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     06. Nota congiunturale - giugno 2011

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.06.11

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc294631504 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc294631505 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc294631506 \h 1

● Popolazione mondiale. PAGEREF _Toc294631507 \h 2

● Come le tasse dimezzano i salari  ← (istogrammi)→ La crescita: l’Italia colpita duramente dalla crisi PAGEREF _Toc294631508 \h 3

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc294631509 \h 5

in Cina. PAGEREF _Toc294631510 \h 14

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc294631511 \h 18

EUROPA.... PAGEREF _Toc294631512 \h 19

● Dal cambiavalute (vignetta) PAGEREF _Toc294631513 \h 24

● Al tribunale per i crimini di guerra dell’Aja… (vignetta) PAGEREF _Toc294631514 \h 33

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc294631515 \h 36

● Sì, sembra ma non è la maschera di bin Laden morto; è la maschera universale del terrorismo…... PAGEREF _Toc294631516 \h 37

● I signori delle valute. PAGEREF _Toc294631517 \h 52

GERMANIA.... PAGEREF _Toc294631518 \h 64

● Atomkraft? Nein! Danke… meglio l’eolico, no? (vignetta) PAGEREF _Toc294631519 \h 65

FRANCIA.... PAGEREF _Toc294631520 \h 66

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc294631521 \h 66

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc294631522 \h 67

● Garantito! Obama e Berlusca… (vignetta) PAGEREF _Toc294631523 \h 70

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo  in  rete.    Ma,   per   farlo,  quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può.  Per cui, abbiate pazienza…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Il Berlusca ha perso. Al primo e, peggio, al secondo turno. E, adesso, per chi suona, la campana?

E poi due altre righe: è toccato anche a noi (lo dicevano un mese fa che era ormai inevitabile col debito pubblico che a fine anno è previsto arrivare al 120% del PIL), anche dopo le discrete pagelle (sui conti finanziari in difficile raddrizzamento, anche se solo sul breve – il deficit non il debito – e certo non sull’economia reale) di OCSE e FMI, di vederci bollato il debito pubblico da Standard & Poor’s[1] con la svalutazione del debito da stabile a negativo (anche se il rating resta per ora ad A+).

Ora, è verissimo queste agenzie fanno schifo e sono del tutto screditate, ma purtroppo non per gli adoratori dei mercati per cui sembrano sempre contare tanto. Il motivo, dice S & P’s, è che l’Italia “non cresce”. La crescita è la peggiore da dieci anni nell’Unione europea, solo l’1,4%. E, certo, se “prendiamo in considerazione la labile crescita economica e la barzelletta tragicomica che tutti i giorni viviamo dal punto di vista politico…come dare torto a S&P’s?[2]”. Già, e lo scoprono adesso?

Nell’ultima settimana di maggio arrivano, insieme, un po’ di dati terrificanti: dall’ISTAT, sulla bassissima crescita del PIL e sul fatto che si registra una presenza crescente di famiglie povere, una su quattro ormai, con un’erosione di risparmio continua per consentire a molti di mantenere una peraltro assai scarsa crescita dei consumi; dalla Corte dei Conti, ad attestare che dovremo a breve  sacrificare sull’altare degli impegni presi a nome nostro da Tremonti con l’Europa ben 48 miliardi di €; infine, ricorda l’INPS, che il 58% delle pensioni in Italia danno ai “beneficiati” meno di 500 € al mese.

Tremonti replica a tutti, comprensibilmente piccato. Ma non dicendo, e tanto meno dimostrando, che invece l’Italia cresce, cosa che non può proprio dire; dice solo che il governo “manterrà tutti i suoi impegni”. Che non si sa bene ai mercati ma, a noi, fa tremare polsi e vene. A non credergli, infatti, per primi stavolta sembrano comunque proprio i mercati, insieme a S&P’s che sostiene proprio la fragilità e la crescente paralisi politica della maggioranza di governo.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Sembra che un giudice (“c’è un giudice a Berlino?”) riesca a fare il suo lavoro a New York anche se – e non per colpa sua – non riesce sempre a fare il suo lavoro a Milano… L’arresto del Direttore generale del FMI, il francese Dominique Strauss-Kahn, per una berlusconata di quelle pesanti – ha allungato le mani su una cameriera in albergo – naturalmente non è una condanna definitiva – e quando mai… – ma ha già suscitato emozione, sdegno, irritazione, incredulità e shock e rovesciato le carte per le presidenziali francesi dell’anno prossimo alle quali lui aspirava a presentarsi contro Sarkozy come candidato dei socialisti (è stato il ministro delle Finanze di Mitterrand, diversi anni fa).

Nel 2008, del resto, era uscito per il rotto della cuffia da una situazione analoga presentando le scuse a una sua collaboratrice ungherese al Fondo e subendo una reprimenda ufficiale da parte del Direttivo dello stesso. Ma, naturalmente, in un momento di grave sconquasso di tutta la finanza internazionale lo scombussolamento al vertice del Fondo apre prospettive non facili e complesse di riassestamento del tutto perfino in un paese  di quella Europa dove, pure, commentano a New York, molto più che in America, “gli elettori hanno in genere mostrato più disponibilità a chiudere un occhio sul comportamento sessuale di premimenti uomini politici, in particolarissimo modo le scappate sessuali del primo ministro italiano[3]*— naturalmente, anche se perfino da noi pare, ora, un po’ meno…

Al dunque, vedrete che il successore (dopo qualche giorno DSK come lo chiamano in Francia ha presentato le sue dimissioni) sarà anche stavolta un europeo: francese come Strauss-Kahn, probabilmente la ministra delle Finanze Lagarde, candidata di Sarkozy; o, forse, se lei trovasse troppe resistenze – come in un giro un po’ inverecondo di porte scorrevoli che una si chiude e l’altra si apre – lo stesso Trichet che sta uscendo dalla BCE... Le nuove regole dello Statuto, volute proprio da DSK e che aumentano il peso del voto del mondo meno tradizionalmente ricco nel direttivo del Fondo, infatti entreranno in funzione solo nel 2012. Ma Cin e India – oggettivamente a ragione, viste le dimensioni reali delle loro economie: e su questo il Fondo, dopotutto, si basa – già  scalpitano adesso…

DSK, come massimo dirigente del Fondo, era stato in effetti un buon dirigente riuscendo anche (ma il work-in-progress resta faticosamente incompiuto) ad imprimere una forte dinamica a un istituto ormai quasi stagnante, spingendone il cambio dello Statuto che datava dal 1944, dalla fondazione e da quei rapporti di potere, in senso più attento a quelli effettivi di oggi (la Cina, l’India, la Russia, il Brasile, ecc,. ecc….) e spostandone l’asse, chiamiamolo così, “ideologico” dal pedissequamente subito Washington consensus liberista e americanocentrico in una senso almeno un po’ più aperto, più sensibile alle ragioni non solo dei suoi massimi azionisti d’antan ma più attento alla necessità di cambiare gli equilibri nel governo di un mondo che la globalizzazione ha già fatto diverso.

Peccato che, ultrasessantenne ormai, DSK sia scivolato anche lui su un paio di mutande. E, secondo non pochi osservatori del suo paese, sia stato aiutato a scivolare da chi a Parigi in altissimo loco e aduso a lavorare coi servizi segreti, era assai interessato a stroncarlo. E proprio mentre il Fondo dovrà necessariamente far fronte al nodo, gordiano e insieme scorsoio, del debito sovrano greco, del cosa  fare in proposito e come farlo, senza alcun timoniere… e mentre, forse, la Francia dovrà fare i conti, al prossimo ballottaggio presidenziale addirittura a un faccia a faccia tra Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen: insomma, estrema destra europea e destra estrema aliena, per capirci… Povera Francia, più povera (quasi) dell’Italia…

●Si diceva di un mondo che sta cambiando. Quanto lo dice un studio appena uscito all’ONU.

● Popolazione mondiale (istogramma)

Per scaglioni di cinque anni             

                      Maschi◄►Femmine

Fonte: ONU/The Econonist, 14.5.2011          

Secondo queste proiezioni dell’ONU, la popolazione del globo raggiungerà a fine ottobre i 7 miliardi. Quest’anno, le Nazioni Unite hanno anche azzardato previsioni (proiezioni) che si spingono fino al 2100, fondandosi su presunzioni per definizione incerte ma, secondo i demografi, plausibili sul cambiamento negli anni dei tassi di fertilità e mortalità. La media di queste stime suggerisce che la popolazione mondiale nel 2085 supererà i 10 miliardi di abitanti e che per il 2100, il 22,3% dal 7,6% del 2010 avrà più di 65 anni. L’aspettativa è che gran parte della crescita di popolazione verrà da paesi, come si dice anche se non sempre propriamente, in via di sviluppo con la popolazione africana che dal miliardo del 2010 toccherà i 3,6 miliardi nel 2100. Nel 1950, il 32% degli abitanti del mondo vivevano nei paesi oggi definiti ricchi in termini di reddito pro-capite (Nord America, Europa, parte dell’Asia, parte dell’America latina).

●Abbiamo appena visto quanto il mondo stia cambiando in questo studio delle Nazioni Unite. Come, invece, probabilmente cambierà – e probabilmente per il peggio – forse ce lo comincia ora a dire uno studio che uscirà a metà giugno ma di cui un’anticipazione è stata resa disponibile adesso, a fine maggio. Il prezzo medio degli alimenti di base all’ingrosso avverte ora  Oxfam[4] raddoppierà – più che raddoppierà – nei prossimi venti anni. E i popoli più poveri al mondo, quelle che spendono più dell’80% di quanto riescono a guadagnare per comprare alimenti, saranno le più colpite.

Già il mese scorso la Banca mondiale aveva avvertito che, dal giugno 2010 ad oggi, l’aumento dei prezzi degli alimentari ha spinto altri 44 milioni di esseri umani al di sotto del livello della povertà. Spiega ora Oxfam[5] che “il mondo sta entrando in un’epoca di crisi alimentare permanente, accompagnata con ogni probabilità da turbolenze politiche e avrà bisogno di una radicale riforma del sistema alimentare globale”.

●Documenta l’OCSE, intanto, che la tassazione sui redditi del lavoro dipendente nel 2010 è cresciuta in 22 dei 34 Stati, i più ricchi del mondo, che costituiscono l’Organizzazione: la prima volta che aumenta mediamente da quando il carico fiscale complessivo – imposta sui redditi di lavoratori dipendenti e relativi contributi – aumenta da quando, una decina d’anni fa hanno cominciato a tenere il conto[6].

Sono i governi che, non sapendo più come fare un po’ di soldi per riequilibrare i deficit, e non sapendo – o meglio non volendo: non osando – caricarli sulle spalle dei contribuenti più ricchi e delle rendite li caricano sul lavoro dipendente.

Ma non sembra scandalizzarsene tropo l’OCSE, anche se doverosamente segnala ai suoi padroni, i governi dei paesi che ne fanno parte, che si sta scherzando un po’ troppo col fuoco…, forse – perché certi cunei fiscali preoccupano perfino l’OCSE e presentano, “oggettivamente”, in crescita bassa e compressione di consumi e investimenti, una prospettiva pesante per il medio-lungo termine.

Come le tasse dimezzano i salari  ← (istogrammi)→ La crescita: l’Italia colpita duramente dalla crisi

                                        Fonte: OCSE, 2011

L’Italia nell’istogramma non c’è: ma è tra i paesi                        % di cambiamento del PIL tra il

dal cuneo fiscale più alto (52,2%; nel 2000 era il 51)                  1° trimestre 2008 e il 4° del 2010   

L’economia oggi… Come rovesciarne davvero l’andamento… (vignetta)

Fonte: Gordon Brown, Cartoon Stock Directory

●Al vertice del 26 e 27 maggio dei G-8 di Deauville, in Francia – la località balneare dove Claude Lelouch ambientò il suo filmone strappalacrime e campione di incassi del 1966, Un uomo, una donna – hanno ancora una volta tentato di imbrogliare tutti. Ma è stato un tentativo proprio meschino, anche se corredato da decine e decine di pagine di “falsa” contabilità. Prima hanno pubblicato, nel Rapporto di contabilità[7] messo on-line sul sito ufficiale del G-8, un dato che fa ammontare gli aiuti effettivamente erogati ai Pvs dal 2005 a oggi, cioè dal vertice di Gleneagles in Scozia che prese solennemente quell’impegno, a circa 49 miliardi di $: quasi ai 50 promessi, insomma. Ma è falso perché non tiene conto – come avrebbe dovuto – del deprezzamento del $ in questi sei anni che porta l’impegno effettivamente erogato sì e no a 31 miliardi.

Poi, dell’altro impegno – erogare entro il 2010 lo 0,51% del PIL in aiuti pubblici allo sviluppo – risulta che, con l’eccezione della smandrappata Russia, 0,05% del PIL, l’Italia è il paese che lo ha onorato di meno, per lo 0,15% del PIL, seguita dagli Stati Uniti con lo 0,21; e la possente Germania ci ha speso solo lo 0,38%.

Per cui non c’è molto da meravigliarsi se la notizia che al G-8 di Deauville, il 27 maggio, i grandi e grandicelli si impegnano a mettere una ventina di miliardi di $ a disposizione di Fondo monetario internazionale, Banca europea degli investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo da spendere poi – no!: da prestare – a favore di Egitto e Tunisia “per sostenerne l’avvio alla democrazia”. Un messaggio che fa, prima, incavolare i destinatari (che si sentono già “avviati e non certo per merito degli occidentali…) e, poi (visti i precedenti…), non li tranquillizza comunque per niente[8].

●Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, denuncia l’ “invasione” della regione di Abyei da parte del Sudan, il Nord del paese, di cui alla fine ha strappato la secessione tutto sommato pacificamente, anche se dopo anni di guerra civile. Il fatto è che su Abyei, contesa tra Sud e Nord, l’atto di separazione concordato non dice parola e, quindi, il Nord non considera la propria presenza nella regione come un’ “invasione”, restando la giurisdizione allo status quo ante: la sua, dunque).

Poi, però, Kiir aggiunge che “sull’Abyei tra Sud e Nord non si arriverà alla guerra[9] e che dovrebbero essere, invece, “interposte” nella regione forze di pace internazionali. Che è una bella contraddizione perché, uno, non ci sarebbe guerra comunque – e lo dice lui – e, due, la richiesta di interposizione, adesso, se mai qualcuno la facesse sua, sarebbe comunque sbilanciata e un’azione di guerra a favore del Sud Sudan.

Resta il fatto che i due governi malgrado tutto devono collaborare, e strettamente, in diversi campi— e lo fanno. C’è, ad esempio, la necessità di inventarsi e varare una moneta per il Sud Sudan che, a questo punto, non può che essere diversa dalla classica sterlina sudanese. Ma che non può nascere così, unilateralmente. Infatti, proprio in questi giorni Nord e Sud Sudan hanno messo in piedi una Commissione congiunta sul tema (dà la notizia il quotidiano di Khartoum Akhir Lahzah) co-presieduta con chi è designato all’uopo per il Sud da Muhammad Khayr al-Zubayr, governatore della Banca centrale del Sudan (il Nord, ormai cioè il Sudan vero e proprio) che promette, finché la sterlina non sia “ordinatamente” sostituita, tutto il sostegno necessario all’altra metà del paese.

Il Sud, cioè: 619.000 km2, il doppio dell’Italia; ma meno di quattro volte, comunque, il territorio del Nord Sudan: 2.500.000 km2; e, rispettivamente, 8 milioni e 40 milioni di abitanti. La difficoltà vera sarà, però, quella di concordare tra le due parti, come spartirsi il debito pubblico sudanese che era unitario ma che, adesso, si è separato… in base al territorio, alla popolazione, al reddito pro-capite o a cosa[10]?

Il vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar è andato a Khartoum per avviare un negoziato col suo omologo del Nord su come arrivare, a cose ormai fatte però, a disinnescare la crisi dell’Abyei  prima della secessione[11] che, formalmente, va in atto da luglio. E’ stato deciso che le due parti formeranno un (altro) comitato congiunto: a conferma che, anche separandosi, come sempre succede, hanno bisogno l’uno del’altro.

●In Brasile, dopo mesi di dibattito acceso alla Camera che ha spaccato – ed è un gran brutto segnale per il governo – lo stesso PT già di Lula, è stato approvato un nuovo codice forestale che riduce la foresta pluviale protetta[12], esentando tra l’altro le piccole aziende agricole dall’obbligo, spesso inosservato ma almeno sulla carta obbligatorio, di riforestare le aree deforestate con amnistia tombale per tutti i reati connessi e commessi prima del luglio 2008. E, tanto per confermare l’andazzo, due attivisti ambientalisti sono stati assassinati dagli scherani dei latifondisti nello Stato amazzonico del Pará.

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

●Il governo Berlusconi si preoccupa giustamente, a inizio maggio, della minaccia di Gheddafi: porteremo la guerra nel vostro paese, avverte il rais ma lo fa dopo che anche l’Italia s’è messa a bombardare il suo di paese e poche ore prima che le bombe, chirurgiche e umanitarie, della NATO gli ammazzino il figlio più giovane, la moglie e i nipotini… Ma cos’altro ci potevamo aspettare se non un urlo rabbioso di vendetta? Perché dunque protestare stupidamente poi – la Farnesina,… ti pare! – contro l’assalto “vandalico, grave e vile[13] contro l’Ambasciata italiana: come se le bombe sganciate su Tripoli fossero un atto “ilare e coraggioso”…

Il punto ormai è chiarissimo: pochi piangeranno, se arriveranno ad ammazzarlo, il colonnello Gheddafi, come sono riusciti a fare ormai ad Osama – e prima o poi riescono a fare a tutti i loro nemici personalizzati, demonizzati e messi nel mirino – gli americani e la NATO. Pochi piangeranno anche in Libia dove pure i gheddafisti ci sono e sono anche molti. All’estero di sicuro pochissimi. Forse, in segreto però, qualcuno a Roma – o ad Arcore – potrebbe rammaricarsi…

Ma la realtà non ipocritamente mascherata è che metterlo nel mirino non è solo sbagliato, è criminale. In guerra, per governare la guerra, tutto quello che abbiamo è il diritto internazionale. Se lo buttiamo via o lo mettiamo tra parentesi, non ci resterà niente se non il diritto della forza, la potenza delle armi, del petrolio, del profitto e della rendita. E a noi non sta bene…

Se no, per “proteggere i civili libici”, quanti saranno i bambini libici “nemici” che saremo pronti a sacrificare? tutti quelli che sarà necessario far fuori?Perché una cosa almeno è – in realtà è sempre stata – chiarissima per chiunque non sia fasullo od ipocrita: che se la ragione dichiarata di un’operazione militare è quella di “proteggere i civili”, gli innocenti, la frase stessa “danno collaterale” è un nonsenso perché, semplicemente, non può venire applicata ai civili.

Collaterali potrebbero essere solo, per definizione, vittime militari se l’obiettivo centrale è quello di salvare i civili. Pure, vittime civili sono per definizione altrettanto inevitabili quando si bombardano obiettivi come caseggiati e edifici in un’area urbana, da diecimila o ventimila metri d’altezza per limitare i danni a chi va bombardando. E più va avanti il conflitto, più alto è il numero delle vittime civili, cioè niente affatto collaterali.

●Alla fine la sceneggiata messa in piedi dalla Lega per segnalare il suo dissenso sulla decisione del Cavaliere di bombardare Gheddafi, malgrado gli annunciati sfracelli era solo una sceneggiata invereconda, non certo la rimessa in questione dell’alleanza: la mozione unitaria di maggioranza dice che bisogna mettere fine presto alla missione. Lo dice, come voleva il Bossi…

Ma non dice quando perché non parla di data di una decisione italiana— ed era ovvio perfino per Frattini che, rivolgendosi a una decisione collettiva, della NATO, la data di cessata missione non la avrebbe decisa mai da sola l’Italia! Mentre è la solita tragicomica farsa la divisione tra le opposizioni— esortate poi dall’abituale pungolo predicatorio del Colle a votare patriotticamente con una concezione del patriottismo assolutamente del piffero.

●Nel frattempo, l’Italia ospita a inizio mese un incontro del cosiddetto gruppo di contatto internazionale per la Libia[14]. Chiacchiere e nient’altro, anche se l’intenzione annunciata era quella di dare una mano ad incrementare la vendita del greggio dall’est della Libia per dare una mano ai ribelli a trovare un po’ di quattrini per combattere contro Gheddafi. Ma, ha spiegato Ali Tarhoni, che detiene il portafoglio, abbastanza vuoto a dire il vero, dell’economia e del petrolio nell’amministrazione ribelle, la priorità oggi non è la produzione del greggio— e, quindi, da questa fonte proprio non è previsto nessun introito a breve.

La priorità, piuttosto, quella che il Consiglio provvisorio di Bengasi chiede alla NATO, è di proteggere nel territorio in rivolta le installazioni petrolifere della Cirenaica contro gli attacchi di Muammar Gheddafi. Anzi, precisa, parlando prima della riunione coi reporters specialisti del ramo, si tratta prima ancora di fare una valutazione precisa su quali sono le installazioni in questione e su quello che è, poi, l’effettivo funzionamento attuale degli impianti.

Alla fine, spiega il comunicato finale del gruppo di contatto[15], vengono offerti ai ribelli libici fondi che il NYT definisce “del valore potenziale di miliardi di $”: dove il termine operativo, però, è tutto racchiuso in quell’aggettivo qualificativo. Cioè, non è una promessa, non è un impegno, tanto meno una cambiale che si possa portare all’incasso: è una possibilità condizionata al loro saper fare – di cui in molti dubitano – il lavoro necessario a trasformare in reale, sul campo di battaglia e in uella a società sconvolta dalla guerra civile, quel “potenziale”.

●Il capo dell’ENI, Paolo Scaroni, dichiara[16] il 5 maggio – di fronte ai dubbi sollevati in proposito nei suoi confronti – che in realtà lui non si preoccupa del possibile caduta di Muammar Gheddafi ma del caos che potrebbe, invece, provocare lo stallo di una guerra civile che duri a lungo: una situazione bloccata “di tipo somalo”, dice. Parla, naturalmente, dell’impatto importante che esso avrebbe sulla produzione e la dichiarazione arriva subito dopo che l’agenzia di rating Fitch ha svalutato il titolo ENI da AA- ad A+.

●Anche la Cina sta soffrendo per una serie di perdite provocate dalla guerra civile in Libia alle sue imprese. Il settimanale specializzato China Economic Weekly calcola che i contratti cinesi coi libici hanno perso qualcosa come 18 miliardi di $ a causa dell’insurrezione: infatti, non c’è assicurazione che copra i rischi di guerra, di insurrezione e neanche di guerra civile che, nel gergo delle imprese assicurative, sono considerate “atti di Dio[17].

●L’improbabile ministro degli Esteri che ci ritroviamo, l’on. Franco Frattini, dice anche il 6 maggio che ci si può aspettare, diciamo, entro un mese un qualche cessate il fuoco— e la resa di Gheddafi, in sostanza… Conferma, con ben altra credibilità la notizia – anzi anticipandone i tempi probabili: entro qualche giorno – ma precisando di aver tenuto i contati con entrambe le parti e di sapere che Gheddafi, forse, potrebbe anche lasciare il potere ma che non abbandonerebbe certo il paese – un portavoce del ministero degli Esteri turco[18].

Il giorno dopo, nell’ennesimo sfoggio di doppio gioco solo auto-apprezzato – e neanche da tutti, anche in Italia, poi, per fortuna – al quale questo governo ci ha abituati sulla questione Libia, si apprende dal portavoce a Bengasi del Consiglio nazionale di transizione, Abdel-Hafiz Ghoga, che il governo italiano ha deciso di fornire armi ai ribelli e da quello della Farnesina che no, che non è vero.

Tutto si gioca sull’equivoco: il libico conferma, ma non specifica di quali tipi di armi si tratti, se non per dire che si tratta “comunque di quelle di cui c’è bisogno per la liberazione”; l’italiano cui si chiede di smentire si limita a dire che si tratta solo di armi “di auto-difesa”, come concordato nel gruppo di contatto a Doha un mese fa, senza specificare quali, salvo bofonchiare che forse non si tratta solo di pistole Beretta e che si tratta “solo” di contatti il personale militare delle due parti[19].

Poi Frattini sostiene di aver saputo dal vescovo di Tripoli, mons. Martinelli – che però non conferma – che Gheddafi sarebbe (al condizionale) stato ferito nel corso di un bombardamento NATO e che avrebbe (sempre condizionale) lasciato Tripoli. Frattini dice di credere al vescovo, ma lui non conferma… E i libici, ufficialmente col portavoce del governo Mussa Ibrahim, smentiscono[20]. Infatti, Gheddafi è vivissimo: purtroppo, dicono alcuni; alla faccia di chi gli vuol male, dicono altri (che magari ieri gli volevano pure bene, o facevano finta).

●Intanto, America e NATO continuano a rifiutare ogni tentativo del governo di Tripoli di chiedere un cessate il fuoco. La motivazione è sempre la stessa, che “l’offerta non è credibile perché non è accompagnata da nessuna azione concreta[21]— come se una proposta di cessate il fuoco che, per definizione, è almeno bilaterale potesse adottarla unilateralmente solo una delle parti: mentre all’altra (la “nostra”: qui i ribelli e i loro alleati stranieri) è riconosciuto il diritto di rifiutare e continuare a combattere, che poi sarebbe puramente e semplicemente una resa senza condizioni…

●Nel frattempo i ribelli lamentano, a voce sempre più alta, che gli occidentali, non trasferendo a loro quelli che chiamano “i soldi di Gheddafi”, li stanno strangolando… Lo dice il ministro delle Finanze e del petrolio del Consiglio di transizione, Ali Tarhouni[22]: la Gran Bretagna ha sequestrato da mesi 1 miliardo e 150 milioni di € di liquidità tutta, asseriscono loro, di proprietà di Gheddafi. Ma dicono le banche inglesi presso le quali quei conti erano depositati, che i ribelli non riescono ad esibire le pezze d’appoggio che servono a dimostrarlo…

A loro risultano fondi di proprietà non del signor Gheddafi ma della Jamāhīriyya (il trattato di Bengasi del 2008 tra Italia e Libia, tra Berlusconi e Gheddafi, riporta come traslitterazione italiana Giamahiria) e che fra l’altro, malgrado chiacchiere e tamburi lontani, in Europa solo i governi francese e italiano riconoscono al momento – e con evidente reticenza: neanche i soldi depositati in Italia sono stati trasferiti ai ribelli – come un paese rappresentato da quelli che stanno a Bengasi…

Ma le cose non si mettono bene per la campagna di Libia. Sarkozy l’Africano, e le truppe cammellate della NATO che lo hanno pecorecciamente seguito, non sanno più bene quello che vogliono eccetto che far fuori il rais), titubano ormai su quelli che a lui si propongono come alternativi, fanno i conti sui costi di una campagna che costa sempre di più e hanno sempre più paura di quello che potrebbe essere un fallimento strategico.

●Il fatto è che USA e Europa – insieme 900 milioni di abitanti e un PIL superiore tra tutte e due a 30.000 miliardi di € (un po’ meno di 14.000 e più di + 16.000 miliardi), utilizzando tutte le tecnologie e i  mezzi di ammazzamento hi-tech di cui dispongono, stanno attaccando un paese di 5 milioni di abitanti e una settantina di miliardi di € di PIL, per lo più tribù nomadiche del deserto o cittadini abitanti di Tripoli (quasi 2 milioni da sola), paese armato per lo più di armamenti sovietici degli anni ’60…

E’ il comportamento che gli inglesi definiscono tutto meno che fair, tutto men che sportivo, e a noi francamente puzza assai di criminale, nel senso proprio di crimine di guerra: contrario, cioè, alle norme internazionali, non come forse le autorizza un Consiglio di Sicurezza zimbello ma come non le autorizza la lettera e lo spirito della Carta delle Nazioni Unite.

●In America, la continua partecipazione degli Stati Uniti, anche se non più almeno ufficialmente con bombardamenti diretti, nella guerra in Libia, viene criticata duramente in Commissione alla Camera da deputati sia repubblicani che, molti, anche democratici. Il presidente non solo, come tutti i suoi predecessori, continua a impiparsi della sezione della legge di guerra (il War Powers Act del 1973 che tagliò a Nixon le unghie nella guerra del Vietnam) che gli impone di ottenere prima l’assenso del Congresso (il Senato per il sì, la Camera per i soldi)[23].

Ma se ne frega anche della disposizione che gli impone, in casi da lui dichiarati di estrema urgenza per la minaccia diretta che porrebbero agli Stati Uniti, di dismettere ogni operazione nel termine massimo di 60 giorni dall’averla iniziata. Il problema, al solito, è che si tratta di un Congresso fatto di cacadubbi, per non dire di ca***otto: critica, anche duramente, ma poi non ne tira alcuna conseguenza pratica. Un inno, cioè, all’impotenza. Peggio, anzi, perché i poteri, volendo, ci sarebbero.

Poi, però, vota a grandissima maggioranza 416-5 una nuova legge che proibisce sia alle Forze armate che a contrattisti privati americani di operare come truppe di terra in Libia[24]. E’ un emendamento alla legge sulla difesa (che autorizza un bilancio – ma non globale, parziale… – di  spesa nell’anno entrante di 690 miliardi di $ che tende a limitare (ma con forza più di esortazione che di obbligo) il potere di Obama di gestire come vuole, e senza renderne conto ad alcuno, il trattamento dei “sospetti terroristi” e che – non c’entra niente, ma nel progetto di legge ce l’hanno messo per forza – ne limita anche i poteri di ridurre in modo bilanciato le bombe nucleari americane immagazzinate sotto l’egida del trattato START con la Russia. Naturalmente, come è molto probabile, l’esecutivo se ne fregherà dell’opinione del Congresso…

●Di segno contraddittoriamente diverso la posizione russa che, al vertice dei G-8, il presidente Medvedev provvede – sembra – a correggere (all’ONU si erano formalmente astenuti, ma senza mettere il veto sui bombardamenti NATO e finora avevano sempre osteggiato la trasformazione de facto della missione, da “proteggere i civili da Gheddafi” a cambiare il regime a forza di bombe e “cacciare Gheddafi”) in qualcosa che accenna non a cacciare Gheddafi ma a “convincerlo ad andarsene con dignità[25].

Ora bisognerà capire se questa linea è di tutta la dirigenza russa, o solo di quella parte di essa che fa riferimento a Medvedev e non a Putin… E poi se Gheddafi, cosa che appare veramente difficile, si lascerà convincere, “premiando” così il primo rispetto al secondo. Intanto, la prima reazione di Tripoli è stata quella di notificare al mondo che “non saranno stranieri o ribelli a decidere del rais ma solo il popolo libico”; e la seconda che qualsiasi contatto “inteso a mediare” dovrà avvenire attraverso l’Organizzazione per l’unità africana: anche al Russia, se vuole, dovrà passare di lì.

Però, come è stato notato, oltre a ribadire – cosa che il rais già ha detto più volte – di voler trattare coi ribelli – che nascosti sotto le gonnelle dei bombaroli tecnologici rifiutano, loro, la trattativa –questa è la novità che Gheddafi – o i gheddafisti chi sa? – parlano per la prima volta di mediazione possibile… In fondo lui resiste sempre, e con qualche successo se quei veri e propri rambo dei bombardamenti su una città come la capitale libica – Sarkozy, Cameron e Obama… ma ormai pure il Berlusca – si sentono costretti a chiedere la mediazione dei russi...

●Il governo della Tunisia ha annunciato, per bocca del primo ministro ad interim Beji Caid Sebsi, che il paese terrà le sue elezioni[26] per formare un’Assemblea costituente il 24 luglio, tre mesi prima della data raccomandata dalla Commissione elettorale indipendente che esso stesso aveva nominata “perché il paese ha fretta e bisogno di raggiungere il prima possibile un equilibrio democratico”.

Poi, però, lo stesso Sebsi ammette, parlando coi media che lo incontrano al vertice di Deauville dove era invitato[27], col suo omologo egiziano, che bisognerà tornare “per preparare al meglio le elezioni” alla data originariamente indicata dal presidente della Commissione, Kamel Jandoubi, per metà ottobre.

●Nel corso di una riunione di Gabinetto presieduta dal presidente Abdel Aziz Bouteflika, il governo dell’Algeria[28] ha deciso un aumento di spesa del 25% al bilancio 2011 per aumentare i compensi del settore pubblico e il sostegno ai prezzi di derrate alimentari di base come farina, latte, olio e zucchero a sostenere la creazione di occupazione giovanile e la costruzione di case popolari. Viene anche cancellata dalla nuova legge, che deve passare al vaglio del parlamento, parte dell’IVA e delle tariffe sull’importazione di oli alimentari e zucchero.

Il presidente ha contemporaneamente annunciato la formazione di una Commissione speciale per la revisione di una bozza della Costituzione[29], incaricata di raccogliere proposte da partiti politici e personalità di tutto il paese. Il presidente della Camera, Abdelkader Bensala, condurrà queste consultazioni la cui versione finale verrà presentata al parlamento che dovrà approvarla sotto riserva della ratifica degli emendamenti maggiormente significativi con un referendum popolare.

Non saranno sottoposti a modifica, ha aggiunto Bouteflika, i cardini costituzionali attuali relativi ai fondamenti dello Stato algerino come la forma repubblicana, il sistema democratico multipartitico, l’Islam, la lingua araba come prima lingua ufficiale dello Stato, l’unità del territorio, la bandiera l’inno e il godimento universale dei diritti civili.

●Il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, che sembrava sull’orlo della resa ai rivoltosi, dopo essersi consultato con Bashar Assad di Siria, con Hamad ibn Isa Al Khalifa re del Bahrain e anche con Muammar Gheddafi ha deciso di sfidare gli attivisti armati di telefoni cellulari e di una rete di collegamenti elettronici ha deciso di respingerne le pressioni, annullando l’impegno che aveva già  raggiunto con un pezzo minoritario delle sue forze armate e con diversi altri Stati del Golfo persico che lavoravano per conto il dipartimento di Stato americano a convincerlo lasciando il potere in mano ad amici loro ma, ormai, più presentabili non fosse altro perché non erano stati esposti per tanti anni in prima fila al potere.

Il problema degli americani e dei loro amici del Golfo è che Saleh non si sposta. Prende tempo. In tre settimane ha promesso tre volte di firmare una specie di abdicazione contrattata che gli fornisce tutte le garanzie che voleva ma che lo obbliga a andarsene. Ma per tre volte, poi, ci ripensa.

Lui, loro, è il messaggio che emerge non si muovono – come hanno fatto, invece, Ben Ali e Mubarak: Gheddafi resiste addirittura sotto le bombe NATO almeno finché non strapperà le garanzie che lui vuole – perché le loro tattiche di strenua resistenza funzionano rafforzando una delle principali regole lapalissiane dell’analisi d’instabilità— che vincono quelli che hanno più armi e migliori.

●In Siria, una serie di agguati dei ribelli che, a inizio maggio, hanno fatto tra i soldati qualche decina di morti sono serviti a rafforzare la credibilità dell’accusa del regime che sono agenti stranieri e terroristi fondamentalisti i responsabili primi della repressione degli ultimi due mesi e mezzo. E a “giustificare” la repressione ancora più capillare e diffusa che sembra essere in atto, coi raids condotti casa per casa a Homs, Baniyas, in alcuni sobborghi di Damasco e diversi villaggi intorno a Daraa.

L’attendibilità delle informazioni di vari organismi intitolati ai diritti umani del resto, è ormai dubbia come quella del regime, ma il presidente Assad continua a essere creduto da molti quando assicura al quotidiano Al-Watan, il 9 maggio, che “la crisi in corso verrà superata con l’isolamento dei più facinorosi mentre andrà avanti il processo che era già in corso di riforme amministrative, politiche e del sistema delle informazioni”. E, sia chiaro, no: lui non se ne va. Anzi, ha deciso di convocare un “incontro al vertice nazionale con tutte le forze che, non contente del regime, sono non di meno disposte a parlarci, trattare e anche negoziare sulle riforme” che, ripete, sono necessarie[30]. Bisognerà, certo, vedere se ci fidano a andarci…

D’altra parte, il calo assodato – dai pochi testimoni presenti della stampa occidentale – almeno del 30-40% di presenze alle dimostrazioni dei primi venerdì di maggio fuori delle moschee e sulle piazze, è un indicatore forte della perdita di presa dell’opposizione e della ripresa in mano della situazione da parte del regime. Questo sembra oggi lo stato dei fatti, ma da accertare resta ormai la veridicità della denuncia, o della voce, che negli ultimi due mesi e mezzo sarebbero (?), sono (?), scomparsi 8.000 oppositori. Che nessuno può o sa né accertare, appunto, né credibilmente smentire.

●Intanto la sessione speciale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che avrebbe dovuto riunirsi per condannare il governo siriano e la violenza che esercita verso le sue popolazioni ribelli – era  l’intenzione proclamata di chi, come la Francia anzitutto, lo chiedeva, e a seguire voleva anche un’ultima rata di sanzioni – non si terrà: la Russia stavolta si è opposta[31] – col suo diritto di veto – e con la motivazione non irrilevante che i ribelli non sono affatto gente che sfugge dal ricorso alla violenza e alla forza.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha messo il mondo in guardia dal ripetere in Siria – ma, altra scuola diplomatica, ha aggiunto anche “in Bahrain o in Yemen”… – il disgraziato intervento, lo “scenario sbagliato” lo chiama, tentato in Libia[32].

In una posizione, invece, assolutamente dilettantesca e priva di lucidità – esattamente il contrario cioè di quella manifestata dal russo – Frattini sostiene che, mentre Gheddafi (quello del lingua in bocca con Berlusconi) è notoriamente un delinquente, Assad di Siria è persona diversa: lui, Assad, ha proposto riforme (ha proposto!!! e Gheddafi no, forse?) e lui, Assad, “ha giocato un forte ruolo diplomatico” (sic!) mentre “Gheddafi, riforme non ne ha mai proposte”.

Falso, ovviamente, perché proposte ne ha fatte e sono state respinte dai ribelli (era affar loro, accettarle o respingerle, dopotutto: ma è falso dire che lui non ne aveva avanzate) e poi sa dire che no è un Frattini… sembra una specie di prova del nove al contrario. Proprio come Assad ne ha fatte e, proprio come lui, di riforme, poi, poche o niente…. E chiude l’intervista[33], il buon Frattini, sostenendo – nuovo Metternich,  Machiavelli e Disraeli della moderna diplomazia lapalissiana – e, poi, pappagallescamente dopo che lo ha detto Obama, che “Assad non è Gheddafi e la Libia non è la Siria”…

●Infatti, tanto per cominciare, mentre la Libia resta sempre in stallo – che però di fronte al grande schieramento e ai bombardamenti delle forze aeree della NATO per il rais è già una vittoria e la dimostrazione dell’impotenza dei ribelli se non fossero soccorsi, assistiti e protetti dagli F-16, dai Tornado e dagli Eurofighters occidentali – la situazione in Siria sta a poco a poco evolvendo a favore di Assad. Lo sciopero generale nazionale “di  protesta e rivolta” del 18 maggio è andato praticamente buco malgrado il tam tam che i twitters hanno cercato di montare qua e là, ma che s’è dimostrato in realtà inconsistente.

Scuole e trasporti pubblici hanno funzionato dovunque, specie a Damasco – la vetrina visibile ai media internazionali oltre che nazionali – e i negozi sono restati aperti dovunque. Il presidente ha riconosciuto, però, che sono stati commessi “gravi errori” nella gestione della “repressione inevitabile di rivolte sporadiche ma violente e selvagge” e ha detto che “migliaia di agenti di sicurezza sono in riaddestramento”.

Il commento di Assad è arrivato dopo che un attivista dei diritti umani (come lui stesso si definisce: ma, anche se detto così quasi lo suona, non è proprio un mestiere…), Mustafa Ossa, ha accusato le truppe siriane di aver sparato a raffiche di mitraglia sul distretto di Bab Amr nella città di Homs in rivolta[34].

●In Egitto hanno rilasciato la signora Suzanne Mubarak senza cauzione dalla residenza obbligata dove la trattenevano mentre veniva interrogata… non senza che prima avesse dato l’assenso a restituire assets al Tesoro egiziano del bottino presidenzialmente e accuratamente inguattato negli anni di potere del marito e della famiglia per il valore di diversi milioni di dollari (sembra tra 4 e 10).

Il fatto di per sé potrebbe valerle qualche attenuante ma non la assolve dall’imputazione di aver sfruttato la sua posizione per trarne profitti a spese del paese (era la mallevadrice di tutti gli affari del figlio Alaa) e la principale ispiratrice del tentativo (che certo ha accelerato il crollo del regime) di far succedere al padre ormai senescente il figlio maggiore Gamaal[35].

●Il primo candidato ufficialmente dichiaratosi per le presidenziali, quando poi si terranno come hanno giurato i militari, è il dimissionario segretario generale della Lega araba Amr Moussa che ha cominciato a gettare le basi del suo programma di dignità nazionale che intende “profondamente correggere” (non rovesciare del tutto, dice) la politica estera filoamericana e filoisraeliana di Mubarak. Riprendiamo questa discussione un po’ più avanti nel capitoletto relativo di rapporti tra ISRAELE e EGITTO, sotto STATI UNITI.

●Nel frattempo i Fratelli mussulmani, che stanno creando le strutture e le cariche del loro partito (lo chiameranno Libertà e Giustizia), annunciano che sarà il primo a registrarsi presso la struttura all’uopo prevista dalla Costituzione provvisoria approvata due mesi dal referendum e continuano a mandare segnali di grande “moderazione” ideologico-politica.

In effetti, la leadership del partito – il braccio secolare, diciamo: per comparare infima a maxima, un po’ come da noi, per intenderci Compagnia delle Opere e CL – ha anche proclamato che, per le elezioni, abbandona lo slogan che “l’Islam è l’unica soluzione” adottando, invece, quello che “la libertà è la soluzione e la giustizia ne è la pratica applicazione[36].

Semplicemente perché, come ha dichiarato il presidente del partito, Mahmoud Mosri, noi siamo diversi dal movimento e siamo “come diete voi, laici”… Certo, solo la settimana prima la Fratellanza aveva confermato che essa intende lavorare per uno stato islamico in Egitto: come, del resto, dice proprio la Costituzione e come, del resto, da noi intende fare – non in senso islamico, ovvio – per dire, il sottosegretario Giovanardi…

Poi, un altro leader eminente della Fratellanza, Sobhi Saleh, se ne esce affermando, in un video postato su Internet (“a tradimento” dice, ma non smentisce quanto vi dice) che i giovani Fratelli per garantire al movimento la sua prossima vittoria, “un suo governo”, non dovrebbero sposare altro che ragazze della stessa comunità, perché è il solo modo di “produrre figlie e famiglie capaci di dar vita a una comunità della Fratellanza capace di imporre la sua presenza nella vita di tutto l’Egitto”. Il giovane fratello mussulmano che ha messo su Internet questa uscita, con nome e cognome, chiede alla Fratellanza una smentita e le scuse e – niente affatto retoricamente – se ad essa “spetta di agire come uno Stato che si arroga il diritto di vietare i matrimoni fra cittadini di nazioni diverse[37]

Esiste ormai evidente, però – ed è un problema – anche il rischio di un’assenza di competitori che possano e vogliano strutturarsi come veri e propri partiti concorrenti. Due membri del Consiglio supremo militare che, al momento e dalla rivoluzione contro Mubarak, in attesa di un presidente e di un governo eletti, governa il paese, hanno detto al WP[38] che stanno cercando di favorire la nascita di questa concorrenza ma di trovarsi davanti a una “profusione di idee anche alternative, ma a nessuno che voglia davvero candidarsi a creare un partito e giocarsi il futuro come leader politico”.

Continua, dicono, un dibattito vasto e vivace su Internet e tutti i  cosiddetti social networks, ma le mille idee che, magari, si trasformano subito in sporadiche o anche forti proteste popolari non quagliano mai in una proposta davvero strutturata e politicamente, elettoralmente, spendibile per la mancanza di esperienza politica – ma anche di interesse personale a mettersi in gioco – di chi quelle idee le avanza. Intanto, la Fratellanza si è spinta, in tanti villaggi a organizzare un po’ d’assistenza, di cure sanitarie, compra in blocco alimentari e combustibile e lo rivende poi, a prezzo così scontato, ai singoli contadini poveri. E non fa queste cose su Facebook ma erigendo una tenda, alle periferie o nelle piazze…

A leggere queste due notizie in combinazione, sembra farsi concreta la possibilità che. in assenza di concorrenti con l’acume, la capacità e la volontà di strutturare una competizione reale e anche  elettoralmente efficace rispetto a quella dei Fratelli musulmani (l’idea di non presentarsi come tali, come fazione religiosa, alle elezioni è un’idea brillante), l’Egitto sia destinato a dover scegliere – per poi magari essere costretto a fare una nuova rivoluzione popolare nelle piazze…, chi sa – tra un sistema monopartitico per default, anche se radicalmente diverso da quello satrapistico mubarakiano o, in alternativa, la cancellazione delle elezioni e un regime di continua supervisione e tutela militare sulla società civile e su quella politica…

●Anche un altro gruppo islamico, fondamentalista e militante che aveva preso le armi contro la cancellazione manu militari dei risultati delle elezioni del 1980 e nei primi anni ’90, il Gamaah al-Islamiyah— la Congregazione islamica, annuncia di volersi trasformare in “un partito politico civile fondato sui princìpi islamici[39] che si aprirebbe, però, alla partecipazione – dicono – sia dei cristiani copti che delle donne: essi/esso potrebbero occupare anche posti di dirigenza nel partito qualora vi fossero eletti/e.

Lo dichiara, precisando di essere stato autorizzato a farlo, Tarek al-Zumar, leader del gruppo che proclama come obiettivo immediato del nuovo partito sia quello di “rimuovere il timore dell’islamismo” assicurando che il partito osserverà scrupolosamente legge egiziana e Costituzione.

●Il leader salafita Gamal al-Marakby ha detto che il suo movimento, che resta tra quelli islamisti uno dei più estremi, si opporrà a ogni tentativo della comunità sciita, minoritaria nel paese, di formare un partito politico. Non dovrebbe essere consentito anche perché il giornale che il partito sciita intenderebbe fondare sarebbe di certo finanziato dall’Iran. Uno dei massimi leader degli sciiti egiziani, Mohamed al-Darmy, accusa in reazione i salafiti di voler respingere il paese all’indietro perché, come ogni altro cittadino, gli sciiti hanno diritto a fondare un partito[40].    

Intanto, due gruppi di giovani tra quelli che diedero vita alla rivoluzione di piazza della Liberazione si sono ritirati dalla conferenza che sta lavorando alla stesura del nuovo testo di Costituzione per protesta contro quello che chiamano (senza specificarne il come) il tentativo in atto di ex membri dell’ex partito nazional-democratico di Mubarak di tornare alla politica[41]. Il Movimento 6 aprile e la Coalizione della Gioventù della rivoluzione hanno dichiarato la loro protesta e proclamato per fine mese proteste di piazza per obbligare il Consiglio supremo militare a reagire.

●Ha detto, a un famoso columnist americano del NYT[42], un romanziere egiziano come Alaa Al Aswany[43], non giovanissimo ma già da tempo “nuovo”, che qui “abbiamo avuto una rivoluzione e essa ha avuto successo— però non è al potere. Così, gli obiettivi della rivoluzione vengono messi in atto da un agente intermedio, l’esercito, che secondo me è sincero nel voler fare le cose giuste ma per sua natura non è rivoluzionario”.

Già… e questo è quello che preoccupa il commentatore americano (ci sono i Fratelli mussulmani là dietro…) mentre quello egiziano e quei giovani lì, che la rivoluzione hanno fatto, sembrano più angustiarsi degli obiettivi veri di generali e marescialli dell’aria…  

in Cina

●La Camera di Commercio americana a Pechino[44] conferma, da una parte, che in nessun’altra parte del mondo il business statunitense fa affari tanto redditizi come in Cina. Ma, dall’altra, lamenta e chiede al Congresso di intervenire sulle autorità cinesi perché rimuovano la minaccia che per loro continua a rappresentare il sistema di sostegno alle loro imprese di Stato, specie a quelle high-tech per difendere le quali la Cina ha messo sussidi, barriere e ostacoli, anche informali (per esempio la richiesta – che però sembra solo di buon senso – che tutti i contratti e gli accordi siano stilati oltre che magari in inglese, visto che stiamo in Cina, anche in cinese.

Questi ostacoli, dicono gli americani, sono inaccettabili perché ormai le aziende di Stato cinesi sono perfettamente in grado di competere con tutte dovunque nel mondo e, quindi, non dovrebbero essere più difese dietro lo scudo del protezionismo di Stato. Ma da questo orecchio i cinesi non ci sentono proprio e rinviano l’accusa al mittente: la vostra è pura ingordigia, visti i superprofitti che, confessate voi stessi, fate comunque.

●Il fatto resta, però, che i rapporti tra Cina e Stati Uniti, restano e resteranno ancora a lungo segnati soprattutto da un altro fattore: il rapporto, attuale e potenziale, tra le due forze armate nel loro confronto sul problema di Taiwan[45]— proprio come succede, del resto, nei rapporti USA-Russia per lo scontro di visioni sulla sicurezza strategica in Europa orientale, lo scudo spaziale (vedi più sotto nel capitolo STATI UNITI).

Lo dice chiarissimo, al di là di sorrisi e calorose strette di mano di facciata, in conferenza stampa congiunta il capo di stato maggiore dell’esercito popolare di Liberazione cinese, Chen Bingde, che incontra a Washington il capo dei capi di stato maggiore americani amm. Mike Mullen. Questi riafferma, come non può che fare, la posizione statunitense: che, finché la legge sui rapporti con Taiwan resta quella che è, gli USA continueranno a vendere armamenti all’isola ribelle.

E, in effetti, la posizione degli USA è ben nota, anzitutto alla Cina: ufficialmente, Washington riconosce che Taiwan fa parte integrante della Cina, ma continua ufficiosamente a trattarla come se fosse indipendente, anzitutto rifornendola di sofisticati armamenti che, peraltro Taiwan paga regolarmente e profumatamente: una posizione assolutamente unica al mondo e imposta al governo dagli oltranzisti del Senato, non solo repubblicani, gli epigoni di quei macarthysti che, nei primi anni ’50, conducevano futili e frustranti e in effetti ridicole inchieste per trovare a chi dare la colpa – le quinte colonne – che avevano “perso la Cina per gli Stati Uniti”…

Chen prende atto che, come su altre, anche e soprattutto su questa questione, le posizioni dei due governi divergono. Ma, aggiunge, sul piano militare oltre che su quello politico i rapporti tra Cina e America dipendono dal tipo di armamenti che gli Stati Uniti forniranno a Taiwan, dalla loro natura esclusivamente e dimostratamente difensiva o, magari, offensiva. Il che non significa che interesse della Cina sia, comunque, “sfidare” l’America, anche per il semplice fatto che “non ne ha i mezzi”. Finora…

●Una diagnosi che a noi è sembrata rilevante, comunque davvero interessante, sulla Cina, ad altri è apparsa troppo lucida e onesta e anche empatica per chi di un paese tanto diverso dal suo ha il bisogno viscerale di dire male— e, infatti, l’analisi viene pesantemente e beceramente attaccata da analisti più ostili. Ma a noi ha impressionato per la semplicità e la nettezza con cui dice la verità e si chiede anche, onestamente, com’è? com’è che di questa realtà proprio non ci capiamo niente noi. Noi in America e noi in occidente, pieni come siamo di supponenze sulla superiorità nostra[46].

Oggi, un ragazzo che nasce a Shangai ha un’aspettativa di vita di 82 anni. Negli Stati Uniti, il dato è inferiore ai 79 anni (per tutta la Cina, anche la Cina rurale, l’aspettativa di vita è inferiore, 73 anni— ma è stabilmente in crescita.

Dal 1990, il paese ha ridotto la mortalità infantile del 54%, secondo le statistiche UNICEF. A scaal del’intera Cina, il dato si traduce in 360.000 bimbi salvati ogni anno.

E’ questo che della Cina fa una realtà e un  posto così affascinante, e contradditorio. Altri paesi, dall’Egitto alla Corea del Nord, opprimono e impoveriscono i loro popoli. Il partito comunista cinese nell’era della riforme è stato politicamente oppressivo… però, insieme, ha enormemente arricchito il suo popolo.

Il presidente Hu Jintao e altri leaders del partito comunista cinese sono autocrati, sì, ma autocrati straordinariamente competenti. I sondaggi dimostrano che i cittadini cinesi sono ben soddisfatti del loro stato, a paragone di quelli di tanti altri paesi, anche se ci sono dubbi sulla reale ‘significanza’ di quei sondaggi [ma onestamente non solo di questi…]. A naso, io credo che se il partito comunista andasse a libere elezioni vincerebbe con una marea di voti— specie nelle aree rurali”.

Il fatto, però, è che – come diceva nella famosa barzelletta sui saggi della tradizione ebraica che discutono in cielo tra di loro Albert Einstein – correggendo gli altri grandi saggi della storia millenaria del popolo ebreo (re Salomone: tutto è nel cervello, nella ragione dell’uomo; Isaia: tutto è nel verbo— nella parola; Gesù Cristo: tutto è nel cuore— nell’amore dell’uomo; Carlo Marx: tutto è più giù, nello “stomaco”— nel governare la fame, l’economia; Sigmund Freud: tutto è, sì, nell’amore— ma quello che sta più in giù e si chiama sesso), tutto ma proprio tutto è relativo.

E per chi nella sua storia plurimillenaria ha finora come la Cina sempre, nei secoli dei secoli, sofferto la fame e la schiavitù, la differenza con l’oggi è enorme: e – anche se, appunto, tutto è relativo – spiega  tutto. O almeno, molto, moltissimo…

●Scrive un rapporto specializzato, stilato per l’industria e i policy makers americani dall’Asia Society di New York e dal Centro Woodrow Wilson di Washington, D.C.[47], che la Cina sta per investire fino a 2.000 miliardi di $ “oltremare” nel prossimo decennio in acquisizioni di miniere, materie prime e impianti industriali mentre non c’è “alcuna sicurezza che gli Stati Uniti”, coi debiti schiaccianti che si ritrovano e che, grazie anche alle guerre che fanno in giro per il mondo, continuano a crescere e cui dovranno in qualche modo far fronte, saranno in grado di competere.

Sicuramente, un simile impegno cinese irrobustirà anche produzione e domanda nelle economie dei paesi in cui investe ma le lascerà in proporzione, probabilmente, ancora più indietro. In America, d’altra parte, che si lamenta un giorno sì e l’altro pure della chiusura della Cina ai suoi investimenti, la riluttanza tutta politica e culturale a lasciare che i cinesi investano liberamente in casa – il pericolo giallo – è tale che Pechino potrebbe, ammonisce il rapporto che non la vede esattamente come la Camera di commercio americana in Cina, anche stufarsi e smetterla proprio di investire in America. E per l’America sarebbe “un disastro dovuto alla miopia e cecità di un crassa ignoranza politica”.

●Nel rapporto, fa poi notare un altro studio della Cornell University[48], neanche viene preso in considerazione un fatto forse ancor più stupefacente: l’aumento esplosivo dei prestiti cinesi oltremare e del suo portafoglio di investimenti all’estero. La spesa complessiva tra prestiti e finanziamento di investimenti commerciali è salita a 102 miliardi di $ dai 19 nel 2008. E il Tesoro americano ha adesso comunicato che il valore dei titoli azionari americani detenuti dalla Cina è salito a giugno 2010 a 127 miliardi di $ rispetto ai 3 miliardi del 2004.

Insomma, la Cina si sta preparando a passare da paese noto per la grande quantità e il valore delle sue esportazioni a paese che gradualmente sempre meglio, e anche più di ogni altro, è capace di spostare sui mercati finanziari internazionali investimenti liquidi di grande portata. E compra così impianti, terre arabili e grandi quantità di risorse. Entro tre anni, viene ora evidenziato[49], citando un alto funzionario del ministero del Commercio estero, sopratutto negli USA, in Europa e in America latina, gli investimenti diretti esteri della Cina (nel 2010, circa 59 miliardi di $) potrebbero e dovrebbero superare gli investimenti diretti esteri che arrivano in Cina (sempre nel 2010 per circa 100 miliardi di $).

●Da gennaio a marzo la Cina aveva registrato negli scambi il primo deficit trimestrale in sette anni. Ma, ora, ad aprile l’attivo commerciale torna nuovamente a impennarsi fino a 11,4 miliardi di $, molto sopra le aspettative e dieci volte sopra i 140 milioni di marzo[50]. Si tratta di un fatto che aumenterà significativamente, ora, le pressioni di Washington su Pechino per una rivalutazione dello yuan sul $.

●Al momento è in corso nella capitale statunitense una sessione del cosiddetto Dialogo strategico ed economico bilaterale USA-Cina in cui gli americani hanno voluto al primo punto dell’o.d.g. proprio questo punto; ma i cinesi resistono facendo notare che in un anno c’è già stata una rivalutazione del 5% dello yuan sul dollaro e negli ultimi sei mesi del 2,3% anche se poi, con la perdita di valore del biglietto verde nei confronti delle altre principali valute a causa dello squilibrio commerciale cronico degli USA col resto del mondo, l’apprezzamento dello yuan ha di nuovo perso qualche po’ di significato.

E resistono anche, i cinesi, sul  secondo punto che, nelle dichiarazioni almeno, preme tanto agli americani: il rispetto dei diritti umani. Loro insistono a dire che la concezione cinese è, nel merito, profondamente diversa – e più universale, assicurano, oltre che più socialmente responsabile  – di quella statunitense.

Adesso, il 10 maggio, il segretario al Tesoro americano Timothy Geithner e il vice premier cinese Wang Qishan firmano una dichiarazione di accordo generale che prevede di inquadrare in modo più regolare la cooperazione dei due paesi[51]. Essa copre quattro aree, o priorità, della cooperazione: questioni macroeconomiche, servizi finanziari, commercio e investimenti e cooperazione internazionale.

Dei diritti umani, ovviamente, nessuna menzione (anche nelle conclusioni il termine è menzionato una sola volta, da Clinton, quasi per caso e per dire solo che, appunto, USA e Cina non la vedono allo stesso modo) a meno che non rientrino in qualche modo, pudicamente, sotto l’ultima denominazione che, dichiaratamente invece, comprende un dialogo tra i due establishments militari teso a capirsi meglio e, soprattutto, ad evitare malintesi  potenzialmente pericolosi.

Dopo le dichiarazioni iniziali, e pubbliche, grondanti di buoni propositi, assicurazioni ed auspici reciproci di rispetto di tutti i diritti dei popoli (anche i diritti sociali in America, si fa capire senza menzionarlo; e anche quelli individuali in Cina, si dice senza dirlo), da parte del vice presidente americano Biden, della segretaria di Stato Clinton e di quello al Tesoro Geithner e del Consigliere di Stato cinese Dai Bingguo e del vice primo ministro cinese Wang, l’accordo viene firmato, da una parte, anche dal vice segretario di Stato americano James Steinberg, dall’assistente segretario di Stato per l’Asia del Sud Est Kurt Campbell, dal vice capo dei capi di Stato maggiore congiunti delle FF. AA. James Cartwright e dal comandante in capo del Comando navale del Pacifico amm. Robert Willard e, dall’altra, dal vice ministro degli Esteri cinese Zhang Zhijun e da Ma Xiaotian, vice capo del comando dello Stato maggiore dell’Armata Popolare di Cina.

Stati Uniti e Cina, nella dichiarazione, riconoscono inoltre di condividere l’impegno a mantenere pace, stabilità e prosperità nella regione dell’Asia del Pacifico e decidono di istituire una struttura di consultazione mista sino-americana nella regione. Quest’anno, verranno tenute sia la sua prima sessione sia sempre la prima del cosiddetto sotto-dialogo di pianificazione politica, come lo chiamano, su Africa, America latina, Asia del Sud e Asia centrale. La prima delle consultazioni pianificate cosiddette anti-terrorismo sarà anche tenuta più avanti nell’anno, come alcuni altri incontri previsti prima della prossima riunione generale del Dialogo strategico e economico bilaterale.

Del resto, passano appena due settimane e gli Stati Uniti ufficialmente finiscono con l’ammettere ufficialmente che mentre lo yuan è “sostanzialmente sottovalutato” nei confronti del dollaro ma, se è vero che il governo cinese ha comprato larghe quantità di valute estere sui mercati così contribuendo a tenere basso il valore dello yuan, “non si può correttamente parlare di una manipolazione di parte cinese”. Dopotutto, nell’arco dell’ultimo anno, il dollaro rispetto allo yuan si è svalutato del 9%. Certo, senza calcolare l’inflazione cinese, ma anche senza calcolare quella americana che non si compensano certo ma riducono quel 9 a un probabile 6% reale[52].

●Per conto suo, il presidente del Fondo di Sviluppo che la Cina dedica all’Africa, Chi Jianxin, annuncia[53] che esso verrà allargato a 5 miliardi di $ entro il prossimo quinquennio e sulla base degli impegni attualmente previsti dovrebbe anche andare oltre. Fino ad oggi, il fondo ha impegnato 1,3 miliardi di $ in più di 40 progetti distribuiti in 20 paesi in grado di facilitare investimenti per 5 miliardi aggiuntivi di capitale con la creazione immediata di circa 100 mila posti di lavoro. Ora si tratterà, forse, di reindirizzare molti di questi investimenti, verso alcuni megaprogetti (trasporti, attrezzature portuali) in una partnership che cerca risconto in investimenti locali.

●Il governo, con molto ritardo, ha dato atto che esistono “problemi urgenti” nella zona della diga delle Tre Gole[54], alta quasi 200 m. e lunga 2,5 km. che scavalca lo Yangtse nella provincia dell’Hubei con una diga che, su una superficie di 1.045 km2 trattiene, su 600 km. di lunghezza, quasi 40 km3 di acqua. Lo chiamano gli inglesi Yangtse, dal nome nel dialetto delle popolazioni locali dello Yangsi, il suo ramo principale; i cinesi lo chiamano Cháng Jiāng— Fiume Lungo: e, in effetti, è il più lungo dell’Asia, il terzo nel mondo dopo il Rio delle Amazzoni e il Nilo; e noi, da Matteo Ricci in poi, gli diamo il nome di Fiume Azzurro.

Il Consiglio di Stato, appunto il governo, conferma che il funzionamento della diga ha comportato “danni ingenti” alle falde acquifere e alla geologia di tutta la regione come anche alle condizioni di vita del milione e 300 mila abitanti che sono stati più o meno forzatamente evacuati dalla costruzione della doga. Un’inchiesta amministrativa ha anche svelato, ora, una serie di gravi irregolarità amministrative e finanziarie che hanno accompagnato tutta la costruzione e la gestione poi del complesso e che adesso porteranno a conseguenze civili e penali anche molto serie.

Però, fa osservare, il primo ministro Wen Jabao, adesso, la diga ha consentito di “rilasciare” a valle 50 miliardi di m3 di acqua proprio nel momento in cui la vallata di quel grande fiume soffre di una drammatica siccità, la peggiore da oltre mezzo secolo.

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●Nel tentativo di fermare un’inflazione che persiste, la Banca centrale ha ancora aumentato il tasso di sconto in India, al 7,25%, del 4% in un anno. Dando per implicito, anche, un leggero rallentamento del tasso di crescita dall’8,6% previsto a fine anno all’8%, forse[55]. E, in effetti, già nel primo trimestre del 2011 il ritmo della crescita rallenta[56] di mezzo punto sul trimestre precedente, quando aveva segnato un 8,3%.

●A Cuba, secondo le disposizioni dell’ultimo Congresso del partito comunista, per la prima volta dopo la rivoluzione di 52 anni fa, sarà adesso consentito ai singoli cittadini comprare e vendere case, auto e anche viaggiare più liberamente come turisti all’estero: il tutto fa parte di un cambiamento di scelte politiche, definibile grosso modo come una liberalizzazione, intesa a dare una scossa a un’economia traballante.

Tutti i cittadini sono poi incoraggiati dal Congresso a formare “cooperative private” che potrebbero funzionare, viene detto, come società di media dimensione con licenza di vendere direttamente prodotti a consumatori e/o commercianti senza più mediazione statale. Queste imprese cooperative sarebbero in grado di fissare il livello dei compensi di tutti i propri dipendenti.

Nei chioschi sono in vendita, adesso, per 12 ¢[57], i volumetti che elencano le 313 misure o linee-guida approvate al Congresso[58], che ancora mancano di molti dettagli (entreranno in vigore solo quando il parlamento trasformerà in leggi e regolamenti quelle che al momento restano solo disposizioni di massima del partito.

Tutti gli analisti – di partito, dell’accademia, di governo e anche i privati, cubani e stranieri – concordano che, se così si riuscisse a far emergere l’economia sommersa che manda avanti il paese – ma il problema è noto: se emerge, il nero, deve anche cominciare a pagare le tasse e, partendo da zero con la l’imposta pur tenuta bassissima, a uno, comunque si raddoppia l’ammontare pagato – costituirebbe un passo avanti di enorme portata aiutando a mettere in circolo in un’economia che ne è affamata una liquidità indispensabile.

Un problema di portata non piccola per il governo ma anche per i cubani è anche quello di vedere da dove verrà alla fine quella liquidità. Perché a Miami pronti a dare una mano, non ci sono solo i parenti emigrati di tanti cubani ma di sicuro c’è anche la piovra della mafia cubana: quella alleata di Cosa nostra che, prima di Castro, aveva tenuto Cuba sotto il tallone di Fulgencio Batista… E poi i prezzi chi li fissa, al dunque? I singoli liberi produttori decidono liberamente quelli dei loro prodotti? E il costo del lavoro, chi lo decide? Come le cooperative ogni singolo “padrone” e “padroncino”?

EUROPA

●Il 5 maggio la BCE annuncia che il tasso di sconto sull’euro viene mantenuto dov’era al livello cui l’aveva aumentato di un quarto di punto il mese scorso, all’1,25%: perché teme sempre l’inflazione che è in media in aumento, non catastrofico ma reale, ma teme anche la debolezza persistente della ripresa a scala di tutta l’Unione[59].

●Nella stima cosiddetta flash dell’EUROSTAT, i dati sulla crescita del PIL in Europa[60] mostrano che, sia nell’eurozona che in tutta l’UE, l’economia è cresciuta dello 0,8% nel primo trimestre 2011 sullo stesso del 2010 (nell’ultimo trimestre dell’anno scorso nell’eurozona la crescita aveva registrato un +0,3% e nella UE-27 uno 0,2). L’Italia è in pratica immobile, +0,1% e, in previsione annua, al massimo solo l’1%. Peggio, nel 2011, andranno solo Romania, +0,3; Spagna, +0,8; Portogallo, -0,7 e Grecia -4,8%; sull’Irlanda la statistica europea non si pronuncia: dati, dice, non disponibili…

Per fortuna di tutta l’Unione, tirano invece forte la Francia, in cui il PIL del primo trimestre dell’anno è cresciuto dell’1% sullo stesso trimestre dell’anno prima e, dice fiduciosa la ministra delle Finanze Christine Lagarde, in corso d’anno l’economia crescerà almeno del 2% (EUROSTAT lo dà al 2,2); e la Germania che, rispettivamente, nel trimestre cresce dell’1,5% e in prospettiva annua almeno del 4,8. Crescono bene, in previsione annua, anche Estonia, +8%— ma partiva quasi da zero; Lituania, +6,8— idem; Finlandia, +5,2; e Austria, +4%; e tutte le altre che prima non erano state indicate col segno - crescono economicamente, comunque, almeno il doppio dell’Italia.

Comunque, dice Tremonti e confermano OCSE e FMI, abbiamo cominciato a mettere i conti della finanza, in ordine: ma poi, viene a farci  notare a Roma il Commissario Olli Rehn per la UE, è  vero che il deficit/PIL l’Italia lo sta faticosamente rimettendo in ordine (nel 2012 al 4%) – ma a spese della crescita, fa notare – però è anche vero che, a fine 2011, avremo un rapporto debito/PIL al 120,3%[61]...

●A marzo, rispetto al mese prima, cala la produzione industriale in tutta Europa[62]: -0,2% nell’eurozona e -0,3 in tutta la UE.

●E, sempre nello stesso periodo, i prezzi all’ingrosso aumentano dello 0,7% nell’eurozona e dell’1% nella UE a 27[63].

●Va male agli Stati Uniti che, al tribunale dell’Organizzazione mondiale per il commercio, vedono riaffermata in appello la tesi che era passata in prima istanza: che, cioè, l’Europa, anche se con “minori” violazioni nei suoi aiuti alla costruzione dell’Airbus, l’A-380, avevano sicuramente danneggiato, favorendo l’acquisizione al prodotto europeo rispetto al Boeing 787 americano, di fette importanti di mercato sottraendole alla competizione.

L’OMC riconosce che, in parte, è vero. Ma stabilisce chiaro e tondo, anche, che “non era e non è proibito” perché tra l’altro gli americani, da parte loro, hanno fatto lo stesso sostenendo con soldi pubblici (spesa militare) tutta la ricerca dei loro costruttori aerei. E’ una sentenza per lo meno chiarificatrice[64].

●In un tentativo abbastanza curioso di attribuirsi qualcosa che proprio non le spetta, più millantata che altro, la responsabile Esteri dell’Unione, Catherine Ashton, incontrando a Budapest il Consigliere di Stato cinese Dai Bingguo, ha tenuto a ringraziare la Cina per i suoi consistenti e continui acquisti di “titoli sovrani europei”. L’ “obiettività” dei comportamenti della Cina sui mercati, fa rilevare, aiuta molto la fiducia degli investitori e contrasta in modo utilissimo “turbolenze infondate e speculazione[65].

Bingguo, chiamato a picche, come si dice, risponde – giustamente e precisamente – a denari: perché, senza dirlo fa rilevare che purtroppo, bonds, titoli “europei” del Tesoro (la BCE) non ce ne sono proprio, perché l’Europa ha deciso di non emetterne e, quindi, la Cina dà una mano come può comprando quelli greci, portoghesi, ecc., che al momento più ne hanno bisogno per sostenere i loro “amici europei”.

●Il ministro degli Interni tedesco, Hans-Peter Friedrich, rispondendo in modo indiretto al “nostro”, si fa per dire, Maroni, constata con lui che il trattato di Schengen non copre effettivamente quei casi in cui uno Stato membro non riesce più a proteggere i propri confini esterni[66]. Dice, però, che il suo paese sostiene la posizione francese: quella che tende, dice lui, a rendere il trattato in genere più flessibile. Ma tiene a distinguersi da quella italiana: che consiste in sostanza nel lamentarsi della propria incapacità di controllare per bene le proprie frontiere e poi lamentarsi della mancanza di solidarietà degli altri paesi. “l’Italia ha visto arrivare non più di 25.000 immigrati da quando è cominciata nel Mediterraneo la rivoluzione democratica”, dopotutto.

Il problema è un altro, sostiene: che, ormai, prima di lasciar entrare altri lavoratori non europei nella Unione – e non parla dei rifugiati o delle situazioni eccezionali per le quali ci si dovrebbe mettere in grado di rispondere adeguatamente sul piano nazionale, specifica: botta a Maroni e all’Italia – in Europa è necessario costruire un mercato del lavoro che sia veramente europeo: la Germania, ad esempio, ha carenza manca di lavoratori dipendenti, eppure nell’eurozona ci sono 20 milioni di disoccupati.

Un ragionamento vero, ma semplicistico: che sconta la discrasia fra qualità dell’offerta e della domanda di lavoro per qualità e neanche si chiede perché, alla fine, in Germania sono tanti gli altri lavoratori europei che malgrado tutto resistono ad emigrare, oggi che non siamo più negli anni ‘50…

Comunque, della questione riparlano al Consiglio europeo del 24 giugno dove i capi di governo sanno, però, che qualsiasi decisione annacqui, o tenti di annacquare, troppo Schengen – una delle poche conquiste concrete e non penalizzanti che i cittadini europei hanno toccato con mano in questi anni: l’abbattimento delle frontiere interne in Europa) – si troverà però davanti a forti resistenze prima di poter passare, se mai poi passerà, al parlamento europeo.

Poi, anche la Danimarca, del resto facendo come per conto proprio fanno un po’ tutti – Malta che respinge al largo le barche dei profughi, l’Italia che li fa scendere a terra e poi li mette dentro campi quasi di concentramento e poi li espellono inventando una legge dopo l’altra e facendosele poi  cancellare dalla Corte costituzionale o da quella europea, la Francia che chiude quando sì e quando no i confini ferroviari… – ma più ligia a un costume legalitario suo tradizionale, notifica a Bruxelles formalmente che intende ristabilire il controllo in dogana. Soprattutto, però, per le merci. Che sarebbero un tappo, però, per filtrare e bloccare poi tutti.

Telefona subito, e poi scrive ufficialmente, al primo ministro Lars Loekke Rasmussen il presidente della Commissione Barroso: a Bruxelles le preoccupazioni sono “molto serie” perché il piano danese creerebbe ostacoli al fluido funzionamento del mercato unico europeo. Schengen prevede, è vero, la possibilità di controlli a campione, ma prima di istituirli bisogna dimostrare che sono necessari davvero.

E’ alla Commissione, specifica il presidente José Durão Barroso, che spetta il compito di controllare la “veridicità” della richiesta[67]. E alla Danimarca vengono richieste garanzie scritte che nel temporaneo ristabilimento dei controlli di frontiera sulle merci “nulla interferirà con il diritto al libero passaggio delle persone garantito dagli accordi di Schengen”.

Secondo la Commissione, e in generale per tutti, potrebbero essere effettivamente restaurati i visti di ingresso per diversi paesi fuori dell’Unione che negli anni – come parecchi di quelli balcanici e praticamente tutti quelli nordafricani— quelli che secondo questi ignoramus se non avessero visti smetterebbero di emigrare illegalmente! – se li erano visti cancellare o ridurre. Si tratterebbe di una misura temporanea[68] per consentire il ripristino dei visti in caso di flusso di migranti da un paese specifico. Si tratterebbe, dunque, di una specie di clausola di salvaguardia che vorrebbe, pur  facendo larghe eccezioni, insieme, “preservare l’integrità del processo di liberalizzazione dei visti sostenendo la fiducia di fondo nel sistema dell’opinione pubblica”. Ma…

●Traspare, a inizio maggio, che Merkel – dopo aver fatto qualche resistenza ma in assenza di una candidatura sua forte come quella che avrebbe avuto se non le avesse detto no Axel Weber, presidente della Bundesbank (preferisce fare più soldi come banchiere privato che come presidente della BCE, ora che è in scadenza dalla Banca centrale tedesca— si dice, perché la trasparenza è tale che non se ne sa nulla di documentato, anche se la metà secondo noi è già indecente – si è ormai rassegnata/convinta a sostenere Mario Draghi per il posto di presidente della BCE. Pare che prima del sì ufficiale voglia sul serio accertarsi, prima della decisione formale del prossimo giugno, di molti dettagli ancora irrisolti sul cosiddetto meccanismo di stabilità europeo.

In particolare, vuole che sia definito senza più scappatoie che in futuro, dal 2013, i creditori privati, banche e azionisti, saranno obbligati, non più solo Stati e contribuenti, a partecipare di tasca loro a ogni eventuale operazione di salvataggio nell’eurozona. In altri termini, che comincino a pagare almeno un poco anche quelli – speculazione di ogni tipo, cioè – che dal debito hanno finora tratto solo vantaggi.

Poi ci sarebbero, anche, una o due nomine di tedeschi nella struttura della BCE da assicurare. Ma, a queste condizioni, sicuramente si può[69]… visto anche che a Draghi arriva nel frattempo il sostegno formale della ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde, e l’appoggio, per il momento personale ma anche cruciale, di quello tedesco, Wolfgang Schäuble[70].

Poi, quasi a metà mese, Merkel annuncia che la Germania dirà sì a Mario Draghi per la BCE perché è “una persona molto interessante e di grande esperienza. E' molto vicino alle nostre idee per quanto riguarda la cultura della stabilità e solidità nella politica economica[71].

Anche all’Eurogruppo, dove il 18 maggio i ministri delle Finanze votano tutti la designazione di Draghi. E tanto basta. Insomma, ci liberiamo finalmente, ma solo a scadenza, di J.-C. Trichet, il grande venditore di austerità come rimedio universale da quando si insediò al posto chiave della BCE che manco un classico venditore di olio di serpente nell’antico Far West. Purtroppo Draghi, per farsi accettare, sembra essersi ora quasi autocondannato a seguire i passi di Trichet e, come osserva caustico l’economista Paul Krugman[72], la testardaggine della BCE nel seguire questa e solo questa strada maestra è probabilmente dovuta al “rifiuto di far fronte al fallimento delle sue fantasie. E se questo sembra un comportamento incredibilmente cretino, bé, chi ha mai detto che a governare il mondo sia la saggezza?

●Secondo un portavoce del ministero del Bilancio tedesco – che in materia ha diritto di parola e, anche, molto peso – l’UE, che ne avrebbe discusso il 6 maggio a Lussemburgo, potrebbe chiedere che, per accedere agli aiuti extra probabilmente ancora necessari ad evitare la prima ristrutturazione di un debito sovrano dentro l’eurozona, la Grecia fornisca come collaterale il ricavato, o il valore, del suo patrimonio— e parla senza osare dirlo di quello artistico, forse l’unico che resta in mano ad Atene[73], oltre a qualche azienda di stato. Le facilitazioni ulteriori che, a queste condizioni, potranno essere garantite alla Grecia – ipotizza il tedesco in questione – potrebbero forse includere interessi a tasso inferiore o a scadenze più prolungate per i prestiti ottenuti nel pacchetto di salvataggio (già 110 miliardi di €).

A Papandreou stavolta salta davvero la mosca al naso. Ormai, bisognerebbe proprio che “ci lasciassero in pace a finire il lavoro che dobbiamo finire”. C’è gente, in giro, che agisce “al limite del criminale”, mentre bisogna che a tutti sia chiaro come la Grecia non ha proprio discusso con nessuno, e non lo farà, di abbandonare l’eurozona. Il fatto è che, come ha detto un (peraltro ignoto) componente del direttorio della BCE, la ristrutturazione del suo debito di 327 miliardi di € non offrirebbe alcuna soluzione permanente ai problemi della Grecia.

Non c’è, del resto, alcuno dei 17 paesi che ne fanno parte – qualsiasi sia la condizione effettiva dei suoi conti – che voglia andarsene dall’eurozona. Atene, invece, deciderà se rivolgersi ai mercati oppure utilizzare la decisione recente del Consiglio europeo che consente al fondo di salvataggio di comprare i titoli del debito greco[74]. Però…

Le pressioni sulla Grecia non si fermano per niente: contrariamente a quel che chiedeva il suo PM (“lasciateci in pace”) il membro ceco del direttivo della BCE, Ewald Nowotny, governatore della Banca centrale austriaca, dichiara che Atene non ha rispettato i termini del pacchetto e che bisognerà “seriamente” discutere di ulteriori privatizzazioni[75]

E il Commissario agli Affari economici Olli Rehn, appena meno duramente, annota lui stesso che la bassa crescita e alcune “inosservanze sul rigore di bilancio” richiedono ora un’altra stretta di consolidamento (cioè, di più austerità, da chi è già affamato). Allo stato attuale, la previsione della Commissione è che il deficit/PIL a fine anno raggiungerà il 9,5% e non potrà scendere sotto il 9,3 l’anno prossimo col debito/PIL nel 2011 al 157,7% e al 166,1 nel 2012[76]

Tutto questo è vero, è anche normale in un quadro come quello dell’Unione europea dove tutti, in qualche misura, di tutti sono responsabili, costituisce quindi un’ “interferenza” pesante ma motivata e “giustificata” dell’Europa com’è – solo finanziaria e economica – negli affari sovrani di uno Stato dell’eurozona.

Ma è vero anche che nella prima settimana di maggio, per la primissima volta, qualcuno a Atene e anche a Bruxelles comincia a parlare di una Grecia che potrebbe decidere, o almeno minacciare, di non servirsi più dell’euro… E, non a caso,  la moneta unica soffre il peggiore crollo in due giorni dal dicembre 2008.

Il fatto è che in Grecia e non solo a livello di frange economico-radicali o politico-extraparlamentari o di sinistra-sindacale qualcuno comincia a chiedersi a alta voce se – qualsiasi possa essere il costo sicuramente serio per il paese di un abbandono anche temporaneo dell’euro – esso non sarebbe alla fine inferiore e preferibile a quello del programma di recessione, stagnazione ed alta disoccupazione che progetti di affamamento dell’economia come quelli della UE alla fine comporterebbero.

La Commissaria europea alla pesca, Maria Damanakis, greca e socialista anche lei del PASOK come Papandreou, si lascia andare – m per iscritto sul blog, e non si capisce bene se è un infortunio alla Moratti, o è un errore, o è un messaggio, diciamo, di tipo trasversale – a una constatazione trasparente e pesante: “Abbiamo la responsabilità morale di guardare al dilemma con chiarezza: o troviamo un accordo con i creditori in modo che il nostro programma di duri sacrifici abbia risultati, oppure torniamo alla dracma[77].

Probabilmente non è una prospettiva realistica, una minaccia del genere. Ma anche solo parlarne sull’Europa così com’è fa un gran brutto effetto e costituisce, alla fine della fiera, una fortissima arma di ricatto. Sansone certo creperebbe, ma con lui potrebbero dover farlo anche molti tra i troppi filistei…

E, alla notizia che Standard & Poor’s svaluta ancora una volta il debito sovrano[78] del paese con la considerazione che ormai i privati che lo detengono saranno chiamati davvero a perderci qualcosa se, come sembra, la Grecia riuscisse a strappare termini appena più morbidi per il salvataggio europeo, il governo stavolta reagisce a brutto muso. In cambio, insomma, di più tempo per ripagare i miliardi di € del salvataggio, stavolta l’UE, cedendo alle pressioni tedesche, potrebbe esigere davvero che anche i privati aspettino di più per avere indietro i loro, di soldi.

Papandreou accusa subito S&P’s di seguire, e insieme così anche di anticipare però, ciecamente tutte le mosse della speculazione non muovendosi su una base oggettiva di fatti ma solo di chiacchiere e di creare, così, il panico sui mercati. Perché, è un fatto, a fronte di quelle che sono soltanto voci, che il governo non riuscirà a tenere il passo dei tagli di spesa che gli erano stati imposti da BCE e FMI il valore del credito greco scende al livello di quello bielorusso (a breve termine, secondo le gradazioni esoteriche che questi apprendisti stregoni danno ai loro voti, a C da B e a lungo termine da BB- a B).

Minaccia anche, Atene però – ma per qualche ora soltanto: sufficiente a far tremare molti polsi e molte vene in Europa – non tanto di uscirsene dall’euro – questo, giustamente, ancora fare non osa – ma di far chiudere gli uffici della S & P’s e delle altre agenzie di rating nel paese… Un atto puramente simbolico che violerebbe, però, la libertà selvaggia dei grandi sacerdoti del mercato.

Insomma, alla fine sembra dura per qualsiasi governo greco, o portoghese, o irlandese, o spagnolo, come proprio sarebbe per qualsiasi governo domani tedesco o italiano – bé, italiano chi sa… – accordarsi con chiunque a Bruxelles o a Francoforte o a Berlino pretendesse di imporgli condizioni tali da non consentirgli di crescere e così – crescendo – di uscire dalla recessione.

Sembra dura ma, alla fine poi, come tutti anche i greci finiranno col subire. A meno che…

● Dal cambiavalute (vignetta)

Fonte: New York Times, 11.5.2011, Robert Chapatte

●Il primo ministro e ministro delle Finanze lussemburghese, Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, le cui raccomandazioni alla fine vengono sempre fatte proprie dal Consiglio dei ministri e dai Vertici europei, dice adesso che una “ristrutturazione soft” del debito pubblico greco – qualcosa come 330 miliardi di €: in pratica, la concessione di nuovi crediti per farvi fronte – è un possibilità concreta. Nei fatti, una rinegoziazione del debito ellenico sta gradualmente avanzando ma gli “esperti” di UE e FMI cercheranno prima di avere dettagli e precisazioni cifrate e impegni precisi sui piani di privatizzazione dei greci.

Juncker è fermamente contrario, però, a una ristrutturazione maggiore, ma se la Grecia darà garanzie di fare privatizzazioni reali a riduzione e garanzia dei suoi debiti è favorevole, invece, a quella che chiama una ristrutturazione morbida. Non si azzarda, naturalmente, ad accennare a quelle che considererebbe come privatizzazioni sufficienti (come ebbero a dire, celiando solo a metà, qualche mese fa alcuni deputati buontemponi della destra tedesca, forse ci vorrà il Partenone?[79]).

●Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, si spinge più in là[80]: paventa, e lo dice, che la Grecia avrà difficoltà serie a far fronte ai termini definiti nel pacchetto di salvataggio tagliando già quest’anno il deficit/PIL al 7,6% e dice per parte sua che ci potrebbe anche essere una ristrutturazione vera e propria, una ricalendarizzazione, cioè, delle scadenze del pagamento e del servizio del debito da parte di UE e Fondo monetario.

Ma aggiunge, a questo punto, anche dalle banche e dagli investitori privati che ad esse, insieme, saranno – al contrario di come è andata finora, dove a pagare sono stati solo e sempre non gli speculatori e gli investitori ma i contribuenti e il debito pubblico – se lo fanno le organizzazioni internazionali chiamati a contribuire. Insomma hanno scommesso e, anche se solo in parte, bisogna che comincino a pagare un po’ delle scommesse perse

Lui dice che una ristrutturazione vera e propria del debito “non è un’opzione” ma che ormai è ora di perseguire, come si sta facendo per il Portogallo, anche nel caso della Grecia un’ “esposizione degli investitori privati”. E, poi, “su base strettamente volontaria però, si potrebbero considerare veri e propri prolungamenti del ripagamento del debito”.

●In Finlandia, sul pacchetto di salvataggio del Portogallo il partito dei Veri finlandesi, che ha preso più di un terzo dei voti alle elezioni, non potrà mai votare e non voterà a favore, giura il leader Timo Soini, proposto dalla UE ma prende seriamente i colloqui per la formazione del nuovo governo[81].

Se gli altri partiti dell’ex opposizione diventata nuova maggioranza riescono a concordare tra loro la formazione di un Gabinetto, anche se poi concordano di votare con gli altri europei il salvataggio (ma i socialdemocratici sono anche loro molto molto dubbiosi, anche se alla fine supereranno le loro remore), il partito Perus dei finlandesi veri (perché è chiaro che di taroccati ce ne stanno tanti, no?), pur mantenendo il suo grande rifiuto di principio, potrebbe comunque entrare al governo “in buona coscienza”.

Ma tutto si complica, poi, perché la PM uscente, Mari Kiviniemi, presidente del partito del Centro,  sonoramente perdute le elezioni ma restata in carica per gli affari correnti fino alla scelta del nuovo governo che escluderà il suo partito, non vuole togliere le castagne dal fuoco ai subentranti e dichiara che non sarà lei a presentare in parlamento il piano di salvataggio del Portogallo: lo può fare, dice, solo un governo che abbia la piena fiducia delle Camere[82].

Intanto, però, per la prima volta da mesi, un sondaggio del più popolare tabloid di Finlandia, Iltalehti, condotto tra il 6 e il 7 maggio trova[83] che il 47% dei finlandesi sarebbe a favore del salvataggio del Portogallo, mentre resta contrario il 39% col 13 che rifiuta di esprimersi. Subito prima delle elezioni contrari erano, in un sondaggio identico, svolto tra gli stessi intervistati, il 59% dei cittadini con solo il 31 a favore, risultato riflesso sicuramente alle urne nel forte premio ai Veri finlandesi e nella penalizzazione proprio del partito della Kiviniemi.

Al momento, il parlamento sembra grosso modo praticamente spaccato e ha, in ogni caso, l’ultima parola nella decisione finale, qualunque poi sia quella che raccomanda il governo. Che, nella prevista, risicata, maggioranza formata dai nazionalisti del primo ministro designato Jyrki Katainen e dai socialdemocratici di Jutta Paulina Urpilainen (rispettivamente 40 e 35 anni…), si vedrà chiedere come e perché alla fine abbia deciso di votare la parte finnica di salvataggio del Portogallo. La leader dei socialdemocratici alla fine ha detto sì, in cambio di una tassazione più forte sui profitti bancari e di un controllo più severo di responsabilità sugli investimenti privati (qualsiasi cosa, poi, ciò concretamente significhi)…

I Veri finlandesi hanno, invece, tenuto duro[84] decidendo di non entrare al governo e di contrastare “ferocemente, per quanto possiamo” (ha detto il loro leader Timo Soini) la scelta di appoggiare il salvataggio: perché le due scelte sono incompatibili e, d’altra parte, è stata la posizione di contrasto  la ragione del grande successo elettorale che ha avuto il partito. E, alla fine, il parlamento con 137 voti contro 58 e 7 astensioni vota la partecipazione della Finlandia al piano di salvataggio del Portogallo[85].  

●Una fonte prossima a chi a livello di Unione europea conduce il negoziato precisa a inizio mese che il salvataggio del Portogallo comporterà un pacchetto complessivo per UE e FMI di 78 miliardi di € in tre anni (52 miliardi e 26, rispettivamente). Il primo ministro portoghese Josè Sócrates, che non si fa illusioni e aspetta ormai di essere rimpiazzato dai vincitori delle elezioni del 5 giugno prossimo, ha dichiarato che il suo governo conferma il memorandum d’intesa anche se non rivela qual è l’ammontare preciso del prestito[86], reso noto a Bruxelles, e sostiene che ha ottenuto condizioni migliori assai di quelle a suo tempo strappate agli stessi consessi da Grecia e Irlanda[87].

Non è Sócrates, dunque, direttamente ma il ministro delle Finanze in uscita, Teixeira dos Santos, cui molti imputano di aver spaventato l’elettorato socialista con le sue promesse di feroci misure di austerità per soddisfare l’Europa – e certo è così ma una raddrizzata ai conti fasulli del paese la dovrà dare anche l’opposizione di destra e centro-destra, che formerà il nuovo governo malgrado le sue sparate populistico-demagogiche – a confermare che nel 2011 il deficit/PIL portoghese si attesterà al 5,9% per scendere nel 2012 al 4,5 e al 3 nel 2013.

Secondo il piano di austerità elaborato e riconfermato per il salvataggio a livello di BCE/FMI e, nei fatti imposto a qualsiasi governo che vorrà provare a formarsi, il PIL si contrarrà inevitabilmente, a questo punto, almeno del 2% per due anni di seguito[88] riuscendo poi, nel 2013, a recuperare qualcosa grazie alle esportazioni. Secondo il progetto, che illustra a grandi linee proprio dos Santos verranno tagliate le pensioni superiori ai 1.500 € al mese ridota la spesa per la sanità e aumentata l’IVA su molti prodotti di largo consumo.

Del resto nel ricettario dell’economia liberista che il nuovo governo, come quello vecchio, come la BCE, come la UE e il FMI non intendono rimettere affatto in questione, di rimedi non ce ne sono altri oltre al rilancio, previsto, delle privatizzazioni e dell’alienazione (svendita) di beni pubblici. E, naturalmente, mentre i poveracci e chi ci perde reddito se la prenderanno poco lietamente in saccoccia, verrà creato un fondo dedicato a sostenere le banche che entrassero in difficoltà. Il piano, precisa dos Santos, non prevede l’abolizione della tredicesima e della quattordicesima nell’impiego pubblico, però. Ma, sadicamente aggiunge, almeno per ora…

●L’attuale tasso di interesse al 5,8%, a livello quasi da strozzinaggio e, comunque, insopportabile per un’economia già tanto in rosso, applicato ai fondi resi disponibili a livello di salvataggio europeo al Tesoro della repubblica di Irlanda col fondo d’emergenza fornito dalla Commissione in accordo coi paesi dell’eurozona e del FMI, sarà probabilmente ridotto anche se non è ancora chiaro né di quanto né a quali condizioni, sicuramente onerose, ciò verrà fatto[89].

Lo dice alla stampa il vice ministro delle Finanze Brian Hayes, che continua a sostenere, ma probabilmente si illude, come Dublino dovrebbe riuscire anche in queste condizioni di debolezza assoluta – ma forse è proprio a loro causa che potrebbe riuscirci – a mantenere il suo bassissimo tasso di imposizione fiscale sugli affari (meno della metà di quello medio europeo).

In Spagna, alla vigilia immediata delle elezioni amministrative e municipali, stanno venendo al pettine, ormai aggrovigliati e inestricabili pare, tutti i nodi sociali: il fallimento economico, e quello finanziario, del governo Zapatero che non ha saputo far fronte alla crisi ma si è semplicemente arreso ai mercati, buttando all’aria ideologia, valori e welfare tutti insieme. Potendo poco fare, così aveva deciso, per offrire pane e lavoro ha aumentato l’accesso degli spagnoli a rose e diritti.

Nel tentativo, dimostratosi vano, di arroccarsi a difesa – cosa essenziale ma insufficiente – dei diritti e delle libertà individuali e sociali contro una destra codina e retrograda, è andato alimentando la rabbia di grandi manifestazioni di massa: il suo peccato mortale non è certo stato l’aver difeso ad oltranza lo stato laico è stato di aver tollerato un tasso di disoccupazione ufficiale al 21% e giovanile quasi al 50…

Alla protesta economica si aggiunge però ora anche quella politica che chiede anche una riforma radicale della giustizia (ma in senso antiberlusconiano: più indipendenza ai giudici), della politica (bando alla corruzione con l’estromissione di tutti i corrotti da ogni carica e da ogni candidatura e elezioni primarie obbligatorie per legge per tutti per ogni tipo di carica legislativa: Zapatero ha fatto osservare che i partiti sono soggetto di diritto privato… ma non più, gli ha risposto il movimento, quando concorrono per eleggere cariche pubbliche…

●Poi, al voto[90] e come largamente previsto, con lo spoglio quasi completato, i popolari vincono  il 37% dei suffragi a Madrid contro solo il 28 dei socialisti di Zapatero. Il PSOE perde anche Barcellona che cede alla Convergenza nazionalista catalana con il partito separatista Bildu che diventa il secondo della regione e strappa il 25% dei voti popolari. E i popolari vincono praticamente in tutte le regioni, perfino nei suoi feudi elettorali di Castiglia-La Mancha ed Estremadura, con le eccezioni della Navarra e delle Asturie. Anche dove i popolari non hanno vinto, i socialisti hanno perso, rimpiazzati da altri partiti della sinistra più radicale.  

Il vice premier, Alfredo Perez Rubalcaba, rispetto a Zapatero sicuramente uno più a destra, accenna a una possibile anticipazione delle politiche del 2012, che poi è anche la richiesta dei popolari all’opposizione; ma Zapatero la esclude subito accelerando invece il Congresso del partito che, con le sue dimissioni da tempo preannunciate, sarà chiamato a scegliersi una nuova leadership. Le elezioni servivano ad eleggere più di 8.000 consigli comunali e i governi regionali in 13 delle 17 regioni semi-autonome in tutta la Spagna. E si sono risolte più che con un plebiscito a favore della destra democristiana di Rajoy in un plebiscito contro la sinistra slavata ormai di Zapatero.

Ma adesso, dopo questo voto, sarà molto difficile mantenere il momentum – cioè la spinta propulsiva – di un movimento di tipo diremmo da noi di stampo “grillino” che dice ai partiti di essere “tutti uguali”, un tipo di movimento – chiamiamolo così per carenza di un termine più preciso – trans-ideologico e post-democratico ma forse più questo che quello: perché non ce l’hanno coi socialisti troppo ideologizzati, ma ce l’hanno con loro precisamente perché hanno mollato la fede in nome di un pragmatismo che, al dunque, poi, neanche, rende.

Sembra probabile, però, che difficilmente le cose stavolta torneranno proprio come prima. Questi non sono i “grillini” che, alla fine, si contentano di fare i guastafeste col casino combinato alle elezioni, ma qui dalla Porta del Sol di Madrid (la grande piazza della rivolta dei popolani spagnoli contro l’esercito invasore di Napoleone[91] e della cacciata del re nel 1931 che creò la Repubblica) dove vivono e vegetano non intendono andarsene via né tranquillamente né semplicemente facendo rumore…

●Abbiamo già accennato al fatto che la crisi dell’eurozona che sembra peggiorare giorno per giorno sta costringendo un po’ tutti a pensare anche… all’impensabile, ormai. Perché si avverte che (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e, forse, anche Italia… le presunte “cicale” di qua e Germania e quelli che si considerano “virtuosi” di là…) siamo ormai alla vigilia di un colpo di coda politico che potrebbe distruggere decenni di progresso verso la costruzione europea.

E così avanzano – cominciano per fortuna ad avanzare – anche idee meno convenzionali di quelle consuete per fare i conti davvero con la crisi dell’Europa, unita ma disunita com’è. Qualcuna, con riserva di futuro sviluppo, la mettiamo giù qui riprendendola da un’elaborazione originalmente tracciata (e riassunta) da un professore, eterodosso, della London School of Economics[92] (sperando  di non tradirne nel nostro ulteriore riassunto, o peggio di banalizzarne, l’assunto)

Dire la verità, innanzitutto: smentendo la tesi che la crisi dell’eurozona è economica. Perché è falsa: la crisi è tutta politica.

Infatti, il debito/PIL dell’eurozona è, nel complesso, ben inferiore sia a quello sia degli USA che della Gran Bretagna. Ma avendo gli insipienti che l’hanno costruita a suo tempo deciso di ignorare la lezione dei fondatori – da Monnet a Spinelli a Delors: che essa era e doveva essere un obiettivo politico – di costituirla solo come Unione monetaria e non economica, pur non soffrendo di nessun serio problema di ordine fiscale, cioè di bilancio, non si è data i meccanismi politici che servono a  fare i conti con le crisi di bilancio in uno o nell’altro dei suoi pesi membri. Quindi la crisi non è affatto economica ma politica ed crisi dovuta a una serie di politici analfabeti o quasi di cose economiche.

Nessuno regala un euro a nessuno: bisogna dirlo ai tedeschi e a tutti gli altri.

E’ una vergogna, in effetti, che sia consentito ai leaders europei e specie ai tedeschi di andare in giro a raccontare ai loro elettori che i pagamenti da fare alla Grecia sono stati sono e saranno a loro carico: insomma, un generoso regalo. Cosa che, ovviamente, semina rabbia e scontento tra i virtuosi contribuenti tedeschi cui viene instillata l’idea che siano loro a pagare le pensioni “generose” e le ferie lunghe più delle loro del greco evasore fiscale.

Solo che non è così. Il salvataggio non è affatto un pagamento diretto, fornisce solo a FMI e UE la possibilità di farsi prestare i fondi del salvataggio a tassi inferiori di quelli di mercato ma comunque più alti di quelli che i paesi contributori potrebbero comunque ottenere. Per la Germania, il differenziale di rendimento di un bond irlandese rispetto ai suoi è da 3 punti e ½ a oltre 5 punti percentuali.

Il che vuol dire che il salvataggio non è né un favore fatto alla Grecia né un sacrificio ma – se non c’è il fallimento, sicuro: per questo, una minaccia dei greci di andarsene terrorizzebbe davvero i tedeschi e gli altri europei… – un prestito a tasso di interesse molto molto redditizio per chi lo fa.

Ma la disonestà intellettuale e politica con cui se ne parla e viene presentato il tema crea ad arte o, peggio, per stoltezza, antieuropeismo a bizzeffe sia nei paesi creditori che in quelli debitori e costituisce uno strapotente ricostituente per tutti i partiti euroscettici o eurofobi in tuta Europa.

Bisogna piantarla, una volta per tutte, con la politica filo bancaria anche delle sinistre.

E’ del tutto evidente, ormai, che ci dovrà essere una qualche ristrutturazione del debito e dovrebbe, di norma, essere chi ha investito e rischiato – e non i contribuenti – a pagare in prima battuta lo scotto. Una parte rilevante dei fondi del salvataggio sono utilizzati, si sa, proprio per pagare il servizio, gli interessi cioè, del debito sovrano dei paesi in difficoltà: il che significa che buona parte dei fondi del salvataggio andranno in tasca, direttamente, ai detentori dei titoli del credito e non della gente che è in sofferenza nei vari paesi: i disoccupati, i giovani, le famiglie più povere…

In sostanza, il salvataggio aiuta le banche detentrici del debito sovrano dei vari paesi in crisi a socializzare quello che è il rischio del loro investimento. E più debito viene così rilevato dalla BCE o dagli altri istituti che si intestano il salvataggio più cresce il peso sui contribuenti e più filobancarie si fanno le scelte strategiche.

Certo, se alle banche fosse invece restituito il compito di far fronte ai loro debiti, si dovrebbe probabilmente alla fine dar loro una mano anche con fondi pubblici. Ma almeno lo si farebbe a regole normali di capitalismo applicato, col rischio di investimento sulle spalle dell’investitore che, in ogni caso, ha visto già parte almeno del suo rischio compensato dagli interessi comunque incassati.

Bisogna ormai dare un alt alla privatizzazione del profitto e alla socializzazione del rischio e delle perdite, diventata la regola da quando le sinistre europee si sono lasciate convincere a snaturarsi in destre.

• Bisognerebbe anche trovare il coraggio di ammettere che, ormai, non c’è uscita gratuita dalla crisi. Solo che frantumare l’eurozona per farlo, sarebbe la scelta economicamente e politicamente di sicuro più cara.

Se la Grecia fosse costretta, o si sentisse costretta, a lasciare l’eurozona – nessuno è in grado di “espellerla” ma di fatto essa può autodeciderlo reintroducendo l’uso della dracma – a parte tutti i problemi di ordine pratico e i costi per tutti, si scatenerebbe immediato e massiccio l’assalto alle banche greche da parte di tutti i depositanti di fronte alla prospettiva di quello che sarebbe il deprezzamento rapido e radicale della moneta ellenica rispetto all’euro.

Ma il debito della Grecia resterebbe in euro, aumentando drasticamente il rapporto debito/PIL del paese e, a quel punto, il default, il fallimento totale, diventerebbe scontato. Con la debole proporzione delle esportazioni sul PIL (appena sopra l’8%), i costi supererebbero così largamente ogni possibile recupero di competitività. E questa, non solo per la Grecia, sarebbe la soluzione peggiore.

• Ultimo punto di queste riflessioni specifiche: buttare via il patto di stabilità, c’è bisogno di una vera e propria governance economica, dunque anche politica, in Europa.

E’ falsa la tesi di osservatori e politicanti della pretesa scuola “virtuosa” che la riunione della crisi sia stata l’annacquamento del patto di stabilità. Anzitutto perché – come sanno tutti e alla fine perfino chi ci aveva pensato (il primo presidente della BCE e presidente uscente della Banca centrale olandese, Wim Duisenberg, ormai buonanima) è stato lui stesso costretto ad ammettere – gli obiettivi fissati dal patto erano e sono del tutto arbitrari.

Il 3% annuo di tetto del deficit/PIL e il 60% del debito/PIL erano basati sulla media di debito e crescita degli anni ’90 e vennero decisi unilateralmente, di fatto – e imposti agli altri, Duisenberg per primo, per arrivare alla moneta comune, dalla Bundesbank in base alle sue opinioni decisive – ma erano obiettivi che non hanno mai avuto una logica o un valore oggettivo e che si sono sempre rivelati incapaci di adattarsi a ogni circostanza specifica e, infatti, non sono stati – e non sono – osservati in pratica da nessuno dei paesi dell’eurozona.

Proprio la Germania fu uno dei primi paesi a violare le regole decidendo – per le circostanze politiche che dettavano l’urgenza della sua riunificazione: come la parità di cambio del tutto artificiale del marco tedesco dell’est con quello dell’ovest – che i suoi costi enormi dovessero sfuggire al calcolo del bilancio della Repubblica federale tedesca.

E’ verissimo che, a parte la macroscopica eccezione tedesca, i dati del bilancio greco erano stati deliberatamente offuscati e anche truccati in passato dalle falsificazioni decretate dal governo Caramanlis. Ma, invece, aveva una posizione di equilibrio di bilancio invidiabile – una delle poche ben dentro gli equilibri decretati dal Patto di stabilità – quando la sua crisi è esplosa.

Ma niente nel Patto proibiva alle banche irlandesi di truccare i loro bilanci… e li hanno truccati; né di gonfiare la bolla speculativa edilizia… che hanno gonfiata; né di sostenere una legislazione fiscale sulle imprese tanto bassa dal costituire di fatto una concorrenza estremamente sleale rispetto agli altri paesi dell’eurozona.

●Si potrebbero anche aggiungere diverse altre idee da discutere – come queste, del resto – come,d esempio, anche

• l’emissione di veri erurobond al posto di quelli di ogni singolo Stato-membro;

• l’abbandono di direttive comuni senza alcun senso veramente comune e alcuna capacità di discriminazione come l’obbligo oggi previsto da tutti i paesi di privatizzare servizi pubblici essenziali;

• l’istituzione di un limite al sistema di lobby che oggi “assedia” il parlamento europeo e lo piega alla volontà di alcune, tante, grandi multinazionali come per dire solo due nomi la BP e la Bayer;

• il superamento, o una riduzione razionale e effettiva, della Politica agricola comunitaria;

• l’elezione dei membri della Commissione europea a livello ancora nazionale al momento ma non più per designazione dei singoli governi;

• l’elezione contemporanea e con regole comuni dei membri del parlamento europeo in ogni paese comunitario;

• l’assicurazione che i diritti sociali europei siano realmente diritti e, dunque, non più soggetti alle cosiddette “riserve nazionali”: diritti sì, insomma, ma affidati alla buona volontà dei singoli Stati.

Ecc. ecc., ecc.

●Nell’ennesima dimostrazione dell’attaccamento dei polacchi alla “visione” europea delle cose la PGNiG della Polonia, il monopolio statale del gas naturale, dice chiaro e tondo di non volere che l’Unione faccia sua la regola che il parlamento francese ha voluto per il proprio paese: cioè il bando del fracking[93], il sistema di fratturazione idraulica che serve ad estrarre dalle rocce scistose il gas naturale. Il processo prevede di iniettare a pressione acqua mista a sabbia e sostanze chimiche diverse a seconda del tipo di rocce da fratturare. Il gas viene estratto ma il procedimento comporta un impatto ambientale pesantissimo che comporta il depauperamento e l'inquinamento delle falde idriche.

L’azienda di Stato polacca chiede al suo governo di opporsi, fino a mettere il veto alla stessa discussione, se il progetto francese tentasse davvero il resto d’Europa: le cose industriali nell’Unione, infatti, devono essere regolate solo a livello nazionale da ogni paese. Lo dice mettendo le mani avanti a priori,  “denunciando” la possibilità perché, secondo le informazioni ricevute, questa discussione sta diventando una concreta minaccia per i suoi interessi nella Commissione e proprio nella Direzione generale che tratta dell’energia.

Spiega il ministro dell’Economia, Waldemar Pawlak alla Dieta, facendosi portavoce devoto delle richieste della PGNiG, che la Polonia deve poter sfruttare 5.000 miliardi di m3 di metano che attualmente sono racchiusi, inutilizzati, nelle sue rocce scistose: il cui sfruttamento in ogni caso – anche in quello più favorevole al paese dal punto di vista dello sfruttamento commerciale – aggiunge, buttando molta acqua sul fuoco, il capo dell’ufficio geologico nazionale, Henryk Jezierski, deponendo nella stessa sede parlamentare non potrà cominciare che fra 10-15 anni: al più presto[94].

●Però, e insieme, la PGNiG polacca e la Lietuvos gas della Lituania intendono chiedere a luglio all’Unione – annuncia il governo di Vilnius e non smentisce Varsavia – di finanziare un nuovo gasdotto che li colleghi[95]. La Lituania annuncia, in sostanza, prevede di farsi un proprio terminal per il gas naturale e di collegarlo al territorio polacco nel 2020, anche se ciò dipenderà sostanzialmente (cioè, almeno al 90%) da finanziamenti altrui, appunto quelli europei. E per questo si rivolge alla Commissione.

Lo dice così, apertamente, il vice presidente, Joachim Hockertz, della AB Lietuvos Dujos, l’ente lituano che ha in carico tutto il flusso del gas nel paese (non la produzione ovviamente) dall’importazione alla distribuzione, in un convegno economico organizzato in Polonia, a Katowicie. L’unica cosa che né polacchi né lituani chiariscono è che gliene verrebbe all’Europa, da quest’investimento che resta, anche per questo, improbabile quanto mai.

Naturalmente sono più che altro le condivise fobie da guerra fredda dei due governi che giustificherebbero un finanziamento come questo a prescindere dalle alternative disponibili e molto meno costose come la fornitura dai collegamenti esistenti con le forniture dalla Russia.  

●D’altra parte, e una volta tanto con un pizzo di ragionevolezza e un minimo di criterio, anche la Polonia ufficiale comincia a ragionare, pubblicamente ed autorevolmente, dell’opportunità di non scapicollarsi ad adottare l’euro nel 2019[96], come finora aveva invece solennemente promesso il governo. Il ministro delle Finanze, Jan Vincent-Rostowski, annunciando di sostenere la nomina di Draghi alla BCE, lo dice così, come tra parentesi, e senza spiegarne il perché— anche se chi vuol capire vede bene che il ripensamento è dovuto alla combinazione indigesta del momento di serissima difficoltà della moneta unica e del’eurozona e al fatto che, finalmente, il governo si è accorto, appena in tempo forse, del costo che l’entrata comporterebbe in termini di economia reale e di pace sociale di sicuro per parecchi anni.

E’ “un economista eccellente”, dice, accennando al fatto che, però, potrebbe non essere più in carica quando la Polonia entrerà nell’eurozona: perché, se eletto ora a ottobre, il mandato di Draghi scadrà  nel 2019. Rostowski ricorda anche che, statuendo la Costituzione polacca come la moneta del paese sia lo złoty, l’adozione dell’euro necessiterebbe la previa modifica della legge fondamentale che il presidente Bronislaw Komorowski ha proposto già nel 2010. Ma che forse, ora, non bisognerà affrettarsi più tanto a far approvare…

●Con la smania di segnalarsi come il più occidentalmente allineato e coperto tra i paesi dell’Est europeo – e di negare, quasi, quello che è, cioè un paese dell’Est europeo: anche spingendosi più in là di quel che gli USA stessi, spesso, davvero desiderino – la Polonia, che organizza a fine giugno un vertice di paesi dell’Europa centro e sud orientale, invita anche il Kosovo, paese sullo status del quale in diritto internazionale i dubbi sono ancora parecchi. Col risultato di dover subito rinunciare alla presenza di Serbia, Slovacchia e Romania: per cominciare[97]

Poi la Slovacchia ci ripensa. Il presidente Ivan Gašparovič partecipa al vertice del 27 maggio ma, dal punto di vista del Kosovo e della Polonia, è peggio la toppa del buco: strappa una presenza pesantemente “dimidiata”, praticamente anonima del Kosovo. “Non ci saranno simboli nazionali, bandiere, stemmi, né sul tavolo apparirà il cartello con il nome di ‘Repubblica del Kosovo’ né sarà possibile adottare nessuna dichiarazione finale che possa portare la firma del presidente ad interim del Kosovo”, Atifete Jahjaga[98].

●La Croazia sta di fatto anticipando, e per conto proprio annunciando, che diventerà un paese a pieno diritto dell’Unione europea a partire dal 1° luglio 2013 dopo che avrà concluso adesso, a luglio di quest’anno, con la UE il dibattito sulle condizioni di accesso[99]. In realtà, sarà l’Unione a fissare la data di un accesso possibile per la Croazia, come lo farà poi per la Serbia, ecc., ecc.

Ma non sarà affatto tutto liscio e, come fanno finta di illudersi a Zagabria, senza condizioni: qualche problema reale lo sta sollevando la canizza che il governo croato sta alzando a difesa dei due eroi della sua indipendenza, i generali Gotovina e Markac che nel corso della guerra civile interjugoslava si comportarono nel 1995, esattamente come il criminale serbo-bosniaco generale Ratko Mladic(che i serbi hanno ora, a maggio, finalmente catturato e che, con ogni probabilità, affideranno adesso – ombra incartapecorita del massacratore che fu, dopo quindici anni di latitanza – al tribunale dell’Aja)[100].

Per tutti loro, in fondo, cambiava solo l’etnia delle vittime di cui andavano ordinando il massacro.

E adesso che, come criminali di guerra, sono stati condannati dal Tribunale dell’Aja a 24 e 18 anni rispettivamente di carcere, ma la Croazia continua ad oltranza a difenderli – dopo avere insistito indifessamente sulla necessità della condanna esemplare per il serbo Milosevic e il serbo-bosniaco Karadzic – è inevitabile e giusto che prima di lasciarli “entrare in Europa”, bisognerà che i croati si rassegnino, a riconoscere che nelle fila dei criminali di guerra ci sono, e puzzano almeno altrettanto, pure i loro “eroi”.

 

 

Al tribunale per i crimini di guerra dell’Aja… (vignetta)

 

“Dobbiamo aspettare anche il sig. Gheddafi, o cominciamo subito?” (e magari, diciamo noi, anche il signor Bush, che ne dite?)

Fonte: New York Times, 28.5.2011, Robert Chapatte

Come anche il grande capo di tutti i croati, il presidente Franjo Tujiman, per il quale, però, a cancellare il reato vale la prescrizione decretata dalla morte nel frattempo intervenuta del reo. Questo detta il diritto, e questo dice la decenza, di fare all’Europa. Non è di sicuro garanzia che lo faccia, ma certo un’indicazione forte è. E’ sicuro, in effetti, che l’accesso resta molto di là da venire[101].

Lo dicono chiaro i rappresentanti francese e britannico contrando, nella riunione del 23 maggio a Bruxelles, il parere invece del tutto favorevole di Frattini – “la Croazia è pronta”, dice lui: ma non lo sta a sentire nessuno, naturalmente – dichiarando che la Croazia deve essere ancora monitorata dall’Unione quanto agli sforzi che compie, o non compie, per combattere la corruzione rampante nel paese, richiamandosi in parte anche e proprio alla questione dei crimini di guerra irrisolti— Gotovina e Markac a Zagabria sono sempre concittadini onorati.

●In Russia, ora viene confermato, anche per iscritto, c’era un accordo preciso tra Medvedev e Putin alle ultime elezioni quando, non potendo succedere subito a se stesso per ragioni di ordine costituzionale alla presidenza della Federazione, il secondo prese il posto del primo come premier e il primo venne eletto al Cremlino. Adesso, prevedeva l’intesa, si sarebbe dovuti tornare allo status quo ante. Ma ora Medvedev rilutta: intanto perché ci ha preso gusto, ma anche perché poi lui ha proprio un’altra visione del futuro della Russia: meno per così dire “di Stato” di quella che ha Putin.

Che, però, ha alle spalle dieci anni di lento ma costante progresso, con un minimo di garanzie normative standard sul dogma vetero-comunista, anche se inevitabilmente residuo, anche senza il comunismo che il posto di lavoro è sacrosanto e nessuno deve metterlo a rischio in nome della modernità e del riformismo di cui chiacchiera sempre Medvedev, sottolineando la necessità dei due tempi: più sacrifici oggi per più benefici domani. Insomma, garanzie sociali da mantenere o da annacquare di qua, e faccia più o meno dura con gli americani di là.

Questa oggi sembra la scelta che si trova di fronte e che andrà a favore di Putin se si arriva al confronto-scontro perché l’altra non convince un popolo profondamente e sanamente conservatore come quello russo che del vecchio regime comunista non ha alcuna nostalgia politica ma ricorda addirittura con affetto il minimo di garanzie – minime ma reali – che a tutti garantiva.

Konstantin Zatulin, uno dei più importanti parlamentari di Russia unita, il partito di Putin, di forte maggioranza alla Duma e che probabilmente la riconfermerà, adesso constata, ma in realtà accusa, gli alleati di Medvedev di “condurre una campagna” dura ma subdola “per minare dietro una facciata unitaria il primo ministro”. Il partito, i deputati e Putin contavano sul pacta sunt servanda e “adesso che, invece, lui lo ha rotto toccherà a Putin convincerlo a far marcia indietro[102]. Del resto, una settimana prima proprio Medvedev aveva parlato di un suo futuro da professore universitario[103]

Di certo, l’insistenza con cui americani, cechi e polacchi e, adesso, anche i romeni (vedi più avanti, qui) continuano a puntare su uno scudo missilistico euro-americano in Europa orientale che nei fatti è anti-russo e che, comunque, come tale ragionevolmente appare a Mosca (a tutti, Medvedev incluso) come apparirebbe a chiunque si trovasse col suo territorio sotto quella cappa, aiuta a rafforzare Putin e a scavare la fossa al più conciliante Medvedev.

Ma questi qui – malgrado glielo dicano tutti in Europa e qualcuno, in minoranza però, anche in America – sono tutti miopi o, meglio, proprio accecati dal loro vetero anti-sovietismo in via di ri-trasformazione, ormai, in quello che in realtà è sempre stato: paura inveterata della Russia, quella di Pietro il grande, di Caterina, di Lenin, di Stalin, di Krusciov, di Breznev e ora anche di Putin. Ma fiaccare Medveded così vuol dire proprio essere ciechi, tagliarsi i cosiddetti per far dispetto alla moglie…

In ogni caso, con l’andare dei giorni si chiarisce il nodo del contenzioso tra i due. Il presidente Medvedev è convinto, e argomenta, che la Russia può modernizzarsi – e il termine in bocca a lui significa di fatto anche, e soprattutto forse, occidentalizzarsi – molto più rapidamente di quanto invece preveda il passo cauto e cadenzato che segue il suo predecessore Vladimir Putin. Ma Medvedev rimane molto prudente e continua a rifiutare di dire se pensa di perseguire un secondo mandato per sé o se, in ogni caso, appoggerà Putin e a quali condizioni.

●Malgrado ciò, o forse proprio per questo invece, è proprio lui – non il “duro” Putin – che, sull’altro fronte dei rapporti intereuropei, adesso ricorda all’Ucraina[104], senza mai alzare la voce ma facendola sentire alta e chiara, com’è fatta la realtà delle cose: Kiev deve scegliere tra una cooperazione più stretta perché più tra eguali con la Comunità degli Stati Indipendenti e la cooperazione, invece, tipo area di libero scambio con l’Unione europea dove, dati i rapporti di forza economici, sarebbe però il vaso di coccio tra i vasi ferro— e di più non riuscirà ad avere in tempi storici.

Lo sa benissimo,  se non lo ha capito dovrebbe affrettarsi a farlo, ma il governo ucraino se sceglie il “blocco europeo” sa che avrà, per contro e inevitabilmente, problemi a strappare opportunità di sviluppo economico e di superamento dei confini doganali con i paesi CSI. I quali ancora non hanno risolto tutti i loro problemi ma sono e si sentono tra loro paesi molto più “uguali” di quanto mai possa essere, e anche solo sentirsi, l’Ucraina con la Germania o la Gran Bretagna, o la Francia: insomma, con l’Unione europea. 

Nulla di minaccioso o fuori dalle righe in questa dichiarazione. Però, l’uso steso del termine “blocco” riferito all’Unione ci sembra di qualche rilievo a indicare un “indurimento” del pensiero strategico di Medvedev: e rilevante altrettanto è il fatto che, uno come lui torni a parlare così… più duro – pare – di Putin.

Per parte sua, l’Ucraina intende – e lo fa capire il ministro degli Esteri Kostyantyn Gryshchenko[105] (già ambasciatore a Washington e Mosca, già ministro degli Esteri e in realtà come si dice un professionista un po’ per tutte le stagioni) dichiarandolo esplicitamente – insistere con l’UE e anche forzare la mano, continuando a percorrere la strada dell’integrazione nell’Unione.

Sottolinea, il ministro, forzando la mano ma anche con l’evidente consenso del “filorusso” presidente Yanukovich, come questo percorso costituisca per Kiev un approccio di successo all’Europa tra gli altri paesi post-sovietici in lista d’attesa. Dice Gryshchenko che cercherà di puntare su questi risultati a novembre, in quello che definisce un vertice storico tra le due parti. L’obiettivo principale, al momento è quello della firma di un accordo di associazione che ancora non è concluso ma è già in stato avanzato di definizione.

Però, si illude – con ogni probabilità – il buon Gryshchenko… E, in ogni caso, Yanukovich e l’Ucraina non potranno davvero ignorare, se poi le cose non accelerano presto – e nel senso da lui auspicato non lo faranno –, gli avvertimenti di Medvedev… perché, tra l’altro, essi hanno anche una natura fortemente obiettiva.

Il fatto è che, in assenza da ovest di ogni sponda e di ogni riscontro positivo chiaramente e pubblicamene visibile sia verso l’opinione russa che quella ucraina, sia a Mosca che a Kiev cominciano  a prendere atto che al dunque in occidente e in Europa, pochi sono disposti a stringere davvero, di là sul piano strategico, di qua su quello economico…

●Nel frattempo, il capo della procura militare russa, gen Sergei Fridinsky, denuncia[106] – in pubblico, in un’intervista alla Rossyskaya Gazeta e non più solo per via gerarchica ai suoi superiori, militari e politici – che ogni anno almeno un quinto, il 20%, della spesa militare viene “rubato” da funzionari, generali e imprese che detengono contratti con le Forze armate. Così le truppe finiscono col pagare frodi e bustarelle con materiali di seconda scelta e addirittura di scarto anche se e quando il bilancio è in aumento. Alla domanda se pensa che nella truffa siano coinvolti anche alti gradi delle Forze armate, Fridisnky risponde “datevi la risposta da soli”.

Rinviati a tempo praticamente indeterminato, perché nell’Asia centrale nessuno dei fornitori che avevano dichiarato la loro disponibilità a fornirgli la materia prima è in grado poi di farlo secondo i tempi previsti – come avevamo previsto da mesi su questa Nota per mancanza di gas la cui consegna è stata prenotata e acquistata con anni di anticipo dai russi – i lavori di inizio costruzione – e anche, perciò, di inizio funzionamento – del gasdotto Nabucco.

Appoggiato politicamente, ma non finanziariamente – ognuno per sé, infatti, è la regola autoimpostasi – dall’Unione europea il gasdotto che avrebbe dovuto diminuire e poi liberare dalla dipendenza da Mosca la fornitura del combustibile di cui ha sete l’Europa. Ma tutto è in ritardo mentre a mesi ormai comincia a funzionare il nuovo gasdotto russo-tedesco, ecc., ecc., il Nord e Sud Stream: a partire dalla volontà politica di metterlo in piedi davvero e di metterne insieme il finanziamento.

Adesso, lo confessa senza confessarlo l’Amministratore delegato del progetto internazionale Nabucco, Reinhard Mitscheck – che parla di 2013 come di nuova data inizio lavori e 2017 per le prime forniture – è proprio la funzionalità del progetto a rientrare in questione. Lui contesta, come hanno invece rilevato alcune attente analisi della BP alcuni mesi fa, che  la regione del Caspio (Azerbaijan, Turkmenistan) da cui dovrebbero arrivare saltando il territorio russo – via Turchia, Bulgaria e Romania – in Austria le forniture di gas che dovrebbero servire l’Europa non abbia gas sufficiente a disposizione (non ancora prenotato e perciò libero) per rifornire l’Europa.

Anche il diametro del gasdotto (un metro e mezzo, per oltre 3.300 km.) sembra eccessivo per la quantità di rifornimenti effettivamente richiesti, anche se fossero poi mai disponibili. Mitscheck questo non arriva ad ammetterlo però riconosce che se il problema non è tanto “la disponibilità delle forniture quanto la diversità delle fonti da cui esse dovrebbero provenire” che, tradotto, vuol dire come ognuno dei possibili fornitori, avendo una quantità ridotta di gas da fornire, vuole fornire esso tesso il massimo che può e rifiuta, quindi, di coordinarsi con gli altri[107].

Nel corso di una visita a Bucarest, il presidente del Turkmenistan Gurbanguly Berdimukhammedov ha dichiarato[108] di essere favorevole alla firma di accordi per una cooperazione sul trasferimento di gas naturale tra Azerbaijan, Turkmenistan e Unione europea. A questa che è volontà politica riaffermata in tutta la storia del progetto Nabucco, da quando nacque ad oggi quasi dieci anni fa, dovrebbe ormai corrispondere, dice Berdimukhammedov, l’inquadramento in un accordo vero e proprio, debitamente impegnativo e firmato.

Per parte sua, mentre aspetta di vedere gli impegni altrui – finanziamenti, per dire: quanti? quando?ma reali, effettivi… – il Turkmenistan dichiara solennemente che è disposto a fornire tutto il gas che può in qualsiasi punto del proprio confine a qualsiasi acquirente interessato, compreso il gas naturale “fornito/fornibile” dalle proprie regioni del Caspio.

Ma il problema sta tutto in quel curioso “fornito/fornibile”…: il Turkmenistan non è in grado di dire esattamente – visti gli impegni che per anni a venire con Gazprom, e non solo, ha già preso sul mercato e a prezzi largamente già contrattati – quanto gas sarà in grado di vendere fra dieci anni – visto che Nabucco per ora non esiste neanche come progetto effettivo ma solo nelle buone, velleitarie intenzioni di chi ci pensa e che, comunque – ora ammette lo steso A.D. del tubo – prima di un’altra decina d’anni non sarà operativo neanche sulle cianografie, o sul computer.

STATI UNITI

●Hanno ammazzato Osama bin Laden, come era inevitabile che riuscisse a fare la superpotenza americana, dopo una quindicina di anni di caccia all’uomo, cominciata nel 1996 e condotta in tutto il mondo, non senza perdite e costi. L’hanno trovato usando anche, si è saputo adesso[109], la tortura (rivendicata ora esplicitamente, come se fosse una medaglia, dagli uomini di George Bush[110]), per arrivare a chi potesse condurli da lui. Quando poi bastava, si sa adesso, leggendo i diari che quasi quotidianamente stilava “per passare il tempo”, dice lui stesso, servirsi forse dell’indirizzario dell’IKEA che gli faceva regolarmente, semestralmente, pervenire i suoi cataloghi illustrati ad Abbottabad, al suo indirizzo di Eid Gar Road[111]

E, poi, l’hanno preso – disarmato attestano gli stessi 007 dopo aver superato la resistenza, dicono, di alcuni dei suoi – e fatto fuori a freddo, come da noi capitò a Salvatore Giuliano: a bruciapelo, si dice, in modo che portasse con sé per sempre i segreti del suo misfatto, dei suoi misfatti, e i segreti delle sue inconfessabili complicità. Anche e proprio, soprattutto, con gli Stati Uniti.

E dicono – dicono… – di aver catturato nel covo – meglio nella villetta residenziale che lo ospitava – una decina di computers e un’intera biblioteca di DvD e chiavette elettroniche con una miniera di informazioni e di intelligence come altre mai (ma non era lui, come ci avevano detto, l’inafferrabile che non si poteva prendere proprio perché non usava mai comunicazioni elettroniche?).

E stavolta è vero[112]: Osama cala, anzi scompare per sempre, e Obama sale nei sondaggi americani di molto, anche se bisogna vedere per quanto. Perché la realtà è che “per la maggior parte degli americani, il terrore oggi non è più incarnato da un barbuto signore nascosto in Pakistan ma si manifesta quotidianamente nella preoccupazione di non avere più abbastanza per mantenere la propria famiglia o riempire un serbatoio di benzina o nell’assillo di perdere il lavoro o la casa[113].

Però, questa volta, la vittoria di Obama è sicura

• malgrado il falso assai goffo della foto iniziale e truccata del morto;

• malgrado i falsi annunci, poi, della pubblicazione delle foto “a momenti”, sempre rimandati;

• malgrado la decisione (finale?) della non pubblicazione (l’hanno in pratica spappolato sparandogli a pallettoni, o quasi, da un metro: che vi dovremmo far mai vedere?);

 

Sì, sembra ma non è la maschera di bin Laden morto; è la maschera universale del terrorismo…

  

Fonte: Mother Jones, 2.5.2011 —  Il covo/fortino (e dintorni)  ripreso dai satelliti che l’hanno sorvegliato per mesi (cfr. http://www.allvoices.com/ news/9054923/image/79250225-satellite-view-of-bin-laden-s-compound-in-abbottabad/).

• malgrado le palle raccontate al mondo da Casa Bianca e dipartimento di Stato (che bin Laden era armato fino ai denti, che si è fatto scudo di una moglie – o, comunque, di una donna – contro le pallottole americane, che viveva in un covo di lusso) e, almeno queste hanno avuto il buon senso di correggerle subito;

• malgrado l’essersi adeguatamente “cosmetizzate” le prove ai fini loro;

• malgrado la fretta con cui lo hanno sepolto (o, più, probabilmente buttato) in mare a oltre 1.000 km. di distanza da dove c’è stata l’esecuzione, facendogli traversare in elicottero tutto il Pakistan fino a sud dell’Afganistan e nelle profondità del Golfo di Oman;

• malgrado l’assicurazione (palesemente falsa: come se gli altri fossero tutti gnorri) di aver disposto del corpo di Osama in mare onorando la tradizione islamica entro 24 ore dalla morte (un falso patetico: la tradizione vuole sì l’osservanza delle 24 ore, ma esige sempre per chi non sia annegato una sepoltura col capo sempre rivolto nel direzione della Mecca: ma se, certo, un capo non c’è praticamente più e il corpo viene affondato)…;

• insomma: malgrado il flip-flop, come lo chiamano in America, o l’avanti e dietro come diremmo noi, il dire e non dire, l’ammettere e il negare, il bianco e il nero che ha addirittura corso il rischio di buttare a mare, oltre al cadavere, anche e perfino un successo tanto concreto. Perché, forse, in questa faccenda solo l’incompetenza dei servizi stampa e relazioni pubbliche della Casa Bianca ha superato l’incapacità dei servizi segreti pakistani.

Però, il grande timore era, ed è, quello ben sintetizzato da un osservatore britannico di cose religiose, quando nota che nella storia dell’umanità, sempre, “finché c’è chi crede in loro, i morti sono sempre in grado di cambiare il mondo: il primato del mito sul fatto è un fatto non un mito[114], spesso… per cui meglio seppellirlo in mare, no? Non si sa mai, dovesse risuscitare…

Ci sono riusciti. A freddo, da vicino, dopo averlo catturato in una residenza per niente nascosta nelle montagne dell’Afganistan o nelle caverne del Waziristan dove – ci avevano sempre detto – lo proteggevano le tribù e i talebani, ma in un’area residenziale di Abbottabad, a una settantina di km. a nord della capitale del Pakistan, Islamabad e ai piedi dell’Himalaya[115]. E gli ha sparato alla tempia, a bruciapelo, una “foca della Marina”, uno U.S. Navy Seal, noi diremmo un fante di Marina, un soldato speciale o, meglio, specializzatissimo.

Se l’era scelta lui, d’altra parte, sia quella vita che quella morte. Nessun rimpianto, naturalmente. Ma, francamente, ha fatto un po’ di impressione, e anche un po’ schifo, la celebrazione di gioia e l’espressione di “orgoglio” (la parola più usata— proud) di migliaia di uomini e donne della strada raccontate a quelle cornacchie dei cronisti che al volo, li intervistavano appunto per la strada. E’ stata un’esplosione di “ gioia”, di questo si è trattato e di sicuro si può, più che capire, comprendere. Ma ciò non la rende “legittima”, a noi sembra, ma solo scioccamente emotiva e anche oscena.

Sempre francamente, a dire la verità, a noi suonava meglio, più “pulito” lo stupido I-ta-lia, I-ta-lia cantato da migliaia di persone in piazza dopo la vittoria nei campionati del mondo che il macabro, imbarbarito U-S-A U-S-A squarciagolato a Ground zero e su tutte le piazze d’America inneggiando alla morte di Osama. Fox News, e le altre Tv, ne hanno cantato per ventiquattr’ore di seguito, come se gli USA avessero vinto una guerra. Ma è falso: lo ha detto subito Obama stesso a un’America fanciullescamente, e indecentemente, esultante.

E’ vero ed è umano, nel senso che è tipica di questa bestia che è l’homo sapiens sapiens, come nel 1758 ci ha classificati Linneo, e che è diversa da tutte le altre (l’unica che anela alla vendetta e gode della morte di un proprio simile): in questo caso “è stato rilasciato  improvvisamente un decennio di ansietà cresciuta su se stessa, continuamente alimentata dall’ambiente che ci circonda e che vede la gioia trasformarsi in urla e in canti e portare” chi ce la fa, i giovani “ad arrampicarsi esultanti sui lampioni”. Lo dice bene il titolo che commenta la reazione: Celebrazione di una morte: brutta sì, indecente, ma solo umana[116]

Lo ha chiarito Obama agli americani, subito. Non abbiamo vinto niente. Il funerale di bin Laden, piuttosto, a dire la verità com’è, era stato forse già celebrato tre mesi fa quando – segnando davvero quello che è stato “un momento nella storia”, altro che palle! – sulle piazze del Medioriente milioni di persone hanno cominciato una rivoluzione vera che ha, semplicemente, messo tra parentesi e ignorato il sogno bin ladeniano di un califfato del 7° secolo  imposto nel 21° a tutti, sostituendogli invece il sogno oggi forse possibile di una democrazia più vera.

A chiarimento, spiega comunque John Brennan, consigliere di Obama per l’antiterrorismo, in televisione la sera del 2 maggio, rendendo anche noto che col presidente, i suoi consiglieri più stretti e alcuni ministri ha visto tuta l’operazione da una webcam che la trasmetteva in diretto, a circuito chiuso, alla situation room della Casa Bianca, la squadra di Navy seals che ha “preso” Osama aveva l’ordine di ucciderlo e non di catturarlo[117].

Ancora più chiara una notista progressista – che però lo appoggia, mica lo condanna o ne prende le distanze – che sul NYT[118] annota come la scena del “presidente che, quel sabato sera, dopo aver impartito personalmente alla squadra di Navy Seals l’ordine di eseguire un piano di fantastica audacia che, siamo onesti, chiedeva di ammazzare a freddo Osama bin Laden, si mette lo smoking da sera e va a un pranzo di gala a intrattenere allegramente un mucchio di giornalisti e di stelle di Hollywood, ricordi da vicino quella del Padrino di Francis Ford Coppola.

Dove Don Michael Corleone/Al Pacino,  intento a battezzare il nuovo nipotino dice ai luogotenenti occupati ad eseguire gli omicidi cruenti da lui ordinati contro i capi mafiosi rivali di ‘lasciare i fucili e prendere i cannoli’. Dove la differenza – a essere appunto onesti – è che lui invece gli ha detto di ‘lasciare gli elicotteri e prendere su il cadavere’”.

●E’andata sicuramente così. Ma va detto anche che Obama stavolta ha rischiato davvero, su questa operazione, la sua presidenza. Come del resto capitò, ricorderemo tutti, a Jimmy Carter, che il suo secondo mandato se lo bruciò nel 1979 quando fallì clamorosamente l’operazione analoga che aveva lanciato non – quella – per ammazzare qualcuno ma per liberare gli ostaggi degli studenti khomeinisti a Teheran.

Poi, tornandoci sopra, dicono che avrebbero preferito catturarlo… ma che non è stato possibile. Nessuno, ovviamente, ci crede e a dire il vero neanche gli americani ci tengono poi che ci credano.  E’ a tutti evidente, infatti, che Brennan ha detto la verità. Insomma, esecuzione a freddo, cioè proprio assassinio.

C’è chi sostiene, e non irrazionalmente, che di un assassinio necessario si è trattato proprio perché si tratta, nell’immaginario collettivo sicuramente, di un leader che di sé ha comunque marcato la storia. Come sempre per i grandi nemici fatti prigionieri che nessuno, da Mussolini a Saddam, alla fine tiene davvero a giudicare – o lo fa solo pro forma – anche perché tutti sanno che, a esiti rovesciati del conflitto, la sbarra sarebbe toccata a loro. Del resto, dall’inizio, il racconto di quel che avvenne nel giardino dell’Eden tra Eva, Adamo e il serpente non è mai quest’ultimo a narrarlo…

Ripetiamo: questo si può capire. Ma non ci sembra si possa dire sia giusto. A noi hanno insegnato che quel che distingue e rende, a suo modo si capisce, unica la civiltà occidentale è il forte – o almeno comparativamente più forte: laddove poi e lo sappiamo bene storicamente non è sempre stato né è sempre vero – rispetto dei diritti umani fondamentali. Incluso quello, a un processo equo, come si dice, chiunque uno sia, qualsiasi cosa orrenda sia accusato di aver compiuto o, anche, abbia effettivamente compiuto e magari anche confessato – rivendicato – di aver compiuto.

In questo senso, Barak Hussein Obama, scegliendo – perché di una scelta si è trattato – di far giustiziare (lui giudice, giuria e esecutore uno e trino) Osama bin Laden, catturato e disarmato, ha scelto di agire come qualsiasi terrorista che non rispetta la vita umana e la legge…

●Interessante, poi, la reazione mista pakistana e statunitense alla notizia: prima la Clinton, bugiarda come al solito anche per mestiere, dice che c’era stata piena cooperazione con Islamabad, poi viene seccamente smentita sempre da Brennan che spiega, invece, come gli americani si fossero ben guardati dal dire loro niente, per ragioni inconfessate ed inconfessabili ma del tutto evidenti.

Il primo ministro Yousaf Raza Gilani, che è reduce da pochi giorni da Kabul dove è andato a raccomandare al presidente Karzai di mollare la protezione americana affidandosi invece a loro, ai pakistani e ai cinesi[119], saluta come una “grande vittoria” la morte di bin Laden appropriandosi in proposito di meriti di intelligence che invece non ci sono anche se Clinton e lo stesso Obama, che telefona al presidente Zardari, tengono a congratularsi anche coi pakistani.

E’ lo stesso Zardari che un anno fa alla BBC dichiarava come Osama bin Laden già nel 1989 fosse stato pagato direttamente dalla CIA per destabilizzare il Pakistan (“ne abbiamo le prove, la documentazione originale[120]) e tenerlo sotto il controllo dell’America: proprio come era stato a libro paga, fino ad allora, per combattere contro Mosca in Afganistan.

Dove il più pulito, chiaramente, è portatore di rogna… Un fatto è che il commando americano ha condotto l’operazione su quattro elicotteri sfuggiti al radar e alla sorveglianza pakistana: sia l’ISI che la Difesa di Islamabad non avevano la minima idea dell’incursione, quindi non le hanno dato – non avrebbero potuto neanche volendolo, dunque – alcun sostegno né logistico né operativo.

Gli elicotteri americani (fra l’altro un tipo finora sconosciuto, come mostrano le numerose foto riprese dai satelliti e subito riprodotte di quello precipitato e distrutto in loco ad Abbottabad: probabilmente dotati di tecnologia cosiddetta stealth fantasma, invisibile: e, infatti, al Pentagono si sono subito preoccupati di riprendersi tutti i rottami – ma i pakistani hanno avuto tutto il tempo di fotografarli, esaminarli, studiarli… – per timore che possano cadere in mano a potenziali avversari, la Cina  ad esempio…) sono penetrati  in Pakistan provenendo dall’Afghanistan,  non dalle basi che gli americani hanno già nel paese.

E lo hanno fatto usando tecnologie avanzatissime, tecniche di volo radente e l’utilizzo dei cosiddetti punti ciechi dei radar noti dalla loro lunga cooperazione operativa coi pakistani[121]… che hanno, invano, tentato, appena ricevuto un preallarme col cellulare di quel che stava succedendo, ed averlo capito, di far bloccare il volo di ritorno in Afganistan degli elicotteri americani. Ma qui si apre un altro mistero cui nessuno ha neanche tentato di rispondere: perché, tra l’inizio e la fine dell’operazione ad Abbottabad, sono trascorse almeno quattro ore… E, per una telefonata di allarme col cellulare al Quartier generale dell’ISI a Islamabad, a dieci minuti di distanza, ci voleva ovviamente molto di meno …  

●A conclusione, almeno temporanea, della faccenda il governo di Islamabad ha formalmente espresso non tanto la sua del tutto inutile protesta quanto la “grave preoccupazione per il modo in cui l’operazione contro bin Laden è stata condotta dall’alleato americano senza notifica e senza  autorizzazione. Si tratta di un comportamento che mina la cooperazione e costituisce di per sé una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale considerando che il sostegno del popolo è il punto forte del governo pakistano e comportamenti del genere lo minacciano in radice contraddicendo ogni aspirazione nazionale a una forte difesa e sicurezza della nazione[122]. Ma l’impressione è inevitabilmente quella di un patetico tentativo di coprirsi le terga.

In un certo senso, questa – non tanto in sé la morte di Osama, quanto lo sbugiardamento dei pakistani e degli americani stessi – è stata davvero una grande vittoria per Karzai e per l’Afganistan. A Kabul, il presidente afgano in una conferenza stampa convocata apposta dice, in sostanza, che lui glielo aveva detto, che ormai da almeno due anni viene denunciando come tutta la strategia americana nel suo paese sia radicalmente sbagliata.

Si è concentrata, infatti, in operazioni effimere di controinsorgenza sui talebani, nel Sud pashtun del paese, invece che sulla vera minaccia: che è sempre stato Osama insieme ai suoi nascosti e protetti in una città guarnigione dei servizi segreti militari pakistani. Per stanarlo e ammazzarlo, così, c.v.d., hanno dovuto condurre un assalto segreto dentro e contro il Pakistan stesso, senza neanche poi osarlo dire con onestà ma cercando di mascherarlo[123].

In ogni caso, si tratta di un colpo serio alla credibilità del Pakistan che aveva sempre giurato  prima col maresciallo Musharraf e poi con i suoi successori di non sapere niente di dove si nascondesse bin Laden, mentre in pratica stava inguattato nella loro West Point o, per dirla in termini italiani, alla Nunziatella o, meglio, all’Accademia militare di Modena… Questo è già un momento delicatissimo nel rapporto tra USA e Islamabad con il contrasto furioso in atto da mesi, anche pubblicamente, per le puntate che i servizi segreti americani e le forze speciali conducono, proprio come quella di Abbottabad, alla caccia dei loro nemici sul territorio pakistano.

●D’altra parte, fa sapere il segretario agli Esteri pakistano, Salman Bashir – e si guarda dallo smentirlo il dipartimento di Stato – nella misura delle nostre possibilità – voci, sospetti, ricognizioni esterne, ecc.: niente di così sofisticato come la strumentazione terrestre e satellitare di cui dispongono, invece, gli americani che “vede”, letteralmente, oltre le mura di un edificio – noi è dal 2009 che avevamo avvertito la CIA che Osama bin Laden poteva essere proprio lì, in quella ridotta fortificata di Abbottabad. E lo possiamo provare…

Per cui è strabiliante, e anche assai controproducente, sentirci piovere addosso certi commenti superficiali da Washington. Non fanno altro che aggiungersi al grosso e brutto cahier de dolèances che ormai costituisce parte cruciale del rapporto che, pure, sappiamo essenziale tra Pakistan e America. Esso si va, in effetti, arricchendo in continuazione di malintesi e contrasti per i bombardamenti molti dei quali non autorizzati coi drones senza pilota che fanno ogni settimana decine di vittime tra i civili; per l’arresto a Lahore per omicidio plurimo, e poi la liberazione di fatto forzata, di un agente della CIA ignoto anche ai servizi pakistani; per il rifiuto statunitense, e la dura critica pakistana a quel rifiuto ufficiale, ad aprire colloqui e negoziati di pace coi talebani…

Rifiuto ufficiale perché, poi, cani e porci sanno che, in realtà e da ben prima dell’uccisione di bin Laden, gli americani – a livello diplomatico e di servizi di intelligence, anche militare e non solo la CIA – si sono incontrati più volte con emissari del Mullah Mohammad Omar[124]. L’ultima volta risulta che Tayeb Agha, uno dei suoi più prossimi e ascoltati aiutanti abbia incontrato, tra Afganistan e Pakistan, tra febbraio e aprile per almeno tre volte esponenti statunitensi, cominciando a esplorare possibili e più conclusivi colloqui di pace con loro. A “facilitare” gli incontri, tutti condotti con l’esclusione del Pakistan, secondo le fonti, risulta che siano stati Qatar e Germania. 

Questo i pakistani lo sanno da subito e, aggiunge Bashir – ma è pure significativo che sia lui, il più alto funzionario della diplomazia e non il ministro degli Esteri o il premier a dirlo… come in ogni caso ormai – “qualsiasi altro tentativo di violare lo spazio aereo e il territorio sovrano del Pakistan esporrà chiunque lo tenti alle reazioni delle nostre Forze armate[125]”. Minaccia che, però, non sembra spaventare molto gli Stati Uniti...

Forse, però, rendendosi conto del messaggio fiacco che, così, veniva trasmesso lo riprende e lo rilancia l’uomo forte del regime, il capo dell’esercito gen. Ashfaq Parvez Kayani. Parla in prima persona e giura: “Non tollererò un bis d’un’operazione armata straniera sul nostro suolo come quella che gli americani hanno illegalmente condotto per uccidere bin Laden e, se si ripetesse, comporterebbe una riconsiderazione di tutto il rapporto del paese con gli USA[126].

Parole forti ma credibilità sempre dubbia vista la dipendenza pressoché totale per ogni fornitura di armamenti moderni all’esercito pakistano da parte del Pentagono[127]: in effetti, l’unico ramo dove si è reso indipendente – e, certo, non è poco – è proprio l’arsenale militare di cui anni fa, sotto il regime del maresciallo Musharraf, si è dotato – in segreto proprio e soprattutto dagli americani – per far fronte al vero nemico: gli indiani. Che, d’altra parte, e proprio contro il Pakistan, avevano fatto lo stesso.

E, c.v.d., neanche quattro giorni dopo, ecco che i pakistani “tollerano” ancora una volta, per l’ennesima volta, come continueranno a fare la prossima, “un’altra operazione armata straniera sul loro suolo”:  quanto il gen. Kayani aveva giurato di non voler più tollerare, quando arriva un altro attacco di droni senza pilota in Waziristan ad ammazzare 15 pakistani: e vai a sapere quanti sono talebani, quanti militanti e quanti civili del tutto innocenti (o, meglio in realtà, colpevoli di trovarsi proprio lì, vicino al bersaglio (è l’A.P. a dire, sulla base delle informazioni ufficiali che riesce ad avere, che nel numero vanno sicuramente “inclusi” anche civili).

Ma, intanto, è un fatto che l’orgoglioso esercito pakistano ingoia, incassa e tace[128]: a meno che la soffiata immediata che arriva a un quotidiano conservatore di Islamabad notoriamente finanziato dalla stessa ISI, l’agenzia di spionaggio militare interarmi, su chi sia il capo della CIA, nella capitale, costituisca più di un’evidente e tutto sommato abbastanza bizzarra rappresaglia (siamo sempre in grado di inguaiarvi quando vogliamo, se vogliamo, occhio eh!).

Sembra molto più che altro però una ripicca contro lo spione americano – il cui nome il NYT[129], ipocritamente e stupidamente, non pubblica (ormai, dopo che lo ha pubblicato il giornale The Nation, lo sanno tutti, no?) – che in loco ha coordinato tutta l’operazione anti-bin Laden da parte del capo spione del Pakistan, ten. gen. Ahmed Shuja Pasha.

Comunque, viene minacciata a grugno duro una “riconsiderazione completa dei rapporti”… D’altra parte, il “dinieghismo” ufficiale delle autorità pakistane, il loro non riconoscere – e non poter riconoscere – la connivenza di lungo periodo dei loro servizi militari con al-Qaeda e i talebani (quelli afgani, in realtà, a Islamabad non li hanno mai davvero considerati nemici; solo i talebani pakistani lo erano) ha anche impedito al Pakistan di far valere le decine di migliaia di morti (di gran lunga più di quelli americani e europei messi insieme) dall’11 settembre in poi che il paese ha dovuto subire per mano dei terroristi e dei fondamentalisti islamici.

E, adesso, per il paese e il suo governo, per i suoi servizi segreti militari e il suo esercito, in combutta e in lotta troppo spesso tra loro e con gli alleati, sarà dura superare i sospetti[130] che inevitabilmente porterà con sé la scoperta del comodo rifugio dove hanno trovato e ammazzato, inevitabilmente violando la sovranità del paese, il ricercato no. 1 al mondo, il cinquantaquattrenne sceicco Usāmah bin Muhammad bin Awad bin Lādin. In effetti, spiegare che se ne sia stato nascosto lì da ben cinque anni, si può fare solo ammettendo che i pakistani fossero tutti imbecilli e incapaci o che fossero tutti, al contrario, inconfessabilmente in combutta con lui…

Ne approfitta subito, come si sarebbe anche potuto predire, l’India che, in appoggio chiaro a Karzai e ovviamente contro Islamabad, chiede agli Stati Uniti di minimizzare al massimo il ruolo del Pakistan nel futuro dell’Afganistan e – direttamente, al Congresso americano, scavalcando dipartimento di Stato e Casa Bianca – di condizionare più da vicino la concessione di ulteriori aiuti militari americani a Islamabad.

Sono echi del sempiterno conflitto tra i due paesi – entrambi tra l’altro dotati di armi nucleari – e riflettono la paura degli indiani che l’abbattimento di bin Laden possa essere oggi letto a Washington come una possibilità di allentare la presa su Kabul e mollare la guerra decennale che li vede impegnati, finalmente andandosene. Il che aumenterebbe influenza e controllo del Pakistan sul vicino paese, mentre l’India la vorrebbe vedere indebolita, e chiede invece agli americani di rafforzare il loro appoggio diretto a Karzai, con l’emarginazione del Pakistan. Si tratta, naturalmente – e basta guardare una carta geografica per capirlo – di un pio desiderio[131]. dìgeogrdfica per rendersenconto di un pio desixcerio. Ma

●E, d’altra parte, l’Afganistan stesso non perde l’occasione di richiamare l’attenzione degli americani – tante volte fosse loro sfuggito…– sul fatto che non ci si può fidare dell’ISI, i servizi segreti militari pakistani e del livello di sicurezza reale che riescono (o vogliono…) dopotutto garantire alle armi nucleari che hanno in magazzino e in custodia. Se Islamabad non sapeva nulla, in effetti, del nascondiglio di Osama che da sei anni se ne stava tranquillo proprio accanto alla sede della sua Accademia militare nazionale, è pesantemente rimessa in questione la sua competenza quando afferma di avere sotto costante controllo tutti gli ordigni del suo arsenale atomico, no?, insinua “ufficialmente” il portavoce del ministero della Difesa afgano Zaher Azimy[132].

●Tutto questo discorso – sul conflitto crescente tra Pakistan e USA – sta in piedi se non si crede ovviamente all’altra versione, che potrebbe invece riflettere meglio la verità, o almeno parte della verità non necessariamente incompatibile – dato il contesto – anche se in parte contraddittoria. C’era un “accordo”, raggiunto dieci anni fa tra Bush e Musharraf, rinnovato poi nel 2008 subito dopo le elezioni in Pakistan: quando c’era già il governo civile ma lui era ancora presidente nei sei mesi del periodo di transizione.

I termini dell’accordo, segreto, si viene ora a sapere erano chiari. Islamabad dava il suo sì preventivo: se gli USA entravano in possesso di informazioni affidabili, erano autorizzati “a condurre raids all’interno del paese mirati con precisione contro Osama, il suo numero due Ayman al-Zawahiri e anche il numero tre di al-Qaeda. Dopodiché, le parti concordavano che il Pakistan avrebbe vociferato la sua protesta contro l’illegittima incursione e violazione della sovranità del paese[133].

L’ISI però non ci sta ad apparire una forza sia subdola che incapace. E col suo capo, gen. Ahmed Shuja Pasha[134], va in parlamento a difendersi:

• anzitutto, in linea di principio, sono respingere tutte le critiche sia alle forze armate che all’intelligence militare perché “danneggiano per definizione gli interessi nazionali e aiutano il nemico” (che si capisce, però, molto più dei talebani, nazionali ed esteri per così dire, e della stessa al-Qaeda, è quello di sempre, reale e potenziale, è l’India;

• è dalla nascita del paese, dal 1947, che l’ISI è stata la chiave della sua difesa esterna e interna catturando e neutralizzando (= facendo fuori) centinaia di terroristi e di obiettivi di “alto valore”;

• è stata l’ISI, e lo rivendica, a “paralizzare” nei fatti al-Qaeda frantumandole, ben prima dell’uccisione di Osama, tutte le connessioni che ne facevano una rete omogenea ed efficiente e, nei fatti, portandola alla mutazione in una specie di, come si dice, franchising la cui etichetta copre ormai quasi tutto l’islamismo estremista ma che al suo interno resta assai frastagliata e anche conflittuale;

• le conseguenze del raid americano sono state due, soprattutto: la morte di bin Laden, certo, ma anche la “quasi completa interruzione dei contatti tra CIA e ISI che non consentirà più alla CIA attività indipendenti nel paese senza l’approvazione del Pakistan”; e solo qualche giorno dopo questo ammonimento, in effetti, nel Nord Waziristan, al confine con l’Afganistan, truppe pakistane “respingono” facendo fuoco e a costo di alcuni feriti, un’incursione non autorizzata di elicotteri NATO in arrivo dall’Afganistan[135]…;

• personalmente lui ha offerto due volt, dopo il raid, le sue dimissioni “all’esercito” (badare: non al governo…) che gliele ha respinte: ma, in ogni caso, c’è stato un “flap”, un buco di intelligence e lui la responsabilità era tenuto ad assumersela;

• riconosce che il Pakistan è sicuramente in grado di abbattere i droni americani, gli aerei senza pilota, che bombardano il paese: però riafferma, come ormai non può evitare di fare, che quasi tutte le incursioni di cui si è trattato erano state di fatto stati autorizzati dal governo pakistano;

• il comandante dell’aviazione, per parte sua, spiega al parlamento che il sistema radaristico di difesa aerea del paese non opera continuativamente sul confine afgano, così come non ci sono intercettori in allerta permanente, come invece è il caso ai confini con l’India, sia per ragioni di costi sia perché la valutazione della minaccia aerea da parte afgana è bassa; però, certo, se adesso si scatena una minaccia furtiva degli americani il discorso cambia…; e, subito dopo la fine del dibattito parlamentare, Islamabad ha reso nota[136], e Pechino ha confermata, la “cessione”, su base di emergenza (quasi un prestito), al Pakistan di 50 caccia reattori JF-17 (analogo all’F-16 americano e al Saab JAS 39 Gripen Grifone svedese);

• infine, il capo dei servizi segreti militari ci tiene a richiamare alla memoria di amici e nemici, e degli alleati americani, che il Pakistan è in ogni momento in grado di tagliare le linee di rifornimento alle truppe della NATO in Afganistan. In ogni momento…

Il dibattito parlamentare si è chiuso con “la condanna da parte del parlamento del raid americano”, la richiesta di “una revisione delle relazioni del paese con gli USA” e l’annotazione, su invito specifico del capo dell’ISI, che è “in facoltà del Pakistan tagliare i rifornimenti alla NATO in Afganistan”…

●Passano pochi giorni e il primo ministro pakistano Gilani proclama, a Pechino, che il suo paese considera la Cina come “il vero paese amico del Pakistan… un paese ed un popolo che in ogni difficile circostanza – traduzione: anche nelle guerre che abbiamo avute con l’India, quando Washington più ci serviva e ci ha lasciati da soli – ci hanno appoggiato e si sono, concretamente, schierati con noi: insomma, un amico vero e un’amicizia a prova del tempo che passa, sia come anni che come circostanze anche le più difficili… Anche per questo, la Cina troverà sempre il Pakistan, quando ne avesse bisogno, al suo fianco[137].

Il tempismo di Yousaf Raza Gilani è mirato direttamente alla visita del senatore americano, John Kerry, mandato specificamente da Obama a rammendare gli sbreghi del dopo raid contro bin Laden col governo del Pakistan e che, negli stessi giorni, non a caso in sua assenza è a Islamabad dove è onorato ma tenuto anche a distanza.

Ora quel che Gilani afferma è semplicemente un fatto. La Cina non è in grado di fornire alle forze armate del Pakistan tutto l’high tech che vorrebbero, ma d’altra parte gli USA che potrebbero non glielo vendono: non si fidano, anche e proprio per i legami con Pechino, ma i cinesi hanno costruito porti e infrastrutture per Islamabad e gli armamenti cinesi costituiscono la spina dorsale di tutti i servizi high tech a disposizione del Pakistan – aviazione, missilistica, marina.

E’ sicuro, però, che si tratti di una policy che ha consentito di sviluppare una serie di corridoi sicuri per far arrivare in Cina materie prime senza farle necessariamente transitare per gli stretti di Malaca e di Singapore. In questo quadro è, forse, discutibile se, come sembrano credere, ci guadagnino di più i pakistani – che ne sembrano convinti – o i cinesi. Comunque, la Cina ha bisogno di un partner pakistano affidabile e solido.

Ma, con i raids degli americani, condotti a piacere, e le pressioni interne di stampo terroristico – non tutte totalmente sconosciute al potere reale, quello dei servizi segreti militari – è proprio la stabilità del governo civile pakistano a venire continuamente rimessa in questione. E quello di cui, invece, Pechino ha bisogno, qualcosa di dimensione nazionale, statuale, capace di controbilanciare sul piano strategico (anche nucleare, potenzialmente) un’eventuale “minaccia” strategica indiana. Invece, a Pechino sanno bene che anche nei loro confronti i militari pakistani sono spesso double face: collaborano con la Cina ma addestrano, saltuariamente, anche i terroristi (indipendentisti) uighuri contro la Cina stessa.

In ogni caso, la visita di Gilani a Pechino si conclude con una dichiarazione solenne e molto molto impegnativa per i rapporti tra i due paesi e il quadro strategico tutto della regione: il premier Wen Jabao comunica al premier pakistano (e al mondo) che un’aggressione al Pakistana sarebbe vista dalla Cina proprio secondo il principio con cui gli USA, in base al Trattato della NATO, considera un’aggressione a uno dei suoi membri come un’aggressione a se stessa[138].

Mentre nel corso del confronto strategico bilaterale USA-Cina il ministro degli Esteri Yang Yechi aveva già avvisato la Clinton che per Pechino è essenziale che tutti – e si sa benissimo di chi e di che parli – la sovranità pakistana è sacrosanta.

E’ una dichiarazione che, giustamente dal suo punto di vista, preoccupa molto l’India che, lo abbiamo ricordato più volte ha visto il Pakistan scindersi da sé violentemente nel 1948 e con quel paese è sceso in guerra più di una volta, anche sull’orlo del conflitto nucleare. Il ministro della Difesa di Nuova Delhi, A. K. Antony, parla[139] del “grave sconcerto” del suo paese proprio di fronte a questi legami crescenti tra Cina e Pakistan avvertendo che l’India non potrà altro che reagire incrementando le proprie potenzialità di risposta.

●Nel tentativo, piuttosto difficile, di ricucire gli sbreghi ormai appalesati tra Pakistan e Stati Uniti e di riequilibrare un po’ il peso crescente della Cina, Obama ha mandato d’urgenza a Islamabad un suo emissario speciale, l’ambasciatore Marc Grossman, che però non ha potuto rassicurare pubblicamente né privatamente i pakistani che un raid come quello di Abbottabad non si sarebbe più ripetuto.

Chiamato, qui, a picche, l’America risponde come di solito invece a quadri, garantendo al… Pakistan la massima sua cooperazione nella lotta al terrorismo, anche se Grossman è poi costretto a specificare, a domanda del giornalista che lo intervista[140], che non c’è, e non ci potrà essere, alcuna dichiarazione congiunta sul tema tra i due paesi e non sarà mai possibile un trasferimento al Pakistan, come richiesto, di tecnologia dei veicoli teleguidati per i raid e come non sia neanche pensabile definire una linea d’azione congiunta sul tema…

Ma in queste condizioni, e sapendo benissimo che era questa l’inevitabile risposta, non era meglio che si risparmiasse il viaggio, l’inviato speciale americano?

●Intanto, a dire il vero più sull’Afganistan che sul Pakistan – ma i due temi stanno diventando tanto legati e sovrapposti da rendere complicata, e forse perfino assurdo, il tentativo di distinzione – in uno sviluppo del tutto a latere, a modo suo enormemente contraddittorio anche se enormemente intrigante, la Russia manda a dire all’America che

• il trasferimento di responsabilità dalle truppe americane e NATO all’esercito e alla sicurezza afgana sta verificandosi troppo in fretta e disordinatamente e, in sostanza, i piani ora seguiti dal Pentagono nel percorso di disimpegno sono solo serviti ad aumentare incertezza e tensioni: lo dice l’inviato speciale del presidente russo, Zamir Kabulov, già ambasciatore proprio in Afganistan. Le truppe afgane non sono pronte ad assumersi pienamente quelle responsabilità e meno del 20% di esse sono effettivamente in grado di combattere. Il ritiro nel 2014 sarebbe decisamente pericoloso perché prematuro.

I dati e le statistiche che forze NATO e americane sfornano su quelle afgane e sul loro status sono in effetti illusori e Mosca, pur volendo che gli stranieri se ne vadano, è anche del parere che prima[141], e come da impegno assunto, dovrebbero creare un forte e efficiente esercito afgano perché contro hanno truppe di insorti ben addestrati e di grande esperienza e dovrebbero ricostruire l’economia di un paese che hanno praticamente distrutta. Se non si rimedia, la Russia comincerà ad agire per conto proprio in proposito. Ma, e insieme,

• lo stesso Kabulov sottolinea, però – abbastanza contraddittoriamente, ancora una volta, ci sembra – che l’idea americana, che ogni tanto riaffiora, di crearsi una base permanente in Afganistan è il tentativo di incrementare attraverso di essa la propria influenza su altri paesi dell’Asia centrale e del Caspio. Il punto che suscita preoccupazione alla Russia, ma anche a Cina, Iran e Pakistan, è stato da lui portato all’attenzione del presidente afgano Karzai facendogli anche presente che una base permanente americana nel paese costituirebbe un’altra fonte di tensione per esso e per l’area tutta.

●L’ultimo giorno di maggio, il presidente afgano Karzai – e, certo, è l’ennesima volta – dichiarando il suo “furore” per l’assassinio con un bombardamento aereo NATO di un gruppo di ragazze e di bambini nel sud della provincia di Helmand, giura che esso sarà l’ultimo che consente. Se dovessero continuare, minaccia, le truppe NATO nel paese “sarebbero considerate come truppe d’occupazione[142]: precisamente la considerazione che di americani e NATO danno i talebani… “E la storia afgana – soggiunge – è una ben nota testimonianza di come gli afgani trattino le forze straniere occupanti”… Chiaro, no?

Il problema è, però, che la NATO prende atto ma dichiara che si è trattato di un bombardamento come sempre coordinato con gli afgani e che si è trattato di un danno collaterale. E siamo al dunque (come abbiamo cercato di spiegare sopra, a p. 6  ///  , parlando dell’analoga situazione che si verifica coi bombardamenti sulla città di Tripoli: collaterale il danno all’obiettivo che si ha la missione precisa e ufficiale di proteggere? i civili?

Nessuno crede alle lingue biforcute della NATO, ovviamente, ma altrettanto ovviamente nessuno fa affidamento sulla serietà dei giuramenti di Hamid Karzai… Nota sardonicamente ma anche sprezzantemente il NYT[143] che “Karzai in passato ha fatto dichiarazioni di fuoco del genere, specie contro i raids notturni condotti contro le abitazioni afgane ma poi se li è sempre rimangiati”.

D’altra parte, la portavoce della NATO, il magg. Sunset Belinsky spiega bene, con grande freddezza e cinismo, l’arcano: “le forze della coalizione cercano costantemente di ridurre la possibilità che nei loro bombardamenti si contino vittime civili o danni alle strutture; ma quando e se gli insorti usano i civili come scudi umani – fuor di metafora, quando stanno nelle loro case coi loro bambini di notte: proprio perché, guarda un po’, sono insorti – e mettono le nostre forze in posizione tale da lasciare loro solo l’opzione di colpirli via aerea, allora sì noi scegliamo quella opzione”.

E ammazziamo a decine i bambini: “danni collaterali”, conclude Belinsky. Secondo la NATO almeno nove vittime civili, per gli afgani almeno una quindicina tra cui dieci bambini. Insorti? nessuno lo sa… e questo neanche il magg. Belinsky osa sostenerlo.

●A conclusione di questo capitolo importante, curioso, orripilante e, a suo  modo, anche osceno, comunque rivelatore dei risvolti sordidi della storia dei nostri tempi – a conclusione, si diceva: ma, forse, è meglio dire si spera… – c’è una riflessione, importante, da aprire, volendo – ma in tanti, tantissimi, rifiuteranno di farlo, vedrete – trasformando quella superficiale e oscena goduria per la morte del nemico detestato in qualcosa di positivo.

Osama in realtà è stato il punto – per non pochi anche l’occasione, per qualcuno magari anche preconizzata, auspicata e magari provocata (“la Pearl Harbor di cui avevamo bisogno per raddrizzare la spina dorsale dell’impero”, la chiamò un anno prima dell’11 settembre una famigerata Fondazione neo-cons[144]) – che ha costretto l’America a focalizzare per un decennio la sua politica estera – e gran parte di quella interna – sulla cosiddetta lotta al terrore.

Sbagliando tutto: un giorno la guerra al terrore, condotta ed imposta a tutti dagli anni di Bush ad ora, bisognerà studiarla come lezione sul modo di non reagire a un’ideologia aggressiva il cui unico scopo è quello di creare una spaccatura manichea tra il mondo islamico e  tutto il resto del mondo.

E costringendo/convincendo i paesi dell’occidente, inventori anche un po’ ipocriti certo ma storicamente reali della “democrazia”, della “divisione dei poteri” e quant’altro a coartare e ridurre quelle limitazioni essenziali della prepotenza dello Stato non solo verso i nemici (per Osama, Obama, da solo, ha fatto da giudice, da giuria e da esecutore della sentenza di morte) ma anche nei riguardi della libertà e dei diritti civili in casa propria.

Ora si può forse smettere di pensare solo a reagire – l’impostazione con cui abbiamo vissuto tutta la guerra al terrore – e tornare a proporre anche la lotta alle cause non del terrore ma, semmai, del terrorismo: la reazione sana dell’allora giovane senatore dello Stato dell’Illinois quando, dopo l’11 settembre, parlò di lotta ai terroristi ma anche alle cause del terrore. Altra cosa…

Speriamo (ma forse ci vogliano illudere) che questo sia stato davvero lo scotto che Obama ha dovuto pagare per essere preso sul serio come comandante in capo dai reazionari e dai fanatici di casa sua, nel partito repubblicano come tra i falchi suoi, magari anche in gonnella da segretaria di Stato, possa tornare a seguire il suo istinto di allora.

●Il nodo vero, quello che sarebbe più urgente sciogliere o proprio tagliare ma che è anche il più aggrovigliato, ce lo illustra bene la storiella che gira in questi giorni a New York, anche se certo non tra le folle esaltate e drogate di fanatici che sventolano per le strade le bandiere a stelle e strisce. Dice che Osama entra al bar e George Bush, che sta lì al bancone, gli chiede: “Che prendi, amico?” e Osama gli dice: “Bé, George, che servite oggi?”; e Bush gli fa: “Paura, in dosi abbondanti”; e, allora, Osama, rivolgendosi agli altri: “Allora, paura per tutti”; e George riempie i bicchieri a tutti. Poi, si dà un’occhiata intorno e fa: “Ehi, ma chi paga?’. Osama lo guarda, gli strizza l’occhio e, puntando il dito su tutti gli avventori che stanno succhiando la loro dose di paura, risponde: “Pagano loro, no?, lo sai bene, George”. E i due si fanno una gran bella risata...

Ecco, nel 1933, prendendo per le corna la Grande Depressione, Franklin Delano Roosevelt calmò la paura che stava paralizzando un paese intero decidendo che “non dobbiamo avere paura di niente se non della paura stessa”. Oggi, e da anni ormai è sembrato che lo slogan su cui sta camminando l’America fosse “non abbiamo nulla più da vendere al mondo se non la paura”.

Che, in effetti, come merce vende bene: dalla guerra sulle rive dell’Eufrate, a quella dell’Hindu Kush e alle falde dell’Himalaya a miliardi di dollari di sottomarini e di cacciareattori. Vende molto meglio della 40 marche di dentifricio che una volta faceva Colgate, tutte uguali ma tutte in concorrenza tra loro, e che ora fanno a minor costo i cinesi o i padroni americani dei cinesi. E dà l’illusione di sentirsi, avendo tanta paura un po’ più sicuri. E’ come la roba di McDonald’s rispetto a quella della trattoria di Trastevere: riempie, no?,. e a McDonald’s rende tanto di più…

●Forse vale la pena anche di spendere due parole, proprio un accenno qui e ora, sul fatto che sul corso dell’economia globale non dovrebbe influire troppo la morte di bin Laden, che potrebbe invece risentire anche parecchio dell’eventuale rappresaglia che potrebbe, essa sì, rallentare se non far deragliare la ripresa. La situazione geopolitica con la sua scomparsa, in effetti, non cambia radicalmente.

Ma può cambiare, la geopolitica, invece, e con gli sviluppi in atto in molti paesi del Medioriente – la rivoluzione araba – le eventuali rappresaglie che avvenissero lì, più che forse in America, potrebbero anche pesantemente influire sul quadro economico. In questo senso, il settore più ballerino, nervoso e capace di far traballare ogni economia, a tutti i livelli compreso quello globale, è sicuramente il petrolio. E lì bisogna tenere ben aperti gli occhi.

●La crescita del PIL americano ha frenato abbastanza drammaticamente su base annua nel primo trimestre, a 1,8% rispetto al 3,1 degli ultimi tre mesi del 2010[145]. La produzione industriale ad aprile è piatta, dopo l’aumento dello 0,7% a marzo mese su mese. Principale ragione, la secca contrazione dell’8,9% della produzione di auto dovuta all’interruzione alla catena dei rifornimenti per il terremoto e lo tsunami in Giappone. Su un anno prima la produzione industriale sale comunque del 5%[146].

Ma ristagna malamente la spesa per consumi – di gran lunga la componente principale dell’economia, quasi i due terzi – con salari di fatto bloccati e prezzi della benzina e degli alimentari che tagliano i bilanci familiari e riducono il risparmio, mentre anche il continuo ribasso del valore delle case incide e fa male alla fiducia: dei consumatori e degli affari. Tutti sintomi di un futuro niente affatto migliore. 

Il calo della spesa pubblica, da una parte, e dei consumi privati, dall’altra, sono state le componenti principalmente responsabili di un’economia piatta. Lunedì 16 maggio diventa ufficiale che il governo registra, ormai, un debito pubblico al 100% del PIL avendo raggiunto i 14.300 miliardi di $: se adesso il Congresso non ritocca in ascesa il tetto legale del debito e, quindi, il Tesoro non è più autorizzato ad emettere nuovi bonds, si può di nuovo riscontrare, letteralmente – era stata sfiorata qualche settimana or sono – la paralisi dell’Amministrazione pubblica americana a ogni livello.

E il ministro del Tesoro ha già dovuto comunicare, nel lanciare l’appello alla responsabilità perché i deputati autorizzino l’aumento di questo tetto, di aver dovuto sospendere i versamenti, altrettanto dovuti per legge, in due fondi pensione federali[147]

●Il dipartimento del Lavoro ha ora annunciato che, ad aprile, sono stati creati 244.000 nuovi posti, dopo i 221.000 del dato revisionato ricontati ora per marzo. L’aumento è venuto tutto dal settore privato con l’impiego pubblico che, asfissiato ormai tutto dalle costrizioni di bilancio, taglia posti a decine di migliaia, specie a livello locale. E il tasso di disoccupazione[148] risale nel mese al 9% dall’8,8 di marzo. Anche con una creazione di lavoro in leggerissimo aumento rispetto alle aspettative, sono ancora oltre 13 milioni gli americani che ufficialmente contati nelle liste di disoccupazione rimangono senza lavoro e nessun analista si azzarda a prevedere una ripresa capace di ridarglielo presto.

Perversamente, in questo sistema economico profondamente maligno, se aumentano i disoccupati può anche essere un buon segno se riflette un aumento del numero di persone che si mettono a cercare attivamente, e magari disperatamente, lavoro. Non è questo il caso, purtroppo, del dato di aprile dove l’aumento è dovuto al fatto che chi è stato licenziato ha superato il numero di chi ha trovato lavoro. Il fatto è che al ritmo attuale di creazione mensile del lavoro in questo paese ci vorranno più di cinque anni per tornare al 5% del tasso di senza lavoro del dicembre 2007, la pre-recessione.

Il fatto è che dei 13 milioni di disoccupati ufficiali, oltre 6 milioni sono ormai disoccupati di lungo periodo. E i senza lavoro effettivi sono in effetti ancora molti milioni di più in quanto includono anche i milioni di “scoraggiati” che non si lasciano più nemmeno contare. E, di fronte a questa realtà, 220.000 posti in più sono meno di una goccia d’acqua.

In aprile, sono considerati occupati o ufficialmente in cerca di un lavoro il 64,2% degli adulti, coloro cioè in età da lavoro: si tratta dello stesso numero ormai da quattro mesi e del tasso di partecipazione più basso da un quarto di secolo.

Insomma, i dati riflettono una verità dura: l’economia non cresce a ritmo sufficiente a prendere in carico e a incidere sulla disoccupazione. E c’è di peggio: a Washington nessuno – né l’opposizione repubblicana né la Casa Bianca, sta spingendo per trovare rimedi effettivi, efficaci e immediati al problema.

Infatti, presidenza e Congresso, quella sotto il ricatto di questo, sembrano più preoccupati di tagliare il deficit di bilancio che di spingere a creare occupazione, “ignorando che nuovi e buoni posti di  lavoro – creando entrate per il fisco e riducendo la spesa per l’assistenza pubblica – sarebbero anche il modo migliore – più immediato e efficace, tra l’altro – per lottare  contro il deficit[149].

●In aprile, come informa il BLS, il tasso di inflazione[150] va su, dello 0,4% in un solo mese e al ritmo maggiore da dodici mesi, a causa soprattutto degli aumenti di prezzo di combustibili e alimentari. Sullo stesso mese dell’anno prima siamo al +3,2%.

●Lo Stato americano del Vermont, uno dei più piccoli degli Stati Uniti, che già detiene alcuni importanti primati “sociali”, sta per diventare a fine maggio il primo ad offrire una sanità tutta finanziata dal pubblico che eliminerà le costose mediazioni delle assicurazioni che, secondo i più – anche molti conservatori – gonfiano i costi della sanità: i più elevati del mondo pro-capite e, in assoluto, e con rendimenti (rapporto costi/benefici: quasi il 17% del PIL e con l’esclusione pratica di quasi 50 milioni di cittadini, quelli che non se lo possono pagare o non godono di assicurazione privata o per contratto di lavoro) niente affatto decenti.

Il nuovo sistema sarà quello che qui chiamano del  single payer— il “pagatore unico” o, meglio, l’ “unico ordinante”, già in auge da decenni e con soddisfazione dei più in Canada. I fornitori di cure e medicine sono sia pubblici che privati (medici, industrie farmaceutiche, farmacisti), così come lo sono le assicurazioni. Ma chi paga il conto non è il paziente né la sua compagnia di assicurazione.

Compra beni, cure e servizi, nel sistema, un singolo acquirente-pagatore, lo Stato del Vermont, che quindi comprandoli per tutta la popolazione dai molti che vendono riesce a metterli in competizione tra loro, nel libero mercato, impedendone per legge i cartelli e ottenendo sconti, così, di non poco conto, eliminando sovrapprofitti – e, più correttamente, rendite di oligopolio – che, altrimenti, godrebbe chi potesse continuare a stipulare assicurazioni a fine di lucro.

L’economista di Harvard William Hsiao, che insegna politica e gestione della sanità, ha studiato e disegnato per il Vermont il nuovo schema, documentando e sostenendo che il sistema dell’unico ordinante tra il 2015 e il 2024 “produrrà risparmi del 24,3% sulla spesa sanitaria totale semplicemente estendendo senza un dollaro in più  di quanto si spende oggi per tutti i cittadini col sistema pubblico che è già in atto per gli ultrasessantacinquenni[151]: il Medicare.

Il Vermont (dal francese Monte Verde, come la catena delle Green Mountains che gli dà la sua caratteristica e fittissima copertura di prati e foreste), è 45° per superficie e 49° come popolazione (608.000 abitanti) tra i 50 Stati dell’Unione ed è l’unico del New England che non ha sbocco sull’Oceano Atlantico. Accennavamo che, oltre ad essere il primo ora per la sua legislazione sanitaria pubblica integrale è già il primo d’America per molte sue caratteristiche qualche volta ancora usi uniche politico-sociali:

• ha l’unico tra i 100 senatori americani che, a settant’anni quest’anno, si è fatto eleggere contro repubblicani e democratici, dichiarandosi indipendente e, anche, socialista, Bernie Sanders;

• è stato il primo a dichiararsi nel 1776 a favore dell’indipendenza, il primo dei 13 Stati fondatori;

• fu il primo a bandire la schiavitù;

• il primo a stabilire il diritto di tutti a una libera, e pubblica, istruzione;

• il primo a chiudere una centrale nucleare in funzione e a dichiarare il suo status di Stato non nucleare;

• il primo a decidere che in materia ambientale tutta la legislazione verrà sottoposta a referendum “per battere alla radice ogni interesse privato”;

• e il primo a legalizzare le unioni omosessuali nel 2009…

●Anche in Wisconsin grossa vittoria, al momento ancora ad interim però, per il sindacato e i progressisti contro un governo dello Stato conservatore e retrogrado: la legge voluta dal governatore reazionario Walker, che cancellava quasi tutti i diritti di contrattazione collettiva ai pubblici dipendenti, in nome della solita tiritera della libertà individuale da salvaguardare e del profitto più alto da far fare ai p(l)adroni, legge contro la quale si erano mobilitati decine di migliaia di manifestanti da tutto il paese, è stata cancellata da un tribunale locale[152].

A dire l’ultima parola – contrariamente a quel che da noi, in Italia, va raccontando nella sua sconfinata ignoranza qualcuno di altolocato – saranno anche qui i tribunali: non il legislativo, la Corte suprema dello Stato e alla fine, quella degli Stati Uniti come tali, dove però le maggioranze sono probabilmente reazionarie quanto lo è il governatore del Wisconsin. Però si tratta, comunque, di un grosso successo come rilevano in campo sindacale, sottolineando che nessuno ha il diritto di farsi le leggi che vuole dichiarando poi che, siccome le ha fatte la maggioranza degli eletti, ipso facto sono leggi comunque anche se violano diritti fondamentali e non sopprimibili.

●L’85%, non meno, delle transazioni che nel mondo coprono gli scambi commerciali, il 60% delle riserve delle banche centrali e dei governi nel mondo, i prezzi del petrolio, di quasi tutte le altre materie prime e delle derrate che il mondo commercia, sono denominati in larghissima maggioranza in dollari. In altri termini, il biglietto verde non è solo la moneta degli Stati Uniti d’America: è la moneta del mondo.

Detto tutto questo, bisogna aggiungere però – e lo sostengono in molti, soprattutto in America – che il regno del dollaro sta arrivando alla fine: anche se va aggiunto che lo si sente dire già da qualche anno e, invece, il dollaro sta ancora lì, in trono. Malgrado ciò, a spiegarlo e a motivarne il perché al di là di una resistenza persistente, sì, ma ormai in definitiva residua, è in corso e entro una decina d’anni tutti vedremo, il cambio epocale verso un mondo in cui a competere per il dominio delle monete saranno in diverse.

Si tratta di quello che, non i nemici del capitalismo e dell’America ma quella bibbia quotidiana del capitale e del capitalismo che è il Wall Street Journal con alcuni dei massimi esponenti del mondo accademico americano specializzato – di assoluta obbedienza, come si dice, “convenzionale” – che cominciano a illustrare il come e il perché di quello che definiscono come l’inevitabile cambio: Perché, insomma, il regno del dollaro sta arrivando alla fine[153].

Prima di comprendere il futuro del dollaro, e come cambierà tutto in materia, bisogna capire perché e come il dollaro ha finora acquisito la sua posizione dominante:

• che è stata per oltre mezzo secolo, quasi uno, la moneta della superpotenza e non solo in campo militare ma anche culturale, di egemonia globale, dell’economia che fino a qualche mese fa è stata la più forte del mondo…;

• che, a questo titolo, costituisce la cassaforte che sembra in grado di garantire più sicurezza e stabilità a tutti coloro che nel mondo sono ricchi e, appunto,  cercano garanzie…;

• che mancano, finora, le alternative credibili di paesi altrettanto “stabili”: o se ci sono – Svizzera, Australia, per dire – sono, realtà economiche troppo piccole perché le loro monete acquisissero  un ruolo credibile di riserva, di garanzia, al dunque, internazionale.

● I signori delle valute

% delle transazioni estere di cambio nel 2010: come si vede manca oggi lo yuan che

però è – sarà, ormai a breve – uno dei gradi attori dei mercati finanziari internazionali

(dato che ogni transazione coinvolge due valute il valore totale è il 200%. I dati sono

basati sulla media delle transazioni del mese di aprile)    

 

Fonte: Banca dei regolamenti internazionali, Basilea

Ecco, questi tre pilastri portanti dell’egemonia del dollaro si vanno gradualmente e senza soluzione di continuità sgretolando: e tutti – tutti e per primi in America: operatori, investitori, risparmiatori, governi, non solo gli studiosi della materia – lo vedono e ormai ci credono:

• ormai, da un punto di vista tecnico, pratico, delle abitudini quotidiane da parte di tutti, la comparabilità tra le monete – tutte le monete del mondo – è resa facilissima a ogni tipo di operatore dall’informatica: sapere quanti dollari o quanti euro vale, al momento, un dinaro del Bahrain te lo dice in tre secondi qualsiasi strumento sia collegato a Internet, dal  PC a casa all’iPad e allo smaret phone che porti in tasca per strada: dieci anni fa, e anche più di recente, era impossibile …;

• per la prima volta da mezzo secolo e più il dollaro si trova di fronte a rivali reali: almeno due già qui, euro e yuan

º gli europei non hanno mollato l’euro – che l’America dichiarava sarebbe stato un aborto è che ormai ha dieci anni – e non lo molleranno, anzi: per risolvere la crisi, finanziaria economica e del debito che, insieme, stanno soffrendo, cominceranno a decidere insieme, politicamente, della sorte comune di tutti: non fosse altro perché altra soluzione non c’è…

Saranno “costretti” dalla  camicia di forza della moneta unica, ad emettere titoli di credito in euro; superando le vane resistenze, al momento soprattutto della Germania, che resiste ma non tarderà molto a rendersene conto: perché altrimenti “fallirebbe” essa stessa, insieme all’eurozona…;

º e i cinesi stanno rapidissimamente internazionalizzando il loro yuan: sono già 70.000 nel mondo le imprese cinesi che regolano i loro conti in yuan e con l’allargarsi incombente e incalzante a macchia d’olio della loro presenza (vedi qui poi, nel capitolo CINA i dati relativi) se ne allargherà l’uso e diventerà “normale” l’accettazione di depositi in yuan dappertutto, in Asia, in America latina, in Europa e anzitutto proprio in America, liberando i cinesi dai costi impliciti delle transazioni internazionali in valute straniere e dando alle loro banche fette sempre maggiori delle transazioni finanziatrice internazionali.

Ci vuole ancora tempo, ma questo obiettivo è ormai parte integrante e centrale e pubblicamente annunciata della strategia economica di Pechino. A Shangai, parlando all’International Business School, il presidente dell’Unione europea Herman Van Rompuy, dopo aver spiegato che, secondo lui, la crescita del ruolo dell’euro come valuta di riserva internazionale è dovuta al fatto che il mondo sta diventando sempre più multipolare. Stessa ragione per cui nei prossimi anni lo yuan giocherà anch’esso un ruolo crescente come moneta di riserva internazionale soprattutto in considerazione della dimensione che la Cina ha acquisito nel commercio mondiale.    

Per garantire e garantirsi un quadro stabile di sviluppo economico, ha insistito col suo uditorio il presidente della UE, è essenziale aderire a quello che il mondo anglosassone chiama the rule of law: il dominio, la regola del diritto, da rispettare in tutti i campi, quello commerciale come quello dei diritti di ogni cittadino e di ogni popolo che vive sul nostro pianeta… Come quello che rispettava il suo paese, il regno del Belgio, nella colonia del Congo a suo tempo, signor presidente, gli ha chiesto molto impertinente – ma insieme anche assai pertinente, no? – un giovane studente xche dela predica non ne poteva più[154]

• infine, lo status di moneta privilegiata di riserva internazionale del dollaro per chiunque nel mondo abbia a disposizione liquidità è adesso realmente in pericolo. Il dollaro come riserva è sempre stato tale perché sempre forte è stata la credibilità del debitore finale verso il creditore che i dollari li detiene che, al dunque, li redimerebbe, come si dice, cioè li riacquisterebbe pagando 100 il 100 e 1, l’1, più gli eventuali interessi maturati…

Già una volta gli USA si rimangiarono la loro parola, nel 1971 quando in ventiquattrore Nixon abolì la convertibilità in oro del dollaro. Ma il sistema sopravvisse perché, allora, gli USA anche se in crisi profonda già per il Vietnam in cui stavano perdendo, erano gli USA e perché, allora, non c’erano alternative al dollaro e a loro. Adesso, ci sono.

E, adesso, a causa soprattutto della crisi finanziaria – che non dimentichiamolo mai non è arrivata a caso, ma perché alimentata dall’ingordigia di finanza e banche e dall’ideologia di un valore supremo che si chiama profitto a puntello – il debito pubblico USA è vicino all’80% del PIL, tra qualche mese sarà al 100% e quello privato dei singoli cittadini e delle famiglie è già sopra un altro 100% continuando a ingozzarsi di deficit di bilancio annuali da migliaia di miliardi di dollari che si spingono nel futuro prossimo venturo a vista d’occhio.

E c’è il peso di un servizio del debito che aumenta ogni secondo e il sospetto – no, la certezza – che ormai uscirne si può solo abbattendolo e abbattendo il debito stesso o con il default, cioè rinnegando il debito stesso come un’Argentina qualsiasi o con un’inflazione monstre che lo abbatta di quanto serve, almeno di molte, moltissime volte.

Al minimo, il dollaro sarà costretto a condividere con altre valute il suo status di dominanza attuale. Il cambiamento più ovvio sarà proprio sui mercati finanziari: nei periodi di turbolenza, con dollaro, euro e yuan che operano tutti in mercati ormai a liquidità piena, le valute si muoveranno tra l’una e l’altra e non ci sarà più ragione che una si impenni rispetto alle altre.

Ma questo mutamento complicherà molto, concretamente, la vita alle imprese americane che da sempre hanno  usato la stessa moneta per pagare stipendi, importare, esportare, comprare e vendere e dovranno abituarsi al cambio, sopportare trafile e costi per loro del tutto inusitati. Dovranno anche imparare come finora erano costretti a fare solo i loro concorrenti a proteggersi con contratti future da rischi di perdita sui cambi che mai finora avevano dovuto subire. Mentre la vita diventerà di altrettanto più semplice per europei e cinesi che operassero finalmente nelle loro valute e per chiunque fosse uso a vendere o comprare più da cinesi e europei che dagli americani.

E il governo degli Stati Uniti non potrà più limitarsi a stampare moneta e buoni del Tesoro denominati in dollari per finanziarsi così a buon mercato come ha fatto finora deficit di bilancio e servizio del debito vendendoli a chi li vuole per tenerseli come riserva sicura: perché la domanda sarà ormai distribuita anche su yuan e euro e, quindi, per ridurre il deficit di conto corrente gli USA, che finora se ne sono fregati, dovranno preoccuparsi di esportare di più rendendo i propri prodotti più competitivi. Cioè, svalutando il dollaro sui mercati dei cambi internazionali per aiutare le proprie esportazioni e scoraggiare le importazioni.

Eichengreen calcola che il dollaro dovrà svalutarsi di circa il 20% e che salirà di almeno altrettanto il prezzo delle importazioni in America, riducendo il tenore di vita medio, grosso modo, come se il paese avesse perduto di colpo l’1,5% del PIL, sui 250 miliardi di $ di ricchezza nazionale di oggi. Non è un disastro ma si farà sentire. “Però – conclude sarcastico e amaro insieme, l’A. – alla  prossima bolla speculativa edilizia che avremo in America è sicuro che i cinesi non ci aiuteranno stavolta a sgonfiarla”.

●In Israele, cioè in Palestina, dà qualche segnale di vita la difficile ricerca di unità tra i palestinesi: il 3 maggio, al Cairo, tredici gruppi, fazioni, movimenti e partiti della variegata galassia che oggi rappresenta la frammentata realtà della Palestina, compresi Fatah e Hamas, hanno firmato l’accordo che, alla fine, prevede elezioni politiche generali entro un anno[155].

Per i palestinesi, scrive Moustafa Barghouthi, fisico e fondatore di un nuovo partito politico indipendente, esso rappresenta “il frutto della primavera araba e di un Egitto post-Mubarak[156]. Per Israele, invece, la reazione si è concretizzata nel rifiuto stizzito a onorare l’impegno firmato nell’abbozzo di accordi raggiunto a suo tempo a Camp David: ha scritto Daniel Danon, vice presidente della Knesset israeliana e uno dei massimi esponenti del partito di Netanyahu, il Likhud, che bisognerà subito approfittare del tentativo di dichiarare l’indipendenza “impossibile” della Palestina per annettere a Israele la Cisgiordania tout court. Lui dice, così Rimettendo insieme tutta la terra di Israele[157].

Del resto, quell’accordo di principio non era mai stato neanche lontanamente onorato da Israele. Accordo che, almeno in linea di principio appunto, però, impegnava per esempio il governo di Gerusalemme a trasferire ai palestinesi dell’ANP gli introiti di tasse e tariffe doganali che illegalmente comunque incassava al posto loro come potere militarmente occupante della Cisgiordania. Dicono che si tratta di un ritardo, adesso, ma aggiungono che il ritardo resterà fino a che non siano soddisfatti che quei soldi non vanno a finanziare anche Hamas, visto che adesso le due parti palestinesi stano arrivando a un accordo.

Il ministro delle Finanze israeliano Yuval Steinitz calcola[158] che si tratterà di congelare sui 300 milioni di shekel, sui 90 milioni di $ cioè, nell’immediato. Il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat denuncia subito la mossa come “assolutamente inaccettabile”. Ma poi, non riuscendo a trovare e/o  inventarsi nessuna misura per reagire a quello che considera un chiaro sopruso e che secondo gli accordi sicuramente lo è – non parlano di rifiuti o di interruzioni unilaterali possibili – non può fare altro nei fatti che subirla ancora una volta e, dunque, ancora una volta accettarla.

Unica consolazione – ma quanto vale in concreto? – è che la Clinton a Netanyahu ha dichiarato (a latere del gruppo di contatto di Roma sulla Libia di cui abbiamo già parlato sopra) di aver appena confermato al suo dirimpettaio dell’Autorità nazionale palestinese Salam Fayyad che gli Stati Uniti, contrastando i desideri di Israele, continueranno a fornire gli aiuti umanitari cui si sono impegnati al governo di Ramallah anche dopo l’accordo unitario con Hamas, aspettandosi certo che non arrivino mai in mano alla formazione di Gaza[159].

La novità sembra che, sicuramente aiutata dalla lettura che ne hanno dato i maggiori quotidiani americani[160], la notizia è letta dal governo israeliano come un’indicazione volutamente pesante da parte di un’Amministrazione Obama il cui nuovo decisionismo (l’esecuzione di Osama) è celebrato oggi in tutta Israele come cosa nuova e importante da mostrare anche nei confronti di governi amici: come il Pakistan e, appunto, come Israele…

Ma il vero timore, qui, quasi ossessivo, è che Washington ora accetti di interloquire anche con Hamas, da solo o dentro il governo unitario palestinese (cosa che, del resto, a Gaza la diplomazia americana, come sanno tutti, fa da anni, ufficiosamente). Certo, l’America porrebbe condizioni – la rinuncia alla violenza, il riconoscimento di Israele… – ma è anche ovvio che Hamas, se accettasse, chiederebbe allora da Israele analoghi anche se non proprio equivalenti impegni nei suoi confronti.

●Stavolta, per “celebrare” lo Yawm an-Nakbah, il giorno della Naqba, la “catastrofe”, il 15 maggio, giorno dell’esodo di massa e forzato nel 1948 di 700 mila palestinesi dal territorio appena conquistato militarmente e proclamato, il giorno prima, indipendente del nuovo Stato di Israele (in ebraico Yom Ha'atzmaut, molti palestinesi hanno illegalmente scavalcato i confini eretti, illegalmente essi stessi, con cemento armato e filo spinato con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza.

E le forze dell’ordine, l’esercito (IDF) di Israele ne hanno ammazzati una quindicina. Binyamin Netanyahu ha dichiarato che era necessario ammazzarli per “difendere” i confini sovrani – ma riconosciuti solo da Israele nel mondo, neanche dall’America – di Israele[161]

●A metà maggio, annuncia di dimettersi[162] – in pratica per disperazione: due anni di lavoro senza alcun costrutto e non certo per colpa sua – l’inviato speciale di pace per il Medioriente, l’ex senatore americano George Mitchell  per, diciamo così, constatata impotenza che ha tentato invano ma senza mai avere i poteri di far pesare il suo punto di vista favorevole quasi a trascinare volenti o nolenti palestinesi e israeliani – ma soprattutto i meno nolenti, gli israeliani – a una vera trattativa di pace.

Mitchell, che è personaggio di grande rilievo e dimensione intellettuale e morale, se ne va formalmente allo scadere dei due anni di missione che aveva concordato di svolgere. Però tutti sanno del suo dissidio di principio con Hillary Clinton (e col consigliere principale del presidente sul Medioriente, Dennis B. Ross, che è – ed è stato anche con Bush e il presidente Clinton – filoisraeliano ad oltranza per l’eccessiva submissiveness— il calabraghismo, una volta lo chiamò in privato proprio così, con cui i consiglieri più prossimi al presidente approcciano da sempre il rapporto col governo di Israele.

Va detto che lei, ma anche il presidente non la prendono bene. Benissimo la prende, si capisce invece, Netanyahu che gli rivolge ipocriti ringraziamenti di circostanza ma, dicono i giornali israeliani, è felice. Almeno per qualche giorno, fin quando – pro-forma, è vero, solo pro-forma – il presidente gli appioppa una sberla fortissima chiedendogli di ritirarsi sui confini che Israele aveva nel 1967. Niente di nuovo, ma una bella botta per il suo orgoglio, soprattutto nel suo paese.

●Il presidente francese Sarkozy, comunica di essere pronto a riconoscere uno Stato indipendente palestinese se il processo di pace non riesce entro il prossimo settembre ad avanzare “credibilmente[163], conferma in un’intervista che, invece, Angela Merkel no, perché mantiene il convincimento enunciato al primo ministro Netanyahu secondo cui il riconoscimento “unilaterale” – cioè fatto senza l’accordo di Israele – non farebbe avanzare una soluzione basata sui due Stati. Del tutto evidente, lascia intendere Sarkozy, è che la Germania è condizionata nella decisione dal suo passato e dalle responsabilità nella Shoah (che, però, certo non è stata colpa dei palestinesi).

Intanto, l’Unione europea, stavolta con l’accordo di tutti i paesi membri, rifiuta l’ “invito” pressante che le ha formulato Israele a sospendere ogni aiuto all’ANP visto che ormai essa ha deciso di rappacificarsi con Hamas che persiste, però, nel non riconoscere lo Stato ebraico e non “rinuncia alla violenza” (cosa che, si capisce, dovrebbe fare unilateralmente anche se continua l’assedio di Gaza e l’occupazione militare della Cisgiordania). All’Unione lo aveva chiesto, nel corso di una visita in Estonia, il vice ministro degli Esteri Danny Ayalon[164]: l’’UE, come maggiore fornitrice di aiuti umanitari all’ANP, deve costringerla a staccarsi da Hamas.

Il no a Tel Aviv è secco: il 6 maggio viene approvata un’assistenza finanziaria aggiuntiva di 85 milioni di €, di cui 45 aiuteranno a pagare salari e pensioni di funzionari “cruciali” dell’Amministrazione palestinese di Ramallah (dottori, infermieri e insegnanti, in specie) e il resto per aiuti a famiglie particolarmente bisognose. Si tratta di un’aggiunta – proprio il contrario delle sanzioni richieste, cioè[165] – rispetto ai 100 milioni di € del pacchetto di aiuti finanziari già approvato nel cosiddetto strumento della politica di vicinato e partnership tra la UE e l’ANP.

Sempre pronto a uggiolare in coda al più forte (meglio se, poi, sono gli americani) il presidente del Consiglio italiano dichiara[166], senza che nessuno poi glielo avesse chiesto – o, meglio: Netanyahu sì, ma senza dirlo perché, forse, si vergognava un po’ perfino lui – di essere contro ogni dichiarazione unilaterale di indipendenza dei palestinesi. Dove “unilaterale” significa senza il sì entusiasta degli israeliani perché di fronte alla dichiarazione unilaterale di indipendenza dei kosovari non ha avuto, si capisce, sempre sbavando dietro agli americani, niente da dire…

Lui, guarda un po’, è invece favorevole all’accordo tra i due paesi. Già… e se l’accordo non c’è perché uno dei due, Israele, dice comunque e sempre di no? E poi il Berlusca aggiunge, contrariamente a tutte le indicazioni citate qui sopra e nei numeri scorsi di questa Nota, che la sua posizione (e ti pare…) è anche quella dell’Unione europea… Ma, dopo quello che si è visto e che l’Unione ha già detto, ciò diventa possibile solo se gli altri fanno marcia indietro, ignominiosamente.

●Così, agendo come al solito in ordine sparso, l’Unione europea rischia di arrivare, e buon’ultima, a dare il quadro della sua divisione. Perché Obama, alla fine, qualche segno almeno parzialmente nuovo lo dà. O sembra darlo… Giovedì 19 maggio, in un discorso trasmesso in diretta dalle Tv satellitari del mondo, dice[167], nell’ordine

• che nel Mediterraneo arabo è successa una rivoluzione di gente che vuole più libertà dove ce n’era pochina (non è cosa nuova, davvero, ed è anche banale), che dove non ha vinto bisogna che chi lo impedisce si rassegni (ed è, tutto considerato, un buon consiglio: alla Libia, dove ci pensiamo anche coi bombardamenti dell’occidente… ma sarebbe anche un buon consiglio pure alla Siria— e qui fa nome e cognome, Obama: – “o il presidente Assad pensa a fare e lascia fare lui le riforme che la gente richiede… o se ne dovrà andare”…, che è giù un po’ diverso; e al Bahraine allo Yemen, dove invece – due pesi e due misure per ragioni strategiche e perché con noi da sempre sono ammanicati[168]  – ce ne guardiamo bene; e anche questa proprio nuova non è…).

●Poi passa a Israele e al suo conflitto con i palestinesi (hic Rhodus, hic salta…) e dice che “i confini di Israele e Palestina dovrebbero basarsi su quelli che erano nel 1967, corretti in base a scambi di territorio bilateralmente decisi”. Per cominciare bisogna che Gerusalemme congeli subito ogni nuova costruzione di insediamenti illegali. Ma come ha fatto negli altri casi al solito qui casca l’asino perché, non osando – ancora una volta, per l’ennesima volta (questa è la posizione ufficiale e largamente insincera, però, degli Stati Uniti da molti anni ormai!) – completare la frase nei fatti, le toglie ogni mordente.

Non c’è un solo barlume di idea nuova nell’annuncio di Obama: è tale e quale, nei contenuti, alla vecchissima risoluzione del CdS dell’Assemblea generale dell’ONU no. 242/1967 (22.11.1967)[169] approvata all’unanimità (anche col voto, davvero eccezionalmente favorevole e senza l’uso del veto degli Stati Uniti di Lyndon B. Johnson) ma subito dichiarata inaccettabile da Israele.

E, infatti, il giorno dopo e non a caso, a Gerusalemme, il ministro della Difesa Ehud Barak annuncia che la costruzione di 294 nuove costruzioni, quelle che tutto il mondo con l’eccezione del governo israeliano considera del tutto illegali, negli insediamenti di Beitar Ilit e di un supermercato monstre nell’insediamento di Efrat. Lo dice Shalom Akhshav, l’organizzazione pacifista israeliana più antica e più nota, Peace Now, attestando di aver visto la lettera firmata dal ministro della Difesa – e il fatto è già abbastanza rivelatore – il 28 aprile scorso. E il ministro conferma[170].

In questo contesto di assoluta rigidità, alla fine le parole di Obama corrono il rischio di essere solo  un’enorme irritazione, urticante per i falchi di Israele. Perché Obama non dice neanche che se Israele insistesse a dire di no, potrebbero – almeno al condizionale – venire rimessi in questione i miliardi e miliardi di dollari che ogni anno Washington regala a Israele in aiuti militari e di sostegno diretto al bilancio.

Infatti, messa così, la cosa può fare, forse, qualche impressione in America, ma in Israele non ne fa nessuna a nessuno e nel mondo arabo veramente anche meno… Insomma, per dirla col famosissimo titolo di un film in fortunata circolazione, questo è stato, oggi, “Il discorso del re”. Solo che, a dire tutta la verità, ha mostrato che il re è un poco nudo.

Come ha scritto un autore israeliano anti-sionista famoso sul secondo quotidiano di Israele[171], a Netanyahu Obama ha certo chiesto quello che, almeno da dieci anni, l’America chiede sempre inascoltata – il ritorno ai confini del ’67 – ma ha detto anche di sostenerne la richiesta che lo Stato sovrano di Palestina, quando mai arrivasse, sia demilitarizzato – cioè senza alcuna difesa possibile – e sostiene anche Israele quando esige che si parli solo in un secondo momento del problema dei rifugiati palestinesi e della spartizione di Gerusalemme.

Insomma, Obama parla della sicurezza dei due Stati ma poi, anche dalle sue stesse parole, emerge che si preoccupa solo della sicurezza di Israele. In queste condizioni, che Hamas dica subito il suo no sembra assolutamente scontato. Anche perché tanto è annunciato che dice subito no, come infatti succede, chi conta – da tutti i punti di vista – mille volte di più: il governo di Israele.

Se poi adesso, a settembre, quando se non ci sarà stato come non ci potrà essere viste le premesse nessun progresso nei colloqui cosiddetti di pace, arriverà all’ONU la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese nei confini che l’ONU nel ’67 e adesso anche Obama hanno indicato, magari poi Obama metterà eroicamente il veto contro… la sua stessa proposta.

Però, perfino Netanyahu ora è costretto a concedere, nella previsione che formula per la stampa, che “nessuno è in grado di impedire a settembre in Assemblea generale il riconoscimento dello Stato palestinese, nessuno”: in fondo, ha sogghignato, è anche possibile che “l’Assemblea generale decida a maggiorana, no?, che il mondo è piatto”… ma è “impossibile”, specifica, “che l’ONU possa riconoscere uno Stato palestinese senza passare attraverso il Consiglio di Sicurezza e questa è una mossa destinata a fallire[172]. Perché tanto, non lo dice così, ma lo sottintende, tanto c’è il veto americano: dà per scontato, cioè, e certo ne ha qualche ragione – ma forse stavolta potrebbe anche  sbagliarsi – che Obama metterà il veto contro se stesso.

La settimana scorsa l’attuale presidente dell’Assemblea generale, lo svizzero Joseph Deiss aveva detto che al voto si potrà arrivare in quella sede solo se c’è prima l’assenso del Consiglio di Sicurezza. Ma sbagliava e ha ragione Netanyahu. Il CdS si esprimerebbe dopo, non prima, del voto dell’Assemblea… che poi, di per sé, non riconosce proprio nessuno – il riconoscimento viene sempre e solo da Stato a Stato – ma solo l’ammissione all’ONU a pieno titolo. E’ questo, alla fine, quel che angustia davvero il premier israeliano— che se un consesso di 192 Stati ne ammette uno “nuovo” al suo interno, il fatto si trascinerebbe dietro decine di riconoscimenti statuali effettivi… 

●Sull’altra ragione della ossessione che congela Israele, e uscendo allo scoperto, l’ex capo per otto anni del Mossad, il servizio segreto esterno di Israele, Meir Dagan, dice che sarebbe “stupidose al paese “cedessero i nervi” e attaccasse l’Iran per paura di un’arma come il nucleare che Teheran sicuramente non ha e Israele lo sa per certo lui afferma.

La risposta, nervosa appunto, del governo è che, però, domani potrebbe anche averla. Ma Dagan dice che la stessa minaccia di un attacco militare per fermare quella che potrebbe essere, forse, una possibilità non si sa quando domani – al contrario dei programmi condotti segretamente e che già si sono dimostrati efficienti per ritardare le ricerche iraniane porterebbe solo all’accelerazione dei programmi iraniani al riguardo, alla loro ulteriore segretezza, oltre che a scatenare, probabilmente, una guerra in tutta la regione la cui intensità ed espansione Gerusalemme potrebbe anche non essere più in grado di controllare[173].

●Annuncia ora, a maggio, il vice ministro del Petrolio Javad Oji che il capo del suo dicastero, con i suoi omologhi di Iraq e Siria sono ormai pronti a firmare un accordo sulla costruzione di un gasdotto che a partire da quella che è la massima riserva conosciuta di gas naturale, il giacimento South Pars del Golfo Persico condiviso da Iran e Qatar, trasferirà in Europa (dovrebbe trasferire, se se quando verrà realizzato 110 milioni di m3 al giorno per 5.650 di lunghezza) il combustibile attraverso Iraq, Siria, Libano e mar Mediterraneo. Costo previsto (e alla fine, di certo, almeno raddoppiato) tra 5 e 6 miliardi di $[174].

In particolare sono in fase di discussione, sul piano tecnico ma ormai anche finanziario e politico, dice Oji, i 2.000 km del percorso dall’Iran alla Siria  che risponderebbe ai bisogni dei due paesi e consentirebbe all’Iran anche nuovi sbocchi di esportazione in Turchia, Giordania, Egitto e Libano.    

In Iran, marcia indietro, anche poco dignitosa del presidente della Repubblica, Mahmoud Ahmadinejad[175], che il 1° maggio dopo aver rifiutato di farlo per ben tre volte ha riunito e presieduto una riunione di Gabinetto aprendola col reiterare che il paese e ogni sua autorità sono tenuti a seguire i dettami impartiti dall’Ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema che la Costituzione del paese impone a tutti come arbitro.

Sono solo i nemici dell’Iran, esterni ed interni, spiega che si oppongono al principio del Velayat-e-Faqih, la suprema giurisprudenza affidata a Khamenei stesso come lo era stata prima a chi ha creato la Costituzione, il predecessore e fondatore della Repubblica, Khomeini. E’, del resto, lo stato corrente delle cose del mondo illustra chiaramente il bisogno – dice Ahmadinejad… e pare quasi papa Ratzinger – di una supervisione dell’agire di tutti da parte dei valori divini.

Scorda di spiegare, però, il presidente della Repubblica dell’Iran, perché allora ha resistito pubblicamente per almeno tre volte a Khamenei nella conduzione delle cose del suo governo... Se è così, il richiamo all’ordine è secco e immediato: neanche fa in tempo a tornare in riga che arriva quello che suona come una specie di ultimo avviso.

Anche perché in pratica forse non torna in riga per niente: nel senso che non accetta davvero l’ordine di Khamenei di ri-includere il ministro dell’Intelligence, o dell’Informazione, come dice il suo titolo ufficiale, di fatto ministro che presiede il possente portafoglio della sicurezza interna, Heidar Moslehi, nel Gabinetto. E, allora, prima l’ammonimento solenne arriva da Qom – la città del Sud dove gli ayatollah tengono i loro seminari di formazione, niente affatto univoci: in concorrenza tra loro sul piano “teologico” ma, forse meglio, di interpretazione del Corano e della tradizione – dove il rappresentante della Guida suprema, l’Hojjat al-Eslam— l’autorità nell’Islam, un titolo solo onorifico ma di incisivo valore, Mojtaba Zolnour emette quello che suona proprio come un ultimatum.

Dice che, quando il punto di vista espresso dalla Guida della rivoluzione, in privato e tanto più in pubblico, non viene prontamente seguito, il fatto si configura come una ribellione e chi ci provasse, fosse pure Ahmadinejad, sarebbe subito reso impotente dalla volontà popolare che solo lui, l’Imam, la Guida suprema che incarna la tutela del “giurisperito supremo” può consacrare[176].

Poi, definitivo, arriva direttamente da Khamenei a Ahmadinejad l’aut-aut: o ti sottometti, o te ne vai; a dicembre, l’ayatollah aveva già subito, dopo un primissimo momento di resistenza, la forzatura con cui il presidente si era liberato del ministro degli Esteri, Manoucher Mottaki, scavalcando la sua contrarietà. Ma ora resiste e ne parla lo stesso presidente della Repubblica a uno dei pochi parlamentari che restano apertamente schierati dalla sua parte, Morteza Agha-Tehrani[177].

Sulla testa di parecchi dei suoi, come sulla sua, pende del resto ormai concretamente la minaccia di quello che in America si chiamerebbe un impeachment: la destituzione in parlamento per “empietà”, come definiscono qui la rimessa in questione dell’autorità definitiva del Velayat-e-Faqih. E, forse per questo, la riunione del gabinetto dell’8 maggio vede, alla fine, la presenza di Ahmadinejad che lo presiede regolarmente e, insieme, del ministro riconfermato Moslehi[178] senza che stavolta venga invitato ad allontanarsi. Il presidente, insomma, ha ceduto. Ma non è detto che basterà: intanto dovrà comunque andare a riferire del contenzioso al Majilis entro alcuni giorni…

Il fatto è che, forse, per la prima volta dal 1979, è in atto in Iran un tentativo serio di laicizzare il regime: nel senso, almeno, dell’allentare la morsa che sui dicasteri e le agenzie dello Stato stringono i “religiosi”. E, rispetto a questo, schiacciata tra Khamenei, la Guida onnipotente, e addirittura non discutibile, né a priori né a posteriori, e il presidente Ahmadinejad, l’oppositore che lo affronta da posizioni però di chiara debolezza, l’opposizione che, contro il secondo appoggiato dal primo, perse alle elezioni – anche fraudolentemente, come è più che probabile – e dopo in piazza, è del tutto emarginata e silenziosa…

Il Consiglio dei Guardiani (dodici saggi, metà nominati dalla Guida suprema, gli altri dal parlamento) ha duramente criticato il presidente Ahmadinejad per il tentativo con cui ha cercato di far fuori quattro ministri a lui sgraditi senza l’approvazione del parlamento con l’escamotage dell’accorpamento di otto dicasteri in quattro soltanto. Il presidente dei Guardiani, Ahmad Jannati, avverte[179] che i nuovi ministri sarebbero considerati, appunto, nuovi e dovrebbero quindi passare comunque per il voto di fiducia della Camera.

E’ obbligato a farlo, ammonisce. La misura di dimagrimento dell’esecutivo era stata ordinata proprio dal parlamento e ora Ahmadinejad l’ha ripresa cambiandola profondamente. Intanto, ha cambiato i ministri da sacrificare: l’accorpamento lo fa, ma lo fa a questo punto “sacrificando” tre suoi fedelissimi (il ministro del Petrolio Masoud Mir-Kazemi, il ministro del Welfare Sadeq Mahsouli e quello dell’Industria e delle Miniere Ali Akbar Mehrabian)[180]. Adesso, farà di certo passare la misura per l’approvazione del parlamento. E ha annunciato che, sì, naturalmente – ma prima lo aveva escluso – ritornerà in parlamento…

●Altrettanto, e in qualche misura anche più preoccupante nell’immediato per Israele, è il fatto che le rivoluzioni nel Mediterraneo stanno ridisegnando il rapporto strategico di Gerusalemme con l’Egitto. Il nuovo ministro degli Esteri egiziano, da poco nominato dai militari con l’appoggio, e anzi su spinta proprio, della piazza, Nbail Elaraby, andrà a sostituire alla Lega araba – che ha sede al Cairo – il segretario generale Amr Moussa che è il primo tra i candidati alla presidenza ad annunciarsi e anche il più accreditato.

E Moussa annuncia subito di voler mantenere, se verrà eletto, un rapporto “forte” ma, specifica, “più indipendente e franco” con gli Stati Uniti, soprattutto sul nodo di Israele[181]. La statura dell’Egitto nella regione è molto diminuita, assicura, anche in base alla sua lunga esperienza di leadership nella Lega araba, proprio a causa del rapporto “perennemente supino” tenuto da Mubarak verso Washington.

Con lui, l’Egitto aprirà le sue frontiere orientali ai palestinesi di Gaza che, invece, aveva accettato con Mubarak di tenere in una specie di gabbia, compiacendo Israele contro la sensibilità e la  volontà politica dell’opinione pubblica egiziana. Non si tratta di ritoccare il trattato di pace del 1979 con Israele ma di riaffermare che accanto ad esso la causa palestinese, che è una causa panaraba, resterà una priorità dell’Egitto...

Così, il 28 maggio viene aperto su base permanente il punto di confine di Rafah[182] tra Egitto e Gaza sollevando almeno lì, dopo ben quattro anni, l’assedio alla striscia… A veder bene, si tratta anche e chiaramente – e non si vede perché non dovrebbe essere salutata anche questa come una lezione di democrazia in corpore vili – di un piegarsi del potere egiziano alle spinte e alle volontà del popolo egiziano.

Per molti in America e in Israele si tratta di pura demagogia, di una reinterpretazione revisionista messa in piedi per compiacere i giovani egiziani, immemori o ignari dei sacrifici e delle umiliazioni che i loro padri hanno sofferto opponendosi futilmente alla volontà e alla potenza di un’Israele che ha l’appoggio totale degli Stati Uniti.

Invece, secondo questa scuola di pensiero che è quella di Netanyhahu ma anche di Peres e della Clinton, l’esercito egiziano sa perfettamente che questa è la situazione e per questo ha sempre sostenuto in sostanza la linea di Mubarak, quella che Moussa chiama la “sua acquiescenza” vero Israele e le sue “politiche prepotenti”.

Anche Amr Moussa ne è perfettamente cosciente ma proprio su questa visione profondamente riformista, accorta e strategicamente diversificata, va costruendo la sua candidatura, scommettendo che l’esercito finirà con l’arrivarci spinto/costretto anche dalla forza della volontà popolare – che oggi conta molto di più di quella di Clinton-Neatanyahu – a partire dalle piazze, e proprio dalla piazza della Liberazione.    

●Intanto, l’India annuncia – o, meglio, propone – che pagherà in rupie il greggio importato dall’Iran[183]. E’ la proposta che il ministero delle Finanze presenterà ufficialmente al governo e che questo dovrebbe poi avanzare a quello di Teheran: la National Iranian Oil Company aprirebbe un conto denominato in rupie con le banche indiane, usando poi la loro moneta per l’acquisto di materiali non strategici ferroviari, di materie prime e derrate alimentari. Non potrebbe, però, usare quelle stesse rupie per investire in India o comprarvi azioni o assets.

Il ministero sta preparando una lista di quelli che, a suo parere, possono essere beni e merci che l’Iran sarebbe così “autorizzato” a acquistare, in modo da non violare le risoluzioni del CdS dell’ONU in materia. Ma non pare per niente scontato che, così, l’idea possa venire accettata da Teheran…

●Pier Luigi D’Agata, segretario generale della Camera di Commercio italo-iraniana,[184] annuncia nel corso di una conferenza che a Teheran illustra le opportunità di affari nel paese per il business italiano e spagnolo che alle banche italiane ora è nuovamente consentito  riprendere le loro attività in Iran, “ambiguità e dubbi in materia essendo stati ormai eliminati” – dice – che ormai è accertato come solo il 7% di commercio, scambi e monte affari ricade sotto la categoria delle sanzioni e ben il 93% invece non c’entra.

E sostiene che se la Germania è ancora al 18% del totale di export dalla UE in Iran, l’Italia sta facendo il possibile per superarla. Resta che al momento sono di fatto ancora parecchie le banche italiane, “ultima Intesa San Paolo”, come spiega il quotidiano iraniano da cui traiamo questa notizia, ad aver sospeso il finanziamento usuale degli scambi tra i due paesi “soggiacendo alle pressioni degli Stati Uniti perché tagliassero i loro ponti con la Repubblica islamica”.

●La Russia osserva e scruta da vicino ogni sviluppo relativo al nuovo accordo, adesso  preannunciato, USA-Romania sul dislocamento di missili intercettori statunitensi a Develesu, nel profondo sud romeno, vicino alla cittadina di Caracal (35.000 abitanti) che la leggenda vuole fondata da Caracalla). Lo avverte il ministero degli Esteri russo[185] in quanto il sistema antimissilistico potrebbe minacciare il deterrente strategico atomico di Mosca.

In effetti, nota seccamente il comunicato, i ripetuti tentativi di costruire una porzione europea del sistema missilistico di difesa americano proseguono senza riferimento alcuno al dialogo Washington-Mosca sulla difesa missilistica e sulla pianificazione di sistemi di difesa comuni in linea con quanto deliberato non più tardi di pochi mesi fa in sede di Consiglio NATO-Russia.

Si fanno sempre più pressanti, così, accordi giuridicamente validi tra i due sistemi che strutturano le missili e antimissili americani e russi dislocati in Europa per garantire che essi non siano mai messi in campo contro le forze nucleari strategiche russe. Esattamente quanto gli USA avrebbero diritto a aspettarsi se fossero i russi ad avvicinare le loro forze strategiche (missili e/o antimissili) a quelle americane…

E comincia, pare, ad avere qualche peso il fatto che a mettere in evidenza le preoccupazioni di Mosca non sia più il duro Putin ma, ormai, il morbido Medvedev nel percorso che sta seguendo per avvicinarsi all’annuncio della sua ricandidatura alla presidenza, che sarà proprio contro Putin: lui sa benissimo che se non si fa vedere almeno altrettanto deciso contro possibili minacce al paese i russi lo emarginerebbero e lo sanno anche quegli stranguglioni del Dipartimento di Stato. Però insistono a voler mettere i loro missili antimissili alle porte della Russia giurando che con la Russia non c’entrano niente…

Per ora, però, è lui e non Putin – ed è importante notarlo vista l’incapacità o la non volontà americana di aprire un confronto serio con la Russia sul nodo principale del contenzioso: il quadro delle garanzie reciproche della sicurezza strategica con la NATO in Europa – ad ammonire che siccome la NATO non risponde sulle questioni di merito che la Russia le pone sullo scudo spaziale  e siccome l’America evade con la reiterazione delle sue buone intenzioni le preoccupazioni di Mosca, si va sviluppando un  brutto “scenario antagonistico[186].

Una difesa antimissilistica che si dimostrasse efficace potrebbe, infatti, alterare, ridurre o bloccare le capacità strategiche di altri paesi anche se, nel caso della Russia poi è vero che il suo potenziale strategico è molto elevato. Ma, senza l’affermarsi di un concetto comune di difesa antimissilistica europea (contro chi e che cosa verrebbe davvero diretta?), se non ci sono garanzie, “letteralmengte, come si dice, a prova di bomba”, che la difesa antimissilistica non è diretta contro la Russia, la Russia – come tutti sanno da tempo perché da tempo è stato detto chiarissimo – reagirà rafforzando la spada se si rafforza lo scudo…

Ed è chiaro che non basta – non è mai bastata né potrà mai bastare – la giaculatoria ribadita e cantilenata a Washington che la difesa balistica missilistica americana in progettazione in Europa orientale non ha alcun obiettivo antirusso. Anche se torna sul mantra, e sempre con la stessa credibilità inesistente, ancora una volta, il 18 maggio, un portavoce del dipartimento di Stato[187] reiterando che gli Stati Uniti vogliono cooperare con la Russia in tema di difesa balistica missilistica. 

In realtà, anche se non sembra che gli americani se ne diano troppo per intesi della possibile reazione dei russi, pensano però, vista l’importanza da quelli annessa alla cosa, di tentarli con una specie di scambio. Il sottosegretario americano agli Esteri, William J. Burns, lo va a dire a Mosca direttamente, ma prima ancora lo dice ufficiosamente ai media un portavoce anonimo dell’Amministrazione— accettando, però, di buon grado di farsi citare: “non si capisce perché, se siamo in grado di lavorare insieme per dissuadere l’Iran dal perseguire la capacità di dotarsi di armamento nucleare, non dovremmo essere capaci di moderare il ritmo di sviluppo delle difese missilistiche in Europa[188]

In altri termini, adesso Washington dice a Mosca – o sembra dire a Mosca – che se il Cremlino desse una mano concreta a scoraggiare l’Iran dal correre verso la sua bomba atomica, la Casa Bianca potrebbe rallentare – non annullare – la creazione e lo sviluppo di antimissili nucleari ai confini russi. Appunto, una specie di scambio che provocherà, però, reazioni e proteste in Europa orientale con alcuni alleati della NATO: quelli che, già essendosi esposti nei confronti dei russi, per la prima volta adesso vengono a scoprire questa novità, sicuramente a questo punto poco gradita…

Non è chiara, al momento di scrivere la risposta dei russi, né – soprattutto – se mai poi gli iraniani darebbero loro ascolto— e francamente non pare tanto probabile. Ma sarà interessante seguire la cosa anche se, a nostro modesto parere, si tratta ancora una volta della solita lettura sbagliata che gli Stati Uniti fanno dei loro interlocutori: sia i russi sia, e soprattutto, gli iraniani.

●In ogni caso chiarisce bene Medvedev, di persona, nel vertice di Deauville con Obama a fine maggio, abbiamo chiarito tra noi molto di quel che si poteva chiarire in un incontro faccia a faccia di 90 minuti. Ma l’essenziale è sempre lo stesso. Qualsiasi accordo che dovessimo – come dovremo – raggiungere sullo scudo spaziale, dovrà avere “valore legale”: alla Russia non basta un’intesa di buona volontà tra presidenti e nessun giuramento solenne.

Specifica il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov che al posizione del suo governo è flessibile, che vuole cooperare con Washingtion ma che ogni accordo dovrà avere i denti per obbligare i contraenti a obbedirgli: non promesse per domani, ma impegni cogenti per oggi. Anche o russi, non solo gli americani, hanno un’opinione da convincere. E fa notare che se, all’incontro di Deauville, sono stati acquisiti chiarimenti importanti, tra i due leaders non è ancora stato raggiunto alcun accordo di valore efficacemente ufficiale. E, dopotutto, aggiunge freddamente il cosiddetto scudo in mano agli americani sarebbe dislocato ai confini russi, non viceversa.

E, dall’entourage di Medvedev – da quelli che a Deauville lo accompagnano, alcuni notoriamente più vicini alle posizioni di Putin che alle sue – si fa anche sapere che, “in termini di assoluto rispetto della sovranità polacca e di quella americana”, la Polonia come gli altri devono capire che, se costretta, la Russia prenderà le sue “inevitabili contromisure”.

Se, insomma, come pare, nel corso della visita del presidente americano a Varsavia, verrà effettivamente deciso lo stazionamento in Polonia di un distaccamento di caccia F-16 americani – con rotazione permanente degli aerei e degli avieri al loro servizio – la Russia “controbatterà”, appena dal di là del confine con “ogni misura appropriata” secondo le prerogative che le vengono, precisamente come a Polonia e America, dalla sua sovranità[189].

Gli Stati Uniti, però, a fine maggio con Obama a Varsavia, si sono lasciati mettere ormai quasi con le spalle al muro e, per quel che serve, agli uni – i polacchi – e agli altri – gli americani – e per quanto il nuovo assetto rischi di complicare una ricerca di reale equilibrio strategico in Europa centrale – reale: cioè che tenga conto delle esigenze strategiche e politiche e anche ‘psicologiche’, chiamiamole pure così, di tutti i protagonisti – la frittata ormai sembra fatta.

Obama, infatti, promette[190] solennemente di “cooperare con la Polonia sulla difesa missilistica”— anche se questa misura, qualora restasse unilaterale come esigono a Varsavia, senza coinvolgere i russi,  potrebbe addirittura fargli saltare lo START; di migliorare le difese aeree polacche, con gli F-16 e l’addestramento di piloti polacchi— anche col rischio delle “appropriate”contromisure dei russi); e proclama che l’America appoggerà – termine che di per sé, però, non significa niente – le intenzioni polacche di svilupparsi sia una propria produzione di energia nucleare sia lo sviluppo autonomo e incondizionato – dagli altri europei – delle proprie riserve di gas scistoso.

Una nota importante sull’agenzia Stratfor – che qui spesso citiamo perché spesso riporta quello che molti altri tacciono, traguardandolo in un’ottica specializzata particolarmente attenta alle materie strategiche – e, il che non guasta, basta infatti saperlo, ben ammanicata dalle parti del Pentagono – annota come, uscendo a Deauville, dall’incontro col russo, “il presidente americano ha detto che sul tema prima o poi si finirà col trovare un accordo che vada bene a entrambe le parti; mentre Medvedev ha asserito con chiarezza che non sarà, a bocce ferme, un accordo raggiungibile nel corso della presidenza dell’uno o dell’altro e, probabilmente, non entro un decennio— in altri termini molto tempo dopo che gli Stati Uniti avranno dispiegato il loro scudo spaziale in Europa centrale[191]”e che loro, i russi, avranno messo in campo tutte le loro contromisure…

Poi, dopo neanche un giorno e mezzo di frenetica e affrettatissima – e, forse anche per questo, piuttosto avventata – sosta a Varsavia, Obama è tornato di corsa in America dove una tromba d’aria di violenza mai vista prima ha colpito Joplin, nello Stato del Missouri, causando oltre 125 morti, 900 feriti e più di 100 dispersi.

GERMANIA

●Il ministro tedesco dell’Economia, Rainer Brüderle, riprendendo un tema sollevato dal collega dell’Interno a Bruxelles in sede di discussione del trattato di Schengen, ha segnalato che sul mercato del lavoro tedesco emergono segnali di una carenza crescente di personale dipendente tecnicamente qualificato[192]. Nelle regioni industrializzate del sud della Germania – Baden Württenberg, Baviera… – dove una volta era forte l’immigrazione italiana, poi quella turca e balcanica, l’immigrazione da paesi terzi è diminuita e invece ci sarebbe bisogno di facilitarla per rifornire un’offerta di lavoro che continua ad esserci. Ma dovrebbe essere un’apertura selettiva, non generica. Che con la solidarietà, non avrebbe, dunque, niente a che fare.

Ai dati sulla crescita tedesca già forniti nel capitolo sull’EUROPA e di fonte EUROSTAT, vanno   aggiunti quelli forniti a metà mese dall’Ufficio statistico federale, DESTATIS, va aggiunto che il PIL è cresciuto dell’1,5% nel primo trimestre del 2011 rispetto a quello precedente dopo gli aggiustamenti di prezzo, di calendario e stagionali. E, rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima, i primi tre mesi del 2010, la crescita marca un +5,2%[193] quasi-cinese (destagionalizzato, +4,9%) con  esportazioni che crescono bene ma comunque crescono meno nel totale dei consumi interni. Gli occupati sono oggi 40,4 milioni, +1,4% di un anno fa, di 552.000 addetti in un anno.

E le esportazioni, nell’anno, a marzo crescono del 15,7%, raggiungendo i 98,3 miliardi di €: il massimo da quando si tiene questa statistica. Le importazioni aumentano addirittura leggermente di più, del 16,9% nello stesso mese e per lo stesso  periodo, anche se per un valore più ridotto, di 79,4 miliardi di €[194].

●Prima emerge, a fine maggio dalla riunione dei ministri dell’Ambiente dei 16 Länder che i sette reattori più vecchi del paese devono ormai essere chiusi su base permanente e subito. Poi, a ruota, la notizia diventa che il governo tedesco sta per ordinare – lo annuncia il ministro federale dell’Ambiente Norbert Röttgen e lo conferma poi a nome di tutto il governo la stessa Merkel – la dismissione entro il 2021-2022 di tutte le diciassette centrali nucleari di cui attualmente era dotato il paese[195]… La Germania, quarto PIL del mondo, diventa così il primo grandissimo paese industriale che se ne era dotato a rinunciare completamente alla produzione di energia nucleare…

● Atomkraft? Nein! Danke… meglio l’eolico, no? (vignetta)

 Fonte: The Guardian, 31.5.2011, Martin Rowson

● Il nuovo ministro della Difesa Thomas de Maiziere ha dichiarato alla stampa che il paese deve ormai anticipare la necessità di dotarsi, a breve, di una forza militare di intervento al di fuori dei confini nazionali. Al parlamento ha detto, testualmente, che “richesse oblige” e che c’è la NATO che preme— come se fosse un ente supremo però, che chiede e decide dall’esterno e da sopra quel che ciascuno dei paesi membri deve e dovrà fare. Perché, torna a ripetere quella che è la sua litania di sempre, bisogna ornai concepire le Forze armate come strumento di politica internazionale” — “Streitkräfte als Instrument der Außenpolitik [196].

Quando de Maiziere, poi, si spinge fino a fare i nomi di quelli che – lui “ipotizza” – potrebbero  essere “possibili teatri di operazione” della Bundeswehr all’estero: Pakistan, Yemen, Somalia o Sudan, gli viene fatto osservare, puntigliosamente ma correttamente quanto ovviamente, da Reiner Arnoldt, portavoce dei socialdemocratici in parlamento, che la Germania è dentro la NATO “e, per lo meno, certo se vuole farlo, co-decide tutto”. Solo a questo punto il ministro precisa – banalmente – che la risposta tedesca a queste richieste dipenderebbe in ogni caso “da chi le fa e dalle nostre valutazioni”…

FRANCIA

●Si sono incagliati i negoziati tra Francia e Russia sulla vendita delle portaelicotteri di classe Mistral[197] e di fabbricazione francese per qualcosa come 1,5 miliardi di € a causa dell’insistenza russa e delle resistenze francesi sul trasferimento delle licenze relative alla produzione di strumentazioni elettroniche “sensibili”: le Mistral sono equipaggiate con sistemi di acquisizione navale tattica dati del tipo SENIT-9 e di sistemi di comando del tipo che la NATO chiama SIC-21. La Francia rifiuta, anche su pressione degli alleati NATO ex sovietici, di includere queste strumentazioni nel pacchetto e i russi dicono che, a queste condizioni, non sono più interessati.

Fornisce quest’informazione, che i francesi per ora non confermano, una fonte dell’industria russa degli armamenti. Sono ormai almeno tre mesi che le due parti hanno raggiunto lo stallo e, adesso, a inizio maggio il presidente Medvedev ha mandato via l’ammiraglio che presiedeva il gruppo dei negoziatori russi, rimpiazzandone anche molti componenti. Ma diventa chiaro ormai che il solo sblocco possibile della controversia è politico.ù

Poi, al vertice di Deauville dei G-8 di fine maggio, Sarkozy e Medvedev[198] disincagliano la trattativa: nessuno dei due spiega precisamente come sia stata superata la vera difficoltà del trasferimento delle licenze ma entrambi confermano che entro pochi giorni il contrato verrà definitivamente firmato e, aggiunge Medvedev, che esso “aiuterà a promuovere ancora meglio e di più i nostri legami reciproci”.

GRAN BRETAGNA

●Il referendum che proponeva di cambiare il sistema elettorale in senso, semplificando, più proporzionale – favorevoli solo i Lib-Dem, incerti ma tutto sommato ostili i laburisti e del tutto contrari i conservatori – ha perso di brutto (69% di no e solo 31% di sì) contribuendo ad affondare nelle elezioni amministrative che lo accompagnavano soprattutto i liberal-democratici, centristi e alleati dei conservatori per forza ma radical-libertari di cuore.

Ora il Labour ha perso completamente la Scozia, sua roccaforte tradizionale rafforzando enormemente il partito nazionalista scozzese: 69 seggi, +23, che adesso parlano nuovamente anche di possibile indipendenza; 15 soli, +5 comunque, ai conservatori; e ben -7, solo 37, ai laburisti. E nelle elezioni amministrative i liberal-democratici hanno perso più di 700 posti di consiglieri municipali.

Ma non riesce, pur avendo cambiato leadership, a avanzare una proposta sua davvero alternativa a quella dei tories e anche perciò convincente— dunque, diversa non solo nei punti e virgola e, anzitutto, sul piano morale, come dovrebbe essere dovunque tra progressisti e conservatori. Questi, altrimenti stanno, forse, dando inizio a un’egemonia di lungo periodo come quella berlusconiana: con altra dignità va comunque detto, anche perché ormai, per ragioni se non altro naturali, quella che imperversa da noi, è ormai, comunque periclitante.

Si diceva, sul successo dei nazionalisti scozzesi, che, adesso, sembrano proprio intenzionati a rilanciare. Il loro capo, Alex Salmond, rieletto per la seconda volta a capo del governo regionale, di fronte al successo promette che nel corso del mandato, il prossimo quadriennio, si arriverà a una consultazione referendaria per decidere di una vera e propria indipendenza scozzese[199]. E il governo conservatore già erige le barricate, ma senza troppe speranze.

Quanto al partito liberal-democratico, la sentenza degli elettori è stata chiara e anche piuttosto definitiva: dopo averlo visto contorcersi, sotto l’attacco condotto dall’alleato di governo conservatore a tutte le sue politiche e i suoi princìpi almeno sul piano sociale libertario-egualitario (del liberismo i tories esaltano solo la parte economica, più spudoratamente di classe: l’unica che loro stia davvero a cuore) hanno cominciato a capire che l’alleanza non è stata proprio una buona idea. Ma adesso, a meno di non rovesciare se stessi e le loro scelte, sono fo***i.

●A marzo, il deficit commerciale è aumentato a 7,7 miliardi di £ (sterline: cioè, 8,6 miliardi di €) dai 7 miliardi di febbraio, sopra alla peggiore previsione avanzata[200]. La disoccupazione dei tre mesi a marzo registra ufficialmente un tasso del 7,7%, un decimo meno della percentuale dei tre mesi fino a febbraio. Ad aprile il numero di disoccupati che chiede il sussidio di disoccupazione, e dunque qui risulta ufficiale, tocca il 1.470.000. E l’inflazione sale precipitosamente da marzo ad aprile, dal 4 al 4,5%: il ritmo più elevato dal settembre del 2008[201].

Con quello che qui viene vissuto come uno schiaffo – anche se non del tutto immeritato – la Cina, che ormai può permetterselo, rende pan per focaccia all’occidente: per quel che vale, l’unica agenzia di rating, la Dagong Global Credit Rating Co. Ltd, che si intesta Pechino – ma che non è stata costituita né da signori del capitalismo né da loro serventi né dal governo, bensì dall’università finanziaria e economica di Tanjin – comincia a rendere pan per focaccia.

Messa sotto osservazione occhiuta la situazione finanziaria della Gran Bretagna, la Dagong svaluta l’affidabilità del Regno Unito per il ripagamento del suo stesso colossale servizio del debito reale che ha  (pubblico più, qui ha ragione Tremonti, anche privato) e la difficoltà di “migliorare il livello del suo credito sovrano in un medio termine moderato”: da A+ ad AA-[202].

Insomma, la Dagong è una cosa sicuramente più seria delle sue consorelle americane, Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s, totalmente sputtanate dai ratings che, tra il 2000 e il 2008, regalavano ottimi per fior di titoli fatti di carta straccia che, però, pagavano lautamente “le tre meretrici americane” per presentarle così ai risparmiatori fresconi. Ma, soprattutto, per dirla con un sito specializzato italiano, filo capitalistico, al quale piange palesemente il cuore di doverlo dire “i giudizi di Dagong Global influenzano flussi di capitale di investitori e banche che hanno ricchezza reale. Ovvero i cinesi. Le tre meretrici americane oltre a essere scivolate nel più completo discredito (AAA agli USA più simile ad un AhAhAh) influenzano flussi di capitale di investitori e banche che hanno debiti con i suddetti[203]. E’ francamente un italiano assai zoppicante. Ma è indubbio che ha il pregio della chiarezza.

GIAPPONE

●A marzo, sul piano economico l’impatto di terremoto-tsunami-disastro di Fukushima ha abbattuto del 34,3% sull’anno scorso l’attivo dei conti correnti, mentre quello commerciale è crollato, addirittura, del 77,9% a 2,96 miliardi di $. Sono dati che il ministero delle Finanze[204] imputa direttamente al Grande Terremoto del Giappone Orientale (il nome ufficiale di questo sisma). L’export è caduto del’1,4%, mentre l’import è cresciuto del 16,6%. E, informa sempre il ministero che diffonde questi dati, che ad aprile[205], il deficit commerciale è stato di 62,8 miliardi di $ in calo del 12,5% rispetto all’anno prima.

In termini, invece, di risultati trimestrali, nei primi tre mesi del 2011 il PIL è crollato dello 0,9%[206], quasi il doppio delle aspettative, accompagnando una riduzione dei consumi dello 0,6. Le riduzioni imputabili direttamente al malfunzionamento dei rifornimenti dovuto al terremoto e alle sue conseguenze hanno contribuito alla riduzione del PIL per lo 0,29%.

●Ci pensa, ancora una volta, la solita agenzia di rating Fitch ad abbattere ancora – da stabile a negativa – la valutazione dell’outlook del debito sovrano del Giappone: “il costo pesante di terremoto e tsunami e quello, ancora sconosciuto ma ogni giorno crescente, dovuto alla ripulitura necessaria dopo Fukushima” metteranno ancor più sotto pressione – sentenzia il voto – “un bilancio che già è traballante[207]. Naturalmente, spiega Fitch, significa che ci vuole ulteriore consolidamento fiscale: più austerità – ma guarda un po’! – imposta al paese…

●Al vertice di Deauville dei G-8 si incontrano anche il presidente russo e il PM giapponese[208]. Tre punti vengono discussi tra i due e, alla fine, concordano:

• che la Russia fornirà al Giappone, e con esso scambierà informazioni su richiesta specifica, oltre che come è stato già fatto con l’AIEA, tutte le informazioni utili sul disastro nucleare di Černobyl’ del 1986;

• che continueranno ad esplorare la possibilità di lanciare colloqui a medio e lungo termine su uno sviluppo congiunto di giacimenti di gas naturale e petrolio (in Siberia); e

• che verranno proseguiti, “in un’atmosfera distesa e senza alcuna esasperazione” i negoziati sulla disputa territoriale per le isole Curili o, come le chiamano i giapponesi, i Territori del Nord che si trascina e sta ostacolando i rapporti tra i due paesi dalla fine della seconda guerra mondiale.

E viene anche deciso di definire e concordare al più presto i dettagli della visita di Naoto Kan a Mosca: la prima, dopo la guerra finita nel 1945 con la sconfitta del Giappone e la (facile: per Mosca, neanche l’ultimo mese, dopo le atomiche americane) vittoria russa.       

●Dura poco, stavolta – diritto o non diritto di proprietà, osservanza o non osservanza della lettera dei regolamenti – la sfida lanciata al governo dalla compagnia Chubu Electric. Pochissimi giorni dal primo no alla richiesta del primo ministro – legalmente, non poteva essere un ordine – di chiudere l’impianto nucleare di Hamaoka, costruito imp(r)udentemente in una zona ad altissimo rischio sismico e hanno ceduto. Buon senso e pressione dell’opinione pubblica stavolta hanno vinto a fronte del’interesse del CdA della Chubu che non voleva perdere quattrini chiudendo il reattore[209].

●Poi il primo ministro Naoto Kan afferma, in conferenza stampa ufficiale, che bisognerà cominciare “da zero” a disegnare una nuova politica energetica del paese. Il Giappone, che oggi ha 54 reattori, compresi quelli messi fuori uso dal sisma a Fukushima e quello di Hamahoka, e con essi produce il 30% della sua energia elettrica, adesso “abbandonerà il piano nucleare” annunciato l’anno scorso di costruire altre 14 impianti di qui al 2030 portando la percentuale di energia elettrica di produzione nucleare al 50% del totale. Commentano in molti, sia qui che nel mondo, che la novità ha “seminato il panico[210] e ha creato un “forte shock[211] in tutta l’industria del nucleare.

Per i padroni dei reattori, evidentemente, perfino uno shock maggiore di quello provocato nell’opinione all’apprendere, dalla stessa Tokyo Electric Power Company, proprietaria di Fukushima, che in realtà ben tre reattori e non uno soltanto hanno subito una fusione, parziale ma abbastanza avanzata, del nocciolo: rilasciando, cioè, nell’ambiente e non si sa fino a dove più radiazioni di quante la TEPCO stessa avesse ammesso[212]

Dice ora Kan – che pare abbia imparato la lezione nel modo più duro: anche se (ancora) non sostiene la totale dismissione del piano a causa degli interessi industriali che restano scatenati a favore in parlamento e al governo dove i filonucleari sono ancora tantissimi e soprattutto “pesanti”— ma nel distretto di Fukushima non ne è restato nessuno: e due deputati a favore sono morti proprio con lo tsunami… Per cui dice che “c’è sempre bisogno di produrre energia nucleare ma che è cruciale garantire davvero che sia sicura; e che diventa  questo punto invece – aggiunge – essenziale produrre più energia rinnovabile[213].

E, a questo punto, se Germania e Giappone del nucleare non ne vogliono più sapere perché si sono convinti non solo che non è sicuro ma che non ne hanno neanche più davvero bisogno, perché qualcun altro invece dovrebbe mai rischiare, o perfino aver bisogno, del nucleare? Buon’ultima arriva anche la Svizzera a decidere, a fine maggio[214], di lasciar perdere i piani che aveva predisposto per costruirsi tre nuovi reattori.

Mentre, con la solita furbata meschina che ne denota da tempo tanto ogni azione che ogni non-azione, il governo Berlusconi decide di svuotare il referendum sul nucleare cambiando la legge su cui era stato convocato: non cancellandola, come il referendum voleva, ma – per evitarlo – solo cambiandola per poi magari, e perché no visto che tutto (ancora) gli è consentito, ripensarci una volta passata la festa.

Il presidente russo Dmitri Medvedev, al G-8 che si tiene in Francia, a Deauville in Normandia,  il 26 e 27 maggio annuncia di voler tenere incontri di lavoro separati con Sarkozy, Obama, Merkel, Cameron e il PM giapponese Naoto Kan. All’ordine del giorno anche, e soprattutto, spiega Medvedev[215], lo stato dell’arte della sicurezza nucleare e delle convenzioni internazionali che la regolano.

●Noterete, ovviamente, che neanche per un minuto Medvedev ha pensato di doversi consultare col primo ministro italiano. Tempo perso, tanto… nel metodo come nel merito. Del resto, per lui sarebbe ormai stato inutile quanto incontrarsi col PM canadese: due paesi bellissimi, Italia e Canada, che però non contano più un ciufolo sotto due governi reazionari e banalmente populisti e che, tra l’altro, G-8 veri da tempo non sono neanche più.

Poi, gliene ha fatto passare la voglia sicuramente il Berlusca in persona che, proprio come con Obama prima di lui,

● Garantito! Obama e Berlusca… (vignetta)

Fonte: Paolo Lombardo [http://www.toonpool.com/cartoons/Obama%20e%20Berlusconi_129856/]

gli ha fatto subire passivamente i due minuti di pressing di prammatica per esporgli come “l’Italia fosse una dittatura dei giudici di sinistra che lo perseguitano”: con Cameron, Merkel e Sarkozy lo aveva fatto all’ultimo vertice UE.

Per l’opinione mondiale in generale, che voleva tenere comunque informata del suo tremendo calvario, ha fatto una conferenza stampa di chiusura, esponendosi al ludibrio dei media mondiali, come lui in genere fa, senza accettare domande a meno di non farle filtrare dai Vespa di turno, per illustrare urbi et orbi come e perché lui sia un perseguitato contro il quale – il punto che gli rode di più – stanno perfino per emettere una sentenza (quella per il cosiddetto lodo Mondadori) che potrebbe – potrebbe… – anche costargli soldi… tanti.

Si affretta quell’anima pia di Frattini, precipitandosi come sempre a “scusare” il padrone, ad annotare – anche se solo per i telespettatori italiani – che quel suo stare costantemente  un po’ sopra le righe, in fondo, denota solo la sofferenza di un persona sensibile…


 

[1] S & P’s, 19.5.2011 (cfr. http://www.standardandpoors.com/home/en/us/).

[2] Intermarkets&More, 21.5.2011, Italia: tagliato da S&P outlook sul rating! (cfr. http://intermarketandmore.finanza. com/italia-tagliato-da-sp-outlook-sul-rating-28659.html/).

[3] New York Times, 15.5.2011, S. Enlarger e K. Benhold, Soul-Searching in France After Official’s Arrest Jolts Nation Esame di coscienza in Francia dopo l’arresto [di Strauss-Kahn: questi, qui, scrivono del funzionario] scuote la nazione. *N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.  

[4] Oxfam è un’internazionale di quindici organizzazioni non governative di tre continenti impegnate a studiare e lavorare in 98 paesi con progetti pratici e pragmatici contro la miseria e la fame nel mondo.

[5] 1) Guardian, 31.5.2011, F. Lawrence, Food prices to double by 2030, Oxfam warns I prezzi alimentari raddoppieranno di qui al 2030; 2) Oxfam, 6.2011, Rapporto Growing a better future Far crescere un futuro migliore (Giustizia alimentare in un mondo di limitate risorse) (cfr. http://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/growing-a-better-future-010611-en_ 0 . pdf/).

[6] 1) New York Times, 11.5.2011, M. Saltmarsh, Study Finds Tax Burden Rising on Workers Studio [OCSE] scopre che il carico fiscale aumenta sul lavoro dipendente [come se il lavoro dipendente non se ne fosse già accorto…]; 2) OECD/OCSE, 11.5.2011, Taxing Wages La tassazione dei salari (cunei fiscali), ISBN Number 978-92-64-09753-7 (cfr. http://www. oecd.org/document/34/0,3746,en_21571361_44315115_44993442_1_1_1_1,00.html/); e, per la documentazione dettagliata che il lavoro dedica alla specifica situazione italiana, cfr. http://www.oecd.org/document/11/0,3746,en_21 571361_44 315115_ 47426507_1_1_1_1,00.html/).

[7] 1) OCDE, G-8 France 2011, New World, New Vision Nuovo Mondo, Nuove Visioni [ma ce le avranno rotte, con queste visioni, eh…], Impegni del G-8 su salute e sicurezza alimentare, Stato di consegna e risultati (cfr. http://www.g20-g8.com/g8-g20/root/bank_objects/Rapport_G8_GB.pdf/); 2) New York Times, 24.5.2011, The G-8 Self-Serving Math— L’aritmetica egoistica del G-8.

[8] MSNArabia, 27.5.2011, G8 leaders to offer Arab democracies multi-billion-dollar partnership I leaders dei G8 offriranno alle democrazie arabe una partnership multimiliardaria (cfr. http://arabia.msn.com/News/World/DW/2011/May/ 6073626.aspx?ref=hptab/).

[9] Nightwatch KG, 26.5.11 (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000113.aspx/).

[10] 1) Bloomberg Business Week, 30.3.2011, M. Richmond, Southern Sudan to Issue New Currency When Independence Declared— Il Sud Sudan emetterà una sua nuova valuta a indipendenza raggiunta (cfr. http://www.businessweek.com/news/ 2011-03-30/southern-sudan-to-issue-new-currency-when-independence-declared.html/); 2) Stratfor, 27.5.2011,

Sudan: Committee Formed To Arrange Southern Sudanese Currency Sudan: formato un Comitato congiunto per ‘concordare’ una valuta del Sud Sudan (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110527-sudan-committee-formed-arrange-southern-sudanese-currency/).

[11] The Globe and Mail (Toronto), 30.5.2011, North and South Sudan to negotiate end to Abyei crisis Il Nord e il Sud del Sudan negoziano sulla fine della crisi in Abyei (cfr. http://www.theglobeandmail.com/news/world/africa-mideast/nor th-and-south-sudan-to-negotiate-end-to-abyei-crisis/article2040281/).

[12] The Economist, 28.5.2011.

[13] MAE, 1.5.2011, comunicato, Ferma condanna della Farnesina per gli attacchi vandalici contro gli edifici di alcune ambasciate straniere a Tripoli [ridicolo, no?] (cfr. http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Comunica ti/2011/05/20110502_CondannaFarnesina.htm/).

[14] Middle East online, 3.5.2011, Libya rebels: no plans to resume oil exports— I ribelli libici: nessun piano per una  ripresa delle esportazioni di petrolio (cfr. http://www.middle-east-online.com/ENGLISH/?id=45916/).

[15] 1) New York Times, 5.5.2011, Agenzia Reuters, J. Mackenzie e L. Nouehied, Anti-Gaddafi allies offer rebels cash lifeline— Gli alleati anti Gheddafi offrono ai ribelli una salvataggio cash [ma non è, come s’è visto, esattamente così]; 2) MAE, 5.5.2011, dichiarazione conclusiva del presidente del Gruppo di contatto (cfr. http://www.esteri.it/mae/doc/20110505_ MeetingConclusions.pdf/).

[16] 1) Yahoo!Finanza, 5.5.2011, ENI, Scaroni: lo stallo in Libia avrebbe un impatto importante sulla produzione 2011 (cfr. http://it.finance.yahoo.com/notizie/Eni-Scaroni-lo-stallo-Libia-spystock-3143452425.html?x=0/); 2)  Blitz.Quoti diano, 5.5.2011, La Libia incide sulla produzione-Fitch taglia il rating (cfr. http://www.blitzquotidiano.it/ agenzie/eni-la-libia-incide-sulla-produzione-fitch-taglia-il-rating-845951/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_ campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29/).

[18] Reuters, 5.5.2011, Turkey presses for swift Libya ceasefire— La Turchia preme per un rapido cessate il fuoco in Libia (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/05/libya-meeting-ceasefire-idUSLDE7441MT20110505/).

[19] Reuters, 7.5.2011, Italy to supply Libyan rebels with arms: spokesman— L’Italia fornirà armi ai ribelli, dichiara il loro portavoce (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/07/us-libya-italy-idUSTRE74620K20110507/).

[20] Reuters, 13.5.2011, Libyan government calls Gaddafi injury report ‘nonsense’— Il governo libico parla di un nonsense per la voce di un Gheddafi ferito (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/13/us-libya-gaddafi-nonsense-idUSTRE74C4FP 20110513/).

[21] White House, 26.5.2011, Dichiarazione del vice consigliere per la Sicurezza nazionale, Ben Rhodes (cfr. http://www. whitehouse.gov/photos-and-video/video/2011/05/26/press-briefing-david-lipton-and-ben-rhodes/).

[22] Zawya Dow Jones News, 17.5.2011, West: not enough funds transferred to us L’occidente non ci trasferisce fondi a sufficienza (cfr. http://www.zawya.com/story.cfm/sidZW20110517000110?cc/).

[23] New York Times, 25.5.2011, C. Savage, Libya Effort Is Called Violation of War Act L’impegno in Libia bollato come violazione della legislazione sulla guerra.

[24] Yahoo!News, 26.3.2011, Lawmakers bar US ground troops from Libya— I legislatori dicono no a truppe di terra americane in Libia (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110526/pl_afp/libyaconflictusmilitarybudget/).

[25] New York Times, 27.5.2011, E. Barry, In Shift, Russia Agrees to Try to Talk Qaddafi Into Leaving Spostandosi dalla sua posizione, la Russia concorda che cercherà di convincere Gheddafi ad andarsene.

[26] Reuters, 24.5.2011, T. Amara, Tunisian govt confirms July 24 election date Il governo tunisino conferma il 24 luglio come data delle elezioni (cfr. http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE74N0ON20110524/).

[27] Ahramonline.com, 26.5.2011, Tunisian official reiterates 16 Oct election date Esponenti tunisini reiterano che le elezioni si terranno il 16 ottobre (cfr. http://english.ahram.org.eg/NewsContent/2/8/12992/World/Region/Tunisian-official-reiterates--Oct-election-date.aspx/). 

[28] Reuters, 2.5.2011, C. Loewe, Algeria govt approves big rise in public spending Il governo algerino approva un forte aumento di spesa pubblica (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/05/02/algeria-government-measures-idINLDE7412 0U20110502/).

[29] Indymedia-Letzebuerg, 3.5.2011, Agenzia Xinhua, Algerian president to appoint committee to draft constitution amendments Il presidente algerino designerà una Commissione per redigere la bozza di emendamenti costituzionali (cfr. http://www.indymedia-letzebuerg.net/index.php?option=com_content&task=view&id=75860&Itemid=28/).

[30] Alert Net, 13.5.2011, Syria to pursue ‘national dialogue’ over protests La Siria perseguirà il ‘dialogo nazionale’ malgrado le proteste (cfr. http://www.trust.org/alertnet/news/syria-to-pursue-national-dialogue-over-protests/).

[31] Ahramβ.online, 11.5.2011, Russia rejects UN meeting on Syria claiming opposition ‘never peaceful’ La Russia rifiuta la riunione dell’ONU sulla Siria affermando che l’opposizione non è mai stata ‘pacifica’ (cfr. http://english.ahram.org.eg/ NewsContent/2/8/11905/World/Region/Russia-rejects-UN-meeting-on-Syria-claiming-opposi.aspx/).

[32] RIA Novosti, 13.5.2011, ‘Libya scenario’ dangerous for region – Lavrov-Lavrov: [Una ripetizione in Siria del]Lo scenario libico, pericolo per tutta la regione (cfr. http://en.rian.ru/world/20110513/164002908.html/)

[33] Che non abbiamo avuto occasione, va detto, di leggere in diretta sul Corriere della Sera ma solo come l’ha riferita l’Agenzia Stratfor, 13.5.29011, Italy: Syria, Libya Situations Are Different L’Italia [bè, l’Italia: Frattini…]: Siria e Libia, situazioni diverse (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110513-italy-syria-libya-situations-different-fm/).

[34] Yahoo!News, 19.5.2011, Syria: Has the Regime Turned a Corner Against the Protests? Siria: il regime ha voltato l’angolo nei confronti delle proteste? (cfr. http://news.yahoo.com/s/time/20110518/wl_time/08599207237600/).

[35] New York Times, 17.5.2011, D. K. Kirkpatrick, Mubarak’s Wife Turns Over Millions in Assets La moglie di Mubarak consegna milioni di $ di patrimonio.

[36] thedailynewsegypt.com, 18.5.2011, H. Fahmy e T. Elyan, Freedom and Justice Party submits documents, includes over 900 women, 93 Copts— Il partito di Libertà e Giustizia presenta i documenti per la registrazione ufficiale: affilia anche 900 donne e 93 cristiani copti (cfr. http://www.thedailynewsegypt.com/egypt/freedom-and-justice-party-submits-documents-includes-over-900-women-93-copts.html/). 

[37] Al-masry Al-youm, 24.5.2011, H. E. Waziry, Brotherhood leader: Next govt to be Islamist Il prossimo governo sarà islamista (cfr. http://www.almasryalyoum.com/en/node/450742/).

[38] Washington Post, 19.5.2011,L. Weymouth, Egypt’s generals talk about revolution I generali egiziani parlano della rivoluzione (anticipata da Slate, 18.5.2011, A rare interview with members of Egypt's Supreme Military Council Una rara intervista con membri del Consiglio supremo militare dell’Egitto (cfr.  http://www.slate.com/id/2294825/).

[39] The Africa Report, 24.5.2011, Reuters, Y. Saleh, Egyptian Islamist group eyes politics Gruppo islamista egiziano si volge alla politica (cfr. http://theafricareport.com/last-business-news/5140614-Egyptian%20Islamist%20group%20ey es%20politics.html/).

[40] Al-masry Al-youm, 24.5.2011, Salafi leader opposes formation of Shia party in Egypt— Leader salafita contro la formazione in Egitto di un partito sciita (cfr. http://www.almasryalyoum.com/en/node/450089/).

[41] AllVoices, 23.5.2011, M. Abd el-Fattah, Two groups of young people to withdraw from national dialogue in Egypt In Egitto, due gruppi di giovani si ritirano dal dialogo nazionale (cfr. http://www.allvoices.com/contributed-news/9190459-two-groups-of-young-people-to-withdraw-a-national-dialogue-in-egypt/).

[42] New York Times, 28.5.2011, T. L. Friedman, Pay Attention to Egypt Attenzione all’Egitto.

[43] A. al Aswany, Palazzo Yacoubian, Feltrinelli ed., 2002 (il vecchio aristocratico palazzo costruito negli anni ’30 da un ricco commerciante armeno che nel tempo si è trasformato in un microcosmo della società medio-alta del Cairo: “Dal devoto e ortodosso figlio del portiere, che vuole entrare in polizia ma che finirà invece a ingrossare le già folte milizie islamiste, alla sua fidanzata, vittima delle angherie dei padroni; dai poveri che vivono sul tetto dell'edificio e sognano una vita più agiata al gaudente signore aristocratico poco timorato di Dio e nostalgico dei tempi di re Faruk che indulge in piaceri assolutamente terreni; dall'intellettuale gay con la passione per gli uomini nubiani, che vive i suoi amori proibiti neanche troppo clandestinamente, all'uomo d'affari senza scrupoli del pianterreno che vuole entrare in politica”. Un posto dove le scelte di questi personaggi, radicate in “una certa ricchezza di dubbia origine e nell' ipocrisia religiosa sono alleate naturali dell'arroganza dei potenti, dove l'idealismo giovanile si trasforma rapidamente in estremismo e dove prevale un'immagine antiquata della società. Campeggia in questo romanzo la denuncia dei costumi inquinati, della politica egiziana…”: dalla contro copertina); Se non fossi egiziano, Feltrinelli ed., 2009, racconti (“l'atavica mentalità del servo che vuol solo essere padrone di altri servi: un ritratto impietoso e sarcastico dell'Egitto di oggi”: dalla controcopertina).   

[44] Am-Cham–China news, 3.5.2011, Washington. D.C., Dibattito/Proposta su The China Model and the U.S. Dilemma – Industrial  Policy, State-Owned  Enterprises Il modello cinese e iI dilemma americano – Politica industriale e imprese di Stato (cfr. http://www.amchamchina.org/article/7935/).

[45] Yahoo!News, 18.5.2011, Arms sales to Taiwan damage US-China ties: Chen Chen: la vendita di armi a Taiwan danneggia i rapporti sino-americani (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110519/wl_asia_afp/uschinamilitarydiplomacy taiwan/).

[46] New York Times, 30.4.2011, N. D. Kristof, Where China Outpaces America Dove la Cina sopravanza l’America.

[47] Asia Society and Woodrow Wilson Center, 5-2011, D. H. Rosen e T. Hanemann, An American Open Door? Una porta aperta americana? (cfr. http://media.asiasociety.org/ChinaFDI/AnAmericanOpenDoor_FINAL.pdf/).

[48] New York Times, 9.5.2011, D. Barboza, Chinas’s Growing Overseas Portfolio Il crescente investimento oltremare del portafogli cinese.

[49] China Day, 6.5.2011, D. Qingfen, ODI set to overtake FDI 'within three years' Gli investimenti diretti della Cina all’estero fra tre anni ‘supereranno’ quelli esteri in Cina (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/cndy/2011-05/06/content _12454 686.htm/).

[50] Financial Times, 10.5.2011, J. Anderlini, China trade surplus surges to $11.4bn— L’attivo commerciale cinese si impenna a 11,4 miliardi di $ (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/8e3fcc12-7aba-11e0-8762-00144feabdc0 html#axzz1Lx ouxGak/).

[51] Dipartimento di Stato, considerazioni conclusive, per la parte americana, dei segretari di Stato e del Tesoro, Clinton e Geithner; per quella cinese, del vice primo ministro Consigliere di Stato Dai e del vice primo ministro Wang, 10.5.2011 (cfr. http://www.state.gov/secretary/rm/2011/05/162969.htm/).

[52] New York Times, 27.5.2011, B. Appelbaum, Once Again, U.S. Finds China Isn’t Manipulating Its Currency Ancora una volta, gli USA scoprono che la Cina non manipola la propria valuta.

[53] Stratfor, 24.5.2011, China-Africa Development Fund to Grow 5 Billion in 5 Years Il fondo di sviluppo sino-africano cresce di 5 miliardi in 5 anni (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110524-china-africa-investment-fund-grow-5-billion-5-years/).

[54] The Economist, 238.5.2011.

[55] New York Times, 3.5.2011, V. Bajaj, India Raises Interest Rates to Battle Inflation L’India aumenta i tassi di interesse per combattere l’inflazione.

[56] New York Times, 31.5.2011, Reuters, India’s Economy Grew 7.8 Percent In January-March Quarter L’economia indiana è cresciuta del 7,8% nel trimestre gennaio-marzo.

[57] Un peso cubano, secondo il CIA World Factbook 2011, equivale a 0,92 centesimi di $ e ha un potere d’acquisto grosso modo equivalente (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/cu.html/). 

[58] New York Times, 9.5.2011, R. C. Archibold, Cuban Government Outlines Steps Toward a Freer Market Il governo cubano delinea passi verso la liberalizzazione del mercato.

[59] 1) New York Times, 5.5.2011, J. Ewing e J. Werdigier, European Central Bank Stand Pat on Rates La Banca centrale europea resta ferma sui tassi; 2) Dichiarazione introduttiva alla conferenza stampa del presidente della BCE Jean-Claude Trichet, 5.5.2011(cfr. http://www.ecb.int/press/pressconf/2011/html/is110505.en.html/).

[60] EUROSTAT, 13.5.2011, #69/2011, Euro area GDP and EU27 up by 0.8% +2.5% respectively compared with the first quarter of 2010— Il PIL dell’eurozona e della UE a 27sale delo 0,8% e del 2,5% rispetto al primo trimestre del 2010 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-13052011-AP/EN/2-13052011-AP-EN.PDF/).

[61] RAI giornaleradio, 13.5.2011, Bruxelles: in Italia ‘ripresa lenta’ - Picco debito 2011: 120,3% del Pil (cfr. http:// www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-153e3c8b-cdb0-4422-97c0-fc5a82f959d0.html?refresh_ce/).  

[62] EUROSTAT, 12.5.2011, #68/2011, Industrial production down by 0.2% in euro area - Down by 0.3% in EU27 La produzione industriale nell’eurozona scende dello 0,2% - dello 0,3 in tutta l’Unione a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ cache ITY_PUBLIC/4-12052011-AP/EN/4-12052011-AP-EN.PDF/).

[63] EUROSTAT, 3.5.2011, #66/2011, Industrial producer prices up by 0.7% in euro area - Up by 1.0% in EU27 I prezzi alla produzione salgono dello 0,7% nell’area euro - E dell’1% nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_ PUBLIC/4-03052011-CP/EN/4-03052011-CP-EN.PDF/).

[64] New York Times, 18.5.2011, N. Clark, W.T.O. Ruling on Airbus Subsidies Upheld on Appeal La sentenza dell’OMC sui sussidi dell’Airbus confermata in appello.

[65] International Business Times, 13.5.2011, EU foreign policy chief thanks China for support in buying bonds— La Commissaria agli Esteri della UE ringrazia la Cina per il sostegno che le dà acquistandone i bonds (cfr. http://au.ibtimes.com/ articles/145264/20110513/the-european-union-foreign-policy-investor-european-sovereign-bonds.htm/).

uisdtandone i bond

[66] Le Figaro, 20.5.2011, P. Saint-Paul, Friedrich: Le système Schengen doit être renforcé Friedrich: Il sistema di schengend eve essere rafforzato (cfr. http://www.lefigaro.fr/international/2011/05/09/01003-20110509ARTFIG00716-friedrichle-systeme-schengen-doit-etre-renforce.php/).

[67] Yahoo!News, 13.5.2011, (A.P.), EU warns Denmark about instituting border checks L’UE avverte la Danimarca sull’istituzione di controlli alle frontiere (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110513/ap_on_re_eu/eu_borderless_europe/).

[68] Reuters Africa, 24.5.2011, EU prepares for emergency restoration of visa rules L’UE prepara il ripristino di emergenza dei visti di entrata (cfr. http://af.reuters.com/article/worldNews/idAFTRE74N2P720110524/).

[69] Der Spiegel, 2.5.2011, Wird der italienische Notenbanker Mario Draghi neuer Präsident der EZB? Ma sarà il banchiere centrale italiano Mario Draghi il nuovo presidente della BCE? (cfr. http://www.spiegel.de/suche/index.html? suchbegriff=mario+draghi/).

[70] EUBusiness, 6.5.2011, German minister favours Draghi for ECB job— Ministro tedesco si dichiara favorevole a  Draghi per il posto BCE (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/france-germany-ecb.9th/).

[71] TG1online, 11.5.2011, Merkel appoggia Draghi: “appoggiamo la sua candidatura” (cfr. http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/ 2010/articoli/ContentItem-44e36307-1322-498b-9108-cb785073e8bd.html?refresh_ce/).

[72] New York Times, 22. 5.2011, P. Krugman, When Austerity Fails Quando fallisce l’austerità.

[73] Investment Watch, 7.5.2011, The EU just told Greece to prepare for Debtor in Possession loan issuance L’UE ha detto alla Grecia di prepararsi a cedere il possesso dei suoi assets chi le darà ancora prestiti (cfr. http://investmentwatchblog. com/the-eu-just-told-greece-to-prepare-for-debtor-in-possession-loan-issuance/). 

[74] Reuters, 7.5.2011, D. Kyriakidou e R. Maltezou, Greek PM denies euro exit; says leave Greece alone— Il PM greco nega ogni intenzione di uscire dall’euro; e chiede di lasciare in pace il suo paese (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/ 07/us-greece-eurozone-idUSTRE74614Y20110507/).

[75] Stratfor, 13.5.2011, Greece: Bailout Terms Not Met – ECB Grecia: i termini del pacchetto di salvataggio non sono stati rispettati, dice la BCE [in realtà, per ora, è solo il governatore della ÖNB a dirlo…](cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/201105 13-greece-bailout-terms-not-met-ecb/).

[76] Reuters, 13.5.2011, J. Strupczewski, EU calls for more Greek austerity steps in 2011 L’UE chiede alla Grecia subito altre misure di austerità (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/13/us-eu-greece-rehn-idUSTRE74C 25720 110513/).

[77] Il Corriere della Sera, 25.5.2011, La commissaria Ue alla pesca, la greca Damanaki: “L’uscita della Grecia dall’euro ormai è sul tavolo” (cfr. http://www.corriere.it/economia/11_maggio_25/grecia-euro-dracma_7d103fe2-86ec-11e0-a06d-0594606c12ff.shtml/).

[78] Wall Street Journal, 9.5.2011, D. Kansas, S&P Downgrades Greece (Again), Euro-Zone Debt Woes Grow S&P riduce (ancora) il rating della Grecia e  crescono le preoccupazioni [dei mercati] per il debito del’eurozona (cfr. http://blogs.wsj. com/marketbeat/2011/05/09/sp-downgrades-greece-again-euro-zone-debt-woes-grow/).

[79] EUbusiness, 17.5.2011, New loans to Greece cannot be ruled out: Juncker Nuovi prestiti alla Grecia non possono essere esclusi, dice Junker (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/finance-economy.a00/).  

[80] EUbusiness, 17.5.2011, Greek debt rescheduling for private investors too: EU's Rehn La ricalendarizzazione del debito greco deve valere anche per gli investitori privati, dice Rehn (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/finance-economy.a0m/).

[81] Agenzia Bloomberg, 3.5.2011, True Finns Leader Backtracks on Offer to Discuss Portugal Aid— Il leader dei veri finlandesi rifiuta l’offerta di discutere sugli aiuti al Portogallo (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-05-03/true-finns-leader-backtracks-on-offer-to-discuss-portugal-aid.html/).

[82] Stratfor, 6.5.2011, Finland: PM Refuses To Send Portugal Proposal To Parliament In Finlandia, la PM rifiuta di presentare in parlamento la proposta sul Portogallo (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110506-finland-pm-refuses-send-portugal-proposal-parliament/).

[83] Reuters, 7.5.2011, Finns support financial aid to euro zone states-poll I finnici [ora] sostengono l’aiuto finanziario nell’eurozona, secondo un sondaggio (cfr. http://af.reuters.com/article/worldNews/idAFTRE74613020110507/).

[84] Reuters, 11.5.2011, Finland to support eurozone package; True Finns won't join govt after clash on bailout La Finlandia sosterrà il pacchetto di salvataggio nell’eurozona; i veri finlandesi, dopo lo scontro sul punto, non andranno al governo (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/12/finland-truefinns-idUSLDE74B0VY20110512/). 

[85] EUBusiness, 25.5.2011, Finnish parliament formally approves Portuguese bailout— Il parlamento finnico  approva il salvataggio del Portogallo (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/finland-portugal.a63/).

[86] KSFR net, 3.5.2011, Reuters, Portugal bailout to reach 78 billion euros Il salvataggio del Portogallo raggiunge i 78 miliardi di € (cfr. http://www.publicbroadcasting.net/ksfr/news.newsmain/article/0/0/1797758/Business/Portugal.bailout. to.reach.78.billion.euros.source/).

[87] The Economist, 7.5.2011.

[88] Yahoo!News, 5.5.2011, B. Hatton e G. Steinhauser, Portugal learns terms for $115 billion bailout Il Portogallo impara i termini del suo salvataggio da $115 miliardi di $ [cioè, da 78 miliardi di €: in pratica: scavarsi la fossa…] (cfr. http://news. yahoo.com/s/ap/20110505/ap_on_bi_ge/eu_portugal_financial_crisis/).

[89] The Journal.ie, 7.5.2011, European Commission supports Ireland’s bailout interest rate cut— La Commissione europea sostiene un taglio al tasso di interesse del prestitto irlandese (cfr. http://www.thejournal.ie/european-commis sion-supports-irelands-bailout-interest-rate-cut-hayes-132948-May2011/)

[90] Blitz quotidiano, 23.5.2011, Elezioni Spagna, risultati definitivi: Popolari 37,5, Socialisti 27,8% (cfr. http://www.blitz quotidiano.it/agenzie/elezioni-spagna-risultati-definitivi-popolari-375-socialisti-278-865567/?utm_source=feedburner &utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29/).

[91] Vedi il celeberrimo quadro del Goya, Il 2 di maggio (1808), che dipinge con le sue tremende e orripilanti deformazioni la carica dei mammalucchi dell’esercito imperiale e il levantamiento popolare che vi si oppose con successo, conservato al Prado di Madrid (http://www.abcgallery.com/G/goya/goya21.JPG/).

[92] Guardian, 20.5.2011, H. Meyer, Five ways to solve the eurozone crisis Cinque modi di risolvere la crisi dell’eurozona.

[93] The Wall Street Journal, 12.5.2011, M. Kruk, Shale Gas Should Be Regulated by Countries, Not Brussels, Polish Firm Says L’estrazione di gas dalle rocce scistose dovrebbe essere regolato dai singoli paesi, mai da Bruxelles, dichiarala società del monopolio polacco (cfr. http://blogs.wsj.com/emergingeurope/2011/05/12/shale-gas-should-be-regulated-by -countries-not-brussels-polish-firm-says/?KEYWORDS=PGNiG+hydraulic+fracturing/).

[94] Stratfor, 27.5.2011, Poland minister delivers report on shale natural gas exploration Ministro polacco presenta il suo rapporto sull’esplorazione di gas naturale scistoso (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110527-poland-minister-deli vers-report-shale-gas-exploration/).

[95] The Baltic Course, 19.5.2011, Polish-Lithuanian gas link sooner than expected— Il link del gas naturale tra Polonia e Lituania si farà prima dell’attesa [è falso… il non ‘si farà’: si farà prima la richiesta di farselo finanziare, invece …] (cfr. http:// www.baltic-course.com/eng/energy/?doc=41101/).

[96] The Wall Street Journal, 8.5.2011, M. Sobczyk, Poland Backtracks on Euro Adoption La Polonia fa marcia indietro sull’adesione all’euro (cfr. http://blogs.wsj.com/emergingeurope/2011/05/18/poland-backs-out-of-euro-adoption-plans/?KEYWORDS=Jan+Vincent-Rostowski/).

[97] Stratfor, 24.5.2011, Serbia, Slovakia, Romania: Presidents Withdraw Attendance From European Leaders Meeting I presidenti serbo, slovacco, romeno rifiutano di presenziare al vertice dei leaders [centro-sudorientali] europei (cfr. http://www. stratfor.com/sitrep/20110524-serbia-slovakia-romania-presidents-withdraw-attendance-european-leaders-meeting/).

[98] The Slovack Spectator, 25.5.2011, Gašparovič to attend summit in Poland despite presence of Kosovo’s president Gašparovič parteciperà al vertice in Polonia [ma con un protocollo radicalmente cambiato] malgrado la presenza del presidente del Kosovo.

[99] Jutarnij List (Zagabria), 20.5.2011, Hrvatska pristupa Europskoj uniji— La Croazia sta per accedere all’Unione europea  (cfr. http://www.jutarnji.hr/).

[100] Scrive sul NYT, 26.5.2011, un editoriale, End of the line— La fine del tragitto che, finalmente, “il generale serbo-bosniaco che è dietro al massacro di Srebenica è sotto custodia. Il suo arresto dovrebbe essere di monito ad altri macellai che saranno anch’essi arrestati”. Unica correzione che ci permetteremmo di fare, è sostituire o meglio modificare in “tutti gli altri” quegli “altri macellai” di cui parla l’editorialista: compresi quelli, cioè, che presiedono e ordinano le torture di Guantánamo e Abu Ghraib e tutti gli altri macellai che comandano bombardamenti di massa da dieci km. di altezza su metropoli di milioni abitanti, ecc., ecc. E’ un’opinione personale, si capisce, che una corretta interpretazione del diritto internazionale vigente, però, conforta e giustifica.  

[101] Yahoo!News, 23.5.2011, J. Pawlak e D. Brunnstrom, EU not yet ready to decide on Croatia entry talks L’UE non ancora pronta a decidere dell’entrata possibile della Croazia (cfr. http://sg.news.yahoo.com/eu-not-yet-ready-decide-croatia-entry-talks-133828261.html/).

[102] Guardian, 1.5.2011, T. Parfitt, Medvedev wants to stay on as Russian president, says leading MP— Medvedev vuole restare come presidente della Russia, sostiene un deputato che conta.

[103] 1) Reuters, 25.4.2011, D. Diomkyn, Russia's Medvedev speaks of life after presidency Il russo Medvedev parla della sua vita dopo la presidenza (cfr. http://af.reuters.com/article/worldNews/idAFTRE73O2T720110425/); 2) Kyiv Post, Reuters, 25.4.2011, Medvedev speaks of life after presidency (http://www.kyivpost.com/news/russia/detail/102859/).

[104] Voice of Russia, 19.5.2011, President Medvedev at Skolkovo school of management— Il presidente Medvedev alla scuola di management di Skolkovo, Y. Alekseyenko (cfr. http://www.silobreaker.com/belarus-11_80883/).

[105] LexisNexisNews, 23.5.2011, Ukraine's strategic aim is to have membership of EUL’obiettivo strategico dell’Ucraina resta l’affiliazione alla UE (cfr. http://www6.lexisnexis.com/publisher/EndUser?Action=UserDisplayFull Document&orgId=574&topicId=100007539&docId=l:1422896416&isRss=true/).

[106] Yahoo!News, 24.5.2011, Russia says a fifth of defense budget stolen La Russia dice che viene rubato un quinto del bilancio della difesa (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20110524/wl_nm/us_ russia_defence_1/).

[107] Nabucco Consortium, 6.5.2011, NIC announces new timeline for Nabucco pipeline Il Nabucco annuncia nuovi tempi di realizzazione del gasdotto (cfr. http://www.nabucco-pipeline.com/portal/page/portal/en/press/NewsText?p_item_id=A2 97E805CEADAB20E040A8C002017939/).

[108] Stratfor, 13.5.2011, Turkmenistan: President Willing To Sign Natural Gas Agreements Turk… il presidente disponibile a firmare [che non è proprio una grande notizia…] accordi sul gas naturale (cfr. http://www.stratfor.com/sit rep/20110513-turk menistan-president-willing-sign-gas-agreements/).

[109] New York Times, 3.5.2011, S. Shane e C. Savage, Bin Laden Raid Revives Debate on Value of Torture L’attacco contro bin Laden rilancia il dibattito sul valore della tortura.

[110] Ma, per fortuna dell’America, su questo punto almeno, c’è ancora chi mantiene una posizione tradizionale di repulsione razionale e morale: New York Times, 4.5.2011, edit., The torture apologists Gli apologisti della tortura.

[111] Annotazione di mano di ObL del 15.8.2010, testo tradotto e riprodotto da T. Dowling in The Guardian, 12.5.2011, Osama bin Laden’s diary.

[112] A tre giorni di distanza dall’annuncio di Obama, Al-Qaeda conferma la morte di bin Laden Al Qaeda Confirms Bin Laden Death (New York Times, 6.5.2011, E. A.Harris): “sottolineiamo quanto sia prezioso, per noi e per tutti i mussulmani, il sangue – dice un comunicato firmato dal “Comando generale di al-Qaeda” – del santo sceicco guerriero Osama bin Laden , che Allah benedica il suo nome”. La sua morte “non sarà vana: noi resteremo, Allah volendo, una maledizione che continuerà a perseguitare gli americani e i loro agenti sia fuori che dentro i confini dei loro paesi…  Allah volendo, presto la loro felicità si tradurrà in angoscia e il loro sangue si mischierà alle loro lacrime”.

[113] New York Times, 6.5.2011, C. M. Blow, The Bin Laden’s Bounce Il rimbalzo bin Laden.

[114] Guardian, 5.2.2011, A. Brown, Osama bin Laden will go on living Osama bin Laden continuerà a vivere.

[115] Abbottabad prende il nome dall’ufficiale inglese Sir James Abbott che fondò nel’800 la città (120.000 abitanti) ed, in essa, dell’alta accademia di studi militari pakistana che, dalla morte del fondatore della nazione nel 1948, prende il nome di Quaid-e-Azam (—grande capo: il titolo popolarmente dato in Pakistan al primo presidente, Muhammad Ali Jinnah che la volle come nazione islamica separata dall’India subito dopo l’indipendenza dal Regno Unito. Si tratta, dunque, di una vera e propria cittadella militare, a pochi edifici di distanza dalla ridotta-fortino dove, ormai è assodato, per anni bin Laden era stato nascosto (Guardian, 2.5.2011, D. Walsh, Close to Islamabad, hideout was only streets away from Pakistan's Sandhurst Vicino a Islamabad, il nascondiglio era appena a poche strade dalla Sandhurst [l’accademia militare britannica] del Pakistan).

[116] New York Times, 5.5.2011, B. Carey, Celebrating a Death: Ugly, Maybe, but Only Human—.

[117] Reuters, 2.5.2011, M. Hosenball, U.S. team's mission was to kill bin Laden, not capture— La missione della squadra americane era di ammazzare, non di catturare, bin Laden (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/02/us-binladen-kill-idUSTRE7413H220110502/).  

[118] New York Times, 3.5.2011, M. Dowd, Cool Hand Barak Barack mano fredda.

[119] Stratfor, 27.4.2011, Afghanistan: Pakistani PM Urges Karzai To Cut U.S. Tie Afganistan: il PM pakistano preme su Karzai perché tagli i legami con gli USA (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110427-afghanistan-pakistani-pm-urges-karzai-cut-us-ties/).

[120] YouTube, 31.7.2010, USA funded Osama Bin Laden in 1989 to destabilize Pakistan— Gli USA finanziarono Osama bin Laden nel 1989 per destabilizzare il  Pakistan (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=sGcXOodyrcs/).

[121] Stratfor, 3.5.2011, Pakistan-Press Release: Leadership Had No Knowledge Of Bin Laden Operation Pakistan: a nessun livello la leadership aveva conoscenza dell’operazione contro bin Laden (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110503-pakistan-leadership-had-no-knowledge-bin-laden-operation-press-release/). 

[122] Stratfor, 3.5.2011, Pakistan: U.S. Unilateral Operation Concerning Pakistan: preoccupazioni per l’operazione unilaterale degli USA (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110503-pakistan-us-unilateral-operation-concerning-press-release/).

[123] Guardian, 2.5.11, J. Bone, Osama bin Laden dead: US strategy misconceived, says Hamid Karzai La morte di Osama bin Laden:  tutta la strategia americana si è dimostrata sbagliata.

[124] New York Times, 26.5.2011, U.S. Has Met With Aide to Taliban Leader, Officials Say Esponenti americani dicono che gli USA hanno incontrato emissari del capo dei talebani.  

[125] Pakistan Today, 5.5.2011, Pakistan warns against further raids against its territory Il Pakistan ammonisce chiunque tenti nuovi raid contro il suo territorio (cfr. http://www.pakistantoday.com.pk/).

[126] New York Times, 5.5.2011, J. Perlez, Pakistani Army Chief Warns U.S. on Another Raid— Il capo dell’esercito del Pakistan ammonisce gli USA di non azzardare un altro dei loro raid.

[127] Dati ufficiali del Congressional Reserve Service, a fine 2010: 2,735 miliardi di $, più l’annuncio di nuovi aiuti per altri 2 miliardi di $ (cfr. http://www.fas.org/sgp/crs/row/pakaid.pdf/).

[128] New York Times, 6.5.2011, (A.P.), US Drone Attack Kills 15 in Pakistan Tribal Area Aereo senza pilota americano ammazza altri 15 pakistani nelle regioni tribali.

[129] New York Times, 9.5.2011, J. Perlez, Leak of C.I.A. Officer’s Name Is Sign of Rift With Pakistan La soffiata del nome del capo della CIA [in Pakistan] un altro segno di divaricazione con l’America.

[130] Guardian, 2.5.11, S. Tisdall, Osama bin Laden’s death will haunt Pakistan La morte di Osama bin Laden continuerà a ossessionare il Pakistan.

[131] Wall Street Journal, 5.5.2011, P. Beckett, Pakistan credibility gap on bin Laden Il buco di credibilità del Pakistan su bin Laden (cfr. http://blogs.wsj.com/indiarealtime/2011/05/05/pakistans-credibility-gap-on-bin-laden/?KEYWORDS=in dia+pakistan/).

[132] Stratfor, 4.5.2011, Pakistan: Afghanistan Questions Nuclear Safety After Bin Laden Failure L’Afganistan solleva dubbi sulla sicurezza atomica del Pakistan dopo il buco di informazioni su bin Laden (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/2011 0504- pakistan-afghanistan-questions-nuclear-safety-after-bin-laden-failure/).

[133] Guardian, 9.5.2011, Osama bin Laden mission agreed in secret 10 years ago by US and Pakistan Sulla missione contro Osama bin Laden un accordo segreto tra USA e Pakistan era stato raggiunto dieci anni fa.

[134] New York Times, 13.5.2011, J. Perlez, Denying Links to Militants, Pakistan’s Spy Chief Denounces U.S. Before Parliament— Negando i legami denunciati coi militanti, il capo dello spionaggio pakistano denuncia gli USA davanti al parlamento.

[135] New York Times, 17.5.2011, S. Masood, Pakistan and NATO Forces Exchange Fire Scontro a fuoco tra forze della NATO e forze pakistane.

[136] Dunya News (Lahore), 19.5.2011, China to give Pakistan 50 JF-17 La Cina cederà al Pakistan 50 JF-17 (cfr. http:// www.dunyanews.tv/index.php?key=Q2F0SUQ9MiNOaWQ9MjYzNDA=/).

[137] The Express Tribune, 18.5.2011, Agenzia France Presse, Gilani arrives in Beijing: Bitten by US, Pakistan turns to China Gilani arriva a Pechino: azzannato dagli USA, il Pakistan si volta versola Cina (cfr. http://tribune.com.pk/story/1704 12/gilani-hails-china-ties-amid-strains-with-us/).

[138] Infowars.com, 23.5.2011, Wen to all: “Any Attack on Pakistan Would be Construed as an Attack on China”— [Il presidente] Wen a tutti: “Ogni aggressione al Pakistan sarebbe considerato come un attacco alla Cina” (cfr. http:// www.infowars.com/us-and-pakistan-near-open-war/).

[139] Press Trust of India, 20.5.2010, Expanding China-Pak axis worrying: Antony— L’asse americo-pakistano che si espande è preoccupante: dice l’indiano Antony (cfr. http://www.greaterkashmir.com/news/2011/May/21/expanding-china-pak-axis-worrying-antony-36.asp/).

[140] The News (Lahore), 19.5.2011, US refuses to assure it will not act unilaterally Gli USA rifiutano di assicurare che non agiranno più unilateralmente (cfr. http://thenews.jang.com.pk/NewsDetail.aspx?ID=15758/).

[141] Reuters, 26.5.2011, NATO 2014 Afghan pullout premature, but permanent US base dangerous: Russian envoyInviato russo: il ritiro nel 2014 dall’Afganistan è prematuro, ma una base americana permanente è pericolosa (cfr. http://www. reuters.com/article/2011/05/26/us-russia-afghanistan-idUSTRE74P64I20110526/).

[142] MSNBC.com, 31.5.2011, President Karzai says that alliance forces risk becoming seen as 'occupying force’— Il presidente Karzai dice che le forze alleate rischiano di essere considerate come una forza occupante (cfr. http://www.msnbc. msn.com/id/43221031/ns/world_news-south_and_central_asia/). 

[143] New York Times, 231.5.2011, Afghan president seeks to limit NATO airstrikes Il presidente afgano cerca di limitare i bombardamenti aerei della NATO.

[144] A settembre 2000, un anno prima delle Torri gemelle, il Progetto per un nuovo secolo americano, una Fondazione neo-cons impegnata a favore della candidatura di George Bush il piccolo, pubblicò un rapporto di 90 pagine col titolo di Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo americano.

    La lunga teorizzazione valeva a supportare e giustificare la tesi di fondo: come l’America, per svegliarsi contro il pericolo giapponese, ebbe bisogno di Pearl Harbor e del carico di rabbia che suscitò a fine 1941 nel pubblico americano, così oggi per far reagire l’America contro la minaccia islamica ci sarebbe bisogno – c’è bisogno – di una nuova Pearl Harbor, capace come allora di risvegliare l’ira e la voglia di fare la guerra di questa imbelle America di oggi… Detto… fatto!

    Purtroppo, concludeva, è un fatto che questo “necessario processo di trasformazione, anche se portasse a un cambiamento rivoluzionario, sarebbe probabilmente assai lungo— in assenza di una qualche catastrofe, di un evento catalizzatore: come sarebbe – appunto! – una nuova Pearl Harbor” (cfr. http://www.webcitation.org/5e3est5lT/).

[145] The Economist, 7.5.2011.

[146] The Economist, 21.5.2011.

[147] Guardian, 16.5.2011, G. Wearden, US hits $14.3tn debt ceiling Gli USA toccano il debito pubblico al tetto di 14.300 miliardi di $.

[148] 1) New York Times, 6.5.2011, C. Hauser, April Job Data Is Strong, but Some Doubt Trend Can Last I dati sull’occupazione di aprile vanno meglio, ma alcuni dubitano che la tendenza possa durare [in realtà, molti dubitano proprio che vadano tanto meglio]; 2) Bureau of Labor Statistics, BLS, 6.5.2011, #USDL-11-0622, Employment Situation Summary (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); 3) Mrzine, 6.5.2011, CEPR, D. Baker, Unemployment Edges Up to 9.0 Percent Despite Strong Job Growth La disoccupazione sale al 9% malgrado un forte crescita dell’occupazione (cfr. http://mrzine.monthlyreview.org/2011/baker060511.html/).

[149] New York Times, 6.5.2011, edit., One Hand Clapping Applausi a una sola mano.

[150] New York Times, 13.5.2011, C. Hauser, US Inflation Jumps as Gas and Food Prices Rise L’inflazione si impenna con l’aumento di prezzi di benzina e alimentari

[151] Vedi il sito del prof. Hsiao in cfr. http://www.hsph.harvard.edu/faculty/william-hsiao/.

[152] CBS, 26.5.2011, Wisconsin collective bargaining law struck down Cancellata la legge del Wisconsin contro la contrattazione collettiva (cfr. http://www.cbsnews.com/stories/2011/05/26/politics/main20066446.shtml/).

[153] The Wall Street Journal, 2.3.2011, B. Eichengreen, Why the Dollar’s Reign is near an End (cfr. http://online.wsj. com/article/SB10001424052748703313304576132170181013248.html/). Barry Eichengreen insegna economia e scienze politiche a Berkeley, università della California, è stato consulente del FMI fino grosso modo alla fine degli anni’90 e si è poi trasformato in un critico duro delle scelte dell’istituzione. 

[154] 1) Reuters, 18.5.2011, Yuan to someday play major role as reserve currency -Van Rompuy Lo yuan giocherà in futuro un ruolo importante come valuta di riserva, dice Van Rompuy (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/05/18/china-eu-idUKL4E7GI0J 720110518/); 2)  Stratfor, 18.5.2011, China’s yuan to be major reserve curency – European Council president Il presidente del Consiglio europeo afferma che lo yuan cinese diventerà una delle principali valute di riserva (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110518-china-yuan-will-become-major-reserve-currency-european-council-pre sident/).

[155] Middle East online, 3.5.2011, Palestinian factions sign unity deal in Cairo Al Cairo, le fazioni palestinesi firmano l’accordo unitario (cfr. http://www.middle-east-online.com/ENGLISH/?id=45919/).   

[156] New York Times, 19.5.2011, M. Bargouthi, Welcome Palestinian Unity Benvenuta l’unità palestinese.

[157] New York Times, 19.5.2011, D. Danon, Making the Land of Israel Whole—.

[158] Washington Post, 1.5.2011, J. Greenberg, Israel suspends tax transfers to Palestinians Israele sospende il trasferimento di tasse ai palestinesi (cfr. http://www.washingtonpost.com/world/israel-suspends-tax-transfers-to-palestinia ns-out-of-concern-money-would-go-to-hamas/2011/05/01/AFsTYFTF_story.html/).

[159] Stratfor, 3.5.2011, Palestinian Territories: U.S. Will Continue To Give Aid – Clinton Clinton dichiara che gli USA continueranno a fornire aiuti [ai palestinesi] (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110503-palestinian-territories-us-will-continue-give-aid-clinton/).

[160] New York Times, 5.5.2011, A. Cowell, Clinton Leaves Door Open After Palestinian Deal Clinton lascia aperta la porta [al dialogo coi palestinesi e, forse, con lo stesso Hamas] anche dopo l’accordo tra i palestinesi.

[161] The Economist,  21.5.2011.

[162] Los Angeles Times, 13.5.2011, P. Richter e P. Nicholas, U.S. Mideast enoy George Mitchell resigning L’inviato americano in Medioriente George Mitchell dà le dimissioni (cfr. http://articles.latimes.com/2011/may/13/world/la-fg-mideast-mitchell-20110514/).

[163] L’Express, 5.5.2011, C. Barbier, E. Mandonnet e C. Makarian, “Netanyahou doit prendre le risque de la paix”(cfr. http://www.lexpress.fr/actualite/monde/sarkozy-netanyahou-doit-prendre-le-risque-de-la-paix_989485.html/).

[164] EUbusiness, 4.5.2011, Israel calls for EU sanctions over Palestinian deal Israele chiede alla UE di instaurare sanzioni contro l’accordo palestinese (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/palestinian-unity.9s5/).

[165] ACop’sWatch, 6.5.2011, EU: Additional 85 Million Euros Approved For Palestinians— L’Unione europea approva lo stanziamento di 85 milioni di € extra per i palestinesi (cfr. http://acopswatch.blogspot.com/2011/05/what-going-on-in-world-today-110507.html/)

[166] 1) Tg1online, 11.5.2011, Berlusconi: no a riconoscimento unilaterale della Palestina (cfr. http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/ 2010/articoli/ContentItem-8bf9453c-85c6-4a58-b1f5-363e6432174a.html?refresh_ce/); 2)YNet (Tel Aviv), 12.5.2011, Berlusconi: No to unilateral PA bid No alla richiesta unilaterale della ANP (cfr. http://www.ynet.co.il/home/0,7340,L-4161,00.html/).

[167] New York Times, 19.5.2011, S.L. Myers e M. Landler, Obama Endorses 1967 Borders for Israel Obama sostiene i confini del 1967 per Israele (per il testo integrale del discorso, cfr. http://www.nytimes.com/2011/05/20 /world/middleeast/ 20prexy-text.html/).

[168] Qui si viene a sapere a fine maggio che i cecchini sauditi che hanno fatto centinaia di vittime in Bahrain sono stati professionalmente addestrati a far centro da militari britannici, su ordini specifici del governo di Sua Maestà: non il re del Bahrain, o dell’Arabia saudita, ma proprio la regina di Inghilterra (cfr. Guardian, 28.5.2011, J. Doward e P. Stewart, UK training Saudi forces used to crush Arab spring La Gran Bretagna ha addestrato le forze armate saudite a schiacciare la primavera araba). Nel caso dello Yemen, invece, con una divisione del lavoro esemplare, da sempre è noto che per Saleh, invece, l’addestramento era direttamente tenuto da anni dalle truppe americane che lì erano da anni di stanza.

[169] Testo integrale della Risoluzione del CdS del’ONU sulla Pace tra Israele e Palestina 22.11.2011 (cfr. http://www. gherush92.com/cd/pulsanti/FILE%20CATALOGATI/1967-11-22_UNSC_Risoluzione%20242.htm/).

[170] Shalom Akhshav, 20.5.2011, The Minister of Defense Approved 294 units— Il ministro della Difesa ha approvato 294 costruzioni (cfr. http://peacenow.org.il/eng/294unitsinBeitarIllit/).

[171] Haaretz, 20.5.2011, G. Levy, Obama demolished Palestinian chances for statehood— [Così] Obama ha distrutto le opportunità di un vero Stato palestinese (cfr. http://www.haaretz.com/print-edition/news/obama-demolished-palestinian-chances-for-statehood-1.362895/).

[172] Haaretz, 30.5.2011, J. Lys, Netanyahu: Israel cannot prevent UN recognition of Palestinian state Netanyahu: Israele non è in grado di prevenire il riconoscimento da parte dell’ONU di uno Stato palestinese (cfr. http://www.haaretz.com/ news/diplomacy-defense/netanyahu-israel-cannot-prevent-un-recognition-of-palestinian-state-1.364963/).

[173] New York Times, 8.5.2011, I. Kershner, Israeli Strike on Iran Would Be ‘Stupid,’ Ex-Spy Chief Says— Un attacco di Israele all’Iran sarebbe ‘stupido’, dice l’ex capo dello spionaggio israeliano.

[174] NocTechOil&GasNews, 11.5.2011, Iran’s gas to run to Europe through Iraq and Syria Il gas iraniano arriverà in Europa via Iraq e Siria (cfr. http://www.nogtec.com/headlines/irans-gas-to-run-to-europe-through-iraq-and-syria/).

[175] MEMRI, 2.5.2011, Following Ahmadinejad-Khamenei Rift, Khamenei Bolsters His Status as Iran’s Supreme Leader Dopo il conflitto Ahmadinejad-Khamenei, questi rafforza il suo status di Guida suprema in Iran (cfr. http://www.memri tv.org/report/en/5244.htm/).

[176] Khabar online, 3.5.2011, Ahmadinejad to be questioned by Majilis, says Khamenei’s representative at Qom Ahmadinejad sarà interrogato dal parlamento, dice il rappresentante di Khamenei (cfr. http://www.khabaronline.ir/news-147593.aspx/).

[177] Guardian, 6.5.2011, S. Kamali Dehghan, Iran’s supreme leader tells Ahmadinejad: accept minister or quit La Guida suprema ordina a Ahmadinejad: accetta il ministro o vattene.

[178] Khabar online, 3.5.2011, Ahmadinejad chairs Cabinet with Moslehi Ahmadinejad presiede una riunione di Gabinetto con Moslehi (cfr. http://www.khabaronline.ir/news-149557.aspx/).

[179] Chicago Tribune, 13.5.2011, Hard-line cleric issues veiled warning to Iranian president, embroiled in power struggle— Un religioso della fazione dura dà un avvertimento velato al presidente iraniano, coinvolto nelle lotte di potere [due annotazioni: il religioso in questione, Jannati era stato finora un sostenitore di Ahmadinejad… e l’avvertimento che manda non sembra affatto velato] (cfr. http://www.chicagotribune.com/news/nationworld/sns-ap-ml-iran,0,4650976.story/).

[180] News Feed Researcher, 15.5.2011, Three Iranian ministers removed amid president's plan to merge ministries Tre ministri iraniani rimossi all’interno del piano di accorpamento presidenziale dei ministeri (cfr. http://newsfeedresearcher.com/data/articles_w21/ahmadinejad-iran-iranian.html/).  

[181] MaanNews, 16.5.2011, Egypt poll leader calls to change policy toward Israel— Il candidato in testa nei sondaggi cambia politica nei confronti di Israele (cfr. http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=387988/).

[182] Salon.com, 25.5.2011, I. Barzak, Egypt permanently opens Gaza border crossing L’Egitto apre su base permanente il suo punto di confine con Gaza (cfr. http://www.salon.com/news/israel/index.html?story=/news/feature/2011/05/28/ml_ga za_border/).

[183] Business Standard, 6.5.2011, India to make rupee payment for Iran oil— L’India pagherà in rupie per il petrolio iraniano (cfr. http://www.business-standard.com/india/news/india-to-make-rupee-payment-for-iran-oil/133837/on/).

[184] Khabar online, 1.5.2011, Italian banks will return to Iran Le banche italiane torneranno in Iran (cfr. www.khabaronli ne.ir/news-136755.aspx/).

[185] New York Times, 3.5.2011, T. Shanker e E. Barry, U.S. and Romania Move on Missile Plan USA e Romania decidono sul loro piano missilistico.

[186] Cfr. in Nota63, sopra.

[187] Dipartimento di Stato, 18.5.2011, conferenza stampa del portavoce, M. C. Toner, cfr. http://www.state.gov/r/pa/prs/ dpb/2011/05/163719.htm #RUSSIA/).

[188] New York Times, 13.5.2011, Reuters, U.S. Would Slow Missile Shield Plan for Russian Help With Iran— In cambio di un aiuto russo con l’Iran, gli USA rallenterebbero il piano dello scudo antimissili.

[189] Agenzia Novosti, 20.5.2011, U.S. Missile System In Europe Could Be Real Threat To Russia; and Russia Will React

Appropriately Il sistema missilistico USA in Europa potrebbe essere una minaccia reale per la Russia; che reagirà (cfr. http://en.rian.ru/russia/20110520/164133194.html/ + http://en.rian.ru/world/20110527/164266500.html/).

[190] Reuters, 28.5.2011, Obama reaffirms U.S. security pledge to ally PolandObama riafferma gli impegni di sicurezza americani all’alleato polacco (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/05/28/us-poland-obama-idUSTRE 74Q5FW20110528/).

[191] Stratfor, 27.5.2011, Russia and the U.S.: the unexpected common ground La Russia e gli USA: un terreno d’intesa inaspettato [ma non su questo snodo, ovviamente: sull’Afganistan dove, però, la lettura di una disponibilità russa a dare una mano – ma nel senso in cui la vorrebbero gli americani – è, per lo meno, controversa— vedi qui, in Nota137 sopra]  (cfr. http://www.stratfor.com/geopolitical_diary/20110526-russia-and-us-unexpected-common-ground/).

[192] Forexlive, 9.5.2011, MNI, Clear Signs Germany Approaching Labor Shortage: Econ Minister— Il ministro dell’Economia: indicazioni chiare di una carenza di lavoro [specializzato] in Germania (cfr. http://www.forexlive.com/186001/ all/clear-signs-germany-approach ing-labor-shortage-econ-minister/).

[193] DESTATIS, 13.5.2011, National Accounts, Gross Domestic Product, price adjusted Conti nazionali, PIL, a costi destagionalizzati (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Navigation/Statistics/Volkswir tschaftl icheGesamt rechnungen/VolkswirtschaftlicheGesamtrechungen.psml/).

[194] The Economist, 14.5.2011.

[195] The Local, 30.5.2011, Germany to quit nuclear power by 2022 La Germania abbandonerà del tutto l’energia nucleare entro il 2022 (cfr. http://www.thelocal.de/politics/20110530-35337.html/).

[196] Frankfurter Allgemeine Zeitung, 27.5.2011, Krisen und Konflikte auf Distanz halten— A distanza da crisi e conflitti (cfr. http://www.faz.net/artikel/C30923/regierungserklaerung-krisen-und-konflikte-auf-distanz-halten-30387427. html/).

[197] RIA Novosti, 6.5.2011, Mistral talks stumble over ‘sensitive’ technology I negoziati sulla Mistral inciampano sulla questione della tecnologia ‘sensibile’ (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/20110506/163889344.html/).

[198] Interfax, 26.5.2011, Russian, French leaders agree to sign Mistral deal in 15 days I leaders di Russia e Francia d’accordo sulla firma dell’accordo Mistral entro due setttimane (cfr. http://www.interfax.com/newsinf.asp?id=246810/).

[199] Yahoo!News, 6.5.2011, D. Kemp, Scotland independence vote looms after SNP win Dopo la vittoria dell’SNP, il voto sull’indipendenza scozzese è sullo sfondo (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110506/wl_ uk_afp/britainpoliticsvotescot land_ 20110506124124/).

[200] The Economist, 14.5.2011.

[201] The Economist, 21.5.2011.

[202] BBC News Business, 24.5.2011, UK credit rating downgraded... by China— Il rating del credito britannico svalutato dalla…Cina (cfr. http://www.evri.com/media/article?title=UK's+credit+rating+is+downgraded...+ by+China&page=http://www.bbc.co.uk/news/business-13518747&referring_uri=/organization/dagong-0x59be 27& referring_title=Evri/).  

[203] Rischio calcolato, Finanza e Politica, 24.5.2011, Giudizi cinesi: la Cina abbassa il rating all’Inghilterra e la lascia in outlook negativo: attenzione è una cosa seria (cfr. http://www.rischiocalcolato.it/2011/05/giudizi-cinnesi-la-cina-abbassa-il-rating-allinghilterra-e-la-lascia-in-outlook-negativo-attenzione-e-una-cosa-seria.html/).

[204] Stratfor, 12.5.2011, Japan’s Economic Figures Show Earthquake Impact I dati economici del Giappone mostrano l’impatto del terremoto (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110511-japan-economic-figures-show-earthquake-impact/).  

[205] Stratfor, 25.5.2011, Japan’s Exports Fell 12.5% in April— Le esportazioni sono calate ad aprile del 12,5% (cfr. http:// www.stratfor.com/sitrep/20110524-japan-exports-fell-125-percent-april/).

[206] Yahoo!News, 19.5.2011, Reuters, R. Ishiguro e T. Kajimoto, Quake knocks back Tokyo Il terremoto ributta indietro Tokyo  (cfr. http://sg.news.yahoo.com/japan-economy-slumps-more-expected-first-quarter-001814015.html/).

[207] New York Times, 27.5.2011, Reuters, Fitch cuts Japan credit rating outlook to negative Fitch taglia le previsioni sul rating del credito nipponico a negative.

[208] Kyodo News, 27.5.2011, Japan, Russia agree to continue territorial talks in calm manner— Giappone e Russia concordano di continuare a discutere del loro contenzioso territoriale in un’atmosfera distesa (cfr. http://english.kyodonews.jp/ news/2011/05/93876.html/).  

[209] 1) MarketWatch, 7.5.2011, Nuclear plant owner rejects Japan shutdown request La  proprietà di un  reattore nucleare respinge la richiesta del governo giapponese di chiuderlo (cfr. http://www.marketwatch.com/story/nuclear-plant-owner-rejects-japan-shutdown-request-2011-05-07/); 2) New York Times, 9.5.2011, H. Tabuchi, Japan Nuclear Plant in Quake Zone to Close as Precaution Chiuderà per precauzione l’impianto nucleare che sorge in zona [altamente] sismica.

[210] Yomiuri Shinbun, 11.5.2011, T. Yamamoto e H. Nakamura, N-suspension worries makers La sospensione del nucleare preoccupa i fabbricanti (cfr. http://www.yomiuri.co.jp/dy/business/T110510005860.htm/).

[211] The Economist, 14.5.2011.

[212] The Economist, 28.5.2011.

[213] New York Times, 10.5.2011, M. Fackler, Japan Scraps Plan for New Nuclear Plants Il Giappone cancella il piano governativo di costruzione di nuovi impianti nucleari.

[214] New York Times, 25.5.2011, J. Kanter, Switzerland decides on nuclear phase-out La Svizzera decide di fuoruscire  dal nucleare.

[215] ITAR Tass, 24.5.2011, Medvedev to hold five working meetings with colleagues at G8 summit— Medvedev terrà cinque incongtri di alvoro con altrettanti colleghi al vertice del G-8 (cfr. http://www.itar-tass.com/c32/148996.pdf/).