e condizionato dalla sua crisi economica.

●Ancora una volta, intanto, sconfitta su tutta la linea l’ipotesi öttingeriana (Öttinger è il, per fortuna uscente, Commissario all’Energia di Bruxelles: uno che non ha mai prodotto nulla di concludente nei suoi anni di sgoverno al palazzo del Berlaymont), peraltro impalpabile – e, in realtà, impossibile – di scavalcare in Europa Mosca facendo a meno del suo petrolio. Adesso, il 3 giugno, la Total francese e la E-On tedesca hanno reso noto che, come dall’inizio aveva deciso di fare ENI, si ritirano dal progetto di gasdotto trans-adriatico (TAP) e venderanno la loro quota di proprietà non del gasdotto, che non c’è, ma del progetto di gasdotto.  

Esso avrebbe mirato, seguendo la sponsorizzazione – sempre e solo teorica – della UE e il finanziamento – solo promesso, per ora – della compagnia del gas turca di Stato (TPAO Turkiye Petrolleri) a diminuire la dipendenza europea dal combustibile russo collegando i giacimenti (tutti ancora da sviluppare) di Shah Deniz II in Azerbaijan attraverso il Caspio, la Grecia e l’Italia (il gasdotto era previsto arrivare a San Foca, sulla costa del Salento pugliese e, di lì, alle reti di distribuzione europee continentali (Gulf Times, 30.5.2014, Total sells $ 1.5 bln Azeri gas project stake to Turkey Total vende la sua quota di $1,5 miliardi del progetto sul gas azero alla compagnia di Stato turca http://www.gulf-times.com/Mobile/Eco.-Bus.%20News/256/details/394160/Total-sells-$1.5bn-Azeri-gas-project-stake-to-Turkey). 

●Intanto, tutti hanno visto e capito che non ci sono sanzioni che tengano, coi giganti del petrolio dell’occidente che, fregandosene di Obama come e quanto degli ambientalisti nostrani, delle ragioni dell’uno che puzzano parecchio e di quelle più nobili certo ma altrettanto impotenti di Greenpeace, non rinunciano a esserci anche loro nel boom russo che Rosneft va preparando alla ricerca con la trivellazione nell’Artico degli immensi depositi di scisti bituminose che stanno lì sotto il permafrost da cui estrarre greggio (Lignet, 13.6.2014, Sanctions Cannot Keep Oil Giants From Russian Shale Boom Le sanzioni non possono impedire ai giganti del petrolio di prender parte al boom russo delle scisti bituminose http://www.lignet.com/#ixzz34kp3Z2NP).

D’altra parte, annuncia adesso il ministro dell’Energia Alexander Novak, la Russia si ripromette di investire nel prossimo decennio fino a 150 miliardi di $ all’anno nel settore, mirando allo sviluppo i nuovi giacimenti in Siberia e, in genere, in estremo oriente così come a cominciare l’esplorazione più sistematica dei giacimenti sottomarini costieri di possibili depositi di greggio e alla creazione di nuove infrastrutture― più gasdotti, nuovi depositi di gas liquefatto (Stratfor, 19.6.2014, Russia: Investment In Oil To Hit $150 Billion Per Year, Official Says Gli investimenti della Russia nella ricerca petrolifera del prossimo decennio, dice il ministro,arriveranno ai $ 150 miliardi all’anno http://www.stratfor.com/ situation-report/russia-investment-oil-hit-150-billion-year-official-says#axzz356nejxNz).

Comunque, mette le mani avanti l’AIE, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, organismo di diritto privato ma di respiro internazionale di cui la Russia non fa parte ma con il quale coopera, con una mossa preventiva e non proprio in maniera neutrale, sollevando le proteste ufficiali dei russi, in appoggio evidente alla posizione ufficiale di Washington. L’Agenzia Internazionale per l’Energia, fa sapere di poter prevedere di accedere alle riserve delle compagnie petrolifere se nuove sanzioni contro la Russia dovessero minacciare di spingere in su i prezzi del greggio. Lo dice alla stampa americana un portavoce dell’Agenzia commentando fuori sacco le voci di inasprirle da parte della Casa Bianca (ITAR-Tass/Mosca, 18.4.2014, IEA to unseal oil reserves if new Russia sanctions boost prices L’AIE  potrebbe sbloccare le riserve di greggio se nuove sanzioni contro la Russia ne aumentassero i prezzi http://en.itar-tass.com/economy/736612).

●In Ucraina, c’è stato – pur in mezzo alla prosecuzione di scontri armati molto pesanti – un cruciale passo avanti, pragmatico non di principio, con la conferma del ministero dell’Energia russo che Gazprom ha ricevuto dalla Naftogaz ucraina il versamento di 786,4 milioni di $ come prima rata di pagamento del debito accumulato da Kiev. Il presidente dell’ente del gas russo, Alexei Miller ha salutato con calore la mossa e annunciato che Gazprom ha ricalendarizzato il regime di pagamento sospendendo di conseguenza di una settimana la scadenza di interruzione della fornitura di gas a fronte dei eventuali ulteriori non pagamenti pregressi.

La Naftogaz ha sùbito inviato a Mosca una bozza di proposta di emendamenti al contratto bilaterale esistente che include anche modifiche nei prezzi, nel volume di gas impegnato e nelle condizioni di fornitura. E Gazprom ha lasciato capire che, a fonte di qualche ulteriore progresso sul piano tecnico, potrebbe scattare anche la decisione “politica” di una qualche revisione del prezzo anche in considerazione del fatto che l’Ucraina resta un transito comunque essenziale per il flusso di gas naturale russo all’Europa occidentale (Stratfor, 2.6.2014, Ukraine: Russia Reschedules Natural Gas Payment Regime Ucraina: la Russia ricalendarizza il regime di pagamento del suo gas naturalehttp://www.stratfor. com/situation-report/ukraine-russia-reschedules-natural-gas-payment-regime).

Da parte sua, conferma anche Öttinger che ha partecipato alle riunioni bilaterali tra russi e ucraini – probabilmente in silenzio visto che sembrano essersi concluse, tutto sommato,bene – soprattutto  offrendo ai ministri dell’Energia russo, Alexander Novak, e ucraino, Yuri Prodan, Bruxelles come luogo dell’incontro per ora provvisoriamente finale del 2 giugno, avendo lì constatato, ha assicurato, “progressi sostanziali”.

Nel corso dell’incontro hanno anche “utilmente scambiato” opinioni e proposte i capi dei due enti statali del gas, Naftogaz e Gazprom. Hanno concordato che, finché vanno avanti i negoziati, la Russia non interromperà il flusso del gas e l’Ucraina non inoltrerà, come aveva annunciato di voler fare, alcuna forma di arbitrato internazionale, come quello autorevole ma non obbligante, al dunque, di Stoccolma (Epoch Times, 2.6.2014, Russia, Ukraine inch closer to gas deal Russia e Ucraina si avvicinano gradualmente a un accordo sul gas http://www.theepochtimes.com/n3/710952-russia-ukraine-inch-closer-to-gas-deal).

Poi, però, il 13 giugno il premier ucraino Yatsenyuk ha ordinato alla struttura che amministra il gas in arrivo da est di prepararsi – qualsiasi cosa il verbo (prepararsi a non ricevere più!) possa mai voler dire in concreto – all’interruzione del flusso di combustibile russo avendo Mosca respinto l’offerta massima avanzata da Kiev col sostegno – verbale, sia chiaro, solo verbale – dell’UE, L’offerta ucraina è rimasta ferma a $ 326 per migliaio di m3 di gas naturale a fronte della proposta minima di Gazprom di un pagamento di 385 $.

La scadenza resta così fissata come annunciato a metà giugno e prevede,comunque, per la ripresa del flusso non destinato al transito verso l’Europa occidentale – cui Kiev, ricorda Gazprom a Bruxelles resta comunque contrattualmente obbligata e che dal fornitore non viene interrotto – il pagamento dopo quella data dell’arretrato accumulato dalla Naftogaz ucraina per $ 4 miliardi e mezzo.

E la mattina del 16, Gazprom ha ancora una volta sorpreso gli ucraini provvedendo essa a ufficializzare la denuncia presso la Corte dell’arbitrato internazionale a Stoccolma per la rottura di contratto dell’ente di Stato ucraino nei suoi confronti sul debito pregresso e largamente scaduto (Kyiv Post, 16.6.2014, Gazprom files $4.5 billion lawsuit against Naftogaz in Stockholm arbitration over gas debt Gazprom formalizza presso la Corte di arbitrato di Stoccolma l’azione legale contro Naftogaz per 4,5 miliardi di $ di debito accumulato nei suoi confronti http://www.kyivpost.com/content/ukraine/gazprom-files-45-billion-lawsuit-against-naftogaz-in-stockholm-arbitration-over-gas-debt-352026.html).

In definitiva, il 16 giugno mattina, non avendo trovato l’accordo, Gazprom fa scattare la tagliola: ogni consegna all’Ucraina d’ora in poi sarà fatta solo dopo il pagamento cash anticipato dell’ordine, non avendo trovato le controparti un acordo sul debito rpegreso e sul prezzo

●Sul fronte degli scontri armati, che non sembrano avere tregua, tra ucraini (di Kiev) e ucraini dell’Est del paese che si battono per la propria autonomia e, se ce la faranno, forse anche la propria indipendenza, la Russia ha deciso di passare all’attacco diplomatico presentando al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la proposta di creare “corridoi umanitari”, un’idea sulla quale finora Mosca era sembrata restia, nel territorio dell’est del paese (Agenzia RIA Novosti/Mosca, 2.6.2014, Lavrov Says Russia to Put Forward UN Draft Resolution on Ukraine Lavrov annuncia che la Russia presenterà all’ONU una bozza di risoluzione sull’Ucraina http://en.ria.ru/world/20140602/190298131/Lavrov-Says-Russia-to-Put-Forward-UN-Draft-Resolution-on-Ukraine.html).

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato, nel presentare la proposta, anche accogliendo alcune istanze inglesi e americane in particolare, di chiedere in primo luogo la cessazione dei conflitti armati con l’alt a ogni movimento di truppe, che la creazione di questi “corridoi” aiuterebbe i civili che lo volessero o ne avessero bisogno ad abbandonare senza pericolo, magari temporaneamente, le aree di conflitto a maggior rischio. Il fatto è che il separatismo nell’est del paese continua però a sfidare la volontà del governo centrale ucraino che non sembra in grado di rispondere se non con la mano forte ma senza alcuna capacità di proporre una mediazione politica agibile (Stratfor – Global Intelligence, 1.5.2014, Pro-Russian Separatism Remains a threat in Eeastern Ukraine Il separatismo filo-russo resta un pericolo in Ucrainha dell’Est http://www.stratfor.com/ analysis/pro-russian-separatism-remains-threat-eastern-ukraine).

Poi, il 6 giugno alle celebrazioni solenni dello sbarco del 1944, in Normandia, dove dopo il G-8 fasullo e l’ennesima minaccia a vuoto di altre sanzioni alla Russia (vedi sopra), si vedono – con Obama, Merkel, Hollande, la regina d’Inghilterra e pure Napolitano... – Vladimir Putin e Petro Poroshenko, il nuovo presidente-eletto ucraino, si vedono, si stringono la mano e concordano di cercare subito un confronto serrato di merito che non sarà facile ma che potrebbe, forse, avviare a compimento qualcosa di buono...

●La mattina dopo, il 7 a Kiev, di fronte al parlamento, la Verkhovna Rada, Poroshenko giura di fronte al parlamento, inaugurando così la sua presidenza. E non si esime – non può certo in quella sede evitare – di dire con toni patriotticamente assai duri ma parole ben più misurate che l’Ucraina non rinuncerà mai alla Crimea― anche se tutti in Ucraina sanno bene che non se la potranno mai riprendere probabilmente; e che non cesserà mai di stringere rapporti più stretti con l’occidente― che non significa, però, al di là anche qui degli accenti roboanti, aderire alla NATO e neanche alla UE come tale...

Al di là di ciò, ripete, tutto il resto si può negoziare, a partire dai colloqui già in corso con la Russia su gas e energia (Kyiv Post, 7.6.2014, Poroshenko’s inaugural addresS (full text)― Il discorso inaugurale di Poroshenko (testo integrale) ▬ https://www.kyivpost.com/content/ukraine/english-language-translation-of-poroshen kos-inaugural-address-on-june-7-351071.html); e, per una lettura contraria alle posizioni di Kiev, vedi nsnbc ìntenational, 7.6.2014, Poroshenko’s inaugural: a declaration of war on Southeastern Ukraine Il discorso inaugurale di Poroshenko: una dichiarazione di guerra contro l’Ucraina sud-orientale http://nsnbc.me/2014/06/07/poroshenkos-inaugu ration-speech-a-declaration-of-war-on-southeastern-ukraine).

●Il 9 giugno, il ministero degli Esteri di Kiev ha informato i media di aver raggiunto con Mosca un’intesa preliminare su alcune parti del piano annunciato dal presidente Petro Poroshenko nel suo discorso inaugurale per metter fine agli scontri armati nella zona orientale del paese. Non sono  disponibili al momento maggiori informazioni sui risultati precisi raggiunti nell’incontro tra  rappresentanti di Russia, Ucraina e OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (EUractive,  9.6.2014, Ukraine and Russia discuss peace plan Ucraina e Russia discutono di un piano di pace ▬  http://www. euractiv.com/sections/global-europe/ukraine-russia-discuss-peace-plan-302688).

E in effetti, poi, il  giorno dopo si apprende direttamente dal sito della nuova presidenza ucraina che Poroshenko ha ordinato ai suoi servizi di sicurezza, come anche direttamente ai ministri di Interni e Difesa e ai servizi di emergenza, di cominciare a facilitare lo spostamento delle popolazioni civili che vogliano anche solo temporaneamente uscire dalle aree coinvolte nel conflitto aprendo i famosi corridoi umanitari e con ciò onorando la richiesta venuta da Lavrov di mettere anche a loro disposizione trasporto, cibo e assistenza medica (Internazionale, 10.6.2014, Agenza ASCA, Ucraina. Poroshenko, corridoi umanitari per evacuare civili nell’est http://www.internazionale.it/news/ucraina/ 2014/06/10/poroshenko-corridoi-umanitari-per-evacuare-civili-nellest).

Ma gli scontri, di fatto, continuano, sporadicamente ma tutto sommato anche sistematicamente e  l’ordine impartito anche alle guardie di frontiera russe di non far entrare nel paese i profughi ucraini non provvisti di visto o di passaporto russo sono l’indicazione precisa che Mosca non intende creare campi di rifugiati ucraini appena all’interno dei suoi confini di cui poi dovrebbe farsi carico in ogni senso e che, comunque, complicherebbero ogni sua operazione militare in futuro.

Così, invece, con la predisposizione da parte ucraina di corridoi umanitari, gli sfollati verrebbero canalizzati all’interno anche se, di fatto, lasciando le zone di Luhansk e Donetsk solo in mano alla popolazione di etnia russa o, comunque, russofona. In qualche modo, sembra essere questo tanto lo scopo di Putin quanto anche la propensione di Poroshenko stesso.

In fondo, e se si cerca davvero un’intesa come ormai forse è possibile e anche necessario ma anche come lo stesso nuovo presidente ucraino, dentro il limite dell’unità del paese ha lasciato intendere, potrebbe gettare le basi all’unica soluzione politica ragionevolmente e anche razionalmente possibile: una sistemazione di tipo federale per le due regioni russofone che soddisfi, insieme, il minimo per loro accettabile e per lo Stato ucraino il  massimo possibile di autonomia.     

Intanto, e finalmente, dopo mesi di piccata stizza reciproca – e peggio – si  stringono la mano, scambiandosi qualche parola sulla spiaggia della Normandia, pure Putin e Obama. Non prima che Hollande fosse costretto il 5 sera a sorbirsi due cene d’onore separate, una per Obama con gli altri sei e una, lui da solo, con Putin... perché Obama non aveva ancora scongelato a quell’ora il broncio che teneva col russo (New York Times, Scott Sayare, With Obama and Putin in France for Dinner, Holland Leaves Room For Seconds Con Obama e Putin in Francia per cena, Hollande deve  mettersi a mangiare per una seconda volta http://www.nytimes.com/2014/06/06/world/ europe/obama-putin-in-france-for-dday-hollande-leaves-room-for-seco nds.html).

Commentano al NYT, col solito sguardo monocolo, e a stelle e strisce, che spesso riservano alle cose del mondo, che “è rimasto poco chiaro se Mr. Putin fosse genuinamente interessato a, o capace di, cambiar direzione di marcia”― dove, per dire, neanche è adombrato loro in mente che, forse, sarebbe da chiedersi no?, se magari “Mr. Obama fosse interessato anche lui a cambiar corso (New York Times, 6.6.2014, P. Baker, Diplomatic Overture on Ukraine at D-Day Event Apertura diplomatica sull’Ucraina alla cerimonia del D-Day ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/07/world/europe/obama-honors-moment-of-liberation-in-normandy.html?_r=0); e il Guardian, 6.6.2014, Agenzia Associated Press (A.P.), titola un po’ più sobriamente di un Vladimir Putin in D-day peace talks with Ukraine president― Vladimir Putin in colloqui di pace nell’anniversario del D-Day col presidente [eletto] ucraino http://www.theguardian.com/world/2014/jun/06/putin-peace-talks-ukraine-president)...

Ma a quello lì con l’elmetto, non lo potremmo lasciare almeno senza dolce?  (vignetta)

                                       D-DAY, SBARCO IN NORMANDIA 70 AN

Fonte: INYT, 6.6.2014, Patrick Chappatte

●Tocca così al ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, a Kiev, il giorno dell’inaugurazione di Poroshenko di raccomandare con molta urgenza, attraverso un’intervista al Tagesspiegel am Sonntag, al nuovo regime ucraino di usare grande cautela nel tentare soluzioni militari contro i separatisti russofoni nell’est del paese.

Con le tensioni sul campo ormai all’apice, fa presente Steinmeier, il governo di Kiev deve riuscire a tenere chiaro “il senso delle proporzioni” nel dispiegare le sue forze militari in modo da offrire ulteriori occasioni di “resistenza” o l’opportunità di rivolgere appelli di aiuto esterni ad “altre forze presenti e incombenti nella regione”― del resto, ha sottolineato, in queste ultime settimane “i russi hanno assunto un comportamento molto più cauto loro stessi(Yahoo! News, 7.6.2014, Reuters, German foreign minister urges Ukraine caution in military action Il ministro degli Esteri tedesco fa pressione sull’Ucraina perché militarmente si muova con cautela ▬  http://news.yahoo.com/german-foreign-minister-urges-ukraine-caution-military-action-131711871.html ; e Der Tagesspiegel, 8.6.2014, intervista di H. Monath e C. von Marschall, Von einer Lösung sind wir weit entfernt, aber...”― Siamo ancora lontani da una soluzione, ma... ▬ (http://www.tagesspiegel. de/politik/ frank-walter-steinmeier-im-interview-von-einer-loesung-sind-wir-weit-entfernt/ 10007018.html).

Poi, il 14 giugno, a dispetto di ammonimenti, appelli alla cautela, all’autocontrollo, a frenare iniziative comunque “aggressive”, forse il più grave “incidente” sul fronte degli scontri armati, quando i separatisti russofoni a Luhansk rispondono a una serie di attacchi alle loro milizie abbattendo, con 49 morti, un aereo militare ucraino IL-76MD: il ministero della Difesa di Kiev dice che l’hanno buttato giù con l’antiaerea, il procuratore generale di Kiev ne è stato responsabile un missile antiaereo a spalla anche se non sa dire se russo o, addirittura, dice, americano, a dimostrazione che continuano a non capirci niente.  

Non sorprendentemente, Putin concorda con  Merkel che, parlando al telefono della crisi con Hollande, fa presente l’ovvio – che è sempre più urgente il cessate il fuoco – che però per cessare il fuoco bisogna procedere almeno in due... (MSN/  (A.P.), D. McHugh e  Marko Dobrnjakovic, Ukraine: Merkel Voices Concern To Putin About Downed Plane― Merkel esprime preoccupazione per l’abbattimento dell’aereo ucraino http://news.msn.com/world/ukraine-49-dead-as-rebels-down-military-plane).

E si resta così in un pericoloso stato di sobbollimento lento, che vede accumularsi, di qua e di là, tra improvvisi scontri e incidenti, tensioni, scintille anche vere e proprie battaglie campali di dimensione ancora qualche po’ contenuta. Mentre Putin saluta come un passo positivo il cessate il fuoco, sottolinea che si tratta di un passo solo iniziale se non è accompagnato anche dalla volontà dichiarata di voler negoziare coi separatisti/autonomisti russofoni (Newsday/N.Y., 21.6.2014, Putin backs Ukraine cease-fire, but warns talks needed Putin appoggia il cessate il fuoco in Ucraina ma avverte che il negoziato è indispensabile http://www.newsday.com/news/world/latest-news-from-the-ukraine-conflict-1.7763844).

E la Russia ha cominciato a riposizionare per addestramento diverse unità del Distretto centrale militare, come comunica il 22 giugno il ministero della Difesa russo. Ora, è vero che il distretto militare in questione è lontano dai confini ucraini, ma alcune sue unità (incluse formazioni corazzate, anti-aeree e missilistiche) erano state già dispiegate in prossimità di quei confini già a maggio, al tempo della secessione della Crimea insieme ad altre unità dei reggimenti di paracadutisti di assalto dei reggimenti di stanza a Ivanovo e Ulyanovsk (Newsday, 21.6.2014, Natalya Vasilyeva (A. P.), Putin orders forces in the Urals on combat alert Putin ordina di prepararsi alle forze armate russe  negli Urali http://www.newsday.com/news/world/putin-orders-forces-in-the-urals-on-combat-alert-1.8523618).

Si tratta di forze in grado, dunque, perché già in loco, di preparare un intervento nell’est dell’Ucraina alla bisogna senza creare una crisi, prima di cominciare a muoversi... Putin ha da tempo espresso tutte le sue preoccupazioni per l’attività militare aggressiva del governo di Kiev nell’Ucraina orientale.

Poi, da parte dei separatisti-autonomisti in Ucraina, i russofoni, il 24 giugno, arriva l’accettazioen di principio del cessate il fuoco offerto dal presidente ucraino “senza condizioni per ora”, cioè senza l’apertura contemporanea di negoziati ufficiali tra le parti. E, a Obama, che gli chiedeva al telefono senza rinunciare a minacciargli nuove sanzioni, di mollarli Putin risponde nell’unico modo possibile, che le sanzioni se le può pure mettere là dove sa e che di mollare i fratelli filo-russi non se ne parla, ovviamente... Però, lo informa anche di aver chiesto alla Duma il ritiro della legge votata mesi fa che lo autorizzava in ogni momento a inviare le forze armate russe in Ucraina, ove ce ne fosse stato bisogno (ITAR-Tass, 24.6.2014, Putin asks Federation Council to cancel resolution on use of Russian forces in Ukraine Putin chiede al Consiglio della federazione di cancellare al risoluzione che autorizza l’uso delle forze armate russe in Ucraina http://en.itar-tass.com/russia/737498).

In effetti è successo che Obama, che a Bruxelles arrivava da Varsavia dove aveva incontrato i suoi alleati dell’Est d’Europa, mentre nella “capitale” della UE e della NATO si riuniva coi suoi maggiori alleati dell’Ovest (Germania, Francia, Inghilterra, Italia, Canada e, in senso lato, anche Giappone: i G-8 meno, ovviamente la Russia― e, tra parentesi, anche la Cina che ormai lo stesso  FMI tende a considerare, poi, proprio come il vero G-1... si è trovato la giacca stiracchiata di là dai polacchi e dai baltici e di qua dai tedeschi.

Quelli gli chiedevano di “decidere” lo stazionamento sul territorio polacco di un contingente permanente di soldati NATO e questi gli ricordavano come, dopo la caduta del muro, nel 1989, la riunificazione della Germania vide il sì necessario di Gorbaciov. Ribadito poi nel 1997, anche in modo solenne dalla NATO stessa, a condizione che l’occidente si impegnasse a non espandersi ad Est al di là del confine tedesco-polacco appunto, con truppe proprie su base permanente. Così, per dare ai polacchi qualcosa, Obama ha dovuto ripiegare sull’impegno – che però non dipende da lui, ma dal Congresso decidere – di aumentare la spesa militare USA al 2% effettivo del PIL: in un periodo poi di vacche magre anche lì come questo (The Economist, 6.6.2014, Poland and AmericaTroops in http://www.economist.com/news/europe/21603484-barack-obama-promises-increase-americas-military-presen ce-eastern-europe-troops; e New York Times, 4.6.2014, P. Baker, Obama, Seeking Unity on Russia, Meets Obstacles― Obama, alla ricerca di unità contro la Russia, trova difficoltà [diverse] tra [e con] gli alleati [dell’Est e dell’Ovest] ▬ http://www.nytimes.com/2014/ 06/05/world/europe/in-show-of-support-obama-meets-with-ukraine-leader.html).

Così la tedesca Merkel ha parlato agli altri, ucraini e russi compresi, della necessità di una de-escalation: da parte dei russi ma anche degli ucraini; e Obama ha chiuso dicendo che se la Russia non arretra, lui rilancerà le sanzioni... “tra un mese”... Ma forse perfino Obama, a questo punto, ha intuito che, se lo facesse, rischierebbe davvero di farlo da solo (New York Times, 5.6.2014, P. Baker, Obama Warns an Absent Russia of Broader Sanctions― Obama ammonisce una Russia, che non è  presente, di più vaste sanzioni [in futuro...] http://www.nytimes.com/2014/06/06/world/group-of-7-condemns-its-absent-partner-russia. html?_r=0).

E, a latere, mette subito le mani avanti il premier australiano, Tony Abbott,  che non era al G-8, ovviamente, ma presenziava alla cerimonia del D-Day. Toccherà a lui ospitare, a novembre, a Brisbane, il vertice del G-20 e adesso dichiara, pubblicamente, che non riesce neanche a immaginare di tenere senza la Russia il G-20: l’unico consesso che ormai conta davvero e si occupa non solo del bla bla geopolitico ma, anzitutto, di cose economiche: quelle concrete. A parte, concorda poi, e lo dichiara, con le osservazioni, sempre a latere avanzate dal vice primo ministro russo, Igor Shuvalov, che in quella sede, il G-20, non esiste alcun meccanismo che consenta l’esclusione di uno dei membri da parte di nessuno e neanche di tutti gli altri se mai si mettessero insieme (The Strait Times/Singapore, 6.6.2014, Host Australia expects Putin at G20 summit L’Australia, che ospiterà il G20, si aspetta di ospitarci Putin http://www.straitstimes.com/news/asia/australianew-zealand/story/host-australia-expects-putin-attend-g20-summit-20140606).

●Ciò di cui Mosca farebbe forse meglio a preoccuparsi, pare piuttosto quello che potrebbe anche  cominciare a profilarsi come un possibile colpo di coda – il più significativo e oneroso finora a quanto è successo, comunque, in Ucraina: se si concretizzasse – sul piano politico – tra le reazioni possibili dei vicini della Russia. Il presidente della Repubblica di Finlandia, Sauli Niinisto, cogliendo rumori e voci che parlano di richieste da parte dello stesso governo al parlamento di riconsiderare lo status finora mai messo davvero in questione della neutralità del paese iscritta in Costituzione, ha ricordato inusualmente e, in pubblico, che prima di poter mettere ai voti la cosa all’Eduskunta bisognerebbe sottoporre l’eventuale adesione alla NATO a un referendum popolare (Defense News, 5.6.2014, Finland To Put NATO Membership to Referendum― La Finlandia andrà al referendum sulla propria adesione alla NATO  [ma non è una notizia: è solo una possibilità, irta comunque di grandi difficoltà, anche e appunto, sul piano formalmente istituzionale/costituzionale...] http://www.defensenews.com/article/20140605/DEF REG01/306050039/Finland-Put-NATO-Membership-Referendum).

Il governo stesso è diviso, col premier Jyrki Katainen e il ministro della Difesa Carl Haglund dichiaratamente a favore ma il ministro degli Esteri, Erkki Tuomioja apertamente contrario e assertore non solo del fatto che la misura sarebbe sbagliata ma che creerebbe più problemi di certo di quanti potrebbe risolverne. E non solo perché inasprirebbe i rapporti con la Russia (per il paese economicamente essenziali: la seconda guerra mondiale della Finlandia con l’URSS di Stalin si chiuse con un Trattato di pace con cui, scambiandoli parzialmente con altri territori, cedeva la Carelia alla Russia e si impegnava, appunto, in Costituzione, allo status di neutralità.

Stalin aveva invaso e costretto alla resa al Finlandia dopo la cosiddetta guerra di inverno di tre mesi, a cavallo tra il 1939 e il 1940; poi, i finnici tentarono il contrattacco affiancando, di fatto anche se con qualche titubanza, l’attacco nazista all’URSS fino al 1944; vennero respinti e chiusero il conflitto obbligando Helsinki alla resa.

Ma la neutralità nel paese è stata, e è rimasta anche dopo l’adesione alla UE ma mai alla NATO, una scelta popolare. E (mentre l’idea ha cominciato a circolare, in fase molto più preliminare, però, anche se  in apparenza più attraente a livello popolare, anche nella vicina Svezia) il sostegno fra gli elettori finlandesi resta debole (Stratfor – Global Intelligence, 17.4.2014, Finland and Sweden Debate NATO Membership Finlandia e Svezia discutono di eventuale adesione alla NATO http://www.stratfor.com/analysis/ finland-and-sweden-debate-nato-membership).

Si è mosso, per fare direttamente presente con la massima forza il punto di vista di Mosca, il presidente Vladimir Putin con un inviato personale ben noto e stimato a Helsinki come Sergei Markov, ex membro della Duma e studioso di politica internazionale che a Mosca dirige l’Istituto di Studi Politici, illustrando in due incontri separati di peso al governo e alla presidenza della  Repubblica che, se mai la Finlandia finisse con l’aderire alla NATO fiaccherebbe, rimettendo in bilico equilibri pacificamente e storicamente consolidati, la sicurezza di tutta l’Europa del Nord.

Era un appoggio chiaro, anche un po’ troppo forse, ma trasparente all’ammonimento di Sauli Niinisto sulla necessità di un referendum popolare che autorizzi il parlamento poi a votare un’eventuale legge di modifica costituzionale: che a livello popolare sembra un’opzione, come documentavamo prima, decisamente perdente.

E, alla fine – alla fine... per ora – il 14 giugno nessuno dei contendenti principali viene scelto come futuro primo ministro. Il partito di maggioranza di centro-destra della Coalizione nazionale propone e fa vincere invece la candidatura dell’attuale ministro degli Affari europei, un 45enne  ultore di fitnes e maratona, Alexander Stubb, e che, sulla conoscenza e l’apprezzamento valorizzato in controtendenza e con un certo successo curandolo personalmente del rapporto con l’Unione europea, ha costruito la sua ipotesi, al momento vincente.

Katainen, del resto, aveva rinunciato lui stesso per puntare a farsi eleggere dal Consiglio europeo in  uno dei quattro posti chiave della Commissione, Il governo deve fare i conti, comunque, con il rapporto delicato ma anche essenziale sul piano economico e commerciale nei confronti del grane vicino dell’est e con le ripercussioni di una crisi che anche qui si è fata pesantemente sentire (Wall Street Journal, 14.6.2014, Juhana Rossi, Stubb set to be new Finland prime minister Stubb sarà il nuovo primo ministro finnico http://online.wsj.com/articles/stubb-set-to-be-finlands-prime-minister-1402743561).

●In Slovenia, il partito di governo di centro-sinistra, Slovenia positiva, della primo ministro Alenka Bratušek – che, al voto delle europee, ha preso solo il 6,6% dei suffragi, perdendole di brutto – ha annunciato, a fine maggio, le dimissioni e la formazione di un suo nuovo governo ad interim, con un nuovo partito che porterà (vizio ormai piuttosto comune) il suo nome, per poi andare ad elezioni anticipate subito, a luglio. Avrebbe preferito anche prima, lei, ma il presidente, Borut Pahor, ha richiamato al dettato costituzionale che non lo consente ormai prima di metà luglio.

Il fatto è che Bratušek è stata battuta di brutto al Congresso del suo partito dal sindaco di Lubiana Zoran Jankovic. E non lo ha accettato, facendo così saltare il banco. Chiedendo anche di anticipare subito, a giugno, le elezioni, soprattutto per impedire che nel suo ex partito scattasse l’idea di qualche ribaltone. Ma ha dovuto piegarsi (Il Piccolo/Trieste, 31.5.2014, In Slovenia voto a luglio. Bratušek saluta ▬ http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2014/05/09/news/in-slovenia-voto-a-luglio-bratu-ek-saluta-1.9185589) alla forza delle esigenze imposte dalla Costituzione.

In effetti, il 2 giugno, il presidente della Repubblica ha dissolto il parlamento convocando elezioni generali anticipate per la prima data costituzionalmente possibile: il 13 luglio (Fox News, 1.6.2014, Slovenia president dissolves parliament, calls for snap elections― Il presidente sloveno dissolve il parlamento e convoca elezioni anticipate http://www.foxnews.com/world/2014/06/01/slovenia-president-dissolves-parliament-calls-early-vote-for-july-13).

●Il 31 maggio, alla luce del flop del partito nazional-liberale alle europee, il suo candidato alle elezioni presidenziali della Romania, Chrin Laurențiu Antonescu, ha ritirato la candidatura, dimettendosi anche da  capo del partito e chiedendo la designazione di un nuovo candidato del centro-destra entro metà luglio. I socialdemocratici, che sono e resteranno all’opposizione, ma stavolta sono arrivati primi alle urne col 33% del voto (Business Review, 1.6.2014, Crin Antonescu quits presidential race before it even starts Crin Antonescu abbandona la corsa alle presidenziali prima ancora che cominci https://business-review.eu/featured/crin-antonescu-quits-presidential-race-before-it-even-starts)

●Alla Moldova, il paese in assoluto più povero e smandrappato d’Europa, il ministro russo per lo Sviluppo economico, Alexei Likhachev, in visita ha ricordato seccamente che deve scegliere e non può restare a metà strada fra aderire all’Unione europea scelta ha dichiarato del tutto legittima ma non quella auspicata dal Cremlino – o alla Comunità degli Stati Indipendenti, il nucleo di mercato comune euro-asiatico creato da Mosca. Tenendo ben chiaro che i due sistemi economici e regolatori non sono in realtà compatibili e che se, come pare, il 27 giugno il governo di Chișinău firmasse per la prima opzione significherebbe uscire dalla seconda cui oggi la Moldova aderisce.

E che, ricorda ha effetti immediati benéfici sull’economia moldava (import in Russia, ecc.) al contrario delle promesse europee legate alla firma di un trattato di libero scambio e di associazione con la UE tutto al di là da venire e sottoposto a mille cavilli e condizioni impossibili: i tetti di debito, deficit, tasso di inflazione... e anche il diritto di veto che tra gli Stati già membri della UE, e con uguale effetto paralizzante, hanno fatto intravvedere, ad esempio ma non solo, la Romania (dice che la Moldova è roba sua, non un paese indipendente) e la Germania (perché neanche solo le condizioni di apertura del mercato che le imporrebbe l’associazione la Moldova se le potrebbe  seriamente permettere.

E Likhachev ha invitato il governo moldavo a verificare, nei fatti e non a chiacchiere, a che punto è il processo di adesione dell’Ucraina – dell’Ucraina! – alla UE. Certo, ora, al vertice europeo del 27 giugno, con diversi altri richiedenti finalmente aderisce a una specie di lista di attesa (è l’aver detto di no alle condizioni economiche, l’austerità extra, collaterali, che diede la stura all’insurrezione anche ma non solo etero-fomentata contro Yanukovich) ma in condizioni anche tutte, però, soprattutto quelle finanziarie da identificare― tradotto, non rinunciano a Bruxelles a chiedere all’Ucraina – anche all’Ucraina, e perfino adesso!!! – che fine hanno fatto tante promesse e speranze comunitarie...

E, in effetti, poi, al summit del Consiglio UE del 27 giugno si discute quasi solo di due temi:

La scelta di Jean-Claude Juncker, come nuovo presidente della Commissione passa, col voto di David Cameron testardamente contrario, tanto inusuale da restare – pur essendo lui ben conscio che lo sarebbe stato – unico, isolato ed irrilevante di David Cameron e dell’unico alleato che trova, il reazionario Viktor Orbán, premier ungherese. Non sono sicuramente, i due, contro Juncker da sinistra perché, anche se con segnale di resipiscenza sulla necessità di agire più insieme, resta un liberista fottuto, uno che per anni e anni ha presieduto sul paese che in Europa più liberisticamente continua a coprire gli evasori fiscali di mezza Europa e non molla, ma solo perché anche lui ormai vorrebbe un’Europa un tantino più Europa.

Cameron, avendo sbagliato tutti i conti, ogni scommessa e previsione e sceso in campo allo sbaraglio senza aver seriamente preparato alcuna alleanza, ha dovuto collezionare a Bruxelles, a dieci Km. dalla pianura che vide la vittoria del suo connazionale Duca di Wellington e la sconfitta fatale di Napoleone, la sua Waterloo; contro di lui ha vinto Jean-Claude Juncker che potrà, se avrà il coraggio di farlo, dare una mano a rammendare gi sbreghi dell’eurozona― il compito più importante che avrà nei cinque anni dellla sua presidenza della Commissione.

Cameron, al dunque, ha perso proprio e soprattutto perché questo compito pretenderà una maggiore centralizzazione – federalizzazione, se volete – in direzione della Commissiome dei poteri oggi tutti sovranamente sparpagliati tra i singoli Stati dell’Unione― proprio il motivo per cui, al di là dei comuni valori conservatvi, Cameron rifiutava poi Jean-Claude Juncker. Perché non si tratta affatto e solo di politica e di diplomazia, ma anche e proprio di interessi economici che ormai diventano affrontabili solo a livello più sovrannazionale, europeo.

Tutti lo sanno e Cameron ha perso per questo (il ragionamento che segue, e che qui non possiamo altro che sintetizzare, lo parafrasiamo quasi di peso da un acuto commentatore del Financial Times, quotidiano finanziario di grande prestigio e qualità col quale, quasi sempre, ci troviamo pure in discordia ma che riteniamo particolarmente utile offrirvi: Financial Times, 29.6.2014, Wolfgang Münchau [economista tedesco che di rado cindivide una lettura merkeliana delle scelte economiche], An investment surge would jolt Europe back to life Un’impennata degli investimenti darebbe la scossa di cui l’Europa ha bisogno per riprendere a vivere ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e02c9154-fdf2-11e3-bd0e-00144feab7de.html#axzz368rEEFFG).

Per tutta l’Europa, Inghilterra compresa, ma soprattutto proprio per l’eurozona il compito più pressante e più acuto è ormai quello di rovesciare la caduta drammatica degli investimenti: la formazione di capitale fisso lordo – gran parte del quale consiste di investimenti di capitale dell’industria e degli affari – dalla fine del 2007 alla fine dell’anno scorso è crollata del 18% in termini reali. E’ il peso del servizio del debito accumulato da famiglie e imprese che, adesso, sta rallentando di brutto e da anni gli investimenti. E in alcuni paesi, prima di tutto da noi in Italia, lo sciopero del sistema bancario che ha smesso di far credito a chi ne ha bisogno ha ancora peggiorato le cose.

E, senza entrare qui adesso più a fondo nel merito, basti sottolineare che in contemporanea con lo stallo dell’investimento privato, s’è bloccato anche quello pubblico, qui per colpa precisa delle scelte di austerità fatte un po’ da tutti i governi. Ma, in questa stagnazione ormai tanto diffusa, anzi in quella che per molti si sta riavviando come vera e propria recessione, che può fare la Commissione? Le opzioni che ha sono, comunque, limitate. Le regole fiscali impartite dai governi e dal Trattato alla Banca centrale, interpretate generosamente, intelligentemente, consentono come ha ottenuto di far dire Renzi al Consiglio qualche “migliore flessibilità”.

Ma, a parte la irreale vaghezza di quel “migliore” – ci torniamo sopra qualche rigo più sotto, chi è che lo definisce, che ha l’ultima parola su di esso? – non è poca la flessibilità che stanno già applicando in Europa grazie alle iniziative, anche al limite forse, di Mario Draghi. Solo che, per dire, sempre nel caso italiano il problema non è neanche e al dunque il limite del deficit/PIL al 3% ma quel 135% del debito/PIL che non smette di crescere. E che non può non aumentare perché non c’è crescita, come dicono quelli che se ne intendono, del “denominatore”: cioè della ricchezza di questa nazione ch si va impoverendo costantemente, a fronte di un “numeratore”, di un debito pubblico che, invece, continua inesorabilmente a salire...

Non serve far appello al bilancio europeo che, come è noto, arriva si e no appena a un miserrimo 1% del PIL globale di tutta l’Unione: un ammontare addirittura ridicolo e, quasi tutto, poi già impegnato dai programmi esistenti. Ma, allora, che resta? La soluzione più facile sarebbe in teoria che l’Unione come tale decidesse di emettere titoli suoi – gli eurobonds – e cominciasse semplicemente a investirne il denaro, per esempio in grandi infrastrutture a dimensione proprio europea, o della portata di vere e proprie nuove reti di trsasporto e distribuzione energetica per tutto il continente, o altro ancora ovviamente.

Chiamateli, chiamiamoli, suggerisce l’autore che stiamo riportando, se volete, non eurobonds ma magari stability bonds, rendendoli così più digeribili magari a Berlino. E poi lasciamoli comprare alla BCE, guardandoci bene però dal parlare di monetizzazione del debito. Questo risolverebbe due problemi – insufficienti investimenti e inflazione eccessivamente bassa – con un solo strumento.

Si tratta, però, sembra certo di una peroposta trropo radicale per le istituzioni europee, sia per ragioni politiche che per ragioni eoaglei (pensate alla funzione di cane da guardia della lettera dei Trattati che in Gerania, gioca la Corte costituzionale tedesca – la BundesVerfassungGericht/ la BVerfG. di Kaiserslautern – e agli ostacoli che porrebbe). Ma nesuno di questi ostacoli è in grado di negare che c’è ormai la necessità di inventarsi un qualche schema capace di aumentare l’investimento e, con esso, la domanda aggregata.

E allora, forse, la risposta è in un mix di misure diverse. La Commisione, con l’apoggio indispensabile alla fine però dei governi, potrebbe autorizzare l’esenzione di alcuni tipi di investimento dalle procedure di infrazione per eccesso di deficit (la Francia...) e, ufficiosamente, continuare a tollerare, di fatto anche qualche limitato sforamento del debito finchè non ci sarà più crescita (l’Italia...). Come potrebbe proporre di aumentare i prestiti da parte della Banca europea degli investimenti.

Ma non saranno, probabilmente, neanche queste misure davvero sufficienti a ricreare la massa di investimenti e il rilancio della domanda di consumi necessari. J.-C. Juncker dovrà lavorare duro, ma forse lui, al contrario del magliaro Barroso è in grado di trovare, se ci si mette, l’autorevolezza per farlo: cioè per creare un consenso larghissimamente maggioritario a favore di maggiori investimenti alla fine pubblici nella UE e ad inventarsi qualche modo ingegnoso per finanziarli. In fondo già a Mario Draghi è bastatao convincere i cosiddetti mercati che “avrebbe fatto tutto il necessario per salvare l’euro” per salvarlo solo così, minacciandolo, e senza essere stato costretto poi a farlo.          

Ormai siamo al dunque. L’unica cosa certa è che dare ancora una volta alle banche ancora più soldi, anche se teoricamente obbligandole a rimetterli in circolazione al dettaglio, non è una risposta a quello che, ormai è chiaro anche ai ciechi, è un problema solo di insufficiente domanda agregata.

E poi c’è stata la discussione della spartizione dei posti maggiormente importanti nella nuova Commissione― tutto rimandato, però, per consenso perchè non hanno trovato l’accordo...  Potrebbe essere forse come vuole Renzi, Federica Mogherini al posto della baronessa Ashton come Alto responsabile degli Esteri? o, forse – se i posti in “quota rosa” nel consesso fossero sovrabbondanti – addirittura D’Alema che molti lì, ma non – pare – Renzi, voterebbero volentieri? lì, il baffino viene ricordato per la mediazione efficace e veloce con cui proprio da ministro degli Esteri nel 2006 riuscì a “obbligare” al ritiro Israele dal Libano).

• Accennavamo già, en passant, alla dichiarazione finale, “di principio” – si capisce, solo di principio – del vertice del Consiglio a Bruxelles, quelo che prima di aprlare di nomine avrebbe correttamente dovuto fissare gli obietivi. Ma la dichiarazione “di principio”  che ne è uscita c’era  da anni, al livello delle dichiarazioni verbali: quella di “associare la crescita alla stabilità”, ma stavolta forse arrivando – sempre verbalmente, s’intende: poi si vedrà –  dopo anni e anni di privilegio per il secondo obiettivo rispetto al primo, a rovesciare l’ordine dei due addendi...

Oddio, a rovesciare... l’ordine sì ma poi, invece di “stabilità”, pare ci abbiano messo stavolta – come un valore, si  capisce, indiscusso – il termine “flessibilità”. E bisognerà contentarsi di un qualcosa che impegna, appunto, a un “miglior uso della flessibilità”: dove poi ognuno, all’aggettivo qualificativo, darà la sua interpretazione... e se la gente il termine “flessibilità” inevitabilmente poi lo leggerà – considerata l’esperienza fattane – come “precarietà”, bè lor signori – da Merkel a Renzi, a Hollande e tuti gli altri – che ci possono fare?

Ma, in realtà, la domanda vera è che ci stanno a fare loro, se poi è questo il massimo che riescono a fare? Oddio, anche qui, poi: a dire piuttosto che a fare...

• Viene anche firmato, poi, e va registrato come un fatto nuovo questo, l’accordo iniziale – anche questo si sa di principio: poi si vedrà come e quando arriveranno anche gli effetti buoni, mentre quelli cattivi, dell’austerità in aumento sono sicuri quasi subito, invece – con Ucraina, Georgia e Moldova per l’abbattimento “a regime”, come si dice, delle barriere commerciali e per promuovere “riforme democratiche”― speriamo non come in Ucraina finora, dove proprio la questione è servita a un cambio di governo strappato con la rivolta di piazza armate e, anche, finanziata dall’estero... e che, ora, causerà le reazioni di Mosca.

L’Ucraina, per dire, se lo sogna adesso – ma lo sapeva e speriamo che lo abbia messo in conto – un  abbassamento dei prezzi del greggio importato da Mosca (New Europe/Bruxelles, 27.6.2014, D. Alexe, A closer embrace: EU signs Association Agreements with Georgia, Moldova and Ukraine― Un abbraccio più stretto: la UE firna accordi di asociazione con Georgia, Moldova e Ucraina http://www.neurope.eu/article/closer-embrace-eu-signs-association-agreements-georgia-moldova-and-ukraine).

Ai moldavi, in particolare, Alexei Likhachev raccomandava specificamente – però inutilmente –di verificare anche e anzitutto l’impegno solenne che l’Unione aveva già proclamato ma mai di fatto e in maniera anche subdola poi in realtà onorato: minore ma rivelatore. Dal 28 aprile, i moldavi dotati di passaporto biometrico, ad esempio, già godono del diritto di libero transito in tutti i paesi della cosiddetta area Schengen.

Con un motivo o con l’altro – il principale essendo che nessun passaporto biometrico mai ancora è stato rilasciato a un cittadino moldavo – è come se niente fosse avvenuto... Si tratta di un diritto non esigibile dunque e, anche quando poi qualche documento biometrico in futuro rilasciassero, verrebbero fuori le altre difficoltà che ancora bloccano spesso la libera circolazione anche di bulgari, romeni, slovacchi, ecc., tutti pure paesi a pieno titolo dell’Unione, nell’area Schengen: permessi di soggiorno, di lavoro, di studio, ecc., ecc., mai di fatto riconosciuti (RIA Novosti, 18.6.2014, Russia warns Moldova about EU integration risks La Russia avverte la Moldova dei rischi di un’integrazione alla UE http://en.ria.ru/russia/2014 0616/190557087/Russia-Warns-Moldova-About-EU-Intergation-Risks.html).

E alla Moldova la scelta sembra cominciar subito a esser fatta scontare con il blocco dei voli da  Chișinău a Mosca: una misura che nell’immediato appare di portata attentamente contenuta (Stratfor, 27.6.2014, Moldova: Flights To Moscow Cancelled Moldova:cancellati i voli con Mosca http://www.stratfor.com/ situation-report/moldova-flights-moscow-canceled#axzz35Y9tM6Ej). Ma che potrebbe preludere facilmente , per esempio, per cominciare al blocco delle esportazioni in Russia di vini moldavi―  che trovano come quasi tuti i prodotti di esportazione del paese solo lì un possibile sbocco commerciale.

La Russia ha subito chiarito, comunque, in tono tenuto volutamente basso però, per bocca di Dmitriy Peskov portavoce capo del presidente russo, che in base alle regole di diritto l’adesione di qualsiasi paese a qualsiasi alleanza o associazione è una prerogativa sovrana di quel paese e non deve sottoporsi al beneplacito di nessuno se non di chi liberamente decida di accoglierlo. Questa è, e sempre è stata spiega Peskov, la posizioen ufficiale del Cremlino ormai da decenni.

Il che non toglie, naturalmente, che la Russia come qualsiasi altro paese ha il diritto a difendersi, cambiando le regole della sua convivenza con chi fa scelte sovrane ma in qualche modo, sempre sovranamente considerate da essa nocive cambiando unilateralmente, cioè senza il suo accordo, le regole del rapporto bilaterale. Per cui, se uno aderisce alla UE e alle sue regole, esce dalla Confederazione degli Stati Indipendenti associati alla Russia e dalle condizioni di chi ci sta dentro o vi entra...

Se volete, è l’ovvio, ma è anche un chiarimento impeccabilmente spiegato in punta di diritto internazionale e delle sue regole. Per cui, per dirlo chiaro, se vogliono pagare il nostro petrolio a un prezzo inferiore a quello di mercato devono stare con noi. Ma sono liberi di non farlo, ovviamente, tenendone sempre conto.

Il presidente Putin ha spiegato più volte – ricorda Peskov – che per noi tuto dipende dal modo in cui queste scelte si trasformano in fatti, vengono ratificate ed implementate. Non sono in sé i documenti, le decisioni che anunciano, a contare ma la possibilità di impatto che hano sui nostri mercati, sul commercio, nell’economia. E, se sarà negativa, noi reagiremo nell’ambito dei niostri diritti”.

E’ una specie di preavviso condidizonato. Questi accordi di associazione sembrerebbero rappresentare e probabilmente proprio rappresentano un passo indietro per la Russia: un  supplemento, per così dire, di scioglimento di quella che era la vecchia Unione Sovietica. Non solo come struttura politica e di sicurezza internazionale ma anche come struttura di mercato continentale. Il fatto è, però, che nella realtà politica del mondo com’è – e checché ne dicano gli incubi ogni tanto ricorrenti, ad esempio, del Berlusca  (ma chi era costui?[3]) quando per un momento si scorda dell’amicizia personale e anche, magari, degli affari che da anni coltiva con Putin e ripensa al fatto che i “comunisti!!!” ancora ci sono – è da quasi venticinqu’anni invece che l’Unione Sovietica è proprio scomparsa...

Questa Russia nuova di Putin, succeduta a quelle di Eltsin, di Gorbaciov, di Breznev, di Krusciov e di Stalin, e che rispetto all’URSS è del tutto altra cosa, si mostra sagace e capace anche di imporre i propri interessi in maniera certamente più scaltra – e ragionata, anche – di come facciano di regola gli americani. E ha, adesso, adottato sulla questione un approccio cauto perché nel tempo la nuova sistemazione dell’Europa centro-orientale potrebbe anche, forse, lavorare a suo beneficio.

Del resto – ed è un fatto di straordinaria importanza – ormai l’Europa ha penetrato (volenti o nolenti anche i poteri russi di oggi e di sempre: ma con la partecipazione decisiva dei nuovi russi che votano Putin in massa e, in sostanza,  “liberamente” ma che con l’Europa vogliono stare, anche se a modo loro) la sfera d’influenza tradizionale della Russia più a fondo di quanto mai le fosse riuscito dopo la rivoluzione d’ottobre. La prima volta che Medvedev fu primo ministro e Putin presidente,  fu dichiarato l’impegno a “difendere” i confini tradizionali della sfera d’influenza dei russi.

Una promessa che non è stata mantenuta adesso con Putin presidente. Che, però, avendo “recuperato” alla Federazione russa la Crimea prima del promesso allargamento ulteriore all’est della UE, ha accontentato la sua ormai rispetto al passato ben altrimenti esigente e reattiva pubblica opinione. E ora deve continuare a far crescere l’economia russa, dando lavoro e reddito a una nuova classe media allargata.

Cui serve, può servire – adesso ci spera anche la Russia, che pure ne avrebbe fatto a meno – un allargamento non dichiaratamente ostile dei suoi vicini d’occidente verso la UE. Resta, invece, fermo da parte russa il no all’avvicinamento fisico, materiale, cercato dalla  NATO ai confini russi. Che solennemente era stato promesso mai sarebbe stato fatto a partire da Clinton di non tentare, in cambio tra l’altro del fiducioso sì russo alla riunificazione tedesca― si spiega anche così la prudenza di Berlino rispetto alle velleità revansciste di Georgia ed Ucraina, solleticate da Bush e anche da Obama. E sarà opportuno continuare a tenerlo presente (Senato della Repubblica, Servizio Affari Intenazionali/Servizio Studi, XI Legislatura, Raccolta a cura dell’IAI di contributi di Istituti di ricerca specializzati, Le relazioni della Russia con la NATO e l’Unione europea, no. 103, 11.2008 ▬ http://www.iai.it/pdf/Oss_Transatlantico /103.pdf).  

Il processo di adesione alla UE, comunque, adesso è aperto… e, nei fatti, resta complicatissimo. Prima gli accordi per entrare in forza avranno bisogno della ratifica della UE, dei suoi 28 singoli parlamenti, di quelli di Ucraina, Georgia e Moldova che cercheranno di rarificarli, essi, ora già in luglio. E alla fine anche del parlamento europeo.  Ma, e soprattutto, le condizioni di associazione che non sono state neanche di straforo discusse alle celebrazioni del 27 giugno a Bruxelles, mettono ancora e sempre in campo una serie di condizioni pesantissime di rigore e austerità che bisognerà far ingoiare a forza a questi poveri paesi già dispearatamente stremati...

●Nella regione dell’Abkazia, autoproclamatasi da anni autonoma dalla Georgia ma riconosciuta coma tale solo dalla Russia e forte del sostegno dei russi alla volontà della sua maggioranza di sottrarsi dall’ “oppressione georgiana” e dell’esito catastrofico per Tbilisi della tentata occupazione e riduzione da parte georgiana delle sue velleità separatiste con l’attacco armato clamorosamente fallito del 2008, il parlamento ha adesso rimosso, forzando anche la mano alla Costituzione – senza aspettare la condanna formale della Corte suprema, cioè, ma con un voto di 24 a zero esso del tutto costituzionale – il presidente della Repubblica, Aleksandr Z. Ankvab.

Lo scontento, manifestato da mesi in forti dimostrazioni di strada contro di lui, per l’incapacità di reprimere la dilagante corruzione e migliorare la situazione economico-finanziaria e sociale del paese, prima ha protestato ma alla fine ha rassegnato le dimissioni “per preservare la stabilità del paese”: sanando, quindi, il vulnus formale. Mosca resta, con cautela, sempre dietro l’Abkazia – come dietro l’altra regione autonoma, dell’Ossezia del Sud, nella contesa aperta con Tiblisi (New York Times, 1.6.2014, D. S. Herszenhorn, President Resigns in Georgia’s Breakaway Region of Abkhatia In Abkazia, regione scissionista della Georgia, il presidente rassegna le dimissioni http://www.nytimes.com/2014/06/02/world/europe/ president-resigns-in-georgias-breakaway-region-of-abkhazia.html).

Il 2 giugno, il presidente della Camera, e ormai presidente ad interim d’Abkazia, Valery Bganba, ha ricevuto anche le dimissioni del primo ministro, Leonid Lakerbaia e al suo posto ha designato sempre ad interim ma lasciandolo in carica il ministro delle Finanze, Vladimir Delba. Tutto il resto del gabinetto sarà confermato solo ad interim fino alle prossime elezioni presidenziali e alla formazione di un nuovo gabinetto, nel prossimo futuro (Stratfor, 2.6.2014, Georgia: Abkhaz PM resigns, too Georgia: anche il PM abkazo dà le dimissioni http://www.stratfor.com/situation-report/georgia-abkhaz-prime-minister-resigns).

●E torna a porsi, a scala minore questa volta, ma stavolta anche priva, fortunatamente, del bordo tagliente del confronto/scontro est-ovest (qui nessuno ce l’ha con la Russia: tutti, chi è all’attacco come chi è in difesa, sanno che, per la sua stessa sopravvivenza, l’Abkazia da Mosca dipende e, qui, il conflitto è sulla persona del presidente, sulla sua pretesa/reale propensione alla corruzione) il tema – relativamente nuovo in questi termini – dell’azzeramento da parte di un nocciolo duro di attivisti politici insoddisfatti ed esperti delle nuove tecnologie dei cosiddetti social networks – e nessuno sa capire realmente di che e di chi rappresentativi – delle regole della democrazia delegata.

Anche perché attraverso le loro regole non decidono neanche più la maggioranza degli elettori che scelgono di farlo ma solo gli adepti a una determinata congrega di attivisti, bloggisti o aderenti a una specifica rete, in buona sostanza per tutti... tipo per capirci i “grillini” da noi, o in Ucraina i casinisti di piazza Maidan, o in Egitto quelli di piazza Tahrir, ecc., ecc.

La lezione è chiara: lasciati fare, l’abile uso della tecnologia da parte di un quadro ristretto ma molto vociferante e vocale lo mette in grado di nullificare la volontà della maggioranza di chi ha votato o potrebbe votare, secondo le regole usuali, appunto, della democrazia rappresentativa. Meglio decidere subito, in poche ore e in pochi per alcuni attivisti e portatori di interessi specifici, con l’appello per definizione a una minoranza di piazza, piuttosto che in tanti e secondo le procedure più elaborate e garantite ma lente della democrazia consueta― l’impeachment, la messa sotto accusa di fronte agli organismi previsti, il ricorso alle urne nei tempi predeterminati e legittimi della sovranità universale di tutti i cittadini che vogliono partecipare.

Nell’epoca del cellulare e dei tablets, impazienza e attivismo si vanno combinando per asfissiare e nullificare gli istituti “lenti” della democrazia. E’ la regola che partì, istigata a modo loro da quei volponi delle ONG americane pro-democrazia finanziate da Bush e soci, per destabilizzare e cambiare i governi al potere nell’est d’Europa dopo il crollo dell’Unione sovietica ma che ormai si va estendendo a macchia d’olio a tutti i regimi, un po’ in tutto il mondo. Anche e come da noi, in occidente. 

E la domanda è, allora, se bisogna lasciare libera questa gente di dettare a tutti le regole loro. Correndo anche il rischio di buttarci tutti, alla fine, alla tailandese se volete, nelle grinfie del colonnello Buttiglione di turno...

Certo che se, poi, addirittura modificando un trattato internazionale si racconta a chi vota che è lui, ormai, nei fatti ad eleggere il nuovo presidente della Commissione europea e lui, votando, indica il candidato del PPE, Jean-Claude Juncker...

... ma capita che l’inglese Cameron mette il veto da destra – Juncker è troppo europeista – e Renzi all’inizio cincischia anche lui un po’ da sinistra, si fa per dire, fregandosene tutti del fatto che comunque il Trattato di Lisbona impone al Consiglio europeo di sceglierlo “tenendo conto – recita e non, appunto, fregandosene – del risultato delle elezioni europee”, che ha dato in ogni caso la maggioranza al partito impegnato con gli elettori a votare per lui e ...

... e, forse, ci ripensano tutti insieme designando adesso il perdente, il socialista tedesco Martin Schulz, rimangiandosi l’impegno elettorale...

... significa, che stanno, allora, cancellando una volta per tutte forse la credibilità e il senso stesso di una scelta popolare (nel senso degli elettori) europea e che, se stavolta i cittadini di tutta Europa hanno votato in pochi, immaginate la prossima!

E, allora, si fa ancora più urgente il dubbio di fondo:  ma a che serve, e a chi serve, una democrazia rappresentativa che deliberatamente, poi, si rifiuta di rappresentare chi l’ha delegata?

●Questo è stato il primo errore di Cameron, il tamarro che di mestiere fa il  premier britannico, aver del tutto schizzato quella che era stata espressa in ogni caso come la volontà popolare maggioritaria: quella europea, non quella britannica che lui rifiuta perché come disse, profetico, tanti anni fa il gen. de Gaulle è la Gran Bretagna che per la sua storia è da sempre e resta aliena all’Europa e volta verso l’America.

Il suo secondo errore è stato anche più tatticamente, a modo suo, catastrofico: s’è messo, perché in realtà come loro pensava, sentiva, a  correre dietro ai suoi eurofobi deputati di Westminster (non solo i faragisti e i conservatori ma anche non pochi laburisti: inglesi, appunto) e ai suoi euroscettici elettori scordando che per mettere insieme al Consiglio di fine giugno la minoranza di blocco di cui aveva bisogno avrebbe dovuto puntare sugli europei dell’est.

Che erano i governi più vicini a lui in una concezione di sovranità degli Stati e di ostilità sia alle maggioranze europarlamentari che alla concezione comunitaria, più federativa, della Commissione europea. E, invece, lui ha esasperato per cercare di rubare qualche voto a Farage, pare poi pure invano, il veleno antistraniero lasciato diffondere permettendo di ritrarre i migranti, specie rumeni e polacchi, nel Regno Unito come parassiti succhia welfare alle spalle degli inglesi. Giocandosi così anche la loro simpatia “ideologica” su cui, pure, era costretto a contare.

Infine ha sbagliato, Cameron, a puntare su Merkel anche qui per presunzione di solidarietà ideologica senza tener conto della complessa psiche tedesca che, da una parte, rilutta a lasciar decidere maggioranze che non la includano perché resta conservatrice come lui, ma trascurando la storia e la tradizione di una Germania che si sente e sa di essere figlia proprio di questa comunitaria come mai la sua isola orgogliosa e separa lo è stata...  

●Intanto, pare – pare... perché non viene fuori nessuna notizia ufficiale – che una visita di deputati americani al governo di Sofia, con a traino valige di quattrini sotto forma di aiuti finanziari e, forse, anche politici – ma quali? – riesca dove avevano fallito i chiacchiericci impotenti di Öttinger e dei quidam della Commissione europea.

Il primo ministro della Bulgaria, Plamen Vassilev Oresharski, dice l’8 giugno di aver sospeso (non annullato, non rinviato: solo “sospeso”, specifica, “per il momento... per discutere ancora”) i lavori sul gasdotto South Stream che, scavalcando la necessità di passare per l’Ucraina, potrebbe condurre senza minacce di interruzione da parte di Kiev il gas russo ai Balcani e all’Europa centrale via Grecia e Italia (pare che lo abbia ufficiosamente comunicato lo stesso PM bulgaro a Radio Europa Libera: v. Radio Free Europe/Radio Liberty, 8.6.2014, Bulgaria Suspends Work On South Stream Pipeline― La Bulgaria sospende il lavoro sul gasdotto South Stream http://www.rferl.org/content/bulgaria-suspends-work-on-south-stream-pipeline/ 254 14739.html).

Il gasdotto potenzialmente alternativo a quello che transita per il territorio ucraino è diventato un punto di frizione non piccolo – e ancora certo non ha cessato di esserlo: i bulgari s’erano finora dimostrati assai interessati e i russi sono sempre in grado di riportarli dalla loro parte con condizioni migliori di quelle – tutte teoriche poi che offrono gli americani e tanto più gli europei – tra russi e europei e dentro la stessa Unione, con diversi paesi membri  che, insieme alla Bulgaria appunto, nel progetto restano coinvolti: Ungheria, Grecia, Austria, Slovenia, Croazia.

E anche la Serbia che, però, ancora non è dentro la UE (Stratfor – Global Intelligence, 29.4.2014, South Stream Support Could Further Fracture the EU Il sostegno [di diversi membri] al South Stream potrebbe ulteriormente frazionare l’Unione europeahttp://www. stratfor.com/analysis/south-stream-support-could-further-fragment-eu) ma  dichiara subito di volerci  veder chiaro e, per il momento, ferma i lavori―  solo preparatori, d’altra parte, sul suo territorio...

Quanto al proprio coinvolgimento nel South Stream, il 23 giugno l’Austria, subito prima della visita di Putin a Vienna, con una solenne dichiarazione del ministro degli Esteri, Sebastian Kurz, assicura il suo continuo, e convinto, impegno “dettato da ragioni tanto economiche che politiche”, specifica, per garantire comunque direttamente, scavalcando anche alla bisogna un blocco unilaterale ucraino, l’afflusso del gas russo di cui l’Europa ha bisogno: alla faccia, dichiaratamente, delle illusioni coltivate da Bruxelles. I rapporti economici e politici dell’Austria con la Russia, sono di durata e di spessore storico che entrambe le parti intendono approfondire.

Intanto, subito, nel corso della visita, contestualmente alla firma dei protocolli per l’accordo su questo gasdotto  (Euractiv, Standart, 24.6.2014, Austria's FM voices support for South Stream― Il ministro degli Esteri dell’Austria esprime il sostegno del suo paese al South Stream www.standartnews.com), si apprende anche che la Österreichische MineralOlverwaltung d’Austria ha proposto a Gazprom di acquisirne una quota. Lo afferma il 24 giugno Gerhard Roiss, presidente della ÖMW, che di recente aveva dato all’ente petrolifero russo il diritto di costruire la parte austriaca del gasdotto South Stream, suscitando le proteste di Öttinger e della Commissione.

Dievano, che sarebbe una violazione delle regole della libera concorrenza tra imprese dell’Unione. Ed è giusto. Però, Gazprom e la Russia a quelle regole, per definizione, sfuggono: è come la General Electric o la Grumman: come per gli Stati Uniti d’America― mica fanno parte dell’Unione europea, no? sono extra-europee, appunto).

 ●C’è anche, a modo suo, un altro possente colpo di coda della faccenda South Stream, indiretto, sul governo bulgaro. Adesso, il 10 giugno, il presidente del partito socialista, Sergei Stanishev, ex premier prima di Oresharski e con lui alleato, propone di tenere subito, prima di metà luglio, elezioni politiche anticipate che a Sofia gli osservatori più indipendenti legano anche e proprio alla sospensione annunciata senza essere stata concordata con loro. Lo hanno chiesto prima di lui un altro piccolo partito della coalizione, il movimento centrista dei Diritti e delle Libertà e l’opposizione di centro-destra dei cittadini Filo-europei (GERB) che alle recenti elezioni europee ha sconfitto la coalizione di governo.

Le ultime elezioni anticipate a maggio 2013 avevano fatto cadere proprio il governo di GERB presieduto da Boyko Borisov, dopo settimane di disordini e dimostrazioni per i costi che l’austerità, cui aveva aderito dando retta a Bruxelles, aveva imposto a Sofia. Ma da allora, però, non sembra cambiato niente… Adesso è Rosen Plevlienev, presidente della Repubblica bulgara a tagliar corto, annunciando una riunione dei leaders di partito per arrivare a decidere. E decidono alla fine di votare di nuovo sulla fiducia (ABC News, 6.6.2014, Bulgarian President calls meeting to set early election date― Il presidente bulgaro convoca un vertice per decidere una prossima data per le elezioni http://abcnews.go.com/ International/wireStory/bulgaria-socialist-leader-calls-snap-poll-24068504).

●Alla fine il 13 giugno il parlamento vota e respinge con una maggioranza composita e trovata in loco, non concordata preventivamente, la quinta mozione consecutiva di sfiducia nei confronti del governo presentata dalla formazione filo-europeista del GERB. E si passa a due misure urgenti, che il parlamento stesso sottrae adesso alle competenze decisionali del governo quasi di forza, pur lasciandolo in piedi, sul futuro del progetto South Stream (che a questo punto, sulla spinta anche austriaca, potrebbe anche qui sbloccarsi) e su una proposta di referendum del sistema elettorale stesso (Stratfor, 13.6.2014, Bulgaria: Lawmakers Turn Down No-Confidence Motion In Bulgaria i legislatori respingono la mozione di sfiducia http://www.stratfor.com/situation-report/bulgaria-lawmakers-turn-down-no-confi dence-motion).

●Il Partito democratico del Kosovo/PDK, che fa capo al primo ministro Hashim Thaci, ha vinto le elezioni politiche dell’8 giugno col 31,2% dei suffragi contro il 26,3% riportato dal partito principale di opposizione, la Lega democratica del Kosovo/LDK. C’è stata, stavolta e per la prima volta, anche una buona partecipazione della popolazione serba anche se con una presenza globale modesta, il 43% dell’elettorato, alle urne.

La situazione politica così non cambia molto ma il modo stavolta generalmente giudicato accettabile da tutti in cui la campagna elettorale è stata condotta e la partecipazione al voto anche di cittadini di etnia serba, sembrano segnali significativi dei progressi che Serbia e Kosovo hanno fatto nell’implementazione dell’accordo raggiunto dai due governi ad aprile 2013 (Il Gazzettino, 9.6.2014, Kosovo: vince partito Thaci col 31% http://www.ilgazzettino.it/flashnews/ kosovo_voto_99_schede_vince_partito_ thaci_con_il_30_6-3916.shtml; e il manifesto, 8.6.2014, T. Di Francesco, Il buco nero d’Europa: alle elezioni anticipate https://ilmanifesto.info/login).     

STATI UNITI

Le eccezioni dell’eccezionalismo americano per il Medioriente   (vignetta)

Noi stiamo sempre dalla parte della libertà in Medioriente*

  

* sempre se la cosa:  non dia fastidio a Israele  – non faccia male alle compagnie petrolifere  – se il dittatore di

   turno ci piace  – se lo abbiamo designato noi  – se la rivoluzione fallisce – se venissero mai eletti i radicali

Fonte: [http://zcomm.org/wp-content/uploads/2014/06/herman2-300x245.jpg] 

 

●Sul piano interno, il dato di maggio sulla disoccupazione, immutato, al 6,3% ufficiale, vede comunque aggiungere 217.000 nuovi occupati al totale. A cinque anni dalla proclamazione della fine della Grande recessione, l’economia sembra aver finalmente recuperato i milioni di posti di lavoro persi durante la contrazione.

Ma, avvisa guardando un po’ meglio dentro i dati ufficiali, l’istituto di ricerca EPI di Washington, da allora la crescita della popolazione americana è stata quasi del 7%: ci sarebbero voluti altri 7 milioni fi posti in più solo per coprire quella crescita.

Sottolinea l’analisi di questo eccellente strumento di ricerca che “sul mercato del lavoro di oggi  il tasso ufficiale di disoccupazione sottovaluta drasticamente la debolezza delle opportunità concrete di lavoro offerte, a causa dell’esistenza di un vasto buco nero formato da lavoratori che non ci sono― lavoratori potenziali che, a causa di un’offerta debole di lavoro, non sono occupati ma neanche cercano più attivamente il lavoro”.

L’economia qui riprende percentualmente meglio e più rapidamente di quanto faccia in Europa. Ma resta il fatto che gran parte dei nuovi lavori – come da noi e prima che da noi – sono in quel tipo di industrie e servizi che compensano peggio, anche molto peggio e molto a lungo i dipendenti, in salario e condizioni di lavoro. Ma al solito, è un quadro complesso e contraddittorio, non tutto nero, dell’America che lavora: maggio è il quarto mese di seguito che aggiunge più di 200.000 posti di lavoro al totale, anche se è appena stato reso noto che l’economia del primo trimestre è stata, nella realtà ora corretta, ben inferiore per crescita a quanto previsto.

Anche se va peggio la partecipazione della gente al mercato del lavoro e restano largamente depressi salari e condizioni di lavoro (New York Times, 6.6.2014, Nelson D. Schwartz, U.S. Added 217,000 Jobs in May; Unemployment Rate Remains 6.3%― Gli USA hanno aggiunto 217.000 posti in maggio, col dato della disoccupazione che resta stabilehttp://www.nytimes. com/2014/06/07/business/labor-department-releases-jobs-data-for-may.html); e U.S. Bureau of Labor Statistics/BLS (dipartimento di Stato), 6.6.2014, USDL-14-0987, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news. release/empsit.nr0.htm; e, ancora, Economic Policy Institute/EPI, 6.6.2014, Missing Workers: The Missing Part of the Unemployment Story I lavoratori scomparsi: la parte mancante della storia della disoccupazione http://www.epi.org/ publication/missing-workers).

E nel paese si riaccende il dibattito classico e finora vinto in sostanza sempre dalla destra, grazie al frollocchismo di un elettorato che si va impoverendo drammaticamente rispetto ai più ricchi – ma spera sempre, stupidamente alla fine, che per lui e i suoi scatti alla fine l’eccezione del sogno americano e a impoverirsi magari restino solo gli altri.

●Dibattito ora rilanciato anche dall’inchiesta annuale che, da mandato, conduce anche per l’economia americana, il Fondo Monetario Internazionale rivedendo al ribasso la crescita dell’economia degli Stati Uniti: non più, dice ora, del 2% (in calo rispetto alla stima precedente dello 0,8%) per problemi che perdurano dovuti alla durezza climatica dell’inverno passato, al fiato pesante del settore edilizio e alla debolezza della domanda estera per prodotti e servizi americani (Guardian, 16.6.2014. D. Rush, IMF slashes estimate for US economic growth in 2014― Il FMI taglia la stima di crescita dell’economia USA per il 2014 http://www.theguardian.com/ business/2014/jun/16/imf-slashes-us-economy-growth-2014).

Il direttore del Fondo, Christine Lagarde, schierandosi nettamente nel dibattito che da mesi infierisce in questo paese tra democratici e repubblicani dalla parte dei primi e conclude, sintetizzando, di come “il FMI resti convinto che un aumento del salario minimo per legge darebbe un’utile spinta ai consumi e all’economia specie se accompagnato da sgravi fiscali mirati ad aiutare i bassi salari”. Beccandosi come per riflesso condizionato l’accusa di tutti i reazionari e i conservatori che questa è una posizione irresponsabile, keynesiana e pure – dicono – statalista, quasi “comunista”...

Il fatto, sottolinea Lagarde, è che di per sé non basta la crescita – che comunque non è sfavillante –, che il salario minimo contrattuale di fatto sale del minimo tra i 34 paesi dell’OCSE, i disoccupati di lungo periodo restano a maggio a ben 3.400.000 unità e il tasso di partecipazione alla forza lavoro resta fiacco con una accentuazione continua  e 50 milioni di salariati che restano, pur con un lavoro a disposizione al di sotto del tasso ufficiale di povertà (IMF, 16.6.2014, 2014 Article IV Consultation with the United States of America – Concluding Statement of the IMF Mission― Dichiarazione conclusiva della missione del FMI - Sulle consultazioni condotte con l’amministrazione negli USA in base all’art. IV dello Statutohttp://www.imf.org/external/ np/ms/2014/061614.htm).

●Poi – conferma l’Ufficio federale di analisi economica, organo ufficiale del Tesoro ameericano – nella realtà e non solo più sulla base previsionale della prima e della seconda stima, per definizione ancora sempre arronzata, nei fatti cioè, l’economia americana è andata seccamente, e di nuovo, in recessione (non tecnica, ancora: ci vogliono due trimestri consecutivi di calo per andarci) perché i primi tre mesi dell’anno nella stima uficiale e definitiva segnano un -2,9% di crescita rispetto ai tre precedenti: cioè, di perdita di crescita.

E si tratta della contrazione maggiore dal primo trimestre dal 2009, ben cinque anni fa. E’ stato anche, spiegano o cercano di spiegare, l’effetto di un inveno particolarmente crudo che ha depresso spesa e investimenti e di esso hanno molto sofferto specie le esportazioni. Anche il calcolo dei profitti dello stesso trimestre ne segna il calo secco, al netto delle tasse, di 226 miliardi di $ rispetto all’aumento del 33,8% del precedente, l’ultimo del 2013 (The Economist, 27.6.2014, Bureau of Economic Analysis, 25.6.2014, 1: National Income and Product Accounts Gross Domestic Product: First Quarter 2014 (Third Estimate)― Conti economici del reddito e del prodotto, PIL: primo trimestre 2014, 3a stima―― 2: Corporate Profits: First Quarter 2014 (Revised Net Totals Estimate) Profitti di impresa: primo trimestre 2014 (prima stima rivista del totale, al netto di tasse) ▬ http://www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/2014/gdp 1q14_3rd.htm).  

●Un aumento del 16% nell’import dalla Cina in America ha spinto il deficit commerciale statunitense di aprile a 47 miliardi di $: il buco maggiore in soli trenta giorni da due anni a questa parte. Le importazioni sono cresciute nel periodo a 240,6 miliardi di $, soprattutto per l’acquisto di auto e di telefoni cellulari (The Economist, 6.6.2014).

●Su un altro fronte, nodale, dello sviluppo e delle scelte dell’economia, Barak Obama ha lanciato una proposta di largo respiro (un’altra, però..., l’ennesima: e questo è il problema― non avrà mica gli effetti di tutte le altre, al dunque tutte senza denti e quasi zero spaccato?) per tagliare le emissioni di gas serra, di anidride carbonica, dalle ciminiere delle industrie americane. Lo scopo è quello di ridurre quei gas del 30% entro il 2030, al livello del 2005, con ogni singolo Stato dell’Unione che dovrebbe decidere da sé come raggiungere l’obiettivo.

E di dare un esempio, come anche dice, forse un po’ presuntuosamente, al mondo, a cominciare da chi ormai, la Cina, è il massimo consumatore di combustibili fossili...  anche se non è certo il più ingordo pro-capite: il record è senza concorrenza in mano proprio agli Stati Uniti.

●In totale, le esportazioni cinesi sono aumentate a maggio del 7%, con una riduzione nel mese dell’import dell’1,6% secondo i dati dell’Ufficio centrale delle Dogane resi pubblici l’8 giugno. In aprile, le esportazioni erano aumentate invece solo di uno 0,9%.

Il tasso di crescita della Cina era calato di uno 0,1% nel primo trimestre del 2014, rispetto all’ultimo del 2013: ma attestandosi, comunque, a un +7,4% (Washington Post, 8.6.2014, (A.P.), Chinese exports rise 7 percent, imports slip―Le esportazioni cinesi crescono del 7%, le importazioni calano http://www.washingtonpost.com/ world/asia_pacific/chinese-exports-rise-7-percent-imports-slip/2014/06/08/22635a8e-eee0-11e3-97bc-e7a91fcf52 ce_story.html).

● Chi è che davvero al mondo si ingozza di più di combustibili fossili?   (grafico)

Uso pro-capite di energia (in Kg di equivalente petrolio)

Fonte: Banca mondiale (2011): Energy use/kgs. oil equivalent per capita― Uso di equivalente/petrolio per kg. Pro-capite http://data.worldbank .org/indicator/EG.USE.PCAP.KG.OE

Come era prevedibile, si sono levati subito altissimi i lamenti dell’industria del carbone americana che prevede una gran brutta mazzata e scatenerà una furibonda sfida sul piano legale contro la misura annunciata (The Economist, 6.6.2014, Climate policy and the future of coal – Obama’s green gamble La politica ambientale e il futuro del carbone – La scommessa verde di Obama http://www.economist.com/news/united-states/21603482-presidents-new-climate-rule-will-change-america-he-hopes-it-will-change-china-and).L

●Sempre in tema energetico, l’America ha anche deciso di imporre alte tariffe sull’importazioni di pannelli solari cinesi al posto di quelle già esistenti ma che i fabbricanti cinesi erano riusciti a annullare facendoli fabbricare a Taiwan e poi assemblare in Cina. L’industria americana si era lamentata per anni degli alti sussidi di Stato che ricevevano i suoi concorrenti cinesi e, adesso, applaude.

Ma – a parte che la Cina ha fatto ricorso all’OMC chiedendo sensatamente perché i loro si chiamino sussidi e, secondo le regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, sono vietati; e l’abbattimento di imposte degli americani sulla fabbricazione dei loro prodotti in ogni settore di cui vogliono aiutare l’export (per dire, i cacciabombardieri F-35) sia invece considerato legale – in America si levano subito ora le proteste di chi i pannelli solari più a buon mercato cinesi li importa e li vende aumentandone di molto la diffusione, di sicuro a vantaggio dei consumatori e dell’ambiente con la produzione locale di energia solare rispetto a quella delle altre fonti energetiche: aumentata, nel solo 2013 sul 2012, di ben il 41% (The Economist, 6.6.2014).

●Gli americani – dicono – non trattano mai coi terroristi... meno quando decidono di farlo― come qualsiasi altro governo, ovviamente. A partire da quando per primo lo fece Ronald Reagan, trattando direttamente, lui e i suoi, con Khomeini per liberare i 52 ostaggi dell’ambasciata americana a Tehran presi nel 1979 e tenuti ostaggi per 444 giorni: ritardandone con successo la liberazione e  deliberatamente impedendo di farlo a Carter, facendogli anche così perdere le elezioni presidenziali del novembre 1980.

Ma, appunto, trattandone proprio lui con i suoi (ricordate l’Irangate?, lo scandalo del col. Oliver North?) la liberazione, poi avvenuta guarda caso proprio il giorno dell’inaugurazione di Reagan― anche se adesso i repubblicani fanno naturalmente finta di essersene scordati... e dicono che non si doveva mai trattare coi terroristi. Quando, capita perfino agli israeliani di farlo con quelli che definiscono i terroristi di Hamas e, magari, qualcuno anche peggio... (New York Times, 2.6.2014, Brian Knowlton, Administration Defends, GOP Attack, Swap with Taliban to Free U.S. Soldier L’amminisrazione difende, e i repubblicani [ipocriti ma secondo copione] attaccano lo scambio coi talebani per liberare il soldato americano prigioniero http://www.nytimes.com/2014/06/02/us/politics/bowe-bergdahl.html?_r=0).

Anche se poi si viene adesso a scoprire, a livello almeno di opinione pubblica – politica, servizi segreti e selezionati organi di stampa sapevano tutti e tutto da tempo – che era davvero uno strano prigioniero di guerra, questo giovane Bowe Bergdal... Il 30 giugno del 2009 – quando aveva 22 anni –praticamente senza arma alcuna, e senza neanche indossare un giubbotto antiproiettile, scomparve dalla tenda che lo ospitava in un remoto avamposto ai confini col Pakistan nella provincia afgana di Paktika. Ma lasciandosi dietro un biglietto in cui spiegava come e qualmente fosse ormai totalmente deluso dalla missione afgana, convinto che l’America stesse sbagliando tutto, deciso a non condividerne più responsabilità e crimini e se ne stesse andando via per ricostruirsi una “vita nuova.

Ma è proprio adesso, quando in Afganistan gli americani cominciano a ritirarsi in un prolungato processo che durerà però ancora almeno due anni, hanno deciso di dare il via allo scambio, negoziato per mesi, tra l’unico loro prigioniero di guerra in mano ai talebani afgani – al cosiddetto gruppo Hakkani nell’area tribale della Frontiera col Pakistan a nord-ovest del paese –e i cinque più eminenti tra i 149 prigionieri di guerra – che tengono incarcerati a Guantánamo ma che come tali essi però non riconoscono― solo 12 di loro afgani e nessuno mai sottoposto a processo (New York Times, 2.6.2014,   e  Bowe Bergdahl’s Vanishing Before Capture Angered His Unit― La scomparsa di Bowe Bergdahl prima della cattura ha mandato in collera la sua unità http://www.nytimes.com/2014/06/03/ us/us-soldier-srgt-bowe-bergdahl-of-idaho-pow-vanished-angered-his-unit.ht ml?_r=0)

Cinque di loro – riconosciuti da essi stessi di gran lunga come i più importanti tra i dodici afgani e probabilmente tra tutti i loro centocinquanta prigionieri –

• Mohammad Nabi Omari (descritto nei documenti pubblicati da Wikileaks due anni fa come “uno dei maggiori leaders talebani detenuti” con legami operativi forti a molti altri gruppi di milizie ribelli, compresa la stessa al-Qaeda;

• il mullah Norullah Noori “considerato uno dei più importanti tra gli esponenti catturati dei talebani”;

• il mullah Mohamed Fazl, già vice ministro della Difesa del governo dei talebani fino al 2001, all’invasione americana, e che gli americani considerano responsabile massimo dell’uccisione di migliaia di sci’iti afgani;

• Abdul Haq Wasiq, già alla punta del sistema di intelligence dei talebani;

• e Khirullah Said Wali Khairkhwa, già ministro degli Interni, governatore provinciale e membro della dirigenza massima dell’Afganistan talebano... alla fine sono quelli scambiati e che, adesso, a un giorno dalla liberazione di Bergdahl, sono stati subito rilasciati da Guantánamo, trasportati e, di fatto, liberati in Qatar.

Come scambio, non c’è che dire: conveniente― per il sergente Bergdahl, non c’è dubbio... Adesso la conclusione comunque è chiara: non “scomparve”, se ne andò. Come dice alla stampa il suo ex compagno José Baggett – solo uno di molti, poi – “nessuno sa se è passato dall’altra parte, se è un traditore, se è stato rapito. Quel che so è che era di sentinella e che era lì per proteggerci e che decise di mollare l’America facendo quel che voleva(CNN, 3.6.2014, J. Tapper, Fellow soldiers call Bowe Bergdahl a deserter, not a hero― I compagni di Bowe Bergdahl al fronte lo chiamano disertore e non eroe http://edition.cnn.com/2014/06/01/us/bergdahl-deserter-or-hero). E ricorda poi, Baggett, che tra le montagne di Praktika, ben sei soldati americani, per cercarlo, ci rimisero nei giorni seguenti la vita...

E lo sapevano tutti, gli addetti ai lavori, come del resto i tanti soldati compagni di Bergdahl... Insomma, un altro disastro di PR, un’altra gestione fatta coi piedi, non certo col cervello e neanche appena e solo con un po’ di buon senso, dei rapporti della Casa Bianca col pubblico... Compresa la decisione dei menestrelli incaricati – nessuno dei quali, comunque, risulta licenziato in tronco almeno per incompetenza – di farci mettere, come se fosse un trionfo, la faccia stessa del presidente...  

In ogni caso, sbagliando il modo, i tempi, quasi tutto, la decisione di fare lo scambio secondo noi è stata giusta. Forse, a questo punto, è “convenuto” a tutti davvero riportarsi a casa un ragazzo sbalestrato e “fatto”, ormai, dal una guerra che non capiva, che aveva voluto infantilmente provare a condividere però, che poi gli aveva fato ribrezzo fino a provare a mollarla, che infine lo aveva semi-convinto a cambiare di squadra, forse, e alla fine lo aveva totalmente confuso...

Ma – come ha chiesto, sommessamente però direttamente e senza ipocrite diplomazie, la madre del soldatino americano, la signora Jani Bergdahl al presidente Obama alla Casa Bianca, la domanda è: visto che – alla fine, poi lo avete fatto – non potevate farlo subito, cinque anni fa o magari quattro, tre, quando avete scoperto che era prigioniero, lo scambio?

Forse questo, alla fine, è davvero il modo più consono – non certo il migliore – per una guerra incasinata, sconclusionata e senza un finale pulito: accompagnato dal monito che nel video dello scambio trasmesso dai talebani – dai talebani, non dagli americani: viva la trasparenza! – (BBC News, 4.6.2014, Bowe Bergdahl: Video shows US soldier handover― Il video [che per bocca del presentatore americano,  non rinuncia poi a lamentarsi della bravura professionale, di PR, di questi “rozzi talebani”― che così bene e chiaro fanno passare il loro messaggio] mostra la consegna del soldato americano http://www.bbc.com/news/world-asia-27692636) dice uno dei guerriglieri all’americanino che sale sull’elicottero per andarsene via: “e, adesso, non tornarci più in Afganistan, eh!”― perché adesso capite tutti, no?, come va a finire?

Ancora più esplicita diventa la cosa, alla fine e poi, nel titolo stesso del NYT (4.6.2014, M. Rosenberg, On Taliban Video, a Message as Soldier Is Released: Don’t Come Back Sul video dei talebani,il messaggio chiaro al rilascio del soldato: non tornate più http://www.nytimes.com/2014/06/05/world/asia/taliban-video-shows-handover-of-us-soldier.html).

●Quasi a sorpresa si inserisce adesso nel dibattito un nuovo e vecchio[4] tema a sottolineare come, però, nel passato antico come recente – sempre – grandi  progressi dell’economia sono stati dovuti proprio alla guerra, alle guerre: che hanno distrutto ma anche poi per forza ricostruito e rinnovato infrastrutture e modelli economici. L’argomento centrale è esplicito e sintetizza il tema già nel titolo, con efficacia, il NYT: il fatto è che “la mancanza di grandi guerre – come le due ultime, quelle che a ragione chiamiamo “mondiali” del ventesimo secolo – potrebbe star facendo male alla crescita delle economie(New York Times, 13.6.2014, Tyler Cowens, [economista alla George Mason University di Washington, D.C., istituto pubblico di istruzione superiore nato una quarantina di anni fa e specializzato, anche con alcuni Nobel a suo vanto, in studi economici e high tech], The Lack of Major Wars May Be Hurting Economic Growth― ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/14/upshot/the-lack-of-major-wars-may-be-hurting-economic-growth. html? hp&_r=0#).    

E argomenta così il nodo centrale del suo ragionamento: “Può anche sembrare ripugnante, sicuro, trovare così  un lato positivo alla guerra, ma un’occhiata alla nostra storia suggerisce che non si può scartare l’idea troppo semplicemente. Innovazioni fondamentali come l’energia nucleare, il computer, l’aviazione moderna, sono state mosse e spinte tutte da un governo americano voglioso di sconfiggere le potenze dell’Asse e, poi, di vincere la guerra fredda. La rete stesa, Internet, venne inizialmente concepita e disegnata per aiutare il paese a sopravvivere all’impatto di uno scambio nucleare e Silicon Valley ha cominciato coi soldi di contrati militari e non certo col tipo di start-ups dei social media di oggi. Il lancio sovietico del satellite Sputnik ha stimolato l’interesse dell’America alla scienza e alla tecnologia – a spese dello Stato e non delle imprese private – che poi tanto hanno portato benefici all’ulteriore crescita dell’economia”.

E’ così. E’ tutto vero. Ma basta un momento di riflessione a dare a questa storia un altro tipo almeno parzialmente diverso di  lettura politica. Qui in America in primo luogo, ma anche da noi, il sostegno alla ricerca sponsorizzata da fondi pubblici, compresa la ricerca militare, è sempre venuto più dalla sinistra che dalla destra. Che, invece, ha sempre preferito riservare il suo sostegno proprio e quasi solo alla ricerca con ricadute immediate in campo militare.

Fu Krugman a suggerire qualche mese fa (scherzando, ma non troppo) che forse c’è bisogno, per convincere l’opinione pubblica a spingere i decisori politici a investire in ricerca e sviluppo per far riprendere davvero l’economia, di farle credere che siamo di fronte a un nemico alieno che venga dallo spazio, un marziano. Krugman pensava così di riuscire e promuovere uno stimolo economico di domanda, keynesiano, tradizionale. Ma così si potrebbe anche, forse, riuscire a promuovere un’agenda ambiziosa, inventiva, di investimenti pubblici capace di farci entrare nella prossima ondata di grande nuova tecnologia, di cui abbiamo bisogno per riprenderci, per salvare lo sviluppo e, insieme per renderlo vasto, profondo e sostenibile.

●Sempre qui, in Afganistan, il candidato forte, Abdullah Abdullah, che aveva  vinto il primo round delle presidenziali fiducioso di passare anche al ballottaggio, è sopravvissuto, intanto, a un attentato mirato di due “martiri” suicidi dinamitardi che ha fatto dodici morti, comprese parecchie sue guardie del corpo, ma lo ha lasciato illeso (Guardian, 6.6.2014, E. Graham-Harrison, Afghan presidential election candidate survives assassination attempt Il candidato [favorito] alle elezioni presidenziali afgane sopravvive a un tentativo di assassinarlo http://www.theguardian.com/world/2014/jun/06/afghan-presidential-election-candidate-sur vives-assassination-attempt-kabul).

I servizi segreti di Kabul hanno subito imputato l’agguato ai Lashkar-e-Taiba, un gruppo di talebani afgani da sempre sostenuto dai servizi segreti militari del Pakistan. Di fatto, qui i più – compresi gli uomini della CIA sempre presenti nel paese anche se ormai a qualche disagio presso il governo Karzai – scommettono sul fatto che un governo guidato da Abdullah Abdullah avrebbe rapporti molto tesi col regime pakistano, e soprattutto coi suoi militari. Non fosse altro perché lui non è di etnia esclusivamente pashtun ma, per così dire, mista (pashtun e tajika).

E rappresenterebbe, quindi, tribù e interessi non proprio identici a quelli in cui si identifica l’etnia dominante sia in Pakistan che in Afganistan: dall’una e dall’altra parte della frontiera tracciata e imposta sulle montagne più di un secolo fa dai britannici è largamente la popolazione pashtun, seguita da urdu e baluchi ma che stavolta alle urne non sono riusciti a far passare uno dei loro.

Malgrado questo segnale, che aveva fatto pensare davvero al peggio, il secondo round del voto, il 14  giugno, ha portato come del resto il primo livello di violenza armata inferiore a quelli temuti il capo degli osservatori, tutto sommato, ben predisposti della Unione europea, Thijs Berman, a certificare subito, ma anche prematuramente, che si è trattato di “una giornata elettorale tranquilla anche se vissuta con vigilanza”.

I risultati definitivi saranno resi noti solo il 2 luglio ma subito, e ancor prima della chiusura dei seggi, Abdullah Abdullah denuncia, con pezze d’appoggio credibili (video, registrazioni di telefonate, ecc.), brogli a ripetizione organizzati a favorire il candidato più debole ma più comodo per la presidenza ancora al potere, l’ex economista della Banca mondiale, Ashraf Ghani – che è, comunque, un pashtun –; o addirittura, sospettano, per consentire nel caos a Karzai di posticipare con questa scusa la sua dipartita politica (New York Times, 16.6.2014, M e A Abdullah Campaign Alleges Widespread Election Fraud and Points at Karzai― La campag na di Abdullah denuncia brogli diffusi alle urne e punta il dito contro Karzaihttp://www.nyt imes.com/2014/06/17/world/asia/abdullah-abdullah-campaign-in-afghanistan-alleges-widespread-election-fraud-and-points-at-karzai.html).

●Intanto, la commissione elettorale afgana il 21 giugno, nel mezzo di denunce, proteste e arresti ha deciso di ritardare la diffusione ufficiale dei risultati dell’elezione presidenziale. Ha detto il presidente della Commissione che ormai sono stati contati l’80% dei voti. Il 19, il candidato che era uscito in vantaggio al primo turno, Abdullah Abdullah, ha denunciato l’agire della Commissione come illegale e il fatto che ogni sua decisione sarà considerata tale e non accettata dal popolo afgano (Agenzia Xinhua, 21.6.2014, Afghan election commision postpones announcing election results―.La commissione elettorale afgana pospone l’annuncio dei risultati parziali delle elezioni http://news.xinhuanet.com/english/ world/2014-06/21/c_133426060.htm).

E, a rendere ancor più grottesca la faccenda il segretario generale della Commissione elettorale – uomo di Karzai che preferirebbe vedersi Ghani come successore formale, perché creduto più malleabile di Abdullah e comunque un pashtun anche lui, tal Zia ul-Haq Amarkhai, colto con le mani nel sacco – l’hanno addirittura filmato – a far riempire di schede pre-votate le urne, è costretto a dimettersi e un risultato ufficiale credibile sembra davvero irreale. Se ne esce probabilmente solo con un accordo diretto e magari anche segreto tra i due contendenti (NightWatch, 23.6.2014, Afghan elections contended results― I risultati contesi delle elezioni afgane http://www.kforcegov.com/Services/IS/Night Watch/NightWatch_1400 0134.aspx). Sembra anche, però, che la coalizione di Abdullah sia come rassegnata alla proclamazione di un risultato che dà, ormai, per irrimediabilmente compromesso e truccato. ... 

●Nel vicino Kirghizistan, gli Stati Uniti hanno restituito al governo locale la base e il centro di lcontrollo aereo di Manas, vicino alla capitale Bishkek. Tutti i militari americani saranno evacuati entro una settimana, annuncia l’ambasciata il 3 giugno. Dal 2001, quando venne aperta agli americani per supportarne la guerra in Afganistan, la base kirghiza aveva visto transitare il 98% dei militari statunitensi coinvolti nell’operazione afgana, oltre 5 milioni e 300 mila GI’s. Il contratto d’affitto originale scade ora a fine giugno e il governo kirghizo ne ha rifiutato il rinnovo, dopo che i russi hanno promesso a Bishkek aiuti militari e energetici per circa 1 miliardo di dollari.

Il Kirghizistan, d’altra parte aderisce alla cosiddetta Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), strumento di difesa in realtà molto lasco creato nel 1992 e guidato da Mosca (al momento ne sono membri Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan e sono usciti Azerbaigian, Georgia e Uzbekistan) e Mosca ha in loco una sua base aerea, a Kant, a 30 km. da Manas. Uno degli effetti secondari, utile a molti, del calendario pubblicamente annunciato del ritiro americano dall’Afganistan è stato quello di aver lasciato un ampio lasso di tempo ai paesi terzi che nella regione – compresi i russi che hanno consentito il transito ai trasporti americani nel loro spazio aereo – hanno nei fatti e senza alcun chiasso prima sostenuto la guerra degli USA e poi stanno adesso accomodandosi all’idea della loro partenza.

Quanto alla Russia sta provvedendo a riconsolidare la sua tradizionale sfera di influenza anche qui, nell’Asia centrale, provando ancora una volta che alla fine dovunque, in Asia, come in America e come in Europa – a trionfare sarà sempre la geografia vicina rispetto alla cronaca e alla storia delle ambizioni egemoniche più lontane (Wikipedia, 5.6.20134, Transit Center at Manas air base http://en. wikipedia.org/wiki/Transit_Center_at_Manas).

●In Pakistan, gli scontri tra forze regolari e TPP nel distretto tribale di Bajur nella provincia di Kunar dei territori del nord-ovest si vanno estendendo a macchia d’olio, a fine maggio, anche al di là del confine afgano, qui come sempre mai considerato dalle popolazioni locali altro che una riga tracciata su qualche carta geografica dall’effimera conquista britannica nel 1893 (la tracciò Sir Mortimer Durand e venne d imposta all’emiro afgano Abdur Rahman Khan come confine con l’impero britannico in India di cui allora il Pakistan era parte integrante). Al un posto di confine di Nao Top (Voice of America, 31.5.2014, Sharon Benh, Taliban-Pakistan clashes spill over into Afghanistan Gli scontri armati tra talebani autoctoni e Pakistan arrivano anche in Afghanistan http://www.aopnews.com/today.html).

150-200 militanti pakistani hanno traversato il confine con l’Afganistan prima dell’alba e ingaggiato uno scontro a fuoco che ha lasciato sul campo almeno 4 vittime civili e altresì 10 feriti. Lo ha reso noto il governatore di Kunar, Shuja ul-Mulk Jalala, parlando di elicotteri d’attacco afgani inviati a respingere l’aggressione, mentre il ministro della Difesa, gen. Bismillah Khan Mohammadi, ha confermato – ma i militari pakistani hanno subito negato, dicendo di essersi limitati solo a difendersi – che l’esercito afgano stava solo reagendo all’appoggio pak ai loro talebani sconfinati bombardando il territorio afgano― nodo di tensione perenne fra i due paesi.

Sottoposta com’è ormai a attacchi duri dell’insorgenza talebana interna del TPP, Islamabad non appoggia più tanto apertamente i talebani afgani nascondendo il sasso nella mano per  destabilizzare il paese vicino.

●Intanto, sono ripresi gli attacchi sempre del TTP sia a Islamabad che a Karachi. Il più eclatante è stato l’assalto all’aeroporto internazionale di Karachi, la capitale commerciale e economica del paese, rivendicato proprio dai talebani pakistani che ha fatto 29 morti inclusi alla fine tutti e dieci gli assalitori e che ha ferito almeno altri 14 astanti. La maggior parte dei morti erano dello staff della sicurezza e dei servizi aeroportuali. Il terminal, che era quello dei voli ufficiali, di Stato e privati e non quello dei voli di linea, è stato chiuso con l’evacuazione totale durante quella che è stata una campagna campale durata per ore.

Secondo diversi osservatori è la frammentazione stessa che sta minando i TTP, con l’apertura politica del governo Sharif al tentativo di instaurare con alcuni dei loro colloqui se non proprio di pace almeno di tregua a spingerne alcune frange importanti a dimostrare la forza della loro persistente minaccia. Il che significa aspettarsene, ora, una recrudescenza, anche sensazionale. E, anche qui, un portavoce delle unità di élite dei rangers, che dipendono direttamente dal ministero degli Interni a Islamabad, ha dichiarato che “armi e munizioni indiane” sono state trovate addosso agli assalitori: dichiarazione che non ha trovato, però, alcun’altra indicazione a sostegno.

Un secondo attacco è stato condotto nell’ovest del Baluchistan, quasi al confine iraniano. Due alberghi che ospitavano 300 pellegrini sci’iti di ritorno in Iran ha fatto strage di 23 di loro. Il terzo “incidente”, quasi contemporaneo e sempre in Baluchistan, ha visto forze paramilitari pakistane eliminare dieci insorti dell’Armata repubblicana balucha (BRA), seguita a un’operazione che ha liquidato un’altra trentina di insorti e aveva attaccato gasdotti e infrastrutture nella regione.

L’insieme di questi “incidenti” ha mostrato la diversità, la dispersione territoriale, la gravità delle minacce interne alla sicurezza del Pakistan. L’attacco a Karachi per serietà e peso, quantità e qualità della distruzione di infrastrutture condotta a termine, è forse paragonabile solo a un analogo evento del 2011 contro la base della marina pakistana di Mehran, nelle vicinanze di Karachi, sul Golfo di Oman.

Ormai, il processo di cauto avvicinamento e dialogo messo in moto a febbraio dal nuovo governo di Nawaz Sharif si va disintegrando. I militanti del TPP si sono scissi in almeno due grandi fazioni in parte proprio sul merito di questa iniziativa. L’esercito non è stato a guardare, rinnovando anzi a fine maggio una campagna vera e propria di attacchi aerei nel Nord Waziristan contro alcune delle  formazioni militanti più ostili ai colloqui.

Che hanno nel contempo reagito anche conducendo a inizio giugno un attacco con diversi morti a un complesso militare di installazioni di alta sicurezza elettronica nelle vicinanze di Rawalpindi, la sede del comando centrale delle Forze armate (New York Times, 9.6.2014, Zia ur-Rehman e Salman Masood, Taliban Claim Responsibility for Pakistan Airport Attack― In Pakistan, i talebani rivendicano la responsabilità dell’attacco all’aeroportohttp://www.nytimes.com/2014/06/ 10/world/asia/karachi-pakistan-airport-attack-taliban.html).

●Intanto, l’alto tribunale della provincia di Sindh ha ordinato – ma subito sospeso per due settimane per consentire di appellarsi al governo – la restituzione del passaporto all’ex presidente e dittatore militare Musharraf, lasciandolo dunque per lo meno come possibilità “temporaneamente” in attesa di andarsi a curare l’aritmia cardia a di cui dice di soffrire da specialisti all’estero e a visitare l’anziana genitrice in clinica a Dubai fino alla ripresa del processo per alto tradimento.

La sentenza offre al nuovo  governo Sharif – che però probabilmente non è abbastanza forte da coglierla in silenzio – la possibilità di lascia cadere l’appello, magari decidendo di rafforzarne segretamente la sorveglianza per sapere dove potrebbe andare, e così di calmare le tensioni montanti con le Forze armate, sempre riluttanti a veder processare il loro antico padre e padrone e il dovere di ingerenza politica che, di fatto se non proprio di diritto, considerano parte integrante di come vedono la loro missione nazional-patriottica.

E, con loro, anche non pochi dei pakistani: di volta in volta, magari, quelli di un partito o dell’altro. Così potrebbe venire mascherata la decisione, apertamente auspicata dal capo di stato maggiore delle Forze armate che di Musharraf è il successore piuttosto irascibile, di lasciar andare silenziosamente in esilio l’ex golpista con una condanna esemplare ma solo teorica per non umiliare i militari.

I problemi che, coi talebani pakistani in piena rivolta, un Afganistan ormai fuori della dipendenza acquiescente agli americani e molto irrequieto al di là del confine comune, dalle popolazioni dell’uno e dell’altro paese ritenuto poi per lo più inesistente, e sempre più ostile all’ingerenza di sempre dei servizi segreti pakistani al suo interno e – adesso – con l’incombente presenza del risorgente nazionalismo indiano alle spalle, sarebbe per lo meno eccentrico ma certo di grande interesse se il governo rischiasse, facendo appello formale ai tribunali, di irritare ancor più i militari, rischiando.

Come alla fine, però, pare che abbiano deciso di fare, sfidando la Corte provinciale e anche i militari con la richiesta di intervento diretto alla Corte suprema (The Express Tribune/Karachi, 14.6.2014, Govt challenges SHC's decision to remove Musharraf's name from ECL Il governo fa appello contro la decisione dell’Alta corte di Sindh di rimuovere Musharraf dalla lista di espatrio proibito http://tribune.com.pk/ story/721759/govt-challenges-shcs-decision-to-remove-musharrafs-name-from-ecl).

Quasi alla scadenza delle due settimane di sospensione dell’esecutività del permesso del tribunale di Sindh a Musharraf di andare all’estero, la Corte suprema ha cancellato adesso la decisione del tribunale di Sindh e l’ex presidente-dittatore Musharraf si trova di nuovo bloccato fino al processo. Probabilmente, comunque, ora si riattizza la tensione tra governo nazionale e Forze armate... (The Gulf Today/Sharjah (EAU), 24.6.2014, Tariq Butt, SC rejects plea to remove Musharraf from ECL― La Corte suprema respinge la richiesta di rimuovere Musharraf dalla lista dei divieti di viaggiare all’estero ▬ http://gulftoday.ae/portal/efd9ff90-a18c-4572-be27-046244b31581.aspx).

Emerge un nuovo, e a Washington sembra del tutto inatteso sviluppo, nei rapporti bilaterali tra Pakistan e Russia, finora pressoché inesistenti e perciò dati facilmente per scontati  e sempre destinati nelle previsioni di Washington a restare tali. Né sul piano diplomatico-politico, né su quello dell’intelligence, civile (la CIA) e militare (la DIA e la NSA), nessuno, ne aveva qui avuto sentore. Ma, adesso, Mosca ha tolto l’embargo all’esportszxione a Islamabad di armamenti e equipaggiamento militare e ha aperto un vero e proprio negoziato per vendere ed esportare elicotteri corazzati d’attacco Mi-35.

Lo ha reso pubblico il 2 giugno il capo della holding russa Rostec Co. (Stratfor, 2.6.2014, Pakistan: Russia In Talks To Deliver Attack Helicopters Pakistan e Russia negoziano la consgna di elicotteri d’attaccohttp:// www.stratfor.com/situation-report/pakistan-russia-talks-deliver-attack-helicopters). Un esponente del governo di Islamabad ha invece tenuto a chiarire che da parte del suo paese non c’era mai stato alcun embargo all’importazione di armi di fabbricazione russa o, prima, sovietica, ma era stata Mosca finora a rifiutare l’idea a causa dei suoi rapporti tradizionalmente privilegiati con l’India.

Pare quanto meno improbabile che la Russia rimpiazzi mai la Cina come fornitore principale di armi al Pakistan, ma essa è sicuramente in grado di riempire il vuoto che la Cina ancora presnta nella fabbricazione di armi particolarmente avanzate sul piano tecnologico. E’ un modo di aprirsi accesso e nuova influenza che mai prima Mosca aveva avuto in questo paese e che, certo, andrà gestito con cura anche nei riflessi che può avere adesso con l’India di Narendra Modi.

Le Forze armate pak hanno in dotazione al momento 35 esemplari operativi di elicotteri d’attacco americani AH-1 Cobra ma vogliono anche dotarsi di nuovi sistemi che gli americani sembrano politicamente restii a fornire loro: un mercato, e un accesso, al quale i russi ora si offrirebbero di concorrere.

Si tratta di un’altra manifestazione dei preparativi in atto in tutta la regione per il dopo 2014 in Afganistan, con la Russia che allarga i suoi interessi, commerciali e politici, trattando adesso anche col Pakistan. Un’altra lezione, imparata a proprie spese, a non tagliarsi mai i ponti e tenere aperte le alternative dopo il fallimento dell’avventura sovietica in Afganistan a fine 1989.

FRANCIA

●La Corte dei Conti ha reso noto di aspettarsi che a fine anno il buco di deficit/PIL della Francia supererà il tetto del 3% e forse andrà anche oltre al 4%. Il governo di Parigi aveva finora giurato a Bruxelles che non avrebbe sfondato il 3,8% e, nel 2015, sarebbe comunque rientrato nel tetto del 3. Ma anche questo impegno la Corte lo mette seriamente in dubbio.

E non è un caso, forse, che una possibile maggiore flessibilità sui deficit, venga ora contemplata come ammissibile dal ministro dell’Economia tedesco e vice cancelliere, Sigmar Gabriel (Strafor – Global Intelligence, 6.5.2014, Germany and France Prepare for Another Battle Over the Euro― Germania e Francia si preparano a una nuova battaglia sull’ euro  ▬ http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/germany-and-france-prepare-another-battle-over-euro): che parla di non calcolare nel deficit il costo delle riforme, ma che nel governo Merkel conta molto, molto di meno del collega ministro delle Finanze, Schäuble.

Adesso, nella seconda metà dell’anno, con una Commissione rinnovata e sotto la presidenza semestrale di Renzi... si parrà davvero di loro nobilitate, per dirla con il suo augusto concittadino e sommo poeta: se lui e Hollande, soprattutto, riescono a far vedere all’Europa tutta che la vera crisi che sta traversando è commerciale ancor prima che finanziaria, dovuta proprio alla forza dell’euro spropositata e schiacciante rispetto ai bisogni di tutti meno che a quelli tedeschi― forse: perché anche a Berlino, nella SPD, di cui Gabriel è il presidente, ma soprattutto tra molti industriali c’è poi chi si lamenta...

●Alla faccia dei sempre meno convinti, e convincenti, appelli di Obama a Hollande perchè desse il solito – inevitabilmente – moscio e soprattutto abulico, però americanamente vistoso, segnale di soddisfazione ai governi di paesi baltici, Georgia e Ucraina che amerebbero veder menare anche se a vuoto semrpe sulla Russia, la Francia – che come tutti pensa anzitutto agli affari suoi – ha deciso di andare avanti con la vendita di 1 miliardo e 200 milioni di € per due sue portaelicotteri Mistral accogliendo il 30 giugno 400 uficiali e tecnici della Marina militare russa arivati sulla fregata Smolny per il necessario addestramento sulle nuove navi da guerra modernissime che ormai diventano i loro (Yahoo News!, 30.6.2014, The Russian navy frigate Smolny arrives at the Saint-Nazaire STX Les Chantiers de l'Atlantique shipyard― La fregata russa Smolny arriva [con un carico di marinai da addestrare]ai Cantieri STX dell’Atlantico di Saint-Nazaire http://news.yahoo.com/photos/russian-navy-frigate-smolny-arrives-saint-nazaire-stx-photo-101111997.html).

GRAN BRETAGNA

●Un quotidiano che rappresenta il sentire comune della dirigenza della Repubblica popolare, nel corso della seconda giornata di visita del premier cinese a Londra, cominciata – dopo la minaccia apertamente manifestata di chiudere subito la visita prima ancora di cominciarla per superare le resistenze del governo britannico che avrebbe preferito non presentare alla regina Li Keqiang, comunista com’è e poi neanche il numero uno – col ricevimento ufficiale e in gran pompa delle loro maestà al castello di Windsor, ha scritto che il Regno Unito è ormai un “vecchio impero cadente” che, per nascondere l’imbarazzo crescente sul suo potere in declino “fa ricorso estemporaneo ad atteggiamenti anche assai eccentrici(Global Times/Pechino, 17.6.2014, U.K. media hype over visit unprofessional Le montature del tutto dilettantesche dei media britannici sulla visita ▬ cit., in The Guardian, 18.6. 2014, N. Watt, Britain is an old, declining empire, says official Chinese newspaper La Gran Bretagna è ormai un vecchio impero in declino, dice quotidiano ufficiale cinese http://www.theguardian.com/world/2014/jun/18/britain-old-declining-empire-official-chinese-newspaper). 

E’ importante, perciò, che una potenza in ascesa come invece è la Cina cerchi di comprendere questo imbarazzo, non condonandolo e se necessario facendolo anche correggere come nel caso in questione, ma sapendo cogliere l’opportunità che i britannici le stanno offrendo di passare sopra a comportamenti così puerili per intervenire invece con decisione nelle cose che contano: come il prossimo stadio di sviluppo delle infrastrutture di energia e di trasporti dell’isola.

Adesso, l’accordo concluso tra i due governi consentirà ad imprese anche di Stato, soprattutto di Stato, cinesi la proprietà e la gestione effettiva di più di un reattore nucleare britannico e di essere esse a costruire e gestire in Gran Bretagna diverse linee ferroviarie ad alta velocità. Si tratta di un complesso di affari che vedrà Pechino investire qualcosa come 14 miliardi di sterline (17,5 di €) a Londra. E – Graziose maestà o leader tories, puzza o meno sotto il naso – in inglese come in cinese, si dice, no?, che pecunia non olet...

E a Londra, dove se ne conserva buona memoria documentale non solo negli archivi ma nelle memorie antiche di persone che sono ancora vive, anche, c’è chi ricorda adesso anche al governo britannico sciatto di memoria e ingordo di fare affari comunque, che l’economia dell’India due secoli fa e ancora solo uno, a qualche decennio dall’inizio del ‘900, venne devastata, anzi distrutta letteralmente, dalla tecnologia britannica allora dominante e da una serie di accordi fatti passare in modo tale da favorire, rispetto alla concorrenza ma, anzitutto all’economia indigena, gli azionisti dell’ impero britannico.

Nell’800, e non sembra solo memoria damnationis del colonialismo ma risulta anche negli archivi ufficiali di Whitehall, si attestano diversi casi in cui i viceré di Sua Graziosa Maestà Victoria Alexandrina, imperatrice delle Indie, usavano ammonire chi osava infrangere il divieto di lavorare a mano il cotone facendo così concorrenza dichiarata illegale all’industria tessile di Manchester infliggendogli il taglio dei pollici delle mani.

Un sistema sanzionatorio che “imbiancando le vaste pianure dell’India di [centinaia di migliaia] di bianche falangi di pollici indiani” metteva così fine, radicalmente, alla possibilità stessa di torcere, lavorandola, e mettendola in “concorrenza con la macchine tessili del Lancashire”, la canapa raccolta (Indrajit Ray, Bengal Industries and the British Industrial Revolution,  1757-1857― L’industria del Bengala e la rivoluzione industriale britannica,1757-1857, New York, Routledge, 2011. xiii +290 pp. $145, edit. da EH.Net., 3.2013, si raccomanda, per una sintesi rapida dei contenuti della storia, del tutto ignota per la “normalità” dei curricula degli studi universitari d’occidente, la recensione che per EG.Net ne ha fatta B. R. Tomlinson, della Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra ▬ http://eh.net/book_reviews/bengal-industries-and-the-british-industrial-revolution-1757-1857).

Nel ‘900 un altro civilissimo paese europeo, non puritano ma cattolicissimo questo, riprese la pratica ma per non perdere tempo tagliando non più i pollici bensì direttamente le mani a chi violava la legge nel Congo di Leopoldo II Lodewijk
Filips Maria Victor, re del Belgio raccogliendo senza autorizzazione del padrone – lui, il re, personalmente e legalmente: neanche lo Stato belga: lo specificava la legge – in particolare la gomma delle foreste equatoriale.

Letteralmente, qui si è trattato di milioni di morti, come hanno calcolato adesso gli studiosi belgi (il loro lavoro, certosinamente raccolto, è pubblicato ora, anche con abbondanza di foto scattate da poliziotti, soldati, coloni e più o meno finti esploratori e – ancora all’inizio del XX secolo – da alcuni missionari a documentare l’orrore collettivo[5] del regno di questo vero e proprio “macellaio dal sangue blu”, in: Zaire - A Country Study Zaire  (former) – Studio paese (nella serie degli “Studi paese” della Biblioteca del Congresso USA e tutta disponibile in rete ▬ qui in  http://lcweb2.loc.gov/frd/cs/zrtoc.html#top).        

Ecco, qualcuno anche a Londra comincia a riflettere sul fatto che oggi gli “indigeni” sono diventati gli inglesi e quel tipo di onnipotenza, finanziaria e economica è in mano alla Cina. Come nemesi storica è perfetta e, forse, anche “meritata”. Ma, come fatto politico e ancor prima economico, impone anche qualcosa su cui – sulle cui conseguenze, no? - cominciare a pensare.

GIAPPONE

Sempre più liberista, come è nella natura di Shinzo Abe e del suo governo di conservatori un po’ trogloditi, dopo l’iniziale stimolo “keynesiano” di spesa in un’economia boccheggiante, sta venendo fuori il copione per le riforme “di struttura” che il premier vuole davvero spingere. E’ quella che lui chiama la “terza freccia” della sua Abenomics, il suo vero programma economico.

Che, dopo aver utilizzatio la prima – la spesa pubblica, con un forte stimolo fiscale  – e la seconda – un uso spregiudicato, rispetto al passato, della moneta, soprattutto del rilancio del ciclo economico attraverso una immediata magiore liquidità monetaria – punta, ora, a impiegare dichiaratamente una dosse massicia del combinato-disposto di liberalizzazioni per le imprese e maggiore austerità per lavorastoti e consumi ― come se niente avesse appreso, incredibilmente, proprio dal successo che il suo forte, iniziale rilancio di spesa pubblica aveva ri-innescato e, per altro verso in parallelo, dal sastro cui la ricetta dell’austerità ha invece condannato un po’ tutta l’Europa....

L’ultima ondata di riforme ora proclamata include il taglio della regolamentazione alle d’imprese― che vanno liberate da lacci e lacciuoli, compresa la regolamentazione – s’è visto, però, criminalmente lasca g ià – sul controllo di sicurezza nella produzione di energia nucleare: che, abolita, lui vuole riprendere in toto... Taglio di regole, come sempre, a spese di tutto il resto: dall’ambiente alle condizioni di lavoro e di vita con un’ulteriore liberalizzazione – cioè, deregolamentazione e precarizzatione – a tamburo battente e per cominciare del mercato del lavoro.

Commenta, entusiasta della resipiscienza di un così eminente correligionario che per qualche mese era sembrato lasciarsi travisare, l’organo brillantissimo ufficiale del conservatorismo economico, il britannico Economist, che Shinzo Abe vuole fare come i riformatori dell’epoca dell’impero Meji, che iniziata nel 1868 in un decennio di spinta di un gruppo scelto e ristretto di funzionari e politici  cambiò, guardandosi bene però dal distruggerlo, il feudalesimo nipponico, aprendo sostanzialmente i confini del Sol Levante e forzando il paese su una strada di rapida industrializzazione.

Rovesciando come un calzino la società tutta intera... ma aprendo anche la strada a quel complesso di interessi militar-industriali che, a distanza di un mezzo secolo, avrebbe poi scatenato il militarismo giapponese, il tentativo di colonizzare manu militari l’Asia (Cina e Indocina) e, alla fine, la seconda guera mondiale...  con l’addomesticamento forzato del Tenno e delle sue ambizioni imperialistiche che ora Abe non osa proprio dire di volere ma, cominciando dalla visita al sacrario di Yasukuni ai criminali di guerra nipponici, vuole proprio rovesciare (The Economist, 27.6.2014, Reform in Japan – The third arrow La riforma in Giappone – La terza freccia http://www.economist.com/news/leaders/2160 5905-shinzo-abe-has-best-chance-decades-changing-japan-better-he-seems-poised).


 

[1] Un (bel) romanzo giallo di Paolo Pietroni (con lo pseudonimo di Marco Parma), pubblicato nel 1983 da Longanesi; e seguito dal (brutto) film omonimo (con doppio titolo: anche L’ultima sfilata) per la regia di Carlo Vanzina, del 2011.    

[2] Dal romanzo quasi di fantascienza, comunque di fantasia, di James Hilton uscito nel 1933: descriveva con quel nome  una specie di comunità buddista-ma non buddista che professava il... cristianesimo nestoriano (IV-V secolo d.C.) e l’ideale, praticato, della pace e della serenità universale, appunto, tra tutti (in italiano, J. Hilton, Orizzonte perduto, ed. Sellerio, trad. S. Modica, 1995.

[3]Carneade, chi era costui?”, A. Manzoni, cap. 8; e, anche, Agostino di Ippona, Dialoghi, Contra academicos, I, 7.

[4] Non è certo la prima volta che emerge questo argomento. C’era stato il caso, famosissimo soprattutto tra gli esperti, della pubblicazione in America, nel 1967 – in pienissima guerra fredda, non lontano dalla crisi di Cuba dei missili e dall’inizio della guerra del Vietnam – del cosiddetto Report from Iron Mountain on the Possibility and Desirability of Peace (Dial Press, a cura di Leonard C. Lewin, un preteso – si disse ironicamente ma non troppo – Rapporto segreto stilato per il governo Johnson da un gruppo autorevolissimo di storici, scienziati, tecnici, economisti e futurologi.

    Il Rapporto, mai tradotto o almeno mai pubblicato in italiano ma edito in traduzione spagnola, sotto il titolo di Informe ‘Iron Mountain’ sobre la posibilidad y la conveniencia de la paz, reperibile anche sul web (http://www.bibliotecapleyades.net/ sociopolitica/esp_sociopol_iron mountain14.htm). Dove, la ‘Montagna di ferro’ sarebbe il nome segreto del luogo dove per almeno tre anni si sarebbe riunito il gruppo che stilò il rapporto commissionato, venne detto, dal segretario alla Difesa americano Robert S. McNamara.

    Sosteneva, in sostanza, il libro che la pace è sempre insostenibile a lungo perché la guerra fa parte integrante e necessaria del sistema economico e, dunque, uno stato di guerra dopo un po’diventa sempre nuovamente necessario per garantire stabilità economica e sociale (crescita, consumo e sfogo all’aggressività collettiva, specie dei giovani, quelli che in guerra vanno sempre a crepare in massa e, dunque, strumento di lotta a comportamenti anti-sociali, controllo demografico e ricambio generazionale― e, poi, ormai nel secolo XX neanche più solo mirato alle giovani generazioni, anzi con una maggioranza ormai di vitime tra la popolazione generrlae, i civili.

    Tra le raccomandazioni, anche la diffusione, di notizie riguardanti forme di vita aliene in guerra con l’umanità, la semina di allarmismo sull’inquinamento fuori controllo e il fantasma della possibile reintroduzione, obbligata per motivi puramente economici, della schiavitù.

    Qualche anno dopo l’economista progressista John Kenneth Galbraith, già consigliere famoso e ambasciatore in India dell’amministrazione di Kennedy, sostenne (scherzosamente? lui fino alla morte disse sempre che era vero...) di essere stato tra gli autori principali e i redattori del ‘Rapporto segreto’).

    E’ un testo che, a leggerlo, non ha nessuna caratteristica della satira o della letteratura di fantasia ma, in uno stretto burocratese ufficiale, sviluppa una cogente e ben documentata argomentazione che ‘dimostrava’, al contrario del titolo proprio l’opportunità e, anzi, proprio la desiderabilità della guerra dimostrandone in termini essenzialmente socio-economici volutamente forzati la “necessità”...

[5] A complemento – e, magari dopo una rilettura del possente e straordinario romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad (a cura di  G. Sertoli, ed. it. Einaudi, 2005, vedi per alcune di queste foto cui si accennava, in breve, ad es., ▬ in https://www.google.it/images?hl=it&gbv=2&sa=X&oi=image_result_group&ei=pMSkU_jgKqmY0AXoiYGYDQ&ved=0CBQQsAQ&q=Leopold%20II%20cut%20hands%20pictures&tbm=isch).

    O anche, se reperibile, il documentario sulle imprese di Leopoldo II dei Belgi da un collettivo di uomini dl cinema americano (citiamo solo, per tutti loro, Martin Scorsese e Harry Belafonte) che, a fine 2013, ai milioni di sue vittime, dedicarono uno straordinario lavoro di divulgazione prima ancora che di denuncia storica (però – rimasto però ancora incompiuto (in ▬ http://www.tvrage.com/news/7961/martin-scorsese-working-on-king-leopold-ii-project).