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      07. Nota congiunturale - luglio 2013

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.07.13

 

Angelo Gennari

 

 

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarvisi: far attenzione a cancellare tutti gli spazi vuoti tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc360377038 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc360377039 \h 1

Il PIL del mondo   (grafico) PAGEREF _Toc360377040 \h 1

Quanti (attenzione… non chi) sono i “ricchi”*   (grafico) PAGEREF _Toc360377041 \h 2

Dove si trovano le riserve tecnicamente recuperabili di greggio da scisti bituminose   (grafico) PAGEREF _Toc360377042 \h 2

Così somigliamo a un paese del Terzo mondo…  Peggio: all’Europa [e anche agli USA degli Occupy] (vignetta) PAGEREF _Toc360377043 \h 5

in CINA (e nei paesi dell’ASIA.. PAGEREF _Toc360377044 \h 7

Snowden: “Sì, l’imperatore è proprio nudo!”   (vignetta) PAGEREF _Toc360377045 \h 11

Il mio spionaggio elettronico? è tale e quale al tuo!  come, del resto, i miei processi farsa   (vignette) PAGEREF _Toc360377046 \h 11

MEDITERRANEO arabo (il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais) e l’AFRICA.. PAGEREF _Toc360377047 \h 15

Il bacino del Nilo Blu e la controversia sulle acque del Nilo   (mappa) PAGEREF _Toc360377048 \h 17

EUROPA.. PAGEREF _Toc360377049 \h 30

Ufficio di Collocamento: sono stato licenziato io pure   (vignetta) PAGEREF _Toc360377050 \h 33

Ecco dove trovare (almeno un po’ d)i soldi!... volendo   (grafico) PAGEREF _Toc360377051 \h 35

STATI UNITI PAGEREF _Toc360377052 \h 45

Sic transit… ieri i marines alla conquista di Iwo Jima, oggi il business alla conquista delle Cayman   (vignetta) PAGEREF _Toc360377053 \h 47

GERMANIA.. PAGEREF _Toc360377054 \h 60

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc360377055 \h 61

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di luglio 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

il luglio, la Lituania succede all’Irlanda nella presidenza di turno del semestre europeo;

il 7, primo turno delle elezioni presidenziali in Mali;

l’11, elezioni del Senato (metà dei 240 seggi) in Giappone;

19-20, vertice dei ministri delle Finanze dei G-20 (Mosca);

21, elezioni presidenziali (ballottaggio) e parlamentari in Mali;

24, presidenziali e parlamentari in Madagascar;

28, in Cambogia, elezioni parlamentari;

• a inizio luglio, la Corte costituzionale dello Zimbabwe, ha ordinato di metter fine alle diatribe e di convocare entro il mese le elezioni parlamentari di cui l’opposizione, incapace e impotente voleva il rinvio per avere più tempo di battere poi alle presidenziali Robert Mugabe, fondatore della patria e liberatore dal colonialismo britannico, per il quale la Costituzione stessa non prevede limiti alla possibilità di ricandidarsi;

•  dovrebbero – forse … – potersi svolgere in corso di luglio le elezioni parlamentari in Libia.

Il PIL del mondo   (grafico)

% di cambiamento sull’anno precedente

▄▄Paesi ricchi       ▄▄BRICS         ▄▄Altri pesi emergenti       ▄▄Totale *     

BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica

* Valutazioni basate su 52 paesi che, insieme, fanno il 90% del PIL globale: corretto sul PIL a parità di potere d’acquisto.

Fonte: The Economist, 28.6.2013

 

A quattro anni dallo scatenarsi della crisi finanziaria peggiore e più universale di sempre, l’economia mondiale traballa ancora, anzi forse ricomincia. Il PIL mondiale nel primo trimestre del 2013 è salito solo del 2,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, quando il ritmo era un più ragionevole e solido 3,1%.

L’Unione europea è nuovamente in recessione piena, pur essendo a oggi (dal 1° luglio con la Croazia aggiunge un’altra stella alle sue 27), presa insieme ancora il blocco economico che se la batte con gli USA per il primo posto di PIL nel mondo e, realisticamente (si tratta sempre di stime), standogli sempre sopra (secondo i dati del più che autorevole CIA World Factbook 2012: USA,15.653 miliardi di $; UE, 16.073; Mondo: 82.762 ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_ countries_by_GDP_(PPP)#cite_ref-3).

Si temono nuovi ostacoli che possono ora emergere sulla strada di una ripresa, col tentativo della Cina di riequilibrarsi verso una economia più di consumo e tassi di crescita più moderati. E’ dalla  fine del 2009 che la Cina, da sola, il puntello del’economia mondiale, e responsabile della metà dell’intero tasso di crescita dell’economia del mondo da quando un po’ di crescita è ricominciata.

 Altri grandi mercati emergenti, Turchia, Brasile e India devono fare i conti con sommovimenti sociali di non poco conto che hanno sempre a che fare, in qualche modo, con la frustrazione sociale diffusa per una crescita comunque insufficiente, una ridistribuzione di essa non solo obiettivamente ma anche sempre più percepita come ancora iniqua e una lentezza o anche la direzione sbagliata di appropriate riforme.

●Questa Nota congiunturale, due numeri fa sul 5-2013, dava notizia, e forniva un link provvisorio a un testo, ancora esso stesso provvisorio, del Rapporto 2013 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sullo stato del lavoro nel mondo in questo periodo di profondissima crisi, promettendovi di darvi il riferimento alla documentazione completa appena diventasse disponibile.

Oggi, a inizio giugno, questa documentazione disponibile lo è diventata. E, come promesso, il collegamento al testo completo del Rapporto è il seguente, in inglese (ma è disponibile anche in francese, spagnolo, russo e cinese… se preferite (World of Work Report - 2013, Repairing the economic and social fabric Rapporto sul Mondo del Lavoro – 2013, Riparare il tessuto economico e sociale http://www.ilo.org/wcmsp5/ groups/public/---dgreports/---dcomm/documents/publication/wcms_214476.pdf).

●Il settimanale britannico specializzato in cose di natura economica cui spesso, per la serietà della documentazione e alla faccia dei suoi pregiudizi vetero-neo, ma sempre sfegatatamente filo-capitalistici, facciamo qui riferimento, pubblica stavolta (The Economist, 21.6. 2013) un eloquentissimo grafico, al quale però non possiamo non aggiungere un caveat molto importante per quanto riguarda proprio l’Italia…, sul numero di ultra-milionari in $ che esistono al mondo nei paesi che, almeno  formalmente, dichiarano di tenerne il conto…  

Quanti (attenzione… non chi) sono i “ricchi”*   (grafico)

Milioni di  contribuenti 2012,  con introiti investibili  di almeno 1 milione di $                            %  di cambio sull’anno prima                     

* o, meglio, quelli che lo dichiarano al fisco…

Mancano, in questo elenco, come vedete russi, arabi e tanta bella e bruttissima altra gente come segnaliamo con l’asterisco per il nostro paese, gli evasori fiscali che riescono ad esserlo finché il sistema consente loro di esserlo.   

●L’ente americano ufficiale che fornisce statistiche e informazioni sull’energia (AEIA) ha appena  pubblicato una propria valutazione dello stato (quantità e qualità) delle formazioni geologiche capaci di fornire carburanti, gas e soprattutto petrolio, estraendoli dalle scisti (rocce) bituminose del sottosuolo. Stima che in 42 paesi del mondo ne esistano oggi riserve “tecnicamente recuperabili” (a prescindere, dunque, da una valutazione di costi/benefici sotto i profili sia ambientali che del dare ed avere economico).

In sostanza, le riserve sono maggiori di quel che forse si pensava finora ma sono anche molti i fattori che renderanno difficile estrarre dalle scisti bituminose fuori degli Stati Uniti (dove sono maggiori il know how e più facili i diritti di sfruttamento dei singoli proprietari del sottosuolo rispetto a molti altri paesi (EIA, 10.6.2013, Worldwide Technically Recoverable Shale Oil and Shale Gas Reserves Riserve tecnicamente recuperabili di petrolio e di gas naturale dalle scisti bituminose, a livello mondialehttp:// www.eia.gov/analysis/studies/worldshalegas).

● Dove si trovano le riserve tecnicamente recuperabili di greggio da scisti bituminose   (grafico)  

 

Fonte: Ente Informazioni sull’Energia degli Stati Uniti

 

●Sui mercati valutari internazionali, grande volatilità in corso di mese con forte tendenza al ribasso accesa, in parte, dalle speculazioni in circolazione per una frasetta buttata lì quasi per caso di Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve americana sulla possibilità di ridurre il suo programma di acquisizione di assets a partire dalla fine dell’anno. (Tra parentesi: in un’intervista su altri temi Obama accenna, quasi per caso, al fatto che a gennaio Bernanke potrebbe chiedere – e otterrebbe – di essere sostituito alla Fed: infatti, dice, vuole tornare a insegnare, e del resto,  ha occupato quel posto dai tempi della nomina che gli conferì Bush nel 2005… The Economist, 21.6.2013). Di colpo si raffreddano le valute di tutti i grandi mercati emergenti: meno la Cina. Essi avevano, del resto, assorbito gran parte della liquidità pompata sui mercati dalle banche centrali negli scorsi anni.

Fa osservare l’economista Paul Krugman che il segnale dato ora, in uscita del suo mandato o quasi, da Bernanke – non interverremo più sui mercati a garantire liquidità abbondante a tassi facili – è un segnale negativo – e tutto sommato contrario alla relativa duttilità con cui in questi anni la sua Fed ha gestito la politica monetaria americana, al contrario della rigidità ideologica che ha paralizzato fino a tempi recenti, e però già contraddetti e frenati, l’agire della BCE e soprattutto le autorità monetarie d’Europa.

E’ triste – giudica Krugman – e deprimente, in entrambi i sensi del termine [cioè, anche nel senso della depressione economica vera e propria, non solo del clima e della generica fiducia]. La ragione fondamentale per cui l’economia nostra [americana!, immaginate quel che dice, Krugman, delle economie nostre, europee!] resta tanto depressa dopo tutti questi anni è proprio che tanti decisori politici hanno perso il filo, scordando che il loro primo e più urgente compito era quello di creare posti di lavoro. La Fed finora [tra le Banche centrali] era stata un po’ un’eccezione; ma a me sembra che ora sia rientrata nel club…Tu quoque, Ben? (New York Times, 23.6.2013, P. Krugman, Et Tu, Bernanke? Tu quoque, Bernake? http://www.nytimes.com/2013/06/24/opinion/krugman-et-tu-bernanke.html?_r=0).

Adesso, dicono in molti, la marea (la sopravvalutazione contingente da parte dei mercati delle monete dei principali paesi in via di sviluppo) torna indietro: la rupia indiana è scesa al minimo di sempre sul dollaro, rand sudafricano e rial brasiliano al minimo da quattro anni e sono calati non poco anche lira turca e peso messicano (The Economist, 14.6.2013, The Fed and emerging markets – The End of the Affair La Fed e i mercati emergenti – La fine dell’innamoramento http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21579461-prospect-less-quantitative-easing-america-has-rocked-currency-and-bond).

Si tratta di un comportamento del tutto irrazionale e anche ingiustificato, come del resto tutto quello che attiene alla borsa, alle borse, per definizione. Per cui è solo segno di effettiva ignoranza di come funziona questo meccanismo una frase, e un ragionamento, come quello che su questa frase imposta il NYT quando scrive che quello che è seguito, “la caduta dei titoli in borsa, dei bonds e dei prezzi delle materie prime un po’ in tutto il mondo, stanno lì a dimostrare quanto l’economia globale nel  complesso sia diventata dipendente dalla politica monetaria della Federal Reserve(New York  Times, 20.6.2013, N. Popper, Global Sell-off Shows Fed Reach Beyond the U.S. L’ondata di svendite sul piano globale dimostra la lunga portata della Fed al di fuori degli USA http://www.nytimes.com/2013/06/21/business/ economy/global-sell-off-shows-fed-reach-beyond-the-us.html?hp&_r=2&): della serie che, se canta il gallo e il sole sorge, vuol dire che il sole sorge perché canta il gallo…

Perché se, in realtà, tanto per dire, sul mercato il prezzo del grano affonda significa forse che l’economia globale sia essa stessa affondando?  Potrebbe trattarsi di un ribasso acuto della domanda globale nel’economia tutta che si porta dietro una domanda più bassa per tutte le derrate. O potrebbe anche essere solo il risultato di una raccolta molto abbondante di grano. Un’ottima notizia, cioè, per l’economia mondiale anche se pessima per gli agricoltori che producono e vendono molto grano.

E’ che, per la natura stessa della bestia, i valori in borsa si alzano e si abbassano in continuazione per mille micro-motivi che non hanno proprio niente a che fare con lo stato di salute in sé e per sé dell’economia. E le borse, poi, non ne azzeccano di regola che poche assai quanto a poteri di precognizione. Dal 2010 ad oggi, Wall Street ha più che raddoppiato il suo valore, del 100% cioè, anche se la crescita nei tre anni è stata in media di un patetico 2% all’anno nell’economia americana. Con un effetto reale cioè sulla crescita assai limitato.

Moltissime sono infatti le imprese che perfino qui, in America, non si affidano alla borsa per tirar su il capitale di cui hanno bisogno per investire. E l’impatto principale della borsa sull’economia si deve invece a quel margine che riesce ad aggiungere in più sui consumi: grosso modo sul 3-4%. In altri termini, un 10% di aumento sul valore di borsa, che genererebbe più o meno 2.000 miliardi di $ di reddito in più si trasformerebbe in 60-80 miliardi di $ di consumo annuo in più: con un impatto spalmato in generale ha luogo su due o tre anni e, con un moltiplicatore calcolabile sull’1,5%, si parla di un impatto dello 0,6-0,7% di PIL. Non certo irrilevante, ma non fa davvero la differenza tra un boom e economico e la stagnazione.

Insomma, il movimento sui mercati dimostra che essi rispondono alle azioni della Fed, della BCE, della BoE, della BoJ, insomma di tutte le banche centrali, chi un po’ di più, chi di meno. La caduta dei prezzi di borsa è cosa cattiva per chi ha molte azioni in borsa, esattamente come la caduta del prezzo del grano la avrebbe se uno possedesse molto grano da vendere. Ma non è affatto, necessariamente, una cattiva notizia per tutta l’economia.

●I ministri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS/OEA), Nord e Sud del continente, hanno concordato di “incoraggiare la considerazione di nuovi approcci qui nelle Americhe al problema mondiale che pone a tutti la diffusione della droga” che secondo molti significa, tradotto, una qualche legalizzazione dell’uso della marijuana. Ma, nello stesso documento, contraddicendosi in maniera tanto palese da apparire quasi ridicola, i ministri affermano “l’importanza di onorare fino in fondo gli impegni postulati dalle Convenzioni dell’ONU sulla lotta alla droga”, che sono tutte di stampo nettamente proibizionista (The Economist, 14.6.2013)…   

●Nel primo trimestre del 2013, in Brasile, l’aumento del PIL si è assestato appena allo 0,6% in più dell’ultimo trimestre del 2012. Malgrado il carico di misure prese dal governo per aiutare la crescita, i consumatori continuano infatti a “scioperare” ma, al contario del’accusa avanzata dai liberisti, forse è proprio perché ancora troppo spesso non possono proprio permettersi di consumare. E, in più, qui, con un’inflazione che resta ancora piuttosto sostenuta (6,5% ad aprile) il Banco central do Brasil ha ancora alzato di un mezzo punto, più dell’attesa, all’8%, il tasso di sconto (The Economist, 31.5.2013).

●Qui, le elezioni presidenziali sono ancora lontane, almeno un anno e mezzo. Ma la campagna elettorale già comincia a rumoreggiare. A oggi, la presidente Dilma Rousseff del Partido de Trabhaladores (PT) di sinistra con qualche diramazione anche di centro, fondato dall’ex presidente Lula sembra potersi far eleggere facile per un secondo mandato. Ma già le si cominciano a volgere contro i primi sondaggi dopo le sommosse, secondo quello raccolto il 20 giugno dall’autorevole Datafolha (55% dos paulistanos reprovam atuação de Dilma frente aos protestos Il 55 % dei paulisti riprovanol’agire di Dilma di frotne alle proteste ▬ http://datafolha.folha.uol.com.br/opiniaopublica/2013/06/ 1299509-55-dos-paulistanos-reprovam-atuacao-de-dilma-frente-aos-protestos.shtml).

E le si profilano contro anche tre candidature potenzialmente significative specie se i tre riusciranno (improbabile, però) a coalizzarsi dietro il più accreditato tra loro, Eduardo Campos, del Partido Socialista (di fatto social-democratico di destra)  Brasileiro, governatore dello Stato di Pernambuco.

Significa certo che il governo di Rousseff farà tutto il possibile per non dar retta all’insistenza con cui, dall’interno, Santos e, dall’esterno, il FMI, reclamano le solite riforme di struttura. Cioè, le controriforme impopolari dell’assistenza sociale e del mercato del lavoro. Ma il Brasile, per sua fortuna, sembra ben messo al contrario di altri paesi in via di sviluppo più fiacco del suo per  fare a meno del quale però può fare facilmente a meno dal dover dare retta al Fondo e alle sue ricette.

●Ma adesso si manifesta qui come fattore che sconvolge un po’ tutto il fenomeno nuovo della rivolta diffusa, sicuramente anche poco razionale, del tutto inattesa contro quello che inizialmente sembrava uno specifico aumento, giudicato ingiusto e comunque insopportabile delle tariffe delle metro urbane, una rivolta di massa, mossa dall’inizio del mese in atto da moltissimi giovani. Mentre il paese si andava concentrando al solito sui giochi della cosiddetta Confederations Cup di calcio, che qui di regola tiene tutti inchiodati nei grandi stadi e in Tv, stavolta la cosa potrebbe anche – e sarebbe davvero inaudito – finire male (sospensione, rinvio?).

In questione, oltre alla corruzione cronicamente diffusa (la voracidad corrupta, come diremmo noi della casta, della classe politica, anche qui, ci sono anche stavolta proprio i miliardi di dollari per i mondiali del prossimo anno di spesa in nuovi stadi e servizi “sprecati” o, comunque, finanziati attraverso l’aumento dei biglietti di metro e di bus in un paese dove, malgrado enormi passi in avanti sul piano dei diritti sociali, c’è ancora carenza gravissima di strutture e welfare di base. Intanto si prepara anche – ma forse in questo clima bisognerà ricalendarizzarla – la visita di papa Francesco in programma, con la Giornata mondiale della Gioventù, dal 23 al 28 luglio p.v..

Ma il problema vero scoppiato qui in una sollevazione amorfa, popolare, populista, senza leadership, vogliosamente eversiva trova un unico cemento unificante, e unificante alla fine qui come un po’ in tutto il mondo: in Turchia, in Grecia, in Spagna, in Italia ancora come un poco sopito ma ormai in arrivo anche a modo loro in Germania: il rifiuto radicale, anche arrabbiato e talvolta pure violento della politica di ieri, di oggi, di sempre…

Così somigliamo a un paese del Terzo mondo…  Peggio: all’Europa [e anche agli USA degli Occupy] (vignetta)

Lavoro! Brasile:basta!

 

Fonte: NYT, 21.6.2013, P. Chappatte

L’istituto di sondaggi più accreditato del paese, sempre Datafohla, ha pubblicato anche un altro un sondaggio condotto tra i dimostranti a Sāo Paulo sempre il 20 giugno (Datafolha, 21.6.2013, Os paulistanos e os protestos ▬ http://datafolha.folha.uol.com.br) da cui risulta che più della metà dei partecipanti erano giovani sotto i 25 anni, il 75% di loro erano almeno diplomati e l’84%, quando  pure avessero mai votato, dichiarano di non sostenere alcun partito politico. Per oltre la metà di loro la questione centrale della protesta era proprio l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico, che ora sono state cassate.

La corruzione, un trasporto pubblico migliore, e lo scontento per la corruzione diffusa e contro ogni presenza politica/politicante e contro la repressione poliziesca sono altre questioni che nell’ordine, però, si piazzano a distanza. A protestare, però, specie in questo paese a differenza dagli altri citati sono stati i giovani degli strati sociali che più hanno beneficiato dell’aumento della prosperità del paese. Non c’erano i più poveri, i più svantaggiati né c’erano tanti disoccupati tra chi protestava in piazza: e, in generale, in Brasile il tasso di disoccupazione resta contenuto anche attraverso i meno di 25 anni. I dimostranti non hanno organizzazione politica o leadership unificata e si contattano e si autoconvocano  coi cellulari…

Dilma Rousseff sembra capirlo e offre un primo tavolo che sembra accogliere la necessità di discutere davvero, coinvolgendo al massimo i dimostranti che non vogliono solo fracassare tutto.

E’ la strada a dirci che la gente vuole più cittadinanza, cittadinanza piena. Ci dice che il paese esige maggior qualità nei servizi pubblici e vuole meccanismi più efficaci di lotta contro la corruzione che garantiscano un uso migliore dei soldi del pubblico…”. Così, la proposta che ha fatto ha riguardato il modo di coinvolgere la gente nel controllo e nell’applicazione delle misure di un rimedio che sia collettivo. A partire dall’utilizzo delle royalties future del greggio di cui il paese sta scoprendo, pare, riserve notevoli per cominciare a rovesciare i ritardi vecchi di decenni, se non di secoli, nell’investimento in istruzione pubblica e per “importare”, anche, su base urgente medici dall’Estero, magari anche da Cuba, certo, da cui in materia “c’è da imparare molto” dice il presidente, per rafforzare distribuzione e estensione del sistema di sanità pubblica…

L’intervento di Dilma sembra essere stato accolto meglio, molto meglio, di quanto si potesse pensare dai dimostranti, sia da chi li rappresenta all’incontro al Planalto, la sede della presidenza, che dalla massa dei dimostranti. Almeno come prima impressione (New York Times, 24.6.2013, S. Romero, Responding to Protests, Brazil’s Leader Proposes Changes to System Rispondendo alle proteste, la presidente del Brasile propone cambiamenti al sistema http://www.nytimes.com/2013/06/25/world/americas/responding-to-protests-brazils-leader-proposes-changes-to-system.html?_r=0).

●In Colombia, i negoziatori del governo e quelli della guerriglia, delle FARC, che si sono incontrati all’Havana, hanno annunciato di aver trovato l’accordo sul primo punto dei cinque in agenda nel negoziato – lo sviluppo locale – cominciato a Cuba lo scorso ottobre. Le due parti hanno dichiarato, insieme, di contare su un passo più rapido per gli altri punti che restano in discussione. Quandio le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia proclamarono la loro guerra “per il trionfo del comunismo”, in Unione Sovietica governava ancora, all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso. Nikita Krusciov.

Non ha mai vinto il comunismo, si sa, e mentre il regime colombiano si è gradualmente e tra mille contraddizioni e sanguinosi ripensamenti qualche po’ civilizzato e anche aperto, le FARC sono passate dalla frustrazione alla rivolta armata che con la rivoluzione come tale aveva sempre meno a che fare passando, invece, per periodi di traffico di droghe, rapimenti e estorsioni su grande scala.

Oggi, secondo gli osservatori più attenti, sembrano esserci possibilità reali di un qualche accordo perché le FARC sembrano aver preso atto che la rivoluzione non la faranno più e l’esercito che restano comunque troppo radicate per poter essere una volta per tutte sconfitte davvero. Quindi potrebbero stavolta anche farcela, superando anche la volontà che, da una parte come dall’altra, resta in molti di arrivare alla vendetta o, se volete, alla giustizia per i delitti anche atroci reciprocamente perpetrati in oltre quarant’anni di guerra sucia— di guerra sporca (The Economist, 31.5.2013, Colombia and the FARC – The price of peace http://www.economist.com/news/leaders/21578682-understandable-thirst-justice-should-not-block-deal-would-save-lives-price).

●Il governo del Venezuela, dopo aver messo su un aereo per Miami espellendolo brevi manu, uno sconosciuto giornalista statunitense, Tim Tracy, rinunciando come avevano chiesto in modo informale proprio gli americani di formalizzare in tribunale l’accusa di essersi pesantemente intromesso negli affari interni del suo paese,  viene così incontro – senza portarlo alla sbarra – alle richieste tacite del governo americano. E subito il ministro degli Esteri del Venezuela, Elías Jaua,   ha finalmente incontrato faccia a faccia il suo omologo statunitense John Kerry, nel corso di un vertice ad Antigua, in Guatemala, dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’O.A.S.

E i due hanno concordato di riaprire un dialogo, per la prima volta rovesciando – senza da parte americana certo dichiararlo, ma di fatto – le posizioni tradizionali della Clinton che rifiutava di sedersi a colloquio con chi non si dichiarasse preventivamente d’accordo con le sue posizioni (New York Times, 5.6.2013, W. Neuman e R. C. Archibold, Kerry meets with official of Venezuela to set talks— Kerry incontra un esponente del governo venezuelano per definire i colloqui a venire http://www.nytimes.com/2013/06/06/world/ameri cas/venezuela-frees-tim-tracy-jailed-us-filmmaker-and-expels-him.html?ref=americas). collouia  venireui a venire 

●L’economia dell’India, è cresciuta del 5% nell’anno fiscale 2012-2013, il tasso di crescita più basso in un decennio secondo i dati rilasciati dal governo federale il 31 maggio, in linea con quella che era la stima del’Ufficio centrale di statistica e raffreddando le residue speranze di una ripresa rapida e stabile in un’economia che era ancora solo due anni fa regolarmente sopra il 7% di crescita  (Government of India, Press Information Bureau—  31.5.2013, Provisional Estimates of Annual National Income, 2012-13— Stima provvisoria del reddito nazionale ▬ http://www.pib.nic.in/newsite/erelease.aspx?relid=96323).

Tra le ragioni citate dall’Ufficio statistico centrale il crollo della fiducia degli investitori, l’inflazione montante e l’export indebolito da una domanda globale al ribasso sono le più citate per la crescita in calouele maggiormente citate per la creccita in calo. (New York Times, 31.5.2013, Neha Thirani Bagri, India’s Growth Slumps to a Decade Low La crescita dell’India va giù fino al minimo da un decennio ▬ http://india.blogs.nytimes.com/2013/05/31/what-they-said-indias-growth-slumps-to-a-decade-low).

in CINA (e nei paesi dell’ASIA

●La Banca popolare cinese, la Banca centrale, ha resistito parecchi giorni prima di rassegnarsi e reagire ai segnali in arrivo dal mercato, dalle singole banche del paese di una stretta creditizia che mettevano in atto per conto proprio, ciascuna per se e ognuna per tutte nel timore di una stretta creditizia in arrivo, provocando l’impennata dei tassi interbancari (per mezza giornata, il 20 giugno, fino al 25%).

Insisteva, la Banca centrale, che in realtà c’erano fondi liquidi più che sufficienti a far fronte a ogni richiesta e, perciò, a  non intervenire e era anche vero— ma non teneva conto della natura per natura sua, qui come dovunque, del tutto irrazionale  della bestia per cui gli istituti bancari non reagivano o non credevano alle sue assicurazioni, ma il fatto stesso che sentisse il bisogno di darle li insospettiva anche di più. Dopo una settimana di resistenza, di deliberato ignorare il fenomeno, la Banca centrale ha ceduto aumentando di colpo – la borsa di Shangai era drammaticamente caduta al livello più basso dal gennaio del 2009 – la liquidità nel sistema bancario. significativamente.

C’è, secondo alcuni osservatori, una strana assonanza, cinque anni dopo, con la situazione finanziaria e bancaria di credito eccessivo prima e di stretta eccessiva improvvisa che a fine 2007 portò all’esplosione/implosione della crisi finanziaria negli USA. Ma ci sono – e non è cosa da poco, spiega l’Economist – differenze importanti, decisive, tra le due situazioni:

• la Cina ha un rilevantissimo tasso di risparmio, diversamente da quello che non  avevano nel 2008 – e non hanno neanche oggi – gli americani;

• e il paese, in complesso, vive ben dentro le proprie possibilità con un sistema bancario che è soggetto a una regolazione piuttosto stretta, con prestiti che non possono mai eccedere il 75% dei depositi;

• la Cina, inoltre, al contrario di molti altri paesi, gli Stati Uniti per primi, già applica le prescrizioni globali sul capitale bancario note, nell’ambiente, col nome di Basilea 3; e, 

• inoltre, qui lo Stato è già proprietario delle banche maggiori: che se vanno male, intaccano direttamente la proprietà dello Stato ma non hanno bisogno di essere nazionalizzate (la Royal Bank of Scotland, per dire, ma anche tante altre, di diritto o di fatto, in Europa o in America) in attesa che lo Stato decida il che fare e il come assorbire la perdita.

   In Cina, cioè, lo Stato è meglio che altrove in grado di arbitrare i fallimenti, distribuendo in modo più ordinato (e, tra parentesi, anche più equo)  di quel che capita altrove – da noi – i sacrifici tra chi è più o meno ricco (non è detto che lo faccia sempre: ma può, qui) e, soprattutto, può darsi da fare per mantenere il valore dell’economia come une priorità… prioritaria.

   Con molta probabilità, adesso, il tasso di crescita complessivo di questa economia si aggiusterà per qualche tempo a non più di un 6%: al di sotto dell’obiettivo del 7,5 fissato dal governo. Si   tratta di qualcosa che può causare fibrillazioni e ansietà a Pechino, ma può anche essere l’alternativa reale a spese alla fine improduttive.

  Ma se lasciasse gonfiarsi le sue bolle speculative, il paragone con l’America potrebbe anche diventare più consono(The Economy, 28.6.2013, China’s cash crunch – Bear in the China’s shop In Cina, stretta creditizia – L’orso [il mercato al ribasso,.come lo chiamano in borsa], nel negozio di porcellana [la parola china, in inglese, vuol dire sia Cina, sia porcellana…] ▬ http://www.economist.com/news/leaders/21580144-not-countrys-lehman-moment-it-does-herald-change-momentum-bear-china).

●Gran Bretagna e Cina hanno deciso di istituire un contratto di currency-swap, di scambio di valute attraverso il quale banche britanniche possano ricorrere quasi automaticamente, se e quando non trovassero per qualsiasi motivo a forniture di yuan necessarie ma non subito disponibili sul mercato di Londra agli scambi che comunque devono finanziare. L’accordo si segnala come un chiaro rilancio dell’ambizione cinese di fare della propria valuta una nuova forte riserva sui dei mercati valutari internazionali (The Economist, 28.6.2013).   

●Il nuovo primo ministro giapponese, Shinzo Abe, dichiara adesso, buttando qualche secchiata d’acqua gelata sui bollori dello sciovinismo nipponico che egli stesso peraltro aveva incautamente attizzato, che è “indispensabile” per Giappone e Cina ristabilire un dialogo e, attraverso di esso, risolvere i problemi che li dividono chiedendo di riprendere i colloqui necessari, ancor prima del vertice a inizio giugno tra Obama e il presidente cinese in California— evidentemente per non lasciar l’impressione che i colloqui riprendano poi per merito o interferenza di Obama negli affari dei due paesi.

Il Giappone sa che nel contenzioso territoriale con Pechino, senza mai riconoscerlo apertamente, l’America è dalla sua ma il suo orgoglio e il timore comune a tutte le culture orientali di perdere la faccia, subendo comunque una mediazione americana gli impediscono di rallegrarsene per questo vorrebbe evitarne l’intervento, sapendo anche che Pechino se lo cosa apparisse  non l’accetterebbe mai (The Wall Street Journal, 1.6.2013, Mitsuru Obe, Japan’s Abe Presses for Dialogue Il giapponese Abe preme per un dialogo http://online.wsj.com/article/SB100014241278873244126045785185729140 62856.html).

La Cina dà subito la sua disponibilità a riprendere colloqui e negoziato diretto col Giappone, ma il ten. gen. Qi Jianguo, vice capo di stato maggior generale dell’Armata di Liberazione, parlando a una riunione sui problemi di sicurezza a Singapore alla quale partecipava, ha pubblicamente e ufficialmente ribadito che trattandosi di estensioni marittime considerate dai cinesi come cinesi le attività di pattugliamento della RPC sono del tutto legittime: dopotutto, osserva con qualche sarcasmo Qi, si tratta acque del Mar Cinese Orientale e del Mar Cinese Meridionale, no? (AFP.com, 2.6.2013, Chinese patrols in Asian seas 'legitimate': general Il pattugliamento cinese dei mari dell’Asia [che tutti chiamano, del resto e non a caso, cinesi, dice generale, è “legittimo” http://www.afp.com/pt/news/topstories/959201).

●Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha tenuto a risottolineare che gli sforzi di paesi interessati in dispute di natura territoriale nei mari vicini di far coinvolgere terzi paesi in quel tipo di dispute sono del tutto “futili” perché la Cina è sempre pronta a trattare con chiunque, pronta anche a cercare al dunque mediazioni concordate tra le parti, ma non accetterà mai l’intromissione di terzi poteri che nessun titolo hanno ad intervenire. La Cina ha aperti, come è noto, contenziosi territoriali con radici secolari nella storia della dominazione dell’area da parte dello stesso “celeste impero” e, poi, delle moderne potenze coloniali, come Gran Bretagna prima e poi gli Stati Uniti negli ultimi duecento anni, non solo col Giappone ma anche con Filippine e Vietnam.

E la dichiarazione di Wang ha luogo il giorno dopo che il Giappone ha offerto di “aiutare” le Filippine a difendere le sue “isole remote” nelle acque asiatiche prossime (anche) alla Cina. Lo dichiara pubblicamente il ministro della Difesa Itsunori Onodera incontrando a Manila il suo omologo filippino. In contemporanea, viene estromessa, da un voto interno del partito laburista australiano dalla guida del partito, la primo ministro Julia Gillard, sostituita dall’ex premier che due anni fa lei stessa era stata chiamata a furore di popolo e di partito a rimpiazzare, Kevin Rudd (The Age/Melbourne, Gillard Bows Out Gillard se ne va ▬  (video) http://media.theage.com.au/news/national-times/julia-gillard-bows-out-4522752.html)..

La cosa interessa molto la Cina, dati i forti rapporti con Pechino che la stessa prossimità e larga complementarietà delle due economie impongono (già dal 2007 la Cina ha superato il Giappone per volume e valore di scambi bilaterali in Asia con l’Australia). Il problema è che Rudd, per ragioni essenzialmente ideologiche – della Cina non si fida – è dichiaratamente contrario a questi rapporti stretti con il Regno di Mezzo, come ama chiamare la Cina, buon conoscitore che è, o secondo alcuni solo si picca di essere, della lingua mandarina e di quella storia.

Anche e proprio, spiega, sul piano economico-finanziario (“dobbiamo differenziarci di più dal legame con la Cina”, ha detto subito, nel primo discorso post-vittoria China Daily Mail, 28.6.2013, Australia moves to diversify away from China under Kevin Rudd’s leadership Sotto la direzione di Kevin Rudd, l’Australia si muoverà per allontanarsi dalla Cina http://chinadailymail.com/2013/06/28/australia-moves-to-diversify-away-from-china-under-kevin-rudds-leadership).

E’ vero, in effetti, che le prossime elezioni, indette dalla Gillard un po’ anticipate per il 14 settembre, e che sembrano destinate a un cambio radicale di governo, rovesceranno con ogni probabilità tutto il paradigma: il leader conservatore Tony Abbott, che al momento sembra il favorito nel voto, in assonanza con gli ambienti economici australiani (più il padronato, ma anche il sindacato che qui conta) è un deciso sostenitore dell’integrazione economica negoziata tra Australia e Cina (Reuters, 27.6.2013, Confrontation over the South China Sea ‘doomed’, China tells claimants— La Cina dice,  a chi vuole contestare le sue posizioni, che lo scontro sulla questione del Mar Cinese Meridionale è destinato a un fallimento totale  ▬ http://www.reuters.com/article/2013/06/27/us-china-asean-southchinasea-idUSBRE95Q0CR20 130627).

●Alla fine della prima settimana di giugno, comunque, a Palm Springs in California, si sono a lungo incontrati, anche a quattr’occhi, i due presidenti di Cina ed America. E hanno convenuto, viene comunicato, di puntare a – anzi, hanno concordato di star già costruendo insieme – un modello di rapporti cooperativi” dopo ormai, dall’incontro Nixon-Mao del 1972, 40 anni di relazioni, anche spesso assai tese ma che continuano attraverso alti e bassi anche su temi tra i due paesi sempre contenziosi e che non vedono certo sempre svilupparsi rapporti granché collaborativi.

• Insomma, sul modo con cui relazionarsi con una Corea del Nord ormai dotata di sue armi nucleari, sul ciberspionaggio reciprocamente e sistematicamente praticato di ordine ormai non solo militare ma proprio concorrenzialmente commerciale, sulle questioni del rapporto con paesi come la Russia, da sempre e ancora cruciali o diventati cruciali per la loro posizione geo-politica e perché testardamente, secondo qualcuno anche irresponsabilmente indipendenti come l’Iran.

• Ancora, è stato toccato il grande tema del reciproco porsi di America e Cina, da superpotenze l’una forse un po’ calante e l’altra crescente, verso temi come il cambiamento climatico e il commercio, le sue regole e le sue non-regole e, sì, anche i cosiddetti diritti umani e la concezione largamente diversa che di essi hanno i due regimi, le due culture, le due storie profondamente e radicalmente diverse…

     Ma poi… diversa davvero? viene fuori proprio adesso che il governo americano, senza legittimità alcuna – mentre sbraita e protesta sui diritti in Cina e in Russia degli utilizzatori di Internet – in segreto si è dato da anni l’accesso a tutte le scritture via etere, e-mails comprese, dei suoi cittadini oltre che in come da sempre fa dei cittadini del mondo. A proposito di libertà d’espressione, di privacy, di diritti dell’uomo…

• E certo non ha aiutato, se non nel senso dell’ulteriore sputtanamento americano, questa rivelazione neutralizzando e ridicolizzando (ma senti da che pulpito…) l’accusa contro i cinesi per il del loro hackeraggio di Stato— e questo è stato alla fine, forse, il danno maggiore, dato che tutti, perfino il Consiglio Grande e Generale della Repubblica di San Marino, come ogni altro governo del mondo  da tempo sapevano che gli USA in realtà adopravano la loro egemonia cibernetica per spiare governi, poteri e business stranieri: la differenza ormai essendo appunto solo il loro sputtanamento per l’ipocrisia conclamata con cui avventatamente lanciavano le loro accuse alla Cina…

Ci vorrà comunque un gran lavoro, spiega Obama, per portare a dettaglio e ad accordi specifici e operativi intese che restano, per ora, solo di massima. Xi dice che è d’accordo ma insiste nel parlare del suo obiettivo, quello del “vero e proprio nuovo modello di rapporto tra grandi paesi con Obama teso a rispettare il delicato rapporto che ha tra questa ormai dichiarata, necessaria, cooperazione e il suo ruolo di sempre di alleato di quasi tutti i paesi vicini della Cina che sull’America, in qualche nodo, anche un po’ scioccamente, contano per frenarne la crescita (New Yok Times, 8.6.2013, J. Calmes e S. Lee Myers, U.S. and China, Seeking to Ease Tensions, Pledge New Model of Cooperation— USA e Cina, cercando di allentare le tensioni, si impegnano a un nuovo modello di cooperazione ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/09/world/asia/obama-and-xi-try-building-a-new-model-for-china-us-ties.html?ref= global-home&_r=0).

 

Alla fine della seconda giornata di incontri molto intensi, nessun comunicato e nessun commento ufficiale o anche ufficioso. Da sussurri e chiacchiere, però, viene fuori che mentre è emerso un qualche accordo, alla fine sempre di massima, sulla necessità che le due parti hanno di portare a una più “usuale” ragione sul nucleare la Corea del Nord (già, ma come?) e, pare, almeno a livello di dichiarazioni, anche la necessità di impegnarsi contro il problema del riscaldamento globale. Resta invece formale, al di là di ogni buona volontà, il disaccordo di fondo su temi altrettanto cruciali:

• gli attacchi cibernetici, reciproci in campo scientifico, commerciale e, comunque, competitivo;

• la vendita di sistemi d’arma americani alla “Cina minore”, a Taiwan: malgrado Washington poi riconosca solo Pechino, come un po’ tutto il mondo;

• le dispute territorial-marittime con paesi vicini alla Cina, nei Mari cinesi,  meridionale e orientale, dove nei fatti l’America mette il naso a 10.000 km. da Washington;

• la cosiddetta manipolazione della valuta cinese, deliberatamente tenuta troppo bassa – accusano gli americani – per acquisire mercati all’estero (o, rimproverano i cinesi, la manipolazione del dollaro americano, tenuto artificialmente troppo alto per ragioni di malinteso prestigio)— al tempo sperando però che non lo facciano visto che in America loro, i cinesi, depositano gli stramiliardi di averi in dollari che vi detengono e non ne vogliono certo, d’altra parte, la svalutazione;

• e poi c’è tutto il chiacchiericcio sempre alto nei toni in America, ma imbarazzante non poco ora che sta affondando in peccati di spionaggio esterno ed interno del tutto analoghi, solo più ipocriti sul piano del rispetto dei diritti umani di quelli imputati alla Cina. Perché non c’è dubbio che l’occidente si va omologando proprio alla Cina per la voglia sconfinata che ha di sorveglianza  capillare e di massa…

●Tra parentesi, ma neanche troppo poi. Davvero curioso appare l’apparato ipocrita di scuse, giustificazioni, alibi e pretese discolpe avanzato dai servizi segreti colabrodo d’America e Regno Unito – al solito, e come sempre, in combutta, per illustrare il ruolo da secondo violino accompagnatore del primo per definizione sempre ormai americano.

Sono arrivati a sostenere sena neanche provare a sorridere che poi – visto l’art. x, dell’ordine esecutivo presidenziale y, avente valore di legge in quanto approvato in segreto per ragioni di sicurezza nazionale dal direttivo della Commissione senatoriale sulla sicurezza intera del’anno z, post 11 settembre 2001 – la legge statunitense di fatto autorizza la sorveglianza elettronica confidenziale svolta dalle agenzie dello spionaggio anche all’estero verso ogni cittadino del mondo…, come la NSA americana e i servizi clandestini del GCHQ di supporto logistico e organizzativo loro messi a disposizione, su decisione sempre segreta del gabinetto di S.G.M. risalente addirittura ai tempi di quell’ameba servile di Tony Blair.

Già, la legge americana… – segreta, confidenziale, lo consente – e magari anche quella britannica… Ma quella italiana, di legge? quella tedesca? quella spagnola e russa o cinese? Gli unici a emettere finora qualche belato di sommessa protesta sembrano essere stati i tedeschi…. Gli altri tutti zitti: rassegnati o rin***lioniti?

Snowden: “Sì, l’imperatore è proprio nudo!”   (vignetta)

 COMPLESSO SPIONAGGIO-INDUSTRIALE

E’ diventato necessario distruggere la nostra libertà per salvarla (Thomas Jefferson, fondatore e terzo presidente americano: lettera a William S. Smith, 13.11.1787… lo stesso scritto a ricordare come sia vitale che “l’albero della libertà sia di tanto in tanto irrorato dal sangue dei patrioti e dei tiranni”: frase pericolosa, in bocca a demagoghi puri… ma anche una grande lezione dal pensatore più fecondo e brillante della rivoluzione che aveva appena, solo da 11 anni, sconfitto una tirannia, come quella dell’impero di Sua Maestà britannica  [http://www.theatlantic.com/past/docs/issues/96oct/obrien/ blood.htm]

Fonte: Khalil Bendib, 20.6.2013 ++

● Il mio spionaggio elettronico? è tale e quale al tuo!  come, del resto, i miei processi farsa   (vignette)

 

SMETTETELA DI SPIARCI                                                     Ora tocca a Bradley Manning…, domani al prossimo whistleblower, lo

TRANQUILLO, PRESIDENTE Xi,                                           spifferatore con la spina dorsale dritta, come l’ex contractor della NSA

CE L’HANNO CON ME                                                            americana,  quell’Edward Snowden che non lo ha fatto per soldi (guada

MICA CON LEI![1]                                                               gnava milioni di $ col lavoro di spionaggio che faceva per il suo governo)

                                                                                                       e ha rivelato al mondo dei tre miliardi di intercettazioni in un mese che

                                                                                                       sistematicamente faceva per la stessa Natioanl Secutrity Agency americana…

                                                                                                                           

Fonte: NYT, 9.6.2013, L. Heng                                                            Fonte: Opera Mundi, 2013, C. Latuff

●Chiusa qui la parentesi, e tornando al tema principale del rapporto tra le due superpotenze del prossimi nostro futuro, molto intrigante è anche come descrive la dinamica pressoché inevitabile del confronto-incontro-scontro tra due superpotenze che ricorda un accademico di Harvard in un curioso pezzo ricco di sapiente erudizione sul NYT (New York Times, 6.6.2013, G T. Allison, Jr., Obama and Xi Must Think Broadly to Avoid a Classic Trap Obama e Xi devono pensare in grande  per evitare una classica trappola http://www.nytimes.com/2013/06/07/opinion/obama-and-xi-must-think-broadly-to-avoid-a-classic-trap.html?ref= asia).

In 11 di 15 casi studiati dal 1500 a oggi – racconta – quando una potenza in ascesa ha rivaleggiato con una dominante il risultato è stato una guerra. Possono, Obama e Xi, sfidare con successo una simile scommessa?... Più di 2000 anni fa, Tucidide, il generale e storico ateniese, ha avanzato un’intuizione brillante sulla causa della guerra del Peloponneso quando identificò non una ma due varianti che descrisse benissimo così: ‘E’ stata l’ascesa di Atene e la paura che a Sparta ispirò quell’ascesa a rendere inevitabile la guerra’.

Tucidide stesso sapeva benissimo che le cose erano poi più complesse, ma i lettori di oggi dovrebbero chiedersi come mai abbia potuto uno scontro periferico tra Corinto e Corfù nel quinto secolo a.C. a scatenare una serie di conseguenze che finì poi nella rovina sia di Atene che di Sparta. “E’ la dinamica stessa di una potenza in ascesa e in sé fiduciosa a confronto con una che oggi ancora domina ma teme di vedere un po’ ottundersi il filo tagliente della sua spada perdere qualcosa del suo filo tagliente, insieme alle alleanze che, da una parte e dall’altra, legano le due potenze,  trascinare verso il conflitto”.

Nel 1913, una Germania in ascesa sfidava la potenza in atto della Gran Bretagna da oltre un secolo abituata a dominare gli oceani in tutto il mondo… Poi, l’assassinio di un arciduca austriaco da parte di un terrorista serbo buttò il mondo” senza quasi che se ne accorgesse nella Grande guerra. Da cui, dopo quattro anni, uscirono tutti a loro modo distrutti. Dalla Gran Bretagna, che perdeva il suo dominio – ma stavolta fu un’eccezione: senza conflitto esplosivo – a favore dell’America; alla Germania anzitutto, che si vedeva aprire il baratro della rovina completa e del pazzo e furioso revanscismo nazista che in una rovina ancora maggiore con tutta l’Europa l’avrebbe gettata.

L’A. non conclude che dovrà andare ancora una volta, e tanto meno inevitabilmente, così, col conflitto, lo scontro, la guerra. Sia perché la dimensione di questa guerra potrebbe essere stavolta davvero iper-mondiale, se ci fosse un altro nazionalista come il serbo Gavrilo Princip, che sognava l’unificazione dei pezzi di quella che sarebbe stata poi la Jugoslavia libera dall’impero austro-ungarico, a sparare il primo colpo magari su un’isola del Mar Cinese meridionale come lui fece a Sarajevo nel 1914uell’ contro l’arciduca Franz Ferdinand d’Austria…; sia per un’altra ragione esposta con lucidità e qualche ragionata speranza.

Segnala, infatti, l’A., come un anno fa nel suo primo viaggio in America, prima diventare il numero uno del suo paese, Xi Jiping, chiese apertamente “un altro, diverso, tipo di rapporto tra le grandi potenze”; e come, adesso, il presidente Obama con quello che potrebbe anche, chi sa?, rivelarsi come “un grande balzo in avanti di stampo diplomatico-politico” abbia voluto impostare il vertice di Palo Alto come un incontro davvero informale.

Ha proposto a Xi, trovandolo d’accordo, di spendere insieme un fine settimana l’uno di fronte all’altro in un tentativo corse un po’ ingenuo e troppo fiducioso che due uomini di buona volontà potessero davvero cambiare il mondo sforzandosi insieme di capire le reciproche paure e speranze e  rendendosi conto che la vera priorità per entrambi forse ormai più che altro sarebbe di impegnarsi a costruire e ricostruire anzitutto le loro stesse nazioni. Anche perché solo così tra l’altro si riesce, forse, a sfuggire alla trappola di Tucidide. Importante, risolutivo, certo sarà che nessuno dei due poi scordi che non sono solo i loro gli unici Stati, le uniche nazioni, gli unici popoli a chiedere di far sentire la propria voce nel mondo.

●Lo scontro navale che aveva registrato a inizio maggio versioni giustapposte dei fatti, con un battello guardiacoste delle Filippine che aveva abbordato, sparato e ucciso un pescatore di Taiwan con tutta la sequela di proteste e contromisure che ne sono sorte tra i due paesi – Taiwan aveva bloccato l’assunzione di decine di migliaia di lavoratori migranti da Manila – per quello che la marina filippina denunciava come infrazione alla zona marittima di sua sovranità economica esclusiva intorno a quelle che chiama col nome della nave da trasporto tè della Compagnia delle Indie naufragata su quegli scogli corallini nel 1784 (i cinesi le chiamano da sempre isole Huangyan) ha visto man mano una marcia indietro quasi senza condizioni da parte di Manila.

Non solo adesso, anche se in ritardo, dopo l’appoggio magari scontato di Pechino arrivato subito sul tema alla posizione di Taiwan, arrivano le scuse solenni e ufficiali e l’impegno alla compensazione concreta della famiglia della vittima e al pagamento dei danni per il battello di Taipei ma anche, ora, dal National Bureau of Investigation delle Filippine la denuncia formale per omicidio e per l’abbandono in mare di una nave commerciale in pericolo (New York Times, 13.6.2013, Ffloyd Whaley, Charges Urged in Filipino Raid on Taiwanese Boat Formalizzate le accuse per l’attacco filippino al battello taiwanese http://www.nytimes.com/2013/06/14/world/asia/charges-urged-in-filipino-raid-on-taiwanese-boat.html?ref=asia).

Alla fine pare che la questione si risolva con le parti che, annuncia il ministro degli Esteri di Formosa, hanno deciso di rinunciare all’uso della forza e anche di uniformare la reciproca interpretazione delle leggi marittime e delle procedure di applicazione, istituendo pure  misure immediate di allarme reciproco tra le due autorità marittime al primo accenno di qualsiasi anche minuscolo screzio. Manila si è impegnata poi a punire seriamente l’ “imprudente comportamento” – lo chiamano così – dell’equipaggio del guardiacoste colpevole dell’incidente (Facebook, 16.6.2013, Next Taipei-Manila fishery meeting set for July Il prossimo incontro tra Taipei e Manila sui nodi della pesca fissato per luglio https://www.facebook.com/westphilippinesea.scarborough.sabah.watch).

●Intanto, la Cina apre un nuovo fronte di concorrenza con gli USA: in effetti, il Nicaragua ha offerto a una grande multinazionale cinese la costruzione sul suo territorio di un’ “alternativa”, come è stata chiamata, nel Centro America al canale di Panama che, come è noto, è sempre stato sotto il totale controllo non certo di… Panama, ma esclusivamente degli USA.

Il progetto, caro al vecchio – e nuovo – presidente sandinista Daniel Ortega rafforza ovviamente l’influenza che già ha la Cina sul commercio mondiale e di pari passo, inesorabilmente, sgretola il dominio finora incontrastato degli USA su una via di transito marittima chiave (Guardian, 6.6.2013, J. Watts, Nicaragua gives Chinese firm contract to build alternative to Panama Canal Il Nicaragua offre a impresa di costruzioni cinese il contratto di costruzione di un’alternativa al canale di Panama http://www.guardian. co.uk/world/2013/ jun/06/nicaragua-china-panama-canal). E’ certo che se, solo qualche anno fa un governo centro-americano avesse osato mettere in questione, così, gli interessi del monopolio chiamato compagnia del Canale sarebbe stato considerato un fatto davvero rivoluzionario e scatenante di punizioni immediate e, come sempre qui, di natura bellica e cruenta. Oggi – forse? – no…

Il nuovo canale che passerà – che dovrebbe, che potrebbe passare – per le acque del lago Nicaragua collegando Atlantico e Pacifico, per un chilometraggio e con possibilità di cabotaggio parecchio superiori a quelle dell’istmo (Panama è lungo 81 km. e navi più lunghe di 290 m. non ci passano proprio: e il transito è complicato, poi, dalle paratie stagne che ogni volta si devono svuotare e riempire per consentire un livello di mare uguale tra ogni paratia che condiziona l’avanzata delle grandi navi da trasporto e delle petroliere); il futuro canale di Nicaragua, di lunghezza almeno doppia, ma con un passaggio più facile e anche rapido perché non condizionato dal meccanismo dei vasi di compensazione dovrebbe aumentare frequenza e quantità, volume dei passaggi e promette anche minori costi…

A metà giugno, il parlamento nicaraguense ha approvato con 61 voti contro 25 il progetto, con una concessione di 50 anni per lo studio, il disegno, il finanziamento e la costruzione del canale: si tratta, dunque perciò, di un livello al momento ancora del tutto propedeutico e, con ogni probabilità, di una scelta di ordine eminentemente politico: per rinnovare l’annuncio, e la sfida, a Washington (WSMV Tv/ Nashville, Tenn., 13.6.2013, L. M. Galeano e M. Weissenstein, Nicaragua approves massive canal project Il Nicaragua approva il grande progetto per la costruzione del suo canale http://www.wsmv.com/story/ 2585134/ nicaragua-approving-massive-canal-project).

Lo studio di fattibilità stesso dovrà,  nel corso di qualche mese, valutare se la spesa, prevista per ora da imprese americane che avrebbero potuto essere concorrenti dei cinesi a buon fine intorno ai 40 miliardi di $ e che avrà bisogno di rivolgersi al mercato internazionale per finanziarsi è giustificata sia dalle ragioni commerciali  di un  traffico effettivamente in aumento sia da un tasso adeguato di ritorno per chi ci mettesse investimenti solo a fine di guadagno a livello internazionale.

●In Asia, rieletto il presidente uscente della Repubblica di Mongolia, Tsakhia Elbegdorj, ex giornalista che con una campagna forte pro-liberalizzazione riuscì alla testa di un movimento ben sostenuto anche dagli americani a sconfiggere a inizio anni ’90 un immobile regime comunista settantennale e, dopo essere stato varie volte primo ministro a farsi eleggere nel 2009 presidente e adesso, su una piattaforma che, rinnegando le sue tradizionali posizioni, chiede un maggiore controllo del paese sulle sue ingenti risorse minerarie e, anche, sui notevoli investimenti esteri che vi hanno fatto, con la cessione di troppa sovranità da parte di Ulan Bator.

Di lui stesso che cioè era al potere. E proclam, anche, una lotta senza tregua contro la corruzione dilagante, sempre sotto la sua leadership dunque (ABC News, 28.6.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Nbat Namjilsangarav, Mongolian Leader Re-Elected on Anti-Graft Agenda— Il presidente di Mongolia rieletto su una piattaforma anti-corruzione http://abcnews.go.com/International/wireStory/mongolian-leader-elected-anti-graft-agenda-19515768).

●Sempre nel continente, la Corea del Sud si è detta subito soddisfatta dell’apertura, che Seul stessa ha definito “a sorpresa”, venuta dalla Corea del Nord e che sembra proporre un dialogo verso un qualche accomodamento e il possibile rilassamento dei rapporti tra le due Coree dopo un periodo deliberatamente assai teso di manovre e contromanovre militari, minacce di interventi armati, di attacchi e, allora, di contrattacchi anche nucleari se il Nord fosse aggredito dal Sud o dagli americani… Per ora si tratterebbe solo della riapertura di  due progetti di cooperazione economica al confine, chiusi da alcuni mesi, e di comunicazioni che consentano di far funzionare alcuni vecchi progetti di intervento umanitario.

E’ un dialogo ancora del tutto inatteso (New York Times, 6.6.2013, Choe Sang-hun, North and South Korea Agree to First Dialogue in Years Nord e Sud Corea concordano sul primo loro dialogo diretto da anni http://www. nytimes.com/2013/06/07/world/asia/north-and-south-korea-agree-to-dialogue.html?ref=global-home&_r=0). E, del resto, poi, di pre-dialogo si è trattato, perché ancor prima di cominciare tutto è abortito  bloccato sul nascere sulla designazione reciproca dei capi delegazione, ciascuno considerato dall’altro come un interlocutore al di sotto del livello del proprio. Puntiglio, molto estremo-orientale e molto coreano, dove la forma spesso prevale e sempre precede poi la sostanza (New York Times, 11.6.2013, Choe Sang-hun, Dialogue Between North and South Korea Collapses Salta il dialogo tra Nord e Sud Corea http://www.nytimes.com/2013/06/12/world/asia/dialogue-between-north-and-south-korea.html?ref=global-home).

●Adesso, però, e questa mossa invero è questAAA<ì piuttosto inattesa, anche se a posteriori sembrano averla quasi preparata altre aperture accennate o provate di recente (con Seul, anche con Tokyo), Pyongyang ha proposto colloqui ad alto livello direttamente con gli USA dicendosi pronta a discutere di allentamento delle tensioni e, eventualmente, alla fine del processo, della “rimozione dalla penisola di tutte le armi nucleari”: cioè, certo, non solo delle loro ma anche di quelle americane se è vero che – come è praticamente certo ma la Corea del Nord vuole verificare – gli americani non ne hanno mai trasferita alcuna delle loro al governo di Seul. In ogni caso è difficile che, con la loro presunzione usuale di vincere prima di sedersi al tavolo delle trattative, gli americani accettino.

D’altra parte, ormai a Washington sono sicuri che Pyongyang ormai mira sul serio a – ed è anche in grado di – costruirsi altre bombe di tipo più miniaturizzato, altri missili capaci di trasportarle a bersaglio e, anche se pensa che non riuscirà a farseli per domattina, ormai sa di correre qualche rischio in un futuro non lontanissimo se resta soltanto intransigente non non trattare da pari a pari  (New York Times, 16.6.2013, Choe Sang-hun, North Korea Proposes Talks with Washington La  Corea del Nord propone colloqui conWashington http://www.nytimes.com/2013/06/17/world/asia/north-korea-proposes-talks-with-washington.html?ref=global-home).

●C’è uno sviluppo, questo atteso e da tempo calendarizzato di notevole rilievo nei rapporti tra i diversi attori della regione. La nuova presidente sud-coreana Park Geun-hye è andata a Pechino in visita al nuovo presidente cinese Xi Jiping e il confronto si è svolto in maniera molto concreta e cordiale, viene riferito, “sui temi dei rapporti intercoreani e sul rispetto reciproco dei diversi sistemi sociali e delle vie di sviluppo che ogni paese si sceglie”, come recita la dichiarazione ufficiale che chiude l’incontro.

Riferisce l’agenzia di informazioni ufficiale del governo cinese che “Xi ha assicurato l’impegno totale della Cina a lavorare per ottenere una penisola coreana libera da armamenti nucleari”. Da parte sua, “la presidente Park ha garantito che il suo governo mira allo stesso scopo” e apprezza “il ruolo della Cina nel promuovere la denuclearizzazione e la stabilità della penisola coreana” ha confermato l’impegno a migliorare i rapporti con la RDPC, il Nord della penisola (Xinhua, 27.6.2013, Chinese, ROK presidents hold talks, pledge all-round cooperation I presidenti di Cina e Repubblica di Corea nei colloqui si impegnano a una cooperazione su tutti i temi ▬ http://news.xinhuanet.com/english/china/2013-06/27/c_132492654.htm).        

●Cambio di policy, in Vietnam, dove la Banca centrale il 28 giugno per la prima volta da fine dicembre 2011, quando fissò il cambio della sua valuta, il dong, a 20.828 per dollaro, arriva ad abbassarne il cambio dell’1%, portandolo a 21.036 per dollaro. Ciò illustra uno spostamento delle politiche economiche del paese e parte integrante del tentativo di indirizzare l’attività nel senso globale di una maggiore crescita (Agenzia Bloomberg, 28.6.2013, Vietnam Devalues Dong for First Time Since December 2011 Vietnam svaluta il dong per la prima volta dal dicembre 2011 http://www.businessweek.com/news/ 2013-06-27/vietnam-devalues-dong-for-first-time-since-11-to-boost-reserves).

●Le elezioni generali in Indonesia,  il più grande Stato-arcipelago e la più grande (240 milioni di abitanti) democrazia islamica (anche se, più che altro, nominale) del mondo, andrà alle elezioni solo verso metà del 2014. Ma i mercati,  come si dice, cominciano già a sussultare perché nessuno riesce a capire chi e cosa succederà al governo di Susilo Bambang Yudhoyono. Ad oggi l’unico candidato dichiarato è Aburizal Bakrie, del vecchio partito filo Suharto, il vecchio dittatore del golpe che nel 1967 portò, con il massacro fisico di ogni portatore di idee di sinistra, i militari al potere per ben 31 anni di seguito e che adesso e nella coalizione di governo guidata da Susilo. Che pare, invece, teso a  preparare la sua successione cercando di incoronare sua moglie Ani Yudhoyono alla testa del suo partito democratico (Wikipedia, 9.6.2013, Indonesian presidential election, 2014 http://en.wikipedia.org/ wiki/Indonesian_presidential_election_2014).

●Il consorzio che sta sviluppando in Azerbaijan le grandi risorse di gas naturale del paese ha respinto la proposta, favorita soprattutto dall’Unione europea, ma soprattutto a chiacchiere data la consueta sua impotenza decisionale e finanziaria, del gasdotto Nabucco (lunghezza sui 3.300 km. dal confine azero con la Turchia all’hub di Baumgarten in Austria da dove verrebbe stoccato e ridistribuito in Europa centrale, passando per 400 k, di Bulgaria, 460 di Romania e 390  di Ungheria, con ben 2.000 km. in territorio turco (tubi di 140 e più centimetri di diametro, attraverso 12-13 stazioni di compressione per far transitare sui 31 miliardi di m3 di gas).

Propone invece, il consorzio, di puntare tutto sul gasdotto Trans-adriatico (Trans-adriatic Pipeline/TAP), meno lungo, meno costoso e meno complesso, che dall’Azerbaijan, attraverso Turchia, Grecia e Albania, arriverebbe in Italia meridionale (The Economist, 28.6.2013).

 

MEDITERRANEO arabo (il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais) e l’AFRICA

●In Egitto, un tribunale ha condannato 43 cittadini egiziani e diversi dipendenti di alcune ONG straniere, quelle sopratutto americane che si sentono votate a diffondere il loro marchio di democrazia in giro per il mondo – comprese le apposite filiali dei partiti repubblicani e democratici a stelle e strisce uficiali – a cinque anni di prigione, in media, per aver lavorato “illegalmente”, senza che i loro datori di lavoro avessero accettato di autoriconoscere – “come in America”, fa puntigliosamente notare il tribunale e asserisce il governo: ed è esatto, la legge americana proprio questo prevede – di ricevere fondi e perciò, dice la legge, direttive da finanziatori stranieri e di essere dunque agenti di potenze estere: la maggior parte dei condannati, tutti gli stranieri meno un ragazzo americano che aveva insistito per condividere coi colleghi locali il processo, sono stati condannati in contumacia avendo già lasciato il paese (The Economist, 7.6.2013).

●La designazione da parte del presidente Morsi a nuovo governatore della città di Luxor di Adel al-Khayat, vecchio militante islamista, già affiliato nel 1997, a un gruppo terrorista estremista, al-Gama’at al-Islamiya il “gruppo islamico”, responsabile del massacro di 58 turisti in a un sito archeologico proprio di Luxor – lui nega di aver fatto parte dell’ala militare del gruppo e ogni coinvolgimento, ma rivendica la milizia politica in esso svolta a suo tempo – ha portato il ministro del Turismo, Hisham Zazou, a minacciare le dimissioni se non le avesse subito date Khayat.

Non arrivano subito ma, dopo una settimana di tensioni, Khayat insistendo sul suo non coinvolgimento nei misfatti del ’97 (“Morsi stesso – osserva – aderiva e anzi era tra i dirigenti della Fratellanza, ma neanche Mubarak e perfino il signor Zazou non lo ritenevano direttamente responsabile dei crimini che ad essa imputava il regime”) asserisce che non accetterebbe mai di “addossarsi la responsabilità di una sola goccia di sangue versato per un posto al quale neanche aveva mai aspirato” e si è pubblicamente dimesso (1) The Economist, 21.6.2013; 2) BBC News, 23.6.2013, Islamist Governor of Egypt’s Luxor quits after up-roar In Egitto, il governatore islamista di Luxor lascia dopo grandi proteste http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-23020339).   

●Comincia a trovare controminacce esplicite, almeno da parte egiziana, l’annuncio-minaccia dell’Etiopia che intende costruirsi una nuova diga sul Nilo Blu che, malgrado le rassicurazioni verbali etiopiche, promette di ridurne senza alcuna accordo e alcuna verifica concordata il flusso verso Nord, verso l’Egitto del Nilo, e non di poco (la stima è sul 20% del flusso per gli anni – dai tre ai cinque – necessari per il riempimento totale del bacino di riserva della diga etiopica –,  operazione che ridurrebbe  anche ovviamente, e prima ancora, la portata del flusso nel territorio del Sudan.

Ora il presidente Morsi alza la voce e, utilizzando un linguaggio tipicamente american/israeliano  usualmente riservato ai nemici potenziali (Nord Corea e Iran, per gli uni, Iran e mondo arabo per i secondi…), notifica al dittatore militare Hailémariam Desalegn, presidente d’Etiopia, che se la cosa diventasse mai operativa, l’Egitto si riserva di esercitare “ogni possibile opzione” anche di ordine militare. Perché, se in questo modo venisse a mancare all’Egitto anche una sola goccia d’acqua rispetto a quanto gli spetta sulla base degli accordi e dei trattati esistenti e che obbligano anche l’Etiopia, “l’acqua potrebbe anche dover venire rimpiazzata dal sangue” in quanto, certo, l’Egitto ma neanche il Sudan potrebbe vedersi minata così la sua sicurezza.

L’Egitto, che avrebbe sicuramente forze militari adeguate a fermare gli etiopi e la costruzione della loro Grande diga, soprattutto se come è più che possibile riuscisse a fare fronte comune sulla questione coi due Sudan o anche uno solo – la diga è molto prossima al confine del Sud che sembra, però, pendere dalla parte di chi comunque, con o senza accordo, vuole veder cambiare il trattato acquisendo per sé nel farlo una porzione maggiore di acque del Nilo – avrebbe però anche problemi di distanze non piccole da coprire, ma in ogni caso se lo decidesse possibili (Al Jazeera, 11.6.2013, Egypt warns Ethiopia over Nile dam L’Egitto avverte l’Etiopia sulla diga che sbarrerebbe il Nilohttp://www. aljazeera.com/news/ africa/2013/06/201361144413214749.html).

Alla fine l’Etiopia si convince, pare, ad accettare di riprendere i colloqui “tecnici” con cui – sostiene improbabilmente ma con tenacia – potrebbe dimostrare al Cairo che la sua diga non sottrarrà acqua a valle al flusso consueto di cui godono Sudan ed Egitto. Ed è sicuramente un passo indietro dal fatto compiuto e dal casus belli e uno in avanti, comunque, su un piano ancora di coesistenza se non proprio di pace (Aswat Masriya Voci (o Voti) egiziani/il Cairo, 18.6.2013, Egypt and Ethiopia resume discussions on Nile crisis Egitto ed Etiopia riprendono la discussione sulla crisi del Nilo http://en.aswatmasriya.com/news/view. aspx?id=fbb5b6fd-7c10-4114-ad91-8a787a96891a).     

Il bacino del Nilo Blu e la controversia sulle acque del Nilo   (mappa)

Fonte: articolo BBC, qui citato subito sotto

Verso metà giugno, intanto, il cosiddetto parlamento etiope forza la mano e ratifica all’unanimità il trattato che si è modificato da solo, con alcuni dei paesi a monte del Nilo Blu… In definitiva, la contingenza in quest’area, anche in quest’area, non promette sviluppi granché pacifici. E forse la guerra qui potrà non scoppiare solo se gli etiopi non riusciranno a trovare i fondi per costruirsela la loro diga oppure se al dunque, poi, come loro assicurano e nessuno, neanche loro forse, davvero credono, la diga non sottrarrà acqua, a valle, all’Egitto (BBC News, 13.6.213, Ethiopia ratifies River Nile treaty amid Egypt tension Tra tensioni con l’Egitto, l’Etiopia ratifica il trattato sul fiume Nilo http://www.bbc.co.uk/news/ world-africa-22894294).

Intanto, il 23 giugno, in televisione, all’uscita da un incontro col presidente Morsi e alla vigilia di quelle che l’opposizione annuncia come vaste dimostrazioni popolari contro il regime a fine mese (ha dichiarato di aver raccolto 22 milioni di firme di protesta: ma non hanno naturalmente valore legale, costituzionale, e non possono in alcun modo essere dimostrate reali…  pesano, comunque, però…), il gen, Abdel Fattah al-Sisi, capo delle Forze armate, rende noto a tutto l’Egitto che esse non hanno alcuna intenzione di intromettersi in cose politiche ma interverranno con tutta la determinazione necessaria “per impedire confronti e scontri violenti e proteggere la volontà popolare ratificata da tutte le elezioni che il paese ha democraticamente tenuto”.

Tutte vinte dai Fratelli mussulmani e dal presidente Morsi contro ogni opposizione violenta: ultra-islamista o laico-liberale che sia (Al Arabiya, 24.6.2013, Dina al-Shibeeb, Experts: Egypt’s military warnings target Islamists and liberals alike Gli esperti dicono che gli ammonimenti dei militari egiziani sono rivolti sia agli islmisti che ai liberali http://english.alarabiya.net/en/perspective/ana lysis/2013/06/24/Egyptian-army-issues-strong-warning-but-to-whom-html).

Il senso più vasto di quel che dice l’esercito, insomma – e, certo, a ragione – è che, al di là di posizioni, strategie e scelte anche molto diverse in campo, prima di farle passare come legittime e degne della protezione della legge, chi vuole cambiare politica non deve solo imparare, come sta facendo, ad organizzarsi meglio e a elevare il livello della violenza che esercita nelle strade ma deve anche vincere le elezioni: qui, come dovunque nel resto del mondo arabo, in Turchia ormai o anche in Brasile… E, d’altra parte, i sostenitori delle autorità legittimamente elette e che, più o meno tutti, in sostanza, considerano tali devono anche imparare a smetterla di considerare le manifestazioni dell’opposizione come quasi in sé e per sé, sempre e comunque, un reato di alto tradimento…

Non sarà facile, per nessun neofita dell’esperienza – contraddittoria, faticosa, anche sanguinosa a volte – della democrazia. Però, se la manifestazione dell’opposizione debordasse davvero e i militari si convincessero… Certo è che, dopo due anni di rivoluzione, quella egiziana sembra arrivare – e bisognerà vedere se sarà ora in grado di tornare indietro – sull’orlo del baratro. E che qualcosa, comunque, ormai  deve cambiare.

●Lo Scudo della Libia, uno dei più forti gruppi di miliziani islamici di stanza a Bengasi, la capitale della metà orientale del paese, è stato in buona parte estirpato dalle basi che occupava ma non ancora dalle sue radici nella regione dopo una serie di duri scontri armati a metà giugno coi quali l’esercito più o meno regolare del paese ha fatto fuori almeno 35 suoi combattenti. Quelle dello Scudo, erano state le milizie selvagge che avevano linciato il rais, bloccato nell’ottobre 2011 da un attacco aereo francese sull’autostrada mentre cercava di raggiungere il deserto. Il governo di Tripoli che ha ipocritamente proclamato tre giorni di lutto per la trentina di morti dello Scudo, sta celebrando quello che considera comunque, forse con troppo anticipo, l’inizio della fine dell’anarchia cirenaica.

Tripoli aveva da tempo assicurato, ai suoi più o meno vicini alleati e foraggiatori (il Qatar, soprattutto, ma anche i servizi segreti francesi che qui agiscono con qualche efficacia da freno nei confronti dei bollori estremisti islamisti in casa d’altri del suo munifico emiro), di mettere fine al dominio dei miliziani di obbedienza più massimalista oltranzista. Ma nessuno è in grado – e tanto meno il governo ufficiale di Tripoli – di contare sulla propria presa nell’area della Cirenaica.

Qui il selvaggio est è, nei fatti, ancora in mano all’estremismo islamista e non c’è legge o autorità che tenga. Il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, diciamo, regolari, Salim Gneidy, che ha rimpiazzato da pochi giorni Yusef Mangoush, perché, anche se marginalmente, ex militare di carriera sotto Gheddafi e quindi epurato in base alla nuova “legge di ostracismo” ha giurato di cancellarli: mentre Mangoush, forse per tenerseli speranzosamente un po’ buoni, aveva teso piuttosto, anche senza successo, a cooptarli. La domanda di fondo che percorre nei fatti oggi tutta la Libia è se i nuovi, e il loro mix di nuovo col vecchio, stia rimpiazzando il regime o solo parte del suo personale? (The Economist, 14.6.2013, Libya’s Government and the militias Il governo libico e le milizie http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21579520-defeat-islamist-militia-raises-hope-law-and-order-may-return).

●Nel corso di un incontro speciale sui problemi cosiddetti di sicurezza svolto ad Orano, in Algeria, il rappresentante speciale dell’Organizzazione per l’Unità Africana che ha l’incarico di gestire i problemi dell’antiterrorismo, Francisco Caetano Jose Madeira (esperto diplomatico mozambicano), ha riferito di “molti rapporti che affermano che la Libia è diventata ormai uno dei maggiori canali e centri di transito per moltissimi gruppi terroristici nel loro spostamento dall’uno all’altro paese… ci risulta la presenza in Mali, ad esempio, di organismi terroristi attivi che considerano il territorio libico sia come un rifugio che come un santuario dove organizzarsi e ri-organizzarsi”.

E Madeira ha descritto la situazione in tutta la regione del Maghreb-Sahel come “estremamente pericolosa”: un altro effetto – il più pericoloso, forse, strategicamente parlando – della eterogenesi dei fini (questi inetti di statisti occidentali che ci ritroviamo, da Obama a Sarkozy passando per Cameron e per quegli che, fino a quel momento nei confronti del rais era stato lo slinguettante Berlusca, hanno fatto fuori Gheddafi perché terrorista spietato, facendo così di tutta la Libia una piattaforma al servizio dei peggiori centri del terrorismo internazionale (Global Post/USA, 25.6.2013, Libya a key terrorism transit hub, warns African Union Libia, un centro chiave del transito del terrorismo internazionale, dice l’Unione africana http://www.globalpost.com/dispatch/news/afp/130625/libya-key-terrorism-transit-hub-warns-african-union).

●In realtà non è che il caos sia poi limitato al selvaggio est cirenaico… Ora, dopo più  di dieci morti in scambi a fuoco tra tribù e fazioni religiose al centro di Tripoli, è coinvolta ogni giorno la capitale stessa. E il primo ministro Ali Zeidan dice di averne abbastanza. Ringraziando “per i servizi resi” il ministro della Difesa Muhammad al-Barghathi, provvede a licenziarlo in tronco: ufficialmente, come è ovvio, ad accoglierne le dimissioni. Già date e respinte due mesi fa e sempre perché non riesce a controllare le milizie e domarle (Rinascita, 27.6.2013, Lascia anche il ministro della Difesa http:// www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21730).

E poi l’anarchia creata nella e dalla Libia del post-Gheddafi ormai è debordante davvero… basta guardare al Mali per vederlo chiaro. Il governo militare ha raggiunto un primo accordo di tregua coi ribelli autoctoni del paese, i tuareg separatisti del Nord, che potrebbe aprire la strada – almeno qualcuno spera – a un ritorno delle truppe governative nella città di Kidal, oggi controllata da loro, prima delle elezioni teoricamente convocate per l’inizio di luglio. Lo ha comunicato, il 18 giugno il negoziatore capo del Mali ai colloqui. Spingono per una soluzione che vada in questo senso gli sponsors internazionali del regime militare, soprattutto i francesi.

Più prudenti nel campo avverso dell’MNLA, il Mouvement National de Libération de l’Azawad , come i tuareg chiamano il Nord del paese, viene precisato che si resta  “in attesa di fatti” concreti (NordMali.com, 18.6.2013, Mali – Accord entre la Transition Malienne et les Touaregs http://www.nord-mali.com/component/content/article/5104-mali-accord-entre-la-transition-malienne-et-les-touaregs-ce-mardi). Ma poi il giorno dopo l’accordo viene siglato dal vice presidente dell’MNLA stesso, Mahamadou Djeri.

E’ un passo importante perché i ribelli riconoscono comunque l’integrità territoriale del paese, l’esercito prende atto che non è in grado di riconquistarselo da solo con la forza  né con l’appoggio militare della ex potenza coloniale sempre egemone, la Francia. E, certo, adesso resta ancora tutto da implementare, l’accordo, nel suo potenziale e nei limiti che esso stesso si riconosce, anche perché il reclamo di un’autonomia reale e autogoverno dei tuareg resta fortissimo, come il rifiuto del potere tradizionale tribale maliano a concederlo… (Guardian, 19.6.2013, Afua Hirsch, Mali signs controversial cease-fire deal with Tuareg separatist insurgents Il Mali firma un cessate il fuoco controverso con gli insorti separatisti Tuareg http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/19/mali-peace-deal-tuareg-insurgents-aid).

●Tra quanti mostrano di credere poco, in realtà proprio niente – anche, ovviamente, sulla base delle notizie in arrivo dall’Organizzazione per l’Unità Africana sul ruolo che sta giocando la Libia del dopo Gheddafi nel dare potere qui al terrorismo al-Qaedista – a una situazione che in Mali si andrebbe normalizzando, è il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che adesso approva all’unanimità la dislocazione sul posto, già precedentemente decisa, di una formazione d’un corpo speciale armato di “mantenimento della pace” di 12.600 unità

Ma non viene stanziato un euro di finanziamento dell’operazione (c’è solo il solito appello ai volenterosi: e, qui, il volenteroso Qatar sta dall’altra parte…, dalla parte degli islamisti ribelli al governo del Mali!), né sembra che alcuno abbia tenuto conto dei seri problemi logistici e della temperatura torrida in cui dovrebbero operare quelle truppe nel deserto maliano (Deutsche Welle, 25.6.2013, UN Security Council approves Mali peacekeeping force Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva [in linea di principio…] una forza di mantenimento di pace per il Mali http://article.wn.com/ view/2013/06/25/UN_gives_goahead_ to_deployment_of_Mali_peacekeepers/?section=MediumSearch&template=cheetah-worldnews%2Findex.txt).

La forza ufficiale dell’ONU che originariamente avrebbe dovuto sostituire quella dell’OUA in loco, in realtà finirà con l’inglobarla, mentre la Francia dovrebbe mantenere il suo corpo di spedizione separato di circa 1.000 unità. Anche qui la principale forza logistica a disposizione dell’ONU sarebbe l’aviazione americana: che è estremamente riluttante a impegnarsi, ma ancora una volta potrebbe trovarsi coinvolta alla fine, comunque…         

●Per quel che, sul terreno, accade in Siria, sia i media che a livello internazionale (quasi tutti) seguendo l’input dei rispettivi governi (tutti o quasi, anche se impauriti del prevalere evidente tra loro dei jihadisti) appoggiano i ribelli, sia quelli schierati più a cercare di raccontare i fatti (qualcuno ce n’è, pochi) ci vanno spiegando da giorni che le forze combinate del regime di Assad e degli Hezbollah hanno ripreso in mano e controllano ormai in pratica la città (ormai però semidistrutta) di al-Qusayr, tra le montagne al confine col Libano. Del resto, quel che afferma il governo siriano stavolta è anche confermato dalle continue e, se non suonassero quasi disperate, petulanti richieste di assistenza, ognuna diversa e separata dagli altri e dalle loro e tutte solo concordi a chiedere armi e soldi.

Il punto è che il controllo effettivo di al-Qusayr, riconquistata col supporto cruciale della fanteria formata dalle milizie Hezbollah consente di esercitare il controllo effettivo della città e del governatorato di Homs, restato per mesi sotto il controllo abbastanza precario ma finora anche abbastanza solido di gruppi di insorti. Si tratta di sicuro di una svolta, non determinante ancora forse ma non solo di dimensioni tattiche. Ma ormai gli unici territori stabilmente controllati dai ribelli restano al confine nord con la Turchia e in pezzi di Siria orientale vicina all’Iraq soprattutto per la decisione del regime, con risorse comunque limitate, di abbandonare il controllo troppo oneroso da mantenere di quelle specifiche zone.

Sempre sul campo, intanto, arriva anche conferma anche se per ora dall’agenzia di Stato siriana SANA, che le forze leali al regime di Assad hanno riconquistato il quartiere chiave di Jobar, il più a nord-est della capitale, descritto dai contendenti tutti come pietra strategica piuttosto miliare (Washington Post, 4.6.2013, Syrian army advances in Qusayr and chases rebels from Damascus suburb L’esercito siriano avanza a Qusayr e caccia i ribelli da un sobbborgo di Damasco http://www.washingtonpost.com/world/middle _east/syrian-state-media-say-army-pushes-rebels-out-of-key-district-on-edge-of-damascus/2013/06/04/69648ffa-ccf6-11e2-8573-3baeea6a2647_story.html).

Quasi subito e come conseguenza diretta proprio di quel che è successo a al-Qusayr – la riconquista della città costata, però, la sua quasi completa distruzione – secondo molti osservatori presenti anche sul posto e ben infornati – come chi conosce lingua, dialetti e costumi, cultura del posto assai bene – (come per The Independent, 27.6.2013, testimonia direttamente P. Cockburn,  Tal Kalakh: Syria’s rebel town that forged its own peace deal— Tal Kalakh: la citta ribelle che in Siria si è fatta da sé il suo accordo di pace ▬ res://ieframe.dll/acr_depnx_error.htm#independent.co.uk,http://www.independent.co.uk/news/ world/middle-east/tal-kalakh-syrias-rebel-town-that-forged-its-own-peace-deal-8673695.htmln) come se fosse scattata una molla a provocare contatti e accordi a livello locale tra esercito regolare e sacche di ribelli siriani, si sono cominciati a negoziare luogo per luogo una serie di accordi di pace quasi separati, autonomi,  che hanno portato a molti cessate il fuoco.

E’ stato necessario per arrivarci anche scavalcare, in effetti, da parte di molti ribelli siriani, e con la forza a volte, l’opposizione dei ribelli non siriani – gli al-Qaedisti che vengono da altri paesi – più disposti ad esporre la popolazione siriana a scontri che portano a distruzioni come quella di Qusayr, a dimostrazione che dove i siriani si ritrovano faccia a faccia è più facile, anzi decisivo, oìpoter arrivare a una qualche intesa. E l’A. è convinto che questo tipo di accordi a livello locale di cessate il fuoco e disimpegno concordato diventeranno ormai sempre più critici per metter fine alla manifestazioni più violente della guerra civile siriana.

Forse il punto più rilevante della corrispondenza e della testimonianza di Cockburn è che sia del tutto inadeguata a spiegare il complesso problema della guerra e della pace in Siria la semplicistica descrizione da parte dei media nostrani di questo paese come di un campo di battaglia irriducibilmente diviso dalla disparità irreconciliabile di due culti religiosi che tali sono proprio perché vengono dalla stessa matrice religiosa di base, da uno scisma, dalla grande eresia scii’ta rispetto alla radice comune sunnita. Il problema deve tener conto, infatti, anche di una coesistenza che si è dimostrata fino a un passato recente vivibile tra etnie differenti ed è enormemente complicato da interventi e intromissioni estere e esterne nella vita dei siriani tutti.       

●Intanto, il segretario di Stato americano John Kerry fustiga i russi. Sì, è stato chiarito ora che i loro missili terra-aria S-300 non sono stati ancora consegnati a Assad, ma da Mosca hanno confermato – dice Kerry – che “si tratta di un vecchio contratto” come quello che prevede l’ormai prossima consegna a Assad di più d’una decina di caccia MiG (Top News, 1.6.2013, MiGs to arrive in Damascus Arriveranno i MiG a Damasco http://www.topnews.az/en/news/61184/US-Germany-condemn-Russia-over-Syria-arms.html) ma osserva come, comunque, anche le voci  comunu  hanno un impatto profondamente negativo sull’equilibrio di interessi e la stabilità della regione e mettono a rischio Israele”.

Tace Kerry, invece, sul fatto che Israele proprio per la natura di quei missili terra-aria è a rischio solo se attacca il territorio siriano: ma la cosa, che non sembra proprio irrilevante, visto l’immediato invito lanciato a seguire dal ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle che lo affianca al dipartimento di Stato a tutti gli interessati (“nessuno escluso”) a rispettare i confini esistenti.

Considerazione ancora più curiosa, a riflettere bene, pure sulla cnche sulla critica rivolta agli Hezbollah, sempre da Kerry, per essere intervenuti, in 7.000 secondo la denuncia dei ribelli stessi, sul campo schierandosi al fronte col regime siriano. Naturalmente non dice motto, lui, sulla presenza in campo coi ribelli stessi di decine di migliaia di jihadisti e al-Qaedisti che costituiscono all’evidenza l’alibi e la motivazione degli Hezbollah (New York Times, 31.6.2013, S. Lee Myers e M. R. Gordon, Kerry Castigates Russians Over Syria Bound Missiles— Kerry castiga (sic!) i russi per i missili destinati alla Siria http://www.nytimes.com/2013/06/01/world/middleeast/kerry-castigates-russia-over-syria-bound-missiles.html?pagew  anted=all&_r=0).

Kerry sostiene che questo fattore introduce ulteriori complicazioni alla possibilità che proprio coi russi lui aveva concordato e proposto di cercare di aprire una per quanto interlocutoria sede di colloquio se non proprio ancora di negoziato tra ribelli e regime siriano. Ma il suo omologo russo, Sergei Lavrov, dice che a impedire l’incontro è, e se resta sarà, la pregiudiziale di quelli ad aprire un dialogo solo quando si sia preventivamente dimesso il numero uno della controparte, il governo di fatto e di diritto della Repubblica di Siria.

Di fatto, a inizio giugno, ormai a quasi tre settimane dalla proposta congiunta russo-americana, Assad ha designato i suoi inviati ai colloqui e i ribelli no. Perché non sono d’accordo tra loro sul loro stesso, interno, reciproco riconoscimento, non solo su chi delegare ma anche e proprio su come essere, definirsi e costituirsi. A conferma del caos nebuloso che è l’opposizione siriana, adesso la sua Coalizione nazionale si allarga ad altre 43 componenti fino a un’adesione totale ormai di ben 14 gruppi distinti e separati. 15 dei nuovi posti andranno al cosiddetto Esercito Libero siriano – che ne aveva reclamati 50 e pare adesso declinare l’offerta – e 14 ai gruppi di obbedienza dichiarata jiahdista e al-Qaedista che combattono effettivamente sul campo e avevano reclamato anche loro una rappresentanza più forte (Arab Saga, 31.5.2013, Syrian Coalition comes back from the dead La coalizione  degli oppositori risorge [ma, dal testo – cioè da come esso descrive l’evento e l’incontro – si direbbe piuttosto che tentano di risorgere…] dalla tomba http://arabsaga.blogspot.it/2013/05/syrian-coalition-comes-back-from-dead. html).

Adesso, poi, i ribelli stanno anche perdendo militarmente il controllo sull’area chiave di al-Qusayr contro l’esercito siriano e i suoi alleati, Hezbollah. E non riescono ad andare oltre le loro tragiche divisioni politiche, non offrendo neanche un incentivo al governo per la ricerca di un compromesso o di un negoziato non fosse che per la minaccia israelo-americana, contrastata però finora con efficacia sufficiente dal rifiuto russo a riconoscere la legittimità di un intervento militare esterno.

●C’è anche il fattore di una collaborazione che ormai sta proprio saltando nella joint venture, per chiamarla così, che era stata siglata il 9 aprile scorso sul campo tra i maggiori gruppi ribelli  estremisti. Si viene ora a sapere che il massimo capo di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, il successore di bin Laden, ha scritto un messaggio alla branca del suo gruppo  presente e da tempo ormai scesa in armi in Siria, lo Stato islamico dell’Iraq, cancellando d’autorità l’accordo con gli jihadisti di Jabhat al-Nusra— il Fronte per la Difesa della Grande Siria.

Al-Zawahiri tenta così di mettere fine, prima che tutto esploda, allo scontro interno, fratricida e spesso anche armato, per definire sul campo chi alla fine, poi, comandava dopo la proclamata fusione di inizio aprile scorso che ha avuto come unico risultato nei fatti quello di allarmare con la minaccia di un’ulteriore proliferazione jihadista i nemici dell’Islam, scrive lo stesso capo di al-Qaeda (The Muslim News, 9.6.2013, Basma Atassi, Qaeda Arch annuls Syrian-Iraqi jihad merger Il capo supremo di al-Qaeda annulla la fusione tra i gruppi jihadisti siriano-iracheni http://www.themuslimsnews.com/qaeda-chief-annuls-syrian-iraqi-jihad-merger.html).

●Alla vigilia di quella che avrebbe potuto essere e adesso, per il cul de sac nel quale ormai sembrano essersi andati a cacciare gli americani, potrebbe ancora essere il tentativo della conferenza congiunta russo-americana, sembra per lo meno onesto riconoscere insieme a un acuto editoriale del NYT firmato da un esperto vero. Uno cioè, come François Heisbourg, consigliere della Fondation pour la Recherche Stratégique di Francia, che aveva dimostrato di essere esperto già prima dei fatti di Damasco avendo predetto subito come sarebbe andata a finire, esattamente come aveva fatto dieci anni fa pronosticando come sarebbe andata a finire l’avventura in Iraq (regalando – scrisse – l’Iraq all’Iran) ma nessuno là dove si poteva volle sentirlo allora né oggi— davano retta Obama a Clinton e Bush a Cheney…

Adesso, sul NYT, ha ribadito, documentato e ben motivato come oggi “a più di due anni da quando scoppiò la rivolta contro il regime di Bashar al-Assad, bisogna dire che la politica sul tema della Russia ha avuto un chiaro successo, mentre analisi e azione dell’occidente – dell’America e delle sue mosche cocchiere, Francia e Inghilterra e della NATO a strascico – sono state un fallimento totale (New York Times, 7.6.2013, F. Heisbourg, S                iria:Russia’s Success,the West’s Failure— Siria: il successo della Russia e  il fallimento dell’occidente http://www.nytimes.com/2013/06/08/opinion/global/russias-success-the-wests-failure.html?ref=global-home).

Heisbourg non è in niente tenero con la strategia dei russi ma ne riconosce il realismo che adesso li sta comunque spingendo a emarginare quanto possono, ma salvandone la faccia, il loro stesso protetto. Una volta tanto si tratta di una real politick che è fatta anche di reale buon senso. Al contrario del moralismo grondante di sangue dovuto troppo spesso anche alle buone intenzioni proclamate e ipocrite nostre, occidentali.

Ma naturalmente gente come lui è inascoltata…

Adesso ancora non si capisce bene se poi ci sarà davvero la conferenza che a Ginevra sarebbero pronti a convocare americani e russi. Le cose, infatti, si complicano ancora: adesso i ribelli hanno specificato col capo almeno nominale, ma certo non unico, delle sue forze militari, il gen. Salim Idriss, ex uomo di Assad, che loro al colloquio/dialogo/negoziato – si vedrà poi cosa potrà davvero essere – ci saranno se prima riceveranno le armi pesanti che chiedono all’America, cioè a chi la riunione l’ha co-convocata! (New York Times, 8..2013, M. R. Gordon, Syrian Opposition Says It Rejects Talks Unless Rebels Gets Arms L’opposizione siriana [bè, una delle tante…] afferma di respingere il colloquio a meno che i ribelli ottengano prima le armi che vogliono ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/09/world/middleeast/syria-opposition-wont-attend-talks-unless-rebels-get-arms-commander-says.html?ref=global-home).

Poi, verso fine mese, Idriss in persona rivela che ora l’Esercito Libero Siriano “ha in suo possesso le armi che cambieranno l’equilibrio del potere sul campo” e, a parte la sua probabilmente mal riposta sicumera, conferma che le armi le hanno ricevute o almeno le hanno cominciate a ricevere… (Al Arabiya, 21.6.2013, FSA received arms that could ‘change the course of the battle’ L’ELS ha ricevuto armi che possono ‘cambiare il corso della guerra’ sul campo http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/06/21/FSA-received-weapons-that-will-change-balance-of-power-chief-says.html). Ma non dice ancora sì, comunque, alla conferenza di pace… Perché – come aveva detto chiaramente, onestamente, il generale – se non ricevessero le “loro”  armi, i ribelli si siederebbero a quel tavolo a mani vuote.

Ma in realtà, ancora una volta, la verità è che, non nella propaganda che diffondono ma nei fatti, i ribelli si fidano poco. Le armi che oggi ricevono sono sempre quelle già da tempo inserite nella catena di ricezione al-qaedista e vengono dal Qatar, che adesso su richiesta americana le ha chieste indietro (missili anticarro, antiaerei, ecc.) ai suoi alleati della filiale che da tempo ha nel Maghreb  già utilizzate per aiutare tempo fa a buttare giù, in Libia, Muammar Gheddafi. O vengono addirittura dagli stocks di armi e munizioni che, intorno al 2005-2006, l’America di Bush mandava regolarmente proprio al rais colonnello…

Insomma non sono arrivate – comunque non ancora – dall’America. Di questo, della loro inferiorità rispetto alle armi di cui dispone uno Stato come la Siria, i ribelli si lamentano. Ma, forse, l’inferiorità sul campo è anche colpa della loro avventatezza o, forse meglio, dell’azzardo con cui hanno deciso, specie i jihadisti tra loro, di scommettere sull’attacco sconsiderato, sul tutto per tutto, nel tentativo di forzare la mano così ai loro sponsors (New York Times, 10.6.2013, M. R. Gordon e M. Landler, Rebels Losses in Syria Complicate Options for U.S. Aid Le perdite tra i ribelli complicano in Siria le opzioni di aiuti da parte degli americani http://www.nytimes.com/2013/06/11/world/middleeast/as-rebels-lose-ground-in-syria-us-mulls-options.html?ref=global-home).

In realtà, una delle poche armi efficaci che sono già oggi in mano ai ribelli, prima di ricevere se poi gliele danno, le armi pesanti che vogliono per approfondire e allargare le loro posizioni di forza contro il regime è quella di far debordare, con la rivolta e la guerra civile che resta in atto e le masse di profughi indirizzate verso i paesi vicini, Turchia, Libano e Giordania anzitutto. Qui in uno scontro di frontiera coi ribelli siriani ci son stati alcuni morti di cui però Amman sembra quasi imputare, se non altro per incapacità di distruggerne la minaccia, al regime di Assad. E’, in sé, questo debordare del problema siriano al di fuori della Siria stessa che comincia a manifestarsi e che ormai fa paura dovunque e a chiunque, meno che ai jihadisti estremi, qui  nella regione.  

●Ma anche sullo stesso territorio siriano, vicino ai confini con la Turchia, la guerra finisce con l’arrivare la guerra, esondando per iniziativa probabilmente improvvida dei ribelli, coinvolti poi  e duramente stoppati dalle e nelle reazioni della popolazione curdo-siriana: lo confermano il 21 giugno fonti delle due parti, parlando di scontri feroci tra truppe ribelli e militanti del PKK curdo che si oppongono al tentativo di occupare il territorio di confine dalle cui guarnigioni il regime di Assad ha ritirato molto personale di fatto concedendo un regime di larga autonomia, tuto sommato ad esso leale, alle popolazioni maggioritariamente curde.

Gli scontri sono iniziati con la reazione alla creazione di posti di blocco ribelli del gruppo Jabath al-Nusra, di obbedienza al-Qaedista, a Jindaris, nelle vicinanze di Efrin e parte del governatorato di Aleppo, malgrado una tregua negoziata con la mallevadoria evidentemente solo nominale  dell’Esercito Libero Siriano appemna due giorni prima. Il dissenso tra curdi e ribelli siriani è di lungo periodo, come quello tra quasi ogni minoranza etnica o religiosa e i ribelli. Ma, ultimamente, il nodo sembra arrivato davvero al pettine (The Baltimore Sun, 20.6.2013, Khaled Yacoub Oweis, Arab Islamist rebels, Kurds clash in northern Syria I ribelli islamisti arabi e i curdi si scontrano nella Siria settentrionale http://www.baltimoresun.com/news/nation-world/sns-rt-us-syria-crisis-kurdsbre95j0th-20130620,0,3182403.story).

●Viene annunciato, e subito viene anche iniziato, il ritiro dalle alture del Golan occupate da Israele, dopo la partenza dei contingenti di caschi blu ONU di Giappone e Croazia già andati via negli ultimi mesi, anche di quello austriaco, più consistente. Il mandato dell’ONU era quello dell’interposizione tra il territorio controllato da Isarele e quello siriano. Ma ormai, con la guerra civile in atto non solo in Siria ma anche sulle stesse alture tra le milizie ribelli a Damasco e l’esercito di Assad, gli austriaci non ci stanno più a far da bersaglio in una missione che ha cambiato natura e se ne vanno.

Sono 378 caschi blu e lasciano sul posto, ma probabilmente anch’essi in partenza, i contingenti di Filippine e India, in tutto sulle 500 unità quando un anno fa il contingente UNDOF (nella U.N. Disengagement Observer Force La Forza ONU di Osservatori per il Disimpegno) ammontava a oltre 1.100 truppe di interposizione. L’unica offerta pervenuta all’ONU per rimpiazzare gli austriaci è stata quella dei russi che, però, in base all’accordo raggiunto nel ’74 tra Israele e Siria, come gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non sono titolati a una presenza a mano che le parti, Siria e Israele, non la accettino. E Israele, si capisce, non vuole…

Tel Aviv aveva conquistato coi suoi carri armati i 1.200 Km2 di reale importanza strategica delle alture del Golan nei sei giorni della guerra del 1967 e se li era, dopo quella lampo del Kippur del 1973 semplicemente annessi: mossa che la “comunità internazionale”, nessun paese dell’ONU cioè, neanche gli Stati Uniti, come del resto per l’occupazione militare della Cisgiordania, ha mai riconosciuto come legittima (Al Akhbar, 12.6.2013, UN Austrian troops begin withdrawal from Golan Heights Le truppe austriache del contingente ONU cominciano a ritirarsi dalle alture del Golan http://english.al-akhbar.com/ content/un-austrian-troops-begin-withdrawal-golan-heights).

●Adesso, richiamano alla memoria due statisti europei che hanno un passato diplomatico attivo nelle cose del mondo e anche a modo loro, delimitato certo, positivo non come gli ex grandi che ambirebbero a tornare tali ma proprio non possono, come Regno Unito o Francia ma che,quando ormai si muovono come misirizzi impotenti, combinano solo guai, “c’è voluto quasi un anno perché il comunicato di Ginevra sulla Siria del giugno 2012 fosse rispolverato con la diplomazia che cercherà adesso di riprovarci”.

Il fatto è, spiegano, motivano e concludono un loro breve editoriale sul NYT, breve ma di respiro, (New York Times, 11.6.2013,  J. Solana [ex ministro degli Esteri spagnolo, segretario della NATO e Alto rappresentante della UE per gli Esteri e la politica di sicurezza] e Jaap de Hoop Scheffer [anche lui già ministro degli Esteri olandese e segretario generale della NATO], Geneva Talks Hold the Only Key to Syria I colloqui di Ginevra sono la sola chiave di soluzione per la Siria http://www.nytimes.com/2013/06/12/ opinion/global/geneva-talks-hold-the-only-key-to-syria.html). 

●L’8 giugno, ripresa al-Qusayr e rimesso pressoché sotto controllo, al di là di sporadici episodi di resistenza, il governatorato di Homs le forze armate regolari siriane hanno ripreso l’offensiva per riconquistare la città di Aleppo e il territorio vicino, secondo quel che racconta il quotidiano filogovernativo al-Watan la Patria. L’operazione viene chiamata Tempesta del Nord con un’avanzata di truppe e forze corazzate decisa verso le città di Hraytan, Kafr Hamra e Atareb (Agenzia Xinhua, 10.6.2013, Syrian army launches operation to recapture Aleppo L’esercito siriano lancia operazioni militari per riprendersi Aleppo http://news.xinhuanet.com/english/world/2013-06/10/c_132446149.htm).

●E, a questo punto, adducendo di avere le prove – ma non producendole né dimostrando, solo annunciando di averle, come rilevano prontamente i russi: proprio come fece Bush in Iraq – rileva sul suo personale Twitter, direttamente, cioè impegnandosi in prima persona Vladimir Putin dando in sostanza a Obama del mentitore… e alla vigilia del vertice del G-8 del 17-18 del mese a Enniskillen, in Irlanda del Nord dove i due di incontreranno e si confronteranno anche sul tema – per le armi di distruzione di massa di Saddam che non c’erano – Obama decide di sbloccare la fornitura di armi leggere e munizioni (ma a Washington c’è chi dice ormai anche di armi pesanti) americane ai ribelli.

Sperando, ma non potendo garantire a nessuno neanche tra gli scettici che abbondano nella sua stessa Amministrazione scottati proprio dalle fantasie che Bush ordinò alla CIA allora di fabbricare, non solo della veridicità delle prove ma anche, e soprattutto, del fatto che le armi pesanti a stelle e strisce non vadano a finire nelle mani dei peggiori nemici non solo di Assad ma anche e proprio dell’America stessa, i fan-islamisti di al-Qaeda… e tanto meno che non provochino i sostenitori di Assad, adesso, a controbattere le armi americane con quelle loro: iraniane e russe, dopotutto destinate al governo legittimo del paese in questione. 

E’ un azzardo nuovo, pesante e molto molto rischioso: anche Obama lo sa (ha confessato ai suoi più vicini, dicono, che le armi pesanti, anticarro e missili terra-terra che poi consegnasse sotto pressione dei suoi maledetti falchi al fantomatico Esercito Libero Siriano finirebbero ineluttabilmente, sul campo, nelle mani degli al-Qaedisti di al-Nusra: per questo, per non andare a infognarsi direttamente in un’altra guerra mediorientale aveva finora resistito alle proposte in quel senso che gli erano venute pressanti dalla sua vecchia segretaria di Stato, la Clinton, e dal generale Petraeus.

Sì, il grande guerriero stratega del nulla, per meno di un anno capo della CIA prima di doversi dimettere perché trovato con le mutande in mano, che invece del veni, vidi e vici cesaresco cui  addirittura per iscritto (le sue premature memorie) il megalomane andava aspirando aveva poi dovuto acconciarsi a gestire, nei fatti, l’abbandono dell’avventura americana in Iraq prima e ad avviare poi anche la chiusura della sventura in Afganistan.

Perché, come sempre un po’ troppo titubante, ha avuto paura – sì, è uno che molto titùba titub ha – di essere chiamato codardo dai falchi che ha intorno e quindi, come spesso gli capita, agisce contro il suo stesso sentire (New York Times, 13.6.2013, M. Mazzetti, M. R. Gordon e M. Landler, US.Said to Plan to Send Weapons to Syrian Rebels Viene reso noto che gli USA ora si ripromettono di inviare armi ai ribelli siriani http://www.nytimes.com/2013/06/14/world/middleeast/syria-chemical-weapons.html?ref=glob al -home&_r=0)…

●Alla fine (alla fine? per il momento, forse, alla fine…) bisogna trarre una prima conclusione già più che provvisoria però: la rivoluzione siriana non è democratica, non è certo laica, non è mai stata forse una rivoluzione ma solo una rivolta. Le 90.000 vittime che ha fatto sono state il risultato di una guerra civile feroce, non di un genocidio e sia l’una che l’altra parte ne portano la responsabilità come quella delle sistematiche e deliberate violazioni di ogni diritto umano. Da una parte c’è un vecchio, consolidato regime che si è sempre retto su un ordine sociale e civile basato anche sulla paura; dall’altra c’è lo scatenarsi brutale di una visione integralista a fanaticamente estremista dell’Islam di derivazione saudita-wahabita: la peggiore e la più estrema e estremista finora, docuneue sia stata applicata.

Di più. Qui, e è dimostrato da ripetuti, regolari e indipendenti sondaggi di istituti e organismi del tutto affidabili (dal Gallup americano all’IPSOS/Mori britannico) britannico, i ribelli non hanno né il sostegno né la fiducia di una maggioranza delle popolazioni siriane e l’opposizione politica al regime non è dunque né credibile né rappresentativa. La pulizia etica nei confronti delle minoranze, sia etniche che confessionali, ha avuto luogo e ha probabilità di continuare a aver luogo molto più sotto un regime ribelle della sharia fondamentalista che sotto quello di Bashar al-Assad. E nella realtà i paesi dell’area hanno tutti ragione di temere più la caduta nelle mani dei ribelli e dei terroristi fanatici tra di essi degli stocks di armi chimiche se il regime si indebolisse…

Infine, poi, una vittoria dei ribelli costituirebbe una destabilizzazione pesante sull’Iraq e sul Libano, probabilmente anche sulla Giordania e porterebbe al parossismo le fobie di Israele stessa con i disordini su larga scala di una guerra civile che in una Siria post-Assad, come lotta all’ultimo sangue per la sopravvivenza, si allargherebbe a macchia d’olio, costituendo per Israele un pericolo sicuramente maggiore di quello insito invece nello status quo.

E’ dall’invasione dell’Iraq del 2003 che l’America non si trova poi in un vuoto pneumatico di visione strategica come questo. Appena sortita con gravi perdite di credibilità e di influenza da quella guerra come la chiamava Obama, quando aveva ancora un po’ di buon senso “disgraziatamente voluta e non certo subìta” si ricaccia oggi in un marasma ancora peggiore e più vasto: un marasma strategico dal quale potrebbe uscire solo con un rovesciamento di posizioni, radicale quanto amaro.

Adesso Obama si è in qualche modo impegnato ad armare direttamente i ribelli— essendosi come spesso gli capita indecorosamente piegato alle velleità dei falchi di cui si circonda, compresi l’ex presidente Clinton e la sua ex segretaria di Stato, la signora Clinton, ancora accecati dal “successo” del “loro” vecchio intervento in Kossovo.

Lo ha fatto, poi, addirittura prima di aver esaurito i tentativi diplomatici, anzi smentendo il suo stesso attuale segretario di Stato, John Kerry mentre era in corso il tentativo coi russi con cui tentava di ridar vita alla conferenza tra i siriani a Ginevra. L’azione e l’inquadramento che la Casa Bianca da tempo, del resto, ha dato alla questione – chiamando pubblicamente all’uscita di scena di Assad dall’agosto2011: senza neanche lontanamente riuscire a fargli come tale, come voce e autorità dell’America, neanche il solletico – ha totalmente abdicato a ogni ruolo di arbitro: l’ingrediente essenziale che in una guerra civile è essenziale per far cessare con un qualche accordo su una possibile condivisione di poteri.

Quando solo un mese fa l’America era sembrata, con l’incontro tra Kerry e Lavrov, avvicinarsi senza doverlo neanche confessare con un mea culpa pubblico, alla posizione mediatoria da sempre più sensata dei russi – l’abbiamo illustrata appena due pagine fa – concedendo che forse era dal negoziato stesso che avrebbe potuto sortire la soluzione di una partenza di Assad, cercando  cioè lenire e curare la piaga senza farla  scoppiare a mo’ di purulento bubbone che infetterebbe, allora sì, tutta la regione.

Ma, adesso? Perché la realtà è che la Siria è proprio come l’Iraq. Solo, molto peggio… Adesso, Lavrov sente la necessità di precisare pubblicamente che, in ogni caso, la Russia non darà il suo assenso e, si opporrà in ogni modo, non solo diplomaticamente, al tentativo, se mai lo tentassero davvero, degli americani, o di altri da loro delegati, di “rifare due anni dopo il trucco riuscito in Libia” inventandosi una no-fly-zone – da imporre coi caccia F-16 e i missili antimissili Patriot – subito trasformata, di fatto e di soppiatto, in una guerra aerea di libero bombardamento come quella fatta allora dalla NATO a Gheddafi.

Non si ripeterà avvisa Lavrov: abbiamo imparato – spiega senza usare questi termini ma questo dice – a non dare mai più un’unghia a questi imbroglioni (Agenzia Reuters, 5.6.2013, Russia says illegal to impose Syria no-fly zone from Jordan La Russia dichiara illegale l’imposizione di una no-fly-zone sulla Siria a partire dalla Giordania [di cui parlano a Washington, che così, nel frattempo, è debitamente avvertita ma anche da qualsiasi altra base di cui non si parla] ▬ http://in.reuters.com/article/2013/06/15/ syria-crisis-russia-idINDEE95E02Z20130615).

●Prima ancora che riuscisse ad aprirsi il G-8 in Irlanda del Nord, Berlusconi ha tentato di rubare il proscenio a tutti, pur non essendo stavolta fortunatamente presente, scatenandosi come anti-austeriano di prima linea contro il tetto del 3%, proprio come fa Krugman, dice: solo che Krugman quegli accordi non li aveva sottoscritti, ma il Berlusca lui sì… nel merito, anche secondo chi scrive, sul tema Berlusconi ha ragione… ma la verità è che, avendo ragione lui, corre il rischio di far sembrare in torto perfino i Nobel Krugman e Stiglitz…

Ma il colpo non gli è riuscito… Gli ha rubato la ribalta sia lo scoop del giornale irlandese (del Sud, però, di Murdoch) che lo “accusa” di aver sottratto al fisco italiano inguattandoli lì a casa loro 500 milioni di euro di profitti, sia – e questo non comicamente ma davvero tragicamente stavolta – perché su tutte le prime pagine è andata l’intervista alla stampa tedesca del presidente siriano Bashar al-Assad.

Che dice a tutti la sua: se adesso vi mettete a fornire armi pesanti agli insorti, “l’Europa vedrà trasformarsi in un bivacco di terroristi il suo cortile di casa e ne pagherà caro il prezzo(Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17.6.2013, intervista a Rainer Hermann, “Europa wird den Preis für Waffenlieferungen zahlen”— “L’Europa dovrà pagare il prezzo per la vendita delle sue armi da guerra [ai terroristi] ▬ http://www.faz.net/aktuell/ politik/ausland/naher-osten/syriens-machthaber-assad-im-f-a-z-gespraech-europa-wird-den-preis-fuer-waffenlief erungen-zahlen-12224899.html). Dice ovviamente le cose pro-domo sua, Assad: molte sembrano sensate e anche credibili (e il giornale stesso utilmente traduce il suo tedesco in inglese).

E, inevitabilmente ma forse anche in buona parte giustamente – e qui, al tavolo di Erniskillen, ad appoggiare almeno alcune delle ragioni forti che ha (ma l’avete capito o no chi sono davvero quelli che volete appoggiare e a cui vorreste regalare la Siria?), c’è una voce come quella di Putin – … ad apparire ormai, su tanti temi internazionali, più ragionevole di Obama e dei suoi fans?

●Alla fine della discussione,del G-8, e a essere onesti, si è imposto Putin:

• il documento finale condanna, se è mai avvenuto, ma non lo afferma, “l’uso di armi chimiche”: ma, in realtà, poi dice “any use”, cioè “ogni e qualsiasi” uso, non quello che – restano gli americani a dirlo ma non a dimostrarlo – avrebbe fatto Assad;

• afferma che sono tutti a favore di un governo di transizione a Damasco, ma non riesce a dire – non può … – che Damasco deve fare a meno, subito – prima del negoziato stesso – di Bashar al-Assad; peccato solo che non sia esclusivamente lui, anche in Siria pare, non sia proprio d’accordo;

• parla, il G-8, come è bene e giusto che sia, no?, dell’equivalente in termini diplomatici dell’amore per la mamma, esprimendo il desiderio comune di “mettere fine al bagno di sangue”, in Siria…;

• intanto si stanziano 1,5 miliardi di dollari per aiuti umanitari alle popolazioni siriane— metà laggiù, metà dove ormai a centinaia di migliaia sono sfollati tanti siriani: ma non si dice, ovviamente, quando arriveranno e come;

• dopo un anno dalla conferenza tra siriani che originariamente era stata convocata a Ginevra sotto l’egida, cosiddetta, dell’ONU da Russia ed America, le due cosiddette superpotenze adesso ci riprovano: senza alcuna differenza da allora, se non l’incancrenirsi del bubbone e forse 25-30.000 morti di più…;

• il testo della dichiarazione finale che, in pratica senza alcun costrutto reale e nessun impegno concreto (qui, quindi, non ne parliamo neanche) parla anche di disoccupazione giovanile da aiutare,  di rilancio dell’economia e delle economie da assicurare, di lotta all’evasione fiscale da fare e tutti, l’un altro, si promettono più libero commercio a vicenda; poi, senza dirlo per non arrossire troppo, Obama deve promettere ai suoi colleghi uno spionaggio su di loro come su tutti in futuro un po’ più discreto;

• risulta che solo Letta però, tra tutti, sente il bisogno, forse perché è il più novello degli otto e ancora non ha capito che, a quello che dice Obama come ogni altro di loro tanto non crede più proprio nessuno, di assicurare delle assicurazioni da lui avute che comunque verso l’Italia non ci sono state operazioni di sorveglianza “speciale” da parte degli spioni USA— cioè, spionaggio più di routine, quello sì, si capisce!...

• poi, inevitabilmente e al solito, i G-8 si sbrodano addosso con le consuete autolodi e celebrando il chiarimento che, dicono, a Erniskillen è stato ottenuto: in realtà due chiarimenti, il primo è nel fatto che hanno chiarito solo come il disaccordo resti e tutto sul nodo dei rapporti internazionali, la Siria, su cui il vertice era stato convocato; e, secondo, che i G-8 davvero non contano quasi più niente quando, tra loro, è un falso visto che solo per dire Cina, India e il loro PIL sono già ben superiori  a quelli di alcuni G-8— Canada, Italia e non solo (G-8 Erniskillen, Dichiarazione finale, 18.6.2013, https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/2075 83/Lough_Erne_2013_G8_ Lead ers_Communique__2_.pdf).

●Subito dopo il G-8, poi, si riuniscono ancora una volta nel solito superalbergo di superlusso di Doha, gli “amici della Siria”: i ministri degli Esteri, o chi per loro, di 11 paesi occidentali e arabi che parteggiano apertamente o meno per i ribelli siriani, e non per i siriani tout-court, si capisce, tra (USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Egitto, Giordania, Qatar, Emirati arabi, Arabia saudita: tra mille dubbi di alcuni e nessuno di altri tra loro). Ogni paese a modo suo, si è impegnato a fornire, materiale, finanziamenti, aiuti – nessuno dicendo esattamente quanto, quale e quando ma tutti giurandoci per aiutare i ribelli, che restano molto scettici comunque, a contrattaccare contro il regime: ogni aiuto dovrà passare attraverso il canale unico dello stato maggiore dell’Esercito di Liberazione Siriano, sostanzialmente come garanzia – sulla base dell’esperienza, però, del tutto inconsistente – che così le armi non arriveranno in mano agli jihadisti.

La nota aquilotta ad honorem Emma Bonino, che se potesse i soldati italiani li manderebbe dovunque per sostenere i suoi punti di vista – alcuni sacrosanti, altri meno, altri proprio no ma sempre e solo i suoi – e che, al momento, ci fa da ministro degli Esteri (ma, lei, almeno i dossiers, al contrario del suo predecessore, il carneade Frattini, li conosce, li legge e – a modo suo – li capisce …) dice alla fine del’incontro che,  “l’Italia fornirà ai ribelli siriani tutto l’aiuto possibile tranne le armi”.

E ribadisce che, comunque, “qualsiasi tipo di aiuto comunque, passa per la comprensione di chi è davvero l’opposizione, di quanta credibilità ha e di che tipo di controllo del terreno poi svolge”. Il problema naturalmente è che alcuni degli amici cosiddetti della Siria, specie ma non solo tra gli arabi, questa comprensione ce l’hanno chiarissima già: sono schierati nettamente dalla parte dei jihadisti quant’altri tra i più estremisti sono schierati contro Assad (Quotidiano.net, 22.6.2013, Gli amici di Siria : a Doha, aiuti ai ribelli, decisioni top-secret http://qn. quotidiano. net/esteri/2013/06/22/908463-conferenza-amici-di-siria-emma-bonino-kerry-qatar-armi-chimiche-decisione-aiuti.sth ml).

●Scena a dir poco inusuale alla fine della conferenza stampa finale a Doha, subito dopo l’incontro degli “amici”. Saltano i nervi al ministro degli Esteri saudita, principe Saud (ovviamente!) al-Faisal che dà in escandescenze alle domande che, insieme al segretario di Stato americano John Kerry che  affianca ai microfoni – solo loro due: gli altri ministri, figli di un Allah minore ovviamente, ognuno si fa la sua conferenzina stampa individuale: a quella di Bonino, per dire, sono presenti solo i pochissimi inviati italiani presenti… – perché il consesso non ha votato subito, all’istante, senza restrizioni come lui voleva il trasferimento massiccio di armi e quattrini ai ribelli che lui privilegia tra quelli anti-Assad: i più estremisti e al-Qaedisti di tutti.

Lui, che parla per chi come il regno saudita fornisce da sempre armi e denari alla ribellione – ha contribuito, anzi, ad alimentarla e forse, in origine, anche a inventarla da buon sunnita contro gli eretici alawiti/sciiti di Siria – denuncia con scandalo – non apprezzato per il suo doppiopesismo proprio da tutti i colleghi – l’intromissione dell’Iran nella guerra e dichiara che “il Regno vuole una chiara, inequivoca risoluzione internazionale che bandisca ogni sostegno con armi e finanziamenti al regime genocida  siriano e dichiari nulla e non avvenuta la stessa legittimità di quel regime”: che, messa giù così, non riesce a convincere manco l’americano che un po’ preoccupato, pure, lo affianca (Gulf Times, 23.6.2013, Saudi FM tells Kerry Syria’s war is ‘genocide’— Il  ministro degli Esteri saudita dice a Kerry che la guerra in Siria è un genocidio [in realtà sostiene – ma anche il Gulf Times si vergogna un po’ a dirla così – che il genocidio è colpa solo di Assad] ▬ http://www.gulf-times.com/region/ 216/details/357504/saudi-fm-tells-kerry-syria%E2%80%99s-war-is-%E2%80%98genocide%E2% 80%99).    

●In Qatar, adesso, l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani ha annunciato il 24 giugno che, a soli 61 anni – e in assoluta controtendenza rispetto alle abitudini dei suoi pari nella regione: come, ad esempio, sauditi e kuwaitiani che restano abbarbicati al trono anche se moribondi – è successo,  letteralmente… – abdica e subito a favore del figlio 31enne, Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani, trasferendogli i poteri assoluti della famiglia reale su uno dei più piccoli e più ricchi staterelli del Golfo Persico: che sotto di lui è diventato anche un attore importante nel finanziare e armare il  rovesciamento di regimi al potere in Stati del suo più importanti ma meno ricchi del Mediterraneo come Egitto e Libia e, oggi, nel tentativo di abbattere anche il governo di Siria.

Hamad succeduto al padre, Khalifa, con un golpe incruento da lui stesso diretto nel 1995, è stato educato all’accademia militare britannica di Sandhurst proprio come in seguito il figlio – non il primo ma il secondogenito Tamim – (Doha News, 24.6.2013, Sheikh Hammad bin Khalifa al Thani announces handover of power to Heir apparent Lo sceicco Hammad bin Khalifa al-Thani annuncia il trasferimento dei poteri all’erede presunto http://dohanews.co/post/53758173492/sheikh-hamad-bin-khalifa-al-thani-announces-handover-of-power -to-heir-apparent). Ottimo mussulmano sunnita com’è – al contrario dei sauditi del tutto autoctoni e di confezione Halal— conforme, come si dice, alla cucina mussulmana araba cioè – anche lui come il padre è uno perfettamente made in Britain.

Anche il primo ministro e ministro degli Esteri attuale, Sheik Hamad bin Jassim al-Thani, che ha condotto la politica assertiva e aggressiva dura dell’emirato in questi anni, probabilmente avrà un successore: come sempre qui di sicuro, un rampollo della famiglia al-Thani. Ora, teoricamente, davvero tutto è possibile, compresa una brusca frenata di Tamim che non è mai sembrato particolarmente attivista in politica estera come il padre. Ma questi, probabilmente, resterà un potere reale vicino e all’ombra discreta del trono…

Nel primo discorso con cui si presenta al paese, Tamim sottolinea la continuità dell’indipendenza del paese impegnandosi a diversificare l’economia dell’emirato troppo dipendente dal petrolio e promette anche continuità di decisioni nelle sue decisioni sovrane di politica internazionale tese a sostenere sempre, dice, la sovranità di tutti gli Stati arabi (in realtà, vuol dire di tutti gli Stati arabi sunniti amici del Qatar: pensate alla Siria…). Ma già si comincia a discutere, qualcuno teme – come gli amici americani di Langley, sede della CIA, e i fratelli islamisti estremisti più spinti, al-Qaedisti e simili con sede invece a Quetta e filiali in tutta la regione – mentre altri sperano – il governo siriano, gli iraniani – di vedere quella politica, “aggressiva e intrusiva” l’ha definita il russo Lavrov,  del vecchio emiro abdicante comunque cambiare (The Star, 26.6.2013, Regan Doherty, Qatar will pursue its ‘independent behaviour’ – new emir Il Qatar continuerà a perseguire la sua strada indipendente [dice] ▬ http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2013/6/27/worldupdates/qatar-will-pursue-its-independent-behavi our-new-emir&sec=worldupdates).

Poi cambia subito, al volo, tutta la squadra di governo: sempre tutti in famiglia, come qui è uso e costume si capisce, ma almeno diversi da quelli di prima. E’ quindi una novità, ma relativa. Nuovo premier è stato designato Sheikh Abdullah bin Khalifa bin Nasser al-Thani, 50enne, che rimpiazza Sheikh Hamad bin Jassem (indovinate un po’) al-Thani, dal 2005 già nel gabinetto, incaricato dei programmi antiterrorismo del paese; ministro della Difesa, Tamim ha noninato Hamad Atieh e  Khaled (anche lui) Atieh, ministro degli Esteri.

E, tra i ministri scelti dal nuovo emiro, per la seconda volta (la prima nel 2003: ma durò tre mesi e poi si dimise) c’è anche una donna, Hessa Sultan al-Jaber, ministro delle Comunicazioni dell’Informazione e della Tecnologia: un portafoglio che comprende ora anche la gestione politica e la supervisione della rete Tv satellitare , pnatraba e internazionale dell’emiro, al-Jazeera (New York Times, 27.6.2013, R. Nordand, Qatar Names New Cabinet In Qatar, nominato il nuovo gabinettohttp://www.nytimes. com/201306/28/world/middleeast/qatar-names-new-cabinet.html?_r=0).

●Nella Cisgiordania, occupata militarmente da Israele, Hamas ha respinto come unilaterale la designazione di Rami Hamdallah, rettore dell’università An-Najah [dall’originale hindi: di successo] della città di Nablus a capo del nuovo governo palestinese, nomina effettuata da parte di Mahmoud Abbas, presidente dell’ANP, cioè dell’Autorità riconosciuta ormai a stragrande maggioranza dall’ONU come quasi-Stato contro il dissenso quasi solo di Israele e degli USA.

Una designazione peraltro avvenuta senza consultazione, e tanto meno l’accordo, di Hamas, la parte del movimento palestinese che legittimamente (le elezioni del 2006: 74 seggi democraticamente, cioè col voto, vinti contro 45 a Fatah, il partito di Abbas) e di fatto governa il territorio di Gaza. Così essa  è stata come previsto denunciata il 3 giugno a gaza ed al Cairo  come “inaccettabile e inaccettata” perché “viola lettera e spirito degli accordi sottoscritti” tra le due grandi fazioni, Hamas e Fatah, neanche le uniche poi, del movimento palestinese, l’OLP.

Il nuovo governo non rappresenterebbe così tutto il popolo palestinese, spiega il portavoce di Hamas Fawzi Bahroum ma, ancora una volta, solo la sua minoranza accertata poi, mentre ormai è chiaro a tutti che tra Fatah e Hamas tra i palestinesi sta chiaramente prevalendo la prima, nelle uniche libere elezioni che nel 2006, sia pur nelle condizioni poi di territori occupati militarmente da Israele e da essa assediati, Cisgiordania e Gaza e che l’occupazione militare stessa ha poi reso inapplicabili e non ripetibili (Agenzia Bloomberg, 3.6.2013, Fadwa Hodali, Abbas Names University President as Palestinian Premier Abbas nomina un rettore universitario come nuovo premier palestinese ▬ http://www. bloomberg.com/news/2013-06-02/abbas-asks-nablus-professor-to-become-palestinian-prime-minister.html).

Al contrario del predecessore e dimissionario/to Fayyad, tecnocrate stimato soprattutto e quasi solo in America dove aveva studiato e lavorato al FMI, ma non da Fatah e tanto meno da Hamas, e che aveva, in effetti cercato con qualche successo di migliorare l’amministrazione quotidiana dei territori trascurando i rapporti politici, Hamdallah è nettamente schierato con Fatah. Il che, forse potrebbe, da una parte, favorirlo ma complicargliela, nel rapporto obbligato con l’occupante militare.

●In realtà, poi, è disperante lo stato di paralisi che le diatribe interne ai palestinesi, insieme al rimbambimento senile del presidente Abbas della ANP fa ricadere ormai su ogni forma di tentativo di loro governance, insieme alla presunta anche perché mai realmente testata “inaccettabilità” di Hamas— perché, dice, che sono terroristi: ma intanto si oppongono con le armi a un’occupazione militare che tutto il mondo, compreso il governo statunitense, giudica illegittima; e, poi, anche Arafat, che poi prese il premio Nobel della pace con l’israeliano Rabin, era un terrorista, no?,  come era “terrorista” nell’Italia nascente sia per Vittorio Emanuele che per Pio IX Giuseppe Garibaldi e in America Washington George condannato all’impiccagione per terrorismo contro le truppe regolari di Sua Maestà Britannica Giorgio III…

Adesso, neanche due settimane dopo avere fatto fuori il primo ministro Fayyad e nominato il successore Hamdallah, Abbas che ha cercato subito di imporgli due suoi famigli come vice premier che costituzionalmente, invece, il primo ministro dovrebbe scegliersi, se volesse, da sé. E lui si dimette (Guardian, 20.6.2013, H. Sherwood, Palestinian prime minister quits two weeks into job— Il primo ministro palestinese abbandona a due settimane dall’inizio del suo governo http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/20/ palestinian-prime-minister-quits-rami-hamdallah).

E, poi, e al fondo della tragedia palestinese, come sempre c’è la tragedia dell’intransigenza e della cecità di Israele. Qui, proprio per sintetizzare al massimo e con la massima chiarezza lo stato delle cose, ci piace ricordare l’analogia calzante perfettamente che avanzò il grande storico ebreo tedesco e marxista anti-stalinista, Isaac Deutscher, quando scrivendo nel 1960 paragonò l’intransigenza suicida dello Stato di Israele a quella della vecchia Prussia di fine ‘800: “Giustificare o condonare le guerre di conquista israeliane contro gli arabi, significa davvero rendere a Israele un pessimo servizio e danneggiare seriamente i suoi interessi di lungo termine… I tedeschi stessi hanno ben sintetizzato la loro esperienza in una frase assai amara che torna impellente alla nostra memoria: ‘Man kann sich totsiegen!’— Certo, ‘uno può anche trionfare fino a suicidarsi’ (New Left Review, An Interview: On the Israeli-Arab War— Sulla guerra arabo-israeliana, vol. I, no 44 – 7-8, 1967, pp. 30-45 ▬ http://newleft review.org/article/download_pdf?id=363). Proprio come fecero Prussia e Germania, suicidandosi appunto,  col  Kaiser, von Hindenburg e Adolf Hitler…

Nel ricercare, per riportarvela precisamente la citazione di questo passo che ricordavamo a memoria di Deutscher, ne abbiamo recuperata un’altra, che ricordavamo pure ma non avevamo annotata e che approfittiamo dunque per riportarvi tanto ci suona “perfetta” nel riprodurre ancora una volta lo stato delle cose (la citazione completa, nell’originale inglese, in idem: qui nostra traduzione):

Un uomo salta giù dall’ultimo piano di un edificio che andava a fuoco e nel quale erano appena già periti molti suoi familiari. Riesce a scamparla; ma cadendo, va addosso a una persona sul marciapiede e gli spezza le gambe e le braccia. L’uomo che si era gettato dal tetto non aveva altra scelta; però, per il disgraziato che aveva azzoppato e storpiato era evidentemente  lui la causa dela sua miseria.

     Se si fossero comportati entrambi razionalmente, non era necessario che i due diventassero nemici per la vita. Quello che era sfuggito ala morte nell’incendio [avete capito, no, chi è nell’apologo dell’ebreo non-ebreo Deutscher?], essendosi ripreso, avrebbe dovuto cercare di aiutare e dare una mano a riprendersi all’altro [anche lui è chiaro ci sembra chi sia…] che, a quel punto, avrebbe potuto anche comprendere come fosse stato vittima di circostanze su cui nessuno dei due disgraziati era responsabile.

     Ma guarda, invece, quel che succede quando gente come questa si comporta irrazionalmente. L’uomo che è stato ferito se la prende con l’altro per la sua disgrazia e giura che gliela farà pagare. L’altro, impaurito dalla vendetta dell’uomo che ha storpiato e duramente picchiato, lo insulta, lo prende a calci, e gli mena di brutto ogni volta che lo incontra. Per cui, quello che continua a venire colpito torna a giurare vendetta e torna ad essere attaccato, preso a botte e punito. E questa inimicizia amara, nata così fortuitamente, si indurisce, pesa sull’intera esistenza di entrambi e finisce con l’avvelenare loro la mente[2].

Già…

●In Kuwait, alle elezioni del prossimo 25 luglio, contrariamente a quel che aveva deciso di fare nel voto del dicembre 2012, Shaikh Falah bin Jama, che capeggia la grande tribù beduina degli Awazem, ha dichiarato che, dopo aver ascoltato le voci della sua gente, stavolta non darà seguito alla richiesta dei 27 deputati che chiedono il boicottaggio del voto, ma dice ai suoi di partecipare. Il numero stesso dei beduini sunniti in questione dovrebbe assicurare una partecipazione assai più  significativa di quella di sei mesi fa alle elezioni che poi sono state annullate dalla Corte suprema del paese (Gulf News, 24.6.2013, Habib Toumi, Kuwait’s largest tribe defies election boycott La maggiore tribù del Kuwait sfida il boicottaggio delle elezioni http://gulfnews.com/news/gulf/kuwait/kuwait-s-largest-tribe-defies-election-boycott-1.1201204). 

●Gli Shabab— in arabo i giovani come chiamano in Somalia gli affiliati a al-Qaeda, hanno attaccato con mortai e mitra la sede principale delle Nazioni Unita a Mogadiscio, lasciandovi almeno quindii morti inclusi quattro guardie dell’ONU e quattro poliziotti locali (The Economist, 21.6.2013).  

EUROPA

●Alla fine del mandato semestrale della presidenza irlandese, il premier Enda Kenny, il presidente della Commissione Barroso e il presidente del parlamento europeo, Shultz, procedono ad annunciare abbastanza a sorpresa che finalmente, forse, è stata trovata una quadratura del complesso e confuso progetto di bilancio della UE che, con una riduzione imposta dai paesi maggiormente austeri ani, ma a dire il vero più simbolica che altro, a un totale di 960 miliardi di €, per i prossimi sette anni dovrebbe – quando in piena crisi ci sarebbe stata, chiaramente, la necessità invece di aumentare la spesa – arrivare a finanziare l’Unione e i suoi meccanismi di funzionamento.

E’ una misura  che dovrebbe tornare, adesso, all’approvazione del Consiglio ministeriale sembrando avviata a superamento – bisognerà meglio capire come, però – la resistenza alla riduzione come principio dello stesso PE, e che va approvata proprio dall’europarlamento entro fine anno, pena il ricorso obbligato al  marchingegno del bilancio provvisorio che, naturalmente, renderebbe in pratica inutile perché impossibile ogni pianificazione sensata di spesa (New York Times, 27.6.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), European Union Makes Surprise Deal on Budget L’Unione europea raggiunge un accordo a sorpresa sul bilancio [pluriennale] ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/28/business/global/european-union-makes-surprise-deal-on-budget.html?ref=global-home).

Alla fine, l’accettazione del compromesso sul bilancio è passata. Ma, al solito, si parte chiedendo “meno x”, poi strappato il “meno 0,50 di x”, cioè la metà, si ingoia il compromesso in nome del meno peggio. Un compromesso nel quale, in ogni caso, gli euroscettici portano a casa ancora una volta un bilancio complessivo dell a UE inferiore all’1% del suo PIL complessivo: cioè, la vittoria è, in sostanza, la  loro.     

●A volte, il va**anc**ulo, se non si resiste proprio eroicamente alla tentazione, sembra l’unica risposta possibile. E quello che citiamo subito è uno dei casi… C’è un paper, cioè non un articolo qualunque ma una vera e propria ricerca recente distribuita ai clienti che pagano per essere così informati dalla grandissima banca d’affari americana e multinazionale, ovviamente, JPMorgan – che, se consigliasse se stesso come i propri sfortunati clienti, non fosse stato salvato dal Tesoro d’America, sarebbe fallito da almeno un decennio.

In sostanza: nell’Europa del Sud – sostiene questo paper che incita al tradimento delle Costituzioni repubblicane post-fasciste (precisamente: proprio come fa da anni Berlusconi, diamogliene atto: in molte cose, più spesso che no, non le migliori davvero, lui è un antesignano doc) – c’è troppa democrazia, si stava meglio quando di stava peggio, bisogna tornare indietro…

[la traduzione che qui vi offriamo del paragrafo chiave della ricerca, viene dal sito di C. Clericetti, http://nuke.carlo clericetti.it/JPMorgancontrolademocrazia/tabid/318/Default .aspx, che riporta quanto ha già pubblicato dal nostro (ma, purtroppo, malamente sforbiciato su la Repubblica del 21.6.2013)], mentre il testo integrale, inglese ovviamente, è reperibile  su JPMorgan, 28.5.2013, The Euro area adjustment:about half as way there— Nell’area euro l’aggiustamento  è appena arrivato a metà di quel che serve [cioé, l’impoverimento, la riduzione forzata del PIL, dei salari, degli stipendi, delle pensioni e dei consumi per mettere in ordine il rapporto deficit/PIL… che poi noi invece abbiamo da tempo raggiunto, anche se non abbiamo ridotto il debito/PIL: che è, poi, nient’altro che l’accumulo dei deficit del passato] ▬ http://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf)”. 

Dice il testo originale subito, a p. 1 delle 16 originali – e, ripetiamo, criminalmente suggerisce – che

 I sistemi politici della periferia meridionale (dell’Europa) sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell'esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

E lasciamo qui la citazione alla vostra, speriamo, indignata e non rassegnata riflessione…

●In sede di Unione europea è stato finalmente adempiuto un passo verso il compimento dell’Unione bancaria con l’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze (e che per ora, però, non diventa operativo: deve arrivare al Consiglio, trovarvi l’assenso necessario e, poi, passare al PE, tornando infine al Consiglio anche attraverso il filtro dei 17 parlamenti nazionali coinvolti…) di obbligare i creditori ad addossarsi le perdite delle banche che vanno a gambe all’aria.

Se alla fine la misura passerà, nella previsione più accelerata nel 2018, si richiederà ai detentori di titoli di partecipare al costo del fallimento delle banche – con  l’eccezione dei depositi sotto i 100.000 € - senza caricarlo al solito tutto su fisco e contribuenti (The Economist, 28.6.2013).

●Pare, e se è così, vale la pena di segnalarlo, che Viviane Reading, Commissaria europea di estrazione cristiano sociale lussemburghese, titolare del portafoglio della giustizia, abbia scritto senza chiedere il permesso e l’assenso preventivo del tardigrado suo presidente Barroso, al ministro americano suo omologo, Eric Holder, in termini piuttosto secchi, cosa l’Amministrazione americana vuol fare con i dati spiati ai cittadini europei attraverso il sistema Prism che, illegalmenteLe assicuro, Mr. Attorney General, dal punto di vista europeo”, andrebbe, va intercettando miliardi di comunicazioni elettroniche sulla rete e nel mondo. Perché ha spiegato gli europei, presi uno per uno e tutti, hanno diritto di sapere se sono stati individualmente spiati e se, come qualcuno intende chiedere ora all’America, avranno anch’essi analogo diritto.

Lo sconfinamento dopo l’11 settembre, sotto Obama ancor più accentuato, del preteso diritto – proprio come tale: come diritto di cui non dover mai rispondere a nessuno, alla faccia di Costituzione, Trattati, leggi, americane e altrui, e del diritto internazionale più in generale – a intromettersi elettronicamente, o in altro modo, ovunque nel mondo, costituisce da tempo un nervo scoperto per le giurisdizioni europee.

Che, però, non hanno mai osato reagire finora né con forza né con dignità esigendo riparazioni e impegni precisi a piantarla sotto pena, altrimenti, di efficaci ritorsioni… La Reading, nella lettera a Holder adesso gli ricorda però che, in base agli accordi appena raggiunti in linea di principio tra UE e USA, sul cosiddetto “libero commercio” reciproco egli “è tenuto a rendere conto – non può, deve – di fronte al parlamento europeo che, poi, probabilmente sulla base delle sue risposte, valuterà dello stato complessivo dei rapporti transatlantici”.

Minaccia non troppo implicita: più avanti nel mese, dopo nuove rivelazioni, riprende il tema, con forza e intransigenza (verbale) esigendo spiegazioni da Washington, anche il presidente del parlamento europeo, Martin Shultz: come la Reading ribadisce – con l’autorevolezza dell’unico istituto eletto da un libero voto tra tutti gli istituti dell’Unione – che senza chiarimenti soddisfacenti potrebbe a questo punto, ovviamente, saltare – cioè non avere la ratifica del PE – proprio tutto l’accordo interatlantico sugli scambi commerciali

     (1) New York Times, 11.6.2013, J. Kanter, E.U. Official Pushes U.S. to Explain Its Surveillance Esponente della UE fa pressioni sugli USA perché spieghino la loro sorveglianza [in realtà, non di spiegazione tecnica si tratta, ma di una convincente spiegazione politica del perché così per gli USA – e solo per loro: se qualcuno facesse a loro quello che fanno agli altri, sarebbe la guerra – diventi lecito quello che tutti sanno essere illecito] ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/06/12/world/europe/eu-official-pushes-us-to-explain-its-surveillance.html?pagewant ed=1&ref=global-home; 2) Guardian, 30.6.2023, J. Haynes, EU demands clarification over US spying claims La UE chiede chiarimenti sulle questioni dello spionaggio americano [contro suoi Stati membri] http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/30/us-clarification-us-spying-nsa).

●Il tasso di disoccupazione nell’eurozona ha raggiunto, ad aprile, il 12,2% portando a 19,4 milioni di cittadini il numero dei senza lavoro (New York Times, 31.5.2013, J. Ewing, Unemployment Hits Record High in Ailing Euro ZoneLa disoccupazione arriva al record in un’ eurozona malata http://www.nytimes.com/2013/ 06/01/business/global/euro-zone-economic-data.html?ref=global-home&_r=0).

Nella previsione di EUROSTAT stesso, a fine anno arriveremo probabilmente al 20%: e questi discutono ancora nei vertici europei, non fanno un ca**o! e particolarmente allarmante – è tutti dicono che è, ma chi può, ancora una volta non fa quasi un ca**o – quasi un quarto di chi cerca lavoro ormai nei 17 paesi del nucleo duro dell’Unione, quello dell’euro, sono giovani al di sotto dei 25 anni, in Grecia il 62,5%, in Spagna è al 56,4, in Portogallo il 42,5 e in Italia già il 40,5% dei disoccupati è “giovane” (EUROSTAT, 31.5.2013, #82/2013, 4.2013: Euro area unemployment rate at 12.2% - EU27 at 11.0% Il tasso di disoccupazione dell’eurozona al 12,2% - Nell’UE a 27 all’11% http://epp.eurostat.ec. europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/3-31052013-BP/EN/3-31052013-BP-EN.PDF).

Ufficio di Collocamento: sono stato licenziato io pure   (vignetta)

Fonte: NYT, 27.6.2013, P. Chappatte

●Il Commissario europeo al Commercio internazionale, lo svampito belga di nome Karel de Gucht, già capo del partito liberale fiammingo e vagamente sciovinista che, fino a un’ora prima aveva tuonato contro la concorrenza sleale cinese ai fabbricanti di pannelli solari europei (aveva minacciato tariffe in un primo momento fino al 68% e, poi, a un più ridotto 46,7% alle importazioni se i cinesi  non avessero smesso di aiutare con sussidi di Stato i loro produttori) s’è trovato costretto a una marcia indietro abbastanza umiliante.

Ha dovuto, di fatto, rinviare la minaccia a tempi futuri – tra qualche mese ha detto, ipotizzando un fine agosto, forse… – di fronte alle divisioni nel Consiglio dei ministri europeo di inizio giugno: si è opposta per prima la Germania, seguita a ruota da Olanda, Gran Bretagna, Svezia e altri paesi (con l’Italia al solito favorevole alla misura ma…, al solito, juxta modum) adducendo tra l’altro la necessità di andarci piano prima di prendere misure unilaterali senza passare dal tentativo di mediazione della Organizzazione Mondiale per il Commercio.

Posizione che è stata sostenuta anche, alla fine, da altri preoccupati quanto Berlino delle possibili rappresaglie di Pechino sulle esportazioni europee: misure non proprio annunciate ma lasciate intuire personalmente dal presidente della RPC, Xi Jiping, alla Merkel direttamente la settimana scorsa in visita alla cancelleria e poi, la sera prima del’intemerata al Consiglio direttamente anche a Barroso, scavalcando lo sciagurato de Gucht che ha sputato bile pubblicamente ma, dopo essersi giocato sputando fiamme e minacciando fiamme, per mesi tutta la credibilità residua che aveva  ha ingoiato e non s’è certo dimesso. Come ha commentato seccamente un suo collega di Commissione molto più saggio tanto da restare – lui – anonimo,  un peso piuma come de Gucht deve imparare che aprire un fronte di guerra coi duri si può fare solo se si hanno i mezzi e la capacità per essere almeno altrettanto duri…

De Gucht era arrivato a invocare, in effetti, gli analoghi dazi minacciati dall’America ma s’è sentito ribattere in Consiglio stesso – e a ragione ben motivata – che quello che fanno gli USA in materia di protezionismo non è in alcun modo esemplare, anzi… Alla fine, così, la tariffa fissata come “punizione”, che de Gucht ha dovuto ingoiare, è stata un irrilevante 11% invece del minacciato quasi 70 e poi 50%. E ne prende atto, dicendosene “deliziato”,  perché così “lascia sempre ampi margini di buoni affari concorrenziali alla Cina”, Li Junfeng, alto esponente della Commissione nazionale cinese di Sviluppo e Riforma, l’organismo maggiore della pianificazione nazionale (New York Times, 4.6.2013, J. Kanter e K. Bradsher, European Union Backs Down on China Tariffs L’Unione europea fa marcia indietro sulle tariffe cinesi http://www.nytimes.com/2013/06/05/business/ global/european-union-backs-down-on-china-tariffs.html?pagewanted=1&hpw).

Ad ogni buon conto, e tanto per chiarire con precisione il proprio punto di vista, il giorno dopo la decisione formale di Bruxelles e per evitare future tentazioni ai de Gucht di turno e ai loro zelanti copioni, la Cina ha fatto sapere di aver aperto un’indagine sui sussidi che la Comunità concede alla produzione di vino in Europa per “possibile concorrenza sleale”: scelta accurata e oculata, che non tocca l’export di acciaio europeo e soprattutto tedesco, ma preoccupa Francia e Spagna, anzitutto: i maggiori esportatori di vino in Cina, tra i paesi che s’erano schierati con l’abbaiare alla luna del Commissario fiammingo.

Il fatto è che Pechino, che non deve decidere a 27, al contrario dell’impotenza di Bruxelles che non riesce per sua decisione a parlare a nome di tutti i paesi aderenti esattamente come quando interloquisce coi russi di politica energetica e di garanzia del flusso del petrolio all’Europa, non avanza le minacce impotenti di de Gucht o della cosiddetta Terza direttiva energetica dell’Unione ma le  sue misure le calibra, le misura, le annuncia e le applica (New York Times, 5.6.2013, K. Bradsher, China to Investigate E.U. Wine Ater Trade Action La Cina apre un’inchiesta sull’export di vino europeo dopo l’azione [in pratica, però, quasi impotente] intrapresa dalla UE (sull’export del solare cinese] ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/ 06/business/global/china-to-investigate-eu-wine-after-subsidy-and-dumping-complaints.html?partner= rss&emc= rss&_r=0n).

●Sempre sui problemi degli scambi commerciali della Cina, viene ora riferito a fine giugno dal ministero del Commercio che è stato deciso di imporre una tariffa anti-dumping (arriverebbe fino al 37%) sulle importazioni dall’Unione europea di toluidina, un composto chimico simile all’analina impiegato quale fattore intermedio di produzione di coloranti e altri composti chimici. E di aprire il processo attraverso il quale passare a misure analoghe per tutta una serie di altri prodotti di importazione dall’Europa e anche dall’America.

E’ solo, per ora, l’annuncio di possibili misure “cautelative” di ritorsione, come la proclamata tariffa sull’import di vino dai paesi UE che scatterebbe non appena partisse l’analoga misura europea incautamente annunciata contro i pannelli solari di produzione cinese. Vino che la Germania, il più contrario alla misura anticinese dei paesi europei, esporta poco in Cina, ma la Francia, l’Italia e la Spagna, invece, in abbondanza (Agenzia Xinhua Nuova Cina, 29.6.2013, China to impose anti-UE antidumping duties Tariffe anti-dumping annunciate dalla Cina http://www.skyscrapercity.com/ archive/index.php/t-1514531.html).

●La Bundesverfassunggericht, la Corte suprema (costituzionale) della Germania, ha cominciato l’esame di legalità, come lo chiamano, del programma della Banca centrale europea di acquisto dei buoni del Tesoro di vari paesi europei. Il caso è stato presentato da singoli cittadini e gruppi organizzati ad hoc dal punto di vista della congruità del programma con la lettera e il testo della Costituzione della Repubblica federale tedesca. Dalla parte dei negazionisti c’è, direttamente e in tal senso ha reso la sua testimonianza, il suo governatore, Jens Weidmann, la Bundesbank che non si è ancora ripresa – un po’ come tutte, ma più di tutte le altre: perché di più contava nei fatti quando era essa a decidere quanti e quando stampare i Deutsche Marken, la valuta allora sovrana della BundesRepubklick Deutschland, rimpiazzata dall’euro.

Perché violerebbe il mandato stesso della BCE che – sostengono – secondo le ratifiche dei Trattati da parte del parlamento europeo e di quelli nazionali, determina la politica monetaria comune mentre l’acquisto di BoT, Bund o Bonds – di titoli di Stato dei vari paesi – ammonta – secondo i reclamanti – a prestare soldi agli Stati e non a un’azione di pura politica monetaria ma, invece, di politica fiscale o di politica di bilancio che spetta solo ai governi.

Di fatto, ancor oggi dopo averlo annunciato ormai un anno e più fa, la BCE di Mario Draghi non ha ancora acquistato un solo titolo di Stato di alcun paese europeo, neanche solo come aveva detto sul mercato cosiddetto secondario, “per qualsiasi ammontare”, aveva detto, necessario a abbassare i rendimenti del debito. E l’effetto – anche se solo un effetto-annuncio – ha funzionato, i rendimenti col differenziale degli spreads sono drasticamente calati. Anche se, nel frattempo, l’economia reale un po’tutti l’hanno quasi ammazzata.

A rigore, se non si trattasse ovviamente di questione nei fatti squisitamente politica, e non solo monetaria o economica, probabilmente i reclamanti hanno anche ragione. Ma, in ogni caso, la Corte di Karlsruhe, organo di giuristi ma di nomina anche e di stampo politico – come ogni altra Corte suprema, checché ne dica il cav. Berlusconi che vorrebbe i giudici, se non suoi, almeno politicamente castrati – aspetterà a pronunciarsi le elezioni politiche di settembre.

Anche perché ci sono dubbi fondati sulla titolarità stessa della Corte di un qualsiasi Stato dell’eurozona, compresa l’onnipotente Bundesverfassunggericht, a pronunciarsi su un testo che non è un testo di legge solo tedesco ma un testo europeo valido per uno ma, insieme, per tutti i paesi aderenti: il dubbio, del resto, è stato avanzato alla Corte stessa – che ha deciso di deliberare anche sul merito dell’argomento – dallo stesso ministro federale delle Finanze, Wolfgang Schäuble.

Che ha detto come invece, a suo e non solo personale parere, sarebbe più appropriato che la Corte di Karlsruhe trasferisse il capo, per competenza, alla Corte di Giustizia europea di Lusssemburgo (The Economist, 14.6.2013, Germany and the €: The Ja and Nein of euro rescues Il sì e il no del riscatto dell’euro http://www.economist.com/news/europe/21579485-europe-once-again-looks-anxiously-karlsruhe-ja-and-nein-euro-rescues).

Ecco dove trovare (almeno un po’ d)i soldi!... volendo   (grafico)

2012, numero di giorni di lavoro necessario per lavoratore perguadagnare quanto guadagna un capo di impresa in un’ora di lavoro

Stati d’Europa                                                                   Compensi orari di un A.D.,, in $

salario più basso in azienda                                    salario medio                 

 

Fonte: The Economist, 12.6.2013, [http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2013/06/daily-chart-6]:

dati ricavati da Federazione degli Imprenditori Europei;EUROSTAT; OCSE; Statistiche d’Ucraina, e Economidt stesso.

 

Racconta un articolo particolarmente utile e informativo su un elemento tutto meno che di colore, citando i dati raccolti certosinamente da The Economist (la Repubblica, Carlo Clericetti il 12.6.2013, Manager italiani, i più pagati d'Europa–Un’ora vale 10 giorni di uno stipendio medio ▬ http://www.repubblica.it/economia/finanza/2013/06/12/news/manager_italiani_i_piu_pagati_d_europa_un_ora_ va le_10_giorni_di_uno_stipendio_medio-60951307):

Ma “quanti giorni deve lavorare una persona che prende uno stipendio medio per guadagnare quanto il suo capo-azienda prende in una sola ora? Quasi 10 giorni in Italia, più o meno il doppio che in Gran Bretagna o in Svezia che già non sono, tra i paesi europei, quelli dove questo rapporto è tra i più bassi. Peggio di noi solo Romania, Ucraina e Russia. Lo si rileva da una tabella elaborata dall’Economist, che contiene anche una notizia forse ancora più stupefacente: i nostri Ceo - ossia i capi-azienda - sono i più pagati tra quelli dei 22 paesi presi in considerazione, con ben 957 dollari l'ora. I Ceo tedeschi ne guadagnano poco più della metà, 546, più o meno come quelli francesi (551), mentre gli inglesi arrivano a due terzi (616).

Naturalmente si tratta di medie, sia per le retribuzioni dei manager che per quelle dei dipendenti (quest'ultima ottenuta combinando le retribuzioni del settore privato con le ore lavorate in media per settimana). Sulla precisione assoluta dei dati non c'è da scommettere perché è molto difficile che queste statistiche siano impeccabili, ma è invece molto probabile che i rapporti offrano un quadro attendibile della situazione reale.

Scopriamo così che la "forbice" delle retribuzioni è in Italia tra le più ampie, mentre la Norvegia è campione di egualitarismo seguita a poca distanza dalla Svizzera, dove pure è in preparazione un referendum che vuole limitare a un massimo di 12 volte la differenza tra le retribuzioni più alte e quelle più basse. Gli altri paesi in coda a questa classifica (cioè con le differenze minori) sono Germania, Danimarca, Irlanda e Islanda.

La tabella esamina anche le retribuzioni più basse e anche qui l'Italia è messa malissimo. E' alla pari con l'Ungheria e peggio, oltre ai tre paesi dell'Est ricordati sopra, sta solo la Spagna.

E' una situazione che fa un po' a pugni con il famoso "declino" in cui da tanti anni l'Italia si dibatte: che, certo, sarà in buona parte colpa dei politici, ma davvero i nostri supermanager possono chiamarsene fuori? Forse bisognerebbe smetterla di parlare di costo del lavoro e cominciare invece a discutere di costo del management.

●Nella Repubblica Ceca, ha infuriato solo per qualche ora il dibattito nella coalizione del primo ministro Petr Nečas per la rimessa in discussione da parte dei due suoi partiti minori dell’opportunità/necessità di farne saltare il governo dopo che la sua strettissima collaboratrice Jana Nagyová era stata arrestata con le mani nel sacco per corruzione aggravata. Per anni capo di gabinetto del premier, Nagyová che dicono essere stata da qualche anno anche sua amante, aveva pagato politici e politicanti e ordinato, anche quando non era ancora al governo quattro anni fa, operazioni segrete di sorveglianza elettronica e meno: comprese le intercettazioni illegali più recenti della moglie di Nečas stesso dalla quale lui sta divorziando ordinate direttamente ai servizi segreti militari (il loro attuale direttore come anche il suo predecessore, entrambi già membri del parlamento e del partito di centro-destra del premier, sono ora stati arrestati con lei).

La decisione, poco dopo l’apertura del dibattito, è stata troncata dallo stesso Nečas che, recatosi lunedì 17 al castello di Praga ha rimesso quasi d’anticipo le dimissioni al presidente Miloš Zeman. Nečas, che è stato primo ministro per tre anni e sembra proprio essere stato personalmente del tutto estraneo ai fatti, ha annunciato che lascerà la politica. La cosa più importante fatta dal suo governo era stata una controriforma delle pensioni come la volevano gli austeriani a Bruxelles e la legislazione che ha ripristinato alla Chiesa, alle Chiese cattolica e protestante, le proprietà dei beni ecclesiastici che erano stati nazionalizzai dal comunismo (Radio Prague, 17.6.2013, Ian Willoughby, Nečas quits as prime minister Nečas  abbandona il posto di primo ministro http://www.radio.cz/en/news#1).

Ora il partito social-democratico di opposizione vuole subito nuove elezioni, i democratici-civici del premier chiedono solo di rimpiazzarlo al governo con uno dei loro in un semplice rimpasto ma il presidente Zeman, duro oppositore di Nečas, potrebbe anche nominare un suo designato come primo ministro ad interim.

E, infatti, come prevedeva qualcuno tra quelli che lo conoscono meglio, forte dell’impopolarità del governo uscente – la corruzione, l’ “austera” politica economica a spese dei più… – che lui non ha mai condiviso e ha sempre a voce alta osteggiato – ne ha ignorato le esigenze e ha chiesto, come era un po’ al limite dei suoi poteri ma nel diritto che la Costituzione gli concede, l’incarico di formare il governo al consigliere di politica economica, il “sinistro” prof. Jiri Rusnok, che ha già lavorato nel governo quando Zeman era premier e poi sia per i sindacati che nel settore privato.

Adesso, se dopo tre tentativi Runok non riuscisse a costituire una maggioranza, dopo altre due nomine, sicuramente meno eterodosse andate a male, le elezioni diventerebbero obbligate (New York Times, 25.6.2013, D. Bilefski, Czech President Defies Government Coalition in Naming Premier— Il presidente ceco sfida la coalizione di governo [che però non cè più…] nel nominare il [candidato] premier ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/26/world/europe/czech-president-defies-governing-coalition-in-naming-premier.ht ml?ref=europe).

●In Grecia, fibrilla il governo per la forzatura del primo ministro Samaras che, sfidando i suoi stessi sostenitori, quelli anche qui delle grandi intese destra-sinsitra che reggono il governo, chiude d’autorità propria – che non aveva: è un berlusconeide un po’ megalomane Samaras e vorrebbe che il primo ministro decidesse per tutti – la radio-televisione pubblica. Se ne vanno subito dal governo i democratici di sinistra, pochissimi parlamentari in numero insignificante, ma un po’ la foglia di fico che restava a coprire le vergogne dei socialisti.

Viene privatizzato, cioè venduto/svenduto a un’impresa petrolifera del Kazakstan anche l’ente di Stato per l’energia e monta la rivolta economica, che si trasforma presto in un altro momento di crisi grave, sociale e politica (New York Times, 21.6.2013, Niki Kitsantonis e R. Donadio, Smallest Coalition Partner Quits Greek Government Il partner minore della coalizione abbandona il governo greco [il governo, però, non ancora – almeno – la maggioranza…] ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/22/world/europe/smallest-coalition-part ner-quits-greek-government.html?ref=global-home).

Stavolta, Samaras potrebbe avere azzardato troppo però, perché la Tv pubblica, la ERT, è l’unica tribuna di dibattito pubblico, non commerciale, agibile nel paese e sulla sua chiusura per motivi di risparmio la rivolta è stata vasta e possente davvero. C’è ormai chi ipotizza che l’unica salvezza cui anche USA ed Europa potrebbero, a questo punto, guardare con interesse per la Grecia – e per l’eurozona – potrebbe essere proprio la sinistra radicale democratica: il partito di SYRIZA Coalizione della Sinistra Radicale, restato fuori dell’ammucchiata di unità nazionale, dall’estrema destra alla sinistra del PASOK socialista (New York Times, 23.6.2013, J. K. Galbraith e Y. Varoufakis, Only Syriza Can Save Greece Solo Syryza può [adesso, forse] salvare la Grecia http://www.nytimes.com/2013/06/24/ opinion/only-syriza-can-save-greece.html?ref=global-home). 

●Il governo della Norvegia apre il 20 giugno alle trivellazioni del settore di sua competenza del Mare di Barents, a nord della Scandinavia, fino ad allora vietato allo sfruttamento, dei giacimenti di greggio sottomarino anzitutto. Gli ambientalisti in genere, naturalmente, sono contrari come larga parte dell’opposizione parlamentare ma anche una minoranza non proprio irrilevante nel partito di governo osteggia la decisione per i rischi che l’operazione fa correre ai ghiacci marini. Ma pare inevitabile che lo sfruttamento minerario e commerciale del’Artico finirà per diventare un po’ dappertutto, nel prossimo futuro coi cambiamenti climatici e lo scioglimento progressivo dei ghiacci polari, che rende più accessibili sia risorse naturali importanti che le vie stesse di accesso e trasporto del materiale (The Tampa Tribune/Florida, 20.6.2013, Norway opens Arctic border area to oil drilling— La Norvegia apre le aree di confine dell’Artico allo sfruttamento petrolifero http://www.tampatribune.com/ ap/world/norway-opens-arctic-border-area-to-oil-drilling-ap_world4c81617a11994ed3ae79f46b6189ce4d).    

●Semaforo verde per l’adesione della Lettonia all’eurozona, dopo anni di attesa e nel bel mezzo di un momento di difficile passaggio per la moneta unica e l’Europa a 17. Da parte lettone, a livello almeno di governo, la cosa la vivono, comunque, come una promozione; e, da parte dell’Unione, sempre comunque, come un segno ribadito di capacità attrattiva e di confermata credibilità della moneta unica e della sua organizzazione malgrado la sua pessima performance economica di oggi e la sua sputtanata attuale reputazione.

A questo punto, è in ogni caso probabile che, seguendo anche il parere positivo della BCE espresso, però con diverse riserve sulla preparazione effettiva del paese all’adesione piena (scrive il rapporto della Banca centrale che “la temporanea conformità coi criteri numerici di convergenza – inflazione, deficit/PIL, debito/PIL – vista la pesante situazione dell’economia reale “non costituiscono, di per sé, garanzia di un partecipazione senza intoppi all’area dell’euro”), sia il vertice del Consiglio dei ministri che, poi, il parlamento europeo approvino anch’essi l’adesione lettone come 18° paese affiliato all’eurozona.

Ma potrebbe anche trattarsi, per tutti e due i contraenti, di una scommessa azzardata (New York Times, 5.6.2013, J. Ewing e J. Kanter, Latvia Steps Towards a Tarnished Prize, the € La Lettonia avanza verso un traguardo appannato http://www.nytimes.com/2013/06/06/business/global/latvia-is-endorsed-to-adopt-the-euro.html?ref= glo bal-home&_r=0).

●Il Fondo monetario internazionale ha reso noto, adesso, in un suo Rapporto interno ma non segreto, duramente critico col suo stesso primo programma di salvataggio imposto alla Grecia, i risultati di una specie di autopsia che esso stesso ha condotto sul cadavere del defunto, la salute economica della Grecia: confessa, adesso, così di aver largamente “sottostimato” la severità già in atto della recessione che colpiva il paese – ma questo, però, non arriva ad ammetterlo – dandogli una mano per la discesa.

Fra i principali problemi di cui adesso il Fondo si autoaccusa, due sono i maggiori: “questa esperienza dimostra l’importanza che ha per farlo poi sopportare lo spalmare il peso degli aggiustamenti necessari sui diversi strati della società  per riuscire a costruire il sostegno sociale necessario a far ‘passare’ un programma [insomma: hanno scoperto, questi tecnocrati che funzionano ad algoritmi ma sono incapaci di fare 2 + 2, che non si può addossare tutto il peso dell’aggiustamento solo sui lavoratori e sui meno abbienti: pena non solo la rivolta fiscale ma il crollo stesso ulteriore dell’economi!]. Tra le altre lezioni da tirare da questa esperienza c’è quella che riguarda la necessità di far funzionare meglio, più agilmente, in futuro il processo della Troika e il bisogno per lo staff del Fondo stesso di essere molto più scettico sui dati ufficiali trasmessigli durante il lavoro normale di sorveglianza”.

   (1) New York Times, 5.6.2013, A. Lowrey, I.M.F. Concedes Major Missteps in Bailout of Greece L’FMI ammette gravi passi falsi nel salvataggio  della Grecia http://www.nytimes.com/2013/06/06/business/global/imf-concedes-major-missteps-in-bailout-of-greece. html?ref=global-home); 2) 2013, International Monetary Fund, Country Report No. 13/156, Greece: Ex Post Evaluation of Exceptional Access under the 2010 Stand-By Arrangement Rapporto paese no. 13/156 [la traduzione del titolo del Rapporto, in burocratese davvero estremo, recita] Valutazione ex post dell’accesso eccezionale ottenuto sulla base dell’accordo relativo alla concessione della linea di credito biennale del 2010 [tradotto: risultato dell’accesso a tutti i documenti interni dell’Amministrazione greca che sono stati costretti a farci vedere, come condizione del suo aver avuto il prestito da noi] ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2013/cr13156.pdf Il testo italiano delle conclusioni, cioè dell’autocritica, del Fondo è stato meritoriamente tradotto e pubblicato da ▬ http://www.altramente.org/index.php?view=article&catid=8:articoli&id=1118:il-fmi-sulla-grecia-abbiamo-sbaglia to&format=pdf).

Tradotto in termini un tantino più chiari, così spiega le cose, al solito con estrema chiarezza e nettezza, Paul Krugman: il fatto è che “gli esponenti della troika hanno rifiutato di ammettere l’ovvio, di consentire cioè come sarebbe stato meglio un rapido default della Grecia e, invece, proclamando assurdamente che l’austerità avrebbe funzionato al suo posto rimettendo in ordine tutto, hanno diffuso come la peste l’economia austeriana dappertutto”, spacciandola per il rimedio.

     “Così, questi ci hanno cacciati tutti nel peggiore dei mondi possibili: la proclamata evenienza di diventare un’altra Grecia è stata utilizzata dagli austeriani per impaurire politicanti e opinione pubblica ad adottare politiche che hanno approfondito la caduta della ricchezza e dell’economia.

    E, anche  con la pessima gestione delle cose in Grecia – da parte di molti di quelli che hanno contribuito a diffondere proprio quella paura – hanno reso la prospettiva di diventare una nuova Grecia ancora più spaventevole. Per lo meno, il Fondo monetario sembra aver imparato qualcosa dall’esperienza, ma non c’è cenno di ripensamento o di rimorso alla Banca centrale europea che, a questo punto, è poi l’attore che conta realmente”. Altro che l’Unione europea che, smandrappata com’è,  non conta come tale più un ca**o (New York Times, 14.6.2013. P. Krugman, The Hellenization of Economic Policy L’ellenizzazione della politica economica http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/06/14/the-hellenization-of-economic-policy).

Diceva Krugman di un qualche ripensamento del FMI. Diceva anche che, invece, la BCE non ci ha ripensato e pur non contando più niente, non ci ripensa neanche  l’Unione europea.  Che anzi, col borioso Commissario agli Affari economici e finanziari, Olli Rehn, il finlandese che deve il posto solo al suo incondizionato ossequio alla Merkel, non accetta di essere equiparato di fatto, come in altri passaggi lascia capire il Rapporto del Fondo, anche direttamente tra i colpevoli dell’errore e del disastro.

Lui non ci sta e – come  informa subito l’autorevolissimo WSJ (Wall Street Journal, 7.6.2013, M. Stevis, Rehn Hits Back IMF Over Greece Rehn restituisce il colpo al Fondo sulla Grecia http://online.wsj.com/ar ticle/SB10001424127887323844804578530782011779680.html ) se ne esce, avventato, a dire di “non credere  sia onesto e giusto che il Fondo cerchi di lavarsi le mani buttando così l’acqua sporca addosso all’Unione europea”.

Sorvola sul fatto però che se una cosa fa, il Rapporto del Fondo, è invece prendersi tutta la sua responsabilità, salvo chiamare a correi, poi, però i corresponsabili della Troika e proprio Rehn Olli— l’uomo cui la UE ha affidato sciaguratamente il volante degli ingranaggi chiave della sua conduzione e della sua condizione economica. Ma sbaglia anche il Fondo nel tentare, poi, di difendersi, lemme lemme, in alcuni passaggi, aggiunti pressoché di straforo, dove ammettendo che l’analisi era sbagliata – da quella macroeconomica alla previsione delle conseguenze sulla microeconomia e la vita dei greci più poveri, si difende con un incredibile “non c’era altra scelta”. Anche se ci si guarda bene dallo spiegare il perché se non perché non se la sentivano i pusillanimi, visto che ignoranti non erano, di mandare a quel paese il neo-liberismo che quele analisi e quele ricette le dettava.

Rehn, no, non concede neanche questo. Lui dice che non ci sta perché la Commissione non ha fatto errore alcuno. Difficile, però, da affermare senza mettersi a sghignazzare, anche se assai amaramente, visto che le ricette raccomandate dai “tecnici” come lui e sotto di lui senza alternativa possibile alla Commissione, al Fondo  e alla BCE e da esse imposte poi, come Troika, a Atene per curare un tasso di crescita negativo e di disoccupazione che era allora al 15% l’hanno portandolo adesso a un PIL molto più in negativo e al 25% di senza lavoro…

A meno di sostenere – alla Monti per intenderci: di chi cioè non ha conosciuto un solo giorno non di povertà ma anche solo di ristrettezza economica in vita sua – che ne valeva comunque la pena essendo a quel prezzo riusciti a ridurre il rapporto deficit/PIL… ma anche a strangolare il malato, però salvando se stessi. Salvarsi così, però, sembra interessare qualcosa, per quello che serve, solo agli adoratori dell’economia di carta e ai lecchini tecnocrati gonfi di sé e incapaci di ammettere di aver mai sbagliato, a spese – e ciò va da sé – sempre degli altri…

● Il 1° luglio accede alla UE il 28° paese membro: la Croazia. Sembra proprio il momento peggiore per la crisi europea che coinvolge ormai tutti e la stessa Croazia, del resto. Ma parliamo di un paese autoritario, responsabile di crimini di guerra e di pulizia etnica nel conflitto che ha spaccato la Jugoslavia tal quale alla Serbia, che si è largamente, anche se non completamente riconvertito in senso più democratico (pur restando la contraddizione che il suo governo, come tale – non i partiti, non l’opinione pubblica di cui avendola largamente creata resta succube – continua, anche se un po’ più sommessamente, a salutare come eroi i suoi criminali di guerra) e che questo è stato sicuramente un merito anche, non solo, dell’effetto magnete che al processo di riconversione ha dato l’Unione europea.

Ma il grado di corruzione, anche se ora più appariscentemente e ostentamente osteggiato,  continua a imperversare senza gravi punizioni concrete ai corrotti. E, sul piano economico, le misure imposte e duramente applicate di austerità cui la UE ha obbligato Zagabria potrebbero adesso, in mezzo alla crisi generale di tutta l’Unione, farla ancora più duramente recedere…

I principali dati economici di base del paese non li citiamo, qui, solo per brevità (ma rileviamo, comunque, anche se tra parentesi, che ha un 5% di deficit/PIL che non le avrebbe dovuto consentire l’ingresso nell’Unione… e un 20% secco di disoccupazione…) ma ad essi rimandiamo per la formulazione comprensiva che ne fa alla fonte ben informata della CIA (cfr. 1) CIA World Factbook 2012, Croatia ▬ https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/hr.html); al di là dei dati per due tra molte analisi intelligenti sul presente e il futuro economico-politico del paese: 2) New York Times, 28.6.2013, A. Riley, Croatia and the E.U. La Croazia e l’U.E. http://www.nytimes.com/2013/06/29/opinion/global/croatia-and-the-eu.html?_r=0); 3) Guardian, 28..2013, Croatia, lost in translation Perdendo  la Croazia nella traduzione http://www. guardian.co.uk/commentisfree/2013/jun/28/croatia-fate-european-union).

●In Turchia, scontri durissimi tra forze di sicurezza e giovani dimostranti nelle piazze e per le strade di molte città turche. Si parte dalla protesta sicuramente genuina per lo sradicamento del parco di piazza Taksim che sembra essere uno degli ultimi spazi verdi restati nel centro di  Istanbul, la più grande città d’Europa, dove dovrebbe essere costruito un altro supermercato, e si arriva anche a Ankara, Adana e Izmir – secondo fonti di stampa turche in 67 delle 81 province del paese – a veri e propri moti violenti di piazza.

Dove la protesta si allarga a una reazione di massa contro l’ “autoritarismo” irritabile del primo ministro Erdoğan: personaggio anche portato a quell’autoritarismo ma l’uomo le cui riforme hanno istituito e radicato davvero per la prima volta nel suo paese, dopo secoli di sultanato ottomano e decenni di dittatura militare, riforme democratiche vere e senza precedenti, ma ora non sembra in grado di fare i conti – in maniera democraticamente pacifica, o pacificamente democratica forse – con le conseguenze più viscerali e anarchiche delle sue stesse riforme.

Sono soprattutto, ed è naturale, tanti giovani ma non solo, a rivoltarsi a quelle che chiamano le eccessive concessioni alla mentalità e alla cultura islamica moderata sì, ma dominante sia nella maggioranza del paese che nel partito di Erdoğan, l’AKP (il partito della Giustizia e dello Sviluppo). Che alle elezioni, solo mesi fa, ha preso – e senza dubbi sulla democrazia del voto neanche da parte degli oppositori suoi più duri estremi – la maggioranza assoluta per cui ora è determinato a far passare per legge certi divieti di bere alcool in pubblico, specie nelle vicinanze di scuole e ospedali, tra i più blandi però nel mondo islamico e anche in diverse parti d’Europa e degli Stati Uniti: un divieto che i suoi avversari politici più determinati non considerano però legittimo e accettabile.

In realtà c’è un timore crescente di non pochi tra i turchi, anche se una minoranza (cittadini, giovani più che anziani, classi abbienti più che popolari) che si vada islamizzando un po’ troppo quello che il pugno di ferro dei militari aveva, certo con la dittatura instaurata un secolo fa dal maresciallo  Ataturk dopo il crollo dell’impero ottomano, modernizzando e laicizzando anche a forza il paese e trasformandolo in una nazione del tempo attuale anche al di là del volere della maggioranza dei cittadini.

In definitiva, il governo di Erdoğan, e lo attestano ormai molte votazioni svoltesi, comunque, secondo un modello di democrazia di tipo sicuramente occidentale, è rappresentativo della maggioranza della sua popolazione e le concessioni che farà al laicismo saranno perciò controllate e limitate nel tempo. La direzione dello sviluppo politico del paese sembra ormai quella intrapresa dal governo civile e democratico del paese anche perché con l’eccezione di alcuni strati della popolazione cittadina, è anche la direzione maggioritariamente più popolare.

La decina di arresti tra “sobillatori” stranieri della rivolta (americani, francesi, inglesi… anche un greco!) può dolo riflettere la natura ormai in parte transnazionale delle rivolte in atto (da Occupy ai No TAV, agli indignados, un po’ a tutti, ormai, dappertutto) ma potrebbe anche servire al governo, se sarà in grado di dimostrarne credibilmente l’etero-dipendenza, a bollare le rivolte come al fondo non solo anti-democratiche ma volute dai nemici della Turchia (ENet English.gr, 6.6.2013, Greek student among 11 foreigners arrested by Turkish police Anche uno studente greco tra gli undici cittadini stranieri fermati dalla polizia turca ▬ http://www.enetenglish.gr/?i=news.en.article&id=1117).  

Un’analisi ben informata che vi riproduciamo dal web e ci sembra utile consultare per farsi un’idea migliore di come sono andate e stanno andando le cose in Turchia, anche se non arriviamo a farla proprio totalmente la nostra, ci sembra comunque tanto affidabile che vale la pena di riproporvela (Emigrazione, 1.6.2013, Scontri in Turchia: le “radici” di un conflitto http://www.emigrazione-notizie.org/news. asp?id=10649). Ma anche in quest’analisi, attenta e ben informata delle posizioni dei partiti e dello stesso governo turco, non si fa parola di quello che, intorno alla Turchia (Siria, Libano, Israele) va succedendo anche per scelta precisa del suo stesso primo ministro (abbattere il governo siriano, appoggiare i ribelli, coinvolgere e forse trascinare la stessa Turchia nella guerra). Che, pure, sembra anch’essa almeno in parte componente del dibattito di piazza Taksim.

Le città turche non presentano mai ampi spazi verdi al proprio interno e ciò vale anche per Istanbul. Il modello architettonico-urbanistico seguito da turchi negli scorsi decenni e che sembra persino venire accentuato dal Governo islamico di Erdogan è volto a utilizzare ogni centimetro di spazio per cementificare (basti pensare alla costa di Antalya e ala sua miriade di hotel). In più, i turchi, in ciò non diversamente dagli arabi, hanno puntato sotto l’influsso della cultura americana su un modello economico teso a privilegiare il consumismo, sicché Istanbul così come molte altre città della Turchia si stanno sempre più popolando di centri commerciali.

Il combinato disposto di questa politica ha portato alla situazione odierna, con una parte di popolazione che si è ribellata a una simile politica. Occorre, però, tenere sempre a mente che la Turchia è attraversata in questa fase da un conflitto sulle radici storiche del Paese, un conflitto d’altronde molto complesso da analizzare perché ogni parte in causa è a sua volta travagliata da contraddizioni alquanto violente. Da un lato, vi è il governo di Erdoğan, personalità dall’indubbio tratto autoritario (ma bisogna riconoscere che l’autoritarismo è un tratto culturale tipico della società turca e dei turchi, pervadendo anche le correnti di opposizione, che non sono più liberali del primo ministro) che persegue una politica di dubbia conciliabilità teorica.

Per un verso, una politica sociale tendente all’affermazione dei valori culturali turchi tradizionali. Non va sottaciuto che la società turca, specialmente nell’entroterra, è particolarmente legata ai valori tradizionali della società islamica. Per altro verso, una politica capitalista neoliberista spinta, oltremodo inconciliabile con l’affermazione di valori spirituali, diretta alla crescita economica a ogni costo e finalizzata all’affermazione più sfrenata del liberismo e del consumismo. Per l’altro, dal lato dell’opposizione, la situazione non è poi tanto migliore. Le forze principali sono quelle del CHP, del BDP e dell’MHP. Tra di loro è impossibile, prima di tutto, ogni forma di accordo.

Il CHP, partito fondato da Kemal Ataturk, viene presentato in occidente come una forza socialdemocratica. In realtà, le cose non stanno così semplicemente. Se nel quadro della politica nazionale turca questo partito si colloca socialmente a sinistra, ciò non vuol dire che esso sia un partito socialdemocratico all’europea. Al suo interno, infatti, non vi sono quegli elementi di cultura liberale che caratterizzano comunque i partiti della sinistra europea. In particolare il CHP è impregnato a tutt’oggi di un forte nazionalismo e rimane contrario al riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche a partire da quella curda.

Il BDP, partito della pace e della democrazia, è il partito maggiormente rappresentativo dell’etnia curda. Esso, pur rappresentando in qualche modo una causa nazionale, si colloca naturalmente a sinistra nello schieramento politico nazionale. Non a caso risulta che anche esponenti del BDP hanno partecipato alle manifestazioni di questi giorni a Istanbul (ricordiamo che la politica di deconcentrazione dell’etnia curda perseguita in questo decennio dal Governo Erdoğan ha portato milioni di curdi in altre città della Turchia, a iniziare dalla stessa Istanbul).

Come si vede, tuttavia, la partecipazione di elementi del CHP e del BDP a manifestazioni di questo tipo non è necessariamente tendente a perseguire scopi comuni o a realizzare una stessa piattaforma politica. Ciò perché il CHP e il BDP non sono affatto alleati sui temi che più li riguardano da vicino. Oltretutto, con l’avvio di un tentativo di processo di pace nel sud-est curdo, lanciato dal BDP insieme al Governo di Erdogan è chiaro che il BDP stesso si trova in una situazione non invidiabile, poiché ha come unica sponda potenziale proprio il partito di Erdoğan, col quale può forse condividere alcuni valori tradizionali comuni a turchi e curdi, ma non l’orientamento politico di fondo, a prescindere ora dalla questione della sistemazione politico-giuridica dello status delle regioni del sud-est.

Peraltro, l’approccio di Erdoğan alla questione curda non è stato ispirato a volontà di risolvere tale problema per amore e rispetto dei diritti delle minoranze. Più volgarmente, il calcolo di Erdoğan è stato basato sulla possibilità che un riavvicinamento tra il governo nazionale e l’etnia curda potrebbe, in prospettiva, consentire la formazione di una regione del Kurdistan non staccata della Turchia e allargata al Kurdistan del nord Iraq, data la porosità dei confini, e che possa, in pari tempo, godere delle risorse naturali di quest’ultimo. Non a caso, il primo ministro iracheno, Al Maliki, sentendosi potenzialmente minacciato da un simile approccio politico, ha protestato veementemente contro Erdoğan negli scorsi mesi.

Dell’MHP, infine, c’è poco da dire, trattandosi più che altro di un partito nazionalista di destra, in buona sostanza di ispirazione fascista. Con ciò è evidente che non è possibile che questo partito, per ora, trovi forme di intesa con gli altri.

Come si vede, al fondo del problema esploso in questi giorni in Turchia, ma non è la prima volta che ciò accade, incidenti essendosi verificati nei mesi scorsi soprattutto in coincidenza dell’anniversario della fondazione della Repubblica turca ad ottobre del 2012, sta una sorta di inconciliabilità di fondo tra schieramenti, che non riesce a deflagrare completamente giacché ogni schieramento, che sia di governo o di opposizione, è al suo interno colpito da contraddizioni molto forti.

È possibile difatti che, dietro le manifestazioni di questi giorni, vi siano elementi del CHP e del BDP che puntano, per motivi tuttavia diversi, a colpire il governo Erdoğan. Ma in questo quadro è ben evidente che la forza e l’intesa politica che questi partiti riescono a esprimere non sembra tale da poter scalzare Erdoğan, specie dal momento che un’intesa di governo tra simili forze politiche difficilmente sarebbe raggiungibile e potrebbe reggere alla prova dei fatti.

In questa fase, comunque, quale che sia il casus belli adoperato per far scoppiare gli scontri, pare evidente che il problema del presente turco verte principalmente sul passato, su un conflitto tra un modello da impero ottomano, conciliato il più possibile con le linee direttrici di sviluppo (sempreché si possa usare questa parola…) del capitalismo neoliberista onde garantire la crescita economica, e il modello kemalista più aperto ai costumi occidentali ma non ai valori di fondo delle società occidentali in termini di cultura politica e standard di democrazia e diritti umani e che, d’altro canto, è incapace di promuovere la crescita economica nel paese. Di qui l’eventualità che la situazione, prima o poi, inevitabilmente deflagri, benché non sia possibile prevedere al momento quando e in quale modo”.

●Cominciano a manifestarsi anche, approfittando del lungo viaggio all’estero in questi giorni del premier, e nel suo stesso partito, una serie di interessanti distinguo di uomini apparsi finora come totalmente suoi. Comincia il vice presidente del Consiglio, Bulent Arinc, il 4 giugno, ammettendo  con saggezza tattica ma anche di fondo che le reazioni particolarmente dure della polizia sono state spesso sbagliate e sovradimensionate; e mettendo, anche, in evidenza che molti tra i giovani dimostranti hanno lasciato che i violenti e i rivoltosi prendessero la mano alla loro volontà di farsi sentire contro la demolizione del parco Gezi di piazza Taksim che pure è stata decisa, afferma, secondo le procedure normali della democrazia delegata del paese e del comune di Istanbul (Hürriyet Daily News/Ankara – liberal, kemalista, di destra, 4.6.2013, Ankara seeks to contain occupy Taksim wildfire Ankara cerca di contenere l’incendio incontrollato di [piazza] Taksim http://www.hurriyetdailynews.com/ankara-seeks-to-contain-occupy-taksim-wildfire.aspx?pageID=238&nID=48172&NewsCatID=338).

Dalla Capitale, Ankara, anche il presidente della Repubblica Abdullah Gül – che secondo accordi, forse ora da lui anche riconsiderati, dovrebbe tra mesi lasciare il suo posto a Erdoğan senza colpo ferire – osserva, parlando con la stampa, in quieta ma fragorosa polemica col premier del suo stesso partito che, almeno all’inizio, la protesta era comprensibile, del tutto simile a quello che in occidente è successo col diffondersi del movimento nato in America di Occupy Wall Street (Hürryet Daily News, 4.6.2013, Gezi park protests similar to occupy: Gül Le proteste di Gezi Park simili a quelle di Occupy: Gül  http://www.hurriyetdailynews.com/gezi-park-protests-similar-to-occupy-movement-not-middle-east-uprisings-preside nt-gul.aspx?pageID=238&nID=48230&NewsCatID=338).

Intanto, straordinariamente fuori tempo e lasciando fra molta gente un’impressione moralmente e socialmente di schifo profondo, la Confindustria turca si mette a chiedere prestiti senza interessi al governo visto che le manifestazioni, rilevano, hanno danneggiato le imprese, soprattutto le piccole e medie. Pure, non si può certo sostenere che l’economia qui va male e non continui a tirare e certo non sono gli imprenditori quelli a risentire comunque di più, nell’immediato, dell’instabilità. Ma come sempre, questi della vil razza per definizione dannata – salvo poche virtuose eccezioni – pensano solo a sé e a chi muore di fame – anche in Turchia ce ne sono tanti – ci pensi pure Allah (Stratfor, 6.6.2013, Turkey: Entrepreneurs Reportedly Demanding State Loans In Turchia, gli imprenditori pretendono prestiti [a tasso zero] dallo Stato http://www.stratfor.com/situation-report/turkey-entrepreneurs-reportedly-demanding-state-loans#axzz2VXLJZTO4).

Nel frattempo, i sei maggiori sindacati del paese dichiarano insieme il loro sostegno alle giuste rivendicazioni avanzate nelle proteste di strada. Ma mettono anche in guardia contro quello che pure erano anche scese in piazza a sostenere solo due giorni prima è ance il pericolo ormai evidente di “consentire azioni criminali che possano sovrastare e buttare la loro ombra addosso all’espressione stessa di diritti e libertà(Hürriyet Daily News, 6.6.2013,  Emra Gürel, Leading unions take reserved approach to Gezi protests I principali sindacati prendono una posizione riservata nei confronti delle protese per il parco Gezi http://www.hurriyetdailynews.com/leading-unions-take-reserved-approach-towards-gezi-protests.aspx? pageID=517&nID=48322&Ne wsCatID=341).

D’altra parte, Erdoğan appena tornato dal tour nel Maghreb con qualche segnale di possibile ammorbidimento, toccato il suolo dell’aeroporto di Istanbul indurisce i toni coi suoi avversari parlando alle migliaia di sostenitori che sono andati a salutarne il rientro: se voi, ammonisce, portate in piazza centomila persone, noi scenderemo a fronteggiarvi in milioni anche lì, non solo ai seggi dove abbiano vinto e rivinto e rivinto ancora. Ci vogliamo davvero contare?  Ci tenere davvero, dopo le botte che avete preso alle elezioni? E l’argomento, qualche effetto, sembra poterlo avere (Today’s Zaman/Istanbul, 7.6.2013, Erdoğan calls for end to Gezi Park protests Erdoğan chiede la fine delle proteste a Gezi Park http://www.todayszaman.com/news-317607-.html)...

Il 10 giugno Borsa Istanbul ha ritardato di qualche rosa l’apertura delle contrattazioni a causa, dicono alcuni suoi dirigenti, di “problemi tecnici”. La caduta secca di oltre il 15% del valore dei titoli nella settimana passata in mezzo agli scontri di strada, aveva già visto Erdoğan accusare quelle che ha chiamato le lobbies degli speculatori di intervenire per i loro interessi soltanto egoisti: come se a qualcuno mai risultasse che in borsa agissero munifici benefattori o disinteressati patrioti.

E ha chiesto ai risparmiatori turchi di mettere i loro soldi nelle banche di proprietà pubblica e non in quelle di chi poi li usa contro gli interessi della nazione e del popolo (Hürriyet Daily News, 10.6.2013, Borsa Istanbul opens with delay, Erdoğan speaks of ‘limits to patience’ La Borsa di Istanbul si apre in ritardo, con Erdoğan che parla di ‘limiti alla pazienza’ http://www.hurriyetdailynews.com/borsa-istanbul-opens-after-one-hour-delay.aspx?pageID=238&nid=48525&NewsCatID=346).

L’entourage dello stesso Erdoğan, e la proposta che sembra emergere ai vertici dell’AKP, il suo partito, per tentare di disinnescare le tensioni, pensa di tornare alla causa scatenante del tutto lasciando decidere a un referendum popolare a Istanbul la sorte della piazza Taksim e del parco Gezi… Ed è, in qualche modo, indicativo dei rapporti di forza reali e nella pubblica opinione che la prima immediata reazione di Taksim Solidarity, come senza grande fantasia si sono ribattezzati i nuclei duri della protesta, sia stata subito negativa… Poi ci si ripensa però aprendosi, sembra, al compromesso e, ancora, si torna a cincischiare sotto la pressione dei tanti cani sciolti che sulla piazza fanno anarchicamente pressione…

●Quando i contendenti sembravano arrivati proprio sull’orlo del baratro, Erdoğan infatti ha incontrato una rappresentanza dei dimostranti, evidentemente da loro stessi considerata rappresentativa davvero, raggiungendo – certo, sempre precariamente – un accordo: le parti aspetteranno – cioè, lo farà il governo – a dare il via ai lavori, per smantellare il parco, la sentenza di un tribunale civile cui i dimostranti – pur senza averne titolo legale – avevano già fatto ricorso e aspetterà, se al governo la Corte desse ragione, anche il risultato di un referendum popolare tra i cittadini— ma solo i residenti del quartiere? o quelli di tutta la città di Istanbul? (New York Times, 13.6.2013. T. Arango, Turkish Protesters Say Talks Lead to a Tentative Agreement I dimostranti turchi affermano che alla fine i colloqui [col PM] hanno portato a un accordo [almeno] provvisorio http://www.nytimes.com/2013/06/14/world/ europe/turkish-leader-gives-final-warning-to-park-protesters.html?page wanted=all&_r=0).

E il fatto non è di piccola portata. Così come lo hanno descritto i negoziatori dei dimostranti è come se Mario Monti o Enrico Letta avessero deciso, come ha fatto Erdoğan adesso, di invitarli a casa sua, per disinnescare una crisi che ancora a quel livello di sommossa pre-rivoluzionaria per fortuna non sembra arrivata ma ancora potrebbe anche da noi, ad esempio per la Val di Susa. Certo, completamente diverso è lo stile che hanno freddi tecno-raziocinanti come Monti e Letta nell’affrontare un problema spinoso da quello di Erdoğan che, in questo, somiglia molto più a quel che farebbero Putin, o Berlusca o anche lo stesso Obama…

Infine proprio il gruppo che sembra quello egemone tra gli occupanti che liberata la piazza restano comunque nel parco, quello  che aveva detto sì alla proposta finale di  Erdogan, sembra ripensarci sotto la pressione dei suoi ultras e, a questo punto, si rischia davvero una soluzione in qualche modo forzata, forzosa e “finale”. Il giorno dopo, proprio Taksim Solidarity fa marcia indietro con motivazioni stranie, straniate e anche un tantino ridicole: dice che “il movimento di protesta” ma in realtà vuol dire le sue frange più estreme e meno disposte a trattare “continuerà a sorvegliare il parco e la città e tute le cose che in esso e in essa vivono, i nostri alberi, i nostri spazi, le nostre vite private, le libertà nostre e il futuro”.

Cioè, continuerà a salvaguardarli occupandolo e  dimenticando, nell’elenco, forse solo le formiche – a miliardi… – e gli scoiattoli – appena un pugno… – del parco Gezi (New York Times, 15.6.2013, T. Arango, Police Storm Turkish Park Occupied by Protesters La polizia irrompe nel parco turco occupato dai dimostranti ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/16/world/europe/protesters-in-turkey.html?ref=global-home). Che, dopo 14 giorni e 14 notti di occupazione, viene la notte tra il 15 e il 16 giugno effettivamente sgombrato.

●Ma, adesso, per strumentale e ipocrita che appaia e sia – da certi pulpiti, certe cancellerie e certi governi, usi a far utilizzare generosamente contro bombe molotov e sassi manganelli, fumogeni  e getti d’acqua a pressione (e anche peggio) – l’indignazione per l’utilizzo di quegli stessi strumenti a piazza Taksim, si fanno di sicuro ancora più complicate le procedure, e più ritardati i tempi, dell’accesso della Turchia nell’Unione Europea.

Tocca a quel sepolcro imbiancato del ministro socialista francese per gli Affari europei, Thierry Repentin – che non si è contenuto, come quello tedesco degli Esteri Guido Wsterwelle o l’italiana Bonino, a deprecare i fatti schioccando la lingua – è arrivato a dichiarare al Senato, grondando ipocrita sdegno, che “nessuna democrazia può mai essere costruita sulla repressione delle manifestazioni popolari e di chi tenta di esprimersi per la strada: il diritto di protesta, il diritto di opporsi al governo deve essere sempre rispettato”.

E a nessuno, pare, è neanche venuto da ridere, se non forse a vedere certe istantanee riprese dal filmato, proprio a lui… In fondo, non è che a Berlino, a Parigi, a Roma o altrove le polizie nostre si siano di recente comportate con guanti di velluto o di ovatta contro dimostranti eversori, o percepiti come tali, dell’ordine pubblico democratico… Non pochi osservatori di lingua un po’ meno biforcuta anche a Bruxelles fanno rilevare finora come i problemi interni di mancanza di guida e di governance e di coraggio della e nella UE abbia distratto la capacità dell’Unione stessa di influenzare il governo Erdoğan: “sono decenni che qui a Bruxelles, anche se a livello più che altro verbale, conosciamo solo il bastone e non più la carota: rimandiamo, tergiversiamo, ritardiamo e perdiamo così ogni capacitò di incidere”.

Mentre si fa sempre più forte sulla Turchia, la tentazione e la pressione interna a sbattere la porta in faccia all’Europa rivolgendosi a Nord, alla sirena dei russi, o intorno a sé, all’area mediorientale in fermento e che a lei sempre più si rivolge, per trovare aperture e riscontri (New York Times, 13.6.2013, D. Bilefsky, A Potential Casualty of Turkey’s Crackdown: European Union Membership Una vittima potenziale della repressione in Turchia: l’adesione all’Unione europea [ma, come abbiamo tentato qui di riassumervi, il senso vero dell’articolo è che la non adesione della Turchia è la conseguenza dell’incapacità di decidere o proprio della cecità dell’Europa] ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/13/world/europe/a-potential-casualty-of-turkeys-crackdown-europe an-union-membership.html?_r=0).

●Sul rapporto specifico tra Russia ed Europa, a latere del G-8 di Enniskillen, che al solito non ha combinato niente di conclusivo, sono venuti alla luce spezzoni, almeno, di una politica attenta della Russia al proprio ruolo e ai propri interessi specificamente europei. Mosca sta sistematicamente rinegoziando da mesi, e per i prossimi mesi, diminuendolo nell’ordine medio del 10%, ma caso per caso e paese per paese, già nei prossimi mesi i prezzi del gas naturale che vende in pratica a tutta l’Europa. In cambio chiede, e spesso ovviamente ottiene, contratti di lungo periodo e sta senza pubblicità né polemiche acquisendo una serie di beni soprattutto immobiliari di imprese affiliate a grandi enti di Stato energetici dei paesi in questione: non tanto ad essi, però, ai colossi direttamente lasciando così un po’ tutto come sotto traccia.

Putin si dà anche personalmente molto da fare, quasi come un vero piazzista,  nei paesi dell’Europa occidentale che, come a Londra, meno risentono della russofobia legata alla lunga presenza sovietica nell’est europeo, dove subito prima di Enniskillen, ha speso giorni utili di attiva presenza alla City e in colloqui politici e d’affari importanti. Anche firmando, direttamente, col governo di Cameron accordi tesi a spianare la strada nel futuro prossimo venturo per contratti specifici in Gran Bretagna di costruzione di centrali nucleari soppiantando di fatto nel ruolo l’industria nucleare francese. Intanto, e andando nell’altro senso ma sempre in sintonia, la BP britannica ha ancora approfondito il suo radicamento già forte in Russia nel ramo del petrolio, comprandosi un altro spazio della russa Rosneft e, contemporaneamente, una delegazione di Mosca ha concluso accordi del genere con la Total di Francia.

Naturalmente può muoversi così, il Cremlino, per la inesistente – e comunque del tutto inefficace – colpa specifica dei singoli Stati d’Europa che non riescono a concordare tra loro, di fatto preferendo con lo spirito mercantile usuale farsi le scarpe uno con l’altro e uno a spese dell’altro, una vera, anzi una qualsiasi  politica energetica europea, delegando i necessari poteri di contrattazione e di policy all’Unione. Ma ciò avviene anche sicuramente per l’inane, incapace concezione della stesa policy energetica comune che la Commissione, specie il nullo Commissario Öttinger, ha ormai avuto largo  modo di dimostrare.

Tutto questo avviene quasi in silenzio. La Russia al G-8, pubblicamente, fa rumore sulla tragedia siriana – sfruttando le contraddizioni dell’occidente e la goffaggine, chiamiamola pure così, della linea americana. E, per la Russia, si tratta certamente di un dossier importante ma, alla fine della fiera, di minore rilevanza strategica per il futuro e le fortune del paese (Stratfor, Geopolitical Diary, 17.6.2013, Amid Syrian Furor, Russia Makes Its Move in Europe In mezzo al gran furore per la Siria, la Russia muove le sue pedine in Europa http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/amid-syrian-furor-russia-makes-its-move-europe).

●A fine mese, al vertice semestrale UE di fine giugno tanto strombazzato come necessariamente risolutivo per sbloccare la crisi economica e sociale europea, al solito non hanno sbloccato un bel niente. Non hanno votato un solo euro in più di aiuto per la disoccupazione, ma ridiretto allo scopo senza ancora trovare neanche da dove però, una cifra di un qualche rilievo da altri capitoli già stanziati di spesa. Un po’ l’approccio negativo soprattutto dei soliti britannici (che, però, dopo l’ostruzionismo dovuto per “consolare” i loro euroscettici, alla fine hanno dovuto mollare) e un po’ per la scarsezza dei fondi disponibili e la determinazione tedesco-olandese-finlandese a non votarne di nuovi hanno portato all’escamotage.

Che il buon Letta presenta come una grande vittoria perché – sempre concesso che poi i soldi arrivino – alla fine, all’Italia dovrebbero arrivarne 2/3 in più di quel che, sbagliando i conti, lui aveva previsto: 1, 5 miliardi di €, invece, di 500 milioni… Come si dice: meglio di niente. Ma è tragico, e ridicolo, insieme: in tutto si tratta, per tutti i 15, non di nuove risorse ma di soldi ridiretti, di 9 miliardi di € per l’occupazione giovanile da suddividere tra 5.627.000 ragazze e ragazzi che risultano tali, ufficialmente, ad aprile 2013: sono la bellezza di 1.600 € a testa coi quali dare lavoro a ogni giovane senza lavoro…

Insomma, veramente una buffonata anche concentrandoli tutti – e ancora non è scontato per niente – fossero solo tra quelli in maggiore difficoltà sarebbero veramente niente come un piano seria (Guardian, 27.6.2013, I. Traynor, EU pledges €9bn to tackle youth unemployment La UE impegna 9 miliardi di € per fare i conti con i giovani disoccupati http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/27/eu-pledge-6bn-youth-unemployment).

STATI UNITI

●Il Senato ha passato, con una maggioranza anche larga (68 a 32 voti) il 27 giugno, una complessa e complessiva riforma delle politiche dell’immigrazione che avvia 11 milioni di cittadini come li chiamano qui “non documentati” su una strada che li avvia al diritto di cittadinanza (http://www.globalpost.com/dispatch/news/afp/130627/us-senate-passes-comprehensive-immigration-reform-1, 27. 6. 2013, U.S. Senate passes comprehensive immigration reform Il Senato americano vota la riforma comprensiva dell’immigrazione http://www.globalpost.com/dispatch/news/afp/130627/us-senate-passes-comprehensive-immigra tion-reform-1).

Non sarà facile, anzi il contrario, far passare alla Camera dei deputati la stessa misura – identica, proprio come in Italia anche qui – perché diventi davvero legge, visto qui la maggioranza repubblicana ostile per ragioni ideologiche di stampo che potremmo chiamare più che leghista, forse, proprio “borgheziano”… cioè puramente razzista, appunto alla Borghezio.

●La crescita economica americana ha registrato un tasso molto più basso nel primo trimestre di quanto precedentemente stimato, l’1,8 invece del 2,4%. Ed è una gran brutta notizia (The Economist, 28.6.2013).

Con un improvviso, e del tutto inaspettato, rovesciamento delle sue posizioni tradizionalmente favorevoli ai grandi interessi e alla protezione del business contro i diritti sia individuali che sociali dei cittadini, stavolta la Corte Suprema americana ha deciso all’unanimità che no, che il gene dell’essere umano non è brevettabile e, quindi, commercialmente sfruttabile come chiedevano le grandi case farmaceutiche americane e i loro zelatori al Congresso e al contrario di quanto le chiedevano, invece, sembrava senza speranza, molti scienziati e forti campagne d’opinione che ora celebrano la rimozione di barriere dettate dal profitto e dall’interesse privato alla cura dei pazienti e all’innovazione in campo medico.

Ha volutamente però anche deciso, a stretta maggioranza, di non smentirsi del tutto affermando secondo la richiesta subordinata – ma, in definitiva, quella essenziale – avanzata dall’industria biotecnologica di considerare, invece, brevettabile il lavoro teso a produrre geni umani sintetici per recuperare così, secondo la loro consueta motivazione, i soldi investiti nella ricerca: insomma, e è fondamentale, “un segmento di DNA di origine naturale” non è assoggettabile a brevetto o patente, ma possibili elaborazioni che ne sintetizzino eventuali alcuni sviluppi, esse, potrebbero esserlo: un compromesso che ha subito fatto alzare in borsa, comunque, in un’ora uem  il valore delle azioni della Myriad Genetics, pure perdente, del 10,3% (Guardian, 13.6.2013, Karen McVeigh, US supreme court rules companies cannot patent human genes La Corte suprema degli Stati Uniti decide che il business non può brevettare [direttamente: ma indirettamente sì] il gene, il DNA, umano http://www.guardian.co.uk/law/2013/jun/13/supreme-court-genes-patent-dna).

●A rigor di logica, l’articolo sul NYT di uno dei massimi responsabili finanziari sotto Reagan e il primo Bush, non dunque un economista progressista – tutt’altro – però persona che sa bene di cosa parla, dimostra come l’esplosione del settore finanziario in America è stata in realtà un freno pesante alla crescita dell’economia e anche la matrice dell’ineguaglianza crescente nel paese negli ultimi tre decenni. In pochi paragrafi (New York Times, 11.6.2013, Bruce Bartlett, ‘Financialization’ as a Cause of Economic Malaise La ‘finanzializzazione’ come causa di malessere economicohttp://economix.blogs. nytimes.com/2013/06/11/financialization-as-a-cause-of-economic-malaise).

Lo dimostrano, e lo provano ormai, diversi economisti di vaglia che fanno risalire questo profondo “malessere” proprio alla questione della “finanzializzazione” che da trent’anni a questa parte ha portato  al gonfiarsi delle attività finanziarie come percentuale del PIL del paese: l’8,3% nel 2006, dal 4,9 del 1980 e dal 2,8 della ricchezza nazionale nel 1950. Ormai abbondano le prove (importante tra le altre in Cambridge Journal of Economics, 2008, 32, 863-886, doi:10.1093/cje/ben009, 9.4.2008, Özgür Orhangazi della Roosevelt University, Financialisation and capital accumulation in the non-financial corporate sector: A theoretical and empirical investigation on the US economy: 1973–2003 Finanzializzazione e sacculazione del capitale nel settore non- finanziario delle società per azioni http://courses.umass.edu/econ711-rpollin/Orhangazi%20financializa tion%20in%20CJE.pdf) che proprio di questo si tratta: gli investimenti nell’economia reale calano man mano che crescono quelli nell’economia finanziaria.

Di più: il pagamento crescente di servizi finanziari dovuti dalle imprese non-finanziarie, quele dell’economia reale, comporta riduzioni del finanziamento interno disponibile per gli investimenti, riduce anche l’orizzonte della pianificazione e aumenta le incertezze connesse. Adair Turner (FutureofFinance.org, LSE, 7.2010, A. Turner & others, The Future of Finance — and the theory that underpins it Il futuro della finanza — e la teoria che c’è sotto http://harr123et.files.wordpress.com/2010/07/futureoffinance-chapter11.pdf), che è stato fino al recente passato l’autorità principale di regolazione (si fa per dire) del settore finanziario nel Regno Unito, ha scritto lui stesso – anche senza arrivare a dirlo in positivo ma riconoscendolo in negativo, un po’ pusillanime come il suo mestiere e le responsabilità della deregulation che sempre ha appoggiato lo rendono – di come e quanto sia chiaro ormai che non c’è nessuna prova  che la crescita di scala e di complessità del sistema finanziario e dei suoi strumenti ne4l ricco mondo sviluppato negli ultimi 20 o 30 anni abbiano portato ad aumentare crescita e stabilità delle economie”. Già…

E, più che suggerire, spiega con forza che i guadagni dello stesso settore finanziario sono stati più nella forma della rendita economica pura – del mettersi in tasca qualcosa in cambio di niente – piuttosto che di un aumento di valore effettivo. Il che sembrerebbe no?, un fortissimo argomento a favore della cosiddetta tassazione delle transazioni finanziarie di natura speculativa – appunto quel tanto per niente – sapete la Tobin Tax o giù di lì, di cui ora si va parlando in America come in Europa, per trovare i fondi necessari a rilanciare almeno un poco e a prezzo ridicolo anche per gli speculatori (lo 0,01-0,02%) la crescita dell’economia reale.

Ma la proposta la stanno già castrando in America, a Wall Street e  al Congresso di Washington con Obama che non apre bocca. E a Bruxelles, al Consiglio europeo e ormai anche alla Commissione che, pure, per un momento era apparsa volersi addirittura intitolare l’idea ma se l’è subito fatta sotto rimettendosi in linea rapidamente, di fronte alla levata di scudi dei grandi finanziatori della politica, i mercati finanziari che in quella rendita sguazzano e all’accorato appello alla santità, si capisce, del libero mercato che va lasciato, libero, appunto di fare i porci comodi di lor signori

●La crescita dell’occupazione, che ha grosso modo tenuto il passo dell’aumento medio nell’ultimo anno di aumenti con 175.000 nuovi posti di lavoro creati in maggio e dopo una serie di indicatori economici piuttosto deludenti ha adesso registrato una crescita del tasso mensile di disoccupazione al 7,6%, dal 7,5 di aprile. Al ritmo attuale di aumento, sia della popolazione che dell’occupazione, servirebbero almeno sei anni per riportare l’economia anche solo al basso livello di occupazione di quando la recessione cominciò ufficialmente a dicembre del 2007. Certo, rispetto agli anni in più che se va bene – quattro, cinque volte tanti a sentire ISTAT e EUROSTAT – ci vorrebbero qui da noi per un recupero simile agli americani va – andrebbe – ancora bene…

● Sic transit… ieri i marines alla conquista di Iwo Jima, oggi il business alla conquista delle Cayman(vignetta)

                                                                                                                                                                                       Pagate il debito

                                                                                                               L’AMERICA DEGLI AFFARI   Maggiore elusione fiscale per chi già evade!

            

   Foto: Washington, D.C., U.S. Marines War Memorial          Fonte: Khalil Bendib, 11.6.2013

E continua a emergere lo strano – o, invece, nient’affatto strano fattore – per cui si trovano sul mercato non pochi datori di lavoro che si lamentano di non poter trovare lavoratori preparati e addestrati ad essere assunti; ma mai disposti, come imporrebbe in casi come questi addirittura di scuola qualsiasi manuale di economia a alzare i salari che offrono per attirare lavoratori più preparati: mai!

Sempre a maggio, c’erano 12 milioni di disoccupati ufficialmente calcolati come tali di cui 4,5 milioni considerati di lunga durata, gente che è ormai senza lavoro da oltre sei mesi. I più onesti, diciamo intellettualmente, tra loro arrivano invece a riconoscere che il problema dei posti di lavoro che mancano è che anche qui viene meno proprio la domanda di consumi e servizi.

      (1) New York Times, 7.6.2013, C. Rampell, Middling Jobs Gains Signal a Long  Path to Healthy Payrolls— Mediocri guadagni di posti di lavoro segnalano un percorso lungo verso un quadro occupazionale migliore http://www.nytimes.com/2013/06/08/business/economy/us-added-175000-jobs-in-may-jobless-rate-rises-to-7-6. html ?ref=global-home; 2) BLS, Dpt of Labour, 7.6.2013, USDL-13-1102, Employment Situation Summaryhttp://www. bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; 3) EPI, Washington. D.C., 7.6.2013, H. Shierholz, Today’s jobs report is crystal-clear evidence that we’re in a slog Il Rapporto odierno sulla situazione del lavoro è la prova provata che siamo impantanati http://www.epi.org/publication/todays-jobs-report-crystal-clear-evidence).

Giappone e Corea del Sud hanno sospeso le importazioni di granturco americano e l’Unione europea si è accodata chiedendo, meno drasticamente, ai suoi aderenti di aumentare il numero e approfondire le verifiche su un tipo, una variante, un ceppo – come dicono, uno strain – di grano geneticamente modificato dalla Monsanto e che lo stesso governo USA ha ora rivelato – se no stavano freschi giapponesi, coreani e anche europei! – non essere mai stato approvato dalle competenti autorità neanche negli USA ma essere al dunque stato trovato crescere rigogliosamente in alcuni campi delle campagne dell’Oregon (The Indian Express, 1.6. 2013, V. Shannon, GM row: Japan, S Korea bar US wheat importsLa lite sugli OGM: Giappone e Corea del Sud vietano l’import di grano americano http://www.indianexpress.com/news/gm-row-japan-s-korea-bar-us-wheat-imports/1123543).

●Dopo aver accennato, cinque anni fa e subito dopo l’elezione di fine 2008, con grande passione dell’impegno a ridurre l’armamento atomico a livello globale, a cominciare dal suo e insieme a quello dei russi, fino a “liberare il mondo – disse – dalla maledizione delle armi nucleari”, Obama, che ci guadagnò sopra senza aver fatto niente sul tema addirittura un premio Nobel della pace (va be’ che, prima di lui, era già talmente screditato che lo avevano dato addirittura a Kissinger e Begin!), adesso a Berlino, alla porta del Brandenburgo, come se niente fosse è tornato a parlare, al ritorno dal G-8 in Irlanda del Nord, di ridurre di un terzo, sotto il livello poi concordato coi russi di 1.550 testate nucleari a testa (comunque sufficienti centinaia di volte a far ballare su se stesse le macerie del mondo, come disse cinquant’anni fa già il buon Kruscev)(New York Times, 18.6.2013, P. Baker e D. E. Sanger, Obama Has Plans to Cut U.S. Nuclear Arsenal, If Russia Reciprocates Se i russi fanno lo stesso, Obama ha piani di riduzione dell’arsenale nucleare americano http://www.nytimes.com/2013/06/19/world/obama-has-plans-to-cut-us-nuclear-arsenal-if-russia-reciprocates.html?ref=global-home&_r=0).

Non è che, visto il contrasto ormai del tutto normale tra quel che predica e come razzola questo presidente, abbia stavolta riscaldato qualche cuore che fosse ancora rimasto ancora un po’ ingenuo. Ma se la promessa venisse mai stavolta seguita e perseguita, non solo buttata lì per avere il bacio della buona notte da Malia e Sasha, sarebbe comunque un gran passo avanti. Estremamente difficile, del resto: l’idea ha ormai perso credibilità a Mosca e nel mondo ma, e soprattutto, è contraria agli interessi strategici e economici “ben intesi”, dicono a Washington degli USA— quelli che il presidente Eisenhower definì, addirittura nel 1960, nel discorso di saluto agli americani, come il “complesso militar-industriale[3]

E, comunque, a Mosca reagiscono con molta, moltissima circospezione alle parole di Obama. La sostanza è che, oggi, la proposta non può essere rivolta solo a loro, alla Russia, e che vanno coinvolte anche la altre potenze nucleari, con la ricerca di un accordo multilaterale e non più solo bilaterale cioè che veda una riduzione proporzionalmente analoga anche per Cina, Regno Unito, Francia, ecc., ecc. 1/3 in più di disarmo atomico russo e 1/3 americano, lascerebbe uno squilibrio sicuramente sul piano globale delle alleanze e delle complicità virtuali sfavorevole ai russi e perciò, così, inaccettabile.

Ma lo spunto di Obama, dice il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, in sè la Russia lo apprezza  se viene inquadrato nella situazione geopolitica attuale così come essa è, realisticamente (PanArmenian.net, 22.6.2013, Lavrov: any treaty on nuclear arms reductions to become multilateral— Ogni altro trattato sulla riduzione degli armamenti nucleari dovrà ormai essere multilaterale ▬ http://www.panarmenian.net/ eng/news/163241).

●Il numero di morti e di vittime, più in generale, del mese di maggio – fresco fresco di calcolo, certo, ancora solo preliminare – in Iraq è schizzato drasticamente all’insù, al massimo da molti anni in un mese, oltre 1.000 morti (1) Guardian, 1.6.2013, (A.P.), Iraq death toll rises sharply Il calcolo delle morti in Iraq cresce drammaticamente http://www.guardian.co.uk/ world/2013/jun/01/iraq-highest-monthly-death-toll-years; e 2) The Economist, 21.6.2013).

●Il premier iracheno Nouri al-Maliki ha visitato per la prima volta da oltre due anni il 9 giugno il Kurdistan iracheno, cercando di avviare a soluzione la lunga e accesa diatriba col governo regionale curdo relativamente alle demarcazioni territoriali e alla gestione delle risorse petrolifere del territorio settentrionale del paese.

Si tratta di tensioni che, tra Bagdad ed Arbil, si sono ancor più complicate con l’espansione recente della presenza, non solo politica, della Turchia nei confronti della vicina Siria in subbuglio e contro quel governo e per i suoi tentativi di intromettersi nel facilitare l’export del greggio curdo-nord iracheno contro il volere di Bagdad. In effetti la Turchia sta facendo avanzare il suo progetto di oleodotto che la collegherebbe direttamente, contro l’espresso volere di Badgad, al Kurdistan iracheno (Today’s Zaman, 9.6.2013, Iraq PM visits northern region in attempt to ease disputes Il PM iracheno visita le regioni del nord [curdo] nel tentativo di risolvere le vertenze http://www.todayszaman. com/news-317777-iraqi-prime-minister-nuri-al-maliki-visited-the-kurdistan-region-on-su n day-for-the-first-time-in-more-than-two-years-in-an-attempt-to-resolve-a-long-running-dispute-over-oil-and-land-that-has-strained-iraqs-unity-to-the-limit.html).

Questo, d’altra parte, è l’asse, il cardine, intorno al quale ruota e si gioca gran parte del futuro dell’Iraq: tra qualche giorno viene completato l’oleodotto che da Taq Taq porterà subito 300.000 barili al giorni di greggio a Fish Khabur e che, nel 2015, dovrebbe far affluire a destino 1 milione e, nel 2018, già 2 milioni di barili di greggio.

Tutto questo sta andando avanti con enormi e crescenti tensioni tra Arbil, il Kurdistan iracheno, e Bagdad, senza l’OK del governo federale sull’interpretazione della Costituzione irachena e sulla condivisione dei ricavi del greggio. Perché – ed è la novità grande se arriverà a concretarsi – per la prima volta nella storia una promessa concreta di reale indipendenza economica potrebbe essere in vista per una grande parte della popolazione che nel mondo oggi resta ancora senza uno Stato: il popolo curdo, frantumato e sparpagliato com’è tra tanti irrequieti Stati del Medioriente (Iraq, Iran, Turchia, Siria,ecc.).

Dice ora chiaro Ashti Hawrami, il ministro incaricato del portafoglio delle Risorse naturali nel governo regionale del Kurdistan iracheno, che “condividere l’accesso alle ricchezze naturali è un fondamentale strumento di potere e, rifiutando di applicare fino in fondo la Costituzione, Bagdad fomenta instabilità e disintegrazione. L’unico modo in cui tutti possiamo sopravvivere è quello di avere lo sviluppo dell’economia: non bastano slogans e promesse, peraltro non sempre proprio credibili, di democrazia (Guardian, 10.6.2013, I. Black, Golden oil of Iraqi Kurdistan raises tensions with Baghdad Il petrolio d’oro del Kurdistan iracheno aumenta le tensioni con Bagdadhttp://www.guardian.co.uk/world/ 2013/jun/10/oil-iraqi-kurdistan-baghdad).

●Nel frattempo,le esportazioni di greggio dai giacimenti di Kirkuk, nel Nord curdo autonomo dell’Iraq sono state completamente bloccate dopo l’esplosione che il 21 scorso ha interrotto un tratto chiave di oleodotto, viene ora riferito dai gestori (Stratfor, 24.6.2013, Iraq: Northern Oil Exports Have On Hold Since June 21, Shippers Say In Iraq, i supervisori del trasporto di greggio parlano di blocco completo delle esportazioni dal 21 giugno http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-northern-oil-exports-have-hold-june-21-shippers-say).

●L’Iran registra, a Londra, presso la Corte speciale nominata dal governo a confermare le sue decisioni in materia di sanzioni e condanne penali legate al terrorismo, un primo importante successo con l’ordine impartito a Downing Street dal tribunale, che definisce pure la procedura del governo una “farsa”, di cancellare perché non è stata in grado di provare, neanche in sessione segreta, le accuse che aveva lanciate di aver favorito il programma nucleare clandestino dell’Iran contro la Banca Mellat di Teheran, consentendone l’immediata riapertura e le normali attività alla City (Guardian, 19.6.2013, O. Bowcott, Supreme court quashes Iran bank sanctions and criticises secret hearings La corte suprema cancella le sanzioni contro una banca iraniana e critica le udienze segrete http://www.guardian.co.uk/law/2013/jun/19/supreme-court-iran-bank-mellat-sanctions-secret-hearings).

●Ma l’Iran, nel mese, ha registrato anche un’altra, e molto più grande vittoria   .  la celebrazione delle elezioni presidenziali. E con pieno successo: da ogni punto df vista. Dopo il ritiro di una serie di candidati, due “moderati!” e un “conservatore” per non disperdere i voti dei loro simpatizzanti tagliandosi l’un l’altro le gambe, ha vinto al primo turno con il 50,7 % dei voti, senza strascichi e tergiversazioni, il candidato “moderato”, meglio forse il più apertamente riformatore, Hassan Rohani. Anche lui, 64enne, è un “chierico”— come qui quasi tutti quelli che ambiscono a ruoli politici: eccezionalmente era stato il presidente uscente, Ahmadinejad, a essere un laico… E anche se, alla fine, solo Rohani era rimasto l’unico “chierico” tra i nomi presenti sulla scheda finale di voto.

Ma il suo rapporto con la Guida suprema Ali Khamenei nell’ultimo quadriennio s’era andato notoriamente, e perciò anche pericolosamente compromettendo anche sul piano personale degli screzi e delle opinioni diverse, non sempre essendo pronto Ahmadinejiad a riconoscere apertamente e, soprattutto, in silenzio che alla fine dello scambio di opinioni lui non poteva altro che  subordinargli e silenziare le sue (New York Times, 15.6.2013. T. Erdbrink, Iranian Moderate Elected President in Rebuke to Conservatives Con un voto di chiaro dissenso dai conservatori , un moderato iraniano eletto presidente ▬ http.//www.nytimes.com/2013/06/16/world/middleeastiran-election.html?p<gelante=all): cosa che palesemente Ahmadinejad era restio a fare sempre di più…

Rohani, invece, è anche stato per ben sedici anni finora segretario esecutivo e coordinatore del Consiglio di Sicurezza nazionale, uno degli organismi esecutivi più importanti e vicini al potere vero della Repubblica islamica; era stato anche già trentaquattro anni fa uno dei pochi seguaci di Khomeini che con lui viveva quando era ancora in esilio a Parigi, prima dell’abbattimento finale e trionfale dello shah; e, anche parlando lui in modo scorrevole arabo, inglese, francese, tedesco e russo, da diversi anni è anche il direttore di uno dei centri di ricerche strategiche più importanti e più consultati all’estero del paese…

E, soprattutto in questi ultimi quattro anni, nel cerchio interno degli “intimi” di Khamenei che hanno più duramente contrastato e messo in crisi le scelte, lo stile, la retorica di Ahmadinejad ormai apertamente presentata anche come in conflitto con la linea della Guida suprema…

Il pragmatico sindaco di Teheran, Muhammad Baqer Qalibaf, è arrivato secondo (con neanche la metà dei voti del vincitore) e il terzo dei quattro conservatori in lizza – l’attuale negoziatore capo sul nucleare, Saeed Jalili, cui gli altri concorrenti “conservatori” hanno ovviamente sottratto voti dividendo il campo, è finito in coda mostrando a chi vuole leggere il segno vero dato dagli iraniani al voto che, senza voler cambiare la direzione generale su cui è avviato il paese – e che qui, in base alla Costituzione non è determinato neanche da un’elezione presidenziale – la gente è pronta, e forse anche qualcosa di più, a cambiare il tono, il timbro, di voce con cui l’Iran parla al mondo. E le considerazioni importanti da fare, e subito, ci sembrano queste:

• tutti, ma proprio tutti, vincitore compreso, i candidati che alla fine hanno corso per la presidenza della Repubblica islamica – di fatto la posizione elettiva più alta ma non quella esecutiva più forte che in questo sistema è riservata di fatto e di diritto per storia e Costituzione alla Guida suprema della rivoluzione— il Rahbar, ayatollah Khamenei, nominato dal fondatore della Repubblica che nel 1979 rovesciò lo scià perché alla sua morte gli succedesse.

Ma poi, come da Costituzione, formalmente eletto (e volendo anche revocabile) dall’Assemblea degli Esperti dell’Orientamento, 86 esperti religiosi essi stessi eletti per otto anni a suffragio universale diretto – erano pubblicamente uniti su un unico punto: non si negozia sulla rinuncia dell’Iran al suo diritto all’energia nucleare e alla ricerca atomica indipendente. Qui il ruolo del presidente della Repubblica comunque è delimitato e non è mai quello di cambiare il sistema – alla Lenin o, si parva licet componere magnis, alla Grillo – ma di farlo funzionare, se poi ci si riesce, un po’ meglio.

Linea dura, comunque, o – come la chiama qui il regime, linea ferma, non dura – di difesa e intransigente rivendicazione dei diritti del paese, senza indicazione di disponibilità da parte di nessuno di loro: e col totale concorso della popolazione— secondo ogni sondaggio, anche quelli condotti da soggetti ostili, dagli americani stessi, come la Gallup.

Ciò malgrado il peso ormai evidente di impoverimento che le sanzioni hanno avuto sulla vita quotidiana della gente— è crollato il valore della moneta, aggravando un’inflazione già molto alta e è stata pesantemente intralciata la normale commercializzazione del greggio petrolifero, spesso obbligando Teheran a ricorrere al sistema del baratto per regolare i contratti di scambio).

Anzi, come saggiamente non pochi esperti tra quelli non proni ai desiderata di Washington avevano subito previsto, tutto il fronte interno si è andato indurendo, anzi confermando quasi a prescindere, proprio a causa di quelle che gli ayatollah hanno presentato e la gente ha inevitabilmente quanto comprensibilmente vissuto come le “invereconde” misure tese a negare al paese, e solo ad esso, il diritto alla sua sovranità pure riconosciutagli dal trattato di non proliferazione nucleare.

Nei fatti, le sanzioni americane hanno avuto in realtà il solo effetto di indurire la caparbia volontà di dire no a ogni compromesso sull’integrità del programma nucleare iraniano (New York Times, 9.6.2013, T. Erdbrink, In Iran Race, All 8 Candidates Toe Hard Line on Nucear Might Nella corsa elettorale iraniana, tutti gli 8 candidati seguono la linea dura sulla potenza nucleare [e qui vedete evidente quel che noi sosteniamo,: la disonestà intellettuale, radicale, stessa di questo titolo: non si tratta, infatti, di “linea dura” e di “potenza atomica”, si tratta – ufficialmente ma anche nella percezione della gente di Iran come di tantissimi altri paesi – della rivendicazione di un diritto che solo all’Iran si vuole negare di darsi, come tutti, la sua, indipendente, autonoma, energia nucleare]▬ http://www.nytimes.com/2013/06/10/world/middleeast/iran-candidates-toe-hard-line-for-nuclear-bid.html?ref=global -home).

Certo, adesso, le diverse scuole di pensiero si confrontano e questa non è la sola lettura dei fatti che circola. Quella più “pessimista”, manifestata in modo grezzo e scioccamente minaccioso dal premier israeliano Netanyahu (scioccamente perché è dimostrato che le minacce non funzionano) è espressa in maniera ancor più rancorosa, da certi ambienti del’esilio persiano. Per esempio dal prof.   Nima Mina, che risiede a Londra da molti anni, esule dal tempo della cacciata dello shah del cui trono i suoi erano fedeli serventi e che ora insegna la lingua della sua terra alla Scuola Orientale di Studi Africani di Londra, quando osserva che il suo obiettivo (l’obiettivo di Rohani) è “il perseguimento del programma nucleare del paese e che gli hanno consentito di correre perché lui è in grado di farlo avanzare rapidamente”.

Al solito, qui, nessuna distinzione tra programma nucleare di armamenti e programma nucleare di produzione di energia – cui l’Iran come ogni altro paese firmatario del Trattato di non proliferazione è pienamente titolato – ma, secondo questa gente, uno se è iraniano – perché è iraniano, anzi – è di per sé affiliato all’ “impero del male” di bushottiana, imperitura quanto poco raziocinante memoria (The Economist, 21.6.2013, Will he make a difference Ma lui, farà differenza?http://www. economist.com/news/world-week/21579887-politics-week).

• Le elezioni hanno avuto un altissimo tasso di partecipazione  (oltre il 75% e con la chiusura dei seggi posticipata quattro volte per consentire di votare a tutti i 50 milioni di elettori iraniani o a chi comunque tra oro intendesse esercitare il proprio diritto) e ha vinto Rohani riuscendo a evitare il ballottaggio che avrebbe sicuramente ricompatto contro di lui tutto il fronte conservatore.

Era sicuramente il più aperto e prossimo tra tutti gli aspiranti alla presidenza al campo che gli americani (per dire di quelli le cui opinioni comunque contano) considerano riformista, sostenuto da due antichi presidenti del primo e del secondo periodo della Repubblica islamica che passavano ai tempi loro addirittura per qualche poco politicamente “diversi” essi stessi, Rafsanjani e Khatami— il primo un centrista spregiudicato e palesemente filocapitalista all’americana, il secondo più “disponibile” e attento alle esigenze di un approccio più razionale e meno di sfida aperta all’occidente e un “riformista” chiaro, in termini loro, persiani.

Con loro, proprio il nuovo presidente eletto aveva collaborato, negli ultimi anni anche di presidenza del moderato Khatami come negoziatore capo sul dossier nucleare, “senza ottenere e senza concedere niente”, disse allora lui stesso, a modo suo dicendo la verità. E, d’altra parte, l’uomo di punta dei conservatori adesso più vicini, si diceva, alla Guida suprema della rivoluzione, l’ayatollah Khamenei, Saeed Jalili, era adesso proprio lui il negoziatore capo, nei fatti e di fatto, sulla stessa linea ad occupare sempre quel delicatissimo posto.

• Terza considerazione. In ogni caso è importante non stancarsi di combattere – ce lo ricordano utilmente alcuni degli iraniani più sensati e sensibili che lavorano qui da noi, in occidente e proprio in America – la demonizzazione fobica di tutto ciò che sa di iraniano. Dire come continuano a fare ossessivamente all’ingrosso che queste elezioni non sono libere e democratiche e, dunque, illegittime, oltre che ad appropriarsi con impudenza del diritto a giudicare gli altri e a venire palesemente smentito dai fatti, dimentica volutamente come ha ricordato già anni fa il prof, Samuel Huntington, il grande politologo statunitense che insegnò a Harvard fino alla sua scomparsa, che nel Golfo “il governo più democratico è il principale antagonista degli USA mentre il meno democratico in assoluto, e di gran lunga, è quello del suo più vicino alleato”: l’Iran, il regime più aperto e il più chiuso, l’Arabia saudita.

Certo quelle iraniane sono elezioni ristrette, monche, molto imperfette. Ma, entro i limiti stabiliti dalla loro rivoluzione fondante, le loro elezioni lasciano una scelta che è diversificata davvero come anche stavolta si è visto con un’assai alta partecipazione al voto e, all’interno di una scelta comune di fondo – il diritto ad avere la propria energia nucleare senza lasciarsi autorizzare o proibire la scelta da nessuna potenza straniera – anche strategie di approccio e negoziato tra loro diverse. Se questa estremizzazione negativa di tutto ciò che è iraniano continua a oltranza, i risultati finali saranno di certo disastrosi per tutti (New York Times, 14.6.2013, Haveh L. Afrasiabi [politologo iraniano che lavora da anni in America], Iran’s Islamic Democracy  ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/15/opinion/global/irans-islamic-democracy.html?_r=0).

Invece, queste elezioni hanno mostrato che erano vere, che sono state come mai partecipate – molto più delle nostre non solo nella vecchia Europa ma anche, e proprio, in America: dove è normale, ormai, che appena più del 20% degli aventi diritto, e tra di essi  poi la metà, eleggono un presidente – e che potrebbero anche essere in grado di garantire al paese nel prossimo futuro la stabilità minima necessaria per potere, volendo, poi anche riformare in qualche misura la politica estera della Repubblica islamica.

Per questo, adesso, diventa però decisiva la maniera in cui l’America, e nei suoi limiti quasi impotenti,  certo, anche l’Europa, sapranno reagire a quella che è la grossa novità che oggi a tutti offre l’Iran. Tanto per cominciare già hanno sbagliato (lo ha fatto la portavoce della Casa Bianca) nell’indirizzare le loro congratulazioni al popolo iraniano per “il coraggio che ha avuto nel far sentire la propria voce”, continuando, stupidamente, quasi a negare la possibilità stessa invece dimostrata  di votare liberamente; o esprimendo, senza che glielo chiedesse nessuno, l’invito a Rohani di rispettare “la volontà del popolo iraniano” (lo ha fatto Downing Street)…

Sarà ora essenziale, in termini ancora più chiari, che non si ripeta la scena tragicomicamente drammatica di qualche anno fa, quando proprio Rohani, allora negoziatore capo per il presidente Khatami, arrivò ad offrire agli americani perfino la possibilità di “intromissioni” ispettive e non preannunciate sul programma nucleare iraniano da verificare nel merito.

In cambio, disse, dell’inizio del ritiro di alcune delle sanzioni economiche americane… Ma ottenendone in cambio, da quel grullo in capo del presidente americano, la risposta che gli iraniani, al solito e prima ancora di sedersi a trattare, avrebbero dovuto dirgli su tutto di sì, portando la Guida suprema a far ritirare e Rohani e a Khatami la loro proposta cui lui del resto mai aveva davvero creduto.

Fu proprio quello il momento, che più sconsiderato non si poteva ovviamente, in cui Bush si inventò l’etichetta di “asse del male[4] per colpire e mettere insieme tutti coloro che per gli USA erano da stramaledire e isolare nel mondo (loro, l’Iraq di Saddam e la Corea del Nord: così mettendo insieme prugne, nespole e pere senza discernimento e senza logica alcuna…) e buttando via la migliore occasione che, con Khatami!, s’era presentata dalla rivoluzione di Khomeini in poi.

Per gli americani di avviare a guarire la ferita inferta da quei rivoluzionari con la presa degli ostaggi dell’ambasciata di Teheran e per gli iraniani di avviarsi anch’essi a superare l’odio e il risentimento che CIA e MI6 britannici avevano coltivato col loro affossamento della democrazia parlamentare del laico premier Mossadeq e la restaurazione della tirannia di Reza shah.

Ma tutto adesso ripartirà dovendo necessariamente tener conto di quelle che sono state le posizioni effettive, pubbliche, illustrate dallo stesso prof. Rohani nella sua campagna elettorale. Almeno sui quattro punti che lui stesso ha definito “assolutamente cruciali”:

• Si è impegnato a proteggere i diritti civili e a facilitare il rilascio dalla detenzione (puntigliosamente ha specificato, e a ragione, come succede in tanti altri paesi civili e democratici del mondo) e qui la cartina di tornasole sarà se resterà, o meno, a domicilio coatto Mir Hussein Mousavi che fu l’ultimo primo ministro dell’Iran, prima della modifica costituzionale che soppresse l’incarico nell’89 e che nel 2009, nelle elezioni presidenziali, venne sconfitto da Ahmadinejad e, avendo in seguito pubblicamente appoggiato le sommosse di piazza che denunciavano imbrogli e repressione da allora è sottoposto alle misure restrittive del domicilio coatto.

• Si è impegnato a migliorare lo stato dell’economia compreso il rapido allentamento delle sanzioni che colpiscono il paese.

• Si è impegnato a ristabilire rapidamente il rapporto diplomatico con gli Stati Uniti d’America  interrotto dai tempi della rivoluzione islamica del 1979, ormai.

• E si è impegnato, specificamente, a farlo in modo da ottenere dalla comunità internazionale il riconoscimento effettivo, concreto, del diritto dell’Iran a “far girare le sue centrifughe nucleari ma anche a far girare le sue industrie e la vita normale degli iraniani tutti(Financial Times, 16.6.2013, Najmeh Bozorgmehr, Iran crowds see Rohani victory as reformist victory Le masse in Iran vedono la vittoria di Rohani come vittoria riformatrice http://www.ft.com/intl/cms/s/0/bb214334-d691-11e2-9214-00144feab7de.html#axzz2 XDoN 0twx).

●In Afganistan, invece, fa un po’ effetto forse a dirla così sinteticamente, ma il nuovo comandante americano delle truppe della NATO ancora presenti, gen. Joseph Dunford, ha detto papale papale ai media americani ma anche a quelli afgani e mondiali che, una volta partite l’anno prossimo le truppe alleate, sarà “indispensabile” il negoziato e, alla fine, per avere una qualsiasi concreta possibilità di pacifica transizione, per non dire poi proprio di pace, “indispensabile” è ormai  la “cooperazione dei talebani”. Qualcuno magari, in quell’al di là che ospita gli americani, forse comincia a chiedersi  perché mai poi sono andati a combatterli quei talebani nella guerra più lunga mai condotta – e persa –, oltre un decennio. dagli Stati Uniti d’America? (The Economist, 14.6.2013).

Così come, forse, cominciano a chiederselo anche quelle donne afgane che, in qualche modo, avevano creduto sul serio – e, forse, anche qualcuna tra quelle che da noi, diciamo pure boninianamente, pannellaniamente, le avevano irresponsabilmente incoraggiate a crederci – che quando se ne sarebbero andati, gli americani le avrebbero lasciate, come amavano dire, empowered, col godimento effettivo e stabile, cioè, almeno di qualche diritto in più dei pochissimi che avevano quando i GI’s erano arrivati a cacciare via i talebani, nel 2002 o giù di lì.

Alcuni, ma quasi solo di facciata e molto effimeri, in un decennio erano stati loro riconosciuti pro-forma e, per esempio, qualche accesso limitato delle bambine afgane a un minimo di istruzione era stato concesso, ma adesso Karzai se li è quasi tutti già rimangiati in ossequio ai costumi tradizionali… E se, poi, ritornano i talebani al potere…

Per dare una continuità all’affermazione che la cooperazione dei talebani (per la pace!) è ormai indispensabile, gli americani fanno finalmente cadere la richiesta formale che da parte talebana ci fosse una presa di distanza dichiarata ed aperta dai loro alleati di al-Qaeda, una pregiudiziale del tipo loro usuale di farsi dire di sì prima ancora di iniziare a trattare che finora aveva sempre bloccato i tentativi di un approccio diretto tra i principali attori sul campo: qui come altrove come in Corea, come in Iran e, qui, tra USA e Mullah Omar. A Doha, la capitale del Qatar, nei primi giorni di luglio, americani e talebani, viene ora annunciato, apriranno un dialogo finalmente diretto su un’agenda che Washington ha chiamato di “pace e riconciliazione” cui dovrebbero, subito dopo, seguire colloqui diretti anche tra i protagonisti afgani.

●E, certo, alla fine sarà in quell’ambito che, se ci saranno, verranno costruiti gli sviluppi di una pace possibile (Guardian, 18.6.2013, D. Roberts, S. Ackerman e E. Graham-Harrison, US to join direct peace talks with Taliban over Afghanistan – after US drops request for formal rejection of al-Qaida as precondition to talks Gli USA condurranno ora colloqui diretti di pace coi talebani sull’Afganistan – dopo che gli USA lasciano cadere la loro precondizione di un formale ripudio di al-Qaida [da parte dei talebani]— http://www.guardian.co.uk/world/2013/jun/18/us-peace-talks-taliban-afghanistan).

I talebani (quasi tutti dell’etnia dei pashtun, largamente maggioritaria nel paese, godono nella popolazione generale di almeno un 30% di sostegno reale a confronto di ogni altro gruppo e tra i pashtun stessi almeno i 2/3 sembrano saldamente schierati con loro e, pur non costituendo una maggioranza tale da governare da soli, hanno sicuramente – nei termini a noi più usuali – una larghissima maggioranza relativa e avranno, quindi, una volta scomparso questo governo etero-spalleggiato, avranno un ruolo chiave in ogni futura governance del paese.

Ma sarà inevitabile, e i talebani lo sanno bene, trovare il modo di condividere quella governante con altre etnie e altri gruppi e adesso lo lasciano ben  capire in una dichiarazione rilasciata a Doha all’inaugurazione ufficiale di quello che chiamano il loro Ufficio di rappresentanza – ma è la vera e propria ambasciata di un governo in esilio, con bandiera bianca dell’Emirato issata sulla facciata e perfino un inno volutamente stonato – la musica è di per sé, se non eccezionalmente, considerata quasi un peccato dagli islamisti di più stretta osservanza— anche se ambasciata non la definisce il Qatar per un’ipocrita riguardo alla residua “sovranità” dell’Afganistan. Ora la delegazione talebana spiega che “per chiarire la posizione dell’Emirato islamico dell’Afganistan al mondo è stato ritenuto essenziale aprire l’Uffiio politifo nel Qatar islamico in modo da

1. raggiungere un’intesa e aprire un negoziato con altri paesi in modo da migliorare la nostre relazioni con loro;

2. sostenere una soluzione politica e pacifica che includa la fine dell’occupazione militare straniera dell’Afganistan e l’istituzione di un sistema indipendente islamico di reale sicurezza che rifletta la volontà e le aspirazioni della nazione;

3. e, infine, ma proprio infine, anche per riunirsi con altri afgani e tra afgani come il tempo presente può forse esigere… (Emirato islamico dell’Afganistan, Dichiarazione letta in Qatar dal portavoce ufficiale,18.6.2013, http://www.guardian.co.uk/world/ 2013/jun/18/taliban-peace-talks-us-afghanistan-full-text): forse, lo ammettono anche loro, anche i talebani che devono riunirsi e confrontarsi con gli “altri” afgani: non tanto, forse nella loro ottica i governativi di Karzai – i traditori comunque, servi dello straniero infedele, ma le etnie tajika, azara e uzbeka con le quali condividono spazio, storia e, in largo modo, anche la cultura di base fieramente islamista e indipendente su cui si fonda la terra degli afgani un po’ tutti.

●Reagisce malissimo il presidente afgano, Karzai, che era certo  al corrente dei colloqui di Doha ma si è trovato di fronte al fatto compiuto, senza essere stato in niente preavvisato come, in fondo, però, è anche normale quando si ha a che fare con un interlocutore che ormai non conta più niente.

Ma come si sarebbe potuto dare per scontato da subito, al governo di Kabul non va affatto bene che Qatar e Stati Uniti accetrtino di chiamare la rappresentanza dei talebani a Doha come quella ufficiale dell’Emirato Islamico dell’Afganistan che, di fatto, conferisce loro un’ “eccessiva” riconoscibilità internazionale. Per cui, il presidente afgano Karzai ha deciso che, “vista la grande confusione dei segnali in arrivo dall’America”,  sospenderà subito i suoi negoziasti sulla sicurezza post-ritiro americano dal paese (salvo, poi, naturalmente, rimangiarsi a giorni la decisione).

Soprattutto, poi, i talebani chiariscono immediatamente che per loro cominciare a trattare da pari a pari con le Forze armate americane non vuol dire fermare la guerra contro l’invasore: l’accordo siglato a Doha era ancora umido di inchiostro quando un’operazione condotta con razzi anticarro nella grande base americana di Bagram, alle porte di Kabul, ha portato all’uccisione di altri quattro soldati del contingente USA: quando già l’annuncio di Doha aveva portato sul campo ad abbassare l’allerta (New York Times, 19.6.2013, R. Nordland e Sharifullah Sahak, Taleban Attack and Afghan Move Cast Pall on Peace Talks Attacco dei talebani e reazione afgana [del governo] gettano ombre sui colloqui di pacehttp://www.nytimes. com/2013/06/20/world/asia/taliban-kill-4-americans-after-seeking-peace-talks.html?ref=global-home).

●E, a sentire il bisogno di dire la sua, senza che proprio glielo avesse chiesto nessuno ma sua sponte, come se qualcuno gli riconoscesse tale prerogativa, e a completare così le parti in commedia, non accettando ma solo velleitariamente di sentirsi messo di lato, scende in campo l’ineffabile e del tutto superfluo segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che fa sapere come le forze della NATO, quelle dell’ISAF, tutte, americani compresi quante ne restano ormai nel paese, sulle 97.000 unità, non condurranno più pianificazione e, tanto meno,  operazioni di combattimento in Afganistan. Ma, come al solito, l’ordine degli addendi è esattamente a rovescio: cioè, sono gli americani ad aver deciso di fare così e tutti gli altri, magari continuando anche, qui e là a crepare, nei fatti si accodano.

L’asciutto ex primo ministro danese – noto alle cronache, certo non alla storia per la quale è passato con la leggerezza di una piuma, solo per aver attirato come supposto Casanova le attenzioni fintamente gelose anni fa del cav. Berlusconi – lo dice subito dopo il pronunciamento di Karzai: non ce n’era alcun bisogno essendo la cosa stata decisa e annunciata da tempo, ma adesso lui – che in questo è bravo davvero assegna un nuovo nome alla missione dell’ISAF che, dice, sarà chiamata  “Risoluto Sostegno”…

E i talebani, giustamente – a fronte della novità di un tale “Resolute Support” che “addestrerà, avviserà e assisterà” l’esercito regolare afgano, sghignazzano: o, se tetri come sono e amano atteggiarsi sempre e comunque, ne fossero capaci, sghignazzerebbero (Xinhua.net, 18.6.2013, NATO to stop combat operations in Afghanistan: chief Il capo [superfluamente nominale] della NATO dice che la  coalizione sospenderà tutte le operazioni belliche in Afganistan http://big5.xinhuanet.com/gate/big5/news.xinhuanet.com/english/ world/2013-06/18/c_13246 5090.htm).

Alla fine di scambi, quando aperti e anche molto polemici quando nascosti e risentiti, ma anche troppo rivelatori  del pessimo stato di rapporti tra gli alleati – dominanti e dominati – un alto esponente del dipartimento di Stato dice chiaramente che i colloqui coi talebani, con o senza il governo afgano – che sarà “accontentato” però, come se fosse un bimbo un po’ capriccioso, togliendo dal portone dell’Ufficio di rappresentanza la bandiera bianca dell’Emirato – cominceranno alla presenza per gli americani di un alto rappresentante dello stesso ministero degli Esteri americano ormai a giorni (Reuters, 19.6.2013, Lesley Wroughton, U.S. talks with Taliban likely to take place within ‘next few days’: U.S. official I negoziati tra USA e talebani probabilmente cominciano nei ‘prossimi giorni’ http://www.reuters.com/article/2013/06/19/us-afghanistan-taliban-usa-idUSBRE95I1KC20130619).

Anche se poi alla fine saranno proprio i talebani, forse, a far saltare tutto: loro avevano concordato l’inno, la bandiera e il nome dell’Ufficio coi negoziatori di Harvard e di Georgetown che, tapini, non avevano neanche intuito quanto il dettaglio fosse importante per gli afgani, maestri come sensali secondo le cronache, per quanto inturbantati e barbuti, già ai tempi in cui Alessando Magno aveva tentato di conquistare il paese come sensali quando in America davvero stavano ancora gli avi di quei negoziatori stavano acquattati nelle caverne delle Montagne rocciose o, forse, delle Cevenne.

In fondo, lo stesso termine di “sensale”, il negoziatore originale di mandrie e  appezzamenti di terra, viene dall’urdu e dal persiano antico— sifsar e anche, poi, dall’arabo—simsár. E, se ora i sensali di parte americana, si rimangiano gli impegni presi, loro non hanno problemi a far saltare il tavolo (New York Times, 21.6.2013, Rod Nordland, Taliban Consider Canceling Talks With U.S. and Afghanistan— I talebani considerano la cancellazione dei negoziati con americani e afgani ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/22/ world/asia/afghanistan.html?_r=0).

●Per concludere – al solito, sempre provvisoriamente, si capisce, sul punto – lasciamo la parola a uno degli accademici, britannico questi che insegna al Dipartimento per gli Studi sulla Guerra del King’s College di Londra, una delle università dove insegnano e fanno ricerca ai massimi livelli nel mondo e socio anziano della New American Foundation di Washington, D.C., un professore ben noto e molto studiato anche se non molto ascoltato – per loro disgrazia – dalle gerarchie politiche e militari dell’un paese e del’altro, che adesso scrive seccamente a conclusione di un articolo pieno di  buonsenso sul NYT (New York Times, 21.6.2013, Anatol Lieven, Taliban to the Table I talebani al tavolo [della trattativa] ▬ http://www.nytimes.com/2013/06/22/opinion/global/taliban-to-the-table.html?hpw) che

il percorso verso una sistemazione [pacifica] sarà terribilmente difficile, data la presenza da tutte le parti di soggetti duri e dall’odio assai amaro generato da trent’anni di guerra civile. Ma, d’altra parte, il fatto stesso che tutte le parti in questo paese sono impegnate a tenere l’Afganistan unito, fornisce una base solida per tentare di costruire la pace che, in conflitti come quello della ex Jugoslavia e nel Caucaso, invece mancava del tutto.

Anche l’America ha, d’altra parte, un disperato bisogno di uscirne, sia per tentare di assicurare qualche elemento di quel che si potrà considerare nel futuro dell’Afganistan un minimo di eredità positiva della propria presenza sia per cercare di salvare dopo il 2014 chi rimane lì del personale USA da quella che altrimenti potrebbe essere per loro una serie spaventosa di ulteriori intralci ed ostacoli a un’uscita che mantenga un carattere appena appena decoroso”.

Non come lo spettacolo indelebile nella mentalità degli americani della rotta precipitosa dei disperati aggrappati ai pattini dell’ultimo elicottero in fuga dall’ambasciata di Saigon, il 29 aprile 1975…

Il fatto è che, comunque, qui sarebbe forse anche utile prestare un po’ orecchio, anche se magari in grande ritardo, a questo Karzai che come tanti altri sfortunati alleati nazionalisti e insieme anche spesso fantocci degli Stati Uniti nella storia del secondo dopoguerra pensano e dicono anche degli Stati Uniti stessi, diventando inevitabilmente giorno per giorno nel loro tempo figure in qualche modo pateticamente contraddittorie ma meritevoli anche di ascolto.

Parlando, pochissimi giorni fa, il 9 giugno scorso, quasi in apertura  del cosiddetto Forum mondiale USA-Islamico, tenuto a Doha in Qatar e dicendo la sua con voluta estrema mancanza di diplomazia ma anche con quella che suonava anche una estrema sincerità l’ha detta chiara: sono stati volutamente gli USA di Reagan e il mostro della Realpolitik kissingeriana – aggiunge per carità verso se stesso forse, “magari incidentalmente, senza forse volerlo”, cioè ciecamente, l’ondata di radicalismo islamico che ha flagellato da allora, da quegli anni ’80, il mondo islamico tutto.

Di quel momento storico, drammatico e determinante, in questa occasione Hamid Karzai – che pure per anni ha incassato e messo da parte senza remore e/o scrupolo alcuno, milioni e milioni di dollari di mazzette americane passategli sottobanco, e anzi rivendicandole quasi come dovute (New York Times, 4.5.2013, Karzai Says He Was Assured C.I.A. Would Continue Delivering Bags of Cash— Karzai asserisce di aver avuto dalla CIA assicurazioni che avrebbe continuato a ricevere le sue valigiate di dollari cash ▬ http://www.ny times.com/2013/05/05/world/asia/karzai-said-he-was-assured-of-cash-deliveries-by-cia.html?pagewanted=all&_r=0) – ha trovato il coraggio, crediamo che in quella sede (governo del Qatar e dipartimento di Stato USA, in sostanza) non si possa altro che chiamarlo così – di ricordare.

Più radicali e estremisti noi apparivamo e ci comportavamo, più ci chiamavano mujaheddin,  combattenti della libertà. E la conseguenza è stata quella di mettere in moto un’offensiva massicia tesa a sradicare i valori e la cultura della tolleranza che in Afganistan era tradizionale e profonda… Il giorno dopo la vittoria nostra, dei mujaheddin , col ritiro dei sovietici dal paese, America e Europa chiusero le loro ambasciate e se ne andarono lasciandoci esposti a pressioni e azioni dei nostri vicini e di quanti ci circondavano – i talebani, cioè – portandoci tutti così alla tragedia del’11 settembre, alla distruzione delle Torri gemelle, all’attacco all’America e al ritorno così di USA e NATO in Afganistan…”.

E, oggi, malgrado tutto è lui a porre a tutti noi la domanda pressante cui, poi, risponde egli stesso. Ma, chiede, a se stessi dice a tutti, “la guerra al terrore, è davvero guerra al terrorismo? se lo è, e se ha causato più radicalismo nel mondo islamico, specie tra i giovani, allora qualcosa è di sicuro sbagliato. E se la destabilizzazione in corso nella regione grazie proprio alle conseguenze della guerra al terrore non ha fine, allora le reazioni continueranno a essere sempre più estreme(The Daily Beast, 10.6.2013, Josh Rogin, Karzai: U.S. Responsible for Islamic Radicalism Karzai: gli USA sono i responsabili del radicalismo islamico http://www.thedailybeast.com/articles/2013/06/10/karzai-u-s-responsible-for-islamic-radica lism.html).

●Sta saltando, intanto, a dimostrazione delle difficoltà geo-politico-strategiche sempre crescenti per gli americani nella regione, anche l’accordo che a Washington erano certi di aver raggiunto, finalmente, con il Kirghizistan sul leasing della base aerea di Manas  che agli americani era servita a rifornire da anni le loro truppe a Kabul e che speravano servisse ancora quando a fine 2014 dovranno andarsene definitivamente dall’Afganistan. Perché non è vero che se ne andranno definitivamente e un supporto logistico come quello potrebbe servire ancora non fosse altro, forse, come capacità d’emergenza per il salvataggio ad esempio d’un Karzai che fosse con le spalle al muro o, chi per lui, probabilmente (coi miliardi di dollari che s’è inguattato in America, alle Cayman e alle Seychelles, lui partirà prima).

Il parlamento kirghizo ha adesso, il 20 giugno, fissato una scadenza definitiva, 91 voti a 5, che impone all’America di lasciare definitivamente la base entro il luglio dell’anno prossimo. Mentre il presidente Atambayev ha provveduto nel frattempo ad estendere per altri 15 anni il contratto coi russi per la base aerea Kant, vicina proprio a Manas e alla stessa Biškek, la capitale (Voice of America, 20.6.2013, Russian Ally Kyrgyzstan Sets US Air Base Closure Deadline Il Kirghizistan – alleato dei russi [ci sformano?] fissa  la scadenza per la chiusura della base USA ▬ http://morigin.voanews.eu/a/1686063.html).

Il fatto cui gli Stati Uniti si devono rassegnare anche se, appunto, non vorrebbero proprio – ma tant’è – stando a distanza di un continente e mezzo e dall’Asia centrale e gli USA non possono più permettersi, né militarmente, né strategicamente né economicamente in sfida alla Russia e/o alla Cina.

●Intanto sta arrivando al pettine anche in Pakistan il nodo aggrovigliato dei raids degli aerei senza pilota americani. Ormai è chiaro a tutti che si tratta della ragione principale per cui i pakistani considerano  gli americani come veri e propri nemici e, ufficialmente, dichiaratamente, il vecchio ma soprattutto ora il nuovo governo di Nawaz Sharif è d’accordo. Però…

Però, se questa – l’alienazione della buona volontà di un paese intero e alleato – è di sicuro il prezzo che gli americani pagano per poter bombardare a loro piacimento non tanto e sempre, poi, i talebani quanto le cosiddette zone tribali dove però spesso è proprio questione di “do’ cojo cojo” e a chi capita peggio per lui o lei o loro (vecchi, e di frequente, bambini (▬ http://www.thebureauinvestigates. com/2013/01/03/obama-2013-pakistan-drone-strikes)[5].

Ma anche qui c’è un però colossale: il governo pakistano protesta e dice no, ma gli americani sostengono che, di fatto, ha sempre avuto il permesso di condurre i suoi attacchi con aerei senza pilota. Lo dimostrerebbe, del resto già da sé, il fatto di condividere con gli americani stessi l’intelligence sul campo cui loro non arrivano, quella dei servizi militari pakistani e, più in generale, la messa a disposizione senza condizioni nei fatti della agibilità dello spazio aereo del paese— come si vide già con la rinuncia a dare la caccia al raid mai autorizzato – dissero – che violò i cieli sopra Abbottabad per arrivare a far fuori Osama bin Laden.

Perché il Pakistan, esercito e aeronautica, che volendo hanno da anni a disposizione l’antiarea per abbattere tutti o quasi tutti i droni,  non lo hanno mai – l’avverbio va messo in evidenza: mai – fatto. Per cui ogni denuncia pubblica è solo per le masse e non è mai stata la posizione reale dei successivi governi. D’altra parte, bisognerebbe cominciare anche a chiedersi come mai – anche qui: mai, neanche una volta – un attacco aereo di bombardamento senza pilota sia mai stato condotto contro il Mullah Omar e i vertici talebani che tutti sanno – quartiere, via, numero civico – risiede dal 2001 nella città di Quetta o, addirittura, a Karachi.

E Omar è ancora alla guida dei talebani afgani senza dover mai temere alcun attacco aereo o l’azione di commandos americani. D’altra parte, gli attacchi di drones che spesso, invece, e spesso con molti “sbagli” e “errori” di mira che hanno fatto decine, centinaia, di vittime del tutto innocenti, sono stati condotti contro le milizie fiancheggiatrici dei talebani, quelli che si rifanno ai signori della guerra di lungo stampo come gli Haqqanis e gli Hekmatyars… che, d’altra parte, non hanno mai impedito loro di portare a termine, con più che discreto successo, gli attacchi sensazionali, suicidi e no, che hanno voluto condurre  contro la capitale stessa dell’Afganistan, Kabul, a partire dalle loro residenze pakistane.

Però, e proprio adesso, a fine maggio. un raid che non è ancora chiaro se più casuale o mirato, ma del quale i talebani pakistani danno, comunque, tutta la responsabilità al governo di Islamabad ha portato alla morte di Wali ur Rehman Mehsud, vice comandante per il Sud Waziristan dei Tehreek-e-Taliban— in urdu e pashtu, movimento degli studenti, i guerriglieri talebani (appunto— studenti del Corano) pakistani.

Un loro portavoce ne conferma il decesso, celebrandone il “martirio” e annunciando che “mentre avevamo offerto al governo un sincero dialogo di pace, considerandolo ora, e con prove, responsabile per aver fornito informazioni e intelligence agli Stati Uniti consentendogli di arrivare a colpirci. E adesso pagherà il fio del suo mostruoso tradimento(Dispatch News Desk, 30.5.2013, TTP withdraws dialogue offer to government over Wali-ur-Rehman’s death Il TTP ritira la sua offerta di dialogo al governo per la morte di Wali-ur-Rehman http://www.dnd.com.pk/ttp-withdraws-dialogue-offer-to-government-over-wali-ur-rehmans-deaths).

Eletto come primo ministro, subito dopo la morte del leader pakistan-talebano, il 5 giugno alla prima votazione del parlamento, con 244 voti su 342, Nawaz Shafir ha chiesto con forza, ma anche con la credibilità assai lasca quanto all’efficacia di quanto dice, agli americani di mettere fine una volta per tutte alle operazioni dei drones americani: “questo capitolo del bombardamento quotidiano sui civili pakistani dovrebbe aver termine. Noi rispettiamo la sovranità degli altri paesi, ma anche gli altri – tutti – dovrebbero rispettare la nostra(New York Times, 5.6.2013, Declan Walsh Salman Masood, Pakistan’s New Premier Calls for Drone Srike Halt Il nuovo premier pakistano fa appello per lo stop ai bombardamenti con gli aerei senza pilota http://www.nytimes.com/2013/06/06/world/asia/pakistan-nawaz-sharif-election-drone-strikes. html?ref=asia).

Già… però non lo fanno. E un appello anche accorato ma non puntellato, come sembra essere, al solito, anche questo di Sharif da alcun ultimatum o da una precisa diffida fondata sul diritto sovrano apertamente e ufficialmente soprattutto rivendicato vale assai poco: perché dovrebbe allora scontare, a ogni buon conto, e non si decide a farlo anche l’alt agli aiuti militari e economici degli americani (malgrado ricordi a tutti proprio Sharif di essere stato il premier che nel 1998, contro quello che gli chiedevano proprio gli americani, disse loro no e ordinò alle forze armate di condurre il primo esperimento atomico del paese).

●Viene riaperto, adesso, sotto il nuovo primo ministro Sharif e su ordine suo dalla Federal Investigation Agency del paese, l’FBI pakistana, l’inchiesta a suo tempo già avviata per “alto tradimento”con molto ritardo dopo l’assassinio del dicembre 2007 e per omicidio plurimo (con la Bhutto – che venne letteralmente fatta a pezzi dalla bomba, dopo essere stata abbattuta a colpi di pistola – morirono molti altri cittadini).

La ex primo ministro Benazir Bhutto, già moglie del poi presidente attuale della Repubblica, Asif Ali Zardari, eletto sull’onda dell’emozione per il suo “martirio”, era data per vincente sicura alle elezioni. E, ora, Kalid Rasool, capo della squadra congiunta che per la FIA conduce l’inchiesta, ha detto alla Corte anti-terrorismo di Rawalpindi come alla sua squadra “risulti” che proprio Musharraff avesse innescato il complotto criminale che provocò le volontarie slabbrature nel distaccamento di sicurezza e così, direttamente, all’assassinio allo scopo di garantire la propria permanenza al potere contro l’inchiesta che ella avrebbe certamente riaperto contro di lui.

Il giudice incaricato di istruire l’inchiesta presso la Corte speciale anti-terrorismo coinvolge anche tre ex alti ufficiali dei servizi segreti militari sotto Musharaff, compreso il capo della stessa intelligence, gen. Hamid Gul, e lo ha convocato già a inizio luglio. Si tratta addirittura dell’ennesima imputazione contro Musharraff capace ormai di portarlo sulla forca: dopo quel che egli fece nel 1979 contro l’ex presidente e premier Zulfiqar Ali Bhutto (The Star/Rawalpindi, 25.6.2013, T. Husain, Pakistan’s former leader Musharraf named as suspect in Benazir Bhutto assassination L’ex presidente del Pakistan, Musharraff  accusato come sospetto nell’assassinio di Benazir Bhutto http://www.thestar.com/news/world/2013/ 06/25 /pakistans_former_leader_musharraf_named_as_suspect_in_benazir_bhutto_assassination.html).

Però salta subito agli occhi, ed è quanto mai indicativo, che l’accusa avanzata adesso dal governo di Sharif non faccia menzione alcuna del tradimento di Musharraff è per il golpe militare con cui nel 1999 depose il suo governo installando la sua dittatura militare per la seconda volta, dopo la rimozione e l’impiccagione di Zulfiqar Bhutto. Con quello che appare come un accordo o un’intesa tacita col comando delle Forze armate, il governo Sharif non ha messo Musharraff sotto accusa perché altrimenti avrebbe dovuto mettere sotto accusa i numerosi altri generali, ora in pensione, che seguendo gli ordini del capo di Stato maggiore Musharraff eseguirono il golpe.

D’altra parte, la nuova sospensione della Costituzione del novembre 2007 e l’arresto di una sessantina di giudici, compresi alcuni – il presidente per primo – membri dell’attuale Corte suprema del paese, fu decisione che non coinvolse le Forze armate. Insomma, questa inchiesta andrà avanti e l’eventuale condanna del maresciallo e capo delle Forze armate non metterebbe sotto accusa l’Esercito ma solo lui e i suoi manutengoli. Così, tra l’altro, Nawaz Sharif non appare neanche come chi vuole esercitare una vendetta personale contro l’ex dittatore che lo aveva rimosso e costretto all’esilio per moltissimi anni. Ma così il neo-premier riesce a vendicarsi comunque… o, secondo altri – forse – a ottenere giustizia (The Times of India, 26.6.2013, Pakistan to start treason probe of Musharaff— Il Pakistan dà inizio all’inchiesta per tradimento contro Musharraff http://timesofindia.indiatimes.com/world/pakistan/ Pakistan-to-start-treason-probe-of-Musharraf/articleshow/20782728.cms).   

●Dalla caduta del governo di Saddam Hussein, nel 2003, lavorando abilmente  dietro le spalle dell’amministrazione militare americana ormai da un decennio, diverse compagnie di Stato petrolifere cinesi hanno investito con la presenza di centinaia, forse migliaia di lavoratori e tecnici specializzati e più di 2 miliardi di $ all’anno da allora  in Iraq per garantirsi un rifornimento stabile di greggio. E ci sono largamente riusciti: il paese è tornato a essere un grande produttore e la Cina è il suo maggiore cliente e, grazie ai suoi investimenti, anche uno dei suoi azionisti di maggioranza di maggior peso. E, adesso, la Cina sta puntando anche a comprarsi la parte del vasto giacimento attualmente sfruttato dalla Exxon Mobil mentre si costruisce un aeroporto suo al confine con l’Iran per il trasporto di tecnici e materiali.

C’è una differenza fondamentale tra le compagnie americane, britanniche, olandesi e anche francesi e italiane che lavorano o tentano di lavorare qui e quelle cinesi. Queste accettano senza quasi battere ciglio i termini duri dei contratti voluti dagli iracheni che lasciano agli stranieri, scrive il NYT, “profitti minimi: alla Cina i profitti che servono a arricchire le sue compagnie interessano meno di quanto preoccupino i giganti occidentali privati del petrolio; alla Cina interessa di più, invece, il flusso stabile di energia che serve da combustibile alla sua economia”. Eh, già… (New York Times, 2.6.2013, T. Arango e C. Krauss, China Reaping Biggest Benefits of Iraq Oil Boom La Cina si porta a casa di gran lunga i maggiori vantaggi del boom petrolifero dell’Iraq http://www.nytimes.com/2013/06/03/world/middleeast/china-reaps-biggest-benefits-of-iraq-oil-boom.html?ref=global-home&_r=0).

●Mettendo, specificamente, nel mirino di oltre 140 attacchi alla bomba condotti in otto grandi città dell’Iraq e concentrati il 24 giugno nel giorno di inizio della lunga commemorazione dello Ziyarah Ash-Shabaniyah▬ il Festival sci’ita che prepara per più di un mese la commemorazione il 28 luglio della nascita del 12° imam, Mohammed Al-Mahdi, secondo gli sci’iti appunto l’ultimo legittimo e infallibile discendente del profeta Maometto, scomparso nel IX secolo, l’offensiva sunnita ha portato all’uccisione di una sessantina di civili, ventisette dei quali con oltre ottanta feriti a far strage con una bomba-suicida in un accampamento eretto a Tuz Khurmatu, nel governatorato curdo-iracheno di Salahuddin, dove manifestavano chiedendo proprio maggiore sicurezza al governo contro gli attacchi di natura settaria perpetrati contro i civili (WN.com, 25.6.2013, 140 bomb attacks on shiìite festival day140 attacchi alla bomba nel giorno di festa degli shi’iti ▬  http://article.wn.com/view/2013/06/ 254/Iraq_String_of_140_attacks_ kills_tens_g).

GERMANIA

●La Bundesbank, la Banca centrale tedesca, ha comunicato ora che, nel corso del 2013, il PIL del paese salirà di un più ridotto 0,3% rispetto alla precedente previsione dello 0,4 a causa, soprattutto, delle domanda calante negli altri paesi dell’eurozona. E anche nel 2014 la crescita sarà al massimo dell’1,4%, in secco calo dalla precedente previsione dell’1,9 (New York Times, 7.6.2013, J. Ewing, German Central Bank Cuts Growth Prediction for 2013 La Banca centrale tedesca taglia le stime di crescita del 2013 http://www.nytimes.com/2013/06/08/business/global/german-central-bank-cuts-growth-prediction-for-2013.html? ref=europe). Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank e uno dei duri dell’entourage di Merkel, predice – e spera comunque – che forse le altre economie europee hanno toccato il fondo, ma teme che ormai costituiscano un freno pesante anche per quella tedesca.

Del resto, il risultato del primo trimestre del 2013 – appena lo 0,1% di aumento – ha portato la stessa onnipotente Germania a sfiorare la caduta in recessione. Resta qui, la tenuta dell’occupazione (5,4% ufficiale di senza lavoro rispetto al 12,4 del resto dell’eurozona) e il tasso contenuto dell’inflazione, dice sempre la Bundesbank, dovrebbe mantenere un consumo sufficientemente elevato. E i tassi d’interesse, che qui sono al minimo naturalmente rispetto a tutto il resto d’Europa, grazie al fatto che da sempre il valore dell’euro è stata calibrato sugli interessi dell’economia tedesca, qui sempre secondo la Bundesbank aiuteranno a investire nell’edilizia e nelle costruzioni (New York Times, 7.6.2013, J. Ewing, German Central Bank Cuts Growth Prediction for 2013 La Banca centrale tedesca taglia la previsione di crescita del 2013 http://www.nytimes.com/2013/06/08/business/global/german-central-bank-cuts-growth-prediction-for-2013.html?ref=europe).

●Il lancio, in aprile, di Alternative für Deutschland/AfD, un nuovo partito che concorre alle elezioni parlamentari generali del 22 settembre su una piattaforma di “smantellamento ordinato  dell’eurozona” e punta a un 20% dell’elettorato come partito dichiaratamente euroscettico e molto da destra ipertecnocratica, ripercorre il cammino che nel 2011 portò l’FDP liberale, che aveva colto nell’aria il sentimento euroscettico in aumento a fallire la soglia di rappresentanza minima del 5% nelle regionali e richiama alla mente che anche i famosi Piraten, alla fine, non hanno raggiunto più del 3% di suffragi alle urne restando fuori così della rappresentanza istituzionale.

Insomma, qui non è come in Italia con Grillo e i suoi, che anche per colpa altrui, certo, arrivano a un terzo dei voti, o come in Grecia con la sinistra di Siriza e neanche coi fascisti di Alba Dorata… ma è anche vero che pure qui ormai siamo al 2013 e alla crisi pressoché totale della credibilità della UE e non al 2011… Anche se a questo paese, contrariamente alla vulgata ancora qui dominante ma ora un tantino di meno, l’Europa, così com’è, ve in realtà bene: ormai l’hanno capito anche molti tedeschi che la Germania è in realtà l’unico paese che sta profittando della crisi. Perché va incettando capitali, anche se qui i tassi, praticamente ormai negativi, rendono poco, pochissimo, è aumentata l’esportazione e l’occupazione, e il paese ha tratto da tutte le vicende legate all’euro e alle politiche di Commissione e Banca centrale concreti vantaggi economici e finanziari. Il vittimismo tedesco insomma è del tutto fuori luogo, come la stessa Merkel sa bene e infatti, lei, di questo argomento si guarda dal far uso.

Resta al dunque possibile, anzi probabile, lo schema di soluzione pronosticato a oggi dai sondaggi, forse davvero la grande coalizione di CDU (oggi intorno al 40%) e SPD (sul 30). O se si trasferiranno sui social-democratici parte consistente dei voti della sinistra più radicale, i Linke, che oggi arrivano a toccare appena il 7%, potrebbero – ma più difficilmente – permettere una coalizione della SPD coi Grünen, i Verdi.

GIAPPONE

●Grande subbuglio in Giappone, dove la stampa riferisce della reazione quasi ingenuamente gelosa e stizzita del primo ministro Shinzo Abe all’accoglienza (due giorni interi di confronto, nel vertice in California, invece dell’ora e un quarto di colazione di lavoro a lui riservata da Barak Obama) per il faccia a faccia col presidente cinese Xi Jiping, sottolineatura maligna – ma del solito stampo stantio che, anche in Cina, del presidente americano fa comunque riferimento e metro di misura per tutti – come riferito dal Quotidiano del popolo— il Ren Min Ri Bao, organo ufficiale del potere a Pechino.

Il fatto che, in realtà, ha davvero irritato e preoccupato Tokyo è stato, però, che come racconta il NYT, subito dopo il vertice di Palo Alto “il consigliere uscente per la Sicurezza nazionale di Obama, Thomas Donilon, aveva riferito ai media di come il presidente avesse caldamente perorato con Xi la necessità di moderare le tensioni nel Mar cinese orientale dichiarando che ‘le parti (Cina e Giappone) dovrebbero cercare di instaurare un rapporto dialogico via canali diplomatici e non per mezzo di azioni’, comunque unilaterali(New York Times, 12.6.2013, Isaac Stone Fish, Realpolitik and Spinning the U.S.-China Summit Realpolitik e manipolazione del vertice USA-Cinahttp://www.nytimes. com/2013/06/13/opinion/global/realpolitik-and-spinning-the-us-china-summit.html?ref=global).

Il che dal punto di vista di Tokyo è colto meno incoraggiante – cioè comprensivo e simpatizzante – che come aveva fatto in aprile il nuovo segretario alla Difesa americano, Chuck Hagel, dice pur con la solita dose di ambiguità sul tema che le isole in questione (le Senkaku/Diaoyu) ricadono sotto la copertura del tratto di sicurezza nippo-americana e, insieme – eccola l’ambiguità del governo USA – gli Stati Uniti ‘non prendono posizione sulla sovranità ultima delle isole in questione”. Il che, subito, solleva il problema che sta a cuore dei giapponesi: se la Cina, alla fine, mette quelle isole di fatto sotto controllo, gli Stati Uniti rischierebbe la guerra per farle riavere al Giappone, che d’altra parte neanche le ha oggi in suo reale possesso?


 

[1] La National Security Agency, la madre di tutti i 16 servizi di Intelligence del governo americano, ha dovuto riconoscere di aver raccolto quasi 3 miliardi di informazioni da dati pubblici e privati nel mondo in un periodo adesso, a marzo, di soli 30 giorni (Guardian, 8.6.2013, NSA Full Document Text Testo completo del documento della NSA http://www.guardian.co.uk/world/interactive/2013/jun/08/boundless-informant-nsa-full-text).

   Il gen.Keith Alexander che dirige l’Agenzia ha assicurato che decine di terroristi sono stati fermati grazie al programma chiamato Prism che, per decisione esclusivamente presidenziale e senza l’approvazione del Congresso, e tanto meno, di un giudice qualsiasi ha utilizzato i siti web operati da Apple, Google, Microsoft, Facebook e quant’altro… Alla faccia dei cosiddetti diritti “inalienable” garantiti dalle Convenzioni più meno universali sui diritti dell’uomo e dallo Statuto dei diritti elencati nella Costituzione agli esseri umani, cittadini e anche – ma guarda un po’ – ai non cittadini degli Stati Uniti d’America…

   Però, trattandosi di segreto, non lo dimostra, lo afferma e bisogna credergli sulla parola… E, mettendosi da solo il piede in bocca, come si dice qui dei grandi gaffeurs, proprio alla Georg Bush jr. o, se volete, alla Berlusconi, nella sua ansia di tranquillizzare gli americani, il presidente ha rassicurato il mondo che comunque il programma di sorveglianza globale più che i suoi cittadini riguardato il resto del mondo. In particolare, ci ha graziosamente informati, l’Europa…

   E’ l’allegoria profetico-fantapolitica che, nel 1949, George Orwell, nel suo “1984”, aveva immaginato per il perfetto Stato totalitario: quello introiettato dai suoi stessi sudditi come valore, che non sarebbe sorto sotto il nazismo, appena sconfitto, o il comunismo – che lui ex comunista prevedeva anch’esso dover crollare – ma proprio da noi, nel sistema occidentale, capitalista. L’unica cosa che aveva sbagliato è che avrebbe avuto il suo centro a Londra, non in America…

[2] Isaac Deutscher, The Non-Jewish Jew and Other Essays, London, Oxford University Press, 1968, pp 136-137— L’ebreo non-ebreo e altri saggi (non tradotto in italiano, purtroppo…).

[3] D. D. Eisenhower, Discorso di saluto agli americani, 17.1.1961, in Famous Speeches Discorsi famosi, testo integrale  ▬ http://www.eisenhower.archives.gov/all_about_ike/speeches/farewell_address.pdf). Per il testo in italiano, cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_militare-industriale). 

[4] George W. Bush, Jr., Aula del Campidoglio di Washington, D.C., Discorso sullo Stato dell’Unione, 29.1.2002 ▬ http: //georgewbush-whitehouse.archives.gov/news/releases/2002/01/20020129-11.html).

[5] Il Bureau of Investigative Journalism – che a Londra mette insieme decine di specialisti della carta stampata e del web per condurre e documentare queste ricerche e gode di seria credibilità tra i giornali a loro modo seri, anche se magari reazionari, del mondo – ha calcolato che negli attacchi di drones americani condotti in Pakistan, anzitutto nelle zone di frontiera a cavallo con l’Afganistan, in tutto 369 tra il 2004 e il 20131, di cui ben 317 sotto la presidenza di Obama, il totale di morti riconosciuti come tali dai militari americani è stato tra i 2.541 e i 3.540; di essi i civili che sicuramente, dicono gli stessi americani, non c’entravano niente erano tra i 411 e gli 884, cui tra 168 e 197 bambini, per non contare le migliaia e migliaia di feriti): ora, considerando che gli specialisti americani meglio informati, quelli che fanno capo alla stessa CIA, scommettono che per ogni pastore ammazzato o colpito che non c’entra niente si semina una messe di almeno 10-15 nuovi “terroristi”, e per ogni bambino almeno il doppio in più, fate un po’ voi il conto dei costi-benefici