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     07. Nota congiunturale - luglio 2008

 

  

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 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc202549873 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc202549874 \h 3

nel mondo. PAGEREF _Toc202549875 \h 3

in Cina. PAGEREF _Toc202549876 \h 6

nei paesi “emergenti”. PAGEREF _Toc202549877 \h 6

EUROPA.. PAGEREF _Toc202549878 \h 7

STATI UNITI D’AMERICA.. PAGEREF _Toc202549879 \h 15

GERMANIA.. PAGEREF _Toc202549880 \h 32

FRANCIA.. PAGEREF _Toc202549881 \h 32

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc202549882 \h 33


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

La Banca d’Italia certifica[1] che a marzo il debito pubblico è a 1.646 miliardi e 700 milioni di euro, che la crescita delle entrate rallenta al 3% in aprile, anche se all’interno di un quadrimestre che ha segnato un robusto +7,3%.

E’ stata anche annunciata una manovra triennale (un decreto e tre disegni di legge) sui 34,8 miliardi di euro, stimata molto prudentemente nel 2009, al primo anno, a 12 miliardi – cioè: nella realtà sarà parecchio di più – con manovrina di anticipo 2008 forse a 2 miliardi. Se ne dovrà parlare formalmente antro il 18 giugno in parlamento, il che significa un qualche slittamento di tempi. In pratica è un anticipo della finanziaria.

Il Rapporto OCSE[2] sul ritardo della crescita in America, in Europa ed un po’ in tutto il mondo evidenzia, per quel che riguarda l’Italia che a noi andrà ancora peggio. Spiega il capo economista dell’Organizzazione, Elmeskov, nel presentare il capitolo Italia che bisogna sempre tenere presente come “la crescita tendenziale in Italia è bassa da tempo e l’effetto si vede anche quando c'è un boom perché esso non è mai veramente tale nel paese”.

Per un rilancio vero, a rafforzare la crescita potenziale, ci vogliono, naturalmente, “riforme strutturali” nei mercati dei prodotti e dei servizi e, anche, del lavoro dove, dappertutto, deve aumentare la concorrenza, aumentando la flessibilità del mercato del lavoro e delle contrattazioni salariali, tenendo conto così,  realisticamente cioè, non al rialzo ma al ribasso per tutti in sostanza, del problema del divario Nord-Sud, in questo modo – forse, chi sa – livellandolo…

Andrebbe migliorato il sistema scolastico che, oggi,  produce  conoscenze e competenze che vedono gli studenti  agli ultimi posti nell'OCSE. Unico segnale positivo, rispetto agli altri paesi, è che  grazie (!) alla tradizionale resistenza delle banche italiane, rispetto alle altre, a concedere prestiti, esse, “non avendo investimenti di rilievo nei subprime e nei derivati, non sono state colpite con tanta forza dall'esplosione della crisi USA. Quindi non c'è stato un impatto tanto diretto e  violento come altrove della crisi creditizia sull'economia”.

Come e più che altrove, però, l’impatto dei prezzi del petrolio in aumento fa male in Italia: anche perché noi importiamo praticamente tutto quel che serve a produrre e l’industria sta registrando costi crescenti come mai da trent’anni nell’input – energia e materie prime – di cui ha bisogno per lavorare. Nei diciott’anni dal gennaio 1986 al gennaio 2004, i prezzi di energia e materie prime erano caduti in totale di circa il 2%: si erano tutto sommato mantenuti bassi i prezzi delle materie prime, il petrolio stava a $10 al barile e l’euro s’era andato facendo progressivamente.

Poi ci hanno pensato bin Laden, con l’attacco proditorio e criminale alle Torri gemelle, e Bush, con la sua inconsulta e criminale guerra all’Iraq architettata in risposta, e sbagliando bersaglio, a destabilizzare il mercato del greggio portando i prezzi, in una situazione di continua minaccia ai flussi petroliferi e di perdita continua del valore del dollaro, a far montare fino a $130, e più, al barile il petrolio.

E, nei tre anni seguenti, dal gennaio 2004 al gennaio 2007, i prezzi di materie prime e petrolio importati sono aumentati del 24% mentre, dall’inizio dell’anno scorso i prezzi all’origine sono letteralmente esplosi, in media del 40% in meno di un anno e mezzo. Insomma, molto di più negli scorsi sedici mesi che nei ventuno anni precedenti… E sale, adesso, la spinta ad alzare i prezzi delle proprie vendite al dettaglio. In realtà, l’industria tenta anche di resistere a questa spinta inflattiva e cerca di rallentarla: almeno per qualche tempo.

Anche perché, adesso, bisognerà fare i conti con la falcidia dei redditi da lavoro dipendente che, oltre a quella continua degli ultimi anni, seguirà a quest’impennata dei prezzi e con la necessità di far recuperare un po’ di potere d’acquisto a quei redditi senza rilanciare i prezzi.

Di “regola” quest’operazione, nel modello dell’economia di mercato, si fa comprimendo i salari— il potere d’acquisto, più precisamente. Fu la ricetta di Guido Carli per ricostituire i margini di profitto contenendo gli aumenti salariali e quella di Tarantelli che sottolineava come il congelamento del punto di scala mobile comportasse un reale e più rilevante recupero sull’inflazione) che, nel 1984, anche se a rate (prima CISL e UIL poi, dopo il referendum perduto, anche la CGIL) convinse i sindacati a far loro la predeterminazione del tasso di inflazione: riuscendo, però, effettivamente a stroncarlo.

Ecco, stavolta il quasi ventennio di contrazione frenata che i salari hanno dovuto sopportare li rende, ormai obiettivamente, non più comprimibili— il fatto è che non ha mai in effetti funzionato la contrattazione di secondo livello, sulla produttività, che l’accordo del ’93 pur prevedeva. Nel senso che non è mai stata estesa (anche perché il sindacato non è mai stato in grado nel decennio degli anni ’90 di esigerlo veramente) al quasi 90% di piccole e piccolissime imprese della platea produttiva italiana.

Lasciamo perdere, pure, le ragioni morali e sociali e politiche: anche e solo per ragioni puramente economiche, perché il problema oggi sono i bassi consumi, imposti proprio dai bassi salari. E, in questo frangente, il governo propone un’inflazione programmata all’1,7% e i sindacati protestano tutti… anche i sindacalisti che maggiormente sono propensi a trattare. E l’ineffabile Renato Brunetta, tanto per rendere tutto chiaro, chiarisce: “Salari fermi all’1,7%? E’ l’ora dei sacrifici[3].

Sempre gli stessi sacrifici (i salari) e sempre degli stessi soggetti (i lavoratori dipendenti), si  capisce… Noi, guarda un po’, faremmo una legge che, per decenza, impedisca di parlare di salari, inflazione, lavoro e produttività e, in generale, di sacrifici – visto che riguardano sempre e solo gli altri, comunque – a chiunque si metta in tasca più di 2.500-3.000 euro al mese. Ripetiamolo: per decenza…

La situazione stavolta si recupera solo se a restringersi sono i margini di profitto che, dopo tanti anni di ingrasso all’ingrosso, sono essi a poter lasciare i margini, oggi, di riduzione senza che ne risultino penalizzati potere d’acquisto e consumi: che anche da noi costituiscono la stragrande parte del PIL.

Vanno bene fatturato ed ordinativi[4], ad aprile quasi del +14% il primo sullo stesso mese dell’anno passato e il secondo di quasi il 13 nello stesso periodo (ma per le auto, fa sapere la FIAT, il futuro prossimo, grazie soprattutto al deterrente del costo in aumento dei carburanti, si va facendo pesante).

Va peggio l’occupazione, anche nei dati ufficiali che, anche da noi come altrove, non vengono calcolati i cosiddetti lavoratori scoraggiati, quelli che non si iscrivono neanche più in lista di disoccupazione. Formalmente, anzi, va meglio per qualche decina di migliaia di posti in più. Ma calcolando i disoccupati siamo, dal 6,4% dell’aprile 2007, nuovamente al 7,1%.[5]

E’ dal 1996 che l’inflazione non raggiungeva in Italia il 3,8% (+22% in un anno la pasta, senza dire della benzina) ed è il 4% nell’eurozona…

La Robin Hood Tax, picchiare sulla speculazione, blah, blah, blah… pure Tremonti ne ha cominciato a parlare, insieme ad altri, in Europa come in America[6]. Ma appunto, blah, blah, blah… Un altro dei tanti piani che vorrebbero prendere di petto la speculazione ma che, in pratica, se pur mai si decidessero a farlo e non solo a dirlo, non ci riescono perché non è facile distinguere tra speculazione e acquisti di futures di tipo “normale” (normale nell’ottica di borsa che per definizione ed antonomasia è un gioco: come giocare in borsa, appunto).

La soluzione migliore è quella di rendere tutto automatico, come parecchi anni fa in un altro contesto suggeriva gia la tassa Tobin (dal nome del Nobel dell’economia del 1981) con un meccanismo poi sostenuto da altri studiosi come Summers e Stglitz: tassazione automatica, anche infinitesimale – del tipo dello 0,2%, diciamo, ma senza eccezione – per le transazioni che sul mercato finanziario internazionale non corripondano ad uno scambio reale di beni o servizi.

Perché Tremonti, insomma, o chi con lui simpatizza, non parla di qualcosa di pratico – di raccomandato già da Nobel come Stiglitz e Tobin – invece che di una torta in cielo impossibile da raggiungere? Forse perché così potrebbe funzionare, certo accettando il principio – anatema per i neo-cons: ma per lui che, come ci viene eloquentemente dicendo[7], è contro la globalizzazione selvaggia? – che le transazioni finanziarie vanno addomesticate, governate e tassate[8].

Perché non avanza con forza e convinzione una proposta concreta come questa, Tremonti? Il sospetto – maligno, lo ammettiamo, maligno – è che magari non lo fa perché, essa sì, sarebbe efficace.

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

A giugno, anche l’OCSE – lo accennavamo – dice la sua sulla crescita. E non si distacca dalle previsioni di Fondo monetario, Banca mondiale, Commissione europea. Tra i maggiori paesi industrializzati, rallenterà quest’anno e anche il prossimo: piatta o sotto zero negli USA ma senza una recessione od una spirale inflattiva “eccessiva”.

Tra i 30 Stati membri, il rallentamento sarà quest’anno a una crescita mediamente dell’1,8% e l’anno prossimo dell’1,7% (la precedente previsione sempre dell’OCSE era rispettivamente di +2,3% e +2,4%).

Nell’eurozona, crescita all’crescita all’1,7%  (dal 2,6 del 2007) ed inflazione al 2,4 dal 3,4% e in Giappone sempre +1,7 di crescita (dal 2,1).

L’ottimismo di mestiere, che rende sempre meno credibili questi aúguri, porta il capo economista dell’OCSE, Jørgen Elmeskov, a commentare speranzosamente che “vista la forza dei venti contrari coi quali le economie dell’OCSE hanno a che fare, tutto sommato non va male”. E, certo, chi si contenta… Come previsto, la performance peggiore d’Europa sarà la nostra: ne abbiamo già parlato parlando delle Tendenze italiane…

La paura dell’inflazione, dovunque in salita, fa tremare e sussultare i mercati. Specie dei paesi “ricchi”. Nell’anno, a maggio, i prezzi in America salgono del 4, 2%; nell’eurozona del 3,7, 0,1% in più della previsione; e in Gran Bretagna del 3,3, lo 0,3% in più in un solo mese. Mervin King, il governatore della Banca d’Inghilterra, avverte il governo che l’inflazione nell’anno, rincorrendo i prezzi ormai da tempo più alti dell’energia alla produzione, li porterà al dettaglio a spingersi oltre   il 4%[9].

In America, ma anche in Europa e in Giappone, si impennano i rendimenti dei titoli di Stato, con un movimento innescato dalla faccia feroce che un po’ dovunque, sui tassi, vanno facendo le Banche centrali. L’aspettativa, adesso, probabilmente fondata date le premesse, è che i tassi si alzeranno ancora, due volte almeno, sia nell’Unione europea che negli Stati Uniti[10].

Proprio a fine mese il prezzo del petrolio tocca il massimo storico, a più di €143 al barile[11]. E’ passato in corso di mese da sotto i $135[12] in una decina di giorni a dieci dollari in più al barile passando a metà mese a sfiorare i 140[13] nel future con consegna già al prossimo mese… In chiusura, aveva battuto tutti i record anche perché erano crollate anche le aspettative che qualcuno andava ponendo sulla conferenza speciale dell’OPEC.

Gli speranzosi, specie gli americani che sul tema sono lacerati dalle contraddizioni – producono e importano petrolio, ne sono i maggiori produttori (ma certo non esportatori) e i consumatori maggiori – puntavano su un aumento dell’offerta di greggio sui mercati che non c’è stata e, intanto, gli esperti parlano di guai crescenti sia per l’industria automobilistica che per l’high tech.

E mentre, che più tempestivo non si potrebbe, esce anche uno studio sulle prospettive di non-sviluppo delle grandi intermediarie finanziarie, Wall Street chiude la seduta in calo di 300 punti in un solo giorno[14].

La conferenza straordinaria dell’OPEC cui abbiamo accennato, informalmente convocata dai sauditi verso metà giugno, li aveva visti impegnarsi da soli ad un (peraltro modestissimo) aumento della produzione registrando una discordia totale nel cartello sulle soluzioni possibili dal lato dell’offerta: anche perché, in effetti, l’offerta è già quasi al top di sempre.

Ma chi si contenta gode e Bush ha espresso il suo ringraziamento per l’attenzione al re saudita, anche se l’unico effetto della riunione visti gli esiti è stato quello di far impennare ancora un poco i prezzi[15]… La causa di fondo – reiterata, reiterantesi e sottolineata praticamente da tutti (meno la compiacente Arabia saudita) i presenti alla conferenza – è sempre la stessa: la debolezza crescente del dollaro.

Che comunque è bene, una volta tanto, cercare di capire compiutamente. In definitiva, a quanti lamentano (come il rappresentante della Cina in sede di Organizzazione mondiale per il commercio,  che “gli Stati Uniti hanno mancato di salvaguardare il valore della loro moneta, peggiorando così il fardello sui popoli del mondo condannati per questo a pagare prezzi più alti per il petrolio ed il cibo[16].

Perché, dando per scontato che i cinesi sanno benissimo di puntellare da anni, per diverse centinaia di miliardi di dollari all’anno, comprando i loro titoli di Stato, l’economia americana – i consumi sempre in eccesso rispetto alla produzione e alle esportazioni ed il finanziamento delle avventure militari altrimenti impossibili perché troppo costose se oltre che farle gli USA dovessero anche pagarle – bisogna pur rendere atto di un fatto altrettanto ovvio.

La caduta del valore del dollaro non alza di per sé il costo di nessun prodotto nei paesi che non abbiano scelto di legare la loro valuta proprio al dollaro. Tutti i prodotti pagati in dollari richiedono, in effetti, pere essere comprati più soldi visto che il dollaro vale di meno ma, a parità delle altre condizioni, le altre valute se non si collegassero al dollaro vedrebbero anch’esse alzare il proprio valore.

Se, per esempio, come raccomandano all’OPEC estremisti come l’Iran – che però economicamente sul punto hanno tutte le ragioni – il petrolio gli esportatori lo prezzassero in euro o magari in un cesto di valute allargato, invece di svalutarsi in dollari il loro valore si apprezzerebbe[17]…     

I ministri delle Economie dei G-8, riuniti a Osaka, scoprono e fanno sapere, dopo un giorno di ponderazione, che I prezzi montanti del petrolio e delle derrate alimentari minacciano l’economia mondiale[18]. Che è una scoperta effettivamente eclatante… Chiacchierano anche loro dell’idea avanzata giorni fa da Tremonti, anche se poi non da lui per primo di certo – la Robin Hood tax, cosiddetta: prendersela con i sovrapprofitti dei petrolieri: che ci sono, naturalmente, ma che da soli non spiegano affatto l’impennata dei costi – ma, come lui – ne abbiamo sopra accennato – ne parlano soltanto.

E si prostrano, come di prammatica – e come di prammatica inutilmente – davanti al re dell’Arabia saudita implorandolo di incrementare la produzione di greggio. Come se il problema fosse questo, o principalmente questo. Insomma, come al solito, non hanno capito niente…

Un recentissimo studio, molto approfondito, mostra che la Cina ha ormai largamente scavalcato gli Stati Uniti come il paese che al mondo emette maggior quantità di gas serra. Parlarne comincia a farsi necessario, e infatti comincia ad avanzare l’idea che bisognerà pagare la Cina per tenere giù le proprie emissioni di anidride carbonica (come il Brasile o il Congo per risparmiare la foresta pluviale). Ma se resta essenziale – e non solo per decenza – partire dal fatto che in ogni caso gli Stati Uniti emettono pro-capite molte, molte volte più veleni nell’atmosfera di quanto faccia la Cina[19].

Partire da qui – dal fatto: da un inquinamento che cresce e ormai minaccia tutti  – significa poi tirarne fuori le implicazioni che è necessario derivare dai fatti. A cominciare dalla presa d’atto che chiedere alla Cina di far suo un qualsiasi tetto alle proprio emissioni postula che, prima, lo accettino per sé certamente, per cominciare, gli Stati Uniti: che ancora non lo hanno fatto. Altrimenti, è proprio difficile capire perché mai dovrebbero contenere forzosamente la crescita delle condizioni di vita della popolazione, i cinesi, a un livello molto più basso di quello degli altri: dei paesi ricchi che loro hanno creato il problema.

In ogni caso non è facile che i cinesi, anche dietro compenso, possano prendere in considerazione il taglio dei gas serra che diffondono nell’atmosfera perché, dipendendo in pratica tutto il loro sviluppo dai combustibili fossili, abbasserebbero subito comunque uno standard di vita da poco raggiunto, o che cominciano appena ora a raggiungere.

Potrebbero già ridurre un po’ le emissioni se, invece, del carbone che inquina di più ma che, però, hanno in casa bruciassero più petrolio, che invece non hanno. Ma, nella logica del Trattato di Kyoto, quella delle vendita di quote nazionali, bisognerebbe pagarli per farglielo fare. Così come bisognerebbe incoraggiarli, altrimenti, a costruirsi più reattori nucleari. Ma ci vogliono quindici anni a farli entrare in linea, ci vorrebbero le tecnologie più aggiornate che i cinesi non hanno e, poi, a molti, specie in America, politicamente non sembra una grande idea…

E, poi, c’è il fatto che è stato il sistema di libero mercato degli ultimi vent’anni a far impennare emissioni, inquinamento e polluzione ambientale in Cina, con la graduale ma palese rinuncia del potere centrale ad imporre limiti economici o finanziari all’industria su qualità, quantità e sfruttamento dei combustibili fossili.

Questo, appunto, è il modello praticato dagli americani per sé e predicato nel mondo: pubblico e governo non c’entrano, astenersi dal voler limitare il privato. E’ il modello esasperato da Bush –nessuna pubblica regolamentazione all’iniziativa privata – ma prima, sostanzialmente, anche da Clinton.

in Cina

La Banca centrale di Cina, ancora una volta, ordina a tutti gli istituti di credito di aumentare le riserve obbligatorie, nel tentativo di strozzare un po’ il credito e l’inflazione con esso[20].

Per le multinazionali e, in genere, per le imprese dell’occidente che qui avevano trovato la mecca, il lavoro ormai costa troppo[21]. Nella corsa al peggio per chi lavora e al meglio per chi sfrutta dando lavoro, nopn c’è mai il gradino più basso: ormai il Vietnam è la nuova frontiera, e il Bangla Desh è dietro le quinte…. Meno cari del lavoro in Cina.

Nel primo incontro ufficiale tra Cina e Taiwan (la “provincia” ribelle) – il primo da sempre – le due delegazioni governative hanno raggiunto un accordo di grande portata, anche politica, per lo sviluppo congiunto e paritetico di giacimenti di gas e di petrolio[22] nelle acque territoriali disputate da sempre tra Taiwan e la Cina.   

nei paesi emergenti

La crescita economica del Brasile resta sostenuta, ma è rallentata dal 6,2% dell’ultimo trimestre 2007 al 5,8 di questo primo del 2008, sostenuta anzitutto da una forte spinta dei consumi che porta la Banca cereale ad alzare, difensivamente, il tasso di sconto. Per la prima volta dal giugno del 2006, nota l’agenzia nazionale di statistiche, le esportazioni del primo trimestre cadono, rispetto allo stesso del 2007, del 2,14%[23].

In Argentina, la presidentessa Cristina Fernández de Kirchner, ha innescato una marcia indietro almeno apparente, chiedendo al Congresso di discutere[24] dell’aumento delle tasse sulle esportazione agricole che il suo governo, alla luce della scarsità sempre più accentuata di derrate alimentari, aveva introdotto per decreto a marzo, scatenando mesi di protesta da parte dei produttori agricoli.

Il timore di una vampata inflazionistica si fa forte soprattutto e proprio nei mercati emergenti.  Anche l’India ed il Vietnam aumentano i rispettivi tassi di sconto: New Delhi per la prima volta quest’anno (dello 0,25%, all’8%), Hanoi per la terza volta[25].

L’Unione europea, contro i desiderata ribaditi nei mesi scorsi dagli ambasciatori di Washington in una dozzina dei più importanti tra i 27 paesi, ha deciso di cancellare le sanzioni contro Cuba che nel 2003 aveva decretato su pressioni di Bush— che allora era il Bush conquistatore della “missione compiuta” e che avendo ricevuto alcuni no eclatanti dall’Europa sull’Iraq su cose meno “costose” la vedeva seguirlo scodinzolante; ma che, oggi, al tramonto del suo squinternato mandato, può anche provare a scontentare.

L’Europa lo ha fatto anche superando l’opposizione, non proprio formalizzata però, di chi – Svezia e Repubblica ceca, in particolare – accusa il governo  di Raul Castro di non essersi ancora riformato abbastanza. La decisione è stata fermamente voluta dal governo spagnolo e dal commissario europeo belga Luis Michel, da sempre convinti che fosse una misura cretina di pochissimo spessore concreto.

Nei fatti, con l’Europa, le sanzioni ostacolavano scambi culturali e viaggi e poco altro. Mentre quelle americane hanno, esse sì, peggiorato la condizione di vita dei cubani: il parco macchine dell’Avana, restato quello che era all’inizio degli anni ’60 per il divieto di esportazione delle auto americane che lo costituivano, a Cuba, lo testimonia.

La mossa dell’UE dichiara esplicitamente e anche in maniera, per la sovranità nazionale dell’isola caraibica, un poco irritante, di mirare ad incoraggiare la liberalizzazione a Cuba attraverso un dialogo “incondizionato, reciproco, non discriminatorio e orientato all’ottenimento di risultati concreti… nel contesto dei cambiamenti recentemente iniziati dal presidente Raul Castro[26]. Tra un anno si verificherà…

Ma è anche l’esplicito no europeo all’obiettivo dichiarato di Bush, quello del regime change, dle cambiamento con la persuasione e la pressione o, anche, con la forza militare dei regimi degli Stati che il Grande Fratello definisce “canaglia” (gliene fosse riuscito uno, di questi tentativi…). Il ministro degli Esteri cubano, Felipe Ramon Perez Roque, sottolinea non a caso che si è trattato di un passo “nella giusta direzione”.

Proteste da Washington e dai dissidenti dell’esilio cubano a Miami: ma scontate e irrilevanti (prima di qualsiasi apertura devono liberare tutti i prigionieri politici! e siamo noi a definire chi è prigioniero politico a Cuba… Su questo punto, il vecchio Fidel ha reagito sprezzante… ma in parecchi casi – anche se non in tutti – è vero di prigionieri politici si tratta). Il fatto è che non sono per niente irrilevanti le misure prese da Raul, dopo il ritiro dalla vita politica attiva, per malattia, del padre della patria Fidel.

I gruppi dell’opposizione, pur sorvegliati da vicino [ma non solo a Cuba, si capisce…], sono vivi e ‘tollerati’, Diversi prigionieri sono stati liberati, perfino il matrimonio fra persone dello stesso sesso è stato legalizzato, i cubani che vivono nelle case dell’edilizia popolare [quasi tutti dopo il 1960] hanno ricevuto il titolo di proprietà della loro abitazione, il tetto ai salari è stato eliminato, l’agricoltura è stata decentralizzata e centinaia di migliaia di ettari di terra sono stati distribuiti a contadini che producono ora privatamente”.

Insomma, una bella dose di “liberalizzazioni” che sarebbe irresponsabile, oltre che sciocco, non vedere. Quanto ad incoraggiarle, bene: cum grano salis, però, se si intende evitare che con la liberalizzazione politica (sacrosanta) Cuba sia invasa dalla deregolazione economica (selvaggia) che porterebbe presto al degrado delle conquiste sociali (reali) come dicono loro della rivoluzione: sanità, istruzione, durata della vita e povertà, sì. ma non la miseria lancinante di altri analoghi paesi del Centramerica.

EUROPA

Nel primo trimestre del 2008, a confronto con lo stesso del 2007, l’occupazione è salita nell’eurozona dello 0,3%. Tra i quattro grandi dell’euro, solo l’Italia ha marcato un caduta nel numero degli occupati. In aprile, nell’area, l’edilizia è andata giù dello 0,8%. E, in Spagna, è crollata di brutto la produzione industriale del 6,5% in un solo mese[27]. Fra tutte la grandi economie europee, la Spagna è un caso curioso: quasi il rovescio di quello italiano.

Da una parte, c’è la conferma dei dati già emersi in dicembre che la vedono superare un’economia più grossa come quella italiana quanto a PIL pro capite a parità di potere d’acquisto. Fatta 100 la media dei 27 paesi UE, Madrid è passata da 106 nel 2006 a 107 nel 2007 mentre l’Italia è scesa da 103 a 101[28]

Però la Spagna ha conti esteri pessimi (bilancia commerciale in rosso, a marzo, per 147 e più miliardi di euro— peggio solo Stati Uniti e Gran Bretagna: ma, in proporzione al PIL, è la situazione peggiore; bilancia dei conti correnti anche più preoccupante, sempre a marzo -159,2 miliardi di euro, cioè un colossale -9,1% del PIL), questa brutta crisi della produzione industriale ed una crescita che quest’anno si riduce alla metà del 2007, al 2% sì e no, con l’inflazione che sfiora il 5% ed una disoccupazione (ufficiale) ad aprile al 9,1%[29]...

Forse per questo è assai relativo il calore con cui gli spagnoli hanno accolto la notizia.

Nel mese e sulla spinta viscerale di un’opinione che è (quasi) sempre pronta a piangere sul bambino rom ma chiede allo Stato di infierire, a nome suo, su tutti i rom (bambini compresi) – è semplificazione, naturalmente: ma non più semplificata e semplicistica della legge – il parlamento italiano ha legiferato sull’immigrazione e contro gli immigrati non regolari.

Nello stesso mese, proprio negli stessi giorni, il parlamento europeo ha votato un testo,                                          la Direttiva Ritorno, di analogo stampo che prevedeva una serie di misure altrettanto incivili: perché deliberatamente vessatorie (l’effetto annuncio per una popolazione autoctona impaurita e poi inutili, nel senso di inefficaci) verso una categoria di persone deboli per definizione e illegali per necessità.

Ignorano, entrambi i testi, la realtà e reagiscono alle impressioni. La realtà è che ormai nessun paese europeo funziona più senza una dose massiccia di immigrati ogni anno: un solo esempio da noi, in Campania non si trova davvero più un italiano per raccoglier i San Marzano o i Pachino al tempo giusto; solo immigrati e, sì, irregolari, sì, clandestini, perché i nostri non sono, per fortuna, più disponibili a farsi sfruttare così tanto.

Gli italiani, forse, ci andrebbero a far quel lavoro ma – legge della domanda e dell’offerta: che vale per tutto in questa economia, ma per il lavoro no – allora li dovrebbero pagare almeno cinque volte tanto quello che pagano ai clandestini. Lo sanno tutti, lo fanno tutti, e fanno finta di non saperlo e di non farlo, gli ipocriti.

La direttiva che alla fine ha votato il parlamento europeo, come il testo votato da quello italiano, prevedono misure che l’ONU, la Santa Sede e la Confederazione europea dei sindacati – per citare solo tre soggetti, diciamo così, collettivi e rappresentativi – ritenevano e, ora che sono passati, ritengono comunque inaccettabili. Tra di esse:

• il rinvio forzato di immigrati in un paese europeo dell’Unione in paesi terzi che non siano il loro territorio di origine— come se credessero davvero che in Africa qualcuno si pigli un africano solo perché è africano senza accertare prima, documentalmente, se sia senegalese o congolese?...;

• e la lunghezza dell’incarcerazione degli immigrati “irregolari” (fino a 18 mesi: in Francia, finora, erano 32 giorni, in Germania già erano un anno e mezzo); del tutto ignorato, però, resta un problema: in tutta l’Unione europea sono 224 i centri di detenzione forzata, quelli che noi più leggiadramente chiamiamo centri di permanenza temporanea, con una capacità totale di 30.871 persone— ma stiamo parlando di un problema che, invece, riguarda decine e decine di volte quel numero massimo ospitabile di immigrati irregolari[30]

Un’idiozia pura. Perché per definizione, i clandestini non hanno passaporto e nessun  paese terzo importerà mai un cittadino che non dimostrerà per lo meno, documenti alla mano, di essere un suo cittadino (non ce l’aveva neanche mia nonna paterna, il passaporto, quando un secolo fa emigrò in America: ma, allora, non la ricacciarono indietro e, tanto meno, a casaccio…); e perché, con quelli che a milioni supereranno la capienza dei CPT, che cappio intendo fare? lo vogliamo almeno dire che questo approccio, come minimo, è tutt’altro che pragmatico, tutt’altro che realistico.

La signora Louise Arbour, Alto commissario dell’ONU per i diritti umani ha fatto osservare, con un’ingenuità a dire il vero quasi patetica, che è inutile piangere lacrime di coccodrillo sui poveri rifugiati del Darfur e poi varare queste misure che negano i diritti umani dei rifugiati e dei profughi che abbiamo in casa – che ci sono venuti in casa, che ci siamo attirati in casa – quanto la dittatura che vige in Sudan, e chiede “alle capitali degli Stati europei di disapplicare il testo” di cui esse stesse si sono fatte promotrici[31]

Agostino Marchetto, arcivescovo titolare di Astigi e Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti, l’ha messa giù – se ci passate il gioco di parole – papale papale: così, “l’Unione europea perde il ruolo di portabandiera dei diritti umani. Serve un supplemento d’anima per superare l’asticella sotto la quale non c’è più umanesimo[32].

Ma questi sepolcri imbiancati dei cristianissimi popolari che siedono al parlamento europeo non hanno più neanche l’idea di cosa sia l’anima di cui parla Marchetto: anche se, magari, chinano deferenti a baciargli l’anello. Del resto ci hanno abituati, da tempo, impavidi paladini che sono della famiglia come legame indissolubile fra un uomo e una donna, a sposarsi di tanto in tanto almeno due volte… Senza difficoltà, dagli atei devoti ai baciapile che non hanno più neanche l’idea però di quel che significhi mai un termine come carità cristiana.

Lo stesso – o, forse, anche peggio, con i valori di solidarietà cui ci si richiama – anche qui con qualche fortunata eccezione onorevole (esse si!) si può dire di quegli opportunisti usciti di senno del PD come della maggioranza dei socialisti europei che hanno votato sì... nella logica evidentemente del “Parigi val bene una messa”: dove, però, cosa sia Parigi proprio non si capisce.      

Anche, grazie a Dio, il movimento sindacale, a livello mondiale, la Confederazione internazionale dei sindacati, aveva richiamato tutti i grandi liberalizzatori senza freni del mondo – i tanti che la globalizzazione va bene così com’è – a considerare che sono proprio “globalizzazione, liberalizzazione economica e deregolamentazione ad aver costretto, ed a costringere oggi e in futuro, tanti lavoratori ad abbandonare i propri paesi: per cercare impiego altrove a causa della mancanza di sviluppo economico e della miseria.

   E’ di importanza critica che le politiche migratorie seguano le disposizioni delle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro e della convenzione ONU sulle migrazioni…

   E’ anche cruciale che il parlamento europeo tenga in considerazione che ogni lotta contro l’immigrazione irregolare non potrà essere efficace se senza che siano contemporaneamente stati aperti canali regolari di immigrazione, politiche chiare contro lo sfruttamento del lavoro degli irregolari e che vengano costruiti ponti per aiutare ad uscire gli irregolari da una posizione di irregolarità[33]”.

Tant’è. Come non detto…

Naturalmente è l’inflazione la principale – la sola – preoccupazione della Banca centrale che, nella consueta seduta a cadenza mensile per fissare il livello dei tassi di interesse, lascia quello principale per le operazioni di rifinanziamento al 4% e mette paura ai mercati minacciando esplicitamente, ed inusualmente, di essere sempre pronta a rialzarli per stringere il rubinetto del credito alzando il prezzo del denaro e frenare – tentare di frenare, più realisticamente – l’avanzata dei prezzi, sotto pressione del costo impennato di petrolio ed alimentari[34].

La Banca – ha detto il presidente Trichet – è in “stato permanente di allerta elevato”: abbiamo anche seriamente discusso di alzare il livello dei tassi, poi abbiamo deciso – per ora – di soprassedere. Ma va tenuto sempre presente che “mantenere a medio termine la stabilità dei prezzi è, secondo il nostro mandato, l’obiettivo primario della banca[35].

E giù una lunga elucubrazione tecnica a tentar di spiegare perché la Banca si preoccupa meno del tasso di crescita, contrariamente – questo non lo dice ma ormai è implicito – a quella statunitense che, nel proprio mandato, ha esplicito anche, e sullo stesso piano della stabilità, l’obiettivo di favorire la crescita.

In altri termini, non è un invito – perché ai banchieri sta bene così – ma certo è un richiamo ai governi – dai Tremonti ai Sarkozy – che chiedono alla Banca di allargare la sfera delle proprie responsabilità, tenendo conto delle realtà dell’economia e, insieme, della politica: se vogliono che lo faccia, glielo devono chiedere cambiandole il “mandato”, ufficialmente. Cosa difficile, perché tra l’altro i banchieri non vogliono e, più di ogni altro, non vuole la Bundesbank. Che non ha la presidenza della BCE ma è come se l’avesse…

In America ci si comincia a preoccupare, a buona, ragione del declino abbastanza precipitoso del dollaro. Ma è pur vero che proprio questa caduta di valore ha, in qualche misura, compensato gli effetti deprimenti sull’economia dello scoppio della bolla edilizia. Tant’é… Anche alla Fed, perfino alla Fed, le preoccupazioni maggiori sono per il benessere dei detentori di dollari più che per quello di chi produce e lavora e vende in dollari o, in dollari, acquista.

Si dice, d’altra parte, che la Banca centrale europea si starebbe accingendo ad alzare i tassi perché è preoccupata di un dollaro in ripresa. Ma, allo stesso tempo, come nota il NYT[36], “i leaders europei – non più specificando se quelli politici o quelli “monetari”, se Bruxelles e le varie capitali o Francoforte e la BCE – si stanno spazientendo per la debolezza del dollaro, visto che ne risultano danneggiate le loro economie che dipendono molto di più di quella americana dall’export”.

Ma, se è così – e così è – se la BCE si preoccupa, secondo noi abbastanza irresponsabilmente  tanto dell’inflazione e meno della crescita, dovrà prima o poi mettersi d’accordo con se stessa: se vuole approfittare del dollaro debole per esportare di più, non si deve poi lamentare e spazientirsi col dollaro debole, no? Sono argomentazioni in puro conflitto l’una con l’altra. Se la priorità è l’inflazione, la fiacca della valuta americana sui mercati va salutata con favore: riduce il prezzo reale delle importazioni dagli USA ma anche dalla Cina e da tutti i paesi che, in qualche modo, collegano le loro valute al dollaro quelli esportatori di petrolio, ad esempio).

Dice che questo fatto, però, rallenta le economie europee… Già, ma presumibilmente se la priorità è l’inflazione da tenere doma, la BCE ne dovrebbe essere contenta. E lo è. Non lo sono, però, produttori e lavoratori europei.

La verità è che, semplificando, noi europei (bé, noi… lorsignori!) vorremmo più crescita e, per facilitarci l’export, un dollaro più forte. Che implica, però, pressioni inflazionistiche e minor crescita. Insomma, moglie piena e, come non si dice ma forse si dovrebbe, botte ubriaca…

La verità è che, fa notare uno studio della Morgan Stanley Europa, sta salendo a livelli pericolosi nell’apprezzamento dei mercati, che poi è quello che conta – la divergenza di politiche monetarie tra America (giù i tassi, per combattere il rallentamento economico) e Europa (su, per combattere l’inflazione che aumenta). Una discrasia che, tale e quale, già scatenò una crisi dei cambi ed una brutta recessione in Europa quando, nel ’92, Washington tagliò i tassi per aiutare le banche e prevenire una stretta economica mentre l’Europa – allora il marco, la Bundesbank – li alzò, per strozzare l’inflazione.

Morgan Stanley non dice che l’unione monetaria è a rischio di saltare per aria ma avverte che la pressione accumulata dovrà trovare uno sfogo in un modo o nell’altro. Quello più probabile, intuisce e dice, è “la caduta a cascata di valori di ogni tipo di asset e diversi radicali fallimenti bancari nei paesi più vulnerabili dell’eurozona nel Mediterraneo (nessuno nominato, tutti sanno di chi è che parla) e negli Stati euro-satelliti dell’Europa dell’est[37].

Il punto di massimo stress potrebbe verificarsi nei prossimi mesi, man mano che la BCE applica la minaccia che a giugno, adesso, ha lanciato Jean-Claude Trichet, di alzare ancora i tassi. E sarà ancora peggio se la Fed ripensa alle aspettative fatte intuire di una qualche stretta monetaria da parte sua. “E’ questo che potrebbe scatenare un altro evento di stampo ‘catastrofico’”, avverte la Morgan Stanley.

Il fatto è che gli approcci divergenti di Washington e Francoforte hanno una spiegazione sensata. “Le strutture flessibili americane, annota il rapporto, sono in grado di adattarsi più rapidamente agli shocks. Il sistema europeo, più rigido – evidentemente nel senso di più regolato: per quanto l’aggettivo sembri ostico, più “umano” – lo lascia con una struttura di prezzi più ‘vischiosa’ che ci metterà di più a farli cadere a fronte di un rallentamento della crescita”.

La tigre celtica, l’Irlanda, ha detto no al Trattato di Lisbona, un no detto per referendum[38] (unici sia il no che il referendum tra i ventisette membri dell’Unione che hanno ratificato o stanno ratificando tutti per legge col parlamento che è una procedura più appropriata per un trattato internazionale  e per un atto legislativo molto complesso che è stupido giudicare per sì o no…

E così l’Irlanda affossa tutto. Pure, non sembrava certo un paese particolarmente euroscettico, anche perché era stato, forse, tra tutti quello dei ventisette che più – e anche meglio – era riuscito a sfruttare le opportunità e gli aiuti economici che l’Europa unita offriva ai nuovi aderenti.

E’ vero che quattro milioni di cittadini irlandesi sono meno dell’1% della popolazione europea, ma è anche vero che queste sono le regole del gioco e che il nodo irrisolto è stato l’incapacità a motivare, a scaldare i cuori, tutti i tifosi del sì.

Anche qui – come era successo già nei referendum di Olanda e di Francia – sembra davvero una situazione da Comma 22. Senza riformare profondamente i meccanismi decisionali dell’Unione (questo essenzialmente voleva il Trattato di Lisbona) per liberala dalla quisquilie e lasciarla concentrare sulle grandi questioni globali che contano poi nella vita di tutti, l’UE continuerà a presentarsi ai cittadini europei come una burocrazia auto sufficiente di alti, bassi e bassissimi funzionari.

Ma il problema di riformare, negoziando con ventisette governi, ventisette burocrazie nazionali e tutte le proprie sfaccettature interne di governance, la propria intricatissima e diabolicamente puntigliosa procedura di cambiamento, senza coinvolgere una burocrazia magari anche efficiente ma sicuramente ridondante e somigliare così alla caricatura che ne fa chi l’Unione la vuole levare di mezzo. Che poi è esattamente il messaggio, di facciata anche se non di merito, che è riuscito a far prevalere il no.

Bisognerà ora – per chi ha cuore l’Europa e le potenzialità che essa, malgrado la maniera floscia e scostante in cui specie in questi ultimi anni la sono andata facendo, non tanto a Bruxelles ma nei grandi paesi che hanno da tempo rinunciato al ruolo coerente di guida che aveva mosso l’idea, diciamo, fino agli anni ’90, più o meno – rimuovere anzitutto questo immaginario in buona parte sicuramente distorto e preoccuparsi di capire poi i perché di merito per cui il 53,4% degli irlandesi che hanno votato ha detto di no, contro il 46,6% che si sono espressi a favore, con una differenza di 109.164 voti.

Non scaldare i cuori è una colpa. Non riuscire a spiegare le buone ragioni del sì, anche e di più. Specie proprio le ragioni economiche, per cui smantellare l’UE costerebbe a tutti molto più caro che tenercela, anche imperfetta com’è, specie in una fase come questa quando anche troppo facile è dire, da destra come da sinistra, che la corsa all’Europa ormai è una corsa verso il fondo… ed è pure una colpa non essere capaci di evidenziare l’egoismo, gretto, economicamente cretino perché economicamente controproducente, di tanti che predicavano il no.

I fautori del sì (anche qui, quasi tutta la classe dirigente: e il fatto vorrà pur dire qualcosa…) non hanno saputo spiegare con convinzione – anche loro erano molto meno convinti di quanto lo fossero solo pochi anni fa – il perché dicevano di votare a favore. Mancanza di calore, confusione e delusione hanno spinto non pochi all’assenteismo.

Ha votato il 51% degli aventi diritto, molti di più che nel referendum del 2002 – quando l’elettorato dopo averlo respinto l’anno prima ri-approvò il Trattato di Nizza – ma fra quelli che andavano a votare non è mancato probabilmente neanche uno dei fautori del no, essi sì motivatissimi anche se tra di loro – al solito destra euroscettica e conservatrice e sinistra radicale – si odiavano a fondo e di comune avevano solo il comune nemico…

E poi, bisognerà capire che fare. Qui riprendiamo pari pari, sapendo di doverci presto e comunque tornare sopra, quanto avevamo accennato nella precedente nostra Nota congiunturale parlando proprio dell’evento di un possibile no irlandese e, quindi, dell’affossamento del Trattato. Non ci sono, infatti, illusioni da farsi di un ripescaggio come quello che, anni fa, riuscì in Danimarca, facendo finta – quasi – che il primo no non ci fosse stato e recuperando sul sì.

In Irlanda, e giustamente, non ci pensano proprio a un secondo identico referendum. Anche perché anche per loro sarebbe una ripetizione. Ha provato a buttar giù l’idea, come en passant, quello sprovveduto del presidente della Commissione, Barroso, stoppato e ricondotto immediatamente però, ad una valutazione più realistica dal primo ministro lussemburghese Jean-Claude Jonckeere, anche se poi la maggioranza dei governi europei sembra implausibilmente schierarsi con Barroso.

Non il governo irlandese, stavolta. Agli altri diventerebbe difficile esentare l’Irlanda e chiederle di tornare tra due o tre anni alle urne, come pure si fece per Copenhagen e per l’Irlanda stessa già in precedenza nell’ottobre 2002 per strapparle un sì dopo un primo no al Trattato di Nizza— ma, allora, non si trattava di un Trattato così globalmente fondativo come questo di Lisbona. Che, poi, era già la versione riciclata e ridotta a Trattato della vera e propria  Costituzione europea bocciata in Francia e in Olanda!

Né sembra razionale e comprensibile continuare a tenere i referendum e poi, sportivamente – come in Italia siamo anche troppo abituati a fare – ignorarne gli esiti… anche se magari, poi, si conviene sul fatto che i referendum – sì o no. lo abbiamo evidenziato – sono i peggiori strumenti per decidere cose importanti e complesse.

Adesso non è che l’Europa scompare. Ma affossando il Trattato di Lisbona – che, in maniera insufficiente, semplificava e rafforzava comunque la governance dell’Unione – si riparte dal Trattato di Nizza, quello che era ed è ancora in vigore. Del resto Lisbona, che ormai bisognerà buttare alle ortiche, era già un compromesso assai riduttivo rispetto a quello precedentemente approvato: grazie al lavoro demolitore ed ipereuroscettico di Blair soprattutto e dei nuovi aderenti all’Unione, molti tra i governi dei paesi dell’Est. Adesso, bisogna decidere proprio che fare.

Sì, certo, adesso i pochi paesi che non avevano formalmente per le vie parlamentari ratificato il Trattato (si contano sulle dita di una mano: Italia compresa) potranno anche farlo, per completare la procedura. Ma, diciamo pure, onestamente, ormai più che altro a futura memoria.

Tornare indietro, scegliendo con gli euroscettici di optare solo per un mercato comune e deregolato alla neo-liberista— o, se volete, che sembra ormai uguale, alla neo-laburista, o alla leghista… Oppure, ripartendo da Nizza – da un’incompiuta cioè, il Trattato precedente a Lisbona che adesso resta in tempi storici prossimi definitivo: e che, però, formalmente obbliga su tutto all’unanimità – bisogna cogliere l’occasione. E forzare, per ripartire.

Sì, anche malgrado pareri autorevoli di persone che stimiamo moltissimo, sulle due velocità da respingere… Spiega, infatti, intervistato Bronislaw Geremek[39], di essere fortemente “contrario” alle due velocità “perché significherebbe dividerci tra paesi di serie A e serie B”. Poi continua, però dicendo che si può procedere solo a dosi omeopatiche di “cooperazioni intergovernative”, come unico strumento per andare avanti.

Ma in realtà è perfettamente cosciente di quanto questo sia uno strumento inadatto ad andare avanti davvero. Infatti, sa benissimo, e lo dice, che “l’Unione è un potentissimo fattore di unità… non può essere ridotta a semplice comunità monetaria… e che a problemi ormai comuni occorre trovare soluzioni comuni, restando uniti”…

Già… ma se uno vuole andare avanti e un altro indietro? Come si fa se non prendendo atto, caro professore, che se si sceglie di stare in serie B, chi invece è d’accordo nell’andare avanti deve poter andare in A? Altrimenti, e al limite, se la tengano pure la loro comunità monetaria… E come si fa se non prendendo anche atto che dire, come dice Bonino, che Il Trattato di Lisbona è morto e che L’Europa vada avanti lo stesso,[40] è un ossimoro se non si dice anche, poi, come andare avanti?

Perché lasciare intendere che andare avanti significhi ratificare lo stesso un Trattato che è morto comunque è un non sequitur… Non c’azzecca proprio. Certo, Bopnino, europeista ad oltranza com’è, con l’europeista-euroscettico razionale Geremek condivide una certa fiducia di fondo – al contrario di chi qui sta scrivendo – che le intese intergovernative possano far avanzare il disegno politico di un’Europa maggiormente integrata…

Il fatto è che occorre ripartire a costruire un’Europa integrata, politica, capace di delegare poteri per contare ancora… possibilmente non delegandoli, però, solo a un Barroso qualsiasi. E, allora, bisogna ripartire, stavolta, con chi davvero ci sta, sulla base degli spazi che nel Trattato di Nizza e nella sua Carta dei diritti pure ci sono… Sì, proprio a due velocità. Ma, certo, con quali governi? Berlusconi, Sarkozy?...

Ci sarà modo e tempo per tornare sull’argomento, soprattutto ora che, al contrario di quanto pure noi auspicavamo – un tantino scettici, anche se mai euroscettici – gli irlandesi hanno detto davvero di no.

Il 1° giugno elezioni politiche in Macedonia, francamente non proprio “democratiche” dicono gli osservatori internazionali, convocate dopo il blocco della Grecia all’accessione alla NATO ed all’Unione europea della Macedonia finché insiste a chiamarsi così – che storicamente era e geo-politicamente è sempre una regione dell’Ellade e sulla quale i greci vedono estendersi, a partire  dal nome, le mire espansionistiche di Skopje – sono state movimentate, diciamo, da proteste e sollevazioni anche di massa soprattutto nelle aree di etnia albanese (un quarto della popolazione).

Il partito di centro-destra di Nikola Gruevski ha vinto la maggioranza relativa dei seggi. Ma per governare ha bisogno dell’appoggio di almeno uno dei partiti della minoranza albanese… Come è stato scritto, bisognerà ora vedere se, invece di arrivare a scannarsi come usa qui nei Balcani, si potrà magari arrivare domani ad una specie di “belgizzazione” del paese.

Non nel senso di un federalismo complesso ma che implichi e preveda, piuttosto, che diverse nazionalità lasciate dalla storia a spartirsi uno Stato si comporteranno alla fine un po’ come i belgi: valloni e fiamminghi  che si governano con le urne elettorali e i tribunali invece che coi fucili e le bombe[41].

In Serbia, il partito di maggioranza relativa, è riuscito a formare il governo. Per farlo, però, il partito democratico del presidente Tadic che l’occidente (cancellerie e media) ha cercato di aiutare riuscendo quasi ad affossarlo, etichettandolo come uno che avrebbe rinunciato al Kosovo e alle rivendicazioni nazionali su quel territorio per una – peraltro vaghissima – promessa di adesione alla UE etichetta come filo-europeo, si è dovuto accordare coi socialisti dell’ex partito di Slobodan Milosevic, già dittatore buonanima.

Sulla base di un programma di governo che su un solo punto si è mostrato del tutto intransigente: un’implacabile opposizione all’indipendenza (non all’ampia autonomia) del Kosovo[42]

In Russia, il PIL nell’anno che va dal primo trimestre del 2007 a questo primo trimestre è salito dell’8,5%[43].

Con una mossa che è stata interpretata come l’affermazione del suo nuovo potere, Dmitry Medvedev ha licenziato d’autorità (avendo superato i 60 anni, per restare aveva bisogno dell’esplicito assenso del presidente: che però, era considerato pressoché di routine… ma che no n c’è stato) il capo di Stato maggior generale dell’Armata Rossa, generale Yuri Baluyevsky: perché era considerato da molti d’ostacolo al progresso della riforma (dimagrimento e modernizzazione) delle forze armate e perché s’era opposto alla nomina di un “civile” a ministro della Difesa nel nuovo governo di Medvedev e Putin[44].

In questo paese, praticamente da quando Eltsin fece fuori Gorbaciov nel 1991 accelerando la dissoluzione della vecchia Unione Sovietica, è entrata in vigore l’usanza americana della porta girevole – uomini di governo che passano alla finanza e all’industria, privata e anche pubblica, e viceversa.

Adesso, dopo che il presidente della Gazprom, Dmitry Medvedev, è diventato presidente della Russia, Gazprom ha eletto come suo nuovo presidente Viktor A. Zubkov, ultimo primo ministro di Putin, a sua volta diventato al posto suo primo ministro[45] .

Allo stesso tempo il Consiglio di Amministrazione non ha più, come finora, solo avanzato ma ha presentato con forza, e fatto approvare, la proposta di vendere il suo gas naturale al dettaglio in Europa attraverso una rete di stazioni di distribuzione proprie: come concordato in linea di principio, ma non ancora tradotto in fatti, dai molti governi europei che con Gazprom stessa avevano concordato contratti e garanzie di fornitura di gas in cambio, anche, di diritti per la compagnia ad aprirle l’accesso ai loro mercati al dettaglio.  

STATI UNITI D’AMERICA

Il 3 giugno, scendono per un po’ i prezzi del petrolio e si rafforza il dollaro: è successo che il presidente della Fed, Bernanke, ha riconosciuto come l’inflazione più alta sia provocata dalla debolezza del biglietto verde che solleva crescenti aspettative inflazionistiche. Per questo, il dollaro deve restare, afferma, una valuta “stabile e forte[46].

Il segnale è robusto… sembra robusto. Mercati e borsa gli vanno dietro. Per un giorno intero, forse uno e mezzo… Il 6 giugno, infatti, registrano il capitombolo di Wall Street (l’indice Dow Jones crolla di 394 punti in una sola seduta). A fronte di un aumento inatteso (inatteso dai guru, i superesperti che non ci azzeccano mai) del tasso di disoccupazione (del massimo in un mese a maggio da ventidue anni: al 5,5%) e di un salto nei prezzi future del petrolio di $10,75 al barile[47] (in un giorno!): sopra i $138.

Poi, naturalmente si calmano un poco le acque – si fa per dire: i fiotti e le impennate del petrolio – e si solleva un po’ per qualche giorno anche Wall Street. In attesa della prossima impennata del petrolio e ricaduta di borsa… che infatti si registrano appena due giorni dopo… e via dicendo.

Nei fatti, tutti si tormentano e nessuno fa niente, anche di fronte a quello che unanimemente è giudicato come un momento di pura speculazione, perché come è evidente in un giorno e mezzo non è successo nulla di strutturalmente eversivo, né tanto meno di politicamente così sconvolgente, da giustificare una tale impennata. Né, in  un giorno e mezzo, può essere crollata la credibilità del capo della Fed…

A meno che la vittoria nelle primarie democratiche di Barak Obama (due giorni prima), anche se ormai pressoché scontata, non sia considerata (dai petrolieri? dai paesi produttori? dal mondo del business?) rovinosamente scioccante e strutturalmente eversiva per il futuro delle proprie fortune (sapete, dice – e pare credibile – che aumenta proprio le aliquote nostre… e aumenta le spese per gli altri… insomma il contrario di Bush…: ne riparliamo tra un po’…).

La disoccupazione[48] che sale e, pur senza arrivare alla recessione, porta a un totale di “cinque mesi di perdite nette di posti di lavoro: non in recessione mai prima era accaduto” tocca il 5,5%, con 8,55 milioni di disoccupati ufficiali, registrati cioè nelle liste di disoccupazione a fine maggio. Di essi, 1,55 milioni sono rimasti disoccupati ormai da almeno 27 settimane e la copertura federale dell’assegno di disoccupazione, largamente insufficiente, smette dopo la 26a settimana.

Anche al 5,5% il tasso di disoccupazione resta, fa notare la Casa Bianca, a livelli storicamente bassi. Ma è vero anche che, da quando Bush è al potere, i criteri per classificare un americano come disoccupato sono diventati ancora pi stitici. Oggi sono milioni quanti hanno rinunciato – tanto non serve a niente… – perfino ad iscriversi alle liste di disoccupazione.

E adesso i nodi arrivano al pettine: cominciano, soprattutto, a calare drasticamente le ore di lavoro e crescono i licenziamenti. “Quando un’economia cresce consistentemente, e per sei mesi, al di sotto di quello che viene considerato come il proprio tasso potenziale accettabile, succede proprio questo: che i datori di lavoro prima tagliano le ore e poi i posti[49].

Sale ancora, ad aprile, lo squilibrio della bilancia commerciale. Più delle attese, con il record di sempre toccato dal prezzo del petrolio importato[50]. Il buco del mese si è allargato del 7,8% a $60,9 miliardi dai 56,5 miliardi di marzo (216,4 le importazioni contro esportazioni di 155,5 miliardi, pur aiutate dal dollaro che continua ad indebolirsi). Che è il massimo, percentualmente, dal settembre del 2005.

Il deficit dei conti correnti aumenta nel primo trimestre a $176,4 miliardi (5% del PIL del trimestre) da 167,2 miliardi (il 4,8) nei precedenti tre mesi. Soprattutto per la caduta di profitti da investimenti all’estero[51].    

Cala la produzione manifatturiera, anche se di poco ma restando per il quarto mese consecutivo sotto il livello 50, quello della recessione e con la pressione inflazionistica al massimo da quattro anni: col che la paura di una recessione incipiente si associa a quella di una vera e propria incipiente stagflazione[52].

L’indice dei prezzi al consumo sale, il mese scorso, dello 0,6%, al massimo ritmo da novembre, sottolineando le indicazioni della Fed sulla probabilità di un suo intervento, o di più interventi, in aumento sui tassi[53].

E per i prezzi all’ingrosso va anche peggio[54]. In un mese, salgono di quasi un punto e mezzo, al ritmo più alto da sei mesi. Ma, certo, l’inflazione depurata dal nocciolo duro di alimentari e energia, è ben più contenuta…, come se uno potesse mai campare a prescindere da alimentati e energia!

Un’inchiesta particolarmente autorevole[55] richiama alla realtà in atto sul mercato immobiliare: sia l’aumento di nuovi pignoramenti di case, sia le cause aperte dai creditori per ritardi nei pagamenti delle rate scadute o in scadenza, hanno ormai raggiunto livelli mai toccati dopo il 1979.

La Fed, segnalando che al momento la preoccupazione per l’inflazione supera quella per l’andamento asfittico dell’economia – che comunque continua ad allarmare – ha lasciato stavolta dov’era, al 2% il tasso di sconto, mettendo fine ad una sequenza di ribassi che va indietro fino all’estate scorsa quando l’esplosione della bolla edilizia e la stretta c redditizia che ne seguì avevano praticamente stoppato la crescita dell’economia[56].

Nel corso del 2007-2008, i fondi sovrani con la loro imponente massa di investimenti hanno, letteralmente, salvato dalla liquefazione, dalla scomparsa nel buco nero dell’annientamento, decine di miliardi di dollari di risparmio e, nel complesso, il sistema finanziario americano. Fondi sovrani si dicono, per antonomasia, quelli di proprietà e, comunque, sotto controllo diretto di Stati sovrani: i fondi pubblici, cioè, che fanno capo a Cina, Giappone, ma anche Emirati arabi, Arabia saudita, ecc.

Tutti paesi con bilancia commerciale largamente eccedente, che hanno imparato a fatica a fare da sé e pensare per sé e poi, poi, esportare negli antichi paesi ricchi coloniali o di imperialismo nuovo. I nuovi paesi ricchi – la Cina, l’India, ecc. – a larga maggioranza sono fatti da poveri, ma prestano quattrini a chi è assai più ricco di loro. E, al contrario di quanto dogma e vulgata, poi, prevedevano – che, ormai, avrebbe dovuto essere – non si tratta di fondi privati né controllati da privati. Ma di fondi pubblici.

Ed è quello che li rende sospetti qui in occidente, nei paesi ad economia di mercato neo-liberista, più in America che in Europa— più, dunque, proprio dove agli investimenti dei fondi sovrani fanno ricorso di più: nella propria gestione non osservano, non osserverebbero, come i grandi investitori da noi e i loro strapagatissimi managers che già tanto spesso hanno fallito, però, le logiche e le regole – cioè le non-regole: essendo l’unica quella che impone di investire il piazzamento solo dove e quando conviene nell’immediato di più – obbedendo anche a una razionalita di tipo politico, cioè  complessivo, non solo finanziario del corto periodo…

Insomma, non li amano, e anzi, li temono ma disperatamente li vogliono. Osserva Mohamed el-Erian – che, segno dei tempi, è l’amministratore delegato della Pacific Investment Management Co. (portafoglio di investimenti per una trentina di miliardi di dollari: e non malgrado ma proprio per il suo nome…) – che bisognerebbe pur “provare ad immaginare in quali condizioni apparirebbe oggi il sistema finanziario americano se tra novembre, dicembre e gennaio scorsi non fossero arrivati qui $69 miliardi dai fondi sovrani… al minimo sarebbe stato tutto molto più caotico e caro. La stretta del credito su imprese e consumatori sarebbe stata peggiore e le possibilità di ricorso al debito molto più difficili[57].

Un piccolo elenco serve a richiamare a memoria (utilmente forse per quanti avanzano mille apprensioni sul rischio di una sovranità nazionale (degli Stati Uniti d’America, mica di San Marino) così a rischio, soltanto alcuni dei principali interventi dell’ultimo trimestre del 2007 di fondi sovrani nell’economia americana tratto dalla fonte appena citata:

• L’Authority dell’emirato di Abu Dhabi preposta agli investimenti ha comprato azioni convertibili della Citigroup a novembre per $7,5 miliardi.

• La Temasek Holding di Singapore, ha comprato $4,4 miliardi di titoli Merrill Lynch  a dicembre.

• Il governo di Singapore, col suo Fondo sovrano di investimenti ha acquistato $6,9 miliardi di Citigroup, anch’esso a dicembre.

• Sempre a dicembre la China Investment Co., il fondo sovrano della Repubblica popolare di Cina, si è comprato $5 di dollari di titoli della Morgan Stanley.

• L’Authority per gli investimenti dell’emirato del Kuwait ha acquisito azioni rispettivamente per $3 e per 2 miliardi, sempre di Citigroup e della Merrill Lynch a gennaio.

In sintesi, dallo scoppio della crisi cosiddetta dei subprime l’anno scorso, in effetti gli istituti finanziari americani di vario tipo (banche, assicurazioni, ecc.. ecc.) hanno subìto perdite o cancellazioni per più di $160 miliardi dai libri del loro avere. E il ruolo che hanno avuto i più di cento miliardi di dollari di investimenti da fondi sovrani arrivati nel frattempo in America è stato proprio quello di puntellare bilanci altrimenti traballanti davvero.

Nel mezzo degli alti e dei bassi che scuotono la crisi economica e finanziaria dell’America, la crescita bassa, molto bassa ma almeno non il calo del primo trimestre 2008, ha ridato fiato a quella parte degli ambienti del business che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno[58]: forse no, la recessione non viene…; e, se viene, forse, sarà di quelle miti…

E’ un po’ come la storia di quello che si butta da un grattacielo di ottanta piani e, giunto giù al sessantesimo, osserva che “tutto sommato, finora tutto bene”. Solo che i fatti restano duri. Gli USA hanno accumulato nel decennio 1996-2006 una bolla di speculazione edilizia massiccia, sugli 8.000 miliardi di dollari. E a sgonfiarsene finora, è stato più o meno, solo il 40%. I prezzi delle case continuano a calare (nell’ultimo trimestre, del 20% a rito annuale).

Il che vuol dire che il peggio, inclusa un'altra ondata di fallimenti ipotecari e di riduzioni contabili forzate del valore del parco immobiliare. E anche quei proprietari di case che non sono ancor oggi nei guai saranno a breve, comunque, costretti a prender atto che il mercato contro il valore delle loro case concede sempre meno credito, costringendoli a ridurre i consumi.

La più utilizzata definizione della recessione è quella che vede il cumularsi di due trimestri di calo del PIL. Dunque, hanno ragione quanti come Bush dicono che l’America non è in recessione. Il primo trimestre del 2008 ha marcato una crescita dello 0,6% che, però, sarebbe già stata negativa se non vi fossero state incluse anche le scorte di magazzino.

Ma la maggior parte degli americani hanno sentito da tempo la recessione arrivare sulla loro pelle, con salari e stipendi piatti dalla fine del 2002 e redditi familiari che, lungo i sei anni e mezzo di espansione economica, per la maggior parte delle famiglie sono restati stagnanti.

Ufficialmente, proclamare o smentire la recessione toccherà all’Ufficio nazionale di ricerche economiche. Ma anche la definizione di recessione è discussa ed è discutibile. Nell’aria, da mesi, mulinano molti indicatori di recessione seria: dalla fiducia calante all’inflazione crescente, al declino del manifatturiero, ad un inaccettabile e persistente buco della bilancia commerciale, alla fiducia dei consumatori che è scesa del massimo da ventotto anni, da quando stava finendo la presidenza Carter, all’aumento del 65% in un anno dei pignoramenti di case. E, adesso, nel primo trimestre del 2008, sono calati del 6, 2% anche i prezzi dell’edilizia commerciale e non residenziale.

Ora coi prezzi del petrolio in aumento, le preoccupazioni sull’inflazione crescente ed una tendenza in generale più restrittiva, con svariati altri indici in caduta che fanno pressione al ribasso sulla disponibilità del credito a famiglie e persone, a breve termine il futuro dell’economia appare anche più scuro.

E per gli USA non può essere un miglioramento dell’export, che c’è ed è dovuto al calo del dollaro (che pure molti qui, da perfetti ignoranti, considerano una disgrazia: sapete la moneta forte, il prestigio… come se non se lo bruciassero altrimenti ed altrove, gli Stati Uniti, il loro prestigio e il problema non fosse piuttosto quello di tener su di giri l’economia che sta facendosi asfittica), a raddrizzare la situazione, perché l’export qui copre solo l’11% del PIL e sono i consumi che da soli ne abbracciano il 70%.

Poi, certo, ha forse ragione chi dice che non ci sarà mai più una “recessione” in America, vista la definizione irrigidita ufficialmente in base alla quale viene proclamato il fenomeno, e la completa bastardizzazione dei dati relativi all’attività economica (provvisori, correggibili, corretti, aggiustati, addirittura definiti dai soggetti di molti controlli “privatizzati” ecc., ecc.). In primo luogo, di certo, con la pretesa che l’inflazione sia a quel ridicolo 3,5%— più bassa che nell’eurozona dove l’euro si è pure enormemente apprezzato sul dollaro… Credibile, no?

D’altra parte, c’è anche chi, come Stephen Roach della Morgan Stanley Asia, si dice insieme rassicurato e allarmato dal nuovo tipo di stagflazione che, come altri esperti, vede avanzare ancora una volta[59].

Rassicurato perché stavolta, però, annota, la stagnazione economica + inflazione, al contrario di quella degli anni ‘70, non sente le spinte al recupero salariale sull’inflazione di allora, assai minori sia in America che in Europa, essendo stati schiacciati nel mondo industrializzato, o domati o ridotti alla ragione – dice – i sindacati ed i movimenti sociali che, allora, con le loro pretese di rincorrere i prezzi facevano salire l’inflazione (mai il contrario, è ovvio, mai che la colpa fosse di prezzi non regolati e sfrenati). Adesso i salari sono stati scollegati dai prezzi, in occidente (compreso il Giappone).

Ma anche preoccupato perché c’è una nuova minaccia inflazionistica stavolta che emerge – dice – dal mondo in via di sviluppo dove, specie in Asia, i prezzi vanno crescendo in parallelo con la crescita dell’economia. Per l’Asia in via di sviluppo, nel suo complesso, l’inflazione in aprile 2008 ha toccato il 7,5, al massimo da nove anni e mezzo e oltre il doppio di un anno fa (era al 3,6%). Sicuro, una bella fetta di questo aumento è rappresentata, come altrove, da quello di petrolio e derrate alimentari— componenti qui ancora più critici del bilancio familiare di quanto lo siano nei nostri paesi.

Ora, Roach, è un economista che lavorò in quegli anni ’70 per la Fed di Arthur Burns, uno assai familiare perciò con i riflessi condizionati delle Banche centrali in proposito: prima la Negazione totale, poi l’Orrore, poi il Panico e, infine, l’Accettazione rassegnata, I primi tre passi li hanno ormai già compiuti.            

Il presidente della Fed, Ben Bernanke, segnala ai mercati con dichiarazioni mirate[60] che, però, è seriamente preoccupato di un dollaro che si abbassa troppo e rappresenta così uno stimolo di inflazione avanzante nell’economia più grande del mondo. E che la serie di ribassi continui del tasso di sconto è finita, o sta per finire…

E i mercati finanziari, con le loro ipersensibili antenne, leggono il messaggio per quello che è: il deliberato tentativo di forzare al rialzo il valore del dollaro a forza di promesse di mantenerlo “forte e stabile”; e, preoccupati del rialzo che, ora, potrebbe anche seguire al blocco dei tassi vedono profilarsi una fase di denaro che costa più caro…

Non c’è dubbio che la debolezza del dollaro forzi il prezzo del petrolio all’insù— e, infatti, dopo che ha parlato la Fed, subito il petrolio abbassa un poco le penne. E’ anche vero che questa sembra proprio la prima volta in cui Bernanke si pronuncia così chiaro e netto. Potrebbe essere che così abbia fatto, almeno per ora e almeno fino al cambio della guardia alla Casa Bianca, la scelta di tenersi il buco di bilancia commerciale, semplicemente fregandosene…

In effetti, ormai non sembra più incredibile e tanto meno eversiva la prospettiva per il paese di trovarsi di fronte a milioni di posti di lavoro perduti, di milioni di case pignorate e pignorande, di pensioni bruciate e coperture assicurative sanitarie in fumo nelle speculazioni di borsa dei detentori dei fondi.

Sembra chiaro che questi temi – finalmente! – verranno prepotentemente alla ribalta nelle scontro elettorale per la presidenza non appena saranno sfumati i bollori e i livori delle primarie. Ma, intanto, già è chiaro che il pacchetto di stimolo del governo messo in campo qualche mese fa, grosso modo l’1% del PIL non era sufficiente a spingere la ripresa.

Perché, come non tutti ma diversi avevano previsto e predetto, buona parte dello stimolo sarebbe andata a risparmio o ad impinguare qualche investimento e non a consumi e che anche tutta la legislazione che ora il Congresso sta considerando per aiutare chi s’è trovato irretito nella crisi edilizia, non è ai proprietari di case ed appartamenti pignorati che andrà l’aiuto ma soprattutto a alle banche ed ai grandi investitori. Chi è maligno (maligno?) dice perché sono loro i grandi finanziatori politici…

Prima che fossero resi noti i risultati dell’ultima delle primarie, Obama aveva già vinto: gli ultimi due giorni erano arrivate decine e decine di dichiarazioni di superdelegati ad appoggiarlo. Così, in realtà già due ore prime del gong con cui l’Associated Press lo dava informalmente vincitore, l’America e il mondo sapevano che il candidato del partito democratico contro il repubblicano John McCain sarebbe stato la novità delle novità: il senatore di colore dell’Illinois, Barak Hussein Obama.   

I giochi in realtà si erano chiusi già quando la Commissione per le Regole del partito democratico aveva deciso, dibattendo in seduta pubblica e in diretta Tv, di dividere a metà – metà alla Clinton e metà ad Obama – i delegati eletti dalle due votazioni “illegali” di Florida e Michigan, e poi con le primarie di Portorico che, vinte da Clinton, non cambiavano ancora, però, lo score complessivo.

Infatti, proprio la sera del 1° giugno, subito dopo la prima delle tre primarie conclusive – questa di Portorico, terra di Clinton, Obama diventa irraggiungibile ed il 3 notte tocca la quota cruciale della metà più uno dei delegati alla Convention: che, però, non è più 2.025 ma sale a 2.118 grazie alla ri-legittimazione e ri-distribuzione dei voti e dei delegati di Michigan e Florida[61].

Perché, nel frattempo, senza attendere il risultato delle ultime due primarie (Montana 56% per Obama, Sud Dakota 54% per Clinton), sono decine i superdelegati che si schierano per Obama (394 a 280) e i voti conquistati nelle due ultime primarie lo portano al di là del traguardo. Arrivano ben al di là del fatidico 2.118, a 2.154, e continuano a crescere. La senatrice resiste alla resa formale (in fondo, è arrivata a 1.919 delegati, tra “normali” e “super”) e prima di “concedere” dice di volersi consultare con i leaders del partito e con i suoi elettori; poi deciderà…

Ma, ormai, tutti aspettano solo che la senatrice prenda atto dello stato dei fatti e si “arrenda”. Negoziando, per quel che potrà, le condizioni della sua resa. Ma lascia perdere la tentazione di quegli estremisti tra i suoi che la invitavano ad andare fino in fondo, contestando fin dentro la Convenzione la decisione sui delegati di Florida e Michigan e reclamandoli tutti per sé, alla Commissione verifica poteri.

Non era possibile, però, perché la decisione giuridicamente, legalmente e politicamente corretta era quella di cancellarglieli in blocco in quanto erano state primarie del tutto illegittime. La decisione era, dunque, stata già a lei favorevole, assegnandole metà dei delegati ribelli; non era stata sufficiente e, adesso, è impossibile stiracchiarla di più.

Sarebbe, in realtà, un rischio gravissimo per la sua presa sulla gente nel partito, dove comunque dovrà restare ad operare, magari per un’altra occasione domani possibile (in politica, mai dire mai) ma solo se i democratici non la considerassero colpevole di aver fatto loro perdere le elezioni. Così – anche se fino all’ultimo i suoi hanno continuato ad insinuare e lasciar dire, alimentando quello che è un timore anche reale[62], che Obama è il candidato democratico sbagliato contro McCain perché, lui, non ce la può fare e lei sì – alla fine la senatrice Clinton ha mollato.

Come dicono qui, graciously, finalmente con una certa “grazia” e, con generosa chiarezza, ha dato il suo appoggio pieno ad Obama: “le differenze tra noi sono proprio piccole rispetto a quelle che abbiamo con McCain e coi repubblicani”…: e era importante che a dirlo fosse proprio lei;  “lui è l’espressione, non compiuta, ancora, del sogno americano… e ora lo possiamo realizzare”.

Che, poi, è la cosa che, contro e al di là di ogni Bush e di ogni semplificatorio bushismo, alla fine riscatta l’America, perfino dai suoi crimini storici, dai suoi Abu Ghraib…

Il modo che abbiamo adesso per continuare la nostra lotta, per raggiungere gli obiettivi che sono i nostri,  è quello di portare la nostra energia, la nostra passione la nostra forza, e di fare tutto quello che possiamo (Yes, we can!—  Sì, possiamo!) per aiutare ad eleggere Barack Obama come prossimo presidente degli Stati Uniti [63]

Per convincerla, ci sono voluti anche gli appelli diretti e anche, forse, un tantino scortesi, di due suoi solidissimi e autorevoli fautori: il deputato di New York Charles Rangel e il governatore della Pennsylvania Ed Rendell. Solo il giorno prima, per abbatterne le ultime resistenze, le avevano detto – privatamente e hanno poi ripetuto pubblicamente – di rassegnarsi al fatto nel modo più aggraziato e cordiale che le fosse possibile[64].

Alza la voce Rangel: “Il buon senso dice che se si vuole entrare in un ticket [era ancora il momento in cui Clinton sembrava chiedere ad Obama di candidarla con lui alla vicepresidenza] non ci si può permettere di far pressione sulla persona chiamata a decidere… E’ una linea di comportamento stupida— dire alla persona che ha vinto quel che dovrebbe fare”…

E Rendell: “C’è poco da contrattare, anzi niente. Non si contratta con chi ha avuto la nomination. Anche se ti chiami Hillary Clinton e hai messo insieme 18 milioni di voti, non c’è niente da contrattare”.

Obama ringrazia: con parole che – dopo l’asprezza, a dire il vero di lei più che di lui – suonano assai generose: “la senatrice Clinton nell’arco degli ultimi sedici mesi ha fatto la storia— non solo perché ha abbattuto barriere ma perché ha ispirato milioni di americani, di americane, con la sua forza, il suo coraggio e l’impegno che ha speso su questioni come una copertura sanitaria universale che fanno la differenza nelle vite degli americani che lavorano duro[65].

Curioso, ma molto intrigante, che Obama menzioni nello specifico il lavoro di Clinton sulla sanità, dove il programma di lei è sempre stato un po’, almeno, più avanzato del suo. Forse è su questo punto che sembra starle davvero a cuore che intende “integrare” nella sua squadra la Clinton, chi sa…

Il fatto è che ora è finita. L’asse su cui Obama ha costruito la sua vittoria, però, è chiaro. Si è identificato come il candidato della “speranza” e del “cambiamento” – non sono solo parole, perché hanno dato corpo a una passione forte – e si è contrapposto ai candidati dell’establishment, in questa fase soprattutto Hillary Clinton, d’ora in poi John McCain.

Ora è finita ma ora, subito, ricomincia con i sospetti – chiacchiere, articolacci sul web che attendono solo di trovare qualche eco sui grandi giornali… – che nel corso delle primarie erano circolati anche per  impulso del campo clintoniano e continuano a girare malgrado ogni spiegazione razionale e ogni secca smentita.

Insinuano nella testa degli americani “perbene” il sospetto che Obama, in realtà, è  uno di sinistra, col padre che si diceva addirittura socialista, uno che in Indonesia ha frequentato una scuola coranica, che per secondo nome si chiama Hussein, che venti cinque anni fa aveva amici estremisti e che poi andava a pregare nella chiesa di un predicatore “eversivo” – uno che ogni tanto dal pulpito gridava perfino “Dio maledica l’America”…., ecc., ecc.

Ora si aggiunge l’attacco specifico e mirato (quello che segue è solo un campione, solo il primo punto del “ragionamento”) di quanto sta girando sul web: decine di messaggi del tipo che Obama distruggerà l’economia: “se mai lo facessero presidente, chiunque abbia soldi suoi investiti in azioni od in borsa, sarebbe rovinato. Perché al di là di ogni sua fiorita retorica, c’è un piano economico pericoloso che seminerebbe la rovina nell’economia americana.

    Obama è a favore di tasse più alte e dell’espansione della spesa pubblica. Peggio, vuole raddoppiare la tassazione sui guadagni di capitale— qualcosa che gli riuscirà facile con un Congresso a maggioranza democratica.

    Nei mesi a venire – quando gli investitori si renderanno conto del rialzo in arrivo sui guadagni di capitale – si potrebbe scatenare la corsa alla cessione di assets nel tentativo di incassare subito i loro  profitti per evitare l’anno prossimo la vendetta di Obama[66].

A questa osservazione Warren Buffet, stramiliardario in dollari che vuole Obama alla Casa Bianca, ha risposto che, in fondo, il risultato della nuova tassa sui capitali, se poi ci fosse, sarebbe quello di costringere quei poveracci dei suoi “confratelli di classe” ad accontentarsi di due soli superpanfili nuovi all’anno.

Però c’è anche una dimensione della vittoria di Obama che, soprattutto nel Terzo mondo, sembrerebbe poter riaprire spazio all’America. Ha scritto un commentatore ben  noto del NYT, un nome importante e, però, in generale allineato e coperto, che “probabilmente queste mie note metteranno Barack Obama nei guai. Ma quello è un suo problema, non mio. Io non possono raccontare bugie: [e constato] che sono molti egiziani e altri arabi mussulmani cui davvero lui piace a sperare che vinca le elezioni alla presidenza[67].

Ed è un problema vero, questo, in  America visto che Obama, tra l’altro, è stato in giro  parlare per chiese e sinagoghe nel corso della campagna elettorale… ma neanche una volta, finora, et pour cause, in una moschea[68]

Friedman scrive dal Cairo e questo, forse, giustifica l’accenno diciamo pure maligno agli “arabi mussulmani”. Perché in realtà non sono solo gli arabi e i musulmani, a tifare Obama. È tutto il Terzo mondo e pressoché tutta l’Europa, anche. Con qualche falco di destra soltanto a tifare McCain.

E questo, dopo tutta l’acrimonia degli anni di Bush – spiega l’opinionista – mostra quanti sono i non americani ad avere ancora fame dell’ ‘idea dell’America’— questo posto strano, aperto, ottimista e realmente rivoluzionario, così radicalmente diverso dalle loro società.

    … Ralph Waldo Emerson disse una volta ad una riunione del 1844 della Associazione dei mercanti librai che ‘l’America è il paese del futuro. E’ un paese di partenze, di progetti, di vasti disegni e di  aspettative”. Il che è sicuramente vero. Anche se Friedman la mette giù un po’ troppo lirica.

Intanto, però, al primo importante sondaggio elettorale tenuto dopo che la scelta di Obama è stata, finalmente, ufficializzata con la “concessione” di Hillary Clinton[69], viene fuori che nello scontro con McCain il senatore democratico dell’Illinois risulta vincente su quello repubblicano dell’Arizona con ben 15 punti di distacco. Se resta così è, come dicono loro, landslide: vittoria a valanga.

Emerge, intanto, un nuovo scandalo sulla guerra in Iraq con la documentazione da parte di uno che a Bush era vicinissimo, Steve McCllellan, suo portavoce prima in Texas poi alla Casa Bianca, delle truffe, degli imbrogli, delle invenzioni con cui è stata volutamente preparata e condotta l’avventura a cominciare, ormai, da sei anni fa.

Ma, a ben vedere, non c’è proprio niente di nuovo: non sono queste le prime rivelazioni, né è questo il primo libro a documentare la propaganda usata dalla Casa Bianca per fare la guerra né come e quanto tra i media – tra i grandi media – ce ne siano stati molti a darsi da fare per “facilitare e far passare”, come osserva McClellan, l’imbroglio.

La vera notizia è la presa d’atto che una notizia non notizia, non nuova cioè, ancora ha sull’opinione pubblica americana, anni e anni dopo. L’America – non tutta, non tutta: non quella che comanda, certo – è lì ferma. Non piace agli americani che i suoi capi le mentano, specie poi quando ciò comporta dei morti anche americani e specie se nessuno è chiamato a renderne conto. Questa storiaccia – non tutti, non tutti: ma tanti – la vivono proprio come una storia di cronaca nera. E vogliono conoscere la soluzione[70].

Anche questo – la guerra, come ci siamo finiti dentro e che cosa propongono i candidati – è un tema che, finite le primarie, tornerà alla ribalta – finalmente! – insieme a quello della crisi economica e di come gestirla. O rifiutare di gestirla, affidandosi alla magia del mercato, come dicono, tra dubbi crescenti, però, soprattutto – ma non solo anche qui – i repubblicani.

Il governo iracheno sembra in questa fase uscire rafforzato nello scontro con le fazioni sia sunnite che sciite. Anche perché le due parti tra loro hanno esercitato sistematicamente l’espulsione delle minoranze rispettive dai territori di rispettiva “competenza”: vere e proprie campagne di pulizia etnica condotte sotto la supervisione e la deliberata disattenzione dell’esercito americano occupante.

La conseguenza è una popolazione di rifugiati interni ben al di là dei due milioni di iracheni a fine 2007[71], secondo l’ONU. Invece, la Brookings Institution americana calcola che sono 4 milioni gli iracheni che, dopo l’invasione/liberazione hanno perso la casa e “vagano” o, se va loro bene, si “accampano”, in giro per il paese.

Ed, effettivamente, col puntello dell’ “impennata” americana (30.000 soldati in più sul campo), c’è stata una corrispondente diminuzione del livello di violenza imputabile agli insorti, rimpiazzato dalla repressione abbastanza cieca, e sempre impunita, tal quale a quella degli americani delle forze militari e di polizia. In realtà, calano i morti tra i soldati statunitensi (è l’unico dato che conta, dopotutto in America[72]), ma salgono almeno altrettanto quelli tra le truppe del governo iracheno[73].

Non tanto meno morti, quindi, ma diversi… Anche se poi tutti sanno, e il governo al-Maliki lo dice per primo, che gli insorti al massimo sono in quiescenza, probabilmente temporanea. Il problema vero che si profila, però, al momento è politico e di potere.

Sintetizza da Bagdad una corrispondenza del NYT, importante spesso per le sue grandi inchieste ma, di tanto in tanto, anche come soffietto delle politiche di Bush: è successo in modo scellerato nel 2002, nella preparazione del clima che rese possibile l’invasione con i reporters Judith Miller e Michael Gordon – lei poi giustamente licenziata in tronco, lui ingiustamente “perdonato” anche se sputtanato – e risuccede oggi con editoriali come questo, che accreditano ancor più colpevolmente, se possibile, il clima del tout va bien, madame la marquise… – che “il governo sta facendo grandi passi in avanti nella repressione della violenza [si capisce: quella degli insorti…] ma che all’Iraq mancano sempre le norme, le istituzioni, necessarie a governare la divisione del potere e la spartizione del bottino[74].

Va avanti, sotto le braci, anche lo scontro tra Bush e al-Maliki, con quest’ultimo che approfitta della relativamente esistente sovranità che – e non è un paradosso – la sua stessa fragilità e dipendenza e le sue fratture interne gli danno rispetto al Grande Fratello invasore e protettore suo massimo per resistere anche pubblicamente ai loro tentativi di imporre, prima ancora che Bush se ne vada, le condizioni di un trattato bilaterale.

Dopo aver reiterato che non solo i militari ma anche i mercenari americani e i guardioni privati in Iraq devono essere immuni da ogni tribunale locale, adesso “Washington insiste a voler mantenere nel paese 50 basi militari permanenti e mano libera nel lanciare operazioni militari dove e quando vogliono”, senza neanche star a sentire gli iracheni. “Si tratta di un approccio che mira a inchiodare le truppe americane per sempre in Iraq… Gli iracheni hanno ragione a obiettare e dovrebbero farlo anche il Congresso e il popolo americano[75].

Lo aveva già detto bene un ex ministro delle Finanze iracheno del post-Saddam, uno sciita moderato come Ali A. Allawi (moderato è l’aggettivo che nei suoi confronti utilizzano, come un ritornello, i media americani, sentendosi come naturalmente in diritto di dare un’etichetta a tutti, amici e nemici) che richiama un parallelo storico fastidioso… ma rilevante, subito, d’acchitto, per ogni iracheno.

La “proposta” d’alleanza avanzata dagli USA per il proprio futuro in Iraq somiglia maledettamente, fa osservare Allawi[76], al trattato che mise fine formalmente allo status dell’Iraq come mandato britannico dopo la prima guerra mondiale. “In cambio dell’impegno britannico a metter fine al mandato, il trattato riconosceva alla Gran Bretagna privilegi militari e economici… proprio come questo.

    Venne ratificato da un parlamento assai docile, ma suscitò forte risentimento tra i nazionalisti iracheni. E, per il prossimo quarto di secolo, la dipendenza dal Regno Unito avvelenò tutta la politica irachena. Rivolte, sollevazioni civili, golpe militari divennero caratteristiche della storia irachena, attizzate in non piccola misura, proprio dalle dispute avvelenate sul trattato con la Gran Bretagna.

    Sulla base del trattato del 1930, l’Iraq era tenuto a consultare la Gran Bretagna su ogni questione di sicurezza ed a consentire a richiesta l’uso di aeroporti, porti, ferrovie e trasporti fluviali. Due basi militarti di primaria importanza vennero affittate agli inglesi [gli americani,  noblesse oblige, ne vogliono una cinquantina] che, però, conservavano il diritto di dislocare le loro forze su tutto il territorio iracheno. D’altra parte, il personale britannico godeva di immunità giuridica da ogni tribunale iracheno

    Adesso, ottant’anni dopo, l’amministrazione Bush sta cercando un accordo straordinariamente simile a questo. Non sarà, formalmente, un trattato: Bush lo ha accuratamente fabbricato così per evitare la necessità della ratifica che, per i trattati internazionali, spetta al Senato”.  

In realtà la discussione che ogni tanto si riaccende sulle ragioni vere della guerra all’Iraq, e in Iraq, appare sempre più patetica. Forse vale la pena una volta tanto di semplificare. Dunque, cominciamo col dire che è davvero difficile valutare se l’Iraq è stato o meno un “successo”, perché la risposta dipende tutta dalle ragioni per cui Washington ha deciso di invadere e di occupare quel povero paese.

Non è stato per le armi di distruzione di massa: ormai è accertato che era una balla...

Non è stato per il legame col terrorismo e l’11 settembre: non c’è mai stata alcuna connessione tra attacco dell’11 settembre e Saddam; e l’hanno cercata, o se l’hanno cercata… e se fosse stata questa la “giustificazione”, allora avrebbero invaso e occupato l’Arabia saudita…

Non è stato per rovesciare un tiranno: se fosse stato così perché proprio questo tiranno e non uno dei tanti altri… Dopotutto, la missione di portare al mondo libertà e democrazia non può essere limitata da considerazioni di opportunità o dalla geografia, no?

Il fatto è che la motivazione reale – e credibile – che ha portato a quest’orribile, piccolo conflitto – piccolo, ma con centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati e di rifugiati – rimane non dichiarata.

Un cinico potrebbe ben affermare, e i cinici infatti affermano, che la spiegazione è quella più facile. Che gli USA volevano mettere le mani, come le hanno poi messe, sulle riserve di petrolio irachene: dopo quelle dei sauditi, le seconde del Medio Oriente, le terze essendo quelle iraniane.

Un cinico potrebbe anche prender nota che le truppe americane, fin dai primissimi giorni dell’invasione di un paese sovrano, consentirono lo smantellamento e la distruzione sistematica di tutte le infrastrutture e le istituzioni irachene, dall’esercito alle forze dell’ordine, trattandosi  dell’ordine che a loro non piaceva, ovviamente, e permisero anche la razzia dei grandi musei dell’antichità mesopotamica— ma misero la massima cura nel sorvegliare, pattugliare e proteggere ventiquattr’ore su ventiquattro tutte le infrastrutture petrolifere del paese, anche se non sempre poi sono riusciti a proteggerle.

Insomma, l’Iraq è un fallimento per gli americani? l’invasione e l’occupazione di un paese sovrano, che ha portato a un enorme spreco di vite, di sofferenze, di risorse, migliaia di miliardi di dollari può difficilmente sembrare un successo anche perché sempre più forte si va facendo il sospetto che, dietro, non ci sia mai stata una strategia e che, se ce c’è stata, forse è meglio tenerla nascosta.

E allora, il fatto è che per finirla forse basta ammettere che è stata una pessima idea, che è costata troppo e che non ha guadagnato niente. E che quanti si intestardiscono a difendere un’impresa sbagliata e anche criminale lo fanno solo ormai nella speranza di trovare il tempo e la scusa per lavarsi coscienza e mani sporcate di sangue.

A chi scrive francamente sembra che l’Iraq, per l’America, stia diventando quello che l’Afganistan è diventato per l’Unione sovietica: la pagliuzza di sovraccarico in più che ha spaccato la schiena, come dice il proverbio di qui, al cammello (per l’America, quella pagliuzza non può essere l’Afganistan, perché dell’Afganistan all’America, in verità, non importa un fico; ma potrebbe essere l’Iraq). Che altro può fare, l’America, oggi. se non cominciare a ritirarsi in modo ordinato?

In fondo, come ha scritto in una lettera dai toni politicamente quasi disperati un lettore al NYT,  quando Thomas Friedman, il columnist famoso del più autorevole quotidiano americano, scrive che “non è ancora chiaro se l’Iraq sia davvero un paese in grado di essere governato da qualcosa d’altro che da un pugno di ferro[77]…, “io mi sento accorare pensando alle tante vite perdute o spezzate, alle risorse indicibili che sono state bruciate in questa inutile guerra solo per… arrivare alla stessa conclusione cui era arrivato Saddam Hussein[78].

Oggi, il Pakistan e lì, al suo confine settentrionale, l’Afganistan, là dove il governo adesso vorrebbe cambiare regole di ingaggio e disponibilità del contingente italiano a dislocarsi nel sud del paese per compiacere il Grande Fratello (un grave errore: del resto, non tutti i paesi della NATO combattono lì, anzi si contano sulla dita di una mano soltanto queli che lo fanno) vengono  fotografati nel modo più corretto e trasparente dai due primi paragrafi e dalla serie di episodi che riportiamo di seguito— così chiari, netti e inequivocabili vi garantiamo che non li trovate su nessun giornale italiano. Ne raccomanderemmo, di cuore e di cervello anche, la lettura, a chi, diciamo, in Italia governa, propone e, visti i numeri, alla fine decide, sottolineando che, in Afganistan, è anche peggio…

Dunque, dice[79] un servizio molto molto ben informato e costruito su testimonianze dirette e documentazione fornita dai sevizi segreti militari americani e da quelli pakistani al giornale, che tra le mille discussioni causidiche di policy e di strategia che hanno dilaniato per anni gli americani tra loro, i pakistani pure e gli uni con gli altri, “al-Qaeda è riuscita con successo a ridislocare le sue basi operative dall’Afganistan alle zone tribali [del nord est] del Pakistan [o, se preferite, del sud est dell’Afganistan], dove ha ricostruito gran parte delle sue capacità di attacco a partire da quella regione e di diffusione dei suoi messaggi ai militanti sparsi per tutto il mondo”.

Un capolavoro, insomma, per una guerra che, scatenata dal più potente esercito del mondo e da una coalizione che si chiama NATO, contro bande armate di guerriglieri montanari di capacità tecniche infinitesimali al contrario, ormai dura dall’inizio del 2002…

Poi, con grande fanfara, qualche decina di giornalisti – pakistani, americani e altri – sono stati aerotrasportati in maggio in uno degli angoli più selvaggi e fuori legge delle cosiddette aree tribali. Lo scopo era di dimostrare al mondo quanto decisivamente fossero stati sconfitti ed eliminati i covi talebani e la loro influenza nella regione.

Ancora, e a seguire, solo pochi giorni dopo, il gran capo dei talebani della regione, Baitullah Mehsud, ha tenuto una sua conferenza stampa nello stesso luogo, trasportando via aerea anche lui gli stessi giornalisti, corrispondenti stranieri inclusi..

Venne, Baitullah…, parlò rispondendo alle domande dei giornalisti… e se ne andò scortato dai suoi guerriglieri debitamente armati di Kalashnikov. Ma anche inquadrato dai militari regolari dell’esercito pakistano, quasi in alta uniforme di parata: tanto per dimostrare chi davvero comanda e sputtanare il governo … Lo racconta un corrispondente presente ad entrambi gli incontri[80].

Infine, in uno scontro ai confini tra Pakistan ed Afganistan, gli americani cercando di rendere più facile, comprensibilmente, la vita ai loro soldati, invece di mandarli in pattuglia bombardano un poco alla cieca ammazzando undici paramilitari delle forze di frontiera regolari pakistane e non si sa bene quanti tra i regolari afgani.

Il governo di Islamabad accusa l’irresponsabilità americana e descrive l’attacco come “un atto di aggressione che colpisce la base stessa della cooperazione nella guerra contro il terrore”; mentre gli americani dicono che le forze di frontiera pakistane erano in realtà… talebani.

Tanto per fare a capirsi[81]. E tanto per dire del marasma deprimente in cui, irresponsabilmente davvero, qualcuno al governo divisa di cacciare ancora più a fondo le truppe italiane in Afganistan. Se non basta, signor ministro degli esteri e signor ministro della difesa, riflettete di grazia e d’urgenza su dove andate a cacciare il contingente italiano leggendo il titolo, se non tutta la notizia, di quel che è accaduto, proprio in Afganistan, nei giorni immediatamente seguenti il bombardamento americano.

Di un altro bombardamento si tratta, di ben altra efficacia, sembrerebbe. Dunque, un plotone di “militanti talebani” ha messo in atto un attacco spavaldo e rischioso a forza di bombe e razzi contro la principale prigione del Sud dell’Afganistan, a Kandahar. E ha “aiutato a  far scappare – scrive il NYT centinaia di prigionieri sospetti di terrorismo[82]: milleduecento per l’esattezza, di cui 450 talibani doc, il resto islamisti-estremisti.

Intanto volano scambi di accuse agghiaccianti tra Pakistan e Afganistan, alleati nominali e per interposti Stati Uniti d’America nella lotta al terrore. I servizi segreti afgani – che come il mondo sa esistono solo perché li coccolano, li nutrono e li sguinzagliano i servizi segreti americani – vanno accusando i servizi segreti pakistani di aver organizzato l’attentato che ad aprile ha cercato di far fuori nel corso di una parata militare a Kabul il presidente Karzai, facendo decine di vittime collaterali.

Non stiamo azzardando l’ipotesi di un coinvolgimento dell’ISI – il servizio segreto militare di Karachi – ma stiamo avanzando le accuse in base alle prove che sono in nostro possesso[83], dice alla stampa Sayeed Ansari, portavoce dei servizi afgani.

E gli Stati Uniti d’America stanno lì, incastrati tra amici-nemici, con una mano davanti e, come si dice, una di dietro… chiedendoci di metterci anche la nostra.

Sul fronte mediorientale, invece, qualcosa di ancora molto molto preliminare, ma qualcosa, sembra muoversi, proprio sul crinale del conflitto israelo-arabo. Ma non viene certo dalla paralisi di Washington e della sua diplomazia. Si muove, anzi, proprio perché gli attori stanno andando avanti da sé, ignorando la volontà degli Stati Uniti.

Era quel che eravamo venuti racconto qui almeno da alcuni mesi su queste Note (la perdita di credibilità e di incisività cui la dissennata politica tonitruante quanto vuota  di Bush ha condannato l’America). La situazione è questa, come, in sintesi, descritta accuratamente a firma congiunta da un accademico palestinese di Oxford e da un importante studioso americano di politica estera che ha lavorato con la Casa Bianca (ovviamente prima di Bush il piccolo). Scrivono[84]:

Israele e Hamas potrebbero star avanzando centimetro per centimetro verso un cessate il fuoco che metterebbe fine agli attacchi di entrambe le parti e, forse, allenterebbe l’assedio imposto alla striscia di Gaza ridotta in miseria. Le fazioni libanesi, dopo un lungo periodo di paralisi istituzionale e di quasi guerra civile hanno raggiunto un accordo politico provvisorio. E, ad otto anni dal loro ultimo colloquio, Israele e la Siria hanno annunciato la ripresa di colloqui di pace indiretti, per interposta persona…

    L’accordo su Gaza è mediato dall’Egitto. Il Qatar ha mediato quello sul Libano. La Turchia sta guidando i contatti tra Siria e Israele. Sono tre paesi strettamente alleati degli Stati Uniti. In circostanze normali, sarebbero assai riluttanti a prendere iniziative si questioni vitali nella regione senza il consenso esplicito dell’America.

    Pure, in questi casi sembrano proprio aver deliberatamente ignorato le preferenze di Washington. I negoziati in effetti coinvolgevano interlocutori coi quali gli Stati Uniti rifiutavano di parlare, davano inizio a un processo cui gli Stati Uniti si opponevano o producevano un esito dannoso per gli alleati locali degli Stati Uniti.

    La regione è in confusione totale e gli alleati di Washington lo sanno bene. E in privato concordano nel dare la colpa del caos agli americani, avendo dato ormai per inutile aspettare che una via d’uscita possa mai venire dall’amministrazione Bush.

    Agendo come hanno fatto Egitto, Qatar e Turchia hanno dato proprio la misura vera della credibilità e del peso in crollo precipitoso periclitanti dell’America in Iraq, nei territori palestinesi e in Libano. Per questo sono disposti a prendere le cose nelle proprie mani chiudendo un occhio sull’ambivalenza statunitense al riguardo”.

    Perché di questo si tratta. Tutti intenti ad isolare i loro nemici – l’ossessione di Bush è questa: isolare chi non va d’accordo con lui – gli Stati Uniti hanno finito con il marginalizzare se stessi”.

Puntando da anni, per non dire da sempre, a “garantire” Israele solo affidandosi alle pressioni politiche (ma screditate) e militari (ma ormai sovraestese) su nemici ed amici con cui l’America nella regione avrebbe ottenuto quel che voleva, ha finito soltanto per scoprire la propria impotenza a cambiare comunque le cose. Se non peggiorandole…

Di fatto, quindici giorni dopo questo saggio, il disegno comincia a delinearsi: anche se è fuori luogo ogni ottimismo, forse non lo è ogni speranza… Mentre si annuncia anche – ed è la prima volta – una disponibilità di Israele a trattare col Libano per un ritiro (eventuale, parziale, come vuole Gerusalemme? oppure totale come chiede il Libano e, soprattutto, Hezbollah?) dalle fattorie di Sheba, 22 kmq., di Libano che occupa da decenni, si avvia – pare: qui è sempre obbligatorio aggiungerlo – a conclusione per primo l’accordo (temporaneo, sei mesi, raggiunto con la mediazione egiziana ) tra Hamas ed Israele.

Accordo di sospensione degli attacchi reciproci (razzi da Gaza contro il Sud Est di Israele e bombe e carri armati da Israele contro Gaza). Il più difficile, da una parte, sul piano pratico ma forse il più facile perché per adesso non richiede formalizzazioni e ufficializzazioni tra le due parti.

Non è la prima volta che, di fatto Hamas e Israele, hanno trovato l’intesa su una tregua temporanea e, sempre, sempre saltata molto presto perché Hamas non controlla tutti i gruppi della resistenza armata e perché a Israele prudono sempre i cacciabombardieri che usa senza tanti scrupoli anche negli agglomerati urbani avendo, naturalmente, il monopolio dello spazio aereo[85].

Sempre tamburi di guerra rullanti contro l’Iran. Di fronte alla platea americana dell’Associazione degli amici di Israele, che si autodefinisce come la lobby degli ebrei americani a favore (sempre e comunque e su tutto) di Israele[86], anche Barak Obama ha dovuto, e voluto, giurare eterna fedeltà allo Stato di Israele. Non solo l’impegno a difenderlo dall’Iran, attaccandolo, se mai fosse l’Iran ad attaccare Israele – il che va sans dire – ma con parole volutamente “estremiste”, per accreditarsi in questa difficile platea come amico di Israele un appoggio incondizionato e anche preventivo[87].

Sull’Iran, infatti, non c’è esitazione in America: anche se i loro stessi servizi segreti dicono che non è così, che l’Iran ha da anni rinunciato a fabbricarsi le bombe[88], è chiaro che Teheran ha sempre e comunque torto…, anche quando – stavolta – in sostanza, magari, ha ragione.

In fondo, dunque, niente di sorprendente. Più grave è stato che Obama abbia taciuto stavolta, cioè all’AIPAC, dove contava e anche forse qualcosa costava, su quello di cui altre volte, cautamente si  capisce, aveva osato parlare: i diritti degli altri, dei palestinesi, anch’essi da rispettare… Ora, sotto elezioni, niente.

In ogni caso, adesso sta per scattare l’ennesima puntata della telenovela delle sanzioni all’Iran. L’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che non regge più le pressioni americane, sta per certificare al Consiglio di Sicurezza[89] che l’Iran non ha smesso di portare avanti le sue ricerche sull’arricchimento dell’uranio a fini che asserisce di produzione di energia nucleare civile ma che il CdS – sotto la leadership USA e l’acquiescenza ipocrita un po’ di tutti gli altri che tutti ne usufruiscono – gli vuole negare, contraddicendo se stesso e la lettera e lo spirito del Trattato di non proliferazione che riserva questo diritto a tutti i suoi firmatari, Iran compreso[90]. Vecchia storia, insomma, e niente di nuovo. Ma il minimo che gli USA pretendono e il massimo che l’Agenzia sia disposta a dar loro…

Il NYT[91], che pure fa sua tutta la lista dei “sospetti” che l’AIEA elenca – senza mai, però, sostenere perché proprio l’AIEA non lo fa che Teheran lavora per il nucleare militare e attestando che ha potuto condurre le “nove ispezioni non annunciate”, richieste sena preavviso e all’ultimo momento, delle installazioni di arricchimento iraniane – si affretta a soggiungere a ragione preoccupato [ma è un’osservazione contraddittoria; oppure, dicevamo, ipocrita rispetto alla premessa] che anche se “quest’ultimo rapporto è allarmante [dunque, quelli sulla cui base vennero passate le precedenti sanzioni no?] non deve essere usato come scusa dai falchi di Washington per scatenare un’altra guerra. Non ci sono buone opzioni militari”, infatti, in Iran.

Insomma, questo mica è l’esercito sbandato e smandrappato di Saddam Hussein! Ma, certo, se ci fossero buone opzioni, chi sa? Bisogna adoprare fino in fondo, invece, il bastone (le sanzioni) e la carota: “se l’Iran abbandona ogni ambizione di armamento nucleare [ma questa accusa è solo politica: sono i servizi segreti americani a sostenere che l’hanno abbandonato da cinque anni…] ci deve essere una credibile offerta americana che fornisca a Teheran garanzie di sicurezza e di rapporti normalizzati”.

Quando pure i ciechi vedono e i sordi sentono, però, che lo scopo dell’Amministrazione è anche qui quello del regime change, del cambiamento manu militari, se necessario, del regime di Teheran. Come se fossero affari loro…

Lo abbiamo appena detto, poi: questo mica è l’Iraq di quel montato di Saddam, sulla carta il più grande esercito moderno del Medio Oriente e nei fatti come le armate del Duce nel deserto egiziano e nelle steppe russe: carri armati di cartapesta e scarpe di cartone pressato… altro che armi di distruzione di massa.

Qui – ammonisce ancora il NYTal contrario del 1981 quando Israele distrusse il reattore nucleare iracheno ad Osirak[92], non c’è affatto un unico bersaglio. E una campagna di bombardamenti sostenuti finirebbe con l’ammazzare larga parte della popolazione civile senza riuscire affatto a garantire l’azzoppamento del programma nucleare iraniano [aggiungiamo noi: e non solo accelerandolo, allora, ma garantendone anche l’accelerata trasformazione e/o sviluppo in armamenti atomici]. Teheran, poi, ha svariate maniere, tutte terrificanti, di esercitare la sua rappresaglia. E anche gli Stati arabi che temono l’Iran tremano al pensiero dell’America, o del suo alleato Israele che si mette a bombardare un altro paese islamico e delle reazioni che ne potrebbero derivare”.

Shirin Ebadi, la battagliera avvocatessa di Teheran che da anni combatte gli ayatollah sul fronte anzitutto della difesa delle libertà personali – pagando anche con anni di carcere il diritto di condurre la sua battaglia – ammonisce[93] l’occidente a non fare il gioco di Ahmadinejad, compattandogli intorno il paese.

Perché non c’è da sbagliarsi, un attacco militare all’Iran peggiorerebbe lo stato dei diritti umani nel paese”. Ma, per la miseria, “guardate all’Iraq, dove dopo l’intervento ogni fondamentalismo ha trovato il pretesto per il suo estremismo. Non c’è più nessuno, lì, cui venga neanche in mente di mettersi a parlare di libertà di parola, di diritti umani. La gente vuole solo più protezione, più sicurezza. Ma pensate che, da quando le truppe americane sono arrivate in Iraq, gli iracheni stiano meglio? E’ proprio come attivista dei diritti civili che dico ai popoli del mondo che, se vogliono aiutare il popolo dell’Iran, la soluzione non è quella di lanciargli contro una guerra”.

A metà giugno, mentre è in visita di commiato anche in Francia, Bush “denuncia[94] (sic!) che gli iraniani hanno nuovamente (nuovamente? come sempre,  piuttosto: il testo, cambiata e addolcita qualche virgola, è quello già offerto all’Iran e da esso respinto un anno fa, a maggio 2007…) rifiutato gli incentivi che, a nome dei negoziatori del Consiglio di Sicurezza, l’europeo Javier Solana “generosamente – dice Bush – offriva” perché Teheran rinunciasse ad arricchire il suo uranio.

Solana accennava anche alla possibilità (teorica, teorica…) che all’Iran l’uranio arrivasse già arricchito da qualcuno del gruppo… Ma l’Iran ha subito letto l’offerta come uno scambio offensivo tra soldi contro dignità nazionale e qualcosa che, accettata, significherebbe implicitamente, per il paese, la rinuncia ad ogni controllo su una risorsa che per qualunque altro paese sarebbe invece sovrana…

Il nodo, cioè, è sempre quello: l’Iran pretende di essere trattato come ogni altro paese; non come un minus habens, anche perché a deciderlo è, poi, un’anatra zoppa  come Bush, davvero minus habens. Adesso sarà dura comunque far passare al Consiglio di Sicurezza sanzioni realmente dure contro l’Iran. Il blocco all’importazione del petrolio di Teheran, l’unica misura che sarebbe efficace, ovviamente, col mercato com’è, assetato di greggio, è davvero impensabile …

Se qualcosa di significativo riuscirà a passare al Consiglio di Sicurezza, contro la riluttanza ma non più la resistenza ormai inesistente di Russia e Cina al diktat americano (non metteranno il veto, al massimo si asterranno, consentendo così a Washington però di far passare misure sanzionatorie di tipo finanziari), sarà un qualche blocco dei fondi iraniani all’estero[95].

Ma a Teheran, dove non sembrano proprio fessi, stanno – pare – avviando a conclusione quanto avevano annunciato di voler fare: da tempo li stanno spostando in banche di paesi terzi (non Londra, non New York, non Parigi…) che sfuggono, almeno relativamente, al controllo di una finanza americana del resto, in questi tempi, inguaiata di suo; quindi dovrebbero riuscire a sottrarli alle grinfie del sistema finanziario internazionale.

E, ormai, d’altra parte, si fanno pagare il loro greggio e il loro gas in euro… L’anno scorso da noi hanno importato per quasi 2 miliardi ed esportato per oltre 4 di euro (soprattutto petrolio). Conseguenza: se l’Italia sognasse di congelare i conti in banca iraniani, non si vede come loro non congelerebbero i nostri e soprattutto, non si vede come poter sfuggire al blocco del flusso di petrolio iraniano in arrivo.

Resta che l’Iran deve fare i conti, pragmaticamente, col fatto che, al di là del diritto sacrosanto che ha, il mondo – o, almeno, i governi della gran parte del mondo che conta di più – gli resta ostile. E che non sarà facile con chiunque poi tra sei mesi siederà alla Casa Bianca… A meno che Israele, che sta cercando come abbiamo visto, anche se via terzi, di aprire un dialogo con i suoi vicini nemici (i libanesi, i palestinesi, i siriani), e che vive davvero nell’ossessione di una possibile bomba iraniana – anche se Israele è “coperta” dal deterrente delle sue centinaia di bombe non ipotetiche ma reali – attacchi davvero per primo, aprendo il vaso di Pandora ad ogni possibile reazione…   

E, ancora una volta, con un tempismo degno di assai miglior causa, e sostanzialmente per potersi vantare di esserci, l’Italia di Berlusconi ora chiede, velleitariamente, ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania di includerla nel gruppo dei cosiddetti “5 + 1” che dovrebbe (far finta di) trattare con l’Iran perché rinunci ad arricchire il suo uranio.

Velleitariamente perché, poi, viste le resistenze di tutti, e in primis, della Germania, quando in ultima istanza lo chiede all’America, personalmente all’ “amico Bush” in visita a Roma, non riesce a cavare un ragnetto dal buco— a conferma della saggezza del vecchio adagio andreottiano, che nei rapporti tra paesi sovrani prima di chiedere una cosa bisogna già sapere di poterla ottenere: se no è meglio desistere, come diceva Totò.

E, adesso, dopo questa dimostrazione di impotenza politico-diplomatica – che fa quasi il paio del tentativo buco di entrare come membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU – della quale avremmo potuto fare a meno davvero[96], bisognerà tentare invano di recuperare un po’ d credibilità con toppe, pecette e imbarazzanti voli di fantasia. E qui anche un fantasista plurilaureato come il Cavaliere, avrà gravi difficoltà…

Del resto, l’unico motivo che potrebbe giustificare una presenza italiana sarebbe quello di aggiungere al tavolo qualcosa di diverso dagli altri. Perché per dire, come fanno tutti – Russia e Cina comprese – signorsì e sissignore a quel che chiede l’America non serve l’Italia. Utile sarebbe invece – e proprio a quel tavolo: ma ci vorrebbero i cosiddetti, per farlo – sollevare la domanda di fondo: ma in base a quale diritto chiediamo all’Iran di rinunciare non solo alle armi atomiche ma anche ad arricchire il suo uranio a fini civili e non lo chiediamo a nessun altro Stato sovrano firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare? e tanto meno agli Stati che – come Pakistan, India e Israele – il Trattato non lo hanno neanche firmato e le bombe atomiche se le sono fabbricate a decine?

La Corea del Nord, avendo finalmente consegnato alla Cina la “dichiarazione sullo stato del proprio programma nucleare[97] perché lo facesse circolare, come previsto dagli accordi ormai sottoscritti da mesi, ha subito guadagnato la promessa degli USA di provvedere alla cancellazione di Pyongyang dalla lista dei “paesi canaglia” ed “amici dei terroristi” e di provvedere, appena avrà verificato la veridicità della lista a togliere le sanzioni contro i coreani del Nord.

Vero, prima c’è la verifica e – date retta – ci saranno scuse su scuse, ritardi dopo ritardi… Però il primo passo, forse, è fatto e, soprattutto dal suo punto di vista, Bush può dire – e, infatti, si affretta a dire subito in conferenza stampa – ai falchi che siedono alla sua destra che i nordcoreani sono venuti a Canossa…

Perché l’ala più intransigentemente guerrafondaia dell’amministrazione – Cheney, Bolton, altri neo-cons nel frattempo persi per strada di fronte al disastro provocato in Iraq in specie – quella che si era a lungo imposta a Bush contro ogni approccio diplomatico e soft a Pyongyang, i falchi, insomma, non  sono assolutamente d’accordo,

E su una cosa hanno ragione, a parte il principio di base, la loro premessa arrogante e inaccettabile di politica estera del rifiuto della regola per cui in diritto internazionale nessuno Stato ha più diritti di un altro; che, in realtà, “offrendo di cancellare il Nord Corea dalla lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo, George Bush ha impartito a tutti i despoti del mondo una lezione chiara: se volete sopravvivere, costruitevi un arsenale nucleare[98].

Piccolo, magari, come quello di Pyongyang: tre, quattro bombe, non più, fatte col plutonio prodotto dal 2002 al 2007, sotto la copertura del diniego assoluto degli USA di trattare per cinque anni da parte degli USA, fino al rovesciamento della politica di intransigenza da parte di Bush. Poche , evidentemente, ma quanto basta a paralizzare chi gli vuole male.

In realtà, la lezione era chiara dai giorni di Saddam: che ha fatto la fine che ha fatto proprio perché armi di distruzione di massa in verità non ne aveva…

E quando Bush spiega che lui non ha rinunciato affatto a vedere una penisola coreana liberata alla fine dalle armi nucleari, fa solo finta di non vedere l’ostacolo (una montagna, però…) che la Corea del Nord – sempre maestra nel tenere in bilico gli “imperialisti americani” – risponde di essere d’accordo che sì, che l’obiettivo è quello: ma che ciò significa liberazione della penisola da tutte le armi nucleari.

Tutte: anche – e prima delle quattro o cinque che ha ammesso di avere ma una delle quali ha testato, facendola esplodere, proprio per convincere gli americani – liberazione dalle centinaia di bombe nucleari che gli Stati Uniti dislocano sotto il loro esclusivo controllo nella metà di Corea che è a sud del 38° parallelo.

Orecchio dal quale Bush fa finta di non sentire, però… E alibi per Pyongyang, ovviamente, per tenersi le bombe nucleari che s’è già costruite ed alle quali, comprensibilmente alla luce della storia dei rapporti degli USA con chi considera i propri nemici, non vuol rinunciare.

GERMANIA

I prezzi all’ingrosso, in maggio, rispetto ad un anno fa vanno su di un sonoro 8,1%, il massimo da ventisei anni, nelle rilevazioni del DESTATIS, l’Ufficio federale di statistica, riflettendo l’aumento nel periodo del 33,4% del grano, delle sementi agricole e del foraggio, quello del 16,4% di latte e prodotti caseari, uova e olii alimentari[99].   

Non molla la Commissione europea. Visto che la Germania non cede e continua a difendere la legge della Bassa Sassonia che privilegia gli azionisti pubblici (il Land stesso, i dipendenti in senso esteso…) nella proprietà della Volkswagen contro i raids privati e, visto che la Commissione ha condannato la pratica come antieuropea in quanto anti-mercato, Bruxelles minaccia di rivolgersi alla Corte europea: scadenza di resa per Berlino, due mesi[100].

La Porsche, che ha ammassato il 31% delle azioni della VW di cui si vuole appropriare., reclamando il suo diritto ad operare sul mercato liberamente superando una volta per sempre, le “riserve di Stato”, aveva fatto causa al Land della Bassa Sassonia che, avendo resistito, si è trovato accusato di fronte all’Europa liberista-mercantilista di impedire la libera concorrenza. Di qui, il contenzioso.

Che è molto più, però, di una causa per quanto importante di dimensioni locali. Viene testato, qui, il diritto del pubblico contro quello del privato, altrimenti destinato a prevalere giustificato, com’è, sempre, dalla forza bruta rappresentata sul mercato dai soldi. Ed è per questo importante che a rivendicare questo “spazio pubblico” contro lo schiacciasassi dell’interesse privato sia un paese robusto e tignoso come la Germania, non una “mosciarella” come, ad esempio, l’Italia.

Perché su una questione di principio come questa – la difesa dell’interesse pubblico dall’invadenza prepotente delle voglie private – vale la pena combattere. E se possibile, come è possibile con uno Stato come quello tedesco dietro le spalle, per una causa come questa e facendo alleanza con altri, anche vincere.    

FRANCIA

Ad aprile, la produzione industriale si è ripresa dal calo di marzo, tirata dall’auto, dal materiale elettrico e dai prodotti chimici. Secondo l’INSEE, l’istituto nazionale di statistica, la produzione manifatturiera del privato e delle aziende di sevizi pubblici, che conta per il 15% del PIL, è salita dell’1,45 da marzo[101].

GRAN BRETAGNA

Come la Banca centrale europea anche quella d’Inghilterra tiene fermo il tasso di sconto al 5%: più preoccupata dell’inflazione che della crescita bassa, cone è nel DNA di tutte le banche centrali, spesso anche irrazionalmente[102].

Sale anche al 5,3% ufficiale, il tasso di disoccupazione (contato un poco all’inglese: molto molto stiticamente, cioè)[103].

Ma, in misura che prende di sorpresa e lascia tutti gli osservatori attoniti, le vendite al dettaglio, ad aprile, salgono in un mese del 3,5%: il livello più altro da ventidue anni in un mese[104]. E’ un dato che ha bisogno di spiegazioni, tanto incredibile pare in un periodo di attività certamente depresso.

La prima spiegazione possibile è che poi l’attività economica non sia tanto modesta: ma va contro ogni buon senso. La seconda è che i dati ufficiali sono profondamente bacati: ed         è sicuramente più possibile; solo che la tendenza, qui come altrove ma anche più che altrove, è a correggerli in modo che sembrino andare meglio, non peggio… La terza è che, invece, i dati sono del tutto corretti.  Come la realtà fosca dell’economia. Dunque, si spiega col fatto che la gente sa, e sente, che il Titanic sta per affondare e, prima di andare sotto, si dà per l’ultima volta alla pazza gioia.

L’anno scorso, la Gran Bretagna è diventata il maggior esportatore di armamenti del mondo, superando gli Stati Uniti che sembravano insuperabili. Sono gli ordini per 13 miliardi di sterline che, contro un giro di grasse mazzette coperte subito dal Segreto di Stato, l’Inghilterra già nel 2006 aveva acquisito dall’Arabia saudita per una partita di aerei Typhoon e che nel 2007 sono entrate a bilancio[105].

Intanto cresce lo scontento tra i laburisti che, da quando Gordon Brown è diventato premier – ma il trend era cominciato prima, e da tempo, con Blair – sta perdendo un’elezione suppletiva dopo l’altra, con risultati anche catastrofici che qua e là li relegano non solo dietro ai tories ma anche ai liberaldemocratici ma anche dietro i verdi (a Henley, nell’Oxfordshire, hanno preso il 3,1%) mentre tutti i sondaggi danno in testa con 20 punti di vantaggio i conservatori. Insomma, incapace di tenersi i suoi e di conquistare gli altri, a Dio spiacenti e a’ nemici sui[106]

Peggio del partito democratico da noi: che va alle elezioni non tanto, dichiaratamente, per vincerle… anzi sapendo che così le perde ma ne esce anche vincitore in effetti, essendo – sembrava l’obiettivo principale no?, dopotutto – riuscito a cambiare, anche se con mezzi impropri, il sistema elettorale: da trentanove partiti a cinque. E chi se ne frega se, per arrivare a farlo, ha perso le  elezioni.


 

[1] la Repubblica, 12.6.2008, R. Petrini, Debito pubblico record e frena la crescita delle entrate.

[2] OECD Economic Outlook, no. 83, 6.2008 (cfr. www.oecd.org/document/18/0,3343,en_2649_201185_20347538_1_1 _1_1,00.html/).

[3] La Stampa, 22.6.2008, A. Barbera, intervista al ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta. Talmente pieno, come dire?, di sé da osar dire “l’inflazione programmata? un’idea di Enzo Tarantelli che mi onoro di aver contribuito a rendere concreta con gli accordi di San Valentino del 1984”… lui? non Carniti? non Craxi? Renato Brunetta…

[4] ISTAT, 20.6.2008 (cfr. www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/fattord/20080620_00/).

[5] ISTAT, 19.6.2008 (cfr. www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/forzelav/20080619_00/).

[6] Il New York Times, 28.6.2008, J. Nocera, Talking Business - Easy Target, but Not The Right One— Parlando di affari - Un bersaglio facile, ma non quello giusto, spiega, con buone ragioni, che l’inchiesta del Congresso contro le speculazioni ha troppo semplificato le cose,

    “Perché – spiega – non è colpa del governo, no?, che ha fallito nel prospettare al paese una credibile politica dell’energia— non può essere. E no, il problema non è il dollaro debole, né la fame energetica della Cina, né sono – non può essere – le rivolte in Nigeria dei ribelli antigovernativi che stanno facendo saltare in aria gli oleodotti del loro paese. E sicuramente non è colpa tua e mia che ci siamo messi a guidare quei S.U.V. inghiotti benzina. No, devono essere quei maledetti speculatori, gli unici mascalzoni che riusciamo a vedere. Già… ma non sono i soli, davvero…

[7] G. Tremonti, Rischi fatali. L'Europa vecchia, la Cina, il mercatismo suicida: come reagire, 2008. Mondadori; e La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, 2008, Mondadori. In generale, si tratta di analisi assai valide (Tremonti è sagace e brillante: molto più dei peana di certa sinistra lib-lab alla globalizzazione tutta vista in positivo: senza mai chiedersi neanche per chi e per chi no). Peccato, invece, che i “rimedi” alla globalizzazione e “la via per superare” la crisi globale che raccomanda (ritornare ai valori dell’occidente, in sostanza…) siano poco più che predicatòri e niente strutturali, niente che imponga all’occidente di far i conti con le proprie ossessioni colonial-imperiali e con la propria cattiva coscienza).

[8] E’ anche la conclusione di uno studio recente di R. Pollin, università di Amherst-Massachussetts e D. Baker del CEPR di Washington, D.C., Securities Transaction Taxes for U.S. Financial Markets La tassazione delle transazioni  finanziarie sui mercati degli Stati Unit  [da questo studio risulta che, con una tassazione veramente minima solo delle transazioni  speculative sui mercati statunitensi – ma di tutte le transazioni speculative perché tra l’una e l’altra non si può discriminare – si metterebbero insieme almeno $150miliardi di entrate (cfr. www.peri.umass.edu/236/hash/aef97 d8d65/publication/172/).

[9] The Economist, 21.6.2008.

[10] The Economist, 14.6.2008.

[11] Guardian, 30.6.2008, G. Wearden, Oil marches towards $150 a barrel Il greggio in marcia verso i $150 al barile. 

[12] The Economist, 14.6.2008.

[13] New York Times, 16.6.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Oil Nears $140 a Barrel; Weak Dollar Cited— Il petrolio vicino ai $140 al barile: causa, la debolezza del dollaro.

[14] New York Times, 26.6.2008, M. M. Grynbaum, Dow at Lowest Level of the Year as Bank Fears Push Shares Down L’indice Dow al livello più basso dell’anno per la spinta al ribasso dei titoli dovuta ai timori del sistema bancario

[15] New York Times, 24.6.2008, R. F. Worth e J. Mouawad, Oil Prices Rise After Saudi Meeting I prezzi del greggio crescono dopo l’incontro voluto dai sauditi.

[16] HiPDA, 18.6.2008, Booming China Faults U.S. Policy on the Economy La Cina in espansione esplosiva biasima la politica economica degli USA [e non proprio a torto: sempre più irritata, a dir poco, di sentirsi fare la predica da un paese che sta sfiorando il flop finanziario, se non proprio quello economico, ed è in misura pressoché incredibile indebitato proprio con loro] (cfr. www.hi-pda.com/forum/viewthread.php?tid=417965&extra=page%3D1/).

[17] Yahoo!News, 17.6.2008, H. Kalentari, Market full of oil, price trend “fake”: Ahmadinejad— Il mercato è pieno di petrolio, il trend dei prezzi è “truccato” (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20080617/ts_nm/iran_oil_ahmadinejad_dc/):

[18] New York Times, 14.6.2008, M. Fuckler, Surging Oil and Food Prices Threaten the World Economy, Finance Ministers Warn.

[19] New York Times, 14.6.2008, E. Rosenthal, China Increases Lead as Biggest Carbon Dioxide Emitter— La Cina aumenta ancora Il proprio distacco come massimo produttore di anidride carbonica.

[20] The Economist, 14.6.2008.

[21] New York Times, 17.6.2008, K. Bradsher, Labor Costs Rise, and Manufacturers Look Beyond China I  costi del lavoro crescono e l’industria manifatturiera guarda al di là della Cina).

[22] The Economist, 21.6.2008.

[23] New York Times, 11.6.2008, Agenzia Bloomberg, Brazil: Economic Growth Slows— Brasile: rallenta la crescita dell’economia.

[24] The Economist, 21.6.2008.

[25] The Economist, 14.6.2008.

[26] Guardian, 24.6.2008, S. Wilkinson, Europe takes the lead on Cuba L’Europa prende la testa su Cuba.

[27] The Economist, 21.6.2008.

[28] Il Sole 24-Ore, 24.6.2008, (m.mar.), Madrid allunga anche sul PIL.

[29] The Economist, 21.6.2008.

[31] la Repubblica, 19.6.2008, A. D’Argenio, Bruxelles, giro di vite sugli immigrati.; e New York Times, 19.6.2008, C. Brothers, E.U. Passes Tough Migrant Measure L’UE vota misure dure antiemigranti.

[32] Cfr. Nota10

[33] Il testo integrale, interessante e argomentato, della presa di posizione della CES, 18.6.2008, sostenuta dalla CIS, è reperibile sul loro sito (cfr. www.etuc.org/a/5116/ e 5117/).

[34] New York Times, 6.6.2008, M. Landler, European Bank Signals a Move to Raise Rates— La Banca europea indica che è pronta ad alzare i tassi.

[35] Dichiarazione introduttiva di Jean-Claude Trichet, conferenza stampa del 5.6.2008 (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/ 2008/html/is080605.en.html/).

[36] New York Times, 10.6.2008, S. G. Stolberg e S. R. Weisman, Bush Talks Up Dollar as He Heads to Europe— Bush, mentre sta andando in Europa, parla di rafforzare il dollaro.

[37] Lo studio di tre esperti europei di Morgan Stanley (Eric Chaney, Carlos Caceres e Pasquale Diana) compare appena dopo la notizia che gli utili della banca rispètto al precedente trimestre si sono più che dimezzati e non viene divulgato, se non per gli accenni che qui ne riportiamo usciti su The Telegraph, quotidiano britannico serio e seriamente, programmaticamente, gongolantemente euroscettico, 17.6.2008, A. Evans-Pritchard, Morgan Stanley warns of ‘catastrophic event’ as ECB fights Federal Reserve La Morgan Stanley mette in guardia da eventi catastrofici nella lot ta  tra BCE e Federal Riserve (cfr. www.telegraph.co.uk/money/main.jhtml?xml=/money/2008/06/16/bcnecb116.xml/).

[38] Guardian, 13.6.2008, H. McDonald, A. Stratton, Irish voters reject EU treaty Gli irlandesi rigettano il trattato UE.

[39] Uno tra i maggiori studiosi europei di storia medioevale, dal primo momento vicinissimo a Lech Wałesa poi, dopo la caduta “negoziata” del regime cui diede un impulso cruciale, ministro degli Esteri della nuova Polonia ed ora eurodeputato del gruppo liberaldemocratico (insomma un intellettuale puro che la rivoluzione l’ha fatta davvero, anche se poi ha dovuto pure pentirsi di alcuni suoi risvolti “controrivoluzionari” e, anzi – coi fratelli Kaczinsky – reazionari): Corriere della Sera, 16.6.2008, intervista di M. S. Natale, Geremek: “No a un’Europa divisa in serie A e B”.

[40] l’Unità, 16.6.2008, intervista ad E. Bonino, di G. Bertinetto.

[41] The Economist, 7.6.2008, A Balkan Belgium— Un Belgio nei Balcani.

[42] The Economist, 28.6.2008.

[43] The Economist, 21.6.2008.

[44] Dawn, 4.6.2008, Agenzia Reuters, Russian army chief sacked after row with minister— Il capo dell’esercito russo licenziato dopo aver contestato il ministro [della Difesa].

[45] New York Times, 28.6.2008, A. E. Kramer, Gazprom Investors Elect an Ex-Prime Minister— Gli azionisti della Gazprom eleggono un ex primo ministro.

[46] The Economist, 7.6.2008.

[47] New York Times, 6.6.2008, A. Bhattarai, Oil Prices and Joblessness Punish Shares Prezzi del petrolio e disoccupazione fanno male alle azioni [il fatto che fanno male a consumatori e lavoratoti, sembra meno preoccupante…].

[48] New York Times, 7.6.2008, P- S. Goodman e M. M. Grynbaum, Unemployment Rate Hits 5.5% as 49,000 Jobs Lost— Il tasso di disoccupazione arriva al 5,5% mentre si perdono 49.000 posti di lavoro.  Per i dati completi, v. il sito del BLS del Dipartimento del Lavoro, 7.6.2008, Employment Situation Summary (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e v. il commento dell’Economic Policy Institute (EPI), 6.6.2008, J. Bernstein, Mounting recessionary signs as unemployment rate spikes Salgono i segnali di recessione mentre si impenna il tasso di disoccupazione (cfr. www.epi .org/ content.cfm/webfeatures_econindicators_jobspict_20080606/).

[49] Cfr. J. Bernstein, v. Nota precedente.

[50] New York Times, 10.6.2008, Reuters, Trade Deficit Widened in April— Il deficit commerciale si allarga ad aprile.

[51] The Economist, 21.6.2008.

[52] New York Times, 2.6.2008, Reuters, U.S. Manufacturing Sector Contracted in May A maggio in America il settore manifatturiero si contrae.

[53] New York Times, 13.6.2008, M. M. Grynbaum, Oil and Food Push Consumer Prices Higher in May A maggio, petrolio ed alimentari spingono i prezzi al consumo verso l’alto.

[54] New York Times, 17.6.2008, M. M. Grynbaum, Producer prices rise 1.4% in May I prezzi alla produzione salgono dell’1,4% a maggio.

[55] Condotta dall’Associazione delle banche ipotecarie d’America sul livello di insolvenze e pignoramenti e datata 5.6.2008 (cfr. www.mortgagebankers.org/NewsandMedia/Press Center/62936.htm/): ne riferisce sinteticamente il  New York Times, 6.6.2008, M.M. Grynbaum, Nearly 1 in 10 Homeowners Face Loan Problems Quasi 1 su 10 proprietari di case ha problemi coi prestiti in cui è incorso.

[56] New York Times, 26.6.2008, L. Uchitelle, Fed Shifts Its Concern to Inflation— La Fed sposta le sue preoccupazioni sull’inflazione.

[57] MoneyNews.com, 27.5.2008, El-Erian: Sovereign Funds Saved Wall Street El-Erian: i fondi sovrani hanno salvato Wall Street (cfr. http://moneynews.com/streettalk/el_erian_sovereign_wealth/2008/05/27/99189.html/).

[58] Di questa lettura sintetica del bicchiere che, invece, in realtà è mezzo vuoto, siamo debitori, soprattutto, al prof. Mark Weisbrot del Center for Economic Policy Research, 8.5.2008, U.S. Economy: The Worst is Yet to Come L’economia americana: il peggio deve ancora venire (cfr. www.cepr.net/index.php/op-eds-columns/op-eds-columns/u.s.-economy-the-worst-is-yet-to-come/).

[59] Financial Times, 12.6.2008, The new stagflation: an Asian export La nuova stagflazione: un’esportazione asiatica (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/a7957366-387c-11dd-8aed-0000779fd2ac.html/).

[60] Guardian, 3.6.208, L. Elliott e A. Seager, Bernanke warns of danger of weak dollar— Bernanke ammonisce sui pericoli di un  dollaro debole.

[61] New York Times, 4.6.2008,  J. Zeleny, Obama Clinches Nomination – First Black Candidate to Lead a Major Party Ticket— Obama concretizza la nomination – Primo candidato di colore a guidare un partito nazionale.

[62] New York Times, 6.6.2008, N. Degrasse Tyson, Vote by Numbers— Il voto coi numeri: l’autore, che è un astrofisico, fa riferimento all’articolo in stampa a breve sul Journal of Mathematical and Computer Modeling di due studiosi come lui di astrofisica (sic!), J. Richard Gott III e W. Colley, (sic!): applicano il modello che hanno costruito sui dati elettorali reali e dimostrano – afferma l’A. – che se le elezioni si tenessero oggi Barak Obama perderebbe contro John McCain, in termini di seggi elettorali: ne conquisterebbe 252 (ma ne servono 270 per prendersi la presidenza) mentre Hillary Clinton vincerebbe 295…

    Altre analisi, certo meno “innovative” ma anche, oltre che più prudenti, forse più attendibili e che si concentrano, ormai, sui due antagonisti rimasti, danno invece Barak Obama a 280 voti elettorali (quelli che vanno al candidato che a  novembre in ogni Stato vince anche con un solo voto) e a John McCain 256 (SurveyUSA, 3.6.2008, cfr. www.survey usa .com/index.php/2008/ 03/06/electoral-math-as-of-030608-obama-280-mccain-258/).     

[63] The Times, 7.6.2008, testo del discorso di “concessione” di Hillary Clinton (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/ world/us_and_americas/us_elections/article4087902.ece/).

[64] Guardian, 5.6.2008,M. Tomasky, The final straw— L’ultima goccia.

[65] Sito del senatore Barak Obama, 7.6.2008 (cfr. http://my.barackobama.com/page/s/thankyouHRC?Source=feature _thankyou?source=feature_thankyou/).

[66] Newsmax Magazine, J. Fund, opinionista famoso del Wall Street Journal, rapporto speciale 6.6.2008: Obamanomics – the Coming Tax-and-Spend Nightmare— L’Obamaeconomia: l’incubo prossimo venturo del tassa-e-spendi (cfr. http://w3. newsmax.com/a/jun08/).

[67] New York Times, 11.6.2008, T. L. Friedman, Obama on the Nile— Obama sul Nilo.

[68] New York Times, 24.6.2008, A, Elliott, Some Muslim Americans Feel Shunned by Obama Diversi mussulmani  americani si sentono snobbati da Obama.

[69] Sondaggio di Newsweek, 20.6.2008, Barack’s Bounce— Il balzo di Barack (cfr. www.newsweek.com/id/142465/).

[70] New York Times, 2.6.2008, F. Rich, McCain’s McClellan Nightmare— L’incubo McClellan per McCain.

[71] Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, 12.2007 (cfr. www.unhcr.org/home/PUBL/474ac80811.pdf/).

[72] Lo fa rilevare seccamente sul New York Times, 22.6.2008, uno dei grandi opinionisti del quotidiano, Frank Rich – in un editoriale intitolato Now That We’ve ‘Won,’ Let’s Come Home Ma, adesso che abbiamo ‘vinto’, torniamocene a casa – scrivendo che “quando martedì scorso a Bagdad una bomba in un mercato ha ammazzato almeno 51 iracheni, mettendo fine ad un periodo di relativa calma, solo uno dei tre telegiornali nazionali (la NBC) si è degnato anche solo di accennare la cosa”.

[73] Sempre la Brookings Institution summenzionata, cfr. New York Times, 22.6.2008, J. Campbell,  M. O’Hanlon e A. Unikewicz, The State of Iraq: An Update— Lo stato dell’Iraq: un aggiornamento.

[74] New York Times, 20.6.2008, S. Farrell e R. A. Oppel Jr., In Iraq’s Successes, the Seeds of VulnerabilityNei successi dell’Iraq, tutti i semi della precarietà.

[75] New York Times, 14.6.2008, edit., A moment of clarity in BaghdadUn momento di chiarezza a Bagdad.

[76] The Independent, 5.6.2008, A. A. Allawi, This raises huge questions over our independence— Ma [questo Trattato] solleva dubbi seri sulla nostra indipendenza.

[77] New York Times, 18.6.2008, T. L. Friedman, Iraq: Still Inscrutable L’Iraq: sempre inscrutabile.

[78] New York Times, 23.6.2008, Letters to the editor.

[79] New York Times, 30.6.2008, M. Mazzetti e D. Rodhe, Amid Policy Disputes, Qaeda Grows in Pakistan Fra le tante dispute di alta strategia [tra americani e Pakistani], al-Qaeda si rafforza in Pakistan.

[80] New York Times, 2.6.2008, J. Perlez, Taliban Leader Flaunts Power Inside Pakistan— Un capo talebano sfoggia tutto il suo potere: in Pakistan.

[81] New York Times, 11.6.2008, C. Gall e G. Bowley, Pakistan Says U.S. Airstrike Killed 11 of its Soldiers— Il Pakistan denuncia che un attacco aereo americano ha ucciso 11 dei suoi soldati; e The Economist, 14.6.2008.

[82] New York Times, (A. P.), Taliban Attack Helps Afghan Inmates Escape— Attacco talebano aiuta [ma, francamente il verbo sembra sottovalutare la cosa…] a scappare prigionieri afgani.

[83] New York Times, 26.6.2008, A. Waheed Wafa e G. Bowley, Afghans See Pakistan Role in Karzai Plot— Gli afgani vedono un ruolo del Pakistan nel complotto contro Karzai.

[84] New York Times, 3.6.2008, H. Agha e R, Malley, Peace meets a vacuum— La pace trova un vuoto [da riempire]

[85] New York Times, 18.6.2008, E. Kershner, Israel Agrees to Truce With Hamas— Israele si accorda per una tregua con Hamas [per dire, e per capirci, quelli coi quali dice la dottrina, chiamiamola così, dei bushotti, essendo “terroristi” mai si si dovrebbe trattare…].   

[86] AIPAC, About AIPAC— L’AIPAC chi siamo (cfr. www.aipac.org/about_AIPAC/default.asp/).

[87] Dice: “farò tutto quanto sarà in mio potere per impedire all’Iran di ottenere un arma nucleare. Tutto quello che è in mio potere. Tutto!” Tutto? Compreso “nuclearizzarlo” a priori? (The Cutting Edge News, 4.6.2008, Momentous Barack Obama speech supporting Israel sweeps AIPAC off its feetDiscorso di grande rilievo di Barack Obama fa saltare in piedi tutta la platea dell’AIPAC (cfr. www.thecuttingedgenews.com/index.php?article=551/).

[88] New York Times, 3.12.2007, M. Mazzetti, U.S.Says Iran Ended Atomic Arms Work— Gli USA dicono che l’Iran ha messo fine al suo lavoro sugli armamenti atomici. Per il  testo integrale, del Rapporto (Iran: nuclear intentions and capabilities— Iran: capacità e intenzioni nucleari (cfr. www.dni.gov/press_releases/20071203_release.pdf?ifse1/); vedi, anche, l’esposizione e la documentazione che sul tema abbiamo fatto nella nostra Nota congiunturale 1-2008.

[89] Il testo del Rapporto, che era naturalmente segreto, è uscito a fine maggio, fatto filtrare dalla Casa Bianca proprio per forzare la mano all’AIEA (vedi Nota congiunturale 6-2008, Nota99).

[90] Ci esimiamo qui dal ricordare, ancora una volta, numeri e testi delle risoluzioni che pur riconoscendo esplicitamente questo diritto all’Iran, impongono le… sanzioni, e testo e riferimenti del Trattato di non proliferazione che… idem. Appunto, perché lo abbiamo fatto una decina di volte, almeno, nelle nostre ultime dieci Note congiuturali… 

[91] New York Times, 28.5.2008, edit., Iran and the Inspectors— L’Iran e gli ispettori.

[92] Il New York Times (10.6.2008, edit., Threatening Iraq— Minacciando l’Iraq), però, sbaglia. Succede, o se succede…: e non solo sulle questioni di fondo, come il bere il bicchiere avvelenato delle bugie di Bush e convincere a berlo l’opinione pubblica americana, ma anche su quisquilie di dettaglio, come questa, tutto sommato irrilevanti). Il fatto è che il reattore iracheno non era localizzato, infatti, ad Osirak, che non esiste; ma era stato battezzato Osirak dai francesi, che aiutarono a costruirlo (da Osiride, il dio egizio della vita, della morte e della fertilità, + Iraq).

[93] Guardian, 13.6.2008, intervista di D. Batty, a S. Ebadi, 'If you want to help Iran, don't attack'— ‘Se volete aiutare l’Iran, non attaccate’.

[94] New York Times, 14.6.2008, S. Erlanger e E. Sciolino, Bush Says Iran Spurns New Offer Bush dice che l’Iran respinge una nuova offerta

[95] Guardian, 16.6.2008, Britain and E.U. step up Iran sanctions Gran Bretagna ed Unione europea intensificano le sanzioni sull’Iran [in realtà, l’articolo chiarisce – per bocca neanche di portavoce europei, o magari solo britannici, ma del Consigliere alla sicurezza nazionale degli… Stati Uniti d’America, Stephen Hadley, abbastanza stizzito, che per ora l’Europa ha concordato solo “in linea di principio”…].

[96] Corriere della Sera, 12.6.2008, M. Caprara, Bush non porta regali all’Italia. Nessun invito al tavolo con l’Iran.

[97] New York Times, 26.6.2008, N. Onishi e E. Wong, U.S. to Take North Korea Off Terror List as Pyongyang Hands Over Nuclear Statement— Gli USA toglieranno la Corea del Nord dalla [sua] lista del terrore dopo che Pyongyang consegna la [sua] dichiarazione nucleare.   

[98] Guardian, 26.6.2008, J. Watts, Triumph for Kim Jong-ilIl Trionfo di Kim Jong-il.

[99] New York Times, 11.6.2008, Germany: Wholesale Prices Gain— Germania: crescono i prezzi all’ingrosso.

[100] New York Times, 6.6.2008, J. Kanter, Europe Warns Germany About Shielding VW— L’Europa ammonisce la Germania di non far scudo alla VW.

[101] New York Times, 11.6.2008, France: Industrial Production Rises— Francia: sale la produzione industriale .

[102] New York Times, 6.6.2008, M. Landler, 2 Central Banks in Europe Keep Rates Unchanged Due banche centrali in Europa mantengono immutati I tassi di sconto.

[103] The Economist, 14.6.2008.

[104] Guardian, 19.6.2w008, L. Elliott, Are we really going to shop till we drop? Ma davvero continueremo a fare acquisti fino a crollarne?

[105] Financial Times, 18.6.2008, S Fidler, UK becomes largest exporter of arms Il Regno Unito diventa il maggiore esportatore di armamenti  al mondo.

[106] D. Alighieri, Divina Commedia, Inf . III, 61-63.