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     07. Nota congiunturale - luglio 2010      

  

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01.07.2010

 

Angelo Gennari

 

  

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc265698579 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc265698580 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc265698581 \h 4

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc265698582 \h 10

EUROPA.. PAGEREF _Toc265698583 \h 12

STATI UNITI. PAGEREF _Toc265698584 \h 30

GERMANIA.. PAGEREF _Toc265698585 \h 55

FRANCIA.. PAGEREF _Toc265698586 \h 58

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc265698587 \h 58

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc265698588 \h 62


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Ma qual è, oggi, la politica economica più corretta per tirarsi fuori dalla crisi? Per l’Europa ed il mondo, il cosiddetto Terzo mondo, lasciando da parte per ora – ma dopo essere partiti da lì – gli Stati Uniti d’America…

Quando, quasi mezzo secolo fa, cominciammo a lasciarci intrigare dai grovigli più o meno misteriosi delle cose economiche, un sistema economico come il nostro, di libero cosiddetto mercato, o a capitalismo liberale se volete, funzionava facendo crescere il prodotto interno lordo e con imprese che lavoravano a fare profitti. Non sembra più essere questa la regola. La Goldman Sachs, uno dei maggiori istituti bancari al mondo, esibisce ai vertici un presidente-amministratore delegato come Lloyd Blankfein che ha portato sull’orlo del fallimento la sua azienda.

E che, poi, è stato salvato solo dall’elemosina della Fed e del Tesoro e ha preteso di andare a spiegare a un’incredula (e ipocrita, però…) Commissione congressuale perché avesse diritto a 8 milioni di $ di bonus, come lo chiamano qui, di premio di produzione cioè, per il 2009, l’anno del disastro. Che, poi, regolarmente ha incamerato, in quanto ovviamente le perdite sono pubbliche e i profitti, come i bonus, comunque restano rigorosamente privati… e privatamente decisi.

In realtà sono gran parte dei multimilionari che stanno a Wall Street che, in base alle regole di cinquant’anni fa, starebbero in lista di disoccupazione se le regole fossero sempre quelle di cinquant’anni fa dovrebbero oggi essere messi di diritto in lista di disoccupazione se non li avesse aiutati lo Stato assistenziale proprio come sarebbe tenuto a fare coi manovali disoccupati.

Ma l’andazzo è ormai questo: gli orgogliosi alfieri del capitalismo non si vergognano neanche un po’ a farsi aiutare, sussidiare, sovvenzionare dalle trattenute e dalle tasse pagate da quel manovale. Lo svela il NYT[1], citando ricerche ponderose della Deutsche Bank: sarebbe ora che “i paesi dell’eurozona imparassero le valide lezioni emergenti dalle esperienze dei paesi baltici negli ultimi anni: che hanno superato drastici consolidamenti dei loro bilanci – così, “consolidamenti”, gli ipocriti chiamano i tagli alla spesa sociale – senza svalutare le loro valute”. E aiutato, così, i loro capitalisti a riprendersi…

E’ proprio quello che questi signori del capitalismo assistito raccomandano all’eurozona di fare: tagliare ogni spesa sociale, svalutare il lavoro cioè, e così non svalutare l’euro, sostituendo allo strumento della svalutazione dalla moneta il deprezzamento del lavoro e delle sue condizioni: insomma, svalutare il costo del lavoro.

Lo dice chiaro la Deutsche Bank, nella sua ricerca: “Ripristinare competitività e un pesante consolidamento di bilancio senza svalutazione della moneta è difficile. Ma si può fare… se tanto i politici che la gente comune si rendono disponibili ad accettare sacrifici e dolore subito, adesso, in cambio di profitti poi, a lungo termine”. Già… la solita storiella dei due tempi a cui ormai credono, però, solo i politici. Per fortuna non tutti, ma molti sì. Per disgrazia, di ogni colore.

Tanto per capire bene di cosa diavolo questi masochisti-a-carico-terzi stanno parlando, basta dare un’occhiata alle previsioni del Fondo monetario: il PIL di questi paesi portati a modello per queli dell’eurozona, i Baltici[2], crollerà adesso del 20% più o meno, dal livello in cui era arrivato nel 2007. Nel 2014, l’ultimo anno delle proiezioni, il PIL crollerà del 7,1% in Lituania, del 9,1 in Estonia, del 14,5 in Lettonia: con il tasso di disoccupazione che – lo scambio è (sarebbe…) poi questo: in cambio di un bilancio più vicino al pareggio, maggior disoccupazione e crescita pesantemente negativa – in Estonia e Lituania è arrivato al 15% e in Lettonia a più del 20%.

Non sembra, francamente, un programma accettabile se non ai serventi lautamente remunerati del capitale selvaggio e, almeno per chi scrive, è sperabile che se protesta e opposizione non trovano riscontro in partiti capaci di sostenerle, quei partiti li cambino, trovando invece riscontro a livello di società: solo così – forse – ci salviamo dalla grinfie adunche di questa gentaccia…

Certo, non è il caso dei paesi che sono già nell’euro, nessuno dei quali può uscirne da solo, senza suicidarsi e senza far crollare anche gli altri, e che devono uscirne perciò insieme, col ridistribuire tra di loro e in parte rovesciandoli, i carichi di inflazione e domanda eccessiva troppo elevata tra gli uni (i paesi, diciamo, mediterranei) e deflazione e scarsa propensione al consumo, eccessivamente pronunciata tra gli altri (i cosiddetti virtuosi del Nord, Germania in testa, che però crescono e molto sui prodighi consumi degli altri)— recuperando così ora, complessivamente, gli equilibri che vanno recuperati.

Questa è, semplificata ovviamente, la ricetta originale di Keynes che, va da sé, deve essere adattata e ammodernata – rivisitata si dice – ma che a noi sembra sempre valida: sicuramente di più di quelle che hanno preteso di sostituirla, rovinando un po’ tutti meno che i pochi baroni e magnati che le nuove dottrine hanno inventato e fate applicare. Il keynesismo prometteva un po’ più di equità per tutti. Il friedman-reaganismo prometteva ricchezza per tutti. E, per il momento, malgrado tutto sta ancora vincendo.

I paesi che non sono nell’euro, baltici compresi, forse dovrebbero invece rivisitare proprio l’esperienza argentina. Fino alla fine del 2001 dava retta al Fondo e alle sue dottrine: austerità per i più subito e, in cambio, la promessa di ricominciare a crescere dopodomani. Dichiarò il proprio default e, mentre tutte le autorità economiche internazionali – dal Fondo alla Banca mondiale al Tesoro americano e alla BCE – insistevano che così facendo andava al disastro[3], in contropiede rispetto a tutti questi tremendi pronostici, la sua economia ha ricominciato a crescere a ritmo sostenuto appena dopo sei mesi e ha continuato a farlo ancora per sei anni fino all’inizio della crisi globale che ha colpito anche l’Argentina: proprio come un po’ tutti.

Al suo picco del 2008, dopo il default e la ripresa, l’economia del paese latino-americano era cresciuta di oltre un terzo rispetto al picco del 1998, quando la crisi che la flagellava per aver fedelmente seguito le ricette del Fondo aveva cominciato ad abbattere il PIL. I banchieri si possono anche sentir motivati dalla flagellazione e dal sacrificio imposto ai più ma i non banchieri certo è che no. E sono molti, molti, di più dei banchieri.

Su quello che, secondo analisti in genere assai ben informati[4], potrebbe ben rivelarsi un flagello persino peggiore, in particolare per le economie occidentali così dipendenti, della crisi economica stessa – la scarsità di petrolio – l’ultima e appena pubblicata Revisione annuale delle riserve petrolifere redatta dalla BP[5] – un nome che certo, specie adesso, non è garanzia proprio di niente[6] – parte rassicurante, spiegando che, come assicurano fonti “primarie”(tipo l’OPEC, che però è, come la BP no?, un po’ di parte) non c’è problema perché “le riserve restano più che sufficienti a far fronte alla domanda crescente” e perché “l’offerta non arriverà mai a un tetto”.

Questa freschissima revisione annuale della BP – che si autodefinisce “una delle pubblicazioni più autorevoli e rispettate nel ramo dell’economia energetica, fonte di riferimento di media, accademia,  governi e delle grandi compagnie del ramo” , poi, però aggiunge, stampata a corpo 2 a fondo pagina una lunga complessa e articolatissima frase il cui senso reale, debitamente e francamente tradotto, dovrebbe leggersi grosso modo così: “nessuna delle cose che vi diciamo può essere, naturalmente, certificata. L’essenziale, invece, è non preoccuparsi troppo. E questa righina, comunque, sta qui per assolverci da ogni responsabilità: sia sul piano scientifico che su quello legale…”.

Insomma, la preoccupazione è più che legittima anche perché, poi, il vero problema non è neanche se scarseggerà o no il petrolio nei decenni prossimi venturi quanto il ritmo al quale sarà necessario, ma soprattutto possibile, estrarlo per far fronte alla domanda globale che sta esplodendo, tra Cina, India e paesi terzi. E prezzi che siano ancora tollerabili per la crescita, almeno ai livelli che servono. Proprio mentre altre fonti, anche dell’industria, parlano di un rallentamento inevitabile delle quote di estrazione a partire dal 2015. Da domani, cioè.

Questo il primo problema. Il secondo è che il petrolio sopra gli 80 $ al barile – grosso modo, il 4% del PIL: e oggi ci siamo – vuol dire recessione per gli USA. Col sistema bancario com’è, allo stato fo***to, e i debiti privati caricati sul pubblico, non è una buona notizia. Ma è seria[7].

Intanto Obama, che ha accentuato i toni contro la multinazionale parlando “alla nazione” dalla stanza ovale della Casa Bianca e giurando di “fargliela pagare”, ha insieme duramente criticato, mettendo finalmente il dito sulla piaga, l’agenzia federale (il Management Mineral Service) che, per il suo governo, soprassiede e controlla – o come dice lui “avrebbe dovuto” controllare – le trivellazioni dei pozzi sottomarini, compreso quello della BP.

D’altra parte, con le regole che il Congresso gli ha imposto (con un massimo di 60 tecnici-ispettori, largamente sottopagati, per tenere sotto controllo più di 4.000 pozzi di trivellazione in un periodo di tempo che fra richiesta di ispezione e conclusione finale conta su pochissimi giorni “per non intralciare oltremodo il lavoro e la produzione”) non potrebbe, allo stato, fare molto comunque…

Ha denunciato “come emblematico di una filosofia fallita il punto di vista economico-politico che è ostile a ogni regolamentazione” e ha insistito molto sulla necessità che il paese si converta all’energia verde. Al solito, ha predicato assai bene. Ma non ha fornito alcun dettaglio sul come farlo – da quasi un anno ormai il suo piano originale sulla riconversione energetica è bloccato al Congresso e non è che abbia davvero alzato al voce per rilanciarlo – né ha dato un’idea concreta di come risolvere la crisi[8].

E, invece, questo la gente – la sua  ma, in generale, tutti gli americani, anche quelli a lui più ferocemente ostili – dal presidente si aspetta. Non solo che condanni, che predichi, che esorti ma che faccia e faccia fare.

in Cina

In un anno, a maggio, l’inflazione cresce del 3,1%, le esportazioni del 50%, più o meno, e il credito a imprese e famiglie sale a 630 miliardi di yuan (92,3 di $)[9]. Si diceva dell’export in aumento assai forte… ma in realtà a crescere del 50% a maggio, in un anno, sono tutti gli scambi, con un attivo commerciale che nel mese tocca 19,5 miliardi di $. Se il dato verrà ora confermato anche il prossimo mese, i livelli degli scambi commerciali in Cina saranno tornati prima del previsto a quelli pre-crisi finanziaria e, dice l’economista Li-Gang Liu, della grande banca online ANZ di Hong Kong, forse con qualche eccessivo ottimismo, “suggeriscono che la recessione globale è finita”. Forse sì, da queste parti… ma già sarebbe importante[10].

Si preoccupa molto, pare, il WP sottolineando che, spendendo ben 870 miliardi di $ in stimoli economici per tenere alta economia, produzione e occupazione, la Cina sta “rischiando” (sic!). Chiede, infatti, con falsa retorica, “se davvero il paese avesse bisogno di tutte le nuove infrastrutture che ha costruito con questi suoi investimenti e che bisogna vedere quel che succede quando ora, alla fine, bisognerà pagarli, poi, i conti[11]

Curiose preoccupazioni… Tanto per cominciare, se ne avessero bisogno o meno, di quelle infrastrutture, sembrerebbero meglio posizionati a giudicarlo i cinesi dell’articolista saputo del quotidiano statunitense, no? e, in ogni caso, ricostruendo ponti, strade, ferrovie, scuole, ospedali ecc., ecc., la Cina ha fatto esattamente quello che ha deciso di non fare l’America – ritrovandosi ora, come dicono tutti, Obama per primo, con infrastrutture decrepite e gracilissime – per aver continuato da trent’anni a dar retta alle ricette taccagne e improduttive di Milton Friedman invece che quelle di John Maynard Keynes magari anche prodighe qualche volta di sprechi (con 800 miliardi di $ di spesa in un anno e mezzo…) ma convenienti se non altro per l’occupazione e il lavoro.

E, sull’altro punto – quando arriva adesso il conto da pagare, chi paga? – qual è il problema? La Cina, dopotutto, ha la bellezza di 2.000 miliardi di $ di riserve valutarie in cassa e un attivo dei conti correnti di oltre il 6% del PIL, con un’economia che sta crescendo al ritmo del 9-10% all’anno. E, quindi, meno di chiunque altro al mondo deve preoccuparsi di dove trovare i soldi per pagare il conto, qualsiasi conto abbia poi, eventualmente, ancora da pagare.

Grandi turbolenze, che il regime non riesce più a contenere e a tenere tutte sotto traccia, nel mondo del lavoro, specie nella Cina meridionale, quella più vicina – da ogni punto di vista – a Hong Kong: a Foshan, un grande sciopero scatenato alla Honda; a Shenzhen, sempre nella provincia di Guandong (la vecchia Canton), le proteste operaie alla grande fabbrica Foxconn (Pc, elettronica: assemblano e fabbricano per la Apple, la Dell, la Hewlett Packhard e la Sony in tutta la Cina, 800.000 dipendenti, oltre la metà dei quali “residenti” in fabbrica, che lavorano secondo i vecchissimi sistemi del cronometraggio, del cottimo e del merito valutato solo dai capi…).

Entrambi i casi, che sono finiti anche sui giornali del paese – e con grande clamore: i capi del regime erano in qualche modo d’accordo a vederceli – casi di rivolta operaia con la minuscola ma che hanno visto decine di migliaia, stavolta, di cinesi, per lo più giovani, mobilitarsi, sono stati i primi di dimensione nazionale (poi è arrivata anche la chiusura della Toyota[12], sempre nella stessa zona, forzata dagli scioperi ripetuti degli operai) ad essere combattuti anche a colpi di SMS, e-mail e video-uploads, “loggandosi” in massa sul sito del sindacato di governo [http://workercn.cn] e sommergendolo di notizie, foto, video (video soprattutto dei guardioni della Honda che, con non troppa cortesia, bloccano i manifestanti) che è stato persino impossibile poi censurare.

Alla fine, di fatto, sono state strappate conquiste concrete, e anche importanti, sul piano salariale (alla Honda, aumenti fino al 32%) e su quello delle condizioni di lavoro (alla Foxconn, i ritmi infernali di lavoro avevano addirittura portato a diversi casi di suicidio operaio). Questo l’elemento che a noi sembra più importante dell’articolo di stampa, molto ben informato, che il NYT dedica al problema: pompando, invece, però, quella che gli sembra la problematica principale— che tra qualche anno le nascite cominceranno a calare anche in Cina[13]. Ma che, a chi scrive, sembra  francamente meno rilevante del vero fatto nuovo, di oggi: quell’altro.    

Che la nuova forza lavoro, cioè, non viene più solo dalle campagne e non s’accontenta più di qualsiasi cosa le offrano, dormitori collettivi compresi. Che le nuove leve non sono più tanto giovani, perché ormai i ragazzi vanno a scuola molto più a lungo e perché, ormai, al lavoro moltissime sono anche le ragazze, il cui interesse è, però, meno monopolizzato solo dal tran tran del lavoro. Cambia, insomma, l’età media dei lavoratori giovani e cambia la loro composizione.

Il partito, in queste condizioni, si sente in qualche modo costretto a riconoscere, in pratica, maggior autorevolezza al sindacato unico, quello suo del partito stesso: riconoscendogli – in forma finalmente stabile, pare – anche poteri concreti, forse un po’ spiccioli ma reali, perfino di contrattazione: pure se soprattutto sperimentati per il momento con imprese di proprietà estera.

Del resto, questa può essere l’ultima linea di resistenza per la Federazione pan-cinese dei sindacati, il sindacato ufficiale e unico: a Zongshan, sempre nel Guandong e vicino a Hong Kong, in una fabbrica di assemblaggio della Honda, diversi tra i lavoratori in sciopero hanno cominciato a chiedere non solo più salario e condizioni migliori ma anche – pare[14] – il diritto a costituirsi in un sindacato di propria scelta, cominciando intanto con l’eleggersi i propri delegati anche se non hanno ancora trovato alcun riconoscimento e i loro nomi, per prudenza, sono mantenuti segreti.

Sembra che la maniera in cui il governo centrale cercherà di far fronte al problema sia quella, impiegata altre volte in passato e – pare – sempre più frequente di lasciare che i lavoratori si scelgano una specie di propria rappresentanza sindacale di base che conviva e coagisca con, o in parallelo con, la rappresentanza del sindacato ufficiale. Associando, però, alla concessione una parallela dose di repressione che convinca la maggior parte degli scioperanti a tornare al lavoro, con gli aumenti e i miglioramenti nel frattempo acquisiti, mentre ne viene licenziato un numero simbolicamente rilevante, tale da consentire – con la paura che in fabbrica è sempre presente, e non solo qui certo, una “tranquilla” ripresa del lavoro[15].

In realtà, il processo che ha portato a un certo empowerment, come si dice,  iniziale ma reale, del lavoro dipendente in Cina, e anche di un incipiente suo autorganizzarsi, obbedisce classicamente alla legge che, forse per primo, descrisse due secoli e più fa Alexis de Tocqueville: come “l’esperienza mostra che il momento più pericoloso per un cattivo governo è in genere proprio quando sta cominciando ad emendarsi[16].

E’ classico. Difficilmente gli oggetti della liberalizzazione si accontentano, infatti, di beneficiare della generosità del signore – sia egli l’antico sovrano o anche un moderno regime a tendenza totalitaria – e pretendono, in modi diversi, di diventare essi stessi, in qualche modo, soggetti del proprio destino.

Oggi, rispetto anche solo a pochi anni fa, i lavoratori cinesi sono molto più disposti a difendere e combattere per i propri diritti e reclamare condizioni di lavoro migliori e, anzitutto, anche salari più alti e – come riconoscono studiosi cinesi della legislazione del lavoro ed esperti della materia citati e studiati[17] – il fenomeno è anche e proprio il risultato in parte imprevisto di politiche più recenti del governo che mirano esplicitamente a una migliore protezione del lavoro dipendente e alla riduzione degli scarti eccessivi o più scandalosi o meno giustificati, comunque ornai non più tollerati di reddito.

In questo paese, come un po’ dappertutto ma forse ancora di più, le autorità temono anche solo l’accenno a un attivismo operaio sul lavoro tipo Sołidarnosc, autonomo insomma dalle autorità stesse. Anche per questo, secondo l’intuizione, diciamo pure sociologica, astuta e a posteriori, certo, evidente del visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville, qui il potere politico s’è mosso per dare potere ai lavoratori e anche al singolo lavoratore con leggi di protezione del lavoro entrate in vigore nel 2008 che hanno reso esplicito come l’autorità centrale non fosse più disposta a tollerare condizioni malsane o insoddisfacenti di lavoro.

E, nel farlo, ha contribuito in qualche modo, in modo anche decisivo, a empower, a dare più potere, alla base operaia. Che si esprime direttamente con scioperi – alcuni coperti dal sindacato ufficiale, altri no – rallentamenti e astensioni dal lavoro, ma ormai sempre più di frequente attraverso le vie legali che la nuova legislazione apre non più, appunto, soltanto alla Federazione pan-cinese dei sindacati e alle sue branche ma anche ai singoli lavoratori o a più singoli lavoratori che, insieme, si associno (una volta, ma non più, la legge avrebbe detto complottano e avrebbe vietato).

Ma una cosa appare ormai certa: che la Cina si sta, lentamente, gradualmente lasciando alle spalle il vecchio capitalismo dell’accumulazione originaria, a basso salario e costo del lavoro, e sta entrando, sempre gradualmente, nel secondo stadio della sua modernizzazione globale. Insomma, non è la preoccupazione commerciale né, tanto meno, la pressione americana a spingere la razionalizzazione della moneta, è che la rivalutazione dello yuan serve proprio e anche, e forse soprattutto, “come parte di una più vasta strategia per il passaggio da paese produttore di prodotti d’esportazione a basso valore aggiunto a paese che punta decisamente a diventare leader nelle produzioni verdi e high-tech[18]. E che, a dire di molti osservatori, ci sta riuscendo.

Sul fronte del rapporto tra Cina e Stati Uniti, alla lunga lista di reclami lagnanze/richieste avanzate da questi nei confronti di quella, si viene ora ad aggiungere quella, a dire il vero qualche poco impudente, del segretario alla Difesa Robert M. Gates: gli Stati Uniti, dice lui, vogliono avere accesso alle risorse del Mar cinese meridionale e obiettano a qualsiasi “mossa tenda ad intimidire”, dicono, le imprese energetiche che cercano petrolio trivellando il fondo marino.

Certo, nei giorni immediatamente a ridosso del disastro del Golfo del Messico, non sembra un gran tempismo, quello del segretario che presenta la sua richiesta al vertice asiatico sulla sicurezza sponsorizzato dall’Istituto internazionale di studi strategici a Singapore… E’, infatti, la parola con cui gela il ragionamento e lo rimanda al mittente il generale Ma Xiaotian, vice capo di Stato maggiore dell’Armata popolare di liberazione della Cina, anch’egli presente[19]

D’altra parte, grandi magazzini e distribuzione americana di prodotti cinesi di largo consumo iniziano a mettere le mani avanti. Avvisano politica ed economia che, se i cinesi cominciassero sistematicamente a dar retta alle prediche che da anni subiscono, facendo salire in modo sensibile il loro costo del lavoro e della produzione (per l’aumento di salario e condizioni di vita delle masse e il rincaro dello yuan rispetto al dollaro) come gli chiedono in tanti di fare, la conseguenza potrebbe essere un incremento dei costi dei consumi dappertutto nel mondo. E, soprattutto, nel paese, l’America, che di beni di consumo cinesi ne importa di più[20].

Non sembra questa, però, l’opinione maggioritaria in America e molti esprimono soddisfazione quando, il 19 giugno, la Banca centrale cinese, guardandosi bene dal dire in ogni caso né quando né quanto, segnala – anzi conferma – che “consentirà” uno sganciamento dal dollaro del valore dello yuan sui mercati, con maggiore flessibilità nell’aggiustamento e comunque una variazione quotidiana massima, sopra o sotto, dello 0,5%.

L’economia cinese, spiega, si va rafforzando come e parecchio di più, anzi, di quelle delle principali potenze economiche al mondo e, quindi, è una mossa che si fa anche opportuna “tenendo conto dei recenti sviluppi economici e di quelli in corso sui mercati finanziari, domestico ed esteri, così come della situazione di attivo della bilancia dei pagamenti”.

In effetti, tre sembrano le motivazioni che hanno spinto Pechino ad accedere adesso alle richieste esterne:

• la prima è che eravamo già alla vigilia del G-20, che tra le richieste avanzate alla Cina pur convinta della loro sostanziale pretestuosità, un ritocco al rincaro della moneta nell’immediato non costava poi troppo e, se avesse finito invece col costarlo, poteva sempre essere rovesciato;

• la seconda è che così chiaramente si dà anche una mano, importando tendenzialmente di più ma a prezzo un po’ più elevato, allo stimolo della domanda interna senza rinunciare, insieme, a un attento contenimento dell’inflazione;

• e la terza, forse la più importante, anche se per ora la meno apprezzata, è che la Cina vuole, fortemente, che il resto dell’Asia orientale (Giappone, Corea del Sud, Singapore, Tailandia, Vietnam, Indonesia, ecc.) non la vedano come tesa a frustrare i tentativi di creare un’efficace e reale cooperazione monetaria che mira alla creazione possibile di un Fondo monetario asiatico. Si comincia, in effetti, a Bruxelles a  chiacchierare di un Fondo monetario europeo ma quello asiatico, se la Cina dà una mano davvero, potrebbe nascere ben prima di quello… E la posizione della Cina come potenza egemone ne uscirebbe certamente rafforzata.

Dunque, il valore dello yuan sarà ritoccato a crescere – ma formalmente la Banca popolare di Cina questo non lo dice – ma non certo soltanto in rapporto al valore del dollaro bensì – e questo lo dice, invece, esplicitamente – “siccome il dollaro non è più da solo il signore delle valute[21] in rapporto a un paniere di diverse monete importanti negli scambi internazionali.

Torna alla carica, il giorno dopo, la Banca, precisando quel che aveva già detto ma che, soprattutto gli americani sembravano non capire, o far finta di non capire: che il cambio sarà “graduale”: in modo da non provocare scossoni agli altri fondamentali cui tiene la Cina: bilancia dei pagamenti, inflazione, crescita, produttività, occupazione. La speranza americana, anche tropo evidente, era esattamente contraria: che il cambio fosse improvviso, rapido e anche brutale, proprio per dare una scossa al mercato in America. Adesso, però, così, sono costretti a precisarlo per bene anche loro[22].

E, insiste il vice ministro del Commercio Jiang Yaoping, invitando tutti a riflettere – e, se possono, dice, a controbattere: ma nessuno lì per lì almeno, neanche il Dipartimento del Commercio americano, raccoglie la sfida – il “tasso di cambio” di una moneta non è “mai” un fattore “a sé stante”, ma è sempre collegato e parte integrante dell’equazione completa e complessa di un processo di manifattura.

In effetti, “l’impatto del tasso di cambio sul processo di produzione è secondario rispetto a una miriade di altri fattori, come il salario, il costo delle materie prime, la quantità di domanda finale, il livello dei tassi di interesse e il carico fiscale”.

Sulla riforma che la Cina ora vuole, “gradualmente” ribadisce, mettere in atto – secondo “i tempi della sua economia e l’opportuna considerazione dell’impatto su tutte le altre, non solo su alcune” – tutto considerato, i benefici alle esportazioni cinesi saranno maggiori di ogni possibile danno.

Insomma, da una parte, c’è la riaffermazione che la Cina decide da sola delle sue riforme, coi suoi criteri: considerando anche quelli degli altri, ma non solo quelli cari ai paesi ricchi che vorrebbero esportare di più proprio in Cina e soprattutto non solo quelli cari agli USA: dopotutto, la debolezza dell’euro – che certo non è colpa dello yuan – ha visto apprezzarsi la moneta cinese nei confronti della moneta unica del 18% in un anno, mettendo a rischio la competitività sul mercato europeo dei prodotti cinesi.

E, dall’altra, c’è la rassicurazione agli esportatori e ai produttori cinesi che le autorità vigilano a che non ci perdano (troppo)[23]…; e c’è il fatto che, già nella settimana dall’annuncio del governo, il valore dello yuan sul dollaro è aumentato dello 0,5%. Simbolico, si dirà, ma intanto subito prima del G-20 e, poi, proiettato su un mese sarebbe comunque un aumento del 2%...

Il fatto è che la Cina è un gorilla che cresce come nessun altro, certo, nella giungla dell’economia mondiale: compra quantità enormi di materie prime e minerali in giro per il mondo, dovunque in Africa, Medioriente e America latina; vende enormi quantità di beni di consumo dovunque nel mondo, in America, Europa e Asia, soprattutto in Giappone; finanzia il deficit federale degli Stati Uniti d’America ed è diventata il link vitale di qualsiasi manifattura che fabbrichi qualsiasi cosa nel mondo, fornendo a tutti i semilavorati che produce con le sue catene di montaggio a poco prezzo.

Ma la Cina ha anch’essa i suoi problemi di crescita. Oggi si accinge a mettere alla prova tutte le sue capacità in una nuova grande sfida, pari a quelle che ha superato dalla sua nuova fondazione nel 1949. Il primo Ministro Wen Jabao parla della “necessità di mantenere alta nel paese la coscienza della crisi[24]: che non è dovuta, spiega, solo all’indebolimento dell’economia e all’indebitamento americano verso il resto del mondo – in specie proprio verso Pechino – e ai guai dell’economia reale e della finanza nell’eurozona. La preoccupazione profonda è che – o se – il modello trentennale di crescita che s’è dato il paese dopo Mao si stia inceppando.

Il problema a breve termine, per le autorità cinesi, è quello di combinare una continua espansione dell’economia con il suo controllo, riassorbendo l’eccessiva liquidità e rallentando il ritmo eccessivo di crescita dei prezzi delle proprietà immobiliari in modo che non vada tropo al di là di quello dell’economia in generale: il virus che da una crescita sana e forte la trasforma in una boll a speculativa.

Nel 2010 è previsto, al vertice del partito e dello Stato, il cambio di generazione tra Hu Jintao e Wen Jabao con la generazione successiva, secondo il rituale definito al Congresso del PCC che prevede, poi, il prossimo cambio in altri dieci anni nel 2022. Il legato con cui la generazione di Hu e di Wen si presenterà al rendiconto del 2012 sarà quello di consegnare ai nuovi leader un paese che non cresca più all’eccesivo 12% degli ultimi anni – con i rischi di surriscaldamento, instabilità e le problematicità di gestione che comporta – ma un più sostenibile 8-9%.

Si tratta di frenare e, gradualmente, chiudere l’industria che continua ad alimentare sovraccapacità di produzione e spreco di risorse ma assicurando sempre un tasso di crescita in grado di creare sufficiente occupazione, contentare con la crescita la grande maggioranza della popolazione e legittimare il potere monolitico del partito come unica forza in grado di garantire il progresso materiale continuo e anche, ma con la gradualità che non mette in questione l’armonia confuciana del quadro, assicurare l’apertura saggia e prudente della società tutta intera.

Più a lungo termine, forse alla leadership del 2022 – qualsiasi essa poi sia: qui tutto è possibile, anche che cambi forma, e forse anche sostanza, il monopolio stesso in sé del partito – toccherà farsi carico dei problemi di fondo che andranno risolti una volta che nessuno in Cina risulti più escluso dai frutti della crescita collettiva:

• lo scarto città-campagna, eccessivo;

• l’inquinamento, plumbeo, che incappa tutto il paese;

• il rapporto, squilibrato sempre ma anche anarchico spesso, tra poteri in centro e in periferia;

• la diseguaglianza dei redditi, per una società che continua a dirsi egualitaria, molto pericolosa;

• l’immenso campo del diritto, tutto da ri-fondare o fondare da zero, quasi;

      ◦ in specie quello collettivo (il lavoro),

      ◦ quelli individuali (i lavoratori),

      ◦ e quello stesso di proprietà (prerogative e limiti, tutti da definire);

• la riforma di un mercato dei capitali arretrato;

• la libertà di espressione: in tutte le sue forme svariate.

Insomma, questa è la sfida,  una riforma della riforma messa in moto da Deng trent’anni fa, sulla base preliminare che aveva costruito la rivoluzione di Mao: quella che, certamente a costi immani, aveva riempito di riso alla fine la ciotola di (quasi) tutti gli abitanti dell’immensa Cina dandole, per la prima volta nella sua storia millenaria, un governo esclusivamente cinese e realmente pan-cinese.

Anche se ha ragione Krugman, come spesso gli capita, quando annota che, contrariamente a quel che sembra pensare il Tesoro americano, il punto cruciale nel rapporto tra Cina e Stati Uniti non è affatto quello del rapporto di cambio ma piuttosto “nella promozione attiva che la Cina ha fatto e fa delle sue esportazioni a spese del resto del mondo[25]. Che è sicuramente vero. Ma, come qualche volta capita anche a lui, Krugman è miope se non cieco nel non rilevare come, d’altra parte… così fan tutte: tutte ma proprio tutte, quando possono e come possono, le nazioni del mondo… e perché, allora, i cinesi non dovrebbero farlo?

Naturalmente, suo fondo Krugman ha ancora una volta ragione. Ma quando conclude, frustrato, che se la Cina non comincia a comportarsi diversamente “è ora che l’America cominci a parlare di sanzioni commercilai”, dimentica – anche lui! – che la Cina, già oggi, è largamente padrona dell’America: di oltre un miliardo e mezzo di dollari americani che tiene nelle proprie riserve e di centinaia di milioni di assets americani, le azioni e i titoli di cui è proprietaria … E allora?

 

Intanto, viene fatto rilevare che i profitti netti delle imprese cinesi sono saliti dell’82% nei primi cinque mesi di quest’anno e, addirittura, del 120% nel primo bimestre, mettendo in  evidenza la forza di una ripresa che sta convincendo le autorità a frenare la politica di stimoli che, qui, ha egregiamente funzionato. I profitti dell’industria mineraria non ferrosa, sono saliti in particolare del 330% sugli stessi cinque mesi dell’anno prima. Per il carbone, l’aumento è stato più contenuto ma sempre significativo con l’81%. Le vendite al dettaglio sono aumentate nei cinque mesi del 38%[26].

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

In Corea del Sud, il partito democratico di opposizione ha vinto sette dei sedici governatorati di provincia e molti municipi sovvertendo tutti i pronostici che vedevano largamente favorito il Grande partito nazionale ed ipernazionalista del presidente Lee Myung-bak che ha conquistato solo sei seggi di governatore.

Gli elettori sembrano così voler raffreddare i bollori, da una parte, ultra-liberisti e pro-business e, dall’altra, oltranzisti e anti-Corea del Nord della politica del presidente Lee. D’altra parte, raffrontata a quella almeno altrettanto massimalista del suo collega della Corea del Nord anche quella del collega del Sud sembra pacata…

In Corea del Nord, grandi manovre forse in preparazione della successione da tempo attesa al vertice. Il presidente Kim Yong-il ha lasciato la carica di primo ministro, la seconda che ricopriva – e che anche le sue evidenti condizioni di salute precaria lo costringevano ormai a lasciare – e, su sua proposta, l’Ufficio politico del partito ha “eletto” a premier Choe Yong-rim, il capo del partito nella capitale, portandone poi la discussione formalmente all’approvazione dell’Assemblea popolare, il parlamento di Pyongyang. Sempre su proposta, ovviamente, di Kim è stato designato il nuovo vice Commissario della Difesa (il Commissario è lui), Jang Song-taek: che è suo cognato[27].

Nei rapporti idilliaci, anche perché del tutto a-conflittuali e, per definizione, neutrali ma per tradizione sempre filoamericani, che legano-non legano Stati Uniti e Svizzera, s’è messo di mezzo ora il conflitto tra governo americano di qua e l’onnipotente UBS (l’Unione delle Banche Svizzere, una delle principali banche mondiali: che per anni ha fatto campagna in USA offrendo a tutti i potenziali evasori di parcheggiare miliardi dei loro quattrini nei paradisi fiscali dei cantoni elvetici) di là,

L’ istituto bancario s’oppone con ogni mezzo alla novità, trovando grazie alla lubrificazione di donazioni abbondanti e alla forza del sacrosanto segreto bancario un potente difensore nel parlamento svizzero (maggioranza inconsueta, destra dell’UDC alleata a sinistra di socialisti e verdi: il centro è a favore, come male minore, per poter meglio difendere quel che resta del tabernacolo, pardon del segreto bancario, da altri attacchi regolatori…)[28].

Se dopo il primo voto (104 no, 76 sì e 16 astenuti), secondo la procedura ultra barocca della Confederazione (due voti nella stessa Camera, il secondo di pura conferma del primo: peggio che in Italia, povero Cavaliere, non è neanche che si possa trasferire da Arcore alla periferia di Lugano quando la nostra Costituzione lo disgusterà a sufficienza…) adesso arriva anche il secondo e viene bloccata la consegna a Washington, concordata tra i due governi nell’agosto del 2009 di una lista di 4.450 clienti americani di UBS sospettati di reati fiscali, si aprirà un grave conflitto tra i due paesi.

Questo non sarebbe il solito contenzioso, che trattano e trascinano avanti per anni le diplomazie contrapposte. L’avversario, qui, è il colosso americano. E neanche per il segreto bancario svizzero è facile vincerla. Ma, d’altra parte, banche, banchieri e loro complici in parlamento non sono mentalmente attrezzati a combattere l’unica guerra che gli americani non possono vincere, quella di guerriglia che due secoli e mezzo fa inventarono loro contro gli inglesi ma che, da allora, hanno sempre perso contro ogni nemico, almeno strategicamente.

Se, alla fine, il parlamento mollerà e la legge passerà dovrà andare a referendum entro tre mesi comunque (qui bastano 50.0000 firme) e, in ogni caso, la scadenza cui l’accordo obbligava la Svizzera (consegna entro agosto) sarà, intanto, violata…

L’America, che non la smette di perorare vanamente cause perse in nome del proprio supremo e magari del tutto sbagliato interesse – e qualche volta, alla fine, vince però anche e proprio perché gli altri si stancano semplicemente, di dirle di no e mollano: come nel veto perenne e sempiterno all’ONU contro la minima cosa che possa dare qualche fastidio a Israele, come per la richiesta di portare Ucraina e Georgia dentro la NATO… che come è finita s’è visto, per fare due esempi… – adesso insiste a chiedere al vertice dell’Organizzazione degli Stati Americani riunito a Lima, la riammissione dell’Honduras[29].

Ma non la ottiene, neanche stavolta, per il governo di Porfirio “Pepe” Lobo Sosa, eletto dopo che un anno fa venne estromesso da un anomalo golpe militar-civile quello legittimo del presidente Manuel Zelaya (colpevole di avere messo in questione le tradizionali prerogative dell’oligarchia tradizionale del denaro e del rango). Governo, questo eletto sotto il regime di dictablanda instaurato dal golpe,  messo ancora almeno formalmente ai margini da quasi tutti gli altri paesi sudamericani – e da tutti i più importanti, senza eccezione: Brasile, Argentina, Venezuela, Cile – ma riconosciuto dagli USA secondo cui, invece, i suoi amici, alleati e clienti, sono stati sbianchettati abbastanza dal voto di qualche mese fa.

Il problema, per l’America latina, è sempre lo stesso: non tanto, e semplicisticamente, per Washington ma per l’élite che a Washington, e a New York, fa la politica estera dell’America – l’establishment accademico, politico, militare, dei media – quel che avviene nel subcontinente, nel cortile di casa – il cambiamento, la conservazione, la reazione – è sempre traguardato attraverso la lente deformante della mentalità acquisita, pare purtroppo quasi una volta per sempre, ai tempi della guerra fredda… Insomma, ci vorranno due generazioni ancora, forse, per cambiare l’andazzo. Almeno…

Il PIL del Brasile è cresciuto del 9% nel primo trimestre del 2010 su quello dell’anno prima. E’ il ritmo di crescita più che soddisfacente e maggiore da quattordici anni, ma preoccupa un po’ le autorità monetarie per l’insito potenziale inflattivo[30].

L’Argentina ha chiuso il secondo round di laboriosa ristrutturazione del proprio debito con un  successo notevole[31]: tasso di accettazione da parte dei creditori del 66%, portando il totale del cambio delle sue vecchie azioni colpite dal default nel 2001 e ora, appunto, “ristrutturate” a un eccellente 92%. Quanti hanno rifiutato di accettare lo scambio alle condizioni dettate dal governo argentino di Kirchner primo e Kirchner seconda dicono che continueranno le loro azioni legali, ma a questo punto è evidente che il loro proposito di impedire al governo argentino l’acceso ai mercati dei capitali internazionali è fallito, miseramente[32]

In Kirghizistan, dopo la rivolta-semigolpe che due mesi fa ha cacciato via il regime, il nuovo governo, almeno prima facie più “democratico”, si è trovato a dover far fronte a una strana e feroce rivolta: in prima approssimazione, quella dell’etnia kirghiza – grosso modo più vicina al vecchio autocrate – che ha scatenato la caccia grossa, un vero e proprio pogrom con centinaia di morti hanno scritto diversi osservatori, ìciongtrio quekla uxbeka, a vedere un po’ meglio frose a quella uzbeka – sempre grosso modo, più favorevole ai nuovi –calcola l’ONU, forse un po’ esagerando, anche con quasi 400.000 sfollati costretti a scappare verso i confini uzbeki[33].

Oltre al conflitto interetnico, che del resto in pochi giorni e prima del referendum di fine giugno vede tornare nel paese decine e decine di migliaia di sfollati uzbechi, un altro elemento sembra però venire prepotentemente alla ribalta: la contrapposizione[34], anch’essa ancestrale e diffusa in ogni parte del mondo, tra una popolazione tradizionalmente nomade come quella kirghiza e una residenziale, tendenzialmente di contadini, come quella uzbeka. Alla fine anche qui, come altrove dovunque, alla fine vinceranno i residenti rispetto ai nomadi…

Adesso un referendum, che l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza europea (OSCE) ha proclamato “trasparente”, ha approvato con oltre il 90% di sì – pare – una nuova Costituzione[35] e la fondazione della prima repubblica democratico-parlamentare in Asia centrale nelle elezioni del prossimo ottobre. Ora bisognerà vedere se alle elezioni il Kirghizistan effettivamente riuscirà ad arrivarci in condizioni di appena accettabile normalità…

Chi non sembra crederci molto è Dmitri Medvedev, il presidente russo, che di difficoltà della democrazia se ne intende, quando esprime apertamente i suoi dubbi sulla percorribilità del modello parlamentare in un contesto di repubblica parlamentare mai testato e che corre il rischio di aprire una serie continua di rimescolamenti delle maggioranze legate più a cacicchi e valvassori locali che a partiti di vocazione, dimensione e carattere nazionale[36].

Una maggioranza di tipo parlamentare e non presidenziale, in un contesto come quello delle repubbliche dell’Asia centrale ex sovietica, alimenterebbe la rincorsa per il potere fra tendenze estremistiche. A questi sviluppi la Russia non potrebbe restare di certo indifferente, spiega, visto che, per ragioni evidenti, il Kirghizistan sarebbe un partner strategico e che ha bisogno di democrazia, certo, ma anche di stabilità.        

EUROPA

La Germania prosegue la sua offensiva, ormai costante, per far cambiare il Trattato di Lisbona allo scopo, annunciato da Merkel, di assicurare la stabilità dell’euro. Servono, ha detto la cancelliera, procedure capaci, nel caso di violazioni del Patto di Stabilità e di crescita da parte di uno Stato dell’eurozona (ma proprio tutti— e tutti uguali, ugualmente trattati? davvero?) di fare in modo che “il Trattato modificato sia esso stesso a dare sicurezza ai mercati” in situazioni di emergenza[37]. Come se fosse questo, a se stante quasi, lo scopo dell’Europa…

Il presidente dell’Unione, van Rompuy, con cui la Merkel teneva una conferenza stampa congiunta ha chiosato che, secondo lui e la Commissione, non era questa oggi la priorità dell’Unione, anche se ovviamente si può sempre discutere della possibilità e dell’opportunità di affrontare le enormi difficoltà che a questo punto una simile procedura comporterebbe[38].

D’altra parte, sul dibattito in corso relativo all’austerità da instaurare o no adesso – professori e politici che dicono sì, subito, gli ortodossi di mercato: se no domani il debito ci schiaccia; professori e politici che dicono no, non ora, i neo-keynesiani: se no, subito, ci schiacciano redditi al ribasso, mancanza di domanda e costo della disoccupazione – è ormai proprio il mercato che sembra si stia pronunciando e con chiarezza.

I casi sono quelli paralleli di Irlanda e di Spagna. Entrambi, fino all’esplodere della crisi, con deficit/PIL a posto e basso debito pubblico, si sono accorti presto che era solo apparenza: avevano a sostenerli immense bolle speculative edilizie, scoppiate le quali si sono trovate sommerse da deficit e debiti e, potenzialmente, sull’orlo di enormi fallimenti bancari.

Hanno risposto in maniera diversa. L’Irlanda ha subito fatto scattare una durissima austerità, tutto sommato “pacificamente” ingoiata sul piano sociale; la Spagna ha dovuto esserci trascinata a forza all’austerità e deve ancora fare i conti con grandi resistenze sociali. Insomma, irlandesi buoni e bravi allievi delle regole auree e spagnoli cattivi? Solo che i mercati non se ne sono accorti. Non sembrano affatto essersene fatti impressionare… Anzi!

Lo spread del credit default swap dell’Irlanda – cioè la percentuale su un prestito da pagare per assicurarlo contro un possibile fallimento – è di 226 punti base, mentre per la Spagna èi soli 206 punti; il rendimento di un buono decennale del Tesoro a Dublino è del 5,11% mentre a Madrid è solo del 4,46” … E allora? “Non sarà che l’austerità, di fronte a un’economia in depressione profonda, di per sé non rassicura per niente i mercati[39]?

Ma non solo i dati della finanza ricordati da Krugman, anche quelli dell’economia reale, sono lì a dirlo: quando due anni fa i mercati decretarono la crisi di credibilità dell’Irlanda, “la considerazione subito dominante fu quella di rigarantirsi la fiducia degli investitori internazionali per poter consentire all’Irlanda di continuare a trovar credito… Tutto il ragionamento era centrato sul far passare presto, al più presto” la tempesta finanziaria.

Ma, invece di venir premiata per la sua dura azione, l’Irlanda è stata impietosamente penalizzata. Il crollo – dell’economia reale – è stato così sicuramente più accentuato di quanto sarebbe stato se il governo avesse invece speso di più per continuare a tenere la gente nel posto di lavoro che aveva. In mancanza di stimoli, l’economia irlandese così si è contratta del 7,1% nel 2009 e resta sempre  in piena recessione. La disoccupazione nel paese è a 4,5 milioni di senza lavoro, sopra il 13%, e i ranghi dei disoccupati di lungo periodo – senza lavoro per più di un anno – sono più che raddoppiati, al 5,3%[40]. Alla faccia del premio ai comportamenti più virtuosi…

Del resto, alzando una voce che suona spesso quasi accorata, è sempre Paul Krugman a fare osservare – anzitutto a Obama e ai corvi ortodossi che premono perché ci si preoccupi del deficit più che della disoccupazione, ma anche e forse soprattutto su quanti in Europa, e sono troppi, condividono questa scellerata scelta di priorità – alzando il livello di allarme che questa. dell’austerità prima di tutto, sarebbe proprio la scelta parallela a quella “del cancelliere tedesco dal 1930 al 1932, Heinrich Brüning, la cui devozione all’ortodossia finanziaria ha finito col decretare la condanna della repubblica di Weimar” e aprirebbe la strada alla soluzione hitleriana: rilancio dell’economia, sì, ma con la preparazione alla guerra. E a che guerra…

D’altra parte, discutere di bilancio coi falchi tedeschi di oggi, ad esempio, somiglia da vicino a discutere coi falchi americani sull’Iraq nel 2002: “noi sappiano quel che vogliamo e se respingete i nostri argomenti, se negate le nostre motivazioni – le armi di distruzione di massa, ad esempio – di ragione ve ne tiriamo fuori un’altra[41]: una qualsiasi…

E in effetti, alla vigilia del G-20 di Toronto di fine giugno, Merkel se ne esce contrapponendosi[42] in questo senso direttamente a Obama[43]: adesso, sostiene proprio contro la tesi di Obama, sono indispensabili tagli importanti di spesa dopo che per un lungo periodo con interventi pubblici sono stati immessi liquidi sul mercato per opporsi alla crisi economica. Questa afferma, è in particolare la posizione della Germania “ma anche, in genere, la posizione europea”…

Il problema è che probabilmente è vero che questa, magari un po’meno radicale, è anche la posizione prevalente in Europa. Però, che la crisi sia finita, neanche lei osa dirlo… Ma, allora, come ribadisce Krugman, “spendere adesso che l’economia resta depressa e risparmiare dopo, quando ci sarà stata la ripresa, che ha di tanto difficile da capire?[44]

Merkel però insiste. E assicura che all’ordine del giorno del G-20 c’è proprio la decisione su qua

ndo smetterla con misure di breve termine (gli aiuti all’economia in difficoltà) e spostarsi sul consolidamento a lungo di tutti i bilanci statali (tagli, austerità, sacrifici). Appunto, esattamente il contrario di quanto il giorno prima aveva chiesto il presidente americano, chiedendo a tutti i principali paesi del mondo di non mettersi troppo presto a tagliare la spesa pubblica per evitare di strozzare sul nascere l’inizio della ripresa globale. E, alla fine, è Merkel che ha avuto ragione.  

Intanto, il PIL del primo trimestre 2010 aumenta dello 0,2% sia nell’eurozona che nell’Europa a 27 rispetto al trimestre precedente[45]

Il tasso di disoccupazione[46] dell’eurozona sale ad aprile al 10,1%, di uno 0,1% sopra quello di marzo. Nel complesso del primo trimestre 2010, l’occupazione è restata stabile, mentre nel quarto trimestre del 2009 i posti di lavoro ufficialmente calcolati (e destagionalizzati) erano scesi dello 0,2% tra i 16 e nell’Europa a 27 dello 0,3%[47].

E l’inflazione[48], sempre nell’eurozona, a maggio, è all’1,6%, di un decimo di punto in più di aprile ma sempre molto modesta, ben sotto il tasso “desiderato” dei parametri di Maastricht.

La produzione industriale[49] nell’eurozona, è salita ad aprile, anno su anno, del 9,5% e dello 0,8 in un mese. La crescita dall’anno scorso è la più elevata dal gennaio del 1991 (il primo mese in cui questa misura venne presa in termini comparativamente validi). In parte, tale balzo in avanti riflette il fatto che nel maggio 2009, solo un mese dopo l’aprile del paragone, venne raggiunto il livello più basso – il nadir – nel corso di tutta la recessione.

La BCE ha lasciato il tasso di sconto fermo, nella seduta del 10 giugno, mentre il suo presidente ha usato il discorsetto di prammatica di presentazione della non-decisione per assicurare alle non poche banche che in Europa non riescono a farsi prestare i soldi di cui hanno bisogno l’una dall’altra che la liquidità sarà fornita loro direttamente dalla Banca centrale per almeno ancora altre tre volte, in operazioni a tre mesi al tasso di interesse ufficiale che resta fermo all’1%[50].

Il deficit dei conti correnti dell’eurozona nel primo trimestre 2010, con 23,4 miliardi di €, ha registrato, rispetto ai 50,6 miliardi del primo trimestre 2009, più che il dimezzamento, anche se peggiora rispetto al deficit di 9,2 miliardi di € dell’ultimo trimestre del 2009[51].  

Germania e Francia, insieme, decidono di mandare un segnale di forte unità di intenti tra i due grandi dell’euro— ma, al solito, il risultato che viene fuori alla fine è abbastanza cacofonico e confuso più che realmente “unitario”. Invocano insieme, infatti, un governo economico unico” della UE ma, non riuscendo a concordare se debba coinvolgere tutti i 27 (la tesi tedesca) o i 16 dell’euro (quella francese) finiscono col dire flebilmente, e contraddittoriamente, che sarà di tutti – comprese per dire Inghilterra e Lettonia – ma che il nucleo dell’euro manterrà ogni responsabilità relativa alla moneta unica— cioè, di fatto, all’unica politica unitaria e, dunque, anche alla politica economica e finanziaria reale d’Europa[52].

La Merkel, in conferenza stampa congiunta con Sarkozy, valorizza l’evento (Germania e Francia hanno deciso di parlare con una voce unica: e già non è che sia poi un granché, una voce unica a due su 16 o 27…) ed è pienamente cosciente delle sue responsabilità nei confronti di tutta l’Unione— e, certo, sarebbe risultato invero curioso se avesse affermato il contrario…

Adesso lei e lui manderanno una lettera congiunta (non possono fare di più perché tra i 16, per non dire tra i 27, ci sono molti renitenti: e, piuttosto che dar risalto con una firma larga ma non unanime alle assenze europee, preferiscono far finta di niente: alla fine la lettera parte firmata da lei, da lui e perfino dal nuovo, pur largamente dubbioso, primo ministro britannico[53]) alla presidenza canadese del G-20 chiedendo una più forte regolazione dei mercati finanziari e l’introduzione di un’imposta fiscale universale su banche e transazioni finanziarie internazionali: ma proprio il Canada è ferocemente contrario…

Come previsto, come scontato, anzi, il governo britannico ha rifiutato di aderire alla proposta avanzata dai ministri delle Finanze della UE che sottopone al vaglio preventivo di tutti le bozze di bilancio dei singoli paesi, prima della loro sottomissione ai parlamenti nazionali. Lo ha annunciato formalmente Mark Hoban, segretario al Tesoro di Sua Maestà[54]. Ora spetta ai tedeschi decidere se arrendersi alla proposta alternativa francese – andiamo avanti tra paesi dell’eurozona: tra l’altro, poi, gli unici che portano peso e “privilegio” dell’euro – o insistere sulla loro: che, però, con l’assenza britannica proprio non avrebbe alcun senso.

Restano letture diverse su come Europa e USA si preparano a far fronte alla necessità di ri-regolamentare la finanza internazionale. In realtà, tra le due scuole di pensiero a noi sembra più vicina alla realtà la seconda: sono ancora profondamente diverse, come concezione. Altra cosa, vista la diversa sovranità dei due attori, è se poi la seconda riuscirà effettivamente a gestire e applicare le misure che teoricamente decide di prendere. Anche per la prima, la realtà americana, non sarà facile, però, far scattare davvero le misure decise: contro c’è larga parte del Congresso, tenuto a bacchetta dalle lobbies della finanza e ci sono tutte le banche, le grandi fortune, chi non vuole vedersi imporre lacci e lacciuoli…

Le letture divergenti, che qui segnaliamo, sono quelle del NYT e del WP. Il titolo del primo recita che il ministro del tesoro americano Geithner vede delinearsi il consenso sulla riforma del sistema finanziario[55], mente il secondo quotidiano scrive che Stati Uniti e Germania restano divisi sulle questioni della regolamentazione finanziaria[56]

Perché, mentre in Europa starebbe prevalendo (meglio, comunque usare il condizionale…), con forti ma residue resistenze britanniche – infiacchite, però, dal loro stesso non essere nell’eurozona – la spinta tedesca e francese per interventi duri e significativi di intervento pubblico (con l’Italia che, al solito, tace e acconsente) e sta, forse, ancora non è certo ma almeno se ne parla nascendo l’idea di una riserva di euro cui far ricorso per eventuali nuovi salvataggi e si preparano restrizioni – in  teoria, almeno – severe su fondi a rischio e derivati, non ci sarà niente del genere nella versione della misura di riforma che verrà passata al Congresso americano.

E, mentre l’Europa mostra grande interesse – teorico – alla tassazione delle operazioni finanziarie e della speculazione, Obama – la sua amministrazione – Geithner, Summers, Bernanke: la gente a cui lui dà retta – è del tutto contraria a una tassazione delle transazioni finanziarie.

Certo, è difficile per chi tratta di economia o anche lavora solo con un po’ di buon senso capire il perché dell’ostilità alla tassazione delle transazioni finanziarie: coi falchi che volteggiano sulla Casa Bianca e anche dentro alla caccia di tagli al bilancio anche qui sembrerebbe che la presidenza dovrebbe salutare con favore la possibilità di cavare soldi per l’erario da questa finora intoccabile fonte.

Anche perché la gente – e qui a prescindere addirittura tra destra e sinistra – tutta la gente che qui le tasse le paga, evadendo molto men che da noi e vede che non le pagano solo e proprio i gatti grassi della finanza, azionisti e managers e gestori di fondi e di banche, è favorevole. Sembrerebbe, no, che Obama sia scaltro abbastanza da capire, forse un po’ più e meglio dei suoi colleghi europei, di non poter chiedere a chi riceve un minimo di assistenza pubblica che è pessima politica non far vedere prima che si fanno almeno dimagrire anche i gatti grassi della finanza.

In Europa si discute anche molto, e perfino nella BCE, dell’idea di creare un’autorità di governo delle agenzie di rating e della loro sovrana irresponsabilità, senza che ciò tolga loro – pare difficile dopo quello che hanno combinato… sovranamente: ma tant’è… – credibilità sui mercati. La proposta formale adesso a inizio giugno, l’avanza la Commissione[57].

Al G-8/G-20 del Canada, a fine giugno, si è parlato di tutte queste idee messe insieme. Alle richieste di Commissione europea e del duo franco-tedesco di cui abbiamo parlato (una maggiore regolazione, una governance europea più marcata) si aggiungerà anche l’esortazione forte, e piena di buon senso a noi sembra, di Obama ai 16 e ai 27 perché non annullino subito (sarebbe prematuro) ricorrendo a un austerità eccessiva, con la domanda che non tira come anche l’occupazione, i loro piani di aiuto a una ripresa economica latitante[58].

Alla Cina, invece, con qualche moderazione maggiore nei toni ora, Obama raccomanda ancora di rafforzare il valore dello yuan: scordandosi sempre che lui, volendo, potrebbe sempre svalutare il dollaro mettendo tutti davanti al fatto compiuto… E’ la solita contraddizione di chi vuole botte piena (yuan forte e, dunque, esportazioni americane maggiori) e moglie brilla, però, volendo anche ed insieme – ma la contraddizione nol consente facilmente – continuare a importare  beni di consumo cinesi a poco prezzo…

Ma, al di là delle parole e della retorica obamiana – ma, per questo, pure di quella di Bruxelles… – sembra difficile che si riuscirà a trovare un “consenso” che abbia qualche efficacia… Intanto, nella preparatoria dei ministri delle Finanze a inizio mese, ci ha pensato già il Canada[59] – agendo anche per conto dei soliti inglesi, la City stavolta forse più che il governo, e di altri di loro magari più silenti e nascosti – a strangolare in fasce la proposta di una tassa globale sulle transazioni finanziarie: eversiva del mercato, hanno detto, e in effetti lo era. Anche se era sacrosanta…

E, poi, e al dunque, le differenze restano chiare. Semplificando, e sfrondando il contenzioso delle questioni tutto sommato minori – compresa la diatriba cino-americana sul cambio – in materia economica

• Da una parte a parlare c’è Obama: di fatto per USA, Cina e Russia espone la preoccupazione che l’Europa, coi suoi falchi scatenati sulla priorità di abbattere i deficit (Merkel, ma anche Sarkozy e Berlusconi; i “piccoli”, Zapatero e Papaendreou, lo devono fare e, poi, contano poco: come niente conta la Commissione europea visto che dietro non ha una volontà solidamente comune), potrebbero finire con l’affondare l’economia mondiale in una recessione globale come si dice a V, dove dopo essere precipitata ri-precipita, appena ha cominciato ad uscirne.

   Lo scrive chiaro nella lettera che, prima del vertice, invia agli altri partecipanti[60]: “dobbiamo imparare dagli sbagli che vennero fatti in passato – nella crisi degli anni ’30, cioè – quando le misure di stimolo economico vennero rapidamente interrotte e il risultato furono nuove difficoltà e recessione”. E anche il trionfo della destra nazista in Europa e, alla fine, la guerra…

   Di là, ci sono i falchi:

       ◦ l’inglese nuovo di zecca, Cameron, che il giorno di apertura del vertice, scrive in un editoriale[61] sui quotidiani del paese ospite alte lodi del Canada per il modo in cui, “con tagli drastici del debito e della spesa riportò l’economia in carreggiata negli anni ‘90”: dimostrando così di non aver capito assolutamente niente della natura nuova di questa crisi…

       ◦ della posizione di Merkel si è detto: e del fatto che, nei fatti, per debolezza, per default, questa si va imponendo come posizione europea su quella di tutti gli altri che non trovano il modo di riportarla a regime; lei è convinta, e lo dice[62], che la ripresa economica globale può mantenersi al livello decente cui è ormai avviata senza più alcun programma di stimolo.

    Insomma, la priorità è quella di rassicurare gli “investitori nervosi”, i mercati, non quella di rassicurare i milioni e milioni di lavoratori senza lavoro e di poveracci inca****i perché perdono reddito e sicurezze anche minime…

    Questa priorità, Merkel la indica così apertamente da sola, o quasi, escludendo gli inglesi, il presidente succubo della Commissione e quello della BCE— ma trova ossequiente il Giappone e nessuno nell’Unione con l’autorevolezza che servirebbe, tanto meno i leaders dell’eurozona che pure non sono spesso d’accordo con lei, a dirle chiaro e tondo che sta dicendo quelle che Krugman e Stiglitz chiamano senza mezzi termini, invece, un mucchio di sciocchezze.

    Ma alla fine sembra lei ad aver vinto, per forfait: visto che Obama rinuncia a veder affermati i suoi princìpi, di cui pure appariva tanto convinto, accontentandosi del fatto che lei accetta di stemperare un po’ nel comunicato finale le asprezze maggiori della sua posizione. Alla fine, malgrado la forza che gli viene dalla sua carica, a fronte degli altri, quasi da ottavo nano, Obama per gli Stati Uniti firma con gli altri sette dei G-8, “più preoccupati del debito che della crisi crescente, l’impegno ad unirsi a loro tagliando per il 2013 della metà i deficit di bilancio[63].

In definitiva, Obama si è arreso: “è entrato al vertice ammonendo tutti che ridurre troppo rapidamente la spesa pubblica avrebbe strangolato la ripresa economica, e ne è uscito dichiarando il suo accordo con gli altri sul dimezzamento dei deficit entro il 2013 e la stabilizzazione del rapporto debito pubblico/PIL entro il 2016[64]”: esattamente il contrario di quanto aveva detto.

L’uomo che un anno fa aveva chiuso il G-20 proclamando che “ai problemi globali servono soluzioni globali”, e portando gli altri almeno ad assentire, adesso ha lasciato perdere: in realtà, neanche ha provato a convincere i suoi omologhi… e hanno scordato tutti, apparentemente, compreso lui, di come solo due anni e un anno fa i mercati finanziari li avessero messi tutti in ginocchio facendo finta, ora, che il problema ormai non esiste più…

A chi stende queste note dispiace veder dare retta ai suggerimenti di mummie come Geithner e  Bernanke, quelli che non avevano visto la tempesta in arrivo e avevano sbagliato nel raccomandare, per fortuna inascoltati, di restare a guardarne gli effetti, lasciando fare al mercato; e torto  a quei grandi veri dell’economia che, come Krugman e Stiglitz, avevano avuto ragione prima e all’inizio della crisi, denunciandone ragioni e responsabilità. Inascoltati adesso, anche e soprattutto da Obama, per pura codardia intellettuale.

Ma ci dispiace anche, e ancora di più, per i tantissimi americani, i più, che se la passano male ma, frollocconi, votano e palpitano magari a destra e, per quel che conta sempre anche per la gente nostra in Europa, visto l’impatto che, alla fine, su di noi sempre ha quanto fa l’America.

Scriviamo queste righe mentre i vertici si avviano a chiudersi. Ma è già chiaro che Obama non ci ha messo l’anima, non ha fatto pesare dando a fondo battaglia ai posapiano, alla Merkel e agli altri, il peso, l’autorevolezza e l’autorità del suo paese, anche perché a casa sua stanno vincendo nei fatti il braccio di ferro interno sul come uscire dalla crisi i suoi consiglieri più in apparenza “prudenti” e ortodossi.

Il fatto è che mentre al vertice di Londra dell’aprile 2009, pesava la paura della catastrofe bancaria immediata e diffusa, Obama trovava accanto a sé sul tema anche Brown e bene o male, più male che bene al solito, ma si trovò comunque la volontà minima comune per decidere di mobilitare o almeno di coordinare insieme risorse (si ricostituirono le riserve del Fondo monetario con 1.000 nuovi miliardi di $, ad esempio) per tappare nel’immediato le falle.

Oggi, dopo il fiasco di Copenhagen sul clima e quello di Doha sul commercio internazionale – i più possenti segnali di non disponibilità all’agire comune che si potessero dare – si è lasciato spazio e fiato alla concertazione che funziona sempre e da sempre, quella degli interessi privati maggiori e delle banche che li rappresentano a concertare la loro offensiva per decidere da sé i tempi e i modi, il se e il come ripagare quanto in migliaia di miliardi di $, di €, di yen e di yuan gli Stati avevano loro prestato.

Oggi siamo tornati al tran tran quotidiano dei vertici photo-opportunity, dell’ognuno per sé e Dio, se vuole e se ci credete, per tutti. E domina nuovamente l’ortodossia, non come prima proprio sfrenatamente monetarista – di dubbi ne ha seminati la crisi… – ma nuovamente, e falsamente, cautelosa del mettiamo prima in ordine i conti e poi vedremo. Se, nel percorso, di morti ne rimarranno per strada – persone, classi sociali, paesi – vedremo come aiutarli, con un po’ di filantropia o di carità. Umana e cristiana. Ma anzitutto bisogna tornare all’ortodossia. Lo dimostra, al di là di ogni bla bla, una lettura attenta del documento finale, messo in rete direttamente dalla Casa Bianca per prima (addirittura prima del sito ufficiale del vertice)[65].

Il fatto, è che quando la bestia – il capitalismo selvaggio e senza controllo – era a terra agonizzante invece di strangolarla e dar vita a qualcosa di nuovo, di meno bestiale e più umano, lo hanno aiutato a rialzarsi. E, adesso, mica perde tempo. Si è ripreso, a spese nostre, e si vendica…. Certo, adesso molto probabilmente a Washington passerà, e presto, la legislazione che in America intende ri-regolare il mercato finanziario. Ma sarà per Obama una vittoria di Pirro perché “non ristrutturerà affatto a fondo l’economia americana: per esempio, già non si parla più di spezzare – come pur s’era detto – i grandi istituti finanziari e Simon Johnson, l’economista del Massachusetts Institute of Technology, ha finito col descrivere la legislazione in preparazione come un fallimento[66].

In definitiva, il compromesso finale messo insieme a Washington sulla riforma di Wall Street prevede una nuova regolamentazione del settore finanziario, ma non riflette a fondo la severità che il fallimento della regolamentazione esistente avrebbe imposto e che la gente aveva il diritto ragionevole di attendersi dai propri legislatori.

In positivo, c’è la decisione di creare una nuova Agenzia indipendente di protezione del consumatore, si spera abbastanza forte che, se fosse esistita, avrebbe potuto prevenire con efficacia almeno alcune delle peggiori pratiche lassiste che hanno contribuito in America (e non solo) al gonfiarsi a dismisura della bolla speculativa edilizia ormai riconosciuta dalla gente seria alla base della crisi. Ora è cruciale che la scelta di chi è chiamato a dirigere questo ente sia di personaggi tali da imporre nei fatti l’indipendenza di questa regolazione, al di sopra e contro i forti interessi di parte costituiti: cioè quelli delle banche di ogni ordine e grado.

Anche l’esigenza, ora chiaramente affermata sulla carta, che i derivati in “gran parte” (già, quanta? chi è che sa esattamente, al di là della cifra sicuramente approssimativa dei 500.000 miliardi di $ indicata dalla Banca dei regolamenti internazionali, quanti sono in realtà in giro per il mondo? Si parla di tutti o solo di quelli di futura emissione? e la montagna degli altri?) siano scambiati in borsa o passino per stanze di compensazione in qualche modo (ma quali, esattamente?) ufficiali, è una misura nuova di regolazione importante.

Ma le eccezioni qui sono troppe e troppo indefinite (tanto per cominciare: l’esempio statunitense verrà copiato da inglesi, tedeschi, giapponesi? ed è solo uno dei tanti quesiti…) uant’altri? e le banche tutte quelle eccezioni e quant’altre se ne inventeranno le sfrutteranno, forzandole al massimo, fino a fregarsene quando e se lo troveranno possibile…

Anche la creazione negli USA di un’Autorità di risoluzione per i grandi istituti finanziari non bancari è un passo potenzialmente importante. Ma il fatto che non sia stato definito alcun obbligo e alcuna misura per finanziarne il funzionamento, costituisce già un serio problema. Anche l’auditing che sarà imposto ai vari comitati della Fed di aprire all’informazione pubblica le sue operazioni di finanziamento normale e speciale è potenzialmente un passo importante di apertura e trasparenza.

Oltre a queste riserve, non certo irrilevanti, in negativo risalta quanto poco ci sia che obblighi effettivamente Wall Street a cambiare profondamente il suo modus operandi. Le regole sullo scambio dei derivati consentiranno ancora, di fatto, alla maggior parte di questi fantomatici e pericolosi strumenti di venire negoziati e scambiati attraverso gli istituti bancari, piuttosto che come era stato coraggiosamente ipotizzato da branche e divisioni separatamente capitalizzate e, dunque, controllabili degli enti di emissione.

Ma proprio questo le banche non volevano e il Congresso non ha avuto il coraggio di imporre, perché avrebbero sottratto decine di miliardi di dollari di facilissime entrate agli istituti bancari. Era la cosiddetta regola Volcker, dal nome dell’ex presidente della Fed di una ventina di anni fa, consigliere di Obama convertito dal liberismo sfrenato alla regolazione di un liberismo più controllato che, annacquata così, consentirà ancora alle banche di rischiare notevolissimi fondi non loro per conto di terzi, come s’è visto praticamente, senza alcuna diretta responsabilità…

Ancor più importante: nessuno – ma proprio nessuno: ultra-liberista o iper-regolazionista che sia – crede che queste regole metteranno fine alla norma di lasciar crescere le banche al di là delle dimensioni che consentano poi di farle fallire, quando dovrebbero. Per dire, i sei più grandi istituti di credito continueranno a godere del colossale e implicito, scontato, sussidio dell’aspettativa diffusa che se stessero per fallire, a salvarle a spese del pubblico – come per la Goldman Sachs – ci sarebbe sempre il governo.

Anche il fatto che nessuno dei regolatori in carica che non videro, non dissero e non fecero niente  mentre si formava la bolla speculativa né all’avvicinarsi dell’uragano che avrebbe provocato il suo scoppio – meno che mai il principale tra loro, il presidente della Fed Ben Bernanke – sono stati  licenziati, “puniti” o, anche solo, pubblicamente svergognati per aver fatto male il loro mestiere.

Quando sarebbe stato importante (siamo o non siamo in una società che vuole essere meritocratica?) istituire un sistema misto di incentivi (in premi e in prestigio) e disincentivi (in conseguenze almeno sulla carriera) in grado di rafforzarne autorevolezza e indipendenza rispetto ai poteri altrimenti strapossenti, e sempre premianti per chi non dia loro fastidio, di banche e finanza.

La speranza è che adesso ad imporsi sia l’esigenza di fare quattrini di un governo federale che con la caduta delle entrate fiscali è sempre più a secco ma deve fare conti ancora durissimi con una crisi acuta dell’economia reale, dell’occupazione, dei redditi, della domanda e che si trova a dover tamponare il crollo delle risorse dei governi dei singoli Stati dell’Unione.

Che il Congresso – dove dopotutto c’è ancora una maggioranza democratica – si senta costretto a passare la legge contro la speculazione finanziaria (una specie di tassa Tobin a scala ridotta) di cui molti parlano e che potrebbe portare subito in cassa, nel modo più indolore, almeno 200 miliardi di $[67] è una possibilità. Farebbe, tra l’altro, molto di più e molto più rapidamente per ristrutturare quella che chiamano industria finanziaria di qualsiasi riforma finanziaria ufficiale.

Su questo tema dovremo tornarci sopra ma, provvisoriamente, questo ci sembra un giudizio ben ponderato, anche se certo risente di un misto di speranza e di frustrazione[68]. In fondo è un ragionamento che poggia tutto su due avverbi, potenzialmente e forse. Qualche speranza e non poca disillusione, non ultimo per la discrasia che c’è fra la profonda arrabbiatura della gente per chi l’ha derubata e la miriade di eccezioni e elusioni che la legislazione votata dai rappresentanti di quella stessa gente ancora autorizza.

E, una volta che la legge entrasse finalmente in vigore, per la certezza che scatterà la grande e compatta azione di mazzette, mazzettari, lobbisti e denunciatori del peso burocratico e del costo che essa avrà sulle transazioni finanziarie e, alla fine, se la legge non proibirà espressamente alle banche di trasferirglielo sul costo che caricheranno sui conti correnti dei depositanti…

Complessivamente riassume bene il senso deludente di questo round di “interventi” sul piano nazionale e internazionale in materia di regolazione dell’industria finanziaria il NYT: quando scrive che “i giganti bancari, anche se devono prepararsi a un’ondata di ri-regolamentazione un po’ più dura da Washington, non dovranno fare i conti tanto presto – come temevano e, in parte, si aspettavano anche – a un nuovo insieme di regole globali su capitale e liquidità finanziaria[69]. Chi sa perché noi ci avremmo scommesso…

Krugman, lui, sembra abbastanza scorato: parla di “una terza depressione in arrivo che stavolta sarebbe, in primo luogo, risultato di un fallimento di scelte politiche. Un po’ in tutto il mondo – da ultimo e proprio in questo fine settimana a un vertice dei G-20 estremamente scoraggiante – l’ossessione che ha schiacciato i governi è stata quella dell’inflazione,  quando la minaccia reale è la deflazione. Hanno dato retta alla litania vuota della necessità di stringere la cinghia, quando il problema vero è una spesa che resta inadeguata[70].

Il fatto è che, secondo noi irresponsabilmente – addirittura forse criminalmente – puntando sul fatto che, come viene detto perfino da osservatori moderato-cantabili e quanto mai sospettosi nei confronti del Big Government, come lo chiamano loro – del potere pubblico, dello Stato – “questi governi, nel tagliare la spesa per frenare i deficit, stanno in effetti proprio scommettendo che il settore privato riempirà esso lo spazio lasciato vuoto dallo stimolo che viene a mancare— ma il fatto è che i mercati sono scettici”. Quanto mai, innegabilmente[71]… e loro difficilmente scommetteranno.             

Sull’Iran, lo abbiamo visto e spiegato altrove in questa Nota e non ci torniamo sopra: Obama ha strada libera al G-20 ma, in sostanza, per una condanna moral-verbale fine a se stessa dell’ambizione di Teheran, presunta e probabile ma non provata, di darsi la bomba A. Una condanna che tutti fingono di non vedere quanto sia ipocrita e meno convincente in bocca a chi la emette tenendo di sue, sotto il tavolo, letteralmente bombe nucleari a migliaia.

Dunque anche una condanna falsamente morale e l’impotenza dei grandi e del più grande di tutti condannato a non potere, poi, fare granché. A meno, certo, di scatenare la terza guerra mondiale. E cambiare la storia. Ma non certo in meglio…

Obama ha voluto in calendario pure l’Afganistan, trovando grandi solidarietà di facciata e poco più, come altrove vi siamo andati raccontando: Polonia, Australia, Canada e anche altri  hanno detto di voler cominciare a calendarizzare il loro ritiro e perfino l’Italia ha fatto qualche altro cenno a un disimpegno “nei tempi concordati”… la Gran Bretagna, che ha giurato di restare, non qui ma a Londra, alla Camera dei Comuni, parla però col governo della necessità di rivedere il suo impegno…

Sulla terza grande questione formalmente iscritta all’ordine del giorno, gli aiuti allo sviluppo, il G-20 è in drammatico ritardo e lo sa. Ma ha deciso di far finta di niente. L’ONU ha convocato adesso, per settembre prossimo, una drammatica sessione speciale del G-20 stesso per una revisione dei cosiddetti Obiettivi del Millennio[72]: quelli che dovrebbero essere raggiunti di qui a cinque anni e  per i quali lo scorso vertice e quello precedente avevano speso parole, sentimenti, persino emozioni e quello di Gleneagles di cinque anni fa aveva solennemente enunciato impegni e scadenze (50 miliardi di $ di aumento agli aiuti nel loro complesso, di cui 25 al’Africa), nessuno dei quali viene neanche lontanamente avvicinato.

Adesso giurano di volersi impegnare a ridurre il numero delle donne che muoiono di parto nel Terzo mondo e si spera anche così di mascherare l’imbarazzo per il fallimento delle promesse del millennio. Tanto più che nessuno, stavolta, ha la faccia tosta di fare promesse di esborsi di quattrini freschi per il nuovo traguardo annunciato…

Alcuni, come Cameron, si limitano a prender atto freddamente e cinicamente, certo realisticamente, che questo è lo stato delle cose; altri, come Obama, tornano a dire esattamente quello che avevano detto, un anno fa, altrettanto accorati; c’è pure chi, come Berlusconi, sembra essere riuscito ad evitare, stavolta, di ripetere la litania dell’anno scorso quando all’Aquila si lasciò andare a promettere lo 0,7% del PIL in aiuti… e poi l’ha ridotto  molto meno della metà, riuscendo a far rientrare fra gli aiuti allo sviluppo perfino gli aiuti militari e le missioni italiane “di pace” all’estero.

Anche in Spagna, la produzione industriale a fine aprile in un anno è salita del 3%[73] e la disoccupazione, dove è al massimo della zona euro, a maggio – per il secondo mese di seguito –scende a 4.066.202 unità dell’1,84%, crescendo specialmente nei servizi e nell’edilizia[74] e restando pur sempre intorno al livello terrificante del 20%.

Nella trappola del conventional wisdom e della “cattiveria” dei parrucconi centrali europei col lavoro dipendente, delle esigenze imposte dai tedeschi alla BCE e a tutta l’Unione (ma che Merkel si guarda bene dall’applicare a casa propria dove continua generosamente e intelligentemente a sovvenzionare salari e lavoro) il governo Zapatero proverà ora anch’esso, come tanti altri prima di lui senza successo alcuno, a “liberalizzare” il mercato del lavoro[75], nell’illusione che, rendendo più facili i licenziamenti e precarizzandolo, i posti aumenteranno. Come se fosse questo il problema, il costo del lavoro e la legislazione, e non che manca proprio il lavoro perché non c’è crescita….

Il governo, al momento, saluta con moderata soddisfazione (in fondo fa finta di illudersi…) quel recupero di qualcosa di più di 76.000 posti di lavoro a maggio su aprile, ma il segretario generale del sindacato di maggioranza, l’UGT socialista, Cándido Méndez, sostiene – e dimostra – quel che abbiamo appena affermato: che si tratta di un risultato stagionale, che in ogni caso il lavoro non si crea precarizzandolo ancora di più ma investendo e aumentando la crescita.

Per cui, reitera, se il governo vuole imporre soluzioni economiche e sul lavoro non per consenso ma per decreto (quel che chiede a Madrid il Fondo monetario[76] e, anche, in sostanza la UE: solo così si rilancia l’occupazione, giurano, giurando il falso), deve sapere che avrà un durissimo scontro. E, ovviamente, non solo con la UGT socialista… Che, come tutti i movimenti sindacali genuini d’Europa dice di non dovere, non volere e “non potere subire senza opporsi imposizioni di sorta”.

Bè, a dire il vero non proprio tutti i genuini movimenti sindacali si oppongono. In Italia c’è chi subisce, sappiamo, e fa finta di essere almeno semi-d’accordo a subire…, almeno a livello di vertice confederale.

Finché dura…

Intanto il Tesoro spagnolo è riuscito a piazzare, ma non tanto bene all’asta del 15 giugno, 5,2 milioni di € dei suoi bonds. Ma, col montare dei dubbi sull’affidabilità del debito pubblico che continuano a seminare le agenzie di rating, per farlo ha dovuto pagare un premio di rischio, sotto forma di spread e rendimento riconosciuto, sostanzialmente superiore a quello del mese prima: il titolo a un anno pagherà ora un interesse del 2,303% quando era, alla stessa asta di un mese fa, all’1,59%; quello a diciotto mesi rende il 2,837%, rispetto all’1,951% precedente[77].

La Banca nazionale del Portogallo ha reso noto che il sistema bancario del paese nel suo complesso ha preso in prestito direttamente dalla BCE, a maggio, 35,8 miliardi di €, il doppio rispetto ad aprile. E’ l’effetto della crisi dell’eurozona che rende più difficile per i singoli istituti bancari l’accesso al mercato dei capitali a rendere la facilitazione europea sempre più necessaria.  

L’economia della Grecia si è contratta del 2,5% di PIL in dodici mesi fino alla fine del primo trimestre, con l’inflazione che a maggio è cresciuta al 5,4 dal 4,8% del mese prima[78]. Qui una bella iniezione di fiducia, che il governo stesso ha qualificato come forse “maggiore di quella ricevuta dall’eurozona stessa”, alla Grecia l’hanno data i… cinesi, firmando contratti multimiliardari in € solo qualche ora dopo che la solita Moody’s aveva provveduto a svalutare il rating del debito al livello di cartastraccia[79].

Il premier Papandreou lo ha detto apertamente, presentando alla stampa il vice premier cinese Zhang Dejiang e i 14 contratti che aprono le importazioni di Pechino all’export ellenico, soprattutto all’olio di oliva, ma soprattutto danno la disponibilità di capitali cinesi in settori tanto diversi quanto i trasporti navali, il turismo e le telecomunicazioni. Mentre tutti gli investitori del mondo scappano via dalla Grecia, questi arrivano e massicciamente pronti a prendersi in campi come ferrovie, aeroporti, infrastrutture, turismo, ecc., perfino le quote di maggioranza— senza trovare stavolta neanche la Commissione europea a far troppo la schizzinosa.

Tanto più che Zhang, facendo abilmente politica oltre che probabilmente una ben considerata scommessa economica, non lesina lodi al governo per i grandi sforzi con cui sta affrontando la peggiore crisi del debito al mondo di questi ultimi anni e riconoscimenti al popolo greco per lo “stoicismo” con cui sta affrontando il problema: stoicismo, nota, è parola greca; ma la faccia tosta con cui il comunista cinese loda chi, il popolo greco, si va dividendo fra chi vuole esserlo, stoico, e chi lo rifiuta – gli va riconosciuto – è tutta e solo cinese.

E’ anche assai generoso e sagace il vice premier cinese nell’esprimere la fiducia del suo paese nell’anello più debole al momento dell’eurozona, dichiarando la convinzione che presto la Grecia e l’euro usciranno dalle peste: la Cina non ha alcuna intenzione, proclama, di mollare la moneta europea come parte essenziale della riserva valutaria del suo colossale forziere…

Qualche osservatore[80] si innervosisce per l’attivismo, la presenzialità la chiama lui, della Cina di cui questa è solo, egli nota, “l’ultima di una serie sempre più aggressiva di mosse tese ad estendere la propria influenza”. Notazione invero curiosa perché riflette un comportarsi assolutamente canonico, secondo le regole del mercato: se la mossa l’avesse fatta, diciamo, il Giappone, sarebbe stata una sagace e lungimirante pensata, da parte della Cina, poco manca che sia un’aggressione… Così, comunque, non l’ha presa di certo Papandreou, per dirne una…

Con una specie di concessione lasca da parte europea, che a dire il vero a noi appare abbastanza insensata specie dal punto di vista del paese baltico, l’Estonia a inizio giugno è riuscita a diventare – e proprio in questo momento – il 17° paese a entrare nell’eurozona[81]. La Banca centrale europea aveva fatto presente che Tallin potrebbe non essere in grado di mantenere la propria inflazione sotto il controllo indispensabile a restare nell’euro (mentre pare che del terrificante tasso di disoccupazione, -15%, più o meno, e di perdita del PIL, sul 9-10%, a lor signori non sembra fregargliene niente).

In un documento di metà maggio la BCE aveva dato atto al paese di essere arrivato a un tasso di inflazione del 2,5%, ma sottolineando anche che non era stata sotto il 3%, come previsto, da almeno tre anni e che la conquista della disciplina sul piano dei prezzi riflette “fattori temporanei” mentre “sarà difficile prevenire nuovi sviluppi macroeconomici incluso un alto tasso di inflazione”.

E’ cosa che, a lume di ragione, avrebbe dovuto preoccupare molto i ministri delle Finanze  ma – per dare un segnale, dicono, di vitalità dell’euro e dell’eurozona – l’Eurogruppo ha deciso di raccomandare l’adesione dell’Estonia e, ora, a metà giugno la decisione formale è stata presa dal Consiglio europeo, che riprende anche, si capisce, il richiamo dell’Eurogruppo alla massima attenzione sul parametro inflazione (ma anche a loro, dei fondamentali diciamo pure più fondamentali, sembra importare poco…).

Dovrebbe importare di più, chiaramente, all’Estonia, che nella camicia di forza dei parametri di Maastricht e senza poter usufruire in questo momento della forza propulsiva di un mercato unico in grandi difficoltà, senza possibilità di fare più svalutazioni competitive, si autocondanna ancora per molto tempo a una crescita non solo nulla ma negativa e a una disoccupazione sfibrante oltre che carica di rischi sociali e politici. Ma su tutto evidentemente fa premio, anche per quei politici lì, l’immagine…

E’ al tramonto l’incerta premiership di Robert Fico in Slovacchia: i partners della sua coalizione cosiddetta di centro-sinistra sono andati male alle elezioni e si prepara ad andare al governo a Bratislava una coalizione, altrettanto incerta e risicata, più di destra sicuramente nel merito dichiarato, tra il velleitario, il quasi sciovinista ed il populista, probabilmente presieduta dall’ex sociologa Iveta Radičová[82]: cristiano-democratica, sarebbe il primo primo ministro donna del paese, nel 2006 è stata ministro del Lavoro, ha lavorato anche alla Commissione a Bruxelles, studiato a Oxford e insegnato all’università Comenio di Bratislava. Venne costretta anni fa alle dimissioni colta come si dice da noi a far la pianista (a votare a due mani anche per un’altra parlamentare) alla Camera. 

Anche per l’Islanda, ora, si apre la porta d’accesso all’eurozona con una dichiarazione dei capi di governo dell’Unione che, enfatizzando la necessità per l’isola di rivedere a fondo il suo sistema finanziario – cioè, tutto e il contrario di tutto… – decide, dopo che Olanda e Gran Bretagna hanno ritirato il loro veto preliminare (ma aspettano sempre il rimborso dei prestiti dati per non far fallire le banche islandesi) di aprire i colloqui di accesso calendarizzandoli[83].

Inghilterra ed Olanda hanno dichiarato di credere oggi all’impegno dell’Islanda a pagare, anche dopo che il referendum ha rigettato gli impegni formali presi dal governo di Reykjavik. L’isola dei vulcani e dei ghiacci, la più a Nord d’Europa tra Norvegia e Groenlandia, dopo aver fatto per anni la schizzinosa, adesso dopo la crisi finanziaria globale che ha devastato e diroccato il suo sistema bancario, appare ansiosa di aderire. Ci vorranno ancora da uno a due anni per completare il processo, e l’Islanda dovrà mantenere gli impegni, anche contro la forte riluttanza popolare. Ma la cosa alla fine si farà. Questi sono 320.000 cristiani, mica 90 milioni di mussulmani e, da sempre, al contrario di baltici e balcanici, un bastione dell’occidente nordico, protestante e capitalistico…

Insomma, per dirla com’è, l’allargamento va avanti, secondo noi avventato e insensato. E a rischio, tra qualche anno ovviamente – a pensar male si fa peccato, ma visto che advisor del governo estone è stata in questi ultimi anni, guarda un po’, proprio la Goldman Sachs, quella della correzione tra altri anche dei conti pubblici ellenici, forse ci si azzecca – di esposizione di pesanti trucchi contabili: solo i babbei e i ministri delle Finanze credono che in due anni si passi al tasso negativo del -0,7% di inflazione (a marzo scorso) dal 10,6% del 2008… in Estonia, e al pagamento di un debito stracolossale senza rivoluzioni… in Islanda.

Nel primo trimestre del 2010, intanto, il PIL è nuovamente caduto, in Finlandia, dello 0,4% rispetto all’ultimo del 2009 e di uno 0,8% su un anno fa, confermandosi inaspettatamente sul negativo. Già nel quarto trimestre dell’anno scorso era calato dello 0,2 sul terzo[84]. Il parlamento, intanto – dopo le dimissioni del vecchio primo ministro (ragioni di salute, cioè in realtà irregolarità nei finanziamenti del partito – ha eletto, con 115 voti contro 56, Mari Kiviniemi, 41 anni e secondo primo ministro donna, del Centro leader della coalizione al governo[85].

I livelli insostenibili di deficit/PIL e debito/PIL dell’Austria[86] (definiti così anche se sono inferiori a quelli medi dell’Unione europea) potrebbero mettere a rischio il sistema bancario afferma, alla fine della propria ispezione di rito, Clare Waysand capo della missione del Fondo monetario internazionale inviata a verificare i conti di Vienna.

Diventano “imperativi” così un consolidamento (= riduzione forzata) del debito e del deficit e un’attenta supervisione delle banche da parte della Österreichische Nationalbank, la banca centrale austriaca, per riportare soprattutto il deficit sotto il 3% del PIL entro il 2013 e farlo continuare scendere. Il governatore della ÖNB, Ewald Novotny, ha concordato con la signora sulla necessità di ridurre drasticamente i prestiti in valuta estera (dollari, sterline, yen) che come altri paesi dell’Europa centrorientale hanno creato seri rischi di scoperto anche per le banche austriache.

L’Ungheria, sotto il nuovo governo di destra del partito Fidesz di Viktor Orban, sta portando avanti, caparbiamente, una sua politica ipernazionalista e rivendicazionista nei confronti della “riacquisizione” – che non si capisce esattamente che cosa voglia dire se non che è provocazione sciovinista – delle minoranze di lingua ungherese che sono ormai da un secolo quasi, dalla fine della prima guerra mondiale, cittadini in altre nazioni vicine (Repubblica ceca, Slovacchia, Romania…). Una rincorsa che mira forse, anche a stornare l’attenzione di una popolazione che è quasi alla canna del gas per i suoi guai economici.

Il portavoce del primo ministro, Peter Szjjarto, facendo  seguito al vice presidente di Fidesz stessa, Lajos Kosa, parla ora di una crisi “alla greca” col deficit/PIL che denunciato al 4% ma, in realtà , si aggira almeno all’8 e una situazione economica “grave” che solleva lo spetto “non esagerato per niente” di un possibile default. Commenti tra il cretino e il realista. Forse più questo di quello, anche se subito il rendimento dei BoT sale all’8,1% dal 7 del giorno prima.

Orban ha vinto le elezioni sulla spinta del suo sciovinismo nazionalista, aprendo la coalizione di destra ipereuroscettica anche all’estrema pressoché filo-nazista e promettendo di cancellare le misure di austerità che il governo precedente aveva cominciato a passare. E ora teme di essere costretto, da un a parte, a smentirsi sui sacrifici, dall’altra a chiedere aiuto anche se non è nell’euro all’Europa, smentendo ancora una volta le proprie manie velleitariamente indipendentiste.

Certo è che il piano di austerità ora annunciato, per un governo che era appena stato eletto  promettendo sì di mettere le mani nelle tasche degli ungheresi ma, giurava, solo per riempirle di quattrini, non pare il massimo. Adesso, Orban presenta al parlamento un piano di “semplificazione fiscale” che vuole creare un nuovo sistema economico sotto il segno della deregolamentazione[87].

C’è la flat tax, la tassazione piatta senza differenze di aliquota, uguale per tutti i redditi personali, per chi guadagna 100 come per chi fa 100 milioni: ma è un atto di fede inconsulto di chi fanaticamente crede al proprio credo, visto che l’hanno già provata più volte e proprio da queste parti del mondo e l’hanno lasciata perdere perché s’è rivelata del tutto impossibile (come in America, del resto, dove negli anni ’80 Milton Friedman aveva convinto Reagan a provarci, ma senza che la cosa passasse mai alla fase risolutiva perché, appunto, proprio non esisteva…).

Anche la tassazione sui redditi d’impresa viene ridotta della metà, al 10 dal 19% per le compagnie che denunciano entrate annuali inferiori ai 500 milioni di fiorini (2,2 milioni di $): come se questo paese fosse un’isola felice dove tutti denunciano redditi veritieri, poi e il 25% del Pil non fosse in nero… Insomma, un altro libro dei sogni e di quelli proprio pericolosi.

Intanto, nella Repubblica ceca, il presidente Vaclav Klaus affida l’incarico di formare il nuovo governo, dopo le elezioni vinte a maggio con una maggioranza relativa dei seggi dai partiti di centro-destra sulla spinta della crisi e delle paure che ha seminato, a una coalizione capeggiata da Petr Necas, del partito civico-democratico. Necas è un liberale classico di destra, conservatore economicamente ortodosso che parla subito di austerità e abbattimento del deficit/PIL dal 5,9% di oggi  e di rafforzare la presenza nell’Unione europea e nella NATO[88].

In Romania, la Corte costituzionale ha bocciato parte delle misure di austerità[89] chieste al governo dal FMI come condizione per un prestito cruciale di 20 miliardi di €: il nodo era il taglio programmato di pensioni acquisite sulla base di contributi pagati dai lavoratori e che il governo di Emil Boc si proponeva di tagliare d’autorità dal 15 al 25%. Adesso, il Fondo pare che intenda bloccare la prossima rata da 2 miliardi di € del prestito che, però, è indispensabile anche per far fronte ad alcune scadenze incombenti che i mercati gli impongono, in termini di servizio del debito.

Il problema per il paese, con 5 milioni e mezzo di pensionati e solo 4,3 milioni di lavoratori attivi di cui 1,3 sono impiegati pubblici, si fa drammatico. Ma la Corte è stata chiara: i diritti individuali acquisiti legalmente e, poi, sulla base di contributi regolarmente pagati devono essere tutti onorati. E sarà bene che del precedente – insomma: se perfino in Romania… – tengano conto anche altri che si volessero lasciar tentare, da co****ni come sono, in altri paesi dell’Unione, no?     uisite sula ase di q

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Croazia e Serbia, coi rispettivi ministri della difesa, Branko Vucelic e Dragan Sutanovac, arrivano a firmare – cosa che solo ieri, col recente passato di reciproci massacri all’ingrosso, pareva impensabile – un accordo di cooperazione tra i rispettivi eserciti. E’ un grande passo in avanti, per due paesi che ambirebbero – almeno finora hanno puntato – a far parte della UE, con la Croazia che è di certo più vicina[90].

Ma, adesso, la Serbia a metà mese, dopo la testimonianza resa da Serge Brammertz, procuratore capo del tribunale internazionale dell’ONU sui crimini nella ex Jugoslavia, sulla collaborazione che la Serbia sta offrendo alla ricerca dell’ex comandante in capo delle truppe serbo-bosniache Ratko Mladic, riesce almeno a superare l’ostacolo preliminare dell’ostracismo decretatole contro in specie dall’Olanda in sede europea: di certo anche per la cattiva coscienza di chi aveva un contingente, con sole armi leggere è vero ma che restò praticamente a guardare il giorno del 1995 dell’attacco guidato da Mladic Srebrenica che fece fuori, a freddo, quasi 8.000 bosniaci mussulmani[91].

La Bulgaria non parteciperà più al progetto congiunto coi russi per la costruzione dell’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, già posposto una volta, perché non ha versato la sua quota nei tempi previsti— come dalla versione russa, poco diplomatica ma credibile, del ministro dell’Energia, Sergei Shmatko[92]; o perché il progetto potrebbe danneggiare l’ambiente senza neanche offrire ritorni a breve— come dice agli ambasciatori dell’Unione europea il primo ministro Boyko Borisov[93].

A Bruxelles aggiungono, negli ambienti della Commissione – e poi smentiscono subito – che il rifiuto di Gazprom di pagare a chi di dovere a Sofia un’esosa mazzetta ha giocato il suo ruolo. E la voce appare credibile, vista la fama che, più a ragione che a torto, si è fatta la Bulgaria come paese non tanto di un governo vicino alla mafia ma di un governo che è proprio esso stesso la mafia…

L’AD di Gazprom, Alexei Miller, dichiara intanto che, in accordo e, anzi, su disposizione col presidente Medvedev (suo predecessore all’ente russo del gas), siccome la Beltransgaz della Bielorussia non ha pagato entro il 21 giugno i 192 milioni di $ di arretrati che le sono dovuti, a Minsk saranno tagliate per gradi fino all’85% delle forniture di gas. Il 15% che continueranno a ricevere dovrebbe poter consentire loro di mantenere in funzione la propria rete di distribuzione finché non pagherà il debito[94].

Ma il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko nega “categoricamente” che il suo paese abbia alcun debito da pagare a Gazprom… perché dai russi i bielorussi devono incassare, dice, quasi 200 milioni di $ per il transito del gas russo sul loro territorio[95]. Ma Miller, in conferenza stampa, produce le cambiali firmate da Beltransgaz e sfida la controparte a fare altrettanto, minacciando se non si trova soluzione di portare il contenzioso in tribunale…

In un secondo tempo, in effetti, dice Miller, i dirigenti dell’ente di Stato di Minsk hanno riconosciuto il loro debito (dicono di aver calcolato a un prezzo più basso quanto secondo contratto era dovuto a Gazprom) ma hanno proposto, e i russi non hanno accettato, di pagare le decine di milioni di $ di differenza in macchinari o prodotti di altra natura. D’altra parte, anche Gazprom ha riconosciuto in larga parte il suo debito, sostenendo però che sono stati i bielorussi a rifiutarne in diverse occasioni il pagamento per poter trovare pretesti alle loro pretese[96]

Non ci saranno problemi, sostiene Gazprom, da parte bielorussa – che comunque subito, su ordine di Lukashenko, blocca il transito del gas russo verso l’Europa[97] – del tipo di quelli che due anni fa provocò l’Ucraina appropriandosi di parte del gas russo diretto sempre ad ovest attraverso i gasdotti sul suo territorio, perché ora Gazprom è in grado di re-indirizzare i flussi – almeno così dice Miller – per vie alternative a quelle sotto il controllo di Minsk e perché siamo in estate, quando il bisogno di gas è largamente ridotto[98].

D’altra parte, conferma Marlene Holzner, portavoce a Bruxelles del Commissario all’energia dell’Unione – pur lamentando di essere stata avvertita da Gazprom assai tardi della decisione russa, malgrado un’intesa raggiunta in proposito con la Russia – ma, appunto, non con Gazprom fanno osservare i russi: l’Unione non l’ha mai contattata per concludere operativamente l’accordo dopo l’intesa “politica”— e Gazprom non è un entità politica, è un’impresa… – è un fatto che oggi “solo una quantità poco rilevante del gas russo che arriva nell’Unione europea passa per i gasdotti della Bielorussia: per cui dall’interruzione non ci si aspettano particolari conseguenze nei paesi dell’Unione[99].

Infine, assai prima del previsto, arriva notizia che la Bielorussia ha provveduto a regolare “quanto deve” (già… quanto?) alla Russia, dopo solo due o tre giorni. Lo assicura il primo vice primo ministro Vladimir Semashko[100] e lo conferma subito Alexei Miller a Medvedev, che è a Washington per il G-20. Al che la portavoce del presidente russo, Natalya Timakova, informa la stampa internazionale che il flusso del gas russo verso, e attraverso, la Bielorussia è ripreso a pieno regime[101].

Dicevamo, infine… Ma resta aperto il contenzioso sul pagamento russo ai bielorussi per il transito sul loro territorio, perché Mosca chiede che, secondo contratto, sia determinato dai tribunali e non semplicemente su richiesta di Minsk e Lukashenko ricomincia a mandare ultimatum[102]

Russia e Cina hanno concordato i parametri di un contratto a lungo termine per la vendita e l’acquisto di gas naturale, inclusa una formula che ridefinirà ogni due anni una riparametrazione anche dei prezzi. E’ stato concordato anche di lasciar stilare la bozza di contratto finale alla Gazprom, in materia molto più esperta e che si farà carico, come  ha dichiarato il capo dei progetti orientali dell’ente statale energetico russo, Viktor Tymoshilov, del completamento prioritario del sistema di gasdotti che collegano la catena dei monti Altai in Siberia meridionale con la Cina[103].

Molto innervosito – stato diffuso, al momento, nei ranghi della diplomazia e delle alte rappresentanze statunitensi un po’ dovunque, a casa e soprattutto fuori – dall’ennesimo smacco subito (molti apparenti, di immagine, molti altri concreti, tutti reali), il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, indica la sua convinzione che lo “schiaffo in faccia agli Stati Uniti” da parte della Turchia[104], il riallineamento in corso della politica estera di un alleato di ferro come la Turchia (il suo spostarsi a est, come lo chiama lui) contro i desideri americani e, più in genere, occidentali – su Israele-Palestina, su Iran-America-Israele… – è colpa dell’Unione europea[105]: che ha pervicacemente e ciecamente rifiutato l’adesione di Ankara…

Probabilmente ha anche ragione. Ma al poco perspicace ministro americano non viene neanche pensato che, forse, il riallineamento dei turchi è anche colpa dell’insanamente squilibrata politica mediorientale del suo paese, anche e soprattutto dopo la speranza che il nuovo presidente americano era sembrato riaprire: delusione vissuta come ancor più cocente, perciò, e anche peggio di quella dettata dalla ottusa politica tradizionale.

Per lo meno molto semplicistico, oltre che quanto mai improvvido, anche l’“ammonimento” che Philip Gordon, assistente segretario di Stato per l’Europa e gli affari euroasiatici, crede perciò di poter impartire ad Ankara: la Turchia sta alienandosi il sostegno degli americani e ha bisogno di “dimostrare il suo impegno nei confronti dell’Occidente[106]. Gordon che viene da una Fondazione famosa, la Brookings Institution, si dimostra un pessimo diplomatico del tutto inconscio del fatto che un non americano può anche avere, magari, una visione diversa di come si è leali nei confronti dei propri impegni.

E, infatti, l’ambasciatore turco in America, Namik Tan, così risponde: l’impegno turco verso la NATO non può essere messo in dubbio da nessuno sula base dei propri pregiudizi, neanche dagli Statui Uniti. E, comunque, non c’entra niente col chiedere conformità nei confronti di “improvvide sanzioni” come quelle pretese esclusivamente e senza alcuna prova provata contro l’Iran, o con la condanna di un raid illegale e da condannare duramente come quello israeliano contro le navi turche che portavano aiuti a Gaza…

Ma, intanto, l’Ufficio statistico nazionale rileva – e il Fondo monetario conferma – che l’economia, il PIL turco è cresciuto, a prezzi correnti del 16% e, a prezzi costanti, dell’11,7% nel primo trimestre del 2010 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E il dato qualche impressione la fa[107]

In una delle maggiori ordinazioni di sempre della storia dell’aviazione commerciale, la compagnia degli Stati del Golfo, Emirates, ha firmato alla mostra aerea di Berlino, col presidente sceicco Ahmed Bin Saeed al-Maktoum e alla presenza della cancelliera Merkel, l’accordo col presidente della EADS/Airbus, Tom Enders, per l’acquisto di altri 32 superjumbo Airbus A-380: al prezzo di listino di 11,5 miliardi di $ (9,5 di €)[108]. Sale così a 80 superjumbos l’ordinativo totale degli Emirates, che nella loro flotta già schierano 70 Airbus A-350, oltre a 18 Boeing 777-300 e 7 aerei da carico sempre della Boeing.

In Belgio, il paese che con Bruxelles ospita di fatto la capitale d’Europa, sede della maggior parte delle sue istituzioni, una nuova elezione generale ha confermato la divisone profonda etnico-linguistica ai limiti di un’irrazionale scissione tra Valloni e Fiamminghi. La Nuova Alleanza Fiamninga, partito di destra e vagamente razzista che a termine (mai bene specificato) punta proprio all’indipendenza della parte fiamminga leggermente maggioritaria del paese, ha vinto la maggior parte dei seggi. Il Sud vallone, di lingua francese, a tendenza socialista e unitaria, ha giurato battaglia[109]. Prima di formare un nuovo governo passeranno mesi…

Il primo turno delle presidenziali in Polonia, tenute per sostituire il defunto presidente Lech Kaczynski morto nel disastro aereo della foresta di Katyn, hanno visto la vittoria percentuale del suo successore eletto ad interim dal parlamento, Bronislaw Komorowski, con un consistente 45,7%. Insufficiente però a garantirgli subito l’elezione. Ora, al secondo turno del 4 luglio, dovrà vedersela col gemello superstite di Kaczynski, l’ex primo ministro Jaroslaw, che ha preso il 33,2% dei voti[110].

A livello di Unione europea, dopo lunghe diatribe, conflitti, incomprensioni e bracci di ferro, lady  Catherine Ashton, Alta rappresentante – vicepresidente e Comissaria agli Esteri, la britannica baronessa Ashton di Upholland, dal titolo dell’inesistente baronia del Lancashire che ricevette quando venne licenziata dal gabinetto Brown – ha annunciato, il 21 giugno, di aver raggiunto un “accordo politico” (qualsiasi cosa ciò poi significhi) per la faticosa strutturazione di un vero e proprio “servizio diplomatico” dell’Unione (formalmente, il servizio di azione esterna europeo) che, come previsto dal Trattato di Lisbona, dipenderà da lei ma dovrà rendere conto politicamente, attraverso un sistema di rendicontazione pre-determinato, come ha deciso andando oltre al dettame del Trattato il parlamento europeo, anche al legislativo.

Ci è arrivata, lavorando con la presidenza spagnola di turno dell’Unione e con tre rappresentanti del parlamento europeo rappresentativi (ma al dunque bisognerà verificare quanto, effettivamente, rappresentano la volontà dei loro gruppi il cristiano-democratico tedesco Brok, il liberale belga Verhofstadt e il socialista italiano Gualtieri). Sulla carta sembrerebbe un passo in avanti, che ora (con molti “dettagli” ancora da approvare) dovrà passare al vaglio e all’approvazione  di tutte le istituzioni europee, speranzosamente dice la Ashton entro luglio, in modo da poter poi diventare operativo in autunno[111].

STATI UNITI

Sembrava che il fallimento della Lehman Brothers, avesse segnato anche la fine di certe pratiche fraudolente – le manipolazioni dei libri contabili per darsi crediti che non c’erano e inguattare debiti invece reali e consistenti – tanto era stato il rumore e l’indignazione che aveva sollevato tra risparmiatori e autorità economico-politiche. Ma, adesso, il WSJ torna a parlare, a due anni data quasi, delle stesse operazioni di nascondino con cui tre grandissime banche come Bank of America, Citigroup e Deutsche Bank hanno ridotto, meglio, mascherato i debiti[112] giusto alla vigilia della pubblicazione dei rendiconti trimestrali in modo da non far risultare la reale estensione del loro indebitamento.

Esce dalla Borsa la coppia di agenzie federali Fannie Mae e Freddie Mac, che hanno per anni concesso crediti popolari su ipoteca, spesso anche generosamente al di là del valore reale di mercato, ai piccoli proprietari di case. Salvati due anni fa da 145 miliardi di $ del Tesoro, le loro azioni che nel 2007 valevano 79 $ l’una erano scese sotto il singolo $ e, dunque, non potevano più restarci[113].

In America, la produzione industriale cresce a maggio sul mese precedente dell’1,2%, il ritmo più  elevato dall’agosto dello scorso anno e il 7, 6% al di sopra del livello di un anno fa[114]

A maggio, e in modo del tutto inaspettato, le vendite al dettaglio scendono (per la prima volta da molti mesi) riaprendo la discussione e l’ansia sull’effettiva consistenza della ripresa economica (qui i consumi sono i 2/3 del PIL e se non riprendono loro…). Dopo essere aumentate, a dati destagionalizzati, dello 0,6% ad aprile, sempre destagionalizzata la percentuale del calo scende del doppio, nel mese[115]. Sicuramente, e in misura discreta, il fenomeno è dovuto allo scadere di molti incentivi per beni di consumo che avevano finora tenuta su la ripresa a un ritmo che sembrava a molti promettente.

A maggio, il tasso di disoccupazione scende al 9,7% dal 9,9 di aprile mentre aumentano i posti di lavoro[116], di quasi mezzo milione: 431.0009, la maggiore crescita in un solo mese da ormai dieci anni e il quinto mese consecutivo di crescita, anche se le attese erano per un incremento anche superiore. Ma con la gran parte del lavoro nuovo offerta nel pubblico impiego: un lavoro precarissimo, però (411.000 posti su 431.000), fatto di gente chiamata a lavorare per l’Ufficio del censimento: per due o tre mesi e poi basta.

E, come segnala Robert B. Reich, l’ex ministro del Lavoro di Clinton (primo mandato soltanto: se ne andò, quasi sbattendo la porta, di fronte all’attacco di moderatismo acuto con cui lui aveva dato il via al suo secondo quadriennio alla Casa Bianca), quando il suo ex dicastero saluta il 2009 come un anno favoloso per l’imprenditoria, in realtà riconosce soltanto un fenomeno che da anni, d’altra parte, noi ben conosciamo in Italia: quello dei dipendenti che, rimasti senza lavoro, se ne inventano uno autonomo, per disperazione[117] e quasi sempre, poi, senza successo…

Un istituto specializzato nell’analisi delle situazioni di lavoro, l’EPI di Washington, D.C., parla assai seccamente di un Rapporto che ispira poco, perché “non riflette uno stato di salute decente nel settore dell’impiego privato e proprio niente che somigli anche lontanamente a quello di cui ci sarebbe bisogno per tirare su l’economia dal buco del lavoro che manca nel quale siamo affondati”.

Per capire bene cosa questo significhi, segnala l’EPI, vale la pena di avanzare una considerazione di fatto: nel 1998, l’anno di maggiore crescita dell’occupazione, l’aumento fu del 2,6% Se adesso quel tasso estremamente elevato si riproducesse ogni anno, non si tornerebbe ai livelli di occupazione pre-recessione fino al gennaio 2015. Anche il tasso della disoccupazione di lunga durata resta altissimo, in assoluto (al 46%, quasi la metà dei disoccupati) specie per questo paese che era, certo, ad er ceertrom ad alta mobilitò del lavoro ma perché era stato ad alta creazione di lavoro, e di lavoro decente, per  molti anni. Ma ora non più…

Osserva l’autrice del commento per l’EPI, Heidi Shierholz, che “visto il quadro tutt’altro che aperto a sviluppi positivi dell’occupazione, rimane schiacciante la motivazione per un continuo sostanziale coinvolgimento dell’azione di governo nell’aiuto ai disoccupati e nella creazione di nuovi posti lavoro[118].

Alla Casa Bianca, i “riformisti” che lì fanno falange – i contro-riformisti cioè, come nell’Inghilterra di Tony Blair e come, per anni e anni, nel nostro centro-sinistra – stanno convincendo il presidente Obama che riformare la scuola significa anche se non soprattutto rendere più facile il licenziamento degli insegnanti, misurandone il rendimento. Scrive un destro moderato come David Brooks, dalla tribuna prestigiosa che ha come opinionista del NYT, che è giusto, perché così funzionano le cose in America: “qualsiasi altro lavoro in questo nostro paese vede la gente misurata sui risultati che alla fine produce[119].

Ma in America come altrove – a parte l’estrema difficoltà del tutto sottovalutata di tutti questi predicatori a misurare oggettivamente un lavoro anomalo come quello di un maestro (da una fabbrica tirano fuori prodotti, pezzi, oggetti quantificabili, misurabili… ma come si misura la qualità degli alunni che tira fuori una scuola?) – non è vero per niente che sia così. Quanti economisti professionisti, quanti accademici universitari, quanti banchieri di Wall Street, e quanti politici, sono stati licenziati per non aver affatto “prodotto” e, anzi, con le loro scelte, “distrutto” enormi ricchezze: prima mancando di prevedere e, poi, scatenando la più catastrofica recessione degli ottant’anni passati?

Certo che ci sono insegnanti e impiegati pubblici che non rendono! Ma quanti sono i deputati e i managers, tutti ormai sussidiati dal pubblico, che non rendono neanche loro? In assoluto, poi, non si può, quanto a misura del proprio lavoro, far peggio di Bernanke, no?, di Geithner, di Alan Greenspan— pure tutti sempre in possesso dei loro “posti” lautamente pagati e dei loro redditi milionari (in $)… per non parlare di casi a noi più vicini, vero, Brunetta (certi universitari che fanno i ministri) e Berlusconi (certi miliardari che fanno i primi ministri)?

Qui in America alcuni di questi propagandisti del ben pensare ortodosso sembrano disperati e mentono sapendo di mentire come fa regolarmente sul tema il WP, sempre ossessionato dal dover raccontare ai suoi lettori che loro, i lettori, la gente, la pensano diversamente da come la pensano. Cioè, che pensano anzitutto alla necessità che il governo federale pensi a ridurre il deficit di bilancio[120].

Non è così, però. Solo qualche giorno prima un sondaggio PEW[121], con Gallup il più autorevole d’America, alla domanda di quale fosse la preoccupazione economica maggiore per gli intervistati, rispondeva al 41% che era la disoccupazione e solo al 23 il deficit di bilancio. Non è naturalmente la prova provata che abbiano ragione i primi – lo è per noi, ma per tutte le altre ragioni di merito che supportati da Keynes, da Stiglitz, da Krugman, ecc., siamo venuti esponendo – ma questo dato di  fatto, che l’opinione della gente sia opposta alla sua scelta editoriale, il WP non l’ha mai raccontato ai propri lettori e, anzi, ha sempre scritto e rapsodizzato il contrario. Del resto, fior di altri sondaggi, (della NBC, del NYT con la NBC, perfino della reazionaria Fox News) hanno risposto uguale, con percentuali anche più schiaccianti.

Sempre lo stesso giornale – fedele alla sua linea editoriale di non parlare di fatti, quando si tratta di disoccupazione, ma solo di pregiudizi – in un articolo che fa il punto sullo stato dell’economia americana alla vigilia del G-20, dopo aver elencato e in qualche modo vantato i successi economici di Obama nell’ultimo anno – che ci sono stati. soprattutto nel moderare e lenire gli effetti peggiori della crisi – sintetizza affermando che, appunto, “molto del necessario lavoro di riparazione è stato fatto con un’eccezione assillante— la mancanza di un credibile piano a lungo termine per il controllo del deficit[122].

Insomma: un tasso di disoccupazione quasi al 10% ufficiale e, nei fatti, almeno del 15% non fa problema? O il WP semplicemente non lo conosce?  

L’inflazione, intanto si apprende, è scesa dello 0,4 percentuale a maggio, al 2%. Su basi destagionalizzate, i prezzi sono scesi dello 0,2 dal mese prima e il 23 giugno la Fed ha votato per tenere fermi i tassi di interesse sottolineando che l’ “inflazione sottostante” (quella che non prende in considerazione i tassi ipotecari) negli ultimi mesi s’è stabilizzata su un trend costante, fermo o addirittura un poco al ribasso[123]. Insomma, il problema è la crescita, non altro. E non solo qui… malgrado certe diffuse paranoie di banche centrali.

Il numero di nuove case vendute in America nel mese di maggio crolla del 33% su aprile e del 18,3% sullo stesso mese dell’anno prima: a riflettere la cessazione di sussidi pubblici all’edilizia[124].

Il deficit dei conti correnti americani per i dodici mesi fino alla fine del primo trimestre aumenta a 391,9 miliardi di $ dai 378,4 dei tre mesi alla fine del precedente trimestre[125].     

Hezb-e-Islami, il partito ed organizzazione islamica combattente di Gulbuddin Hekmatyar, che non vuole gli americani in Afganistan esattamente come ieri non voleva i sovietici, ma che non è né talebano né alleato di al-Qaeda, che è stato alleato nel tempo di Pakistan e America utilizzandoli, però, ai fini suoi così come loro sempre hanno tentato – senza riuscirci granché – di utilizzare lui, ha chiamato un “esercizio di totale futilità”, la jirga, o assemblea della pace che si sta svolgendo a Kabul, perché è fatta solo di gente del governo e di gente che il governo stesso ha scelto, persona per persona.

Che è esattamente come l’assemblea, in effetti, è stata convocata, con poteri soltanto consultivi e fatta da succubi del presidente Karzai, da nessun  mujahideen: secondo la strana usanza americana – ha rilevato, perfino eccezionalmente sardonico, Gulbuddin[126] – con cui la pace si cerca di farla tra gente che già è d’accordo…

E’ stato annunciata, con alto squillo di tutte le trombe mediatiche attente alla propaganda di guerra americana, la morte di Sheik Saeed al-Masri. L’unico problema è che questa è la settima volta che suona la stessa tromba a annunciare la morte annunciata del “numero tre” di al-Qaeda[127]… Alla fine dalla jirga, 1.600 rappresentanti per lo più autonominatisi del popolo afgano, sono uscite solo le dimissioni del capo dell’intelligence delle forze armate afgane, per non aver saputo evitare un attentato.

Ma subito emerge che di pretesto si trattava soltanto, visto anche che l’attentato era falilto: a fronte di decine di altri, invece, riusciti… In realtà, il capo dello spionaggio afgano dissentiva a voce troppo alta dall’intenzione di Karzai di affidarsi all’intesa coi pakistani, che lui invece accusa di vedersela spudoratamente coi talebani. E, in effetti, poi la conclusione politica più importante di tuta la jirga è stata il riconoscimento largamente imperante del bisogno di parlare coi talebani. Anche se i talebani non erano stati invitati…

Il fatto è che gran parte della strategia americana, proprio come quella dello stesso Karzai, si affida alla possibilità che alla fine i talebani davvero si uniscano al tavolo del negoziato nazionale. Ma, come e molto più che Karzai, gli americani pretendono di trovarci solo i talebani buoni separandoli da quelli cattivi. Ma sono almeno tre anni che ci provano e non ci riescono…

Un servizio del solito NYT rivela, intanto, che — In Afganistan, con gli aiuti americani, il signore della guerra si costruisce un impero[128]. Racconta come, coi soldi degli americani, Matiullah Kahn, il più potente signorotto della provincia afgana dell’Orūzgān (300.000 abitanti, 22.000 km2: non c’entra niente, ma pare sia il luogo natale del Mullah Omar, il capo dei talebani) ha messo in piedi un esercito privato che, armato e pagato dagli americani, “protegge” i convogli della NATO e combatte gli insorti affiancando le forze speciali americane.

Più o meno: perché in molti qui sospettano che Matiullah venga generosamente pagato anche per essere lasciato, più o meno appunto, in pace; o, addirittura, come viene che detto non provveda a pagare direttamente lui i talebani per “fingere” attacchi che aumentano la richiesta dei loro servizi di informazione e di interposizione…

E emerge, subito dopo, che in realtà americani e NATO pagano il pizzo e la protezione a intere schiere di vassalli, valvassori e valvassini afgani, signori della guerra, per proteggere senza dover combattere il passaggio dei loro convogli. Lo ha accertato, adesso, un’inchiesta ufficiale del Congresso americano[129], durata un anno, che ha anche assodato come, attraverso i signorotti locali, i soldi americani arrivino regolarmente anche ai talebani ai quali, loro, i signori della guerra, pagano il pizzo…

Insieme, adesso, è anche stato scoperto dall’Ufficio dell’ispettore generale per la ricostruzione dell’Afganistan – un organismo dell’esercito… il che già dice molto di quanto ci sia di fasullo nella struttura della presenza statunitense in questo paese – che gli americani non hanno l’idea sull’effettiva capacità “militare” delle forze di sicurezza “indigene”: quante in percentuale sono davvero di “sicurezza”, quante non servono a niente, quante siano addirittura di “insicurezza”[130].

Il gen. Stanley McChrystal, il comandante supremo americano sul campo, prima di sferrare la grande offensiva con la quale ha schiacciato il distretto rurale di Marjah (per espellerne, aveva detto, fino al’ultimo talebano) nella provincia di Helmand, s’era avventatamente vantato di avere “già inscatolato e pronto a essere scartato” un sistema perfetto di governance col quale occupare e regolare il distretto.

Adesso sta ripensando alla prospettiva che aveva annunciata di ripetere l’esperienza a scala molto più vasta, a Kandahar: già lì, a scala ridotta, dice, “non funziona, è molto più complesso di come pensavamo che fosse”. E’ tutta una questione di come le cose si percepiscono, poi, anche più che di come sono[131].

Del resto, qui in Afganistan, a nessuna scala, storica, strategica o tattica che sia, l’esperienza sembra insegnare davvero granché. E sì che ormai la guerra americana dura da oltre il doppio di anni della seconda guerra mondiale. Il 9 giugno il ministro della Difesa Robert Gates, ex capo della CIA – uomo di grande esperienza, si direbbe – ha messo le mani avanti: abbiamo forse fino alla fine dell’anno – ha avvisato – per  acquisire un vantaggio strategico chiaro prima che vada in frantumi il sostegno popolare che la guerra ha ancora, in America e in Inghilterra (in Italia, in Canada, in Francia, non gliene frega niente…).

McChrystal, però, viene rimpiazzato. D’autorità. Non tanto, però, perché è fallita la sua strategia: in fondo, quella che lui aveva raccomandato ma che, alla fine, proprio Obama aveva adottato e  ordinato. Ma perché ha criticato, e in termini acidi, “senza giudizio” ha detto Obama stesso, il Comandante in capo. Inoltre, McChrystal è “recidivo”: all’inizio del loro rapporto aveva forzato la mano al neo-presidente lasciando deliberatamente filtrare, le raccomandazioni che gli avrebbe, poi, sottoposte, forzatura niente affatto gradita alla Casa Bianca. Che, allora, però non ebbe l’ardire di cacciarlo via subito. Stavolta è anche peggio.

In un’intervista a ruota troppo libera[132] – data a una strana rivista di grande tiratura ma, diciamo così, notoriamente molto liberal, quasi di sinistra, di stampo hippy anni ‘70 come richiama il nome stesso e che sicuramente nessuno nell’entourage del generale poteva pensare gli tenesse in alcun modo bordone e, forse, anche concessa, come dicono qui, “under the effect— sotto l’effetto”, cioè dopo qualche birra o qualche Jim Beam, qualche bourbon, di troppo – lui e il suo staff si sono lasciati andare a considerazioni sprezzanti e sarcastiche

• sugli alleati (“è pura finzione che qui abbiamo davvero alleati”: sembra quasi che uno lo sia solo quando crepa al posto di un americano…);

• su Obama (un “ignorante” di cose militari, come se qualche presidente con l’eccezione di Eisenhower lo sia stato di meno);

• più ancora, forse, sullo staff della sicurezza nazionale della Casa Bianca e del governo (“una manica di incompetenti”: parecchi, tra l’altro. ex generali);

• ma, in ultima e più importante istanza, e senza probabilmente rendersene conto – il che ha reso l’irresponsabilità del generale ancor meno tollerabile – quanto detto nell’intervista e il tono in cui è stato detto hanno in qualche modo messo a rischio il sistema di controllo e supremazia civile del governo statunitense.

Quasi un accenno di insubordinazione, l’ammiccare a una sfida alla catena di comando, civili su militari, che sta certo ben al di qua delle tentazioni di una dittatura militare, all’europea o alla sudamericana, ma insomma è impaziente nei confronti delle lentezze e delle pastoie dell’ordine costituzionalmente stabilito.

E il presidente, adesso incavolatissimo, ha convocato personalmente a rapporto il generale che, malgrado una frettolosa e qualche po’ indecorosa marcia indietro[133], non è riuscito a salvare il suo posto. Non è che mi sono offeso personalmente, ha spiegato bene Obama, che anzi è essenziale che i miei uomini mi dicano, se e quando hanno dubbi, i dubbi che hanno. Ma a me li devono esprimere, non ai giornali.

Se non reagissi, ha sicuramente pensato, farei come Truman non fece in Corea, anche se su una questione di ben altra portata, col gen. MacArthur nell’aprile 1951: tollererei, darei l’impressione almeno di tollerare, una forma di insubordinazione militare contro il potere civile. Mentre la subordinazione e il rispetto della catena di comando non possono mai essere messi in questione da nessuno: si applica e si deve applicare, Obama lo ribadisce personalmente, “tanto ai soldati che sono nuovi arruolati quanto al comandante generale che li comanda[134].

E Obama sul punto ha ragione. Come è stato notato, non solo da noi, gli Stati Uniti sono un paese ormai in guerra perenne, con un esercito professionale di oltre un milione e un bilancio militare che, di fatto, assorbe la metà – un po’ più che un po’ meno – della spesa del governo federale: tutto compreso non i 750 miliardi di $ ufficiali, ma quasi 3.000[135].

E, in questo clima, con questi dati, con questa storia che ormai dura dagli anni ’50-’60 di sovraestensione militare nel mondo, non sorprende poi troppo che qualche generale ogni tanto – magari perché frustrato da una mission impossible davvero, dal sapere anche lui, perfino lui,  che in fondo la guerra è persa – esca fuori controllo e sia necessario riportarlo nei ranghi d’autorità[136].

Ma ha torto, marcio, nel merito quando conferma che la strategia resta la stessa. Cambia la persona mettendo al posto di McChrystal quel gen. David H. Petraeus che è suo superiore (comandante in capo di tutte le Forze armate americane e i loro comandi in Medio Oriente, da Israele-Palestina, al Golfo, all’Iraq, all’Iran, al Pakistan…) e accetta, così di fare un passo indietro.

Del resto, Petraeus era stato il mentore di McChrystal e l’inventore, tre anni fa, della prima impennata in Iraq (l’impennata militare, certo: ma soprattutto l’ “acquisto” per contanti, letteralmente, degli insorti sunniti in rivolta pacificandone a suon di dollari il famigerato fanatismo). Insomma, la politica resta quella che era, senza alcun cambiamento[137]. Se non che adesso, a farla applicare, è chi ne ha il brevetto originale.

Va detto che McChrystal, sul campo, era ormai sotto attacco da parte dei suoi stessi soldati. I GIs in prima linea, infatti, lo criticavano aspramente per le regole di ingaggio che ha dettato alle truppe: meno grilletto facile, meno bombardamenti alla cieca e, certo, così, però qualche rischio di più[138]. Lo capiscono tutti, i soldati per primi ovviamente, che l’utilizzo su larga scala di “forza letale”, come la chiamano loro, di un soverchiante potenza di fuoco a distanza contro un nemico che si mischia per natura delle cose alla popolazione civile, è meno pericoloso per chi bombarda ma davvero letale per la gente e del tutto controproducente perciò per le sorti della guerra.

Ma, e si capisce, il soldato che è bersaglio delle bombe, dei Kalashnikov, del pugnale e di un nemico difficile da identificare, preferisce avere le mani libere. Il timore che sta dietro a tutti questi nervosismi e alle critiche – il timore dei soldati, di molti americani, della Casa Bianca e pure quello degli alleati, almeno dei leaders degli alleati – è che l’impennata di Obama/McChrystal non basti.

Annota malignamente un osservatore destrorso come Andrew Exum, “consigliere” egli stesso del generale McChystal e collaboratore del Centro per una nuova sicurezza americana, una della miriade di Fondazioni falcheggianti d’America, che “in maniera bizzarra Hastings – uno di sinistra, su una rivista di sinistra – sembra criticare la strategia della contro-insorgenza – questa duramente attaccata dalle truppe al fronte – “perché non consente ai soldati di ammazzare abbastanza nemici[139].

Al solito: neanche gli viene pensato che in realtà Hastings critichi – certo, lui, non i soldati di cui riporta, come è suo mestiere, lealmente il pensiero – proprio la continuità che tutte – senza eccezioni – le strategie in nove anni studiate e applicate sembrano finora aver garantito: quella di perpetuare, lì, l’occupazione americana dell’Afganistan.

L’idea dell’offensiva – adesso, l’idea che l’impennata condotta dal veterano Petraeus invece che da McChrystal, finirà col migliorare le cose – in realtà, non ha mai convinto gli osservatori più sagaci— da ultimo ad uscir fuori pubblicamente, per dire, era stato l’accorto ambasciatore britannico a Kabul, Sir Sherard Cowper-Coles, profondo conoscitore di storia e cultura afgana, oggi costretto a tornarsene a casa dal nuovo governo conservatore.

La sua colpa è che da tempo, anche coi laburisti ma poi da quando sono arrivati un mese fa senza sosta anche col nuovo governo, ha sostenuto la tesi, poco popolare presso chi gestisce – tanto più se malamente – il potere, che “la guerra afgana manca di soluzione militare e prima fanno i conti con questo fatto e prima danno la priorità alla ricerca di una soluzione diplomatica – cioè, in realtà, politica: coi talebani c’è poco da diplomatizzare in effetti – meglio è per tutti coloro che a questo conflitto sono interessati[140]. Tutti, sì: ormai, pure gli americani.

Ma questa realtà, né Obama né i suoi ancora hanno deciso di accettarla. Quindi, a noi sembra, ancora mezze misure: Obama ha sostituito McChrystal ma non il resto della squadra che, con lui litigando continuamente, tutto faceva meno che fare squadra – quelli che lui ha impietosamente preso per i fondelli coi Rolling Stones: i civili, o magari i militari passati ai civili come Holbrooke, Eichenberry, i plenipotenziari a Kabul, che forse meriterebbero tutti di essere licenziati. Se non altro per non avere capito niente neanche loro. A rigore, però, se fosse possibile, dovrebbe essere licenziato anche il presidente che, però, per definizione non è licenziabile. Ma al quale, alla fine, risale in questo sistema ogni responsabilità…

La vecchia strategia riconfermata come nuova, mentre continua ad ammaliare quella testa di legno del segretario della NATO, Rasmussen[141], non convince ormai neanche più il primo ministro polacco, il “fedelissimo” Donald Tusk che – sostenuto dal presidente ad interim Komorowski, in corsa per le presidenziali il 20 giugno – chiede ora alla NATO da qualche tempo pubblicamente di sviluppare un calendario per mettere fine alla sua missione in Afganistan e annuncia, innervosendo non poco la signora Clinton, che solleverà il problema al vertice dell’Alleanza, a novembre, a Lisbona[142].

La Polonia oggi ha il settimo contingente straniero a Kabul, 2.600 soldati. E se perfino, e soprattutto il fedelissimo (perinde ac cadaver[143]) alleato polacco, comincia a dire alto e forte che il re è nudo e che bisogna solo, ormai, —Dall’Afganistan, trovare il coraggio di andarsene[144], vuol dire che è ora…

Lo dice adesso, in buona sostanza e con cristallina chiarezza, anche il comandante in capo del contingente britannico[145] nel paese, senza esprimere rivolta o dissenso ma anche senza cercare di indorare la pillola che, in genere, sembra l’alternativa dei militari che vogliono manifestare disagio. Sir David Richards, insistendo a spiegare che parlare col nemico in un conflitto come questo, dove tra l’altro la coalizione non sembra in grado di infliggere “una sconfitta strategica” ai talebani “non è solo inevitabile ma anche giusto”, afferma con convinzione che “presto, molto presto” bisognerà aprire un negoziato che renda possibile una prossima “strategia di uscita” della coalizione dall’Afganistan. Che non sembra proprio esattamente, per dire, la strategia americana…

Nessuno, del resto, l’eccezione essendo, forse, solo La Russa – però, anche lui, ormai sottovoce – parla ormai di vittoria degli americani e della coalizione in Afganistan. Non certo il gen. McChrystal che, realisticamente, accennava da settimane invece come obiettivo realistico, scontentando molti patriottardi d’America, a un qualche progresso nel tamponamento e martellamento militare.

Ha osservato, con acume ma piuttosto superficiale, un analista piuttosto conservatore sul NYT, che finché le cose andranno così male – perché anche lui non ha dubbi: vanno proprio male, le cose – l’America è condannata a restare: a causa dell’11 settembre, perché nessun presidente avrà il coraggio di dire che i talebani sono stati puniti a sufficienza per aver ospitato al-Qaeda e di andarsene, lasciando tornare a Kabul i talebani; di al-Qaeda che ancora è presente nel Pakistan e pronta a farne una rampa di lancio del suo terrorismo; della volatilità di quella regione da cui nessun inquilino della Casa Bianca potrà mai andarsene lasciando un vuoto di potere che colmerebbero altri imponendo un altro equilibrio.

Insomma, “il fallimento ci intrappola; solo il successo stacca il biglietto della nostra partenza[146]. A meno, osserviamo noi, che un presidente finalmente trovi il coraggio di dichiarare al mondo che all’America quel che succede sulle montagne dell’Afganistan non frega più niente: come fecero prima degli stati Uniti russi, inglesi, maragià indiani. E, nei secoli, tutti gli altri invasori, nessuno escluso… A meno, appunto, di condannarsi a restare a fare a tempo indeterminato, come dice lui, la guardia pretoriana del sindaco di Kabul, che ama chiamarsi presidente dell’Afganistan.

E, forse per lasciar intravvedere una ragione per restare comunque e non cedere all’invito sempre più pressante e ragionevole di “trovare il coraggio di andarsene” aveva lasciato pubblicare come nuova la notizia assai vecchia[147] che, potenzialmente e secondo il Pentagono – che non c’entra niente… ma tant’è – l’Afganistan avrebbe risorse minerali (riserve di ferro, rame, cobalto, oro…), molti anche di quelli cosiddetti “rari” (come litio, cadmio, tungsteno, tantalo, antimonio: essenziali nell’industria elettronica e dei quali la Cina già ha per conto suo quasi il monopolio delle riserve finora note[148]).

Varrebbero, forse – naturalmente anche la stima è tutta al condizionale – sui 1.000 miliardi di $: cioè, rispetto al PIL presuntivo calcolato quest’anno dalla CIA per il paese intorno ai 23 miliardi di $, oltre quaranta volte di meno: dice il NYT che, se fosse distribuito equamente, il bottino a venire sarebbe sui 38.482,76 $ per ogni cittadino afgano; ma è un dato lordo, che non tiene conto delle spese di prospezione, estrazione, distribuzione, ecc. (con l’eccetera rappresentato in larga parte dalla corruzione) e che comunque l’estrazione avverrebbe nel corso di molti anni e a partire tra molti anni.

Un calcolo più realistico di quel che ci guadagnerebbero alla fine gli afgani sarebbe, intorno, forse, ai 500-700 miliardi di $ e, tenendo conto del tasso demografico del paese (all’anno, +2,5%), tra quarant’anni, quando la produzione fosse davvero a regime (ci vogliono almeno vent’anni perché un’estrazione mineraria cominci solo a dare profitti) toccherebbe i 40 milioni di abitanti (la popolazione attuale, più o meno, è sui 29 milioni.

La difficoltà infatti – e non la sola, di certo – sarebbe poi estrarli, quei minerali, e portarli via. E non solo per i costi elevati… Anche diversi esperti di estrazione di minerali mettono in dubbio che ci sarà poi tanto da guadagnare davvero per l’Afganistan da questa, se poi sarà davvero reale, bonanza. Murray W. Hitzman, professore di geologia economica all’Alta Scuola delle miniere del Colorado (che indica quel ventennio di attesa prima di incassare un solo dollaro solo da quei minerali) fa osservare anche che l’Afganistan è in guerra, senza soluzione di continuità, ormai da 32 anni.

Per cui, il fatto è che “non c’è una sola compagnia mineraria seria che si sognerebbe mai di andare a lavorare lì, ad investire, in queste condizioni[149]: già… A termine, quel bottino di ricchezze sotterranee, se c’è, “potrà fare la fortuna di chi controlla il paese, dei signori della guerra, domani forse delle compagnie cinesi, ma non degli afgani e neanche – è meglio capirlo subito – delle imprese americane”, predice Michael T. Clare che insegna problemi della pace e della sicurezza internazionale all’Hampshire College del Massachusetts, autore di libri, indicati dallo stesso NYT, critici della politica imperiale, in qualche modo profetici e ormai famosi: non solo nel mondo dei pacifisti[150].

In effetti, lo stesso Karzai, apre sul tema con una singolare considerazione un dibattito che subito si annuncia spinoso: si preoccupa, dice, della potenziale battaglia che così si prepara fra i principali paesi donatori e di come prioritarizzare le loro richieste, oltre a quelle delle “imprese afgane esse stesse” (sic!) quando si tratterà di dare licenze di sfruttamento delle risorse che il paese ha in riserva nel sottosuolo[151]… Che è un mettere le mani avanti a suo modo assai interessante anche se estremamente prematuro: difficilmente sarà lui, al dunque, a poter concedere in effetti le licenze di sfruttamento. 

McChrystal parlava anche, subito prima di doversene andare – ma anche qui solo di speranza si trattava – di un qualche miglioramento sul piano del controllo politico del territorio da parte del governo afgano. Che si va preoccupando, però, al momento mandando in bestia il nuovo governo di Londra, delle celebrazioni solenni da preparare in tutto il paese della grande vittoria afgana del 27 luglio… 1880: contro il corpo di spedizione di Sua Graziosa Maestà (Vittoria I) a Maiwand, proprio vicino a Kandahar.

Una data che, nella lunga memoria condivisa in questo paese da tutti – dal Mullah Omar e, pare, da Karzai – è come se fosse cosa di ieri. Una celebrazione non proprio apprezzata, ovviamente,  dal corpo di spedizione di Sua Graziosa Maestà (Elisabetta II) l’alleato di oggi del governo a Kabul…

Intanto Karzai, il presidente, ribadisce ancora una volta la sua varie volte sottolineata sfiducia in una vittoria che possa mai arrivare sulle punte delle baionette americane: è sempre più convinto che lui e il paese ne escono – se ne escono – in qualche modo vittoriosamente, cioè senza che lui faccia la fine dei predecessori linciati dalla folla alla caduta del regime filosovietico, solo accordandosi con gli insorti e appoggiandosi non sugli americani ma ormai sui pakistani[152]

Nel progressivo sgretolamento dell’Afganistan, si presenta adesso la Vispa Teresa di turno, il segretario generale della NATO, il danese Anders Fogh Rasmussen, che assicura come la strategia che aveva messo in atto McChrystal fosse quella giusta – peccato che non abbia funzionato, però – e che la NATO continuerà ad applicarla[153]. L’aveva appena detto alla stampa Obama e, dunque, di puro flatus vocis si tratta, perché la strategia che la NATO continuerà ad applicare o, invece, cambierà sarà quella che le sarà dettata, come sempre senza alcuna reale consultazione, da Washington. Che si lamenta per l’assenza degli alleati ma cui non viene neanche in mente di starli, magari una volta soltanto, a sentire. Il sospetto, però, è che se mai lo facessero non avrebbero proprio niente da dire…

 

Sull’altro fronte mediorientale che continua ad impegnare gli Stati Uniti – Israele-Palestina e, naturalmente, l’Iran – parlando alla Commissione Esteri e Difesa della Knesset, il parlamento israeliano, Meir Dagan, capo del Mossad, l’Istituto – il leggendario servizio segreto di Israele (Ha-Mossad le-Modi’in ule-Tafkidim Meyuchadim Istituto per l’Intelligence e i servizi speciali) – avverte[154], molto preoccupato, che il legame strategico tra Israele e Stati Uniti d’America sta cambiando, ormai, molto rapidamente.

Nel senso che oggi sta diventando a poco a poco un passivo, più che un attivo, per l’America. Lo ripete, stesso concetto e parole anche più allarmate, l’ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren, in una conferenza tenuta a diversi suoi colleghi prima della visita a inizio luglio del primo ministro Netanyahu alla Casa Bianca (rinviata proprio ai tempi dell’assalto alle navi turche). La situazione attuale, dice, si è andata assestando al peggio: “al di là di una crisi, anche grave, che però eventualmente è destinata a sparire: è un vero e proprio sconvolgimento tettonico[155]

La controprova sta in una sibillina, imbarazzata e imbarazzante smentita che suona conferma. Diversi giornali arabi, in particolare Al-Quds Al-Arabi a Gerusalemme, avevano riferito, di recente, di colloqui segreti tra Stati Uniti e Hamas e la notizia era stata ripresa da Israel News il 26 giugno: ora il vice addetto stampa della Casa Bianca, Tommy Vietor, specifica che la notizia “non è accurata[156]: non, dunque, falsa o inventata, diciamo un poco imprecisa.

Probabilmente ha ragione l’ “alto esponente di Hamas” che, alla stessa fonte, commenta come, in realtà, gli americani temano che discutere pubblicamente dell’incontro “farebbe inalberare la lobby ebraica e gli altri gruppi di pressione filo israeliani in America scatenando le loro pressioni per far sospendere all’Amministrazione ogni contatto con Hamas”.

D’altra parte, il conflitto israelo-palestinese stesso – e questo preoccupa ancora di più il governo di Israele – sta  scendendo tra le priorità cui sta attenta l’America perché oggi né i palestinesi, divisi tra loro, né gli israeliani – altrettanto divisi ma, in larga maggioranza, anche più intransigenti – sono pronti a cercare le condizioni per fare un accordo.  

Non lo dicono con queste parole, il generale Dagan e l’ambasciatore Oren, ma a togliere ormai giorno per giorno autorevolezza e autorità all’America nel mondo è anche e proprio l’impunità con cui agisce Israele, il fatto stesso che il mondo intero vede come gli Stati Uniti, nella loro onnipotenza, si mostrino – con Bush, con Obama, con Clinton, con tutti – impotenti a fermare e anche solo a frenare la prepotenza arrogante del loro principale paese-cliente (negli ultimi vent’anni tutto compreso, aiuti militari e civili, da parte americana sono andati circa 3 miliardi di $ all’anno: il più alto apporto pro-capite al mondo[157]).

Del resto, l’esempio tipico di questo essere tutti succubi agli USA – costretti a subirne i voleri, anche se ormai in molti risentiti di brutto – si è visto proprio la notte tra il 31 maggio e il 1° giugno alla riunione straordinaria di un Consiglio di sicurezza zavorrato dalla minaccia di veto americana tesa a impedire perfino la condanna della carneficina  contro la flottiglia delle ONG che pretendevano di portare a Gaza qualche aiuto: un’operazione bellica di abbordaggio in acque internazionali grottescamente battezzata Brezza marina da quelle aquile degli strateghi di Tel Aviv.

Un voto che si è concluso, grazie al veto aleggiante del Grande Protettore, con la condanna non dell’assalto e dei suoi effetti, ma degli “atti[158] che hanno portato al massacro… E obbligato, alla fine, a trangugiare che venga bloccata dagli USA perfino la richiesta altrimenti unanime del Consiglio di Sicurezza di condurre come tale un’inchiesta internazionale sull’attacco israeliano, obbligando tutti ad accettare, sempre con la minaccia del veto, neanche espressa ma solo adombrata, un’inchiesta “imparziale”, dove imparziale significa – ha dichiarato per gli USA il vice ambasciatore Alejandro Wolff – seria ma condotta… dalla stessa Israele[159].

Ma la legge, il diritto internazionale – che ancora qualcosa conta – in materia è chiaro. In acque internazionali, un attacco ad una nave o avviene perché chi attacca decide di mettersi in stato di guerra con chi viene attaccato – la nave aveva bandiera turca: Israele avrebbe dichiarato guerra così alla Turchia – o, se avviene per qualsiasi altra ragione – per esempio, in reazione, come dichiara poco credibilmente Israele, perché gli aggressori dei commandos israeliani sarebbero stati “aggrediti” per primi –, allora prevede la consegna di chi ha condotto l’attacco – chiunque sia – all’autorità del battello assaltato e che l’inchiesta in materia sia condotta dalla parte che ha subìto l’attacco— sempre, cioè la Turchia, non certo Israele[160]

Pura e lampante ipocrisia, a cominciare dalla stessa dizione di “atti” per parlare di fucilate e di morti, forse voluti – scontati – o forse no, nel condurre un’operazione tra l’altro anche tecnicamente condotta malissimo – questa, è la critica più diffusa in Israele[161] – un conformismo ufficiale studiato al Dipartimento di Stato, con invereconda malizia, ma da tutti alla fine ingoiato – ed è questo lo scandalo vero – a coprire nell’equivoco insieme sia gli aiuti a chi ha fame che le pallottole sparate contro chi era andato lì a portare l’aiuto. Ma anche qui, ha ragione il capo del Mossad, sono i semi dell’irritazione crescente del mondo verso gli USA e degli USA verso Israele.

Quanto a questo benedetto paese (Israele, malata purtroppo, va detto, di apartheid: male che rischia di diventare ormai terminale se non si rovescia al più presto chi la va sgovernando), nel quale restano tanti cittadini ebrei di quel paese lucidi e aperti ma non sufficienti disgraziatamente a cambiarne radicalmente fobie e paure in una politica utile alla pace – anche e, dal loro punto di vista anzitutto, si capisce, la pace di Israele – la diagnosi più lucida (anche se qua e là un po’ reticente anch’essa: lui in Israele ci vive) che abbiamo letto è quella di David Grossman (l’autore israeliano ed ebreo di romanzi e saggi famosi, anche in Italia)[162].

In buona sostanza, la tragedia della cosiddetta flottiglia è conseguenza della tragedia di Gaza, del muro della vergogna dietro il quale lo Stato ebraico ha rinchiuso e tiene in gabbia un milione e mezzo di palestinesi; e “la chiusura di Gaza è la conseguenza di una scelta politica goffa, calcificata, che ricade sempre per default sull’uso massiccio della forza[163]: strangolando ogni più flebile conato di possibile pace o, anche solo, tregua.

E non certo in nome della sicurezza della popolazione israeliana, da mettere a ogni costo al riparo dalla pioggia di razzi che da Gaza hanno colpito per molto tempo il territorio di Israele: perché nei fatti, dal 2000 al 2009 compreso, hanno fatto in tutto ventidue morti (certo, anche uno è di troppo: ma a fronte ci sono migliaia di vittime palestinesi): ma la spesa sicuramente non ha valso l’impresa[164]. No, la motivazione reale è sempre stata un’altra e, ormai, è quasi ufficiale: la realtà è che l’intenzione è sempre stata una e una sola, “punire” Hamas e smantellarla.

Ma, come oggi anche a Gerusalemme cominciano a riconoscere, “tre anni dopo che Israele ed Egitto – perché si tende a scordarselo, ma anche l’Egitto ha attivamente bloccato Gaza – hanno imposto il loro embargo sulla martoriata striscia di territorio palestinese, impiombandone l’economia, sta emergendo un consenso sul fatto che il tentativo di fiaccare Hamas, il partito che governa Gaza, cacciandolo via dal potere è fallito[165].

Perfino alcuni tra gli “esponenti ufficiali più in vista di Israele, ormai, stanno invocando il cambio. Nei suoi tre anni al potere, Hamas ha preso il controllo non solo della sicurezza, dell’istruzione e del sistema giudiziario ma anche dell’economia, arrivando a regolamentare e tassare un sistema assai esteso di gallerie che servono al contrabbando con l’Egitto; un processo che ha marginalizzato la comunità degli affari, tradizionalmente e largamente filo-occidentale”.

Osservazioni importanti. Se fossero vere, come anche noi speriamo. Ma che, poi, leggendo l’articolo più che l’opinione effettiva di chi in Israele effettivamente conta qualcosa, sembrano riflettere i pareri e i consigli di… Tony Blair, il del tutto inutile (e costosissimo: con un plurimilionario, in €, budget all’anno, non ha prodotto un’idea, un’iniziativa, una proposta di qualsivoglia efficacia) mediatore della “comunità internazionale” in loco. O, meglio, nelle suites dei suoi uffici e della sua residenza al lussuosissimo American Colony Hotel di Gerusalemme.

Adesso, con la tipica e vuota prosopopea che ha caratterizzato tutto il suo mandato di inviato del cosiddetto “quartetto” (ne è stato a capo, senza arte né parte né risultato di genere alcuno dal giugno 2007), Blair afferma[166] di aver ricevuto l’accordo “di massima e in linea di principio” del governo di Netanyahu ad allentare qualche po’ il blocco di Gaza.

Insomma, la farina sì, e forse anche l’… olio[167], adesso la farebbero magari passare. Certo, per arrivare dalla presa di decisione di “principio” ai fatti, adesso forse ci vorranno “settimane o mesi”. se poi si passerà mai sul serio a un’apertura di qualche significato reale, visto che il cambio vero è tra una lista che, finora, proibiva l’entrata a una miriade di prodotti e di materiali e una lista che d’ora in poi dovrebbe, invece, consentire l’ingresso a una striminzita quantità e varietà di prodotti e di materiali comunque arbitrariamente definita da Israele e su cui Israele si riserva il diritto di ritornare indietro a suo giudizio esclusivo…

Ma lui è soddisfatto… E tutto sommato contento, appare anche Obama, che lo fa dichiarare al suo portavoce: anche se viene notato come il governo israeliano non accenni neanche a togliere il blocco, né specifichi quali merci farà adesso transitare e quali no[168].

Forse qualcosa si muove, però... Forse davvero perfino in Israele – non solo presso l’Autorità palestinese, preoccupatissima di perdere il proprio monopolio del riconoscimento ufficiale dei paesi arabi assicuratole finora dalla memoria di Yasser Arafat e dal suo lascito storico al successore, purtroppo grazie ala cecità americana e al rifiuto di Israele sempre più screditato in Cisgiordania, Abu Mazen/Mahmud Abbas – hanno cominciato a notare come l’assalto sia stato sul serio  controproducente.

E’ riuscito in pochi giorni, in effetti, a strappare al segretario generale della Lega araba, l’egiziano Amr Mussa, quello che la memoria di Arafat aveva garantito per tre anni che non avvenisse, cioè, il riconoscimento de facto di Hamas: Mussa, entrato nel territorio assediato dall’Egitto, lo ha ora visitato accompagnato dal primo ministro eletto di Hamas[169], Ismail Haniyeh… 

Controproducente, ancora, se proprio adesso – subito dopo il misfatto – il Commissario al commercio dell’Unione europea, il belga Karel De Gucht, annuncia al ministro dell’Autorità palestinese per il commercio, Hassan Abu-Libdeh, che l’UE intende, ora, concordare direttamente come facilitare gli scambi di prodotti palestinesi con il mercato europeo[170], finora completamente sotto il controllo occhiuto del blocco israeliano. Nei prossimi mesi verranno proposte ampie esenzioni per molti di questi prodotti dai dazi all’entrata in Europa: certo, bisognerà vedere cosa farà poi l’Unione se ancora una volta Israele col blocco militare e l’occupazione affonda ogni apertura.

Non solo. Nei prossimi mesi l’UE già dichiara che sosterrà la richiesta palestinese di aderire come osservatore presso l’OCSE, bilanciando anche se solo in parte l’adesione appena votata in quella sede all’unanimità, malgrado alcuni pii auspici di comportamenti da cambiare proprio verso i territori occupati, nell’organizzazione.

Del resto, sempre a Bruxelles viene fatto osservare – dal suo stesso rappresentante al governo di Tel Aviv – che se il voto sull’ammissione di Israele all’OCSE fosse arrivato invece che il 27 maggio anche solo pochissimi giorni dopo, dopo l’assalto alla Mavi Marmara, Israele non sarebbe stata ammessa: per lo meno la Turchia avrebbe sicuramente votato contro e, senza unanimità, all’OCSE non s’entra. E si sarebbero moltiplicate le riserve, e le richieste di congelare l’adesione, da parte di molte altre delegazioni…

Controproducente, ancora, l’operazione anche a leggere come larga parte dei media, a livello internazionale, prestino attenzione, adesso – certo, quelli che a queste cose qualche attenzione la prestano… in Francia, in Inghilterra, in America, in Giappone: là dove conta, cioè… – e ueste cose prestano forse per la prima volta a quanto dice Hamas quando denuncia come “problematiche” e “prive di significato reale” le parole di “preoccupazione” che Obama, ricevendo alla Casa Bianca il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, ha riservato a Gaza.

Parole vuote, nota seccamente il governo di Gaza – e ne riprendono la tesi senza necessariamente condividerla, o condividerla in pieno, ma riportandola il NYT, il Times, la Frankfurter Rundschau, le Monde: oltre a quasi tutto il cosiddetto Terzo mondo, anche il più filo-occidentale[171] – che non impegnano in niente di serio l’America e sembrano premurarsi solo di indorare un po’ le malefatte di Israele, riflettendo, in realtà, lo stato delle cose solo là dove il presidente americano fa notare, anche lui, che “la tragedia della flottiglia è stata qualcosa che ha attirato l’attenzione del mondo intero sul dramma che va sviluppandosi a Gaza[172].

Infine, anche il presidente di turno del Consiglio dell’Unione, lo spagnolo Zapatero, riprendendo i temi – evitando le sciocchezze sottoscritte anche dal suo ministro degli Esteri Moratinos per associare la sua alle firme di noti oltranzisti filoisraeliani come il francese Kouchner e Frattini nell’articolo comunque importante di cui a Nota65 (vedi la citazione del Corsera) riprende alcuni temi già accennati dalla Ashton, la ministra degli Esteri dell’Unione, e chiede con decisione una “forte posizione della UE come tale contro l’assedio di Gaza[173].

Certo che, quando il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione proclama alto e forte, dopo un’eternità di silenzio, il 14 giugno, come sia urgente “un cambio radicale di atteggiamento da parte di Israele che porti a una soluzione duratura della questione di Gaza” non è certo un’intimazione né un ultimatum ma è altrettanto sicuramente un fatto nuovo e sgradito a Israele che, se non altro, sembra finalmente cominciare a percepirlo come scomodo per le sue posizioni acquisite[174].

Il Consiglio usa parole inusitate e forti e, sul punto, anche chiare (pur annacquate nel documento tra l’annuncio di sanzioni supplementari all’Iran e la richiesta di liberazione dell’unico soldato israeliano prigioniero di Hamas: sacrosanta: ma è uno, contro centinaia di prigionieri in mano a Israele e dei quali, scontatamente, il documento non parla): l’assedio di Israele a Gaza, dice – ed è l’ennesima volta – non è solo “controproducente”, è anche “inaccettabile” (in linea di principio, si capisce… come sempre).

Forse si illudono un po’ tutti, però, forse è ancora soprattutto o solo gente come Grossman, o come Amos Oz[175], altro grande autore israeliano di oggi, a credere alla necessità della svolta: non Israele, non il suo governo. Oz martella[176], però, cogliendo bene nel segno, che “dopo l’ accozzato raid contro la flottiglia di Gaza, noi israeliani dobbiamo accettare che la forza delle armi non sconfiggerà mai un’idea”: quella di uno Stato palestinese come diritto. E che, quindi, solo di fare in modo che sia possibile vivere con esso ed accanto ad esso deve essere l’obiettivo ormai di una qualsiasi sensata politica israeliana…

Soltanto un pio desiderio? O, invece, stavolta, questa catastrofe politica, potrebbero anche leggerla finalmente per quello che è? come il sintomo mortale di una malattia che, se dura ancora, diventa letale. Diceva tanti anni fa, nel 1973, uno dei ministri degli Esteri più acuti che abbia mai avuto Israele, Abba Eban, che per la buona fortuna del suo paese “gli arabi non sprecano mai l’opportunità di sprecare un’opportunità che venga loro offerta”. Ma ormai questo detto si può ben rovesciare nel suo esatto contrario: Israele non perde occasione mai, ormai, di farsi detestare…

A partire da alcune considerazioni di tipo elementare. Per prima, forse, la contraddizione sesquipedale della posizione di Israele sul piano giuridico, del diritto internazionale. Infatti, se come costantemente fanno Netanyahu, il suo governo e, in buona sostanza, tutto l’establishment israeliano quella di Gaza non è affatto un’occupazione militare (farlo significherebbe riconoscere che le vanno applicatele le regole dettate dalla IV convenzione di Ginevra: e Israele non vuole farlo perché rifiuta ogni obbligo e ogni responsabilità, ogni regola, che altrimenti incomberebbe su Tel Aviv per il benessere della popolazione “bloccata”), allora non può più plausibilmente affermare, come invece fa per coprirsi il sedere dal punto di vista del diritto internazionale, di essere autorizzata a occupare perché è impegnata in un conflitto armato, appunto, internazionale con Hamas.

Il fatto è che se, al momento, non è impegnata in una vera e propria guerra con Hamas, è assolutamente ingiustificabile il blocco di Gaza… Così come emergono altri paradossi. Ad esempio, che con l’assalto alla nave Mavi MaMara, gli israeliani sono riusciti a trasformarla in un altro SS Exodus, il trasporto di rifugiati ebrei che gli inglesi occupanti bloccarono sparandogli addosso, proprio come loro adesso, nel 1947, dal toccare il suolo palestinese, sono riusciti a trasformare i palestinesi in ebrei, Gaza in Israele prima della sua nascita e se stessi in una potenza occupante di stampo coloniale.

Non una cosa da poco, in poche ore… cambiare ancora in peggio un’equazione i cui termini erano già, sul piano ideale e morale, da tempo ormai sfavorevoli a Israele. Ha scritto il migliore dei quotidiani di Israele, Haa’retz, qualche ora prima della operazione che “c’era un piano d’azione previsto per l’abbordaggio e per rimorchiare le navi nel porto di Ashdod”, ma in realtà poi —La piccola flottiglia di Gaza ha affondato Israele nel mare della sua idiozia[177]: appunto in poche ore…

E a proseguire con la terza grande contraddizione, che, spesso – non sempre, sicuramente – a leggere questi autori, e anche grazie a Dio alcuni giornalisti israeliani, e a confrontarli con quello che scrivono tanti scrittori nostrani al servizio permanente effettivo di Netanyahu e del conventional wisdom dominante all’americana, appare sorprendente come in Israele, tanti media affrontino seriamente, responsabilmente – e con molto più coraggio di tanti nostri scrivani che vanno per la maggiore – il problema e il dramma di Israele e della Palestina e il bubbone di Gaza.

Dal primo momento dell’assalto, per metterla come l’ha messa il NYT, Israele “ha rifiutato di permettere ai giornalisti l’accesso di detenuti”, cioè a ogni testimonianza che potesse contraddire la sua versione degli eventi[178]. Ha trattenuto per giorni tutti i giornalisti che errano sulla nave e non riconosceva come “amici”[179]. Ha rifiutato di rilasciare la versione incensurata e grezza dei video sequestrati e diffuso, invece, una sua “produzione” ultra-purgata e anche (volutamente, con ogni probabilità) ultra-confusa[180].

Lo ha fato grezzamente, però, in un modo pacchianamente ovvio. Non riuscendo neanche così a far vedere, però, che chi “resisteva” all’assalto sul ponte della Mavi MaMara era davvero armato di pistole e fucili e riuscendo – forse, che poi è manco chiaro – a far vedere che, assaliti a raffiche di mitra dalle truppe d’assalto che si calavano giù dagli elicotteri, alcuni dei “difensori” erano armati di bastoni, effettivamente, e, effettivamente, reagivano: come però, in quelle condizioni, avrebbe fatto davvero chiunque…

Questa, del resto, è la linea usuale con cui – facendo fede ciecamente, almeno fino a prova in contrario, a quanto dicono loro gli organi istituzionalmente preposti alla controinformazione di Stato – la grande stampa americana, quella convenzionalmente più seria e accreditata da cui poi prende il là troppo spesso il resto della grande stampa internazionale, riceve e spara i suoi scoop (in Italia, diremmo noi, alla Biscardi…: non conta che sia vero, conta che faccia il botto)[181] 

Nei giorni immediatamente seguiti al blitz di Israele era sembrato aprirsi, facendo leva proprio sulla crisi e il malessere scatenato, quello che sarebbe stato uno scontro, in apparenza reale, tra le forze parlamentari di Tel Aviv: utile forse, addirittura, a provocare una spaccatura tra i partners di governo, innaturale coalizione tra l’estrema destra Kadima di Netanyahu e i laburisti opportunisti di Barak.

Tzipi Livni, la presidentessa del Likud, almeno tanto di destra quanto Kadima ma impegnata – in teoria, in linea di principio – a perseguire la soluzione dei due Stati, aveva proposto ai laburisti di rovesciare la maggioranza e farla con loro. O, più moderatamente, di obbligare Kadima ad accettare condizioni che avrebbero obbligato – almeno in teoria, in linea di principio… – un governo nazionale di coalizione a lavorare all’ipotesi di uno Stato palestinese accanto a uno ebraico. Purtroppo si parla solo di teorie, anche per chi qui – Labour, Likud – ora dice di crederci. Tanto è vero che alla proposta hanno subito soprasseduto.

Anzitutto perché si poteva sfiduciare il Likud ma non certo l’IDF, le gloriose forze armate di Israele, sempre per definizione al di sopra di ogni sospetto e per le quali, quindi, anche la nuova coalizione respingeva a priori ogni e qualsiasi inchiesta internazionale sul modus operandi tenuto nel disastroso blitz.

E, poi, perché per ora, con Netanyahu che a fine giugno deve andare in America a un difficile incontro con Obama – per Israele, cioè, con la Madonna pellegrina – fa, come dire, brutto alla fazione interna dei laburisti guidata dall’ex capo dei sindacati, Amir Peretz… e la mozione viene ritirata[182].

Adesso, dopo le condanne ripetute e severe lanciate contro Israele, non sembra proprio che, in sostanza, qualcosa stia cambiando sul terreno, a Gaza. Le conseguenze più importanti della strategia insulsa e ottusa di Tel Aviv e dell’impotenza concreta delle reazioni che ha scatenato si vedrà, probabilmente, più a lungo termine. La Turchia, dall’operazione, ha portato a casa un forte aumento della propria credibilità regionale (l’unico paese che è stato capace di dire a Israele, e alta voce, che qual che faceva era del tutto sbagliato).

Ha scritto l’influente redattore capo del quotidiano Al-Quds al-Arabi, che esce in lingua araba e inglese a Londra da vent’anni, che questo “è il tipo di linguaggio che in queste parti del mondo non si sente dai tempi di Gamal Abdel Nasser[183]. E lamenta l’ex agente dello spionaggio britannico che firma l’articolo del quotidiano americano, “il controllo che da sempre ha tenuto in mano l’Egitto  del dossier palestinese non sarà, d’ora in poi, più lo stesso[184]. E’ l’impressione diffusa, oggi, leggendo o guardando uno qualsiasi dei media importanti della regione. 

Però, e per fortuna di tutti, Ankara non pare proprio volere proporsi così, come un nuovo modello nasserian-rivoluzionario, al Medioriente ma pare intenzionata a seguire un suo percorso pragmatico e non pare neanche che intenda, malgrado i suoi morti – se da essa dipende e Tel Aviv non peggiora le cose – rompere i suoi rapporti con lo Stato ebraico. Continuerà, però, a perseguire senza mollare l’illegalità dell’assalto alle sue navi in alto mare e dell’assassinio di una decina di cittadini turchi in acque internazionali. Adesso, certo, bisognerà anche considerare se e quanto e come Israele vorrà tentare di rammendare lo sbrego molto costoso che la sua ottusità ha inferto ai suoi rapporti con Ankara…

Forse, va detto, l’amarissima ma, come è tipico della grande cultura ebraica ricchissima sempre lievitante di grande humour politico, anche la migliore e più significativa sintesi della questione e della mentalità con cui troppi israeliani la vivono, è nel fulminante aneddoto che ha raccontato in questi giorni Uri Avnery— il decano dei grandi pacifisti israeliani, 86 anni benissimo portati, uno che nel 1948 combatté per il suo paese e, dopo, ha sempre rifiutato di farlo per protesta contro le mire espansionistiche che da Ben Gurion in poi il suo governo ha sempre mostrato.

C’è, dunque, la madre ebrea russa che, abbracciando il giovanissimo figlio in partenza per il fronte a combattere per lo zar contro i turchi nella prima guerra mondiale, raccomanda accorata: “non fare l’eroe, Itzaak, ammazza pure un turco e, poi, riposati. Madre” risponde lui “ma che succede se un turco poi ammazza me? Te?” sbigottisce lei “E perché mai? Tu che gli hai fatto?[185]. Già. Tal quale lo sbigottimento degli israeliani, oggi, di fronte al risentimento palestinese…

A modo suo, anche l’Iran deve forse cominciare a preoccuparsi – il termine è esagerato ma rende l’idea – del ritorno, da protagonista, alla ribalta mediorientale di un’entità attiva nell’area della vecchia Anatolia come potenziale, e imprevisto, contrappeso della presenza geo-politica risorta essa stessa dell’antica Persia in competizione lì, nel Levante, con il peso di Israele. Che, da quando esiste, è adusa a mostrarsi, disse de Gaulle nel 1967 – storicamente profetico, come non di rado gli capitava – “arrogante e dominatrice”.

Quanto all’America, sul piano dei propri rapporti col mondo e non solo certo con Israele, sempre più evidente diventa che ormai deve darsi una regolata e accettare il proprio ridimensionamento. Su tutti i piani. Non fosse altro perché, pachidermica e tardigrada com’è, non ce la fa più e sbaglia sempre, o quasi. Ma anche quando tarda a muoversi, imponente com’è, finisce con lo sbagliare.

Non ha più l’onnipotenza che aveva e, forse, a dire il vero non l’ha mai avuta, per muoversi e decidere tutto da sola e neanche per imporre a tutti, sempre, alla fine di accettare quel che decide da sola. Qui, ancora, l’avverbio chiave è il “sempre”. Ma deve ancora imparare a riconoscerlo, confessarlo a se stessa, prenderne atto e tirarne le conseguenze.

Deve capire che se una banca diventa troppo grossa per essere lasciata fallire, vuol dire che è diventata troppo grossa proprio per esistere...,  se un pozzo petrolifero viene scavato così a fondo nel mare da porre gravi problemi se poi c’è bisogno di tapparlo, vuol dire che proprio non l’avrebbero dovuto scavare.

E se una politica estera si rivela fallimentare perché è dettata da una visione messianica che nessuno ti riconosce come eri convinto ti fosse dovuto, in quanto la ritenevi dettata dalla volontà dell’onnipotente o, se no, dalla natura provvidenziale – e neanche più te stesso ormai te lo riconosci – vuol dire che bisogna cambiarne le premesse e farlo rapidamente, a partire da quella cieca e primordiale nel “manifesto destino” dell’America di dominare il mondo…

Certo, la prossima volta che Obama apre le braccia al mondo arabo, proponendosi come “onesto mediatore” e invitandolo a discutere di pace sarà inevitabilmente e giustamente sommerso da un coro di pernacchie, come le chiamano a Napoli.

Anche con l’Iran, del resto, Obama che era sembrato partire bene è arrivato male. Nel tentativo di rompere col bushismo agressivo dei suoi primi mesi aveva anche riconosciuto esplicitamente –a Teheran nessuno glielo aveva chiesto; ma fece impressione anche lì che lo avesse fatto – la legittimità e soprattutto il fatto del regime rivoluzionario, preso le distanze dalle nefandezze con cui la CIA aveva fato fuori Mossadeh e riportato nel ’53 sul trono del pavone lo shah seminando i frutti intossicati dell’ostilità anti-americana, dato atto che l’Iran ha il diritto ad arricchire il suo uranio…

Poi tutto è stato stravolto dalla rivolta interna contro i risultati delle elezioni e dalla lettura che a Washington ne hanno data una stampa miope, servizi segreti accecati dai propri desideri e una politica basata sulle illusioni di quel che si vedeva su Internet— e mai si sapeva provenire davvero da dove… E così, indurendo il confronto e riportandolo là dove era ai tempi di Bush, al puro scontro – e peggio: un mese fa, la revisione della “postura nucleare” degli USA per la prima volta ha asserito che l’arsenale nucleare onnipossente di Washington non sarà mai usato contro un pase che non ne ha uno suo: con l’eccezione annunciata, però, dell’Iran – Obama ha “rilegittimato” Ahmadinejad, la cui intransigenza sul nodo appare molto più di principio e disposta più della sua  alla mediazione concreta.

Washington continua a dire che il presidente iraniano è rigido perché ha le mani legate dalla contestazione al’interno del suo regime. Ma solo qualche giorno fa un irritatissimo Lula ha svelato – senza una parola di commento – gli altarini della quasi “irrilevanza” cui ormai Obama, sulla questione iraniana, sembra ridotto. Anche il NYT nota seccamente, del resto, che il presidente “potrebbe non avere più una reale influenza sulla politica verso l’Iran, marginalizzato com’è stato dall’opposizione nel suo stesso partito democratico e nel Congresso[186]”).

Prima dell’iniziativa di mediazione che a maggio Brasile e Turchia avevano tentato e concluso con l’Iran – ha rivelato il testo della sua lettera a quello brasiliano[187] – Barak Hussein Obama aveva detto un chiaro sì proprio alla proposta che poi era stata sottoscritta nell’accordo a tre raggiunto a Teheran. La frase chiave del messaggio, circondata da mille avvertimenti al Brasile e alla Turchia di non fidarsi troppo della parola di Teheran, era la seguente e, ragionevolmente, come un sì preventivo era stata letta da Lula e da Erdogan:

per noi [cioè per gli Stati Uniti d’America] l’accordo di Teheran a trasferire 1.200 chili del suo uranio a basso arricchimento fuori del paese costruirebbe fiducia e diminuirebbe le tensioni nella regione riducendo sostanzialmente le scorte di uranio a basso arricchimento disponibili in Iran”… Poi, a cose fatte e accordo raggiunto, Obama – perché alla fine la responsabilità sempre sua è – ci ha ripensato.

Il nodo delle sanzioni ora sta lì a dimostrarlo. Riesce ancora, l’America, a farle passare, ma ogni volta le occorre qualche mese di più, qualche misura del tutto platonica o quasi contro chi vuole, ma ormai deve patteggiare, scambiare, accontentarsi. Intanto subiscono anche le pressioni  degli altri: e l’America non vi è abituata… A mettere sotto pressione – letteralmente a sfidare – anche se il titolo del NYT registra il fatto con un assai più blando “mettere alla prova la diplomazia americana”: ma in realtà – e soprattutto – i rapporti di forza, i nuovi rapporti di forza dell’America con il mondo – viene a inizio giugno un vertice strano,

Si tiene del tutto inatteso, in pratica ormai alla vigilia della riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e perfino troppo tardi se non per lanciare un segnale, il vertice a tre che vede riuniti ad Ankara un vertice a tre che, tagliando fuori proprio gli Stati Uniti e la loro ormai assodata non-diplomazia, solo negativa e tutta centrata sull’alzare la voce, vede a discutere insieme di diritto alla produzione di energia nucleare, sanzioni e quant’altro, Turchia, Iran e Russia[188].

In America, e nella visione centripeta e autocontemplativa del mondo che è quella anche di Obama ma soprattutto della signora Clinton, leggono la cosa come un tentativo di rilanciare la proposta a tre di un mese fa di Iran, Turchia e Brasile, associandoci in qualche modo la Russia (l’occasione formale è un vertice di “sicurezza regionale” che secondo la commentatrice, e probabilmente a ragione, “fa solo infuriare gli Stati Uniti e sembra calcolato proprio a sfidarli”). Insomma nessun effetto concreto e troppo tardi per influire sul voto all’ONU: se non, appunto, come un segnale che il sì, obtorto collo, non è comunque un sì incondizionato alle velleità degli Stati Uniti. 

Nel frattempo il governo americano, moltiplicando spiegazioni e pressioni su tutti i membri del Consiglio di Sicurezza, è riuscito a convincerli – o, almeno, a convincerli di far finta che li abbia convinti – anche se in realtà senza prove, quasi sulla parola, che l’Iran ha “rimesso in funzione alcune parti dismesse del suo programma di armamenti nucleari”. Adesso gli USA sostengono che, contrariamente alla conclusione cui erano arrivate, tre anni fa, tutte le sue fonti di intelligence , esse adesso danno indicazioni “non ancora probanti però suggestive” di una qualche attività nucleare non solo per la ricerca e l’energia ma anche per gli armamenti.

Certo, aggiunge un alto dirigente del Dipartimento di Stato, parlandone anonimamente al NYT, adesso il caso che stiamo presentando ai membri del CdS “fa il punto sul fatto che gli iraniani stanno conducendo ricerche a possibile uso duale [energia o armi] e alcune iniziative che si possono solo spiegare con un interesse diretto all’armamento nucleare”. Il lavoro che l’Iran sta portando avanti “è attentamente calibrato e non consente loro di fabbricare una bomba. Non è per niente il tipo di impegno coeso e globale che vedevamo prima del 2003[189].

E allora? Siamo alle solite. Tant’è. Anche stavolta, malgrado la perdita di peso specifico della politica non hanno la forza, o il coraggio, di fare all’America – nel merito delle ragioni e della documentazione che porta – lo sberleffo che merita: come le volte precedenti sull’Iran stesso, come quando in sede di CdS, Colin Powell, segretario di Stato americano a fine 2002 mentì al mondo, sapendo di mentire sulle “prove” del le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein...  

Votano le sanzioni anche quando (leggete il testo delle dichiarazioni nel verbale della seduta[190]) lo fanno senza convinzione reale, con mille caveat e solo perché non osano dire di no. Ma riescono ad annacquarle e sbianchettarle fino a renderle blande e prive di ogni efficacia: il NYT scrive che rappresentano al massimo “un incremento modesto rispetto a quelle dei rounds precedenti”— la scappatoia che trovano da sempre Russia e Cina per non votare direttamente contro il volere degli Stati Uniti.

E, in effetti, c’è un solo nome nuovo tra quelli cui viene proibito di depositare propri soldi in banche occidentali, quello di Javad Rahiqi, che dirige il centro di ricerche sulle tecnologie nucleari di Isfahan… un professore universitario di altissimo rango che questi idioti (non c’è altro termine per definire chi ha stilato queste liste di proscrizione) pensano sia più cretino di loro e abbia lasciato i suoi soldi alla Citibank di New York, magari. Insomma: efficacia, evidentemente, zero.

E’ vero, stavolta ci sono misure che autorizzano ad ispezionare navi, dirette in Iran o da lì provenienti, e sospettate di trasportare “materiale da guerra proibito”. Il fatto è, però, che ci sono due riserve importanti:

• La prima è che sono le tante eccezioni: tutto il materiale bellico difensivo, compresi i missili antiarei S-300, venduti all’Iran e già anche pagati, la cui consegna però non si capisce bene se adesso verrà onorata oppure no. Dice che forse no, che sarà “congelata”, ma anonimamente, l’agenzia Interfax. Dice che sì il presidente della Commissione Affari esteri della Duma, Konstantin Kosachyov[191]. In ogni caso, i russi hanno tenuto fuori gli S-300 dal testo delle sanzioni e lo riconoscono esplicitamente anche gli americani: ma adesso forse ci stanno ripensando

   Infatti, Putin avrebbe informato Sarkozy che per or almeno la consegna dei missili antiaerei non avverrà, che Teheran è fuori dai gangheri per la decisione e che, a termini contrattuali vigenti, vuole imporre ai russi pesanti penali[192].

   Confusione, insomma, volutamente coltivata dai russi, per premere su Teheran, su Israele e sull’America insieme… Ma con Putin subito lì ad aggiungere che così come, forse, saranno congelati, gli S-300 possono essere “scongelati” in ogni momento… perché, come osserva a ruota il vice primo ministro Sergei Ivanov, “onorare il contratto con l’Iran è solo una decisione politica.

Per dirla tutta, a chi scrive non sembra avere tutti i torti il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, quando definisce come “schizofrenica[193] la politica della Russia verso l’Iran: quando gli vota le sanzioni contro insieme agli americani…, quando si dà da fare a annacquarle un po’…, quando gli rifiuta anche le consegne di acquisti già pagati in contanti, come il reattore di Bushehr—salvo poi accennare a ripensarci ancora… Sono logiche spiegabili, in realtà, come quelle americane ma di segno opposto, del resto, con la ragion di Stato.

   Certo, sarebbe più razionale se Gates avesse l’onestà intellettuale e il coraggio civile – impossibile, però, e non solo per restare al suo posto: ormai è al governo con Obama e con Bush da quasi otto anni; impossibile proprio e anche come americano, che cercasse di considerare entrambi i lati di una stessa medaglia: per loro sono tutte monofacciali – di considerare che la sua, di linea, quella sull’Iran degli Stati Uniti d’America, è paranoica, dissociata, monomaniaca[194] almeno quanto è schizofrenica quella dei russi…

• La seconda riserva, cruciale, è che neanche stavolta c’è autorizzazione alcuna ad abbordare comunque le navi in alto mare: solo a invitare i loro comandanti a farle ispezionare. Cioè, e appunto, sono sanzioni senza alcun dente che legittimamente sia titolato a affondar nella ciccia…

Per capirci meglio. Quando una nave da guerra, diciamo americana, nell’Oceano indiano o nel Golfo Persico, imponesse a un cargo iraniano di farsi ispezionare a forza perché lo sospetta, il capitano del battello di Teheran potrebbe, in base alla risoluzione dell’ONU, rifiutare di farsi ispezionare e costringervelo – a parte ogni altra conseguenza un conflitto armato – sarebbe pura pirateria internazionale. Insomma, anche qui, efficacia zero…

Nessun paese potrà più consentire all’Iran, dice la risoluzione, di dotarsi, importandoli, di strumenti o tecnologie che lo aiutino a procurarsi, produrre, arricchire l’uranio… con l’eccezione di quanto già è autorizzato (il reattore di Bushehr, per dire, riaffermano i russi e gli americani lo riconoscono). Anzi, il ministro degli Esteri Lavrov dice che i due governi stanno discutendo sulla costruzione di altri, diversi, reattori nucleari in Iran[195].

Efficacia zero, cioè, dicevamo… Insomma, per andarci leggeri, una buffonata. L’ennesima, per l’esattezza. Facimmo a faccia feroce… E ce ne fosse uno coi nervi saldi abbastanza per andarglielo a dire in faccia che fanno ridere. No, fanno tutti finta che l’imperatore abbia addosso i vestiti, anche se vedono tutti che ormai è proprio nudo… consentendogli tra l’altro, così, di continuare a pavoneggiare davanti a tutti le proprie vergogne…

La verità è che le “sanzioni americane contro l’Iran – molte a datare dalla rivoluzione islamica del 1979 – sono già le più stringenti al mondo, ma quattro anni dopo che il Consiglio di sicurezza ha ordinato all’Iran di smettere di arricchire l’uranio, l’Europa è ancora e sempre il maggior partner commerciale dell’Iran”: lo fa ben notare, quasi con amarezza e con stupore un po’ idiota, un editoriale importante[196].

Sottacendo, però, che forse è proprio perché il CdS non ha l’autorità né il potere di ordinare niente del genere a nessuno che, almeno finora, le sue decisioni non hanno nessuna efficacia reale. In effetti, neanche il CdS può fare quello che vuole: solo quanto gli è consentito espressamente dalla Carta dell’ONU; e ordinare a un paese di non fare quello che gli permette di fare il Trattato di non proliferazione nucleare cui aderisce – arricchirsi l’uranio: come fan tutti[197] – è pretesa illegale).

Quando è evidente che l’unico tipo di sanzione che farebbe davvero male al governo iraniano sarebbe una caduta forte del prezzo del greggio. O una riduzione ingente delle sue vendite di petrolio. Che per ora, però, non si vedono, se non come assenso, quasi solo di principio però, alle pressioni americane, ad esempio, sugli Emirati arabi…    

Quanto alla Cina, alla fiera internazionale di Shangai, l’ambasciatore Medhi Safari, alla presenza del ministro del Commercio cinese Chen Deming che sottoscrive, indica come i due paesi stiano proiettando un aumento dei loro scambi nei prossimi due anni fino a 50 miliardi di $[198].

L’economia iraniana sarà anche nei guai, ed è vero, anche se a raccontarlo ogni giorno è la propaganda americana, di un paese cioè che, come noto, problemi economici non ne ha nessuno… ma – attestava già nel 2007 uno studio del GAO americano, la loro Ragioneria dello Stato, che “il ruolo trainante del paese nella produzione di energia oltre ai suoi scambi economici rendono difficile – a dir poco – per gli USA tentare di isolarlo” – e, aggiunge oggi l’OMC citata sempre nell’articolo di reazione alle sanzioni che abbiamo appena indicato qui in Nota, ha visto aumentare gli scambi commerciali nel corso del decennio scorso, fino al 2008 della recessione, a un  tasso annuo del 19%.

Lasciandosi dettare il che fare dall’America sui rapporti con l’Iran, o comunque subordinandoli costantemente al suo buon volere, l’Europa intanto è riuscita – anche tra mille dubbi e duemila resipiscenze – s’è vista sorpassare dalla Cina come primo partner commerciale dell’Iran con scambi che vanno ormai oltre i 35 miliardi di $. I mercati di maggiore export iraniano, ormai, oltre alla Cina, sono India, Giappone, Taiwan. Ma anche, malgrado la sua stessa arrendevolezza, l’Unione europea.

La Cina importa l’11% del suo petrolio dall’Iran e sul petrolio ha firmato più di 120 miliardi di $ di accordi con Teheran. E l’Iran ha ormai largamente rimpiazzato le importazioni di benzina dalle tradizionali compagnie multinazionali dell’occidente  concludendo accordi alternativi proprio con la Cina ed il Venezuela.

Dice caustico Steven Miller, direttore a Harvard del Programma di ricerche sugli affari internazionali, che con queste cifre, questi flussi e questi ritmi “non va male per niente a uno Stato cosiddetto paria… E fa sorgere la domanda su chi noi americani stiamo effettivamente cercando di persuadere nella nostra campagna – aggiungiamo noi: ottusa – senza tregua contro l’Iran”.

Forse, Israele…      

E, in effetti, subito prima del voto Putin aveva affermato[199] che, comunque, la risoluzione non avrebbe dovuto chiudere il dialogo con l’Iran, facendo quindi attenzione a non parare alto e a non pretendere di mettere ostacoli allo sviluppo del programma nucleare pacifico di Teheran…

L’unica cosa già certa è che con queste nuove sanzioni la ricerca in Iran non si fermerà, non cesserà la produzione di energia nucleare, anzi proprio Putin contestualmente ora conferma che entro agosto la Russia consegnerà chiavi-in-mano il nuovo reattore che deve a Teheran che, del resto, da tempo lo ha già pagato…

Insomma, non solo inutili anche mal considerate, sia le minacce (di chiunque) che le sanzioni. Però – segno di debolezza a ben vedere impressionante, ancora, o in  ogni caso di sottovalutazione delle proprie forze nel rapporto con gli USA – le vota comunque…

Il “coraggio” civile di dire no alle richieste degli USA, per ragioni diverse – di opportunità/necessità o di principio – lo trovano così solo i due membri non permanenti del CdS, Turchia e Brasile, che avevano lavorato a disinnescare davvero il problema. Ma tutti gli altri acconsentono (quei poveri disgraziati dei libanesi si spingono fino ad astenersi: ma di più non possono né osano, stiracchiati come sono tra americani e iraniani).

E l’Iran chiarisce subito che, dopo questo voto, ogni sua collaborazione con l’Agenzia dell’ONU per l’energia atomica diventerà praticamente impossibile. Il 13 giugno, annuncia il presidente della Commissione speciale Sicurezza e Affari esteri del majilis, Alaeddin Boroujerdi, il parlamento comincia a discutere del nuovo non-rapporto[200]. E il portavoce del commando generale iraniano delle Forze armate, all’unisono col presidente della camera, Ali Larijani, avverte che, all’ispezione tentata di vascelli del suo paese nel Golfo Persico ipotizzata dalle nuove sanzioni (che non autorizzano, però, in ogni caso l’uso diretto della forza), così come ad ogni altra azione ostile diretta contro sue aeronavi, Teheran risponderà in modo appropriatamente “uguale e contrario[201].

Forse più efficace potrebbe essere il supplemento di sanzioni che, per conto loro, gli Stati Uniti decidono di infliggere all’Iran… Forse, perché non è che possano poi essere molto più serie di quelle, già in vigore… Efficace, di certo, è invece il messaggio che, con unanimità che una volta si usava definire sprezzantemente bulgara, dà il Senato degli Stati Uniti quando il 24 giugno ratifica (99 voti, neanche un’astensione e senza alcuna discussione di merito reale), le sanzioni dell’ONU… Uno spettacolo, a dire poco, grottesco.

Adesso, il pericolo vero però è che Israele autoesaltato e autossessionato che vede nemici dove sono, dove potrebbero essere e dove magari mai sono, non foss’altro che per la loro reale impotenza, deciso comunque a mettere fine alla tensione che esso stesso ha contribuito a montare fino al calor bianco, attacchi i siti nucleari iraniani: o quelli, piuttosto, che pensa, sospetta, teme potrebbero diventare domani i siti nucleari iraniani.

Lo potrebbe perfino fare fregandosene di Obama e del suo consenso, cercando di imporre il fatto compiuto. Probabilmente non attaccando l’Iran con armi nucleari ma “limitandosi” ad un massiccio, ma materialmente complesso e difficile raid condotto con bombe convenzionali, avvalendosi, magari – questa sarebbe ora la novità – di quello che secondo alcuni osservatori ha acquisito: il tacito, inconfessabile, consenso dell’Arabia saudita che, impaurita anch’essa dalla potenziale minaccia sciita, “avrebbe accordato a Israele l’uso di uno stretto corridoio nel suo spazio aereo del nord del paese per accorciarle la distanza che deve percorrere l’attacco aereo all’Iran[202]”.

Francamente la fonte (un “rappresentante della Difesa americana che risiede nell’area”), così come non identificato, appare assai dubbia nel merito. Tra l’altro sarebbe un viaggio complicato proprio dalla mappa geografica e dalle distanze da coprire, poi – sembrerebbe – senza neanche la copertura satellitare degli americani… Pare, anzi ormai è certo, che due anni fa sia stato proprio Bush a negarla in occasione di un’analoga tentazione israeliana e sarebbe difficile anche per un’Obama che sull’Iran appare relativamente assai indebolito essere su questo più calabraghe del predecessore…

Qui, dunque, vi forniamo l’informazione come l’abbiamo letta: con il beneficio di un improbabile inventario… Anche perché, alla fine della fiera, significherebbe che re Abd Allah Abd al-Aziz Al Saud, il custode delle due sacre moschee (Mecca e Medina), non esiterebbe a permettere ad aerei israeliani (peggio, dal punto di vista islamico, ebrei) di andare a bombardare, passando impunemente sul suo territorio, cittadini dell’Ummah, la comunità dei credenti, in Iran. Credeneti un  po’ strani, sciiti e non sunniti, ma islamici sempre. E, dunque, carne al fuoco per la guerra santa contro di lui, come empio e nemico di Dio, di un altro fratello saudita, di lui perfino più famoso e certo più carismatico, di nome Osama bin Laden.

E, infatti, il governo saudita si affretta a smentire: è solo un’invenzione maligna, senza alcun fondamento, del tutto inventata[203].

Intanto, in Iraq, il primo ministro uscente al-Maliki avverte tutti che un suo mancato ritorno al potere vorrebbe dire caos e nuova, moltiplicata violenza[204]. Che è, poi, esattamente la tesi opposta a quella sostenuta dal suo rivale, l’ex primo ministro al-Allawi, arrivato primo per voti ma non – per poco – per numero di seggi nel risultato finale delle elezioni.

Poi, alla vigilia della prima seduta del parlamento eletto, i due capi coalizione, Nouri al-Maliki e Iyad al-Allawi finalmente si incontrano faccia a faccia. E annunciano che formeranno un governo di coalizione che comprenderà tutti i gruppi politici del paese. Niente maggioranza, insomma, e niente minoranza[205]

A parole, però… Osservano tutti a Bagdad che ci vorranno ancora settimane, se tutto va bene, per vedere effettivamente formarsi un governo: perché le divisioni, anche interne ai due schieramenti ma specie a quello unitario sciita non sono affatto superate… Ad al-Maliki stanno offrendo, i suoi, di rinunciare alla premiership, “accontentandosi” del posto di presidente dell’Iraq: che a quel punto, però, verrebbe “sottratto” a Jalal Talabani, cioé ai curdi. E aprirebbe un contenzioso, rischioso e del tutto nuovo (la coalizione uscente è sciiti + curdi).

E, tanto per cominciare, tutto non va bene per niente perché, appena a mezz’ora dall’inizio della prima sessione del parlamento la seduta viene rinviata: troppe le divisioni, di ogni colore e di ogni tipo che restano, cui all’ultimo minuto si aggiunge anche la minaccia dell’ala sciita di al-Sadr della coalizione maggioritaria, che pure è essenziale (una quarantina di deputati), di abbandonare l’aula se alla sessione inaugurale continuava a presenziare il “proconsole”, Christopher R. Hill come Muqtada al-Sadr chiama sprezzantemente l’ambasciatore americano …

Lo speaker, Fouad Massum, si è limitato a dire così che c’è ancora bisogno di tempo per sciogliere nodi e dubbi e che è meglio aspettare… e ha rimandato il tutto a data da destinarsi[206].

GERMANIA

Con cautela, ma anche senza nascondere in niente il ruolo nuovo – propositivo – che ha scelto di svolgere, il governo Merkel col ministro degli Esteri Westerwelle ha presentato anche a nome dei russi ai francesi, ottenendone interesse ed assenso, un nuovo progetto di cooperazione e sicurezza tra Europa e Russia[207], basato su una bozza di proposta che i russi avanzarono già due anni fa. E la illustra in uno strano vertice a tre dell’Unione europea – che naturalmente taglia fuori l’Italia – con Francia e Polonia, alla presenza del ministri degli esteri russo, Lavrov.

Ora proposte del genere sono sul tappeto da anni senza alcun esito. Ma stavolta la faccenda sembra molto più seria. Perché a farla propria e a presentarla, anche a nome dei russi, sono direttamente i tedeschi. Che ci tengono, ben consci come sono, agli effetti geopolitici di una proposta come questa a presentarla anche, in particolare, ai polacchi. E, poi, ai francesi. Tagliando fuori, almeno in questa fase – e la cosa appare significativa – sia americani che inglesi sia – e sembra certo meno significativo, quasi irrilevante – anche la quarta (almeno sulla carta) grande potenza europea, gli italiani…   

Si direbbe quasi che i tedeschi, la cui strategia dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla loro catastrofica sconfitta è stata quella di fare della costruzione europea il loro motore e dell’alleanza con la Francia quello dell’Europa stessa, all’interno di un’intesa ideal-strategica con l’America, stiano riposizionando idee e disegni politici ma senza aver chiaro ancora con che cosa.

E’ la crisi finanziaria e istituzionale dell’Europa a costringervela, anche se gran parte della responsabilità in materia è proprio tedesca— della loro rinuncia, o non volontà, a fare da capofila; e, a costringervela, è la crisi evidente dell’egemonia americana nel mondo – finanziaria, economica e anche strategico-militare – l’incapacità ormai a farsi “obbedire” senza dover guerreggiare.

O. magari, invece facendo la guerra, non riuscendo mai a vincerla: per gli USA, l’Afganistan è già durato ormai il doppio della seconda guerra mondiale e proprio adesso, a giugno, il 26, a mese non ancora finito, è stato toccato il massimo da nove anni di soldati della coalizione morti ammazzati: ottanta[208], questo mese americani, britannici, australiani, canadesi, francesi, danesi, romeni e polacchi…

Insieme, gioca anche il suo ruolo possente la capacità d’attrazione della Russia vicina. Che non è certo più quella di Stalin o di Breznev ma neanche quella aperta, però pericolosamente più debole, di Gorbaciov e, peggio, di Eltsin. E di cui i tedeschi sentono forte la comunità di interessi, sulla base di quelli evidenti comuni di mercato e di stabilità intereuropea: di crescita dell’uno condizionata a quella dell’altro.

Di qui la proposta: non di un’alleanza russo-tedesca si tratta (che quando c’è stata è sempre stata in qualche modo pericolosa quasi quanto il conflitto) ma di un’alleanza nuova di co-sicurezza integrata della Russia nel sistema di sicurezza europeo. Che, a quel punto, sicuramente deve arrivare a ridefinire se stesso anche e proprio in rapporto a quel’ectoplasma che è diventata la NATO. Un vecchio obiettivo strategico di Mosca ma, a questo punto, dell’Europa stessa alla luce del lento crepuscolo, del necessario e utile ridimensionamento, dell’egemonia americana. 

Il PIL crescerà, prevede la Bundesbank, nel primo Rapporto previsionale del 2010[209], dell’1,9% a fine anno soprattutto per l’aumento dell’export e gli incentivi alla creazione di scorte: non il massimo, dal punto di vista della qualità della crescita, però comunque dello 0,3% sopra la previsione dell’ultimo dicembre. Le misure di sussidio pubblico a occupazione, consumi… – qui le chiamano di stabilizzazione pubblica, che suona più ortodossa: ma di quello si tratta – scompaiono gradualmente e, a medio termine, gli investimenti migliorano e anche, probabilmente, i consumi privati. Nel 2011, le cose andranno peggio, riscendendo a una crescita dell’1,4%: comunque, rispetto alla previsione dello scorso dicembre, +0,2%.

Intanto, la disoccupazione continua a scendere— per il dodicesimo mese di seguito, anche se di poco ma continua a scendere[210], tenuta sotto controllo com’è dal sistema di sussidi tutto tedesco del Kurzarbeit che sussidia le imprese perché non licenzino ma invece riaddestrino i lavoratori altrimenti in esubero: non licenziamento e  lavoro kurz più corto, ad orario ridotto.  

La produzione industriale è salita ad aprile dello 0,9% sul mese precedente.

Il tasso di inflazione è cresciuto dell’1,2% a fine maggio sullo stesso mese dell’anno prima: rispetto ad aprile l’aumento è stato dello 0,1%[211] e il tasso, assai moderato, resta ben al di sotto della soglia indicata dal la BCE e dalla Bundesbank esorcizzando almeno un po’ le solite paranoie dei banchieri centrali. 

I tagli che il bilancio dell’austerità[212], presentato il 7 giugno presenta includono 11,2 miliardi di €, a cominciare non da quest’anno  ma dal 2011, proprio come da noi: riduzione globale, entro il 2014, di 80 miliardi. Il programma include una serie di misure di aumento delle entrate e taglio delle spese che comprenderanno una tassa speciale sui biglietti aerei, la riduzione dei sussidi fiscali ora concessi al settore energetico e una “ristrutturazione completa al ribasso” come ha detto Merkel stessa, delle forze armate.

Insomma, un pacchetto oneroso davvero (anche se conferma qualche misura semplicemente ridicola: come la legge dello Schuldenbremse, o freno al debito, che il Bundestag ha passato già nel 2009 e impegna il governo alla riduzione per legge del deficit di bilancio allo 0,35% del PIL entro il 2016: come se l’impegno precedente per legge del 3% – Maastricht, Lisbona – fosse servito, qui come altrove, a tenercelo, il deficit, sotto il livello fissato…).

Tanto per cominciare c’è la confusione tra debito (un accumulo fisso di capitale, valutabile anno per anno: l’eurozona lo fissa al 60% del PIL) e deficit (un flusso, invece, di capitale stabilito nel 3%: entrambi i tetti più teorici che reali, visto che in pratica neanche un paese dei 16 e/o dei 27 li rispetta entrambi), questo, dicevamo, è un impegno per lo meno bizzarro.

Infatti, il fabbisogno di quest’anno, da solo, tocca gli 86 miliardi di €, più del doppio dei ben 48 milioni dell’anno passato e il maggiore del dopoguerra, è costretto a rilevare anche chi tesse stoltamente gli elogi di una, dunque, pretesa ma impossibile austerità teutonica[213]. Pesante per il welfare, pesante per i redditi familiari (sempre di un governo di centro-destra si tratta: anche se, come si è visto, pure quelli di centro-sinistra…). Ma che qui, almeno, sembra pigliarsela proporzionalmente un po’ meno che altrove coi “soliti noti”.

La Merkel ha perso, anche, il braccio di ferro interno tra la candidata che preferiva per la carica di presidente della Repubblica federale, la ministra del Lavoro Ursula van der Leyen, moderatamente centrista nel suo partito, da eleggere al posto del conservatore Köhler (costretto alle dimissioni dalla sua eccessiva sincerità, forse: che i soldati tedeschi stavano in Afganistan per difendere gli interessi economici del paese…, lato sensu, ovviamente, cioè le esportazioni tedesche nel mondo…) e il candidato del ramo ultraconservatore, il governatore della Bassa Sassonia, Christian Wulff[214], che il suo gruppo parlamentare le ha imposto. A quel punto, ovviamente, ha ceduto ma la cosa non promette bene per una coalizione che sembra sfuggire sempre più al controllo del suo cancelliere…

In effetti, il 30 giugno nelle due prime tornate di voto Wulff non raggiunge la maggioranza assoluta della Bundesversammlung – l’assemblea ad hoc composta dai 622 deputati del Bundestag e da altrettanti delegati dei Länder – che sulla carta pure avevano: ma a tradire la Merkel non sono tanto come lei temeva i liberal-democratici di Westerwelle quanto diversi grandi elettori della CDU stessa. E per lei la faccenda si annuncia ancora più seria…

Alla fine, il candidato che lei ha presentato, finendo chiaramente però col subirlo, è passato: non ci fosse riuscito Merkel si sarebbe dimessa subito. Ma c’è riuscito solo con una maggioranza assai risicata, e solo quando ormai bastava quella relativa, e grazie al no della Linke, il partito di sinistra, che ha rifiutato il suo voto al candidato alternativo presentato da socialdemocratici e verdi, Joachim Gauck. I Linken lo avrebbero pure votato in molti e anche volentieri, ma esigevano che la sua candidatura fosse discussa e concordata anche con loro, come partito. Esattamente quello che i socialdemocratici hanno rifiutato… Così, gli uni e gli altri hanno eletto un candidato di destra

In definitiva, una bella lezione per tutti coloro che, a destra e a sinistra, si sono lasciati tentare da comportamenti che potrebbero ben essere definiti da imperialismo di grande potenza: gli altri devono fare quello che io dico loro, perché sono io a dirglielo. Bè, non funziona. Almeno in Germania non più…

Ma, a questo punto, è ancora più chiara la crisi della coalizione di governo che da settimane scricchiola palesemente. A parte gli appelli dell’opposizione – consuetudinari e del tutto flosci però, come sappiamo bene anche da noi – per nuove elezioni politiche anticipate, sono le liti, i contrasti interni – anche qui, no?, proprio come da noi – nella maggioranza cristiano-democratica e liberale, ma anche all’interno della stessa CDU, ad alimentare speculazioni crescenti[215] – e forse qualcosa di più – su un imminente collasso del governo. Al contrario, invece, purtroppo di quanto avviene da noi.

Der Spiegel, il principale e più autorevole settimanale di Germania, ha appena chiamato la coalizione Merkel-Westerwelle “un governo in macerie… su una lunga durata del quale nessuno scommette più, neanche i più fedeli alla Merkel[216]. I cristiano-democratici al governo chiamano cetrioliGurken i loro colleghi liberal-democratici e questi chiamano i conservatori, viceversa, i maiali selvaticiWildsau.

La CDU s’è trasformata in un partito conservatore di destra moderna – in termini nostrani noi diremmo alla Fini di oggi – con un certo relativo interesse a un minimo di uguaglianza sociale, di protezione ambientale e, anche, dei diritti dei gay in quanto diritti, comunque, dei cittadini mentre la FDP di Westerwelle, al di là della sua specifica e molto personale situazione – lui è gay dichiarato ma pensa ai diritti suoi innanzitutto; e è contro le armi nucleari altrui, cioè americane, nel suo paese – ma sta diventando un partito monomaniaco, come si dice single issue: vuole tagliare le tasse, o almeno congelarle, anzitutto per i redditi alti: quelli che, dice, creano ricchezza[217].

Ora, il contrasto interno al governo riparte anche e proprio sul pacchetto di austerità: per la componente di Merkel esso è troppo sbilanciato comunque, nei sacrifici, a sfavore dei meno abbienti, mentre la FDP non è contenta non avendo ottenuto gli sgravi fiscali che aveva promesso per le aliquote più elevate. Il malessere, insomma, è profondo e, forse, solo una vittoria l’11 luglio in Coppa del mondo in Sudafrica potrebbe, chi sa, diradarlo… Ma solo per qualche tempo.

Piano piano si va imponendo, negli uffici studi, nelle cancellerie d’Europa (e d’America), nelle opinioni pubbliche, l’idea che ormai il problema vero dell’euro – non solo dell’eurozona, tanto meno dell’euro – stia diventando non la Grecia, né la Spagna, né nessun altro degli anelli deboli della catena fiscale, per chiamarla così, ma proprio la Germania di Merkel: troppo indecisa e insicura di sé, ormai, da lasciar perdere il vecchio ruolo della Germania federatrice del continente europeo, di sicuro non da sola ma con Francia e Italia (certo la Francia di Mitterrand, mica questa… e, certo, non l’Italia di Berlusconi).

FRANCIA

Il 12 giugno, il governo annuncia un piano di austerità[218], una specie di manovra finanziaria di aggiustamento del bilancio la chiameremmo noi, per un totale di 45 miliardi di € su tre anni che vuole riportare il deficit/PIL al di sotto del 3% “europeo” entro il 2013. Il governo tedesco aveva messo, di fatto, sotto pressione quello di Parigi annunciando il suo piano di tagli per 60 miliardi di € entro il 2016 allo stesso scopo.

Come comunicato qui a grosse linee dal ministro del Lavoro Eric Woerth in parlamento – i dettagli seguiranno in un secondo momento – il piano francese farà metà e metà fra tagli di spesa e aumento di entrate (ci sarà un prolungamento dell’età pensionistica di due anni, probabilmente, da 60 a 62, ma sicuramente anche un aumento del carico fiscale sui redditi alti: mentre la manovra nostrana, come è noto, pretende solo di tagliare le spese, cioè di far pagare sproporzionatamente di più ai cittadini che hanno bisogno della spesa pubblica per scuola, sanità, ecc., ecc.).

Una porzione consistente, sui 15 miliardi di €, verrebbe recuperata a Parigi annullando lo stimolo temporaneamente accordato a programmi che sono serviti a far uscire dal peggio della crisi interi settori produttivi. Grosso modo le misure francesi sono quantitativamente in linea con quelle tedesche, ma inferiori di parecchio ai “sacrifici” imposti/autoimpostisi da Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo e Italia.

GRAN BRETAGNA

E’ stato rivelato ufficialmente che, anche qui, il deficit/PIL dell’anno scorso era stato valutato troppo benevolmente. Non era arrivato, come era stato detto, intorno al 10% ma più in su, all’11,4%[219]: di gran lunga il maggiore tra quelli dei grandi paesi della UE. Intanto Fitch, l’agenzia di rating che ha base centrale qui a Londra, parla di una “formidabilesfida fiscale per il nuovo governo Cameron-Clegg e il primo ministro, mettendo le mani avanti, avverte che il bilancio da presentare a fine giugno produrrà tagli capaci di cambiare profondamente “il modo stesso di vita” del popolo inglese[220]… E tutti capiscono chi è che deve cominciare, anzi continuare, ad avere davvero paura.

La legge di bilancio viene effettivamente presentata il 22 giugno da George Osborne, cancelliere dello Scacchiere nel nuovo governo conservator-liberal/democratico. Tagli di spese drastici (ad esempio, con la cancellazione dell’assegno ai minori) e aumenti di entrate, in un rapporto di uno a quattro rispetto ai tagli e ben squilibrati a sfavore dei meno abbienti[221] (soprattutto con l’IVA che sale nella media dal 17,5 al 20%).

Malgrado questo intervento la previsione di crescita dell’economia che fa il governo resta incredibilmente quasi intatta, invece dell’1,3% quest’anno l’1,2 e nel 2011 il 2,3% invece del 2,6%: una previsione, appunto, balordamente, quasi berlusconiamente, ottimistica. Il deficit calerà, dice, dal 10,5% previsto quest’anno, subito al 10,1% e nel 2015-2016 all’1,1%... Il governo, per indorare la pillola ai liberal-democratici, dice che si tratta di misure fiscali “progressive”. Mente per la gola, rileva però anche l’autorevolissimo Istituto per gli Studi Fiscali che, nella sua sconfinata moderazione, dichiara la cosa “assai discutibile[222]

Il fatto è che, mentre i laburisti si spiluccano l’ombelico perdendo ancora almeno due-tre mesi prima di riuscire a ridarsi una leadership – e poi, chi? –, la risposta del nuovo governo Cons-Lib si fa subito dannatamente concreta:

• Viene subito fuori senza mediazioni che, adesso, se non proprio la politica economica, l’economia politica in questo paese è tornata ufficialmente, e programmaticamente, agli anni trenta, prima di Keynes. Tagli più tagli, per circa 86 miliardi di €, recessione più recessione, inflazione e poi, magari anche insieme, deflazione: la vecchia stagflazione. Di fatto, si tratterà del tentativo di eliminare un deficit strutturale di bilancio dell’8% del PIL, sui 140 miliardi di € in cinque anni, caricati per l’80% su riduzioni di spesa. In cinque anni, cioè prima della scadenza massima delle prossime elezioni politiche.

   Nessun paese ha mai volontariamente fatto altrettanto, la Grecia è stata adesso costretta a qualcosa di simile ma solo dalla combinazione di UE e FMI coalizzati e dal fatto che non trovava più credito sul mercato dei capitali.

   Non è il caso inglese: rispetto ad Atene l’economia è assai più diversificata, il debito pubblico – il solo che, per ora, sembri preoccupare i mercati (su questo Berlusconi ha ragione: è sbagliato, bisognerebbe anche calcolare quello di famiglie e privati) – non è esorbitante a paragone degli altri dei grandi paesi.

   Ma la differenza più importante – quella che fa il “signoraggio”, chiamiamolo pure così, della City rispetto a tutti gli altri mercati europei – è che la struttura del debito per questo paese è cadenzata su tempi particolarmente lunghi— intorno ai 14 anni.

• E poi risulta subito che, al contrario di quello che la coalizione Cons-Lib è andata giurando, secondo i loro piani concreti i sacrifici non saranno affatto equamente distribuiti (ma resta il sospetto che, con gli altri, coi laburisti, sarebbero stati certo meno crudamente violenti ma, grosso modo, purtroppo, sempre dello stesso segno.

Il problema veramente grosso è che si tratta di una scommessa davvero azzardata, fatta per convinzione coscientemente tutta ideologica. Perché non è davvero altro se non il puntare a una crescita dell’economia capace di rilanciarsi malgrado queste misure che sono tutte sistematicamente fate per gelarla.

Il fatto è che si tratta di un’aggressività non necessaria, anche perché i piani in proposito del governo laburista in uscita (riduzione di bilancio, tra spese inferiori e più tasse per una trentina di miliardi di €) erano già duri e sufficienti, secondo i calcoli dello stesso Office for Budget Responsibility, un centro di ricerche economiche dei Conservatori appena creato, a riportare il bilancio a una sostenibilità sufficiente[223]… E l’aggiunta adesso voluta dal governo conservatore di un’altra cinquantina di miliardi di € in un quadriennio è tanto pesante da sembrare a molti realmente suicida.

L’utile sfilza di foglie di fico, per non dire di utili idioti – i liberal-democratici seduti accanto al premier nella prima fila dei banchi del governo: che si sono contentati di concessioni puramente verbali nel bilancio (ma nessuna cifrata) su infrastrutture, protezione dei redditi più da fame, politiche regionali, mantenimento di un welfare universale anche se drasticamente ridotta e niente, niente, sull’ambiente) avrebbe fatto sicuramente ribrezzo ai fondatori del moderno pensiero liberal, i Keynes e i Beveridge che a contrastare il taglio feroce dei bilanci pubblici avevano dedicato vita e pensiero.

In definitiva, si tratta puramente e semplicemente da parte dei conservatori di proclamare, loro sperano una volta per tutte, la superiorità e la vittoria del libero mercato e del laissez-faire, del dogma sul buon senso. Che costerà cara al paese, in prospettiva, e alla parte più povera del paese subito, e cara a breve in termini di resa dei conti politica più che a loro ai loro incauti compagni, o camerati, di viaggio: al partito liberal-democratico, libertario, vagamente radicale, qualche po’ di sinistra (contro le guerre, soprattutto quelle costruite sulla menzogna instaurata a politica, aperto al concetto di un’Europa più integrata, ecc., ecc.

In effetti, sale qualche preoccupazione tra loro perché è chiaro a tutti, i militanti anche se non ancora ai loro dirigenti che hanno deciso di fare questa temeraria scommessa, che se lasceranno schiacciare la priorità numero uno della loro agenda di riforma elettorale dalle ossessioni equilibristiche di bilancio dei conservatori  a favore dei meno e a spese dei più, la gente finirà col prendersela per il carico troppo ingente, brutale ed iniquo dei tagli proprio con loro, e giustamente, più che coi conservatori che, in fondo, fanno il loro mestiere di servitori di lor signori…

Già c’è chi lamenta nella stessa leadership liberal-democratica (l’ex capo del partito, Charles Kennedy) ma soprattutto alla base, dell’operazione calabraghista con cui il partito, alla faccia di ogni impegno elettorale, s’è piegato ai tories e ha lasciato intatto com’è un bilancio della difesa che oggi per il Regno Unito spende insensatamente di più della Russia di Putin in proporzione al PIL del paese: “grazie a Dio, Osborne non ha tagliato la spesa per la difesa— dove andrebbe a finire, se no, la nostra paura dei nemici che si nascondono sotto i nostri letti[224]?

Tipo i terroristi, per dire, che si combattono, come è noto, investendo ogni anno gran parte dei 69 miliardi di $ del bilancio della difesa nel sistema nazionale (si fa per dire: le chiavi che lo controllano sono in mani a stelle e strisce) di dissuasione: i missili nucleari Trident.

E ha voglia il cancelliere dello Scacchiere a giurare che i sacrifici saranno equi: parla di aumento dei costi subito per i consumi e i meno abbienti e taglio ai servizi sociali loro destinati e di “maggiori tasse sui guadagni di capitale” per i più ricchi.

Insomma, equità appunto. Solo che le tasse crescono per imposte sul capitale già molto ridotte e solo, ovviamente, per chi i capitali li dichiara poi fedelmente… E quando, solo nella frase precedente lo stesso giovane (39nne) cancelliere Osborne non aveva potuto esimersi dal lamentare l’alta evasione e, soprattutto, l’elusione “dì chi se lo può permettere”, è chiaro, no?, chi pagherà di più.

Non certo il Mr. Smith che fa quattrini alla City vendendo titoli-mondezza o, ancora, tagliando cedole; di sicuro il Mr. Smith che deve pagare molta più IVA sui propri consumi…: dopotutto, secondo quanto lo stesso Osborne ha detto, è dall’IVA che verrà la maggior parte dell’aumento di tasse, schiacciando al ribasso le condizioni di vita di centinaia di migliaia di famiglie (ma questo no, non l’ha detto, il lord cancelliere).

Il messaggio è chiaro, come fa rilevare l’ex componente del direttorio della Banca d’Inghilterra e oggi professore di Economia al Dartmouth College, in America, David Blanchflower. “Si tratta di pura e semplice ortodossia di destra. Il paziente è tenuto in vita dalla respirazione artificiale e se adesso gli staccano il tubo – gli aiuti di Stato – il risultato è quello di strangolare imprese su imprese e creare un milione di nuovi disoccupati[225]. Messaggio che potremmo rivolgere tale e quale al nostro cancellino dello Scacchiere.

La speranza è che, come ha ricordato nel dibattito un vecchio reazionario, sagace figliolo legittimo della Thatcher, il deputato Michael Portillo, qualcuno al governo (che lui, ovviamente, sostiene) ripensi almeno alla dimensione delle sforbiciate decise visto che è molto, molto più difficile farli i tagli – anche quelli pur molto meno ambiziosi cui aveva puntato la signora di ferro – che proclamarli: a rigore, secondo il calcolo del prof. Colin Talbot della Manchester Business School, sarebbero un milione, adesso, a regime, gli impiegati pubblici a doversene andare… ma dove, poi, con una domanda di lavoro quasi inaridita?

Cala, moderatamente, a maggio appena  sotto il milione e mezzo il numero dei disoccupati ufficiali che si iscrivono cioè, ufficialmente, alle liste di disoccupazione mentre quello calcolato coi criteri dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro come altrove nel mondo si conta a 2.470.000 unità. Si tratta anche qui, però, di un dato appena inferiore ai 2.500.000 disoccupati  del primo trimestre. Adesso, però, dicono gli osservatori, i piani del governo di tagli forti alla spesa pubblica possono rapidamente far risalire questa cifra ben sopra i 3 milioni[226].

In ogni caso, vedrete, quando la crisi comincerà nuovamente a mordere, più lacerante, l’economia reale, molti degli entusiasti oggi schierati dietro agli ideologi del governo perderanno tutta la loro smania. Del resto, già le previsioni ufficiali del Tesoro – sfuggite alla censura governativa: stime degli effetti del piano di austerità del bilancio sull’occupazione, dice il paper della cancelleria, da “presumere come posti persi a causa dei tagli previsti:100-120.000 nel pubblico impiego e 120-140.000 nel settore privato, ogni anno per cinque anni”, annunciano appunto un altro milione e mezzo di disoccupati “ufficiali”: ufficialmente previsti.

L’inflazione si contrae a maggio dello 0,3% su aprile ma, pur a fronte di quei dati di PIL quasi agonici, in ogni caso tocca il 3,4%[227].

GIAPPONE

Screditato dalle promesse, che non è stato in grado di mantenere di fronte al duro no degli americani, di far loro spostare la base dei marines da Futenma sull’isola di Okinawa,dove è sempre meno sopportata dalla popolazione, e avendo perso su questo punto un piccolo partito della colazione che aveva messo in piedi, il primo ministro Hatoyama ha annunciato che si dimette[228]. E il suo ministro delle Finanze, Naoto Kan, ha subito proclamato di volergli succedere: erano passati appena nove mesi dalla vittoria elettorale del Partito democratico e dal rovesciamento di un sistema di governo, quello del Partito liberal-democratico, che durava da quasi cinquant’anni ma cambiava primo ministro quasi ogni anno (in ciò pressoché uguale all’altro partito che una volta, agli antipodi,  chiamava se stesso la balena bianca: la Democrazia cristiana d’Italia).

Ciò che ha più danneggiato Hatoyama è che abbia lasciato trascinare la crisi su Okinawa per mesi, sfiancandosi e confermando la sua fama di uno che prima di decidere ci mette tempi storici di ponderazione e, poi, una volta deciso, ce ne mette altrettali per far applicare la decisione, lasciando così coagulare di nuovo magari, in politica interna come in politica estera, le forze che gli sono ostili.

Aveva anche promesso di eliminare i pedaggi autostradali, Hatoyama, di risparmiare sul bilancio per aumentare i sussidi alle famiglie numerose, e invece non ha saputo frenare la spesa pubblica per quasi un anno dall’elezione. Aveva criticato la globalizzazione economica selvaggia all’americana ma tentato anche di avviare una lenta trasformazione del sistema tradizionale di un’economia gestita dalla casta onnipotente degli alti burocrati.

E questo è forse il punto, insieme, di forza e di straordinaria fragilità del sistema: il fatto che la gente sa come, al dunque, come il destino del paese non sia in mano né della classe politica né del popolo ma proprio di questa casta di alti mandarini… designata, poi, da se stessa. Ma di Hatoyama una cosa bisogna pur dire, come di questa cultura nipponica per noi così strana: qui, a prescindere dal fallimento, e dalle stesse ragioni del fallimento – politiche o personali che siano – le responsabilità se le prendono. E se ne vanno. Con tempismo eccezionale ed eccezionale dignità. Insomma, proprio come da noi…

Dove, lui non lo capirà mai, non è fatto proprio per capirlo… lui, infatti, si considera da sempre senza peccato: quello originale compreso… Come scrisse qualche mese fa uno dei giornali britannici con lui più mordaci, “se ci sono due regole d’oro che fanno di Silvio Berlusconi, Silvio Berlusconi, sono la prima di restare alla ribalta e la seconda di incolpare gli altri, sempre, delle proprie disgrazie[229]. Insomma, l’ego spropositato di un imperatore romano, di quelli di grande successo, Augusto per dire o Traiano, senza mai poi poter aspirare a diventarlo: al massimo un Caligola o, come dice lui, un Remolo… Niente da spartire, neanche lontanamente, con questi premier nipponici.

Ricordiamo di aver letto negli scritti di Fosco Maraini[230], grande antropologo e conoscitore profondo del Giappone,che anche se il termine stesso di Bushido – la “via del samurai” – non è più parte comune della vita comune, qui in questo paese l’idea madre del mito – onore, auto sacrificio, responsabilità personale – continua a influenzare la vota politica, quella familiare e anche il mondo degli affari. Ne fanno parte anche scene che a noi appaiono perfino ridicole, come lo scusarsi pubblicamente chinandosi quasi a terra nei confronti di chi, in qualche modo, da uno sia stato deluso…

E, con Kan, adesso, eletto in parlamento in soli tre giorni dalle dimissioni, è il quinto primo ministro[231] che il Giappone cambia in quattro anni. E’ quest’aura di promesse non mantenute, insieme alla perdita di faccia – che, in questo paese, al contrario che per esempio da noi, conta molto – ad aver costato il posto al predecessore. Lui lo sa e starà molto attento a non fare promesse, adesso…

Naoto Kan è entrato una ventina di anni fa nel partito come noto ex attivista dei diritti umani e è altrettanto noto per essere, più apertamente di ogni altro politico giapponese, il nemico giurato della casta, qui radicata come mai altrove, degli alti burocrati ministeriali che in nome della loro competenza tecnica finora hanno, nei fatti, tenuto in mano il potere in questo paese prevaricando una politica dedita quasi esclusivamente ad arricchire se stessa e i partiti…

Ci aveva già provato, fallendo, qualche anno fa a scalzare il loro potere il più potente primo ministro del Giappone degli ultimi decenni, Junichiro Koizumi, il cui partito liberal-democratico lo lasciò al governo per cinque anni. Kan, che lo sa, e viene da un partito meno incallito al potere dice ora che vuole farlo ma sa di non poter agire alla giapponese per arrivarci davvero: cioè inchinandosi e chiedendo scusa; e che deve, invece, operare decidendo e tagliando teste… Bisogna vedere se lo saprà e se lo potrà, fare, però… Comincia, nel rinnovare il governo, con l’ignorare palesemente e pubblicamente, i consigli del grande padrino che controlla l’apparato del suo stesso partito, Ichiro Ozawa. E continua col rendere noto di averlo ignorato.

Adesso, l’11 luglio, il Giappone elegge la Camera alta. Ed è una prima verifica, importante, anche per il nuovo primo ministro.

Disoccupazione ufficiale ad aprile al 5,1%, ancora in aumento dello 0,1 rispetto a marzo, coi prezzi al consumo che continuano a scendere: dell’1,5% nell’anno a fine aprile, per il 14° mese consecutivo di deflazione[232]. Però, a maggio e sullo stesso mese dell’anno scorso, per la prima volta da 17 mesi, dopo una caduta costante dall’inizio della crisi globale – dal fallimento della Lehman Brothers nel 2008 – i prezzi all’ingrosso crescono— certo, di un minimo intacco, dello 0,1%[233].

La deflazione qui resta comunque lo spettro più consistente e il nuovo —Primo ministro giapponese ne sente il peso fino a lanciare un avvertimento pesante: il debito qui potrebbe anche affondarci in una crisi come quella greca[234].

Però, la crescita del PIL nel primo trimestre del 2010 è forte, il 5% su base annualizzata, uno 0,1 più alta di quella prevista ufficialmente, in aumento per il quarto trimestre consecutivo. Keisuke Tsumura, segretario per i rapporti col parlamento del Gabinetto di governo, lo staff permanente dell’Ufficio del primo ministro, afferma[235] che sta anche diventando più “brillante” il trend dei consumi.

Secondo la bozza finale della riforma di bilancio che il governo Kan intende presentare alla Dieta, per i prossimi tre anni la spesa pubblica non supererà i 71.000 miliardi di yen, 633 miliardi di €. Il piano tenta di riportare in attivo per l’anno fiscale 2020 sia i bilanci del governo centrale che quelli dei governi locali, dopo aver abbattuto della metà il deficit entro il 2015. Il piano punta anche a ridurre il debito pubblico entro l’anno fiscale 2021e a mantenere le emissioni del nuovo debito al di sotto dei 44.000 miliardi di yen. La riforma delle imposte, nei dettagli, verrà anch’essa decisa “presto” dal gabinetto e proposta al parlamento[236].

 


 

[1] New York Times, 2.6.2010, M. Saltmarsh e E. Povoledo, European Nations Take Steps to Pare Deficits I paesi europei si preparano a tagliare i loro deficit.

* I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[2] FMI, 10/2009, World Economic Outlook database, Rapporto su paesi e dati selezionati (cfr. www.imf.org/external/pub s/ft/weo/2009/02/weodata/weorept.aspx?pr.x=61&pr.y=16&sy=2007&ey=2014&scsm=1&ssd=1&sort=country

&ds=.&br=1&c=946%2C939%2C941&s=NGDP_R&grp=0&a=/).

[3] CEPR, Centro di ricerche di politica economica, Washington, D.C., 4.2007, D. Rosnick e M. Weisbrot, ¿Pronóstico político?Las desacertadas proyecciones del FMI sobre el crecimiento económico en Argentina y Venezuela Previsioni tutte politiche? Le traballanti proiezioni del Fondo monetario sulla crescita economica in Argentina e Venezuela (cfr. www.cepr. net/documents/publications/imf_forecasting_2007_04_spanish_completo.pdf/).

[4] Guardian, 9.6.2010, J. Leggett, The oil spill and credit crunch were bad. An oil crunch would be worse La perdita di petrolio e la stretta creditizia sono stati un disastro. Una stretta sui flussi petroliferi sarebbe peggiore.

[5] BP, 9.6.2010, Statistical Review of World Energy 2010— Revisione statistica dell’energia nel mondo 2010 [che già è pretesa non da poco parlare di “statistiche” e trattare, invece, di previsioni, no?](cfr. www.bp.com/liveassets/bp_internet/globalbp/glo balbp_uk_english/reports_and_publications/statistical_energy_review_2008/STAGING/local_assets/2010_down

loads/statistical_review_of_world_energy_full_report_2010.pdf/).

[6] Ricordate? Aveva cominciato giurando che la fuoruscita dell’incidente nel Golfo riguardava, al massimo, 5.000 barili di greggio al giorno e poi si è venuto a sapere che erano  dieci, dodici volte tanto… ma neanche al Congresso hanno chiesto – o osato chiedere – ai boss della compagnia come potessero sbagliarsi di tanto… o se, invece, non hanno apposta imbrogliato (Washington Post, 11.6.2010, J. Achenbach e J. Eilperin, Scientists offer varied estimates, all high, on size of BP oil leak— I tecnici offrono stime variabili, ma tutte elevate, sulla dimensione della fuoruscita di petrolio della BP (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/06/10/AR2010061003683.html/).

[7] La documentazione, almeno una copiosa documentazione in questo senso, la forniscono istituti un po’meno di parte delle compagnie petrolifere e dell’OPEC, come la Douglas Westwood, che pubblica previsioni, sondaggi di mercato, ma anche vere e proprie prospezioni tecniche sulle fonti, comprese quelle rinnovabili (in generale, per il sito della D.W., e la sua ricca documentazione, cfr. www.dw-1.com/ e più specificamente sul tema in discussione, Energy Bulletin, 14.9. 2010, S. Andrews, intervista a S. Kopitz della D.W., The first peak oil recession— La prima recessione petrolifera al top dell’offerta, cfr. www.energybulletin.net/node/50109/; e International Institute for Environment and Development (cfr. www.iied.org/) e, in particolare, sul tema, 8.6. 2010, R. Godfrey Wood, Blunt instruments, crude addictions Strumenti rozzi, assuefazioni grezze (cfr. www.iied.org/print/1869/).

[8] The Economist, 19.6.2010.

[9] Agenzia Bloomberg, 9.6.2010, China’s May Consumer Prices Rise 3.1%— I prezzi al consumo di maggio salgono al 3,1% (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601080&sid=a_hKcjDQpiJc/).

[10] New York Times, 9.6.2010, B. Wassener, China’s Trade Rose in May; Surplus Grows A maggio, aumentano gli scambi della Cina; cresce l’attivo commerciale.

[11] Washington Post, 18.6.2010, K.B. Richburg, China's stimulus spending created infrastructure projects that may not be needed— Lo stimolo economico della Cina ha creato infrastrutture che potrebbero non essere necessarie (cfr. www.washing tonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/06/17/AR2010061705794.html/).

[12] New York Times, 22.6.2010, H. Tabuchi, Strike Forces Toyota to Halt Production at Chinese Factory Uno sciopero obbliga la Toyota a interrompere la produzione in una sua fabbrica cinese.

[13] New York Times, 3.6.2010, P. Bowring, China’s Dwindling Resource La risorsa calante della Cina.

[14] New York Times, 10.6.2010, K. Bradsher, An Independent Labor Movement Stirs in China Un movimento sindacale indipendente comincia a muoversi in Cina [una valutazione che, francamente, a chi scrive pare troppo spinta… e anche un po’ pericolosamente ottimistica… Ricordate la vivacissima, ma fatiscente, rivoluzione verde di Teheran di un anno fa?].

[15] New York Times, 13.6.2010, K. Bradsher, Honda replaces strikers in China La Honda rimpiazza gli scioperanti in Cina.

[16] A. de Tocqueville, L'Ancien régime et la révolution, 1856— L’antico regime e la rivoluzione, BUR Saggi, Rizzoli, 1996.

[17] Ad esempio, dal New York Times, 20.6.2010, E. Wong, As China Aids Labor, Unrest Is Still Rising— La Cina sta trattando meglio i lavoratori, ma l’insoddisfazione è ancora in aumento.

[18] New York Times, 27.6.2010, B. Yaghmaian, Follow the Renminbi Seguite il renminbi [di per sé yuan significa solo moneta: il nome ufficiale è proprio renminbi moneta, naturalmente, del popolo]

[19] Shangri-la Dialogue, 9th Asian IISS security summit, Singapore, 4-6.6.2010 (cfr. www.iiss.org/conferences/the-shang ri-la-dialogue/).

[20] New York Times, 7.6.2010, D. Barboza, Changes in China Could Raise Prices Worldwide I cambiamenti in Cina potrebbero far alzare i prezzi un po’ in tutto il mondo.

[21] New York Times, 19.6.2010, K. Bradsher, China Signals It Will Allow Gradual Appreciation of YuanLa Cina segnala che consentirà il graduale apprezzamento dello yuan.

[22] New York Times, 20.6.2010, K. Bradsher, Currency Revaluation to Be Gradual, China Says— La Cina afferma [ma, in realtà, conferma soltanto: per i duri di orecchio o gli illusi…] che la rivalutazione della moneta sarà graduale.

[23] Agenzia Reuters, 25.6.2010, China's exporters need not fear freer yuan – Ministry Gli esportatori cinesi non devono temere uno yuan più libero: assicura il governo (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKTRE65O10I20100625/).

[24] Daily Star (Beirut), 1.6.2010, Agence France-Presse, China's Wen maintains ‘sense of crisis’ over economy— Il PM cinese Wen: bisogna mantenere ‘alta la coscienza della crisi’ che incombe sull’economia (cfr. www.dailystar.com.lb/article. asp?edition_id=10&categ_id=3&article_id=115403#axzz0rqlxJ3p7/).

[25] New York Times, 24.6.2010, P. Krugman, The Renminbi runaround— Quando fanno andare lo yuan da Ponzio a Pilato.

[26] Bloomberg, 24.6.2010, Chinese industrial company profits jump 82%, underscoring overheating risk I profitti dell’industria schizzano in su dell’82%, sottolineando il rischio di surriscaldamento (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-06-25/ chinese-industrial-company-profits-jump-82-underscoring-overheating-risk.html/).

[27] NK Media Coverage, 8.6.2010, (cfr. http://nkleadershipwatch.wordpress.com/2010/06/08/nk-media-coverage-of-spa/).             

[28] Il Sole-24 ore, 9. 6.2010, L. Terlizzi, No del parlamento svizzero all'accordo tra Usa e Ubs (cfr. www.ilsole24ore. com/art/finanza-e-mercati/2010-06-09/parlamento-svizzero-accordo-080900.shtml?uuid=AYSMU8wB/).

[29] The Economist, 12.6.2010.

[30] The Economist, 12.6.2010.

[31] Cfr. qui sopra, Nota3.

[32] The Economist, 26.6.2010. The Economist, 12.6.2010

[33] The Economist, 19.6.2010.

[34] Per l’analisi da cui ricaviamo quest’indicazione, il testo del prof. Alexander A. Cooley, dell’Istituto Harriman della Columbia University, autorità riconosciuta, anche in loco, sulle “cose” dell’Asia centrale (cfr.A. Cooley, Logics of hierarchy— Logiche della gerarchia (imperi, Stati, e occupazioni militari), 2008, Sage House, N.Y.). 

[35] New York Times, 28.6.2010, A. E. Kramer e M. Saltmarsh, Constitutional Referendum Passes in Kyrgyzstan Il referendum costituzionale passa in Kirghizistan.

[36] Stratfor, 28.6.2010, Kyrgyzstan: Medvedev Doubts Parliamentary Republic Will Work Medvedev dubita sul fatto che una repubblica di tipo parlamentare possa funzionare in Kirghizistan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100628_kyrgyzstan_med vedev_doubts_parliamentary_republic_will_work/).

[37] Xinhua (Agenzia Nuova Cina), 11.6.2010, Merkel still eyes changes to EU Treaty Merkel ancora mira al cambio del Trattato dellì’Unione (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2010-06/11/c_13344309.htm/).

[38] Reuters, 10.6.2010, Van Rompuy: EU doesn't need new institutions— Van Rompuy: La UE non ha bisogno di nuove istituzioni (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/BAT005549.htm/).

[39] New York Times, 13.6.2010, P. Krugman, Does fiscal austerity reassure markets? Ma l’austerità fiscale rassicura davvero i mercati?

[40] New York Times, 28.6.2010, L. Alderman, In Ireland, a Picture of the High Cost of Austerity— In Irlanda, il quadro dell’alto costo dell’austerità.

[41] New York Times, 17.6.2010, P. Krugman, That ‘30s feeling Quella puzza di anni ’30.

[42] The Local, 19.6.2010, Merkel refutes Obama on G20 fiscal policy Per il G-20, Merkel respinge le posizioni di Obama sulla politiche di bilancio (cfr. www.thelocal.de/politics/20100619-27969.html/).

[43] Cfr. qui, più avanti, Note58 e 60.

[44] New York Times, 20.6.2010, P. Krugman, Now and Later Adesso e dopo.

[45] EUROSTAT, 4.6.2010, Boll. no. 81, Euro area and EU27 GDP up by 0.2%; +0.6% and +0.5% respectively compared with the first quarter of 2009— Il PIL dell’eurozona e dell’UE a 27 sale dello 0,2%;rispettivamente, a confronto col primo trimestre del 2009,+0,6 e +0,5% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-04062010-AP/EN/2-04062010-AP-EN.PDF/).   

[46] EUROSTAT, 1.6.2010, Boll. no. 78, Euro area unemployment rate at 10.1% EU27 at 9.7%— Il tasso di disoccupazione nell’area dell’euro a 10,1%  Nell’Unione a 27 al 9,7 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01062010-AP/EN/3-01062010-AP-EN.PDF/).

[47] EUROSTAT, 15.6.2010, Boll. no. 84, Euro area employment stable and EU27 down by 0.2% L’occupazione stabile nell’area dell’euro, cala dello 0,2% nell’Europa a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/ 2-15062010-AP/EN/2-15062010-AP-EN.PDF /).

[48] EUROSTAT, 31.5.2010, Boll. no. 77, Euro area inflation estimated at 1.6%— L’inflazione nell’eurozona stimata all’1,6% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31052010-AP/EN/2-31052010-AP-EN.PDF/).

[49] The Economist, 19.6.2010; e EUROSTAT, 14.6.2010, Boll. No. 83, Industrial production up by 0.8% in euro area— La produzione industriale nell’eurozona cresce dello 0,8% [in un mese] (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY _PUBLIC/4-14062010-AP/EN/4-14062010-AP-EN.PDF/).

[50] New York Times, 10.6.2010, J. Ewing e J. Werdigier, Central Bank Extends Cash Lifeline and Gives Pep Talk— La BCE continuerà a lanciare la sua cima di salvataggio al credito e fa il suo fervorino; e BCE, introduzione alla conferenza stampa del presidente J.-C. Trichet, 10.6.2010, cfr. www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2010/html/is1006 10.en.html/).

[51] EUROSTAT, 11.6.2010, Boll. no. 82, EU27 current account deficit 23.4 bn euro; 13.2 bn euro surplus on trade in services— Il deficit dei conti correnti è a 23,4 miliardi di €; e l’attivo nei servizi commerciali tocca i 13,2 miliardi (cfr. http://epp.eu rostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-11062010-AP/EN/2-11062010-AP-EN.PDF/).

[52] EurActiv, 14.6.2010, Merkel, Sarkozy eye watered-down economic governance— Merkel e Sarkozy puntano a una governance economica annacquata per l’Unione (cfr. www.euractiv.com/en/future-eu/merkel-sarkozy-eye-watered-down-economic-governance-news-495213/).

[53] Manca il Berlusca, al quale non hanno neanche ritenuto di doverlo chiedere, forse perché se ne è stato zitto e mosca per tutto il dibattito da pesce in barile sull’argomento— lui è pure proprietario di banche,.in fondo, ha fatto notare sarcasticamente il francese…; e New York Times, 22.6.2010, M. Saltmarsh, France, Germany and U.K. Support Bank Tax Francia, Germania e Regno Unito sostengono una tassazione universale sulle banche.

[54] Stratfor, 8.6.2010, U.K.: EU Budget Review Plan Rejected GB: respinto il piano per la revisione congiunta dei bilanci dell’Unione (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100608_uk_eu_budget_review_plan_rejected/).

[55] New York Times, 27.5.23010, J. Dempsey, Geithner Sees Consensus on Finance Reform—.

[56] Washington Post, H. Schneider, United States and Germany remain divided over financial regulation issues— (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/05/27/AR2010052705352.html/).

[57] New York Times, 2.6.2010, J. Kanter, European Panel Suggests Centralized Ratings Oversight

[58] New York Times, 18.6.2010, S. Chan, Obama Urges Europe Not to Drop Stimulus Measures Yet Obama fa pressione sull’Europa perché non abbandoni ancora le misure di stimolo economico.

[59] The Economist, 12.6.2010.

[60] Reuters, 18.6.2010, testo della lettera del presidente Obama ai leaders dei G-20 (cfr. www.reuters.com/article/idUSN 1811668220100618/).

[61] The Globe and Mail, 24.6.10, Summits must deliver more than big talk I vertici devono darci più di grandi chiacchiere (cfr.www.theglobeandmail.com/news/world/g8-g20/opinion/summits-must-deliver-more-than-big-talk/article1616425/).

[62] Deutsche Welle, 22.6.2010, Merkel's push against Obama's criticism La spinta della Merkel contro le critiche di Obama (cfr. www.dw-world.de/dw/article/0,,5718383,00.html/).

[63] New York Times, 26.6.2010, J. Calmes e S. Chan, Leaders at Summit Turn Attention to Deficit Cuts— I leaders al vertice si concentrano sui tagli dei deficit.

[64] New York Times, 28.6.2010, S. Chan, Pressure on G-20 Economies to Back Up Lofty Rhetoric— Le economie dei G-20 sotto pressione per tener fede alle loro alate dichiarazioni retoriche.

[65] White House, 27.6.2010, The G-20 Toronto Summit declaration La dichiarazione del vertice dei G-20 a Toronto (cfr. http://graphics8.nytimes.com/packages/pdf/business/20100628-summit.pdf/).

[66] New York Times, 25.6.2010, T. Cowen, A pendulum swing toward austerity­— Il pendolo oscilla verso l’austerità.

[67] E’ la stima del tutto informale allegata alla lettera con cui, il 3.12.2009, decine di economisti americani ne hanno chiesto l’istituzione [“un modesto insieme di tasse sulle transazioni finanziarie puramente speculative potrebbe dar luogo a sostanziali introiti di cui c’è bisogno senza avere altro che un limitatissimo impatto sugli scambi economici positivi”] (cfr. www.cepr.net/index.php/publications/reports/economists-support-ftt/).

[68] New York Times, 27.6.2010, edit., Financial Regulation Regolamentazione finanziaria.

[69] New York Times, 27.6.2010, S. Chan e J. Calmes, At Summit, Banks Avoid New Global Regulations Al vertice, le banche evitano una nuova regolamentazione globale.

[70] New York Times, 27.6.2010, P. Krugman, The Third Depression— La terza depressione.

[71] New York Times, 29.6.2010, D. Leonhardt, Bet on Private Sector for Recovery Could Prove Risky Scommettere per il rilancio dell’economia sul settore privato potrebbe essere davvero rischioso. 

[72] Plenaria ad alto livello dell’Assemblea generale, New York, 20-22.9.2010 (cfr. www.un.org/en/mdg/summit2010/).

[73] The Economist, 12.6.2010.

[74] El Pais, 2.6.2010, El paro registra en mayo su mayor caída desde el inicio de la crisis— La  disoccupazione  registra  a  maggio  la  maggior caduta dall’inizio della crisi (cfr. www.elpais.com/articulo/economia/paro/regi stra/mayo/mayor/caida/inicio/crisis/ elpepueco/ 20100602elpepueco_1/Tes#/).

[75] The Economist, 26.6.2010.

[76] New York Times, 18.6.2010, M. Saltmarsh e C. Brothers, I.M.F. Gives Backing to Spain’s Austerity Measures— Il Fondo monetario sostiene in Spagna le misure di austerità  [ma come avevamo previsto anche troppo facilmente (cfr. Nota congiunturale 6-2010, “riforme strutturali” come contropartita degli aiuti, p. 29) li interesano soprattutto le riforme strutturali del mercato del lavoro, cioè la sua precarizzazione sistematizzata: il totem ideologico di sempre e di tutte le destre, anche riformiste…].

[77] New York Times, 15.6.2010, Reuters, Spain Sells Bonds but at a Higher Rate La Spagna vende i suoi buoni del Tesoro, ma a rendimenti ben più elevati.

[78] The Economist, 12.6.2010.

[79] Guardian, 15.6.2010, H. Smith, Debt-ridden Greece gets vote of confidence from China Una Grecia flagellata dai debiti ottiene dalla Cina un voto di fiducia.

[80] Guardian, 17.6.2010, S. Tisdall, The Chinese behemoth awakes Si sveglia il ciclope cinese.

[81] Bloomberg, 4.6.2010, J. G. Neuger, Estonia to Win Backing for Euro Amid ECB Concerns, Draft Shows— L’Estonia troverà l’appoggio per entrare nell’eurozona malgrado le preoccupazioni della BCE (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?id =0601085&sid=ajeWGfMMQ92w/).

[82] The Economist, 19.6.2010.

[83] Reuters, 14.6.2010, EU leaders to approve start to Iceland accession— I  capi della UE approvano l’inizio dei colloqui di adesione per l’Islanda (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE65D4IU20100614/).

[84] Statistics Finland, 9.6.2010, Finland slips back into surprise recesssion La Finlandia, a sorpresa, riscivola in recessione (cfr. www.stat.fi/til/jyrt/2010/06/jyrt_2010_06_2010-03-31_tie_001_en.html/).

[85] New York Times, 22.6.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), Finnish Lawmakers Elect New Prime Minister— I deputati finlandesi eleggono il nuovo primo ministro.

[86]  CNBC Tv, 29.6.2010, IMF says banks remain risk for Austrian budget— Il FMI afferma che le banche restano un rischio per il bilancio austriaco (cfr. www.cnbc.com/id/37993237/).

[87] Portfolio (Hu), 8.6.2010, PM: Hungary needs a new tax regime ‘not the patching up’ of the old one— Il PM: l’Ungheria ha bisogno di un nuovo regime fiscale, non dell’‘impecettamento’ di quello vecchio (cfr. www.portfolio.hu/en/cikkek.tdp?k =2&i=20267/).

[88] New York Times, 27.6.10, D. Bilefsky, Conservative Named Prime Minister in Czech Republic Nella Repubblica ceca, un conservatore è designato primo ministro.

[89] New York Times, 25.6.2010, A.P., Some budget cuts unconstitutional, Romanian Court rules Alcuni dei tagli di bilancio decisi sono incostituzionali, decreta la Corte costituzionale.

[90] Agenzia HINA (Cr.), 8.6.2010, Military coop agreement with Serbia signed— Firmato accordo di cooperazione militare con la Serbia (cfr. http://websrv2.hina.hr/hina/web/article-ots.action?id=20100608:OTS-H6123311:1:hrv&c =ots/).  

[91] New York Times, 14.6.2010, S. Castle, E.U. Approves Step Toward Serbian Membership La UE approva un passo in avanti per la Serbia verso l’adesione.

[92] St. Petersburg Times, 9.6.2010, A. Medetsky, Shmatko Says Oil Pipeline in Doubt— Shmatko sosiiene che ora l’oleodotto è in dubbio (cfr. www.sptimes.ru/story/31651/). 

[93] Novinite.com (Sofia), 11.6.2010, PM: Bulgaria Walks out of Burgas-Alexandroupolis Pipeline— Il PM: la Bulgaria abbandona l’oleodotto Burgas-Alexandropoulis (cfr. www.novinite.com/view_news.php?id=117048/).

[94] Yahoo! News, 19.6.2010, Gazprom warns Belarus it plans to cut its supply Gazprom ammonisce la Bielorussia che progetta di tagliarle le forniture (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100619/bs_afp/russiabelarusgasenergycompany gazprom_20100619202906/).

[95] RIA Novosti, 18.6.2010, Belarus says Russia’s Gazprom owes equal amount of 200 mln in debts La Bielorussia dice che il Gazprom russo le deve anch’esso 200 milioni (cfr. http://en.rian.ru/exsoviet/20100618/159483620.html/).

[96] Reuters, 21.6.2010, Gazprom is due but also owes money— A Gazprom sono dovuti soldi, ma li deve anche (cfr. www.reu ters.com/article/idUSLDE65K13W20100621?type=hotStocksNews/).

[97] New York Times, 22.6.10, M. Schwirtz, Belarus Escalates Tug-of-War Over Russian Gas— La Bielorussia eleva il livello dello scontro [bloccando] il gas russo.

[98] Upstreamonline.com, 21.6.10, Gazprom ordered to cut Belarus supplies— Ordine a Gazprom di tagliare le forniture alla Bielorussia (cfr. www.upstreamonline.com/live/article218297.ece/).

[99] Trend.com, 21.6.2010, EU expects not to be affected by Russia-Belarus gas row L’UE non si aspetta di essere colpita dal contrasto russo-bielorusso sul gas (cfr. http://en.trend.az/capital/pengineering/1708200.html/).

[100] Reuters, 21.6.2010, T. Vorobyova, Belarus says to pay Russia for gas— La Bielorussia assicura che pagherà il gas (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE65K12920100621/).

[101] Stratfor, 24.6.2010, Russia, Belarus: Gazprom To Resume Gas Supplies Russia, Bielorussia: Gazprom riprende l’invio delle forniture di gas (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100624_russia_belarus_gazprom_fully_resume_ gas_ supplies/).

[102] RIA Novosti, 25.6.2010, Belarus gives Russia 24 hours to pay gas debt or face transit shutdownLa Bielorussia dà 24 ore alla Russia per pagare il suo debito senza dover far fronte alla chiusura del transito (cfr. http://en.rian.ru/russia/ 20100625/ 159573848.html/).

[103] RIA Novosti, 7.6.2010, Gazprom agrees long term gaz deal with China— Gazprom concorda su un accordo di lungo termine con la Cina (cfr. http://en.rian.ru/business/20100607/159332231.html/).

[104] Così lo ha chiamato un’“alta fonte americana”, per quanto anonima, parlando con l’israeliano Haa’retz, 10.6.2010, N. Mozgovaya, U.S. sources: Turkey vote against Iran sanctions – a slap in the face— Fonti americane: la Turchia che vota conto le sanzioni all’Iran – uno schiaffo in faccia [agli Stati Uniti](cfr. www.haaretz.com/news/international/u-s-sources-turkey-vote-against-iran-sanctions-a-slap-in-the-face-1.295480/).

[105] The Economist, 12.6.2010.

[106] StarTribune (Minneapolis, USA), A.P., 26.6.2010, US diplomat warns Turkey of eroding support, urges show of commitment to West— Diplomatico americano ammonisce la Turchia sul sostegno calante che ha [in America] e fa pressioni perché dimostri il suo impegno verso l’Occidente (cfr. www.startribune.com/politics/97216239.html/).

[107] TurkStat, 30.6.2010, Boll. #117, Gross National Product rises in the 1st quarter Sale il PIL nel primo trimestre (cfr. www.turkstat.gov.tr/PreHaberBultenleri.do?id=6279/).   

[108] Arabian Business.com, 8.6.2010, A. White, Emirates signs $11.5bn 'superjumbo' deal La Emirates firma un acquisto da 11,5 miliardi di $ (cfr. www.arabianbusiness.com/590059-emirates-signs-115bn-superjumbo-deal/).

[109] The Economist, 19.6.2010.

[110] Business Week.com, 20.6.2010, Poland’s Komorowski, Kaczynski to Face Runoff, Exit Polls ShowGli exit polls indicano che i polacchi Komorowski e Kaczynski si fronteggeranno alle elezioni (cfr. http://www.businessweek.com/news/2010-06-20/poland-s-komorowski-kaczynski-to-face-runoff-exit-polls-show.html/).       

[111] EuropeanVoice.com, 212.6.12010, T. Vogel, Ashton strikes deal with MEPs on EEAS— Ashton raggiunge un  accordo con rappresentanti del PE sul servizio diplomatico estero (cfr. www.europeanvoice.com/article/2010/06/ashton-strikes-deal-with-meps-on-eeas/68307.aspx/).

[112] Wall Street Journal, 25.5.2010, M. Rapoport e T. McGinty, Banks Trim Debt, Obscuring Risks Le banche sforbiciano il debito, mascherando il rischio (cfr.  http://online.wsj.com/article/SB1000142405274870479210457526473157 2977378.html?mod=WSJ_hps_LEFTWhatsNews/).

[113] The Economist, 19.6.2010.

[114] The Economist, 19.6.2010.

[115] New York Times, 11.6.2010, C. Rampell, U.S. Retail Sales Decline in May Le vendite al dettaglio in maggio in America calano.

[116] New York Times, 4.6.2010, C. Hauser, U.S. Adds Jobs in May, but Private Hiring Disappoints A maggio aumentano i posti di lavoro in USA, ma c’è delusione nel settore privato; e Bureau of Labor Statistics, BLS, 4.6.2010, Employment situation summary— Sintesi della situazione occupazionale (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/). 

[117] New York Times, 1.6.2010, R. B. Reich, Entrepreneur or Unemployed? Imprenditori o disoccupati?

[118] Economic Policy Institute di Washington, D.C., (EPI), 4.6.2010, Jobs Picture (cfr. www.epi.org/publications/entry/ jobs_picture_20100604/).

[119] New York Times, 3.6.2010, D. Brooks, Race to Sanity Corsa al buonsenso.

[120] Washington Post, 19.6.2010, L. Montgomery, Election-year deficit fears stall Obama stimulus plan— La paura del deficit in un anno elettorale [a novembre ci sono le elezioni di mezzo termine] blocca il piano Obama di stimolo all’economia (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/06/18/AR2010061805607.html/).

[121] The PEW Research Center for the People and the Press, 7.6.2010, Doubts About Obama's Economic Policies Rise— Crescono i dubbi sulla politica economica di Obama (cfr. http://people-press.org/report/620/).

[122] Washington Post, D. Ignatius, 25.6.2010, For the G-20, order is restored with America's leadership— Per il G-20, l’ordine è ripristinato con la leadership dell’America (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/06/24/AR 2010062402999.html/).

[123] The Economist, 26.6.2010.

[124] The Economist, 26.6.2010.

[125] The Economist, 26.6.2010.

[126] Zaakirah, 3.6.2010, Dichiarazione di G Kekmatyar, a nome dell’emirato islamico dell’Afganistan, sulla cosiddetta jirga consultiva di Kabul (cfr. http://zakiraah.wordpress.com/?s=consultative+jirga/).

[127] Yahoo!News, 1.6.2010, L C. Baldor, (A.P.), Al-Qaida unlikely to be damaged by leader's death— Difficile che al-Qaeda sia davvero danneggiata dalla morte del suo leader [cosiddetto, numero tre…] (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20100601/ap on_go_ca_st_pe/us_us_al_qaida_s_endurance/).

[128] New York Times, 5.6.2010, D. Filkins, With U.S. Aid, Warlord Builds an Afghan Empire—; e, 6.6.2010, sempre D. Filkins, Convoy Guards in Afghanistan Face an Investigation— I militi di un convoglio in Afganistan subiranno un’inchiesta.

[129] New York Times, 21.6.2010, D. Filkins, U.S. Said to Fund Afghan Warlords to Protect Convoys Gli USA dicono che stanno finanziando I signori della guerra afgani [e anche i talebani…] per la protezione dei loro convogli.

[130] Reuters, 28.6.2010, System to assess Afghan forces flawed: auditors— Gli auditors dell’esercito americano  affermano che la  verifica sull’efficacia delle forze armate afgane è bacata (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE65S0Q420100629/).

[131] Guardian, 11.6.20120, edit., Afghanistan: All in the mind Afganistan: tutta una questione di percezione.

[132] Rolling Stones, 2.6.2010, M. Hastings, The runaway general Il generale fuggiasco (cfr. www.rollingstone.com/politi cs/news/17390/119236#/).

[133] New York Times, 22.6.2010, McChrystal is summoned to Washington over remarks McChrystal richiamato a Washington a render conto delle osservazioni fatte.

[134] New York Times, 23.6.2010, edit., Afghanistan, After McChrystal— L’Afganistan dopo McChrystal.

[135] Eguaglianza&Libertà, 21.4.2010, A. Gennari, Stati Uniti, il costo dell’impero (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/stam paArticolo.asp?id=1239/).  

[136] Guardian, 23.6.2010, S. Tisdall, General McChrystal and the militarisation of US politics— Il generale McChrystal e la militarizzazione della politica americana.

[137] New York Times, 23.6.2010, H. Cooper e J. Healy, Obama Relieves McChrystal of Command— Obama solleva dal commando McChrystal.

[138] New York Times, 22,6,2010, C. J. Cheevers, General Faces Unease Among His Own Troops, Too— Disagio verso il generale anche da parte delle sue stesse truppe; ma anche l’articolo-scandalo di Hastings su Rolling Stones dava un quadro preciso di queste critiche feroci dei soldati che vogliono le mani libere sulle pastoie, si dice, imposte da McChrystal ma, in definitiva, poi, dallo steso Obama.

[139] Center for a new American security, 24.6.2010, Commentary on McChrystal strategy Commento sulla strategia di McChrystal (cfr. www.cnas.org/node/4660/).  

[140] Guardian, 21.6.2010, S. Tisdall, Sir Sherard Cowper-Coles: a casualty of Afghan policy war— Sir Sherard Cowper-Coles: una vittima della scelta di guerra afgana.

[141] Cfr. più avanti Nota153

[142] New York Times, 12.6.2010, (A.P.), Poland Wants NATO to Plan an End to Afghan Mission La Polonia vuole che la NATO pianifichi la fine della missione in Afganistan.

[143] Docile “come un cadavere”: è il motto dettato dal fondatore Ignazio di Loyola alla Compagnia di Gesù, di obbedienza cieca e totale al papa. Che un grande teologo e cardinale come Yves Congar ebbe a definire, lucidamente, “totalitario, poliziesco e cretino”… 

[144] New York Times, 11.6.2010, B. Herbert, The Courage to Leave Afghanistan—.

[145] Guardian, 27.6.2010, A. Sparrow, Taliban talks in Afghanistan should start soon, says head of army Il negoziato coi talebani in Afganistan dovrebbe partire presto, dice il capo delle Forze armate.

[146] New York Times, 27.6.2010, R. Douthat, One Way Out Una sola via per andarsene [sì: vincere, vincere, vincere…]

[147] Quella “nuova”, con fonte il Pentagono, sul New York Times, 13.6.2010, J. Risen, U.S. Identifies Vast Mineral Riches in Afghanistan Gli USA identificano vaste ricchezze minerali in Afganistan. Per le notizie sul fatto che di scoperta, invece, non si tratti ma, al massimo, di un’ipotetica prospettiva, e comunque che il tema è di più vecchia data, vedere Danger Room, 14.6.2010, No, U.S. Didn’t Just Discover $ 1 T Afghan Motherlode— No, gli USA non hanno affatto appena “scoperto” 1.000 miliardi di $ di filoni minerari in Afganistan (cfr. www.wired.com/dangerroom/2010/06/no-the-milita ry-didnt-just-discover-an-afghan-mineral-motherlode/).

[148] Uno stato delle cose che preoccupa non poco – e giustamente – la Commissione europea, col vice presidente e Commissario all’industria e all’imprenditoria Antonio Tajani che giura di prestare in futuro la “massima attenzione” alla cosa (Il Sole-24 ore, 16.6.2010, cfr. http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=47512465/).

    Ma non spiega, Tajani, non può spiegare – mica è colpa soltanto sua… – cosa ciò voglia dire:

• parla sì di “tessere legami più saldi coi paesi che producono questi metalli”, ma non ci dice come farà a convincere il principale di loro, proprio la Cina che, certo, nessuno può costringere a venderli, a metterli a disposizione degli europei; • aggiunge dell’importanza di sviluppare la ricerca e la produzione di questi minerali in Europa, Tajani (ma ce ne sono? non pare proprio…);

• e, infine, quasi per disperazione, parla dell’importanza di riciclare sistematicamente i metalli rari che la nostra industria già consuma nella sua produzione— obiettivamente la soluzione meno costosa e anche la più abbordabile, ma anche la meno accessibile per una cultura del superconsumo come quella europea…

[149] New York Times, 18.6.2010, D. G. McNeil, Next for Afghanistan, the Curse of Plenty? La prossima per l’Afganistan, la maledizione dell’abbondanza

[150] M. T. Klare, Resource Wars: The New Landscape of Global ConflictLa guerra delle risorse:il nuovo panorama del conflitto globale, Holt Paperbacks, MacMillan, N.Y., 2002; e Blood and Oil. how American thirst for petrol is killing  us Sangue e petrolio: come la sete americana di petrolio ci sta ammazzando, Penguin Books Ltd., 2005.   

[151] Firedoglake.com, 18.6.2010, Afghanistan: Has Hamid Karzai Already Joined the Taliban? Afganistan: ma Hamid Karzai si è già unito ai talebani? [è un sito di destra non estrema, questo, anzi standard al quale sembra impossibile che uno possa seminare dubbi sulla “patriottardicità” delle grandi multinazionali minerarie americane, impensabile metterle in concorrenza addirittura con quelle afgane, avanzare comunque riserve…] (cfr. http://seminal.firedoglake.com/diary/55602/).

[152] New York Times, 11.6.2010, D. Filkins, Karzai Is Said to Doubt West Can Defeat Taliban Karzai sarebbe pieno di dubbi sulla capacità dell’occidente di sconfiggere i talebani.

[153] Reuters, 23.6.2010, NATO chief says strategy for Afghanistan unchanged— Il capo [si fa per dire] della NATO afferma che la strategia per l’Afganistan non cambia (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE65M4XN20100623/).

[154] Jerusalem Post, 1.6.2010, ‘Israel less of an asset for US’— Israele non è più tanto un attivo per gli Stati Uniti (cfr. www. jpost.com/Israel/Article.aspx?ID=177136&utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter/). 

[155] Guardian, 27.6.2010, H. Sherwood, Israel-US relations rocked by 'tectonic rift' Le relazioni israelo-americane sono scosse da uno ‘sconvolgimento tettonico’.

[156] YNet (Tel Aviv), 26.6.2010, US denies secret talks with Hamas Gli USA negano [ma in realtà, come si è visto, ciurlano nel manico su] i colloqui segreti con Hamas (cfr. www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3910827,00.html/).

[157] Nel 2009, sui 2,55 miliardi di $ di aiuti militari e 400 milioni di aiuti allo sviluppo, per una popolazione sui 7 milioni di abitanti e un paese tutt’altro che sottosviluppato o in via di sviluppo, ma da molti punti di vista, specie quello tecnologico, ipersviluppato (cfr. per i dati ufficiali completi e la loro scansione anno per anno, la documentazione dei Dipartimenti della Difesa e del Tesoro americani riprodotta in www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid =6784/). Un articolo documentato che analizza globalmente il tema (aiuti americani a Israele: anche se con particolare attenzione a quelli militari), su Counterpunch, 5.3.2009, C. e B. Christison, US Military Aid to Israel Gli aiuti militari americani a Israele (cfr. www.counterpunch.org/christison03052009.html/).    

[158] New York Times, 1.6.2010, N. MacFarquahar e A. Cowell, U.N. Security Council Condemns ‘Acts’ in Israeli Raid Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna gli “atti” avvenuti nel corso del raid israeliano.

[159] Guardian, 1.5.2010, C. McGreal, Israel should lead investigation into attack on Gaza flotilla, says US— Israele dovrebbe condurre essa stessa l’inchiesta sull’attacco alla flottiglia per Gaza, dicono gli USA; e per il testo della risoluzione, non esecutiva è vero ma letta dal presidente del CdS, oltre che per quello quasi tragicomico – come capirete – del dibattito, cfr. UNSC, 31.5.2010, Resolution 9940, www.un.org/News/Press/docs/2010/sc9940.doc.htm/ e cfr. www.un.org/web cast/sc.html/.

   L’Italia per conto proprio, ha trovato subito dopo il modo di segnalarsi come l’unico paese che con USA ed Olanda – anche Regno Unito e Francia si astengono – a Ginevra, sempre in sede ONU, poi ha votato contro un’inchiesta internazionale che invece, sull’accaduto, è stata voluta da quasi tutta la Commissione dell’ONU sui diritti umani.

   Una riflessione, tra parentesi, sul ruolo giocato in questa tragicommedia dal nostro (bé, si fa per dire…) ministro degli Esteri, Franco Frattini: una vera e propria carta assorbente passiva di quanto gli dicono gli altri (chiunque, specie Lui si capisce…).

   Adesso – per piaggeria?, per ignoranza dei fatti?, per superficialità? – si fa eco servente degli americani dicendo che Israele, siccome “è un paese democratico” (ma davvero? per tutti i suoi cittadini e i suoi residenti? tutti?... certo. mica è l’unico con tutti quei paesi mussulmani della regione, dall’Egitto alla Siria e molto peggio… ma è anche l’unico a raccontare a tutti di essere democratico… e a trovare chi, babbione come Frattini appunto, gli crede), ha diritto di svolgere l’inchiesta su se stessa da se stessa, senza interferenze altrui… Insomma, proprio come Lui amerebbe veder svolgere sempre le inchieste su se stesso: da se stesso, no?.

   Poi, sùbito dopo, in visita a Berlino, in conferenza stampa col suo omologo Guido Westerwelle, quando il tedesco ripete, sul punto, di volere invece un’inchiesta internazionale e non affatto solo israeliana, Frattini gli va dietro e cambia, improvvisamente, idea: lui, in realtà, è d’accordo sul fatto che per lo meno insieme a Israele dell’inchiesta dovrebbe occuparsi anche il “quartetto”, Stati Uniti, UE, ONU e Russia… (New York Times, 8.6.2010, Reuters, Germany and Italy Want Middle East Quartet in Gaza Probe— La Germania e l’Italia vogliono il Quartetto mediorientale nell’inchiesta su Gaza).

   Non fa niente che ad essere aggredite siano state navi battenti bandiera turca e che i morti ammazzati siano quasi tutti turchi… La Turchia non ci deve essere comunque. Perché nell’inchiesta non è neutrale come, invece, ovviamente, sarebbe Israele. Pare un passo avanti comunque, al seguito dei tedeschi.

   Poi, quasi ripensando alla propria audacia, Frattini ci informa, noi e il mondo, in risposta all’annuncio iraniano di voler mandare a Gaza due battelli della Mezzaluna Rossa, che in realtà “l'ipotesi che l'Iran accompagni le navi umanitarie è ‘un chiaro segnale alla comunità internazionale che Teheran vuole prendere il controllo di Gaza’” (Corriere della Sera, 10.6.2010, “Teheran vuole il controllo”, cfr. www.corriere.it/esteri/10_giu gno_07/gaza-mezza luna-rossa-navi_661 afcca-71f6-11df-9357-00144f02aabe.shtml/).

   Detto questo, senza spiegarci di quali fonti segrete egli si avvalga (forse del Mossad israeliano? o del SISMI nostrano che non si chiama più SISMI, ma sempre poco credibile resta) e tanto per fare un po’ di altra confusione, Frattini aggiunge che “il blocco israeliano è ‘insostenibile e inaccettabile’”. Vuol forse dire che, dunque, non sarà accettato? ma quando mai… lo continueranno a accettare tutti, o quasi. Ma lui, intanto, lo dice…

   La realtà, a guardare il silenziatore quasi assoluto che l’Iran aveva cercato di imporre all’interno sul raid israeliano contro la pattuglia di navi turche per Gaza, è diversa: l’intelligence, appena più attendibile, indica invece che la “voce” delle navi iraniane a Gaza è solo il tentativo di recuperare senza troppa spesa un po’ di faccia agli ayatollah: i grandi, anche se autoproclamati, difensori dei palestinesi che si sono sentiti scavalcati, e non a parole, inaspettatamente, da qualcun altro…)…

   Capriole curiose… Ma non bastano. Il giorno dopo, mettendo la sua firma accanto a quella di un altro irrilevante, ma in teoria ben più importante, ministro degli Esteri, il francese Kouchner, e del collega ben più competente di lui anche se di peso purtroppo perfino inferiore del suo, lo spagnolo Miguel Angel Moratinos, Frattini aveva scritto di una, in realtà, quanto mai fantomatica e vaga “Proposta dell'Unione Europea per aiutare Gaza e Israele”— scrivendo anche sciocchezze come ad esempio del “blocco deciso nel 2007, dopo il colpo di Stato di Hamas contro l'Autorità palestinese”: quando tutti sanno che a fine 2006 Hamas non aveva fatto alcun colpo di Stato ma vinto le elezioni a Gaza e che il golpe era stato tentato e fallito da Israele, CIA e Autorità cosiddetta palestinese proprio perché avevano perso (Corriere della Sera, 11.6.2010, cfr. www.esteri.it/MAE/EN/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Interviste/2010/06/20100611 _FrattiniKouchner moratinos.htm/).

   Insomma, e a chiusura della parentesi, se come abbiamo trovato scritto in un bel libro capitatoci in mano di recente (K. Schulz, Adventures in the Margin of ErrorAvventure lungo il margine dell’errore, 2010, ediz. Harper Collins, N.Y.)invece di essere un segno di inferiorità intellettuale, la capacità di errare è cruciale per l’umana conoscenza” –   ne siamo del tutto convinti e sottoscriviamo in pieno – va anche detto che la seconda parte dell’equazione, la capacità di imparare, è tanto cruciale quanto quella di errare. E qui, con il nostro, non ci sembra proprio di trovare garanzie che sia questo il caso…

uei sdevrermtio derlgio olandesi,

[160] Cfr. www.craigmurray.org.uk/archives/2010/05/the_legal_posit.html/ (Craig Murray insegna diritto internazionale all’università di Lancaster ed è stato per molti anni ambasciatore di Sua Maestà. Britannica in vari paesi asiatici e del Medioriente). Per i testi originali completi, vedi come è trattata in termini di diritto internazionale, in realtà con qualche ambiguità, la questione di un raid del tipo di quello israeliano nel manuale pubblicato dal Comitato della Croce Rossa Internazionale, il 31.12.1995, col titolo di San Remo Manual on International law applicable to Armed conflict at sea— Manuale [dell’istituto sul diritto umanitario internazionale di Villa Ormond a San Remo] sulla legislazione internazionale applicabile al conflitti armati in alto mare (cfr. http://www.icrc.org/ web/ eng/siteeng0.nsf/html/57JMSU/).

[161] New York Times, 1.6.2010, Reuters, Paintballs to Pistols, Israel Admits Ship Blunders— Dalle pistole a vernice a quelle vere, Israele riconosce gli errori grossolani commessi [ma poi, a leggere questo servizio che sembra scritto dall’ufficio relazioni pubbliche delle FF. AA. di Israele, pur parlando di “fiasco” e di “caos” sarebbero: … che “non si aspettavano resistenza”, che gli avversari si sono comportati “in modo inappropriato” – secondo loro quello appropriato era solo arrendersi – che… “non hanno condotto l’attacco con sufficiente durezza, rapidità e forza adeguata”… sic!].

[162] Tra cui, sulle tematiche della pace nel suo paese, La guerra che non si può vincere. Cronache dal conflitto tra israeliani e palestinesi, 2005, ed. Mondadori; Il sorriso dell’agnello, 2005, Mondadori; Gli occhi del nemico: raccontare la pace in un paese in guerra, 2007, Mondadori…

[163] Guardian, 1.6.6.2010, D. Grossman, The Gaza flotilla attack shows how far Israel has declined— L’aggressione alla flottiglia di Gaza mostra quanto in basso sia scivolata Israele.

[164] La documentazione, raccolta da fonti israeliane originali (cfr. www.reuters.com/article/idUSL9116659._CH_.2400/; e cfr. www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3864628,00.html/) è anche riepilogata in Wikipedia, Palestinian rocket attacks on Israel Attacchi a Israele con razzi palestinesi (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Qassam_rocket#cite_ref-3/).

[165] New York Times, 10.6.2010, E. Bronner, A Rising Urgency in Israel for a Gaza Shift— In Israele cresce la pressione per un cambio di politica su Gaza.

[166] Relief Web, 14.6.2010, Israel ready to ease Gaza blockade: Blair— Blair dice che Israele è pronta ad allentare il blocco di Gaza (cfr. www.reliefweb.int/rw/rwb.nsf/db900SID/LSGZ-86EG3H?OpenDocument&RSS20=02-P/).

[167] Gisha Legal Centre for Freedom of Movement Centro giuridico Gisha per la libertà di movimento, un istituto israeliano che si batte contro il blocco di Gaza, Rapporto nel terzo anniversario dell’instaurazione del blocco totale (cfr. www.gisha.org/index.php?intLanguage=2&intItemId=1809&intSiteSN=113/).

[168] New York Times, 20.6.10, Israeli Easing of Blockade of Gaza Draws Praise of U.S.— L’alleggerimento del blocco di Gaza da parte di Israele si guadagna le lodi americane.

[169] New York Times, 13.6.2010, Reuters, Arab League Chief Visits Gaza Strip Il capo della Lega araba visita la striscia di Gaza.

[170] Europa.com, 10.6.2010, European Commission set to help Palestinian economy with full opening of EU market— La Commissione europea decisa ad aiutare l’economia palestinese aprendole completamente il mercato europeo (cfr. http://europa. eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/10/719&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en/).

[171] The Straits Times (Singapore), Agence France Presse, 10.6.2010, Hamas slams Obama remarks— Hamas stronca le considerazioni di Obama (cfr. www.straitstimes.com/BreakingNews/World/Story/STIStory_538346.html/).

[172] White House, dichiarazioni del presidente Obama a chiusura dell’incontro col presidente palestinese Abu Mazen, 9.6.2010, (cfr. www.whitehouse.gov/the-press-office/remarks-president-obama-and-president-abbas-palestinian-autho rity-after-meeting/).

[173] Guardian, 13.6.2010, H. Sherwood, EU ready to intensify pressure on Israel to lift Gaza blockade— La UE pronta ad intensificare la sua pressione su Israele perché tolga il blocco a Gaza..

[174] Haa’retz, 14.6.2010, B. Ravid, EU urges Israel to lift its blockade of Gaza— L’UE preme perché Israele abbandoni il blocco di Gaza (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/eu-urges-israel-to-lift-its-blockade-of-gaza-1.296154/).

[175] Di suo, rilevante in proposito, citiamo per Feltrinelli nel 2007, Una terra due Stati: interviste; e, sempre 2007, Contro il fanatismo [anti-islamico]; In terra di Israele, 1992, ed. Marietti… 

[176] New York Times, 1.5.2010, A. Oz, Israeli Force, Adrift on the Sea La politica di forza israeliana, alla deriva sul mare.

[177] Ha’aretz, 30.5.2010, G. Levy, Gaza flotilla drives Israel into a sea of stupidity— (cfr. www.haaretz.com/print-edition /opinion/gaza-flotilla-drives-israel-into-a-sea-of-stupidity-1.292959/).

[178] New York Times, 1.6.2010, Pressure Mounts on Israel as Activists Vow to Test Blockade Again— La pressione monta su Israele mentre gli attivisti giurano di testare ancora il blocco [questo il titolo, ma il contenuto importante dell’articolo è quello che abbiamo appena citato].

[179] Reporters Without Borders, 2.6.2010, At least 60 journalists were aboard flotilla, most still held— Almeno 60 reporters erano a bordo della flottiglia e la maggior parte sono ancora trattenuti (cfr. http://en.rsf.org/israel-at-least-60-journalists-were-02-06-2010,37646.html/).

[180] La versione governativa israeliana dell’assalto,debitamente censurata, trasmessa a e ritrasmessa da tutte le Tv cui, unica, è stata fatta arrivare dell’assalto su You Tube (cfr. www.youtube.com/watch?v=gYjkLUcbJWo/).

[181] Per una collezione impietosa di links che ci collegano direttamente a una marea di esempi eclatanti (dalle armi di distruzione di massa di Saddam, in poi…), Salon.com, G. Greenwald, Those irrational, misled, conspiratorial Muslims— Quegli islamici irrazionali, sviati, complottasti (cfr. www.salon.com/ news/opinion/ glenn_greenwald/2010/ 05/26/conspiracies/).

[182] Stratfor, 7.6.2010, Israel: Labor-Kadima Coalition Proposal Postponed Israele: la proposta sulla nuova coalizione tra Labour Kadima posposta (cfr.www.stratfor.com/sitrep/20100607_israel_labor_kadima_coalition_proposal_postponed/).

[183] Citato nel Christian Science Monitor, 3.6.2010, A. Crooke, After the Israeli flotilla incident, Turkey is the new Palestinian champion— Dopo l’incidente della flottiglia, la Turchia è il nuovo campione palestinese (cfr. www.csmo nitor.com/Commentary/Global-Viewpoint/2010/0603/After-the-Israeli-flotilla-incident-Turkey-is-the-new-Palestinian-champion/).

[184] Il New York Times, ha ripubblicato questo articolo il 9.6.2010 sotto il titolo eloquente, ed americanamente molto  preoccupato nell’ottica che uno è moderato e gradito se fa quel che vuole Washington, di Egypt’s Waning InfluenceL’influenza calante dell’Egitto

[185] Ma’ariv (il secondo quotidiano d’Israele, pure assai “patriottico”: ma aperto a opinioni diverse), 6.6.2010, U. Avnery, Exodus 2010 (cfr. http://original.antiwar.com/avnery/2010/06/06/exodus-2010/print/).

[186] Guardian, 11.6.2010, S. Simanowitz, Iran sanctions take us closer to conflict Le sanzioni contro l’Iran ci portano più vicini al conflitto.

[187] Testo integrale della lettera del 20.4.2010 del presidente americano a quello brasiliano (cfr. www.politicaexterna. com/archives/11023/).

[188] New York Times, 8.6.2010, S. Tavernise, Russia, Turkey and Iran Meet, Posing Test for U.S. Diplomacy— Russia, Turchia ed Iran si incontrano , mettendo alla prova la diplomazia americana.

[189] New York Times, 8.6.2010, D. E. Sanger, U.S. Presses Its Case Against Iran Ahead of Sanctions Vote— Gli USA premono, perorando il loro caso contro l’Iran, prima del voto sulle sanzioni.  

[190] New York Times, 9.6.2010, N. MacFarquahr, U.N. Security Council Passes New Sanctions Against Iran— Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU passa nuove sanzioni contro l’Iran; e UNSC, ris. 1929 (2010), 9.6.2010 (testo – che già al secondo paragrafo comunque richiama il diritto di ogni paese ad arricchirsi l’uranio a scopi pacifici – cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N10/396/79/PDF/N1039679.pdf?OpenElement/; e verbale del dibattito sulle dichiarazioni di voto, cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/PRO/N10/395/96/PDF/N1039596.pdf?OpenElement/).   

[191] Stratfor, 10.6.2010, Russia: U.N. Sanctions Will Not Affect Iran ProjectsRussia: le sanzioni ONU non avranno effetto sui nostri progetti relativi all’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100610_russia_un_sanctions_ will_not_ affect_iran_projects/).

[192] Reuters, 11.6.2010, Russia to freeze missile sale to Iran:France— La Francia: la Russia congelerà la vendita dei suoi missili all’Iran (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE65A1KV20100611/).

[193] Ha’aretz, 17.6.2010, Russia 'schizophrenic' on Iran, says U.S. defense secretary— La Russia, ‘schizofrenica’  verso l’Iran, dice il segretario alla Difesa americano (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/russia-schizophrenic-on-iran-says-u-s-defense-secretary-1.296873/).

[194] Cfr. qui subito sotto, Nota197

[195] Stratfor, 10.6.2010, Russia: possible new nuclear plants in Iran La Russia parla di possibili nuovi reattori nucleari in  Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100610_russia_possible_new_nuclear_plants_iran/)

[196] New York Times, 18.6.2010, edit., After the Security Council vote Dopo il voto del Consiglio di Sicurezza.

[197] Trattato di non proliferazione nucleare, 27.5.2005, art. IV, #1.: “Nessuna disposizione del presente Trattato deve essere considerata come pregiudizievole per il diritto inalienabile delle Parti di promuovere la ricerca, la produzione e l’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare, senza discriminazione”: “nessuna”…, “diritto inalienabile”…, di tutte le “parti” contraenti”...: non tutte “meno una” (cfr. www.iai.it/pdf/Oss_Transatlantico/66.pdf/, p.23: originale in inglese, www.un.org/en/conf/npt/2005/npttreaty.html/).

   Dove a nessuno che non sia l’AIEA, e non il CdS, e secondo procedure precise è consentito accusare qualcuno senza prove – e non è mai stato questo il caso per l’Iran – di produrre uranio a scopi non pacifici. Magari poi sarà anche così…. Ma a nessuno è permesso di dirlo senza provarlo e senza passare per il vaglio dell’AIEA che lo provi.

   E, questo, senza mai parlare dei pulpiti da cui viene la predica: i paesi che hanno arsenali nucleari loro – capaci di annientare ancora per centinaia di volte ogni forma di vita, non solo di vita umana, sulla terra – e pure Israele che le sue bombe ce l’ha, non lo dice ma lo lascia capire e dire, a scopo di plausibile deterrenza, e, comunque, non ha mai firmato e non intende firmare il trattato di non proliferazione. Come ha fatto l’Iran, osservandone le clausole.

[198] Agenzia IRNA (Teheran), 10.6.2010, Iran, China to boost trade exchange to $50bn—- Iran e Cina aumenteranno gli scambi a 50 miliardi di $ (cfr. www.irna.ir/View/FullStory/?NewsId=1169605&IdLanguage=3/). 

[199] RT, Agenzia Novosti, 8.6.2010, Solution on Iranian nuke program should fit all sides:Putin— Putin sostiene che la soluzione del programma nucleare iraniano dovrebbe poter andare bene a tutti (cfr. http://rt.com/Politics/2010-06-08/ putin-iran-nuclear-ahmadinejad.html/).

[200] Yahoo!News, 10.6.2010, N. Karimi, (A.P.), Iran to review relations with UN nuclear watchdog L’Iran rivedrà i suoi rapporti con l’agenzia nucleare di sorveglianza dell’ONU (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20100610/ap_on_re_ mi_ea/ iran_nuclear/):

[201] MemriTv.org, 16.6.2010, Agenzia Fars, Iranian Official: We'll Reciprocate If Our Ships Are Searched— Esponenti iraniani: se le nostre navi venissero ispezionate, renderemmo par per focaccia (cfr. www.thememriblog.org/iran/blog_ perso nal/en/ 27853.htm/).

[202] The Times, 12.6.2010, H. Tomlinson, Saudi Arabia gives Israel clear skies to attack Iranian nuclear sites L’Arabia saudita dà cieli aperti a Israele per il suo attacco ai siti nucleari iraniani (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_ east/article7148555.ece/).

[203] Jerusalem Post, 12.6.2010, Saudi Arabia denies it will allow Israel to use its airspace— L’Arabia saudita nega di voler permettere ad Israele l’uso del suo spazio aereo (cfr.www.jpost.com/Headlines/Article.aspx?id=178225/).

[204] New York Times, 9.6.2010, A, Shahid, Maliki Says Iraq Needs His Leadership Maliki afferma che l’Iraq ha bisogno della sua leadership.

[205] Aswat al-Iraq (Bagdad), 12.6.2010, Maliki-Allawi meet ends in agreement to set up national partnership govt.— L’incontro tra Maliki e Allawi si conclude con l’accordo a formare un governo di coalizione nazionale (cfr. http://en.aswataliraq. in fo/?p=133125/).

[206] The Iraqi Dinar, 14.6.2010, 1st session of Iraqi Parliament postponed after 30 minutes— La 1a sessione del parlamento iracheno è posposta dopo mezz’ora (cfr. www.theiraqidinar.com/1st-session-of-iraqi-parliament-postponed-after-30-minutes/).

[207] Sul tema, vedi il contributo interessante – come lettura geo-politico e strategica americana molto vicina al Pentagono – di Stratfor, 22.6.2010, Germany and Russia Move Closer Si riavvicinano Germania e Russia (cfr. www.stratfor.com/ weekly/20100621_germa ny_and_russia_move_closer/; un servizio che, come lettura economico-finanziaria, viene ripreso e riprodotto con lo stesso identico titolo da altri siti molto più attenti a quelle specifiche dimensioni come www.marketoracle.co.uk/Article20519.html/ e www.businessinsider.com/germany-and-russia-moving-closer-together-2010-6/.

[208] CNN, 24.6.2010, June deadliest month of Afghan war for coalition troops Giugno, il mese più mortale della guerra afgana per le truppe della coalizione (cfr. http://edition.cnn.com/2010/WORLD/asiapcf/06/24/afghanistan.troop.deaths/).

[209] Bundesbank, 11.6.2010, press release, New Bundesbank projection: German economy on path to recovery— Nuove proiezioni della Bundesbank: l’economia tedesca sulla via della ripresa (cfr. www.bundesbank.de/download/presse/pressenoti zen/2010/20100611.prognose.en.php/).

[210] New York Times, 30.6.2010, Reuters, German Unemployment Down for 12th Straight Month— La disoccupazione tedesca scende per il dodicesimo mese di seguito. 

[211] DESTATIS, 10.6.2010, Short-term indicators, Prices Indicatori di breve periodo, prezzi (cfr. www.destatis.de/jetspeed/ portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/Prices/Content100/pre110

a,templateId=renderPrint.psml/).

[212] The Local (De), 7.6.2010, Axe falls on welfare and family benefits. But… Cala l’accetta su welfare e redditi delle famiglie. Ma…  (cfr. www.thelocal.de/politics/20100607-27699.html/).

[213] New York Times, 6.6.2010, J. Dempsey, German Coalition Sets Out to Find Deep Cuts La coalizione di governo tedesca alla ricerca di tagli di bilancio profondi.

[214] New York Times, 3.6.2010, J. Dempsey, Merkel's Favorite for German Presidency Loses Out— Perde la favorita di Merkel per la presidenza tedesca.

[215] Hamburger Abendblatt, 14.6.2010, Endzeit-Stimmung in der Koalition Umori apocalittici nella coalizione (cfr. www.abendblatt.de/politik/deutschland/article1530372/Endzeit-Stimmung-in-der-Koali tion.html/).

[216] Citato dal New York Times, 14.6.10, N. Kulish, Merkel’s Coalition Showing Signs of Collapse La coalizione Merkel mostra segnali di collasso.

[217] Questa, almeno, è l’interpretazione della trasformazione in corso di due partiti della coalizione nella lettura che ne dà un’analista attenta, Sabine Rennefanz del Berliner Zeitung, che ne scrive sul Guardian, 15.6.2010, Angela Merkel’s paralysis La paralisi di Angela Merkel.

[218] Stratfor, France: Austerity measures announced In Francia, preannuncio di misure di austerità (cfr. www. stratfor. com/ print/164889).

[219] Office of National Statistics, ONS, 31.3.2010, UK Government Debt & Deficit 2009: Dedicit e debityo publico britannico 2009 (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget.asp?id=277/).

[220] The Economist, 12.6.2010.

[221] Financial Times, 23.6.2010, Osborne makes good on his promises Osborne mantiene le promesse (cfr. www.ft.com/ cms/s/0/e2596136-7e5e-11df-94a8-00144feabdc0.html/).

[222] IFS, 6.2010, Observations/Reflections on the Emergency Budget 2010 (cfr. www.ifs.org.uk/publications/browse/type /tw/); e Financial Times, 22.6.2010, J. Boxell e A. Barker, Deepening cuts will hurt poorest— L’aumento e l’e la profondità dei nuovi tagli di spesa faranno male ai più poveri (cfr. www.ft.com/cms/s/0/63100aa6-7e36-11df-94a8-00144feabdc0. html/).  

[223] The Observer, 20.6.2010, W. Hutton, There is no logic to the brutish cuts that George Osborne is proposing Non c’è alcuna logica nei brutali tagli proposti da George Osborne [il nuovo cancelliere dello scacchiere] (cfr. www.guardian.co.uk/ commentisfree/2010/jun/20/budget-cuts-george-osborne/); e per la documentazione dell’OfBR da cui l’A. deriva e avvalora questo suo giudizio, Pre-budget forecast Previsione pre-bilancio, 6.2010, cfr. http://budgetresponsibility.inde pendent.gov.uk/d/pre_budget_forecast_140610.pdf/).      

[224] Guardian, 26.6.2010, T. Jones (un giornalista, e regista, molto vicino a Kennedy), All’s fair in cuts and war— Nei tagli ed in guerra è tutto giusto.

[225] New York Times, 22.6.2010, L. Thomas Jr. e A. Cowell, Facing Deficit, Britain Unveils Emergency Budget— A fronte del deficit, la Gran Bretagna svela il suo bilancio d’emergenza.  

[226] Guardian, 16.6.2010, Unemployment: what the experts say— Disoccupazione: quel che dicono gli esperti. 

[227] The Economist, 19.6.2010.

[228] New York Times, 1.5.2010, M. Fackler, Japan’s Premier Will Quit as Approval Plummets Il premier se ne va col crollo dell’appoggio popolare.

[229] Guardian, 16.12.2009, edit., Silvio Berlusconi: politics alla puttanesca.

[230] F. Maraini, Ore giapponesi, 2008, ed. Corbaccio, 5a ed.

[231] New York Times, 4.5.2010, M. Fackler, Japan Elects a New Premier, Fifth in Four Years— Il Giappone elegge un nuovo primo ministro, il quinto in quarto anni.

[232] The Economist, 5.6.2010.

[233] Breitbart.com, 8.6.2010, Japan's wholesale prices mark 1st rise in 17 months— I prezzi all’ingrosso in Giappone marcano il primo aumento da 17 mesi (cfr. www.breitbart.com/print.php?id=D9G86S3O0&show_article=1/).   

[235] Breitbart, 9.6.2010, Japan's Jan.-March economic growth revised up to annualized 5.0%+— La crescita economica del Giappone tra gennaio e marzo rivista a un 5% a tasso annuale (cfr. www.breitbart.com/article.php?id=D9G82L480& show_article=1/).

[236] Agenzia Kyodo, 18.6.2010, Spending in next 3 yrs to be capped at 71 tril. yen: reform draft— Nei prossimi tre anni la spesa pubblica a un tetto di 633 miliardi di € (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fstStory/index.php?storyid=507523/).