Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     07. Nota congiunturale - luglio 2011

      

  

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

col clic sul numero della Nota da aprire a fondo pagina (per es., su 27) vi si arriva direttamente

 

                                                                                                                                                        

 

01.07.11

 

Angelo Gennari

                               

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc297231774 \h 1

L’Italia: la grande infingarda (istogramma) PAGEREF _Toc297231775 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc297231776 \h 5

nel mondo. PAGEREF _Toc297231777 \h 5

(alcune) date rilevanti prossime venture. PAGEREF _Toc297231778 \h 6

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc297231779 \h 6

in Cina. PAGEREF _Toc297231780 \h 26

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc297231781 \h 32

EUROPA.. PAGEREF _Toc297231782 \h 34

● Il rating di S & P’s alla Grecia “Avete  bisogno di essere più… spartani” (vignetta) PAGEREF _Toc297231783 \h 36

I paesi europei maggiormente esposti al debito della Grecia. PAGEREF _Toc297231784 \h 38

La soluzione europea per il debito greco: fare ancora più debiti (vignetta) PAGEREF _Toc297231785 \h 41

STATI UNITI. PAGEREF _Toc297231786 \h 47

Il cambiamento nel numero dei posti di lavoro (istogramma) PAGEREF _Toc297231787 \h 49

Ecco come andarsene davvero dall’Afganistan… (vignetta) PAGEREF _Toc297231788 \h 58

Il rapporto (curioso) USA-Pakistan (ma anche USA-Afganistan, come USA-Iraq, ecc. ecc.) (vignetta) PAGEREF _Toc297231789 \h 60

Spese militari nel mondo 2010 (tabella) PAGEREF _Toc297231790 \h 65

GERMANIA.. PAGEREF _Toc297231791 \h 65

FRANCIA . PAGEREF _Toc297231792 \h 65

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc297231793 \h 66

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc297231794 \h 67

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

● E Berlusconi ha perso anche i referendum: tutti, catastroficamente. Col  90 e più per cento di sì per l’abolizione delle leggi che lui voleva tenere, anche di quelle a lui profondamente carissime… Prima del risultato, il solito Economist[1], come sempre particolarmente impietoso, ha dedicato un corposo speciale dedicato all’Italia – come sempre colorato da un sottile, ma in realtà poi abbastanza rozzo sprezzo antitaliano – con il titolo icastico e recidivo de L’uomo che ha fo***to (— screwed) un paese tutto intero/L’era Berlusconi angoscerà l’Italia per molti anni a venire. Bé, il giorno dopo Bankitalia rivela che il debito pubblico italiano è arrivato a 1.890 miliardi di €. Salvo, poi, in un capitoletto intitolato The cavaliere and the cavallo, lasciar intuire che, in realtà, a ben vedere, la colpa è del secondo, più che del primo…

L’Italia: la grande infingarda (istogramma)

PIL pro-capite, % di cambiamento annuo 2001-2010

      

Fonte: The Economist, in base ai dati delle Previsioni FMI / Per la crescita economica, l’Italia, su 179 Paesi del mondo è al 167° posto…

●Il miracolo di Marchionne alla Chrysler, in America, a vedere bene, non lo considera, nel senso che proprio non se lo fila, nessuno.

Pure, miracolo è stato, come ci hanno raccontato Stampa, Corriere e quant’altri fogliacci e Tg, quasi nessuno escluso: lui ha salvato in meno di due anni la vecchia industria automobilistica di Detroit e adesso ha restituito i quattrini avuti in prestito dal governo americano – ma neanche una lira o un euro ha dato indietro, si capisce, al Tesoro italiano – imponendo di fatto manu militari il suo diktat ai sindacati italiani, efficacemente finendo di scinderli, sfibrando ancora di più di quanto già non fossero quelli americani e facendo pagare il conto alla precarizzazione crescente degli uni e degli altri lavoratori: lì e qui.

Questo, a dire la verità, Obama dimostra di saperlo benissimo, anche se Marchionne no e tanto meno i suoi corifei americani e italiani: a un’operaia che gli diceva “grazie per averci salvato la Chrysler”, ha risposto di getto “grazie a voi per averci restituito già i soldi”… A voi, mica a Marchionne.

Certo, Obama è andato ben a festeggiare coi colletti blu dell’impresa alla Chrysler, la loro “salvezza”. Ma straordinario, a noi sembra, è il fatto che il New York Times[2] * abbia dedicato al tema un lungo articolo di cronaca e commento dei lettori per circa 2.000 parole (una di queste nostre pagine ne conta più o meno 500) riuscendo a non citare una sola volta le parole Italia, FIAT e, neanche – perfino… – Marchionne. Che del resto neanche Obama nel suo saluto ai lavoratori s’è sognato di nominare…

A noi pare davvero incredibile. Ma, anche, rivelatore, no?

●L’altro tema sul quale, per un po’ di scaramanzia soprattutto – non ci crediamo, ovviamente, ma come diceva don Benedetto Croce, perché mai rischiare? – qui non parliamo rinviandolo al capitolo sulla Gran Bretagna, paese, governo ed economia per il quale il problema si pone in termini identici, è semplice e chiaro: che il nodo è la crescita e che, se la crescita non c’è, il deficit e il debito non li abbasseremo mai… (vedi verso la fine di questa Nota, capitolo GRAN BRETAGNA).

Ma è chiaro ormai che nel centro-sinistra, e a sinistra, bisogna cominciare per lo meno a discutere del vero tema del futuro prossimo venturo: come fare i conti col problema dei conti italiani, qui da noi e, prima ancora forse, a livello europeo.

Perché Tremonti avrà pure tenuto i conti in ordine ma, come ha scritto un autore, e politico[3], di sinistra non moderata (è un elogio), che con Prodi è anche stato sottosegretario al Tesoro, grazie a lui e al suo governo “quello che verrà dovrà fare i conti con i diktat europei sul debito che spingono il nostro paese a una manovra di 46 miliardi di euro, secondo le autorevoli stime della Corte dei Conti. Se farla e come farla è uno dei punti più qualificanti e va discusso per tempo, per evitare gli errori del primo e del secondo governo Prodi”.

 Fin qui è quasi un discorso di metodo (“se farla e come farla”, questa manovra). Ma ormai bisogna anche cominciare ad entrare nel merito… “Ogni forza politica faccia le sue riflessioni, ma è il centrosinistra nel suo insieme che deve dare un segnale forte”. Magari, si suggerisce, “si potrebbe fare” per discutere davvero e davvero a fondo “una convention di tre giorniDa lì potrebbe partire una griglia di proposte da discutere e affinare in un più lungo e articolato processo di coinvolgimento a livello territoriale. Il tempo è breve, ma c’è”. E’ solo un’idea. Chi ne ha altre, concorrenti, le tiri fuori. Ma è urgente…

Anche alla luce dell’ultimo ribasso delle previsioni di crescita del PIL per quest’anno: non più, come avevano detto, un miserando +1% ma giù, a +0,9[4]… che, tenendo conto dell’inflazione, si legge come una perdita secca almeno del 2%...

●Ultimo punto che inseriamo, qui in questo capitolo perché è un’altra figura di tolla tutta nostrana, tutta squisitamente italiana, anche se stiamo tentando di farla condividere a tutti (all’Unione europea, alla NATO, alla… Federazione intergalattica se riusciamo a trovarla): solo che, al dunque, e al solito,  nessuno ci dà retta.

Prima, il ministro Frattini firma a Napoli (perché poi, lì?) un accordo col primo ministro del Consiglio transitorio nazionale libico – quello di Bengasi – Mahmoud Jibril per bloccare gli immigranti illegali che partono verso l’Italia… come se potesse mai farlo davvero e con competenze territoriali, naturalmente, limitate al territorio che, più o meno, vagamente controlla. Frattini apprezza che il Consiglio prenda “la cosa sul serio” – e vorremmo vedere! – e che oggi, dice lui, la cooperazione tra i due paesi (in realtà con una metà soltanto – piuttosto precaria, poi – del paese) “è diventata più trasparente”: anche se, prima, erano sempre lui e Berlusconi, si intende, a cooperare con Muammar Gheddafi e proprio con lo stesso, allora non trasparente, Jibril quando era il di lui ministro dello Sviluppo economico.

L’accordo, dichiara ora Frattini, “è un passo avanti nella lotta al militantismo, al crimine organizzato – pensa alla mafia? – e al traffico di droga”: confondendo al solito, stupidamente e criminalmente appunto, criminalità e immigrazione. Ma l’organismo per i rifugiati delle Nazioni Unite, l’UNHCR,  fa presente che respingere all’ingrosso, senza il filtraggio previsto nel diritto internazionale, chi cerca disperato di andarsene da un paese in guerra è un rifiuto pregiudiziale al diritto di asilo e non è accettabile[5].

Poi, o forse contemporaneamente chi sa – con uno come lui  (bella, no?, la battuta del Cornacchione televisivo per cui Frattini non può proprio usare, come pure vorrebbe,  le bombe intelligenti in Libia perché, se lo facesse, gli tornerebbero indietro…) non si può mai capire: tanto chiunque sia l’interlocutore del momento deciso dal capo, Tripoli e il rais ieri, oppure Bengasi e il primo ministro “fellone”/alternativo Mahmoud Jibril, oggi – si viene a sapere che il governo, col ministro Maroni ma col consenso dello gnorri degli Esteri chiede ora alla NATO, senza che nessuno faccia neanche finta di raccoglierne la richiesta, di usare le navi schierate al largo delle coste libiche per bloccare anche oltre a armi, droga e quant’altro alla Libia vietano le sanzioni anche “i carichi sospetti di potenziali  immigrati[6]

In realtà, Maroni, più che chiedere “auspica, si augura, spera”... Perché lo sa anche lui che è impossibile: infatti, il portavoce della NATO per il dossier Libia, Mike Bracken[7], risponde subito che no, che la risoluzione dell’ONU non si sogna neanche di autorizzare niente del genere. Ma a lui, alla vigilia della famigerata Pontida del 19 giugno, a fini leghisti serviva fare pubblicità al muso duro con gli immigrati, per cui decideva anche di decretare il trattenimento coatto fino a 18 mesi degli immigrati fermati nei CIE, i cosiddetti centri di immigrazione e espulsione (misura che grazie a Dio non passerà, perché glielo fermerà comunque la magistratura).

Infine, la pressione solo pro-forma del pacifismo della Lega (non si preoccupano tanto delle bombe della NATO e dei civili che ci restano sotto ma dell’incentivo che quelle bombe costituiscono per i potenziali immigrati che li ossessionano), costringe perfino quel neo-guerrafondaio di Frattini all’ammoina per pacificare le finte minacce della Lega dopo Pontida: ce ne andiamo, se non c’è subito il ritiro delle truppe dalle missioni NATO in giro per il mondo e quant’altro – senza neanche distinguere granché tra azioni certamente più di pacificazione che di guerra e, invece, l’effettiva partecipazione a un’invasione militare e a una guerra vera e propria: tra Libano e Afganistan, per capirci – un vero e proprio e immediato alt alle bombe.

Frattini è stato incaricato dal suo capo di acquietare almeno un tantinello le acque e crede di farlo in Commissione esteri della Camera con una dichiarazione[8] ambigua, contraddittoria e estremamente imbarazzata (oltre che imbarazzante): dice che ormai

• è “giusto” chiedere informazioni dettagliate sui risultati effettivi degli sforzi della NATO in Libia (ma: Gheddafi sta ancora lì, e qualche centinaio di libici anche civili, tanti civili, sono stati ammazzati— certo, comprese due sue nipotine…);

• così come è “giusto”, osserva,  ormai ottenere precise “linee-guida sugli errori che hanno coinvolto le popolazioni civili” (cosa cavolo voglia dire, questo non lo spiega…);

• e, aggiunge, che ormai ci vuole una “sospensione umanitaria immediata delle ostilità” per consentire la creazione di corridoi umanitari in grado di aiutare la popolazione…

“La ‘priorità’ per l’Italia, precisa (si fa per dire, ovviamente) il ministro, resta il “cessate il fuoco… in primo piano nella strategia politica dei negoziati” (cessate il fuoco? ma se bombardano soltanto…; strategia politica dei negoziati? tra chi, se i ribelli di qua continuano a dirsi indisponibili e continueranno finché dietro hanno la NATO a rassicurarli cm promesse di cui l’unica che mantengono davvero però è bombardare Gheddafi e, di là, lui, disponibile sempre a trattare ma  “mai” di un sua “uscita” di scena; e la NATO stessa che dice, non dice, si contraddice… e ogni tanto, per errore si capisce, ammazza gente anche nella Libia occupata – o liberata – dagli insorti.

Ora Frattini così, irritualmente, specifica che è “fondamentale la cessazione umanitaria delle azioni armate per consentire aiuti immediati”… Ma tutti hanno capito la strumentalità della mossa e non se lo fila nessuno. E chi lo fa, lo fa per dargli addosso,

Il Quai d’Orsay, in Francia, a nome del ministro degli Esteri fa sapere che è del tutto contrario a interrompere le azioni militari: neanche due settimane fa incontrandoci come gruppo di contatto sulla Libia a Abu Dai, del resto, proprio Frattini era stato tra gli alleati più determinati a chiedere “l’intensificazione dei bombardamenti”.

Allora? forse dovrebbe chiarire, il collega italiano (ma è meglio di no, è meglio proprio di no…). Interrompere proprio adesso la pressione potrebbe dare a Gheddafi respiro e spazio per riorganizzarsi (anche se – questo, però, il ministro Juppé non lo dice – di “riorganizzarsi” appare in verità che avrebbero bisogno i ribelli, ancora di più). Dunque, mercì, mercì beaucoup, mais mercì non

E pure Londra picchia duro (col primo ministro in persona, contraddicendo il giudizio dei capi della Marina e dell’Aviazione che continueranno, ovviamente, a obbedire alle decisione politiche del governo ma hanno detto che sarebbe stato meglio dir basta all’avventura libica perché, dicono, non  abbiamo neanche i mezzi per permettercela ancora: costa decisamente un’enormità – calcolano sul miliardo di sterline, finora – per un paese coi conti disastrati come quelli che abbiamo… (e, certo, a questo punto sarebbe interessante studiare da vicino quanto la stessa avventura è costata – ma davvero, non ufficialmente, anche a noi).

Il fatto è che sia Cameron che Sarkozy, avendo lanciato un’avventura che credevano poco costosa, e non si sa bene perché molto gloriosa, alla quale adesso che en vedono i costi e lo stallo non sanno proprio come mettere termine senza perderci di brutto la faccia, si trovano a gestire una guerra che non sanno come vincere e a cercar di ridorare la crepe e la ruggine che stanno erodendo lo smalto dell’“interventismo democratico e liberale” di cui si erano così maldestramente fatti profeti.

Arriva, secco, anche se un po’ meno sprezzante anche il no della NATO: il segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, precisa anzitutto che l’Italia non ha avanzato alcuna proposta del genere all’Alleanza e che la motivazione – ancor più cretina, a dire il vero, di quelle di Frattini – è che “la missione continuerà perché, se ci fermassimo, un numero imprecisato di civili perderebbero la vita”. Mentre ovviamente se continuano… le bombe si trasformeranno in confetti.

E a questo punto Franco Frattini batte ignominiosamente in ritirata[9] (l’avverbio è un giudizio, ma non solo nostro: il sostantivo è nostro ma è anche di tutti gli osservatori). Manda avanti – restando lui dietro le quinte – quel disgraziato del portavoce del ministero, Maurizio Massari, a confermare quel che ha detto la NATO e, arrampicandosi sugli specchi, a tentar di spiegare che è vero, “non c’è nessuna proposta specifica italiana, ma solo un’ipotesi di lavoro” – detta anche, come appunto si sa  no?, proposta non specifica – mirata ad aree specifiche nel paese, come “quella di Misurata e delle montagne dell'Ovest”. Insomma, una tregua della NATO, se dessero retta all’ipotesi Frattini, coi… ribelli appoggiati dalla… NATO. 

Sintetizza bene lo stato dei fatti il titolo, a rifletterci bene, anche se in apparenza un po’ blando, in realtà assolutamente corretto del NYT[10]Nella campagna di Libia della NATO emergono possibili crepe: possibili perché da quello che dice e non dice Frattini, se gli inglesi possono o no permettersi di insistere anche se non hanno più una lira, tutto risulta soltanto possibile, forse probabile, ma non certo sicuro.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●A in mese, dopo che Mario Draghi, era già stato eletto dalla UE alla testa della BCE, il Fondo monetario elegge per consenso – dopo l’appoggio dichiarato di Stati Uniti e Cina – alla sua testa, come direttore generale, la ministra francese delle Finanze, Christine Lagarde, al posto del dimissionario per forza Strauss-Kahn[11]. Parte del terzo mondo ha cercato di far passare una propria candidatura ma l’unico nome che era stato avanzato in un’alternativa, comunque difficile da far passare, quello del presidente della Banca centrale messicana, Augustín Carstens, che però puzzava troppo di liberismo selvaggio e di scuola del vecchio Washington Consensus per essere accettabile dai maggiori paesi di quell’area sempre più importante…

Essi stessi a quel punto hanno preferito accettare la designazione della ministra francese, pure non proprio nota per voler favorire una riforma seria dell’FMI, però più pragmatica e meno dottrinaria di lui. Lo era e lo aveva dimostrato in qualche maniera, anche se sempre attento a non forzare la mano, specie agli americani, proprio Strauss-Kahn che poi, per mancanza assoluta di cautela, oltre che di decenza morale personale, si è rovinato e ha rovinato tutto…

●Dovunque, nel mondo dei paesi ricchi, si nascondono i problemi dietro il paravento che, in realtà è una precisa scelta politica di classe, come si sarebbe detto una volta e come ormai hanno il coraggio di dire apertamente solo i massimi tra i capitalisti che hanno la coscienza più sporca e lo sanno[12], quella che accomuna la riluttanza sia americana che europea ad agire. Questa è la spiegazione più buona di certi comportamenti.

Quella più maligna dice che tutto ciò non avviene per ignoranza, per incomprensione, per mancanza di coraggio. Ma proprio perché, invece, il sistema non è rotto per niente. Funziona benissimo così e, con grande efficienza, fa quel che deve, arricchire cioè sempre di più un numero sempre più piccolo di persone. Che ne sono soddisfattissime, giustamente, e perciò non lo vogliono cambiare proprio per niente.

Sia come sia,

• in America il Congresso ma anche la Casa Bianca declinano dal mettere in moto la spesa pubblica per alleviare la disoccupazione e rilanciare la domanda aggregata per la smania di tagliare la spesa pubblica: “la sola differenza tra presidenza e parlamento essendo il grado del non far niente in proposito… distruggendo così, col non far niente posti di lavoro;

• in Europa è la politica di arroccamento della BCE a difesa tetragona dell’euro a trasformarsi in una sistematica penalizzazione dei consumi, della domanda e della crescita— e, poi, al dunque è   l’accondiscendenza dei governi a lasciarli fare – anche di quelli, e sono i più, che più hanno da perdere – ; e questa ignavia di decisionismo politico che si sta traducendo in una crescita asfittica un po’ dovunque: non a caso solo con la Germania a sfuggire, e neanche del tutto, al ristagno.

Entrambe America e Europa – è la diagnosi dell’economista americano e Nobel Paul Krugman – lo fanno più o meno coscientemente, dice una volta tanto anche lui con qualche attenzione caritatevole che, a dire la verità, gli è poco usuale, perché “i decisori politici si curano quasi esclusivamente degli interessi dei redditieri— di quanti derivano, cioè, un sacco di rendita dal patrimonio che hanno messo da parte quelli che hanno prestato larghe somme di danaro in passato, spesso insipientemente.

E, adesso, sono protetti dalle perdite in cui sono incorsi, accollate a tutti gli altri”[13], da quei decisori finanziari e politici che, in teoria, agiscono – dicono comunque sempre di agire – per il pubblico bene: dal presidente della BCE ai premiers europei al presidente degli Stati Uniti d’America: che non hanno il coraggio di dire loro di no preoccupandosi, invece, dei più.

Detto in breve, qui è il succo. Dove però tutti quei maggiorenti che preferiscono, per fede ideologica sincera o per pusillanime opportunismo politico anche poi controproducente, preoccuparsi dei pochi e non pensare ai più farebbero bene a farsi tornare alla mente l’aforisma immortale di John Maynard Keynes.

Quando, parlando della “natura della bestia” che andava studiando, il mercato – cui pure raccomandava di mai rinunciare a priori: ma sempre di regolarlo senza mai credere alla favola della sua autoregolamentazione – nota che, considerati al plurale come in effetti poi si presentano, “i mercati sono in grado di restare irrazionali molto più a lungo di quanto voi – risparmiatori,  depositanti, investitori – possiate mai restare solventi[14]”. Insomma, per definizione i mercati, ammonisce il maggiore dei grandi economisti del secolo scorso, ai loro sciocchi adoratori moderni di destar o di sinistra che siano, sono teatri dell’assurdo.

(alcune) date rilevanti prossime venture

• 1° luglio – la Polonia assume la presidenza a rotazione semestrale del Consiglio europeo dell’Unione.

• 5 luglio – elezioni in Tailandia.

• 16 luglio – visita del Dalai Lama (che di recente ha rinunciato ai suoi “poteri” di rappresentanza politica) a Washington.

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

●Abbiamo trovato scritto, sinteticamente e accuratamente secondo noi anche se sfiorando l’iperbole (nello stesso articolo, è vero, trovate anche un mucchio di banalità: ma capita…), che “il secolo americano sta finendo e che alcuni altri no: la primavera araba non l’aveva prevista nessuno perché nessuno può mai prevedere dove soffia lo spirito, lo spirito umano[15]”.

Il subbuglio del mondo arabo mediterraneo sembra quasi diventare una caratteristica permanente del quadro politico che viene connotando quest’anno: è cominciato a dicembre 2010 in Tunisia, con quel ragazzo precario che si bruciò in piazza; e ancora non è finito, dopo aver toccato – dove esplodendo, dove combattendo, dove facendo ribollire disperazione, scontento e turbolenze e forzando comunque la mano all’immobilismo dei governi – tutta la sponda sud del Mediterraneo, dal Marocco alla Giordania e oltre fino alle monarchie del Golfo persico.

Tutte le situazioni politiche della primavera araba sono in realtà, a veder bene, locali ma tutte hanno fattori comuni: la rabbia e la frustrazione dei giovani per la mancanza di lavoro, di opportunità e di libertà, governi che non rendono mai conto a nessuno di quel che decidono e non decidono e imputridiscono nella corruzione, nepotismo rampante e sfacciato, e anche – meno, fortunatamente – qua e là una povertà che sconfina in vera e propria miseria. Insomma, l’Italia, sì, ma moltiplicata per dieci quanto a disagio e rivolta e senza la valvola di sicurezza delle elezioni.

All’inizio, la lezione della Tunisia – l’esercito che rifiuta di schiacciare con le armi e migliaia di morti sulla coscienza la rivolta come gli chiedeva il rais – s’è estesa all’Egitto e alle sue Forze armate. Ma l’alternativa, subito dopo, ha preso corpo nella resistenza sorda e dura che, con concessioni più o meno superficiali, è stata messa in moto in Libia, in Bahrain, in Yemen, in Sira, ecc., ecc.

Da nessuna parte gli islamisti – gli spaventapasseri dell’occidente e i nemici giurati dei regimi autocratici arabi anche se non precisamente per finalità democratiche – hanno, ancora, giocato un ruolo rilevante. Ma in Tunisia, in Egitto e sicuramente ormai anche altrove, hanno ora un’opportunità di partecipare più apertamente alla dialettica di una politica che, facendosi multipartitica e competitiva, finirà anche – lo sta già facendo – per cambiarli.

E la scomparsa, proprio adesso poi, di Osama bin Laden esemplifica come, quanto a risultati concreti, la jihad militarista non ce la faccia a sfondare – e dove sembra riuscire a farlo, come in Afganistan, è perché quella dei talebani non è pura jihad, ma è anche politica e presenza diffusa attivissima sul territorio – mentre il potere popolare riesce, forse, a cambiare regimi, politiche e realtà.

Un’altra variabile – interessante e rivelatrice – è stata la risposta del resto del mondo, vicino come l’Europa o lontano ma onnipresente come l’America. Il sostegno dato subito e per quasi un mese dalla Francia a Ben Ali in Tunisia è stato imbarazzante e ha portato anche alle dimissioni di chi, come la ministra degli Esteri, con lui faceva abitualmente e amichevolmente combutta; gli Stati Uniti – la Clinton al solito, che di mondo arabo e mediorientale conferma di non capire niente – s’erano sproloquiati in elogi a Mubarak (l’uomo saggio del Medioriente) pochi giorni prima che fosse costretto ad andarsene.

Muammar Gheddafi no, lui improvvisamente non ha trovato più nessun amico, neanche tra quelli che fino a ieri gli baciavano i piedi e ci facevano lauti affari. E se, con lui, la Lega araba è stata essenziale nel fornire alla NATO la foglia di fico che ha consentito l’intervento armato, nulla del genere ha fatto né con Bashar al-Assad in Siria, che neanche l’ONU ha formalmente condannato, né tanto meno nei confronti di Yemen e Bahrain, alleati strategici troppo importanti per Washington per meritarsi altro che un vago rimbrotto con la speranza di una maggiore attenzione ai diritti umani e civili da parte egli amici tiranni al potere.

Nella regione, a Israele, la scomparsa di Mubarak ha causato la  tremarella, la Turchia ha paura dell’instabilità che si stabilisse in una Siria

 comunque più libera e meno sotto controllo, i palestinesi – che il dramma nel resto della regione ha fatto scomparire dalla ribalta, tentano di imparare a mettersi d’accordo anzitutto tra loro prima di ingaggiare il braccio di ferro che a breve dovremo avere con Israele e l’Iran, visto il livello di tolleranza che mostra ai suoi dissidenti, suona particolarmente ipocrita e stridulo quando solidarizza coi dissidenti dei regimi arabi.

Ma urgente, per noi, è che gli Stati Uniti – e, certo, sono affari loro anzitutto – e,  soprattutto, l’Europa la smettano di essere considerati da tutti in Medioriente e troppo spesso a ragione come partners e protettori delle dittature più variegate, oltre che di Israele qualsiasi cosa essa dica o faccia. Questo almeno se, in quella regione, che poi è anche la nostra, vogliamo continuare a contare.

Nel senso buono, finora praticato del termine, potenzialmente l’aveva vista giusta Sarkozy quando, qualche anno fa, riprendendola da un’intuizione dell’ultimo Mitterrand aveva lanciato l’idea di un’Unione mediterranea: che aiutasse il Nord e il Sud del Mare nostrum, di tutti, a svilupparsi insieme. Poi preso dalla mania, che coltivava da tempo, di mettersi a recitare il ruolo di Scipione l’Africano l’ha lasciata cadere.

Bisogna riprenderla. Già… ma chi lo fa, adesso?

●Cercando di aggiornare la panoramica di quel che va avanti – o, magari, anche indietro… – nel Mediterraneo arabo, in ordine più o meno cronologico e non tanto geografico e/o geo-politico, ci sembra utile partire da una verità lapalissiana messa in evidenza sul NYT[16] da un osservatore che, se va preso qualche volta un po’ con le molle, spesso sul fondo non ha torto.  E’ Thomas L. Friedman a dirci che “di una cosa lui è certo, nel quadro del mondo arabo: che l’Egitto non è di sicuro Las Vegas; perché quel che succede in Egitto non resta mai confinato all’Egitto”.

E, guardando a chi è stato coinvolto, da mesi ormai, nell’ondata insurrezionale egiziana è anche “chiaro – fa osservare Olivier Roy[17], orientalista, islamista e politologo francese che insegna all’Istituto universitario europeo di Firenze – che stiamo parlando già di una generazione post-islamista. Per loro i grandi movimenti rivoluzionari degli anni ’70 e ’80 sono storia antica, affare dei genitori.

I giovani di questa nuova generazione non sono interessati all’ideologia: i loro slogans sono pragmatici e concreti… contrariamente ai giovani che li precedettero in Algeria negli anni ’80 non fanno alcun appello all’Islam, rifiutano piuttosto le dittature corrotte e fanno appello alla democrazia. Il che non vuol dire che possiamo parlare di una massa di dimostranti, come diremmo noi, laici. Però operano in uno spazio politico che, ormai, è laico e nell’Islam non vedono un’ideologia capace di cerare un mondo migliore”.

●E’ una lettura di spessore credibile, ci sembra, ma non è detto che sia l’unica né, tanto meno, l’unica corretta. Corretta ci sembra sicuramente l’impressione di Roy che per gli islamisti, qui, il modello non è l’Iran ma la Turchia, non Khomeini ma, piuttosto, Erdogan. Insomma, che “gli islamisti non sono scomparsi ma sono cambiati”. Ora il partito della Libertà e della Giustizia, che nell’agone politico rappresenta i Fratelli mussulmani ha annunciato che, per le elezioni parlamentari del prossimo settembre, si alleerà[18] con altre formazioni politiche.

Le cose cambiano, comunque, rapidamente. Adesso perfino gli americani – lo dice alla stampa un anonimo esponente dell’Amministrazione (non del dipartimento di Stato, curiosamente, però che ancora sembra resistere) – che finora ufficialmente rifiutavano ogni contatto coi Fratelli mussulmani considerati secondo la classificazione mubarakiana e di tutti gli anti-islamici di ogni colore, dicono che con essi va invece ormai impegnato il dialogo visto che il paesaggio politico dell’Egitto è del tutto cambiato e che gli interessi degli Stati Uniti sono, ora, meglio serviti da contatti e colloqui con tutti i partiti che parteciperanno alle prossime elezioni, sia parlamentari che presidenziali[19].

Il segretario generale del nuovo partito dei Fratelli musulmani, che è anche il portavoce del movimento, Mohamed Saad el-Katatni, saluta “con grande favore” ogni contatto ufficiale con gli USA, chiarendo che però, finora, non ci sono stati approcci americani e tenendo a specificare che da simili contatti sarà in ogni caso scrupolosamente tenuto fuori ogni “tentativo di ingerenza negli affari interni dell’Egitto”.

Clinton a richiesta degli israeliani tiene subito a chiarire che non c’è niente di nuovo e che questa decisone è solo “la continuazione di un approccio fatto di limitati contatti”: ma neanche lei può smentire quello che è il punto nuovo e che più allarma Israele: l’aggettivo “ufficiali”, stavolta appiccicato alla parola contatti[20]...     

●E, adesso, il partito che rappresenta i Fratelli, sceglie di allearsi con la nuova tendenza dello storico partito Wafd, la più liberal (nuova delegazione: il Wafd era stato sciolto a suo tempo da Mubarak), il partito Tagammu (partito nazional-progressista-unionista: di sinistra che si definisce “realista”) e il Nour (partito della Luce), altra formazione islamica di stampo finora estremista salafita. I princìpi sottoscritti ora, insieme, dalla nuova alleanza danno ora vita, in ogni caso, a una piattaforma che proclama libertà religiosa, libertà di pensiero e di stampa, un sistema giudiziario indipendente e la volontà comune di creare una struttura economica attenta alla giustizia sociale.

Certo, i nervi sono spesso scoperti. I militari – è, dopotutto, la natura della bestia – tollerano anche qui malvolentieri la critica. Ma non sembrano neanche pretendere troppo quando esigono che se uno li accusa di torturare qualcuno lo deve dimostrare se no ne risponde, civilmente e penalmente, ma questa richiesta è vissuta da chi vive il diritto di critica appena conquistato come diritto assoluto come un’imposizione autoritaria e inaccettabile…

●Intanto, sul piano delle misure concrete, è stato finalmente levato del tutto il coprifuoco che Mubarak aveva instaurato e man mano rafforzato fino alla sua caduta e fino a 17 ore al giorno e che man mano era già stato più volte gradualmente ridotto. Va detto che al Cairo anche sotto Mubarak nessuno se lo era minimamente filato…

E, come misura appena incipiente ma subito percepibile dalla gente comune, il ministro delle Finanze Samir Radwan rende noto che il Consiglio supremo militare – il governo ad interim del dopo Mubarak – ha deciso, anche se ancora per la misura non è stata indicata una data di inizio, un aumento del salario minimo dai 67 dollari cui era stato fissato a novembre scorso, prima della rivoluzione, all’equivalente di 700 sterline egiziane (118 dollari al mese)[21], con l’impegno ad arrivare entro cinque anni a 202 dollari (sulle 1.200 sterline).

Ora, siccome la rivolta all’inizio scoppiò anche per motivazioni di ordine economico diventerebbe sicuramente , adesso, sarebbe pericoloso non implementare al più presto un impegno annunciato sul quale contano milioni di egiziani poveri che con la rivoluzione, certo, più ricchi non sono diventati.

Però c’è anche qualche segnale di slabbramento della presa del regime su parte delle stesse forze di sicurezza, che essendo rimaste le più a lungo schierate con Mubarak dalla sua caduta alla fine ne sono uscite peggio. A metà giugno 3.000 poliziotti manifestano clamorosamente davanti al ministero degli Interni di piazza della Liberazione: il nuovo ministro aveva ordinato che i laureati nelle forze di polizia venissero promossi al rango di ufficiali ma la disposizione non ha avuto seguito e i non graduati non possono essere curati, alla bisogna, dicono, negli ospedali della polizia stessa.

La reazione ufficiale è dura: il Consiglio supremo delle FF.AA. criminalizza per decreto ogni protesta di chi indossa una divisa militare, come la polizia[22]. Ma il fatto stesso che a scendere in piazza siano i poliziotti è un indice di relativa debolezza del governo: significa, dovunque nel mondo alla fine, che un governo in queste condizioni è debole e che, se la protesta continua, è a rischio la sua stessa sopravvivenza. Nell’immediato, la protesta rientra: almeno nelle forme più eclatanti. Ma non è detto che tutto finisca qui…

Anche perché è stato un incontro teso quello che si è svolto al Cairo il 28 giugno tra il Consiglio supremo e una delegazione statunitense (non meglio identificata, però, su nessun organo di stampa: ma, pare, comprendente rappresentanti del governo americano) venuta a chiedere un rinvio delle elezioni politiche. Ma, come spesso capita a chi pretende il diritto non tanto di dire quanto di far fare quel che vuole a tutti e su tutto, la richiesta è avanzata in maniera un po’ grezza. La prima domanda degli egiziani è stata, giustamente, a che titolo mai se ne impicciassero: e la risposta è stata perché “noi” siamo preoccupati…

Chiarissima, a questo punto, anche se solo sottintesa, trattandosi di ospiti stranieri una replica egiziana di tono sprezzante. Gli americani hanno cercato di spiegare che sono preoccupati del prevalere, dentro la Commissione che discute di un testo equilibrato di nuova Costituzione, dei “punti di vista islamici” che non si preoccupano di garantire a tutte le minoranze religiose pieni e pari diritti[23].

Ma a farsi fare la predica dagli americani, a prescindere dal merito della questione, il Consiglio supremo egiziano recalcitra. Comprensibilmente. E anche gli oppositori egiziani più laici, che magari condividono le preoccupazioni, considerano controproducente questi tipo di ingerenze da fuori.

Devono accettare, invece, di farsi fare la predica dalla rivolta popolare che rioccupa a fine mese piazza della Liberazione con decine di migliaia di persone: alla gente, quella che la rivoluzione l’ha fatta e poi, per portarla a conclusione, temporaneamente messa in mano ai militari, non bastano più le promesse. Vuole vedere i processi i Mubarak, vuole veder far fare giustizia, vuole accelerare il processo del passaggio a un governo eletto: i generali non ci stanno e reagiscono con la forza disperdendo la folla. Che non smetterà per questo, però, di fare pressione[24].

uando invece a noi sembra solo responsabile Già avevamo qui scritto di come, in Giordania come in Marocco, la storia e la tradizione che fanno risalire quelle case reali direttamente alla successione profetica, rendono comunque più fiacca – facendola sentire come meno legittima – la protesta. Ma, anche se la sua storia risale al massimo a  cent’anni fa, a Lawrence d’Arabia, la famiglia reale saudita si avvantaggia in qualche modo dell’aura di casa reale protettrice dei due luoghi più sacri dell’Islam, quello della nascita, Mecca, e della morte, Medina, di Maometto. Ma anche in queste monarchie sta crescendo la pressione popolare, anche in parte tra le stesse classi dirigenti, perché venga dato spazio a una propria trasformazione in senso, per dire, un po’ meno monarchico e un po’ più costituzionale.

●In Giordania, il re torna a dire, nel discorso celebrativo del dodicesimo anniversario del regno[25], che in futuro il governo sarà il risultato della scelta di un parlamento eletto e non solo più sua personale… Ma, poi, a veder bene si nota che, dicendo “in futuro”, Abdullah II ha anche specificato che prima di arrivare a elezioni libere e, dopo, a un governo non più da lui designato ma eletto ci vorranno almeno due o tre anni: perché, dice, bisogna dare ai partiti il tempo di formarsi ed organizzarsi… E Zaki Bani Rsheid, capo dell’ufficio politico del Fronte islamico d’azione, sottolinea[26] come sui tempi, cioè nella realtà delle cose, il discorso del re non ha detto molto di nuovo, è restato sul vago, non ha detto niente di impegnativo ed obbligante.

●In Marocco (il cui nome deriva da quello della prima capitale, la città di Marrakesh, Mur-Akush: nel’antica lingua berbera, la Città di Dio) avanza con grande prudenza un processo di riforme che ha trovato impulso direttamente, certo anche sotto pressione, a partire dal trono di re Maometto VI. Il comitato per la riforma della Costituzione ha presentato il 9 giugno la sua bozza[27], senza farla filtrare a nessuna autorità politica o religiosa, e propone, tra l’altro, una forte devoluzione dei poteri del sovrano a un primo ministro eletto da un parlamento esso stesso eletto democraticamente.

E’ una proposta presentata al re a metà giugno e prevede anche – per la prima volta in un paese arabo – la consacrazione costituzionale del potere giudiziario come un potere, appunto, autonomo e indipendente: non tanto alla francese, dice il testo, quanto proprio all’italiana… Al re resterà il comando delle forze armate e del “settore” religioso, al governo spetterà il potere esecutivo quotidiano ma dovrà renderne conto a un parlamento eletto, mentre il poter di scioglimento delle Camere spetterà sempre al monarca che sarà, però, tenuto a consultare in proposito la nuova Corte costituzionale, per metà nominata da lui stesso e per metà da quel parlamento.

Il re ne parla il 17 giugno in diretta Tv[28], specificando anche che la lingua berbera diventerà, come l’arabo, lingua ufficiale del regno (dove il francese è largamente diffuso e conosciuto), che la Costituzione servirà a rendere solida la fruizione dei diritti umani, compresa la libertà di parola e di stampa e la parità dei sessi. E che il 1° luglio un referendum dovrà approvare la nuova Costituzione. Subito proteste, anche importanti, di piazza.

Due le critiche principali, diffuse “a sinistra” e nei ranghi del maggiore movimento sindacale, la CDT (Confédération democratique du Travail): di qui al 1° luglio il tempo è poco perché la gente possa discutere e scegliere davvero con cognizione tra il sì e il no; e, nel merito, le proposte presentate alla fine del processo di consultazione ai membri del Comitato che elaborava la riforma non erano più esattamente quelle discusse e approvate per offrirle al re e al referendum.

Invece lasciavano, con una variazione di testo e di procedura neanche esattamente identificabile, troppo potere esecutivo – il controllo effettivo dell’esercito, dell’apparato di sicurezza e del settore religioso – nelle mani del re che doveva originariamente accontentarsi di quello nominale usuale di un monarca costituzionale.

E’ l’opinione espressa subito nelle proteste dai giovani dei movimenti vari che fanno capo al cartello “20 febbraio” ispirato dalle rivoluzioni tunisina e egiziana ma anche dalla CDT, forte in particolare nella P.A. e nel settore bancario oltre che da parecchi altri sindacati minori: Noubir Amaoui, che è a capo della CDT, dice che le proposte non rispettano gli impegni e perciò chiede ai lavoratori il boicottaggio del referendum[29]

A questo punto, il referendum diventa un test della capacità del re, Maometto VII (47 anni, il 18° della dinastia alawita), di gestire il dissenso politico che comunque nel paese è in crescendo ma è anche un test delle capacità dell’opposizione di attrarre seguaci tra quanti non sono soddisfatti del passo attuale, voluto dal monarca, delle riforme.   

●In Arabia saudita la personale popolarità di re Abdullah e la sua reputazione – in gran parte leggendaria – come re che dice di credere in alcune riforme più che riformatore: che mai è stato davvero, può contare nel tempo quanto in questi mesi hanno contato i sussidi (quasi 180 miliardi di $ che, sotto forma di aumenti di salari, pensioni ed elargizioni sociali) versati dalla cassa pubblica – che coincide totalmente con quella personale del monarca – alla popolazione saudita. Scrive il NYT che, così, “gonfiando i salari, costruendo case popolari e finanziando le organizzazioni religiose , ha effettivamente neutralizzato ogni opposizione[30]: per ora”, aggiunge.

A stare a un’opinione, che però ci sembra piuttosto miope, e che spiegano sul NYT[31] due professori  di New York sintetizzando loro stessi il senso della loro opinione che “i dittatori ricchi possono allontanare da sé la rivoluzione; quelli poveri devono far passare la democrazia”: perché pagano bene chi reprime, per conto loro, i popoli. Noi pensiamo che al fondo si illudano – e illudano anche i dittatori ricchi, come questo qui dell’Arabia saudita – però abbiamo anche paura che abbiano alla fine ragione…

Ma chiunque, a breve ormai (il re ha 88 anni), ne sia il successore (i papabili sono comunque tutti ultrasettantenni della sterminata famiglia dei prìncipi Saud, quasi tutti più conservatori perfino di lui) farebbe meglio a tenere presente: che certe pulsioni ribelli ormai avanzanti anche nella società saudita non si reprimono solo con i decreti degli ulema, la frusta per gli “empi”, la mannaia per i ladri, la scimitarra brandita in piazza contro gay e “apostati” e neanche i mitra della Legione araba addestrata, proprio come ai tempi di Lawrence, dalle guardie di Sua Graziosa Maestà britannica…

●Pure in Algeria, le proteste continuano, anche se in termini e con toni meno cocenti e urgenti che altrove nell’area e il presidente Bouteflika, dopo aver rimosso lo stato di emergenza che vigeva dal 1992, sta tentando di disinnescare comunque l’impatto delle richieste più radicali accedendo ad alcune richieste, le meno “pericolose” ovviamente per l’assetto interno al regime.

E’ quanto succede un po’ dappertutto nell’area mediterranea, dove la rivoluzione d’inverno-primavera non ha ancora vinto ma neanche è stata sconfitta e bisogna vedere caso per caso se sarà sufficiente a far rientrare i sommovimenti nell’ordine, più o meno, costituito…

●In Tunisia, continua a gorgogliare una protesta neanche tanto sorda – largamente centrata sulla richiesta insistente di una nuova vera e propria Costituzione – anche a fronte di nuove elezioni che erano state anticipate al 24 luglio… Ma che, poi, dopo attenta considerazione, il governo provvisorio decide di riportare alla data del 23 ottobre precedentemente raccomandata dalla Commissione elettorale[32] perché adesso, spiega il primo ministro ad interim Beji Caid Essebsi “quel che conta di più è che il mondo ci guarda, che noi abbiamo avuto una rivoluzione straordinaria senza spargimento di sangue e che, così, la dobbiamo ora concludere: secondo le forme e la sostanza della democrazia, cioè del rispetto della volontà popolare”.

Per questo, per assicurare che essa sia rispettata fino in fondo, vale la pena di aspettare due mesi in più… In realtà non pochi sospettano che si tratti di dare un po’ più di tempo per organizzarsi a nuovi partiti politici, diversi da quelli tradizionalmente esistenti – islamisti e liberal-progressisti: che, infatti, s’erano opposti alla dilazione – mettendoli in grado di competere meglio. Alla fine, però, la decisione viene, o almeno sembra venir accettata.

Il movimento islamista moderato-conservatore Ezhb Ennahda (partito della Rinascita) protesta per il ritardo, in effetti, sospendendo la sua partecipazione al panel nazionale che discute delle riforme politiche per il prossimo futuro. Dice Rached Ghannouchi, leader riconosciuto di Ennhada, che la Commissione stessa non ha legittimità democratica – lui non ama molto il termine e, quindi, la chiama legittimità “popolare”: scrisse una volta, nel periodo peggiore della repressione contro il suo movimento e dopo aver subito anni di galera,  che “la democrazia, in assenza di un sistema islamico, è il migliore regime politico[33]”— che non sembra proprio il massimo della modernità… Se la Commissione però dà più spazio, dice, alle preoccupazioni – rispettose del sentimento degli altri, aggiunge – della componente islamista, il suo partito è pronto a rientrare.

Intanto, il 20 giugno comincia in contumacia il processo davanti ai tribunali civili e militare del deposto presidente Ben Ali su accuse (93 capi di imputazione) che vanno dalla truffa e dal furto di pubbliche risorse al traffico di droga al lavaggio di denaro sporco all’omicidio e all’attentato alla sicurezza dello Stato. Il primo ministro Essebsi rende noto – senza davvero meravigliarsene – che la richiesta di estradizione avanzata al governo saudita, preso il quale l’ex presidente si è rifugiato, resta senza risposta…

E’ un processo tutto pubblico e largamente teletrasmesso in diretta: e per i primi capi di occupazione – furto e illegale possesso di larghe somme di valuta estera, di gioielleria, di beni archeologici, di droghe e di armi – ha comportato il raggiungimento di una sentenza di condanna durissima in tre giorni, tra dibattito e giudizio: 35 anni di carcere[34], se mai riusciranno a farselo riesportare da Jeddah dove lo ospita generosamente il Saud.

Fra gli assets che verranno ora, comunque, sequestrati alla famiglia di Zine el-Abidine Ben Ali ci sono decine di ville e palazzi dello Stato, di beni artistici, di gioielli e fasci e fasci di contanti, in valute diverse, di cui s’era appropriato o che aveva dichiarato in sua disponibilità senza doverne rendere conto a nessuno. Insomma, tira aria dura per i satrapi caduti in disgrazia: il che spiega bene, naturalmente, la resistenza feroce che quelli magari ormai in disgrazia ma non ancora caduti oppongono al proprio crollo…

●Nel Bahrain, la soppressione capillare della protesta, negli ultimi due mesi condotta per lo più da truppe straniere – i sauditi e alcuni altri paesi del Golfo (venuti in soccorso – come si diceva una volta – al paese fratello) minaccia di portare a una ulteriore radicalizzazione della maggioranza sciita a vantaggio, forse, dell’Iran e con il rischio di un estendersi del contagio nei confronti della comunità sciita della stessa Arabia saudita. Di qui l’intervento saudita: motivato, cioè, dala paura dell’ignoto, proprio come nel ’68 l’invasione sovietica della Cecoslovacchia…

Re Hamad, dopo aver fatto brutalizzare massicciamente ogni protesta per mesi, (decine di morti, decine di torturati, centinaia di feriti sicuramente[35]) parla ora della “necessità di un dialogo serio e complessivo” che vede la riforma come “l’obiettivo dal quale non ci lasceremo distogliere”. E’ il rilancio di un’offerta che Hamad aveva lanciato tre mesi fa e poi aveva fatto scavalcare dalla repressione. E resta quanto mai vaga, senza specificare nessuna delle riforme che potrebbero in qualche modo soddisfare la protesta sciita, tipo una maggiore rappresentanza al governo e/o la possibilità per i non sunniti di accedere a mestieri nel campo dell’esercito o della sicurezza…Oggi, però, dice il re, l’ “unica cosa che non può essere messa in discussione è la monarchia stessa”…

E, tanto per chiarire e togliere ogni illusione agli insorti, viene ora data notizia del matrimonio – celebrato con discrezione, vista la congiuntura a Riyadh il 16 giugno – tra una delle innumerevoli figlie di re Abdullah, “Custode delle due sacre moschee”, e Sheikh Khalid bin Hamad bin Isa al-Khalifa, figlio del re del Bahrain, Hamad bin Isa al-Khalifa. Ora i legami tra le due monarchie non costituzionali per niente (per dare un’idea: nel comunicato ufficiale della Corte che dà la notizia[36], vengono pubblicati i nomi di tutti i maggiorenti presenti alle nozze: ma non quello della sposa… che, dopotutto, è “solo” una donna, no?) , sono così rafforzati anche dagli sponsali reali…

●Un ultimo sviluppo di non poco interesse, che parte proprio qui dalla situazione in  Bahrain, vale la pena di segnalare. Il Consiglio di cooperazione del Golfo, che celebrava a fine maggio a Riyadh in Arabia saudita il 30° della propria costituzione ha cambiato, o sta accingendosi a cambiare, ragione sociale[37].

Il CCG era stato messo in piedi come baluardo eretto nei paesi del Golfo contro l’influenza dell’Iran e delle sue tesi islamiche rivoluzionarie, eversive dell’ordine sunnita in nome dello sciismo e per integrare, su base regionale, le economie dei paesi della penisola arabica. Oltre che dall’esigenza di cercare un qualche ripristino dell’egemonia araba su un Golfo che il mondo continua a chiamare Golfo Persico invece che Golfo arabico: con loro grande scorno…

Ora il CCG ha deciso di allargarsi proponendo a Marocco e Giordania, le altre due monarchie della regione, di trasformarsi in una specie di club a difesa con ogni mezzo non più dell’ortodossia sunnita ma proprio delle monarchie come tali e del loro ordine costituito.

Li minaccia l’apertura ormai possibile, e anzi probabile, a tutti quelli che nel mondo arabo reclamano un’apertura alle idee di libertà, giustizia e – soprattutto – uguaglianza che ormai ne minacciano la sopravvivenza e che li hanno portati (Arabia saudita, Kuwait, Qatar e Oman soprattutto) ad intervenire militarmente per schiacciare l’insurrezione popolare in Bahrain. Perché potrebbe cominciare, dovunque, e poi non fermarsi più se da qualche parte comincia, lo sgretolamento…

Insomma, una specie di nuova Santa Alleanza, come quella che contro le idee nuove di Napoleone (in realtà sempre quelle: liberté, égalité, fraternité), misero insieme sotto la regia di Metternich due quei vecchi regni di Austria, Russia, Inghilterra… Che presenta per l’Arabia saudita il vantaggio di rafforzarne, con l’apporto di Giordania e Marocco – se poi ci stanno: perché non si capisce che c’entrino poi, loro, col Golfo… e forse l’impresa non vale davvero il rischio, la spesa – l’egemonia in un’area dove comincia ad essere qualche poco intaccata dal maggior dinamismo del Qatar.

●Il gabinetto del Kuwait è dimissionario da qualche settimana, e non perché il re lo abbia licenziato per riformarlo ma perché, pur succube com’era ed è, da sempre, del sovrano e della sua volontà assoluta s’è “ribellato”, sommessamente – emettendo qualche riserva – per il modo in cui è stato affrontato – sostanzialmente manu militari – il problema delle tensioni tra maggioranza sunnita e minoranza sciita.

Adesso, a metà giugno, l’emiro Sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah – quello per rimettere il quale sul trono  l’America e mezzo occidente condussero la prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein venti anni fa – comunica che ormai non tollererà più alcun dissenso perché mette comunque in pericolo la legge, l’ordine e la proprietà (la sua, soprattutto) e anche il dissenso di alcuni parlamentari e membri del governo si fa perciò intollerabile.

Gli attivisti avevano condotto la loro protesta del venerdì per quattro settimane di seguito e il re informa ora il popolo di aver dato istruzioni di repressione immediata e senza esitazioni di ogni “disordine” al ministro degli Interni, Sheikh Ahmed al-Humoud al-Jaber al-Sabah (qui i ministri sono sempre e comunque della famiglia reale… anche il nuovo primo ministro, Nasser al-Sabah, è un fratello dell’emiro) che viene riconfermato.

Ormai da un mese l’attivismo di massa coordinato da cellulari e iPOD aveva preso piede anche qui, dopo aver cominciato a diffondersi tre mesi fa nella rivolta in Siria. Anche lì, la protesta all’inizio aveva chiesto solo il rimpiazzo del premier per poi – viste le risposte iniziali, interlocutorie ma non di diniego assoluto –  allargarsi a macchia d’olio fino alla richiesta di dimissioni del presidente Assad e alla rivolta di massa.

Sheikh al-Sabah arriva in pratica a dirlo: lui non ripeterà l’errore di Bashar Assad del febbraio scorso, che non avendo dato retta al suggerimento imperituro de Il Principe di Machiavelli – che il pericolo si fa reale per qualsiasi regime tirannico proprio al primo segnale di una qualche sua concessione – non ha subito stroncato l’attivismo quando la rivolta era appena incipiente. Ora le monarchie autocratiche del Golfo, tutte e tutte insieme, hanno deciso che no: che ogni attivismo da loro deve cessare. Gli emirati non lasceranno che nessuno li faccia traballare[38].   

●Anche se personalmente il sultano dell’Oman, Qaboos bin Said al-Said, resta popolare le proteste continuano, e massicce anche qui, in assenza di qualsiasi reale progresso nella riforma costituzionale da mesi promessa e nell’affrontare il nodo su disoccupazione crescente e corruzione. E, poi, come in tutti questi paesi si verifica un divario crescente non solo tra sciiti, repressi anche solo perché tali – anche quando, poi, siano maggioranza – e sunniti ma anche tra cittadini a pieno titolo e residenti immigrati (che in alcuni paesi sono poi essi stessi addirittura maggioranza) e non hanno, praticamente, diritti oltre ad essere economicamente supersfruttati.

L’unica differenza è, forse, che qui Qaboos sembra un po’ più conscio degli altri autocrati a cambiare qualcosa: quasi alla gattopardo, sicuro, non proprio cambiare tutto ma, per non cambiare niente, cambiare ornai comunque qualcosa.

●In Libia si trascina tra centinaia di morti, molti civili, una guerra proprio civile che vede Gheddafi sempre più assediato e messo all’angolo, sì, ma dal nemico straniero, da una metà del mondo strapotente e tecnologicamente debordante contro vecchissimi sistemi di difesa con armamenti russi ormai obsoleti degli anni ’60. E lui lì a ripetere a Obama, alla Merkel, a quelli della NATO – al petit Sarko” come l’ha chiamato in Tv a inizio giugno neanche si rivolge più per rispondergli – che da tre mesi gli puntano addosso i missili e gli dicono che è finito e che deve andarsene, che per rimuoverlo lo devono proprio ammazzare che, altrimenti, lui non se ne va perché lì, dice, ce l’ha messo il popolo. Mica loro. Ed è vero. Peccato che ce l’abbia messo, e allora sì per scelta, nel lontanissimo 1969…

Ma neppure questo appoggio quasi extraterrestre, quasi proprio da Guerre stellari, sembra riuscire a sbloccare l’impasse. Tra l’altro, adesso, a Bruxelles, a denti più che stretti perché finora aveva spudoratamente mentito, la NATO ammette di violare da tempo la risoluzione 1973/2011 dell’ONU.

Perché, in effetti, è da settimane che i suoi Eurofighters e i vari Tornado e F-16 (non più i B-2 Stealth solo americani che sono stati quasi subito ritirati dopo i primi giorni) sta cercando di mettere nei collimatori dei propri mirini – ma senza neanche riuscirci… i “bucioni” – proprio personalmente il colonnello Muamar Gheddafi[39].

Già la Francia, per conto suo, ha riconosciuto di aver violato la risoluzione del CdS dell’ONU fornendo di armi i ribelli: cosa non prevista da essa né consentita. E che, in un’altra inutile esibizione di ridicola ipocrisia – perché tanto che non lo sapessero non ci crede nessuno – “sorprende esponenti della NATO al quartier generale di Bruxelles sollevando una serie di imbarazzanti domande sulla violazione da parte dei francesi del diritto internazionale”. Come se, invece, limitarsi a bombardare obiettivi civili, mirati per carità ma con evidenti e provati danni collaterali proprio tra i civili che si dice di voler salvare, non fosse già di per sé una violazione sfacciata del diritto internazionale[40]

E il ministro della Difesa olandese, Hans Hillen, avverte, parlando non a caso pubblicamente, che la NATO deve prestare grande “attenzione a un impennarsi furtivo della missione” e ha predetto che se la campagna dovesse continuare anche dopo l’estate i dubbi aumenterebbero inevitabilmente e radicalmente sulla saggezza dell’impresa: perché bisognerà pure rendersi conto che “la Libia è effettivamente un paese molto molto vasto. E chi aveva pensato – e ce ne sono stati parecchi tra noi che l’hanno anche detto – che semplicemente buttandogli sopra bombe su bombe si sarebbe non solo aiutata la gente ma anche convinto Gheddafi a lasciare o a cambiare la propria politica, è stato, come dire, un po’ ingenuo[41].  

Però questa confusione di lingue, di freni, di limiti e di obiettivi che la mission porta con sé, conduce subito, adesso, ad affrettare l’uscita dalla coalizione NATO almeno della Norvegia che, col suo rigore moral-moralistico tutto sì sì-no no, annuncia per bocca della ministra della Difesa Grete Faremo che il suo paese ridurrà e presto cancellerà la partecipazione ai bombardamenti in Libia[42] che al momento vede impegnati sei bombardieri.

Il capo della marina britannica, che porta il leggendario titolo che fu di Nelson di primo lord dell’ammiragliato come con l’usuale pomposità qui lo chiamano, ammiraglio Mark Stanhope, se ne esce pubblicamente a dire – ripreso altrettanto pubblicamente dal primo ministro alla Camera dei Comuni[43], con effetti del tutto controproducenti di opinione pubblica, però, che al premier (forse anche qui qualcosa hanno imparato…) non crede proprio – che se per fine agosto la missione in Libia non ha termine “non saremo più in grado di finanziarcela”… coi duri tagli che il bilancio militare ha anch’esso subito e il costo crescente, niente affatto calante, della guerra in Afganistan…

Malgrado i rimbrotti del primo ministro, le stesse, identiche, argomentazioni (non abbiamo più i mezzi e le forze per continuare a intervenire militarmente e contemporaneamente in Libia e in Afganistan) vengono reiterate due giorni dopo dal comandante in capo della Royal Air Force, Chief Marshal Sir Simon Briìyant. E Cameron dà ancora i numeri, ma per rispondere ricorre solo all’argomento di autorità: voi combattete dice e a parlare ci penso io…, così non riuscendo a convincere neanche i suoi[44].

A ruota, l’Olanda chiarisce di voler invece, quasi a compenso, estendere nel tempo il suo impegno sulla no-fly-zone di cui parla la risoluzione ONU sula Libia— ma è pura ipocrisia visto che Gheddafi non ha da tempo aerei suoi nei cieli del paese e che, in ogni caso, per i sei velivoli delle Forze aeree olandesi resta il divieto a condurre raids d’attacco a terra[45].

Piuttosto, l’annuncio sembra, questo sì, accelerare l’uscita dalla compagine di Gheddafi di diversi ministri, cacicchi e satrapucci minori— ultimo, e in teoria uno dei più importanti – ma aaaaqain realtà importanti perché? e poi per chi?: erano tutte creature del rais, tutte con altre perfettamente fungibili  – il ministro del Petrolio e capo dell’Ente nazionale del Petrolio, Shukri Ghanem che da giorni era già in occidente, prima a Londra poi a Roma.

●Anche in America, però, sulla Libia, cominciano a manifestarsi dissensi pesanti. Mentre il ministro della Difesa Robert Gates lamenta l’ “incapacità della NATO” contro un esercito, quello di Gheddafi, che  in pratica definisce di straccioni[46]…, il suo paese ha già smesso da tempo di bombardare Tripoli (se non, dopo averci speso 715 milioni di $ nei primi dieci giorni dell’offensiva, riducendo il costo a soli 10 milioni di $ al giorno, ultimamente, solo con gli aerei senza pilota) e il Congresso di Washington pensa di fare un’uscita di stampo leghista (cioè: secondo noi quella giusta, no a questi bombardamenti: però magari per le ragioni sbagliate, tal quale la Lega).

Infatti, adesso, notifica per la seconda volta al presidente – che lo sa benissimo e proprio come faceva Bush, il piccolo, volutamente e illegalmente lo ignora – su emendamento presentato dal democratico Brad Sherman della California ma votato da una maggioranza trasversale di 163 a 148 alla Camera dei rappresentanti, una Risoluzione che ribadisce e rafforza la legge sulla legittimità delle azioni di guerra del 1973 che efficacemente bloccò la partecipazione americana anche segreta al conflitto del Vietnam che dichiara come “nessuna parte dei fondi qui resi disponibili può essere usata contravvenendo alla legislazione di guerra”.

In altri termini, già bombardando per qualche tempo la Libia, il presidente ha violato la legge e, se tornasse a farlo, dovrebbe ora fare i conti – annunciano: poi, certo, bisognerebbe vedere se darebbero seguito alla minaccia – con una larga maggioranza bipartisan – i repubblicani più di destra che gli votano contro perché lui è Obama; ma anche i democratici più di sinistra che gli votano contro perché non vogliono vederlo agire come faceva Bush – e col Congresso nel suo complesso…

La Casa Bianca insiste a difendere le proprie azioni – l’argomento essenziale essendo che quella contro la Libia non è una guerra… ma un’azione di polizia… esponendosi ovviamente ai lazzi e ai frizzi di chiunque sia capace di ragionare – però sa anche che rischia violando per la seconda volta una specifica risoluzione contraria del Congresso.

E’ necessario ripeterlo, bisognerà vedere se quella strana maggioranza, al dunque, se il presidente riprendesse a bombardare o continuasse comunque a spendere dollari federali per appoggiare l’intervento, troverebbe la determinazione e la coesione necessaria a impedirlo: con l’impeachment, in altri termini… Ma i democratici dovrebbero “impeachare” il loro presidente e i repubblicani decidersi a dire no ai poteri sovrani di guerra di un “comandante in capo” – così lo chiamano qui – che, come ieri, domani potrebbe anche essere ancora uno di loro – ma la minaccia ormai è esplicita e neanche Obama può più ignorarla[47]

E, infatti, come direbbe Bossi, se la fanno nelle braghe alla fine: per ragioni diverse votano contro l’autorizzazione della missione… ma, subito dopo, respingono una mozione che avrebbe proibito al presidente di continuarne il finanziamento[48]. In ogni caso, come conclude, incisivamente, il NYT[49], e qualunque ne sia stata la motivazione “in sostanza si è trattato di un rifiuto schiacciante dell’argomentazione avanzata dall’Amministrazione Obama: che gli Stati Uniti non sono in guerra con la Libia”. Secondo voi, qui è Obama che copia la posizione ipocrita di Berlusconi, o viceversa?

Ipocrita perché, siccome la Carta dell’ONU sottoscritta da tutti proibisce ogni azione di guerra se non per autodifesa, o su autorizzazione dell’ONU ma sempre entro limiti categoricamente ben definiti (in Libia, solo per difendere le popolazioni civili), tutti gli Stati estendono (e quanto più sono potenti tanto più impunemente lo fanno) il concetto di autodifesa tirandolo come una pelle di zigrino: “nessuno dichiara mai oggi che una guerra è una guerra— è sempre autodifesa, azione di polizia, intervento umanitario o cose simili”.

Però, si viene così evidenziando un fatto nuovo, di grande potenziale e intrigante interesse, da leggere – si vedrà poi da come si sviluppa se male o bene – “improvvisamente, dopo la politica aggressiva e militaristica degli anni di Bush, l’isolazionismo – l’atteggiamento che rifiuta un ruolo di leadership dell’America nel mondo – sta crescendo tra i repubblicani[50].

Questa, detta così, naturalmente, è una visione di parte: altri – chi scrive fra questi – da molti punti di vista considerano una simile posizione una scelta sensata dopo un secolo e più, quasi, di ingerenze soverchianti ma qualche volta – prima e seconda guerra mondiale – anche, assolutamente,  provvidenziali. Anche noi, in altri termini, sospettiamo che il vuoto di leadership lasciato dal non-interventismo americano potrebbe cercare di andare a riempirlo allora qualcuno anche meno, per noi, desiderabile. Pure, ormai, globalmente parlando, un ridimensionamento delle ambizioni messianiche dell’America imperiale nel mondo sembra non solo pensabile ma anche, forse, probabile e, al dunque, inevitabile. Mica può durare per sempre che quasi la metà delle spese militari nel mondo siano  appannaggio degli Stati Uniti d’America[51]… 

●Intanto l’ultima delle diverse defezioni nella fila dei lealisti, quella dell’ex zar del petrolio, Ghanem, lo vede annunciare la volontà “di unirsi alla scelta del popolo libico” anche se manifesta qualche residuo dubbio sul fatto che neanche un grande alleanza come quella NATO riesca a far vincere i suoi nuovi amici che vengono vissuti dai libici restati fedeli a Gheddafi come servi sciocchi o venduti, inutilmente poi – sembra, almeno per ora – allo straniero.

E di gente che è restata fedele a Gheddafi  ce n’è ancora parecchia nelle forze armate, tra la popolazione delle città e i gruppi tribali. L’ex ministro del Lavoro, Al-Amin Manfur che se ne è appena andato a Bengasi, e pare sia stato il quinto ministro a “defezionare”, dice che è almeno il 20% della popolazione che è col colonnello, tutti armati e con molti soldi a disposizione[52]: altre stime (anche l’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra[53]) parlano, invece, di almeno la metà della popolazione.

Intanto, le Nazioni unite nel corso di una missione della Commissione dei Diritti umani che ha visitato sia le zone controllate dal governo che quelle dei ribelli in aprile attesta che nel complesso i morti causati in Libia negli scontri forse sono stati fino ad allora sui 15.000 e che di “crimini contro l’umanità” si sono rese colpevoli le due parti[54].

Incertezza ancora ddasi forte sulle fornitue di petrolio libico, su cuìhi dasvvero elc otnrola, su chi può venderle e no, su quelo che potrà essere o meno però sul petrolio (quanto? chi è che oggi lo controlla davvero? chi può prendere impegni e chi potrà mantenerli?). Risulta  che le compagnie petrolifere, un po’ tutte, si sono messe in contatto coi funzionari del governo ribelle, ma nessuna di esse ha accettato di sottoscrivere un contratto con Bengasi, come riconosce a inizio giugno la Platts, agenzia specializzata di informazioni del ramo petrolifero e delle materie prime, citando fonti del Consiglio di transizione nazionale[55].

D’altra parte, anche se il portavoce del governo di Tripoli, Mussa Ibrahim, annuncia che verrà rimpiazzato in tempo per il vertice OPEC dell’8 giugno, il capo dell’agenzia e del ministero del Petrolio, quello Shukri Ghanem che a fine maggio è passato ai ribelli, all’incontro di Vienna, peraltro poco conclusivo quanto a decisioni operative, presieduto dal nuovo ministro del Petrolio dell’Iran lui stesso particolarmente discusso nel suo paese, l’OPEC decide di lasciar vuota la sedia del delegato libico[56].

Nel merito, il vertice – che doveva affrontare il tema del buco nelle forniture di greggio lasciato da Libia (1.300.000 barili al giorno), Yemen e Siria (altri 300.000 al mercato a causa delle guerre in corso – ha visto prevalere contro l’Arabia saudita chi (Iran, Venezuela ma anche Algeria e almeno tre altri, per dire) non voleva aumentare la produzione complessiva dei dodici paesi membri di 1,5 milioni di barili di greggio al giorno per tenere sotto controllo i prezzi, che subito infatti vedono il greggio Brent impennarsi di altri $1,65 a 118,43 per barile[57].

Ma tornano presto sotto controllo quando Riyadh annunciando che agendo per conto suo – come del resto da sempre è costume di tutti appena nell’OPEC lo possono fare, cioè in pratica sempre – aumenta di 700.000 barili la produzione e, anche se destina l’aumento quasi solo alla Cina e ad alcuni altri grandi raffinatori dell’Estremo Oriente, ottiene subito il risultato almeno temporaneo di abbassare subito i prezzi di 2 $ e mezzo a barile[58].

Il punto, però, è che in Mediterraneo e in Medioriente, tra i paesi produttori, non basterà l’Arabia saudita a tamponare la mancanza di flusso di greggio, perché le turbolenze continueranno ancora e per parecchio tempo… Insomma i prezzi del petrolio, se a noi grandi consumatori andrà bene, resteranno sostenuti sul mercato mondiale ancora per mesi…

●Intanto, qui i ribelli hanno finito i quattrini e chiedono a chi li sponsorizza di pagarli per continuare a combattere. Il ministro del Petrolio e delle Finanze del governo provvisorio ribelle, Ali Tarhouni, denuncia chiaro e tondo, infatti, che gli occidentali pur continuando a bombardare Gheddafi (ma non abbastanza, lamenta) non pagano ai ribelli il miliardo di $ che avevano promesso di mettere loro a disposizione. In realtà, oltre ai dubbi dei governi dell’occidente di aver sbagliato il cavallo su cui hanno scommesso, sono le banche occidentali che non mostrano in esso nessuna fiducia[59].

Intanto può essere che qualcosa si muova. Anche se non precisamente nel senso voluto da chi bombarda e basta… Unione africana, Unione europea, Organizzazione per la Conferenza islamica e Lega araba si sono incontrate al Cairo nella sede della Lega araba il 18 giugno per discutere della crisi libica dibattendo specificamente del loro ruolo per cercare di fronteggiare la situazione di crisi umanitaria che si va sviluppando in tutto il paese e sui prossimi passi possibili[60] per far osservare sul serio le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza: compreso il cessate il fuoco, il processo politico di negoziato e di ricerca della riconciliazione, scopi dichiarati cioè, almeno formalmente, dalle Nazioni Unite.

E’ una sede internazionale, quella variegata che si è riunita al Cairo, tutta di organizzazioni assai paludate e ufficialissime – compresa l’Unione europea! – nella quale, per la primissima volta, qualcuno – nella fattispecie, un leader africano – ha osato chiedersi e chiedere agli altri se la comunità internazionale qualche volta non si inventi i nemici per comprare le bombe…

●In Yemen, lo stallo tra ribelli e rais è sembrato per almeno tre volte sull’orlo di risolversi con un compromesso – basato sulle garanzie date al presidente Saleh dai paesi del Golfo, e dall’America che li appoggia tutti da anni, Yemen compreso che il suo sarebbe stato un esilio comunque dorato – non sembra più riuscire a tenere perché lui – anche lui – non si arrende.

Ma qui forse – dopo la tragicommedia che Saleh ripete pubblicamente almeno tre volte: dice sì all’accordo e poi lo rinnega all’ultimo momento, anche quando alla firma è stata mobilitata la presenza di tutti gli ambasciatori del Golfo che avevano gestita la mediazione – si avvicina davvero lo scontro finale tra ribelli (tribù, parte dell’esercito e pezzi della società yemenita) e forze rimaste fedeli a Saleh (altri pezzi di società e gran parte, ancora, delle forze armate).

Poi, a inizio giugno, mentre il caos che da mesi blocca tutto il paese minaccia davvero di  affondarne definitivamente l’economia (interruzione di distribuzione del’elettricità, gas e combustibili, mancanza gravissima nei rifornimenti di acqua, prezzi degli alimentari alle stelle, cessazione dei pagamenti pubblici e delle importazioni, ecc., ecc..), il presidente Saleh rimane ferito, viene detto non gravemente, nel corso di un attacco ribelle al palazzo presidenziale…

E poi, nessuno davvero crede casualmente, viene trasportato a curarsi e anche a operarsi – pare – per qualche  bruciatura di secondo grado e una scheggia – pare – di 7 cm., in un polmone in Arabia saudita da cui, dopo la convalescenza – pare – si eviterà di farlo tornare[61]Ad interim, assume la presidenza il suo vice, Abd-Rabbu Mansour Hadi che diventa anche comandante in capo delle forze armate (col dichiarato assenso anche delle opposizioni, dice il leader di uno dei sui massimi gruppi, il partito neo-nasseriano, Sultan al-Atwani[62]) mentre l’ormai ex presidente Saleh – fa sapere la corte reale saudita – “è stato ricoverato insieme a funzionari e cittadini yemeniti che hanno tutti bisogno di cure”: tutti uguali, insomma, di fronte alla malattia… In Arabia saudita…

Dove in ogni caso, mentre però il vice presidente Hadi evita accuratamente di insediarsi nel palazzo presidenziale, incontra le opposizioni ma si rifiuta di parlare con esse di cose di merito e, invece, va subito ad insediarcisi il figlio di Saleh, Ahmed Ali, per dare volutamente l’impressione di una continuità che vedeva proprio lui designato a succedere al padre.

Intanto però un portavoce presidenziale avverte che la convalescenza sarà prolungata perché, in effetti, le ferite che il presidente Saleh ha riportato sono – o saranno fatte passare: ma questo lui non lo dice – molto serie, molto di più di quanto si fosse pensato[63]. Adesso, anche se la convalescenza-esilio di Saleh e l’interim pressoché concordato di Hadi sono fatti importanti, gli scontri armati non sono ancora cessati e da parte governativa è proprio il giovane, trentaduenne, Ahmed Ali a comandare le truppe…

Ma, in piazza, salgono raddoppiando di massa e di forza le proteste in ogni città importante del paese che di processare subito Saleh, suo figlio e tutti i suoi famigli e clienti maggiori. E continua il braccio di ferro fra gli alleati del presidente e quanti, con la spinta della maggioranza delle tribù in rivolta, vogliono mettere fine una volta per tutte ai 33 anni del suo regime.

●Però, in buona sostanza, dopo Ben Ali e Mubarak, i satrapi cacciati via ora sono tre. Perché questa è stata sicuramente l’occasione per farlo, in parte colta al volo in parte creata. Sarebbe interessante capire da chi: gli è esploso addosso uno scranno di preghiera sul quale si era chinato, pare, nella moschea del palazzo presidenziale, cioè un lavoro come si dice “interno”) per cercare di risolvere – adesso con la minore violenza possibile: facendo fuori lui o “neutralizzandolo” – la crisi di questo paese.

Subito l’Arabia saudita annuncia[64] di voler regalare allo Yemen – già… ma a chi? – 3 milioni di barili di petrolio nel tentativo, dichiarato, di spaccare la protesta tra quella di natura economica per le difficoltà pratiche di approvvigionamento e rifornimento a una popolazione furibonda, certo, per il diniego di libertà e di giustizia ma anche per le condizioni di miseria montanti… 

Un articolo intrigante sul NYT[65] rende conto di una notizia filtrata dalle coperture più o meno efficienti del segreto di Stato, stavolta molto prima di un WikiLeaks di domani: “l’Amministrazione Obama – rivela – sfruttando il vuoto di potere crescente che si è andato creando nello Yemen, sta intensificando gli attacchi che conduce con caccia reattori e con aerei senza pilota contro quelli che considera sospetti militanti”. Il fatto è che col conflitto in corso sono aumentate le soffiate di attendibilità però anche dubbia all’intelligence americana e saudita.

Ma almeno nell’intelligence americana, si va diffondendo il dubbio che l’occasione venga sfruttata sapientemente dall’una e dall’altra fazione in lotta per decimare i nemici interni. Eh, già, capita… Verso fine giugno, mentre il presidente resta ancora in convalescenza a Riyād, aumentano le voci sia del suo esilio definitivo che della sua intenzione, in cambio, di assicurarsi la successione a Sa’ana, al potere, del figlio che a poco più di 30 anni, è già a capo, anche se assai contestato, della Guardia repubblicana, la spina dorsale dei Saleh.

Problema complicato dal fatto che contro di lui il diniego non è certo minore che verso il padre, ripetono possenti manifestazioni di massa e che ormai qui nessuno sa bene davvero dove ormai precisamente il potere risieda, sparso e diviso com’è. E le dimostrazioni cominciano a reclamare la formazione di un vero e proprio Consiglio di governo transitorio[66].

E la questione sembra anche più complicata per il fatto che a Washington sospettano – ormai a dire il vero sospettano di tutti e di ciascuno: anche, se non anzitutto poi di se stessi – che militanti di al-Qaeda si siano uniti ai ribelli che combattono contro il regime di Saleh. Che, d’altra parte, gettando il sasso e nascondendo la mano, gli americani da una parte sostengono – alleato leale e succubo com’è – e, dall’altra, vorrebbero veder mollare. E non sono affatto sicuri di fare la cosa giusta – bé, giusta… il termine è sbagliato: utile per se stessi, piuttosto, diciamo ma a questo punto, poi, anche vincente?  – sostenendone il figlio.

●In Siria, essa invece ha preso un’eco sempre più, come si dice, “settaria”, la posta in gioco per gli alauiti “non è più soltanto la sopravvivenza della famiglia al potere ma la sorte di tutta la loro comunità[67]— gli alauiti essendo la setta islamica minoritaria degli Assad al governo ormai, tra padre e figlio, da quarant’anni. E’ il giudizio condivisibile e ponderato di un’osservatrice che rileva come ormai “dopo cinque mesi di sollevazioni, i vari leaders arabi stanno anche imparando l’uno dall’altro esattamente come la protesta in un paese ha ispirato la protesta in un altro aiutandola sia ad organizzarsi che a mobilitarsi”.

Ad emergere è ormai con chiarezza che, in questa fase delle rivolte, “quelle repubbliche che vedono i loro rais atteggiarsi a monarchi, allevando rampolli – o, come nel caso della Tunisia, consorti – come candidati naturali alla successione del satrapo al potere sono le più vulnerabili alla rivolta popolare e quelle che, alla fine, vedono la loro sorte affidata al benvolere dei militari o, in mancanza, a fedeltà di tipo tribale o settario”: quando bastano a salvarle…

Qui in Siria, nel ciclo di instabilità interna che si è manifestato con molta violenza – e non da una sola parte, si intende – forse si sta avviando una fase diversa, di maggiori “concessioni” e di ricerca da parte del potere di un compromesso che, nelle sue intenzioni, non ne metta però in questione il controllo. Assad “sembra aver deciso di essere abbastanza forte da potersi permettere qualche gesto conciliatorio se non altro per testarne l’effetto di una possibile riduzione delle ‘turbolenze sociali’ ”.

E’ importante sottolineare che Bashar al-Assad non ha fatto “giustiziare” – come sicuramente avrebbe fatto, e ha fatto, trent’anni fa il padre, Hafez al-Assad, con il massacro di Hama nel 1982  – i più o meno 10.000 rivoltosi arrestati nella rivolta che ha provocato, dicono i blog dei ribelli, centinaia di morti ma – riconoscono – anche decine di morti tra i poliziotti e i soldati. Così come l’amnistia subito dopo decretata è una seconda mossa sagace che, del resto, non molla proprio niente: non accenna neanche a una spartizione di autorità decisionale e presenta rischi assai limitati per il potere.

Il dipartimento di Stato americano non ci crede però, e dal suo punto di vista è comprensibile, ma non fa neanche finta di crederci come imporrebbe etichetta e rapporto tra Stati che dopotutto si riconoscono l’un l’altro ufficialmente— tetragono anche se non ancora rassegnato al fatto che, comunque, sulla Siria l’America non riesce a contare niente, qualsiasi cosa alla fine decida di fare o non fare.

E sentenzia, scontando come irrilevante la stessa cancellazione della legislazione di emergenza, che il presidente Assad, dichiara[68], deve “fare” non solo limitarsi a “dichiarare”. Secondo un critico nient’affatto tenero col regime, però l’amnistia e il rifiuto di far fucilare i ribelli catturati, come il popolo siriano ben sa, fatti sono e concreti “nuovi, rilevanti e importanti[69], anche se naturalmente devono essere completati. Perché l’assenza di una legislazione di emergenza non significa che, se c’è rivolta, non ci sarà repressione, ovviamente. Del resto, è così comunque e dovunque: a Seattle, a Atene, a Parigi, a Genova, ecc., ecc.

Significativo, anche, ci è sembrato che il 27 giugno sia stato possibile a un’opposizione variegata tenere a Damasco e alla luce del sole – col regime al quale non era stato chiesto il permesso ma che era stato preavvisato dell’intenzione di autoconvocarsi in pubblica riunione di alcune decine di oppositori – una riunione pubblica di circa 200 esponenti di spicco di vari gruppi e formazioni ribelli, anche di quelli che avevano fatto ricorso alla lotta armata. Con foto e riprese televisive anche se non diffuse all’interno del paese. Tra l’altro una riunione che se ha provocato una discussione aperta e positiva fra gli oppositori, ha anche causato durissime accuse tra coloro – va detto, però, oppositori per lo più residenti all’estero: a Londra, a Parigi e a Beirut – che hanno rifiutato dicendo che così si faceva il gioco di Assad…

Non è il punto di vista, ad esempio, di uno studioso di cose siriane e siriano lui stesso che pure dirige alla Sorbona, a Parigi, anche lui all’estero dunque, il Centro di studi orientali contemporanei: dice sempre al NYT il prof. Burhan Ghalioun del “disperato bisogno che hanno i siriani di un’opposizione capace di unirsi per poter davvero ingaggiare una battaglia politica col regime capace di forzare la trasformazione del paese in uno Stato di democrazia civile[70]”. Il governo siriano, subito dopo la conclusione del convegno degli oppositori, annuncia che il 10 luglio apre una “sessione di confronto” per definire il quadro di un “dialogo nazionale”con l’opposizione[71].

Anche per questi segnali – e, ad esempio, per il fatto stesso che uno scrittore come Khaled Khalifa[72],  all’estero e in Italia in questi giorni, critichi duramente Assad[73] e poi torni a casa “liberamente” (nel senso che, pur in una situazione di repressione dura e scatenata, non viene subito sbattuto in galera – la stessa possibilità le illazioni che vedono la Siria avviata sul piano inclinato della rivoluzione generalizzata, come la Libia e lo Yemen, sono verosimilmente a dir poco improbabili, incapaci di leggere la realtà della situazione siriana.

Sempre secondo una fonte come l’Osservatorio sui Diritti Umani sicuramente al di sopra di ogni sospetto, vede un’opposizione certo non disarmata ma altrettanto certamente priva di armamenti moderni, al contrario che in Libia o in Yemen, capace di far fuori qua e là qualche soldato ma non di resistere veramente alle FF. AA. siriane che, per lo meno quelle assegnate alla sicurezza interna, restano leali a sostegno della catena gerarchica di comando che obbedisce al governo.

Questa caratteristica qui è peculiare: da sole, le preghiere e le manifestazioni di protesta di massa del venerdì, e al venerdì limitate, non fanno paura. E anche le riunioni pubbliche di oppositori che discutono tra loro costituiscono un segnale di forza. Se in assenza di altri più vasti supporti, restano così limitate il regime le può ben reggere fino al loro esaurirsi per inedia. Nei fatti, l’opposizione non è in grado di controllare neanche una sola città in Siria, né ha la capacità di influenzare il processo di riforme cui è disponibile Assad purché restino rigorosamente centellinate dall’alto verso il basso.

Finché l’opposizione resta magari abbastanza di massa – dopotutto, qui i sunniti sono la maggioranza – ma resta solo capace di manifestarsi sommovendo anche con violenza il campo civile non basterà lo scontento per la disoccupazione o la sottoccupazione di massa in uno dei paesi più poveri della regione a cambiare, qui, gli equilibri del potere. Bashar al-Assad sarà pure un rampollo anche lui di una dinastia usurpatrice, ma lui è stato educato e tirato su a Londra e all’astuzia che in occidente siamo usi chiamare levantina unisce un know-how, tecnico e culturale, molto molto British.

In ogni caso, se l’opposizione non riesce a spaccare le FF. AA. e, in particolare, ad aprirsi un varco tra le forze di sicurezza (largamente controllate, però, dalla minoranza alauita degli Assad cui ormai da decenni è riservata almeno al 70% la classe degli ufficiali di carriera siriani) non ci sarà una vera minaccia al regime. E, se Assad gioca bene le carte della sua riforma guidata (il rilascio graduale ma reale dei prigionieri politici compresi i rivoltosi) potrebbe disinnescare con qualche successo questa rivolta.

Lo sanno benissimo anche gli autodefiniti Grandi (o quasi Grandi del mondo), come Gran Bretagna e Francia che all’ONU presentano insieme una risoluzione che condanna la repressione (e chi è che si dichiara a favore della repressione, no?) e chiede “accesso umanitario” in Siria (cioè, che significa? questo non lo specificano) ma si guarda bene (tanto non passano) dall’invocare sanzioni contro il governo di Assad[74].

In effetti, qui, la cosa è complessa e difficile da dirimere, come del resto in Libia: molto più di quanto sia stata e sia intricata altrove questa questione. Nella prima settimana di giugno “bande armate di terroristi”, ha denunciato il regime, hanno trucidato 120 componenti delle forze di sicurezza a Jisr al-Shughour, una cittadina di 40.000 persone del nord-ovest vicino alla Turchia.

Ma si tratta di eventi del tutto impossibili da verificare in modo indipendente… Denunciano a loro volta gli insorti che a Hama, il paese martire del 1982, le forze di sicurezza hanno fatto loro almeno 70 morti: solo che anche qui si tratta di eventi del tutto impossibili da verificare in modo indipendente…

E visto che qui non sfondano, i fautori dell’ulteriore punizione da parte dell’ONU, lasciano intendere che ci riproveranno a livello di Unione europea, preparando un terzo round di sanzioni che mirerebbero a colpire imprese ed economia della Siria. Lo riferisce un “alto diplomatico europeo[75], cioè l’ambasciatore francese presso l’Unione europea.

Russia e Turchia non concordano però, per conto loro e separatamente, fanno sapere a Damasco che deve prestare maggiore attenzione ai metodi della repressione che il fratello del presidente, Maher,  capo dei servizi di sicurezza, sta utilizzando per schiacciare i rivoltosi… E Erdogan chiede a Bashar di aprire trattative vere apertamente e, niente affatto diplomaticamente ormai, di cacciarlo via… Ma Mubarak aveva chiesto chiaramente di andarsene e ha rivolto un invito, più morbido ma analogo, anche a Gheddafi. Non a Bashar Assad, però[76]

Ci sono anche segnali importanti di come stanno effettivamente evolvendo, male per i ribelli, le cose: martedì 22 sono centinaia di migliaia i siriani che scendono in piazza in appoggio alle riforme di Assad in tutto il paese[77]; e, già a metà mese, la Siria ha riaperto il confine con la Giordania a Dara’a, dopo averlo tenuto chiuso per circa due mesi[78]. Lo annuncia la Giordania e la cosa ha un significato sia economico (il blocco del traffico commerciale aveva  causato danni ingenti ai commercianti della zona, soprattutto i giordani) che politico (Dara’a è dove l’attivismo più duro contro il regime era iniziato quasi cinque mesi fa).

Così che riaprire il confine è stata un’affermazione di fiducia nella ripresa in mano della situazione. E a Damasco, eccetto che sporadicamente nei sobborghi, non ci sono state più operazioni di repressione su scala significativa, ormai da quasi un mese. Subito dopo, Bashar Assad è tornato a farsi sentire e vedere in diretta Tv sostenendo che i nemici del paese sono ormai in rotta e che lui è intenzionato a trasformarlo, però, in senso “seriamente democratico” il suo paese[79]: qualsiasi cosa questo impegno nella realtà voglia, e possa, poi dire…

E, come s’è accennato, ha ri-aperto (o ha dichiarato di voler riaprire) al dialogo con gli oppositori. Che hanno, per conto loro, concluso la riunione dei 200 del 27 giugno a Damasco con una solenne “dichiarazione di intenti[80] e diverse “raccomandazioni urgenti” che servirebbero, affermano, a sedare agitazione e disordini e ribellioni che squassano il paese e che verranno presentate come posizione comune all’incontro del 10 luglio. Tra le più significative:

• la richiesta rivolta a tutti i siriani è quella di appoggiare un movimento pacifico verso la transizione a uno Stato democratico che riconosca a tutti i cittadini pieni diritti e piene libertà;

• la richiesta specifica al regime è di ritirare l’apparato di sicurezza da città e villaggi; e

• di consentire la formazione di una Commissione d’inchiesta indipendente per accertare la verità sulle tante uccisioni sia di civili che di militari in tutto il paese.

La dichiarazione dei 200 sottolinea anche “e con forza

• la totale contrarietà del movimento a qualsiasi intervento esterno in Siria e chiede

• la liberazione di tutti i prigionieri politici, compresi quanti sono stati detenuti e ancora non sono stati rilasciati nel corso degli eventi recenti.

●In Libano, invece, forse è proprio l’assenza di un apparato statale di sicurezza centralizzato e forte che consente (felice paese!) una relativa stabilità sul piano sociale. Ma anche qui morde la crisi economica e, soprattutto, quella politica di una sempre precaria instabilità schiacciato com’è il Lino  (infelice paese!) tra le corazzate Siria e Israele.

L’uscita dal governo dei socialisti di Jumblatt, ormai dall’inizio dell’anno, che hanno raggiunto l’“alleanza 8 marzo” controllata da Hezbollah contro la fazione cristiano-maronita ufficiale (ci sono anche, però, i cristiano-maroniti del gen. Aoun con la vecchia opposizione diventata ora nuova maggioranza) della coalizione “14 marzo” del governo di Saad Hariri sostenuto dai sauditi ha portato, de facto, alla formazione di un nuovo gabinetto guidato da Najib Mikati, businessman facoltoso come il predecessore ma, lui, con legami stretti alla Siria invece che ai sauditi.

Adesso, il braccio di ferro tra Arabia saudita e Siria sembra averlo vinto quest’ultima e, con uno schiaffo possente alle potenze occidentali in un momento poi di grande difficoltà per Damasco, con la nomina da una maggioranza parlamentare sempre esile, del governo di Mikati dove —Il nuovo gabinetto è influenzato dagli Hezbollah[81].

Come era ovvio che fosse malgrado la durissima resistenza messa in atto dalla vecchia maggioranza che era stata ridotta a minoranza, anche se – ingenuamente?  minacciosamente? – commenta lo stesso giornale si tratta di una mossa che “probabilmente allarmerà le potenze occidentali”: dopo sei anni, infatti, sono al governo nuovamente partiti filo-siriani e filo-iraniani piuttosto che i filo-sauditi, i  filo-americani e i filo-francesi... Solo che questa è una scelta davvero squisitamente interna.

Più prudente, una volta tanto, sembra essere la reazione ufficiale del dipartimento di Stato. Il portavoce del quale stavolta afferma[82] che la valutazione americana del nuovo governo dipenderà dal suo agire, dal rispetto che avrà o meno della Costituzione libanese— che non è, a dire il vero, il massimo del savoir faire diplomatico… ma a Beirut sembrano, comunque, considerare meglio di quel che si aspettavano.

Diversa è la reazione, tra il belluino e il cieco, invece, del Congresso statunitense: almeno se passerà, cosa probabile vista l’isteria e la presa della lobby filo-israeliana a prescindere sul Congresso americano, la “legge contro il terrorismo degli Hezbollah” come l’ha chiamata il deputato proponente, Howard Berman, democratico della California[83]. La legge dice che gli USA sono interessati e tenuti a sostenere l’indipendenza e la sovranità del Libano, anche con aiuti militari appropriati. Ma adesso, con Hezbollah insediato al governo “l’America si deve garantire che i suoi soldi non servano a beneficiarlo”.

Almeno nell’immediato, comunque, i libanesi più che del giudizio di Washington sembrano preoccuparsi, giustamente, delle diatribe interne subito ripartite anche nella nuova coalizione. Mikati ha tergiversato molto prima di chiudere la formazione del nuovo governo anche perché a lungo ha tentato di bilanciarlo meglio includendovi anche una rappresentanza della vecchia maggioranza della destra dell’ex presidente deposto Saad al-Hariri.

Che, come aveva detto da subito, però ha rifiutato. Il  fatto è che il Libano resta un caleidoscopio di schegge etniche (calcolano, più o meno, 18 diversi ceppi etnici e “religiosi che convivono e configgono da quando i francesi li hanno staccati dalla Siria decidendo, loro – il potere coloniale mandatario e occupante – di metterli insieme per forza. E, adesso, sono i drusi, anzi una minoranza tra i drusi, a ribellarsi per primi perché nel nuovo governo avrebbero avuto – dicono – poco spazio…

●In Sudan sembrano aver definito con successo, insieme al Sud che a luglio diventa indipendente, e malgrado gli scontri per fortuna fermati quasi subito sull’annessione al Nord del territorio conteso dell’Abyei, la questione legata al fatto geo-economico che con l’indipendenza vedrà restare nella parte meridionale del vecchio Sudan unito quasi tutta la ricchezza petrolifera del paese mentre finora incassava la metà dei ricavi di una produzione che per i ¾ veniva dal Sud ma vedeva a Nord praticamente tutte le raffinerie, i terminali, gli oleodotti.

Non sarà l’ultima evoluzione e/o involuzione sul nodo ma, per ora, il Sudan ha accettato di venir pagato dal Sud del paese – una volta che adesso, a inizio luglio, avrà la sua indipendenza – per il transito del petrolio prodotto nel Sud e da esso altrimenti poco facilmente esportabile. Nell’accordo raggiunto ad Addis Abeba con la mediazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana[84] è stata deciso che il Sud Sudan, invece di proseguire con l’attuale – e peraltro precario – accordo di suddivisione del reddito col Nord, pagherà d’ora in poi una tariffa per il transito del suo greggio sul territorio del primo.

Le parti stanno continuando a discutere di un vero e proprio accordo di transizione che riesca ad alleggerire l’impatto finanziario che sul Nord Sudan – cui, d’ora in poi, senza qualificazione geografica resterà il nome che era di tutto il paese: il Sudan – inevitabilmente avrà la perdita della rendita petrolifera del Sud. Ma siccome, precisa il ministro del Petrolio di Karthoum, Lual Deng (lui stesso un sudista, ma restato col Nord) non c’è alcuna certezza di arrivare presto a un accordo di transizione, al presente varrà il pagamento della tariffa di transito.    

in Cina

●Arrivano i dati di maggio. Anno su anno, l’inflazione cresce del 5,5% e i prezzi alla produzione nello stesso periodo del 6,8, secondo l’Ufficio nazionale di statistica[85]; con quelli delle vendite al dettaglio che salgono del 16,9%, per circa 227 miliardi di $ a maggio sullo stesso mese dell’anno scorso e col valore aggiunto industriale che marca un +13,3%. Gli investimenti fissi sono cresciuti nei primi cinque mesi del 2011 a 1.390 miliardi di $, del 25,8%. L’attivo commerciale[86] sempre  a maggio tocca i 13,5 miliardi di $, contro gli 11,4 di aprile, comunica l’Ufficio doganale centrale di Cina, con un aumento sull’anno precedente dell’export del 19,4% e dell’import del 28,4%.  

●Ha detto il segretario alla Difesa americano Robert Gates di sospettare che i militari cinesi non tengano sempre al corrente la leadership politica della loro agenda quotidiana e di credere che l’Armata di Liberazione del Popolo abbia ricevuto istruzioni precise dal presidente della Repubblica Hu Jintao di migliorare i suoi legami con gli Stati Uniti in particolare in una certa direzione (che non specifica meglio ma che sembra essere quella tra le due forze navali che, ogni tanto, si guardano anche in cagnesco nei mari vicini alla Cina stessa. E dice di aver saputo che l’ALP ha eseguito l’ordine[87].

Gates ha poi reiterato che, da parte americana, non c’è alcuna intenzione di “tenere sotto i cinesi”. Si tratta di osservazioni fatte così a ruota libera, nel viaggio con cui si sta recando in aereo a Singapore per una conferenza sulla difesa in Asia aperta praticamente a tutti i paesi del continente  (meno Taiwan, ovviamente, essendoci la Cina), di fronte a un uditorio di giornalisti anche cinesi, E non si capisce bene dove sia l’excusatio non petita (non abbiamo intenzione…) e dove sia la provocazione (la rivelazione da parte americana che i soldati cinesi tengono nascosto quel che fanno ai loro capi). Non si capisce, insomma, proprio perché ci abbia tanto tenuto a dirlo e farlo sapere.

●Sempre Gates, che ormai ma per sua scelta dimissionario ama parlare anche spesso proprio a  ruota libera, sottolinea di fronte ai suoi colleghi a Singapore l’importanza di stabilire rapporti positivi con la Cina in aree come la stessa cooperazione economica in materia di difesa e la gestione delle eventuali divergenze. Sottolinea pure che la modernizzazione militare cinese procede su tipi di armamenti che comunque preoccupano gli Stati Uniti[88]:

• missili balistici e cruise anti-nave,

• forze di marina più grandi e diversificate,

• aerei con la tecnologia stealth incorporata per sfuggire ai radar,

• anche (ohibò!) una portaerei contro 11 americane dalla classe Nimitz, assai più moderne[89] ma che tutte, ormai, ad esser seri, potrebbero esser descritte in sostanza come enormi bersagli statici per missili molto piccoli e molto mobili,

• e lo sviluppo di capacità cibernetiche e antisatellitari nuove…

Tutte preoccupazioni del tutto comprensibili, dal suo punto di vista. Solo che non sono gli unici punti di vista, i suoi, ad esistere. A Gates non viene tipicamente neanche per l’anticamera del cervello che le avanzatissime armi in dotazione alle Forze armate americane e quelle ancora più avanzate che esse hanno allo studio e in sviluppo possano preoccupare, altrettanto naturalmente, altri paesi, Cina compresa.

Gates prende atto che la Cina non sta tentando di rincorrere ed uguagliare il potere militare americano a livello globale, ma punta a farlo decisamente nell’oceano Pacifico— il suo anche se, come del resto per gli USA (ma questo Gates non lo ammetterà mai esplicitamente anche se lo sa benissimo) non solo il suo. Sembra aver imparato dall’esperienza della ex Unione Sovietica che non conviene da tutti i punti di vista tentare di competere soprattutto economicamente in ogni campo dello sviluppo militare – R&S, tipo, produzione di massa e dislocazione degli armamenti – con gli Stati Uniti. E anche questa è ragione per cui, sensatamente soggiunge, il dialogo strategico è tanto importante nelle relazioni sino-americane.

●Però, non c’è niente da fare. Il richiamo della foresta è sempre quello di chi teme di vedersi invaso il proprio territorio perché, comunque, vede ogni altrui appropinquarvisi come un’invasione di quello che era abituato/a a considerare propria riserva di caccia. Coglie infatti il momento, con tempismo come spesso un po’ bolso, la signora Hillary Clinton, segretaria di Stato americana.

Nel corso di un’intervista in Zambia, non può esimersi dal raccomandare agli africani “in base all’esperienza” dice (di chi? l’unica di cui può onestamente parlare – e un giornalista la domanda gliela pone, irritandola non poco – è la sua) di stare in guardia dal “nuovo colonialismo[90] nei confronti di partners che, non lo dice ma vuol dire come è costume cinese,  trattano solo con le élites nazionali (come se loro, invece, gli americani…) e, invece, di concentrare le loro attenzioni su chi li aiuta davvero (come le compagnie minerarie americane, no?) a sviluppare le capacità produttive del loro paese.

Ricordando i suoi trascorsi di ex allievo delle scuole private britanniche in Rhodesia e ai suoi trascorsi a Washington e all’ONU come ambasciatore del suo paese, il presidente Rupiah Banda risponde diretto – non pubblicamente, ma la battuta viene colta al volo da un cronista americano – che lui, di colonialismo cinese, finora non aveva sentito parlare…  deplorazione   assalto 

Per parte sua, la reazione cinese è insieme sarcastica e dura. E affidata a un portavoce di basso livello del ministero degli Esteri[91], volutamente derubricata cioè, senza degnarla di nessuna sottolineatura maggiore. La Cina e l’Africa conoscono entrambe e bene, avendo dovuto fronteggiare occupazione, oppressione e sfruttamento, cosa è stato il colonialismo e non sembra che l’interlocutrice abbia competenza a dire qualcosa in proposito. E entrambe, Africa e Cina, vedono e sanno che la Cina non si comporta in modo tale da dare anche solo l’impressione di praticare il colonialismo.

Insomma era decisamente meglio tacere. Come qualcuno dice alla Clinton, purtroppo solo dopo che aveva parlato[92]

●Ma non sono solo le relazioni sino-americane in un momento di svolta delicata, stiracchiate tra le dichiarazioni e le intenzioni di buona volontà dei numeri uno e le pulsioni-“provocazioni” di stampo vetero, dichiarate o implicite nei discorsi o nei comportamenti dei rispettivi numeri due o tre o quattro.

In questione tornano anche, e di più, probabilmente i rapporti sino-indiani. Nei prossimi anni, anche New Delhi svilupperà una sua flottiglia di portaerei, più leggere di questa cinese e come quelle che alla flotta di Pechino si aggiungeranno (la portaelicotteri italiana Garibaldi, a scala più ridotta, va incontrando l’attenzione dell’una e dell’altra marina al momento…).

E, allora, i due colossi asiatici si metteranno a incrociare il Pacifico per mostrarsi l’un l’altro e mostrare, come si dice, agli altri paesi rivieraschi la bandiera, secondo la vecchia obsoleta ma irresistibile lezione dell’impero britannico, di quello giapponese e di quello americano del secolo scorso. In una competizione che non resterà con ogni probabilità sempre e del tutto pacifica…

●Anche perché non sono sempre e solo, e neanche soprattutto, i cinesi ad asserire con dimostrazioni di forza i loro diritti per quei mari. Il primo ministro del Vietnam, Nguyen Tan Dung, afferma ora con forza che “partito, popolo ed esercito vietnamiti proteggeranno” con la massima determinazione la sovranità del paese “sulle incontestabili nostre zone marittime delle isole Paracel e Spratly[93].

Nomi ambedue che vengono, però, dall’era coloniale e dicono, dunque, poco rispetto alla titolarità valida giuridicamente: a proposito della quale, in quell’area del mar Cinese meridionale che continuano anche loro a chiamare così, i vietnamiti – dopo qualche anno di tentativi di chiamarlo mare dell’Est senza riuscire a convincere nessun altro paese a farlo – citano ora la Convenzione ONU 1982 sulla legislazione marittima.

Così mirano ad assegnarsele in base alla rivendicazione della Francia coloniale dalla quale dicono ne avrebbero derivata proprietà e titolarità. Tanto incontestabile, però, non è detto visto che gliela contestano sia Taiwan che le Filippine, la Malesia, il sultanato del Brunei e – innanzitutto – proprio la Cina. Che poi, di fatto, nei fatti, quell’area la controlla: che, in diritto internazionale, è criterio fondamentale – anche se non unico – di attribuzione. E la Cina, subito dopo queste rivendicazioni che considera e dichiara essere assurde, proclama come invece le isole in questione siano “in zone marittime incontestabilmente sue[94].

Le Filippine, adesso, annunciano anche loro, e a modo loro, la propria rivendicazione. D’ora in poi, chiameranno il mar Cinese meridionale con l’appellativo di mar occidentale delle Filippine “perché – dice un portavoce del presidente Benigno Aquino III[95]così lo percepiscono i filippini”.

La Cina questi scogli e atolli del mar Cinese meridionale, cosi denominato da tremila anni, dai primi abbozzi di mappa disegnati allora su pietra in alcune tombe imperiali, li chiama, rường Sa e appella le isole Paracel Xīshā Qúndǎo mentre i vietnamiti chiamano dicono Quần Đảo Hoàng Sa: con un’assonanza di nomi e di fonetica che, vista la derivazione cronologica, fattuale, della grafia e delle scritte vietnamite da quelle cinesi, sembrerebbe francamente titolare Pechino a qualche diritto storico…

A questo punto, ci sono sembra proprio tutte le premesse per un riaccendersi di scaramucce, schermaglie e forse anche di un vero e proprio conflitto armato, speriamo contenuto ma che sicuramente infliggerà feriti e morti, tra Vietnam e Cina: premesse di principio, di prestigio, di assetto anche bellico, ragioni strategiche, storiche e anche politiche.

Epperò, affidate anche alla casualità: se il pilota di un guardacoste vietnamita si sveglia una mattina con le paturnie, patriottardiche o personali, se quello di un peschereccio cinese – o viceversa, naturalmente – gli danno fastidio i calli ai piedi o i pruriti sciovinistici, potrebbe davvero scoppiare una guerra… Come tante volte già nella storia— soprattutto per la prima guerra mondiale: oltre una ventina di milioni di morti, più di venti di feriti e i prodromi seminati della seconda guerra mondiale e provocati dall’incomprensione iniziale delle intenzioni e delle prudenze gli uni degli altri.

In questa congiuntura, arriva anche la notizia che il Vietnam a luglio condurrà con navi da guerra americane della 7a Flotta e partendo dal porto di Da Nang esercitazioni attive, come le chiamano, di “ricerca e distruzione nel quadro annuale dell’addestramento con alleati a livello regionale”. Già a fine giugno due cacciatorpediniere e un vascello di salvataggio USA terranno esercitazioni con la marina filippina al largo dell’isola Palawan, vicina all’arcipelago delle Spratly.

Nel frattempo si è andata avvicinando alla zona la USS George Washington una delle 11 portaerei nucleari di classe Nimitz, le più grandi del mondo, per prendere “parte alle manovre vietnamite – dice un portavoce – calendarizzate da tempo e non in risposta all’aumento di tensioni nella zona[96]. Ma ci credono in pochi: quando si verificano inasprimenti di clima come questi, le manovre, di regola, vengono rinviate.

●E, a questo punto, Pechino mette le mani avanti e “raccomanda” agli USA di lasciare che il contenzioso in atto sia risolto tra i “litiganti”, senza ingerirsi e pretendere di fare da mediatore: non gli viene richiesto e “una simile interferenza sicuramente peggiorerebbe la situazione”, l’unico ruolo che dovrebbe utilmente svolgere è quello di raccomandare a tutti, in specie ai paesi che si muovono inconsultamente e provocatoriamente (specie, ma non lo dicono, il Vietnam) senso di responsabilità e nervi saldi.

Ne parla il vice ministro degli Esteri, Cui Tiankai[97], che chiede esplicitamente al governo americano di intervenire ma solo in questo senso per invitare tutti alla moderazione e alla responsabilità, senza pretendere a mediare qualcosa “dove non c’è da mediare proprio niente”, avvisa. In questo clima arriva, per fortuna e anche buona volontà dei contendenti, l’impegno dichiarato e niente affatto scontato espresso in un’incontro blaterale tra il Consigliere di Stato cinese Dai Bingguo e il vice ministro degli Esteri vietnamita Ho Xuan Son che hanno concordato[98] di abbassare i toni e di accelerare i negoziati per arrivare a una soluzione concordata. E non sarà affatto facile…

●Continua, invece, a fare la voce un po’ grossa Manila che si illude di trovarsi, al dunque, sotto l’usbergo americano, dimenticando le ragioni che la dovrebbero invece portare a una maggiore prudenza. Ma le Filippine pensano bene di ricordare in questo momento, puntigliosamente, a Washington – ma anche barando un po’ – il dettato – dice – del trattato di mutua Difesa del 1951 che – sostiene – impegna le FF.AA. americane a difendere quelle filippine, quando e se attaccate: anche nell’area delle isole Spratly nel mar Cinese meridionale.

 Lo fa – senza conferma o smentita alcuna da parte statunitense – il ministero degli Esteri filippino citando messaggi diplomatici americani – peraltro non meglio specificati – che definiscono le isole come parte della “regione filippina”. Che, giuridicamente parlando, non significa niente però sembra mettere gli USA un po’ come dire, con le spalle al muro. Perché tutto si regge sull’equivoco: in uno o due dei dispacci citati e non meglio identificati, effettivamente questo si dice[99]. Ma il Trattato del 30.8.1951, entrato in vigore nel ’52, non parla mai di difesa delle Filippine come se si estendesse al mar Cinese meridionale e, tanto meno, alle isole Spratly[100]

Poi c’è già un precedente. Nel 1975, quando il Vietnam, appena reduce dalla sua vittoria contro gli americani, occupò improvvidamente forzando la mano alcune delle più piccole tra le Spratly, e la Cina reagì minacciando, e anche cominciando a esercitare, quello che chiamò il suoi diritto di difesa e il Vietnam stesso, portando a un ritiro di fatto delle truppe vietnamite, il presidente delle Filippine Marcos si sentì specificare, dal presidente americano Ford e da Kissinger, la cruda realtà.

Aveva chiesto l’intervento nell’area della VII Flotta americana “come da obblighi che incorrevano agli USA” in base al Trattato del ‘51 a causa delle minacciose presene, cinese e viet, incombenti. Ricordò Kissinger a Marcos che il Trattato obbligava i due paesi solo a consultarsi e a prendere misure che si conformassero ai loro diversi dettati costituzionali.

Ma non conteneva alcuna clausola di difesa automatica, come invece dice il Trattato NATO— ma sempre, anche se non è specificato ma è chiaramente presunto se uno è l’aggredito e non l’aggressore. L’accordo filippino-americano non riguarda, poi, il mar Cinese meridionale ma era inteso da entrambi i contraenti come deterrente contro un attacco tipo quello nipponico nella seconda guerra mondiale contro l’isola di Luzon, la più grande delle Filippine.

Non è noto cosa adesso abbiano spiegato gli americani a Manila, ma non ha alcun senso pensare – dopo attenta lettura del testo del Trattato – che la loro posizione sia ora cambiata.

●La Cina, osserva il vice premier Wang Qishan[101], costituisce ormai un grande mercato in crescita per le esportazioni di energia della Russia e aggiunge che sicuramente la Russia può costituire per la Cina una fonte affidabile di lungo termine. Parlando alla cerimonia di apertura di un nuovo giacimento nella Repubblica autonoma russa dell’Udmurtia, al centro del paese e ad ovest degli Urali, mette in evidenza in presenza del presidente dell’Udmurtia, Rustam Minnikhanov, i grandi vantaggi naturali di cui essa gode quanto a esplorazione e estrazione di combustibili e produzione chimica. E conferma il grande interesse della stessa Cina a diventare un grande usufruitore. 

A Roma, nel frattempo, a latere delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia, il vicepresidente della Repubblica Popolare di Cina Xi Jingping presenzia, con Silvio Berlusconi, alla firma tra il ministro cinese della Scienza e della Tecnologia e la ministra italiana dell’Istruzione, Università e Ricerca, Gelmini, di un memorandum d’intesa su una nuova partnership di ricerca tra i due paesi. E la Banca cinese dello Sviluppo, la Huawei telecomunicazioni, la Cooperazione petrolifera nazionale di Cina, la Guangzhou Auto e diverse altre società firmano 14 contratti con controparti italiane per 3,3 miliardi di € in settori come la finanza, l’energia, le telecomunicazioni, l’auto e la medicina[102].

●Su un tema del tutto diverso, ma assolutamente cruciale per questo paese, Han Dongfang, il più famoso dei critici cinesi del sindacato ufficiale, la ACFTU, accreditato anche in occidente – soprattutto in America, ma anche da noi in Italia e che da vent’anni lavora da Hong Kong in collegamento pure con la Confederazione Internazionale dei Sindacati, ha fatto una clamorosa e in realtà anche inaspettata apertura al sindacato unico di Pechino.

Scrive Han[103] che ormai “una nuova era di attivismo e di iniziativa operaia ha forzato la ACFTU a ricercare vie nuove per rappresentare gli interessi genuini dei lavoratori come aiutarli a negoziare aumenti di salario, ad esempio. I tempi sono cambiati, chiaramente e anche l’approccio del sindacato internazionale sul nodo del sindacato cinese deve dunque cambiare…È anche ora di aprirsi a una sua eventuale affiliazione”.

Han Dongfang non è sicuramente un ingenuo e sa benissimo, lo dice, che a bocce ferme “come si andrà sviluppando la politica sindacale cinese dipenderà dall’evoluzione del partito comunista: ma ormai anche il partito deve ascoltare e rispondere alle richieste sempre più chiare e sempre più forti dei lavoratori”.

A noi, francamente, e venendo da uno che come Han era a Tienanmen in quei giorni e, da allora, ha continuato senza mai stancarsi per vent’anni di seguito a lavorare sul problema da vent’anni ormai, sembra un consiglio da cominciare a seguire.

●Venerdì 1° luglio è il 90° anniversario del partito comunista cinese e coincide con lo svilupparsi, anche aperto, di un dibattito teso e di fondo tra quelle che noi chiameremmo destra e sinistra. E’ andato già avanti per anni tra accademici e commentatori e schiera ormai apertamente l’uno contro l’altro il campo di chi vuole continuare a sviluppare il paese sulla strada di un liberismo crescente, opinando che, col tempo e pressoché automaticamente, darà luogo anche ad una diversa apertura politica, e chi vuole, invece, una correzione anche profonda del percorso intrapreso – un  gruppo che si dice di “nuova sinistra[104] – in senso che riporti in auge una esigenza di maggiore uguaglianza.

Questa seconda schiera che si fa sentire nel dibattito sottolinea quanto e come montino visibilmente le tensioni sociali a fronte dell’aumento diffuso della corruzione privata e pubblica e dell’aumento delle disuguaglianze dei redditi. E la linea egualitaria di conseguenza sta riprendendo slancio dopo gli anni della grande ascesa economica alla quale si è sacrificata ogni considerazione “di classe”.

La gente vede che le riforme hanno portato certo all’arricchimento un po’ di tutti ma hanno anche moltiplicato problemi e costi sociali che pesano tutti sulle spalle di contadini, operai e delle grandi migrazioni interne, dice Yang Jisheng, anziano e combattivo direttore di una rivista liberal, progressista, rivolta ai pensionati, i “veterani”, del partito. “Così, gli insoddisfatti toccano larghe fette di sinistra, di destra e anche del centro che sta sempre dietro chi al momento governa. La sinistra non ama l’economia di mercato. La destra vuole una maggiore liberalizzazione, più privatizzazioni cioè ma nei fatti riservate al sacco di beni pubblici agibile solo per chi ha già fatto soldi. E il centro, come sempre, ondeggia a sinistra e a destra”.

Nel corso dell’ultimo anno, soprattutto il primo ministro Wen Jabao è tornato pubblicamente, e  diverse volte, sulla necessità di riforme politiche anche profonde per assicurare che la Cina abbia sempre una crescita sostenuta, rimarcando che per farlo ci vuole “più libertà economica e, anche, politica”. Lo hanno, sempre pubblicamente, contraddetto il presidente della Commissione permanente dell’Assemblea nazionale, Wu Bangguo – uno dei maggiorenti della nuova generazione che nel partito è più in ascesa e che, di fatto, è il supervisore di politica estera del massimo organo esecutivo del paese, il Consiglio di Stato – e il numero uno dell’apparato di sicurezza interna del partito Zhou Yongkang.

Entrambi non si dicono contrari ad aprirsi di più ma sostengono, con forte eco nel partito e anche nell’opinione – che ormai, con l’enorme accesso ad Internet in questo paese, torna a contare molto ma  di cui in occidente si citano di regola solo le voci che con l’occidente stesso pedissequano – che per farlo c’è prima e anzitutto bisogno di assicurare una stabilità che può essere garantita solo da una maggiore eguaglianza sociale che tagli il peso dello scontento altrimenti diffuso.

La cosa che a noi sembra davvero importante non è, a questo punto, neanche il pur importantissimo merito del dibattito ma il fatto che, di fatto, nei fatti – questo dibattito in Cina – si svolga alla luce del sole.

Finalmente. Anche se resta aperta e senza risposta la domanda su cosa oggi voglia davvero il partito comunista cinese: questo che ha mollato Mao, e ha anche fatto bene, e ha riscoperto e sposato Confucio e – chi sa – forse proprio bene non ha fatto… perché fare dell’armonia l’aspirazione suprema di una società facendo finta di averla già raggiunta, quando ancora si è pieni di contraddizioni e di aspirazioni in contrasto l’una con l’altra, è perfino rischioso[105].

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●A maggio il Brasile ha registrato il suo secondo migliore attivo commerciale in quasi due anni. Un record di esportazioni (+25% su un anno prima) e prezzi più elevati delle materie prime lo hanno spinto a 3,5 miliardi di $, il 2,3% di più sull’anno precedente[106].

●Dopo che il mese scorso il parlamento brasiliano ha passato una legge, diciamo pure, poco sensibile alle ragioni dell’ambientalismo (abbatte le difficoltà legali per chi vuole sfruttare la foresta amazzonica), adesso la tendenza prosegue: il ministerro dell’Ambiente ha approvato il cosiddetto progetto Belo Monte che include la costruzione del terzo maggiore complesso idroelettrico del mondo e una enorme diga da edificare nel bel mezzo della foresta pluviale amazzonica lungo il fiume Xingu sfidando le obiezioni e le promesse di lotta di ambientalisti, comunità di attivisti e comunità indigene.

Gli 11 miliardi di $ necessari per finanziare il progetto (cifra che alla fine inesorabilmente per lo meno raddoppierà) verranno raccolti dal consorzio Norte Energia dello Stato del Para. Il complesso Belo Monte, una volta a regime, dovrebbe sviluppare 11.200 megawatts di energia, quantità più o meno equivalente all’11% di tutta l’energia attualmente prodotta nel paese[107].

●Il nuovo presidente eletto del Perù, il 48enne Ollanta Humala, uno dichiaratamente di sinistra – ma intesa, come dire?, piuttosto “elasticamente” – ha vinto contro la candidatura di Keiko Fujimori, la figlia destrorsa dell’ex presidente Alberto Fujimori che ha corso a titolo della propria figliolanza proprio per elargire subito da presidente, se fosse stata mai eletta, l’amnistia al padre rientrato da poco, con quella speranza dichiarata, dall’esilio giapponese (i Fujimori hanno quell’origine) dove era scappato per non finire in galera condannato per fellonia e tradimento del paese.

Nel discorso con cui ha salutato la sua vittoria (il 51,3% del voto contro il 48,7), Humala ha detto di aver vinto “contro la menzogna di chi ha la faccia tosta di affermare che il paese sta progredendo quando sono 12 milioni i peruviani che vivono ufficialmente in condizioni di ‘estrema povertà’ sena elettricità e senza acqua corrente. Sarà un compito arduo… ma ad esso lavoreremo per una grande trasformazione che spartisca meglio le ricchezze di tutto il paese fra tutti i peruviani rispettando sia le regole della democrazia che un capitalismo di mercato che non sia, però, predatorio[108].

Poi Humala chiarisce e promette un quadro di stabilità istituzionale per gli investimenti – è naturalmente preoccupato e garantisce in partenza che tutti gli accordi firmati dallo Stato peruviano saranno onorati. Però, fa osservare Humala[109], bisognerà tener conto del fatto che le imprese peruviane sono svantaggiate perché devono obbedire al sistema legislativo locale mentre non godono di alcuna reciprocità a proprio favore quando lavorano all’estero… e che questa distorsione, dice, è da superare.

Il Perù è un paese importante per tutta l’America latina, con 30 milioni di abitanti e una ricchissima e variegata vena di miniere e di materie prime che davvero interessa tutti nel continente americano e ora sarà interessante vedere come reagiranno gli Stati Uniti, dove comunque Obama sembra aver delegato il dossier del Sud America alla cricca, come la chiamano nel subcontinente dei gringos del dipartimento di Stato.

Bene: i risultati di tanta lungimiranza politica e culturale è che oggi “Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Uruguay e Peru hanno governi di sinistra sicuramente più indipendenti rispetto agli Stati Uniti praticamente di tutti i paesi europei. E la Colombia di Manuel Santos ormai si va schierando con loro[110]. Difficile elencare chi manca alla lista, che non è certo tutta timbrata di estrema sinistra e, forse, neanche proprio di sinistra: ma di centro-sinistra sì, e sicuramente, in politica interna e sociale e “ribelle” come presunzione tutta alla volontà de los norte-americanos, gli yankees, i gringos, come con appellativi sempre spregianti li chiamano qui. A sfuggire all’elenco, forse, soltanto la Guyana, con Guyana francese e Surinam…

Il PIL dell’India ha marcato a fine primo trimestre e nel corso dell’anno da quello precedente un aumento del 7,8%, leggermente inferiore alle aspettative. Rispetto al trimestre immediatamente precedente, la crescita nel settore manifatturiero e nel minerario ha rallentato al 5,5% e all’1,7, rispettivamente[111]. L’inflazione ha raggiunto, a maggio, il 9,06% dall’8,66 di aprile soprattutto a causa dell’aumento dei combustibili, secondo i dati del ministero del Commercio e dell’Industria[112]

EUROPA

●Ad aprile il tasso di disoccupazione dell’eurozona è restato invariato ad aprile, al 9,9%, con tendenza al ribasso. In Francia la disoccupazione è scesa dal 9,5 al 9,4% a marzo e in Italia dall’8,3 al’8,1%[113]. L’inflazione nell’area dei 17 paesi membri della stessa eurozona ha rallentato a maggio al 2,7% dal 2,8 che era ad aprile[114]. Nel primo trimestre del 2011 rispetto allo stesso del 2010, sia nell’eurozona che in tutta l’Unione, il PIL sale del 2,5% e dello 0,8 sul trimestre immediatamente  precedente[115].

●Il componente italiano del direttivo della Banca centrale europea, Lorenzo Bini Smaghi, ha di fatto costituito l’ultimo ostacolo alla designazione di Mario Draghi a presidente della BCE, che avviene, finalmente, il 24 giugno al vertice europeo dopo l’annuncio delle sue dimissioni da membro del direttivo della stessa Banca centrale europea: di fatto insieme al presidente Draghi non poteva farne parte infatti anche un secondo italiano. Ce n’è voluto per convincerlo a dimettersi, come aveva promesso Berlusconi a Sarkozy che, lui, aveva promosso la nomina di Draghi a presidente della BCE ma il cui paese, dopo l’uscita del presidente attuale Trichet, non avrebbe così avuto un suo membro effettivo nel direttivo.

Il problema è che, ipocritamente, pure se sono i governi a nominarli, i componenti del direttivo BCE sono poi “indipendenti”: designati dai governi ma – ecco la foglia di fico – “eletti”, su quella designazione e senza variazioni possibili, dai loro pari membri del direttivo; e l’italiano, che lo Statuto della Banca non obbligava ad andarsene prima della fine del mandato (altri due anni), era riottoso a piegarsi alle necessità della politica.

Che, come era ovvio dal primo momento, alla fine però ha vinto… Il buon Bini Smaghi, che di sé ha sempre avuto una stima eccessiva – certo, dicono tutti, è un buon tecnico – era arrivato tempo fa “a paragonare il suo problema a quello di Tommaso Moro [il cancelliere dello scacchiere britannico], condannato a morte nel 1535 da re Enrico VIII per aver sfidato il re[116]”… sul divorzio da Anna Bolena che il papa non gli concedeva…

Altrettanto ovvio è che la politica, cioè Berlusconi alla fine, ha vinto come fanno in questi casi, accettando di piegarsi al do ut des:  Bini Smaghi in cambio del suo posto ambiva, modestamente, a rimpiazzare proprio Draghi a capo di Bankitalia, ma alla fine si piega e sgombra il campo in cambio della promessa che verrà “incluso nel terzetto” dei candidati finali alla presidenza di Bankitalia coi direttori generali del Tesoro, Grilli, e di Bankitalia, Saccomanni…

Ma, avendo accettato di andarsene, ha voluto farlo a modo suo col botto[117] – insistendo che la sua è anche la posizione della BCE come tale – cioè proclamando di non concordare con l’idea che la Merkel va sponsorizzando in Europa di far pagare parte del costo dei salvataggi-paese più in crisi anche a chi ha rischiato sapendo che stava rischiando per far quattrini su titoli che sapeva o avrebbe dovuto sapere fasulli e non esclusivamente ai contribuenti.

Tutti arrischiati speculatori a spese pubbliche per privati interessi coperti, finora, però, dal principio – pecorocciamente subìto e imposto dall’ideologia dominante – del profitto privato e delle perdite pubbliche che, in qualche modo, Merkel vuole rimettere in discussione: stavolta – è questo che preoccupa la BCE, dove non si rassegnano al fatto che non hanno l’ultima parola in proposito – pare con qualche successo. Anche perché la Merkel, che conosce i suoi polli, attenua la “minaccia” ai privati proponendo che il loro contributo inizi solo a scadenza, a partire dal 2013 e non oggi— per abituare meglio, diciamo, lor signori all’idea…

Bini Smaghi preferisce che le cose restino così perché, dice, cambiare i termini di quel che la Grecia dovrà restituire a chi le presta i fondi del salvataggio coinvolgendo forzatamente nel pagamento anche il settore privato (speculatori, investitori e banche) potrebbe alla fine, dice sempre lui, “costare al contribuente ancora di più”, scoraggiando e ritardando nuovi investimenti in un paese che avesse in corso programmi di aggiustamento finanziario. Un ragionamento esoterico e arzigogolato, alla fine del quale si capisce bene solo che per lui è sempre e soltanto il contribuente che deve pagare e non chi scommette per fare quattrini.

Il governo tedesco, a inizio giugno aveva seccamente respinto il tentativo di Papandreou di far assorbire tout court dalla BCE il 40% del debito greco, mantenendo il punto di Merkel di far pagare invece creditori e banche senza farsi impaurire dall’ira funesta annunciata di lor signori— e il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble aveva insistito[118] se non altro sulla discussione e lo scontro esplicito con le banche e la Banca centrale che si oppongono a far pesare sugli investitori parte del peso di ogni aiuto finanziario fresco alla Grecia…

Propone tra l’altro di “disporre” – il verbo equivocamente evitava, però, di spiegare se forzosamente o meno per le banche che li detengono – il prolungamento per sette anni dei titoli di Stato greci… Ma la BCE è convinta che ogni forma di ristrutturazione del debito ellenico, come questa del far assorbire almeno parte delle perdite da chi ha scommesso e ha perso sicuramente sarebbe, sarebbe considerata dai mercati come un vero e proprio default. E, certo, è possibile. Ma è anche una scusa per continuare a coprire i signori dei mercati e far ancora pagare soltanto pantalone: come si dice da noi ma trova equivalenti in ogni altra lingua europea.

Poi, alla fine, Merkel finisce col mollare[119]. Alla fine – lo accenniamo qui brevemente perché per ora affossa ogni intenzione innovativa… ma bisognerà certo tornarci nel prossimo futuro – Merkel ritira la mano che aveva lanciato il sasso: certo, resterà l’impegno “morale” delle banche private a farsi carico di parte del debito greco. Perché Merkel, sotto il pressing della BCE e di Sarkozy, lascia perdere: sarà solo, quello delle banche, un contributo “volontario”, non più come aveva insistito – e come avrebbe avuto senso – obbligatorio per legge europea.

●Intanto, però, anche Standard & Poor’s torna a infierire sulla Grecia[120]. Ancora una volta il debito sovrano ellenico viene degradato a livello CCC – si tratta del rating peggiore di qualsiasi debito sovrano al mondo – con un chiaro segnale, dice il NYT, che “il mercato è convinto del fatto che la Grecia sarà costretta al default”: cioè, che non pagherà, non potrà più pagare, gli interessi che deve sul debito. Naturalmente si discute, e molto, se S&P’s segnala ciò di cui è già convinto il mercato; oppure se è S&P’s a formare e formattare esso, con gli altri “ladroni”, il sentimento del mercato…

 

● Il rating di S & P’s alla Grecia “Avete  bisogno di essere più… spartani” (vignetta)

 

A ruota arriva di nuovo a martellare anche Moody’s che, più sottilmente però, non se la prende di petto coi greci ma con le banche francesi considerate più esposte sull’economia greca. Curiosamente, o forse per niente invece, non mette nel mirino le banche tedesche che pure sono – è accertato – molto più in sofferenza perché le più esposte verso la Grecia.

La svalutazione inflitta da Moody’s a BNP Paribas, Société Générale e Crédit Agricole viene considerata poco rilevante in un’intervista dal ministro francese per gli Affari europei, Laurent Wauquiez[121], che appunto sottolinea – incavolatissimo per la distrazione di Moody’s – la minore esposizione degli istituti di credito francesi rispetto a quelli tedeschi. Sfortunatamente, se lui la considera poco influente viene considerata un po’ più importante dai mercati o, meglio, da chi guida i mercati.

●E forse fuori del coro, qui vale la pena anche di ricordare qualcosa di positivo su questo paese, oggi rigettato da tutti: non tanto, qui almeno, su quello che pure è stato il ruolo della Grecia, unico davvero nella civiltà occidentale ed umana – tout court: ma bisognerà pur ricordarci, a tutti, che termini stessi come Europa, scienza, filosofia, democrazia, politica – quanto sulla sua realtà di questi anni recenti.

“• La Grecia è stata fra i primi paesi europei ad entrare nella Comunità dopo i sei fondatori (Francia, Germania, Italia e i tre del Benelux) nel 1962, molto prima della Gran Bretagna. E’ stata, dunque, un paese dell’Unione per più di cinquant’anni.

• La Banca mondiale la classifica tra le “economie ad alto redito”, nel 2009 al 24° posto nel mondo per reddito pro-capite.

• E nel 2005 godeva del 22° posto nell’Indice dello sviluppo umano elaborato dall’ONU— l’indice, grosso modo della qualità complessiva della vita: meglio di Gran Bretagna, Francia e Germania.

• Secondo le classifiche stilate dal Centro per le comparazioni internazionali dell’università della Pennsylvania la produttività della Grecia in termini di PIL pro-capite e per ora lavorata è più alta di quella della Francia, della Germania e anche degli USA e più del 20% superiore a         quella del Regno Unito.

• Il deficit primario della Grecia era fino a un periodo molto recente inferiore a 5 miliardi di euro, più basso di quello di molti paesi dell’eurozona, a livello grosso modo di quello tedesco. Gli altri 48 miliardi che lo formavano erano costituiti dal servizio del debito, inclusa la prima tranche del salvataggio: un terzo del totale, 53 miliardi, è fatto di soli interessi.

• Sopra questa montagna di interessi, di debito, adesso UE, BCE e FMI vogliono ammucchiarne un’altra: che sarà utilizzata per soddisfare ancora per un anno o due il pagamento di quegli interessi”.

Questa è la realtà, come la descrive, tirandone le sue conclusioni anche qui e là discutibili ma sempre basate su fatti e dati, tabelle, grafici e documentazione autentica, un blog di un autore greco che sarebbe davvero utile consultare[122].

Una teoria elaborata da Nassim Nicolas Taleb, un accademico americano-libanese che insegna Ingegneria del rischio al Politecnico di New York ha pubblicato, pochi anni fa, un lavoro che ha fatto a suo modo davvero storia: parla dei cosiddetti “eventi cigno nero”: quei fatti di grande portata ma per loro natura del tutto inattesi e, in realtà, imprevedibili, che possono essere spiegati solo a posteriori ma riescono anche cambiare il volto della cronaca e, a volte, della storia[123]. Il nome deriva dal primo cigno nero che gli esploratori europei videro in Australia e che, da solo, cancellò la loro storica certezza che i cigni, al mondo fossero solo bianchi.

Ora, intervistato alla BBC il 16 giugno[124], alla domanda se la gente che sta invadendo ad Atene piazza Syntagma e protesta da un mese la sua rabbia e la sua volontà di rivolta sia un “evento cigno nero”, ha risposto di getto che no, che l’unico vero evento cigno nero oggi è che “la gente non si ribelli per le strade di Londra e di New York contro chi la crisi davvero l’ha provocata e non vuole pagare niente si suo per uscirne ”. E, poi, ha aggiunto – noi speriamo che non si sbagli – “ancora”…

In ogni caso, il mese che viene – per la Grecia, ma poi per l’euro, per l’eurozona e per l’Europa tutta – diventa davvero decisivo con l’intensificarsi, giorno per giorno letteralmente, della corsa ad ostacoli per evitare un default disastrosamente disordinato (più che il default in sé – in qualche modo, crediamo noi, in pratica ormai inevitabile anche se lo chiameranno altrimenti: ricalendarizzazione, dilatazione del servizio del debito, ristrutturazione del debito, quant’altro… – la minaccia vera è infatti il caos: per tutti). E il calendario dei prossimi trenta giorni, proprio a partire da quello in cui stiliamo queste righe, è ritmato da queste scadenze e da quel che succederà soprattutto tra il 27 e il 29 p.v. ad Atene:

lunedì 27.6: nel parlamento greco comincia il dibattito sul nuovo piano di austerità del governo Papandreou-Venizelos.

martedì 28.6: sciopero di 48 ore di tutto il lavoro greco che accompagnerà il dibattito parlamentare con una grande manifestazione alle 11 al parco Areos, nel centro di Atene;

mercoledì 29.6: voto del parlamento e grande protesta popolare a piazza Klafthmonos;

giovedì 30.6: secondo voto parlamentare che delega al governo (con 155 voti contro 136 e 5 astensioni: gli stessi a favore e due in meno contro rispetto al primo voto di autorizzazione generica) poteri di più rapida attuazione delle misure precedentemente approvate in linea generale;

domenica 3.7: i ministri delle Finanze dell’eurozona in riunione straordinaria discuteranno i dettagli di un secondo pacchetto di salvataggio alla Grecia da 12 miliardi di €; e potrebbero approvare il pagamento della seconda tranche di aiuti dovuti in base al salvataggio iniziale;

lunedì 11.7: plenaria dei ministri delle Finanze dell’Unione tutt’intera: al primo punto dell’agenda, la Grecia;

venerdì 15.11: la Grecia deve pagare 2,4 miliardi di € del debito che vengono oggi a scadenza; se non ha potuto incassare i 12 miliardi della tranche di aiuti potrebbe incorrere nel default;

martedì 19.7: a scadenza altri 900 milioni di € del debito ellenico;

mercoledì 20.7: … e, subito, un altro miliardo e mezzo di € in scadenza…; seguito immediatamente dopo il

venerdì 22.7.: da un altro, per 1,6 miliardi...

Nel pensare a quel che succede e a quel che può succedere, c’è sempre da tenere a mente che far passare una cosa per legge, qui – come e più che in ogni altro paese europeo – non significa riuscire poi effettivamente realizzarla quando soprattutto, come qui, dicono tutti i sondaggi – senza eccezione – anche se in parlamento una misura trova il 50 + qualcosa per cento di sì, nel paese lo score è per lo meno all’80% di no…

● I paesi europei maggiormente esposti al debito della Grecia

 

 

                     Banche e prestiti privati     Esposizione diretta dei governi      Debito totale della Grecia: 340 miliardi di €

Fonte: Rivista trimestrale della Banca dei regolamenti internazionali, Ginevra

●In uno degli ultimi tentativi per sembrare di contare ancora qualcosa, il presidente uscente della BCE, Jean-Claude Trichet, butta lì per l’eurozona addirittura l’idea[125] di dotarsi di un ministero delle Finanze unico: appunto, europeo… Non è che è impazzito. Non è che sia diventato federalista e favorevole a una politica economica e a una politica – non sia mai detto! – economica e finanziaria comune  europea. Molto, molto di meno…

Infatti quando, a domanda, dovrebbe specificare di cosa si tratterebbe – cioè delle competenze che questo “ministero” potrebbe/dovrebbe avere, comincia col trincerarsi nell’ovvio, del tipo che i 16 governi dell’euro “dovrebbero” diventare più efficaci e decisi a tagliare i loro deficit,ecc., ecc. – un non senso, cioè, visto che praticamente tutti sfondano i tetti – per mettere fine alla crisi fiscale ma rifiuta, per farlo, di lanciare un’iniziativa globale della Banca centrale per tutta la Comunità.

Invece, invita ciascuno ad agire responsabilmente per conto suo – sarebbe stato certo più interessante, no?, se avesse invitato qualcuno ad agire irresponsabilmente… – e lancia  l’idea di un “ministro delle Finanze europeo”. Ma, facendosi subito paura da solo per la propria audacia, si affretta a specificare che non avrebbe certo il compito di amministrare un bilancio comune— quando è chiaro ai bambini che il problema è questo, quello di un’inesistente politica di bilancio comune.

Sulla quale – precisa – chiunque egli/ella fosse non avrebbe, in ogni caso, alcun compito di gestione o di amministrazione ma avrebbe riservati compiti di sorveglianza delle politiche fiscali, in modo che restassero sempre competitive rimanendo sovranamente separate, s’intende. Salvo, del tutto  contraddittoriamente poi, sul punto più delicato proporre di riservare per lui un diritto di veto che abolisce le sovranità nazionali sulle decisioni chiave della politica economica di ogni paese: il tetto di spesa, il tasso di investimenti pubblici per la crescita, ecc. Insomma, e come sempre, bla bla. Così stando le cose, al massimo e al meglio, una provocazione.

Però…, però afferma[126] il capo economista (ovviamente tedesco) della Banca centrale europea Jurgen Stark, se Atene non prende misure correttive reali (ovviamente, reali a giudizio suo e di chi la pensa come lui…) per assicurare la funzionalità dell’unione monetaria, i partners esterni (cioè, per i greci, i tedeschi: non i ciprioti, non gli spagnoli, non gli italiani sicuro) saranno “costretti ad intervenire” nella meccanica dell’economia ellenica “introducendo una quasi automaticità nelle sanzioni e limitando la discrezionalità politica” dei governi: cioè, mettendo la Grecia – e altri domani – in stato di sovranità limitata: che del resto, nota Stark “l’Unione monetaria prevede già”.. Ma qui mente, Stark: perché non lao prevede certo – allo stato attuale: anche se secondo noi dovrebbe, ma secondo lui no, per le politiche di bilancio e quelle economiche….

Contraddice Stark, subito dopo, il Comitato economico e finanziario di direttori generali e vice ministri delle Finanze dei 17 dell’eurozona – il luogo del potere reale, alla fine politico, non di quello più che altro predicatorio che hanno i funzionari della BCE – che decide di garantire un nuovo pacchetto di salvataggio alla Grecia dandole maggior tempo per risolvere la sua crisi del debito. Questo secondo pacchetto rimpiazzerà il primo già parzialmente in atto dal maggio 2010 con 110 miliardi di € e continuerà a sostenere finanziariamente la Grecia almeno fino a metà del 2014[127].

Il piano coprirà il fabbisogno finanziario della Grecia nella presunzione che quest’anno e l’anno prossimo essa non farà ricorso al mercato dei capitali e, aggiunge la fonte, prevede chiaramente che Atene aderisca a un nuovo programma che esige da essa una dura gestione (anche se diretta  esclusivamente da greci) di un’inedita Agenzia nazionale delle privatizzazioni da mettere tutte urgentemente in cantiere (quali? a che condizioni? silenzio…).

Si tratta di una soluzione a tempo, inventata per chiudere en catastrophe uno sbrego che si stava spalancando: Atene (cioè, il governo di Atene) è d’accordo a imporre adesso, subito, altri 6 miliardi di € di tasse e tagli di spesa e ad accelerare le privatizzazioni (la prima, un 10% della Hellenik Telecom alla Deutsche Telekom per 585 milioni di €) per rimediare un’altra 50na di miliardi di € con cui riempire d’urgenza i più profondi buchi che vengono presto a maturazione dei suoi 330 miliardi di € di debito pubblico.

E Europa e Fondo monetario, che avevano minacciato – la sostanza dei minuetti di questi ultimi giorni era questa – di tagliare ogni finanziamento dopo che il governo greco aveva mancato gli obiettivi annunciati di riduzione del deficit/PIL, continuerà a pagare i 110 miliardi di € del primo pacchetto di salvataggio e, con ogni probabilità, quando sarà esaurito, a fornire un’altra 60na complementari.

E’ certo che la Grecia deve ormai prendere coscienza – tutta la Grecia, purtroppo, anche la parte più povera che non ne ha alcuna colpa, quella che adesso soffre di un tasso di disoccupazione che a marzo raggiunge il 16,2% ufficiale, con il nono mese consecutivo di incremento, come rende noto l’ELSTAT, l’Ufficio statistico ellenico[128]: per la classe di età dai 15 ai 24 anni, il tasso di disoccupazione è il 42,5% e tocca il 22,6% per il settore d’età 25-34 anni – del bisogno di riformare un’economia che ormai sbruffa e farfuglia quando non precipita direttamente e precipitosamente all’indietro. E’ un bisogno reale quello che ha di rimettere in ordine una contabilità dissestata— per non dire peggio, truffaldina come è stata per anni col precedente governo conservatore.

Subito dopo metà giugno, mentre le città sono invase tutte da una protesta sociale esasperata ma comprensibilissima, Papandreou prima offre all’opposizione conservatrice di fare con essa un governo di unità nazionale e, al rifiuto, rimpasta il governo. La novità effettiva è l’introduzione nel governo, ancora monocolore, del suo principale rivale alla guida del PASOK, il suo stesso partito, Evangelos Venizelos[129], accademico rispettato e popolare in vari talk shows che lui stesso aveva battuto nella battaglia per la leadership all’ultimo Congresso e che in passato era stato già ministro (della Cultura, della Difesa e della Giustizia) in vari governi del PASOK.

Per Venizelos è una sfida enorme – diventa vice primo ministro ma, soprattutto, sostituisce il disgraziato e odiatissimo ministro dell’Economia e delle Finanze, Papacostantinou, che vero e unico capro espiatorio viene retrocesso all’Ambiente – e gli offre però, per un futuro più o meno vicino, anche una grande occasione di rivalsa sullo stesso Papandreou.  

Però, adesso sembra anche che qualcuno in Europa abbia cominciato a capire come un altro giro di vite, di austerità feroce e imposta tutta e solo dall’alto o peggio da fuori, possa ormai davvero rischiare la rivolta sociale e politica di chi si sente e è disperato e anche – e, certo, è l’unica cosa che potrebbe davvero preoccupare lorsignori – capace di approfondire ancora la recessione facendo dimagrire ancora di più la base fiscale e rendendo così più tragica non solo la condizione di vita dei più poveri ma anche più complicato, e proprio impossibile, al governo il compito di tagliare il deficit e rimborsare il debito.

●Resta l’ammonimento, se volete un po’ facile per chi alla fine non deve decidere ma non meno vero per questo, lanciato da George Soros, finanziere e speculatore ma anche uomo saggio del mondo finanziario internazionale, quando osserva “che giorno per giorno vanno calando le probabilità che l’Europa riesca a risolvere il serio problema del debito con le varie autorità che si è data lì a dedicare tutta la loro attenzione a guadagnare tempo invece che a risolvere il problema”. E’ il loro mode normale di operare, questo: “hanno sempre fatto così: ma stavolta stanno sbagliando, ho paura[130].

Ci permettiamo di aggiungere noi, d’accordo con lui su questo, che una soluzione la troveranno, come al solito all’ultimissimo momento e un metro prima di cascare nel baratro: en catastrophe, come dicono bene i francesi. E’ il modo nostro, proprio italiano, di fare le cose, all’ultimo secondo, quando siano con le spalle al muro la soluzione italiana di sempre che nel frattempo abbiamo insegnato a percorrere per bene all’Europa.

Alla fine, in parlamento il 21 giugno il governo Papandreou-Venizelos strappa un voto di fiducia con 155 sì, tutti quelli del partito, ma entro pochi giorni, per fine mese, dovrà adesso approvare passate le misure drastiche operative che sono poi obbligate per consentire lo sblocco delle ulteriori rate del nuovo salvataggio internazionale (la prima subito sull’unghia, 12 miliardi di €)… E la gente scenderà ancora in strada[131].

L’unico problema è che più tardi arriverà la decisione – qualunque essa sia: far pagare anche ai mercati; far pagare come sempre tutto ai contribuenti (buon ultimo, ma inevitabilmente speriamo solo perché costretto dal nuovo ruolo prossimo venturo, anche Mario Draghi si allinea a questa tesi[132], quella annunciata per primo, e senza finzioni, da Bini Smaghi come, di fatto almeno, la tesi della BCE); allargare alla sfera economica e anche, magari, politica la capacità decisionale che l’Europa si dà; o lasciar perdere e sfasciare quel che c’è ancora rimasto di Europa – peggio sarà per tutti: per ogni singola economia statuale e per l’economia di tutta l’Europa.  

● La soluzione europea per il debito greco: fare ancora più debiti (vignetta)

●Gli elettori che in Portogallo, domenica 5 giugno sono andati alle urne e hanno buttato via il governo “di sinistra”, socialista, di José Sócrates colpevole di averli affondati senza remissione in una gravissima crisi finanziaria e economica mettendo al suo posto l’opposizione dei social-democratici di centro-destra di Pedro Passos Coelho, hanno eletto un governo, che con l’appoggio del partito popolare di destra, le cui mani sono già comunque legate.

Schiacciato, cioè, irrimediabilmente – a meno di una vera e propria ribellione che lo porterebbe “fuori dell’Europa” (ma c’è qualche voce, autorevole, anche qui, che comincia a chiedere in pubblico: e allora? che ci possono fare di peggio di quel che è stato già fatto?) – dalle condizioni del pacchetto di salvataggio di 78 miliardi di € strappato dal predecessore alla UE e al FMI. Quando già oggi la disoccupazione ufficiale è al 12% e la sinistra, facendo bene il lavoro della destra finanziariamente ortodossa, ha tagliato selvaggiamente il bilancio di istruzione, sanità e pensioni pubbliche.

Insomma, i portoghesi hanno scelto. Ma in realtà – alla faccia della democrazia – non hanno potuto scegliere niente. Tanto per cominciare, quelle che in Europa si chiamano, e si considerano (non è la stessa cosa…) ancora “sinistre” dovranno cominciare a riconoscere, o no?, che le scelte macroeconomiche adottate dalla governance di destra della Commissione Barroso che i 27 governi dell’Unione si sono dati l’ultima volta le hanno portate etichettate come centro-sinistra a restare solo con cinque governi? Spagna, Grecia, Cipro, Slovenia e Austria: qualcuno dei quali poi già in apnea, qualcuno meglio, tutti al limite della sopravivenza, ormai.

Qui in Portogallo, intanto, il nuovo governo di Passos Coelho ha deciso di vendere le quote pubbliche di Energia de Portugal, di BNP Paribas e della TAP, la linea aerea nazionale. Verrà tagliata, annuncia – ma, ammette, è un’intenzione: dovrà fare i conti con le resistenze legittime e meno e con una precaria maggioranza parlamentare – la dimensione della Pubblica amministrazione cominciando dal “consolidamento dell’apparato burocratico con la riduzione del numero dei ministeri da 16 a 11, il taglio delle festività nazionali annuali e la posposizione della costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità con la Spagna”. E potrebbe anche privatizzare, parzialmente, in un secondo momento la Radio e Televisao de Portugal[133].   

●In Turchia il primo ministro— Erdogan trionfa alle elezioni[134]: il 50% dei voti e, col premio di maggioranza la raggiunge largamente assoluta, 325 seggi alla Camera. Ma non i 2/3 di cui aveva bisogno per cambiarci la Costituzione del 1982 lasciatigli dai militari, espungendone in qualche modo la supervisione una volta per tutte con la trasformazione del sistema da parlamentare a presidenziale, alla francese, all’americana o alla russa.

Solo parzialmente ha potuto finora correggerla infatti, pur avendo già una maggioranza largamente assoluta. Con questi voti ha ottenuto un ampio mandato a continuare sulla strada iniziata. Ma anche la conferma che per emendare la legge fondamentale del paese deve trovare alleati. Oppure, decidersi a ricorrere al referendum popolare, rischiando il tutto per tutto.

●Forse ricordate che quando questa crisi è scoppiata, ormai tre anni fa, molti a sinistra credevano che avrebbe potuto essere la rinascita di un rilancio di politiche keynesiane e di un’iniziativa decisa dell’intervento dello Stato, degli Stati, nell’economia. Invece è successo il contrario: che la sfiducia a lungo sapientemente pubblicizzata sull’incapacità del pubblico, l’inerzia del pendolo s’è spostata aggressivamente contro le sinistre e le stesse socialdemocrazie che in Europa dovunque le interpretavano e le interpretano.

Gli elettori erano certo arrabbiati e preoccupati per il continuo sfacciato privilegio fatto dovunque a rendite e profitti sui redditi da lavoro e per lo scandalo dei mercati finanziari non regolati e selvaggi che favorivano sempre i più forti. Ma i vent’anni quasi della deregolamentazione di tutto e della satanizzazione del “pubblico” cattivo rispetto al privato “buono” e, comunque, migliore aveva fatto breccia e, soprattutto, ormai la resa “ideologica” e di valori della sinistra alla destra.

Il suo dateci fiducia perché noi siamo capaci di fare meglio di loro quello che fanno loro – questo è stato sostanzialmente, negli ultimi dieci anni almeno, il messaggio di fondo di tutti i centro-sinistra europei – aveva fatto perdere la fiducia nelle capacità di intervento dello Stato stesso. E mentre il centro-sinistra (e non solo europeo) si correggeva così, fino a castrarsi del tutto, il centro-destra ridefiniva la crisi come il risultato di un eccesso di spesa pubblica, di debito pubblico e di struttura dei deficit insostenibile. Insomma, per incapacità degli altri, è ripassato il messaggio che il nemico è il pubblico: gonfiato e burocratico per definizione.

E la malattia non è ancora finita, anche se il governo socialista di Zapatero, che non si ripresenterà, sembra ormai pressoché rassegnato ad accettare la propria fine alle prossime elezioni politiche del marzo 2012 in Spagna. La malattia non è ancora finita perché, per l’ennesima volta, questo partito dimostra di non aver capito che per essere percepito dai suoi come di sinistra non basta essere aperti e radicali sul sociale e serve anche far funzionare l’economia senza svendere gli interessi dei più ai voleri e agli egoismi dei meno.

Malgrado questo, o meglio proprio perché non lo vuole capire, il PSOE non molla e continua, masochisticamente, a fare il gioco del nemico di classe presentando adesso col vice premier socialista Alfredo Perez Rubalcaba, possibile successore di Zapatero (nel partito, ormai non più certo al governo) e più destrorso di lui, l’ennesima nuova legislazione “liberalizzatrice”[135].

Stavolta sul mercato del lavoro che destra e padronato vogliono e i sindacati (qui oggi più uniti dei nostri, ma di fatto altrettanto impotenti anche per il loro bassissimo tasso di densità sindacale, come si chiama il rapporto iscrizioni/base dei lavoratori) invece – ma, forse, solo per il momento… – respingono. Perché alla fine – per il sottocapitolo del caliamoci le braghe prima, finché siamo al governo noi, così quando ci si trovano loro il lavoro è già fatto: vero, Calearo e Veltroni? – vedrete, molleranno anche loro…

Da considerare a noi sembrerebbe anche – ma in realtà per i mercati che vanno a naso e reagiscono sempre a piacimento e sempre, per definizione, irrazionalmente avendo solo bisogno di dire a se stessi che degli spagnoli non si fidano proprio, questo è un fattore che solo qui sembra diventare schiacciante. Ma è un vero assurdo, visto che poi, se questo paese, il 17 giugno, sfonda il tetto debito/PIL con un massimo record da tredici anni del 63,6%[136] nel primo trimestre del 2011, in effetti, pur sforando il 60% della percentuale “consentita” da Maastricht resta, in realtà, alla metà del 120% italiano e al di sotto anche, ampiamente, di quelli inglese, francese e tedesco.

●Il 1° giugno, senza grandi speranze di concludere presto, la Bielorussia ha aperto i negoziati col Fondo monetario internazionale per ottenerne, in mezzo a una difficile situazione finanziaria, un prestito tra i 3,5 e gli 8 miliardi circa di $. E’ anche questo uno stallo che vede Minsk attratto, se così si può dire, dalla UE e dall’occidente e da Mosca ad oriente in base alla storia, alla lingua, alla cultura, alla stesa religione ortodossa (Bielorussia, significa Russia bianca, in fondo).

Lo squilibrio di finanza della Bielorussia comincia qualche mese fa per l’aumento forte e abbastanza subitaneo di spesa pubblica voluto dal presidente Aleksandr Lukashenko alla vigilia delle presidenziali del dicembre scorso che voleva rivincere ed ha rivinto, proprio mentre salivano i prezzi del’energia e la combinazione di spese interne di tipo welfare e di importazione di combustibili, soprattutto benzina lavorata, che ha portato il paese a soffrire di una scarsità acuta di valuta estera e, quindi, a dover svalutare il rublo bielorusso. Immediatamente si scatenarono le agenzie di rating a screditare ancor più le banche di Minsk col risultato di scatenare la corsa ai depositi e ai bancomat di tutto il paese...

Lo scenario classico di un paese diventato più che di coccio proprio di cartapesta… A questo punto, alle difficoltà che vanno sperimentando paesi con problemi finanziari aperti come Grecia e Irlanda, per dire, si sono aggiunti quelli di ordine più squisitamente politico di stampo vetero guerra fredda. Il regime di Lukashenko, in effetti, è rimasto uno dei più chiusi nell’Europa dell’Est e le stesse presidenziali del dicembre 2008 non fecero che confermare il giudizio-pregiudizio, non certo infondato di per sé ma speso decontestualizzato, dell’occidente.

Ci furono violenti disordini di strada anche violenti delle opposizioni defraudate, o che a ragione piuttosto che a torto si sentivano defraudate – anche se alle elezioni si erano presentate in ordine totalmente sparso e destinato perciò alla sconfitta comunque – e Lukashenko rispose con la forza costituita di uno Stato— come spiegò, ipocritamente ma di fatto correttamente, avete fatto voi quando ci sono stati moti e turbolenze: dal G-8 di Genova alle banlieues di Parigi.

L’occidente ha risposto con sanzioni economico-finanziarie ulteriori contro Minsk e Lukashenko – che non ha rapporti buoni con nessuno a Mosca e, in particolare, coi due grandi capi – non ha potuto che rivolgersi al tenero abbraccio dei russi: dal fondo (EurAsEC), il fondo finanziario anti-crisi controllato dai russi, della Comunità degli Stati indipendenti euroasiatici ed ex sovietici, ha potuto ottenere dopo settimane di negoziati 3 miliardi di $ di credito che saranno versati in tre rate annuali, adesso di 1,2 miliardi, l’anno prossimo da 800 milioni e nel 2013ancora da un miliardo di $.

Il che, evidentemente, però ha limitato le capacità di manovra, e di indipendenza, che lo stesso Lukashenko sicuramente aveva cominciato a manifestare nei confronti di Mosca e, adesso, spera di riaprire il discorso con l’FMI anche per riaprirsi un po’ di spazio e qualche opzione diversa.

In questo senso a inizio giugno – e, a questo punto, intuitivamente anche forse contro i suoi stessi interessi: ma non è che la Russia abbia risorse infinite da mettere a disposizione di altri paesi… – l’ambasciatore russo presso l’Unione Europea, Vladimir Chizhov, ha detto[137] che la Russia ha voluto all’o.d.g. del vertice Russia-EU del 9 e 10 del mese la questione delle sanzioni e chiede di studiarne e prendere atto del loro effetto stupidamente controproducente su ogni possibile apertura di un paese come la Bielorussia.

Del resto, le riserve russe non si rivolgono solo alle punizioni contro la Bielorussia ma anche a quelle che, talvolta “illegalmente” quasi sempre “stupidamente”, molti in Occidente ritengono di avere il diritto di assumere contro paesi terzi. Ci vogliono, semmai, nuovi metodi di coinvolgimento e non di “castigo” controproducente e, in ogni caso, mentre è sicuro che la Russia non concorderà con Bruxelles alcuna misura contro Minsk, a Bruxelles conoscono bene la posizione dei russi in materia.

Però, poi, non è che – a conferma della sua linea insieme condiscendente e dura verso il vicino più prossimo – la Russia esiti granché ad applicare le sue “sanzioni”, il bastone oltre alla carota, quando lo ritiene necessario e possibile: l’ente di Stato dell’energia Inter RAO UES taglia l’8 giugno di 200 megawatts (dai 400-500 normali) l’erogazione di elettricità ai bielorussi per il “notevole ritardo accumulato nei pagamenti[138]. E minaccia che, se dopo una decina di giorni non cominciano ad onorare i debiti in cui sono incorsi, l’interruzione potrebbe farsi totale…

Un uomo d’affari russo privato, l’oligarca, Suleiman Kerimov – secondo Forbes il 7° tra i più ricchi di Russia – fa intanto un prestito-cash di 1 miliardo di $ (a conto di una futura consegna di materie prime) al governo bielorusso[139]. Il suo nome non lo svela nel dar pubblico conto della notizia Vladimir Makei, capo dell’amministrazione del presidente Lukashenko, che pure se ne addossa la colpa sottolineando, comunque, cha adesso il governo ha il tempo e le risorse per monitorare con calma la situazione facendo anche fronte ai pagamenti più pressanti del debito della compagnia di Stato Belaruskalis che dalla Inter RAO EES della Gazprom  importa energia.

Subito dopo arriva notizia che si sblocca anche il prestito della Comunità degli Stati euroasiatici. Firmano l’accordo il ministro delle Finanze di Minsk Andrei Kharkavets e il direttore esecutivo del fondo EurAsEC, Sergei Shatalov, per la carota, pardon per i 3 miliardi di $ previsti anticrisi[140].

A fronte di queste rassicurazioni, diciamo pure di fondo, accelera anche l’intesa a breve tra l’impresa elettrica di Stato di Minsk, la Belenergo e l’Inter RAO EES: entro il 5 luglio, e seguendo un calendario di pagamenti concordato, la Bielorussia pagherà il suo debito per la corrente che ha finora importato e la compagnia distributrice russa riprende subito già dal 13 giugno, la fornitura di elettricità[141] al paese vicino.

Del resto, non aspettato, arriva ai bielorussi anche il supporto cinese. Dalla Export-Import Bank di  Pechino arriva un prestito straordinario[142] di 1 miliardo di $ per il finanziamento di progetti congiunti. Di cui, 654 milioni destinati a un impianto per la produzione di solfato sbiancato, 340 per la modernizzazione di un’autostrada di collegamento tra Minsk e Gomel, al confine con l’Ucraina,  e una sessantina per elettrificare parte della rete ferroviaria. Inoltre, comunica il capo della banca cinese Li Ruogu, stiamo discutendo di un’altra possibile apertura di credito di 400 milioni di $ per costruire una seconda pista d’atterraggio all’aeroporto della capitale, mentre il primo ministro bielorusso Mikhail Myasnikovich dice di voler considerare anche la costruzione congiunta di un impianto industriale.

Però i guai non sono finiti: il fatto è che la Bielorussia non mantiene l’impegno a pagare la seconda rata dovuta entro il 20 giugno e l’Inter RAO UES blocca l’erogazione di elettricità a partire dal 22 giugno a mezzogiorno come aveva annunciato. Poi l’Inter RAO UES concorda di aspettare un’altra settimana, fino al 27 giugno, prima di rendere esecutiva l’interruzione.

Ma esterna la sua preoccupazione visto che questa è già la quarta o la quinta postergazione delle scadenze di cui Minsk fruisce senza risolvere il problema perché dice, proprio non ha i quattrini… L’impresa russa si rende conto che è vero ma, come qualsiasi compagnia elettrica, se uno non paga la corrente che gli viene erogata prima o poi, più prima che poi, te la taglia[143]

E, infatti, visto che alla faccia di impegni, promesse, giuramenti, anticipi parziali e scongiuri, al dunque, alla mezzanotte del 29 giugno, la scadenza, la Bielorussia non ha pagato all’Inter RAO UES, dopo rinvii reiterati per diverse volte, l’arretrato dovuto di 1,2 miliardi di rubli (30 milioni di €), la Russia ha tagliato ancora una volta la fornitura di energia[144]. Subito, Nicolai Snopkov, ministro dell’Economia bielorusso ha assicurato che il pagamento sarà effettuato “a giorni” e subito i russi dicono che “a giorni”, a pagamento avvenuto, riapriranno le forniture. 

●Anche il rapporto tra Ucraina e Russia continua a essere complesso perché, come tra tutti e per tutti i paesi, è sottoposto a un’altalena di tensioni economiche e geo-strategiche ma anche al fardello della storia e dei rapporti che essa ha tessuto: in negativo (la carestia degli anni ’30 che, con Stalin, ha durissimamente colpito milioni di ucraini e che nella memoria collettiva pesa ancora moltissimo;  e, dopo Stalin, per dire, e vissuti spesso male dai russi, i tanti ucraini che hanno comandato nell’URSS, come Kruscev e Breznev) ma anche in positivo (una lingua quasi comune, la religione, la storia e la grande guerra antinazista insieme combattuta e vinta).

Il tutto oggi colorato, anche in maniera contraddittoria ma sempre unica (ancora: in positivo e in negativo), dalla coesistenza e convivenza stretta dei due paesi dopo il crollo dell’URSS e dalle opportunità che la volontà politica, quando c’è, riesce sempre ad offrire tra vicini di casa che uno accanto all’altro, in qualche modo dipendendo dal’altro, devono comunque campare. Anche qui, il rapporto è condizionato dal petrolio e dal gas, fornito dall’uno e ricevuto dall’altro, che lega le due economie.

Però, il rapporto resta sempre complicato e problematico anche col governo attuale che, guidato dal presidente Yanukovich è pure il più bendisposto verso il grande paese anche troppo vicino: è stato eletto, del tutto liberamente, contro i partiti ideologicamente e programmaticamente filoccidentali ma del tutto screditati visto il sostanziale disinteresse degli europei che, per lo più, è solo a chiacchiere verso un miglioramento sistemico del rapporto con Kiev e, ovviamente, molto più attenti a quello concreto con Mosca. Verso il quale, programmaticamente, gli ucraini tutti alla fine, chi più convinto chi più riluttante, hanno capito di dover prestare maggiore attenzione.

Yanukovich stesso, però, tiene a confermare contro i sospetti avanzati da Mosca che le manovre militari navali nel mar Nero previste tra Ucraina e USA e denominate Brezza marina 2011 (partecipa l’incrociatore americano USS Monterrey dotato di batterie missilistiche antiaeree AEGIS) aperte come sono a tutti i paesi affacciati sul mare interno dell’Europa orientale, inclusa la Russia non possono proprio per questo, perché sono “aperte”, minacciare nessuno. Mosca risponde che le intenzioni possono anche essere queste, ma è curioso che sia allora invitata l’America: come se Messico, USA e Cuba invitassero la flotta russa a partecipare a eventuali loro manovre navali congiunte nel Golfo del Messico[145]

Così ora il primo ministro Nikolai (in ucraino, Mikola) Azarov spiega che l’Ucraina deve lavorare a diversificare le sue forniture di petrolio e gas naturale in modo da dipendere meno dai russi. Lo ha detto alla riunione del Forum economico mondiale di Vienna a inizio giugno rilevando che oggi la dipendenza dai russi per l’Ucraina è del 100% e ha aggiunto che anche i prezzi che spunta sulle sue importazioni di combustibile non sono ottimali.

L’Ucraina cerca risorse alternative attivamente, in Azerbaigian e altri paesi dell’Asia centrale. E Azariov indica, e torna a dirlo due giorni dopo in Tv, che Kiev dopo che non è riuscita a spuntare prezzi migliori dai russi per il suo import punta ora a lanciare un suo progetto di terminale di gas naturale liquido sul mar Nero del valore di 1 miliardo e mezzo di $: unico problema – al solito – trovare chi glielo finanzia[146]… almeno per i due terzi.

●Al vertice sarà anche inevitabile discutere della proibizione all’import delle verdure fresche che la Russia ha messo a quelle provenienti dall’Unione dopo lo scoppio dell’epidemia da enterobatteri di Escherichia coli che in Germania ha fatto almeno 26 morti e infettato migliaia di persone. La UE dice che il blocco generalizzato è però contrario alle regole dell’OMC, in cui la Russia vorrebbe entrare da anni ma in cui le viene regolarmente impedito di accedere.

Ma Mosca replica con efficacia, diciamo, mirata che le regole dell’OMC impongono, in questo caso, alla UE nel suo insieme di localizzare la provenienza delle derrate sospette per far esimere da un divieto altrimenti giustificato quelle che arrivano da ogni località che non sia quella sospetta. L’UE non è in grado di farlo, almeno con la tempestività necessaria. E così, con questo nuovo punto di sofferenza, si segnala un’altra discrasia nell’incapacità cumulata che sta in questi anni ripetendo l’Europa di reagire agli eventi in modo appropriato.

●Su un piano bilaterale, invece, a inizio giugno Russia e Norvegia raggiungono l’accordo[147] per suddividersi le quote rispettive ancora in contenzioso della fetta di mare di Barents e di oceano Artico che spettava dividersi ai due paesi tra loro. Qualsiasi futura disputa che ancora restasse o si aprisse su territori artici, sarà ormai sottoposta – è stato concordato – alla Commissione delle Nazioni Unite per l’aggiudicazione dei limiti dello zoccolo continentale. Il ministro degli Esteri di Norvegia, Jonas Gahr Store, ha rilevato che, con l’accordo, finisce anche la moratoria sullo sviluppo di giacimenti sia gassosi che petroliferi e si aprono possibilità di cooperazione concreta tra i due paesi.

●Sembra proprio che ormai “Putin e Medvedev abbraccino agende ben distinte tra loro, quella di Putin basata sull’intervento di Stato e un tratto paternalistico: insomma, un programma di centro-sinistra; mentre l’agenda di Medvedev è più classicamente liberale, un programma di centro-destra. L’incertezza non è su questi tratti diversi ma se queste differenze sono tanto profonde e radicate in chi le manifesta, o se servono piuttosto da schermo per consentire al tandem che è al comando di far appello alla base elettorale più larga possibile prima delle elezioni parlamentari del prossimo dicembre[148].

E un’analisi scaltra— a parte l’ipersemplificazione delle posizioni – centro-destra, centro-sinistra: manco la Russia fosse la Francia o l’Italia – e pervicacemente diremmo antirussa, dai toni quasi vetero-antisovietici… Ma mette in evidenza, anche forse senza neanche rendersene conto, nell’ultima osservazione che avanza, l’abisso che, nella realtà delle cose e non in una visione fantasmaticamente nostalgica della guerra fredda, divide ormai la Russia dall’ex Unione sovietica: qui, ci sono elezioni politiche vere, ormai…

Se a questo punto ci fosse consentita una previsione-scommessa, ci pare molto probabile che Vladimir Putin verrà rieletto preidente della Federazione russa nel 2012. Facciamo nostra la previsione che a Londra fanno le agenzie di scommesse, anche se non necessariamente le quote (qui tra parentesi) dei pronostici posta per posta:

• Putin corre e vince e designa Medvedev come suo primo ministro (35%);

• Medvedev corre e vince e designa Putin come primo ministro (25%);

• Putin corre e vince e designa qualcun altro come primo ministro (25%);

• Medvedev corre e vince e Putin si ritira dalla scena politica (10%);

• si verifica/no un qualche evento, o una qualche serie di eventi, imprevedibìle/i, per cui né Putin né Medvedev si presentano/vincono/assumono quegli incarichi (5%).

STATI UNITI

●L’8 giugno, a metà tra ammonimento formale e informale, un senior manager dell’agenzia di valutazione Fitch ha avvertito che gli Stati Uniti probabilmente non saranno in grado di mantenere il rating di AAA se dovessero subire anche un default solo tecnico sul proprio debito pubblico. In  altri termini, se Congresso e Amministrazione non riuscissero a trovare un accordo sull’aumento del tetto dell’indebitamento pubblico oltre il 100% del PIL entro la scadenza del 2 agosto prossimo (oltre i 14.300 miliardi di $, cioè, che oggi è il tetto legale).

Il problema non sarebbe, di per sé, l’ammontare del debito (se no il Giappone e l’Italia, per dire…) ma il fatto che se non lo elevano prima del 2 agosto prossimo oltre i 14.300 miliardi di $ oggi consentiti entrano proprio tecnicamente, come si dice, in default. Ma non sarà facile né rapido arrivare a una soluzione. Non è detto che ci si arrivi in tempo e si innescherebbe proprio il default tecnico. Anche Moody’s a questo punto avverte che il rating degli Stati Uniti potrebbe andare verso un downgrade: una svalutazione, che essa però non sarebbe solo tecnica ma propria finanziaria di valore sul mercato degli assets del paese.

Ora, sotto la presidenza del vice presidente Biden, i leaders del Congresso sono impegnati a trovare una soluzione. Che non sarà facile. Nell’opinione pubblica, i democratici e la presidenza più in generale godono – dicono tutti i sondaggi – di maggiore fiducia da parte degli elettori. Ma i repubblicani sono più in sintonia con la gente sulla preoccupazione per il disavanzo pubblico, per quanto secondaria essa sia in realtà rispetto al problema prioritario reale dell’economia da rilanciare.

E hanno dietro di loro anche il richiamo di una risicata maggioranza parlamentare che chiede di affrontare in primo luogo i tagli alla spesa pubblica piuttosto che di mettere un po’ di nuove tasse sui più ricchi. O, meglio: piuttosto che cancellare qualcuna delle elusioni fiscali oggi consentite dalla legislazione di Bush di dieci anni fa. E dalla loro parte questi hanno anche, e soprattutto, i duri populisti del partito repubblicano: quelli che dietro di loro hanno il fanatismo del fondamentalismo scavallato dai falsi profeti rampanti delle tv via cavo che avvelenano sapientemente il clima politico minacciando le fiamme del’inferno ai comunisti che non sono d’accordo con loro.

La differenza tra questi e il Berlusca, in fondo, è che il nostro non è arrivato ancora a minacciare le fiamme dell’inferno contro i suoi nemici: lo facesse, perfino lui è conscio che sarebbe la volta buona, qui, per chiuderlo in manicomio… Lì, no: lì, troppo spesso, a chi predica per i comunisti e i non convertiti, per dopodomani o tra un anno, la fine del mondo e le fiamme della Gehenna prossima ventura, ci credono… e in  massa: il 30%, almeno, degli americani dicono i sondaggi… Da noi manco i forza-italidioti più spinti sarebbero disposti a farlo.

Al punto che, tutto il combinato disposto di fanatismo, ignoranza, intimidazione, ignavia e timidezza è – sarà – forse in grado di far saltare per aria la stessa solvibilità finanziaria degli Stati Uniti d’America.

Pure la diagnosi è chiara. Uno dei maggiori gurus del conservatorismo serio e ben informato, non di quello fanatico oggi maggioritario tra i repubblicani, documenta sul NYT[149] come “il numero di imprese start-up – quelle che cominciano proprio da zero – sia sistematicamente caduto nel corso degli ultimi tre decenni. Come la quota di reddito del lavoro dipendente sul PIL sia in ribasso dal 1983 [cioè da Reagan in poi: ormai, appunto, quasi trent’anni] e i redditi dei lavoratori maschi [diciamo pure: di regola, i padri di famiglia] si riducano da quarant’anni.  

La classe operaia americana – diciamo i lavoratori che non hanno un diploma – è stata decimata: economicamente e socialmente, quanto per l’impatto che le è stato sottratto sulle decisioni politiche. Per esempio, nel 1960, l’83% di chi si considerava classe operaia, lavoro dipendente, metteva su famiglia. Oggi è solo il 48%: meno della metà”. E se da noi, qui in Italia, qualcuno si peritasse di condurre una simile attenta inchiesta sociologica, noi sospettiamo il risultato sarebbe identico, forse anche peggiore…

Oggi, però, gli elettori sembrano coscienti della dimensione e della portata dele sfide che si trovano di fronte…”. E, messi di fronte a questo quadro, “i repubblicani presentano un’agenda per la crescita – riduzione di tasse e niente’altro – tediosamente stupefacente per il nulla che offre, irresponsabile e politicamente impossibile... E i democratici, il niente: riconoscono l’enormità dei problemi, come la stagnazione dei redditi, e poi offrono… la visione di nuove ferrovie su rotaia leggera o i pannelli solari” che Obama propone di far costruire ad investitori che non ne vogliono assolutamente sapere.

●Il tasso di disoccupazione è risalito al 9,1% a maggio[150], dal 9 di aprile, rilanciando le preoccupazioni sulla debolezza che ancora affligge quel po’ di ripresa economica che comincia a intravvedersi. Sono un po’ aumentate anche le assunzioni, +54.000 su aprile, ma oltre due terzi meno di quel che gli esperti preventivavano. Non salgono quasi di niente le assunzioni a tempo, considerate qui spesso al contrario che da noi come una specie di prodromo reale all’assunzione a tempo indeterminato e non salgono neanche le ore lavorate.

Ma la delusione vera in proposito è che, contraddicendo le previsioni dei molti esperti più o meno ufficiali che da mesi predicono come l’economia stia finalmente riprendendo lena e ormai sia lì lì per ripartire, nulla si muove di minimamente consistente: solo che i previsori continuano ad attribuire la colpa della fiacca ripresa a fattori congiunturali, come il turbamento dei flussi di rifornimenti dal Giappone a causa del terremoto e dello tsunami e dei tornado che vanno affliggendo diversi Stati e insistono, diabolicamente, nel non riconoscere che il problema è proprio nel manico.

Che la ripresa non c’è perché sono caduti i salari reali e, con essi, l’occupazione e la domanda aggregata e che il problema, dunque, anche se non riassegnano a riconoscerlo – per la loro saggezza convenzionale sarebbe una smentita epocale – non è di aggiustamento della struttura di mercato (più flessibilità intesa proprio come più precarietà, minore costo del lavoro, meno welfare, ecc., ecc.) ma proprio di rilancio macroeconomico. E, così, quel poco di ripresa che c’è resta impercettibile per i milioni di americani che restano senza lavoro e senza reddito disponibile.

Un altro mese curioso, pieno cioè di messaggi e segnali contraddittori, sullo stato del mercato del  lavoro. Col tasso di disoccupazione che, ormai da mesi, gira intorno al 9% è utile ricordare che un tasso di disoccupazione salutare – considerato, da chi fa di mestiere l’economista, accettabile – è quello che quattro anni fa, a maggio del 2007, era al 4,4% o, undici anni fa, a maggio 2000, era bloccato intorno al 4%.

 

 

● Il cambiamento nel numero dei posti di lavoro (istogramma)

              (in migliaia)                                                     (a maggio: +54)

 

Ormai è a tutti evidente che la forza lavoro americana ha bisogno di un’accelerazione drammatica     nel tasso d’occupazione per poter ristabilire il pieno impiego: che pieno non è mai, naturalmente, perché sconta un minimo – ma un minimo, appunto! – di decimali di senza lavoro in un arco di tempo sensato— e invece la ripresa è in stallo.

Pure, non solo la gente che non ha lavoro, quella che lo cerca e non lo trova più appena appena decente, quella che ha addirittura rinunciato a cercarlo ma anche Obama ha ormai bisogno di questa ripresa. Un bisogno assoluto, ormai, se non vuole correre il rischio concreto di entrare nel periodo delle elezioni come la classica “anatra zoppa”, destinato a una sconfitta che solo così – sull’economia, mai in questo paese, dannatamente e sconsideratamente patriottardo, per errori o anche crimini di politica internazionale, s’intende – potrebbe diventare possibile.

E’ a lui, che del resto lo sa, che spetta rilanciarla questa ripresa, però. Ma per farlo deve smetterla presto di lasciarsi intimidire e stremare dall’opposizione reazionaria e aperta dei repubblicani come da quella infingarda immobilista e ipocrita di tanti nel suo partito; e deve decidersi a passare all’attacco con un programma che rimetta finalmente in ordine le priorità del paese: non il deficit ma l’occupazione; non il debito ma la ripresa economica; non guerre cretine e inevitabilmente destinate, quando va bene, allo stallo (le guerre… al Terrore!). Insomma, spese più sensate e produttive di quelle così stupidamente e inutilmente bruciate.

●In effetti, a dispetto della loro iperpotenza, dall’impegno in Iraq (lasciando qui stare, per ora, il “costo” della guerra afgana) gli USA hanno strappato davvero poco. Ormai a giudizio di molti, e forse dei più anche e proprio in America, è diffusa la convinzione che l’avventura finirà alla fine “col lasciarsi dietro un Iraq ridotto a un paese sanguinante e profondamente ferito da ferite tanto profonde che forse non potranno più essere rimarginate[151].

E, al minimo del conto più responsabile e più prudente[152], l’avventura  irachena  è costata sui 130.000 morti tra i civili iracheni e 4.287 tra i soldati americani con più di 30.000 feriti[153] e una spesa che il Nobel dell’economia americano Joseph Stiglitz ha calcolato in qualcosa di più di 3 miliardi di $[154]: cifra enorme che, in una fase di profonda crisi economica, avrebbe potuto finanziare la creazione di centinaia di migliaia di buoni posti di lavoro.

Ma il caos al vertice persiste: la mediazione che, a dicembre scorso, aveva tentato personalmente Obama – al solito, cercando di accontentare tutti e tutti scontentando come fa d’abitudine: tra Israele e Palestina, tra chi si preoccupa dell’occupazione e della domanda insufficiente alla crescita e chi di finanza e rendite da garantire, chi vuole ripristinare appieno i diritti civili – “chiuderò Guantanamo subito”… e Guantanamo, dopo due anni e mezzo, è sempre aperto – e chi non gliene frega niente, anzi… – la mediazione di Obama tra il primo ministro Nuri al-Maliki e Ayad al-Allawi, l’oppositore che aveva pur vinto le elezioni ma nella coalizione che di un niente le aveva perse, è fallita.

E questo paese sembra stanco ormai ogni giorno di più delle ambiguità, delle incertezze del suo presidente. Stanco da sinistra come da destra e più, ormai, da sinistra. In questo paese, dopotutto, al contrario che da noi dove tutto è discusso e discutibile, vale ancora che 2x2=4. Ma anche sul tema del governo iracheno, Obama, fatta la mediazione, non le fa fatto seguire nessun follow up. E chi doveva cedere un po’ del suo potere per rispettare l’accordo, così lo ha mandato per aria. Contando, a  ragione, sulla distrazione di coloro che a Washington avevano pure scommesso, su quella soluzione, faccia e credibilità.   

Maliki ha puramente e semplicemente rifiutato di onorare l’accordo (ad Allawi sarebbero spettati nel governo i portafogli di Interni e Difesa) e Obama, che ne era il garante, non ha trovato le pa**e per costringerlo a farlo. Adesso il suo partito, lo Hizb al-Da’wa Islamiyya— il partito dell’appello islamico, che è riuscito a mettere in piedi un accrocco di governo, ma quasi del tutto paralizzato, ha dichiarato ufficialmente che si opporrà a qualsiasi estensione della permanenza di truppe americane nel paese oltre la scadenza già fissata e concordata di fine 2011,decisione necessaria, spiega, per preservare la propria unità e sfuggire ai tentativi di “ricatto”, o condizionamento, politico da parte di chiunque.

In realtà, non è il partito che alla fine deciderà, ma l’ukase serve a coprire al-Maliki dalle pressioni di chi, come il movimento saadrista già ha minacciato e non si rimangerà la promessa di far cadere il governo se gli americani restassero. Tutti e due i partiti sono sciiti e vicini all’Iran, ma il primo, quello del primo ministro, vorrebbe poter restare anche amico degli USA[155], e gli USA danno che in ogni caso non potrebbero arrivare ad avere un governo iracheno più attento alle loro esigenze.

Dall’altra parte, l’altra forza alleata di al-Maliki nella coalizione, i curdi – a cui nome parla il governatore della provincia di Kirkuk, Nejm Eddine Karim, capo del comitato per la sicurezza della regione di Kirkuk – chiede il contrario: che gli americani continuino a restare per garantire la protezione dello spazio aereo iracheno e dei confini terrestri del paese e la protezione interna contro l’escalation della violenza che vedrebbe collassare ogni sicurezza dopo il ritiro degli americani[156]

●Un po’sotto banco, nel frattempo, governo iracheno e FF.AA. americane raggiungono l’accordo sui GI’s che resteranno, comunque, anche dopo fine 2011, per “addestrare” i soldati iracheni all’uso delle nuove armi che l’Iraq comprerà. Il contingente americano – non è chiaro ancora se si conterà in centinaia o in migliaia di specialisti – sarà dislocato presso l’ambasciata americana.

Ma non sarà parte della decisione sulle forze armate americane residue che, in ogni caso, dovranno/potranno restare nel paese… una volta che iracheni e americani, e iracheni tra loro, si mettano d’accordo tra loro e gli insorti lo consentano[157]… 

●In Iran, malgrado le speranze di alcuni da fuori e le illusioni di qualcuno da dentro che il movimento verde mostri ancora qua e là un po’ di vitalità, dopo la repressione sistematica che ne ha fatto il regime degli ayatollah in nome e per conto della Guida suprema e della sua interpretazione di quel che deve essere una buona vita il sistema è roso dall’interno e la sua stabilità è messa a rischio dalle sue diatribe feroci assai più che dalle pressioni estere al paese: degli Stati Uniti con le loro sanzioni— impotenti quanto a effetti diretti non sul popolo iraniano ma sul regime; di Israele e delle sue non impotenti ma irreali minacce— perché se mai messe in moto – e viceversa del resto – sarebbero certamente suicide.

●Il giorno dopo che il parlamento censura con un voto ufficiale di grande rilievo politico il presidente della Repubblica Ahmadinejad per essersi autonominato, scavalcandolo, ministro del Petrolio, lui molla e nomina un nuovo titolare del dicastero. Ma lo sceglie tra i suoi accoliti, un personaggio secondario che si raccomanda solo per la sua fedeltà, tal Mohammad Aliabadi, ex presidente del Comitato olimpico, ministro dello Sport e della Pesca, vice sindaco di Teheran e già anche vice capo dello staff dell’ufficio del presidente. Uno che, però, non è detto riuscirà a farsi ratificare la nomina dal parlamento stesso.

In effetti, Aliabadi è per natura sua un “vice” – va giù duro il presidente della Commissione parlamentare per l’Energia che ne deve approvare la nomina, Hamid-Reza Katouzian – e, in quanto tale, “è la scelta peggiore per un’industria come quella del petrolio e del gas nelle condizioni in cui oggi si trova”: se, comunque, passasse “la nomina di uno che, come lui, è un dilettante assoluto in un campo di professionisti e di lupi mannari metterebbe a rischio il paese[158]… 

Il ministero è, notoriamente, la chiave della ricchezza reale del paese che ne ricava per un’ottantina di miliardi di dollari, quasi l’80% delle entrate dall’estero. Lo stesso giorno in cui il presidente è costretto a questo passo indietro, Mojtaba Zolnour, alto esponente della Guardia rivoluzionaria gli ricorda con tono volutamente ammonitorio che deve piegarsi alla guida della rivoluzione o andarsene.

Non passano, però, i momenti difficili del presidente Ahmadinejad. Intanto deve annunciare il ritiro, almeno “per il momento”, del piano che aveva annunciato per ridurre il numero dei ministeri da 21 a 17. E, ora, a fine giugno una mozione firmata da più di cento deputati, non ancora una maggioranza ma quasi, impone al presidente di presentarsi di fronte al Majilis, al parlamento, entro un mese[159] per rispondere a un vero e proprio interrogatorio sul ritardo con cui è stato nominato il titolare del dicastero dello sport e al ritardo con cui ha aperto il credito deliberato dal parlamento per la metropolitana di Teheran. Francamente, sembra un pretesto, a questo punto: non si capisce bene se per continuare a tenerlo sotto martello o, invece, stavolta, per cacciarlo via…

Poi, in parlamento, fanno però marcia indietro, probabilmente su indicazione dall’alto: più in alto  della presidenza della Repubblica, sempre probabilmente l’Ufficio stesso del Guardiano supremo, Khamenei…  Anzitutto, un numero di deputati sufficienti a far mancare il quorum di convocazione obbligata, un terzo dei 290 deputati ritirano la loro firma e, poi, annuncia Hosein Sobhaninia, membro dell’Ufficio di presidenza, la convocazione viene rinviata alla fine della sessione estiva fra due mesi invece che fra uno, sempre che alla fine ci siano ancora i 97 deputati che servono a convocarlo[160]

●Intanto, mentre il ministro degli Esteri inglese, William Hague, uno che soffre di quella malattia che gli americani chiamano “primopostismo” (perfino più di Frattini…) denuncia che l’Iran starebbe costruendo missili a lunga gittata capaci di portare anche cariche nucleari (non ha prove di quest’ultima accusa, come non ce l’ha nessun altro, e non si sogna neanche di dire di averle, mentre l’Iran, naturalmente, nega; dice che è proibito dalla risoluzione 1929/2010 dell’ONU ma è proibito se di missili con armi nucleari si tratta e non lo dimostra)…

Molto più seria, perché vera e credibile, sembra la minaccia enunciata in termini quanto mai espliciti dai sauditi: se l’Iran arrivasse a costruirsi una bomba atomica – dice il principe Turki al-Faisal, già capo dell’Intelligence del suo paese e ambasciatore a Washington ma, soprattutto, membro della famiglia reale – “costringerebbe l’Arabia saudita… a perseguire politiche che potrebbero anche portare a conseguenze finora inaudite e drammatiche”: insomma, a farsi anch’essa la bomba[161]. Secondo il Turki “l’Iran è una tigre di carta con artigli d’acciaio” (una gran bella contraddizione davvero)…

Il ministro degli Esteri di Teheran, Ali Akbar Salehi, che presenzia in Kazakhstan a una ministeriale dell’OIC (l’Organizzazione della conferenza islamica che d’ora in poi ha deciso di chiamarsi “della cooperazione islamica”), citando proprio l’intervista rilasciata dal principe Turki, asserisce che è solo la mancanza di rapporti diretti ad aver potuto causare similiincomprensioni” che, per parte sua, l’Iran vuole superare al più presto anche perché “non esiste realmente alcun problema che divida i nostri due paesi[162]. E la dichiarazione di Salehi (che negli stessi giorni e, come uno degli esponenti più vicini a Ahmadinejad, è stato messo sotto inchiesta dal Majilis viene riprodotta il giorno dopo, con grande risalto, sul quotidiano saudita di Londra, Ash-Sharq Al-Awsat.

●Intanto, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, notoriamente vicino a Putin ma che non può che agire con il consenso anche di Medvedev – la responsabilità della politica internazionale nella divisione del lavoro che vige ai vertici del Cremlino formalmente è del presidente non del premier. Ma, nei fati, la seguono e la “interpretano” tutti e due – dà un segnale preciso ed esplicito ai naviganti: il Cremlino non lascerà più che passino, in sede ONU dove può bloccarle col veto, altre sanzioni contro l’Iran[163], annuncia a inizio giugno.

E’ anche una maniera, viene fatto discretamente notare a Washington – non tanto discretamente da non farlo sapere, però – che, come conferma anche l’intelligence americana, il presidente iraniano non è necessariamente nell’interesse della “comunità internazionale” vederlo fuori dei giochi: perché lui – al di là della demonizzazione che ne è stata fatta in occidente e da Israele – è in realtà tra i massimi dirigenti di Teheran il più disponibile a dare qualche soddisfazione anche ad istituzioni internazionali e/o straniere sul programma nucleare del paese e quelle che assicura essere, ma sulla parola, la sua natura pacifica. Anche se nessuno al mondo ha mai potuto provare il contrario.

C’è bisogno di far capire e vedere all’Iran che è nel suo interesse cooperare e rispondere in modo soddisfacente ai dubbi che, in buona fede anche esistono, sulla natura del suo programma nucleare. Ma per riuscire a farlo non si deve più dare a Teheran l’impressione fondata che per l’Iran “non ci sia alcuna luce alla fine del tunnel”: per questo bisogna smetterla con una politica delle sanzioni che, oltre ad essere inefficace, non serve a nessuno.

Su una tematica come questa, l’unica possibilità di soluzione è il negoziato che è sempre un dare ed avere e mai solo un dare— se soluzione è possibile che non sia la catastrofe. Cioè una guerra: questo, Lavrov non lo dice ma lo sottintende: e chi deve capirlo, se vuole certo, capisca.

●Sta diventando sempre più intricato e confuso il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti, da una parte, e il governo ma ancor più l’establishment israeliano e il fortissimo apparato di supporto – che definisce se stesso direttamente e improvvidamente, secondo noi, ma tutto sommato in realtà correttamente, come la lobby ebraica. Ci sono due date a esemplificare e complicare sempre più una decrittazione limpida del rapporto: il 19 maggio il presidente dichiara che con le rivoluzioni per la libertà e la democrazia dei popoli arabi al-Qaeda ha perso nel mondo arabo la sua rilevanza.

(Ma, qui tra parentesi: con quel calo di rilevanza e con la morte di bin Laden è scemata anche, relativamente, a noi sembra, la “presa” su quel mondo degli stessi Stati Uniti, anche se al dipartimento di Stato e alla Casa Bianca non lo ammettono e, forse, ancora non se ne sono resi neanche conto. Se poi si tratta proprio di cosa vera: al-Qaeda ha annunciato dopo circa un mese di aver rimpiazzato il suo capo col numero due di sempre, l’egiziano Ayman al-Zawahiri.

Viene così confermata la preponderanza crescente dell’ala “egiziana” all’interno della leadership del   movimento terrorista-jihadista su quella arabo-saudita, una tendenza che già sembrava in corso con bin Laden ancora vivo ma già assai più “appartato”, e l’assai probabile, e assai rilevante, spostamento di accento nella strategia: da sempre Zawahiri insiste sulla necessità di “punire”, prima ancora dell’occidente kafir, pagano, gli Stati, i regimi, i potentati e i gruppi dirigenti più largamente intesi  islamici che al-Qaeda bolla come colpevoli di apostasia— il termine arabo che usa il Corano è ridda— ردة.

Ma, come è naturale, non identificati portavoce dell’intelligence americana cercano subito di mettere in dubbio la credibilità e l’autorità del nuovo capo: al-Zawahiri dicono avrà difficoltà a farsi accettare da settori diversi dell’organizzazione, loro – gli americani – lo giurano in base al fatto che, certo, lui non ha le credenziali che aveva Osama. Ma la loro è una scommessa[164] che fanno, giurando in pubblico che comunque gli daranno la caccia come hanno fatto col predecessore e faranno fuori anche lui nello stesso modo. Probabilmente, anche riuscendoci: senza rendersi conto che così, però, contribuiscono proprio a dargli l’aureola di credibilità jihadista di nuovo nemico pubblico numero uno. Quel che, precisamente, serve a Zawahiri…

Subito, però, e non a caso, la sottovalutazione dell’intelligence americana viene smentita proprio dall’ala pakistana di al-Qaeda, che gli “esperti” indicavano come la meno convinta e la più legata invece all’ala arabo-saudita e restia a lavorare con quella egiziana dell’organizzazione e sotto il comando di al-Zawahiri. Il gruppo, parlando attraverso il suo portavoce, uno dei comandanti più noti  (“famigerato”, lo chiamano gli americani) del movimento, Omar Khalid Khorasani, ha definito il leader egiziano come “capo e supremo leader di tutta la jihad”).

La seconda data, solo pochissimi giorni dopo, il 22 maggio, è quando Obama (come fanno tutti i politici americani che vogliono contare sul loro potente appoggio) va al convegno annuale dell’AIPAC (America Israel Public Affairs Committee), la lobby filoisraeliana.(nel senso proprio e non necessariamente sprezzante di gruppo di interessi privati o di parte: come questo, sicuramente).

E lì parla più che come presidente di un paese chiamato Stati Uniti come avvocato degli interessi, delle preoccupazioni e delle fobie di Israele, riuscendo inevitabilmente ad alienarsi ancora di più ogni simpatia araba e sempre inevitabilmente facendosi leggere da tutti i popoli arabi come ipocrita e, al di là di qualche pia dichiarazione, profondamente ostile.

Il fatto è che, tanto lì che negli USA, tutti sanno come la primavera araba sia esplosa, si sia  sviluppata e, in diversi casi, abbia trionfato malgrado il sostegno solido garantito per decenni dagli americani alle dittature di Egitto, Tunisia, Bahrain, Yemen e via elencando satrapie varie. L’appoggio americano per la dittatura saudita, probabilmente la più totalitaria e reazionaria, è stato un fattore assolutamente critico nel sopprimere ogni rivolta popolare e ogni riforma democratica nella ricchissima oligarchia petrolifera.

In Tunisia e in Egitto, poi, gli Stati Uniti come gran parte degli Stati europei che li seguono a ruota, hanno cominciato a dare qualche attenzione e anche qualche cauto appoggio verbale a chi stava conducendo le rivolte, e a parlare di un ordinato trasferimento dei poteri e della necessità di una democratizzazione di quei paesi, solo dopo che ormai in pratica avevano vinto o, comunque, erano riusciti ad espellere dal trono i loro presidenti regnanti.

In Yemen sono stati con Saleh fino alla fine, fino a quando per fortuna di tutti se n’è dovuto andare perché s’ è dovuto andare a curare; in Bahrain hanno convinto e aiutato i sauditi a condurre l’invasione che per il momento è riuscita a bloccare la rivolta; mentre in Libia hanno dato – ma  senza successo, finora… – il via prima e il supporto poi alla guerra esterna contro Gheddafi che loro amico, in effetti, mai è stato.

E, questo è il terzo punto, proprio lì ritiene di dover manifestare apertamente il livello ormai insopportabile cui è arrivata la politica dei due pesi e delle due misure mettendosi a sciorinare presidenzialmente termini aulici e nobili come “autodeterminazione dei popoli”, “democrazia inclusiva”, “diritto inalienabile di tutti i popoli alla libertà”… Ma poi, di fatto, facendo propri tutti i caveat e le ossessioni dell’AIPAC, l’associazione che ai palestinesi è più dichiaratamente e statutariamente ostile, escludendo nei fatti da quei diritti – che proclama, insieme, per tutti inalienabili – il popolo palestinese.

Obama lì parla, ripetendo – senza rendersi conto, chi sa?, dell’ironia implicita in quel che proprio lui viene citando – la giaculatoria della “verità assolutamente scontata per cui tutti gli uomini sono creati uguali[165]: che è la prima di diverse verità proclamate solennemente self-evident di per sé evidenti, o se preferite evidentemente scontate, dalla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America…

Ma lui ignora, nel riploclamarla – e non perché non lo sa ma perché vuole ignorarlo – il fatto che lo Stato di Israele, come ormai si è costituito, instaura e difende manu militari una discriminazione “istituzionale, giuridica e sociale contro i suoi cittadini arabi, gli arabi palestinesi, gli stessi ebrei non ortodossi e altri gruppi religiosi[166] che corrisponde di fatto alla dizione con cui l’ONU definisce l’apartheid[167] e che denunciano non Ahmadinejad e gli antisionisti ma personaggi come l’ex presidente Jimmy Carter e l’ex primo ministro di Israele Ehud Olmert.

Il dunque, che pure Obama conosce e riconosce ma al quale non osa dar seguito – e qui bisogna parlare proprio di mancanza di coraggio, visto che ne ha chiarissima la convinzione ma la subordina nei fatti all’accettazione di chi non ne vuole assolutamente sapere: il governo di Netanyahu e la maggioranza, purtroppo, degli israeliani – è che arrivare alla pace qui esige la spartizione della cosiddetta Terra santa su confini che corrispondano alla linea dei parametri tracciati grosso modo da Clinton nel 2000 e ripresi poi dalla proposta araba del 2002.

Perché, come opina – e lo facciamo anche noi, più modestamente il FT[168], ormai “è pressoché certo che l’Assemblea generale a settembre, con o contro il parere di Israele” approverà nuovamente una risoluzione che chiede la spartizione secondo il principio dello scambio della pace per sraele e della restituzione dei territori occupati per i palestinesi. Senza di che l’apartheid di fatto e di diritto imperverserà ancora, la guerra diventerà inevitabile e alla fine sarà l’estinzione di Israele sicuramente, secondo i desideri di la pensa come Ahmadinejad o, altrimenti, sarà l’ecatombe più generalizzata in tutta quella regione. E speriamo che basti…

Ci ha raccontato un vecchio amico israeliano, ed ebreo, che concorda con noi, di quella vecchia storiella ebrea del povero diavolo che entra in un’osteria sbattendo la porta e chiede di essere subito sfamato. Altrimenti, minaccia, farò quello che ha fatto mio padre. “E che ha fatto tuo padre?”, gli chiede un po’ intimidito l’oste dopo avergli servito d’urgenza bistecca e patate. E quello, mandando giù l’ultimo boccone, spiega: “mio padre se ne andò a letto affamato”. Ecco, osserva Aaron, il nostro amico, qui sembra a tutti – e purtroppo a Netanyahu sembra per primo – che Obama, in casa come all’estero, alzi spesso la voce, per poi andarsene a letto affamato…

●Per questo, anche per questo, in Israele, monta l’allarme lanciato da chi come Meir Dagan nientemeno, il capo uscente per limiti d’età del Mossad, il leggendario servizio di spionaggio estero, libero ora dai doveri di subordinazione che aveva va parlando con insistenza di una minaccia nucleare iraniana per ora inesistente, tutta ancora da accertare e sicuramente, dice, casomai di là da venire.

E, ora, sente il dovere di ammonire il paese che con la sua anche altre recenti dimissioni di “servitori dello Stato di grande esperienza e competenza” (parla di  Yuval Diskin, che era alla testa dello Shin Bet, i servizi segreti della sicurezza interna, e di Gabi Ashkenazi, il capo dell’esercito) non resta più nessuno (i loro successori li ha scelti tutti questo governo) a bloccare le decisioni precipitosamente pericolose di un primo ministro “fanatico” come Netanyahu e di un ministro della Difesa, Barak, che si sta rivelando, insieme, “succubo e cinico”. Insomma, decisamente pericolosi[169]

Dagan è stato un capo del Mossad che ha spregiudicamente e anche illegalmente dal punto di vista internazionale condotto la guerra al “terrore” in nome di Israele (assassinii mirati in Libano, Dubai e Siria; l’arrembaggio alla nave turca in acque internazionali che ha fatto una dozzina di morti; il raid aereo contro quello che sospettava essere un possibile impianto nucleare in Siria…). Insomma, lui è tradizionalmente a destra del governo di cui non è certo un critico da sinistra.

Ma, denuncia, Netanyahu non ha “le pallethe guts” per raccogliere la sfida che il mondo arabo  ha lanciato e forzare tutti alla pace (sì, il ritiro nei confini del 1967, il piano di pace saudita) e la convinzione profonda che se Israele, come giura di voler fare il governo, attacca davvero l’Iran si troverebbe al centro di un conflitto regionale che potrebbe realmente mettere a rischio proprio e perfino l’esistenza stessa dello Stato così come Israele lo ha conosciuto. E questo ammonisce senza dirlo esplicitamente, perfino se al dunque, poi, gli USA si schierassero accanto a Israele: perché, a quel punto, Israele potrebbe essersi anche già suicidata…

Confermano la convinzione, diciamo, informata di uno come Meir Dagan, le informazioni convinte che matura uno che probabilmente in materia di armamenti e di politica internazionale è il miglior giornalista investigativo – il miglior segugio politico – d’America, uno che di scoops veri in vita sua ne ha prodotti a decine, molti di enorme rilievo, a partire dalla verità sul massacro di My Lai nel 1968, ben cinquantatre anni fa.

Il dieci volte premio Pulitzer, Seymour Hersh, conclude un suo importante servizio di questo mese scrivendo, come già aveva scritto nel 2007 commentando l’intelligence unanime di allora dei 16 organismi di Intelligence americani: “Non esiste alcuna seria informazione o indicazione a dire che l’Iran stia facendo qualcosa di concreto per fabbricarsi un’arma nucleare[170]”.

●Intanto non si levano, in America, in Europa, nel mondo – se non nella stessa Israele – grandi proteste (il dipartimento di Stato manifesta è vero, “preoccupazione”) per le decine di morti palestinesi e siriani mitragliati al confine del Golan a inizio giugno dai soldati israeliani che avevano il compito di difendere la “sovranità dello Stato di Israele” ma, in realtà, di impedire sconfinamenti nei territori palestinesi e, in questo caso, siriani militarmente occupati e poi illegalmente mantenuti sotto occupazione.

Dove la chiave della tragedia qui è tutta nell’avverbio, “illegalmente”, che descrive un’occupazione militare per sua natura ciecamente ottusa come ogni occupazione con le armi, che qui, dopo quella di Cisgiordania, è la più antica del mondo, ferreamente in vigore da ben quarantacinque anni. Evidentemente, come dimostrarono già le analoghe manifestazioni e l’identica repressione di qualche settimane fa proprio per l’occupazione ancora più antica della Cisgiordania, è un fenomeno che si fa ormai sempre più intollerabile. Ma finché lo resta solo per chi la subisce e per i pochi, eroici, pacifisti di Israele— facitori non solo predicatori di pace, nel silenzio degli altri, il nostro compreso. E anche di questo non perché sia un pacifista ma perché è un realista, si preoccupa molto uno come Meir Dagan…

Chi scrive invece si sente scandalizzato dall’ “ipocrisia” di chi – tutti, eh? da Gheddafi a Netanyahu  a Obama, a Khamenei, al Berlusconi del G-8 di Genova, ecc., ecc., ecc. – predica insopportabilmente l’alta moralità della non violenza rivolgendosi sempre – sempre, eh … senza eccezione! – per primi a chi, tra tutti, è maggiormente senza potere…

●In Pakistan, la rappresaglia – la prima rata della vendetta per l’uccisione di Osama bin Laden da parte delle 47 foche della Marina americana che, in 39 minuti di orologio, hanno condotto il raid del 1° maggio dentro una città guarnigione facendo fuori il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti d’America – ha portato a una serie di suicidi-martirio che ha fatto 150 vittime, per lo più soldati: pakistani, mica americani. E monta l’ira verso un esercito che molti giudicano apertamente “imbelle” e dentro l’esercito stesso, contro una leadership militar-politica che gli stessi e anche altri  considerano condannata – tra ambiguità e doppi giochi – a quell’incapacità strutturale.

Per calmare i risentimenti – scrivono[171]le  Forze armate hanno tagliato la cooperazione con gli americani, rimandandone a casa decine di addestratori e sforbiciando molti programmi congiunti. I rapporti tra ISI e CIA sono al livello più basso di sempre. Ma sospetto e disaffezione in America salgono almeno altrettanto: qui la parola Pakistan è diventata l’equivalente in pratica del termine tradimento associato a quello di goffo inganno— perfino nei comic shows serali delle reti televisive. Un deputato dopo l’altro reclama al Congresso il taglio dei 3 miliardi, più o meno, di $ che dall’America ogni anno arrivano in Pakistan”…

E non pare del tutto casuale neanche che a metà giugno vengano arrestati dall’ISI cinque informatori della CIA di nazionalità pakistana colpevoli di aver fornito, un mese e mezzo prima, informazioni utili al raid che portò alla “esecuzione” di Osama bin Laden (avevano copiato, pare, le targhe dei veicoli di alcune persone che lo andavano più regolarmente a trovare). E le avevano fornite agli americani e non ai servizi pakistani, in effetti, così violando la legge.

Il direttore della CIA, Leon Panetta, che a inizio luglio assume l’incarico di ministro della Difesa, nel suo viaggio di saluto a Islamabad immediatamente successivo e già calendarizzato solleva il problema intercedendo per loro. Ma viene informato dagli interlocutori che “il fatto non risulta”. Sì, erano stati fermati ma, liberati, poi sono spariti. Meno uno, pare, poi “ritrovato,” si sono persi— come prima di loro e senza preoccupare affatto la CIA in Pakistan sono andati perduti centinaia di sospetti in mano all’intelligence pakistana. Non proprio pochi tra essi trasferiti come “sospetti”, perche fossero interrogati in modo, come si dice, più “convincente”, dagli stessi americani[172]

D’altra parte, nel secondo sviluppo di stampo strategicamente globale che il Pakistan ha annunciato, dopo aver dovuto subire l’attacco dei Navy seals americani il 2 maggio sul suo territorio, il governo di Islamabad ha cominciato a diversificare apertamente le sue alleanze. Prima con i cinesi, di cui già il mese scorso abbiamo trattato. Adesso con l’Iran: il presidente pakistano Zardari e quello iraniano Ahmadinejad hanno firmato il 25 giugno un accordo strategico-politico di cooperazione bilaterale[173] che ha suscitato le rimostranze informali – stavolta ha capito anche lei che non poteva proprio renderle pubbliche – della signora Clinton.

●In Afganistan sembra che ora siano proprio, e soprattutto, Gran Bretagna e Stati Uniti a spingere per cancellare le sanzioni da cui sono dal 2001 o giù di lì “puniti” dall’ONU sotto la stessa etichetta “terroristica” tutti gli esponenti dei talebani confusi con quelli di al-Qaeda. Prendendo atto che o con i talebani si discute, e quindi si allentano ad esempio le sanzioni che rendono loro difficile spostarsi per andare a negoziare, o senza di essi dalla guerra non si esce.

Di qui, il tentativo adesso di distinguere fra loro e gli al-Qaedisti[174]… Ma qui veniva qualche difficoltà dai russi che, sulle possibilità di distinguere tra islamici “cattivi” della formazione già del fu bin Laden e islamici “buoni” di quella del mullah Omar, alla luce della loro esperienza diretta nella loro guerra qui di trent’anni fa, non sembrano crederci proprio[175]. Ma che poi dichiarano come, la distinzione, se effettivamente sarà possibile farla, la accetteranno[176].

Alla fine, la mossa alle Nazioni Unite passa ma, naturalmente, all’ambasciatrice americana Susan Rice la delimita bene, rendendola inaccettabile subito ai talebani: è un’offerta limitata solo a chi tra loro depone, e dichiara di deporre le armi: cioè di arrendersi. E viene subito sdegnosamente e anche sprezzantemente respinta[177]

Non la prima preoccupazione, certo, ma non l’ultima ormai è che appare anche chiaro, poi, che solo la “liberazione” del paese dalla guerra americana – che lo flagella da dieci anni ma in realtà è solo un tratto della guerra infinita dei trent’anni prima col governo talebano e poi contro i sovietici e ne  sta sistematicamente friabilizzando, soprattutto per negligenza, il retaggio culturale – può salvare la testimonianza archeologica e storica il retaggio, come si dice, di questo antichissimo paese[178] (persiano antico: Pactra) che i romani chiamavano Bactria e in cui nasceva nel VI secolo a.C. l’antico filosofo, poeta e profeta persiano che noi chiamiamo Zoroastro o, anche, Zarathustra.

Dopo la distruzione, da parte dei talebani, dei Budda della valle di Bamiyan – le enormi statue del sesto secolo scolpite nella roccia delle montagne dell’Afganistan centrale a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul, ad un’altezza di circa 2500 metri lungo l’antica Via della Seta – nel 2001 la speranza di molti era stata che liberarsi dai talebani avrebbe rivitalizzato quella storia e quell’eredità. E, invece, è successo il contrario. E’ lungo l’elenco dei siti afgani eredità culturali dell’umanità devastati dalla guerra ma, soprattutto, dall’incuria totale che porta con sé. E, ormai, diventa chiaro che, anche qui, solo mettendo fine alla guerra si può forse mettere rimedio a quest’altra catastrofe.

●E anche in America, ormai – anche dove onestamente è più difficile resistere agli appelli del patriottardismo: ai vertici politici, alla Casa Bianca… – cominciano a venire fuori, avvisa il NYT[179] –nella “squadra” stessa preposta alle questioni di sicurezza nazionale voci sempre autorevoli che propongono una maggiore e immediata riduzione delle truppe americane già nei prossimi mesi.

Preparando cioè, e accelerando, il trasferimento di poteri e di responsabilità agli afgani sia a causa dei costi crescenti dell’avventura; sia per approfittare del fatto che la morte stessa di Osama bin Laden – la ragione formale dell’invasione, dell’occupazione e della guerra in Afganistan essendo stata che il regime talebano andava punito perché proteggeva proprio lui, il capo di al-Qaeda – costituisce secondo molti giustificazione bastante a cambiare strada; e sia perché appunto si comincia a rendere conto del fatto che la pace qui, alla fine, deve e può essere raggiunta solo tra gli afgani.

Ma allora

● Ecco come andarsene davvero dall’Afganistan… (vignetta)

“Abbiamo raggiunto gli scopi che ci eravamo fissati…. Esattamente quel che dissero i sovietici, no?

Foto: IHT, 25.6.2011, R. Chapatte

 

●Nel frattempo, il parlamento del Kazakistan ha detto no alla proposta fatta da Washington al governo e da esso perorata di andare a dare una mano all’occupazione NATO in Afganistan[180]. L’idea che, in un primo momento era sembrata irretire la Camera, alla fine è stata bocciata, idea che viene formalmente bocciata e non è niente affatto popolare. Avverte il deputato Nurti Sabylianov della minoranza che, nell’occasione e sul tema si è trasformata in maggioranza, che è la bocciatura della politica “triangolata” e del presidente Nazarbayev tra Russia, Cina e USA che cerca di strappare di volta in volta ai tre interlocutori, pagando il minimo prezzo, il massimo dei benefici per il paese.

Ma ormai è chiaro, e non solo per il parlamento ma anche per lo stesso governo che gli americani hanno già cominciato, anche se centellinandolo[181], il loro ritiro: e se il governo sembrava pronto, in un primo momento ad assecondarlo in cambio di benefits vari, il parlamento non vuole rimpiazzare le truppe USA con soldati kazaki.

●E in Kirghizistan, il più piccolo paese vicino ex sovietico, il parlamento viene messo in guardia da un ex ministro degli Esteri, Alikbek Dzhekshenkulov[182], che è anche a capo del Congresso dei partiti politici – la coalizione di opposizione ma che, sul tema, sembra disporre di una maggioranza in Congresso – sul fatto che dieci anni di collaborazione e di presenza militare americana nel paese non hanno beneficiato quasi in niente al popolo kirghizo ma gli hanno solo creato problemi: e in abbondanza.

Per cui, la proposta di rinnovarla, come chiede il governo, va sottoposta a referendum popolare come la Costituzione prevede sia possibile per i trattati internazionali… I kirghizi, solo 5 milioni di abitanti, su 200.000 km2, territorio di 1/3 inferiore all’Italia, ospitano basi aeree militari sia dell’America – attivissima per il trasporto di materiali e forniture alla loro guerra afgana – che della Russia…che, però, praticamente è del tutto inattiva.

●In ogni caso, ormai a Washington hanno aperto, e fatto sapere di aver aperto come spiega al Congresso la stessa Hillary Clinton, riluttanti colloqui coi talebani[183], separatamente dal governo di Kabul, col Mullah Omar direttamente stavolta, nel tentativo di negoziare una fine “soddisfacente” al conflitto afgano. In pratica, Washington – dicono queste informazioni – avrebbe offerto ai talebani il controllo del Sud del paese se, in cambio, lasciano il Nord sotto l’influenza politica di amici e alleati degli americani.

Ma l’offerta per quanto restia fosse era, per lo meno ingenua, e i talebani respingendola l’hanno immediatamente “sputtanata” mettendo in risalto che avrebbe “inevitabilmente portato alla disintegrazione” del paese: e l’informatore, in questo caso, è l’ex capo dell’intelligence pakistana, gen. Hamid Gul[184]. Che, per parte sua fa rilevare quanto fosse “stolta e insensata” l’offerta americana: perché tutte le richieste talebane, in fondo, si riassumono in una sola rivendicazione: la liberazione del paese da tutte le truppe straniere. Tutte senza eccezioni…

Un diplomatico, sempre pakistano, a Kabul sostiene, però, che il negoziato è stato considerato comunque positivo da entrambe le parti – americani e anche talebani – capaci di riconoscere lo stallo imposto oggi dalla scadenza formalmente fissata dal piano di Obama per il ritiro: entro fine 2014, anche se questa è la terza “scadenza” ormai fissata da Obama al ritiro (prima 2011, poi 2012…).

Il tramite dei colloqui tra Mullah Muhammad Omar e Washington è stato l’ex portavoce dei talebani negli anni del loro governo, Abdul Haqiq, alias dr. Mohammad Hanif. Ma un altro diplomatico, sempre pakistano, commentando stavolta a Islamabad la notizia s’è detto sicuro che i colloqui, invece, falliranno perché gli USA ne stanno tenendo fuori Hamid Karzai, il presidente del paese in questione, loro alleato e anche loro creatura[185].

Che, alla fine – essendo stato incoronato come la voce legittima e “democraticamente” scelta  dell’Afganistan proprio dagli americani, da loro esibito per quasi dieci anni ormai in giro per il  mondo in decine di conferenze internazionali come un pappagallo magari un tantino irrequieto e scorbutico ma da tutti riconosciuto nella sgargiante palandrana verde-oro del kurta, il costume nazionale pashtun – dovrà ora avere la sua voce in capitolo in ogni conclusione. Sempre che ci sia conclusione…

●D’altra parte proprio in risposta ai colloqui diretti che lo tagliano fuori coi talebani tra americani “in specie” – dice – ma anche altri alleati che lo stanno facendo anche loro – Karzai attacca l’America e anche la NATO. I motivi per cui ci aiutano dice sono “sospetti” e le armi che ci danno “avvelenano questo paese”. Non è certo la prima volta che Washington tenta di tagliare le gambe a Karzai— e alle ultime elezioni, per qualche mese, Bush stesso si lasciò tentare da chi gli raccomandava di mollarlo e lo avrebbe fatto: non fosse stato che se lo era letteralmente inventato lui.

E lui reagisce adesso proclamando al popolo afgano, sulla RTA, la Tv nazionale  che “gli stranieri stanno qui per i loro scopi, per i loro obiettivi, e ci stanno allo stesso modo in cui usano il nostro territorio per i loro fini”: le loro bombe “contengono composti chimici che avvelenano il suolo e anche composti atomici, nei proiettili all’uranio, che lo rendono invivibile ad animali e afgani per  molto tempo[186].

Già in due occasioni, la più recente ad aprile, Karzai aveva minacciato in parlamento di “unirsi ai talebani”. Con l’accordo tacito o dichiarato di molti pashtun (il 35%: come lui e come i talebani) e  allarmando non poco, peraltro, alcune componenti delle altre etnie (uzbeki, tagiki, azari, turkmeni, baluchi: minoritari ma tutti insieme, poi, in maggioranza). Con una divisione che, poi, in realtà passa per tutta la popolazione.

Ma se le cose stanno così, allora, non sarebbe meglio farlo contento, una volta per tutte, S.E. Hamid Karzai? E in fondo sarebbe anche facile, come ci spiega in quattro parole quattro il vignettista che riproduciamo qui sotto, dopo aver annotato a latere che dalla pozzanghera vietnamita Kissinger e Nixon uscirono già prima: esattamente allo stesso modo.

● Il rapporto (curioso) USA-Pakistan (ma anche USA-Afganistan, come USA-Iraq, ecc. ecc.) (vignetta)

  “Noi vi odiamo…Nulla che un po’ di soldi non riescano a sistemare, spero…”

Fonte: IHT, 18.6.2011, R. Chapatte

 

●Certifica il direttore di ricerca dell’Associazione americana per il Controllo degli Armamenti, Tom Collina, che oggi la Russia ha effettivamente tagliato il proprio arsenale nucleare ai livelli, anzi dice ben sotto i livelli, che le sono chiesti nello START (il trattato russo-americano per la riduzione delle armi nucleari strategiche) dal protocollo reso pubblico dalla Casa Bianca[187] e che le sono comunque “sfavorevoli”.

La Russia in effetti oggi possiede – e l’America verifica che essa possiede – 1.537 testate termonucleari operative su 521 vettori (missili aerei, sottomarini), già sotto le 1.550 che dovrebbero raggiungere nel 2018 e l’America detiene – con la Russia che verifica che essa effettivamente detenga – 1.800 testate su 882 vettori: di trasporto, come dicono in gergo armamentizio, “a destinazione”, letteralmente delivery vehicles… Tom Collina non rinuncia ad osservare che, a veder bene, “se la Russia si mette a tagliare anticipatamente il proprio arsenale significa che nulla impedirebbe all’America di farlo anch’essa”.

●Comunque, non è che a bocce ferme, le cose procedano tutte lisce tra i nuovi alleati dell’Est europeo e gli Stati Uniti. C’è stata prima la maretta di un anno fa quando Obama decise il ridimensionamento, pesante, dello schieramento di antimissili previsto fino ad allora da Bush con Polonia e Cechia: in teoria contro l’Iran, di fatto contro la Russia; e, dopo, l’apertura al vertice Russia-NATO di Lisbona ad una possibile cooperazione proprio coi russi nel disegno del sistema di difesa antimissilistico europeo previsto dalla NATO: tra i dubbi, i sospetti e le rimostranze proprio di Cechia, Polonia e gli altri ex paesi sovietici che lo vogliono invece completamente separato dai russi.

Sembrava che questa seconda scuola di pensiero – marcata dal clima sempiterno della guerra fredda mai tramontato del tutto e che in America trova alleati potenti fuori della Casa Bianca ma a lato, al dipartimento di Stato più che al Pentagono a dire il vero dove tentano spesso di seguire una linea loro più guerrafreddaia di quella del presidente – dovesse ormai prevalere.

Ma ora, inaspettatamente, il governo ceco ha annunciato che si ritira dal progetto “perché frustrato dalla riduzione del sistema di difesa missilistico che per la Cechia era previsto dagli USA”… Il ministro della Difesa, Alexandr Vondra, lo ha detto al vice segretario alla Difesa americano William J. Lynn III in visita a Praga a metà giugno: “di fatto ci avevano riservato una o due stanze piene di schermi colorati e nient’altro[188]”… ha aggiunto sprezzante.

In realtà molto inquieto e anche innervosito, come del resto il suo collega polacco che aveva avanzato riserve anche lui ma senza arrivare alle stesse conseguenze, un qualche giorno prima a Bruxelles nella riunione NATO, per quella che aveva chiamato l’apertura di Obama alle preoccupazioni russe come parte di uno sforzo più vasto di ridurre gli armamenti nucleari USA-URSS e di cercare più cooperazione da parte russa sui nodi di Iran ed Afganistan.

Gli USA hanno risposto con una dichiarazione ufficiale del Pentagono secondo cui “il ruolo previsto  originariamente nel piano era stato superato e reso obsoleto dalle decisioni prese dalla NATO lo scorso novembre al vertice di Lisbona”. Decisioni talmente equivoche però – proprio per quel contrasto e quello interno all’Amministrazione americana – che cechi e polacchi non ne danno un’interpretazione uguale a quella ufficiale della Casa Bianca, comunque più aperta a un sistema in qualche modo “condiviso” coi russi.

Poi, subito dopo, a Washington induriscono il linguaggio – ma solo il linguaggio – per cercare di tenere in qualche conto almeno a livello pubblico le inquietudini degli alleati: è favorevole, e aperto, in linea di principio, a ogni cooperazione con Mosca ma poi, in  linea pratica, non firmerà alcun accordo che limiti le sue opzioni in tema di difesa missilistica: lo proclama la sottosegretaria agli Esteri Ellen Tauscher[189].

Alla Russia, dice, abbiamo mostrato le caratteristiche tecniche dei sistemi missilistici difensivi americani provando che non pongono alcuna minaccia per il loro deterrente nucleare peccato che i russi, però, non ci credano: se gli americani schierano difese antimissilistiche vicino al confine russo, loro continuano a  insistere che prenderanno “contromisure adeguate contro i luoghi di dislocazione di quei missili”. A questo punto, dopo che i cechi si sono sfilati  dall’accordo con gli americani, in pratica però restano solo i polacchi e domani, forse, i romeni.

●Detto con chiarezza e fuori dai denti, il problema che hanno NATO, America, Europa, Russia e paesi ex sovietici dell’Est europeo con essa confinanti è che Mosca non sembra più disposta a “riconoscerne” l’indipendenza fino al punto da accettare che ancora altri (Georgia e Ucraina, cioè, che ne sono fuori) oltre a quelli che già l’hanno fatto entrino a far parte della NATO.

Insiste a dire che violerebbero, ancora una volta, gli impegni assunti con Gorbaciov al momento della riunificazione della Germania, come hanno già fatto – approfittando su istigazione di Clinton e Bush della debolezza della Russia di Yeltsin – Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e i paesi baltici.

Adesso la Russia di Putin, ma anche di Medvedev che anzi sul punto ha indurito la posizione ufficiale di Mosca, ha detto che non accetterà senza reagire un ulteriore allargamento dell’alleanza militare ai propri confini, come ha accennato Medeved parlando informalmente con un reporter americano ha avuto occasione di spiegare direttamente a Obama, gli USA non accetterebbero una presenza diretta militare russa ai propri confini…

Tocca agli ucraini poi chiarire – anche se come al solito con qualche spazio di equivoco lasciato  deliberatamente e non casualmente aperto – che essi non intendono – non intenderebbero… – prender parte alla difesa missilistica europea proposta dalla NATO e dagli americani nominalmente contro l’Iran ma, in realtà, contro i missili strategici russi: lo dice Yanukovich a Strasburgo in visita al parlamento europeo, che “l’Ucraina non sta preparando alcunché per accogliere lo scudo anti-missili e niente preparerà per prendere parte allo spiegamento di quel sistema[190]”.

●Intanto, dopo la recessione della Cechia dallo scudo spaziale americano-NATO (una mossa, per così dire, di destra: di protesta contro la presunta e comunque percepita morbidezza americana verso Mosca), era arrivato un altro segnale a indicare un “scollamento” importante (da… sinistra, sempre per così dire, ma in realtà semplicemente di buon senso) nel blocco che sembrava monoliticamente anti-russo degli ex paesi sovietici del Centro-Europa per cui lavorava anzitutto la Polonia e che era così ben accolto a Washington soprattutto negli ambienti del dipartimento di Stato.

●E, infine, succede che arriva davvero come un fulmine la notizia che il parlamento della Lettonia riconosce non l’occupazione, come è stato scritto impropriamente, ma la “necessità” di una presenza russa per impedire alla Georgia di maramaldeggiare nelle regioni dellAbkazia e dell’Ossezia del Sud[191]. E, contemporaneamente, la Commissione Esteri del parlamento lettone chiede, però, che sia la Russia che gli organismi internazionali pertinenti chiariscano la questione per bene onorando fino in fondo l’Accordo di cessate il fuoco in sei punti che nel 2008, dopo la guerra disastrosa dei cinque giorni provocata e persa dalla Georgia, era stato negoziato e firmato.

Non arrivano, i lettoni, a pronunciarsi sulle responsabilità della situazione di stallo attuale ma la loro è una mossa politica del tutto inattesa e innovativa di rottura, su un punto simbolicamente e politicamente cruciale, con la lettura della situazione che danno, in genere, i paesi europei dell’Est ex sovietico propinqui alla Russia: Polonia, anche Cechia ma meno, meno Romania e anche Ungheria, molto meno Bulgaria e Slovachia, ma ferocemente contro, con la Polonia, i tre paesi baltici: cui ora viene a mancare, appunto, la Lettonia.

Il termine “riconoscere”, utilizzato dal parlamento lettone, è però totalmente ambiguo: perché i riconoscimenti diplomatici li danno i governi e non i parlamenti e, a leggere bene il testo, qui “riconoscere” potrebbe significare solo un “prendere atto” o, invece, riconoscere che di qui bisogna partire per trovare il modo di andare avanti ma anche prendendo atto che le responsabilità di una tensione che rimane sotto la cenere sono russe ma anche, e come, georgiane…

●Proprio negli stessi giorni, arriva anche la notizia che, indipendentemente da questi sviluppi, Russia, Cina e gli altri membri dell’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione (la SCO: Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan) prendono posizione contro lo scudo spaziale dichiarando che lo “sviluppo unilaterale, non concordato, di un sistema di difesa di un solo paese o di un solo gruppo di paesi è pericoloso per tutti perché potrebbe mettere a rischio stabilità strategica e sicurezza internazionale[192].

Adesso si apprende che pure Karzai, presente su invito/autoinvito alla riunione di Astana, la capitale kazaka, ha chiesto di far aderire l’Afganistan alla SCO – il Pakistan c’è già dentro anche esso, come osservatore soltanto però – fregandosene ovviamente di qualsiasi coerenza fra una dichiarazione come questa e la sua alleanza con e/o dipendenza dagli USA[193]

●E’ stato l’uscente ministro della Difesa americano, Robert Gates, a dire per primo apertamente quel che tutti ormai sanno e nessuno, come nella favola del re nudo osava dire: che la NATO è ormai bollita, che si trova davanti ormai un futuro “annebbiato, se non proprio squallido” (— “dim, if not  dismal”)[194].

L’Alleanza dell’Atlantico del Nord formata nel secondo dopoguerra e alla vigilia dello scoppio della Guerra fredda come baluardo dei paesi dell’Atlantico del Nord (questo vuol dire NATO: Europa occidentale e America, Stati Uniti e Canada) contro le tentazioni espansionistiche (più presunte poi, in realtà, che vere) dell’URSS di Stalin e poi di Krusciov e Breznev, è morta dice Gates. Se…

Se non decide di rifarsi sia la faccia che i muscoli, dice a brutto muso Gates che esprime la frustrazione americana per la “poca” disponibilità degli altri alleati a impegnarsi in Afganistan (anche se a noi, e a molti di loro, sembra invece che essa sia stata anche troppa) e se, dice apertamente, al dunque solo 5 dei 28 paesi membri – USA, Gran Bretagna, Francia, Grecia e Albania – spendono più del 2% del loro bilancio per armamenti e forze armate come era stato teoricamente deciso (ma i suoi dati sono stranamente un po’ vecchi: la Grecia, nel 2011, ha dovuto tagliare con la crisi, sostituita però quanto a spesa, e largamente, dalla Turchia).

In realtà, però, Gates ha messo davvero il dito sulla piaga chiedendosi e ponendo a tutti, a voce alta, le due domande fondamentali: ma oggi a che serve, e a chi serve, la NATO; e sarebbe in grado, al bisogno di mantenere le sue promesse? Nei suoi più di 60 anni di vita, solo una volta – e solo  simbolicamente, non altro – ha visto scattare il suo famoso art. 5, quello che considera aggressione  a tutti quella condotta contro uno solo anche dei paesi membri: fu dopo l’11 settembre del 2001 e le Torri gemelle.

E invece ha tentato di reinventarsi altrove senza mai confessarlo: dove lo Statuto non si sognava neanche, prima nel bombardamento di Belgrado del 1999 – un ruolo tutt’altro che eroico – poi offrendo la sua copertura politica a ogni più o meno improvvida campagna militare in cui decidessero, da soli s’intende, di andare ad infognarsi gli Stati Uniti: prima con Bush padre, poi con Clinton, poi con Bush figlio e, adesso, con Obama.

O, detta come la dicono invece i suoi nemici, la sua unica ragione di essere ormai è dare una mano agli americani a pagare le guerre che scelgono di fare: mai, però, quanto essi vorrebbero. Il problema è che l’alleanza prevede, per Statuto e per storia (dopotutto si tratta di paesi democratici tutti, anche se imperfettamente tali), di decidere insieme che fare e come farlo e qui a decidere è sempre e solo – come invece poi è forse inevitabile – un solo paese.

In Afganistan, davanti a un nemico, il talebano, che non sembra affatto pronto a trattare il contributo degli alleati è stato enormemente diverso – dal no al farsi coinvolgere al massimo sforzo dei britannici (1/10 più o meno dell’impegno degli americani) – e comunque per tutti considerato insufficiente da loro che, comunque, la guerra l’hanno decisa da soli e da soli decideranno se e come e quando finirla, certo dopo magari averli consultati…

In Libia, come sarcasticamente ha rilevato lo stesso Gates (stava rivolgendo il 10 giugno il suo indirizzo di commiato proprio alla NATO, a Bruxelles), “la più possente alleanza militare della storia è impegnata ormai da ben undici settimane in un’operazione bellica contro un regime assai male armato… eppure non sono pochi gli alleati cui cominciano già a mancare le munizioni che chiedono a noi di fornirgliele[195].

Denuncia che tutti i membri dell’Alleanza hanno votato a favore della missione in Libia… ma poi, al dunque, meno di un terzo hanno partecipato alle missioni militari contro Gheddafi. E’ vero, anche se lui non lo dice, che loro – gli americani – hanno per primi e neanche dopo due settimane smesso la loro diretta missione bellica ritirando dal teatro di operazioni gli aerei USAF. E, proprio lo stesso giorno, casualmente?, la Norvegia annuncia il ritiro del suo contingente…

Coma abbiamo appena visto qui sopra, anche sul fronte volutamente forzato dalla sicumera malriposta di  George Bush jr., di allargare a est la NATO a Georgia e Ucraina, il fallimento è stato totale dopo l’incoraggiamento fornito, a metà tra reale e presunto, dagli americani stessi che avevano convinto i loro clienti georgiani a impegnarsi nell’avventura bellica di cinque giorni con cui nel 2008 hanno sfidato i russi in Ossezia del Sud venendone sonoramente sconfitti e costringendo tutti a chiarire che l’art. 5 della Carta dell’Alleanza non significava e non significa che se aggredisci uno e quello ti batte di brutto poi sei autorizzato a costringere gli altri a difenderti…

●Come elemento di riflessione – certo: se uno vuole riflettere… – e senza esplicitare qui i nostri commenti riproduciamo la Tabella seguente che ci appare, in ogni caso, di grande significato. Se volete considerarlo un commento – ma secondo noi è solo un rilievo, importante però – in ogni caso siete autorizzati a farlo. Date un’occhiata in tabella, penultima colonna, alla percentuale di spesa per armamenti di ogni paese: gli Stati Uniti, da soli, fanno da soli il 50% quasi del totale!!! E’ una scelta, una scelta di società in senso pieno e globale. Con Obama, come con Bush, come con Clinton e indietro: peggio – molto peggio – di quanto fosse quando c’era l’URSS di Stalin. No, commenti non servono…

 

Spese militari nel mondo 2010 (tabella)

     Paese                      $ mdi al cambio         Cambio 2001-2010        in % del             %  di s pesa su   $ mdi a parità di potere       

                                            di  mercato                        in %                        PIL                  100 = mondo             d’acquisto  

 USA

698.0

81.3

4.8

43.0

698.0

 Cina

119.0

189.0

2.1

7.3

210.0

 Gr. Bret.

59.6

21.9

2.7

3.7

57.6

 Francia

59.3

3.3

2.3

3.6

49.8

 Russia

58.7

82.4

4.0

3.6

88.2

 Giappone

54.5

-1.7

1.0

3.3

43.6

 Arab.saud

45.2

63.0

10.4

2.8

64.6

 Germania

45.2

-2.7

1.3

2.8

40.0

IIndia

41.3

54.3

2.7

2.5

116.0

IItalia

37.0

-5.8

1.8

2.3

32.2

 Brasile

33.5

30.0

1.6

2.1

36.2

 Corea Sud

27.6

45.2

2.8

1.7

40.8

 Australia

24.0

48.9

2.0

1.5

17.3

 Canada

22.8

51.8

1.5

1.4

19.4

 Turchia

17.5

-12.2

2.4

1.1

23.9

Fonte: SIPRI, Stoccolma (Istituto Internazionale di Studi Strategici)

GERMANIA

L’indice dei prezzi al consumo[196] a maggio è cresciuto del 2,3% su un anno prima ma resta fermo rispetto al mese precedente per responsabilità, specifica l’Ufficio Statistico Federale anzitutto del costo dell’energia (espunti i quali sarebbe all’1,4%). Anche i prezzi degli alimentari sono aumentati del 3,3% anno su anno.

La Bundesbank ha alzato la sua previsione di crescita[197] per il paese al 3,1% nel 2011 e all’1.8 nel 2012. Il rapporto previsionale semestrale del 10 giugno evidenzia che migliorano molto le prospettive di un buon rafforzamento congiunturale e che la crescita della domanda interna sarà più forte e avrà un ruolo di traino maggiore di quello dell’export che, in ogni caso, continuerà a restare un “pilastro” dell’economia tedesca. 

FRANCIA

●E’ effettivamente senza precedenti, e nei paesi baltici soprattutto solleva allarmi – che sia Parigi che Mosca qualificano come ridicoli – la notizia che, nell’ambito dell’acquisto da parte russa di due portaelicotteri della serie Mistral, la Francia è disposta a fornire non solo personale di addestramento ma anche a cedere i cosiddetti “codici sorgenti” per le comunicazioni e i sistemi di controllo delle informazioni, in particolare il SENIT-9 (Système d'exploitation navale des informations tactiquessistema di sfruttamento navale delle informazioni tattiche)[198].

Anche Roman Trtsenko, direttore generale dell’impresa russa di costruzioni navali United Shipbuilding Corporation (la mania di questi russi moderni di darsi nomi e logo in inglese, con la traduzione in russo solo a seguire, Объединённая судостроительная корпорация, la OSK che ha incorporato gli impianti della vecchia Zvezda, la fabbrica una volta sotto i sovietici denominata Stella) riconosce – confermando a modo suo in qualche modo l’allarme probabilmente infondato e, in ogni caso, inutile (non è che possano farci niente) dei baltici che l’operazione rappresenta un livello di cooperazione in materia di trasferimento di tecnologia militare che in effetti non ha precedenti.

●Ma, poi, come sempre in tutte le questioni serie c’è il risvolto tra il farsesco e il propagandistico di qualche reazione ufficiale. Qui abbastanza inconsulta appare quella della Lituania che corre, in effetti, un po’ il rischio di far ridere i polli. Il ministro della Difesa, Artis Pabriks, che sa benissimo di vivere all’ombra del grande orso ma a cui un po’ troppo spesso – propagandisticamente, appunto, per ragioni di politica interna – piace fargli il solletico sotto la coda…: o, più precisamente, far finta di farglielo facendosi vedere – dice che, se i Mistral appaiono nel mar Baltico, la Lituania si rivolgerà alla Francia stessa e alla NATO per averne il sostegno[199]

Perché ne sarebbe squilibrato – spiega – a favore dei russi l’equilibrio di sicurezza… Se le navi “appaiono” nel mar Baltico?... e che vuol dire? che il mar Baltico è suo? e l’equilibrio cambierebbe diciamo da 1.001 a 1 invece che solo da 1.000 a 1 come è adesso? non aggiunge, Pabriks, se ci attaccano— perché in quel caso sì, se si trattasse di un attacco non provocato (differente dal caso della Georgia, ad esempio, che però membro della NATO non era, perché tutti videro che li fu Tbilisi a titillare l’orso e provocarne la reazione), ovviamente l’art. 5 del Trattato istitutivo obbligherebbe tutti i membri dell’Alleanza a difendere la Lituania.

Ma davvero solo in quel caso, altrimenti se i Mistral passeggiano per il mar Baltico – che è almeno altrettanto dei russi che dei lituani, ovviamente – questa pure è una barzelletta. E, infatti, nessuno – ma proprio nessuno – lo prende sul serio… Il problema di fondo, qui – che fa cadere nel ridicolo, questo grande piccolo Stato che, nell’era sovietica era stato sicuramente schiacciato da Mosca ma in cui tanti avevano pure operosamente collaborato con Hitler in odio a Stalin – è proprio la sua fissazione contro tutto quello che è russo…

Così come per lo meno curiosa è la denuncia che, forse per non lasciare solo il suo ministro della Difesa, avanza la presidente Dalia Grybauskaite, già Commissaria europea, che denuncia come la Russia usi flussi e prezzo del suo petrolio e del gas che controlla come “strumenti di pressione anche politica”… per esempio – spiega – la Lituania paga il 30-40% in più della Germania per il gas naturale che importa dai russi[200].

E che sul prezzo influisca anche la quantità di gas che Berlino importa rispetto a Vilnius – cento volte di più – e che a negoziarle siano i governi stessi per cui se a uno dici di odiarlo o, comunque, che ti sta molto antipatico, non è che poi ci sia molto da lamentarsi, no?, se non ti fa sconti.

Cioè, la Grybauskaite denuncia – con falsa ingenuità degna davvero di miglior causa – quello che da sempre fanno tutti i governi del mono (ma anche le sette sorelle, oggi diventate qualcuna di più) nei confronti di quanti sono costretti a dipenderne per le loro importazioni. Sempre e da sempre. Basti pensare al diniego dell’import di benzina imposto all’Iran per punirlo da parte della “comunità internazionale”, cioè degli USA in realtà, ai quali l’Iran sta notoriamente antipatico…  

GRAN BRETAGNA

Proprio come per l’Italia, la dipendenza per anni da livelli molto elevati di indebitamento della spesa pubblica in deficit ha cacciato anche questo paese nella trappola del debito alto e della crescita bassa. E, visto che la crescita è stata debole anche al massimo della domanda alimentata dal debito, ora che la capacità di credito del paese è stata abbattuta la previsione adesso è quella di una crescita estremamente bassa.

La crescita aggregata diventerà così assai difficile, se non impossibile ormai, col collasso del credito privato e pubblico nei sei settori di attività che, insieme, fanno quasi il 60% dell’economia nazionale comporta implicazioni assai brutte per altri due dei settori economici principali per il paese (costruzioni e vendita di immobili) e per un terzo (i servizi finanziari) con istruzione, sanità pubblica, amministrazione e difesa necessariamente condannate alla stagnazione dalla fermata dell’espansione della spesa pubblica. E è inevitabile che la crescita così smetta di esistere, in pratica, visto che  questi sei settori insieme costituiscono il 58-60% di tutta l’economia del paese.

I segni del deterioramento economico ci sono tutti e si vedono ormai a occhio nudo (proprio come in Italia): declinano i redditi reali, qui come da noi disperatamente legati all’aumento di spese obbligate (cibo, combustibili, bollette), con l’aumento dei tassi di interesse legato al ballo di San Vito del mercato azionario e dei titoli di Stato oltre che anche del tasso di inflazione.

Ma (proprio come in Italia), se la previsione è questa di un’inevitabile crescita bassa, tutti i piani di riduzione del deficit e del debito da cui dipende la politica di governo, siccome sono essenzialmente legati alla crescita, non funzioneranno. Non potranno funzionare. Punto e basta.

Il governo ha accettato il risultato di un’inchiesta “indipendente” (di commissari da esso nominati, però) che ha raccomandato di allentare la pressione per accelerare la riforma che tende a tagliare sistematicamente i diritti all’assistenza sanitaria[201] nazionale attraverso un’accentuata e accelerata competition (la chiama così, all’inglese, proprio il rapporto; ma almeno qui in Inghilterra siamo…) “sul mercato” tra enti fornitori e medici e fornitori di materiali col rallentamento del ritmo dei cambiamenti.

L’ordine dei medici ha accolto bene la notizia e i laburisti hanno parlato con soddisfazione della svolta a U, “umiliante” dicono, della coalizione conservatrice-liberale. E i sindacati del settore pubblico hanno promesso di schierare centinaia di migliaia di lavoratori in scioperi coordinati contro i tagli “feroci” comunque programmati. 

Il numero dei cittadini che si fanno registrare come disoccupati e, dunque, ufficialmente emergono anche nelle statistiche, sale a maggio a oltre 1,4 milioni di persone, al livello maggiore dal luglio 2009. E il tasso ufficiale, così, di disoccupazione[202] degli ultimi tre mesi resta ad aprile al 7,7% che era già a marzo.

Si diffonde sempre più netta l’impressione che, con la coalizione impegnata, per i partners maggiori, i conservatori e, per i partners minori, i liberal-democratici, su un’agenda che sembra scritta dalla vecchia Thatcher deliberatamente votata allo smantellamento del settore pubblico e all’insignificanza in cui relegare i sindacati, questi saranno costretti, già a partire dalla grande giornata di fine giugno a indurire la loro opposizione.

Molto di più di quanto pensavano di dover fare solo pochi mesi fa e anche molto di più, forse, di quanto volessero fare. Ma ormai non hanno più spazi di negoziato, di discussione e possono solo organizzare la rivolta sociale. E lo faranno… Nella speranza che stavolta la gente – al dunque, spesso, gli stessi lavoratori che pure hanno contribuito la loro a dare la maggioranza ai tories – anche perché i laburisti sembravano, tutto sommato, loro fratelli slavati, però – che stavolta, si dice qui, la gente capisca un po’ meglio qual è la posta: una società sempre più diseguale; e non solo economicamente[203].

GIAPPONE

●Per superare le critiche interne al suo stesso partito democratico, e le richieste che salgono anche da esso per le sue dimissioni a causa della gestione esitante – a dir poco – del dopo tsunami, Naoto Kan, aveva prima promesso all’ex primo ministro del suo stesso partito, Yukio Hatoyama (il primo di sempre del partito democratico) assicurandogli che si sarebbe dimesso prima di fine anno dopo il passaggio della legge sulla ricostruzione e la formulazione della nuova legge di bilancio.

Poi, ha provato a rimangiarsi l’impegno e Hatoyama ha reagito affermando che un primo ministro che non può o non sa mantenere la promessa fatta a un altro primo ministro, si deve dimettere subito. A quel punto Kan, appena tornato dal G-8 a Deauville, si deve piegare alla combinazione di pressioni che arrivano dall’opposizione e dal suo stesso partito e annuncia che, per andarsene, non aspetterà più gennaio come aveva lasciato intuire ma lo farà già ad agosto[204]. D’ora in poi lavorerà solo per accelerare l’uscita dalla crisi post-sunami.

●La produzione industriale[205] in Giappone aumenta del’1% in aprile ma resta del 14% inferiore a quella di un anno fa. E’ intanto partita, come previsto, la controffensiva dei nuclearisti con in prima fila il ministro stesso dell’Industria, Banri Kaieda[206]. Sostenendo che l’economia soffrirà pesantemente se i reattori non riprenderanno a produrre presto energia, Kaieda coglie l’occasione di una sessione ministeriale speciale di studio per rilanciare il tema che sembrava sepolto una volta per tutte dalla decisione assunta quindici giorni fa dal Gabinetto stesso di fermare il funzionamento e dismettere la produzione di energia nucleare entro pochissimi anni.

Anche se non spiega perché allora non se n’è andato, magari sbattendo la porta e chiarendo il perché del proprio dissenso, invece di unire il suo voto due settimane fa a quello degli altri ministri, adesso sostiene che è necessario riprendere la produzione di energia atomica anche perché la scarsità di energia avrebbe effetti pesanti anche sulla stessa ricostruzione delle aree distrutte dal terremoto e dallo tsunami.

●Il ministero degli Esteri russo, ha reagito con fastidio[207], più che con preoccupazione – gli americani alla fine i loro limiti li conoscono… – alle recenti consultazioni tra Esteri e Difesa nippo-americane dalle quali è emerso che gli USA intendono contribuire a risolvere la disputa col Giappone sulle isole Curili, che si trascina dalla fine della II guerra mondiale, facilitando migliori rapporti tra Mosca e Tokyo.

I russi hanno dichiarato che sarebbe inappropriato, e del tutto anomalo, un qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella disputa territoriale che coinvolge il Giappone sulle isole che dividono/collegano Giappone e Russia, i Territori del Nord (il Nord giapponese come loro lo chiamano) o le isole Curili (come le chiamano i russi).

Mosca sostiene, e la cronaca-storia della II guerra mondiale le dà ragione, che quelle isole  la Russia se le è riprese con l’accordo del 1945 di cessate il fuoco della II guerra mondiale tra i due paesi, semplicemente perché essa ha vinto e il Giappone ha perso. La Russia non ha affatto gradito l’attivismo militar-diplomatico che Washington segnala di voler dispiegare come paciere tra Russia e Giappone. Ma i russi non gradiscono affatto. Facciamo da soli…

Poi, a fine giugno, Mosca propone al Giappone di sviluppare congiuntamente, con una vera e propria joint venture un importante giacimento di gas e petrolio che è stato identificato appena al largo delle coste sudorientali dell’isola Kunashiri, la più meridionale della quattro isole Curili/Territori del Nord in contenzioso. Lo ha dichiarato l’inviato speciale russo per il distretto federale dell’Estremo Oriente, Viktor Ishayev[208]. Il Giappone ha preso qualche tempo prima di comunicare la sua risposta ufficiale.

 


 

[1] The Economist, 11.6.2011.

[2] 1) New York Times, 3.6.2011, J. Calmers, Obama Hails Auto Industry’s Turnaround in Visit to Chrysler Plant Obama, visitando una fabbrica della Chrysler, saluta la svolta dell’industria dell’auto;

*N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

2) White House, trascrizione integrale  dell’intervento alla Chrysler di Toledo del presidente Obama (cfr. http://www.whitehouse.gov/blog/2011/06/03/presi dent-obama-toledo-chrysler-plant-i-placed-my-bet-you/).

[3] Paneacqua.eu, 8.6.2011, A. Gianni, La fine del berlusconismo e la ricostruzione della sinistra (cfr. http://www.pane acqua.eu/notizia.php?id=17952/).

[4] Corriere della Sera, 23.6.2011, Pil: CsC ribassa stima 2011 a +0,9%, senza riforme +0,6% 2012 (da +1,1) (cfr. http: //www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Pil-CsC-ribassa-stima-2011-riforme-2012/23-06-2011/1-A_000220165 .shtml/).

[5] Italia.News.it (MAE), 17.6.2011, Ministro Frattini firma accordo con CNT libico (cfr. http://www.italia-news.it/poli tica-c14/governo-c81/immigrati--ministro-frattini-firma-accordo-con-cnt-libico-69994.html/).

[6] IlSole 24 ore, 17.6.2011, Maroni: si può chiedere il blocco NATO in uscita dalla Libia [appunto: chiedere si può sempre…] (cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-17/maroni-chiedere-blocco-nato-132109.shtml?uuid= Aa6QsbgD/).

[7] Idem: La NATO esclude di poter fermare le imbarcazioni di migranti in partenza.

[8] IlSole 24 Ore, 23.6.2011, Frattini: tregua umanitaria in Libia (cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-23/frattini-tregua-umanitaria-libia-064015.shtml?uuid=Aa0asIiD/).

[9] Idem.

[10] New York Times, 22.6.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), Possible Cracks Emerge in NATO’s Libya Campaign—   

[11] New York Times, 28.6.2011, L. Alderman, Lagarde of France named as new head of I.M.F. La francese Lagarde designata a capo dell’FMI.

[12] Abbiamo citato tante volte, e lo facciamo ancora una volta, l’uomo più ricco o forse uno dei più ricchi d’America, del mondo cioè, Warren Buffett, che ha detto e ripetuto – non con tracotanza, va detto, non con orgoglio, anzi… – come “la guerra di classe c’è e l’ha vinta la mia, di classe” (New York Times, 26.11.2006, B. Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning’ ‘Nella guerra di classe, indovina un po’ chi è che vince?’ cfr. http://www.nytimes.com/ 2006/11/26/business/yourmoney/26every.html/).

[13] New York Times, 9.6.2011, P. Krugman, Rule by Rentiers Il governo dei redditieri.

[14] J. Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, 1936— Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, 2006.

[15] New York Times, 9.6.2011, R. Cohen, When fear Breaks Quando scoppia la paura.

[16] New York Times, 15.2.2011, T. L. Friedman, Pharaoh without a Mummy Faraone senza mummia.

[17] le Monde, 12.2.2011, Révolution post-islamiste Rivoluzione post-islamista (cfr.  http://www.lemonde.fr/idees/article/ 2011/02/12/revolution-post-islamiste_1478858_3232.html/).  

[18] Yahoo !News, 22.6.2011, Egypt Islamists ally with liberals for key election Gli islamisti egiziani formano un’alleanza con partiti liberal per le prossime ezioni parlamentari (cfr. http://en.news.maktoob.com/20090000817960/Egypt_Islamists_ liberals_form_alliance_ahead_of_polls/Article.htm/).

[19] Ahramonline, 30.6.2011, US to resume formal Muslim Brotherhood contacts Gli USA riprenderanno formalmente i contatti con la Fratellanza mussulmana (cfr. http://english.ahram.org.eg/~/NewsContent/1/64/15360/Egypt/Politics-/US-to-resume-formal-Muslim-Brotherhood-contacts.aspx/).

[20] Haaretz (Tek Aviv: dove si segue, con preoccupata attenzione da parte del governo, la decisione di ristabilire i contatti presi da Washington), 30.6.2011, N. Mozgovaya, Clinton: U.S. engagement of Muslim Brotherhood not new policy Clinton [al solito, tesa a chetare, sopire tutto quanto comunque possa preoccupare Israele]: l’impegno degli USA verso i Fratelli mussulmani non costituisce una linea nuova (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/clinton-u-s-engagement-of-muslim-brotherhood-not-new-policy-1.370482/).

[21] Yahoo!News, 1.6.2011, Egypt lifts minimum wage L’Egitto aumenta il salario minimo (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/ 20110601/wl_africa_afp/egypteconomylabourpay/).

[22] Stratfor, 16.6.2011, Egypt: Military Council Issues Law Criminalizing Certain Protests Egitto: il Consiglio militare decreta criminalizzando una serie di proteste (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110616-egypt-military-council-issues-law-criminalizing-certain-protests/).

[23] Stratfor, 28.6.2011, Egypt: U.S. Pushes To Postpone Parliamentary Elections Egitto: gli USA spingono a posporre le elezioni parlamentari (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110628-egypt-us-pushes-postpone-parliamentary-elections/).

[24] New York Times, 29.6.2011, D. Salah Amer, Intense clashes ease in Cairo Gli scontri più duri si smorzano al Cairo.

[25] Yahoo!News, 12.6.2011, J. Halaby, Jordan's king bows to demand for elected Cabinets Il re di Giordania accoglie la domanda per l‘elezione del governo (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110612/ap_on_re_mi_ea/ml_jordan_reforms/).

[26] Ahramonline.beta, 13.6.2011, Jordan Islamists sceptical about king's reform vow— Gli islamisti giordani scettici sulle promesse di riforma del re (cfr. http://english.ahram.org.eg/~/NewsContent/2/8/14187/World/Region/Jordan-Islamists-sceptical-about-kings-reform-vow-.aspx/).

[27] RoyalDish.com [è il blog della Casa reale; la nota è firmata dalla agenzia A.P.], 10.6.2011, Moroccan reform to see cut in king's powers— La riforma in Marocco taglierà i poteri del re (cfr. http://royaldish.com/index.php?topic=2948.msg327795; topicseen/).

[28] Agenzia Reuters, 17.6.2011, Morocco King to lose some powers under reforms, remain key figure Il re del Marocco con la riforma perderà alcuni poteri  ma resterà una figura chiave (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/06/17/idINIndia-577 64720110617/).

[29] Reuters, 20.6.2011, S. Karam, Moroccan trade union urges reform vote boycott Il [maggiore] sindacato del Marocco preme per il boicottaggio del voto sulla riforma (cfr. http://af.reuters.com/article/moroccoNews/idAFLDE75J1SS20110620/).

[30] New York Times, 8.6.2011, N. MacFarquhar, In Saudi Arabia, Royal Funds Buy Peace for Now In Arabia saudita, i fondi reali per ora comprano la pace.

[31] New York Times, 9.6.2011, B. de Mesquita e A. Smith, How Tyrants Endure Perché durano i tiranni.

[32] Yahoo!News, 8.6.2011, B. Ben Bouazza, Tunisia's Elections Delayed Until Oct. 23 Le elezioni in Tunisia posticipate al 23 ottobre (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110608/ap_on_re_mi_ea/ml_tunisia/).

[33] Jeune Afrique, 26.12.2000, R. Kéfi, Les dérapages de l’islamiste Le scivolate dell’islamista (cfr. http://archive.wikiwi xcom/cache/?url=http://www.jeuneafrique.com/jeune_afrique/article_jeune_afrique.asp?art_cle=LIN26123lesdr

etsima0&title=Ridha%20K%C3%A9fi%2C%20%C2%AB%C2%A0Les%20d%C3%A9rapages%20de%20l'islami

ste%C2%A0%C2%BB%2C%20Jeune%20Afrique%2C%2026%20d%C3%A9cembre%202000/).

[34] Guardian, 20.6.2011, J. Adetunji, Ben Ali sentenced to 35 years in jail Ben Ali condannato a 35 anni di galera.

[35] New York Times, 31.5.2011, edit., Bahrain’s Latest Promises Le ultimissime promesse in Bahrain.

[36] Bahrain News Agency (BNA), 16.6.2011, Shaikh Khalid bin Hamad marries daughter of Saudi Monarch— Sheick Khalid bin Hamad sposa la figlia del monarca saudita (cfr. http://www.bna.bh/portal/en/news/461140/).

[37] New York Times, 1.6.2011, P. Razoux, The New Club of Arab MonarchiesIl nuovo club delle monarchie arabe.

[38] Risk and Forecast.com, 17.6.2011, Emir threatens crackdown of acin Kuwait L’emiro minaccia di schiacciare ogni attivismo in Kuwait (cfr. http://www.riskandforecast.com/post/risk-watch/emir-threatens-activismcrackdown-in-kuwait _714 .html/).

[39] CNN, 10.6.2011, F. Townsend, Libya : NATO targeting Ghaddafi, official says Un esponente della NATO dichiara che in Libia Gheddafi è personalmente nel mirino (cfr. http://edition.cnn.com/2011/WORLD/africa/06/09/libya.gadhafi/ index.html/).

[40] Guardian, 29.6.2011, N. Hopkins, Nato reviews Libya campaign after France admits arming rebels La NATO rivede [ma che diavolo significa, rivedere?] la campagna di Libia dopo che la Francia ammette di aver armato i ribelli.

[41] WAMC, 29.6.2011, Reuters, L. Charbonneaux e H. Hassan, France defends arms airlift to Libyqn rebels La Francia difendele sue consegne di armi ai ribelli libici (cfr.  http://www.publicbroadcasting.net/wamc/news.newsmain/ article/0/0/1821869/World.News/France.defends.arms.airlift.to.Libyan.rebels/).

[42] MSN Arabia, 10.6.2011, Norway to quit Libya operation by August La Norvegia abbandona entro agosto le operazioni in Libia (cfr. http://www.arabia.msn.com/News/MiddleEast/youm7/2011/June/6530862.aspx/).

[43] Guardian, 15.6.2011, Cameron humiliates first sea lord over Libya in Commons Sulla Libia,Cameron umilia il primo lord dell’ammiragliato ai Comuni.

[44] The Telegraph, 20.6.2011, T. Harding, Future RAF missions under threat if Libyan intervention continues Le future missioni della RAF minacciate se continua l’intervento in Libia (cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/defence/858812 5/Future-RAF-missions-under-threat-if-Libyan-intervention-continues.html/).

[45] Washington Post, 10.6.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), Dutch government extends its military involvement in NATO’s campaign in Libya Il governo olandese estende il suo coinvolgimento militare nella campagna NATO in Libia (cfr. http://www.washingtonpost.com/world/middle-east/dutch-government-extends-its-military-involvement-in-natos-ca mpaign-in-libya/2011/06/10/AGFvO POH_story.html/).

[46] Cfr. più avanti, nel capitolo sugli STATI UNITI, alla Nota97.

[47] The Wichita Eagle (Kansas), 15.6.2011, S. Thomma e D. Lightman, White House defends U.S. role in Libya after lawmakers sue La Casa Bianca difende il ruolo degli USA in Libia dopo la denuncia dei deputati (cfr. http://www.kansas. com/2011/06/15/1894120/white-house-defends-us-role-in.html/).

[48] New York Times, 24.6.2011, J. Steinhouser, House spurns Obama on Libya but does not cut funds La Camera respinge seccamente l’autorizzazione a Obama sulla Libia ma non gli taglia i fondi.

[49] New York Times, 28.6.2011, N. Gvosdev e A. Stigler, Defining War in an Ill-Defined World Definire la guerra in un mondo dai confine mal definiti.

[50] New York Times, 29.6.2011, D. Greenberg, G.O.P. Vs. World I repubblicani contro il mondo.

[51] Cfr. la Tabella sulle Spese militari nel mondo, qui a fine del capitolo STATI UNITI.

[52] Le Temps (Ginevra), 8.6.2011,  “Ce régime n’a pas de solution politique” (cfr. http://www.letemps.ch/).

[53] IISS (London), The Libyan Stalemate, NATO steps up pace Lo stallo libico: la NATO accelera il passo (cfr. http://www.iiss.org/publications/strategic-comments/past-issues/volume-17-2011/june/nato-steps-up-the-pace-in-li bya/). 

[54] New York Times, 9.6.2011, Reuters, Up to 15,000 killed in Libya war: U.N. rights expert Gli esperti dell’ONU sui diritti: fino a 15.000 i morti della guerra in Libia.

[55] Feb17th.com YouthMovmt, 2.6.2011, 7,41hrs: No new contracts at all Ore 7,41: nessun nuovo contratto (cfr. http://feb17.info/news/live-libyan-unrest-explosions-were-heard-in-central-tripoli-in-the-early-hours-of-thursday-morning/). 

[56] 1) Reuters, 3.6.2011, P. Graff, Lihttp://af.reuters.com/article/investingNews/idAFJOE75F0EX20110616bya says will replace energy chief who defected La Libia annuncia di voler rimpiazzare il capo dell’ente petrolifero che ha tradito (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/06/02/idINIndia-57457820110602/).

[57] New York Times, 8.6.2011, C. Krauss, OPEC Keeps Lid on Oil Production Targets— L’OPEC tiene fermo il tetto sul target di produzione di greggio.

[58] New York Times, 10.6.2011, Saudi Arabia Defies OPEC and Raises Oil Output L’Arabia saudita sfida la decisione OPEC e aumenta la produzione di greggio.

[59] Reuters Africa, 18.6.2011, M. Golovnina, Libyan rebels out of money, West to blame: oil chief Il capo del petrolio dei ribelli libici: non abbiamo soldi, colpa dell’occidente (cfr. http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE75H01K20110618/).

[60] iHAPS (Forum internazionale di agenzie umanitarie e di aiuto),18.6.2011, Nascent talks underway to help resolve Libyan crisis-UN chief Il capo dell’ONU: iniziano i colloqui per aiutare a risolvere la crisi libica (cfr. http://reliefweb.int/node/ 420915?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+ReliefwebUpdates+%28Relief

Web+-+Latest+Updates%29/).

[61] MSNBC.com, 4.6.2011, Violent power grab feared with Yemen's wounded President Saleh in Saudi Arabia— Col presidente Saleh ricoverato in Arabia saudita si teme [da chi? alcuni temeranno… altri sperano proprio!] una presa del potere con la forza in Yemen.

[62] Stratfor-Reuters, 6.6.2011, Yemen: Opposition Calls Power Transfer To VP— L’opposizione yemenita chiede il trasferimento di poteri al VP (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110606-yemen-opposition-calls-power-transfer-vp/).

[63] New York Times, 7.6.2011, N. MacFarquahar, Yemeni leader, severely burnt, raised doubts about his burns— Il leader yemenita, severamente bruciato, solleva dubbi lui stesso sul restare al potere. 

[64] Yalibnan.co, 8.6.2011, Saudi donates 3 million barrels of crude oil to Yemen I sauditi donano 3 milioni di barili di greggio allo Yemen (cfr. http://www.yalibnan.com/2011/06/08/saudi-donates-3-million-barrels-of-crude-oil-to-yemen/).

[65] New York Times, 6.6.2011, M Mazzetti, U.S. Is Intensifying a Secret Campaign of Yemen Airstrikes Gli USA intensificano la loro campagna segreta di bombardamenti aerei sullo Yemen.

[66] Stratfor, 20.6.2011, Large Protest Demands Ouster of Saleh’s Son Vasta protesta esige la cacciata del figlio di Saleh      (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110620-yemen-thousands-demand-departure-salehs-son/).

[67] Financial Times, 26.5.2011, R. Khalaf, Loyalist elite helps Arab rulers hang on as armies fragment Mentre i loro eserciti si franmentano, una elite di lealisti aiuta i governanti arabi a restare al potere (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/594452 aa-87b5-11e0-a6de-00144feabdc0.html#axzz1OIo65GE6/).

[68] Dipartimento di Stato, 31.5.2011, Dichiarazione del portavoce Mark Toner (cfr. http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/20 11/05/164682.htm#SYRIA/).  

[69] Ne parla in questi termini all’EconomicsNewspaper.com, il 31.5.2011, Rami Abdul-Rahman (cfr. http://economics ewspaper.com/world-economics/syria-authorities-confirm-the-end-of-the-state-of-emergency-656.html/), che da Londra  dirige l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani (cfr. http://www.shril-sy.info/enshril/modules/news/index.php?story topic=3/).

[70] New York Times, 27.6.2011, A. Shadid, Syrian Opposition Meets in Damascus L’opposizione siriana si incontra [pubblicamente] a Damasco.

[71] 1) Arabnews.com, 27.6.2011, Reuters, Talks to set framework for Syrian dialogue on July 10 Colloqui per definire il quadro del dialogo in Siria al 10 luglio (cfr. http://arabnews.com/middleeast/article462848.ece/); 2) The Jerusalem Post, 27.6.2011, After their meeting, Assad to invite Syrian opposition figures for July talks Dopo il loro incontro, Assad invita per il 10 luglio esponenti [ma quali ancora non è chiaro…] dell’opposizione siriana a colloquiare (cfr. http://www.jpost.com/Video Articles/Video/Article.aspx?ID=226824&R=R1/).

[72] K. Khalifa, Elogio dell’odio, 2011, ed. Bompiani

[73] la7, 27.6.2011, L’Infedele (cfr. http://www.spettacolo.we-news.com/programmi-tv/altri-programmi-tv/10323- linfedele-puntata-27-giugno-2011-gad-lerner-la-7/).

[74] Yahoo!News, 8.6.2011, Britain, France to present Syria UN resolution Gran Bretagna e Francia presentano all’ONU una risoluzione [senza denti] contro la Siria (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/syriapoliticsunrestbritainfranceun/).

[75] Jerusalem Post, 8.6.2011, EU readies sanctions to target Syrian economic sector— L’UE appronta [forse…] sanzioni contro il settore economico siriano (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?ID=224160&R=R1&utm_ source= twitterfeed&utm_medium=twitter/).

[76] Guardian, 23.6.2011, I. Black, Turkey tells Bashar al-Assad to cease Syria repression— La Turchia dice a Bashar al-Assad di metter fine alla repressione in Siria [in realtà il messaggio è un po’ più sfumato: chiede la fine della repressione ma si appella, anche, ai rivoltosi perché misurino meglio le loro reali possibilità…].

[77] New York Times, 22.6.2011, A. Shadid, Thousands turn out for Assad Migliaia in piazza per Assad.

[78] NightWatchKGS, 15.6.2011, Syria: Assad strengthens his grip Siria: Assad stringe la presa (cfr. http://www.kforce gov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000125.aspx/).

[79] New York Times, 20.6.2011, A. Shadid, Assad Acknowledges Threats Posed by Syrian Unrest Assad riconosce la minaccia posta dai disordini in Siria.

[80] Stratfor, 27.6.2011, Opposition Makes recommendations To Stop Unrest L’opposizione avanza le sue raccomandazioni per fermare i moti (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110627-syria-opposition-makes-recommendations-stop-unrest/).

[81] New York Times, 13.6.2011, Lebanon: New Government influenced by Hezbollah—.  

[82] Dipartimento di Stato degli USA, 13.6.2011, Briefing alla stampa del portavoce Mark C. Toner, 13.6.2011 (cfr. http ://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2011/06/166063.htm#LEBANON/).

[83] Naharnet (Beirut), 17.6.2011, Hezbollah anti-terrorism act introduced Presentata legislazione [americana] anti-terrorismo Hezbollah (cfr. http://www.naharnet.com/stories/en/8486-hizbullah-anti-terrorism-act-u-s-assistance-depends-on-dismantling-hizbullah-infrastructure/).

[84] Reuters Africa, 16.6.2011, N. Sudan to accept fees to transit south's oil Il Sudan [il Nord che ne resta] accetta una tariffa per il transito del petrolio dal Sud (cfr. http://af.reuters.com/article/investingNews/id AFJOE75F0EX20110616/).

[85] Agenzia Xinhua, 14.6.2011, May Economic Figures I dati economici di maggio (cfr. http://news.xinhuanet.com/engli sh2010/special/2011-06/14/c_13928593.htm/).

[86] Forex Journal, 10.6.2011, China Trade Surplus Increases in May, but Less than Expected L’attivo commerciale della Cina aumenta a maggio ma meno delle attese (cfr. http://www.forexjournal.com/world/asia-pacifics.html/). 

[87] Stratfor, 2.6.2011, China: Political Leadership Instructed PLA To Form Closer Ties With U.S. Cina; la leadership politica ha ordinato a quella militare di formare legami più stretti con gli USA (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20 110601-china-political-leadership-instructed-pla-form-closer-ties-us/).

[88] Yahoo!News, 2.6.2011, D. de Luce, Pentagon chief denies US wants to ‘'hold China down’, worries over China’s military modernization Il capo del Pentagono nega che gli USA puntino a ‘tenere sotto la Cina’ e si preoccupa della sua modernizzazione militare (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110602/wl_asia_afp/chinausmilitarydiplomacy_20110602 112847/).

[89] Quella cinese, in realtà, non è una nuova portaerei ma – spiega alla stampa, compresi i media americani, il capo di stato maggiore generale delle Forze armate popolari di liberazione cinesi, gen. Chen Bingde – si tratta di una vecchia  portaerei sovietica varata nel 1988, la Varyag, lunga 300 m., che non venne mai completata ma messa da parte, poi messa finalmente a punto e ora venduta ai cinesi anche se non è ancora del tutto completata. Verrà adesso varata in estate e, spiega Chen, conformemente alla dottrina militare cinese strettamente difensiva non entrerà nelle acque territoriali di altri paesi. Però costituisce e rafforza l’immagine – e questo gli americani lo hanno capito subito – di un grande paese: o, meglio, di un paese che sta diventando grande. E, del quale, perciò cominciare non a preoccuparsi ma a tenere conto… Sempre (cfr. The Nanyang Post, 8.6.2011, A.F.P., PLA chief 'confirms first China aircraft carrier' Il capo dell’ APL cinese conferma che ‘la Cina ha la sua prima portaerei’ (cfr. http://www.nanyangpost.net/2011/06/pla-chief-confirms-first-china-aircraft.html/).

[90] National Public Radio (NPR), 10.6.2011, M. Kelemen, Clinton In Zambia To Woo Africa From Chinese Rivals Clinton in Zambia cerca di sedurre gli africani per opporsi ai rivali cinesi (cfr. http://www.npr.org/2011/06/11/137123249/clin ton-in-zambia-to-woo-africa-from-chinese-rivals/).

[91] Reuters, 14.6.2011, China dismisses US swipe on "colonial" role in Africa La Cina rigetta il biasimo americano sul suo ruolo “colonialista” in Africa (cfr. http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE75D0BE20110614/).

[92] New York Times, 15.6.2011, D. Cush, Sometime, Better Shut up, no?— A volte è meglio tenere la bocca chiusa, no?

[93] Nanyang Post, 9.6.2011, Vietnam PM says sea sovereignty 'incontestable' Il premier vietnamita afferma che la sovranità marittima [vietnamita] è incontestabile’ (cfr. http://www.nanyangpost.net/2011/06/vietnam-pm-says-sea-sovereignty.html/).

[94] Global Times China (Pechino), 11.6.2011, South China Sea Tensions Flare Again: Vietnam Naval Drill and China’s Claims Nel mar Cinese meridionale si riaccendono le tensioni: esercitazioni navali vietnamite e rivendicazioni cinesi (cfr. http: //china.globaltimes.cn/diplomacy/2011-06/664188.html/).

[95] InterAkSyon, 8.6.2011, PH not backing down down on territorial dispute with China— Le Filippine non mollano nella disputa territoriale con la Ciona (cfr. http://www.interaksyon.com/article/5207/ph-not-backing-down-on-terri torial-dispute-with-china/).

[96] Stratfor, 15.6.2011, U.S. Naval Update Map Mappa aggiornata della dislocazione delle forze navali americanepap agiornata dela dislocarne anveaìale USA , US naval drills in South China sea to commence mid June Le manovre navali americane nel mar cinese meridionale  cominceranno a metà giugno (cfr. http://acopswatch.blogspot.com/search?q=naval+drill/).

[97] Yahoo!News, 22.6.2011, D. Durfee, China urges U.S. to stay out of South China Sea dispute La Cina preme perché gli USA si astengano dall’interferire nella disputa del mar Cinese meridionale (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20110622/ pl_ nm/us_china_sea_dispute/).

[98] Sjna English, 26.6.2011, China, Vietnam agree to resolve maritime dispute through negotiations— Cina e Vietnam concordano nel voler risolvere la loro disputa marittima attraverso il negoziato (cfr. http://english.sina.com/china/2011/0626/ 378989.html/).

[99] Yahoo!News, 23.7.2011, Manila: US obliged to defend Filipinos in Spratlys— Gli USA sono obbligati a difendere i filippini nelle Spratly (cfr. http://ph.news.yahoo.com/manila-us-obliged-defend-filipinos-spratlys-091124363.html/).

[100] Testo integrale del Trattato del 1951 USA-Filippine in cfr. http://avalon.law.yale.edu/20th_century/phil001.asp/.

[101] Interfax Europe, 1.6.2011, Shmatko, Chinese Vice Premier Wang Qishan tour energy sites in Udmurtia Shmatko [ministro dell’Energia russo] e il vice premier cinese Wang Qishan visitano i siti energetici dell’Udmurtia (cfr. http://www.inter fax .co.uk/russia-cis-energy-news-bulletins-in-english/shmatko-chinese-vice-premier-wang-qishan-tour-energy-sites-in-udmurtia-2/).

[102] China.org.cn, 3.6.2011, China, Italy sign deals worth $3.3b— Cina e Italia firmano accordi per 3,3 miliardi di € (cfr. http:// www.china.org.cn/world/2011-06/04/content_22714876.htm/).

[103] Guardian, 27.6.2011, H. Dongfang, China's main union is yet to earn its job Il principale sindacato cinese deve ancora guadagnarsi il salario. L’intervento cui è stato dato in inglese un titolo che ne tradisce il senso principale (che ormai bisogna aprire ai sindacati cinesi) è stato anche riprodotto, in cinese, sul China Labour Bulletin che, on-line (cfr. http://www.clb.org.hk/chi/) viene potenzialmente letto dai quasi 457 milioni di internauti che ormai in Cina ci sono il record assoluto nel mondo), ai quali se ne aggiungono altri 300 che vi accedono direttamente via telefono cellulare (New York Times, 23.6.2011, Y. Hua, The Spirit of May 35th Lo spirito del 35 maggio).

[104] New York Times, 29.6.2011, C. Hutzler (A.P.), As China Communist Party turns 90, a debate erupts Scoppia il dibattito ora che il partito comunista di Cina arriva a 90 anni.

[105] New York Times, 30.6.2011, Minxin pei, Great Party, but Where's the Communism? Grande partito, sì… ma dov’è il comunismo?

[106] The Economist, 4.6.2011.

[107] Yahoo!News, 1.6.2011, Brazil approves huge Amazon power plant Il Brasile approva un grande impianto idroelettrico nelle Amazzoni (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110601/sc_afp/brazilenvironmentenergy/).

[108] Guardian, 6.6.2011, R. Carroll, Leftwinger Ollanta Humala's narrow win in Peru unnerves markets Il sinistrorso Ollanta Humala vince di stretta misura in Perù innervosendo i mercati [la borsa crolla del 12% in un giorno e molti prevedono fuga di capitali, sciopero degli investimenti ecc., ecc.: proprio le misure che costringerebbero a un irrigidimento “a sinistra” (controllo dei cambi, blocco dei conti bancari, divieto all’export di capitali, ecc.) della gestione economica del nuovo governo… Uno scenario tante volte già visto, no?].

[109] Stratfor, 9.6.2011, Peru: President elect Promises Stability for Investors Il presidente eletto del Perù promette stabilità per chi investe (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110609-peru-president-elect-promises-stability-investors/).

[110] Guardian, 6.6.2011, M. Weisbrot, Ollanta Humala's win is a promise to Peru's poor La vittoria di Ollanta Humala è una promessa ai poveri del Perù.

[111] The Economist, 4.6.2011.

[112] Xinhua, 16.6.2011, India's inflation rises to 9.06% in May— L’inflazione in india sale a maggio al 9,06% (cfr. http://cs.xin huanet.com/english/ei/201106/t20110614_2926094.html/).

[113] EUROSTAT, 31.5.2011, #76/2011, Euro area unemployment rate at 9.9%— Il tasso di disoccupazione nell’eurozona al 9,9% (cfr.  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-31052011-BP/EN/3-31052011-BP-EN.PDF/).

[114] 1) The Economist, 4.6.2011; 2) EUROSTAT, 31.5.2011, #75/2011, Euro area inflation estimated at 2.7%— L’inflazione nell’eurozona stimata al 2,7% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31052011-AP/EN/2-31052011-AP-EN.PDF/).

[115] EUROSTAT, 8.6.2011, #79.2011, 1st quarter Euro area GDP and EU27 GDP up by 0.8%— Il PIL dell’eurozona e quello della UE a 27 salgono dello 0,8% nel primo trimestre (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-08062011-AP/EN/2-08062011-AP-EN.PDF/).

[116] New York Times, 24.6.2011, S. Castle e J, Ewing, Europe’s Leaders Endorse Draghi as E.C.B. Chief I leaders europei nominano Draghi a capo della BCE.

By STEPHEN CASTLE and JACK EWING

Published: June 24, 2011

 

[117] News Bulletin – Société Générale Private Banking, 6.6.2011, ECB’s Bini Smaghi lays out the case against Greek forced payment by private banks Bini Smaghi, della BCE, delinea il caso contro pagamenti forzati per la Grecia da parte del sistema bancario privato (cfr. http://www.privatebanking.societegenerale.com/index.php?id=52&L=0/).

[118] New York Times, 8.6.2011, M. Saltmarsh, Germany proposes 7-year extension on Greek bonds La Germania propone una dilazione settennale per i bonds greci.

[119] New York Times, 17.6.2011, A. Cowell e J. Dempsey, Germany Says Creditors Can Be Shielded in Greek Bailout La Germania dice che i creditori potranno essere protetti dal partecipare per forza al salvataggio

[120] New York Times, 13.6.2011, L. Thomas e C. Hauser, Agency Cuts Greece’s Debt Rating Again Agenzia [di rating] taglia ancora una volta la valutazione del debito della Grecia.   

[121] Der Dpiegel, 6.6.2011, Finanzcrise in Griekenland-Paris giftet gegen Merkels Alleingänge— La crisi finanziaria in Grecia-Parigi è arrabbiatissima contro l’unilateralismo della Merkel (cfr. http://www.spiegel.de/politik/deutschland/0,1518,768 752,00.html#ref=rss/). 

[122] A. Andreou, Democracy vs Mythology: The Battle in Syntagma Square— Democrazia contro mitologia: la battaglia di piazza Syntagma, 18.6.2011 (cfr. http://sturdyblog.wordpress.com/2011/06/18/democracy-vs-mythology-the-battle-in-syntagma-square/).

[124] BBC, 16.6.2011, Newsnight (cfr. http://en-gb.facebook.com/note.php?note_id=10150273811260067&comments/).

[125] CNBC, 2.6.2011, ECB's Trichet Suggests Creation of Euro Finance MinistryTrichet, della BCE, suggerisce la creazione di un ministero delle Finanze dell’Euro [bé…, non proprio: al massimo solo se, prima di crearlo, lo castrano] (cfr. http://www.cnbc.com/id/43248806/).

[126] Il Sole 24 Ore, 2.6.2011, Intervista a Jurgen Stark, di B. Romano, Stark: Le banche aiutino Atene” [senza obblighi, però, solo volontariamente…] (cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-06-01/stark-banche-aiutino-atene-225606.shtml?uuid=Aa6KdXcD/).

[127] TimesColonist.com, 2.6.2011, L. Papadimas e S. Suoninen, EU agrees on new Greece bailout— L’Unione europea concorda un nuovo piano di salvataggio per la Grecia (cfr. http://www.timescolonist.com/story_print.html?id=4882391 &sponsor=/).

[128] Quote,com, 8.6.2011, ELSTAT, Greek unemployment jumps to new record of 16.2 per cent I senza lavoro in Grecia si impennano al nuovo record del 16,2% (cfr. http://www.quote.com/news/story.action?id=KRO159e0829/).

[129] Guardian, 17.6.2011, H. Smith, Greece’s new finance minister faces unenviable task— Il nuovo ministro delle Finanze greco di fonte a una missione non invidiabile.

[130] New York Times, 14.6.2011, Reuters, Soros: Time Working Against Euro Zone Solution Soros: il tempo lavora contro una soluzione per l’eurozona.

[131] New York Times, R. Donadio e N. Kitsantonis, Greek Parliament Passes Critical Confidence Vote Il parlamento greco vota una fiducia criritca al governo.

[132] New York Times, 14.6.2011, S. Castle, Mario Draghi Holds E.C.B. Line Against Restructuring for Greece Mario Draghi tiene il fronte della BCE contro la ristrutturazione [del debito] della Grecia.  

[133] Globe and Mail (Toronto) , 28.6.2011, S. Goncalves e A. Khalip, Portuguese plan aims to meet austerity goals Il piano portoghese punta a far fronte agli obiettivi dell’austerità (cfr. http://m.theglobeandmail.com/report-on-business/interna tional-news/european/portuguese-plan-aims-to-meet-austerity-goals/article2078854/?service=mobile/).

[134] Guardian, 13.6.2011, C. Letzsch, Erdogan triumphs in Turkey elections—.

[135] El Pais, 9.6.2011, El Gobierno aceptará cambios en la reforma de los convenios [—contratti di lavoro] durante su paso por el Congreso (cfr. http://www.elpais.com/articulo/economia/Gobierno/aceptara/cambios/reforma/convenios/duran te/paso/Congreso/elpepueco/20110609elpepueco_10/Tes/).   

[136] Agenzia France Presse (A.F.P.), 16.6.2011, Spanish public debt hits 13 yrs high at GDP 63% Il debito pubblico ispanico tocca il massimo da 13 anni col 63% del PIL (cfr. filesatweb.com/2011/06/17/spanish-public-debt-hits-13-year-high-afp/).

[137] Interfax Ukraine, 2.6.2011, Russia views EU measures against Belarus as counterproductive - envoy—  L’ambasciatore [russo alla UE] - La Russia considera controproducenti le misure della UE contro la Bielorussia (cfr. http://www. kyivpost.com/ news/russia/detail/105829/).

[138] Agenzia RIA Novosti, 9.6.2011, Russia cuts electricity supply to Belarus La Russia taglia la fornitura di energia elettrica alla Bielorussia (cfr. http://en.rian.ru/images/16452/11/164521196.jpg/).

[139] Stratfor, 9.6.2011, Belarus: $1 Billion Loan to be received from Russian tycoon Bielorusia: un prestito da un miliardo di $ ricevuto da un oligarca russo (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110608-belarus-1-billion-loan -be-received/).

[140] Telegraf.by, 9.6.2011, Belarus and EurAsEs Signed Loan Agreement Bielorussia e EurAsEs firmano l’accordo sul prestito (cfr. http://telegraf.by/print/2011/06/belarus_and_eurases_signed_loan_agreement.html/).

[141] ITAR-Tass, 13.6.2011, Russia restores electric power exports to Belarus in full La Russia ripristina l’export di energia elettrica in Bielorussia (cfr. http://www.itar-tass.com/en/c32/163618.html/).

[142] RIA Novosti, 16.6.2011, China's Eximbank to give Belarus $1 bln loan La Eximbank di Cina presterà 1 miliardo di $ alla Bielorussia (cfr. http://en.rian.ru/business/20110614/164604728.html/).

[143] Stratfor, 21.6.2011, Russia: Company To Stop Electricity Export to Belarus Russia: la compagnia elettrica interrompe la fornitura di energia elettrica alla Bielorussia (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110622-russia-belarus-defer-electrici ty-bill-june-27/).

[144] RIA Novosti, 29.6.2011, Russia cuts off electricity supply to Belarus over debt La Russia taglia la fornitura di elettricità alla Bielorussia per i debiti non pagati (cfr. http://en.rian.ru/trend/belarus_debt_electicity_2011/).

[145] Acopswatch.com, 14.6.2011, Russia: U.S-Ukraine Joint Black Sea Exercise Is No Threat-Ukraine— Russia-Ucraina:  le esercitazioni militari navali del mar Nero non sono una minaccia (cfr. http://acop swatch.blogspot.com/2011/06/whats-going-on-in-world-today-110615.html/).

[146] Kiev Ukraine News Blog, 10.6.2011, Ukraine: PM says my break gas contract with Russia Il premier ucraino afferma di poter rompere il contratto con la Russia (cfr. http://news.kievukraine.info/).

[147] Voice of Russia, 8.6.2011, Y. Isakova, Russia, Norway seal Arctic border deal— Russia e Norvegia firmano un loro trattato sui confini artici (cfr. http://english.ruvr.ru/2011/06/07/51424011.html/).

[148] Economist Intelligence Unit, 24.5.2011, The political scene: the prime minister advocates paternalism La scena politica: il primo ministro promuove il paternalismo [unico problema: secondo questi soloni da 5.000 sterline al mese ‘paternalismo’ è termine unanimemente esecrato… ma non capiscono un piffero: da loro come da noi, se uno si sente solo, comunque, il ‘paternalismo’ lo apprezza] (cfr. http://store.eiu.com/product/50000205RU/i1498125334/wf-ssb-issues-articles.html/)

   [149] New York Times, 13.6.2011, D. Brooks, Pundit under protestIo, guru che protesta.

[150] 1) New York Times, 3.6.2011, C. Rampell, Hiring in U.S. Slowed in May With 54,000 Jobs Added In America, a maggio, le assunzioni rallentano con solo 54.000 nuovi posti di lavoro; 2) Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics, USDL-11-0809, Employment Report, 3.6.2011 (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); 3) Economic Policy Institute, (EPI), Washington, D.C., Unemployment increases, recovery on pause Disoccupazione in aumento e ripresa in stallo (cfr. http://www.epi.org/quick_takes/entry/unemployment_increases_recovery_on_pause/).

[151] Esplicita la valutazione politica – che alla fine chi vince in Iraq è davvero …l’Iran – che è ormai diffusa e di recente articolatamente e documentatamente motivata dal prof. David Clark, dell’autorevole, e “amanicatissimo”, Institute for Near East & Gulf Military Analysis Istituto di analisi militare del Medioriente e del Golfo (INEGMA) di Dubai, in EURASIA Review, 3.5.2011, Will Iran’s Influence In Iraq Wax Or Wane?-Analysis— L’influebnza in Iraq dell’Iran in crescita o in calo? (cfr. http://www.eurasiareview.com/will-irans-influence-in-iraq-wax-or-wane-analysis-03052011/).

[152] Che non calcola neanche le vittime non “immediate”, quelle dovute non direttamente alle bombe ma alla fame, alla miseria, alla violenza che la guerra semina— ad esempio i cinque anni di sanzioni che hanno sottratto prima dell’invasione del 2003 all’Iraq l’accesso anche, e perfino, al mercato internazionale di moltissimi farmaci, secondo alcuni conti è costato tra bambini e vecchi di quel paese almeno altri 4-500 mila morti: calcola solo le morti confermate e “soffre” del fatto che è scelta politica americana e anche del governo iracheno quela di non contare i morti nemici o presunti tali (cfr. http://www.iraqbodycount.org/).

[153] GlobalSecurity.org li conta alla fine di maggio 2011 a questa cifra ufficiale (cfr. http://www.globalsecurity.org/milita ry/ops/iraq_casualties.htm/).

[154] Washington Post, 5.9.2010, J. Stiglitz e L.J. Bilmes, The true cost of the Iraq war: 3 billion $... and beyond—  Il costo reale della guerra di Iraq: 3 miliardi di $... e oltre (cfr. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/09/03/AR 2010090302200.html/).

[155] NightwatchKGS, 15.6.2011, Maliki: no Gis after end of 2011— Maliki: nessun GI dopo la fine del 2011 (cfr. http:// www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000125.aspx/).

[156] Yahoo!News, 15.6.2011, M. Ibrahim, US troops should stay in Iraq: Iraq governor Le truppe americane dovrebbero restare in Iraq, dice un governatore (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110615/wl_mideast_afp/iraquspoliticsmilitary_ 20 110615153206/).

[157] Trend, 23.6.2011, Small U.S. force to stay in Iraq after 2011 deadline Un piccolo contingente di forze statunitensi resterà in Iraq dopo la scadenza del 2011 (cfr. http://en.trend.az/regions/met/iraq/1895796.html/).

[158] Reuters Africa, 3.6.2011, Iran Oil minister nominee ‘worst choice’ for job-lawmakers Commission president Il ministro designato del Petrolio è “la scelta peggiore” possibile-dice il presidente della Commissione parlamentare (cfr. http://af. reuters.com/article/idAFLDE7520P620110603/).

[159] Pakistan Today, 27.3.2011, Reuters, Iranian parliament summons Ahmadinejad for questioning Il parlamento convoca Ahmadinejad per interrogarlo (cfr. http://www.pakistantoday.com.pk/2011/06/iranian-parliament-summons-ahma dinejad-for-questioning/).

[160] All Voice, 28.6.2011, M. Abd el Fattah, Iranian parliament calls Ahmadinejad for questioning, and then postpones its call Il parlamento iraniano convoca Ahmadinejad per interrogarlo e, poi, ne pospone la convocazione (cfr.  http://www.all voices.com/contributed-news/9522744-iranian-parliament-calls-ahmadinejad-for-questioning/).

[161] Guardian, 29.6.2011, J. Burke, Riyadh will build nuclear weapons if Iran gets them, Saudi prince warns— Principe saudita avverte: se l’Iran le otterrà, Riyād costruirà sue armi nucleari.

[162] Kuwait News Agency (KUNA), 29.6.2011, Iran seeks to thaw ties with Saudi Arabia L’Iran cecra di migliorare i rapporti con l’Arabia saudita (cfr.  http://www.kuna.net.kw/NewsAgenciesPublicSite/ArticleDetails.aspx?id=2176960& Language=en/).

[163] Voice of Russia & Agenzia Bloomberg, 3.6.2011, Lavrov speaks for Russia about global politics Lavrov parla della Russia sulle questioni della politica globale (cfr. http://english.ruvr.ru/2011/06/03/51235651.html/).

[164] AllVoices.com, 16. 6.2011, Reuters, Ayman al Zawahiri Will Fail As The New Leader Of Al Qaeda, Say Anti-Terrorism Experts Aiman al-Zawahiri fallirà come nuovo capo di al-Qaeda, dicono esperti dell’antiterrorismo [americani] (cfr. http://www.allvoices.com/contributed-news/9415240-ayman-al-zawahiri-will-fail-as-the-new-leader-of-al-qaeda-says-terrorism-experts/).

[165] Il nobilissimo cartiglio del 4 luglio 1776 che, scritto principalmente da colui che sarebbe poi divenuto il terzo presidente americano e primo fondatore della nazione, Thomas  Jefferson,  inizia col famoso “quando nel corso degli umani eventi… dove, però, quasi tutti i firmatari che proclamavano questi elevatissimi e sacrosanti principi – Thomas Jefferson, Ben Franklin, John Adams… in tutto 56 – erano anche, e come, proprietari di schiavi… a proposito dell’evidenza che tutti gli uomini sono creati uguali… meno qualcuno però)…

[166] E’ la definizione che ne dà il dipartimento di Stato americano, nel suo Rapporto sui diritti umani in israele e nei Territori occupati dell’8.4.2011 (cfr. http://www.state.gov/g/drl/rls/hrrpt/2010/nea/154463.htm/).

[167] Assemblea generale delle Nazioni Unite, 2185a sessione plenaria, 30.11.1973, Risoluzione no. 3068/XXVIII, Convenzione internazionale per la soppressione e la punizione del crimine di Apartheid (cfr. http://daccess-dds-ny.un. org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/281/40/IMG/NR028140.pdf?OpenElement/).

[168] Financial Times, 3.5.2011, edit., A chance to shape Middle East events Un’occasione per ridisegnare quel che avverrà in Medioriente (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/34a9f88a-75b5-11e0-80d5-00144feabdc0.html#axzz1OaPLzqMs/).

[169] 1) New York Times, 3.6.2011, E. Bronner, Former spy chief questions Israeli leaders’ judgement Ex capo dello spionaggio di Israele mette in dubbio la capacità di giudizio dei leaders del paese; 2) Guardian, 3.6.2011, C. Urquhart, Israel government ‘reckless and irresponsible’, says ex-Mossad chief Il governo di Israele ètemerario  e irresponsabile’.

[170] The New Yorker, 6.6.2011, S. Hersh, Iran and the Bomb (cfr. http://www.newyorker.com/reporting/2011/06/06/ 110606fa_fact_hersh/).

[171] Guardian, 1.6.2011, D. Walsh, Pakistan still reeling one month after raid that killed Osama bin Laden Il Pakistan ancora vacilla, un mese dopo il raid che ha ammazzato Osama bin Laden.

[172] New York Times, 14.6.2011, E. Schmitt e M. Mazzetti, Pakistan Arrests CIA Informants in bin Laden’s Raid I Pakistani arrestano [e fanno scomparire…] gli informatori della CiA nel raid contro bin Laden.

[173] NightWatchKGS, 26.6.2011, Strategic cooperation agreement Iran-Pakistan inked— Firmato accordo di cooperazione strategica tra Iran e Pakistan (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/ NightWatch_1100 00 132.aspx/).

[174] Guardian, 2.6.2011, J. Burke, Making peace with the Taliban? UN pressed to lift Afghan sanctions Fare la pace coi talebani? Pressioni sull’ONU per togliere le sanzioni afgane.

[175] Guardian, 7.6.2011, J. Boone, Russia 'key player' in move towards Afghanistan Taliban talks La Russia ha in mano il pallino che può consentire il colloquio tra governo afgano e talebani.

[176] Stratfor, 16.6.2011, Russia: No Objection to Splitting Taliban from al-Qaeda Sanctions Nessuna obiezione a decidere le sanzioni contro i talebani da quelle contro al-Qaeda (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110616-russia-no-objection-splitting-taliban-al-qaeda-sanctions/).

[177] Yahoo!News, 17.6.2011, US splits al-Qaeda and Taliban on sanctions list— Gli USA distinguono tra al-Qaeda e i talebani sulla lista delle sanzioni (cfr.  http://news.yahoo.com/s/afp/20110617/wl_sthasia_afp/afghanistanunrestunsanc tionstalibanqaeda_20110617210033/).

[178] New York Times, 2.6.2011, A. Marlowe, A heritage in Ruins Un retaggio in rovine.

[179] New York Times, 5.6.2011, D.E. Sanger, E,. Schmitt e T. Shanker,  Steeper Pullout Is Raised as Option for Afghanistan— Un’uscita più rapida dall’Afganistan emerge ormai come opzione concreta.

[180] The Turkish Weekly, 15.6.2011, Kazakhstan's Parliament Rejects NATO Deal on Afghanistan— Il parlamento del Kazakistan respinge l’accordo con la NATO per inviare un contingente in Afganistan (cfr. http://www.turkishweekly.net news/ 116279/kazakhstan-39-s-parliament-rejects-nato-deal-on-afghanistan.html/).

[181] Ma è poi Obama stesso a forzare, annunciando (le decisioni operative in campi come questo, qui, sono solo del presidente: il Congresso ha immensi poteri ma, di fatto, di contrastare e bloccare, non di far fare, qualcosa: e in campo militare anche meno, pure se conta, ovviamente.

   Ma il presidente, stavolta – se, nel dichiarare che entro fine 2012 se ne andranno, comunque, dal paese occupato (secondo altri liberato…) 33.000 GIs, fa sul serio (anche se assai lentamente: per proseguire nel capitolo degli addii che non finiscono mai) e cambia rotta stavolta dando retta davvero al VP Biden e non alla Clinton – è soprattutto dell’ostilità dei suoi alti gradi militari che si deve preoccupare: temono tutti, pare, se costretti ad allentare la pressione di “perdere l’Afganistan”. Come se poi fosse loro, l’Afganistan… e come se finora, dopo undici anni di occupazione e bombe lo controllassero loro… (New York Times, 22.6.2011, H. Cooper e M. Landler, Obama Opts for Faster Afghan Pullout Obama opta per un ritiro più rapido dall’Afganistan).

[182] Fars News Agency (Teheran) 22.6.2011, Former FM Calls for Referendum on US Military Presence in Kyrgyzstan— Ex  ministro degli Esteri vuole un referendum sulla presenza militare americana in Kirghizistan (cfr. http://english.farsnews.com/ newstext.php?nn=9004010700/).

[183] Anche se Hillary Clinton è sembrata recalcitrare fino all’ultimo, e oltre, costretta poi, sembra, a rassegnarsi al negoziato dai militari (che vogliono gestire loro l’uscita, molto più graduale però, ma sanno ormai comunque di dover uscire: se l’è fatto scappare – e non a caso: 23.000 GI’s in meno entro la prossima estate e altri 10.000 a fine 2012 sono troppi, secondo lui – l’amm. Mike Mullen, capo dei capi di stato maggiore: Guardian, 23.6.2011, E. MacAskill, America’s top commander says US troop withdrawals are risky Il comandane in capo delle truppe americane dice che il loro ritiro è rischioso) e dal presidente (che vuole, come s’è visto, accelerare un po’ i tempi). Infatti, la segretaria di Stato ha detto al New York Times, 23.6.2011, CBS News, Clinton: Taliban talks unpleasant but necessary— La Clinton: i negoziati coi talebani sono una spiacevole necessità

[184] Gen H. Gul, In session with Shaid Rashid Intervista con Said Rashid, 19.6.2011 (cfr. http://www.siasat.pk/ forum/showthread.php?70024-Insession-19th-June-2011-Shaikh-Rasheed-amp-Gen-Hameed-Gul-Pak-US-Relati onship/).

[185] The Express Tribune (Karachi), 14.6.2011, US establishes contact with Mullah Omar Gli USA stabiliscono il contatto con Mullah Omar (cfr. http://tribune.com.pk/story/188610/us-establishes-contact-with-mullah-omar/).

[186] New York Times, 18.6.2011, R. Nordland, Karzai Takes Another Shot at NATO Coalition Over Motives— Karzai spara ancora a zero sulla coalizione NATO e I  motivi che la animano.

[187] 1) Stratfor, 2.6.2011, Russia nuclear arsenal below levels required by new START - Report L’arsenale nucleare russo [anticipatamente] sotto il livello richiesto dal nuovo trattato START, informa un nuovo Rapporto (cfr. http://www.stratfor.com/sit rep/20110602-russia-nuclear-arsenal-below-levels-required-new-start-report; 2) White House, 26.3.2010, Fact Sheet on the New START Treaty I fatti sul nuovo Trattato START (cfr. http://www.whitehouse. gov/the-press-office/key-facts-about -new-start-treaty/).

[188] New York Times, 15.6.2011, J Dempsey e D. Bilefsky, Czechs, Disliking Role, Pull Out of U.S. Missile Defense Project I cechi, scontenti del ruolo, si ritirano dal progetto di difesa missilistico americano.

[189] The Voice of Russia, 17.6.2011, US won't sign AMD limitation treaty Gli USA non firmeranno un trattato che limiti le difese antimissilistiche (cfr. http://english.ruvr.ru/2011/06/17/51942237.html/).

   [190] Focus News Agency (Sofia), 21.6.2011, Viktor Yanukovich: Ukraine will not take part in the European missile   

   defense— V. Y.: l’Ucraina non prenderà parte alla difesa missilistica europea (cfr. http://focus-fen.net/?id=.n252837/). 

[191] Stratfor, 16.6.2011, Latvia: Russia’s Occupation Of Georgian Territories Recognized Lettonia: riconosciuta l’occupazione russa di territori georgiani (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110616-latvia-russias-occupatio n-georgian-territories-recognized/).

[192] RIA Novosti, 15.6.2011, SCO slams U.S. missile defense plans La SCO attacca i piani di difesa missilistica americani (cfr. http://en.rian.ru/world/20110615/164624238.html/).

[193] The Hindu, 18.6.2011, V. Radyuhin, SCO: 10 years of evolution and impact Dieci anni di evoluzione e di impatto per la SCO (cfr. http://www.thehindu.com/opinion/lead/article2101857.ece?service=mobile/).

[194] MSNBC/Europe, 10.6.2011, Gates blasts NATO Gates condanna la NATO (cfr. http://www.msnbc.msn.com/id/43351 604/ns/world_news-europe/t/gates-blasts-nato/).

[195] Al Arabiya News, 10.6.2011, D. Al Shibeeb, Outgoing US Defense Secretary Gates blasts NATO, questions future of alliance L’uscente segretario americano alla Difesa Gates condanna la NATO e mette in dubbio il futuro dell’alleanza (cfr. http: //english.alarabiya.net/articles/2011/06/10/152679.html/).

[195] RIA Novosti, 15.6.2011, SCO slams U.S. missile defense plans La SCO attacca i piani di difesa missilistica americani (cfr. http://en.rian.ru/world/20110615/164624238.html/).

[195] The Hindu, 18.6.2011, V. Radyuhin, SCO: 10 years of evolution and impact Dieci anni di evoluzione e di impatto per la SCO (cfr. http://www.thehindu.com/opinion/lead/article2101857.ece?service=mobile/).

[195] MSNBC/Europe, 10.6.2011, Gates blasts NATO Gates condanna la NATO (cfr. http://www.msnbc.msn.com/id/43351 604/ns/world_news-europe/t/gates-blasts-nato/).

[195] Al Arabiya News, 10.6.2011, D. Al Shibeeb, Outgoing US Defense Secretary Gates blasts NATO, questions future of alliance— L’uscente segretario /2011/06/10/152679.html/).

[196] DESTATIS, 10.6.2011, Preisindizes Veränderungsraten zum Vorjahresmonat in %­­— Percentuale di aumento dell’inflazione nel mese passato (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/DE/Content/Sta tistiken/Zeitreihen/WirtschaftAktuell/Preise/Content100/pre110j,templateId=renderPrint.psml/).

[197] Bloomberg, 10.6.2011, S. O’Donnell, Bundesbank Raises 2011 Growth Forecast for Germany to 3.1% La Bundesbank aumenta le previsioni di crescita 2011 in Germania del 3,1% (cfr. http://www.bloomberg.com/apps/news?pid= 2065101&sid=aTurMpk29JAw/).

[198] NATO News Blog, 17.6.2011, France inks deal to sell Russia $1.52 bln warships despite NATO concerns La Francia perfeziona la firma del contratto di vendita ai russi di navi da guerra malgrado le riserve NATO (cfr. http://www.acus. org/natosource/france-inks-deal-sell-russia-152-bln-warships-despite-nato-concerns/).  

[199] Rustavi2 (Tbilisi), 25.6.2011, Latvia will require compensation from NATO La Lituania chiederà compensazioni (sic!) alla NATO (cfr. http://www.rustavi2.com/news/news_text.php?id_news=42124&im=main&ct=25/).

[200] Stratfor, 22.6.2011, Lithuania: Russia Uses Energy For Pressure, Cannot Be Trusted-President La presidente: la Russia usa l’’energia per fare pressioni e perciò non possiamo fidarcene (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110622-lithua nia-russia-uses-energy-pressure-cannot-be-trusted-president/).

[201] The Economist, 18.6.2011.

[202] The Economist, 18.6.2011.

[203] Guardian, 27.6.2011, P. Lazenby, Britain's unions face a battle for survival I sindacati britannici e la battaglia per la propria sopravvivenza.

[204] Kyodo News, 7. 6.2011, DPJ eyeing election to pick Kan's successor in early July Il partito democratico giapponese sceglierà ai primi di luglio il successore di Kan (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/2011/06/95779.html/).

[205] The Economist, 4.6.2011.

[206] FoxBusiness, 9.6.2011, M. Obe, Japan Kaieda: ‘Severe’ Economic Impact If Nuclear Plants Don't Come Back Online Un duro impatto sull’economia se i reattori nucleari non tornano a regime pieno, dice il [ministro] Kaieda (cfr. http://www.foxbusiness.com/industries/2011/06/09/japan-kaieda-severe-economic-impact-if-nuclear-plants-dont-come-back-online/#ixzz1PGV2sKL4/).

[207] RIA Novosti, 23.6.2011, Moscow irked by U.S. role in territorial dispute with Japan Mosca irritata dal ruolo che gli USA vorrebbero svolgere nella loro disputa territoriale col Giappone (cfr. http://en.rian.ru/russia/20110623/164787523.html/).

[208] FuelFix, 28.6.2011, Reuters, Russia to propose Japan joint oil, gas project near disputed islands La Russia propone al Giappone lo sviluppo comune in vicinanza delle isole del contenzioso reciproco di un progetto di sviluppo di gas e petrolio (cfr. http://fuelfix.com/blog/2011/06/28/update-1-russia-to-propose-joint-oil-gas-project-near-disputed-islands-nikkei/).