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     06. Nota congiunturale - giugno 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.06.12

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE. PAGEREF _Toc326256578 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc326256579 \h 3

nel mondo. PAGEREF _Toc326256580 \h 3

● Una giornata come tutte le altre in borsa, la più importante istituzione finanziaria in ogni paese… (vignetta) PAGEREF _Toc326256581 \h 4

in Cina. PAGEREF _Toc326256582 \h 8

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc326256583 \h 9

●Le elezioni in Egitto… (vignetta) PAGEREF _Toc326256584 \h 12

EUROPA... PAGEREF _Toc326256585 \h 21

● Politica ed economia, sotto la UE di oggi e sotto questa BCE… (vignetta) PAGEREF _Toc326256586 \h 21

● Quando in Europa trasformarono le forbici da barbiere in asce bipenni da barbari… (vignetta) PAGEREF _Toc326256587 \h 22

● L’austerità: eleggiamo un nuovo popolo greco!... (vignetta) PAGEREF _Toc326256588 \h 24

● La maestrina-dalla-penna-quasi-rossa ci  prova… (vignetta) PAGEREF _Toc326256589 \h 28

STATI UNITI. PAGEREF _Toc326256590 \h 42

● La rete di sicurezza che ha fatto rimbalzare il PIL americano, proprio quella che la BCE non ha mai steso…... PAGEREF _Toc326256591 \h 44

● Più di 23 milioni di americani/e che lo vorrebbero non trovato un lavoro a tempo pieno ad aprile (grafico) PAGEREF _Toc326256592 \h 44

● Kabul: corpo di spedizione USA, Ufficio reclami… (vignetta) PAGEREF _Toc326256593 \h 47

GERMANIA... PAGEREF _Toc326256594 \h 62

● Tutto qua? Forse no, però… (vignetta) …... PAGEREF _Toc326256595 \h 62

FRANCIA... PAGEREF _Toc326256596 \h 64

● La festa alla Bastiglia: Addio, austerità!!!… (vignetta) PAGEREF _Toc326256597 \h 65

      GRAN BRETAGNA    PAGEREF _Toc326256598 \h 65

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per cui, abbiate pazienza… e intanto beccatevi questo e accontentavene

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Naturalmente, questa Nota informa e commenta su tutto quel che Italia non è, perché presumiamo sia meno noto ai presumibili nostri lettori— anche se molti di loro, a giudicare da alcune reazioni pervenute sono benissimo, al dunque, informati. Ma, qui, di tanto in tanto, due o tre macro-cose su questo nostro disgraziato e straordinario paese, non en passant – così – parlando  d’Europa o di disoccupazione dobbiamo pure sottolinearle: stavolta il Rapporto annuale 2012 sulla situazione del Paese[1] stilato dall’ISTAT fa dell’Italia una gran brutta foto: siamo dimagriti di brutto, molti quasi fino all’anoressia, siamo in media (ma è la media di Trilussa[2]…) più poveri, ecc., ecc.

Anche nel 3° trimestre del 2011 si conferma la caduta del PIL e ribadisce e incancrenisce che la recessione in cui siamo affondati continua a portarci ancora più in giù: perché aumenta ovviamente la disoccupazione, soprattutto dei giovani. L’indebitamento delle pubbliche amministrazioni è sceso, determinando un buon avanzo primario, inferiore solo a quello della Germania, ma non rallenta la crescita del debito/PIL, al 120,1%, proprio come si dice per la diminuzione del denominatore: per l mancanza di crescita.

In questo quadro, e con dinamica retributiva in rallentamento, il reddito disponibile delle famiglie diminuisce per il quarto anno consecutivo: siamo, oggi, meno “ricchi” del 4% rispetto al 1992! E dal 2008 la perdita di reddito è stata di € 1.300 pro-capite (il pollo di cui dicevamo: qualcuno molto più ricco; ma molti molto più poveri) mentre il risparmio delle famiglie si è ridotto dal 12,6 all’8,8%.

Quanto a precarietà e flessibilità del rapporto di lavoro, mentre globalmente l’occupazione dipendente è cresciuta in vent’anni del 13,8%, gli assunti a tempo determinato sono cresciuti del 48,4%, cui vanno aggiunti i 2,1 milioni di giovani che non hanno lavoro, non vanno a scuola, né s’impegnano in percorsi formativi o di avviamento al lavoro. L’incremento dell’occupazione femminile c’è stato, ma tutto sotto il segno della precarietà: nel 2010 due terzi delle donne occupate  a part-time avrebbero voluto esserlo a tempo pieno, mentre sei anni prima tale aspirazione era condivisa solo da un terzo delle donne che lavoravano.

Peggiorano tutti i mali di lungo periodo della situazione italiana: elevato tasso di povertà differenziale fra Nord e Sud del paese. E l’ambiente va peggio: aumenta enormemente, particolarmente al Sud, il “consumo di suolo”, ovvero la cementificazione e dilagano tutte le forme peggiori di urbanizzazione.

Per il futuro, previsioni peggio che pessimiste: ulteriore contrazione del PIL dell’1,5% per il 2012. E le misure assunte dal governo – compresa la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, cioè come è stato ben detto la scomunica del pensiero keynesiano voluta da un fideistica e cieca Merkel – non fanno che aggravare la situazione.

Infatti, per rispettare il nuovo obbligo costituzionale, dovremmo realizzare un avanzo primario (differenza positiva tra entrate e uscite su base annua al netto del pagamento degli interessi sul debito) pari all’8%: osserva come deve, neutralmente, l’ISTAT che si tratta di “un livello mai raggiunto nella storia italiana”. Osserviamo noi, e con noi non pochi altri non statutariamente obbligati a fingersi formalmente neutrali[3]: “mission impossible”, cioè, una scemenza.

L’unico settore della produzione che va bene sono le esportazioni in determinati, specifici settori legati al Made in Italy. Ma, a differenza del passato, “un’espansione delle esportazioni di merci attiva una quota sempre minore di produzione nazionale”. Tradotto, una ripresa trainata dalle sole esportazioni è impossibile. Il tema del rilancio della domanda interna di consumi e di investimenti, se si vuole davvero la ripesa, è ineludibile. Già, ma quale tipo di ripresa? Anche su questo punto il rapporto dell’ISTAT, che è obbligatoriamente neutrale, non è affatto però reticente.

Dice la radiografia dell’ISTAT che “il Paese non sembra avere colto le opportunità offerte dalla trasformazione in atto verso l’economia della conoscenza, con conseguente perdita di efficienza di sistema”: un modo tecnicamente soft per dire, tanto a Brunetta come a Fornero – tal quali sul punto – che con il declino economico del nostro paese non c’entrano niente né l’articolo 18, né il costo del lavoro, che il declino precede la crisi internazionale in atto e da questa è stato solo di gran lunga, accentuato: è dovuto alla crisi di modernità del sistema, alla carenza di investimenti, alla fuga di capitali e all’evasione fiscale, ecc..ecc.

Serve – anche se l’ISTAT non può dirlo così – una politica economica per un nuovo modello di sviluppo e non il rigore di bilancio contenuto nel fiscal compact che i parlamenti europei, fra cui il nostro, sono chiamati a ratificare entro la fine di giugno e a cui bisognerebbe invece opporsi. Come stiamo tentando di dire da mesi e mesi anche noi. Proprio perché, come dice conclusivamente il Rapporto, in questa nostra società “beni comuni e beni immateriali sono altrettanto, e forse più, importanti di quelli materiali e individuali”.

Tenendo presente che, per produrli e poi tutelarli, ci vuole non meno ma più spesa pubblica e meglio qualificata. Anche a debito. Da ripagare, sicuro. Ma non adesso, Quando ricominceremo a crescere. Questo bisognerebbe avere il coraggio di dire anche agli altri. Di convincerli a decidere insieme. E, comunque, questo bisognerebbe trovare il coraggio di fare…

●Ora, una considerazione diciamo così a latere che ha qualche rilevanza solo per il giornale dove queste frescacce le scrivono e per cui pesano in modo assurdo sulle decisioni di mercati e operatori— e, purtroppo, continua ad averla come da noi qualche editoriale, in sé quasi sempre solo raramente e marginalmente poco più che banale sul Corriere del prof. Alesina. Annota così il WP[4] , alla vigilia del G-8 di Chicago del 18 e 19 maggio che “il primo ministro italiano Mario Monti, entrato in carica a novembre e accreditato di un comportamento duro contro la spesa pubblica deve, in realtà, ancora riuscire a farsi approvare dal parlamento una proposta di intervento più incisiva e larga di deregolamentazione del mercato del lavoro e di altre riforme considerate centrali alla ripresa economica”.

Ecco qua! è detto benissimo: appunto alla Alesina o alla prof. Monti, quello della Bocconi… un una dimostrazione di incompetenza che è uno spreco totale e quasi un peccato. Ma ci volete, di grazia, dare un’idea da chi è che siano considerate importanti per la crescita proprio queste misure? Economisti ed esperti da noi conosciuti, qualcuno anche Nobel, dicono, invece, che misure di stimolo, aiuti pubblici, aumento dei salari e del potere d’acquisto e anche, e soprattutto, un po’ più d’inflazione nel Nord Europa, in Germania proprio (rileggetevi il manifesto del 1° maggio del sindacato tedesco, per dire) sono gli strumenti e le condizioni centrali, cruciali, per rilanciare la crescita.

E questa non è un’opinione, è un fatto: dimostrato in negativo da chi quella loro ricetta ha seguito e in positivo, o almeno assai meno in negativo, da chi ha seguito quest’altra strada.

●Ci si rimette pure Moody’s che provvede, poi, a svalutare i ratings di ben 26 banche italiane (fino a una caduta di 3-4 posizioni in alcuni casi): sollevando non l’indignazione di principio e, soprattutto, non le reazioni punitive di chi – regolatori, governo… – dovrebbe  protestare (l’ABI parla di un’ “azione criminale” contro il sistema creditizio italiano, ma non dice una parola per negare l’addebito, ma nessuno interviene per dimostrare che sbagliano, ma avanzano tutti solo una difesa corporativa e vagamente mafiosa.

Denunciando, inoltre, la loro imbelle incoerenza quando mancano di far rilevare che questi di Moody’s, sciabigotti autoconfutatori che sono, dichiarano di dover prendere questa misura perché il rigore di bilancio cui continua a volersi attenere Monti “deprime la ripresa”… e proclamano, contemporaneamente, che l’austerità resta necessaria.

E se non lo fanno, se non lo denunciano, è semplicemente perché l’incoerenza di Moody’s è, appunto, la stessa identica incoerenza loro e di Monti (che si incavola e dice di non aver mai detto, lui, la parola austerità ma non può certo smentire di averle anche lui (e come!) praticata. Tertium, realmente a questo punto, non datum: o mollano col rigore, o continuano a applicare le pinze e non mollano.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Le date dell’agenda economico-politica di giugno, le principali:

Alla fine della prima settimana, dall’Iran, alla Grecia, alla Serbia, alla Siria e, naturalmente, alla Francia elezioni parlamentari o presidenziali; e, in Italia, municipali: quasi tutto va all’aria, quasi dappertutto; meno che – si capisce – in Siria;

3-4 giugno, vertice Russia-Unione europea a San Pietroburgo;

• 10 giugno, elezioni nazionali legislative in Francia (primo turno);

• 16-17 giugno, presidenziali in Egitto (secondo turno: il primo è stato tenuto il 23 e 24 maggio; il risultato verrà ufficialmente annunciato il 21 giugno dalla Giunta militare);

• 17 giugno, secondo turno delle legislative in Francia;

• 18-19 giugno, vertice dei G-20, Los Cabos, Messico);

• 20 giugno, Conferenza (?) nazionale pubblica in Libia;

• 26 giugno, ultima delle primarie per la convention repubblicana che designerà quel candidato alla presidenza USA nelle elezioni di novembre prossimo, contro Obama;

• 28-29 giugno, Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo della UE;

in giugno, elezioni legislative in Mongolia; 

in giugno è prevista la sentenza della Corte suprema americana sulla legittimità del sistema sanitario (più o meno, ma un po’ più di ora) per legge.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Banca mondiale[5], i nove paesi che compongono l’ALBA  (Alianza Bolivariana para América Latina y el Caribe, fondata all’Avana da Cuba e Venezuela nel 2004 e poi allargatasi, deliberatamente in contrapposizione di modello economico e ideologico almeno in linea di principio con quello yankee) con Ecuador e Bolivia, Honduras, Nicaragua, Dominica, St Vincent e Grenadinas, Antigua e Barbuda) sono quelli cresciuti maggiormente fra il 2009 ed il 2010: il loro PIL nominale è aumentato del 33,43%; seguito dai 5 Paesi che compongono l’area geografica dell’Africa meridionale (Sudafrica, Botswana, Lesotho, Namibia e Swaziland) cresciuti del 28,81%; dai dodici paesi dell’UNASUR-Unione delle Nazioni Sudamericane  (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perú, Surinam, Uruguay e Venezuela) al 27,07%; dai trentatre paesi dell’America Latina che compongono la CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici)  +25,41%; dai cinque dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico: dieci in realtà ma, in questa classificazione, vengono considerati solo i cinque maggiori: Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam), +24,39%; dai cinque del BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica), al 22,37% e dai sei OCS (Organizzazione della Cooperazione di Shangai: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan), in crescita del 19,36%.

I paesi del cosiddetto blocco occidentale, che oggi rispondono alla definizione – dice sempre la BM – di Paesi Industrializzati Altamente Indebitati, sono sotto la crescita media mondiale; infatti, mentre l’economia mondiale è cresciuta complessivamente dell’8,92%, l’Oceania (Australia e Nuova Zelanda) è cresciuta del 7,68%; i paesi del Nord America del 5,06%; i Paesi dell’OCSE (presi tutti insieme i 34 più ricchi del mondo) hanno fatto registrare una crescita di +4,74%; quelli del G-7 (ormai ex G-7) solamente del 3,76%; l’Europa, nel suo complesso, è cresciuta nel periodo di riferimento dell’1,42%. I 27 paesi che compongono l’Unione europea ed i 17 dell’eurozona sono in calo, rispettivamente, del -0,49% e del -2,14%.

I sedici paesi che, poi, conformano geograficamente l’Europa meridionale, e che ben può definirsi ma certo arbitrariamente – Europa latina, nel senso che a suo tempo fu tutta sotto il controllo dell’impero di Roma ma che con quei 16 non lo esauriva e che – per motivi un po’ misteriosi prescinde dalla Francia – hanno sperimentato una decrescita del 3,45% ed è l’area del mondo che ha perso maggiore ricchezza e potere fra il 2009 ed il 2010.

● Una giornata come tutte le altre in borsa, la più importante istituzione finanziaria in ogni paese (vignetta)

Ma lo sapete come vanno davvero le cose?

Ho qui un titolo che potrebbe davvero ascendere… - Davvero ascendere? – ASCENDERE? - …endere? -… endere? –

VENDERE! - VENDERE! - VENDERE! - VENDERE! Questa è pazzia, io me ne vado - Hasta la vista! - ista? - ista?-

ista? - …quista? - ACQUISTA! - ACQUISTA! - ACQUISTA! - ACQUISTA! - … Sapete, io ho qui un  titolo…

Fonte: IHT, 27.10.1989 KAL

 

●Al G-8 di Chicago, che però si è tenuto a Camp David in Maryland per timore delle proteste di strada contro il quasi concomitante, vertice della NATO, lì nella capitale dell’Illinois, e per quel che conta – pochissimo – se non è un segnale che, per ora, però resta troppo flebile di qualcosa di diverso in arrivo – vince la linea che è stata semplicisticamente semplificata come Obama-Hollande-Monti e viene penalizzata la linea Merkel. In cima al da farsi passa adesso – non al posto, sia chiaro, ma avanti all’austerità – la crescita con gli eurobonds, forse, come possibile primo intervento. Hollande a Camp David, non ultimo da Obama, è stato identificato come l’autore del “nuovo paradigma” necessario all’Europa…

Ma è così? oppure no? Forse non è neanche così. In effetti se il comunicato finale del G-8 potesse essere sintetizzato con un solo aggettivo quello ci sembra dover essere, pessimisti fottuti che siamo – ma, così, almeno non restiamo delusi – dovrebbe essere, a un’attenta lettura, ambiguo… o, volendo rendere in termini classici ma che il dramma greco ha reso modernissimi, delfico: dal nome dell’oracolo che a Delfi, dalle falde del monte Parnaso, a partire dall’VIII secolo a.C., emetteva i suoi vaticinii, talmente ambigui, appunto, se non trivalenti, da diventarne sinonimo.

Anche se l’oracolo è stato considerato autorevole per secoli, il G-8 a dire il vero non lo è mai stato se non nei suoi primissimi anni, dall’85 diciamo al ‘90 forse. Il sito della BBC che per primo ha dato il tono[6] alle reazioni pressoché, almeno lì per lì, universali ha scritto subito che la cancelliera Merkel è restata “isolata” e “Obama ha detto che l’eurozona dovrebbe concentrarsi sul creare lavoro e sulla priorità della crescita”. Giorni ci sono voluti per sgonfiare interpretazioni e entusiasmi esagerati.

Perché i paragrafi rilevanti del comunicato finale dei G-8 recitano, nei passaggi chiave:

 “Salutiamo con grande favore la discussione che è in corso in Europa su come generare la crescita [e, in questo senso è vero che questa e la priorità prima indicata come obiettivo] mentre però viene mantenuto l’impegno a un consolidamento fiscale [rigore, cioè, austerità] su base strutturale…

   Concordiamo sul fatto che i nostri governi debbano agire per rafforzare la fiducia e alimentare le ripresa anche con misure tese a aumentare produttività, crescita e domanda in un quadro macro-economico sostenibile, credibile e non inflazionistico. Ci impegnamo, cioè, alla  responsabilità fiscale [a tendere al pareggio dei bilanci, dunque] e, in questo contesto, appoggiamo politiche sostenibili e solide di consolidamento fiscale…

   Per aumentare produttività e crescita… appoggiamo riforme strutturali e investimenti nell’istruzione e in moderne infrastrutture[7].

A noi anche francamente sembra quasi alla lettera una reiterazione dell’approccio delineato il 15 maggio scorso, subito dopo l’inaugurazione di Hollande da lui e Merkel, o da Merkel e lui, a Berlino, non precisamente dunque proprio una direzione nuova. Consiste nella sottoscrizione dell’approccio da loro concordato che sarà in effetti probabile – e del tutto insufficiente se sarà tuta lì – al vertice informale UE del 23 maggio:

• un primo “pilastro”, come lo chiamano loro, che sarebbe il fiscal compact già approvato ma ancora non ratificato;

• un secondo”pilastro”, il growth crescita compact, costruito su due principali misure:

  ◦ nuovi finanziamenti mirati a infrastrutture, scuole, ecc.;

  ◦ aiuti a sostegno del mercato del lavoro e di  altre cosiddette riforme di struttura— il tutto mirato

     all’aumento della crescita nel medio termine.

E sulla Grecia? Sulla Grecia, il G-8 non dice niente. O, meglio, emette l’auspicio e “l’interesse” che essa “rimanga nell’eurozona, rispettando insieme tutti gli impegni che ha preso3”: come se questo fievole augurio servisse oggi qualcosa ai greci: o come se potesse servire a tenere calmi i mercati il silenzio di tomba sullo spettro che oggi affligge la Spagna: la traballante solidità del suo sistema bancario.

Nulla di tutto questo, nulla di risolutivo certo sulla crisi europea e da questo G-8, dal quale davvero sarebbe stato sciocco potersi aspettare altro sulla crisi europea. Potrebbe essere decisivo, infatti, solo un cambio di mission impartito alla BCE— preoccuparsi concretamente della crescita oltre che della stabilità monetaria e mettersi a stampare moneta di cui poi risponde essa stessa, come BCE, e nessuno Stato da solo; e una ripresa forte dell’integrazione economica e politica dell’Unione… Non ci si poteva aspettare di più da un documento precotto come quello che, sottoposto a mille emendamenti anche contraddittori, è  arrivato all’approvazione degli otto cosiddetti grandi: Questo consesso, ogni anno da oltre cinque lustri, licenzia conclusioni  piene solo di buone intenzioni e non altro…

●La Banca della Riserva dell’India, la Banca centrale, ha ordinato[8] a chi detiene nel paese valuta straniere, soprattutto ma non solo a chi viene pagato in valuta estera che devono d’ora in poi provvedere a cambiarne la metà dei loro depositi in istituti indiani in rupie, la valuta nazionale. E che la misura deve essere messa a buon fine entro il mese.

Il PIL dell’India è cresciuto del 5,3% nel primo trimestre del 2012 rispetto allo stesso dell’anno prima, quindi più fiaccamente di quanto fosse cresciuto nell’ultimo trimestre del 2011, del 6,1% secondo una dichiarazione dell’Ufficio centrale statistico. Si è trattato del ritmo d’espansione più basso in un quarto trimestre degli ultimi otto anni, penalizzato soprattutto da un forte rallentamento di investimenti che ha minato la rupia e frenato i progetti del premier Manmohan Singh e del suo governo con una coalizione spesso discorde e travagliata da accuse di scandali e truffe. E non aiuta, certo, il calo dell’economia in Europa e negli USA [prudent investor newsletters: India’s Economic Growth Slows, Choked by Politics].  

●Il Consiglio nazionale indiano per gli acquisti della Difesa ha concluso un accordo, a costo ultrascontato, per acquistare dall’US Army a $ 560 milioni complessivi e per la prima volta da 27 anni, 145 obici da campo M777 ultraleggeri[9], lotto prodotto in origine dalla BAE britannica per gli USA ma che lo US Army aveva finito, non si sa bene perché, col respingere. Si tratta di cannoni da campagna che saranno probabilmente schierati al confine col Pakistan, in alta montagna.

●Non l’ha dichiarato così, ma il presidente della Bolivia Evo Morales – proclamando l’esproprio della compagnia energetica Transportadores de Electricidad (TDE)[10] di proprietà della REE spagnola e, ordinando il 1° maggio alle forze armate di assumere il controllo degli impianti, ha inteso anche e pubblicamente proclamare, insieme, la sua aperta solidarietà all’Argentina che un mese prima aveva nazionalizzato la ispanica YPF Repsol. La differenza, poco evidenziata sia in Bolivia che in Argentina, è che la REE era stata da tempo preavvisata dell’iniziativa e che il presidente Morales si è impegnato a una giusta compensazione per l’esproprio fatto[11].

Morales ha dichiarato che la nazionalizzazione è “un omaggio a tutti coloro che hanno lottato per il recupero alla Bolivia delle sue risorse e servizi naturali”. Magari perché se la prendano tutti, poi, proprio e, forse alla fine solo, con gli spagnoli bisognerebbe indagare un po’ per capirlo.

●Il Congresso della nazione Argentina ha approvato, in un tripudio di allegria e manifestazioni di giubilo popolare, la nazionalizzazione al 51% della YPF spagnola, la maggiore compagnia petrolifera nel paese che ha sicuramente rappresentato il passo decisivo nella campagna di Cristina Fernández, la presidenta, per riportare le industrie strategiche del paese sotto il controllo pubblico. E il governo ha nominato un ingegnere specializzato e molto stimato nel ramo petrolifero, Miguel Galuccio, invece, una volta tanto, che un capataz politico, per gestirla[12].

●A fine maggio, la Petroleos de Venezuela e la National Iranian Oil Company hanno firmato, sfidando le ire americane, un contratto venticinquennale per lo sviluppo, l’esplorazione e lo sfruttamento, del giacimento petrolifero di Dobokubi, nel Venezuela orientale. La discussione sul contratto era iniziata nel 2006 e la Petropars dell’Iran si farà carica del finanziamento del progetto fino alla concorrenza del 26% degli investimenti, tra i 500 e i 520 miliardi di $ secondo le previsioni attuali col resto a carico della PDVSA venezuelana▬ El Universal, (Caracas, quotidiano dell’opposizione a Chávez), 29.5.2012, Venezuela e Iran afianzaron néxos más állá del petróleo - Pese a sanciones contra Irán, Caracas no muestra un cambio de postura Venezuela e Iran hanno allacciato legami che vanno al di là del petrolio - Malgrado le sanzioni contro l’Iran, Caracas non dà mostra alcuna di cambiare posizione [http://www.eluniversal.com/2011/05/29/venezuela-e-iran-afianzaron-nexos-mas-alla-del-petroleo.shtml].

 

●Il glorioso Washington Post – il grande giornale che nel 1972 mise fine alla carriera del presidente Richard Nixon, sbugiardandolo, portandolo all’impeachment e alla dimissioni forzate con la denuncia documentata dello scandalo Watergate – torna a dire, come purtroppo fa ormai anche spesso, fior di frescacce.

Torna a inventarsi, per farlo, dell’esistenza ai più fortunatamente ignota di un pensatore che propagandano ad hoc. Si chiama Ian Bremmer e presiede un sedicente Eurasia Group, ed è dannatamente preoccupato che, dopo il comunismo, stia rischiando di tramontare anche il suo amatissimo “libero mercato”— quello proprio privo di lacci e lacciuoli che oggi si è rimesso per inettitudine propria davvero a rischio.

E approfitta della scarna facondia e dell’inesistente capacità di ragionamento del Bremmer, il WP[13], per lasciargli denunciare come se si trattasse di verità rivelata e indubbia, cinque miti, cinque fandonie propagandistiche di chi vuol minare la fiducia in sé dell’America, appunto sul “declino dell’America”. Un’argomentazione più sciocca dell’altra, a leggerle anche solo superficialmente, come quella che la Cina sta andando nei guai perché, producendo pochi bambini, si impoverisce…

Dopo avere malissimo esposto, e in forma, poi, quasi  caricaturale, i cinque “miti” di cui dice di voler parlare (per dire: che gli USA stanno fermi e la Cina avanza, preoccupandosi di far rilevare che non è proprio tanto vero— solo che, per farlo, l’autore non fa i conti, proprio i calcoli, a parità di potere d’acquisto del PIL rispettivo ma a parità di cambio bancario… un sistema profondamente bacato perché sovrastima sempre l’America al cui dollaro tutto viene così sempre parametrato.

Forse, probabilmente e anche più che probabilmente, così non diventerà una società più bella e sorridente, la Cina. Ma, al contrario di quanto questi idioti opinano, continuano anno dopo anno e da anni, i cinesi, a diventare più “competitivi”, come dice la loro logica – loro, di Bremmer e del WP – e ormai anche più competitivi sulla base, non solo d’una manodopera a basso costo ma soprattutto di una produttività che è in continuo aumento e che consente alla Cina di crescere, invece, al contrario di quanto pronosticano questi gnorri, da ogni punto di vista e oggi anche, e molto, pro-capite…

Ma la chicca vera è in quel che, confusamente e sconclusionatamente, l’articolo conclude affidando al lettore quasi per paradosso il ragionamento: “immaginate – dice – un mondo nel quale un paese povero come la Cina diventi l’economia più ricca”— la prima grande stupidaggine: se è un paese povero, come farebbe ad essere l’economia più ricca del mondo?; e se lo fosse, non è evidente che non sarebbe più povero, no?; ma quello che rode davvero è, naturalmente, che l’America si stia impoverendo a vista d’occhio mentre la Cina si stia, a vista d’occhio,arricchendo!

Immaginate… La volontà del governo cinese di offrire al mondo una leadership su questioni chiave come quelle del cambiamento climatico e della non proliferazione atomica impallidirebbe, con ogni probabilità, rispetto a quanto oggi fornisce al mondo l’America: e questa è un’ultima ragione per cui Pechino non rimpiazzerà Washington tanto presto”…

Peccato che più inesistente della leadership americana in materia di controllo del clima e dell’atomo militare non ci sia proprio niente – a parte qualche chiacchiera e nient’altro che a Obama è valsa, però, un assurdo Nobel della pace prima ancora che facesse niente di niente per un mondo che, è vero, gli piacerebbe – dice e su questo, ma certo a lui proprio come a noi, gli si può credere – veder liberarsi delle bombe nucleari: solo che lui, allo scopo, al contrario di noi, qualcosa di efficace potrebbe ben fare.

Detto altrimenti, se zero meno zero è uguale a zero, se l’effettiva leadership americana è stata uguale a zero, quella cinese anche se fosse inferiore non meno che a zero potrebbe essere uguale. Tal quale, al peggio, non peggio… Perché, nella realtà e non in un universo parallelo che non esiste, ma in questo mondo qui, a meno di abitare in Antartico o su un isolotto del Pacifico senza alcuna connessione con Internet, qualcuno può ancora ignorare come, per dire solo del cambiamento climatico, almeno negli ultimi 15 anni, se non proprio dal 1980, da Reagan in poi, gli Stati Uniti siano sempre stati la forza più importante a bloccare ogni azione concreta su come frenare l’emissione di gas serra nell’atmosfera…

in Cina

●L’indice pubblicato dall’Associazione dei managers agli acquisti, citato dall’Ufficio statistico  nazionale rileva che, a marzo, è salito a 53,3 da 53,1. Tradotto significa che sale, ancora, la produzione manifatturiera[14].

●Le grandi manovre politiche interne che stanno preparando per l’autunno la sessione che, una volta ogni dieci anni, provvede al ricambio quasi in massa della intera leadership del partito (e del paese), sembrano quasi terremotate da un gruppo di veterani del partito in pensione (qui, secondo cultura e tradizione, mantengono come in ogni altra attività un’effettiva capacità di influenza) che ha scritto – e reso anche pubblica – una lettera-appello al vertice del partito[15] per chiedere, duramente, la rimozione dalla Commissione permanente dell’ufficio politico di Zhou Yongkang.

Zhou è colui che la stampa americana aveva elevato al rango di zar anticorruzione che, a causa dei suoi metodi spicci, brutali e irrispettosi (pare proprio tortura compresa) sia contro molti corrotti che contro non pochi dei cittadini che ormai, anche vociferando, reclamano non più isolatamente il rispetto dei propri diritti ma anche a causa della copertura che aveva incautamente ed  invano tentato di dare al suo mentore nel partito, il già dimissionato Bo Xilai che sembrava candidato lui stesso al vertice supremo ma è stato travolto da scandali politico e anche personali.

E, adesso, come il suo amico Bo, anche Zhou è stato accusato di tenere un comportamento che i “veterani” considerano intollerabile: difendere l’indifendibile, come i suoi amici anche se palesemente colpevoli, e perseguitare chi considerava, invece, nemico. Arbitrariamente,cioè.

Queste tradizionalmente sono faccende che vengono dibattute in Cina, ma mai in pubblico come stavolta è avvenuto. Zhou già era in lista per uscire dal Comitato permanente tra qualche mese ma i “veterani” ne chiedono la rimozione immediata e pubblica adesso, come segnale universale che l’arbitrio non verrà tollerato.

Corrono, naturalmente, sia il rischio per aver fatto apertamente la loro richiesta – ma è anche una novità straordinariamente positiva per questo paese, questa… se non verrà subito impietosamente repressa e stroncata pubblicamente anche se forse potrà accelerare un po’ l’iter dell’allontanamento di Zhou dal potere – sia il rischio di trovarsi bollati come quelli che sembrano chiedere una qualche attenuazione della lotta alla corruzione…

●La Cina non è per niente ottimista che il conflitto per le isole Scarborough con Manila (che i cinesi, dai tempi del celeste impero, chiamano isole Huángyán Dǎo e considerano, per quanto valgono – cioè niente – parte inalienabile del territorio cinese, e saprà rispondere e risponderà a ogni escalation che quel paese tentasse per uscire dallo stallo navale, diplomatico e politico attuale. Ha tenuto a chiarirlo, e a far capire di averlo chiarito, il vice ministro degli Esteri Fu Ying rivolgendosi ad Alex Chua, incaricato d’affari a Pechino dell’ambasciata delle Filippine, paese che rivendica, invece, lo stesso territorio – piccole rocce e nient’altro – che loro chiamano secca di Panatag Shoal.

La Cina dice ora di temere possibili forzature da parte filippina[16]*, dopo ormai almeno tre settimane di stallo e confronto, non sempre proprio a distanza, intorno alle isole dove si addensano ormai numerose navi cinesi e filippine. D’altra parte, anche se mai volessero, i cinesi non potrebbero certo mollare sul punto: la legge anti-secessione del 2005 ha tagliato i ponti alle spalle di chiunque a transigere fosse mai disponibile, statuendo che nessun territorio reclamato dalla Cina può essere alienato alla Cina e nessun cittadino cinese può consentirvi senza rendersi colpevole di alto tradimento[17].

Per cui, qualsiasi negoziato sul tema non può, da parte cinese, che limitarsi alla possibile, eventuale concessione di termini d’uso (affitto, leasing…), da parte di soggetti terzi. In altri termini, i cinesi non cederanno mai sul piano ufficiale, formale, e a questo punto la realtà dice che sta agli altri, nel caso nostro alle Filippine ma anche agli Stati Uniti che di tanto in tanto i cinesi sembrano quasi accusare di “incoraggiarle”, calcolare se conviene o no aprire questo cesto pieno di vipere.

Il fatto è che avendo aperto, forse un po’ troppo pubblicamente e di certo alquanto incautamente, con tentativi di ispezione forzata a pescherecci cinesi nelle acque in contesa, è anche difficile senza aver portato a casa niente per le Filippine chiudere la vertenza.

Adesso, dopo qualche segnale di attenuazione la disputa per quelle acque e quelle rocce non mstra segni di rallentamento. L’avviso che la Cina ha impartito ai suoi di rallentare viaggi e scambi anche commerciali con le Filippine, ha anche coinciso con un’incrementata e non casuale presenza di vascelli della Marina americana in quei mari[18].

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais

●In Egitto, un partito minore della galassia islamista, al-Wasat al-Wadid, partito Nuovo del centro, ha annunciato una decina di giorni prima della scadenza del 24 maggio del primo turno delle elezioni presidenziali che avrebbe appoggiato il candidato Abdul Muniem Aboul Fotouh. Al-Wasat rivendica da sempre la sua un po’ anomala “tolleranza” – strana dizione, forse, per noi, ma lì comunque significativa – “verso i cristiani e le donne”, avendo da sempre sostenuto che la shari’a sia compatibile con una società pluralista e moderna.

Del resto, come lo stesso Fotouh, il candidato che s’è fatto espellere molto tempo fa dalla Fratellanza avendone anticipato di mesi la decisione di candidarsi e aver manifestato la sua critica a certe intransigenze dogmatiche tipiche dei Fratelli. E che adesso è appoggiato, però, contro quello ufficiale di L&G e della Fratellanza stessa, anche dai salafiti estremi di la Luce che ufficialmente riconoscono che nel mondo moderno non si potrebbero comunque applicare i dettati – pur in sé giusti, rivendica sempre – della legge islamica, della shari’a… Che non sembra, propriamente, una rinuncia convinta, però.

C’è chi, avendo ben notato questa recente e, come dire, abbastanza straordinaria moderazione degli islamisti ha avanzato il dubbio che siano state direttive arrivate dai sauditi a motivarle tentando di prevenire con l’elezione del candidato ufficiale della Fratellanza un rilancio del suo prestigio e del suo potere negli altri paesi arabi. Una minaccia  che scavalchi e, comunque, contesti l’egemonia wahabita, saudita, nell’Islam sunnita in tutto il mondo arabo.

Intrigante, e preoccupante, per Israele è che non tanto la Fratellanza mussulmana, che ne è sempre stata estremamente critica – e già l’aveva detto – ma tra i candidato perfino un vecchio “laico”, “liberale” e moderato che aveva sostenuto per anni la politica estera di Mubarak come l’ex segretario generale della Lega araba Amr Moussa – sostenga oggi, apertamente, che il Trattato di pace tra Egitto e Israele del 1979, quello firmato tra Sadat e Begin con la mediazione del presidente Carter, è ormai “superato”, non più rilevante, “morto e sepolto[19]

Il pericolo è che se il risultato del primo turno di maggio apparisse poco credibile, giugno diventerebbe davvero un mese rovente e tutto, qui, potrebbe saltare in aria…

Come è noto, e come chi legge questa nota a inizio giugno già sa, il secondo turno – se sarà necessario perché al primo nessuno dei candidati otterrà il 50% + 1 dei suffragi – si terrà il 16 e 17 giugno, con l’annuncio del vincitore che verrà fatto ufficialmente il 21 del mese.

●Emergono nel frattempo anche segnali – confusi, contraddittori e su cui sarebbe, comunque, azzardato contare – che il Consiglio supremo delle Forze armate potrebbe addirittura cercare di staccare in qualche modo, almeno provvisoriamente, la spina se un vincitore emergesse già dai risultati del primo turno del 24 maggio in cambio di qualche “garanzia” credibile sullo status futuro della casta militare.

Hanno, pare, allarmato abbastanza i militari i morti[20] che a inizio maggio sono stati provocati da proteste e scontri di piazza per la prima volta spostatisi da quella della Liberazione proprio sotto le finestre del Consiglio, a piazza Abbassyah e si viene a sapere così, si lascia così dire – ma potrebbe essere soltanto “ammoina” che le FF. AA.  ridimensionerebbero un po’ il loro profilo tirandosi un po’ fuori dal mirino.

Poi, il 9 maggio, folgore non certo però a ciel sereno, arriva la sentenza di un tribunale amministrativo principale (della cittadina di Benha, a sud di Porto Said) che decide di “sospendere”[21] – non di annullare… – le presidenziali del 23-24 maggio formalmente perché la Commissione suprema elettorale ha usurpato poteri in materia che solo il Consiglio Supremo delle FF. AA. aveva il diritto di usare.

Ma alla fine, dopo tanto fragore, sembra si sia trattato, in realtà, di un lampo all’orizzonte: il capo del tribunale amministrativo che aveva emesso quella sentenza, Hatem Ammer, ne chiarisce lui stesso (oddio, forse è costretto a chiarire…) che non si tratta, in realtà, neanche di una sospensione[22]… spiega in maniera pi ragionevole che è solo una formalità, che sulla base delle leggi in vigore non doveva essere la Commissione a convocare le urne al Consiglio Supremo delle FF. AA: basterebbe insomma, adesso, un suo decreto per rimettere tutto a posto… E tutto viene riassorbito così, ma contribuendo non poco a creare confusione e sconcerto.

●Alla fine, col primo turno, gli elettori decidono che al ballottaggio per la carica di presidente, il 16 e 17 giugno, andranno il candidato di L&G, dei Fratelli mussulmani, cioè, il prof. Mohamed Morsi (24,9% dei voti) e l’ex primo ministro di Mubarak, l’ultimo della serie (per il suo ultimo mese da rais ma varie volte ministro) l’ex generale d’aviazione e di fatto candidato in pectore della Giunta, Ahmed Shafiq (24,5%) per far concorrere il quale il Consiglio supremo militare ha abrogato la legge che vietava agli ex mubarakiani di candidarsi[23].

E intorno a lui – di tutti i candidati, quello maggiormente disposto a restaurare il più possibile del vecchio ordine – e alla sua tradizionale piattaforma di legge e ordine, sembrano alla fine essersi coagulati quanti comunque non volevano votare islamico. Ma, adesso, conteranno, e come, anche i voti andati al primo turno ai pretendenti sconfitti. Anche se non è detto che gli elettori, al dunque, daranno retta alle loro indicazioni di voto.

Bisognerà anche vedere se, costretti adesso a raggrupparsi, i due schieramenti – i Fratelli, gli islamici salafiti, gli islamici “moderati”, le grandi masse contadine e operaie di qua; e, di là, i tanti che l’islamismo lo aborrono ma sono tra di loro nemici giurati, i giovani della rivoluzione dei diritti e quelli del pane, i “laici” e quelli, più o meno, di sinistra, diciamo – poi riusciranno davvero a coagularsi e se, poi, chi perde – nello scontro finale che tra tutti è sicuramente quello più polarizzante – accetterà davvero il verdetto delle urne. Sapendo che in ogni caso, alla fine, il potere di chi ha vinto dovrà sempre fare i conti con quello militare…

In fondo, siamo tornati al vecchio schema quando la Fratellanza era l’unica opposizione che riuscisse a contare e il presidente era un secolarista, un laico, un non-islamico autoritario che era anche ex maresciallo dell’aeronautica con legami strettissimi con la casta militare: una descrizione unica che si attaglia a Shafiq tal quale ieri a Mubarak e non a caso sono dieci anni che nell’ambito del regime parlavano di lui, a cominciare proprio da Mubarak, prima che si lasciasse tentare dalle brame di successione dinastica, come del successore pressoché naturale nel vecchio regime monopartitico.

La polarizzazione della divisione del paese ormai anche al voto decisivo tra secolaristi e islamisti non è in sé buona cosa. E il fatto, che tra i primi abbia prevalso il candidato non tanto segreto dei militari, e tra i secondi non Fotouh, l’unico candidato davvero inclusivo, che ha almeno tentato di mettere insieme e spesso riuscendoci islamisti e laici, “devoti” e liberal, ma il più ortodosso Fratello mussulmano Morsi, è ora un problema serio. E poi c’è la solita tragedia, anche qui, di una “sinistra” nuova come questa: che a perdere, a ogni buon conto, alla fine è stata proprio, effettivamente, piazza Tahir, piazza della Liberazione.

Ha scritto uno dei più acuti tra i blog che in italiano seguono, da vicino e da sempre, lo sviluppo di questi fatti, e non solo in Egitto, di non potere che constatare come “se Tahrir avesse espresso un solo candidato, avrebbe vinto con una valanga di voti. Se il voto non si fosse diviso tra i tre candidati espressione – a diverso modo – della rivoluzione [ma a piazza della Liberazione c’erano anche masse di islamisti a lottare contro Mubarak prima e, poi, contro chi reprimeva manu militari la rivoluzione: e non si può né dimenticarlo né sottacerlo], la rivoluzione avrebbe avuto un [suo] presidente della repubblica egiziana.

   E invece, alle urne, gli egiziani hanno trovato 3 nomi: Abdel Moneim Abul Fotouh [l’ex della Fratellanza: ha preso il 17,8% dei suffragi], Hamdeen Sabbahi [della sinistra più tradizionalmente operaia e di stampo, diciamo solo per capirci, europeo: 21,1%], Khaled Ali [noto attivista dei diritti civili: meno del 10%]. A sommare i consensi ottenuti [ma, e soprattutto, quelli presumibilmente ottenibili con un candidato unico] la rivoluzione avrebbe vinto al primo turno.

Detto questo, però, e anche parlando solo dei giovani che la rivoluzione l’hanno fatta, se la prima deduzione del blog che abbiamo appena citato – che a piazza della Liberazione ci fossero in sostanza solo quei ragazzi lì non era affatto vera – la conclusione – che i tre se avessero saputo concordare e presentare uno tra di loro, avrebbero potuto vincere è assolutamente corretta… O, diciamo, avrebbero di certo potuto vincere: perché è ancora più evidente che se i candidati islamici si fossero coalizzati, e avessero espresso una loro candidatura unica, avrebbero subito sfondato tutto e tutti.

Il punto è che gli unici che sono stati capaci di farlo sono stati i mubarakiani. E bisognerà pure cominciare a riflettere, no?, su questo suicidio collettivo di tutti quanti hanno fatto la rivoluzione… Subito prima delle elezioni, Mohamed ElBaradei, politico di vaglia e ex presidente della AIEA – uno che ha dimostrato la sua indipendenza di giudizio nella pratica smentendo e smontando le panzane criminali di Bush sulle pretese armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – e che era stato tentato di correre alle presidenziali tirandosene fuori soprattutto per una diffidenza di fondo nei confronti della buona fede della dirigenza militare, ha rilevato – anche, in qualche modo, autosmentendosi e confermando così la sua onestà intellettuale – come per la prima volta nei 7.000 anni di storia dell’Egitto, il popolo stavolta “sembra” poter davvero scegliersi un leader e come “questa sarebbe anche la prima volta in un paese arabo in cui l’esito di un’elezione presidenziale non sia stato, di fatto, predeterminato[24]”.

Un “sembra” apprezzabile quello di ElBaradei che esprime, insieme, una speranza forte e qualche scetticismo residuo se, dopo le urne scatta subito la sorpresa: che la partecipazione al voto  appare inferiore a quella delle elezioni parlamentari (e sarebbe la prima volta che accade nella storia del mondo) e che il risultato dell’ex primo ministro di Mubarak, nei sondaggi quasi inesistente, risulta molto vicino a quello del primo candidato votato… E’ un fatto molto sospetto e potrebbe preparare la via a un disastro, nel senso di provocare un altro round di rivoluzione e di scontri di piazza dall’esito incerto ma sicuramente e inevitabilmente cruento…

Insomma, sembrano risultati del tutto incoerenti con quelli delle elezioni parlamentari di appena sei mesi fa e, invece, del tutto conformi al tipo di voto “predeterminato” che già vigeva, come diceva ElBaradei, ai tempi di Mubarak. Non sarebbe cambiato niente e al ballottaggio potrebbe finire – bisognerebbe augurarsi a questo punto che finisse davvero – come sembra predire la cinica, preveggente?, vignetta che riproduciamo a seguire… che il risultato dell’elezione bisognerà aspettarselo dalla piazza.

C’è un ultimo risvolto dei risultati finali che sarà necessario considerare con molta attenzione: più di metà degli egiziani, il 54%, non hanno partecipato al voto; e se è, più o meno, “normale” che in una repubblica formalmente democratica dell’occidente, la Francia, gli Stati Uniti, il numero uno alla fine sia votato magari solo dal 25% dell’elettorato che ne avrebbe il diritto, non sembra proprio normale che, dopo quel po’ po’ di rivoluzione che, comunque, nel paese c’è stata tanta gente abbia votato restandosene a casa… potrebbe essere un segnale davvero assai infausto.  

Le elezioni in Egitto… (vignetta)

… e il ballottaggio, lo teniamo a Piazza della Liberazione?

Fonte: IHT, 22.5.2012, P. Chappatte

●In Libia, il Consiglio nazionale di transizione, il massimo organismo legislativo-esecutivo che, avendo proceduto all’eliminazione sommaria, per linciaggio opportunamente filmato, di Gheddafi (ma, soprattutto con l’appoggio di migliaia di  bombardamenti e di raids aerei) dell’occidente, s’è preso e poi s’è spartito tra cento gruppi di potere diversi e divergenti, tutto il potere, aveva provveduto a fine aprile a decretare il bando ad ogni partito o movimento politico di ispirazione o tendenza religiosa, etnica o tribale[25]. E, tre giorni dopo, lo stesso soggetto, il CNT, sullo stesso oggetto, ha emendato il proprio stesso verdetto…

Per la serie del tutto si fa e tutto si può negare in regime di assoluto e non rendicontabile dominio  totale, adesso Salwa al-Dgheily, componente del cosiddetto Comitato giudiziario del Consiglio, ha informato quel po’ di stampa che segue le cose libiche, che alla fine la legge attuale non sarà modificata[26]. A giugno ci sono qui le elezioni, la cui preparazione però appare ancora del tutto nel caos. E saranno le prime, potenzialmente a livello nazionale, dopo la fine della rivolta anti-Gheddafi.

Intanto, si dimette dalla posizione di responsabile del Consiglio militare di Tripoli il comandante islamista che forse più di tutti tra i libici ha contribuito alla cattura e all’uccisione di Gheddafi, quell’Abdel Hakim Belhadi che manifesta così il suo dissenso, peraltro l’ennesimo di tanti ormai, sull’operato della leadership del Consiglio nazionale di transizione e, in particolare, sulle pressioni che da esso va subendo perché lasci stare.

Belhadi, infatti, sta perseguendo in giudizio alla’Alta Corte di Londra – e non molla – l’ex ministro degli Esteri britannico, Jack Straw[27], uomo della cosiddetta sinistra laburista che nel 2004 firmò l’autorizzazione per conto del governo Blair necessaria a consentire alla CIA, con un’operazione tipica di extraordinary rendition come la chiamano gli americani, di trasportarlo forzatamente via Londra, a Tripoli consegnandolo alle forze di sicurezza di Gheddafi.

E, ovviamente, come Shaw sapeva benissimo, agli “interrogatori rafforzati” dalla tortura: che subì per mesi col risultato finale di non ammettere mai però di essere stato un agente di al-Qaeda – era l’accusa degli americani e di Gheddafi che allora era amico di Bush e di Blair – e l’orgoglioso riconoscimento, invece, della sua milizia armata contro americani e Gheddafi…         

●Nel corso della grande manifestazione che in Tunisia, alla vigilia del 1° maggio, ha visto centinaia di migliaia di tunisini marciare per avenue Bourguiba e intorno alla cinta del Governatorato di Tunisi, due giovani disoccupati hanno tentato di darsi fuoco, all’entrata del ministero del Lavoro, accusando il governo post-rivoluzionario di averli traditi e di aver tradito con loro il mandato – lavoro, scuola e giustizia – che il paese gli aveva affidato.

Al di fuori del ministero erano accampati da due settimane dimostranti provenienti dalle regioni minerarie del sud-ovest del paese che accusavano il gabinetto di moderati islamici di non aver potuto ma neanche ha provato a rovesciare le condizioni, sociali soprattutto ma anche politiche, che esistevano prima del rovesciamento del regime di Zine el Abidine Ben Ali.

Così, la cosiddetta rivoluzione è tornata punto e a capo là dove era cominciata[28], con le regioni meridionali del paese che riprendono a protestare per la mancanza di posti di lavoro, di pane a buon mercato e di prezzi delle derrate di consumo essenziali regolati, calmierati e controllati: precisamente le parole d’ordine che, all’inizio di tutto in tutto il Mediterraneo e nel mondo arabo più in generale, scatenarono a Sidi Bouzid, centro-sud del paese, scatenate dal suicidio del 17 dicembre 2010 del giovane attivista Mohamed Bouazizi, l’attivista che si è dato fuoco per protesta contro le condizioni di vita del popola sotto il regime.

Insomma, certo oggi si respira meglio, la gente non finisce in galera solo per aver dissentito in pubblico dal governo. Ma le aspettative popolari di un sistema che, oltre a una diversa libertà politica per tutti, migliori anche le condizioni di vita per tutti, o almeno per i più e non solo per l’élite del ceto medio commercial-burocratico, impiegatizio e non solo, privilegiato da sempre.

●In Algeria, le elezioni parlamentari[29], che hanno attirato pochissima attenzione all’estero ma anche, tutto sommato, all’interno sono state vinte con quasi il 50% dei seggi (220 su 462, aumentando la percentuale dei posti in parlamento dal 34 al 47%) dal partito di governo: quello che, dalla rivoluzione vittoriosa per l’indipendenza contro la Francia di oltre 60 anni fa è sempre stato al potere, il Fronte di Liberazione Nazionale, l’esercito che ormai si è fatto istituzione di governo. E anche il tasso di partecipazione ufficiale alle elezioni (il 42%) sembra a molti osservatori assai sospetto: le ultime elezioni del 2007 registrarono solo un 36% di partecipazione al voto.

Risultati subito rigettati come assolutamente inattendibili da tutta l’opposizione che, però, non ha chiamato alla rivolta (ancora?). Dice il Fronte dei partiti socialisti all’opposizione che “il sistema ha usato tutta l’abilità sua consolidata da decenni di potere non per trovare una soluzione alla crisi ma solo per rafforzare il proprio potere” (l’FLN aveva appena chiamato “una sciagura” la primavera araba nel resto dell’Africa mediterranea).

E anche l’alleanza dei partiti islamici “moderati” è andata male, al contrario di quel che predicevano i sondaggi e delle esperienze nel resto, appunto, del Nord Africa: Aboudjerra Soltani, uno dei principali leaders islamici ha subito detto che “non si tratta di risultati accettabili, né logici, né  ragionevoli” e che il risultato sarà solo che il regime riuscirà ancora a ritardare per un po’ la rivoluzione algerina. Dice, “forse prima della prossima primavera”…

Qui, però, il parlamento ha ancora meno voce in capitolo di quanta ne avessero gli analoghi flebili istituti nel Mediterraneo arabo: qui tutto il potere è all’FLN. E qui bisogna anche dire che ha agito efficacemente da freno al richiamo dell’islamismo la sperimentazione della guerra civile che per anni ha seminato decine di migliaia di morti nel paese. Qui il regime sembra in grado di reggere probabilmente ancora per anni.

Al contrario che in Egitto – ma come in Libia… – la rendita petrolifera garantisce ingenti entrate e il governo qui, molto più saggiamente che lì, le va anche ridistribuendo, tenendo così sotto controllo, con un welfare sufficiente soprattutto per moderare un po’ i prezzi e garantire gli approvvigionamenti minimi necessari, la protesta sociale.

In questo clima, al solito, l’oca bianca secondo l’Unione europea va distinta da quella nera: qui in Algeria, con elezioni come queste – dichiara adesso Bruxelles attraverso i suoi osservatori che pure segnalano discrasie macroscopiche: ad esempio, le liste elettorali (cioè l’essenziale per garantire un voto corretto…) rese disponibili solo al governo e non ai partiti politici – si tratta di “un passo importante verso le riforme”— mentre quelle in Siria – dichiara sempre la Commissione che lì su richiesta dei ribelli non aveva mandato suoi osservatori perché lì – solo lì si capisce – avrebbero rischiato di dar loro una qualche legittimità – sono una specie di “farsa[30].

●Decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Casablanca[31], in Marocco, a fine mese, per protestare su iniziativa dei sindacati (ma anche con l’appoggio di migliaia di giovani del cosiddetto movimento 20 febbraio (M20) scesi a spalleggiarli per le vie della capitale economica del paese, contro il governo del primo ministro Abdelilah Benkirane.

Sotto accusa la non volontà e, comunque, l’incapacità del governo di mantenere impegni e promesse che il gabinetto aveva pubblicamente assunto quando si era insediato a gennaio scorso. E anche lo stop, imposto dal re a ogni richiesta ulteriore soprattutto di giovani e lavoratori per una trasformazione della monarchia in qualcosa che noi chiameremmo di stampo costituzionale, meno dipendente comunque dal puro e semplice volere del re.

●Lo Yemen continua a ribollire anche dopo che il suo satrapo al potere da oltre trent’anni è stato scrollato giù dal suo trono. Un segnale che è suonato come un cannone rimbombante di allarme in tutta questa regione del Medioriente e del Golfo che continua a destabilizzare specie i poteri e le monarchie consolidate e incancrenite e, in particolare, proprio i sauditi è giunto quasi a fine maggio l’attentato più mortifero di sempre nel paese ha provocato nella capitale Sana’a un centinaio di morti, e molti più feriti,  facendosi l’attentatore-“martire”esplodere nel corso di una parata militare: che gliene ha offerto, ovviamente e stupidamente, l’occasione[32].

La maggior parte degli analisti stimano che l’“occasione”, così, su un piatto d’argento, sia stata offerta ai movimenti affiliati nello Yemen ad al-Qaeda (ma non era morta, e sepolta da qualche parte in fondo all’oceano Indiano, dicevano, col sudario in cui hanno cucito il cadavere di bin Laden?). Che, da tempo, sono all’attacco nel sud del paese e contro di cui l’esercito del governo centrale “gode” dell’appoggio – pare proprio anche qui del tutto controproducente – delle Forze armate americane, soprattutto CIA e servizi segreti e – siccome, poi, non funzionano affatto anche qui – bombardamenti notturni con gli odiatissimi aerei senza pilota: che la gente vede insieme come simboli, insieme, della vigliaccheria e della tracotanza, e come strumenti princìpi dell’inefficienza e dell’inefficacia.

●Sull’altro lato del Mediterraneo, verso Oriente, e riguardo alla Siria, il 4 maggio, il portavoce del ministero degli Esteri russo Alexander Lukashevich ha dichiarato che, mentre i mediatori dell’ONU hanno dovuto constatare che forze del governo e ribelli continuano a violare il cessate il fuoco accettato già dal 12 aprile su iniziativa della dell’ex segretario generale dell’ONU Kofi Annan condotta per conto delle stesse Nazioni Unite, è “considerevolmente diminuito” negli ultimi giorni il livello di violenza degli scontri.

E ha condannato le forze, altrimenti non identificate, che, scontente del fatto che la guerra civile sia in via di contenimento, lavorano “a tutti i livelli” anche di governo e anche mondiali, e diffondendo valutazioni unilaterali e drammatizzate, spesso mentendo sulla situazione reale, a minare l’applicazione del piano elaborato e messo in atto da Annan. Il cui rappresentante a Ginevra dove ha sede il commando della missione contemporaneamente dichiara che “l’accordo di cessate il fuoco sta producendo, lentamente ma sicuramente, l’effetto desiderato[33].

 Il 7 maggio, intanto, in Siria votano e Assad proclama che il voto è stato una “grande speranza di riforma” mentre l’opposizione sentenzia che è stata “solo una farsa[34]”. Subito, non è affatto chiaro cosa effettivamente abbiano potuto rappresentare queste elezioni. Ma probabilmente ancora una volta si tratta un po’ dell’una e un po’ dell’altra cosa…

Si va drammaticamente sfaldando – dicono testimonianze che vengono dal suo interno – il cosiddetto Consiglio nazionale del Popolo siriano[35], che apertamente sostenuto e addirittura, c’è chi dice sapendo quel che dice, creato dai governi di Londra e Parigi offriva un minimo di cappello sotto il quale facevano finta, se non di tenersi insieme, almeno di coordinarsi i frastagliati movimenti, partitini, milizie e militanti, gli spezzoni dell’opposizione ad Assad.

A quindici mesi dall’inizio della rivolta, l’opposizione siriana è sempre più lacerata da rivalità personali e ideologiche, di interessi, tribalismi, consanguineità e rappresentanza interna che impedisce al movimento di riuscire a presentarsi come un’alternativa credibile al regime sia all’esterno – che pure, nella pratica, se l’è inventato – sia all’interno.

Ora, al culmine della crisi interna, il capo del Consiglio nazionale, lo sbrindellato ombrello che vorrebbe ma non sa né può coprire tuta l’opposizione, Buhran Ghalioun – stimato intellettuale e sociologo che ha da anni ha lavorato a Parigi, alla Sorbona, in esilio – si dimette[36] formalmente, rifiutando di dare motivazioni specifiche “per amore della causa”, dice – che è peggio di qualsiasi motivazione – ma continuerà in carica fino al 9-10 giugno quando, secondo un comunicato del SNC che dà la notizia dell’accettazione delle dimissioni dopo una sessione di diatribe accesissime tra islamisti e secolarismi – in sostanza – l’opposizione eleggerà (se poi ci riescono) un successore.  

Arrivano, poi, anche curiose notizie dall’ala cosiddetta militare della ribellione anti-Assad, il  Libero esercito di liberazione siriano – curiose perché rivendicate apertamente quanto sprovvedutamente: e questo può essere davvero un segno di disperazione – di sei assassinii mirati condotti a buon fine contro il ministro della Difesa, Dawood Rajha, quello degli Interni maggior generale M. Ibrahim Shaar, l’assistente vice presidente (sic!), gen. Hassan Turkmani e il cognato stesso del presidente e capo dei servizi segreti Asif Shakwat e di altre tre figure meno note ma tutte chiave del regime di Bashar al-Assad.

Si lasciano andare, e il 20 maggio riportano sciattamente, o deliberatamente, le notizie come veraci (sono stati tutti avvelenati, viene specificato) facendo loro da trombetta nel mondo, il Guardian[37] inglese sulla base delle voci diffuse a Londra che, precisa Al Jazeera – sul tema due organi di stampa aprioristicamente schierati contro Assad – provengono da fonti interne a Damasco del Consiglio rivoluzionario.

Subito in televisione appare il ministro degli Interni che, assai poco sirianamente (questo è, è sempre stato, un regime cupo, compassato, ingessato), un po’ alla Mark Twain, attesta essere stata la notizia della sua morte e delle altre “alquanto esagerata[38]”. Più in linea col normale approccio siriano la smentita secca e irosa del  vice presidente Turkmani.

E, forse per la disperazione, i ribelli violano una delle leggi fondamentali dell’informazione, quella di non vendere mai la pelle dell’orso prima e di non annunciare come fatti cose che non possono poi essere sostenute. La verità è che chi lavora per conto dei ribelli nel campo delle cosiddette PR è un dilettante e pure un tantino stupido… Ma è vero che non pare questo, oggi, il loro problema principale, se non per assicurarsi di non commettere più corbellerie simili… Perché certo, d’oggi in poi, tutto quello che mettono sui loro siti sarà pure più sospetto di quanto già non fosse anche per chi fa il tifo per loro…

Da un punto di vista strategico, però, siamo in una situazione di stallo che appare addirittura cementato: dopo quindici mesi di rivolta, e di rivolta armata, gli insorti non sono riusciti a conquistare, e   tenere, neanche un km2 di territorio in tutto il paese; ma, dopo quindici mesi di rivolta armata, esercito e forze di sicurezza siriane non sono riusciti a sbaragliare completamente i ribelli e a screditare ed emarginare definitivamente l’opposizione armata…

●Proprio a fine maggio da Houla, un insieme di villaggi a larga maggioranza sunnita nei pressi di Homs, arriva notizia di oltre 100 morti, molti ragazzi e bambini, ammazzati da un attacco indiscriminato e condotto con armi pesanti che un’inchiesta preliminare della missione militare dell’ONU attribuisce anche alle truppe del regime siriano[39] coinvolte come quelle ribelli, dicono, da bombardamenti effettuati con mortai e cannoni.

E il CdS, all’unanimità dei suoi 15 componenti, ha approvato il 27 maggio una dichiarazione – non una risoluzione ma solo una dichiarazione del presidente di turno del CdS, l’azerbaijano Agshin Mehdiyev [Security Council Press Statement on Attacks in Syria] che non imputa niente di specifico al governo siriano – era l’ennesima richiesta, avanzata per l’ennesima volta dagli occidentali questa, ma i russi hanno preteso prove documentate o testimoniali che nessuno ha fornito e, quindi, al solito, resta sul vago richiamando l’impegno preso da entrambe le parti nel testo del cessate il fuoco firmato il 12 aprile scorso dalle parti di cessare l’utilizzo “di carri e artiglieria”.

Il governo siriano è scontento e i ribelli che, al solito, s’erano fidati non potendo in realtà contare davvero su altro di decisivo delle millantate e, almeno quanto loro, irresponsabili promesse di sostegno non esclusivamente politico dell’occidente – inglesi, francesi e americani – lo sono ancora di più… Però all’ONU, neanche quelli verbosamente più iracondi pensano che sia realmente possibile fare qualcosa di concreto: perché nessuno osa neanche pensare a un intervento militare, diretto o indiretto: dopo la Libia non è proprio possibile più…

L’arma di riserva su cui sembrano contare quanti vogliono veder collassare il governo di Assad è la fame: sempre notizie provenienti, però, da fonti assai interessate, soprattutto di Parigi e Riyād  sottolineano che le carenze di grano e sorgo al dettaglio stanno destabilizzando i rifornimenti alla gente. Ma smentisce una fonte autorevole e, di più, anche di parte – americana, legata alla multinazionale del grano Glencore – che in realtà a loro risulta come il governo di Assad stia spendendo, senza incontrare poi grandi problemi, importanti riserve per sussidiare l’importazione, soprattutto dall’Ucraina, evitando così il raccolto andato perduto per ragioni climatiche e per la guerra civile che, da oltre un anno, va comunque imperversando nel paese[40].

Insomma, sembrerebbe, adesso, che tra tentazioni mai morte di forzare la mano con le bombe specie perché nel buttarle non si corrono rischi, l’opzione degli americani sia quella di riuscire a far andare via Assad da Damasco con una “transizione negoziata[41]” alla yemenita, fatta trangugiare ai ribelli (tra i quali anche a Washington non pochi sospettano però, ormai, che crescano parecchi gruppi e milizie legate ad al-Qaeda…) e al regime, visto che qui alla libica non si può.

Anche perché la realtà qui non è quella del regime di Gheddafi che sotto le bombe americane si è rapidamente sfaldato: i bombardamenti qui non sembrano al Pentagono né così impunemente per chi attacca agibili e rischiano di far saltare troppi delicati equilibri in tutto il Medioriente (Siria sì ma anche Israele, Iran, Libano, Iraq, Giordania, e il Golfo e la penisola arabica tutta)...

… anche se adesso, poi,  la mania di grandezza appena raggiunta sembra far abbandonare prudenza e saggezza spingendo perfino gente come Hollande a dire che ormai bisognerà intervenire: con la guerra, con le bombe, dice anche lui, ormai come facevano gli antichi legionari romani, per arrivare alla pace (si vis pacem… allora, però, almeno le bombe non c’erano).

Lo scopo sarebbe  quello di portarli – opposizione confusionaria, confusa e violenta, e regime che sotto attacco, si difende col monopolio della violenza “legale” di cui gode ogni Stato, magari meno frenata anche se meno ipocrita di quella di molti altri, compresi quelli che lo condannano .

L’opinione dei russi, l’altro grande della scena internazionale che qui conta davvero – l’Europa non conta proprio niente di niente, sia chiaro: già la Libia l’ha dimostrata, militarmente inconcludente e politicamente se non per le forzature iniziali (e di Sarko non dell’Europa) irrilevante – e forse anche l’ultimo scudo esterno del regime di Assad, espressa laconicamente in questi giorni dal ministro degli Esteri Lavrov è che

la Russia non ha affatto sposato la tesi che Assad debba comunque restare al controllo a Damasco: la cosa più importante per la Siria ed in Siria non è, secondo  noi,  di chi poi sia lì al potere, ma mettere fine alla violenza fra e contro i civili e alimentare il dialogo politico con il quale i siriani possano essi stessi decidere della sovranità del loro paese. Noi siamo convinti – avendone e avendone date le prove [ha detto al collega britannico William Hague] – di avere a che fare con una situazione in cui entrambe le parti hanno chiare responsabilità nella morte di cittadini innocenti[42]”.

Probabilmente la posizione dei russi che a volte sembra sbilanciata a sostegno – critico, anche duramente magari, ma pur sempre sostegno – del governo di Assad si spiega con una considerazione che sta a metà fra la posizione di principio e l’interesse strategico. Insieme le due motivazioni coagulano l’opposizione russa che da tempo ormai si è fatta dura all’ambizione imperiale degli USA e di un occidente informe che si autodefinisce comunità internazionale a trattare il pianeta come se fosse tutto una sua dipendenza.

Ma questa “comunità internazionale” è un complesso sempre cangiante, con qualcuno che di volta in volta si aggiunge e qualcuno che magari si sfila: è la “coalizione dei volenti”, è quella dei nolenti ma quasi obbligati, magari quella degli alleati, di quasi tutti gli alleati, solo di alcuni tra gli alleati, ecc., ecc.: ma che, sempre e comunque, agli americani fa da strascico e talvolta anche da mosca cocchiera.

Poi c’è l’interesse geo-strategico – ché non esistono certo ragioni di ordine economico— la Siria non ha soldi, né di potenza— la Siria non ha muscoli reali a livello internazionale a giustificare l’appoggio ad Assad. Insomma, a motivare la Russia sarebbero ragioni di principio e di ordine geo-strategico; ragioni di interesse, in sostanza la posizione russa di tenere a freno, o comunque di interferire, con le ambizioni degli americani…

La Russia non ha fatto parte della comunità internazionale che nel caso della Libia si fece autorizzare dal Consiglio di Sicurezza, Russia compresa a usare i cacciabombardieri per proteggere le posizioni civili. E trasformò la missione nella caccia a Gheddafi e ai suoi nel braccio militare degli insorti. Temeva ripercussioni sui suoi interessi economici e politici e su quelli strategici  compreso un nuovo assetto caotico della Libia che avrebbe finito con l’aprire la strada a nuove basi terroristiche nella regione. Come è regolarmente successo in Mali, dove il vuoto di poteri contrapposti in Libia ha spalancato una voragine di opportunità e il risorgere anche di al-Qaeda.

●Ma ormai sembrerebbe possibile leggere senza eccessive difficoltà quel che c’è dietro tutta questa storiaccia sulla Siria. La volontà precisa, decisa, cioè, dell’Arabia saudita sunnita a buttar giù prima che domani si possa mai dare l’atomica la potenza dell’Iran sciita e non sunnita, perché è convinta forse che l’obiettivo strategico degli ayatollah non sia affatto Israele ma Riyād e i suo petrolio. Con Israele che nel gioco è coinvolta a favore dei sunniti perché essi sembrano  vedere  esplicitamente il loro nemico strategico nell’eresia sciita.

E’ questo sostegno che spiega come fanno i ribelli – che non hanno mai potuto controllare in modo stabile un solo ettaro del territorio siriano, che non hanno mai avuto dalla loro una maggioranza della popolazione, che non hanno basi – a resistere: con la potenza finanziaria e logistica saudita, attraverso il territorio libanese che notoriamente è un colabrodo e esso stesso sottoposto al tira e molla della guerra mortale sciita/sunnita.

Nulla, in definitiva, di quel che ci vanno raccontando i media – massacri compresi – è proprio come appare e poche immagini di sparatorie e conflitti dell’una parte e dell’altra sono proprio autentiche e tanto meno autenticabili. La ,lotta dell’opposizione in Siria contro Assad non ha niente a che spartire con la conquista della democrazia o di diritti umani sacrosanti: la lotta è stata ingaggiata e è condotta per affermare la supremazia, anzi il monopolio della shari’a, la legge islamica nella sua interpretazione sunnita e anzi, saudita-wahabita.

Perché, nei fatti, come dicono a quelli che li vogliono stare a sentire le minoranze etniche e religiose, tutte, il regime di Assad le protegge nei fatti e di fatto molto meglio di quanto fa e farebbe qualsiasi regime sunnita, come si vede ormai ogni giorno in Iraq per quelle minoranze cristiane e anche in Egitto, ormai troppo spesso, per i copti.

Il sostegno indefettibile e senza alcun dubbio degli Stati Uniti in Siria per le posizioni sunnite comporta un sostegno cieco alla visione che del Medioriente hanno e vogliono far prevalere i sauditi: una visione che non lascia alcun posto alla democrazia né al rispetto dei diritti umani. E, in modo analogo, l’animosità perfino irrazionale contro un non esistente ma, come tutto in questo mondo, potenziale nucleare iraniano, molto più che con la sicurezza di Israele, sembra avere a che fare con le paure e le speranze del reAbd Allāh b. ‘Abd al-‘Azīz Āl Sa׳ūd.

E, per lo meno a questo osservatore, risulta francamente curioso – inspiegabile oltre che irresponsabile – come questo impegno totalizzante dei sauditi allo sradicamento e, comunque, al contenimento con ogni mezzo dell’eresia sciita sia una dimensione di lotta strategica in Medioriente che non riceve in pratica alcuna attenzione sui media americani ma anche nella miriade di istituti di ricerca che lì pullulano e, ma questo va sans dire, su quelli occidentali in genere e nostrani in particolare. Per esempio, non sembra neanche venire in mente a nessuno è che la prossima priorità dei sauditi sarà – o, più prudentemente diciamo, potrebbe essere – una lotta senza quartiere in Iraq per rimuoverne con ogni mezzo un governo che ormai è senza alcun dubbio filo-iraniano…

●Tra Arabia saudita e Bahrein, a Riyād, il 13 maggio è stata discusso e quasi raggiunto (ma, anche di fronte alle reazioni contrarie soprattutto in Bahrein, poi ritardato) un’unione politica dei due regni sunniti e wahabiti[43] che dovrebbe per concludersi – e non è scontato – lasciare in piedi però il seggio indipendente all’ONU del piccolo regno satellite che, nel Golfo, affoga nel greggio, non ha di suo un litro di acqua potabile e si estende per 700 km2 sugli isolotti di un arcipelago in mezzo al Golfo Persico/arabico.

L’idea su cui i due governi lavorano è quella di unificare politica estera, difesa ed economia mantenendo formalmente separata la gestione della sicurezza interna. Il primo ministro, il ministro degli Esteri e il capo di Stato maggiore delle Forze armate del Bahrain, tutti membri della famiglia reale al-Khalifa, hanno dichiarato il loro sostegno pieno all’unione.

Il nodo, qui, è che re e famiglia reale sono sunniti ma governano una larga maggioranza di mussulmani sciiti tra cittadini e lavoratori immigrati, e super sfruttati, su una popolazione globale di 1.200.000 abitanti. E la notizia ha subito dato la stura a commenti diffusi sulle intenzioni dell’Arabia saudita di fare del paese uno Stato vassallo per garantire lo status senza diritti civili e di sudditi tutta la cittadinanza shiita. Questo lo scopo, presunto ma credibile anche per spalleggiare la resistenza di re Hamad al-Khalifa a ogni possibile “attacco iraniano di natura sovversiva” contro il suo potere.

In quest’ottica, l’unione tra i due paesi assume il carattere di una misura difensivo-preventiva quanto a suo modo coerente con la politica saudita tesa a stoppare con ogni mezzo – persino e anche con la inconfessata e inconfessabile alleanza di fatto con Israele – la diffusione nel Golfo e nel mondo arabo tutto dell’egemonia e della visione del mondo degli shiiti, perciò della setta eretica che da secoli si è insediata al potere a Teheran contro  – predicano gli ulema wahabiti – il volere di Allah.

Tra l’altro, unificando le due strutture di difesa e di politica estera, il governo del nuovo regno  scavalcherebbe le condizioni che, solo ufficialmente di certo, impedivano a Riyād di trasferire a Bahrain per domare la rivolta della maggioranza sciita contro il regime degli al-Khalifa:  equipaggiamenti e tecnologia americana ceduta all’Arabia saudita in esclusiva e col divieto di passarla a chiunque all’Arabia saudita.

Un divieto che nei fatti, non ha contato un piffero (decine e decine di carri armati, forniture e altri sistemi d’arma americani sono stati nei mesi scorsi trasferiti al Bahrain da Riyād e il lavoro di repressione che era stato loro affidato lo hanno fatto egregiamente, fossero o non fossero i conduttori degli Abrams M1A1 americani soldati di re ‘Abd Allāh o sudditi di re Hamad… E gkli americani? Zitti e mosca, si capisce, anche se veniva violata e veniva dichiarato che si stava violando la  legge statunitense. Ma, proprio qui in Bahrain c’è la base madre della V Flotta e qualche decina o centinaia di morti, quindi, qui – non in Siria, ovviamente – valgono bene una messa…

Reazioni immediate e di massa, poi, appena annunciato il progetto: a Manama, la capitale, manifestazioni di protesta anche molto accese contro la voce, con decine di migliaia di sciiti – la maggior parte cittadini del regno[44]: la popolazione immigrata è priva di diritti e difficilmente osa manifestarsi – col leader della maggioranza scita stessa, l’ayatollah Issa Qassem che parlando nella moschea di Duraz esige che la proposta venga sottoposta a referendum. E anche il principale partito dell’opposizione-maggioranza essa stessa, al-Wefah, riprende la stesa richiesta.

L’Arabia saudita sta reagendo anche così agli incubi pressanti che la assalgono sul suo futuro prossimo venturo: lo Yemen, destabilizzato, parte integrante e sempre terremotante della sua grande penisola, le rivoluzioni arabe, tutte a modo loro pericolose – a partire proprio da Yemen e Bahrein, per l’immobilità e l’immobilismo del regno saudita. E, poi, c’è l’altra instabilità che va crescendo, con il calo strategico che si avvia a sgretolarsi della dipendenza degli USA dal loro petrolio.

Il fatto di cui, al di là del conflitto acutissimo contingente, anche gli americani si vanno accorgendo ormai – forse… – è di quanto siano culturalmente più vicini agli iraniani che ai sauditi. L’Iran è la Persia, un’antichissima civiltà di grandissima storia e urbanizzazione che si fonda su una grande ricchezza d’arte, di letteratura, di cinema. Anche con gli ayatollah al potere, le donne in Iran costituiscono la maggioranza dei giovani che studiano, se vogliono – con l’eccezione di fanatici anche in divisa ma sempre meno tollerati – si truccano, guidano l’automobile, se possono permettersela, certo, anche da sole. No, non sembrano grandi conquiste civili ma a Jeddah o a Riyād non è consentito, mentre a Teheran, a Tabriz, a Shiraz, a Qom ci sono, e sono piene, chiese cristiane, ortodosse e perfino cattoliche che a Ta’if, ma neanche a Riyād, per non dire alla Mecca  non possono neanche esistere.

E’ un clima lontano un mondo da quello conservatore, chiuso e soffocante, del regno saudita e dei suoi ulema wahabiti. E l’incubo di ׳Abd Allāh viene rafforzato dallo spettro di un’America potenzialmente capace di prodursi da sola – in modi nuovi e magari anche vecchi – la propria energia, certo in prospettiva ma forse neanche più tanto procrastinata, senza doversela in gran parte importare dal suo regno di sabbia: e questi mentre, tutto intorno, gli si va disintegrando politicamente l’omogeneità da lui tutelata della penisola arabica.

Nel frattempo, l’Iran sciita – erede di un’antica superpotenza e non la contrazione artificiale del dominio di una sola famiglia autoproclamata reale per volontà di Sua Maestà britannica – sembra normalizzare i suoi rapporti con l’occidente e con gli USA. Insomma, il futuro si può anche ornai intravvedere, ma ciò non significa – e questo è il dilemma dei Sa׳ūd – che poi si riesca a alterare. “Soprattutto se non si è in grado, se non si può, poi neanche cominciare a cambiare se stessi[45]”.    

EUROPA

●L’economia dell’eurozona non mostra alcuna crescita, proprio zero spaccato, nella media dei 17 paesi membri nel corso del  primo trimestre del 2012, anche se la Germania marca invece un +0,5 di aumento[46], ottenuto anche – e come! – col nostro aiuto: perché  continua ad esportare a tutto spiano i propri prodotti negli altri paesi dell’euro in costante diminuzione invece di produzione e si può mantenere così relativamente ricca e fiorente: con le nostre importazioni e il debito conseguente incorso per pagarle – e parecchi tedeschi cominciano a capirlo – e una domanda interna che resta forte (3/4 del PIL) anche perché, con la politica della moneta unica fatta a immagine e somiglianza di quel che conviene ai tedeschi, resta stabile il loro potere d’acquisto.

 

● Politica ed economia, sotto la UE di oggi e sotto questa BCE… (vignetta)

Fonte: The Economist, 4.5.2012

●A marzo, e per l’undicesimo mese consecutivo, sale il tasso di disoccupazione nell’eurozona al 10,9%[47], con la disoccupazione che nella UE a 27 resta stabile sul mese prima, al 10,2%. E’ una gran brutta notizia che nell’eurozona si traduce in oltre 17.365.000 disoccupati ufficiali e un punto percentuale secco in più di un anno fa. Il tasso più basso (disoccupazione al 4%) in Austria, il 5 in Olanda, il 5,2 in Lussemburgo e il 5,6% in Germania, il più alto esplode in Spagna (24,1%) e in Grecia a gennaio scorso già il 21,7%.

E è una notizia che fa crescere la tensione a quattro giorni dalle elezioni presidenziali di Francia e di quelle parlamentari in Grecia, del voto di 10 milioni di italiani nelle amministrative e di due Länder tedeschi, e che aggiunge, ovviamente, pressione sugli “austeriani” che ancora dominano il panorama economico europeo – finanza, accademici e governi – con questi ultimi che cominciano a intuire, forse, come se non cambiano politica (perdono tute le elezioni i fautori del rigorismo cieco, tutte) la gente può anche davvero arrivare a spazzarli via, democraticamente.

Quando in Europa trasformarono le forbici da barbiere in asce bipenni da barbari… (vignetta)

 

= Al principio, non sembrava neanche gran che     = Ma di recente     = e cose sono andate…     = fuori controllo…     = ma poi non si sono fermate…   = Quando sono andato dal barbiere per un’accorciatina…   TAGLI DI BILANCIO  MISURE DI AUSTERITÁ      = s’era mutato in un barbaro!

FonteThe Economist, 4.5.2012, KAL

  

●Le elezioni francesi e greche, lo stesso giorno, domenica 6, hanno scombussolato tutti i piani della Merkel, della UE e della BCE e forse avranno effetti eversivi davvero per le politiche economiche, e forse anche per la politica, dell’Europa. Sconfitto, anche se certo ancora non definitivamente, appare ora comunque davvero il regime dei banchieri e dei burocrati di Bruxelles: che, però, a veder bene in realtà – e va sempre detto alto e chiaro – è quello che hanno lasciato e ordinato loro di mettere in piedi forze politiche e governi in Europa…

Qui, in questo capitolo trattiamo più della Grecia e della Francia, della vittoria di Hollande, della sconfitta di Sarkozy e del senso potenzialmente rivoluzionario che hanno trattato meglio nel capitolo sotto, relativo alla FRANCIA.

●In Grecia, intanto, sempre alla vigilia del voto del 6 maggio, Standard & Poor’s, rivaluta – di una piccolissima tacca ma rivaluta – a sorpresa il credito sovrano del paese: dal cosiddetto default selettivo a una tripla CCC che, in ogni caso, viene ancora classificato al livello di un titolo spazzatura. Spiega, perché sembra essere andato a buon fine l’accordo coi creditori privati che ha, forzatamente certo comunque ridotto il debito di Atene[48]*.

Il voto ha punito duramente i conservatori di Neo-dimocratia oggi al governo e i socialdemocratici del PASOK oggi all’opposizione che fino a qualche mese fa erano loro al governo. A entrambi messi insieme l’elettorato non ha dato più del 40% dei voti, rimproverando loro, tra rabbia e veemenza, a destra come a sinistra, le scelte dell’austerità forzosamente imposta e forzatamente secondo loro, ma non la maggioranza degli elettori, subita applicando puramente e semplicemente le regole dettate da un’Unione europea ormai vissuta sempre più e solo come una condanna al cilicio e alle ceneri.

E Neo-dimocratia ha rinunciato all’incarico che come partito di maggioranza relativa – relativissima, ormai – gli era stato offerto dal presidente della Repubblica. Quando poi il secondo partito storico, il PASOK socialista ormai è ridotto al 13% dei voti e non è neanche più il secondo dei partiti presenti in parlamento…

Infatti, subito dopo, è stata incaricata di formare un governo la nuova sinistra: la coalizione della sinistra radicale, nata alla sinistra dei socialisti e a causa dei loro cedimenti al rigore imposto a senso unico e che, però, è una formazione politica che all’euro e all’Unione europea non vuole rinunciare ma non vuole neanche dire il suo sì ai diktat sadici di Berlino. Il suo leader, Alexis Tsipras, chiarisce subito che con Neo-Dimocratia e PASOK, i suoi un “inciucio” (per dirla in termini nostrani) non lo faranno mai. E la sua, ormai, è la terza formazione come numero di parlamentari al Consiglio dei Greci, in piazza Syntagma— dal nome della Costituzione che il 13 settembre del 1843 re Otto di Wittelsbach, l’autocrate bavarese che per volontà del Congresso di Vienna regnava ad Atene, quel giorno fu costretto dalla rivoluzione a concedere.

Loro – il gruppo di partiti di sinistra e grosso modo ecologisti che, col nome appunto di Syriza Coalizione della Sinistra radicale si è formato intorno al gruppo più consistente il partito Synaspismós, SYN Coalizione della sinistra e dei movimenti, sorto a partire dal 2004 intorno alla sinistra che non si accetta come vetero-comunista ma neanche col timbro moderato e filo occidentale a prescindere del Papandreouismo , sostengono che non è affatto vero che non ci sia scelta.

Ora, Syriza vuole tenere la Grecia nell’euro ma vuole anche aumentare i salari reali, adeguare le pensioni, dare un taglio ai tagli nel pubblico impiego e ripudiare, sostanzialmente, il debito pubblico. Che, ovviamente, per i guardiani dell’unione monetaria com’è in Europa e per tutto l’establishment greco è pura eresia e pericolosissima…

Però, “prende”, convince, tale è ormai lo sput*****mento dell’establishment greco – destra e sinistra tradizionali – e quello dell’Unione europea e di chi la amministra, gestendone comunitariamente, come si sa e per ukase tedeschi, solo la moneta però… La paura non è tanto che Syriza vada al  governo: a quelle condizioni non ci va, non , poi dopo aver – sembra, si dice… – anche un poco esitato (è una coalizione sinceramente europeista, anche se non a ogni condizione) lo ha ribadito…

No, la vera paura è che se adesso i greci decidono di non piegarsi ai termini che detta loro l’Europa con la convinzione che davvero il re ormai è nudo e che così facendo – alla argentina, per capirci, del 2001, o all’islandese del 2010… – riusciranno ad uscire meglio e prima dalla crisi che li sta schiacciando,  domani potrebbero anche arrivare a simile conclusione, ma con ben altro impatto, viste le dimensioni e il loro peso politico, portoghesi, irlandesi, spagnoli e italiani… In fondo argentini e islandesi, invece, di sprofondare nella Gehenna del default da debito, si sono davvero ripresi…

In definitiva, oggi i greci sembrano davvero tentati di chiamare quello che qui chiamano, in tanti ormai – il bluff di Berlino e Bruxelles. Dopotutto, insieme a democrazia, politica e caos anche la parola stessa di Europa – e l’idea – è un’invenzione greca! E questo del chiamare il bluff è un ritornello che passa ogni giorno tra la gente: non tra i politici politicanti, sicuro,  ma tra la gente sì che ha tradotto il diktat europeo in motivo e occasione per distruggere in questo paese la stessa nozione di una politica convenzionalmente centrista e “moderata” a favore della sinistra ma, ormai è chiaro, solo di questa sinistra capace pure di dire di no e, ance sì, anche, della destra estrema[49].

●Poi l’incarico passa al PASOK stesso, nell’ordine stabilito dalla prassi costituzionale ellenica, e Tsipras comincia a tener conto dell’obbligo che ha di provare almeno a fare una qualche mediazione (ma giura, mai e poi mai l’inciucio…, una volta che gli traducono il termine in greco moderno… Dopo di che, visto che così non c’è la minima possibilità di mettere insieme una parvenza anche perfino del tutto incoerente di maggioranza parlamentare, qui riandranno ancora alle elezioni e il percorso che aspetta la Grecia oggi più probabile sono le elezioni anticipate, anzi ri-anticipate (alla fine non passa neanche la proposta del presidente Papoulias di tentare la formazione di un governo tecnico, alla Monti insomma).

E la mano ormai passa a un governo di transizione, incaricato soltanto— con a premier Panayotis Pikramenos, presidente del Consiglio di Stato: un perfetto Carneade, come il suo omologo italiano, Pasquale de Lise, se non forse per un ruolo passeggero di presidente di un tribunale sportivo e qualche indagine che lo avrebbe, che lo ha, anche sfiorato.

E è un fatto – est nomen omen, no?, come diceva già Plauto – in greco Pikramenos, suona tradotto in italiano “amareggiato”. Che, altro che presagio sembra proprio una jattura, adesso deve portare alle elezioni il paese per la seconda volta in meno di un mese, il prossimo 17 giugno…

● L’austerità: eleggiamo un nuovo popolo greco!... (vignetta)

 

Fonte: S. Bell, The Guardian, 15.5.2012

(originale, dipinto di F.V. Eugène Delacroix, La Liberté guidant le peuple, 1830 (Louvre, Parigi), che celebra la rivoluzione antimonarchica del 1830). 

Scriveva, in proposito, Bertold Brecht, che restò pure e sempre comunista, dopo la rivolta operaia repressa nel sangue a Berlino est nel 1953, che  vista l’opposizione del popolo al governo “forse sarebbe stato più  semplice, no?, sciogliere il popolo ed eleggersene un altro” (Die Lösung La soluzione, 1953).

 

Ma ci si prepara in mezzo a un caos assai grande (parola di origine greca, proprio come democrazia e anche come politica…) dovuto all’implosione di ogni speranza di un futuro migliore, sotto questo incombere mercati e governi cominciano a farfugliare di default e, anche, forse, stavolta sì, di uscita dall’euro… cioè perfino anche del possibile disfacimento della stessa eurozona.

Con la sua acclarata credibilità da saltimbanco intellettualmente ribaltonista (uno può sempre cambiare idea, parte e partito; ma se fa politica deve sempre spiegare il perché: e lui non lo ha mai fatto – mai spiegato i suoi perché: s’è solo spostato da là a qua, sempre nel farlo autopromuovendosi) il portoghese Barroso, passato quasi senza soluzione di continuità dal bollare come troppo tenera  e poco giacobina coi nemici di classe, la rivoluzione dei garofani del ‘74 – che coi garofani dei militari  e un popolo intero sgarrupò gli eredi di Salazar a casa sua – prima a primo ministro moderato, ultra moderato-cantabile, del suo paese e, poi, a capo della Commissione e motore immobile dell’Europa – naturalmente esclude… e subito i mercati collassano… e, al contrario…

… con la sua sfrenata voglia di sadismo teutonico, o di masochismo imposto agli altri Wolfgang Schäuble, l’austero ministro delle Finanze tedesco e prossimo presidente dell’Eurogruppo dei ministri economici europei, comincia a dire quello che fino a un minuto prima categoricamente escludeva: che, in fondo, poi sarebbe anche possibile (se ben gestita (da lui?) l’uscita di Atene dall’euro senza toccare che marginalmente l’eurozona e non è detto che poi sarebbe un disastro… sempre a patto di scordarsi quel che lui stesso diceva il giorno prima.

●E forse vale la pena di spendere qualche considerazione su quel che potrebbe davvero accadere se la Grecia fallisse e uscisse dall’euro… A parte le sciocche e irresponsabili personali sensazioni cui si lascia andare ma generalizzandole poi come se fossero quelle della carica che ricopre, la direttrice generale del Fondo monetario, signora Lagarde, dicendo alla stampa che i greci dovrebbero aiutarsi anzitutto da sé pagando le tasse che non pagano[50].

Cui è anche troppo facile a tutti i greci, evasori o no che poi siano, rispondere avendoli lei messi tutti insieme stupidamente come se fossero tutti evasori— l’interpreta così, come un attacco al popolo greco in realtà più che agli evasori, strumentalmente ma in modo anche tropo evidente, il capo del PASOK, Venizelos, mentre Tsipras, più appropriatamente, per Syriza spiega alla signora che per anni ha servito come ministro delle Finanze di Sarkozy i peggiori evasori di Francia, che in Grecia chi lavora paga tutto il dovuto del reddito che deve al fisco e a evadere sono gli altri, gli amici suoi, le grandi rendite, i grossi profitti e che quindi lei non si può permettere di parlare a vanvera dei greci come se evadessero tutti…

Cosa su cui ha concordato subito, opportunamente, bastonando la superficialità della Lagarde, anche la porte-parole del governo francese, Najat Vallaud-Belkacem, che ha bollato su Canal +un peu caricatural et schématique[51]” il punto di vista della signora che, magari senza la relativizzazione di quel “un poco” di pura cortesia suona altrimenti perfetto.

E, poi,  come abbiano visto, sono tanti i greci a non rassegnarsi. Il default e l’uscita dall’euro si tradurrebbero subito in un tasso medio di disoccupazione moltiplicato per due, intorno forse al 40%, inflazione al 50%, recessione devastante (caduta secca del PIL del 20% e aumento del debito pubblico al 200%... che certo, a quel punto però, non sarebbe più ripagato) e a un esodo massiccio di giovani dal paese a riversarsi come potrebbero un po’ in tutto il resto d’Europa.

Ma il fatto è che se la Grecia in termini economici è solo il 2,2% del PIL dell’eurozona, gli effetti che la sua uscita potrebbe avere sono davvero sconosciuti. Chi decide – i mercati, come dicono tutti – alla fine reagiscono sempre come nessuno sa prima… In effetti, si sarebbe creato così  un precedente che non era neanche stato pensato e tanto meno studiato come ipoteticamente possibile. E, allora, la Spagna, il Portogallo, l’Italia, ecc., ecc?

I più, tra gli istituti che di recente hanno cominciato a studiare l’ipotesi, opinano – di opinioni si tratta[52] – che il ritorno alla dracma equivarrebbe a una svalutazione della moneta intorno al 50%. Questa, certo, è un’opinione. Ma effettivamente mettersi a stampare una nuova moneta che esisteva ma non esiste più da dieci anni, in condizioni di bancarotta già esistente e di fatto anche proclamata, potrebbe portare a una bruttissima impennata dell’inflazione e fare anche molto male al resto dell’Europa.

Ma il resto dei dati che qui riportiamo, e quelli che abbiano appena sopra menzionati, dicono di fatti, non più di opinioni: dopo la bancarotta argentina del 2001 la svalutazione del peso sul dollaro equivalse fino al 70% prima di ristabilizzarsi ma l’Argentina aveva fior di derrate e materie prime da esportare in grandissima quantità e ne seppe benissimo approfittare. Qui i greci non hanno da esportare che l’idea gloriosa dell’Ellade, qualche reperto di contrabbando magari e potrebbero vendere meglio di quanto abbiano fatto finora la risorsa turismo, sul quale sono effettivamente competitivi…

Sarebbe complicato, secondo alcuni un incubo, spacchettare anche soltanto  uno o due paesi dalla moneta unica: ad esempio, cosa potrebbe essere ridenominato in dracme e cosa invece, chi lo detiene resisterebbe a vederlo passare da euro alla nuova/vecchia moneta locale? Però, ora, forse, bisognerà farlo. Perché, è vero, la Grecia ormai – sia che segua la vecchia ricetta del sì alle condizioni della troika, sia che cerchi di sganciarsene – potrebbe trovarsi costretta ad avviarsi su questa trafila:

• la paralisi elettorale, se persiste come è probabile…,

• la fine delle riserve liquide con cui la Grecia paga fino a fine luglio i suoi creditori interni (anche pensioni e salari) ma che senza l’arrivo degli aiuti allora finirebbero…,

• la necessità di bloccare i conti correnti e imporre controlli sui movimenti di valuta per evitare la corsa a svuotare le banche (che però scatta in anticipo, appena è chiaro che dai risultati delle elezioni non può nascere nessun governo e ne vengono convocate di nuove a tra un mese: i risparmiatori ellenici ritirano in due giorni lo 0,75% dei loro depositi dalle banche, quasi 1,2 miliardi di €); e bisognerà subito a darsi da fare, anche qui in anticipo, a tamponare il deflusso e convincere i risparmiatori a riportare dentro il circuito bancario quel che riescono, se riescono, a mettere da parte…

   Anche se c’è una scuola di pensiero di oltranzisti american-mercatisti che trovano subito seguaci ad Atene e a Bruxelles, a mettere sul suo blog – e diffondere sui fogli elettronici dei mercati – una lunga argomentazione tecnica a sostegno della tesi[53] (umanitaria si capisce, filantropica…) secondo cui la maniera migliore di aiutare i greci è quella di affossarli subito, portandoli col terrore a ritirare in massa i pochi risparmi che loro restano nelle banche: perché forse così, col terrore, si potrà convincerli a votare per le ricette della troika e i partiti che sottoscriverebbero il cilicio dell’austerità autoimposta dalla troika: alla faccia della democrazia e della libertà, con un golpe elettorale post-moderno.

   E se la cosa non funzionasse così, siccome è impensabile – dicono questi supertecnici adoratori dei mercati – che Syriza possa vincere e fare il governo, le elezioni potrebbero essere annullate e il governo – senti…, senti… – verrebbe affidato a una squadra d “tecnici” (professori, banchieri, ecc., ecc.). E questa è – sarebbe – la speranza della futura democrazia per i greci e per gli europei, secondo questi rampolli della scuola di Chicago… QQQQuelli contro i cui sensati suggerimenti finora solo argentini e islandesi sembrano aver avuto il coraggio, però, di ribellarsi scegliendosi una leadership che a loro ha deliberatamente disobbedito e trovandosi assai meglio per averlo fatto.

   Ma non è proprio detto che sarà proprio così: anche qui hanno un largo premio di maggioranza parlamentare per la coalizione che si autodichiara omogenea e che arriva prima alle urne. E potrebbero correre il rischio di sbatterci il muso loro, se prima l’Europa non rinsavisce e non trova un altro accordo con la Grecia. 

• nel brevissimo e nel breve termine le conseguenze sull’economia greca e sui suoi fondamentali (l’occupazione anzitutto che immediatamente si trasformerebbe in ondate di emigrazione coatta) sarebbero pesantissime: ma qui cresce da anni la disoccupazione come l’emigrazione e l’esempio della bancarotta argentina come di quella islandese sembrano indicare una possibilità concreta, forte e rapida anche di recupero…, solo che il default di Buenos Aires (molto più rilevante per il caso nostro di quello di Reykjavik), a parte le differenze di struttura economica (materie prime di qua e  turismo di là) è stato mentre l’economia mondiale tutta era in espansione e, adesso, invece è tutta o quasi in recessione…

Tanto per ribadire il chiodo sul coperchio, adesso arriva anche il downgrade di una delle tre agenzie-arpie anglosassoni che affibbiano i ratings e guidano i mercati sul cosa fare e come farlo senza altra considerazione – è il loro mestiere – che la convenienza a breve, a brevissimo, dei loro clienti e, spesso, anche, solo di se stesse: Fitch dice che d’ora in poi, il suo rating al debito pubblico greco passa dal livello già basso di B- addirittura alla tripla CCC[54], il massimo ribasso possibile, citando a ragione il rischio crescente di un’uscita dall’euro e l’incapacità della politica ellenica di dare al paese un governo come prova della resistenza dell’opinione pubblica a sostenere l’austerità. Se la Grecia esce dall’euro, adesso, prevede Fitch, ci sarebbero molti fallimenti nel settore privato e delle obbligazioni sovrane denominate in euro.

• Poi, c’è l’effetto sul resto dell’eurozona, che chiamavamo effetto-precedente… Dice un portavoce dell’Unione delle banche svizzere, citato dal Guardian[55], che “i costi di una rottura dell’eurozona andrebbero ben oltre l’economia. Per citare Shakespeare, nel caso di una frammentazione dell’euro, gli economisti avranno poco da fare se non starsene lì a  guardare e che esclamare cry havoc, and let slip the dogs of war[56]’”.

L’opinione degli esperti finanziari – certo, quelli che ci hanno portato adesso qui – è polarizzata sulle conseguenze e le implicazioni di questo attacco specifico alle banche greche. Alcuni analisti prevedono un’ondata di montante sfiducia che potrebbe coinvolgere tutto il Sud dell’Europa (la Spagna, cioè, il Portogallo, Malta, Cipro e… l’Italia. Altri, prevedono che rimarrà un fenomeno contenuto, solo greco, locale, episodico.

Né gli uni né gli altri, però, riescono a spiegare i loro calcoli delle probabilità a sostegno della propria ipotesi su come la gente finirà col reagire, anche perché in tutta l’Europa del Sud ormai – ma si potrebbe ben dire ormai in tutta l’eurozona e forse anche un po’ in tutta Europa – è facile preda di questo tipo di ondate di panico. L’ipotesi è che la crisi di panico ci sarà ma che, probabilmente, sarà come un po’ al rallentatore.     

●In definitiva, le cose in Grecia, ma sostanzialmente anche in Francia, in Spagna, in Italia ed altrove – anche se in condizioni non ancora, però, così disastrate – sono andate così e i risultati politici delle urne sono andati in questa stessa direzione. Ma il senso, più che chiaro, è proprio lampante: i partiti che hanno, bene o male, optato per l’austerità – perché convinti per scelta politico-ideologica, che dicono obbligata ma in tanti ormai vedono e sanno non esserlo affatto, perché scientemente supini ai più forti, perché convinti di non poter fare diversamente – facendo pagare di più a chi ha di meno con tagli “obbligati” dicono al bilancio e al welfare per pagare debiti pubblici e privati accumulati irresponsabilmente per anni, non hanno più il sostegno parlamentare e l’autorità morale, la legittimità stessa, a governare.

Le richieste che avanza Atene di ammorbidire il passaggio a un futuro prossimo venturo difficile con condizioni meno drastiche imposte agli aiuti di cui tutti dicono che c’è comunque bisogno. Ma si vedono – Merkel per prima lo ha detto subito addirittura, rivolgendosi al nuovo presidente francese per dirgli che sono loro due a dover imporre disciplina all’Europa – respinta la richiesta al mittente. Puramente e semplicemente con la riaffermazione altera quanto cieca del rigore semplicemente riaffermato come necessario e con ricette amare ribadite come se non avessero già dimostrato di non funzionare per niente.

Ormai tutti sanno che queste medicine fatte ingoiare per forza all’Europa sono cominciate quando la crisi è partita dal settore privato, da speculazioni finanziarie sfrenate e da banche come dicono loro overleveraged: che si sono esposte inventandosi assets che neanche avevano il più spesso per ingordigia di fare ricchi e immediati sovraprofitti.

E’ stato tale l’impatto di questa crisi e delle misure di cosiddetta austerità trangugiata che ha spinto le finanze pubbliche in rosso tanto da stroncare spesa per consumi e investimenti. Pubblici e a cascata anche privati. Tagli, defalcazioni di pensioni in arrivo e di aspettative socialmente contrattualizzate, di recessione e non solo di rallentamento della crescita e impennata della disoccupazione.

E di fronte alla recessione, alla perdita di reddito, al lavoro che manca, questa linea è stata semplicemente disastrosa e ha convinto la gente a dire un no tondo e squillante all’euro-sadismo o, se volete, all’euro-masochismo; gli elettori – dappertutto – vogliono un cambio di rotta. In buona sostanza, è stato il voto, è stata la democrazia, così che è stata fr***ta dall’austerità. Nel paese che la democrazia l’ha inventata.

La maestrina-dalla-penna-quasi-rossa ci  prova… (vignetta)

Io sono il nuovo …   Lo so, il nuovo alunno!   Austerità

Fonte: IHT, 15.5.2012, P. Chappatte

●Ma la Germania continua a dire che no: dice

• che la Grecia deve solo e sempre stringere, senza darsi altre speranze, la cinghia;

• che la Francia deve restare allineata e coperta dietro quello che vuole Berlino, al fiscal compact per il quale si era speso anche il suo leader;

• che tutti gli altri paesi dovranno fare lo stesso visto che tutti gli avevano detto sì;

• che non ci sarà nessuna emissione di eurobonds e tanto meno nessuna estensione dei poteri della Banca centrale: come quelli di ogni altra Banca centrale.

Perché, avendo seminato tempesta dicendo ai tedeschi che, se così fosse, il conto lo dovrebbero pagare i tedeschi, quando la realtà è che come negli Stati Uniti lo dovrebbe pagare la credibilità stessa della Banca centrale come istituzione centrale della Unione europea. Ma qui è il punto: la Germania, ma sia chiaro non solo la Germania – però, in modo tutto particolare, questa Germania merkeliana, in raffronto a quella di Schröder, di Kohl, di Schmidt, di Brandt, di Erhard, di Adenauer – non ha deciso di volerla una vera Unione europea…

Insomma, il punto è questo: qui se la Grecia ha problemi di liquidità, se li ha la Francia, o domani l’Italia o la Germania stessa hanno debiti e restano senza liquidità (il premier conservatore di Spagna adesso, a metà maggio, ha detto che non sa se può pagare pensioni e stipendi pubblici di qui a un mese…), la Banca Centrale Europea potrebbe volendolo, come ogni altra banca centrale, assumersi essa stessa quei debiti (il famoso ruolo del prestatore di ultima istanza). Dice: ma se non ci sono i soldi per farlo? La risposta è addirittura banale: se non ci sono i soldi, come ogni altra banca centrale, se li stampa, sempre che essa stessa e i governi che a essa fanno riferimento decidano di autorizzare a farlo. E’ questa la soluzione del problema europeo e ormai è chiaro che è così a chiunque apra gli occhi e lo voglia vedere.

Tutti i problemi relativi al futuro, o alla scomparsa d’un futuro, per l’Unione europea sono dentro questa tensione, ed è arrivato – ci sembra proprio – il momento di dirselo con chiarezza. Dall’Irlanda alla Grecia alla Francia sono già 10 i governi europei che, soltanto nell’arco dell’ultimo anno, gli elettori alle urne o altrimenti (l’Italia…) hanno buttato alle ortiche. E il processo non è certo finito. Nel 2013 vota anche la Gran Bretagna che con la sua sterlina s’era illusa di sfuggire alla crisi. Ma che, con la sua politica ultraliberista la pagherà come e più duramente degli altri.

Infine, deve essere chiaro, perché ormai è diventato chiarissimo, che se la sinistra, le sinistre, in Europa non dicono esse un no netto all’austerità poi non si possono lamentare che vengono fuori i loro rampolli radicali a denunciarla o/e perfino, come qui in Grecia, i neo-nazisti.

Ancora una volta, anche se non sembrava proprio possibile, il tallone scoperto e vulnerabile del forzuto pelide Achille d’Europa, la Angela Merkel onnipossente, sembrava, sembra proprio invece destinata ad essere la Grecia: la nemesi che si vendicherà contro di lei per tutte le misure imposte a quel paese e al resto d’Europa di consolidamento fiscale: di austerità, di rigore, di tagli alla spesa pubblica e alle condizioni di vita, così, dei cittadini meno abbienti.

Oggi in Grecia ancora esiste una maggioranza larga a favore del restare nell’euro anche se i partiti che hanno firmato il piano di austerità, il fiscal compact di Merkel, Neo-dimocratia e PASOK, sono stati durissimamente bastonati, abbandonati e ormai messi in condizioni di non poter più fare un governo qualsiasi.

Ma la prima macroconseguenza, leggibilissima, di questa contraddizione tra il sì che, malgrado tutto, dicono i sondaggi, i greci riservano ancora all’Europa e il no stramaggioritario alle misure che l’Europa ha voluto è che, al minimo, e con buona pace della signora berlinese che ci si stranguglierà sopra ma dovrà rimangiarselo deve tutto il programma disegnato in combutta da lei, dalla BCE, che da lei dipende dalla UE che la comprende e dal Fondo Monetario Internazionale che magari sta quasi cambiando idea ormai ma da anni sta dettando a tutti la linea.

●Adesso, dopo e anche con l’arrivo di Hollande, resta da verificare se gli altri riusciranno a convincerla, ad obbligarla, a rovesciare la linea che Merkel, sbagliando tutto nell’analisi e poi nella prescrizione dei rimedi era purtroppo riuscita per diversi anni a fatto introiettare a tanti tedeschi: che a un’Europa più solidale, più unita, non si può dire altro che il no intransigente perché sarebbero loro a pagare il conto. Non c’è riuscita con tutti i tedeschi e per fortuna, però, come documenta il manifesto del 1° maggio della Confederazione dei sindacati, la DGB, che abbiamo riportato nella Nota del mese scorso[57]

Ma che si fa anche evidente, e per fortuna di tutti, nella critica avanzante in Germania tra gli elettori, adesso anche nel Land più  popoloso del Nord Reno-Westfalia, che votano contro anche se pure qui con ritardo e anche se di per sé non si può neanche interpretare il no a certe politiche come un no scontato alla politica di austerità (se soprattutto, poi, resta essenzialmente riservata auela degli gli altri) e inequivocabilmente a favore dell’opposizione socialdemocratica e pure più di sinistra.

Qui, nel NordRhein-Westfalen, l’SPD era già al governo e ne esce di molto rafforzata riuscendone anche più forte a livello federale mentre la cancelliera ne esce pesantemente ridimensionata[58]: perché in molti, adesso, correttamente e finalmente, le imputano la responsabilità personale, che certamente ha “incarnato” a nome di un partito, la CDU, di un pensiero economico fallimentare come quello liberista e di un’idea di Europa che la gente – tutta, compresa una parte non irrilevante della sua – ora decisamente e a voce alta rigetta.

Non pare probabile che sia subito anche un rifiuto della politica di riforme che in realtà sono controriforme anche perché si pensa di poterla sempre contenere limitandola a quella per gli altri. Forse monsieur Hollande arriva al momento giusto. Come si diceva, se nemmeno la sua spinta addizionale allo scontento che avanza e che non riesce a trovare sbocchi non impartisce alla politica europea il dietro-front – il principio di un dietro-front – di cui c’è bisogno, l’austerità uno dopo l’altro affonderà tutti i nostri paesi non solo in una nuova piena recessione economica.

Ma, in diverse parti d’Europa – inclusa l’Italia, professor Monti, inclusa l’Italia – finiremo in una pesantissima fase di regressione sociale. E, sia chiaro, secondo noi non sarà sufficiente un accordo al ribasso che dia soddisfazione alla fedeltà al fiscal compact ma faccia riaprire i rubinetti di una qualche maggiore liquidità alla Banca centrale per ridare un po’ di slancio a qualche progetto infrastrutturale in Italia, in Spagna ma, si capisce, anche in Germania… Però non basterebbe, non basta e non basterà… 

Perché questa potrebbe essere realmente l’ultima occasione di impatto istituzionale sufficiente per avviare il rovesciamento di una tendenza di appecoronamento al neo-liberismo che, con l’euro, sta affossando l’eurozona e l’idea stessa di Unione europea.

●Vedete, non c’è proprio differenza granché profonda, al di là della presentabilità personale dei nostri, tra quello che era il MSI in Italia, quando i fascisti non erano, o non si dicevano, “riformati” né “sdoganati” (Alemanno, il sindaco di Roma per dire, teneva – tiene ancora? – una piccola svastica d’oro al collo: ma, di regola, la teneva coperta, almeno per la decenza appunto che il vizio, almeno ipocritamente, paga alla virtù, lui…), o altrove, e un ristretto numero di deputati, apertamente razzisti e anche neonazisti, arrivavano di tanto in tanto in parlamento: in Svizzera, in Germania anche, e da anni in Francia col FP.

O anche al parlamento europeo: avete presente il leghista Borghezio, quello che difende – nel senso che “spiega” e dice di condividere, non il gesto – a tanto manco lui arriva – ma le motivazioni del neonazista che mesi fa, in nome degli ideali che lui attribuisce ai cavalieri teutonici (sic!), ha massacrato in Norvegia un’ottantina di giovani laburisti/e, colpevoli di far parte di una corrente di pensiero che ha consentito l’inquinamento della razza in quel nordico paese d’Europa.

●Ma qui i neonazisti di Alba dorata[59] – nel senso proprio di arrivo d’un futuro radioso: è una formazione che si dichiara contro l’Illuminismo e anche contro la Rivoluzione industriale – con 21 eletti in un’assemblea legislativa di 300 persone e il 7% dei suffragi – il primo partito esplicitamente e dichiaratamente neonazista (anche nell’iconografia svasticheggiante, runica o simil-runica che adopera) a arrivare in parlamento in un paese d’Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Si tratta di un accrocco criminale che rivendica – nei graffiti che è andato in questi mesi tracciando sui muri di Kalavryta, il villaggio di montanari del Peloponneso dove, a dicembre del 1943, i nazisti trucidarono 1.200 ragazzi e uomini, preferibilmente a colpi di baionetta per risparmiare pallottole – la “necessità di un nuovo olocausto per ripulire il paese della sporcizia che vi si è accumulata”.

Ora con altri due partitini ne-nazisti, LAOS (partito popolare cristiano ortodosso) e Greci indipendenti, insieme a Alba dorata (Chrysi Avgi) hanno preso il voto oggi di un cittadino greco su cinque…

Adesso, molto dipende anche più che dal potere o non poter formare un nuovo governo, da quello  che succederà altrove in Europa: nella Francia di Hollande anzitutto, nel rapporto di forze e di lavoro che si costituirà nei fatti con Berlino, ma da quanto verrà fuori a Bruxelles, a Francoforte, da quanto e come altrove in Europa sfonderanno le idee di chi va condannando da anni la saggezza convenzionale dominante e propone di recuperare in una scansione moderna le politiche keynesiane seppellendo le tragiche distopie neo-liberiste.

●Resta da segnalare, a questo punto, anche uno sviluppo intrigante per il dibattito sul futuro dell’Unione europea, tutto ancora da verificare certo nel suo vero senso – proposta di grande respiro? provocazione? fuga in avanti da Alzheimer incalzante? ballon d’essai per testare le reazioni?... – emerso  in un’improvvisa, e apparentemente improvvisata, dichiarazione del rigido ministro delle Finanze tedesco.

Dice adesso l’inflessibile e quasi catatonicamente imbastito, antico ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble che lui adesso è favorevole proprio all’elezione di un presidente d’Europa e di un vero governo centrale europeo[60]. Ormai, infatti, è chiaro che l’Unione ha bisogno di una politica di bilancio davvero comune. Purtroppo non ci si potrà arrivare in questo periodo della legislatura europea, ma almeno bisogna passare subito all’armonizzazione di parte della politica fiscale d’Europa.

Un intervento, fatto a un seminario svolto quasi in segreto ad Aachen, l’antica Acquisgrana, ma che la cancelleria stessa si perita subito di rendere noto e che sembrerebbe uscire di bocca a un esponente di punta del Movimento federalista europeo, anche se Schäuble non ammette, o non vuole ammettere, che l’ostacolo vero a un percorso come quello che ora delinea non è oggi certo nel parlamento europeo ma nei governi europei e nello stesso Eurogruppo di cui proprio lui è parte integrante e decisiva e si accinge a diventare il prossimo numero uno...

E a chi pensa male viene subito in mente la strana coincidenza per cui, visto che solo il giorno dopo, a Washington, al G-8, Merkel conferma in modo netto, anche se non con la solita immobilità, che finché non c’è una politica fiscale comune e senza sbreghi dell’Unione europea lei resta contraria a ogni titolo emesso in comune. Anche solo fosse del tipo eurobond: torna a specificarlo, a fine G-8,  il vice ministro di Schäuble, Steffen Kamperer, in un’intervista alla radio statale, ribadendo anche lui, come il suo capo, e secondo la classica scuola del + 1 che serve a rinviare tutto quel che non è ancora perfetto. L’obiettivo della Germania, insomma, a credergli sarebbe il massimo.

Essa punta a una forte, coesa e completa unione politica e a questo fine né il nuovo trattato, con tutto il fiscal compact, né un fondo di salvataggio permanente, né – tanto meno – un marchingegno come i titoli europei emessi dalla Banca centrale (gli eurobond) sono necessariamente preliminari e conclusivi. Se li introducessimo adesso, dice, gli interessi che offrirebbero sarebbero troppo bassi e – il dente sempre lì duole – disincentiverebbero, i necessari aggiustamenti strutturali (loro: di quelli tedeschi, di aumentare un po’, strutturalmente, la loro tropo bassa inflazione, i loro salari, ecc., non se ne parla neanche[61]…).

Cioè, liberalizzazioni ulteriori, ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro: altri sacrifici per i soliti noti. Insomma: il fiscal compact, le discipline di bilancio, gli investimenti orientati al futuro, una politica di riforme dal lato dell’offerta… Dunque, esattamente, una prosecuzione delle politiche che in questi ultimi tre-quattro anni ci hanno affondato nella melma della recessione predicate sempre come la panacea da chi niente ha imparato né niente vuole imparare…

E Kampeter chiude la sua del tutto inutile e deleteria concione specificando che tanto è sicuro che su queste cose “non si deciderà di certo al vertice europeo del 23 maggio[62]”. E, come si è visto, era profeta facile. Di questo, del resto, si tratta e, dunque, sembra proprio che tutto sia strumentale. come chiarisce a iosa il balletto che a turno inscenano ministro delle Finanze, cancelliera e vice ministro delle Finanze…

●Ma forse, a questo punto, vale anche la pena di buttare all’aria alcuni, almeno, degli altarini coi quali si sono malamente coperti in nome della responsabilità, del rigore e dell’austerità eretta a regime le volontà politico-economiche tedesche da negare oppure da imporre. Per esempio, i greci ancora non hanno deciso ma Syriza anche se, per ora, da solain fondo, à la guerre comme à la guerre – torna a parlare di riesumare dal dimenticatoio il diritto del suo paese, che in punta di diritto internazionale appunto è sempre vigente, ad esigere dalla Germania, erede “naturale” degli obblighi incorsi con i trattati di pace dalla sconfitta del Terzo Reich.

Tra cui c’era l’impegno tedesco a risarcire alla Grecia decine e decine di miliardi di € di danni che la guerra nazista le aveva imposto all’inizio degli anni ’40. E dei quali non hanno versato, come dovevano, né un marco né una dracma né un euro[63].

Sul tema, da una prospettiva più immediata e cogente, torna anche l’autorevole Economist un mese fa, quando fa rilevare come suoni qualche poco stonato il rigore di cui alla Grecia predica la Germania quando poi, in realtà, “il salvataggio comunitario alla Grecia” si va traducendo in non piccola parte inun salvataggio delle banche tedesche”. L’esposizione totale del sistema bancario tedesco nel suo complesso – non tanto le grandissime banche come la Deutsche Bank e la Commerzbank , tutto sommato assai limitata – arriva a € 27 miliardi. Sono crediti ormai inesigibili annidati nei libri contabili in più che precario equilibrio di tanti piccoli istituti privati di credito e di tante delle Landesbanken che fanno capo ai Länder della RFT.

Quasi tutte ormai sotto le pressioni, comunque crescenti, dell’autorità europea di regolamentazione per una ricapitalizzazione che si fa sempre più urgente. E per cui vengono comodissimi i rimborsi che nominalmente dal taglio di spesa pubblica in Grecia vengono di fatto trasferiti dalla BCE dai creditori statali come quelli tedeschi e da essi alle loro banche federali regionali. E’ uno schema semplificato, s’intende, ma sostanzialmente accurato[64].

Ora, se la Grecia uscisse dall’euro e dichiarasse il default, per il sistema bancario tedesco e i risparmiatori tedeschi il costo sarebbe molto, molto più pesante che la perdita degli interessi. Insomma, pensano soprattutto a sé, i tedeschi, quando predicano ai greci... o, se è per questo, a irlandesi, spagnoli, portoghesi e anche italiani per i quali la situazione non è poi molto diversa.

●Bisogna notare, anche, che la paura o l’incertezza sembra smuovere almeno un po’ anche i sassi più duri di comprendonio se, adesso, lo stesso premier britannico – epitomo in sé dell’euroscetticismo – comincia a ragionare adesso in pubblico, sfiorando anche la rivolta dei suoi,  della necessità di cominciare a costruire a livello dell’eurozona una vera e propria unione politica e di bilancio.

Certo, circoscrive bene l’idea ma pur concede che “o l’Europa erige un muro di protezione finanziaria efficace, ben capitalizzata e con un sistema bancario ben regolato, sostenuto da politiche monetarie coraggiose di condivisione dei bilanci”; o dovrà far fronte a instabilità e turbolenze di portata “inaudita” finora, con “rischi pesanti per tutti”, non solo nell’eurozona, in tutto il mondo occidentale e, poi, in realtà, in tutto il mondo. Appunto… ma dire come sintetizza bene il titolo del FT[65] che — Cameron teme lo sfilacciamento dell’eurozona, apre considerazioni proprio perché parla così l’euroscettico più euroscettico forse tra i 27 capi di governo della UE, davvero molto intriganti.

Due giorni prima Mervin King, il governatore della Banca d’Inghilterra aveva ammonito[66] che “l’Europa si sta letteralmente lacerando” senza che nessuno veda una possibile soluzione e che, nel farlo, avrebbe “seriamente danneggiato l’economia britannica e il suo settore finanziario”, in un frangente nel quale – lui non lo ricorda ma lo fa chiunque lo stia a sentire – quell’economia è già in una nuova recessione. 

●Per la Spagna, invece, Standard & Poor’s abbassa il rating delle due maggiori banche, il Banco Santander, da A+ a A- e il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, il BBVA, della capitale della provincia di Biscaglia, nei Paesi baschi, a BBB+ dall’A che era il suo[67]. Qui nessuna spiegazione, che del resto non è dovuta a nessuno: questi votano quando, come e chi vogliono, come vogliono. E finché chi può, i regolatori europei (ossimoro, ovviamente), glielo lasciano fare, buon pro’ gli faccia…

●A metà mese il governo ha, intanto, impartito disposizioni alle banche di accantonare altri 30 miliardi di € per coprire perdite potenziali di valore dei patrimoni e, col ministro dell’Economia Luis de Guindos, annuncia di volere un audit indipendente dei loro libri entro due mesi. Adesso i rendimenti dei titoli del Tesoro iberici a dieci anni si avvicinano al 6,5%  e lo spread dei Bonos rispetto ai Bund tedeschi si allarga al record di sempre nell’eurozona.

E, col tentativo attuale che, preparandosi alla prossima crisi economica che si vede già all’orizzonte, tenderebbe a isolare e mettere al riparo assets e patrimoni ancora solidi dagli effetti della prossima bolla speculativa edilizia e proprietaria in ribollimento, è questa la quarta volta dal 2008 che vede un governo spagnolo cercar di consolidare le fondamenta del sistema bancario[68].

●E ci si mette, proprio adesso, anche Moody’s, a ruota di S & P’s, rivendicando che fa solamente il proprio mestiere, ad affossare un tantino di più la Spagna: regioni come Catalogna (Barcellona), Murcia, Andalusia (Siviglia) e Estremadura (Mérida) non hanno raggiunto i tetti di riduzione del loro deficit di bilancio e in conseguenza si sono visti svalutare anche il loro debito, riducendo sempre di conseguenza, poi, quello del paese stesso. E, sempre Moodys, subito dopo, abbassa drasticamente il rating di moltissime di queste banche ma anche di quelle di altre regioni che risultano loro creditrici[69].

●Martellata, così, da questa serie di colpi incrociati che abbattono uno dopo l’altro ratings bancari e di Stato uno dopo l’altro, i governi europei e il mondo del credito bancario dicono (ma è l’ennesima volta, davvero) di volee stringere per una regolamentazione necessaria a disciplinare il loro modo di agire (o di non agire). Le nuove regole su cui si stanno mettendo d’accordo a livello dei 27 paesi renderebbero, tra l’atro, più semplice perseguire in giudizio le agenzie che si rivelassero aver sbagliato, per dolo ma anche per  negligenza.

L’accusa è sempre stata, ed è sempre di più, quella che coi loro interventi peggiorano situazioni già gravi e le agenzie da essa si difendono sempre allo stesso modo: ribadendo l’antico adagio, di per sé vero, che non è colpa del termometro se l’ammalato ha la febbre. Il problema è che, però, speso il termometro s’è fatto lautamente pagare per mentire a chi lo osservava certificando che la salute era buona quando la febbre era già salita a 40° e il giorno dopo ci sarebbe stato il collasso (autunno del 2008, per esempio, a Wall Street).

Questo, adesso, si dice[70]… Ma, al solito, tra il dire e il fare – specie per organi di regolamentazione ormai abituati almeno da trentanni a lasciare tutto deregolato, in nome del laissez faire al mercato e all’autoregolamentazione affidata, per fede, al disinteresse (sic!) o, almeno, all’equanimità (ancora sic!) dello stesso – c’è il mare della volontà del mercato e dell’ossequio della politica nei suoi confronti… Staremo a vedere.

Il presidente dell’Eurogruppo, che coordina o tenta di guidare le scelte di finanza pubblica pesando su quelle private, e primo ministro del Lussemburgo, il paese dal PIL pro-capite in assoluto più ricco d’Europa – più del doppio di quello tedesco – Jean-Claude Juncker, dichiarando che a giugno lascia la presidenza in parte per la frustrazione nei confronti del prepotente e arrogante – così lo ha definito lui stesso – comportamento tedesco nei confronti degli altri membri del Consiglio dei ministri delle Finanze europeo, ha messo volutamente le dita negli occhi tedeschi in generale, della Angela Merkel in modo particolare e del suo superministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, particolarissimamente.

Non è più tollerabile, perché non corrisponde al vero spiega, che la Germania vada in giro per il mondo a dire di pagare da sola per la crisi dell’euro: perché in realtà sono, infatti, ben sette dei 17 paesi dell’eurozona ad avere un rapporto deficit/PIL più virtuoso di quello tedesco[71]… Malgrado ciò, ha aggiunto, ma forse non voleva confessarlo neanche a se stesso, è perché non servirebbe che neanche lui si opponesse che anche lui, appoggerà la candidatura di Schäuble come suo successore a capo dell’Eurogruppo quando si tratterà di votarlo… come i suoi colleghi, molti pecoroni scontenti che sembrerebbero contrari alla candidatura che più rafforza la presa dei rigoristi/austeriani sull’Eurogruppo: tutti pare meno la delegazione ora hollandiana e non più sarkozyana di Francia…

Che proprio con Hollande, in conferenza stampa, trova il modo di segnalare a tutti gli europei che una delle ragioni per cui – lui se n’è convinto proprio al suo primo vertice – l’Europa ha tanti problemi nel far fronte alla crisi del debito è proprio in come funzionano questi meccanismi e questi rituali: prolissi, verbosi, inconcludenti che annunciano e non mettono fine mai a niente… E anche questo, non c’è dubbio, fa novità[72]... E sarà, anzi sicuramente è anche così.

Ma il problema è, comunque, che questi non riescono mai a decidere niente di conclusivo, di operativo, di definitivo magari— anche rischiando, poi, di sbagliare. Perché, se non si fa niente, si sbaglia sempre e sicuramente. Sempre il NYT, e gliene va dato atto – meno ipocritamente ma, anche, anche perché è meno interessato di chi come noi la vive e ne soffre, la crisi dell’Europa – col suo inossidabile euroscetticismo americanamente di fondo (ma che mai di buono può venire da questa Europa, se pretende di non dare più retta a noi ma di muoversi da sola: questa è la radice dello scetticismo di oltreoceano, non l’odio e il sospetto sopracciglioso e arrogante dei britannici) dice papale papale che E’ lo stallo decisionale dei leaders europei ad offuscare le previsioni economiche dell’Europa[73].

●Qui non c’è spazio, né modo, di riportare direttamente una dozzina di slides e grafici preparati dal prof. Paul Krugman per una lezione il 9 maggio a Bruxelles su “Come uscirne”. Ma vale la pena di dargli un’occhiata, dateci retta[74]… Perché è icasticamente chiarissima su tutti i punti di cui va discutendo e battagliando da anni, purtroppo largamente inascoltato da quelli ch potrebbero se volessero seguirne i consigli invece di quelli degli strapagatissimi guru di business, borsa e mondo finanziario internazionale che, invece, ci hanno tutti affossati.

E viene in mente quell’irresistibile vecchio ritornello che recitava  della necessità di non fermarsi, di continuare sempre a girare. Perché, se no, “Girogirotondo, casca il mondo,casca la terra;tutti giù per terra”: tutti per terra ormai se quest’Europa che ha cominciato a girare non continuano – non continuiamo – a farla andare, se continuiamo – se continuano – a tenerla bloccata…

●Purtroppo sembra proprio che l’Europa sia arrivata alla frutta, non si sa se già marcia o, invece, troppo immatura, se alla vigilia del vertice europeo del 23 maggio, l’Eurogruppo riunito in teleconferenza alza le mani e si confessa impotente[75] rendendo noto – prima per sussurri e grida e, poi, ufficialmente, che non avendo loro, gli uomini politici nei fatti più potenti d’Europa, i ministri delle Finanze dei 16 governi del gruppo e non avendo neanche i loro capi di Stato e di governo, il coraggio politico di decidere insieme niente di niente – che ognuno si deve ormai preparare per conto proprio stilare un piano di emergenza, un piano B come lo chiamano.

Che ogni paese, cioè,  dovrebbe attrezzarsi a far scattare nella contingenza appunto che alla fine la Grecia dovesse uscire dall’eurozona… Che è ovviamente un modo un po’ spudorato di dire ai greci, scommettendo al buio e pericolosamente per il risultato dell’esito del voto che devono votare per i partiti che hanno appena perso il voto e accettano di farsi aiutare a salvare la Grecia affossando i greci…


●I negoziati di adesione della Turchia alla UE sono fermi da molti anni, sostanzialmente ma non solamente perché bloccati dal no di Germania e Francia. Istanbul, la città più cosmopolita e straordinaria d’Eurasia, cristiana già ai tempi di Bisanzio e Costantinopoli e più laica e aperta sempre delle città europee – da Roma, a Madrid, a Parigi – non è parte, dicono, della civiltà giudaico-cristiana di cui l’Europa è figlia. Anche se, poi, perché è pure figlia dei Lumi e del laicismo ottocentesco, rifiuta di dirlo nel Trattato costitutivo UE… facendo pure arrabbiare il papa e, a suo tempo, Berlusconi.

Non è, però, si accennava, solo il no tedesco e francese e il pusillanime silenzio-assenso di quanti su tale blocco non sono d’accordo a stoppare l’adesione del grande paese euroasiatico che resta da un decennio in lista d’attesa anche per la cocciutaggine degli stessi turchi: il loro no a riconoscere Cipro. Adesso, dichiarano – anzi lo ribadiscono: il vice-premier turco Babacan e il ministro per gli Affari europei Bagis – che quando la Repubblica di Cipro assumerà la presidenza semestrale dell’Unione, dal 1° giugno p.v., nessun negoziato potrà procedere per tutti i sei mesi in quanto la Turchia non riconosce l’indipendenza di Cipro perché essa non riconosce l’indipendenza della parte turca dell’isola[76].

Per la Turchia, cioè, il negoziato potrebbe riprendere solo dopo la fine del semestre cipriota alla presidenza UE. Ma per la UE? Perché, tra l’altro il sì di Cipro, membro già a pieno titolo dell’Unione – altra cosa è discutere se sia stato intelligente consentirgli di diventarlo insieme a Malta e a tutta l’infornata di paesi dell’Est europeo e anche dei baltici già comunisti dell’allargamento inconsulto del 2004 – è comunque indispensabile (il consenso) per aderire.

Intanto, in Romania, il nuovo gabinetto di sinistra di Victor Ponta è passato in parlamento con 284 voti contro 92, Ponta ha promesso di restituire parte dei tagli sui redditi più bassi che i due governi di centro-destra precedenti avevano tagliato in nome, ovviamente, dell’austerità cui il pese si era impegnato dopo aver avuto nel 2009 aiuti per € 15 miliardi dalla UE e dal FMI. Ma non è stato molto chiaro sul come lo potrà fare. Ha annunciato che a novembre, in ogni caso, il paese sarà chiamato a nuove elezioni. Per questo ha avuto una fiducia molto più larga dei numeri che la sua coalizione di socialdemocratici e liberali ha in parlamento[77].

●Si sta rivelando, pare, costoso il prezzo che l’Ucraina potrebbe essere chiamata a pagare per avere un suo tribunale condannato al carcere l’ex prima ministra Yulia Timoshenko: per malversazione e truffa contro gli interessi del popolo ucraino, delitti perpetrati, diceva l’accusa e ha ora sentenziato la corte, quando nel 2009 lei, miliardaria per aver comprato come altri del’ex nomenclatura a zero o uasi nemica ideologica e storica dei russi e amica dell’Europa e dell’America – fece un triplo salto mortale.

Stipulò un patto “contro-natura”, come dissero anche alcuni dei suoi, proprio con Putin su flusso e prezzaggio del gas naturale russo per il paese. Patto che i suoi avversari di allora, in prima fila l’attuale presidente della Repubblica Yanukovich pur buon amico dei russi e votato dalla metà russofona degli ucraini – da lei defenestrato dopo le elezioni del 2004 da lui vinte, diceva di lui lei, a forza di imbrogli, con la cosiddetta “rivoluzione arancione” (qui se uno non accusa, a turno, l’altro di truffe varie, non càmpano) – denunciarono subito di aver svenduto a Mosca gli interessi del paese…

Questa la premessa, l’accusa (le accuse, anzi) e la condanna. E ora l’Europa – che, comunque, l’Ucraina, proprio come la NATO, ha tenuto a bagno maria per anni sul crinale dell’entrata o no nell’Unione – ridice ancora una volta, e per l’ennesima volta, che Kiev deve aspettare ancora fino a rendersi presentabile nella buona società… anche se, poi, sul piano del rispetto o della negazione della legge e del diritto, nella UE c’è già chi si comporta molto peggio dell’Ucraina, come per esempio, l’Ungheria: che, però, è già un paese membro…

Così, ora, al vertice di Kiev tra UE e paesi non-UE dell’Europa ex sovietica di metà maggio, parecchi capi di Stato rifiutano di partecipare finché la Timoshenko non sarà liberata— diciamo, a prescindere poi dal fatto se sia o meno colpevole e/o responsabile di quello che è stata, o non è stata, una truffa al popolo ucraino…

Spiega il governo tedesco, che ha avuto il permesso speciale di farla visitare nella prigione dove sta scontando la pena da due suoi specialisti, che dovrebbero lasciarla andare a curarsi a Berlino dell’ernia del disco da cui è afflitta, anche se ha solo 51 anni, perché non è sicuro che potrebbe avere le cure necessarie a Kiev o a Karkov…

Ma Viktor Pshonka, procuratore generale dell’Ucraina, replica, uno, come sia inaccettabile pensare che l’ernia del disco non sia curabile a casa loro; due, che la legge non prevede per chi sta in galera nel paese di andare a curarsi all’estero; e, tre, che lui non sa bene se la legge sia così anche in Germania, ma in Ucraina che è uno Stato di diritto essa è uguale per tutti: anche per chi fa o abbia fatto politica…

La verità è che la maggioranza degli ucraini, governo e popolo, non potrebbe impiparsene di meno se vengono tenuti ancora un po’ fuori visto che tanto fuori, comunque, avrebbero continuato a tenerli… In effetti, non suona poi come una grande minaccia quella di chi ha già deciso e detto di volere uno fuori la porta e lo minaccia di… lasciarlo fuori, se non gli dà retta. Anche se non è piccolo l’imbarazzo politico di 13 capi di Stato e di governo europei che declinano e costringono il paese, a rinviare il vertice

Non è questo, però, che sta mettendo in subbuglio il paese quanto la minaccia che i governi europei, come qualcuno dice, vogliano ora boicottare lo svolgimento in Ucraina, dall’8 giugno prossimo, del campionato europeo di calcio che è destinata, insieme alla Polonia, a ospitare. Come segnale di “solidarietà”, dicono: ma non che le loro squadre nazionali non ci saranno (se ci provassero, probabilmente, non ci riuscirebbero), che saranno piuttosto i loro capi di Stato e di governo, qualcuno almeno, a rifiutare di presenziarvi: cosa della quale però non potrebbe fre**re di meno a nessuno), contro il trattamento riservato a Timoshenko e, aggiungono alcuni gruppi di “animalisti” in Europa occidentale, contro la “mattanza” di cani randagi con cui l’Ucraina avrebbe ripulito le strade del paese prima dei campionati europei.

●Intanto Vladimir Putin, il vecchio nemico di Timoshenko e alleato di Yanukovich, lui che proprio con lei aveva firmato l’accordo sul gas del 2009, si muove sue due binari paralleli e complementari: si rivolge al presidente e, mentre da una parte gli chiede non in nome di un diritto che, come tale, non esiste – e che tanto meno esiste di fatto – ma di un senso di comune umanità non l’amnistia, che estingue il reato come se non ci fosse mai stato, ma un perdono presidenziale per Yulia Timoshenko.

Al contempo – differentemente dalla catatonica inflessibilità controproducente europea che ormai, molto all’americana, quando ha a che fare con qualcuno che non è d’accordo esclude per principio, quasi, l’uso della carota e si ricorda solo di avere il bastone anche se, in un residuo di antica saggezza, sembra esitare a usarlo – Putin invita in forma ufficiale il presidente della Repubblica ucraina Viktor Yanukovich al vertice di Mosca della Comunità degli Stati Indipendenti di metà  maggio.

Lo annuncia l’ambasciatore russo in Ucraina, Mikhail Zurabov[78], a latere sardonicamente, e retoricamente, chiedendo alla stampa estera a Kiev, quale secondo loro sia la scelta, dice, più “produttiva”: a far bene i conti, anche per la signora Timoshenko alla fine. Certo, Yanukovich avrebbe di certo preferito un invito a Bruxelles, e lo aveva ripetuto mille volte a ogni occasione, ma per aumentare un po’anche la sua pressione su quegli ingenui degli europei probabilmente accetterà l’invito di Mosca.

Il parlamento, intanto, la Verchovna Rada, ha approvato (come eccezione: la Costituzione in sé lo proibisce: nel 2009, le esercitazioni con la marina USA denominate Sea Breeze Brezza marittima, vennero cancellate proprio per il rifiuto ad approvarle del parlamento) la partecipazione di truppe americane e russe in esercitazioni militari[79] che sono previste tenersi sul territorio nazionale più avanti quest’anno.

Le forze armate ucraine sarebbero dunque attivissime per tutto il resto dell’anno perché le esercitazioni previste a oggi sono quelle con gli USA (non con la NATO…, con gli USA) denominate Rapid Trident, la Farvater Mira Strada per la pace, sempre coi russi, quella congiunta ucraino–bielorussa-russa della Comunità slava e la ripresa della Sea Breeze, ora autorizzata, con gli americani.

●La Statoil di Norvegia  ha firmato con la Rosneft russa un accordo di cooperazione per esplorare in joint venture almeno quattro giacimenti petroliferi offshore nell’Artico e svilupperà anche uno studio tecnico su altre due grandi estensioni sedimentose dello stesso tipo in territorio russo[80]. Firmato sotto l’occhio attento del presidente Putin, il protocollo è il terzo analogo – uno con ENI e uno con Exxon Mobil – che Rosneft ha firmato nel corso di un mese.  

Ed è esattamente quello che non vorrebbe vedere la Direzione generale dell’Energia della UE, impotente com’è a fare qualsiasi cosa che vada al di là dell’esprimere auspici e a vagheggiare disegni strategici dietro ai quali non c’è mai un euro né un rublo e, soprattutto, non la volontà politica di lavorare tutti insieme non più ognuno per conto suo come fa comodo ai russi ma gli altri si sono rassegnati a fare visto che dall’Unione non arriva mai niente di davvero concreto.

Prima di decidersi al passo, del resto, la Statoil aveva verificato proprio con la UE, cui la Norvegia non aderisce – due volte a anni di distanza, l’adesione decisa dal governo di Oslo è stata respinta dal popolo per referendum – se ci fossero concrete possibilità alternative con la UE per garantirsi gli approvvigionamenti di cui ha bisogno. Ma non ce n’è proprio nessuna. C.v.d.

●Il Tribunale di Milano ha messo sotto inchiesta l’ENI, il suo amministratore delegato Paolo Scaroni, perché nel 2007 avrebbe pagato ipermazzette attraverso l’AGIP KCO, sui 20 milioni di $, a funzionari del Kazakistan – e, in prima fila, al genero del presidente Nursultan Nazarbayev, un altro grande amico personale di Berlusconi (Monti ha di recente accompagnato Scaroni ad Astana, la capitale, per rassicurare Nazarbayev; ma pare che il clima tra di loro non sia neanche lontanamente vicino a quello che legava i due vecchi satrapi).

Supervisiona, infatti, tutti i progetti energetici del paese il genero, Timur Kulibayev, che sarebbe stato “unto” per continuare a operare agevolmente nel grande giacimento di petrolio offshore di Kashagan. Secondo voci ancora del tutto preliminari e abbastanza allarmanti la corte potrebbe perfino proibire la partecipazione dell’ENI allo sviluppo del progetto Kashagan del cui consorzio la compagnia italiana è componente chiave.

Kashagan è stata, forse, la scoperta potenzialmente maggiore di greggio nel continente asiatico degli ultimi 40 anni ma il suo sviluppo ha già sfondato sia i tempi (avrebbe dovuto cominciare a produrre nel 2005 e se va bene andrà in linea nel 2013) che gli stanziamenti previsti (erano sui 20 miliardi di € e sono arrivati già quasi al doppio). Il giacimento è a nord e sul fondo del Mar Caspio, coperto per tutto l’anno da grandi lastroni di ghiaccio che si staccano muovendosi a velocità di decine di kmh. verso le torri di trivellazione.

E il ritiro dell’ENI potrebbe essere un gran brutto colpo per il progetto, se l’Italia dovesse obbligare l’ENI a lasciarlo perdere. Il Kazakistan, però, ha cominciato già la ricerca di un’alternativa all’ENI e all’Italia, con le quali lavora dal 1992: e c’è la fila tra quelli che finora avevano cercato di rimpiazzare l’impresa nostrana e che l’accusa ora dice non esserci mai riusciti grazie proprio a quelle mazzette. Si parla molto di Exxon Mobil, Chevron, Royal Dutch/Shell: quest’ultima soprattutto, che ha rapporto stretti con il nuovo adviser speciale di Nazarbayev, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, uno che del resto, non l’unico certo, s’è sempre messo all’asta— con gli USA, con Israele, a Bruxelles…  

●Elezioni politiche al primo fine settimana di maggio anche in un altro paese che resta in lista d’attesa del “gradimento” europeo, la Serbia, anche se pure qui l’attesa si viene allungando fino a diventare inaccettabile. Il vecchio Partito socialista dell’ex presidente Slobodan Milosević[81], adesso capeggiato da Ivica Dačić, ha vinto emergendo come l’arbitro di chi alla fine formerà il governo. Né il Partito progressista di Nikolić (tradizionalmente populista e destrorso ma soprattutto nazionalista serbo e anche nostalgico dell’era del nazionalismo aggressivo alla Milosević) che ha avuto di poco il numero più alto dei seggi, né il Partito democratico di Tadić, il presidente della Repubblica e che alle successive, immediate elezioni per la sua carica non è stato, infatti, rieletto sono in grado di governare da soli. Ma tra di loro una coalizione è dichiaratamente impossibile.

La campagna elettorale è stata tutta dominata dalle questioni del futuro economico, legato com’è – sembrano tutti convinti – all’adesione o meno della Serbia alla UE che però è ancora proprio di là da venire. E alla quale, in tempi mediamente prevedibili, ormai non crede nessuno, neppure il povero Tadić che ha mal governato in questi ultimi anni schiacciato dal peso di una crisi globale, europea e, alla fine, anche serba. Qui la disoccupazione e al 24%, anche se il debito/PIL è solo a un lievissimo 41% (160 la Grecia, 120 l’Italia, 100 gli Stati Uniti) e il deficit/PIL a un più che decente, rispetto a molti altri europei (Gran Bretagna 8%), 4,5%.

In ogni caso, di questa crisi Tadić è stato responsabile anche se si è trovato ad affrontare senza poter promettere altro al paese che i falsi impegni di attenzione trasmessigli dalla UE. Ma che la UE lo aveva lasciato alla fine sempre lì appeso a promettere l’entrata in Europa per ieri, oggi, domani e dopodomani dicendo a brutto muso a Belgrado che, in ultima analisi, la Serbia dovrà ancora, e molto, aspettare per una possibile adesione all’Unione. Finché – al lupo al lupo, ma stavolta al contrario – hanno capito tutti che l’Europa era solo una favola: anche perché nel frattempo sembrava star lì per crollare essa stessa… 

E, ora, il primo dei partiti in testa alle elezioni cercherà di fare un governo di coalizione proprio col terzo, coi socialisti, eredi “riformati” di Milosević[82]. Puntando comunque, per disperazione, anche loro a convincere l’UE a trattarli come un paese che chiede di aderire e che va trattato ormai proprio come tutti gli altri…

Senza fargli pagare lo scotto di una guerra di cui Milosević portava una grande responsabilità, ma con molti altri suoi pari che ne uscirono politicamente indenni e che i suoi eredi attuali hanno molto molto di meno. Loro hanno, effettivamente, già dato e anche consegnato al Tribunale dell’Aja tutti i loro imputati, contrariamente ai criminali di guerra di Croazia e Bosnia. Tutti, senza alcuna eccezione, ormai…

Il 20 maggio, dicevamo, però e abbastanza a sorpresa, Tomislav Nikolić, leader fino a una settimana prima dell’opposizione è stato eletto presidente della Repubblica[83] di Serbia impegnandosi – ma fino ad allora la cosa non sembrava proprio scontata – a restare sul percorso che dovrebbe portare alla fine il paese dentro l’Unione europea. Aggiunge anche che il voto (50,2% a lui e 46,8 a Tadić) non è stato affatto un referendum pro o contro l’UE perché lui resta, come aveva sempre detto, fedele all’impegno europeo – anche se, reitera, non vuole, lui, semplicemente  “subirlo”… – ma un voto mirato a risolvere i problemi creati al paese dalle politiche del presidente Tadić e del suo partito democratico.

Da parte sua Tadić, ha riconosciuto la sconfitta promettendo che premerà sul nuovo presidente perché mantenga l’obiettivo che, dice, a questo punto “sembra essere” quello di tutta la Serbia.      Ma non sembra proprio un’urgenza per l’Unione europea… A ogni buon conto, Nikolić va subito in visita ad limina – alla soglia non di Pietro, magari, ma del palazzo Berlaymont di Bruxelles – soglia magari meno appetita oggi, meno attraente, ma a Belgrado in ogni caso sempre considerata obbligata da tutti[84].

Sarà la prima visita ufficiale (è andato prima, ma in visita privata a incontrare Putin, al Congresso del suo partito, Russia Unita, cui era stato ben prima delle elezioni invitato) e per lui col suo passato impegnativa, accettata appena invitato dalla responsabile Esteri della Commissione, Catherine Ashton. Comunue il nuovo presidente serbo, anche se con toni che evitano ogni esasperazione, ne approfitta per chiarire pubblicamente che la Serbia non scambierà comunque l’adesione alla UE con la rinuncia di principio al suo diritto a riprendersi – “pacificamente”, dice, il Kosovo[85]

●Anche perché, adesso, la Commissione raccomanda di aprire i colloqui di accesso, come si chiamano, alla Repubblica del Montenegro[86] dopo che il Rapporto di primavera presentatole dai suoi servizi sulla richiesta di Podgorica avrebbe valutato come effettivi i progressi che stanno facendo le riforme che, già nel 2010, la UE aveva indicato come necessari prerequisiti per aprire il negoziato. Ora non è pensabile che di fronte a quelle che non sono – contrariamente a quel che accenna il rapporto ma in effetti neanche tenta di dimostrare – ancora realtà ma solo una serie di impegni, il processo possa sembrar scavalcare l’approccio alla Serbia stessa.

●Una maggioranza di islandesi, secondo un sondaggio svolto dall’Istituto di Scienze sociali dell’Università nazionale di Islanda ha rilevato, il 9 maggio, che un sondaggio su 1.900 intervistati ha trovato un 54% di cittadini-elettori che rifiutano senza alcun dubbio la possibilità stessa per il paese di adesione alla UE[87].

●Ma il referendum, qui, non è proprio previsto se non nelle esercitazioni rivelatrici ma, ormai, un po’ scontate, no?, della rivista islandese. Invece nell’altra isola del Nord Europa, dal nome quasi uguale ma di ben altro peso, l’Irlanda[88], si vota davvero, il 31 maggio nel referendum che mesi fa l’Unione stessa obbligò quel governo a rinviare.

Ma ora non si scappa, bisogna dire sì o dire no, senza dilemmi al fiscal compact, alla revisione in senso “austero” e rigoroso del Trattato europeo. Adesso, con ogni probabilità, magari per poco, ma prevarranno i sì: più che altro, però, per disperazione, né per convinzione libera né per spera: è che alla gente è stato fatto capire e comunque essa ha creduto, che altrimenti l’Europa avrebbe affamato il paese, subito adesso…

●Anche perché ormai l’illusione/delusione costituita dal fiscal compact s’è scoperta per la turlupinatura che è stata. La tesi era – e per non pochi è ancora – che tagliare le spese e alzare le tasse è la tecnica giusta per arrivare all’equilibrio di bilancio. E’ questo l’asse, meglio la spina dorsale anzi del “fiscal compact”, dell’ “austerità” che l’eurozona ha ufficialmente da tempo fatto propria, spinta dall’ossessione di Angela Merkel e dei tanti che la pensano come lei: che sia stata la prodigalità della spesa pubblica in diversi paesi dell’area euro ad aver causato i problemi. E’ un’opinione che tragicamente riflette un’ignoranza crassa di come effettivamente funziona l’economia

Non solo, in effetti, l’equilibrio di un bilancio di uno Stato è diverso da quello d’una famiglia, è diverso profondamente anche da quello di un’impresa. Perché l’equilibrio di bilancio dello Stato nel suo complesso è solo uno dei tre assi di equilibrio che si interconnettono e contano per una comunità nazionale: uno è quello della bilancia dei conti correnti (il più e il meno del valore complessivo di tutti gli scambi di un paese, non solo quelli commerciali, di beni e servizi; e l’altro è il bilancio tra risparmi e investimenti del settore privato dell’economia di un paese. Se uno di questi tre conti è fuori equilibrio, deve sempre esistere, infatti, un opposto squilibrio (se quello è a favore, uno degli altri due, o entrambi gli altri, sono di segno contrario).

Un minimo di ricordi di algebra aiuta a dimostrare l’assunto. Fatto uguale l’ammontare del bilancio del risparmio interno (R), domestico di un’economia nazionale (settore privato e famiglie), uguale meno gli investimenti (R - I) e definito il bilancio pubblico come (T) (entrate fiscali, le tasse) meno la spesa pubblica (S)  (cioè, T - S). E fatto il conto corrente con l’estero uguale a (E), export, meno (I), import (E - I) lo stato globale dei conti di uno Stato può essere definito al meglio definito, in formula algebrica come (R - I) + (T - S) = (E - I).

Supponendo, anche, che siano in equilibrio sostanziale i conti interni tra risparmio e investimenti (cioè, R-I = zero)ma con conti correnti in deficit (E - I, negativo): quel che ne segue i conti pubblici vanno anch’essi (T - S) in rosso. Il primo punto su cui si può e si deve concludere è che, per un dato livello di reddito nazionale, un bilancio pubblico non può andare in pareggio se la somma degli altri due non è uguale a zero.

Questo più che algebra poi – la rappresentazione dei fatti in una formula grafica – è pura aritmetica, come 1 + 1 =2: ed è sorprendente quanti siano i politici, qualsiasi sia poi il loro livello e la loro specializzazione professionale e anche qualsiasi sia il livello delle loro responsabilità (siano superpotenze o sia San Marino).

Il secondo punto è quasi altrettanto importante. Se un governo ignora questa aritmetica semplice semplice e non cerca di rimediare, tagliando la spesa o aumentando le tasse, il reddito nazionale deve cadere. Ma il fatto altrettanto semplice semplice è che il taglio di spesa, pubblica o privata che sia, causa una caduta ulteriore dell’economia. E diventa, per questo, un fatto aritmetico, ovvio, inevitabile, che come risultato di un reddito nazionale che si raggrinza, le entrate fiscali cadono e la spesa per tamponare la disoccupazione che cresce aumenta, causando un peggioramento aggiuntivo della situazione. Sono le esperienze fatte dalle recessioni greca, portoghese, irlandese, spagnola, italiana e anche britannica.

Certo, se il reddito nazionale crolla abbastanza, l’equilibrio esterno può anche essere ristabilito: ma il prezzo è che si arriva a una metà della forza lavoro ridotta in stato di povertà… Questo è quanto espone, tradotto qui pressoché letteralmente, un paper come sempre pedagogicamente assai utile del Social Europe Journal (pubblicazione on-line di sinistra ma extra, proprio istituzionale che, però, vuol funzionare e funziona fuori dagli schemi e dice pane al pane[89]) qui riprodotto dal Guardian da cui, parzialmente come non possiamo che fare, lo riprendiamo[90].

E’ molto utile però leggere questo breve saggio integrale: anche e proprio nel resto che qui non possiamo riprodurre ma che spiega come esempi cogenti e di fatto, come questo schema sia stato e non sia stato applicato finora, in Germania, negli USA e nei paesi anglosassoni – da un lato – e nel resto d’Europa dall’altro…

Conclude questo pezzo32 che in sintesi estrema (sono due cartelle e mezzo in tutto) dice meglio di noi quanto vorremmo fosse letto da tutti, specie da chi ha maggiori responsabilità non solo di ragionare e di dire ma proprio di fare, che la lezione di questa catastrofe è chiara: in buona sostanza, a Keynes bisogna tornare:

Il principale argomento, per gli scopi di cui qui andiamo discutendo, è quello che nel 1944 avanzò a Bretton Woods [nel corso dei lavori cui partecipava per il governo britannico. Fu la conferenza che strutturò, su mandato degli alleati ormai quasi vincitori della seconda guerra mondiale ma con l’esclusione/autoesclusione dell’URSS, l’assetto finanziario del mondo del dopoguerra dando vita al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale: non sempre secondo le sue proposte purtroppo].

   Keynes tentò – ma senza successo – di realizzare un sistema di pagamenti internazionali basato su una valuta commerciale separata (il bancor) e, insieme, su una struttura, il Fondo monetario, che non avrebbe solo avuto il potere di imporre condizioni all’aiuto da fornire a paesi che avessero registrato deficit esterni ma anche a quelli – oggi sarebbero Germania e Cina – che avessero eccessivi attivi nei loro conti correnti esteri.

   Perché, ragionava e dimostrava, se l’obiettivo è l’equilibrio dei conti correnti e rispetto ad esso chi sfonda e va in passivo è colpevole, è anche responsabile chi costantemente ed eccessivamente andasse in attivo nella propria bilancia dei conti correnti. Questo è il problema di fondo sotteso alla crisi finanziaria privata e pubblica dell’Europa di oggi: una crisi dei pagamenti.

   Lo strumento mercato ha fallito, senza una guida politica che gli imponesse – come voleva Keynes – di canalizzare gli attivi commerciali sotto forma di flussi di capitali alla periferia del sistema per finanziarvi l’aumento di investimenti mirati ad accrescere la produttività dell’export— proprio come capitò negli anni intorno al 1930 e 1920 [quelli intorno alla Grande Depressione].

   E [come allora fu chiaro, purtroppo, quasi solo a John Maynard Keynes come ieri oggi, specificamente per l’eurozona e l’Europa e ancor più di quanto fosse allora per il nascente sistema di Bretton Woods nel suo complesso], per prendere di petto la crisi ci sarebbe bisogno di istituzioni ben altrimenti robuste di quelle che, autocastrandosi, si è data la Banca centrale[91].

   Il fatto è che l’Europa ha bisogno sia della crescita che di un equproponevailibrio di scambi commerciali. Un patto fiscale come quello di cui parlano adesso, mal considerato per la recessione che, con tutte le sue conseguenze, esso impone, non è – ed è provato – una risposta adeguata— anzi è il contrario: per i paesi europei che si trovano esposti alle pressioni selvagge dei mercati finanziari ma neanche – a termine forse appena più lungo – per la Germania stessa. Perché il loro passivo è solo l’attivo tedesco.

STATI UNITI

●Ci è tornata in mente e l’abbiamo recuperata per portarla alla vostra attenzione, un’intuizione geniale di Solzenytsin sulla presunzione che è nostra, dell’Occidente, di possedere la verità, e in misura eccezionalissima tra di noi, poi, degli americani. La avanzò nel corso della prolusione di chiusura dell’anno accademico che lo avevano invitato a fare all’università di Harvard nel 1978.

Fu un discorso pieno di straordinarie contraddizioni: nostalgico come era lui, anche – a modo suo – anche degli anni del gulag, nostalgico della società vecchio-russa che conviveva e resisteva al comunismo rampante nel suo paese, passatista e reazionario e quasi elegiaco delle contrapposizioni tra bene e male del pieno della guerra fredda, pieno di aspettative verso il Reagan che, in effetti, stava arrivando.

Ma anche un discorso che, accolto malissimo  per la carica di critica feroce che riservava all’America e all’occidente, ne segnò anche il tramonto come guru e vecchio saggio, da tutti venerato e indiscusso in America ancor più che in Europa per il suo fervente, messianico ma anche ragionato e motivato anticomunismo.

Quello che da sempre, costandogli anche anni e anni di gulag, ne aveva connotato al fondo il messaggio— quando il comunismo era quello di Stalin, come diceva il suo nome un monolite d’acciaio, diventando col tempo quello contraddittorio, conservatore e insieme eversivo, dei Kruscev, poi quello noioso, rituale, routinario e asfissiante di Breznev e dei suoi immediati grigi successori: quando cioè il sistema, il comunismo reale, non era ancora affatto tramontato e neanche si sapeva che di lì a cinque, sei anni, sarebbe arrivato un Gorbaciov~~ allora, quando il messaggio di Solzenytsin si sposava perfettamente con la lettura reaganiana rampante in arrivo del comunismo = impero del male…

… Ecco, proprio allora, lui, il 6 giugno del ’78, se ne veniva fuori e denunciava – con grande lucidità ma in modo indigeribile per il nostro orgoglio o, meglio, proprio per la certezza dell’occidente di possedere la verità – la nostra  presunzione occidentale di essere i depositari della verità. E, subito, si mobilitarono tutti gli intellettuali e gli scrivani al servizio del Prìncipe per farlo passare per matto.

Dopo aver ricordato che il motto di Harvard è ‘Veritas’, Solzenytsin notava come

pur eludendoci, permane l’illusione di conoscerla e ci porta a mille fraintendimenti. Inoltre, la verità è raramente piacevole, è quasi sempre amara. E c’è certo qualche amarezza anche in questo mio discorso di oggi, anche se voglio sottolineare che non viene da un avversario ma da un amico…

In occidente vige la presunzione che tutti gli altri ‘mondi’ che esistono [comunismo,  islamismo, terzomondismo, ecc.] siano qui soltanto perché a loro viene temporaneamente impedito di prendere il percorso della democrazia pluralistica occidentale o proibito di adottare il modo di vita dell’occidente da governi malvagi o da crisi calamitose, o anche dalla loro stessa barbarie o incapacità di capire.

Giudicate ogni paese, qui, a seconda del merito di come esso progredisce in questa direzione. Ma questa è una concezione che si è sviluppata grazie all’incomprensione da parte dell’occidente dell’essenza di questi altri mondi, dal fatto che li misurate tutti con l’unico metro di giudizio che è il vostro. Il quadro vero dello sviluppo in atto sul nostro pianeta, però è del tutto diverso…”. 

Ora, magari lasciando perdere qui come poi, secondo Solzenytsin, il mondo sia diverso: certe sue analisi e certi suoi auspici sono mille miglia lontani dai nostri, lui, profondamente, sinceramente, essendo un reazionario, per quanto geniale e carismatico. Ma l’intuizione realmente eversiva e folgorante qui – e se volete, perciò, in qualche modo anche convenzionale, banale – sbattuta così in faccia a una platea così élitaria dell’occidente – che il mondo sia molto più articolato e complesso delle visioni e delle illusioni semplificanti e semplicistiche alla Reagan o, per meglio dire proprio all’americana… risultò intollerabile per chi s’era abituato a usare Solzenytsin semplicemente come un strumento della propria politica[92].

●In America hanno calcolato il valore effettivo, concreto, reale della rete di sicurezza che la spesa pubblica ha steso sotto il PIL per sostenerne e così, di lì, far ribalzare la crescita.

 

 

● La rete di sicurezza che ha fatto rimbalzare il PIL americano, proprio quella che la BCE non ha mai steso…

L’economia USA: la recessione da 2009 a 2012 (ogni anno calcolato a fine1° trimestre)

Risultato di crescita del PIL:  ▬▬ reale e ▬▬ senza stimolo di spesa pubblica

L’economia americana è cresciuta a un tasso annualizzato del 2,2% nel primo trimestre deludendo i mercati. Che hanno spiegato il tasso di crescita debole del PIL in parte col calo del 5,6% nella spesa pubblica e negli investimenti. Lo studio appena uscito cui si fa riferimento nella fonte citata in didascalia suggerisce che in America lo stimolo dovuto alla spesa pubblica in risposta alla crisi di bilancio ha aumentato il PIL aggregato di più del 4% che, documentano gli Autori, vuol dire che “senza quell’intervento gli Stati Uniti potrebbero essere ancora impantanati nella recessione”. Sarebbe, aggiungiamo noi, più corretto dire oltre quanto ancora nei fatti lo siano…[93].

 

 

Fonte: Agenzia Fitch Ratings e Oxford Economics

 

 

 

●Un altro mese di scarso aumento dell’occupazione (solo 115.000 posti in più ad aprile marzo (quando i posti furono +154.000 di più: e nel settore manifatturiero solo 16.000 dopo la media di 30-40.000 degli ultimi mesi), col tasso ufficiale di disoccupazione[94] che scende appena, all’8,1% e a 12 milioni e mezzo di persone e, per contro, quello di partecipazione della forza lavoro al 63%, il più basso dal 1981, ma solo perché sono numerosi i lavoratori che escono fuori dell’area di attenzione ed osservazione degli uffici del lavoro, quelli che, “scoraggiati”, non si fanno da loro più nemmeno registrare…

Per farsi un’idea un po’ più vicina alla realtà, ma anche così sempre largamente incompleta del “disagio” reale[95], meglio guardare il grafico che segue

 

● Più di 23 milioni di americani/e che lo vorrebbero non trovato un lavoro a tempo pieno ad aprile (grafico)

 

Senza lavoro, dopo averlo cercato nell’anno passato 

   “         “  ,  che si sta adesso  cercando

Lavoro a tempo parziale e in cerca di tempo pieno

 

Fonte: NYT, 4.5.2012,  elaborazione dai dati del Bureau of Labor Statistics (BLS).

Sembra di poter concludere dall’analisi accurata e documentata che, basandosi su questi dati, elabora a cadenza mensile l’Economic Policy Institute, considerato – sulla base delle analisi e dei pronostici che diffonde regolarmente come centro di ricerca economica indipendente e una volta tanto integrale (completo, cioè, ma anche integro, sia moralmente che intellettualmente, non a servizio e a pagamento di Wall Street cioè) di Washington, D.C.) che

malgrado i miglioramenti in corso della situazione occupazionale il mercato del lavoro è sempre in deficit per una decina di milioni di posti e la scarsa domanda di manodopera si traduce in una disoccupazione che resta elevata e in aumenti di salario per chi ha un lavoro che rimangono bassi.

   La classe del 2012, per esempio, quella che uscendo adesso dalle scuole superiori si affaccia al mercato del lavoro, lo trova certo migliore di quello di un anno fa nel 2011 ma ancora assai debole. Col dibattito che ha imperversato nella primavera passata sul che fare per questi giovani che entrano in un mercato del lavoro così disastrato, è importante notare che anche se si tratta di un gruppo del tutto unico, il loro elevato tasso di disoccupazione non ha bisogno di un’unica soluzione.

   II fattore che più rapidamente e efficacemente abbatterà il tasso di disoccupazione tra i lavoratori giovani è una crescita economica forte e globale. Focalizzandosi a cercare ricette che generino domanda di servizi e di beni made in USA (e, dunque, la domanda di lavoro necessaria a produrli) – politiche come aiuti fiscali, ai bilanci degli Stati dell’Unione direttamente cioè, aumenti sostanziali aggiuntivi alle infrastrutture, reti di sicurezza sociale in aumento, programmi di creazione diretta di posti di lavoro per comunità particolarmente colpite dalla disoccupazione – è la chiave per dare ai giornali un’occasione di farcela ora che stanno cercando di entrare sul mercato del lavoro nel bel mezzo della fine della Grande Recessione”.

●La campagna elettorale per la Casa Bianca, che vedrà contrapposto ad Obama il candidato dei repubblicani Romney, sembra caratterizzarsi sempre più sul nodo della disuguaglianza economica e socialeda stoppare e rovesciare o da difendere e incrementare, secondo due visioni diverse e antagoniste del mondo e dell’America – tra l’1% e il 99% della popolazione, i 3 milioni di cittadini che si accaparrano più del 90% della ricchezza della nazione e tutti gli altri.

Slogan facile ma efficace, questo del 99 contro l’1% di Occupy Wall Street, perché è una proporzione che tutti sanno – alcuni dicendo che è un bene altri che è una disgrazia – della realtà delle cose. Naturalmente anche qui, come da noi, c’è chi dice – a volte sembrerebbe pure con qualche buona ragione quando, per troppa responsabilità o mancanza di coraggio, la sinistra scimmiotta la destra – che è inutile, che sono tutti uguali al dunque, tutti servi del capitale e del capitalismo...

Ma poi basta ricordare da noi le frescacce che raccontava il Berlusca sul fatto che se si fanno diventare più ricchi i ricchi, anche i poveri, bontà sua, alla fine finiscono con lo stare meglio.

O ricordare, e qui cominciano a farlo in molti, come in questo paese ha sostenuto quel Jamie Dimon, boss, presidente e Amministratore delegato di JPMorgan Chase, che “ogni discussione sulla disuguaglianza dei redditi è di per sé un attacco alla nozione stessa del successo”: qualcosa, cioè, di radicalmente anti-americano. E questo Dimon è il manager che ha portato i suoi depositanti a perdere all’istante e all’incanto almeno 2 miliardi secchi di $ scommettendo, proprio come al risiko, su crediti derivati dietro ai quali non c’era proprio niente, pare… ma facendo ben s’intende più ricco se stesso.

Oppure, come è scappato di bocca di recente a un altro stramiliardario, Stephen Schwarzman del Gruppo finanziario Blackstone, parlando in pubblico a un certo numero di suoi pari, che Obama vuol dichiarare la guerra, proponendo di limitare l’elusione fiscale dei ricchi: proprio, dice, come la guerra di aggressione di Hitler alla Polonia…

Questa è gente utilissima, in realtà, perché al dunque rimette coi piedi per terra le cose. Che restano, e come, differenze profonde, radicali – altro che palle! – tra destra e sinistra. Qui proprio come da noi[96].

●Sulla piaga, che resta aperta e resta purulenta, dell’Afganistan, l’attacco feroce e determinato a Kabul – per ore col centro, la zona verde superfortificata, sotto le granate e le incursioni degli insorti – quando neanche era finita la segretissima visita del grande protettore americano, arrivato a firmare col presidente Karzai un “patto strategico” che ribadisce come gli USA se ne andranno entro l’anno prossimo o subito dopo ma promettono di continuare gli aiuti – quali? a chi? come?...[97] – conferma il giudizio che se la capitale d’un paese non è sicura, pur se sotto una frequenza di attacchi non proprio costante, il paese non è mai sicuro.

La realtà sul campo disegna una situazione dove i talebani e gli altri insorti che con essi cooperano a mandare all’aria l’assetto voluto dal governo, dagli americani e dai loro alleati dell’ISAF (sempre che poi sia proprio identico…) stanno risparmiando, quasi centellinando le forze di fronte alla Armada militarmente più possente del mondo, affidandosi principalmente, o quasi solo, a attacchi alle vie di comunicazione, ai “martiri-suicidi” e ad aspettare che el nespole dell’insofferenza, della frustrazione e dell’impazienza maturino a Washington. Gli attentati sono, insomma, dei pro-memoria.

Sia come sia, proprio adesso il 3 maggio, la missione dell’ONU a Kabul – che francamente non si capisce bene cosa ci stia a fare – ha classificato come “città bianca” la capitale afgana, utilizzando il suo particolarissimo e misterioso gergo: raggiungendo così adesso il livello del massimo status di insicurezza. Il senso della notizia[98] è che lo staff delle Nazioni Unite non dovrà per il momento più muoversi se non esclusivamente dentro il perimetro della città e, specificamente, della sua zona verde dichiarata sicura. Anche se poi è stata proprio quella che i talebani hanno assaltata per ultima…

Quanto alle forze armate regolari afgane, fonti credibili perché finora hanno previsto e detto come poi le cose sono andate davvero, hanno pronosticato da tempo che gran parte dei soldati afgani intendono e pianificano di passare ai talebani dopo che gli americani cesseranno le operazioni di ingaggio sul campo. E’ esattamente quanto fece l’esercito afgano nel 1996, quando le truppe russe se ne erano andate, all’avvicinarsi dei talebani a Kabul.

Qui, ormai, al-Qaeda se ne è andato: da anni non ci sono notizie di attacchi ispirati, e tanto meno condotti da forze arabe. Non è affatto esagerato parlare del disprezzo ormai riservato e manifestato dai talebani ai guerriglieri arabi di bin Laden e di al-Zawahiri, i grandi avventurieri come li chiamano adesso che, decisi a aiutarli a liberarsi degli infedeli, senza neanche consultarli hanno condannato con l’11 settembre il paese a un altro decennio di guerra civile contro armate straniere.

Certo, secondo tutti gli osservatori seri, è che nessun terrorista arabo sarà più ospitato o invitato in Afganistan. Ma neanche, ormai, nessun soldato americano: già adesso, con Karzai – che pure, come avrebbe detto Lenin di Kerenski, dipende da Washington come l’impiccato dipende dalla corda – nessun contingente statunitense potrà ottenere la copertura che il Congresso americano esige per mandare truppe all’estero, non solo in paesi alleati ma poco fidati ma pure e perfino in Italia, in Germania o in Corea del Sud.

Dove peraltro nessuno dei paesi ospiti (noi, la Germania…) ha mai richiesto davvero il rispetto della propria sovranità (da noi la possibilità è prevista della Costituzione[99] che però impone che si possa fare solo in condizioni di reciprocità: ma se l’Italia provasse mai a fare per un nostro militare in America quello che hanno fatto gli americani con lo Status of Forcee Agreement italo-americano per sottrarci legalmente ogni giurisdizione sui piloti autori della strage della funivia del monte Cermis.

●Alla fine, mettono una pezza che è, però, peggio del buco messo sullo sbrego, al parlamento afgano, il Wolesi Jirga, ratificando, il 26 maggio, per appello nominale (l’ha imposto il governo, timoroso dell’influenza che avrebbe avuto o potuto avere sul voto segreto l’Iran), un Patto di sicurezza reciproca che era stato firmato qualche giorno prima tra Obama in visita segretissima e Karzai anche dopo che a fine 2014, ormai, anche tutte le truppe combattenti americane abbandoneranno il paese. Il voto sui 249 deputati ne ha coinvolti 190 dei quali solo 5 hanno votato contro la partnership strategica e adesso il voto passa al Senato (afgano: … neanche ci proveranno a presentarlo al Congresso in America).

Ma l’accordo prevede che, se le Forze armate americane restano impegnate ad addestrare quelle afgane, lo resteranno senza alcun impegno su numeri, tipo di lavoro da svolgere e stanziamenti. Insomma c’è un impegno di massima, ma senza nessun impegno specifico su come, quanto e quanti[100]

●Qui in Afganistan le cose, del resto, sembrano ormai accelerare i tempi di uno scioglimento forzato del rapporto— della partenza degli americani dal paese, a questo punto forse ancor più caotica e disordinata di quella dei sovietici da questo stesso paese più di vent’anni fa… Dice un allarmatissimo – e ben a ragione – articolo del NYT[101], testualmente, che —Man mano che i militari afgani già addestrati si trasformano in nemici , va a rischio un imperativo che gli americani pensavano di aver consolidato: la fiducia di base, alla base, tra alleati che, invece di trovarsi a combattere contro un nemico comune, ormai troppo spesso si scannano tra loro.he abbiamo profanato,m

● Kabul: corpo di spedizione USA, Ufficio reclami … (vignetta) 

 

Buon giorno, lei ha raggiunto il corpo di spedizione militare americano in Afganistan.

Ci scusiamo per il ritardo, ma la sua telefonata per noi è molto importante.

Se chiama per cadaveri di nemici da noi profanati, prema 1.

Per i libri sacri gettati nella spazzatura, prema 2.

Per i Corani ridotti in cenere, prema 3.

Per tornare al menu principale , premere 4…

                                                                               Sul menu, anche sputazzi, pisciate o escrementi

Fonte: 28.2.2012, Soldati USA in Afganistan, Khalil Bendib

Va a rischio, dicono questi cautissimi osservatori. Ormai è saltato, diciamo invece noi che, qui, a differenza di loro, non abbiamo niente da difendere… ormai sono arrivati al pettine i nodi del fallimento strategico principale della campagna pluridecennale degli americani: il non aver saputo e potuto neutralizzare il sistema di rifornimenti che partendo dal Pakistan da sempre alimenta la guerra dei talebani.  

●E quello stesso Status of Forces Agreement che li sottrae alla giurisdizione del paese che li ospita qualsiasi sia il crimine che possano commettere tanto in servizio effettivo che al di fuori di esso. E’ la condizione sine qua non che ha già portato gli americani a lasciare l’Iraq e impedisce loro, adesso, anche di condurre le missioni di addestramento che avrebbero voluto condurre nel paese mediorientale.

Qui, avevano annunciato di puntare a un corpo di addestratori di 350 esperti americani, e sono scesi prima a 100, adesso a 50 e secondo il NYT, accertati i costi che l’America non vuole sostenere –miliardi di $ – e che neanche soltanto alle poche decine di GI’s che restavano sarebbe stata garantita la copertura da possibili procedimenti giudiziari iracheni, stanno ormai preparandosi a trovare il modo per annunciare che lasciano perdere— evitando, se mai fosse possibile, di fare ancora una volta una figura, diciamolo chiaro, di c**ca.

Il problema è stato illustrato – perché gli americani mica sono scemi: le cose le vedono bene… quando però non sono più lì, sul posto ma ormai sono lontani – dal commento di un’ex ispettrice generale dell’Ufficio centrale del Pentagono, Ginger Cruz, per la ricostruzione in Iraq, su una lezione tenuta a Bassora mesi fa a una classe di addestrandi agenti della sicurezza irachena da un addestratore americano di grande esperienza.

Diceva lui che “ci sono due indici che in qualche modo concorrono a indicare agli osservatori attenti i probabili ‘martiri’ che stanno pianificando, in questo come negli altri paesi della regione, un attentato suicida: che subito prima di mettercisi a lavorare intorno, ritirano larghe somme dai risparmi che hanno in banca – per bruciarli o per le famiglie – e si mettono a bere di brutto”…

Il problema, con questo tipo di indicazione – ha osservato la signora Cruz – è che in Iraq sono “pochissimi ad avere un conto in banca da cui poter ritirare risparmi, e tanto meno ingenti, e che un  estremista sunnita iracheno, cioè il probabile candidato a farsi saltare in aria, proprio perché è estremista sunnita è probabile che consideri il mettersi a bere come un peccato mortale”.

Si tratta di un’osservazione che, ancora una volta evidenzia, estrapolando quasi automaticamente dall’estremista tipo texano all’estremista tipo iracheno, quanto di sbagliato, inutile e radicalmente dannoso ci sia nella saggezza convenzionale americana anche in questo campo[102]

●In Iraq torna a crescere la tensione e l’irritazione e anche la ncia per la provocazione, come tornano a chiamarla, che il vicino regno del Kuwait torna a fornire come nel 1991 a Saddam, allora,  per annettersi militarmente, al di là delle rivendicazioni irachene di natura storica e geografica più o meno fondate – e forse più che meno – il Kuwait che dovete mollare, poi, grazie alla sconfitta nella prime guerra del Golfo scatenatagli contro da e sotto Bush padre.

Il Kuwait chiede che Bagdad continui a versargli, come prevede del resto ancora formalmente la risoluzione ONU no. 6 (2010), il 5% di tutto il ricavato che l’Iraq è tornato a incassare dalla vendita di combustibili greggi a titolo di riparazioni per i danni di guerra allora subiti. Si tratta, secondo l’emirato, di miliardi di $ all’anno versate al fondo di compensazione dei danni di guerra creato in ambito ONU, per un totale che a seconda di quando Bagdad finirà di pagarlo ammonterà dai 16 ai 20 miliardi di $ ancora da versare[103].

Il Kuwait, cioè, uno dei paesi in assoluto e pro-capite più ricchi del Golfo, malgrado tutto quello che è successo nella regione intorno dal 1990, insiste a far pagare all’Iraq l’invasione di Saddam di quell’anno all’Iraq che ancora non è riuscito ad uscire da oltre dieci anni di guerra e di guerra civile. Un atteggiamento di pervicace grettezza che motivò, allora, proprio l’invasione quando il Kuwait rifiutava di pagare, come s’era impegnato a fare, la quota concordata dai regimi arabi sunniti per i sacrifici sostenuti dall’Iraq, venne ufficialmente detto, negli otto anni di guerra con cui aveva anche impedito all’Iran di far prevalere la forte minoranza sciita nel paese dell’Emiro del Kuwait.

Era stata una vera e propria guerra di aggressione condotta da Saddam contro Khomeini. Ma questo, una guerra preventiva di difesa contro l’aggressione altrimenti in agguato degli sciiti, era stata la decisione degli arabi. La storia, in qualche modo si ripete, quando ormai Saddam è stato ammazzato e sepolto da tempo dal regime sciita, guarda un po’, che lo ha rimpiazzato e impiccato.

Adesso il sospetto è anche che l’Emiro intenda frenare come può e quanto può la ripresa in Iraq per aumentare pressioni e difficoltà di un paese che ora, di fatto, – l’eterogenesi dei fini, anche qui – è anche alleato all’Iran.

Questa è una considerazione che aiuta forse a riflettere, a Washington – anche a Washington – con qualche rimpianto speriamo, su una politica estera da anni condotta in base a una lettura del mondo  avventurosa, avventurista e insensata ma forse anche obbligata (il petrolio) che spiega anche nel suo andilenante contrasto come e perché sia sempre disperatamente difficile, anzi impossibile, per gli americani riuscire a capire chi in questa regione – tutto il Medioriente – sia davvero o no loro alleato.

Il governo regionale del Kurdistan iracheno ha respinto[104]con sdegno” – ma nel silenzio assordante e, insieme, eloquente del governo iracheno – la denuncia iraniana che l’intelligence israeliana si stia alacremente attivando con la presenza del Mossad sia lì che nello stesso territorio curdo sotto controllo iraniano, avendo di fatto ormai preso l’eredità sul campo della CIA e delle truppe americane.

●Il primo fine settimana di maggio non si è votato solo in diversi paesi europei, sostanzialmente sulla crisi economica, sull’eurozona e sulla stessa Unione ma anche in Iran, per le elezioni legislative e qui, in particolare su come affrontare le enormi difficoltà e sfide cui il paese si trova di fronte. Il 4 maggio, così, secondo turno delle elezioni per 65 seggi dei 290 del Majilis nei quali nessun candidato aveva preso la maggioranza assoluta.

I primi risultati[105] danno in aumento i “conservatori” del partito della Guida suprema, l’ayatollah Khamenei, i “principalisti” come si chiamano (uomini – e, sì, anche qualche donna – “di principio”) che già prevalevano largamente e vincono adesso più di altri 50 seggi sui “populisti” del presidente Ahmadinejad (appena 5 seggi di quelli in palio riescono a far propri, forse…; mentre una decina vanno a candidati indipendenti). Il primo turno era stato a marzo e questo completa solo la sconfitta e il tramonto politico del presidente  che ha perso clamorosamente il braccio di ferro con Khamenei. E, checché se ne dica, non sembrano buone notizie per chi dell’Iran non è affatto amico.

●Non pare che sia stato un fattore determinante, ma in coincidenza col massimo della tensione sul fronte Iran, il Likud (partito del consolidamento) di Netanyahu e l’altro partito di centro-destra, Kadima (Avanti: quello che fu di Sharon e poi di Olmert, oggi presieduto da un ex vice capo dello Stato maggiore delle FF. AA. e ministro della Difesa, Shaul Mofaz, e ha la maggioranza relativa della Knesset: 28 seggi contro i 27 del partito del premier) abbiano costituito una nuova maggioranza e risolto il problema che sembrava ineluttabilmente ormai portare a elezioni anticipate per fine anno.

C’era una divergenza ormai irresolubile con la posizione del premier da parte di uno dei partiti della minoranza ultra-ortodossa conservatrice hard che si opponeva e sarebbe uscito dalla coalizione di governo se fosse avanzata qualsiasi modifica prevista ai privilegi (niente servizio militare obbligatorio, sussidi a iosa, ecc.) per i loro “fedeli”.

C’è chi legge la cosa come un rafforzamento – e sicuramente lo è – di Netanyahu e della sua leadership, ma è anche una bella frenata così, a occhio, ai pruriti bellici che il PM era andato attizzando da mesi nel paese contro l’Iran: Mofaz è dichiaratamente più vicino alla scuola di pensiero dei professionisti dell’intelligence e anche delle FF. AA. di Israele: che, sempre pronti a fare “il loro dovere” (la guerra) se ne ricevono l’ordine, non sono affatto convinti del pericolo chiaro e  incombente di un Iran dotato di armamento nucleare da cui effettivamente ma anche strumentalmente è ossessionato il PM – a prescindere da ogni considerazione pur rilevante di diritto internazionale: perché io sì e loro no? –da giustificare addirittura una guerra preventiva…

Certo. Mofaz aveva giurato pubblicamente di non negoziare mai e tanto meno di governare insieme a quel “mentitore e ladro di verità” di Netanyahu, ma in politica qui – e non solo qui – se ne sono viste tante di simili. Sicuro, ora bisognerà vedere se e quanto reggono le promesse di cooperazione in un sistema politico che è ancor più sbrindellato e frazionato e incapace di fare coalizione di quello italiano.

Ma al momento, il giudizio è bifronte: di qua, Netanyahu con la sua mossa del cavallo di cui nessuno, vista la rigida ingessatura politica che lo ha sempre caratterizzato, lo credeva capace, s’è assicurato altri diciotto mesi da premier che ormai era invece agli sgoccioli, almeno in teoria…; e, di là,  specie guardando ai nimbocumuli di guerra che opprimono la regione, dal punto di vista della pace o della guerra generale nell’area, con Mofaz a “condizionarlo” – sempre nella speranza che voglia e possa farlo – il clima sembra qualche po’ migliorato[106].

Stavolta ci pare azzeccata davvero la questione come la pone un non sempre ragionevole perché di regola troppo incondizionato e schierato difensore di Israele e delle sue ragioni soltanto: “qui non è chiaro se Bibi [il tenero nomignolo, familiare e del tutto sprecato, per Benjamin Netanyahu] ha messo insieme queste moltitudini [parlamentari in suo appoggio: 96 dei 120 seggi della Knesset] per non fare niente, ma meglio,  o per mettersi in grado, invece, di fare qualcosa di importante e garantire il futuro di Israele[107]”. Che non è, tenta di spiegargli anche questa voce sua amica, la guerra all’Iran, ma la pace coi palestinesi, cedendo loro come bisogna, in cambio della pace, i territori occupati.

●Sull’Iran, a questo punto, va fatto notare che, approssimandosi ormai al nuovo round di negoziato tra Teheran e i “5 + 1 di Bagdad verso fine maggio, entrambe le parti sembrano essersi onestamente impegnate a far crescere il clima descritto come positivo del round di  negoziati svolto a Istanbul dell’aprile scorso. In questo approccio il punto cruciale è stato l’accordo, messo per iscritto stavolta da tutte le parti – tutte – di adottare per le discussioni di Bagdad, come criteri-guida, gli standards, le condizioni stabilite nel Trattato di non proliferazione nucleare, cui l’Iran sottoscrive… al contrario di Pakistan, India, ecc., ecc. e, soprattutto, Israele[108].

E questa, come ha subito capito e si è inutilmente lamentato lo Stato ebraico, è stata una vittoria per l’Iran visto che il Trattato prevede come legittimo per tutti i paesi sottoscrittori il diritto che gli altri si prendono da sé non sottoscrivendolo a dotarsi di quello che i tecnici chiamano ciclo completo di sviluppo del combustibile nucleare.

Questo acquisito come fattore su cui c’è già l’accordo, adesso si passa ai dettagli: si chiede all’Iran di soddisfare la richiesta di tranquillizzare gli altri negoziatori che non sta fabbricandosi di nascosto anche armi nucleari sue proprie. E l’Iran, cui pure non sarà agevole, come non lo sarebbe a nessuno provare ciò che sembra difficilmente provabile – che non dispone di bombe – resisterà al tentativo che i falchi nelle delegazioni dei cinque, scavalcati a livello superiore, a livello politico dal richiamo specifico al Trattato e a ciò che esso permette, non accetta di accedere alle loro richieste.

Specificamente insistono, infatti, a negargli proprio quel diritto che il Trattato sancisce – gli chiedono di fermare ogni attività di arricchimento del suo uranio e la chiusura dell’impianto sotterraneo di Fordo che, però, è da sempre aperto alle ispezioni dell’AIEA, l’agenzia dell’ONU per il nucleare.

Serve, insomma, a questo punto, che prevalgano i cervelli più razionali della diplomazia su quelli di una politica ottusa e basata su pregiudizi e preconcetti in rapporto a quello, per esempio – ma è sintomatico – che vuole il “nemico”: lo stesso Ahmadinejad non ha mai – come dice la vulgata diffusa artatamente a e da Tel Aviv e Washington soprattutto – chiesto la distruzione di Israele o l’annientamento dello Stato ebraico.

Ha detto che l’Iran mira all’annientamento del regime sionista Israele. Ha chiesto, cioè, un regime change e non ha detto che per farlo vuole fare la guerra[109]. Come vuole e, invece, anche dice di voler fare Israele nei confronti dell’Iran e come gli USA hanno detto e fatto per cambiare a loro gradimento il regime sia a Bagdad che a Kabul. E poi senza neanche riuscirci, visto che hanno regalato l’Afganistan al caos e ai talebani che volevano distruggere e l’Iraq a un governo sciita e alleato dell’… Iran.

Alla vigilia di questo secondo incontro, Catherine Ashton la vice presidente della UE, responsabile della sua politica estera che presiede l’incontro di Bagdad, si sbilancia come mai prima e dice che stavolta “ha fiducia di poter arrivare a concordare un principio della fine” per il contenzioso, cioè “sul programma di armamenti nucleari iraniano[110]”…

Al di là delle sue, stavolta pare, genuine buone intenzioni, una scivolata diplomatica come questa – assolutamente tipica di una come la Ashton – quando Teheran giura da anni sul suo onore di non stare affatto perseguendo quel tipo di obiettivo e AIEA/ONU, insieme ai 16 servizi di intelligence americani e anche agli esperti dell’intelligence di Israele concordano sul fatto che l’Iran non sta costruendo ordigni nucleari e, secondo gli ex capi dello Shin Bet e del Mossad israeliani, non ha neanche deciso di farlo[111].

Ecco, a una cantonata diplomatica come questa, si può forse rimediare – a parte il coraggio politico che si richiede per farla e che non è certo consono a Lady Ashton – con un’altra dichiarazione più calibrata e attenta: che non dia per scontato proprio quello che scontato nel negoziato non è per niente. Ma il non onorare un impegno solennemente preso porta un colpo che può essere davvero mortale a un inizio di negoziato come questo, iniziato appena da un mese.

A Istanbul avevano annunciato insieme, i 5 + 1, che i termini di riferimento del processo negoziale avrebbero visto guidare la discussione “dal princìpio di reciprocità e da un approccio incrementale”, passo per passo. Significava, come avevano interpretato tutti gli osservatori – chi con allarme chi con soddisfazione – che si sarebbe fatto il punto sull’avanzamento o no del progresso della trattativa non ogni giorno ma a intervalli, con una valutazione che avrebbe visto concessioni reciproche, ognuna grosso modo di valore equivalente per il rilievo che le due parti loro attribuiscono.

Per dirla chiaramente, l’Iran si starebbe accingendo ad offrire misure di controllo ulteriori degli impianti di ricerca nucleare in Iran al di là di quelle già disponibili in quanto l’Iran è firmatario del trattato di non-proliferazione. Mentre il cesto dell’offerta dei 5 + 1 dovrebbe contenere anzitutto  la cancellazione di e, in generale, un progressivo sollievo delle sanzioni che l’ONU come copertura e, di fatto, USA e UE hanno affardellato dal 2006 sulle spalle dell’Iran.

Ma adesso pare proprio che gli USA, sotto la spinta dei propri fanatici al Congresso e del governo di Tel Aviv e il freno della consueta codardia politica del suo vertice esecutivo, di Obama, stia cedendo a tentazioni di intransigenza del tipo che di reciprocità, qualsiasi cosa sia stato detto e scritto, non si parla proprio. E siamo al solito: al solito illudersi ed autodeludersi di occidente e America in testa che puntano ancora sulla reiterazione di quello che a Washington chiamano il precedente di Dayton.

Quando, nel 2005, sanzioni, pressioni e minacce americane costrinsero a cedere sul Kosovo che voleva l’indipendenza senza negoziarla e per forza, anche se a rigore di diritto internazionale aveva ragione la Serbia[112]. Ma a favore del Kosovo c’era quello che ancora si credeva e in parte era il padrone del mondo, George Bush…  

Ma da allora il precedente di Dayton non è stato più ripetibile e con l’Iran è proprio fallito— di pari passo, da una parte, col declino avanzante della potenza, della ricchezza e dell’egemonia americana e, dall’altra, per il fatto stesso che tra la povera Serbia del dopo Milosevic e l’Iran c’è davvero un abisso: non solo nei dati (storia, popolazione, economia, risorse, ecc.) ma poi per influenza e impatto geo-strategico.

Rafforzato senza volerlo dall’insipienza degli USA che, pur convinti sia oggi l’Iran il nemico principale, hanno proprio usufruito del fatto che nell’ultimo decennio hanno a costi altissimi  provveduto a togliergli dai confini occidentali la storica minaccia irachena e a quelli orientali quella meno massiccia ma altrettanto pungente dell’Afganistan. E Teheran oggi, compresa anche la debole opposizione interna, constata che per la prima volta dopo duecento anni di umiliazioni imposte al paese dall’occidente e dalla Russia sta riprendendo il suo peso.

Adesso, la novità era stata la promessa di reciprocità. Ma corre il rischio adesso, se torna all’intransigenza sua tipica, ideologica e irrazionale, di bruciare anche questa occasione di ridurre le tensioni nell’area alleggerendo di un po’ una crisi economica che sta costando moltissimo, come vediamo, alle condizioni di vita dell’occidente.

Sono rose appena sbocciate che non potranno forse, dunque, arrivare neanche appieno a fiorire.  Prima di recarsi all’incontro, con un segnale obiettivamente pesante, Ashton ha, infatti, voluto – forse dovuto – recarsi  in visita a Tel Aviv (ma aveva ragione don Abbondio: che se uno il coraggio non ce l’ha… mica se lo può dare, no?). Perché avrebbe anche potuto dire di no: visto che a Teheran non si reca e, a Tel Aviv, Netanyahu le aveva ha già fatto sapere[113] che intende ripeterle tale quale l’appello dei falchi, anche e soprattutto di quelli americani, il Congresso anzitutto— che mai nessun accordo va raggiunto se, prima, l’Iran non si arrende, cioè se non accetta di congelare l’arricchimento dell’uranio che ha.

Si tratta anche di vedere se i falchi, sempre all’erta nei due schieramenti, daranno il tempo e il modo di farlo a chi sta tentando di ragionare e mediare… Adesso è l’ambasciatore americano a Tel Aviv, Dan Shapiro (ebreo ortodosso lui stesso), a divulgare ai quattro venti inopinatamente – in un discorso all’Ordine degli avvocati di Israele – quello che tutti sapevano e sanno, svelato e confermato da grandi reporters investigativi e vociferato da politicanti e demagoghi in America ma nessuno avrebbe pensato di poterlo vedere strombazzato e ufficializzato così da un diplomatico in carica e dalla sede, poi, dove esercita ufficialmente le sue funzioni.

Che cioè, gli USA sono pronti, e pronti anche subito, se l’Iran non cedesse a sanzioni e pressioni politiche e diplomatiche a “colpire preventivamente l’Iran: l’opzione non è solo sul tavolo, è pronta”, anche se – non c’è bisogno di dirlo – “preferiremmo evitarla[114]”.

Tra parentesi: gli USA stanno tentando di aumentare le pressione sull’India, sfiorando anche come spesso loro poi capita l’incidente diplomatico. Stavolta, non casualmente, è proprio alla segretaria stessa di Stato, Hillary Clinton, che, di passaggio a New Delhi, spiega ai suoi colleghi come e qualmente farebbero bene, pur dando atto degli sforzi fatti, a “diminuire la quantità di greggio che ancora importano dall’Iran”.

Applicando così “lealmente” – soggiunge, ma senza intuire che il suo suonava proprio come un avverbio di troppo – le sanzioni volute da Washington ma su cui al CdS dell’ONU l’India però, si era astenuta… facendo molto stizzire gli ospiti e facendosi chiedere così, altrettanto pubblicamente, dal ministro degli Esteri Somanahalli Mallaiah Krishna, a cosa mai dovrebbero essere leali, gli indiani[115]

Intanto, al centro della capitale indiana, mentre Clinton ripeteva la sua consueta predica ai leaders dell’opposizione nel parlamento indiano, una delegazione della Camera di Commercio di Teheran capeggiata da Yahya Al Eshagh, il suo presidente, incontrava un’analoga delegazione indiana per studiare “come riprendere al meglio gli scambi[116]” tra i due paesi… In pratica, un colossale e sonoro pernacchio, di quelli proprio al maschile come diceva Eduardo De Filippo…

Confermato subito dopo, col vice ministro del Petrolio, Dharmendra Pradhan, quando comunica ufficialmente a metà maggio che nel 2012-2013 l’India ridurrà dell’11%, a 15 milioni di tonnellate e mezzo di greggio, equivalenti a 310.000 barili di petrolio al giorno. Pradhan aggiunge anche che l’India ha ridotto nel 2011-2012 le importazioni dall’Iran a 17,44 milioni di tonnellate, del 5,7%[117].

Lo comunica l’inviato speciale americano per il coordinamento delle politiche energetiche in India, Carlos Pasqual, che doveva convincere quel governo a recidere del tutto il cordone dei rifornimenti di greggio con Teheran: no, borbotta alla stampa, la notizia “non ci fa proprio un’impressione gran che favorevole”, quando un giornalista indiano gli chiede se ritiene probabile che sia concessa al suo paese da Washington (non dall’ONU, si badi: almeno qui non c’è ipocrisia) l’esenzione dal dover rispettare le sanzioni: perché, lo sanno proprio tutti, solo formalmente le ha decise l’ONU[118].

D’altra parte, ora è ufficiale il dato, enunciato dalla stessa OPEC, che però non si pronuncia sul merito, che la valutazione di Teheran è che neanche quel livello di riduzione dell’import di greggio enunciato dall’India per il 2011-12 sia poi davvero effettivo. Secondo l’Agenzia, di cui l’Iran è sempre membro, però, l’impatto reale delle riduzioni avrebbe dovuto essere più significativo— ma il paradosso delle due valutazioni contraddittorie non tenta neanche di provare a spiegarlo[119]. Misteri del petrolio  e della nuova guerra fredda…

●C’è forse anche da notare che la panoplia dei dardi della rappresaglia per “punire” chi non è d’accordo con gli USA, col tramonto del Sarkozysterismo nei confronti dell’Iran, tipo addirittura la voglia di fare da frangiflutti agli americani, come già qualche mese fa per la Libia, ha tolto dalla disponibilità automatica degli Stati Uniti il pungolo con cui tutta l’Europa sistematicamente veniva spinta dove voleva Washington in modi supinamente inaccettabili e, anzi, qualche volta pungolava, pubblicamente e in senso oltranzista, la stessa amministrazione di Obama.

●Intanto l’Iran ha proprio adesso annunciato che lancerà un satellite FajrAlba nel corso del mese che si chiama Khordad e che comincia dal 21 maggio: il terzo mese del calendario persiano. Lo comunica il ministro della Difesa, Ahmad Vahidi[120], lasciando naturalmente intendere che si tratta di un lancio a scopi militari e non proprio scientifici in sé. Il satellite, il cui scopo Vahidi, però, non ha specificato, seguirà un’orbita ellittica con un raggio di 400 km. restando nello spazio per circa un anno e mezzo.

E anche qui – stavolta ancora più inspiegabilmente del solito – sembra valere un criterio di due paesi e due misure. In fondo, quanto adesso annuncia di voler fare l’Iran è proprio quello che la Corea del Nord ha fatto un mese fa – annunciando essa, almeno, che si trattava di un satellite di ricerca scientifica – e suscitando allarmi, denunce, e – che strano, no? – anatemi e minacce di altre pesanti sanzioni; ma stavolta al lancio di un missile balistico da parte del peggiore fuorilegge internazionale, nessuno sembra avanzare la minima obiezione. Lo stesso dipartimento di Stato, sulla materia, non ha nemmeno fiatato: e la cosa appare davvero strana considerando che fino a ieri aveva accusato i due paesi-canaglia Nord Corea e Iran di cooperare nei loro programmi atomici militari.

●Contemporaneamente, per la prima volta da anni, e in parallelo con la visita dei 5 + 1 a Teheran, arriva nella capitale persiana il capo della Agenzia delle Nazioni Unite per l’Energia Atomica (AIEA), Yukiya Amano, e annuncia che la sua Agenzia sta raggiungendo l’accordo, e presto lo firmerà, che risolverà la disputa a latere – avulsa dal negoziato dei 5 + 1 – sull’accesso dei suoi ispettori all’installazione atomica di Parchin[121], 30 km. a sud-est di Teheran: che Israele e gli USA sospettano – niente di più preciso e tanto meno documentato – di lavorare a sviluppare un ordigno nucleare.

Ora che l’AIEA – come ha spiegato il capo negoziatore iraniano Saeed Jalili e ha riferito Amano – “ha avanzato la sua richiesta non a nome di altri poteri ma suo e nella forma appropriata, diplomatica e politicamente corretta, ora la sua richiesta può essere onorata”. Jalili e Amano – specifica l’alto funzionario dell’ONU – hanno concordato adesso sulla struttura dell’accordo bilaterale, e lo firmeranno presto, aggiungendo come Jalili di escludere che possano impedirlo le “piccole differenze” ancora esistenti.

Che però proprio piccole non sembrano. Riemergono ostacoli[122] quando gli USA – e gli altri a rimorchio – provano a far saltare ancora la reciprocità di cui avevamo già detto: gli USA chiedono, ancora una volta prima anche solo di discutere qualche concessione sul lato sanzioni, la resa preliminare dell’Iran che dovrebbe annunciare l’alt all’arricchimento dell’uranio. L’Iran ha detto no… Ma stavolta i colloqui proseguono…

Riprendono è stato deciso, il 18 e 19 giugno, a Mosca[123], stavolta – Teheran aveva proposto maliziosamente Parigi (ora c’è Hollande, non più Sarkozy…) e gli USA avevano controproposto Londra: la mediazione, più gradita comunque all’Iran, è stata la Russia – e lo ha annunciato Catherine Ashton per la UE, tagliando corto agli alti lai esterni in arrivo da Israele. Entrambe le parti, ribadisce la vice presidente della Commissione, hanno infatti interesse a superare le divergenze che, comunque, restano: importanti.

Teheran ha interesse a cercar di veder cancellare, almeno in parte, le sanzioni sul petrolio che l’UE ha deciso (o, almeno, avrebbe deciso…) di cominciare ad applicare da luglio; e gli altri, USA, Europa, russi e cinesi, hanno l’urgenza di trovare qualche pomatina da spalmare sulle nocche di Israele per frenarne le pruriginose velleità di guerra preventiva che Tel Aviv lancia ad altissima voce un giorno sì e l’altro pureualcosa che freni  contro Teheran ma che coinvolgerebbe, lo sanno tutti, l’area intera del Golfo e del Medioriente…  

●Sempre sul rapporto complesso e complicato tra Europa e Israele ma anche, finalmente, Palestina, una volta tanto va segnalato un fatto positivo che lo segna secondo noi positivamente.

C’è stata stavolta una posizione nuova e di rilievo da parte dei ministri degli Esteri dei 27 paesi dell’Unione europea, sullo stallo e le responsabilità dello stallo del processo di pace[124]. Mette sotto accusa con grande nettezza, anche se con rigorosa delimitazione della critica per ragioni esclusivamente politiche (ricordavamo, appena adesso, no?, don Abbondio), la politica di Israele nei confronti dei territori occupati e, specificamente, della cosiddetta “area C” della Cisgiordania occupata.

Continuano, e sono fermissimamente da condannare, le demolizioni da parte delle autorità israeliane d’occupazione, esercito e governo di Tel Aviv, delle infrastrutture palestinesi, compresi i progetti d’aiuto sostenuti dall’Unione europea come cisterne per l’acqua e stalle che, anzi, sono state intensificate ostacolando lo sviluppo dell’economia palestinese e incrementando il rischio di dislocazione e espulsioni di intere comunità già in condizioni molto precarie.

In definitiva, anche se delimitando (don Abbondio…) a un punto tutto tecnico e volutamente niente politico la propria critica, stavolta l’Europa ha chiaramente rigettato in radice tutta la gestione dei governi israeliani che hanno occupato dal 1967 la Cisgiordania.

E, stavolta, va oltre la constatazione ma passa a denunciare, con rigore e durezza, l’impatto quotidiano e violento degli insediamenti illegali dei cosiddetti “coloni ebraici” (cosiddetti perché è la nozione aberrante che essi stessi spesso accettano e anche danno di sé…), le restrizioni dei permessi di costruzione per i palestinesi, la resistenza sorda e il rifiuto, invece apertamente eclatante, che restrizioni e demolizioni sistemiche e sistematiche delle infrastrutture necessarie a un minimo di vita civile hanno sull’esistenza stessa delle comunità palestinesi.

Il problema è che adesso bisogna passare dalla denuncia/constatazione alla decisone di intervenire per aiutare concretamente, anche – non lo dice, il documento dell’Unione, ma è sottinteso visto l’immediato rigetto di Netanyahu che naturalmente strilla all’antisemitismo anche se l’ultimo periodo del documento riguarda la necessità di garantire la sicurezza di Israele, come se all’improvviso la sicurezza dei palestinesi fosse andata a finire del tutto tra parentesi – sfidando le resistenze dell’occupazione – queste comunità a riconquistare i loro diritti. In altri termini, ora bisogna che la responsabile della Politica estera comunitaria, la Ashton, e i governi europei diano conseguenza e coerenza a una posizione che altrimenti resta infruttuosamente solo di principio.

●Spostando il fulcro dell’attenzione, ora, al delicatissimo nodo del rapporto tra le superpotenze – come si diceva una volta, ma come si può ancora ben dire sulla base del rapporto effettivo di forza in campo più specificamente centrato sulla potenza nucleare disponibile alle due potenze atomiche e a quelle minori – Putin ha fatto sapere a Obama, che gli presentava i suoi auguri per la nuova presidenza russa appena inaugurata, che lui non sarà al vertice dei G-8 (strano accrocco che sopravvive inutilmente a questo suo 38° appuntamento annuale per Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Russia, a Camp David, in Maryland, il 18-19 maggio[125].

Sta ancora lavorando, dice, a sistemare il nuovo assetto della presidenza e del governo dopo la sua inaugurazione e ci manda il nuovo primo ministro che, come è noto, in questo balletto delle poltrone di velluto rosso sul palcoscenico di Mosca, è il vecchio presidente della Federazione russa, Medvedev… e viceversa.

Lui, Putin, sarà invece certamente presente il mese prossimo, 18-19 giugno, a un mese data, a Città del Messico, al G-20: l’organismo economico internazionale che da pochi anni più realisticamente ormai ci sono anche Cina, India, Brasile… e in quella occasione lui e Obama hanno anche calendarizzato, a latere, un incontro bilaterale nel quale verrà sicuramente affrontato il contenzioso reale tra i due paesi: compresa la questione rovente degli euromissili e dello scudo spaziale…

Rovente, la questione, lo sta davvero arrivando ad essere ormai:

• da una parte c’è, infatti, la posizione per lo meno ambigua di Obama: che, non ha mai creduto né alla necessità né all’efficacia degli antimissili americani collocati ai confini russi e sussurra a Medvedev, il mese scorso, colto però da un microfono accesso a tradimento, che i russi devono solo avere pazienza e, dopo le elezioni di fine anno calmerà lui i bollori dei suoi falchi per un sistema d’arma che riconosce egli stesso essere provocatorio (nella sfida tra spada e scudo, da sempre se una migliora anche l’altro lo fa…: se quelli dislocano gli antimissili, questi da parte loro piazzano più missili… e viceversa: è nella natura della bestia stessa) e quelli dei falchi europei (gli ex satelliti dell’URSS e alleati della NATO in Europa, nuovi vicini nervosi della Russia); e

• dall’altra, c’è il borbottio iracondo quanto scontato, del ministro russo della Difesa Anatoly Eduardovich Serdyukov, uno della nuova giovane guardia che fa squadra con Putin e che ora, l’11 maggio, torna ad avvisare della preoccupazione russa, già ben nota, per il possibile preannunciato schieramento dei missili antimissili americani in Polonia, Cechia e quant’altri siti ai propri stessi confini, ammonendo che “se necessario saranno distrutti[126]”— e mette in rilievo sia il se  – sia il verbo imperativo al futuro: i missili a breve raggio che Mosca h schierati a casa propria, gli “Iskander, sono più che adeguati a neutralizzare” i missili americani.

Al Cremlino, stiamo sempre aspettando una risposta precisa e netta da Washington; ma qui arrivano accenni di risposta sempre equivoci, la richiesta di portare pazienza di qua e l’annuncio a vari Comitati del Congresso e/o vertici e incontri della NATO, di là, che comunque ‘a prescindere dal punto di vista russo, gli antimissili, se decideremo di schierarli, saranno schierati’, come ha appena ripetuto alla Commissione esteri del Senato un alto esponente, il più direttamente responsabile di questo dossier e dei rapporti americano-russi dell’Amministrazione Obama[127]… “Lui dice che prescinderanno da noi, ma è bene che ci prendano sul serio quando dicicmao che n oi non prescinderemo da quel che faranno loro[128], ha ringhiato il gen. Serdyukov.

●E c’è anche la caparbia insistenza con cui, visto che al di là degli intenti dichiarati gli americani nei fatti vanno avanti coi loro progetti di installazione di missili antimissili ai confini russi – le dichiarazioni, che comunque rifiutano di mettere in forma scritta e cogente, essendo che la Russia non c’entra…, che si tratta di armi puntate contro ordigni nucleari iraniani… i quali, però, a nessuno risulta neanche che esistano davvero, anche se, così per caso, gli antimissili vengono messi a cinquanta km. dai confini dei russi… – Mosca insiste a sperimentare, e a far sapere che sta sperimentando dal cosmodromo di Plesetsk vicino a Arkangelsk, sul mar Bianco, un nuovo missile balistico intercontinentale un Topol M-8 (designazione NATO SS-27) di disegno particolarmente avanzato.

Chiamato Avanguardia, porta da 12 a 16 testate, anche nucleari, indipendentemente mirate a bersaglio. A settembre del 2011 aveva fallito il lancio ma stavolta – annuncia il portavoce del ministero della Difesa, Vadim Koval, ha avuto pieno successo arrivando a bersaglio in Kamchatka, penisola immediatamente a nord del Giappone in Asia orientale[129] seguendo rotta e tempi previsti…

●Intanto Vladimir Putin si insediato al Cremlino, con la pompa e le circostanza messa debitamente in ridicolo, di ogni simile cerimonia— dove tutti, naturalmente, si scordano della trave nel proprio occhio e criticano la pagliuzza dei suoi “corazzieri” senza tenere a mente la parata inaugurale sulla Constitution Avenue a Washington, ogni quattro anni il 21 gennaio, con  le majorettes e i costumi reggimentali rivoluzionari americani del ‘700; o la grottesca intronizzazione di Buckingham Palace con le corona imperiale e i suoi sfarzosi diamanti da dieci chili a schiacciare la testa del/la sovrano/a di turno.

Così, adesso, per dare un’idea di come lo hanno accolto da noi in occidente quelli che si peritano di formare la pubblica opinione, c’è chi ha così commentato: Vladimir Vladimorovič “Putin ha svelato la composizione del suo nuovo governo dominato da lealisti pronti a stringere la presa sull’economia e la sicurezza nazionale. Un nuovo governo che probabilmente ridurrà la capacità del primo ministro Dmitry Medvedev di perseguire le riforme di mercato[130] che, secondo loro, lui avrebbe in mente.

E questa è la rubrica delle notizie che, secondo la divisa all’anglosassone come nel miglior giornalismo di quello stampo – e questo è l’Economist che, di certo, ne è esemplare eccellente – distingue le notizie dai commenti. Bene, adesso leggete questa frase applicata a Hollande, inaugurato negli stessi giorni, invece che a Putin: qualcuno si meraviglierebbe se ai posti chiave del suo nuovo governo, mettesse uomini suoi (i lealisti), specie per le questioni chiave dell’economia e della sicurezza nazionale? gente in grado, se lui vuole, di tagliare le unghie a un primo ministro che volesse mettere in piedi riforme – di mercato o non di mercato che fossero – ma secondo una sua agenda a lui sgradita? sarebbe normale l’inverso? lì come qui? buffoni!!

●Anche la NATO, come quasi ogni altra istituzione di oggi, sta passando un momento di credibilità, diciamo, ballerina. Al vertice di maggio di Chicago del 20-21 maggio, il 25° dell’Alleanza tenuto a ridosso a ridosso del G-8, non aveva invitato, malgrado le marcate richieste e anche pressioni di Washington, il Pakistan che avrebbe invece volentieri accettato: poi, caricando insulto ad offesa, il segretario generale Rasmussen, da fine diplomatico, ha detto in pubblico come, se riapre le sue vie di comunicazione ai rifornimenti militari per l’Afganistan, il Pakistan potrebbe essere ancora invitato[131].

Così, tanto per sbugiardare quanto aveva appena finito di dire il comandante americano dell’ISAF, gen. George Allen – che i sei mesi di blocco ai rifornimenti da parte di Islamabad non avevano danneggiato in niente lo sforzo bellico degli alleati— un’affermazione incosciente o irresponsabile non spiegando in niente perché NATO e ISAF avessero, allora, tanto insistito per riaprirne il transito fino a pagare, da adesso in poi – se le voci trapelate fossero, come sembra, poi confermate – sui $ 5.000 per ogni camion che passerà ancora…

E quando il governo pakistano ingoia di brutto e promette di “ripromettersi” di riaprire il transito via terra, la NATO, cioè gli USA non dicono di volerlo prima verificare ma si accontentano e alla fine lo invitano. A Chicago così andrà il presidente, Asif Ali Zardari[132], che adesso anche di questa decisione, però, quando i nodi verranno al pettine sarà chiamato a rispondere, speriamo per lui, non dai suoi talebani…

●Ma il baratro, che si sta aprendo tra americani e alleati, non solo afgani ma anche pakistani, non finisce di continuare a allargarsi… Zardari era appena arrivato che arrivava anche la notizia, a occhi occidentali certo non poco curiosa, che in Pakistan un tribunale dell’area tribale del Khyber aveva appena inflitto 33 anni di carcere a un medico, Shakil Afridi, riconosciuto colpevole di aver aiutato la CIA all’insaputa dei servizi segreti e del governo del Pakistan[133]: cioè di alto tradimento.

Con un lavoro di spionaggio attivo, non autorizzato e a favore di un paese straniero, Afridi aveva infatti dato più di una mano agli USA, aprendo un fittizio pronto soccorso gratuito per la vaccinazione antipolio dei bambini poveri a Abbottabad, la cittadina dove s’era inguattato e col suo aiuto è stato scovato, sorvegliato per mesi e poi ammazzato a freddo Osama bin Laden dai corpi speciali della marina statunitense il 1° maggio 2011.

Insomma, adesso l’hanno incriminato per aver aiutato il paese alleato principale del suo a perseguire ed abbattere il nemico pubblico numero uno: ma nemico dell’America non del Pakistan… Ma il Dr. Afridi ha avuto la fortuna di venire perseguito sotto una legge del vecchio impero britannico sui crimini commessi in zona di frontiera invece che in base al codice penale nazionale che al tradimento riserva senza eccezioni la pena di morte.

E si capisce che, in America, hanno difficoltà a capire. Se la campagna per liberarlo ed espellerlo, già lanciata in America da deputati, senatori e guru dei media, avrà successo – e probabilmente, il peso dell’America è tale che riuscirà a far breccia, anche se al rallentatore e molto in sordina (con mazzette adeguate oltre che pressioni politiche) sull’opinione pubblica pakistana –  al Dr, Afridi sarà facile aprirsi uno studio medico di gran lusso a New York o dovunque coi 50 milioni di $ che gli spettano per aver fatto catturare (o meglio assassinare: vivo o  morto, diceva la locandina dell’FBI) l’ex nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti d’America…

Intanto, per il momento, a Chicago, Obama ha rifiutato di incontrare Zardari (e da capo di Stato a capo di Stato è stato uno bello schiaffo in faccia… soprattutto perche la Casa Bianca si è data da fare per farlo sapere ai media americani) delegando la signora Clinton a vederlo— in un colloquio che è stato difficile e s’è concluso con larga insoddisfazione di entrambe le parti: lei ha parlato quasi sempre da sola e, come sempre, predicando all’interlocutore le regole di condotta…, lui cupamente cercando di spiegarle la complessità della realtà politica e della cultura del suo paese[134]… 

Invece la NTO aveva invitato Russia, Cina e India chiedendo loro di partecipare alle fasi pubbliche e non riservate, con la possibilità, anche, di esprimere la loro opinione. Che invece – anche forse proprio perché sono davvero ormai tra i G-8 veri – altro che Inghilterra, Italia e Canada… – ma neanche lì erano stati invitati – hanno detto di no. Ci saranno, invece, Qatar, Marocco, Giordania e anche Emirati Arabi Uniti…

Anche Israele non è stata invitata al vertice di Chicago[135]: si era detto, e Istanbul – che come ogni altro membro della NATO ha un diritto di veto che non viene mai esercitato (ci pensano gli USA da soli) ma può, se vuole, utilizzare – aveva lasciato dire, di aver messo il veto alla partecipazione di Tel Aviv per le mancate scuse formali sul massacro della decina di dimostranti filopalestinesi turchi fatto sulla nave turca Mavi Marmara ormai due anni fa, durante il blocco e l’assedio di Gaza dalle Forze armate di Israele.

Ha smentito ufficialmente il segretario generale Rasmusssen, convinto, chi sa?, che fossero tutti farlocchi come lui gli interlocutori visto che ha voluto personalmente precisare alla stampa internazionale come la ragione della non presenza di Israele fosse invece semplice semplice: che non prendendo essa parte alle principali missioni militari della NATO, tipo Afganistan e Iraq, non c’erano proprio ragioni per invitarla…

Semplice semplice, dunque, la spiegazione, e sempliciotti quelli che la sono stati a sentire senza domandargli neanche per chi li avesse presi visto che, invece, aveva appena finito di elencare lui stesso quelli che erano stati invitati, quasi una ventina di paesi non NATO l’apporto di molti dei quali, come è ben noto – Qatar, Giordania, Marocco… – alle missioni ISAF/NATO a Kabul e a quella in Iraq era stato uguale, precisamente, a zero spaccato…

●Anche qui, alla fine, l’unica cosa concreta emersa sull’Afganistan dalla kermesse del vertice NATO – mezza celebrazione (ma di che poi?)-mezza ricerca, abbastanza disperata, di come mascherare ancora almeno per un po’ la verità nuda e cruda: che “abbiamo perso e ce ne andiamo [136] – è che i capi della NATO, governanti e militari, molti anche riluttanti hanno però deciso e annunciato con un accordo pietra-miliare che “entro metà dell’anno prossimo”, con un anno e mezzo d’anticipo sulle cadenze già annunciate, il controllo dell’Afganistan— cioè, per dirla com’è e senza eufemismi, il compito di fare la guerra contro i talebani e gli altri insorti, passerà completamente alle forze di sicurezza locali.

E’ la decisione che era stata in qualche modo preconizzata da anni e che mette l’alleanza occidentale sulla strada ormai “irreversibile”, tale e quale fu nel 1980 per i russi, dell’abbandono del paese e di una guerra, durata più di un decennio, dannatamente impopolare in America e in Europa (ma alla fine molto più lì, poi, in Afganistan) ma dannatamente voluta dai nostri governi.

Che, noi – potendo pur farlo al contrario degli afgani – avremmo però anche potuto sbattere via dal potere col nostro voto— senza avere, comunque, il coraggio di farlo. E così, alla fine – alla fine…: alla fine, diciamo, per ora di questa tappa – dell’avventura-sventura temerariamente azzardata nel paese che ha nella storia messo alla porta le invasioni di Alessandro Magno, di Gengis Khan, dell’invitta Armata Rossa sovietica che aveva schiacciato nella polvere il Terzo Reich e, infine, di quella onnipossente e fantamoderna a stelle e strisce americana, forse possiamo/dobbiamo anche cominciare a fare il conto dei morti “nostri”, a oggi.

●A Kabul adesso cambia anche l’ambasciatore americano. Ryan Crocker torna a casa “per ragioni di salute”, dice, ma in realtà perché non gli è facile accettare di rappresentare la nuova linea del ritiro accelerato. Sarà probabilmente rimpiazzato dal suo vice James Cunningham probabilmente già a fine giugno, anche se pure lui non sembra proprio convinto della scelta[137].

Ma il fatto è che sempre, quando cambia radicalmente una linea, almeno in America e di sicuro in modo sensato, da sempre va cambiato chi era delegato a rappresentarla: ambasciatori e comandanti militari sul campo che hanno “incarnato” una linea non restano credibili se se la vedono cambiare contro le proprie risapute opinioni. E, quindi, quando la linea cambia, cambiano di conseguenza anche loro.

La nuova linea è che, se la NATO se ne andrà entro il 2013 ormai, gli USA lasceranno del tutto il paese entro il 2014: e non era quella enunciata, ufficiale, di Obama dieci mesi fa, quando Crocker, tornato su personale richiesta del presidente in servizio attivo, assunse l’incarico a Kabul.

●Ma pochi dubitano che l’anno prossimo sarà spiacevole e pericoloso per chi resta. Non saranno i soldati francesi: Hollande, tanto per dare un segnale in proprio, ha subito informato il consesso a Camp David di aver ordinato, prima ancora che venisse formalmente presa la decisione collegiale, che comunque il contingente di Parigi ancora in loco (2.000-2.500 soldati, in specie nell’area di Kandahar) se ne andrà subito, a giorni.

A stare a certe propensioni già incautamente avanzate, dopo che Monti era già partito dal ministro degli Esteri Giulio Maria Terzi di Sant’Agata – tra questi diplomatici di carriera, se non c’è almeno il doppio nome e cognome, la carriera si ferma presto…, avete notato? – come sempre teso a fare l’americano più degli americani: potremmo essere noi gli,ultimi coglioni a crepare per questa guerra (mai come i francesi, noi!, dice alla televisione italiana)…

E poi c’è un’altra differenza, adesso, di cui tener conto. Al contrario degli americani, che agli afgani da tempo forniscono solo gli scarti tecnologici e gli strumenti da guerra che dismettono, i russi quando se ne andarono trasferirono ai soldati dell’esercito del presidente Najibullah lo stesso armamento che avevano portato, senza riportarselo indietro, lasciandoli quindi ben equipaggiati. E così, Najibullah prima di finire linciato per le strade di Kabul riuscì a resistere ancora tre anni… Adesso, con gli scarti dei GI’s, Karzai quanto dura?

Anche così si spiega il risentimento delle truppe afgane che si sentono e si vedono trattate da alleati di seconda fila, e che diventano ormai un media di cinque-sei casi di “fuoco fratricida” alla settimana tra alleati americani e afgani…

Infine, e avviandoci a mettere il punto e a capo a questa guerra – certo: almeno per quel che ci riguarda – è ora di cominciare a ricordare qual è stato il vero conteggio dei morti. Cominciando dai  nostri… che, tra americani e alleati, sono 2.974[138]. Ma i morti tra i civili afgani (e anche tra i loro soldati e gli insorti) restano un dato assolutamente incerto.

I morti tra donne, bambini, vecchi e uomini che sono soltanto vittime, per mano di tutti – talebani, esercito afgano e ISAF – è il meno attendibile perché stime credibili – quindi non quelle appena citate che partono dicendo che non si sa perché nessuno neanche li conta – ma fonti sempre americane forniscono: nell’ordine, e non si può essere più precisi, cautamente stimato, di decine di migliaia di vittime[139].

E forse bisognerà anche che qualcuno chieda – si chieda… ci chieda – la più importante di tutte le questioni che non hanno trovato al vertice NATO  risposta perché nessuno pubblicamente ha posto neanche la domanda, in due giorni di discussione: come sarà adesso la vita del popolo afgano? è servita a qualcosa sotto questo profilo l’invasione, la guerra, e a quei costi? o, come a non pochi appare sempre più chiaro adesso, va, finirà con l’andare anche peggio[140]?

Infine, sul tema di fondo, la NATO, un’osservazione magari anche interessata ma certamente corretta, che non possiamo permetterci di ignorare anche se viene da un osservatorio singolare, come il Quotidiano del Popolo[141] di Pechino, l’organo del Comitato centrale del Partito comunista cinese: questo vertice è stato “un chiaro richiamo alla divergenza crescente fra le due sponde dell’Atlantico su come e dove la NATO dovrebbe indirizzrasi”. Divergenza che, poi, è una delle ragioni diverse per cui “la NATO si sta marginalizzando”.

GERMANIA

Tutto qua? Forse no, però… (vignetta)

Il 15 maggio, dopo aver giurato al mattino, Hollande vola a Berlino al suo primo vertice (France24, 5.5.2012, Merkel-Hollande Summit)

 

Fonte: The Economist, 112.5.2012, KAL

 

●Con un’alzata nostalgica degna dei tempi andati, il presidente della Bundesbank, la Banca centrale tedesca, Jens Weidmann, ha detto alla stampa del suo paese[142] che è del tutto assurdo anche solo pensare che la sua banca lascerebbe alzare il tasso di inflazione: cioè, visto che la BB non fissa più proprio niente di niente e non può che votare pro o contro ma non può proprio lasciare o non lasciare muoversi l’inflazione ma ci pensa per tutti la BCE, ha puramente e semplicemente millantato credito arrogandosi ancora un competenza che ormai non ha proprio più… o che meglio ha solo per 1/17 del totale.

Il fatto è che sic transit gloria e, comunque, omnipotentia mundi: certo, l’1% dei tedeschi conta sempre più di quello di chiunque altro ma ormai non più un parere sempre decisivo (lo attestano le dimissioni di Jürgen Stark componente del Direttivo e capo economista della BCE quando, a settembre scorso, per aver tenuto sul mandato affidatogli dalla Bundesbank di bloccare col suo veto, su un tema chiave come la prima iniziativa spinta dal nuovo presidente Mario Draghi, per aumentare la liquidità nell’eurozona, non gli diedero retta e lo misero in minoranza, costringendolo a dimissioni immediate. Anche qui, forse, un prodromo di umiltà che sarebbe meglio cominciasse a praticare, e che dovrà ormai praticare – speriamo – tutta la Germania…

●Tornando alle elezioni del Land del NordRhein-Westfalen che hanno duramente colpito nel risultato e nel prestigio politico, le scelte di Merkel, abbiamo accennato parlandone soprattutto per le conseguenze sperate e/o paventate che avrebbe potuto avere nel capitolo EUROPA alla necessità di non sbagliare analisi: sarebbe appunto facilmente sbagliata l’equazione voto perso uguale a rifiuto di Merkel e della sua politica perinde ac cadaver – e, ormai, di cadaveri spesso proprio si tratta – di austerità e rigore soprattutto per gli altri.

In questa situazione, il buon risultato della SPD non è affatto dovuto alla sua linea “riformista”: dai tempi del governo rosso-verde di Gerhard Schröder e del suo “abbandono degli ideali”, suo e del suo vice “verde”, il ministro degli Esteri Joshka Fischer – cominciato forse con l’appoggio alla guerra americana in Kosovo e finito, per il primo, nel CdA della BO e con la presidenza del Comitato di azionisti (sostanzialmente russo-tedeschi) del gasdotto Nord Stream e, per il secondo, come membro del Consiglio d’amministrazione del gasdotto europeo Nabucco, peraltro solo fantomatico parto dei cervelli di qualche Commissario all’energia dell’Unione europea e mai concretizzato in niente[143]… Insomma, il petrolio – come si sapeva – non puzza…

Ma con la Merkel tutti i successori di Schröeder hanno, non a caso alla fine toppato, malgrado il cumulo di risultati negativi da lei registrati in molte, quasi in tutte, le elezioni regionali. Perché, di fronte alla scelta secca e tutta politica tra destra, CDU, i Neri, die Schwarzen – rigoristi e conservatori convinti ma attenuati a anche populisti e non solo demagogicamente anche attenti alle dimensioni sociali che elettoralmente male mai fa – e la sinistra, la SPD, i Rossi, die Roten, alquanto slavati – attenti al sociale a parole e programmaticamente ma sempre disposti a fare le controriforme che i mercati richiedono e, essendo più a sinistra, chiamati anche sempre dai mercati a sponsorizzargli per primi quelle controriforme – chiamati a scegliere fra un rosso che si tinge di grigio proprio come il nero, gli elettori alla fine – qui, come dovunque – al surrogato finiscono col votare per l’originale…

Qui, in Nord Reno-Westfalia, la SPD ha non solo “tenuto” ma è andata avanti ricostruendosi una credibilità di sinistra ragionante ma genuina, e creduta tale, intorno alla persona e alla personalità di Hannelore Kraft la candidata governatrice, figura nuova e emergente della sinistra del partito e alla fiducia che è riuscita a costruire intorno a sé. Un elettorato che oscillava nei sondaggi all’inizio della campagna  tra il 27 e il 30%, mettendosi a dire cose esplicitamente “di sinistra”, per dirla alla Moretti, è riuscito a rendesi credibile, lasciando al palo al 26% di voti Merkel e il suo Röttgen e anche, dichiarandolo, mettendosi in contrasto, certo parziale ma netto, con le posizioni ondivaghe dell’SPD nazionale.

Perché è necessario fare molta attenzione prima di tirare conclusioni affrettate, agendo poi in base alle quali in Europa si potrebbero avere alcune gran brutte sorprese. Perché Merkel è ancora il politico più amato e anche considerato nel suo paese. Essendosi anche liberata di tutti i suoi contendenti nel partito, fatti fuori uno per volta— buon ultimo, proprio il ministro federale dell’Ambiente, Norbert Röttgen, aveva puntato al doppio incarico da ministro e governatore nel NordReno-Wsstrfalia proprio come trampolino di lancio per la successione al cancelliere nel 2013. Ma adesso è stato costretto – qui le sconfitte si pagano – anche a lasciare il gabinetto.

  Il fatto è che l’elettorato moderato e conservatore ripone sempre fiducia nella cancelliera, che nei sondaggi distanziava nettamente qualsiasi politico dell’opposizione. Solo che adesso c’è la Kraft: ma la sua proposta è nettamente diversa. E non è detto che, .e il voto tra un anno dovesse concentrarsi su una scelta duale, lei o lei, la nera o la rossa questa ce la farebbe.

Perché per i tedeschi di qualsiasi colore Merkel è custode dei “soldi dei tedeschi” contro lo “sperpero” dei paesi non virtuosi che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità, per utilizzare la vulgata e la formula che ha sapientemente sfruttata ma tanto sempliciotta da diventare rischiosa ormai forse per l’esistenza stessa dell’Europa che, con la complicità di tanti farlocconi europei della scuola lib-lab alla Blair o alla D’Alema hanno garantito a lei personalmente ancora tanta personale fiducia.

Insomma, non sarà semplice per l’SPD sconfiggere la Merkel quando nel 2013 si andrà al voto, se rischieranno di essere percepiti dall’opinione pubblica come il partito della spesa irresponsabile, dello sperpero dei soldi dei tedeschi, delle tasse e un possibile governo sbracone che farebbe concessioni a carico della Germania ai paesi “spreconi”.

Partito di governo come sempre o alternativo, in difesa o all’attacco? La paura di perdere, andando a sbattere contro il muro di popolarità personale della cancelliera, è quasi palpabile e le divisioni fra i tre possibili candidati SPD alla cancelleria, Peer Steinbruck, appoggiato da Gerhard Schröder e da Helmut Schmidt, i padri nobili moderati del partito, Sigmar Gabriel l’attuale segretario non proprio popolare e Franz-Walter Steinmeier, capogruppo al Bundestag, non aiutano a fare chiarezza.

Forse se i suoi insisteranno ora su Hannalore Kraft e il suo diverso carisma, però, invece di accontentarsi di offrire la politica di Merkel con un volto un tantino più umano. E se, stavolta, il resto dell’Europa, dopo la caduta di tanti, forse tutti i governi che vogliono solo gestire l’esistente facendo “passa’ ‘a nuttata”, premesse già da adesso su lei perché cambiasse indirizzo, chi sa…

FRANCIA

●E così è stato Sarko-no. Sarkozy ha perso per distacco: 4 punti percentuali – proprio quelli che gli assegnavano gli ultimi sondaggi estremamente precisi – 48,3  a 51,7%. E Hollande ha vinto su una piattaforma esplicita: aumento della spesa pubblica per aiutare il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie, di rifiuto secco delle politiche sarkoziane pro-business e filo-banche di preoccuparsi prioritariamente di far ridurre deficit e debito e s’è impegnato a rinegoziare, contro l’esplicito nyet di Merkel, la revisione del Trattato dell’Unione con la quale i 27 paesi membri decisero o di fatto, non mettendo il veto, lasciarono decidere agli altri la riduzione obbligatoria dei deficit sotto tetti decisi insieme e da applicare a forza di multe.

Ora il target è stato ribadito al 3%, ma il deficit/PIL che eredita Hollande è al 5,8%. Il debito pubblico non è tra i più elevati ma è ben sopra il target del 60% del PIL, all’86%. La disoccupazione arriva a fine dell’anno scorso al 9,1%. E, così, chi predicava bene e con questi numeri dietro le spalle, razzolava malissimo è diventato un altro dei tanti ormai capi di Stato o di governo a rimanere schiacciato dal no corale alle politiche di austerità predicate per tutti ma praticate solo per i meno abbienti ma più numerosi.

Questi i dati ufficiali alla vigilia delle elezioni. Adesso, subito dopo, la stima stilata per la Francia come per tutti gli Stati membri, dalla Commissione europea[144] valuta che il deficit di bilancio nel 2013 in questo paese sarà ancora oltre il target del 3% (che Hollande, invece, s’è impegnato a far rispettare), al 4,2 – dice – del PIL. Per farlo, il governo dovrà però trovare 24 miliardi di € con nuovi tagli o nuove entrate fiscali anche se sul come nessuno per ora ha un’idea.

In campagna elettorale aveva anche detto, Hollande, di una spesa aggiuntiva sui 20 miliardi di € in cinque anni e della necessità di reperire sui 29 miliardi di € da nuove tasse e nuove entrate. Solo che, se si accettano le previsioni, caute ripetiamolo, della Commissione, ci vorrebbero almeno 50 miliardi di € tra tagli e entrate per pareggiare il bilancio, come lui ha pure promesso entro il 2017. Tutto, dipende, in definitiva, perciò dalla crescita che sotto di lui la Francia sarà in grado effettivamente di rilanciare. Ma da questo, alla fine della fiera, dipende tutto per tutti. Non solo per la Francia.

●Dice, dicono gli uomini e le donne del buon senso convenzionale, che però Hollande vive in un mondo di fantasia come se fosse in grado di tirar fuori soldi dall’aria, o da una zucca, per finanziarsi le politiche che vuole e come se potesse ignorare le richieste di tagli che i mercati vanno mettendo sul tavolo del che fare, ma semplicemente perché questo modo di vedere è del tutto sbagliato e l’allarme è, obiettivamente – come si dice – ingiustificato.

In effetti, lampante ormai, per chiunque voglia tenere gli occhi aperti e vedere, è che in tutta Europa non c’è neanche un esempio di borse e mercati che abbiano “premiato” le politiche di austerità. In Irlanda, per dire, dove l’austerità che hanno applicata è stata feroce borse e mercati non se ne sono dati per intesi e semplicemente proprio non ci hanno creduto…

Il fatto è che, nel vecchio continente, quello che conta per i mercati sono ormai le politiche dell’eurozona e quelle della BCE. Quel che, infatti, ha funzionato, almeno per un certo periodo, sono state così le politiche di finanziamento a tre anni e all’1% che per due volte ha impiegato la Banca centrale nei confronti delle banche europee subito dopo l’accesso di Draghi alla presidenza: una decisione che ha, di fatto, subito contribuito a “calmare” i mercati.

E ciò che potrebbe davvero funzionare è se il Consiglio europeo si decidesse a decidere più trasferimenti di liquidità, un’Unione fiscale effettiva per tutti i paesi aderenti, gli eurobonds e, soprattutto, un’espansione e articolazione diversa di poteri, come quelli di ogni altra Banca centrale, anche per la Banca centrale europea: un cambio di mandato, non più solo per curare la stabilità monetaria ma anche per favorire la crescita.

E, su questo, Hollande molto più di Merkel e anche molto più di Mario Monti è dalla parte giusta[145], non essendosi mai compromesso in termini di adesione pubblica, fideistica o, per così dire, di pretesa adesione teorica coi dogmi del neo-liberismo. Attenzione, lui non dice che bisogna dire semplicemente un no all’austerità ma nel discorso con cui ringrazia i suoi elettori e inaugura di fatto la presidenza precisa, per ora, che “l’austérité ne peut pas être la seule option”.

●In ogni caso non più l’austérité a una dimensione, quella che ha nel collimatore – perché sono l’obiettivo più facile, il bersaglio più grosso – i più poveri. Almeno simbolicamente, ora deve toccare agli strapagati grand commis dello Stato, i massimi dirigenti delle imprese pubbliche … se, però, ci riescono.

Decisione coraggiosa. Ma… Tanto per cominciare, Hollande ha deciso sì di rendere subito esecutiva l’applicazione della misura che aveva annunciata in campagna presidenziale – che nessun dirigente di un’impresa di Stato avrebbe più avuto titolo a un compenso maggiore oltre venti volte di quello del suo dipendente meno pagato[146] – ma ha anche deciso di cominciare da un’impresa che è, però, una joint venture, importante ma francese soltanto al 16%, l’AirFrance-KLM dove la stragrande maggioranza delle azioni è in mano olandese.

E, infatti, il suo ministro delle Finanze, Pierre Moscovici, dà istruzioni al rappresentante del governo di Francia nel CdA dell’azienda di astenersi nel voto che boccia la sua proposta: non può fare di più. Ma diventa inevitabile anche chiedersi come mai per cominciare abbia scelto di farlo, Hollande, là dove sapeva già che avrebbe perso: e tra quanti lo hanno votato non sono pochi quanti si sentono, anche qui, come altrove, presi per i fondelli s guarderanno ora con attenzione a quando e quanto i tagli inciderebbero su salari e compensi dei presidente dell’EDF, la compagnia elettrica statale, e delle Poste francesi…

E, adesso, tutti lo aspettano ad onorare l’impegno che ha assunto di alzare al 75% l’aliquota fiscale su chi guadagna più di 1 milione di € all’anno e a inasprire significativamente la patrimoniale che qui esiste da sempre.

● La festa alla Bastiglia: Addio, austerità!!!… (vignetta)

Fonte: S. Breen, U-T San Diego, 23.8.2012

GRAN BRETAGNA

●Nelle elezioni municipali del 2 maggio, i conservatori rispetto alle ultime tenute un anno fa negli stessi 181 consigli hanno perso di brutto[147] scendendo di 4 punti al 31% del suffragio e, stavolta, i laburisti hanno vinto, crescendo al 38% e di 3 punti sullo score di allora, coi liberal-democratici il partner junior e praticamente impercettibile della coalizione di governo che hanno difeso con difficoltà la loro posizione, intorno al 16%.

Il primo ministro Cameron, il vero sconfitto di queste elezioni, paga lo scotto di tre fallimenti, il primo importante nel merito per i più, il secondo per una certa parte degli elettori conservatori, il terzo sul piano diciamo così morale e di immagine:

• il primo dei fallimenti è quello della sua spocchiosa e presuntuosa linea economica, ultraliberista, dove anche lui, come tanti suoi colleghi europei,paga lo scotto di scelte profondamente reazionarie (austerità e tagli alla spesa pubblica, deficit come nemico numero uno e non la mancanza di crescita e di lavoro…);

• il secondo fallimento lo paga a destra, alla sua destra ideologico-conservatrice più tradizionale dentro il partito, per esempio sul no intransigente all’Europa, che vive come esitazioni indigeribili  certi cedimenti di facciata – per esempio mettere il veto ma quasi di nascosto, non bloccare anche col ricatto esplicito del no inglese ciascuna e tutte le decisioni che l’Unione prende a maggioranza qualificata;

• il terzo, è il lingua in bocca (lo schifo!) del governo e di alcuni ministri con plutocrati, le intercettazioni di fatto autorizzate ma illegali dal governo stesso alla stampa scandalistica di Murdoch…

Ed Miliband, capo dei laburisti ha, secondo noi saggiamente, evitato di gonfiare il senso della vittoria: le elezioni politiche, a meno di una catastrofe economica che, se restano ciecamente fedeli alle loro idee neo-liberiste, i tories potrebbero sempre però consegnare loro, non ci dovrebbero essere prima del 2015; e lui osserva che, certo, “il Labour si sta riprendendo la fiducia degli elettori – che evita di aggiungere, però, era andata persa a causa delle scelte neo-conservatrici di Blair e del primo Brown, sia con una politica economica apertamente di destra, sia con una politica estera (l’Iran, l’Afganistan, le fandonie criminali inventate e appoggiate per renderle possibili) sempre  sdraiata a far da tappeto alle scelte sciagurate di Bush –, stiamo recuperando terreno, ma sappiamo che c’è ancora tanto altro lavoro da fare”.

●Dopo pochi giorni, nel discorso della corona[148] che il premier scrive di persona e la regina legge, parola per parola, alla Camera dei Lords una volta all’anno come se fosse il suo per annunciare “le politiche che persegue il mio governo”, la priorità del gabinetto conservator-liberale per il paese è confermata tal quale: “ridurre il deficit e restaurare la stabilità economica”. Dunque, i tagli al bilancio restano la priorità, si parla di 19 nuove leggi, una più irrilevante e reazionaria dell’altra e non trapela neanche il cenno più vago a una politica per la crescita.

Insomma, Cameron insiste e si spazientisce molto con chi in parlamento – l’opposizione ovviamente ma anche qualcuno che borbotta dalle fila della sua maggioranza, specie tra i partners junior, liberal-democratici, della coalizione che sondaggio dopo sondaggio stanno pagando la loro  sudditanza ai conservatori. Critica chi lo critica svelando, a un’opinione pubblica un po’ perplessa perché finora propensa a credere alla legenda del fair play, tipico dicono del tipico tory britannico.

Il FMI non può, certo, consentirsi di andare da un governo sovrano che non gli ha chiesto aiuti e dirgli che ha sbagliato tutto, specie se poi quel governo sovrano ha la puzza sotto il naso come quello britannico, non più certo una superpotenza e forse neanche più uno dei G-8 stessi.

Del resto, adesso è anche difficile per lo stesso FMI cancellare le tracce e il ricordo del benestare entusiasta con cui un anno fa salutò il programma di austerità enunciato dal duo Cameron-Osborne, premier e cancelliere dello scacchiere britannico, col piglio e il frustino sadico del vincitore al pubblico masochisticamente grullo che lo aveva appena mandato a Downing Street.

Ma adesso l’ultima consultazione col governo della consueta missione ispettiva degli emissari del Fondo, arriva il più vicino possibile che osa e che può a dire che il Tesoro britannico sta sbagliando tutto e di brutto nel far fronte alla crisi solo a dosi massicce di austerità imposta agli strati più deboli della popolazione. Arrivano perfino a parlare e, peggio, a scrivere di “isteresi[149]: che, spiegano col solito tecnicese che è peggio pure del politichese, essere “la sostenuta debolezza ciclica che riduce la capacità produttiva dell’economia” e che, tradotto in una lingua appena comprensibile è, in realtà, “la depressione che l’austerità infligge all’economia, con un danno pesantissimo e  duraturo per tutto il paese”.

Commentando questi passaggi, durissimi, Martin Wolf ha inchiodato il governo Cameron-Clegg all’errore imperdonabile che ha commesso affidando tutto deliberatamente all’austerità imposta alla parte meno abbiente di tutta la società come dottrina guida e al mercato come regolatore principe e quasi unico, automatico, di tutte le scelte.

Wolf è un commentatore famoso di cose economiche, che scrive regolarmente sul Financial Times, il foglio rosa che costituisce l’architrave più sensato e più solido del conservatorismo anglosassone vecchia maniera, quello che non ha niente a che fare col neo-liberismo e le ossessive ossessioni friedmaniane del cosiddetto Wahington consensus che ha imposto al mondo il suo volere sfilando ai popoli il potere democratico e consegnando tutto ai meccanismi di mercati finanziari inaffidabili e irresponsabili : “i mercati”, appunto.

E il dramma – non loro, non di governanti come questi ma dei loro governati cui dovrebbero rispondere ma finiranno col non farlo – è che possono cambiare rotta: perché non hanno le pa*le per farlo e farlo significherebbe anzitutto ammettere lo sbaglio. Per il governo ammetterlo ora sarebbe un’umiliazione, ma “non c’è alcuna ragione al mondo – spiega Wolf – per cui i cittadini britannici dovrebbero soffrire senza cambiare i responsabili e la mentalità che li ha tutti prodotti[150]”.  

In effetti, la sorpresa maggiore nel discorso della sovrana, per fortuna tanto breve, 4 minuti e mezzo, quanto vuoto è di quanto volutamente ignaro il governo di Sua Graziosa Maestà si mostrasse del disastro delle politiche liberiste macroeconomiche che sta infliggendo al paese. Insomma, quelli che Dio vuol perdere… questo è un programma che, pervicace, insiste sulla stabilità totale dell’economia della tomba. E il fatto che quella babbiona della regina abbia letto il  discorso così come glielo ha consegnato il PM, ha rispettato certo la prassi ma non il buonsenso.

●Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, ha riconosciuto finalmente che prima del crollo del 2008 lui, e la leadership finanziaria della City, avrebbero dovuto “gridare dai tetti” al paese l’allarme sui rischi che andava correndo l’economia britannica e, con essa, correvano tutte le altre economie d’occidente[151].

La conseguenza logica, in un mondo normale, è che chi tecnicamente era in misura e nell’obbligo di dire quelle cose a voce alta non lo ha fatto: per opportunismo, o per convenienza, o anche perché non aveva capito niente (la Fed, d’altra parte, fece lo stesso in America e la BCE in Europa).

E, adesso, invece – sembra quasi per premio a incompetenza, irresponsabilità, o ignoranza criminale imperante, mentre fa il mea culpa e lo riconosce – il governo conservatore assegna a lui e alla BoE, dall’anno prossimo, gran parte delle responsabilità di regolazione delle banche. Sapendo che restano sempre ideologicamente e immarcescibilmente contrari al principio che il mercato debba essere regolato.

GIAPPONE

●E, alla fine, pare che l’abbia spuntata Tokyo nel braccio di ferro con Washington sulla dislocazione delle basi di marines americani nell’arcipelago nipponico. O, meglio, che l’abbia spuntato il combinato disposto tra esigenze americane e nipponiche.

Da una parte, l’esigenza di risparmiare qualcosa, a fronte delle riduzioni di bilancio e della bilancia dei pagamenti, spostando la grande base che i marines hanno da Okinawa[152], a Futenma, appunto, in territorio americano, a Guam, l’ultima e la più meridionale delle isole Marianne; e, dall’altra, la necessità del governo giapponese di liberarsi una volta per tutte della presenza di 9.000 GI’s che la popolazione dell’isola ormai non tollerava più e che hanno causato, in effetti, negli anni la bellezza di 1.434 incidenti e 5.5834 casi criminali inclusi 559 casi di omicidio, rapina e stupro dal 1972, quando Okinawa è tornata al Giappone dopo l’occupazione americana, al dicembre del 2008[153].

●L’economia giapponese cresce nel primo trimestre del 2012 di un 4,1% del PIL annualizzato[154], cioè sullo stesso periodo dell’anno precedente, dopo che il tasso di crescita degli ultimi tre mesi del 2011 è stato revisionato allo 0,1%. E’ l’effetto del consistente pacchetto di stimolo col quale il governo ha cercato di correre ai ripari dopo il cataclisma d’inizio marzo 2011, danni e conseguenze al seguito.

Salgono anche gli investimenti esteri del Giappone, appena sotto il record di sempre, così come la proprietà estera di assets di ogni tipo nel paese. Dichiara il ministero delle Finanze che gli investimenti all’estero sono aumentati del 3,3% (7.300 miliardi di $, cioè 582.000 di yen) nel 2011, in crescita per il terzo anno consecutivo. Le proprietà estere nell’arcipelago crescono di altri 17.000 miliardi lasciando la posizione creditizia globale del paese intorno ai 253.000 miliardi di yen  (3.186 miliardi di $): la più attiva al mondo. Nel corso del 2011, lo yen si è anche apprezzato del 4,8% sul dollaro, riducendo però di 19.200 miliardi di yen il valore del patrimonio netto all’estero del Giappone[155].

●Non si fida di questi segnali decisamente positivi e invidiati da chiunque nel mondo Fitch, che abbassa il rating del debito sovrano giapponese a A+[156], due livelli comunque sopra quello dell’Italia – che, al 240% sul PIL, è al doppio ddl nostro debito – e della Spagna – addirittura a molto meno della metà – soprattutto a causa del fatto che Tokyo, di fronte all’urgenza di ripresa del paese dopo il terremoto, non s’è preoccupato granché di ridurlo.

In ogni caso, alla faccia della razionalità d’ogni opzione economica, e della fortissima posizione creditizia del paese verso l’estero, gli investitori continuano a puntare sui titoli di Stato nipponici e continuano a considerare come un rifugio il Giappone, tenendo così molto bassi i tassi dell’interesse sui suoi bonds, e continuando a mantenerne la fluidità della spesa ma anche a gonfiarne il debito pubblico a dismisura… Esattamente come fanno verso i buoni del Tesoro americani, altro massimo bene rifugio, malgrado l’opposto, l’altissima esposizione creditizia degli USA, cioè: a conferma di quanto sia pazzesco, letteralmente insensato – senza alcun senso logico – quel che illustra la vignetta di KAL con cui abbiamo aperto, qui a p. 5, questa Nota congiunturale.

Spegnimento, per manutenzione ordinaria, dice la spiegazione ufficiale della chiusura dell’ultimo reattore nucleare[157] che ancora forniva energia elettrica al paese del Sol Levante. Ma è certo che non sarà affatto facile, per la psicologia collettiva del paese che forse al mondo arriva alle decisioni finali non, forse, più insieme ma di certo più in conformità di ogni altro – con l’eccezione, sempre  forse, dei coreani del Nord – né poi politicamente, riaprire la produzione del nucleare. Gli errori e gli orrori del dopo Fukushima ormai lo garantiscono.

Il fatto è che lo stato del reattore no. 4 dell’impianto di Fukushima Daiichi di oggi avrebbe fatto inorridire anche i nuclearisti più estremi prima dello tsunami. Un anno e tre mesi, ormai, dopo l’incidente, una “piscina” d’acqua piena di sbarre danneggiate d’uranio arricchito e piena di vaste quantità di cesio radioattivo sta lì, di fatto “accettato” come normale, comunque non evitabile, ricoperta solo da teli di plastica[158]

Già a inizio maggio, il governo annunciava che nazionalizzerà la Tokyo Electric Power, la ormai famigerata TEPCO, compagnia che gestiva il disastrato reattore nucleare di Fukushima. E per farlo spenderà subito 1 trilione di miliardi di ¥ (12,6 miliardi di $) che tutti sanno, però, essere solo l’inizio di un’operazione di salvataggio praticamente senza fondo. E per questa cultura, per questo paese, per questo governo è uno shock forse anche maggiore (una grande nazionalizzazione[159] ma, si badi bene, non l’esproprio: infatti, la TEP non si lamenta neanche poi troppo, molta gente però, sì…) degli effetti stessi del sisma e dello tsunami del marzo 2011…

Anche per questo, per questo stato precario di sicurezza, reale e percepito, di un impianto che pure ormai è stato definitivamente dismesso, sembra ormai garantito che continueranno ora gli acquisti di greggio in Iran: nei modi che, praticamente, scavalcando di fatto le sanzioni – pagando in yen, per esempio, o in euro per dire con utilizzo al minimo del circuito bancario internazionale controllato dagli americani – consentiranno di riprendere scambi e pagamenti del greggio iraniano da parte di Tokyo: malgrado solleciti, promesse, ricatti e minacce che Washington ha messo in atto per obbligare il Giappone a desistere: però riuscendo finora solo a rallentare il flusso del greggio in arrivo che, ormai, si accinge però, dicono[160], probabilmente e anche necessariamente, a riprendere.

Russia e Giappone, dice Gazprom[161], stanno discutendo di un nuovo gasdotto che dal primo paese dovrebbe arrivare rapidamente a portare più combustibile sul territorio dell’arcipelago.


 

[1] ISTAT, Rapporto annuale 2012, 22.5.2012 (cfr. http://www.istat.it/it/archivio/61203/).

[2] Trilussa (Carlo Alberto Salustri), La Statistica (Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori, I meridiani, Milano, 2004) “risurta che te tocca un pollo all’anno:/e, se nun entra nelle spese tue,/t’entra ne la statistica lo stesso/perchè c’è un antro che ne magna due”. 

[3] Keynesblog, 23.5.2012, A. Gianni, Il Rapporto ISTAT - Una spietata radiografia della crisi dell’Italia (cfr. http://key nesblog.com/2012/05/23/istat-una-spietata-radiografia-della-crisi-italiana/).

[4] Washington Post, 16.5.2012, As G-8 world leaders head to Camp David, a test looms for the euro zone Mentre i leaders dei G-8 arrivano a Camp David, incombe un test sulla viabilità dell’eurozona (cfr. http://www.washingtonpost.com/ business/economy/as-world-leaders-head-to-camp-david-a-test-for-the-euro-zone----or-a-presage-of-fai lure/2012/ 05/16/gIQApWP3TU_story.html?hpid=z1/).

[5] IBRD, World Development Indicators, 15.5.2012 (cfr. http://data.worldbank.org/data-catalog/world-development-indicators/wdi-2012/).

[6] BBC, 20.5.2012, Obama’s-Hollande’s agenda for growth wins L’Agenda Obama-Hollande per la crescita vince (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/world-us-canada-18135042/).

[7] Dichiarazione finale del G-8 di Camp David, 18-19.5.2012, ## 5-7 (cfr. http://www.whitehouse.gov/the-press-office/ 2012/05/19/camp-david-declaration/)

[8] The Star, 11.5.2012, India’s central bank to arrest sliding rupee La banca centrale indiana vuole fermare lo scivolamento valore della rupia (cfr. http://biz.thestar.com.my/news/story.asp?file=/2012/5/11/business/11269822&sec=business/).

[9] Trend News Az (Azerbaijan), 11.5.2012, India to buy artillery guns for first time in 27 years— L’India acquista canoni da campo per la prim volta da 27 anni (cfr. http://pda.trend.az/en/2024881.html/).

[10] Wall Street Journal, 2.5.2012, M. Arostegui e A. MacDonald, Bolivia Seizes Spanish Power Firms La Bolivia espropria una compagnia elettrica spagnola (cfr. http://online.wsj.com/article/SB1000142405270230391690457737805152 1166824.html?KEYWORDS=may+1+2012+bolivia+evo+morales+red+electrica+spain/). 

[11] The Economist, 4.5.2012.

[12] The Economist, 11.5.2012

[13] Washington Post, intervista a J. Bremmer, Five myths about America’s decline Cinque miti sul declino dell’Americad= pm_opinions_pop/).

[14] Agenzia Reuters/China, 2.5.2012, China manufacturing at 13-month high La produzione manifatturiera in Cina sale al massimo da tredici mesi (cfr. http://www.bullfax.com/?q=node-china-manufacturing-13-month-high/).

[15] Cfr. http://canyu.org/n48532c6.aspx/ [in mandarino, ripubblicata all’estero via Hong Kong e i cui contenuti sono stati molto precisamente sintetizzati in lingua inglese, per esempio, su News.com (sito australiano molto attento alla Cina), 17.5.2012, Police czar in China power fight Lo zar della sicurezza in Cina dentro una lotta di potere (cfr. http://www.news.com.au/world/police-czar-in-china-power-fight/story-fn6sb9br-1226358311527/).  

[16] New York Times, 10.5.2012, J. Perlez, China-Philippines Dispute Over Island Gets More Heated Si fa più calda la disputa sino-filippina sulle isole.

**N.B. - I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES, RICHIAMATI MOLTO SPESSO, NON VENGONO DATI VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO PERÓ TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, IL NOME DELL’AUTORE.

ATTENZIONE: NELLA FORMATTAZIONE DEI LINKS, A CUI SI RINVIA PER IL RIFERIMENTO CITATO, PUÓ ANCHE VENIRE AUTOMATICAMENTE INSERITO UNO SPAZIO IN PIÚ TRA DUE CARATTERI DI STAMPA: BISOGNA CONTROLLARLO SULLA STRINGA INSERITA (es. in: http://www.ange logennari… dove lo spazio bianco tra “l” e “o” di angelo – che generalmente si verifica a fine riga ma non si vede fuori della stringa di ricerca – va cancellato per potere richiamare con successo il link in questione…).

[17] La legge è stata copiata da – e cita – gli analoghi Statuti degli Stati Uniti d’America sul tradimento: sezione 80.1, 18 U.S.C. § 2381del Codice penaleuale dagli Statuti USA.

[18] Agenzia Stratfor, 16.5.2012, Global Intelligence: US Naval Update Map Mappa delle attività navali americane (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/us-naval-update-map-may-16-2012/).

[19] Haaretz, 4.3.2012, Z. Bare’l, Leading candidate in Egypt presidential race calls Israel peace accord 'dead and buried' Uno dei candidati più forti alla presidenza dell’Egitto dichiara che il trattato di pace con Israele “è morto e sepolto”  (cfr. http://www.haaretz.com/news/middle-east/leading-candidate-in-egypt-presidential-race-calls-israel-peace-accord-dead-and-buried-1.427323/).

[20] Guardian, 5.5.2012, D. Pearse, Cairo clashes leave hundreds injured Gli scontri lasciano centinaia di feriti nelle strade.

[21] Egypt.com, 9.5.2012, Conflicting reports on suspension of presidential election Rapporti contraddittori sulla sospensione delle elezioni presidenziali (cfr. http://news.egypt.com/english/permalink/112599.html/). 

[22] Al Ahram, 10.5.2012, Egypt presidential elections will not be cancelled: Lower Administrative Court Le presidenziali in Egitto non saranno cancellate: lo precisa il tribunale amministrativo locale (cfr.  http://english.ahram.org.eg/ NewsContent/36/122/41343/Presidential-elections-/Presidential-elections-news/Egypt-presidential-elections-will-not-be-cancelled.aspx/).

[23] New York Times, 25.5.2012, D. D. Kirkpatrick, Muslim Brotherhood Candidate Appears Set To Face Former Prime Minister In Egyptian Runoff Il candidato della Fratellanza mussulmana dovrà confrontarsi con un ex primo ministro nel ballottagio egiziano.

[24] The State (Lexington, S.C.), 24.5.2012, ElBaradei says Egypt has ways to goElBaradei: l’Egitto sta andando bene (cfr. http://www.thestate.com/2012/05/24/2288500/ap-interview-elbaradei-says-egypt.html/).

[25] International Business Times, 25.4.2012, J. Davis, Lybia Bans Religious, Tribal, Ethnic Political Parties— La Libia bandisce i partiti politici religiosi, tribali e etnici (cfr. http://www.ibtimes.com/articles/333295/20120425/libya-muslim-brotherhood-freedom-development-party-gadaffi.htm/).

[26]AlJazeera, 2.5.2012, Libya drops ban on religion-based parties La Libia fa cadere il divieto a partiti fondati su base religiosa (cfr. http://www.aljazeera.com/news/africa/2012/05/2012522304234970.html/).

[27] The Economist, 17.5.2012.

[28] Les Temps (Tunis) , 30.4.2012, Deux tentatives de suicide en Tunisie dans des protestations contre la manque de travail Due tentati suicidi in Tunisia nelle proteste per  la  mancanza di lavoro (cfr. http://www.letemps.com.tn/article-65 704.html/).

[29] New York Times, 11.5.2012, A. Nossiter, Algerian Election Results Draw Disbelief I risultati delle elezioni in Algeria causano incredulità.

[30] The Washington Post, 12.5.2012, EU observers call Algeria elections important step to reform and suggest greater transparency Gli osservatori della UE chiamano un importante passo in avanti verso le riforme le elezioni algerine e suggeriscono più trasparenza (cfr. http://www.washingtonpost.com/ac2/wp-dyn?node=admin/ registration/register& destination=login&nextstep=gather&application=reg30-world&applicationURL=http://www.washingtonpost.com/ world/africa/eu-observers-call-algeria-elections-important-step-to-reform-suggest-greater-transparency/2012/05/12/gI QAFo2FKU_story.html/).

[31] Al Arabiya News, 27.4.2012, Tens of thousands protests against islamist-led Moroccan Government Protesta di decine di migliaia di dimostranti contro il governo a conduzione islamista del Marocco (cfr. http://english.alarabiya.net./articles/ 2012/05/27/216832.html/).

[32] New York Times, 21.5.2012, R. F. Worth e A. Cowell, Dozens Killed by Bomb in Yemen, Raising Al Qaeda Fears Una bomba ammazza dozzine [di soldati, soprattutto] nello Yemen, sollevando lo spettro di al-Qaeda.

[33] Agenzia RIA Novosti, 4.5.2012, Violence in Syria Subsides Despite Ceasefire Violations – Russia La violenza in Siria si va calmando, malgrado le violazioni del cessate il fuoco, dicono la Russia [e l’ONU] (cfr. http://en.rian.ru/russia/20120 504/173222678.html/).

[34] New York Times, 7.5.2012, N. MacFarquahar, Syrians Vote in Election Dismissed by Foes as a Farce I siriani votano in elezioni che in nemici [di chi? sembra della Siria, detta così…] proclamano essere una farsa.

[35] New York Times, 17.5.2012 (A.P.), Syrian Opposition Head Offers to Resign Il capo dell’opposizione siriana offre le dimissioni.

[36] Al Arabiya, 24.5.2012, Syrian National Council accepts Ghalioun’s resignation; new chief expected by June— Il Consiglio Nazionale Siriano accetta le dimissioni di Ghalioun; a giugno il nuovo capo (cfr. http://english.alarabiya.net/arti cles / 2012/05/24/216129.html/).  

[37] Guardian, 20.5.2012, Syria: rebels claim high-level assassinations Siria: i ribelli rivendicano di aver assassinato leaders ad alti livelli.

[38] Los Angeles Times, 20.5.2012, Syrian official denies ‘reports’ of high-level assassinations Esponente siriano nega le ‘notizie’ di assassinii a alto livello (cfr. http://latimesblogs.latimes.com/world_now/2012/05/syrian-officials-deny-assassi nations-reports-.html/)

[39] New York Times, 27.5.2012, N. MacFarquhar, U.S. Security Council Issues Condemnation of Syria Attacks Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna gli attacchi in Siria [ma, ancora una volta, in mancanza di ‘prove’ non dice che sia solo colpa del governo siriano].

[40] BlackSeaGrain Agency (Kiev), 28.5.2012, Subsidies limit collapse in Syria's wheat harvest Interventi di Stato limitano in Siria le conseguenze della caduta del raccolto di grano (cfr. http://www.blackseagrain.net/agonews/subsidies-limit-collapse-in-syrias-wheat-harvest/).

[41] Guardian, 27.5.2012, M. Williams, US condemns Syria massacre and looks for Russian help to oust Assad Gli  USA condannano il massacro in Siria e cercano l’aiuto dei russi per cacciare Assad.

[42] Guardian, 28.5.2012, M. Elder, Syria massacre: opposition forces share blame says Russian [QQuest’ultimo] massacro in Siria,dice il ministro degli Esteri russo, è responsabilità condivisa anche delle forze ribelli.   

[43] Al Akhbar, 13.5.2012, Saudi Arabia “to announce union with Bahrein” L’Arabia saudita “annuncerà l’unione col Bahrein” (cfr. http://english.al-akhbar.com/content/saudi-arabia-announce-union-bahrain/).

[44]  ChinaForum bbs, 19.5.2012,  (A.P.), Tens of thousands join Bahrain protest against unity plans with Saudi Arabia Decine di migliaia si uniscono alla protesta di strada contro i progetti di unità con l’Arabia saudita (cfr. http://bbs.chinadaily.com cn/thread-749490-1-1.html/).

[45] Stratfor, Global Intelligence, 16.5.2012, R. D. Kaplan e Kamran Bockari, Saudi Nightmares Gli incubi dei sauditi (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/saudi-nightmares-robert-d-kaplan-and-kamran-bokhari/).

[46] The Economist, 18.5.2011, North and South (cfr. http://www.economist.com/node/21555595/).

[47] EUROSTAT, 2.5.2012, #67/2012, Euro area unemployment rate at 10.9%EU27 at 10.2%­— La disoccupazione nell’eurozona al 10,9% e nella UE a 27 al 10,2 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-02052012-AP/EN/3-02052012-AP-EN.PDF/).

[48] New York Times, 2.5.2012, J. Ewing, Unemployment Reaches Record High in Euro Zone La disoccupazione raggiunge il record nell’eurozona.

[49] New York Times, 13.5.2012, L Thomas jr. e E. Varvitsioti, For many in Greece austerity is a false choice Per tanti in Grecia l’austerità è una falsa scelta.

[50] Guardian, 25.5.2012, interv. a D. Aitkenhead, Christine Lagarde: can the head of the IMF save the euro? C.L.: ma può chi è a capo del FMI salvare l’euro?

[52] C’è stato un paper, di oltre un anno fa – “privato” ma interno, commissionato dalla Commissione, se scusate il gioco di parole, e a firma proprio greca, che ne aveva cominciato a parlare… oggi ha  pubblicato i suoi conti sul tema uno think-tank londinese, il National Institute of Economic and Social Research (NIESR), 4. 2012 del suo World Economy At a Glance (cfr. http://ner.sagepub.com./content/220/1/F2.full.pdf/): da esso traiamo i dati qui riportati.

[53] Peterson Institute for International Economics [che si autodefinisce istituto di ricerche economiche privato, non- profit, non-partisan ma non per quello che è veramente, cioè un fottuto istituto di propagandiamo neo-liberista], 16.5.2012, J. Funk Kirkegaard, The Endgame in Greece – How a Bank Run Can be part of the Solution Ultimo round in Grecia – come un assalto agli sportelli bancari può essere parte della soluzione (cfr. http://www.piie.com/blogs/?p=2884/). 

[54] Ekhatimerini (Atene), 19.5.2012, Agenzia France-Presse (A.F-.P.) Fitch downgrades Greek banks after sovereign cut L’agenzia Fitch svaluta il rating del credito delle banche greche dopo aver tagliato quello del debito sovrano (cfr. http:// www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_ arti les_wsite2_1_18/05/2012_442830/).

[55] Guardian, 13.5.2012, J. Kollewe, How Greece could leave the eurozone… in a few difficult steps Come la Grecia potrebbe uscire dall’euro… in alcune tappe difficili.

[56] W. Shakespeare, Giulio Cesare, III, 1, 273— “Date l’allarme e sciogliete i cani da guerra— è l’avvertimento di Antonio ai suoi ed ai nemici: adesso che hanno assassinato Cesare, arriva la guerra…

[57] Nota congiunturale 5-2012, in Nota146.

[58] New York Times, 13.5.2012, N. Kulish, In Rebuke to Merkel’s Party, Social Democrats Win German Vote Con il secco rigetto del partito di Merkel , i socialdemocratici vincono il voto [del più popolato Land] tedesco.

[59] Guardian, 7.5.2012, M. Margaronis, Greece takes a leap into the dark, driven by defiance and despair La Grecia fa un salto nel buio, spinta dal senso di sfida e dalla disperazione.

[60] EuObserver.com, 17.5.2012, European Commission should be EU government, says Germany E’ la Commissione europea che dovrebbe essere un vero e proprio governo europeo, dice la Germania [magari! lo dice solo, invece, il suo ministro delle Finanze e, secondo noi, lo fa solo come provocazione per farsi dire di no da tutti quelli che lo premono adesso per allentare i cordoni della borsa europea…](cfr. http://euobserver.com/19/116300/).

[61] Il vice ministro tedesco sembrerebbe, ad ascoltarlo, quasi uno degli economisti di estrema sinistra che sparano a zero non solo contro l’idea generica d’Europa ma proprio contro ogni disegno di far funzionare l’Europa in nome appunto come si accennava del + 1 o, forse, + 100: gente seria ma seriamente di sinistra e non un cristiano democratico tedesco!

    Come Costas Lapavistas, un giovane professore greco che insegna economia all’università di Londra, che per il suo paese vuole il default e l’uscita dall’euro – l’unica soluzione, dice – e che è della stessa idea, o viceversa, del cristiano democratico vice ministro tedesco.

   Sostengono in buona sostanza che se la UE, cioè la BCE, si mette ad emettere eurobonds deve essere in grado, prima, di tassare essa stessa, come tale, i cittadini d’Europa al posto dei loro singoli Stati: cioè deve farsi proprio una vera e propria unione di Stati (New York Times, 22.5.2012, C. Lapavistas, An Idea Ahead of Its Time Un’idea che è in anticipo sui tempi).: appunto, nell’un caso ma anche nell’altro, il + 100, messo lì per rendere impossibile andare avanti.

[62] Bloomberg, 21.5.2012, B. Parkin, Germany Isn’t Yet Ready for Euro Bonds, Kampeter Says La Germania non è ancora pronta per gli eurobonds, avvisa Kampeter  (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2012-05-21/germany-isn-t-yet-rea dy-for-euro-bonds-kampeter-says.html/).

[63] Sul settimanale tedesco a maggior diffusione, di certo il più autorevole del paese, lo ha ricordato a tutti un insegnante di storia contemporanea alla London School of Economics, tedesco lui stesso già un anno fa: nel XX secolo la Germania è stata il peggior debitore tra tutti gli Stati e il governo tedesco farebbe meglio ad assumere un approccio più cauto a tutta questa faccenda della crisi dell’euro e del debito se non vuole trovarsi di fronte, magari, alle richieste di chi – e non è solo la Grecia: la Servìbia e altri paesi… – potrebbe ben avanzare le sue domande di rimborso per le riparazioni di guerra che mai sono state versate.

   Pagamenti che, poi, in prescrizione non sono mai andati ma erano stati previsti andare in pagamento dopo che, generosamente, nel 1953 la conferenza di Londra (dopotutto la Germania sta per entrare nella NATO, dove era da sempre la Grecia, mentre i Russi meno misericordiosi ma che avevano subito anche più danni di tutti dai nazisti, le loro riparazioni se le erano prese tutte dalla loro parte di Germania occupata, la Germania orientale…) li aveva posticipati a dopo la riunificazione tedesca; ma dei quali ,proprio per l’opposizione tedesca non si tornò mai a parlare: ma ben si potrebbe; 1) Der Spiegel, 21.6.2011, Albrecht Ritschl, ’Deutschland ist der größte Schuldensünder des 20. Jahrhunderts’ Nel 20° secolo, quanto al debito, la Germania è stata il massimo peccatore del mondo (cfr. http://www.spiegel. de/international/germany/0,1518,769703,00.html/); e, 2) Guardian, 21.6.2011, Germany owes Greece a debt La Germania ha un debito con la Grecia.

[64] The Economist, 14.4.2011, Follow the money – is Germany bailing-out euro-area countries to save its own banks?— Seguite i soldi – ma non è che la Germania sta salvando i paesi dell’eurozona per salvare le proprie banche?

[65] Financial Times, 17.5.2012, G. Parker e C. Giles, Cameron fears eurozone unravelling— (cfr. http://www.ft.com/ cms/s/0/2479afa0-9f67-11e1-a255-00144feabdc0.html#axzz1vEiQ2MzT/).

[66] Guardian, 17.5.2012, Cost of Greek exit from euro put a 1 trillion $— Il costo dell’uscita della Grecia dall’euro calcolato a 1.000 miliardi di $ [secondo D. McWilliams del Center for Economic and Business Research, sarebbe il costo di un’uscita “disorderly”, non concordata cioè, dall’eurozona costerebbe il 2% del PIL globale dell’area (sui 1.000 miliardi di $) mentre, se fosse concordata, guidata e controllata coi partners e il sistema finanziario globale, dicono, il costo potrebbe essere più contenuto, della metà forse o di un terzo… Va prestata attenzione a questo calcolo, e alla previsione che lo accompagna, perché il CEBR, nel recente passato, s’è abituato ad essere uno degli istituti di ricerca che le ha pressoché sempre indovinate.

   E ora questo breve Rapporto, sempre del 17.5.2012, si intitola The end of the euro in its current form is certain, but it will be traumatic La fine dell’euro nella sua forma attuale è certa, ma sarà anche traumatica (cfr. http://www.cebr.com/wp-content/uploads/End-of-the-euro-in-its-present-form-is-certain-Compatibility-Mode.pdf/).

[67] FOCUS Info Agency, 30.4.2012, Standard & Poor's downgrades top Spanish banks S & P’s svaluta il rating delle maggiori banche spagnole (cfr. http://www.focus-fen.net/?id=n276843/).

[68] The Economist, 18.5.2012.

[69] Stratfor, 17.5.2012, Spain: Moody's Downgrades 4 Regions' Credit Ratings and Spain’s own, again Spagna, Moody’s svaluta il rating del credito in quattro regioni e, di nuovo, quello della Spagna stessa (cfr. http://www. stratfor.com/ situation-report/spain-moodys-downgrades-banks-regions-and-Spain-ratings/). 

[70] New York Times, 22.5.2012, H. Morris, Europe Hits Back at Rating Agencies L’Europa reagisce nei confronti delle agenzie di rating.

[71] Reuters, 30.4.2012, Juncker: Germany must not suggest it pays for euro zone Juncker: la Germania non deve suggerire di pagare per tutta l’eurozona (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/04/30/eurozone-eib-idUSL5E8FUES020120430/).

[72] New York Times, 24.5.2012, J. Kanter, Hollande on European Leaders: They Tal a Lot Hollande, sui leaders europei: parlano troppo.

[73] New York Times, 24.5.2012, D. Jolly, European Economic Outlook Dims Amid Leaders’ Impasse

[74] P. Krugman, Università di Princeton, conferenza del 9.5.2012 a Bruxelles— ne abbiamo trovato il link sul NYT del 10.5.2012, P. Krugman, Tussle in Brussels Zuffa a Bruxelles (cfr. http://www.princeton.edu/~pkrugman/brussels.pdf/).

[75] Greek Reporter, 23.5.2012, A. Papapostolou, EU Officials Prepare for Greek Exit Scenario I leaders della UE: prepararsi per uno scenario di uscita della Grecia dalla UE (cfr. http://greece.greekreporter.com/2012/05/23/eu-officials-agree-to-prepare-for-greek-exit-scenario/).

[76] Famagusta Gazette, 2.5.2012, Turkey to suspend EU interaction on political level over Cyprus La Turchia sospenderà ogni interazione a livello politico con l’Unione europea sulla questione di Cipro (cfr. http://famagusta-gazette.com/ turkey-to-suspend-eu-interaction-on-political-level-over-cyprus-p15266-69.htm/).

[77] ABC News, 7.5.2012, A. Mutler, Romania’s New Left-Leaning Government Is Approved Approvato il nuovo governo sinistrorso romeno (cfr. http://abcnews.go.com/International/wireStory/romanias-left-leaning-government-approved-162 95906#.T6uufejzvVE/).

[78] Interfax-Ukraine, 7.5.2012, Putin will officially invite Yanukovych to CIS summit in Moscow, says Russian ambassador Putin inviterà ufficialmente Yanukovich al vertice della CSI a Mosca, annuncia l’ambasciatore russo (cfr. http://www.interfax.com.ua/eng/main/103366/).

[79] RIA Novosti, 24.5.2012, Ukraine parliament allows foreign military exercises Il parlamento ucraino dà il suo assenso a esercitazioni militari con truppe straniere (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/20120524/173655903.html/).

[80] The Economist, 11.5.2012.

[81] Slobodan Milosevic, l’uomo forte dei serbi che col suo fanatismo, la sua durezza e il suo reagire con la guerra e i crimini di guerra alla guerra e ai crimini di guerra di chi voleva la secessione, alla fine la secessione di chi (Croazia, Bosnia, Kosovo…) con le armi e la protezione bellica della NATO è riuscito a strappargliela, l’ha dovuta ingoiare e far ingoiare alla Serbia ed è morto nel carcere del Tribunale dell’Aja da imputato di crimini di guerra lui stesso: l’unico dei tanti criminali politici che avrebbero dovuto fargli lì compagnia.

[82] SwissInfo, 9.5.2012, Reuters, M. Robinson e A. Vasovic, Serbia’s Democrats, Socialists agree new alliance— Democratici e socialisti concordano [di provare a] formare l’alleanza di governo in Serbia (cfr. http://www.swissinfo.ch/eng/ news/internatio nal/Serbias_Democrats,_Socialists_agree_new_alliance.html?cid=32657800/).

[83] The Star (Toronto), 20.5.2012, A. Vasovic e M. Robinson, Serb rightist Nikolic wins presidency, backs EU path Il serbo Nikolic, nazionalista di destra, vince la presidenza e appoggia il percorso verso l’Unione europea (cfr. http://www.thestar. com/news/world/article/1181483--serb-rightist-nikolic-wins-presidency-backs-eu-path/).

[84] b92.info (Belgrado), Nikolić in EU after inauguration, with Putin on Saturday— Dopo l’incontro con Putin di sabato, Nicolić dopo il giuramento va alla UE (cfr. http://www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2012&mm=05&dd=24& nav_id=80414/).

[85] New York Times, 26.5.2012, Reuters, Serbian Tells Putin He Will Not Trade Kosovo for UE Il serbo [questo modo ‘sportivo’di rivolgersi a un capo di Stato, il NYT non lo userebbe mai per parlare del presidente americano… ma tant’è, sono fatti così,  non per malizia ma per innato “razzismo” piuttosto…] dice a Putin che non scambierà il Kosovo per l’UE [in realtà, ha detto a Putin che nessun serbo mai scambierà… ma, anche qui, tant’è].   

[86] Tanjug.Tačno, 23.5.2012, EC recommends opening talks with Montenegro La Commissione europea raccomanda l’apertura dei colloqui col Montenegro (cfr. http://www.tanjug.rs/news/44231/ec-recommends-opening-talks-with-monte negro.htm/).

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[87] Ice News- News from the Nordics, 9.5.2012, Majority of Icelanders against joining the EU La maggioranza degli islandesi è contraria a aderire alla UE (cfr. http://www.icenews.is/index.php/2012/05/09/majority-of-icelanders-against-joining-eu/).

[88] Election Guide - Ireland— Irlanda - guida elettorale, 4.5.2012 (cfr. http://electionguide.org/election.php?ID=2225/).

[89] Cfr. http://www.social-europe.eu/.

[90] Guardian, 11.5.2012, G. Irvin, Why Europe’s fiscal compact is bound to fail— Perché il patto fiscale per l’Europa [la ricetta Merkel: che gli altri finora, però, hanno fatto propria, supinamente] non potrà che fallire.

[91] Allora vinse il sistema di affidarsi all’autoregolamentazione virtuosa del mercato preferita dagli Stati Uniti, e proposta  dal loro delegato a Bretton Woods, Harry Dexter White, contro il sistema prospettato da Keynes e gestito dal Fondo che avrebbe accertato e disposto la correzione, attraverso un’apposita “camera di compensazione”, di eccessi e difetti di bilancia dei pagamenti.

   Un’anticipazione del dibattito attualissimo tra regolamentazione affidata allo Stato (in questo contesto, a un’entità sovrastatale e internazionale) e l’autoregolamentazione che, come aveva ben spiegato due secoli prima Adam Smith non sarebbe mai effettivamente riuscita… arrivando per primo e ante-litteram, per così dire, a parlare di un’entità e autorità statale (o appunto sovrastatale) che, “in nome del bene comune” imponesse una regolamentazione… Altro che liberismo!!!

[92] Leggetevi le sue parole, nel testo integrale tradotto allora in inglese e personalmente rivisto dallo stesso Aleksandr Isaevičh Solženitsyn (cfr. http://www.columbia.edu/cu/augustine/arch/solzhenitsyn/harvard1978.html/).

[93] The Economist, 4.5.2012.

[94] 1) New York Times, 4.5.2012, C. Rampell, U.S. Added Only 115,000 Jobs in April; Rate Is 8.1% In America solo 115.000 posti di lavoro in più ad aprile: il tasso di disoccupazione è all’8,1%; 2) Dipartimento del Lavoro (Bureau of Labor Statistics – BLS), 4.5.2012, USDL-12-0816, Employment Situation Summary (cfr. http://www.bls.gov/news.release/ empsit.nr0.htm/); 3) Economic Policy Institute (EPI), 4.5.2012, H. Shierholz (cfr. http://www.epi.org/publication/may-2012-national-jobs-picture/).

[95] Non sono calcolati tra i disoccupati, anche se rispetto a ogni altro paese sono proporzionalmente decine di volte di più, il numero enorme di militari di professione che sottrae al buco del lavoro un milione e mezzo circa di persone che altrimenti bisognerebbe contare; così come il numero assolutamente abnorme di galeotti in questo paese fa esattamente altrettanto…).

[96] New York Times, 24.5.2012, P. Krugman, Egos and Immorality—.

[97] Obama, appena tornato a Washington dal suo viaggio segreto, apprende che gli aerei americani senza pilota che gli afgani chiedevano con insistenza, ma senza successo, di veder ritirati dall’uso sul territorio del paese, alla caccia si capisce di un gruppo di talebani hanno distrutto una casupola sulle montagne afgane e massacrato cinque bimbi e una mamma – danni collaterali, s’intende – per i quali naturalmente e doverosamente, poi, si sono scusati… E Karzai torna a ripetere che non è “accettabile”… Però, poi, accetta… (New York Times, 7.5.2012, Reuters, Karzai Says Afghan Civilian Deaths Could Hinder U.S. Pact Karzai dice che i [nuovi] morti ammazzati trai civili afgani potrebbero ostacolare il patto con gli USA).

[98] Resa nota dall’ONU e diffusa, in particolare, dal sito dei Contractors civili privati del Pentagono a Kabul: Overseas Civilian Contractors, 3.5.2012, UN Declares Kabul “White” City, Highest Security Status effective immediately L’ONU dichiara Kabul “città bianca”, lo stato di sicurezza più elevato da subito (cfr. http://civiliancontractors.wordpress.com/ 2012/05/03/un-declares-kabul-white-city-highest-security-status-effective-immediatley/).

[99] Cfr. Art. 11 (la Costituzione “…consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”).

[100] Dawn (Karachi), 26.5.2012, Afghan parliament approves US strategic pact Il parlamento afgano approva il patto strategico con gli USA (cfr. http://dawn.com/2012/05/26/afghan-parliament-approves-us-afghan-security-pact/). 

[101] New York Times, 15.5.2012, M. Rosenberg, As Trained Afghans Turn Enemy, a U.S.-Led Imperative Is in Peril

[102] New York Times, 13.5.2012, U.S. May Scrap Costly Efforts to Train Iraqi Police Gli Stati Uniti pronti a cancellare lo sforzo costoso che mirava ad addestrare la polizia irachena.

[103] Arab Times Kuwait, 1.5.2012, Agenzia KUNA, Kuwait FM visit to Bagdad: ‘continue to pay war reparations’­— Il ministro degli Esteri del Kuwait in visita a Bagdad: ‘continuate a pagare i danni di guerra’ (cfr. http://www.arabtimesonline.com/ NewsDetails/tabid/96/smid/414/ArticleID/182685/reftab/36/Default.aspx/).

[104] CRI (Pechino), 12.5.2012, Xinhua (Agenzia Nuova Cina), Iraq's Kurdistan Rejects Claims of Israeli Presence Il Kurdistan iracheno: no alle denunce sulla presenza israeliana (cfr. http://english.cri.cn/6966/2012/05/12/191s699229. htm/).

   Ma le denunce di Teheran vengono supportate (e documentate) dall’autorevolissima testimonianza del maggiore giornalista investigativo degli Stati Uniti, Seymour Hersh: uno che quando parla di temi supersegreti come questi ci azzecca sempre.

   Cominciò rilevando nel 1970 il massacro di Mylai in Vietnam da parte dei marines e, poi, in Cile con la denuncia delle responsabilità primarie statunitensi nel golpe di Pinochet (il dipartimento di Stato e Kissinger e l’ambasciatore a Santiago) e, ancora, della “panzana” bushesca sulle armi di distruzione di massa di Saddam e, più di recente, sulle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib ai prigionieri sospetti di terrorismo e infine sulle prove-non prove della bomba atomica iraniana; tutte inchieste condotte per e sul mensile New Yorker e tutte salutate col premio Pulitzer.

   Adesso, qui, su Israele e Kurdistan in questi giorni torna a parlare, documentandolo: ed è tema sul quale lavora ormai da anni, da quando ha trovato, e provato, nel 2004 di come gli israeliani fossero già giunti alla conclusione che l’America in Iraq andava a perdere e cercarono di dotarsi di alternative almeno tattiche di accesso all’intelligence su Teheran che fino ad allora era possibile via americano-irachena.  Ma che, col declinare della presa statunitense su Bagdad e di quella sunnita a Bagdad, sarebbe andato inevitabilmente scemando.

[105] Financial Times, 6.5.2012, N. Bozorghmer, Iran election to fuel power struggle Le elezioni iraniane alimenteranno le lotte di potere (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/de2b302c-977e-11e1-83f3-00144feabdc0.html#axzz1uDBs5tQQ/).

[106] The Times of Israel, 8.5.2012, I. Ben Zion, Coalition partners Netanyahu and Mofaz promise new law on army service ,electoral reform I partners della coalizione, Netanyahu e Mofaz, promettono un nuova legislazione sul servizio militare e una riforma elettorale [meno prona al frazionamento dei gruppi parlamentari] (cfr. http://www.timesofisrael.com/netanyahu-and-mofaz-presenting-their-unity-partnership/).

[107] New York Times, 22.5.2012, T. L. Friedman, Power with Purpose Il potere, ma per uno scopo.

[108] E’ l’argomentazione, una volta tanto avanzata senza pregiudizi ideologici e supinamente schierata contro l’Iran, che un editoriale del NYT offre alla riflessione dei suoi lettori. E, sintetizzata qui da noi per l’essenziale anche dei nostri lettori, visto che ci sembra un ragionamento equilibrato e importante, questo firmato da due accademici iraniani che ora lavorano entrambi in America: un ex cittadino iraniano, ora americano, che insegna all’università di Princeton e un ex insegnante di scienze politiche dell’università di Teheran, entrambi consiglieri anni fa del team dei negoziatori iraniani sul nucleare.

   Non è certo necessario credere ciecamente a quel che argomentano, ma è indispensabile prendere sul serio, ci sembra, gli argomenti seri che essi presentano: senza alcun’autorizzazione americana e tanto meno iraniana ma, per una volta tanto, senza la retorica e le iperboli che rendono oggettivamente tanto difficile comprendere qui, in occidente, quel modo di pensare tanto diverso dal nostro: vedi New York Times, 11.5.2012, H. Mousavian e K. Afrasiabi, Critical Threshold in the Iran Crisis— Una soglia critica nella crisi iraniana.

[109] Ne ha subito trattato a lungo, facendo il punto in polemica con Chris Hitchens noto polemista filoisraeliano americano, un saggio importante del prof. J. Cole, che insegna storia contemporanea all’Università del Michigan: su Informed Comment,  3.5.2006, Hitchens Hacker And Hitchens (cfr. http://www.juancole.com/2006/05/hitchens-hacker-and-hitchens.html/).

   I termini esatti di quello che disse effettivamente sono su Internet, da diverse fonti – comprese alcune di origine israeliana e anche americana – e tutte in versione identica: il sito web della presidenza iraniana ha riportato anche il testo originale in farsi del presidente e una traduzione ufficiale in inglese che recita, testualmente, come “the Zionist Regime of Israel faces a deadend and will under God's grace be wiped off the map” e, in traduzone, recita che “il regime sionista di Israele, il regime occupante, è di fronte a una percorso senza sbocco e, se Dio vorrà, verrà cancellato dalla carta geografica

   Dunque non – come tale – proprio lo Stato di Israele, ma il regine occupante di Israele. E anche la serie dei “dispacci speciali” raccolti sul sito del MEMRI [istituto di ricerche medio-orientali fondato da israelo-americani e finanziato a Washington da fondi ugualmente israeliani e americani, parte pubblici parte invece privati] (cfr. Special Dispatch Series - No. 1013, MEMRI, October 28, 2005, http://memri.org/bin/articles.cgi?Page=archives&Area=sd&ID=SP101305/. Retrieved 2006-05-03] riporta nella propria traduzione la dizione non dello “Stato” ma del “regime” di Israele.

   Non c’è dubbio che Ahmadinejad abbia giocato su questi arcani significati semantici: qualche volta evidenziandone una – questa – qualche volta, soprattutto all’interno del paese e/o per il mondo arabo, quell’altra. Ma altrettanto evidente è che, per motivazioni opposte e contrarie, Netanyahu e gli oltranzisti filo-israeliani americani abbiano fatto lo stesso…

[110] New York Times, 11.7.2012, R. Gladstone, Nuclear Negotiator Seeks ‘Beginnings of the End’ of Iran Dispute Il negoziatore capo nucleare [dell’ONU, cioé di fatto occidentale, la Commissaria della UE Ashton] vuole arrivare al principio della fine della vertenza Iran

[111] Mentre avrebbe deciso di prepararsi da tempo a una massiccia controffensiva, servendosi di missili a corto raggio e testata ovviamente convenzionale (alto esplosivo) che i servizi israeliani di intelligence delle Forze armate (l’IDF) – il brig. gen. Itay Baron, hanno stavolta “contato” in 3.500 razzi puntati contro Israele mentre Hezbollah starebbe  sviluppando – questo non è in grado, al momento, di provarlo – missili mare-terra e addirittura veicoli aerei non pilotati: drones.

   In totale, conferma il vice capo di Stato maggiore dell’IDF, gen. Yair Naveh, Hezbollah avrebbe ora a disposizione – cioè, nell’ottica degli israeliani, l’Iran avrebbe a disposizione – un arsenale di 60.000 tra razzi e missili: dieci volte quelli di cui disponeva nel 2006 quando, insieme alla controffensiva delle sue stesse milizie, furono più che sufficienti a stoppare e rinviare al mittente l’invasione del Sud del Libano— questo il generale non lo dice: ma, anche non dicendolo, lo richiama alla mente di tutti, con grande scorno dell’IDF e del governo israeliano (cfr. Haaretz (Tel Aviv), 23.5.2012, Gili Cohen e J. Lys, IDF: Israel in range of nearly 65,000 Hezbollah, Iran, Syria rockets Israele è alla portata di quasi 65.000 missili di Hezbollah, Iran e Siria (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/idf-israel-in-range-of-nearly-65-000-hezbollah-iran-syria-rockets.premium-1.432012?localLinksEnabled=false/).

   Si tratta ovviamente di notizie già ben note al governo. E il fatto che siano state rese note così, adesso, scavalcando altrettanto ovviamente il governo, costituisce un ammonimento inequivocabile e pubblicamente impartito al governo. Perché, decodificata, la notizia si legge come un chiarissimo avvertimento: non ci sembra utile mettersi a  minacciare di attaccare qualcuno ch, poi, potrebbe reagire facendoci – ve lo diciamo prima: ricordatevene! – anche molto, molto male…

[112] United Nations Security Council (UNSC),  Risoluzione 1244/9, 10.6.1999, Sulla situazione in Kosovo, che senza essere mai stata corretta o revocata, dopo Milosevic addirittura, conferma (Preambolo, #10 e Atto finale di Helsinki, Annex 2) la sovranità irrevocabile della Jugoslavia, e della Serbia che, in diritto internazionale, le è succeduta sul territorio del Kosovo. 

[113] YNet (Tel Aviv), articolo di Yediot Aaronot, 9.5.2012, A. Somfalvi, Israel: Iran must commit to stop all enrichment L’Iran deve impegnarsi a fermare qualsiasi arricchimento [del combustibile nucleare: qualsiasi cosa, poi dica, il Trattato di non proliferazione, che Israele non ha mai firmato, e qualsiasi cosa, poi dica, l’accordo tra tutti i partecipanti all’incontro raggiunto e firmato a Ginevra] (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4227006,00.html/).

[114] NewYork Times, 17.5.2912, (A.P.), US Envoy to Israel: US Ready to Strike Iran L’ambasciatore americano in Israele, gli USA sono pronti a colpire l’Iran.

[115] Orlando Sentinel, 7.5.2012, A. Quinn, U.S. keeps India waiting on Iran sanctions waiver, but want more ‘loyalty’ Gli USA tengono l ’India in attesa dell’esenzione [per il greggio iraniano], ma esigono più ‘lealtà’ (cfr. http://www.orlandosentinel .com/news/nationworld/sns-rt-us-india-clintonbre8460d8-20120507,0,656370.story/). uando cioè non avrebbero piòà a che farsene delòlòì’esem,zioopem promessa…*

[116] New York Times, 8.5.2012, J. Yardley., Indians Host Cliton While Also Wooing Iran Gli indiani ospitano la Clinton, ma contemporaneamente continuano a corteggiare l’Iran.

[117] The Jerusalem Post, 15.5.2012, India targets 11 pct Iran oil import cut in 2012/13-minister L’India punta a ridurre nel 2012-2013 dell’11% dall’Iran l’import di petrolio (cfr. http://www.jpost.com/Headlines/Article.aspx?id=270006/).   

[118] The Star, 15.5.2012, F. J. Daniel, U.S. unimpressed with India's efforts to cut Iran oil buys - envoy L’inviato: gli USA non sono per niente impressionati dagli sforzi dell ‘India di tagliare I suoi acquisti di petrolio dall’Iran (cfr. http://thestar.com.my/ news/story.asp?file=/2012/5/15/worldupdates/2012-05-15T053232Z_3_BRE84E05Z_RTROPTT_0_UK-INDIA-IRAN &sec=Worldupdates/).  

[119] New York Times, 17.5.2012, T. Erdbrink, OPEC Says Sanctions Taking Toll on Iran Oil ProductionL’OPEC sostiene che le sanzioni hanno avuto effetto sulla produzione di greggio iraniano.

[120] Agenzia ILNA (vicina al resto del movimento “riformista”, Teheran), 13.5.2012, Iran to launch Fajr satellite to space during May 21 L’Iran lancerà il satellite Fajr nello spazio [nel periodo intorno al 21 maggio] (cfr. http://ilna.ir/fullstory.aspx ?ID=264028/).

[121] New York Times, 22,5,2012, A. Cowell, T. Erdbrink e J. Rudoren, Iran nears deal on inspecting atomic site, UN chief says L’Iran vicino all’accordo sull’ispezione al suo sito atomico.

[122] New York Times, 24.5.2012, Reuters, Iran, Big Powers Extend Talks Despite Split Over Sanctions L’Iran e le grandi potenze estendono i loro colloqui, malgrado le divergenze sulle sanzioni [e sull’arricchimento dell’uranio, anche se questi qui non lo dicono].

[123] Tampa Bay Online (TBO), 25.5.2012, (A.P.), Iran Nuke Talks Resume in June A giugno riprendono i colloqui sul nucleare iraniano (cfr. http://www2.tbo.com/news/nation-world/2012/may/25/namaino6-iran-nuke-talks-resume-in-june-ar-407738/).

[124] Conclusioni del Consiglio UE sul processo di pace in Medioriente, 316a riunione del Consiglio per gli Affari esteri, Bruxelles, 14.5.2012 (cfr. http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_Data/docs/pressdata/EN/foraff/130195. pdf/).

[125] RT News (Mosca), 10.5.2012, Putin passes on Camp David G8 summit, will send Medvedev Per il vertice dei G-8 di Camp David, Purin passa e manda Medvedev (cfr. http://rt.com/politics/putin-obama-g8-medvedev-874/).

[126] Global Security Newswire, 14.5.2012, Russia Hints at Use of Short-Range Missiles on NATO Missile Shield La Russia accenna all’utilizzo di missili a medio raggio contro lo scudo missilistico della NATO (cfr. http://www.nti.org/gsn/article/ russian-minister-hints-use-short-range-missiles-against-nato-missile-shield/).

[127] Commissione esteri del Senato, 10.5.2012, testo integrale della deposizione dell’assistente segretario di Stato per l’Europa e gli Affari euro-asiatici Philip Gordon (cfr. http://www.foreign.senate.gov/imo/media/ doc/Philip _Gordon_ Testimony.pdf/).

[128] Vedi Nota127 qui sopra.

[129] RT.com, 23.5.2012, Russia test fires AMD-piercing strategic missile La Russia sperimenta in volo un missile strategico  (cfr. http://www.rt.com/news/new-strategic-missile-test-970/).

[130] The Economist, 25.5.2012, Putin’s gang (cfr. http://www.economist.com/blogs/easternapproaches/2012/05/russias-new-cabinet/).

[131] RPDefense, 11.5.2012, Why Pakistan not invited to Chicago Summit: NATO Secretary-general Perché il Pakistan non è stato invitato al vertice di Chicago: il Segretario generale (cfr. http://rpdefense.over-blog.com/article-pakistan-not-invi ted-to-chicago-summit-nato-secretary-general-104992454.html/).

[132] New York Times, 17.5.2012, (A.P.), Pakistani President to Attend NATO Summit Il presidente del Pakistan presenzierà al vertice della NATO.

[133] New York Times, 23.5.2012, Ismail Khan, Doctor Who Helped Find Bin Laden Is Given Jail Term, Official Says Il medico pakistano che ha aiutato a scovare bin Laden condannato al carcere.

[134] New York Times, 27.5.2012, S. L. Myers e E. Schmitt, Frustrations Grow as U.S. and Pakistan Fail to Mend Ties Crescono le frustrazioni dopo che USA e Pakistan non riescono a riparare i danni [il problema essendo quello di sempre: che  Obama e Clinton – da perfetti innocents abdroad, come chiamava Mark Twain i suoi compatrioti e la loro incapacità quasi connaturata di capire gli altri e di farsi capire da loro quando agiscono all’estero – avevano concluso che l’insistenza del presidente pakistano per avere l’invito significasse il suo andare a Canossa, a chiedere scusa e a chinarsi al bacio della sacra pantofola… e non avevano capito niente].

[135] Detroit News, 11.5.2012, S. Lekic, Israel not invited to NATO's Chicago summit Israele non invitata al vertice NATO di Chicago (cfr. http://www.detroitnews.com/article/20120511/NATION/205110408/1361/Israel-not-invited-to-NATO-%2%92s-Chicago-summit/).

[136] L’ha riconosciuto, con grande amarezza ma anche con brusca e benvenuta freschezza, un alto ufficiale britannico restato anonimo e da poco rientrato in patria dopo aver a lungo servito nella provincia di Helmand, la  più grande e tra le più turbolente delle 34 dell’Afganistan (che crediamo di poter comunque identificare nel Brig. Gen. Ed Davis): New York Times, 21.5.2012, Reuters, NATO Signals End of Afghan War for the West La NATO dà il segnale della fine della guerra afgana per l’occidente.

[137] New York Times, 22.5.2012, A., J. Rubin, U.S. Ambassador to Afghanistan Is Set to Leave This Summer L’ambasciatore americano in Afganistan se ne andrà questa estate.

[138] U.S. Congressional Research Service, 10.5.2012, Report #R 41084, Afghanistan casualties: Military Forces and Civilians I morti in Afganistan: Forze armate e Civili (cfr. http://www.fas.org/sgp/crs/natsec/R41084.pdf/).

[139] Science, 11.3.2011, Counting the dead in Afghanistan Contando i morti in Afganistan (cfr. http://www.sciencemag.org/ content/331/6022/1256.full.pdf/).

[140] E’ la domanda posta tra parecchie altre in un articolo particolarmente sagace apparso sul vertice NATO e le sue decisioni sull’Afganistan su Al Jazeera, 23.5.2012, P. Culhane, Questions NATO summit did not tackle Le domande che il vertice NATO non ha affrontato (cfr. http://blogs.aljazeera.com/americas/2012/05/23/questions-nato-summit-did-not-tackle/).

[141] Renmin ribao, 23.5.2012, Zhang Yun, ‘Unprecedented’ summit can’t stop NATO from being marginalized Un vertice senza precedenti come questo non riesce a evitare la marginalizzazione in atto della NATO (cfr. http://english.peopledai ly.com.cn/90777/7824176.html/).

[142] Suddeutsche Zeitung, 10.5.2012, H. Freiberger, H.J. Jakobs e M. Zydra, Bundesbank-Chef bestreitet Aufweichung der Inflationsziele— Il capo della Bundesbank nega ogni ammorbidimento degli obiettivi di inflazione (cfr. http:// www.sueddeutsche.de/wirtschaft/debatte-ueber-steigende-inflation-bundesbank-behaelt-die-ruestung-an1 11354306/).

[143] L’ennesima conferma, adesso, dalla notizia che il gigante del petrolio britannico, la British Petroleum, ha annunciato di aver rinunciato definitivamente al progetto di inviare gas naturale dal giacimento di Shah Deniz II in Azerbaijan verso occidente attraverso il gasdotto Nabucco… soprattutto perché il gasdotto non c’è, ha rilevato il capo raffinazione e merchandise della BP.

   Viene anche detto che ormai BP e Socar, la compagnia di Stato azera, stanno considerando di usare una branca minore e già in parte realizzata del Nabucco e/o la possibile rotta alternativa per il gas azero, il gasdotto dell’Europa sud-orientale (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/uk-bp-no-longer-considering-nabucco-pipeline-plan/).

[144] EU Commission, 11.5.2012, Spring forecast: towards a slow recovery Previsioni di primavera: verso una lenta ripresa (cfr. http://ec.europa.eu/news/economy/120511_en.htm/).

[145] Business Insider, 6.5.012, What Everybody Is Getting Wrong About The New President Of France Quello che nessuno capisce sulle posizioni del nuovo presidente francese (cfr. http:// www.businessinsider.com/what-everybody-is-getting-wrong-about-francois-hollande-the-next-president-of-france-2012-5/).

[146] The Daily Mail, 30.5.2012, L. Watson, Hollande’s Goverment makes first move to cap pay of top bosses Il governo Hollande fa le prime mosse per mettere un tetto ai compensi dei managers d’impresa (cfr. http://www.dailymail.co.uk/news/arti cle-2152230/Hollandes-government-makes-cap-pay-bosses.html?ito=feeds-newsxml/).

[147] New York Times, 4.5.2012, S. Lyall, London’s Mayor Aside, Conservatives Fare Poorly in British Races In Gran Bretagna, con l’eccezione del municipio di Londra, i conservatori vanno piuttosto male alle urne.

[148] Guardian, 9.5.2012, The Queen’s speech 2012 Il discorso della regina.

[149] United Kingdom—2012 Article IV Consultation Concluding Statement of the Mission— Dichiarazione conclusiva della missione ispettiva, secondo l’Art.. IV, del Fondo nel Regno Unito – 2012, #3., 22.5.2012, (cfr. http://www.imf.org/external /np/ms/2012/052212.htm/9/).

[150] Financial Times, 28.5.2012, M. Wolf, The IMF on UK macroeconomic policy: part 2 Il Fondo monetario sulla politica macroeconomica britannica: parte 2 (cfr. http://blogs.ft.com/martin-wolf-exchange/2012/05/28/#axzz1wD09fFUP/).

[151] The Economist, 4.5.2012.

[152] Xinhua, 27.4.2012, U.S. to move 9,000 Marines from Okinawa Gli USA sposteranno 9.000 marines da Okinawa (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/world/2012-04/27/c_131555338.htm/).

[153] Dati ufficiali anche se del tutto ignoti. Ma ora pubblicizzati su un sito dedicato (cfr. http://closethebase.org/us-military-bases/incidents-involving-us-military-in-okinawa/).

[154] Kyodo News, 17.5.2012, Shinya Ajima e Mija Tanaka, Consumption helps Japan’s growth beyond expectations in 1st quarter I consumi aiutano la crescita al di là delle aspettative nel 1° trimestre (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/2012/ 05/158461.html/).

[155] Agenzia Bloomberg, 22.5.2012, Mayumi Otsuma, Japan Logs Second-Biggest Foreign Asset Haul on Record: Economy Il Giappone registra il secondo record di sempre in patrimoni di proprietà di stranieri nel paese (cfr. http://www. bloomberg.com/news/2012-05-21/japan-2011-overseas-net-assets-were-little-changed-as-yen-climbs.html/).

[156] New York Times, 22.5.2012, H. Tabuchi, Fitch Downgrades Japan’s Soverign Rating Fitch svaluta il rating del debito sovrano giapponese.

[157] Guardian, 5.5.2012, D. Batty, Japan shuts down last reactor Il Giappone chiude l’ultimo reattore.

[158] New York Times, 26.5.2012, Hiroko Tabuchi e M. Wald, Concerns Grow About Spent Fuel Rods at Damaged Nuclear Plant in Japan Crescono le preoccupazioni in Giappone per le sbarre “spente” di uranio nell’impianto nucleare danneggiato.

[159] New York Times, 9.5.2012, H. Tabuki, Japan to Nationalize Fukushima Utility Il Giappone nazionalizza l’impianto di Fukushima.

[160] International Energy Agency (IEA), 4.2011, OECD/IEA Oil Market Report Forecasts (cfr. http://www.iea.org/publi cations/freepublications/publication/mtomr2011.pdf/).  

[161] 1) Energy-pedia News, 3.5.2012, Gazprom considers gas pipeline to Japan Gazprom ha sotto esame un gasdotto per il Giappone (cfr. http://www.energy-pedia.com/news/russia/new-150193/); 2) Gazprom, 3.5.2012, Comunicato stampa, Gazprom and members of Japanese Parliament discuss prospects for gas supplies buildup Gazprom discute di prospettive per un aumento di gas naturale direttamente al Giappone con una delegazione parlamentare nipponica (cfr. http://www.gazprom.com/press/news/2012/may/article134543/).