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     07. Nota congiunturale - luglio 2007

 

 

 

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TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

[1]

Il ministero dell’Economia ha reso noto[2] a inizio giugno che il fabbisogno del settore statale di maggio 2007 è stato pari a 11 miliardi di €, inferiore di 3,6 miliardi rispetto ai 14,580 registrati nello stesso mese del 2006.

Nei primi cinque mesi del 2007 si è registrato complessivamente un fabbisogno di 44,8 miliardi,  3 in meno rispetto a quello dell’analogo periodo del 2006 (47,817).

Il miglioramento del fabbisogno in  maggio, rispetto allo stesso mese del 2006, è determinato dal buon andamento delle entrate fiscali e dal recupero di parte degli anticipi di spesa avvenuti nei mesi precedenti: fenomeni, entrambi, che riconducono il fabbisogno totale dei primi cinque mesi del 2007 ad un livello inferiore a quello dell’analogo periodo dell’anno scorso.

La ripresa c’è… ma è incerta

Gli ultimi dati sull’evoluzione dell’economia reale non sono particolarmente soddisfacenti, anche se pare superata la fase di stagnazione economica. Nel primo trimestre dell’anno la crescita della ricchezza prodotta è rallentata, portando il PIL ad un aumento congiunturale (sul trimestre precedente) dello 0,3%. Nel quarto trimestre 2006, quello precedente, l’incremento era stato dell’1,1%.

Il rallentamento dei ritmi di crescita è comune a tutta l’area euro, che nel primo trimestre del 2007 è cresciuta in termini congiunturali dello 0,6%. L’incremento tendenziale (su base annua) porta il PIL a crescere del 3.0%. Numerose analisi sottolineano la maggiore sincronia dell’economia italiana con quella europea ed in particolare con quella tedesca; è cresciuta la correlazione tra gli andamenti dell’economia di Italia e Germania. Il tutto, però, ad un livello più debole rispetto al dato europeo.

La nostra crescita nel primo trimestre 2007 è stata del 2,3% su base annua, ossia rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Uno sviluppo, quindi, sostenuto, se confrontato agli anni di sostanziale stagnazione del 2001-2005. Ma sempre inferiore a quello dell’area euro. Comunque va tenuto conto che la crescita già acquisita per il 2007 è dell’1,4%: significa che se oggi il PIL smettesse di crescere e restasse sui livelli attuali, il risultato finale per il 2007 sarebbe di un aumento dell’1,4%, sia per l’effetto trascinamento dal 2006 dell’1,2% che per i risultati acquisiti nel primo trimestre.

Un’indicazione importante proviene dalla produzione industriale. Nel primo trimestre questa è calata dello 0,8% sul trimestre precedente, ma i volumi prodotti rimangono positivi dello 0,9% se confrontati su base annua. Dal lato dell’offerta, è proprio il rallentamento del settore industriale ad aver provocato nell’economia una riduzione dei ritmi di crescita.

Nel 2006, il valore aggiunto dell’industria è aumentato del 2,3%, quello relativo ai servizi dell’1,% mentre il contributo dell’agricoltura è stato negativo (-3,%). Nel primo trimestre del 2007, il valore aggiunto agricolo è aumentato sul trimestre precedente del 3.6% (+3.9% su base annua); quello dell’industria ha registrato una contrazione dello 0,% (+1,% su base annua) mentre la produzione di servizi è aumentata dello 0.5% sui tre mesi precedenti (+2.5% su base annua).

(Troppo) deboli i consumi, crescono (un po’) gli investimenti in costruzioni e le esportazioni

Dal lato della domanda, nel primo trimestre, gli investimenti fissi lordi sono cresciuti dello 0,7% sull’ultimo trimestre del 2006, e del 2,8% su base annua. Aumento sostanzialmente dovuto al forte incremento degli investimenti in costruzioni (+5,2%) ma limitato dalla caduta dei mezzi di trasporto (-3% su base annua).

Il problema principale rimane il consumo delle famiglie che stenta a ripartire con ritmi di crescita coerenti alla fase di ripresa. Ricordiamo che la spesa complessiva delle famiglie per i consumi finali dello scorso anno ha registrato un incremento dell’1,6% ai prezzi di mercato. Nel primo trimestre dell’anno sono saliti in termini congiunturali dello 0,7% (+1.9% sullo stesso trimestre dello scorso anno, con una buona dinamica dei consumi in beni durevoli +3.5%).

Emergono, tuttavia, elementi di perplessità. Le vendite al dettaglio nel mese di marzo hanno riportato per la prima volta da molti mesi un incremento del valore totale di qualche rispetto: +2,6% e sono finalmente positive in termini reali (scontando dall’incremento, cioè, del valore, quello dei prezzi). Un’indicazione importante, anche se il maggior aumento è per i generi alimentari (+3,6%), confortata dall’incremento congiunturale (sul mese precedente) dello 0,5%. Anche il Centro Studi Confindustria segnala una moderata ripresa dei consumi. L’indicatore della Confcommercio è cresciuto dello +0,6% a marzo e del +1,4% ad aprile rispetto ad una media dei primi quattro mesi del 2007 sul periodo corrispondente dell’anno prima di appena lo +0,6%; per alcuni servizi si assiste ad un piccolo rilancio.

Resta l’incognita rispetto ad una crescita robusta. Dall’indagine dell’ISAE si vede come negli anni della grande stagnazione 2002-2005 la fiducia dei consumatori sia  rimasta stazionaria. Nel 2006, con la ripresa dell’economia, l’indicatore ha avuto un’impennata: a fine anno, però, si è assistito, in corrispondenza dell’impostazione della Finanziaria 2007, ad una brusca caduta e ad un andamento sostanzialmente stabile in seguito.

In parte, la debolezza della fiducia dipende anche dall’andamento dell’inflazione; i dati del delatore dei consumi delle famiglie, cioè l’indicatore più ampio dei prezzi al consumo, anch’esso calcolato dall’ISTAT, mostrano una crescita per il 2006 del 2,7%, lontana da quanto valutato dagli indici dei prezzi correnti; mentre l’inflazione per l’intera collettività nazionale e per le famiglie di operai e impiegati, si è collocata intorno al 2,1%.

Insomma, sembra di vedere un’inflazione sommersa, che inevitabilmente poi condiziona le scelte di consumo. Saranno, quindi, le politiche di rilancio dei consumi una delle sfide del prossimo DPEF, perché sono queste che potranno portare ad una ripresa robusta: non può essere altrimenti: i consumi, in Italia, pesano per oltre l’80% del PIL.

E’ anche per questo che tanto rilievo comportano, sempre e dovunque ma in Italia ancora di più, le

misure della politica monetaria europea se, e quando, la BCE tende a elevare i tassi di interesse che per l’Italia (servizio del debito, rincaro del costo del denaro) comportano sempre una spesa superiore a quella degli altri paesi…

I consumi saranno decisivi anche se, come ci si aspetta, le esportazioni e la domanda estera in generale dovessero aumentare, al di là di variazioni di breve periodo, per l’aumento del commercio mondiale. Le esportazioni nel primo trimestre hanno registrato un incremento sul trimestre precedente dello 0,4% e un incremento su base annua del 4,1%. Il contributo alla crescita del PIL nel primo trimestre della domanda estera netta (export-import) è stato dello 0.4%; rilevante tanto quanto il complesso dei consumi finali nazionali.

E’ tuttavia opportuno tener conto della decelerazione dei ritmi dell’economia americana che ha attratto negli anni passati un notevole flusso di prodotti italiani, nonostante la svalutazione del dollaro. Altro elemento critico è la continua riduzione del cambio della moneta americana che negli ultimi due anni si è svalutata di oltre il 15%, generando sempre più un notevole gap competitivo che non può non incidere sui flussi di esportazione.

Previsioni sul PIL 2007: intorno al 2%... con qualche rischio

Abbiamo già detto del rialzo delle stime di crescita da parte dei diversi istituti di previsione rispetto all’inizio dell’anno. Diversi centri studi prospettano che l’economia recuperi ritmi più vivaci, dopo la pausa dei primi tre mesi. L’ISAE stima che l’attività economica aumenti nella media del 2007 dell’1,9%, nei dati corretti per il calendario; del 2%, in termini grezzi.

Nel 2008, la crescita, in termini sia grezzi che “corretti”, si attesta all’1,8% (un decimo in più rispetto alla previsione di marzo). Il divario nei tassi di sviluppo con l’area euro, pari a 0,9 nel 2006, si porta a 0,6 nel 2008.

L’ipotesi poggia sull’ipotesi che i ritmi recenti della domanda aggregata e la ripresa dell’export perdurino per il prossimo anno. Dal lato dell’offerta, si conferma il più favorevole andamento (avviato nel 2005) della produttività manifatturiera, che si accompagna a una dinamica positiva dell’occupazione. Le previsioni indicano un tasso di disoccupazione ancora in riduzione, che dovrebbe toccare il 6% nel 2008 (un livello non raggiunto da circa 40 anni).

Le ipotesi di crescita leggermente più elevate hanno condotto a una revisione favorevole delle stime ISAE sulle finanze pubbliche: il deficit delle PP.AA.  in percentuale del PIL (4,4% nel 2006, 2,4% senza le poste straordinarie) si situa al 2,2% nel biennio successivo. Il rapporto debito/PIL, al 106,8% nel 2006, si porta al 105,1% nel 2007 e al 103,7% nel 2008.

L’Italia sembra caratterizzata, quindi, da crescita non eccezionale, ma robusta, intorno al 2% annuo. Considerato il debito pubblico che vincola necessariamente il processo di crescita dell’economia, possiamo dire che i ritmi previsti per il corrente anno e quello successivo sono certamente positivi, ma rimarranno inferiori a quelli delle altre economie dell’area euro.

Il peggioramento degli ultimi anni negli indicatori finanziari non permette probabilmente ritmi superiori: il fabbisogno di cassa delle Amministrazioni Pubbliche è arrivato al 5 per cento del PIL, 70 miliardi di euro, nel 2005, anno in cui il debito pubblico aumenta in rapporto al prodotto dopo dieci anni di riduzioni.

Tra gli aspetti critici che necessariamente condizioneranno le dinamiche reali future vanno ricordati la spesa per interessi passivi (la spesa per il debito pubblico nel 2006 segna una inversione di tendenza nei trend e nei livelli assoluti, segnando un aumento del 5,2% dopo quattro anni di riduzioni), l’aumento dei gettiti tributari, e la riduzione della spesa in conto capitale, con gli investimenti che sono scesi nei livelli per il secondo anno consecutivo.

Le ipotesi necessarie per mantenere questo quadro macroeconomico riguardano in primo luogo: la tenuta (o meglio il rafforzamento) dei consumi delle famiglie, e la capacità di far fronte ad evasione e rendite, in modo da limitare la redistribuzione del reddito in atto da diversi anni e ridurre gradualmente il carico fiscale su chi paga le tasse. Le incognite internazionali non mancano.

Occorre analizzare i tassi di crescita in correlazione con le diverse possibili ipotesi sulla dinamica della valuta americana in rapporto all’euro nonché sull’andamento dei corsi energetici, che come dimostra l’esperienza recente, presentano una forte variabilità.

Il DPEF

che è stato approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri il 28 giugno, lascia al momento di scrivere ancora largamente insoluto, però, il nodo delle pensioni  (900 milioni di € per integrare un po’ quelle al minimo, subito; ma su scalone, o scalini, o coefficienti o che cosa, ancora tutto in questione…).  Prevede (in sintesi davvero estrema):

• PIL di quest’anno, +2%, +1,9 il prossimo;

• Rapporto deficit/PIL, +2,5% quest’anno, +2,2 il prossimo;

• Lo scopo: debito pubblico (oggi al 106% del PIL) a 100 a fine legislatura;

• Nel 2008, nessuna manovra correttiva; quindi, la Finanziaria non servirà a rastrellamenti di ulteriori risorse;

• Dal 2008, pressione fiscale in calo (dal 42,8 al 42,6%) e riduzione dell’ICI sulla prima casa;

• Unificazione di tutti gli strumenti di sostegno (detrazioni IRPEF, assegni familiari, ecc.) del reddito delle famiglie con figli minori;

• Investimenti in infrastrutture, di cui: 4,3 miliardi di e per l’ANAS, 22,2 per le FF.SS. e per la TAV Torino-Lione;

• Impegno ribadito a “perseguire una politica di progressiva apertura del capitale di società controllate dal ministero Economia e Finanze, come Poste e Zecca”; e

• Lotta all’evasione fiscale, si capisce…

Dice Silvio Berlusconi che sono solo “promesse e favole”. E lui se ne intende.

Dice Almunia, il commissario europeo agli Affari economici che l’Italia, con questo DPEF, non si è essa in linea con le preoccupazioni dell’Eurogrupo e che bisogna fare la riforma delle pensioni… e non si capisce bene perché Prodi non gli risponda che a lui delle preoccupazioni dell’Eurogruppo importa, sì. Ma meno delle preoccupazioni degli italiani, specie di quelli che più stanno male…

Dice il CNEL[3], che ne commenta le linee in un ampio documento che mentre “si stima che i rialzi dei tassi di interesse decisi dalla BCE determineranno, comunque, un aumento degli oneri per interessi passivi in Italia e comporteranno una maggiore spesa per il bilancio pubblico stimata in circa 0,2 punti di PIL [sono sui 35-36 miliardi di €], per l’Italia il fatto che le uniche decisioni di politica economica siano costituite dalle decisioni di politica monetaria, in conseguenza del rilevante debito pubblico, rischiano di incidere maggiormente creando non solo maggiore spesa per il servizi”.

Il punto è che – prediche o non prediche di Almunia e soci: nostrani e europei – la vera palla al piede della nostra economia è il tasso troppo contenuto dei consumi: nell’anno che finisce ad aprile 2007, in effetti, gli ultimi dati raccontano che sono – fatto pressoché unico tra le grandi economie del mondo – addirittura diminuiti: dello 0,4%... E, nel calo, il loro ruolo lo hanno avuto pesante, anche e come, gli aumenti del costo del denaro sui consumi, oltre che sul servizio del debito, dovuti a quelli dei costi di interesse.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il prezzo del greggio petrolifero si è riassestato ai massimi da dieci mesi, intorno a $70 al barile, soprattutto per le minacce e le chiusure di pozzi in Nigeria dovute all’attività di ribelli che continuano a reclamare una più equa spartizione dei benefici con le popolazioni locali da parte del governo federale centrale e agli scioperi dei lavoratori in lotta per condizioni e salari più decenti.

Il segretario generale dell’OPEC, Abdalla Salem el-Badri, insiste, intanto, che non c’è ragione di incrementare la produzione visto che le tensioni sul mercato sono essenzialmente dovute non tanto all’aumento del consumo quanto a un aumento di scorte dei consumatori e a ragioni di carattere geo-politico che poco c’entrano con la disponibilità della produzione[4].

I colloqui commerciali sollecitati dal direttore generale dell’OMC e svoltisi a Potsdam, a latere del vertice europeo, sono, ancora una volta, falliti, dopo che erano falliti quelli preparatori a Pechino convocati d’urgenza da Jacques Lamy in persona. USA, Unione europea, India, Brasile non sono stati in grado di concordare i livelli ed i modi di riduzione dei sussidi alle produzioni agricole dei paesi più sviluppati, su quanto aprire i mercati agricoli ed industriali alle reciproche esportazioni[5].

Il nodo su cui si è tutto bloccato è stato anzitutto quello degli scambi agricoli e dell’abbattimento delle frontiere ricche ai prodotti di quelli più poveri. Secondo gli USA e più sommessamente la UE, è stata invece la rigida difesa dei propri prodotti industriali da parte di Brasile ed India. Naturalmente, a tutte le decine di altri paesi del Terzo mondo non rappresentati a Potsdam nessuno ha pensato.

Subito dopo si sono autoconvocati ad Asuncion in Paraguay, per discutere il loro che fare, i presidenti degli Stati del Mercosur latino-americano (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela). Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù sono Stati associati. Il presidente del Venezuela, Chavez, che vuole, dice lui, una postura molto più “aggressiva” verso la politica agricola degli Stati Uniti, non sarà presente[6]: con una buonissima scusa (è in viaggio ufficiale in Russia, Bielorussia ed Iran) ma dando sicuramente anche l’impressione di una tensione che resta forte proprio con il Brasile.   

Il presidente Bush, avvalendosi del privilegio della tradizione – che comincia a essere però rimesso pesantemente in questione e, ormai, non solo dal movimento sindacale internazionale[7] – ha nominato colui che, dopo la ratifica da parte dei ministri del Tesoro di tutti i paesi del FMI – bé, almeno questo – dovrebbe prendere il posto di presidente della Banca mondiale dell’altro americano costretto alle dimissioni, Paul Wolfowitz: l’imbroglione che si inventò, prima, la guerra all’Iraq e poi l’assegno extra per la sua amica-compagna impiegata della Banca stessa…

E, al posto del vecchio neo-cons in disgrazia, ha nominato un conservatore duro ma meno dilettante, e meno arrogantemente impudente, come Robert Zoellick che, per l’America, è stato da anni il caponegoziatore commerciale internazionale[8].

Sempre la Banca mondiale, pubblicando il Rapporto annuale intitolato alla Finanza Globale per lo Sviluppo dei mercati emergenti, indica che una serie di fusioni e di ottimismo fra gli investitori hanno aiutato a spingere gli investimenti diretti esteri a un record di 325 miliardi di € nel 2006. Il PIL dei paesi che, troppo selettivamente (Cina, Russia, Turchia, Messico, Brasile, India, Polonia, Ungheria, Cile e Romania) però, ha incluso nello studio è salito di un ottimo +7,3% l’anno scorso, dato che calerà di certo verso un più “sostenibile”, dice, 6,1% di qui al 2009[9].   

La BP ha significato l’intenzione di reinvestire in Libia, dopo esserne uscita alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera nel 1974, firmando un accordo con la compagnia nazionale del paese africano per un valore di 900 milioni di $ da investire nell’esplorazione di nuovi giacimenti[10].

Sul Libano, come da notizia di un’agenzia vicina al Pentagono[11] e bene informata – quando decide di essere bene informata… e ritiene conveniente informarne i lettori – si viene a sapere che “l’Occidente sta prendendo le sue misure [leggi: di tutto, dalle mazzette ai servizi segreti, agli assassinii mirati, ecc., ecc.] per spaccare l’alleanza filo siriana che tiene insieme gli Hezbollah e il generale Michel Aoun, della fazione cristiano maronita”.

E, naturalmente, la Siria si dà da fare, come può – e può molto – con lo stesso tipo di strumenti (l’assassinio dell’ennesimo deputato libanese antisiriano di cui sono sospettati i servizi segreti di Damasco: ovviamente, anche se altrettanto ovvio era che ne sarebbero stati sospettati i servizi segreti di Damasco…) ma anche con maggior presa, diciamo così, culturale – per evitare di vedere i suoi alleati spaccarsi per opera di chi, presumendolo, l’agenzia chiama tout court “occidentali”. Che, in realtà, poi sono gli americani e non è affatto detto che siano gli altri, eccetto gli inglesi naturalmente e, tanto meno, anche i francesi…

E anche con i francesi di Sarkozy, quelli che avrebbero dovuto essersi convertiti dalla vecchia Europa (Germania, Francia, Italia, Spagna…) alla nuova, quella in modo supino e scontato, e quasi a prescindere, filoamericano (Polonia, Slovacchia, Cechia, più ovviamente la Gran Bretagna),  Bush accumula problemi. Al vertice dei G-8, il nuovo presidente francese ha dato un certo spazio e tempo alla Russia contro gli antimissili americani in Polonia, ha chiesto più tempo per le decisioni relative al Kossovo e, sul clima, è stato palesemente innervosito quanto la Merkel dai rifiuti di Bush.

Sul Libano poi – ma, prima dell’implosione della Palestina, di cui parliamo tra un attimo, e del nuovo assassinio di un deputato anti-siriano – ha proposto, al più presto, a Parigi una conferenza internazionale sul Libano aperta a tutti i protagonisti: compresi Hezbollah perché, per avere un senso, la conferenza dovrà includere delegati da tutto lo spettro politico della realtà libanese. E lo dice, in un’intervista rilasciata a un giornale israeliano e filogovernativo, senza preannunciarlo, e tantomeno chiederlo, a Bush.

Commenta acido il giornale che “l’invito agli Hezbollah mette fine alle speranze articolate a Gerusalemme, dopo la vittoria elettorale di Sarkozy – e, si lascia capire nel resto dell’articolo, dopo la sua scelta di un “amico di Israele”, Bernard Kouchner, a ministro degli Esteri – di poterlo persuadere a far mettere Hezbollah sulla lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea: posizione cui Chirac si era opposto”.

E’ sicuro adesso che, con la Palestina in fibrillazione, la nuova ondata di assassini mirati e di bombardamenti all’ingrosso che avanzerà a Beirut e le elezioni parlamentari libanesi vicine, la conferenza di Parigi verrà con ogni probabilità rinviata. E questo povero Libano, così lontano sia dal suo Allah che dal suo Dio e così vicino, purtroppo, a Israele e alla Siria, vivrà un’altra estate esplosiva.

Intanto, sempre sul Libano, botta e risposta tra il ministro israeliano dei Trasporti Shaul Mofaz e il generale Claudio Graziano, comandante italiano della forza di peacekeeping dell’ONU nel sud del paese (UNIFIL). Mofaz denuncia che gli Hezbollah si stiano riorganizzando. Graziano dice che non c’è alcuna presenza organizzata degli Hezbollah a sud del fiumi Litani. Per il resto, aggiunge, è casa loro, sono libanesi, no[12]?

E, in polemica diretta col pattugliamento dei cieli libanesi che, malgrado gli accordi, Israele continua regolarmente a condurre, avverte che la loro quotidiana ripetizione mina gli sforzi dell’UNIFIL per mantenere l’ordine e la credibilità stessa del governo libanese di Siniora.

Sta già implodendo su se stessa, invece, la Palestina, dilaniata dalla guerra civile tra Hamas e Fatah. Una “spiegazione”, nient’affatto banale e ci sembra perspicace parecchio, del commentatore israeliano Danny Rubinstein sul perché profondo, reale, di quest’ennesima tragedia, è stata citata dal NYT:

la ragione primaria della rottura sta nel fatto che Fatah ha rifiutato di condividere a pieno il meccanismo di potere dell’Autorità palestinese col rivale Hamas, anche se Hamas aveva ottenuto una vittoria incontestabile nelle elezioni generali del gennaio 2006.

   Fatah venne – così – costretto a scavalcare il voto dei cittadini palestinesi, cosa che gli veniva richiesta di fare dal mondo intero… E le cose sono arrivate al punto che Hamas ha tentato di prendersi con la forza quel che era convinto fosse suo di pieno diritto[13]: il governo effettivo dell’Autorità palestinese.

Ed è vero. “Per due anni, gli Stati Uniti hanno provato a strangolare Hamas… mentre elargiva aiuti e sostegno, limitati, a Fatah…”. Solo che “adesso, col partito del presidente, Fatah, che a Gaza è sull’orlo del crollo [e, in effetti, è crollato poi il giorno dopo…] Washington si trova di fronte ad un menù di alternative che si restringe[14]”, giorno dopo giorno…

Sulle ragioni strutturali, diciamo così, che vanno ancora più radicalmente al fondo dell’impasse tragico tra Israele e Palestina, la cosa più chiara, netta e – visto che era destinata a restare segreta, anche se per fortuna non lo è restata, considerato che l’autore l’ha consegnata alla vigilia del proprio normale pensionamento per anzianità al proprio superiore – anche utile è quanto scrive un rapporto del più alto funzionario dell’ONU in Israele e nel Medio Oriente, il diplomatico peruviano Alvaro de Soto[15], vice segretario generale delle Nazioni Unite e Coordinatore speciale per il processo di pace in M.O.. Dice, e sintetizziamo al massimo:

• che le pressioni americane hanno “piegato e asservito” il ruolo delle Nazioni Unite come negoziatore imparziale nel conflitto mediorientale;

• che il boicottaggio dei palestinesi, introdotto a livello internazionale dopo che Hamas vinse le elezioni l’anno scorso, è stato una misura “al meglio estremamente miope” che ha avuto “conseguenze devastanti” per il popolo palestinese;

• che Israele ha assunto “una posizione in sostanza di rifiuto totale neri confronti dei palestinesi”;

• che il cosiddetto Quartetto di negoziatori mediorientali – USA, UE, Russia ed ONU – per volere essenzialmente dei primi è diventato in buona sostanza solo “un fattore di secondo piano”;

• che quanto ai palestinesi, il loro impegno a far cessare “atti di violenza” contro Israele sono “al meglio discontinui, al peggio riprovevoli”. Un giudizio che pare francamente abbastanza definitivo.

Il dramma, e non si può dimenticare, nasce a Gaza. Che era, e in qualche modo è ancora, l’unico territorio palestinese liberato da quando, nell’agosto 2005, Sharon decise di ritirare le truppe d’occupazione israeliane— unilateralmente disse, per l’inaffidabilità del potere palestinese: reale ma, così, senza negoziarci e praticamente di botto, mettendo gli interlocutori di fronte al fatto compiuto e lasciandoli così in piena anarchia, ancor più destabilizzati.

Bé, di ritirare le truppe… è un  modo di dire, perché la realtà riflessa nella decisione repentina di Sharon era che Israele ritirava le truppe ma manteneva il completo controllo dei confini, dello spazio aereo e marittimo, delle finanze e dell’ingresso di chiunque volesse o dovesse entrare od uscire dalla striscia di Gaza….   

E, adesso, Hamas ha cacciato con le armi le truppe di Fatah dalle loro roccaforti di Gazasconfiggendole sul campo, ma probabilmente commettendo un errore, serio, di apprezzamento dell’equilibrio geo-politico della congiuntura…. Certo, lo scetticismo nei confronti di Abu Mazen è rampante. Il presidente ha sciolto il governo e ne ha formato uno nuovo.

Però, anche chi lo appoggia non può far a meno di osservare che “un governo d’emergenza qui non avrebbe senso, dice Mkhaimar Abusada, che insegna scienze politiche all’università di al-Azhar, a Gaza, affiliata a Fatah. Non sarebbe in grado di fare niente di niente. Hamas qui è dappertutto. Questa è la realtà[16]. Almeno per ora – è vero – nelle strade non si sparano più, il caos va aumentando[17].  E la Palestina di fa ingovernabile, anche nella versione campo di concentramento in cui l’occupazione ormai l’aveva ridotta.

C’è da notare che, da tempo, la Casa Bianca “incoraggiava riservatamente Mr Abbas [Abu Mazen] a sciogliere il governo palestinese”. E, adesso che lo fatto, “alcuni esponenti dell’Amministrazione Bush rivelano che stanno discutendo della possibilità di acconsentire alla presa del potere a Gaza da parte dei militanti del gruppo islamico di Hamas, tentando invece di aiutare Fatah, il partito del presidente palestinese a mantenere la sua roccaforte in Cisgiordania[18].

L’elefante di prammatica, insomma, nel negozio di cristalleria più di prammatica del mondo, il Medio Oriente… E la solita storia dell’apprendista stregone, ancora convinto di poter mutare in oro l’ottone, microgestendo tutto e tutti, nella propria infinita, ma solo supposta, onnipotenza…

Un apprendista stregone che ancora non è proprio riuscito a capire come a fregare Abu Mazen e a tagliargli le gambe con l’opinione pubblica palestinese sia stata proprio la convinzione che il suo governo fosse ormai troppo al guinzaglio di Washington, e i suoi servizi di sicurezza a quello dei servizi di Israele, per poter fare qualcosa di buono per una popolazione ormai disperata.

E sì che la soluzione c’era. Dopo che avevano lasciato – e palesemente approvato – che Sharon assediasse, e bombardasse, la ridotta di Yasser Arafat della Muqataa (il “recinto”) di Ramallah fino alla morte (lo lasciò andare in ospedale, a Parigi, soltanto per morire), “la soluzione era pronta nel 2005 – dice Aaron David Miller, studioso americano e già consigliere del Dipartimento di Stato, quando, scomparso Arafat, Abbas liberamente ed equamente eletto, noi, noi americani, non gli rendemmo possibile esercitare il potere. E, nel 2007, come potremo mai farlo, quando eletta liberamente e in modo schiacciante adesso è stata Hamas? quando non c’è più l’occasione che esisteva nel 2005[19].

Già, come? Forse, forse, visto che adesso, nel governo palestinese riconosciuto da Israele e USA, non c’è più Hamas, potrebbero eliminare il boicottaggio e passare ad Abbas le centinaia di milioni di dollari che Israele, USA ed Unione europea hanno bloccato, permettendogli così di fare qualcosa…

Ma, a questo punto, potrebbe essere controproducente un sostegno troppo sfacciatamente esibito a Abu Mazen[20]… perché, anche se piace a pochi fuori della Palestina, Hamas ha (aveva?) la maggioranza dalla sua in elezioni che il mondo – israeliani e americani compresi e compresi i palestinesi che quelle elezioni hanno perso – a inizio 2006 aveva considerato libere. Abu Mazen era in minoranza.

E, adesso, un favoritismo giustificato solo dal suo essersi totalmente piegato alle condizioni di Tel Aviv e di Washington potrebbe scavare la fossa al residuo di popolarità che, tra la popolazione palestinese e nel mondo arabo più in generale, resta al vecchio partito di Arafat.

C’è poi il fatto che, qualsiasi cosa Bush ed Olmert abbiano da offrire a Abu Mazen, sembra restare estremamente al di qua di quanto “tutti gli analisti palestinesi dicono necessario per dargli qualche possibilità di contare davvero—niente di meno, cioè, di una ripresa rapida di rapide trattative di pace dichiaratamente tese alla creazione di uno Stato palestinese indipendente. Il fatto è che i palestinesi non ne possono più della mancanza di risultati tangibili e si chiedono che diavolo sia mai capitato alla visione dei due Stati enunciata anni fa – ma solo enunciata – dal presidente Bush[21].

Questa è anche l’opinione autorevole di uno degli esponenti più autorevoli dell’opposizione di pace israeliana, il leader del Blocco della pace (Gush Shalom) Uri Avnery[22]… che, tra parentesi, segnala anche “come Ehud Olmert sia proprio l’opposto di Midas, re della Frigia, quello che secondo la leggenda greca trasformava in oro tutto ciò che toccava. Tutto quanto, invece, tocca Olmert diventa piombo: e, questa, non è leggenda[23].

E’ certo che, su spinta e anche forti pressioni di Bush, a Blair disoccupato, è stato ora[24] offerto il posto di coordinatore sul campo e portavoce del gruppo di mediazione, il Quartetto (ONU, USA, Europa e Russia: che c’è voluto molto a convincere) che da anni avrebbe dovuto facilitare la pace tra Israele e Palestina e che, invece, è del tutto dormiente. Operazione finora completamente fallita perché, di fatto e nei fatti, bloccata dal signorsì americano a tutte e solo le esigenze dell’interlocutore israeliano.

Ora, se Blair anche in questo incarico terrà l’aplomb super partes che sul Medio Oriente ha tenuto finora (israeliano buono, palestinese e arabo cattivo), continuerà tale e quale lo stallo di sempre, perché la bussola sarà, sempre ed  ancora, distorta e prevenuta, incapace perciò di indicare davvero la road map per la pace…

Finora, sul nodo, Blair ha costantemente premuto a parole su Bush perché si impegnasse di più in direzione della soluzione, da lui stesso pur ventilata, dei due Stati sovrani. Ma non ha mai dissentito dal suo schierarsi cieco dalla parte di Israele, neanche quando l’estate scorsa ci fu l’invasione del Libano e per quasi un mese, mentre essa si sviluppava, Washington e Londra in combutta con Tel Aviv si impegnarono strenuamente a bloccare ogni tentativo di conferenza internazionale (ricordate la Rice? nondum matura est…) nell’attesa che l’esercito israeliano conquistasse tutto il Sud del Libano…

Con l’esito, disastroso per Israele stessa, che poi sappiamo.

Ora, dopo che ci aveva provato l’americano James Wolfensohn, già presidente della Banca mondiale, stoppato ed eliminato dagli americani stessi perché deciso a migliorare la vita quotidiana dei palestinesi facendo abolire agli israeliani alcune decine delle centinaia di blocchi stradali con i quali soffocano, a Gaza ed in Cisgiordania, ogni attività economica locale, ora tocca a Blair. Che, dopo Bush, però, è sicuramente il meno popolare degli occidentali – et pour cause – nel mondo arabo anche se mantiene un certo prestigio fra le élites arabe al governo nella regione.

Dalla sua ha il bisogno, dopo il suo ruolo nerissimo nella tragedia irachena, di risollevare il suo posto nella storia – come si dice – con un successo operativo e ha il precedente della pace in Irlanda del Nord che, effettivamente, deve molto alla caparbietà dell’azione quotidiana con cui l’ha perseguita da Downing Street.

L’analogia, però, che è di buon auspicio, è anche un tantino stiracchiata: lì, la Gran Bretagna voleva fortemente l’accordo; qui uno dei due contendenti, Israele, controlla – di diritto o di fatto, militarmente – pressoché tutto il territorio in contesa (anche dove regna adesso Hamas arriva coi missili, i bombardieri teleguidati, ecc., ecc.) e non  vuole decisamente mollarlo; e dalle due parti della barricata, se anche in Irlanda del Nord si sparavano perfino tra loro (l’IRA e i provisionals, per dire), lì non si sparavano almeno all’ingrosso come fanno qui…tutti e due.

Anche se fosse, poi, di buon auspicio, l’analogia, sarebbe l’unico, però… Non più da primo ministro, poi, dotato di poteri reali e pressoché monocratici. Da inviato speciale, con quattro padroni dalle idee anche molto diverse – il Quartetto[25] – e due muli recalcitranti da avvicinare— anzi tre, ormai: due palestinesi e gli israeliani.

Tutto considerato, c’è qualcosa di surreale e di grottesco – come, diciamo, nel premio Nobel della pace di Henry Kissinger, per capirci – nell’affidare un compito che ha così disperatamente bisogno di equilibrio – sui due fronti e all’interno di ciascuno dei due: tra israeliani e palestinesi – a un leader politicante del tutto “squilibrato” come Tony Blair.

Alla fine di tutta la fiera – di questa tragedia a molte sfaccettature, una più disastrosa dell’altra nei rapporti internazionali degli Stati Uniti – resta per tutti – non solo all’America – un grosso problema. Quello degli ultimi, potenzialmente terrificanti, diciotto mesi di Bush.

Questo presidente che resta alla Casa Bianca ancora un anno e mezzo, continua a fare la sua guerra personale (sua perché se l’è, letteralmente, inventata lui) a colpa di migliaia di morti ogni giorno (non solo gli americani..,), ha ridato vita alla guerra fredda cancellando i trattati per il controllo delle armi nucleari e annunciando di voler piazzare lo scudo spaziale americano ai confini russi, ha dato a Blair il bacio della morte e, in tutto il mondo è popolare solo in… Albania.

Nessuno sembra in grado di farli cambiare idea. E se, disgraziatamente – sì, disgraziatamente – qualcosa gli dovesse succedere, in questi diciotto disgraziatissimi mesi, a succedergli sarebbe Dick Cheney…

in Cina

Il 5 giugno, l’indice composito della borsa di Shangai ha subìto una secca flessione del 5,66% (per poi riprendere quasi il 3% a fine seduta). Il giorno prima era sceso dell’8,3%. Dal record del 29 maggio, l’indice è complessivamente sceso del 19%, subito dopo l’introduzione – allo scopo preciso di raffreddare la crescita – della nuova, e triplicata, tassa governativa sulle operazioni di borsa[26].

Intanto, i dati della crescita della produzione industriale balzano in su di un poderoso +18,1% nell’anno a maggio[27].

Sale anche, al massimo da 27 mesi, il tasso d’inflazione, al 3,4% in maggio anche se i dati scomposti del paniere cinese indicano una concentrazione del ricarico sugli alimentari e non – non ancora? – sul resto dell’economia. In ogni caso, anche qui, la Banca centrale vigila ed il suo presidente, Zu Xiaochuan, ammonisce che, se l’inflazione totale superasse il tetto del 3%, rincarerebbe anche il tasso di sconto[28].

Le autorità hanno, intanto, deciso di applicare regole più severe agli investimenti esteri nell’edilizia, nel tentativo di raffreddare un mercato anche troppo rovente[29]. D’ora in poi, prima di poter lanciare progetti di sviluppo edilizio, un investitore straniero dovrà ottenere il diritto all’uso del suolo e, ancor prima, l’approvazione preventiva ai nuovi progetti.

Sono state impartite disposizioni precise, in questo senso, alle amministrazioni locali e assorbite, come scontate ed irrilevanti, quelle che sono considerate le rituali proteste della Camera di Commercio americana sollevate, si capisce, in nome della libertà del mercato.

La classe media cinese (definita come composta dalle unità familiari che godono di un reddito annuo tra gli 8.000 ed i 66.000 $: quello medio è di $7.700, con un PIL a cambio bancario uguale a $2.518 miliardi ma, a parità di potere d’acquisto, ormai, a $10.170 miliardi che ne fanno il secondo del mondo: ben sopra Giappone e Germania, sempre a p.p.a. a  4.218.000 miliardi di $ ed a 2.630.000 miliardi) è cresciuta di quasi 15 milioni di persone negli ultimi due anni, sopra i 90 milioni di cinesi ormai, il 6,15% della popolazione[30]. 

Per abbattere il livello di fumi e di polveri sospese che inquinano l’aria della capitale, le autorità di Pechino avrebbero deciso di fermare ogni lavoro di costruzione sei mesi prima delle Olimpiadi che cominciano nel prossimo agosto. Devono, però, ancora decidere come gestire la miriade di problemi economici e politici che un simile alt imporrebbe ad un’economia che si regge su un’edilizia frenetica come quella di Pechino (i salari saranno pagati? le bollette? ecc., ecc.).

EUROPA

L’aumento della massa monetaria nei dodici mesi ad aprile del 10,4% aveva già convinto i mercati ad aspettarsi dalla Banca centrale l’aumento dei tassi, il 6 giugno, al 4%: il più alto livello dal settembre 2001, subito prima del crollo delle due Torri.

E l’aumento di un quarto di punto si è verificato precisamente a scadenza: perché, dice il presidente nell’introduzione alla conferenza stampa, temiamo di più l’inflazione della crescita tuttora, tutto sommato, non certo proprio elevata[31]... I mercati, come si dice, non pensano che si tratti di un aumento isolato. Del resto, questo è stato l’ottavo aumento dalla fine del 2005.

Salgono le vendite al dettaglio dell’1,6% nell’ano in aprile e scende al 7,1%, rispetto al 7,7 di sei mesi fa nello stesso mese, la disoccupazione. L’inflazione, al momento, è appena al di sotto del tetto fissato dalla BCE, coi prezzi al consumo nell’anno all’1,9% di maggio[32].

L’eurozona dovrebbe poter crescere del 2,6%, quest’anno, secondo le prospezione del panel di esperti dell’Economist. Si tratta di una previsione più audace di quella di un mese fa, attestata al +2,4%. A confronto, la  crescita degli USA non supererà il 2% e quella del Giappone il 2,3[33].

Il mucchio di dati positivi sull’economia dell’eurozona sembra bruscamente interrompersi con la notizia sul calo a sorpresa, -0,8%, della produzione industriale di aprile: calo del 2,3 in Germania e dello 0,8 in Francia e in Italia[34].   

L’Europa soffre per la sua evidente e reiterata incapacità di concordare come raffrontarsi col Grande Fratello d’oltreoceano e col Grande Vicino dell’Est; per la propria impotenza – anche da non pochi dei propri membri deliberatamente voluta – a darsi un minimo di politica economica coerente; e, più in generale, per l’inettitudine manifestata ogni giorno a concordare politiche comuni che non siano quelle esclusivamente monetarie: del tutto insufficienti per la sua crescita e per riuscire a contare – nel senso della pace – nel mondo.

Sono le ragioni che hanno dato origine alla costruzione europea a declinare: il superamento dei conflitti sul vecchio continente attraverso il superamento dei nazionalismi più beceri. Che, invece, si riaffacciano prepotenti e nella forma, ormai, di una tragica rilevanza all’interno che condanna in complesso l’Unione ad una tragica irrilevanza soprattutto esterna ma anche nelle dinamiche interne.

Anche il vertice di Berlino ha dato, alla fine, frutti abbastanza attossicati. Il lato positivo, l’unico forse e non irrilevante però, è che dalla paralisi imposta con l’esito negativo dei referendum del 2005, l’Europa sembra autorizzarsi ora a ripartire. Anche se col freno a mano tirato.

Dopo che per mesi, ormai, i polacchi avevano fatto le barricate contro le stesse ipotesi di riduzione della Costituzione a Trattato (salvandone, però, secondo Merkel, anche l’“essenziale”: quindi anche il progressivo, non immediato, superamento del voto all’unanimità), alla fine a semibloccare tutto, spalleggiata dalle chiusure bigotto-ultranazional-populistiche dei gemelli Kaczinsky, è stata la solita Gran Bretagna di Blair, che manovrava palesemente dietro le quinte la stessa Polonia.

Dopo una lunghissima diatriba tra chi voleva più Europa e chi ne voleva di meno, il risultato alla fine ha segnato – com’era inevitabile – un compromesso. In sostanza:

• i leaders europei hanno deciso di “non poter non concordare” sulle linee di un nuovo Trattato, dopo il rifiuto della Costituzione da parte dell’elettorato francese e di quello olandese nel 2005;

• il Trattato ora proposto – ma che dovrà essere negoziato con tutti di qui a ottobre, e nel dettaglio – include molte delle riforme proposte nel testo della Costituzione:

9per altri sei anni la Commissione resterà a 27, un Commissario per ogni Stato membro; da allora da rappresentati uguali a 2/3 degli Stati che compongono l’Unione: dettagli tutti da definire, però;

9il parlamento europeo cresce a 750 deputati, 14 in più, dal 2009, dalle prossime elezioni cioè, e con nuovi poteri, maggiori ma ancora da definire;

9un nuovo rappresentante europeo per la politica estera dell’Unione: ma senza poteri pieni davvero e senza un suo realmente autonomo apparato di diplomazia a concretarli; declassando – per volontà quasi esclusivamente di Blair, cui nessuno ha trovato il coraggio di dire, alla de Gaulle, di togliere per favore il disturbo e tornare solo quando avesse cambiato idea – ad alto rappresentante il titolo di quello che doveva essere il ministro degli Esteri europeo e, perciò, nel mondo la voce comune dell’Europa ;

9un presidente eletto del Consiglio dei ministri europei: durata della carica due anni e mezzo, più un (possibile) secondo mandato, che sostituirà la presidenza a rotazione semestrale;

9un riequilibrio del voto di ciascun paese più in linea con il numero dei suoi abitanti: e, qui, c’è stato il braccio di ferro sopratutto polacco-tedesco, con il Kaczinsky di turno a strepitare – al tavolo del negoziato e pubblicamente, tipicamente, della storiaccia per cui se i tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, non avessero ammazzato sei milioni di polacchi che se fossero rimasti vivi avrebbero potuto adeguatamente “figliare” (testuale: in polacco).

   Quando, anche i peggio informati a quel tavolo, ed in tutta Europa, sanno benissimo che, di quei sei milioni di vittime polacche, almeno tre erano ebrei e che i polacchi, quanto ai loro ebrei, hanno la coscienza abbastanza sporca.

   E decisioni, ormai, prese non più all’unanimità – con le riserve su cui ha insistito, naturalmente, Londra – ma col consenso del 55% degli Stati dell’Unione purché ne rappresentino almeno il 65% della popolazione 

9nella trattativa:

▫ la Gran Bretagna aveva deciso che non avrebbe permesso il superamento delle sue “linee rosse”— quelle dettate a Blair riga per riga dal magnate dei media, e suo sponsor ultraconservatore, Rupert Murdoch:

  continuare ad assicurare la sovranità del Regno Unito nei campi del non riconoscimento ai lavoratori dei diritti garantiti dalla legislazione e dalle direttive europee;

   continuare a sfuggire alle regole europee nei campi della sicurezza e della giustizia (anche se, in caso di terrorismo, Londra consentirà anch’essa, dice, una maggiore cooperazione: ma non sul resto);

   continuare a dir no in tutto quello che, per l’Unione e l’unità europea, c’è di simbolico (come dice Prodi, di utile per costruire un “sentimento” di appartenenza comune, di “europeità”) e potrebbe emergere di unificante: come una bandiera comune, un inno europeo: quanto sarebbe capace di mettere “l’aspetto del cuore ala nostra casa comune”…

  Sostanzialmente, Londra c’è anche riuscita— anche se i tories dicono di no; il tutto all’impronta del blairismo più fatuo: quello che scommette disperatamente sulla sovranità di un paese che, come tutti, Stati Uniti compresi, non è affatto più sovrano da tempo: sballottato dalle tempeste della globalizzazione senza regole e sottoposto alla buona volontà, ed alle forniture di armamenti nucleari, del Grande Fratello di oltreoceano.

▫ la Francia voleva diluire un po’ le retorica ridondante del libero mercato che la Commissione, e gli inglesi, pretendevano di ribadire solennemente nel Trattato. E’ riuscita a farcela anche se, poi, in zona Cesarini, l’Inghilterra ha tentato maldestramente di recuperare, attraverso un protocollo separato, fuori del Trattato…;

▫ la Polonia era decisa a mantenere la quota ultragenerosa di poteri che le erano stati, finora, riconosciuti dai Trattati in vigore… Non c’è riuscita, ha dovuto trangugiare il nuovo sistema di voto ma è riuscita a rimandare la scadenza del ridimensionamento di qualche anno (dal 2009 al 2017); come ha sottolineato l’ex ministro degli Esteri e leader di Sołidarnosc, Bronislaw Geremek, con “dichiarazioni inattese e sorprendenti” e con la stessa “tattica” della sua “politica interna”, cercando di “riaprire ferite non ancora cicatrizzate” e portando, in pratica, il paese all’ “isolamento[35]

    … Poi, fuori tempo massimo, una settimana dopo, Varsavia ci ripensa: Kaczynski annuncia che la Polonia vuole riaprire la trattativa sul punto del voto ponderato: la storia della popolazione decimata, ecc., ecc. Merkel dice di no e dice di no anche la Commissione. Ma bisognerà stare attenti: se necessario l’Italia – anche da sola: ma basterebbe – dovrebbe dire no a riaprire una trattativa già chiusa.

    Se no, va detto subito, la vogliamo riaperta anche noi, ma in senso inverso. Questa potrebbe essere l’occasione, invece, di cercare altre mediazioni al ribasso, davvero impossibili, di dire ai polacchi che devono, liberarsi di questi impresentabili gemelli, o che se ne libererà, emarginandoli, in qualche modo  l’Europa.      

▫ la Germania è uscita, tutto sommato decentemente bene dal vertice: con un accordo su un Trattato e la definizione di linee concordate per elaborarlo a breve: è stata dura, la Merkel, ad esempio con la Polonia; ma anche troppo morbida con l’Inghilterra e

▫ Prodi, che aveva duramente insistito sulla necessità di difendere l’ “essenziale” della Costituzione,  pur sostenendo che, comunque, in fondo c’è stato recupero d’ un minimo di consenso tra euroconvinti e euroscettici, alla fine ha condannato questi ultimi perché “si prefiggono programmaticamente di ridurre il ruolo della UE”, e lo ha fatto facendone i nomi: inglesi, olandesi, polacchi e cechi; e ha detto, a voce alta, che l’Italia insisterà sulle “cooperazioni rafforzate” (va avanti chi è d’accordo; e gli altri potranno sempre seguire…) come mezzo pratico per superare lo stallo; importante, adesso, è che se ne ricordi;

▫ Napolitano ha detto alto forte che è “inaccettabile” dover subire il ricatto al ribasso degli euroscettici e degli eurofobi; ma alla fine non ha potuto che accettarlo, lui stesso. E con Prodi ha ripetuto che l’unica via d’uscita è forzare col grimaldello delle “cooperazioni rafforzate” il passaggio verso un’integrazione europea più vera e sempre responsabile;

▫ ci sarà da combattere con lo scetticismo forte e, bisogna dirlo, falsamente pragmatico di Angela Merkel e anche, in fondo, di Nicolas Sarkozy; per quanto sia contraddittorio in modo eclatante, visto che la cancelliera trova possibile sostenere, presentando il bilancio della sua presidenza, di “non credere all’Europa a due velocità”;

   perché – poi spiega insieme – occorre preservare l’unità e camminare faticosamente insieme: nel trattato semplificato che la conferenza intergovernativa dovrà redigere a ottobre (la grana passa ora nelle mani del premier portoghese, Josè Socrates, che deve curarla per arrivare a mettere a punto tutti i dettagli che mancano per fare una proposta condivisa e coerente: tantissimi auguri…), lamenta, ci sono già troppe eccezioni: cioè “deroghe che permetteranno di non partecipare ad alcune politiche[36] comuni: per Gran Bretagna e Polonia, ma anche per Francia e Olanda…

▫ cioè, per dirla chiara, le due velocità già ci sono; ma Merkel le tollera solo in negativo; per tirarsi fuori, sì e lì la cancelliera di ghiaccio alla fine subisce di tutto; per rilanciare e avanzare, no, non ci crede;        

▫ la verità è che, su questa strada delle cooperazioni rafforzate che, formalmente per ora, a stare alle carte, dovrebbero poter funzionare con nove paesi (ci sarebbero già: oltre all’Italia, Austria, Belgio, Grecia, Ungheria, con la Spagna, forse, chi sa; ma anche alcuni diciamo, di poco peso specifico, come Cipro, Lussemburgo, Malta e Slovenia…) ma che, di fatto e nei fatti, saranno perseguibili se si vorranno perseguire, l’Italia dovrà cercare nela futura Europa il suo ubi consistam se vuole provare ancora a contare qualcosa…

Alla fine, quando il compromesso, inevitabilmente al ribasso, era stato trovato, saldato e inchiodato, a rischiare di far ancora saltare tutto sono state, contro le “concessioni” di Blair, le bizze iperliberiste dell’ultimo minuto di Brown[37], che ha preteso più intransigenza formale di stampo neo-liberista dal primo ministro in carica.

Lui che, di lì a due giorni, sarebbe diventato il nuovo primo ministro ha voluto dare un segnale assai chiaro per la sua leadership dell’immediato futuro: Voleva reagire a priori a quel po’ di intervento dello Stato nell’economia che, in linea di principio, non altro, Sarkozy era riuscito a far scivolare nel nuovo Trattato cancellando dal testo scritto chiesto alla Merkel dalla Commissione l’impegno a “una concorrenza libera e non distorta” (linguaggio decisamente inusuale, e forzato, in un documento di stampo costituzionale): insomma, l’impegno formale a proibire ogni aiuto e al trionfo di un’economia totalmente privata e liberalizzata.

La Merkel non ha avuto la risolutezza necessaria per dire agli inglesi che, se volevano veramente riaprire il vaso di Pandora, sarebbe andata avanti presentando il testo già concordato senza la loro firma— la minaccia che, alla fine, con il compromesso di qualche anno in più di ritardo, aveva messo a tacere l’altro convitato di pietra, il polacco Kaczinsky…

Non ha, però, mollato sul testo del documento finale, accettando di ridar vita alla petizione di principio britannica (e della Commissione iperliberista che siede a Bruxelles) allegando un protocollo di auspicio del liberismo al Trattato.

In realtà, però, qui è Sarkozy ad aver vinto. Ha detto Lord Brittan, già ministro tory degli Interni e potente commissario alla UE, che la cosa era scappata di mente a Blair. “Attento com’era a spendere tutto il suo capitale per far rispettare le ‘linee rosse’ volute da Rupert Murdoch”, il magnate dei media, quello di SKY: tipo il no all’inno e alla bandiera europea per tutti, in nome della… sovranità nominale britannica; ecc., ecc. – “gli era scappato sott’occhio un sostanziale contenimento della politica di concorrenza che indebolisce la Gran Bretagna[38].

La preoccupazione si capisce in un’economia come quella del Regno Unito che, del liberismo sfrenato, ha fatto la sua bandiera ed il suo obiettivo, ha liberalizzato tutto sul mercato finanziario, non ha più un’industria che è una di taglia – tanto meno un’“ industria campione” – e da una rimessa in questione del liberismo spinto sarebbe direttamente di certo l’economia più danneggiata.

Adesso, ad ennesima conferma, si preannuncia l’incapacità di decidere e stanziare quel che serve (2,4 miliardi €: strategicamente, alla dimensione di un’Unione a 27 paesi, bruscolini davvero) per garantire la sopravvivenza del progetto Galileo, la rete di satelliti dell’Unione che avrebbe dovuto competere con e scavalcare il GPS americano e anticipare gli analoghi progetti, in arrivo prossimo venturo, di russi e cinesi.

Ad essere rimesso in questione è, in realtà, “la capacità stessa – diciamo meglio: la volontà politica stessa – di continuare a finanziare – quelli che pomposamente una Commissione imbelle continua a chiamare – i ‘grandi progetti europei’[39]. Tutti e non solo questo…

Come al solito, l’appello fideistico, più che fiducioso, ai privati da parte della Commissione non funziona: perché non avendo ritorni garantiti, sicuri e cospicui subito per gli investimenti, a loro rischiare, investire, proprio non interessa. E i governi battibeccano su come trovare e quindi spartire tra loro un costo del quale praticamente tutti, meno i cavalli di Troia inglese e polacco – pare –, riconoscono la necessità per il futuro industriale ed economico del continente.

La Turchia ha potuto riaprire i negoziati con l’unione europea il 26 giugno in altre due aree del voluminoso dossier che la riguarda – statistiche e controllo finanziario – mentre la persistenza del veto: formalmente francese, ma condiviso da diversi altri membri dell’Unione, impedendo l’apertura dei dossiers sulla politica economica e monetaria almeno per questo round delle discussioni.

Sono otto, in realtà, su trentacinque i capitoli del negoziato congelati dal le decisioni del penultimo vertice europeo del dicembre 2006, a causa della disputa aperta tra Ankara e Cipro, Stato già aderente all’UE. Si tratta di capitoli del negoziato che potrebbero riaprirsi anche tutti. Ma non si concluderanno di certo fino alla soluzione della questione cipriota.

I turchi non riconoscono la Repubblica indipendente di Cipro. Infatti, nel 1974, “approfittando” del golpe dei colonnelli in Grecia ed a Cipro stessa diedero vita ad una Cipro turca: i colonnelli, che  avevano fatto fuori l’arcivescovo Makarios, presidente eletto, e mandato le loro truppe a Nicosia, persero il Nord di Cipro che avevano tentato di annettersi solo per perderlo di fronte all’avanzata dell’esercito turco. E, quindi, furono rovesciati ad Atene.

Ma la verità è che se il governo Erdogan deve rassegnarsi al pieno riconoscimento di Cipro o a lasciar perdere il proprio ingresso in Europa, non c’è garanzia che se lo facesse otterrebbe qualcosa di più: il presidente Sarkozy è decisamente contrario all’adesione della Turchia, per ragioni nobili e, magari, anche un po’ ignobili (del tipo mamma li turchi…).

La Russia ha visto crescere la sua economia nel primo trimestre al ritmo più elevato da sei anni, spinta da un boom delle costruzioni e dalla produzione di tutto il materiale da costruzioni e da una domanda di consumo che resta forte. Il PIL è cresciuto a un tasso annuo del 7,9%, rispetto al 5 dello stesso trimestre di un anno fa (dato non destagionalizzato). La produzione industriale è  cresciuta anch’essa dello stesso 7,9%, a raffronto col 4,1 dello stesso periodo del 2006[40].

Il paese sta godendo di un momento assai felice per vendita ed esportazioni di reattori nucleari. La domanda tira, molto e di nuovo, spiega Sergei I. Shmatko, presidente dell’Atomstroyexport, l’azienda russa che li fabbrica e li esporta, anche chiavi in mano, in giro per il mondo e quella che in assoluto oggi ne vende di più: ne sta costruendo ben sette, per Iran, Cina, Bulgaria, e India.

Più delle altre grandi imprese (Westinghouse e General Electric americane, Siemens tedesca e la francese Areva) che ne hanno parecchi in progetto ma quasi nessuno già in costruzione. Anche se la Westinghouse è l’azienda che ha disegnato ad oggi il 45% degli impianti che funzionano nel mondo.

Scrive, obiettivo e un tantino invidioso, il NYT che mezzo mondo se l’è presa ferocemente con l’Atomstroyexport per aver aiutato l’Iran a portare avanti il suo programma nucleare. Al solito, la critica è risultata fasulla avendo, prima dei russi, gli americani e gli inglesi cominciato loro a gettare le basi della costruzione di impianti atomici in Iran… Anche per questo, “nessuna di queste critiche ha danneggiato i suoi affari[41].

Intanto sta praticamente chiudendo i battenti, la sola impresa americana, l’USEC (United States Enrichment Corporation), che oggi arricchisce l’uranio e vende nel mondo combustibile per impianti nucleari. Un mucchio di errori di gestione, di miliardi di dollari buttati al vento in costosissime ricerche sbagliate prima di tornare a metodi più testati di produzione, montagne di quattrini garantiti ai dirigenti dell’azienda in fallimento mentre licenziava a spron battuto operai e tecnici…

E le due notizie, lette insieme nello stesso giorno, preoccupano molti in un paese il cui presidente va irresponsabilmente cianciando di una “completa autonomia energetica”. Adesso “la prospettiva è che senza più l’USEC, gli Stati Uniti dovranno affidarsi all’estero non solo per le forniture di uranio grezzo ma anche per la gran parte delle operazioni necessarie a convertirlo in combustibile nucleare. ‘Importiamo 2/3 del petrolio che usiamo ma ben il 90% dell’uranio’– osserva un uomo d’affari di Washington che commercia appunto in uranio, Jack Edlow, sottolineando come ormai la dipendenza americana si estenda non solo più al minerale uranifero ma anche al suo arricchimento. ‘E’ per questo che, quando sento parlare di ‹indipendenza energetica›, mi viene semplicemente da ridere’[42].

Fra la Gazprom russa e la BP britannica è stato raggiunto – o sta proprio per esserlo – l’accordo di cessione per 1 miliardo di $ del 63% di quota degli inglesi nella joint venture formatasi per sfruttare il giacimento di gas naturale di Kovitka. In verità, un accordo praticamente imposto da Putin – che in passato ha utilizzato, legalmente ma pesantemente, denunce di evasioni fiscali e di violazioni ambientali nella campagna che sta conducendo per far riprendere alla Russia controllo e proprietà di tutti i suoi assets energetici[43].

A cavallo fra fine maggio ed inizio giugno, intanto, la Russia ha dato seguito alla reazione di cui andava parlando al piano americano-polacco-ceco di installare impianti di missili antimissile ai  confini: ha testato nuovi missili balistici intercontinentali con lo scopo dichiarato di annullare le capacità americane, nella rincorsa continua che dura dall’inizio dei tempi fra la spada e lo scudo[44]

E ha cominciato ad alzarsi anche il tono delle rispettive retoriche: quella americana, sulla difensiva però, e quella russa, molto aggressiva perché si sente – e, in fondo, è davvero – la parte offesa.

La premessa che Putin pone al suo ragionamento è senza sottintesi: “uno dei problemi maggiormente cruciali è quello della sicurezza strategica. I nostri partners americani si sono ritirati dal Trattato che proibiva i missili antibalistici. Li avvertimmo immediatamente che avremmo preso misure di rappresaglia per mantenere l’equilibrio strategico nel mondo: che è cosa estremamente importante per il mantenimento della pace stessa nel mondo. E che le nostre risposte sarebbero state asimmetriche”.

Poi viene, immediato e pressante l’avvertimento/minaccia: “se una parte delle potenzialità nucleari americane finiscono in Europa, e nell’opinione dei nostri specialisti militari ci minacciano, allora saremo obbligati a prendere misure corrispondenti di risposta… Quali? Naturalmente dovremo darci nuovi obiettivi in Europa[45]

Certo, sembra letteralmente incredibile che la reazione dei russi all’installazione ai loro confini di armi strategiche americane dichiaratamente contro armi iraniane che però… non ci sono, non sia stata in alcun modo anticipata a Washington… a meno, sicuro, che la reazione fosse stata proprio calcolata bene…

In realtà, poi, a Washington ci avevano anche pensato. Solo, non alla Casa Bianca…

Aveva scritto, già qualche mese fa, una delle più serie e rispettate (certo, non da Bush e dalla banda bushotti…) riviste on-line americane, riassumendo tutto il ragionamento nel titolo, di un Bush bocciato in diplomazia 101 [nelle università americane, i corsi 101 sono quelli per le matricole]: come si fa a far infuriare la Russia e l’Unione europea e a sprecare 10 miliardi di $ all’anno[46].

Adesso anche Bush sembra, almeno per qualche tempo, costretto al compromesso e alla mediazione: le parole durissime di Putin alla vigilia del vertice di Heiligendamm dei G-8 l’hanno convinto ad addolcire approccio e toni del confronto a due ed aperto la strada – forse: se saranno rose verranno viste fiorire, sicuramente ancora con parecchie spine però, al vertice bilaterale di fine giugno in America: dopo una verifica di lavoro sul merito tecnico da oggi ad allora – alla controproposta di Putin.

In sostanza: non ci potete chiedere, semplicemente, di fidarci di voi, di credervi sulla parola quando giurate che i missili piazzati a cinque chilometri dai nostri confini non sono diretti contro di noi. Se volete dimostrare coi fatti la vostra buona fede, e se i vostri scopi reali non sono antirussi ma antiqualcosa d’altro, come dite – possibili missili iraniani che però non ci sono[47]; possibili missili nord-coreani che neanch’essi ci sono ma un domani, chi sa, ci potrebbero essere...

… allora, accettate di controllare insieme a noi un sistema antimissili ma piazzati dove, secondo voi dovrebbero servire, non a migliaia di km. dall’Iran, ma al confine con l’Iran. A partire dal sistema radaristico, che invece di Polonia e Repubblica ceca potrebbe essere ospitato in quello che già esiste nella repubblica ex sovietica dell’Azerbaijan (dice Putin che il presidente azero sarebbe d’accordo, se russi ed americani glielo chiedessero insieme) con attrezzature e tecnologie sia americane che russe.

Mentre gli antimissili veri e propri dovrebbero, se fosse davvero quello il vostro timore, essere di parecchio avvicinati all’Iran: altro che piazzati a migliaia di km. di distanza (il Segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, dice però di pensare che così i missili antimissili sarebbero invece, forse, troppo vicini…).

E nell’immediato Bush non ha detto di no (“la proposta contiene alcuni interessanti suggerimenti[48] ed il suo capo della sicurezza nazionale Hadley dice che è una “proposta audace”)—ma il dubbio, diffusosi subito nel suo stesso entourage, è se abbia capito bene l’alternativa messa avanti da Putin…

… che si basa, in contropiede, su alcune assicurazioni offerte nei mesi scorsi (ma quanto sinceramente?) dagli americani di una possibile cooperazione bilaterale coi russi. Fumo negli occhi, però, per i polacchi. Anche se l’idea sarebbe bene accolta dagli altri europei.

Insomma, Putin ha chiamato il bluff di Bush e adesso spiega che, per crederci, “la Russia ha bisogno di un diritto di accesso congiunto alla tecnologia, che dia a tutte le parti un ‘accesso uguale’ al sistema, attraverso un processo da sviluppare in modo trasparente. E’ così che si può creare un terreno comune di lavoro[49].

Anche basati in Turchia, aggiunge Putin poi il giorno dopo, o in mare in prossimità dell’Iran – o perché no? visto che tanto già lo occupate, anche in Iraq… – questi benedetti antimissili non farebbero tanto problema[50] come se fossero dislocati nei paesi confinanti con la Russia della ex Unione Sovietica. Discutiamone, dunque…

Fra il serio e il faceto, sembrerebbe quasi… ma la sfida c’è, diretta e perfino impudente. Sempre che siate sinceri – dice pubblicamente – e ci facciate vedere, a noi e ali altri europei, qualcosa di serio su missili iraniani capaci di colpire l’Europa. Missili che, peraltro, Teheran non ha, assicura Putin anche sulla base della sua assodata conoscenza dei dossier da ex agente di intelligence. E, se li avessero, fa notare, ad esserne preoccupati non dovremmo, forse, essere, proprio noi russi, scusate?

Quanto all’Iran dice che di quei missili, se fossero effettivamente dislocati in Azerbaijan, siccome si tratta di un “un paese amico” e siccome non ci sono missili iraniani lanciabili verso nessuno, non avrebbe nessun timore di temere che siano usati contro il suo territorio.

E aggiunge che, tanto, gli Stati Uniti non accetteranno la proposta di Putin, visto che gli scopi reali del loro scudo non hanno niente a che fare con una difesa dell’Europa da inesistenti missili persiani e tutto, invece, col tentativo di provocare la Russia e di spaccare l’Europa[51].

Forse ha ragione… Neanche una settimana dopo il segretario alla Difesa Robert Gates, in una riunione formale di ministri della Difesa dei paesi NATO allargata anche a quello russo, dice che il sistema suggerito da Putin potrebbe, al massimo, avere un ruolo “complementare e supplementare” ma non rimpiazzare quello americano e che, dunque, gli Stati Uniti proseguiranno nell’allestimento dei loro sistemi di difesa in Polonia e nella Repubblica ceca[52]

Anche la NATO sta cercando di rassicurare i russi. Il segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, ha assicurato il presidente del parlamento russo Sergei Mironov del fatto che i missili americani non avranno mai come obiettivo la Russia e che i russi potranno sempre far ispezionare da loro esperti le dieci stazioni di intercettori antibalistici che gli americani vogliono dislocare in Polonia.

Quando, però, Mironov, ha chiesto a de Hoop Scheffer chiarimenti (ispezioni a sorpresa e senza preavviso?) e assicurazioni che della sua stessa opinione fossero anche americani e polacchi, il volenteroso funzionario olandese della NATO non ha saputo – non ha potuto – rispondere… 

Resta l’incontro dei primi di luglio diretto tra Putin e Bush in America, per cercare di sbloccare uno stallo ogni giorno più pericoloso. Ma certo è che Gates è sembrato proprio voler svuotare ogni  positivo sviluppo. Mentre, in un curioso gioco delle parti, a Washington, il Dipartimento di Stato assicurava che “l’Amministrazione sta seriamente considerando l’alternativa avanzata da Mosca[53], il Dipartimento della Difesa procedeva a negarlo.

Adesso, per cercar di capire come stanno andando le cose tra USA e Russia, e perché stanno così, riportiamo testualmente, in una citazione un po’ lunga ma quanto mai chiara, le parole di uno degli analisti politici più intelligenti d’America: un conservatore repubblicano a 24 carati, lucidissimo nella descrizione di quelle che, anche secondo lui, sono le aberrazioni rischiose del bushismo e dei bushotti. Un quadro che ci sembra oggettivo e che si conclude con una domanda chiave, nient’affatto retorica, di Pat Buchanan[54].

Buchanan scrive:

Nel 1988, Reagan, che aveva notoriamente bollato l’Unione Sovietica come l’ ‘impero del male’, passeggiava sulla piazza Rosa insieme a Mikhail Gorbaciov, coi russi tutti intorno a dar loro calorose pacche sulle spalle. Avevano appena firmato l’accordo di riduzione degli armamenti più importante della storia— che eliminava tutti gli SS20 puntati sull’Europa e rimuoveva, reciprocamente, tutti i missili Pershing e i Cruise che Reagan aveva stazionato in Europa [puntati sull’URSS]…

    Di lì a tre anni, era caduto il Muro di Berlino, i regimi fantoccio dell’Europa orientale erano stati spazzati via, la Germania era riunificata, l’Armata Rossa era tornata a casa, l’impero sovietico era svanito e l’Unione Sovietica s’era frantumata in 15 nazioni diverse. Le repubbliche baltiche erano libere. L’Ucraina era libera.

    E, adesso, ala vigilia del G-8, Vladimir Putin ha annunciato che la Russia dirigerà nuovamente i suoi missili contro la NATO. Dobbiamo, ha spiegato, prendere le nostre misure contro la decisione di Bush di dislocare missili anti-missili americani in Polonia e radar nella Repubblica ceca. Perché, chiedete?

   Gli Stati Uniti dicono che il sistema antimissili balistici in Europa è per difenderla da un attacco iraniano. Ma Teheran non ha bombe atomiche e non ha missili antimissili intercontinentali.

   Sembriamo avviarci, in effetti, verso una seconda Guerra Fredda— e, di sicuro, non per colpa precipua del Cremlino. Tra quanti hanno gestito male il rapporto [coi russi] ci sono certamente Clinton e il secondo Bush…che hanno buttato a mare i frutti della vittoria nella Guerra Fredda riportata dai loro predecessori. Vediamo come  

   Primo: anche se è vero che l’Armata Rossa se ne era andata a casa volontariamente [e non in base a un accordo] dall’Europa orientale, Mosca credeva di aver raggiunto un accordo di fatto con noi: che non avremmo spostato la NATO verso est. E, invece, approfittando del momento [l’acquiescenza supina di Yeltsin, la crisi dell’economia in transizione e in transizione selvaggia eterodiretta…], non solo abbiamo portato la Polonia nella NATO ma anche la Lettonia, la Lituania e l’Estonia e, in pratica, tutto il patto di Varsavia, piazzando la NATO stessa nel bel mezzo della corte anteriore di casa della madre Russia. E, adesso, stiamo pianificando di portarci dentro dal Caucaso l’Ucraina e la Georgia, il luogo di nascita di Stalin.

    Secondo: l’America ha subito appoggiato un gasdotto per portare il petrolio dell’Azerbaijan dal Mar Caspio in Turchia, attraverso la Georgia: scavalcando la Russia.

    Terzo: è vero che Putin ci aveva dato luce verde per l’uso di base nelle vecchie repubbliche sovietiche per liberare l’Afganistan: ma sembra che ora siamo decisissimi a rendere permanenti quelle basi dell’Asia centrale.

   Quarto: anche se Buish aveva venduto [al Congresso ed al popolo americano] la difesa missilistica [lo scudo stellare] contro Stati-canaglia come la Corea del Nord, adesso ce ne andiamo a piazzare sistemi anti-missilistici in Europa dell’Est. E diretti contro mai chi?

    Quinto: attraverso il Fondo nazionale per la democrazia, e i suoi affiliati repubblicano e democratico, attraverso serbatoi di pensiero, fondazioni e istituti pro-“diritti umani” esentasse come Freedom House, capeggiato dall’ex direttore della CIA James Wolsey, siamo andati fomentando cambiamenti di regime in Europa orientale, nelle ex repubbliche sovietiche e anche nella Russia stessa. E le ‘rivoluzioni’ appoggiate dagli USA sono riuscite in Serbia, in Ucraina, in Georgia. Ma non in Bielorussia. Mosca ha ora legiferato una serie di controlli sulle agenzie straniere che, non senza giustificazione, considera sovversive dei regimi suoi amici.
    Sesto: l’America ha portato avanti il bombardamento alla Serbia per 78 giorni di seguito per il crimine di essersi voluta tenere una sua provincia ribelle, il Kossovo, e per aver rifiutato di consentire alla NATO il diritto di passaggio sul suo territorio per arrivare a controllare quella provincia. E la Madre Russia [era ben noto] aveva sempre avuto un interesse materno per gli Stati ortodossi dei balcani.

    Queste sono le rimostranze di Putin. E ha qualche ragione, no? ”.

Comunque, da parte sua, con Putin, la Russia non sembra più disposta a incassare. E ha i mezzi per non farlo, ormai. Appena prima del vertice, quando la Lituania ha lanciato (coraggiosamente? irresponsabilmente?) l’idea, poi riconfermata ufficialmente dal primo ministro Aigars Kalvitis il 7 giugno[55], di entrare nei piani antimissilistici dello scudo spaziale americano in Europa, il ministro dell’Energia e dell’Industria russo, Viktor Khristenko, ha annunciato che, praticamente, non sarà riparato l’oleodotto Druzhba (amicizia…sic!) rottosi un anno fa e che serviva la raffineria lituana della Mažeikiu Nafta (troppo estesi i danni e troppo costoso ripararli, dice).

Perciò, mentre l’approvvigionamento alla Lituania resta garantito, il greggio arriverà d’ora in poi a destino via mare— certo: costando molto più caro sia alla Lituania che alla polacca PKL Orlen, proprietaria della raffineria[56].

Una scusa? forse… Ma forse no… Un tratto di egemonia da grande a piccola potenza? sicuro… Prepotenza? sembra ci siano pochi dubbi… Ma, certo, se poi la piccola potenza in questione non vuole, o non sa, o non può calcolare le conseguenze che deve affrontare se mette le dita negli occhi alla grande potenza vicina, bè francamente chi è causa del suo mal…

Anche se, naturalmente, Khristenko giura che la politica non c’entra per niente… Infatti, c’entra, e molto, la geopolitica… ed è per questo che si spiega benissimo il comportamento dei russi ma è anche per questo che, al contrario di quanto garantisce il ministro russo, l’Europa si preoccupa dell’affidabilità della Russia come fornitore energetico. Problema che si affronta e si risolve, però, non certo a colpi di piccole o grandi vendette e ripicche di stampo stupidamente nazionalistico e magari anche revanscistico, ma solo con un accordo globale tra Europa e Russia.

Certo, se l’Unione europea trova il modo di emarginare sia le provocazioni ed i veti – estone, polacco, lituano… – che oggi bloccano tutto, sia le asprezze della grande potenza che sembra saper replicare quasi solo con atteggiamenti, appunto e solo, da grande potenza…

E, certo, se le punzecchiature delle zanzare indipendenti al vecchio orso mantengono una qualche misura. Scrive Stratfor che “una serie di attacchi si sono succeduti il 28 giugno nella regione separatista georgiana dell’Ossetia del Sud. Scontri di qualche tipo sono la norma nella regione secessionista ma stavolta gli attacchi georgiani non si sono limitati su piccola scala come di solito ed è ora possibile che la Russia [la potenza vicina che considera il diritto degli osseti del sud almeno pari a quello dei kossovari all’indipendenza] potrebbe anche usarli come l’apertura che è andata cercando per entrare non solo nuovamente in Ossetia meridionale ma, forse, nella stessa Georgia…[57]. 

Intanto Putin ha voluto dare un segnale importante di attenzione ai Balcani: tutti e presi nell’insieme. Propone a Zagabria, in un vertice che ha visto l’interesse palese dei capi di Stato della regione, la creazione di un gasdotto che, passando sotto il Mar Nero, colleghi direttamente i depositi russi con i consumatori balcanici via Bulgaria e Romania. E ha chiamato la Gazpromla nave bandiera della cooperazione con i paesi balcanici[58].

Anche l’Unione europea ha deciso, però, di riaprire il negoziato con la Serbia sull’accordo di stabilizzazione, il preludio consueto al vero e proprio negoziato di adesione, mettendo da parte per ora – non proprio a compensazione ma quasi della forzatura imposta e subita dagli USA sul Kossovo – la richiesta a Belgrado di consegnare, prima, al tribunale dell’Aja il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, accusato di crimini di guerra in Bosnia[59].

Sull’altro tema su cui, dalla ascesa al Cremlino di Putin, la Russia non assorbe più i colpi supinamente ma reagisce sempre, controbattendo nel merito e tirando fuori gli aculei – i diritti umani, come vengono chiamati, con una dizione insieme onnicomprensiva e limitativa – “prima che si aprisse il vertice, in visita a Praga, Bush aveva attentamente calibrato un messaggio per Putin ma affogandolo in mezzo ad una serie di critiche sull’osservanza dei diritti umani in posti del mondo come Birmania, Nord Corea, Sudan…[60].

Tutte critiche sacrosante, ma tutte parziali, incomplete e di parte: niente sul Pakistan, niente sulla Colombia, niente sull’Arabia saudita. E niente, soprattutto, sulla violazione ormai costante di diritti umani e civili in America. Non solo per le migliaia di prigionieri di guerra/non prigionieri di guerra sbattuti da anni a Guantánamo[61], e nelle altre decine di Guantánamo segrete (si fa ovviamente per dire…)[62] senza processo e senza alcuna accusa.

Ma anche per la costante erosione dei diritti e delle libertà concrete – con lo spionaggio interno illegale condotto contro decine di milioni, letteralmente, di americani; dalla protezione negata dell’habeas corpus; dall’occhiuta pressione interna del Grande Fratello…

Di queste violazioni dei “diritti umani”, a dir poco, molte in capo personalmente a lui, il presidente americano si è guardato bene dal parlare. E l’ipocrisia grida vendetta, ovviamente.

Sconcertante anche l’ingenuità (falsa? vera?) di certi oppositori a Putin che in quella sala Bush aveva raccolto un po’ da tutta la Russa e dai paesi dell’Est europeo. Gary Kasparov, il grande ex campione di scacchi oggi a capo di una frangia rumoreggiante dell’opposizione, se ne esce ad esempio rimproverando, a latere, a Bush di incontrarsi comunque faccia a faccia, personalmente, con Putin.

Sapete perché? perché il russo “è una spia del KGB, uno che in una discussione faccia a faccia, nella quale si trova sempre in vantaggio (sic!) va a nozze[63]. Invece, il figlio del numero uno della CIA sotto Reagan, l’ex presidente Bush primo diciamo, naturalmente è uno che di spie, di servizi segreti non ne sa niente.

Su un altro fronte s’è fatta, anche, sentire l’ira (potenzialmente) funesta di Putin. Nel corso di quattro giorni di incontro d’emergenza a Vienna fra Russia e Stati della NATO, conclusosi senza intese, è tornato a ribadire a metà giugno che l’accordo del 1990, aggiornato nel 1999, sullo stato delle forze convenzionali in Europa (che mette un tetto alle truppe ed alle armi non nucleari), la Russia continuerà a rispettarlo, come ha finora fatto, solo se lo ratificano ormai anche, come da impegni, gli Stati europei della NATO[64].

La NATO ha tenuto il suo punto (per la ratifica non ci sono scadenze). Proprio come la Russia (e, allora, ritiro la mia)…

Diciamo insieme, contro allarmi e pressioni ma seguendo le best practices commerciali e industriali di tutti – di tutti coloro che ci riescono, almeno – l’ENI ha firmato con Gazprom un accordo per costruire un gasdotto sotto il Mar Nero che porterà metano russo in Europa orientale e in Italia[65].

STATI UNITI D’AMERICA

L’economia, nella revisione effettuata dal BLS (Bureau of Labor Statistics) denota una crescita al ritmo più basso dal 2002: +0,6% nel primo trimestre. Colpa, precipuamente, del deficit commerciale, gonfiatosi ben oltre la stima, e del rallentamento della produzione[66].

A maggio, sale comunque – anche se un po’ meno delle previsioni degli analisti – l’indice dei consumi, dello 0,5% in un’economia che resta sempre e comunque ottimista e, fors’anche irresponsabilmente ottimista: ma che così continua in ogni caso a tirare. Pure se, a dire il vero, molto di più, ancora, nell’economia di borsa che nell’economia reale fatta in gran maggioranza di salari e pensioni[67].

A maggio l’inflazione sale dello 0,7% che, in un solo mese, costituisce l’aumento più consistente da due anni, dovuto soprattutto al costo più alto di alimentari e energia[68].

L’occupazione regge, comunque, anche se con una produttività in ritirata (che ne è, in parte, il prezzo). Il rendimento dei titoli di Stato a due anni sale sopra al 5%, E, così, riflette quella che sembra restare la fiducia di fondo nell’economia americana di chi compra i suoi bonds.[69]   

Comincia, però, insieme, a farsi sentire la stretta dei tassi di interesse. Di brutto: “dopo tre anni di tassi deliberatamente tenuti bassissimi, che hanno fornito ai consumatori ipoteche a costo stracciato con cui alimentare il boom edilizio e credito a poco prezzo alle banche e agli investimenti con cui sostenere borsa e profitti d’impresa e alimentare i consumi, la festa sembra lì lì per finire[70].

Sembra, in realtà, che sia già proprio finito: a maggio, il mercato edilizio si tinge di nero, le nuove costruzioni di case calano del 2,1% e, in un anno, va giù addirittura del 24,2%[71].

Il deficit dei conti correnti si è allargato a 193 miliardi (al livello, ormai, del 5,7% del PIL) nel primo trimestre del 2007, dai 188 miliardi (5,6% del PIL) degli ultimi tre mesi del 2006[72].   

Giocando in modo furbo a chiedere un vertice speciale sul clima, gli Stati Uniti – ma solo per l’ignavia e la mancanza di coraggio degli altri – sono di fatto riusciti a sabotare sul punto l’agenda del vertice dei G-8 a Heiligendamm, in Germania[73].

Tony Blair, che però come si sa ormai è in uscita ed aveva fatto qualche (discreta e inefficace) pressione su Bush, ricorda che “i paesi ricchi di questo nostro mondo hanno il dovere di far progredire la lotta contro il cambiamento climatico nel vertice di questa settimana[74].

E, poi, il giorno stesso in cui arrivando al vertice, Bush si affretta a dire che lui non approverà mai nessun target obbligatorio di riduzione dei gas serra, lui, Blair, testardamente uguale a se stesso, alla prosopopea con la quale aveva presunto di riuscire, lui, a “governare” Bush in Iraq proprio perché a lui si accodava, rilascia un’intervista che più intempestiva sarebbe impossibile.

Dice tutto il titolo stesso del servizio: “Io posso persuadere George Bush sul cambiamento climatico[75]: smentito dal suddetto Bush neanche due ore dopo che era uscito il giornale…

I gruppi ambientalisti americani, che la conoscono bene, avevano denunciato chiaro e in anticipo la tattica solita a Bush ed ai suoi— delle enunciazioni favorevoli ma solo di principio (tra l’altro di chi come Bush solo un mese aveva appena proclamato che erano tute bubbole, senza nessun  obiettivo obbligante, proprio nel momento in cui l’o.d.g. era quello proprio di fissare uno scadenziario per tutti obbligante.

Gli altri G-7, però, anziché chiamare il bluff di Bush, ci sono in qualche modo – almeno subito – caduti dritti dentro, o meglio hanno finto di credere che “già fosse una gran buona notizia” la novità in  sé del presidente capace finalmente di dire che il clima era un tema importante: si affrettava a dichiarare così Angela Merkel, per messa ben sull’avviso che fosse dal suo ministro dell’Ambiente, Sigmar Gabriel.

Il piano di Bush, aveva fatto notare con accortezza ma soprattutto con realismo il ministro, può rivelarsi proprio come il “cavallo di Troia” che serve a bloccare lo sforzo dei G-8 teso a trovare un accordo su tagli profondi e concordati ai gas serra: precisamente l’obiettivo che era stato fissato da Merkel stessa[76]. La quale, ben avvisata a questo punto, ha pensato bene di aggiungere alla speranza anche una specie di avvertimento – per quel che potrà valere – a Bush.

Per noi, ha dichiarato – noi tedeschi, noi inglesi (parlava avendo sentito Blair), noi Europa, un processo separato, come quello ipotizzato da Washington, separato e gestito dagli USA invece che dall’ONU, “non è negoziabile[77].

Ma il nodo è subito venuto alla luce, come dicevamo, ancora prima del vertice. La proposta di Merkel, e in generale degli europei – ma non tutti gli europei: quelli entrati da poco nella UE sono tutti ciecamente e previamente, a prescindere, pro-Bush, perinde ac cadaver, anche su questo tema – è di combattere il surriscaldamento dell’atmosfera, e i gas serra che largamente lo provocano, del 50% entro il 2050. La proposta di Bush, che a quella di Merkel fieramente si oppone, è quella che ogni paese adotti per conto suo il tetto di emissioni che vuole. E non pare esserci mediazione – seria – possibile.

Alla fine, anche qui, ma in realtà è solo l’inizio, c’è un qualche compromesso: molto, molto insoddisfacente. Si mettono d’accordo, ma poi Merkel ne riparlerà, cercando di “stringere”, prima di fine anno a Washington.

Sono tagli “sostanziali” all’emissione di gas tossici nell’atmosfera – come volevano gli europei: ma tagli non definiti, come gli europei invece chiedevano – e senza particolari riferimenti al quadro multilaterale degli impegni di Kyoto o dell’ONU – che sembrava il sine qua non dell’Europa. Il tutto – per ora, si affretta a dire chi vuole vedere per forza il bicchiere mezzo pieno – senza impegni e senza limiti vincolanti per nessuno.

La sostanza è che secondo il titolo più chiaro uscito sulla questione, Al vertice dei G-8, Bush respinge sdegnosamente la Germania sul taglio alle emissioni[78]. E il contentino che gli europei hanno dovuto inghiottire è che Bush si impegna a “considerare seriamente” la loro proposta…Ha commentato, a ragione, il direttore della sezione britannica di Greenpeace, John Sauven, che “un accordo senza obiettivi non vale neanche il prezzo della carta su cui l’hanno scritto[79].

L’altro obiettivo raggiunto – si fa per dire – dal vertice è stata “la conferma – la conferma… – dell’impegno già annunciato solennemente nel 2005 di 60 miliardi di $ per combattere l’AIDS in Africa[80]; ma, ancora una volta, non hanno fissato scadenze precise all’impegno…

E, come hanno fatto notare coloro che sul campo davvero lavorano, lì, contro l’AIDS, si tratta di “impegni che vengono oggi promessi con soldi che erano stati già solennemente impegnati al G-8 di due anni fa, a Gleneagles, inclusi i 30 miliardi di $ degli americani [oggi unilateralmente annunciati] e restano, comunque, ancora lontani dagli obiettivi definiti in sede ONU che estendevano le cure per combattere l’AIDS[81]. Già…

E’ stato costretto a farlo, invece, Prodi, messo all’angolo dalle accuse di inadempienza rivolte all’Italia (al governo, in realtà, che le aveva prese due anni fa e che non le ha rispettate più di ogni altro capo di governo dei G-7/G-8; ma, poi, anche al governo Prodi, al suo, che è ormai da un anno a Palazzo Chigi …) da due grandi e geniali “guitti” come Bono e Geldof.

Ora, Prodi è stato costretto a giurare che subito – non l’anno prossimo, non entro cinque anni, subito… – verserà i 260 milioni di $ già promessi dall’Italia allo scopo e cancellati in finanziaria ad altri scopi… Già,  ma che succede se, ora, l’impiego che ne volesse fare l’ONU fosse attraverso la distribuzione gratuita di preservativi? non è che la Binetti protesta? che magari minaccia la crisi di governo?

E Bono e Geldof, dopo aver detto di credere a Prodi, hanno comunque bollato i risultati del vertice sull’Africa col termine bollockspalle[82]: chiediamo scusa per il termine crudo, ma concordiamo profondamente con la sostanza della valutazione...

Un passettino, invece, concreto nel senso del procrastinare appena un po’ ancora la decisione c’è stato sul Kossovo: per il quale il vertice ha deciso di  bloccare la proposta – americana – di far votare il Consiglio di Sicurezza sull’indipendenza formale rinviando a colloqui ulteriori nel prossimo immediato futuro. Sarkozy, al suo primo G-8, aveva “sollecitato un rinvio di almeno sei mesi del voto del Consiglio di Sicurezza sul futuro della provincia serba[83].

Dietro, però, una qualche promessa dei russi ad accettare alla scadenza l’indipendenza di Pristina. Che non c’è stata. Bush, infatti, se n’è andato a Tirana, accolto come un eroe (forse bisognerebbe avvisare gli albanesi che sono ormai pochi gli americani ad entusiasmarsi come loro per Bush) pure perché s’è fatto mentore appunto dell’indipendenza del Kossovo dalla Serbia “anche senza l’Ok della Russia[84].

Nel 1999, però, anche gli USA avevano votato all’ONU per l’intervento in Kossovo che fermò Milosevic ed erano d’accordo coi russi: Milosevic andava fermato ma nessuno avrebbe potuto rimettere in questione il fatto che la provincia kossovara dovesse restare serba e veniva esclusa esplicitamente l’indipendenza[85].

Era uno scambio, un compromesso politico e diplomatico chiaro. Da una parte, veniva accettato che da mille anni il Kossovo era parte integrante anzi “la culla storica della nazione serba”; e, dall’altra, che comunque, ormai, dopo la secolare occupazione turca e con la maggioranza della popolazione fattasi, prima nolente poi anche volente mussulmana, ormai gli andava garantita una larghissima “autonomia”, del resto accettata pure dai serbi.

La Russia, al vertice come prima e come ora, ha ribadito che l’indipendenza significa apertura del vaso di Pandora ad altre mille indipendenze, più o meno spurie, in giro per tutti, o quasi, gli Stati dell’ex Est europeo e significa una bella flebo d’incoraggiamento al revanscismo della Grande Albania che spira ancora forte sia a Pristina che a Tirana… Questo, dice Putin e con lui dicono i serbi, comunque l’indipendenza sia poi mascherata.

Perché, in realtà, il piano avanzato dal mediatore dell’ONU, l’ex primo ministro finlandese Aathisari, su fortissima e dichiarata pressione americana, è un curioso mostro che, se sembra voler riconoscere al Kossovo indipendente le prerogative di uno Stato sovrano (esempio, ambasciate all’estero), prevede insieme la nomina di un’autorità designata dal Consiglio di Sicurezza che dovrebbe supervisionare giustizia e polizia nel Kossovo indipendente…

Insomma, un ircocervo tra indipendenza e una specie di colonia che continuerà ad essere amministrata dall’ONU… E, adesso, il Gruppo di contatto nominato dall’ONU per amministrare fino ad oggi il Kossovo (USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia) sotto pressione ancor una volta di Bush e con l’assenso deferente degli altri, è tornato a riunirsi a Parigi il 12 giugno… ma escludendo la Russia. Come se al Consiglio di Sicurezza fosse mai possibile forzarne la volontà, specie con quei precedenti di diritto internazionale e a sostegno[86] 

Intanto, mentre su un altro tema rovente, la Rice si dà un gran da fare per parare i “danni” fatti da una dichiarazione eclatante del direttore della Agenzia dell’ONU per l’energia atomica che ha parlato pubblicamente, non a caso certo, della sua preoccupazione per i nuovi “matti” che, dentro l’Amministrazione americana, continuano a premere per un attacco militare all’Iran.

Io – ha detto Mohammed el-Baradei – noi, l’AIEA, non abbiamo altro mandato che assicurarci che non cominci un’altra guerra, che non impazziamo tutti mettendoci ad ammazzarci l’un l’altro”. E’ preoccupato  dall’intransigenza di principio iraniana “perché non si può certo auspicare di fornire altri argomenti ai pazzi che dicono ‘andiamo e bombardiamo l’Iran’’[87].

I pazzi in questione sono i non pochi sottopancia e assistenti del vice presidente Cheney che questo, proprio, continuano a dire tentando di sgonfiare le ruote diplomatiche alla segretaria di Stato che cerca, invece, per ora almeno, una soluzione diplomatica[88].

Ma, secondo fonti di regola davvero – come si dice – ben informate, pare proprio che l’America si stia preparando a virare qualche po’ sull’Iran. Washington sta considerando la possibilità di non insistere più sulla richiesta che, prima di parlare con l’Iran, bisogna che il suo governo la smette di arricchire l’uranio: pare rendersi finalmente conto che c’è qualche contraddizione fra il martellare, da una parte, Teheran minacciando sanzioni, alla fine poi inefficaci, su un nodo che sa comunque di non poter costringere a sciogliere se non con la guerra; e chiedergli, allo stesso tempo, di frenare in Iraq l’insorgenza armata dei suoi amici e alleati sciiti per rendere meno dolorosa la sconfitta che gli USA subiscono e più facile salvare, almeno un poco, la faccia[89].

A Bush, che è venuto in visita a Roma subito dopo il G-8 in Germania, riesce agevole – come dicono a casa sua – mettersi i piedi in bocca: cadere in gaffes colossali, cioè. Così, qualche giorno prima, è riuscito a dire che la visita fatta a Palazzo Chigi dovrebbe servire a “dare più coraggio a Prodi” per decidere l’invio dei soldati italiani a combattere in Afganistan proprio come combattono i ragazzi americani: in prima linea cioè, ammazzando all’ingrosso[90] ed essendo ammazzati al minuto, contro la famosa “offensiva di primavera” dei talebani: che, però, non c’è stata[91]

Prodi sorride, e Bush pure, anche se s’era esposto così incautamente a cercare un sì che non  essergli venuto e, anche se D’Alema sottolinea come con gli USA l’unica vera divergenza sia sul come affrontare il problema Iran (sanzioni? diplomazia?... non menziona, il ministro degli Esteri, l’intervento americano, quasi così a scongiurarlo …) alla fine le divergenze sembrano mantenute anche sul punto Afganistan…

Come stanno montando di nuovo, tra America e Germania. E’ confermato, in effetti, che i social-democratici, metà della coalizione di governo, stanno preparando – e lo annunciano – un piano che proporrà all’intero governo di ritirare le forze armate tedesche della missione Enduring Freedom dall’Afganistan (si chiama proprio così come volle la megalomania di Bush in persona: libertà duratura).

Lo ha annunciato, in una conferenza stampa appositamente convocata Hans-Peter Bartels, membro della Commissione Difesa del Bundestag[92], parlando anche di diversi cristiano-democratici che in Commissione hanno già manifestato il loro accordo…

Dove a inizio giugno, la Croce Rossa Internazionale[93] segnala un incrudimento spaventoso della situazione umanitaria, in parallelo ovviamente con l’incrudimento della guerra: “il conflitto si è intensificato significativamente nel sud e nell’est del paese e si sta espandendo a nord e ad ovest. Il risultato è stato il numero crescente di vittime civili”. E, come al solito, sono “le popolazioni civili quelle che soffrono orribilmente: per il numero crescente delle bombe fatte esplodere al lato delle strade, degli attacchi suicidi e dei bombardamenti con raids aerei diventati ormai regolari”.

E dove, registrando un altro straordinario trionfo della campagna afgana, il Rapporto annuale dell’ONU avverte che la produzione annuale di oppio sta “sforando ogni tetto e uscendo da ogni possibilità di controllo”: solo quel lo raccolto nella provincia di Helmand è pari alla metà del raccolto mondiale illegale[94].

L’Africa questo mese si è segnalata per aver detto un no secco all’America[95]. Commenta il Guardian che “tutti i governi cui s’era rivolto il proconsole americano (il sottosegretario alla Difesa Ryan Henry  inviato, libretto d’assegni alla mano alla conquista di nuove basi militari) hanno detto picche. Il piano del Pentagono “che voleva creare un comando militare e basarlo in Africa ma s’è scontrato con un muro di ostilità da parte di governi del tutto restii ad associarsi alla ‘guerra al terrore’ dell’Amministrazione Bush e timorosi di intromissioni statunitensi”.

Questo è stato il secondo round di contatti e promesse ad alto livello finiti in gramigna, E, tornando a casa, Henry ha commentato, in un momento di sincero sconforto filtrato sulla stampa – ma glielo avremmo potuto comunicare, facendogli risparmiare tempo, denaro e frustrazione anche noi – che, sì, bisogna prenderne atto: “Qui abbiamo un tremendo problema di immagine. L’opinione pubblica è del tutto contraria a vedere i propri governi andare a letto con gli USA. Semplicemente, di noi non si fidano[96]. Già… chi sa mai perché?

A inizio giugno, il ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul – che era stato proposto dal partito di governo islamico “moderato” di Erdogan come presidente della Repubblica ed era stato stoppato dall’ostilità di massa, anche se minoritaria degli ataturkisti e dalla minaccia “costituzionale” dei militari – ha detto al mondo attraverso i suoi colleghi europei – ma agli iracheni e agli americani anzitutto – che la Turchia ha il diritto di “intervenire ed agire” contro i ribelli curdi nel nord dell’Iraq.

Si tratta del PKK di Ochalan, e dei suoi militanti che sconfinano, più spesso che no… Ha aggiunto di non credere, però, che il suo paese abbia “ancora” ragione di entrare – cioè, di invadere – il Kurdistan iracheno.

Due giorni dopo, mentre venivano segnalati dai satelliti (ormai ce ne sono molti, non tutti americani, diversi addirittura commerciali: affittabili… come una bicicletta, anche se più costosi) ammassamenti di truppe e carri armati alle frontiere con il Nord dell’Iraq si diffondevano voci, di origine ufficiosa turca, di un’operazione importante anche se “temporanea” di “penetrazione” turca in territorio curdo iracheno. “Non si tratta – hanno spiegato esponenti militari di Ankara – di un’offensiva importante e non confermiamo la voce di migliaia di truppe penetrate in Iraq[97].

La notizia, infatti, è stata subito ufficialmente smentita dal governo turco e, anche, dal governo della provincia curda irachena nella persona di Jabar Yawir, vice ministro per gli affari Peshmerga (“coloro che fanno fronte alla morte”: le truppe curde)[98].   

Poi, però, viene fuori la verità: tra incursioni, pattugliamento aggressivo dei confini, ecc., ecc., l’esercito turco ha deciso – e non si sa se è stato richiesto, od autorizzato, dal governo a farlo – di aumentare la pressione sui curdi iracheni accusati di simpatizzare coi curdi turchi e (ma guarda un po’…) di condividere a termine il loro sogno di un Kurdistan unificato ed indipendente.

E l’esercito turco precisa, ufficialmente, che si riserva ormai di rispondere colpo su colpo agli assalti di militanti curdi che possano interessare il territorio curdo di Turchia, se necessario anche intervenendo contro di essi dovunque sia utile. E intanto stano ammassando truppe e blindati, diciamo così, ad ogni buon fine...

Cominciando con un pesante bombardamento d’artiglieria nell’area di Sidikan, nella provincia di confine di Arbil, tra Kurdistan turco, Kurdistan iracheno e Kurdistan iraniano… Esattamente nelle stesse ore in cui il primo ministro Erdogan si affannava a spiegare al paese come, in realtà, sarebbe  importante combattere i ribelli curdi nel territorio curdo della Turchia e non in Iraq, i militari “raccomandavano” – e facevano sapere di aver raccomandato – una serie di incursioni “limitate oltreconfine[99].

Messi tutti insieme, questi fattori, a parte il caos che seminano sempre più fitto nei rapporti tra governo e forze armate in Turchia, per l’Iraq “significano che mentre i militari americani si danno da fare per controllare la violenza nel centro dell’Iraq, un secondo conflitto potrebbe riversarsi dal di fuori [dalla Turchia] attraverso il confine nord del paese[100].

Tanto più che, almeno a sentire il presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, la Turchia si sta comportando “troppo aggressivamente”. E’ che il problema, spiega Barzani,  i turchi in realtà non ce l’hanno, specificamente, col PKK, il partito curdo del lavoro di Ocalan e i suoi militanti, ma proprio con la stessa “presenza dei curdi[101]

In ogni caso, precisa Bahroz Filali, rappresentante personale del presidente iracheno Jalal Talabani ad Ankara, il governo regionale respinge la domanda turca di costituire al confine tra Turchia e Kurdistan (186 km.), ma su territorio curdo, una “fascia di rispetto” o “zona di sicurezza” di 8 km. di larghezza. Ogni questione aperta andrebbe, invece, risolta dalla commissione trilaterale USA-Turchia-Iraq[102]. 

E, subito, si ammassano nuovamente al confine turco-iracheno ben 30 mila soldati di Ankara passando subito a condurre diverse incursioni contro i militanti curdi, provocando la fuga di centinaia di profughi verso l’interno del Kurdistan[103]. Immediatamente dopo, il capo di stato maggiore dell’armata turca, Yasar Buyukanit, ribadisce pubblicamente la necessità di sconfinare del suo esercito.

E mentre così tuona il militare, il ministro degli Esteri, il “moderato” Abdullah Gul, rincara. La Turchia ha pronta una complessa pianificazione che consentirebbe un’invasione del Nord dell’Iraq, il Kurdistan. Ma non intende occuparlo. Comunque, perché l’esercito si muova avrebbe bisogno, dice Gul, dell’approvazione del parlamento. Mentre per bombardare le posizioni dei ribelli ( i villaggi) se ne può fare a meno[104] 

Insomma, allegria!

E sull’Iraq c’è un’altra novità, potenzialmente, importante:

• mentre tutti guardano al Congresso americano, alle sue decisioni e/o non decisioni, alla capacità di domani e/o all’impotenza dimostrata ancor oggi di bloccare o strangolare la guerra del presidente;

• mentre si guarda alla volontà, ormai anche dichiarata, di Bush di “fare come in Corea” (dove gli americani occupano dal 1953 una quindicina di basi permanenti, dotate anche di armi nucleari), cioè  di ridurre ad un terzo le truppe ma lasciandone, preconizza, un cinquantamila di guarnigione a basi permanenti con le quali garantirsi, sostanzialmente, un presidio nella regione mediorientale e il petrolio[105] (sì, alla fine, lì si torna: al petrolio, e non solo a quello iracheno[106]

   —e a prescindere da quanto sia poi peregrina l’idea perché, certo, la Corea del Sud non era attanagliata dalla guerra civile e i sud coreani, pur tra diverse tensioni, non hanno mai considerato occupanti gli americani;

• è nel Congresso iracheno che, per quanto condizionato dal settarismo, dalla guerra civile, dall’occupazione, da quant’altro volete, va montando un movimento – maggioritario e trasversale – che, anche contro il governo al-Maliki, ormai chiede con decisione di mettere fine alla guerra chiedendo agli americani, di fatto, di andarsene[107]

— d’ora in avanti, dice la parte operativa e formale della “risoluzione vincolante”, approvata 85 a 59 dal parlamento iracheno, toccherà a noi – e non più ad al-Maliki che rifiuta perfino di consultarci perché e sicuro di quel che diremmo, chiedere il rinnovo della risoluzione ONU che, a posteriori, autorizzava americani e “coalizione dei volenti” a pattugliare l’Iraq…

• e, senza neanche più la malferma, tentennante, pecetta della pseudo legittimazione internazionale, la posizione degli americani si confermerebbe anche formalmente quella che nella percezione di larghissima parte dell’opinione pubblica internazionale è sempre stata quella di una potenza, punto e basta, militarmente occupante.

E, insieme, comincia ad avanzare una specie di disperata presa d’atto. Sta diventando evidente che s’avvicina la nemesi della spartizione, o se volete della frantumazione, del paese, altro capolavoro della politica insulsa di bombardamenti a tappeto dall’aria e di incursioni indiscriminate a terra, tipo toccata (a 100 morti per volta) e fuga, d’istigazione dei settarismi di tutti contro tutti al di là delle intemerate verbali.

I minareti della moschea sciita sono stati fatti saltare a Samara, dopo che a febbraio 2006 era stata fatta esplodere la cupola della moschea d’oro, provocando rappresaglie a tappeto e centinaia di                 morti. Immediata ritorsione, il giorno dopo, contro la grande moschea sunnita di Iskandariya, a sud di Bagdad.

Nella sua frustrazione, la Casa Bianca[108] licenzia, da una parte, il capo di stato maggior generale, gen. Peter Pace, nel quale pure dichiara di avere totale fiducia— perché Pace, un militare tutto d’un pezzo e molto, molto “presidenziale” avrebbe stavolta una conferma non facile, davanti a un Senato ormai in mano nemica e non riuscirebbe a difendere al meglio Bush di fronte all’incalzare del Congresso[109].

E, dall’altra, si sta imbarcando in una tattica – chiamarla strategia sarebbe proprio risibile – assai rischiosa, da apprendista stregone che pure gli si è rivoltata contro, in passato, parecchie volte[110]. Si mette, infatti, a fornire armi anche pesanti agli insorti sunniti nella speranza (avventata, diciamo pure?) che non le puntino più contro americani od iracheni sciiti ma, solo, contro gli operatori di al-Qaeda attivi in Iraq: che sembrano, in effetti, non apprezzare molto.

E’ ovvio che quelle armi saranno usate adesso contro tutti i nemici che i militanti sunniti considerano loro. Scrive un commentatore britannico, e molto addentrato, di cose militari che la “nuova policy americana di armare gli insorti sunniti in Iraq per farli battere contro al-Qaeda è molto azzardata e quasi disperata”… Come cercare di Spegnere il fuoco con la benzina [111]. Già.

Il fatto è che la società irachena continua a frantumarsi ed è oggi così incoerente – unico cemento l’odio per gli americani, di tutti meno, forse, a parole da parte d’una sottilissima sfarinatura d’élite al massimo del potere, contro gli americani – che non riesce neanche più a mettere in campo una guerra civile vera e propria.

Il mese scorso il rapporto di Chatham House, del Royal Institute of International Affairs, ha fatto rilevare che in Iraq non c’è una guerra civile, né una ribellione, un’insorgenza. Ci sono tante piccole, feroci, guerre civili e tante piccole, diffuse, insorgenze che lottano ormai per il potere locale[112], fregandosene bellamente di quello centrale che si riduce sempre di più all’imperio aereo e blindato americano e al controllo – si fa proprio per dire – “governativo” delle varie “zone verdi”. Perfino l’esercito del Mahdi, del famosissimo “chierico ribelle” (lo chiamano così i media americani che hanno tanto contribuito a crearlo) Mohtada al-Sadr si va frantumando…

Ma anche sul fronte interno, più direttamente politico, non va affatto bene. L’ex capo dello staff del vicepresidente Cheney, Lewis Libby, è stato condannato a due anni e mezzo di galera per spergiuro e ostruzione alla giustizia nell’inchiesta della magistratura sull’outing imposto, infrangendo la segretezza voluta dalla legge ad un’agente della CIA responsabile di essere moglie del diplomatico americano che aveva sbugiardato Cheney. A Cheney, invece, ossequioso come sempre aveva dato una mano il SISMI ad inventare l’accusa all’Iraq di aver importato dal Niger materiale per la fabbricazione di bombe nucleari: materiale che, come le bombe, non c’era mai stato.

Pare che la motivazione dello spergiuro, la violazione di segretezza, ecc., ecc., fossero state motivate solo dalla voglia di vendicarsi dell’ambasciatore Wilson, la cui pubblica denuncia del “si sono inventati tutto” aveva mandato a carte quarantotto tutti i giocarelli di Bush e di Cheney.

C’è una serie di bushotti ultrafedeli che ora chiede al presidente di graziare Libby perché – e in fondo è proprio così – è solo un capro espiatorio. Proposta pericolosa, però, perché i sondaggi dicono che sarebbe politicamente inaccettabile, a un anno e mezzo poi dalle elezioni. O chi sa, forse, ipotizzabile solo se al posto suo in galera ci andasse qualcuno dei responsabili veri della truffa al paese ed al mondo…

Nel dibattito, finito come dire da qualche mese sott’acqua – nella disattenzione generale: poi, vedrete, quando farà comodo ritornerà alla ribalta – sulla bomba nord-coreana, le ultime dicono che essendo stata, finalmente, sbloccata la riconsegna a Pyongyang dei milioni di dollari che gli USA le avevano fatto confiscare nei gangli di una sistema finanziario internazionale ossequioso ai loro desiderata, i coreani del Nord hanno reinvitato l’AIEA ad ispezionare l’impianto nucleare di Pyongyong, dove hanno costruito la loro bomba: rozza, poco efficiente ma bomba…

In effetti, l’AIEA ha mandato subito, il 25 giugno, una delegazione condotta dal vice direttore generale Olli Heinonen[113]. Che si è dichiarata soddisfatta della cooperazione degli ospiti nord-coreani ma ha anche reso chiaro che la chiusura dell’impianto è di là da venire e procederà solo passo passo con la corrispondente fornitura di compenso di combustibili.

Né l’AIEA né il sottosegretario di Stato americano, Christopher Hill, che segue direttamente il dossier, possono però dire niente sulla volontà dei nord-coreani di distruggere gli ordigni nucleari già in proprio possesso. E di voler rinunciare ai quali – alla garanzia che solo con la loro esistenza offrono contro ogni possibile tentazione di regime change – non danno nessunissima indicazione[114]. 

GERMANIA

Il tasso di disoccupazione, che qui ufficialmente è strutturalmente calcolato più elevato di quanto, secondo i calcoli dell’OCSE dovrebbe essere (contano come disoccupati anche coloro che, da noi o in Francia, sarebbero considerati occupati) è sceso a giugno dal 9,1% all’8,8: da 3.812.000 a 3.687.000 (a fine 2006, il tasso ufficiale di disoccupazione era al 12%). Si cominciano a registrare alcune carenze nella domanda di lavoro degli altamente specializzati[115].

Calcola l’IFO che l’indice di fiducia delle imprese sia sceso dal 108,6 di maggio a 107 ora, in giugno[116].

FRANCIA

Il barometro dell’INSEE, l’istituto nazionale di statistica, sull’indice di fiducia cresce da 108 a 110 a giugno[117].

Il primo round delle elezioni parlamentari e, poi, una settimana dopo, il 17 giugno, il secondo, hanno garantito all’UMP di Sarkozy una larga vittoria: ma inferiore al previsto, con 345 seggi sui 577 dell’Assemblea nazionale in cui aveva una maggioranza più larga, di 359 deputati. Come se, nella sua saggezza, il popolo francese avesse voluto in qualche modo limitarne il potere, dando addirittura un leggero aumento di seggi al PS.

Che, comunque, ha visto subito entrare in crisi la propria leadership: la tensione accumulata tra il segretario nominale del partito, Hollande, e la sua candidata presidenziale – che è anche la sua compagna di vita – li ha portati alla separazione e annuncia nel prossimo futuro una lotta aperta per la segreteria generale…

Comunque, la maggioranza che ha il presidente dovrebbe poter consentirgli di dare subito inizio alla “rivoluzione economica” di stampo conservatore di cui aveva parlato e su cui aveva vinto le elezioni presidenziali. In sintesi:

• tagli di tasse dirette ed aumenti delle tasse indirette, per un taglio complessivo massimo (il minimo non è stato annunciato) di 11 milioni di €, dunque, una ridistribuzione regressiva del carico fiscale: per scioccare nuovamente alla crescita l’economia del paese;

• flessibilità di fatto, se non di diritto, della legislazione sulle 35 ore di lavoro settimanali;

• limitazione del diritto di sciopero nel settore pubblico, in specie o dei servizi pubblici;

• nuova e più restrittiva legislazione dei diritti di contrattazione; 

• taglio dell’impiego pubblico stesso;

• aumento delle pene per i criminali recidivi;

• stretta sulla legislazione relativa all’imigrazione;

• maggior autonomia alle università (che vadano sul mercato) e meno sostegno pubblico: ciascuno per sé e la République per nessuno…  

Una bella panoplia, insomma, di misure metà alla Giavazzi e metà alla questurina. E una politica internazionale che sembra, invece, più calibrata e più attenta, molto di più di quelle visionariamente ed ideologicamente fondamentaliste di Blair e di Bush…

GRAN BRETAGNA

A sintesi dell’era Blair, uno dei suoi laudatores più pertinaci e facondi è ridotto a scrivere – dando il timbro quasi ufficiale del riconoscimento di una fine assolutamente ingloriosa – che “il primo ministro uscente non toccherà di certo il livello di un Churchill o di un Gladstone… ma ha fatto del bene ala Gran Bretagna”. Molto, molto moscio per riuscire a difenderlo[118]

Molto, molto più drastico il giudizio di un altro osservatore, un po’ più distante, sul NYT[119]:

Dopo dieci anni di crescita economica, di quiete sociale, di aspirazioni gentilmente crescenti, di esuberanza sul piano culturale, di sicurezza finanziaria, di disoccupazione in calo, di tasse ben gestibili e di spesa record su istruzione e sanità, dieci anni nei quali il clamore maggiore è stato centrato sulla diatriba relativa alla caccia alla volpe [questo, in sintesi, il record positivo reclamato dal New Labour di Blair], Mr Blair è riuscito a farsi odiare: profondamente, universalmente e pienamente, qui a casa sua...

    Certo, può anche consolarsi che l’odio per gli uomini politici è qui una costante ‘plebea’ che unisce  partiti, sessi, credi religiosi e acconciature… La differenza fra la politica britannica [e non solo…] e quella americana e che oltreatlantico viene mantenuto un rispetto collettivo per la carica, per l’ufficio, se non per chi lo detiene.

    Così, la presidenza resta sempre cosa venerabile, anche se il presidente è un  cretino… [in Inghilterra, e non solo, non è così: qui, i cretini e gli imbroglioni hanno largamente sputtanato la carica, l’ufficio stesso: e lasciateci dire che sarebbe meglio se aprissero gli occhio un po’ di più anche gli americani]…

    Il governo di Blair è stato marcato e come impacchettato dentro una operazione senza freno alcuno  di pubbliche relazioni. Tutto è sempre stato, in prima ed in ultima istanza, questione di percezione e di presentazione. La gente di Blair ha raggirato, implorato, incantato, corrotto, adulato e recitato ogni giorno per farsi amare dall’elettorato. E l’elettorato ha loro restituito l’attenzione odiandoli più che mai per la loro imbarazzante trasparenza e la loro svergognata insincerità”. 

Questo è il paese che Blair ha plasmato a sua immagine e somiglianza (neo-liberista) insegnando per dieci anni della necessità di adattarsi, benedicendo quasi come il meglio possibile il darwinismo sociale: “il carattere di questo mondo che cambia è indifferente alle tradizioni. Non perdona fragilità. Non rispetta il passato. Non ha abitudini, non tiene in considerazione alcuna quanto si è fatto fino a ieri né alcun uso e costume. E’ pieno di occasioni, che però vanno solo a chi è rapido ad adattarsi e lento a lamentarsi; aperto, disposto e in grado di cambiare…[120].

Ecco, chi lo considera soprattutto come un testardo – e subordinato, per di più – guerrafondaio non sbaglia poi molto. E chi con lui è più caritatevole (il suo ex ministro degli Esteri Jack Shaw) loda la tenacia con cui ha privatizzato gli orfanatrofi iracheni per bambini con bisogni speciali (evitando di ricordare quanto ha contribuito proprio la sua politica a fare quegli orfani).

Ma, sul piano interno, il suo errore peggiore è stato di replicare in materia di beni pubblici, come istruzione e sanità, il modello continuamente cangiante del cambiamento continuo sperimentato da sempre nell’impresa privata motivandolo sulla base del profitto da mantenere ed accrescere. In settori che, per loro natura, è di stabilità che hanno bisogno il crollo del morale del personale ha finito col negare e cancellare ogni effetto positivo dei fondi spesa extra che pure sono stati erogati…

Non sono più idee di maggioranza queste, sembra, per gran parte dei laburisti che, pure, alla sirena modernizzatrice blairista s’erano abbandonati con trasporto, come tanta parte della cosiddetta sinistra europea, e con qualche insofferenza blasèe verso chi voleva continuare a richiamarsi al valore della solidarietà e del sociale…

Non sono più idee tanto di maggioranza, forse, neanche quelle che hanno inesorabilmente portato La metà delle imprese britanniche a diventare di proprietà estera[121]. Compresi i fondi pensione che hanno cominciato a vendersi ad investitori stranieri incentivati dall’abbattimento fiscale voluto, proprio per questo, dalle convinzioni blair-liberiste, ma anche browniane, che non importa se la, proprietà è nazionale o no, basta che sia proprietà— quando, invece, importa, e come, se e quando si tratta di svendere o chiudere: per prime, sempre e dovunque, le proprietà estere, no?

Ecco, qui, su Brown, tanto vale chiarire subito le aspettative. E’, da sempre, ancora più scettico sull’Europa di Blair. E l’impressione di chi scrive è che lo si possa neutralizzare, almeno parzialmente, mettendolo di fronte a un’Europa davvero a più velocità ed a “cooperazioni rafforzate”, come si dice, tra chi ci sta (con al centro del nocciolo duro Francia e/o Germania, Italia e Spagna, almeno)…

In politica economica e sociale, ora di sicuro Brown dovrà fare i conti col sentimento di “ritorno al passato” avanzante nel Labour e stimolato, anche, dalla politica più socialmente attenta dei nuovi conservatori di Cameron.

Ma proprio come gli Stati Uniti d’America, e appena un po’ meno adesso che gli è calata la cresta imperiale, questo è anche il paese che predica e sermoneggia nel mondo – all’ONU, nella “comunità internazionale”, come amano chiamare le loro strette alleanze (le nostre), al Fondo monetario, ecc. – della necessità di correttezza amministrativa, di trasparenza burocratica, di lotta dura alla corruzione… adesso si trova ingolfato in uno scandalo colossale.

La BAE Systems, la più grande industria aeronautica e spaziale militare del paese – largamente sovvenzionata dal contribuente – ha pagato ogni anno, e per dieci anni, una stramazzetta di oltre 100 milioni di sterline, 150 miliardi di €, al principe Bandar bin Sultan, ex ambasciatore dell’Arabia saudita in America, perché le facesse da procacciatore d’affari[122].

Il ministero della Difesa, massimi dirigenti e ministri, sapeva tutto e pagava per significare a bin Sultan la propria riconoscenza, anzitutto, per l’aiuto che le aveva dato a vendere 100 aerei militari nel 1985 a Ryiadh. E, poi, molti altri…

Un’inchiesta per corruzione era stata condotta ed affossata nel dicembre 2006. Ma ora è venuto fuori tutto, compreso l’affossamento, e per dirla col NYT[123] sembra che “il primo ministro stia dedicando le sue ultime settimane al potere a dimostrare di quanto si sia allontanato dall’impegno a un governo pulito che aiutò tanto a portarlo al potere dieci anni fa… ma Mr Blair dovrebbe riuscire a capire, anche se i principi sauditi non lo fanno, che evitare di imbarazzare potenti amici e alleati non è una ragione legittima per soffocare un’inchiesta sulla corruzione”.

In realtà, poi, Blair così facendo era – allora, a fine 2006 e per qualche mese – riuscito anche, e soprattutto, a non imbarazzare se stesso. E questo, al contrario del NYT, lo mettono bene in evidenza, ormai, i giornali britannici.

Blair ha spiegato di aver bloccato personalmente l’inchiesta sulla vendita dei caccia della BAE all’Arabia saudita, e i suoi annessi e connessi, perché non avrebbe ottenuto altro che “rovinare completamente” un rapporto strategico vitale con l’Arabia saudita…

Avrebbe, in effetti, messo nei guai il figlio del ministro della Difesa saudita, il principe Sultan, uomo molto vicino al re saudita, al presidente degli Stati Uniti e a lui stesso, il primo ministro britannico. Non per le mazzette che aveva incassato, ma per essere stato scoperto…

Era questo il “rapporto strategico” vitale da coprire… Insomma, la tristezza di un Blair, per qualche anno assunto a una specie di re Sole tra tanti statisti nanetti, ridotto a fine regno a una specie di re Franceschiello. Sic transit

Adesso, dopo che la procura generale degli Stati Uniti ha orinato un’inchiesta su questo “episodio” di corruzione, in un solo giorno le azioni della BAE sono crollate alla City del 9%. Ben le sta, anche se a Londra, non irragionevolmente, lamentano che sulle loro mazzette, quelle a stelle e strisce a sauditi, pakistani e quant’altri, la procura generale degli USA non indaga mai[124]

Il direttore della sezione economica del quotidiano britannico The Guardian, Larry Elliott, che abbiamo già ripetutamente citato, riprende stavolta in un fortunato libretto la sua convinta, e convincente, campagna di stampa per spiegare i guai economici profondi del suo paese. E’, questo, uno dei rari lavori di economia politica che non dice la verità troppo tardi per salvare la barca. Secondo chi ve ne riferisce, già l’indice del libro dovrebbe convincere a leggerlo i cantori del libero mercato senza regole e senza morale.

Partiamo da una notizia di assoluta attualità: il tasso di risparmio delle famiglie in questo paese è al minimo assoluto da quasi mezzo secolo. Nel primo trimestre del 2007 cade ad appena il 2,1% dimezzandosi rispetto a quello precedente e segnando il peggiore risultato dagli anni ’60[125].

Viviamo, spiega Elliott, in un paese di leaders che fantasticano sulla sua capacità di accumulare, apparentemente senza limite, debiti su debiti, di far campare le proprie elites su alti stipendi per i quali non sono qualificate, di proiettare all’esterno una potenza militare che non ha, spacciandola per indipendente poi, quando la sua operatività – il funzionamento, ad esempio, dei missili nucleari Trident – dipende tutta e solo dalla volontà del fratello maggiore d’oltreoceano. Ma che, in generale poi, assumono, alla faccia di ogni prova contraria, una postura economica e politica che, in relaziona al resto del mondo, va molto al di là della realtà. 

C’è ancora la convinzione, apparente almeno, che una crescita senza limiti possa coesistere con l’equilibrio ambientale; che la macchina burocratica dello Stato, sovrabbondante anche qui e indebitata all’estremo, stia in effetti subendo una sforbiciata mentre – è vero e inspiegabile – ne aumentano i costi; ed, infine, che il futuro radioso appena dietro l’angolo riposerà sicuramente sull’“economia creativa”.

Benvenuti, insomma, su L’Isola della fantasia[126] questa Gran Bretagna di Blair e dei suoi (e badate che Elliott non è davvero un fan dei conservatori). Il fatto è che, se di sicuro Blair si è dimostrato, diciamo due anni fa, il più spettacolare vincitore elettorale della storia britannica moderna ha seminato e lasciato dietro di sé una realtà praticamente inventata e montata dai suoi spin doctors— i maghi dell’apparenza al suo seguito.

Una terra di fantasia, scalcagnata, che affonda nel debito e nella bancarotta, che sta scivolando, in larga parte senza neanche rendersene conto, in una crisi seria di occupazione e di occupabilità, che va in giro a dare numeri su un proprio ruolo diplomatico e militare che non può più esercitare perché non se lo più permettere ma che continua rivendicare in nome di una sovranità nazionale che non ha più.

Quando Blair, a metà giugno, ha fatto un discorso durissimo contro i giornali, paragonandoli a bestie feroci che si buttano su tutto quello che va male e lo dilaniano senza mollare la preda, fino a vederla moribonda— parlava di sé e aveva anche qualche ragione.

Ma non ammetteva quello che gli ha aspramente risposto il redattore capo dell’Independent, Simon Kelner: che avendo tentato, ed essendo anche in un primo tempo largamente riuscito, a manipolare la stampa ed i media con un mucchio di menzogne a causa del fatto che portavano il marchio di fabbrica della Casa Bianca e di Downing Street, poi, alla fine, è risultato che sull’Iraq, sulle armi di distruzione di massa, sulla “tranquillità e la felicità” che i soldati anglo-americani avevano il dovere e la mission di ridare al popolo iracheno, lui mentiva e noi noi, “lui aveva torto, noi avevamo ragione[127].

Insomma, come scrive L’Isola della fantasia, ci sono momenti nella vita pubblica di questo paese quando la Gran Bretagna somiglia alla vecchia Unione Sovietica con migliori propagandisti. Messo altrimenti, “l’obiettivo di produzione dei trattori fissato dal comitato centrale è stato gloriosamente raggiunto e se qualcuno fa notare che la metà hanno solo tre ruote, è colpevole di disfattismo controrivoluzionario”, antipatriottico.

E’ con questa reale fantasia che ormai, mentre c’è ancora qualcosa da fare per il paese, Brown, se riesce a prendere in tempo ancora utile le distanze da Blair, deve fare i conti. Intanto, ha causato scalpore, comunque, una delle sue mosse prima della nomina ufficiale di fine giugno (che spetta alla regina, su designazione della maggioranza). Certo, sono solo parole ma pesanti. Poi bisognerà vedere coi fatti…

Sarà mia cura “cambiare le priorità”, ha ripetuto entrando per la prima volta da premier (il 52° del Regno Unito) al numero 10 di Downing Street, e portare giustizia ed equità” nel sistema fiscale di tassazione delle azioni, dei profitti e delle rendite. Lo aveva promesso solennemente in una conferenza sindacale che discuteva del fatto, del tutto legale e visto come sono fatti i lavoratori ancor più scandaloso, che in Inghilterra ormai i managers dei grandi fondi azionari e, più in generale, i profitti, pagano proporzionalmente meno tasse di quante ne paghino le donne delle pulizie dei loro stessi uffici.

Da noi è uguale, del resto, no?, con la tassazione dei salari tanto più alta di quella del rendimento delle azioni, e con le promesse solenni e dimenticate di alzare la tassazione sulle cedole e combattere le rendite e alleviare il peso sui salario e, magari, anche un po’ sui profitti…

I tre obiettivi, diciamo, sociali sui quali Brown deve distinguersi comunque da Blair, per “recuperare” a fondo il lascito del partito (che è, nel suo insieme, il New e l’Old Labour) sono chiari a tutti e, forse, perfino anche a Blair. Che se ne va per non fare la fine di Thatcher: vedere la propria creatura cacciarlo via in una ribellione ala luce del sole.

Sono la guerra (che continua e cui bisogna mettere fine), la povertà (che non è scomparsa per niente dalla faccia della Gran Bretagna, e le cui contraddizioni si sono acuite di più proprio con Blair) e il fardello dei super-ricchi (che proprio il New Labour ha aiutato a pesare anche di più, sdraiandosi sulla teoria reaganiana dello sgocciolamento: che se i ricchi diventano super-ricchi, alla fine, come il grasso del vitello grasso, la loro ricchezza sgocciola sempre un po’ verso il basso… 

In ogni caso, già adesso, sembra che il cambio della guardia sia stato sufficiente a cambiare la dinamica dei sondaggi: il Labour ha ripreso di poco, dopo parecchi mesi, la testa sui Tories[128]. Ma, poi, l’ha ripersa subito[129]… E’ solo l’ultima conferma del vero e proprio “odio” che ormai gran parte degli inglesi, compresi gran parte degli elettori laburisti, provano per l’ex primo ministro.

Che sì è subito dimesso anche da deputato, per dedicarsi al nuovo incarico, fortissimamente voluto (era andato a proporsi personalmente a Bush – non a palestinesi ed israeliani: a Bush… – la settimana prima, incontrandolo a Washintgon) in Medio Oriente.

Questa sembra davvero un’idea discutibile. “Qui siamo di fronte a un politico che ha fallito in tutto ciò che ha mai tentato di fare in Medio Oriente…Che l’uomo capace di far affondare il Regno Unito nelle sabbie dell’Iraq possa presumere di aver un ruolo in questa regione sporcando le sue mani (e, io temo, le nostre voglie) con l’ultima guerra coloniale del mondo è cosa semplicemente stupefacente[130].

Come, del resto, indicativa dello stato d’animo degli inglesi è la battuta cattiva con cui, al di là del cerimoniale apparentemente quasi affettuoso con cui Blair s’è licenziato da Westminster, Brown ha inaugurato la sua premiership entrando a Downing Street: “Ed ora, cominciamo a lavorare per cambiare le cose[131].

Che, dunque, andavano proprio male nel governo che era stato anche il suo per ben dieci anni, ma dal quale proprio il suo amico Blair (succede anche altrove, non scandalizziamoci: come D’Alema a suo tempo con Prodi,  per dire…) aveva tentato notoriamente di farlo fuori subito dopo l’ultima, ridotta, vittoria elettorale. In quel caso, però, senza riuscirci.

Il fatto è che ad avere qualche nostalgia di Tony Blair al mondo c’è rimasto, forse, qualche governo, tutti i nostalgici di una terza via che ha reso più ricchi i ricchi e, al meglio, lasciato gli altri al palo, e poca, pochissima, gente normale. Con un’eccezione, forse. L’America.

E’ all’America”, infatti, non all’Inghilterra, non certo all’Europa “che Tony Blair mancherà[132]. Perché un po’ tutti gli americani sugli alleati partono da una posizione, come dire, presunta: quando dicono sì – come Blair sempre ha fatto – sono amici, senz’altro; se esitano o dicono no, al meglio sono cacadubbi e fifoni. Salvo poi, a catastrofe fatta, riconoscere che sarebbe stato meglio se gli avessero detto di no.

Annota una considerazione sagace[133] quanto cattiva, forse, che “ci vorrebbe uno Shakespeare per rendere giustizia all’uomo”, Tony Blair, che è passato da eroe nel 1997 a portavoce eloquente di tutto il mondo dopo l’11 settembre “a una specie di Macbeth lordato di sangue” dopo la sua guerra all’Iraq. Sua perché, poi, abbracciata con scempio entusiasmo anche se voluta da terzi.

Quanto alla cosiddetta sua conversione al cattolicesimo, da notare – del tutto tra parentesi – che, se poi ci sarà, per annunciarla Blair ha dovuto aspettare di uscire di scena. Perché, a rigore di common law, la legge non scritta che governa i tribunali britannici, se lo avesse fatto da premier i law lords, specie di giudici costituzionali del Regno (una specie, perché il Regno Unito non ha Costituzione) lo avrebbero dovuto – ancor oggi – condannare alla decapitazione.

Che manco in Arabia saudita, anche se a Londra l’esecuzione non sarebbe stata eseguita. Probabilmente.

GIAPPONE

La crescita del PIL del primo trimestre è stata rivista decisamente al rialzo, a +3,3% dal 2,7 calcolato in precedenza. Soprattutto per merito di una forte spinta degli investimenti di capitale.. E la spesa per consumi, che costituisce qui la metà del PIL, è salita dello 0,8% sul trimestre precedente[134].

Il tasso ufficiale di disoccupazione (qui, se lavori anche un’ora alla settimana, ufficialmente risulti “occupato”, ad ogni pratico effetto statistico) scende al 3,8%, il minimo da nove anni[135].

I prezzi al consumo sono tornati a salire dello 0,3% in aprile, esattamente al livello di un anno prima.

La produzione industriale rimane fiacca e scende in maggio, per il terzo mese di seguito, di un pesante, e già destagionalizzato, 0,4% su marzo. Il calo smorza la speranza, che sembrava emergere, invece, dai dati dei giorni precedenti: crescita dell’export a maggio raddoppiata al 15,1% e vendite al dettaglio anche esse in aumento, nello stesso mese, dello 0,1% su un  anno prima per la prima volta in otto mesi[136].

Il banchiere centrale, Toshihiko Fukui, ha comunicato che, adesso, prima di ritoccare al rialzo il tasso di sconto (che comunque è allo 0,5%) vuole conferme sull’effettivo aumento della crescita[137].



[1] I dati riassunti in questa nota derivano dalla consueta documentazione ISTAT e, in particolare, dallo Scenario dell’economia, 6.2007, messo in rete a cura dell’Ufficio Studi CISL, su www.cisl.it.

[2] Comunicato stampa del Ministero dell’Economia e delle Finanze, 1.6.2007 (cfr. www.tesoro.it/web/cs/view.asp?Idc= 12681/).

[4] The Economist, 30.6.2007; e conferenza stampa “sui fondamentali del mercato petrolifero”, 14.6.2007, Vienna (cfr. www.opec.org/opecna/Press%20Releases/2007/pr052007.htm/).

[5] One World U.S. Home, 22.6.2007, Potsdam: fallisce il G4 sui sussidi Usa e Ue all'agricoltura (cfr. http://us.oneworld. Net/article/archive/2253/?PrintableVersion=enabled/).

[6] Financial Times, 24.6.2007, J. Wheatley, Chavez stays away— Chavez sarà assente.

[7] Il Consiglio d’Amministrazione della Banca, in un brevissimo e secco comunicato di saluto al candidato nominato dagli Stati Uniti ricorda, significativamente, che ogni paese ha il diritto di fare altrettanto, che “ha fissato la scadenza di metà giugno per ogni altra candidatura e che il candidato, chiunque egli sia, deve credere e saper apprezzare l’impegno alla cooperazione multilaterale, all’obiettività politica e all’indipendenza” (Comunicato dei direttoti esecutivi sulla selezione del presidente della Banca mondiale, 29.5.2007, cfr. web.worldbank.org/wbsite/external/news/0,,contentmdk:21351595~ menupk:34463~pagepk:34370~pipk:34424~thesitepk:4607,00.html/). 

    Insomma, anche il CdA sembra deciso a non subire supinamente la nomina come se fosse proprio automatica. E’ vero, agli USA tocca la Banca e all’Europa, sempre tradizionalmente, tocca il FMI. Ma è proprio quello che sembra sempre meno accettabile a molti, e non solo appunto ormai ai sindacati: che chi, poi, non ha neanche la maggioranza della azioni, se non molto poi relativa, decida da solo…

[8] The Economist, 2.6.2007.

[9] The Economist, 2.6.2007, World Bank—Banca mondiale, Global Development Finance 2007, 29.5.2007 (cfr. http://econ.worldbank.org/wbsite/external/extdec/extdecprospects/extgdf/extgdf2007/0,,menupk:3763156~page

pk:64167702~pipk:64167676~thesitepk:3763080,00.html/).

[10] The Economist, 2.6.2007.

[11] Agenzia Stratfor, 6.6.2007, Lebanon, Syria: A Political Breakup and an Explosive Summer— Libano, Siria: una spaccatura politica e un’estate esplosiva (cfr. www.stratfor.com/products/premium/print.php?storyId=289854/). 

[12] Jerusalem Post, 14.6.2007, Y. Katz, ‘Hizbullah not rearming in S. Lebanon’Gli Hezbollah non stanno riarmando, nel Libano meridionale.

[13] New York Times, 14.6.2007, S. Erlanger e G. Bowley, Palestinian President Dissolves Government— Il presidente palestinese scioglie il parlamento.

[14] New York Times, 14.6.2007, H. Cooper, Few Good Options for U.S. on Palestinian Violence— Sullo scontro tra palestinesi, poche buone opzioni per gli USA [se non lo scontro stesso, però…].

[15] A. de Soto, End of Mission ReportRapporto di fine missione, 5.2007 (cfr. http://image.guardian.co.uk/sys-files/ Guardian/documents/2007/06/12/DeSotoReport.pdf/).

[16] New York Times, 15.6.2007, S. Erlanger e M . Nizza, Political Moves as Calm Settles Over Gaza— Si muove la politica con la calma che si ristabilisce a Gaza.

[17] New York Times, 15.6.2007, I. Kershner e S. Erlanger, Palestinian Split Deepens; Government in ChaosLa spaccatura tra I palestinesi si approfondisce; il governo è nel caos.

[18] New York Times, 15.6.2007, H. Cooper, White House Seems Ready to Let Hamas Seize Gaza— La Casa Bianca sembra pronta a lasciare che Hamas si prenda Gaza [come se spettasse alla Casa Bianca, decidere…, come se Hamas già non se la fosse presa pere conto suo Gaza…].

[19] Idem.

[20] Dice a tamburo (troppo) battente Olmert di essere “disposto a cooperare con Abu Mazen, se non c’è più il governo di Hamas, e ad onorare tutti i miei impegni, compresi tutti gli impegni finanziari”: lo dice, ma lo farà? senza più condizioni? (New York Times, 17.6.2007, S. Erlanger e I. Kershner, Olmert assails Hamas and wows cooperation with Abbas— Olmert attacca Hamas e giura di cooperare con Abbas).

[21] New York Times, 26.6.2007, I. Kershner, Mideast Leaders Show Support For Abbas¾ I capi del Medio Oriente mostrano [mostrano… nel senso proprio di fanno mostra] di sostenere Abbas.

[22] Daily Times, 26.6.2007, U. Avnery, Saving president Abbas— Salvate il presidente Abbas (cfr. www.dailytimes.com.pk /default.asp?page=2007%5C06%5C26%5Cstory_26-6-2007_pg3_4/).

[23] Gush Shalom, 23.6.2007, U. Avnery, Saving…— Salvate… (cfr. http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/ avnery/1182631140/). 

[24] New York Times, 27.6.2007, C. Hauser e T. el-Kodhari, Mediators Appoint Blair Mideast Envoy— I mediatori designano Blair come inviato per il Medio Oriente.

[25] Tanto per chiarire, il titolare degli Esteri, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Sicurezza, Xavier Solana, specifica subito, in un intervista a El Pais, 29.6.2007, M. Mora, Solana: “Blair no va a hacer un plan de paz en Oriente proximo”— “Blair non metterà in piedi alcun piano di pace nel Vicino oriente”.

    Spiega che, soprattutto con la divisione attuale tra Hamas e Fatah, l’“obiettivo è disgraziatamente molto lontano” e che il compito di Blair non sarà, comunque, quello di “mediare il conflitto mediorientale”, ma solo quello “altrettanto importante” di incaricarsi degli aiuti che servono per costruire uno Stato palestinese. Che però, intanto, non c’è e, “disgraziatamente”, per molto tempo non ci sarà…

    Solana non stava attaccando Blair. Stava semplicemente “rispondendo a una domanda sulle reticenze e i problemi che uno come Blair poteva incontrare in una zona tanto arroventata dall’odio generato dalla guerra all’Iraq”…

[26] ChinaDaily.com, 5.6.2007, (A.P.), Chinese stocks rebound in late-day rally— A fine seduta, le azioni cinesi si riprendono (cfr. www.chinadaily.com.cn/china/2007-06/05/content_887668.htm/).

[27] The Economist, 16.6.2007.

[28] New York Times, 13.6.2007, K. Bradsher, China Inflation Hits 3.4 Percent in May— A maggio, l’inflazione tocca il 3,4% in Cina.  

[29] International Herald Tribune, 11.6.2007, Agenzia Reuters, China tightens real estate rules for foreigners— La Cina stringe per gli stranieri i controlli sugli investimenti edilizi.

[30] Hong Kong-China Chamber of Commerce, 26.6.2007, Il vice direttore del Consiglio di Stato Hou Yunchun informa…(cfr. http://hkchcc.org/hongkong-china.htm/).

[31] New York Times, 6.6.2007, Interest Rates Raised in Euro Zone— I tassi di interesse salgono nell’eurozona; e conferenza stampa di Jean-Claude Trichet, 6.6.2007 (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2007/html/is070606.en.html/).

[32] The Economist, 9.6.2007.

[33] The Economist, 9.6.2007.

[34] The Economist, 9.6.2007.

[35] la Repubblica, 24.6.2007, A. Tarquini, “Rischiamo l’isolamento, la vera Polonia è un’altra”.

[36] Il Foglio, 29.6.2007, Europa senza prof [cioè, senza Prodi che, sostiene Ferrara, così è stato tagliato fuori dai futuri sviluppi; che è vero; se non rilancia, però…].

[37] Guardian, 23.6.2007, I. Traynor e P. Wintour, Go back and stand up to the French, Brown orders Blair— Torna indietro e opponiti ai francesi, Brown ordinae a Blair.

[38] The Observer, 24.6.2007, N. Watt, Europe finally unites after agreeing to treaty— L’Europa finalmente si unisce dopo aver trovato l’accordo sul Trattato.

[39] New York Times, 9.6.2007, S. Castle, Europeans Fail to Agree on Financing Big Satellite Project— Gli europei non si mettono d’accordo sul finanziamento del grande progetto satellitare.

[40] New York Times, 15.6.2007, Agenzia Bloomberg, Russia: Economy Expanded in Quarter— Russia: l’economia cresce nel trimestre.

[41] New York Times, 12.6.2007, A. E. Kramer, For a Russian Builder of Nuclear Plants, Business is Booming— Per un costruttore russo di impianti nucleari, gli affari vanno a gonfie vele.

[42] New York Times, 12.6.2007, M. L. Wald, Sole U.S. Company That Enriches Uranium Is Struggling to Stay in Business— L’unica azienda americana che arricchisce l’uranio sta lottando per sopravvivere.

[43] Stratfor, 22.6.2007, Russia, U.K.: Gazprom-BP Deal On Kovykta?Russia, Gran Bretagna: accordo su Kovikta  tra Gazprom e BP? (cfr. www.stratfor.com/products/premium/read_article.php?selected=Situation%20Reports&sitrep =1&id=290863/).

[44] The Economist, 2.6.2007.

[45] I testi fra virgolette sono quelli della trascrizione ufficiale russa delle parole che Putin, intervistato da un gruppo di giornalisti dei paesi G-8 (per l’Italia il Corsera) ha rivolto a governi, e soprattutto, opinioni pubbliche occidentali: 31.5.2007 (cfr. www.kremlin.ru.eng/speech es/2007/05/31/1514_type82914type82915_132343.shtml/).

[46] Slate, 23.4.2007, F. Kaplan, Bush Flunks Diplomacy 101: How to infuriate Russia and the European Union and waste $10 billion a year.

[47] In effetti, secondo il Libro dei fatti della CIA, l’Iran oggi possiede missili a medio raggio che arrivano al massimo ai 1.500 km. e, dunque, non possono attingere l’Europa e, tanto meno, gli Stati Uniti…

[48] New York Times, 7.6.2007, S. G. Stolberg, Putin Makes His Own Proposal on Missile DefensePutin fa la sua proposta sulla difesa antimissili.

[49] Guardian, 7.6.23007, P. Wintour, M. Tempest e M. Oliver, Putin suggests new missile defence site— Putin suggerisce un  nuovo sito di difesa antimissilistica.          

[50] New York Times, 9.6.2007, C. J. Cheevers, Putin Proposes Alternatives on Missile Defense— Putin propone alternative sulla difesa missilistica.

[51] Agenzia Regnum, 8.6.2006, 13:23 (cfr. www.regnum.ru/english/840568.html/).

[52] New York Times, 15.6.2007, T. Shaker, U.S. to Keep Europe as Site For Deterrent To Missiles— Gli USA manterranno l’Europa come sito del deterrente missilistico [dove, naturalmente, senza che averci sbattuto il muso per decine di volte abbia insegnato almeno a dubitare di quanto dice l’Amministrazione Bush, viene dato per assodato e per vero quanto essa dichiara: solo un deterrente, niente di più…, contro l’Iran e… la Corea del Nord, niente di diverso…].

[53] Agenzia  Associated Press (A.P.), 15.6.2007.

[54] Patrick J. Buchanan, 5.6.2007, Who Lost Russia?— Chi ha perso la Russia? (cfr. http://buchanan.org/blog/?p=775/).

[55] Agenzia RIA Novosti, 7.6.2007, Latvia ready to host US missile shield–U.SLa Lituania, dice il PM, pronta ad ospitare lo scudo missilistico americano (cfr. http://en.rian.ru/world/20070607/66849053.html/).

[56] International Oil Daily, 1.6.2007, Moscow doubts Lithuania pipe restart— Mosca mette in dubbio il ripristino dell’oleodotto lituano (cfr. www.energyintel.com/DocumentDetail.asp?Try=Yes&document_id=204750&publication_ id =31/).

[57] Stratfor, 28.6.2007, Georgia: giving Russia a reason for military action?— La Georgia sta cercando di dare ai russi le ragioni per un’azione militare?  (cfr. www.stratfor.com/products/premium/print.php?storyId=291329/).

[58] Stratfor, 24.6.2007, Russia: Greater Trust From Balkans Wanted La Russia chiede maggior fiducia ai Balcani  (cfr. www.stratfor.com/products/premium/print.php?storyId=290945/).

[59] The Economist, 9.6.2007.

[60] la Repubblica, 6.6.2007, M. Calabresi, Bush:“In Russia, la democrazia ha deragliato”; e New York Times, 5.6.2007, S. G. Stolberg, Bush Says Russians Have Derailed Reforms—  Bush dice che i russi hanno deragliato sulla strada delle riforme.

[61] Scrive un editoriale del New York Times, 6.6.2007, Gitmo: a National DisgraceGuantánamo: una vergogna nazionale che “il campo di detenzione [ma vedete un po’: neanche in un articolo chiarissimo e corretto hanno il coraggio di chiamarlo col nome suo proprio, che pure tutto l’articolo giustifica: di campo di concentramento…] di Guantánamo Bay, a Cuba, è stato creato su un mito, costruito su una menzogna ed organizzato intorno a un’invenzione. E’ ora di liberarcene”.

[62] Amnesty International, 7.6.2007, USA: Leading human rights groups name 39 CIA ghost detainees in new listUSA: importanti organizzazioni di difesa dei diritti umani elenca 39 prigionieri-fantasma della CIA in una nuova lista ha appena documentato qualche decina di casi di prigionieri che a Guantánamo non sono mai neanche arrivati, essendo prima scomparsi – desaparecidos, si dice – in queste camere di tortura e di interrogatorio forzato sparse a decine un po’ in tutto il mondo con la complicità, anche, di tanti governi, appunto, democratici (cfr. www.amnesty.org.uk/uploads/ documents/doc_17779.pdf/).

[63] Cfr. Nota60.

[64] Per la posizione degli USA, v. U.S. Mission to the U.N. Bulletin, V. Crawley, 15.6.2007, U.S. Seeks “Creative Compromise” To Keep Russia in Key Pact— Gli USA cercano un compromesso creativo per tenere la Russia in un patto chiave (cfr.www.usmission.ch/DailyBulletin/2007/June/0615db.pdf/); e, per il punto di vista russo, Kommersant, 16.6.2007, CFE Emergency Conference Fails— Fallisce la conferenza d’emergenza della CFE (cfr. www.kommersant. com/p774823/r_527/CFE_talks_in_Vienna_failed_to_reach_breakthrough/).

[65] The Economist, 30.6.2007.

[66] New York Times, 1.6.2007, J. W. Peters, First-Quarter Revision Shows Economy at Slowest Pace Since Late 2002La revisione dei dati del primo trimestre evidenzia un’economia al ritmo più lento dal 2002.

[67] New York Times, 13.6.2007, J. W. Peters, Stocks Rise on Upbeat Economic ReportsLe azioni salgono a seguito di dati economici sostenuti.

[68] The Economist, 23.6.2007.

[69] The Economist, 9.6.2007.

[70] New York Times, 15.6.2007, G. Morgenson e V. Bajaj, Rising Rates Squeeze Consumers and CompaniesI tassi in aumento spremono consumatori ed imprese. 

[71] The Economist, 23.6.2007.

[72] The Economist, 23.6.2007.

[73] Guardian, 1.6.2007, P. Walzer, Bush’s emission plan a “delaying tactic”Il piano antiemissioni di Bush,  una “tattica dilatoria” .

[74] Guardian, 3.6.2007, G8 has 'duty' over global warming— Il G-8 ha il ‘dovere’ di agire contro il riscaldamento climatico .

[75] Guardian, 6.6.2007, P. Wintour e L. Elliott, I can  persuade George Bush on climate change – Blair— Io sono in grado di persuadere George Bush – dice Blair.

[76] New York Times, M. Landler, 1.6.2007, Bush's Climate Plan Alters Showdown With EuropeIl piano climatico di Bush altera la resa dei conti con l’Europa.

[77] Guardian, 3.6.2007, N. Watt, A. Asthana, D. McDougall, US told to toe line on climate— Agli USA viene detto che sul clima devono mettersi in riga. 

[78] New York Times, 7.6.2007, S. G. Stolberg, At Group of 8 Meeting, Bush Rebuffs Germany on Cutting Emissions.

[79] Guardian, 7.6.2007, M . Tran, Environmentalists dismiss G8 climate deal— Gli ambientalisti scartano l’accordo sul clima dei G-8.

[80] New York Times, 8.6.2007, S. G. Stolberg e M. Nizza, G-8 Summit Winds Down With Africa Aid Pledge— Il vertice dei G-8 si chiude con l’impegno [con un altro, ennesimo, impegno…] all’aiuto per l’Africa.

[81] Guardian, 8.6.2007, L. Elliott e P. Wintour, Aid agencies dismiss G8 aid pledge­— Le agenzie internazionali di aiuto respingono l’impegno del G-8 sugli aiuti.

[82] Guardian, 8.6.2007, M. Tran, Geldof hits out at G8 farce—  Geldof se la prende con la ‘farsa’ del G8.

[83] Cfr. Nota80.

[84] Il Tempo, 11.6.2007, Bush: “Kossovo indipendente”.

[85] Cfr. Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Risoluzione 1244 (1999). Che esplicitamente dichiara, al #10 di “riaffermare l’impegno di tutti gli Stati membri alla sovranità ed all’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia e di tutti gli altri Stati della regione, così come definiti nell’Atto finale di Helsinki e nell’Allegato 2”; e al #11 di “riaffermare la richiesta delle precedenti risoluzioni di un’autonomia sostanziale e di una significativa autoamministrazione per il Kossovo”… (cfr. www. unmkonline.org/misc/N9917289.pdf/).

    E, ora, l’impegno allora sottoscritto solennemente da tutti i paesi dell’ONU – e in base al quale soltanto (lo riconosce, nero su bianco, il testo stesso della risoluzione, al #9) la Serbia, allora la Jugoslavia dell’immediato post-Milosevic, diede il suo assenso all’arrivo delle truppe NATO in Kossovo, vede cambiata la disposizione chiave (non più autonomia amministrativa e politica piena ma proprio indipendenza)… Non è difficile davvero capire perché Serbia e Russia si oppongano.

[86] La dichiarazione del sottosegretario di Stato americano Nicolas Burns proclama che “l’indipendenza del Kossovo è inevitabile”, pur riconoscendo che, dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza oggi, pronti a prendere parte a un voto ce ne sono 9 (cfr. www.greekembassy.org/Embassy/content/en/Article.aspx?office=1&folder=19&article=20904/).

     E, in effetti, l’ambasciatore russo all’ONU, Vitaly Churkin, dichiara che, contrariamente a quanto avevano lasciato capire gli americani, esprimendo in realtà i loro desiderata, il suo governo non è affatto d’accordo a prendere in considerazione coma base di risoluzione la bozza elaborata dagli americani, e fatta accettare agli europei.

    Secondo la quale, dopo altri tre mesi di negoziato tra Serbia e Kossovo, se non fosse ancora stato raggiunto l’accordo, il piano di indipendenza proposto dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari, avrebbe effetto automatico. Ma la Russia resta “fedele alla risoluzione di sette anni fa” e contraria ad ogni dizione che riconosca l’indipendenza quando quella, allora votata all’unanimità, parlava di autonomia… (Boston.com, 20.6.2007, Russia rejects U.S. resolution on KosovoLa Russia respinge la risoluzione americana sul Kossovo: cfr. www.boston.com/news/nation/ articles/2007/06/20/russia_rejects_un_resolution_on_kosovo/).

[87] Guardian, 2.6.2007, S. Goldenberg, Bush calls for release of Americans held in IranBush chiede il rilascio degli americani trattenuti in Iran [il titolo non si riferisce, come si vede al contenzioso Rice-Cheney appena richiamato, ma all’altro dove gli americani denunciano l’incarcerazione di cittadini loro con doppia cittadinanza a Teheran e Teheran, anche se in questo titolo non se ne parla, di diversi cittadini iraniani specie in Iraq, ma non da parte degli iracheni bensì proprio degli americani…].

[88] Cfr. idem; e New York Times, 1.6.2007, H. Cramer, U.S. Not Pushing for Attack on Iran, Rice SaysRice [assicura] che gli USA non stanno spingendo per attaccare l’Iran; e New York Times, 2.6.2007, H. Cooper, Rice Plays Down Hawkish Talk About Iran— Rice minimizza le chiacchiere falcheggianti sul’Iran.

[89] Stratfor, 29.6.2006, Iran: Decoupling the Nuclear and Iraq Issues— Iran: separare le questioni nucleare e irachena (cfr. www.stratfor.com/products/premium/print.php?storyId=291401/).

[90] Per la terza volta in tre mesi il presidente Karzai ha detto, il 23 giugno (New York Times, 24.6.2007, B. Bearak, Karzai Calls Coalition ‘Careless’— Karzai chiama ‘incauta’ la coalizione) che i bombardamenti a tappeto degli americani “non saranno più tollerati”… Fanno di regola una decina di civili morti per ogni talebano ammazzato.

    Il ministro della Difesa italiano, Arturo Parisi, stesso giorno (la Repubblica, 24.6.2007, R. Caprile, Kabul, l’ira di Parisi: basta stragi di civili) annuncia di voler ottenere “assicurazioni dagli americani”.

    E Parisi è un uomo d’onore… Ma se, come è sicuro, al di là dell’ennesima promessa a far più attenzione – il massimo che si può pretendere se si continua a lasciar bombardare da diecimila metri d’altezza i villaggi afgani – quelle assicurazioni, poi, non le ottiene?

    In effetti, la portavoce dell’ISAF, la missione alleata, ha risposto subito, a Parisi, a D’Alema e, soprattutto a Karzai, che la NATO non intende cambiare la propria tattica di attacco aereo: le vittime civili ci sono, ha spiegato, “perché i ribelli attaccano da aree residenziali o costruzioni dove c’è presenza civile”. Già… come diceva esasperato Karzai stesso, il fatto è che i talebani sono “residenti”,… loro (Khaleej Times.online, 27.6.2007, NATO use of air power unlikely to change— L’uso della forza aerea della NATO non dovrebbe cambiare, cfr. www.khaleejtimes.com/DisplayArti

Clenew.asp?xfile=data/subcontinent/2007/June/subcontinent_June 1075.xml&section=subcontinent%col=/).

[91] Lo dice, il 14.6.2007, il brig. gen. John Lorimer, comandante del corpo di spedizione ISAF nella provincia afgana di Helmand, assicurando che l’unica offensiva di primavera registrata è stata, malgrado tutte le previsioni, quella degli alleati NATO contro i talebani (cfr. www.afghanistannewscenter.com/news/2007/june/jun142007.html#4/).

[92] Bloomberg, 29.6.2007, A. Cramer, Germany May Pull Special Forces from AfghanistanLa Germania potrebbe ritirare le sue forze speciali dall’Afganistan (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601100&sid=ac7fEtv3DRRQ&refer=

germany/).

[93] ICRC, Comitato Internazionale della Croce Rossa, 12.6.2007, Afghanistan: Insecurity spreads amid escalating conflictNel mezzo di un conflitto che peggiora, l’insicurezza si diffonde (cfr. www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/html/ afghanistan-news-120607/); e Guardian, 12.6.2007, M. Tran, Afganistan conflict worsening, says Red Cross— La Croce Rossa afferma che il conflitto si acuisce in Afganistan.

[94] The Economist,  30.6.2007.

[95] Guardian, 26.6.2007, S. Tisdall, Africa united in rejecting US request for military HQ¾ L’Africa si unisce nel respingere la richiesta americana di un comando militare centrale degli USA nel continente.

[96] Guardian, 26.6.2007, S. Tisdall, Africa united in rejecting US request for military HQ— L’Africa si unisce nel rigettare la richiesta americana di un suo quartier generale [nel continente].

[97] Adelphia.net, 6.6.2007, S. Hacaoglu, Turkish officials say troops enter Iraq— Esponenti turchi dicono che le truppe entrano in Iraq.

[98] Gulf in the media, 6.6.2007, Z. Elci, Turkey denies major incursion into N. Iraq— La Turchia nega qualsiasi incursione ‘maggiore’ in Iraq.

[99] Stratfor, 12.6.2007, 13:23 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/print.php?storyId=289854/).

[100] New York Times, 8.6.2007, S. Tavernise, Turkey Rattles Its Saber at Militant Kurs in Iraq— La Turchia fa tintinnare la spada contro i militanti curdi in Iraq.

[101] Stratfor, 13.6.2007, 18:10 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?countryId=59/).

[102] ADN-Kronos International, 15.6.2009, Kurdish region rejects Turkish demand for buffer zoneLa regione curda respinge la pretesa turca di una zona cuscinetto (cfr. www.adnki.com/index_2Level_English.php?cat=Security&loid=8.0. 426152346&par=/).

[103] Kurdnet, 21.6.2007, Hundreds of Iraqi Kurds flee homes as Turkish forces battle Kurdish fighters— Centinaia di curdi iracheni abbandonano le case mentre le forze turche combattono coi militanti curdi (cfr. www.ekurd.net/mismas/articles  misc 2007/6/independentstate1425.htm/).

[105] New York Times, 3.6.2007, D. E. Sanger, With Korea as Model, U.S. Ponders Long Role in IraqCon la Corea a modello gli Usa considerano un ruolo di lunga durata in Iraq [ma dall’articolo è chiaro che si tratta proprio di ‘una lunga occupazione’ militare: che però, così non osa chiamare neanche il NYT… Ne hanno parlato, in due giorni successivi, non certo per caso e ovviamente per conto di Bush, il portavoce della Casa Bianca Tony Snow e il segretario alla Difesa, Robert Gates].

[106] Guardian, 9.6.2007, P. Seale, Withdrawal won’t happen: the US plans permanent military bases in Iraq, confirming to many that it really was all about oil…— Non ci sarà la ritirata: gli USA progettano loro  basi permanenti in  Iraq, confermando per molti che in realtà proprio del petrolio si trattava…

[107] Iraq News Monitor, 6.6.2007, Iraqi parliament votes on UN mandate for foreign troops— Il parlamento iracheno vota sul mandato ONU alle truppe straniere (cfr. http://iraqnewsmonitor.blogspot.com/2007/06/iraqi-parliament-votes-on-un-mandate.html/).

[108] Ha appena preso atto che (New York Times, 13.6.2007, D. Cave, Iraqis Are Failing to Meet U.S. Benchmarks— Gli iracheni non rispettano i progresso obbligatori fissati dagli americani) “la leadership politica dell’Iraq non è riuscita a raggiungere l’accordo necessario per passare le leggi, quasi tutte le leggi, che gli americani avevano fissato come tappe obbligatorie di misurazione del progresso raggiunto”, tanto per chiarire chi è che comanda, “malgrado le pressioni pesanti del Congresso, della Casa Bianca e dei massimi comandanti militari statunitensi. E mancano solo tre mesi al progress report che deve essere presentato formalmente a Washington”… 

[109] New York Times, 9.6.2007, T. Shanker, Chairman of Joint Chiefs Will Not Be Reappointed— Il capo dei capi di stato maggiore non verrà rinominato.

[110] Guardian, 11.6.2007, E. MacAskill, Pentagon arms its enemy’s enemies in Iraq— Il Pentagono arma in Iraq i nemici del suo nemico. 

[111] Guardian, 12.6.2007, R. Fox, Putting out fire with gasoline.

[112] Royal Institute of International Affairs, Chatham House, 5.2007, Accepting realities in Iraq— Accettare le realtà dell’Iraq (cfr. www.chathamhouse.org.uk/pdf/research/mep/BPIraq0507.pdf/).

[113] Agenzia Reuters, 25.6.2007, J. Kim, North Korea says has funds, awaits U.N.— La Corea del Nord ha ricevuto i fondi, aspetta l’ONU (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20070625/pl_nm/korea_north_dc/).

[114] New York Times, 23.6.2007, C. Sang-Hun, North Korea ‘Prepared’ To Shut Down Reactor, U.S. Envoy Says— La Corea del Nord è pronta a chiudere il reattore, dice l’inviato americano.  

[115] New York Times, 29.6.2007, (A.P.), Germany: Unemployment Rate Declined in June— Germania: il tasso di disoccupazione cala a giugno.

[116] IFO, Istitutto di Informazione e Ricerca dell’università di Monaco, 22.6.2007 (cfr. www.cesifo-group.de/portal / page/portal/ifoHome/a-winfo/d1index/10indexgsk/).

[117] The Economist, 30.6.2007.

[118] Guardian, 23.6.2007, M. Kettle, Blair may not be gold, but he deserves at least a bronzeBlair non avrà certo la medaglia d’oro, ma almeno il bronzo se lo merita.

[119] New York Times, 24.6.2007, A. A. Gill, Tony Blair, Three-Time LoserTony Blair, perdente tre volte.

[120] Testo del discorso alla conferenza del partito laburista, 25.9.2007 (cfr. http://news.bbc.co.uk/1/hi/uk_politics/4287370 .stm/).

[121] Lo documenta il Financial Times, 24.6.2007, V. Houlder, Half of British companies foreign-owned.  

[122] Guardian, 7.6.2007, D. Leigh e R. Evans, BAE accused of secretly paying £1 bn to Saudi prince— La BAE accusata di pagare segretamente 1 miliardo di sterline [1 miliardo e mezzo di €] a un principe saudita.

[123] New York Times, 14.6.2007, edit.,. Keeper of the Saudi Secrets— Il detentore dei segreti sauditi.

[124] Guardian, 26.6.2007, G. Wearden, BAE nosedives on US inquiry¾ La BAE va a bagno con l’inchiesta americana.

[125] Guardian, 30.6.2007, A. Seager, Savings rate hits 47-year low— Il tasso di risparmio tocca il punto più basso da 47 anni.

[126] Fantasy Island— L’isola della Fantasia, L. Elliott e D. Atkinson, Constable and Robinson publs., 2007.

[127] The Independent, 12.6.2007, Blair attack ‘a badge of honour’ for Independent— L’attacco di Blair una ‘medaglia  d’onore’ per l’Independent.

[128] Observer, 24.6.2007, N. Watt, Tories in retreat as poll boosts Brown— I conservatori in ritirata con i sondaggi che spingono avanti Brown.

[129] The Independent, 26.6.2007, A. Grice, Brown’s ‘bounce’ fails to materialise as Tories take five-point lead— Il ‘rimbalzo’ di Brown non si concretizza,  coi conservatori che passano avanti di cinque punti.

[130] L’articolo da cui citiamo il giudizio, irredimibile, è di R. Fisk, uno dei columnists più addentro nelle cose ufficiali, ufficiose, comunque reali, del Medio Oriente. E vale bene la pena di essere eletto su The Independent, 23.6.2007, How can Blair possibly be given this job?— Ma come si fa a dare proprio a Blair questo compito? 

[131] New York Times, 27.6.2007, A. Cowell, After Long Wait, Brown Assumes Power in Britain— Dopo una lunga attesa, Brown prende il potere in Gran Bretagna.

[132] BBC News, 27.6.2007, M. Frei, Washington diary: Blair’s endingDiario di Washington: la fine di Blair.

[133] The Nation, 2.7.2007, D.D. Guttenplan, Waiting for Gordon— Aspettando Gordon.

[134] Ufficio del Gabinetto del premier, 12.6.2007 (cfr. www.esri.cao.go.jp/en/sna/qe071-2/gdemenuea.html/).

[135] The Economist, 2.6.2007.

[136] The Economist, 30.6.2007.

[137] New York Times, 28.6.2007, Bloomberg, Japan: Industrial Production Dropped in MayLa produzione industriale a maggio cala.