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     06. Nota congiunturale - giugno 2013

      

                                                                                                                                                        

 

01.06.13

 

Angelo Gennari

 

  

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarvisi: far attenzione a cancellare tutti gli spazi vuoti tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc357788923 \h 1

nel mondo.. PAGEREF _Toc357788924 \h 1

Ma che c’è qualcosa di nuovo, forse? no, niente!  (vignetta) PAGEREF _Toc357788925 \h 2

in CINA (e nei paesi dell’ASIA) PAGEREF _Toc357788926 \h 5

MEDITERRANEO arabo (il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais) e l’AFRICA... PAGEREF _Toc357788927 \h 14

EUROPA.... PAGEREF _Toc357788928 \h 31

Crescita di occupazione e disoccupazione   (grafico) PAGEREF _Toc357788929 \h 32

Eurozona ▬   EU a 27 — e USA --- crescita del PIL  (grafico) PAGEREF _Toc357788930 \h 36

Giovani senza lavoro e lavoro senza giovani   (grafico) PAGEREF _Toc357788931 \h 37

Come si fanno i soldi?  ma è chiaro no?   (vignetta) PAGEREF _Toc357788932 \h 38

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc357788933 \h 44

In America non pagano né ferie né vacanze: e lo considerano un paese avanzato…   (grafico) PAGEREF _Toc357788934 \h 47

Le vergogne dell’America   (vignetta) PAGEREF _Toc357788935 \h 49

Congratulazioni, a lei e al Pakistan, signor Sharif!  (vignetta) PAGEREF _Toc357788936 \h 55

GERMANIA.... PAGEREF _Toc357788937 \h 58

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc357788938 \h 62

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di giugno 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

il 6-7giugno 2013 incontro dei ministri delle Finanze del G-20;

14, Iran, elezioni presidenziali;

17-18,  vertice dei G-8 (a Enniskillen, in Irlanda del Nord);

23, elezioni presidenziali e parlamentari in Tunisia;

27-28 , Consiglio europeo dei capi di Stato e/o di governo della UE: il grande vertice che ci vanno promettendo rimetterà all’o.d.g. dell’Unione il rilancio dell’occupazione, specie di quella giovanile… se ci credete;

• nel corso del mese di giugno previste in Argentina e Libano elezioni parlamentari;

• e nello Zimbabwe, presidenziali e parlamentari.

●Gli effetti orribili e giganteschi (più di 1.100 morti tra operaie, operai, tecnici e addetti) dell’incendio che in due o tre ore ha falcidiato negli opifici della Rana Plaza Factory di Dacca, in Bangladesh, i più poveri lavoratori del mondo sembrano spingere adesso perfino quel governo a reclamare con forza almeno apparente stavolta, l’instaurazione effettiva e efficace di standards minimi di sicurezza nelle fabbriche e nei laboratori che in serie producevano abbigliamento in un casermone-trappola senza in pratica alcuna idonea dotazione di sicurezza contro le conseguenze di incidenti, come si dice, industriali.

A restare in difesa, anche se ormai con  qualche cedimento all’ondata di indignazione universale, sono ancora alcuni tra i grandi e medi committenti delle multinazionali dell’abbigliamento (chi con maggiore, chi con minor convinzione: H&M, Inditex, PVH, Tesco, Marks & Spencer, Carrefour, Helly Hansen, Next, Loblaws, Sainsbury’s,Wal-Mart e, anche, Benetton…)  a continuare, magari un po’ più fievolmente, a dire che imporre altre misure di sicurezza porterà alla conseguenza di sempre: costi più alti del lavoro e meno occupazione perché le multinazionali alla fine sposteranno semplicemente le loro commesse di lavoro in paesi a costi ancora più bassi.

Stavolta a rispondere per le rime – e un po’ stranamente, date le propensioni mercantil-liberistiche proprie del giornale in questione – è proprio il NYT, in un articolo di prima del suo Magazine che fa puramente e semplicemente notare (New York Times, 14.5.2013. A. Davidson, Economic Recovery La ripresa dell’economia, made in Bangladesh? http://www.nytimes.com/2013/05/19/magazine/economic-recovery-made-in-bangladesh.html?ref=magazine&_r=1&) come non ci siano più ormai tanti altri Bangladesh a disposizione.

La minaccia della cosiddetta dislocazione – la corsa al ribasso per cui, se non ci abbassate i costi di produzione, dagli USA ce ne andiamo a produrre in Europa, dall’Europa in America latina, di lì in Cina, in Vietnam e alla fine in Bangladesh, per strappare costi e condizioni di lavoro sempre più bassi rimpinguando così i margini di profitto – non funziona più. Alternative concrete e col minimo di preparazione di una manodopera resa compiacente dalla fame somo semrpe di meno nel mondo: non fosse altro perché uno degli effetti della globalizzazione è anche una maggiore informazione anche in luoghi come questo qui.

Il che vuol dire che se un’impresa come Carrefour o Benetton deve pagare qualche centesimo di € in più per ogni maglietta che lì compra dal produttore locale a 2 euro e rivende in Europa o in America a sette-dieci e più volte tanto per fornire qualche maggiore sicurezza sul lavoro e magari qualche centesimo di salario orario in più, dovranno ormai abituarcisi: a un margine di profitto leggermente inferiore per sé, certo, e a qualche infinitesimale aumento del prezzo finale per noi che qui compriamo il prodotto finale: quella maglietta che è costata la vita a 1.500 lavoratrici e lavoratori del mondo più povero.

●Lo stesso problema in fondo che, ha rilevato ora la FAO, l’organizzazione che per le Nazioni Unite studia i problemi della produzione agricola e alimentare e della fame nel mondo e che è bene illustrato nella vignetta di seguito riprodotta: 

● Ma che c’è qualcosa di nuovo, forse? no, niente!  (vignetta)

La speculazione su terra e materie prime deruba della loro terra i contadini poveri  di tutto il mondo


Il serpente: fondi sovrani, fondi di investimento, fondi a rischio [PROPRIETÀ DI WALL STREET

Fonte: 9.5.2013, Khalil Bendib,

●In Venezuela, il candidato Capriles, che ha corso per la presidenza contro l’erede designato di Chávez, Nicolás Maduro, perdendo per meno del 2% dei voti espressi e ha rifiutato di riconoscere la validità del verdetto di convalida emesso dalla Corte suprema. Che ha, comunque, ordinato il riconteggio parziale dell’esito nei seggi contestati, rigettando però la richiesta di Capriles di annullare del tutto il voto e puntare a nuove elezioni (New York Times, 2.5.2013, W. Neuman, Venezuela: Legal Challenge to Vote In Venezuela, Reclamo legale contro il votohttp://www.nytimes.com/2013/05/03/world/ americas/venezuela-legal-challenge-to-vote.html?ref=americas).

Intanto, mentre in pratica tutta la comunità internazionale, magari ancora con qualche cautelosa prudenza per le pressioni statunitensi, riconosce ufficialmente il verdetto e l’elezione di Nicolás Maduro a presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, gli Stati Uniti dopo tre settimane non si decidono a farlo. Ma restano stavolta del tutto soli.. Lo sottolinea anche e subito la visita che a inizio maggio il presidente Maduro fa nei paesi del Mercosur latino-americano e, anzitutto, proprio a Brasilia, alla presidente Dilma Rousseff.

Che si impegna pubblicamente a rifornire Caracas su base stabile di derrate alimentari e a espandere – a dispetto degli avvertimenti in contrario forniti copiosamente e pubblicamente da Washington e niente affatto graditi – la cooperazione bilaterale in settori strategici come quelli del petrolio e del gas naturale, oltre che “a rafforzare i legami reciproci anche militari” tra i due paesi all’interno dell’alleanza del Mercosur (che esclude, e non a caso, l’America del Nord) (Mercopress, 10.5.2013, Venezuelan President Nicolas Maduro received the backing of the Brazilian government during a tour of Mercosur countries Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha ricevuto il sostegno del governo brasiliano nel corso del tour dei paesi del Mercosur http://en.mercopress.com/2013/05/10/brazil-endorses-maduro-and-pledged-support-to-develop-agricu lture-and-infrastructure).

In Cile, il presidente dell’ente statistico nazionale, Francisco Labbé, è stato costretto alle dimissioni dopo che una fonte di peso nella gerarchia interna dell’Instituto Nacional de Estadistícas, Mariana Alcérreca, sostenuto da alteri 10 capi-dipartimento lo aveva accusato di aver gonfiato i numeri del censimento dando per verificati da interviste individuali il 98,3% dei moduli restituiti dai rispondenti  quando invece ne erano stato ricontrollati solo il 95%: per cui il risultato finale (che a fine 2013, dava a 16.534.603 il totale dei cittadini cileni) era, appunto, gonfiato. L’Istituto era stato in precedenza già messo sotto mira per aver “massaggiato” a favore del governo conservatore le statistiche sull’inflazione e sulla povertà.

In effetti molte banche e istituti economici esteri avevano da tempo messo in dubbio, e raccomandato di rivedere, le misurazioni dandole per inaffidabili: ragion per cui il tasso di inflazione reale del paese sarebbe stato nel 2012 più vicino al 3 che all’1,5% calcolato dall’INE ufficialmente. L’impatto di un tasso di inflazione quasi doppio di quello annunciato è enorme per la vita del cittadino cileno medio per esempio rispetto al tasso di interesse attivo e passivo che le banche cilene offrono o chiedono ai loro clienti.

Ora il governo di destra del presidente Pinera ha rifiutato l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta pretesa dall’opposizione ma si è affrettato ad accogliere le dimissioni del capo dell’INE, rimpiazzandolo con un economista amico ma “rispettato”, Juan Eduardo Coeymans… ma – e lì è, alla fine il problema – rispettato da chi? (The Economist, 3.5.2013, How many Chileans? Ma quanti sono davvero i cileni? http://www.economist.com/blogs/americasview/2013/04/statistics-chile).

●In Brasile, la compagnia petrolifera di Stato, Petrobas, ha messo all’asta 11 miliardi di $ di propri titoli, l’offerta maggiore di sempre su un mercato emergente e la seconda in assoluto al mondo quest’anno, dopo la vendita record di titoli della Apple per $ 17 miliardi ad aprile (The Economist, 17.5.2013).

●A ottobre, annuncia il 23 maggio sul Registro federale, la Gazzetta ufficiale, il Consiglio nazionale per l’Energia (CNPE), organismo nominato dalla presidenza e supervisionato dal Congresso, il paese terrà la sua prima asta per assegnare i diritti di esplorazione nella zona assai vasta dei giacimenti petroliferi cosiddetti pre-salini di prospezione di Libra che, secondo gli esperti dovrebbero contenere sui 16-17 miliardi di barili di greggio, costoso da recuperare perché molto in profondità ma anche con un grado di grande purezza e, quindi, al netto, del valore minimo di almeno una ventina di miliardi di $ per chi lo vende.

La nuova e recente legislazione riserva una maggioranza di controllo all’azionista nazionale, la Petrobras, ente di Stato e il resto da suddividere tra i migliori offerenti, anche privati e anche stranieri. La Libra è situata nel bacino di Santos, appena off-shore sulla costa degli Stati di Rio de Janeiro e di São Paulo, sotto 2 km. di acqua e altri 5 di sabbia, roccia e, appunto, scisti saline (Fox Business, 24.5.2013, Agenzia Dow Jones, Brazil to Hold First Pre-Salt Oil Exploration Auction in October Il Brasile terrà la prima asta per l’esplorazione dei giacimenti pre-salini off-shore ad ottobre ▬ http://www.foxbusiness.com/news/ 2013/05/23/brazil-to-hold-first-pre-salt-oil-exploration-auction-in-october).

●Intanto, e per tornare, solo un momento, al livello globale, le borse di tutto il mondo si vanno impennando col cosiddetto MSCI (si tratta di un indice globale che calcola 1.600 titoli quotati a livello mondiale, istituito diversi anni fa dalla Morgan Stanley Capital International e utilizzato di frequente come benchmark per il mercato globale di titoli scelti sui mercati sviluppati del mondo, come definiti dallo stesso MSCI (▬ http://www.msci.com/resources/factsheets/index_fact_sheet/msci-world-index.pdf) che calcola l’indice globale a + 12,9%  rispetto all’inizio dell’anno.

[Certo, si annunciano di tanto in tanto allarmi e allarmismi che sembrano far tremare, e di brutto, i mercati. Il 23 maggio, si verifica come è ovvio inspiegabilmente una specie di crollo alla borsa di Tokyo, del 7% in un giorno, dovuto al semplice annuncio che in Cina sembra rallentare la produzione manifatturiera (Bloomberg News, 23.5.2013, China May Factory Output Contracts In Cina, ora a maggio, cala la produzione manifatturierahttp://www.bloomberg.com/news/2013-05-23/china-manufacturing-contracts-for-first-time-in-seven-months.html; e molti parlano apertamente ormai di un calo della produzione industriale non irrilevante del primo semestre) ma che si può spiegare anche come uno dei soliti balletti di San Vito irrazionali ma reali cui va soggetta la borsa o come l’improvviso dubbio emerso in Giappone sulla solidità della conversione antimonetarista della BoJ.

E il crollo si trascina a ruota altre cadute, più contenute, nel resto dell’Asia e in Europa e poi anche a Wall Street (New York Times, 23.5.2013,  B. Wassener e D. Jolly, Markets Rattled Amid Fears of Slowdown in Asia Le borse scosse tra paure di rallentamento in Asia http://www.nytimes.com/2013/05/24/business/global/china-economy.html?_r=0). Ma si tratta – ancora – di allarmi prematuri e probabilmente eccessivi. Non di quelli che arriveranno quando scoppierà davvero anche questa bolla].

Intanto, in termini invece meno contingenti e più generali, il boom resta: in America, il Dow Jones e l’S&P 500 toccano il record dell’anno. A Tokyo, l’indice Topix 500 schizza su del 46% in valuta locale dall’inizio del 2013e del 68% negli scorsi dodici mesi. L’indice Stoxx Europa 600 è oggi al massimo da quasi cinque anni (The Economist, 17.5.2013, Don’t worry, be happy Non vi preoccupate e siate felici http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21578100-investors-think-equities-are-best-bet-times-expansive-monetary).

Noi – chi scrive questa Nota – che non solo adesso non abbiamo fondi da investire in borsa, ma anche se li avessimo per principio, diciamo pure, non ce li investiremmo, a un nostro amico che, legalmente si capisce, ne avesse, al contrario dell’Economist e di ogni berlusconismo rampante, gli diremmo di stare ben attento e ben cauto coi suoi soldi: questo ottimismo puzza, secondo chi scrive,  di un’altra bolla speculativa pronta già a sgonfiarsi di botto…

Non è solo un ragionamento fatto di sensazioni e di istinto. Per cercare di dimostrarlo è utile partire, però, citando le pseudo (diciamo noi) motivazioni anche tecniche della leggenda metropolitana che tende a sostenere la tesi sempiterna di lor signori del “tutto va bene madama la marchesa” in questo – il migliore dei mondi possibili – prendendo ad esempio il caso americano: che, d’altra parte, fa da locomotiva e, come si dice, da pietra di paragone, da template lo chiamano, per tutto il resto del mondo capitalistico.

Lo illustra benissimo, dal suo punto di vista, un intelligente esponente della dottrina economica neo-cons che anzitutto riconosce con onestà intellettuale le conseguenze della sua trionfante applicazione dai tempi di Reagan in poi – conseguenze che per lui vanno bene perché, concentrando in poche mani la ricchezza di tutti e distribuendo tra i più la miseria, a lui e a chi come lui la pensa così va benissimo – e  ne scrive su un grande mensile davvero aperto a tutti (New Yorker, 27.5.2013, J. Surowiecki, Boom or Bubble? Boom o Bolla? http://www.newyorker.com/talk/financial/2013/05/27/130527ta_ talk_ surowiecki).

 

Parte esponendo, in sintesi estrema, la tesi avversa alla sua, cioè la nostra: “sì, il mercato è un castello di carte, tenuto su da soldi facili e dall’illusione degli investitori e ci stiamo precipitando – ancora una volta – da perfetti incoscienti verso un crollo che sarà inevitabile: come quello delle due ultime bolle speculative, quella finanziaria e quella edilizia degli ultimi quindici anni. Secondo molti dati e diversi indicatori dello stato del mercato le azioni, in base alle loro medie storiche di rendimento, sono sopravvalutate del quaranta, anche cinquanta per cento. Un mercato ribassista riconosce che i profitti sono alti, il che fa sembrare quasi  normale il rapporto tra prezzi e ricavi dei titoli, ma chi – pessimista, o anche solo realista o, diciamo pure, meglio informato e cosciente – la vede così insiste a dire che una situazione come questa – è, appunto,  da bolla – non  è sostenibile.

   I livelli dei ricavi torneranno, dunque,  sulla media della norma storica e quando succederà i prezzi delle azioni in borsa saranno pesantemente colpiti. Oggi i profitti, calcolati già dopo aver pagato le tasse, arrivano a più del 10% del PIL rispetto a una media storica intorno al 6% ed è una differenza assai vasta: è questo il motivo per cui sul mercato gli ‘orsi’  – i ribassisti o, meglio, quelli che come chi scrive lo prevedono avviarsi al ribasso e a un nuovo crollo – lo considerano ‘sopravvalutato, sovraccomprato e ipergonfiato’…Ma sbagliano – afferma l’A. – perché il presente appare – e è – diverso assai dal passato: per cui il paragone storico ci dice poco.

   Prendete le tasse. Una delle principali ragioni per cui i profitti d’impresa, a tasse pagate, sono tanto più alti della media storica è che le società pagano meno tasse, molte di meno, di quelle che pagavano una volta. Nel 1951 dovevano lasciare al fisco quasi la metà dei profitti che dichiaravano. Nel 1965, ancora più del 30%. Oggi, pagano intorno sì e no al 20% di quello che incassano.

   E, poi, c’è il fattore globalizzazione. Molte delle compagnie americane della lista S.&P. 500 sono multinazionali: uno studio di 262 di esse ha svelato che in media ricavano il 46% dei loro incassi dall’estero . E questo è un fenomeno relativamente nuovo. Infine c’è la prostrazione crescente del sindacato. E c’è un mercato del lavoro indebolito che consente alle imprese di tagliare salari e stipendi e numero di dipendenti tenendo così alti i loro profitti. C’è ancora richiesta di lavoratori qualificati ma la maggior parte dei dipendenti hanno scarsissimo potere contrattuale”.

Certo, tutto questo potrebbe anche cambiare se ci fosse un altro boom economico…

O, piuttosto, se le fortune di quella che lo stramiliardario finanziere statunitense Warren Buffett (a seconda degli anni, secondo la statistica curata da Forbes magazine, il primo, il secondo e, se proprio gli va male, il terzo tra i Paperoni d’America e, nel 2013, con assets quasi solo finanziari valutati a $53,5 miliardi, il quarto uomo più ricco del mondo: per dire, il Berlusca con 6,2 miliardi di $ di assets è quasi un morto di fame, al 194° posto… ▬ http://www.forbes.com/billionaires/list) ha chiamato, già qualche anno fa, e oltre un secolo dopo Karl Marx come è noto, “la guerra di classe che la mia, di classe,  sta stravincendo ma non meritiamo di vincere(New York Times, 26.11.2006, Ben Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning? Nella guerra di classe, indovinate un po’ quale classe sia quella che vince? http://www.nytimes.com/2006/11/26/business/yourmoney/ 26every.html?_r=0)…

Se, cioè, le fortune nella guerra di classe che è in atto anche in America cominciassero, come sembra maturo, a cambiare: in altri termini, se il 99% della gente decidesse di cambiare col voto o con altri strumenti – quelli non solo dialettici che Mr. Buffett mostra di temere o, comunque, di prevedere – il segno politico che finora ha marcato l’andamento dell’economia a favore esclusivo, o quasi, dell’1% di chi ha di più, regalandogli gratuitamente oltre il 90% della ricchezza di questo paese…(sempre sul momento congiunturale reale, non quello propagandato in America, vedi più avanti, sotto il capitolo STATI UNITI le osservazioni sulla leggenda solo in parte vera di una recessione lì in via di superamento).

in CINA (e nei paesi dell’ASIA)

●In maniera che non si capisce bene se più speranzosa per chi con la Cina concorre economicamente, o più grossolanamente approssimativa – sollevando anche una, peraltro sommessa, protesta del Fondo monetario – il NYT intitola un suo pezzo sullo stato dell’economia cinese tout court come una previsione di crescita al ribasso, in modo semplicisticamente allarmista e quasi che si trattasse di un calo di crescita del 5% e non, com’è, di uno 0,5 su un +8%...

Quando poi, nel testo, lo stesso articolo è subito obbligato a precisare che si tratta “di un calo dello 0,25% rispetto al tasso di crescita finora previsto all’8% dallo stesso FMI”. qualcosa, cioè, di assai marginale che lascia la Cina in testa e di molte incollature alla crescita di chiunque nel mondo (New York Times, 28.5.2013, B. Wassener, IMF Predicting Slower Growth for China, Urges Overhauls Il Fondo monetario internazionale predice crescita più lenta per la Cina e preme per riforme http://www.nytimes.com/2013/ 05/30/business/global/imf-predicting-slower-growth-for-china-urges-overhauls.html?ref=global-home).

●Molto più rilevante sembra invece notare che, con un cambiamento alle sovrastrutture del potere statale che non sembra aver trovato, sia tra la gente che nelle classi dirigenti del paese, solo apprezzamenti, il nuovo presidente Xi Jiping ha dichiarato che vuole veder costituito un istituto analogo al Consiglio di Sicurezza della presidenza statunitense che agisca come il massimo strumento di governance della Cina per tutte le questioni militari, di intelligence, di sicurezza di ordine internazionale ed interno. Proprio come appunto a Washington. Diventerebbe la quinta più numerosa strumentazione di governo del paese e secondo la proposta entrerebbe in funzione entro la fine di quest’anno (Agenzia Stratfor, 22.5.2013, China president wants to create new security institution Il presidente cinese vuole creare una nuova istituzione di sicurezza nazionale http://www.stratfor.com/situation-report/china-president-wants-create-new-security-institution-report-says).

●La campagna anticorruzione lanciata all’Assemblea popolare che a marzo lo ha eletto presidente della Cina da Xi Jiping, ha messo ora nel mirino con l’accusa di frode, interesse privato e malversazione, per ora da parte della Commissione disciplinare del partito comunista ma già annunciando che l’inchiesta avrà poi un seguito formalmente giudiziario, il bersaglio finora più alto, Liu Tienan, vice direttore della Commissione nazionale di Sviluppo e Riforma, uno dei centri di potere economico più influenti del paese. Gli hanno perquisito casa e uffici e sequestrato conti bancari e beni immobili (South China Morning Post/Hong Kong, 13.5.2013, Choi Chi-yuk, Top planning official Liu Tienan probed by anti-corruption committee La Commissione anticorruzione indaga su Liu Tenan, uno dei massimi dirigenti della pianificazione ▬ http://www.scmp.com/news/china/article/1236076/senior-china-planner-investigated-new-corruption-crackdown).

●Questo avviene proprio mentre si apre un dibattito, forse un vero e proprio confronto/scontro ai vertici delle gerarchie, politiche ed economiche del governo e del partito, sulla linea e le scelte anche immediate di politica economica che il paese deve scegliere, anzi sta già scegliendo in questi giorni. Qualche giorno fa in uno dei più secchi discorsi rivolti da anni a una riunione di quadri del partito, il premier Li Keqiang ha annunciato l’intenzione del suo governo – cioè, appunto, del partito – di “ridurre il ruolo dello Stato” nell’economia nella speranza di “scatenare così le energie creative della nazione”. Meno Stato e più mercato, insomma, e il privato che si metterà – secondo dottrina ormai dappertutto screditata nel mondo però dall’imperversare della crisi in cui è affondata tutta l’economia proprio col seguire le prescrizioni di questa sciagurata ricetta neo-lib e neo-cons.

L’idea è quella di rafforzare il ruolo dell’innovazione e della cosiddetta classe media per rendere il paese ancora più competitivo di quanto non sia. Si tratta di proposte sviluppate proprio dalla Commissione nazionale di Sviluppo e Riforma di cui è appena stato fatto fuori il vice direttore e la faccenda puzza di epurazione, al di là del merito economico stesso della questione.

La nuova proposta che sembra stare per diventare linea ufficiale prevede l’espansione della tassazione sull’uso delle risorse nazionali, la graduale liberalizzazione degli interessi bancari e lo sviluppo di “politiche atte a promuovere un’effettiva entrata di capitali privati nei campi della finanza dell’energia, del trasporto ferroviario, delle comunicazioni, ecc… Anche agli investimenti stranieri sarà fatto in questo modo più spazio in campi come questi, nella sanità e in vari altri settori”.

Gli stessi più accesi propositori di questa linea che se passa anche solo in parte trasformerà certo la Cina – ma come? in meglio? in peggio?... – e che è anche troppo banale e sciocco, alla luce di quel che va succedendo da noi, ridurre a liberalizzazione uguale maggiore libertà per tutti o anche solo per i più – fanno rilevare che non significherà mai comunque, la fine del ruolo del partito, dello Stato e del pubblico nell’economia perché, appunto comunque il partito non sembra volere e poter rinunciare al modello del capitalismo di Stato che ne fonda il potere stesso e non intende frantumare i grandi oligopoli o privatizzare settori dell’economia che da sempre considera strategici per il controllo dello sviluppo economico e, alla fine della fiera, del potere suo nel paese, come banche, energia e telecomunicazioni. Perché è attraverso questo controllo che esercita il suo “necessario” influsso sulla coesione sociale che resta necessaria al paese.

Si tratta sicuramente di una bella contraddizione. Il governo mostra chiaramente di pensare che il rallentamento dell’economia, causato soprattutto dalla crisi esterna al paese e dal tasso calante di investimenti che ha potuto fare, ha ormai bisogno di qualche alternativa… Ma era già il discorso di rivitalizzazione del capitalismo neoliberista come propellente e insieme salvagente che da noi è tracollato e ci sta ormai schiacciando ma, del resto, anche qui in Cina hanno seguiit o oprmai da molti anni.

Già il presidente Hu Jin-tao e il primo ministro  Wen Jabao – specie il secondo – che solo da qualche mese hanno lasciato i posti di comando supremo, avevano promesso al partito e al paese di liberalizzare e privatizzare di più l’economia secondo i canoni ortodossi del capitalismo americano per rilanciare e riequilibrare l’economia, ma dovendo poi frenare e abbandonare non fosse altro perché – secondo gli analisti occidentali – non avevano il potere politico necessario a far passare il loro punto di vista contro gli ostacoli, l’inerzia, la prudenza, la voglia di uguaglianza che, in questo paese, e alla fine tra la gente – la stragrande maggioranza della gente – fa sempre premio sulla spinta pure confucianamente fortissima all’individualismo.

Infatti, adesso, la domanda vera e cruciale è cosa faccia mai loro credere e, all’esterno ai loro fans magari sperare, che stavolta riusciranno a riuscire dove finora hanno fallito. Dove troveranno il potere politico, che loro finora è mancato, per andare oltre stavolta (abbiamo qui riportato, con qualche osservazione nostra – i dubbi sull’effettiva compatibilità di queste “liberalizzazioni” in una società gigante e atipica come quel cinese.

Il tutto reso ormai ancora più complicato poi dal fallimento che il modello va registrando sempre più chiaramente da noi, riprendendo la ricostruzione del dibattito interno alla Cina dalla cronaca che ne fa – o forse soltanto sogna di farne il New York Times, 24.5.2013, C. Barboza e C. Buckley, Beijing Signals Shift on Economic Policy Pechino indica l’intenzione di cambiare in politica economica http://www.nytimes.com/2013/ 05/25/business/global/beijing-signals-a-shift-on-economic-policy.html?_r=0).

Conclude l’articolo dovizioso di fatti e di ipotesi del NYT, un economista sino-americano della Citigroup, Shen Minggao che, rispetto agli autori e agli altri testimoni citati tanti altri testimoni, la Cina, la sua cultura, la sua mentalità, la sua storia multiforme e articolatissima le conosce bene che oggi “la Cina si trova a un vero punto di svolta: si spingerà con le riforme o seguirà il vecchio modello di stimolo della crescita? il problema vero – quello che comunque lo preoccupa davvero di più – è che il tipo di riforma che vogliono – noi preciseremmo: che alcuni vorrebbero, forse – sono riforme a crescita negativa, così da dover tollerare meno crescita per qualche tempo. Vedremo se glielo lasceranno fare”. Cioè, se glielo consentiranno, alla fine, i cittadini cinesi. Che oggi, rispetto a ieri, hanno anche cominciato a contare di più.

●In questi tempi non sembra, del resto,che la dirigenza cinese si stia sempre muovendo con la cautela e la saggezza, leggendarie ma anche reali, tramandate nei secoli a tutti i suoi reggitori da Sun Tse e da Confucio, quelle che ne connotano in genere mosse e spostamenti nel suo scacchiere geografico. Oggi, ha aperti contenziosi complessi, sul piano territoriale e della sovranità, imposti soprattutto dal passato imperialista e militarista di alcuni suoi grandi vicini ma anche da una certa sua crescente impazienza, ormai di contare per quello che è: la seconda, fra poco – e, ormai, di certo – la prima  potenza globale del mondo (cfr. Nota congiunturale no 5-2013, v. La corsa tra il PIL (reale) della Cina e quello dell’America http://www.angelogennari.com/notamaggio13.html).

● La Cina non riconosce, ma non smentisce neanche, ciò che adesso rende noto il governo indiano: e che è certo un segnale a suo modo che qualche preoccupazione la suscita. Pechino ha inviato un distaccamento armato, anche se rigorosamente “simbolico” – una ventina di soldati in tutto – ad erigere quattro o cinque tendoni militari, una specie di accampamento temporaneo, una decina di km. nel territorio della regione orientale di Ladakh ai confini tra i due paesi, e al di là della peraltro sempre precariamente definita (o indefinita) Linea di effettivo controllo (Line of Actual Control) e a oltre 4.900 metri di altezza, cioè oltre l’altitudine del Monte Bianco, sul ghiacciaio del Siachen il più vasto del mondo, nella catena del Karakorum hymalaiano. In particolare, l’incursione cinese sembra essersi limitata a ripristinare il libero passaggio che nel corso degli ultimi anni gli indiani avevano ostruito lungo l’autostrada, l’unica, che collega direttamente Cina e Pakistan, attraverso il passo del Karakoram…

E uno degli altopiani più elevati e spettacolari  del mondo, in un territorio conteso della regione di Jammu e Kashmir, già controversa tra India e Pakistan e, per la zona est del Ladakh in questione anche, appunto, tra India e Cina (DefForInd, 29.4.2013, Chinese Troops Intrude into Indian Territory in Ladakh!!! Truppe cinesi si spingono in territorio indiano nel Ladakh!!! http://defenceforumindia.com/forum/defence-strategic-is sues/50338-chinese-troops-intrude-into-indian-territory-ladakh-89.html).

Il governo del primo ministro Singh ha subíto, dall’opposizione e dal nazionalismo indiano in tutte le sue sfumature, durissimi attacchi per aver deciso di trattare l’evento come una “questione locale” derubricandone la classificazione a incidente che non richiede reazioni di più vasta portata. Ma è importante che, a questo punto, anche da parte cinese prestino, in materia, altrettanta attenzione e circospezione: riducendo anche loro il potenziale di scontro, cominciando, per esempio, col fermare l’installazione di nuovi accampamenti militari e limitando il rifornimento al distaccamento cinese via terra e via autocarri (The Economist, 3.5.2013,  High Stakes Giochi ad alta quotahttp://www.economist. com/blogs/banyan/2013/04/india-and-china-square).

Alla fine, ha finito col pagare la cautela con cui la stessa Cina dopo aver spinto il problema alla ribalta con la sua forzatura ha contribuito a gestirlo: il ministro degli Esteri indiano, Salman Khurshid, il 9 maggio è andato a Pechino su invito dell’omologo ministro Wang Yi avanzato in precedenza, ma già prima un incontro di militari sul campo aveva deciso di ripristinare lo status quo ante il 15 aprile sulla linea di controllo (Governo indiano, Ministero degli Esteri, 7.5.2013, dichiarazione sullo status del Lakhdar ▬ http://www.mea.gov.in/press-releases.htm?dtl/21654/Visit+of+External+Affairs+Minister+ to+the+Peo ples+Republic+of+China+May+0910+2013).

●Scrive un interessante Rapporto speciale di prestigiosa fonte americana che, nel futuro prossimo venturo, la Cina tenderà a cercare di far diminuire la attuale preminenza degli USA in Asia orientale. Si tratta di un’inchiesta corposa realizzata dalla Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale, un grande centro di ricerca sicuramente indipendente, ma proprio perché americano, tendente per natura sua a confortare ragioni, valori e anche pregiudizi a stelle, per così dire, e strisce (come di per sé, va detto, però è naturale anche alla Fondazione Rodolfo DeBenedetti pencolare per una visione del mondo un po’ tricolore e all’Institut für Wirtschaftsforschung (IFO) di Monaco di Baviera di vedere le cose con una specie di filtro un tantino nero-oro)

Aggiunge anche, però, che ormai è tale l’interdipendenza sino-americana che il confronto non finirà, probabilmente, col trasformarsi in un vero e proprio tentativo di far uscire gli Stati Uniti d’America dalla regione. In questo senso, probabilmente, risente di un colorazione americana per sua natura ottimistica questo proposito. Ma sembra in effetti – e sulla base dei dati, degli intrecci, degli interessi reciproci reali – una sensazione piuttosto fondata (New York Times, 1.5.2013, M. Fackler, China Is Likely to Challenge U.S. Supremacy in East Asia, Report Predicts Secondo una Ricerca importante è probabile che la Cina sfiderà la supremazia degli USA nell’Asia orientale http://www.nytimes.com/2013/05/02/world/asia/china-likely-to-challenge-us-supremacy-in-east-asia-report-says.html?ref=asi).

   (Per quanti possono leggere con qualche facilità il testo inglese, è anche più completo – e a parere nostro “migliore”, pure più equilibrato – quello integrale della deposizione del prof. Michael D. Swaine, che dirige il programma “Asia” della Carnegie Foundation davanti alla Commissione congressuale di revisione (una policy review) delle relazioni politiche economiche e di sicurezza ▬ http://carnegieendowment.org/files/Michael_Swaine_-_Testimony.pdf).

●D’altra parte, la guerra segreta da tempo in atto tra l’intelligence dei due paesi – attraverso l’hackeraggio reciproco dei sistemi informatici e cibernetici specie legati alla difesa e all’industria è ormai cosa nota: e, di più, secondo gli esperti di ogni parte anche ormai inevitabile data la natura stessa della bestia, aperta per definizione e per riflesso condizionato rifiuta dovunque ogni briglia (New York Times, 28.5.2013, Data Breaches— Violazione di dati [segreti] http://www.nytimes.com/2013/05/29/ opinion/data-breaches.html?ref=global). Si viene ora a sapere (Boston.com, 27.5.2013, E. Nakashima, che piani e disegni di dozzine di Sistemi d’arma statunitensi compromessi [trasmessi e resi vulnerabili] dal ciberspionaggio cinese US weapons system designs compromised by Chinese cyberspies http://www.boston.com/news/nation/ 2013/05/27/weapons-system-designs-compromised-chinese-cyberspies/yVO2WwV36zXhwSpn2ASZ8J/story.html).

Un rapporto finora segreto esso stesso del Consiglio scientifico della Difesa del Pentagono parla di decine e decine di progetti e cianografie di aerei da combattimento, navi e sistemi di difesa missilistici di produzione americana. Ma, come fa rilevare lo stesso articolo di stampa molto ben informato, l’attività in questo campo è certamente reciproca e, come al solito, i primi a far scandalo ma anche i primi a cominciare questo specifico tipo di spionaggio non sono stati i cinesi.

●Il primo ministro Li Keqiang ha intrapreso significativamente da India e Pakistan il suo primo viaggio all’estero che lo porterà a seguire in Svizzera e in Germania nel corso della penultima e dell’ultima settimana di maggio incontrando tutti quei capi di Stato e di governo per esporre loro preoccupazioni speranze e intenzioni del nuovo governo cinese (Agenzia Reuters, 13. 5.2013, B. Blanchard, China Premier to visit India and Pakistan in first foreign trip Il premier cinese visita India e Pakistan nel suo primo viaggio all’estero http://www.reuters.com/article/2013/05/13/us-china-premier-idUSBRE94C07L20130513).

A New Delhi, parlando a centinaia di business persons e esponenti del mondo degli affari indiano, Li ricorda un proverbio comune – dice – ai due paesi,secondo cui uno gli amici, se li trova poi interessati ma anche disinteressati ad esserlo li può, volendo, anche sceglierseli, ma i vicini no e che, comunque, “un parente che abita molto lontano può difficilmente esservi tanto utile quanto lo può essere invece un vicino assai prossimo”. Fuor di metafora è chiaro: lasciate perdere d affidarvi agli americani che di voi se ne fregano, al dunque, noi siamo qui e disponibili: basta confrontarsi e accordarsi e, per parte nostra, siamo interessati.

Vero, gli indiani con discrezione chiedono ai cinesi il perché del nuovo incidente di frontiera— e non hanno ancora ricevuto una risposta chiara dai cinesi a livello politico. Ma sono molto avvertiti del pesante deficit commerciale del paese con Pechino e chiedono alla Cina di trattare il problema, trovandovi aperture possibili. E’ il rapporto di forze tra i due paesi a risultare del tutto sbilanciato

L’economia della Cina è quasi quattro volte la dimensione di quella dell’India, ha una spesa militare tre volte maggiore e riserve di valute pregiate undici volte più vaste. Ma è un fatto, e lo ha ricordato più volte ai suoi ospiti Li Keqiang, facendo anche riferimento al mercato comune europeo – e, poi, non nel suo punto di maggiore fulgore – che, collegati o messi insieme, i mercati dei due paesi costituirebbero di gran lunga il mercato comune più vasto e più ricco del mondo, con 2 miliardi e mezzo di abitanti (New York Times, 1.5.2013, Gardiner Harris, In New Delhi, Chinese Leader Promotes Trade TiesA New Delhi, il leader cinese promuove i legami commerciali tra i due paesi  ▬ http://www.nytimes.com/2013/ 05/22/world/asia/in-new-delhi-chinese-leader-promotes-trade-ties.html?_r=0).

●E, in ogni caso, a scanso di lasciare in qualcuno – affermano a New Delhi – l’impressione di debolezza che potrebbe – sbagliando assicurano – venire dall’impressione che mentre uno si muove l’altro resta paralizzato (e anche, ovvio, per ragioni di politica interna) l’India rende noto il 22 maggio di aver sperimentato con successo il lancio dalla fregata INS Tarkash al largo di Goa, sulla costa occidentale dell’India di un missile da crociera cruise supersonico, il BrahMos (Brahmaputra + Moskva: di coproduzione, infatti, indo-russa) con gittata di circa 300 km. (Dna.com, 22.5.2013, BrahMos missile successfully test fired from ship— Il missile BrahMos testato con lancio di successo da una nave http://www.dnaindia.com/scitech/1838033/report-brahmos-missile-successfully-test-fired-from-ship).

●Intanto Taiwan, che si muove come è ovvio separatamente da Pechino ma le cui rivendicazioni di genere territoriale, nazionalisticamente quasi sempre e evidentemente coincidono con quelle della grande Cina, ha adesso richiesto scuse formali per l’incidente che, in acque che si contende con le Filippine nello stretto di Bashi del Mar Cinese meridionale ha visto il 9 maggio l’uccisione a colpi di mitraglia da parte di un guardacoste di Manila di un suo pescatore. Se le scuse non arrivano entro tre giorni, dicono a Taipei ora, manderà – o secondo alcune traduzioni dal mandarino “potrebbe mandare” i suoi caccia F-16 Falcon della General Dynamics a pattugliare le acque in contestazione. Con l’evidente possibilità di trovarsi a confronto con gli aerei identici che gli Stati Uniti hanno venduto agli altri ed agli uni (FocusTaiwan, 13.5.2013, Talk of the Day – Ultimatum to Philippines Il discorso del giorno: ultimatum alle Filippine http://focustaiwan.tw/news/afav/201305120016.aspx).

Le scuse arrivano quasi subito dal presidente Benigno Aquino III, ma sono frenate dalla campagna elettorale in corso a Manila e, in ogni caso, considerate assolutamente non sufficienti dal presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou: troppo informali, non esplicite anzi ribadiscono che l’incidente (che il  governo di Taipei insiste a chiamare aggressione) è avvenuto nella zona economica esclusiva di Taiwan e affermano che comunque da parte filippina non sono accompagnate da alcun impegno annunciato, come richiesto, a una maggiore futura cautela.

Per cui scattano immediate misure di rappresaglia subito operativa che alle Filippine fa molto male con al chiusura da un giorno all’altro ai lavoratori filippini dei visti all’immigrazione, mentre l’ufficio di gabinetto del presidente Ma parla, adesso, di esercitazioni militari che la marina di Taiwan condurrà nella zona contesa (New York Times, 15.5 2013, J. Perlez, Taiwan Recalls Envoy to Manila Over Fisherman’s Killing Taiwan, richiama l’ambasciatore per l’uccisione del suo pescatore http://www.nytimes.com/ 2013/05/16/world/asia/taiwan-recalls-representative-in-manila-over-killing.html?ref=glo bal-home).

Contemporaneamente, le autorità giapponesi hanno negli stessi giorni sequestrato un altro battello da pesca di Taiwan, il primo incidente del genere e proprio in coincidenza con l’incidente filippino (News on Japan.com, 15.5.2013, Jiiji Press, Taiwanese boat seized in Japan's EEZ off southwestern isle Battello di Taiwan sequestrato entro lo Zona che il Giappone definisce di sua  esclusiva competenza economica al largo di una delle isolette sud-occidentali http://newsonjapan.com/html/newsdesk/article/102605.php).

Come previsto, anche se non collegando in modo pubblico le questioni, Pechino dichiara ora, a metà mese, che si schiera con Taiwan nel conflitto annunciando che, a cominciare dalle 24 del 16 maggio e fino al 1° agosto p.v., l’Ufficio per la pesca del ministero dell’Agricoltura cinese le forze marittime militari cinesi sequestreranno direttamente, in caso di serie violazioni, senza ulteriori   ritardi o preavvisi, qualsiasi vascello di nazionalità non cinese (Taiwan non lo è ma… lo è, insieme) e il carico di pesce che avesse tirato a bordo (Business Insider, 16.5.2013, Authorities Declare Fishing Ban In Disputed Waters Le autorità di Pechino proclamano il divieto di pesca nelle acque contese http://www.businessinsider. com/politics/thehive?page=2).

Insomma, è molto probabile che, per ingordigia e impazienza motivata da pure ragioni di politica interna politicante – vincere le elezioni giocando la solita carta anche qui patriottardica – la presidenza di Benigno Aquino stia portando le Filippine nel gorgo della rappresaglia di chi il ruggito del topo non fosse che per ragioni di dimensioni lo deve inevitabilmente subire: perché neanche a Manila si fanno illusioni che, al dunque, arriverebbe lo zio d’America a proteggerli non facendo avanti e indietro con qualche sua portaerei ma dichiarando che lo farebbe davvero se a tutti apparisse, come adesso appare evidente, che sono stati loro i provocatori originari.

Intanto, cercando di far accettare come dato di fatto una propria decisione comunque unilaterale, Pechino ha annunciato, la annuale moratoria di dieci settimane su gran parte del Mar Cinese meridionale a scopo di ricostituzione delle riserve ittiche della zona. Lo annuncia Wu Zhuang, direttore dell’Ufficio per la pesca nei mari della Cina in seno al ministero dell’Agricoltura di Pechino. Verrà direttamente confiscato il materiale utilizzato, dalle barche alle reti, e espulsi gli equipaggi impegnati nell’attività così diventata illegale e saranno incrementati tutti i servizi di pattugliamento e intercettazione.

Già l’anno scorso la moratoria imposta da Pechino non era stata formalmente riconosciuta, anzi era stata formalmente respinta da diversi paesi, che di fatto, però, era stata quasi sempre onorata anche se con sporadiche eccezioni. La differenza importante è che stavolta in Cina c’è un nuovo governo e nuovi responsabili che all’Assemblea popolare all’atto stesso del loro insediamento, hanno reiterato e anche rafforzato, l’impegno a “proteggere la sovranità” del paese (The Navigator on Line, Agenzia United Press International (UPI), 16.5.2013, China’s 10-week South China Sea fishing ban begins Ha inizio la moratoria sulla pesca decretata dalla Cina [nel Mar Cinese meridionale delle Diaoyu-Senkaku]▬ http://thenavigatoron line.com/2013/05/16/chinas-10-week-south-china-sea-fishing-ban-begins).

●Secondo i media sud-coreani, la Corea del Nord ha messo fine allo stato d’emergenza militare di tutto il suo apparato bellico in concomitanza con la cessazione il 30 di aprile delle esercitazioni congiunte USA-Sud Corea subito da Pyongyang definite “provocatorie”. A quella data il Nord ha comunque rimosso dalla dislocazione, approntata sulla costa orientale del paese, le due batterie di missili Musudan a medio raggio ormai da una ventina di giorni pronti al lancio (United Press International, Agenzia UPI, 6.5.2013, North Korea puts missiles into storage Il Nord Corea mette i suoi missili in magazzino http://www.upi.com/Top_News/US/2013/05/06/North-Korea-puts-missiles-into-storage/UPI-9987136 7879873).

Si tratta di veicoli di lancio considerati particolarmente allarmanti dai comandi militari USA e della Corea del Sud non tanto per la loro d’altra parte provata efficacia (possono trasportare a bersaglio quelle che potrebbero essere davvero ogive nucleari di qualche potenza) quanto, dicono, per la possibilità che avrebbero connaturata di lanciare un attacco a sorpresa, senza preavviso: lo stesso, cioè, che era a disposizione finora soltanto in quest’area degli americani (Stratfor, Global Intelligence, 4.4.2013, North Korea: Suspected Missiles Present New Threats Nord-Corea: i missili ora dislocati presentano una nuova minaccia http://www.stratfor.com/analysis/north-korea-suspected-missiles-present-new-threats).

●Una notizia del tutto credibile, trasmessa datata Pechino dal grande quotidiano indipendente di lingua inglese di Hong Kong che quando parla di cose cinesi lo fa con cognizione in genere precisa di causa, riferisce che la Banca centrale di Cina ha chiuso il conto della Banca del Commercio estero della Corea del Nord che gli USA da sempre “accusano” di fare il suo mestiere, cioè di finanziare il programma di sviluppo nucleare del paese.

      (1) South China Morning Post, 8.5.2013, T.ng, China cuts ties with North Korea's main forex bank La Cina interrompe i legami con la principale banca nord coreana per il commercio con l’estero http://www.scmp.com/news/china/ article/1232383/china-closes-account-north-koreas-main-foreign-exchange-bank; 2) The ChosunIlbo/Seul, 9.5.2013, How Serious Is China in Cracking Down on N.Korea? Ma la Cina quanto fa pressing seriamente sulla Corea del  Nord? http://english.chosun.com/site/data/html_ dir/2013/05/09/2013050901277.html).

Come è a modo suo ovvio. il governo cinese non ammetterà mai di fare come gli USA, cioè di far pressione come può su un suo tradizionale alleato come il Nord Corea. Ma è così di sicuro: qualsiasi ne sia stato il motivo – inesperienza, nervosismo, avventurismo, voglia di fare paura e di provocare, quant’altro – gli esperimenti missilistico-nucleari di Kim Jong-un hanno portato gli Stati Uniti a concentrare nella sfera di influenza geo-politica della RPC di una maggior potenza di fuoco militare di quella presente da anni, certo dalla fine della guerra del Vietnam, in termini di presenza aerea e navale anche ben al di sopra del massimo raggiunto nella guerra afgana.

Certo i cinesi non sono grati alla Corea del Nord per aver richiamato in primo piano la capacità americana di proiettare nell’Asia nord-orientale la sua potenza militare proprio quando la Cina sta tentando di affermare la sua presenza anche militare a livello regionale. Non è chiaro quanto e se la chiusura del conto di Pyongyang presso la banca di Cina potrà impattare sulle potenzialità del Nord nel campo della  sua attività nucleare, ma è chiaro che contribuirà a ridurre, e comunque a far costare di più, il già limitato accesso del paese ai servizi finanziari internazionali ( Nel primo trimestre del 2013 l’export della Cina a Pyongyang è comunque calato già del 13,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

●Sta lentamente trapelando che, quando negli ultimi tempi i dirigenti americani in visita a Pechino, compresi i nuovi segretari di Stato e alla Difesa, Kerry e Hagel, hanno chiesto ai leaders cinesi di premere su Pyongyang per frenarne i bollori e le pesanti minacce di rappresaglia contro ogni vera o presunta provocazione, si sono sistematicamente sentiti contrapporre secondo la prassi dell’Oriente asiatico che qualcosa potrà succedere in quel senso se gli USA raffredderanno gli ardori bellicosi del revanscismo nipponico neoimperialista, come lo chiamano qui, aggressivo nei loro confronti, specie sulla questione delle isole nel Mar Cinese meridionale.

La richiesta esplicita, insomma, di uno scambio di interventi e non solo diplomatici a favore l’uno dell’altro. Naturalmente, si tratta di scambi che resterebbero inconfessati e inconfessabili a fronte della nota suscettibilità dei due paesi clienti rispetto ai rispettivi grandi protettori… La novità è che adesso, qualcuno cominci a parlarne comunque, pubblicamente (New York Times, 10.5.2013, Robyn Meredith, Playing Chinese Chess Giocando agli scacchi cinesi http://www.nytimes.com/2013/05/11/opinion/global/ The-Chinese-US-North-Korea-Japan-Diplomatic-Rectangle.htm l?ref=global-home).

●Intanto, con una mossa piuttosto inattesa e certo da nessun osservatore prevista, un inviato speciale del governo nipponico, Isao Ijima, identificato come il più vicino consigliere, di fatto il capo dello staff politico personale del primo ministro Abe, è arrivato a Pyongyang a metà maggio accolto dal vice direttore del dipartimento Asia del ministero degli Esteri nord-coreano, Kim Chol-ho (The Japan Times, 15.5.2013, Agenzia Kyodo, Abe adviser Iijima visits Pyongyang Il consigliere di Abe Iijima in visita a Pyongyang http://www.japantimes.co.jp/news/2013/05/15/national/abe-adviser-iijima-visits-pyongyang). 

Ijima era stato nel 2002 e nel 2004 col premier Koizumi nella delegazione che, al massimo livello, aveva visitato Pyongyang riaprendo un contatto fino ad allora inesistente con regime del presidente Kim Chong-il. E, stavolta, la sua è la prima apertura, in Corea e della Corea del Nord, a un politico straniero inviato in missione dal suo governo a Pyongyang dopo la fine del 30 aprile al periodo di allarme rosso e alle reciproche misure di allarme, vere e presunte, e non certo per discutere delle rispettive scuole nazionali di calligrafia antica.

Certo, di per sé questo riavvicinamento bilaterale sembrerebbe il meno probabile, per le pessime relazioni storiche tradizionali, radicate come abbiamo visto in una storia spesso ancora personale per decine di migliaia di persone e che ancora gronda sangue e lacrime tra i due paesi e tutto essenzialmente per responsabilità dei nipponici: a meno che la resistenza di chi veniva conquistato e non ci stava fosse essa stessa aberrante e colpevole.

Resta ovvio che ancora niente è tornato normale nel rapporto tra i due paesi. Ma resta anche il fatto che nessun altra delegazione straniera abbia potuto visitare la Corea del Nord. Vero anche è che nessun’altra ancora lo ha voluto e richiesto, però. Il che lascia aperte le strade che ora si volessero percorrere senza mettere richieste pregiudiziali che per chi le ricevesse – e si sa – non sono comunque accettabili. Tipo: se smettete di farvi le bombe, pontificato ipocritamente mentre si continua a fare e dislocare le proprie mille volte più distruttive e efficienti…

●La Corea del Nord ha improvvisamente rimpiazzato il massimo esponente della sua gerarchia militare, comandante e ministro della Difesa Kim Kyok-sik noto come un duro e che nel corso dell’ultimo anno era già stato il secondo responsabile designato della Difesa con un generale dell’esercito del tutto ignoto alle cronache, Jang Jong-nam finora identificato una volta sola come il comandante del Primo corpo d’armata che nel dicembre scorso aveva tuonato contro le provocazioni sudcoreano-statunitensi: cioè, le loro esercitazioni militari congiunte (Fox News, 13. 5.2013,  North Korea replaces hardline defense chief with a little-known army general   La Corea del Nord sostituisce il duro capo della sua gerarchia militare con un generale di fanteria poco conosciuto ▬  http://www.foxnews.com/world/2013/ 05/13/north-korea-replaces-hardline-defense-chief-with-little-known-army-general).

Restano ignote, per il momento, le ragioni di un cambio tanto improvviso quanto radicale, anche se al dunque nella gerarchia militare l’incarico sembra più di comando amministrativo e di gestione che di ordine effettivamente operativo. In ogni caso, tre cambi ai vertici nominali della Difesa in un anno sono un segnale abbastanza evidente di qualche instabilità. O, forse, come diversi segnali cominciano a indicare, di una svolta cauta ma netta nel’approccio di Kim Jong-un ai problemi che il suo attivismo abbastanza improvvisato stava creando al paese: anche ai suoi rapporti con il grande paese geograficamente vicino e pure il più “vicino”, a guardare bene, forse, anche l’unico ormai ideologicamente.

E certo la rimozione del generale Kim Kyok-sik, lancia diversi segnali di interesse quanto alla riapertura possibile del dialogo col Sud – anche specificamente emersi in diversi contatti del tutto ufficiosi con Seul come, ad esempio, attraverso una sottoscrizione congiunta ai massimi livelli di  reiterazione dei princìpi della cosiddetta dichiarazione del 15 giugno 2000 tra Kim Chong-il per il Nord e il presidente sud-coreano Kim Dae-jung.

In cinque paragrafi, di cui il più importante era quello in cui le due Coree dichiaravano di risolvere tra di loro e “in piena indipendenza” la questione della riunificazione, si impegnavano anche a procedere vero una forma flessibile di federazione tra i due paesi e a risolvere col “confronto dialogico” i problemi aperti tra i due paesi di ordine umanitario e di sviluppo economico, anche cooperativo. La zona mista di sviluppo industriale di Kaesong, al confine tra le Coree, chiusa due mesi fa dal Nord al massimo della tensione, nacque proprio dall’allargamento di quell’accordo.

●C’è poi l’evidente, anche ostentata ricerca, di una ripresa del dialogo e del rapporto bilaterale con Pechino che sembra procedere grosso modo di pari passo con il rapproccio cauto tra Nord e Sud. Sembra che a Pyongyang, senza cedere in niente sui princìpi proclamati – il diritto alla sovranità del paese e all’indipendenza sulle sue decisioni – abbiano comunque anche risolto di tenere conto che nella realtà, e non nella propaganda o nell’illusione, anche il diritto più sacrosanto non esiste in un limbo suo e deve comunque fare i conti con fatti, rapporti di forza, realtà geo-politiche.

Il 22 maggio, la KCNA, l’agenzia di stampa ufficiale di Pyongyang ha informato che il Direttore dell’Ufficio politico generale delle Forze armate, il vice maresciallo Choe Ryong-hae, vicinissimo al primo segretario del partito dei Lavoratori di Corea e primo segretario della Commissione nazionale di Difesa della RPDC Kim Jong-un, è stato inviato a Pechino in missione personale e speciale (la prima di sempre, col nuovo leader).

La sua posizione e le sue responsabilità sembrano indicare con chiarezza che Pyongyang ha deciso di discutere con Pechino i cambiamenti in atto in Asia nord-orientale e le scelte strategiche di recente introdotte dalla Corea del Nord anche nel suo rapporto con la Cina: insomma, i rapporti oggi più delicati che mai tra i due paesi e forse anche di riaprire un colloquio, forse anche un negoziato e, forse, anche la decisione di non coinvolgere anche solo di fatto la Cina nelle sue iniziative in campo nucleare,senza neanche consultarla.

Dove  Pechino, al contrario degli americani, le riconosce i suoi “diritti” ma su cui le chiede anche il massimo di responsabilità.... Ma anche per far presenti, probabilmente, le preoccupazioni che Pyongyang nutre sulla prossima visita del presidente cinese Xi Jiping in California dove il 6 e 7 giugno, è stato appena anunciato, incontrerà Obama (NK News Org,— sito specialistico americano e “indipendente” focalizzato sulla Corea del Nord, 22.5.2013, J.Pearson, Kim Jong Un sends Choe Ryong-hae as ‘special envoy’ to ChinaKim Jong-un invia Choe Ryong-un come ‘inviato speciale’ in Cina http://www.nknews.org/ 2013/05/kim-jong-un-sends-choe-ryong-hae-as-special-envoy-to-china). In ogni caso, il maresciallo nord-coreano all’inizio del suo viaggio, viene come tenuto un po’ a bagnomaria, ricevuto a un livello gerarchico appena sufficiente a non apparire insultante, da Wang Jiarui, alto funzionario ma non un vero e proprio esponente politico anche se è capo del dipartimento internazionale del Comitato centrale del PCC.

A conclusione della visita, in un altro incontro di maggior rilievo politico con Liu Yunshan, membro del Comitato permanente dell’Ufficio Politico del partito cinese incaricato dei rapporti internazionali scrive il maggior quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, solitamente ben informato, l’inviato nord-coreano segnala la disponibilità a riprendere la strada del colloquio e del negoziato appunto col Sud e con la missione ONU sul tema del nucleare. Pyongyang ha dichiarato Choe a Liu, apprezza gli sforzi che fa la Cina per garantire pace e sicurezza alla penisola coreana.

Alla fine, dopo due giorni di attesa a Choe viene finalmente data udienza al presidente cinese Xi Jiping. Nella Grande Sala del Popolo della Città proibita ha così l’occasione di far capire ai cinesi che Kim Jong-un apprezzerebbe moltissimo un invito ufficiale a visitare la Cina ma si espone anche alla vere propria predica che il grande alleato-fratello, pubblicamente e in diretta televisiva, pur se l’incontro era un’udienza privata, gli rivolge chiedendogli di trasmettere i contenuti del messaggio cinese alla sua dirigenza.

In questi termini e tra virgolette: “secondo la Cina, la denuclearizzazione della penisola di Corea e una pace duratura in essa sono il desiderio del popolo e la tendenza dei tempi. La posizione dela Cina sul tema è chiara: comunque possa mutare la situazione, tutte le parti coinvolte nella questione dovrebbero aderire all’obiettivo della denucvlearizzazione nella penisola, persistere nel salvaguardare pace e stabilità e nel risolvere i problemi che possano sorgere attraverso il dialogo e la consultazione”.

Parole dure comunque, anche se non smentiscono la posizione formale – ma solo quella: la Cina fa i conti con la realtà com’è e non come vorrebbe che fosse  – della Corea del Nord: che essa è disponibile a rinunciare alle sue tre-quattro rudimentali bombe se anche gli USA accedono a liberare della presenza delle loro centinaia di ordigni nucleari e termonucleari la Corea del Sud e i mari intorno alla penisola.

Ma il punto, e il messaggio inviato pubblicamente da Pechino a Pyongyang, è chiarissimo: i problemi vanno sempre risolti col dialogo e mai con le forzature o le minacce— anche se poi, anche qui, la regola vale soprattutto per i piccoli rispetto ai più grossi (South China Morning  Post, 25.5.2013, Keith Zhai, Pyongyang offers steps to restart stalled six-party talks Pyongyang offre un approccio graduale per la ripresa dei colloqui col gruppo dei sei http://www.scmp.com/news/china/ article/1245492/north-korea-pledges-return-six-party-nuclear-talks-envoy-meets-xi-jinping).  

In definitiva, sembra prospettarsi ancora una volta la ripresa degli incontri tra il Nord e il gruppo dei sei designato a parlare di nucleare con loro. La risposta, sul punto, di Pyongyang affidata a Choe è stata indiretta e immediata: la Corea del Nord è disponibile ma senza precondizioni formali unilaterali come quella che continuano a imporre gli americani. Non potrà mai esserci la rinuncia solo del Nord all’arma nucleare (New York Times,24.5.2013, J. Perlez,  China Bluntly Tells North Korea to Enter Nuclear Talks— La Cina chiede chiaramente al Nord Corea di rientrare nei colloqui sul nucleare [per Pechino, senza condizioni preliminari: per gli americani solo se, prima, disarmano: da soli] http://www.nytimes.com/2013/05/25/world/asia/ china-tells-north-korea-to-return-to-nuclear-talks.html?pagewanted=all&_r=0).

●Quasi subito dopo il ritorno a casa del maresciallo Choe, l’organo ufficiale del partito del Lavoro della Corea del Nord, il partito comunista, pubblica un lungo editoriale nel quale dopo aver debitamente ridicolizzato, o tentato di ridicolizzare, il “cavillo degli americani che sarebbero le poche bombe atomiche di Pyongyang e non le migliaia americane a minacciare la pace in Corea”, torna a precisare che “la posizione della Corea democratica e popolare è fermissima: in una situazione in cui da decenni esistono e sempre persistono le minacce nucleari degli Stati Uniti, non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare unilateralmente la forza che ci garantisce il deterrente che solo abbiamo a disposizione. Questa è la lezione, l’unica, che noi abbiamo tirato dalla crisi sulla penisola di Corea(Rodong Sinmun, 28.5.2013, The United States Should Scrap Its Absurd Theory on ‘Threats’ and ‘Provocations’ Gli Stati Uniti dovrebbero cancellare le loro assurde teorie su ‘minacce’ e ‘provocazioni’ http://www.kcna.co.jp/index-e.htm).

●Il governo che, in Malaysia, dall’indipendenza del 1957 è sempre restato al potere col Fronte— san Nasional del priministro Najib Tun Razak è stato rieletto il 5 maggio con partecipazione al voto che ha sfiorato l’85% dei suoi 13,3 milioni di abitanti,  puntando  stavolta ai 2/3 dei voti grazie al premio di maggioranza che, col 47% dei suffragi gli ha consegnato il 60% dei seggi, ha dovuto stavolta marcare una perdita secca rispetto alle elezioni del 2008 lasciando 89 seggi alla minoranza di Pakatan Rakyat Alleanza nazionale ch ha anche gridato all’imbroglio scendendo in piazza con forti manifestazioni.

In ogni caso Najjb Razak, che nel suo lunghissimo periodo al potere ha portato a conclusione diverse riforme abolendo molte delle leggi di carattere più repressivo del periodo coloniale e cominciando anche un graduale – ormai forse troppo graduale – smantellamento delle politiche di favoritismo sfacciato sul piano civile e economico dell’etnia dominante – i malesi, rispetto al 25% di popolazione cinese e all’8% di indiani: un favoritismo sempre meno passivamente accettato – ha tenuto un solido anche se non eccezionale ritmo di crescita sul 4%, seguendo una linea molto legata a un modello economico occidentale e sul piano del commercio intrecciata strettamente alla Cina, una politica preferenziale dell’etnia dominante direttamente responsabile della corruzione endemica del sistema malese  

     (1) New York Times, 6.5.2013, J. Cochrane, Close Election Leaves The Fate Of Malaysian Premier Uncertain Un’elezione dai risultati ravvicinati lascia in dubbio il destino del premier malaysianohttp://www. nytimes.com/2013/05/07/world/asia/07iht-malaysia07.html?_r=0; 2) The Economist, 10.5.2013, A dangerous result Un risultato pericoloso http://www.economist.com/news/lead ers/21577390-after-tainted-election-victory-najib-razak-needs-show-his-reformist-mettle-dangerous).

L’obiettivo che si era prefissato Najib, di raggiungere lo status di un’economia a reddito medio pro-capite discreto, come lui lo chiamava, entro il 2020 (il PIL, a parità di potere d’acquisto, è sui 500 miliardi di $ e pro-capite sui $ 17.000, con un tasso di disoccupazione del 3% nel 2012 e del 10% tra i giovani, tassazione bassa al 20% e debito pubblico al 55% del PIL sembra ora più complicato da raggiungere. L’intenzione del governo sarebbe quella di aumentare la domanda interna rispetto a quella estera ma trova un freno evidente sia alla crescita del primo che alla tenuta del secondo fattore nella congiuntura globale di crisi (IndexMundi, Malaysia Economic Profile-2013, 21.2.2013 ▬ http:// www.indexmundi.com/malaysia/econo my_profile.html).    

MEDITERRANEO arabo (il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais) e l’AFRICA

●All’inizio della rivoluzione araba, nel Mediterraneo occidentale, il greggio petrolifero leggero di riferimento, che per l’Europa porta il nome di Brent da quello del primo pozzo sfruttato nel mare del Nord, era salito intorno a un po’ più di 100 $ al barile e dopo due o tre mesi, con lo scoppio della rivolta in Libia, arrivò a circa 120 $ al barile restando grosso modo nella gamma tra 105 e 120 $ per poi tornare più stabilmente di recente verso il livello basso, suggerendo quasi una percezione di rischio geo-politico come in diminuzione.

Ma, adesso, con la grande turbolenza che coinvolge intorno alla Siria tutto il Mediterraneo orientale e con l’arrivo delle elezioni in Iran a metà giugno sembra avanzare, appunto, proprio la percezione di rischio e molti analisti prevedono un prezzo del greggio in aumento tra il secondo semestre del 2013 e il primo del  2014.

●A gennaio scorso, in Egitto, il comandante in capo militare (quello numero uno in assoluto è nominalmente come è ovvio, il presidente della Repubblica), gen. Abdel Fattah al-Sisi aveva implicitamente lasciato capire che le Forze armate sarebbero intervenute per salvare dal collasso la Repubblica ( ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2013/jan/29/egypt-armed-forces-chief-warns-collapse): e tutti i nemici del presidente e dei Fratelli mussulmani che guidano la coalizione di governo si erano affrettati ad interpretare quanto al-Sisi aveva detto unto cego quassi  clome precursore di un golpe come precursore del golpe che loro, gli estremisti islamisti come i laicisti-radical-liberali, auspicavano che si scatenasse.

Adesso, mettendo fine a settimane di speculazione e di speranze e/o timori al-Sisi ha detto chiarissimo che in Egitto non ci sarà alcun colpo di stato contro la dirigenza eletta civile: a nessuno è consentito illudersi che la soluzione sia all’esercito, “perché stare in fila per esercitare il diritto al libero voto per dieci o anche quindici ore, è sempre meglio che mettersi lì a distruggere il paese”. Mubarak oggi non conta per fortuna più niente. non ha davvero una base popolare con l’eccezione forse, nei fatti irrilevante però, del piccolissimo popolino dei mercatini per turisti di piazza della Liberazione e dei conduttori di cammelli alle Piramidi e soprattutto non li condiziona piò con nessuna coda oggi possa mai dire.

Ma erano molti ad aver puntato proprio sull’intervento dei militari e sul rovesciamento di Morsi, malgrado tutto, sul rovesciamento anche del risultato delle elezioni. Come scrive un attento osservatore egiziano e internazionale delle cose del suo paese  (il prof. Yasser El Shimy, dell’International Crisis Group (ICG), 21.5.2013, The final task for Egypt’s brass L’ultimo compito degli alti gradi militari in Egitto [è ormai quello di facilitare una transizione il più possibile ‘normale’] ▬ http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/egypt-syria-lebanon/egypt/op-eds/elshimy-egypt-the-final-task-for-egypts-brass.aspx).

●Forse al FMI, potrebbe adesso prevalere l’opinione di una maggioranza nel consiglio direttivo che vuole incoraggiare il paese verso una qualche maggiore stabilità di assetto allentando la pressione finora esercitata per immediati tagli ai sussidi dei consumi più popolari e essenziali come alimentari e combustibili in un momento comunque difficilissimo che vede un’autonomia di riserve valutarie non superiore pare ai tre mesi di importazione, malgrado la recente iniezione di 3 miliardi di $ concessa dal Qatar.

Ma è possibile che il periodo di qui alle elezioni veda peggiorare ancora la situazione sociale, il disagio della gente, lo scontento e il disordine di fronte a quello che chi ne capisce chiama “il tentativo appena mascherato del regime di rimpiazzare il capitalismo dei famigli di Mubarak con quello dei finanzieri islamisti moderati” del partito di Morsi (Financial Times, 7. 4.2013, FMI should look to long-term on Egypt In Egitto, il FMI dovrebbe guardare più a lungo termine http://www.ft.com/intl/cms/s/0/d133b62 0-9ded-11e2-bea1-00144feabdc0.html#axzz2UV8oeh4r).

●In Tunisia, anche se la cacciata dell’uomo forte Ben Ali risale ormai al gennaio 2011, la prima delle varie rivoluzioni nel mondo arabo e l’Assemblea costituente è stata eletta dall’ottobre di due ani fa, la redazione della Costituzione resta in stallo bloccata sul nodo della spartizione dei poteri tra presidente della Repubblica e parlamento. Il partito islamico “moderato” Ennhada, che guida la coalizione di governo avendo vinto la maggioranza relativa dei seggi, insiste su un regime di stampo rigorosamente parlamentare mentre il resto dei partiti, compresi quelli che con Ennhada sono nella coalizione al governo, vogliono che prerogative chiave del potere esecutivo restino nelle mani del presidente, oggi ancora Moncef Marzouki, uomo del Congresso della Repubblica, partito laico e di centro-sinistra, e personalmente stimato largamente per il passato di duro e coerente oppositore del regime dittatoriale di prima della rivoluzione.

Alla fine, dichiara alla stampa senza entrare in dettagli, Rached Ghannouchi co-fondatore e più prestigioso esponente del movimento Ennhada, sul tema della divisione del potere esecutivo abbiamo raggiunto un accordo di serio compromesso che vuole veder rispettate rigorosamente le prerogative del presidente e del parlamento (NightWatch/KGS, 3.5.2013 http://www.kforcegov.com/Servi ces/IS/NightWatch/Night Watch_13000104.aspx).

Come al solito, però, alla fine saranno importanti i dettagli scritti nel testo finale della Costituzione, ma va detto che finora senza grandi forzature i leaders tunisini hanno dimostrato una maturità che lascia sperare bene. Resta il problema, certo comune a tanti però qui acuto sul serio, di una disoccupazione, specie giovanile, rampante, di una delinquenza spicciola molto diffusa  e di uno stallo pesante della riforme economiche (ma quali? in quale direzione anche qui? neo-cons o neo-keynesiana?) di cui – tutti  concordano – il paese ha bisogno. Sono proprio i problemi che, oltre alla sete di libertà e di democrazia, due anni e mezzo fa abbatterono Ben Ali e che il governo di Ennhada finora, certo, non ha risolti…

●Il 18 maggio, le forze di polizia sono convenute in gran numero nella città di Kairouan, nel centro del paese, dopo che uno dei gruppi più estremisti della galassia salafita, Ansar al-Shar’ia Dalla parte della legge islamica, aveva chiamato i suoi adepti a partecipare in massa al Congresso annuale per il quale prevede l’arrivo di quarantamila aderenti. La polizia, su decisione del governo e richiesta della coalizione che lo forma, ha stabilito una serie di posti di blocco e controlli per filtrarli sistematicamente e comunque ha poi proprio vietato, posponendola d’autorità, l’assemblea congressuale.

Solo la capacità, del resto pubblicamente annunciata, dei gruppi estremi salafiti di creare e incitare in nome dell’appello alla shar’ia, l’interpretazione più radicale della legge islamica, sommosse e manifestazioni di intolleranza violenta che la nuova Tunisia non vuole dover sopportare, può motivare una decisione evidentemente e comunque antidemocratica (Al Arabiya, 18.5.2023, Tunisia’s Ennahda says Salafist congress postponed to avoid bloodshedEnnhada fa posporre il congresso salafita per evitare scontri cruenti http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/05/18/Tunisia-ups-security-as-Salafists-vow-to-defy-ban-.html).

●In Libia, il governo ha approvato e fatto passare in quello che qualcuno (The Economist, 10.5.2013, The militias’ writ La volontà delle milizie http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/2157 7415-law-set-bar-senior-qaddafi-era-people-holding-office-militias) chiama il loro “proto-parlamento” – il Congresso nazionale di Libia – ualcuno chiama il lloro proto-parlamento la legge che vieta ad ex esponenti del regime di Muammar Gheddafi di restare nei posti di dirigenza del nuovo regime e l’impegno a rimuoverli quando invece ci siano.

E, tra di essi, in prima fila ci sono, secondo i puri e duri che li accusano abbastanza artificiosamente, l’attuale presidente della Repubblica libica e speaker del parlamento Muhammad Megarief, “colpevole” di essere stato ambasciatore di Libia in India; come del resto dovrebbe ora dimettersi o essere fatto dimettere anche l’ex primo premier del nuovo regime dopo Gheddafi, quel Mahmoud Jibril che è stato suo consigliere economico quando subito dopo il 2004 l’occidente aveva ripreso i contatti con Gheddafi e che ha avuto la maggioranza relativa dei voti nelle prime elezioni tenute sotto il nuovo regime.

La questione non è ancora arrivata a conclusione ma è stata imposta dal fatto che migliaia di dimostranti armati anche di armi pesanti hanno assediato a Tripoli per alcuni giorni di seguito a inizio maggio i ministeri degli Esteri e della Giustizia chiedendo le immediate dimissioni del gabinetto. Di fatto, sotto la minaccia degli assedianti il ministro delle Difesa prima si è dimesso e poi, raggiunta una posizione materialmente più “difendibile” (era arrivata nel frattempo anche la sua milizia), ritira le dimissioni ma intanto è stato d’autorità licenziato (bisogna solo vedere se, adesso, starà zitto e  accetterà di andarsene insieme al capo di Stato maggiore dell’esercito entrambi ex essi stessi come almeno la metà dei ministri del nuovo regime

     (Al Akhbar, 7.5.2013, Agence France Presse/AFP, Libya defense minister withdraws resignation as gunmen continue sieges— Mentre continua l’assedio dei manifestanti armati, il ministro della Difesa ritira le dimissioni già rassegnate ▬ http://english.al-akhbar.com/content/libya-gunmen-split-over-demands-sieges.continue?utm_source= feedburner&utm_medium= twitter&utm_campaign=Feed%3A+Al Ak hbarEnglish+(Al+ Akhbar+English).

Intanto Megarief deve, comunque, annunciare – lui si che non mobilita truppe e milizie… – le sue dimissioni immediate dopo che è passata definitivamente la cosiddetta “legge d’isolamento” – l’hanno chiamata così – che vuole impedire la partecipazione alla governance della nuova Libia di chiunque abbia avuto un minimo contatto col regime di Gheddafi. Ma naturalmente qui, oggi, si tratterà di una caccia alle streghe. Che ci stanno, le streghe gheddafiste riverniciate, si capisce, ma che saranno comunque e come tali bollate anche quando streghe non erano magari state per niente. Sempre che gli vada bene (Stratfor, 27.5.2013, Libya: National Congress Head To Resign May 28 Libia: il presidente del Congresso nazionale si dimetterà il 28 maggio http://www.stratfor.com/situation-report/libya-national-congress-head-resign-may-28).

●L’ex ministra degli Esteri di Israele Tzipi Livni, coi pochi seguaci restatile ora entrata nel gabinetto di coalizione di Netanyahu, dove è formalmente incaricata di curare l’idea – per ora niente di più che questo: il gabinetto, come tale, resta a larghissimo maggioranza a partire dal premier contrario a che l’idea stessa si sviluppi in qualcosa di appena più concreto – ha salutato con grande favore l’ipotesi appena accennata da alcuni “rappresentanti della Lega araba” – rigorosamente non identificati – che potrebbe anche essere accettabile e – dunque – discussa l’idea di uno scambio di territori “nel quadro di un ritiro israeliano al di qua delle linee di prima della guerra del 1967” (Now Lebanon, 30.4.2013, Israel hails Arab League'sstance on land swaps  Israele saluta la posizione della Lega araba sullo scambio di terre [coi palestinesi] ▬ https://now.mmedia.me/lb/en/mena/israel-hails-arab-leagues-stance-on-land-swaps).

Ma a parte il silenzio di parte araba – assordante: l’idea riprende una proposta araba già avanzata nel 2002 addirittura dal re saudita e subito affossata, come impraticabile, da Tel Aviv; non una sola ma due volte, anche quando tornarono a proporla, tre anni fa: e prima di rispondere, con qualche presunzione di ragione, gli arabi che provano ora a rilanciarla vogliono capire un po’ meglio la vera natura della risposta di Israele – Livni che aveva detto di essere pronta a discutere… è stata immediatamente rimbrottata, smentita e richiamata all’ordine dal primo ministro Benjamin Netanyahu.

Sentenzia seccamente e personalmente che la ministra non ha capito niente perché il problema di Israele con gli arabi e i palestinesi non è mai stato questione territoriale, di terre occupate o/e da liberare o scambiare, ma che loro rifiutano Israele come tale, anche se dicono che la potrebbero accettare se le abbandonasse… Dunque, non ci si prova neanche (Now Lebanon, 1.5.2013, Israel PM: root of Palestinian conflict ‘not territorial’ La radice del conflitto palestinese non è mai stata territoriale https://now.mmedia.me/ lb/en/mena/israel-pm-root-of-palestinian-conflict-not-territorial).

La visita, a marzo, in Israele e alla ANP di Obama era sembrata, ma solo illusoriamente, poter rilanciare una qualche idea di ripresa del negoziato diretto tra Ramallah e Tel Aviv e, malgrado i tentativi volenterosi del segretario di Stato Kerry, Obama – preso dai suoi grandi problemi di politica interna coi repubblicani tutti tesi a paralizzarne, anche con discreto successo, il secondo mandato e sempre poco disposto a spenderci sopra il suo capitale politico – ha subito mollato il suo impegno.

Mentre Netanyahu ha messo in chiaro che a lui – come, ormai pare evidente, alla maggioranza degli israeliani esclusa la sua povera ministra sconfessata, quel particolare impegno non interessa e che preferisce isolare e marginalizzare i palestinesi piuttosto che trattarci— tanto gli ostacoli principali restano tutti senza barlumi di soluzione possibile: i confini, Gerusalemme, i rifugiati, le garanzie di sicurezza… e lui è della scuola di pensiero americana che col nemico si tratta solo quando si è già arreso senza condizioni.

Adesso si apprende, a fine maggio, che entro metà giugno il segretario di Stato americano Kerry tenterà di proporre, se qualcuno lo starà ad ascoltare, un nuovo piano di pace per il negoziato tra governo di Israele e palestinesi. Lo annuncia il quotidiano Al-Ayam che esce nei territori occupati e lo riferisce la stampa israeliana più attenta.

Chiarendo che probabilmente non se ne farà niente perché, da una parte, Netanyahu come Hamas non è affatto convinto a impegnarsi e, dall’altra, il presidente dell’ANP Abbas come aveva spiegato proprio nell’ultimo colloquio con Kerry per dimostrare la sua serietà il primo ministro israeliano dovrebbe stavolta presentare per la discussione almeno una propria proposta di confini dello Stato palestinese dei quali sarebbe disposto a discutere.

Cosa che naturalmente – ma anche Abbas lo sa perfettamente – Netanyahu non ha intenzione di fare (Haaretz, 28.5.2013, Abbas: Israel must clarify positions on Palestinian borders ahead of talks Abbas: Israele deve chiarire le sue posizioni sui confini palestinesi prima dei colloqui http://www.haaretz.com/ news/diplomacy-defense/abbas-israel-must-clarify-position-on-palestinian-borders-ahead-of-talks.premium-1.513507).

Sulla Siria, proviamo a fare un po’ il punto… Bashar al-Assad ha dato prova di una resistenza e di una duttilità ben al di là di quanto tutti gli “esperti” si immaginassero. Per due anni cancellerie occidentali e mediorientali, tutte allineate ad America e Arabia saudita, hanno alimentato e si sono alimentate di propaganda ribelle spesso da essi stessi prefabbricata, o addirittura anche inventata (non le decine di migliaia di morti, purtroppo: ma spesso, non sempre, la dinamica che ad essi ha portato) cercando di imporre alla realtà le loro, a volte, anche assurde speranze.

L’errore fondamentale – opina un osservatore che, peraltro, non si perita di definire Assad come un “mostro” – non è stata la resistenza di Obama a scontrarsi con lui militarmente – come dicono certi suoi critici – ma “la decisione mal consigliata presa in agosto 2011 di precludere la possibilità di una risoluzione diplomatica e politica del conflitto che coinvolga tutte le parti”. Così gli USA si sono preclusi di poter trattare con le tante minoranze che in Siria – curdi, cristiani e drusi – con gli alawiti fanno quasi una maggioranza rispetto ai ribelli sunniti islamisti convinti e intransigenti, ma non pochi dei quali ormai, è noto, vicinissimi ad al-Qaeda. Così che drusi, alawiti, cristiani e curdi non hanno il minimo dubbio nello schierarsi con Assad e contro quei nemici…

Nulla di tutto ciò esonera Assad dalle sue responsabilità, si capisce (scrive sul New York Times, 15.5.2013, C. R Hill, in varie fasi – con Bill Clinton, George Bush Jr. e lo stesso Barak Obama – ex ambasciatore americano in Macedonia, Polonia, Corea del Sud e Iraq, ex assistente segretario di Stato e inviato straordinario per i negoziati su Kossovo e Nord Corea e ora docente di diplomazia internazionale all’università di Denver, When to Talk to Monsters Quando parlare coi mostri http://www.nytimes.com/2013/05/16/opinion/when-to-talk-to-monsters.html?ref=global-home&_r=0):

Atrocità innominabili – e, coi suoi legami alla gamma di tutta la diplomazia mondiale, Chris Hill sa bene ciò di cui parla – stanno accadendo ogni giorno in Siria con le parti – i ribelli appoggiati da Arabia saudita, Qatar e Turchia [ma, anche se ipocritamente l’A. – parlando di atrocità – qui lo sottace, pure da Stati Uniti, Gran Bretagna e da tutta l’accozzaglia della cosiddetta ‘comunità internazionale’ dei cosiddetti ‘amici della Siria’] e il regime di Assad sostenuto da Iran e Russia – impegnate a portare avanti una guerra che non ha in vista alcuna fine possibile. Adesso, se le parti, entrambe, arrivassero a capire che nessuna delle due arriverà probabilmente a una vittoria totale, e che l’unica realistica via di uscita è una soluzione negoziata, allora sì emergerebbe  una possibilità di concludere. Infatti, nessuno vuole mai essere l’ultimo cui tocca di crepare in una guerra civile”.

Il punto è che il presidente siriano ha ancora alleati potenti, come la milizia sci’ita libanese che è lì proprio alle porte e già s’è impegnata a scendere in campo e combattere; e, dietro le spalle, a garantire rifornimenti e una cauta copertura politica, Iran e Russia— quest’ultima disponibile a mediare davvero, ma davvero a mediare tra i protagonisti della guerra civile non ad affossare l’alleato siriano per fare un favore all’America: Mosca è caduta una volta nella trappola di votare all’ONU un intervento contro Gheddafi limitato a un dito e l’ha visto, impotente, trasformarsi di fatto in una gigantesca campagna di bombardamenti aerei che ha distrutto un regime e un paese; e non ci cascherà più.

Anche l’America, almeno Obama – che però, poi, lì è quello che conta – vede bene che toccare la Siria non sarebbe come toccare la Libia… per cui, con qualche considerata prudenza, frena le voglie di menare le mani che ci sono anche in casa sua— dopo essere penosamente uscito dall’Iraq e restando ancora in parte infognato nella palude afgana.

Qui scatta inesorabile la cosiddetta legge di Murphy: tutto quello che può capitare di peggio qui, e più in generale nel Medioriente, capita… inesorabilmente. Massacri, masse di rifugiati e disperati che si rovesciano in Giordania, ma anche in Libano e in Iraq, insieme a mille tensioni, l’uso (da parte di chi e contro chi, non è chiaro per niente) di armi chimiche, il rischio sempre sottotraccia della guerra con Israele: con Assad, coi ribelli, con tutti e due insieme, o di fatto – chi sa? – alleata con gli uni o con l’altro contro l’altro o gli uni…

In effetti, si vanno ormai moltiplicando gli interventi aerei di bombardamento condotti in Siria da parte di caccia israeliani (due volte in due giorni, a inizio maggio: ma dallo spazio aereo libanese) per distruggere trasporti di armi che, dicono a Tel Aviv, essere destinati non all’esercito siriano ma agli Hezbollah libanesi (New York Times, 4.5.2013, A. Brael Targeted Iranian Msisiles in Syria Attack— Nell’attacco in Siria Israele ha colpito missili iraniani http://www.nytimes.com/2013/05/05/world/middleeast/israel-sy ria.html?pagewanted=all&_r=0) e contro i quali essi, gli israeliani, si muovono preventivamente, ovviamente non curandosi – non lo fa mai del resto – dei confini altrui (chè i suoi, quelli di Israele, tanto non li fissa nessuna legge e/o Costituzione).

Pare che  i servizi segreti israeliani avessero scoperto, o abbiano sostenuto di aver scoperto – ma c’è anche, dagli stessi servizi, chi fa sapere che se l’è inventato invece il gabinetto di Netanyahu per forzare la mano a tutto il governo – che una spedizione di missili balistici a corto raggio Fateh-110— in lingua urdu, vittoria, di fabbricazione iraniana considerati particolarmente capaci e efficienti  da Israele, stesse per essere consegnata agli Hezbollah. Di qui l’intervento (Haaretz/Tel Aviv, 5.5.2013, Gili Cohen e Amos Harel, Israel overnight strike targeted Iranian missile shipment to Hezbollah— Bombardamento notturno di Israele colpisce una spedizione di missili iraniani diretta agli Hezbollahhttp://www.haaretz.com/ news/diplomacy-defense/israel-overnight-strike-targeted-iranian-missile-shipment-meant-for-hezbollah-1.5192 24).

Damasco parla anche di un attacco a un centro di ricerche militari vicino alla capitale ma Israele non conferma, forse per non rischiare troppo proprio sul piano delle reazioni possibili all’ONU: che sono immediate (la Lega araba protesta e chiede all’ONU una formale condanna; protestano perfino i ribelli siriani (The Daily Star/Beirut, 5.5.2013, Agenzia A.F.P., Syrian rebel Coalition condemns Israel strikes La coalizione ribelle siriana condanna gli attacchi di Israele ▬ http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2013/May-05/216089-syrian-rebel-coalition-condemns-israel-strikes.ashx#axzz2SVPHsKjQ).

Ma anche già con qualche evidente cautela visto che quando ci provarono nel 2006, invadendo il Libano, furono proprio gli Hezbollah a ricacciarli indietro e a riportare, alla fine, agli occhi del mondo, una grande vittoria strategica: come tale subito considerata anche e proprio in Israele stessa (cfr., ad es., Ami Isseroff, Zionism and Israel-Encyclopedic Dictionary-Second Lebanon War Sionismo e Israele-Dizionario enciclopedico-Seconda Guerra del Libano http://www.zionism-israel.com/dic/ Second_Lebanon_war. htm).

Per Israele questa questione è considerata di estrema delicatezza strategico-politica tanto che la leadership di Tel Aviv su questo nodo è molto divisa. Lo Stato di Israele ha dimostrato, se ce ne fosse ancora stato davvero bisogno, la capacità di proteggere i propri interessi anche con incursioni aeree condotte anche magari al di fuori dell’altrui spazio aereo ma svelando la penetrabilità della difesa aerea integrata siriana ai suoi attacchi. D’altra parte, l’Iran ha anch’esso dimostrato però la capacità di trascinare Israele dentro le beghe tragiche della Siria anche attraverso l’uso dei suoi alleati nella regione come gli Hezbollah— che gli americani chiamano, troppo corrivamente con la loro piuttosto consueta superficialità, i burattini degli ayatollah.

Ma adesso anche Israele è, forse, al dunque. Deve decidere se è pronta a accettare, nell’aerea di suo interesse strategico e di sua competenza vitale, il trionfo a Damasco di un regime fondamentalista sunnita e radicato ormai senza più dubbio alcuno nell’oscurantismo degli emirati del Golfo e nell’estremismo al-Qaedista. Israele sa infatti che, dal suo punto di vista, è stato dimostrato che invece è possibile – perché lo è stato per quarant’anni – convivere con un regime alawita, come quello degli Assad, a Damasco.

E, adesso, quelle incursioni aeree cui Tel Aviv sembra di recente, e da qualche tempo in verità, essersi accomodato come soluzione miope ma immediatamente disponibile alle pressioni che comunque subisce, mettono forse in luce come servano i suoi interessi di oggi ad intralciare le punture degli Hezbollah ma servano anche come possente richiamo alle grandi masse del mondo arabo, distinte dai loro transeunti rais, che la loro lotta di fondo per loro resta sempre non quella inter-islamica tra sci’iti e sunniti, tra Arabia saudita e Iran, ma quella di tutti con Israele e con le difficoltà della reciproca accettazione, possibile ormai è chiaro solo su basi diverse e realmente rivoluzionarie.

Israele è arrivata al dunque, lo sa e non vuole però farci i conti. In effetti, Israele è proprio al paradosso vissuto in modo estremo: Israele vuole mangiarsi la torta e insieme lasciarla intatta”, ha fatto notare un osservatore professionale come il prof. Eyal Zisser dell’università di Tel Aviv,  noto nel paese e al suo governo come il maggior esperto di Siria (consultarne il sito per averne un’idea ▬ http://humanities.tau.ac.il/segel/zisser). Il governo, ha osservato, vuole attaccare e attacca e bombarda installazioni siriane e convogli militari, però vuole disperatamente impedire alla guerra di scoppiare e non vuole farsi coinvolgere…

●A inizio maggio, viene alla luce, sulla questione delle armi chimiche e del loro uso in Siria, una sceneggiatura alla Rashomon[1], tre, quattro, anche più verità che si scorgono o si fanno vedere in antitesi ma, forse, anche in combutta l’una con l’altra: tra Obama, che dice di sapere che il gas sarin c’è e è stato usato e, peggio forse, anche una tragica sceneggiata: col presidente americano che, scimmiottando Netanyahu, si mette a tracciare linee rosse sull’uso delle armi chimiche che, pur confessando di non saperne  niente, dice che Assad non si deve permettere di superare (Assad no… e i ribelli sì?)…;

… e la procuratrice dell’Alta Corte dell’ONU per i crimini di guerra, la svizzera Carla del Ponte, che assicura di come quelle bombe, sicuramente usate, vadano intestate ai ribelli siriani e all’ONU che, su richiesta esplicita degli USA (“noi siamo scettici sulle sue conclusioni”, aveva subito detto senza motivazioni però il portavoce della Casa Bianca) ma con lei che rifiuta di cedere specifica che quello non è il suo punto di vista (Guardian, 6.5.2013, L. Harding, H. Sherwood e D. Roberts, Member of UN investigation team in Syria’s sarin gas says rebels are bombers, but US casts doubts on claim Componente della Commissione d’inchiesta dell’ONU in Siria afferma che i colpevoli del gas sarin sono i ribelli,  ma gli USA gettano dubbi http://www.guardian.co.uk/world/2013/may/06/syria-us-no-evidence-rebels-sarin).

E, infine, il 5 maggio, un quotidiano israeliano in lingua inglese che ha stretti legami coi servizi di intelligence del paese e ottimi contatti anche in America, scrive  di aver saputo dal col. Lawrence Wilkerson, ammanicatissimo ex dirigente dei servizi segreti militari americani, la DIA, già aiutante capo del ministro degli Esteri americano Colin Powell ma restato al servizio di Bush anche dopo che il suo ex capo se n’era andato, alla fine, proprio in evidente contrasto con quelle politiche, che “l’uso di ordigni chimici in Siria potrebbe ben essere stato invece  un’operazione di Israele, come si dice in gergo, di ‘falsa bandiera’ mirata a implicare sul tema il presidente Bashar Assad”…

E, visti i personaggi in questione e le fonti che in Israele questo scrivono, la faccenda puzza non poco davvero (1) The Jerusalem Post, 5.5.2013,Israel may be behind Syrian chemical weapons use’— ‘Dietro l’utilizzo di armi chimiche in Siria ci potrebbe anche essere Israele’ http://www.jpost.com/Middle-East/Israel-may-be-behind-Syrian-chemical-weapons-use-312051; 2) Haaretz, 5.5.2013, Chemi Shalev, Former Bush administration official: Israel may be behind use of chemical arms in Syria Ex esponente del governo di Bush: ci potrebbe essere Israele dietro l’uso di armi chimiche in Siria http://www.haaretz.com/blogs/west-of-eden/former-bush-administration-official-israel-may-be-behind-use-of-chemical-arms-in-syria.premium-1.519172#).

●Alla fine – ma per modo di dire. si capisce bene – a Mosca si incontrano i ministri degli Esteri russo e americano insieme allo stesso presidente russo Vladimir Putin e, in cinque ore di confronto anche duro, arrivano finalmente – appunto, insieme – alla conclusione che, insieme, ci devono provare stavolta a mettere a confronto, spingendoli a un qualche compromesso sensato, i diretti contendenti. Già, Assad di qua e, di là, chi?

I ribelli laici e nazionalisti o i ribelli al-qaedisti e stragisti? Si farà, ormai, questo tentativo ma forse davvero ormai è troppo tardi, per mettere insieme parti che vogliono solo ammazzarsi a vicenda (Guardian, 7.5.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Russia and US call for Syria conference with both sides Russia e USA chiedono una conferenza di pace sulla Siria tra le parti avverse http://www.guardian.co.uk/world/2013/ may/07/russia-us-syria-conference).

Nessuno crede davvero in una soluzione negoziata perché nessuno davvero – i siriani anzitutto, ma gli altri pure – vuole rischiare di rischiare; e il secondo Alto mediatore dell’ONU, dopo l’ex segretario generale dell’Organizzazione Kofi Annan, l’algerino Lakhdar Brahimi ha annunciato che rinuncia all’incarico…

Assad insiste dal principio che quella siriana non è stata per niente una primavera araba per la libertà e la democrazia ma, sempre, un modello di rivolta di bande armate terroriste finanziate da Arabia saudita e Qatar col sostegno palese sul piano politico-diplomatico ma pure finanziario, di intelligence e anche logistico di USA, Turchia, Israele e degli europei più avventurosamente nostalgici della loro antica presenza imperiale (inglesi e francesi).

In parte questa era certo propaganda ma in parte era anche la verità. Il carattere ferocemente islamista, di vendetta sunnita, della lotta anti-Assad c’è tutto, anche se è stato volutamente esagerato: ma il fatto che tutte – tutte – le minoranze etniche e religiose di Siria siano sempre leali e legate ad Assad qualcosa pure significa.

E l’assenza ancora quasi completa, dopo più di due anni di asperrima guerra, di significative defezioni dal nocciolo duro alawita soprattutto, ma anche più in generale dal grosso dell’esercito regolare siriano, largamente sunnita, è un qualcosa che ora anche gli esperti più suscettibili a considerare con indulgenza le asserzioni delle opposizioni cominciano a rimetterle in discussione (1) The Angry Arabs News, 25.4.2013, intervista di As’ad AbuKhalil a Thomas Pierret, un esperto di cose siriane  dell’Università di Edinburgo, adesso pieno di dubbi ma finora “fideisticamente” schierato sempre e comunque contro Assad ed i suoi ▬ http://angryarab.blogspot.co.uk/2013/04/angry-arab-interviews-thomas-pierret-on.html?spref=tw; 2) Guardian, 1.5.2013, I. Black, Syria is being destroyed while Assad displays remarkable staying power La Siria viene distrutta mentre Assad dimostra un rimarchevole potere di resistenza http://www.guardian.co.uk/world/2013/may/01/ syria-destroyed-assad-staying-power).

●Gli ultimi sviluppi sul campo rafforzano, a inizio maggio, dicono osservatori israeliani citati da quella stampa specializzata (di cui in occidente riferisce NightWatch/KGS, 2.5.2013 ▬ http://www.kforcegov. com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000103.aspx) le posizioni di Assad, con una ripresa a larga scala dell’offensiva governativa contro settori della città di Homs da tempo caduti in mano ai ribelli e ora riconquistati in pochi giorni con l’appoggio di truppe di Hezbollah libanesi attive soprattutto nell’area di confine di Qusayr lungo la strada tra Damasco e l’area a nord del paese quasi totalmente controllata dagli alawiti. E  risulta sempre alle sesse fonti – molto meglio informate, in genere, di qualsiasi altra nella regione le forze siriane stanno anche riprendendosi la città portuale di Baniyas. Punto di ingresso importante per le armi che dovessero arrivare da fuori.

E’ la riconquista che ormai appare ben avviata dell’area economica occidentale e maggiormente produttiva di tutta la Siria che tra l’altro renderebbe, appunto, anche molto difficile il rifornimento di armamenti dai porti mediterranei senza esporli a rischi enormi di intercettamento e di cattura da parte delle forze siriane o degli Hezbollah, se mai decidessero di inviarli fregandosene di chi li mette in guardia dal rifornire di armi pesanti gli jihadisti di al-Nusra e di al-Qaeda nemici di Assad ma anche di tutto l’occidente.

Da parte del governo siriano, sembra un’offensiva tempestivamente ben cadenzata per migliorare la propria posizione militare e politica prima che la leadership americana abbia sciolto, ma anche più difficile impedirle di sciogliere, i dubbi che ha sull’aumentare il suo appoggio ai ribelli, jihadisti o no che essi poi siano. E stanno ovviamente approfittando quando possono, non poco cioè, delle divisioni e dei contrasti che continuano a emergere tra i gruppi ribelli. Scrivono gli stessi osservatori militari sopra citati che l’eclisse dell’opposizione è cominciata quando è stata annunciata la fusione – o l’alleanza soltanto, per ora, dicono alcuni – tra le milizie di al-Nusrah ed al-Qaeda.

●Alza intanto la voce e minaccia – questa guerra è fatta tanto di minacce, le più truculente possibili perché del tutto purtroppo credibili, quanto di bombe, attentati e massacri – adesso un ex colonnello dell’esercito siriano passato al Libero esercito dei ribelli, il gruppo appoggiato ufficialmente dall’Arabia saudita, dagli Stati Uniti e, anche se con remore forti, per ignavie e quasi rassegnazione dalla UE  sotto il pungolo delle vecchie potenze coloniali Francia e Inghilterra alla televisione turca che se cadesse di nuovo in mano al regime la città di al-Qusayr, con la sua posizione strategica, “le comunità abitate da mussulmani sci’iti e dalla minoranza alawita del presidente Assad scompariranno dalla faccia della terra dovunque arriveranno le nostre truppe: non è che vorremmo farlo, ma sarà questa la realtà che si imporrà, qui, a chiunque(Agenzia NightWatch, 21.5.2013, Horror threats against minorities Minacce di orrore alle minoranze http://www.kforcegov.com/Night Watch/NightWatch_13000117.aspx).

Il punto che questo tipo di messaggio porta prepotentemente, violentemente, all’attenzione dell’occidente è quello di che tipo di Siria questi apprendisti stregoni sperano o si aspettano di veder emergere mettendosi ad armare questi ribelli e cosa ciò davvero significa incrementare gli aiuti specificamente di armi ed intelligence visto quel che dicono di voler fare e hanno già fatto…

●E adesso, sempre a inizio maggio, l’incontro russo-americano di Mosca dei responsabili degli Esteri delle due impotenti residue superpotenze di cui abbiamo appena sopra accennato sembra riprendere il filo dell’accordo che già un anno fa, a giugno 2012, Washington e Mosca avevano raggiunto di tenere una conferenza sotto egida ONU che mettesse a confronto Assad e i ribelli. Conferenza che non riuscì neanche a partire  per le reciproche precondizioni— soprattutto quella dei ribelli che volevano veder fatto fuori Assad a priori, prima ancora di iniziare il dibattito. Sembra molto difficile, comunque, che ormai il tentativo possa ritrovare vitalità e capacità di funzionare. Ormai sembra proprio che prima di tentare di uscirne almeno uno dei due contendenti debba trovarsi davvero con le spalle al muro. E ancora non ci siamo, pare, proprio arrivati…

●Israele che ha, in pratica, reso esplicito attraverso articoli di stampa mirati e dichiarazioni di portavoce politici e militari di vari ordini e gradi che sta intervenendo in Siria con i suoi caccia contro obiettivi e bersagli che ritiene per sé pericolosi  anche solo potenzialmente, si attiva adesso per far sapere nella stessa maniera – cioè pubblica e consapevolmente anche rischiosa – che adesso la Siria se ne deve star buona, subire in silenzio, ingoiare e non reagire neanche se a colpire poi alla fine, le alture del Golan che sono territorio siriano anche se occupato militarmente e illegalmente dall’esercito israeliano sono i ribelli anti-Assad: altrimenti – ammonisce – in un gioco rischioso che i siriani rischiano ancora di più.

E il governo siriano pubblicamente non può che reagire annunciando che non staranno fermi. Ma non è per niente chiaro cosa, fatto e nei fatti, poi davvero faranno. Come non è chiaro – ma certo è possibile – che in realtà Assad abbia deciso di consentire, e forse su consiglio iraniano, ai suoi alleati Hezbollah libanesi di aprire un nuovo fronte caldo proprio sul Golan occupato mettendo sotto pressione anche così gli apparati di allerta di  Israele

     (1) Haaretz, 15.5.2013, J. Khoury, Report: Assad to allow Hezbollah to attack Israel from Golan Assad consentirebbe agli Hezbollah di attaccare Israele dal Golan [ma Israele- Israele o il Goln siriano da Israele occupato? anche questo non è chiaro per niente: e, no, non è proprio la stessa cosa]▬ http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/report-assad-to-allow-hezbollah-to-attack-israel-from-golan.premium-1.524113; 2) New York Times, 15.5.2013, M. Landler, Israel Hints at New Strikes, Warning Syrya Not to Retliate Israele accenna a nuovi suoi attacchi, ma avverte la Siria di non azzardarsi a rappresaglie http://www.nytimes.com/2013/05/16/world/middleeast/israeli-official-signals-possibility-of-more-syria-strikes.html?ref =global-home&_r=0).

In questo caos di segnali e contro-segnali anche deliberatamente ambigui e perciò molto pericolosi,  Mosca e Washington, sembrano però ora decise a ripartire: infatti, se la guerra in Siria continuasse a trascinarsi così, si troverebbero entrambe messe assai male: Obama non vuole lasciarsi trascinare in guerra sul campo ma il tempo lavora contro di lui, le armi chimiche possono davvero sfuggire al controllo di chi finora le governa e passare anche magari solo in parte nelle mani di al-Qaeda. Mentre i russi capiscono che il loro obiettivo di evitare comunque la vittoria degli estremisti islamici  diventa sempre più a rischio quanto più a lungo dura la guerra. Per questo Mosca e  Washington sembrano ora quasi rassegnarsi a, quasi, cooperare.

Ma resta tutto da vedere quanto ormai gli uni e gli altri possono davvero pesare sui loro riottosi protetti. Gli americani hanno a che fare con una coalizione irrequieta e ingovernabile che posa sulla forza militare e la determinazione anzitutto degli estremisti di Dio e nemici giurati di ogni cosa che sa di occidente, con dietro l’appoggio saudita che sarà difficile all’America far ritirare e Mosca deve combattere con un rais come Assad che non si rassegna e resiste grazie anche ai dubbi sempre più aperti anche fra i suoi avversari sulla natura fanatica e feroce di chi pure ha tanti motivi per esecrarlo (New York Times, 8.5.2013, D. Trenin, On Syria, Finally the US and Russia Team Up Sulla Siria, alla fine USA e Russia [ri-] trovano una loro proposta unitaria [ma, appunto, loro e non dei siriani…] ▬ http://www.nytimes.com/ 2013/05/09/opinion/global/On-Syria-the-US-and-Russia-Finally-Team-Up.html?ref=global-home).

Si viene anche a sapere, però, per così dire a latere dell’incontro, che i russi non hanno smentito con Kerry l’intenzione di vendere al governo siriano batterie di missili S-300 antiaerei – per loro natura dunque difensivi – considerati dagli americani e, soprattutto, dagli israeliani come particolarmente efficaci e in grado sicuramente ad esempio di ostacolare seriamente attacchi come quelli condotti contro i convogli degli Hezbollah in Siria a partire dallo spazio aereo libanese.

Dopo l’incontro, invece arriva una curiosa puntualizzazione del suo omologo russo: che Mosca non sta affatto pianificando la vendita del sistema antiaereo in questione alla Siria. Lo dice in un suo Twit ripreso dalla stampa araba…, ma non dice – badate bene – che non li venderà, dice solo che non si ripromette a bocce ferme di farlo (IsraelMatsav, 10.5.2013, 07:59, Russia: Uh, no, we won't be selling Assad S-300 air defense systems Russia, bè, no, non venderemo [meglio, come spiegato,non ci ripromettiamo di vendere] a Assad  i sistemi di difesa aerea S-300 ▬ http://israelmatzav.blogspot.it).

Sulla conferenza di pace preannunciata a Mosca dalle due superpotenze, arrivano come previsto dubbi e richieste di chiarimenti. Li avanzano i ribelli, che chiedono a Washington di garantire che a conclusione Assad se ne andrà, comunque; e li vuole Bashar al-Assad che incarica il ministro delle Informazioni Omran Zoabi di prospettare le sue riserve anzitutto a Mosca ma anche all’ONU: che in nessun caso alla conferenza sia consentito di rimettere in questione la “sovranità – dice – del paese”. Cioè, non se ne farà  niente di serio (Al Arabyia, 14.5.2013, Damascus makes demands over U.S.-Russia peace plans Damasco [ma anche il fronte frantumato dei gruppi ribelli] avanza richieste sui piani di pace USA-Russia http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/05/14/Damascus-makes-demands-over-U-S-Russia-peace-plans.html).

Intanto a Kiruna, in Svezia, dove USA e Russia si vedono per la conferenza biannuale del Consiglio Artico (otto Stati – Svezia, Canada, Norvegia, Islanda, Russia, USA, Finlandia e Danimarca (a titolo del suo padrinaggio ancora vigente sulla Groenlandia per la rappresentanza internazionale: in quest’occasione, tra l’altro il Consiglio decide anche di allargarsi a sei altri Stati,come membri osservatori, compresi alcuni che con l’Oceano Glaciale Artico non c’entrano niente, Singapore, Corea del Sud, Italia, Giappone, India e, significativamente, anche la Cina), il segretario di Stato americano Kerry dice di aver ricevuto dal suo omologo russo, Lavrov, i nomi dei delegati che Assad gli ha trasmesso come quelli di chi rappresenterà il governo siriano alla conferenza. E di per sé, chi è ottimista – visto che ancora non è neanche stata convocata, la conferenza pan-siriana – saluta il fatto come un passo avanti (New York Times, 14.5.2013, S. Lee Myers, Syria Gives Russia List of Envoys to Peace Talks La Siria dà alla Russia [che la passa agli USA] la lista dei suoi inviati  ai colloqui di pace http://www.nytimes.com/ 2013/05/15/world/middleeast/syria-developments.html?ref=global-home&_r=0).

Ancora qualche giorno e il portavoce del ministero degli Esteri russo rende noto il 23 maggio che la Siria ufficialmente presenzierà alla conferenza internazionale convocata congiuntamente da russi e americani (Al Akhbar, 24.5.2013, Syria agrees to attend international peace conference, Russia says La Siria sarà presente alla Conferenza internazionale di pace http://english.al-akhbar.com/content/syria-agrees-attend-international -peace-conference-says-russia). Ma non si ha alcuna notizia da parte dei ribelli anche perché non c’è nessuno che possa parlare per loro con una sola voce. Non c’è un’agenda. Non c’è neanche un luogo dove qualcuno ancora proponga di tenerlo… Insomma, una specie di illusione, ancora, al momento.

C’è, invece, un intervento a gamba tesa nel dibattito dell’opposizione siriana da parte del ministro degli Esteri saudita, principe Saud al-Faisal che, a nome del cugino, re Abdullah bin Abdulaziz al- Saud proclama che no, che il presidente Bashar al-Assad non deve prendere parte alla conferenza di pace: lui, infatti, è dell’idea dei ribelli che, in fondo poi, è quella di sempre degli americani. Peccato che in Corea nel ‘53, in Vietnam nel ‘74, in Iraq nel 2007 e in Afganistan oggi, e come pare proprio oggi anche in Siria, il nemico non sia d’accordo con loro… la pace se la devono fare al massimo tra di loro, i ribelli siriani, non con Assad.

Ma la realtà è che ornai, per la Siria, è forse già troppo tardi se un articolo tutto teso a giustificare la rivolta e la guerra, sul NYT, conclude che siamo al punto in cui “una costellazione di gruppi armati, ognuno dei quali è in lotta per avanzare la propria agenda, sta creando le linee di confine fra feudi armati separati e la vittima prima della guerra – a parte le decine di migliaia di civili che ci sono crepati, si capisce, di questo proliferare di agende ognuno schierata contro tutte le altre – sembra proprio essere l’unità, l’integrità stessa dello Stato siriano(New York Times, 16.5.2013, Ben Hubbard, Syria Begins to Break Up Under Pressure From War Sotto la pressione della guerra, la Siria comincia a frantumarsi http://www.nytimes.com/2013/05/17/world/middleeast/pressure-of-war-is-causing-syria-to-break-apart.html?ref= glo bal-home&_r=0): un problema di cui però sembrano  davvero preoccuparsi in pochi… ancora.

Scrive, infatti, l’A. riflettendo la realtà delle cose, che “la nera bandiera della jihad – di al-Qaeda, cioè: e forse anche peggio, grazie anche agli apprendisti stregoni che da perfetti idioti hanno fatto di tutto per creare questo incubo – sventola su gran parte della Siria del Nord. Al centro del paese le milizie filo-governative e i combattenti di Hezbollah combattono contro chi minaccia le loro comunità. A nord-est i curdi si sono ritagliati di fatto una loro autonoma zona”: e nel resto del paese, ma poi un po’ dappertutto, c’è l’esercito di Assad— e non sta fermo per niente, come promettevano gli incoscienti allievi del mago Merlino di Washington… e quanti, seguendoli ciecamente, hanno dato una mano ai siriani a scannarsi a vicenda.

●E l’escalation continua, passando anche, e neanche solo sporadicamente, ai rapimenti incrociati tra gruppi di insorti. Ad Aleppo, informa con toni quasi disperati l’Osservatorio siriano per i diritti umani – che, però, opera da Londra e non in Siria – un gruppo che si autodefinisce il Consiglio giudiziario, accusano un’altra forza di ribelli organizzati, il Ghurabaa al-Sham I Salvatori della Grande Siria, di essersi messio a derubare sistematicamente le fabbriche e gli impianti dell’area industriale di Aleppo, la più estesa del paese, approfittando del caos della guerra civile. Per cui, loro per rappresaglia procedono a sequestrare e tener prigionieri, subito da loro copiati, diversi militanti del Consiglio (The Times of Israel, 18.5.2013, (A.P.), Warring Syrian rebel groups abduct each other’s members Gruppi di ribelli siriani in conflitto tra loro si sequestrano l’un l’altro i propri aderenti http://www.timesofisrael.com/warring-rebel-groups-abduct-each-others-members-in-syria).

●Sulla Siria, sull’allentare o meno l’embargo alla cessione di armi esistente a livello di Unione europea alle parti impegnate nella guerra civile – cioè, in sostanza, solo ai ribelli – scoppia il dibattito al Consiglio dei ministri (degli Esteri) europeo di fine maggio, dove l’insistenza di inglesi per primi e anche, in seconda fila, francesi a favore della cessione ma, poi, a modo loro (sì alle armi ai ribelli ma mantenendone il “diritto di monitoraggio”: quando saranno in mano già a al-Qaeda!... e, ancora poi, meglio ancora dire della vendita che della cessione: pagherebbero, infatti, e cash non a rate, Arabia saudita e Qatar – è stata contrastata dai dubbi di Germania e Olanda a insistere sulla necessità di tenere comunque un fronte comune della stessa Unione e della Commissaria agli Esteri della stessa UE, Ashton, divisa tra questa posizione per così dire d’ufficio e quella su cui insiste il governo del suo paese.

I più scettici e ragionevolmente dubbiosi sulla saggezza di cedere armamenti pesanti ai ribelli, troppo spesso poi in realtà jihadisti e al-Qaedisti, con l’America essa stessa più esitante che no, sono Austria, Repubblica ceca e Svezia, ma anche la Finlandia, mentre la Bonino per l’Italia tace e non acconsente a niente propensa come sarebbe a dire sì agli inglesi per il suo filo-israelismo di sempre, ma anche frenata dai dubbi che rodono Israele stessa – non è che per essa Assad sarà sempre meglio di questa manica di al-Qaedisti rabbiosi – e spinta dall’incapacità di decidere di un governo composito, a dir poco, come il nostro ad annunciare alla fine che l’Italia prende atto e non farà niente … ma proprio niente di niente (New York Times, 27.5.2013, J. Kanter, European Union Debates Arming Syrian Rebels L’Unione europea discute sul fornire armamenti ai ribelii siriani http://www.nytimes.com/2013/05/28/ world/middleeast/syria.html?ref=global-home&_r=0).

●Così, inevitabilmente, tra tutti questi dubbi e rovelli e incertezze, succede il peggio. L’Europa non si mette d’accordo, prende quasi per default un’irresponsabile e allucinante posizione di sopprimere ogni regolazione comune, europea, sulla vendita e la cessione delle armi, in pratica una specie di proclamazione di Arms Sans Frontières e di avere così aperto il vaso di Pandora di un conflitto che ormai potrebbe davvero arrivare ad estendersi su tutta l’aera immensa che va dal Mediterraneo a ovest, dalle colonne d’Ercole, allo Stretto di Hormuz.

Oggi, così, l’embargo scadrà al 1° giugno e, da quel momento, sarà proprio tana libera tutti. Dall’inizio di questo mese, ma forse bisognerebbe aggiungere, come sempre del resto, vista la profondissima disunità dell’unità dell’Unione, ognuno va per conto suo. Quella tonta di Lady Catherine Ashton, che dovrebbe fisicamente incarnare la politica internazionale di tutta l’Unione europea, ne dà il tragico annuncio rendendo conto che i 27 paesi hanno concordato, “unitamente e unitariamente” dice la scempia , di non concordare tra loro… e nel dirlo – la sventurata – sorride...

Gran Bretagna e Francia venderanno così adesso al Qatar, ma non proprio subito, dicono tra qualche mese, perché li trasmetta ai jihadisti siriani i loro sistemi d’armi pesanti ma i tempi che ci vorranno sono difficili da definire e i ribelli sono, comprensibilmente, molto impazienti e molto scontenti.

Adesso, naturalmente, ancora più a rischio si fa il già complicatissimo tentativo di Kerry di far convocare con Lavrov la conferenza di pace tra le parti della guerra civile. E, come è del tutto spiegabile, dopo il “compromesso” raggiunto a Bruxelles da quella manica di irresponsabili, viene subito controbattuto da parte del vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, che adesso l’accelerata consegna a Damasco dei missili terra-aria S-300 diventa una garanzia potenzialmente importante per frustrare possibili tentativi di interventi stranieri nel paese.

Pensa a Israele, Mosca, nell’immediato e immediato è, infatti, l’annuncio personalmente reso da Assad alla Tv degli Hezbollah a Beirut (Al-Manar, 30.5.2023, Russia  arms Syria against threats— La Russia arma la Siria contro le minacce [esterne]▬ http://www.almanar.com.lb/english/adetails.php?eid=94299&cid=23& fromval=1&frid=23&seccatid=20&s1=1) ma pensa anche in prospettiva, Lavrov, all’Arabia saudita e a certi apprendisti stregoni europei (non l’Italia, grazie a Dio, e non la Germania che declinano subito, saggiamente, il pressing anglo-franco e, tra mille dubbi e contraddizioni, anche americani).

Dice, alla lettera, che “la Russia considera queste sue forniture come un fattore stabilizzante e crede che un passo simile potrebbe riuscire a bloccare alcune teste calde, purtroppo abbondanti, dal lasciar coinvolgere forze militari straniere nel teatro di guerra siriana (A.P.) 28.5. 2013, J. Keaten, Fears grow of Syrian arms race: EU lifts embargo on rebels, Russia readies missiles for Govt Cresce la paura di una [ulteriore] corsa al riarmo  in Siria: la UE leva l’embargo [per i ribelli] e la Russia prepara i missili per il governo siriano http://www.cjbk.com/InternationalNews/Article.aspx?id=377435).

Significativo, e niente affatto casuale, e perciò, chi sa?, forse anche capace di far ripensare qualcosa a qualcuna di queste teste calde, è il tempismo della mossa dei russi, subito dopo l’annuncio dell’ognuno per sé e Allah per tutti proclamato da quella manica di incompetenti che governano l’Unione europea. Anche perché sembra proprio che più che a frenare Israele – ci vorranno almeno una decina di mesi tra l’invio e la resa operativa degli S-300 sul campo – i russi stiano lanciando l’ennesimo monito agli USA e alla NATO, dopo la Libia dove l’intervento cominciò con un loro “ingenuo” sì alla copertura autorizzata dall’ONU della pura e semplice “no-fly-zone” rapidamente promossa senza autorizzazione alcuna poi a guerra aerea vera e propria contro Gheddafi.

La dichiarazione di Mosca mette in allarme tutte le opinioni pubbliche d’Europa e quella americana stessa dalle tentazioni delle loro leaderships di menare le mani, facendo presenti con chiarezza stavolta le complicazioni. In tempo che così, appunto, è forse anche utile… 

Al fondo, l’errore fondamentale dell’occidente, di Bush, dell’America e della sua cieca e crassa iper-tecnologica inettitudine, del suo muoversi sistematico da elefante in ogni cristalleria dove caccia anche solo la punta della propria proboscide, è stata la sistematica, deliberata, feroce distruzione della possibilità stessa di una politica appena appena “laica” in Medioriente: perché radicalmente incapace di pensare e gestire – come con Nasser, con Mossadeq, con tanti altri (da Lumumba in Congo a Ngo Dinh Diem in Vietnam, e forse,… forse, anche a Moro in Italia: sì, noi almeno alla teoria del complotto, fino a prova contraria e non, o non più ormai, viceversa, un tantino crediamo…) – il rapporto con chi a loro non vuole sempre e solo dire di sì.

Ora qui, in Medioriente e a partire dall’inizio del nuovo secolo e anche prima, con l’invasione dell’Iraq hanno preferito riaprire la piaga purulenta del conflitto sci’ita-sunnita, mai chiusa ma rimasta latente a livello globale per anni, e che ormai sta invece imperversando in tutto il mondo islamico e squassando un po’ tutto il mondo nel quale esso ormai è comunque, e dovunque, inserito.

●Ormai è tutto intorno alla Siria che si addensano nuvoloni procellosi in rapido e turbolento  avvicinamento… Mentre all’interno la guerra andrà avanti e la natura fissipara, anzi proprio scissionista dell’opposizione aggiungendosi all’incapacità del regime di forzare presto una conclusione continueranno a trascinare il paese a una balcanizzazione, di tipo addirittura pre-feudale forse, con vassalli, valvassori e valvassini, signori della guerra ognuno contro l’altro armati e tutti contro  tutti, cominciano a allargarsi le onde di rimbalzo dei fatti di Siria un po’ in tutto il resto della regione.

Nella notte del 22 maggio la città di Tripoli nel Nord del Libano è stata attaccata da militanti salafiti, gli islamisti estremisti, e partendo dal quartiere di Bab al-Tabbaneh ha tentato l’assalto in massa contro un altro quartiere, quello di Jabal Mohsen che sostiene il regime di Assad costringendo a un intervento che affiancando quello dei partigiani di Damasco è riuscito a respingere l’attacco (The Daily Star, 22.5.2013, Misbah al-Ali e A. Amrieh, Heavy clashes batter north Lebanon's Tripoli Scontri pesanti [tra partigiani delle fazioni siriane] martellano Tripoli nel Nord del Libano http://www.dailystar.com.lb/News/Politics/2013/May-22/217950-heavy-shelling-batters-north-lebanons-tripoli.ashx# axzz2U415JKZe).

Sempre in Libano, dopo le promesse del leader di Hezbollah Nasrallah di combattere a fianco delle truppe siriane contro i ribelli, tre missili  Grad  terra terra hanno colpito il 27 maggio Mar Mikhael, un quartiere di Beirut a forte presenza della milizia scii’ta. Intanto, 212 persone sono state ferite negli scontri fra gli abitanti del quartiere sunnita di Bab al-Tabbaneh, che sostengono i ribelli siriani, e quelli sci’iti-alawiti di Jabal Mohsen che sostengono il governo di Assad a Damasco (BBC News, 26.5.2013, Two rockets hit Hezbollah district in Beirut Due razzi colpiscono un quartiere Hezbollah a Beirut http://article.wn.com/ view/2013/05/26/Two_rockets_hit_Hezbollah_district_of_Beirut).

Intanto il nuovo governo di Tamman Saeb Salam deve far passare entro giugno una nuova legge elettorale che rispetti il solito bilancino di settarismi garantiti a prescindere dal risultato delle urne dalla Costituzione cercando, però, di renderlo formalmente appena più accettabile.

Ancora peggiori potrebbero essere le ricadute di quanto succede in Siria sulla confinante Turchia a rischio drammatico ora, visto che ha così incautamente ritenuto di ficcare il naso suo, turco, nelle cose interne di Siria, ora, tanto lo scontro sunnita-sci’ita quanto le ripercussioni recessive sulla sua forza e vivacità economica è ormai la Turchia stessa come tale che, ora, viene messa a rischio, minandone il tessuto sociale e ancor prima economico.

Insomma, dopo anni di progresso e di forte anche se attento avanzamento della vita civile nel senso dell’apertura, adesso Erdoğan stesso – con l’errore di mettersi a fare la mosca cocchiera per le potenze sunnite fondamentaliste come l’Arabia saudita e al-Qaeda e quelle come l’America del tuto diverse e altre ma ancor più lontane e paranoiche, che al minimo stanno rischiando di destabilizzare il suo ulteriore processo di sofferto ammodernamento.

Di fatto, e di soppiatto quasi, Obama con Erdoğan ha stabilito un specie di partnership riguardo alla Siria. Ma si tratta di una discesa molto pericolosa perché, al di là di un certo livello di pressione è inevitabile – è “giusto” – che un regime pressato e assediato così, si difenda con contromisure prese direttamente contro chi lo viene pressando.  E saliranno, allora, le invocazioni a Washington di scendere direttamente in campo – trascinandosi probabilmente come già in Afganistan dietro la NATO, in base alla clausola pur anche solo geograficamente ridicola (l’Atlantico del Nord!!) di un attacco subíto anche se sarà solo, poi, solo in rappresaglia a quel punto…

E c’è ormai  anche il rischio, come si dice oggettivo, della guerra aperta con Israele. Le immagini satellitari che gli USA hanno messo a disposizione di Israele mostrano che la Siria ha schierato ormai missili terra-terra del tipo Tishreen, la versione siriana dell’iraniano Fateh-110, mentre adesso Mosca annuncia – e dopo, la visita di Netanyahu a Putin – che, considerato i ripetuti bombardamenti israeliani sul territorio siriano la Russia potrebbe ora anche sbloccare la cessione dei suoi S-300 a Damasco…

Ormai appare evidente che gli interventi “preventivi” di Tel Aviv nella guerra siriana potrebbero avere la conseguenza “inevitabile” di trasformare una guerra civile in un vero e proprio e più vasto conflitto tra paesi sovrani. Il 17 maggio, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana (אגף המודיעין‎, Agaf HaModi'in), magg. gen. Amos Yadlin, ha chiesto pubblicamente che, prima di azzardare altri interventi aerei contro obiettivi siriani, Israele ha bisogno di domandarsi se è in grado davvero di fare i conti al dunque con l’ “escalation” a scala della regione tutta che ne potrebbe derivare. Già… (Times of Israel/Tel Aviv, 19.5.2013, Syria training advanced missiles on Tel Aviv La Siria schiera missili avanzati contro Tel Aviv http://www.timesofisrael.com/syria-training-advanced-missiles-on-tel-aviv-report ).

●Passando a dare un’occhiata alla cosiddetta Africa nera, non araba cioè ma che del sommovimento arabo e islamico del dopo primavera direttamente e da tempo risente, in Nigeria, il presidente Goodluck (in inglese – ironia, ironia – buona fortuna) Jonathan annuncia lo stato di emergenza in tre degli Stati federali nel Nord Est del paese nel tentativo di stroncare – dice – gli attacchi sempre più violenti del g ruppo islamico terrorista che si chiama, con il suo nome in lingua Hausa, la principale in Nigeria e Niger, usata da quasi 35 milioni di persone, Boko Haram— L’educazione occidentale è blasfema).

Si tratta, ha spiegato Jonathan in televisione, di una minaccia estremamente seria all’unità nazionale che mira a dividerci e renderci nemici su basi pseudo-religiose, prende in ostaggio donne e ragazzi e di fatto equivale a quella che fra Stati, sarebbe una dichiarazione di guerra. Ma oggi è una mina interna ed è a causa sua, dell’obbligo che abbiamo di sconfiggerla che “dichiariamo – sempre che non siamo già troppo in ritardo: ma questo Jonathan non lo ammette, di certo – lo stato di emergenza negli Stati di Borno, Yobe e Adamawa”: che sono poi gli Stati dell’estremo nord del paese confinari con Niger, Ciad e Camerun.

Boko Haram è un gruppo islamista-fondamentalista che impone come può – spesso armi alla mano in presenza di resistenze o di riluttanza a obbedirgli – l’accettazione della shari’a, il codice comportamentale e legale del diritto coranico nella versione più intransigente, che intende creare uno Stato islamico omogeneo nel nord del paese a maggioranza mussulmana, se necessario separandolo dal resto della Nigeria.

Dal 2009, l’insorgenza di questo movimento e corpo armato ha provocato la morte di quasi 4.000 persone, civili e forze di polizia. Ha qualche centinaio di uomini armati e organizzati ma gode di importanti simpatie a livello locale al solito sostenute da aiuti concreti dal Golfo e, in specie, dal solito Qatar, anche per conto terzi, dell’Arabia saudita cioè che preferisce di regola tenere nascosta la mano che getta il sasso. Boko Haram controlla, ammettono ad Abuja, la capitale, nello Stato di Borno da 20 a 27 governi locali, ormai controllati dagli insorti barbuti e dotati di fucili automatici modernissimi che hanno costretto alla fuga quando non sono riusciti ad eliminare i consiglieri locali.

Problema: il governo nigeriano aveva assicurato, già un anno fa, di aver scompaginato – e “polverizzato”, disse – con l’aiuto dei servizi segreti britannici e americani Boko Haram e il suo sostegno sul territorio. Ma chiaramente aveva esagerato. Anche la legge marziale imposta dal dicembre 2011 al luglio del 2012 nello Stato di Borno non era servita in realtà allo scopo, non avendo affatto eliminato la minaccia, come vantato. Adesso, Boko Aram intende seguire lo schema con cui, proprio come ha fatto nel Mali del Nord, il gruppo di al-Qaeda nel Maghreb islamico s’è messo a operare con discreto successo, tale da costringere ad intervenire ormai direttamente per cercare di frustrarlo anche le Forze aeree francesi.

Qui, d’altra parte, la brutalità all’ingrosso con cui nel recente passato le truppe federali nigeriane – che ora con più di 2.000 nuove unità rafforzano il loro contingente armato nel nord del paese – si sono mosse anche contro le legittime rivendicazioni locali – proprio come è successo all’esercito maliano con i Tuareg del paese – ha alienato molte popolazioni locali e così anche legittimato l’ordine – repressivo ma ordine, obbediente a regole prefissate – ripristinato dalle milizie islamiche (Al Jazeera, 15.5.2013, Nigeria president declares state of emergency— Il presidente della Nigeria dichiara lo stato di emergenza http://www.aljazeera.com/news/africa/2013/05/2013514192543867669.html).

Cinque località, anche tatticamente di qualche rilievo per il controllo del territorio sono state riconquistate dall’offensiva dei militari nigeriani, e metro su metro, ai ribelli di Boko Haram nel nord-est del paese, secondo una dichiarazione resa il 20 maggio dal ministero della Difesa nella capitale di Abuja. Ma ciò non significa affatto, secondo gli osservatori anche più disponibili ad accreditare quel che dice il governo, che  senza la cooperazione tutta da riconquistare di esponenti ed èlites tribali e etniche del Nord del paese, le operazioni di contro-insorgenza di Abuja abbiano possibilità di un duraturo successo: qualsiasi sia il livello di appoggio esterno che, poi, possano riuscire ad avere (Global Post, 20.5.2013, AFP, Nigeria says it has retaken five Islamist strongholds La Nigeria afferma di essersi ripresa cinque roccaforti islamiste http://www.globalpost.com/dispatch/news/afp/130520/nigeria-says-it-has-retaken-five-islamist-strongholds-1).

●Intanto in Mali, il regime filo francese e franco dipendente dei militari felloni, internazionalmente riconosciuto perché così ha decretato dover essere il binomio franco-americano, ha deciso che le elezioni verranno tenute il 28 luglio. Intanto, senza annunciarlo ufficialmente, ma informalmente dicendolo in visita a Londra, il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, rassicura il suo omologo inglese che Parigi manterrà per un periodo “indeterminato” un contingente di almeno 1.000 soldati nel Mali per contrastare gli insorti di al-Qaeda nel Maghreb islamico e gli insorti maliani che appoggiano (The Telegraph/Londra, 16.5.2013, Reuters, 16.5.2013, D. Blair, France wants to keep 1,000 troops in Mali indefinitely La Francia manterrà indefinitamente in Mali 1.000 soldati suoihttp://www.telegraph. co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/mali/10062173/France-to-keep-1000-troops-in-Mali-indefinitely.html).

E, da perfetto sepolcro imbiancato, il ministro degli Esteri di Francia Laurent Fabius in visita in Niger si appella a Tunisia, Algeria, Ciad, Mali e all’Egitto per contrastare, dice, la minaccia jihadista emergente dalla Libia meridionale (The Daily Star, 28.5.2013, France calls for effort against islamists in Southern Libya La Francia [mentre si prepara ad armarli in Siria] fa appello a uno forzo contro gli  islamisti nella Libia meridionale http://www.dailystar.com.lb/News/International/2013/May-28/218664-france-calls-for-action-against-islamists-in-southern-libya.ashx#axzz2UcuSwCHe).

Appello ipocrita, proprio da parte di chi, contemporaneamente, spinge l’Unione europea a togliere l’embargo (vedi più sotto nel capitolo EUROPA) al trasferimento, di fatto, di armi europee ai jihadisti siriani e alla marea di quelli che in Siria, proprio in nome di Allah e sotto la pretesa bandiera nera del profeta, nella sua versione estremista e fanatica sono andati a combattere. Però almeno riconosce, anche se a bocca molto molto stretta, che proprio l’intervento militare straniero – peggio occidentale e peggio ancora kafir infedele e, perciò stesso, percepito come anti-islamico – che ha abbattuto Mommar Gheddafi è all’origine del caos libico che è all’origine di tutto, come lui steso adesso dice nel suo appello… proprio mentre sembra approntarsi a immischiarsi ancora di più di quanto già non faccia nel buco nero siriano.

Pure, Parigi ha serissimi problemi di bilancio, con un deficit/PIL che supera di molto il 3% dei suoi impegni europei. E adesso, con la disoccupazione al massimo da anni e anni, ha aperto un negoziato bifronte cercando di mettere in concorrenza e comprare per la Francia al massimo ribasso possibile i drones migliori che il mercato mette a disposizione, quelli americani o quelli israeliani – meno sofisticati ma anche molto efficaci: i francesi ne hanno di loro (le Harfang— le civette delle nevi) ma non ne sono affatto soddisfatti: quelli più semplici di Israele costano sui 5-8 milioni di € l’uno e quelli americani su un minimo di 20-25 – per modernizzarsi la flotta aerea al di là delle carenze che adesso, dice sempre Le Drian, l’intervento in Mali ha evidenziato nel campo degli aerei senza pilota di sorveglianza “necessari a una campagna bellica moderna

      (per saperne di più, anche in connessione a questa notizia, vedi pure le Monde, 20.5.2013, N. Guibert, Paris achète des drones américains pour rattraper son retard— Parigi compra droni americni per recuperare sul suo ritardo [se poi glieli vendono: l’acquisto di drones di fabbricazione americana lo deve approvare il Congresso che, coi francesi, però, è  spesso restio, vista quella che – in passato ma ancora un decina di anni fa ai tempi dell’invasione dell’Iraq, era stata la loro deplorevole ‘mania di indipendenza’] ▬ http:/www.lemonde.fr/international/article/2013/05/18/paris-achete-des-drones-americains-pour-rattraper-son-re tard_3316410_3210.html).

Resta, naturalmente, da dimostrare che quella campagna fosse proprio necessaria, visto che ad averla scatenata sono stati proprio i militari felloni che il governo francese di ieri ma anche quello di oggi hanno deciso di sostenere e di sobillare contro quello più democratico che esisteva in Africa, quello del Mali, che osava però rimettere in questione alcuni degli interessi francesi nel paese o se, invece, era proprio meglio farsi i fatti propri prima di scatenare l’inferno laggiù in Mali (Press Tv/Teheran, 19.5.2013, Reuters, Paris In Talks With U.S., Israel To Buy Drones, Defense Minister Says Il ministro della Difesa comunica che Parigi è in contatto con gli USA e Israele per l’acquisto di loro aerei senza pilota http://www.presstv.ir/ detail/2013/05/19/304305/france-to-buy-drones-from-us-israel).       

Una mano, anche qui, ai “liberatori” francesi e ai militari del governo maliano la sta dando la cieca e irragionevolmente ostinata e fideistica intransigenza “islamista” degli insorti che, effettivamente, fa il gioco del regime. I separatisti Tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, il Nord del Mali, si scontrano in effetti apertamente coi militanti armati islamisti nei pressi di Anefis per due intere giornate, subito dopo metà maggio e a seguito della loro consueta pretesa di esigere con le armi dalla gente l’osservanza della shari’a: diversi morti e nessun prigioniero nelle vere e proprie battaglie campali che si sviluppano.

E questo solo due giorni dopo che, su pressione della Francia, un gruppo di paesi “donatori” si era impegnato – ma senza alcuna scadenza temporale demandata alla soggettiva e sovrana valutazione di ciascun “donatore” – a fornire aiuti al Mali per l’ammontare di 4,2 miliardi di $ perché espanda le sue azioni di riconquista del Nord del paese (Reuters, 18.5.2013, Armed Tuareg and Arab groups clash in northern Mali Gruppi di Tuareg e di militanti arabi armati si scontrano nel Mali settentrionale http://www.reuters.com/ article/2013/05/18/us-mali-fighting-idUSBRE94H07F20130518).

Sale, infatti, di molto il timore che (scriveva The Economist già il 23.1. scorso) un “estremismo ormai senza controllo che si diffonde a macchia d’olio permeando un po’ tutto il Sahara potrebbe sia esacerbare che connettere l’uno con l’altro i conflitti latenti ma sempre pronti ad esplodere in tutta l’Africa sub-sahariana fra popolazioni islamiche e non islamiche.

E conferma la persistenza di tensioni non piccole anche in Algeria pure la presenza, ormai confermata qui, di un ex mujaheddin algerino, Mokhtar Belmokhtar, il combattente “orbo” che ciadiani e i francesi avevano dato per morto prematuramente e almeno tre volte nei mesi recenti, uno che ha combattuto e guidato i suoi mujaheddin o, come si chiamano oggi, i suoi jihadisti e si è fatto una grande esperienza in Afganistan e, prima e dopo, nella guerra civile condotta per anni da al-Jama'ah al-Islamiyah al-Musallaha, il Gruppo Islamico Armato— GIA nel suo paese contro il regime militare.   

●Anche in Niger, intanto, il paese più piccolo schiacciato tra la Libia a nord, ad est dal Ciad, a ovest dal Mali e a sud dalla Nigeria – proprio dunque nel fuoco del’uragano che squassa l’Africa sub- sahariana – i militanti islamici di varie denominazioni hanno condotto una serie di attacchi, soprattutto del solito tipo suicida, più o meno coordinati ma martellanti e spesso in contemporanea, in particolare contro interessi francesi, come ad esempio l’importante giacimento minerario della società Areva ad Arlit, o una serie di campi militari in prossimità della città di Agadez. E sia intorno che a causa di questi scontri ci sono stati una cinquantina di morti e seri danni causati agli impianti di estrazione d’uranio.

Il Niger sembra, in effetti, poi, a molti analisti perfino meno preparato del Mali ad affrontare l’assalto dei militanti islamici che intendono imporre a tutti con la violenza, visto che altrimenti non possono, il loro modo di vita a tutta la società. E questa è solo una delle ondate sollevate dall’instabilità sapientemente seminata laggiù dall’intervento militare in Libia che ha tolto il tappo all’esondazione dell’instabilità politico-militare in tutta la regione.

Il punto centrale riportato così alla ribalta con evidenza è che i jihadisti, anche se non sempre secondo una strategia coordinata, insistono nel voler stabilire una propria base d’azione nel Sahel africano, un disegno che vede vulnerabili molti paesi della zona, su un territorio immenso e quasi completamente privo di infrastrutture in grado di sostenere forze moderne di sicurezza. Si tratta di una serie di attacchi che potrebbero ormai obbligare la Francia a spostare alcune delle truppe che sta ritirando dal Mali proprio in Niger: che, poi, è il maggior fornitore d’uranio per gli impianti nucleari sia civili che militari di Parigi (Actualité Internationale, 26.5.2013, Une vingtaine de morts dans deux attentats-suicides au Niger http://iphone.france24.com/fr/20130523-niger-attentat-suicide-caserne-militaire-agadez-arlit-areva-kamikazes-djihadistes).

E, a questo punto, pare chiaro come e quanto tutti i governi del Sahel e anche quello francese, alla luce di questo complesso intricato e destabilizzante di eventi, valutino con grande favore la notizia, improvvisa, che la Cina ha offerto 500 suoi soldati per la forza multinazionale che a partire dal 1° luglio dovrebbe rimpiazzare le truppe francesi nel Mali: ma, ha specificato Pechino, rigorosamente  nell’ambito della missione decisa dall’ONU, non su decisione di un solo paese.

Non sembra altrettanto contento il governo americano che, invece, dell’ONU, se può e quando può, non vuole neanche sentirne parlare. Ma la notizia appare del tutto in sintonia con tutta l’esperienza cinese nel continente africano dove da sempre è dichiarato e evidente l’interesse di Pechino per paesi e luoghi che come questi – Mali, Niger – presentino, anche o soprattutto, grandi interessi minerari, reali e potenziali (Stratfor, Global Intelligence, 24.5.2013, Mali: China Commits 500 Soldiers to U.N. Mission— La Cina impegna 500 suoi militari nella missione ONU in Mali http://www.stratfor.com/analysis/mali-china-commits-500-soldiers-un-mission).

In effetti, nel corso del decennio passato la Cina ha inviato in diverse occasioni missioni militari di cosiddetto peace-keeping in Africa. Due casi soltanto al di fuori di quel continente, in Cambogia e in Libano. Sono state due missioni in Sudan, una anche di vero e proprio peace-making – di intervento militare anche attivo – in Darfur e una più di tipo invece peake-keeping, dopo la secessione, peraltro concordata, col Sud Sudan; una in Liberia e un’altra nella Repubblica democratica de Congo. Tutte inquadrate in più vaste missioni decise dall’ONU, ma tutte con impegno sul terreno di dimensioni limitate e più che altro votate al sostegno logistico del resto delle truppe multinazionali impegnate.

In questo senso, quest’ultimo spiegamento di 500 soldati nel Sahel, e in Mali in particolare, è dello stesso segno delle altre missioni: limitato, specializzato, di supporto logistico appunto ma, insieme, essenziale, un servizio soprattutto di genio militare e di staff infrastrutturale. In effetti, proprio a causa della dislocazione della missione dell’ONU nel Nord del paese, il lavoro che i cinesi svolgeranno di natura  logistica, supporto ingegneristico, trasporti e servizi associati sarà cruciale per tutti gli altri contingenti chiamati ad operare nel deserto maliano: sul totale del contingente ben 200 uomini sono, in effetti, specialisti del genio militare.

●Ignorando ogni considerazione di cautela che difficilmente sembra però potersi permettere anche a fronte del problema gravissimo del suo continuo conflitto militare con l’Eritrea, è da Addis Abeba dove ospita la sede dell’Organizzazione per l’Unità africana che l’Etiopia, uno dei regimi più duri e insieme più filo-occidentali dell’Africa, ha deciso di render noto che si accinge a sequestrare per sé, con un nuovo sistema di dighe e canalizzazioni forzate, la maggior parte del flusso del Nilo  intercettandone e sequestrandone l’85% della massa acquifera che poi entrerebbe anche in Egitto e in Sudan a Sud da dove fluisce la massa del fiume che arriva dai Grandi Laghi dell’Africa centrale dopo un percorso di 6.650 km. fino al Cairo dove sfocia nel Mediterraneo.

Lo fa  il 28 maggio, col suo presidente-dittatore Hailémariam Desalegn, annunciando che il suo governo ha cominciato a deviare a proprio favore il flusso del Nilo Blu in modo da poter continuare a costruirsi quella che chiama la sua Diga del Rinascimento della Grande Etiopia, un impianto capace di produrre, se potrà essere completato e resterà in piedi, teoricamente 6.000 megawatt di potenza idroelettrica (Stratfor, Global Intelligence, 28.5.2013, Ethiopia Diverts Water From the Nile River L’Etiopia devia l’acqua del Nilo http://www.stratfor.com/analysis/ethiopia-diverts-water-nile-river).

Potremmo così essere davvero arrivati alla vigilia della prima grande guerra per l’acqua di questo secolo, finora tenuta sottotraccia ma già guerreggiata da tempo, ad esempio, con la prepotenza di Israele nei territori palestinesi occupati. Il fatto è che il Nilo, per quanto lunghissimo, ha una portata limitata, 85 miliardi di m3 all’anno, molto più basso, ad esempio, a paragone dei 500 miliardi del Misssissippi, negli USA; e, con una prassi regolata da accordi internazionali di suddivisione del flusso del fiume più importante dell’Africa. L’azione unilaterale, adesso, dell’Etiopia colpirebbe assai duramente proprio l’Egitto.

O forse la soluzione più prossima e ancora intermedia potrebbe venire piuttosto da un’alleanza obbligata tra Egitto e Sudan che, senza passare necessariamente per il conflitto militare – che a questo punto nessuno può, però, più ormai escludere –, prema sull’Etiopia e sulle sue mire unilaterali con tutti i mezzi politici, diplomatici, ecc., che possono ancora avere qualche effetto dirimente sulle iniziative unilaterali. Sarebbe certo utile, a questo punto, se i contendenti riuscissero a trovare un qualche autorevole mediatore. Ma ormai, a questo mondo, quale mediatore resta davvero ancora autorevole?

EUROPA

●Per metterla giù secca come forse ormai merita proprio di dire qualsiasi sia il risultato delle elezioni tedesche del 22 settembre prossimo venturo, non  sembrano affatto buone le prospettive di una reale inversione nel prender di petto la crisi del’eurozona al di là del recente e lieve allentamento dell’austerità che è stato ottenuto nel rinviare un po’ la scadenza alla riduzione dei deficit consentiti. Insomma, il dibattito in corso tra solidarietà nell’Unione e condizionalità imposta invece alla solidarietà continuerà a trascinarsi, complicato dal dibattito perenne sulla necessità di cambiare o non cambiare i trattati.

E tutto questo mentre ogni singolo governo e paese dell’eurozona ha suoi problemi e sfide irrisolte:

• l’Italia, col suo nuovo governo forzato e contraddittorio che deve portare avanti riforme di ogni tipo, strutturali, fiscali, istituzionali che non sono state fatte per anni e adesso dovrebbe fare, in tre mesi forse, coll’incubo di nuove elezioni fatte sempre allo stesso modo deliberatamente non risolutivo e che potrebbero portare il nuovo governo in mano di nuovo agli interessi privati di quello, agli irresponsabili come quell’altro, o all’ incapacità e alle divisioni del terzo;

• la Francia, con un rallentamento economico forte che complica ancora di più la possibilità stessa di far passare le riforme, non chiamiamole più strutturali ma, insomma: quelle capaci di rilanciare la competitività del sistema;

• un po’ più a lungo termine, Grecia e Cipro dovranno lottare per tener fede al programma che l’Unione per “salvarli” ha imposto loro e potrebbero – o senza condizionale dovranno – rifare i conti con una serie di guai e turbolenze sociali anche gravi prima della fine dell’anno;

• in Gran Bretagna, neanche l’impegno del primo ministro David Cameron a tenere il referendum sì/no sull’adesione all’Europa nel 2017, è riuscito a evitare la discordia interna al suo partito sull’Europa: 100 deputati conservatori hanno presentato ora, a maggio, a Westminster una mozione che chiede la fissazione del referendum non più solo affidata alla volontà del PM ma a una decisione obbligante del parlamento come tale.

     risultato, anche, del grande successo del partito cosiddetto indipendentista, UKIP – che vuole uscire subito dall’UE senza condizioni – nelle tornata di elezioni locali che ha anche sollevato problemi seri nel partito laburista, il principale dell’opposizione: se va ncora giù il vantaggio, soft ancora nei sondaggi malgrado la pesante crisi economica reale che all’ombra del belletto steso sulla realtà della City, va ancora giù, crescerà anche nel Labour la tentazione di scommettere sulla carta “vincente” dell’uscita dalla UE prima delle elezioni; a questo punto, la probabilità dell’uscita britannica entro un quinquennio non è ancvora a più ddl 50% ma ci sta arrivando. da

●Adesso, il cosiddetto Rapporto di Primavera della Commissione europea, che fa il punto una volta all’anno in questi giorni sulla situazione economica di tutti i paesi UE, rispetto alla situazione specifica delle previsioni avanzate per il nostro paese (in due pagine di sintesi contenute nel link cui fra qualche riga rimandiamo per la documentazione, inevitabilmente, in inglese e, in eso anche come it­_en[1.pdf) parte con un titolo tanto breve quanto icastico “Continua a contrarsi l’attività economica” parte notando che “dalla seconda metà del 2011 il PIL reale è calato nel 2012 del 2,4% con un -4% senza precedenti dei consumi privati come conseguenza di un ampio ridursi dei redditi disponibili.

   E, a causa di un consistente consolidamento fiscale, cioè di una secca riduzione del bilancio, anche il calo dei consumi pubblici ha aggiunto il suo carico al calo della crescita. Con le incertezze sulle prospettive della domanda e la stretta finanziaria sul credito ai privati ha frenato in maniera drastica gli investimenti privati. E questo insieme di fatti e misure ha portato, insieme al calo dell’export, al declino combinato e forte del PIL”. Adesso, per fine 2013, il PIL reale viene “proiettato su un’ulteriore contrazione dell’1,3%” mentre “nel 2014 , globalmente, il PIL reale sarebbe oggi previsto in crescita” forse “dello 0,7%”.

   La cancellazione di altri posti di lavoro continuerà ora per tutto il 2013 e la stabilizzazione del calo è prevista solo nel 2014. Così il tasso di disoccupazione salirà ancora per toccare alla fine dell’orizzonte della previsione stessa, il tasso del 12,2%. Il prosieguo del congelamento dei compensi del pubblico impiego insieme alla forte frenata dei compensi nel settore privato sta a indicare un rallentamento significativo dei costi per unità di lavoro nel periodo 2013-2014”.

●Sul tema del documento generale delle Previsioni di primavera, invece, c’è non poca ironia annota sempre il nostro amico Krugman – o forse c’è proprio da sbellicarsi dal ridere? ci chiediamo noi – quando, con l’aiuto del diagramma riprodotto qui sotto e appena uscito per i tipi della stessa Commissione europea (UE, CE, Affari economici e finanziari,3.5.2013, Previsioni di primavera: Continua l’aggiustamento http://ec.europa.eu/economy_finance/eu/forecasts/2013_spring_forecast_en.htm) riflette e fa riflettere sul fatto che (New York Times, 3.5.2013, Humorists at the European Commission— [Forse c’è anche qualche] Umorista alla Commissione europea http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/05/03/humorists-at-the-european-commission).

La Commissione europea è molte cose, ma non l’avevo mai pensata come capace anche di autoironia nei propri stessi confronti. Ma, adesso, ha appena fatto uscire le sue Previsioni di primavera e la loro di previsione è netta: PIL al ribasso quest’anno e disoccupazione in aumento e, ma l’anno prossimo, stabilizzazione [e neanche, predice, un accenno di ripresina) ma anche questa l’avevamo, no?, già sentita e illustra i risultati ottenuti sulle due questioni:

Crescita di occupazione e disoccupazione   (grafico)

Grafico 1.13: tasso di aumento dell’occupazione e della disoccupazione nell’Unione europea

                                                                % della forza lavoro  

Tasso di Occupazione (trimestre su trimestre) previsione % anno su anno

Tasso di Disoccupazione, previsione

In sostanza, quest’anno la previsione dà per sicura una contrazione dello 0,1% del PIL nell’Unione a 27 e dello 0,4 nell’eurozona.

Ma, eccolo il sarcasmo che al meglio è sempre spontaneo, neanche cosciente di esserlo: è nel titolo stesso che questi incoscienti – a dire bene – hanno dato appunto al loro Rapporto di Primavera:  Continua l’aggiustamento. Basta, fermatemi: sto letteralmente crepando dalle risate. Cioè: sto crepando io. Ma sta crepando pure l’economia europea.

E francamente la considerazione che il sarcasmo di Krugman sull’umorismo dell’Unione ci obbliga a ridere – ma anche a piangere – un po’ tutti noi.

Una notazione a parte, ma rilevante. Qualche giorno dopo questo articolo, che giustamente appare quasi sprezzante, il prof. Krugman sente il bisogno di spiegare ai suoi elettori che agli europei che qualche volta incontra e gli dicono di “pensare che le sue aspre critiche alla troika e alle sue politiche vogliono dire che lui è un anti-europeo. Ma è il contrario: il progetto europeo, la costruzione di pace, democrazia e prosperità attraverso l’unione è una delle cose migliori che siano mai successe nella storia dell’uomo.Ed è proprio per questo motivo che le politiche sbagliate che stanno facendo a pezzi l’Europa costituiscono una grande tragedia(New York Times, 27.5.2013, P. Krugman, Portuguese Memories (Trivial and Personal) Memorie portoghesi (triviali e personali) http://krugman. blogs.nytimes.com/2013/05/27/portuguese-memories-trivial-and-personal).

Krugman non è un europeo e chi scrive sì. Forse è per questo motivo che noi correggeremmo la sua dichiarazione solo con un avverbio, “più”, messo prima del sostantivo “unione” – cioè: “pace, democrazia e prosperità attraverso più unione”: quello che è scientemente cambiato, quello che è stato davvero sbagliato quando è stata avviata la costruzione a fine anni ‘90. Anche se forse allora sembrò inevitabile, è stato proprio il fare una sola politica davvero comune, quella monetaria e quella finanziaria marchiata dall’iperliberismo rampante.

E non quella economica e almeno un inizio forte anche di unità politica: la prima volta che nella storia dell’umanità si è fatta nascere, forzando, prima una moneta comune e solo poi – secondo tempi e procedure incerte – si è previsto di costruire un’unità anche politica ed economica vera, invece di affrettare i tempi, preferendo l’allargamento invece dell’approfondimento della Comunità europea.

●Il 2 maggio, il direttivo della BCE riunito a Bratislava, in Slovacchia, ha deciso – finalmente: il primo ribasso dal luglio 2012, anche se il quarto da quando Mario Draghi è diventato presidente dal novembre 2011, ma ormai tanto se l’aspettavano tutti – di abbassare di 1/4 di punto il tasso di sconto dell’eurozona al minimo di sempre, allo 0,75%, con una mossa più che altro simbolica che non sembra a nessuno in grado di sollevare il morale nell’eurozona e di rilanciare la ripresa economica nell’Unione europea (1) New York Times, 2.5.2013, J. Ewing, Central Bank Takes Steps as Europe’s Downturn Drags OnLa Banca centrale europea si muove per far fronte al trascinarsi della recessione in Europa http://www.nytimes.com/2013/05/03/business/global/03iht-euro03.html?ref=global-home).

Anche così, in effetti, il tasso di interesse con cui la Banca centrale rifinanzia di liquidità le Banche nazionali dei 17 paesi resta ancora 1/4 di punto superiore a quello praticato dalla Fed americana, pe non parlare ovviamente della Banca centrale nipponica. E d’altra parte in aprile il tasso di inflazione europeo era a un minimo dell’1,2% annuale, molto al di sotto del tetto prefissato dalla stessa BCE, un 2% del tutto arbitrario. E dunque senza rischio, apparentemente, nemmeno per i parrucconi del board di Francoforte, tedeschi pare stavolta compresi (ECB/BCE, 2.5.2013, Bratislava, Comunicato stampa ▬ http://www.ecb.int/press/pr/date/2013/html/pr130502.it.html).

Ma molti – noi speriamo a ragione – credono adesso di leggere il passo della Banca come qualcosa che potrebbe, forse, aiutare Draghi a convincere anche lui il prossimo Consiglio dei ministri europei a allentare qualche po’ la presa degli austeriani ad oltranza sull’Unione e, specie, sull’eurozona. Solo che vallo a capire quello che Draghi davvero intende, poi, fare (ECB/BCE, 2.5.2013. Bratislava, Introduzione del presidente Mario Draghi alla Conferenza stampa ▬ http://www.ecb.int/press/pressconf/2013/html/is 130502.en.html).

Perché lui, come è nella natura, o forse anche solo nella professione di un banchiere centrale, continua a restare dannatamente ambiguo sulle preoccupazioni che nutre: da una parte, continua ad esprimere le preoccupazioni che nutre sulle deboli prospettive economiche a venire per l’eurozona e la UE ma, dall’altra, continua a insistere, anche in questo suo breve intervento, sul necessario rigore cui devono continuare e sottostare pure i paesi nelle congiunture peggiori (Guardian, 2.5.2013, Graeme Wearden, Eurozone crisis live: Mario Draghi urges no let-up in austerity reforms La crisi dell’eurozona dal vivo: Mario Draghi preme perché non si rallenti nell’austerità che serve alle riforme [cioè: alle controriforme] http://www.guardian.co. uk/business/2013/may/02/eurozone-crisis-european-central-bank-rates).

In uno dei passaggi più ambigui del suo dire e non dire Draghi ha anche “accennato alla possibilità” di ridurre il tasso di deposito per le singole banche che si servono della riserva BCE sotto lo zero, in effetti con ciò facendo pagare alle banche qualcosa per conservare i loro soldi nella speranza di riuscire così a spingerle a prestare di più alla clientela d’affari e a quella privata (The Economist, 10.5.2013).

E, dal contesto, è chiaro che lui pensa proprio a Francia ed Italia che, tra l’altro, hanno appena visto incontrarsi, a Parigi, Hollande e Letta per concordare come meglio smuovere sul tema cruciale della ripresa il Consiglio europeo… Ma si viene anche a sapere che la decisione di abbassare i tassi dello 0,25% è stata stavolta presa non proprio all’unanimità. Anche con uno o due voti contrari e uno o due (non hanno voluto specificarli, però) che chiedevano di abbassare i tassi anche di più…

●E’ uscito, nel frattempo, anche il Rapporto sul Mondo del Lavoro reso pubblico a Ginevra dall’OIL (Organizzazione mondiale del Lavoro), che abbiamo ricevuto in leggero anticipo quando ancora non era stato ufficialmente e definitivamente approvato ma che lo sarà a breve al 99% del testo ora reso noto

    (e di cui qui, per ora, facciamo rilevare il link del testo sul capitolo relativo all’Unione europea, di cui in questo stralcio trattiamo ▬  http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---dcomm/documents/publication/wcms_ 209607.pdf e che una volta reso ufficiale, come World of Work Report-2013,  titolo provv. Riparare il tessuto sociale ormai a  brevissimo termine, comparirà integralmente sul sito dell’OIL, l’Organizzazione/Ufficio Internazionale del Lavoro http://www.ilo.org) ci dà in buona sostanza il quadro più completo, a livello globale, di dati, tabelle, ricostruzioni grafiche e una ricca e completa emerografia.

I rilievi più completi, però anche se volete in qualche modo più ovvi, che sembrano emergere li riassumiamo così, ricavandoli dall’introduzione stessa del primo capitolo del testo

  Nell’Unione europea ci sono oggi più di 10 milioni di disoccupati in più di quanti ce ne fossero nel 2008. Dall’inizio della crisi l’aumento è stato continuo ma è aumentato in modo davvero allarmante l’anno passato grazie essenzialmente alle misure di cosiddetta austerità che hanno avuto un forte impatto negativo sull’occupazione. In altri termini, stiamo ora sperimentando il dopo effetto sociale dello shock economico del 2008.

Bisogna notare di pari passo un’ulteriore polarizzazione nell’Unione europea. Sono solo 5 i paesi che al momento possono vantare livelli di occupazione superiori a quelli pre-crisi: (Austria, Germania, Ungheria, Lussemburgo e Malta). In alcuni paesi (Cipro, Grecia, Portogallo e Spagna i tassi di occupazione sono diminuiti più del 3%. In Italia quasi altrettanto.

E’ a spese dell’occupazione che hanno ridotto i deficit di bilancio  e qualche volta anche i debiti  nazionali molti paesi europei. E il risultato è stato l’esplosione anche della disoccupazione di lunga durata.  A fine 2012 erano 11 milioni così nella UE i disoccupati da oltre un anno (le percentuali maggiori in Estonia, Irlanda, Lituania e Spagna).

La disoccupazione tra i giovani è in media al 23,5%. Solo in Germania l’occupazione tra i giovani invece è aumentata. In Medioriente e Nord-Africa il livello dei giovani disoccupati è massimo e subito dopo arriva l’Europa: in tutte queste aree del mondo – dice l’ILO – “il futuro dei giovani sarà ancora a lungo un lavoro informale, irregolare e largamente sfruttato”.  

Il 30% di questo lavoro precario è nell’Unione è, come si dice, a rischio di povertà e/o di esclusione sociale nel 2011 con grande probabilità di un ulteriore aumento nel 2012. E, intanto, tra i fortunati che lavorano aumentano molto i precari e, in genere,  chi lavora a tempo parziale.

Può sembrare, in apparenza, sorprendente ma l’abitudine a tollerare senza reagire l’iniquità ui è minore che altrobve con la storsia d’Europa dioversa da auele adell’Afica per dire , è proprio qui, nell’Unione europea meno diffusa – che s’è  verificato il picco maggiore di turbolenza sociale, chiamiamola eufemisticamente così, tra il 2006 e il 2012 con un aumento del 12% (a confronto: solo del 6% in Medioriente e in Nord Africa e meno del 2% nell’Africa sub sahariana).

Il massimo di “disordine sociale” si è registrato tra 2010 e 2012 a Cipro, nella  Repubblica ceca, in Grecia, Italia, Portogallo, Slovenia e Spagna. Al contrario, questo rischio è sceso in Belgio, Germania, Finlandia e Svezia. Ma, nella media, la sofferenza sale e sale il disagio.

●Malgrado ciò, questi – in testa, naturalmente, proprio la signora di latta – invece di tirare le conseguenze dal fatto che anch’essi ormai, tutti, riconoscono che visto che le cose vanno male, bisognerebbe concordare, almeno e comunque, di cambiare dosi e contenuti di una ricetta che si è dimostrata dannatamente sbagliata e, invece, di intestardirsi a dire che bisogna perseverare a tagliare spese e investimenti che riguardano i più e, dunque, i più poveri, bisogna cambiare ricetta e rotta…

Dopotutto, se il problema – come insistono a dirci quelli che, dall’alto delle loro rendite malgrado ma anche e proprio a causa della miseria montante dei più continuano a registrare la crescita esponenziale della propria ricchezza, ci fanno la predica austeriana – se il problema è in radice che  abbiamo speso per anni al di là dei nostri mezzi vivendo a debito al di sopra delle nostre effettive risorse, allora dovremmo davvero lavorare tutti e tutti di più, non buttare ogni giorno altri milioni di persone nel vuoto e nella disperazione della disoccupazione.

E di questo tipo di esperienze non c’è esempio storico migliore e ancora vivo, nella memoria e spesso nell’esperienza stessa di molti tra noi contemporanei, di quanto capitò in Gran Bretagna dopo la vittoria della II guerra mondiale. Ed è utile allora richiamare alla memoria, come ancora una volta ci aiuta a fare Krugman, la storia vera della vera austerità. Quella per tutti, e che tutti tirò fuori dalla miseria (New York Times, 18.5.2013, P. Krugman, Old-fashioned Austerity Austerità vecchia maniera http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/05/18/old-fashioned-austerity).

In effetti, quando si ricorda il primo grande esperimento di moderna austerità, quella instaurata dal laburismo di Attlee nel Regno Unito dal 1945 diciamo al 1951 e ancora poi, con lo stesso Churchill per qualche altro tempo, si parla di quella mezza dozzina d’anni dell’immediato dopo Victory Day in ci la Gran Bretagna si ritrovò con un immenso debito pubblico dovuto alla guerra, con patrimoni esteri e loro usufrutto in drastica riduzione (l’indipendenza delle colonie che Attlee riconobbe a mezzo mondo di proprietà di Sua Maestà dall’India all’Africa) e in una lunga congiuntura di dure restrizioni ai consumi e agli investimenti.

Bene, cosa era allora, come era, l’economia reale della Gran Bretagna degli anni dell’austerità post-bellica? C’era un razionamento ferreamente e universalmente applicato, e odiato dalla gente. C’era il controllo dei cambi. C’era un sistema capillare di controlli e repressione finanziaria. Tutto tremendo e inaccettabile per una sensibilità moderna, no? E che la gente, per cominciare credeva – e forse era pure in quegli anni – davvero universalmente applicato pure a Buckingham Palace che lo faceva sapere ma da tutti gli inglesi era anche creduto. Ma…

Ma c’era il pieno impiego! C’era per legge, sì, per legge, al contrario di quanto i leccapiedi del libero cosiddetto mercato ci giurano che non si può fare. Come, tutto considerato, in Unione sovietica, no? ma senza dover ricorrere ai gulag e al KGB su scala generale, come invece dovevano fare in Unione sovietica. Ad alti livelli di debito gli inglesi allora risposero con diversi anni di austerità fiera e dura e una vita impossibile quasi per chi voleva e poteva investire, in cui permettersi consumi appena appena di standard superiore al minimo della media – un tavoletta di cioccolato in  più della razione mensile: di questo si trattausdsto si tratava, davvero  – e tutti lavoravano duro, anche per arrivare a potersi permettere quella dolce barretta in più. Ma tutti, tutti davvero, avevano un lavoro.

E qui abbiamo – hanno – invece risposto a livelli enormemente più ridotti di debito e di interessi che su di esso dovevamo onorare garantendoci sistematicamente che la macchina economica funzionasse al contrario, ben sotto il potenziale di cui era capace e mettendo milioni e milioni di lavoratori che volevano lavorare in condizioni di non poterlo fare, indebitandosi  anche di più di quanto già fossero col costo del welfare conseguentemente crescente di milioni di lavoratori condannati a restare senza lavoro e a vedere scappar via, ridursi a niente le speranze restanti di un futuro migliore.

Ma – e questo è il punto – di una scelta si tratta, non di un ineludibile destino, signora Merkel e soci… E la scelta finché non vi fate cacciare via, anche magari come qualcuno vorrebbe a pedate, è ancora e sempre la vostra. Adesso c’è questa strana esperienza che, controcorrente, portano avanti i giapponesi in materia e che sta dando, quasi da sola, frutti concreti e, invece, in controtendenza. Ma dall’esperienza nipponica, strana ma buona come questa qui, Angela Merkel – e con lei, nei fatti, non a chiacchiere poi, tutti gli altri – nessuno sembra che nel resto del mondo voglia imparare davvero niente.

●Intanto, i dati dei primi tre mesi dell’anno registrano il sesto consecutivo trimestre di contrazione del PIL nei 17 paesi dell’eurozona, per un totale del -0,2%, meno dello 0,6% di perdita del trimestre precedente – l’ultimo del 2012 – ma il doppio di quello che gli esperti avevano previsto, con indebolimento delle crescita dell’economia anche in Germania e, per la prima volta dal 2009, una ricaduta ufficiale (due trimestri di reazione in recessione) della seconda economia dell’Unione, quella della Francia (New York Times, 15.5.2013, Eurozone Economy Shrinks. Recession returns in France L’economia dell’eurozona si contrae ancora. In Francia torna la recessione http://www.nytimes.com/2013/05/16/business/ global/germany-france-economic-data.html?ref=global-home);

●Eurozona    EU a 27 e USA --- crescita del PIL  (grafico)

% di cambiamento sul trimestre precedente     

 

Fonte: PIL dell’eurozona, dal 1° trimestre 2005 al 1° del 2013 (foto da grafico EUROSTAT)

 

EUROSTAT, 15.5.2013, #74-2013, Euro area GDP down by 0.2% and EU27 down by 0.1%, -1.0% and -0.7% respectively compared with the first quarter of 2012 Il PIL dell’eurozona cala dello 0,2% e quello della UE a 27 dello 0,1, per i due gruppi del -1 e -0,7% rispetto al primo trimestre del 2012http://epp.eurostat.ec.eu ropa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-15052013-AP/EN/2-15052013-AP-EN.PDF).

   

● Giovani senza lavoro e lavoro senza giovani   (grafico)

Previsioni 2013                                               (15-24 anni)

 

 Medioriente, NordAfrica, Economie sviluppate, Media

 

Fonte: ILO,2013 World of Work Report globale, Sub-Sahara, Asia orientale, Asia meridionale

●In Bulgaria hanno finalmente eletto il nuovo governo: come ha detto un cronista locale a un malcapitato e sprovveduto Commissario europeo che lamentava la lunghezza della procedura con cui il primo ministro è stato votato, lo è stato molto più rapidamente dopotutto di quello italiano, per dire: una volta tanto, da bulgaro comprensibilmente ben risentito levandosi il gusto di mettere all’ultimo posto, un po’ meschinamente se volete ma con qualche ragione, o l’Italia di Enrico Letta o, prima, il Belgio del PM Ennio Di Rupo.

In effetti, forse, prima di eleggersi a premier Plamen Oresharski, il cui unico vanto sembra essere quello della fama di tecnocrate, competente e non–partisan – al di sopra cioè delle parti – sarebbe stato utile che almeno si fossero informati – gliene avremmo potuta dire qualcuna noi! – sugli esiti da noi, alla fine, del supertecnocrate Mario Monti. Meno di Monti ha una ventina d’anni, di più ha un deficit/PIL pure peggiore di quello che lui ha trovato e raddrizzato: ma essendo l’unica cosa che ha raddrizzato e non è riuscito a aggravare sul piano finanziario e su quello economico, dunque alla fine, anche su quello politico del paese, Non è stata colpa sua se adesso ci ritroviamo Grillo e il redivivo Berlusca tra i piedi, certo. Ma lui si è dato – e come da fare – per garantircelo.

E questo, Oresharski, è pure peggio. Da ex ministro delle Finanze si distinse per aver introdotto nel paese una tassa sui redditi cosiddetta flat, del 10% uguale per tutti – il sogno di Berlusconi e di ogni neo-cons – tanto per chi è stramiliardario che per chi è incapiente. E per fortuna che ad appoggiarlo il blocco maggiore di voti nel nuovo parlamento è quello dei socialisti, gli ex comunisti bulgari.

Ma, un po’ per carità di patria, un po’ perche non sarebbe né appropriata né, forse, opportuna, fermiamo qui l’analogia che ci scappa dalla punta della lingua. Se non per aggiungere che qui – qui… soltanto? – il governo alla fine è passato solo con l’astensione dell’estrema destra, che gli è contraria ma che era anche totalmente contraria a nuove elezioni e voleva a ogni costo evitarle (New York Times, 30.5.2013, M. Brunwasser, Bulgarian Parliament Approves New Prime Minister Il parlamento bulgaro approva il nuovo primo ministro http://www.nytimes.com/2013/05/30/world/europe/bulgarian-parliament-names-plamen-oresharski-prime-minister. html?ref=bulgaria).

●E scoppiato, sulla ribalta internazionale e col botto, il caso Irlanda e naturalmente non per opera della eurozona e della sua pusillanime Commissione a Bruxelles, ma per la denuncia molto stizzita che l’ha portata in America sul banco degli imputati insieme alla Apple, il colosso informatico che, pur avendo pagato, alla berlusconide moltiplicata per varie volte, milioni di $ di tasse ne ha evasi dieci volte tanti in miliardi, dice l’accusa.

Non solo, infatti, l’Irlanda continua a fregarsene di ogni coordinamento e a praticare la concorrenza sleale agli altri membri dell’eurozona – malgrado tutti gli aiuti che ha ricevuto continua a applicare un’aliquota sugli affari del 12,5% per attrarre business da Francia, Italia e Germania – per dire – a Dublino, in concorrenza sfacciatamente e deliberatamente sleale praticamente con tutti i regimi fiscali europei ma consente anche a chi dall’America trasferisce in qualche modo lì le sue sedi legali di ritrasferirle poi nei paradisi fiscali del mondo: dalle Caymans al Lussemburgo, per capirci.

Ma in America le faccende di tasse le prendono, come è noto, sul serio. A loro modo, ben si capisce, vista la dimensione colossale dell’elusione fiscale legale, e deliberatamente come tale legittimata, alla faccia dei più e un favore gigante per i ricchi. Che, così, è vero devono pagare molto di meno ma poi quello che devono, sotto pena di manette e secoli, anche, di carcere, sono obbligati a pagarlo. Oddio, poi, obbligarli…

Intanto il presidente e amministratore delegato della Apple, Tim Cook, forte dei 100 e oltre miliardi di $ che ha inguattati offshore ha detto al Senato – e neanche qui lo hanno arrestato, sia chiaro: Al Capone sì e lui no… anche qui la legge non è per niente uguale per tutti gli evasori – che se la tassazione sulle imprese non scende dal tasso attuale del 20% e un po’ più, lui quei miliardi che ha piazzato ora nei paradisi fiscali si guarderà bene dal rimpatriarli: perché è appunto una multinazionale e come tale fa quel che vuole.

     (1) Guardian, 21.5.2013, D. Roberts e D. Rushe, Apple boss defies US senate over tax and  calls on US government to slash US corporate tax— Il boss della Apple sfida il Senato USA sulle tasse e chiede al governo americano di tagliare quelle sugli affari http://www.guardian.co.uk/technology/2013/may/21/apple-wants-single-digit-corporate-tax); 2) U.S. Senate, Sottocommissione permanente di inchiesta sulla tassazione delle multinazionali, testimonianza della Apple, 21.5.2013 ▬ http://www.apple.com/pr/pdf/Apple_Testimony_to_PSI.pdf: tra qualche giorno è annunciato che verrà anche pubblicato il testo stenografico del dibattito, D dei senatori e R di Cook: dal poco che si è letto finora riportato ad esempio nel testo del Guardian, è stato uno show arrogante di cieco egoismo pure da parte di chi è noto come uno dei più illuminati tra lor signori).

Perché, poi, alla fine della fiera la Commissione senatoriale ha bastonato per bene Apple e il suo modo di gestire le proprie tasse, criticandone anche con termini duri quella che la risoluzione finale ha chiamato la “sistematica deviazione del profitto su nascondigli off-shore”, attraverso l’utilizzo di una serie di filiali aperte apposta della Apple in Irlanda. Ma qui in America Cook per la Apple e in Inghilterra il capo della confederazione degli industriali che è sceso in campo a difendere analoghe misure cui ha fatto e fa ricorso Google, sono usciti a dire al parlamento e ai media di piantarla col fare i moralizzatori e di contenere le loro critiche legandole sempre ai fatti. Già e l’elusione, l’evasione che cosa sono secondo lor signori e i loro portavoce?

Cook ha garantito al Senato che Apple paga tutte le tasse che deve fino all’ultimo dollaro— dove sia lui che chi lo ascoltava che la parola “dovere” equivale con molta precisione a non riuscire a evitar di pagare, non ad altro. Ha spiegato lo staff del Senato ai senatori, documentandoli, tutti i trucchi – se si vogliono chiamare così o, se preferite, i mezzi – con cui alla fine questa e molte altre grandi corporations alla fine in America (e perché in Italia no? leggetevi la sentenza per frode fiscale che in secondo grado ha adesso condannato pure il Berlusca e vedrete che il sistema è quello…) pagano le loro tasse, che qui, poi, già ammontano ufficialmente ad appena il 15% e, attraverso l’elusione legale e autorizzata, appena al 9% delle entrate fiscali.

Malgrado tutto, però, sono stati molti e anche alcuni proprio insospettabili a scandalizzarsi, stavolta un po’ più del solito, cosa che è sembrata molto urtare la suscettibilità di tanti padroni delle ferriere moderne che oggi, appunto, si chiamano Apple e Google (The Economist, 24.5.2013, Cook lightly grilled Cook [un gioco di parole: tradotto, come nome comune, significa cuoco, naturalmente]▬ appena appena grigliato http://www.economist.com/news/business/21578399-testimony-capitol-hill-apples-boss-made-case-corporate-tax-ref orm-more-ways).

● Come si fanno i soldi?  ma è chiaro no?   (vignetta)

 

 Ma perché la società che al mondo fa più utili dovrebbe evadere le tasse?

AD della Apple: ma proprio per restare quella che al mondo continua a fare più utili 

Fonte: NYT , P. Chappatte, 21.5.2013

Da noi, in Europa, invece chiacchierano quasi solo per ora, anche se ormai tutti vedono affacciarsi la fine del tunnel della tolleranza. Viene in effetti ancora consentito – nel Consiglio stesso dei ministri europeo convocato il 21 maggio per discutere della lotta a frodi e evasioni fiscali sempre più socialmente intollerabili nel clima di crisi attuale – senza spernacchiarlo in pubblico all’istante al vice premier irlandese, Eamon Gilmore, di mettersi a predicare che, se c’è anomalia, è quella degli altri e delle loro tassazione troppo elevata— non quella del’Irlanda, s’intende e delle sue aliquote fiscali volutamente iperconcorrenziali. Ma, certo, stavolta la figura che così fanno è pesante. (New York Times, 21.5.2013, E. Pfanner, Ireland Defends Attractive Tax Rates L’Irlanda difende le sue [bassissime] e attraenti aliquote fiscali http://www.nytimes.com/2013/05/22/business/global/ireland-defends-attrac tive-tax-rates.html?hpw&_r=0).

Perfino un politico-tecnico rispettato come Jean-Claude Juncker, primo ministro e ministro delle Finanze del Lussemburgo, il paradiso fiscale per eccellenza in Europa, fino a pochissimi mesi fa presidente dell’Eurogruppo ha detto brutalmente al suo parlamento che il motto nazionale secondo cui “noi vogliamo restare quelli che siamo e senza cambiare” non regge più e va cambiato esso stesso. “Non è cambiato tutto, no, ma è cambiato già molto. E sono necessari altri cambiamenti, se no cambierà proprio tutto”.

La segretezza bancaria è una reliquia del passato”, spiega Algirdas Semeta, il Commissario lituano che segue l’agenda fiscale e doganale nell’Unione  Bruxelles. Dai Caraibi, alle Isole Vergini (roba britannica, al solito: e, non a caso, l’ultimo difensore di ogni segretezza è Downing Street che al Consiglio europeo rappresenta senza vergognarsi la City), al Granducato, tutti anche quelli con la corazza più spessa sentono ormai, in un contingenza economica e finanziaria orrenda, sulla propria pelle il marchio del grande facilitatore dell’evasione fiscale. E quello che, fino a ieri, era quasi un blasone (la Svizzera, San Marino,  il Lussemburgo, appunto, il Liechtenstein, la Città stessa del Vaticano con la sua IOR e le succursali off-shore della City) sono diventati quasi un bollo di infamia e di vergogna sociale.

Sulla Svizzera, come sul Liechtenstein ancor prima, sembrano ormai far breccia le varie procure americane che in molte giurisdizioni degli USA hanno, con l’aiuto del governo federale, ormai fatto breccia sulla testuggine corazzata del segreto bancario elvetico, cominciando a strapparne il velo (New York Times, 28.5.2013, Linley Browning, Switzerland Weighs Deal in Tax Cases La Svizzera soppesa l’accordo sulle questioni dell’evasione fiscale http://dealbook.nytimes.com/2013/05/28/switzerland-weighs-deal-in-tax-cases).

Probabilmente le banche, ormai sotto il peso anche della resiscipenza tardiva ma obbligata degli stessi sistemi parlamentari e legali che s’erano inventati per compiacerle e compiacerne i tanti clienti felloni il messaggio di benvenuto lassista con l’alzata delle mura di Gerico del segreto, dovranno mollare anche se chiedono al proprio governo di accollarsi almeno parte di quello che sarà il contenzioso che con esse inevitabilmente apriranno quei clienti felloni che, però, per contratto avevano avuto garantito il diritto appunto al segreto e ora, forse, non ne godranno più.

Ma il fatto è rivelatore. Certo, altra cosa sulla Svizzera è la pressione del governo americano e altra, sarebbe, se mai decidessero davvero di esercitarla quella del governo italiano. Ma se l’Italia – già chi, il governo di Letta? – avesse la volontà, la determinazione e la capacità di mettersi alla testa nell’eurozona e nell’Unione europea stessa come tale di una campagna fatta anche di misure mirate di sputtanamento globale per chi non collabora, bé, allora bisognerebbe vedere…      

Chi come l’Irlanda, che è pure oggi alla presidenza di turno dell’Unione, cerca vergognandosi un po’ di resistere è ormai ridotto, perfino in quel consesso, quasi ad alzare la voce contro l’evasione fiscale per cercare come può di difendere il diritto all’elusione: e formalmente ha ragione – l’elusione la consentono ai furbi legge e prassi degli Stati – ma non osa più farlo neanche troppo apertamente, ormai (New York Times, 22.5.2013, A. Higgins, Europe Pushes to Shed Stgma of a Tax Haven L’Europa si dà da fare a liberarsi del marchio di essere un paradiso fiscale http://www.nytimes.com/2013/05/23/ world/europe/europe-pushes-to-shed-stigma-of-tax-haven-with-end-to-bank-secrecy.html?ref=global-home&_r=0).

(Il ragionamento che nei prossimi paragrafi vi proponiamo, segue – anche se non parola per parola e, quindi, non lo riproduciamo proprio tra virgolette: ma cerchiamo di farlo senza mai tradirlo, anche se aggiustando un po’ le cose soprattutto riguardo ai risvolti dell’argomentare riguardanti l’Italia: cfr. Guardian, 28.5.2013, Bryan Gould, Labour must break with economic orthodoxy – Tories do not know best Il Labour deve rompere con l’ortodossia economica – I conservatori non ne sono affatto di più http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/29/labour-break-econ omic-orthodoxy-tories).

Piano piano, con grande, troppa, fatica si sta facendo strada un po’ dappertutto in Europa l’idea che ormai c’è bisogno di una svolta vera, esplicita, una dichiarazione di guerra forte e di  sfida aperta alla saggezza economica e finanziaria convenzionale dettata anni fa e trionfante finora, coi risultati che vediamo, da lor signori. Dobbiamo fare come forse fece solo Franklin Roosevelt 80 anni fa riuscendo almeno ad avviare la sconfitta della e l’uscita dalla depressione.

Questo si può fare mettendo nettamente al centro della politica economica e della politica tout court l’obiettivo dell’occupazione, un tema per cui non possiamo più lasciare il compito di dettare regole e procedure ai signori delle banche e della finanza, ma dare il segno di una rottura decisiva con l’era neo-liberista. Per cui il benchmark, come ormai si dice, del buon funzionamento del sistema diventa proprio questo: la piena occupazione o, almeno, la massima occupazione possibile.

Non è un sistema che non abbia avuto le sue sperimentazioni: le ha avute e anche assai positive. E l’unica cosa da cui guardarsi con qualche accorta saggezza è quella di mettersi a copiare, di regola pure male, le ricette che dell’occupazione in teoria e poi, di fatto, in pratica non sin preoccupano— perché non preoccupano chi se ne frega e può anche fregarsene.

Bisogna poi riconoscere che, per chi sta diciamo a sinistra – in termini larghi e molto flessibili: non i contestatori globali e totali, ma chi si considera socialista, laburista, social-democratico e perfino, tra virgolette, cristiano-sociali più di sinistra, più radicale, c’è stata grande esitazione a sfidare e anche a spernacchiare quando pure era strameritato il pregiudizio di delegare e di lasciar fare alla finanza, alle banche, a lor signori nelle cose di “competenza loro”. Un giudizio che, alla fine, in mancanza di una forza che lo contrastasse apertamente invece lo subiva e che l’opinione pubblica ha largamente finito col fare suo.

Ora siamo, un po’ dappertutto, al dunque e se si chiede a chi vuole cambiare di continuare sulla vecchia strada del rigorismo, dell’austerità e della richiesta di sacrifici sempre agli stessi non se ne esce. Altrimenti ci si dedica anche da parte di chi vede e sa di dover cambiare tutto, o quasi tutto, a scegliere tra persone, ceti, interessi dove tagliare per continuare a confortare, invece, sempre gli stessi. Cioè, disarmando in partenza di fronte alle posizioni dello schieramento nemico.

Ormai, per uscirne bisogna buttare all’aria il tavolo sui cui sono scritte le regole del gioco e buttare via proprio quelle. Bisogna guardare ai problemi attraverso lenti ripulite dall’appannamento della screditata ortodossia neo-liberista. Prima bisogna arrivare a identificare bene i problemi veri. Per esempio, che la prima cosa da fare è perseguire davvero la crescita, senza la quale poi non si scappa al gorgo della recessione, non si riduce certo il deficit, non si sfugge al debito e non si ricostruisce l’occupazione.

Ma per farlo, bisogna osare. E osare è difficile con lo stato pre-agonico da noi, per esempio in Italia ma quasi in tutta l’Europa, della nostra competitività frenata e schiacciata non tanto e non più dalla paura dell’inflazione che ormai sembra del tutto artificiosa ma soprattutto dal deficit commerciale, dall’indisponibilità proclamata del capitale a investire.

Rispetto all’Europa – per non dire tanto di più rispetto proprio all’Italia – Corea (del Sud, si capisce), Brasile, India e Cina non sono solo cresciute di più ma soprattutto hanno moltiplicato anche decuplicato, mentre noi al meglio siamo rimasti al palo, efficienza e competitività nel settore essenziale per la crescita che ben più dell’informatica poi, perché quello di cui l’informatica è ancella, il manifatturiero, noi abbiamo sistematicamente pressoché rinunciato per andar dietro alle ubbìe, più che alle utopie, liberiste.

E il manifatturiero è il settore del’economia che non ha ancora trovato uguale proprio per creare lavoro, reddito e, con la competitività maggiore, maggiore ricchezza e innovazione e di produrre un rapido ritorno sugli investimenti fatti e non solo una bolla come quelle che è andato costruendo e ricostruendo ormai da trent’anni il meccanismo dell’industria finanziaria che soldi ne fornisce e ne produce ma solo per una ristretta minoranza rapace.

Dice, ma dove sono i capitali da utilizzare per fare questa riforma, o questa rivoluzione, davvero questa sì, strutturale? Ma l’aveva detto tantissimi anni fa il grande Keynes che “mentre ci possono essere ragioni intrinseche per la scarsità della risorsa terra, non c’è alcuna ragione intrinseca per la scarsità di capitali[2]: cioè, non è che i soldi non ci sono ma sono indirizzati nei luoghi sbagliati.

La creazione del credito bancario – di gran lunga il fattore più importante e senza regolamentazione alcuna nella crescita della liquidità di un sistema – è essenzialmente indirizzata all’acquisto interno di una banca sull’altra: tutta la cosiddetta facilitazione quantitativa organizzata dalla Banca d’Inghilterra è stata un trasferimento dai suoi conti ai libri delle singole banche, come in fondo è successo nel prestito al tasso dell’1% alle banche del’eurozona da parte della BCE che è stato in sostanza incorporato del tutto dalle loro casseforti. Si tratta di creazione di denaro dal nulla, senza costo alcuno in sostanza, che non viene in alcun modo votato a scopi produttivi.

E’ che, in nome del monetarismo, tanti auto-interessati banchieri si sono lasciati persuadere, o hanno fatto mostra di essersi persuasi, che la crescita dela liquidità è un fenomeno da strozzare semrpe per timore del’inflazione. Questo nelle nostre economie stitiche e più improduttive mentre quelle di maggiore successo hanno indirizzato la loro creazione di liquidità (quella cinese, ma in misura minore, da anni anche se insufficiente, quella americana e ormai pure quella nipponica) molto più che da noi agli investimenti produttivi secondo una linea di politica industriale concordata che per definizione non può diventare inflazionistica perché sempre dà luogo a più produzione e più produttività.

Il punto è che, al contrario di noi in Europa, gli altri – chi più, cinesi, brasiliani, ecc.; chi meno, gli americani in particolare che anche se si erano inventati il monetarismo lo praticavano a loro immagine e convenienza, mentre di fato lo imponevano agli altri che lo subivano regolarmente impotenti tollerando in ossequio al poco santo graal del monetarismo e del profitto dei pochi a spese dei più tassi di disoccupazione elevati col loro corollario di perdita di capacitò produttiva e di dislocazione sociale.

 

●Intanto, il nuovo governo conservatore di Islanda, che ha riportato al potere la coalizione conservatrice formata dal partito Progressista del leader 38enne e nuovo primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson e da quello Indipendentista del vice premier e ministro delle Finanze Bjarni Benediktsson, ha subito sospeso la richiesta di adesione all’Unione europea avanzata dal gebinwetto che lo aveva preceduto. Non è stata una sorpresa né, essendo comunque ovviamente una decisione unilaterale, ha trovato alcun ostacolo da parte di Bruxelles che è sembrata, anzi, collettivamente tirare un sospiro di sollievo. In ogni caso, il nuovo governo si impegna, se mai ci dovesse ripensare, a sottoporre a referendum popolare la nuova eventuale proposta (The Economist, 24.5.2013).

●Il primo gruppo di combattenti (appena diventati ex, forse) del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il PKK, si è effettivamente ora ritirato dal territorio curdo della Turchia che occupava in parte militarmente da anni in base all’accordo raggiunto per i primi tempi del processo di pace è arrivato nelle postazioni previste che gli sono state approntate nel nord del territorio iracheno, cioè nel Kurdistan iracheno, governato comunque da curdi. Nelle vicinanze di Heror, località piazzata proprio a cavallo del confine turco-iracheno, è stato sistemato il primo punto di accoglienza, campo, accampamento di 13 peshmerga – combattenti per la libertà – arrivati nel Kurdistan iracheno  accolti come fratelli ed eroi.

Dicono le cronache dei giornali locali che sembravano anche un po’ increduli di aver potuto passare il confine senza ostacoli da parte dell’esercito turco. Sawashka Kawar, portavoce del comando curdo, dichiara ai cronisti che se ci attaccheranno, naturalmente, risponderemo. E un ufficiale del PKK, Furat Jakrkhouni, riferisce che un gruppo più numeroso di combattenti dovrebbe attraversare il confine dell’Iraq entro una settimana. “Se tutto va liscio – dice – arriveranno altri militanti. Il processo di ritiro continuerà se il governo turco non lo ostacolerà (la Presse, 14.5.2013, Turchia, procede ritiro Pkk: arrivati in Iraq i primi combattenti ▬ http://www.lapresse.it/mondo/europa/turchia-procede-ritiro-pkk-arrivati-in-iraq-i-primi-combattenti-1.331901). Certo, a oggi è ancora molto presto per stabilire, o anche solo prevedere, se l’accordo davvero storico,  tra Öcalan e Erdoğan, riuscirà a durare.

●In Russia, lo scontro interno all’apparato del potere, ha visto perdere il posto a Vladislav Surkov, il Richelieu o, trattandosi di Russia, più propriamente forse il Rasputin del Cremlino che ha dato le dimissioni dall’incarico di vice primo ministro, in realtà dal posto che era suo quasi da un decennio di braccio destro e primo consigliere del presidente Putin del quale aveva disegnato, e ancora  da prima che Putin si alternasse come primo ministro con Dmitri Medvedev lasciandogli temporaneamente la presidenza, la strategia con la quale al Cremlino avevano organizzato il potere con metodi capillari di pressione e persuasione non sempre né necessariamente palesemente coercitivi o, almeno, non vissuti come tali e perciò inaccettabili dalla stragrande maggioranza della popolazione.

Un esempio soltanto, che scandalizza tutti i filoccidentali russi oltre ai media nostrani specializzati nel far le pulci agli altri, ma non i russi o non proprio: pensate alla registrazione diventata obbligatoria per legge di organismi e istituti non governativi che ricevono sovvenzioni dall’estero come “agenti stranieri”. Che, in realtà non è serio poi contestargli, visto che è una misura copiata da quelle in vigore sullo stesso tema, ad esempio, nella legislazione degli Stati Uniti d’America (il Foreign Agent Registration Act, il FARA (legge 22 USC § 611, Public Law 218-211) che vige dal 1938 e ha visto finire in galera decine di cittadini americani semplicemente per non essersi, appunto, registrati presso il governo come fruitori di sovvenzioni straniere e cioè, come dice il FARA, come “agenti di influenza di interessi appunto stranieri” ▬ http://www.law.cornell.edu/uscode/text/22/611).

Insomma, la Russia che Surkov aveva con cura strutturato a misura di Putin, della sua mentalità, delle sue idiosincrasie e dei suoi desideri – come in America fa il consigliere per gli affari interni di Obama, p quello di Bush e Clinton, sempre) è una “democrazia sovrana”, la definisce così, gestita come sempre dai tempi di Pietro il Grande e Caterina II dall’alto (l’unica volta nella storia in cui il potere dello zar, del vodz, del grande capo vene devoluto dal centro, sotto Gorbaciov, il paese si disintegrò, semplicemente) ma difficilmente attaccabile sul piano formale, proprio dalla culla  del perbenismo d’occidente.

Quanti hanno dipinto da noi per mesi come martiri della libertà le Pussy riots – anche qui, letteralmente e sempre provocatoriamente e commercialmente in inglese e non in russo, le f**he ribelli— ribelli naturalmente contro il regime, anche a costo di andare in galera per diversi mesi ma sapendo di garantirsi poi di uscirne con un pubblico mondiale lautamente pagante – ragazze che agisce sotto l’anonimato dei loro passamontagna inscenando nella cattedrale del Salvatore, la cattedrale ortodossa di Mosca, a febbraio del 2012 e diffiondendo col web nel mondo intero un  loro tra l’altro strano, sciatto e brutto balletto blasfemo (il video dell’ “evento” in  http://www.youtube.com/watch ?v=ALS92big4TY; il testo dell’invettiva-“preghiera” lo abbiamo riprodotto in Nota congiunturale no. 9-2012, Nota no.8 a fondo pag, ▬ http://www.angelogennari. com/notasettembre12.html).

In nome della liberta d’espressione, spiattellato davanti a miriadi di corrispondenti e televisionari specie americani e senza la minima considerazione per la sensibilità della stragrande maggioranza dei russi, sarebbe stato un gesto che avrebbe avuto esiti forse anche peggiori sul piano prnale prr chi lo avesse condotto diciamo a Roma, in San Pietro o nella cattedrale di San Patrizio a New York. Ma quelle stolte e ingenue, o forse anche troppo furbe ragazze, non avevano fatto i conti con come sarebbe apparsa davvero anche in occidente la loto bestemmia ululata davanti al’altare maggiore di una Chiesa e l’invettiva contro un politico che in casa sua aveva comunque appena preso una caterva di voti contro i suoi oppositori e che, all’estero, pur non godendo certo di grandi favori nell’opinione diffusa appariva inevitabilmente come la vittima innocente de una grossolana provocazione portata avanti, poi, con intenzioni anche palesemente blasfeme: insomma, le pussy riots erano solo cadute – o erano volute cadere – in una trappola/occasione di far notorietà facile e quattrini evidente a loro, ai loro sponsors e a tutti, alla fine.

Chiudendo qui la parentesi su queste sfortunate/fortunate ragazze e tornando all’eminenza grigia di cui parlavamo, Surkov, al suo lavoro per Putin e al suo destino futuro. Esso sembra essere stato rimesso in dubbio proprio dalla sua relativa incomprensione del fenomeno di un’inquietudine che comunque si è andata diffondendo parecchio coinvolgendo le vaste classi medie ormai in ascesa che non sembrano più contentarsi di consumi in stabile aumento ma, in modi anche molto diversi tra loro – dalle riots , alle provocazioni di piazza, alla diffusione di Facebook e Twitter, appaiono voler comunque “contare” di più.

Di fronte a questo fenomeno – che con qualche discrezione ma anche qualche pubblico riconoscimento che gli era stato imputato come un cedimento Surkov aveva salutato una volta con qualche favore parlando in Tv dei dimostranti contro il Cremlino come della “nostra gente migliore”, Putin ha deciso di puntare ormai su un altro forte settore della sua base, meno sofisticato, più popolare e nazional-popolare e russo-tradizionale diremmo noi, rivolgendosi a un altro suo consigliere sempre a lui vicino e concorrente di Surkov come stratega di politica interna: Vyacheslav Volodin, uno che va un po’ più per le spicce e cerca di bloccare sul nascere, prima ancora di vederle cominciare a gonfiarsi, le manifestazioni ritenute potenzialmente eversive dell’opposizione privilegiando più apertamente di Surkov strumenti di difesa dell’ordine costituito più sensibili e in sintonia con l’ideologia anti-occidentale tradizionale concentrata sulla rivisitazione, ovviamente aggiornata di vecchi metodi sperimentati.

Naturalmente adesso c’è il rischio di colorare lo scontro tra Surkov e Volodin come quello tra il nuovo – un nuovo improvvisamente scoperto essere tale, è vero – e il vecchio— che, come al solito, è una caricatura della realtà, anche se, come dovunque del resto, non è poi niente facile decifrarla davvero questa realtà (The Economist, 9.5.2013, An ideologues’exit L’uscita di un ideologohttp://www. economist.com/news/europe/21577421-what-departure-vladislav-surkov-means-government-ideologues-exit).

●Sempre in Russia, il  Centro Levada, istituto di sondaggi che “indipendente” e che, di fatto, si sforza di esserlo ma risulta anche usufruire di sovvenzioni straniere, in particolare di fonte governativa americana, ha ricevuto richiesta dal tribunale di Mosca di registrarsi, come richiede la legge, come”agente straniero”. E, temendo di vedere così compromessa la propria credibilità riconoscendo, ufficialmente e da sé, la propria dipendenza da finanziamenti stranieri – sistema identico a quello sanzionato in America a lì fosse anche solo parzialmente finanziato dall’estero: che è consentito ma deve essere “confessato” – annuncia adesso che potrebbe anche dover chiudere le sue attività (The Economist, 24.5.2013).

●Anche la Cina segnala, e stavolta alzando un poco la voce, alla Unione europea che la puntigliosa inchiesta fatta condurre dalla Commissione sulla concorrenza che fanno i pannelli solari made in China e le eventuali misure punitive nei confronti della produzione cinese sarebbero di certo deleteri per loro, produttori e lavoratori cinesi ma anche per i consumatori europei. La dichiarazione di Li Keqiang è arrivata mentre si trovava a Berna, alla vigilia della tappa cruciale di Berlino nel giro d’Europa che il nuovo dirigente cinese sta compiendo.

Il 6 giugno è in calendario la discussione e la decisione europea sull’imposizione di dazi doganali sulle importazioni di tecnologia cinese esportata, secondo l’accusa, sottocosto (Gulf Times, 26.5.2013, China premier criticizes EU for telecom probem solar panel tax Il primo ministro cinese critica la UE per il problema della concorrenza sulle telecomunicazioni e la tassazione sui pannelli solari http://www.gulf-times.com/Mobile/Business/191/ details/353988/China-premier-criticises-EU-for-telecom-probe,-solar-panel-tax). La Cina è pronta, avverte Li, a prendere misure “assertive” di ritorsione per difendere i propri interessi se il dazio sui pannelli solari all’esportazione del 47% proposto ora dalla Commissione passa al Consiglio dei ministri.

Il ministro del commercio di Pechino ha reso noto da pochissimi mesi di aver lanciato un’inchiesta anti-dumping e anti-sussidi sul polisicone solare, materiale chiave per la fabbricazione delle cellule  solari, esportato anche in Cina dalla UE e su alcune produzioni anche di altri paesi di tubi in acciaio senza giunti.

●Va segnalato che a Berlino, il 26 maggio il premier cinese trova un orecchio attento al suo appello. Angela Merkel ha personalmente annunciato, in conferenza stampa congiunta con Li Keqiang, che si impegnerà a far bloccare i tentativi che in sede UE fossero messi in atto proprio per imporre tariffe anti-dumping permanenti sulle produzioni cinesi, specie coi pannelli solari che, in sede di concorrenti europei, vengono bollati come sottocosto. La Germania è, forse non a caso, l’unico paese europeo che Li, del resto, tocca nella sua visita e nel corso della conferenza ha anche detto che il rapporto bilaterale con Berlino è il modello da seguire con gli altri e con tutta l’Unione europea (China Daily, 27.5.2013, Leaders oppose EU punitive sanctions I leaders [Li e Merkel] sono contrari a sanzioni punitive da parte della UE http://europe.chinadaily.com.cn/business/2013-05/28/content_16539608.htm ).

Francia e Italia più di altri tirano per l’applicazione delle sanzioni mentre risulta che almeno una dozzina di altri paesi, con alla testa la Germania (ovviamente teme ritorsioni per il suo export a Pechino), con Gran  Bretagna e Olanda anch’esse piuttosto restie a scatenare un conflitto commerciale nel quale anche le Cina ha, appunto, non poche armi di ritorsione effettiva e efficace dalla sua parte (BBC News, 28.5.2013, Half of EU members 'oppose China solar tariffs' Metà dei paesi della UE si schierano ‘contro l’imposizione di tariffe sul solare cinese’ http://www.bbc.co.uk/news/business-22684663).      

STATI UNITI

●In apparenza sembra di sentir parlare il cavalier de La Palisse quando, sul NYT, un famoso finanziere e ristrutturatore di industrie, diventato anche, secondo noi con poco merito davvero, un famoso columnist – commenta l’annuncio di fine aprile dicendo che è buona cosa se “il PIL della nazione è aumentato del 2,5% a tasso annuo nel primo trimestre del 2013 è una buona notizia, seguendo come ha fatto un risultato appena marginalmente positivo negli altri tre trimestri precedenti(New York Times, 29.4.2013, S.Rattner, The Warnings Behind the NumbersGli avvertimenti che stanno dietro i numeri http://opinionator.blogs.nytimes.com/2013/04/29/the-warnings-behind-the-numbers/?hp).

Ed è vero, certo: una crescita è sempre meglio di un calo, un più qualche cosa è sempre meglio di un meno qualcosa… ma si deve o no ricordare alla memoria di chi è smemorato che si sta operando di ben il 6% al di sotto del potenziale che unanimemente in America viene considerato possibile. La stima è quella del Congressional Budget Office, il servizio ufficiale indipendente di studi e ricerche del Congresso, secondo cui, a questi ritmi di crescita, il gap tra PIL reale e PIL potenziale si chiuderebbe al ritmo, irrilevante pressoché, dello 0,3% all’anno.

E, per capirci, la crescita potenziale del PIL al tasso di crescita cui l’economia arriverebbe se si sviluppasse ai ritmi che si avrebbero con un’occupazione “piena” e gli aumenti resi possibili dalla produttività. Il fatto è che anche al ritmo pure oggi invidiato da tutti, o quasi, in Europa di una crescita economica del 2,5%, pure in questo paese ci vorrebbero un’altra ventina d’anni, per riportarsi al tasso di crescita potenzialmente effettivo del PIL.

●L’economia ha creato 165.000 nuovi posti di lavoro in  aprile, sconfiggendo o almeno frenando i timori di un rallentamento forte in arrivo dell’attività: Ma non è proprio niente davvero da celebrare visto che negli ultimi 12 mesi la media di creazione di nuovi posti di lavoro è stata di 168.000 unità e negli ultimi due anni di 184.000, quantità anch’esse universalmente giudicate insufficienti al bisogno.

Così, certo, la disoccupazione torna al più basso livello dalla fine del 2008 (New York Times, 3.5.2013, Jobs Data Ease Fears of Sharp Slowdown I dati sulla creazione di posti di lavoro allentano i timori di un  brusco rallentamento economico http://www.nytimes.com/2013/05/04/business/economy/us-adds-165000-jobs-in-april.html?pagewanted =all&_r=0). Da noi c’è chi, esagerando in un ottimismo filoamericanista che sembra loro quasi doveroso e leggendo malissimo e troppo in fretta il dato, ha parlato, invece, di un recupero finalmente raggiunto dei livelli di disoccupazione bassissima di prima della crisi nel 2008: un abbaglio colossale e, secondo noi, non proprio fortuito (TG, la7, 3.5.2013, ore 20:00 ▬ http://www.la7.tv/richplayer/?assetid=50334152).

In effetti, il Rapporto mensile del dipartimento del Lavoro calcola ora una riduzione dal 7,6 di marzo al 7,5 di questo mese (con l’arrotondamento: la realtà dei numeri constata e certifica, in effetti, di un calo dal 7,57 al 7,51%: dunque, 6/100 di punto percentuale. Molti dei nuovi lavori sono stati creati in ogni caso tra quelli che pagano peggio e moltissimi sono lavori a tempo parziale e precario. Un fatto invece sicuramente da marcare in positivo è che i ranghi dei disoccupati di lungo periodo, oltre le 27 settimane di seguito che colpiscono e fanno perdere professionalità alle persone e abbassano l’interesse delle imprese a riassumere quei lavoratori ormai sempre più in fase di usura e  calano nettamente di 258.000 casi a 4.400.000 persone.

Un numero marcatamente migliore rispetto ai mesi scorsi, anche se ancora enormemente superiore a quello che in questa fase di ripresa post-recessiva rispetto a tutte le altre delle precedenti post-recessioni, sarebbe considerato normale (Dip.Lav., Bureau of Labor Statistics/BLS, 3.5.2013, USDL-13-0785, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm).

Un’altra fonte, particolarmente autorevole e da tutti ormai come tale riconosciuta perché nei suoi giudizi non presenta mai secondi fini opportunistici, ottimismi di convenienza filo-governativi o pessimismi di stampo repubblican-conservatore, fa poi rilevare come, nella realtà concreta delle cose, il tasso di disoccupazione nella sostanza resta dov’era e non molto meglio.

Perché se in tempi buoni questo potrebbe essere considerato un rapporto tutto sommato soddisfacente, come sintetizza il titolo del suo commento oggi, invece (Economic Policy Institute/EPI, 3.5.2013, H. Shierholz, At a time of persistent economic weakness, today’s jobs report represents an ongoing disaster In un momento di persistente  debolezza economica,  il Rapporto odierno sull’occupazione rappresenta il puro e semplice proseguimento  del disastro globale http://www.publication/time-persistent-economic-weakness-todays).

Il fatto è che c’è ancora bisogno di quasi 9 milioni di nuovi posti di lavoro per arrivare a una situazione di occupazione accettabilmente normale del mercato del lavoro e, a questi ritmi ci vorrebbero ancora anni ed anni per recuperare i livelli di occupazione necessari a uscire dalla palude. E c’è anche il fatto di un tasso di partecipazione al mercato del lavoro che resta il più basso di sempre in questa economia, appena al 63%, di una durata dell’orario lavorato e di una crescita di salario reale pressoché irrilevante, ben al di sotto comunque di un tasso di inflazione, pur abbastanza contenuto a causa di una ripresa che fa fatica a rilanciare l’economia. Insomma, il costo della crisi sul piano umano resta sempre enorme e si va sempre più prolungando.

Intanto, il Tesoro rende noto che ripagherà adesso, nel secondo trimestre, 35 miliardi del debito pubblico di 16 trilioni di $, più del 100% del PIL: ed è la prima cancellazione netta di debito dal 2007 (The Economist, 3.5.2013).

●Scrive, come di solito in pratica concludendo il dibattito per la forza delle sue argomentazioni, il prof. Paul Krugman (New York Times, 5.5.2013, P. Krugman, Chutzpah Caucus Il convegno degli sfacciati http://www.nytimes.com/2013/05/06/opinion/krugman-the-chutzpah-caucus.html?_r=0) che “a questo punto è crollato del tutto il caso a favore delle politiche di austerità— del taglio di spesa pubblica anche a fronte di un’economia debole. Le asserzioni che tagli di spesa avrebbero portato a incrementare l’occupazione sono andate in pezzi. Le affermazioni secondo cui ci sarebbe stata una linea rossa del debito pubblico, da non superare mai pena il disastro, sono state svelate basarsi su calcoli matematici confusi, se non proprio completamente sbagliati (Next New Deal – The Blog of the Roosevelt Institute, 16.4.2013, M Konczal, Reinhart-Rogoff:and There Are Serious Problems Reinhart-Rogoff: sì , ci sono seri problemi [proprio coi loro calcoli] ▬ http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/researchers-finally-replicated-reinhart-rogoff-and-there-are-serious-problems). Le predizioni di una crisi fiscale non si è trasformata in fatto reale. Quelle di un disastro causato da le dure ricette del’austerità si sono invece rivelate anche troppo accurate.

     Pure, rovesciare la tendenza distruttiva  e corriva in direzione dell’austerità si sta dimostrando difficile. Un fatto che in parte riflette una serie di tornaconti interessati giacché le politiche di austerità servono, appunto, gli interessi di ricchi creditori; e in parte la riluttanza di gente influente ad ammettere di essersi sbagliata. Ma c’è anche, io credo, ormai un altro ostacolo al cambiamento: il cinismo profondo e diffuso sulle possibilità che un governo democratico una volta impegnato in una politica di stimolo dell’economia, potrebbe avere in futuro di cambiare la scelta”. 

Ma non è mai stato così. Anzi. Storia e esperienza tanno lì  a dimostrarlo. Poi, ricorda Krugman,  l’economia keynesiana non dice solo che in tempi di bassa congiuntura bisogna allargare la spesa. Dice anche che quando le cose vanno meglio bisogna ripagare i debiti. E, sempre storicamente, con le curiose eccezioni dei tre presidenti repubblicani degli ultimi cinquant’anni che non lo hanno fatto (Reagan e i due Bush), sempre questo è stato fatto davvero, quasi sempre anche in Europa e in Asia: e Krugman, cronache alla mano, lo dimostra.

E anche per questo, conclude, è ora di far marcia indietro e buttarsi via alle spalle queste dannate politiche controproducenti e rapidamente suicide di cosiddetta austerità. Anche se continuano a imperversare tanti che, cosiddetti esperti, insistono a dire che il problema è che l’economia è in sé faccenda complicata quando, invece, è pure troppo semplice. Ci sono sforzi quasi eroici di fior di accademici tesi a spiegarci che il nodo di una ripresa così esitante e riluttante rispetto agli altri periodi di post-recessione che abbiamo conosciuti negli anni seguenti la seconda guerra mondiale è che quelli erano ancora tirati da un’economia manifatturiera e quest’ultima ormai dalla cosiddetta economia dei servizi.

Perché, chiariscono spiegano questi accademici (Berkeley Economic History Laboratory, 3.2013, WP2013-04, M. L. Olney  e A. Racitti, Goods, Services and the Pace of Economic Recovery  Beni, servizi e il ritmo della ripresa economica http://behl.berkeley.edu/files/2013/02/BEHLWP2013-04_olneyracitti_2-26-13.pdf), tutto è spiegato dalla presenza o dall’assenza del cosiddetto conto di magazzino nel calcolo del ciclo economico. Nei servizi, non si calcola infatti il valore delle merci e dei beni del magazzino, semplicemente perché non c’è magazzino e, quindi, si tratta di un valore che nel calcolo economico non può essere addizionato come invece è possibile in un’economia che tiene l’inventario dei beni e delle merci già prodotte ma non ancora vendute.

Spiegazione impeccabile… non fosse che proprio perché dei servizi non ancora resi non si tiene conto nel cosiddetto inventario di magazzino, di altrettanto viene ridotto il valore di un’economia in contrazione che, dunque, dovrebbe alla stessa stregua risultare allora ridotto il valore della contrazione economica: ed è una spiegazione che fa letteralmente a cazzotti, come si dice, con la recessione maggiore e la ripresa peggiore dai tempi della Grande Depressione degli anni ‘30 del secolo scorso (l’osservazione, assolutamente cogente, non è nostra ma del prof. Dean Baker, direttore del CEPR/Center for Economic Policy Research di Washington, D.C., nel suo blog Beat the Press, 6.5.2013, 04:08 ▬ http ://www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/the-secret-of-the-weak-recovery-we-had-a-fing-housing-bubble).

●A latere di questo dibattito, emerge con prepotenza il rilievo documentato che l’America è il paese del mondo, unico in pratica tra quelli più sviluppati, dove chi lavora non va mai in ferie (CEPR, Washington. D.C., 5.2013, R. Ray. M. Sanes e J. Schmitt, No-Vacation Nation Revisited— La rivisitazione del paese che non va mai in vacanza http://www.cepr.net/documents/publications/no-vacation-update-2013-05.pdf).

E’ un rapporto accurate che sottopone a “rivisitazione”, come la chiama, tutti i dati disponibili da una serie di fonti nazionali e internazionali, legislative e di fatto, come la contrattazione – in particolare, i dati raccolti e aggiornati annualmente dal database dell’OCSE – su ferie e vacanze pasgate ai lavoratori come diritto per legge appunto o per contratto in 21 paesi (16 europei, più Australia, Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Stati Uniti.

In aggiunta alla sottolineatura che di tutti questi paesi solo gli Stati Uniti non chiedono ai datori di lavoro di pagare ferie e vacanze ai dipendenti, il Rapporto del CEPR evidenzia come diversi tra loro pagano anche qualche ora in più a disposizione di giovani o di anziani o di chi lavora a turni disagiati e per chi è impegnato in servizi civili, come ad esempio per partecipare se chiamati a far parte di una giuria. In America no, in America è tutto a spese dell’individuo, anche se – a chi tocca tocca – parteciparvi poi è obbligatorio. Cinque di questi paesi prevedono per legge anche un piccolo extra pagato dai datori di lavoro a chi si trovi, ad esempio, a far fronte a qualche spesa extra per le ferie. Gli altri si limitano a fissare il diritto legale e i padroni neanche pensano a rifiutarlo.

Nel corso del suo rapporto, il Center for Economic and Policy Research di Washington, D.C., distingue sempre tra ferie regolarmente remunerate e vacanze pagate in date prefissate e definite come feste nazionali o di altro tipo da leggi e/o tradizioni e non copre altri giorni di assenza lavorativa pagati come malattia o assenze per cure parentali o simili.

In America non pagano né ferie né vacanze: e lo considerano un paese avanzato…   (grafico)

Diritto a ferie ■■ e■■ vacanze  pagate, in 21 dei  paesi OCSE, in giornate di lavoro

A lato, numero di giorni lavorativi: sulla base, i paesi esaminati

Fonte: da CEPR.net, cfr. nel link indicato nel testo, p.2

●C’è il problema importante della leggenda in parte anche però verità parziale di una recessione che, qui in America, sarebbe in via di superamento meglio, meglio assai che in Europa. In parte, si diceva, è vero. Ma attenzione… Dopo cinque anni per questo paese di alta disoccupazione, di buchi neri elevati di bilancio (altro che il 3% di tetto sul PIL) e di grandi difficoltà finanziarie gli americani voglio proprio chiamarla ripresa e chiudere la diatriba. E questa è la ragione dell’ondata di iper-ottimismo rosato che si aspetta palesemente miracoli ormai dalla ripresa della cosiddetta fiducia dei consumatori e dei prezzi dei fabbricati come di un traino possente capace di tirare fuori il paese dai mali dell’economia.

La fiducia dei consumatori registrata, ad esempio, ogni mese da un famoso istituto – privato e, dicono, indipendente – che si chiama Conference Board e funziona come uno dei cardini più scemi su cui appiccare le nostre speranze: la fiducia dei consumatori a maggio è così salita a livello 76,2 da 69° ad aprile al massimo da cinque anni su una scala di 100 a significare, si dice, che nell’interpretazione popolate sembra indicare una qualche fiducia nel miglioramento della congiuntura.

Ma la media dell’indice in fase di recessione è stata nel passato intorno a 79 e paesi e popoli hanno a lungo nutrito speranze infondate e qui, come si vede, stiamo sempre ben sotto questa barra  pure già bassa. Il massimo precedente del febbraio 2008 vene del resto registrato solo un mese prima del colossale collasso della Bear Sterns, la banca di investimenti ingoiata a prezzo forzatamente di svendita dalla JP Morgan.

Così come puzza molto l’indice di aumento improvviso dei prezzi nell’edilizia abitativa calcolata dall’indice della Case-Schiller che per l’industria edilizia racconta al colto e all’inclita quello che vuole, come ha già fatto una volta certificando anni fa la buona salute dell’industria subito prima del crollo della bolla edilizia senza neanche spiegare pure stavolta quali siano le ragioni di questo che  chiama un boom improvviso e vedrebbe salire i prezzi delle abitazioni mentre calano redditi, potere d’acquisto e accesso al credito di chi la casa poi la deve comprare: chi lavora e in genere i ceti medi.

La riduzione sempre nel mese di maggio del numero di case in vendita decisa da tre grandi banche, incluse Citigroup e Wells Fargo, è stata in realtà, sembra proprio, la causa principale e quella che spiega più ragionevolmente l’aumento immediato e del tutto contingente dei prezzi riducendo così artificialmente l’offerta di mercato.

Insomma, e al meglio, sembra tutto assai artificioso, come il prezzo montante dei titoli azionari che fa il  cosiddetto effetto ricchezza ma dura poco… La verità è che appunto, lavoro, reddito, accesso al credito e disponibilità di risparmio sono in caduta, che le entrate delle famiglie dalla recessione in poi sono ferme, anzi in calo. La disoccupazione vede oltre 12 milioni persone senza lavoro di cui ormai il 40% da più di un semestre cosa che tra l’altro li rende sempre meno occupabili nel futuro prossimo venturo. D’altra parte, neanche Ben Bernanke, il presidente della Fed, si è messo a pretendere che la ripresa in atto sia particolarmente robusta. Perché c’è, ma robusta non lo è affatto (cfr., anche, Guardian, 28.5.2013, Heidi Moore, Don’t be fooled by this false economic revovery Non vi lasciate prendere in giro da questa falsa ripresa economica http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/29/economic-recovery-not-real#ixzz2UhjdRX7q).

●Riemerge, sempre più purulenta perché aperta da anni, la ferita reale e la smentita pesante di Guantánamo a quel che l’America vuole e dice di essere, la promessa solenne e sempre disattesa del presidente di chiudere il campo di detenzione speciale di chi l’America ha deciso, senza alcun processo, di considerare un nemico terrorista inchiavardandolo e incatenandolo (letteralmente) a vita. C’è voluto lo sciopero della fame di 100 dei 166 galeotti che restano in quel campo di concentramento su terra cubana colonizzata cent’anni fa dagli USA e mai restituita.

E, per riportare la questione qui alla ribalta, c’è voluta anche l’inevitabile fuga della notizia dell’alimentazione forzata (un tubo fatto passare a forza dal naso nell’esofago) cui diverse decine di quei detenuti erano stati assoggettati. Dice il presidente della Associazione dei Medici americani che si tratta di una procedura comunque assai dolorosa che, compiuta sotto sorveglianza medica, rappresenta una rottura radicale dei “valori etici fondamentali della professione”. E che, perciò, potrebbe anche portare all’esclusione del personale medico militare dallo stesso ordine dei medici.

Ma adesso Obama dichiara, forse anche per arrivare a sbloccare la riluttanza di un Congresso cui dei diritti di chi con l’America dissente non potrebbe fregarne di meno che “la nozione stessa di tenere rinchiuse in una specie di terra di nessuno e in perpetuo oltre 100 persone, è contro tutto quel che l’America è”. Cosa vera ma ancor più vero – e questo lui non lo dice, non osa – è di tenerceli senza che abbiano subito alcuna condanna e che nessun tribunale abbia mai potuto neanche vagliare le accuse avanzate dal potere esecutivo contro di loro (The Economist, 3.5.2013, Enough to make you gag— Abbastanza da far vomitare http://www.economist.com/news/leaders/21577065-prison-deeply-un-american-disgrace-it-needs-be-closed-rapidly-enough-make-you-gag).

 

Le vergogne dell’America   (vignetta)

La LIBERTÁ Pss! Mi puoi aiutare tu? mi ritrovo con il problema.di una buona reputazione

che va sprofondando.. ma avrà forse qualcosa a che fare col fatto che continuo a tenere

aperta Guantánamo? La GIUSTIZIA Io non lo so… lì non ci sono mai stata  

 

Fonte: The Economist, , P. Chappatte, 3.5.2013

 

●Cominciano a emergere, ma più da informazioni e fonti russe che altro – qui in America prevale sempre un grande imbarazzo ufficiale man mano che si conferma come da Mosca avessero ben avvisato in effetti l’FBI in specie sulla pericolosità potenziale dei due giovani americani di origine russo-cecena  – dettagli delicati e intriganti sul massacro alla maratona di Boston: adesso emerge come, ad esempio, ad attrarre l’attenzione della gente e degli stessi servizi di sicurezza russi del villaggio d’origine della sua famiglia, Kizlyar, nel Daghestan russo e ai confini con la Cecenia, erano stati i suoi sentimenti dichiaratamente “filo-jihadisti manifestati già appena arrivato, mesi fa perché era ceceno e tifava per il suo paese”, ha dichiarato alla stampa americana Zaur Zakarvayev, membro dell’Unione dei Giusti, un’organizzazione del posto che si considera salafita ma rifiuta, risulta anche alle autorità russe, di comportarsi in modo estremista.

Quando arrivò lì, il iovane russo-daghestano-ceceno sembrava realmente sorpreso che le condizioni d’una guerra civile totale e allargata non fossero più quelle che era convinto di trovare(Boston Globe, 9.5.2013, Suspect in Boston bombing talked jihad in Russia— Il sospetto dell’attentato di Boston in Russia parlava  e sparlava sempre di jihad http://www.boston.com/news/local/massachusetts/2013/05/09/suspect-boston-bombing-talked-jihad-russia/Kzp0GaO EFtvFqczlStqIrJ/story.html).

I benpensanti al governo e laggiù in America, sempre ai comandi comunque – qualsiasi sia la gradazione dei loro colori, cangiante dal rosso dei repubblicani al blu dei democratici (qui, come la festa del lavoro che non è il 1° maggio ma ai primi di settembre, non ci si vuole confondere col resto le mondo – non riescono proprio a vedere, conservatori o progressisti che siano, come c’entrino e siano legate ai fatti di Boston le conseguenze di Guantánamo, di Abu Ghraib qualche anno fa, delle bombe dei drones sui villaggi e su tanti bambini figli di contadini afgani ma per tanti altri nel mondo, anche lì in America, oggi sembra che, per ogni morto di quelle violenze e per ogni persona schiacciata o umiliata da quei meccanismi infernali, l’America si è garantita la creazione, forse anche dal nulla, di dieci terroristi laggiù…

Comunque, sarà la nostra vena complottista inveterata che ci fa notare e annotare anche qui come per l’agenda scritta un anno prima delle Torri gemelle dall’American Enterprise Institute, un famigerato istituto neo-cons che invocava per l’America alla vigilia del governo Bush Jr. che avrebbe esso stesso riempito ai piani che contano degli Esteri, della Difesa e dei Servizi qualcosa di simile a una specie di nuova Pearl Harbor, un attacco a tradimento che la portasse a reagire scatenando la guerra, speravano contro l’Iran e lo dicevano ma si accontentavano anche dell’Afghanistan (Report, Project for the New American Century, Rebuilding American Defenses Rapporto del Progetto per il Nuovo Secolo Americano, Ricostruire le difese americane, settembre 2000, p. 51 (il testo originale in http://www.newamericancentury.org/defensenationalsecurity2000.htm)...;

… e come si sa pure, oggi – da diversi anni in realtà – che già nel 1995 diverse tra le agenzie di spionaggio degli USA ricevettero ordini dalla Casa Bianca di lasciar perdere le inchieste già aperte sulle attività in America e in Francia della famiglia di Osama bin Laden e pure che, subito dopo il’11 settembre quando tutti i voli per l’estero erano stati bloccati negli aeroporti americani e ripartirono solo dopo giorni di attente verifiche, venne invece con autorizzazione speciale fatto decollare subito per l’Arabia saudita un volo speciale della Saudi Airlines che riportava a casa parenti e familiari di bin Laden stesso… (documenti dell’FBI, ottenuti dal Judicial Watch http://www.scribd. com/doc/131674126/FBI-Report-Response-to-October-2003-Vanity-Fair);

così come, sempre in tema di complotti che a noi sembrano ultracredibili date le fonti che li denunciano, c’è la testimonianza riportata da una fonte davvero al di sopra di ogni sospetto come Fox News che il governo americano ha accuratamente nascosto al Congresso e alla Commissione interparlamentare d’inchiesta sull’11 settembre le informazioni di cui FBI, e CIA disponevano, prima dell’attentato, sulle lezioni di decollo e di guida aerea ma non di atterraggio che andava prendendo in diversi aeroporti statunitensi Mohammed Atta, già  loro noto come jihadista legato a bin Laden e principale autore col primo aereo che ci fece sopra schiantare dell’abbattimento delle due Torri gemelle (cfr. http://www.foxnews.com/politics/2010/10/04/exclusive-witnesses-defense-department-report-suggest- cover-findings).

La spiegazione più chiara e convincente di come e perché il tentacolare sistema di intelligence USA che costa migliaia di miliardi di $ all’anno abbia ancora un volta ignorato gli avvertimenti ricevuti da mesi dai servizi segreti russi sulle propensioni terroristiche dei due ragazzi ceceni da anni cittadini americani, tornati d poco a visitare le loro radici in Cecenia e in Kazakistan è quella di chi ha rispolverato e parafrasato un vecchissima battuta secondo cui è sorprendente come si riesca proprio a non vedere quel che non si vuole cercar di vedere…

Misteri della fede, si diceva una volta. E di quei criminali dei neo-cons bushotti  che illustravano l’agenda criminale e guerrafondaia per il nuovo secolo americano un anno prima esatto dell’11 settembre alla vigilia del loro ingresso alla Casa Bianca.

●La missione delle Nazioni Unite in Iraq ha reso noti i dati relativi a quella che chiama, pudicamente, la “violenza” nel paese nel corso del mese di aprile. Si è trattato, registra, dei trenta giorni marcati dal numero maggiore di morti in quasi cinque anni dal giugno 2008: 712 morti e 1.633 feriti in atti di terrorismo e di violenza”, dice la dichiarazione dell’ONU, col governatorato di Bagdad che da solo segna un totale di 697 vittime civili, 211 morti e 486 feriti, sentito dai governatorati di Diyala, Salahuddin, Kirkuk, Niniveh e Anbar tutte aree di forte presenza sunnita, sproporzionatamente tale anche tra le vittime.

I dati iracheni sono molto meno marcati: parlano di soli 245 morti. Ma concorda sulla diagnosi di un deterioramento significativo dei livelli di sicurezza interna: E concorda anche nell’annotare che il picco di morti e di vittime si è fatto massimo dopo che il 23 aprile il governo ha dato l’assalto con le forze di sicurezza alle zone sunnite al confine col Kurdistan iracheno. Non sono pochi in Iraq che considerano e comunque parlano di quella data, ormai, come dell’inizio della nuova guerra civile irachena. (solo il 3 maggio, 9 poliziotti iracheni sono morti in scontri armati a Mosul: quanti dei loro oppositori siano anch’essi deceduti negli scontri, nessuno lo ha reso noto).

Proprio un’altra tappa della sempiterna guerra civile che lo ha sconvolto da quando gli inglesi, con la riga e la squadra della potenza coloniale e imperiale, inventarono dal nulla questo paese secondo lo schema del loro divide et impera disegnandolo, insieme a Giordania e Siria, sulla carta geografica e nel deserto mediorientale. uantri siano i loro oppositori Un altro stadio della guerra civile, uguale a quelli di sempre: ma adesso a parti rovesciate con gli sci’iti sopra e i sunniti sotto (The Rebel, 2.5.2013, Sectarian violence generates highest death toll in Iraq since June 2008 La violenza settaria genera il maggior numero di morti in Iraq dal giugno 2008 http://therebel.org/mideast/624110-sectarian-violence-generates-highest-death-toll-in-iraq-since-june-2008).

Continuano senza soste gli attacchi, verso metà maggio condotti ormai con autobombe o, comunque, esplosivi mirati a gruppi di persone nei quartieri e villaggi sci’iti vicini a Bagdad, a segnalare che ormai la guerra civile è vicina ai livelli cui qui s’era arrivati intorno al 2007 acquetati con la cosiddetta impennata bellica imposta dall’ondata blindata di quarantamila GI’s americani arrivati ad imporre la vittoria sul campo dei loro alleati sci’iti … senza che ormai, però, gli americani ci siano più (Yahoo!News, 16.5.2013, Sinan Salaheddin, Iraq car bombs kill, wound tens Altre autobombe ammazzano e feriscono decine di iracheni http://au.news.yahoo.com/thewest/a/-/world/17194875/iraq-car-bombs-kill-12-wound-30).

Poi, il 18 maggio, a Baquba, la capitale del governatorato di Diyala, una cinquantina di km. a nord-est di Bagdad – mezzo milione di abitanti di obbedienza religiosa mista, sunnita e sci’ita da sempre in complessa convivenza obbligata: e proprio come diversi osservatori avevano stavolta davvero previsto – s’è materializzata la vendetta sci’ita contro la rivolta sunnita che cerca di opporsi al regime: sono esplose due bombe potenti in fasi studiate in modo da ammazzare prima i fedeli e poi chi era corso a soccorrerli – quasi una sessantina di vittime – in un attentato feroce condotto dai contro la moschea sunnita di Saraya.

In contemporanea o quasi, diversi altri attentati hanno colpito in altre città irachene, e in una catena che riporta tutto indietro al caos del 2007, comunità sci’ite con altre decine di vittime, Insomma, si ricomincia, parrebbe proprio. Dicevamo che ora è cambiato solo chi comanda: al posto dei sunniti in sella con Saddam Hussein, adesso spadroneggiano gli sci’iti, messi sul trono dagli americani… che ora, però, se ne sono andati (New York Times, 17.5.2013, Duraid Adnan, Blasts Kill Dozens of Iraqis as Sectarian Tensions Boil Dozzine di iracheni uccisi da varie esplosioni col ribollire di tensioni settariehttp://www.nytimes. com/2013/05/18/world/middleeast/bomb-blasts-in-iraq.html?ref=global-home).

A Taji, il 23 maggio, 30 km. a nord di Bagdad, nel triangolo cosiddetto sunnita, 11 morti e molti feriti per una bomba. La “pausa” – come l’aveva speranzosamente chiamata al-Maliki dopo due giorni di calma comunque assai relativa – sembra essere subito finita. Questo mese – e manca ancora una settimana alla fine di maggio – scontri armati, attentati e azioni di controguerriglia hanno ammazzato quasi 500 persone  (CNN, 23.5.2013, Mohammed Tawfeeq, In Iraq, scores of soldiers slain In Iraq, uccisi moltissimi soldati http://edition.cnn.com/2013/05/23/world/meast/iraq-violence).

Siamo di nuovo, in definitiva, ai livelli dell’ “impennata” dei marines americani che nel 2007 ridussero ridussero, a costi molto alti, l’insorgenza furiosa seguita dal 2005 alla sconfitta finale dei sunniti e pro-saddamisti e da allora ripresa quasi con altrettale virulenza. Il governo di sicurezza nazionale messo insieme a, e intorno a, al-Maliki sta rischiando di andare in pezzi tra la nuova insorgenza sunnita e la feroce repressione sci’ita, con all’orizzonte la minaccia sempre più concreta di una possibile secessione con a fulcro le politiche energetiche, nazionali e/o autonome.

Che è anche forse uno dei motivi principali a spingere il governo turco a cercare la pace con la minoranza curda interna del PKK in modo da esercitare, per così dire, un’attrazione in quella che i politologi di Ankara cominciano a chiamare la “turcosfera” nei confronti delle politiche sia siriana, se cade Assad, che iraqena.  

●In Iran, si stringono le maglie del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, il filtro istituzionale che costituzionalmente valuta, accetta o scarta, secondo i suoi parametri e riti esoterici o quasi – quelli dettati quasi trent’anni fa dal grande ayatollah Ruhollah Khomeini, l’affossatore dello scià e del suo regime e il fondatore di quello degli ayatollah appunto – i candidati che intendono presentarsi alle presidenziali e che da quell’organismo – l’unico costituzionalmente legittimato, nominato per metà (sei membri) dalla Guida della rivoluzione, il grande āyatollāh Seyyed Alī Ңoseynī Khāmeneī, successore di Khomeini e da lui designato, e l’yatollah Khomeini e per l’altra dal parlamento – le candidature elettorali secondo virtù e difetti dal punto di vista dell’ortodossia islamica e della fedeltà alla rivoluzione e alla sua Guida suprema.

Oggi, a meno di un mese dal voto, il Consiglio ha squalificato quasi 600 candidature autopresentate tra cui le due in modo diverso potenzialmente e maggiormente “eversive” degli equilibri dati del potere, quelle dell’ex presidente della Repubblica ‘Ali Akbar Hāshemi Rafsanjāni, fondatore anche lui con Khomeini del regime, e del pupillo del presidente uscente Ahmadinejad e suo braccio destro, Esfandiar Rahim Mashaei.

Il primo, viene detto, o meglio sussurrato perché il Consiglio non è tenuto a motivare il suo no, per il suo stile di vita – la ricchezza anche troppo ostentata – e per la propensione, dicono i suoi nemici, a “cedere” alle esigenze degli americani – insomma per il suo pragmatismo senza princìpi, dicono i suoi nemici, oltre che per l’età avanzata che a 78 anni gli renderebbe anche difficile lavorare a tempo pieno (ma Khomeini guidò al vertice vero il paese e con mano inflessibile fino alla morte, a 88 anni suonati).

E, come ha aggiumto Kayhan, un quotidiano vicino alla linea intransigente di Khamenei, perché spinto alla fine a presentare la candidatura – cosa che lui non ha in effetti smentito – dai candidati riformisti che nella precedente tornata elettorale  cinque anni fa persero con Ahmadinejad e sono oggi liberi ma ai domiciliari (specie Hossein Mousavi, “condannato” per non aver accettato neanche il riconteggio del risultato delle elezioni utorizzato e effettuastyo dopo i suo reclamo ufficiale).

E, il secondo, per la tendenza a de-islamizzare e “iranizzare” piuttosto, quasi a statalizzare, il sistema. La parola finale – nel senso che uno o l’altro tra gli esclusi potrebbe ancora essere riammesso – spetta  ormai soltanto a Khamenei (Il Fatto, 22.5.2013, A. Pira, Iran, ammessi solo sei candidati su 600 [in realtà, sono otto] http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/iran-rafsanjani-resta-fuori-dalle-presidenziali-ammessi-solo-sei-candida t-su-600/602553).

Mahmoud Ahmadinejad ha subito criticato (ma avendolo fatto anzitutto sull a stampa estera  è stato lui stesso attaccato) la decisione del Consiglio dei Guardiani contro il suo pupillo e ha annunciato che farà personalmente appello a suo favore al Guardiano della Rivoluzione. Ma non sembra facile che la decisione sia rovesciata: probabilmente invece, la sua decicione di protestare segna il pasaggio personale suso da un insider in dissenso con la leadership a un outsider ormai dichiarato  (Huffington Post, 22,5,2013, Ali Akbar Dahreini e Brian Murphy, Iran Election 2013: Ahmadinejad Denounces Esfandiar Mashaei's Candidate Disqualification Iran, elezioni 2013: Ahmadinejad denuncia la squalifica della candidatura di Esfandiar Mashaei http://www.huffingtonpost.com/2013/05/22/iran-election-2013-ahmadinejad-mashaei_n_3319 257.html).

Ma il problema è che né l’uno né l’altro dei due candidati esclusi che avevano un proprio zoccolo di elettorato duro e abbastanza autonomo (Rafsanjani e Mashaei) non si fidano di Khamenei e lui, tanto meno, di loro. Mentre tra quelli promossi sembra che l’attuale negoziatore dell’Iran sul tema nucleare Saeed Jalili, tecnico e diplomatico fine ma proprio come la Guida suprema intransigente sulle questioni di principio e di “faccia” del regime – il diritto dell’Iran ad essere trattato alla pari di qualsiasi altro paese, sia esso simpatico o antipatico a chi nel cortile starnazzante della cosiddetta comunità internazionale è poi il gallo più prepotente – sia quello a godere dell’appoggio neanche tanto implicito di Khamenei.

Tre diplomatici che lavorano presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dell’ONU hanno segnalato che l’Iran, già a inizio anno, ha provveduto a installare un 700 nuove centrifughe ad alta tecnologia, anche se alla AIEA stessa non risultano ancora entrate in funzione. E ha anche convertito un piccolo reattore per la produzione di energia atomica a strumento di sperimentazione di combustibile che serva poi a un reattore più grande in via di costruzione. Può sembrare solo un rapporto allarmista, privo com’è di qualsiasi precisazione e/o documentazione, ma intanto fa risalire almeno un po’ la tensione (The Daily Star, 22.5.2013, Iran expands nuke technology L’Iran espande la sua tecnologia nucleare ▬ http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2013/May-22/217970-diplomats-iran-expands-nuke-technology.ashx#axzz2U415JKZe).

●E’ con forte trepidazione, per dirla con un osservatore pakistano qualificato e molto interessato, ex generale e docente all’Università nazionale del Pakistan per la Scienza, Istituto per gli studi su Pace e Conflitti, che il governo americano e i suoi alleati nella regione (Arabia saudita, QQatar, EAU, stanno vedendo convergere gli interessi economici e strategici di Cina, Pakistan e Iran intorno alla città di Gwadar, 85.000 abitanti come porto aperto al libero commercio sulla costa arabica della provincia pakistana del Baluchistan, a 533 km da Karachi e a 120 dalla frontiera con l’Iran, alla bocca dello Stretto di Hormuz proprio accanto e a cavallo delle grandi rotte di navigazione che dal Pacifico, proprio attraverso Hormuz passano per il Golfo persico con Arabia saudita a ovest e Iran a est fino alle coste di Kuwait e Iraq.

Il porto strategico di Gwadar, in acque calde e di profondità, come si dice, capace di accogliere e attrezzato a servire le super-iperpetroliere più moderne a un costo diviso tra governo pakistano e cinese sui 250 milioni di $, inaugurato nel 2007 dal presidente del Pakistan (The Nation/Lahore, 10.3.2013, Imran Malik, Strategic dynamics and shifting geopolitical realignments in the Persian Gulf Dinamiche strategiche e spostamenti degli allineamenti geopolitici nel Golfo persico http://www.nation.com.pk/pakistan-news-newspaper-daily-english-online/columns/10-Mar-2013/strategic-dynamics-of-gwadar-and-ip?).

In un colpo solo, Stretto di Hormuz e linee di comunicazione marittime da e per il Golfo persico sono adesso passate o stanno di fatto passando – anche e soprattutto per la gestione normale – sotto una supervisione cinese. Di più, le economie di tutta la regione si vanno gradualmente integrando in maniera autonoma e comunque estranea a influenze e dominio occidentali di sempre. Molto più chiare sembrano già oggi, e in previsione domani ancor più, le prospettive di formare una rete di gasdotti e oleodotti che dal Medioriente e dall’Asia centrale arrivano in Pakistan e in Cina, anche scavalcando, per sua colpa e disinteresse, il territorio indiano.

Resta ancora soprattutto alla Cina da attrezzarsi sul piano politico e diplomatico a “rassicurare” i governi e le grandi transnazionali dell’industria (Exxon, Total, ENI, BP anche Gazprom) che questa gestione del nuovo sistema funzionerà in modo liscio come fuori di non tradizionali ma ormai consuete tensioni  geo-politiche sono abituati ad aspettarsi— tenendo, quindi, in secondo piano il socio pakistano e fuori proscenio il cointeressato e comunque imbarazzante partner iraniano.

●In Pakistan, dopo averlo arrestato a seguito di un tentativo maldestro di fuga, la Corte suprema ha privato l’ex presidente-maresciallo Musharraf dei suoi diritti attivi di partecipare alle elezioni per il resto della sua vita (sarebbe interessante, e anche curioso, sapere se il Cav. Berlusconi, potenzialmente lui stesso soggetto ormai all’interdizione dai pubblici uffici, gli avesse fatto pervenire le sue sentite e solidali condoglianze)… per aver abrogato due volte la Costituzione del paese.

Il giorno dopo questa sentenza, il 30 aprile, parlando in occasione della commemorazione dei soldati caduti per il Pakistan, la celebrazione Youm e Shuhada, dei caduti di tutte le guerre, il capo di stato maggiore e comandante dell’esercito, generale Ashfaq Pervez Kayani, ha garantito l’appoggio totale delle Forze armate al processo elettorale dell’11 maggio. Seppellendo così ogni speranza del vecchio maresciallo-dittatore che l’esercito sarebbe, anche stavolta, sceso in campo sollevandosi a suo usbergo

      (1) Al Jazeera, 30.4.2013, Musharraf Banned from politics for ‘life’ Musharraf escluso ‘a vita’ dalla politica http://www.aljazeera.com/news/asia/2013/04/2013430141527862711.html; 2) New York Times, 30.4.2013, (A.P.), Pakistan: Court Bars Musharraf from Office for Life La Corte vieta per sempre a Musharraf di partecipare alla vita pubblica http://www.nytimes.com/2013/05/01/world/asia/pakistan-court-bars-musharraf-from-office-for-life.html?ref=asia &_r=0).

●Ormai non è probabile che Musharraf possa tornare in sella. Le elezioni le ha vinte il partito della Lega islamica conservatrice dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, defenestrato proprio da Musharraf nel suo ultimo colpo di Stato e che torna a galla così con un programma che punta a una ripresa dell’economia privata e alla pacificazione coi talebani interni e, quindi, lo scioglimento del patto di caccia agli insorti che il precedente governo aveva raggiunto con gli americani e al quale Sharif è ferocemente contrario.

D’altra parte, non è che i talebani stessi concordino con Sharif: per essi proprio il processo elettorale è incompatibile in sé con gli obiettivi della shar’ia, perché ovviamente la legge islamica non ha nulla a che fare con la volontà o i desideri della maggioranza ma interpreta solo – dicono – l volontà di Ahhah. Sharif lo sa bene, ma vuole provare a domarli, non più con le armi – il cui fallimento già è stato, del resto, ampiamente provato – ma con qualche forma di compromesso indeterminato…

Nel frattempo sicura, immediata e spietata ma, alla fine anche impotente, arriva la vendetta dei seguaci di Musharraf contro i giudici— a Islamabad scommettono tutti, ma senza eccezione sulla responsabilità, e comunque sulla regia, dei servizi segreti militari che lui inventò e ai quali era rimasto collegato di fatto anche dopo essere diventato presidente e essere poi stato costretto ad esiliarsi.

Il pubblico ministero Chaudhry Zulfikar Ali, il magistrato inquirente che stava concludendo con l’incriminazione l’inchiesta sull’assassinio dell’ex primo ministro Benazir Bhutto – la bomba fatta esplodere dai servizi segreti militari, qui lo sanno tutti e tutti lo dicono – e che con lei ammazzò un’altra trentina di poveri disgraziati, del quale è incolpato proprio e anche Musharraf, è stato assassinato la mattina del 2 maggio a Islamabad mentre si recava in tribunale

       (The New Statesman/Londra, 3.5.2013, Samira Schackle, Chaudhry Zulfiqar Ali, prosecutor over Benazir Bhutto assassination, murdered in Pakistan In Pakistan, assassinato il giudice che conduceva l’inchiesta [contro Musharraf] per l’assassinio di Benazir Bhutto http://www.newstatesman.com/asia/2013/05/chaudhry-zulfiqar-ali-prosecutor-over-benazir-bhutto-assassination-murdered-pakistan).

Alla fine le elezioni le ha vinte nettamente proprio il nemico più nemico dell’establishment militare e dell’accordo con gli americani: uomo conservatore e di destra, con la possibilità di arrivare dai suoi 120-125 deputati alla maggioranza assoluta di 137 alleandosi a una quindicina di deputati eletti come indipendenti. I talebani hanno confermato coi fatti loro consueti – le bombe – che secondo loro chi va a votare fa una scelta anti-islamica e si sono impegnati a fondo a scoraggiarli dal farlo per ostacolare l’afflusso alle urne in quanto scegliere un leader in questo modo è – ribadiscono – una scelta eretica, anti-islamica appunto, su chi ha il compito di condurre un paese.

La popolazione pashtun, qui di gran lunga maggioritaria[3], è convinta della credibilità dei talebani anch’essi per lo più proprio pashtun e rifiuta, più spesso che no poi, di distinguerli dai talebani pashtun di cittadinanza afgana (è proprio il termine stesso di cittadino, non quello di jihadista o di taliban, che è alieno in queste culture). E’ chiaro, cioè, che se i pericoli risultano così accentuati, sarà comunque impossibile fermare o impedire le elezioni in una città che come Karachi ad esempio, con oltre 20 milioni di abitanti, è forse la quarta, o la terza, metropoli più popolata del mondo. Ma si sapeva da tempo che pur fallendo l’obiettivo di paralizzare l’afflusso alle urne. E, 8 infatti, al dunque, ha votato il 60% degli elettori possibili anche se tutti avevano ben chiaro che, con le elezioni, quel giorno particolare, ci sarebbero stati tanti attentati e tanti morti. Come, del resto qui, ormai praticamente ogni giorno.

Tanti: col problema sempre più dirompente in questo paese dell’intolleranza religiosa contro i non islamici ma anche fra gli islamici stessi. E, già nelle primissime ore del voto l’11 maggio mattina infatti, diversi attentati hanno provocato, e limitandoci soltanto a Karachi, qualche decina di morti senza riuscire peraltro a impedire il voto (New York Times, 11.5.2013, Declan Walsh, Pakistanis Vote as Violence Mars End of Vibrant Campaign I pakistani al voto mentre la violenza macchia la fine d’una campagna elettorale vibrantehttp://www. nytimes.com/2013/05/12/world/asia/pakistan-election.html?ref=global-home).

Adesso, Nawaz Sharif si trova a gestire un risultato ch ha messo insieme in evidenza la grande, anche violenta, vitalità del confronto politico nel paese ma pure le falle gravissime della sua democrazia. Questa è, dal 1970, la decima elezione generale politica ma anche la prima volta in oltre quarant’anni che un governo civile riesce a condurre a termine il suo mandato di cinque anni senza essere rovesciato da un golpe aperto o strisciante.

Adesso dovrà fare i conti con tre colossali nodi da sciogliere, l’economia, la corruzione endemica del sistema paese e la sua sovranità da molte parti limitata. L’economia è in stallo completo, con infrastrutture fatiscenti, un’opposizione politica forte promessa al governo da parte del presidente uscente e sotto attacco per corruzione (Mr. 10%) e della nuova politica dell’anticorruzione islamica montante incarnata dal suo principale concorrente in parlamento, la nuova forza incarnata dalla mitica e popolare figura del cricket nazionale pakistano pure personalmente stra-laico, Imran Khan.  Il tutto coi due principali confini del paese in continua ebollizione: l’uno per lo scontro latente armato in agguato con la potenza indiana vicina,  così come l’altro con l’Afganistan.

Sharif s’è infatti impegnato a bloccare davvero le incursioni aeree senza pilota degli americani a prescindere da quel che ne dicono i suoi militari e a far scendere in ogni caso l’influenza USA nel paese, lasciando adesso tempestosi i rapporti col Grande Fratello d’oltreoceano e con la Repubblica afgana che arriva (quale? di chi? dei talebani, figli illegittimi dei suoi servizi segreti militari e della CIA e ormai fratelli coltelli, o con Karzai, per il tempo che ancora riuscirà a durare?) ora che gli americani se ne vanno davvero.

●Il presidente della Repubblica islamica del Pakistan – il traballante Asif Ali Zardari, vedovo dell’ex prima ministra Benazir Bhutto assassinata e per questo diventato presidente, noto dovunque nel paese come Mr. 10% e di sicuro, se appena scade non se ne va d’urgenza diciamo in Arabia saudita o a Miami prossimo compagno di galera dell’ex  maresciallo Musharraf – ha convocato per il 1° giugno l’Assemblea nazionale di fronte a cui Nawaz Sharif giurerà come nuovo premier.

E, adesso lascia sapere, che intende mantenere egli stesso direttamente anche i portafogli degli Esteri e della Difesa perché, spiega egli stesso, avrà bisogno di controllare direttamente i rapporti delicati da sempre nel paese tra l’esecutivo di governo e la leadership delle Forze armate specie in un periodo di transizione delicatissimo nelle relazioni del paese con India, Afganistan e Stati Uniti e nel rapporto all’interno con tutta la variegata e turbolenta galassia degli etremismi islamici e no (The Express Tribune, 29.5.2013, Nawaz Sharif to retain foreign affairs and defense portfolios himself Nawaz Sharif intende detenere personalmente i portafogli degli Esteri e della Difesa http://tribune.com.pk/story/555914/nawaz-sharif-to-take-on-foreign-defence-portfolios-himself-sources).

● Congratulazioni, a lei e al Pakistan, signor Sharif!  (vignetta)

Certo che quell’aereo senza pilota manda immagini davvero magnifiche

Fonte: NYT, P. Chappatte, 14.5.2013

Del resto, anche Imran Khan, che è arrivato terzo a livello nazionale, dopo il PPP, il partito del presidente uscente, quel Mr. 10%, Asif Ali Zardari, vedovo della Bhutto,  ha vinto lui le elezioni nel Khyber Pakhtunkhwa, la provincia pakistana che fiancheggia il confine afgano, ha giurato di impedire agli americani di sorvolare a volontà i cieli del Pakistan e di certo premerà su Sharif (New York Times, 11.5.2013, Declan Walsh, Ex Premier Is Set to Regain Power in Pakistan VoteL’ex Primo ministro pronto a riprendere il potere di governo nel voto pakistano http://www.nytimes.com/2013/05/12/world/asia/ pakistanelection.html?ref=global-home).

E uno sviluppo di questi giorni sembra garantire adesso l’estensione dell’uso di questi voli senza pilota, per scopi di sorveglianza e di attacco a terra con drones ora anche lanciati, pare proprio con successo: un X-47B, delle North Grumman,  cosiddetto invisibile (al radar), stealth, da una portaerei e capace così di sfuggire a ogni condizionamento da parte di ingerenze terze: come quelle magari finora inevitabili per una piattaforma di decollo situata in un paese straniero e, magari, nel paese obiettivo dello stesso drone[4] (video AllVoices, 14.5.2013, http://www.allvoices.com/contributed-news/14611420-video-us-navy-lanches-first-x47-unmanned-aircraft-from-carrier).

●Continua lì accanto, in Afganistan, lo stillicidio di morti, molti ancora anche tra gli alleati. Cadono in serie aerei da trasporto – tutti per ragioni non identificate – alla base di Bagram e appena oltre il confine del Kirghizistan. E tutti per motivi non identificati, anche se qui tutti sanno che i talebani probabilmente qualcosa ci hanno a che fare. Poi il 4 maggio muoiono 4 militari americani e sei britannici in due diversi agguati (agguati, naturalmente, trattandosi di talebani: quando sono gli americani a tendere agguati si tratta, invece, di scontri e battaglie campali).

E il 16 maggio, al centro di Kabul, un autocarro salta in aria così “ben mirato” da fare 6 morti tra i militari americani discriminandoli in mezzo a un convoglio che comprendeva anche altre truppe alleate: muoiono altre dieci persone nella folla ma del convoglio solo gli unici soldati americani presenti (New York Times, 16.5.2013, M. Rosenberg e Sangar Rahimi, Attack on U.S. Military Vehicles Kills at Least 16 in Kabul Nell’attacco a un convoglio di veicoli militari americano ammazzate almeno 16 persone [di cui, 6 militari USA] ▬ http://www.nytimes.com/2013/05/17/world/asia/kabul-car-bomb-attack.html?ref=asia).

Si tratta dell’offensiva di primavera annunciata dai talebani contro le basi militari e le truppe straniere, specie gli americani, e le sedi diplomatiche estere, specie quelle periferiche (Stratfor, Global Intelligence, 23.4.2013, Afghan Forces Prepare for a Bloody Fighting Season Le forze armate afgane si preparano a  una stagione cruenta  ▬ http://www. stratfor.com/analysis/afghan-forces-prepare-bloody-fighting-season).

Intanto sta montando a valanga lo scandalo delle mazzette che, senza ricevuta alcuna e per decine e decine di milioni di $ dei contribuenti americani, consegnati brevi manu in valigie, zaini, borse di tela, quant’altro, la CIA ha consegnato per anni, per un decennio pare, nelle profonde saccocce del presidente afgano e dei suoi famigli. Anche perché adesso Karzai stesso rovescia il tavolo e passa al contrattacco: gli sembra strano che ora chiamino corruzione, e soldi neri, le copiose mazzette cash  che insistevano a dargli, gli americani, perché con quei soldi lui comprasse e tenesse buoni – alla berlusconiana in pratica: tener cheta la mafia per lavorare tranquilli, no?, o almeno un po’ più tranquilli – capi tribù, signori della guerra, mullah e anche terroristi sul campo e quant’altri (New York Times, 29.4.2013, M. Rosenberg, Afghan Leader Confirms Cash Deliveries by CIA Il leader afgano conferma di aver ricevuto contanti in segreto dalla CIA http://www.nytimes.com/2013/04/30/world/asia/karzai-acknowledges-cash-deliveries-by-cia.html?_r=0).

● Per oliare le ruote alla guerra al terrorismo

Lotta contro il terrore Karzai: VOGLIO PIÚ SPICCIOLI!

AFGANISTAN                                                          CIA

Fonte: NYT, 5.5.2013, Heng Kim Song

In una lettera al Congresso, il presidente americano Barak Obama ha diminuito del 10%, da 88,5 a 79,4 miliardi di $, la richiesta di finanziamento avanzata per l’anno fiscale, cioè per il bilancio federale del 2014 che comincia il 1° ottobre, a quella che è ancora la guerra condotta dal suo paese in Afganistan secondo i piani dell’Amministrazione che mirano al ritiro definitivo dalla “tomba degli imperi” per la fine dello stesso 2014.

Oddio, ritiro… Adesso Obama ha prima accennato, e poi fatto ufficialmente annunciare dal segretario di Stato John Kerry che, entro qualche settimana, preciserà quanti GI’s resteranno a Kabul dopo la scadenza di fine 2014. In ogni caso, a uscire ormai allo scoperto e, dopo le polemiche che ha alimentato ad arte per mesi, il presidente afgano Hamid Karzai ha detto chiaro di non volere un ritiro completo degli USA – per  poter garantire un finale a lui e a loro, dice, favorevole –e ricorda agli americani che se il loro ritiro consegnasse il paese ai talebani brucerebbero in niente dieci anni anche della loro storia e  montagne di morti e di dollari— ma è un richiamo che suona stridulo dopo le rivelazioni delle vagonate di biglietti verdi  con cui così, cash e senza rendicontazione, la CIA e l’America lo hanno foraggiato per tutti questi anni (Agenzia Stratfor, 18.5.2013, Afganistan: Obama decreases Funding Request Obama riduce la richiesta di finanziamenti per la guerra in Afganistan http://www.stratfor.com/situation-report/afghanistan-obama-decreases-funding-request).

●Ma la realtà è che tutte queste cifre sono fasulle: le spese e le mazzette sono in realtà, a conti fatti, decuplicate, forse centuplicate. In America, due o tre anni fa il Nobel dell’Economia Joseph Stiglitz aveva calcolato che fossero stati spesi soltanto per la guerra in Iraq almeno sui 3.000 miliardi di $[5]. Per la Gran Bretagna, adesso il calcolo, buttando via tutti i conti dichiarati ufficiali sul costo per il paese della guerra che Londra h fato in Afganistan e riverificandoli comunque sempre e solo su dati  pubblici, dice uno studio accurato e documentatissimo[6] appena uscito (Guardian, 30.5.2013, R. Norton-Taylor, Afghanistan war has cost Britain more than £37bn, new book claims Un nuovo libro sostiene che la g uerra in Afganistan è costata alla Gran Bretagna più di 37 miliardi di sterline http://www.guardian.co.uk/world/2013/may/30/ afghanistan-war-cost-britain-37bn-book): almeno, con altri 2.000 sterline al giorno per ogni famiglia che paga le tasse.

●Infine, tornando un attimo proprio all’agenda di Obama, c’è da segnalare il suo discorso del 23 maggio in diretta Tv, il primo dove, come presidente e anzi proprio  come il primo presidente ormai da decenni, di fatto da Reagan in poi, a dire chiaro e tondo al suo popolo che bisogna farla finita con l’antiterrorismo come unica politica dell’America nei rapporti col mondo, specie con quello islamico. Sì, questa è in qualche modo una guerra ma, “come tutte le guerre deve finire”. Solo che, come capita sempre col presidente Obama, può trattarsi davvero di questo. O, chi sa, forse di altro.

Oppure può essere molto di meno: solo la decisione di riconoscere in modo un po’ più trasparente come stanno le cose, il fatto che da anni la presidenza – dopo quella di Bush anche questa e ancor più sistematicamente – ha violato sapendo di farlo la legge nella cosiddetta lotta al terrorismo. Barak Obama, in effetti, e forse anche più di quanto lo sia stato lo stesso Bill Clinton ha la capacità di affermare con grande passione il suo credo assoluto che una cosa è bianca e allo stesso tempo, per lo stesso oggetto, dire che è nera: e risultare in qualche modo convincente, e credibile, sia per chi personalmente veda come vero il nero oppure il bianco…

Insomma, se nel suo discorso – leggetelo integrale: se potete è davvero utile (White House, 23.5.2013, Remarks by the President at the National Defense University Considerazioni del presidente all’Università nazionale della Difesa http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/05/23/remarks-president-national-defense-university), uno volesse leggere la fine della “guerra al terrore” ci trova diversi passaggi che sembrano davvero annunciare la svolta come cosa imminente; ma se ci volesse, invece, ascoltare che la guerra al terrore continuerà indefinitamente e magari allargandosi, bè, anche questo c’è e non solo in trasparenza…

Appunto: dipende… E poi quello che promette non vale. O, forse, non vale perché in realtà sembrava prometterlo. Adesso, per la prima volta, la Casa Bianca ha riconosciuto – ha proprio ammesso, confessato stavolta senza mezzi termini – di aver ordinato dopo il 2009 l’uccisione, come si dice extragiudiziale, di quattro cittadini americani all’estero attraverso attacchi mirati di aerei senza pilota in giro per il mondo: le vittime non americane di quegli aggeggi sono state nel frattempo, si capisce decine e decine di volte quei quattro: ma per gli USA comunque contano solo quelli: per motivi tutti e squisitamente americani, del tipo noi siamo noi e abbiamo certi diritti: gli altri no e perciò non li hanno.

Stavolta il presidente, nel discorso rivolto all’università nazionale della Difesa, ha annunciato in modo inequivoco e scontentando anche i molti falchi che fanno il nido dentro le fila dei democratici che lo stato di guerra perpetua cominciato dodici anni fa in una democrazia che vuole restare tale almeno al suo interno è insostenibile e che ‘anche se i nostri sforzi sistematici di smantellare le organizzazioni terroristiche devono continuare’, la guerra senza regole almeno all’interno deve trovare un fine.

     ‘Questa guerra, come tutte le guerre, deve trovare un termine. E’ quanto del resto suggerisce la     storia. A imporlo è proprio la democrazia’. Per quanto tardi, in modo assolutamente frustrante, sia stato detto, quello che Obama oggi ha detto avrebbe dovuto essere detto anni fa— ma non ne va neanche oggi sottovalutata l’importanza. Mr. Obama e il suo predecessore, il presidente George W. Bush hanno utilizzato lo stato di guerra che ha avuto inizio con l’autorizzazione a invadere l’Afganistan e a perseguire la distruzione di al-Qaeda e altri movimenti insurrezionali per giustificare atti straordinari di detenzione senza accusa e senza processo e l’assassinio mirato”: assassinio perché lo ammette senza proprio riconoscerlo anche e proprio il NYT (ma solo per gli americani, si intende) perché appunto praticato senza alcuna sentenza.

Queste, dunque, le parole di un discorso importante, e come qualcuno si spinge a dire, “fondante”… Ma fondante era apparso anche quello che Obama fece sulla denuclearizzazione militare totale da instaurare nel mondo a cominciare proprio dalle grandi potenze e fondante fu il messaggio di dialogo aperto che aveva dato al mondo arabo al Cairo… senza poi tirarne alcuna conclusione coerente capace di renderlo davvero fondante… Solo che, per farlo, ormai è necessaria una chiarezza lampante: se uno non può essere legalmente processato perché le uniche prove, spesso gli unici indizi ottenuti contro di lui sono state ottenute illegalmente con la tortura e bisogna rassegnarsi allora ad ammettere che l’errore è irrimediabile.

Perché nessun tribunale decente può prendere neanche in considerazione quelle prove e, su quella base, non può processare nessuno e, allora, bisogna trovare un “altro modo” di neutralizzare, appunto in altro modo, il sospetto che non può essere quello di formare tribunali speciali (se sono tali, infatti – speciali – non sono mai veri tribunali) e non sia quello di tenerlo in galera in eterno senza condanna o di farlo fuori così, di soppiatto. Quale altro modo? Non siamo noi a doverlo identificare ma chi ha commesso la caz**ta iniziale… sia esso Bush, sia lo stesso Obama (New York Times, 23.5.2013, edit., The End of the Perpetual War La fine della guerra perpetua http://www.nytimes.com/2013/ 05/24/opinion/obama-vows-to-end-of-the-perpetual-war.html?ref=global-home).

 GERMANIA

●In uno scandalo che a molti ricorda i clamori di quello che a Sud delle Alpi ha sconquassato sotto il titolo del nepotismo l’impero bossiano in Lombardia, la CSU bavarese, il partito cristiano-sociale alleato e cadetto della CDU di Merkel, quasi alla vigilia delle elezioni in Germania, viene colto con le mani nel sacco a Monaco dalla rivelazione che non pochi suoi dirigenti, confondendo amore della famiglia con nepotismo, hanno assunto e fatto pagare con soldi pubblici l’aiuto a vario titolo acquisito di parenti, figli e perfino mogli, anche separate, come impiegate, segretarie, aiutanti, assistenti personali, ecc. Adesso, il capo gruppo del partito al parlamento bavarese Georg Schmid è stato costretto alle dimissioni – il primo di una lunga serie soltanto, pare… – dopo aver confessato non riuscendo a smentirlo di aver pagato la moglie fino a 5.500 € al mese per anni come sua assistente parlamentare, circa il doppio del salario della cancelliera Merkel.

Cinque altri membri del governo bavarese hanno dovuto ammettere comportamenti, a rigore non proprio illegali ma che la gente considera del immorali e, comunque, anche qui insopportabili (1) New York Times, 13.5.2013. M.Eddy e N. Kulish, Nepotism in Bavarian Politics Creates a Scandal Merkel Could Do Without Il nepotismo nelle alte sfere politiche bavaresi crea uno scandalo di cui la Merkel avrebbe potuto proprio fare a meno http://www.nytimes.com/2013/05/4/world/europe/in-bavaria-family-values-that-merkel-could-do-without.html?ref= global-home:2) Bayern Nachrichten, 4.5.2013, Job Affäre:Wird Schmids Immunität Aufgehoben? L’affare dei posti di lavoro: Schmid,  sarà revocata l’ immunità? http:/www.tz-online.de/aktuelles/politik/job-affaere-ermittler-wollen-aufhebung-georg-schmids-immunitaet-2892267.html).

●E forse vale la pena di riflettere un momento sull’altra nuova grande minaccia  che sta cominciando a pesare qui sulle fortune di Merkel. Dopo Syriza in Grecia, M5S da noi – a modo loro certo da sinistra – l’UKIP inglese (il Partito sull’indipendenza del Regno Unito) adesso anche in Germania nasce come quest’ultimo su basi dichiaratamente conservatrici, antieuropeiste e di destra,  Alternative für Deutschland Alternativa per la Germania in concorrenza diretta con la CDU di Merkel, e coi primi tre che hanno già dimostrato di tirare dalla loro alle urne 1/4 più o meno dell’elettorato – figlio di questa crisi epocale e continentale, di proposte, di idee e di speranze e pronta a provarci alle prossime elezioni politiche generali tedesche del prossimo 22 settembre.

Per questo, e perché succede in Germania che per forza di cose ci interessa un po’ tutti davvero,  riproduciamo, avendolo utilmente trovato tradotto già in italiano, il testo in sintesi – e appena accorciato – del programma dell’Alternativa tedesca, un partito che si appena formato e che vi abbiamo presentato in estrema sintesi – connotato anzitutto dal suo attacco all’euro e all’idea stessa di Unione europea ma stavolta sferrato da parte tedesca – appena un mese fa (cfr. Nota congiunturale http://www.angelogennari.com/notamaggio13.html), sotto Alternative für Deutschland).

Sono movimenti estremamente diversi e dai programmi non sovrapponibili, ma hanno due cose in comune: 1) crescono esplosivamente mentre crolla l’attuale dominante “narrazione europea”, quella raccontata fin qui dai frequentatori del club Bilderberg; 2) incassano milioni di voti intanto che i partiti di sinistra tradizionali non sanno captare nessuna onda di cambiamento.Colpisce che il primo punto del programma di Alternative für Deutschland sia “il rispetto del diritto e della parola data”. Sembrerebbe quasi un concetto pre-politico, ma guardiamo alle promesse e agli impegni preelettorali presi da noi, in Italia,  e a come sono finiti.

E, cetro, lo stesso dire “rispetto della parola data” sembra avere in sé un suono rivoluzionario.

Poi viene il resto del programma, che risente dell’influenza diretta di una parte del padronato germanico e delle sue elites accademico-intellettuali, con idee dell’economia molto convenzionali, sebbene più pragmatiche rispetto alle pazzie ideologiche di altissimi funzionari europei,di tanti governi e della troika (che mai chiederebbero come qui si fa  “che agli Stati eccessivamente indebitati e senza speranza sia accordato un taglio del debito”).

Il nuovo partito rimette in discussione le avanzate politiche energetiche tedesche sulle energie rinnovabili. Forse c’è un calcolo legato al boom estrattivo degli idrocarburi in USA, che sta restituendo competitività all’industria nordamericana con prezzi ambientali certamente enormi.

Le istituzioni europee verrebbero drasticamente limitate e depotenziate, ma non viene illustrato un quadro geopolitico coerente.

E’ chiaro che su molte cose non si può concordare  con queste come con tante altre pulsioni di questi movimenti o sommovimenti che ci si propongono comunque come alternativi. Ma ci sembra utile far conoscere cosa bolle nel caldissimo pentolone dell’Europa inquieta e in crisi e, in specie, anche della Germania (cfr. il test originale in http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/10214-il-programma-del-partito-che-sconvolgera-le-elezioni-tede sche.html).

In sintesi, Alternative für Deutschland sostiene:

• il rispetto del diritto e della parola data,

• il controllo, la trasparenza e la vicinanza ai cittadini della democrazia,

• l’autodeterminazione, l’autoresponsabilità e la solidità finanziaria per tutti gli Stati.

Questi valori sono stati trascurati nell’attuale crisi europea. Vogliamo dar loro nuovamente valore su questo piano e in altri importanti ambiti politici.

Politica monetaria

• Esigiamo un’ordinata dissoluzione del sistema monetario dell’euro. La Germania non ha bisogno dell’euro. L’euro ha danneggiato altri Paesi.

• Esigiamo la reintroduzione delle valute nazionali o la creazione di più limitati e più stabili accordi monetari. La reintroduzione del DM non deve essere un tabù.

• Esigiamo un cambiamento dei trattati europei per rendere possibile l’uscita di ogni Stato dall’euro. Ogni popolo deve poter decidere democraticamente sulla propria valuta.

• Esigiamo che la Germania pretenda questo diritto al ritiro, bloccando con il suo veto ulteriori crediti dell’ESM.

• Esigiamo che i costi della cosiddetta politica di salvataggio non vengano sostenuti dal contribuente. Le banche, gli hedge-funds e i grandi investitori privati sono i beneficiari di questa politica. Devono per questo risponderne per primi.

• Chiediamo che agli Stati eccessivamente indebitati e senza speranza sia accordato un taglio del debito.

• Nella crisi del debito le banche devono sostenere le loro perdite, ovvero venir stabilizzate gravando sui loro maggiori creditori.

• Esigiamo un divieto immediato dell’acquisto di carta straccia dalla Banca Centrale Europea. L’inflazione non può azzerare il risparmio dei cittadini.

Politica europea

• Noi sosteniamo un’Europa di Stati sovrani con un mercato comune. Vogliamo vivere insieme in amicizia e buon vicinato.

• Noi chiediamo un potere illimitato, sovrano, del parlamento in materia di bilancio. Respingiamo decisamente una Unione di trasferimento [il progetto di integrazione dei flussi finanziari a livello europeo]  così come uno Stato europeo centralizzato.

• Faremo in modo che le competenze legislative ritornino ai Parlamenti nazionali.

• Ci adopereremo fortemente per una riforma della UE per eliminare la burocrazia di Bruxelles e per sostenere la trasparenza e l’attenzione alle esigenze dei cittadini.

• Il Parlamento europeo non ha funzionato nel controllare Bruxelles. Noi appoggiamo energicamente le posizioni di David Cameron, tese a snellire la UE con più concorrenza e autoresponsabilità.

Stato di diritto e democrazia

• Chiediamo che lo Stato di diritto valga senza limitazioni. Gli organi dello Stato non devono non tenere conto nemmeno nei casi particolari delle leggi e dei trattati internazionali. La legge deve essere rispettata sempre nella lettera e nello spirito.

• L’operato di ogni governo tedesco trova i suoi limiti nel diritto internazionale, nella costituzione e nei trattati europei. Essi sono di importanza fondamentale per la nostra società e devono essere rispettati rigorosamente.

• Ma chiediamo anche una rafforzamento della democrazia e della cittadinanza democratica. Vogliamo introdurre, secondo il modello svizzero, i referendum di iniziativa popolare. Ciò vale specialmente nel caso di cessione di importanti diritti all’EU.

• I partiti devono collaborare col sistema politico, non dominarlo.

• Chiediamo più democrazia diretta anche nei partiti. Il popolo deve stabilire la volontà dei partiti, non il contrario.

Chiediamo che i parlamentari si dedichino interamente al lavoro parlamentare. Il loro mandato non può tollerare attività part-time retribuite.

Finanza pubblica e tassazione

• Chiediamo che si pongano freni all’indebitamento ed alla creazione di montagne di debiti. Anche la Germania ha permesso troppi debiti.

• Chiediamo che siano tenuti presenti nella programmazione finanziaria i rischi di responsabilità finale derivanti dalla politica di salvataggio dell’euro. Fino ad oggi è stata consapevolmente gettata sabbia negli occhi ai cittadini.

• Chiediamo una drastica semplificazione delle normative fiscali sulla base di un modello realmente progressivo di tassazione alla Kirchhof [esponente neo-cons tedesco, fautore di una radicale riforma fiscale, NdT]. I cittadini devono poter comprendere perché sono tassati in alte percentuali.

Pensioni di anzianità e famiglia

• La crisi europea mette in pericolo tutte le forme di previdenza pensionistica, a causa dell’eccessivo indebitamento e della riduzione degli interessi.

• Chiediamo che i bambini siano considerati nel calcolo delle pensioni.

• La Germania ha troppi pochi bambini. Le assicurazioni pensionistiche e di malattia hanno i piedi d’argilla. La Germania deve diventare un paese che favorisce i bambini e le famiglie.

• Noi vogliamo la difesa della famiglia come cellula base della società. Una solidale politica per la famiglia è un investimento nel nostro comune futuro ed una parte essenziale del contratto fra generazioni.

Educazione

• Chiediamo standard educativi unitari a livello statale sulla base del miglior sistema scolastico tedesco.

•Vogliamo che l’educazione sia il compito centrale della famiglia. Asili e scuole devono completare questo lavoro in modo significativo. Niente è così importante per il nostro futuro della educazione dei nostri bambini.

•In primo luogo sono responsabili dell’educazione dei figli i genitori. Lo Stato deve aiutarli a svolgere questo compito.  Devono essere disponibili corsi di educazione infantile, indipendentemente dal contesto familiare.

• Sosteniamo un sistema universitario qualitativamente di valore elevato, che offra agli studenti adeguate possibilità di assistenza e di sviluppo. Deve anche essere possibile un ritorno agli sperimentati corsi di diploma e degli esami di Stato.

Politica energetica

• Sosteniamo un concetto applicabile di energia a buon prezzo. È impensabile che la popolazione debba essere penalizzata dai prezzi in grande crescita dell’energia per una politica energetica del governo centrale priva di raziocinio e di strategia.

• Chiediamo una riforma delle normativa sulle energie rinnovabili. È asociale finanziare sovvenzioni per energia solare ed eolica con le tariffe elettriche.

• Chiediamo che le sovvenzioni per le energie rinnovabili siano finanziate dal gettito finanziario ordinario. Deve essere reso noto quale tipo di energia verrà maggiormente sovvenzionata.

Politica di integrazione

• Chiediamo un riordino del diritto di immigrazione. La Germania ha bisogno di un’immigrazione qualificata che voglia integrarsi.

• Chiediamo una legge sull’immigrazione secondo il modello canadese. Un’immigrazione disordinata nel nostro sistema sociale deve essere assolutamente impedita.

• I veri perseguitati politici devono poter trovare asilo in Germania. Un trattamento umanitario esige che possano trovare lavoro qui.

●In effetti, scrive, e argomenta assai bene, una ricerca molto recente del CNRS francese (le Monde, 20.5.2013, P. Askenazy, Inquietante Allemagne http://www.lemonde.fr/economie/article/2013/05/20/inquietante-allemagne_3382266 _3234.html), fra un debito artificialmente poco oneroso e un modello economico perennemente incerto, l’avvenire dei tedeschi non sembra affatto rassicurare granché, poi, i tedeschi; e anche il futuro della Merkel potrebbe cominciare anche a traballare. In fondo, nel 2005 lei è arrivata al potere proprio come oggi Letta in Italia: per la divisione della sinistra che tra SPD e Linke era maggioritaria, come qui sarebbe stata maggioritaria la sinistra, se insieme di fossero messi PD e M5S contro PDL e SC (scelta civica, per chi se lo fosse già scordato).

…Insomma, niente davvero di nuovo sotto il sole… no? soprattutto a sinistra. Perché ormai, ci si rifiuta proprio e soprattutto, di volersi distinguere tra destra e sinistra. Perché siamo tutti uguali, dice, no?

GIAPPONE

●Il nuovo regolatore dell’energia nucleare istituito dal vecchio governo del partito democratico, che ha perso le elezioni dopo il disastro di Fukushima del 2011 meglio del predecessore legatissimo alla filosofia del lasciare che l’industria si autoregolasse lasciando troppo lasche le briglie al nucleare che avrebbe dovuto controllare strutture e gestione dei reattori nucleari del paese così esponendolo al rischio che poi s’è regolarmente verificato abbandonando il controllo al mercato, come si dice, all’autoregolazione del mercato stesso: la vecchia lezione contro la quale aveva già messo in guardia due secoli e mezzo fa già Adam Smith per primo, sì quello del laisser faire ma niente affatto senza regola alcuna, Anzi: 

   (A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393: la proposta di autoregolamentarsi proveniente da chi ha interessi privati – scriveva – “va sempre considerata con la più sospettosa attenzione”. Infatti, “viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico e che ha invece generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico. E che, anzi e di fatto, in molte occasioni l’ha ingannato e oppresso”).

Così, adesso, il governo, anche se non vorrebbe, sarà probabilmente costretto a non ignorare – non a caso è stata resa pubblica senza passare per l’autorizzazione del governo – la notizia che un reattore nucleare nel Giappone occidentale è collocato proprio sopra una faglia tellurica attiva “a rischio di disastro da terremoto”. E la domanda, adesso, dopo Fukushima, se non altro, sembra quella giusta: come mai prima non se n’era accorto nessuno? o, invece, essendosene accorti l’avevano magari tenuto nascosto? E poi, adesso quando si chiude – si “de commissiona” come dicono in gergo – a spese di chi, e quanto in fretta, l’impianto di Tsuruga, quello collocato proprio sulla faglia?

Dopo le fusioni multiple dei reattori della Daiichi di Fukushima, si ricorderà, tutti i 50 reattori del paese sono stati precauzionalmente  chiusi e solo due finora sono stati riaperti ma il governo di Abe aveva annunciato di voler riprendere. E ora è nei guai (New York Times,14.5.2013, Hiroko Tabuchi, Japanese Reactor is Said to Stand on Fault Line Viene reso noto che uno dei reattori giapponesi è proprio al di sopra di una faglia tellurica http://www.nytimes.com/2013/05/16/world/asia/japanese-reactor-is-said-to-sit-above-fault-line.html? ref=global-home).  

●Lo sforzo concentrato e concertato del governo per mettere fine alla deflazione endemica nell’economia, del tutto controcorrente rispetto alla solita saggezza convenzionale dell’accademia neo-liberista dominante, da metà novembre ad oggi ha portato a far perdere il 20% del valore dello yen rispetto al dollaro e ha dato un’enorme spinta all’economia – esportazione e produzione ad essa connessa – portando in un trimestre da un tasso di crescita sotto zero ad uno annualizzato del 3,5% nel primo trimestre del 2013 (New York Times, 16.5.2013, Hiroko Tabuchi, Japan’s Economy Growing at 3.5% Annualized Rate La crescita economica del Giappone al 3,5% annualizzato http://www.nytimes.com/2013/05/17/ business/global/japans-economy-growing-at-3-5-annualized-rate.html?ref=asia).

E si allarmano subito, infatti, gli austeriani di professione, specie quelli di origine più o meno accademica. Il titolare, molto pimpante e anche parecchio presuntuoso, di un blog inglese nche diffuso in America che garantisce ai lettori di “diventare milionari in 8 ore”, se – naturalmente – seguono i suoi consigli pagando i pochi dollari al giorno che costa abbonarvisi in rete, intitola un suo articolo papale papale che (Quartz, 16.5.2013, Abenomics is working – But it had better not to work too well L’economia di Abe sta funzionando – ma sarebbe meglio che invece non ci riuscisse troppo http://qz.com/85282/abenomics-is-working-but-it-had-better-not-work-too-well).

Perché se, casomai e per loro disgrazia, poi funzionasse davvero anche un tantino più a lungo, la Abenomics, letteralmente – le ultime righe del pezzo indicato, ecco la domanda – come si fa a far passare le riforme strutturali— cioè quelle che sono controriforme a favore dei ricchi e contro i più poveri. Znto più se poi, ad esempio, perfino la Sony registra adesso il primo risultato positivo da ben cinque anni. La Toyota ha invece dichiarato chiarissimo e subito che la svalutazione dello yen è stata di certo una delle principali ragioni per cui nel primo trimestre del 2013 il suo profitto netto s’è triplicato (The Economist, 9.5.2013, A game changer, but what’s the game? ▬ Un cambiamento del gioco, ma qual è il gioco? http://www.economist.com/blogs/buttonwood/2013/05/japanese-qe-and-markets).

●Un altro mefitico strascico dei nostalgici dell’impero nipponico e del ruolo di annienta popoli svolto in Asia nella seconda guerra mondiale a colpi di massacri e esazioni che hanno fatto milioni di morti tra le popolazioni civili, prova ora a rilanciarlo in una pericolosa rincorsa, col governo dello stesso Abe, a chi si sposta a destra più provocatoriamente contro le memorie ancora non sopite dei popoli vittime – cinesi, coreani, genti del sud-est asiatico – a destra lo va incarnando ora il sindaco di Osaka, Toru Hashimoto, alla ricerca di voti e cascami sciovinisti da far rivivere dal periodo peggiore della storia nipponica.

Quando, le uniche vite a contare per lui e per la gente che ancora oggi come lui la pensa dopo sessant’anni, in Asia eranoe  solo quelle dei giapponesi. In fondo poi, spiega freddamente Hashimoto, si trattava di mantenere in sostanza la disciplina (The Independent/Londra, 14.5.2013, Osaka mayor Toru Hashimoto: Sex slaves in World War Two were necessary to 'maintain discipline' for Japanese military— Il sindaco di Osaka Toru Hashimoto: le schiave del sesso della seconda guerra mondiale erano necessarie per ‘mantenere la disciplina’ tra i militari giapponesihttp://www.independent.co.uk/news/world/asia/osaka-mayor-toru-hashimoto-sex-slaves-in-world-war-two-were-necessary-to-maintain-disci pline-for-japanese-military-8614959.html).

Poi Hashimoto tenta di correggere il suo dire, asserendo di essere stato frainteso, che non voleva avanzare scuse e che, comunque, la pratica della schiavitù sessuale non va assolta ma, dice, di voler contrastare piuttosto l’autoassoluzione ipocrita di altri paesi che hanno bisogno anch’essi di esaminare il maltrattamento delle donne da parte dei loro eserciti prima di indicare le colpe dei giapponesi (New York Times, 27.5.2013, Hiroko Tabuchi, Japanese Politician Reframes Comments on Wartime Brothels— [Toru Hashimoto], politico giapponese, riformula i suoi commenti sui bordelli giapponesi del tempo di guerra http://www.nytimes.com/2013/05/28/world/asia/osaka-mayor-wartime-brothels.html?ref=global-home).

●Ma salgono anche così le tensioni nella regione mentre gli Stati Uniti, che con la Cina e la Corea contro quel Giappone quella seconda guerra mondiale la vinsero, tacciono una volta tanto, per loro, contro natura ma anche un po’ imbarazzati. Dice il giovane e spudorato Hshimoto che la prostituzione forzata di cui furono vittime centinaia di migliaia di ragazze e giovani donne dei paesi occupati, le “donne di conforto” come le ha chiamate per decenni con gli eufemismi di cui Tokyo è sempre stato campione mondiale, erano un necessario sollievo per i soldati nipponici che “rischiavano le loro giovani vite preziose per il Tenno e la gloria del Sol Levante” in terre nemiche e lontane.


 

[1] Rashomon la Porta, di Akira Kurosawa, film giapponese del 1950 sulla relatività assoluta e le mille sfaccettature della verità , in una trama che della stessa realtà oggettiva rappresenta molte e diverse variazioni. Attore principale Toshiro Mifune ( http://en.wikipedia.org/wiki/Rashomon).

[2] John Maynard Keynes, 1935, The General Theory of Employment, Interest, and Money La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta 2006, UTET (cap. 24, II http://www.marxists.org/reference/subject/econo mics/keynes/general-theory/ch24.htm).

[3] Il poema nazionale in lingua pashtun La passione dell’afgano, di Khushal Khan Khattak, poeta fondante nella storia del paese, vissuto nel XVII secolo, trad. ingl. dell’Antologia di C. Biddulph in Afghan Poetry Of The 17th Century: Selections from the Poems of Khushal Khan Khattak, London, 1890, intima a chi legge: “estrai la tua spada e fa fuori chiunque dica che pashtun e afgano non siano la stessa cosa! Lo sanno gli arabi e i romani lo sapevano già: gli afgani sono pashtun e i pashtun sono afgani!

[4] Originariamente era, prima di trasformarsi in un micidiale velivolo da ricognizione e bombardamento, il maschio dell’ape, il fuco. La cui sola funzione diciamo “sociale” è, notoriamente, quella di impalmare l’ape regina. Crepando subito dopo.

[5] Joseph E. Stiglitz e Linda J. Bilmes, The Three Trillion Dollar War: The True Cost of the Iraq Conflict, ed. W. W. Norton, 2008— La guerra da 3.000 miliardi di dollari, trad. D. Cavallini, ed. Einaudi, 2009.

[6] Frank Ledwige, Investment in Blood: the true Cost of Britain’s Afghanistan War, ed. Yale University Press, 2013— Investimento in sangue: il vero costo della guerra in Afganistan per la Gran Bretagna. Tra parentesi, il costo calcolato molto meno scientificamente e molto approssimativamente, per l’Italia è stimabile secondo calcoli nostri, a inizio 2013, sui 30 milioni di € al giorno, sul miliardo all’anno, cioè.