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     07. Nota congiunturale - luglio 2009

      

  

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01.07.2009

 

Angelo Gennari

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE 

La diffusione dei conti economici del primo trimestre del 2009[1] sul PIL (base di riferimento il 2000, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato) dice che è diminuito del 2,6% rispetto al trimestre precedente e del 6% nei confronti del primo trimestre del 2008: peggio della stima preliminare del 15 maggio scorso.

Una sintesi dei risultati, cioè non più delle previsioni ma proprio dei dati realizzati, racconta una storia brutta di crisi che avanza: dentro, come e, per alcuni versi, anche più di quelle degli altri.

Nel primo trimestre il PIL è diminuito in termini congiunturali (rispetto al trimestre precedente e rispetto al nostro 2,6%) del 4% in Giappone, del 3,8 in Germania, dell’1,9 nel Regno Unito, dell’1,5 negli Stati Uniti, e dell’1,2% in Francia. In termini tendenziali (sullo stesso periodo dell’anno prima e rispetto al nostro 6%) il PIL è diminuito del 9,1% in Giappone, del 6,9 in Germania, del 4,1 nel Regno Unito, del 3,2 in Francia e del 2,5% negli Stati Uniti. Nel complesso, il PIL dei paesi dell’eurozona è diminuito del 2,5% in termini congiunturali e del 4,8% in termini tendenziali.

In termini congiunturali, le importazioni di beni e servizi sono diminuite del 9,2%, il totale delle risorse (PIL e importazioni di beni e servizi) del 4,1%. Dal lato della domanda, le esportazioni sono diminuite dell’11,8%, i consumi finali nazionali dello 0,8%, gli investimenti fissi lordi del 5%. Nell’ambito dei consumi finali, la spesa delle famiglie residenti è diminuita dell’1,1%, quella delle Amministrazioni Pubbliche è rimasta stazionaria.

La diminuzione degli investimenti è stata determinata da una contrazione del 21,2% degli acquisti di mezzi di trasporto, del 6,8% degli investimenti in macchine, attrezzature e altri prodotti, e dello 0,8% degli investimenti in costruzioni.

In termini tendenziali, le esportazioni sono diminuite del 21,7%, le importazioni del 17,0%. La spesa delle famiglie residenti è diminuita del 2,6%, la spesa delle Amministrazioni Pubbliche è cresciuta dello 0,8%. La spesa delle famiglie sul territorio nazionale è diminuita, in termini tendenziali, del 2,8%. Al suo interno, i consumi di beni durevoli sono diminuiti dell’11,2%, i consumi di beni non durevoli del 2,6%, gli acquisti di servizi dello 0,3%. Gli investimenti fissi lordi sono diminuiti del 12,6% (contrazioni del 29,8% per i mezzi di trasporto, del 14,6% per i macchinari e gli altri prodotti e del 7,9% per le costruzioni).

Rispetto al quarto trimestre, l’inflazione è aumentata dello 0,8%. Per la spesa delle famiglie la  diminuzione è dell’1%, quello degli investimenti è cresciuta dello 0,7. Il deflatore delle esportazioni ha mostrato una diminuzione dello 0,2%, quello delle importazioni è diminuito del 4,5%.

In termini tendenziali, l’inflazione è aumentata del 3,5% e per la spesa delle famiglie residenti la crescita è stata dello 0,3%.

Nel primo trimestre del 2009 il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è sceso del 7,7%, quello del settore commercio, alberghi e pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni del 2,4%, del settore del credito, assicurazioni, attività immobiliari e servizi professionali dell’1,4%, il valore aggiunto dell’agricoltura è calato dell’1,3% e quello delle costruzioni dello0,8%. Il valore aggiunto delle altre attività dei servizi mostra un lievissimo aumento con +0,1%.

In termini tendenziali, il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è diminuito del 16,7%, quello delle costruzioni del 5,6 e quello dei servizi del 2,6%. L’agricoltura ha registrato un lieve incremento, +0,1%.

La notizia che, a suo modo certo, tutte le altre riassume e evidenzia, in corso di mese, è forse quella, onestamente tragica, che fornisce – e, purtroppo, anche documenta – la Confcommercio[2] – altra Cassandra notoriamente comunista e seminatrice di dubbi in mezzo all’ottimismo e alla fiducia che permea il roseo regno del Cavaliere – secondo cui nel 2010 l’Italia avrà un PIL pro-capite inferiore a quello del 2001, se non vengono considerate le variazioni nel frattempo intervenute tra la popolazione residente. “In pratica – sintetizza la Confederazione – avremo perso dieci anni di crescita economica”.

Non vi sono segnali effettivi di un'inversione del ciclo economico italiano – aggiunge la Confcommercio – ma è vero anche che cominciano a emergere indizi di un qualche miglioramento , forse anche generalizzato, delle condizioni economiche. “Resta, però, il problema centrale della debolezza strutturale della nostra economia”, sottolinea. Per cui, “ripresa non significherà un ritorno rapido ai livelli pre-crisi. Tutt'altro”…

Chi sa, viene da pensare… Secondo voi, ce l’hanno anche loro con le pensioni da ridurre, “strutturalmente”? o pensano che siano troppi, anche secondo loro, e che vanno quindi “strutturalmente” ridotti i loro associati esorbitanti che, col peso delle loro decine di migliaia in più di quanto sarebbe razionale – secondo molti – frantumando la distribuzione gonfiano i costi delle vendite al dettaglio in Italia?

Sempre all’Assemblea di Confcommercio, il ministro misirizzi Giulio Tremonti, aprendo una polemica sballata – tecnicamente sballata – con l’ISTAT, colpevole di accreditare il fatto – perché di un fatto si tratta: fastidioso, certo, specie per chi come questo governo si dà tanto poco da fare a tamponarlo (solo lo 0,2%[3] del PIL italiano stanziato, neanche tutto erogato, nel piano di salvataggio di questa nostra economia: la percentuale più bassa al mondo) – che la disoccupazione in Italia sta aumentando, e di brutto, scombinandogli così i giocarelli e lo sfondo rosato che bisogna per forza di cose, stando al governo col Berlusca,  dare all’Italia, sbotta e denuncia che l’Istituto di statistica fa l’indagine sulla disoccupazionE con una telefonata su “un campione di 1.000 persone”.

E costringe l’ISTAT a rispondere secco che si tratta di un campione di 680.000 persone in un anno, che il tasso di risposta è dell’88%, tra i più elevati in Europa. Che per metà l’indagine è condotta a domicilio con interviste ad personam, che la definizione di disoccupato è quella della metodologia predisposta da EUROSTAT per tutti i paesi e che disoccupato è “chi è senza lavoro, lo sta cercando attivamente ed è disponibile a iniziare a lavorare entro due settimane[4].      

Il referendum, voluto da chi voleva più bipartitismo non è passato: il partito che avesse avuto una maggioranza anche di appena il 20 %, diciamo, avrebbe potuto prendersi da solo quella assoluta dei seggi: altro che la legge – anch’essa fallita comunque nel 1953 – che, impropriamente, chiamavamo “truffa”.

Il punto è che, se è vero che il partito del Berlusca diventa il primo partito nella coalizione  europea del PPE, come una volta tanto felicemente ha sintetizzato il Vespa nazional-televisivo, il PDL però stavolta frena, meno plebiscitarizzato dello sperato e, insieme, del paventato; che cala il PD che avrebbe avuto bisogno di ben altro, come si dice, per riprendersi; che vincono Lega, soprattutto in bassa Lombardia e in Emilia dove finora tanto non aveva pescato, e Italia dei Valori che esprime, forse un po’ grezzamente come chi dopotutto se l’è inventata, il no, il rifiuto, la protesta: evidentemente meglio della sinistra radicale che non riesce, proprio, a produrre una proposta credibile e, dunque, creduta…

Ma i numeri sono netti: insieme, PDL e Lega hanno raggiunto il 45-46% e, con tutte le schegge della destra più estrema arriverebbero al 47-48%; messi insieme, i frammenti del centro-sinistra (con lineetta, con lineetta…) e tutte le anime sbriciolate, sparpagliate e variegate della sinistra raggiungerebbero appena qualcosa di meno.

Solo che la destra un federatore, il Berlusca, ce l’ha per quanto stavolta proprio lui esce piuttosto fiaccato da questa tornata elettorale. La sinistra non ha nessuno che riesca a tenere insieme, al suo interno, il caleidoscopio frantumato del centro-sinistra: tanti galli, uno più grosso degli altri ma incapace di “egemonia” come avrebbe detto Gramsci e tanti galletti discordi a scambiarsi i loro conflittuali chicchirichì.

E finché il centro-sinistra non troverà un suo federatore, che in nome di un obiettivo e di una speranza comune – prima arrivare al governo, però, poi la governabilità che, senza arrivare al governo, serve solo a lasciare al suo posto l’avversario – annulli gelosie ed egoismi di tutti, non ci sarà niente da fare.

Nel secondo turno delle elezioni locali, perde un po’ di numeri il PDL (c’è un più forte astensionismo, probabilmente in reazione al “papi” e al suo imperversare ormai anche un po’ uggioso e che pare, infatti, più forte a destra), ne recupera un po’ il PD, forse cominciando a mettere un freno alla dinamica rovinosa messa in moto per il centro-sinistra dalle politiche dell’anno scorso.

In effetti, solo per i voti espressi nel ballottaggio, quelli popolari vanno per il 52% al centro-sinistra e per il 47% al centro-destra, compresi i voti dell’UDC, quando di là (col Berlusca, spesso), quando di qua (più raramente). Ma, in termini di comuni e province conquistati, ne vince di più il PDL, di meno il PD. E bisogna anche notare che in nessun capoluogo di provincia non viene eletto alcun esponente significativo che, comunque, non sia stato presentato dall’uno o dall’altro dei due partiti più grandi... E anche di questo, specie a sinistra, bisognerà pur prendere nota.

Su come affrontare il nodo dell’immigrazione illegale, un esempio di legislazione e prasi cristallina viene anche a noi – e lo raccomandiamo all’attenzione solerte del ministro Maroni – dal modello  Kuwait, che quanto a rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo (e della donna, ancor prima) ha una storia e un presente del tutto cristallino… Specie dopo che la comunità internazionale fece quel po’ po’ di guerra nel 1991 a Saddam Hussein (la prima guerra del Golfo) per ristabilirne sovranità e diritti conculcati dal prepotente rais iracheno.

Infatti, il governo dell’Emiro Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah ha comunicato di star “contemplando” l’idea di “deportare in massa” mezzo milione di lavoratori stranieri, la maggior parte dei quali al momento senza lavoro e, perciò, come da noi, in violazione delle leggi sulla residenza legale[5]. In Kuwait, al momento ci sono sui 2.700.000 cittadini in pratica nullafacenti e ricchi della rendita petrolifera (reddito pro-capite di 57.400 $ all’anno) e quasi altrettanti morti di fame immigrati in cerca di lavoro, ma sempre licenziabili e liberamente cacciabili che, poi, nel paese sono pressoché gli unici a lavorare effettivamente.

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il 22 giugno la Banca mondiale ha pubblicato una nuova serie di dati previsionali: anche se in diverse parti del mondo emergono segnali reali di rallentamento del passo della recessione, le cose andranno male parecchio. E ancora per molto.

Già aveva previsto che la contrazione del PIL globale del mondo quest’anno sarebbe stata del 2,9%, cioè assai peggio del dato pronosticato a marzo, del -1,7%. Adesso specifica che il peggio sarà nelle zone maggiormente sviluppate del mondo, le nostre dell’occidente che ha scatenato la recessione e la crisi nel suo complesso: il calo toccherà almeno il 4,2% nel 2009. Grosso modo, così ripartito: economia USA che scende del 3%, quella europea del 4,5, quella giapponese addirittura del 6,8% (a marzo, rispettivamente, erano -2,4, -2,7 e -5,3%.

Spiega la Banca, contraddicendosi, però, nel dare la sua stessa spiegazione: “mentre la proiezione è che l’economia globale riprenderà a crescere nella seconda metà del 2009, l’aspettativa è che la ripresa sarà molto più fiacca di quanto normalmente sarebbe il caso”. Dove, a parte quello stranissimo avverbio (che significa, infatti, “normalmente” in questo contesto?), scoppia subito palese l’antinomia: prevedono una ripresa della crescita, ma poi tutti i dati senza eccezione registrano un calo più accelerato, non meno, almeno fino a fine 2009… Il fatto è che “la  disoccupazione è in aumento, nelle economie sviluppate, diventa inevitabile che al loro interno cresca la povertà media e il tutto porterà con sé un sostanziale peggioramento delle condizioni dei poveri in tutto il mondo[6].

Sottolinea, da parte sua, lo stesso giorno commentando questi dati, il capo economista del Fondo monetario, Olivier Blanchard, che qualsiasi ripresa possibile negli USA sarà possibile e sostenibile solo se crescono sostanzialmente le esportazioni: cioè, spiega, se viene svalutato di una buona percentuale il dollaro[7]*…  

Il barile di petrolio, al mercato future del greggio a New York, era risalito l’11 giugno a 72,68 $ al barile (quattro mesi fa era a meno della metà, a 30 $), dopo la revisione al rialzo delle previsioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia di quella che dovrebbe essere la domanda con l’inizio, dice, di una certa ripresa o – soggiunge prudentemente – di un certo “rallentamento del declino” del corso dell’economia mondiale: 83.300.000 di barili al giorno quest’anno, pronostica ora, cioè 120.000 b/g sopra la previsione precedente, ma certo sempre il 2,9% in meno del 2008[8]. L’OPEC, per parte sua, dà una previsione appena inferiore, a 83.800.000 b/g quest’anno[9].

Una combinazione di notizie, che arrivano quasi tutte insieme, contribuisce però ad alimentare la febbre sui mercati e a spingere in alto i prezzi:

• c’è la probabilità di nuove cadute del valore del dollaro;

• la Cina, a maggio e anno su anno, ha importato greggio per il 5,5% in più, +17,09 milioni di tonn. (dalle 16,1 di aprile) o 4,04 milioni di b/g, il volume di import più elevato dal marzo 2008 quando le tonn. di greggio in entrata furono 17,3 milioni al giorno[10].   

• la BP avverte, nel frattempo e proprio adesso, che le riserve di greggio accertate sono in contrazione per 3 miliardi di barili in un anno, anzitutto in Norvegia e in Russia (dove le trivellazioni sono state sospese per il crollo del prezzo del greggio), solo in parte compensate da nuove riserve scoperte in Vietnam, India ed Egitto.

Al livello di consumo attuale, secondo la British Petroleum[11], il greggio potrà durare altri 42 anni. E,  afferma, a un livello di prezzo del greggio tra gli 80 e i 90 $ al barile è quello adeguato ad incoraggiare investimenti ed esplorazione alla ricerca di nuove riserve. Molti di meno, sostengono quanti affermano che la domanda crescerà di nuovo e con forza.  

Sale anche, e soprattutto, la produzione del greggio dei paesi non-OPEC (Russia, in specie, pozzi del mare del Nord inglesi e norvegesi, Colombia) con oltre 170.000 b/g in più del previsto. E l’OPEC, secondo diversi analisti, a questo punto dovrebbe mantenere ferma la propria produzione dov’è o anche tagliarla un po’, malgrado il prezzo migliore, per non rischiare di veder affluire sul mercato troppo aumentando troppo l’offerta rispetto anche a una domanda in qualche ripresa e rischiano un “ribasso” dei prezzi. Ma l’ultimo vertice OPEC, a fine maggio, ha lasciato la produzione dov’era e il prossimo vertice che valuterà le condizioni di mercato è annunciato solo a settembre[12].

Lo studio della BP cui abbiamo accennato attesta che il consumo globale di petrolio è caduto nel 2008 a 81,8 milioni b/g, dello 0,6%, il primo declino dal 1993 e il maggiore da 27 anni, con la produzione del mare del Nord scesa del 6,3% al livello più basso da tre decenni.

L’utilizzo di gas è, invece, aumentato del 2,5% globalmente e del 16% in Cina. Il consumo di carbone, del combustibile più inquinante, è cresciuto del 3,1% con la domanda cinese in rialzo del doppio, del 6,8%, che malgrado l’impegno reiterato verso l’energia rinnovabile (sarà il 20% del totale dei consumi elettrici entro il 2020, annuncia Zang Xiaoqiang, vice presidente della Commissione nazionale di sviluppo e riforma) la lascia col 43% del consumo globale del carbone: di cui parte crescente, però, è del nuovo tipo, cosiddetto “pulito”[13].

L’utilizzo di energia solare, dice sempre BP, è cresciuto del 70% e quello dell’eolico del 30% in un anno. Ma nota che le energie rinnovabili hanno generato solo l’1,5% dell’energia elettrica nel suo complesso, anche se sta giocando un ruolo crescente in economie importanti: il 7% in Germania, l’11 in Spagna, il 20% in Danimarca.

Intanto, secondo notizie e previsioni di fonte industriale (consumatrice, però: il sito specializzato OilDrum— Bariledipetrolio[14]) sta crescendo la tensione tra Stati Uniti e Arabia saudita man mano che a Riyadh ci si rende conto che Obama fa sul serio: che intende – intenderebbe – davvero diversificare gradualmente la dipendenza energetica degli USA dal petrolio e dagli altri combustibili fossili, avviando alla trasformazione completa del parco auto immenso del paese verso l’ibrido o l’elettrico puro— esattamente il contrario della prevedibile “sicurezza della domanda” di greggio su cui il ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi va insistendo da tempo verso il suo più importante cliente-acquirente.

Il problema è che, malgrado intenzioni, piani e tentativi, il regno saudita non è affatto riuscito a diversificare la sua economia dal greggio, che l’affidamento al consumo e all’export di idrocarburi su vasta scala è anni di là da venire e che ormai a breve per mantenere una pace sociale con pane e companatico per tutti (i sauditi sono solo 28 milioni, di cui il 38% sotto i 14 anni, con 6 milioni di immigrati, tutti lavoratori dipendenti e, specie, serventi), finora foraggiata dal greggio venduto bisognerà aprire i cordoni di un bilancio gestito come una proprietà personale, o quasi, dei mille prìncipi della famiglia reale allargata che detiene tutto il potere.

Adesso temono forte la diversificazione annunciata da Obama che potrebbe sottrarre una fetta vasta di domanda dalla loro offerta di petrolio su cui fiduciosamente avevano puntato nell’era del petroliere Bush che davano, irresponsabilmente, per pressoché eterna. Il loro timore è che avendo continuato a investire per anni aumentando o almeno consolidando capacità produttiva, potrebbero già aver superato i limiti di una domanda realisticamente ormai in calo…        

in Cina

Cresce l’ansia in Australia sulla presenza economica della Cina, per gli investimenti con cui aziende cinesi stanno entrando – o tentando di entrare – negli assetti proprietari di miniere australiane: minerale di ferro e bauxite, rame e carbone, nickel e oro e uranio… Così, adesso, pur avendone la necessità il governo ha bloccato all’ultimo minuto la vendita per oltre 20 miliardi di $ del 18,5% delle azioni del grande colosso Rio Tinto alla Chinalco. Ci rimettono qualche miliardo ma alla Rio Tinto, per ragioni puramente politiche, preferiscono un accordo al ribasso con la BHP Billiton, sempre australiana a partecipazione britannica[15].  

Abituato da sempre a una specie di suo splendido isolamento, questo paese di 21 milioni di abitanti e 7.700.000 kmq. con un PIL a parità di potere d’acquisto di 800 milioni di $, si sente schiacciato dal suo vicino del Nord – dalla sua stessa ombra, come rileva il titolo del servizio cui rimandiamo[16] – coi suoi 9.600.000 kmq., una popolazione intorno al 1.400.000.000 di abitanti e un PIL che, sempre a parità di potere d’acquisto, ormai è sugli 8.000 miliardi di $.

L’Australia è sempre stata, e si è sempre considerata, culturalmente, storicamente, come l’avamposto dell’Europa e dell’occidente in oriente, la colonia penale fondata dagli inglesi che col tempo sfoggiava uno spirito di frontiera all’americana e un saper vivere all’europea. Ma da un giorno all’altro, in apparenza, la Cina è diventata il cliente e il fornitore principale dell’Australia, la sua destinazione turistica favorita in entrata e in uscita, il massimo compratore del suo debito pubblico e acquirente di terreno agricolo e di proprietà fondiaria.

In realtà, una certa preoccupazione cresce un po’ dappertutto in Asia, perché il peso del paese di centro (Chin-kuo, 中華, Cina come lo chiamiamo noi) si fa sentire ormai dappertutto, in maniera crescente, nel mondo e nell’area. Vietnam, Filippine, Singapore, tutti, stano ricalcolando benefici e potenziali costi di una vita all’ombra di questo nuovo grande vicino dominante.

E’ un sentimento del tutto contraddittorio: perché se la Cina non c’è, se non investe sul piano finanziario e economico, se ne lamentano, se viene hanno quasi paura. Lo stesso del resto che, per il peso economico specifico e per quello geo-politico e geo-strategico crescente, provano gli americani sempre nei confronti del paese della pace celeste, lo stesso che gli europei provano oggi verso la Russia.

Non paura, non timore, neanche allarme ma attenzione e circospezione, diciamo, nei confronti di un grande vicino col quale, volendo o non volendo è lo steso, dobbiamo convivere e abituarci a convivere e che non sempre condivide con noi interessi e valori o, per lo meno, non sempre li interpreta come siamo abituati noi a interpretarli.

Dopotutto, dice, il governo cinese è il proprietario di quasi tutte le grandi imprese di quel paese, mentre la presenza tradizionale occidentale all’estero non prendeva ordini dai governi, anche se certo era attenta ai desiderata del principe (in realtà tanto attenta da prendere, appunto, sempre ordini dai governi: la Cina stessa, dal 1949 quando nacque come Repubblica popolare fino agli anni ’80, venne sottoposta per volere dei governi americani a un boicottaggio commerciale implacabile).

Già: la presenza tradizionale era questa… Perché ormai, con la General Motors, per dirne una, al 60% di proprietà del Tesoro americano come molte altre grandi imprese e quasi tutti i grandi istituti bancari con la maggioranza dello zio Sam nei loro consigli d’amministrazione, anche quela differenza spesso formale è andata scomparendo. Spesso del tutto…

Resta il fatto che la Cina fa paura: questo dopotutto è il paese che, vent’anni dopo ancora drizza il pelo se sente nominare i fatti di Tien An-men… e in questo è ancora diverso da noi…

… anche se pure da noi, e per decisione burocratico-politica, il film sulla guerra coloniale in Libia e l’assassinio del Leone del deserto[17] – francamente non un granché, ma storicamente “vero” – non è mai stato trasmesso in un circuito normale ma solo, raramente e assai di recente, in Tv via satellite;

… anche se in America perfino Obama ha vietato di pubblicare i video ancora segreti sulle torture a Abu Ghraib;

… anche se a Londra la BBC è sottoposta quotidianamente alla censura feroce della legge sul segreto ufficiale su quel che è permesso far vedere e quel che è no, secondo i regolatori governativi;

… e anche se, a Parigi, La battaglia d’Algeri di Gillo Pontecorvo l’hanno potuto proiettare solo vent’anni dopo la sua realizzazione del 1966….

Pure questo è il paese che si sta comprando il marchio Hummer della General Motors, la squadra di basket dei Cleveland Cavaliers, la Volvo, la Saab, Aquascutun e tutti gli altri marchi che l’occidente si deve dar via. Sono gli artisti cinesi che oggi tengono a galla il mercato d’asta globale. Le università cinesi che sfornano ormai più ingegneri, specialisti in scienze sociali e, sì, giornalisti di ogni altro sistema di istruzione superiore al mondo. E la Cina è il centro di ogni cosa che nel mondo oggi sia in movimento[18].

Ma questa Cina ha ancora paura di Tien An-men. Tutto considerato anche forse più di quanta, con tutta la nostra cultura occidentale di apertura e di pluralismo alle spalle però, ne abbiamo noi degli  scheletri pure rinchiusi nei nostri armadi colonialisti (il Belgio in Congo, l’Italia in Libia) o imperialisti (la Gran Bretagna, India, Kenya, ecc., l’America, col genocidio dei suoi indiani, e poi tutto il resto

E l’insieme di tutte queste cose – compresa la convinzione della indimostrata ed indimostrabile superiorità culturale e morale dell’occidente – a convincere in tanti qui da noi che la Cina, ormai davvero vicina, fa anche ed ancora paura. Forse, però, fa un po’ meno paura, ormai, a chi davvero ad essa è vicino, come Taiwan.

I due paesi (dicono da sempre a Pechino, “un solo paese–due regimi”: ma aggiungono, quando sperando quando ammonendo quasi, per ora…) metteranno fine dopo sessant’anni, il 31 agosto prossimo, al bando dei reciproci collegamenti aerei di linea[19]. Le aeronautiche civili dei due paesi non hanno ancora dato l’annuncio ufficiale, ma la notizia è certa e, a regime, le linee aeree cinesi e taiwanesi dovrebbero operare 270 voli di linea andata e ritorno alla settimana attraverso lo stretto di Formosa. Già oggi, del resto, ci sono 108 voli settimanali tra le due sponde: ma solo voli charter.  

Intanto, a maggio, scendono gli investimenti diretti esteri, del 17,8% anno su anno, e arrivano nel mese a 6,38 miliardi di $. Il dato è comunicato dal ministero del Commercio, con un ritmo di decrescita che, però, frena dal -22,5% di aprile, sempre anno su anno. Fra gennaio e maggio, gli IDE sono scesi del 20,4% a 34,05 miliardi di $[20].     

Scende, come prevedibile, l’inflazione dato il tasso comunque calante dell’attività economica anche qui: dell’1,4% nell’anno a maggio[21] rispetto a un anno prima, per il quarto mese di seguito, per le abitazioni (prezzi e affitti) e beni di consumo nel loro complesso: in specie per gli alimentari (-32% per il maiale; ma +5% anno su anno per il grano, sempre salito da gennaio e ormai anche un problema per le autorità: il grano è l’alimento base di tutta la Cina del nord). I ricercatori del Tesoro mettono in guardia, comunque, dalla possibilità che l’inflazione riprenda prima, o più rapidamente, della crescita anche se – notano essi stessi – quelli alla produzione, cioè tendenzialmente anche quelli al consumo del prossimo futuro, calano di un record 7,2% in un mese[22].

Sempre a maggio la Cina ha raddoppiato in un mese il volume del credito bancario[23] effettivamente erogato (da 318,5 miliardi di yuan a 664,5 (da 46,6 miliardi di $ a 97), mentre produzione industriale e vendite al dettaglio sono rispettivamente salite dell’8,9 e del 15,2%. Da gennaio a maggio la massa del credito a imprese e consumo erogata dalle banche è stata di 5.840 miliardi di yuan (sugli 854 miliardi di $). Pare l’Italia, quasi…

Insomma, qui stanno riuscendo – come noi e i tedeschi poco e male, invece – a far rimpiazzare, per quanto è possibile, consumo e investimenti interni alle esportazioni che, in effetti, nella crisi stanno calando pesantemente: di un record, questo maggio sul maggio dello scorso anno, del 26,4%, con importazioni anch’esse quasi altrettanto in calo, del 25,2%, ma sempre con un surplus della bilancia commerciale di 13,4 miliardi di $[24].

Molti, in questi mesi, gli acquisti cinesi per ricostituire o accumulare scorte di materie prime (minerali di ferro, alluminio, rame, nickel, stagno…) e derrate (olio di colza, soia, olii commestibili di ogni tipo, farine…) a ritmi che, secondo alcuni dei grandi mediatori all’ingrosso di materie prime non saranno a lungo sostenibili[25]. Fuori dei grandi porti cinesi si allungano, in effetti, lunghe file di cargo che non riescono a scaricare per l’intasamento dei magazzini portuali. Il Moody’s Investor Service, anche per questo, preconizza un futuro a breve negativo per metalli grezzi, minerali e acciaio in questa parte del mondo.

Il fondo sovrano principale, forse, della Cina, la China Investment Corp., sta considerando l’acquisto di una quota del 3-5% nell’ENEL[26], che ha appena annunciato un aumento di capitale rilevante: se fosse il 5%, dice la Stampa, sarebbero 1,4 miliardi di €. Allo stesso tempo, la CIC ha manifestato l’intenzione di acquisire anche una “consistente” partecipazione nella divisione Green Power, energie rinnovabili, dell’ENEL.

nei paesi emergenti

Il parlamento del Brasile ha approvato una nuova legislazione che dà titolo legale alla proprietà della terra finora informale di centinaia di migliaia, milioni, di sem terra in Amazonia. Era un impegno e una promessa che Lula aveva fatto sin dalla prima sua campagna presidenziale a inizio decennio. Ma, ora, proprio il presidente ha annunciato che metterà il veto alla clausola che dà vigenza al provvedimento anche per le grandi compagnie agrarie e i proprietari assenteisti. E si apre un dibattito molto aspro[27]…, soprattutto fra chi Lula ha sempre sostenuto, compreso il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra.

Si fanno, ovviamente, sentire anche qui gli effetti della crisi economica globale. Nel primo trimestre del 2009, il PIL del paese è calato dello 0,8%, attestandosi all’1,8% in meno di un anno fa[28]. Tutto considerato molto meglio delle altre grandi economie, ma partendo da posizioni, s’intende, più modeste. Anche se ormai questo la sua economia è una delle maggiori del mondo: in potere d’acquisto reale, con 2.000 miliardi di $, forse oggi la decima economia del mondo.

In Argentina, il partito peronista al governo della presidentessa Cristina Fernandez de Kirchner ha perso le elezioni di mezzo termine del 28 giugno[29] che vedevano sottoposti al voto la metà dei seggi federali della Camera e un terzo di quelli al Senato. Le due maggioranze erano state finora saldamente controllate, prima sotto il presidente Kirchner e, poi, sotto la presidenza, assai meno felice, della sua signora, dai peronisti. Stavolta, poi, lo stesso ex presidente avrebbe perso il seggio di Buenos Aires per il quale era candidato.

Potrebbe cominciare, adesso, un nuovo periodo di seria instabilità per il secondo più grande paese sud-americano.  uisto reale  

EUROPA

C’è chi polemizza con Paul Krugman – come uno storico inglese neo-cons, Nial Ferguson che d’economia non ha mai dimostrato di sapere nulla – e trova ospitalità anche in Italia, tanto per rinfocolare il timore dell’inflazione come fa l’organo di Confindustria[30], per sostenere la tesi che di economia il premio Nobel 2008 ne capisce poco in quanto, dice lui, il pericolo vero in arrivo è l’inflazione… e quindi – questo non è detto così ma è sottinteso – i governi devono tagliare, altro che incrementare le spese, e insieme governi e imprese devono ridurre salari, pensioni, ecc., ecc. Insomma, la solita tiritera.

E conta poco che, poi, nella realtà – non nelle ossessioni fantasmagoriche dei banchieri centrali europei – l’inflazione tocchi, a maggio, lo zero per cento, anno su anno— il punto più basso da quando nel 1996 vennero annotati per la prima volta questi dati su base comunitaria[31].

Ma, come annota un osservatore che francamente di economia se ne intende un pochino di più e non è stato colto come Ferguson negli anni scorsi dal virus del blairismo acuto neo-lib-lab a salmodiare peana carichi di notizie false e tendenziose sul perfetto andamento del libero mercato nel mondo, L’Europa [e a ragione] s’inquieta dei rischi di una deflazione prolungata[32].

Intanto, la minaccia si precisa: a maggio, nei sedici paesi dell’eurozona, l’inflazione è restata a zero, su base annua, dopo che ad aprile aveva registrato un aumento dello 0,6%. E tra gli economisti, molti, anche tra quelli che fino a ieri dicevano di non preoccuparsi, ora prendono sul serio la minaccia della deflazione. “Caratterizzata dalla violenta contrazione del credito alle imprese e ai consumatori, la crisi del 1929 era stata trasformata in una lunga escalation deflazionistica, col ribasso prolungato e generalizzato dei prezzi, la riduzione dei salari, della produzione industriale, del consumo delle famiglie, degli investimenti, di tutto…”.

Certo, non è ancora questa la situazione, ma nei prossimi mesi a cominciare da giugno l’inflazione andrà ancora più giù. “I prezzi al consumo sono in riflusso come conseguenza diretta e meccanica della caduta dei prezzi delle materie prime” che erano esplosi fino a metà dell’anno scorso. Adesso, c’è il petrolio che, dopo essere arrivato l’11 luglio 2008 a 147,50 $ al barile e sceso poi  quasi a 20, è risalito a 65 $. E la BCE, per esempio, scommette – ai suoi massimi vertici, a dire il vero, più che con i suoi economisti – su uno scenario che gradualmente lo vedrà risalire e con esso farà risalire i prezzi.

Altri – molti ormai – la vedono diversamente. Temono che “le imprese, finanziariamente fragilizzate, cercheranno di vendere i loro prodotti buttandone giù i prezzi ma anche abbassando i costi, cioè esigendo ribassi delle retribuzioni che, a fronte della disoccupazione, i dipendenti non hanno altra scelta che subire”. E’ quel che capitò al Giappone, un’ondata di deflazione durata un decennio, dopo l’esplosione all’inizio degli anni ’90 della loro bolla speculativa edilizia. E’ quello che succede, oggi, in Irlanda, con l’indice dei prezzi al consumo che, in un anno, ad aprile è sceso del 3,5%.

Un’inflazione che scompare è un’eccellente notizia, se sostiene il potere d’acquisto delle famiglie  e dunque i consumi – è quello che da noi capitò, per qualche anno, dopo l’accordo di San Valentino dell’84 – ma un’entrata durevole in deflazione presenterebbe pericoli gravi. Come quello, ad esempio, di veder spostare in avanti alle famiglie i loro acquisti nella prospettiva di un ribasso ulteriore dei prezzi. O quello di vedere imprese e consumatori strangolati dal rincaro del servizio del debito. E, poi, la deflazione fa tanto più paura che una volta partita è assai difficile da combattere. Si può farlo solo abbassando i tassi di interesse rigonfiando così, artificialmente, la massa monetaria. Ma con un tasso di riferimento già all’1%, i margini di manovra della BCE sembrano assai limitati”.

Pesante il calo del PIL, nell’eurozona: nel primo trimestre del 2009 l’economia si restringe del 2,5% sul precedente e, nell’area dell’Unione a 27, del 2,4%; e cala del 4,8 e del 4,5, rispettivamente, sullo stesso trimestre di un anno fa[33].

Notizie contraddittorie sulla salute dell’industria in Europa... pessime, in generale, con qualche piccolo barlume: in Italia, la produzione industriale sale ad aprile dell’1,1% sul mese prima, quando però era già precipitata per un valore record. Anche in Gran Bretagna è salita, dello 0,3%. Ma, in Francia, è andata giù dell’1,4% e in Germania dell’1,9, mentre in Svezia addirittura del 2,1%[34]. Complessivamente, gli ordinativi nei sedici paesi dell’eurozona crollano del 35,5% anno su anno, ad aprile[35].

E i dati generali di aprile, come dicevamo, fanno paura[36]: -21,6% è il valore della perdita anno su anno per tutta l’eurozona nel suo complesso e costituisce la caduta maggiore di sempre, da quando nel 1986, questo dato è stato per la prima volta collazionato.

La disoccupazione è salita ad aprile, nell’eurozona, al 9,2%, il massimo da un decennio: +0,3 da marzo e +1,9% dall’aprile di un anno fa[37], a smentire l’efficacia delle misure tanto strombazzate di rilancio dell’economia mirate a tamponare l’emorragia di posti di lavoro: che, magari, hanno avuto effetti di stabilizzazione sulle banche e su qualche impresa, ma quasi nessuno evidentemente sul piano dell’impiego.

Il fatto è che, non avendo nessuno erogato alcun sussidio condizionandone il versamento al lavoro – giammai! interferenza sulla libertà di mercato, sarebbe… come se salvare una banca fedifraga o comunque fallita, poi, non lo fosse – non ci sono stai effetti positivi su questo piano.

La BCE, nell’incontro di inizio giugno del direttorio, lascia dov’è il tasso di rifinanziamento, come chiama il tasso di sconto. Da ottobre è sceso dal 4,25 all’1% fissato un mese fa. Il presidente della Banca, Jean-Claude Trichet, dice che è questo il livello “appropriato” alle condizioni attuali pur non escludendo, vista la debolezza della ripresa economica e la tenuta “fermamente ancorata” al basso dell’inflazione, che si potrà magari domani scendere ancora sotto.

Il fatto, però, è che per quest’anno neanche la Banca prevede alcuna possibilità di ripresa, che ci sarà – avverte – solo a partire dalla metà del 2010 e solo gradualmente in grado, allora, di  “riflettere gli effetti dei significativi stimoli macroeconomici in corso”. Il fatto è che, come ha ricordato di recente il governatore di un’altra Banca centrale, quella d’Inghilterra, la fiducia si perde presto, specie  in campo bancario, e che ricostruirla richiede sempre tempo. E che, poi e al dunque, non è affatto solo questione di fiducia ma anche, e come, di fatti, di dati, di crescita reale e non di speranze soltanto.

Ma, per ora, sui tassi la Banca non vuole rilanciare, pur confermando che per riavviare un po’ la finanza, nei limiti della sua estrema prudenza, punterà come ha annunciato già il mese scorso  – ma  solo a partire da luglio: i soloni di Francoforte non hanno fretta… loro – a comprare 60 miliardi di euro di bonds, triennali e decennali, valutati AA sui mercati primario e secondario[38].

E, però, a fine giugno quasi all’improvviso sembrano rendersi conto che nell’Unione la situazione si sta facendo esplosiva. Così, la BCE lancia quello che sul piano tecnico equivale a un massiccio, ma nascosto e non confessato, ribasso del tasso di sconto: un piano record di un anno di prestiti alle banche per 442 miliardi di €, inteso a “sturare” il mercato del credito che sembra ancora saldamente tappato. A dicembre 2007, la Banca aveva già offerto liquidità per 348,6 miliardi ma non era servito granché.

Stavolta – la prima volta in assoluto che la BCE offre un rifinanziamento di prestiti a un anno – hanno subito sottoscritto l’intero ammontare del prestito 1.121 istituti di credito europei. Ma ancora una volta la Banca non è in grado o non vuole dar garanzie che, ricevuti i soldi, le singole banche li metteranno effettivamente in circolazione allargando i cordoni delle loro borse ai clienti. Del resto, anche se qualche governo sommessamente si era spinto a chiederlo, nessuno glielo aveva richiesto con forza[39]

Intanto, però, avverte sempre la BCE, le perdite accumulate del sistema bancario di tutta l’Unione potrebbero aumentare a 283 miliardi di € a fine 2010 (siccome la Banca non dà, come spesso, motivazione alcuna perché non 284 o 384 miliardi? mistero…). E prevede grossi problemi per le banche che sono sottocapitalizzate un po’ in tutto il circuito del credito europeo o anche, solo, “sovraesposte”, dice, alla potenziale instabilità economica in tutta l’Europa centrale e orientale[40].

Intanto, un giorno dopo l’annuncio del progetto di ri-regolazione dei mercati finanziari arrivato da Washington [cfr. più avanti sotto STATI UNITI], anche la UE per conto proprio – tutto il contrario di quello che gli uni avevano promesso agli altri, e viceversa, di fare al G-20 di Londra… – ha annunciato il suo piano di riforma finanziaria sistemica: soltanto in linea di principio, si intende.

Dice: regole più rigorose per le banche e creazione di istituti – tre “cani da guardia”, li chiamano, pan-europei – e un nuovo Consiglio europeo “contro i rischi sistemici” che avrebbe il compito di monitorare i rischi per la stabilità del sistema. Boh… Date retta: con le riserve che ha messo subito avanti su molti “dettagli ancora da chiarire” il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, in nome della propria sovranità nazionale, e con i molti dettagli che, comunque, restano ancora comunque tutti da chiarire – anche solo tecnici, se volete, quelli che contano, alla fine, operativamente cioè – prima lastricheranno la strada per l’inferno e poi – forse – faranno qualcosa di serio e capace di mordere a livello europeo[41].

In Spagna, tra gli ultimi dati pubblicati, spiccano quelli del PIL, sceso in un anno ad aprile del 3% e, nel primo trimestre del 2009 su quello precedente, dell’1,9[42]; e, su base destagionalizzata, si registra una produzione industriale crollata ad aprile, sullo stesso periodo del 2008, del 19,5%, con un tasso di disoccupazione che ad aprile ha raggiunto il 18,1%[43]. Il governo Zapatero, piccato bene dal cattivo esito del risultato europeo, annuncia che rivedrà tutte le aliquote della tassazione nel bilancio 2010, col segretario al Tesoro Carlos Ocana che specifica come in ogni caso non verrà toccato al rialzo l’IVA, ma cresceranno parecchie altre imposte[44].  

Standard & Poor’s ha svalutato il debito dell’Irlanda, portandolo da AA+ ad AA  (a marzo già gli aveva tolto l’AAA) con una previsione che “resta negativa” perché “il costo per il bilancio del sostegno pubblico al sistema bancario del paese finirà con l’essere molto più alto delle aspettative[45]. Il governo ha già pompato 7 miliardi di € nelle due banche maggiori del paese, l’Allied Irish Banks e la Bank of Ireland. Secondo S & P, insomma, la “tigre celtica” ormai è azzoppata e ha gli occhi cisposi…

A ottobre, questo paese che mesi fa disse no al Trattato di Lisbona torna a votare – il governo si è dichiarato soddisfatto delle “concessioni” ottenute dagli altri 26 dell’Unione – e stavolta, anche per “merito” della profondissima crisi economica nella quale nel frattempo è affondato, dirà probabilmente di sì. Non è certo ragione sufficiente questa, purtroppo, ma indubbiamente è anche ormai necessaria,

L’Irlanda non è in grado di far fronte da sola alle tempeste dell’economia globale. Come  dimostrato l’uragano finanziario che l’ha sconquassata riportandola all’unico porto sicuro disponibile anche per questo paese: l’Europa. Questo non sarà solo lo slogan vincente del secondo referendum: è anche la foto, estremamente realistica, di una situazione di fatto. Ma questa occasione in negativo serve, anzi è indispensabile, per tentare comunque di rilanciare una prospettiva europea un po’ meno asfittica e rassegnata di quella attuale.

Entro fine giugno verrà incassata la terza rata, da 2,1 miliardi di € del pacchetto di salvataggio che l’Unione europea ha offerto all’Ungheria, informa a Budapest il ministero del Tesoro. Finora, con le due prime rate, erano stati incassati già 5,59 miliardi del pacchetto strappato ad ottobre del 2008 a Bruxelles[46].  

In Ucraina, la lunga faida tra il primo ministro, Yulia Tymoshenko e il presidente Vicktor Yushenko, i due politici “filo-occidentali” che anni fa abbatterono il presidente Viktor Yanukovich, “filo-sovietico”, con la cosiddetta rivoluzione “arancione”, si sta chiudendo – ma con molte difficoltà – con la formazione di una coalizione di maggioranza tra il primo ministro e Yanukovych stesso, capo dell’opposizione ormai e del partito delle Regioni contro Yushenko, che annuncia ora un patto preliminare per cambiare la Costituzione del paese.

Però è proprio sul come cambiarla che restano i problemi, perché i colloqui sono stati all’improvviso sospesi: Timoshenko vuole ora l’elezione del presidente da parte del parlamento mentre Yanukovich, come il presidente Yushenko, sembra voler mantenere l’elezione popolare.

Se si farà, alla fine, sarà un accordo dicevamo complesso, raggiunto dopo mesi di duro negoziato, che dovrà passare al vaglio dei due partiti e, poi, scontrarsi con l’opposizione feroce di Yushenko[47].

Che reagisce, mentre il parlamento gli sfiducia il ministro della Difesa personalmente, scelto e inserito da lui al governo, costringendolo alle dimissioni, e lancia un appello abbastanza patetico a dire il vero, a una platea di ambasciatori accreditati a Kiev. Presenti, però, solo quelli di USA, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica ceca: e anche il direttore dell’Ufficio della Commissione europea a Kiev, chiede “all’opinione pubblica mondiale di assisterlo nel mantenere vivo nel paese il processo democratico[48].

Stranissima invocazione, lanciata chiaramente contro l’alleata primo ministro con la quale, pochi anni fa, aveva condotto la campagna filo-occidentale contro l’ex presidente della Repubblica, il filo-sovietico Yanukovich…   

Intanto, mentre i rivoluzionari “arancioni”, presidente e primo ministro, passano il tempo a divorarsi l’uno con l’altro, l’economia precipita e, su base annualizzata, il PIL va giù del 21% nel primo trimestre del 2009 (a paragone del 9,5% della Russia e dell’11,2% di Slovacchia e Lettonia), secondo un rapporto della ragioneria dello Stato al parlamento. Il bilancio dello Stato, basato su una previsione ufficiale di un PIL nel 2009 in riduzione solo dello 0,4%, andrà rivisto e corretto pesantemente proprio mentre i dati della ragioneria affermano anche che i disoccupati sono ormai quasi 900.000, con il licenziamento di decine di migliaia di dipendenti dalle fabbriche chimiche e dalle vecchie acciaierie del paese[49].

Però, a inizio giugno, il governo ucraino ha pagato tutte le forniture di gas naturale ricevute da Gazprom a maggio. E la cosa, naturalmente, da Timoshenko viene ascritta a suo merito[50]. Comunque, sono in corso diversi tentativi di dare una mano a Naftogaz, la compagnia di Stato che importa il gas da Gazprom, a far fronte ai pagamenti che deve per i mesi futuri.

Prima si trovano Ucraina, ovviamente, ed Europa, o meglio, su richiesta della Commissione, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e anche Fondo monetario— nel tentativo di mettere insieme 4 miliardi di $ per pagare i prossimi conti energetici del paese visto che la Naftogaz non ha fondi per far fronte alla bolletta di luglio, scadenza il 7 del mese. Il timore è che, secondo contratto, se non viene pagata, Gazprom potrebbe ancora una volta – e contrattualmente a ragione… – chiudere i rubinetti.

Dice Barroso, presidente della Commissione europea, che “il problema di fondo è che l’Ucraina non è in grado di pagare per il gas che importa dalla Russia. Ma è un problema strutturale. Non è un nostro problema”, avverte… se non per il fatto – non lo dice proprio così ma è questo che intende – che se i russi interrompono il gas agli ucraini perché non li pagano questi, come hanno già fatto, potrebbero continuare a rubare il gas che transita destinato all’Europa e da essa pagato attraverso il loro paese[51].

Poi, l’Unione europea convoca anche un’altra riunione con una serie di banche internazionali, con la Naftogaz e con Gazprom per fine giugno a Bruxelles. Lo scopo dichiarato[52], ed urgente, è quello di mettere avanti le mani adesso, quando ancora c’è un po’ di tempo, per evitare il peggio: si tratta di evitare il peggio domani, quando arriverà il freddo, da settembre in là, aiutando l’Ucraina a immagazzinare da subito una scorta di gas, evitando così nuove minacce di interruzione delle forniture. Ma il problema è sempre lo stesso: coi soldi di chi? per questo, spiega alla stampa Marjeta Jager della Direzione generale Energia e Trasporti della Commissione, “abbiamo bisogno di ascoltare pareri – e condizioni – dalle nostre istituzioni finanziarie”…

Insomma, nessuno come dice a Bruxelles la Jager, vuole veder ripetersi le “turbolenze” sul mercato delle forniture del gas che hanno già due volte dal 2005 colpito l’Europa. Ma non sarà facile evitarle se non si troverà il modo di soddisfare le contrapposte esigenze. Senza dimenticare, però, che giuridicamente qui chi ha ragione è la Russia, non certo l’Ucraina.      

Falliti a inizio mese, in Estonia, i progetti di ritornare al governo di Andrus Ansip, del partito di nome riformista (Reformierakond), di fatto conservatore, stavolta in coalizione con i social-democratici. Tutto quello che loro veniva chiesto era di affrontare insieme la crisi nell’unico modo in cui tutti i governi di destra del mondo lo sanno fare: tagliando la sicurezza sociale e quel minimo di welfare che resta in piedi. Ma, stavolta, per istinto di sopravvivenza magari ma certo con intelligenza, la Sotsiaaldemokraatlik Erakond, l’opposizione social-democratica, gli ha detto di no. Non è sicuro che i verdi estoni siano capaci di fare altrettanto[53].

Con la notizia di un calo del PIL nel primo trimestre di oltre il 18%, anno su anno, riportata dal Centro statistico centrale lettone, arriva anche quella dell’esito disastroso dell’asta di buoni del Tesoro della Lettonia, che non riesce a piazzare gran parte dell’offerta, riaprendo prospettive che allarmano di brutto i mercati e incrementano il timore, malgrado i giuramenti del governo, che il paese sia costretto a svalutare la propria moneta, contribuendo a seminare altri dubbi sulle economie di tutto il Baltico[54].

La prima conseguenza è stata quella di forzare la Banca centrale europea ad aprire un credito d’urgenza di 3 miliardi di € alla Banca di Svezia che domina, di gran lunga, tutto il settore finanziario del baltico e che si è impegnata a scongiurare, anche con questo aiuto, la potenziale svalutazione catastrofica della valuta lettone[55].

Medvedev, presidente della Russia, ha tenuto, nel corso di una conferenza stampa dedicata per lo più a puntare il dito contro le responsabilità nella crisi globale dell’economia americana, a sottolineare che nelle sue prossime discussioni con Obama argomento chiave di discussione sarà la riduzione e la possibile eliminazione dei rispettivi armamenti nucleari strategici, una cooperazione, sottolinea, che potrebbe gettare le basi per migliorare anche “credibilità e incisività” del Trattato di non proliferazione[56].

Il Consiglio NATO-Russia si è riunito il 19 giugno per preparare l’incontro dei ministri degli Esteri delle due parti che, poi, si è tenuto a Corfù il 27 del mese e sarà il primo dopo il conflitto russo-georgiano dell’agosto 2008 scatenato per gli errori di valutazione del presidente Saakashvili e che aveva, anche malvolentieri, portato la NATO a bloccare i lavori del Consiglio comune.

Prima di incontrare l’ambasciatore russo alla NATO, Dmitri Rogozin, i ministri presenti dei paesi membri dell’Alleanza hanno anche scambiato le loro opinioni sulla proposta russa, di Medvedev, intrigante ma secondo alcuni di loro anche “pericolosa”, di lavorare su un nuovo, comune sistema europeo di sicurezza. Rogozin, da parte sua, dopo l’incontro preparatorio aveva dichiarato di essere certo che l’incontro ministeriale di fine mese “riaprirà la strada alla cooperazione militare, compresa una possibile interazione sull’Afganistan, una ripresa della partecipazione russa all’operazione ‘Active Endeavor’ della NATO contro il terrorismo nel Mediterraneo, così come alla lotta contro la pirateria al largo della costa somala[57].

Rogozin, forse, si spingeva un po’ in là. Ma, in effetti, l’incontro di Corfù ha rilanciato il dialogo e “la ripresa della cooperazione militare”: lo hanno confermato in conferenza stampa congiunta, anche in assenza della Clinton (gomito fratturato) ma alla presenza e con l’esplicito assenso del sottosegretario di Stato per gli Affari politici, numero tre del Dipartimento di Stato e più alto in grado dei diplomatici americani di carriera, William J. Burns, che la sostituiva, il ministro degli Esteri russo e il segretario generale della NATO de Hoop Scheffer riferendo anche che un componente del Consiglio di sicurezza della Federazione russa sarà invitato a partecipare al Consiglio NATO del prossimo 22 luglio a Bruxelles per esporvi le idee di Medvedev sulla strategia di sicurezza nazionale dei russi[58].

Anche su un più specifico aiuto russo agli americani in Afganistan, possibili passi avanti: nel corso della visita a Mosca di Obama dal 6 all’8 luglio (quando arriveranno insieme – anche se è improbabile che viaggino sullo steso aereo – al vertice dell’Aquila), Stati Uniti e Russia, dice l’onnipresente Rogozin, potrebbero anche firmare un accordo che allargherebbe il diritto di transito aereo e via terra ai cargo americani per il territorio russo verso quello afgano: fino a un massimo di una dozzina di aerei da trasporto giganti (i Galaxy, carico utile di oltre 120 tonnellate) potrebbero sorvolare il territorio russo, mentre le ferrovie OAO/RZhD potrebbero trasportare a Kabul il materiale militare che gli americani desiderassero veder trasportati dai russi[59]

Una notizia che viene data come di straforo quasi, sempre nell’ambito dell’evolversi delle posizioni russo-americane e che coinvolge anche la Polonia, in modo forse non proprio gradito però (per questo l’annuncio assai sotto tono pubblicato solo da un piccolo quotidiano polacco[60]), è quella relativa alla visita al suo omologo polacco gen. Franciszek Gagor del capo dei capi di stato maggiore delle FF.AA. americane amm. Michael Mullen.

Discuteranno del possibile dislocamento, tutto ancora da decidere però, degli ormai famosi e improbabili antimissili americani “anti-Iran” alla… frontiera russa e di quello “nel caso allora automatico”, hanno detto i russi – che alla funzione dichiarata ragionevolmente non credono – dei loro missili contro la base polacca al loro confine.

Ma all’ordine del giorno – questo è il punto intrigante e vagamente allarmante per i polacchi: reso pubblico dagli americani – è la richiesta di Mullen di discutere, anche, della possibile inclusione di sistemi radaristici russi nel sistema antimissilistico, al posto dei radar piazzati in territorio ceco.

Pare che, se questa fosse la contro-proposta americana – e americano-polacca: la contromossa dei russi ha molto innervosito, infatti, Varsavia – i russi contro-proporrebbero ancora di mettere loro gli antimissili dove vogliono piazzarli gli americani, al confino russo-polacco, lasciando pure che i radar siano piazzati dove già gli americani vorrebbero piazzarli: nella Repubblica ceca… Ma la cosa piace ancora di meno, ovviamente, proprio ai polacchi…   

In definitiva: è chiarissimo, ormai, che questa Russia vuole buoni rapporti, e d’ogni tipo, con l’occidente – con l’America in modo tutto particolare, ma pure con l’Unione europea – ma anche che questa Russia non somiglia più neanche da lontano a quella indebolita, insicura, succube e compiacente dei tempi di Eltsin. E che, ormai, anche se è in una difficile fase economica – ma non poi tanto peggio degli Stati Uniti d’America o della UE – a quelle che percepisce come punture di spillo o proposte “ineguali”, di chiunque esse siano, risponde colpo su colpo…

Lo conferma anche quanto sta succedendo nel confronto con la Georgia, di fatto cioè, anche qui, con l’America. Anche se questa non è più l’America di Bush che un anno fa, irresponsabilmente, aveva incoraggiato, istigato addirittura con promesse impossibili cui quel fanfarone del presidente georgiano aveva come un babbalone creduto…

Qui, la missione ONU in Abkazia, la “Missione di osservatori delle Nazioni Unite in Georgia”, è saltata. Formalmente il mandato scadeva il 16 giugno e, dunque, non è affatto saltata ma ha “concluso i propri lavori”. Quando, però, i georgiani hanno chiesto all’ONU di prolungarla, in Consiglio di Sicurezza la Russia ha detto che sì, sarebbe stata d’accordo. Ma che la missione avrebbe dovuto cambiare nome: perché, dopo l’aggressione georgiana di agosto 2008, l’Abkazia nei fatti per tutti – ma di diritto solo per i russi – con una popolazione a larga maggioranza filorussa, se sta in Abkazia non si può più sostenere che stia ancora in Georgia…

Ancora una volta, un errore di calcolo, un’altra evitabile ma, per la testarda stupidità che connota il presidente Saakashvili anche ineluttabile, bruciante sconfitta: qui sul piano soltanto diplomatico e politico, per fortuna del suo disgraziato paese. Entro metà luglio, così, tutti gli osservatori dell’ONU usciranno ora dall’Abkazia[61]. E dagli ambienti in fermento della battagliata opposizione intera in Georgia sale la domanda che non  trova risposta: ma in nome di quale masochismo, Tbilisi ha tanto insistito per il voto in Consiglio di sicurezza, sapendo che non era in grado di uscirne con una soluzione che gli potesse mai dare ragione?

Intanto, Putin ha reso noto che gli investimenti diretti esteri in Russia sono calati di 12 miliardi di $, cioè del 30% nel primo trimestre del 2009 rispetto allo stesso dell’anno prima. Tra gli investitori più importanti nel periodo, Putin ha nominato USA, Olanda, Germania, Francia, Lussemburgo e Cipro. Scordandosi, forse perché ben informato, dell’Italia del suo amico Cavaliere che chiacchiera, chiacchiera e poi non di più[62]...

Le nuove proiezioni sulla crescita economica pubblicate dalla Banca mondiale per i vari paesi, mostrano che la recessione che colpisce anche la Russia sarà qui più dura e più lunga e porterà a una contrazione del PIL del 7,9% quest’anno, con una ripresa che anche qui come altrove comincerà già nel 2010 ma col ritorno ai livelli pre-crisi solo nel 2012, registrando forse il maggior scarto tra crescita a contrazione di qualsiasi altra grande economia nazionale (qui, subito prima che arrivasse la crisi, nel primo trimestre del 2008, la Russia stava crescendo al ritmo dell’8,7%). Il fenomeno si va però attenuando negli ultimi due mesi con la ripresa relativa, ma anche reale, della crescita del prezzo di petrolio greggio e metano[63].

Allo stesso tempo, e in modo anche un po’ strumentale, il Cremlino adesso fa evidenziare – in mezzo a tante cattive notizie – anche un dato che invece per la Russia è decisamente in controtendenza nei confronti di tutti gli altri: che il paese non ha debito pubblico, in pratica[64]. Quando si presenterà al prossimo vertice dei G-8, all’Aquila, la Russia sarà, tra tutti – e anzi, tra tutti i G-20 – quello col totale più basso: 76 miliardi di $ (il 6% del PIL), meno dell’1% di quello americano (8.400 miliardi, oltre il 60% del PIL), per non dire di quello italiano (2.190 miliardi, cioè il 110% più o meno del PIL) per non dire di quello giapponese (7.450 miliardi di $, più di una volta e mezzo il PIL).

Dall’ordine del giorno del vertice europeo del 19-20 giugno è sparita la discussione formale sull’adesione della Serbia, anche se esponenti della Commissione avevano in precedenza garantito che – per manifestare il sostegno della UE al governo filo-europeo di Belgrado – quella sarebbe stata l’occasione per “scongelare” l’accordo ad interim. E’ stato il governo di destra olandese a notificare a quello ceco, alla presidenza di turno, che manterrà il suo veto finché Ratko Mladic, l’ex capo militare dei serbi bosniaci, non verrà tradotto di fronte al tribunale per i crimini di guerra dell’Aja[65].

Anche se nessuno – nessun governo, nessun servizio segreto, nessuna diplomazia – è in grado di provare che sia in facoltà del governo serbo oggi di arrestarlo davvero e se la sua “buona volontà”, del resto, Belgrado l’ha dimostrata un anno fa facendo arrestare e tradurre all’Aja per il processo alla Corte internazionale di giustizia l’ex presidente bosniaco serbo Radovan Karadzic.

Ma i calvinisti olandesi – che non alzarono un dito nel luglio 1995 quando, intromettendo il loro corpo armato di spedizione targato ONU, avrebbero potuto, forse, impedire i massacri di Bosnia – sia quelli serbi, i più importanti numericamente, sia quelli croati, per niente irrilevanti, sia quelli che pure ci furono di matrice bosniaco-mussulmana – adesso fanno, appunto, i calvinisti. Tutti d’un pezzo… adesso.

Croazia e Serbia hanno confrontato alla vigilia del vertice europeo i loro punti di vista sul dossier degli spinosi e multiformi rapporti bilaterali, in un incontro a Novi Sad, in Serbia, tra i rispettivi presidenti Stipe Mesic e Boris Tadic[66]: hanno affrontato, senza riuscire a risolvere niente ma decidendo di non riprendere la lite in pubblico, la questione controversa e potenzialmente esplosiva delle accuse segrete croate e di quelle pubbliche serbe per crimini di guerra contro cittadini dell’uno e dell’altro paese; l’impegno reciproco a sostenere l’una la domanda d’adesione dell’altra alla UE; e il prolungamento concordato in questa occasione dell’accordo temporaneo sul confine tra i due paesi che rimandano a data da definirsi una decisione definitiva e contenziosa parecchio.

La Slovenia, che sta bloccando il processo di adesione alla UE della Croazia per un contenzioso confinario minore (ma se è minore, perché lo solleva?, chiedono i croati; e se lo è, perché insistono tanto? vogliono sapere gli sloveni) sembra non aver accettato nessuna delle soluzioni che Zagabria aveva avanzato, dopo aver essa aderito alla e Lubiana rifiutato la mediazione proposta da Bruxelles su richiesta di entrambe le parti e dei paesi aderenti all’Unione, Slovenia compresa.

Il ministro degli Esteri croato, Gordan Jandrokovic, insiste: se ora Lubiana non accetta la mediazione della UE – il cosiddetto compromesso Olli Rehn, dal nome del Commissario finlandese all’Allargamento che lo aveva proposto – a questo punto deve accettare una delle due soluzioni di ripiego che il primo ministro croato, Ivo Sanader, ha avanzato nel corso della trattativa a Bruxelles. E tiene a smentire – è solo una menzogna! – la dichiarazione del ministro degli Esteri della Slovenia che il compromesso Rehn è stato rifiutato da Zagabria.

Trattandosi di un dato di fatto – un sì o un no: basterebbe render pubblico il “compromesso Rehn” per vederlo – dovrebbe essere facile, a questo punto, liquidare il problema. Ma la Commissione Barroso, non osando dar torto alla Slovenia che dell’Unione è già membro – uno di quelli portati dentro con l’improvvido, perché sicuramente prematuro, allargamento del 2004 – riuscirà a scombiccherare anche questa faccenda rimangiandosi tutto e dichiarando, adesso, che la questione è un contenzioso di tipo bilaterale e che, come tale, i due paesi devono farvi fronte[67].

Insomma, finora avevamo scherzato. Le amebe …  

Le elezioni per il Parlamento europeo hanno segnato – peraltro con una partecipazione ridicola, sul 43% dell’elettorato – un’altra scivolata a destra. In sintesi, i partiti di centro-destra avranno una maggioranza rafforzata, 267 seggi; quelli di centro-sinistra si dovranno accontentare di una rappresentanza ridotta a 159 eletti; verdi ed europeisti che si dichiarano tali, sono 51; la destra estrema e gli anti-europeisti altrettanto dichiarati, una quarantina: hanno fatto buoni risultati soprattutto in Gran Bretagna, Olanda e Ungheria. Il resto dei voti sono andati sparpagliati e sparsi:

In sintesi estrema, grezza e qua e là inevitabilmente anche superficiale, però secondo noi corretta:

 

Germania

Tenuta della Cdu e crollo della Spd

Francia

Bene Sarkozy, crollo dei socialisti, boom dei Verdi

Gran Bretagna

 

Crollo del Labour, avanzata delle destre nazionaliste

Spagna

Successo dei popolari che sorpassano il Psoe

Portogallo

I socialisti, anche per il successo della sinistra radicale, vengono sorpassati dalla destra

Belgio

Vince lo schieramento Cristiano Democratico

Svezia

Vincono i socialisti e si afferma il nuovo partito anti-copyright

Finlandia

Avanzano gli euroscettici

Danimarca

Guadagnano le forze minori, dalla destra ai verdi

Olanda

Notevole successo dell’estrema destra

Austria

Si affermano euroscettici e destra

Lettonia

Vince la nuova formazione di destra

Estonia

Vincono i liberali

Lituania

Si confermano i conservatori

Bulgaria

Vince il Partito di destra

Ungheria

Vince la destra, exploit del partito xenofobo

Rep. Ceca

Tengono i conservatori

Slovenia

L’opposizione di centrodestra batte i socialdemocratici

Romania

Non vince, ma avanza l’estrema destra

Polonia

I liberali al governo escono rafforzati

Slovacchia

Boom dell’estrema destra, i socialdemocratici restano primi

 

Adesso vola alla rielezione, per un altro scontato e irrilevante mandato, l’ectoplasma presidente della Commissione, il destrorso portoghese José Manuel Durão Barroso, formalmente un social-democratico portoghese ma di stretta osservanza vecchia Terza via blairiana e oggi sostenuto dal PPE: del quale comunque il primo a fare formalmente il nome come candidato, in nome di un’assurda solidarietà iberica, è stato il socialista di sinistra spagnolo José Louis Rodriguez Zapatero[68]

Gli altri, però, sono arrivati subito dopo con tutti i capi di Stato e di governo dell’Unione a far coro: lo sosterranno per la seconda volta – malgrado per alcuni o, per altri, grazie proprio alla prima – come presidente della Commissione. Il presidente di turno dell’Unione, il premier ceco Jan Fischer ha detto, confusamente (cioé, tipicamente), che è stato “largamente e unanimemente (sic!) sostenuto[69].

Non è riuscita, invece, l’accelerazione che ha provato a dare il cav. Berlusconi, forte del fatto di essere arrivato a far diventare il suo, malgrado la relativa discesa e grazie a quella maggiore degli altri, il primo partito tra quelli conservatori ormai rifluiti nel Partito popolare europeo: voleva che accettassero come loro candidato e presentassero come loro presidente del nuovo Europarlamento il forzista Mario Mauro, al posto del vecchio e navigato presidente, proveniente dalla CDU tedesca Hans-Gert Pöttering.

Gli ha detto di no seccamente, Merkel; gli ha detto di no anche Sarkozy, che preferiscono, entrambi, Jerzy Buzek, ex Solidarnosc, primo ministro polacco dal 1997 al 2001 e attualmente esponente del partito di centro-destra Piattaforma civica al governo… in buona sostanza, perché lo presenta Berlusconi – a conferma del nuovo prestigio europeo dell’Italia… – e perché qualsiasi suo candidato (Mauro, chi era costui?) non attirerebbe su di sé i voti che, per ottenere il quorum necessario all’elezione, dovrebbero venirgli anche dall’opposizione…

Provando a metterla giù in sintesi, anche un po’ grezza. L’Unione europea, a dispetto di ogni euroscetticismo, è e resta uno straordinario esperimento sovrannazionale di sovranità condivisa che, nel corso di qualche decennio, ha creato e consolidato una zona di pace dall’Atlantico ai Balcani e anche oltre. Con i suoi 27 paesi costituisce il più formidabile blocco economico del mondo, conta 491 milioni di cittadini in un mercato integrato che produce quasi un terzo di più degli Stati Uniti e, globalmente preso, presenta un volto socialmente di certo più integrato ed “umano” dell’altro grande mercato globale avanzato.

Il problema, però, come dice un servizio giornalistico americano acuto e una volta tanto più rispettoso del solito, è che “la crisi economica globale ha messo in chiaro che l’Europa rimane sempre qualcosa di meno della somma delle sue componenti[70].

In realtà, in molti lo sapevamo già bene, e ben prima di questa crisi economica, che l’Europa per mancanza di sprint, di volontà politica, si andava annacquando e infiacchendo. Ma l’articolo sembra capire bene come e perché e nota come ormai “anche molti europeisti impegnati credono che l’esperimento cominci a fallire”.

Non riesce a capire però – perché anche per l’americano più illuminato non sembra concepibile che nella vecchia Europa si possa arrivare a ripetere il miracolo loro dell’e pluribus unum – che solo la rinuncia alle singole, gelose, piccole sovranità nazionali può – forse – portarci tutti a una sovranità europea che conti davvero.

Ci vuole coraggio per farlo. Quello che l’Europa non ha. Ma che potrebbe essere costretta a darsi quando fra un po’, forse al G8 di luglio, scoprirà che la cura di Obama, per quanto ancora insufficiente, contro la crisi – iniezioni giganti di credito agli investimenti e ai consumi, non solo alle banche, e a credito per lo più – sta dando soluzioni che la stitica cura europea non riesce proprio a produrre (ora ci crede anche Paul Krugman, che resta critico ma lo sta diventando un po’ meno).

Il nodo è che da noi la politica economica non è ancora, non è mai, guidata da scelte politiche raggiunte insieme, ma solo da opzioni tecniche aristocraticamente decise della Banca centrale: che, terrorizzata da un’inflazione che potrebbe – potrebbe – domani riprendere, si muove a due all’ora e, quando si muove, non decide e procrastina.

E’ l’inadeguatezza soprattutto tedesca e italiana di domanda solvibile capace di dare impulso alla produzione e all’occupazione che preoccupa uno come Krugman[71], al quale sarebbe bene dar retta. Lui per queste due grandi economie, paralizzate dalla paura del debito e del deficit e lente a rimettersi in moto, vede avanzare lo spettro di una “nipponizzazione” vera e propria: è proprio la loro scelta di far leva anzitutto, in proporzione e rispetto alle altre, più sullo sviluppo dell’export che della domanda interna che adesso le sta condannando a restare poco a poco alla retroguardia.

Insomma, Krugman non ha il minimo dubbio— e finora ha avuto largamente ragione: è a Keynes – riveduto, corretto, magari; ma in fondo è a lui – che dobbiamo rifarci per uscire da questa crisi, come si uscì da quell’altra: alla faccia, e a disdoro, del friedmanismo monetarista e antikeynesiano e del reaganismo superstiti.

Al contrario, dice Krugman, proprio la manica larga finanziaria e i vasti sussidi voluti dal governo Brown per la Gran Bretagna, se riuscirà ad evitare ancora per tutto il tempo che può – un anno – le elezioni politiche, potrebbe vedere vincere la sua strategia su quella tanto più inibita e tentennante degli altri europei.

E sintetizza così la sua posizione[72], che meglio sarebbe davvero difficile: “quelli che si preoccupano dell’inflazione stano mettendo sotto pressione la Fed… Intanto, avanzano richieste di cancellare lo stimolo fiscale, di bilancio cioè, del presidente Obama. Da direzioni diverse, specie dall’Europa, molti sostengono che non ce n’è più bisogno perché l’economia già ha svoltato... E allora facciamo il punto, i conti con la realtà... e la realtà è che la disoccupazione è molto alta e che sta salendo… insomma, non c’è proprio da dichiarare nessuna vittoria...

   Non è vero che si rischia l’inflazione: una base monetaria in espansione non è inflazionistica quando ci si trova impelagati come ora in una specie di trappola di liquidità”: ce n’è tanta, è vero,  ma resta inutilizzata… “E tutto il carico di debito pubblico in aumento? Compensa solo il crollo del debito privato— il debito totale, privato più pubblico, sta scendendo: non si sta alzando.

  Allora, per sintetizzare. Solo qualche mese fa l’economia americana stava rischiando di cadere in una vera e propria depressione. Per ora, una politica monetaria aggressiva e il deficit spending hanno scongiurato questo pericolo. E, all’improvviso, adesso, questi critici” diciamo pure, fuori tempo, ortodossi “stanno reclamando di metter fine alla risposta concreta che concretamente stiamo dando al problema e vogliono tornare a far affari come si facevano un tempo”. Insomma, business as usual

E’ l’atteggiamento, prima ancora la forma mentis, che, emerge prepotente dietro titoli come quello che, spara in prima pagina – neanche in quella di solito dedicata alle opinioni – un editoriale firmato del WP: “Monta la preoccupazione alla Casa Bianca – recita – man mano che si avvicinano le elezioni del 2010[73]… Si tratta, spiega un sottotitolo, della preoccupazione per le spese “eccessive” dei piani di Obama che possono anche comportare “rischi politici”…

Come se non spendere per aiutare adesso l’economia reale non comportasse rischi … Come se le preoccupazioni incombessero già adesso, un anno e mezzo prima di quelle elezioni di mezzo termine… senza poi mai dire chi, alla Casa Bianca, sia tanto preoccupato… Né, tanto meno, dirci la fonte che dice che è preoccupato… ma che razza di notizia è questa?

Non è una notizia, dunque non  dovrebbe andare in prima pagina secondo la regola del giornale stesso. E’ un commento, un commento di parte: di chi si preoccupa poco della disoccupazione montante e molto del deficit. E’ questo che interessa denunciare al WP e delle regole del giornale, dunque, chi se ne frega.

Solo che, francamente, suona un po’ strano che quando quasi 15 milioni di americani sono senza lavoro questi qui – come fanno, in modo meno ipocrita a dire il vero, i giornali nostrani,  sistematicamente ignorando la regola mai qui rispettata della separazione della notizia dal commento – si preoccupino tanto del deficit spending. Vogliamo scommettere? appena il management del WP comincerà a licenziare non più solo i tipografi ma anche il personale di redazione, questi scribacchianti cambieranno tono…

E’ vero, del resto. Sempre in prima pagina, e solo il giorno prima, il WP metteva in evidenza con soddisfazione come, nella congiuntura economica attuale, sia più facile e “molto meno costoso” trovare lavoratrici domestiche o badanti— e non solo, ora, peruviane o salvadoregne ma anche americane, “capaci di parlare la nostra lingua”. Così, come se l’impoverimento degli americani che li forza a accettare lavori “bassi” e, magari, al nero fosse una conquista sociale!

E, così, certo, diventa chiaro capire subito da che parte sta, il WP.    

Naturalmente, al vertice dei ministri delle Finanze dell’Unione del 9 giugno, tutti hanno giurato di fare il contrario di quello che va raccomandando Krugman: è stato firmato, infatti, un accordo che nega proprio la necessità di procedere alla spesa in deficit e che, anzi, chiede agli Stati aderenti di procedere al più presto alla riduzione. Hanno avuto, però, i ministri, almeno la prudenza di non fissare una data per cominciare a dar inizio a questa improvvida misura. Forse perché sono coscienti che tutti (24 Stati su 27 dell’Unione e tutti quelli più grandi, al cui economia pesa di più) la stanno sfondando. Ma ignorando comunque le richieste di chi è preoccupato della crisi economica e sociale montante e spernacchiando stupidamente, vapidamente, gli avvertimenti di Krugman[74].

STATI UNITI

L’ultima settimana di maggio arrivano una serie di pessime notizie sull’andamento dell’economia: le vendite di case esistenti restano molto basse, i nuovi ordini di beni di investimento pure, è sceso di ben 5 punti l’indice dei managers all’acquisto dal livello di aprile e, esclusi i trasporti, tutti gli indici degli ordinativi sono calati in aprile dell’1,5%.

Malgrado questo, anche qui come da noi e come vogliono un po’ – con maggiore o minore decenza, però – tutti i poteri, come è tutto sommato normale ma, ed è molto grave invece, gli organi di stampa e i media (gli stessi che non s’erano accorti del gonfiarsi di una bolla speculativa in campo edilizio da 8.000 miliardi di $) stanno cercando di pompare ottimismo.

Qua e là ci sono anche barlumi di miglioramento vero, anche se tutti da confermare: gli ordini di beni manifatturati salgono, per il secondo mese di seguito, a maggio, dell’1,8%, il valore maggiore da quando, a dicembre 2007, è cominciata questa recessione; e i dati sull’aumento della produzione di beni durevoli – sempre a maggio – danno anche una spintarella a Wall Street.

Dicevamo che sono aumentati di 2,8 miliardi di $, cioè dell’1,8%, a un totale per maggio di 163,9 miliardi, il terzo incremento degli ultimi quattro mesi che segue un aumento percentuale dello stesso valore in aprile. Escludendo i beni del settore trasporti, l’aumento è ridotto ma sempre consistente, dell’1,1%. Escludendo i beni prodotti per il settore della difesa, è a 1,4%. Anche le scorte di beni durevoli manifatturati sono calate di 2,5 miliardi di $, o dello 0,8%, a 323,3 miliardi a maggio, dopo la riduzione dell’1,1% di aprile e ormai cinque mesi consecutivi di riduzioni[75].

E questi, non ci sono dubbi, sono miglioramenti reali. Ma sempre marginali, rispetto ad esempio ai dati sull’occupazione... E pomparli come va di regola facendo la grande stampa, come trombetta della propaganda del Tesoro, della Fed e di quanti hanno interesse a far vedere i toni foschi della realtà economica, non aiuta a capir bene granché.

Il fatto, annota un economista americano aspro ma sempre attento e corretto e che, soprattutto, finora – prima e non dopo – ci ha sempre azzeccato[76], è che in realtà la ripresa non c’è, che “i media hanno abbandonato il loro ruolo di informatori economici, invece adottando quello delle majorettes tifose: riportano i più irrilevanti dati positivi che possono trovare e, se non ne trovano, le inventano… Il fatto è che qualsiasi seria analisi dei dati dimostra che la ripresa non è all’orizzonte per niente”.

Il settore portante dell’edilizia e delle costruzioni è depresso e “i governi degli Stati e dei municipi in tutto il paese, a cominciare da quello della California, stanno licenziando e tagliando i servizi pubblici”. E la debolezza sul mercato del lavoro continua a “premere i salari all’ingiù, riducendo così, anche per questo secondo canale, il potere d’acquisto dei lavoratori”.

Insomma: l’economia ha bisogno ancora di stimoli forti, seri, perché oggi c’è sempre un disperato bisogno di nuova domanda. “Bisogna dare subito nuovi fondi ai governi locali perché non licenzino e non taglino le spese pubbliche… un spesa che rilancerebbe subito l’economia… Potrebbe dare subito il via alla riforma sanitaria dando, per farlo, ai datori di lavoro che oggi non provvedono copertura sanitaria ai loro dipendenti uno sconto fiscale, ad esempio, sui 2.500 $ per dipendente”. Ecc., ecc.

Facciamo, insomma, pure le corna, come si dice. Però il nodo è che la ripresa non c’è… che di tutti i segnali in arrivo, qualcuno sicuramente in miglioramento, il più importante è il peggiore: un tasso di disoccupazione in arrivo che, calcolato anche solo ufficialmente, arriverà presto al 10%... Il fatto è che quando, come è successo adesso, dentro un sistema economico collassa il credito si sviluppano – e tendono a ripetersi… – reazioni, appunto, sistemiche.

In questo contesto, mettersi adesso a rincorrere una riduzione del deficit come se questo fosse l’obiettivo primario sarebbe irresponsabile perché controproducente in presenza di un’inflazione che, a domanda bassa e investimenti pure, non fa paura a nessuno.

In Giappone, alla borsa di Tokyo, nel 1990-91, l’indice Nikkei per quasi sei mesi fece una bella ripresa, riguadagnando quasi metà delle perdite… e poi ci fu il tonfo[77]. E…

… in America, a Wall Street, nel 1930, l’indice Dow Jones per quasi sei mesi fece una bella ripresa, riguadagnando quasi metà delle perdite… e poi ci fu il tonfo[78].

Stavolta potrebbe anche non andare così, si capisce, e ci speriamo un po’ tutti davvero: col sistema crollerebbe, infatti, anche la società, come tessuto sociale, tutto intero. Ma ci scommettereste, voi?

Comunque, a Mosca, il presidente Medvedev continua a mettere le mani avanti. Del discorso di cui abbiamo sopra parlato, dedicato principalmente ai colloqui con gli USA sulla riduzione dei reciproci armamenti nucleari strategici[79], la stampa americana ha preferito in genere evidenziare solo l’ “attacco” al dollaro. Dmitri A. Medvedev ha, in effetti, sottolineato la preoccupazione per l’effetto deprimente che l’economia americana sta esercitando su quella del mondo intero.

Anche per questo, dice, la Russia vuole trasformare il rublo in una valuta forte e capace di attrarre investimenti— anche se non sarà facile: la consuetudine al, e il fascino del, dollaro restano forti malgrado tutto: non è che l’incoraggiamento ai paesi che dalla Russia importano petrolio e gas naturale a pagarli in rubli stia avendo granché successo…; perché la strategia finanziaria traballante dell’America sta facendo del biglietto verde una moneta di riserva indesiderabile per molte banche centrali.

Medvedev – annota aspramente il NYT[80]raramente perde l’occasione di accusare gli Stati Uniti di aver causato la crisi finanziaria globale”. Il fatto, ha spiegato il presidente russo, è che “i problemi della recessione globale” sono ascrivibili a “un centro enorme di consumo finanziato in deficit, a un debito che si va accumulando, a una moneta di riserva mai così onnipotente e a un sistema dominante di valutazione sia dei rischi che degli assets” a tutti come per tutti valido.

Commenta seccamente il giornale, ma senza smentire in niente la descrizione, che il russo “in altre parole, parla degli Stati Uniti”. Certo… E di chi se no?

Sarà pure un caso, ma è negli stessi giorni che il presidente della Fed, Ben Bernanke, comincia, dopo mesi di silenzio assoluto sul tema, a ridire alto e forte che l’America deve cominciare a preoccuparsi dei 2.000 miliardi di $ di deficit di bilancio accumulati. Perché, spiega, bisogna ricordare che il paese, il governo, non può prendere in prestito dal mondo “indefinitamente” quel che consuma. Il problema, fa osservare, è che il mondo – e i paesi del mondo che più all’America continuano a fare credito – hanno cominciato a prendere nota della prospettiva fiscale degli Stati                                                                                                                        Uniti d’America[81].

A leggere da qualche tempo il WP, da quando ha vinto Obama e hanno perso i repubblicani, sembra quasi di aver a che fare con un foglio convertito alla retorica, al linguaggio e ai “valori” della destra socialmente più conservatrice. Da mesi e, adesso in particolare, va predicando che la bancarotta della General Motors e quella della Chrysler sono colpa del sindacato, dei metalmeccanici.

E’ la pressione della UAW, per salari più alti, per ottenere copertura sanitaria e pensionistica dei dipendenti e degli ex dipendenti – dicono[82] – che ha mandato a carte quarantotto i conti dell’azienda: punto e basta, dice. Ma la UAW è il sindacato che rappresenta, e da vent’anni, i lavoratori della Toyota nelle fabbriche californiane ed è sempre la Toyota che, gestendo quelle fabbriche, ha fatto soldi e profitti da vent’anni, al contrario della GM. E allora?

Non sarà che la vera differenza è stata l’esplodere di una gestione economica incompetente a Washington, a livello governativo federale e un’esplosione non solo di incompetenza ma anche di avidità mirata al profitto a breve e brevissimo termine a Wall Street e, anche, a Detroit? Dove i managers volavano un po’ dappertutto, per lavoro o in vacanza, solo coi corporate jets, si facevano pagare le residenze private in superattici al centesimo piano dall’impresa come spesa aziendale e si autoconcedevano gratifiche e liquidazioni da decine di milioni di dollari l’una, mentre firmavano coi sindacati quei contratti per cui poi li accusavano – loro e i loro avvocati: come l’autore di questo articolo – di dissanguare l’impresa?

Ma al WP, la linea è chiara e rigorosa: verso gli altri, naturalmente, perché la colpa è tutta di chi guadagna, tutto compreso 57.000 $ all’anno: gli operai della GM. Lo dicono anche altri conti ed articoli dello stesso giornale, ma in questo cui stiamo facendo riferimento quella cifra quasi quadruplica: sono, dice l’autore, 110 $ l’ora, cioè 220.000 $ all’anno, grosso modo. Pura invenzione, ma utile alla campagna antisindacale…

Sul piano dell’avvio a conclusione delle faccende Chrysler e GM, due sviluppi. Il primo è l’approvazione definitiva da parte del tribunale fallimentare, il 1° giugno (e poi in appello e, infine, dopo un intoppo procedurale durato poco più d’un giorno, anche alla Corte suprema, che ha liquidato l’ultimo ricorso di alcuni dei creditori più insoddisfatti rifiutando di entrare nel merito della vicenda[83]), della vendita Chrysler a un consorzio capeggiato dalla FIAT.

I cui numeri definitivi adesso dicono che anche se avrà solo una quota azionaria del 20% – l’accordo è questo: potrà gradualmente arrivare però al 35% man mano che rimborserà al governo federale i soldi pubblici prestati all’impresa – il consorzio farà operativamente capo alla FIAT con l’AD Sergio Marchionne; che il 55% diventa proprietà della UAW, il sindacato metalmeccanico in cambio delle “concessioni” fatte— o, meglio, proprietà del fondo pensioni del sindacato, esautorato però di poteri gestionali; e che i governi americano e canadese avranno una quota del 10% e, rispettivamente, del 2% della compagnia.

Il CdA sarà di dieci membri, tre nominati da FIAT, quattro dal Tesoro americano, uno dal governo canadese e uno dal fondo sanità e pensioni del sindacato. Presidente verrà “eletto” C. Robert Kidder: un finanziere puro, scelto personalmente dal finanziere Geithner, ministro del Tesoro, nei ranghi della “vil razza dannata” – Verdi lo diceva dei cortigiani, è vero, non dei banchieri, nel Rigoletto – che occupa i ranghi economici chiave di questa Amministrazione…   

Aveva scritto il giudice nella sentenza d’appello – l’unica di merito: dopo aver respinto più di 300 obiezioni avanzate contro l’intesa – che esso “offre un’opportunità all’impresa che, questa Corte concorda, il mercato non è in grado di dare[84]. E, in effetti, questa vendita-svendita rende anche possibile pressoché subito alla Chrysler uscire dal fallimento: con il futuro che, si capisce, ora resta tutto da vedere.

Il che difficilmente significherà, però, ricominciare a fabbricare auto presto: ci sono migliaia di auto restituite alla casa madre dagli 800 distributori cui ha detto addio e, dunque, prima, bisognerà liberarsi di quelle scorte… però, certo, Marchionne ha annunciato alle maestranze Chrysler, il giorno della soluzione definitiva del contenzioso giuridico alla Corte suprema, che il trasferimento di tecnologia, motoristica, linee e componentistica varia in Nordamerica per fabbricarvi la FIAT 500 avverrà “presto”. Dove non è chiaro il senso preciso dell’avverbio di tempo, nè quello del sostantivo “trasferimentomoving[85]…  

Il secondo sviluppo è che la General Motors ha provveduto a depositare i libri al tribunale fallimentare[86] (e, per la prima volta dal 1925, è uscita dal nocciolo duro che determina la media del Dow Jones, l’Industrial Average Index, dal quale è scomparsa anche Citigroup, “a causa del vasto e continuo interesse” del governo nella proprietà del gruppo bancario Sono entrati al loro posto – ma con un impatto inevitabilmente minore – Travelers, una compagnia d’assicurazione, e la Cisco Systems, un’industria informatica di Silicon Valley, a completare i 30 titoli della lista[87]).

La GM ha dichiarato al tribunale debiti per 172,8 miliardi di $ e attivi per 82,29. Si tratta del quarto fallimento più importante della storia degli USA e il massimo di sempre per un’impresa industriale. La riorganizzazione forzata sotto la protezione del capitolo 11 della legge fallimentare consente così di continuare a operare sotto la protezione del tribunale mentre si libera dei debiti e degli assets non redditizi.

Sei mesi fa, solo sei mesi fa, prima delle elezioni, sembrava inconcepibile…

Adesso, questa vera e propria “icona” della storia industriale americana, come l’ha chiamata Obama, è andata in frantumi: il 54% di quota del mercato americano nel 1955 era il suo, oggi s’era raggrinzito al 19%. “Quel che va bene per la GM – diceva Charles Wilson, ex capo dell’azienda forse passato in leggenda come se l’avesse davvero detto – va bene per gli USA…”; e il guru delle moderne teorie di management, Peter Drucker, ha scritto non andando lontano dalla realtà che “a vincere, per la parte americana, la seconda guerra mondiale non furono i generali ma fu la General Motors e la sua produzione di massa[88]

Adesso, otterrà subito 30 miliardi di $ in aiuti finanziari da parte del Tesoro e 9,5 miliardi dal governo canadese, oltre ai 20 miliardi di $ di fondi pubblici che già le sono stati concessi come prestito a basso tasso di interesse. Per qualche tempo continuerà anche il finanziamento di rivenditori e clienti della Chrysler e della GM da parte della finanziaria della GM e verrà garantito che i due fondi pensione dell’azienda restino nell’impresa.

E, forse, in dimensioni molto ridotte – meno dipendenti, meno produzione, meno modelli, meno showrooms – forse riuscirà pure a riprendersi. Ma il colpo è stato durissimo: qualcuno l’ha messo  in lista come il terzo cavaliere dell’Apocalisse nell’elenco dei fattori che segnano la caduta dell’egemonia americana nel mondo: subito dopo il crollo della Lehman Brothers e il deficit montante del paese.

Ed è stata una mazzata pesante. Per i lavoratori, per Detroit, per il Michigan, per gli Stati Uniti. Va anche detto che Obama, che da quei posti e da quei lavoratori, da quelli dell’indotto dei distributori e dei fornitori, aveva avuto un spinta fortissima all’elezione, non li ha trattati benissimo e, in ogni caso, molto più bruscamente di quanto abbia trattato Wall Street e i suoi banchieri.

E se non sta attento – se per esempio, in una logica puramente industriale e non anche sociale e politica, adesso che di fatto il governo è padrone del marchio (al 60%), consentirà alla GM di continuare a produrre le sue auto all’estero ma non più in America, anche se a ranghi un poco ridotti – la cosa potrebbe anche riflettersi molto male sulla sua rielezione…

Da sinistra – ma non la sinistra delle gazzette, degli opinionisti che sproloquiano su tutto, dei politicanti o dei demagoghi: una sinistra qui fatta di premi Nobel dell’economia che menano duro e sempre motivatamente, anche sulla Casa Bianca – c’è chi, premio Nobel dell’economia appunto, osserva severamente come “gli Stati Uniti siano dotati di una grande rete di sicurezza, che consente alle banche di ‘giocare’ in tutta impunità ma che offre poco alle persone che si trovino in difficoltà”: insomma, titolano, hanno messo in piedi, gli Stati Uniti d’America di Obama, più chiaramente di quanto mai prima, Socialismo americano per i ricchi[89].

Anche per la GM, secondo i nuovi boss, gente scelta da Obama e quasi tutti (già lo sottolineavamo) banchieri d’investimento, dovrebbero bastare poche settimane più che per la Chrysler per uscire dal fallimento, nelle sue dimensioni nuove e ridotte. La GM giura che le scelte di politica industriale continuerà a farle l’azienda, ma solo pochi giorni fa l’Amministrazione ha annunciato riduzioni importanti per legge dello standard di consumo degli autoveicoli di nuova costruzione e Obama è un fan dei motori ibridi – elettrici e a benzina – e delle auto di piccole dimensioni.

Nel primo trimestre dell’anno, il deficit dei conti correnti degli Stati Uniti d’America è calato a 101,5 miliardi di $ (il 2,9% del PIL, la percentuale più contenuta da dieci anni), marcando una caduta del 34,5% dal deficit del trimestre precedente di fine 2008[90].

Ad aprile, la spesa per consumi negli Stati Uniti è caduta dello 0,1% a conferma del rallentamento – ma certo non della scomparsa – della recessione. Il tasso di risparmio aumenta al 5,7% del reddito disponibile ad aprile, al ritmo in assoluto più alto da quando questo paese ha cominciato a calcolare questo dato statistico negli anni ’50.

Il fatto è che, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, gli americani quest’anno vanno spendendo meno, insieme e a testa, di quanto facessero un anno fa. Dicono gli analisti che, con ogni probabilità, adesso con la crisi che continua, il risparmio finirà col superare in assoluto addirittura il record del 14,6% del maggio 1975[91].   

Anche il reddito personale medio è salito dello 0,5% grazie alla riduzione delle imposte e alla spesa supplementare degli stimoli economici: ma il reddito da lavoro e da salario è restato fermo ad aprile[92].

Sempre dentro la recessione, l’inflazione resta praticamente immobile nella media di maggio, +0,1%, malgrado l’aumento del prezzo della benzina che segue, e anticipa anche un po’, quello del barile di petrolio[93]. I timori, anche artatamente diffusi[94], di un pericolo di ripresa dei prezzi per il costo crescente di materie prime come oro, rame e greggio petrolifero e i tassi di interesse sui bond del Tesoro che sono al massimo da cinque mesi per finanziare il debito pubblico, vengono raffreddati sul nascere.

In effetti, i segnali dai mercati sottolineano sempre, malgrado questi picchi isolati, un’inflazione che resta del tutto sotto controllo, tenuta a freno dal blocco di salari e di redditi, dall’aumento dei disoccupati, da una domanda di consumi che resta bassa e dal fatto che molte industrie lavorano sempre ben al di sotto  delle loro capacità: in effetti, molti osservatori si dicono preoccupati di una sottoutilizzazione di impianti che dice, per esempio, Haseeb Ahmed, economista alla JPMorgan Chase, ci sta “facendo inoltrare in un territorio di bassa produzione sconosciuto a questo paese”.

La produzione industriale è caduta a maggio dell’1,1%, dopo il calo dello 0,7 di aprile[95]. E, adesso, la Boeing annuncia anche che, per l’ennesima volta, dovrà rimandare il volo inaugurale del suo  Dreamliner 787[96], il nuovo colossale aereo civile concorrente diretto dell’Airbus380 – che il suo volo inaugurale lo ha fatto da tempo ma è anch’esso soggetto a ritardi seri nella produzione di serie – a causa della debolezza strutturale nella zona in cui le ali sono attaccate al corpo dell’aereo... Solo due mesi fa la Boeing aveva insistito: il volo inaugurale avrebbe avuto luogo a fine giugno…

La disoccupazione, salita all’8,9% in aprile, è prevista adesso per maggio al 9,2. In realtà, il tasso di disoccupazione preliminare per maggio, pubblicato il 5 giugno, è al 9,4%, in aumento ma – diciamo – un po’ più lentamente dei mesi scorsi: segna la perdita di 345.000 altri posti di lavoro, “soltanto”. Sono meno di quel che paventavano gli analisti, giustificando così una lettura della realtà forzatamente più rosea fino a far parlare qualcuno di un mercato del lavoro che, ormai, non sarebbe più in caduta libera. Ma si tratta pur sempre del tasso ufficiali (disoccupati,cioè, registrati e ufficialmente contati) più alto, in realtà, da ben 26 anni.

Insomma siamo già piuttosto lontani dalla previsione della Fed che, al solito – come predica il Cavaliere che bisogna sempre fare – ottimisticamente: così, certo, la verità non si vede ma non ci si azzecca mai neanche per sbaglio – che, mesi fa, proiettava la disoccupazione dell’ultimo trimestre di quest’anno a un massimo (ufficiale) dell’8,9%. Ed è già al 9,4… cioè, fra ancora due trimestri, sfonderà, e di molto, quel tetto rosato.

A maggio, gran parte dei posti di lavoro sono andati perduti nel settore manifatturiero (ben 156.000). Ma sono stati 59.000 anche nell’edilizia, 54.000 nel commercio, 51.000 nei servizi professionali, 30.000 nella finanza e 24.000 nei servizi informativi. Il tasso di disoccupazione dei bianchi adulti supera il 9, delle donne bianche l’8, dei neri è al 15, degli ispanici al 12 e quello dei lavoratori bianchi nel loro complesso è all’8 e qualcosa per cento[97].

Il presidente Obama sta mettendo insieme il suo piano di ri-regolamentazione del mercato finanziario[98]. Ci sta lavorando da settimane coordinando una serie di incontri tra esponenti del governo, esperti finanziari, legislatori, industriali, banchieri, assicuratori, organizzazioni di consumatori e lobbisti d’ogni tipo e d’ogni colore, tutti invitati – separatamente – e tutti consultati prima di arrivare a formulare la sua proposta che poi dovrà passare, si capisce, al vaglio del parlamento.

Ora, il piano del presidente, che ridisegnerà tutta l’architettura regolatoria del mercato, è fatto di mille inevitabili compromessi e, in sostanza, non sembra affatto audace come alcuni avevano sperato che fosse. Del resto, il presidente stesso aveva detto di voler fare presto e bene ma aveva anche annunciato di non volere scontrarsi coi mulini a vento.

Adesso, in estrema sintesi, il “libro bianco”della Casa Bianca[99] propone:

• di dare il potere alla Federal Reserve di sorvegliare (“supervisionare”), in tutto il sistema paese, ogni attività finanziaria importante (“di tipo sistemico”): non solo più, come era finora e in teoria più che in pratica, il sistema bancario, ma anche quello assicurativo, i mercati, ecc., ecc.) e, questo, col supporto di un “consiglio pluri-agenzie”, non chiaramente, anche se lungamente, specificato;

• di dare al governo federale maggiori poteri di “sequestro e smantellamento” di grandi imprese di ogni tipo che si trovino in “gravi difficoltà”, anche qui non meglio specificate;

• di far applicare “regole molto (quanto?) più stringenti” ai cosiddetti derivati e ai sistemi di securizzazione del credito;

• di obbligare i fondi a rischio, gli hedge funds, a “registrarsi” presso il nuovo sistema di regolazione;

• di istituire una nuova agenzia federale di “difesa e promozione” dei diritti dei consumatori: quanto a ipoteche, carte di credito e prodotti finanziari venduti al pubblico e limiti da imporre alle grandi istituzioni finanziarie in proposito.

Naturalmente, Obama propone. Poi, il Congresso dispone. Non c’è dubbio che molte delle misure proposte siano strumenti di buon senso e potenzialmente utili: se fosse esistita, l’agenzia di difesa dei consumatori avrebbe impedito, o almeno intralciato, alcuni degli eccessi peggiori che hanno messo in moto la crisi, e regole più stringenti su derivati e hedge funds – come l’obbligo ad esempio di registrarsi presso la SEC, la loro CONSOB – sono comunque passi, incompleti ma concreti, di regolamentazione un po’ più moderna, più responsabilizzata.

Mancano molte misure che, pure, di tutta evidenza sarebbero utili. Per dire, quella delle agenzie di rating di titoli e bond che hanno tanto aiutato a gonfiare la finanza immondizia fornendo pedigree immeritati ai titoli che valutavano per le banche: il fatto è che quelle agenzie, in base alle regole attuali, sono pagate proprio da quelle stesse banche…

Qui bastava che non fossero più le banche, i cui titoli venivano valutati per il mercato, a potersi scegliere come adesso chi assegnava il rating ai loro titoli. Ma non c’è, questa semplicissima misura – sicuramente eversiva dell’ordine dato ma di buon senso addirittura spicciolo – proprio non c’è. E quel che è più “strano”, diciamo pure così, è che un giornale come il NYT – che pure sopra la questione fa il titolo e le dedica parecchio spazio – indica una serie di riforme che si sarebbero potute fare sul tema ma scorda del tutto di ricordare proprio questa: che sarebbe la più semplice e la più efficace[100].   

Ma forse il “peccato” maggiore del piano di Obama è che sembra ribadire la convinzione che all’origine della crisi ci sia stato un sistema di regolamentazione insufficiente ed inadeguato. Ma non era così: sulla carta le regole c’erano, la Fed di Alan Greenspan aveva tutti i poteri per strozzare sul nascere le bolle speculative che, invece, ha lasciato gonfiare assecondando gli istinti animali del capitalismo selvaggio. Cioè, a mancare soprattutto è stata la volontà (il coraggio?) dei regolatori, non certo tecnicamente incapaci ma omissivi, volutamente sbadati, o fasulli e/o forse chi sa?, magari, corrotti.

Sarebbe anche bastato che Alan Greenspan avesse parlato alto e forte, ammonendo i decisori di mercato anni fa, all’inizio del gonfiarsi della bolla speculativa di borsa, o più di recente della bolla speculativa edilizia, che avrebbe sorvegliato da presso l’andamento dei mercati per raffreddare molti bollori… Ma avrebbe significato dire no al laisser faire, al dogma che sui mercati lo Stato non si deve inserire, per cui se i mercati decidono di scatenarsi non c’è, per definizione non ci può essere, come assicurò per mesi e mesi Greenspan al Congresso, bolla alcuna né ragione di allarme…

Ma la Fed aveva i poteri per impedire, se solo avesse voluto esercitarli,  molti dei prestiti “cattivi” cui si erano abbandonate banche, agenzie di credito, istituti di assicurazione e quant’altro alla ricerca sfrenata del profitto maggiore nel tempo più breve possibile. Erano questi i suoi poteri regolatori normali, previsti anche se i grandi sacerdoti della libertà di mercato erano tanto restii, poi, ad esercitarli.

E, infine, la Fed poteva bloccare quando voleva – ma non voleva: era, appunto, eresia … – la corsa sfrenata verso il precipizio utilizzando adeguatamente il potere che è il suo di aumentare i tassi di interesse: che avrebbero sicuramente bucato le bolle speculative. Specie la seconda, quella edilizia che è stata il fulcro della speculazione ipotecaria e della crisi finanziaria che essa ha scatenato: fatta, concretamente, di scambi di default di credito, di obbligazioni collateralizzate di debito o di crisi dei subprime, di ipoteche senza base reale,il tutto a scatenare insieme il buco finanziario da 8.000 miliardi di $ che oggi affossa l’America.

Ma che, al fondo, ha solo costretto a venire alla luce la crisi. Perché il mercato edilizio sarebbe collassato comunque, data l’offerta straordinariamente gonfiata rispetto alla domanda e i consumi ormai sistematicamente al ribasso per il crollo dei valori edilizi e dei contanti cui, proprio perché gonfiati, davano adito. La mancanza di regolamentazione, o meglio e soprattutto della volontà di applicare la regolamentazione che pure c’era, ha solo complicato e costretto a venir fuori la crisi.

Ora, non è chiaro se, in cosa e come precisamente questo piano di ri-regolamentazione rafforzi oltre agli strumenti – misura, comunque, utile – anche la volontà di chi li possiede – ma già li possedeva: anche il successore di Greenspan, Bernanke, è responsabile della neghittosità della Fed quanto lo era lui; anche il ministro del Tesoro, Geithner, lo è perché quei poteri li ha e li aveva anche quando era alla Fed dello Stato di New York con Bush… In altri termini, per dare credibilità piena al suo piano, Obama li dovrebbe licenziare tutti, e in blocco, i signori della Finanza pubblica statunitense. E mai lo farà.

Il problema vero, in altre parole, è garantire e garantirsi che chi deve regolare lo faccia. Questa sarebbe la novità vera. E questo succederà solo se le pene per non farlo, e anche – ma poi – gli incentivi per farlo saranno forti e credibili. Insomma, per un conducente che porta alla morte, o in ospedale, quasi tutti i suoi passeggeri non utilizzando il freno a dovere, la pena prevista dal codice va applicata e fino in fondo. Perché lo sterzo c’era e il freno pure.

A non esserci era la voglia di fare davvero i regolatori, i cani da guardia, il proprio mestiere insomma, di impicciarsi degli affari degli altri – anche se erano, come s’è visto, e dunque perché sono, gli affari di tutti – a non esserci era la cultura che nell’arte della guerra si chiama dell’approntare piani di contingenza, Di questa, dello stare all’erta e del picchiare duro su chi non sta alle regole, anche se ci giochi a golf nel week-end, c’è bisogno. Altrimenti sarebbe meglio mandare tutti, ma tutti, a casa.

E, poi, proprio alla fine di tutto questo discorso bisognerà pure che, prima o poi, qualcuno – qualcuno che, come noi, è profondamente ignorante dei meccanismi sofisticati di questo gioco di azzardo che si chiama mercato ma ne vede le conseguenze nefaste, o che, sempre come noi, ha un sano, profondo sospetto nei confronti del sistema com’è – richiami alla propria e alla memoria di tutti la vecchia storiella che spiega, meglio di ogni altra arzigogolata argomentazione, il perché e il come di questa crisi.

Dunque, c’è quel tizio che compra un autocarro di sardine per un centesimo a lattina. Le rivende a due, poi il terzo le piazza a tre e il quarto a quattro… Poi il mercato delle sardine collassa e il quinto proprietario del camion di sardine pensa che, allora, tanto vale mangiarsele, quelle maledette. Apre una lattina… ma dalla puzza e dall’apparenza marcia scopre subito che è andata a male.

   La seconda lattina, la terza, la quarta: lo stesso… Allora, va dal quarto mercante, l’ultimo che a lui le aveva vendute e quello, guardandolo quasi con umana pietà gli dice: “ma non hai capito proprio niente, allora! Mica erano sardine da mangiare, quelle: erano sardine da commerciare!”…

Ecco, è per questo che al dunque stiamo passando per questa profondissima crisi economica globale. Avevamo finito, chi più chi meno ma tutti in buona sostanza, col basare l’economia non sulla produzione e lo scambio di merci e servizi per la quale chi ne fruiva pagava ma sulla produzione e lo scambio di transazioni finanziarie. Le più avventurose possibili, poi, purché fossero le più immediatamente redditizie possibili.

Ora, lo scopo di una transazione finanziaria dovrebbe essere di rendere possibile la creazione di beni e servizi. Quando invece una transazione finanziaria serve solo a crearne un’altra (fare soldi coi soldi, non col lavoro), quando cioè diventa fine a se stessa, e beni e servizi diventano essi strumenti per rendere possibili le transazioni finanziarie – lo diceva Carletto Marx ed era vero, cari monetaristi nostrani, non solo perché ma anche se a dirlo era lui – si va incontro diritti dritti alla catastrofe economica.

E questa è la radice profonda della crisi, che le sardine non sono più da mangiare, ma soltanto da commerciare…

Riesce a passare alla Camera la legge contro il riscaldamento climatico: di poco, 219 (solo 8 repubblicani tra di essi a favore) a 212 voti – quelli di chi non vuole considerare neanche, perché ne ha paura, le implicazioni del cambiamento climatico e gli obblighi, economici e anche politici, che implica opporvisi – convinto contro ogni ragione che allora è meglio chiudere gli occhi e, così, ignorarli.

Tra i contrari ci sono anche 44 deputati democratici, una manciata solo dei quali contro, per così dire, da “sinistra”, perché insoddisfatti di una proposta che considerano troppo debole, la maggior parte per le stesse ragioni dei repubblicani. La proposta va ora in discussione al Senato, dove la battaglia sarà ancora più dura: le differenze essendo più marcate in un corpo di soli 100 eletti che rappresenta, ed è eletto da, interessi territoriali (le constituencies) più vasti ma anche tanto più “ristretti” – riesce a passare di poco, ma riesce a passare, il piano fortissimamente voluto da Obama che schiera gli Stati Uniti ufficialmente, e finalmente, sul fronte “giusto” contro l’emissione di gas serra nell’atmosfera.

Al cuore della legislazione – l’American Clean Energy and Security ActAtto (tutte le proposte di legge, qui, si chiamano “Atti” e tutte, per definizione e pleonasticamente, si dicono americane) per l’energia pulita e la sicurezza (e se poi, anche se magari non c’entra niente, schiaffi nel titolo la qualificazione di “sicurezza”, tutto diventa comunque più facile…) – c’è quello che si chiama un sistema di cap-and-trade (un tetto massimo di emissioni consentite per ogni tipo di industria, diciamo, ma con la possibilità di acquistarne/venderne quote) e mettere così un limite alle emissioni di gas serra, pur consentendo alle varie industria che lavorano buttando fuori questo tipo di gas di scambiarsi permessi, o limiti, di emissione.

Nel corso degli anni il tetto si abbasserebbe, prevede la legge, elevando il costo a carico di chi emette più gas e, presumibilmente, costringendo chi lo fa a cercare, per ragioni economiche, fonti energetiche più pulite e meno inquinanti. Questa, almeno, è la teoria del meccanismo detto del cap-and-trade, del metti un tetto e compra-vendi, che spesso, però – quasi sempre – dove è stata provata in Europa ha funzionato male e non ha proprio funzionato.

La sostanza delle misure ora previste: la riduzione dei gas serra sul territorio americano dovrà arrivare entro il 2020 a meno del 17% rispetto al 2005 e a meno dell’83% per il 2050. Quando il programma comincerà ad entrare il vigore, tra tre anni, il costo per l’emissione di una tonnellata di anidride carbonica nell’atmosfera sarà intorno ai 13 $. E crescerà gradualmente.

La legislazione, che i repubblicani e in genere chi vi si oppone (industria, finanza, quelli cui non frega proprio un bel niente dell’inquinamento climatico) descrivono, comunque, come una nuova tassa sulla produzione – e che di fatto lo è: come però è giusto che sia – è una coperta d’Arlecchino di compromessi, necessari per trovare i voti necessari a passare: rispetto alla proposta iniziale, “sono stati abbassati gli obiettivi di riduzione dei gas serra, è stata ridotta la percentuale di energia rinnovabile che gradualmente deve sostituire quella ricavata dagli idrocarburi e sono stati resi più appetibili gli incentivi alle industrie”.  

E’ una legislazione meno ambiziosa di quella che il presidente aveva proposto e ancora lontana da quel che molti governi europei – che però predicano molto e praticano spesso poco, poi, quel che predicano – e che gli ambientalisti più duri (come Greenpeace) sostengono essere necessaria per battere, o anche solo ridurre, gli effetti peggiori del riscaldamento globale. E ha schierato l’un contro l’altro i democratici: divisi tra liberal, progressisti diciamo, la maggioranza tra loro, dell’Est e dell’Ovest degli States contro la minoranza dei più conservatori, rappresentanti o più sensibili alle aree del paese che più dipendono dal carbone per l’elettricità e dal lavoro manifatturiero.

Questa è una battaglia vinta da Obama, ma anche appena iniziata. Lo dice lui stesso: riconosce che gli obiettivi iniziali della legge di riduzione delle emissioni gasose che intrappolano l’effetto serra nell’atmosfera sono modeste e non soddisferanno molti governi né chi nell’opinione, in casa come all’estero, è più attento ai pericoli montanti dell’inquinamento ecologico. Ma dice di sperare che, a partire da quei minimi, si possa ora andare avanti più celermente e più incisivamente[101].

E, intanto, dice al Congresso, al Senato anzitutto che sulla legge deve ancora pronunciarsi che vanno espunte dal testo le punizioni di tipo protezionistico che vogliono vedere gli Stati Uniti imporre – e da soli, poi – sanzioni commerciali a chi non si metta almeno alla pari con gli obiettivi della loro legislazione: Cina, India, insomma, Brasile e Russia. I paesi che, cioè, pur non negando di avere anch’essi responsabilità – e ormai crescenti – in materia, prima di muoversi e “penalizzare” una crescita da poco iniziata aspettano di vedere se, e come, pagano per i loro misfatti ecologici accumulati nei passati decenni i paesi industrialmente già più sviluppati e, perciò, finora i più inquinanti.

La motivazione che porta Obama non è questa, naturalmente – dobbiamo mettere ordine in casa nostra, prima di predicare agli altri – ché sa troppo di ricerca di un’equità in campo internazionale del tutto aliena al sentire americano; è tutta e solo economica: “nel mezzo di una recessione economica a livello globale ancora così profonda e del calo significativo, conseguente, negli scambi a livello mondiale, dobbiamo stare molto attenti noi americani nel mandare all’esterno un segnale di tipo comunque protezionistico”…

Dice, da parte sua, l’ex vicepresidente Al Gore, che per le sue appassionate e costanti battaglie sul tema del riscaldamento globale ha vinto un Nobel per la Pace, che “questa legge non risolve tutti i problemi. Ma dà lo slancio giusto, e di molto, al dibattito in Senato e ai negoziati per il Trattato sul cambiamento climatico che cominciano adesso a dicembre [a Copenhagen: dai quali senza una legislazione minimamente decente gli Stati Uniti avrebbero continuato a marginalizzarsi, come sempre con Bush in materia]: in quelle occasioni emergerà una soluzione globale alla crisi ambientale. Non c’è, d’altra parte, nessun piano di riserva sul tema[102].

Come ha detto Angela Merkel che era a Washington in visita alla Casa Bianca quando la legge è passata, è però una rivoluzione epocale sulla questione, “se penso solo a un anno fa, quando qui c’era Bush”.      

Il discorso del presidente Barak Obama al Cairo, rivolto al mondo ma in primis a Israele e all’umma (il termine arabo che, al di là di nazionalità e parcellizzazione dei poteri politici che li governano, connota la comunità dei musulmani), per essere letto correttamente va inquadrato nel contesto del rapporto attuale di questi Stati Uniti d’America con questo Stato di Israele.

Il fatto è che alla richiesta di Washington, insistente mai come prima (l’intesa sottintesa, da sempre, era che gli USA avrebbero sempre detto la loro contrarietà, ma non avrebbero mai fatto niente per opporvisi), di smetterla di creare e allargare insediamenti ebraici nei territori palestinesi – evidentemente ostacoli sempre rinnovati su qualsiasi ipotizzabile percorso di pace – il governo di Tel Aviv sta seccamente dicendo il suo no inequivocabile, anche se difficilmente sostenibile, con diversi membri del gabinetto: anche se proprio come governo evita ancora di ufficializzare la risposta.  

Il ministro degli Interni Eli Yishai ha detto così che le pretese americane di far “fermare l’attività legale di insediamento in Giudea e in Samaria” equivarrebbero all’espulsione degli ebrei “dalla loro terra”: cioè dalla Cisgiordania. Irrilevante, come è ovvio per questo tipo di impostazione – quella ufficiale del governo dello Stato di Israele – il rilievo che il diritto internazionale in materia è esplicito e l’obbligo che impone a ogni paese militarmente occupante come, da tempo quasi immemorabile, è Israele: la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 stabilisce, senza equivoco alcuno, che “la potenza occupante non  deporterà o trasferirà parte della propria popolazione nei territori che occupa[103].

Il ministro dei Trasporti, Yisrael Katz, della destra estrema anche lui, ha ribadito l’assunto praticamente con le stesse parole. Non hanno parlato, stavolta, né il vice premier e ministro della Difesa, Ehud Barak (che però a Washington subito dopo il 2 giugno ha poi visto Obama, ma per un inusitato e striminzito quarto d’ora soltanto, prima del suo viaggio in Medio Oriente e in Europa – un viaggio che non per caso, stavolta, ha “saltato” Israele), né quello degli Esteri, Avigdor Lieberman e neanche il primo ministro. Ma il messaggio è stato, comunque, chiarissimo[104].

Adesso, naturalmente, bisogna vedere se e come – non a parole ma nei fatti – reagisce Obama stavolta e, nel suo complesso, come reagisce Washington. Il ragionamento di Israele (chiamiamolo pure così, per il momento) è, del resto, palesemente unilaterale e pretestuoso. Tel Aviv dichiara di non poter “congelare la vita” nei suoi insediamenti. Ma la vita dei palestinesi che vi sopravvivono tutto intorno – e ne sono stati cacciati via – è congelata da sempre, in uno stato di sospensione sempiterno dettato dall’occupazione militare.

Israele chiede, in sostanza, a Obama – anche a Obama – di riconoscerle il diritto finora considerato scontato di continuare a negare ai palestinesi una vita civile normale, di non riconoscere loro sistematicamente i diritti umani degli altri esseri umani e di lasciare che siano trattati per quello che, in effetti, poi sono e secondo Tel Aviv devono restare per sempre: soggetti di un’occupazione militare e di un diritto di fatto coloniale; perché solo così, dice Israele, possiamo continuare a sviluppare “naturalmente”, con l’occupazione militare normale, gli insediamenti…

Stavolta, però, la richiesta americana sembra essere stata troppo esplicitamente e pubblicamente proclamata – e a livello che più alto non si può: Hillary Clinton e Barak Obama (la Clinton ha detto che il presidente “vuole vedere l’alt immediato agli insediamenti— non ad alcuni insediamenti, non agli avamposti, non con eccezioni di cosiddetta espansione naturale” – per poter ingoiare, come di consueto, senza reagire, il no del “cliente” israeliano. Così, almeno, sembra.

E, invece, sembra che proprio così sia. Nel discorso che ha tenuto al Cairo all’università al-Ahram – più importante forse che per i contenuti, anche se di nuovi ce ne sono stati, perché lo faceva in quella sede e perché lui, il presidente degli Stati Uniti d’America, si chiama Barak Hussein – Obama ha cercato di fare i conti con tutte le questioni aperte tra America e quella parte del mondo.

Partendo dal garantire che l’America non farà mai la guerra all’Islam (praticamente le stesse parole di Bush al Congresso, però, e una settimana dopo l’11 settembre…), ha ragionato sul rapporto tra America e Islam, tra America e Iran, tra America, Israele, Palestina e mondo arabo, sul diritto dei popoli e di tutti gli esseri umani alla democrazia e a un governo trasparente che non li tiranneggi, delle donne al rispetto, alla dignità e allo sviluppo che solo con loro può esser assicurato a tutti nel mondo, sul diritto alla libertà religiosa per tutti in ogni paese e di quello di tutti gli esseri umani a godere dei benefici di una globalizzazione che deve e può ben essere rispettosa dell’identità di ogni popolo…

Ha detto – e dimostrato con la sua storia familiare – che “l’Islam è parte integrante dell’America stessa”. Non era obbligato a dirlo, e a dirlo così; ma è stato importante che l’abbia detto per respingere una volta per tutte l’estraneità, il concetto di sottociviltà aliena, su cui la destra fondamentalista e neo-cons ha anche fondato, per almeno dieci anni, in America la sua egemonia.

Non ha rinunciato – e ha fatto bene – a ricordare, Obama, lo shock che l’11 settembre ha costituito per tutti gli americani: troppi nel mondo, e soprattutto nel mondo mussulmano, focalizzandosi sulle sofferenze imposte loro “dall’America” e sulle proprie rivendicazioni, se ne sono troppo facilmente scordati. Così come è stato importante che Obama abbia saputo parlare di tortura e non apparire per niente beffardo – come avrebbe potuto anche rischiare – nel condannarla anche per le responsabilità note in materia dell’America stessa parlando in un paese che notoriamente, poi, non è tanto alieno dal praticarla…

Certo. E’ stato solo un discorso, come Obama stesso ha detto per primo e, poi, ha ripetuto diverse volte. E, adesso, sarà verificato inesorabilmente e passo per passo dai fatti. Ma è stato un grande discorso e adesso tutti – in Medio Oriente, in America, dappertutto – aspettano di vederli quei fatti. Perché, anche in sé, le cose dette sono state importanti. E già hanno creato, così, il fatto nuovo.

Sull’Iran ha subito riconosciuto gli sbagli delle due parti: la presa degli ostaggi dell’ambasciata americana nel 1980 ma, prima, come causa storica di essa scatenante, che l’America era stata colpevole di aver abbattuto nel 1953 – per ingordigia di petrolio a buon mercato per la Esso e la Shell – il primo governo democraticamente eletto del paese, quello di Mohammad Mossadeh. E ha riconosciuto, cosa non nuova a dire il vero a livello di Trattati e risoluzioni dell’ONU ma per la prima volta detta così chiara e tonda, a voce e faccia a faccia, agli arabi come a Israele e allo stesso Iran, che anche Teheran, come ogni altro paese, ha diritto ad arricchire il suo uranio per scopi pacifici.

E è arrivato perfino a riconoscere che nessun paese del mondo, né Israele né l’America, ha il diritto di scegliersi lui “chi può avere armi nucleari e chi no” e che per questo, con lui, adesso gli USA sostengono un processo di graduale denuclearizzazione per tutti. Unico accenno, forse troppo prudente, ma chiaro al monopolio attuale della bomba israeliana nella regione; un accenno, però, operativo, con la soluzione indicata per tutti, anche per il Medio Oriente, nella denuclearizzazione generale controllata dappertutto nel mondo.

Ma, e soprattutto, secondo chi scrive, per la prima volta in quel che dice Obama all’Iran c’è il tentativo di motivare razionalmente (non più solo col “no tu no!” di sempre) la richiesta a Teheran di non dotarsi di una sua arma atomica: fondata sulla necessità di fermare una nuova corsa al riarmo atomico in tutta la regione al di là del livello già esistente. Un’argomentazione difficile da accettare – Israele le sue armi nucleari le ha da tempo nella regione e ne ha il monopolio – ma per la prima volta giustificata in termini almeno non arbitrariamente discriminatori.

Su Israele, Palestina e mondo arabo, Obama conferma decisamente – e nel paese più importante del mondo arabo – il sostegno dell’America all’esistenza e al diritto alla pace e alla sicurezza di Israele: un appoggio che – e spiega perché – è “indistruttibile”. Ma argomenta che irrevocabile è anche il sostegno americano ai palestinesi e al loro diritto a uno Stato con pieni poteri e piene responsabilità, a un diritto tutto loro che metta fine “alle umiliazioni quotidiane – grandi e piccole – che di per sé derivano dall’occupazione”. Che sono, dichiara, “intollerabili”: una dizione di grande effetto e senza precedenti, per un responsabile americano.

Ai palestinesi ricorda anche però – avendo e, comunque, presumendo di avere il diritto e la credibilità, lui, per farlo – che la violenza non paga: non è stata essa a liberare gli americani di colore dal giogo che li opprimeva. Dice la verità, Obama, ma solo una parte della verità: perché per i neri americani c’è anche voluta una guerra civile, con oltre 600.000 caduti a metà del XIX secolo, per cominciare a liberarli.

Come, del resto, c’è voluta la rivolta armata dell’ANC dietro a Nelson Mandela per costringere alla resa l’apartheid sudafricano; c’è voluto, anche, il nazionalismo armato indiano dietro a Gandhi per costringere l’impero britannico ad ammainare dall’India la propria bandiera; così come, tra l’altro, ci sono volute le bombe e i massacri dell’Irgun Zwai Leumi, oltre alla politica di Ben Gurion, per arrivare a fondare Israele.

Sa Obama, e dice, di Hamas – che ufficialmente l’America continua a definire un’organizzazione terrorista ma cui per la prima volta un presidente statunitense non si riferisce come a un’organizzazione sostanzialmente terroristica ma come a un organismo essenzialmente politico – che ha il sostegno di “alcuni palestinesi”— e questo è, forse, l’unico passaggio reticente del riferimento perché, in realtà, anche se lui tende a sminuirlo, Hamas ha il sostegno della maggioranza del milione di palestinesi che, a fine 2006, votarono liberamente a Gaza.

Ma Obama ha ragione quando ricorda – a Hamas, alla stessa ANP, forse pure ai Fratelli mussulmani in Egitto stesso – che troppi “invocano la democrazia quando non sono al potere; e che, quando ci arrivano, sono inesorabili nel sopprimere i diritti degli altri”: e qui parla, sicuramente, anche allo stesso Mubarak, al re saudita, ecc., ecc., che ha appena incontrati.

E ricorda che anche Hamas, con l’ANP, ha la responsabilità di assicurare con la pace un’esistenza decente, l’indipendenza, uno Stato per tutti i palestinesi. E che, per farlo, deve “mettere fine alla violenza, riconoscere gli accordi raggiunti in passato, riconoscere il diritto di Israele ad esistere”. Non aggiunge, come vuole invece Netanyahu, che quello di Israele dovrebbe essere un diritto ad esistere come “Stato ebraico”.

Ma non aggiunge neanche, purtroppo, che la rinuncia alla violenza (si pensi solo all’operazione “Piombo fuso”, lanciata contro la città a densità di popolazione maggiore che ci sia al mondo, Gaza) è responsabilità del più forte anzitutto e che esso, per primo, il più forte, deve riconoscere gli accordi raggiunti in passato: i “due Stati per due popoli”, di certo, che è il più importante degli accordi raggiunti in passato e che l’Israele di Netanyahu oggi respinge…

A Israele, Obama conferma di fronte al mondo, però, che deve – non che può: che deve – riconoscere lo stesso diritto all’esistenza che giustamente pretende per sé ai palestinesi, piantandola subito, preliminarmente alla restituzione dei territori occupati, di creare ed estendervi i suoi insediamenti e che deve fare passi concreti per consentire l’esistenza, accanto allo Stato di Israele, di uno Stato palestinese.

Tutto questo – ha promesso Obama in diretta alle centinaia di milioni di donne e di uomini che, dicono i sondaggi, hanno speso un’ora della loro esistenza ad ascoltarlo e vederlo, tradotto in tutte le lingue del mondo, islamico e non islamico – l’ho detto e continuerò a dirlo “in privato come in pubblico” a tutti: tanto più che sono oggi molti gli arabi a riconoscere la realtà che Israele è qui per restare e molti gli israeliani a darsi atto che neanche i palestinesi se ne andranno e hanno bisogno di, e diritto a, un loro Stato.

Significativo è sembrato, ed è stato notato proprio e specie nel mondo arabo, che senza aver mai taciuto le responsabilità proprie e altrui, senza essersi mai piegato alla tentazione di dire al pubblico arabo che lo ascoltava le cose che gli sarebbe piaciuto ascoltare, neanche sia apparso mai nel suo dire il termine terrorismo[105] come tale— l’etichetta sotto cui Bush nascondeva e giustificava tutto: menzogne, crimini, alibi e massacri….

Così come mai nel discorso appare la dizione, facile e impropria, di mondo islamico o “mondo mussulmano”, cui tutti – anche noi – spesso ci abbandoniamo, attento come è stato Obama a non mettere mai una realtà tanto complessa (un miliardo e mezzo di persone, di decine di paesi profondamente diversi) in un unico calderone.

Quello va detto che, però, stampa americana e occidentale hanno notato parlando un po’ con tutti lì al Cairo – diplomatici, esponenti politici di regime e di opposizione, studiosi, giornalisti e analisti e cittadini incontrati nei bar e per la strada – è un commento unanime (rarità assoluta in una cultura diversificata e divisa, come quella islamica in generale e quella egiziana in particolare): se non si vedrà presto che qualcosa cambia nel rapporto tra israeliani e palestinesi, sarà tutto inutile. Ma questo lo sa per fortuna e per primo, dicevamo, anche Obama. 

Perché i fatti contano sempre più delle parole— specie ovviamente dopo il baratro di sfiducia, di sospetto e di scetticismo che si è creato in questi anni. Anche se adesso, e qui soprattutto, la speranza è forte di trovarsi davanti a uno di quegli angoli della storia dietro il quale si apre davvero un percorso nuovo: come fu per il viaggio di Nixon in Cina, o di Sadat a Gerusalemme). E può davvero succedere, adesso, se Israele riesce a capire, o almeno a accettare, che adesso non può più rimandare e deve prendere decisioni dure.

Perché Israele – Obama lo ha reso chiaro – deve ormai rinunciare alla finzione cui è restata, da sempre e con qualsiasi governo, aggrappata secondo cui i nuovi insediamenti sono illegali mentre il resto – quelli approvati nel tempo dai vari governi – sarebbero tutti legittimi. Perché agli occhi del resto del mondo – tutto, Stati Uniti compresi – tutti gli insediamenti sono illegali e la loro espansione, comunque motivata, è il segno che Israele vuole continuare a occupare militarmente la Cisgiordania e a controllare militarmente, in ogni caso, anche Gaza che nominalmente ha lasciato ma continua ad assediare.

Gli Stati Uniti d’America – ha scandito Obama al mondo intero parlando al Cairo ma rivolgendosi direttamente a Israele – non accettano la legittimità degli insediamenti”: punto. Ed è l’annuncio di uno spostamento tettonico, per la prima volta così dichiarato, della strategia americana. E va anche notato che, per la prima volta, il testo di un indirizzo così cruciale, per loro oltre che per i palestinesi, di un presidente americano non è stato mostrato in anticipo, “per le sue osservazioni” eventuali – lo ha fatto rilevare qualcuno in Congresso, lamentando la “scortesia” – al capo del governo israeliano. Come era, invece, consuetudine qualificata con Clinton e col Bush minore.

Obama, allo stesso tempo, ha messo anche in chiaro che il mondo islamico tutto, l’ANP stessa e Hamas in modo particolare, devono dimostrare di sapere, e di potere, creare forme di governo stabili e capaci di gestire il potere in forme che non poggino, di regola, sulla repressione e la violenza statuale.

Questa, attenzione!, è una posizione praticamente identica a quella di chi in Israele è fuori del governo, sul centro-sinistra, comunque a sinistra del laburismo ormai ufficialmente inglobato nella coalizione di Netanyahu: i palestinesi devono dichiaratamente rinunciare alla violenza e riconoscere il diritto di Israele ad esistere come uno Stato “normale”; e Israele deve smetterla di creare e allargare i suoi insediamenti e consentire, lasciando i territori occupati militarmente, la creazione di uno Stato palestinese “normale”.  

Non è questa, naturalmente, l’opinione di tutti nel mondo arabo: per fortuna, però, così di acchito,  sembra riconoscere la novità – fino a prova dei fatti – chi conta, come lo stesso Hamas. Ma c’è anche chi commenta che a Israele non viene chiesto ancora di abbandonare la “violenza” come si fa coi palestinesi— pure se a noi l’osservazione, per quanto formalmente corretta, sembra però anche abbastanza superficiale: a Israele viene chiesto in sostanza, ed è quello che conta, di “andarsene dai territori”, no? E c’è anche chi, ancor più aspramente, argomenta che, a guardar bene, si tratta solo di “Un Bush in vesti da agnello[106].

Obama ricorda anche, quasi per inciso ma la ricorda esplicitamente “l’iniziativa araba di pace” e in quella sede non ha bisogno di ricordare a egiziani e israeliani di cosa si tratti. Ma è utile qui richiamarlo. La proposta è quella del 2002, rilanciata nel 2007 dall’Arabia saudita, e che Obama sottoscrive, di uno scambio: il “riconoscimento pieno” da parte dei 22 Stati membri della Lega araba in cambio del “ritiro di Israele nei suoi confini di prima del 1967, così da consentire ai palestinesi di fondare un loro Stato indipendente capace di sopravvivere sul 22% della terra che era la Palestina storica[107]

E ricorda anche, sempre quasi en passant, come quell’iniziativa sia stato “un inizio importante, ma non la fine delle loro responsabilità”. Sembra duro il modo in cui l’ha detto, ma è vero. Ed è importante che abbia detto, al Cairo, che “il conflitto arabo-israeliano non dovrebbe più essere utilizzato per distrarre le nazioni arabe dai loro altri problemi”.

Perché è un fatto che, ad esempio, per i primi 19 dei  60 anni di occupazione Cisgiordania e Gaza sono stati amministrati rispettivamente da Giordania e Egitto e che è allora che vennero creati i primi campi profughi… Ma è anche un fatto che i palestinesi consideravano Egitto e Giordania paesi fratelli e gli altri arabi non se li mettevano in casa come loro cittadini perché pensavano che avessero, appunto, diritto a una loro terra, la Palestina. E che loro stessi, per lo stesso motivo, non volevano essere inglobati in altri paesi arabi: avrebbe significato rinunciare per sempre a tornare, anche magari – come oggi hanno capito di dover accettare – a tornare solo in un pezzo di quella che era casa loro.

Oltre che di Israele, Palestina e Iran, Obama ha parlato di altro: di Iraq, di Afganistan, in modo più tradizionale per lui e meno – a chi scrive sembra – felice. Ma ha parlato anche, nel suo modo sciolto, didattico quasi, ma niente affatto banale di altre grandi tematiche, di grande rilievo. Qualcuna vale la pena di coglierla, in sintesi.

Della questione della democrazia già abbiamo avuto occasione di dire. E, su questo tema, dalla platea riunita nell’Aula magna dell’università di al-Ahram ha avuto spesso l’applauso più caloroso e pieno di speranza, per esempio quando ha insistito a sottolineare il diritto che, a nome non dell’America ma dell’umanità tutta intera, va riaffermato con forza di tutti i popoli alla democrazia.

Che non è, ha detto, un valore americano – e non può mai essere imposto – ma è, appunto, un diritto umano, di ogni singola donna e di ogni singolo uomo e di tutte le donne e di tutti gli uomini a trovare trasparenza, onestà e forme di governo rispettose dei diritti di tutti— però, certo, anche qui con qualche non piccola reticenza, non ha detto verbo del tradizionale sostegno americano a tante tirannie di queste, e altre parti del mondo.

Sulla questione del diritto e del godimento della libertà religiosa: essa in concreto, ha spiegato parafrasando Voltaire senza dirlo, è il diritto a goderne di chi è in minoranza, “dei copti in Egitto, dei maroniti in Libano [ma questo riferimento è impreciso: i copti sì, sono discriminati; ma i maroniti, in Libano, godono semmai sul piano istituzionale e politico di una sovrarappresentazione, temendo magari – ma questa è altra cosa – l’egemonia degli Hezbollah], dei sunniti in Iraq e in Iran e dei mussulmani in occidente”: a cui, in nome del liberalismo e della laicità che sono valori, nessuno può, ad esempio, imporre di portare o di non portare il velo…

Sui diritti della donna (in ogni società ha tenuto a ribadire: sia islamica che non islamica), bisogna dire che, se in qualsiasi paese del mondo alle donne viene negato il diritto all’istruzione, viene negato oltre al loro diritto di esseri umani anche il diritto e la possibilità di contribuire allo sviluppo della loro società e alla sua prosperità. Come nessun’altra “forza” al mondo può fare.

Infine, sulla globalizzazione, va riconosciuto che essa  ha un volto equivoco e doppio: opportunità e pericolo, soprattutto per la propria identità. Ma non è detto che debba essere così, afferma Obama, citando per dimostrarlo l’esperienza del Giappone. E qui c’è, anche, l’impegno concreto a dare una mano con un’iniziativa del tutto nuova che va al di là della pura e semplice condanna/constatazione dell’Arab Human Development Report dell’ONU sull’arretratezza del mondo arabo.

E’ un’iniziativa nuova, che tende a rendere disponibile ed implementare con efficacia “un fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei paesi a maggioranza musulmana… con la realizzazione di centri di eccellenza scientifica da aprire in Africa, nel Medio Oriente e nel Sud Est asiatico per programmi di sviluppo di nuove fonti energetiche, di creazione di occupazione ‘verde’, di digitizzazione degli archivi, di ricerca e fornitura di acqua potabile e di coltivazione di nuove derrate”.

Riassumendo e concludendo, come in una vera e propria lezione universitaria, il presidente degli Stati Uniti ha tirato lui stesso le fila del suo discorso: “Tutte le questioni che ho illustrato, non saranno facili da affrontare. Ma abbiamo la responsabilità di metterci insieme nell’interesse del mondo che vogliamo vedere— un mondo dove gli estremisti non minaccino più la nostra gente, dove le truppe americane se ne tornino a casa; dove israeliani e palestinesi siano entrambi sicuri in uno Stato che sia il loro e l’energia nucleare sia usata solo per scopi pacifici; un mondo dove i governi siano al servizio dei cittadini e siano rispettati i diritti di tutti i figli di Dio.

   Sono questi interessi di tutte e di tutti. Ma possiamo averli solo se agiamo insieme… In definitiva, la ragione che mi ha portato qui oggi e dirvi che ne usciamo, tutti e insieme, se teniamo a mente di non fare agli altri quel che non vogliamo venga fatto a noi: una verità profonda, né cristiana, né mussulmana, né ebrea: lo dice il Corano, lo dice il Talmud, lo dice la Bibbia, lo dice il cuore di tutti gli uomini”.

Il problema vero è vedere se sarà sufficiente questo tentativo di risettaggio (rebooting, come dicono gli americani: quando sulla tastiera del PC si premono insieme “Ctrl+Alt+Canc”, insomma), o se così si aggiorna appena, in modo insufficiente però, un vecchio sistema operativo ormai obsoleto…

Forse, neanche Obama riuscirà a riportare la pace in Medio Oriente. Ma potrebbe almeno riuscire a forzare tutti a una maggiore chiarezza e una società israeliana che ne ha disperatamente bisogno a scelte più oneste (posso reclamare un diritto per me solo riconoscendolo agli altri) e a una policy più rigorosa e disciplinata. Così come, alla pari qui con la società palestinese, ha bisogno finalmente di un po’ di speranza.

E non sarebbe poco…

Ma la risposta di Netanyahu è stata, dopo appena qualche giorno, e a veder bene, un secco fin de non recévoir. Non altrimenti si può definire, prima ancora di un annunciato importante discorso ufficiale, l’intervista concessa al Washington Times, uno dei quotidiani più reazionari degli Stati Uniti, cui riserva il preannuncio dei contenuti di merito. Una specie di preavviso: sì – questo lo deve mollare – si potrà parlare di “due Stati”, magari.

Ma – ecco i paletti – al minimo, per un qualsiasi eventuale, ma non probabile, Stato palestinese sarà obbligatorio firmare una demilitarizzazione completa; dovrà accettare la proibizione di sottoscrivere trattati con paesi che non siano amici di Israele; concedere l’accesso e il sorvolo ai jet militari israeliani sullo spazio aereo dello Stato palestinese; e riconoscere formalmente Israele come “Stato ebraico[108]. Insomma: tutto meno che la sovranità di uno Stato…  

E, poi, nel discorso appositamente pensato, studiato e recitato a Gerusalemme per rispondere ufficialmente al presidente americano, due giorni dopo, il primo ministro di Israele in un lungo intervento che cita la parola pace per quarantacinque volte (45: le abbiamo contate, la prima e l’ultima parola del discorso essendo, appunto, shalom…) e neanche una il termine “occupazione”, chiede a palestinesi e arabi di dar inizio a negoziati di pace senza precondizioni… e procede subito ad enunciarle, una dietro l’altra[109]:

• uno Stato palestinese, forse, è anche possibile che Israele lo accetti— la richiesta, anche, di Obama; ma

• siccome non potrà mai diventare uno Stato terrorista, per rendere la pace possibile, questo possibile Stato palestinese dovrà essere demilitarizzato;

• Israele non rinuncerà mai a Gerusalemme come sua unica capitale indivisibile, tutta e solo e del tutto negata a ogni possibilità di co-sovranità o anche di un pezzetto – quello a popolazione largamente araba – ai palestinesi per farne la loro capitale; e

• non costruirà altri insediamenti in Cisgiordania, oltre a quelli esistenti; ma

• non abbandonerà mai quelli già costruiti perché “farlo contribuirebbe al terrore”;

• va da sé, ma lui tiene a ripeterlo, che i palestinesi dovranno formalmente accettare di riconoscere Israele come “Stato ebraico”; e che

• ogni possibile soluzione al problema dei rifugiati palestinesi dovrà essere, comunque, trovata  fuori dei confini che si darà, domani, Israele…

Reazioni scontate e dure, comprensibilmente,dai palestinesi. E neanche solo da Hamas.

Saeb Erekat, il capo negoziatore dell’Autorità palestinese, un politico e diplomatico esperto, navigato e di proverbiale sangue freddo, sbotta dicendo che il discorso di Netanyahu, “se ne accorge anche un bambino”, è fatto apposta per sabotare ogni tentativo di far avanzare il processo di pace: simbolici dei suoi nyet, il rifiuto di consentire anche solo un ritorno pro-forma di pochi rifugiati palestinesi e il rifiuto di ogni compromesso su Gerusalemme. “Il processo di pace si è mosso finora a passo di tartaruga, ma adesso Netanyahu le ha dato un calcio e l’ha rovesciata sulla schiena. Il fatto è che stasera Netanyahu ha unilateralmente messo fine al negoziato e chiarito che è diventato del tutto inutile[110].  

Il deputato palestinese indipendente Moustafa Barghouti – uno dei pochi che i palestinesi di ogni colore sembrano rispettare, stimato anche poi da molti israeliani – ha detto seccamente che il primo ministro israeliano non ha sottoscritto per niente l’idea di uno Stato palestinese, “ha invece detto sì all’idea di un ghetto[111].

Anche il giudizio dell’ex presidente Jimmy Carter, in Israele in quei giorni, è severo. Durante una visita alla Knesset, il parlamento di Israele, va giù dritto e, come gli capita spesso da quando non è più presidente, dice la verità: “secondo me ha sollevato tutta una serie di nuovi ostacoli sul cammino della pace che coi precedenti premier non esistevano… continua ad insistere, pare, nel voler espandere gli insediamenti esistenti, domanda a palestinesi e arabi di riconoscere Israele come Stato ebraico, anche se il 20% dei suoi cittadini non sono ebrei. E questa è una pretesa nuova”.

E’ vero però, aggiunge con un tocco di ragionata speranza, che quando toccò a lui trattare col primo ministro di Israele Menachem Begin, nella seconda metà degli anni ’70 le differenze esistenti tra Israele ed Egitto erano ancora maggiori. Eppure “fui in grado di mediare per l’accordo tra lui e il presidente Sadat[112]

Forse è per  questo che Obama decide di rispondere, almeno d’acchito, come se Netanyahu gli avesse detto di sì! E’ uno stratagemma tutto politico ma anche importante, solo che può avere controindicazioni altrettanto importanti e ostiche con gli altri interlocutori di questo confronto: i palestinesi, gli arabi, e tutti quelli che avevano puntato sulla serietà delle intenzioni enunciate al Cairo come posizione reale, di fondo, degli Stati Uniti d’America. Ma, siamo al dunque, le parole corrono al vento. Adesso, bisognerà vedere i fatti…

Obama valorizza al massimo il “sì di massima” di Netanyahu alla creazione di uno Stato palestinese se… Il portavoce della Casa Bianca ha spiegato che il presidente “crede che questa soluzione possa e debba garantire sia la sicurezza di Israele sia la pienezza delle legittime aspirazioni palestinesi a uno Stato proprio e funzionante”. Il problema, naturalmente, riprende la parola lo stesso portavoce il giorno dopo, il 15 giugno, è che mentre il sì del primo ministro israeliano è stato un importante passo in avanti di principio, ci sono peròancora passi enormi da fare.

Ed è una specificazione indispensabile per cercare di mantenere un po’di credibilità alla promessa solenne del Cairo[113].

In Libano, la coalizione di governo antisiriana (il blocco 14 marzo, di Saad Hariri, con la Falange, il primo ministro travicello Fouad Siniora, gli alleati sunniti e drusi e una parte, minoritaria però, dei cattolico-maroniti che in maggioranza hanno appoggiato loro il filosiriano indipendente generale Michel Aoun) ha prevalso, smentendo tutti i pronostici, e ora ha una maggioranza operativa anche se soggetta alle regole azzeccagarbugliesche e tutt’altro che democratiche della spartizione del potere libanese, contro la minoranza dell’opposizione filosiriana che ingloba, anche e anzitutto, gli Hezbollah[114].

A vincere, così, è stata la parte sponsorizzata apertamente dall’Amministrazione Obama: anche troppo apertamente… Il vice presidente Biden è andato a dirlo sul posto, un po’ spudoratamente, solo una settimana prima del voto, contro la sponsorizzazione formalmente più guardinga ma chiara di Siria ed Iran all’altro blocco. Però la coalizione che si era raccolta intorno a Hezbollah ha subito riconosciuto di essere stata sconfitta e, con il numero due dell’organizzazione, lo sceicco Naim Kassem, ha dichiarato che Hezbollah è disposto a cooperare con i rivali vincenti… ma che prima studierà con attenzione quel che essi offriranno… “programma, visione, metodo e intenzioni di superare le tensioni dovute finora al monopolio del potere di governo”.

E, che, comunque, il comportamento di Hezbollah sarà, nel frattempo, “altamente responsabile e positivo[115]. E’ un buon segno… anche se, poi, puntigliosamente, il numero uno degli Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha chiarito a tutti i libanesi – in televisione e mettendo così le mani avanti – che “l’opposizione accetta in spirito democratico i risultati del voto ma non può non denunciare il tipo di processo elettorale squilibrato ed imposto, i metodi che sono stati seguiti in campagna elettorale, le spese esorbitanti e illegittime sostenute a favore di certi candidati, l’odio settario e qualche volta anche di stampo razziale seminato a piene mani e le aperte interferenze straniere[116]

E, adesso, la capacità di durare sul serio, cioè avviando anche a soluzione senza farli marcire gli immensi problemi di un paese che da quasi 40 anni vive tra invasioni di Israele, la distruzione di ogni sua infrastruttura sistematicamente operata un anno e mezzo fa dal vicino del Sud, pesanti presenze palestinesi, guerre civili, attentati e assassinii politici, dipenderà – tutti sanno che dipenderà – anche da Obama…

E, prima ancora, dal fatto che come tutti i libanesi ben sanno qui il potere non lo ha, non lo ha mai avuto, la maggioranza parlamentare, centellinata in proporzioni predeterminate e che con la democrazia nulla hanno a che fare (la maggioranza altrimenti sarebbe degli sciiti e degli Hezbollah: è quel che denunciava Nasrallah parlando di “processo elettorale squilibrato”), malgrado forme, orpelli, cerimonie della democrazia parlamentare di parata e di facciata.

Qui a determinare il risultato è stata, da una parte, la paura non irrazionale che una vittoria degli Hezbollah e dei loro alleati avrebbe potuto fare di Beirut una specie di Gaza2, tagliata fuori , come aveva detto Biden, da ogni aiuto occidentale e saudita e, magari, ri-assediata dagli israeliani e, dall’altra, l’afflusso al voto, ed in massa, di molti libanesi maroniti che risiedono all’estero (in Grecia, in Spagna, in Francia, in America: sono più fuori che dentro al Libano, i libanesi…) e che nel sistema elettorale fasullo lasciato in eredità al paese dai francesi (il “processo elettorale imposto” di Nasrallah) detengono costituzionalmente con un terzo dei voti oltre la metà dei seggi…

Ma conterà, e molto, Obama. Spetta a lui, proprio perché si è comunque già fin troppo esposto a sostenere Hariri, convincerlo a evitare stavolta la marginalizzazione dei cristiani di Aoun che lo costrinse alle scorse elezioni in pratica ad allearsi con gli Hezbollah di Sayyed Hassan Nasrallah, che poi a febbraio 2006 si mostrò in grado di resistere praticamente da sola alla guerra e all’invasione di Israele.

Hariri pare prenderne atto e, stavolta, sembra dirsi disponibile. Per vivere, dice – perché dobbiamo vivere e non morire insieme – dobbiamo parlare anche con Nasrallah. Ma Hariri, che stavolta forse potrebbe anche candidarsi a primo ministro (a quattro anni di distanza dall’assassinio del padre, per il quale poche settimane fa, il tribunale speciale dell’ONU ha assolto gli accusati libanesi filosiriani), dovrebbe parlare anche e proprio con Aoun, che resta ancora, anche se ha perso voti, e di gran lunga, il più popolare di tutti i leader cristiano-maroniti (con dispetto, forte e dichiarato, del capo della Chiesa cattolico-maronita, card. Mar Nasrallah Boutros Sfeir: che lo aborre proprio perché è alleato a Hezbollah).

Pare che Saad al-Hariri e Hassan Nasrallah ci stiano provando, stavolta: la maggioranza parlamentare ha designato ora il primo come primo ministro (deve essere, per Costituzione, un mussulmano sunnita; mentre il presidente del parlamento, Nabih Berri del partito Amal, l’ala politica degli Hezbollah, è per Costituzione sciita; e il presidente della Repubblica, Michel Suleiman, è cristiano maronita) che, appena nominato, ha voluto incontrarsi con Hassan Nasrallah, il leader degli Hezbollah, rilasciando alla fine dell’incontro una dichiarazione congiunta di impegno a continuare le discussioni “nell’atmosfera attuale, calma e positiva[117].

Così come Obama dovrebbe decidersi ad onorare l’impegno, mai rispettato ma preso formalmente da Bush, ad equipaggiare, in modo da renderle adeguate e credibili come forze di difesa del loro paese, le forze armate del Libano: cosa che s’è ben guardato dal fare mai, però, perché sgradita a Israele che, nelle sue ricorrenti incursioni e magari anche invasioni, preferisce non trovarsi tra i piedi un esercito libanese che potrebbe, ohibò, anche resisterle… magari, chi sa, anche accanto a Hezbollah.

E dovrebbe anche impegnarsi a convincere Israele a smettere con le sue continue punture di spillo alla sovranità libanese (l’occupazione di zone di confine, il sorvolo dei suoi aerei sulla terra dei cedri…), che forniscono, quando ce ne fosse bisogno, alibi e motivazioni ulteriori agli Hezbollah[118].

Dalla destra americana, ovviamente, il risultato formale di queste elezioni è stato salutato con grande soddisfazione – anche se ha pure notato come, nei fatti, siano cresciuti dall’ultima volta i voti dell’opposizione rispetto a quelli della coalizione vincente[119] – ma anche con molta cautela: dobbiamo star attenti – spiegano adesso i neo-cons[120] – a “non idealizzare le elezioni libanesi, né la politica di questo paese, la maggior parte degli elettori sostiene solo candidati del suo gruppo religioso e il discorso politico non è su progressisti e conservatori ma su armeni, maroniti, drusi, sciiti e sunniti. Alcuni distretti sembrano quasi proprietà personali permanenti di una famiglia come qualsiasi corrotto feudo dell’Inghilterra del 19° secolo. Pure, le elezioni hanno prodotto un risultato effettivo: la maggioranza dei libanesi ha respinto la pretesa degli Hezbollah di non essere un gruppo terrorista ma una ‘resistenza nazionale’”.

Ma queste continuano a essere illusioni e anche pericolose. Visto da dove vengono, probabilmente, il presidente non darà loro retta: la maggioranza dei libanesi già aveva in realtà votato così, in buona sostanza, alle scorse elezioni, con le stesse motivazioni anche di setta o di etnia religiosa e risultati analoghi, data la predeterminazione strutturale dell’esito. E, dopo la guerra con Israele del 2006 – e anche se Hezbollah è profondamente osteggiato da molti libanesi – non ce nessuno tra i libanesi che, a denti stretti magari e pur considerando terroristi gli Hezbollah, non abbia riconosciuto loro anche – anche… – il carattere dell’unica “resistenza nazionale” esistente.

La realtà è che qui resta una dicotomia profonda tra uno Stato nominalmente sovrano e a struttura parlamentare democratica e il modello libanese effettivo delle quote e della compresenza di possenti milizie armate (maronite, sunnite, druse e sciite: queste, gli Hezbollah), tutte promosse e aiutate dal patronaggio estero: di americani, francesi, sauditi, siriani, iraniani e quant’altro; e tutte confrontate alla superpotenza israeliana che incombe su tutto e su tutti…

Anche in Iran si è votato. E, qui, il fatto nuovo prima delle elezioni presidenziali è stato che, nel dibattito[121] faccia a faccia e assolutamente aperto (sì, democratico), tra i candidati, grazie al coraggio civile di un moderatore che ha fatto il suo mestiere (al contrario di voi sapete noi a chi pensiamo), il presidente Ahmadinejad sia stato costretto a zittirsi e ad interrompere la fiumana delle sue continue interruzioni al suo oppositore maggiore, l’ex primo ministro degli anni della guerra con l’Iraq (il quinto e l’ultimo prima che il sistema diventasse presidenziale), Mir-Hossein Mousavi che, secondo molti delle centinaia di migliaia di bloggers e internauti persiani, avrebbe vinto chiaramente, nel merito, il confronto.

Confronto all’italiana, fatto anche molto di insulti, con Ahmadinejad che accusava tutti gli altri di “corruzione” e “tradimento” della rivoluzione e gli altri, soprattutto Mousavi, che accusavano lui di “avventurismo, illusionismo, esibizionismo, estremismo e pericolosa superficialità[122].

Certo, a chi conosce qualcosa del reale curriculum vitae di Mir-Hossein Mousavi risulta un po’ curiosa la santificazione (moderato, pragmatista, filo-occidentale) che ne è stata fatta spesso da noi: è un personaggio creato e tenuto in piedi, per gli otto terribili e spietati anni della guerra dell’Iran contro Saddam, come primo ministro proprio da Khomeini ed è sempre stato e resta un khomeinista convinto. E’, questo sì – ma solo questo, forse – un po’ più pragmatico di Ahmadinejad, più disposto forse al compromesso a parole[123].

Ha ricordato di lui su Foreign Policy, un’importante e quanto mai prudente pubblicazione di politica internazionale, Ranj Alaaldin, che sarebbe “colpevole di cedere a un pio desiderio chi credesse in Mousavi come uno capace di aprire il pugno chiuso dell’Iran per lavorare mano nella mano per la pace con gli Stati Uniti. Dopo tutto è stato Mousavi l’uomo al centro del la crisi degli ostaggi in Iran (1979-1981). Ed è stato sotto Mousavi [allora primo ministro], protetto dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, fondatore della teocrazia iraniana…che migliaia di prigionieri politici vennero massacrati nel 1988[124].

A parte qualche dettaglio, forse, e le responsabilità assegnate forse anche troppo personalmente, si tratta, in effetti, di fatti.    

Poi, alle elezioni del 12 giugno, con una partecipazione al voto vicina all’85%, Ahmadinejad ha vinto (al di là dei soliti tira e molla sui numeri, sembra proprio sicuro che abbia vinto e largamente: se volete, aggiungete pure purtroppo, tanto non serve a niente): insomma, anche qui chi votava per lui spesso non lo diceva ai sondaggisti ma poi lo ha votato… come succede spesso anche da noi, no?, per i candidati più estremisti e meno convenzionalmente “presentabili”.

E la polarizzazione del dibattito nella campagna elettorale, mai così duro, mai così pubblicizzato, sembra aver aiutato a mobilitarsi nel voto, dove alla fine conta molto più che nelle colorite e chiassose dimostrazioni di piazza, più le masse grigiastre dei suoi sostenitori e delle sue sostenitrici impoveriti, barbuti e velate di nero che quelle rutilanti delle ragazze e dei ragazzi bene…

Non sappiamo adesso, si capisce, e forse non sapremo mai – viene lapalissianamente, ma non inutilmente, osservato – se il risultato ufficialmente annunciato riflette “e di quanto la preferenza reale di un’opinione pubblica essenzialmente conservatrice oppure, se come gli elettori dell’opposizione appassionatamente sono convinti”, ma in questa questione le opinioni per quanto “appassionate” non fanno prova, questo risultato “sia il verdetto imposto da un regime fondamentalmente autoritario[125].

Datato 13 giugno da Teheran, ma pubblicato il 14, lo stesso giorno del precedente servizio a New York, pubblicato sullo stesso NYT, direttamente da Teheran (9 ore di fuso orario avanti rispetto alla costa orientale d’America) un blog scritto e come è la natura della bestia, costantemente aggiornato anche da iraniani di ogni età, condizione sociale e opinione, mette in evidenza tutte le sfumature delle tante idee e delle diverse tensioni che circolano in Iran. E spiega anche, in modo che sembra convincente, o almeno plausibile, anche per un lettore nostrano, perché secondo diversi di questi bloggisti, Ahmadinejad, al dunque, ha vinto[126].

Nota un lettore, Faramarz Fathi, un giovane “iraniano che vive a Boston che ‘anche tra gli iraniani qui in America sono molti a sostenere l’attuale presidente: in effetti, so per diretta esperienza che la grande maggioranza degli iraniani di qui sono a favore del Dr. Ahmadinejad e lo hanno probabilmente votato. E tutti gli amici che ho lì, in Iran, favoriscono lui…’”. Altri anche da altri punti di vista, anche pieni di risentimento e di rabbia, riconoscono che probabilmente il risultato è vero.

Uno di questi bloggisti, Abbas Barzegar che studia per il master in teologia alla Emory University di Atlanta in Georgia, e che pubblica questo suo blog anche sul Guardian dello stesso giorno, “sostiene che i risultati provano una cosa soltanto: che i residenti delle aree residenziali più scic di Teheran e i media occidentali si sono lasciati andare a un’ondata di desideri infondatiwishful thinking, nei giorni che hanno preceduto il voto: ‘Io sono tornato in Iran da una settimana per coprire questo carnevale delle elezioni del 2009. Da quando sono arrivato, ho trovato pochi qui a dubitare che l’agitatore oggi al governo, il presidente Mahmoud Ahmadinejad, avrebbe vinto.

   Il tassista che mi ha portato in città dall’aeroporto mi ha ricordato che ‘l’Iran non è Teheran’… E gli stessi sostenitori di Mousavi, quando chiedevo loro se il loro uomo potesse farcela, mi rispondevano con un ottimismo provvisorio di stampo obamiano: ‘yes we can’… Ma all’estero, sui media internazionali, è stata un’orgia di desideri infondati: raramente hanno fatto notare che le strade di Teheran riempite dai sostenitori di Mousavi per tante notti prima del voto erano quasi solo quelle dei quartieri alti del nord della capitale.

   Erano 100.000 nella catena umana per Mousavi, con le ragazze senza velo e i ragazzi che ballavano per le strade a Teheran, la sera dell’8 giugno: ma quella stessa sera alla manifestazione piena di donne velate e di uomini barbuti per Ahmadinejad”, non certo colorata come quella di Mousavi e che nessuna televisione occidentale ha mandato in onda, “erano tra i 600.000 e il milione di manifestanti”.

Un altro lettore iraniano spiega, ancora più crudamente: “i sostenitori di Ahmadinejad sono per lo più un branco di poveracci e conservatori, gente che non parla inglese e non usa il web… per piacere, non fate l’errore di presumere che siano gli iraniani capaci di utilizzare la rete a rappresentare gli elettori”… Non è proprio così. E – forse – è questo che – forse – ha tratto tanti in inganno: la pigrizia dei media occidentali, la loro ignoranza degli iraniani— che se non parlano inglese, per loro non esistono. Insomma, una mentalità prettamente coloniale.  

Insomma, il rapporto di forze registrato alla fine dal voto (62% contro 33, più o meno) sembrerebbe attendibile. Lo è certamente per la New America Foundation che spiega[127] senza giri di parole: “molti esperti affermano che il margine della vittoria dell’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad è il risultato della frode o della manipolazione. Ma il sondaggio di opinione pubblica che noi stessi abbiamo condotto tra gli iraniani tre settimane prima del voto mostra che Ahmadinejad conduceva con un margine di 2 a 1— superiore a quello della sua vittoria nell’elezione di venerdì scorso”…

In sostanza. C’è un’argomentazione non campata in aria per niente e che qualcuno comincia a vedere sulla stampa mainstream in Europa e anche in America – ma in Italia no, se non da giornaletti che abitualmente sconfinano nell’antiamericanismo e nell’anticapitalismo di vecchio stampo (non quello fondato sulla storia e sui fatti e i misfatti, per capirci: quello che è cosa seria e non per niente anti, a veder bene…) –  e che sostiene come, in realtà, la demonizzazione anche qui, come sempre, è sbagliata. Proprio per capire con chi e con che cosa si devono realmente fare i conti, non serve.

Ci sono altre voci, credibili come quella documentata della New American Foundation citata sopra, a sostenere che Ahmadinejad in Iran era ed è molto più popolare di Mousavi perché, oltre al fanatico che nega l’Olocausto o, più esattamente, tenta invano di ridimensionarlo per polemizzare con Israele, “c’è l’altro Ahmadinejad sul quale i media occidentali non pongono mai i loro obiettivi: quello che la gente in Iran vede come difensore dell’indipendenza del suo paese, quello che in Tv mostra e denuncia la corruzione delle élites, quello che usa la ricchezza petrolifera del’Iran per incrementare il reddito della maggioranza impoverita del paese. Un Ahmadinejad che all’estero è largamente invisibile.

   Mentre Mousavi prometteva riforme di mercato e privatizzazioni, maggiori libertà personali e migliori rapporti con l’occidente, il presidente aumentava le pensioni e i salari del settore pubblico e l’erogazione di prestiti a basso interesse. C’è poco da sorprendersi, allora, se Ahmadinejad ha una base solida tra le classi lavoratrici, i religiosi, le piccole città e i poveri delle campagne— o che possa aver raggiunto quel tipo di maggioranza: la stessa della sua prima elezione nel 2005… un mese fa anche il Times di New York aveva scritto di credere che quella fosse l’aspettativa[128].

In altri termini, avranno anche ragione – hanno sicuramente ragione – i guru dell’economia ortodossa che attribuiscono la larghezza di sussidi e i prezzi calmierati calati l’anno scorso come una manna sugli iraniani più poveri a dissolvere la spinta dal basso contro la crisi economica solo, o quasi solo, all’impennata del 2008 del prezzo del petrolio, rovesciata poi a fine anno.

Ma gli iraniani poveri che ne hanno beneficiato l’hanno attribuita, non foss’altro per la coincidenza, a merito delle politiche altisonanti, tutte volutamente di alto profilo, del presidente Ahmadinejad, uscente e, ora, rientrante… Questo, a vedere bene, secondo anche molti che pure simpatizzano con la rivolta e si sentono vicini alle sue ragioni fondo, è il motivo per cui, poi, tanti iraniani lo hanno votato e, alla fine lo hanno fatto vincere.

Diceva a uno di questi giovani iraniani, studente in Gran Bretagna il tassista che lo portava dall’aeroporto internazionale di Teheran in città[129]— lo diceva a uno che onestamente poi ne dà conto pur ultraconvinto delle ragioni dei rivoltosi, tornato a casa poco dopo le elezioni e nel mezzo delle dimostrazioni proprio per vedere come davvero stessero andando le cose:

io ho votato per Ahmadinejad e lo voterei ancora se rifacessero le elezioni. Tutti dicono che è impossibile che abbia vinto con un margine così largo, ma lo dicono solo perché vedono solo i loro amici, le loro famiglie, i loro conoscenti, che sono tutti gli stessi e la pensano tutti allo stesso modo…

   Il fatto è che la gente che ha votato per Ahmadinejad è la gente che non ha voce. Sono i più poveri, i meno istruiti, quelli che campano lontano da Teheran, non guidano auto chic e devono lavorare sedici ore al giorno per non far andare a letto i bambini coi morsi della fame.

   Il resto del paese, insomma, quelli che hanno cose più gravi di cui preoccuparsi ogni giorno, come mettere il pane in tavola, non restare indietro con l’affitto, risparmiare i soldi per mandare i figli all’università. Negli ultimi quattro anni, Ahmadinejad ha fatto molto per aiutare questa gente e, adesso, loro  lo hanno ricompensato col voto”.

Ecco l’Ahmadinejad che da noi si conosce pochissimo ma che conoscono meglio ovviamente in Iran. Un populista che la gente vede darsi molto da fare per chi ne ha più bisogno, anche se magari poi senza enorme successo ma che per questo è, evidentemente, apprezzato. E che è stato anche, poi, rafforzato di gran lunga proprio nei confronti della sua base – non bisogna scordarselo – proprio dalle politiche cieche di dichiarato e totale scontro all’Iran, “asse del male”, proclamate e – fin dove ha potuto – imposte da Bush.

E, soprattutto, dall’escalation di minacce di intervento armato contro Teheran di USA e Israele: perché non accettava di dire sissignore alle loro richieste: no alla bomba iraniana (bene le altre, però…), no a un’energia atomica indipendente iraniana, no a una politica iraniana diversa da, e magari concorrente, a quella degli USA.

Dubbi, sicuramente, ci sono. Dubbi che qualcosa può davvero puzzare e, forse, che puzza davvero. Ma non siamo in grado noi, né nessuno da noi, di sciogliere questo dubbio. Né le sono le informazioni che arrivano quasi nessuna di prima mano, per lo più non attribuibili a fonti iraniane per nome e cognome (per i motivi più vari: compresi, dicono, quelli di sicurezza personale di chi le diffonde), le une che spesso riprendono, ripetono e deformano poi le altre, il ruolo di Twitter che è – per definizione – tutt’altro che affidabile e garantibile[130].

E’ stato autorevolmente, e anche aspramente, osservato che Le regole del giornalismo sono state piegate come mai prima nella copertura giornalistica data ai fatti del dopo elezioni in Iran[131]: ricorda che “la prima regola del buon giornalismo è di ‘controllare le fonti. Ma nella copertura delle proteste in Iran, questo mese, sono molte le agenzie e i giornali che hanno adottato una regola fondamentalmente diversa: intanto pubblichiamo, poi facciamo domande”. Spesso, troppo spesso è stato proprio così.

La CNN ha trasmesso un mucchio di video che venivano dall’Iran”, spiega, senza controllare la veridicità di nessuno di essi, “i siti web del New York Times, del Guardian e altri hanno pubblicato una serie di blog raccontando così quel che succedeva minuto per minuto, insieme a un mix di video la provenienza e l’autenticità di nessuno dei quali era stata controllata”. E tutti i telegiornali e i giornali del mondo a riversarli in diretta, o in registrata, su tutti i televisori e i computer del mondo…

Questo è quanto. E questo è grave, anche se nella situazione data, forse inevitabile. Ma non è che una folla è “buona” quando si autoconvoca – o dice di essersi autoconvocata - via Internet o Twitter e “cattiva” quando invece “viene portata – o qualcuno dice che è stata portata – sul posto in autobus”…

E, comunque, da sempre una folla “vince” solo se la sua spinta in qualche modo è “matura” più della resistenza che trova ma, comunque, le mette paura fino a portarla alla resa. Insomma, una rivoluzione alla fine, anche quando è una rivoluzione vera, vince sempre con una specie di resa del potere in atto ad un potere nuovo che si fa avanti anche se non ha ancora la forza per vincere.

La svolta c’è perché chi ha il potere si mette paura e si arrende: se non lo fa, alla fine il rivoluzionario è sconfitto (la lezione di Machiavelli: le rivoluzioni vanno strozzate nella culla). Così, in fondo, andò con la rivoluzione francese, quando Luigi XVI tentò di scappare da Versailles; con la rivoluzione bolscevica, quando Kerensky si arrese al singolo colpo di cannone dell’incrociatore Aurora; col fascismo di Caetano, quando alzò le mani a Lisbona nel 1974; con lo scià, quando scappò da Teheran nel 1979 appena Khomeini scese la scaletta del’aereo; col muro, che crollò grazie alla provvidenziale rinuncia di Gorbaciov nel 1989 a difendere il suo potere e di Slobodan Milosevic, quando si arrese a Belgrado, nel 1999…

Nessuno, lo ripetiamo, sa davvero come sia andata stavolta per le strade di Teheran… anche se i blog che si susseguono fanno comunque pensare… e anche se alcune considerazioni di altra fonte, che consideriamo generalmente attendibile[132] (un poco di meno, però, proprio sul tema specifico dell’Iran), fanno invece sorgere tanti sospetti. Ma tant’è…

Così come qualche forte sospetto, nell’altra direzione, viene fuori a leggere quel che sentenziava prima dell’elezione iraniana sul suo esito auspicabile uno dei massimi, e più influenti, caporioni neo-cons americani, il prof. Daniel Pipes direttore per l’aera mediorientale della Heritage Foundation, quando dichiarava che lui, se avesse potuto, avrebbe “sicuramente votato per Ahmadinejad[133]: perché come nemico chiaro e netto mobilita di più contro l’Iran gli americani, gli amici degli americani e i nemici potenziali di Teheran. Come, dire, viva la sincerità…

Poi, tre giorni dopo le elezioni Mousavi parla con Khamenei e la Guida suprema decide l’apertura di un’inchiesta sulle denunce di brogli: e lo fa annunciare ogni quarto d’ora per ore dalla radio di Stato. E si apre (o sembra aprirsi) un (possibile) nuovo capitolo… Che difficilmente rovescerà, però, il risultato finale nella sua interezza.

L’organo di controllo delle elezioni, il Consiglio dei Guardiani – nella nostra traduzione occidentalizzata, con le connotazioni implicitamente negative che comporta il termine “guardiani” – dice che controllerà, come prevede la legge del resto, solo i seggi indicati da specifiche denunce di brogli. E, alla fine, respingendo la richiesta di Mousavi per l’annullamento del voto, decide di controllare il 10% delle schede: scelte a caso, con la partecipazione e la presenza dei rappresentanti di tutti i candidati che vorranno farlo…

Intanto, a Teheran, molti oppositori di Ahmadinejad e sostenitori di Mousavi danno vita a una serie di  grandi manifestazioni – a partire dalla prima che, forse, è la maggiore del dopo-rivoluzione – seguita da diverse altre, poi, ma a decrescere per sostenere le sue ragioni dopo aver superato ostilità e repressione mirata e/o all’ingrosso della polizia.

Il senso della manifestazione, evidente anche solo in televisione, è che in questo paese c’è comunque un’opposizione e, anche, una democrazia che s’è dimostrata vibrante. E il senso della manifestazione è quello subito evidente per tutti gli osservatori stranieri presenti sul percorso che unisce le immense piazza Azadi e piazza Enghelab – piazza Libertà, cioè, e piazza della Rivoluzione – riempito da centinaia di migliaia di iraniane e di iraniani.

Ed è lo stesso senso sintetizzato nelle parole di un giovane attore citato dal NYT:  “questa gente non vuole un’altra rivoluzione o una controrivoluzione. Non vogliamo far cadere il regime. Vogliamo che i nostri voti siano tutti contati, perché vogliamo riforme, una gentilezza di fondo, l’amicizia col mondo[134].

E’ quanto a modo suo, sottolinea anche il sen. John Kerry, presidente della Commissione esteri del Senato, quando osserva che “quanto questo sia un momento tutto iraniano che con l’America [con l’occidente] non ha niente a che fare, si capisce anche solo prestando orecchio ai dimostranti, ai loro segnali, ai loro slogan, agli appelli su Twitter che non dicono una parola sull’ottenere l’aiuto di Washington— ma aggiustano al loro oggi il linguaggio della loro stessa rivoluzione. Quando, dai tetti, gli iraniani gridano il loro ‘Allahu Akbar’ stanno rispolverando il segnale più emblematico della rivoluzione islamica del 1979[135]. Questa è la verità e Kerry ha del tutto ragione.

Alla fine, però – se poi sarà davvero la fine – Khamenei dice, in buona sostanza, che Ahmadinejad le elezioni le ha davvero stravinte e che chi non fosse d’accordo deve esprimere il suo dissenso in forma normale, politica non per la strada e con dimostrazioni di massa: che, insomma, la contestazione è finita perché la rivoluzione tentata è fallita[136]… E adesso, al termine della terza settimana di giugno e dopo una settimana di dimostrazioni, i contestatori devono decidere:

• o si piegano, e accettano l’interpretazione della Guida suprema – che il dissenso era, in realtà, un affare di famiglia, acceso ma interno “alla rivoluzione”, tra due schieramenti fedeli entrambi  e che, proprio per questo, ora accettano come finale il giudizio tipico della “democrazia religiosa” iraniana, cioè il suo, secondo le forme istituzionali khomeiniste;

• o continuano a ribellarsi ma, allora, mettendosi “fuori della rivoluzione”, venendo scomunicati come in una qualsiasi chiesa disciplinata e tentando, allora sì, di lanciare una controrivoluzione. Ma con quali esisti concretamente possibili? e da chi, poi, realmente desiderabili e desiderati?

Tra i mille commenti, quelli di condanna – non tutti scontati –, quelli di esultanza – lo stesso – quelli preoccupati – molti –, quelli intelligentemente cauti, come nella prudenza di Obama – che, come Kerry e perfino qualche repubblicano, capisce bene che qualsiasi appoggio che arrivi in Iran a chiunque da Washington equivale politicamente per lui al bacio della morte – diventa una parentesi quasi esilarante la dichiarazione che senza sforzo potremmo anche intitolare “della Unione europea ovvero dell’irrilevanza”: il commento ufficiale della Commissaria alla politica internazionale a Bruxelles è il più, come dire per essere proprio caritatevoli?, tonto.

La dichiarazione immediata – troppo immediata in ogni caso – dell’Unione europea ufficialmente dice, lo stesso giorno dello scrutinio e a scrutino anzi ancora in corso, della preoccupazione per “possibili” irregolarità ma aggiunge di sperare che l’elezione stessa allenterà la tensione tra la comunità internazionale – ectoplasma inesistente che si forma, di volta in volta, ogni volta che ad essa fa appello l’America – e Teheran[137].

Quando, alla seconda settimana di dimostrazioni, in totale forse con una ventina di morti, le cose si avviano a un temporaneo stallo – ma con Ahmadinejad ormai fermamente riconfermato al governo anche se il Consiglio dei Guardiani, col suo portavoce Abbas Ali Kadkhodaei riconosce, il 22 giugno, che ci sono stati tre milioni di voti espressi oltre a quelli degli aventi diritto ma che tale discrepanza in Iran è “normale” visto che è consentito di votare in una circoscrizione elettorale diversa da quella in cui si è ufficialmente registrati come elettori…

Quindi non ci sono stati tre milioni di voti in più, spiega, perché al totale vanno sottratti quelli che non sono stati espressi nella circoscrizione originale di residenza; il fatto è che la questione non è solo tipica dell’Iran e, in Iran, non è affatto senza precedenti: solo che stavolta si è manifestata in misura maggiore del passato; inoltre, e va sottolineato dice Kadkhodaei, i voti espressi in un altro seggio rispetto a quello del registro elettorale sono effettivamente distribuiti tra le varie liste in modo da non alterare in maniera significativa l’equilibrio finale del voto ufficiale.

Ahmadinejad ha ufficialmente riportato, infatti, 11 milioni di suffragi in più di Mousavi, su un totale di 40 milioni di voti espressi. E va a sapere se sono numeri veri, in che misura siano veri o falsi e in che misura magari siano falsi… come, del resto, vallo a sapere per qualsiasi elezione sia essa stata in Florida, nel 2000 e nel 2004, o anche da noi— ad esempio, quando il Cavalier Berlusconi, ricordate, denunciò i brogli del suo “competitor”, come diceva lui, nelle elezioni del 2006, ecc, ecc.  

E a questo punto[138], mentre, da una parte, i Guardiani della rivoluzione ammoniscono duramente chiunque continuerà a dimostrare che sono pronti ad esercitare fino in fondo “il dovere di ristabilire la legge e l’ordine della Repubblica islamica”, dall’altra c’è il tentativo – sensato – di ri-innescare, sì, la protesta ma, al di là delle declaratorie sull’intenzione di non mollare (Mousavi[139]) su quella che potrebbe essere, o diventare, una nuova lunghezza d’onda, più prudente, diciamo più politica.

Adesso in effetti, a nome dell’ex presidente della Repubblica e attuale presidente del Consiglio degli esperti Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che ha fatto apertamente il tifo per Mousavi e, con qualche prudenza formale, ha anche incoraggiato la protesta anti-Ahmadinejad, si fa avanti Hossein Marashi, portavoce del partito “riformista” Kargozaran-e Sazangedi (costruttori dell’edificio comune), che fa appello a un nuovo blocco politico con l’obiettivo, a lungo termine, di rimpiazzare l’ “illegittimo” governo di Ahmadinejad.

Chiaramente, dice Marashi, è Mousavi il leader “non di una opposizione al sistema ma di una  maggioranza convinta di aver visto calpestati i suoi diritti da Ahmadinejad e dal Consiglio dei Guardiani”. Dovrebbe per questo “dar vita a un fronte politico che abbracci i difensori di una vera Repubblica islamica” contro quelli che la stanno profondamente “distorcendo”. Rafsanjani, dalle sue “posizioni giuridiche e politiche” potrebbe assisterli in questo sforzo[140]. Certo, sempre che quelle “posizioni” continui a mantenerle… Ma questa è, appunto, una nuova direzione: di opposizione dichiarata, ma politica; e, come vuole Khamenei che non a caso viene citato senza farne il nome – come vorrebbe, in realtà, qualsiasi massima autorità di qualsiasi Repubblica – una opposizione interna al sistema.

Concludendo, per ora, su questo drammatico e vivissimo capitolo di cronaca drammatica e di storia del mese di giugno, onestamente è difficile scordare come gli stessi media che, giustamente, mostrano da noi ogni fotogramma che riesce a filtrare dalla cortina della censura iraniana e protestano contro di essa subivano tacendo, o comunque tacevano, non dicendo quasi niente quando, cinque mesi fa, l’Operazione Piombo Fuso sigillava Gaza pressoché ermeticamente e la censura israeliana impediva, come poteva, quanto poteva, a immagini, tweets, facebooks, e-mails e messaggi Internet di filtrare al mondo esterno. E quando non trasmettono ancora, vergognosamente, quasi niente di quello che è successo per anni e sta ancora succedendo ogni giorno in Iraq e in Afganistan: sul come in realtà venga condotta lì quella guerra…

In definitiva, sembra – malgrado la sua apprezzabile cautela di fondo: solo gli iraniani, alla fine, possono decidere se le loro elezioni sono accettabili o meno, è lapalissiano – un po’ sopra le righe, comunque, l’appello di Obama al governo di Teheran perché consenta a chi dimostra e protesta lì in massa per le strade di controllare la piazza e decidere l’esito delle elezioni. La domanda che a chiunque viene subito in mente è se, però, Obama, come qualsiasi altro capo di governo lascerebbe a chi protesta il controllo della piazza e la decisione finale sulle elezioni. Dovunque, nel mondo.

E anche perché, a dire il vero, qui in occidente facciamo tutti il tifo per le manifestazioni di massa che avvengono in altri paesi, d’oriente o del Terzo mondo, e a deplorare e reprimere sparando non di rado anche noi (da Seattle a Genova,al G-8 di Londra, per dire…) le manifestazioni nostrane…

Non si può neanche dimenticare poi – almeno noi che qui scriviamo troviamo proprio difficile farlo – come solo un anno fa, l’influentissimo e falchissimo esponente dell’Amministrazione di Bush, il neo-cons John Bolton, dichiarava che un attacco militare americano e/o israeliano “sarebbe stato ‘l’ultima opzione’ dopo le sanzioni economiche e dopo che i tentativi di fomentare una rivoluzione popolare fossero, eventualmente, falliti[141]: tentativi di fomentare una rivoluzione popolare…, così, letterale, che anche solo per venire tentati vanno programmati, ovviamente, mesi e mesi prima.   

Però è bene essere chi ari: Ahmadinejad, e con lui Khamenei, escono male assai, messi a nudo comunque, magari anche per forza, come tiranni che ricorrono ad ogni mezzo per affermare, comunque, la loro autorità. L’elezione, insomma, potrebbe  davvero essere stata una frode: parziale o totale. E, in ogni caso, la legittimità agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, del regime iraniano oggi risulta scalfita.

La cosa che a noi, però, risulta sempre più difficile sopportare è l’ipocrisia delle cancellerie e dei governi che, senza disporre di alcuna informazione in più di chiunque altro (su cento diplomatici stranieri a Teheran – garantiamo – ce ne sono in tutto, forse, tre che parlano e capiscono la lingua farsi... in nessuna cancelleria viene considerato in effetti, come criterio di assegnazione preferenziale la conoscenza della lingua locale: importante sì, non preferenziale però),isporre di alcuna ifnormazione piò di quchiunque altro,  gridano allo scandalo solo a gettone e scegliendo fiore da fiore. Urlando a squarciagola al mondo che è “un dovere fare qualcosa per l’Iran”…

Qualcosa… Cosa, di grazia? Un’invasione? un bombardamento a tappeto? un bombardamento intelligente che colga solo gli Ayatollah? il sostegno, pubblico e proclamato, come ripetono tanti gnorri e tanti pappagalli, fatto di dichiarazioni magniloquenti, sicuramente non richieste e anzi temute di appoggio quando, naturalmente, sarebbe Mousavi il primo a temerle… Ma cosa è mai – o cosa è sempre – questa pretesa nostra, dell’occidente – e dell’America in modo tutto particolare, tanto che fa senso un presidente americano una volta tanto più cauto – a interferire comunque in ogni parte del mondo come se fosse sua?

Il punto è un po’ più chiaro per le cancellerie: i ministri degli Esteri del G-8 si rammaricano, infatti, si preoccupano per i diritti umani, ecc., ecc.: ma non condannano. Condannano naturalmente – tanto costa poco farlo – il Nord Corea ma non l’Iran. A dire che non bisogna parlare e negoziare con l’Iran è rimasto solo il governo oltranzista – d’altro segno, s’intende – di Israele.

Ora, a prescindere dallo stabilire adesso, una volta per tutte, se qui si sia trattato di una rivendicazione difensiva da parte di chi aveva vinto e s’è visto negare la vittoria, o della rivolta ben architettata di chi aveva perso e non ci voleva stare, sembra proprio che questa volta si è trattato di qualcosa di simile, ma più in grande, alla protesta che ci fu contro la vittoria di Ahmadinejad del 2005.

Adesso, in ogni caso, comincia, nel corso della seconda settimana dalle elezioni, un qualche riaggiustamento di posizioni. Insomma, i riformatori – se poi lo sono proprio: Mousavi…, Rafsanjani… – ma soprattutto quelli che hanno manifestato per strada, hanno ancora una volta perso la loro battaglia. Ma stavolta la loro rabbia, insieme forse col tempo, è dalla loro parte più che da quella dei conservatori… Questo è un paese come pochi altri fatto in larghissima parte di giovani.

Che però – almeno ancora stavolta – non decideranno loro, ragionevolmente parlando, l’esito della lotta interna fra le due fazioni finora al potere in un equilibrio che è parecchie volte cambiato: Mousavi, Rafsanjani, Khatami di qua – in diverse, tese fasi di alleanza tra loro –  e di là – sempre in un’alleanza non del tutto, non sempre, pacifica – Ahmadinejad, Khamenei… Chi ora sfida i “conservatori” li vuole mandare in pensione ma, e insieme, vuole assolutamente evitare ogni cambiamento che rischi di buttar giù il regime che hanno contribuito a edificare, nel quale sono cresciuti e che, alla fine della fiera li rende uomini di potere.

E, tentando di allargare il ragionamento, forse varrebbe la pena di riflettere al perché, e al come, questa rivoluzione – se poi è davvero iniziata – ha abortito quasi sul nascere. Perché questo è stato: è cominciata come una grande esplosione, rinfocolata dalla percezione del diniego di giustizia e da un’indignazione crescente. Ma poi si è trasformata in una serie di proteste anche durissime ma senza sbocco e, soprattutto, senza capacità di espansione. In effetti, le rivoluzioni che hanno successo – quelle che diventano, dopo essere iniziate come rivolta e sommossa, vere rivoluzioni – si sviluppano seguendo sempre tre fasi:

• Prima, si rivolta contro l’ingiustizia, reale o percepita che sia, un segmento di società che, all’inizio, è sempre ristretto ma sempre collocato strategicamente: esso comincia a esprimere e manifestare la propria rabbia e le proprie rivendicazioni in piazza, in genere nelle piazze principali della capitale nel paese che è sotto contestazione.

• In un secondo momento, a questa parte si aggiungono altri strati di popolazione e, con l’allargarsi dei partecipanti, le manifestazioni si estendono ad altre aree urbane, si fanno sempre più risolute, più dure, più facili alla violenza.

• Di fronte a una resistenza che si fa più vocale e massiccia, il potere, il regime, manda in piazza forze di sicurezza, militari, milizie di cui comunque dispone. Si tratta, spesso, di forze di estrazione sociale, e culturale, vicina a quella dei dimostranti (i mitici “operai, contadini e soldati” della rivoluzione bolscevica…), fino a quel momento spesso isolate anche da piccoli “privilegi” dal resto della società: che, trovando magari sintonie insospettate coi rivoltosi, i rivoluzionari, si rivoltano contro il regime e smettono di obbedirgli. Ed eccola, la rivoluzione: come con lo shah nel 1979, con lo zar nel 1917, con Ceausescu nel 1989…

Invece, la rivoluzione fallisce quando nessun altro segmento importante viene ad aggiungersi ai dimostranti che hanno dato il via alla protesta, che restano così socialmente isolati. In quel caso le forze di sicurezza, che spesso si sentono personalmente ostili ai dimostranti – specie se, come capita speso all’inizio, si tratta di studenti, rampolli di Internet oggi, comunque ragazzi privilegiati, o come tali percepiti – usano la forza fino al punto ritenuto da esse stesse, o dal regime, necessario e sufficiente.

E eccola la rivoluzione fallita, come a piazza Tien Anmen sempre vent’anni fa… Qui, come lì, a dimostrare in piazza dopo una settimana e più dall’inizio restavano sempre le ragazze e i ragazzi di uno strato sociale “privilegiato” anche se rappresentativo, a Teheran oggi più che a Pechino ieri certamente, di una fetta importante della popolazione: quella che aveva realmente votato contro il regime o, almeno, per chi considerava più incline ad allontanarsi dai cannoni più rigidi del regime.

Qui, a Teheran, i mercanti e i mercantini dei magazzini e dei banchi del bazaar, le classi sociali più “basse” e religiosamente conservatrici, gli operai, anche i più combattivi esponenti di sindacati che non sono affatto sempre tranquilli e ossequiosi non hanno raggiunto le fila della gioventù cittadina in rivolta. Hanno invece esposto separatamente le loro (sacrosante) rivendicazioni in parte coincidenti con quelle di Mousavi, ma anche da esse radicalmente diverse in campo sociale: il pieno diritto di sciopero, per esempio[142]. Se poi abbiano fatto bene o abbiano fatto male, spetta a loro – non certo a noi, né a nessun altro – deciderlo.

Ora mentre la scomparsa di Michael Jackson riuscirà a eclissare da Internet, da Twitter, dalle prime pagine dei grandi media, le strade di Teheran e la rivoluzione per cui abbiamo fatto il tifo più qui che li, vedrete che a breve ci sarà una qualche riforma del meccanismo elettorale e Khamenei cambierà cavallo: mentre Khatami e Mousavi – e, forse, anche Rafsanjani – scenderanno più o meno rapidamente sotto l’orizzonte, si comincia già a preparare, dopo Ahmadinejad, il prossimo delfino.

Fra quattro anni – ma, vedrete, anche prima, ormai – anche lui se ne andrà: comunque, d’ora in poi Khamenei provvederà a “temperarlo”, a modo suo però non certo nostro “occidentale”, anche più da vicino (sono in molti ad essere molto scontenti di come il presidente ha gestito la repressione tra gli altri gradi di quello che, impropriamente, chiamano il “clero”: dal Grande Ayatolalh Montazeri a Rafsanjani stesso e a tantissimi che pure sono apertamente schierati con Khamenei).

E il nuovo presidente sarà con ogni probabilità Ali Larijani, professore universitario, populista quel tanto che basta, ancora giovane (ha cinquant’anni) e distinto signore, filosofo, diplomatico, già negoziatore del dossier nucleare (licenziato da Ahmadinejad perché, duro sul fondo come lui, nella forma è tutt’altra cosa) e ora influente speaker del Majilis, il parlamento. Uno che, in questi frangenti, si è distinto per il suo sostegno deciso e leale al leader supremo epperò, anche, per la sua cauta e altrettanto decisa presa di distanze dai modi della repressione, forse anche “necessaria ma troppo dura”.

Sempre probabilmente – rubiamo quest’ultimo spunto all’autore le cui osservazioni ci sono apparse tra le più sensate lette in questi giorni febbrili[143] – “nel  frattempo, il ‘popolo iraniano’ continuerà a vivere sotto la doppia sanzione di uno Stato repressivo e di un regime di boicottagio internazionale strutturato per azzopparne lo sviluppo. Allora, intellettuali, giornalisti, uomini della diaspora iraniana come il sottoscritto potranno tornare a sognarsi l’Iran così come preferiscono le loro fantasie”…

Amaro, ma molto ficcante, nell’ora che, da una parte, è quella dello scoramento ma, possibilmente, non della disperazione e, dall’altra, quella di una vittoria che farebbe meglio, però, a non illudersi di essere un trionfo. Che, però, a questo punto farebbe meglio ad essere anche preoccupato.

In chiusura di questi capitolo contrastato e sofferto della nostra fatica mensile, abbiamo a lungo esitato se offrire alla vostra riflessione le poche righe che seguono. Perché possono pure prestarsi a qualche equivoco. Diciamo: se le avessero scritte i palestinesi, per denunciare gli ipocriti che pensano solo all’Iran e non alla – o almeno anche alla – loro tragedia, non le avremmo riportate…

Ma alla fine abbiamo deciso di pubblicarle – come omaggio al coraggio civile di chi palestinese non è ma è ebreo e israeliano e sente, però o forse per questo, il dovere e il coraggio civile di testimoniare a modo suo la propria angoscia.

Per parte nostra pubblichiamo queste sei righe anche come omaggio a quanti, sulle strade di Teheran, per un’idea nella verità della quale credevano, hanno perso la vita o magari la libertà.   Sono, pare a noi, estremamente eloquenti – e, se ci permettete, anche toccanti, forse un po’ ingenue, qualcuno dirà pure un po’ trite. A noi sembrano belle: uno schiaffo in faccia a tutte le ipocrisie— dei governi, delle cancellerie, dei benpensanti e dei malpensanti, dei giornalisti propagandisti di qualcuno e non di qualcun altro, dei buoni samaritani a senso unico… e anche di quanti bevono e ingoiano, senza neanche guardare quel che trangugiano.

Sono le poche righe che, in Israele, sul quotidiano più saggiamente redatto del paese, Ha’aretz, come “pubblicità” a pagamento ha fatto uscire[144] la più antica e la più rispettata, e necessariamente in quel contesto, la più radicale, delle organizzazioni pacifiste israelo-ebraiche, Gush Shalom: poche righe che proviamo, come posiamo, a tradurre cercando di non tradirne passione, indignazione e spirito:

Quelli che opprimono milioni di palestinesi, da quarantadue 42 anni— ci parlano di combattenti della libertà… in Iran.

Quelli che hanno respinto i risultati delle elezioni palestinesi— sono scioccati perché viene soppressa la volontà del popolo… in Iran.

Quelli che sparano e ammazzano i manifestanti palestinesi a Wadi Ara, a Bilin e a Nialin— tremano davanti alla vista della polizia che spara ai dimostranti… in Iran.  

In ogni caso, tanto più importante, adesso, diventa – alla vigilia di quello che si preannuncia come un round di negoziato vero e duro con gli Stati Uniti – capire bene quali sono i punti finali, e non negoziabili, per il potere in Iran. Che ancora una volta, se qualcuno ne avesse mai dubitato, non è però quello del presidente ma quello del leader supremo, Khamenei, cui la Costituzione e il legato lasciato da Khomeini affidano qui le decisioni finali.

A inizio giugno, subito prima delle elezioni, è uscito – chiaramente a sostegno dell’approccio più razionale di confronto e non di scontro scelto da Obama e durissimamente osteggiato da tutti gli orfani neo-cons ancora a galla – un ponderoso, agile e documentatissimo studio dell’International Crisis Group, istituto di ricerche sulle politiche internazionali considerato fra i cinque, sei massimi capaci di fare e diffondere analisi puntuali mantenendo, per farlo, l’accesso necessario alle fonti primarie ma senza legarsi – senza dipendere, cioè – da servizi segreti o imprese multinazionali.

E’ uno studio sui nodi del rapporto tra USA e Iran che chiarisce, obiettivamente come si dice, le posizioni reali – al di là della propaganda – delle due parti. Non potendo, qui, riprodurre, naturalmente, neanche la sintesi (pur breve: tre cartelle) di questa inchiesta[145], ci limitiamo a riportare qui le conclusioni, quelle che in diplomazia chiamano “linee rosse”: i punti al di là dei quali nessun iraniano, anche se avesse vinto Mousavi, mai si sarebbe potuto spingere:

Le conclusioni più rilevanti che abbiamo tratte dal nostro lavoro sono:  

La richiesta più spesso reiterata da parte di Teheran è anche quella più astratta e, perciò, anche quella che più facilmente (anche se erroneamente) ignorata da parte americana: che gli USA cambino la maniera in cui guardano e trattano l’Iran, il suo ruolo nella regione mediorientale e le sue aspirazioni.

   Il fatto è che questa è una questione centrale nel modo di pensare di una dirigenza convinta che Washington in vari modi ha cercato di rovesciarla, di indebolirla, di contenerla. Ed è questione che ha implicazioni di ordine pratico: l’insistenza che gli USA abbandonino qualsiasi tentativo di cambiare il regime iraniano; il rispetto per l’integrità territoriale del paese; e il riconoscimento della necessità e della legittima del ruolo che deve poter svolgere nella regione mediorientale [insomma, esigono la reciprocità: quel che gli USA considerano scontato nei loro confronti da ogni paese col quale hanno rapporti].

Teheran vedrà con enorme sospetto ogni approccio che voglia imporle un qualche test preliminare – un qualche progresso sul dossier nucleare; una qualche cooperazione in Iraq e in Afganistan – piuttosto che cercare di ridefinire, in prima battuta, nel loro complesso i reciproci rapporti e parametri di comportamento. Una strategia che miri a sposare impegni da una parte e pressioni dall’altra – anche comprensibile da parte americana – rischia di scatenare una reazione negativa da parte iraniana.

   I dirigenti americani vanno presentando come uno strumento di pressione necessaria per un negoziato di successo gli sforzi tesi a mettere in piedi una coalizione arabo-israeliana contro l’Iran o quelli che mirano a forgiare un’alleanza internazionale disposta a rendere più stringenti le sanzioni contro di esso. Gli iraniani percepiscono questi tentativi come espedienti fraudolenti per produrre un vasto consenso a più rigide misure di contenimento nei loro confronti nell’aspettativa che i negoziati falliscano.

Teheran considererà il modo in cui gli USA gestiranno il dossier nucleare come una cartina di tornasole. La linea rossa è per gli iraniani il diritto ad arricchire l’uranio sul proprio territorio; qualsiasi richiesta che vada oltre è considerata inaccettabile.

Qui, in Iran, vedono svilupparsi il dialogo sullo sfondo di rivalità regionali che continueranno a persistere, in particolare nei confronti di Israele. L’Iran, a questo punto, non intende dismettere il sostegno che fornisce a Hamas o a Hezbollah, o la sua opposizione a Israele. La concezione che ha del futuro del suo rapporto con gli USA comprende tre livelli distinti: un dialogo a largo spettro che copra questioni sia bilaterali che regionali; una cooperazione mirata su dossiers specificamente riguardanti la regione mediorientale, in particolare l’Iraq e l’Afganistan; e la realtà persistente di divergenze profonde e di una concorrenza globalmente strategica che non scompare.

Le sanzioni stanno esigendo il loro costo e l’Iran fa fronte a seri problemi economici. Ma è altamente improbabile che questa realtà produca significativi spostamenti di policy. Il processo decisionale di questo paese sulle questioni di rilevanza strategica considerate centrali è influenzato solo marginalmente da considerazioni di ordine economico.

A fronte di ogni vantaggio, la normalizzazione dei rapporti con Washington comporterebbe costi politici seri per il regime. L’ostilità nei confronti degli Stati Uniti è uno dei suoi pilastri ideologici, l’avversità della situazione economica può venire imputata alle sanzioni, mentre i successi tecnologici – in particolare proprio quelli nel campo nucleare – possono essere salutati come simbolo possente di resistenza nei confronti delle potenze occidentali.

   Più acute sono le tensioni con Washington, più facile è per il regime tenere insieme i propri sostenitori, sopprimere il dissenso e invocare l’unità nazionale contro un nemico comune. In modo analogo, anche la concorrenza interna fra le varie fazioni complicherà una politica di impegno nei confronti dell’interlocutore. Anche di qui la frustrazione espressa da funzionari e esponenti del governo americano per le difficoltà riscontrate nell’aprire canali di contatto e di collegamento con l’Iran. E’ il senso delle cose a venire”.

Insomma, Ahmadinejad o no, non sarà facile. Ma, forse, “trattare” in qualche modo sarà più facile per lui che per Mousavi, troppo esposto alle accuse facili di tradimento da parte dei conservatori se avesse vinto. In ogni caso – ed è il punto che tutti li riassume – sul dossier nucleare, su tutti i dossier di rilevanza strategica internazionale per questo paese, non decide mai il presidente, non decide il governo: sono solo esecutori.

Decide il consenso che, del tutto informalmente, si crea intorno al consesso e al dibattito degli ayatollah che, alla fine, interpreta autenticamente per tutti – con un’adesione popolare di fondo che sembra però mantenersi – la Guida suprema della rivoluzione islamica, l’erede designato di Khomeini, il Grande Ayatollah Ali Hoseyni Khamenei.

Specificamente, poi, sulla bomba – adesso che, a novembre prossimo venturo, si avvicina la fine del suo mandato e che non desidera vederselo rinnovato – il direttore generale dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica dell’ONU, Mohamed ElBaradei parla meno diplomaticamente e più chiaramente che mai prima.

E’ un fatto che “i paesi detentori di armi nucleari – dice – sono trattati diversamente dagli altri – e cita l’esempio della Corea del Nord, invitata a negoziare, mentre l’Iraq, sotto Saddam Hussein che non aveva armamento nucleare, è stato ‘polverizzato’”. E’ per questo, spiega, che lui “sente come visceralmente che, in effetti, la leadership dell’Iran la vuole la tecnologia che serve a costruirsi la bomba: si tratta di mandare un messaggio ai vicini e al resto del mondo: non mettevi a romperci l’anima”.

L’analisi di ElBaradei coincide non sorprendentemente con quella dell’ICG, appena citata: secondo lui “lo ‘scopo ultimo dell’Iran’” è quello di essere “‘riconosciuto come una potenza importante nel Medio Oriente’”. Ecco, la tecnologia nucleare è “‘la strada per arrivare a quel riconoscimento, per ottenere quel potere e quel prestigio. Ed è anche una polizza di assicurazione contro tutti i discorsi che hanno dovuto ascoltare in passato sul cambio di regime’” per l’Iran[146].

Sullo stesso argomento, del resto, un po’ di mente fredda viene finalmente anche da Israele, dove alla tendenza a gridare all’allarme pressante, immediato, e quasi isterico, del governo Netanyahu sembra sfuggire nientemeno che Meir Dagan, il capo del Mossad, (Ha-Mossad le-Modi'in ule-Tafkidim Meyuhadim— Istituto per l’intelligence e le operazion speciali), il servizio segreto che, in Commissione affari esteri della Knesset, dichiara che l’Iran potrebbe avere una bomba atomica operativa non prima di fine 2014, naturalmente, sottolinea anche lui – ma smentendo, di fatto, tutti gli allarmi immediati (non c’è mai nulla di casuale, però, si capisce, in quel che fa l’Istituto…) – che un Iran nucleare “porrebbe una minaccia esistenziale seria per l’esistenza dello Stato di Israele[147].    

Sviluppi anche nel rapporto con Cuba. Al vertice dell’Organizzazione degli Stati Americani, cui il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, aveva appena detto che Cuba avrebbe potuto rientrare nell’alveo dell’OAS quando avesse liberato tutti i suoi prigionieri politici, rispettasse i diritti umani e realizzasse le riforme democratiche di cui aveva bisogno… quando – in sua assenza: prudentemente era già ripartita – hanno visto assestare una bella botta al loro “prestigio”e alla propria politica di apertura sì, ma cautissima.

L’OAS ha infatti votato, in loro assenza, e all’unanimità[148], per riammettere Cuba senza farle l’esame del sangue (se no – ha detto un ambasciatore – “quelle condizioni dovrebbero valere per tutti… anche a nord del Rio Grande, però”: perché, è vero, la Carta dell’OAS afferma che si può essere membri solo se si rispettano i diritti umani dei propri cittadini e di quanti si trovino sotto la propria giurisdizione: ma la regola, allora, per dire, per la Colombia non vale? o a nord, appunto, del Rio Grande?…). Del resto, dopo il riconoscimento del governo dell’Avana da parte del nuovo governo di sinistra del Salvador, gli Stati Uniti restano l’unico paese delle Americhe senza ambasciata a Cuba.

Ma, intanto, d’accordo col governo americano, l’Avana riprenderà i colloqui bilaterali sul tema delle migrazioni tra i due paesi: in sostanza, di quei cubani che vorrebbero emigrare negli USA: il cauto riavvicinamento, cioè. Però, ed insieme, Cuba ha subito detto di non avere nessuna intenzione di affrettarsi a rientrare nell’Organizzazione: vuole vedere, in concreto, l’atteggiamento concreto degli altri.

E solo qualche giorno dopo, il disinteresse di Cuba a rientrare nell’OAS dopo che 47 anni fa era stata sospesa per aver sostenuto, contro gli USA, l’URSS di allora e la Cina, sempre quella di allora. è stata formalizzata. Notando che “con un atto di peculiare significato storico, l’OSA arriva a dar sepoltura formale alla vergognosa risoluzione che nel 1962 escludeva Cuba dal sistema interamericano”… ma, chiarisce, che a Cuba l’OSA oggi non interessa: “quella decisione fu infame e illegittima, coerente però con i motivi  per cui l’organizzazione era stata creata, promossa e difesa dagli Stati Uniti d’America… Oggi, la nostra regione vive una realtà profondamente diversa, come si vede dalla decisione adottata che Cuba apprezza … Ma ribadisce ancora una volta che non tornerà a far parte della OSA[149]

Anche perché, dopo tutto e malgrado Obama, a mancare a quell’unanimità sono, ancora, proprio gli Stati Uniti d’America.

Sull’Afganistan, niente di nuovo. Dice, Nilab Mobarez, la responsabile della missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afganistan, l’UNAMA, che gli “incidenti di sicurezza” – come li chiama lei : attacchi, attentati, agguati, “martirii” alla bomba, ecc., ecc. – sono aumentati del 43% nei primi quattro mesi del 2009 rispetto allo stesso periodo del 2008: “siamo preoccupati – aggiunge – per la sicurezza in diverse zone di questo paese[150]… Già.   

A scorrere i piani del Pentagono, i proclami di Obama, a sentire gli annunci degli “sforzi moltiplicati” delle truppe americane (più soldati, più aerei senza pilota, più bombe, alleate come afgane, per eliminare i talebani, insieme inevitabilmente a più dollari, è un dejà vu che ricorda da vicino la famosa storiella, ben nota a chiunque sappia qualcosa di filosofia orientale o di arti marziali, che raccontava Sun Tse nel secondo secolo a.C.

Quella dell’allievo che chiede: “maestro, quanto tempo ci vuole per raggiungere lo stato di illuminazione? Forse una decina di anni”, risponde il maestro. E l’allievo, solerte, “ma se studio, e mi alleno, con grandissima lena, quanto ci vuole?” Il maestro ci pensa e sorride: “allora, ci verranno vent’anni”.

La ragione è ovvia. La presenza e l’operare di truppe, aerei e aerei senza pilota americani, così come di tanti, troppi, americani, di tanti, forse troppi, volontari civili americani – gente brava magari ma che ignora tutto di usi e costumi afgani e pakistani – aumenteranno il numero di afgani, pakistani e mussulmani che, da tutto il mondo, scenderanno in campo contro l’America e contro coloro che all’America sembrano dire di sì…

Insomma, se non si riparte da qui, dal comprendere finalmente questo fatto fondamentale, provarci più forte e di più, come diceva Sun Tse, serve solo ad allontanare ogni soluzione nel tempo. Perché questa è la risposta americana e in specie obamiana del “sì, si può fare”, basta volerlo, di fronte alla quale ribelli afgani, ma anche corpo ufficiali pakistano, reagiranno come tradizionalmente, sempre e nei secoli, hanno reagito a qualsiasi intervento straniero comunque lo motivasse (cristianesimo, civiltà, la regina, la democrazia, la giustizia…) chi lo portava.

Da sempre, infatti, la storia è una dura maestra. Ma non la stanno a sentire, finché non è troppo tardi: non lo hanno fatto nei secoli – e poi se ne sono andati sempre sconfitti – i macedoni, gli arabi (gli unici che riuscirono a lasciare, però, qualcosa di duraturo: l’Islam), i mongoli, gli inglesi, gli zar e, poi, i sovietici… figuriamoci gli americani.

Adesso, dopo l’ammonimento – forse il millesimo… – del presidente Karzai agli americani di piantarla col bombardare troppo alla cieca i civili, Gulab Mangal, governatore della provincia dell’Helmand – avvisa che tutti concordano nel considerare la più “inquieta” area del paese – il governo centrale esercita di fatto “qualche controllo”, dice, solo su otto dei tredici distretti della sua provincia. E dice – alla stampa americana – di sperare nella capacità delle forze di sicurezza di riprendere il controllo del suo territorio[151]. Una speranza di cui neanche lui sembra, però, molto convinto…

Tra l’altro, non è neanche esatto dire che non sta avvenendo nulla di nuovo sul fronte afgano: perché, in realtà, ormai il fronte afgano è anche quello pakistano, tanto legati, intersecati, sovrapposti sono ormai i due. E Stanley A. McChrystal, nuovo generale comandante del corpo di spedizione statunitense, aveva appena finito di dire che l’aviazione americana avrebbe fatto di tutto per diminuire il numero delle vittime civili dei bombardamenti sia in Afganistan che nel vicino Pakistan

… che un raid di tre drones, tre aerei senza pilota, ha fatto 65 morti civili – dice il governo  pakistano – molti di loro, invece, “sospetti militanti” – dice l’aviazione americana che spiega di averli identificati da decimila metri d’altezza – durante la celebrazione di un funerale per un capo guerrigliero del TTP (Tehrik-i-Taliban Pakistan, l’ala locale comandata da Baitullah Mehsdud rimasto ucciso, lui, in uno scontro armato il girono prima[152].

L’altra novità, a brevissimo termine salutata con grande sollievo dagli americani ma dall’effetto probabile a lungo termine orripilante, è che i pakistani, governo ed esercito, sembrano da qualche mese svegliarsi al pericolo del loro più che equivoco rapporto con vari gruppi fondamentalisti autoctoni e afgani e stanno conducendo contro i talebani e i loro alleati un’offensiva militare a tappeto.

Ma lo stanno facendo, appunto, in modo terrificante, causando sia massacri all’ingrosso tra la popolazione civile che la dislocazione forzata di centinaia di migliaia – milioni dice l’ONU – di rifugiati su scala talmente massiccia che, inevitabilmente, finirà col rivoltarsi contro di loro e contro i loro alleati che a questo tipo di pressione armata e indiscriminata massiccia li stanno incitando…

La stampa pakistana, anche le decine di giornali in lingua inglese che vendono comunque decine di migliaia di copie, non solo i quotidiani a circolazione di massa in pashtun e urdu, da giorni insiste sul grande trionfo dell’attacco nella regione dello Swat contro talebani e estremisti autoctoni e di quello che si sta preparando, e che sta già cominciando, nelle aree che gli occidentali chiamano “tribali” del paese, il Waziristan del Sud in particolare.

Sottolinea costantemente, si capisce, che i talebani con la loro stessa presenza mettono costantemente a rischio la popolazione. Ma il fatto, altrettanto ovviamente, è che la mettono a rischio perché, a modo loro, con il sostegno anche troppo evidente di una parte non piccola di quella stessa popolazione, resistono ai liberatori stranieri. E questo, alla fine ma in buona misura già oggi, è spesso molto controproducente.

Inoltre, come cominciano a rilevare in America ma qui sanno da sempre, non è detto che quel che perdono i talebani alla fine si trasformi in terreno guadagnato dai pakistani, perché la tattica da loro stabilmente impiegata, come in qualsiasi guerra di resistenza, è quella di sfuggire lo scontro, tornare dopo a combattere quando a loro conviene oppure scegliere lo scontro ma altrove. E, alla fine, non è affatto sicuro che quel che perdono i talebani costituisca realmente un guadagno per i pakistani[153].

Il governo del Kirghizistan ci ha ripensato e, dopo aver fatto chiudere a febbraio la base aerea americana usata per il trasporto di rifornimento in Afganistan, ha concordato – dietro lauto ed esplicitamente dichiarato pagamento di un affitto, rispetto a prima, moltiplicato per venti – di riaprirla. Adesso gli americani sono impegnati ufficialmente a utilizzare l’aeroporto di Manas – unica base aerea USA in Asia centrale – solo per il trasporto di materiale non militare. La Russia, che aveva fornito aiuti economici ingenti a Bishkek, la capitale kirghiza, non ha rpeso bene la novità[154].  

Quanto alla Corea del Nord, ancora una volta, il Consiglio di sicurezza dell’ONU licenzia unanimemente una risoluzione che viene stilata insieme agli Stati Uniti, anche da Russia e Cina e che condanna fermissimamente, per l’ennesimissima volta, i test nucleari e stende una lista di nuove sanzioni. Finanziarie, anzitutto, ma anche, stavolta, di divieto del trasporto di materiali e tecnologie militari d’ogni tipo – in linea di principio anche una pistola – all’export e all’import. Epperò – è il prezzo che esigono Cina e Russia per dire di sì – le ispezioni navali sui battelli nord-coreani non saranno obbligatorie, quindi “non è affatto chiaro l’impatto che potranno effettivamente avere”.

In effetti, “il compromesso raggiunto sulla ispezioni è che esse avvengano in alto mare. Ma, se il paese di registrazione del battello trasportatore [che, naturalmente, potrebbe anche battere bandiera panamense o qualsiasi altra] rifiutasse di consentire la perquisizione in acque internazionali, ad esso verrebbe richiesto di dirigere il battello verso un porto vicino per condurvi l’ispezione. Se né l’una né l’altra opzione venissero onorate” allora… “l’episodio verrebbe riferito al Comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza[155].

Sarà pure un inasprimento delle sanzioni, lo è anzi sicuramente, ma non è che necessariamente farà grande impressione al regime di Pyongyang… Anzi, ne provoca la reazione che peggiore non potrebbe: d’ora in poi – e lo si poteva ben indovinare: ma qui siamo come ai dispetti tra ragazzini incoscienti – la Corea del Nord trasformerà tutto il plutonio che ha accumulato in materiale utilizzabile per il proprio armamento atomico. Insomma, si costruirà più bombe… E, in ogni caso, a Pyongyang mettono le mani avanti avvisando chi osasse – dice proprio così – sottoporre a perquisizione i suoi battelli, che reagirebbe considerando l’attacco come un “atto di guerra”: secondo – dice ed è vero – diritto internazionale vigente.

Gli Stati Uniti si spingono un po’ più in là negli ordini di ingaggio impartiti alla US Navy di quanto stabilito dalla risoluzione. Ma, anche qui, con grande cautela: anzitutto, pare che l’ordine non riguardi che navi battenti bandiera nord-coreana, non quindi ad esempio quella cinese come gran parte dei battelli da carico di ogni tipo che vanno e vengono da Pyongyang…

E, poi, “alla marina degli Stati Uniti viene ordinato di fermare alla voce e di chiedere il permesso di ispezionare in alto mare le navi nord-coreane sospette di portare armi o tecnologie nucleari, ma non le abborderà con la forza, hanno dichiarato alti esponenti dell’Amministrazione[156]... Insomma, se tutti manterranno i nervi saldi, non reagiranno o non si lasceranno andare a provocazioni – tipo cannonate di avvertimento non autorizzate dalle regole di ingaggio – un conflitto potrà anche essere evitato, chi sa…

In ogni caso, per la prima settimana seguente all’emanazione delle cosiddette regole di ingaggio, la marina americana fa sapere, e tiene a far sapere, che una sua nave da guerra sta seguendo un nave da carico nord-coreana “che crediamo stia trasportando materiale militare a Myanmar in violazione delle sanzioni ONU”. E la marina nord-coreana fa sapere – tiene a far sapere o, per lo meno, a dichiarare  – di essere un’ “orgogliosa potenza nucleare”… Già[157].  

Ma il fatto è che, per il modo di agire – per lo meno, diciamo, ondivago – del regime di Pyongyang, sono reali anche le preoccupazioni di Russia e di Cina: ma ne temono la destabilizzazione e la caduta e l’eventuale riunificazione del Nord al Sud che metterebbe ai loro confini un altro grande e potente alleato degli Stati Uniti.

D’altra parte, sono anche coscienti – e loro, al contrario di altri paesi, non negano che questa contraddizione faccia problema – che la legittimità di divieti e sanzioni riservati alla Corea del Nord – e magari anche all’Iran e soltanto a loro: non a Pakistan, India, Israele, ecc., ecc. – è dubbia, assai dubbia…

Quanto all’Iraq, il primo ministro Nuri al-Maliki dichiara ora che la necessità di truppe americane per operazioni di combattimento o per il mantenimento dell’ordine pubblico è ormai superata e che il suo governo chiederà dopo il 30 giugno solo appoggio logistico alle forze armate americane; che, comunque, non si aspetta dopo quella data – quella ufficiale del ritiro americano dalle città dell’Iraq – un incremento del tasso di violenza. E che, comunque, “a prescindere, ormai… non si torna più indietro, non è questione di rivedere l’accordo sul ritiro americano[158].

Del quale i vecchi e residui tifosi di Bush e Cheney deplorano l’irresponsabilità, di fronte al quale molti di più sono oggi gli americani a sentirsi contenti, ma per il quale – dicono gli osservatori all’unanimità, con esclusione dei tifosi suddetti – gli iracheni “sono felicissimi di vederci andar via[159].  

Un ritiro che, però, prenderà tutto il suo tempo: resteranno ancora, e fino a primavera probabilmente, ben 130.000 soldati americani in Iraq, anche se fuori ormai – dovrebbero, almeno… – dalle aree urbane. Solo ad agosto 2010 dovrebbero – dovrebbero… – andarsene tutti, lasciandosi dietro “solo” qualche migliaio di “consiglieri” (?), secondo il piano Obama.

Intanto, però, il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno ha dichiarato che tutti i contratti di prospezione e di estrazione petrolifere che verranno concessi a compagnie straniere a fine mese dal governo centrale, sia attraverso l’asta che col sistema della licitazione privata, saranno “nulli e non avvenuti” perché radicalmente “anticostituzionali[160].

A fine mese, in effetti, l’Iraq ha detto che annuncerà i vincitori delle gare in questione (per due giacimenti di gas metano e sei pozzi di petrolio) secondo uno schema curioso ed inusuale di affitto invece che di cash o partecipazione azionaria. Il governo della regione curda, che s’era invano opposto all’accordo già in fase preparatoria, ha condannato la procedura ed il merito di queste concessioni dichiarandole “contrarie agli interessi del popolo iracheno” e annunciando che si batterà per vederle annullate.

Ma le gare d’asta del 29 giugno cominciano subito male. Pochi offerenti seriamente intenzionati a mettere in busta proposte congrue, sia perché i partecipanti vogliono prima capire bene come finisce il vespaio politico che di per sé solo l’annuncio ha subito suscitato, sia perché aspettano di vedere come il governo riuscirà a garantire la sicurezza dei giacimenti, sia perché chiedono a priori, e al di là dei termini d’asta e dell’esito stesso delle prospezioni, garanzie di maggiori entrate rispetto a quelle previste[161].

Intanto, e proprio alla vigilia dell’asta con cui il governo iracheno voleva esitare teoricamente al miglior offerente, ma sempre con le riserve del caso politiche (mettete che a fare l’offerta fosse. ad esempio, una ditta iraniana, con l’occupazione americana ancora in atto…), proprio in coincidenza con l’asta la compagnia di Stato cinese, SINOPEC, ha acquistato dalla Addax canadese per 8,3 miliardi di $ canadesi (5,1 miliardi di €) i suoi diritti di sondaggio sulle coste dell’Africa occidentale ma anche per lo sviluppo del campo petrolifero iracheno di Taq Taq[162]. Come, del resto, ormai le grandi compagnie cinesi, tutte praticamente di Stato, fanno da tempo restando in attesa dell’apertura del mercato iracheno.

GERMANIA

Lo scorso autunno Angela Merkel, con gli altri europei con lei e dietro di lei, guardavano con qualche distacco – e magari un pizzico di sprezzo – alla recessione che era stata scatenata sulle economie anglo-americane dal loro selvaggio sistema bancario. Aveva ragione, almeno per la prima fase della crisi finanziaria, con le banche europee più tradizionalmente restie ai rischi ditirambici e, dunque, più resistenti.

Ma adesso la Bundesbank attesta che l’economia tedesca si contrarrà, se va bene, quest’anno del 6,4%, con 4 milioni e mezzo, almeno, di disoccupati ovvero, per la prossima estate, forse l’11%  della popolazione attiva; e con esportazioni che scendono a picco in aprile del 28,7% rispetto allo stesso mese dell’anno prima[163].

Invece, nel primo trimestre preso nel suo complesso, l’export crolla del 21,2% anno su anno, con un calo del 19,6% per le esportazioni dirette fuori dell’Unione europea; quelle alla Svizzera sono scese del 7,3%, alla Cina solo del 3,3%, all’India dell’8%. Sopra la media sono scese le esportazioni alla Turchia (-38,7%) e alla Russia (-31,4), così come anche l’export verso gli Stati Uniti (-26,4%: però, per un valore assoluto molto più alto e, dunque, molto più grave per la Germania) e quelo evrso il Giappone (-22,4%)[164].

Debito pubblico e deficit di bilancio arrivano al record. Intanto aumentano del 10% i casi di bancarotta registrati nei tribunali fallimentari. Sono dati che, per chi deve affrontare un’elezione generale tra quattro mesi, farebbero davvero paura se… se non fosse riuscita, la Merkel, a coinvolgere e corresponsabilizzare nella sua Grande Coalizione – cioè nei guai che la gestione di governo comporta – anche, in condizioni di subalternità ma di chiara “correità”, diciamo così,  l’opposizione social-democratica subalterna di Frank-Walter Steinmeier. Che, infatti, le elezioni europee hanno visto ancor più nei guai dei democristiani…

Intanto, la Commissione europea lancia una “procedura di infrazione” contro la Germania, dopo che il Land della Baviera ha rifiutato di rendere pubblici i nomi di chi usufruisce lì dei sussidi della Politica Agricola Comune AC, i sussidi europei all’agricoltura, rivendicandone il diritto alla privacy… hanno spiegato compunti – e ipocriti  quanto mai – i bavaresi.

La Commissaria all’agricoltura Mariann Fischer Boel, liberale danese, molto riservata, si limita a chiamare la motivazione “incomprensibile”. E’ l’informazione che le regole della politica agricola comune impongono di mettere on-line a ogni paese per usufruire dei sussidi europei: come sanno e hanno accettato non solo gli altri 26 paesi dell’Unione ma anche tutti gli altri Länder tedeschi[165]

Insomma, come è giusto che sia, se uno si vuole tenere la propria privacy, se la tanga. Ma non a spese degli altri cittadini europei.   

E’ molto preoccupata, però, e anche molto sensibile, Merkel, all’accusa che le viene mossa di preparare gli ultimi riti al modello dell’economia sociale di mercato, creatura tanto dei rossi quanto in questo paese dei bianchi, tanto di Kohl quanto di Brandt: il capitalismo dal volto umano alla tedesca che ha informato di sé nei decenni anche il modello sociale europeo. Sta crescendo un forte consenso tra socialisti e populisti ad isolarla per le sue esitazioni a dare una mano all’economia reale e ad incalzarla perché si rimbocchi le maniche dando il via a una campagna forte di aiuti di Stato al lavoro e alle imprese, all’economia reale, per farla uscire dai guai, un po’ come – contro ogni canone liberista – sta facendo già Nicolas Sarkozy.

Ma Merkel al fondo è davvero una liberista tanto che se la prende, anche esplicitamente, con la Fed e la BoE che, secondo lei, si starebbero piegando all’esigenza “politica” – sembra quasi credere alla favola che questi siano solo tecnici – di aiutare l’economia a scapito – teme – della stabilità della moneta (“bisogna rovesciare quel che queste banche hanno fatto – ha detto la prima settimana di giugno – ed è con grande scetticismo che ho visto i poteri della Fed, per esempio, e anche come in Europa la Banca d’Inghilterra si sia ritagliata il suo piccolo spazio”, creando liquidità.

Ma la verità, trasparente, è che il suo bersaglio vero era la BCE che Merkel critica… da destra, sospettando di vederla presto mollare anch’essa alle pressioni politiche di chi vuole che abbassi ancora i tassi e aumenti anche con altre misure il modo di fornire al sistema liquidità. E non a caso la Fed non è rimasta da sola a difendersi dall’attacco: la stessa Banca centrale europea è scesa in campo a rivendicare che autonomia significa essere autonomi pure da Bundesbank e Merkel (anche se ovviamente non erano proprio queste le parole che ha usato, questo era il senso).

Secondo diversi osservatori alla base di questo nervosismo tutto politico di Angela Merkel c’è il fatto che mentre le banche americane e inglesi sono state ormai costrette a ridimensionarsi drasticamente e, con l’aiuto dello Stato, anche a far fronte alla montagna dei loro debiti inesigibili, sul groppone della Germania – sulla finca dei debiti inesigibili dei libri delle banche tedesche – ci sono oltre 700 miliardi di € cui nessuno qui – o se è per questo spesso anche nel resto dell’Europa occidentale – ha mai fatto i conti.

E’ la montagna di debiti delle famiglie che c’è anche da noi, sono i crediti aperti verso e mai più rimborsabili dai paesi del’est europeo che potrebbero, realisticamente, anche rendere simile a una specie di zombie il sistema bancario tedesco-europeo e, date le resistenze ideologiche in Germania ma anche in Italia nei fatti ad aiutare l’economia reale, vedere convivere, alla giapponese anni ‘90, una debolissima posizione finanziaria con una disastrosa stagnazione dell’economia reale[166].

Günther Verheugen, il Commissario social-democratico tedesco all’Industria a Bruxelles, ha di recente parlato del sistema bancario del suo paese come del “campione del mondo del rischio[167], peggio – ha detto, con la sua solita verve italofoba – anche di quello italiano. Insomma, Merkel fa bene, farebbe bene, comunque a preoccuparsi...

Intanto, sul fronte orientale la Germania vuole consolidare i rapporti politici e strategici, oltre che economici, che ha con la Russia. Anche, e anzitutto, bilateralmente. Ma pure parlando, sapendo di poterlo fare, a nome di tutta l’Unione e, come scontato, allarmando un po’ gli “anti-sovietici” vecchio stampo che allignano dopo quasi vent’anni dalla scomparsa dell’Unione Sovietica nell’animo di molti governanti nell’Est europeo.

Così, parlando a Mosca alla Casa degli Scienziati, davanti a Medvedev, Putin e al suo omologo Lavrov, il social-democratico ministro degli Esteri, vice cancelliere tedesco e oppositore della Merkel alle prossime elezioni politiche, Frank-Walter Steinmeier, sottolineando che parlava a nome di tutto il governo tedesco, ha parlato della Russia come di un partner indispensabile per la Germania e per l’Unione europea e viceversa: “la cooperazione tedesco-russa, in tutti i campi e anche in quello strategico, deve diventare un modello di interazione, di unificazione del nostro potenziale per beneficiarne noi, voi e tutta l’Unione europea. Il tempo dei pregiudizi è tramontato e possiamo e dobbiamo trovare l’accordo sui punti di divergenza che, e se, esistono ancora[168]

Reagiscono freddamente, e anche abbastanza infantilmente, quanto del tutto informalmente gli ambienti vicini al Pentagono – ma sembra molto più responsabilmente al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca. Scrive un’Agenzia di solito ben più calibrata che “non si può incolpare il resto del mondo [il resto del mondo?!’!] se i commenti di Steinmeier vengono accolti con un po’ di apprensione: l’ultima volta che tedeschi e  russi’ unificarono il loro potenziale’, il risultato fu il patto Molotov-Ribbentrop che nel 1939 spartì l’Europa dell’Est tra Unione sovietica e Terzo Reich[169]— che francamente sembra un’osservazione tanto superficiale quanto stupida.

Però anche un poco allarmante perché evidenzia, ma in modo del tutto improprio ed improponibile, punti di vista – uno strategico americano e uno, forse, strategico tedesco-europeo – che cominciano a diversificarsi… o, per lo meno, a non dare più per scontato che il secondo si annulli nel primo del tutto pedissequamente e senza neanche discutere… e che, in un’Alleanza come la NATO, hanno entrambi diritto di cittadinanza piena, senza che il primo della classe si adombri.

uanto mai srudipda e fuori el righe

Due titoli[170], lo stesso giorno, sullo stesso grande giornale quotidiano, per una lettura opposta e che si annulla a vicenda, della questione Magna-Opel. Il primo recita: La Germania rassicurata dalla presa della Opel da parte di Magna…; il secondo dice: Resa fragile dalla crisi, Magna si offre un ancoraggio europeo[171]. Che dice esattamente il contrario (rassicurata…, fragilizzata…). E dice tutto sull’avventurismo di questa mossa… In buona sostanza, dopo che la FIAT ha detto no al rilancio voluto dal governo tedesco (300 milioni di $ cash, oltre agli impegni già presi), Merkel ha scelto i canadesi e, con loro, la banca russa Sberbank. Mentre montano le voci che parte della produzione di Opel potrebbe finire in impianti russi[172].

FRANCIA

La disoccupazione, nel primo trimestre del 2009, raggiunge l’8,7% dal 7,6 del quarto trimestre del 2008. E la ministra delle Finanze, Christine Lagarde, dice che è ragionevole aspettarsi una caduta del PIL di almeno il 3% nel 2009. Dove le parole chiave sono l’aggettivo ragionevole e l’avverbio almeno… cioè, tradotto, che il PIL calerà parecchio di più.

Il presidente Nicolas Sarkozy, manco fosse un Giuliano Cazzola qualsiasi, si preoccupa molto di preparare la strada alla riforma in pejus delle pensioni francesi. Usa come frangiflutti il ministro delegato alla ripresa economica ed ex segretario generale del suo partito, l’Unione del Movimento Popolare, UMP, di centro-destra, Patrick Devedjian.

E’ in totale sintonia con lui e spiega benissimo il punto di vista suo, e soprattutto quello del presidente, in un’intervista rilasciata a chi è già d’accordo e non va convinto[173] chiaramente tesa ad accreditare la Francia in America come un paese al nocciolo liberista: un’intervista di tipo canonico come quelle di quanti tanto facilmente parlano della necessità di ridurre salari e pensioni degli altri e mai dei loro: di quelli che fanno, cioè, i lavori meno pagati, più sporchi, più faticosi e, comunque, meno appetiti ed appetibili insomma, i riformisti, in realtà i controriformisti che militano sotto ogni bandiera.

Dice Devedjian: “Credo che l’età della pensione non smetterà ormai di crescere, progressivamente – è quel che dice anche il ministro Sacconi, no?, altro riformista ben noto: solo che, lui, opera in Italia, mica in Francia, e ha a che fare con il sindacato dei pensionati italiano, lui, mica con l’analogo ectoplasma francese; e, poi, noi la riforma già l’abbiamo fatta e più difficile sarà, dunque, inasprirla… – salendo a 612, 62, 63…

   Il problema è che cominciamo a lavorare sempre più tardi e la smettiamo, o almeno finora, la smettevamo, sempre più presto, mentre viviamo tutti sempre più a lungo. Come modello economico, è impossibile”.

Ma non è vero. Lasciamo stare sotto il profilo dell’equità, della giustizia sociale che è questione diciamo pure di classe, come ha ricordato di recente l’uomo più ricco del mondo, il miliardario americano Warren Buffet più di una volta, o diremo noi – ch e siamo ben più moderati – della scelta del con chi stare e con chi no, in ogni caso.

Proprio dal punto di vista del “modello economico”, come lo chiama Devedjian, se i lavoratori e i padroni – loro, però, non altri: non i Sacconi, insomma, né i Devedjian – scelgono di beneficiare della crescita di produttività che sotto forma di più tempo libero, di un incremento continuo dell’età del pensionamento e anche di un orario di lavoro più corto, invece che di aumenti di profitto anzitutto e anche di salario, magari, e il modello funziona.

E, dal punto di vista globale, siccome c’è una forte correlazione fra reddito e effetto serra, proprio sotto il profilo del necessario riequilibrio ambientale è estremamente desiderabile. Mentre davvero impossibile ormai sembra il modello economico che assume una continua crescita della popolazione mondiale e un tasso di sfruttamento in continuo aumento delle risorse finite del globo.

GRAN BRETAGNA

Nel primo trimestre del 2009 il PIL è sceso del 2,4% sul trimestre precedente  E, anno su anno, il declino ha fatto registrare il crollo maggiore da sempre[174].

Su un orizzonte che più cupo non potrebbe mostrarsi, lo 0,3% di crescita della produzione industriale in aprile (manifatturiero che, dopo un anno, aumenta un po’ per ricostituire scorte ormai in esaurimento e estrazione di più petrolio dal mare del Nord che il governo aveva ordinato, diciamo, quasi a prescindere) costituisce un piccolo barlume di luce.

Ma suonano anche come una misura un po’ artificiale e lasciano, in ogni caso, una produzione industriale in calo del 3,2% nell’ultimo trimestre (indicazione attendibile di una tendenza solidamente sottostante) e sotto del 12,6% rispetto allo stesso trimestre, febbraio-aprile, del 2008. La disoccupazione, ufficialmente calcolata all’inglese, adesso col New Labour come ieri coi tories, è salita al 7,2% nel primo trimestre rispetto al 6,5 dell’ultimo del 2008.

Quanto al quadro politico, se possibile, si fa ancora più nero per governo e Labour.                                                

Intanto, a inizio giugno, accelera la moria di parlamentari, di maggioranza come di opposizione, e anche di ministri (quattro, cinque compresi quello della Difesa e quella degli Interni che, in nota spese, aveva messo addirittura i film porno affittati su Internet dal marito…) costretti alle dimissioni – qui…: da noi rivendicando la privacy alla fine non succede mai niente del genere – per essersi appropriati ed aver speso per ragioni private (parties, colf, casette porno, mobili, ristrutturazioni…) soldi pubblici a titolo di rimborso spese ufficiali. Il primo ministro adesso è stato costretto a un rimpasto del Gabinetto che gli è costato molto e del quale avrebbe fatto volentieri a meno in un momento come questo.

Ma i peoni – come li chiamiamo noi – i backbenchers – come chiamano qui i deputati che siedono dietro la prima fila dei banchi dove è piazzato governo e leadership dell’opposizione – ma che vengono sempre scelti nelle primarie, a livello diremo noi di sezioni locali, magari indicati ma mai designati dal partito, ormai premono perché il governo se ne vada prima di luglio[175], lasciando almeno un filo di opportunità al partito che, altrimenti, pare ormai condannato da tutti i sondaggi a scomparire, o quasi.

Del resto, le elezioni locali del 5 giugno registrano un’ecatombe per i laburisti: crollano al rango di  terzo partito, dopo conservatori e liberal-democratici. E terzo partito restano anche con lo scrutinio delle europee (appena sopra il 15%), di gran lunga dietro i conservatori (quasi il 29%) e l’improbabile partito, dichiaratamente antieuropeo, dell’Indipendenza del Regno Unito (appena sopra il 17%).

E quella che sarebbe stata una rotta totale, una Waterloo vera e propria – ormai a meno di un anno dalla data ultima per la convocazione delle elezioni politiche: il 10 giugno 2010 – è stata evitata solo dalle vittorie a livello locale di alcuni partiti minori e estremisti che hanno tolto un po’ di voti, da destra, ai conservatori. La tentazione di rovesciare Brown, cambiare d’urgenza leadership per rinnovare nel partito un barlume di speranza (o forse un’illusione) nel partito, ora si potrebbe fare di nuovo irresistibile, dopo che un miniputsch era stato strozzato sul nascere con le dimissioni dal Gabinetto.

Solo che la spinta viene da destra, da chi dice tra i laburisti che Brown non è thatcheriano abbastanza: insomma che non è Blair. Viene, cioè, dalla parte sbagliata perché è quella dei lib-lab  che continua senza alcuna resipiscenza a rincorrere i conservatori che pianificano da bravi neo-lib lacrime e sangue, come sempre, solo per chi lavora risparmiando, come sempre, chi vive di rendita.

Questa potrebbe essere la ragione forte per cui forse il primo ministro tenterà di resistere: a costo di ingaggiare quello che, a questo punto, sarebbe un poco dignitoso e, probabilmente a questo punto, perdente braccio di ferro coi peones del partito: tirato tra la destra laburista blairista che lui stesso aveva aiutato l’ex premier a far prevalere alla Camera dei Comuni e la sinistra del partito che ormai, crisi “aiutando”, invece predomina nelle constituencies, alla base.

La ragione per cui, invece, forse potrebbe anche resistere è che, anche tra i maggiorenti più destri – per convinzione o anche solo per opportunismo – del partito, quelli più inclini al regicidio, c’è la sensazione che se, a questo punto, lo facessero fuori non avrebbero con chi credibilmente sostituirlo: e andrebbero davvero a un massacro ancora più massacrante alle politiche generali dell’anno prossimo. In cui ciascuno di loro, individualmente, sarà costretto a giocarsi il proprio futuro.

L’ala sinistra del Labour, invece, non vuole correre il rischio di una contro-scalata di destra che parta dal capo del partito, magari, e poi si scateni sulle politiche che più reazionarie è, con la paura dominante, meglio... Comincia così a sostenere che non c’è bisogno di cambiare il primo ministro, visto che si sta già emendando da solo: non è tanto lui che bisogna rimpiazzare, ma sono le politiche retrograde, appunto, che il partito troppo a lungo ha promosse[176]. E la parola d’ordine, il programma stesso del partito laburista, deve essere chiaro e succinto: lavoro e casa, per tutti.

Ma il problema vero del Labour è nelle esitazioni e nelle resipiscenze di Brown. Da mesi è convinto, e al G-20 di Londra di inizio aprile ha anche detto, che “le soluzioni di libero mercato non sono soluzioni perché non possono funzionare”, ma insiste sempre che non può venir messo fuori legge il mondo dei derivati, dei credit defaults, dei prestiti globali securizzati da niente se non dalla parola di chi li vende.

E, anche se non dà mostra di crederci più troppo – lui che negli anni di Blair, invece, era stato il grande ayatollah istigatore di tutte le liberalizzazioni selvagge – continua a restare attaccato alla dottrina ufficiale del New Labour della terza via di Sir Anthony Giddens, la favola che l’ineguaglianza si può anche battere aiutando i poveri sì, ma senza far male ai ricchi…

E questo è il nodo: che malgrado il crollo dell’economia e malgrado la crisi politica profondissima, il primo ministro non ce la fa proprio a buttare a mare tutto il vecchio retaggio che non gli sta – non gli potrà mai – guadagnare i favori dei moderati (meglio l’originale, allora…) e gli sta alienando, invece, la grandissima parte della base del suo partito. La tragedia, qui un po’ come da noi, è che se la sinistra di questo paese – chiamiamola pure così – meriterebbe certo di perdere, non meriterebbe davvero di vincere – neanche qui – la destra.

Anche se, qui, quella ufficiale è magari un po’ più decente. Ma neanche tanto, poi, e comunque non formalmente. I tories inglesi hanno in effetti anche deciso di uscire dal PPE – troppo poco di destra e, poi, in fondo anche troppo europeista – e di andare a far gruppo parlamentare coi suoi 26 seggi con la destra estrema europea (in tutto, così, 55 deputati: formalmente si chiamerà dei Conservatori e Riformisti, per dire di quanto sia sceso in basso non solo nel merito, ma ormai anche nel nome il senso di quest’ultimo termine): un gruppo di antieuropeisti convinti, che va dai neonazisti appena mascherati agli omofobi ope legis dell’ex primo ministro polacco Jaroslaw Kaczynski, gemello del presidente, del partito di Legge e Giustizia[177].  

GIAPPONE

La Banca centrale ha deciso all’unanimità di lasciare il tasso di interesse ufficiale allo 0,1%, dove è da dicembre[178].

Il PIL si è contratto del 14,2%, anno su anno, nel primo trimestre— appena meno della prima stima nella misurazione ufficiale ma, in ogni caso, il crollo maggiore di sempre. Rispetto all’ultimo trimestre del 2008, il calo è stato leggermente più contenuto anch’esso, al 3,8 invece che al 4% previamente annunciato[179].

L’attivo dei conti correnti resta, ma cala del 54,5% a 630,5 miliardi di yen (4,59 miliardi di €), rispetto all’aprile dell’anno prima. Ha inciso ovviamente la caduta dell’export (-40,6% in aprile, dopo il -50,4 e il -46,5 a marzo, sempre sugli stessi mesi dell’anno precedente) che, per il terzo mese consecutivo, ha ridotto il surplus dei conti correnti. L’import ad aprile è caduto dello stesso valore di marzo, del 37,8%[180].

La proposta di legge votata dalla Dieta che chiede la restituzione delle isole Curili[181] al Giappone da parte della Russia, dice il ministero degli Esteri russo, “è inappropriata oltre che inaccettabile”. La mozione che definisce le Curili come “territorio storico nipponico” chiede al governo di mettere in moto “passi concreti per il loro ritorno”.

Le 56 isolette che, lungo 1.300 km, formano l’arcipelago omonimo sono tutte sotto sovranità russa, con le quattro più meridionali, vicine al Giappone, e occupate dall’Armata Rossa alla fine della seconda guerra mondiale, che costituiscono la materia del contendere tra i due paesi.

Nel respingere come del tutto irricevibile la contestazione giapponese, Sergei Naryshkin, il capo dello staff del presidente russo Medvedev, ha aggiunto che, se il primo ministro nipponico Taro Aso ne vuole parlare – “senza avanzare improprie rivendicazioni, però, e in un’atmosfera tranquilla” – il presidente, comunque, non rifiuterà di ascoltarlo ai margini del G-8 dell’Aquila[182].


 

[1] ISTAT, 10.6.2009, Conti economici trimestrali - I trimestre 2009 (cfr. www.istat.it/).

[2] Agenzia Reuters, 20.6.2009, Crisi, Confcommercio: in 2010 Pil pro capite inferiore a 2001 (cfr. http://borsaitaliana .it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE55J05H20090620/): per il testo integrale, Ufficio Studi Confcommercio, Terzo Rapporto sullo stato del Commercio in Italia, 6.2009, cfr. www.confcommercio.it/home/Centro-stu/Rapporto-sul-Terziario_sito.pdf/).

[3] Vedi Stimulus Packages Comparisons— I pacchetti di stimolo a confronto (dati del FMI), 10.3.2009 (cfr. http://topforeignstocks.com/2009/03/10/stimulus-packages-compari son-us-stimulus-is-the-largest/); cfr. anche  Nota congiunturale 6-2009, Nota32, p.11.

[4] Cfr. ISTAT, 25.6.2009, Comunicato stampa:La rilevazione sulla disoccupazione è ampia e affidabile (http://www.istat .it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090626_00/).

[5] ArabianBusiness.com, 19.6.2009, Kuwait do deport expats Il Kuwait deporterà gli espatriati (cfr. www.arabianbusiness. com/index.php?option=com.view=list/); e Stratfor, 29.1.2009, Kuwait: Government Considers Deporting 500,000 Foreign Workers - ReportIl governo considera la deportazione di 500.000 lavoratori stranieri (cfr. www.stratfor.com/sit rep /20090629_kuwait_government_considers_deporting_500_000_foreign_workers_report).

[6] Global Development Finance 2009 Sviluppi della Finanza Globale, 22.9.2009 (cfr. http://web.worldbank.org/WBSITE/ EXTERNAL/EXTDEC/EXTDECPROSPECTS/EXTGDF/EXTGDF2009/0,,contentMDK:22218327~menuPK:5924239~pageP

K:64168445~piPK:64168309~theSitePK:5924232,00.html/).

[7] New York Times, 23.6.2009, B. Wassener, World Bank Cuts Forecast for Developed Economies La Banca mondiale taglia le previsioni per tutte le economie sviluppate.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.    

[8] The Economist, 13.6.209.

[10] MENA FM.com, 13.6.2009, China’s crude oil imports up 5.5% in May In crescita del 5,5% le importazioni di greggio petrolifero in Cina (cfr. www.menafn.com/qn_news_story_s.asp?type=all&storyid=1093253249/).

[11] BP Statistical Review of World Energy 2009, 6.2009 (cfr. www.bp.com/liveassets/bp_internet/globalbp/globalbp_uk_ english/reports_and_publications/statistical_energy_review_2008/STAGING/local_assets/2009_downloads/statistical _review_of_world_energy_full_report_2009.pdf/).

[12] New York Times, 12.6.209, D. Jolly, Higher Forecast for Demand Pushes Up Oil Prices La previsione in rialzo della domanda spinge in su i prezzi del greggio.

[13] Cfr. New York Times, 10.5.2009, K. Bradsher, China Far Outpaces U.S. in Cleaner Coal-Fired Plants La Cina è molto più avanti degli USA nella costruzione di centrali energetiche a carbone più pulito; e, ancora, Guardian, 11.6.2009, I. Hilton, China shakes off image as climate criminal with green revolutionLa Cina si scuote di dosso l’immagine di criminale climatica della rivoluzione verde.

[14] Drumbeat, 12.6.2009, The coming U.S.-Saudi fight over "energy independence" Lo scontro americano-saudita in arrivo sulla “indipendenza energetica” (cfr.www.theoildrum.com/node/5483/).

[15] Guardian, 5.6.2009, G. Wearden, Rio agrees deal with rival BHP La Rio Tinto si accorda con la rivale BHP [togliendo al governo la castagna del dover dire no alla Cina ma, probabilmente, venendone anche assorbita di qui a poco tempo].

[16] New York Times, 2.6.2009, M. Wines, Australia Feels Chill as China’s Shadow Grows— L’Australia sente freddo all’ombra crescente della Cina..

[17] The Lion of the desert, film 1981, regia Moustapha Akkad, con A. Quinn e O. Reed. E’quell’Omar al-Mukhtar che Gheddafi ha sfoggiato sull’uniforme nella visita a Roma come giusto schiaffo al fascismo e al colonialismo italiano, la cui impiccagione fu voluta da Mussolini e fatta eseguire il 16.9.1931dal maresciallo Graziani. Per la storia completa di questa nefandezza del colonialismo nostrano, cfr. Nigrizia, 1.4.1998, A. Del Boca, Omar al-Mukhtar, eroe della resistenza libica.

[18] New York Times, 3.6.2009. D. Morrison, Who Really Won Tiananmen? Ma chi ha vinto davvero a Tien An.-men?

[19] Taiwan Today, 26.6.2009, Regular cross-strait flights begin end of August— Voli regolari oltre lo Stretto [di Formosa] cominciano a fine agosto (cfr. http://taiwanjournal.nat.gov.tw/ct.asp?xitem=53312&CtNode=416/).

[20] Agenzia Xinhua— Nuova Cina, 15.6.2009, Foreign investment freefall eases in China In Cina, rallenta la caduta libera degli investimenti diretti esteri (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2009-06/16/content_11549288.htm/).

[21] The Economist, 13.6.209.

[22] National Bureau of Statistics - China, 10.6.2009, Consumer Price Index (CPI) Declined in May— In calo, a maggio, l’Indice dei prezzi al consumo (cfr. www.stats.gov.cn/enGliSH/newsandcomingevents/t20090610_402564548.htm/).

[23] Agenzia Bloomberg, 12.6.2009, China New Lending Doubles, Industrial Output Quickens— In Cina, raddoppia il credito erogato e accelera la produzione industriale (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aw218VX_sBFM/).

[24] Bloomberg, 11.6.2009, China’s Exports Fall by Record After Global Demand Dries Up— Le esportazioni, con il prosciugamento della domanda globale, crollano al record in Cina (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601080&sid= al8v4wR00eSo/).

[25] New York Times, 10.6.2009, China’s Commodity Buying Spree— Ondata di acquisti di materie prime da parte della Cina.

[26] Finanzaonline.com, 10.6.2009, Libici e cinesi a caccia di ENEL (cfr. www.finanzaonline.com/forum/showthread php ?t=1073478/).

[27] The Economist, 13.6.209.

[28] The Economist, 13.6.209.

[29] Clarin, 28.6.2009, G. dos Santos Coelho, Nuevo mapa político tras la fuerte derrota que sufrió el kirchnerismo a nivel nacional— Nuova mappa politica dopo la dura sconfitta sofferta dal kirchnerismo a livello nazionale (cfr. www.clarin.com/diario /2009/06/28/um/m-01948682.htm/). 

[30] Il Sole 24 Ore, 31.5.2009, N. Ferguson, Rissa tra studiosi [Il Sole, chissà perché, da ampio spazio a questo polemista, ma non alle considerazioni di Krugman dalle quali lui parte…; per le argomentazioni di Krugman su La grande paura dell’inflazione The Big Inflation Scare , cfr. New York Times, 29.5.2009; sul suo punto di vista – implacabilmente demolitorio – delle osservazioni dell’incauto Ferguson (ripetute poi tali e quali nell’articolo pubblicato da Il Sole), cfr. già il suo blog, sempre sul NYT, 2.5.2009, sotto il titolo consueto La coscienza di un liberal: in ogni caso, se “rissa” significa per definizione, come significa, litigare in due, qui a litigare è solo Ferguson…].

[31] EUROSTAT, 16.6.2009, Euro area inflation down to 0.0%; EU down to 0.7%— L’inflazione allo 0% nell’eurozona e allo 0,7 nell’Unione a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-16062009-BP/EN/2-16062009-BP-EN.PDF/).

[32] le Monde, 30.5.2009, P. A. Delhommaise, L’Europe s’inquiète des riques de déflation prolongée (cfr. www.lemonde. .fr/web/imprimer_element/0,40-0@2-3234,50-1200219,0.html/).

[33] EUROSTAT, 3.6.2009, Euro area GDP down by 2.5% and EU27 GDP down by 2.4%— Il PIL cala del 2,5% nell’eurozona e del 2,4 nell’Unione a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-03062009-BP/EN/2-03062009-BP-EN.PDF/).

[34] The Economist, 13.6.2009.

[35] EUROSTAT, 25.6.2009, Euro area industrial new orders down by 35.5 y/y and 1% m/m in euro area Gli ordinativi industriali nell’eurozona scendono del 35,5% anno su anno e dell’1% mensilmente (cfr.  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ ITY_PUBLIC/4-25062009-AP/EN/4-25062009-AP-EN.PDF/).

[36] EUROSTAT, 12.6.2009, Euro area industrial production declined by 21.6%; EU27 by 19.4% La produzione industriale nell’eurozona cala del 21,6%; nell’UE a 27 del 19,4% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-12062009-AP/EN/4-12062009-AP-EN.PDF/).

[37] EUROSTAT, 2.6.2009, Euro area unemployment up to 9.2%; EU27 up to 8.6% La disoccupazione nell’eurozona sale al 9,2%; nell’UE a 27 all’8,6% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-02062009-AP/EN/3-02062009-AP-EN.PDF/).

[38] New York Times, 4.6.2009, M. Saltmarsh, European Central Banks Hold Rates Steady Le banche centrali europee tengono fissi i tassi [oltre alla BCE, anche quella d’Inghilterra] (e per il testo del comunicato e della conferenza stampa “giustificatoria” di Trichet, cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2009/html/is090604.en.html/).                                

[39] New York Times, 24.6.2009, D. Jolly, Central Bank Lends Record Amount in Europe— La Banca centrale presta un ammontare record di liqudità all’Europa.

[40] The Economist, 20.6.2009.

[41] Stratfor, 18.6.2009, EU: Leaders Agree On Financial Reforms I leaders dell’Unione europea si accordano [bé, si fa per dire…] sulle riforme finanziarie (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090618_eu_leaders_agree_financial_reforms/).

[42] Instituto nacional estadistico de España, 20.5.2009 (cfr. www.ine.es/prensa/cntr0109.pdf/).

[43] Instituto nacional estadistico de España, 5.6.2009 (cfr. www.ine.es/daco/daco42/daco422/ipi0409.pdf/).

[44] FOREXPROS.com, 22.6.2009, Spain to review all taxes as deficit spirals-govt— Il governo annuncia che, con la spirale del deficit in aumento, la Spagna rivedrà tutte le aliquote (cfr. www.forexpros.com/news/financial-news/spain-to-review-all-ta xes-as-deficit-spirals--govt-64809/).

[45] BBC, 8.6.2009, S&P cuts Irish debt rating again— S & P svaluta ancora una volta il debito irlandese (cfr. http://news.bbc. co.uk/2/hi/business/8089307.stm/).

[46] Stratfor, 12.6.2009, Hungary: $2.1 Billion EU Bailout Loan Taken In Ungheria, incassati 2,2 miliardi di € del prestito dell’UE (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090612_hungary_2_1_billion_eu_bailout_loan_taken/).

[47] Kyiv Post, 31.5.2009, Ukrainska Pravda: Tymoshenko, Yanukovych reach preliminary agreement on coalition, constitution Secondo Ukrainska Pravda, Tymoshenko, Yanukovych raggiungono un accordo preliminare su coalizione e costituzione (cfr. www.kyivpost.com/nation/42497/print/). 

[48] Agenzia ITAR-Tass, 5.6.2009, Viktor Yushchenko urges West to help prevent "constitutional coup" Viktor Yushenko preme sull’occidente perché, lo  aiutl a prevenire un golpe costituzionale (cfr. http://itar-tass.com/txt/eng/level2html?NewsID =140 17814&PageNum=0/).

[49] KyivPost, 4.6.2009, Ukraine economy down 21 percent in first quarter— L’economia dell’Ucraina cala del 21% nel primo trimestre (cfr. www.kyivpost.com/nation/42791/).

[50] Agenzia RIA Novosti, 8.6.2009, Ukraine pays in full for gas supplied in May - Gazprom— L’Ucraina paga tutto il gas ricevuto a maggio da Gazprom (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090608/155196967.html/).

[51] The Times, 23.6.2009, European gas war looms as Ukraine seeks cash to pay Gazprom for July deliveries— La guerra europea per il gas di nuovo all’orizzonte con l’Ucraina alla ricerca di soldi liquidi per pagare le forniture di luglio (cfr.  http://busines s.timesonline.co.uk/tol/business/industry_sectors/natural_resources/article6558055.ece/).

[52] Reuters, 25.6.2009, EU, Gazprom, Naftogaz to meet on gas loan on Monday La UE, Gazprom, Naftogaz si incontrano lunedì per un prestito sul gas (cfr. http://www.reuters.com/article/rbssEnergyNews/idUSLP86894520090625/). 

[53] Agenzia Stratfor, 1.6.2009, Estonia: Government Coalition Talks Collapse Falliscono i colloqui sul nuovo governo di coalizione in Estonia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090602_estonia_government_coalition_talks_collapse/).

[54] The Economist, 6.6.2009.

[55] The Economist, 13.6.2009.

[56] KUNA (Kuwait News Agency), 6.5.2009, Strategic weapons main topic of discussion with Obama - Medvedev— Medvedev: gli armamenti strategici principale tema di discussione con Obama (cfr. www.kuna.net.kw/NewsAgenciesPublic Si te/ArticleDetails.aspx?id=2004870&Language=en/).

[57] ITAR-Tass, 19.6.2009, Russia-NATO Corfu meeting may signal resumption of military cooperation— L’incontro Russia-NATO di Corfù potrebbe dare il via alla ripresa della cooperazione militare (cfr. http://itar-tass.com/eng/level2.html? NewsID=14068946&PageNum=0/).

[58] Agenzia Xinhua— Nuova Cina, 28.6.2009, NATO and Russia agree to resume military-to-military contacts— NATO e Russia riprenderanno i contatti tra gli stati maggiori militari (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2009-06/28/content_ 1161 2743.htm/).

[59] Reuters, 29.6.2009, Russia, U.S. may sign Afghan military cargo deal— Russia e USA potrebbero firmare un accordo per il trasporto di materiale militare in Afganistan (cfr. www.reuters.com/article/latestCrisis/idUSLT186606/).

[60] Stratfor, 29.6.2009, U.S.: Mullen Visits Poland For Anti-Missile Shield TalksUSA: Mullen in visita in Polonia per colloqui sullo scudo antimissili (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090629_u_s_mullen_visits_poland_anti_ missile_ shield _ talks/).

[61] RIA Novosti, 29.6.2009, UN mission to withdraw from Abkhazia by July 15— La missione dell’ONU si ritira dall’Abkazia entro il 15 luglio (cfr. http://en.rian.ru/world/20090629/155382439.html/); e Global security.org, (cfr. www.globalse cu ri ty.org/military/library/news/2009/06/mil-090629-rianovosti06.htm/).

[62] Zee Beam News, 8.6.2009, Foreign Investment in Russia down 30% to $12bn in 1Q09— Gli investimenti diretti esteri calano in Russia del 30% nel primo trimestre 2009 (cfr. http://zeebeam.blogspot.com/).

[63] New York Times, 24.6.2009, A. E. Kramer, Russia Facing Long Recession,World Bank SaysLa Russia di fronte a  una recessione prolungata, dice la Banca mondiale; e, per il testo del capitolo sulla Russia, cfr. Nota3.

[64] Guardian, 15.11.2008, E. Pilkington, The G20: Who is there and how desperate are they? I G20: chi sono e quanto sono disperati? [una tavola sinottica dei debiti e degli assets di ciascuno dei G-20 che stavano per partecipare al vertice di Washington, l’ultimo di Bush] (cfr. www.guardian.co.uk/business/2008/nov/15/economics-globaleconomy/); e RIA Novosti, 15.11.2008, Russian national debt lowest of all G20 countries Il debito nazionale russo è il più basso di tutti i G-20 (cfr. http://en.rian.ru/business/20081115/118335408-print.html/).

[65] B≡92News, 19.6.2009, Brussels new delay: Serbia access pushed back to the future - We want the whole deal, says Božidar Đelić Il nuovo ritardo di Bruxelles: l’adesione della Serbia rinviata al futuro - Vogliamo l’accordo pieno, dice [il vice primo ministro serbo] Božidar Đelić (cfr. www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2009&mm=06&dd=21&nav_ id=59970/). 

[66] BalkanInsight.com, 19.6.2009, Summit of leaders under way in Novi Sad— Vertice dei capi di Stato in corso a Novi Sad (cfr. http://balkaninsight.com/en/main/news/20369/).

[67] Agenzia Javno (Zagabria), 19.6.2009, Europe Gives Up, Border Is Bilateral Issue— L’Europa si arrende, il confine è affare bilaterale (cfr. www.javno.com/en-croatia/europe-gives-up-border-is-bilateral-issue_266427/).

[68] The Economist, 13.6.2009.

[69] EU Observer, 19.6.2009, H. Mahony, EU leaders give unanimous support to Barroso reappointmentI leaders della UE danno il loro sostegno unanime alla ridesignazione di Barroso (cfr. http://euobserver.com/9/28336/).

[70] New York Times, 9.6.2009, S. Erlanger, Economy Shows Cracks in European Union L’economia evidenzia le spaccature esistenti nell’Unione europea.

[71] Guardian, 14.6.2009, W. Hutton, intervista a Paul Krugman, Fear for a lost decade— Paura per un decennio perduto

[72] New York Times, 15.6.2009, P. Krugman, Stay the course— Tenere ferma la rotta.

[73] Washington Post, 14.6.2009, S. Wilson, Concern Mounts In White House As 2010 Elections Loom.

[74] Stratfor, 9.6.2009, Europe: Ministers Agree To Start Budget Consolidation Europa: i ministri [delle Finanze] concordano di dar inizio al consolidamento fiscale (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090609_europe_ministers_agree_start_ budget_consolidation/).

[75] New York Times, 24.6.2009, Durable Goods Report Gives Wall Stret a Lift— Il rapporto sui beni durevoli dà una spintarella a Wall Street; US Census Bureau, 24.6.2009, Highlights From The Advance Report On Manufacturers' Shipments, Inventories, And Orders— Punti salienti del Rapporto preliminare sulle spedizioni di manifatturati, sulle scorte e sugli ordini (cfr. www.census.gov/indicator/www/m3/). 

[76] Guardian, 1.6.2009, D. Baker, Economic recovery is wishful thinking— La ripresa economica è un pio desiderio.

[77] The Market Oracle, 23.10.2008, S&P500 Stock Market Crash Compared to Nikkei Index L’indice S&P500 e il suo crollo a paragone con quello dell’indice Nikkei (cfr. www.marketoracle.co.uk/Article6937.html/).

[78] The Business Insider, 5.3.2009, How Low Can the Market Go?— Ma quanto può scendere la borsa? (cfr. www.business insider.com/new-low-on-shiller-pe-12x-normal-trough-low-is-8x-2009-3/).

[79] Cfr. Nota56, qui sopra.

[80] New York Times, 6.6.2009, A. E Kramer, Russian Warns Against Relying On Dollar Il russo [bè, non proprio l’ultimo arrivato tra i russi, no?] mette in guardia dal fidarsi troppo del dollaro.  

[81] The Economist, 6.6.2009.

[82] Washington Post, 31.5.2009, R. K. Bank, GM Is Sunk. Just Ask the Merchant Marine— La GM va a fondo. Chiedetelo alla marina mercabtile [che è andata a fondo da anni, per le stesse ragioni: questo è il concetto] (cfr. www.washington post.com/wp-dyn/content/article/2009/05/ 29/AR2009052901551.html/).

[83] New York Times, 10.6.209, M. J. de la Merced, As Court Clears Path, Chrysler Is Set to Exit Bankruptcy La Chrysler già pronta a uscire già dal fallimento, dopo la sentenza della Corte; il teso della sentenza – una secca pagina e mezzo di motivazione – con cui la Corte Suprema dice no a fermare lì’accordo in cfr. http://graphics8.nytimes.com/packages/ pdf/business/20090609-chrysler-supremecourt.pdf/).

[84] New York Times, 1.6.2009, M. J. de la Merced, Judge Clears Way for Sale of Chrysler to Fiat Il giudice sgombera il terreno per la vendita della Chrysler alla FIAT [bè, col 20% delle azioni, per modo di dire, vendita…].

[85] New York inìmes, 11.6.2009, M. Maynard, Questions About New Chrysler? Here Are Some Answers— Domande sulla nuova Chrysler? Ecco qualche risposta.

[86] Msnbc.comNewsServices, 1.6.2009, Humbled GM files for bankruptcy protection Umiliata, la GM ricorre alla protezione del tribunale fallimentare (cfr. www.msnbc.msn.com/id/31030038/).

[87] The Economist, 6.6.2009.

[88] P. F. Drucker, Concept of the Corporation - A study of General Motors La concezione della corporation – Uno studio della General Motors, 1946.

[89] Guardian, 12.6.2009, J. Stiglitz, America's socialism for the rich.

[90] Department of Commerce, 17.6.2009,US International Transactions: First Quarter— Primo trimestre (cfr. www.bea. gov/newsre leases/international/transactions/transnewsrelease.htm/).

[91] New York Times, 6.6.2009, F. Norris, Spending Drops and the Savings Rate Marches Higher La spesa cala e il tasso di risparmio sale più in alto.

[92] Dipartimento del Commercio, Bureau of Economic Analysis, 1.6.2009, Personal Income Reddito personale, 5.2009 (cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/pi/2009/pi0409.htm/).

[93] New York Times, 17.6.2009, J. Healy, Slight Rise in Consumer Prices in May Leggero aumento dei prezzi al consumo a maggio.

[94] Cfr. Nota73, qui sopra.

[95] The Economist, 20.6.2009.

[96] The Economist, 27.6.2009.

[97] New York Times, 5.6.2009, P. S. Goodman e J. Healy, Joblessness Hits 9.4%, but Losses Slow -Easing Pace of Job Losses in May Fuels Hopes for Recovery— La disoccupazione tocca il 9,4%, ma la perdita di posti di lavoro rallenta – e il ritmo più lento a maggio alimenta speranze di ripresa; Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics,5.6.2009, Employment Situation Summary (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); vedi anche il commento dell’Economic Policy Institute di Washington, D.C. (EPI), 5.6.2009. H. Schierholz, Jobs Picture -Being down so long, it looks like up to me— Quadro dell’occupazione - Così a lungo al ribasso che mi sembra quasi al rialzo (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobspictu re20090605/).    

[98] New York Times, 17.6.2009, S. Labaton, Obama Sought a Wide Range of Views on Finance Rules Obama ha consultato un ampia gamma di punti di vista sulla regolazione finanziaria.

[99] Washington Post, 17.6.2009, B. Appelbaum e D. Cho, Obama Blueprint Deepens Federal Role in Markets— Il progetto di Obama dà maggiore importanza al ruolo del governo federale sui mercati: per il testo integrale (sono 101 pagine fitte solo di “primo schema di proposta”), peraltro assai sibillino qua e là (cfr. http://documents.nytimes.com/obama-s-plan-for-financial-regulatory-reform#p=101/).

[100] New York Times, 17.6.2009, E. Dash, Overhaul Leaves Rating Agencies Largely Untouched— La riforma praticamente lascia intatte le agenzie di rating.

[101] New York Times, 28.6.2009, J. M. Broder, Obama Opposes Trade Sanctions in Climate Bill— Obama contro l’imposizione di sanzioni commerciali nella legge sul clima.

[102] New York Times, 26.6.2009, J. M. Broder, House Passes Bill to Address Threat of Climate Change— La Camera passa la legge che cerca di regolare la minaccia del cambiamento climatico.

[103] Fourth Geneva Convention, 12.8.1949, Sez III, art.49 (cfr. www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/ History/Human_ Rights/geneva1. html/).

[104] Haa’retz, 31.5.2009, B. Ravi, Israeli ministers: No West Bank settlement freeze I ministri di Israele:nessun congelamento degli insediamenti in Cisgiordania (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1089247.html/).

[105] The White House, 4.6.2009, testo del discorso del presidente Obama al Cairo (cfr. www.whitehouse.gov/the_ press_ office/Remarks-by-the-President-at-Cairo-University-6-04-09/).

[106] Guardian, A. Abunimah [fondatore del blog Electronic Intifada e sostenitore della tesi di un solo Stato, si capisce democratico, per palestinesi e israeliani], 4-6-2009, A Bush in sheep’s clothing.

[107] Sono le parole con cui sintetizza l’offerta lo statista e negoziatore palestinese Fuad Siniora, l’11.5.2007 sul New York Times.

[108] Washington Times, 12.6.2009, E. Lake, Netanyahu yields on Palestinian sovereignty—Netanyahu molla sulla sovranità dei palestinesi [affermazione ridicola, a vedere la sostanza di quello che dice…] (cfr. http://washingtontimes.com/ news/2009/jun/12/exclusive-israel-sets-conditions-for-palestinian-s/?feat=home_headlines&/).

[109] Ha’aretz, 14.6.2009, testo integrale del discorso di Bar Elan (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1092810.html/).

[110] Ha’aretz, 14.6.2009, Palestinians: Netanyahu is 'sabotaging' peace efforts I palestinesi: Netanyahu sta ‘sabotando’ ogni sforzo di pace (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1092713.html/).

[111] CNN.com, 14.6.2009, Palestinian legislator: Netanyahu endorsed ‘ghetto’ Deputato palestinese asserisce che Netanyahu chiede un ‘ghetto’ (cfr. http://cnnwire.blogs.cnn.com/2009/06/14/palestinian-legislator-netanyahu-endorsed-ghetto/).

[112] Guardian, 15.6.2009, R. McCarthy, Jimmy Carter to meet Hamas leaders after criticising Israeli PM Jimmy Carter incontrerà i leaders di Hamas dopo aver criticato il primo ministro di Israele [che collega nel titolo, subdolamente, due cose del tutto separate… e secondo noi entrambe corrette].

[114] Corriere della sera, 6.6.2009, E. Rosaspina, Elezioni in Libano, esulta il fronte antisiriano.

[115] The Star (Beirut), 10.6.2009, N. Ladki, Hezbollah says ready to open new page in Lebanon— Gli Hezbollah si dichiarano pronti a voltare pagina in Libano (cfr. http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2009/6/10/worldupdates/ 2009-06-10T194331Z_01_NOOTR_RTRMDNC_0_-402249-1&sec=Worldupdates/).

[116] Guardian, 13.6.2009, J. Denselow, Hezbollah still holds sway in Lebanon Gli Hezbollah sono ancora i padroni in Libano.

[117] Washington Post, 26.6.2009, N. Ladki, Lebanon's Hariri set to become prime minister— Hariri diventa primo ministro in Libano.

[118] Guardian, 9.6.2009, N. Noe, The US must help HaririGli Stati Uniti devono aiutare Hariri.

[119] The Economist, 13.6.2009.

[120] Per esempio da chi, come Eliott Abrams, per gli USA di Bush e prima quelli di Reagan ha giocato i ruoli più sporchi della politica estera imperiale e muscolosa, anche criminale— i contras in Nicaragua, per citare soltanto un caso per il quale, tra l’altro, era anche stato condannato dai tribunali americani (se cercate il suo nome su Google, trovate tutto…): cfr. New York Times, 11.6.2009, E. Abrams, Lebanon’s Triumph, Iran’s Travesty—Il trionfo del Libano, la farsa dell’Iran.

   Gente come questa – come Abrams, l’anima nera di Reagan per la guerra dei contras, come Wolfowitz per l’invasione e la guerra dell’Iraq, come Bolton e altri contro l’Iran e, ora, in modo appena più soft, anche come alcuni dei consiglieri attuali del presidente Obama – per esempio, quel David Ross che passa adesso alla Casa Bianca dal Dipartimento di Stato ed è il vero uomo di Israele a Washington, molto più efficace dell’ambasciatore di Tel Aviv – è convinta all’unisono del dovere, non solo del diritto, dell’America di impicciarsi e di regolare gli affari degli altri.

   Un nuovo libro di un esperto vero, Neil MacFurquhar del NYT, dal titolo curioso e accattivante (The Media Relations Department Of Hizbollah Wishes You A Happy Birthday— Il Dipartimento per i rapporti con i media degli Hezbollah Vi augura un buon compleanno, PublicAffairs, 2009), racconta una marea di esempi sule conseguenze di questa mania missionaria e conclude, adesso, che “ogni volta che l’America ha cercato di imporre il cambiamento da fuori , ha portato al disastro (l’Iraq) o all’incancrenirsi dello status quo (Egitto, Arabia saudita e molti altri posti in tutto il Medio oriente”...

   Ogni volta…

[121] Su You Tube, in data 3.6.2009, compare tutto il dibattito (affascinante!) in nove puntate (con un complesso ma, alla fine, accessibile meccanismo di traduzione in inglese (cfr. www.youtube.com/watch?v=YvR1rHiqEwI/).

[122] New York Times, 7.6.2009, R. F. Worth, In Iran, Harsh Talk as Election Nears— In Iran, mentre si avvicinano le elezioni si inasprisce il dibattito.

[123] Vedi il ritratto di intransigenza reale, col guanto un po’ – solo un po’ – più di velluto, che ne ha tessuto, fatti e prove alla mano, TIME Magazine, 12.6.2009, A. Altman, Iran's Challenger: Mir-Hossein Mousavi— Iran: lo sfidante, Mir-Hossein Mousavi (cfr. www.time.com/time/world/article/0,8599,1904194,00.html/).

[124] Foreign Policy, 6.2009, R. Alaaldin [studioso e ricercatore per le questioni mediorientali della London School of Economics and Political Science], Imagining President Mousavi— Immaginandosi il presidente Mousavi (cfr. www.foreignpolicy.com/ story/cms.php?story_id=5013/).

[125] New York Times, 14.6.2009, B. Keller, Wide Reverberations as Door Is Slammed on Hopes of Change— Importanti riflessi col chiudersi della porta al cambiamento [che non è proprio un titolo, come non lo è tutto l’articolo, diciamo, “obiettivo”].

[126] New York Times, 13.6.2009, R. Mackey, Landslide or Fraud? The Debate Online Over Iran’s Election Results Una valanga di voti o una frode? Il dibattito on-line sui risultati delle elezioni in Iran.

[127] Washington Post, 15.6.2009, K. Ballen e P. Doherty, The Iranian People Speak— Parla il popolo iraniano. [il sondaggio della NAF cui questo articolo si riferisce appare, integrale – ed è una lettura affascinante – in cfr. www.terrorfreetomorr ow.org/upimagestft/TFT%20Iran%20Survey%20Report%200609.pdf/. La conclusione principale del sondaggio è già nel titolo, in apparenza pure contraddittorio dato a questa ricerca dalla NAF stessa: Ahmadinejad Front Runner in Upco ming Presidential Elections vigilia delle presidenziali iraniane, gli iraniani continuano ad appoggiare sia il compromesso che migliori relazioni con gli USA e l’occidente.

[127] Informed Comment, 13. 6.2009, J. Cole (cfr. www.juancole.com/2009/06/stealing-iranian-election.html/): J. Cole è un accademico americano di stampo dichiaratamente, e anche provocatoriamente, progressista; la sua “attendibilità” sull’Iran è però, come dire, inficiata dalla profonda sensibilità e conoscenza che ha della religione ba’hai, una variante  dell’islamismo nata in Iran due secoli fa e che quel paese considera ufficialmente eretica, vietandone la professione e perseguitandola… L’effetto è che sull’Iran, di cui conosce benissimo lingua farsi e storia millenaria, Cole ha una posizione di cui si vergogna anche, ma che è chiaramente vicina a quelle ufficiali degli USA.

[127] New;Iranians Continue to Back Compromise and BetterRelations with US and West— Ahmadinejad è in testa alla vigilia delle presidenziali iraniane, gli iraniani continuano ad appoggiare sia il compromesso che migliori relazioni con gli USA e l’occidente.

[128] Guardian, 18.6.2009, S. Milne, These are the birth pangs of Obama’s new regional order— Questi sono i dolori della nascita del nuovo ordine regionale di Obama.

[129] Guardian, 26.6.2009, S. Baharan, Fear, danger and a coming doom: my return to Iran— Paura, pericolo e la sciagura che incombe: il mio ritorno in Iran.

[130] Guardian, 19.6.2009, J. Kucera, The revolution will not be Twittervised La rivoluzione non sarà vista in Twittervisione .

[131] New York Times, 29.6.2009, B. Stelter, —Journalism Rules Are Bent in News Coverage From Iran.

[132] Informed Comment, 13. 6.2009, J. Cole (cfr. www.juancole.com/2009/06/stealing-iranian-election.html/): J. Cole è un accademico americano di stampo dichiaratamente, e anche provocatoriamente, progressista; la sua “attendibilità” sull’Iran è però, come dire, inficiata dalla profonda sensibilità e conoscenza che ha della religione ba’hai, una variante  dell’islamismo nata in Iran due secoli fa e che quel paese considera ufficialmente eretica, vietandone la professione e perseguitandola… L’effetto è che sull’Iran, di cui conosce benissimo lingua farsi e storia millenaria, Cole ha una posizione di cui si vergogna anche, ma che è chiaramente vicina a quelle ufficiali degli USA.

[133] I.P.S., Washington, 4.6.2009, D. Luban, Neocons for Ahmadinejad I neocons per Ahmadinejad (cfr. www.ips.org/ blog/jimlobe/?p=256/ e, seguendo i link interni sul sito della Heritage Foundation (www.heritage.org/), il video del discorso di Pipes, con le fatidiche e un  po’ spudorate parole di chi, per conto suo, guerra già la farebbe all’Iran, diciamo, a prescindere, marcate più o meno a 1:29:00).

[134] New York Times, 15.6.2009, R. F. Worth e N. Fathi, Top Cleric Calls for Inquiry as Protesters Defy Ban in Iran Il massimo leader religioso ordina un’inchiesta mentre i contestatori sfidano il divieto [di manifestare] in Iran.

[135] New York Times, 17.6.2009, J. Kerry, With Iran, Think Before You Speak Con l’Iran, prima di parlare pensate.

[136] New York Times, 19.6.2009, Khamenei Denies Manipulation of Vote Khamenei nega la manipolazione del voto; e Guardian, 19.6.2009, E. Sadeghi, Khamenei: ’The competition is over’ Khamenei: ‘La competizione è finita’.

[137] Fox News, 14.6.2009, Eu Nations Criticize Iran Election, Concerned Over Protests— I paesi UE criticano le elezioni iraniane, si preoccupano per le proteste (cfr. www.foxnews.com/story/0,2933,526223,00.html/).

[138] New York Times, 23.6.2009, N. Fathi e A. Cowell, Iranian Guards Issue Warning as Vote Errors Are Admitted— Le Guardie iraniane avvertono tutti mentre c’è l’ammissione di errori [ma, dicono le stesse autorità che lo riconoscono, non decisivi] nel conteggio dei voti.

[139] Guardian, 25.6.2009, R. Tait e M. Tran, Mousavi defies crackdown and accuses opponents of an 'evil conspiracy’— Mousavi sfida la repressione e accusa i suoi  avversari di ‘maligni complotti’.    

[140] Financial Times, 22.6.2009, N. Bozorgmehr e R. Khalaf, Rafsanjani ally urges formation of 'political bloc'— Un alleato di Rafsanjani insiste per la formazione di un ‘blocco politico’ (cfr. www.ft.com/cms/s/0/ae80c06c-5ec4-11de-91 ad-00144feabdc0.html/).

[141] Daily Telegraph, 16.5.2008, T. Harnden, We must attack Iran before it gets the bomb Dobbiamo attaccare l’Iran prima che arrivi ad avere la bomba (cfr. www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1551726/We-must-attack-Iran-before-it-gets-the-bomb.html/)

[142] Uruknet.info - Informazioni dall’Iraq occupato, 24.6.2009, Message from Iranian Workers’ Free Trade Union— Messaggio dai Liberi sindacati dei lavoratori iraniani (cfr. www.uruknet.info:80/?p=m55465&hd=&size=1&l=e/).

[143] Guardian, 26.6.2009, A. Barzegar, Media fantasies in Iran— Le fantasie dei media sull’’Iran.

[144] Ha’aretz, 26.6.2009, Lacrime di coccodrillo, inserzione a cura di Gush Shalom, גוש שלום, Blocco della pace (cfr. www.haaretz.com/; e, anche, http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/weekly_ad/1245957714/).

[145] Per il testo integrale originale del Rapporto dell’International Crisis Group, 2.6.2009, Middle East Briefing n. 28, (cfr. www.crisisgroup.org:80/home/index.cfm?id=6131&1=1/); per la traduzione della Sintesi originale dello stesso rapporto, Eguaglianza&Libertà, 2.6.2009, Il negoziato USA-Iran visto da Teheran, cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/ stampaArticolo.asp?id=1143/).

[146] New York Times, 17.6.2009, A. Cowell, U.N. Atomic Energy Chief Says Iran Wants Bomb Technology Il capo dell’agenzia dell’ONU per l’energia atomica dice che l’Iran vuole la sua tecnologia nucleare.

[147] YNetNews.com, 16.6.2009, Iran may have nuclear bomb by 2014: Mossad chief Il capo del Mossad: l’Iran può avere la bomba atomica per il 2014 (cfr. www.ynet.co.il/english/home/1,7340/).  

[148] The Economist, 6.6.2009; e Stratfor, 3.6.2009, Cuba: OAS Ban Reversed Cuba: rovesciato il bando contro Cuba (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090603_cuba_vote_approved_oas_readmission/).

[149] Granma, 8.6.2009, Declaracion del gobierno revolucionario (cfr. www.granma.cu/espanol/2009/junio/lun8/declara cion.html/).

[150] Agenzia Xinhua— Nuova Cina, 29.6.2009, UN report: Afghan security incidents rise 43%— Rapporto ONU: gli incidenti di sicurezza in Afganistan sono aumentati del 43% (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2009-06/29/con tent_11622068.htm/).

[151] Real Clear World, 14.6.2009, J. Straziuso, Karzai warns new US commander over civilian deaths and Governor says he doesn’t control province— Karzai avverte il nuovo comandante americano sui tanti morti civili e il governatore dice che lui non controlla la sua provincia (cfr. www.realclearworld.com/news/ap/international/2009/Jun/14/karzai_warns_new_us_comm ander_over_civilian_deaths.html/).

[152] New York Times, 23.6.2009, P. Zubair Shah e S. Masood, 60 Killed in Pakistan by U.S. Drone Strike Sono 60 i  morti per l’attacco di aerei americani senza pilota; e, per la versione governativa pakistana dello stesso fatto, cfr. Geo-TVNews, 23.6.2009, Pakistan again voices concerns on drone attacks— Il Pakistan reitera la sua preoccupazione per gli attacchi aerei sena pilota (cfr. www.geo.tv/6-24-2009/44779.htm/).

[153] New York Times, 26.6.2009, J. Perlez e P. Zubair Shah, Taliban Losses No Sure Gain for Pakistanis—.

[154] The Economist, 27.6.2009

[155] New York Times, 13.6.2009, N. MacFarquhar, U.N. Security Council Adopts Stiffer Curbs On North Korea Il Consiglio di sicurezza dell’ONU adotta misure più dure contro la Corea del Nord.

[156] New York Times, 16.6.2009, D. E. Sanger, U.S. to Confront, Not Board, North Korean Ships— Gli USA confronteranno, ma senza abbordarle, le navi nord-coreane

[157] The Economist, 27.6.2009.

[158] Zawya.com, 16.6.2009, US help not needed in combat after June 30: Iraq PM— L’aiuto americano nei combattimenti non più necessario dopo il 30 giugno: dice il PM iracheno (cfr. www.zawya.com/story.cfm/sidANA20090616T073937ZJZL65/ US%20help%20not%20needed%20in%20comba t %20after%20June%2030:%20Iraq%20PM/).

[159] Guardian, 29.6.009, M. Duss, Saying good riddance to the US in Iraq Dicendo addio una volta per tutte agli USA in Iraq.

[160] Yahoo!News, 23.6.2009, Kurdistan brands Iraq oil contracts 'unconstitutional'— Il Kurdistan iracheno condanna i contratti petroliferi come ‘incostituzionali’ (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20090623/wl_mideast_afp/iraqoilkurds_ 2009 0623094157/).

[161] New York Times, 30.6.2009, (A.P.), Iraqi Oil Licensing Round Runs Into Trouble— La tornata di aste per il petrolio iracheno comincia subito male.

[162] The Economist, 27.6.2009.

[163] Statistisches Bundesamt Deutschland— Ufficio federale di statistica, DESTATIS, 9.6.2009 (cfr. www.destatis.de/jet speed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Navigation/Homepage__NT.psml/).

[164] DESTATIS, 23.6.2009, More than -21% first quarter exports Oltre il 21% in meno le esportazioni nel primo trimestre (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/2009/06/PE09__230__51.psml/).

[165] EU Observer, 17.6.2009, V. Pop, EU opens case against Germany over farm aid La UE apre un capo di accusa alla Germania sugli aiuti agricoli (cfr. http://euobserver.com/19/28316/).

[166] Guardian, 9.6.2009, S. Tisdall, The numbers spell trouble for Merkel I numeri dicono guai per Merkel.

[167] EUBusiness, 18.5.23009, Germany's European Commissioner slams German banks Il Commissario tedesco in Europa duro con le banche tedesche (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/1242640022.48/).

[168] ITAR-TASS, 10.6.2009, RF is indispensable partner for Germany, EU – Steinmeier La federazione russa è un partner indispensabile per la Germania e l’Unione europea - dichiara Steinmeier (cfr. http://www.itar-tass.com/eng/level2.html ?News ID=14036569&PageNum=0/).

[169] Stratfor, 11.6.2009, Geopolitical Diary: Berlin Warms Up To Moscow— Diario geopolitico: Berlino più caloroso nei confronti di Mosca (cfr. www.stratfor.com/geopolitical_diary/20090610_geopolitical_diary_germanys_new_best_ friend/).

[170] le Monde, 31.5.2009, Agenzia A-FP e Reuters, L'Allemagne rassurée par la reprise d'Opel par Magna (cfr. www.le monde.fr/la-crise-financiere/article/2009/05/30/l-allemagne-rassuree-par-la-reprise-d-opel-par-magna_1200175 _11 01386.html/)..

[171] le Monde, 31.5.2009, A. Pélouas, Fragilisé par la crise, Magna s’offre un’anchrage européen (cfr. www.le monde.fr/ archives/article/2009/05/30/fragilise-par-la-crise-magna-s-offre-un-ancrage-europeen_1200237_0.html/).

[172] The Economist, 6.6.2009.

[173] New York Times, 26.6.2009, M. Saltmarsh, French Minister Says Retirement Age Will Rise— Ministro francese si dice  sicuro che l’età del pensionamento salirà.

[174] New York Times, 30.6.2009, D. Jolly, British Economy Suffers Worst Drop in 50 Years— L’economia britannica soffre del crollo maggiore da cinquant’anni.

[175] Guardian, 3.6.2009, A. Stratton, Revealed: Labour rebels' timetable to unseat Gordon Brown— I rivoltosi del Labour rivelano il calendario che si sono dati per buttar Gordon Brown giù di sella.

   In un editoriale dello stesso giorno, questo stesso quotidiano in generale vicino al Labour e, in particolare, da tempo proprio al New Labour di Brown e, prima, di Blair, intitola senza remora alcuna al Time to cut Brown loose, alla Necessità di disfarsi di Brown, ormai… 

[176] Guardian, 10.6.2009, T. Woodley [è il segretario del Transport and General Workers Union, il grande sindacato dei trasporti che è da sempre e saldamente a sinistra nella coalizione del Labour Party], Homes and jobs, that’s all we want Case e lavoro, questo è tutto quello che vogliamo.

[177] Guardian, 23.6.2009, N. Watt e I. Traynor, Tories head new rightwing group in Europe— I conservatori in Europa capeggiano il nuovo gruppo di destra.

[178] The Economist, 20.6.2009.

[179] Product Design & Development, 11.6.2009, Jan.-March GDP upgraded, but still marks largest fall on record— Il PIL di gennaio-marzo in ripresa, ma marca sempre il crollo peggiore mai registrato (cfr. www.pddnet.com/news-ap-3rd-ld-jan-march-gdp-upgraded-but-still-marks-la-061109/).

[180] Ministero delle Finanze, 8.6.2009, Balance of Payments (preliminary), 4.2009 (cfr. www.mof.go.jp/bpoffice/bpdata/ pdf/bp0904.pdf/).

[181] RIA Novosti, 11.6.2009, Russia says Japan's bill on Southern Kurils 'unacceptable'— La Russia definisce ‘inaccettabile’ l’atto legislativo giapponese sulle Curili meridionali (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090611/155230801.html/).

[182] Kyodo News, 22.6.2009, Japan-Russia summit to take up territorial, economic issues Vertice nippo-russo discuterà di questioni territoriali e economiche (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fstPhotos/index.php?photoid=36363/).