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     07. Nota congiunturale - luglio 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.07.12

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc328748329 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc328748330 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc328748331 \h 4

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc328748332 \h 5

● Com’erano belli, no?, i tempi della guerra fredda…  (vignetta) PAGEREF _Toc328748333 \h 9

● Chi ha vinto?                                              (vignetta) PAGEREF _Toc328748334 \h 14

● 1- I vincitori LA LIBIA IERI E DOMANI   2-  Ma qualcuno sa come si rimette insieme un paese? (vignette) PAGEREF _Toc328748335 \h 18

EUROPA.. PAGEREF _Toc328748336 \h 19

● Le decisioni – coraggiose? risolutive? – dei capi di Stato e di governo…  (vignetta) PAGEREF _Toc328748337 \h 30

STATI UNITI. PAGEREF _Toc328748338 \h 39

● Lo stato della democrazia oggi in America… ma mica solo in America, no? (vignetta) PAGEREF _Toc328748339 \h 39

GERMANIA.. PAGEREF _Toc328748340 \h 48

FRANCIA.. PAGEREF _Toc328748341 \h 49

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc328748342 \h 50

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevene

 


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

● L’agenda economico-politica di luglio vede in arrivo:

Al 1° luglio, l’assunzione della presidenza di turno dell’Unione europea da parte di Cipro: l’ultimo dei problemi che con una presidenza tanto debole avrà da affrontare l’Unione è il boicottaggio da parte della Turchia, che non ne riconosce l’indipendenza, a dialogare per tutti i sei mesi della sua presidenza;

1° luglio, in Messico elezioni presidenziali e parlamentari;

•  a luglio, elezione (indiretta: da parte di un collegio elettorale nazionale, prr un quinquennio) del presidente dell’India.

●In Brasile, il tasso principale di interesse è stato tagliato dell’8,5% dalla Banca centrale e nell’ultimo anno è sceso complessivamente di 4 punti percentuali come parte di una serie di misure ufficiali per tentare di accelerare la ripresa di quella che fino a pochissimo tempo fa era una delle economie più calde del mondo e, oggi, è a una crescita del PIL del 3,3%. Il complesso di questi tagli ha ridotto del 20% il valore della moneta nazionale, il real, e dovrebbe aiutare non poco le

esportazioni (The Economist, 1.6.2012).

●La presidente Dilma Rousseff ha messo il veto su alcune parti del nuovo e lungamente atteso Codice forestale che, comunque, gli ambientalisti continuano a criticare perché accelera, comunque, la deforestazione. Agricoltori e contadini sostengono per contro che li obbligherà, comunque, a sottrarre alla produzione agricola vaste aree della forestazione tropicale e pluviale. I tentativi della Rousseff di bilanciare le richieste di ambientalisti e agricoltori non hanno avuto grande successo. Il Codice originale del 1965 impone ai proprietari terrieri di conservare allo stato originale parte dei loro terreni, per l’Amazzonia e le zone fluviali e paludose l’80%. Ma né i privati né lo Stato hanno mai prestato grande attenzione alla  sua applicazione.

Adesso, il 25 aprile, dopo ben 13 anni di dibattiti contenziosi al Congresso, il testo di revisione voluto dai ruralistas – i proprietari terrieri – e che pur avendo subìto correzioni va nella direzione che essi volevano, finalmente approdato per la firma sulla scrivania della presidentessa, s’è visto stoppare dal veto alcune delle concessioni più favorevoli che avevano ottenuto.

Nel dilemma tra rifiutare la firma bocciando completamente la legge – una dichiarazione di guerra ai ruralistas – e quella di limitare i danni, questa è stata la scelta della presidenza. E adesso, comunque, si riapre gran parte del contenzioso che in Europa o negli USA sarebbe stato da sempre risolto requisendo e proclamando Parchi nazionali di pubblica proprietà che qui, però, non esistono essendo tutto il territorio forestale proprietà privata  (The Economist, 1.6.2012, Compromise or deadlock? Compromesso oppure stallo? http://www.economist.com/node/21556245).

●In Argentina, la Repsol spagnola che s’è vista nazionalizzare il 51% della filiale YPF che le dava il 20% dei suoi profitti globali e le forniva quasi la metà delle riserve di greggio di cui disponeva sta ora cercando di strappare al governo argentino, a “compensazione”, sugli 8,5 miliardi di € e dichiara, intanto, che nel corso del prossimo quadriennio investirà 19 miliardi di € nella ricerca di nuove riserve. Buenos Aires resiste: non coi nostri soldi, dice (The Econonist, 1.6.2012).

●Mentre, a Oslo la signora Aung Sang Suu Ki ritira il premio Nobel della pace che le era stato assegnato 21 anni fa per la sua testarda e irriducibile lotta per la democrazia nel suo paese, la Birmania, come chiama lei il paese e Myanmar come lo hanno ribattezzato oggi lì, dichiarando lo stato di emergenza nello Stato occidentale di Rakhine. Sono scoppiate violenze e sommosse tra mussulmani e buddisti con incendi e una ventina di morti. Che hanno portato la giunta militare a ristabilire nell’area la legge marziale. Il primo ministro, e generale dell’esercito, Thein Sein ammonisce che si tratta di eventi che mettono a rischio le riforme democratiche nascenti nel paese.

Il fatto è che la maggioranza islamica nella regione, emigrata molti anni fa dal Bangladesh, allora ancora Pakistan meridionale e prima dell’indipendenza si vede da sempre rifiutare la cittadinanza dalla minoranza buddista della regione. Obiettivamente, anche a molti nel suo partito, non era sembrato questo il momento migliore per Suu Kyi di mettersi a viaggiare all’estero.

Così come a non pochi anche tra i suoi è sembrato imprudente il suo discorso a Oslo quando ha messo tutti in guardia, in termini sicuramente saggi ma forse anche qualche poco – o qualche molto – arrischiati, contro l’ “ottimismo sfrenato” sull’evoluzione democratica del suo paese e, soprattutto, ha consigliato agli investitori esteri di mantenere “un sano scetticismo” sul futuro. Mettendo in dubbio, ovviamente però anche in modo che si apre all’accusa di antipatriottismo, che nel braccio di ferro tra i duri e i raziocinanti della Giunta militare possa alla fine prevalere l’ala più riformista di Thein Sein rispetto a quanti vogliono ripristinare subito e dappertutto il dominio militare (The Economist, 15.6.2012, A Dangerous Backdrop, http://www.economist.com/node/21556983).

●L’Arabia saudita, il maggiore tra i paesi dell’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, ha aumentato a maggio a 9,9 milioni di barili di greggio al giorno la sua produzione: si tratta del massimo dal gennaio del 1989, secondo i dati verificati ogni mese dagli analisti specializzati di Bloomberg. Così, la produzione complessiva dell’OPEC è salita di 20.000 barili al giorno fino ai 31.595.000 barili quotidiani rispetto ad aprile (Al Arabiya, 1.6.2012, Iran lashes out at Saudi over oil increase L’Iran spara a zero contro l’aumento della produzione petrolifera dei sauditi http://english.alarabiya.net/articles/2012/05/29/217315.html).

Così, i sauditi, nella loro guerra implacabile contro gli iraniani (scontro tra sunniti e sciiti nel  Medioriente islamico: tra due fanatismi religiosi, cioè, quello filo-occidentale non certo tra i due il più “aperto” e “democratico”) hanno mantenuto la promessa fatta agli Stati Uniti, e attraverso di essi ai loro altri clienti, di rimpiazzare la disponibilità che fosse venuta meno con l’imposizione delle sanzioni all’Iran: che è, effettivamente, calata di circa 50.000 barili al giorno, meno però delle speranze rese note dagli USA, ma comunque a 3.225.000 barili che è la sua produzione più bassa dal giugno 1992.

Ma salgono subito le proteste e le preoccupazioni non solo dell’Iran. Infatti, sotto la spinta delle calamità da molti previste ormai come pendenti sull’eurozona, e della prospettiva di una componente da domanda depressa sui mercati, il prezzo del greggio va ai livelli più passi da un anno, col Brent, il greggio del mare del Nord che scende per la prima volta sotto i $ 100 al barile e quello del Texas Intermediate sotto a 90 (The Economist, 1.6.2012).

Intanto, il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha detto che l’Iran è già pronto a garantire, via oleodotti che finanzierebbe o costruirebbe esso stesso attraverso Afganistan e Pakistan, tutto l’approvvigionamento di cui la Cina ha bisogno per assicurarsi l’energia nel lungo periodo. Basterebbe risolvere, per farlo, ha osservato, gli “ostacoli di ordine burocratico”. Cioè, di ordine in realtà tutto politico: cioè, l’opposizione totale degli Stati Uniti che sono ancora, per qualche tempo sicuramente, in grado di paralizzare la volontà sia di Kabul che di Islamabad (Agenzia Stratfor, 7.6.2012, China: Iran Ready To Meet Energy Needs: Ahmadinejad In Cina, l’Iran pronto a garantire tutto il bisogno futuro di energia: Ahmadinajad http://www.stratfor.com/situation-report/china-iran-ready-meet-energy-needs-ahmadinejad).

●Col 1° luglio, in effetti, l’embargo petrolifero decretato su richiesta (eufemismo) americana, alacremente appoggiata da Gran Bretagna e anche Francia, entra in funzione a pieno ritmo l’embargo europeo sul petrolio iraniano. E si tratta di sanzioni che, finora, si sono sicuramente fatte sentire sulle condizioni di vita della gente ma che sembrano molto meno efficaci nel piegare – questo sarebbe lo scopo – con la pressione dal basso dell’insoddisfazione popolare, la volontà della leadership.

Coordinata com’è con altre misure come il boicottaggio della Banca centrale dell’Iran che taglia fuori efficacemente tutto il sistema bancario del paese dall’accesso ai gangli del sistema assicurativo internazionale e rende complicato, e costoso,  svolgere il commercio e gli scambi rifiutando di consentirne la copertura assicurativa, è una politica delle sanzioni che ormai sta anche mordendo sulla vita della gente (non aumenta solo il costo ma si vanno anche rarefacendo prodotti e merci di importazione e si esporta di meno: l’export di greggio è calato del 20-30% dai livelli considerati usuali sui 2.200.000 barili al giorno.

Entro qualche giorno dal 1° luglio, cioè, il boicottaggio internazionale si farà sentire con una perdita di export intorno al milione di barili al giorno, sul 50%. E, insieme alla caduta recente della domanda globale che abbassa il prezzo del greggio calano le entrate di valuta pregiata del Tesoro iraniano e si continuano ad accumulare, nei porti od in mare, le petroliere cariche di greggio utilizzate ormai per lo stivaggio.

Ma forse, ormai, più prima che poi, bisognerà diminuire ancora e poi fermare, per insufficiente capacità di stoccaggio, la produzione se non si riescono a trovare sbocchi nuovi che possano e vogliano sfidare l’embargo a sostituzione di quelli che ormai sono destinati, presto, a venire a mancare. E per un pozzo di petrolio, e specie per molti pozzi costretti insieme ad interrompere la produzione, è complicato e problematico, comunque, riprenderla.  

L’ultimo incontro di alto livello che ha visto discutere, a Bagdad prima e poi a Mosca, il gruppo dei negoziatori del P 5 + 1, gli occidentali più Russia e Cina guidati (nominalmente, si capisce: solo perché è la più alta in grado) dalla Commissaria agli Esteri della UE, Caherine Ashton, si è interrotto per ora con una derubricazione a livello tecnico della prossima riunione. Proseguirà, ora e ancora, un po’ più fuori delle luci della ribalta, il confronto delle grandi potenze con l’Iran sul suo nucleare: per la produzione di energia o della bomba, o magari di tutte e due insieme?

Lo ha annunciato il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov: le due delegazioni si rivedranno il 3 luglio, a Istanbul, e la riunione sarà preceduta da un incontro tra il vice di Catherine Ashton e il vice segretario del Consiglio nazionale di sicurezza iraniano Ali Bagheri e che Lady Ashton incontrerà anche il numero uno, Saeed Jalili, del Consiglio di sicurezza di Teheran (Interfax, 19.6.2012, Moscow hails atmosphere of Iran talks— Mosca saluta l’atmosfera nei colloqui sull’Iran http://www.interfax.co.uk/russia-cis-general-news-bulletins-in-english/moscow-hails-benevolent-atmosphere-at-iran-talks-part-2/).

L’Iran, però, non molla su quello che considera l’essenziale, malgrado il montare di pressioni e problemi anche e pesantemente economici sulle condizioni di vita della gente, comunque sull’essenziale – su quello che almeno, dicono tutti gli osservatori anche più ostili e i sondaggi, oltre il 90% degli iraniani considera irrinunciabile ma che proprio e anche la pressione inconsultamente testarda del resto del mondo l’ha ormai portato a considerare tale: il diritto a farsi il suo nucleare, secondo le prerogative sovrane di tutti gli Stati del mondo specie se poi, come l’Iran, aderiscono pure al trattato di non proliferazione, nei limiti da esso previsti e al contrario di chi – Pakistan, India, Israele, USA, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia – riserva per sé anche e proprio senza alcun limite e tout court il diritto e l’uso dell’armamento nucleare.

E bisogna vedere adesso, se e come si chiude questo round del confronto che, dall’ascesa di Khomeini più di trent’anni fa a Teheran, mette a confronto e a scontro le nostre diverse visioni del mondo.     

●Intanto, in Brasile, a Rio de Janeiro, alla riunione del cosiddetto Rio+20, hanno celebrato volenterosamente il grande meeting mondiale sull’ambiente e sul clima. E, come al solito, è stata una riunione del tutto inconcludente: ha detto il delegato cinese e vice presidente dell’ONU per le questioni economico-sociali che presiedeva i lavori, Sh Zukang, che l’esito è stato tale da “non accontentare nessuno”. Ed è stata una valutazione molto, molto, caritatevole.

La dichiarazione finale di Rio (The Future we Want Il futuro che vogliamo ▬ http://www.uncsd2012. org/content/documents/727The%20Future%20We%20Want%2019%20June%201230pm.pdf), è una litania ridicola di bla bla lunga la bellezza di 283 paragrafi che “riaffermano”, “riconoscono”, “sottolineano”, “premono per” e “riconoscono come importante” ogni iniziativa etichettata appena appena di verde (dal verde pisello, al verde vomito e, perfino, quasi al verde Lega lombarda…) e ogni crisi che in modo assai lato riguardi l’ambiente: dall’acqua, alla desertificazione avanzante, al cambiamento climatico e all’eccessivo aumento della quantità del pescato… Nel documento c’è il riconoscimento al contributo dato – quasi un elenco cerimoniale del politicamente corretto – da donne, popoli indigeni, diversi, bambini, minatori, da chi opera nel turismo e dalle popolazioni anziane: insomma, proprio tutti e nessuno. Il termine riaffermano è utilizzato nel documento per la quantità industriale di 60 volte.

Un grande quotidiano tedesco di sensibilità diciamo moderato-progressista, il Süddeutsche Zeitung, ha, appunto, concluso, come riporta il più diffuso settimanale tedesco (The Spiegel, 21.6.2012, Rio+20 has become the summit of futility Rio+20 è diventato il vertice della futilità http://www.spiegel.de/international/wor ld/widespread-criticism-of-rio-environment-summit-a-840181.html) che “tutte le grandi questioni con le quali l’umanità deve fare i conti riescono in qualche modo a comparire nel documento ma per nessuno c’è neanche il tentativo più vago di cercare un accordo che sia operativo. La conferenza Rio+20 [era il 20° anniversario della prima tenuta sempre lì a Rio] doveva come missione dare un input che riconferisse al tema la scintilla di innesco, ma è riuscita solo a mettere in evidenza una sconfinata e esiziale timidezza. Insomma: posporre, considerare, valutare: anche il titolo della conferenza – Il futuro che vogliamo – così suona come un insulto. Perché, se questo fosse davvero il futuro che vogliamo, buona notte”.

in Cina

●La Federazione logistica degli acquirenti, che pubblica regolarmente come associazione di categoria l’indice dei managers agli acquisti del paese, certifica a fine maggio che esso ha smesso di crescere dopo cinque mesi di aumento consecutivo e rispetto ad aprile è sceso a 50,4, di 2,9 punti. E’ la conferma che a maggio anche la possente economia cinese ha decelerato la crescita (International Business News, 1.6.2012, Bhaskar Prasad, China’s Manufacturing Growth Slows Down in May A maggio cala la crescita del prodotto manifatturato in Cina ▬ http://www.ibtimes.com/articles/347586/20120601/china-pmi.htm).

Ma il fatto che la lettura resti superiore al 50% lascia, sì, attenuato ma anche sostanzialmente inalterato un trend di crescita persistente. Detto altrimenti ciò si traduce, secondo la Federazione, il CFLP, che una simile moderazione di crescita non certifica affatto l’entrata in una nuova fase di recessione: all’americana o, peggio, all’europea.

●La relativa decelerazione dell’aumento del PIL – che, comunque, checomunue perché resta confermato in crescita – è in particolare evidenza per la scelta della Banca centrale e del governo di abbassare (“inaspettatamente”, scrive il NYT: ma inaspettatamente solo per chi non era stato capace di aspettarselo, è chiaro…) di 1/4 di punto il tasso di sconto, al 6,31% adesso (New York Times, 7.6.2012, K. Bradsher, China Cuts Lending Rate as Its Economic Growth Slows Di fronte al rallentamento dell’economia la Cina taglia il tasso di interesse centrale sui prestiti http://www.nytimes.com/2012/06/08/business/global/china-cuts-interest-rates.html?_r=1&ref=global-home).

Si tratta di una misura che i cinesi presentano in sostanza come preventiva, ma che si può ben leggere come difensiva di fronte al rallentamento economico in atto in Europa ma anche in America. E’ comunque la loro reazione più forte e la prima da quando, nel dicembre del 2008, abbassarono i tassi per il timore che la recessione scatenata dal fallimento della Lehman Brothers rovesciasse ripercussioni pesanti anche sulla Cina.

●D’altra parte, l’indice dei prezzi al consumo a maggio ha frenato, crescendo solo del 3% rispetto al 3,4% del mese prima, secondo i dati che contemporaneamente indicano il rallentamento sopra appena attestato nella crescita della seconda economia, che si sta avviando a diventare la prima, del mondo.

Si tratta anche qui dell’aumento più contenuto da due anni a oggi e sotto le aspettative dei mercati, che davano l’aumento dei prezzi almeno al +3,2%. Anche la produzione industriale è scesa, un po’ meno del previsto ma sempre mantenendo un poderoso +9,6% a maggio, anno su anno, più di aprile anche se uno degli incrementi minori dell’ultimo triennio (ChannelNewAsia.com, 9.7.202, China inflation eases, further stimulus ‘likely’ L’inflazione in Cina rallenta, ‘probabile’ ora un ulteriore stimolo http://www.channelnewsasia.com/stories/afp_asiapacific_business/view/1206591/1/.html).

Il sistema bancario cinese è stato paragonato, non del tutto a sproposito, a un allevamento di galline a batteria. Alimentate, quasi a forza, con depositi che spesso ancora, in questo paese, e non solo nelle campagne, malgrado l’aumento forte dei consumi interni, spesso non si sanno poi come spendere, si presume che le banche ridistribuiscano poi trilioni di yuan ogni trimestre in mano a consumatori e investitori, specie nei periodi in cui l’economia abbisogna di qualche spinta in avanti (The Economist, 15.6.2012, More free range banksPiù banche di tipo ruspante ▬ http://www. economist.com/node/21556943).

●Sul fronte del pericoloso, anche se sempre latente e finora non apertamente conflittuale  contenzioso territoriale con le Filippine per il controllo, nominale più che altro, di quello che i filippini chiamano Panatag o Masinloc shoal Banco di sabbia di Panatag, gli inglesi battezzarono oltre un secolo fa come Scarborough shoal, dal none della loro nave trasporto di tè che su quegli scogli (altro non sono) si era arenata e che la Cina chiama isola di Huangyan.

Un banco di sabbia e pochi scogli del tutto desolati che affiorano nel Mar cinese meridionale, che è diventato adesso, improvissamente, materia di contenzioso non solo per le risorse ittiche abbondanti, da sempre battute dai pescherecci cinesi ma – pare – per le riserve minerarie potenziali del fondale marino. Che, ora – pare sempre – ritrovare la calma – per un po’ almeno – dopo la tempesta (Terresottovento, 23.4.2012, Filippine: Huangyan o Bajo de Masinloc? Un territorio ma due nomi  [o tre: pure la Malayisia, per dire, vanta qualche mira nell’area…] ▬ http://terresottovento.altervista.org/brevinotizie/filippine-huangyan-o-bajo-de-masinloc-un-territorio-ma-due-nomi).

Letteralmente. Per ora le Filippine hanno per prime battuto le palpebre, ma la Cina le ha saggiamente seguite: ha annunciato il ministro degli Esteri di Manila, Alberto del Rosario, che una quanto mai tempestiva e violenta “tempesta tropicale” ha spinto la marina da guerra filippina (quel poco che ce n’è) a ritirare dalla regione le due, tre navi da guerra che vi aveva schierato “a difesa delle prerogative nazionali” e a, diciamo, monito delle decine di vascelli da pesca cinesi. Alla tempesta i cinesi sembrano aver resistito due, tre giorni di più prima di ritirare anche, ma solo “temporaneamente” hanno specificato le loro navi.

Nel frattempo, pare che provvidamente fosse arrivato a Manila da Washington il richiamo – già precedentemente e in maniera ufficiale notificato, proprio mentre la Clinton andava, lì in visita, a sproloquiare di amicizia “inattaccabile” tra le forze di difesa USA e filippine – che l’interpretazione di Washington del Trattato di mutua difesa del 13 agosto 1951continua a non essere proprio quella che da sempre, da subito, ne ha dato Manila ma che, da sempre, da subito, gli americani hanno chiarito di non poter accettare: quando, all’art. V, l’accordo parla di territorio nazionale come comprendente le isole del Pacifico sotto giurisdizione internazionalmente riconosciuta “non può includervi Panatag proprio perché non era allora come ora riconosciuta alle Filippine quella sovranità(The Economist, 21.6.2012).

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais

●L’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Susan Rice, a fine maggio ha bollato come una menzogna il risultato dell’inchiesta del governo della Siria sul massacro di oltre 100 civili a Houla. Il brig. gen. Qassem Jamal Suleiman, capo della Commissione d’inchiesta designata dal presidente della Siria aveva appena dichiarato che “dai 600 agli 800 terroristi armati ribelli hanno condotto sistematicamente l’eccidio facendosi anche filmare” con l’intento preciso di attivare e innescare un intervento militare internazionale in Siria. Al quale fine si sono prestati in molti, dice il governo siriano… ****

Compresa la signora Rice che, in modo sciocco quanto avventato, ha sventolato in conferenza stampa una foto che solo qualche ora dopo s’è rivelata un grande imbroglio, quando la BBC ha dovuto divulgare una foto che ritraeva in modo devastante file e file di poveri cadaveri pietosamente coperti da sudari bianchi il risultato – diceva – del massacro di Houla… salvo poi dover ammettere che aveva ricevuto la foto da fonti dell’opposizione siriana  e averla diffusa senza neanche il minimo controllo, irresponsabilmente, o peggio – come dice Damasco – diabolicamente. Perché non era affatto “una foto di questo incidente ma era stata pesa quasi dieci anni fa per documentare un massacro in Iraq dal foto reporter professionista italiano Marco Di Lauro che lavorava per l’agenzia Getty Images(BBC News, 29.5.2012, Houla massacre picture a mistake La foto del massacro di Houla uno sbaglio [ah!,ah!] http://www.bbc.co.uk/blogs/theeditors/2012/05/houla _massacre_ picture_ mistake.html).

E’ stato facile, per il portavoce del ministero degli Esteri siriano, Jihad Makdissi – anche se, di per sé, non ha certo certificato della verità di tutte le sue controaccuse – ricordare i precedenti di menzogne americane sciorinate sempre all’ONU, e sempre a alti livelli, fino al massimo delle panzane raccontata al CdS nel 2003 sulle bottigliette piene di aria ma riempite, diceva il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, Colin Powell agitandole vuote com’erano davanti ai 15 ministri degli Esteri e ambasciatori dei membri del Consiglio e raccontando al mondo la fandonia, di cui lui stesso anni dopo si lamentò lemme lemme, denunciando che contenevano armi di distruzione di massa chimiche e/o biologiche di Saddam… che non c’erano (Agenzia CNNUSA 5.2.2003, Transcript of Powell’s UN Presentation Trascrizione dell’intervento all’ONU di Powell http://articles.cnn.com/2003-02-05/us/sprj.irq.powell.transcript_1_genuine-acceptance-iraq-one-last-chance-disarma
ment-obligations?s=PM:US).

E il precedente, non l’unico certo ma il più eclatante (Powell ha poi confessato di essere stato deliberatamente ingannato dalla Casa Bianca e di essersi “unconscionablyincoscientemente” fidato: “il più grave sbaglio della mia vita professionale (The Guardian, 16.2.2012, Colin Powell demands answers over WMD’s lies Colin Powell chiede spiegazioni sulle menzogne relative alle armi di distruzione di massa [che raccontò all’ONU] ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2011/feb/16/colin-powell-cia-curveball) non depone affatto a favore della credibilità delle autorità americane, in un caso proprio come questo altrettanto traballante.

La differenza è che i morti qui ci sono davvero, ma a chi vadano poi attribuiti è questione, appunto, di credibilità. E a noi pare francamente che dica molto degli USA ormai, e della loro affidabilità dopo le menzogne di Powell, di Bush, poi di fior di generali e uomini politici americani – anche dopo che Obama ha sostituito Bush – dice molto che la loro parola conti quanto quella e non più di quella del generale siriano che “giustifica” disperatamente quello che potrebbe essere, che credibilmente è, un massacro perpetrato dai suoi. Ma chi è causa del suo mal, come si sa…  

Se è stato, come è possibile, come sembra e come forse è probabile, Bashar al-Assad che porta la  responsabilità di questo ennesimo misfatto, non ha poi granché da allarmarsi. Perché tanto ce ne scordiamo presto. Tutti… e sempre. A parte noi stessi e i crimini contro l’umanità perpetrati con la spada e la copertura, spesso, della croce (ricordate il film Mission, 1986, R. Joffé, con R. de Niro e J. Irons, http://www.imdb.com/title/tt0091530) nel fondare ed espandere colonialismo e imperialismo occidentale, delitti e peccati dei quali ci siamo assolti con la storia riveduta e corretta scritta da noi e la forza di fior di benedizioni papali, date qualche volta anche a priori, prima dei massacri ai buoni cristiani che andavano così a farli in buona coscienza…

… ed evitando anche, qui ed ora, di approfondire oltre ad elencarli per memoria, i massacri di cui i difensori dell’occidente si sono resi responsabili nel “difendere” i loro vari e diversi tipi di impero:  dall’Abissinia alla Libia “italiane” di oltre un secolo fa, dall’Iraq all’Afganistan e al Vietnam “americani” in questo e in quello passato, dall’efferata repressione pianificata e condotta con impiccagioni, fucilazioni di massa e torture dal Regno Unito in “Africa orientale” e dalla Francia in quella Mediterranea, ecc., ecc ., e veniamo ai nostri giorni.

Pensiamo solo alla strage di oltre 200.000 civili che in Algeria ha condotto una ventina d’anni fa e per anni il governo militare dell’FLN col sostegno pieno e dichiarato degli USA anche all’ONU, tal quale a quello che, con un ventesimo di quei morti sulla coscienza e un tantino in più di vergogna, hanno offerto i russi ai siriani. Insomma, come sempre, tutto e, come sempre,  niente di nuovo.

Compresa, soprattutto, l’indignazione (The Independent, 29.5.2012, The West is horrified by children’s slaughter now. Soon we’ll forget L’occidente, adesso, è orripilato dal massacro. Ma tanto ce ne scordiamo presto ▬ http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-the-west-is-horrified-by-childrens-slaughter-now-soon-well-forget-7794149.html).

●Arriva a inizio giugno anche un appello del ministro degli Esteri russo per un incontro di mediazione ai massimi livelli—: dovrebbero parteciparvi tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Turchia, l’Iran, la Lega araba e l’Organizzazione della Conferenza islamica con un contributo, anche, della Commissione europea. L’essenziale è la partecipazione convinta al gruppo di mediazione di quei governi che hanno influenza reale sulle parti in conflitto. E lo scopo sarebbe quello di portare tutti i partecipanti a concordare su come far applicare, senza pesi e misure diversi per le parti, il piano di Kofi Annan.

Ma la Clinton dice subito che il piano non ha molto senso e  non potrebbe mai funzionare perché nella Commissione ci sarebbero anche amici di Assad e non solo dei suoi nemici: concezione un po’ strana – e tutta americana – della “mediazione” o del negoziato, che è tale evidentemente e come sempre, appunto all’americana, solo se il risultato si conosce e favorevole alla propria parte già in partenza (Agenzia Reuters, 6.6.2012, G. Bryanski,  Russia wants broad Syria meeting to support Annan plan La Russia vuole un incontro allargato sulla Siria per sostenere il piano Annan http://in.reuters.com/article/2012/06/06/syria-crisis-russia-idINDEE8550BE20120606).

Alla fine, se la Siria potrà uscirne senza una guerra civile che vada al di là di quella già in atto con decine di migliaia di morti soltanto e, ancora, non centinaia perché radicate nella convinzione di ognuno di avere Dio, la verità e la giustizia tutta e solo dalla parte propria, dove ognuno è contro tutti i diversi da lui e tutti sono contro ciascuno, bisognerà per forza privilegiare una soluzione meno astratta e più radicata in un mondo non come qualcuno vorrebbe che fosse – a sua immagine e somiglianza – ma per quello che è, più vicina alla visione del mondo dei russi che a quella degli americani— anche se, poi, sempre più proclamata anche questa a parole, prediche e ammonimenti agli altri che effettivamente reclamata nei fatti e tanto meno per tutti.

Sarà pure vero che il tetragono e navigatissimo ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Viktorovich Lavrov (trent’anni di carriera diplomatica, molti dei quali all’ONU), pensa agli interessi del suo paese prima che a qualsiasi altro su questo come su qualsiasi altro problema, ma vivaddio, gli altrri cosa fanno? Ma il fatto resta: bozza di risoluzione dopo bozza di risoluzione sono state presentate da mesi da americani, inglesi e francesi, con qualche dipendente arabo saudita in coda, o l’occasionale rappresentante emulo di qualche altro paese della NATO, tutte uguali e tutte tornando a chiedere che l’ONU “imponga” alle truppe siriane di restarsene rinchiuse nelle caserme.

Già ma, per cominciare, come “imporlo”? nessuno, tanto più tra quelli che strillano più forte, ne ha la minima idea, visto che il governo siriano controlla, in modo ancora e sempre più stabile e continuo di quanto riescano a fare i suoi nemici il territorio del paese e che Francia, Inghilterra, Stati Uniti, ma anche gli altri, tutti, lo sanno e escludono, non a chiacchiere ma nei fatti, qualsiasi loro intervento armato contro Assad del tipo di quelli fatti contro Gheddafi, Saddam e il mullah Omar…

Anche se, per la prima volta in questi giorni, dalla Giordania arrivano indiscrezioni – nessuna suffragata da nomi o fatti comunque verificabili – ci sono varie foto messe in circolazione da fonti altrimenti innominate “della resistenza” di vecchissimi MiG-21che, però, nell’aviazione siriana soni stati sostituiti da decenni coi più moderni M-23 e M-29 – ma che sembrano più attendibili (non le foto…, le notizie) visto che finora Annan aveva sempre invece smentito ogni simile “rivelazione”… e, stavolta, tace  – che il regno hashemita avrebbe concesso asilo a diversi piloti siriani che hanno disertato anche se quasi mai hanno portato lì i loro aerei.

Secondo alcune interpretazioni, non proprio neutrali cioè obiettive, però la Giordania potrebbe aver cominciato ad incoraggiare, e anche forse a combinare, queste defezioni: o, almeno una (AlArabiya news, 26.6.2012, Jordan grants political asylum to defected Syrian fighter jet pilot La Giordania concede asilo politico a un pilota disertore http://english.alarabiya.net/articles/2012/06/21/221891.html).

●Ma, poi, a uno come Lavrov, vecchia volpe d’una diplomazia di stampo kissingeriano o, se volete, alla Talleyrand, è sempre stato facile ribattere ai dilettanti che si è trovato di fronte – avete presente la Clinton? – senza che mai lei o nessun altro fosse mai in grado di rispondere a tono alla sua logica prima ancora che alla forza del veto dei russi: ma se vi dessero retta, chi prenderebbe il posto dei soldati siriani, in Siria, per impedire alle vittime del regime ma anche ai suoi più fedeli fautori lo scatenarsi della violenza settaria più selvaggia e incontrollata.

E, appunto, nessuno ha neanche tentato una risposta qualsiasi.

Alla fine, lo scrive uno studioso che conosce ciò di cui parla come Edmunde Burke del Centro di Riforma dell’Europa di Londra (New York Times, 11.6.2012, E. Burke, Let Russia Show the Way on Syria— Lasciamo che sia la Russia a mostrarci la strada per uscire dallo stallo della Siria ▬ http://www.nytimes.com/2012/06/12/opinion/let-russia-show-the-way-on-syria.html#h[]):

Una transizione di compromesso e raggiunta per stadi fra governo e gruppi dell’opposizione è con, ogni probabilità, il solo modo di prevenire un caos anche peggiore in futuro. Non significa affatto dare carta bianca a un regime brutale [ma altri, dall’Arabia saudita alla Francia per dire, sarebbero stati più tolleranti e garbati se fossero stati attaccati da una ribellione interna armata, di cui poi è convinto con qualche ragione che sia istigata e condotta soprattutto per conto terzi?] che sta conducendo una serie di suoi spaventosi crimini di guerra.

   Ma il fatto è che né il popolo siriano né l’occidente si possono consentire di lasciar andare avanti le cose [né tanto meno di lasciar carta bianca a ribelli altrettanto criminali] così come ormai stanno andando. In ballo c’è troppo, sia in termini di vite umane che di interessi strategici. E’ ora, insomma, che un po’ di diplomazia basata sul realismo piuttosto che su pii desideri [e neanche sempre, poi, tanto, pii], ritrovi il suo spazio”.

E, adesso, non a caso subito dopo il primo turno delle elezioni parlamentari francesi, il portavoce del ministro degli Esteri Vincent Floreani ha reso noto che il suo governo è in contatto con quello russo per studiare la fattibilità di una conferenza internazionale sulla Siria del tipo di quella ipotizzata dai russi (che vedrebbe tutte le potenze interessate a discutere insieme di una soluzione pacifica di transizione in Siria). Ma la Clinton, che invece con l’Iran non vuole assolutamente parlarne, protesta subito perché il confronto comprenderebbe anche, e proprio l’Iran (Naharnet (Beirut), 11.6.2012, France to Hold Talks with Russia on Syria Conference La Francia discute con la Russia sulla conferenza per la Siria http://www.naharnet.com/stories/en/43076-france-to-hold-talks-with-russia-on-syria-conference).

Floreani ha anche detto che la Francia chiede al nuovo presidente del Consiglio nazionale siriano che, teoricamente, riunisce la frastagliata opposizione, l’SNC, Abdel Basset Sayda, un curdo siriano che vive e lavora a Stoccolma (!), di lavorare a unire l’opposizione intorno a una visione comune del futuro del suo paese. La Francia continuerà a consultarsi con tutte le diplomazie che, in giro per il mondo, sostengono il piano in cinque punti proposto per la Siria, già ad aprile, da Kofi Annan (cfr. Nota congiunturale 4-2012, Nota39, a fondo pagina) e a tutti chiede di sostenerlo.

Ma la risposta che giunge a tamburo battente dal nuovo presidente Sayda, è inequivocabile: noi non vogliamo negoziare una soluzione yemenita e saremo soddisfatti solo dalla sconfitta totale di Assad, col quale non negozieremo mai niente, neanche sul come lasciarlo andar via… Deve semplicemente arrendersi (Stratfor, 12.6.2012, SNC Head Rejects Yemeni-Style Solution— Il [nuovo] capo dell’SNC respinge ogni soluzione di stampo yemenita [cioè di un’uscita negoziata del presidente] ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/syria-snc-head-rejects-yemeni-style-solution).

Una richiesta di resa senza condizioni, insomma. Che, però, uno si può sensatamente permettere solo se ha già vinto. E non è questo, sicuramente, il caso qui. Infatti, neanche dalla parte di Assad viene il minimo cenno di disponibilità alla soluzione “alla yemenita”. E a questo punto, forse, tutti saranno costretti a prender atto che da questo loro sanguinoso impasse i siriani ne potranno uscire nella sola maniera su cui si esce da una guerra civile: scannandosi, senza alcuna requie. Fino alla fine.

●Intanto la Russia, attenta con Anatoly Isaykin, presidente della Rosoboronexport, la compagnia che esporta armamenti russi a specificare che non si tratta comunque di armi in grado di influire sull’andamento della guerra civile perché sono sistemi avanzati specifici di difesa contraerea come i singoli missili terra-aria Pantsyr-S1 (l’SA-22 Greyhound della nomenclatura NATO) e la batteria Buk-M2 (Uragano) ricordando a chiunque pianifichi un’offensiva aerea o navale contro obiettivi, come quelli siriani, da essi difesi avrebbe filo da torcere. Annualmente, negli ultimi anni, ha riferito Isaykin, Damasco ha speso una media di $ 500 milioni in armamenti di fabbricazione sovietica (New York Times, 15.6.2012, A. Kramer, Russia Sending Air and Sea Defenses to Syria La Russia invia in Siria difese antiaeree e antinavali http://www.nytimes.com/2012/06/16/world/europe/russia-sending-air-and-sea-defenses-to-syria.html).

E, a ogni buon conto, per rendere chiaro il punto anche a chi fosse di comprendonio più duro, la flotta russa del Mar Nero condurrà nel prossimo futuro una serie di esercitazioni definite “non di routine” nel porto siriano di Tartus nel Mediterraneo. Con un distaccamento di mezzi navali che includono due grandi mezzi da sbarco, il Nikolay Filchenkov e lo Tsezar Kunikov, il sostegno di un rimorchiatore d’altomare SB15 e la partecipazione di diversi mezzi navali della Flotta inclusi trasporti di marines.

Tutte informazioni fornite dallo Stato maggiore della Marina russa, ma che poi la Marina russa stessa smentisce come fatti e conferma, invece, come evenienze possibili per le quali ci si va preparando: come dicono gli americani, si tratta di contingency plans (RT.com, 18.6.2012, Russian warships ‘ready to sail for Syria’ La Russia ‘pronta a inviare sue navi da battaglia in Siria’ http://www.rt.com/news/russia-ships-syria-089).

La notizia, non sembra a caso, arriva al G-20 di Los Cabos, in Messico, subito prima dell’incontro a latere tra Putin e Obama coi due che, alla fine,sembrano concordare sul fatto, non proprio ovvio e scontato, che dovranno decidere i siriani chi scegliere per il loro prossimo governo segnando, comunque, un sottile spostamento nelle posizioni di partenza dei due.

L’americano dice che deve iniziare un processo di confronto politico interno reale ma non dice più che Assad – mai nominato, però –   “ se ne deve andare” subito, prima; ammette che potrebbe anche essere Assad, alla fine, quello  che sceglieranno e il russo ammette – anche lui senza mai nominarlo – che potrebbe pure non esserlo…

In definitiva, in Siria ci potrà anche essere il regime change: ma la Russia resta del suo parere, a farlo dovranno e non potranno che essere i siriani. E qui il vero mistero è per quale misteriosa ragione Obama avesse mai sperato – se poi ci sperasse davvero… – di riuscire a convertire Putin al suo punto di vista… (Guardian, 18.6.2012, J. Cooper, Obama fails to secure support from Putin on solution to Syria crisis Obama fallisce nel tentativo di assicurarsi l’appoggio di Putin per la soluzione alla crisi in Siria [falso! per la soluzione che voleva lui: l’ultimatum e l’intervento contro Assad] http://www.guardian.co.uk/world/2012/jun/18/obama-support-putin-syria-g20).

●In ogni caso, anche gli USA, pur non ufficialmente – loro sono contro il governo riconosciuto legittimo dall’ONU, quello di Damasco presso cui è accreditato il loro ambasciatore – in Siria da molto si stanno dando da fare. “Confessano” ora funzionari e agenti della CIA e di altri servizi segreti, arabi soprattutto, che da mesi vanno trasferendo via la Turchia a “certi gruppi” selezionati di ribelli in Siria sistemi d’arma forse meno avanzati, ma sicuramente più direttamente “incisivi” di quelli che i russi passano a Damasco: non mezzi anti-aerei ma proprio anti-uomo e da campo di battaglia. Si tratta di molte decine di migliaia di fucili e mitragliatrici automatiche, di lanciarazzi e lanciagranate, di mezzi anticarro e mortai da campo.

Com’erano belli, no?, i tempi della guerra fredda…  (vignetta)

BORIS! ARMI  PER  L’OPPOSIZIONE   (CIA)   In Siria   (FSB ex KGB) JOHN!  MI  SEI  MANCATO TANTO

                                                  VECCHIE CONOSCENZE DEI  TEMPI  DELLA GUERRA FREDDA

Fonte: IHT. 21.6.2012, P. Chappatte

Sono armi – pagate con fondi turchi, sauditi e del Qatar: gli americani non passano più un dollaro in contanti che è uno con le ristrettezze di bilancio che si ritrovano e si fanno rimborsare, se possono, anche il costo dello sputo per incollare i francobolli che usano – fatte transitare attraverso il confine turco, per l’intermediazione anche dei Fratelli musulmani di Siria che ne trattengono una parte per armare se stessi e passano il resto ad altri ribelli nella speranza, spesso fantasmatica, che non vengano poi trasferite/vendute/passate – come denuncia non millantando proprio niente, e si vede, il governo siriano da mesi – ad altri gruppi tra i molti che nelle fila anti-Assad sono alleati di al-Qaeda (New York Times, 21.6.2012, E- Schmitt, C.I.A. Said to Aid in Steering Arms to Syrian Opposition La CIA dà una mano a  far transitare armi all’opposizione siriana http://www.nytimes.com/2012/06/21/world/middleeast/cia-said-to-aid-in-steering-arms-to-syrian-rebels.html?_r=1&ref=global-home).

In particolare, la CIA provvederebbe – dicono le fonti al NYT, che al solito sta al gioco: non le nomina ma si fida di quel che dice il governo (non imparerà mai: neanche dopo Vietnam e Iraq, dopotutto si tratta del governo americano, poffarre!, e perciò pubblica “sulla fiducia”… – a reclutare guerriglieri e armieri e stabilisce contatti tra i vari gruppi e Washington “considerando la possibilità” di fornire ora anche assistenza satellitare e di sorveglianza via altri strumenti elettronici e drones del territorio siriano ai ribelli senza, però, trasmettere loro la tecnologia relativa. Insomma, le foto sì, ma non le macchine fotografiche perché fidarsi se non sempre bene a volte è necessario, ma…

●Restano ancora misteri nell’abbattimento, da parte siriana, di un F-4 turco, un Phantom: che fosse  sconfinato sul territorio siriano è pacifico; è discutibile, e discusso, se per errore o perché lo sorvolava deliberatamente a fini spionistici o altro: c’era tensione forte da mesi tra i due paesi e un jet sconosciuto che sorvolava almeno per due volte senza rispondere alle chiamate radio che gli ordinavano di atterrare “non poteva essere ignorato dalla contraerea”, ha spiegato il portavoce degli Esteri di Damasco Jihad Makdissi (New York Times, 25.6.2012, Reuters, Turk Jet Clearly Breached Syrian Sovereignty: Official Il caccia ha chiaramente violato la sovranità del territorio siriano http://www.nytimes.com/reuters/2012/06/25/world/europe/25reuters-syria-crisis-jet-turkey.html?_r=1&ref=global-home).   

Adombra un quotidiano turco di grande diffusione che forse i siriani sono caduti in una provocazione messa su apposta per creare il pretesto di coinvolgere la NATO come tale nella vicenda siriana – l’F-4 è un cacciabombardiere ma questo particolare esemplare era disarmato, dicono, e agiva come un ricognitore, a 100 m. dal suolo… col l relitto è stato ritrovato a 1.300 metri sul fondo del mare, in acque territoriali siriane o, forse, non ha voluto semplicemente obbedire all’intimazione siriana di atterrare presumendo di farcela (Hürriyet, 25.6.2012, Coordinates of jet known, but not yet found: Turkish official Le coordinate del reattore turco sono note, ma non lo abbiamo ancora trovato http://www.hurriyetdailynews.com/coordinates-of-jet-known-but-not-yet-found-turkish-official-.aspx?pageID=238 &n ID=23888&NewsCatID=338).

In Egitto, ergastolo a Mubarak (che sembra anche essere entrato e restare  in una specie di coma cinico) per aver ordinato, e al suo ministro degli Interni di inizio 2011 per aver fatto eseguire, l’ordine di sparare su dimostranti inermi, i rivoltosi, i rivoluzionari di piazza della Liberazione: 240 dei quali furono ammazzati negli ultimi sei giorni di gennaio 2011. E assoluzione per i suoi due figli e altri coimputati. Resta in gara, però, anche dopo questa sentenza – sono le contraddizioni di questa rivoluzione che, del resto, come tutte nella storia, comincia in un modo e finisce sempre in un altro – chi lui subito dopo nominò suo nuovo primo ministro.

Qui la protesta, ma anche il supporto dei suoi partigiani, vengono continuamente riaccesi. La candidatura di Shafiq, uno dei due finalisti al ballottaggio di fine giugno, era stata “squalificata” in omaggio alle legge voluta dalla stessa Giunta ai primi di aprile che, piegandosi alla fortissima richiesta popolare, aveva considerato e messo fuori corsa ogni “rimasuglio” dell’era dei Mubarak.

Poi a fine aprile la Giunta ci aveva ripensato e, senza spiegarlo in nessun modo, aveva fatto pronunciare all’imbelle Commissione elettorale di sua emanazione la riqualificazione della candidatura dell’ex primo ministro, l’ultimo, di Hosni Mubarak. L’ex generale di aviazione Ahmed Shafiq, insomma, è così stato fatto diventare, e è diventato, per molti il volto appena imbellettato del vecchio regime del rais con il Consiglio supremo delle FF. AA. che ora l’appoggia, di fatto, come suo candidato al ballottaggio di metà mese col quale l’Egitto doveva scegliere il suo nuovo leader tra lui e il Fratello mussulmano Mohamed Morsi (questa la translitterazione corretta dall’arabo, anche se poi la pronuncia e tra una o e una u: tipo ou).

Questa contro Mubarak appare a diversi giuristi, però, anche in Egitto una sentenza le cui motivazioni tecnico-giuridiche sembrano discutibili e, in ogni caso, ha provocato furiose proteste non solo contro di lui e, soprattutto, la clemenza di una corte che lo ha comunque assolto dall’accusa di corruzione e di aver perseguito da presidente i suoi interessi privati ma ha anche lasciato liberi i suoi figli e i suoi generali e non ha, in effetti, condannato nessuno per aver poi materialmente sparato sula folla ma anche a suo favore da parte dei suoi fans che, in Egitto, non sono rimasti poi pochi (New York Times, 2.6.2012, D. D. Kirkpatrick,, Court Sentences Mubarak to Life in Prison Il Tribunale egiziano condanna Mubarak al carcere a vita ▬ http://www.nytimes.com/2012/06/03/world/ middleeast/egypt-hosni-mubarak-life-sentence-prison.html).

In effetti, comincia anche a manifestarsi quello che gli americani chiamano un vero e proprio colpo di coda, una reazione di rigetto al rigetto, cioè, e alla repulsione che avevano portato subito al rifiuto di massa di tutto ciò con cui simpatizzava, o mostrava di simpatizzare il rais, comprese le sue propensioni  occidentali e occidentaliste. Per quanto immediato, e di massa, fosse stato il rifiuto, adesso c’è stato anche un fenomeno di reiezione niente affatto insignificante di recupero – anche, in parte, di riconsiderazione – da parte di chi comincia a temere la rigidità ideologico-dottrinaria e l’uniformità di costumi che una dirigenza islamica di stretta obbedienza qui potrebbe far rischiare ai meno allineati e coperti.

●Il feld-maresciallo Tantawi, capo della Giunta o, come essa qui si è chiamata, del Consiglio supremo delle FF. AA., lo SCAF, ha dato al parlamento 48 ore di tempo per arrivare a nominare il comitato di 100 membri tra i suoi che, in verità, era stato già eletto ma i militari avevano respinto e che ha il compito di scrivere la nuova Costituzione. Altrimenti nominerà esso stesso un comitato. Tutti i deputati della Fratellanza mussulmana, la maggioranza, respingono che lo SCAF possa impartire al parlamento un ultimatum, né accetteranno la sua decisione.

Si è trattato, forse, dell’ultimo braccio di ferro tra i due principali protagonisti ormai della vita politica istituzionale del paese: di qua l’esercito voleva che il processo fosse completato prima dell’elezione presidenziale quando s’è impegnato col paese a consegnare il potere a un governo eletto dal popolo. Le Forze armate vogliono, infatti, vedere una Costituzione strutturata in modo da riconoscere e rispettare il controllo preminente che da sempre hanno qui in materia di cose militari. Compreso il bilancio della Difesa, che non vogliono lasciar decidere a governo e parlamento e esigono l’intangibilità del patrimonio e delle rendite ingenti dell’istituzione militare.

L’intenzione della maggioranza del parlamento è, invece, quella di ritardarne la costituzione fin dopo l’elezione di un presidente coi suoi poteri esecutivi contando di vedere eletto il loro candidato e, così, di garantirsi un testo e una prassi costituzionale la più vicina possibile ai loro desiderata. E se anche, poi, al dunque, fosse stato eletto il candidato dei militari, Shafiq, contano di potere a quel punto con la loro maggioranza indirizzare dove meglio desiderano la bozza della Costituzione (Ahramonline, 6.6.2012, Gamal Essam El-Din, Brotherhood Faces SCAF Ultimatum La fratellanza deve far fronte all’ultimatum dello SCAF (http://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/64/44089/Egypt/Politics-/Brotherhood-faces-SCAF-ultimatum.aspx).

●Alla fine una specie di soluzione a questo specifico impasse nell’immediato – o forse un’ulteriore complicazione – la trova il Tribunale supremo amministrativo che rinvia tutto nel tempo, come voleva il parlamento; ma rimettendo in questione proprio il potere legale dei deputati di nominare i membri del comitato costituente tra i loro pari… Infine, o quasi infine, a soli tre giorni dal voto, è un altro tribunale, pieno zeppo di vecchi rottami designati da e sotto Mubarak la Suprema Corte costituzionale, trova quella che potrebbe essere la soluzione davvero finale.

Non solo conferma che Shafiq è pienamente riammesso a correre per la finale presidenziale di domenica 18 giugno ma dichiara eletto illegalmente, con un cavillo inventato all’istante, un terzo dei deputati (New York Times, 14.6.2012, D. D. Kirkpatrick, New Political Showdown in Egypet as Court Invalidates Parliament Nuova resa dei conti in Egitto dopo che la Corte [suprema] annullale elezioni del parlamento eletto http://www.nytimes.com/2012/06/15/world/middleeast/new-political-showdown-in-egypt-as-court-invalidates-parliame nt.html?ref=global-home): un segnale fortissimo, all’immediata vigilia del voto più importante, su chi, in effetti, nonostante un parlamento democraticamente eletto, ancora e sempre comandi davvero in Egitto: altro che il popolo, altro che piazza della Liberazione…

Poi lo SCAF, con quello che in qualsiasi altro luogo del mondo si chiamerebbe senza tergiversare un vero e proprio colpo di Stato, si auto-attribuisce, il giorno immediatamente prima del voto, con decreto proprio, avendo fatto sciogliere il parlamento dal proprio cagnolino da grembo, portante il nomignolo di Corte suprema, e in base ai poteri legislativi che aveva ripresi con l’Art. 56 della dichiarazione originaria di intenti costituzionali da esso stesso emessa il 19.3.2011, in pratica tutti poteri. Tra i quali, cruciali (Al Ahram, 18.6.2012, English text: SCAF amended Egypt consitutional declaration— Testo inglese: la dichiarazione costituzionale emendata dallo SCAF http://english.ahram.org.eg/News/45350.aspx). 

• “Art. 53: I membri attuali dello SCAF hanno la responsabilità di decidere di qualsiasi questione relativa alle FF. AA., comprese le nomine dei comandi e il prolungamento di talie nomine alla scadenza. Il capo attuale dello SCAF [il feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi Soliman] agisce come capo delle FF. AA. e ministro della Difesa fino all’entrata in vigore della nuova Costituzione.

Art. 53/1: Il potere di dichiarare guerra e di cessarla spettano solo al presidente della Repubblica: ma solo dopo l’approvazione del Consiglio Supremo delle Forze armate [che, di fatto, viene dichiarato così anche un organo permanente dello Stato].  

Art. 53/2: In caso di disturbi alla quiete interna che richiedano l’intervento delle FF. AA., e sempre con il loro previo accordo, il presidente può attribuire loro con decreto compiti di polizia e di sicurezza interni oltre che di protezione delle istituzioni vitali dello Stato. La legge dovrà chiarire autorizzazioni, missioni, competenze e limiti per l’uso della forza, l’arresto, la detenzione.

Gli Artt. 60/B e 60/B1 danno, infine, allo SCAF il potere di sciogliere e sostituire per decreto ogni corpo costituzionale intermedio – dal parlamento, appunto, alla Corte costituzionale – che, a parere dello stesso SCAF, non adempia alla legge o non resti fedele ai fini e ai princìpi della rivoluzione [così come lo SCAF stesso, si capisce, li interpreta e, di volta in volta, annuncia di interpretarli…]”.

La dichiarazione costituzionale supplementare emendativa e la terza da quella del febbraio 2011 e, cumulativamente, stanno tutte a significare la stessa cosa: che elezioni o non elezioni, referendum o altro, in Egitto non esiste autorità più alta di quella che si chiama, e si autonomina, SCAF. Lo fa con la massima attenzione a soddisfare le esigenze formali di seguire una procedura “democratica” che, certo, a giudicare, guidare e sanzionare è solo questo organismo proclamatosi “supremo” da sé, e che vorrebbe servire a soddisfare l’ipocrisia legalistica di americani e europei di mettere subito le brache alla rivoluzione prima che rischi magari di… esondare. Solo che adesso, siamo – sono ma siamo anche noi – arrivati al dunque…

●La reazione immediata di piazza c’è stata, ma tutto sommato neanche poi, come ci si sarebbe potuto aspettare eclatante: i Fratelli musulmani e il loro candidato Morsi (che è stata la loro seconda scelta, avendo la giunta provveduto a cancellarne di forza la prima) già certi della vittoria contro Shafiq ma costretti ad aspettarne la ratifica da parte del tribunale elettorale, dichiarano di accettare le sentenza di dissoluzione del parlamento emessa dalla Corte: il bersaglio alto, in effetti, era la presidenza e L&G era cosciente di aver tentato comunque una “forzatura”, presentando per quel terzo dei seggi, anche diversi candidati del partito al posto dei cosiddetti “indipendenti” cui, anche se non meglio specificati, la legge elettorale dettata dai militari li riservava.

Il fatto è che i “Fratelli” sommettevano/scommettono ancora che li avrebbero lasciati vincere alal fine nel voto del giorno dopo alle presidenziali tra Morsi e Shafiq malgrado ogni inghippo e che la pressione della gente può far superare l’impasse della resistenza al risultato che si annuncia subito da parte dello sconfitto ma sembra più esitante, o forse solo più preparata, da parte dell’establishment militare… Non fosse stato così, d’altra parte, sarebbe stato necessario prendere atto, anche pubblicamente, del fatto che il  rovesciamento di Mubarak non era stato proprio una rivoluzione.

La verità essendo sempre stata che il rais venne emarginato non tanto, né solo né forse soprattutto  “dalla gente” quanto da un golpe militare guidato dal suo ministro della Difesa, il feldmaresciallo Tantawi, a causa della sua insistenza perché alla presidenza gli succedesse il figlio. Mubarak aveva mostrato così, per amore della dinastia da instaurare,  nessuna considerazione per l’istituzione da cui veniva per le sue stesse radici personali.

Il figlio non aveva alcun radicamento tra i militari, come invece era stato il caso per Mubarak stesso e per tutti i suoi predecessori – e forse sarà adesso anche per i suoi successori – e di qui l’abdicazione, come quella da noi di Vittorio Emanuele III a favore di Umberto I – per spegnere la protesta degli alti gradi militari contro chi non rispettava l’intesa tacita esistente con loro (dalla caduta di Faruk, rovesciato da Neguib e Nasser nel 1952, sempre il rais egiziano era venuto dai ranghi delle Forze Armate).

Per questo, per proteggere se stesse e le proprie estese proprietà e prerogative e mantenere il precedente, le FF. AA. egiziane avevano preso l’iniziativa seguendo, provocando e, alla fine, controllando la rivolta popolare contro il loro patrono, Mubarak, e facendolo fuori.    

●E’ quanto hanno cominciato a riconoscere assai malvolentieri magari e anche ad ammettere con se stessi, a leggere l’autopsia della rivoluzione che da giorni il NYT  porta avanti, pure quei liberals, militanti di sinistra, laici e islamici/islamisti che orchestrarono la rivoluzione e se la sono vista rubare dall’esercito del quale non hanno sradicato la rete di poteri che Mubarak aveva installato e lasciato insediare nei suoi trent’anni di governo (New York Times, 14.6.2012, D. D. Kirkpatrick, Revolt Leaders Cite Failure to Uproot Old Order in Egypt I capi della rivolta in Egitto parlano del loro fallimento nello sradicare il vecchio ordine http://www.nytimes.com/2012/06/15/world/middleeast/egyptian-revolts-leaders-count-their-mistakes. html?ref= global-home).

Dice al quotidiano americano un ragazzo venticinquenne, che era stato alla testa della rivolta popolare, un laico di sinistra diremmo noi a modo suo diventato famoso e che si dice sicuro di interpretare – e probabilmente è vero – quello che  pensano tanti come lui trovandosi ora di fronte a una scelta impossibile (“né l’uno né l’altro alla fine potranno – anche Morsi che, a modo suo, forse lo vorrebbe – darci insieme pace, libertà e giustizia sociale”.

Ma poi, e “a pensarci bene, i rivoluzionari qui non sono mai stati al potere e, dunque, che rivoluzione è mai stata davvero la nostra? in troppi abbiamo pensato che bastasse andare su  twitter o facebook e apparire in televisione per diffondere idee e mobilitare l’opinione pubblica. Ma non siamo proprio riusciti a capire che i media non sono un’alternativa alla strada e alla piazza”.

●Ci vorrà tempo, ora, anche per tentativi ed errori, prima che la pentola egiziana smetta di bollire. Alla fine bisognerà vedere se, sconfitti da Morsi che ha vinto, ma al quale sono riusciti a ridurre al massimo lo scarto della vittoria (il 51,73% dei voti validi) senza però osare arrivare a rovesciare il risultato, lasceranno il tempo e lo spazio per trovare la serie di modi vivendi operativi di cui ha bisogno per avviare la complessa e laboriosa transizione che deve compiere per cercare e trovare…

Intanto, viene annunciato dallo SCAF (anche se al dunque la notizia i militari, col portavoce magg. gen. Mohammed Assar, la danno alla CBC egiziana come un fatto compiuto ma non in termini formali, ancora: Guardian, 28.6.2012, Reuters, Egypt’s defesne minister hangs ddefiantly to power Lanciando una sfida il ministro della Difesa egiziano attaccato al suo posto http://www.guardian.co.uk/world/2012/jun/28/egypt-defence-minister-power-defiant) che quando domenica 1° luglio il presidente Morsi presterà giuramento, dovrà accettare come ministro della Difesa, capo e anche Comandante supremo delle FF. AA. il feld-maresciallo Tantawi: l’uomo che diede l’ultima spallata a Mubarak, dopo essere stato il suo ministro della Difesa per ben venti anni… Era un titolo ma soprattutto una funzione, quella, finora  riservata al presidente della Repubblica d’Egitto (che, però, finora era sempre stato un militare…). E che, per ora, Morsi non potrà che accettare/subire…

Chi ha vinto?                                              (vignetta)

        Mohamed Morsi        

          PRESIDENTE                    Egitto

 Fonte: IHT, 26.6.2012, P. Chappatte

   • un qualche accordo, per così dire interno al campo mussulmano, tra “moderatismo” e “estremismo” islamico;

   • un qualche accordo tra maggioranza islamica e minoranze varie, quella copto-cristiana anzitutto ma anche la sinistra sociale e quella liberale;

   • un qualche accordo con quella larga minoranza del paese che alla fine, comunque, liberamente, gli ha votato contro (il 48,27%) per timore di quello che rappresenta, o potrebbe rappresentare preferendogli anche uno scarto del vecchio regime… gente che spesso adesso giura di non accettare la sconfitta, mentre lui – Shafiq – sceglie, con savoir faire e perché glielo dicono i generali, di mandare a Morsi – anche se non arriva ad annunciarle personalmente – le proprie congratulazioni;

   • un qualche accordo per  cercare e trovare una stabilità più a lungo termine: il problema è che Morsi non ha un vero mandato, come era sembrato mesi fa subito dopo le elezioni parlamentari, non ha comunque ricevuto il 70% dei suffragi che lo avrebbero messo al riparo da condizionamenti e, poi, la maggior parte degli aventi diritto non hanno stavolta votato. E non è stato ancora risolto né sembra dover trovare presto soluzione, il braccio di ferro sulla distribuzione effettiva dei potei tra presidenza, parlamento e FF. AA., mentre imperversa una crisi economica dura;

   • un qualche accordo, poi, con tutte le pulsioni ribelli di una società, soprattutto tra i giovani (oltre la metà della popolazione) che non tollera più tanti tappi disciplinari, militari o di stampo islamista, imposti dall’alto;

   • e, in primo luogo, come anche in ultima analisi forse, Morsi ha in sostanza bisogno di un qualche accordo tra potere civile alla presidenza e casta militare ai comandi, sempre che i feldmarescialli e i generali capiscano che non possono più compensare la garanzia alla loro casta di restare a galla tra e con gli altri poteri dello Stato se non, ormai, col riconoscimento del peso politico che deve poter avere – perché se lo aspetta e perché comunque lo esige – la maggioranza degli egiziani…

Perché, certo, se non se ne rendono conto o se comunque non si rassegnano, generali e feldmarescialli, alla lunga non possono che passare alla storia altro che come chi ha potuto governare col ferro e col fuoco – ma solo per qualche tempo prima di venire impiccati ai lampioni e linciati – e dopo aver trasformato un paese di 1 milione di km2 e di 80 milioni di abitanti in una polveriera. Alla fine, Morsi ha vinto perché neanche Tantawi se l’è sentita di infrangere in modo irrimediabile il patto preso col paese che tutto insieme comunque la sua rivoluzione l’ha fatta: ha capito che alla fine sarebbe stata la gran maggioranza degli egiziani, altrimenti, a fare i conti con lui: non i generali egiziani, tra loro anche divisi.

●Questo, secondo noi, dovrebbe rendere chiaro subito a generali e cittadini egiziani tutti chi,in Europa come in America, ha a cuore non tanto la democrazia per il popolo d’Egitto –  smettiamola per piacere di raccontare palle dopo quel che siamo andati un po’ tutti facendo, in Libia, in Siria… – ma anche solo di un minimo di equilibri vivibili e di pace accettabile nel Mediterraneo. Chi chiaramente non crede, e tiene subito a dirlo e farlo sapere anche se trasversalmente, tanto per rendere chiare le cose che un Fratello mussulmano possa mai essere lasciato diventare presidente in Egitto, qualsiasi cosa decidano poi gli egiziani, mentre al Cairo prendono tempo, contando o facendo finta di ricontare, i suffragi, sono i sauditi: campioni e fulgidi esemplari di democrazia e di libertà.

Dice tale Anwar Eshki, capo del centro mediorientale di Studi strategici e giuridici di Jeddah e consigliere – dice lui, e non smentisce, la reggia di Riyād – non si capisce bene se del trono, se del premier, se di qualche altro ministro: ma l’importante è che nessuno smentisca niente di niente e che il messaggio passi come genuino anche se è tutto farlocco, che la Fratellanza mussulmana in Egitto non ha la visione politica e l’esperienza necessaria per governare il paese.

Eshki si è detto apertamente sospettoso delle intenzioni fondamentaliste della Fratellanza… e parla chi “consiglia” il regime fondamentalista peggiore e più grettamente insopportabile al mondo come quello wahabita dei Saud… Ma il messaggio che parte, e soprattutto l’impressione che così dall’Arabia si vuole trasmettere, è che a Riyād nessuno si aspetta davvero che Mohamed Morsi possa diventare nei fatti, di fatto, alla fine,  presidente della Repubblica araba di Egitto (Ahramonline, 21.6.2012, Egypt’s Muslim Brotherhood lacks ‘political vision’, says Saudi government official Un esponente degli ambienti di governo sauditi afferma che la Fratellanza musulmana di Egitto manca di ‘visione politica’ http://english.ahram.org.eg/NewsContent/2/8/45812/World/Region/Egypts-Muslim-Brotherhood-lacks-political-vision,-.aspx).

Bé, a Riyād hanno sbagliato. Adesso si tratta di vedere se, anche di fatto e non solo di diritto, Morsi, riuscirà a diventare davvero il presidente. Certo, il risultato delle elezioni non cambia radicalmente la realtà per cui lo SCAF continua ad avere la sua influenza nella politica, cioè nella gestione della vita dell’Egitto. Ma fino a ieri non era solo influenza: quello dello SCAF era di fatto pieno e assoluto dominio. Ora, chi sa…

●In ogni caso sta partendo al Cairo una complessa partita a scacchi per arrivare non tanto a prendere il potere con la maiuscola – fatto, ormai – ma a controllare le leve quotidiane dell’amministrazione. E il fatto che appare subito inaspettato, e anche qualche po’ sorprendente, è che forse lo SCAF s’era illuso pensando che, una volta riconosciuta a annunciata ufficialmente la vittoria di Morsi, sarebbe tornata come naturalmente una specie di pace civile e, comunque, l’ordine sulle strade.

E’ successo, infatti, pare, il contrario, che quanti protestano perché vogliono veder onorata coi fatti la vittoria ottenuta, aumentano la pressione anche di piazza perché, come si dice, i militari tornino in caserma dopo il giuramento di Morsi. Sembra che i generali abbiano sovrastimato la propria capacità di controllare la situazione politica, soprattutto proprio di riuscire a controllare o comunque a influire in modo decisivo sulle decisioni  della fratellanza.

E c’è un altro fenomeno che comincia a pesare. Sono ormai, infatti, diversi i tribunali di ordine e grado diverso che, su ricorso anche di singoli cittadini, stanno sospendendo l’esecutività di ordini dello SCAF come, ad esempio, l’arresto di civili da parte di soldati senza l’intermediazione delle forze di polizia e senza la proclamazione formale della legge marziale… In definitiva e così, di primo acchito, sembra che lo SCAF abbia anticipato male il peso, l’influenza politica che la Fratellanza mussulmana avrebbe subito esercitato nei gangli stessi del potere.

●Forse si può ora – già ora – avanzare qualche osservazione sulle primavere arabe – anche evitando, come si deve, di fare un unico mazzo tra tante diverse insorgenze – e, in specie, proprio tra Egitto e Siria. Come spunto, che potrebbe apparire anche solo di mera curiosità ma – per la sadica ironia della storia – non lo è, c’è da rilevare la contraddizione per cui, anche qui, gli americani siano riusciti a rafforzare Mr. Hyde riuscendo a farlo prevalere sul Dr. Jekill.

Come in Pakistan o in Iraq o in Afganistan: dovunque si siano messi, cioè, a impartire lezioni di democrazia a modo loro, secondo gli standard del perbenismo “umanitario” che ipocritamente ormai li contraddistingue: qui, in Egitto, garantendo afflusso di armi e di aiuti, anche finanziari diretti. dai giorni della rivoluzione ad oggi a quei generali coi quali, dicono, voler così garantirsi la voce in capitolo necessaria per portarli a trasferire il potere a chi è stato democraticamente eletto. Ma che, al contrario di quanto Washington dava per scontato si guardano bene dal farlo….

O come in Siria, dove il governo americano sta perseguendo da mesi ormai causa comune con il suo principale bau-bau terrorista, al-Qaeda, per rovesciare il governo Bashar al-Assad. Ci sono anche altre “ironie”, chiamiamole così: che, anzitutto, l’esercito siriano e quello egiziano siano in modo diverso ma uguale universalmente riconosciuti come i protettori dei diritti delle minoranze, etniche e anche religiose, anzitutto delle minoranze cristiano-copta e -ortodossa dei due paesi.

Al contrario di quel che è avvenuto in Siria, gli egiziani finora sono stati al riparo da interventi di stampo esterno al paese. Ma ormai la Fratellanza mussulmana in Egitto è al bivio: le hanno impedito, le stanno impedendo, di arrivare al potere per la via democratica. Adesso si stanno prendendo il tempo per castrare il potere a forza di emendamenti se poi, per ragioni di decenza, non potessero più negarglielo: basta rileggere il senso e la portata del testo degli ultimi appena decretati in materia di difesa, di affari esteri, di sicurezza interna e di potere di fare le leggi.

Ma questi pazzi irresponsabili voglio portare la Fratellanza a chiedere essa interventi esterni a propria difesa (e, a questo punto, della difesa di chi  vuole che vinca la democrazia), da parte di al-Qaeda o dell’Iran?

●Il 31 maggio, in Tunisia, il primo ministro Hamadi Jebal un islamico “moderato” dichiara che il governo tratterà “con fermezza” le manifestazioni politiche della tendenza salafita alla luce di diversi, recenti, episodi di violenza a loro universalmente, o pressoché, attribuiti: insieme a molti cittadini, dice – e speriamo che quel “molti” sia vero – i tunisini si stanno stancando come lui delle azioni degli islamisti duri tese a “purificare la società”.

Come un po’ dovunque, nell’Islam mediterraneo, in Egitto, in Libia, più del Marocco dove la figura di discendente diretto del profeta – il re, Mohammed VI, l’unico che con quello di Giordania, Abdullah II, può attribuirsi quel titolo ha un’ascendenza forte e personale che in qualche modo riesce ancora a trasferirsi sulla credibilità (relativa, ma reale) del suo regime – la polarizzazione degli islamici tra secolaristi e islamisti vede i primi spesso esitanti a stroncare l’attivismo fondamentalista di questi ultimi e lasciarli fare senza imporre la legge alle prepotenze del fondamentalismo che pretende a tutti di imporre la lettera della legge religiosa, qui la cosiddetta shari’a in campo dottrinario e soprattutto morale, di costume (Townhall Finance, 3.6.2012, June elections pivotal, globally La serie di elezioni di giugno diventano, globalmente, centrali http://www.topix.com/world-leaders/hun-sen/2012/06/june-elections-pivotal-globally).

Quasi mai i fondamentalisti sono la maggioranza ma quasi sempre riescono a formare, o almeno a formattare, le scelte della maggioranza. succede anche alla maggioranza dei cristiani d’America (ma anche altrove) di tollerare – ma con sei secoli di storia in più (Maometto e l’Islam nascono nel VII d.C.) alle proprie spalle – linciaggi e caccia alle streghe, lapidazioni pubbliche e squartamenti sul sagrato delle chiese, discriminazioni, in ogni declinazione “di fede” possibile: sempre, qui come lì, no?, in In šā’ Allāh—  perché Deus vult

A pensarci bene sono forse solo quei 570 anni di storia in più (l’egira, Hijira— la migrazione, cioè la fuga di Maometto dalla Mecca a Medina nel 622 d.C., che convenzionalmente segna l’inizio dell’era mussulmana, a differenziare – visto che il potere temporale come tale le è stato sottratto – la Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio, ex Santa Inquisizione dall’ostilità e dalla refrattarietà a tutto quello che è e che incarna il genere femminile – specie qualsiasi sua autonomia e soprattutto qualsiasi potere – dal Comitato per la Prevenzione del Vizio e la Promozione della Virtù che obbliga le donne (da noi ormai solo le suore e neanche tutte) a velarsi e coprirsi fino agli alluci, e le condanna a fustigazioni e lapidazioni per le violazioni (i peccati) in cui incorrano…

Alla fine – oddio, alla fine… – le elezioni generali, informa il premier Hamadi Jebali, avranno luogo intorno al 20 e 21 marzo del 2013. Prima bisognerà preparare, e approvare, una nuova Costituzione – ha ricordato – senza chiarire però fino in fondo a chi spetta redigerla (a una costituente che, anche qui, non è stata ancora eletta…) e, soprattutto, alla fine approvarla… (Maghreb Christians, 1.6.2012, Tunisian elections set for next March Le elezioni in Tunisia, fissate per il prossimo marzo ▬         http://www.maghrebchristians.com/2012/06/01/tunisian-elections-set-for-next-march-prime-minister).

C’è qui l’altro problema, poi, quello sociale – la diseguaglianza tra le regioni, la disoccupazione soprattutto tra giovani laureati e diplomati, la corruzione – cui finora il governo Jebali non è proprio riuscito a dare risposta. E risposte deve riuscire a trovarle se non vuole che la situazione gli scoppi tra le mani letteralmente, con sommosse e rivolte violente: dei giovani che hanno fatto la rivoluzione contro Ben Ali e non ne vedono effetti positivi sul piano concreto, dei contadini contro le loro condizioni di assoggettamento, di tutti contro il dilagante sistema delle mazzette che, però, in qualche modo proprio tutti sembra toccare…

Dare consigli suona anche un po’ strano, soprattutto per chi poi, come da noi, soffre di molti mali analoghi a questi… Ma sicuramente il governo

• dovrebbe trovare il modo di cortocircuitare la paralisi burocratica che spesso impedisce al paese di funzionare e richiede, postula proprio – anche qui sembra come da noi – di oliare col grasso della corruzione, grande e spicciola, gli ingranaggi del sistema;

• condurre e concludere nell’arco di giorni, non di mesi, un’inchiesta su come affrontare e mediare i conflitti sindacali, sociali e territoriali che di frequente si manifestano in scontri anche armati;

• stabilire e dimostrare il funzionamento di graduatorie pubbliche e credibili – soprattutto, credute – che regolino l’accesso ai pubblici impieghi ma anche a quelli privati;

e creare meccanismi di mediazione sociale che funzionino in modo trasparente per superare, come sarà necessario, gradualmente l’economia nera, il lavoro informale, l’abitudine incrostata di smepre a evadere tasse e regolamenti.

Come si accennava, a noi sembra chiaro che suggerimenti come questi, che avanza insieme ad altri, un rapporto di un accreditato istituto internazionale di ricerche (International Crisis Group, ICG, Report #124, 6.6.2012, Tunisie: Relever les défis économiques et sociaux http://www.crisisgroup.org/fr/regions/moyen-orient-afrique-du-nord/afrique-du-nord/Tunisia/124-tunisia-confronting-social-and-economic-challenges.aspx) magari sarebbe necessario seguirli. Ma per farlo ci vorrebbe una forza, un radicamento che questo governo non sembra proprio avere.

●Nel frattempo, in Libia, il governo – bé, un portavoce anonimo di quella cosa che, una volta insorta prepotentemente è stata subito normalizzata e, poi, portata al potere alla fine solo grazie alle bombe americane e alleate, col nome di Consiglio nazionale di transizione ma che da subito è stata  perennemente insidiata dall’anarchia dominante – ha adesso annunciato che le elezioni non si potranno più tenere (e sarebbero comunque, poi, solo per un’assemblea costituente…)  come già annunciato il 19 di giugno e non prima della fine di luglio (AGI, 4.6.2012, Libyan constituent assembly elections postponed until July Le elezioni dell’Assemblea costituente in Libia rinviate fino a luglio http://www.agi.it/english-version/world/elenco-notizie/201206041551-pol-ren1061-libyan_constituent_assembly_elec tions_postponed_until_july) visto che restano ancora da vagliare molte delle candidature avanzate ben prima della scadenza prevista del 23 maggio…

1- I vincitori… LA LIBIA IERI E DOMANI   2-  Ma qualcuno sa come si rimette insieme un paese? (vignette)

 

 

Fonte: Les Temps (Ginevra), P. Chappatte                        IHT, P. Chappatte

 

Non pochi dicono che quelli che ora sono comunque, spesso anche solo nominalmente al potere stanno procrastinando tutto il processo, appunto,  per prolungare un potere anche se ancora di fatto vuoto ma almeno fino a quando non riescono a truccare con sufficiente affidabilità i meccanismi che stanno faticosamente istallando per garantirsi di vincerle, poi, quando si terranno, le elezioni.

Intanto, a ribadire il concetto di un caos dilagante ma anche colpevolmente e pericolosamente coltivato, prima una banda armata di miliziani, la brigata al-Awfea della cittadina di Tarhouna, a un’ottantina di km. a sudest della capitale, e poi altre due o tre che si sono aggiunte tanto per aumentare la confusione, formate da miliziani appartenenti a sette etniche e tribali diverse si sono scontrate e si sono spartite l’area dell’Aeroporto internazionale di Tripoli, la capitale.

Erano convinti, o tali si dicevano, che il governo avesse rapito il loro comandante e solo dopo che a ventiquattrore di distanza s’è fatto vivo hanno accettato abbandonare l’occupazione armata delle piste (The Times of India, 4.6.2012, Libya’s militias clash at Tripoli’s international airport, surround planes Miliziani libici si scontrano all’aeroporto internazionale di Tripoli, circondando e bloccando gli aerei sulle piste http://timesofindia.indiatimes.com/world/middle-east/Libyan-militias-clash-at-Tripolis-international-airport-surround-planes/articleshow/13830979.cms).

La Commissione nazionale elettorale superiore per le elezioni (a creare titoli che coprono il niente, i libici si dimostrano sempre campioni…) ha annunciato il voto per il parlamento al 7 luglio rimarcando, col presidente Nouri al-Abbar, che già è pesante il ritardo ai termini della legislazione vigente e votata dal Consiglio nazionale transitorio che imponeva di tenerle entro il 19giugno: 240 giorni dopo la caduta del regime di Gheddafi con la sua morte, il 20.10.2011.

Dava per sottinteso, senza dirlo, Al-Abbar, in chiara anche se non dichiarata polemica con l CNT che dopo aver già ottenuto la registrazione di 2.700.000 elettori, l’80% dell’elettorato potenziale di 3.400.000 votanti sui 6 milioni della popolazione, altri tentativi di rinviare il voto mirerebbero solo a spostarlo più in là possibile per restare al comando lui e i suoi più a lungo possibile. Anche qui, in effetti, come in tutti gli altri paesi del Mediterraneo le elezioni sembrano premiare sempre i partiti islamici…

Dunque, meno di un mese ormai per il voto… forse: perché la Commissione stessa poi aggiunge, sibillina, che i candidati potranno dar inizio alla campagna elettorale non appena ne verrà pubblicata la lista finale— già,… cioè, quando? I 200 membri del’Assemblea, quando finalmente si riuniranno, dovranno eleggere un Comitato di esperti per redigere una Costituzione che sarà – dovrebbe essere riservato per ben 120 posti, secondo il CNT, a candidati “indipendenti” mentre gli altri 80 posti spetterà designarli a partiti e movimenti politici. Insomma, ancora il caos, in effetti… (Agenzia Albawaba News, 10.6.2012, Libya election delayed for next month Le elezioni libiche rinviate al mese prossimo http://www.albawaba.com/news/libya-election-delayed-next-month-429105).

EUROPA

●Una volta le cose erano – o certo apparivano – semplici: andavi a votare e se l’assetto del tuo paese era, o pensavi che fosse, troppo a destra, sterzavi col voto a sinistra; o viceversa. Tutto quel di cui c’era bisogno per operare un cambio di direzione nella cosa pubblica, era un cambio di maggioranza dei voti. Lo capivamo, la capivamo tutti, perfino noi: si chiamava, la chiamavamo tutti, democrazia. Ma oggi? Oggi, in Grecia, in Egitto, in Italia e, certo, anche in Germania e in America chi decide non vota: spende o decide di non farlo, investe o decide di non investire, o per altri versi sanziona o decide di non sanzionare.

E, in tutti i casi, alla fine come, per la sovranità o la non sovranità di tante nazioni, deciderà la fiducia della “comunità internazionale” cioè, al dunque, o dei “mercati” o della coalizione che al momento, sotto la guida presunta e magari anche disastrosa e malamente subita oltre che disastrata di chi è, o magari si ritiene soltanto, il più forte e legittimato, decide o pretende di decidere per tutti. Ma al dunque, quello che appare non solo a noi ma sicuramente oggi anche ai greci è che la faccia di Angela Merkel e di Miguel Barroso coprono solo il volto vero dei mercati… (l’ho trovato molto lucidamente rilevato così sul Guardian, 15.6.2012, Jonathan Freedman, un osservatore che è qualcosa più di un giornalista, in un articolo che dice già tutto nel titolo: As the crisis gets bigger, the politicians are getting smaller Man mano che la crisi diventa più grossa, i politici diventano sempre più piccoli http://www.guardian.co.uk/commentisfree/ 2012/jun/15/crisis-bigger-politicians-smaller).

●L’argomentazione, tecnica e nota, è sempre in bocca a tutti gli stolti che si peritano di sapere d’economia e di buon senso, quelli della saggezza convenzionale che ci ha affondato nella attuale crisi. Sapete, uno di quelli – esperti, professori, tecnici e, certo, giornalisti anche, e osservatori – tra quelli che non ne hanno azzeccata una delle previsioni fatte… Pensateci un momento. Ce n’è stato uno, anche uno solo, a venirvi in mente ad aver mostrato un minimo di umiltà, dopo i misfatti?

Indicando, magari anche trasversalmente, indirettamente, di aver purtroppo sbagliato le raccomandazioni fatte ai decisori politici e ammettendo che questi hanno sbagliato dando loro fiducia? Noi non ne riusciamo a ricordare uno che è uno di questi falsi soloni – e sulla punta della lingua e delle dita, ne abbiamo a decine di nomi – che predicano da anni ai meno abbienti, ai più bisognosi e più poveri che la soluzione dei guai di tutti è la loro austerità e che poi, magari, hanno pure nominato primi ministri, in qualche caso…

Dice, la metafora supersfruttata e malamente utilizzata, che il debito di un’economia a livello nazionale è come quello di un’economia familiare. Ne ha concionato, a braccia come ogni tanto gli capita, pure il prof. Monti, come la signora Fornero, come il Polillo-Arlecchino da sempre servitore di tutti i padroni che, dal centro-sinistra al centro-destra alla destra, alla scienza… economica gli consentano di restare anche solo in seconda fila ma nei ranghi del potere comunque. Dicono che lo Stato che a casa propria accumula troppo debito  deve, per poter rimediare, stringere la cinghia…

Se l’Inghilterra, l’Italia, il Giappone, l’America se ne sono caricati decisamente troppo sulle spalle – specie trattandosi poi di debito pubblico – adesso devono fare lo stesso: sacrificarsi, anzi sacrificare e molto i più – cioè i meno abbienti – tra i loro cittadini e adesso, senza perdere altro tempo, facendo tutti i tagli necessari a ridurre subito, e in modo drastico, deficit e debito (New York Times, 31.5.2012, P.Krugman, TheAusterity Agenda L’agenda dell’austerità http://www.nytimes.com/2012/06/01/ opinion/krugman-the-austerity-agenda.html). Solo che il paragone è fasullo.

Il fatto è che l’economia di uno Stato, spiega Krugman[1], proprio al contrario di quel che ci predicava quell’imbranato del Cavaliere, non è affatto come quella di una famiglia piena di debiti. Il debito nazionale è pressoché sempre qualcosa che ci dobbiamo l’un l’altro a vicenda, tra cittadini di uno stesso paese e, cosa anche più importante, è reddito che deriva dal venderci l’un l’altro le cose che produciamo: la mia spesa è il tuo reddito e la tua spesa è il mio.

Quindi, se tutti – come  dovremmo fare in famiglia – ci mettiamo a tagliare simultaneamente le spese, crolla di9 conseguenza il reddito di ciascuno di noi: il mio perché tu spendi di meno e il tuo perché spendo di meno io. E, col precipitare dei nostri rispettivi redditi, il nostro debito – dell’uno e dell’altro e quello complessivo di tutti noi – peggiora e non migliora di certo.

Non è una scoperta di adesso. Il grande economista americano Irving Fisher l’aveva spiegato per bene già nel 1933, sintetizzando come si costruiva quel che chiamava il ‘debito da deflazione’ cvon lo slogan che rendeca la sequenza inevitabile delle cose e tutto il concetto in dieci succinte parole: ‘più paga chi ha il debito, più debito abbiamo tutti’. Gli sviluppi più recenti, anzitutto la spirale di austerità mortifera che imperversa in Europa, hanno drammaticamente illustrato quanto Fisher avesse allora lucidamente intuito(I. Fischer, The debt deflation theory of great depressions
La teoria del debito da deflazione delle grandi depressioni http://fraser.stlouisfed.org/docs/meltzer/fisdeb33.pdf).

●Indicativo ci è sembrato che, lo stesso giorno in cui reso noto un tasso di disoccupazione in America che all’8,2% (in realtà, ormai lo sappiamo tutti, più alto di diversi decimali) che allarma drammaticamente tutti i mercati mondiali, venga quasi assorbito come scontato che l’analogo tasso  dell’eurozona tocchi un, anche qui largamente sottovalutato, 11% (10,3 tra tutti i 27 dell’Unione) EUROSTAT, 1.6.2012, #81/2012, April Euro area unemployment rate at 11%-EU27 at 10.3Il tasso di disoccupazione nell’eurozona all’11%-Nella UE a 27 al 10,3 ▬ http://europa.eu/rapid/pressReleases Action.do?reference=STAT/12/81&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en&utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

Indicativo, dicevamo, in senso che a noi appare assai negativo: per la sottovalutazione del peso ormai anche solo economico dell’Europa sui mercati ma, e soprattutto, per lo scarso valore politico che il mondo ha ricominciato ormai a dare come tale al cosiddetto vecchio continente che in un vera e propria Unione non ha saputo, e voluto, mai trasformarsi.

●Dopo che Christine Lagarde, la sadomonetarista cui fa ora capo il FMI, s’è messa a picchiare duro sulla Grecia – anzi, sui greci che non le fanno, dice (anche se nessun glielo aveva chiesto),  nessuna pietà – dice – perché sono tutti evasori fiscali (tutti?...) è stato facile per alcuni greci, forse anche tra quelli che non possono evadere il fisco, scoprire sul sito del FMI stesso che lei guadagna personalmente uno stipendio di base di $ 467.940 all’anno esentasse per legge: per legge americana – la sede è a Washington – e per regolamentazione voluta da tutti i membri del Fondo monetario stesso.

E’ stata una figuraccia di chi razzola male, anche se con una copertura legale che fa schifo comunque – un privilegio puro e semplice, tipo quelli di qualsiasi “casta” – degna di chi parla senza sapere bene quel che dice, semplicemente perché può aprire la bocca e darle fiato, e indegna a lume di semplice decenza di un altissimo funzionario internazionale come lei (The Economist, 1.6.2012).   

●In Irlanda, solo il 50,3% degli aventi diritto sono andati al referendum di ratifica o meno del fiscal compact dell’Unione a cui il governo si era sentito costretto a ricorrere. E il 60,3% di loro ha votato . Quelli che hanno fatto campagna per il no alle condizioni che imponeva l’Europa hanno denunciato come governo e Unione europea abbiano demonizzato la scelta dipingendone le esiziali conseguenze. Ma resta il fatto che il sì alla fine ha vinto… (New York Times, 1.6.2012, D. Dalby, Ireland Approves Fiscal Treaty L’Irlanda approva il Trattato fiscale europeo ▬ http://www.nytimes.com/2012/06/02/ world/europe/ireland-approves-fiscal-treaty.html).

●La crisi delle banche in continua a pesare molto sui nervi dei mercati. Il quarto istituto  del paese per fatturato, Bankia, ha chiesto al governo di procurargli con fondi pubblici 19 miliardi di € di salvataggio: sollevando fior di dubbi su quanti altri miliardi dovranno ottenere per restare a galla tante altre banche del paese (The Economist, 1.6.2012)

E sempre la Spagna è stata il fuoco della crisi dell’eurozona, a fine maggio e inizio giugno, coi rendimenti dei Bonos del Estado al 6,65% e lo spread sui Bund tedeschi al massimo di sempre che contagia anche tutti gli altri titoli di Stato maggiormente precari. L’asta di inizio giugno sui decennali in Italia non ha sollevato entusiasmi e, per la prima volta da gennaio, i rendimenti sono andati sopra il 6% (The Economist, 1.6.2012, How to save Spain Come salvare la Spagna [non preoccuparsi del deficit, dice, ma delle banche…] ▬  http://www.economist.com/node/21556238).

Il governo tedesco ha fatto sapere che potrebbe anche sostenere la proposta della Commissione di dare alla Spagna qualche tempo in più per arrivare alla riduzione del suo deficit/PIL al 3% entro il 2013, avendo riconosciuto dice un portavoce della cancelliera che nel tempo previsto sarebbe molto difficile. Ma Berlino continua a opporsi fermamente all’altra proposta della Commissione di costituire una forma di banca europea dotata di un fondo unico/unitario con capacità di garantire i depositi al di là delle frontiere interne comunitarie (che di per sé, però, è vero già c’è, volendo e si chiama Banca centrale europea).

Ma a inizio mese è stato proprio il ministro delle Finanze della Spagna, Cristobal Montoro, a dire assai brutalmente, parlando alla radio, che la Spagna non ha bisogno di rivolgersi all’Europa per qualche salvataggio. Del resto “salvare tecnicamente la Spagna” non è possibile. Ciò di cui hanno necessità, la Spagna come l’Europa, è infatti una vera integrazione europea (AGI Energia, 5.6.2012, Crisi: tecnicamente impossibile salvare la Spagna [da sola] ▬ http://www.agienergia.it/NewsML.aspx?idd=115529 &id=67&ante=0).

Riprende il concetto il premier Rajoy, il primo ministro: la Spagna non è affatto il fulcro, il problema dell’Europa, quello di cui tutti in Europa abbiamo bisogno è una leadership in grado di convincere i mercati finanziari che l’euro verrà difeso a ogni costo: come farebbe la Banca dì Inghilterra, come farebbe la Fed americana. Il governo spagnolo è convinto che la quarta economia principale dell’eurozona sia troppo grande per poter essere salvata anche con qualche prestito anche ingente magari e che le conseguenze del lasciarla alle cure dei mercati senza l’impegno a una vera, profonda, completa riforma della struttura dell’Unione e, anzitutto, dell’eurozona stessa potrebbero essere davvero gravi (Guardian, 6.6.2012, I. Traynor e N. Watt, Spain’s dramatic warning over euro L’allarme della Spagna sull’euro http://www.guardian.co.uk/business/2012/jun/06/spain-euro-finished-fiscal-union).

●Poi, alla fine, come s’è visto – anche se con lui pure noi temiamo che avesse proprio ragione: che il problema non è tanto prestare soldi alla Spagna ormai, o alle sue banche, ma è proprio un problema di diversa governance complessiva di questa bestia incompiuta che è l’Unione, questa eurozona e i poteri monchi della BCE – la Spagna è stata in pratica costretta dagli altri paesi ad accettare – dopo Grecia, Irlanda e Portogallo – oltre 100 miliardi di € di apertura nuova di credito, così cautelativamente, ma sottoponendo tutta la sua economia ormai al commissariamento della solita troika… (New York Times, 9.6.2012, G. Tremlett, Spain to get bank bailout that may run up to €100bn La Spagna ottiene salvataggi bancari [che diceva di non voler ‘subire’ ma poi subisce] che potrebbero arrivare ai 100 miliardi di € http://www.guardian.co.uk/world/2012/jun/09/spain-bank-bailout-eurozone-crisis).

Ma i mercati sono bestie strane e svapora presto il sollievo manifestato inizialmente tra gli investitori per la ricapitalizzazione ora garantita al sistema bancario fino a € 100 miliardi. Subito i cominciano a preoccupare i detentori di tritoli pubblici che temono di essere anche obbligarli a ingoiare perdite ingenti in una possibile ristrutturazione che dovesse seguire.

E c’è poi il tema di fondo del debito del paese (pure appena oltre il 70% del PIL, a fronte per dire del nostro 120%...) su cui questo piano non dice niente proprio mentre Moody’s ha appena svalutato il rating del credito del paese a livello di quelli che negli ambienti chiamano “spazzatura”, con i rendimenti dei decennali spagnoli che arrivano ormai al 7% (Insuficiente, in lingua castigliana, è il giudizio dei mercati, secondo The Economist, 15.6.2012 ▬ http://www.economist.com/node/21556938).

Intanto, però, chi ha fatto questa promessa l’ha fatta per mettersi dietro una porta stagna di sicurezza e evitare che, dopo il  secondo turno delle elezioni greche, lo scoppio della crisi possibile a Atene la trascini a scivolare direttamente anche la Spagna – la prossima in lista – nel baratro dell’insolvenza e del default… Ma, trattandosi, appunto, della quarta economia dell’Europa (cinque volte il PIL della Grecia) potrebbe anche provocare in una popolazione già stressata dalla crisi sociale che s’è trascinata dietro quella economico-finanziaria, una vera e propria esplosione che metterebbe a rischio tutto quanto il castello…  

Angela Merkel però tiene subito a tornare sul tema per ribadire della necessità di “maggiore austerità. Mentre il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, per la prima volta forse con tanta chiarezza, parla dell’inderogabile necessità di garantire un “fondo di salvataggio comune e una regolamentazione comune per tutti i membri dell’eurozona”—: lei chiarisce che è e resta contraria a ogni risorsa messa in comune ma vuole invece il controllo – questo sì integrato, ma solo questo – dei bilanci di ognuno: e, al di là del diverso e confusionario linguaggio utilizzato dai due, siamo chiaramente agli antipodi

(New York Times, 31.5.2012, J. Ewing, A Terse Warning for Euro States to Do Something Now— Un secco richiamo agli Stati d’Europa: fare qualcosa subito [ il 31.5., parlando al parlamento europeo, Draghi ha detto che ormai la responsabilità di salvare e rilanciare l’Europa è tutta e solo politica: del parlamento stesso e dell’obbligo di muoversi che hanno gli Stati membri] http://www.nytimes.com/2012/06/01/business/global/greek-banks-regain-access-to-european-central-bank-loans.html?pagewanted=all);

(e New York Times, 2.6.2012, F. Norris, In economic Deluge, a World That Can’t Bail Together Sotto il diluvio sull’economia, un mondo che non può salvarsi insieme [il termine nautico bail-out significa sgottare il fondo di una barca che si sta riempiendo d’acqua e va affondando] http://www.nytimes.com/2012/06/03/business/in-economic-deluge-a-world-thats-unable-to-bail-together.html).

●Merkel però sembra quasi far sua una politica alla Giano bifronte. Da un lato, continua in effetti a nutrire la leggenda, il mito, della frugalità virtuosa tedesca ché, se solo gli altri, le cicale – Grecia, Spagna, Italia, Portogallo… – avessero provveduto in tempo a imitare… Ma forse comincia a intuire che di leggenda si tratta anche perché pure in casa sua c’è, finalmente, chi si preoccupa ormai di smitizzarla e smentirla. Proprio per questo, però, e a prefazione dell’accusa documentatissima di una scarna e coraggiosa scuola di studiosi tedeschi che accusano la cancelliera e la loro classe dirigente, compresi non pochi della cosiddetta sinistra, di andare affondando sotto i loro gretti piccoli egoismi tedeschi, tutta intera l’Europa, c’è bisogno – prima – del nostro autodafé.

Cioè, da parte nostra, della massima chiarezza. La Grecia è colpevole, e non ci piove, per aver speso sconsideratamente con la destra in tempi ancora di vacche un poco più grasse e aver truccato e mentito sui conti che presentava a Bruxelles anche se – è vero – lo faceva con la complicità degli altri e della stessa Bruxelles… e, poi,con la sinistra soprattutto a foraggiare il clientelismo elle cavallette di Papandroue tanto simili a quelle craxiane del magna-magna socialista.

La Spagna è anch’essa colpevole: per l’egoismo scombiccherato e irresponsabile con cui tutti i suoi governi, destra e sinistra, hanno alimentato una bolla speculativa edilizia che ha fatto ricchi solo banchieri e palazzinari e illuso gli spagnoli – e questa è la loro colpa specifica – di essere diventati in tanti padroni di casa quando si erano tutti solo venduti l’anima alle loro onnivore banche.

E anche l’Italia è certamente colpevole. Per aver lasciato evadere tasse insieme, destra e sinistra, per decenni fino quasi a dare l’impressione agli evasori di avvalersi di un diritto e per aver continuato a spremere per tirare avanti quanti non potevano altro che essere virtuosi dovendole pagare tutte, e anche in anticipo sul reddito le loro tasse.

Per aver accumulato, insieme centro, destra e sinistra, senza riuscire a far rendere quasi niente all’enorme spesa fatta e per di più anche impoverendo in assoluto e comunque di più che era meno ricco tra gli italiani, forse il secondo debito pubblico più alto del mondo, dopo quello nipponico, in percentuale del PIL.

E per aver spu**anato la credibilità e, in ogni senso, il credito del paese mettendole in mano a chi ci ha reso zimbello del mondo con il decennio di cavalierato del nano str**zo e lascivo a palazzo Chigi.

Ma la Germania, abbiamo già accennato che lo riconoscono coraggiosamente alcuni che contano anche a Berlino, è anch’essa colpevole. Lo diceva – ma più parlando in Italia, in televisione, che altro – il presidente del parlamento europeo, il socialista Martin Schulz, lucidamente e, invece, rivolgendosi proprio in casa ai lavoratori tedeschi lo urlava e spiegava il manifesto del DGB, il sindacato, per il 1° maggio (che abbiamo tradotto e ripubblicato qui (Nota congiunturale no. 5-2012, cfr. http://www.dgb.de/tag-der-arbeit)).

Adesso, rilevano finalmente anche altre voci importanti e ultraqualificate in Germania (Social Europe Journal,14.6.2012, S. Dullien [insegna Economia internazionale alla Berlin Hochschule für Technik und Wirtshaft, università di scienze economiche applicate] Why can’t you all just be a little more German?— Ma perché non potete essere tutti voi un po’ più tedeschi? http://www.social-europe.eu/2012/06/why-cant-you-just-all-be-a-little-more-german/) la narrativa popolare sarebbe qui quella secondo cui i tedeschi avrebbero intrapreso e realizzato già negli anni 2000 una serie vasta, e anche assai penosa, di riforme di cui l’attuale soddisfacente stato dell’economia tedesca sarebbe poi, oggi, il risvolto benefico. Implicita, in questa narrazione, è la deduzione non sempre poi proclamata che Grecia e Spagna, per dire, non hanno ancora fatto quelle riforme e che è giusto, quindi, invece che adesso le facciano prima di mettersi a chiedere altri aiuti.

A Berlino, questa leggenda aurea sulle virtù tedesche e i peccati degli altri è molto popolare. Ma è falsa: basta una verifica anche solo superficiale dei veri dati economici per trasformare la leggenda aurea in una realtà molto più plumbea e dimostrare almeno quanto sia discutibile. Infatti, il peso dei sacrifici che le riforme degli anni 2000 in Germania, se paragonato a quello dei tagli e delle misure di rigore imposte e applicate in Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, per consolidare – si dice così – il bilancio coartando la spesa pubblica, appare francamente risibile.

Guardiamo prima al cosiddetto consolidamento del bilancio: dal 2001 in avanti, secondo i dati ufficiali tedeschi, come tutti raccolti, certificati e ufficializzati dall’OCSE, Berlino ha violato il tetto del 3% del Patto di Stabilità e di Crescita imposto per il rapporto deficit/PIL a tutti i paesi dell’euro con un picco del 4,1% nel 2003, poi in calo fino quasi all’equilibrio del 2007.

Poi, però va anche considerato che la misurazione degli sforzi di consolidamento del bilancio, l’OCSE non la fa su questo dato secco perché esso distorto sia dall’influenza del ciclo economico (una produzione forte tende a dare un buon risultato lordo anche se esistono problemi strutturali: per capirlo, basta guardare a questo dato, il deficit/PIL, della Spagna, quasi ottimo prima della crisi) sia da effetti positivi, una tantum, cioè non ripetibili, dalle entrate ad esempio delle privatizzazioni.

Invece, per misurare il deficit/PIL correttamente, si guarda di regola ai dati del deficit strutturale, al bilancio ma a dati corretti per il ciclo economico e dai quali vengono sottratte le entrate una tantum. E, in questi termini correttamente corretti, l’OCSE rileva che la Germania ha ridoto il suo deficit strutturale da un picco del 3,5% nel 2002 allo 0,6% di rapporto col PIL nel 2007: una diminuzione totale del 2,9% vale a dire, appunto, un risibile 0,6% all’anno.

Risibile rispetto a qual che ha dovuto fare la Grecia: sempre secondo l’OCSE il deficit strutturale di Atene è dovuto passare dal 12,8% del PIL nel 2009 all’1,8 nel 2011: una riduzione media annua di quasi 6 punti percentuali, un vero e proprio salasso. In altri termini: nel corso di un anno la Grecia ha dovuto consolidarsi il bilancio due volte di più di quanto la Germania abbia fatto in un intero decennio.

Storia simile per Portogallo e Spagna: per questa il deficit strutturale deve passare dal 9,5% che era nel 2009 all’1,9% adesso, nel 2012; per il primo, la discesa deve avvenire dal 9,5 del 2010 al 2,5 del PIL nel 2012. Solo tra 2010 e 2011, un consolidamento di bilancio maggiore di quello della Germania in un intero quinquennio.  

Discorso analogo per il contenimento dei salari. Dal 2002 al 2007, secondo i dati EUROSTAT, il salario reale per dipendente è caduto in Germania del 3,3% a un tasso annuale  dello 0,7. In Grecia, tra 2009 e 2011, e sempre in termini reali si è ridotto del 13%. Ancora una volta cioè, in un anno la riduzione del salario reale dei lavoratori greci è stata doppia di quel che sia stata in un quinquennio di “riforme dolorose” per il lavoratore tedesco. E in Portogallo i salari reali in due anni sono caduti del 10%, in Spagna del 7: in entrambi i casi molto di più di quel che le riforme siano costate ai tedeschi.

Misure estreme di rigore e di aggiustamento forzato, di austerità imposta che non hanno in niente alleviato la condizione di greci, spagnoli, portoghesi e, in misura minore, italiani e spiegano invece in maniera addirittura lapalissiana perché nei mesi passati e con tanto sadomasochismo mascherato così da virtù l’eurocrisi si sia in realtà approfondita.

Ricerche recenti della Goldman Sachs – istituto e colonna del capitalismo internazionale, la più potente banca d’affari americana nota come l’istituto delle “porte girevoli” per la facilità con cui ha dato e dà posti e prebende doviziose, da anni, scommettendo su politici e tecnici che rpeevde in ascesa e che sono al momento in attesa di riprendersi i loro posti di potere (sia Monti che Draghi, quest’ultimo come vice presidente, ne sono stati consulenti apprezzati) – lo dimostrano (Goldman Sachs, Global Economics Research, Paper # 2057, 11.8.2012, The Speed Limit of Fiscal Consolidation Il limite di velocità del consolidamento fiscale ▬ http://www.goldmansachs.com/our-thinking/global-economic-outlook/speed-limit-pdf.pdf). In effetti, provano proprio l’assunto del titolo: che c’è un limite al consolidamento fiscale oltre il quale ulteriori tagli di spesa producono solo più recessione e non diminuiscono il debito.        

Il problema, finora, non è stato affatto dunque il rifiuto dei greci, degli spagnoli, dei portoghesi e neanche degli italiani a correggere i loro buchi di bilancio. Il problema sono stati sempre i pronostici di crescita sballati, di gran lunga eccessivi, sovra-ottimistici, che venivano dati a sicuro compenso della virtù ritrovata da tutti i benpensanti dell’economia convenzionale e, come si vede, dai dati sopraindicati sui deficit strutturali è, invece, questa la ragione dei problemi fiscali nei quali ora affondano questi paesi.

Ma, allora” – per ritornare al titolo del paper della Berlin Hochschule für Technik und Wirtshaft dal quale siamo partiti e dalle conclusioni a cui giunge – “che sarebbe mai successo davvero se il resto dell’eurozona fosse stato ‘un po’ più tedesco’? A giudicare dai dati e dalle pratiche effettivamente tedesche di aggiustamento del decennio passato, l’interpretazione delle regole fiscali [autoimposte ed imposte dall’Europa a Grecia, Spagna, ecc.] sarebbe stata tutta diversa: più morbida, più lenta più attenta alle esigenza della crescita.

Insomma, un percorso di consolidamento assai più pragmatico. Se paesi come Spagna e Portogallo avessero potuto seguirlo invece di strozzarsi la crescita avrebbero quasi di certo potuto evitare il peggio della recessione da cui sono stati colpiti (così come la Germania è riuscita a passare per il suo consolidamento attraverso diversi anni di stagnazione e non di vera e propria recessione) e probabilmente si sarebbe anche potuta evitare una crisi bancaria come quella che adesso sta infierendo sulla Spagna (la Germania ha avuto problemi seri di solvibilità delle proprie banche negli anni 2000 e una recessione piena avrebbe sicuramente affondato anche diversi dei suoi istituti di credito).

Sfortunatamente però è proprio il governo desco che non sembra intenzionato a consentire all’Europa di far come hanno fatto i tedeschi. Così che il resto degli europei sono forzati a portare avanti questo disgraziato esperimento di austerità la più brutale possibile e senza alcun compromesso— con l’esito sfortunato che stimo sperimentando un po’ in tutta Europa”.

C’è, piuttosto, un’altra ragione importate da prendere in considerazione per cui la Germania prima del 2007 fu in grado di tagliare la sua spesa, come abbiamo visto non in quel modo suicida, però in maniera incisiva, e anche di limitare gli aumenti di salario. Ed è che il resto del mondo cresceva e così, importando le sue esportazioni, aiutava proprio la Germania a non scivolare essa in recessione. Ma adesso se n’è proprio scordata.

Ma voi credete che qualcuno a Bruxelles, tra i politici e i tecnici che parteciperanno al prossimo vertice europeo di fine giugno, troverà le pa**e per ricordarlo, magari proprio con le parole dell’Alta Scuola di Economia applicata dell’università di Berlino, a frau Angela Merkel e ai suoi lanzichenecchi-flagello-di-Dio? O, più semplicemente forse, ma anche più chiaramente con quelle che uno come Paul Krugman non si stanca di riproporre loro da anni e che adesso, subito dopo il voto greco, prima che inizi il G-20, ancora una volta ripete (New York Times, 17.6.2012, Greece as Victim La Grecia come vittima http://www.nytimes.com/2012/06/18/opinion/krugman-greece-as-victim.html??ref= global-home):

L’unico modo per poter salvare – poter forse salvare – l’euro ormai è se i tedeschi e la Banca centrale europea si rendono conto finalmente che sono loro a dover cambiare il proprio comportamento spendendo di più e, sì, accettando un’inflazione più alta. Se no, bè, se no…”. Ora, non fosse altro perché hanno provato tutto e tutto – ma proprio tutto – hanno finora sbagliato, non  farebbero forse bene, questi signori, a dar retta una volta tanto non all’ultimo arrivato ma a questo signore che d’economia, col Nobel che gli hanno dato, e a quelli che come lui – appunto come lui – hanno dato qualche prova di intendersene, almeno non toppando loro clamorosamente?

●Ormai, piano piano, forse però la realtà sembra, anche se tra mille esitazioni, cominciare ad imporsi anche in Germania. Certo, si sono sempre importanti esponenti politici tedeschi che riducono ancora a modo loro all’osso il dilemma cui è di fronte l’Europa (dice che “la questione fondamentale è relativamente semplice: i nostri partners vogliono davvero più Europa, o vogliono solo più soldi tedeschi? (Reuters, 3.6.2012, N. Barkin e D. Flynn, Europe mulls major step towards ‘fiscal union’— L’Europa rimugina un passo in avanti verso una [vera] unione di bilancio http://www.reuters.com/article/2012/06/03/us-eurozone-union-idUSBRE 85207J20120603).

Ma ipersemplifica, al solito, monomaniacalmente, il tedesco. Perché non si tratterebbe affatto ormai di soldi loro che vanno ad aiutare le banche greche o spagnole o irlandesi: non solo sarebbe difficile farlo accettare ai tedeschi ma non sarebbe neanche necessario soprattutto perché non sarebbe sufficiente ormai per uscirne. Come attesta, buon ultimo qui ma molto autorevole, il prossimo testimone che stiamo per citare, ne usciamo solo se le risorse che abbiamo decidiamo di mobilitarle insieme e se a stampare la nostra moneta decidiamo che provveda la BCE, come fa qualsiasi altra Banca centrale, in un quadro politico che sia finalmente europeo anche su Difesa e Esteri ma soprattutto Economia.

Questo è il punto e su questo bisogna decidere di non consentire né alla Germania né a nessun altro di continuare a mentire. Per dirla col solito WP (Washington Post, 6.6.2012, A. Faiola e M. Birnbaum, Spain pleads for help in European crisis La Spagna chiede di venire aiutata ad uscire dalla crisi europea http://thewashingtonpost.newspaperdirect.com/epaper/viewer.aspx) che la mette così, mostrando ancora una volta di non  capire niente di niente: “solo la Germania ha tasche tanto profonde – scrive – da pagare per spingere in giù il costo del credito di vari paesi, di garantire gli investitori impauriti e di rimettere in moto le economie paralizzate”.

Il che è puramente e semplicemente falso. Proprio come la Fed, se anche ad essa ne fosse conferito il potere, la BCE avrebbe la stessa potenziale e reale capacità di sostenere qualsiasi banca europea e non solo in Spagna. Si tratterebbe di un sostegno che alla Germania e al resto dell’Europa non costerebbe in pratica niente. Basterebbe far sapere ai mercati che, d’ora in poi, la BCE agirebbe sempre, esplicitamente ma anche solo implicitamente, proprio come la Fed o la BoJ come il prestatore di ultima istanza che garantisce il debito di paesi come la Spagna o l’Italia.

Perché una garanzia di questo tipo paralizza subito mercati e speculazione, abbassando di botto i tassi a un livello diversamente sostenibile (Washington Post, 2.6.2012, Merkel is target of calls for drastic measures by Germany to save euro zone La Merkel è il bersaglio di appelli per misure drastiche da parte tedesca per salvare l’eurozona ▬ http://www.washingtonpost.com/world/europe/merkel-is-target-of-calls-for-drastic-measures-by-germany-to-save-euro-zone/2012/06/02/gJQAN6hM9U_story.html).

Ora, a dirlo, è anche George Soros, il grande “speculatore progressista” che nel ’92, infilandosi negli spazi aperti e lasciati vuoti dalla non politica dell’allora Comunità europea, a inizio giugno ha pronunciato a Trento, al Festival dell’economia, sembra aver letteralmente scioccato tutti i cognoscenti di cose europee: è impossibile sintetizzarlo adeguatamente (testo integrale sul sito ufficiale dell’A., Remarks— Considerazioni at the festival of Economics, Trento, Italy, 2.6.2012 ▬ http://www.businessinsider. com/george-soros-article-no-longer-on-website-2012-6— ATTN: questo link funzionava: lo abbiamo cliccato e leto. Ma ora il testo integrale del discorso di Soros è scomparso dal suo sito web: mistero? almeno molto, molto curioso, no?) ma, in buona sostanza ha detto che:

• “I paesi creditori dell'Unione europea, Germania in testa, hanno costruito un sistema bacato, e ne stanno scaricando i costi sulle ‘periferie’, Grecia in testa”.

• Per Soros, la responsabilità della crisi è in primo luogo della politica, non dei mercati finanziari.  Sul piano strettamente economico e finanziario bisogna, in effetti, notare che con tutto il suo enorme debito pubblico il debito/PIL italiano prima della crisi, negli anni di prima dell’ultimo Berlusconi, era in discesa e che Irlanda e Spagna (con l’eccezione vera della Grecia i tre paesi bollati come più “prodighi”, nel senso di scialacquatori) avevano, invece, larghi attivi di bilancio.

Per questo, la salvezza dell’Europa passa necessariamente per una più piena assunzione di responsabilità politica, in particolare da parte della Germania ma proprio dentro, insieme e come Unione europea.

Però abbiamo solo tre mesi per farlo, prima che la situazione precipiti”, perché ormai i mercati, la speculazione se volete, si stanno accorgendo che l’UE, in realtà, è essa stessa una bolla incompiuta: un oggetto che, allo stato attuale, è ancora irreale.

Per quel che vale, noi siamo d’accordo. Su questo, soprattutto per il grande respiro storico che impartisce a tutta la prospettiva, non proprio su tutto, si capisce quello che dice – e che fa – Soros. Conviene leggerselo: o nella versione sua inglese, quella integrale sopra citata – se tornasse mai disponibile… – o in quella che, in italiano, mette in rete, pressoché integrale, il Festival stesso dell’Economia (http://2012.festivaleconomia.eu/press/george-soros-lunione-europea-e-una-bolla).

●E c’è da fare i conti con questo grande e fasullo argomento, che stampare moneta è sempre sbagliato perché crea sempre inflazione. Ma, ancora una volta, questa è un’ipersemplificazione. Il ragionamento di questi qui, parte sempre affermando – e per questo non bisogna stancarsi dal ripetergli  che è tutto fasullo – che allentare la presa dell’austerità sulle economie oggi più in sofferenza imporrebbe di poter accedere a nuovo credito. E chi sarebbe ormai, chiedono retoricamente, a prestar loro altri soldi? Nessuno! I mercati no.

E, ammoniscono – per esempio, il solito gnorri di Robert Samuelson che sproloquia – pare – senza neanche sapere quello che dice, sempre sul WP – su questo che è diventato un deleterio fogliaccio neo-liberista di propaganda spicciola che è stato l’eccesso di credito da parte delle banche centrali a portare a crisi gravi di inflazione, che in troppi – lui ammonisce – tendono adesso “a ignorare (qui rimandiamo, per comodità maggiore di link, all’articolo riprodotto poi nel San Diego Post, 3.6.2012, Europe’s Grim Choices Le scelte arcigne dell’Europa http://www.utsandiego.com/news/2012/jun/03/robert-j-samuelson-europes-grim-choices).

Ignorano il semplice fatto che, come insegnano al primo semestre di università di Economia, considerando la  massiccia inutilizzazione di capacità produttiva che c’è nell’eurozona è proprio difficile vedere come altro credito reso lì disponibile potrebbe mai portare a una tendenza inflattiva in aumento. Il contesto in cui, è vero, eccessi di credito da parte delle banche centrali indussero l’inflazione prevede tutto un altro quadro: quello in cui, tipicamente, un’economia è già prossima alla sua capacità produttiva e una banca centrale continua a prestare per tenere bassi i tassi di interesse. Che non è proprio, no?, la situazione attuale.    

D’altra parte, i paesi dell’eurozona dovrebbero – dovrebbero… – vedere con favore (non come uno spauracchio alla Weimar: l’incubo storico dei tedeschi) un modesto incremento del tasso di inflazione, visto che il principale problema dell’eurozona, è la bassa competitività complessiva delle sue economie periferiche: perché, è vero, il costo di produzione di beni e servizi in Spagna e in Italia – ma non per colpa del costo del lavoro, della tassazione sul lavoro, dei costi della burocrazia e di sistema, ecc., ecc. – è molto più elevato di quello degli stessi beni e servizi prodotti in Germania e in Olanda.

Se l’euro adesso sopravvive – ma, d’altra parte, proprio per far sopravvivere l’euro – questo gap va chiuso abbassando l’inflazione nei paesi della periferia dell’Europa. Ma, se l’inflazione dovesse restare bassa anche nei paesi del nocciolo duro del’euro (Germania, appunto, Olanda…) significherebbe inesorabilmente per i paesi chiamiamoli centrifughi una deflazione pesante e, tendenzialmente, in diffusione dovunque. E la deflazione, che non è facile da raggiungere, è sempre molto costosa (disoccupazione, miseria, rivolta sociale…) però per chi la subisce.

Al contrario. Se i paesi centripeti, quelli centrali – sempre per dire Olanda, Germania, ecc. – vedessero alzarsi la loro inflazione al 4-5%, per esempio mettendosi ad aumentare il loro salario nominale, allora i paesi periferici (Italia, Spagna, Irlanda, ecc.) recupererebbero competitività mantenendo la loro inflazione intorno al 2%. Sarebbe la soluzione meno dolorosa e più efficace all’eurocrisi. Ma, disgraziatamente, gli ambienti della Banca centrale europea e, più in generale, tutti gli ambienti bancari, non ce la fanno neanche a concepire questa possibilità…

●Però, qui, se non è il WP è il NYT a sparare castronerie… – o a tacere la verità senza mai neanche menzionare il particolare che le bolle speculative in Spagna e in Irlanda e la spesa eccessiva in Grecia sono state, diciamo avventatamente?, finanziate proprio dalle banche degli Stati del nocciolo duro europeo (la Germania, anzitutto – anche se con l’eccezione da sottolineare sempre e comunque di Krugman… Ma è così troppo spesso anche da noi: si parva licet componere magnis se è lecito paragonare le cose piccole a quelle grandi, da noi le grandi firme – come le chiamano – hanno qualche varietà in pi quanto a scuola economica, almeno perché come oggi sono le cose a dimostrare come a restar teste dure non solo si sbaglia ma ormai ci si ridicolizza…

Insomma e in definitiva – per fare chiarezza davvero una volta per tutte ma sapendo anche che certi cumuli di ignoranza crassa e di deliberate menzogne in giro per fare paura (soprattutto ai tedeschi) su questa faccenda ci costringeranno a tornare su – diciamolo netto: nessuno – ma proprio nessuno, malgrado quello che di sé dicono e che tanti ripetono loro – che finanziamenti aggiuntivi per sostenere i paesi periferici dell’eurozona devono inevitabilmente venire dalla Germania. Il che rende comprensibile una certa riluttanza tedesca, vista l’evidente problematicità dell’idea che siano inesauribili anche le capacità di credito dei tedeschi.

La chiave per riportare l’eurozona a una crescita stabile dovrebbe, dovrà, invece essere il sostegno esplicito e dichiarato della Banca centrale europea – non dell’Austria, della Francia, ma neanche della Germania: di nessuna economia nazionale presa in sé – al debito di ciascuno e di tutti i paesi dell’eurozona. Il che ridarebbe subito stabilità e fiducia ai mercati, anche per la certezza che in negativo, in queste nuove condizioni, con un simile prestatore di ultima istanza la speculazione finanziaria sarebbe immediatamente stroncata, si ricostituirebbe la fiducia nel loro debito e si ridurrebbero tutti drasticamente i tassi di interesse. 

Una Banca centrale europea come questa avrebbe, infatti, dietro di sé non più solo nominalmente la ricchezza dell’Unione di Stati più ricca del mondo: con un PIL complessivo stimato, a fine 2011, a 17.577,691 miliardi di $ contro i 15.094,025 degli USA e i 7.298,147 della Cina (International Monetary Fund, 4.2012, World Economic, Outlook Database, Nominal 2011 GDP for the world and the European Union (EU) PIL nominale 2011 per il mondo e l’Unione europea (UE) http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/ 01/weodata/weorept.aspx?sy=2011&ey=2011&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=&br=1&pr1.x=94&pr1.y=8&c=001%2C998&s=NGDPD&grp=1&a=1).

L’unico rischio che presenterebbe questo percorso sarebbe quello di un’inflazione più alta. Però in una fase che vede una assai bassa ripresa e la necessità di un rilancio economico e che perciò non ha ragione di tenere prezzi un po’ più alti in media del 3-4%. Soprattutto a fronte degli scenari che invece si aprirebbero se l’eurozona fallisse… Certo, questa sarebbe una parte essenziale della soluzione della crisi. Al fondo, la radice della crisi è tutta nella diversa competitività degli altri paesi UE in rapporto a quella della Germania.

E riequilibrare queste diverse competitività si può ottenere solo facendo crescere i prezzi meno rapidamente nei paesi cosiddetti periferici dell’euro che in Germania. Ma, non essendo plausibile un calo dei prezzi nei paesi periferici (non ce n’è precedente) allora è necessario che i prezzi salgano più rapidamente in Germania.

E’ questa la ragione per cui la garanzia dei debiti dei paesi periferici da parte della BCE raggiungerebbe entrambi li scopi maggiori di cui c’è bisogno per mettere fine alla crisi. Metterebbe fine al rischio di default da parte di questi paesi e e rimetterebbe anche in moto un processo capace di restaurarne la competitività. E sarebbe un processo quasi senza dolore anche per i tedeschi che stanno cominciando a soffrire di un rallentamento sensibile dei salari reali oltre che di quelli nominali, ormai, e è quanto chiedono anche le sinistre e non solo quelle più coraggiose, anche i socialdemocratici, e i sindacati tedeschi.

●Non è detto che sia, che sarà, tutto pacifico. Ma agli ostacoli seri si affiancheranno anche quelli di convenienza o, come si dice, di opportunità. E’ ovvio che, quando si vuole operare sulla base del consenso di tutti in un gruppo di 27 diversi paesi, magari anche per conto altrui

●E veniamo all’ultimo argomento, per ora e forse…, della serie di considerazioni, una collegata all’altra ma anche tutte valide ciascuna per sé, che siamo andati qui sviluppando. Forse anche Merkel si sta convertendo, anche se per farlo sembra forzare la mano e – come da qualche parte, anche nell’ultima nostra Nota mensile, già annotavamo (Nota congiunturale 6-2012, in Nota60 – alzare la posta.

Sembra realizzare, cioè, che la crisi non è stata provocata dalla valuta ma da decisioni del tutto sbagliate prese sugli snodi del c redito e fondate sull’ignoranza della carenza di un’unione politica forte che sostenesse le decisioni dell’eurozona. Per questo adesso il governo tedesco, ma tra tanti tira e tanti molla ancora che solo lei alla fine può sciogliere, sembra ora insistere a ragione che lo scopo finale dell’eurozona non è la moneta unita.

Non è un mercato unico, non è neanche una politica economica in sé integrata e comune ma la vera e propria unione politica, cioè un’effettiva, concreta, reale Federazione europea dove tutti – e in particolare la Francia, ormai – devono smetterla di far finta di non  sentire: sì, sono in questione le stesse gelosamente conservate anche quando non esistono più nostre sovranità nazionali, grossi pezzi della sovranità di ogni Stato.

Ecco, se la nostra interpretazione non è proprio sbagliata – se il tema Angela Merkel lo sente sinceramente suo – dopotutto il suo maestro era Kohl: davvero, forse, l’ultimo dei grandi europeisti e, tra gli statisti europei, uno dei federalisti più convinti – e non si maschera dietro di esso, con una specie di rilancio del tipo + 1, solo per continuare a dire i suoi granitici no da norcina che se ne sta al banco col lapis dietro all’orecchio, ma invece portasse così il tema alla ribalta e anzi in primissimo piano in questa crisi dell’euro, sarebbe un contributo importante – sicuramente il più decisivo, finora, nel senso dell’integrazione – nella lunga storia di questi sessant’anni di costruzione europea.

Certo, quando sotto attacco una volta tanto aperto e anche sapiente, a Roma, del prof. Monti che nell’incontro quadrilaterale con Francia e Spagna le impartisce, finalmente, sotto la forma del richiamo storico una dura lezione politica – dobbiamo ricordare che i primi a infrangere i patti cui tutti ci richiamiamo (ma qualcuno sempre un po’ più degli altri, no?) non furono nel 2002-2003 Grecia e Portogallo ma Germania e (dice di fronte al sornionamente connivente Hollande) Francia quando sfodnarono i tetti del deficit/PIL – Merkel reagisce piuttosto male.

Assai debolmente, quasi stizzita, ricorda l’ovvio: io, dice, sono la cancelliera tedesca e non ho voce in capitolo nel regolare le banche greche e la politica greca (ed è già un bel falso, come sanno tutti: è intervenuta, da sola e con gli altri, decine di volte a imporre misure alle banche greche e, alla politica ellenica, la cancellazione addirittura di un referendum già indetto e la celebrazione di ben due elezioni anticipate…). Quindi, ha continuato come se fosse un sillogismo anche se così messo su con premesse fasulle, non mi potete chiedere di intervenire al di là di quel che i Trattati mi consentono…

Ma, così, oltre alle premesse, anche la conclusione è essa stessa fasulla e col trucco: perché è sempre lei, la signora Merkel che, quando ha voluto farlo, per il suo amato fiscal compact e l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione ha proposto lei gli emendamenti ai Trattati – e bisogna vedere se, poi, alla fine quelle modifiche passano bloccate come sono al vaglio della Bundesverfassungericht di Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca: che potrebbe anche bocciarla del tutto o, almeno, rimandarne di mesi la ratifica, e nel paese che tra tutti ha più peso in Europa. Dunque, è falso – e lei lo sa per prima – che, volendolo, anche emendamenti ai Trattati sugli stessi temi della sovranità fiscale oltre che monetaria, sarebbero, sono, sempre possibili.      

Il fatto vero, però, è che solo così – con un avanzamento rapido, deciso, verso un’Unione più unione e non meno, in grado di mobilitare con ulteriori poteri dati alla BCE dai governi che si fanno, appunto, più Unione essi stessi – potremmo tirarci fuori dai nostri guai: guai di tutti, non solo della Grecia, della Spagna, dell’Italia o della Germania stessa… perché se quei tre crollano, crollano le loro importazioni tedesche e crolla pure il Titanosaurus germanico che morirebbe di fame… Insomma, come si dice, qui davvero simul stabunt vel simul cadent.

Quando poi, però, all’immediata vigilia del vertice di Bruxelles, Merkel giura che “finché lei sarà in vita – qualcuno al Bundestag ha la dignità però di ricordarle che non è così, che sarà così solo finché i tedeschi la lasceranno al governo – finché lei sta in vita…gli eurobonds non passano”. Perché lo dice assai bene, comunque: non c’è posto né ragione di condividere le responsabilità, se non c’è prima il necessario “inquadramento politico”, in senso sovrannazionale davvero, ai Trattati…

Ma, lei non ci pensa neanche a proporre un cambiamento in quel senso— pur vedendo e dicendo di essere molto più e molto meglio disponibile per esempio di Hollande alle rinunce di sovranità nazionale che considera necessarie … Si guarda bene, in effetti, dal formalizzare non solo nel senso di affermarne la necessità ma di proporla la rinuncia esplicita a pezzi significativi anche se ormai al livello dei singoli paesi Germania e Francia comprese, dimostrati insensati spazi di sovranità nazionale: ed è qui che viene fuori l’impotenza e poi anche, non si sa come altro chiamarla, l’ipocrisia di fondo del suo atteggiamento. 

● Le decisioni – coraggiose? risolutive? – dei capi di Stato e di governo…  (vignetta)

Fate presto! ci vogliono ancora un po’ di soldi per un po’ di altri cerotti     Nel lungo termine, si renderà più forti! E nel breve, ci ammazzerà!

     

Foto: Columbia Daily Tribune, 23.6.2012, J. Darkow                                       Foto: IHT, 28.6.2012, P. Chappatte

●E, alla fine, dopo un vero e proprio scontro politico la cui asprezza è emersa perfino dall’ovattato consesso del 29 giugno a Bruxelles, nasce – va detto: su impulso preciso e “tecnico” – sì, proprio di Monti – e contro la volontà politica anche incautamente strombazzata da Merkel, una specie di scudo anti-spread che, attraverso il ricorso al rimpinguato e rifinanziato Fondo di stabilità finanziario europeo, potrà ora intervenire a dare una mano quando lo chiedano ai paesi che trovano sotto attacco della speculazione il loro accesso al mercato.

Monti lo ha ottenuto – e va detto – contro venti e maree contrarie, più che per l’Italia – spiega – per la Grecia e la Spagna che sono più di noi sotto attacco. Ha dovuto concedere alla Merkel che il suo sì controvoglia, che adesso dovrà spiegare al Bundestag, sia bilanciato dalla sorveglianza sui fondi erogati poi della troika. Ma questo lo aveva sicuramente ben messo in conto e forse è (anche) giusto[2]… In ogni caso, come ha detto, il risultato del vertice rende “più plausibili” le misure ora prese.

●Noi pure – e lo aggiungiamo, come si dice un po’ più elegantemente che in altri modi, incrociando le dita a scongiuro – pensiamo con Monti che siano “più plausibili” ma anche che purtroppo non basteranno. Che davvero erano necessari almeno, per cominciare, gli eurobonds e, al dunque, che serve il salto di volontà politica degli Stati, o almeno di chi tra loro ci sta, per conferire alla BCE la qualità e i poteri che la facciano diventare una vera e propria Banca centrale, prestatrice anche di ultima istanza.

●E continueremo a cercare, speriamo con qualche successo, di smitizzare, sgonfiare, bucare, riuscire a far crollare leggende, miti, sbrodolate e menzogne vere e proprie raccontate al popolo credulone ma troppo spesso, anche, ai cognoscenti che semplicemente le ingoiano. Ora tocca ancora, ne abbiamo parlato nel recente passato, ad esempio della Lettonia.

Ma, senza perdere tempo con le corbellerie che va raccontando la capa del Fondo monetario, la Lagarde, cercando di avallare la disinformazione che va seminando sulla sua economia il governo super-destro di questo paese baltico, conviene invece dar atto del fatto che chi si sta davvero riprendendo il controllo e rilanciando davvero la sua economia è l’Islanda (Statistics Iceland, Quarterly GDP, 1997-2012 Quadro del PIL trimestrale dal 1997 al 2012 http://www.statice.is/Pages/1406?src=/temp_en/ Dialog/varval.asp?ma=THJ01601%26ti%3dQuarterly+GDP+1997-2012+%26path%3d..%2fDatabase%2fthjodhagsreik ningar%2flandsframleidsla_arsfj%2f%26lang%3d1%26units%3dMillion+ISK%2fpercent) che ha proclamato a voce alta, praticato e rivendicato il default, mandando al diavolo le banche creditrici estere in modo provocatoriamente eterodosso rispetto a tutte le regole europee e a quelle volute dall’economia convenzionale.

La Banca centrale islandese ha appena deciso di alzare i tassi di interesse di 1/4 di punto, dato il passo “robusto” della ripresa economica e quello ormai, di conseguenza, incipiente ma qualche po’ già rilevante dell’inflazione.

Qui la ripresa c’è, forte davvero: ancora non è tornato al livello raggiunto dal PIL islandese al picco della bolla speculativa che aveva toccato il massimo a metà del 2007 – prima del crollo del castello di carte costruito dalla catena di Sant’Antonio della speculazione edilizia fomentata dal sistema economico e finanziario islandese e gonfiata soprattutto dalle banche inglesi e olandesi. Fatto 100 il livello toccato allora e che non tornerà più stroncato ormai definitivamente dal default, oggi siamo di nuovo lì, a quota 94: ma in un’economia monda di debito estero, o quasi, e radicalmente rilanciata su basi nuove e ben più sanamente – non solo speculativamente – radicate. [Lo mostra bene un breve e succoso commento corredato dei grafici utili a dimostrarlo di Paul Krugman, New York Times, 13.6.2012, Guess Who’s Emerging From the Crisis?Ma guarda un po’chi sta emergendo da questa crisi? http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/06/13/guess-whos-emerging-from-the-crisis) e ripreso da Financial Times.com, 13.6.2012, P. Murphy, A glimpse of an economy post this crisisUn’occhiata a un’economia che sta uscendo da questa crisi ▬  http://ftalphaville.ft.com/blog/2012/06/13/1041891/a-glimpse-of-an-economy-post-this-crisis].

Non accennano a diminuire, però, due grossi ostacoli sulla strada dell’accessione alla UE da parte dell’Islanda. A parte l’ostacolo posto sempre da Olanda e Inghilterra – che continuano a  insistere sulla necessità di rientrare fatte dalle loro banche a quelle islandesi ma che ormai sanno di dover ridimensionare comunque gli obiettivi, ormai – ci sono due grandi ostacoli posti da loro, dall’Islanda, ancora da superare:

• il primo, generale, è che a livello popolare – e alla fine qui ci vorrebbe sicuramente un referendum per far passare il sì, non basterebbe il volere del parlamento, che non è d’altra parte neanch’esso scontato – c’ è un antica ostilità a “annegarsi” neanche più solo nel grande nord-europeo dei paesi nordici, dal quale sfugge comunque ancora e sempre la Norvegia, ma in un’Europa di quasi 500 milioni di abitanti rispetto a soli 400.000 islandesi;

• e il secondo è che in questa economia, che per il 70% dell’export e almeno il 10% dell’occupazione si regge sulla pesca e l’industria ittica, la politica unica al riguardo dell’Europa è anatema e rinunciare alla loro, in materia fortemente protezionistica, sarà durissima. 

● La BCE – dice qualcuno perché avrebbe deciso di mettere spalle al muro i governi e forzarli, rifiutandosi di agire essa stessa sul piano monetario, a prendere una decisione politica allargando lo scopo del proprio mandato e il suo campo d’azione e assumendo essi stessi la dimensione politica più unita e unitaria che da molte parti viene evocata: questo nell’interpretazione migliore, diciamo più lungimirante e non la solita del conservatorismo più tirchio che del rigore fine a se stesso e, anzi, del tutto deleterio – ha deciso il 6 giugno di lasciare dov’è , all’1%, ormai da dicembre il tasso di sconto dell’euro (New York Times, 6.6.2012, J. Ewing, European Central Bank Leaves Rate Unchanged at 1 Percent La banca centrale europea lascia al valore attuale dell’1 percento, il tasso di riferimento http://www.nytimes.com/2012/06/07/business/global/european-central-bank-leaves-rate-unchanged-at-1.html?ref=glob al-home).

Ovviamente, questa storia del tenere sui carboni ardenti i politici, per avvisarli di non illudersi, che non avranno aiuti tecnico-monetari se non fanno essi stessi il necessario (qualsiasi cosa esso poi sia perché non è che la BCE lo dica mai chiaramente) “non sembra avere un gran senso”, osserva sempre Krugman: perché se si tratta di dare altri incentivi per tagliare e ridurre e dimagrire, di chi altro hanno bisogno? E, se si tratta di una maggiore integrazione delle politiche di bilancio, qual è il punto che alla BCE sull’imminente collasso di tutto il sistema i tedeschi non capirebbero?

Forse farebbe più senso un’altra spiegazione: doppia. “Primo: la BCE non vuole ammettere che la sua politica del passato, specie quella dei tassi [tenuti sempre alti] è stata sbagliata. Secondo…, viene il sospetto che lì domini la vecchia mentalità alla Schumpeter ‘sulla necessità della depressione, la nozione che tutta la sofferenza in atto serva in qualche modo a uno scopo necessario e che sarebbe quindi sbagliato mitigarne anche solo di un po’ le conseguenze. E’ una dottrina – annota Paul Krugman malignamente, ma in modo perspicace – che ha un suo appeal emotivo per quanti, a prescindere, conducono comunque una loro vita assai confortevole (New York Times, 6.6.2012, P. Krugman, The Urge to Punish La voglia di punire http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/06/06/the-urge-to-punish).

A leggere con attenzione le comunicazioni rilasciate ai media dal presidente Mario Draghi nella conferenza stampa usuale con cui sono state spiegate le motivazioni c’è francamente poco di chiaro se non forse, appunto, il voler lasciare i decisori politici nel dubbio – ma ha ragione Krugman: non di dubbio si tratta, probabilmente, ma proprio di incapacità o proprio di rifiuto a capire – che la BCE non intende supplire a quel che loro non hanno il coraggio di fare anche se resta impegnata a mantenere la liquidità di cui ci fosse bisogno (BCE, Conferenza stampa del presidente Mario Draghi, 6.6.2012, Dichiarazione introduttiva ▬ http://www.ecb.int/press/pressconf/2012/html/is120606.en.html).

●Nel frattempo in Grecia sono tornati a votare nel ballottaggio per la Camera e, se la verità è che erano in tanti i greci a voler restare nell’eurozona erano anche in molti a respingere l’austerità – anche e soprattutto perché l’hanno sperimentata su di sé senza che servisse a niente se non a  peggiorare le condizioni della stragrande maggioranza – e avrebbero voluto non sentirsi costretti a regalare un’altra occasione per continuare a sgovernarli né ai socialisti-centristi del PASOK (Movimento Panellenico Socialista) né ai neo-democratici destrorsi di Nea Dimokratia

E proprio qui, nella contraddizione al cuore di queste elezioni – la stessa identica che si manifestò meno di un mese fa, prima che decidessero di riprovarci con l’inutile replay di una partita rigiocata e che ha dato gli stessi identici risultati della prima – che la maggioranza dei greci vuole sicuramente restare nell’euro ma vorrebbe rifiutare le condizioni da strozzo che i suoi padroni  impongono per farceli restare – e che alla fine si è risolto forse l’impasse con una minoranza di voti alle urne (appena il 29% dei suffragi) ma con una maggioranza di coalizione e di poco grazie al premio (un bonus di 50 seggi per il primo arrivato) dovrà ora concordare al suo interno, tra destra e sinistra tradizionali, il senso e la volontà per esigere dalla troika la riapertura del negoziato sulle condizioni che vorranno continuare a imporre al paese.

Perché, comunque, adesso cercheranno di proseguire su una linea di governo impossibile – quella finora fallita – con Siryza, però, che è ormai e di gran lunga il secondo partito del paese cui tutto sommato, viste le condizioni in cui esso si trova, va anche meglio così: mettersi, come avrebbe detto de Gaulle, en réserve de la République e stare un poco a guardare… Se, come pare inevitabile, anche stavolta falliscono, il discredito stavolta sarà totale e, con esso se la Grecia sarà costretta a uscire dall’euro, quello di chi in Europa l’avrà spinta fino a doverlo fare.

Perché l’unica cosa sicura è che la partita del dentro/fuori l’euro, il voto di domenica 17 non l’ha chiusa per niente… Tra l’altro che avrebbe ormai da guadagnarci a stare al dunque e fino in fondo al gioco delle destre di Grecia e d’Europa, lo stesso PASOK socialdemocratico, a questo punto, ridotto com’è (appena al 12% di share)? E, d’altra parte, che convenienza avrebbe Syriza a stare lei stessa (più del 27%)  al gioco di questa screditata e asfittica coalizione condannata a seguire le politiche su cui ha vinto d’un pelo ma su cui insieme, ha perso così clamorosamente?

Alla fine, a entrare al governo col premier Samaras di ND (129 seggi), è solo il PASOK (33). Probabilmente, ma senza entrare nel gabinetto, si aggiungeranno i 18 voti della Socialdemocrazia democratica, che si è riservata di decidere alla fine di una “rapida” riflessione interna. Ma Siryza (71 seggi: la differenza vera con ND è solo di 8, perché gli altri 50 sono quelli del premio di maggioranza) non ci sta. E il primo annuncio del nuovo primo ministro è non per caso, dopo il bacio del sacro anello dell’arcivescovo Ieronymos che qui è di rito (ma che fa, se non fare il verso ipocritamente, come una scimmia ammaestrata chi è ateo o agnostico, qui?) quello di chiedere alla troika, proprio come voleva Syriza, di riaprire le trattative… Ma non si scorgono segni forti, credibili, che questo nuovo governo poi riuscirà a durare.

●I mercati ci mettono poco a leggere la situazione per quello che è – questa: dove niente è davvero cambiato – e non come cercano di indorarla i “vincitori” ad Atene o la tecnocrazia di Bruxelles. Il problema e che, per Atene, lo spazio di manovra è davvero limitato; senza la prossima dose di soldi del salvataggio a fine luglio il governo non sarebbe più in grado, dicono loro stessi, di sborsare i  salari pubblici e le pensioni che è tenuto a pagare. E questa economia, ormai, sta disperatamente cercando un minimo di stabilità, la possibilità, cioè, di non dover andare ancora e sempre giù a rotoloni.

Dalle prime elezioni di maggio, più di 10 miliardi di € sono stati ritirati dalle banche e anche molte imprese che pure vanno bene (certo, non solo qui), non riescono più a trovare credito. Si è ora saputo che tre compagnie di assicurazione hanno nella settimana delle elezioni di giugno rifiutato di staccare polizze di copertura per prodotti venduti alla Grecia.      

Oggi, però, la questione che sta paralizzando il paese non è neanche tanto se il nuovo governo troverà a breve gli aiuti ufficiali di cui pure ha sicuramente bisogno, ma se e come riuscirà ad attrarre di nuovo nel paese capitali privati: non è solo, né soprattutto, che gli investitori stranieri siano immobilizzati dalla possibile scomparsa dell’euro da questo paese; è che sono quasi tramortiti dalla possibilità  che l’euro magari sparisca da tutta l’eurozona. Cosa che forse il nuovo governo greco potrebbe anche affrettare ma che non può né decidere né, certo, impedire. E anche cosa che, finché non sarà stata trovata una soluzione riconosciuta dai mercati alla crisi dell’euro, lascerà  questo paese nel limbo (The Economist, 22.6.2012 Relief, but little hope Un po’ di sollievo, ma poca speranza  ▬ http://www.economist.com/node/21557383).

●Quando, la mattina di lunedì 18, si apre a Città del Messico il G-20, hanno già sentenziato la loro insoddisfazione in Europa e prima ancora, per il fuso orario, in Asia. Cadono le borse e il prezzo del greggio (la paura di una crisi che minaccia di farsi più forte fa premio, almeno per l’immediato, anche sui timori geo-strategici).

Saltano a livelli mai visti i rendimenti per i bonus spagnoli (a più del 7% sui decennali) e ai vertici dell’eurozona lasciano trapelare anche ai vertici la sfiducia profonda di riuscire a mettere insieme sotto pressione fondi di salvataggio per un’economia quasi in coma come quella spagnola: 1.400.000 miliardi di € di PIL, più di Grecia, Irlanda e Portogallo messe insieme. Come sfiducia proprio nella possibilità stessa di decidere, tanto più di decidere insieme in tempo utile sull’azione comune che solo potrebbe, può, salvare l’eurozona.

●Anche su Cipro infieriscono le prefiche della agenzie di rating. Stavolta tocca aprire la strada, che seguiranno a ruota le altre, a Moody’s che abbatte la valutazione dei titoli di Stato della Repubblica di Cipro (la parte greca ma sovrana dell’isola) da Ba1 a Ba3 di ben due livelli, con previsione negativa che aumenta ovviamente le pressioni su una situazione finanziaria, legata poi a quella traballante di Atene già sotto stress e che potrebbe, a breve lasso di tempo, costringere il Tesoro cipriota a rivolgersi per un aiuto europeo, anch’esso, a Bruxelles (Moody’s Investors Service, 13.6.2012, Moody's downgrades Cyprus’s government bond ratings to Ba3 from Ba1; on review for further downgrade Moody’s svaluta i titoli pubblici di Cipro da B1 a B3; e li mette sotto sorveglianza per ulteriori svalutazioni (http://www.moodys.com/research/ Moodys-downgrades-Cypruss-government-bond-ratings-to-Ba3-from-Ba1--PR_ 24 8256).

E a Moody’s, come previsto, segue Fitch, svalutandone i titoli sovrani da BBB a BB+, citando il fatto che serviranno fino a 6 miliardi di € per coprire il buco delle banche cipriote più esposte al debito greco: solo per la Banca Laiki (la Popolare, la maggiore dell’isola) il governo ha bisogno di 1,8 miliardi di €—  che poi è ben il 10% del PIL e, secondo Fitch, il deficit/PIL invece del 3% al meglio toccherà il 4, quest’anno (Financial Times, 26.6.2012, D. Kohane, Fitch junks incoming EU president Fitch riduce a immondizia [il credito del]la nuova presidenza UE http://ftalphaville.ft.com/blog/2012/06/25/1057731/fitch-junks-cyprus). [Il sito-web della presidenza di turno di Cipro alla UE, per i prossimi sei mesi, è http://www.cy2012.eu/en/page/home].

Intanto, il ministro delle Finanze Vassos Shiarly – che con Nicosia dal 1° luglio assume la presidenza semestrale dell’Unione, denuncia il gravissimo stato delle finanze del paese che, dice, potrebbe avere bisogno di un salvataggio ormai non rinviabile e parla di un intervento probabile – e sarebbe il secondo: il primo c’è stato a dicembre scorso per 2 miliardi e mezzo di € – su un prestito bilaterale che il paese, membro a pieno titolo dell’Unione e dell’eurozona, ha richiesto d’urgenza alla Russia, sui 5 miliardi di € a favore del suo paese.

Quasi 2 miliardi servono a ricapitalizzare subito la seconda banca di Cipro, la Popolare, mentre il resto dovrebbe servire a rifinanziare il debito pubblico dell’isola (Cyprus Property News, 16.6.2012, A. Lawton, Russia and Cyprus close to loan deal Russia e Cipro vicini a un’intesa sul prestito  ▬  http://www.news.cyprus-property-buyers.com/2012/06/16/russia-and-cyprus-close-to-loan-deal/id=0011801); 2) The Economist, 15.6.2012). E sarà intrigante, ora, vedere quel che succederà col paese che sta assumendo adesso la presidenza dell’Unione e che sta aspettando, insieme, il salvataggio finanziario dai russi e chiede ora, formalmente, alla troika, il 25 giugno, di intervenire dopo Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

●L’Islanda e l’Unione europea, con uno straordinario atto di fiducia reciproca in questo momento,  aprono tre nuovi dossiers (trasporti, politica sociale, controllo finanziario: gli ultimi sono proprio i temi su cui l’Islanda solo tre anni fa aveva proclamato il suo totale dissenso dalle politiche economiche che l’Europa imponeva – Olanda, Inghilterra, che rivolevano i fondi prestati a strozzo dalle loro banche private per la speculazione edilizia, e Commissione che voleva far adottare a Reikiavik le sue soluzioni neo-liberiste anche se non ne era ancora un paese membro – e su cui aveva dichiarato il default, sottraendosi deliberatamente al rimborso alle banche di quei due paesi che le era stato come condizione richiesto.

Adesso, la sua – ha detto il Commissario all’allargamento, il ceco Štefan Füle, dopo aver incontrato il ministro degli Esteri islandese Ossur Skarphoinsson, il cui governo ha pur fatto piazza pulita del vecchio assetto finanziario e economico, seguendo la ribellione alle regole che il paese ha scelto di seguire – è ridiventata la candidatura più prossima all’accoglienza da quando nel 2006 è stato ridefinito il percorso di 30 soggetti tematici su cui soddisfare le richieste tipo forche caudine per l’adesione alla UE.

Skarphoinsson ha anche fatto puntualmente notare, e non a caso, che il collasso bancario e il default (come e peggio della Grecia, insomma) hanno ora, due anni dopo, portato a prevedere col FMI una crescita stabile per quest’anno e almeno i prossimi due del PIL al 2,5% e a cominciare a ripagare – ma ai suoi ritmi, ha sottolineato (chi sa se lo hanno capito…) – il debito che aveva contratto col FMI stesso e, al contrario di quello con le banche private, non aveva rifiutato e coi paesi nordici che gli avevano dato una mano (New York Times, 22.6.2012, P. Geitner, Iceland Plans to Join European Bloc Despite Economic Turmoil L’Islanda vuole entrare nel blocco della UE malgrado il grande casino in seno all’Unione http://www.nytimes.com/2012/06/23/business/global/iceland-plans-to-join-european-bloc-despite-economic-turmoil.html?hpw).

●E’ francamente un segnale di apertura che non s’era sperato proprio di vedere con cui marcare la chiusura di questo capitolo, centrato un po’ tutto sui guai dell’Europa, e a conclusione del quale proviamo a sviluppare un ragionamento che alcuni dei nostri pochi e affezionati lettori ci hanno chiesto di tentare di azzardare (e adesso, che succede domani?), anche approfittando, esplicitamente e spudoratamente ma riconoscendoglielo, dello scenario disegnato dal prof. Dani Rodrick, uno dei pochi economisti  che hanno studiato con profitto, secondo noi, e a fondo davvero i temi della globalizzazione, dello sviluppo economico e della loro interconnessione, della cui tempestiva elaborazione sviluppata proprio in questi giorni proviamo qui a parafrasare l’icastica chiarezza (Project Syndicate, D. Rodrick, The End of the World as we Know It La fine del mondo come noi lo conosciamo http://www.project-syndicate.org/commentary/the-end-of-the-world-as-we-know-it)[3].

Rodrick insegna a Harvard, ed è uno dei pochi macroeconomisti che riesce a combinare una visione davvero globale ma anche puntuale della macroeconomia, della storia e dell’economia politica, molto spesso diversa (vicina a Krugman e a Stiglitz, per capirci) e che sfida apertamente l’ortodossia prevalente della disciplina economica: quella che ci ha portati in questi perigliosi frangenti a partire dall’egemonia immeritata ma appoggiata da lor signori e solo perciò dominante della scuola di Chicago del neo-liberismo, del Washington consensus e della visione del  mondo che più deregolato e selvaggiamente “libero” è, meglio sarebbe…

Consideriamo, propone Rodrick, che scrive qualche giorno prima del voto greco, lo scenario di una vittoria in Grecia di Syriza, col nuovo governo che annuncia di voler rinegoziare i termini dell’accordo col FMI e la BCE (ma, aggiungiamo noi, il ragionamento sta in piedi nello stesso senso anche con la coalizione Nea Dimokratya-PASOK che ora cercherà comunque di trattare con Bruxelles: che forse, chi sa?, dopo la grande paura, potrebbe ora dimostrarsi un po’ più, come dire? sensibile.

Subito prima del voto, la Merkel che, muovendosi da pachiderma al solito ha voluto fare i suoi auguri a ND – roba da grattarsi da qui quasi all’eternità… – non ha mollato in niente, però, e con lei la UE ha riconfermato che la Grecia dovrà comunque sottoporsi alle condizioni già stipulate: maggior rigore, maggiore austerità. Ma ora la partita, però, ricomincia…

Se non andrà così, d’altra parte, temendo il collasso finanziario imminente, i risparmiatori greci ritireranno i depositi che loro restano ancora e stavolta la BCE rifiuta di intervenire. Le banche elleniche chiudono e il governo deve ristabilire il controllo dei cambi e del flusso dei capitali e, alla fine, per far fronte alle necessità di liquidità del mercato interno – per consentire alla gente di continuare a acquistare frutta e verdura e beni di consumo – deve rimettersi a stampare la dracma.

Con la Grecia fuori dell’eurozona, tutti gli occhi si rivolgerebbero all’istante alla Spagna— prima di pensare all’Italia, ma con pressioni che i “mercati” – chi vende, chi compra, chi specula e lascia anche solo intendere di voler comprare o  vendere – manifesteranno immediatamente anche su Roma. Subito, Berlino e gli altri a seguire giureranno di essere pronti a fare tutto quanto sarà necessario per impedire che la corsa ai depositi bancari si scateni anche lì come in Grecia. Ma già si sa che farlo significherebbe moltiplicare per quattro o per cinque quanto sulla Grecia non è voluto fare. 

Il governo Rajoy – che già da qualche tempo si è convertito, per forza di cose più che per convinzione maturata in quel senso, nel governo europeo maggiormente federalista e che, a voce più alta reclama, la necessità ormai di un’integrazione vera delle politiche europee e chiede di affrontare davvero strutturalmente il problema: dando, cioè, nuovi poteri di emissione e di prestatore, di garante, di ultima istanza per tutta l’Unione alla BCE con la corrispondente rinuncia agli scampoli di sovranità nazionale che restano a ogni paese – annuncia comunque, di fronte all’ennesimo no tedesco e alla non volontà o incapacità degli altri di fargli cambiar posizione o di decidere contro o senza di esso, ulteriori tagli di bilancio, altre misure di austerità e ancora riforme/controriforme “strutturali” del welfare.

E, sostenuto dai fondi messi a disposizione a quel punto dal meccanismo di stabilità finanziaria magari rafforzato dell’Unione europea resta a gala, finanziariamente, per alcuni mesi. Però in condizioni di ulteriore rigore, come è stato già dimostrato ad abundantiam, l’economia non  migliora ma si contrae ancora e peggiora tra manifestazioni scontri e un malessere crescente, il clima sociale: la disoccupazione, per dire, si avvia dal 20% e più di oggi alla soglia del 30% e più con livelli orripilanti tra i giovani e la diffusione esplosiva di una povertà ormai intollerabile.

Rajoy è costretto da un’aperta rivolta di massa a convocare un referendum, lo perde e rassegna le dimissioni e il paese si trova sull’orlo del caos. Merkel dichiara che i contribuenti tedeschi hanno già fatto più che abbastanza, in Spagna le banche sono assaltate e falliscono e l’uscita dall’euro diventa obbligata.

Con un mini-summit, che sa anche qualche poco di golpe, Germania, Austria, Olanda e Finlandia (il blocco degli autoproclamati virtuosi), annunciano che l’euro resta la loro  moneta comune aumentando così la pressione finanziaria su Italia e Francia e sugli altri paesi membri dell’eurozona. E di fatto dividendo in due l’eurozona e facendo prendere atto a tutti che essa si sta dissolvendo. E questa realtà di una fusione finanziaria in atto si estende in Europa essa passa anche agli Stati Uniti e all’Asia.

In Cina, con le esportazioni in calo a causa della recessione europea licenziamenti e dimostrazioni di massa aumentano e il governo, per prevenirli e ridurne l’impatto, aumenta il grado di sostegno finanziario diretto all’export e l’intervento sui mercati per diminuire il valore della moneta cinese e sostenere così le esportazioni.

In America, il presidente (Obama, forse, o Romney), sotto la spinta del contagio europeo che ha già portato a una forte riduzione del credito e a una nuova ondata di importazioni cinesi a basso costo, sostenute dalla ripresa dell’export aiutata dall’intervento governativo, lancia una campagna di dazi e tariffe su tutte le principali esportazioni cinesi e si lascia tentare dall’uscita del paese, tutta difensiva e sciovinista, a lungo termine disastrosa, ma che nel breve dà l’impressione a qualche gruppo di pressione di essere magari qualche po’ redditizia, dall’Organizzazione mondiale per il commercio.

Ma le conseguenze sono molto pesanti anche per la stessa Germania e per il nucleo dei suoi virtuosi seguaci. Perché sono proprio i numeri citati dalla Hochschule di Berlino, e già visti un po’ sopra, a confermare non solo che già negli anni 2000, quelli del rallentamento della crescita tedesca, furono le esportazioni in Europa a “salvare” la Germania, ma sono numeri anche oggi molto pericolosi per il paese-fulcro dell’Europa, impietosi: senza l’Unione, senza l’eurozona, la Germania finirebbe essa stessa  a schifío. Letteralmente, a causa della crisi che soffrirebbero le sue esportazioni.

Documenta, infatti, sul Financial Times, l’autorevolissimo Sir Martin Wolf, commentatore del giornale e professore di economia politica a Oxford, che nel 2011 la Germania ha esportato € 1.060 miliardi di esportazioni su € 2.570 miliardi di PIL, vale a dire il 41% della ricchezza nazionale. Di questa montagna di esportazioni il 5% è andato in Cina, ma ben il 42%, per più di 1.070 miliardi di €, è stato venduto in Europa (FT, 29.5.2012, M. Wolf, The riddle of German self-interest Il dilemma dell’interesse dei tedeschi http://www.ft.com/intl/ cms/s/0/4fe89d8c-a8df-11e1-b085-00144feabdc0.html#axzz1y01w1iwb).

Se il disegno, ora, i puri e duri lo portassero a termine, rifacendosi il loro nucleo d’acciaio di eurozona a quattro o cinque paesi, quella percentuale di vendite nell’eurozona di oggi crollerebbe fino all’8% e forse meno del PIL tedesco, o leggermente di meno dato il carattere ad alto valore aggiunto dell’export di questo paese. Poi, naturalmente, quel  che rimane dell’euro – senza la palla di piombo dei cosiddetti paesi periferici – si rivaluterebbe di botto e di molto rendendo impossibile quel che resterebbe disponibile alle esportazioni per il resto dell’eurozona; e, alla fine, sarebbe il PIL tedesco stesso a crollare di oltre il 10% del proprio valore in pochi anni. E questa, sì, che anche per la Germania über alles equivarrebbe a una vera e propria depressione…

Wolf, poi, rispondendo a una lettera piena di sussiegoso e anche pruriginoso prussian-weberismo (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo: ricordate Max Weber?) ricevuta in risposta al suo articolo da Ludger Schuknecht, direttore generale del Ministero tedesco delle Finanze (voleva mettere a punto e precisare – tanto è il peso specifico di FT e di lui, Martin Wolf, negli ambienti finanziari, anche in quelli tetragoni di Berlino e di Francoforte – le radici di quello che in questa lingua chiamano peccato e debito, entrambi schuld, con lo stesso lemma e identifica la morale col rigore e la buona economia di un paese con quella saggia di un buon padre di famiglia), conclude rovesciandogli addosso il tavolo del confronto:

Scordiamo spesso – e non per ultimi lo scordano proprio in Germania – che l’ascesa al potere di Adolf Hitler non è stata preceduta immediatamente dalla grande inflazione che c’era stata nel decennio precedente ma dalla grande depressione, proprio, e dall’austerità che per rispondervi aveva instaurato il cancelliere Heinrich Brüning. Fu così che il partito nazista schizzò dai suoi relativamente insignificanti 810.000 del 1928 ai 6.400.000 del ‘30 e ai 13.700.000 del luglio 1832, Un crollo economico profondo è pericoloso. Molto pericoloso.

   Herr Schuknecht, con tutta l’enfasi che pone sui pericoli del lungo termine, ignora completamente questi pericoli [la vecchia lezione di Keynes che nel lungo termine, comunque, saremo tutti morti]. E se cercare di evitare esiti così disastrosi significa cedere al ‘controtermismo’, come dice lui, ebbene sia! Io ci penso come al cercare di trovare una via d’uscita pratica dalla trappola senza di cui l’eurozona potrebbe non vedere mai un lungo termine. Fiat justitia, et pereat mundus [diceva Ferdinando I, non a caso, d’Asburgo, imperatore dopo Carlo V del Sacro Romano Impero]— che si faccia giustizia e poi il mondo scompaia pure, è una parola d’ordine in effetti molto pericolosa (Financial Times, 7.6.2012, The German Response La risposta  tedesca http://blogs.ft.com/martin-wolf-exchange/2012/06/07).

●Potrebbe davvero scattare, così, quella che gli storici futuri chiameranno la Seconda Grande Depressione: ognuno contro tutti, a colpi di protezionismi incrociati e svalutazioni competitive, e l’affondare di tutti nell’anarchia economica internazionale. Riusciranno, forse e comunque meglio di altri, a sfuggire a questa corsa all’avvitamento all’indietro, alcune grandi economie come quelle del Brasile e dell’India.

Che, oltre a livelli relativamente bassi di debito pubblico, godono anche di poca dipendenza dalle importazioni e di strutture, invece, piuttosto forti di istituzionalizzazione delle democrazie— nel senso della libertà ma anche della partecipazione reale, non come si dice soltanto formale, della gente. Pure esse si troveranno, comunque, a condividere prospettive relativamente ma potenzialmente diminuite di crescita. E a soffrirne…

Come allora, però, nella Prima Grande Depressione degli anni ’30 di un secolo fa, le conseguenze politiche sono anche più serie e possono avere un significato anche a più lungo termine. Il collasso dell’eurozona e, in termini pratici, anche dell’Unione porterebbe a un riallineamento forzato dele politiche in Europa. Dopo più di sessant’anni, Francia e Germania potrebbero di fatto ritrovarsi a competere come nei periodi peggiori del secolo scorso, prima delle due guerre mondiali del ’14 e del 1939, proprio come centri di influenza alternativi degli Stati di potenza e dimensione più ridotta.

E si cancellerebbe così d’un colpo tutto il lavoro fatto che, certo anche sulla base di una divisione di fatto dell’Europa tra ovest ed est: quant’era preferibile la Germania quando ce n’erano due, diceva Andreotti… – a partire da Monnet, Adenauer e anche De Gasperi, aveva assicurato la pace sul vecchio continente intorno all’idea di costruire un’Europa unita ma non – non ancora purtroppo – di una realtà davvero unita a sufficienza di Europa.

Adesso tutti i partiti in qualche modo centristi d’Europa pagano lo scotto per aver sostenuto da una parte – o, se volete, dall’altra per aver sostenuto in maniera però insufficiente – il progetto dell’integrazione europea e le ali estreme dello spettro politico, a destra e a sinistra provano ad approfittarne anche contro le mezze ali che a quel progetto man mano si erano convertite. Le destre, poi, in termini dichiarati, espliciti e anche senza vergogna, stanno tentando di aizzare sciovinismo e razzismo per arrivare a cacciare via gli emigrati che pure hanno contribuito parecchio – in termini apprezzabili anche per loro – a creare la ricchezza di ogni paese europeo.

Insomma, l’Europa – l’Unione europea, la Comunità e, prima, il Mercato comune – non somigliano più al faro della democrazia cui ancora solo dieci anni fa guardavano i paesi arabi per sfuggire alla tendenza autoritaria insita nell’islamismo che si fa Stato. Non più… E, in Estremo Oriente, il conflitto economico che risorge tra Stati Uniti e Cina potrebbe anche minacciare di svilupparsi, di erompere, in scontri armati nei mari cinesi e forse, poi…

●La BP britannica ha deciso di vendere la sua quota di azioni nella joint venture che ha coi russi nella TNK-BP, assai travagliata (aveva cercato di cambiare partner associandosi alla russa Rosneft ma aveva trovato la fiera opposizione della sua associata, sempre russa, il consorzio Alfa-Access-Renova (A-A-R) che, spalleggiata anche dal Cremlino, aveva addito con successo le vie legali per bloccarla) ma  anche e sempre finora per gli inglesi ricca finora di pingui profitti.

La compagnia riferisce adesso di aver ricevuto, e senza averle sollecitate, “indicazioni di interesse” reale da altre imprese disposte a investirci. Di conseguenza ha notificato all’A-A-R le sue intenzioni di dar seguito all’offerta ricevuta o, almeno, d perseguirla con grande impegno. Solo due giorni prima il presidente-AD della TNK-BP, Mikhail Fridman, aveva annunciate (curiosamente?) le proprie dimissioni “per ragioni personali”… (RFE-Radio Liberty, 1.6.2012, BP plans to sell stake in YNK-BP Russian joint venture La BP pianifica di vendere la sua quota nella joint venture russa YNK-BP http://www.rferl. org/content/bp-plans-to-sell-stake-in-tnk-bp-russian-joint-venture/24600451.html).

●Sul piano dei loro rapporti bilaterali con la Finlandia, i russi segnalano l’incongruenza – come la chiama il capo di stato maggiore, generale Nikolai Makarov – di veder mettere in prima fila tra i pilastri della politica estera dei finnici oggi, con la Svezia e la Svizzera uno dei paesi europei più legato alla propria neutralità, una ricerca di vicinanza alla NATO. Cioè, la scelta deliberata di mettere le dita nell’occhio a quello che strategicamente è il suo possente vicino: come se il Messico, messo lì dove è, si schierasse non solo contro le politiche americane – un diritto sempre sacrosanto di ogni paese sovrano – ma si mettesse a coltivare un rapporto potenzialmente di alleanza strategica contro gli Stati Uniti d’America…

E’ cosa curiosa, imprudente o sciocca? Che senso hanno, verso chi sono rivolte, altrimenti, esercitazioni militari congiunte sul territorio finnico? A Makarov, che parlava all’università di Helsinki, ha risposto con una lettera  alla radio pubblica YLE che lo aveva intervistato,  il ministro finlandese della Difesa, Stefan Wallin, specificando che nel definire il suo atteggiamento nei confronti della Russia come della NATO Helsinki prende sempre e solo in considerazione gli interessi e la sicurezza del paese.

E’ ovvio, ha risposto puntualmente e puntigliosamente, il russo: ma bisogna vedere se lo fa in modo giusto o sbagliato, questo è il punto: di merito e non di metodo, di fatto e non di diritto che in questione non è… (Helsinki Times, 6.6.2012, D. Dunne, Defence Minister, Finland Makes Its Own Decisions ▬ http://www.helsinkitimes.fi/news/index.php/finland/finland-news/politics/2491-defence-minister-finland-makes-own-decisions).     

●Sul piano più propriamente strategico-militare, del rapporto cruciale e ormai nodale tra russi-americani e NATO sulla questione dei missili antimissili da piazzare ai confini russi in Polonia, con un breve editoriale sul NYT del suo rappresentante permanente alla NATO, Mosca adesso presenta direttamente all’opinione pubblica statunitense, e con efficacia, il proprio punto di vista facendo suo lo slogan di Reagan nei confronti della Russia di Gorbaciov (fidarsi, ma controllare— doveryai, no proveryai: tra l’altro era una delle frasi che Lenin ripeteva più di frequente lui stesso).

Il titolo (chiarissimo) dice già tutto dell’argomentazione presentata una volta tanto senza semplificazioni di comodo e la motiva in modo conciso punto per punto (New York Times, 6.6.2012, N. Korchunov, You Say Defense, We See Threat Voi parlate di difesa, noi vediamo la minaccia http://www.nytimes.com/2012/06/07/opinion/you-say-defense-we-see-threat.html).

Naturalmente, il giornale pone accanto a questo articolo l’analogo, del rappresentante degli USA alla NATO: ma è un argomentare scritto con la lingua di legno del burocratese spinto che non convince neanche chi è pagato per crederci: l’argomento è sempre lo stesso: non è ai russi che pensiamo, mettendo questo “scudo” – sempre se poi ci riusciamo: qualche dubbio tecnico-politico e finanziario, in effetti, emerge… – solo, e ci dovete credere appunto sulla parola, alla minaccia… nucleare iraniana— anche se non siamo in grado di dimostravi che c’è.

Ma, e soprattutto, l’Autore neanche prova a spiegare l’inspiegabile: perché mai gli antimissili della NATO debbano per forza essere piazzati a 50 km, dai confini russi, in Europa (New York Times, 6.6.2012, I. Daalder, A New Shield Over Europe Un nuovo scudo sopra l’Europa http://www.nytimes.com/ 2012/06/07/opinion/a-new-shield-over-europe.html).

●Tra Russia e Cina – e nell’ottica della reciproca convenienza limitata, come la chiamano con un certo disprezzo gli americani e non delle alleanze “valoriali” di qui all’eternità (ma era stato proprio George Washington a raccomandare al suo paese di non stabilire mai alleanze per sempre, visto che gli Stati – tutti, America compresa spiegava, con lucida preveggenza, hanno sempre e comunque il proprio interesse come priorità massima e in realtà unica[4] – si definendo diciamo per bilanciare il peso schiacciante malgrado la sua crisi degli USA, una specie di alleanza di fatto.

Tratta di questa “alleanza di convenienza” con sufficienza un fuoriuscito cinese che scrive sul NYT, ma in realtà non può che registrarne le basi solide proprio perché sono fondate sul fatto di convenienze reali e attuali delle parti in questione che cercano di ipostatizzarsi in “valori” tutti poi palesemente e ipocritamente vissuti (New York Times, 7.6.2012, Bobo Lo, A Partnership of Convenience Un’alleanza di pura convenienza http://www.nytimes.com/2012/06/08/opinion/a-partnership-of-convenience.html?ref= global-home).

STATI UNITI

● Lo stato della democrazia oggi in America… ma mica solo in America, no? (vignetta)

GLI STATI UNITI DI WALMART— o, se  fosse da noi, l’ITALIA DI

CORTE SUPREMA:                                                                      CONGRESSO:                   CASA BIANCA:                                   LA MIGLIORE DEMOCRAZIA CHE                  

La giustizia è uguale per tutti quelli                                                  Compra due e prendi tre      Invito alla stanza ovale: soldi                  I SOLDI POSSANO COMPRARE!!!

che se lo possono permettere                                                             Soddisfatti o rimborsati        raddoppiati, se prenotate prima delle elezioni

                                                           LIBERTÀ DI PAROLA

                                                           Coi  versamenti deducibili dal fisco

Fonte:  25.5.2012, Lo stato della democrazia…, Khalil Bendib

 

Confermati dal rapporto mensile sullo stato del mercato del lavoro dell’Ufficio di statistiche del dipartimento omonimo i timori su una ripresa che va ancora rallentando e che comincia a sollevare le preoccupazioni consuete del presidente sulla campagna elettorale. Adesso sarà forse costretto a buttare a mare le sue esitazioni e a forzare la corsa alla crescita spendendo in deficit ancora di più di quel che rispetto ai repubblicani e alle ricette dei loro corifei accademici della saggezza economica convenzionale.

E forse è meglio che sia così, che finalmente l’America debba apertamente e scontrosamente fare i contri con la sua vera e propria guerra di classe, affrontare lo scontro tra l’1 e il 99% della popolazione, la crème de la crème che si appropria del 90% e oltre del patrimonio e chi, fra i secondi, cui tocca il 10% della ricchezza, magari sta anche coi primi per ragioni filosofiche, ideologiche e perfino di ordine religioso e i pochissimi che pur facendo parte della prima schiera stanno coi tanti, coi troppi della seconda, a dire senza tante remore e ipocrisie che hanno ragione i secondi…

Certo che, come dice Obama e ripete anche al G-20 del Messico, la colpa della bassa crescita ormai è soprattutto quella dell’Europa, della sua ignavia, delle sue assenze decisionali. Ma l’Europa ha copiato, pari pari, diagnosi e cura dalle ricette statunitensi e le sta pagando carissime  per sé e anche per loro. Perché è stata prima l’America a sperimentare i rimedi tossici prescritti con l’aumento delle ineguaglianze e la perdita di potere d’acquisto e di occupazione e di crescita, quella che poi ha contagiato l’Europa spappagallando l’America e riducendosi così.

Al G-20 – si capisce e forse non varrebbe neanche la pena di accennarvi nel merito se non per titolo – ennesima dimostrazione di impotenza di tutti e verso tutti:

• gli USA di qua e l’Unione europea, o quel barlume che sembra restarne di là – avete presenti? Barroso, Van Rompuy… – si danno reciprocamente la colpa della crisi: siete voi che non vi decidete ad accelerare… ma siete voi che avete innescato la crisi quattro anni fa…

• e tra paesi dell’Unione e BRICs – Brasile, Russia, India e Cina: i nuovi paesi economicamente emergenti – cui UE e FMI chiedono, grosso modo, un miliardo di € di apertura di credito per aiutarli a riprendersi e che sarebbero pur disponibili solo se l’Europa fa fronte comune con loro e chiede e voti un cambio degli statuti del FMI che rifletta ormai più da vicino la realtà economica in modo da riflettere ormai più da vicino la realtà che è cambiata rispetto agli equilibri attuali dove tra tutti e quattro non coprono oggi che il 10% della quota di voto…  

●Però, attenzione. Quando il NYT (New York Times, 19.6.2012, H. Cooper, World Leaders Make Little Headway in Solving Debt Crisis I leaders mondiali [al G-20] vanno poco avanti nel risolvere la crisi del debito http://www.nytimes.com/2012/06/20/world/leaders-make-little-headway-in-solving-europe-debt-crisis.html?_r=2&hp) scrive che “con le sue stesse possibilità di rielezione legate direttamente alla crisi economica europea che va trascinando al ribasso la crescita americana.  Mr. Obama chiede disperatamente alla signora Merkel di allentare le briglie della spesa e i programmi di austerità imposti alla Grecia e alle altre economie dell’eurozona che sono nei guai”, evidenzia il vero ma, in realtà, fa l’ennesima mistificazione.

Perché non è così pesante, poi, il peso della crisi dell’Europa su quella americana: in effetti, le esportazioni degli USA nell’eurozona costituiscono appena l’1,5% del PIL americano. Anche ammesso che le importazioni europee dagli USA cadessero di un (enorme) 10%, la caduta avrebbe un impatto minimo sulla crescita di questo paese. Tra l’altro, e questo lo scordano tutti qui, ma anche da noi, la crisi europea ha avuto il pregio dal punto di vista della crescita americana di aiutare non poco ad abbassare i tassi di interesse negli USA in quanto gli investitori è proprio ai bonds americani che si rivolgono come a un porto sicuro: che ha avuto un impatto positivo, ma certo abbastanza modesto, sulla crescita USA.

Naturalmente, se finisse col fondersi del tutto come tale proprio l’eurozona, allora sì potrebbe verificarsi una crisi finanziaria del tipo di quello della Lehman Brothers del 2007 e allora sì Obama avrebbe da preoccuparsi… Ma né lui né, tanto meno, quegli ectoplasmi di leaders europei che ci ritroviamo, hanno la capacità di fare quello che fece col suo discorso inaugurale del 1933 Roosevelt: prendere il toro per le corna, il sistema bancario, e costringerlo, con la forza della politica a trasformarsi.

Il presidente Franklin Delano Roosevelt annunciò quel giorno e il giorno dopo chiuse per diversi giorni chiuse le banche, obbligandole a distinguere operazioni e titoli speculativi dalle attività utili e necessarie oliare gli ingranaggi del  sistema economico, facendo approvare in un giorno una “Legge bancaria d’emergenza” che rendeva possibile anche ristrutturazioni fallimentari con la cancellazione delle esposizioni speculative delle banche… e l’approvazione della legge Glass-Steagall che separava le banche commerciali da quelle di investimento con il divieto di utilizzo dei risparmi dei cittadini per operazioni fatte nell’interesse delle banche.

Era la legge che poi improvvidamente, e in realtà criminalmente, venne fatta abrogare da Clinton nel 1999 i  nome del liberismo già trionfante per aumentare il volume di scambi così liberalizzati selvaggiamente e le conseguenti aspettative di profitto con esiti catastrofici, quelli di prima del ’33 non a caso, per la salute della società e quella delle banche stessa ai cui libri contabili era di nuovo consentito di gonfiarsi dell’aria tossica di stramiliardi di tioli fasulli e anche magari inesistenti.

Ma, adesso, FDR è morto e sepolto e chi è vegeto e vivo, gli Obama, le Merkel, i Draghi, le Lagarde e i Monti che ci ritroviamo, Europa e Stati Uniti vogliono sembra prioritariamente salvare le banche. Tutte le banche, così come sono: coi loro bilanci pieni di titoli tossici e le montagne di derivati senza certificazioni, over the counter li chiamano come le medicine da banco, ammorbanti e putrefatti magari ma sopratttutto così nascosti fuori bilancio!

Questa è la vera ragione per cui, nonostante siano stati già usati a sostegno del sistema bancario europeo ben 3.500 miliardi di € – altro che aiuti all’economia reale! – esso  è sempre più esposto ai venti di crisi: i venti del neo-liberismo.

Dunque, si capisce bene che Obama – le ci-devant presidente progressista, come lo avrebbero chiamato i rivoluzionari francesi quando tolsero i titoli nobiliari a marchesi e duchi semplicemente mettendogli prima quel breve prefisso: le ci-devant— il già, il finora Luigi di Borbone, ora cittadino Luigi Capeto – lo preoccupi tanto. E il bello, naturalmente, è che tutti saranno, saremo anche noi, obbligati a fare il tifo per lui davanti al mostro di inettitudine e di grettezza che i repubblicani si vanno scegliendo come suo antagonista, Mitt Romney…

●Non è risolta comunque la traversata del deserto delle grandi  banche, non solo quelle americane si capisce, malgrado la quantità di aiuti regalati loro dagli Stati col pubblico denaro. Adesso, subito dopo il G-20, la Moody’s Investors Service che le aveva già messe in guardia a febbraio scorso del possibile downgrading se lo sono visto ora infliggere. Ne elencano 16, anche se curiosamente – dopo – il sito di Moody’s titola (http://www.moodys.com/research/Moodys-downgrades-firms-with-global-capital-markets-operations--PR_248989) di 15 istituti bancari (stavolta – ma solo perché tanto era già stato fatto nel recente passato – nell’elenco non rientrano banche italiane).  

Si tratta di:

Bank of America Corporation, (US) a Baa2 da Baa1, previsione negativa;

Barclays, (GB) ad A3 da A1, previsione negative;

Citigroup Inc., (US) a Baa2 da A3, previsione negativa;

Credit Suisse AG, (svizz) per il debito senior a (P)A2 da (P)Aa2, con previsione stabile; per il

    debito a breve termine (P) rating confermato a P-1, previsione confermata;

Goldman Sachs, Inc., (US) ad A3 da A1, previsione negativa; a breve termine a P-2 da P-1;

HSBC, (GB) ad Aa3 da Aa2, previsione negativa; a breve termine, confermato a (P)P-1;

JPMorgan Chase, (US)  A2 da Aa3, previsione negativa; a breve termine confermato a P-1;

Morgan Stanley, (US) a Baa1 da A2; previsione negativa; a breve termine a P-2 da P-1;

Royal Bank of Scotland, (GB) a Baa1 da A3, previsione negativa; a breve termine confermato a P-2;

BNP Paribas, (fr) rating ad A2 da Aa3 su debito a lungo termine e depositi, previsione stabile; a

   breve termine, confermato a P-1;

Citibank, (US) depositi a lungo ad A3 da A1, previsione stabile; a breve termine a P-2 da P-1;

Credit Agricole, (fr) depositi a lungo termine ad A2 da Aa3, previsione negativa; a breve termine

   confermato a P-1;

Deutsche Bank, (germ) depositi a lungo termine ad A2 da Aa3, previsione stabile; a breve termine

   confermato a P-1;

Royal Bank of Canada, (can) depositi ad Aa3 da Aa1, previsione stabile; a breve termine

   confermato a P-1;

Société Générale, (fr) debiti e depositi a lungo a A2 da A1; previsione stabile; a breve termine

   confermato a P-1;

UBS AG, (svizz) debiti e depositi a lungo termine ad A2 da Aa3; previsione stabile; a breve termine

   confermato a P-1.

Le svalutazioni riflettono tutte, quale più quale meno ma tutte, i nuovi rischi e problemi coi quali l’industria del credito si va scontrando. E scontano che, ovviamente, potrebbero amplificare, e amplificheranno, i loro problemi. Con rating più bassi, chi presta soldi a queste banche potrebbe voler prestarglieli a rendimenti più alti e i loro maggiori clienti potrebbero voler spostare i propri depositi su istituti meno a rischio, riducendone così ancora le entrate… facendo pagare loro, cioè, lo scotto che fanno pagare a ogni piccolo creditore, impresa o famiglia, che abbia bisogno di rivolgersi loro per avere un credito…

●Il rapporto del BLS di Washington e altri istituti di ricerca indipendenti dicono, infatti, di un guadagno netto di appena 69.000 posti di lavoro a maggio con tasso di disoccupazione che sale all’8,2 dall’8,1% di aprile a causa soprattutto di un numero più alto di senza lavoro che si sono messi a cercarlo. Sono stati, infatti, 642.000 comunque a entrare sul mercato del lavoro, alzando così il tasso di partecipazione dal minimo di aprile al 63,6 al 63,8% di adesso, di maggio, ancora molto al di sotto del 66% del dicembre 2007, allo scatenarsi della recessione. Cattive notizie anche dalla revisione degli ultimi dati di aprile e di marzo che vedono adesso ridursi i numeri di posti di lavoro creati. E con questo è il terzo mese consecutivo.

E, con l’alto numero di disoccupati e sottoccupati sul mercato del lavoro salgono le pressioni che tengono bassi e soprattutto fermi i salari impedendone ogni recupero (la legge dell’offerta e della domanda che, essa sì, funziona perfettamente). La crescita del salario medio orario, combinata al calo delle ore lavorate, si è tradotta in una leggera riduzione reale di salario orario (di $ 1,66 a maggio) 1) New York Times, 1.6.2013, S. Dewan, Feeble US Job Growth Stokes Fears of a Global Slowdown Il fiacco aumento di posti di lavoro in America carica altri timori di ulteriore rallentamento dell’econopmia globale, http://www.nytimes.com/2012/06/02/business/economy/us-added-69000-jobs-in-may-jobless-rate-at-8-2.html?_r=1; 2)  Bureau of Labor Statistics (BLS), 1.6.2012, USDL-12-1070, Employment Situation Summary, http://www.bls.gov/ news.release/empsit.nr0.htm; 3) Economic Policy Institute (EPI), 1.6.2012, Underlying labor market trend still murky after May jobs report Al di sotto delle tendenze del mercato del lavoro tutto resta limaccioso dopo il rapporto di maggio sul lavoro, http://www.epi.org/publication/may-2012-jobs-picture.

E, adesso, aumentano le possibilità che, anche se molti dei componenti del suo direttivo restano riluttanti, cedendo alla fiacca di questo mercato del lavoro – altro  che le favole e le giaculatorie ottimiste che da noi celebrano le flessibilità prolifiche di occupazione degli americani – la Fed si senta obbligata a allentare ancora un po’ il tasso di sconto (anche se oggi è già solo in una gamma che va dallo 0 al massimo di uno 0,25%).

Intanto, emerge la polemica mirata della destra repubblicana a Obama perché non ha tirato il paese fuori dai guai della finanza e dell’economia reale. Nei quali, naturalmente, lo aveva cacciato Bush, col suo debito e le sue guerre balzane e costose. Scrive sul nostro solito WP, un osservatore di scuola convenzionale, Dana Milbank, del disincanto di molti tra i progressisti statunitensi rispetto alla situazione attuale della politica americana.

A un certo punto del suo pezzo dice: proprio che “l’economia ancora arrancante del paese sta deprimendo parecchio i sostenitori di Obama(The Washington Post, 18.6.2012, D. Milbank, The Left feeling left out La sinistra che si sente lasciata fuori http://www.washingtonpost.com/opinions/dana-milbank-the-left-feeling-left-out/2012/06/18/gJQAbKzQmV_story.html?tid=pm_pop).

Andrebbe aggiunto, però, a un’osservazione sicuramente vera come questa sulla sinistra scontenta, che quando decisero di lasciarla fuori di non tenere conto delle sue proposte e opinioni, era essa ad avere ragione. Non quelli del saggezza convenzionale che proponevano stimolo e interventi a metà, per ché più “prudenti” coma poi è stato quello di Obama: essenziale, certo, perché stoppò, almeno nell’immediato la crisi delle banche, ma incapace di rilanciare economia e occupazione.

Fu allora, a tempo debito e non ora, che praticamente tutti i progressisti d’America dissero, e avevano ragione, che intereventi come quelli non sarebbero stati sufficienti a rilanciare l’economia reale: la domanda, l’occupazione) a un livello di crescita adeguato (1) Truthout, 1.12.2009, D. Baker, CEPRCentro di ricerca per la politica economica, Yes, we can make the stimulus more stimulating Sì, possiamo fare dello stimolo qualcosa di più stimolante ▬ http://archive.truthout.org/011209R; e 2) The Guardian, 24.1.2012, sempre D. Baker ma anche Stiglitz, Krugman, Roubini e molti altri economisti di scuola neo-keynesiana, How Larry Summers’ memo hobbled Obama's stimulus plan Come il pro-memoria di Larry Summers ha bloccato il piano di stimolo di Obama http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2012/jan/24/larry-summers-memo-hobbled-obamas-stimulus).

Il collasso della bolla speculativa edilizia, nel corso e con la noncuranza colpevole della sciagurata presidenza di George Bush, aveva distrutto – il calcolo, specie nella prima analisi, quella di inizio gennaio 2009, era stato fatto e scritto e reso noto quasi al singolo dollaro con grande esattezza – una  domanda di 1.200 miliardi di $ tra domanda nel settore e consumi.

Al massimo del 2009 e del 2010 lo stimolo di Obama ha rimpiazzato solo 1/4, sui 300 milioni, della spesa annua che era andata persa. Ma la regola è che a Washington – a Washington? perché a Roma, a Francoforte, a Berlino? – chi fa calcoli, ragionamenti e previsioni economiche che si rivelano giuste o, comunque, più vicine alla realtà dei vaticini neo-liberisti del buon senso convenzionale del libero mercato non conta mai quanto contano, ancora e sempre, i secondi…

●Sul piano generale si va delineando, e preoccupa molto ogni bravo liberista ovviamente, il contrasto di modelli che si va profilando: per manifestare le loro paure scelgono l’esempio del Brasile. Il fatto è che la forza con cui la presidente del Brasile, Rousseff, sta rilanciando il ruolo dello Stato, dell’economia pubblica, nel dare forma e consistenza a una politica economica del paese che somiglia molto da vicino al modello cinese di indirizzo degli investimenti e che si sta rivelando come modello sempre più popolare almeno in tutto il mondo in via di sviluppo.

Lo stimolo di spesa pubblica in atto in Brasile ha aiutato in modo decisivo a conservare e promuovere posti di lavoro: la disoccupazione è qui, oggi, al tasso del 5,8%, rispetto a dieci anni fa, un livello record al ribasso, dal 13% di un decennio or sono (Agenzia Bloomberg, 24.5.2012, Brazil’s Unemployment Rate Unexpectedly Fell to 6% in April— Ad aprile, la disoccupazione in Brasile cade inaspettatamente al tasso del 6% ▬ http://www.bloomberg.com/news/2012-05-24/brazil-s-unemployment-rate-unexpectedly-fell-to-6-in-april-2-.html).

Ormai, malgrado l’economia brasiliana – risentendo delle difficoltà soprattutto europee ma anche americane che stanno riducendo le sue esportazioni – stia perdendo colpi di crescita il tasso di gradimento dell’elettorato nei confronti della presidente in carica resta almeno intorno al 60% mentre tutto il mondo occidentale sta gareggiando in una corsa sfrenata alla perdita di fiducia.

E ora, in un’eco del dibattito che imperversa in America come in Europa – tra promotori del buon senso economico e difensori del dogma che il privato è sempre meglio del pubblico, quelli che hanno affossato l’economia ma che, malgrado i risultati sociali e economici molto pesanti che dar loro retta ha comportato per la maggioranza del popolo e di tutti i popoli, la continuano a dominare, i neo-liberisti della cosiddetta saggezza convenzionale del far spazio al mercato libero, cioè selvaggio – anche a Brasilia riaffiora la resistenza alla linea di Rousseff.

Ci sono “esperti” (la scorta di servizio di lor signori resta sempre abbondante, dovunque) che imputano al suo governo l’interventismo eccessivo che tenta di equilibrare alti e bassi di un’economia che invece di lasciare tutti liberi di arricchirsi teoricamente e di fare la fame concretamente, resta troppo legata al ciclo della produzione di derrate alimentare più che dei servizi…

E poi ci sono i tanti, terrorizzati che la creazione di esempi forti di economia pubblica sostenuta dallo Stato ne facciano derivare altri timori di un’economia più socializzata ancora e decisa così, dicono, a togliere spazio a scelte e opzioni rispetto al massimo beneficio – per loro, per come loro lo concepiscono – dell’esposizione di un paese e della sua economia alla forze di mercato.

Questa gente non è rassegnata al fatto che per le persone normali (all’americana: per il 90-99% dei cittadini, che magari anche non se ne rendono conto, contro l’1%) se il governo controlla un’economia, finché lo fa con poteri derivati dalla democrazia, a loro va bene. Anzi, sono contenti perché per i più, poi, va meglio… Diciamo che non è rassegnata, questa gente, al fatto che la gente normale, qui come e prima che a casa loro, si va risvegliando. Come non lo è lo strombazzatore ufficiale del neo-liberismo che, facendosi portavoce delle loro ubbie e delle loro paure, da gazzettier-corrispondente scrive da Brasilia e da Rio per il NYT (New York Times, 21.6.2012, S. Romero, As Growth Ebbs, Brazil Powers Up Its Bulldozers Con la crescita che scende un po’, il Brasile riavvia i suoi bulldozers [di Stato… mentre invece – ma purtroppo almeno qui non gli danno più retta – dovrebbe lasciar fare alle forze del “libero mercato”] ▬ http://www.nytimes.com/2012/06/22/world/americas/brazil-combats-slowdown-with-even-more-stimulus.html?_r=1& ref=global-home).

●La cosiddetta Organizzazione di Shangai per la Cooperazione ha fatto incontrare i suoi sei paesi aderenti (Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) e alcuni invitati-osservatori (Mongolia, India, Pakistan e Iran, con l’Afganistan rappresentato da una forte delegazione ospite guidata dal presidente Karzai) a Pechino dove il presidente cinese Hu Jintao ha annunciato che la Cina vuole e deve avere un ruolo nella ricostruzione di un Afganistan pacificato. Su sua richiesta, così, la SCO ha deciso di attribuire a Kabul lo status di “osservatore partecipante” ai propri lavori e, su iniziativa della Turchia, di appoggiarne quello, per il momento, di “partner dialogico”.

A latere dell’incontro Putin, ha concordato, incontrando Ahmadinejad, sul fatto che “una più costruttiva cooperazione di tutti i paesi della regione con Russia e Iran” aiuterebbe a far prevalere pace e sicurezza in tuta l’area: sembrano ovviamente analisi e previsioni interessate, ma l’Iran offre subito al Pakistan, se è disposto a accettarlo sfidando le ire degli americani, di tradurre in pratica l’offerta di cooperazione scambiando direttamente il suo petrolio in cambio di prodotti manifatturati senza passare per l’intermediazione finanziaria che con le sanzioni americane in atto e quelle europee annunciate in arrivo diventa più difficile e costosa…

La Cina, ha assicurato da parte sua Hu, è anche “intenzionata a intensificare comunicazioni e coordinamento sulle questioni chiave di grande rilievo globale e regionale che riguardano la salvaguardia della sicurezza di tutti noi e di quella comune e lo sviluppo degli interessi di tutti i nostri paesi(Xinhua.net, 7-6-2012, Chinese president calls for harmony among SCO Il presidente cinese fa appello all’armonia tra i paesi della SCO http://news.xinhuanet.com/english/bilingual/2012-06/07/c_131637904.htm).

Il fatto è che la geografia resta, dovunque e sempre, uno dei collanti più forti e duraturi alla base dei rapporti tra diversi paesi. Qui, dentro questo sistema naturale dettato dalla vicinanza e dalla convivenza di prossimità, nel sistema pan-asiatico cioè, vedrà qualcuno dei suoi membri soffrire e qualcuno invece trarre vantaggio da quella che è stata prima la presenza estranea e, poi, la dipartita forzata delle truppe americane e occidentali. Per esempio, la Cina ha già registrato un vantaggio di partenza non da poco nell’accaparrarsi e nello sfruttare le risorse minerali dell’Afganistan riuscendo a presentarsi agli afgani come un paese amico e interessato ma senza secondi fine e ambizioni di stampo vetero o neo-imperialistico.

E ora, dopo l’allontanamento dei pachidermi occidentali dalla cristalleria asiatica, è del tutto normale che tra i paesi della regione si torni a discutere insieme e senza interferenze di problemi della sicurezza globale anche e forse proprio perché la SCO non si basa su una alleanza militare ma su una comunità di interessi dovuti alla stessa prossimità e postuli, per così dire naturalmente, l’esigenza e la difesa collettiva della stabilità regionale e di cooperazione.

Tesa, questa, alla sicurezza di ciascuno e di tutti questi paesi. Di fatto, e nell’immediato, la SCO sta rendendosi già credibile e utile come istituto efficace di coordinamento  per una comunità di Stati altrimenti senza molto in comune se non una geografia e una certa complementarità potenziale. In questa prospettiva, la SCO sembra ipotizzarsi ormai come un processo anche se appena incipiente ma destinato a durare di ridare all’Asia una normalità in cui spetti agli Stati asiatici assumersi la responsabilità collettiva della sicurezza in quella regione, senza più far ricorso a potenze estranee a decine di  migliaia di km. da casa loro.

Perché – e deve essere chiaro – molti di questi Stati hanno interessi e visioni concorrenziali e strategie divergenti. Però i loro leaders concordano sul bisogno di stabilità dell’area e sulla necessità che non venga lasciato alcun vuoto di potere dopo il ritiro degli americani dall’Afganistan che costituirebbe naturalmente l’occasione più ghiotta per molte e diverse formazioni del terrorismo internazionale.

Intanto, a tutti è evidente come sia la Cina, probabilmente, da subito ma anche in prospettiva, qualsiasi sia poi l’evoluzione del paese, chi attraverso i nuovi rapporti, gli accordi e i legami della SCO si avvantaggerebbe di più riuscendo a sfuggire alla morsa con cui da sempre gli Stati Uniti via mare la attorniano: attraverso il continente asiatico e le connessioni stradali, ferroviarie, di gas e oleodotti che via Pakistan, Russia, Iran e, adesso, anche Turchia la collegherebbero direttamente perfino al Mediterraneo. La cosa nuova è che ormai, dopo Iraq e Afganistan, e anche e proprio in presenza di minacce comuni di tipo nuovo come al-Qaeda e altre costellazioni del terrorismo internazionale, gli altri Stati asiatici oggi non abbiano, o non sembrino avere  interesse a coltivare l’isolamento della Cina. Anzi…

A modo loro, adesso e tra mille contraddizioni, e forse senza neanche rendersene appieno conto concorda anche ormai, per esempio, il ministro della Difesa delle Filippine, Honorio Azcueta, quando dopo aver incontrato a Manila il 4 giugno il capo dei capi di stato maggiore delle Forze Armate USA, gen. Martin Dempsey, gli ricorda prendendolo del tutto alla sprovvista che “le forze armate americane sono sempre, qui da noi, le benvenute se prima chiedono e ottengono di coordinare piani e movimenti in quest’area con il nostro governo(PhilSTAR.com, J. Laude, US troops can use Clark, Subic bases, if…— Alle truppe americane è consentito usare le basi Clark e Subic, se… ▬ http://www.philstar.com/Article.aspx?articleId=814442&publicationSubCategoryId=63).

Agli americani resta, infatti, sempre difficile capire una logica che, come questa, prevede di ammantarsi della protezione tacita o magari, come per le Filippine – che non a caso della SCO non fanno proprio parte… finora – anche richiesta della bandiera a stelle e strisce per affrontare meglio (o, per lo meno, così esse sperano) il contenzioso che Manila ha con Pechino sulle isole e le risorse dei fondali sottomarini del Mar Cinese Meridionale; e, insieme, vuole mettere condizioni a questa presenza sub imperiale rispettose della propria sovranità nazionale. Ma le due cose insieme – appunto – non stanno …

Il problema che geografia e storia (l’irrinunciabilità da parte di qualunque cittadino cinese anche a un solo km2 di territorio nazionale) rendono insolubile per i filippini, potrebbe essere affrontato, e forse anche risolto invece, non appoggiandosi a poteri lontani ma in un quadro di sicurezza collettivo che tenti di contemperare e globalizzare gli interessi di tutti in interessi comuni e anche consorziati.

Perché neanche la prossimità di una flotta navale americana, comprensibilmente riluttante a ingerirsi in interessi davvero irrilevanti per gli USA come quelli qui rivendicati, e quindi a benefici assai bassi e costi potenzialmente elevati, sembra molto efficace.

●In India, al segretario alla Difesa USA, Panetta – che li spronava ad assumersi un ruolo più attivo in Afganistan e cercava di attenuare le preoccupazioni di Nuova Delhi sulla nuova strategia americana tesa a controbilanciare con ogni mezzo non direttamente aggressivo la crescente influenza della Cina nell’Asia orientale, anche, come dicono loro, provocando il dragone col solleticargli di tanto in tanto in tanto, ma senza mai andare a fondo, con qualche mossa di ordine militare (pattugliamenti, esercitazioni navali, ecc.), la coda – gli indiani hanno seccamente segnalato che da quell’orecchio proprio non lo stanno a sentire.

Se strategia significa, come insegnava l’antichissimo e insuperato maestro cinese[5], l’arte di imporre al nemico il tempo, il luogo e le condizioni di uno scontro, allora – dice, perfino in modo qualche po’ tracotante, il ministro della Difesa A. K. Antony a Panetta “quel che lui dice dover avvenire, un’alleanza strategica con l’India tra due potenze lontane contro una invece vicina, non avverrà mai: perché sarebbe insensato”.

E, cancellando la conferenza stampa congiunta prevista alla fine dell’incontro bilaterale all’Istituto per gli Studi e le Analisi di Difesa della capitale, gli ha replicato che il coinvolgimento indiano in Afganistan è già in atto, anche se le considerazioni del collega americano sembrano ignorarlo: è molto attivo e presente, anzi, nel sostenere logisticamente e anche militarmente l’Alleanza del Nord di uzbeki e tagiki contro i talebani pashtun: il problema essendo, invece, che anche il governo afgano è a dominanza pashtun…

Una cooperazione con gli USA sul piano militare è certo possibile. Ma sempre caso per caso – niente di strategico, dunque – e lo è in particolare, per quanto interessa il suo governo, soprattutto in materia di forniture aeronautiche e di alcuni sistemi d’arma di tecnologia particolarmente avanzata. L’India non sarà, dunque, un alleato strategico di nessuno e, in specie poi, degli americani  per il fatto che “gli interessi americani e indiani non sono sempre compatibili e congrui per molte ragioni che vengono dalla stessa storia dei due paesi. Soprattutto, poi, se come oggi – nella realtà delle cose e malgrado ogni ostentazione attivistica di facciata,  il profilo militare degli USA nel Sud-est asiatico sta diminuendo (Agenzia NightWatch-KGS, 6.6.2012, http://www.kforcegov.com/Services/IS/Night Watch/NightWatch_12000109.aspx).

La stampa indiana, subito dopo, registra le reazioni di Panetta, costrett a fare buon viso a un gioco che proprio non si aspettava e che era stato preparato evidentemente, epperò senza grande sorpresa,   malissimo da una diplomazia americana per lo meno distratta. Anzitutto i tre accordi militari che aveva chiesto due anni fa il suo predecessore Robert Gates all’India non sono più in queste condizioni in offerta, e Panetta chiede di rimpiazzarli con una maggiore disponibilità a vendere armi americane all’India su un piano di scambi di natura puramente commerciale.

In effetti, nota, rapporti pratici tra le due istituzioni militari si sono ormai consolidati ma dovrebbero acquisire un carattere più strategico e collaborativo e meno semplicemente pratico. In ogni caso agli Stati Uniti interessa sempre collaborare con una forza armata come quella indiana forte e ben strutturate che servano a tenere un’area dell’oceano indiano prospera e pacifica… Insomma, tanto l’uva nondum matura erat... (The Telegraph (Kalkata), 7.6.2012, Sujian Dutta, Three pacts Antony opposed are off the table I tre accordi [strategici] che a Antony non andavano proprio, non sono più all’ordine del giorno http://www.telegraphindia.com/1120607/jsp/nation/story_15580241.jsp).

Un rapporto, pubblicato da qualche mese ma finora restato ignoto e ignorato di un ufficio del Congresso, che da noi non ha un vero equivalente e ha l’incarico di fare le pulci alle spese del governo ma anche alla congruità stessa(la convenienza, l’appropriatezza) delle spese in questione – e che, ora, è stato pubblicato dal più diffuso quotidiano d’America – riferisce di un’inchiesta condotta in Pakistan dai militari americani.

Avrebbe accertato come il Pakistan stia ostacolando in ogni modo il tentativo di impedire l’arrivo di materiali per la fabbricazione di ordini esplosivi improvvisati ai talebani dell’Afganistan che, senza le forniture di Lahore, non sarebbero in grado di produrre batterie, rivestiture e contenitori di plastica e il nitrato d’ammonio necessario a produrre l’esplosivo di gran lunga più utilizzato e che nel territorio, viene prodotto solo in due fabbriche pakistane.

E si tratta di un flusso, dice il rapporto, che da sei anni a questa parte è molto aumentato… (1) USA Today, 6.6.2012, T. Vanden Brook, Report: Pakistan hindering efforts to curb Taliban IEDs Il Pakistan sta ostacolando gli sforzi per frenare la produzione da parte dei talebani dei loro ordigni esplosivi improvvisati http://www.usatoday.com/news/military/story/2012-06-05/ieds-pakistan-taliban-afghanistan/5409724/1; 2) GAO, Rap porto al presidente della Sottocommissione per gli Affari del Vicino Oriente e dell’Asia del Sud-centrale della Commissione Esteri del Senato, 5.2012, Pakistan – Combating Terrorism Il Pakistan e la lotta al terrorismo http://www.gao.gov/assets/600/590869.pdf).

Sotto questa serie di accuse, che considerano infamanti e non dimostrate, le FF. AA. del Pakistan – dopo che sul tema è anche tornato il segretario americano alla Difesa, Leon Panetta, rimproverando pubblicamente a Kabul che Washington sta perdendo la pazienza con Islamabad e, in particolare, proprio con l’esercito pakistano per la sua riluttanza a perseguire sul serio i ribelli del gruppo islamista e estremista Haqqani nelle regioni tribali semi-autonome del nord-ovest, a cavallo con l’Afganistan, reagiscono col rifiuto pubblico del capo di stato maggiore dell’esercito del Pakistan, gen. Ashfaq Parvez Kayani, di incontrarsi con l’assistente segretario alla Difesa degli USA, Peter Lavoy (PakObserver, 11.6.2012, Kayani refuses to see Lavoy Kayani rifiuta di incontrare Lavoy http://pakobserver.net/detailnews.asp?id=159551).

E, alla fine – o almeno per ora: ma vedrete che non è finita per niente, ci ripenseranno e ci riproveranno ancora, fino a trovare magari in un momento di distrazione mediatica qualche foglia di fico per coprirsi a vicenda le vergogne – gli americani, più che altro il Pentagono, reagiscono con la decisione di lasciar perdere nel tentativo di convincere il Pakistan a consentire il transito di rifornimenti per le truppe NATO in Afganistan. I negoziatori, viene detto, sono già partiti o stanno partendo… ma poi rallentano un po’ la partenza.

Anche perché emerge un altro sviluppo, e quanto mai preoccupante, il 25 giugno un comunicato dell’ISAF rende noto che gli attacchi degli insorti in aprile hanno raggiunto i 2.000 “incidenti” per aumentare a maggio a oltre 3.000, +21% sullo stesso mese dell’anno prima. Le statistiche tenute dalla coalizione includono tutti gli attacchi iniziati dai talebani dai bombardamenti coi razzi alle bombardamenti suicidi, i singoli assalti all’arma bianca e alle esplosioni di ordigni improvvisati sulle strade di tutto l’Afganistan (NightWatch KGS, 26.6.2012, Strong increase in attacks by anti-government forces during April and May Forte aumento negli attacchi delle forze antigovernative in aprile e maggio http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_12000123.aspx).

Ma, in realtà, la gran maggioranza di questi attacchi sono concentrati nella aree che i ribelli impongono, le aree della loro insorgenza, 1e 12 province pashtun del Sud e del Sud-Est del paese. E il fatto è che un centinaio di assalti quotidiani in un paese tutto rocce e montagne e deserti come questo che non è neanche in grado di fabbricarsi da sé nessuno strumento da guerra – dalle carabine alle munizioni agli ordigni esplosivi improvvisati sta effettivamente a testimoniare di una flusso costante di armi, munizioni e forniture di ogni tipo necessarie a tenere in vita e rilanciare la guerra antiamericana con l’aiuto del Pakistan: dopo ormai 11 anni di operazioni militari da una e dall’altra parte di un fronte che cambia di ora in ora.

●Intanto, però, si riapre un altro fronte, confuso e contorto, nel rapporto tra Pakistan e USA e, soprattutto, all’interno del paese nel braccio di ferro, spesso sotto traccia ma di tanto in tanto alla luce dello scontro politico-costituzionale, tra FF. AA. e governo e presidenza della Repubblica. L’accusa, avanzata dall’esercito contro l’ambasciatore del paese in America, Husain Haqqani (nessuna parentela con il gruppo ribelle), è quella di alto tradimento (New York Times, 12.6.2012, D. Walsh, Pakistani Inquiry Says Former Envoy Sought Help from U.S. Inchiesta pakistana afferma che l’ex ambasciatore del paese ha effettivamente chiesto l’aiuto [l’intervento cioè, politico e forse anche militare] degli Stati Uniti [negli affari interni del suo paese] ▬ http://www.nytimes.com/2012/06/13/world/asia/pakistans-husain-haqqani-said-to-seek-help-from-us. html?ref=global-home).

E’ venuto fuori il testo di un memorandum inviato, a nome – sembra – del presidente Asif Ali Zardari all’allora capo di stato maggiore delle FF. AA americane USA, amm. Mike Mullen, che a maggio di un anno fa chiedeva aiuto e l’intervento dell’esercito americanose i generali pakistani avessero, come in quel momento sembrava possibile, tentato un colpo di Stato contro la classe politica”…

Adesso Haqqani, che si è nel frattempo dimesso dal corpo diplomatico, e che danni insegnava  relazioni internazionali all’università di Boston, ha rifiutato di tornare in patria a difendersi davanti alla Commissione d’inchiesta aperta dal parlamento, viene rinviato a giudizio presso la Corte suprema, di fatto insieme a Zardari sul cui ruolo andrà discusso se avesse più o meno coperto/autorizzato l’iniziativa del suo ambasciatore. E ha subito dichiarato di essere perseguitato per la percezione di alcuni del suo filo-americanismo. La Commissione d’inchiesta, d’altra parte, non è un tribunale e quanti dichiarano che ha deciso su colpa o innocenza sbagliano”.

Ha ragione, ovviamente, la Commissione d’inchiesta è, anche se ha incaricato tre giudici dell’indagine, solo un organismo di accusa. Ma la Corte suprema, essa sì, è un tribunale e lui, nel merito rifiuta ancora e sempre di entrare nel merito:  sì l’ho fatto, no non l’ho fatto. Adesso Haqqani contro-accusa che la Corte suprema è un organo esso stesso di parte, troppo vicino ai militari e che in passato ne ha anche coperti tentativi di e veri e propri colpi di Stato.

Che è vero ma, contro questa Corte suprema, piuttosto irrilevante e non depone molto a favore di una sviluppo equanime del processo nei confronti di un imputato che reagisce all’imputazione accusando i suoi giudici su basi però solo politiche e anche generiche. Ma mette anche in difficoltà l’America che, a breve, riceverà una richiesta ufficiale di estradizione per lui e, forse, anche la richiesta di dichiarare la veridicità o meno della consegna del famoso memorandum.

E infine, ma si tratta solo della fine forse di questa penultima tappa della tragicommedia che è il Pakistan, il presidente della Corte suprema, Iftikhar Muhammad Chaudhry, ha dichiarato adesso  vacante il posto di primo ministro dal 26 aprile, quando la Corte lo aveva pronunciato colpevole di oltraggio avendo egli, Yousuf Raza Gilani, rifiutato per oltre un anno prima delle elezioni del presidenziali di obbedire al suo ordine di perseguire per corruzione il presidente della Repubblica Asif Ali Zardari che lo avrebbe reso intellegibile (Zardari era da anni noto come Mr. 10%— da quando era sposato anni fa alla prima ministra Benazir Bhutto, poi assassinata e il cui assassinio-martirio lo portò alla fine alla testa del Pakistan).

La decisione è stata ispirata dal partito islamista di opposizione, la Lega mussulmana, contro quello di maggioranza, il Partito popolare di Zardari. E, nell’immediato, sembra riaprire per default spazi diciamo così di occupazione del potere politico da parte dei militari che su tutto qui supervisionano, però spesso inettamente, da sempre (1) New York Times, 19.6.2012, D. Walsh, Political Instability Rises as Pakistani Court Ousts Premier Cresce l’instabilità politica con l’estromissione del premier da parte della Corte suprema ▬  http://www.nytimes.com/2012/06/20/world/asia/political-instability-rises-as-pakistani-court-dismisses-prime-minister html?_r=1&ref=global-home); 2) Dawn (Islamabad), Gilani no more PM, rules SC Gilani non è più PM, decreta la Corte suprema http://dawn.com/2012/06/19/speaker-ruling-case-sc-resumes-hearing-2).

A tamburo battente il Partito popolare elegge Raja Pervez Ashraf (New York Times, 22.6.2012, D. Walsh, Pakistani Parliament Elects New Prime Minister Il parlamento pakistano elegge il nuovo primo ministro http://www.nytimes.com/2012/06/23/world/asia/pakistans-ruling-party-nominates-new-candidate-for-prime-minister.ht ml?ref=global-home), anch’egli peraltro controverso ex ministro (sospetto anche lui e sotto inchiesta per corruzione, però) a nuovo premier… Ma già si sa che adesso la Corte suprema tornerà a chiedere a lui di fare quello che non voluto il predecessore, di perseguire con l’aiuto del governo svizzero – che era stato in realtà poi all’origine dell’inchiesta ma aveva bisogno di essere attivato da una specifica richiesta di Islamabad – il processo per corruzione del presidente Zardari. E saremo da capo.

GERMANIA

●Con un attacco, appena appena velato, ma anche del tutto evidente, alle posizioni russo-scettiche, se non proprio russo-fobiche, del Commissario tedesco, cristiano-democratico come lei e da lei nominato, alle politiche energetiche dell’Unione, Günther Öttinger, Angela Merkel ricevendo a Berlino il presidente russo Vladimir Putin ha affermato con forza che la Russia è un fornitore assolutamente affidabile di gas naturale.

Sono molte le imprese europee che hanno contratti con la Russia e ormai il gasdotto Nord Stream è un progetto che, da joint venture russo-tedesca, è diventato a pieno una venture russo-europea vera e propria. Anche i paesi già parte della sfera di influenza sovietica del Consiglio baltico che ne hanno appena discusso (9° vertice degli Stati baltici, 31.5.2012, Stralsund, Germania, Pressemitteilung Comunicato della Presidenza tedesca http://www.auswaertiges-amt.de/cae/servlet/contentblob/619098/ publication File/168851/120531-Kommunique-Gipfel.pdf) proprio in Germania, hanno riconsiderato e – riferisce la cancelliera – non poco attenuato – sulla base delle esperienze fatte più che dei loro ancestrali timori – le critiche ai russi come fornitori affidabili di gas naturale e esecutori affidabili dei contratti stipulati con chi li rispetta (ITAR-TASS, 1.6.2012, Russia remains reliable gas supplier La Russia resta un affidabile fornitore di gas naturale ▬  http://www.itar-tass.com/en/c154/436432.html).

●Chiamati a cuori – cioè a rispondere sul cosa fare e come farlo per l’unità e l’integrazione europea, ora, non tra cinque o dieci anni – tedeschi e francesi rispondono a picche: a metà mese emettono una curiosa “dichiarazione di intenti(NewsDaily, 16.6.2012, Germany and France want to cooperate on armaments Germania e Francia vogliono cooperare nella produzione di armamenti http://www.newsdaily.com/ stories/bre85d0e6-us-germany-france-defence) che sarebbe andata bene cinque anni fa e andrebbe bene tra un quinquennio, sulla necessità di coordinare “in futuro” – ma senza dire quando e tanto meno come – i loro acquisti di armamenti a lungo termine.

Ha detto il vice ministro della Difesa tedesco Stéphane Beemelmans che la piattaforma bilaterale di Parigi e Berlino dovrà essere costruita in modo tale da accogliere poi altri che vogliano condividere il coordinamento dell’acquisto di carri armati e artiglieria pesante ed esplorare, ad esempio con gli inglesi dice il vice ministro, la possibilità di sviluppare e produrre aerei sezna pilota di concezione  europea.

E, francamente, se ne sentiva disperatamente il bisogno…

FRANCIA

●Alla vigilia delle elezioni parlamentari quattro soldati del contingente francese che, secondo le decisioni di Hollande, dovrebbe restare fino a fine anno – sono 3.300 soldati, meno di inglesi, tedeschi e italiani – a controllare Kapisa, la provincia a nord-est di Kabul, sono stati dilaniati ed uccisi e altri tre almeno sono rimasti feriti in modo grave da un talebano che, secondo le regole o non regole della guerra asimmetrica, nascosto sotto un burka si è ammazzato per ammazzare loro. Con questi sono 87 i caduti francesi in Afganistan.  

Ma la domanda che si va imponendo e non pare riuscire a trovare risposta è, considerando che la  decisione di andarsene è stata presa e è stata già accelerata, perché a questo punto non accelerarne almeno un po’ anche l’esecuzione finale e definitiva che porterebbe fuori portata almeno i bersagli stranieri? (le Monde, 9.6.2012, Une attaque d’insurgés tue quatre soldats français en Afghanistan http://lci.tf1.fr/monde/asie/afghanistan-quatre-soldats-francais-tues-dans-une-attaque-d-7344812.html).

●In ogni caso, al ballottaggio va anche meglio che al primo turno al partito socialista di Hollande: i risultati finali lo premiano alla grande, e gli danno anche però una grande responsabilità in Francia e in Europa: 308 deputati è la nuova maggioranza assoluta (su 577 seggi) contro una minoranza impotente di orfani del fu Sarkozy e qualche rimasuglio agli altri, compresa la temuta estrema destra.

E, lui, adesso, ha un mandato vero, sonoramente proclamato dal voto popolare, di spingere per la sua linea che tutti i liberisti d’Europa e d’America hanno ribattezzato sprezzantemente di “spesa e di tassazione” aggiuntive ma che è stata subito, del resto, ribadita e precisata dal ministro delle Finanze, Pierre Moscovici (già ministro degli Affari europei col primo ministro Jospin nel governo di “coabitazione” della prima presidenza Chiraq), il 15 giugno stesso, chiarendo che la Francia riporterà il suo deficit di bilancio sotto controllo ma senza alcun cedimento a nessuna “balzana austerità masochista”.

La prossima correzione alla finanziaria che entro luglio verrà votata ed è necessaria per chiudere il buco di circa 10 miliardi di € che serve a riportare il deficit/PIL al 4,5% quest’anno – al 4,5, mica al 3 cui quell’incosciente di Berlusconi ci ha impegnati nei confronti della UIE e che Monti ha, sproloquiando, poi ribadito – verrà raggiunta con tasse ulteriori: sul reddito delle persone fisiche che hanno guadagnato sotto qualsiasi forma di più; sui profitti di banche e reti elettriche; con la cancellazione di non ancora specificate esenzioni fiscali; col rinvio programmato dell’obiettivo dell’equilibrio del bilancio dal target di Sarkozy (2016) al 2017. Che non verrà negoziato e deciso con Bruxelles ma ivi, semplicemente, annunciato.

A prova che questo nuovo governo francese alla favoletta sulla natura intrinseca, di per sé buona, dell’essere umano che si fa imprenditore per cui meno tasse significano automaticamente più investimenti, più occupazione e più crescita, proprio non crede: sulla base dell’esperienza, invece, è convinto che si traducano solo in più panfili d’alto bordo immatricolati alle Cayman e in maggiore evasione fiscale. Anche qui. Mica solo da noi… Alla Briatore, insomma, e non alla Oscar Giannino: se poi, sagace com’è, davvero ci crede…

Anche chi, tra le fila più rappresentative in Europa dell’economia perbenista convenzionale, un bastione del conservatorismo solido e non avventurista come l’Economist, s’era considerando l’alternativa (Sarkozy) quasi augurato la vittoria di Hollande, adesso titola catastroficamente a modo suo (con la prosopopea di chi non vuole ammettere che i suoi modelli finora sono stati seguiti specie in Europa a costi disastrosi per i più) ammonendo che il presidente francese è troppo potente: (The Economist, 22.6.2012, Powerful as well as dangerous - Investors beware: François Hollande is set to take France in the wrong direction even faster than you feared  E’ potente e pericoloso - Attenzione, o investitori: è deciso a indirizzare la Francia nella direzione sbagliata anche prima di quanto pensate! ▬ http://www.economist.com/node/21557338).

GIAPPONE

●Con quello che è sembrato un vero e proprio ricatto economico, il primo ministro Noda ha rivolto un appello al popolo nipponico: se non rimettiamo in moto almeno alcuni dei reattori atomici che, dopo lo tsunami di oltre un anno fa abbiamo tutti fermati, saremo costretti presto a  subire blackouts e interruzioni alla fornitura di energia che non possiamo permetterci, ha detto al paese mentre ne andava riavviando uno, di persona, egli stesso.

E a chi gli faceva notare come le cose andassero piuttosto bene anche senza la fornitura dell’energia atomica venuta a mancare, ha risposto che le misure di conservazione e di risparmio finora attuate e che hanno dato finora un buon esito non sarebbero ora, coi consumi in aumento d’estate, più sufficienti.

A meno che non ci rendiamo disponibili a ridurre il tenore di vita del paese, pagando di più la corrente e razionando di fatto, coi prezzi in aumento, l’energia che distribuiamo, non abbiamo scelta: al nucleare, un po’ più gradualmente forse, dobbiamo tornare .

Il tema, però, qui è ancora rovente e l’appello personale, addirittura emotivo e del tutto inusitato del premier, è stato deliberatamente voluto per drammatizzare il problema e la scelta proposta per uscirne. Ma in molti scommettono che se entro i prossimi mesi non si preoccuperà di curare da vicino e con molto rigore la regolamentazione degli impianti che vuole riaprire, Noda non ci riuscirà.

Il suo piano di creare una nuova authority indipendente non soddisfa molti: in fondo era indipendente – dal controllo pubblico, però, non certo dall’industria – la precedente authority che ha così clamorosamente e anche goffamente ma deliberatamente – così voleva l’industria nucleare – fallito (New York Times, 8.6.2012, M. Fackler, Japan’s Prime Minister Seeks Public Support for Nuclear Energy Il primo ministro giapponese cerca il sostegno del pubblico per riavviare la produzione di energia nucleare http://www.nytimes.com/2012/06/09/world/asia/japans-prime-minister-seeks-public-support-for-nuclear-energy.html?_ r=1&ref=global-home).

Intanto, qui il PIL è, a sorpresa, cresciuto più di della stima del governo nel primo trimestre a un tasso annualizzato del 4,7% (rispetto al previsto 4,1), nell’annuncio ufficiale del gabinetto di Tokyo (Bloomberg, 7.6.2012, Keiko Ujikane,  Japan Economy Grows More Than Initial Estimate L’economia nipponica cresce più delle previsioni iniziali http://mobile.bloomberg.com/news/2012-06-08/japan-economy-grows-more-than-initial-estimate-in-first-quarter).


 

[1] Di lui, di Krugman – nota un po’ lunga, forse, ma che vale la pena di leggere – sentite quello che scrive uno specialista di grande, e anzi eccellente capacità di divulgazione di cose complesse per noi semplici e che persegue questi suoi scopi regolarmente, quasi quotidianamente, sul più grande giornale economico – e conservatore in senso classico, non volgarmente neo-liberista – del mondo: il Financial Times.

   Scrive, dunque, Samuel Brittan, dell’ultimo libro appena uscito (End this Depression, now! Mettete fine a questa depressione, subito!, 5.2012, Norton & Company) del Nobel statunitense dell’economia 2008 Paul Krugman (Financial Times, S. Brittan, 7.6.2012, You don’t need to be a lefty to support Krugman Non c’è bisogno di essere di sinistra per sostenere Krugman http://www.ft.com/intl/cms/s/0/2e74ceba-afd2-11e1-a025-00144feabdc0.html#axzz1xJcaylyl) che “la morale che traggo dal libro di Krugman è semplice semplice: che il rimedio a una situazione caratterizzata da un basso volume di spesa è una spesa più alta. E che tutto il resto non è un fatto, è solo un commento.

  Io personalmente spero, ma senza troppa fiducia, che tra i molti lettori del libro si trovino anche il primo ministro e il cancelliere britannici [e, aggiungiamo noi, la cancelliera tedesca, il primo ministro italiano, ecc., ecc…]. Mr. Krugman segue la definizione di Keynes su cosa costituisca una depressione:‘una condizione cronica di attività economica sotto la norma, cioè, senza che riesca ad emergere una tendenza marcata né verso la ripresa né verso il collasso completo’. A qualcuno resta forse  il dubbio che non sia questa, o anche peggio, la condizione oggi di molte economie occidentali?

   Con l’eccezione del Canada, la produzione nei paesi del G-7 non è andata ancora oltre quella del 2007-2008. In Gran Bretagna e in Italia è ora dal 4 al 6% inferiore di quanto fosse allora…

   Secondo me, non è neanche possibile sottolineare a sufficienza che non c’è proprio nulla di essenzialmente ‘di sinistra’ in questa analisi. I consumatori non spendono più a causa dello strascico di debiti che si portano dietro e le imprese non investono schiacciate dalla carica di pessimismo sulle prospettive dei mercati [gli uni e gli altri, poi, anche  perché – aggiungiamo noi – il sistema bancario, tenuto a galla dai prestiti all’1% per tre anni che gli  va facendo con dovizia la BCE, non rimette in circolo quel denaro neanche a chi lo riprenderebbe in prestito a 6-7 volte tanto…].

   Ma le Banche centrali hanno i loro limiti, coi tassi di interesse nominali vicini allo 0%. Il che significa far rilevare che il resto spetta ai governi”. Già. Che, poi, in Europa significherebbe costruire, appunto, davvero l’Europa…

[2] Questa, in ordine cronologico, è l’ultima notazione introdotta nel testo di questa Nota congiunturale no. 7/2012 intorno alle ore 14 del 29.6.2012. Ci si è infatti, proditoriamente, avendo importato un virus malefico, interrotto l’accesso a Internet. E non possiamo aspettare il prossimo 2 luglio, il primo giorno nuovamente lavorativo, per farlo sbloccare dovendo, quindi inviare a chi ce la mette in rete la Nota congiunturale nei tempi previsti. 

[3] Riprende il titolo di un famoso brano, sincopatissimo e trascinante, del 1991 della band americana R.E.M. – Rodrick allora aveva una trentina d’anni… – e che si ispirava alla famosissima trasmissione radio del 1938 di Orson Welles, La guerra dei mondi, e al panico che diffuse in tutti gli Stati Uniti a seguito dell’annuncio (inventato) di un’invasione di alieni sula terra: dal libro omonimo, di fine secolo XIX  di H.G. Wells, poi reso anche in due grandi film di successo di fantascienza: il primo, del 1953, di B. Haskin e il secondo, del 2005, di S. Spielberg.

[4] George Washington, Farewell Address Indirizzo di addio al popolo americano, 17.9.1796 [alla vigilia delle nuove elezioni cui aveva rifiutato di presentarsi per il terzo mandato, è un documento che costituisce il suo addio e il suo legato politico, raccomandando profeticamente al paese di non lasciarsi tentare “da pericolosi deliri d’onnipotenza

[5] Sun Tsu, L’Arte della guerra, VI secolo a.C, il più antico manuale di strategia militare esistente ed. it. Feltrinelli, 2011, citato poi e ripreso da tutti coloro che, sapendo quel che facevano, hanno studiato nei secoli, e magari anche praticato l’ “arte” dela guerra (da Niccolò Machiavelli, a Napoleone, a Erwin Rommel e Douglas MacArthur e a Mao Tsedong e citato e commentato soprattutto dal barone prussiano Carl von Clausewitz, nel suo Vom Kriege Della guerra ed. Ferdinand Dümmler, Berlino, 1832.