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     06. Nota congiunturale - giugno 2015

      

  

 

 

                                                                                                                                                        

 

01.06.15

 

Angelo Gennari

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc420933482 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc420933483 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE... PAGEREF _Toc420933484 \h 1

Vale per l’Arabia saudita ma, tale e quale, anche per Israele, no? (vignetta) PAGEREF _Toc420933485 \h 5

in Africa.. PAGEREF _Toc420933486 \h 8

in America latina.. PAGEREF _Toc420933487 \h 9

CINA.... PAGEREF _Toc420933488 \h 10

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc420933489 \h 12

Mettetevi al lavoro!   (vignetta) PAGEREF _Toc420933490 \h 13

EUROPA.... PAGEREF _Toc420933491 \h 17

Alla faccia di lor signori...   (grafico) PAGEREF _Toc420933492 \h 22

Fidarsi è (sarebbe...) bene, ma... (vignetta) PAGEREF _Toc420933493 \h 25

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc420933494 \h 29

Calano in America quanti si dichiarano religiosi...  (grafico) PAGEREF _Toc420933495 \h 31

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc420933496 \h 31

Il motto che stranguglia il nuovo/vecchio governo britannico... (vignetta) PAGEREF _Toc420933497 \h 34

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc420933498 \h 34

 

 

 L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

 

nel mondo in generale

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di giugno 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza:

1-11 giugno, a Bonn, 42a sessione di Implementazione Sussidiaria di Consultazioni Scientifiche e Tecnologiche del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP-SBI) sul cambiamento climatico – non  è colpa nostra: si chiama, incongruamente e ufficialmente, proprio così... – con oltre 1.500 delegati di quasi 200 paesi;

7 giugno, in Messico, elezioni congressuali di medio termine;

7 giugno, in Turchia, elezioni legislative;

• il 18, in Danimarca, sotto attacco di nuove formazioni xenofobe e eurofobe, elezioni politiche anticipate;

25-26, Unione europea, Consiglio dei capi di Stato e di governo;

30 giugno, Grecia, fine – ufficiale e formale: ma potrebbe essere prorogata di un po’... forse – della cosiddetta Facilitazione di stabilizzazione finanziaria europea (EFSF) creato nel giugno 2010 come “temporaneo” meccanismo di risoluzione delle crisi finanziarie degli Stati membri dell’eurozona;

• l’ultimo giorno del mese, il 30, altra scadenza ufficiale per l’accordo tra Iran e 5+1 sui limiti del nucleare per Teheran e la cancellazione (progressiva ma da subito significativa) delle sanzioni americano/occidentali che le sono state progressivamente imposte.

●L’impresa-pirata Uber che – scavalcando ogni regola, ogni controllo e ogni norma legale, ogni bisogno di sottoporsi ai controlli e alle licenze necessarie dovunque, in Germania, in Francia e anche in America (di assicurazioni, controlli, esami di guida e know how) per offrire a clienti privati servizi di trasporto pubblico basati solo sui marchingegni degli apps, in nome della libertà selvaggia di impresa da sregolare da ogni laccio e lacciuolo – ha ora visto rimesse pesantemente in dubbio le sue presunte certezze da un tribunale milanese.

Uber è stata riconosciuta rea di concorrenza sleale, su denuncia di centinaia di tassisti che a Milano come a Parigi e a Berlino, ma anche a San Francisco, devono pagare fior  di euro e dollari per licenze e permessi e svolgere servizio pubblico e che, almeno teoricamente – loro – le tasse sul reddito le devono pagare. E’ l’accusa che è risuonata nei confronti di Uber un po’ in tutto il mondo e sempre più spesso ormai viene accolta. Adesso, e entro due settimane – ma in Italia sempre teoricamente, si intende: ci sono appelli, ricorsi, tribunali amministrativi e quant’altro sempre a disposizione di lor signori – Uber si dovrebbe rassegnare a mettersi in regola. Ma ha già detto di non voler mollare (The Economist, 28.5.2015).

Il fatto vero è che, però, forse sta davvero facendo grandi e improvvisamente accelerati non piccoli passi indietro la mareggiata che sembrava ormai inarrestabile, la smania di globalizzazione: ormai, infatti, con la crisi che anch’essa – la deregolamentazione – ha scatenato, non si mettono più ostacoli solo al movimento delle persone ma anche a quello selvaggio e incontrollato di servizi, merci e capitali. Con tutti che tornano, come era invitabile, a preoccuparsi di difendere anzitutto il proprio orticello.   

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●Riportiamo tal quale, da un eccellente blog che segue da vicino le cose del Medioriente (Invisible Arabs, 16.5.2015, P. Caridi, Morsi e i diritti a corrente alternata http://invisiblearabs.com/?=6243), una notizia che, se non fosse stata riportata col titolo e l’identificazione dello Stato in questione – e dopo che l’anno scorso un altro tribunale già l’aveva condannato per lo stesso “reato” a 20 anni di carcere, avremmo di sicuro attribuito a un paese integralista e fondamentalista di quelli estremi come, per dire, l’Arabia saudita. E, invece, si tratta del quasi-laico Egitto del feldmaresciallo AlSisi.

Dove “un presidente regolarmente eletto viene arrestato e processato per essere scappato di prigione durante una rivoluzione. Viene condannato, per la precisione, alla pena capitale, da un tribunale penale del regime che ha dimissionato e arrestato il presidente. La sentenza, subito dopo, viene inviata alla massima autorità religiosa nazionale perché la convalidi o esprima un parere contrario: il tribunale civile, dunque, non carica su se stesso del tutto la responsabilità di condannare in via definitiva il presidente detronizzato dalle forze armate, e rimanda all’autorità religiosa [sic!] la decisione ultima. L’autorità religiosa supera, dunque, quella civile, in un regime che ama definirsi riformatore. Anzi, il campione della riforma”.

E tutti i sepolcri imbiancati dell’occidente – ma anche d’oriente: pure per loro il Cairo promette di essere un buon cliente: magari con soldi sauditi – tacciono e, di fatto, acconsentono. Riservandosi, certo, di  contestare la pena di morte... ma se la applicano in Iran o in Cina, non glielo rinfacciamo tanto; altro è se, a comminarla è un paese come questo o, appunto, l’Arabia saudita o gli Stati Uniti che sono stretti alleati di tutti questi felloni e per questo, da perfetti sepolcri imbiancati sempre li assolvono. Paese dove perfino un presidente di colore deve presiedere, limitandosi a mugugnare qualche deplorazione, alla mattanza all’ingrosso di tanti giovani neri americani da parte di poliziotti chiaramente razzisti ma che, come tali, neanche lui osa poi denunciare che sparano a raffica su ragazzi inermi e vengono regolarmente assolti.

E, per completare il quadro, esce adesso in grave ritardo  anche se bisogna parlarne per esigenze di documentazione completa della denuncia, un rapporto della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, con base a Parigi, che accusa con dovizia di prove le forze di sicurezza egiziane dell’uso sistematico della violenza sessuale con prigionieri di entrambi i sessi (The Economist, 22.5.2015).

●In Israele, alla venticinquesima ora, a meno di dieci minuti dalla scadenza ultimissima della 00:.01 del 6 maggio, Bibi Netanyahu è riuscito a sfangarla, un’ora prima di dover riconsegnare al presidente israeliano il mandato per non essere riuscito a formare il nuovo governo, ma ha dovuto rinunciare ad allearsi coi sionisti razzisti di ישראל ביתנו‎― Yisrael Beiteinu Israele è casa mia: nel senso di “solo” casa degli ebrei e che fa capo al ministro degli Esteri che aveva voluto lui stesso, Avigdor Lieberman; pretendeva troppo, in pratica, da Netanyahu (uno spostamento alla destra estrema e estremista sempre e senza eccezione anche e solo a parole.

Fa invece coalizione con הַבַּיִת הַיְהוּדִיHaBayit HaYehudi― La Casa ebraica, con a capo Naftali Bennett, erede più o meno autonominatosi dei vecchio partito degli ebrei ortodossi che gli ha impresso una connotazione più modernamente laica ma anche molto più aggressivamente anti-palestinese e iper- nazionalista) con la conseguenza che, poi, sono molti adesso gli osservatori qui a preconizzare che quello che ora Bibi costruirà con le frattaglie sioniste estremiste ortodosse e questo partito nazionalista oltre a qualche scheggia dell’ultra estrema destra sarà, comunque e in effetti, il governo più a destra che abbia mai avuto il Paese (New York Times, 8.5.2015, debate, Can the U.S. Make Peace With Netanyahu’s New Government?― Ma possono gli USA fare la pace col nuovo governo di Netanyahu? http://www.nytimes.com/roomfordebate/2015/05/08/can-the-us-make-peace-with-netanyahus-new-government?ref=in ternational).

Del programma propostogli e che, di fatto, per appoggiare il governo come gli chiedeva Netanyahu il PM avrebbe dovuto far suo e annunciare come linea ufficiale del gabinetto, Lieberman – che non si contentava di impegni  informali anche se molto seri – pretendeva e non ha ottenuto

• l’impegno, comunque, a fare appena possibile guerra preventiva, e anche da soli, all’Iran;

• la cancellazione ufficiale dei residui diritti di palestinesi cittadini di Israele;

• “una volta per tutte” la scrittura in Costituzione, anche formalmente, che Israele è per sempre e solo lo Stato degli ebrei e che, dunque, l'olam va'ed mai e per sempre mai sarà possibile a un qualsiasi per quanto succube Stato palestinese convivere vicino a Israele nei territori occupati dal 1967: da ben 48 anni, la più lunga occupazione militare dopo la seconda guerra mondiale (Ynetnews.com/Tel Aviv, 4.5.2015, Moran Azulay, Lieberman: Yisrael Beytenu won't join new Netanyahu government― Yisrael Beiteinu, annuncia Lieberman, non entrerà nel nuovo governo di Netanyahu http://www.ynetnews.com/artiche/ 0,7340,L-4653645,00.html).

Vedete, Israele una volta faceva almeno finta, coi governi precedenti compresi i primi dello stesso Netanyahu, di aderire alle norme e alle regole della democrazia universale, vantandosi di essere, anche con qualche buona ragione, l’unica vera democrazia del Medioriente: prima di cominciare a applicare – e anche a rivendicare – quella che il presidente americano Carter ha bollato come una vera e propria politica di apartheid.

Ora, la nuova coalizione che con fatica sta mettendo insieme nega esplicitamene di curarsi del problema e dell’esistenza stessa dei palestinesi e dei loro diritti, considerabili solo come soggetti di esclusione e di repressione. Come si diceva a Roma una volta, questi se ne fregano ormai  (New York Times, 11.5.2015, Anat Biletzki [professoressa di filosofia all’università di Tel Aviv] Making It Explicit in Israel In Israele, ormai lo rendono esplicito ▬ http://opinionator.blogs.nytimes.com/2015/05/11/making-it-explicit-in-israel).

●Non la vede proprio così, però, segnalando il disagio diffuso tra le Forze armate, il comandante in capo delle Forze di Difesa di Israele, il magg. gen. Sami Turgeman, dichiarando pubblicamente come non ci siano, al contrario di quanto spera ancora il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mohmoud Abbas e pretende il primo ministro Netanyahu, che non esiste alcuna alternativa al controllo di Hamas a Gaza e che il rovesciamento forzato auspicato e promesso dal PM israeliano non è proprio possibile e non sarebbe affatto auspicabile (Big News Network-The National/Abu Dahbi, 12.5.2015, Israeli general says Hamas needed for Gaza stability Generale israeliano sostiene che Hamas è indispensabile per la stabilità di Gaza http://article.wn.com/view/2015/05/13/Israeli_general_says_Hamas_needed_ for_Gaza_stability).

Turgeman, che è stato uomo di punta nella guerra del 2014 di Israele contro Hamas a Gaza ha sottolineato che Israele ha interessi comuni con Hamas: vogliono entrambe stabilità nella striscia e combattono entrambe il male peggiore, lo Stato Islamico. Anche se, alla fine, saranno inevitabili altri scontri tra Israele e Hamas. Ma, poi, la sconfitta degli islamisti tagliagole più selvaggi sarà l’esito delle loro lotte intestine nella rincorsa della fedeltà al profeta, da ognuno di essi interpretata come l’unica via genuina, assai più che da ogni sforzo dell’occidente – per quanto esso stesso spietato poi sia – per sconfiggerlo  (Stratfor – Global Affairs, 13.5.2015, Why the War Against Jihadism Will Be Fought From Within― Perché la guerra contro il jihadismo sarà una guerra tutta dall’interno https://www.stratfor.com/ weekly/why-war-against-jihadism-will-be-fought-within).

●Ma, proprio a Gaza, e dopo che  un singolo razzo sparato dalla striscia ha colpito, come quasi sempre poi al solito a vuoto, Israele e dopo che Hamas ha arrestato prontamente tre palestinesi per il “misfatto” – non lo sparo in sé, si capisce, ma l’averlo eseguito per iniziativa, diciamo pure, privata e non “autorizzata” – le IDF, le Forze di Difesa israeliane, hanno ripreso a bombardare la striscia ignorando ogni appello, anche e soprattutto quelli che vengono dai suoi stessi ranghi dell’intelligence militare, a cogliere l’implicito invito al dialogo che stavolta pure viene proprio da Hamas e non da quell’inutile re travicello di Mahmud Abbas/Abu Mazen che, infatti, protesta subito, vanamente, per il tentativo di cui sospetta Hamas e qualcuno in Israele di scavalcarlo.

Emerge anche che, finalmente, l’ex premier britannico Tony Blair ha deciso di abbandonare la sua inutile e anzi dannosa – perché sempre e solo aperta alle “ragioni/sragioni” del più forte: Israele – opera pluriennale di mediazione per il cosiddetto Quartetto dell’ONU (l’ONU stessa, l’America, l’Unione europea e la Russia) – che con lui s’è ben  guardata dal proporre o, tanto meno, spingere come a lui sarebbe spettato per la mediazione di pace tra palestinesi e Israele (The Economist, 29.5.2015).

●La decisione del Vaticano di firmare un trattato formale di riconoscimento dello Stato di Palestina è forse poco più di una vittoria  simbolica. Ma è una pesante umiliazione tutt’altro che simbolica più che per Israele per il suo governo oltranzista: e conferma la pratica della Santa Sede di riconoscere, di fatto come uno Stato, la Palestina almeno dal 2012, dalla decisione presa a larga maggioranza dall’Assemblea generale dell’ONU. Ma il titolo di riconoscimento formale passa adesso dall’OLP proprio allo Stato, come tale, di Palestina.

Il riconoscimento arriva nel momento peggiore anche del rapporto tra Israele e il grande protettore americano che, però, ha reagito male al boicottaggio orchestrato da Netanyahu del negoziato di pace che l’America da anni propone a Israele e Palestina ma di cui il PM israeliano non vuol neanche sentir accennare, pur continuando a battere cassa negli USA. Dove la cosiddetta lobby ebraica è scatenata a appoggiarlo: Morton Klein, presidente dell’Organizzazione Sionista d’America  ha sostenuto che proprio questo trattato rappresenta la rinascita dell’ “inimicizia cattolica contro gli ebrei”. Neanche dice – anche se sempre forzato e assurdo sarebbe – che il trattato è casomai contro  le scelte politiche sbagliate – ingiuste, cieche e suicide tra l’altro – per Israele stessa.  

Tra l’altro, sono ormai 135 i paesi del mondo che in qualche modo – malgrado le sue divisioni e contraddizioni – hanno riconosciuto uno Stato di Palestina mentre molti parlamenti sollecitano i loro più cauti governi (Gran Bretagna, Francia, Irlanda e anche Italia) nello stesso senso (New York Times, 15.5.2015, ed. board, The Vatican and the Palestinians http://www.nytimes.com/2015/05/15/opinion/the-vatican-and-the-palestinians.html?action= lick&gtypeHomepage&module=opinion-c-col-left-region&region=opinion-c-col-left-region&WT.nav=opinion-c-col-left-re gion&_r=0).

●Barack Obama aveva invitato a incontrarlo a Camp David i suoi sei, almeno nominalmente, alleati capi di Stato del Consiglio di Cooperazione del Golfo persico per discutere insieme delle loro preoccupazioni sul nucleare iraniano attualmente sotto negoziato, con la fine delle sanzioni, a Losanna e che dovrebbero arrivare a conclusione entro fine mese[1], se ci riescono, come pare ancora possibile ma resta difficile, a superare gli ultimi ostacoli sull’estensione delle ispezioni (Le Monde, 22.5.2015, Yves-Michel Riols, Nucléaire iranien: les négociations butent si scontrano sur l’étendue des inspections http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2015/05/22/nucleaire-iranien-les-negociations-butent-sur-l-etendue-des-inspections_4638918_3218.html).

Ma solo due dei sei re ed emiri invitati si sono presentati a Camp David, non fosse altro che per essere informt oi. Del resto è da sempre attivo all’interno del gruppo dei 5+1, l’informatore saudita il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, che non ne fa mistero e, per lucrativi contratti di sistemi d’arma venduti a Riyād, neanche se ne vergogna. Anche re Salman, il nuovo sovrano dell’Arabia saudita ha snobbato il presidente americano mandando un rappresentante.

Gli arabi hanno fatto presente la loro preoccupazione che togliere l’embargo sulle armi all’Iran, come hanno deciso di fare già i russi sfilandosi in parte dalle sanzioni dell’ONU (venderanno come da contratto e attenendosi alla dizione ufficiale della risoluzione, che vieta solo la cessione di armi offensive, batterie di missili anti-aerei S-300), finendo forse dicono col far arrivare forniture letali allo... Stato Islamico, anche se l’ipotesi è più credibile per la cessione di armi che, per simpatia ideologica, diciamo così, potrebbero alla fine pervenire invece agli jihadisti proprio da posti come Qatar e Arabia saudita: dagli estremisti sunniti loro e non certo dagli sci’iti.

Ma russi e cinesi sono comunque pronti a onorare ordini di armi iraniane che, del resto, per spesa e tipo sistemi sono molto indietro rispetto a quelli importati dagli arabi del Golfo. Tutte  fornite dall’America... o quasi. Come, del resto, quelle – non vendute ma, nel caso, dall’America per 3-4 miliardi di $ –  regalate ogni anno a Israele... (The Economist, 15.5.2015, Arming Iran-After the nuclear deal - Should Russia and China expect an arms bonanza from Iran?Armi all’Iran-Dopo l’accordo sul nucleare – Cina e Russia possono aspettarsi ricchi ordini dall’Iran, adesso? http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21651279-should-russia-and-china-expect-arms-bonanza-iran-after-nuclear-deal).

Manifestano anche a Obama, e seccamente, l’intenzione, i rappresentanti arabi sunniti alla riunione nel Maryland, che se, alla fine, l’Iran si metterà a produrre su base “normale” energia  nucleare o si fornirà di sue armi nucleari, lo faranno anche loro. Ma alla fine questo vertice di Camp David, sostanzialmente fallito, sarà ricordato come la più viva illustrazione del mutamento dell’equilibrio del potere in Medioriente (Stratfor – Geopolitical Monitor, 31.3.2015, G. Friedman, The Middle Eastern Balance of Power Matures Matura l’equilibrio del potere nel Medioriente https://www.stratfor.com/weekly/middle-eastern-balance-power-matures) dopo l’acrimonia, a dir poco, di oltre tre decenni ormai però indirizzata al superamento tra Iran e USA.

● Vale per l’Arabia saudita ma, tale e quale, anche per Israele, no? (vignetta)

Obama offre più armi ai sauditi per acquietarli... “Ma io non ho bisogno degli USA per difendermi

 

Fonte: INYT, 15.5.2015, Patrick Chappatte

●Nel corso di un incontro non annunciato e tenuto, anzi, proprio in segreto in Giordania, alla presenza anche di rappresentanti del Pentagono americano – che aveva finanziato quasi completamente la tecnologia anti-missilistica dell’Iron Dome― la Cupola di ferro, sviluppata poi in Israele, Gerusalemme avrebbe offerto a Riyād di mettere in funzione – ma sotto il suo stretto e esclusivo controllo, si intende – proprio quella tecnologia per difendere l’Arabia saudita da eventuali attacchi lanciati dallo Yemen (Jerusalem Post, 23.5.2015, Israel offered Saudi Arabia use of its Iron Dome Israele ha offerto all’Arabia saudita l’uso [sotto stretto controllo] della sua Cupola di ferro http://www.jpost.com/Middle-East/Report-Israel-offered-Saudi-Arabia-use-of-its-Iron-Dome-technology-403893)

L’offerta sarebbe stata immediatamente declinata. E senza ringraziamenti, valutata per quello che era: una specie di cavallo di Troia...

●In Libia, le truppe fedeli al gen. Khalīfa Belqāsim Hifter del cosiddetto governo riconosciuto a livello azionale dalla maggior parte dei paesi su input degli USA, che se lo sono letteralmente inventato, il governo scappato da Tripoli a Tobruk, hanno sparato colpi di mortaio contro e bombardato dall’aria, l’11 maggio, una nave da carico turca – trasportava solo cartongesso imbarcato in Spagna – a ventuno km. dalla costa, in acque internazionali, uccidendone il terzo ufficiale e ferendo diversi membri dell’equipaggio.

La nave stava dirigendosi a Derna e cercava di passare il blocco navale del governo filo-occidentale:  con buona pace  neanche poi del governo cosiddetto filo-islamista ma di quello amico a lasciar intervenire contro i barconi e gli scafisti la forza militare richiesta dalla Mogherini per la UE all’ONU (Al Arabiya, 11.5.2015, Turkish ship attacked as it approached Libya's TobrukNave turca attaccata mentre si avvicinava al porto di Tobruk http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/05/11/Turkish-ship-attacked-as-it-approached-Libya-s-Tobruk.html).

●Il governo della Libia, quello “cattivo” – internazionalmente riconosciuto da pochi perché tale dichiarato (“cattivo”) dal marchio di qualità appioppatogli dai suoi inventori e sodali qui in ui occidente – ha dichiarato ora ufficialmente di non essere in grado di fermare l’esodo e il traffico di emigranti africani attraverso il Mediterraneo “se non l’aiuta l’Europa (Agenzia Reuters, 24.5.2015, Unable to halt Europe-bound migrants, Tripoli demands help Incapace di fermare i migranti puntano a andare in Europa [ma non è vero, li ferma: sbattendoli a crepare nei lagers],Tripoli chiede aiuto http://www.dailymail.co.uk/wires/reuters/article-3094846/ Unable-halt-Europe-bound-migrants-Tripoli-demands-help.html).

Tripoli ha infatti fermato, e tiene chiusi dietro al filo spinato, in condizioni che riconosce essa stessa disumane, migliaia di emigranti africani – che hanno pagato in anticipo (la consegna a destino non è qui mai garantita... ma è sempre prepagata) il “dovuto” a mercanti di uomini e trafficanti, puntando allo sbarco in Europa) in campi di concentramento tanto improvvisati, quanto abietti. Ma, dicono, non hanno altre scelte.

E l’assenza di ogni autorità univocamente o, in ogni caso, largamente riconosciuta per tutto il paese, col caos seminato dall’occidente per far fuori senza alcuna alternativa Gheddafi, rende comunque  impossibile ogni forma concreta di cooperazione internazionale (Stratfor – Analysis, 14.5.015, Waiting for Consensus in the Libyan Conflict In attesa di [qualche] consenso nel conflitto libico https://www.stratfor.com/ana lysis/waiting-consensus-libyan-conflict).

●L’Iran accoglie non tanto e non solo la pressante richiesta dell’Assemblea dell’ONU di aiutare con urgenza le popolazioni dello Yemen sottoposte ai bombardamenti alla cieca dell’aviazione saudita popolazione civile di villaggi e città, che vuole imporre così di cambiare il governo sci’ita degli Houthi succeduto al precedente regime dimissionario sunnita imposto da Riyād ma del tutto incapace. Lo fa anche e soprattutto – dichiara – per solidarietà e affinità umana (e religiosa) con le sofferenze di un popolo amico.

Adesso, subito, annunciano i mezzi di comunicazioni di Stato, Teheran invierà per nave 2.500 tonnellate di aiuti umanitari nel porto yemenita di Hadeida e lo ha notificato, attraverso la sua, alla  Mezzaluna rossa saudita prenunciandone l’arrivo in torno al 20 maggio (Stratfor – Global  Intelligence, 7.5.2015, Iran: Aid Ship Headed To Yemen L’Iran manda un sua nave di aiuti in Yemen ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/iran-aid-ship-headed-yemen).

Ma le autorità di Djibouti hanno subito rifiutato alla nave, l’Iran Shahed, di entrare nelle sue acque territoriali il 20 maggio – lo ha denunciato il capitano, Masoud Qazi Mir-Saeed – per sottoporsi al controllo, come pure preteso da USA e Arabia saudita, del carico di 2.500 tonnellate di aiuti – compresa acqua cibo e medicine – da parte della Mezzaluna Rossa Internazionale (lo riferisce l’Agenzia Sputnik/Mosca,  20.5.2015, Djibouti denies entry to Iranian ship carrying humanitarian aid for Yemen Gibuti nega di entrare in porto alla nave iraniana che trasporti aiuti umanitari allo Yemen http://sputniknews.com/middle east/20150520/1022378416.html).

Poi, però, senza alcuna motivazione, verso le 22:00 ora locale del 22 maggio, la Iran Shahed – sia in iraniano che in arabo shahed/shahid significano testimone/martire viene lasciata entrare in porto. Resta da vedere se adesso la nave verrà sottoposta a ispezione prima di lasciarla proseguire verso il porto yemenita di al- Hudaydah o se – come si vocifera – il carico verrà trasferito per mantenere il punto su una nave noleggiata dall’ONU o dalla Mezzaluna rossa (Stratfor – Analysis, 22.5.2015, Iran Shahed Docks in Djibouti La Iran Shahed attracca a Gibuti https://www.stratfor.com/analysis/iran-shahed-docks-djibouti).

●Per parte loro, neanche i sauditi stavolta – sotto la pressione della Casa Bianca, a dire il vero, assai più che dell’ONU che possono snobbare assai più facilmente – riescono a sottrarsi del tutto all’appello internazionale e alla dura condanna dei loro cinici bombardamenti all’ingrosso del tutto illegali e contrari al diritto internazionale” che hanno massacrato centinaia di civili yemeniti (Dichiarazione di Johannes van der Klauw, coordinatore delle azioni umanitarie delle Nazioni Unite nello Yemen, Amman, 9.5.2015 ▬ http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/HC%20Statement%20on%20Yemen%209 %20May%202015.pdf).

E il nuovo ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir ha, così, annunciato – non ha potuto evitare di annunciare – un cessate il fuoco umanitario di cinque giorni a partire dal 12 maggio, che gli Houthi accettano subito (New York Times, Mohammed Ali Kalfood e Kareem Fahim, 10.11.2015, Houthi Rebels Agree to 5-Day Cease-Fire in Yemen I ribelli Houthi concordano sulla tregua di 5 giorni in Yemen http://www.nytimes.com/2015/05/11/world/middleeast/houthi-rebels-agree-to-5-day-cease-fire-in-yemen.html).

Anche se, poi, l’Arabia saudita, alla faccia della sua stessa iniziativa, interpretandone i tempi alla lettera senza alcun sconto, in realtà continua a bombardare obiettivi del Nord nella provincia di Sadaa e, in particolare, per ben sette volte solo domenica 10 maggio, nella capitale, Sana’a, la residenza dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh che, dopo trent’anni al potere, se n’era andato in lauta e non troppo disonorata pensione oltre due anni fa, è egli stesso originario del Nord e è diventato ormai il principale alleato del governo degli Houthi.

●Il fatto è che anche in Yemen, nulla di quanto sta facendo coi suoi incessanti bombardamenti l’aviazione saudita con la manciata di alleati islamico-sunniti che ha messo insieme, pagandoli spesso anche profumatamente per aiutarla, sta riuscendo a costringere gli Houthi alla resa; o anche, solo, a venire a patti col possente e prepotente vicino. La logica della tattica saudita è quella che attaccare e distruggere direttamente dall’aria il territorio ancestrale degli Houthi nel Nord del paese minacciandone la stessa esistenza dovrebbe costringerli ad abbandonare le altre conquista territoriali e il potere politico presosi nel paese.

Ma non funziona così, come hanno ormai dimostrato i milioni di tonnellate di bombe rovesciate per anni dagli USA in Vietnam, in Iraq e in Afganistan. Per costringere a scendere a patti una forza militare che controlla un territorio coi suoi uomini, è necessario anche e almeno scendere sul campo direttamente:  come si dice, calpestando il terreno con gli “stivali” dei propri soldati, a migliaia. E neanche è detto, come ampiamente ormai verificato, che sia poi sufficiente (NightWatch-KGS,/Washington, D.C., 10,5.2015, Saudi Arabia bombing Yemen L’Arabia saudita bombarda lo Yemenhttps://www. ezsubscription.com/nnl/content/content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150510).

Anzi, proprio la ripresa immediata e massiccia della campagna aerea saudita dimostra la completa assenza da parte loro di qualsiasi strategia, o anche solo tattica, capace di imporre ai più deboli, agli Houthi, il ritiro da Sana’a e da Aden, piegandoli alle ragioni del più forte. Senza qualcosa che faccia scendere in campo, a combattere e crepare “stivali” di Riyād, la coalizione guidata dai sauditi resterà un inevitabile, ennesimo fallimento.

Intanto, e a ogni buon conto, il governo saudita spedisce alla frontiera con lo Yemen – ma sempre all’interno dei propri confini – alcune decine di carri armati subito prima che inizi la tregua di cinque giorni. Dopo due mesi di continui scontri, se ce ne fosse la volontà, potrebbe anche scattare l’inizio di un vero e proprio cessate il fuoco anche forzato ormai da diverse incursioni che, per la prima volta, i ribelli yemeniti per rappresaglia hanno sferrato in territorio dell’Arabia saudita (Al Arabiya, 11 .5.2015, Saudi tanks go to Yemen’s border Carri armati sauditi schierati sul confine con lo Yemen http://english.alarabiya.net/en/webtv/news-bulletin/2015/05/11/1800GMT. html; e Stratfor – Global Intelligence-Analysis, 9.5.2015, Saudis and Houthis Reach a Decision Point in Yemen Nello  Yemen, sauditi e Houthi arrivano al momento della decisionehttps://www. stratfor.com/analysis/saudis-and-houthis-reach-decision-point-yemen).

●Nel frattempo, con l’apertura ufficiale della tregua, è arrivato a Sana’a, la capitale controllata dai ribelli ormai insediatisi dopo aver portato alle dimissioni il vecchio regime come nuovo governo effettivo e contro il quale è scesa in guerra l’Arabia saudita, l’inviato speciale dell’ONU per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, suo vice segretario generale di origine mauritana. E le rose, anche se largamene sfiorite, potrebbero forse ritirar fuori qualche bocciolo, magari piccolo piccolo ma, forse, anche e ancora vitale. Anche per la potente Arabia saudita le cose, infatti, vanno male (Stratfor – Global Intelligence, 11.5.015,Yemen: Still Volatile, Even in a Cease-Fire Yemen: situazione che resta volatile, anche col cessate il fuoco https://www.stratfor.com/analysis/yemen-still-volatile-even-cease-fire).

Ma non serve a niente. Alla scadenza dei cinque giorni di tregua, l’aviazione saudita riprende a martellare a tappeto, facendo subito altre centinaia di morti lo Yemen, malgrado ogni appello in contrario e la dimostrazione dell’inutilità di una strategia di sole offensive aeree (BBC News, 1.5.2015, Yemen conflict: Saudi-led air strikes resume as truce ends Il conflitto in Yemen: con la fine della tregua riprendono i raids dei bombardamenti sauditi http://www.bbc.com/news/world-middle-east-32776430).

Le tribù del Nord dello Yemen, per lo più Houthi, hanno assunto il controllo della regione di al-Tuwal, nel sud-ovest dell’Arabia saudita, portandovi loro la guerra e i loro “stivali” pe reagire ai bombardamenti da due mesi subiti a tappeto. Secondo notizie diffuse da una Tv libanese (Al-Manarthe Beacon il Faro/Beirut, 21.5.2015, Yemen Tribal Fighters Seize Saudi Border Area: Soldiers Killed, Others Flee I combattenti delle tribù yemenite conquistano aree di confine saudite: uccisi diversi soldati, altri fuggono ▬ http://www.almanar.com.lb/english/adetails.php?eid=211330&cid=23&fromval=1&frid=23& seccatid=31&s1=1), acquartieramenti militari dell’area, ad al-Radif e Burj Abu Kasaf, con l’uccisione nel corso delle operazioni di almeno una ventina di soldati sauditi, mentre sono riusciti a scappare in tempo i militari che erano nel campo militare di Al-Makhrouq.

●In Qatar, e per la primissima volta, due donne, Sheikha Jufairi e Fatma al-Kuwari, hanno vinto due seggi nel solo governo elettivo che non sia nominato dall’alto nel paese, il Consiglio centrale municipale, che ha – è vero – solo poteri consultivi nei confronti dell’Emiro ma che adesso elegge insieme due signore. Hanno espresso il loro voto il 70% degli elettori registrati, in 14.600 persone: solo cittadini qatariani doc… e che neanche tutti ne hanno il diritto (Stratfor, 14.5.2015, Qatar: 2 Women Elected Into Government For First Time Qatar: due donne elette per la prima volta [ma solo, con gli altri, come consulenti] nel governo https://www.stratfor.com/situation-report/qatar-2-women-elected-government-first-time).

Gli scontri proseguono, sempre durissimi, tra il Consiglio rivoluzionario che, condotto dagli Houthi, da Sana’a continua a governare e, soprattutto, a farlo in modo che somiglia troppo da vicino a quello di un governo nomale fregandosene degli oppositori. Nominando, ad esempio, sei governatori di altrettante province. Roba che fa uscire di testa i sauditi. Nel frattempo, però – ed è un successo per gli Houthi come per i loro nemici interni ma, in fondo, anche con quelli esterni, i sauditi, viene ormai reso noto, e anche riconosciuto, che le attività di al-Qaeda nella Penisola Arabica/AQAP ad al-Mukalla, sull Golfo di Aden, proprio a metà della costa del paese dove controllava, e pare che ancora controlli, porto e aeroporto. Ma dove risulta che abbia comunque bloccato ogni attività.   uli     

atar, e per la pimissima volta,

 

in Africa

Colpo di Stato, o meglio tentato colpo di Stato – sembra più questo che quello – in Burundi. Il 13 maggio, il magg. gen. Godefroid Niyombare ha lanciato un colpo di Stato che, afferma, aver avuto successo contro il presidente Pierre Nkurunziza per impedirgli, contro il dettato costituzionale, di farsi rieleggere per la terza volta consecutiva alla presidenza, chiudendo l’aeroporto di Bujumbura, la capitale, e i confini per bloccarne il ritorno da Dar Es Salaam in Tanzania, dove  aveva presenziato a un vertice di capi di Stato dell’Africa orientale. Migliaia di persone hanno manifestato nella capitale, Bujumbura, all’annuncio ma la presidenza ha sostenuto che, anche se Nkuruzinza non è riuscito a tornare, il colpo di Stato sarebbe fallito e gruppi leali al capo dello Stato deposto avrebbero ripreso il controllo del palazzo presidenziale.

In realtà, subito appare chiaro che l’unica parte davvero svolta con competenza del golpe è stata quella di scatenarlo in assenza del presidente contestato, mentre in pratica ogni altro aspetto è stato  mal pensato,eseguito e insufficientemente sostenuto proprio tra i militari. E adesso il pericolo maggiore per il paese è che teste calde di una e dell’altra parte sferrino e si mettano ad incitare – come avvenne anni fa nel Ruanda gemello – lo sterminio etnico dell’altra etnia.

●Ma, come in effetti sarebbe stato anche possibile prevedere, visto lo stato dei rapporti di forza dentro le Forze armate, le truppe leali al presidente deposto sembrano ormai prevalere e hanno arrestato, prima, almeno tre capi della rivolta, due generali dell’esercito tra cui il ministro della Difesa Cyrille Ndayirukiya e uno della polizia. E, poi, catturato dopo che era riuscito a darsi ma solo per un giorno essersi dato alla macchia, il capo supremo del golpe, mentre il presidente Nkurunziza era nel frattempo rientrato dalla Tanzania.

●Intanto, il capo del gruppo di protesta popolare chiamato Focode― il Forum pour la Conscience et le Développement, Gordien Niyungeko, che ha appoggiato – dice adesso – solo “politicamente” i ribelli ma non il loro golpe, ha chiesto alla gente di continuare a scendere in piazza “ma senza violare la legge”: poco plausibile, però... (Al Jazeera, 15.5.2015, Burundi arrests three in connection with coup attempt Tre arresti [eminenti] in Burundi per il tentativo di golpe http://www.aljazeera.com/news/2015/05/burundi-arrests-connection-coup-attempt-150515055648481.html; e BBC/Londra, 15.5.2015, Burundi coup bid: All ringleaders arrested Il tentativo di golpe fallito: arrestati tutti i capi http://www.bbc.com/news/world-africa-32747515).

Ma, poi, a Bujumbura le “forze dell’ordine” sparano alla folla che, malgrado tutto, protesta numerosa contro il golpe “costituzionale” del presidente uscente che, forzando contra legem il dettato della Carta fondamentale, insiste a restare in carica per un terzo mandato consecutivo. E forse la tragedia comincia (Chronicle News 24, 15.5.2015 ▬ Hundreds rally against president in Burundi A centinaia protestano contro il presidente in Burundihttp://www.chronicle co.zw/hundreds-rally-against-president-in-burundi)...

E’ forse però vero, come fa notare un istituto di grande prestigio e assai bene infornato, che la crisi non sembra ancora chiusa, che le dimostrazioni (“Halte au troisième mandat”) si  moltiplicano e la repressione pure  anche dopo il fallimento di questo tentativo di golpe. A centinaia di migliaia, poi, i burundesi stanno abbandonando il paese terrorizzati dallo spettro del genocidio che ormai sembra diventare anche possibile (International Crisis Group, Thierry Virculon, 15.5.2015, La crise n’est pas ancor terminée http://blog.crisisgroup.org/africa/2015/05/15/burundi-la-crise-nest-pas-encore-terminee). 

in America latina

●Annuncia il dipartimento di Stato, come preannunciava lo stesso giorno il Miami Herald,che di cose cubane si interessa sempre da vicino, con atteggiamenti non sempre univoci – che gli Stati Uniti hanno cancellato Cuba dalla loro lista di Stati sponsors del terrorismo dove era ormai da 33 anni (Miami Herald, 29.5.2015, Cuba removed from U.S. terrorism list Cuba rimossa dalla lista americana degli [Stati] terroristi http://www.miamiherald.com/news/nation-world/world/article22600635.html). Altrettanto arbitraria, adesso come quando, per odio e cecità tutta politica, l’aveva lì inclusa.

●La Federazione Peruviana dei minatori ha dato il via il 18 maggio a uno sciopero ad oltranza se il governo non cede alla richiesta di cancellare le regole che decurtano molti diritti di molti, quasi tutti i lavoratori in questo paese. Vogliono che vengano istituite regole che riconoscano la contrattazione come diritto di tutti e cancellino il licenziamento collettivo, unilateralmente da parte padronale  tra l’altro, di qualsiasi lavoratore. La federazione ha 20.000 lavoratori iscritti.

Intanto, la Southern Copper Co.― la Compagnia meridionale del Rame di proprietà della conglomerata Grupo Mexico, di proprietà malgrado il nome statunitense, ha sospeso il lavoro nella sua discussa miniera di Tia Maria dopo che il presidente Ollanta Humala aveva chiesto, invece, alla compagnia di curare più seriamente il rapporto con l’opinione pubblica del paese: con la conseguenza che Humala sta perdendo  rapidamente quella che era la sua forte popolarità (Wall Street Journal/New York, 18.5.2015, R. Kozak, Peruvian Leader’s Popularity Tumbles - Ollanta Humala’s approval rating falls to 21%La popolarità del presidente peruviano – Ollanta Humala – va a rotoli e crolla al 21% http://www.wsj.com/articles/peruvian-leaders-popularity-tumbles-1431961590).

●In Colombia, il processo di riavvicinamento, contraddittorio sempre, tra governo e Forze rivoluzionarie, è al punto più basso e pericoloso  (lo spiega  bene  l’International Crisis Group―ICG/Bruxelles, 25.5.2015, El tambaleo peligroso del proceso de paz Il traballare pericoloso del processo di pacehttp://www.crisis group.org/en/publication-type/media-releases/2015/latin-america/statement-colombia-peace-pro cess-lurching-backwards.aspx?alt_lang=es&utm_campaign=website&utm_source=sendgrid.com&utm_medium=email).

Ha avvertito entrambi gli interlocutori, governo e FARC – le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – della necessità di “blindare” i negoziati iniziati a novembre del 2012 che si vanno scontrando con la loro “crisi più seria”. E non sarà facile, osserva il Gruppo, specializzato nella prevenzione e soluzione delle crisi, parlando in specie del bombardamento di un accampamento di  guerriglieri che ha fatto molti morti causando anche la sospensione della tregua unilaterale che a dicembre le FARC avevano proclamato.

C’è una responsabilità chiara e condivisa – dice l’ICG – tra governo e rivoluzionari nella crisi quando “aumentano invece che diradarsi i rischi di un’escalation del confronto armato che non causerebbe solo nuovi lutti e danni ma un calo della fiducia stessa che fiaccherebbe la fiducia delle parti e l’appoggio pubblico che finora era forte al processo di pace”.

●Il 19 maggio, Cina e Brasile hanno firmato 35 accordi di investimento di Pechino nell’industria brasiliana: infrastrutture, trasporto, agricoltura, miniere e tecnologia per un totale di oltre 50 miliardi di $. Come parte del tuto la Cina estenderà un miliardo e mezzo di $ al gigante petrolifero Petrobas che dallo scorso anno è, però, sotto inchiesta per una serie di casi di corruzione (mazzette politiche) che hanno anche rallentato un ritmo di crescita abbastanza insoddisfacente. Da questi investimenti cinesi il Brasile si aspetta ormai molto (Il Foglio quotidiano, 19.5.2015, Cina: accordo con Brasile per investire 53 mld dollari ▬ http://www.ilfoglio.it/aginews/v/13503/cina-accordo-con-brasile-per-investire-53-mld-dollari.htm)

●Dopo aver incontrato  il presidente della Colombia, Manuel Santos, a Bogota, il premier cinese Li Keqiang, ha dichiarato che la Cina si darà da fare a promuovere legami economici tra i due paesi (Agenzia Mercopress, 21.5.2005, PM Li Keqiang in Bogotá: China and Colombia considering free trade accord Il premier cinese Li Keqiang a Bogota: Cina e Colombia considerano un accordo di libero scambio http://en.mercopress.com/ 2015/05/22/pm-li-keqiang-in-bogota-china-and-colombia-considering-free-trade-accord). Li Kekiang è il leader cinese di maggior rango a visitare il paese da quando, 35 anni fa, i due Stati hanno stabilito rapporti diplomatici.

Ma Li – irritando non poco il governo americano – ha anche dichiarato che quello cinese “comprende” bene la decisione di Bogota di metter fine all’ “inutile e dannoso programma” di distruzione chimica delle piantagioni di coca che tutto sembra sterminare meno che le piantagioni teoricamente bersagliate. E, col governo colombiano, ha firmato accordi per scambi culturali e investimenti infrastrutturali nel porto di Buenaventura, dove già hanno luogo più di 17 miliardi di $ di scambi commerciali tra i due paesi, discutendo pure della possibilità di un accordo di libero scambio nel prossimo futuro.

●Con la presidente del Cile, Michelle Bachelet, il PM cinese Li Keqiang ha firmato un accordo di cosiddetta currency swap – di pagamenti diretti delle rispettive valute – per rafforzare scambi e investimenti (Associated Press, 25.5.2015, China and Chile sign currency swap agreement― Cina e Cile firmano  un accordo di uilizzo diretto delle reciproche valute http://news.yahoo.com/china-chile-sign-currency-swap-agreement-221303419.html) fino a un totale di 3,6 miliardi di $ nei prossimi tre anni. Il Cile è stato l’ultima tappa delle quattro di Li nel subcontinente.

L’America latina dipende dal commercio con la Cina. Ma la Cina è legata alla domanda di beni di consumo cinesi che sta con la crisi – mondiale, però, più che di quella cinese, ancora pressoché irrilevante – calando (Stratfor – Analysis, 23.4.2015, What China’s Economic Slowdown Means for Latin America Quel che il rallentamento dell’economia cinese [ma soprattutto di quella latino-americana e globale] significa per il Sud America https://www.stratfor.com/analysis/what-chinas-economic-slowdown-means-latin-america). Li, in Brasile, concorda di finanziare studi su una possibile nuova veloce linea ferroviaria che collegherà, su un percorso di 5.300 km., la costa atlantica del paese con un porto pacifico del Perù.

CINA

●La Cina ha ridotto il tasso di sconto dei prestiti a un anno della Banca centrale, la Banca popolare di Cina, agli istituti di credito di 25 punti base, al 5,1%; e, contemporaneamente, l’interesse praticato sui loro depositi della stessa percentuale, al 2,25% (riferisce Agenzia Xinhua Nuova Cina, 10.5.2015,China cuts interest rates by 25 bps― La Cina taglia i tassi di interesse i 25 punti basehttp://news. xinhuanet.com/english/2015-05/10/c_134226434.htm). E’ la terza riduzione da novembre della BPC e un altro sforzo della politica del paese per dare una spinta a un tasso di crescita di nuovo superiore al già cospicuo 7% di oggi.

●Superando la cieca ostilità di principio a prenderne atto del Tesoro americano, il Fondo monetario riconosce ora e proclama alto e chiaro che la valuta cinese non è più svalutata né in teoria né in pratica grazie al “sostanzioso e reale apprezzamento nel corso dell’ultimo anno”. Il segretario Jack Lew aveva appena finito di elencare una lunga lista di denunce e lamentele formali sulla lentezza delle riforme cinesi, come se fosse scontato al solito – ma ormai non è più così – il diritto degli americani di scandirne loro il ritmo: includendovi anche la gestione del tasso di cambio. Ufficialmente smentiti però, adesso, dal Fondo (The Economist,  28.5.2015, The yuan-Feeling valuedThe IMF changes its tune on China’s currency― Lo yuan si vede rivalutato Il Fondo monetario cambia tono sulla valuta cinese http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21652321-imf-changes-its-tune-chinas-currency-feeling-val ued).

●Le marine militari di Cina e di Russia hanno cominciato il 10 maggio manovre congiunte nel Mediterraneo e le stanno portando a buon fine, dicono, entro il 21 del mese. Partecipano nove navi da guerra in un gruppo tattico di due fregate e una nave appoggio cinesi recentemente impegnate nell’evacuazione di civili dallo Yemen e il quartier generale della squadra sull’incrociatore missilistico Moskva acquartierato di norma nel mar Nero: a Sebastopoli, in Crimea. .  

L’operazione congiunta – Cooperazione 2015 nel Mediterraneo – è focalizzata su sicurezza della navigazione, rifornimenti in mare, missioni di scorta ed esercitazioni a fuoco. Ma mira soprattutto a riaffermare il diritto di cinesi e russi ad usufruire come fa regolarmente, ad esempio, l’America davanti alle loro coste – si capisce in acque internazionali – a una presenza anche armata.

Naturalmente, proprio come nel caso americano, “le esercitazioni non sono mirate contro alcun paese terzo”...  Si tratta però anche, evidentemente, di mettere il naso – e è una prima – in quello che finora era considerato da tutti come una specie di scontato “lago statunitense(Daily Mail/Londra, 11.5.2015, Russian and Chinese warships head for the Mediterranean: Nine vessels to take part in first ever joint training exercises in Europe Navi da guerra russe e cinesi puntano sul Mediterraneo – Nove navi cinesi prenderanno parte per  la prima volta a esercitazioni ▬ http://www.dailymail.co.uk/news/article-3078226/Russian-Chinese-warships-head-Medi terranean-Nine-vessels-joint-training-exercises-Europe.html).

Nella storia della Cina l’unico precedente venne registrato quando la dinastia Ming, 600 anni fa, inviò una sua flotta a incrociare al largo delle coste africane. Ma neanche allora navi dell’impero di mezzo s’erano spinte, e allora avrebbero dovuto circumnavigare l’Africa, fino al Mediterraneo. E è un segnale, voluto e forse addirittura richiesto ai cinesi dai russi per rendere chiaro il messaggio che stanno cambiando, almeno in misura significativa, le gerarchie navali anche in Europa.

Del resto, i progetti del presidente Xi che dalla Cina vuole arrivare a investire in tutto il vecchio continente e fino al  Portogallo, avranno in prospettiva ventura ma anche prossima bisogno di una qualche protezione della marina cinese. Per parte cinese, queste esercitazioni militari fanno parte proprio della preparazione stessa di tutto il progetto. Per parte dei russi, servono a riaffermare in concreto che il Mediterraneo ha smesso ormai di essere nei fatti un mare interno americano.

●Salgono, in parallelo, le tensioni nel Mar cinese meridionale, dove Pechino intima di rispettare quello che afferma essere suo territorio... per otto volte – senza ottenere risposta – ad intercettori americani con a bordo un’equipe della CNN a scopo propagandistico― si tratta di far vedere al pubblico americano che non danno loro retta.

Ma l’operazione, con un colpo di coda  tipico della solita eterogenesi dei fini americana, documenta anche che nessuna forza militare ostile od avversa riesce a impedire ai cinesi di continuare a fabbricarsi dal mare e dagli atolli della zona una serie di isole fortificate ed armate per imporre, nei fatti se non ancora di diritto riconosciuto dagli altri, il tentativo che le sta riuscendo de facto di far ingoiare agli altri quella sovranità che non vogliono riconoscere (New York Times, 22. 5.2015, H. Cooper e J. Perlez, U.S. Flies Over a Chinese Project at Sea, and Beijing Objects― Aerei intercettori americani sorvolano progetti di costruzione cinesi nell’oceano e Pechino obietta http://www.nytimes.com/2015/05/23/world/asia/us-flies-over-a-chine se-project-at-sea-and-beijing-objects.html?_ r=0).

●Il nuovo, e per ora del tutto evanescente, segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, Ashton B. Carter, che parlando in sede di cosiddetto dialogo Shangri-La[2] ha provveduto il 30 maggio, a Singapore, a criticare duramente la costruzione di isolotti artificiali che la Cina va compiendo su vari atolli  e scogli del Mar  cinese meridionale pensando bene di alzare la voce contro Pechino asserendo che questa sua frenetica attività aumenta i rischi di conflitti regionali.

Il ministero degli Esteri cinese, riporta subito il dibattito alla dimensione che ritiene sua propria, quella storico-politico-diplomatica, affermando che Carter farebbe meglio prima di parlare a vanvera a studiarsi un po’ la lunga storia e la documentazione cartografica giapponese e europea, non solo cinese, che sempre ha chiamato con l’attribuito significativo di “ cinese” appunto, tutti uei quei mari. E, certo, il ragionamento fila (Reuters, 30.5.2015, D. Alexander e R. Armstrong, U.S. says China's island-building erodes security; Beijing angered Gli USA dicono che la costruzione di isole da parte cinese erode la sicurezza; e Pechino si arrabbia http://www.reuters.com/article/2015/05/30/us-asia-security-idUSKBN0OF01J2015 0530).

Poi, però, Carter frena assai bruscamente l’attacco e lo stesso approccio su cui era sembrato aver voluto indirizzare incautamente, esasperandolo, il tema dichiarando lui stesso che, in ogni caso, nessuna disputa relativa al Mar cinese meridionale farà da ostacolo alla “nascente cooperazione militare tra USA e Cina... ”.Del resto,  gli  aveva appena risposto, faccia faccia e a brutto muso, un eminente esperto di cose militari cinesi, l’amm. Sun Jianguo.

E, in buona sostanza, alla fine dell’incontro/scontro, le due parti concordano di... non concordare ma, comunque, di volere e di dovere andare avanti (New York Times, 30.5.2015, M. Rosenberg, Building of Islands Is Debated, but China and U.S. Skirt Conflict at Talks La critica alla costruzione delle basi resta, ma Cina e USA relegano il conflitto ai margini dei colloqui http://www.nytimes.com/2015/05/31/world/asia/building-of-islands-is-debated-but-china-and-us-skirt-conflict-at-talks.html?_r=0).

nel resto dell’Asia

●In Iraq, le esportazioni di greggio hanno raggiunto il massimo dal 1980. Lo ha annunciato il 1° maggio il ministero del Petrolio a Bagdad, con 92,3 milioni di barili, per entrate molto vicine a 4,8 miliardi di $. E più o meno 2 milioni di barili al giorno sono stati importati al costo di 51,70 $ al barile (Iraq Dinar News, 12.5.2015, And Iraq plans to export record amounts of crude from Basra next month with production separation E l’Iraq pianifica di esportare quantità record di greggio da Bassora il mese prossimo separando quello pesante da quello leggero http://iraqidinarnewstoday.net/iraq-plans-to-export-record-amounts-of-crude-from-basra-next-month-with-production-separation).

Al contrario di quanto succede in Iraq, lo SI si vede almeno al momento contrastato o bloccato  in Siria dalla resistenza armata di Assad e dei suoi alleati libanesi sul campo, oltre che dal sostegno politico-diplomatico che, per mancanza di alternative effettive e minimamente potabili per la maggioranza della popolazione, riesce invece ad avanzare, anche se tra passi avanti e ritirate.

Qui in Siria, anche il sito archeologico di Palmira è stato parzialmente occupato dagli islamisti poi, però, subito costretti a ritirarsi ma solo in parte e non senza aver avuto il tempo di decapitare, secondo notizie mai ben confermate però, decine di soldati siriani, cominciando anche a distruggere quelli che chiama gli empi resti di quel luogo archeologico di fascino antico e da loro condannato come “blasfemo”... Però, stavolta i portavoce dei jihadisti precisano che saranno distrutte “solo” le statue chiaramente distinguibili come di ispirazione “diabolica”, in quano quanto “polituanto – a giudizio loro -  “politeistica” e, anzi, proprio “idolatrica”.

E, adesso, mentre tornano ancora a fare scalpore chiacchiere e rumors sulla posizione che, gli interessati dicono sempre più traballante di Assad, in Iraq il governo prova proprio a rilanciare lo schema di cooperazione coi russi, oltre che con gli iraniani, che in Siria dice, invece, funziona. 

● Mettetevi al lavoro!   (vignetta)

Patrimonio mondiale dell’UNESCO - Ministero della Storia e della Cultura dello SI                                     

Fonte: INYT, 22.5.2015, Patrick Chappatte

Così, il premier iracheno Haider al-Abadi e quello russo Dmitri Medvedev hanno concordato sul bisogno di espandere la loro cooperazione militare, economica e diplomatica (riferisce Press TV/Bagdad, 21.5.2015, Iraq PM urges more Russia cooperation in anti-ISIL fight Il premier iracheno preme per più cooperazione dei russi nella battaglia contro l’ISIL http://www.presstv.ir/Detail/2015/05/21/412160/Iraq-Russia-ISIL-Abadi-Medvedev-alJaafari-Lavrov).

●Nel frattempo, lo stesso giorno, il governo di Bagdad riesce a riconquistare, con le milizie che gli sono alleate, la parte occidentale di Baiji, nella provincia di Salahuddin, liberando i 300 suoi soldati che aspettavano ormai la decapitazione  come inesorabile, prigionieri com’erano dei tagliagole nella raffineria maggiore del paese (ne parla Musings on Iraq, un blogspot, il 21.5.2015, Government takes back western Baiji Il governo si riprende la parte ovest di Baiji http://musingsoniraq.blogspot.it/2015/05/heavy-fighting-in-anbar-salahaddin-and.html).  

●In Siria, invece, Al contrario di quanto spesso si lasciano andare a fare Assad e i suoi nemici, i suoi migliori alleati, gli Hezbollah libanesi, non fanno promesse ma agiscono e, ancora una volta, scendono in campo, senza abbandonarsi a vane minacce ma affiancando le truppe di Assad a riprendersi il pieno possesso del passo strategico montuoso di Jabal al-Barouh. Che sorveglia e consente di controllare l’autostrada che connette Damasco a Homs e corre lungo tutto il confine tra Siria e Libano. Sempre combattendo insieme, libanesi e soldati siriani hanno anche sconfitto i miliziani di Jabhat al-Nusra, aderenti allo Stato Islamico, cacciandoli dall’altra città strategica di Qalamoun (Stratfor, 15.5.2015, Syria: Hezbollah Helps Syrian Army Seize Strategic Mountain Range In Siria, gli Hezbollah aiutano l’esercito siriano a riprendersi un passo di montagna strategico https://www.stratfor.com/situation-report/syria-hezbollah-helps-syrian-army-seize-strategic-mountain-range).

Ma anche qui nel sempiterno tira e molla tra Assad e Stato Islamico sembra, almeno al momento, essere riuscito a prendere il controllo dei giacimenti petroliferi di al-Hail e Ara, a 40 e, rispettivamente, 25 km. a nord-est proprio di Palmira, due fonti vitali di energia nel territorio finora controllato dalla Repubblica siriana. E’ dal 13 maggio che lo SI sta combattendo  tutto intorno a Palmira e era riuscito anche a controllarne buona parte della periferia nord prima di esserne ricacciato dalle truppe governative. A Palmira sono stati uccisi 370sir ismi , compresi una settantina di civili, secondo i calcoli dell’Osservatorio sui Diritti Umani che – però – è dalla parte dei ribelli e parla da Londra (Al Jazeera, 18.5.2015, ISIL seizes gas fields near Syria's PalmyraL’ISIL conquista  giacimenti di greggio vicino a  Palmira http://www.aljazeera.com/news/2015/05/reports-isil-seizes-gas-fields-palmyra-15051819 0906957.html).

Lo SI, in Iraq ha invece catturato edifici governativi e interi depositi pieni di materiale e equipaggiamento americano nuovo di zecca al centro della città di Ramadi, capitale della provincia di Anbar, la più grande del paese e forse, quest’anno, la sua maggiore vittoria: immagini che richiamano irresistibilmene alla mente quelle del collasso improvviso e verticale dell’esercito sud-vietnamita a  Saigon i 30.4.975 (Yahoo News, 15.5.015, IS Seizes Government Headquarters in Ramadi Lo SI conquista il quartier generale governativo a Ramadi http://news.yahoo.com/jihadists-seizes-government-hq-iraqs-ramadi-officials-000848 164.html) riuscendo alla fine a scacciarne, il 17 maggio, malgrado gli intensi bombardamenti americani, le truppe irachene (New York Times, 17.5.2015, Key Iraqi City Falls to ISIS as Last of Security Forces Flee Città chiave irachena cede all’ISIS dopo la fuga delle ultime truppe di sicurezza http://www.nytimes.com/2015/05/18/ world/middleeast/isis-ramadi-iraq.html?_r=0).

●A questo punto, UDEST c’è da far presente che la caduta di Palmira, pur molto grave per il significato simbolico e culturale che ha, è militarmente e strategicamente schiacciata da quella di Ramadi, nell’Iraq occidentale. Nessuna delle due sconfitte è ancora, però, irrimediabile. Se l’occasione, però, viene colta per rivedere tutta la strategia che frena la guerra allo Stato Islamico, per paura di aiutare Assad e di sporcarsi gli stivali americani e sauditi combattendo i tagliagola a terra.

Il punto è che lo SI non è affatto sempre in marcia inarrestabile ma è stato invece ripetutamene fatto arretrare dopo alcune anche rilevanti avanzate sia in Siria che in Iraq. E hanno insegnato a farlo sia gli Hezbollah che i peshmerga curdi. Sono loro ad averli respinti anche se i  bombardamenti USA li hanno sicuramente aiutati. Ma sono stati loro a costringerli davvero a arretrare (New Yok Times, 22.5.2015,  Ahmed Ali, Calm Down. ISIS Isn’t Winning Datevi una calmata. L’ISIS non sta vincendohttp://www. nytimes.com/2015/05/22/opinion/calm-down-isis-isnt-winning.html).

Anche se ancora, USA e Turchia, pervicacemente e vanamente insistono, come se poi mai ci credessero, a dire che si tratta di migliorare l’addestramento dei ribelli armati “moderati” anti-Assad, fornendo copertura aerea come del resto fanno da mesi ma mai riuscendo a capire neanche dopo anni di tentativi sempre falliti, che nelle condizioni della Siria, Assad è sul serio il male minore― proprio come il male minore era, in Libia, Gheddafi, no? (lo confermano all’Agenzia France-Presse, 26.5.2015― Turkey says US agrees to provide air cover for anti-Assad “rebels” in Syria La Turchi sostiene che gli USA concordano e forniranno copertura aerea ai ribelli ant-Assad  https://www.wsws.org/en/articles/2015/05/26/sy ri-m26.html).

●In ogni caso, vale forse la pena di spendere qualche ulteriore considerazione sulla situazione militare a Ramadi, caduta ancora un volta nelle mani dello SI, un gruppo di jihadisti estremisti figliato da al-Qaeda in Iraq, una città per tenere la quale anni fa centinaia di americani morirono― come s’è visto poi del tutto inutilmente e – dunque – anche criminalmente. La prima reazione di qualsiasi marine americano che lì è stato ferito o ha perso amici e commilitoni è stata di chiedersi a che caspita quel sacrificio sia mai servito.

E’ che la natura umana, di ogni soldato e di qualsiasi parte, è sempre segnata dalla memoria di un luogo e di un data: Caporetto, come le Ardenne, la liberazione di Mathausen e Okinawa, Nagasaki e l’8 settembre... Anche se, poi, nessuno combatte, e magari muore, per prendersi o tenere un luogo fisico o una desolata collina. Poi, quando si capisce ch a farti fare la guerra erano stati una manica di sprovveduti, criminali di guerra e bugiardi megalomani senza arte né parte – i Bush, i Cheney che parlavano e obbedivano, dicevano, nei loro deliri direttamente al Padre che avevavo nei cieli ... – ma alla fine, anche di chi – come Obama poi – è arrivato a quel posto sapendo di aver avuto ragione nel condannarli, Poi è andato tradendo tutti, vittime e morti di ogni parte, cedendo alla loro schifosa realpolitik.

Ma, adesso, c’è anche chi, dal sicuro della poltrona dietro la propria scrivania e del fatto che, come Bush padre allora ala CIA, durante la guerra del Vietnam, mise al sicuro il figlio nella sinecura della guardia nazionale texana, torna alla carica e propone di riandarci, a Ramadi e a Falluja, a riprendersele. Magari anche solo perché altrimenti tutti quei morti a cosa mai sarebbero stati sacrificati? Guardate, è questo il dibattito che lacera adesso l’America: di Obama e del Congresso conservatore che, con lui, spartisce e paralizza il potere. E, veramente, è un dibattito che proprio fa pena, secondo chi scrive (Stratfor – Global Affairs, 21.5.2014, R. Kaplan, The Old Order Collapses, Finally Finalmente, il vecchio ordine va collassando [raccomandiamo questa analisi, che ha il merito di essere datata già un anno fa, di uno dei massimi, più cinici autori neo-cons ormai vanamente nostalgici della vecchia America imperiale che ancora tengono un piede nell’Amministrazione – sia per quel che confessa – ingenuamente? anche – sia per quel che – stupidamente?, di certo – invano prova a nascondere] ▬ https://www.stratfor.com/weekly/old-order-collapses-finally).

●Dall’Afganistan, una delegazione ufficiale di una ventina di delegati del governo si è recata in Qatar per incontrarsi con una parallela – e il fatto è già molto significativo – delegazione ufficiale dei talebani, il 3-4 maggio, per coloui di pace discutere colloqui sul come mettere fine alla guerra civile e anche, forse ormai soprattutto, alle puntate aggressive e pericolose, sia per il governo di Ashraf Ghani che per il mullah Mohammed Omar, dello Stato Islamico nel paese. Lo comunica a Kabul il vice presidente dell’Alto Consiglio per la Pace creato dalla precedente presidenza Karzai, Attaullah Ludin (Daily Press/Newport News, Va., 4.5.205, Taliban open to peace talks, but only if all US forces leave Afghanistan I talebani pronti a colloqui di pace ma solo se tutte le truppe americane escono dall’Afganistan http://www.vvdailypress.com/article/ZZ/20150504/ NATIONWORLD/150509933/13104/NEWS).

E, mentre il presidente Ghani è a Washington e in Qatar è in corso la trattativa tra talebani e governo, i ribelli non stanno fermi e attaccano 13 checkpoints nella notte di domenica 3 maggio facendo alcune decine di morti e feriti anche, a sventagliate di mitra contro i passeggeri di un bus governativo diretto da Kabul a Kandahar.

E il portavoce dei talebani afgani, Zabiullah Mujahid, rende noto alla stampa che i suoi avevano annunciato alla parte governativa che non avrebbero interrotto i loro attacchi a bersagli da loro considerati legittimi visto che il governo non si impegnava a interrompere le sue incursioni armate di terra e dall’aria contro gli insorti (Al Jazeera/Doha, 4.5.2015, Afghan policemen killed in multiple Taliban attacks Polizia e civili afgani uccisi in attacchi molteplici dei talebani http://www.aljazeera.com/news/2015/05/suicide-blast-targets-government-officials-kabul-150504051626720.html): i talebani concentreranno ormai, con un cambio non irrilevante di tattica, su bersagli (veicoli e militari) stranieri... e sugli agenti del governo fantoccio afgano  col quale, comunque, in Qatar stanno cominciando a trattare...

●La settimana scorsa il dipartimento di Stato americano ha emesso un’avvertenza ufficiale ai cittadini USA sull’Afganistan. E’ chiarissima: situazione della sicurezza del tutto instabile..., minaccia incombente per gli americani, sia visitatori che residenti, come per ogni loro proprietà..., come per ogni istituzione o stabilimento che, del resto, risalga a governi stranieri come a quello afgano..., con “l’estremismo militante” talebano e ogni altro ormai stabilmente all’attacco..., e il massimo del pericolo che, a partire da Kabul, ormai si allarga a Herat, Mazar e-Sharif  e Kandahar e a tutto il territorio afgano (asserzione mai fatta prima dal governo americano) e ormai con gli stranieri che sono ormai ridiventati a pieno – come coi russi, gli inglesi e ogni altro esercito che abbia cercato di sottomettere gli afgani a partire dai tempi di Alessandro il macedone.

Ma è ormai soprattutto forse proprio Kabul ad essere diventata insicura. Dopo oltre 14 anni ormai di addestramento, aiuto diretto, guida e sostegno e migliaia di morti degli americani, questa sembra un’ammissione stupefacente. Ma ormai è vero che gli attacchi alla capitale hanno assunto la frequenza media di uno al giorno: grosso modo lo stesso ritmo che  vede oggi sotto attacco Damasco (NightWatch, 25.5.2015, U.S. travel warning for Afghanistan Avvertenze di viaggio per gli americani in Afganistan https://www.ezsubscription.com/nnl/content/content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150525).

●Il 14 maggio, il primo ministro Indiano, Narendra Modi, ha cominciato tre giorni di visita ufficiale  in Cina, per colloqui che sicuramente tratteranno del contenzioso territoriale sempre aperto tra i due paesi alle falde dell’Himalaya ma, soprattutto e volutamente, centrati su una maggiore cooperazione eonomica: soldi cinesi, importazioni e sviluppo dell’economia indiana. E’ la restituzione della visita di Xi a New Delhi e l’integrazione crescente tra i due colossi asiatici rappresenta la punta di lancia di un processo diffuso in cui gli asiatici assumono sempre nuove e maggiori responsabilità anche nelle questioni di sicurezza di questo continente.

In sintesi, sembra l’ultimo episodio del graduale, ma a volte anche improvvisamente accelerato e inesorabile raggrinzimento del lungo dominio politico, militare ed economico dell’America in Asia dopo la seconda guerra mondiale e dell’ascesa del potere cinese (Indian Express/, 14.5.2015, Agenzia Press Trust, PM Narendra Modi arrives in China, begins visit from President Xi Jinping’s hometown Il PM Narendra Modi arriva in Cina, cominciando dal visitare la provincia d’origine [Shaanxi] del presidente Xi Jinping http://indianexpress.com/article/india/india-others/pm-narendra-modi-arrives-in-china-begins-visit-from-president-xi -jinpings-hometown).

●In Pakistan, a otto anni ormai dall’inizio dell’esitante e contraddittoria transizione democratica dal regime militare a una battagliata democrazia parlamentare, la violenza sulle donne resta una piaga endemica coperta da un clima di impunità universalmente diffusa. Sotto il tiro incrociato degli estremismi violenti che perseguono un’agenda aperta e addirittura dichiarata di repressione di genere, la sicurezza delle donne è a rischio soprattutto nelle zone di forte conflitto della provincia del Khyber Pakhtunkhwa (KPK) e della cosiddetta area tribale federalmente amministrata (FATA).

Il governo di Nazaf Sharif si è solennemente impegnato a combattere e sconfiggere questo andazzo ancestrale, neanche poi davvero islamico ma proprio più che altro della maggioranza etnica pashtun e non solo che al meglio considera del tutto naturalmente la donna come una pecora, ma esita a prenderlo di petto anzitutto tra le fila dei suoi (International Crisis Group – ICG/Bruxelle, Asia report #265, Samina Ahmed, Women, Violence and Conflict in Pakistan Donne, violenza e conflitto in Pakistan http://www.crisisgroup.org/en/regions/asia/south-asia/pakistan/265-women-violence-and-conflict-in-pakistan.aspx?  utm_source=mremail&utm_medium=continue&utm_campaign=pakistan-report).

●Malaysia e Indonesia hanno dato l’assenso a concedere asilo temporaneo a migliaia di migranti Rohingya, gruppo etnico originario di Myanmar e di religione islamica sottoposto a una feroce repressione e a una vera e propria persecuzione (massacri di massa, torture, affondamento dei barconi da cui tentano disperatamente di sopravvivere scappando dalla maggioranza buddista tradizionalmente pacifica). Ma dalla padella rischiano di cascare, così, inevitabilmente nella brace (New York Times, 25.5.2015, Chris Buckley e Austin Ramzy, Migrants Flooding Into Malaysia and Indonesia Trade One Nightmare for Another― Gli emigrati inondano Malaysia e Indonesia scambiando un incubo per un altro http://www. nytimes.com/2015/05/26/world/asia/migrants-flooding-into-malaysia-trade-one-nightmare-for-another.html)  visto che in attesa dell’accoglienza e di un’eventuale regolarizzazione – un processo che dura anni e anni – anche qui – certo non solo qui – non viene loro consentito di trovare e neanche di cercare lavoro, una scuola per i  figli, un permesso di soggiorno temporaneo...

Ma neanche in un caso straordinariamente intollerante la premio Nobel della pace signora Aung San Su Kyi − uasi unaz madre Tresa dd suo paese la pasionaria dei diritti umani nel suo paese contro i militari: ma solo per i buddisti, emarginati e perseguiti essi stessi, che da sempre negano il diritto di cittadinanza nel loro stesso paese, riesce ad evitare di coprire vergognosamente la dittatura militare filo-americana dell’ex Birmania (The Economist, 22.5.2015, Myanmar’s shame – Rohingya boat people La vergogna di Myanmar – I naufraghi Rohingyia http://www.economist.com/news/asia/21651877-poverty-politics-and-despair-are-forcing-thou sands-rohingyas-flee-myanmar-authorities).

Ora, il mese scorso, sotto pressione dei monaci buddisti militanti, il parlamento a stragrande maggioranza buddista ha passato una nuova legge sul controllo sanitario obbligatorio delle nascite che impone ai Rohingya e a loro soltanto di non avere più di un figlio ogni tre anni e il comandante in capo dell’esercito, presidente de facto, Thein Sein, l’ha firmata. E neanche davanti a questo la signora Aung, questa strana paladina a singhiozzo e solo per quelli della sua etnia dei diritti umani, ha trovato la decenza minima di parlare (Agenzia Associated Press/A.P., 23.5.2015, Aye Aie Win, Myanmar president signs off on contested population law― Il presidente di Myanmar firma una contestata [e discriminatoria] legge sulla popolazionehttp://bigstory ap.org/article/7aa2bc05d5264653b5b969d337e89e16/ myanmar-president-signs-controversial-population-law).

●Il regime militare del gen. Prayut Chan-o-cha, che in Tailandia ha estromesso un anno fa dal potere quello civile precedente, ha ora posposto d’autorità di altri sei mesi le prossime elezioni generali, dell’esito delle quali, comunque, ancora non si sente sicuro. Formalmente, è per lasciare spazio a un referendum di riforma costituzionale che, come sempre qui, viene coperta dall’autorità del decrepito e venerando monarca, referendum esso stesso evidentemente illegittimo che instaurerà una volta per sempre il diritto patriottico delle Forze armate a supervisionare politicamente il potere esecutivo.

E, il primo ministro deposto col golpe, la signora Yingluck Shinawatra, si è dichiarata ora innocente rispetto all’accusa avanzatele dalla giunta e dal parlamento nominato di “negligenza criminale”, in sostanza di cattiva gestione dei poteri che, dal governo, gestiva d’ufficio (The Economist, 22.5.2015).

usto andazzo criminale ma esita a afrontarlo anzit ut top neoi confli ti

EUROPA

●Commissari e alti burocrati della struttura di Bruxelles vanno approntando piani “aggressivi” di dubbia legittimità e fattibilità per bloccare in partenza con la forza – anche se l’Alta rappresentante per gli Esteri della UE,  Federica Mogherini, esclude (bontà sua) l’impiego di truppe di terra (ma solo di esse) per fermare e magari affondare i barconi che partono specie dalla Libia verso l’Italia (New York Times, 13.5.2015, J. Kanter, E.U. Proposes Quota System to Address Migration Crisis La UE propone un sistema di quote per far fronte alla crisi migratoria http://www.nytimes.com/2015/05/14/world/europe/european-union-migration-refugees-quota-proposal.html?_r=0).

Poi, al vertice – non decisivo ma già indicativo – di fine maggio, la UE annuncia che mentre Commissari e alti burocrati della struttura di Bruxelles preparano piani “aggressivi” di dubbia legittimità e fattibilità per bloccare in partenza con la forza – anche se l’Alta rappresentante per gli Esteri della UE,  Federica Mogherini, esclude – bontà sua – l’impiego di truppe di terra (ma solo di esse) per fermare e magari affondare i barconi che partono specie dalla Libia verso l’Italia (New York Times, 13.5.2015, J. Kanter, E.U. Proposes Quota System to Address Migration Crisis La UE propone un sistema di quote per far fronte alla crisi migratoria http://www.nytimes.com/2015/05/14/world/ europe/european-union-migration-refugees-quota-proposal.html?_r=0).

Ma, a veder bene, in effetti, annuncia solo di aver deliberato il dispiegamento di una forza militare navale... e, in realtà, annuncia per ora solo di raccogliere informazioni ed intelligence... in attesa poi di decidere davvero che fare al vertice dei capi di Stato e di governo di fine giugno.

●Ma in quella sede viene anche e soprattutto rimesso in questione il proposto sistema di quote che era stato postulato e venduto come acquisitouisit oui acuisit o cuisit o acuisit o il 13 maggio alla e nella Unione europea il 13 maggio per far fronte alla richiesta italiana di una più equa ripartizione dell’ondata migratoria in arrivo caotico dall’Africa del Nord e dal Medioriente, approvato a maggioranza e che dovrebbe essere confermato al prossimo vertice dei capi di Stato e di governo di fine giugno, obbligando molti Stati membri a far entrare più migranti almeno temporaneamente. Genera subito, infatti,  fortissime opposizioni da parte di diversi Stati dell’Unione (Regno Unito, Irlanda, Danimarca e Repubblica Ceca, apertamente: ma anche altri).

Il nodo vero, però, resterà irrisolto, Mogherini o non Mogherini, Juncker o non Juncker... E la polemica ormai è aperta tra Conmmissione, che chiede di vuole aiutare Italia e Grecie e buona parte degli altri Stati membri che non ne vogliono niente sapere. E, ora, come si dice e senza neanche preannunciarlo anche la Francia, che in un primo momento aveva sostenuto le richieste italiane, alla preparatoria di metà maggio tr ministri degli Esteri e della Difesa europei ci ha ripensato e si sfila.

Annunciandolo col premier Manuel Valls, ma anche dichiaratamente per conto del presidente  Hollande, palesemente per timore della concorrenza eurofoba/razzista del Front national della Le Pen. Grave disappunto di Gentiloni che deplora e si lamenta ma prende atto del voltafaccia di Parigi (le Monde, 18.5.2015, M. Baumard e J.-P. Stroobants, Immigration:Valls s’oppose aux quotas européens http://www.lemonde.fr/europe/article/2015/05/8/immigration-valls-s-oppose-aux-quotas-europeens_4635158_3214. html?xtmc=migrants_union _europe&xtcr=2).

Ma il fatto è che la UE si va ormai scoprendo – la verità è questa – del tutto incapace di definire nei fatti una coerente strategia di asilo valida per tutti i 28 paesi membri, pressati dal numero dei migranti richiedenti che chiedono in specie asilo politico attraverso, in particolare, l’Italia e la Grecia: gli Stati più prossimi, Libia e Siria, dell’emigrazione forzata dalle guerre e dalla fame. Ne è nata da anni una frizione crescente tra Stati membri che ha alimentato la critica all’accordo di Schengen e contribuito alla popolarità crescente dei partiti eurofobi e nazional-populisti.

Sembra, in effetti, impossibile un’effettiva riforma delle politiche d’asilo, vista la scollatura profonda tra le esigenze dei 28 stati― sembrava che il no secco ad accettare le quote, che ora verrà definitivamente chiarito al vertice europeo di fine giugno, sarebbe stato di tre-quattro paesi: ma rischia ormai di arrivare almeno a dieci. Verrà magari fornita assistenza finanziaria, moderata certo, ai paesi mediterranei inevitabilmente di prima “accoglienza”; ma ci sarà il no alle quote obbligatorie di migranti nei mesi e negli anni a venire.

I sentimenti anti-immigranti e anti-rifugiati rimarranno vivi e forse si acuiranno nel continente mettendo in crisi i principi fondatori stessi dell’Unione: per primo, proprio il più importante: la lira circolazione intracomunitaria degli esseri umani (Stratfor – Global intelligence, 29.4.2015, Immigration Drives a Deeper Wedge Between EU States L’immigrazione spacca ancora di più gli Stati della UE/▬ https://www. stratfor.com/analysis/immigration-drives-deeper-wedge-between-eu-states).

La Commissione, verso fine maggio, prova a tornare alla carica appellandosi “alla coscienza della sensibilità degli Stati membri oltre che al loro beninteso interesse” perché aderiscano all’idea delle quote che serve a spartire tra di essi un po’ più equamente la quantità delle immigrazioni non regolari che altrimenti pesa esageratamente sugli Stati mediterranei dell’Unione, in specie Italia e Grecia. Lo stesso giorno, il 27, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che quest’anno sono periti in mare 1.840 migranti, rispetto ai 425 dell’anno passato. E che Italia e Grecia hanno ricevuto gran parte dei 78.826 migranti che hanno raggiunto nell’anno l’Unione. In Italia, più o meno lo stesso numero del 2014, sui 41.000 arrivi, ma in Grecia c’è stato un aumento significativo, da 34.000 a circa 37.000 persone.

Sono stati alcuni naufragi di massa e la morte in un breve, recente periodo di migliaia di esseri umani a mettere sotto pressione l’Unione portando alla luce la proposta d’urgenza delle quote che, però, accelerata senza adeguata preventiva preparazione per volontà di Renzi e preparata male da Juncker e Mogherini è passata sì in Commissione, ma s’è arenata appena arrivata dove contava che fosse adottata: nel Consiglio europeo dei ministri.

Alla fine pare che si tratterà, sì e no, di un 40.000 emigranti che arriveranno in Italia e in Grecia nel prossimo biennio, e solo poi da Siria e Eritrea, in attesa di una decisione sul loro status. E tutti, adesso, anche quelli che come il governo italiano non ne avrebbero proprio ragione – ma non certo gli asilanti e i migranti – si dichiarano in qualche modo soddisfatti. Ma ormai – mentre britannici, irlandesi e danesi, invocando il loro ormai ingiustificabile status speciale, si sfileranno tout court dall’impegno – gli altri cercheranno di montare un no sufficiente per negare, a noi e alla Commissione, il quorum dei 2/3 indispensabile col sistema di voto dal peso diverso che vale in Consiglio per rendere obbligatorie le nuove regole (New York Times, 27.5.2015, J. Kanter, European Union Asks Member Countries to Accept Quotas of Migrants L’Unione europea chiede ai paesi membri di accettare quote prefissate di migranti http://www.nytimes.com/2015/05/28/world/europe/european-union-asks-member-countries-to-accept-quotas-of-migrants.html?_r=0).  

Malgrado il rallentamento della congiuntura in Germania (sale sempre dello 0,3%, ma in calo), l’eurozona nel complesso è cresciuta in quanto a un PIL del +0,4% nel primo trimestre del 2015 in confronto con l’ultimo del 2014, al massimo tasso da quasi due anni. Italia (+0,3, ma in aumento) e anche Francia crescono, finalmente, un po’ più delle attese. Ma il massimo lo fa la Spagna aumentando il PIL dello 0,9%, la performance migliore da quasi o tto anni (uasi otto anni (The Economist, 14.5.2015).

Accordo informale, ma già quasi definitivo, raggiunto tra il parlamento europeo e gli Stati membri dell’Unione sull’ammontare di 315 miliardi di €, tra investimenti privati e pubblici – quasi nessuno a dire il vero proprio fresco – ormai noto dal nome del presidente della Commissione, come piano Juncker, che se l’è intestato mettendo insieme, da conti diversi e non affatto certi e garantiti per quanto poi strombazzati, pezzi e bocconi di iniziative mai realmente definite e decise in passato (Stratfor – 28.5.2015, EU: Lawmakers Reach Informal Deal On Juncker Plan UE: i legislatori europei raggiungono un accordo informale sul piano Juncker https://www.stratfor.com/situation-report/eu-lawmakers-reach-informal-deal-juncker-plan).

Il negoziato ha portato a ridurre – ma in modo che resta del tutto insufficiente – i tagli operati sui programmi di ricerca denominati Orizzonte 2020 e alla tecnologia chiamata della connessione europea digitale integrale e sulle infrastrutture europee, vere e proprie, di energia e di trasporti che non esistono se non nelle ubbie della Direzione dell’Energia della Commissione. Alla fine il voto definitivo del parlamento, previsto per il 24 giugno, se approvato, avvierà il piano a partire dalla prossima estate. Sempre, si capisce, però, secondo i piani...

●Il massimo risultato nell’eurozona, dicevamo, lo registra la Spagna, anche se al premier democristiano Rajoy, non basta mettere insieme qualche dato peraltro anch’esso sempre molto fiacco e sempre assai precariamente incerto per evitare il disastro (anche se resta il primo partito, perde l’11% dei voti scendendo al 27%; perde di meno, ma gli resta dietro il PS, col 25% mentre sfondano di brutto Podemos, il partito della sinistra dichiaratamente antiausteriana, come anche  Ciudadanos, più a destra, “post-costituzionalista, post-nazionalista e liberal-progressista (ah!, certo...), ma qualificato molto più nei fatti euro-scettico (El Pais, 25.5,2015, F. Manetto, Podemos se convierte en decisivo para condicionar gobiernos de izquierdas [ogni possibile governo di sinistra del territorio] ▬ http://politica.elpais.com/politica/ 2015/05/25/actualidad/1432511494_664146.html): a loro, l’Europa è come tale che proprio non va; a  Podemos è questa Europa che  piuttosto non va.

Alla fine dello scrutinio, i partiti dichiaratamente anti-establishment hanno registrato le vittorie principali nelle elezioni regionali e locali del 24 maggio. Ma i due maggiori istituzionali non hanno raggiunto una maggioranza perdendo di fatto una montagna di voti su questioni come la diffusione selvaggia della corruzione nei gangli del sistema e sulla sua impotenza di riuscire a garantire una ripresa economica valida per la maggioranza degli spagnoli.

E adesso, coalizioni di Podemos o altre nuove di sinistra locali come Ahora Madrid, della ex popolarissima giudice comunista  Manuela Carmena, sono probabilmente, anche se il complesso delle sinistre resta assai frazionato, in grado di rimpiazzare popolari e socialisti come componenti necessari e anche leaders dei due governi locali principali del paese, Madrid e Barcellona.

Condizioni simili potrebbero anche verificarsi, con Ciudadanos magari, in municipi come quelli di Valencia e Murcia (Guardian, 25.5.2015, Ashifa Kassam,  Spain's indignados could rule Barcelona and Madrid after local election success― Gli indignati in Spagna potrebbero governare Barcellona e Madrid dopo il successo nelle elezioni locali http://www.theguardian.com/world/2015/may/25/spains-indignados-ada-colau-elections-mayor-barcelona;  e Stratfor – Analysis, 21.5.2015, Why 2015 Will Create a More Fragmented Spain Perché il 2015 creerà una Spagna più frammentata https://www.stratfor.com/analysis/why-2015-will-create-more-fragmented-spain).

In sostanza, e per riassumere il quadro che sta emergendo dall’esito di questo voto municipale e locale,  ma di enorme valenza nazionale.

• la scena politica spagnola si andrà facendo sempre più frammentata con l’avvicinarsi, ormai a tappe forzate, della fine del bi-partitismo tradizionale ormai alla vigilia delle elezioni generali a fine 2015;

• è anche chiaro che ormai, a sei anni dall’insediarsi della crisi economica, gli elettori stanno respingendo in blocco le scelte tradizionali e guardano con attenzione crescente ai nuovi partiti anti-establishment e ai loro attivisti (che a livello nazionale sono facce nuove e, non fosse altro che per questo, più promettenti di quelle vecchie – socialisti e popolari – tutte fallite) comunque alla ricerca di una strada che, almeno, prometta di essere radicalmente diversa: soprattutto per la piaga della disoccupazione;

• è certo, però, che il nuovo governo centrale a Madrid, comunque verrà alla fine formato, si troverà  in un clima di forte instabilità e nel bel mezzo di un’economia in lotta dura per cercare di riprendersi. Con una ricetta diversa – di certo – epperò mai garantita. 

 

Non avendo trovato il “coraggio” del no secco ad Obama che le avrebbe consentito di partecipare di persona alla grande parata del 70° anniversario della vittoria russa sul nazismo, Angela Merkel in Germania ha tenuto, comunque, ad andare al Cremlino il giorno dopo l’evento (per la Francia e l’Italia avevano invece preso parte proprio alla parata sulla piazza Rossa non i numeri uno dei rispettivi governi ma, comunque, i due ministri degli Esteri).

E alla fine anche Obama stesso aveva finito con l’inviare a Putin (perfino agli americani è impossibile ignorare gli oltre venti milioni di morti che l’URSS di Stalin ha offerto come contributo alla vittoria su Hitler) un messaggio speciale e personale con l’ambasciatore John Tefft che ha spiegato ai media moscoviti come, pur non potendo essere presente alle celebrazioni di Mosca del Giorno della vittoria sul Terzo Reich nazista per manifestare contro l’azione russa in Ucraina, egli speri ed auspichi che, già  nel prossimo futuro, i rapporti con la Russia riprendano a migliorare (Russia Beyond the Headlines―RBTH/Mosca― La Russia al di là dei titoli di prima, 8.5.2015, Interfax News Agency, U.S. Ambassador: WWII showed Russia, U.S. can be allies― L’ambasciatore USA: la seconda guerra mondiale h dimostrato che Russia ed USA  possono ben essere alleati http://rbth.co.uk/news/2015/05/08/wwii_showed_russia_us_can_be_allies _-_us_ambassador_45891.html)...

Poi, e subito dopo, arriva al Cremlino e incontra Putin e il suo omologo Ivanov, il segretario di Stato americano Kerry per la sua prima visita a Mosca in due anni e colloqui lunghissimi, dicono le parti, anche “promettenti” che sembrano stavolta aprire davvero a rapporti possibilmente migliori (U.S. News and World Report/Washington, D.C., 12.5.2012, Putin meets with Kerry in Sochi Putin si incontra con Kerry a Sochi [sul Mar Nero, proprio ai confini con l’Ucraina] ▬ http://www.usnews.com/news/world/articles/2015/05/12/ kremlin-confirms-putin-kerry-meeting-in-sochi).

E, infine, in un crescendo di attenzioni improvvise nei confronti di Mosca che sembra rassegnarsi quasi a lisciare il pelo all’orso russo – perfino una mangia-orsi russi di professione come  l’assistente segretaria di Stato Victoria Nuland, la più eminente dei neo-cons rimasti in servizio al dicastero degli Esteri, viene comandata – e la cosa le costa, lo confessa, e molto – a recarsi a Mosca per una riunione neanche con Putin o con Ivanov ma solo coi suoi omologhi vice ministri degli Esteri, per discutere dell’implementazione degli accordi di Minsk che reggono sempre fra Donbass/Ucraina e in realtà, tra Occidente/Russia ora che è evidente che la temeraria tattica inventata proprio da Nuland non h affatto sfondato coi russi e gli ucraini dell’Est.

La visita cui Nuland è stata letteralmente forzata da Kerry – o ci vai, e con un po’ di cenere in capo,  o te ne vai... – (RFE/Radio Free Europe/USA, 17.5.2015, U.S. Assistant Secretary of State Nuland in Moscow― La assistente segretaria di Stato Nuland a Mosca  [e, di fatto, a Canossa... anche se, per salvare almeno un pochino la faccia, annuncia di voler incontrare anche rappresentanti – non si sa certo scelti da chi – della “società civile”russa]. E’ però già inteso che poi non sarà certo lei, la pasionaria anti-russa e amica urlata di tutte le destre ucraine – prospetti]ve di serio negoziato tra Stati Uniti e Russia, appena riavviato da lui (Stratfor- Geopolitical Diary, 13.5.2015, In Sochi, U.S.-Russia Negotiations Remain Inconclusive A Sochi non chiudono ancora i negoziati USA-Russia https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/sochi-us-russia-negotiations-remain-inconclusive).  

Del resto era stata proprio Nuland a contrastare di persona  ogni approccio diplomatico alla crisi ucraina, convinta che Mosca al dunque si sarebbe ritirata, se lei avesse imposto la  tattica sopracciò nerboruta degli americani agli europei troppo cauti anche se al dunque pii succubi (ricordate? la sua famigerata intercettazione su “l’Europa? ma che se ne vada a fa’  in c**o!”, urlata all’ambasciatore americano a Kiev a febbraio 2014 mentre andava preparando il suo golpe con l’estrema destra ucraina contro il governo, costituzionale e legittimo per quanto discutibile, del presidente Yanukovich (cfr. http://www.bbc.com/news/world-europe-26079957).

Geoff Pyatt, l’ambasciatore in questione, come lei uno della nuova infornata di ninculpop diplomatici della scuola esiziale e neanche kissingeriana originale di un realpolitik azzardata come quella inventata dall’ex segretario di Stato e Consigliere per la sicurezza nazionale di due presidenti americani, Zbigniew Kazimierz Brzezinsky – il democratico ma neo-cons ante-litteram e bipartisan, l’apprendista stregone polacco che prima, in funzione anti-sovietica (l’eterogenesi dei fini...) s’inventò nel 1979 bin Laden e tutti i jihadisti che ha poi figliato e poi (il solito frolloccon-capoccione...) fatto risorgere dai suoi allievi 35 anni dopo, s’è fatto il burattinaio, in funzione sempre caparbiamente anti-russa, all’origine dell’idea del mezzo golpe ucraino del 2014 – è il poveraccio, inviato plenipotenziario a Kiev di Washington,  su cui Nuland sfogò la sua irritazione per le comunque tremebonde e insufficienti esitazioni degli europee, che non ha imparato niente neanche da quel tremendo infortunio.

E se ne esce, adesso, con un suo ottusamente rivelatore twit a dire che, qualsiasi cosa succeda anche se facesse la pace con la Crimea, gli USA comunque manterranno le loro sanzioni per punire la Russia dell’annessione della Crimea (geoffrey@pyatt, 29.5.2015). Commenta, a caldo e un po’ lingua in bocca, l’agenzia russa Interfax che è come se la Russi si mettesse a sanzionare l’America per l’annessione del Texas, sottratto un secolo e mezzo fa proditoriamente al Messico...

Ne aveva parlato un anno fa per primo Putin, che tra l’altro poi s’era appena incontrato anche, va ben annotato, con Angela Merkel, annunciando insieme a lei di condividere la necessità di “cooperare” alla soluzione di “tutti i problemi aperti ancora in Europa”. Avevano concordato, e sottolineato insieme ed in specie, che la crisi ucraina va sicuramente risolta per via diplomatica e politica al “più presto possibile”. E, prima di dar inizio ai colloqui, hanno insieme deposto corone di fiori alla tomba del milite ignoto, sotto le mura del Cremlino all’angolo con la piazza Rossa (Agenzia RIA Novosti/Mosca, 10.5.2015, Putin and Merkel lay flowers to Soviet Unknown soldier in Moscow Putin e Merkel depongono fiori sulla tomba del soldato sovietico a Mosca http://visualrian.ru/en/site/gallery/index/id/2623005/context/ %22russia%22).

●In ogni caso, quasi a prescindere da quel che vuole l’Amministrazione, la Commissione Forze Armate del Senato ha approvato una bozza di autorizzazione di spesa del bilancio della Difesa per l’anno fiscale 2016 che, tra l’altro, alloca 300 milioni di $ in assistenza militare all’Ucraina e altri 600 milioni di $ in aiuti militari ai ribelli siriani― non meglio identificati, però. Non sarà facile per la proposta passare com’è, marcata dall’oltranzismo repubblicano e dei democratici più nostalgici della vecchia guerra fredda, in plenaria al Senato (Stratfor, 15.5.2015, U.S.: Bill Would Provide $300 Million In Military Aid To Ukraine USA: una proposta di legge fornisce [altri] 300 milioni in aiuti militari all’Ucraina https://www.stratfor.com/situation-report/us-bill-would-provide-300-million-military-aid-ukraine).

●Incontrando a Bruxelles, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, si è sentito raccomandare di smetterla di sostenere i ribelli dell’Ucraina orientale contro il loro legittimo governo... prendendosi inevitabilmente la replica scontata che è la NATO a dover mettere arrestare le sue interferenze illegittime a sostegno di un governo esso stesso di dubbia legittimità.

Stoltenberg lamentava in particolare l’incidente che sul mar Baltico aveva visto or pochi giorni la NATO intercettare otto caccia russi in manovra. E, anche qui, s’è visto seccamente richiamare che il Baltico non è neanch’esso un mare interno americano o della NATO, dove a loro solo sarebbe riservato il diritto di fare esercitazioni senza sempre anunciarle (Deutsche Welle/Berlino,  19.5.2015, NATO says Russian 'snap exercises' risky La NATO afferma che le esercitazioni a sorpresa  russe sono pericolose http://www.dw.de/nato-says-russian-snap-exercises-risky/a-18461647).

●Il Segretario del Consiglio nazionale di Sicurezza e Difesa dell’Ucraina, Oleksandr Turchynov, “non ha escluso” – se trova alleati che glieli cedano e soldi per pagarli – di “aprire consultazioni” con alleati disposti a vendere al paese sistemi d’arma anti-missili per difendersi da quella che “percepisce”, ha detto, come una minaccia nucleare russa.

Se..., se…, minaccia percepita…”:  tutto come si vede al condizionale (ne riferisce il 20.5.2015, la TASS da Mosca, aggiungendo anche della “necessità di aumentare le sanzioni contro la Russia” -  Russian FM dismisses Turchynov’s calls for new sanctions against Russia― Il ministro degli Esteri russo snobba l’appello di Turchynov per nuove sanzioni [e misure] contro la Russia http://tass.ru/en/russia/795750). Ma si prende solo una sprezzante replica dal ministero degli Esteri russo a ricordargli come anche da sola “una simile mossa sarebbe, essa sì, sicuramente percepita come una minaccia per la sicurezza nazionale russa con tutte le conseguenze del caso”. Da quando a gennaio ha preso piede un’insicura tregua d’armi, la Russia ha continuato ad ammassare truppe dalla sua parte del  confine e l’Ucraina, dalla sua, ha fatto lo stesso per ottenere al meglio maggior spazio di manovra entrambe nel reciproco negoziato.

Rompendo in modo del tutto, e volutamene, eclatante l’unanimità di facciata che Obama e i suoi erano finora riusciti ad imporre, la direttrice esecutiva del Fondo monetario internazionale, troppo a lungo supina e acquiescente, se ne esce adesso ufficialmente sottolineando in pubblico che ogni cooperazione internazionale – il fulcro e la mission stessa della sua organizzazione – funziona al meglio solo se e quando tutti gli attori principali della scena economica, “compresa sicuramente la Russia”, uno dei G-7 e dei G-8 effettivi, sono inclusi nel dialogo e nel dibattito (Sputnik, 28.5.2015, IMF Chief Wants Russia Back in G-8 La numero uno del FMI vuole il rientro della Russia nel  G-8http://sputniknews. com/europe/20150528/1022651359.html).

Lo dice, nel corso di un incontro a  Dresda degli ex G-7, dichiarati estinti da anni ma resuscitati solo per tenerne fuori proprio la Russia – come lei stessa confessa adesso un po’ a  tutto il mondo – proponendo che Mosca venga subito reintegrata... alla faccia di sanzioni unilaterali mascherate magari da multilaterali (nella stessa occasione, del resto, sempre Lagarde aveva tenuto a riaprire l’ipotesi che il rischio Grexit esiste e che la Grecia dovrà , insiste, rassegnarsi a aktre strete dure di cinghia.

Alla faccia di lor signori...   (grafico)

Crisi e ripresa in due piccole realtà economiche: Islanda e Lettonia 

Essa non prevede di accettare nella Federazione russa la presenza delle due regioni ribelli dell’Ucraina meridionale, del Donbass, che preferisce veder restare come regioni autonome di una vera Federazione ucraina. ufficialmente, con minor accentuazione sulla natura federale dello Stato, questa è anche la posizione del presidente ucraino Poroshenko. E si tratta di una condizione tattica che porta a continuare gli scontri ma, allo stesso tempo, prepara le condizioni possibili di un accordo strategico con Putin. Che più chiaro – e anche scontentando non poco i suoi amici – non avrebbe potuto chiarire che il sud-est dell’Ucraina non è affatto come la Crimea. I ribelli dovranno imparare a arrangiarsi, strappando il migliore accordo possibile.

L’Ucraina si va affidando quasi ciecamente – ma proprio in tutti i sensi – al padrinaggio ormai della NATO per la protezione politica (limitata e mai inclusiva: in Europa ma, in fondo neanche in America, con l’eccezione di pochi fanatici neo-cons, nessuno crede e vuole veder entrare sul serio l’Ucraina nella UE o nella NATO), l’addestramento militare (promesso e poco assai praticato), la fornitura di armamenti moderni (sempre cautamente centellinata: nessuno vuole vedere sul serio una Russia arrabbiata...), l’aiuto finanziario (sempre piuttosto tirato: nessuno in occidente si fida dell’economia ucraina e tutti vedono quanto capillarmente sia, poi, a Mosca legata)uan to capillar  

E l’orientamento pro-europeo dell’Ucraina che pure si vede e si sa ogni giorno dall’Europa snobbata è esasperato dall’appoggio esso stesso pur tanto parsimonioso e dosato, ma cruciale, dei russi ai suoi ribelli russofoni. Quanto – e non è certo poco – Putin ha strappato all’Ucraina – a dire il vero soprattutto per la loro insipienza e la dabbenaggine con cui si sono fidati di Kerry e Nuland e Fabius, più che di Obama e di Hollande ma soprattutto di Merkel, che era in grado solo di fare promesse ma mai di onorarle – non le ha comunque impedito dal focalizzare le sue speranze – quelle del suo residuo establishment in ogni caso – sull’occidente.

Ma, forse cinicamente – realpolitikamente, come si dice – bisogna riconoscere che il fine ultimo dell’immischiarsi tra Russia e Ucraina di gente come la Nuland e i suoi servili favoreggiatori europei ha in fondo ottenuto quel che volevano: da un contenzioso economico e diplomatico, la rottura tra i due paesi e da un sommovimento rischioso una specie di guerra e di guerra civile.    

Ma ha anche portato alla luce il fatto conclamato che l’Ucraina è economicamente ormai ridotta a un vero e proprio basket case, un secchio di immondizia economica come lo chiama FP, che non produce più ricchezza ma solo debiti che non potrà mai pagare e nervi a fior di pelle (NightWatch, 27.5.2015, Ukraine, Russia and neo-cons: FP comments https://www.ezsubscription.com/nnl/content/content_servlet. aspx?target=NightWatch_20150527). 

Gazprom, l’ente monopolistico di produzione e distribuzione dl gas naturale russo, taglierà i suoi piani di produzione per il 2015 a 450 miliardi di m3 a causa della domanda in calo dovuta alle temperature che aumentano ormai dovunque (Reuters, 19.5.2015, Russia's Gazprom trims 2015 gas production plan again La russa Gazprom defalca ancora un volta il piano di produzione del 2015http://af.reuters. com/article/energyOil News/idAFL5N0YA25O20150519).

L’ente russo aveva stimato una produzione ad almeno 485 miliardi di m3 quest’anno ma in ogni caso, anche così, supererà il tetto di 444,4 miliardi del 2014. Conta sempre, Gazprom, di cominciare a deporre il gasdotto del Turkish Stream all’inizio del prossimo giugno.

●La primo ministro di Danimarca, Helle Thorning-Schmidt, social-democratica e al governo dal 2011, minacciata dall’irrompere anche qui sulla scena di un nuovo partito eurofobo e xenofobo anti-immigranti che avanza nei sondaggi, ha convocato per il prossimo 18 giugno le elezioni politiche anticipate. Ed è, di sicuro, un altro segno allarmante dei tempi (The Economist, 29.5.2015).

●In Germania, i social-democratici (SPDhanno vinto col 32,9% le elezioni del Land di Brema, il 10 maggio e restano al potere anche avendo dovuto cedere il 5,7% dei suffragi ottenuti alle precedenti elezioni regionali del 2011. Il partito euroscettico/eurofobo dell’Alternativa per la Germania ha conquistato il 5,5% del voto arrivando a prendersi anche seggi per la prima volta nel parlamento del Land. Anche qui, del resto, la popolarità delle formazioni euroscettiche sta aumentando contro le politiche, dicono, troppo morbide nei confronti dell’Unione di Angela Merkel  che, con la CDU demo-cristiana ha preso appena il 3% dei voti  (Deutsche Welle Onda tedesca/Radio internazionale, 10.5.2015, Early results indicate win for Social Democrats in Bremen election I  primi risultati danno la vittoria ai social-democratici nelle elezioni di Brema http://www.dw.de/early-results-indicate-win-for-social-democrats-in-bremen-election/a-18442554).

●In Polonia, invece, il presidente uscente, più o meno di blando e nominale centro-sinistra – per  capirci, alla Renzi – Bronislaw Komorowski, ha ammesso che le elezioni presidenziali sono state vinte contro ogni pronostico dallo sfidante conservatore del partito di Legge e Giustizia (PiS) Andrzej Duda che, al ballottaggio, ha prevalso col 51,5 contro il 48,5% dei voti. Komorowski, che cercava il secondo mandato, non s’era certo distinto per uno straordinario carisma.

Ma era riuscito a ridurre efficacemente, per il possibile, l’atmosfera di sovraeccitata paranoia nazionalista anti-sovietica e di euroscetticismo e filo-americanismo a priori della politica polacca nata con Sołidarnosc e Wałesa ma poi trasformata in postulato destrorso dalla precedente amministrazione erede del PiS. Adesso, al di là e fuori da ogni pronostico, Komoowski dovrà lasciare la leadership prima delle prossime elezioni politiche di ottobre alla primo ministro Ewa Kopacz.

Pure lui, Komorowski, che era personalmente e moderatamente popolare, anche su questo fattore della ripresa del populismo anti-europeo – nel paese che più, dall’Europa, poi ha avuto e che, al primo turno lo aveva potato a sfiorare col 50% + 1 dei voti l’elezione diretta, è stato alla fine schiacciato dalla voglia di cambiare comunque degli elettori .

Duda è un conservatore e populista demagogo che ha promesso a nome del suo partito monti e mari agli elettori, come nel 2005, senza neanche avere in mano poteri esecutivi effettivi, alla fine, se non quelli di veto (BBC/Londra, 24.5.2015, Poland election: President Komorowski loses to rival Duda Le elezioni in Polonia: il presidente Komorowski perde col rivale Duda http://www.bbc.com/news/world-europe-32862772).

●Con un rovesciamento di fronte che sembra prendere di sorpresa solo l’establishment – sia quello politico che aveva magari raccomandato il sì ma si aspettava di perdere che quello che sembrava prevalere nel costume diffuso nel paese ad opera di una cocciutamente zelante gerarchia cattolica: anche rispetto al clima che a oggi rende qui sempre molto difficile, per le restrizioni imposte dalla legge del 1995, divorziare e, praticamente, impossibile abortire – col referendum adesso l’Irlanda ha scelto di approvare a larga maggioranza, e in tutte le 43 circoscrizioni elettorali del paese meno una, la legalità del matrimonio tra coppie omosessuali... e questo nel paese che, fino a vent’anni fa, al 1993, perseguiva penalmente i rapporti omosessuali.

Scavalcando così di botto, e molto prima di tanti altri cattolicissimi paesi, quello che sembrava l’ultimo tabù: senza via d’uscita e senza più restrizione alcuna (Le Monde/Parigi, 23.5.2015, Mariage homosexuel en Irlande: les opposants concèdent leur défaite ▬ http://www.lemonde.fr/europe/article/2015/05/ 23/mariage-homosexuel-en-irlande-les-partisans-du-oui-confiants_4639307_3214.html; e Guardian, 23.5.2015, H. McDonald, Ireland on course to be first country to legalise gay marriage by popular vote― L’Irlanda sta per diventare il primo paese a legalizzare il matrimonio gay per volontà popolare ▬ http://www.theguardian.com/society/2015/may/22/irish-voters-travel-home-around-world-vote-same-sex-marriage; e, ancora, Irish Times/Dublino, 3.5.2015, Éanna Ó CaollaíSame-sex marriage on course to be approved by Ireland Il matrimonio dello stesso sesso in via di approvazione in Irlanda http://www.irishtimes.com/news/politics/marriage-referendum/same-sex-marriage-on-course-to-be-ap proved-by-ireland-1.2223646).

I primi risultati pressoché definitivi attestano che, con forte partecipazione al voto (oltre il 60% degli elettori), più del 62% contro il 37 degli irlandesi ha votato sì... E, a caldo, commenta duramente l’arcivescovo di Dublino, Diarmuld Martin – che ha pure votato no – dice, in pieno e netto dissenso dal card. segretario di Stato Parolin, secondo cui il sì non sarebbe che  “una sconfitta per tutta l’umanità”, è chiaro ormai che (Guardian, 24.5.2015, Same-sex marriage: Catholic church needs reality check, says Dublin archbishop “la Chiesa cattolica qui ha bisogno di imparare una dura lezione di realismo http://www.theguardian.com/world/2015/may/24/ireland-same-sex-marriage-dublin-archbishop-catho lic-church-needs-reality-check).

Ma Martin, comunque, fa anche rilevare, e a proposito, che qui la Chiesa cattolica, contrariamente che in Italia o in Spagna, non è mai stata parte integrante della struttura del potere  quanto una forza e un fuoco culturale e largamente inteso, ma non politicamente e direttamenteuasi mai direttamente in mo sociale.

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●La Grecia, l’11 maggio, ha deciso di pagare in anticipo addirittura di qualche giorno i 757 milioni di € che aveva in scadenza col Fondo Monetario Internazionale (New York Times, 1.5.2015, Liz Alderman e J. Kanter, Greece Moves to Pay Debt, but European Finance Ministers Unsatisfied La Grecia si muove per pagare [le quote in scadenza con l’FMI] del suo debito, ma i ministri delle Finanze europei restano insoddisfatti http://international.nytimes.com/?WT.z_jog=1&hF=f&vS=vis).

E’ stato, però, pare, una specie di  stratagemma contabile che avrebbe nell’immediato solo rinviato e non risolto il problema, ripagando il dovuto al FMI ma servendosi di riserve residue ancora aperte alla Grecia dallo stesso FMI. Finanza creativa, come si dice insomma, di cui però gli apprendisti stregoni di Washington e di Francoforte hanno poco da lamentarsi avendola essi stessi inventata.  Così, almeno, la vede l’Eurogruppo che, pur, se ne lamenta...

●Fidarsi è (sarebbe...) bene, ma... (vignetta)

FMI (dalla Grecia 200 (poi 700) milioni di € di rimborsi  

Fonte:  G uardian, Kipper  Williams, 11.5.2015

●In effetti, alla fine, dichiara a nome di tutto il governo il ministro dell’Interno Nikos Voutsis, Atene non sarà in grado di rimborsare il Fondo monetario senza raggiungere prima un accordo con gli altri suoi creditori. Ma ha anche voluto sottolineare come sarebbe suicida se l’euro e l’Europa non raggiungessero un’intesa col governo di Atene, dove Syriza tenta disperatamente di trovare il modo di far liberare i 7,2 miliardi di € degli aiuti di cui ha bisogno per evitare il default.

Si tratta del messaggio comunque più chiaro lanciato all’Europa e al suo intransigente masochismo dal governo greco: o, in qualche modo, cerchiamo un’intesa possibile, o la Grecia per non dichiarare il fallimento si rivolge altrove: per esempio a Mosca, come davvero a questo punto potrebbe (Guardian, 24.5.2015, Greek minister says Athens cannot make IMF debt repayments Ministro greco avvisa che Atene non potrà far fronte al debito col FMI http://www.theguardian.com/world/2015/may/24/greek-minister-athens-cannot-make-imf-debt-repayments).

Contemporaneamente, e insieme, Tsipras e Varoufakis [che sostengono  trattarsi solo di realismo e non certo di demagogia: e ci sembra aver anche ragione] rifiutano il tipo di  salvataggio che affonderebbe la Grecia in una ‘spirale mortifera’(Guardian, 14.5.2015―Varoufakis refuses any bailout plan that would send Greece into ‘death spiral’― Varoufakis rifiuta ogni piano di salvataggio riaffonderebbe la Grecia in una ‘spirale mortale’ http://www.theguardian.com/business/2015/may/14/yanis-varoufakis-refuses-bailout-plan-send-greece-into-death-spiral).

Come conclusione, neanche tanto provvisoria per ora, annota sagacemente, ci sembra, il blog firmato da C. Clericetti, qui ormai “se la trattativa fallisce è una clamorosa smentita per Draghi, che si è molto sbilanciato e perderebbe ogni credibilità (la Repubblica, 17.4.2015, Altro che Grecia, è in gioco la BCE! http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2015/04/17/altro-che-grecia-e-in-gioco-la-bce): ma, date retta, vale la pena di leggere tutto il ragionamento lucidissimo che l’A. espone... Poi, sempre in tandem, Varoufakis e lo stesso Tsipras garantiscono che alla fine “il prestito finirà con l’arrivare” perché ormai vanno apertamente scommettendo sul fatto che anche gli altri rischierebbero troppo a lasciarla andare... 

●Un documento esfiltrato dalla Commissione, a firma del presidente Jean-Claude Juncker, delinea alla fine un suo piano per evitare il default della Grecia: libererebbe 7,2 miliardi di euro di salvataggio che la Grecia stava aspettando da febbraio per far fronte alle scadenze del FMI ora a giugno e poi, a luglio ed agosto, quelle della BCE. Il documento, abbozzato da Juncker e inviato a Tsipras il 18 maggio chiede anche ad Atene di applicare entro giugno le riforme fiscali promesse dai predecessori cancellando comunque una spesa pubblica per almeno 5 miliardi di €.

Neanche lui, però, capisce che da quando l’economia ellenica è stata costretta a tagliare e contrarre fior di spesa pubblica, la crisi e il debito sono, come scontato, di gran lunga peggiorati (EU Observer, 19.5.2015,  E. Maurice, Leaked Juncker plan seeks to avoid Greek default― Il progetto, fatto trapelare, di Juncker tenta di evitare [ma sempre rigidamente] il default della Grecia https://euobserver.com/economic/128741).

●In effetti, poi, sulla cosiddetta Grexit, il default proclamato per iniziativa dei partners europei e la conseguente uscita forzata di Atene dall’eurozona, c’è da considerare adesso anche, diretto sulle istituzioni finanziarie che, una volta ma non più, si chiamavano della troika (FMI, BCE, Commissione) l’effetto di Podemos che, in Spagna, vede vittoriosi i suoi candidati nelle massime municipalità del paese, Madrid e Barcellona― anche se imbrogliando potranno riuscire, magari,  solo per un po’, a mascherarlo.

Il fatto è che, a breve, i dati ellenici sono precisi, chiari e inevitabili. Così li riassume Paul Krugman: “la Grecia non è più in grado di permettersi un deficit di bilancio primario, perché nessuno le presta più soldi e non vuole, ma soprattutto non può neanche permettersi un avanzo primario significativo perché non può spremere un’altra goccia di sangue da un pietra”.

Ma adesso è il Fondo che, assumendo il ruolo del poliziotto cattivo, dice che se la Grecia non si piega e sceglie di ridare i soldi ai creditori esterni invece che a quelli interni (i pensionati, fossero  anche solo quelli al minimo) e non castrasse, con le riforme della struttura del mercato del lavoro, i diritti dei dipendenti― malgrado le sue stesse ricerche poi attestino che queste riforme “strutturali” affosserebbero  per anni e anni, comprimendo ancora i consumi, ogni possibile ripresa dell’economia e ogni capacità di riprendere a pagare il debito; e sarebbero, dunque, una ricetta del tutto sbagliata.

E,  ora, d’urgenza, dunue a tutti, debitori e creditori, si impone di chiedersi che succederebbe davvero se la Grecia venisse spinta a forza a uscirsene dall’euro. Bè, per la Grecia all’inizio sarebbe brutta. Adesso i paesi del nocciolo duro si sono convinti che il resto dell’eurozona può gestire l’evento... anche se, al dunque, dunu il muro di difesa eretto dalla BCE non è mai stato ancora testato. E la domanda che sui mercati a questo punto si impone è, se perdono la fiducia e viene il momento per la BCE di mettersi a comprare all’ingrosso titoli di Stato spagnoli e italiani, che succede davvero?

Ma, poi, che succede dopo – diciamo – un due anni dalla Grexit forzata, quando il rischio non sarà più che la Grecia fallisca ma che, con un dracma largamente svalutata e così capace di attrarre masse di bevitori inglesi di birra nelle isole ioniche, abbia successo col paese che comincia a riprendersi. Che sarebbe un incubo per gli austeriani e i laudatori della svalutazione interna” a usbergo dei più ricchi e potenti e a spese dei più deboli e poveri.

Solo l’altro giorno, alla Commissione e a Berlino, gli “europei seri” – quelli che vogliono andare avanti facendo andare indietro i più poveri (perché sono i più e, dunque, devono essere loro a “sacrificarsi”, non certo i ricchi e i potenti). Ma guarda un po’, non sono d’accordo gli spagnoli... “Così che forse è meglio ripensarci, no?”, voi della ex troika, chiede loro Krugman: “siete certi di voler spingervi oltre, su questa strada?(New York Times, 25.5.2015,  P. Krugman, Grexit and the morning after La Grexit e la mattina dopo http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/05/25/grexit-and-the-morning-after/?_r=0).

●All’estremo nord d’Europa, invece, in Finlandia, il primo ministro, businessman miliardario e capo del partito di Centro (KESK) designato dal presidente a formare il nuovo governo in base al risultato delle elezioni del 19 aprile, dove ha preso il 21,1%, Juha Sipila, ha annunciato di volerlo creare senza la partecipazione del partito socialista (16,5% dei suffragi) e, invece,  coi due altri partiti maggiori: la Coalizione dei ConservatoriKOK, col 18,2% e il PS― i Veri  Finnici, 17,6: per una maggioranza di 61 seggi sui 200 dell’Eduskunta― il parlamento (Stratfor, 8.5.2015, Finland: Centre Party Announces New Government Il partito finnico di Centro annuncia la formazione del nuovo  governohttps://www. stratfor.com/situation-report/finland-centre-party-announces-new-government). Poi, dopo altre settimane di pausa, il presidente Sauli Niinisto, che ha a lungo esitato di fronte a maggioranze comunque solo relative, designa ufficialmente il governo propostogli dai Centristi di Juha Sipila.

Che, poi, col partito dei Veri Finnici e della Coalizione nazionale conservatrice si appresta a dar vita al nuovo  governo. I quotidiani di venerdì 29 maggio sottolineano qui, quasi tutti, un’analisi anche di diversa angolazione politica ma coincidente sul fatto che il prossimo gabinetto riuscirà solo con grande difficoltà esso stesso a mantenere la promessa forse principale che mette insieme anche i tre partiti conservatori: eliminare del tutto i contanti dall’economia finnica portandoli all’estinzione “come i dinosauri”.

Anche se nessuno neanche qui crede che i piccoli e medi imprenditori aderiscano poi davvero alla legislazione del 2014 che rende obbligatorio regolare tutte le transazioni d’affari per assegno, bancomat, carta di credito o bonifico bancario impedendo così l’evasione fiscale (Yle Uutiset― Yle Notizie/Helsinki,29.5.2015,Gov't talks progress, but cash payments rare and still no receipts― Il governo dice di far progressi, ma anche se i pagamenti cash si fanno più rari ancor non arrivano le ricevute fiscali http://yle.fi/uutiset/mondays_ papers_govt_talks_make_progress_cash_payments_rare_and_still_no_receipts/8014564).

Poi c’è l’altra incognita, tutta davvero macro-economica, della promessa formale del nuovo governo di creare almeno 10.000 posti di lavoro stabili all’anno che, a molti economisti sembrano basarsi solo su un’illusione ch postulerebbe una crescita fenomenale, impensabile dell’economia. L’ultima volta ch questo paese ha avuto un’espansione anche solo lontanamente a questa vicina fu, del resto, nei giorni dell’espansione a razzo della Nokia: anni e anni or sono.

●In Macedonia, 22 morti (otto poliziotti macedoni) in un’operazione delle Forze di sicurezza ai confini col Kosovo contro un gruppo di ribelli etnici albanesi descritti dal governo di Skopje come una centrale di terroristi: il più grave scoppio di violenza inter-etnica dal 2004 nei Balcani: parte della lotta con cui kosovari e albanesi intendono dar vita al loro sogno – e incubo per moli altri – di un “Grande Albania”: un quarto dei 2 milioni di macedoni sono albanesi e, dalla guerra di poco evitata quattordici anni fa, il potere è stato spartito con difficoltà nel paese tra la maggioranza etnica cristiano-ortodossa di lingua slava e gli albanesi, che in maggioranza sino invece mussulmani.

Ma sembra anche esserci qualche sovrapposizione tra bande di malaffare di tipo mafioso che godono della connivenza della polizia macedone... che agirebbe per stornare con l’ultra-nazionalismo lo screditato governo conservatore-cristian-democratico di Nikola Gruevski, al potere dal 2006 e, fondatamente o comunque credibilmente, accusato di corruzione  diffusa (The Economist, 14.5.2015, Violence in Macedonia-Danger or distraction? – After a long political ferment, a short burst of fighting Violenza in Macedonia-Pericolo vero o solo distrazione? http://www.economist.com/news/europe/ 21651262-after-long-political-ferment-short-burst-fighting-danger-or-distraction).

●Il deficit dei conti correnti della Turchia è peggiorato di oltre il 20% nel corso dell’ultimo anno per 1,58 miliardi e un totale adesso di 4,96 miliardi di $ a marzo, anche qui data di chiusura del cosiddetto anno fiscale (Hürriyet Daily News/Istanbul, 12.5.2015, Turkey’s current account gap exceeds expectations Il conto corrente turco va ben oltre le attese http://www.hurriyetdailynews.com/turkeys-current-account-gap-exceeds-expectations-.aspx?pageID= 238&nID=82291&NewsCatID=344).

●In modo tutto sommato abbastanza inaspettato, i ministri dell’Interno di Turchia, Sebahattin Ozturk, col collega vice ministro di Grecia, Yannis Panousis, e Bulgaria, Boyko Borisov, hanno firmato un accordo ufficiale per creare un centro comune capace di promuovere una più stretta cooperazione di sicurezza, di intelligence, di polizia e doganale fra paesi che condividono tratti importanti dei loro confini. E, perfino, pur restando radicalmente anche avversi – ad esempio su Cipro – l’appartenenza alla stessa alleanza, la NATO (Hürriyet Daily News, 25.5.2015, Turkey, Bulgaria, Greece agree to share security information― Turchia, Bulgaria e Grecia concordano sul condividre tra di loro informazioni di sicurezza http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-bulgaria-greece-agree-to-share-security-information.aspx?pa geID= 238&nID=82967&NewsCatID=510).

Il nuovo centro per cui è stata concordemente scelto un posto di confine e di controllo bulgaro, Kapitan Andreevo, proprio sul confine con la Turchia con collegamenti elettronici in tempo reale tra tutti i soggetti in questione e punta dichiaratamente ad incrementare l’attività e l’efficienza delle forze di polizia, della legge e dell’ordine e dell’immigrazione.

●L’Ossezia del Sud, una regione separatista e filo-russa del Nord della Georgia, ha chiuso i confini col resto di quel paese (ne informa Interpress News/Tbilisi, il 26.5.2015, De-facto Tskhinvali government closes administrative borders to the rest of Georgia Il governo de facto di Tskhinvali chiude i confini amministrativi col resto della Georgia http://www.interpressnews.ge/en). La regione si considera autonoma e indipendente – e tale è considerata de facto da Mosca – da quando la Georgia perse catastroficamente nel 2006 la guerra avventurosamente lanciata contro le truppe di intermediazione russe dall’allora presidente Saaka’shvili ― senza però che, oltre ovviamente alla stessa Georgia, gli occidentali l’abbiano riconosciuta.

L’Ossezia del Sud, che ruppe allora con Tbilisi insieme all’Abcasia, ha firmato coi russi un’intesa sui confini comuni a febbraio e una bozza di trattato che dovrebbe essere definito a dicembre per integrare funzioni di governo e militari della regione coi russi. La mossa è stata precipitata dai tentativi perseguiti anche dal governo che pure ha rimpiazzato e contestato duramente Saaka’shvili per cercare invano – ma NATO e UE non ci stanno di entrare nelle alleanze occidentali.

●Intanto si apprende che, nella grottesca smania di cupio dissolvi, che sembra proprio caratterizzarli, gli ucraini hanno affidato all’ex presidente georgiano Mickheil Saaka’shvili – il flop più colossale e, per il proprio paese, il più tragico pupazzo manovrato dalla russofobia militante dei neo-cons americani, prima la cittadinanza ucraina e poi il governatorato dell’oblast' di Odessa. Illudendosi, forse, così di far leva sula sua esperienza, solo catastrofica peraltro nel rapporto con Mosca che gli è anche costato il posto e l’accusa di tradimento per aver trascinato il paese a un’avventura bellica irresponsabilmente stupida e criminalmente frustrata.

Ma gli ucraini – montatisi la testa ormai di bubbole e rodomontate e che i loro pretesi amici sono assolutamente incapaci di consigliare bene – gli hanno anche e addirittura affidato, per decreto del presidente Poroshenko che vive ormai sempre più in un suo mondo nebulosamente irreale la presidenza del Consiglio consultivo internazionale dell’Ucraina per le Riforme (cfr. Pyotr Poroshenko’s website, 30.5.2015, Office of the President, Mickail Saakashvili: Goal help Ukraine achieve its reforms― Saakashvili assicura che lo scopo è quello di aiutare l’Ucraina a fare le sue riforme  [speriamo, dunque, proprio all’inverso di quel che lui fece e non fece in Georgia, però!] ▬ http://www.president.gov.ua/en/news/32857.html).

●Dal Turkmenistan, il nuovo Commissario all’Energia dell’Unione europea, lo slovacco Maros Šefčovič, ha annunciato, forse per la centesima volta, che i paesi dell’Unione – ma quanti? quali? a che a che condizioni? – potrebbero – potrebbero... – importare gas naturale via il territorio dell’Iran. Niente di nuovo e di inedito, insomma, e nessun impegno, contratto, nessuna intesa precisa rispetto a quanto, senza concludere niente, aveva già proclamato di voler fare il predecessore, il fanfaron-tedesco Günther Öttinger, ora  tornato a fare politica nel suo paese.

Lo scopo è sempre quello di ridurre la dipendenza dal greggio russo, che sembra un po’ l’ossessione senza sbocco alcuno vista l’assenza di impegni concreti – finanziamenti, piani operativi, una decisione comune... – proprio a livello di Unione. L’unica cosa nuova è che, stavolta, Šefčovič s’è sbilanciato buttando lì – ma senza alcun appoggio – che il gas turkmeno potrebbe cominciare a fluire attraverso il gasdotto via Iran e sotto il mar Caspio – che è, però, solo una speranza e probabilmente un’illusione – già nel 2019 (Agenzia EUBusiness/Bruxelles, 1.5.2015, Turkmen gas could reach Europe through Iran: Commissioner― Il gas turkmeno potrebbe arrivare in Europa via Iran― Commissario europeo http://www.eubusiness.com/news-eu/turkmenistan-gas.10zl).

●Il ministro dell’Economia della Bielorussia, Vladimir Zinovsky, ha annunciato a Minsk in presenza del presidente cinese Xi Jinping in visita ufficiale di tre giorni, che la Cina ha esteso più di 15 miliardi di credito a imprese bielorusse, di cui circa la metà  di credito commerciale al sistema bancario per lo sviluppo di imprese. La Cina punta su un rafforzamento dei rapporti politici ed economici tra Pechino e Minsk.

Il credito riflette la strategia di fondo cinese, valida e perseguita un po’ in tutto il mondo, che punta a investire nelle infrastrutture bielorusse  (Stratfor – Global Intelligence, 8.4.2015, China and Belarus’ Interests in Cooperating L’interesse a cooperare tra Cina e Bielorussia([la Cina ad aprirsi nuovi sbocchi commerciali in Europa anche così; la Bielorussia a sottrarsi un po’ al peso e al condizionamento incombente della Grande madre Russia che, d’altra parte, non sta passando essa stessa un momento facile] ▬ https://www.stratfor.com/analysis/china-and-belarus-interests-cooperating; e South China Morning Post, 12.5.2015, Agencies, China agrees multi-billion dollar deals with BelarusLa Cina concorda crediti multimiliardari con la Bielorussia http://www.scmp.com/news/china/ diplomacy-defence/article/1792658/china-belarus-agree-us1b-bank-loans-sign-potash).

STATI UNITI

●Negli USA (BLS/Bureau of Labor Statistics,Washington, D.C. 8.5.2015 - USDL-15-0838, Employment Situation Summary 4.2015 ▬ http://www.blsgov/news.release/empsit.nr0.htm; e EPI/Economic Policy Institute,Washington, D.C., 8.5.2015, Summing Up the Data on Jobs and Wages Fare i conti coi dati su occupazione e salari http://www. epi.org/blog/summing-up-the-data-on-jobs-and-wages).

L’occupazione complessiva in tutti i settori non agricoli è aumentata in aprile di 223.000 posti, col tasso di disoccupazione ufficiale resta sostanzialmente immutata da marzo, al 5,4%, senza alcun miglioramento per diversi fattori che, nelle ultime settimane di marzo hanno frenato l’ulteriore ripresa: come il rallentamento marcato nella creazione di posti di lavoro nel mese sui precedenti dodici – dalla media di 269.000 a 126.000 – col PIL che, nel primo trimestre, resta sostanzialmente stagnante― a un tasso annualizzato dello 0,2%.

A marzo, i dati sugli scambi peggiorano di molto il deficit commerciale del paese che spingerà in negativo, inevitabilmente e di molto, la prossima revisione dei dati sul PIL. In definitiva, il rapporto su occupazione/disoccupazione dell’ultimo mese  di aprile, uscito adesso l’8 maggio sulla scia del rallentamento precedente, attesta nei fatti a un verdetto che resta misto ed ambiguo.

●Che, in parecchi si affrettano ora a cercar di indorare sminuendo il significato che assume nel primo trimestre del 2015 il dato inatteso e negativo, rivisto, di crescita del PIL che lo dà in calo dello 0,7% nel primo trimestre dell’anno (New York Times, 29.5.2015, N. D. Schwartz, U.S. Economy Contracted 0.7% in First Quarter Nel primo  trimestre, l’economia americana si è andata contraendo dello 0,7% http://www.nytimes.com/2015/05/30/business/economy/ us-economy-gdp-q1-revision.html?ref=international&_r=0#).

Pesa, come previsto, il pessimo deficit commerciale del paese e la cautela, il vero e proprio timore a spendere e investire che domina ancora e sempre anche in questo paese. Questo è il dato davvero pesante adesso del Commercio (Department of Commerce, Bureau of Economic Analysis/BEA, 29.5.2015, First-Quarter GDP revised down― Rivisto al ribasso il PIL del primo trimestre http://www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/ 2015/pdf/gdp1q15_2nd_fax.pdf)  che un mese fa aveva stimato, invece, un +0,2%, gonfiato dunque del 350%.

Adesso gli ottimisti di professione, gli austeriani che rimproverano al presidente non di non prendere misure di spesa coraggiose abbastanza da rilanciare davvero l’economia ma, non avendo imparato nulla, proprio il contrario, di essere troppo “prodighi”, sostengono che un corretto aggiustamento stagionale dei dati dovrebbe aumentare il PIL, invece, dello 0,8%.

Solo che, per scienza statistica, gli aggiustamenti in corso d’anno sommano a uno. Dunque, alla fine della fiera, la realtà del calo o della crescita prima o poi si pareggia. Il resto è propaganda. Certificata…  ue, se   

●Quattro delle maggiori banche statunitensi o, comunque attivissime a Wall StreetCitigroup, JPMorgan Chase & Co., Barclays e la Royal Bank of Scotland – si sono confessate colpevoli di aver violato la legislazione antimonopolio sul  mercato dei cambi e una quinta, l’UBS svizzera, ha reso noto che riconoscerà di aver manipolato deliberatamene i tassi di interesse (New York Times, 20.5.2015, M. Corkery e B. Protess, Rigging of Foreign Exchange Market Makes Felons of Top Banks L’aver manipolato i mercati esteri dei cambi mette certe grandi banche fuori della legge [ma, trattandosi di grandi banchieri, le grandi banche pagheranno fior di multe, a spese dei propri depositanti; ma, loro – i banchieri fedifraghinoblesse oblige  – non faranno un giorno solo al gabbio...] ▬ http://www.nytimes.com/2015/05/21/business/dealbook/5-big-banks-to-pay-billions-and-plead-guilty-in-currency-and-interest-rate-cases.html?_r=0).

E’ al solito la deliberata mancanza di regolazione e di controlli che la nuova Segretaria al Tesoro, Loretta E. Lynch, pur non promettendo niente – sa che faranno in modo di farla fallire, anche se davvero volesse provaci:  e lo dice citando, addirittura, Adam Smith[3] – denuncia come non casuale e anzi voluta  responsabilità del malfatto.

●Sempre in questo paese, con quella che gli osservatori hanno unanimemente definito come una grande vittoria per la Shell, La Casa Bianca approva sotto condizione – però in nulla ancora specificata – le trivellazioni petrolifere della Shell nell’Artico(New York Times, 11.5.2015, White House Conditional Approval for Shell to Drill in Arctic, Coral Davenport http://www.nytimes.com/2015/05/12/us/white-house-gives-conditional-approval-for-shell-to-drill-in-arctic.html?_r=0).

Gli ambientalisti – non quanti coloritamente abbracciano la causa degli alberi, come dicono prezzanti i loro detrattori, ma i maggiori scienziati e specialisti del ramo un po’ in tutto il mondo sul tema – avvertono però che un qualsiasi incidente nelle acque gelide e nei ghiacci del Polo Nord (qui previste specificamente per ora nel mare dei Chukchi, tra Alaska e Siberia) potrebbe avere conseguenze davvero catastrofiche specie a fronte di quelle ch lo stesso dipartimento dell’Interno statunitense ha definito come “gravi carenze di sicurezza operativa manifestate finora nelle operazioni proprio della Shell”.

Gli ambientalisti hanno concentrato le forze della loro protesta a Seattle dove la Royal Dutch Shell si prepara a spostare – ma avrà seri problemi – l’equipaggiamento di scavo e le sue gigantesche trivelle per operare poi al largo dell’Alaska. Pare che Obama si sia lasciato convincere da considerazioni soprattutto economiche – rimangiandosi gli impegni precedentemente assunti sulla grande cautela annunciata, E, soprattutto, dando credito alla promessa della Shell di esplorare solo d’estate e in acque poco profonde   i fondi marini: come se d’estate poi – al pari del Golfo del Messico dove la BP nel 2010 provocò il grande disastro ecologico che ancora lo sta avvelenando – nell’Artico il ghiaccio mancasse e, poi, il petrolio fosse stato trovato su fondali bassi (The Economist, 14.5.2015).

 

●Uno studio molto curato del Pew Research Center trova che gli americani che si autodefiniscono come “cristiani” sono drasticamente calati dal 78,4% della popolazione adulta nel 2007 al 70,6 del 2014, mentre sono ormai il 22,8% a non dichiararsi affiliati ad alcuna confessione religiosa. Il fenomeno è diffuso in tutti i gruppi di età, di ceto e di sesso e è particolarmente marcato tra i nati del dopo 1990, dove solo il 56% si dichiara “cristiano”, col 36% dichiaratamene “non affiliato(The Economist, 14.5.2015).

● Calano in America quanti si dichiarano religiosi...  (grafico)

Protestanti evangelici..., Cattolici..., senza affiliazioni..., Protestanti non evangelici..., Non cristiani (ebrei, mussulmani, buddisti, h indu, altri)

uanri si dichiarano “religiosi”

 

Fonte: The Economist, 15.5.2015

GRAN BRETAGNA

Il primo ministro David Cameron che, contrariamente a quanto vaticinato anche qui dall’incerta scienza dei sondaggi, ha vinto con l’incredibile premio elettorale previsto dal sistema britannico: col 36% dei voti, solo l’1% in più di cinque anni fa, ha preso la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni (330-331 seggi, una decina più della metà più uno dei deputati), dovrà adesso far fronte alle grandi sfide sull’identità stessa del paese e il suo ruolo nel mondo, ormai inevitabilmente raggrinzito ma al quale non vi vuol rassegnare dopo la fine dell’impero e la contrazione di rango e potere che ha dovuto subire.

Se ormai farlo da sola, fuori dalla UE e non solo dall’eurozona – dando, per l’ennesima volta, ragione al vaticinio del gen. de Gaulle, sulla “natura” irrimediabilmente anti-europea delle isole britanniche, destinata inesorabilmente a riprendere il suo poco... splendido isolamento di sempre, legato più che al vecchio continente alla nuova, anche se ormai essa stessa periclitante superpotenza americana[4]. E se poi riuscirà a tenere la Scozia, recalcitrante com’è, dentro il Regno Unito...

Sbaragliando i laburisti, che convinti di battersela almeno alla pari hanno preso meno seggi di quelli che avevano (da 256 a 232, 24 di meno, mentre 25 ne hanno guadagnati i tories). Mr. Cameron s’è così guadagnato il diritto a governare da solo cercando di perseguire l’agenda del partito conservatore senza dover ricorrere, nemmeno solo pro-forma, a mediazioni di sorta con qualche minoranza dentro una coalizione. Ma il problema suo vero è tutto interno, un partito pieno di fratture, fatto per lo più di conservatori classici e reazionari, ma anche di moderati e, persino, di alcuni che, in politica economica e soprattutto sociale, non concordano affatto con la sua amata austerità e il neo-liberismo che da bimbo succhiò col latte inacidito di Thatcher.

Dovrà muoversi con prudenza all’interno del partito, negoziando con le sue varie frazioni – ma ha, comunque, deciso già subito scegliendo e annunciando, contro l’opinione di diversi dei suoi, di andare al referendum prossimo venturo sull’uscita dall’Unione Europea: qualcosa che davvero può ridefinire la Gran Bretagna del 21° secolo.

Subito, per una via traversa e non si capisce quanto casuale – due righe di conferma, per e-mail,  a un importante giornalista economico (Guardian, 23.5,2015, Ph. Inman, Bank of England under pressure to publish planned Brexit risks report― Adesso, la Banca d’Inghilterra è sotto pressione [parlamentare] per pubblicare il segreto ma pianificato rapporto sulla Brexit http://www.theguardian.com/business/2015/may/23/bank-of-england-brexit-eu-risk-probe-email-leak). Viene intanto confermato che la Banca d’Inghilterra ha effettivamente messo allo studio – in previsione dell’annunciato referendum entro il 2016 sulla Britix, la British Exit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (BBC News, 23.5.2015, Email mistake reveals Bank of England's EU exit project Sbaglio di una e-mail rivela il progetto d’uscita allo studio della Banca d’Inghilterra http://www.bbc.com/news/uk-32856698) – una serie di possibili/probabili conseguenze finanziarie: non poche anche preoccupanti.

●Sempre in relazione alle incertezze sullo status del rapporto tra Regno Unito e UE, la Deutsche Bank, che malgrado il nome è solo una delle più grandi banche commerciali e private del mondo ma non è certo la Bundesbank, la Banca centrale tedesca – e questa è tutta la differenza con l’analoga ipotetica operazione allo studio della Bank of England che tanto fa discutere a Londra― e di cui abbiamo appena parlato – ha creato un suo gruppo di lavoro.

Dedicato a valutare possibilità e opportunità di riallocare altrove almeno parti delle sue operazioni nella City nel caso in cui, alla fine, come è possibile e secondo non pochi anche probabile, il paese dovesse tra un anno votare nel referendum per lasciare l’Unione europea. La DB dà lavoro oggi a 9 mila dipendenti britannici e il mondo degli affari cerca or di convincere il governo, ormai ad esso impegnato, ad anticiparne al massimo la data per ridurre quel che più temono: la durata dell’incertezza (The Economist, 22.5.2015). Nel frattempo – e tra parentesi – si è pure venuto a sapere, però, che la DB sarà costretta a pagare 56 milioni di € di multa alle autorità bancarie federali per sistemare – alla fine sarà solo per cominciare  farlo – gli imbrogli con cui ha truccato e truffato certi suoi conti coi derivati sul mercato internazionale.  

●Intanto, però, adesso, subito, si dimettono dai rispettivi posti di capi di partito tutti quelli che contro Cameron avevano corso:

• per primo, Ed Miliband, il capo laburista, che da presidente del partito, malgrado gli impegni iniziali quando rimpiazzò Gordon Brown di spostarsi a sinistra, ha puntato tutto sul presentarsi un po’ più moderato ma non certo e non sia mai! socialmente alternativo – ai tories. Certo, ha guadagnato, il Labour – il doppio dei Tories – il 2% in più di cinque cinucininue ue due anni fa, ma grazie al meccanismo elettorale – che è peggio perfino dell’Italicum – ma proprio così, mettendosi a fare il moderato-cantabile, seguendo il detto caro a Matteo Renzi (che è così che si vince, rinunciando una volta per tutte a distinguere tra destra e sinistra) ha perso di brutto.

   E sicuramente proprio a sinistra (questi sono i fatti: molto più calzanti, ci sembra, della favoletta raccontata da Renzi), regalando la vittoria a Cameron – tutti, ma proprio tutti, i vecchi elettori che il Labour aveva in Scozia sono andati agli indipendentisti della signora Sturgeon― senza far guadagnare niente a destra dove la gente, al dunque e razionalmente, ha preferito votare per i moderati-gracchianti originali, i conservatori, piuttosto che per i succedanei, solo nominalmente ormai laburisti);

• poi, il liberal-democratico Nick Clegg, fino a ieri necessario alleato di governo di Cameron e, a parole e chiacchiere, più liberal e progressista ma in realtà sempre a lui appecoronato e succubo (uno che , avendo tradito anche lui i suoi elettori, è riuscito a perdere 48 dei deputati che aveva mantenendone appena 8);

• infine, Nigel Farage, in Italia alleato razzista di Salvini e sodale visceralmente anti-europeista di Grillo – il capo del cosiddetto partito indipendentista del Regno Unito― UKIP, che con un solo eletto, neanche lui poi, non è neanche riuscito a farsi personalmente eleggere (ha avuto solo un deputato). Però, poi sembra ripensarci su richiesta – dice – di quel che resta del suo partito: anche se qui sembra proprio impossibile che il solo deputato presente alla Camera dei comuni non sia lui il capo del partito.

ui sembra poprio impossibile ch qui sembra po impossibile

Mentre l’altra grande vincitrice è sicuramente la leader degli indipendentisti scozzesi – molto più vicini alla sinistra laburista che ai conservatori – Nicola Ferguson Sturgeon, la prima ministra  scozzese e “capa” di quel partito nazionale che ha fatto eleggere tutti i suoi candidati in ogni singolo  seggio di Scozia ai Comuni con un’unica, sola eccezione: 56 eletti su 57 circoscrizioni (New York Times, 8.5.2015, S.Enlarger, Cameron’s Victory Sets Stage for Fights Over Europe, Scotland and Austerity La vittoria di Cameron prepara il quadro di una battaglia triplice su Europa, Scozia ed austeritàhttp://www.nytimes.com/2015/ 05/09/world/europe/cameron-election-uk-scotland-europe-austerity-referendum.html?&hp&action=click&pgtype=Ho omepage&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news).

In definitiva, come commenta Paul Krugman sul NYT – con cui non stranamente ci troviamo come quasi sempre d’accordo –, sfortunatamente il potere della suggestione e della presunzione ideologica neo-cons e la determinazione di ogni conservatore – si dica di destra o magari anche di sinistra – a sfruttarne le potenzialità favorendo i pochi, pochissimi, che sono ricchi e potenti a spese dei molti che restano, invece e perciò, poveri e privi di potere politico, ha creato una “narrazione” in cui  viene eletto ormai troppo spesso chi per ragioni ideologiche, visto che l’esperienza storica ne nega ormai ogni altro fondamento, ma in realtà per puro egoismo,vuol imporre, le sue misure di austerità ai più e a favore dei meno.

E’ durissimo, Krugman: il fatto è che è molto più facile appellarsi agli elettori a colpi di nonsenso economico che portarli a pensare seriamente alla realtà delle cose(New York Times, 8.5.2015, Triumph of the Unthinking Il trionfo di chi proprio non pensa http://www.nytimes.com/2015/05/08/opinion/paul-krugman-triumph-of-the-unthinking.html?rref=collection%2Fcolumn%2Fpaul-krugman). Altra, molto più blanda e comprensibilmente, anche a noi sembra però immotivatamente speranzosa, la lettura offerta con qualche riserva sul necessario – ma cauto, raccomanda – “scongelamento sociale” troppo carente nel programma dei tories dal principale settimanale conservatore del paese (The Economist, 14.5.2015, The new government-David Cameron’s big embrace Il nuovo governo - Il grande abbraccio di David Cameron http://www. economist.com/news/britain/21651201-emboldened-and-strengthened-his-electoral-triumph-prime-minister-sets-out-finish-what).

●Anche Joseph Stiglitz, l’altro Nobel dell’economia americano, sempre motivatamente critico con le scelte di fondo di Cameron e dei conservatori britannici e del loro deliberato perseguire una “malvagia e sbagliata” politica economica volta all’ineguaglianza e alla punizione dei poveri, accusa il governo britannico di ignorare la lezione della crisi globale e non si lascia impressionare dai numeri “sostanzialmente fasulli” della sua cosiddetta ripresa.

E fa osservare, a epitaffio,  che il PIL pro-capite del Regno Unito è oggi più basso di quanto fosse prima della crisi. E non è certo un successo”― “GDP per capita in the UK is lower than it was before the crisis. That is not a success” ▬ http://www.theguardian.com/books/2015/may/24/joseph-stiglitz-interview-uk-economy-lost-decade-zero-growth).

Resta infine da prendere di petto la politica ambigua – eurofoba e euroscettica – con cui Cameron sta lentamente facendo scivolare il paese verso l’uscita dall’Unione... ma che ora ha anche l’ancor più ambiguo e supino sostegno, ufficialmente annunciato – come se ce ne fosse mai stato il dubbio – dei laburisti. Ma il partito come tale, e proprio come i tories ma risultandone assai meno convinto e convincente, non si pronuncerà mai.

Per farlo, qui, al contrario che da noi, forse, basterebbe anche solo la statistica collazionata e evidenziata con chiarezza dall’ONS (Office of National Statistics), sul tema  troppo facilmente e demagogicamente sfruttato dovunque in Europa dell’immigrazione, ma altrove mai così bene certificato per quello che è e per quello che invece populismo e razzismo vorrebbero far credere che fosse.

● Il motto che stranguglia il nuovo/vecchio governo britannico... (vignetta) 

Proletari di tutti i paesi, unitevi (Il Manifesto, cap.III, 4)!  non avete da perdere che i vostri DIRITTI!

Fonte: The Guardian, 12.5.2015, Steve Bell

 

Illustra al meglio questi dati un quotidiano londinese (The Independent, 22.5.2015, in un servizio che titola The six  reasons why David Cameron's relentless pursuit of fewer immigrants is fundamentally flawed―  Le sei ragioni per cui la ricerca senza tregua di meno immigranti da parte di David Cameron  è fondamentalmente sbagliatahttp:// www.independent.co.uk/news/uk/politics/the-6-reasons-why-david-camerons-relentless-pursuit-of-fewer-immi grants-is-fundamentally-flawed-10266485.html) e che elenca – qui non abbiamo spazio né modo di presentarvi tutto il ragionamento che svolge ma raccomandiamo di andare col link qui fornito oltre i titoli che vi traduciamo:

• “la Gran Bretagna tanto per cominciare non ha alcun controllo sull’immigrazione da altri paesi europei: almeno finché resterà nell’Unione;

• sono di più, in proporzione, gli immigranti che lavorano in questo paese che i cittadini del Regno occupati;

• le ragioni di ordine ‘economico’ sono le prime per cui i migranti vengono in Gran Bretagna;

• i migranti da altri paesi della UE contribuiscono al netto per 20 miliardi di sterline all’economia britannica;

• una più alta proporzione di migranti sono studenti regolarmente iscritti e paganti tasse e rette scolastiche di quanto siano, in proporzione, i cittadini del RU che contribuiscono meno per pagare  il osto della propria istruzione, specie di quella superiore;

• in questo paese, crescita economica e tassi di immigrazione netta sembrano anche in correlazione positiva”.

Francamente, ci piacerebbe sapere e poter dimostrare – come ci sembrerebbe probabile in un paese statisticamente affidabile – che da noi, al dunque, varrebbero le stesse ragioni...

GIAPPONE

●A tasso annuo e nel primo trimestre, il PIL è cresciuto meglio del previsto, al 2,4%, con export, investimenti e consumi in salutare incremento ma, soprattutto, un tasso rilevante di aumento del magazzino nella composizione del PIL. Che, però, potrebbe adesso preoccupare se la domanda di consumi non tenesse il passo dell’accumulo di merci nei magazzini.  Comunque, aumenta l’indice di borsa Nikkei che tocca il massimo dall’aprile del lontano anno 2000 (The Economist, 22.5.2015). 

●Sarà anche per questo che, puest o arlando a un simposio di businessmen e investitori,  giovedì 21 maggio, il PM Shinzo Abe ha rilanciato, annunciando che nel prossimo quinquennio la mano pubblica investirà in infrastutture e aiuti allo sviluppo regionale qualcosa come 110 miliardi di $ (Stratfor – Geopolitical Diary, 22.5.015, A Status Report on Japan’s Revival Rapporto sullo status della ripresa in  Giappone https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/status-report-japans-revival). E che lo farà caricandoli sul già super-gigantesco debito pubblico.

Deliberatamente ignorando, cioè, i consigli e gli ammonimenti degli austeriani e seguendo, invece,  i consigli anticonvenzionali ad esempio dei Nobel dell’Economia neo-keynesiani americani, Krugman e Stiglitz. E’ quella che si chiama l’Abenomics e che alcuni segnali di ripresa effettiva – investimenti, anche privati e, soprattutto, consumi – sembrano confermare. Abe, in questo senso, segue da presso la trasformazione davvero epocale che già due volte trasformò un’isola-nazione in una potenza mondiale.

Prima, dal 1853 al 1872 trasportandolo di forza e di peso nella modernità, dal samurai all’impero del Tenno e alle sue conquiste coloniali; e poi trascinato alla catastrofica sconfitta del Sol Levante nella seconda guerra mondiale, con la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki. Quando cambiò radicalmente pelle accettando e esaltando la propria auto-subordinazione alle norme e agli interessi economici, politici e di sicurezza  della superpotenza di oltre Pacifico. Ma che adesso deve imparare a fare i conti, anche recalcitrando, con le nuove ambizioni autonome che Abe coltiva ma anche con le gerarchie di potere del tutto nuove che, a fronte del declino yankee, avanzano in quella parte del mondo.

Non è ancora chiaro se le scelte di Abe saranno sufficienti ad esorcizzare problemi come il calo delle nascite e della forza lavoro  – ma questo secondo parecchi osservatori, per un paese già comunque densamente popolato  e con scarse risorse naturali, non è affatto solo un problema: è anche un’opportunità – la almeno discussa posizione fiscale generale dei conti pubblici, lo smisurato debito sovrano avanzante, la concorrenza fortissima e assertiva della potenza cinese...

Ma almeno la strada che vuole perseguire non assomiglia in niente a quelle pedissequamente fatte proprie, con esiti catastrofici, soprattutto in Europa. E questo, di per sé, potrebbe spingere i giapponesi, almeno a sperare. Peggio, in effetti, le cose non sembrerebbero poter andare.

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[1] Dovrebbe... Ma uno strano comunicato quasi a fine maggio del dipartimento di Stato sembra adesso rimettere, anche se equivocamente, molto in  questione. Dice che la capo negoziatrice americana al negoziato su nucleare e sanzioni, Wendy Sherman, sottosegretaria di Stato e il no. quattro del dipartimento, agente letteraria per conto suo milionaria e, come negoziatrice, una “dura” poco propensa a far sconti all’Iran e lascerà ora gli Esteri dopo il 30 giugno, allo scadere del tempo limite del negoziato.

   Ora, il segretario di Stato, John Kerry, afferma che la Sherman è stata un componente “critico” del team negoziale – ma vuol dire “cruciale”? o vuol dire proprio una “cacadubbi? – anche se è stata di certo parte integrante della squadra e se ne avvertirà – ma, ancora: in che senso?  – la mancanza? (CNN Politics, 28.5.2015, Top State Department official to depart Se ne va una delle esponenti di punta del dipartimento di Stato http://edition.cnn.com/2015/05/27/politics/ wendy-sherman-iran-negotiations-state-department).

[2]  Shangri-La è ill nome immaginario evocato dalle letture di antiche memorie di alcuni gesuiti italiani e portoghesi che avevano soggiornato nel favoloso Tibet del 1.600-1.700 e descritto come spunto di una sapida critica sociale e popolare nel romanzo Orizzonte perduto, pubblicato nel 1933 dallo scrittore britannico James Hilton e tradotto nel ‘37 in un fortunato film diretto da Frank Capra.

[3] A. Smith,  Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393: la proposta di autoregolamentarsi proveniente da chi ha interessi privati – scriveva ed è il passaggio accuratamente riportato tra virgolette anche da Lynch – “va sempre considerata con la più sospettosa attenzione”. Infatti, “viene da una classe di persone [i produttori, i mediatori, i venditori] il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico; una classe  che ha invece generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico. E che, anzi e di fatto, in molte occasioni l’ha ingannato ed oppresso”).

unao pa<flano i Eufopa e Stati >Unii affermo chd [4] Ricordate Churchill, ma oltre mezzo secolo fa, che Cameron tenta ormai fuori tempo di scimmiottare, quando parlando di Europa e Stati Uniti affermò chiarissimo che ci dovesse essere un “impegno inglese senza ambiguità alcuna verso gli USA e un impegno inglese che deve invece  restare ambiguo verso l’Europa(Hugo Young, This Blessed Plot: Britain and Europe from Churchill to Blair Questa benedetta cospirazione: la Gran Bretagna e l’Europa da Churchjill a  Blair, uesta benddetta cospirazioneQOverlook Press ed., 1998 ▬ cfr. http://eprints.lse.ac.uk/52981/1/blogs%20lse%20ac%20uk-Book_Review_This_Blessed_Plot_Britain_and_ Europe_from_Churchill_to_Blair.pdf).