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     06. Nota congiunturale - giugno 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

 

1.6.2014

(chiusura: 31.5.2014)

 

 

 

Nota congiunturale 6-2014

di Angelo Gennari

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero, per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc389314211 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc389314212 \h 1

Un giorno, figlio mio, tutto questo sarà tuo … da gestire  (vignetta) PAGEREF _Toc389314213 \h 2

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) PAGEREF _Toc389314214 \h 2

nel resto dell’Africa.. PAGEREF _Toc389314215 \h 11

in America latina.. PAGEREF _Toc389314216 \h 16

CINA.... PAGEREF _Toc389314217 \h 19

C’è un nuovo peso massimo, ormai...   (vignetta) PAGEREF _Toc389314218 \h 19

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc389314219 \h 23

EUROPA.... PAGEREF _Toc389314220 \h 35

L’allargamento della UE: verso destra... estrema   (vignetta) PAGEREF _Toc389314221 \h 38

Il futuro? Così brillante che dovremo portare tutti gli occhiali scuri   (vignetta) PAGEREF _Toc389314222 \h 41

No, non siamo proprio d’accordo...  (vignetta) PAGEREF _Toc389314223 \h 54

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc389314224 \h 58

Giudice, giuria e boia... insieme   (vignetta) PAGEREF _Toc389314225 \h 59

FRANCIA.... PAGEREF _Toc389314226 \h 62

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc389314227 \h 63

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc389314228 \h 64

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di giugno 2014 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza

il 3 giugno, in Siria elezioni presidenziali;

il 4-5, a Bruxelles, un altro vertice dell’ormai estinto ma, in funzione anti Putin, resuscitato G-7;

il 14 giugno, in Afganistan, ballottaggio delle presidenziali: al primo turno hanno votato un 7 milioni di afgani, il 58% degli aventi diritto;

il 25, ballottaggio per le elezioni presidenziali in Colombia;

• sempre il 25, nel bel mezzo del caos e della ripresa della guerra civile, di nuovo un’altra tornata (convocata, bisognerà poi vedere come andrà davvero a finire...) di elezioni generali in Libia;

il 26-27 giugno, Consiglio europeo a Bruxelles;

il 27, tentativo probabilmente a vuoto di elezione, da parte dello stesso Consiglio che stavolta dovrà tener conto delle indicazioni del voto europeo e del fatto che l’ultima parola ormai spetta al voto dell’Assemblea parlamentare, del nuovo presidente della Commissione: al posto dell’inesistente Barroso.

●“Una vasta parte dell’immenso lenzuolo di ghiaccio che copre l’Antartico occidentale ha cominciato a sciogliersi e la sua fusione non sembra ormai più in grado di essere fermata: lo rilevano due gruppi di scienziati il 16 maggio, lavorando separatamente tra loro. E suggeriscono che il fenomeno può presto portare alla destabilizzazione della coltre di permafrost che copre vaste aree del suolo nei paesi vicini e elevare anche più di 10 piedi (oltre 3 metri) il livello del mare nei decenni a venire”.

E concludono che “il riscaldamento globale causato dal rilascio ad opera degli uomini di quantità crescenti di gas serra è stato l’agente destabilizzatore della coltre di ghiaccio dell’Antartico anche col coinvolgimento di altri fattori concomitanti(Geophysical Research Letters, 14.5.2014, Climate scientists need to set the record straight: There is a scientific consensus that human-caused climate change is happening ▬ I climatologi sentono il bisogno di ristabilire la realtà dei fatti: esiste un consenso scientifico che un cambiamento climatico causato da fattori umani è in corso ▬

http://onlinelibrary.wiley.com/enhanced/doi/10.1002/2013EF000226;

e Science Journal, 9.4.2014, New Anctartic Research Finds― Nuove scoperte delle ricerche sull’Antartico 

http://www.sciencemag.org/content/344/6184.cover-expansion;

e, in sintesi, New York Times, 13.5.2014, Scientists Warn of Rising Oceans from Polar Melt Ammonizione degli scienziati: lo scioglimento dei Poli mette a rischio di innalzamento il livello degli oceani

http://www.nytimes.com/2014/05/13/science/earth/collapse-of-parts-of-west-antarctica-ice-sheet-has-begun-scientists-say.html#).

La notizia collegata – la stessa, ma diversamente formulata: che secondo le immagini trasmesse dallo spazio dal Cryo-Sat-2, il satellite in orbita dell’Agenzia Spaziale Europea, l’Antartico sta ormai liquefacendo 160 miliardi di tonnellate di ghiaccio nell’Oceano che porta il suo nome: due volte la quantità di qualche anno prima, secondo queste osservazioni (Geophysical Research Letters Journal, 19.5.2014, Increased ice losses from Antarctica detected by CryoSat-2― Il CryoSat-2 individua grandi incrementi di perdite di ghiaccio  dall’Antartico http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2014GL060111/pdf).

Un giorno, figlio mio, tutto questo sarà tuo … da gestire  (vignetta)

Fonte: INYT, 13.5.2014, Patrick Chappatte

● Un rapporto dell’OCSE illustra come l’inquinamento dell’atmosfera nei complesso di paesi ricchi, in Cina e in India costi ogni anno 3 miliardi e mezzo di decessi prematuri e di malattie che non si dovrebbe dover subire. Nel mondo ipersviluppato nostro dell’occidente la metà di questi esiti è attribuibile solo agli incidenti stradali. E sono 3 milioni e mezzo le persone che muoiono ogni anno per gli effetti diretti dell’inquinamento dell’atmosfera. Fra il 2005 e il 2010  il tasso di mortalità è salito a livello mondiale di un +4%: del 5 in Cina e del 12% in India (The Economist, 23.5.2014; e OECD/OCSE, 21.5.2014, Rising air pollution-related deaths taking heavy toll on society, OECD says L’aumento di decessi in relazione all’inquinamento impone uno scotto serio alla società, ammonisce l’OCSE

http://www.oecd.org/environment/rising-air-pollution-related-deaths-taking-heavy-toll-on-society.htm).

Sotto $ 100, per la prima volta da almeno tre anni, il prezzo spot (quello cash attuale sul mercato al dettaglio) della tonnellata di ferro grezzo e non lavorato coi future che preconizzano ulteriori cadute. In rapporto alle quantità prodotte, il minerale di ferro ha subìto significative riduzioni di costo e il fenomeno impatterà negativamente sulle entrate fiscali dei paesi produttori con conseguenze chiare su una varietà di progetti specie nei settori marittimo, automobilistico, dell’ingegneria strutturale, delle costruzioni e dell’industria generale.

E’ la Cina che al mondo consuma e importa più ferrame greggio e ne è anche insieme, un significativo produttore. Finora, nel 2014, le perdite per l’industria cinese del ferro e dell’acciaio non sono state certo irrilevanti (Macrobusiness.com/Melbourne, 21.5.2014, Is the iron ore fall seasonal? La caduta del prezzo  del minerale greggio di ferro è un fenomeno solo stagionale?

http://www.macrobusiness.com.au/2014/05/is-the-iron-ore-fall-seasonal).

Si tratta di una contrazione che potrebbe anche rivelarsi di limitato periodo, legato alla stagionalità e a un utilizzo della materia prima più moderato in inverno, ma l’impressione è che stavolta, con l’impatto iniziale dell’implementazione del programma di riforme del modello di consumo e della voluta moderazione del settore edilizio in Cina, ci sia proprio un eccesso di disponibilità di ferro greggio...  

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais)

●In Libia, tutto sembra precipitare dopo l’assalto armato che con  morti e feriti aveva impedito al parlamento di Tripoli di eleggere il nuovo primo ministro, anche a est, a Bengasi, in Cirenaica, squassata da tensioni secessioniste e islamiste ma anche diverse e tra loro assai divergenti, un centro comando delle forze nazionali di sicurezza viene attaccato con un’altra decina di morti e, anche qui, molti feriti.

Il governo dice che ne è responsabile il gruppo estremista di Ansar al-Sharia che peraltro apertamente rivendica a sé l’attacco e che è poi lo stesso gruppo ribelle che in passato ha ripetutamente attaccato la sede del consolato americano a Bengasi (New York Times, .4.2014, Agenzia Associated Press (A.P.), Libya: Deadly Clash in Benghazi Libia: scontri mortali a Bengasi

http://www.nytimes.com/2014/05/03/world/middleeast/libya-deadly-clash-in-benghazi.html?_r=0).

Il parlamento, riuscendo a tenere finalmente la sessione interrotta dalla sparatoria, ha “eletto” come nuovo primo ministro, un uomo d’affari: il suo problema minore, forse, sarà quello di riuscire a formare il governo entro due settimane, visti i margini risicati e formalmente impugnati della designazione― tra l’altro, in prima battuta aveva avuto solo 113 voti e non il minimo di 120 che erano necessari; poi, dopo che la votazione era stata aggiornata dal presidente del parlamento, il numero è stato dichiarato raggiunto con una ripresa dei lavori decisa però solo da uno dei vice-presidenti e contestata da buona parte del Consiglio generale.

E’ il 42enne Ahmed Matiq, uomo d’affari di Misurata― o, almeno, di lui dicono che lo sia: ma di quali affari nessuno, poi, davvero lo sa. Insomma, anche questa faccenda è finita – come  tutto un po’ qui, da quando li hanno “liberati” di Gheddafi – in coda di pesce. E il caos continua (New York Times, 4.5.2014, (A.P.), Libya’s Parliament Names New Prime Minister Il parlamento libico nomina [si fa per dire , anche se nel titolo qui non lo fanno rilevare... pro bono loro...] un nuovo primo ministro

http://www.nytimes.com/aponline/2014/05/04/world/middleeast/ap-ml-libya.html?partner=rss&emc=rss&_r=0).

●In ogni caso, e tanto per chiarire subito come stanno le cose, i ribelli libici che da tempo stanno occupando i porti dell’est del paese, in Cirenaica, hanno annunciato di non considerare legittima la nomina del nuovo primo ministro, Ahmed Matiq, e che con lui non tratteranno mai. Un’opposizione seria visto che ancora sono aperti mille dubbi sulla possibilità stessa di riavviare le esportazioni del greggio in un paese così frammentato (AlJazeera, 7.5.2014, Libyan Rebels Refuse to Deal with New P.M I ribelli libici rifiutano di trattare con nuovo P. M.

http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/05/libyan-rebels-refuse-deal-with-new-pm-201457104123867408. html).

●Quasi disperatamente, il neo nominato ministro della Giustizia Salah al-Marghani assicura pubblicamente che l’impegno del governo è quello di arrivare a un accordo con le milizie ribelli che occupano gli impianti di Ras Lanuf e Sidra nel nord del paese per sbloccare l’export, del greggio, vitale per il paese. Il 7 maggio i ribelli avevano accusato il governo di essersi rimangiato la sua parte di accordo anche dopo che avevano consentito da parte loro la riapertura di altri due porti dell’est, Hariga e Zuetina (Stratfor, 8.5.2014, Government Committed to Rebel Deal, Justice Minister Says Il ministro della Giustizia assicura che il governo è impegnato a rispettare l’accordo coi ribelli ▬

http://www.stratfor.com/situation-report/libya-government-committed-rebel-deal-justice-minister-says

●Poi, a Bengasi, il 16 maggio, forze armate irregolari ma inquadrate e condotte dal generale in pensione Khalifa Hifter (prima con Gheddafi, poi per 24 anni in esilio dorato in America – dove era arrivato con un mucchio di soldi tempestivamente inguattati, la copertura e anche un desk una volta tanto, pare, messogli a disposizione con una certa lungimiranza dalla CIA – appoggiato anche da aerei militari, hanno attaccato le caserme occupate da mesi dalla cosiddetta brigata delle milizie islamiche del 17 febbraio.

Da ormai quasi un anno, queste sono tra le formazioni più attive nel rallentare e impedire con blocchi armati e proteste la produzione e l’esportazione di greggio coinvolgendo nella rivolta gruppi etnici come Tuareg e Toubou e i potenti consigli regionali che controllano parti rilevanti delle milizie locali in città come Zentan e in località ancora controllate in qualche modo da ex sostenitori del defunto e da tanti qui, grazie al caos seminato dall’intervento straniero e dall’anarchia tribale e etnica, in realtà ancora compianto rais Mohammar Gheddafi (The Daily Star/Beirut, 16.5.2014, Agenzia Reuters, Feras Bosalum, Two killed as Libyan forces clash with Islamists in Benghazi― Due morti nello scontro tra forze libiche  e islamisti a Bengasi

http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/May-16/256657-fierce-clashes-in-libyas-benghazi-afp.ashx#ax zz31t9cECNh).

●Alla fine, il conto è che negli scontri di metà maggio del gruppo di ex militari che tre anni fa si rivoltarono contro Gheddafi e che adesso di fatto sono stati quasi-autorizzati e appoggiati da aerei di Tripoli ad intervenire con le armi, ci sono stati, dice un rappresentante del ministero della Sanità, più di quaranta morti e non tutti di certo fra i jihadisti della brigata del 17 febbraio, della brigata Scudo della Libia no. 1 e dai ribelli di Ansar al-Sharia.

Tutti, ex ribelli ora ufficiosamente ma di fatto schierati col governo― però, poi, sempre a modo loro visto che, subito dopo, il gen. Hifter passa da Bengasi a Tripoli e procede all’assalto del parlamento accusato di essere una ridotta dei ribelli. Il fatto è che ormai, da una parte e dall’altra, sono tutte queste formazioni estremiste islamiste che erano allora tutte schierate contro Gheddafi ma rigorosamente in seconda fila (coperti e anticipati sempre sul campo dai bombardamenti degli F-16, dei Tornado e dei Tomahawk della NATO che portarono il rais in braccio a chi finì non a caso per linciarlo per strada.

Naturalmente, e ufficialmente, il governo ha preso le distanze dalle truppe del gen. Hifter. Ma resta del tutto evidente che lo stallo del paese non solo sul piano istituzionale ma ovviamente, e di conseguenza, anche su quel minimo di pace sociale che serve a un minimo di sviluppo economico (Stratfor – Analysis, 13.5.2014, Libya: Western Oil Production Restarting, but Underlying Challenges Remain Libia: la produzione di greggio riparte [almeno] in Tripolitania, ma restano tutte le sfide sottostanti al rilancio

http://www.stratfor.com/analysis/libya-western-oil-production-restarting-underlying-challenges-remain).

Il gen. Hifter, però, poi si è molto allargato – come si dice – forse un po’ troppo anche per lui passando direttamente all’assalto del parlamento e assaltando a bombe a mano e raffiche di mitra il 18 maggio il palazzo del parlamento e la sede del governo ad interim col capo (nominale) delle Forze armate regolari libiche che su ordine del (sempre nominale) governo di Ahmed Matiq chiede il 19 maggio alle milizie alleate di entrare a Tripoli contro di lui e le sue truppe: dove chi sia la formazione più irregolare resta parecchio dubbio.

Hifter sta tentando di consolidare il potere che, di fatto, si è preso in Libia, come sempre e come tutti con le armi, nella speranza di essere lui in grado di mettere fine al caos che ha squassato il paese dal rovesciamento del suo primo grande protettore e poi vittima. Il suo scopo principale sembra essere quello di cacciare gli islamisti dalle posizioni prese a Bengasi ed espellere col governo di Tripoli anche il Congresso generale: insomma di sostituire il proprio potere al parlamento e al governo, diventando lui il nuovo rais. E l’aspettativa che nutre, non peregrina del tutto è quella di riuscirci, se non altro per la disperazione e il caos che regnano nel paese (Stratfor – Global Intelligence, 18.5.2014, Control of Libya in the Balance as Rebels Attack Tripoli In bilico il controllo della Libia con l’attacco dei ribelli [già ma chi sono, quelli veri?] a Tripoli

http://www.stratfor.com/analysis/control-libya-balance-rebels-attack-tripoli).

●E, adesso, il 19 maggio, la branca esecutiva del potere ufficialmente insediato a Tripoli, il governo, ha provveduto a autosospendere il suo lavoro fino – dice – alle prossime elezioni generali convocate nel mezzo della guerra civile improvvisamente riaccesasi per il 25 giugno, subito dopo  il voto imminente sul bilancio 2014. Lo scatenarsi in questi giorni della violenza armata orchestrata dal ten. gen. Hifter ha anche spinto i paesi vicini a prendere posizioni molto preoccupate (Punchng.com/Lagos, 21.5.2014, Libya to hold elections amid chaos in Tripoli La Libia terrà le elezioni in mezzo al caos di Tripoli

http://www.punchng.com/news/libya-to-hold-elections-amid-chaos-in-tripoli).         .

Con l’Egitto, ad esempio, che ha chiesto un alt immediato agli scontri di strada a Tripoli e Bengasi respingendo seccamente, però, l’idea di qualsiasi intervento straniero nella crisi libica. Una serie di paesi hanno ritirato, o sospeso, le proprie ambasciate e rappresentanze consolari nel paese (la Turchia, ad esempio, e l’Arabia saudita) mentre, nel caso dell’Algeria, la Sonatrach, l’ente di stato che cerca, sfrutta, trasporta canalizzandolo, trasforma e, dove può, anche commercializza metano e  idrocarburi vari che controlla – ha fatto partire d’urgenza tutti i suoi lavoratori non libici dal paese.

●Ma, poi, Khalifa Hifter chiede la formazione, intorno a sé, di un Consiglio straordinario presidenziale che formi un governo di emergenza in grado di convocare, nel caos e dal caos che è la Libia, elezioni legislative. E il governo dimissionario ma ad interim di Tripoli, risponde, naturalmente, di averlo già fatto ma senza grande effetto. In effetti il rischio di una generalizzazione totale dell’instabilità nel paese sembra solo aumentare...

Dicevamo che Hifter si va molto allargando, certo, anche perché sembra sostenuto da una parte maggioritaria dell’esercito regolare che ne condivide anzitutto i propositi enunciati in quella che ha chiamato Operazione Dignità: domare e ridurre all’obbedienza gli islamisti... che a veder bene e, in fondo, era proprio l’obiettivo di Gheddafi, no? E’ questo che va spiegando da quando, qualche giorno prima, ha lanciato la sua campagna.

Il punto debole – debolissimo – della sua iniziativa è che non tenta neanche di spiegare come potrebbe mai fare a superare un’elezione pulita, democratica come si dice, che rispettando davvero la volontà popolare, dovesse cedere il potere a quegli stessi islamisti eletti democraticamente, come è successo in Nord Africa― salvo, poi, far scattare sempre e dovunque golpe militari a negare e cancellare quel risultato, trasformando in dittatura militare il potere... Insomma, qui il modello è quello che, armi alla mano, ha prevalso nell’Egitto di ElSisi.

Poi, il 25 maggio, con un nuovo improvviso sviluppo, il parlamento ha rieletto – stavolta coi numeri anche formalmente necessari – il primo ministro Ahmed Matiq: appoggiato da quasi tutti i deputati di derivazione islamista e contro le obiezioni dei non-islamisti e del gen. Hifter. Due giorni dopo, secondo tentativo fallito di assassinare il PM appena nominato, col lancio contro casa sua – completamente distrutta: solo che lui, al momento, non c’era – di tre, quattro granate lanciarazzi, l’arresto e l’uccisione di almeno due degli assalitori.

In molte città del paese centinaia di dimostranti scendono subito in strada, e poco pacificamente, per sostenere Hifter che ha subito concluso, probabilmente presto, di avere così ricevuto “dal popolo” il mandato a combattere il terrorismo. Di fatto, la sicurezza a Tripoli è ormai inesistente, fuori controllo da parte di chiunque. E, a Bengasi, Hifter stesso ha fatto progressi contro gli islamisti ma larghe parti della città restano saldamente sotto il controllo delle truppe irregolari ma coordinate di Ansar al-Sharia.

Nel frattempo, i paesi vicini, Tunisia e Algeria, anticipando con lucidità il casino anarchico in cui sta ogni giorno di più affondando la Libia, dove sembra riaprirsi e quasi istituzionalizzarsi un ancor più feroce inasprimento della guerra civile in forme che possono debordare con una marea di sfollati e di rifugiati proprio a casa loro. E il governo di Tunisi, di fatto ancora a guida degli islamici “ragionanti” di Ennahda, ha inviato subito un corpo di spedizione di 5.000 soldati a rafforzare e pattugliare il confine con la Libia.

Subito prima, anche Algeri a ogni buon conto aveva chiuso e blindato il confine. E ciò anche se, senza fare proclamazioni in tal senso che potrebbero rivelarsi pure controproducenti, i regimi militari al potere in Algeria da decenni e adesso – quello di ElSisi – anche in Egitto, per Hifter fanno il tifo, più o meno discretamente tutti o quasi i regimi della regione.

●Il 4 maggio, in Siria, i ribelli hanno raggiunto un accordo con le forze del regime per ritirarsi da Homs, proprio l’auto-proclamata capitale della rivoluzione anti-Assad. Abul Hareth al-Khalidi, che ha negoziato l’intesa per i ribelli, ha dichiarato che “l’accordo è stato raggiunto tra rappresentanti dei ribelli e capi della sicurezza ufficiale alla presenza dell’ambasciatore iraniano per garantire il ritiro ‘pacifico’ dei combattenti jihadisti dalla città vecchia e al di là dei sobborghi nord di Homs”.

Dove la straordinaria novità è che a mediare tra i sunniti jihadisti alle corde e il regime sci’ita di Assad sia stato il rappresentante dell’Iran, la potenza statuale sci’ita maggiore del mondo e l’unica potenza regionale schierata apertamente proprio col governo di Damasco (The Daily Star/Beirut, 4.5.2014, Agence France-Presse (AF-P), Deal clinched for rebel retreat from Syria's Homs― Accordo concluso in Siria per il ritiro dei ribelli da Homs

http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/May-04/255306-deal-clinched-for-rebel-retreat-from-syrias-homs.ashx#axzz30pnXIPXr).

Così, a 2.250 combattenti armati sarà consentito – dovrebbe ora essere consentito... – di andarsene con le armi individuali che personalmente trasportano e con un lanciagranate per ogni mezzo di trasporto che usano per andarsene. Partiranno anche i civili che vogliono farlo e i feriti, sotto l’egida della Mezzaluna Rossa, ritirandosi in un’area a nord della provincia di Homs ancora controllata dai ribelli. “A garantire l’accordo saranno rappresentanti delle Nazioni Unite e i negoziatori iraniani che saranno fisicamente presenti sui bus per l’evacuazione”, come specifica il testo dell’accordo.

L’implementazione dell’accordo stesso inizierà solo, come recita il testo, dopo che il Fronte islamico avrà rilasciato prigionieri e ostaggi e dopo che le forze del governo entreranno a portare aiuto alle località, assediate, filo-sci’ite di Nubol e Zahraa, nella provincia di Aleppo. Si tratta di un numero imprecisato di prigionieri iraniani e di Hezbollah libanesi catturati dai militanti del Fronte islamico stesso ma che nessuno sa davvero se sono, poi, ancora in vita. Erano parte delle truppe regolari e di quelle alleate del regime che avevano cacciato qualche mese fa i jihadisti da quasi tutta la città con l’eccezione della ridotta nel vecchio centro storico. E, in effetti, a distanza di un giorno dall’accordo quanti erano vivi sono stati in effetti rilasciati.

Poi un’esplosione colossale demolisce l’hotel dove ad Aleppo erano acquartierate le forze governative e il gruppo di ribelli che innesca l’attacco manifesta così il suo rifiuto all’accordo. Lì per lì sembra fermarsi tutto ma in realtà la trattativa non si interrompe neanche così (New York Times, 8.5.2014, A. Barnard e Hwaida Saad, An Explosion and a Blockade, and a Syrian Pact Is in Limbo Un’esplosione e un blocco e il patto in Siria finisce in un limbo

http://www.nytimes.com/2014/05/09/world/middleeast/syria.html?_r=0).

Alla fine, il  9 maggio gli ultimi ribelli che restavano a Homs abbandonano quella che avevano proclamato loro stessi come la capitale della rivoluzione: e, secondo la maggior parte degli osservatori – anche di quelli che fanno apertamente il tifo per i ribelli - questo potrebbe davvero essere un decisivo punto di svolta del conflitto (The Journal/Dublino, 9.5.2014, Syrian rebels abandon last posistions in Homs― I ribelli siriani abbandonando le loro ultime posizioni a Homs ▬

http://www.thejournal.ie/syria-civil-war-rebels-leave-homs-1453431-May2014;

e DavidIcke.blog, 9.5.2014, Is this the beginning of the end for Syria’s rebels?― E’ questo il principio della fine per i  ribelli siriani? ▬

e http://www.davidicke.com/headlines/is-this-the-beginning-of-the-end-for-syrias-rebels-fighters-abandon-homs-stronghold-to-assads-troops-after-three-year-siege;

e, ancora, Stratfor – Global Intelligence, 9.5.2014, Gauging the Syrian Conflict Ricalibrando il conflitto siriano

http://www.stratfor.com/analysis/gauging-syrian-conflict).

La perdita è totale ma è anche, a questo punto, più che altro simbolica. Ma non per questo non è significativa. In sostanza, sintetizza bene il NYT sopra citato, il ritiro in questi termini che riconoscono il controllo completo del distretto alle forze del governo è una cocente sconfitta strategica e, probabilmente, anche decisiva degli ultimi combattenti asserragliati nella vecchia città di Homs. E non solo.

Nel frattempo, si rafforza la volontà e anche la capacità del regime di voler “ripulire” dai ribelli – e anche, purtroppo, da quella parte della popolazione che ad essi magari poi guarda o che essi comunque controllano – tutta la zona che da Damasco si spinge a nord-ovest verso il Mediterraneo. I punti di resistenza effettiva, a questo punto, sembrano concentrati quasi solo alla frontiera con la Turchia che appare sempre più scopertamente come l’unico vero santuario che loro resta disponibile.

E nel centro-nord del paese, resta l’occupazione della città di Raqqa, a popolazione largamente cristiana da parte dei fondamentalisti dell’ISIL, vicini ad al-Qaeda, che hanno provveduto alla distruzione di antichi monumenti assiri considerati blasfeme celebrazioni politeistiche, quindi, meritevoli di annientamento, insieme a quelli che si oppongono. Come hanno mostrato appendendo alcuni abitanti del luogo per punizione a croci erette nel centro della città.

●E, mentre ad Aleppo fallisce l’ultimo tentativo di un assalto dei ribelli alla fortezza governativa che nella città a lungo e fino a poche settimane fa largamente in loro mano ha sempre resistito e alla fine, ormai, sconfitto l’assedio che cercava di liberare i 4.000 prigionieri di Assad lì finora detenuti. Aleppo è in effetti l’ultima grande città del paese da loro ancora in buona parte controllata.

E’ un finale duro da ingoiare per i ribelli, arrivati ore prima dopo un anno di assedio fino all’interno delle mura del carcere che, a sei km. dal centro storico della città, sono costretti a ritirarsi senza aver potuto mantenere il giuramento solenne e pubblico fatto ad Allah[1], come è noto “clemente e misericordioso” – ma forse stavolta un po’ sordo... – di riportarli a combattere la sua jihad, come loro la chiamano, la guerra contro l’eresiarca rais di Damasco... (Chron, 22.5.2014, (A.P.), Zeina Karam, Syrian tanks roll into Aleppo prison grounds― I carri armati siriani entrano sul terreno della prigione di Aleppo

http://www.chron.com/news/world/article/Syrian-troops-reach-besieged-prison-in-Aleppo-5497191.php).

●E si riapre, e inasprisce, la guerra interna alle fazioni ribelli. Gli estremisti fondamentalisti di Jabhat al-Nusra, vicini a al-Qaeda, hanno preso prigioniero nella provincia meridionale di Daraa un noto comandante dell’Esercito Libero Siriano, già ufficiale di Assad, Ahmad Naa’meh, che era anche il capo del servizio dei guardiaspalle del capo dell’ELS, Ahmed al-Jarba. I fondamentalisti non hanno tanti dei loro nella provincia ma la loro feroce determinazione non solo contro il governo ma anche contro chi tra di loro non la pensa del tutto come loro ha causato enormi problemi per lo schieramento anti-Assad (FARS News/Teheran, 5.5.2014, Syria in Last 24 Hours: Al-Nusra Front Kidnaps Jarba's Bodyguard in Daraa― La Siria nelle ultime 24 ore: il fronte al-Nusra rapisce il capo delle guardie del corpo a Daraa http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13930215000403).

●Con una specie di inane e impotente autocostrizione a ripetersi, il dipartimento del Tesoro americano annuncia l’8 maggio altre sanzioni contro sei esponenti di rilievo – dice – del regime siriano (che  se mai ce li avessero tenuti avrebbero ritirato da molto tempo i loro assets dal sistema bancario che a Washington obbedisce) – contro le raffinerie di petrolio di Homs e di Banias e la russa Tempbank. Nel corso degli ultimi tre anni, del resto, gli Stati Uniti hanno imposto le loro sanzioni contro almeno 200 entità e influenti personaggi del regime siriano, senza effetti reali visto come la guerra sta andando a finire, no? (US Department of the Treasury, 8.5.2014, Updated list of sanctions against Syria Dipartimento del Tesoro USA, Lista aggiornata delle sanzioni contro la Siria [e contro almeno una cinquantina di altri paesi de mondo: tutte, al dunque, sotto il titolo realistico di conati di vane sanzioni...] ▬

http://www.treasury.gov/resource-center/sanctions/Programs/pages/syria.aspx).

●Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, il gruppo che mantiene tutte le sue caratteristiche al-qaediste di strenuo jihadismo estremista ma da Al-Qaeda ha preso ufficialmente qualche distanza, cercando di recuperare le sue radici irako-siriane e un po’ meno messianico-universaliste e tenta ora di unificare il territorio che cerca di controllare tra i due paesi (lo scrive il capo dell’osservatorio siriano per i Diritti Umani, di obbedienza ribelle e anti-regime, e lo riporta il 16.5.2014, Stratfor ▬

http://www.stratfor.com/situation-report/syria-iraq-militant-group-seeking-unify-its-territory).

A fine 2013, l’ISIL aveva lanciato un numero crescente di attacchi, come si dice a tous azimuts, in ogni direzione e contro ogni formazione anche marginalmente divergente e, ovviamente contro ogni forza vicina al regime o, come certe formazioni di militanti curdi, decise comunque a mantenere le proprie distanze facendo così di sé inevitabilmente anche un obiettivo di tutte le forze militari o comunque armate attive in Siria, contrastando molto la dirigenza di al-Qaeda. In ogni caso resta il fatto che in Siria anche se il regime sta chiaramente prevalendo, la soluzione definitiva ancora nessuno è riuscita a trovarla (Stratfor – Analysis, 14.5.2014, Syria, Stalemate Remains Despite Regime Victories― Lo stallo resta in Siria malgrado le vitoria del regime

http://www.stratfor.com/analysis/syria-stalemate-remains-despite-regime-victories).

●Anticipando, nelle ambasciate siriane all’estero, prima di quello del 3 giugno alle urne – che bisogna rischiare la vita per esercitare, in piena guerra, a Damasco, a Latakia e a Homs – nota significativamente un quotidiano clamorosamanre ostile al regime di Assad come il NYT, a Beirut somo stati migliaia e migliaia i siriani sfollati per l’imperversare della guerra civile a recarsi alle urne per votare, pare a stragrande maggioranza, in condizioni di relativa sicurezza, per il rinnovo della presidenza di Siria di Bashar al-Assad.

Nota, addirittura stavolta nel titolo, con un soprassalto forse di residua onestà  professionale e intelettuiale, il quotidiano americano che “―I siriani in Libano danno l’assalto alle urne, scegliendo Assad: sia per convinzione e fervore che per paura”: non sua, degli isnorti piuttosto! (New York Times, 29.5.14, A. Barnard, Syrians in Lebanon Flood Polling Place, Choosing Assad Out of Fervor or Fear

http://www.nytimes.com/2014/05/29/world/middleeast/syrian-exiles-in-lebanon-vote-in-advance-of-national-ballot.html?_r=0#).

Va notato che si è potuto votare all’estero, per le presidenziali di Siria, in 43 paesi del mondo―  segnatamente però, annota il giornale, non in Francia dove sono molti i siriani emigrati ma quel frolloccone di Hollande lo ha proibito: non si sa mai... meglio non rischiare di farsi dire di no anche e perfino dai siriani... E dove, come anche altrove, “quegli oppositori che hano messo in piedi qualche protesta hanno ammesso che non si sarebbero mai aspettati, comunque, di vederlo sopravvivere in carica tanto a lungo da presentarsi a un’altra elezione presidenziale”. Il fatto è che i siriani hanno forse capito che Assad sta vincendo e, soprattutto, che comunque in larga maggioranza sono convinti ormai che lui è, tra due mali, di sicuro il minore.

E da sottolineare è anche la determinazione assoluta con cui il governo siriano insiste a tenere in condizioni durissime le elezioni, Ma è anche una scelta ben comprensibile alla luce dell’incoerenza di un’opposizione che si dimostra del tutto incapace di incidere se non con atrocità e bombe. Che, invece, alla maggioranza dei siriani sembrano, sempre più come il ricorso estremo, inevitabile e difensivo, del potere costituito contro chi glielo vuole strappare soltanto con la forza, anche se la sua contestazione all’inizio, prima di essere scippata e monopolizzata dalla violenza dei jihadisti, sembrava avere una base realmente più vasta

●Adesso arriva, mentre Putin accoglie i suoi ospiti, non pochi europei ma anche diversi americani, al Forum economico di San Pietroburgo, la notizia che Obama – non riuscendo altrove e altrimenti a sfondare contro di lui – sembra aver deciso di consentire ormai, anzi di chiedere, a Turchia e Arabia saudita l’accelerazione della consegna ai ribelli jihadisti siriani di armi pesanti americane, come i missili TOW (Tube-launched, Optically-tracked, Wireless-guided― Missili filoguidati via cavo, a mira ottica e semi-automatica) in grado di perforare, teoricamente, le corazzature dei carri armati, i T-72 siriani di fabbricazione ex sovietica e russa.

E adesso, viene lasciato dire a Washington, che Obama avrebbe deciso di fornire ai ribelli l’addestramento sul posto scegliendo i più “buoni”, pronti insieme a combattere contro Bashar al-Assad e contro gli altri ribelli― i cattivi, gli al-Qaedisti: col rischio, dal Vietnam in poi dimostratosi inevitabile, di lasciare sul campo insieme a qualche scalpo di soldati americani anche quantità non piccole del loro onore ormai: da My Lai in Vietnam, a Abu Ghraib in Iraq, a Camp Bagram in Afganistan (Al Arabiya News/Dubai, 28.5.2014, Obama to authorize training of Syrian rebels Obama autorizzerà l’addestramento di ribelli siriani

http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/05/28/Obama-to-authorize-training-of-Syrian-rebels-report-.html).

E’ una mossa che solo la disperazione per come vanno le cose ai loro inaffidabili e malfidati alleati possono costringerli a fare e che americani, sauditi e turchi avevano finora rifiutato proprio per timore del bersaglio, dei bersagli, anche diversi da quelli voluti che, alla fine, quelle armi pesanti avrebbero potuto anche mettere nel mirino. E, a San Pietroburgo, nell’entourage del presidente russo esperti e tecnici fanno sollecitamente notare, specie ai reporters americani, che Mosca è sempre in grado di aggiustare il livello del suo sostegno militare a Assad in diversi modi.

Il contributo russo di forniture all’esercito siriano è stato finora robusto ma c’è molto spazio per Mosca, alla bisogna, di rafforzarlo. Altri pezzi di ricambio, più munizioni, radio e equipaggiamento di supporto ma pure, se cominciano gli americani, equipaggiamento d’attacco e munizioni più pesanti con efetti più pesanti e diretti sul campo: munizioni guidate di precisione (le cosiddette bombe intelligenti, elicotteri d’attacco, lanciarazzi a lancio multiplo, armamento individuale piò tecnologicamente avanzato. E addestramento diretto― da Stato a Stato, non da Stato a bande irregolari e anarchiche di jihadisti fanatici e incontrollabili.      

Putin, insomma, sta cominciando a rispondere, occhio per occhio, al recente incontro di Londra dei cosiddetti “amici della Siria” che ha appena dichiarato di voler aumentare le forniture di armi ai ribelli. Il comitato che ha formato in risposta per la cooperazioen tra Russia e Siria così, presieduto per Damasco dal ministro delle Finanze Ismail Ismail, è capeggiato per Mosca dal vice primo ministro Dmitri Rogozin, già ambasciatore alla NATO e noto per essere uno dei falchi del circolo ristretto dei dirigenti vicini a Putin e molto vicino a uno dei dirigenti più operativi del complesso russo militar-industriale per il quale, dicono gli americani che se ne intendono, Rogozin è un efficace mediatore diplomatico coi siriani (Wikipedia, 5.2014, More recent foreign implications in Syrian civil war― Le implicazioni straniere  più recenti  nella guerra civile siriana

 http://en.wikipedia.org/wiki/Foreign_involvement_in_the_Syrian_Civil_War);

e Haaretz/Tel Aviv, 5.7.2012, Switzerland halts arms exports to U.A.E. as report says Swiss arms used by Syria rebels― La Svizzera ferma l’esportazione di armi svizzere, alla notizia che armi di sua produzione sono usate in Siria dai ribelli http://www.haaretz.com/news/middle-east/switzerland-halts-arms-exports-to-u-a-e-as-report-says-swiss-arms-used-by-syria-rebels-1.449022).

●Si stanno avviando a conclusione le misure pratiche che porteranno a trasferire a Gaza, secondo gli accordi inter-palestinesi appena conclusi tra ANP (formalmente Fatah) e Hamas, che fissa a cinque settimane la scadenza per la formazione del governo tecnico unitario ad interim di tutti i territori occupati in Cisgiordania e di quello sotto assedio della striscia di Gaza e, intano, rafforza il servizio di sicurezza di Hamas a Gaza con un supplemento di 3.000 agenti dell’ANP (Ma’an News Agency, 5.5.2014, 3,000 PA officers 'to join Gaza security forces' in unity step 3.000 agenti dell’ANP si uniranno alle forze di sicurezza di Gaza con un passo verso l’unità dei palestinesi ▬

http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=694901).

Naturalmente, adesso, i palestinesi, tutti, dovranno fare i conti con la volontà violentemente contraria e  il potere che di fatto Israele detiene di bloccare con la forza militare anche solo questo spostamento di agenti di polizia dalla Cisgiordania a Gaza.

●La visita lampo di papa Francesco in Palestina, carica di significati anche profondi, dal punto di vista che qui, sotto il profilo che più ci interessa, quello politico e dei rapporti internazionali, resta nella memoria soprattutto per il gesto che Bergoglio – ha voluto fosse chiaro e dichiarato esplicitamente e ufficialmente – alla faccia degli ipocriti di Tel Aviv, di Washington e di tutto il mondo: che lui andava in Terra Santa a visitare tre Stati, quelli di Israele e Giordania e quello delasl Palestina, di entrambi ancora più antico di millenni.

E’ una proclamazione che così netta aveva osato fare finora solo l’Assemblea generale dell’ONU, scavalcando i veti rabbiosi e irritati ma anche impotenti israelo-americani e con l’assenso invece di una stragrande maggioranza del mondo, anche se poi esso non ha trovato anche il coraggio di spinger fino in fondo il suo riconoscimento di assoluti principi.

Poi è stata anche di grande rilievo politico la forza, la prepotenza, con cui, invitando i leaders dei due popoli sempre in lotta – che hanno subito accettato, anche se purtroppo non sono forse proprio i due cruciali: Shimon Peres il presidente e non Netanyahu, il primo ministro; Mahmud Abbas dell’OLP/Fatah e non anche Mesh’al di Hamas si ritroveranno insieme in Vaticano – Francesco s’è inserito a sorpresa nel processo di pace che, sotto l’egida moscia e insignificante degli Stati Uniti, è ancora una volta miseramente fallito (New York Times, 25.5.2014, J. Rudoren, I. Kershner e J. Yardley, Israeli and Palestinian Leaders to Meet With Pope at Vatican― I leaders israeliano e palestinese si incontreranno col papa in Vaticano

http://www.nytimes.com/2014/05/26/world/middleeast/pope-francis-west-bank.html).

●In Libano, una strana società sofisticata e a suo modo anche squisitamente civile ch,e prima di lacerarsi e poi di ricucirsi in mezzo a una ferocissima guerra civile di cui peggio in questa regione sembra esserci solo quella siriana – mix di etnie, religioni e culture che o stanno in piedi per miracolo o a vicenda si sbranano – è scaduta la presidenza (sei anni) di Michel Suleiman, presidente, per costituzione dettata dai francesi, obbligatoriamente di religione cristiano-maronita, mentre il primo ministro è mussulmano-sunnita e il presidente della Camera deve essere mussulmano-sci’ita.

E, poi, c’è la forza presente in parlamento, necessaria a ogni maggioranza – proprio come tutte le altre qui – ma che ha anche un suo esercito possente e vero di miliziani, gli Hezbollah sci’iti cui tutti – anche i suoi più feroci avversari politici e ideologici – riconoscono di essere stati i difensori veri, unici in realtà del paese, al posto dell’imbelle esercito nazionale e, poi, anche e soprattutto in sostanza vincenti, capaci di stoppare e respingere l’ultima invasione del 2006 delle armate israeliane (New York Times, 24.5.2014 , B. Hubbard, Lebanon’s Political Standoff Leaves Leadership Vacancy― Lo stallo politico del  Libano lascia un buco di leadership

http://www.nytimes.com/2014/05/25/world/middleeast/lebanons-political-standoff-leaves-leadership-vacancy.html ).

Adesso, i poteri del presidente uscente – che non sono, poi, puramente cerimoniali ma dipendono molto dalla sua credibilità e dal suo personale prestigio – passano ad interim al primo ministro sunnita, Tammam Salam: il parlamento non è, in effetti, riuscito dopo ben cinque tentativi a vuoto ad eleggere tra i cristiano-maroniti, essi stessi sempiternamente divisi, nessun nuovo presidente, con   l’ultimo voto, lo scorso 22 maggio, che ha mancato non solo di scegliere ma anche di avvicinarsi a designare un capo di Stato in grado di essere eletto da una maggioranza dell’assemblea.

●Alle presidenziali in Egitto del 26 e 27 maggio, la prima sorpresa è stata nel disperato tentativo di rimpannucciare il numero dei votanti addirittura arrivando a decretare – estemporaneamente e illegalmente – l’apertura delle urne per un’altra giornata e una giornata di vacanza per tutti gli uffici pubblici o aperti al pubblico. Un’ondata di opinionisti, al servizio del regime militare, in pieno panico é arrivata a rivolgere alla gente la domanda retorica se intendesse col non voto autorizzare qualcuno a pensare che un voto scarso avrebbe potuto somigliare a un ripudio del dopo Morsi... senza realizzare che forse proprio a quello chi non votava – e qui votare è obbligatorio, sotto pena di una multa di 500 sterline egiziane (sui 70 $): una cifra enorme per il cittadino medio egiziano – in effetti magari proprio mirava.

Il problema è che Sisi si era illuso di essere Nasser, salutato così dai sicofanti di cui s’era circondato e che aveva messo a parlare per lui e di lui supponendo che parlassero per il popolo, ha osservato un insegnante di scienze politiche di origine egiziana, Samer Shehata, dell’università di Oklahoma: “non ha niente della sua popolarità concreta e radicata del fondatore della Repubblica e colui che aveva rovesciato il re e sfidato Inghilterra e Francia e anche Israele. Lo dicevano i sondaggi recenti ma non li ascoltavano. Le divisioni sono più profonde di sempre, qui, e l’autoritarismo imposto da ElSisi era diventato sempre più ovvio ed esteso(New York Times, 27.5.2014, D. D. Kirkpatrick, Egypt Scrambles to Raise Turnout in Presidential Vote L’Egitto si affanna ad alzare l’afflusso al voto nelle presidenziali http://www.nytimes.com/2014/05/28/world/egypt-presidential-election.html?_r=0).

Adesso, la Fratellanza mussulmana si ascrive il merito dell’elevata percentuale di boicottaggio alle urne: e, in buona parte, è sicuramente così. Ma il basso afflusso alle urne è anche dovuto alla catattrofica situazione economica  dove più conta (disoccupazione, prezzi...) e al rifiuto anche di larghe masse di popolazione che, pure, quasi un anno fa aveva guardato, sbagliando, con qualche fiducia al golpe e ora è del tutto sfiduciata. D’altra parte, gli accoliti lecca-sapete-cosa di ElSisi imputano la bassissima partecipazione al voto al clima, al caldo pesante... come se al Cairo, a Luxor o a Assuan a fine maggio, di norma, imperassero temperature fresche e brezze temperate...

Il secondo (e teorico) candidato presidenziale, accettato dalla Commissione nazionale elettorale come aspirante oppositore di ElSisi, Hamdeen Sabahi, ha presentato ricorso alla stessa Commissione elettorale contro la decisione della medesima Commissione elettorale di posticipare di un giorno la chiusura delle urne. Anche se non servirà a niente, almeno la cosa è stata formalmente messa agli atti (Al Ahram, 27.5.2014, Hazel Haddon etc., Second day ends in surprise Il secondo giorno finisce in sorpresa

http://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/64/102297/Egypt/Politics-/Live-updates-Final-day-of-voting-in-Egypts-preside.aspx).

Nel frattempo gli scrutatori di Sabahi e i suoi rappresentanti di seggio vengono, prima, estromessi dai seggi nel terzo giorno di voto (perche, viene detto, non era previsto ci fossero...) e, poi, rinunciano tutti ad andarci mentre, miracolosamente, il titolo del giornale principale che sostiene El Sisi cambia in un’ora trasformandosi in affluenza alle urne diventata di botto “elevata(New York Times, 28.5.2014, D. D. Kirkpatrick, Egyptian Presidential Challenger Withdraws Monitors Il secondo [e unico altro] candidato alle elezioni presidenziali ritira i rappresentanti di seggio

http://www.nytimes.com/2014/05/29/world/middleeast/egyptian-presidential-election.html?hp&_r=0 ).

●Alla fine, alla chiusura posticipata dei seggi, i risultati appaiono subito lampanti: l’ex golpista, Adbel Fattah ElSisi, ha vinto a valanga naturalmente – altro che il 51,7% di Morsi! – con il 96% dei voti espressi e, per Sabahi, il 3,4%. Assicura il giornale del regime – come lo era stato, a dire il vero di tutti i regimi a partire da Mubarak, anche se non con Morsi – che l’afflusso alle urne alla fine non è stato inferiore ai precedenti analoghi, sui 23 milioni di votanti (con Morsi, tra pro e contro, erano stati quasi 27, però, e allora, di certo, senza alcun inciucio).

Sostiene l’organo pressoché ufficiale di Sisi che, alla fine, ha votato il 48% degli aventi diritto: rivelatore il fatto che perfino “La voce di ElSisi”, come lo chiama la gente, non osi sostenere che il referendum abbia racolto una maggioranza del voto, ma tutti gli exit polls, ufficiosi e anche ufficiali, dicono di un affluso alle urne al massimo fra il 10 e il 20%... Il contrario di un plebiscito, realizzato come la gente poteva, cioè non andado a votare... Lo stesso al-Ahram si spinge a dire, alla fine, che bisognerà aspettare il verdetto ufficiale della Commissione elettorale, forse a inizio giugno, per saperlo con precisione (Al Ahram― le Piramidi/il Cairo, 29.5,2014, Egypt's preliminary 2014 presidential election results Risultati preliminari delle presidenziali 2014

http://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/64/102437/Egypt/Politics-/LIVE-Egypts--presidential-election-results.  aspx).

La verità è che, al dunque, però – e come da sempre sapeva chi lo volesse sapere - a ElSisi serviva solo un mandato: non certo quello del popolo, ma quello delle sue Forze armate, delle rete di famiglie, famigli e interessi che coprono – secondo analisti cimpetenti tra il 30 e il 4% almeno di tutta l’attività economica negli scambi commerciali nel e del paese.

Calcola Robert Springborg, professore del dipartimento di alti studi della Sicurezza nazionale alla Scuola navale di perfezionamento post-laurea della California e esperto riconosciuto, anche in Egitto, che non vale neanche la pena di stilare una lista di cosa  quste economia parallela comprenda e che è più semplice e signigificativo, forse, stimare quel che il potere militare in campo economico non controlla (Al Jazeera, 16.8.2013, Dahlia Kolalf, The Egyptian army's economic juggernaut― Quel mastodonte economico che è l’esercito egiziano

http://www.aljazeera.com/indepth/features/2013/08/20138435433181894.html).

Altre fonti, anche di propaganda facendo capo agli israeliani ma sicuramente ben informate (MEMRI/MiddleEast Media Research Institute, 29.7.2013, # no.1001, Nimrod Raphaeli, Egyptian Army's Pervasive Role In National Economy― Il ruolo penetrante e dominante dell’esercito egiziano nell’economia nazionale

http://www.memri.org/report/en/print7313.htm), ricordano che è addirittura il testo stesso dell’accordo di Camp Davi – i protocolli annessi e non publicati – che nel 1979 concluse il trattato di pace tra Egitto e Israele su impulso, per volontà e col conto in dollari pagato dagli americani, ad attribuire formalmente col ruolo di motore dell’economia anche, e perfino, una quantrità di aiuti concreti all’esercito egiziano...

L’elezione non ha fatto nulla, anzi ha ristretto non avendo mantenuto, e clamorosamente, quel che lui prometteva, mandato e legittimità della leaderhip. Adesso quella legittimità gliela possono dare, o cominciare a dare, solo la performance che sarà capace di esercitare al potere, specie nella gestione di un’economia moribonda, costruendosi così quella che i politologi chiamano una constituency, una base politica, più larga di sostenitori. 

nel resto dell’Africa

●Truppe del contingente dell’Unione europea hanno assunto il compito di controllare la sicurezza del principale aeroporto della Repubblica centroafricana nella capitale, Bangui, ceduto loro dal comandante dell’unità francese  che l’occupava da mesi. Così il magg. gen. Philippe Ponties ha sostituito il suo cappello di comandante della UE il magg. Gen. Ponties con quello di capo del contingente francese nella RCA a Bangui: la differenza, l’unica, è che oltre ai francesi avrà al suo comando anche qualche decina di truppe estoni.

Perché, nella realtà, arrivate mesi fa all’aeroporto della capitale le truppe francesi, occupatolo, non se ne sono più mosse e ora, liberate da questa cruciale ma  potrebbero farlo. Finora nel paese hanno di fatto presieduto senza alzare un dito alla purga che ha portato a sfollarne molti tra i cittadini di religione islamica (il 15% del totale di 5 milioni e 250 mila persone), metà del quale è stato coinvolto nell’esodo di portata davvero biblica seguito allo scoppio di una feroce lotta inter-etnica e inter-religiosa che ha visto, prima, come vittime migliaia di cristiani e, poi, migliaia di mussulmani sconvolgendo le possibilità di sopravvivenza delle Nazioni Unite di oltre 2 milioni e mezzo di persone, ora senza casa e senza alcuna possibilità di sopravvivenza se non stipati in campi profughi.

●Sempre nel Nord dell’Africa, subito a sud dell’Algeria, più a nord e a est rispetto alla latitudine e alla longitudine della Repubblica centrafricana, in Mali, i ribelli separatisti autoctoni, i Touareg (berberi nomadi originari del Fezzan libico), hanno sferrato un attacco deciso contro la guarnigione ella cittadina di Kidal a nord del paese, facendo fuori otto soldati, devastando edifici del governo e prendendosi una trentina di ostaggi (rilasciati dopo tre o quattro giorni nelle mani di funzionari dell’ONU) con una vera e propria dichiarazione di guerra lanciata al governo centrale di Bamako, a sud-ovest del paese. L’attacco ha subito motivato la visita alla località attaccata del nuovo primo ministro, nominato col supporto anche troppo esplicito dell’occupante/liberatore francese, Moussa Mara.

Kidal, vicina all’Algeria, è una della serie di cittadine catturate dai Touareg, all’origine l’anno scorso con l’appoggio di al-Qaeda. Fu quando l’attacco si avvicinò troppo a Bamako che la Francia inviò un corpo di spedizione di 4.000 soldati per ricacciare indietro gli insorti e ripristinare l’ordine. Con un certo successo, anche grazie al sostegno logistico e di truppe di altre spedizioni di paesi vicini. Un corpo di spedizione combattente che, però, non è mai riuscito, e mai in realtà poi  neanche ha sferrato contro i ribelli, il colpo risolutivo.

E, ora, l’attacco a Kidal conferma che malgrado, o forse anche a causa proprio della rottura nel frattempo avvenuta tra Touareg e al-Qaeda che la minaccia resta e si manifesta ancora significativa. E mostra anche quanto inefficaci siano stati gli sforzi delle autorità del Sud del paese di cercare una riconciliazione coi ribelli del Nord e le loro aspirazioni/voglie di autonomia/separatismo. Ora, dopo un periodo di stasi che è servito alle parti anche a recuperare e ricostituire le forze, si preannuncia un’altra fase di scontri (la Repubblica, 19.5.2014, Mali: attacco touareg, 8 morti, presi 30 ostaggi http://www.repubblica.it/esteri/2014/05/19/news/mali_attacco_tuareg_8_morti_presi_30_ostaggi-86537847).

Neanche stavolta. Infatti, le truppe governative che passano all’attacco di Kidal vengono respinte (50 soldati uccisi e le dimissioni immediate del ministro della Difesa) e i Touareg spingono ancor più avanti la loro offensiva/controffensiva, verso altri villaggi. Che il portavoce dei ribelli del Movimento Nazionale per la Liberazione dei Touareg (MNLT), Attaye Ag Mohamed,specifica puntigliosamente essere quelli, “liberati da governativi e invasori francesi” di  Anefis, Aguelhok, Tessalit, Menaka, Ansongo, Anderamboukane e Lere, che invita i media stranieri a visitare come ospiti e testimoni dell’MNLT.

Il portavoce ha anche provveduto a diffondere un comunicato stampa redatto e diffuso dai funzionari dell’ONU, gestori nel nord dei campi profughi, che ben 350 soldati gvernaticvi hano disertato chiedendo asilo nei campi (Swiss Info.ch, 22.5.2014, Tiemoko Diallo, Touareg separatists seize several towns in Northern Mali I separatist Touareg conquistano diversi villaggi nel Nord del Mali

http://www.swissinfo.ch/eng/news/international/Tuareg_separatists_seize_several_towns_in_northern_Mali.html?cid=38642046).

●L’Associazione dei Minatori e il Sindacato delle costruzioni del Sud Africa hanno annunciato il 5 maggio che i lavoratori in sciopero hanno respinto in massa l’offerta di aumenti salariali delle tre grandi compagnie minerarie del platino nel paese, l’Anglo-American Platinum, la Lonmin e l’Impala Platinum  dopo ormai quattro mesi di sciopero e una riduzione drastica della produzione del minerale di quasi il 40%. Le tre compagnie avevano offerto un pacchetto di aumenti salariali e coperture maggiori del 10% che, sostenevano, avrebbe aumentato il salario minimo nelle aziende, ma non subito entro il luglio del 2017..., a $ 1.200 mensili lordi.

Sia le imprese che i sindacati rivali dei minatori stanno disperatamente e assai meschinamente tentato di sminuire, se non di svilire il successo dell’AM&SC del Sud: un sindacato relativamente giovane e, di tutti, il più combattivo, secondo i benpensanti invece il più intransigente (Business Insider/Johannesburg, Reuters, 5.5.2014, South Africa's AMCU says members reject platinum wage offer― L’AMCU sudafricana dice che i suoi affiliati respingono l’offerta salariale delle imprese del platino

http://www.businessinsider.com/r-south-africas-amcu-says-members-reject-platinum-wage-offer-2014-05).

●A poche ore dall’inizio delle elezioni generali che, per la quinta volta dalla caduta dell’apartheid, hanno portato al voto politico, il 7 maggio, anche i nuovi sudafricani nati senza avere mai conosciuto il regime della segregazione – li chiamano i “nati liberi”, qui – secondo sondaggi e impressioni maggiormente diffuse e i primi risultati già di qualche corposo rilievo vincerà ancora l’ANC ma mai con tante difficoltà ora che, scomparso anche Mandela, è sottoposto, spesso a buona ragione, a critiche e attacchi feroci per la corruzione che ha lasciato crescere rampante nelle sue fila e l’inefficacia di molte sue politiche sociali e economiche.

Alla fine, qui, ma ancora a scrutinio non del tutto completo, affluenza del 72% – più bassa del consueto – e, anche per questo, risultato più basso del consueto per il partito della liberazione, l’ANC, che raggiunge però il 62,2% trascinandosi dietro anche la rielezione del non popolarissimo presidente Zuma: non è il suffragio dei 2/3 dei voti che l’ANC voleva ma ci va vicino. Comunque, ne escono rafforzate presenze che si faranno sentire anche in un parlamento che resta stradominato dal peso dell’African National Congress, il vecchio partito di 102 anni che ha sconfitto il sistema dell’apartheid.

Con un buon 22% che va all’opposizione liberale più mercatista ma non proprio liberista della Democratic Alliance della signora Helen Zille. E oltre il 6% ai radicali di estrema sinistra, malgrado il nome stesso di Economic Freedom Fighters, che fanno capo all’ex leader dei giovani dell’ANC, Julius Malema, per i quali libertà economica significa, in effetti, libertà dal bisogno per tutti garantita e resa obbligata dal potere dello Stato.

Cioè, dichiaratamente contro il mercato per una scelta che affossi finalmente anche il retaggio socio-economico lasciato dall’apartheid anche con l’ANC, in ragione del compromesso e dello scambio storico che Mandela fece con l’ultimo presidente dell’apartheid Frederick de Klerk: la fine del sistema della segregazione razziale in cambio della garanzia del diritto di proprietà come era, la scelta che alla fine fece Mandela e che riserva, di fatto, l’80% del patrimonio al 9% della popolazione bianca (New York Times, 9.12.2013, A. Ross Sorkin, How Mandela Shifted Views on Freedom of Markets Come [e perché] Mandela cambiò posizione sulla libertà del mercato

http://dealbook.nytimes.com/2013/12/09/how-mandela-shifted-views-on-freedom-of-markets/?php=true&_type= blogs&_r=0#).

Questa, riportata dal NYT, la lettura positiva di questa scelta. Per una lettura, invece, decisamente negativa ma di fatto coincidente nel descrivere l’evoluzione dei fatti e delle ragioni che la determinarono il “cambio”, ad esempio (cfr. in Movimento operaio, 15.12.2014, C. Longford, Nelson Mandela: il rivoluzionario reticente

http://www.antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1606:nelson-mandela-il-rivoluzionario-reticente&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31).

Intanto, ha giurato Zuma, confermato dalla larga maggioranza del parlamento come capo delo Stato e... subito ripartono feroci polemiche tra molti anche di quelli che hanno votato l’ANC a denunciare che il suo mastodontico governo (quasi un centinaio di ministri) cresce ogni giorno di più delritmo  paso tenuto da un PIL che avanza, invece, assai lentamente.   

●In Nigeria, il capo del gruppo estremista islamista Boko Haram― letteralmente, l’educazione all’occidentale è peccato, Abubakar Shekau – dato almeno tre volte per morto nel chiacchierio del governo di Lagos, ha rivendicato il rapimento di più di 280 ragazze adolescenti, sequestrate ha detto “in nome di Allah – che però il profeta mai ha detto abbia voluto niente del genere – per venderle sul mercato”, o come mogli o come schiave sessuali... (il Fatto quotidiano, 5.5.2014, A. Rubei, Boko Haram e la visione della donna: ma l’Islam non c’entra

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/05/boko-haram-e-la-visione-della-donna-ma-lislam-non-centra/972918).

Ovviamente questo fondamentalismo fanatico e idiota fa schifo, ancora di più per la pretesa davvero blasfema di agire in nome di Dio. Ma la narrativa, la leggenda, che sta emergendo da questo obbrobrio somiglia troppo da vicino a quel che si è di frequente visto ripetere nell’Asia sud-orientale e in Medioriente: dice, qualcosa bisogna fare e “noi”illuminati occidentali dobbiamo farlo... contro l’oppressione di Saddam  in Iraq, dei talebani in Afganistan o anche di Gheddafi in Libia.

Adesso toccherebbe a “noi” – agli americani forse è passata la voglia, ormai; ma agli inglesi prudono sempre, o spesso, imperialisticamente o vittorianamente, le mani. E, adesso, per ritrovare quelle povere ragazze e per aiutare a “stabilizzare” la Nigeria...

Ma l’intervento occidentale troppo spesso poi ha tutt’altro che migliorato le cose― con tutte le sue motivazioni ufficiali umanitarie e magari anche missionarie (dai tempi addirittura della spada e la croce di coloniale ispanica memoria in America latina, servita anche a giustificare la tratta degli schiavi per battezzarli e convertirli al Signore), alle guerre dell’oppio per imporre alla Cina di consentire il “libero” commercio della droga, al taglio dei pollici dei tessitori indiani di cotone di Bombay che fattivamente impediva loro di far concorrenza all’industria tessile di Manchester.

Oppure, dato il diverso e più brutale livello di “civiltà” rispetto a quello in vigore nel Regno Unito la pratica del taglio delle mani, non solo del pollice, all’identico scopo, a milioni di operai del Congo di S.M. cattolicissima Leopold II, Lodewijk
Filips Maria Victor, re del Belgio. E poi, bisogna riconoscere che proprio l’islamismo estremo di bin Laden e della sua matrice fondamentalista wahabita è stato coltivato, finanziato, armato e scatenato proprio dall’occidente.

Perché poi ci sono anche le guerre economiche praticate da sempre contro l’Africa, spogliata per decenni di ogni sovranità sule proprie risorse e poi, per esempio proprio nella Nigeria del presidente Jonathan Goodluck (cognome coloniale inglese che vuol dire, tra l’altro, “buona fortuna”) , dove la bonanza del petrolio non si è mai tradotta, a sistema vigente, in maggiore istruzione e sanità più universale e efficiente perché è stata fatta – appunto, sistematicamente – lasciata filtrare solo ai servi di lor signori e mai ai popoli. E non saranno certo altre armi (mai gratis tra l’altro) o altri soldati nostri a salvare le ragazze nigeriane.

Farebbero solo della Nigeria (oggi appena dichiarata il paese forse globalmente più ricco anche se per i suoi abitanti, probabilmente, sempre uno dei più poveri dell’Africa) un Afganistan africano: moltiplicato almeno per cinque (31 milioni di abitanti, contro più di 160 milioni) (Guardian, 6.5.2014, L. German, Western intervention will turn Nigeria in an African Afghanistan― L’intervento occidentale trasformerebbe la Nigeria in un Afganistan africano ▬

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/may/06/western-intervention-nigeria-kidnapped-girls-corruption-boko-haram).

Qui l’unica soluzione che può – forse... – funzionare è quella di premere e con molta forza anche aiutando ma con discrezione il governo di Jonathan Goodluck: senza in pratica neanche farsi vedere, però, perché è assai impopolare e s’è mostrato lento e inetto proprio in prticolare nell’affrontare il potere degli estremisti, di fatto abbandonando larghe parti del territorio alle pretese dei seguaci della sharia imposta a tutti.

Ogni intervento esterno e dal’esterno, da estranei e tanto più occidentali servirebbe solo a moltiplicare il problema. Bisognerà essere capaci di vederlo e di farlo capire a chi, specie a spese altrui, è impaziente di menare le mani:  con le conseguenze che già si conoscono...

Certo è che non serve a un prospero di niente la dichiarazione, sincera ovviamente ma del tutto pleonastica e anche un po’ ridicola, della signora Obama che condanna cone unconscionable priva di scrupoli, irragionevole, l’azione dei terroristi... come se, invece, avesse potuto dichiarare ma di felicitarsene! (New York Times, 10.5.2014, M. D. Shear, First Lady Condemns Abduction of Nigerian Schoolgirls― La first lady condanna il rapimento delle ragazze nigeriane ▬

http://www.nytimes.com/2014/05/11/us/first-lady-condemns-abduction-of-nigerian-schoolgirls.html).

Così come un poco di sale in zucca avrebbe anche evitato l’annuncio americano che avrebbero provveduto all’ invio di una squadra di militari specializzati, tipo i Navy seals le foche di marina, per dare la caccia, nel tentativo di recuperare le 300 bambine rapite, ai sequestratori che le hanno prese. Perché tutti sanno che, intanto, è sbagliato annunciarlo e che, poi ,se riuscissero a trovarle e a trovarli, finirebbe in un massacro: come ad Abbottabad, appunto.

Solo che qui sarebbero, probabilmente, decine le morti potenziali: e non una sola uccisione mirata, un solo bersaglio umano trovato e debitamente, facilmente, assassinato. E il bello è che poi lo sanno pure di aver fatto, annunciandolo, un’altra ca**ata: infatti, subito, alla primissima comunicazione rilasciata per confortare l’ “attivismo” delle anime belle, segue a ruota un secondo comunicato del Pentagono...

A precisare che in ogni caso, le squadre di specialisti americani (in tutto, subito, dieci (10) specialisti “condivideranno” con le truppe nigeriane la loro esperienza― tradotto: proveranno a addestrarli; ma, comunque, non si impegneranno in alcuna operazione di “tipo offensivo”― cioè, non attaccheranno i terroristi di Boko Haram (US Department of Defense, 7.5.2014, Statement on US aid to Nigeria Dichiarazione [del portavoce col. Steven Warren] sull’aiuto alla Nigeria

http://www.defense.gov/Releases/Release.aspx?ReleaseID=17664;

e Press of Atlantic City,  7.5.2014, No military action planned yet for Nigeria― Nessuna azione militare pianificata   al momento per la Nigeria

http://www.pressofatlanticcity.com/politics/pentagon-no-military-ops-planned-yet-for-nigeria/article_c9155486-b826-53d2-9cce-9160490db3bd.html).

E la cosa straordinaria è che in America non del merito della situazione discutano ma di come in passato il... dipartimento di Stato ha trattato o non ha trattato il gruppo terrorista di Boko Haram― allora sotto la guida della Hillary Clinton, ormai e già candidata alla successione di Obama: cioè, se sotto di lei avessero prontamente “iscritto” o no, ormai anni fa, nella lista delle organizzazioni terroriste straniere quella lì, nigeriana: come se, per Boko Haram e per le povere ragazzine, la cosa avesse potuto fare  la minima differenza.

Ma di questo, su questo, i frollocconi (repubblicani contro democratici, ovvio), si scannano (New York Times, 8.5.2014, M. R. Gordon, Schoolgirl Abductions Put Scrutiny on U.S. Terrorism Strategy Il rapimento delle ragazze mette sotto esame la strategia [la chiamano così, senza neanche sorridere...]  anti-terrorismo degli USA [che consisterebbe nel dichiarare che qualcuno o qualcosa è o no terrorista! E mica scherziamo: date un’occhiata a questo allucinante reportage del NYT...] ▬

http://www.nytimes.com/2014/05/09/world/africa/schoolgirl-abductions-put-scrutiny-on-us-terrorism-strategy. html? _r=0).

●Il 9 maggio, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, quello che sfoggia il largo cappellone texano che lo connota due anni fa e che dopo una lunga guerra ha operato la sua secessione dal Sudan ha incontrato in Etiopia, per sottoscrivere con lui il suo secondo cessate il fuoco dopo quello senza esito conclusivo raggiunto il 23 gennaio scorso, il leader e suo ex vice presidente Riek Machar che, a sua volta, contro il Sud aveva dichiarato la sua secessione.

Il primo ministro etiopico era arrivato a minacciare i due con una specie di “conclave”, letteralmente di chiuderli a chiave e tenerli a stecchetto se non avessero firmato l’accordo rimettendo insieme un governo di transizione, riscrivendo una costituzione concordata e convocando nuove elezioni. Con gli scontri che dovrebbero cessare entro ventiquattrore dalla firma. Ma dopo tre giorni è un tentativo di cessate il fuoco durato neanche un giorno intero e la firma non era ancora arrivata coi combattimenti non era mai completamente cessata.

Tutto considerato, forse a guadagnarci di più dalla secessione del Sud Sudan e, poi, dalla guerra civile scoppiata dopo neanche un anno dalla sua indipendenza è stato proprio il grande Sudan di Kartum che, in qualche modo così, è riuscito a tamponare il flusso di risorse che gli imponeva la costante guerriglia nel sud del paese.

Come alcuni osservatori (non certo al dipartimento di Stato o a Whitehall ma proprio e soprattutto a Kartum intorno al presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir) che, infatti, avevano predetto l’instabilità congenita e la caduta nella guerra tribale dopo il ritiro dell’esercito sudanese dal Sud. Che, malgrado il potenziale di greggio nel sottosuolo del paese – o proprio per questo – è un tale misto di tribù da non riuscire mai a stare insieme davvero (la Repubblica/Limes, A. Napoli, 26.11.2012 Sud Sudan: si tratta ma è iniziata la pulizia etnica

http://temi.repubblica.it/limes/sud-sudan-si-tratta-ma-e-iniziata-la-pulizia-etnica/56684?printpage=undefined).

A Addis Abeba, i colloqui di pace proseguono stancamente, mentre come denunciano in questi giorni quasi stridendo i farfuglianti e, per l’effetto che hanno le loro denunce, del tutto improduttivi funzionari dell’ONU da Ban Ki-moon a tutte le sue coorti – a Ginevra, quelli della sua Human Rights Commission, ecc., ecc.: anche se magari più che per la non volontà sua per quella dei paesi membri che rifiutano comunque di dar loro poteri di intervento reale – è cominciata, e anzi si va sempre più diffondendo, la guerra inter-etnica e sono state scoperte le prime fosse comuni.

Con la guerra che ha già costretto a sfollare un milione di persone. E un secondo cessate il fuoco, firmato e proclamato venerdì 16 maggio, già salta nei fatti la mattina di lunedì 19... (U. N. Human Rights Media Center, 9.5.2014, UN report documenting human rights violations on “a massive scale” in South Sudan underscores extreme urgency― Rapporto ONU di documentazione delle violazioni dei diritti umani su ‘scala massicia’ [già... guarda un po’: è in atto una guerra civile!] nel  Sud  Sudan sottolinea  l’estrema  urgenza  della  crisi http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/Media.aspx).

●La Cina annuncia, col primo ministro Li Keqiang che parla nella sede di Addis Abeba dell’Organizzazione per l’Unità Africana di offrire più di $ 12 miliardi di aiuti extra per lo sviluppo del continente. E la vostra esperienza con noi certifica – ricorda non proprio elegantemente agli interlocutori – come, di fatto, già garantita la promessa stessa: incrementeremo le linee di credito per $ 10 miliardi e di 2 il Fondo per lo sviluppo sino-africano, disponibilie anche a condividere la nostra avanzata tecnologia dell’alta velocità ferroviaria sia a livello di singoli paesi che del continente stesso.

Li Keqiang tiene inoltre con forza a sottolineare nel suo intervento che la presenza cinese in Africa, vista la vaccinazione che ha sperimentato sulla sua pelle dall’imperialismo occidentale non sarà mai connotata nel mondo dalle caratteristiche neo-coloniali o vetero- imperialiste (Stratfor – Global Intelligence, 5.5.2014, China: Beijing To Offer At Least $12 Billion In Extra Aid To Africa, Prime Minister Says Cina: il premier dice che Pechino offre almeno 12 miliardi di $ di aiuti extra all’Africa ▬

http://www.stratfor.com/situation-report/china-beijing-offer-least-12-billion-extra-aid-africa-prime-minister-says

●E in curiosa – o niente affatto tale – coincidenza temporale, il ministro degli Esteri giapponese Fumio Kishida aveva detto, il giorno prima parlando in Camerun con una serie di leaders africani, che Tokyo aumenterà adesso “stabilmente”, e non più solo a promesse, i $ 32 miliardi di aiuti che aveva annunciato di aver allocato all’Africa nel prossimo quinquennio (Stratfor – Global Intelligence, 17.2.2014, Japan Increases its Investments in Africa Il Giappone aumenta i suoi investimenti in Africa

http://www.stratfor.com/analysis/japan-increases-its-investments-africa).

E’ una promessa dello scorso anno arrivata dopo un lungo periodo che aveva già visto decrescere pesantemente gli investimenti netti diretti in Africa del Giappone (Stratfor – Global Intelligence, 5.5.2014, Japan promises to follow through with Africa aid Il Giappone promette di dar seguito, stavolta, agli aiuti all’Africa

http://www.stratfor.com/situation-report/japan-tokyo-promises-follow-through-africa-aid).

in America latina

●A Panama, sostenendo quella che qui è una tradizione forte ma in molti erano convinti avrebbe potuto essere stavolta smentita – finalmente disgustati dal malaffare vigente e rampante sotto la presidenza Martinelli – gli elettori hanno rovesciato alle urne il regime rifiutando il successore che, ormai ineleggibile, aveva designato a succedergli, e che secondo costume e senza il senso del limite dettato da un minimo di decenza,  aveva incluso nel ticket la consorte del presidente uscente, concusso e concussore di quel nostro (bè, nostro... si fa per dire) Valter Lavitola, faccendiere per conto del suo ex capoccia occupante pro-tempore di palazzo Chigi e ora condannato, a titolo definitivo, per frode fiscale. E di sicuro, col senno del poi su cui ha sapientemente contato molto chi ha vinto, il candidato scelto da Martinelli, Arias, non è stato certo aiutato dal sospetto che avrebbe continuato a tirare i fili dei burattini sul suo governo (The Economist, 9.5.2014, Surprise winner promises to sweep Panamian politics― Il vincitore a sorpresa si impegna a ripulirela politica panamense ▬  http://www.economist.com/news/americas/21601829-surprise-winner-promises-sweep-panamanian-politics-clean-towers-and-powers).

Juan Carlos Varela, vice presidente ma da mesi in rottura – per ragioni morali, dice lui, ma anche per il suo fiuto politico – col suo capo, è stato proclamato presidente dalla Commissione elettorale col 39-40% dei voti contro il 32% del candidato del regime e – qui il ballottaggio è tra i primi tre votati al primo turno – appena di un umiliante 4% sopra al terzo candidato. Qui l’economia è in crescita davvero robusta – sopra  l’8,4%  dopo diversi anni di aumento a doppia cifra – ma troppo oliata – è il responso delle urne – dalla corruzione e dalle tendenze ‘caudillistiche’ di Marinelli, uno che, del berlusconismo, per sua ammissione, aveva fatto il proprio modello di costume e di vita (New York Times, 4.4.2014, Randal C. Archibold, Incumbent party loses presidency in Panama A Panama, il partito al potere perde la presidenza

http://www.nytimes.com/2014/05/05/world/americas/panama-elections.html?ref=americas&_r=0).

Questo è il paese dove tengono in galera l’ex presidente Manuel Noriega – si è saputo che ha anche espresso il suo voto: ma non per chi ha votato – per aver autorizzato e anche organizzato commercio di cocaina pure negli USA: ma con l’assenso silente (e documentato) anche della CIA stessa di cui era stato per anni agente regolarmente, e lautamente (fino 100 mila $ all’anno è attestato) “stipendiato”, deposto nel 1989 con l’invasione di marines e paras americani – ovviamente illegittimo (altro che la Russia in Crimea...: hanno invaso, sparato a raffica e ammazzato migliaia di panamensi, a casa loro).

E Noriega è stato sicuramente colpevole di quanto imputatogli ma, soprattutto, è stato certamente responsabile della sua politica ormai autonoma e antiamericana e, perciò, per il primo Bush, dopo le sue connivenze di Noriega con Reagan, ormai insopportabile (per il ritratto forse più completo e passo per passo documentato del personaggio, il suo lungo curriculum prima al servizio della CIA e, poi, del suo voltafaccia non morale certo e neanche politico ma una rivolta comunque contro l’America e della galera a vita che poi gli è costata, cfr. University of Michigan, Personal resumeé - Manuel Noriega

http://www-personal.umich.edu/~lormand/poli/soa/panama.htm),

●In Cile, la presidente Michelle Bachelet ha cominciato a svelare i dettagli della sua più importante riforma, quella che punta a rivedere in radice tutto il sistema educativo cominciando dal ritiro di ogni sussidio alle scuole private, comprese quelle cattoliche, da dedicare subito a rafforzare la scuola pubblica da mantenere rigorosamente laica e aperta, dirà oggi la legge, a ogni credo e ad ogni cultura. La riforma pubblica delle università è, per il momento, ancora in attesa. Il tutto sarà pagato da una rimodulazione del sistema fiscale in senso fortemente più progressivo di quello attuale e, dunque, più equo (The Economist, 23.5.2014, Michelle Bachelet putting country’s growth model in question Michelle Bachelet mette in questione il modello di crescita del paese  

http://www.economist.com/news/americas/21602681-michelle-bachelet-putting-her-countrys-growth-model-risk)

●Sembra cominciare a sbloccarsi, finalmente e dopo quasi tredici anni – l’impasse che ha finora bloccato ogni progresso nella soluzione del nodo del debito estero dell’Argentina che si identificava nel cosiddetto Club di Parigi, formatio dai creditori privati che non avevano accetato la transazione offerta da Buenos Aires al loro credito e, col ricorso continuo a corti e tribunali internazionali,  era riuscito finora a frustrare ogni tentativo di soluzione.

Adesso il Club, un gruppo di interesse informale composto dai principali creditori privati dei maggiori paesi industrializzati, potente ma del tutto privato, incontrandosi per discutere coi rapresentanti governativi del debitore, il 28 e 29 maggio, ha dato il suo accordo a un piano che dovrebbe portare, in un quinquennio, all’estinzione del debito ($ 9,7 miliardi) cominciando da un pagamento di $ 1,1 miliardi entro un anno. Si tratta di un passo avanti che non costerà poco all’Argentina ma le consentirà di migliorare, e in alcuni casi di riaprire, i rapporti con gli Stati del Club di Parigi (Club de Paris, Communiqué conjoint, 29.5.2014, Le Club de Paris et la République Argentine s’accordent sur une reprise des paiements et un apurement de tous les arriérés

http://www.clubdeparis.org/sections/actualites/argentine/downloadFile/PDF/CP29052014_Argentine.pdf?nocache=1401336214.36).

●La Cina, che sta come abbiamo visto nella Nota 5-2014 precedente, incrementando le sue importazioni di derrate alimentari da tutto il Sud America, ha cominciato a bloccare l’acquisto di prodotti caseari dall’Argentina – l’anno scorso la Cina è stata la quinta destinazione dell’export argentino – visto che quelle compagnie esportatrici non hanno ottemperato entro il 30 aprile ai protocolli di registrazione ora disposti dalla legislazione cinese (La Nacion/Buenos Aires, 8.5.2014, F. Bertello, China frenó el ingreso de productos lácteos

http://www.lanacion.com.ar/1688626-china-freno-el-ingreso-de-productos-lacteos).

●Si diceva della compulsione a ripetersi che ormai sembra diventata l’arma principale, spesso l’unica forse, dispiegata nei rapporti internazionali dalla superpotenza yankee (perché non c’è dubbio che lo è ancora una superpotenza, anche se a volta sembra quasi che, a dirlo, qualcuno quasi osi prenderla in giro) con la mania che ha, pruriginosa e per lo più stupida, di affibbiare le loro sanzioni di qua e di là contro chiunque si azzardi a dirle di no.

Ma ci sta ricascando, pari pari, l’America anche, di nuovo, col Venezuela. O, almeno, il 9 maggio questo chiede la Commissione Esteri del Congresso: altre sanzioni contro i venezuelani che il Congresso americano considera colpevoli di violazione dei diritti umani dei concittadini dell’opposizione...  che si sono scontrati – come è noto, tutti, colombe immacolate: sempre per decisione del Congresso degli Stati Uniti, si intende – con le forze dell’ordine nei moti di strada che vanno avanti ormai da febbraio.

Dopo che l’opposizione, finanziata e appoggiata dagli USA e dai loro programmi pro-democrazia all’americana, è stata ancora una volta sonoramente e democraticamente sconfitta dal presidente Maduro, il successore di Chávez. Ma prima di arrivare a buon fine la richiesta della Commissione deve passare per l’approvazione – scontata... – dell’Assemblea plenaria e la ratifica del presidente... un po’ meno ma, anch’essa, probabile. Tanto una sanzione di più o una di meno, non fanno gran differenza... (Stratfor, 9.5.2014, U.S.: Washington Considers Sanctions Against Venezuelan Officials USA: Washington sta considerando altre sanzioni contro esponenti del governo venezuelano

http://www.stratfor.com/situation-report/us-washington-considers-sanctions-against-venezuelan-officials

●Il governo di centro-sinistra del presidente Juan Manuel Santos, che si ripresenta ora al primo turno delle presidenziali il 25 maggio e ne esce meno sicuro di quando è iniziata la corsa sulle possibilità di essere rieletto al ballottaggio del prossimo giugno essendo arrivato secondo (25 contro 29%) nel confronto con Óscar Iván Zuluaga, erede del vecchio presidente Álvaro Uribe. Sembrava che lui e i ribelli delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia/le FARC, sembrano aver trovato una qualche intesa, ancora sconosciuta nei dettagli, sul modo di combattere il traffico di droga all’interno dei negoziati globali che da mesi stanno conducendo i contendenti per arrivare a risolvere una delle guerre civili più antiche del mondo.

Sembrava adesso in effetti che, con un successo niente affatto scontato, ma certo ancora non confermato, la mediazione di Cuba avesse ottenuto il miracolo. Se fosse così, si tratterebbe di un’altra cocente sconfitta per l’ennesima mediazione/ingerenza della potenza egemone, quella statunitense, che durava da anni e era impostata solo sulla lotta armata e la terra bruciata fatta ai ribelli che finora non aveva dato alcun risultato se non la prosecuzione di una guerra civile ormai diventata senza uscita e disperata per tutti.

Restano ancora da discutere punti chiave, e vitali, dell’agenda, come il sistema transitorio di giustizia da concordare per tutti i colombiani, come il risarcimento equo da garantire alle vittime del conflitto armato e anche su come assicurare ai contadini che smettono di coltivare la coca un qualche equo compenso. E il fallimento potrebbe annidarsi sempre dietro l’angolo, sia per qualche attacco della guerriglia sia per una qualche nuova fiammata della repressione militare.

Ma intanto il 16 mattina governo, FARC e il terzo gruppo ribelle dell’Esercito Armato di Liberazione Nazionale hanno annunciato, per dar spazio al negoziato, un cessate il fuoco globale dal 20 al 28 maggio. Alle elezioni del 25 maggio il candidato del centro-destra (centro democratico) Óscar Zuluaga, imprenditore assai ricco, prima ancora generoso grande elettore di Uribe, si presentava anche avendo subito prima del voto aveva fatto una non piccola, ma molto significativa, marcia all’indietro.

Aveva infatti affermato che se avesse prevalso avrebbe anche potuto far proseguire il negoziato con i ribelli: sostanzialmente, pare, basato sulla rottura coi cartelli dei narcotrafficanti e la sovvenzione ai coltivatori di coca, i contadini, di aiuti per colture alternative adeguatamente sovvenzionate (Stratfor, 16.5.2014, Colombia: Government and rebels reach agreement on drug trafficking In Colombia, governo e ribelli trovano un accordo sul traffico di droga

http:/www.stratfor.com/situation-report/Colombia-govenment-and-rebels-reach-agreement-drug-trafficking). E il problema, alla fine, se e perché tutto finisca bene,  sarà questione  di fiducia e di definizione di quanto verrà dalle parti ritenuto possibile e adeguato fare per chiudere l’accordo. Chiunque poi finisse col firmarlo, se lo firmeranno mai, per la repubblica di Colombia.

CINA

● C’è un nuovo peso massimo, ormai...   (vignetta)

Con la Cina che scavalca l’economia degli USA... anche se poi Pechino insiste a ridimensionare: abbiamo tanta, tanta strada da fare 

Fonte: INYT, 3.5.2014, Patrick Chappatte

 

●A Guangzhou, la vecchia Canton, nel sud della Cina, nuovo attacco a coltellate ai viaggiatori in attesa in una stazione ferroviaria. Il primo era avvenuto, in una località e in circostanze analoghe, il 1° marzo. Ma mentre stavolta si sono contati solo feriti e l’attentatore è stato colpito e preso, allora ci furono 29 morti e 140 feriti. Ma l’attacco è subito parso, e poi è risultato, collegato inevitabilmente anche se condotto in apparenza a casaccio (oddio, non proprio... di tutti  miscredenti― kafir:, si trattava, in fondo, secondo l’assioma dei terroristi islamisti a quelli – più d’uno – del tutto conformi verificatisi di recente e legati alla rivolta in atto tra frange della popolazione uighura di fede islamica, residente soprattutto al’altra estremità della Cina, tra le montagne della provincia di Xinjiang, nel nord-ovest estremo del paese.

Attacchi non solo rivendicati ma preannunciati da autoproclamati leaders di una rivolta che ancora è incipiente e che le autorità proveranno di certo a schiacciare subito, senza esitazioni e anche, probabilmente, senza poi tanti scrupoli (Washington Post, 18.3.2014, Uighur leader: We have plans for many attacks in China Leader uiguro: abbiamo piani per attaccare la Cina” [si tratta di Abdullah Mansour, capo del Partito islamico turkistano e nel rifugio-santuario delle montagne del Pakistan, i 5.800 Km2 del Waziristan, a cavallo del confine con l’Afganistan ▬

http://www.washingtonpost.com/news/morning-mix/wp/2014/03/18/uighur-leader-we-have-plans-for-many-attacks-in-china/?tid=hp_mm).

Poi, il 22 maggio, a Urumqi, in un mercato rionale della capitale del Sinkiang, o Xinjiang, la grande regione autonoma del nord-est cinese (1.650.000 Km2, oltre cinque volte il territorio italiano) ancora terrore, su scala deliberatamente più vasta. Una trentina di morti e un centinaio di feriti, molti dei quali in condizioni terminali, in un attentato alla bomba che annuncia, da manuale perfino, di voler scatenare una repressione più forte e rilanciare l’escalation di provocazione assassina e repressione il più diffusa e indiscriminata possibile per innescare la rivolta e la rivoluzione nazionale del popolo islamico del Turkistan, come gli uiguri amano chiamare se stessi (Daily Mail/London, 22.5.2014, Kate Lyons, Terrorists throw bombs from car windows in crowded Chinese market, setting off huge explosions, killing at least 31 and injuring scores more― Con l’esplosione di bombe lanciate dai finestrini in un mercato cinese pieno di gente, terroristi separatisti uccidono almeno 31 perone e ne feriscono molte di più ▬

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2635772/Explosives-used-attack-Chinas-Xinjiang.html). E a Pechino diventa seme più difficile contenere e regolare le reazioni e l’inevitabile repressione...  

●Nel corso delle prima settimana del mese battelli vietnamiti e cinesi si sono scontrati vicino alle isole Paracel― in cinese Xīshā Qúndǎo, in vietnamita Quần đảo Hoàng Sa, nelle acque settentrionali del Mar Cinese meridionale. Navi cinesi hanno intenzionalmente, secondo i vietnamiti – e viceversa, secondo i cinesi – speronato ripetutamente, dal 3 al 7 maggio, i battelli dell’altro paese “bombardandoli” con getti d’acqua ad alta pressione. La Cina, dicono a Hanoi, ha dispiegato fino a 80 vascelli, comprese sette navi da guerra per proteggere e aiutare a installare una piattaforma petrolifera.

La marina vietnamita ha tentato di impedire ai cinesi di rimorchiare e ancorare una piattaforma di ricerca sul fondo marino in un’area reclamata da entrambi i paesi. I cinesi sostengono, invece, in una conferenza stampa del ministero degli Esteri, che i comportamenti di “rottura sistematica degli equilibri in essere messi in moto dal Vietnam costituiscono una violazione che non sarà tollerata dei diritti sovrani della Cina(The Guardian, 7.5.2014, Tensions rise in South China Sea as Vietnamese boats come under attack Tensioni in aumento con gli attacchi a navi vietnamite [e alla piattaforma cinese] ▬

http://www.theguardian.com/world/2014/may/07/chinese-vietnamese-vessels-clash-south-china-sea).

●E a Hanoi a metà maggio scoppiano gravissimi incidenti con folle di assalitori che incendiano e saccheggiano, patriottardicamente anche qui, decine di negozi e imprese per lo più sud coreani e giapponesi, e pure taiwanesi, anche se l’intenzione era di dare l’assalto alle proprietà dei cinesi: 21 morti in piazza per la reazione inevitabile della polizia. E, nel centro del paese, una folla di oltre mille vietnamiti ha attaccato e parzialmente distrutto una medio-picocla acciaieria di proprietà di cittadini di Taiwan, con atri cinque mori tra gli aggressori e 16 vittime tra i taiwanesi (Guardian, 15.5.2014, At least 21 dead in Vietnam anti-China protest over oil rig Almeno 21 morti nelle proteste anticinesi dei vietnamiti contro la piattaforma petrolifera

http://www.theguardian.com/world/2014/may/15/vietnam-anti-china-protests-oil-rig-dead-injured).

Sono ormai centinaia i cittadini cinesi che stanno scappando in Cambogia, o che stanno cercando di lasciare il paese in aereo da Ho Chi Minh Ville per qualsiasi volo che li porti fuori del paese. Bisogna considerare che un sentimento anti-cinese è presente in molti paesi dell’Asia sud-orientale da secoli, legato alla storia del “piccolo imperialismo” della Cina nella regione e che di quEsto fattore la Cina non solo non sembra rendersi conto ma non se ne vuole proprio curare: ed è un serio errore di valutazione della situazione.

Ma è anche un serio errore quello in cui cadono – anche irresponsabilmente e poi, e al solito, provocatoriamente e illusoriamente incoraggiati da Washington – vietnamiti, filippini, coreani, ecc. il loro non riuscire a capire che la Cina non solo non scherza ma ha ormai anche i mezzi per imporre l’essenziale del proprio punto di vista. Il capo di stato maggiore dell’Armata rossa, il gen. Fang Feng-hui, in visita proprio al Pentagono, dopo aver ispezionato a San Diego in California la portaerei nucleare USS Ronald Reagan, ha reso chiaro che la Cina non farà mai concessioni a nessuno  su questioni relative alla propria sovranità nazionale.

E che apprezzerebbe se il messaggio venisse trasferito anche da Washington, a nome suo e del suo paese, a tutti gli interessati: Vietnam per primo (IDRW.org, 16.5.2014, China’s PLA Chief of Staff Feng visits U.S., denounces other countries’ chauvinism Il capo di stato maggiore della APL cinese Feng in visita agli USA denuncia lo sciovinismo degli altri paesi htp://idrw.org/?p=37586). E in effetti – dopo la non casuale rivolta popolare di massa che, al costo di alcune decine di morti manifesta la rabbia di un paese ma poi congela in radice il casino di piazza – il governo di Hanoi blocca una protesta pubblica che rimane bollente (New York Times, 18.5.2014, J. Perlez, Anti-Chinese Protests End in Vietnam In Vietnam, alt alle proteste anti-cinesi http://www.nytimes.com/2014/05/19/world/asia/anti-chinese-protests-end-in-vietnam.html?_r=1#).

Una reazione, per ora a livello solo politico-diplomatico, della Cina è subito scattata. Sono stati evacuati d’urgenza, e non solo per iniziative individuali ma anche per spinta precauzional-istituzionale del governo di Pechino 3.000 suoi cittadini da Ho Chi Minh Ville, Hue e Hanoi. E, in effetti, dopo qualche giorno e mentre il governo di Hanoi cominciava a usare sistematicamente la forza per respingere gli assalti alle istituzioni cinesi e alle proprietà dei cinesi nel paese, due navi passeggeri cinesi, la Wu Zhishan e la Tongguling, partono ciascuna con oltre 900 cittadini cinesi a bordo dal porto del Vietnam centrale di Vung Ang...

Alla fine della missione sono state quattro le navi cinesi che hanno riportato a casa, nell’arco di quattro giorni, un totale di 3.553 cinesi, dipendenti e funzionari di grandi imprese statali come quelle della China Metallurgical Group Corporation (Stratfor di Pechino (Stratfor – Global Intelligence, 14.5.2014t, China moves again the South China sea La Cina si muove ancora una volta nel Mar Cinese meridionale

http://www.stratfor.com/situation-report/china-moves-again-south-china-sea;

e China.org.cn, 19.5.2014, Agenzia Xinhua/Nuova Cina, China rushes to evacuate citizens from Vietnam La Cina corre ad evacuare i suoi cittadini dal Vietnam

http://www.china.org.cn/world/Off_the_Wire/2014-05/19/content_32431755.htm).

E, dopo giorni di scontri e proteste e anche decine di morti e feriti per le strade di Hanoi e diverse vittime, alcune anche gravi tra i lavoratori cinesi, mentre la piattaforma continua a trivellare i fondali del Mar Cinese meridionale e gli unici a pagare i costi economici degli scontri sembrano, per ora almeno, essere i vietnamiti.

Che sono poi anche quelli a dover incassare il primo “affondamento” nella contesa: il 26 maggio, un peschereccio vietnamita è finito sul fondo marino dopo aver speronato – dicono i cinesi – o essere stato speronato – come sostengono i vietnamiti: ma è un fatto certo che il battello viet fosse tutto in legno... – una nave cinese nei pressi delle isole Paracel nel Mar Cinese meridionale. Nessuno ha parlato di vittime. A Pechino hanno detto che il peschereccio si è capovolto dopo essersi letteralmente sfasciato nell’urto mentre cercava di ostacolare il lavoro intorno alla piattaforma di esplorazione cinese.

Un affondamento forse anche casuale – non deliberatamente cercato, cioé – ma che, probabilmente, non sarà neanche l’ultimo (South China Morning  Post/Hong Kong, 27.5.2014, Keira Lu Huang, K. Kwok e Teddy Ng, Tensions between China and Vietnam escalate in row over boat sinking Le tensioni salgono tra Cina e Vietnam nello scontro sull’affondamento di un battello http://www.scmp.com/news/asia/article/1519837/chinese-fishing-vessel-sinks-vietnamese-boat-south-china-sea).

●Pure le autorità militari delle Filippine hanno, però, sequestrato un peschereccio cinese in un’area che definiscono propria del Mar Cinese meridionale, in quella che Pechino ha subito definito come una collusione sospetta con l’azione vietnamita più a nord. E Manila ha arrestato gli 11 marinai che erano a bordo, rimorchiando il battello a terra dove accuserà l’equipaggio di aver illegalmente pescato una gamma di specie protette comprese le tartarughe marine: 350 (non 351 o 349: proprio, precisamente la cifra tonda): da parte poi dei più efferati cacciatori di balene al mondo. Si tratta, denunciano a  Pechino, di provocazioni pure, chiedendo l’immediato rilascio dei pescatori del Qiongqionghai-09063.

●Il ministero della Difesa filippino ha dichiarato il 14 maggio che la Cina, per affermare la propria rivendicazione sul territorio, reclamato da sempre anche dal Vietnam “starebbe” costruendo una pista d’atterraggio nel Mar Cinese meridionale, sul banco di scogli noto (in inglese, ovviamente: retaggio del colonial-imperialismo) come Johnson Reef― le scogliere Jonhson (o, forse, i banchi di sabbia di Johnson: in effetti, sono scogli misti a depositi sabbiosi che affiorano appena dall’acqua) che i vietnamiti chiamano Hải chiến Trường Sa? e i cinesi Chìguā  jiāo  hǎizhàn: nella catena di isole che gli occidentali chiamano Spratly (The Star/Manila, 14.5.2014, Philippines: China ‘may’ be building air strip at disputed reefLe Fillippine: la Cina ‘potrebbe’ starsi costruendo una pista d’atterraggio sull’isolotto conteso

http://www.thestar.com.my/News/Regional/2014/05/14/Philippines-China-may-be-building-airstrip-at-disputed-reef).

Sugli isolotti in questione, però, sia Vietnam che Filippine dispongono da tempo di proprie installazioni del tutto simili a quelle che ora la Cina vorrebbe – e probabilmente sta – costruendo. La sorveglianza aerea condotta dall’aeronautica filippina “avrebbe” – viene annunciato così, al condizionale però e non pubblicamente documentato a Manila – avrebbe fotografato vasti movimenti di terra che vanno avanti ormai da gennaio scorso sulle isole.

Del resto era da tempo noto a chi studia da vicino le questioni della regione del Pacifico vicina alla Cina che Pechino, come ogni altra grande potenza marittima (gli USA, una volta la Gran Bretagna, adesso ma con qualche maggior cautela, India e Giappone), si affida al suo crescente potere sia militare che tecnologico per far valere il proprio peso e mettere anche alla prova chi provasse eventualmente a sfidarlo (Stratfor – Global Intelligence, 8.5.2014, China Uses Deep-Sea Oil Exploration to Push Its Maritime Claims La Cina utilizza l’esplorazione petrolifera dei fondi marini per spingere le sue rivendicazioni marittime

http://www.stratfor.com/analysis/china-uses-deep-sea-oil-exploration-push-its-maritime-claims).

I cinesi accusano Obama, in visita nella regione pochi giorni di fa, di aver imbaldanzito i rivali nel contenzioso territoriale perché si spingessero a sfidare la presenza ormai più assertiva dei cinesi in quelli che tutti, americani, vietnamiti e giapponesi compresi comunque chiamano, i Mari Cinesi (appunto...) orientale e meridionale.

In effetti, la Cina si sta comportando esattamente come dicono i suoi dirigenti: come i padroni o per lo meno i controllori di fatto – perché, dicono, lo sono anche di diritto – irritando maledettamente gli interlocutori/avversari, potenziali o reali, compreso il Giappone che, immischiato nella faccenda per conto suo anche se non proprio in quell’area (ma sempre in uno dei Mari che tutto il mondo chiama  Cinesi, in questo caso settentrionale) sente il bisogno di metterci becco. Ed è un fatto che la situazione di sicurezza nella regione sta “escalando”, come dicono gli esperti, con il solito sito vicino al Pentagono che spesso citiamo e che fa osservare contro-corrente in America che i paesi del Sud-Est asiatico stanno contando su promesse vaghe e necessariamente vuote di sostegno nel loro confronto e sfida alla Cina (NightWatch, 8.5.2014, China-Philippines clash Lo scontro sino-filippino

http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000100.aspx).

●A occhio, però, e almeno nell’immediato, a vietnamiti e filippini la forzatura non pare andar molto bene. In effetti, tutti gli altri governi dell’ASEAN (l’Associazione che nella regione del Sud-Est asiatico promuove scambi e commerci tra gli Stati della regione di cui componente importante – la più importante ovviamente – è proprio la Cina, e sempre più degli Stati Uniti) hanno seccamente rifiutato di puntare il dito contro Pechino a scatola chiusa solo sulla parola di Vietnam e Stati Uniti, maledettamente frustrati dopo aver presuntuosamente dato il via libera alla denuncia di Hanoi)

Così, Nguyen Tan Dung, primo ministro vietnamita (era presente, e maledettamente frustrato, per gli USA, un povero sottosegretario di Stato come osservatore che all’ultimo momento, vista la mala parata e la figuraccia in arrivo ha sostituito d’urgenza le strombazzate presenze prima di Obama e, poi, del segretario di Stato Kerry che, cautamente, hanno dato forfait), ha vanamente proposto di inserire la questione come “preoccupante” nel comunicato ufficiale del vertice tenuto in Malaysia ma non è riuscito a imputarla alla Cina e, come dicono da queste parti, ha perso malamente la faccia.

E a Hanoi hanno ripreso vigore voci diverse – quelle della vecchia ala filocinese  che nella guera con gli USA degli anni ‘60 e ‘70 trovò appoggio molto concreto a Pechino che, contro l’opzione degli “innovatori/avventuristi” alla Dung chiedevano di gestire la divergenza con Pechino con maggiore prudenza e attenzione su come fare i conti seriamente con quella che, non a caso poi, nei mari che chiamano tutti e comunque proprio “Mari cinesi”, a Washington bollano all’unisono, di volta in volta con qualcuno di quei paesi, la nuova “assertività marittima della Cina”.

Ma era ovvio, per chiunque avesse un minimo di fiuto e di preveggenza e, dunque non ovviamente per il dipartimento di Stato – a Washington noto come foggy bottom la valle delle nebbie...: dal vecchio appellativo della località dove sorge – che, alla fine, sarebbe finita così, anche perché le divergenze non riguardano affatto solo Cina e Vietnam ma anche diversi altri paesi (New York Times, 11.5.2014, M. Yves e T. Fuller, Vietnam Fails to Rally Partners in China Dispute Il Vietnam non riesce a portare dalla sua gli altri paesi asiatici nella disputa coi cinesi

http://www.nytimes.com/2014/05/12/world/asia/vietnam.html?_r=0#).

●Nel corso dell’incontro a Shangai che ha concluso l’accordo trentennale di fornitura del gas russo alla Cina, inferendo un colpo che se non è mortale poco ci manca alla linea rincretinita delle sanzioni antirusse degli americani (vedi più avanti, qui, nel capitolo su Europa, Russia e sanzioni) qui,  Vladimir Putin e Xi Jinping hanno anche dichiarato congiuntamente la preoccupazione dei due paesi per i potenziali problemi nucleari “sulla penisola e intorno alla penisola” coreana.

E già la dizione – “sulla e intorno alla” – dice come mai così chiaro che la responsabilità delle tensioni che esistono non è solo della Corea del Nord e delle sue manie di persecuzione ma anche – senza criticarla per non autocriticarsi – della linea autistica (a me tutto è consentito, agli altri no: perché io sono io e loro no! – che è quella americana (praticata anche, a dire il vero, da tutte le superpotenze nucleari, compresi russi e cinesi, ma almeno da loro non proclamata). Nella regione, dichiarano, le armi nucleari sono inutili (dunque, anche quelle che sulle navi della VII Flotta americana sono dichiaratamente puntate contro Pyongyang) e ogni problema andrebbe risolto col negoziato (Voice of Russia, 22.5.2014, Russia, China also oppose North Korea sanctions Russia e Cina contrarie anche alle sanzioni contro la Corea del Nord

http://voiceofrussia.com/2014_05_20/Russia-China-oppose-Western-sanctions-more-strategic-cooperation-possible-expert-9898).

Il fatto è che la Cina, molto più ancora della Russia, ha il problema con Xi Jinping come coi suoi predecessori di tenere a freno – senza poterlo e volerlo dire chiaro così – le velleità del suo vicino di nord-est (Stratfor – Global Intelligence, 20.12.2013, China's View of the North Korean Purge Il punto di vista cinese sull’epurazione in Corea del Nord [si ricorderà come, alla fine dell’anno scorso, l’uomo più vicino ai cinesi, lo zio del leader supremo , vene fucilato in maniera sempre restata almeno misteriosa e sempre spiegata proprio con la sua “eccessiva” vicinanza alla Cina] ▬

http://www.stratfor.com/analysis/chinas-view-north-korean-purge)

●Nel braccio di ferro con l’America di Obama, stolidamente e compulsivamente, quasi, rilanciato insieme a quello ingaggiato dagli americani coi russi,

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Unconfirmed reports suggested that China has told state-owned companies to stop working with American consulting and technology firms, for fear of industrial espionage. It has also reportedly told some banks to stop using IBM servers. The tit-for-tat move, if true, comes after America indicted five Chinese army officers of cyber-spying on American companies, including Alcoa and US Steel.

(The Economist, 30.5.2014)

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nel resto dell’Asia

●Il presidente russo Putin, volutamente contrariando e minando le cosiddette sanzioni americane, ha provveduto ora anche a cancellare – ratificando la mozione preannunciata da almeno due anni e votata il 21 aprile scorso dalla Duma, il parlamento federale di Mosca – il 90% del debito estero della Corea del Nord, sugli 11 miliardi di $, in gran parte risalente all’era sovietica. Il 10% restante è stato rateizzato, spalmandolo di sei mesi in sei mesi lungo il prossimo ventennio (RIA Novosti Agenzia russa di informazioni Novità/Mosca, 18.9.2012, l’aveva calcolato a questa cifra, cfr. Russia and North Korea agree in principle on debt write-off Russia e Nord Corea concordano in linea di principio sulla cancellazione del debito

http://en.ria.ru/business/20120918/176029148.html).

E il vice ministro delle Finanze, Sergei Storchak, in visita a Pyongyang dal 28 al 30 aprile, precisa che i fondi delle rate pagate dal Nord potrebbero venire indirizzati alla costruzione di una linea ferroviaria e/o di un gasdotto che, attraverso il territorio del Nord, collegherebbe la Russia a terminali della Corea del Sud. Sviluppando la proposta, considerata “con interesse” a Pyongyang (e subito condannata da Washington, ma invece “attentamente studiata” a Seul) di una cooperazione triangolare.

L’aveva avanzata già in precedenza, prima che fosse adesso ribadita insieme da Putin e Xi Jinping, il vice primo ministro russo Yury Trutnev, il governante di Mosca di maggior rango ad aver visitato il paese da quando Kim Jong-un ne è diventato il capo (Reuters, 19.4.2014, Russia writes-off 90 percent of North Korea debt, eyes gas pipeline― La Russia, pronta a cancellare il 90% del debito nord  coreano nei suoi confronti, guarda alla possibilità  [di finanziare] un gasdotto [che, passando per il Nord, la colleghi al Sud Corea]

http://www.reuters.com/article/2014/04/19/uk-russia-northkorea-debt-idINKBN0D502V20140419). Così, tra l’altro,  anche fo**endo le sanzioni americane contro Pyongyang e, in piccola parte, anche contro se stessa...

●Il ministro degli Esteri dell’India, Salman Khurshid, ha denunciato le considerazioni avanzate nei giorni scorsi del capo di stato maggiore dell’Esercito pakistano, il gen. Raheel Sharif, secondo cui il Kashmir costituisce la “vena giugulare” del suo paese, rilanciando il contenzioso spinoso tra i due paesi col chiedere che il suo status futuro sia deciso dalle Nazioni Unite e dal popolo stesso del Kashmir. Sharif aveva parlato in occasione della giornata dei martiri che onora i soldati morti nelle guerre tra Pakistan e India.

E Khurshid replica, con forza, che si tratta di un approccio al problema “malsano e inaccettabile”, di un tono che l’India respinge in nome del diritto, del fatto che al mondo lo status del Kashmir come Stato autonomo della Repubblica indiana (la Costituzione dell’India descrive lo Stato di Jammu e Kashmir coma parte integrale dell’Unione e, per definizione, non negoziabile, col Pakistan che ne è conscio, perfettamente).

E lo status del Kashmir, sottolinea il ministro indiano, è inoltre già garantito da accordi, trattati e  armistizi già mediati proprio dall’ONU e confermati, al dunque, proprio da tutte le guerre combattute ricacciando le velleitarie ambizioni del Pakistan. Per cui, eventualmente, la discussione sul futuro del Kashmir come di ogni altro punto conteso del mondo non può venir delegata ai militari come il gen. Sharif che, ancora una volta a una sola soluzione, e nel caso specifico sempre velleitariamente poi, sanno pensare (India Times/New Delhi, 3.5.2014, Pakistan army chief Raheel Sharif's Kashmir 'jugular vein' comment "unacceptable": Salman Khurshid Il commento sul Kashmir come  ‘vena giugulare’ del suo paese fatto dal capo delle Forze armate pakistane, Raheel Sharif, inaccettabile per [il ministro degli Affari Esteri indiano] Salman Khurshid  ▬

http://economictimes.indiatimes.com/news/politics-and-nation/pakistan-army-chief-raheel-sharifs-kashmir-jugular-vein-comment-unacceptable-salman-khurshid/articleshow/34601675.cms).

Sharif si sta, in effetti, manifestando come molto diverso dal suo predecessore, il gen. Kayani, molto attento a manifestare lealtà al governo civile e a non forzargli la mano molto più vicino alla mano forte dell’altro predecessore, non tanto Musharraf forse ma proprio l’altro dittatore militare Zia ul Haq che è stato il gestore del precedente periodo di legge marziale del suo paese e che fu anche il responsabile primario dell’ “islamizzazione” – dell’empowerment, come si dice – sostenuto dall’ “intelligence” militare – degli estremisti islamisti. Per intenderci,  dei talebani qui, sia pakistani che afgani, su richiesta iniziale della CIA americana, ovviamente decisa per la volontàò politica del governo di Reagan[2].

Il bellicismo emergente, arrampicatore e aggressivo di Sharif che tende col solito richiamo patriottardico, come ogni dove del resto, a ricostruire la credibilità traballante sua e del suo esercito, viene adesso, però, a coincidere con la vittoria elettorale incombente dell’estremismo nazionalista indù in India, coi risultati delle elezioni che verranno fuori ormai a metà mese, con molti dei nuovi politici al vertice che parlano già di un comportamento più “assertivo”, come lo chiamano, nei confronti del Pakistan...

●Infatti, ha vinto il partito nazionalista di destra di Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party (New York Times, 16.5.2014, E. Barry, Landslide Sweeps Aside India’s Old Oder In India, una vera valanga di voti spazza via il vecchio ordine

 http://www.nytimes.com/2014/05/17/world/asia/india-elections.html?_r=0 )e ha vinto a valanga, come si dice, con una maggioranza più che assoluta (282 seggi, dieci più della metà dei 544 del totale al Lok Sabha― la Casa del popolo, la Camera, ricacciando il vecchio partito del Congresso del Mahatma Gandhi, del pandit Nehru, della signora Gandhi e della sua aristocratica dinastia politica di comando a metà tra corrotto e burocratico ma non più carismatico in quello che nei fatti ha assunto le dimensioni d’un referendum nazionale che ne ha respinto, in pratica, tutto e tutti (il Congresso ha portato a casa solo 44 seggi: dai 20t che aveva). E oggi non sembra proprio più recuperabile neanche a tempi medi la sua antica egemonia, tra l’altro perché nel frattempo l’India si è tutta massicciamente e insieme spostata.

Resta da vedere se in avanti o all’indietro. E resta da vedere se Narandra Modi non ci penserà lui a restituirgliela, facendo capitombolare il paese nel baratro... E’ un fatto che questo immenso e complesso e diversissimo paese è diventato a modo suo più democratico nel senso che è meno pronto alle sollecitazioni tradizionali di un antico mondo feudale anche se, per uscirne, pare che si stia indirizzando verso una monocrazia autoritaria e reazionaria.

L’economia nel paese sta rallentando, i cosiddetti mercati temono le alzate di testa nazional-scioviniste di Modi e dei suoi all’interno verso la grande minoranza islamica e all’estero vero il gigante e tradizionale avversario vicino, la Cina, e il più piccolo ma temperamentale incontrollabile militarismo del Pakistan.

E ora in India questo nuovo governo di neofiti e di fanatici, o di fanatici neofiti – portato al potere comunque da 551 milioni di elettori andati alle urne (il 66% di chi aveva diritto di voto) che si sono espressi comunque “liberamente”, deve prepararsi a rafforzare militarmente il paese come ha annunciato senza affondarlo sbagliando tempi e misura della sfida, come un certo suo estremismo di fondo lo porta a fare; e, insieme, deve preoccuparsi di rilanciare e pilotare una travagliatissima ripresa economica, con la sua visione del mondo visceralmente liberista con forti tensioni moral-moraliste e senza neanche la minima idea, a leggere il suo programma, di come cominciare farlo...

Il fatto certo è che, comunque, il BJP ha sbaraccato le urne e dato al paese il suo primo governo in trent’anni in cui un solo partito ha una maggioranza ben più che assoluta. E, dunque un mandato assai forte quello del futuro primo ministro, Narendra Modi, che dovrà sfruttare al massimo nei prossimi mesi l’impulso, la spinta, regalatogli dalla vittoria per rimettere in moto l’economia, e ridare slancio alla vita politica del paese da molti anni paralizzata.

Qui l’esito elettorale ha consegnato un potere quasi senza precedenti a Modi, ma sempre qui i potenti governi degli Stati federali e la forza delle politiche locali sono realtà con cui non si potrà permettere neanche lui di non fare i conti a ogni mossa nel cercar di far passare un qualsiasi disegno politico di stampo realmente nazionale. Nei suoi primi, fatidici, 100 giorni Modi formerà il suo governo e presenterà il suo primo bilancio di previsione, un importante segnale i quanto si senta sicuro nell’implementare il suo programma economico liberista e pro-business tutto improntato sull’aspettativa che, lisciandogli il pelo, il cavallo si metta davvero a bere... e, soprattutto, a creare lavoro.

Il fatto è che il complesso sistema di equilibrio politico e economico che tiene insieme l’India è  costruito e anche però ostruito da un massiccio sistema di aiuti e sussidi e i marchingegni “di mercato” – iperliberisti – che vorrebbe Modi dovranno tener conto dei bisogni essenziali di più di 750 milioni di indiani classificati ufficialmente e realmente come “poveri”: del cui sostegno non può fare a meno neanche con gli slogans del peggior sciovinismo se vuole mantenere il largo appoggio alla sua politica di cui ha assoluta necessità.

E’ che per lui sarà anche essenziale mantenere la stabilità sociale e politica in un paese dove, alla faccia del suo fiero e feroce filo induismo, le vaste minoranze religiose disseminate in tutto il paese e già pesantemente, come s’è accennato, discriminate – non solo gli islamici – sono allarmate e pronte a mobilitarsi scatenandosi contro ogni ulteriore passo discriminante come quelli che il BJP ha preavvisato di voler instaurare nel suo programma.

● Perché sono molti a prospettare poco, e forse niente di buono, per il futuro immediato di questo paese: ai limiti, preconizzano, di una vera e propria, o di diverse e concomitanti esplosioni da, guerra civile. Per gli islamici cittadini dell’India, in particolare, che spesso vivono un’aperta discriminazione sociale e civile― come da noi a Nord era per i meridionali (vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali, recitavano molti cartelli nei bar del Nord cinquant’anni fa) in un passato neanche troppo lontano e come quasi sempre ancora in Europa per chi qui è da poco emigrato.

Qui per le minoranze etniche e religiose la vittoria di Modi è stata sicuramente una gran brutta sorpresa... Forse, più che di cautela come fa il NYT, nel descriverne la reazione al trionfo induista, sarebbe più corretto ormai parlar di paura (New York Times, 16.5.2014, Gardiner Harris, For India’s Persecuted Muslim Minority, Caution Follows Hindu Party’s Victory Per la minoranza islamica perseguitata in India, cautela dopo la vittoria del partito induista

http://www.nytimes.com/2014/05/17/world/asia/india-muslims-modi.html?_r=0).

Questo è un paese che nato con una Carta costituzionale pluralista e democratica, ha subìto prestissimo una scissione da parte di una larga parte della sua popolazione islamica – quella che se ne andò creando il Pakistan – ma è restato con la terza più vasta minoranza islamica di un paese non mussulmano: quasi 150 milioni di abitanti, il 15% della popolazione, qui sistematicamente perché socialmente e normalmente discriminato.

Qui, quasi tutta l’intellighentia liberal vede Modi come una seria minaccia proprio alla laicità che l’India consacra nella costituzione e che la distingue dal Pakistan facendone una nazione che riesce a stare insieme malgrado la sua straordinaria diversità. E in molti temono che gran parte del settarismo che imperversa nel paese con lui non può che peggiorare. Tra religione e religione, etnia e etnia, perfino tra gli stessi indù,casta e casta.

Certo, tra i musulmani c’è la speranza – o l’illusione – che Narendra Modi si riveli una sorpresa in  qualche modo positiva: sono quelli, le classi commercianti e di ceto medio piccolo-imprenditoriale che sostengono come rivolte e massacri anti-islamici non sono poi tanto importanti perché in questo paese sono stati cosa di ogni giorno da sempre  E quel che importa sono gli affari, il commercio, gli scambi: il fatto, credono – o credono di sapere – che, dove Modi finora ha governato, lo Stato del Gujarat si è sviluppato senza neanche dover subire troppe interruzioni nella fornitura di corrente elettrica, endemica quasi dovunque in  questo paese . E loro sperano che faccia lo stesso,ora, dappertutto...

Sono quelli che ricordano, o credono di ricordare, che sotto il fascismo i treni arrivavano sempre in orario...

Sul piano interno, il partito popolare ha attentamente dosato il suo messaggio, connotandolo sempre in campagna elettorale però con larghe razioni di vaghezza nel merito – riforme economiche sì, mai però ben specificate, soprattutto nelle immediate conseguenze sociali; servizi pubblici migliori, senza dire con quali soldi e di chi; sicurezza maggiore per tutti, con chiare quanto vaghe indicazioni, però, della necessità che ciascuno “restasse” al suo posto: chi un po’ più giù, chi più su....

Su quello internazionale, qua e là dichiarazioni di farsi valere col vicino Pakistan – il paese nato dalla sua costola di nord-ovest e col quale ha già combattuto quattro guerre, le ultime due con armi nucleari grezze ma efficaci da una parte e dal’altra – e con la Cina – con cui ha fatto una guerra – e le promessa che, con Modi al potere, nessuno – nessuno: pensate ai marò e al governo italiano, che già fino a questo momento non ci ha capito niente... – potrà trattare con condiscendenza un paese come il suo –, lasciando poi anche cadere senza mai nettamente smentire una mezza minaccia di “riconsiderare” l’impegno dell’India a non usare mai per prima contro un paese terzo la sua arma atomica...

Il tutto sintetizzato – in uno slogan a dire il vero non proprio originale – nel motto ripetuto come un mantra lanciato in faccia contro il diviso e incerto e poco capace di ispirare chiunque partito del Congresso e la sua promessa di un altro leader in pectore di sapore dinastico: prima l’India! Ma è, dappertutto sia chiaro, un motto facile, questo: prima io e dopo gli altri, non foss’altro perché nessun “io” vive nel mondo da solo, mai trova facile farsi valere col resto del mondo e ne è sempre condizionato.

Qui, per accennare solo ai problemi minori coi quali l’India di Modi dovrà fare i conti, c’è il nodo dell’Afganistan alle porte, il caos politico del Bangladesh, l’incapacità dimostrata di New Delhi di far valere i propri interessi economici perfino a Myanmar e nelle Maldive, e tanto più a farsi valere in Europa nel sempiterno negoziato commerciale complicato da piccole, e non tanto piccole, complicazioni estranee... Per non parlare, ancora, dei tre grandi ostacoli dei rapporti che sulla strada dell’India ergono Pakistan, Cina e Stati Uniti d’America.

In campagna elettorale, e si capisce bene, il BJP ha predicato che il terrorismo esportato dal Pakistan non sarà più tollerato. E in Pakistan oggi borboglia lo scontro, appena sotto la cenere, tra un esercito irrequieto, coi suoi possenti e intriganti servizi segreti tentato ancora una volta di far fuori un governo liberista come quello di Nawaz Sharif, politicante di vecchio andazzo, di impronta ideologica molto simile a quella di Modi e businessman sperimentato come lui ma di lui oggi molto più debole.

Ma non è questo l’unico punto di grave frizione. Resta sempre il Kashmir, dove la continua insorgenza di basso livello alimentata dal Pakistan va avanti senza tregua e l’impegno proclamato dal BJP, di ritirare il relativo grado di autonomia esistente, promette male anche alla luce della crescente “disoccupazione” di tanti militanti professionali irregolari dal teatro di operazioni afgano col ritiro incombente delle truppe americane. Qui, un altro attacco terrorista come quello di Mumbai del 2008, fatto risalire come quello credibilmente al terrorismo incoraggiato/alimentato dal Pakistan potrebbe portare all’incendio generale in tutto il subcontinente.

Va detto subito, però, che la prima mossa concreta ma soprattutto estremamente simbolica di Narendra Modi verso il suo omologo pakistano – ma soprattutto, anche un intelligente e quanto mai esplicito messaggio, lanciato a tutti i fanatici, i suoi indù come quelli islamici dell’altra parte – è stato l’invito del tutto a sorpresa al premier pakistano di partecipare, al Lok Sabha, alla cerimonia del suo giuramento (New York Times, 21.5.2014, E. Barry, Indian Leader Invites Pakistani Premier to Swearing-In Il nuovo numero uno indiano invita il premier pakistano al suo giuramento

http://www.nytimes.com/2014/05/22/world/asia/indian-leader-invites-pakistani-premier-to-swearing-in.html?_r=0);

e The Economist, 23.5.2014, Narendra Modi, India’s strongman―  Narendra Modi, l’uomo forte dell’India

http://www.economist.com/news/leaders/21602683-narendra-modis-amazing-victory-gives-india-its-best-chance-ever-prosperity-indias-strongman).

Invito rapidamente accettato da Nawaz e che, a questo punto potrebbe anche al di là, forse, delle intenzioni reali delle parti, al momento, trasformandosi in un gesto reciproco di svolta nei rapporti tra i due paesi. O, almeno, chi vuole così può anche leggere, a questo punto, le cose (New York Times, 24.5.2014, E. Barry, In Possible Thaw, Pakistani Leader Is to Attend Modi’s Swearing-In In un possibile principio di disgelo, il leader del Pakistan presenzierà al giuramento di Modi

http://www.nytimes.com/2014/05/25/world/asia/in-possible-thaw-pakistani-premier-to-attend-modis-swearing-in. ht ml?_r=0).

In effetti, quando poi i due si incontrano, il 26, con la cerimonia appena post-datata con una cordiale stretta di mano e una lunga chiacchierata (New York Times, 27.5.2014, E. Barry, Leaders of India and Pakistan Hold Rare Meeting I leaders di India e Pakistan hanno un raro incontro diretto

http://www.nytimes.com/2014/05/28/world/asia/india-pakistan.html?_r=0), quello che dall’incontro trapela, oltre che dalle immagini, foto e filmati, sembra supportare un’aspettativa di fatti nuovi anche su questo risvolto della vita del paese.

[Qui, adesso, e solo tra parentesi, a proposito dei marò in attesa di giudizio in India... Ci siamo permessi di suggerire, via l’amato suo Twitter, a Matteo Renzi, di andare d’urgenza a New Delhi al giuramento di Modi – anche se era già il 22 quando lo abbiamo segnalato e con un giorno solo di anticipo, ormai, sulla cerimonia, del 24 maggio: ma appena la data era stata resa nota però, e in tempo sempre utile, volendo, ad annunciare a chi di dovere il viaggio e a prendere l’aereo della Presidenza del Consiglio per arrivarci e tornare, poi, durante la giornata di vacanza elettorale da noi per le elezioni europee che probabilmente avrebbe vinto anche meglio con un gesto del genere reso noto subito, a fine incontro...

Guardandosi bene, però, gli suggerivamo, dal far cenno esplicito in questa occasione ai marò― probabilmente e al solito con esito controproducente (dovremmo ormai averlo imparato anche noi con l’India e non solo Obama coi russi) a muoverci con cautela tra i cristalli)  ma solo in segno di dichiarata e anche ostentata attenzione dell’Italia alle cose dell’India. Le avevano provate tutte, pare, Monti e Letta e Renzi e i loro ministri e ministre degli Esteri― salvo questa. Che, sarebbe stata certo più intelligente come mossa propedeutica a un incontro sul merito e,forse, chi sa?, magari anche utile... per arrivare a “lberarli” o ad alleggerirne la posizione e anche, semrpe forse, cero, per un risultato ancora migliorato alle urne...

Ma ovviamente, non è successo niente di simile... Anzi! a richiesta avanzata alla Farnesina non siamo neanche riusciti a sapere se il premier italiano – o qualcuno a sua firma visto che lui aveva da fare alla Tv e sulle piazze – avesse mandato almeno un messaggio formale di congratulazioni – come risulta abbiano fatto, ad esempio, i capitani reggenti di San Marino... – al premier eletto dell’India. Ma, probabilmente, anche se dall’entourage di dilettanti che lo circondano qualcuno avesse, con la prescia che li soffoca tutti, trovato il tempo di dirglielo, sarebbe stato meglio anche per lui].

Il rapporto con gli USA resta pur esso delicatissimo. Modi è uno dei tanti esponenti politici internazionali che la miope politica delle sanzioni americane ha escluso dal visto per gli USA. Per le sue presunte (ma probabili) responsabilità se non altro omissive nel controllare le folle anti-islamiche che, nel 2002, fecero più di un migliaio di morti nel suo Gujarat. Una politica che si arroga un diritto di ostracizzare qualcuno che non esiste e che, poi, come dimostrato, di per sé non significa niente – soprattutto se, poi, uno quel visto neanche lo ha chiesto... – ma diventa un simbolo politicamente ingombrante e irritante.

E Modi, non a caso, su Twitter ha ringraziato per ultimo, dopo le... isole Figi,  nella lista dei capi di Stato esteri che si erano formalmente congratulati con lui, il presidente Obama per gli auguri di rito trasmessigli dopo la vittoria (New York Times, 19.5.2014, Nida Najar, In Modi’s Twitter Diplomacy, a Notable OmissionNella diplomazia di Modi su Twitter, una significativa omissione [peggio, in realtà: una voluta retrocessione...] ▬

http://india.blogs.nytimes.com/2014/05/19/in-modis-twitter-diplomacy-some-notable-omissions/?_php=true&type= blogs&ref=asia&_r=0).

Il fatto è che, nolente o volente, ma più che altro volente, gli USA puntano (lo ha confessato verso fine campagna elettorale Nisha Biswal, l’assistente segretaria di Stato indo-americana che a Washington supervisiona la politica estera per il Sud Est asiatico, che sarebbe necessario portare il livello di scambi commerciali bilaterali con l’India dai 100 ad almeno 500 miliardi di $ all’anno. In definitiva, nei rapporti con gli USA la difficoltà maggiore – in realtà colossale - che l’India deve affrontare è una differenza di culture e di sensibilità che davvero impedisce ai due paesi e alle due civiltà – di qua il monoteismo messianico americano, di là un politeismo sconfinato ma insieme geloso e suscettibile – di  capirsi e, prima ancora, di starsi proprio l’un l’altro a sentire.

Ma, in termini di fondo, davvero strategici, la sfida maggiore per Modi sul palcoscenico-mondo è forse la Cina. A New Delhi, dove la crescita media da anni è scesa sotto un pur più che decente 5%, nessuno pensa più di riprendere i ritmi che da anni, invece, mantiene Pechino. Modi, che ha visitato quattro volte la Cina e non nasconde, come uomo d’affari e come politico, rispetto e anche ammirazione per il modello cinese – autoritario ma largamente da lui condiviso – si scontra con la tensione tutta sua tra induismo iper-nazionalista e volontà di accelerare lo sviluppo economico del proprio paese.

Ma è questa ed è qui la sua sfida a quella che da bravo nazionalista indiano ha chiamato, in campagna elettorale, la “mentalità espansionista” cinese e anche l’aver proclamato che il 21° secolo sarà “il secolo dell’India e non della Cina” non è stato certo ben accolto a Pechino. Tra i due paesi è aperto praticamente da sempre un contenzioso sul confine comune himalayano e, per un primo ministro del BJP, sarà difficile fermarsi a constatare e a condannare verbalmente i quasi quotidiani piccoli “incidenti” di confine a 5.000 metri di altezza sul livello del mare che oppongono, ogni tanto anche con qualche morto, le sue truppe a quelle che lui stesso denuncia ogni giorno per la violazione del sacro suolo dell’India e, poi, confessare al suo popolo che non ci può fare niente... E questa questione delle contestate sovranità rispettive resterà sempre un test rovente nei rapporti indo-cinesi.

Se l’India si dovesse sentire apertamente sfidata dall’ “assertività” della Cina, tutto qui potrebbe adesso davvero succedere. Ma, forse, proprio la dimensione della vittoria di Modi gli dà adesso anche la legittimità e la forza per moderare lui stesso i più duri dei suoi seguaci nazionalisti. Ma nessuno può essere certo che l’ambizione di governare un paese di nuovo in crescita e rispettato nel mondo, di diventare – come ha detto una volta – il più grande primo ministro che l’India abbia avuto dopo il primo, il pandit Jawaharlal Nehru, avrà la meglio sulle sue pulsioni revansciste e vendicatrici nei confronti di quella che a livello di massa fosse percepita come una provocazione alla dignità, o pretesa tale, dell’India.

Anzi, non dell’entità statuale che esiste dal 1947 ma di Bharat, il termine di origine sanscrito  (da cui prende il nome il partito di Bharatiya Janata, il partito popolare di Modi, e che in sé sussume una storia e una cultura “unica” millenaria descrivendo e ricomprendendo in sé tutto il subcontinente indiano , e il suo mito, da tempo immemorabile (Guardian, 19.5.2014, Narendra Modi: what does his victory mean for America, China and Pakistan Narendra Modi, cosa significa la sua vittoria per l’America, la Cina e il Pakistan

http://www.theguardian.com/world/2014/may/19/narendra-modi-india-election-victory-america-china-pakistan-world).

E’ vero che, anche se le sue radici sono queste e fortissimo resta il “richiamo della foresta” nel BJP  a un induismo forte e coeso che da sempre esiste nella leggenda ma nella storia è vissuto solo per alcuni decenni e alcuni millenni or sono, oggi a eleggere Modi sono state soprattutto masse di giovani, anche largamente alfabetizzati, molti con un’istruzione anche adeguata, tutti “invidiosi” del fatto che mentre Cina e India sono partite qualche trent’anni fa da una base di ricchezza pro-capite uguale, sui 300 $ a parità di potere d’acquisto, oggi la Cina è arrivata quasi a 10.000 $ a persona e sorpassa l’America onnipotente e in India il PIL pro-capite sta appena, e neanche forse, a $ 3.000.

Modi ha vinto sulla promessa a rilanciare l’economia e a dare un lavoro a masse sterminate di disoccupati, spazzando via la corruzione sistemica della cultura da balena bianca del partito del  Congresso, a riformare la struttura bancaria e ridar slancio all’iniziativa privata che da imprenditore egli steso è convinto sia la chiave della ripresa. Ne abbiamo visti altri, no?, illusi e capaci di illudere come lui. Ma lui è, oggi, l’occasione nuova che l’India è stata capace di offrirsi... e con sé – perché l’India (1.200.000 essere umani, di offrire al mondo...

●Intanto, in Pakistan, come se di problemi il paese non ne avesse abbastanza, come se ormai la presenza di un governo nazionalista indù alle spalle e addosso non gli pesasse abbastanza, c’è adesso anche il colpo di coda, del tutto imprevisto ma in realtà ben prevedibile, dell’eco pubblica che comincia ad avere l’operazione della CIA che portò alla cattura e all’assassinio mirato di Osama bin Laden.

Quando, adesso, è tornata a galla tra le risultanze più enigmatiche e sconcertanti dell’inchiesta giudiziaria condotta dai tribunali pakistani sulle reazioni diffuse a macchia d’olio in tutto il nord-est del paese, quella che ormai è documentata essere stata per lungo tempo “la manipolazione da parte della CIA di un programma di vaccinazioni antipoliomielitiche messo in piedi ad Abbottabad servendosene per dare la caccia a bin Laden”.E così, adesso, sono scattate reazioni quasi in automatico, spesso largamente popolari e inconsulte ma anche deliberatamente fomentate dalla resistenza talebana, che hanno portato a dare la caccia a medici, infemiere e personale sanitario del programma di vaccinazioni di base.

Certo, poi, “anche l’instabilità cronica nella regione ha ostacolato l’implementazione dei programmi di sanità con tutti i casi recenti di polio scoperti del resto proprio in quest’area del paese(Agenzia NightWatch, 5.5.2014, WHO’s emergency measures Misure di emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000097.aspx).

●E, adesso, contro il volere politico proclamato ma sempre nell’attuazione poi traballante del governo di Nawaz Sharif, le Forze armate hanno annunciato di avere “autonomamente decisa e condotta” una vasta operazione anti-terrorismo nelle regioni autonome di frontiera (con l’Afganistan) del Nord Waziristan – il territorio di alta montagna proprio tra Islamabad e Kabul – uccidendo un centinaio di militanti talebani, compresi alcuni comandanti di un certo rilievo. E stanno così andando all’aria le residue  possibilità di una ripresa seria dei fantomatici “colloqui di pace” che da mesi, in queste condizioni, andavano avanti e indietro (The Economist, 23.5.2014).

●Il governo dell’Iraq ha approvato il 6 maggio due grandi progetti di sviluppo, del valore di $ 960,8 milioni, per il giacimento petrolifero di Rumaila che, a oggi, estrae circa un terzo della produzione globale del paese. Il governo al-Maliki ha stipulato un contratto per $ 538,5 milioni alla British Petrofac per “servizi di gestione degli impianti” (?), mentre la China National Petroleum Corp. ha vinto un contratto di $ 425 milioni per operazioni di ingegneria, fornitura e costruzione dell’impianto elettrico di Rumaila.

Bagdad punta ad aumentare la capacità di produzione di greggio dai 3 milioni di barili al giorno di oggi a più di 9 milioni. In America, più ancora che a Bagdad, c’è chi spinge, dicendolo chiaramente, per una crescita delle tensioni tra Iraq, Iran e anche Arabia saudita che aumenterebbero di pari passo con l’aumento della competizione tra di loro per accaparrarsi, a spese l’un paese dell’altro, di quote di mercato rispetto ai concorrenti della regione (Agenzia Shafaq News, 7.5.2014, Iraq grants two major contracts in Rumaila field L’Iraq concede due importanti contratti per il giacimento di Rumaila

http://english.shafaaq.com/index.php/business/9758-iraq-grants-two-major-contracts-in-rumaila-field ;

e Stratfor – Global Intelligence, 4.12.2013, The Future of OPEC

http://www.stratfor.com/analysis/future-opec).

●Nel frattempo, il regime sembra intenzionato ad accelerare e rafforzare le operazioni militari di pulizia― come le chiama col linguaggio, sprezzante e inumano, tipico della guerra che sta conducendo nell’area di Fallujah contro le forze ribelli sunnite estremiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La notizia (diffusa dalla stampa locale, Alsumaria News e Al-Anbar, in The Common Ills, 9.5.2014, Iraq Snapshot― Istantanea dall’Iraq

http://thecommonills.blogspot.it/2014/05/iraq-snapshot_9.html) segue la dichiarazione di un esponente del governo provinciale di Anbar secondo cui le forze di sicurezza di Bagdad avevano già ripreso il controllo di gran parte dei distretti settentrionali di Fallujah dopo il ritiro dei ribelli armati.

●E alle elezioni politiche generali, il premier che sembra ben posizionato a prevalere sa comunque che dovrà fare i conti col mercato delle vacche che tradizionalmente si è subito aperto non tanto con l’opposizione sunnita – non sia mai detto – ma tra le diverse fazioni sci’ite, l’una contro l’altra subito scatenate... (The Economist, 9.5.2014, PomegranateIraq’s election Melograno – Le elezioni in Iraq

http://www.economist.com/blogs/pomegranate/2014/05/iraq-s-election).

Comunque, il suo partito è riuscito ad aumentare i voti.  Ora avrà 92 seggi su 328 contro appena una trentina per i rivali che gli arrivano più vicino e il doppio della seconda coalizione, sempre sci’ita, mettendosi in posizione forte rispetto alle minoranze di sunniti arabi e curdi ma anche alle frange che lo osteggiano tra i suoi stessi sci’iti per farcela nuovamente a ridiventare primo ministro alla fine di un mercanteggiamento che si protrarrà sicuramente per mesi (otto anni fa gli ci volle quasi un anno per arrivare a concludere).

Maliki era stato nel 2006 il candidato voluto da Bush per l’ Iraq e, con maggior riluttanza, nel 2010 anche da Obama. Ma il peso degli USA è ormai quasi impercettibile rispetto, per dire, a quello del nuovo suo grande, anche se fino a questi ultimi anni poco evidenziato, alleato: l’Iran. E, in effetti, nessuno qui Obama lo consulta neanche più... (New York Times, 19.5.2014, 19.5.2014, Duraid Adnan e T. Arango, Party of Iraqi Prime Minister Gains Seats in Parliament― Il partito del primo ministro guadagna seggi in parlamento

http://www.nytimes,com/2014/05/20/world/middleeast/party-of-iraqi-prime-minister-gains-seats-in-parliament .htm l?_r=0).

●E Maliki che si sente più forte e conta di poter forse essere adesso anche meno dipendente nel nuovo parlamento dal consenso della regione autonoma curda – ma corre anche il rischio di sbagliare i conti... e lo sa – si trova adesso sotto la pressione del contenzioso politico oltre che economico dell’autonoma Repubblica irachena dei curdi, con la Turchia che tenta di dare loro una mano perché, alla fine della fiera qui è quello che conta di più, anche i curdi sono sunniti – a modo un po’ loro, vero, ma sempre sunniti – e Maliki e i suoi, invece, sci’iti e filo-iraniani.

Ma la mediazione/approvazione del governo centrale iracheno a transazioni commerciali petrolifere  resta però necessaria  in base alle leggi e alla Costituzione dell’Iraq e adesso Bagdad aprirà una vera e propria azione legale, in campo anche internazionale (la Camera di Commercio internazionale, l’Unione europea come tale e ogni suo singolo Stato che potesse lasciarsi tentare di acquistare quel greggio) contro il governo turco e chiunque altro risulti coinvolto nel trasferimento “illegittimo” e nella vendita del greggio di produzione del Kurdistan iracheno immagazzinato finora, in attesa di una soluzione, nel porto turco.

Ankara ha giustificato la decisione di rilasciare il milione e più barili di greggio dai serbatoi di stivaggio col fatto che ormai sono stracolmi e sono già in viaggio altri flussi di petrolio non lavorato per 100.000 barili al giorno: che ormai, dicono, non è più possibile fisicamente stoccare. E i turchi si sono impegnati a depositare i proventi delle vendite eventuali come si dice in escrow, a garanzia di chi poi risulti esserne il titolare, presso la HalkBank di Turchia, e anche se sia Arbil che Ankara dicono che saranno destinati a riempire i buchi di bilancio del governo regionale curdo non è ancora stato chiarito o deciso il meccanismo con cui verrà regolato l’esborso finale dei fondi (Stratfor – Global Intelligence, 11.12 2012, Turkey’s Energy Plans with Iraq’s Kurdish Region I piani energetici della Turchia per la regione curda dell’Iraq

http://www.stratfor.com/analysis/turkeys-energy-plans-iraqs-kurdish-region).

Dal punto di vista legale non esistono dubbi: sia la Costituzione che i trattati tra Turchia e Iraq stabiliscono senza equivoco che tutta e senza eccezione la produzione di petrolio sul territorio iracheno è di proprietà di Bagdad. E anche se i curdi contano sulla forza negoziale che al momento loro ancora deriva dal dubbio che resta a Maliki sulla solidità della sua maggioranza parlamentare, che resta sempre fissipara, e puntano chiaramente a obbligare il governo centrale al compromesso mentre continueranno a cercare di produrre e marketizzare il greggio (produzione in ogni caso assai limitata, però, e del tutto insufficiente ai loro bisogni, anche se arriveranno mai a utilizzarla).

Per i curdi, e lo sanno, però quello che corrono su questo nuovo fronte è rischio molto grosso. L’export di greggio del Kurdistan iracheno è ancora assai limitato ma e soprattutto Arbil corre il rischio di costringere la cosiddetta comunità internazionale a riconoscere come dovrà l’autorità legittima di Bagdad, limitando ancora di più di quanto già lo siano le opzioni dei curdi (Stratfor – Global Intelligence, 23.5.2014, Baghdad pursuing legal action over Kurdish oil exports to Turkey Bagdad persegue legalmente i curdi per le esportazioni di petrolio alla Turchia

http://www.stratfor.com/situation-report/turkey-baghdad-pursuing-legal-action-over-kurdish-oil-exports turkey).  

●In Tailandia, dopo sei mesi di manifestazioni di strada di stampo spavaldamente insurrezionale,  la Corte Costituzionale s’è di fatto schierata con gli insorti (città contro campagna, ricchi contro meno ricchi, aristocrazia contro gente comune: semplificando) e ha ordinato con una cavilosa sentenza la rimozione della primo ministro Yingluck Shinawatra per aver disposto, nel 2011, “abusando del suo potere” il trasferimento di un dipendente pubblico da un ministero a un altro...

Però, a dire il vero, non si trattava, come la Corte asetticamente richiama del diritto all’inamovibilità statutaria dei pubblici funzionari e di un impiegato qualsiasi. Ma del capo dei servizi di sicurezza interni... E se a un governo democraticamente eletto non è consentita una tale misura, a chi mai lo potrebbe essere, onestamente? solo a un governo golpista?  

Ora, Shinawatra dovrà obbedire ma il suo partito, che ha la maggioranza e rivincerebbe le elezioni se mai si tenessero come previsto a luglio― ma per le quali manca ancora l’assenso reale: vale a dire proprio quello del re (The Economist, 9.10.2014, Long in crisis, Thailand is close to the brink – Without compromises on both sides, it may well collapse― Da tempo dentro la crisi, la Tailandia è ormai sull’orlo del baratro – Senza compromessi dalle due parti potrebbe ben collasare

http://www.economist.com/news/leaders/21601849-long-crisis-thailand-close-brink-without-compromises-both-sides-it-may-well)

 e fa i conti da sempre con un’opposizione che rivendica il diritto di arrivare al governo con mezzi extra-democratici: l’insurrezione per forzare la mano, la nomina di un governo dei saggi da parte del re o, al limite, anche il golpe militare, ora designerà il ministro del Commercio e suo vice primo ministro, Niwattumrong Boonsongpaisan, che nel 2011 non era al governo e dunque non è toccato dalla sentenza, come primo ministro. E la storia continuerà a trascinarsi...

Finché qualcosa non scoppia, visto che questo è il terzo primo ministro del partito di maggioranza rimosso dal potere giudiziario in un ruolo chiaramente, politicamente e anche spudoratamente pro-establishment (New York Times, 6.5.2014, 7.5.2014, T. Fuller, Court Orders Thai Leader Removed from Office La Corte ordina che il capo thai sia rimossa dalla carica

http://www.nytimes.com/2014/05/08/world/asia/court-orders-thai-leader-removed-from-office.html?_r=0).

●Perché, poi, al dunque qui le parti in tragedia sono chiaramente divise: Yingluck, la primo ministro, come accennavamo già per un leader del suo partito, il terzo primo ministro a venire ora cacciato via con cavilli tutti politici e tutti formali. Perché almeno formalmente appoggiavano piattaforme e programmi di tipo “progressista”, popolari soprattutto nelle campagne e tra gli strati operai e meno abbienti (condizioni di lavoro, salari minimi, ecc.). E tutti  radicalmente osteggiati dalla famiglia reale, dall’aristocrazia, dall’establishment militare e politico e anche dal sistema giudiziario.

Che non si fanno alcuno scrupolo a contestarlo extra-istituzionalmente. Secondo la vecchia tesi conservatrice-liberale che difese autorevolmente (?) – ma senza mai farvi riferimento diretto di cui si vergognava – ai  tempi del golpe di Pinochet in Cile del 1973, nientepopodimeno che Raymond Aron, il noto politologo e pontefice massimo dell’individualismo gallicano secondo la cui vivida immagine chi ha costruito un sistema sociale in sé compiuto, come quello borghese ad esempio che lui predilige, è inevitabilmente e sempre un “mostro a sangue freddo”.

Pronto a tutto, cioè, al di là di legalismi e princìpi, per difendere col monopolio del potere, che se non ha si prende, l’assetto sociale e politico che sente suo, dove “le classi sociali colpite dalle riforme, le categorie sociali che si ribellano, traumatizzate dalla minaccia delle nazionalizzazioni[3]” reagiscono con ogni mezzo. Lì erano le idee di Allende, eletto democraticamente dal popolo sì ma sbagliando. Che poi però, a ben vedere, è anche la giustificazione storico-politica di tutti i Pol Pot di questo mondo... sempre e da sempre.

●Sta affiorando così sempre più evidente la condizione di anarchia e violenza diffusa, radicale e esplosiva, che prepara la strada a quel rin***lionito del sovrano per chiedere all’esercito – o comunque lasciargli il compito – di intervenire ancora una volta, come deus ex machina tra le parti e male minore – ma in realtà meglio assai per chi è più ricco e potente anche se in minoranza – negli affari del paese.

Dice il capo dell’esercito, gen. Prayuth Chan-ocha, in una dichiarazione resa pubblica a metà maggio e che segue la morte di tre sostenitori anti-governativi partecipanti a Bangkok agli ormai consueti  scontri di piazza, che però  infrange un altro tabù più che decennale ormai nell’attacco retorico delle forze armate alla primo ministro appena fatto dimettere a forza dalla sentenza della Corte suprema, che ormai le forze armate sono pronte a intervenire e dirimere il conflitto caricandosi della responsabilità di dirimerlo (Thai Visa Forum, 16.5.2014, Thai army chief warns military ‘may use force’ if unrest continues Il capo dell’esercito thai ammonisce che i militari ‘potrebbero utilizzare la forza’ se vanno avanti i disordini

http://www.thaivisa.com/forum/topic/726378-thai-army-chief-warns-military-may-use-force-if-unrest-continues).

Dal 1932 a oggi le forze armate thai, sempre col sostegno del re, hanno realizzato ben diciotto golpe militari, con successo mai definitivo ma sempre efficace per abbattere i governi al momento in carica. Ora sono tentati di farlo ancora e, comunque, adesso ne parlano apertamente. Che già è un intervento non proprio neutrale. Il generale Prayuth è universalmente considerato come un forte sostenitore della monarchia e un deciso nemico del primo ministro signora Yingluck come del fratello primo ministro dimissionato prima di lei, Thaksin Shinawatra.

Non è probabile un intervento che prenda possesso diretto, militare, del gabinetto. Ma, se la violenza continua, e a prescindere da chi ne fosse l’autore, si fanno sempre più probabili ormai misure di controllo della popolazione, compreso il coprifuoco, dure restrizioni al diritto di assemblea e la caccia ai “covi” dell’opposizione al potere militare.

Gli scontri pubblici sono manifestazioni di quello in atto da decenni per affermare l’identità di questo paese l’uno contro l’altro – forse, ormai, in perenne contrasto fino all’esplosione  chiarificatrice e ufficiale per l’uno o per l’altro: lo scontro che mette l’uno contro l’altro i detentori dei poteri tradizionali a Bangkok, compresa ovviamente la monarchia contro le classi medie avanzanti che sostengono programmi “populisti” appoggiati da larga parte delle popolazioni rurali e, dunque, in sostanza democraticamente maggioritari. Ma non accettati, o non ancora, da lor signori…

Così, nella notte tra il 19 e il 20 maggio, scatta la proclamazione della legge marziale e tutto sembra tornare indietro: come tante volte in questi decenni (New York Times, 20.5.2014, T. Fuller, Imposing Martial Law, Thai Military Denies Plans for Coup― Nell’atto stesso di imporre la legge marziale, i militari tailandesi negano il golpe

 http://www.nytimes.com/2014/05/21/world/asia/china-russia.html?rref=world/asia&module=ArrowsNav&content Collection=Asia%20Pacific&action=keypress&region=FixedRight&pgtype=article&gwh=F0077B8C2FEA8AEF

6B4D0C5004C18E34&gwt=pay&assetType=nyt_now).

●Il testo firmato dal capo delle Forze armate cita la necessità di mantenere “la pace e l’ordine” frustrando “l’azione perversa di gruppi che puntano a creare, usando armi da guerra contro il popolo, uno stato di violenza diffusa”... L’intenzione unica delle Forze armate è quella di rendere possibile “il ruolo che è il loro di restaurare la pace e l’ordine per tutti i cittadini tailandesi di qualunque parte essi siano”, come stabilito – specifica – dall’Art. 2 e dall’Art. 4 della legge marziale del 2004 – mai, in effetti, formalmente abrogata – e, qui e ora, proclamata in vigore in tutto il paese a partire dalle 03:00― le 20:00 GMT del 19.5.2014”. Subito l’esercito ha preso il controllo di diverse emittenti Tv di Bangkok reiterando in continuazione il messaggio che “non si tratta di un colpo di Stato militare”.

Secondo una certa lettura dell’azione militare, più che di rovesciare il governo si tratta, forse, del tentativo delle Forze armate di dividere il partito del Pheu Thai partito del potere popolare al governo, dalla leadership, per le gerarchie militari e la monarchia insopportabile, della famiglia Shinawatra, il primo ministro adesso rimosso e il fratello, Thaksin, suo predecessore e fatto dimettere dopo la vittoria elettorale del 2006 (Stratfor – Global Intelligence, 12.5.2014, Thailand: Instability Remains After Yingluck's Removal From Power― L’instabilità resta tutta, anche dopo la rimozione di Yingluck dal potere

http://www.stratfor.com/analysis/thailand-instability-remains-after-yinglucks-removal-power).

Il potere militare s’è subito fatto sentire ordinando – e immediatamente ottenendo – una riunione – la prima da anni – tra le leaderships delle due grandi fazioni opposte con la partecipazione anche dell’erede al trono, non ufficiale ma effettivo, principe Maha Vajiralongkorn...  L’insistenza dei militari a sottolineare che il loro non vuole essere, e non è, un colpo di Stato si spiega con la riluttanza seguita all’ultimo golpe quando la rimozione forzosa e formalmente illegittima dell’altro Shinawatra, l’allora primo ministro, che finì col galvanizzare il movimento populista rurale.

E temono ancora, probabilmente a ragione, che se volessero i suoi sostenitori sarebbero in grado ancora di riempire le piazze ben al di là di quanto siano con successo riusciti a fare i fautori  del Fronte democratico di opposizione, quello favorito dall’establishment. Il timore dei militari è che anche stavolta un golpe percepito dai più come teso a frustrare la maggioranza della volontà popolare, al di là di ogni legalistico giuramento di lealtà al popolarissimo vegliardo monarca,  invece che portare all’acquiescenza sociale e civile alimenti la rivolta. Anche stavolta...

E’probbile  probabile che ora, prima di decidere di ritirarsi ancora nelle caserme o di costringere a modo loro, certo, il paese a prender atto fino in fondo della necessità di arrivare a un’intesa, ci saranno inevitabilmente episodi, non sempre proprio pacifici. Solo, poi, arriveranno a saldare e forgiare un compromesso valido e accettato, magari malvolentieri, ma proprio da tutti. E anche forse per ribadire quanto hanno giurato – che l’esercito è davvero al di sopra delle parti – mentre viene reso pubblico che non hanno impartito ordine di cattura contro la signora Shinawatra – fors’anche, però, perché non hanno idea di dove nel frattempo si sia rifugiata – l’esercito ha invece provveduto a arrestare il capo della protesta di strada che voleva rimpiazzare il governo.

Suthep Thaugsuban, l’organizzatore capo della protesta e già fomentatore principale del primo rovesciamento del governo Shinawatra, ricchissimo vice primo ministro dimessosi dal partito democratico d’opposizione per meglio strutturare la rivolta di strada che andava avanti da mesi. Sono arrivati ad arrestarlo platealmente, durante una delle sue dimostrazioni di strada centinaia di soldati in assetto di guerra.

Condotto in contemporanea con azioni altrettanto plateali di repressione di manifestazioni dei sostenitori del governo, disperse sparando in aria, chiudendo d’autorità una serie di istituti scolastici pubblici – e anche qualcuno privato, d’élite, della capitale – l’intervento è stato fatto coincidere con la trasformazione ufficiale della legge marziale nella proclamazione del vero e proprio colpo di Stato, con le Forze armate che sostituiscono il governo anche ufficialmente e finché, dicono, il compito della pacificazione non sarà stato portato a termine.

Cedendo, dunque, di fatto alla volontà dell’establishment ma rifiutandosi con sagacia di fare quel che l’establishment esplicitamente anche chiede: di nominare un nuovo governo designato da esso al posto di quello eletto appena rimosso. Così, dopo che neanche l’incontro forzato dell’ultimissima ora (due giorni di colloqui, alla presenza del capo dei militari) riesce a trovare alcun accordo (riapertura del parlamento? nuove elezioni? dimissioni di tutti e ripartenza da capo?) il gen. Prayuth Chan-ocha assume lui stesso l’incarico di primo ministro ad interim, assicurandosi, anche, l’assenso silente del re e di una parte importante – a questo punto forse più rassegnata che altro – del popolo tailandese (The Economist, 23.5.2014, Thailand’s coup – The path to the throne Il golpe in Tailandia – Il percorso per il trono

http://www.economist.com/news/asia/21602759-sudden-move-army-brings-only-near-term-calm-path-throne).

Il successo maggiore, nell’immediato, del regime militare è comunque di aver pacificamente “convinto” subito, il 23 maggio, gli esponenti maggiori del partito di maggioranza, incluso il  primo ministro signora Shinatrawa estromessa dal governo prima dai cavilli legali e, poi, dal golpe a lasciar campo libero senza, pare, stavolta scatenare rivolte ulteriori. Almeno subito, per il momento. quasi sospendendo il giudizio sull’operato dei militari. Ci sono stati incipienti movimenti di protesta, organizzati via Facebook, ma senza violenza e subito contenuti. 

Ma un verdetto definitivo non è ancora possibile. Il quotidiano maggiore di lingua inglese ha subito scritto – la censura non è (ancora?) imposta con troppo rigore – che il golpe “non è la soluzione” del caos politico e che la presa di potere dei militari probabilmente provocherà altri atti di violenza e “ulteriori perdite di vite umane(Bangkok Post, 23.5.2014, edit., Coup is no solution Il golpe non è una soluzione http://www.bangkokpost.com/opinion/opinion/411307/coup-offers-no-solution).

E la giunta militare ha fatto sapere a fine mese che di elezioni se ne parlerà, al più presto, tra un anno; e, comunque, solo “a missione compiuta”.

EUROPA

●Il presidente della BCE, Mario Draghi, ha dato l’8 maggio, una bella scossa ai mercati, in modo del tutto imprevisto e, come spesso gli capita, strappando loro una reazione positiva senza in effetti aver fatto niente. La BCE, che ha appena deciso di lasciare dov’è lo 0,25% il tasso di sconto, in conferenza stampa annuncia, per sua bocca, di essere comunque “a suo agio con l’idea di abbassare il tasso di interesse comune. E il mercato ci ha subito creduto, stavolta (Guardian, 8.5.2014, Graeme Wearden, Mario Draghi hints that ECB could act in June -- business live― Mario Draghi accenna a un’azione della BCE in giugno― e gli affari vanno a gonfie vele

http://www.theguardian.com/business/2014/may/08/eeb4;

e ECB/BCE, Mario Draghi, Conferenza stampa di presentazione delle decisioni del direttorio, 8.5.2014 ▬

http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140508.en.html).

Draghi ha in effetti suggerito e lasciato capire che, forse anche insieme a un altro taglio del tasso di sconto – che a questo punto, però, essendo da tempo già allo 0,25% non lascia gran spazio al ribasso – cercherà di costruire un’articolata proposta per alzare il livello del credito disponibile ai paesi dell’Europa meridionale – quelli in maggiore difficoltà nell’eurozona – fornendo alle loro banche consistenti finanziamenti a lungo termine ma, stavolta, a condizione che li mettano a disposizione delle imprese, anche picole e medie, che li chiedano nei loro paesi.

E’ un fatto che adesso in Europa, però, non c’è più il timore della deflazione perché ormai la deflazione già c’è. E su questo tema, chi sa, forse Mario Draghi ricorda utilmente la lezione che tanti anni fa all’MIT di Boston impartiva il suo maestro (e, qualche anno prima di lui, anche nostro uaLCHE NANO RIMA DI LUI)  maestro) e mentore, il Nobel dell’Economia Paul A. Samuelson: che, adesso richiama alla memoria di tutti Paul Krugman,  insegnava come “non fosse affatto la stessa cosa il pericolo dell’inflazione e quello della deflazione. Controllare l’inflazione può essere penoso: ma ormai sappiamo bene come si fa a farlo. Uscire dalla deflazione o dalla ‘bass’inflazione’ è molto, molto più duro: che è poi il perché non ci vorremmo mai trovare a doverlo fare (New York Times, 10.5.2014, P. Krugman, Already in the Lowflation Trap Già nella trappola della bass’inflazione

http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/05/10/already-in-the-lowflation-trap/#).

●Draghi, probabilmente, ha messo le mani avanti anche perché era già ufficiosamente al corrente,  come i suoi colleghi del Board, che il PIL dei 18 dell’euro era cresciuto, come è stato reso noto poi giorni dopo, solo dello 0,2% con la crescita tedesca che riesce in parte a ridurre (+0,8%) il risultato piatto dei francesi (0 secco %) e quello negativo, addirittura lo 0,1 in meno invece del pronosticato +0,2%) della terza economia dell’eurozona: la nostra (New York Times, 15.5.2014, D. Jolly, Euro Zone Economy Grows More Slowly Than Expected L’economia dell’eurozona cresce più lentamente delle attese

http://www.nytimes.com/2014/05/16/business/international/euro-zone-economy-grows-more-slowly-than-expected. html);

e EUROSTAT/Lussemburgo, 15.5.2014, comunicato #76/2014, Euro area GDP up by 0.2%― Il PIL dell’Eurozona  sale dello 0,2%

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-15052014-AP/EN/2-15052014-AP-EN.PDF).

●Krugman, sul rimbalzo della notizia, subito fa notare e commenta che vale la pena di dire con tutta chiarezza che gli ultimi dati EUROSTAT, appena citati sul PIL dell’eurozona come anche di tutta l’Unione, sono estremamente deludenti. Non è solo che resta debole e lenta la crescita in termini generali― anche se dopo un lungo periodo di stallo la presunzione della dottrina economica era che scattasse di fatto un periodo di crescita economica sopra la media per tornare ad essa, alla tendenza normale e lo 0,9% di crescita annua non è proprio quello che serve.

Di più, la poca crescita che c’è  è pure nei posti sbagliati. Quel di cui l’eurozona ha bisogno, è una convergenza tra paesi periferici devastati dall’austerità e il suo nocciolo duro. E, invece, la Germania continua a restare la maggior fonte di crescita mentre la periferia continua a scivolare all’indietro.

E, a proposito, guadate un’occhiata alla tabella pubblicata da EUROSTAT e prendere nota del fatto che i tanto pompati miracoli economici dei paesi baltici vanno facendosi di giorno in giorno meno miracolosi. L’Estonia nell’anno è di fatto in crescita negativa e la Lettonia non ce la fa a tenere una crescita superiore a quella degli USA per largamente insoddisfacente obiettivamente che sia...

La realtà su cui hanno costruito l’Europa resta quella di politiche economiche profondamente distruttive che hanno inflitto danni copiosi― ma non – non ancora? – a portare al disfacimento di tutta la costruzione perché la forza di coesione politica dell’euro è più robusta di quanto abbia pensato gente come chi scrive. E questa coesione, credo, sia cosa buona, ma le scelte di fondo politiche in ogni caso non funzionano affatto”.

E sarebbe ora di prenderne atto e anche di renderne conto agli europei tutti, prima di mandare all’aria, come stanno deliberatamente e irresponsabilmente facendo, tutto il castello tra macerie e distruzione― perché, sia chiaro, sul disegno politico – al contrario della scelta economica nella storia finora inaudita di puntare a una moneta unica vera lasciando tutto il resto, specie una economia e una politica anch’esse tendenzialmente sempre più uniche ma invece sempre più sparpagliato e diviso – che ha portato alla costruzione europea, anche Paul Krugman è sostanzialmente – e lo ha spiegato – sicuramente d’accordo... (New York Times, 15.5.2014, P. Krugman, Not on the Mend Ancora senza rimedio

http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/05/15/not-on-the-mend/?smid=tw-NytimesKrugman&seid=auto).

E, andando come mirabilmente spesso gli capita all’osso – all’essenziale, senza tanti giri di parola – di ogni argomento, sempre Krugman sintetizza: “Il progetto europeo è in guai seriamente profondi. Nel continente – forse meglio: tra i paesi dell’Unione tutta – c’è ancora la pace. Ma la prosperità è in calo di brutto e in modo più sottile, è in calo anche la democrazia nell’Unione”. E dice tutto, ma proprio tutto sui guai in cui sta affondando il progetto, l’idea stessa di Europa (New York Times, 22.5.2014, Crisis of the Eurocrats La crisi degli eurocrati

http://www.nytimes.com/2014/05/23/opinion/krugman-crisis-of-the-eurocrats.html).

●Le elezioni europee, tenute in date raggruppate ma anche diverse dal 22 al 25 giugno, hanno provocato più che un terremoto uno tsunami: distruzione e rovine, forse più che per spostamenti in verticale, con crolli dovuti al trasferimento subitaneo di piani, vere slavine d’acqua – per lo più sporca o ormai sporcata – che ne hanno spostato tutta la collocazione. E sono state caratterizzate da una forte performance di partiti nazionalisti, sciovinisti e, in generale, anti-europeisti, e anche anti-establishment, partiti e movimenti che respingono ogni forma di ulteriore integrazione europea: economica, sociale e politica.

Grosso modo, l’affluenza alle urne non è stata troppo più bassa di quella del 2009: solo quattro su dieci elettori hanno votato. Entrambi i fenomeni hanno messo ancora in rilievo l’impatto del tutto negativo della crisi sul sostegno popolare al progetto di Unione. Un numero significativo e  maggioritario ormai non mostra da tempo alcun interesse poi per scegliersi il parlamento europeo e molti di quelli che hanno votato lo hanno fatto in senso esplicitamente euroscettico, alcuni perfino eurofobo.

Sono state tutte elezioni con un riflesso, anche immediato forse per alcune di esse a livello nazionale. Sarà inevitabile – e in parte anche giusta – l’adozione di elementi delle agende di critica dell’Unione da parte dei partiti “moderati” e maggioritari nell’Assemblea (popolari e socialisti) con a livello generale i temi dell’immigrazione e dello stato sociale al centro del dibattito (“tenerli”, ridurli, migliorarli, modificarli? e come? come finanziarli e in che direzione? rallentando e/o addirittura rovesciando la direzione di marcia, non più – anche troppo lentamente  per molti o per alcuni – verso ma anzi contro il processo di integrazione dell’Unione.

In sintesi,

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Europe’s populist parties caused an earthquake at the polls, allowing them to take around 30% of seats in the new European Parliament. France’s Front National won25% of the votes, Britain’s UK Independence Party scored 27.5%, the Danish People’s Party secured 26.6% and far-left Syriza in Greece took home 26.5%—all beating their countries’ governing parties and promising to fight for sweeping changes. Mainstream parties held their ground in some countries, including Italy, where Matteo Renzi’s Democrats won 40.8% of the vote and Germany, where Angela Merkel’s Christian Democrats won 35.3%. In the Netherlands, Geert Wilders’s populist Party for Freedom failed to follow his allies in other countries, coming third with 13.2%. (The Economist, 30.3.2014)See article

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Nel loro complesso i membri della UE cominceranno a lavorare nel modo probabilmente peggiore, anche se inevitabile, o forse chi sa?, invece migliore: cominciando a scegliersi – col solito inevitabile compromesso tra speranze costruzioni e visioni diverse – le posizioni chiave per la gestione delle istituzioni comuni: i posti come li chiamano “apicali” della Commissione...

Ma anche cominciando male, forse addirittura col tradire subito la promessa che avevano fatto addiritura cambiando il Trattato di Roma, che sarebbero stati gli elettori stavolta col voto a scegliere il presidente della Commissione tra i cinque candidati che rappresentavano le cosiddette famiglie politiche europee. Ha vinto, dunque, il candidato dei popolari europei, il lussemburghese Jean-Claude Juncker.

Ma, adesso, tra i popolari c’è la tentazione di cambiare in corsa perché il veto di un capo di governo che ormai non dovrebbe contare niente – euro fuori com’è, per sua scelta, ormai dall’Europa il suo paese – l’inglese Cameron, pare intrigare addirittura la Merkel perché le consentirebbe – forse – di non cercare l’accordo coi social democratici per gestire il parlamento... Ma così, il rischio – no, la certezza – è che la prossima volta in cui si presentassero agli europei un candidato nessuno li prenderebbe sul serio...

E, poi, “terremoto politico” o no, come ha chiamato il risultato di queste elezioni il neo-premier francese di freschissima e inutile nomina, Manuel Valls, irrimediabilmenter da esso sventrato

l’assemblea di Strasburgo resterà contollata dal centro-destra e destinata a funzionare, di fatto,  solo con l’inciucio tra popolari e socialisti;

l’euro rimrrà in vigore, non scomparirà per niente;

il negoziato semi-segreto sull’accordo di libero scambio andrà avanti per catastrofico che la gente comune lo considera (e, perciò, appunto, segreto): e sarà concluso;

la scoperta che all’ultimo giorno del suo mandato ha fatto il presidente del Consiglio dei capi di Stato e di governo europei, quello che per ora era sembrato quasi un soprammobile, Hermann Van Rompuy – che finora nell’Unione abbiamo pensato solo alle banche e non ai lavoratori, non a chi ha bisogno di lavorare e far lavorare e guadagnare un reddito decente, alla gente – resterà con tutta probabilità come una specie di scandalosa scoperta dell’acqua calda:

• identico, e anche più autorevole, significativamente, il messaggio del governatore della Banca d’Inghilterra, che non è neanche un cittadino britannico ma è canadese e aveva già coperto lo stesso ruolo, infatti, alla Banca centrale del suo paese, Mark Carney: che la disuguaglianza crescente nel mondo e tra le classi – lui ha detto tra i cittadini, ma questo voleva dire – sta minando “la fiducia stessa della gente nel capitalismo”: cosa di cui, essendo lui, è comprensibilmente tanto allarmato da sentire il bisogno di denunciarme il “pericolo (The Economist, 30.5.2014);

• e con tutta la vampata di eurofobia e scetticismo che imperversa dentro e fuori l’Unione, la lista d’attesa degli aspiranti che chiedono di entrare è lunga: Turchia, Islanda, tutti i paesi balcanici... e, naturalmente, anche l’Ucraina.

Non se ne esce che in un modo solo: respingre ogni sciovinismo e ogni egoismo. E pensare a quel che di sensato dice, una volta tanto, non a vuoto il vecchio popolare belga Van Rompuy: pensare alla gente, stavolta.

●Rispetto al quadro complessivo dei risultati delle europee, che paese per paese non è nostro obiettivo qui analizzare – per cui non parleremo neanche dell’Italia, che pure è stato anch’esso risultato unico in sé col trionfo della speranza proprio sullo scetticismo ma non proprio sull’euroscetticismo in sé e come tale – il caso della Grecia fa davvero scuola un po’ a sé. Senza proprio distinzioni né sottili, né grossolane e col pressapochismo che quasi sempre riservano alle cose – alle culture, alle sensibilità, alle differenze degli altri, l’esempio lo dà – a risultati appena sfornati – il WP.

Con somma approssimazione, anche volutamente disonesta, il glorioso giornale di Washington che rivelò al mondo prima le carte segrete del Pentagono sulla guerra del Vietnam e, poi, il Watergate – affondando per sempre nella vergogna della storia la memoria di un sistema che orchestrava una guerra mentendo e imbrogliando e raccontava sistematicamente il falso ai suoi stessi elettori sui meccanismi fasulli della democrazia americana – scrive adesso “informando” i propri lettori che anche in Grecia come nel resto d’Europa, il partito di opposizione classificatosi primo, Syriza, ha vinto le elezioni sempre su posizioni ferocemente euroscettiche e eurofobe (Washington Post, 26.5.2014, Griff Witte e A. Faiola, Anti-establishment parties claim big wins in European parliamentary vote ▬ I partiti antiestablishment ottengono grandi vittorie nel voto per il parlamento europeo: titolazione di per sé invero corretta, ma che poi, leggendo, da “contrari all’establishment” nel corso del pezzo si trasformano in partiti tout court “contrari all’Unione europea”

http://www.washingtonpost.com/world/anti-establishment-parties-claim-big-wins-in-european-parliamentary-vote/ 2014/05/25/73e84fe1-ed5e-47fb-bc0e-d6626e861f3d_story.html).

Solo che è falso descrivere le posizioni di Syriza in questo modo. Alexis Tsipras non ha mai proposto di uscire dall’Unione europea e, in sé, neanche dall’€. E’, invece, del tutto contrario alle politiche di austerità imposte dall’Unione alla Grecia per curarla ma che l’hanno ammazzata portando il tasso di disoccupazione sopra il 25%. Secondo il calcolo, fatto e reso ufficialmente pubblico dal Fondo monetario internazionale, esso stesso coinvolto nella somministrazione della cura fatale, rispetto a quello che definisce come quello altrimenti “minimum GDP potential”― potenziale minimo di PIL del paese nei tre anni dal 2010 al 2013, è ammontato a un catastrofico -30% secco della ricchezza nazionale (si tratta, poi, di una stima che sempre il FMI definisce molto conservativa, avendo esso stesso ridotto, per diversi anni di seguito, la sua stima del potenziale PIL della Grecia negli ultimi anni).

Ecco, è a questo che duramente e senza voglie di cercar compromessi si oppone Syriza: non all’Unione ma alle politiche di austerità che ha sciaguratamente scelto di perseguire l’Unione.

● L’allargamento della UE: verso destra... estrema   (vignetta)

 

Fonte: INYT, 27.5.2014, Patrick Chappatte

●Il governatore della Banca centrale di Turchia, Erdem Basci, il 30 aprile conferma che nel prossimo futuro potrebbe anche esserci un taglio al tasso di sconto principale che pratica, quello di rifinanziamento: lo dice solo una settimana dopo aver confermato che sarebbe restata ancora  a lungo in vigore una politica monetaria tesa a mantenere la stabilità e a ridurre – diceva – il rischio di inflazione (che effettivamente oggi qui è all’8,39%, il massimo da otto mesi.

La prima volta che aveva parlato, parlava per conto suo. La seconda, palesemente sotto la pressione evidente del governo che – come è giusto – teme più una crescita zoppicante che un’inflazione magari anche un po’ troppo elevata.

Ma ormai pare certo che, rifiutando una volta per tutte anche a Istanbul la pretesa indipendenza della Banca centrale, Basci verrà fatto fuori perché va contro la politica economica che, alla fine di ogni fiera, dovunque e comunque e sempre, sono i governi che, teoricamente almeno, agli elettori e ai cittadini rispondono: e sempre nominano, e al dunque, abbattono governatori e  direttori delle Banche centrali (Geopolitical Monitor, 12.5.2014, Turkey Central Bank Independence under Threat― In pericolo l’indipendenza della Banca centrale turca

http://www.geopoliticalmonitor.com/the-turkish-central-banks-independence-under-threat-4973).

●Poi, a metà maggio, gravissimo “incidente” in miniera, il peggiore disastro da quarant’anni a questa parte nel mondo, per l’esplosione dovuta pare a un corto circuito e all’incendio a esso seguito a Soma, nella provincia di Manisa, a un centinaio di Km. a ovest di Smirne nella Turchia occidentale, dove estraevano carbone (301 i morti tra operai e tecnici). E esplodono anche durissime proteste contro il governo (il premier Erdoğan, che va subito a visitare il luogo del disastro, viene cacciato via a furore di popolo).

A Soma, a Smirne, a Istanbul scendono in piazza centinaia di dimostranti con la polizia che controlla nella vecchia capitale piazza Taksim e disperde chi protesta a colpi di gas lacrimogeno e cannoni ad acqua. Anche a Ankara vengono disperse a forza dure manifestazioni di protesta studentesche e stavolta anche e proprio sindacali (il sistema minerario è di recente stato privatizzato non solo col sostegno ma anche per impulso proprio di Erdoğan, fan del privato sul pubblico...  proprio col padrone di Soma a vantare di aver abbattuto i prezzi di estrazione del carbone con una riduzione drastica del costo, eliminando misure ridondanti di sicurezza del lavoro.

E’ un momento maledettamente sbagliato per Erdoğan (per non dire di quanto naturalmente sia stato sciagurato per i quasi 300 disgraziati operai di Soma...) che sta per annunciare formalmente la sua candidatura alle presidenziali delle prossime settimane, dopo che aveva appena marcato invece una forte vittoria alle elezioni municipali di fine marzo. E mentre si stava con successo  impegnando a riprendersi gradualmente l’appoggio di chi – dopo le proteste di piazza Taksim e le sue sbrigative risposte forzute, poco attente alle regole delle buone maniere (per lo più anche presunte, ma formalmente e ipocritamente omaggiate della democrazia occidentale) – era andato perdendo ma ormai stava recuperando tra i sostenitori nel mondo degli affari e gli alleati politici minori del suo partito, l’AKP di Giustizia e Sviluppo.

●Le fazioni politiche dei suoi ormai dichiarati nemici – il movimento islamico Hizmet― il Servizio, di quella specie di guru che è il suo ex alleato Fethullah Gulen pannellian-transnazional-sociale di affinità islamico-opusdeistiche e ormai residente negli USA; e quello di sempre del “laico” CPH― il Partito repubblicano del popolo, di ispirazione militar-vetero-ataturkista – che non hanno e non puntano a qualsiasi riconciliazione con lui sono del resto prontissimi a creare problemi e guai.

Ma – va detto – Erdoğan è anche particolarmente “disposto” per il suo carattere bilioso, focoso, insofferente e impudentemente anche cinico (un Renzi alla decima potenza: ricordate? I sindacati e tanti operai sono preoccupati e contrari? Ciccia, ce  ne faremo una ragione.... lo steso cinismo di fondo, a noi pare anche se ovviamente con le differenze dovute) e si è così indebolito nei confronti dei propri nemici.

Come fa adesso lasciandosi andare a osservazioni aberranti per modi e tempismo – realistiche fino, appunto, al cinismo peggiore – facendo rilevare che, in un mestiere come quello del minatore incidenti e morti sono “scontati” e vanno appunto – conclude freddamente – sempre messi in conto― ignorando però proprio il livello esecrando di esposizione sistemica e culturalmente, menefreghisticamente, considerata scontata in questo paese che lui chiama di “inevitabili incidentati”...

Il test che il primo ministro turco, dopo aver vinto quello delle elezioni, adesso ha sicuramente sbagliato è stato quello dell’empatia: dell’entrare in sintonia con la gente comune, dell’andare sul posto sì ma facendosi accettare con le parole giuste non mettendo le dita negli occhi a chi piangeva i suoi morti e si sentiva ed era ferito. Una volta Recep Tayypp Erdoğan uno sbaglio come questo non lo avrebbe mai fatto, andando a raccontare ai minatori e alle loro famiglie che incidenti simili capitano dovunque, anche in Russia, nel Regno Unito, in America. Che è vero, naturalmente, che confessato col tono di chi dice tanto non c’è niente da fare è segno di cecità.

E quando poi un aiutante personale del premier, in grisaglia dal taglio perfetto di Savile Row,  viene filmato mentre prende a calci un minatore trattenuto a terra dalla polizia e non viene subito, d’acchito, silurato in diretta televisiva, l’errore viene ribadito e diventa un gravissimo peccato squisitamente politico. E il temperamento personale, ogni giorno più straordinariamente irritabile, del premier sta diventando esso stesso, ogni giorno di più appunto, un fattore importante ma ormai anche imbarazzante della politica nazionale.

Al dunque, però, finirà come al solito. La popolarità di fondo e il sostegno diffuso che la società turca dà al premier, al suo partito, al populismo islamico “moderato” che lo connota e ne fa, al di là di ogni compromissione con l’occidente e ogni pur evidente ma sempre presente attrito dell’Europa con la Turchia e della Turchia con l’Europa e ai suoi veri, proclamati e spesso solo presunti “valori” prevarrà anche stavolta. Recep Tayypp Erdoğan resta il rappresentante più creduto e credibile dell’essenza storica e culturale di questo grande paese (80 milioni di abitanti, in larga parte islamici, 800mila Km2, con il 15°-16° posto nel rango del prodotto interno lordo nel mondo.

Ormai, con il livello di polarizzazione sociale e politico acquisito, una volpe sperimentata e abile come il primo ministro si muoverà rapidamente per sviare colpe e responsabilità del disastro da sé e indirizzandole magari a esponenti importanti del suo governo, come – è di per sé naturale – Taner Yildiz, il ministro dell’Energia per il quale non viene preconizzato ormai un futuro brillante.

Ma di “incidenti”, come li chiama Erdoğan, davvero si tratta? O anche qui, come da noi per la montagna di disgrazie che seminano morte nel lavoro edilizio ogni anno, come dovunque, si tratta invece di scelte deliberate di ordine squisitamente politico fatte per tener giù i costi del lavoro e della produzione e, come tali, volutamente accettate, peggio cercate?...E’ retorica chiederlo?

Non è detto, secondo chi scrive, per concludere il punto  che anche così adesso Erdoğan non riesca a farcela, ma per il leader politico che in Europa tra tutti riusciva a rendersi insieme credibile come una rimarchevole sintesi di valori e caratteri conservatori illuminati e progressisti illuminati, sembra ormai essere diventata un miraggio.    

● Il futuro? Così brillante che dovremo portare tutti gli occhiali scuri   (vignetta)    

Commissione UE: niente dolore –      Banche: nessuna austerità?,         Multinazionali: no all’inquinamento?

spieghiamo – niente plusvalore          nessuna prosperità!                         nessun arricchimento!  

 

Fonte: Khalil Bendib, 17.5.2014

●Che in Europa tutto si accinga a cambiare, e in forma comunque oggi imprevedibile, lo avverte anche uno scaltro destro, euroscettico e quasi eurofobo certificato dal suo essere profondamente reazionario, come il premier magiaro Viktor Orbán – molto vicino nel comune sentire al suo mentore italiano, il Berlusca – lucidamente convinto su un piano molto più terra terra che l’alternativa europea al gas e anche al greggio dei russi proprio non c’è e che, quindi, con Mosca per realismo dobbiamo trattare.

A metà maggio, così, il premier d’Ungheria incontra il presidente di Gazprom, Alexei Miller, per cercare di accelerare la costruzione del gasdotto South Stream, e propone anche di rivederne il percorso alla luce dell’annunciata decisione di Vienna di unirsi al progetto: senza star più ad aspettare il Godot dell’inafferrabile, improbabilissima e in realtà inutile convergenza di volontà di decidere, fare e pagare che dovrebbe arrivare dall’unanimità di Bruxelles. E al diavolo con quelle presunte scelte che, poi, scelte di Bruxelles mai sono ma, al massimo, solo quelle dell’ineffabile Herr Günther Öttinger... (Politics.hu/Budapest, 15.5.2014, Hungary and Gazprom meet to speed South Stream process L’Ungheria e Gazprom si incontrano per accelerare il processo del South Stream

http://www.politics.hu/20140515/orban-meets-gazprom-chief-to-speed-up-south-stream-pipeline).

●Che, però, insiste assicurando che alla prima occasione che avrà di incontrare l’omologo russo dell’Energia, Novak, gli chiederà che sia interrotto il lavoro sul gasdotto South Stream, asserendo che l’accordo tra Mosca e Sofia al riguardo viola – violerebbe... – le politiche dell’Unione... inevitabilmente, quando e se lo facesse, prendendosi in replica un bulgaro e non proprio retorico “ di grazia, quali politiche? – e un po’ più preciso “embé?, o forse chi sa, “ciccia!” dall’omologo russo.

E’ vero, il 28 maggio la Commissione ha deciso di chiedere la sospensione della costruzione del gasdotto che, percorrendo il fondo del Mar Nero collegherebbe la Russia all’Europa – ma la Bulgaria ha già fato presente – a ragione – che una decisione della Commissione non ratificata né dal Consiglio né del parlamento europeo è come “nulla e non avvenuta” anche se la motivazione ufficiale di Bruxelles è nella preferenza che l’accordo darebbe contro le regole di concorrenza interna all’Unione― ma ignora il fatto che tedeschi, italiani, francesi, e anche altri, hanno anche loro tutti – senza eccezione – i loro accordi bilaterali con Gazprom.

Lo scorso aprile, del resto, e con buon anticipo, il parlamento bulgaro aveva per conto suo legiferato che le regole comunitarie non si sarebbero applicate mai solo alla parte bulgara del South Stream e non a ogni analoga intesa con tutti e ciascuno degli altri paesi comunitari. Ma la Russia e la Bulgaria contano anche, naturalmente, sul fatto che la Commissione, con l’elezione del parlamento europeo – Barroso, Van Rompuy, Öttinger... tutti – è decaduta, anche se resterà ancora in carica ma solo ad interim, in pratica ormai neutralizzata almeno fino alle nuove nomine e di fatto per mesi ancora, incapace di qualsiasi passo anche solo figurativo: mentre la costruzione del gasdotto continuerà a andare avanti.

Tra parentesi: la Stroytransgaz, di proprietà per il 63% del gruppo Volga che è esso stesso di proprietà del russo Gennady Timchenko, una delle figure di punta dell’oligarchia vicine anche al Cremlino, uno che non rientra nella lista delle sanzioni europee ma è in quella americana per l’Ucraina: e gli americani insistono, al solito senza neanche chiarire il perché – è segreto, bisogna fidarsi... – per farlo includere anche nella lista europea (World News Report, 28.5.2014, EC to Take Action against Bulgaria over South Stream Agreement La Commissione agirà [meglio: come si è spiegato, avrebbe voluto agire...] contro la Bulgaria per l’accordo [coi russi] sul South Stream ▬

http://world.einnews.com/article/206828304?lcode=VoXFroKmN8k9c8x7x2hQ3YJwzg4OpKxlt0JcyVTgnbM%3D).    

●In maniera quasi più patetica, ove fosse possibile, del patetico collega tedesco, adesso il presidente dell’Unione europea, Van Rompuy – quello che ha presieduto al lungo processo con cui la Commissione ha trascinato l’Ucraina di Yanukovich, a forza di promesse di apertura e della possibile entrata in lista d’attesa, ma solo a venire  e sempre condizionata irragionevolmente a un credito da concedere solo in cambio di misure di austerità ingiuste e pesanti (avete fame? vi serve aiuto? prima stringete di qualche altro buco la cinghia!) – dice, o meglio come al solito lascia intuire, che stavolta con Kiev, senza rinunciare a chiederle i sacrifici del mortifero rito austerian-bruxellese però, forse saranno un po’ più “comprensivi”: senza arrivare a capire, però, che forse ormai è troppo tardi.

Così, fa la stessa scena in Georgia che in sua presenza annuncia di intendere firmare il prossimo 27 giugno un accordo di principio e di associazione con l’Unione, cui Herrman Achille Van Rompuy si dice adesso, il 14 maggio, a Tbilisi, disponibile (European News, 14.5.2014, Georgia to Sign EU Association Agreement on June 27 Il 27 giugno la Georgia firmerà l’accordo di associazione con la UE

http://www.easybranches.eu/european-news/1639007.html). 

Ormai, certo, è scomparso di scena il grande fan dell’occidente, l’ex presidente Saak’ashvili, che avrebbe voluto chiedere direttamente, se avesse potuto, l’annessione all’America e non all’Unione europea. Ma anche dopo la disastrosa e avventuristica sua presidenza, che – col suo sciocco fidarsi delle irresponsabili e necessariamente vaghe promesse di Bush e di Cheney di “dargli una mano” se avesse osato sfidarlo l’orso russo – ha scatenato sul suo paese sei anni fa le possenti unghiate di ritorsione di Mosca – torna anche qui a parlare di condizioni di austerità, le solite e peggio, che però, prima, Tbilisi deve rispettare.

Ma ancora e sempre, come è inevitabile – basta, per capirlo, guardare una qualsiasi cartina geografica – le tensioni interne e il peso di Mosca complicano le ambizioni, vere o presunte che siano poi, georgiane (Stratfor – Global Intelligence, 16.4.2014, Unrest in Georgia Could Hamper Western Integration Efforts I disordini in Georgia potrebbero ostacolare gli sforzi di una sua integrazione [quale?] in occidente
http://www.stratfor.com/analysis/unrest-georgia-could-hamper-western-integration-efforts).

●Quel che sta avvenendo sul campo – bisogna tornarci sopra un momento perché, prima o poi, gli eurocrati che a Bruxelles troppo spesso decidono come da sé le loro politiche a tavolino e poi cercano di farle decidere agli Stati membri quando non sono né sensate né in alcun modo fattibili – e l’esempio è proprio quello delle politiche energetiche – è che Putin, sul nodo, come sempre grazie al quasi monopolio che ha e nessuno può togliergli, ci sta imponendo tirandoci non per la manica ma per tutta la palandrana, di aprire un negoziato che sarà anche e squisitamente politico: sull’Ucraina, sui suoi diritti, sui nostri limiti e certo anche sui suoi, dettati dalla geografia e dalla storia.

Adesso Putin ha lanciato un appello ai capi di Stato e di governo europei a metà maggio, subito dopo il referendum “quasi” secessionista a Donetsk e prima delle elezioni della nuova e ridimensionata Ucraina, riguardo alla situazione delicatissima che sta crescendo e aggravandosi sull’export di gas naturale russo in e attraverso l’Ucraina. Come già ricordavamo, dal 1° giugno ha annunciato il gas arriverà in Ucraina, visto il debito accumulato, solo se sarà pre-pagato. Si tratta, intanto, di qualcosa come 3,5 miliardi di € per l’immediato pregresso inevaso e che coi soldi che l’Ucraina ha adesso ricevuto dal FMI sarebbe in grado, volendo, però di pagare.

●Kiev, adesso, subito dopo le elezioni per il nuovo presidente che ha voluto ed è riuscita a tenere nella parte d’Ucraina che controlla, ha dichiarato col primo ministro ad interim Arseniy Yatsenyuk  che Gazprom deve – dovrebbe – a Kiev 2,2 miliardi di m3 di gas naturale, del valore di quasi 1 miliardo di $, dopo l’annessione della Crimea: anche se non ha spiegato né perché né come... (Kyiv Post/Kiev, Reuters, 27.5.2014, Ukraine raises stakes in Russia dispute with stolen gas claim L’Ucraina rilancia la posta nella disputa con la Russia accusandola di averle ‘rubato’ il gas

http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/reuters-ukraine-raises-stakes-in-russia-dispute-with-stolen-gas-claims-349660.html).

Gazprom, da parte sua, mentre afferma – in questo di fatto sostenuto da Öttinger (sempre Kyiv Post, 27.5.2014, Öttinger says further progress made in Ukraine-Russia gas row Öttinger assicura che sono stati fatti progressi nella disputa sul gas tra Ucraina e Russia

http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/reuters-oettinger-says-further-progress-made-in-ukraine-russia-gas-row-349550.html) che a Berlino, solo qualche giorno prima nei colloqui bilaterali tenuti in sua presenza tra i russi e Naftogaz, i due enti statali del gas avevano raggiunto un accordo “di massima” per l’inizio del pagamento del debito di Kiev, e quindi la normale riapertura di fornitura dopo la scadenza annunciata del 3 giugno, specifica col portavoce Sergei Kupriyanov di non avere la minima “idea di quel che dice Yatsenyuk”, anche perché pure il gas immagazzinato in Crimea gli ucraini “non lo avevano mica pagato”...

Questo, però, ha fatto capire, non significa necessariamente che Ucraina e Russia e Unione europea si ritrovano sull’orlo di un’altra crisi di fornitura del gas come quella che nel 2006 e, poi, ancora nel 2009, lasciò in parte a secco i paesi europei a valle (Stratfor – Geopolitical Intel Report, 13.1.2009, The Russian Gas Trap La trappola del gas della Russia http://www.stratfor.com/weekly/20090113_russian_gas_trap).

Piuttosto questo sviluppo sembra leggibile come il tentativo di Putin di spingere l’UE al tavolo del negoziato. Il chiarimento di Mosca che l’Ucraina dovrebbe ora immagazzinare nelle sue cisterne e nei suoi serbatoi il gas naturale per assicurare un flusso ininterrotto del gas russo a valle in Europa nel prossimo inverno come le impongono – a essa e non alla Russia, richiama – i contratti esistenti coi paesi europei – va anch’esso, in questo contesto,  nel medesimo senso.

Alexander Novak, il ministro russo dell’Energia, ha già aperto una discussione col riluttante Öttinger― che, però, non ha mai avuto da nessuno in Europa la delega operativa, decisionale, a concludere niente a nome di tutti e in realtà poi di nessuno come, ragionevolmente, i russi gli chiedono di fare se a nome di tutti poi vuole, come pretende e dovrebbe, davvero trattare. Öttinger che, come s’è già accennato, aveva chiesto ai russi un prezzo unico per chiunque in Europa importasse gas da loro – tutti nella UE: ma anche, diceva lui, l’Ucraina – ha dovuto poi ammettere che, al dunque, non aveva alcun potere di decisione, e tanto meno di firma, per nessuno― Ucraina compresa, ovviamente, che non poteva comunque neanche pensare a darglielo.

E ha dichiarato di aver constatato una disponibilità di principio da parte del ministro russo che ha dichiarato pubblicamente come la determinazione dello Stato russo e dell’impresa Gazprom sia quella di onorare tutti i contratti che ha con i paesi europei “su basi di rispetto reciproco degli impegni”― insomma: dovete preoccuparvi che chi controlla il passaggio del gas nei gasdotti, lo faccia passare fino a chi ha diritto a riceverlo senza distrarlo per sé senza pagarlo...

Confermando contestualmente – cosa che a Öttinger ha dato tanto fastidio, ma se n’è fatto anche lui, come si dice ormai, una ragione – che l’Europa non ha speranze di sviluppo nel prossimo futuro se dovesse essere privata, o privarsi dice, del gas russo. Malgrado – aggiunge Novak – ma anche a ragione dei piani di diversificazione che l’Unione europea, senza poi essere in grado di farlo, è andata tentando (lo dice in un’intervista a Handelsblatt/Düsseldorf, 26.5.2014 ▬

http://www.handelsblatt.com/politik).

Ma non ha ottenuto ovviamente niente, sostenendo pubblicamente comunque – anche se al solito è poi l’unico a crederci o a far finta di crederci – che in realtà “non c’è proprio alcuna ragione di mostrarsi nervosi” in materia (The Voice of Russia, 16.5.2014, European commissioner Oettinger to meet with Russian energy minister on May 19Il commissario europeo Öttinger incontra il ministro russo dell’energia il 19 maggio

http://voiceofrussia.com/news/2014­_05_16/European-commissioner-Oettinger-to-meet-with-Russian-energy-minist er -on-My.19-9541).

●Anche Angela Merkel, che può – se vuole – decidere, al contrario dell’ectoplasma che chiacchiera pontificando a vuoto da Bruxelles, ha manifestato la volontà di Berlino di trovare un’uscita negoziata alla crisi ucraina, gas compreso. Merkel, è noto, è stata fortemente critica delle scelte recenti del Cremlino. Ma ha continuato a sottolineare che per la Germania resta “vitale” mantenere un solido rapporto bilaterale con la Russia.

E, intanto, a dimostrare che la cosiddetta linea Öttinger – di  cui è stato il governo polacco a farsi vindice, specie nell’Europa dell’est, la più dipendente: quella che vorrebbe costituire a Bruxelles un unico organismo centralizzato che, come tale, tratti di energia per tutti e tutti insieme in Europa coi russi (Stratfor – Global Intelligence, 25.4.2014, Europe Discusses an Energy Union L’Europa discute di un’Unione energetica

http://www.stratfor.com/analysis/europe-discusses-energy-union) – non ha capo né coda, trova forti resistenze e subito, il 21 maggio, viene pubblicamente respinta dal governo ceco con uno studio tecnico che ne smentisce in radice proprio la fattibilità stessa.

E che, anche se sotto una titolazione volutamente ambigua – a parole sembra un testo di sostegno; a leggerlo con attenzione è, però, una netta presa di distanza – conferma la propria opinione  (di fatto e nei fatti, meno nelle dichiarazioni “di principio” dei governi, condivisa almeno da Italia, Germania stessa e Ungheria) che, per spuntare prezzi migliori coi russi è meglio lavorare sui rapporti bilaterali (Government of the Czech Republic web-site, 25.5.2014, Polish Proposal Is a Good Basis for Further Discussion on Energy Security La proposta polacca è una buona base per ulteriori discussioni  sulla sicurezza energetica

http://www.vlada.cz/en/evropske-zalezitosti/aktualne/polish-proposal-is-a-good-basis-for-further-discussion-on-energy-security-119054

In Europa, tutti ovviamente concordano che sarebbe desiderabile alleggerire la dipendenza da un unico fornitore. Ma, adesso, anche l’alternativa realisticamente accessibile – il gas libico – è messa pesantemente in questione e chi sa quanto a lungo. E alla Russia l’accordo trentennale con la Cina offre per il futuro sbocchi diversi e certi per il suo gas che la rendono – essa – sempre meno vincolata allo sbocco europeo.

Alla fine, e al dunque, le divergenze tra Russia e Ucraina sul gas sono solo un punto del contenzioso aperto tra Ucraina e Russia ma sono anche quello che ha un impatto immediatamente rilevante e molto pesante su tutti i paesi europei. Questo è il motivo per cui a fare i conti con questa faccenda Mosca e Berlino dovranno arrivare a scontrarsi e, negoziando, a incontrarsi mentre andrà avanti la gara – o, se volete, la lotta – fra Russi e occidente sul futuro e il ruolo non solo voluto ma anche possibile dell’Ucraina e per l’Ucraina.

Che essa stessa dovrà, alla fine, decidere: ma distinguendo, e scartando, i conati di vomito vetero-reazionari dalle aspirazioni legittime di quello come di ogni altro paese o di ogni suo pezzo costituente: ma libero anch’esso – secondo regole finalmente universali e universalmente a tutti applicate – di decidere come qualsiasi altro: sì, la Crimea come il Kosovo, se il Kosovo deve avere il diritto a separarsi dalla casa madre e ad andarsene.  

●Tutto il resto – tutto – è distrazione di massa. Adesso, il comandante in capo della NATO, gen. Philip Breedlove (curioso: Breedlove significa, letteralmente, procreare amore) sente il bisogno di dire pubblicamente che “l’Alleanza deve considerare di stazionare in permanenza sue truppe nelle regioni dell’est europeo” e che a inizio settembre comandanti, ministri della Difesa  e degli Esteri dei paesi NATO ne discuteranno in vista del vertice programmato per quella data in Galles (Stratfor, 7.5.2014, NATO: Alliance Needs To Consider Permanent Eastern Troop Presence, Official Says― NATO: l’Alleanza ha bisogno di considerare una presenza permanente di truppe nell’est, dice un suo [massimo] esponente [militare]

http://www.stratfor.com/situation-report/nato-alliance-needs-consider-permanent-eastern-troop-presence-official-says).

A fine aprile, il ministero degli Esteri russo aveva postato sul sito ufficiale una specie di allarme/ammonimento affermando la preoccupazione che viene da rapporti di stampa ed altre informazioni attendibili sull’intenzione del regime di Kiev di lanciare una speciale operazione di assalto nelle regioni del sud-est del paese che avrebbe, anche, il sostegno e il coinvolgimento di distaccamenti armati dell’utranazionalista Settore di Destra.

Abbiamo il dovere di mettere in guardia che “simili comportamento irresponsabili e aggressivi da parte dell’attuale governo ucraino se tradotti in realtà, potrebbero portare a conseguenze catastrofiche. Scatenare misure punitive nei confronti delle loro stesse popolazioni attesterebbe solo dell’incapacità della leadership di Kiev a tener fede agli impegni assunti con la dichiarazione di Ginevra del 17 aprile a favore della cessazione la più rapida possibile di ogni violenza e dell’apertura di un largo dialogo a base nazionale che coinvolga tutte le regioni e le forze politiche”.

Per questo “il governo russo chiede a Kiev, ma anche agli USA e alla UE, di non  chiudere gli occhi di fronte a simili comportamenti, di ricordare che hanno firmato l’accordo di Ginevra e di non commettere errori di portata criminale valutando con grande serietà la gravità delle conseguenze possibili che avrebbe l’uso della forza contro le popolazioni ucraine(Russia, Ministry of Foreign Affairs web site, 30.4.2014 ▬ http://www.mid.ru/bdomp/brp_4.nsf/main_eng; traduzione da NightWatch, 1.5.2014, Ukraine/ Russia/Foreign Ministry http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000095.aspx).    Una settimana prima, Dmitry Yarosh, il capo della cosiddetto Settore di Destra che ha contribuito in modo determinante a febbraio, con le irreggimentate ed etero “aiutate” e almeno in parte etero dirette violenze di piazza Maidan all’abbattimento del pessimo – ma, esso, legittimamente eletto – governo di Yanukovich, aveva dichiarato che la sua organizzazione avrebbe spostato a est del paese il proprio comando militare e politico centrale e stava preparando un “battaglione speciale” per riprendersi (esso, non l’esercito ucraino regolare, ma il Praviy Sektor) i checkpoints e i punti di forza russofoni.

Yarosh allora dichiarò anche di lavorare in pieno accordo e coordinamento con lo Sluzhba Bezpeky Ukrayiny/SBU, il servizio di sicurezza segreto (purgato subito e d’urgenza dopo il golpe) del regime  ucraino. Sarà anche millantato credito, ma i russi avvertono che lo prendono molto sul serio... ora, e rispetto alla situazione che un mese e mezzo fa si era sviluppata in Crimea, i russi qui nell’est della Crimea si stanno muovendo con grande cautela. A Simferopol e Sebastopoli la secessione era stata prevista e preparata con mesi di anticipo, in previsione del golpe a Kiev che l’ha poi formalmente innescata. Ma, certo, è che adesso un altro “incidente” tipo il massacro di Odessa potrebbe diventare il fattore che potrebbe scatenare quella che a Mosca è stata teorizzata come la “responsabilità a proteggere” le popolazioni russe minacciate e perseguitate.

Ha appena spiegato, del resto, Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, che intanto chi parla del governo di Kiev come di un governo legittimamente eletto – lo ha appena fatto Obama – non solo mente sapendo di mentire ma diventa così “complice” di crimini come quello di Odessa ma tiene poi ad informare che il governo russo ha ricevuto dall’Ucraina meridionale e dell’est decine di migliaia di appelli nelle forme più diverse, che hanno tutte in modo preoccupante in comune la descrizione di una situazione come “orribile e insopportabile” imposta alle popolazioni dall’aggressività dei neo-nazisti ucraini (CNN, 5.5.2014, M.-L. Gumuchian, Ukraine releases protesters; Prime Minister visits Odessa after blaze L’Ucraina rilascia [alcuni] tra coloro che protestano, il primo ministro visita Odessa dopo l’incendio

http://edition.cnn.com/2014/05/04/world/europe/ukraine-crisis); Agenzia ITAR-TASS, 3.5.2014, Kremlin regrets approval of punitive operation is southeast of Ukraine - Putin spokesman― Il Cremlino lamenta l’approvazione delle operazioni punitive nel sud-est dell’Ucraina http://en.itar-tass.com/world/730317). 

●Parlando a Washington, nella conferenza stampa congiunta con Angela Merkel – già non poco irritata per la pretesa che si dicesse d’accordo sul suo diritto a farle spiare anche le telefonate private dalla NSA – il presidente Obama si è impudicamente inventato, lasciandola palesemente sbigottita, come molti cosiddetti reporters (nessuno dei quali ha avuto, comunque, il coraggio civile di chiedergli che ca**o stesse dicendo...) che non è possibile accettare la pretesa di Putin “di avere un potere di veto su decisioni prese da un governo debitamente eletto a Kiev”... (You Tube, 2.5.2014 ▬ http://www.youtube.com/watch?v=_2IAw1TwyhA).

La TV CNBC statunitense ha parlato, caritatevolmente, non di crassa menzogna né di crassa ignoranza ma di uno “strafalcione imbarazzante”. La buffonata! Eletto da chi? quando?  La verità è che è il governo oggi insediato a Kiev ci è stato insediato grazie al caos portato in strada con la consulenza dei suoi neo-cons al dipartimento di Stato che ha finanziato e preparato (forse anche armato... basta aspettare e si saprà, di certo) i neo-nazisti di Praviy Sektor e di Svoboda? Ma questo vacuamente banale, o male informato, o – scegliete voi – altro bugiardo presidente americano, con chi crede davvero di avere a che fare?[4].

Intanto – e come al solito – per aggiungere alla tragedia il suo pizzico di ridicolo, e addirittura di grottesco, il Commissario all’Energia della UE, Öttinger, dice di “volere” che tutti i membri dell’Unione arrivassero a pagare il gas naturale russo allo stesso prezzo. Uguale per tutti (The Moscow Times/Mosca, 2.5.2014, EU Wants Single Price in Bid to Break Russian Gas Stronghold La UE vuole fissare un prezzo unico nel tentativo di rompere la presa dei russi sul gas http://www.themoscowtimes.com/article/499346.html). Naturalmente anche chi scrive vorrebbe che la Roma vincesse lo scudetto. Ma...

Questo Öttinger parla come se lui o la Commissione europea in nome della quale dice di “volerlo” – o anche la Germania magari, o l’Italia, per dire: cioè i governi – potessero semplicemente stabilire i prezzi e non invece come si dice – come dicono lor signori – spettasse secondo la prassi farlo al mercato: cioè ai suoi protagonisti – all’ENI italiana, alla E-on tedesca o, dall’altra parte, a Gazprom o a Rosneft – e non, semplicemente e semplicisticamente, alla Russia. Che come, l’America, o la Germania come tali, come governi, non saranno mai a decidere sul mercato. Anche se, al dunque, proprio come la Germania e l’America, i governi contano sempre nelle decisioni cruciali del mercato. Di ogni mercato.

Öttinger, una delle mezzetacche della politica europea capaci solo di provocare e mettere dita negli occhi – ma mai di risolvere, mediare o aiutare a trovar soluzione a alcunché – aggiunge che l’infrastruttura comune energetica dell’Europa – che non c’è e è lontanissima dall’esserci già per suo conto con ogni mercato nazionale che funziona da sé invece, per conto suo – dovrebbe (secondo lui che coltiva un sogno od un incubo anch’esso tutto suo) comprendere comunque l’Ucraina, la Georgia e l’ovest dei balcani (fin dove, cioè? Se anche l’ovest, allora tutti i balcani!). Ma, tra l’altro, chi paga? questo lui non lo dice mai... Infatti, è perfino più di tanti suoi colleghi Commissari, perfino più del suo presidente travicello, il Barroso sempre un po’ tronfio, più di lui anche specializzato in flatulenze verbali e chiacchiericci vacui.

E’ il modo con cui risponde, col suo strampalato +1, all’appello del premier polacco, Donald Tusk, che chiede all’Unione di costituire, presentandosi a negoziare coi russi come un singolo blocco contrattuale su flussi e prezzi, su acquisti e su vendite. Ma, anche lui, non dice chiaro che farlo significherebbe scartare contro ogni prassi, dogma, ideologia e libertà del mercato l’autonomia  degli attori – Gazprom, ENI, E-on, tutti – trasferendola solo a Stati e governi o a un’unione europea dell’energia che non c’è, neanche lontanamente.

Cioè, la soluzione sarebbe – l’unica vera – quella di presentarsi a contrattare coi russi come un singolo blocco contrattuale. Magari, certo... Ma chi glielo dà all’Unione – a questa Unione poi, a uno come l’imbranato Öttinger! – questo potere, sottraendolo agli attori del mercato e ai singoli Stati? (Stratfor – Global Intelligence, 25.4.2014, Europe DiscusseS an Energy Union L’Europa discute di un’Unione energetica http://www.stratfor.com/analysis/europe-discusses-energy-union).

●Una conseguenza secondo chi scrive scontata e intrinsecamente, come anche è scontato,  contraddittoria con le regole che in America pretendono, ma sanno di far solo finta, poi, di seguire, è che qui, come dovunque e proprio come in Russia, la libertà del mercato e degli attori di mercato non conta un ca**o. La Casa Bianca ha infatti “consigliato” e, poi, riconosciuto di aver “fatto anche pressione”, imponendo a molti executives americani di dire no agli inviti di Putin a discutere di affari con lui in pubblico oltre che in privato. Sono questi i sepolcri imbiancati che denunciano Mosca perché utilizza come arma politica il controllo del gas e del petrolio...

E loro? adesso viene fuori papale papale – si è saputo perché lo ha dichiarato lui stesso, al contrario di altri che hanno preferito tacerlo – hanno fatto pressione sul presidente/amministratore delegato dell’Alcoa, Klaus Kleinfeld, perché declinasse l’assenso già dato, su invito di Putin, ad andare all’International Economic Forum di San Pietroburgo. Al suo posto manderà il capo della filiale di Mosca...

Anche Jack Carney, il portavoce della Casa Bianca, lo ha confermato: andarci, secondo il presidente americano era “inappropriato”―  e, naturalmente, proprio come a parti rovesciate nessuno avrebbe osato fare con Putin, nessuno neanche nella libera America ha avuto il coraggio di dirgli apertamente, si capisce, il suo “chi se ne frega, signor presidente(Reuters, 5.5.2014, Alcoa CEO to skip Russian forum at US’s request― Su richiesta degli Stati Uniti, il capo dell’Alcoa non andrà al Forum economico russo

http://www.reuters.com/article/2014/05/01/alcoa-forum-idUSL2N0NN19720140501).

Il 18° Forum economico di San Pietroburgo si apre quando già è stata resa nota la disfatta di Obama e la vittoria congiunta dei cinesi e dei russi con quella personale di Putin conclusa dall’accordo da $ 400 miliardi di gas russo contro il pagamento  in dollari americani – si apprende qui dal ministro dell’Energia Alexander Novak – valuta che a Pechino, del resto, non sanno neanche più dove mettere...

E’ Reiner Hartmann, presidente dell’Associazione degli industriali europei in Russia, a dichiarare seccamente davanti a Putin e ai frollocconi presenti della Commisione europea – che riescono stavolta a mostrarsi anche un po’ imbarazzati – che “se ci schiacciano fuori di questo paese, come si fa con un tubetto usato di dentifricio, con le sanzioni o con  altre misure”, se l’Unione europea persistesse a applicare la politica “irresponsabile” di affibbiare sanzioni “del tutto e solo controproducenti” alla Russia, i cinesi sono “pronti da subito a subentrarci”: diamo loro il movente e l’opportunità per farci fuori gratis che l’arma già ce l’hanno― la caterva di dollari che hanno messo da parte (RIA Novosti, 23.5.2014, China ready to replace EU investors in Russia if more sanctions follow― La Cina è già pronta a rimpiazzare gli investitori UE in Russia se continuano ad arrivare sanzioni

http://rt.com/news/161104-sanction-eu-russia-china).

Se avesse aspettato, anche soltanto un giorno, avrebbe potuto citare un caso specifico e di grande rilievo, assolutamente esemplare di come si perde un contratto per i rumori di fondo che si vanno non casualmente emettendo. Il contratto in questione è quello per la trivellazione del fondo marino cui era interessatai finora, con la Rosneft russa, la Exxon-Mobil che, però, è stata ora di esso scippata, proprio mentre Hartmann parlava davanti a Putin a San Pietroburgo, il 26 maggio, e passata alla ONGC Videsh, impresa di Stato indiana per l’esplorazione e lo sviluppo,  di un grande giacimento di idrocarburi nell’Artico.

E’ l’ONGC, ora, a dichiarare che per perseguire quella che comunque ci si aspetta debba essere un’impresa costosa, potrebbe anche offrire alla Exxon-Mobil un eventuale, generoso, suo subappalto (Business Standard, 26.5.2014, ONGC gains after OVL's agreement with Rosneft―L’ONGC guadagna in borsa [al record di sempre] dopo che la Rosneft raggiunge con essa l’accordo

http://www.business-standard.com/article/news-cm/ongc-gains-after-ovl-s-agreement-with-rosneft-114052600378_1. html).

Intanto, e in ogni caso, sempre lì a San Pietroburgo, per una Exxon-Mobil che tentenna e si lascia tagliar fuori, un’altra grande multinazionale del petrolio occidentale, la BP annuncia che ha firmato un suo accordo con la Rosneft, di cui ha già in portafoglio una quota del 20% per esplorare la fattibilità di una complessa, tecnicamente, e costosa, finanziariamente, estrazione dai depositi di scisti bituminose nell’Artico russo. E ciò ben sapendo, e dicendo di sapere bene, che il capo della Rosneft, Igor Sechin, è pure personalmente colpito dalle sanzioni americane per quello che a Washington hanno definito il suo ruolo, anche personale, nell’affare ucraino.

●A latere, cioè non nel discorso pubblico, ma sempre in quella pubblica sede dicono che sia stato anche fatto osservare come sia stato profondamente stupido, al solito, da parte americana riuscire insieme a alienare sia Cina che Rusia, spingendoli con costanza degna di miglior causa a una partnership tra di loro maggiore. Tutto legato a quel che Mosca e Pechino hanno insieme percepito un comportamento esterno ed estraneo paternalistico e , insieme, aggressivo e arrogante su Ucraina orientale, Mar Cinese meridionale e isole Senkaku su cui l’America non c’entra niente ma ci vuole invece entrare per forza.

Perché – e su questo neanche il russofobo più russofobo del mondo e perfino d’America – può avere un dubbio: l’interesse di fondo dell’America verso Cina e Russia era, ed è sempre, quello di non spingerle ad avvicinarsi fino a marciare insieme sulla scena internazionale. E a noi sembra, francamente, che potrebbe arrivare a capirlo perfino un cretino, forse.

Adesso la Cina ha risolto il nodo strategico che non era mai riuscita a sciogliere, della dipendenza che ha dal passaggio obbligato per l’80% delle proprie forniture di greggio dallo Stretto di Malacca dove per esempio, certo facendo la guerra o rischiandola, la VII Flotta o altre, anche inferiori potenze (India, Gippone...) sono sempre potenzialmente bloccabili ma così ora non più. E la Russia si apparecchia così a est un’alternativa prossima ma soprattutto futura più che appropriata e adeguata a far fronte ad eventuali bizze sanzionatorie suicide o almeno sconclusionate ma sempre possibili di parte europea.  

●Poi, a metà maggio, tra il referendum a Donetsk degli autonomisti-separatisti e quello pan-ucraino di chi voterà il 25, Putin cala il suo asso di briscola: quello che da sempre tutti sapevano e vedevano che aveva in mano – e esibiva – pronto a calarlo sul tavolo. Ma facevano finta di non vedere:  il gas russo passerà ormai da fine giugno per i gasdotti ucraini solo per la parte pagata cash. Tutto il resto Gazprom – come da contratti esistenti – lo pomperà verso occidente solo dopo aver recuperato l’arretrato che le deve Kiev. E la minaccia potenziale si trasferisce pari pari sull’Unione europea.

E’ che Öttinger, Barroso, Van Rompuy – tutti questi gnorri e sopracciò, megalomani impotenti che dovevano sapere – e sapevano – come mettendosi in mezzo e provando a turlupinare Mosca con l’accordo di Kiev del 21 febbraio tra Yanukovich e l’opposizione e in ventiquattrore poi venne buttato nella carta straccia, i russi avrebbero male reagito – dimostrano ancora una volta per l’ennesima volta tutta la loro impotenza.

E, forse, però adesso si svegliano – e cominciano chi sa, forse – a capirlo. Che con Mosca e magari anche con Kiev, ma di sicuro con Mosca, se vogliono avere le forniture di gas devono sul serio trattare: perché altrimenti quelli lo vendono alla Cina, al Giappone, all’Iran e all’India (The Huffington Post, 15.5.2014, V. Isachenkov, Putin:Ukraine Will Have to Pay in Advance for Russian Gas Putin: l’Ucraina dovrà pagare in anticipo per il gas russo

http://www.huffingtonpost.com/2014/05/15/putin-ukraine-gas_n_5330251.html?utm_hp_ref=world&ir=WorldPost).

Il tema vero è che la NATO non è più da tempo un monolite, non ha più un nemico comune, un indiscusso capo fila di cui tutti si fidano per amore o per forza, un potenziale nemico identificato con certezza e pericolosità come tale da tutti univocamente... E proprio questa incertezza ne sta minando compattezza e unità e prova che quel che dovrebbe fare per continuare a durare dovrebbe essere proprio il contrario. Solo che tutto – il leader..., il potenziale avversario..., i rapporti di forza e di credibilità di ciascuno verso tutti... – sono profondamente mutati (Stratfor – Global Intelligence, 30.4.2014, NATO the Future of the Alliance NATO il futuro dell’Alleanza

http://www.stratfor.com/analysis/nato-future-alliance).

Che, però, è una strana ammissione/considerazione... l’est europeo in questione (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Bulgaria, Romania, e tutti i paesi baltici sono membri della NATO e, come tali, già coperti dall’art. 5 dell’Alleanza, secondo cui un attacco a uno è di per sé un attacco a tutti... Quindi non si capisce di cosa, e perché, avrebbero bisogno adesso di questa assicurazione extra, o si capisce anche troppo bene perché...

I loro governanti non si fidano, non credono nella garanzia formale, ufficiale, della NATO, vorrebbero avere a disposizione sul loro territorio, invece, “ostaggi” sicuri (truppe americane, o magari tedesche e italiane, anche) a garantirli che – se i russi si muovessero, Washington, Berlino e Roma reagirebbero – e la guerra così, se ci fosse, in quel caso non resterebbe locale ma diverrebbe mondiale...

Sembra un assurdo. Ma è anche il tallone d’Achille che mette in dubbio, ormai, tutta la credibilità della NATO. Che prima si è estesa dall’area dell’Atlantico del Nord così precisamene definito, longitudine e latitudine, dal Trattato come quella che era tenuto a “coprire”, fino all’Iraq e poi all’Afganistan... e adesso, anche e proprio forse perché ha rinnegato i limiti geografici e geo-politici che si era auto-imposti, ha perso buona parte della credibilità e dell’ineluttabile “necessità” che le imponeva o sembrava imporle  l’avere di fronte l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e il comunismo spietato di Stalin o quello divismo un po’ grezzo di Breznev... e ora ha davanti la Russia magari poco simpatica di Putin,  ma non certo più dell’Ungheria di Orbán , per dire...  

●Il 2 maggio, le forze di sicurezza ucraine, malgrado quanto appena detto il giorno prima dal presidente Turchynov – che ormai l’Ucraina non è più in grado di controllare l’est del paese – sembrano essere passate all’offensiva nel tentativo di riprendere il controllo in specie delle vie di comunicazione. Pare certo che se stavolta la spinta militare ucraina fosse un tentativo di riprendere con la forza militare il controllo dell’est, la Russia potrebbe davvero intervenire direttamente come ha fatto in Georgia in un passato neanche molto lontano per difendere la popolazione civile russofona dall’attacco.

Ma un po’ bolso com’è, pensandosi chi sa? abile a fare il doppio gioco – con la confessione di impotenza che avrebbe, in realtà, solo mascherato l’intenzione di lanciare l’offensiva – Turchynov... insistisce. Forse perché proprio non capisce. O forse perché invece ha capito bene che se perde – quando perde... – stavolta ci perde probabilmente qualcosa di più del posto che il golpe di forza e di destra lo ha catapultato a occupare.

Infatti, quasi si vanta delle decine di russofoni che sono stati ammazzati, feriti o arrestati nell’attacco delle forze di sicurezza per riprendersi l’accesso e il controllo che i civili separatisti avevano eretto a Slovyansk, ormai da metà aprile sotto il controllo della maggioranza russofona della popolazione (Wall Stret Journal, 3.5.2014, L. I. Alpert e P. Shishkin, Ukraine launches  large-scale offensive to regain Slovyansk L’Ucraina lancia un’offensiva su larga scala per riprendersi Slovyansk

http://online.wsj.com/article/BT-CO-20140502-709473.html).

Anche due morti tra gli ucraini all’attacco, coi piloti di due elicotteri Mi-24 dai colori giallo-blu che pattugliavano gli avamposti di Slovyansk, abbattuti. Ufficialmente la notizia è mantenuta segreta dal governo di Kiev che nega tutto... pur dopo la ripresa in diretta dell’abbattimento dei due agili e super-corazzati velivoli d’assalto da parte dei mille telefonini e tele-camerine che l’hanno documentato tutto dal vivo (ABC News, 2.5.2014, Ukrainian pilots killed when two helicopters shot down in Slovyansk ― Uccisi i piloti ucraini con l’abbattimento di due elicotteri a Slovyansk ▬

 http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/reuters-ukraine-says-two-killed-when-helicopters-shot-down-in-slovyansk-345943.html).

E sempre, nell’est del paese, a Odessa, sul Mar Nero, nell’assalto condotto dalle forze ucraine,che comprendevano apertamente identificati molti militanti armati neo-nazisti del Settore Destro, che hanno incendiato la sede del sindacato, sembrano esserci stati fra gli assediati filo-russi oltre una trentina di morti (Guardian, 2.5.2014, Howard Amos e Harriet Salem, Ukraine Clashes: dozens dead after Odessa building fire Gli scontri in Ucraina: dozzine di morti [tra i civili filorussi] dopo l’incendio appiccato al palazzo [dei sindacati] a Odessa

http://www.theguardian.com/world/2014/may/02/ukraine-dead-odessa-building-fire).

●In effetti, due o tre cose un po’ strane saltano agli occhi subito. Turchynow, con la sua uscita sull’impotenza di Kiev a reagire nell’est del paese mentre in realtà continuava a preparare e far preparare la controffensiva delle sue truppe d’assalto, in apparenza stava bluffando e mascherando le sue vere intenzioni come suggeriscono i risultati anche se, forse, invece – poi – a ben vedere diceva la verità se è vero come lo è che i soldati di Kiev non sembrano per niente motivati a attaccare all’ingrosso la popolazione russofona  e la sua resistenza attiva ma non armata di  massa.

Quel che, a prima vista, le autorità di Kiev sono riuscite a fare con la loro offensiva del primo fine settimana di maggio è di costringere non poca gente che nell’est non avevano ancora deciso, secondo alcuni osservatori che scrivono sul Kyiv Post e sulla stampa ucraina della capitale, di farlo e schierandosi dall’altra parte, riuscendo a creare – ed è stato davvero un capolavoro – maggiore instabilità e confusione.

In effetti, il massacro di Odessa alla Casa dei sindacati ricorda da vicino gli eventi che alla fine portarono alla caduta di Yanukovich. Quando neanche la rivolta armata nelle piazze avrebbe forse avuto successo se il 21 febbraio ad essa non si fosse reagito anche  con una repressione che fece 80 morti a Kiev, a Maidan, negli scontri con la polizia anti-sommossa. Fu quella la svolta, la repressione a quel punto brutale, che portò ad abbandonare Yanukovich larga parte della sua stessa fazione consentendo così al parlamento di fare o lasciar fare il “ribaltone”, abbandonandolo.

Ora, gli scontri a Odessa e l’incendio, che nessuno crede qui accidentale e ha fatto decine di morti, è stato il primo gravissimo eccidio di massa dopo la secessione riuscita della Crimea. Subito, a fine settimana, Yatsenyuk, il premier, ha cercato di tamponare la reazione contro l’avventurismo del collega suo presidente ucraino pro-tempore, visitando Odessa e cercando di scaricare  sulle forze speciali russe la responsabilità del massacro. Senza grande successo, però, perché, come ha scritto subito gran parte della stampa russa non solo di Odessa e Donetsk ma anche di Kiev (Факты и комментарии― Fakty i Kommentarii http://fakty.ua) e in genere all’est del paese, il cui prodest e il doppio gioco di Turchynov puzzano sul serio un po’  troppo...    

Un punto assai ingarbugliato e anche torbido è che l’identità stessa degli attori sul campo qui non è chiara per niente. In genere, ormai sembra provato, i militari regolari ucraini, dove finora c’è la coscrizione obbligatoria ma di fatto di volontari, sembrano spesso riluttanti a scontrarsi con altri cittadini ucraini e, spesso, di fonte a una resistenza decisa tendono ad arretrare. L’affidabilità di ogni unità sul campo sembra sempre dubbia. Mentre i miliziani ultra-nazionalisti, di estrema destra e anche neo-nazisti, non esitano mai a far fuoco contro chi loro fa anche solo le mosse di opporsi.

E, in effetti, ora le forze di sicurezza che portano le mostrine del nuovo regime ucraino sembrano aver catturato posti di blocco di altre due cittadine nei pressi di Odessa ma non si sono spinte a occupare o tentar di occupare il loro centro città. Non pochi reportages tendono anche qui a iper- drammatizzare ogni scontro, anche di dimensioni nei fatti limitate. La realtà è che i russofoni che occupano le piazze non hanno posto in essere una capacità di fermare blindati o carri armati dell’esercito ucraino.

E, se l’Armata rossa che è appena al di là del confine li sta – come dice  Kiev e giura Turchinow – equipaggiando sul serio avrebbe fatto un pessimo lavoro proprio sul piano tecnico, professionale, non fornendo loro i lanciagranate estremamente efficienti che i russi forniscono, producono e di cui abbondantemente dispongono da prima, addirittura, della seconda guerra mondiale e che unitariamente – gli ultimi RPG-7 – costano in proporzione al costo di un tank niente: sui 100-200 $ rispetto alle decine e decine di milioni di un T-84.

Una cosa che salta all’occhio è che per il momento, all’8 mattina, i morti negli scontri sono ormai diverse decine tra i russofoni e, in questa macabra contabilità, si contano sì e no su una mano e mezza per le forze del governo ucraino... E mentre Putin annuncia – con lo spionaggio americano che non smentisce né conferma... (New York Times, 7.5.2014, Neil MacFarquahar, Putin Announces Pullback From Ukraine Border― Putin annuncia il ritiro dai confini ucraini

http://www.nytimes.com/2014/05/08/world/europe/Putin-Russia-Ukraine.html) – che le truppe russe oltre confine, cioè sempre in territorio russo, hanno sospeso la loro mobilitazione preventiva “per raffreddare gli animi”.

E sempre Putin chiede di fermarsi a tutti gli attori della tragedia, invitando i russofoni a rinviare il referendum convocato per l’11 maggio nell’est per rivendicare maggiore autonomia da Kiev, ma prendendosi in cambio solo il no dell’avventurista ministro degli Interni ucraino e, a quel punto, quello – già forse scontato – degli aspiranti autonomisti di Donetsk e Luhansk. E diventa sempre più difficile pensare che, a questo punto, la cosa possa trascinarsi ancora a lungo in questa specie di vuoto indeterminato.

●Alla fine il referendum dell’11 maggio sulla volontà di affermare l’autonomia, quello che Kiev aveva proibito e ostracizzato con la minaccia, poi in parte applicata, di attacchi diretti a chi avesse osato provarci, si è tenuto assumendo quasi solo, nell’immediato, una valenza simbolica, di manifestazione di volontà e di volontà di difendere la propria volontà. Le autorità dell’est hanno affermato di aver registrato un’affluenza alle urne tra il 60-70% degli aventi diritto. Dei quali hanno annunciato che il 90% aveva votato per l’indipendenza sia a Donetsk che a Luhansk.

Naturalmente non c’è modo di confermalo e, in realtà, non serve a niente il farlo. Perché la realtà è che questo referendum ha cambiato fondamentalmente la situazione in Ucraina e non è serio far finta che non abbiano avuto rilievo, del tutto controproducente al solito aiutando il voto di chi optava per l’autonomia e, al limite per l’indipendenza, le grossolane e inefficaci interferenze di Kiev, le operazioni “antiterroristiche” come battezzano da Washington le incursioni armate di Kiev ma, anche, da Bruxelles i dilettanti e gli incompetenti – dipartimento di Stato o Commissione che sia – e i tanti guru fasulli che ciacolano a vuoto di politica estera.

Si tratta di operazioni, o conati di operazioni, che seminano qualche morto senza altri effetti e aiutano il voto per l’indipendenza. Questo voto potrebbe in realtà anche far fare probabilmente il salto di qualità dagli scontri di strada alle sparatorie di strada. Denis Pushilin, che a Donetsk hanno proclamato da settimane come capo del governo della Repubblica autonoma, ha subito detto che il voto si trasformerà nell’immediato futuro nella piena agibilità del governo e nella formazione di una sua forza militare col nuovo esecutivo locale che rivendicherà il proprio diritto a chiedere l’assistenza militare straniera – russa, cioè – contro l’aggressione ucraina o altri tentativi di intromissione armata da fuori: i neo-nazisti più o meno irregolari di Kiev, in primis.

Sempre a Donetsk, altri esponenti e autorità, meno focosi e forse più realisticamente prudenti, hanno assicurato i media che subito non cambierà niente in base solo al referendum. Ma sottolineando, con altrettanto realismo, che il messaggio adesso inviato a Kiev e che pappagallescamente tutto l’occidente,  accodato a fare il verso al pappagallo in-chief, continua a dichiarare illegittimo – ma che certo non può esserlo più del golpe del 22 febbraio che è all’inizio di tutto l’ambaradam – è un messaggio chiarissimo: che esige cambiamenti reali negli equilibri interni al paese. Sempre che tale – un solo paese – esso intenda poi davvero restare.

●Sintetizza, con efficacia e ci sembra anche con uno sforzo di equilibrio attento più del solito adesso, il NYT che “a quattro giorni da una decisiva elezione per il presidente ucraino, la violenza è esplosa nell’est del paese con i filorussi che rispondono in armi ai tentativi del governo di sottometterli”. La situazione peggiora perché adesso chi viene attaccato dall’esercito regolare leale verso il governo golpista nella parte del paese che aspira all’autonomia, ha cominciato a rispondere (New York Times, 22.5.2014, A. Roth e A. Cowell, As Election Looms, Fighting Turns Deadly in Ukraine Col voto alle porte  [nell’Est dell’] Ucraina, la lotta si fa anche mortale

http://www.nytimes.com/2014/05/23/world/europe/ukraine.html).

Poi, il 25 maggio, in Ucraina vera e propria, quella che obbedisce adesso al regime golpista, di Turchynov e Yatsenyuk ed è con una specie di riflesso pavloviano appoggiata da Ovest[5] – visto che non lo è, anzi, da Est: come se fosse di per sé ragion sufficiente – celebrano, anticipandole di quasi un anno per dargli una mano di belletto, le elezioni presidenziali che dovranno rimpiazzare l’ex presidente legittimo Yanukovich: non sanano sicuramente il vulnus del golpe – che, comunque, con la secessione della Crimea e i referendum autonomisti, Kiev ha già pesantemente pagato – ma, comunque, a dire dello stesso Putin – sono un passo avanti verso la ricerca di una qualche recuperata normalità.

In ogni caso, tornano a far diventare come senso comune e ormai normale (il golpe in Egitto, quello in Tailandia, ecc., ecc.) il concetto che elezioni legittime non sono più quelle che scelgono un governo o una carica istituzionale col consenso maggioritario degli elettori, ma quelle che, certo questo facendo preferibilmente, hanno bisogno poi di essere dichiarate legittime dagli Stati Uniti d’America... e dai loro serventi pedissequamente accodati e anche un po’ sciocchi (vero, no, Mogherini?) era almeno un poco più attenta a non sdraiarsi sfacciatamente proprio a tappetino, anche se era sempre un po’ troppo accodata anche lei, Emma Bonino)...

●Due giorni prima delle elezioni presidenziali, prende atto e dichiara il presidente russo Putin che continua a definirle illegittime (hanno deposto, per farle, un presidente anche discusso ma legittimamente eletto; e quali, quanti ucraini e dove – in tutto il paese? – voteranno e in quali condizioni poi?) e che parlava al Forum di San Pietroburgo di fronte a una platea ricca di esponenti stranieri, soprattutto europei, che, comunque, Mosca ne accetterà il risultato “nell’interesse della pace e della calma di tutta l’Ucraina”.

Lui spera e lavora, dice, perché il conflitto in Ucraina si quieti, e perché la Russia possa continuare a giocare un ruolo significativo negli affari della “nazione sorella” e sosterrebbe e sosterrà comunque un’uscita negoziata dalla crisi (New York Times, 3.5.2014, A. E. Kramer, Putin Indicates He’ll Respect Result of Ukraine Vote Putin indica che rispetterà il risultato del voto ucraino

http://www.nytimes.com/2014/05/24/world/europe/putin-indicates-hell-respect-result-of-ukrainian-election.html?hp#

Adesso si tratta di vedere come andrà a finire e quali atteggiamenti concreti i nuovi governanti eletti vorranno assumere.  

●E, il 25 maggio, al voto in Ucraina ma non nel Donbass russofono dove moltissimi non hanno voluto, e quelli che se lo avessero voluto non hanno comunque potuto, votare, pare che abbiano scelto intanto di ributtare fortunatamente nell’ombra la pretesa “pasionaria” biondo-trecciuta e appena uscita di prigione grazie alla rivolta di piazza, Yulia Timoshenko (ha preso appena il 13% dei voti) OREESO APENA IL 13% DEI VOTI) ; e, poi, di mettere al primo posto, senza neanche mandarlo in ballottaggio, il miliardario Petro Oleksijovyč Poroshenko: 56%).

Grande cioccolataio, padrone di televisioni private, oligarca, affarista – capace di muoversi in un’economia che aspira a diventare anche se non lo è di mercato, ma pure nelle economie di comando – finanziatore dichiarato della rivolta di piazza Maidan, dopo essersi schierato con tutti i vecchi governi, tanto i filo (Yanukovich) quanto, prima, quelli anti-russi (Yushenko), con un passato di intrecci d’affari fiorenti intessuti da sempre e comunque con Mosca e, adesso, la promessa di difendere la sovranità del paese ma anche, e insieme, l’impegno a risolvere entro tre mesi il contenzioso sul gas con la Russia...  

Dopo la vittoria, Poroschenko ha subito lasciato capire, in effetti ha anche detto chiaro, che con l’est del paese bisogna che il nuovo potere oggi legittimato dalle elezioni a Kiev deve riprendere a dialogare e a trattare per ritrovare convivenza, pace e unità. A partire da dove ormai siamo, dice, non da rivendicazioni di recuperi velleitaristici territoriali (la Crimea è andata...) e da un’evoluzione del paese in termini che saranno, dovranno essere, aperti alle autonomie territoriali. Basta immaginare come avrebbe parlato e quali messaggi, se avesse vinto, avrebbe lanciato la Timoshenko dalla piazza Maidan per riconoscere che l’esito delle elezioni in Ucraina – per quanto formalmente illegittimo, coartato e condizionato – è stato positivo.

Sarà molto complesso, adesso, superare senza altri conflitti armati il separatismo che, anche a fronte dell’indurimento del potere centrale – illegittimo – decretato inviando all’est l’esercito regolare, ha spinto i separatismi a mettersi su i loro governi alternativi sui territori che maggioritariamente controllano intorno a Donetsk e a Luhansk. La Russia non li ha “riconosciuti” Ma la grande sfida, per Poroschenko e i suoi, per l’Ucraina che esce da queste elezioni è certamente la sfida di trovare una ripresa del dialogo, senza rinunciare a altre prospettive parallele che deve essere sovrana di poter fare, ma essendo conscia se le fa dei costi politici e economici conseguenti.

Cioè, non basta solo la cessazione del conflitto coi russi (Stratfor – Global Intelligence, 24.5.2014, Ukraine Gears Up for Elections L’Ucraina si attrezza per le sue elezioni

http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-gears-elections), bisogna anche metter fine all’attacco militare condotto contro le popolazione russofone (lo dice chiaro e netto il ministro degli Esteri russo Lavrov, subito dopo la proclamazione del risultato delle presidenziali di Kiev, subordinando a questo poi tutto il resto.

●Il presidente-eletto Poroshenko si sta muovendo però rapidamente – molto, troppo – e giocando pesante – molto pesante, forse  troppo – per accreditarsi come uomo forte soprattutto con Putin, cercando di mantenere la prima delle sue tante promesse, quella di riportare con un’azione lampo di attacco massiccio sotto il controllo del governo centrale i territori ribelli dell’est del paese. Nella zona dell’aeroporto di Donetsk l’assalto delle sue truppe speciali ha fatto così decine e decine, forse anche centinaia di morti negli scontri più cruenti finora della crisi ucraina.

Ma si tratta di un azzardo molto molto pericoloso, anche se accompagnato sempre dall’impegno reiterato a cercare, subito dopo, un accordo serio con Mosca. Perché Putin potrebbe trovarsi costretto lui, dalle sue stesse parole a intervenire, a questo punto, per proteggere la vita della popolazione di etnia russa ai confini della stessa Russia. Che, di fronte ai suoi e al mondo, non può a lungo permettersi di ignorare. O, forse, ancora sì...

Perché forse la strategia russa vera potrebbe essere precisamente il contrario di quella americana in Iraq, quando ad esempio convinti di essere accolti come liberatori entrarono armati a Falluja e si trovarono attaccati, assediati e in qualche caso linciati dai “liberandi”: i russi non credono e non sono disposti a far finta di credere che gli abitanti del Donbass li accoglierebbero come liberatori dopo tre giorni di aggressioni ucraine.

Ma se Poroshenko e i suoi facessero durare la pressione armata scatenata – anche, adesso ci sono i filmati a documentarlo, con decine di assalti di caccia SU-25 lanciamissili: The Aviationist, 27.5.2014, Videos of the Ukrainian air strikes against Donetsk Videos degli attacchi aerei ucraini contro Donetsk

http://theaviationist.com/2014/05/27/ukrainian-offensive-donetsk) non per qualche giorno soltanto ma per settimana e mesi, allora l’invasione dei russi sarebbe vista da gran parte dei russofoni come una vera e propria liberazione...

E loro, i russi, se una cosa sanno fare è aspettare anche a costo di pagare o far pagare costi umani assai alti. Putin insomma, potrebbe aspettare prima di intervenire come liberatore sul piano militare, che maturassero le condizioni giuste per farselo riconoscere dal mondo e non solo dal Donbass, premendo intanto con una politica che stringa nella logica della potenza, e anche del diritto che è dalla sua parte, il cappio economico al collo di un’Ucraina sempre più morta di fame e di freddo e sempre più agli occhi di tutti votata a un avventurismo senza sbocchi possibili. Insomma, cinismo senza veli e senza pietà: ma stiamo parlando di rapporti tra Stati, per definizione mostri senz’anima e solo con interessi (RT/Russia Today/Mosca, 27.5.2014, Ukraine Timeline - Alarm in Donetsk as people brace for Ukrainian forces attack Diario ucraino -  allarme a Donetsk, la gente si prepara a resistere all’attacco delle forze ucraine

http://rt.com/news/161716-ukraine-donetsk-storming-alarm;

e Kyiv Post/Kiev, 27.5.2014, M. Rachkevych, At least 45 Kremlin-backed insurgents killed in Donetsk Almeno 45 insorti appoggiati dal Cremlino uccisi a Donetsk

http://www.kyivpost.com/content/ukraine/as-many-as-45-kremlin-backed-insurgents-killed-in-heavy-fighting-on-may-26-27-349625.html).   

●In ogni caso, adesso, se se ne uscirà – se se ne potrà ancora uscire in qualche modo più o meno senza un conflitto allargato – bisognerà farlo con un negoziato davvero multinazionale e sovranazionale e con l’assistenza ai contendenti potenziali dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – non certo della NATO: tanto coinvolta, nettamente e aggressivamente schierata dietro l’auto-golpe di Kiev com’è, da non poter fare davvero da mediatore.

Da una parte c’è Kiev, appunto: totalmente, finanziariamente e energeticamente comunque dipendente da Mosca un paese che non trova forniture alternative di energia a quelle russe se non mendicando, e neanche così e, in ogni caso, sempre goccia su goccia e di gran lunga insufficienti ai bisogni e ha la necessità storica e politica poi esistenziale di tenere insieme quel che resta del paese dopo la rivolta dell’est.

Dall’altra, c’è Mosca: con la minaccia che qui è quella che in tanti sperano riesca a frenare Putin: per dirla all’americana, che le sanzioni che Unione europea e Stati Uniti (come, nell’ordine inverso, ovviamente, è scontato) potrebbero essere in grado di imporre tagliando fuori la Russia – è l’illusione che ancora soprattutto in America alcuni  persistono a coltivare, sempre però un po’ più disperati della sua concreta efficacia – dal flusso di tecnologia, di armi e di finanziamenti dell’occidente (New York Times, 12.5.2014, edit. board, What Mr. Putin Can’t Control Quel che il signor Putin non può controllare [un editoriale da Pravda vecchio stampo ma all’americana e non alla russa: tutto teso solo a tener conto di un solo punto di vista: quello ufficialmente avanzato dal proprio governo e patriottardicamente ingoiato... Insomma, che non si sogna neanche dei chiedersi cosa è Quel che il signor Obama non può controllare...]

http://www.nytimes.com/2014/05/13/opinion/what-mr-putin-cant-control.html?hp&rref=opinion

Più che altro, però, si dimostra una minaccia illusoria come emerge, da ultimo, dal comportamento reale di chi a ovest con la Russia fa, continua a fare e vuole continuare a fare ottimo business: privato e, anche e come (vedi la Francia, ma anche le Germania e l’America stessa, secondo tradizione di sempre qui) gli stessi Stati Uniti d’America.

● No, non siamo proprio d’accordo...  (vignetta)

Angela, la tua voce  conta molto!  Eh, lo vedo bene!

 

 

Fonte: INYT, 2.5.2014, Patrick Chappatte

 

●In visita a Washington la cancelliera Merkel ha voluto/dovuto dire chiaramente di fronte a un imbarazzato Obama – e imbarazzata anche lei – in conferenza stampa di “non essere d’accordo” col presidente americano sul diritto dell’America a spiare chiunque nel mondo, compresi gli alleati più stretti – lei, come è accertato, compresa – e che quindi non è affatto questione di tornare senza modifiche radicali al business as usual, con un alleato che non solo ti spia ma rivendica – perché lui è lui – il suo diritto a vederselo riconosciuto― aggiungendo, però, che invece sulla necessità di infliggere altre sanzioni alla Russia per l’Ucraina anche lei e con lei tutti nell’UE con Obama concordano... salvo, ovviamente, poi, capire bene di cosa le due parti – non  USA e Russia, qui,  ma proprio USA e Germania e Europa – stanno realmente parlando, nel merito... (New York Times, 2.5.2014, M. Landler, Merkel Signals That Tension Persists Over U.S. Spying La Merkel manifesta che restano le tensioni sullo spionaggio degli americani

http://www.nytimes.com/2014/05/03/world/europe/merkel-says-gaps-with-us-over-surveillance-remain.html?_r=0#).

Sulle sanzioni alla Russia che adesso, irritati, gli USA stanno accumulando l’una sull’altra, anche se inevitabilmente mai risolutive perché dall’export in America e dall’import in America l’economia russa è sostanzialmente immune, emerge che continuando gli americani sono condannati a mollare sulle sanzioni all’Iran. Proprio perché nei rapporti con l’economia mondo sono complementari (esportano entrambe energia e nessuno dei mercati che usano petrolio o gas naturale non può rinunciare a tutt’e due (Guardian, 11.5.2014, S. Tisdall, Sanctions against Russia boost Iran's standing before nuclear talks restart― La sanzioni contro la Russia aiutano la posizione dell’Iran prima della ripresa dei colloqui nucleari http://www.theguardian.com/world/2014/may/11/sanctions-against-russia-boost-iran-standing-nucleart-talks-resu me).

●Il ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammed Javad Zarif, ha dichiarato che i negoziati sul programma nucleare del suo paese, legati alla cancellazione delle sanzioni che lo colpiscono, hanno raggiunto uno stadio cruciale, assolutamente “sensibile” dei colloqui (lo riferisce l’IRNA, l’Agenzia nazionale iraniana/Vienna, 13.5.2014, Zarif highlights ‘sensitive’ stage of Iran nuclear talks Zarif sottolinea lo stadio ‘delicato’ dei colloqui nucleari sull’Iran

http://en.irna.ir/News.aspx?Nid=2695319).

Zarif, che parlava al’aeroporto subito prima di una cena di lavoro con la responsabile Esteri della UE, Catherine Ashton, presidente del gruppo di lavoro dei 5+1, ha precisato che tutti gli incontri precedenti tra le parti sono stati scambi di opinioni a ruota libera ma che stavolta si cercherà di concordare su una bozza di intesa scritta e di negoziare un vero e proprio accordo finale. Non dipenderà certo solo da lui ma dalle disposizioni che da Teheran ha ricevuto, come anche da quelle ricevute da Mosca, Washington, Parigi, Londra, Pechino, Berlino e dalla UE. Ma anche, pare – sottobanco – da Tel Aviv... E sarà molo molto difficile sbloccarla...

In previsione, adesso – annuncia il 20 maggio la portavoce del ministero degli Esteri iraniano – c’è anche la visita in Arabia saudita, su invito dello stesso ministro degli Esteri di Riyād, principe Saud al-Faisal, proprio dello stesso Javad Zarif: “in qualsiasi momento egli penserà utile cogliere l’invito”: da vicini, dice, “coi quali intendiamo parlare, intendiamo negoziare(Stratfor – Global Intelligence, Saudi Arabia extends an invitation to IranL’Arabia saudita estende un invito al’Iran

http://www.stratfor.com/analysis/saudi-arabia-extends-invitation-iran).

Subito, vista l’ostilità precedente la cosa viene letta come segnale, quasi rassegnato ormai, che anche il vecchio monarca saudita, dopo aver sostituito nel suo gabinetto i suoi duri millantati all’Intelligence e alla Difesa, ha preso atto del bisogno – visto che non è riuscito e non riesce a sloggiarlo – di aprire qualche confronto, pur cauto e che nessuno pensa davvero preludere oggi a qualsiasi accordo, con l’arcirivale sci’ita del Golfo. Incontro per il quale, in ogni caso, non manca certo materia di discussione (Stratfor, 20.5.2014, Iran’s officials to visit Saudi Arabia Esponenti iraniani visiteranno l’Arabia saudita

http://www.stratfor.com/situation-report/iran-officials-visit-saudi-arabia).

E poi, appena uscita questa notizia, il ministro saudita fa anche sapere di aver invitato l’iraniano a partecipare al vertice dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica a Jeddah il 18-19 giugno prossimo (CBS News, 13.5.2014, Jerek Van Dyk, Saudi Arabia extends historic invitation to Iran L’Arabia saudita estende all’Iran un invito storico [ma non senza precedenti: già nell’agosto 2012 il presidente iraniano Ahmadinejad partecipò all’analogo vertice che, contro il suo voto, sospese la Siria dall’Organizzazione] ▬

http://www.cbsnews.com/news/saudi-arabia-extends-historic-invitation-to-iran). E che l’invito è subito stato accettato.     

●Intanto, il 21 maggio, c.v.d. ovviamente, a Shangai Russia e Cina concludono un accordo davvero epocale: con una punta d’amaro in penna ne riferisce in prima il NYT― che aveva scritto solo poche ore prima, dando il solito frolloccante credito sulla parola al chiacchiericcio dei soliti guru anonimi del solito dipartimento di Stato, di quanto fosse difficile sull’energia un qualsiasi accordo sino-russo... (il primo pezzo è del 20.5.2014, firmato da J. Perlez, col titolo conclusivo che China and Russia Fail to Reach Deal on Gas Plan― che Cina e Russia non riescono a trovare l’accordo sul gas ▬

http://www.nytimes.com/2014/05/21/world/asia/china-russia.html;

e, il secondo, New York Times, 21.5.2014, J. Perlez, China and Russia Reach Major 30-Year Gas Deal Cina e Russia raggiungono un accordo trentennale sulla fornitura di gas

http://www.nytimes.com/2014/05/22/world/asia/china-russia-gas-deal.html?hpw&rref=business&_r=0). Il secondo articolo non tenta neanche di nascondere l’imbarazzo del giornale obbligato a autosmentirsi così, immediatamente...

Il gas, comunica la China National Petroleum Corp., arriverà via gasdotto in Russia: a partire dal 2018, secondo l’accordo firmato stipulato personalmente da Xi Jinping e Vladimir Putin, ogni anno fluiranno dalla Siberia verso oriente 38 miliardi di m3 di gas naturale, a un prezzo più basso di quello praticato per i clienti europei (più vicino ai 350 che ai 400 $) grazie alla quantità dell’ordinazione “prenotata” con anni di anticipo e contrattata in blocco: per un valore complessivo sui 400-500 miliardi di $ all’anno.

Cioè, proprio quanto a Bruxelles – ma senza neanche poter offrire alcuna alternativa – non vogliono proprio fare. Con noi sospesi nel mezzo: tra le condizioni poste dai russi  per un accordo di lungo respiro, sensate commercialmente ma politicamente assai imbarazzanti per i frollocconi bruxellesi e nostrani – e l’impossibilità della Libia a onorare – sderenata da quegli stessi frollocconi a forza di cacciabombardieri NATO e caos procurato – i contratti firmati con l’ENI, E-ON, Total, ecc., ecc . E con tutti gli altri...   

Oh..., ne leggessero bene una che è una: al dipartimento, si capisce... Ma anche i patriottardi che pubblicano il New York Times, secondo auspici e desiderata della politica che governa e sgoverna, e troppo spesso ormai, rende cieco questo paese. Secondo voi capiranno mai di essere riusciti per la loro straordinaria insipienza – Clinton e Obama e i leaders europei della UE di questi ultimi anni – a rimettere insieme e a portare a far fronte comune per la loro ingorda corsa a ingoiarsi l’est europeo a rimettere insieme Russia e Cina – letteralmente, geograficamente e anche economicamente, metà del mondo! – e a fare della russa Gazprom la prima potenza industriale in assoluto del mondo: per è capitalizzazione, per guadagni, per tutto... i frollocconi...

Adesso l’accordo – che per Putin costituisce una grandissima vittoria politica e la smentita di ogni efficacia delle ridicole sanzioni di Obama e tanto più di quelle dell’Unione europea – e che Putin stesso con soddisfazione rileva essere il più ricco che mai la Russia abbia raggiunto con un cliente, prevede che Gazprom finanzi con 55 miliardi di $ – in Russia e con finanziamenti anche cinesi, anche a tasso “politici”, le infrastrutture ancora necessarie a completare il gasdotto.

E Putin non si ferma, ma insiste a chiedere di riaprire il negoziato per Ucraina e Europa – al solito, trovando entrambe restie e sorde anche dopo i colpi che senza tregua pure subiscono e scelgono di subire per piegarsi alle politiche cui le ha condotte l’America. E, adesso, allarga il fronte anche in America. In America latina in specie, invitando a Mosca, a nome suo ma anche del capo della Rosneft russa, il ministro dell’Energia e del petrolio e presidente dell’ente venezuelano di Stato Petroleos de Venezuela (PDVSA), Rafael Ramirez.

Il presidente russo – tra gli strilli che si alzano subito delle grandi sorelle che, però, visto come si muovono appaiono poco titolate a reclamare coi loro oligopoli da sempre in funzione la difesa del mercato “libero” che gestiscono a livello mondiale – propone così apertamente al grande produttore di petrolio latino-americano, col quale il parlamento di Caracas ha appena ratificato un accordo di lungo periodo per lo sviluppo del bacino petrolifero del Carabobo (RIA Novosti/Mosca, 4.4.2014, Long term deal Venezuela-Russia ratified― Ratificata intesa di lungo temine tra Venezuela e Russia

http://en.ria.ru/business/20130404/180434626.html), di negoziare anche con Mosca una politica dell’offerta la più “armonizzata” possibile...

●Crescono, così, in tutta l’Europa che sta per recarsi alle urne e eleggere il parlamento europeo, probabilmente premiando come non avrebbe mai meritato l’euroscetticismo e addirittura l’eurofobia, i segnali di una frantumazione politica costantemente montante, anche per ragioni puramente economiche. E con tanti altri di questi segnali tra i primi ad emergere. La verità è che tutta la costruzione partita con la proclamata fine della guerra fredda e della storia e conclusa – proclamarono – con la vittoria del capitalismo e dell’occidente sull’altra parte del mondo ormai soggiogata, è crollata.

Mentre la strategia russa, di Putin e Lavrov, va o pare andare sostanzialmente – almeno su questo piano – a buon fine anche nel campo dell’ex Europa dell’Est meno sensibile da sempre alle sirene spesso strombazzate e mai realizzate dell’occidente: quella parte dell’ex URSS per cui, tra l’altro, non è mai stata considerata neanche la possibilità teorica di entrare, proprio e anzi peggio che per Ucraina e Georgia, anche se lo avesse voluto, nella UE e nella NATO, a Astana, la capitale nuova di zecca del Kazakistan, Russia, Kazakistan e Bielorussia chiudono l’accordo per la costituzione dell’Unione Economica Euroasiatica. Entra in effetti in funzione, adesso, col 1° gennaio 2015, una vera e propria unione doganale, una piattaforma importante su cui erigere in qualche modo una ripresa di influenza su quello che resta, almeno, della periferia della vecchia Unione Sovietica.

Il presidente Putin, nell’occasione, a Astana, ha dichiarato che l’iniziativa (cui lavora da anni) di un’Unione economica eurasiatica (Stratfor – Global Intelligence, 6.10.2011, Asian Union Proposal Key Aspect of Putin's Expected Presidency La proposta di unione [euro]asiatica sarà un aspetto chiave della nuova  presidenza di Putin http://www.stratfor.com/analysis/eurasian-union-proposal-key-aspect-putins-expected-presi dency) garantirà una cooperazione e un’interazione economica più stretta e meglio coordinata mettendo in rilievo il fatto che i tre paesi hanno, insieme, 1/5 delle riserve di gas naturale accertate nel mondo e il 15% delle sue riserve di greggio (Kyiv Post, 29.5.2014, Russian, Belarusian and Kazakh leaders sign Eurasian Economic Union Treaty I leaders di Russia, Bielorussia e Kazakistan firmano il trattato di Unione economica euroasiatica

http://www.kyivpost.com/content/russia-and-former-soviet-union/russian-belarusian-and-kazakh-leaders-sign-eurasian-economic-union-treaty-349907.html).

L’illusione della vittoria completa e acquisita una volta per sempre sull’Est – la fine della storia – è durata solo nel decennio di Eltsin. Subito dopo, con Putin, la Russia ha cominciato a rifiutare, progressivamente e appena ha potuto, di dover aderire a regole di comportamento per far parte della fantomatica “comunità internazionale” che erano interpretate, e fatte applicare da un occidente economicamente e militarmente predominanti.

Infatti, subito, a pretendere l’eccezione per l’America e l’occidente alle regole arriva la prima guerra d’Iraq, e la copertura di sempre coperta dal veto americano in CdS all’occupazione pluridecennale di Israele alla Palestina, c’è il Kosovo, c’è l’altra guerra all’Iraq e poi, e infine per ora – avendo proprio i russi stoppato con la politica la caccia a Assad in Siria – la no fly zone in Libia trasformata di fatto e illegalmente nella caccia fino al linciaggio del colonnello Gheddafi.

Insomma, questo squlibrio/equilibrio illusorio è saltato perché è naturalmente saltato il predominio occidentale scontato. Obama, recatosi adesso in gran fretta in Asia sudorientale ha scoperto, a inizio mese, senza che i suoi diplomatici e i suoi servizi segreti lo avessero di fatto davvero preparato, quanto vada diminuendo anche lì, il peso degli Stati Uniti d’America, come lo consideri un po’ con le molle anche il cerchio di alleati che danno ormai per scontata e solida la copertura che a loro lui, in modo qualche po’ sghembo, offre nel confronto/scontro avviato con la Cina. Non risulta loro credibile addirittura neanche troppo affidabile su vicende puramente economiche e commerciali (Guardian, 25.4.2014, Obama in Asia: US president fails to clinch Japan trade deal Obama in Asia: il presidente USA non riesce a chiudere [neanche] l’accordo commerciale con il Giappone

http://www.theguardian.com/world/2014/apr/25/obama-fails-japan-trade-deal).

Questo nell’estremo oriente che ormai è il primo fronte della politica e degli affari per gli USA. E in Ucraina, oggi, la Russia fa di nuovo pesare quel che aveva mostrato di saper fare già nel 2008 in Georgia: che i desiderata degli USA per le vicende che si svolgono alle porte di casa sua, non passano; come non passerebbero facilmente – non lo dicono così a Mosca, ma fanno capire di saperlo e capirlo – se ci fossero i russi a far pesare i loro interessi in Canada o, magari, nel Messico...

E, sempre in rapporto con la Russia, viene fuori chiaro come le potenze europee – mai da sole ché da sole non contano un ca**o e tanto meno se poi associate in un’Unione che, parlando a tozzi e bocconi, ognuno per sé e nessuno per tutti – sono in effetti capaci di intervenire sfrontatamente ma anche solo stupidamente, in maniera rozza e impotente, del tutto incapace di manifestare un alto là politicamente credibile a Mosca.

Come ha fatto notare, ci sembra, opportunamente e bene, l’ex ambasciatore in Russia della Gran Bretagna sotto il governo laburista, “nel corso di tutta questa crisi gli USA hanno regolarmente accusato la Russia di comportarsi come ‘se fosse ancora nel 19° secolo’. Il che ha spinto un importante commentatore russo a suggerire che forse è arrivato davvero il momento in cui il mondo torni a imparare le arti diplomatiche che vigevano in quel periodo”.

Quelle del diritto internazionale consuetudinario, anzitutto, che regolava la vita tra gli Stati, tutti ugualmente sovrani, i grandi e anche i piccoli, come ipocritamente ma formalmente recita ancora la carta del’ONU. Anzitutto l’osservanza di quel concetto ormai reso quasi desueto che si chiamava rispetto per tutte le sovranità nazionali.

Bene, quel commentatore russo aveva ragione. Forse perché non siamo più ormai in un mondo dove l’occidente è in grado di far più accettare semplicemente il proprio punto di vista(Guardian, 16.5.2014, T. Brenton, The unfolding Ukraine crisis signals a new world order▬ Lo sviluppo della crisi ucraina segnala il sorgere di un nuovo ordine mondiale

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/may/16/ukraine-crisis-signals-new-world-order-russia).

STATI UNITI

●In un discorso molto pubblicizzato, secondo alcuni anche pompato, per tentare di rilanciare la sua politica estera, per lo più percepita anche al di là del merito almeno come contraddittoria, il presidente Obama parlando a West Point, l’accademia militare più importante del paese, ha rimesso ancora una volta in primo piano proprio la sua capacità di rafforzare le sue contraddizioni. Da una parte, non ha resistito a ribadire che nel mondo l’America deve sempre restare prima (così, “America must always lead”― “l’America deve guidare il mondo”, titolano sul sito della Casa Bianca il suo discorso) – anche quando, di fatto e nei fatti, tutti vedono ormai che , come col PIL, sta diventando seconda – restando così alla testa del mondo che si autoproclama “libero” e, dall’altra, è tornato con convinzione a ripetere che “gli Stati Uniti devono ormai evitare di lasciarsi trascinare nelle sabbie mobili delle crisi internazionali che hanno intrappolato alcuni dei suoi predecessori”, verrebbe da aggiungere, no?.

Lui compreso, però...

● Giudice, giuria e boia... insieme   (vignetta)

La notizia dice che migliaia di innocenti sono stati ammazzati dai raids dei droni americani

                                                            in Afganistan, Pakistan e Yemen

                                                  Lista degli eliminandi                                                                       Colpevole fino a morte provata                                                               

Fonte: Khalil Bendib, 27.5.2014

 

(New York Times, 28.5.2014, P. Baker, Obama Seeks Higher Bar for Military ActionObama vuole alzare l’assicella per agire militarmente

http://www.nytimes.com/2014/05/29/us/politics/rebutting-critics-obama-seeks-higher-bar-for-military-action.html?_r=0);

e White House, President Barak Obama, Inaugural Speech, West Point, 28.5.2014 [mica titolano il punto in realtà principale del discorso, che “solo perché abbiamo il miglior martello del mondo, non significa che poi ogni problema sia un chiodo”― no: titolano sull’America che deve ‘restare prima’, appunto! ▬

http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/05/28/remarks-president-united-states-military-academy-commencement-ceremony).

●In aprile, i datori di lavoro in questo paese hanno aggiunto 288.000 posti a quelli di marzo ributtando il tasso di disoccupazione al 6,3%, il livello più basso dal settembre del 2008. Si tratta, però, di un dato insieme vero e fasullo. Profondamente falso perché in realtà poi registra un calo più che brusco di 806.000 americani assenti dalla forza lavoro che deprime adesso in modo davvero schiacciante il cosiddetto tasso di partecipazione. E, anche a fronte di una caduta di quasi 300.000 posti nella disoccupazione ufficiale, rimangono stagnanti i redditi orari da lavoro. 

E, adesso, mentre Obama premeva sul Congresso per l’aumento del salario minimo, la mossa è stata bloccata dall’ostruzionismo della minoranza repubblicana al Senato: senza, però, che presidenza e maggioranza trovino la determinazione a dichiarare la guerra ad oltranza con cui proceduralmente sarebbero pur in grado di far ingoiare ai repubblicani  una misura socialmente e democraticamente sacrosanta. Come questa o come il superamento del boicottaggio che impedisce al governo di aumentare gli investimenti infrastrutturali.

Malgrado tutto ciò, il calo di 288.000 disoccupati in aprile resta il miglior risultato mensile raggiunto dal gennaio 2012. E se questo aumento di posti nei dati registrati, ufficiali, continuasse per il resto dell’anno, la novità sarebbe davvero positiva. Ma, come commenta bene l’istituto specializzato e indipendente di ricerche e studi, l’Economic Policy Institute di Washington si tratta di un rapporto molto “bizzarro”... In prima lettura, qualcosa che apre a una di grande speranza ma poi, a leggerlo bene, si vede che tutta la pur significativa caduta della disoccupazione è tutta – e solo – dovuta al fenomeno burocratico che la gente è semplicemente sparita non dal mondo dei disoccupati ma da quello della disoccupazione ufficiale, ufficialmente registrata e riportata

    (New York Times, 2.5.2014, N. D. Schwartz, Report Shows Resurgence of Hiring but Has Downbeat Notes Il rapporto mensile mostra che riprendono le assunzioni ma comporta connotazioni negative

http://www.nytimes.com/2014/05/03/business/economy/april-jobs-data-released-by-labor-department.html?hp&_r=0)

e Dip. Lavoro, Bureau of Labor Statistics/BLS, 2.5.2014, USDL-17-0701, Employment Situation Summary

http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm;

e, per la rilevanza delle informazioni come anche dei commenti, Economic Policy Institute/EPI/Washington, D.C., 2.5.2014, Heidi Shierholz, A decidedly weird report Un rapporto decisamente bizzarro

http://www.epi.org/blog/decidedly-weird-report).

●La settimana di metà maggio è cominciata con una montagna di coriandoli dei colori dell’arcobaleno per cdue sentenze a un giorno di distanza luna dal’altra che hanno cancellato le leggi in vigore in Oregon e in Pennsylvania il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Sono diventati così 19 su 50 gli Stati dell’Unione dove il matrimonio gay è diventato legale (The Economist, 23.5.2014, United StatesPlotting Gay Marriage Pianificando matrimoni gay

http://www.economist.com/news/united-states/21602702-plotting-gay-marriage-0).

India, Russia e Afganistan hanno siglato un accordo a tre per fornire di armamenti “opportuni” l’Afganistan dopo il ritiro della NATO a fine anno. Anche se nessuno ha ancora ufficializzato l’intesa, di cui d’altra parte hanno reso conto appena due o tre organi della stampa internazionale. L’intesa era stata raggiunta a febbraio nel corso della visita del presidente afgano Karzai a New Delhi. La Russia invierebbe dal Nord artiglieria leggera e mortai mentre l’India regolerà il conto dell’equipaggiamento il cui inventario è stato nel frattempo stilato e completato e la cui consegna sarebbe anche effettivamente iniziata.

L’India ha specificato, attraverso un portavoce del ministero degli Esteri, di non poter impegnare truppe sul terreno: “non posiamo mandare soldati nostri, né vogliamo consegnare il materiale che ci hanno richiesto per mille ragioni compreso il fatto che non ne abbiamo scorte a sufficienza... ma abbiamo interesse a aiutare gli afgani a fermare i loro ribelli (i talebani): e, allora, comprare per loro equipaggiamento utile via terzi è la mossa migliore”. Si tratta, infatti, anche di minimizzare con la triangolazione la reazione indubbiamente negativa dal Pakistan, in specie dai militari pakistani...

All’inizio gli invii coinvolgeranno armi di piccolo calibro ma potrebbero arrivare ad includere, col tempo, se usato in combattimento la cattura di equipaggiamento e munizioni fabbricate in India, che potrebbero poi finendo nelle mani dei talebani, magari poi anche dei TPP, i talebani pakistani. Quando, comunque, decidesse di trasferire armamento o equipaggiamento a Kabul, l’India potrebbe usare il porto iraniano di Chabahar usando poi l’autostrada no. 1 che ha costruito di lì alla città di Delaram nell’ovest dell’Afganistan  lungo l’autostrada no. 1 conosciute nel paese anche come circonvallazione/raccordo anulare del paese.

Karzai, che sta uscendo di scena ormai a giorni – sempre che non si sviluppi qualcosa di ancora inaspettato al momento – ha coltivato alleanze alternative nella prospettiva dell’uscita dal paese degli americani e degli altri occidentali. Prima del 2001, dell’11 settembre e dell’invasione americana, l’Alleanza del Nord anti-talebana era stata anche aiutata da Iran, Russia e India e questo accordo coinvolge gli stessi attori, ma adesso in modo più specifico e più formale.

Ed è il segno che i vicini occidentali dell’Afganistan, contrari ai talebani, adesso hanno rinnovato e rafforzato l’impegno a un Afganistan stabile e non sotto il controllo o l’influenza del Pakistan. L’idea è quella che al Pakistan non sarà consentito di usare l’Afganistan come cuscinetto strategico per tenere sotto pressione l’India impedendole di allearvisi in qualsiasi scontro futuro su quello che, così, sarebbe per essa uno scontro su due fronti: Pakistan e Afganistan, insieme... (The Indian Express/New Delhi, 18.4.2014, Pranab Dhal Samanta, India to pay Russia for arms, ammo it sells to Afghanistan L’India pagherà alla Russia armi  e munizioni da vendere all’Afganistan

http://indianexpress.com/article/india/india-others/india-to-pay-russia-for-arms-ammo-it-sells-to-afghanistan).

●Nel ballottaggio che in Afganistan, a metà giugno, eleggerà il successore di Karzai prevarrà, ormai è sicuro essendo riuscito anche a rafforzare l’intesa col terzo e il quarto dei candidati perdenti, l’ex ministro degli Esteri di Karzai― non più proprio schierato con lui e, adesso, più amico degli americani di lui, Abdullah Abdullah che al primo turno ha preso il 45% dei voti contro l’ex ministro delle Finanze dello stesso Karzai, Ashraf Ghani Ahmadzai al 31,5%― anche lui, del resto, molto più morbido di lui con gli americani; misteri della politica politicante di questo paese appollaiato alla falde dell’Himalaia: tra i più fieri ma anche ormai dopo l’invasione, l’occupazione militare e la guerra durata più di tredici anni tra i più dipendenti del mondo.

Alla fine, chi vince firmerà – contro i talebani, ma adesso anche contro lo stesso Karzai – l’accordo di rinuncia alla giurisdizione del paese su eventuali reati dei diecimila soldati USA che rimarrebbero dopo fine anno nel paese: insomma, è la clausola che gli americani hanno sempre preteso – e che il loro Congresso impone senza eccezioni – dovunque nel mondo abbiano una presenza di loro soldati (è il cosiddetto Status of Forces Agreenment, accettato dai governi “ospitanti” e non sottoposto neanche a ratifica dai rispettivi parlamenti[6]).

Obama ha annunciato adesso che, a fine 2014 al massimo – ma, come al solito, potrebbe anche ripensarci: la proclamazione che gli ultimi americani se ne sarebbero andati a fine 2014 era, del resto, stata corretta più volte – in Afganistan resterà un contingente di soli 9.800 americani, meno di 1/3 delle forze che oggi sono lì dispiegate.

Scenderanno ancora entro il 2015 e a fine 2016 – giura – resterà solo il contingente normale del corpo dei marines addetto alla sicurezza del personale dell’Ambasciata, come di ogni altra rappresentanza americana nel mondo anche se, forse, qui rafforzato da un non meglio specificato ufficio locale di sicurezza “incentivato”.

E si dice sicuro che, al contrario di quanto dicono in tanti – ma non i suoi consiglieri, che però farebbe meglio a buttar via visto come, in tutti i campi del resto, lo stanno mal consigliando – i talebani avranno grandi difficoltà – dice – ad approfittare del ritiro delle truppe USA e NATO grazie – dice sempre il presidente americano – in parte ai progressi del governo di Karzai ( e alle “sconfitte” subite di recente di talebani. Ma delle quali, appunto, si sono accorti solo sembra i suoi consiglieri: suoi di Obama (Stratfor – Analysis, 21.5.2014, In Afghanistan, a Fragmented Taliban, Say Us Advisors, Plans for the U.S. Withdrawal― In Afganistan, dicono [speranzosi] i consiglieri americani, i talebani si preparano al ritiro degli americani ▬

http://www.stratfor.com/analysis/afghanistan-fragmented-taliban-plans-us-withdrawal).

 

●In Pakistan, sul fronte dell’opposizione armata al governo, scisma tra i talebani del paese. Dal Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP) se ne va uno dei gruppi maggiori― il più importante e “incisivo” tra quelli armati, il gruppo Mehsud, che al TTP stesso fece da levatrice in origine, che scomunica gli altri  come “non islamici(Al Jazeera, 28.5.2014, Hasad Ashim, Pakistan Taliban splits into factions I talebani del Pakistan si frantumano in fazioni

http://www.aljazeera.com/news/asia/2014/05/pakistan-taliban-splits-into-factions-201452881310231943.html).

Azam Tariq, membro del Consiglio centrale degli stessi TPP, ha spiegato in modo anche molto argomentato che però questo comportamento deriva da scelte e opzioni pratiche “aberranti” del TTP e non solo da scelte ideologiche o teologiche sbagliate: c’è “la tendenza che stava diventando prevalente era quella a finanziarsi con rapine, estorsioni, assassinii immotivati, l’attacco alle madrasse – le scuole – islamiche e si accettano fondi dall’estero – pensa chiaramente ai paesi arabi del Golfo – per attaccare obiettivi in Afganistan, assumendosi la responsabilità di condurre attacchi sotto falsa identità, creando continue divisioni tra i gruppi della jihad e soprattutto la diffusione di propaganda infondata contro i talebani afgani”.

Per queste ragioni il gruppo, che fa capo a Khalid Mehsud, non avrà più alcun contatto col TTP. Ora non è che i Mehsud, che d’ora in poi si chiameranno Talebani pakistani del Sud Waziristan, siano stati mai granché restii ad impiegare sul campo quegli stessi metodi di lotta che ora denunciano e il motivo reale della frattura apparirebbe piuttosto la loro feroce ostilità ad aprire qualsiasi dialogo col governo, anche se poi al dunque non riesca a produrre pressoché nulla... D’altra parte, la diatriba è sicuramente correlata alla decisione del TTP di darsi per la prima volta un capo che non è parte della tribù dei Mehsud, il mullah Maulana Fazlullah: il che ha inserito nella disputa una sottocorrente di rivalità intertribali, visto che i Mehsud non seguiranno mai chi viene da una tribù minore della vallata del fiume Swat.

E non è ancora chiaro per niente quali saranno le conseguenze pratiche dello scisma. In sé, il potenziale che racchiude la novità appare importante ma l’evoluzione della questione andrà seguita da vicino perché resta in ogni caso abbastanza illusoria, una valutazione non realistica, pensare o sperare che la frammentazione dei talebani pakistani offrirà grandi opportunità di neutralizzare l’una o l’altra delle fazioni in conflitto: vista la concorrenza/confluenza di diverse fonti di risorse, fondi e influenza di servizi segreti – americani, pakistani, afgani, di vari alleati – tutti presenti ed attivi nell’area.

La sola costante dell’anno passato in scontri pressoché quotidiani tra militanti sono stati finora una serie di attacchi tra di sé in concorrenza e nessuno dei quali ha, in alcun modo, poi migliorato lo status della sicurezza o dell’insicurezza nella regione. Con due veri e propri movimenti ora in aperta e dichiarata concorrenza è facile prevedere le conseguenze.

FRANCIA

●A conferma del fatto che business is sempre business – anche quando, spocchiosi, lo sentenziano in francese ma pretendendo di fare il duro più americano degli americani e più russofobo degli ultrà antirussi, tipo François Hollande, si sta da mesi esercitando a dimostrare, specie nell’isteria sanzionatoria esibita a Bruxelles, la durissima Francia, usbergo e vindice del golpe ucraino perché proclamato filo “nostro” e anti-russo, chiarisce che il governo francese consegnerà alla Russia, come da contratto, le due portaelicotteri Mistral già vendute e, in parte anche già pagate da Mosca con tutte le tecnologie annesse e connesse. Sanzioni o no... qui si tratta di 1,2 miliardi di €! (Agenzia Bloomberg, 12.5.2014, G. Viscusi e H. Fouquet, France rejects blocking Mistral warships sale to Russia La Francia rifiuta di bloccare la vendita delle sue navi da guerra Mistral alla Russia http://www.bloomberg.com/news/2014-05-12/france-rejects-blocking-mistral-warship-sale-to-russia.html).

La Vladivostock, prima delle due Mistral sarà consegnata adesso entro novembre, la seconda, la Sevastopol, arriverà a san Pietroburgo dopo un altro anno per l’installazione dei nuovi sistemi d’arma russi di ultimissima generazione e verrà assegnata alla Flotta russa del Pacifico nella seconda metà del 2016.

Il Mistral è, in buona sostanza, una splendida piattaforma marina semovente e moderna capace di portare fino a 16 elicotteri di attacco come proprio i russi Kamov Ka-50/52, più 40 carri armati o 70 veicoli blindati; e fino a 700 soldati. Le navi russe sono state modificate per adattarsi alle condizioni climatiche fredde e alla presenza del ghiaccio nei mari del Nord. 

La Francia – con lo squisito e raffinato doppiogiochismo che caratterizza da secoli la sua storia politica – sembra decisa, quasi belluina nel suo attacco alla Russia sull’Ucraina e, insieme, decisa altrettanto a continuare a fare affari coi russi: specie poi su equipaggiamenti come questi di enorme visibilità che, se comprati da una superpotenza che è più superpotenza della Francia stessa, fanno enorme aggio e propaganda all’industria bellica gallicana.

Vuole guadagnarci e non dover pagare penali altrimenti dovute per decine e decine di milioni e dice ai media che ovviamente – Unione europea o no – la Francia alla fine decide da sé: come se fosse l’unica poi (Stratfor – Global Intelligence, 4.3.2014, The European Union Reacts to the Crisis in Ukraine― L’Unione europea reagisce alla crisi in Ucraina

http://www.stratfor.com/analysis/european-union-reacts-crisis-ukraine).

●Tutte osservazioni sacrosante e scontate. Ma quando, poi, al dipartimento di Stato l’altro frolloccone  in capo americano, il segretario John Kerry, si sente titolato senza averne alcun titolo a tirar su il ditino ammonitore e a dirlo pubblicamente così e peggio (lui dice che è franco, e lo è, ma è anche ipocrita) – che si tratterebbe del messaggio sbagliato da dare alla Russia e ai paesi dell’est – al collega francese, e già primo ministro, Laurent Fabius, al francese saltano i nervi.

Prima, nega che Kerry gli abbia mai detto qualcosa del genere e, poi, quando l’americano lo spiattella dice che Parigi i conti se li fa da sempre da sola,  non ha certo bisogno di terzi capaci di farglieli e – accusa – sostenendo poi falsamente che avrebbe dovuto dire di no ai russi a causa dell’Ucraina. Infatti, rivela Fabius e i media confermano, è almeno dal 2009, cinque anni fa, che Washington predica a Parigi di non vendere i suoi sistemi d’arma alla Russia...

... quando dell’Ucraina non si parlava certo ma solo di affari per i potenziali concorrenti americani se mai ala Casa Bianca avessero dato loro il via libera (New York Times, 14.3.2014, M. R. Gordon, France’s Sale of 2 Ships to Russia Is Ill-Advised, U.S. Warns La vendita francese di 2 navi alla Russia è mal consigliata, ammoniscono gli USA ▬

http://www.nytimes.com/2014/05/15/world/europe/frances-sale-of-2-warships-to-russia-worries-us.html?_r=0).

E il vice premier russo, vicinissimo a Putin Dmitri Rogozin, già puntuto e aggressivo ambasciatore negli anni recenti in cui rappresentava la Russia alla NATO, ha fatto osservare come,  al dunque, sempre i francesi due cose ben presenti le tengono: quante migliaia di posti di lavoro che le due portaelicotteri salvano ai gloriosi cantieri navali di Cherbourg fondati nel 1627 dal card. Armand-Jean du Plessis, cardinale de Richelieu e quanto sia importante sul mercato mondiale degli armamenti l’affidabilità di un paese fornitore che non si lascia sviare dalla deformazioni interessate della propaganda dei concorrenti.

E il punto coglie bene nel segno...

GRAN BRETAGNA

●Sembra che Larry Summers ci abbia finalmente ripensato. E’ l’ispiratore e il grande stratega dell’ultra-liberismo americano che, sotto Clinton e per conto suo, riprese e consolidò la deregolamentazione del mercato finanziario a Wall Street abrogandone, a inizio anni ’90, sistematicamente le norme di moderazione un po’ per tutto il mondo con lo strumento del FMI e preparando così la strada a George Bush il piccolo che di regole e norme si apprestava facilmente così a fare strame portandoci alla crisi economica attuale provocata proprio dallo scatenarsi della finanza selvaggia (sulle responsabilità accademiche, politiche e personali di Summers, che poi ha ripreso il suo deleterio lavoro sotto la prima presidenza di Obama, ha scritto la sua requisitoria in scienza e coscienza ad esempio Paul Krugman.

    Qui vi rinviamo[7], anzitutto, al saggio su Alternet, 5.8.2013, che ricostruisce con L. Graves, e con grande cura, la polemica con cui proprio Krugman condusse l’azione che ne ha bloccato e respinto mesi fa la nomina a nuovo presidente della Fed, in Voices Rising Against Hedge Fund Millionaire Larry Summers to Head the Fed― Si alza la denuncia contro il milionario Larry Summers [in $] fattosi tale coi fondi a rischio come capo della Fed ▬

http://www.alternet.org/economy/voices-rising-against-hedge-fund-millionaire-larry-summers-head-fed).

 

Sembra, dicevamo, averci finalmente cominciato a ripensarci perfino uno come Summers: il massimo pensatore della politica della deregulation universale e dell’austerità come ricetta per rilanciare l’economia una volta che l’aveva egli stesso distrutta. Prendendo ad argomento quel che fa rilevare, quando vuol dire la verità, un economista geniale che come lui la sa dire bene (Washington Post, 5.5.2014, L. Summers, Britain’s economic growth is not a sign that austerity works La crescita economica della Gran Bretagna non è affatto un segno che l’austerità funziona

http://www.washingtonpost.com/opinions/britains-economic-growth-is-not-a-sign-that-austerity-works/2014/05/04/ 26b345e8-d204-11e3-937f-d3026234b51c_story.html).

Il tasso di crescita del Regno Unito, spiega, non dovrebbe proprio essere causa di feste e di celebrazioni. Anche perché in parte – e non poca – questa recente ripresa è dovuta proprio alla moderazione dell’austerità messa in moto e alla promulgazione e al perseguimento di politiche che, senza mai confessarlo apertamente, sono state deliberatamente designate per ri-inflazionare la bolla speculativa edilizia in Gran Bretagna. “Si tratta, per quest’ultima mossa – dice Summers che se ne intende – di una politica che avrà probabili conseguenze disastrose nel prossimo futuro ma che, nel breve potrebbe anche aiutare il governo a vincere le elezioni del prossimo anno”.

E poi c’è il nodo di fondo che sta appestando questa economia, in apparenza diversa e costruita tutta sulle bolle speculative di sempre,  alla City e, ancora specialmente, nel rilancio di un mercato edilizio edificato ancora e sempre sulla sabbia: il catastrofico – non solo qui ma qui forse, dopo l’America, qui il peggiore del mondo – baratro tra ricchi e poveri.

Sintetizza una ricerca dell’Ufficio statistico nazionale della Gran Bretagna che “L’1% più ricco dei britannici ha un patrimonio uguale a quello del 55% della popolazione”, con uno svantaggio pesante in questo paese del Nord rispetto al Sud e una concentrazione altrettanto se non più scandalosa che vede il 44% del patrimonio delle famiglie concentrato nelle mani del 10% di loro  (Guardian,15.5.2014, P. Inman, Britain's richest 1% own as much as poorest 55% of population― ▬

http://www.theguardian.com/uk-news/2014/may/15/britains-richest-1-percent-own-same-as-bottom-55-population;

e  ONS, 15.5.2014, Wealth in Great Britain, 2010-2012― La ricchezza in Gran Bretagna, 2010-2012

http://www.ons.gov.uk/ons/rel/was/wealth-in-great-britain-wave-3/2010-2012/index.html).

GIAPPONE

●Delle diatribe relative ai conflitti in corso con la Cina per il possesso, o anche solo il controllo delle isole e delle scogliere seminate su milioni di Km2 di superficie del Mar Cinese settentrionale – e della piattaforma continentale su cui esse si ergono – trattiamo altrove nei capitoli relativi, appunto, alla Cina e all’Asia di questa Nota.

Qui, invece, dobbiamo render conto di due fatti non irrilevanti: il quadro generale del rapporto che Shinzo Abe vorrebe giocare – diciamolo chiaramente – contro la Cina e il dato che l’economia del paese sia cresciuta del 5,9% a tasso annuo nel primo trimestre, spinta dalla corsa dei consumatori a battere sul tempo un aumento annunciato del 3% sull’IVA entrato in vigore  da aprile (The Economist, 16.5.2014).

Poi sul tema più generale dei rapporti e degli equilibri su scala regionale, parlando in un simposio sulla sicurezza a Singapore il 29 maggio ha spiegato che  il suo governo sosterrà il Vietnam e altri paesi che hanno problemi territoriali aperti con la Cina, offrendo loro navi di pattugliamento militare, addestramento e materiali di sorveglianza elettronica e altro, sempre di ordine militare.

Abe ha annunciato con grande chiarezza di puntare a lasciar cadere una volta per tutte quella che ha chiamato la passività del dopoguerra giapponese – imposta e oggi in parte anche rimpianta in materia di difesa miitare “scoraggiando le pretese territoriali assertive della Cina”... Si tratta, assicura Abe, di “fare della pace in Asia e nel mondo qualcosa di più sicuro (New York Times, 30.5.2014, M. Fackler, Japan Offers Support to Nations in Disputes With China― Il Giappone offre di sostenere i paesi in lite con la Cina

http://www.nytimes.com/2014/05/31/world/asia/japan-china-abe.html).

O, naturalmente, come a chi scrive sembra più probabile invece, molto meno sicuro.. come sempre quando un ranocchio esopianamente parlando tenta di farsi bue... Perché non quella della Cina ma proprio quella del Giappone è l’assertività nuova e destabilizzante da sett’anni a questa parte, da Hiroshima e dalla resa senza condizioni del Tenno ai vincitori dela II guerra mondiale...

Putin ha saggiamente comunicato al governo giapponese – e ha tenuto a ripetere in pubblico al Forum di San Pietroburgo cui partecipavano anche in ossequio al caveat spocchioso di Obama non più come previsto due ministri ma due vice ministri degli Esteri nipponici – mentre accortamente lavorava con la Cina sulle fornitura di gas con l’accordo trentennale di grande portata strategica di cui abbiamo parlato el liderazco che intende discutere, negoziare e, in questo modo, trovare un accordo su basi che non siano per nessuno – per  nessuno: ha ripetuto con forza – interpretabili come una transazione dei princìpi, ma di ordine sempre, propone, pratico e operativo.

Erano corsi “rumori” a Tokyo e da Tokio, ma artatamente spudoratamente fomentati – è il verbo giusto – da Washington – che il Giappone si accingeva a sospendere – per mostrare la sua solidarietà con... l’Ucraina – dicevano i frollocconi di turno – il negoziato e anche i colloqui coi russi sul contenzioso delle isole Curili e la fattibilità tra i due paesi di un definitivo trattato di pace (Stratfor – Global Intelligence, 16.5.2014, Japan,Russia Look for Common Ground― Il Giappone e la Russia cercano terreni comuni [di negoziato] ▬

http://www.stratfor.com/analysis/japan-and-russia-look-common-ground). Cosa che lì è stata subito smentita pubblicamente dal vice ministro degli Esteri, il pur ultra-nazionalista, Akitaka Saiki.


 

[1] Corano, sura XXXVIII, Sâd, 1.

[2] Come attestato ormai da anni dall’autore stesso della strategia che riuscì a invischiare la cadente URSS di Breznev nella trappola afgana, il consigliere di Carter e Reagan poi Bzignew Zerzinski ((cfr. intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes... (cfr. ▬

 http://hebdo.nouvelobs.com/sommaire/documents/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanist an-avant-les-russes.html).  

[3] Raymond Aron,  L'etica della libertà. Memorie di mezzo secolo: colloqui con Jean-Louis Missika e Dominique Wolton, trad. di Marc Le Cannu, Mondadori, Milano, 1982, p. 832.

[4] Non è, del resto, la prima volta che Obama si inventa la storia... Un mese prima, il 2 aprile, a Bruxelles, in sede NATO predicando a convertiti, complici o smemorati presenti al Palais des Beaux Arts, aveva sostenuto che “la secessione del Kosovo dalla Serbia eraavvenuta solo dopo la celebrazione di un referendum popolare debitamente organizzato”.

Che, però, mai venne, invece, tenuto perché un’ “Assemblea nazionale” non eletta da alcuno ma autoproclamata, lo... autoproclamò essa! con la benedizione e il timbro della NATO (cfr. Global Research, 17.4.2014, W. Blum, Barack Obama indoctrinating a new generation: lies and omissions on American Foreign Policy― Barack Obama indottrina le nuove generazioni: menzogne e omissioni sulla politica estera americana http://www.globalresearch.ca/barack-obama-indoctrinating-a-new-generation-lies-and-omissions-on-american-foreign-policy/5378220).

[5] Proprio di riflesso pavloviano, automatico, si tratta con la portavoce degli Esteri americani, Jen Psaki (Dipartimento di Stato, Press Briefing dell’11.5.2014, Dichiarazione sul referendum nell’est dell’Ucraina ▬

http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2014/05/225979.htm)

che automaticamente, appunto, definisce “illegale” il referendum dell’11 maggio a Donetsk perché illegale l’hanno dichiarato “in base alla legge Ucraina – ripete – le legittime autorità di Kiev”...

    Dove chiaro è che, secondo la solerte e imbranata signora, la legge ucraina è quella che dice lei o il suo governo e legittimo è chiunque, magari con un colpo di stato e un’insurrezione di piazza si prende il potere― in fondo, sta a guardare il capello: di golpe e di insurrezione da noi volute si tratta, no? Come quando il più democratico dei presidenti americani del secolo scorso, Franklin Delano Roosevelt, riconosceva che, certo, Anastasio Somoza era un figlio di puttana che opprimeva il Nicaragua. Ma ricordava anche che, dopotutto, era pur sempre, no?, “il nostro figlio di puttana”, messo lì per volere nostro...

[6] Un marchingegno in forza del quale, ad esempio, non risposero mai alla giustizia italiana i piloti americani che provocarono il disastro della funivia del Cermis. Il 3.2.1998, un Grumman EA-6B Prowler da addestramento dei Marines di stanza ad Aviano andò, mentre faceva bravate aeree passando sotto la funivia del Cermis, in val di Fiemme, ad urtare tranciandone il cavo portante e causando con la caduta della cabina la morte di 19 cittadini e del manovratore: sette tedeschi, cinque belgi, tre italiani, due polacchi, due austriaci e un olandese.

    L’Italia fece le sue mosse per processare i piloti imputati ma, dopo anni, scoprimmo tutti quello che i responsabili del governo sapevano perfettamente ma avevano tenuto segreto, nelle parti cruciali, anche al parlamento che lo aveva ratificato: che non avevamo proprio il diritto di processare nessuno, avendovi rinunciato nel 1951 con la firma appunto dello Status of Forces Agreement― Accordo sullo status delle Forze  tra Stati Uniti e Italia (NATO Basic Documents, London SOFA, 19.6.1951, cfr. http://www.nato.int/docu/basictxt/b510619a.htm: specie l’art. VII) che lo riservava solo agli americani. Al processo, così, tenuto in America, il pilota e il copilota, che avevano dolosamente distrutto anche le registrazioni di bordo, vennero prima assolti poi degradati e, infine, il primo dovette scontare… quattro-mesi-quattro di detenzione a domicilio coatto. Punto e basta. Alla faccia delle vittime e della giustizia.

[7] Dopo aver raccomandato di leggere la documentatissima filippica che sviluppa in un suo recente lavoro, una volta tanto tempestivamente tradotto in italiano, in P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, ed. Garzanti, 2012. Cercate nell’indice analitico alla voce Summers, Leonard.