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     06. Nota congiunturale - giugno 2010

      

  

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01.06.2010

Angelo Gennari

 

 


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

L’OCSE esamina, analizza e decreta che sui 30 paesi membri gli stipendi italiani sono al 23° posto[1]. Il dato, lo sappiamo tutti, è credibile in Italia anche per Marcegaglia anche se certo non per Sacconi. Ma, forse, ormai, solo per lui… E mentre, nella maggior parte dei paesi aderenti, la tassazione sul salario del lavoro dipendente nel 2009 è calata, per l’Italia non si è mossa di un ette.

Allegria! Per fortuna, adesso, il cavaliere assicura che la manovra di aggiustamento della  finanziaria, per 24 miliardi di €, anche se sarà dura non sarà “macelleria sociale”. Ringraziate il Cavaliere, ringraziate. E soprattutto alla sua parola credete, visto che retribuzioni e consumi in Italia sono già agli ultimi posti tra quelli dei paesi industriali. Certo, se foste forzitalioti o pidiellisti, e aveste mai creduto che da noi tutto andava bene, come ci è andata raccontando per mesi madama la marchesa da palazzo Chigi, prima che buon ultimo in Europa[2] annunciasse le sue misure di austerità come ci è andato raccontando madama la marchesa, il Cavaliere, oggi forse sareste un po’ delusi…

L’OCSE, intanto, in un altro suo documento, nel Rapporto semiannuale di valutazione della situazione economica e finanziaria (cui qui ci riferiamo piuttosto che al Rapporto annuale dell’ISTAT[3], riprendendosi un poco solo nel 2011 che non lo contrasta e che però riguarda per definizione solo l’Italia[4]) ci dice, per quanto riguarda il nostro paese, che

• Esso mantiene uno dei rapporti più squilibrati al mondo fra ricchezza accumulata (molto alta: e quindi patrimoni che sfuggono a ogni accertamento) e redditi (da dieci anni cresciamo pochissimo: non sarà solo per colpa sua, ma sono gli anni di governo quasi continuo del cavaliere…).

• E ha uno dei tassi più elevati d’Europa di evasione e elusione fiscale, con lavoro nero che è intorno al 15% ma che in alcuni settori va ben oltre il 30.

• La recessione, che è stata fra le più accentuate per perdita di produzione nel divario tra i picchi (dal massimo al minimo) è finita a metà del 2009; nel primo trimestre la crescita ha sfiorato il 2% ma nel resto dell’anno sarà più contenuta.

• La disoccupazione resta nei dati ufficiali comparabili a quelli degli altri alquanto minore, ma continuerò a crescere lentamente.

• La grande capacità produttiva inutilizzata continuerà a moderare l’inflazione dopo una ripresa dei prezzi (per l’aumento di quelli dell’energia) che però si pensa essere breve.

• Viene mantenuto il deficit di bilancio in linea con le revisioni, sostenendo il minimo di fiducia necessario a finanziare il servizio di un debito che sta andando rapidamente di nuovo oltre il 120% del PIL: “nel 2011, sarà perciò necessario perseguire una sostanziale stretta di bilancio, come dice di voler fare il governo, che esigerà un alto grado di restrizione alla spesa”.

• In sintesi, il PIL dovrebbe salire nel 2010 dell’1,1% e nel 2011 dell’1,5; la disoccupazione salirà rispettivamente dell’8,7 e dell’8,8%, il deficit/PIL vedrà lo stesso squilibrio del -5,2 nel 2010 che abbiamo avuto nel 2009 e recupererà un po’, ma  appena al -5%, nel 2011, e l’inflazione, dallo 0,8% dell’anno scorso salirà quest’anno all’1,2 ritornando all’1% nel 2011.

    

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il Rapporto di metà 2010 dell’OCSE[5] sullo stato dell’economia mondiale (di cui già qui, per quel che riguarda il capitolo Italia, alla Nota3) segnala un’accelerazione della ripresa nei paesi dell’OCSE ma la contemporanea instabile credibilità dei debiti sovrani di molti di loro con rischi crescenti anche per le economie in crescita dei paesi emergenti. Il PIL complessivo dovrebbe salire nel 2010 del 2,7% quest’anno e del 2,8 nel 2011: revisioni dai valori previsti in aumento più basso sei mesi prima.

La cosa più preoccupante del rapporto OCSE è la filosofia che sembra continuare a permearlo. Come fa notare il Nobel Paul Krugman, questa è “un’organizzazione estremamente cauta e quanto dice in un dato momento rappresenta sempre la saggezza convenzionale di quel dato momento. E quel che dice l’OCSE è che chi prende le decisioni politiche dovrebbe ora smetterla di promuovere la ripresa economica e cominciare, invece, a rialzare i tassi di interesse e a tagliare la spesa[6].

La predica del dolore, insomma, che per redimersi bisogna ricominciare a sentire sulla propria pelle: cioè, come è del tutto ovvio, quella dei più deboli, dei maggiormente indifesi. Insomma – appunto – conventional wisdom, la solita mania dell’incombere dell’inflazione che sta terrorizzando ancora una volta la BCE quando il pericolo vero all’orizzonte semmai è una deflazione alla giapponese[7].     

The O.E.C.D. is a deeply cautious organization; what it says at any given time virtually defines that moment’s conventional wisdom. And what the O.E.C.D. is saying right now is that policy makers should stop promoting economic recovery and instead begin raising interest rates and slashing spending.

Negli USA il PIL crescerà del 3,2 sia quest’anno che nel 2011. Nell’eurozona, la crescita è prevista all’1,2% nel 2010 e all’1,8 nel 2011. In Giappone, l’espansione registra il 3 previsto quest’anno e il 2, invece, in ribasso nel 2011.

Ripartono i flussi commerciali. Molto forte va la Cina come altri mercati emergenti e così aiuta anche a tirar fuori dalla recessione altre economie. Al contempo, però, cresce in quei mercati che tirano forte pericoli di surriscaldamento e inflazione: sarebbero utili misure di freno sia in Cina che in India.

L’altro rischio forte è quello dell’instabilità dei debiti sovrani su molti mercati che ha evidenziato il bisogno di rafforzare nell’area euro l’architettura istituzionale ed operativa. Ci vorranno misure decise per assicurare disciplina fiscale.

Questo – ha detto, presentando il Rapporto, il segretario generale dell’OCSE, Angel Gurria – è un tempo critico per l’economia mondiale. Gli sforzi internazionali coordinati sono riusciti a prevenire un peggioramento ancor più severo di una recessione grave ma continuano a sfidarci problemi seri. In molti dei nostri paesi c’è bisogno di conciliare un’azione che favorisca una ripresa economica fragile con un forte consolidamento fiscale. Ora più che mai c’è bisogno di mantenere una cooperazione lineare a livello internazionale”.  

La fuoruscita, gigantesca, di petrolio della BP (ne dovremo tornare a parlare anche nel capitolo sull’America, ma qui già dobbiamo accennare alle dimensioni globali del fatto) dalla piattaforma sottomarina nel Golfo del Messico, quella che sarà probabilmente la maggiore catastrofe ecologica negli oceani, peggio di quella del ’91 della Exxon-Valdez, ha avuto l’effetto di depressione previsto sul prezzo del greggio che il 20 maggio a New York ha toccato i 64,24 $ al barile il livello più basso dal luglio 2009 e, sui futures di luglio, è caduto in una sola seduta di ben 5 $[8].

La cosa curiosa (o, forse no: per niente…) è che, mentre l’America si riscalda a inseguire e cercar di spugnare il greggio che inquina il Golfo e ne minaccia, ancora una volta, le coste, mentre viene “convinto” a dimettersi, forse in attesa addirittura di un processo penale e di inchiesta civile, chi a capo dell’agenzia federale che avrebbe dovuto controllare non ha controllato per niente (ma lui dice che erano queste le disposizioni del governo)…

… il presidente Obama si decide molto tardi a chiamare “delinquenti” e “mascalzoni”, come doveva fare, quanti per far soldi avvelenano un continente. Il fatto, sempre più evidente, è che lui ha grandi difficoltà proprio per natura sua a mostrare in pubblico un’inc****atura del livello di quella montante della pubblica opinione. E, per questo, viene ora duramente criticato come un pesce troppo freddo dalla sua parte di opinione pubblica: per quasi cinque settimane è sembrato considerare il disastro quasi come una distrazione… e a fine maggio ancora non ha esautorato d’autorità la BP: come anche i più accaniti difensori della sacertà della privata proprietà sembrano esigere.

Parla, ora, anche di imporre una moratoria a nuove trivellazioni – senza fermare, però, quelle già in atto… – ma solo dopo lo scandalo che scoppia quando si apprende che Malgrado la moratoria, i progetti di nuove trivellazioni continuano a andare avanti[9]*.

Obama prima taceva, di fatto cioè acconsentiva: tale è l’onnipotenza di BP, Shell, Exxon, ecc. Lo riconosce lui stesso, poi, in conferenza stampa, di aver creduto da perfetto prototipo di ingenuità un po’ pelosa alle assicurazioni verbali che gli venivano date dalle compagnie, di non aver messo alla frusta e a verifica tutto perché “il suo sbaglio è stato quello di credere che le compagnie petrolifere si decidessero ad agire insieme almeno quando scoppiava un’emergenza come questa, straordinaria[10]. Insomma di fidarsi, da James Stewart dell’America di La vita è meravigliosa, dei predatori del petrolio come se fossero tanti piccoli lord Flaunteroy…

Così ora, ma solo ora, decide di congelare[11] tutti i permessi di trivellazione dati finora, specie per le aree artiche. Ma si tratta della stessa spinta che su lui premeva chiedendogli di lasciar tirare fuori il greggio sottomarino per tener basso il prezzo della benzina aumentando l’indipendenza petrolifera del paese…, anche se poi in realtà perfino a regime pieno di produzione l’offerta sarebbe stata comunque assai limitata…

La BP, padrona della piattaforma in questione, del resto ha subito dato il via alla produzione in serie di menzogne con cui coprire il suo agire. Un suo documento interno del 27 aprile, adesso venuto alla luce, svela che la compagnia sapeva da allora che il pozzo stava perdendo greggio nel fondo marino al ritmo di 14.000 barili al giorno, non dei 2.000, al massimo 5.000, che aveva riconosciuto[12].

Con molto ritardo, quindi, ha cominciato sul serio a cercare modi e maniere per tappare la falla— e già il fatto che non fossero pronti subito a farlo è indicativo: tra tentativi ed errori, a fine maggio, il capo della Guardia costiera americana amm. Thad W. Allen, che supervisiona ma non guida gli interventi d’emergenza, dice che la BP sembra aver finalmente trovato il modo di mettere un tappo al flusso, nella speranza che non sia solo un rimedio temporaneo[13]

Se poi non fosse così… bè, pare che il segretario all’Energia Steven Chu, Nobel per la fisica del ’97, e la BP stiano “studiando” la possibilità di sigillare il pozzo di greggio in eruzione facendogli esplodere sopra, a contatto, una boma atomica da qualche decina di chilotoni. Dicono che sia già avvenuto almeno una volta nell’ex Unione Sovietica e che anche un’esplosione atomica sottomarina rappresenterebbe, a tale profondità, un pericolo ecologico assai minore della perdita di greggio… se non fosse subito e definitivamente fermata[14].

E, poi, e in fondo, bisognerebbe anche avere ogni tanto la memoria, e l’informazione, necessaria per ricordare che questa perdita di petrolio in mare non è certo la prima dopo quella della Exxon-Valdez. A contraddistinguerla dagli altri eventi, dai milioni e milioni di barili di greggio eruttati, usciti o buttati in mare ogni anno e ai quali mai fa caso nessuno e che nessuno mai si è preoccupato di ripulire, è che stavolta l’evento avviene proprio sulle coste degli Stati Uniti[15].

Non dell’Indonesia o della Nigeria. E si calcolano finora a più di 2.000 fuoruscite importanti di greggio nel delta del Niger, in Colombia, Ecuador, nelle Amazzoni peruviane, nei pozzi e nei fiumi di Venezuela, Angola, Ciad, Gabon, Guinea equatoriale, Uganda e Sudan, aree tutte largamente inquinate per le quali da anni sono state instaurate cause per danni di decine e decine di miliardi di $ contro BP, Shell, Chevron, Texaco, ecc. e per le quali, che difficilmente verranno vinte visto che i fori cui, per contratto, si è obbligati a ricorrere sono quelli di Londra o New York... a parte i danni fatti, per così dire, da tanti enti nazionali che sfruttano localmente il petrolio.

Insomma, solo per la debolezza di tutti questi paesi rispetto alla forza con cui sulle compagnie premono – o forse sembrano premere – Congresso americano e Casa Bianca, oggi il costo del barile di petrolio è a 80 $ invece che già, permanentemente, a 200… Ma non è che andrà sempre, necessariamente, così.

Alla conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, alle Nazioni Unite, a New York, Obama ha deciso di far rivelare a sorpresa quello che già ufficiosamente gli esperti e, in particolare, tutti i potenziali avversari degli Stati Uniti d’America sapevano: la dimensione, cioè, del loro magazzino di armamenti atomici, che a fine settembre 2009, ammontava a 5.113 testate nucleari (erano, a fine 1967, al massimo di 31.255 e, ancora, alla caduta del muro di Berlino a 22.217: ne sono tenute da parte per ora 4.600, destinate allo smantellamento ma non ancora distrutte)[16].

Ora i numeri ufficiali confermano, praticamente alla singola unità, il calcolo avanzato dalla Federazione degli Scienziati americani sul suo blog[17].

E’ stato un buon inizio per la riunione, a dimostrazione visibile anche se forse, come si vede, superflua di un impegno alla trasparenza da tempo annunciato ma mai rispettato dal governo americano. Però fatto rispettare, nei fatti, da alcune associazioni “private” , come si vede di assoluto prestigio, che altrove (in Russia, certo, in Cina; ma anche in Italia, guardate) mai potrebbero esistere.

La mossa è anche servita a sottrarre qualche forza all’impatto che sulla conferenza ha avuto subito, al primo giorno, l’intervento del presidente iraniano Ahmadinejad, durante il quale una decina di delegati occidentali hanno – alla spicciolata – abbandonata la sala. Ma accolto dalla grande maggioranza che restava con una nutrita serie di applausi in corso di svolgimento e alla fine[18].

Un discorso duro, veemente e, dato il personaggio, spesso sopra le righe ma anche ragionato e ragionevole, centrato sul tema dei due pesi e delle due misure che tutti – compresi quelli che abbandonavano – sapevano essere vero (noi no… e, secondo Obama, tutti gli altri sì?) e sull’appello, irruento ma coerente, a tutti – tutti senza eccezioni – a trasformare in realtà il sogno di Obama: un mondo senza armi nucleari… Solo così, garantisce, ci si potrà arrivare: non cominciando da chi armi atomiche non le ha, ma da chi le ha e cancellandole.

E tutti – tutti, anche i più ostili – sanno che nel merito Ahmadinejad dice il vero. Lo segue, subito dopo – e la cosa si fa preoccupante per gli USA anche sul fronte del tentativo che, in parallelo, perseguono di far passare nuove sanzioni proprio contro l’Iran – il ministro degli Esteri del Brasile, Celso Luis Nunes Amorim: e il Brasile è membro, di peso anche se pro-tempore, del Consiglio di Sicurezza dove le sanzioni saranno discusse, approvate, annacquate o bocciate.

Un nuovo sviluppo in materia sembra profilarsi, in effetti, proprio da un’iniziativa brasiliana (e poi, congiunta, di Brasile e Turchia) sullo scambio di uranio iraniano da arricchire all’estero, una variazione della proposta originale della AIEA respinta un anno fa da Teheran perché che lo scambio tra il suo uranio e quello che gli dovevano riconsegnare arricchito non sarebbe stato contestuale e non sarebbe avvenuto sul suo territorio. Il fatto è che – da parte iraniana con molti buoni motivi: la storia di questi ultimi cent’anni di rapporti tra potenze occidentali e Teheran, francesi, inglesi, americani…;  da parte americana e dei suoi alleati, reali o contingenti, con molti plausibili sospetti visto nessuno si fida davvero di nessuno.

L’iniziativa di Lula e di Erdogan, viene accolta con qualche richiesta di chiarimento sui dettagli, ma con favore, da Ahmadinejad; con riserve e evidente ostilità da Washington—Clinton arriva addirittura a preannunciare, un giorno prima della firma a Teheran, che l’accordo non si farà…; con  manifesto, ma in qualche modo riservato, interesse (“una potenziale via d’uscita dallo stallo attuale”)[19] per i russi da Medvedev..   

Anche per questo, forse, dopo qualche giorno, l’ambasciatrice USA all’ONU, Susan Rice, si affretta a correggere qualche po’ il tiro: il lavoro del P-5 + 1 (il quintetto dei membri permanenti del CdS più la Germania) che è stato “eccellente” e ha portato – dice a se stessa – “buoni progressi” ed è stato utilmente “completato” – dice – dall’iniziativa del presidente brasiliano[20].

L’Amministrazione statunitense non sembra più tanto irritata, come in un primo momento,con brasiliani e turchi – quasi che Lula e Erdogan le stessero sfilando di mano il giocattolo – quanto con gli iraniani che, coglierebbero al volo il pretesto per sfuggire alla morsa. Quando invece devono tener conto, se sono furbi – questo è il ragionamento di Rice, consigliera ed amica personale di Obama – che dell’ultima occasione, probabilmente, si tratta per evitare la stretta delle sanzioni. Di quali sanzioni non viene detto, però…

Adesso, in effetti, ma solo in linea di principio, il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha espresso la volontà di accettare la proposta di Brasile e Turchia sullo scambio. Consiste nell’impegno dell’Iran a inviare 1.200 kg. del suo uranio a basso arricchimento in Turchia entro un mese ricevendone in cambio tra un anno 120 kg. di combustibile arricchito al 20%, in misura tale cioè da far funzionare gli apparati di ricerca iraniani ma non di essere usato per fini militari. L’Iran non si impegna però, come gli chiedevano gli USA, a rinunciare del tutto ad arricchire per suo conto fino a quel fatidico 20% la parte restante del suo uranio.

L’accordo, adesso, diventerà esecutivo se AIEA, Russia, Francia e Stati Uniti daranno anch’essi il loro assenso all’accordo e se la Turchia si impegna, come ha già fatto, a restituire la tonnellata e più di uranio persiano ricevuto in deposito se per qualsiasi ragione poi la cosa non andasse a buon fine. La sera di domenica 16 maggio, comunque, dopo poco più di mezza giornata di negoziato serrato a tre (per la Turchia c’era, dopo una visita lampo di Erdogan stesso, il ministro degli Esteri), questi – Ahmet Davutoglu – annuncia che l’accordo è stato raggiunto[21].

Non sarà quello che avrebbe voluto la Clinton – il sissignore che lei chiedeva – ma a Iran (Ahmadinejad e Mottaki, ministro degli Esteri), Brasile (Lula e Amorim) e Turchia (Erdogan, tornato per la firma, e Davutoglu[22]) va bene e contano così, con molte buone ragioni, di aver disinnescato in sostanza la bomba americana della minaccia delle sanzioni. Adesso, bisognerà vedere se agli altri, scavalcati dal duetto turco-brasiliano così basterà … Ma di sicuro l’accordo complica maledettamente la vita, cioè la possibilità stessa, probabilmente, di far passare le sanzioni che l’America vuole.

Proprio Ahmadinejad aveva preannunciato qualche giorno prima, e lui ne aveva riferito in una telefonata col presidente venezuelano Hugo Chávez, che l’accordo era ormai praticamente raggiunto. Convinto, stavolta, anche dallo stesso Medvedev pare che aveva messo chiaramente in guardia l’Iran: attenzione, non è solo l’America a preoccuparsi per il potenziale destabilizzante, come si direbbe oggettivamente, che l’arma nucleare in mano all’Iran avrebbe nella regione tutta[23]… In ogni caso, l’Iran stesso ha bisogno a questo punto di stemperare almeno un po’ la tensione.

Insomma, se alla fine della fiera anche in questa occasione le sanzioni non saranno certo davvero “azzoppanti” come, senza un minimo di savoir faire o di finezza diplomatica, se volete, aveva annunciato avventatamente di volerle la signora Clinton[24] – per ragioni diverse Cina e Russia, ma anche Brasile e Turchia e qualcun altro in CdS, avrebbero avuto comunque difficoltà grosse a votare proprio secondo i desiderata statunitensi – stavolta se non avesse trovato l’accordo sarebbe stato, comunque, più difficile a Teheran uscirne indenne.

Adesso deve ancora mostrare di accettare davvero in buona fede e senza riserve la proposta brasiliano-turca che riconosce non solo verbalmente all’Iran il diritto alla sua ricerca e a una sua produzione di energia nucleare. Ma i 2 (Turchia e Brasile), hanno efficacemente marginalizzato e scalzato il lavoro dei P-5 + 1, riuscendo a ottenere quanto esso aveva bloccato con un atteggiamento di intransigenza ferrigna. Prima dei colloqui Lula aveva osservato che nessuno dei massimi responsabili politici dei 5 + 1 aveva mai parlato direttamente coi massimi responsabili politici dell’Iran. E che di un assurdo politico e diplomatico si trattava.

Di fronte alle resistenze e alle critiche “sorde e maligne”, le chiama così, che da diverse parti si levano contro l’accordo, due o tre giorni dopo la firma Lula sbotta e, a sua volta, critica invece apertamente la “fissazione – el capricho – delle  sanzioni” che si vogliono mantenere anche dopo l’accordo sullo scambio cui l’Iran ha aderito. A una manifestazione a Brasilia ha chiesto, invece, alla “comunità internazionale” di aprire con l’Iran un vero e proprio dialogo in maniera appropriata: tenendo conto delle sensibilità e de diritti di tutti gli interlocutori e non solo dei propri. Dopotutto, sono bastate diciotto ore di un vero negoziato per portare a casa, rileva, quello che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva chiesto, ma nel modo sbagliato, sei mesi fa[25].

Il fatto è che se i brasiliani, con l’assist dei turchi, riuscissero a sfilare il pallone dai piedi dell’America con una finta di quelle con cui tenteranno di irretirli e di cui sono maestri ai mondiali di calcio sudafricani del prossimo mese, l’America darà in terra – e con lei Israele – una grossa sederata diplomatica, estremamente frustrante.

Questa, in effetti, sembra la sola preoccupazione che abbia l’America, a stare almeno a quanto scrive il solito NYT[26]*, interpretandone bene, se li conosciamo bene come crediamo, un sentire abbastanza comune e non solo tra la gente ma al governo: preoccupato molto più per vedersi, come si diceva, strappare di mano il giocattolo delle sanzioni – la prova della propria onnipotente impotenza – che contento di vedere l’Iran ricondotto, comunque, soprattutto per iniziativa di chi non controlla a un qualche ragionare comune. Scrive preoccupatissimo il quotidiano di New York che “l’accordo firmato lunedì tra Iran, Brasile e Turchia potrebbe minare gli sforzi per imporre all’Iran nuove sanzioni in sede di Nazioni Unite”.

Più realista del re come al solito, quel misirizzi del ministro degli Esteri francesi, l’umanitarista del piffero Kouchner, sconsiderato come tutti i virgulti radicali sdirazzati e passati alla destra – prima di essere, magari, battuto sul tempo dall’altro valletto ministro degli Esteri inglese appena arrivato, Will Hague – , si affretta subito a dire che l’accordo non cambia niente, nel merito, e che le sanzioni vanno perciò rafforzate[27]. Il suo presidente, Nicolas Sarkozy, con una coincidenza strana per non apparire voluta, dice dopo poche ore che, invece, lui accoglie “con favore[28] l’iniziativa (e chi conta non è certo Kouchner) anche se bisogna, naturalmente, attendere ancora chiarimenti e dettagli.

Washington annuncia, dopo solo un giorno e per non lasciar concentrare i media su Iran, Brasile e Turchia, di aver trovato con gli altri del P-5 + 1, l’accordo su una bozza di risoluzione pro sanzioni, ma Clinton, che lo dice personalmente alla stampa americana, si guarda bene dal dire quali sanzioni[29]… E il ministero degli Esteri russo chiarisce[30], dopo neanche mezz’ora, che Washington, mentre ha ovviamente il diritto di fare “unilateralmente” qualsiasi dichiarazione essa voglia su qualsivoglia argomento, la fa per suo conto ed essa “non riflette necessariamente l’oggettività delle cose”…

E fa tornare, poco dopo, sul punto il suo ambasciatore all’ONU, Vitaly Churkin, precisando che la risoluzione, anche nel testo proposto dagli USA, non contiene proprio nessuna delle “sanzioni paralizzanti” minacciate dalla Clinton ed è ancora in discussione. Soprattutto, ci tiene a precisare, non contiene alcun divieto all’Iran di importare armi che non siano specificamente legate a un programma nucleare perché “come qualsiasi altro paese sovrano, l’Iran ha diritto pieno all’autodifesa[31]

Ed è noto che tra i sistemi difensivi che la Russia intende mantenere il diritto di cedere a Teheran, dietro lauto pagamento, ci sono i missili antiaerei S-300 che Israele vorrebbe invece bloccare (se attacca, si capisce, potrebbero davvero far male ai suoi cacciabombardieri) e per evitare la consegna dei quali gli USA avevano detto a Tel Aviv, senza poterlo garantire a meno di qualche scambio di valore strategico con i russi, che le sanzioni sarebbero servite.

Lo ribadisce, a Mosca,  il presidente della Commissione Esteri del Senato Mickhail Margelov: le sanzioni in discussione non riguarderanno, in ogni caso, i contratti russi con l’Iran, compreso proprio e anzitutto quello relativo agli S-300[32].

Del resto a chiarire ancor meglio la ciarlatanata che rappresenta questa vicenda, tra tragedia e commedia, il giorno dopo Sergei Kiriyenko, che presiede la Rosatom, l’ente di Stato per l’energia nucleare, dice debitamente autorizzato che l’a lungo ritardata consegna “chiavi in mano” del reattore di Bushehr all’Iran sta per avvenire e che comincerà a produrre energia nucleare “come previsto” ad agosto[33].  

E, alla fine, gli americani stessi sono costretti ad ammettere – lo fanno a denti stretti[34] – che l’accordo russo-iraniano non è compreso tra le esportazioni vietate dalla bozza di risoluzione che hanno presentato al CdS e che anzi le imprese in questione, la Rosoboronexport e l’Istituto avionico di Mosca, sono espressamente “esentate” dalla risoluzione, che si limita a chiedere agli esportatori “vigilanza e misura”… Del resto o così o niente, no?

Il portavoce del Dipartimento di Stato, Philip Crowley, si affretta poi a precisare che ci vorranno, probabilmente, “settimane”, ancora, per arrivare a un voto in CdS, e che rispetto al testo che la Clinton diceva già concordato bisogna aspettarsi, comunque, ancora altre “varianti[35]…, svelando così gli altarini clintonian-furbeschi un po’ troppo trasparenti e, a questo punto, forse anche controproducenti…

Infine, viene fuori che, in realtà, tutti stanno giocando con tutti: gli USA fanno pressing sugli altri per strappare subito le sanzioni, le più dure possibili; Russia e Cina hanno già detto sì a una riedizione di quella già varate altre volte, non riescono più a rimandare molto in là la discussione, sono imbarazzate di scavalcare adesso l’iniziativa di Brasile e Turchia ma restano sempre decise a tenere le misure da votare in Consiglio sostanzialmente sdentate, incapaci di mordere perché è sul fondo che sanno di contraddirsi rispetto alla lettera ed allo spirito del Trattato di non proliferazione.

Dice adesso, alla fine, il ministero degli Esteri russo, di “confermare l’intesa di principio raggiunta tra i P5 + 1 su una bozza di testo di risoluzione”. Lavrov e Clinton hanno adesso “discusso”, dice il ministero, dell’impatto che potrà avere sul testo l’accordo negoziato da Brasile e Turchia che “il governo russo”, per parte sua, dice dovrà essere “analizzato ora in dettaglio[36].

E, in effetti, adesso la bozza di risoluzione avrà bisogno di essere proposta al vaglio di tutti i membri del Consiglio di sicurezza: Libano, cui tocca anche presiedere la seduta, Brasile e Turchia; più, in questa sessione Austria, Bosnia-Erzegovina, Gabon, Giappone, Messico, Nigeria, Uganda; + i cinque membri permanenti, USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia: tutti, si capisce per diritto divino, potenze nucleari essi stessi…, che sicuramente la emenderanno, dopo che sarà stata ancora emendata, probabilmente alla prossima riunione dei P5 + 1 cui hanno chiesto di partecipare ora anche Brasile e Turchia.

Di fatto, la bozza attuale – a metà maggio – della risoluzione sulle sanzioni si segnala per tutto quello che non c’è, che non può esserci vista la contraddizione di fondo che è poi alla base della dissonanza – al di là dell’unità di facciata – tra chi è chiamato a votarla: la condizione necessaria, bisogna vedere se sufficiente per avere un voto a favore delle sanzioni stesse (nove sì e  nessun no – è il diritto di veto – da parte di uno dei cinque membri permanenti del CdS).

Di fatto, dicevamo e citiamo dalla sintesi secca di un osservatore assai preciso[37],

“• gli Stati Uniti non sono riusciti a imporre nessun tipo di embargo petrolifero;

né restrizioni agli investimenti stranieri nell’industria energetica (dove Cina e Russia sono forti partner dell’Iran);

resta la possibilità di vendere a Teheran armi leggere [o, più esattamente, armi di difesa: anche pesanti];

e le navi mercantili iraniane possono essere intercettate se si sospetta che trasportino materiale nucleare

ma non c’è l’autorizzazione di salire a bordo alle marine militari degli altri paesi”.

Assordante – e si nota uelo che didce non rflete necessariamente l’oggetibvità dklel ckose… Ah!in questo mare di cacofonie discordanti – il silenzio della baronessa Ashton, la ministra degli Esteri della UE (ma la poveretta ha la scusa che dovrebbe mettere d’accordo 27 paesi prima di pronunciarsi non avendo il coraggio di farlo assumendosene la responsabilità, si capisce); poi, dopo una settimana di silenzio impressionante, trova il modo di dire utilmente che l’Iran, dal quale sono arrivate indicazioni concrete di voler sottoporre comunque alla AIEA l’accordo stipulato con Brasilia e Ankara, ha anche detto all’Unione europea della propria disponibilità ad incontrare chiunque per chiarimenti[38].

In effetti, solo due giorni dopo, l’AIEA conferma di aver ricevuto dai rappresentanti permanenti di Iran, Brasile e Turchia la comunicazione dell’accordo raggiunto con Brasilia e Ankara per trasferire il suo uranio e riceverlo, arricchito al 20%, dopo un anno.

Assordante anche il silenzio del ministro degli Esteri italiano, il silente per quanto petulante Frattini, che d’accordo dovrebbe al contrario di Ashton dovrebbe mettere soltanto Larussa, Berlusconi e Bossi… Succede, però, alla fine che Berlusconi, chiamato da una domanda precisa alla conferenza stampa dell’incontro bilaterale a Roma col presidente egiziano Mubarak, risponde, guarda un po’, che in sé l’accordo di Teheran è cosa buona solo che adesso bisogna stare attenti – come hanno detto gli americani che ha il buon senso, almeno, di non citare – a verificare “che non sia un trucco” .

Poi gli viene, forse, in mente di aver straparlato anche stavolta perché i firmatari del “trucco” sono dopotutto in tre, anche i suoi amici Erdogan e Lula. E, allora, aggiunge con qualche evidente imbarazzo di come il trucco “sia stato promosso dallo stesso Iran”. Nel quale, così, quei fresconi dei suoi amici sarebbero cascati come poveri allocchi[39]. Insomma, pezo el tacon del buso, come si dice a Nord…

C’è il fatto, anche, che Washington si va allarmando non poco per le indicazioni che ha, di buona fonte, che il presidente brasiliano sta utilizzando i suoi colloqui con l’Iran per far fronte, anche se non proprio per contrastare, con le sue priorità l’agenda degli americani e difendere l’emergere netto del Brasile fuori della tutela del Grande Fratello come attore rilevante per conto proprio sul proscenio internazionale[40]. Anche, forse, ci sono tutte le indicazioni lì a dirlo, perché il Brasile come la Turchia stessa e, in fondo, come l’Iran ambisce a costruirsi i suoi reattori nucleari per produrre energia.

Con la Turchia, una volta, il Brasile era tra i paesi considerati automatici e scontati sostenitori di Washington ma ormai loro – certo, non l’Italia – stanno cominciando a marciare per proprio conto. Hanno visto con grande preoccupazione lo scatenarsi dell’unilateralismo americano che con Bush ha destabilizzato mezzo mondo proprio nelle loro regioni, in Medioriente e in America latina e, con Obama, malgrado intenzioni e proclami non riesce a sconfiggere i tanti vedovi della guerra fredda e della pace calda che è seguita alla caduta del muro.

E hanno deciso di provare così a disinnescare, come possono e meglio che possono, i conflitti internazionali aperti che più li interessano e che non si fidano più di lasciar curare da sola all’America. Sanno di irritarla molto così, e certo rischiano, perché nei cervelli dell’establishment a Washington non sembra concepibile lasciare che Iran, Brasile e Turchia minaccino impunemente la pace mondiale soffocando sul nascere la prossima “guerra buona” (buona come quella – Obama lo dice da sempre – in Afganistan; essendo cattiva quella in Iraq, si capisce: che comunque, ancora va avanti). Dell’unica proliferazione nucleare che oggi esiste ed è certa in Medioriente, quella delle bombe e dei missili sanno tutti di chi, zitti e mosca : nessuno che osi fiatare…

Lo sanno, Brasile e Turchia, che corrono il rischio di far saltare i nervi a chi puote… Ma considerano maggiore il pericolo di lasciar muovere il pachiderma da solo, alla cieca nel mondo. Poi, adesso, come membri non permanenti del Consiglio di sicurezza sentono anche di avere una qualche autorevolezza particolare proprio sul dossier Iran.

Insomma, cercano – nel modo possibile oggi – di costituirsi in quella specie di forza globale del compromesso e del dialogo che il movimento dei non allineati invano tentò di essere, senza riuscirci perché era un corpaccione troppo forte e troppo disomogeneo, negli anni ’70, schiacciato dai colossi della guerra fredda ognuno sicuro del proprio totalitario ed unico diritto a dominare il mondo.

Non è più così. Oggi “il tentativo simbolicamente significativo di Brasile e Turchia (gli unici paesi che hanno osato: gli altri stanno tutti a guardare— come don Abbondio, del resto, uno se il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare…) di agire diversamente, e le divisioni che la diatriba conseguente ha esposto agli occhi del mondo, suggeriscono come la tradizionale architettura della sicurezza internazionale già così traballante, mantenuta ed imposta da alcuni, pochi paesi autodesignatisi a poliziotti del mondo, non possa più reggere a lungo. Il potere sta già  scivolando via dalle mani dell’occidente. Ed è un movimento che si può sentire quasi fisicamente[41].

E quel che forse è importante non è neanche che alla fine il tentativo di ridurre a più “normali” considerazioni e comportamenti l’Iran abbia successo. In fondo, non hanno avuto successo gli Stati Uniti e, insieme, hanno fallito anche tutte le grandi potenze. Quel che davvero conta è il simbolo in sé: due membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza – che tra un anno non saranno neanche più lì – e che sfidano gli attori principali sula scena internazionale. Dove chi ha più da perdere sono gli Stati Uniti e i loro alleati europei: non l’Unione europea come tale che, poi, lì non ci sta…

Per dirla come scrive, in proposito, un economista e politico americano di vaglia su un grande quotidiano brasiliano quel che si impone, ormai, è niente di meno di un vero e proprio “nuovo ordine mondiale[42], in grado di rimpiazzare questo, disfunzionale, che oggi tenta malamente di governarci e non ne è più, palesemente, capace…

Poi, certo, ci sarà da vedere con cosa sarà rimpiazzato, se sarà rimpiazzabile. E se sarà meglio. O peggio… Ricordandoci sempre, noi che ne siamo figli e signori, che quel potere – quella cultura di una civiltà da far vincere ed esportare, magari a scala ridotta ma con ogni mezzo, contro e sopra le altre, inferiori – qualche problema lo presenta anche a noi. Si dice che Gandhi avesse marchiata una volta per sempre, rispondendo forse apocrifamente però alla domanda, su quel che pensava della società occidentale:  “certo – disse – sarebbe una bellissima idea”. Se ci fosse davvero…

In ogni caso, l’impressione forte è che a Mosca, a Pechino e ormai – avendo Obama dilapidato gran parte della speranza che aveva alimentato un anno e qualche mese fa quando arrivò alla Casa Bianca – in molti altri posti ormai  vale, nei confronti di Washington, quello che scriveva venticinque, ventisei secoli fa Sun Tzu nell’Arte della guerra: “Se il vostro nemico sta facendo uno sbaglio, non intervenite, consentitegli di continuare”. Liberamente…

Intanto, dopo l’accordo e a caldo, Medvedev ha parlato con Lula e affermando – ma, naturalmente, lo fanno anche gli USA – di apprezzare il lavoro di mediazione fatto con l’Iran da lui e da Erdogan, ha sottoscritto col presidente brasiliano una dichiarazione congiunta per ribadire che ora spetta far proprio quel lavoro di mediazione al P-5 + 1. Ma che c’è anche bisogno di capir bene cosa intende l’Iran quando ribadisce il suo diritto ad arricchirsi l’uranio anche per conto suo… e che al mondo ci potrebbe anche essere chi all’Iran chiederà ancora chiarimenti[43].

Lula si dichiara d’accordo, ma fa anche notare che il diritto a darsi da soli l’energia nucleare non può essere solo dell’America, della Russia e di chi vogliono loro. In pratica, al dunque, si riserva la decisione, il presidente russo… anche se appoggiare supinamente la posizione degli americani per lui, se poi lo volesse davvero, sarebbe difficile. Tanto più che non decide certo da solo nella Russia di oggi…

Ufficialmente, il ministro degli Esteri cinese Yang Jechi fa sapere[44] come Pechino prenda nota “con grande favore”  dell’esito dell’incontro e ripete, per l’ennesima volta, che a parere della Cina “gli unici canali in grado di risolvere la questione siano quelli del dialogo e del negoziato politico-diplomatico”, non certo sanzioni più dure.

Ma, per tornare in chiusura di ragionamento al tema generale posto dalla revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, alla conferenza di revisione a New York, pare proprio che la chiave per tenerlo vivo passi attraverso un qualche compromesso sul tema, da anni avanzato dall’Egitto come cruciale, di una zona di disarmo nucleare in tutto il Medioriente. Sul nodo ora si sono pronunciati anche, e insieme, USA e Russia[45] proponendo la designazione di un coordinatore speciale che conduca colloqui esplorativi tra Israele, Iran e paesi arabi sulla fattibilità dell’idea, riscontrando subito però la reazione araba di una proposta tropo debole e quella israeliana che, invece, si sente messa alla sbarra come unica potenza nucleare effettiva della regione…

Gli USA hanno subito dichiarato che si può trattare sul “format” dell’iniziativa ma, onestamente, per le ragioni contrapposte appena indicate, essa suona effettivamente debole…

Come finirà, al punto di chiudere questa Nota congiunturale, non è ancora chiaro se e come si arriverà alla revisione, ma per tutto il mese e al di là degli scambi di dare ed avere verbali un po’ tra tutti, ma soprattutto, tra USA e Iran, (da questo consesso gli USA non l’hanno potuto escludere, visto che Teheran è membro delle Nazioni Unite e firmatario, al contrario di altri – Pakistan, India, Israele… – del Trattato di non proliferazione) è stato chiaro che da essa può ora dipendere uno sviluppo potenzialmente anche catastrofico della corsa agli armamenti atomici in Medioriente.

Il fatto è che se Israele non smonta – e non lo farà mai – il suo arsenale, se l’Iran non convince tutti, anche i più sospettosi, che effettivamente ad un suo proprio arsenale non mira, forse l’Arabia saudita, forse l’Egitto, la Siria ma anche altri paesi potrebbero mettersi a correre.

Lo spiegò benissimo, una volta, anni fa, un grande diplomatico spagnolo pre-franchista, Salvador de Madariaga, tra i fondatori dela società delle Nazioni nei primi decenni del XX secolo, poi per i pochi anni della sua esistenza ministro della Repubblica spagnola, infine professore a Oxford e fondatore del Collegio d’Europa e con Spinelli, poi, del Movimento europeo.

Disse che “le nazioni non si fidano l’una dell’altra; ma non perché sono armate; sono armate, invece, proprio perché non si fidano l’una dell’altra; per cui puntare al disarmo prima di raggiungere un minimo accordo comune sui fondamentali – sui valori fondamentali – è un po’ assurdo come chiedere alla gente di andarsene in giro svestita di inverno”.

Hanno scritto richiamando queste considerazioni di evidente, straordinaria saggezza gli autori di un articolo importante apparso in questi giorni che — Il bando degli esperimenti nucleari nel Medioriente[46] sarebbe, forse – è possibile oltre che sperabile – “un modo realistico e pratico di abbassare le tensioni nell’area sia per Israele, che per l’Iran che per le altre potenze che a New York stanno litigando tra loro”. Ci sembra, in effetti, una delle poche concrete proposte che promettono oggi qualcosa di utile da questa conferenza internazionale…

E, di fatto, verso la fine del lungo esercizio durato un mese gli Stati Uniti hanno notificato di sostenere ufficialmente una dichiarazione finale che preme – premerebbe – perché Israele firmi il Trattato di non proliferazione nucleare: condizione ormai obbligata – secondo un diplomatico occidentale citato dalla Reuters[47] – per tirar fuori dall’insuccesso più clamoroso i colloqui della conferenza.

La dichiarazione chiederebbe anche a Israele di mettere il suo arsenale nucleare sotto la supervisione del sistema di salvaguardie dell’AIEA: un po’ come quel che si chiede all’Iran, dice... Gli Stati Uniti, che hanno tentato di far cadere questa clausola, l’hanno poi dovuta  ingoiare per non far cadere del tutto la dichiarazione stessa.

Naturalmente, si tratta di una favola. Perché, qualsiasi cosa le chiedano, Israele risponderà con uno sberleffo gigante. E, adesso, si tratta solo di vedere che fanno gli altri – compreso l’Iran che, alla conferenza, come tutti gli altri ha potere di veto e al quale potrebbe non bastare semplicemente “chiedere qualcosa a Israele”, per quanto certo Israele ne sarebbe, forse,  un po’ imbarazzata – e quanto ciò complicherà, se poi lo complicherà, il percorso verso le nuove sanzioni che vorrebbe l’America contro l’Iran.

Alla fine, Ali Asghar Soltanieh, l’inviato iraniano, ha votato anche lui sì come tutti gli altri 189 paesi presenti e il documento è passato col necessario consenso. E’ stato così riaffermato l’impegno generico (ma nessuna data) per eliminare le armi nucleari e una conferenza regionale tesa ad eliminare da tutto il Medioriente le armi non convenzionali esistenti.

Il testo, 28 pagine, chiede al segretario generale dell’ONU di designare subito, insieme a USA, Russia e Gran Bretagna (cioè: le volpi che fanno la guardia alle galline) un “facilitatore” che porti tutti i paesi della regione a presenziare alla conferenza. E chiede a Tel Aviv di aderire al Trattato di non proliferazione… Soltanieh ha elencato ai giornalisti, presenti in massa alla sua conferenza stampa dopo la firma, nove ragioni tra quelle che – ha detto – rendono debole il documento. Per dirne due, la data del 2025 che era stata proposta come scadenza per l’eliminazione finale di tutte le armi nucleari è stata fata cancellare dalle… volpi; così come ogni impegno legalmente obbligante per chi ha le bombe A nel suo arsenale a non usarle contro chi non le ha.

E, soprattutto – dal punto di vista iraniano – troppo debole è la richiesta fatta a Israele. Se fossero stati decisi a votare un documento “serio” avrebbero votato l’obbligo – non la richiesta – per Israele di disarmarsi delle proprie A e H. Anche, dice Soltanieh, sapendo che non sarebbe mai stato onorato. Per coerenza e decenza…

In ogni caso, l’Iran vota sì perché anche questo documento, riassume, è meglio di niente e perché sa, così facendo, di strappare una importante vittoria simbolica, cioè politica, imbarazzando non poco il grande Satana: costringendolo a schierarsi dalla stessa sua parte insieme ad altri 188 paesi del mondo— uno escluso. Peggio autoescluso: Israele

Che, infatti, col suo PM Netanyahu dice subito che il paese neanche ci pensa ad accogliere la richiesta: pensassero piuttosto all’Iran, esclama, e non a prendersela con “l’unica democrazia vera del Medioriente”!: scordando che è una democrazia solo a metà per i cittadini ebrei del paese, non per quelli arabi e, soprattutto, per i palestinesi per i quali vige un regime ormai vero e proprio di apartheid: come affermano ormai – da Carter in giù – autorevolissimi osservatori internazionali.

D’altra parte, è tipico. Israele, accecata dalle sue fobie e dalla sua paranoia (che non è proprio tale, a dire il vero: anche i paranoici in effetti possono, come è noto, avere nemici reali veri e per colpa propria, anzitutto – è nostro parere – Israele  nemici veri li ha e ogni giorno si dà da fare per farli crescere…), continua a procurarsi nemici isolandosi ogni giorno di più.

Adesso, a fine maggio, ha attaccato con le proprie navi da guerra e i suoi commandos, in acque internazionali, una “flottiglia” di sei piccole navi passeggeri e da carico di nazionalità turca che, cariche di pacifisti e attivisti filo-palestinesi, cercavano di andare a Gaza a portare aiuti a quel territorio che Israele assedia ed affama da anni e, di tanto in tanto, ricopre di bombe. E ha ammazzato, nell’abbordaggio, ancora non è chiaro mentre scriviamo, da dieci a venti persone tra quanti osavano portare aiuti a Gaza.

Adesso, gli israeliani parlano di autodifesa. E certo è possibile che l’unità Sayeret, di forze speciali notoriamente forse le più efficienti e letali del mondo che con l’elicottero hanno dato l’assalto, si sia anche trovata davanti a una sbarra di ferro o a un coltello quando s’è calata sul ponte della prima nave abbordata… Ma a crederci sono solo loro e i loro tifosi: e questo per Israele dovrebbe costituire un problema, no? neanche il NYT dà retta alle scuse[48] che, del resto, suonano assai poco convinte per suonar convincenti.

Il fatto è che Tel Aviv voleva dimostrare a ogni costo il potere che ha, visto che nessuno davvero glielo contesta con la forza che sarebbe necessaria, di fare quel che vuole come vuole non solo sul suo territorio ma dove vuole. Neanche in alto mare, anche violando ogni legge internazionale. Tanto gli unici che potrebbero, volendo, dirgli basta non lo fanno…

Al massimo, i sepolcri imbiancati, “deplorano”, come amano dire, la violenza… da qualsiasi parte, naturalmente, provenga. Peggio… alla fine, dopo quasi una giornata di quasi silenzio ufficiale, sapete chi chiama il presidente Obama per esprimere il suo “profondo rincrescimento” per i morti del raid? non i palestinesi, magari solo Abu Mazen e non Hamas, ovviamente, non il turco Erdogan, ma il primo ministro israeliano Netanyahu…

in Cina

A metà maggio, vengono comunicati una serie di dati economici disparati relativi al mese di aprile[49]: prestiti interni in yuan che arrivano a 774 miliardi (113,35 miliardi di $), valore aggiunto dell’industria salito del 17,8%, leggermente inferiore al 18,1 di aumento registrato a marzo. L’indice dei prezzi alla produzione è salito del 6,8% e quello dei prezzi al consumo, l’inflazione, del 2,8%: il livello più alto da diciotto mesi ma sempre sotto il target del 3% fissato dalle autorità. Le vendite al dettaglio del 18,5% anno su anno, coi prezzi delle abitazioni di 70 grandi e medie città cresciuti del 12,8% dall’anno prima e dell’11,7% solo dal mese prima. L’elettricità generata è aumentata del 21,4% anno su anno a 331,64 miliardi di Kwh.

Con importazioni ed esportazioni che, da gennaio ad aprile, hanno totalizzato 855,99 miliardi di $, import in aumento del 60,1% su un anno fa con 419,4 miliari ed export a +29,2 per 436,05 miliardi, l’attivo commerciale si attesta a 16,11 miliardi di $, il 78,6% in meno dello stesso periodo del 2009[50]. A marzo, si ricorderà – unica volta ormai da sei anni – la Cina era andata in deficit commerciale: in aprile, insomma, l’attivo riprende ma in netto ribasso comunque.

Denuncia Guan Tao, capo del dipartimento bilancia dei pagamenti dell’amministrazione di Stato del Commercio estero cinese – e così facendo mette in qualche modo le mani avanti per il confronto bilaterale ch si prepara tra USA e Cina – che i tassi di interesse bassissimi da anni negli USA stanno gonfiando un classico carry trade sul dollaro[51] scaricato proprio sulla Cina.

Il meccanismo è noto: gli investitori prendono in prestito in America dollari a buon mercato e li piazzano nei mercati emergenti, dove profittano dello scarto nei tassi di interesse più alti di quelli che avrebbero tenendo fermi quei dollari in casa. Sono soprattutto attori cinesi ad approfittare oggi del meccanismo guardando al vantaggio che verrebbe loro da una possibile rivalutazione dello yuan e dai tassi di sconto bassi della Fed.

Proprio il fatto che in Cina sono stati stretti i controlli su credito a banche e imprese le sta spingendo a rivolgersi direttamente a cercare capitali all’estero e a rimpatriarli con aumenti di flussi di capitale che potrebbero anche destabilizzare l’economia.   

Il 24-25 maggio si è tenuta a Pechino la prevista sessione del cosiddetto dialogo strategico ed economico sino-americano che si svolge a intervalli prefissati sulle questioni bilaterali e di interesse reciproco tra le due superpotenze. Il confronto tra le diverse visioni strategiche è stato condotto dal consigliere di Stato cinese Dai Bingguo e dalla segretaria di Stato Hillary Clinton; e quello sul dossier economico dal vice premier Wang Qishan e dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner.

L’incontro è stato preparato da un susseguirsi di dichiarazioni da entrambe le parti tese a formattare la discussione in termini a ciascuna vantaggiosi rispetto alla propria opinione pubblica: che ormai c’è, e conta, anche in Cina. Insomma da un’intensa campagna di public relations. Gli americani avevano detto di voler discutere sul tasso di cambio dello yuan cinese – che, dicono, va rivalutato – mentre i cinesi parlavano del deficit esterno ormai intollerabile dell’America e del suo protezionismo (specie per le professioni liberali, i brevetti)…

Gli americani avevano annunciato di voler sollevare il tema del rispetto dei diritti umani e della libertà di Internet, mentre i cinesi avevano da ridire sulla definizione stessa che di questi temi danno in America e che essi non accettano su questioni, per le quali, comunque intendono “chiedere conto” agli americani (su come rispettano i diritti umani proprio gli USA nel mondo e anche negli USA…

C’è da discutere ancora dei rapporti reciproci con la Corea del Nord (strategicamente ostili, gli americani; quasi protettivi, anche se diffidenti, i cinesi); e con l’Iran— sulla questione del nucleare civile e del sospetto su quello militare e sulla pretesa statunitense di sanzioni che facciano male di cui i cinesi non sembrano affatto convinti.

Ma il confronto duro e vero è quello sulle diverse strategie economiche[52], con gli USA che non sembrano disposti a compromessi ma sono, e ormai sanno bene di essere, il partner debole e dipendente e di dover dunque trovare il modo di rassegnarsi a questo ruolo per loro inusitato.

Ed è stato, in effetti, un confronto teso. Tanto per cominciare, i cinesi hanno ripetuto una volta al giorno, per tutti i giorni che hanno preceduto l’incontro, che sarà la Cina a decidere della sua politica sullo yuan che sarà basata sui bisogni del pese e su una valutazione degli interessi tanto della sua economia che di quella globale. Non è, comunque, il tasso di cambio un problema politico e la Cina rifiuta di politicizzarlo, risponde[53] mettendo le mani avanti il ministro del Commercio Yao Jian che ha anche tenuto a precisare il consenso raggiunto nei circoli accademici e industriali (cinesi) sul fatto che non è lo yuan la causa dello squilibrio commerciale tra USA e Cina.

Sotto il titolo della libertà, gli americani hanno tra l’altro inserito anche il capitolo che essi chiamano della libertà d’impresa facendosi interprete delle lamentele di non poche compagnie straniere (e americane, anzitutto, ergendosene a paladini). Non c’è dubbio che padroni e managers di compagnie straniere che producono in Cina si mostrano sempre più innervositi e preoccupati.

I cinesi sono ospiti esigenti e, ad esempio, con grande smacco dei padroni stranieri pretendono che gli stranieri che producono a casa loro si pieghino spesso – anche se non sempre – a “comprare cinese”, o al negoziato coi sindacati, che gli americani vivono sempre come un’imposizione— ché,  a casa loro, nessun legislazione li obbliga a tenerne conto. Certo, in Cina sono solo i sindacati ufficiali, di regime: ma il fatto di dover rispettare norme, regole e tariffe – e di doverle concordare, comunque, con un sindacato – è cosa che agli americani dà di per sé, comunque, ai nervi[54]. Ma su questo, come su molti altri punti, i cinesi non mollano…

Sul piano economico, gli americani possono sempre stringere la morsa designando ufficialmente la Cina come paese “manipolatore” di valuta o interpretando la sua politica valutaria come sussidio alle esportazioni e, quindi, infliggendo pesanti tariffe sull’import cinese negli USA… Ma i cinesi possono sempre regolare il proprio flusso di acquisti di valuta americana  e rendere la pariglia… E, intanto, rilanciano:

• Hu Jintao, il presidente cinese, dice che la Cina vuole maggiore cooperazione con gli USA in aree come aviazione civile, trasporti ferroviari ad alta velocità, infrastrutture edilizie, costruzione di impianti e, prima ancora, ricerca per energie rinnovabili ed esplorazione spaziale: settori in alcuni dei quali all’avanguardia sono gli americani ma, in altri, proprio i cinesi. Al momento, da parte americana, c’è stata manifestazione di interesse… ma in linea di principio, non altro.

• Il segretario al Tesoro americano, Geithner, da parte sua chiede alla Cina di applicare una politica commerciale più aperta, preoccupandosi di creare un campo da gioco che sia livellato per tutti gli attori sul mercato, siano essi americani o cinesi. L’interesse comune è per un’economia globale più forte e flessibile, con una crescita più bilanciata dentro ogni nazione e fra tutte loro.

   L’innovazione è la chiave di un futuro più prospero e fiorisce meglio dove i mercati sono più aperti, la concorrenza è più libera e c’è protezione forte per le idee e le invenzioni. E’ importante poi che sul mercato dei cambi venga fatta giocare la legge dell’offerta e della domanda per sostenere una crescita adeguata con una bassa inflazione. E bisogna che la Cina incentivi di più il settore privato volgendo verso di esso risorse che creino attività a maggior valore aggiunto in futuro.

   La Cina – in prima persona Hu Jintao – risponde che diritti e brevetti, il campo delle idee, non può essere aperto senza regola alcuna ma va regolamentato, così come vanno regolamentati i mercati: lo dimostra proprio il meccanismo che, con la crisi, ha fatto saltare il sistema dominante. Che per un paese come la Cina le priorità restano diverse da quella degli altri: crescita e sviluppo, anzitutto, e poi il resto. Che solo un coordinamento pieno e un investimento pubblico verso settori strategici chiave per la crescita, possono creare una ripresa economicamente piena.

   In ogni caso, qualsiasi mutamento al meccanismo di cambio che si è data la Cina sarà dettata dalla valutazione cinese, non  altra, delle necessità e delle convenienze per la Cina e per tutti[55].

E, sempre in ogni caso, sulla questione che tanto sembra stare a cuore all’America dell’apertura ai suoi produttori e prodotti del mercato interno cinese, Pechino ha da dire la sua: vuole sapere cosa significa l’impegno americano a superare, gradualmente, resistenze e ritardi con cui insistono a esportare in Cina solo quello che vogliono loro e non quel che chiedono i cinesi (tutto l’high tech, ad esempio), e se sono pronti a garantire reciprocità agli investimenti cinesi in America. Ma è chiaro che anche volendolo, il governo americano non è in grado di garantire proprio niente…

Infine, parlando alla scuola centrale del partito – il nido dove qui allevano i futuri dirigenti  cinesi – Geithner assicura l’impegno del suo governo ad abbassare costantemente il livello dei deficit di bilancio come percentuale del PIL— ma le assicurazioni americane sono inevitabilmente, tutte al futuro: nessuna costituisce un impegno, anche perché tutte hanno bisogno dell’assenso del Congresso che questa Amministrazione deve conquistarsi di volta in volta senza mai sapere se un suo sì sia un forse o, addirittura, alla fine sia un no. Ma lui giura che Obama è deciso, al contrario di Bush, restaurare una disciplina fiscale che agli Stati Uniti manca ormai da dieci anni[56].

Sul piano strategico, poi, la Cina può sempre negare il suo sì alle sanzioni che gli USA vogliono imporre all’Iran, oppure centellinarlo in modo che non facciano troppo male o, addirittura, ormai cercare di lavorare insieme, al tandem turco-brasiliano che sta rompendo le uova nel paniere a Washington sulle sanzioni.

E anche sugli sviluppi relativi all’ “incidente” tra Corea del Nord e Corea del Sud, l’affondamento del Cheonan, la corvetta sudcoreana che Seoul accusa il Nord di avere deliberatamente mandato a picco (46 morti) lo scorso marzo, asserendo di aver trovato molte tracce “tecniche” ma non producendo nessuna prova provata a supporto della sua tesi,

• ancora una volta gli Stati Uniti stanno di qua (prove vere e proprie non ne abbiamo rinvenute, ma forti “indicazioni” di colpevolezza sì… condurremo esercitazioni militari navali con Seoul, subito, e appoggiamo comunque le sanzioni commerciali che la Corea del Sud intende applicare al Nord, chiedendo agli altri paesi specie alla Cina di fare come noi[57]: pare che non si aspettassero immediatamente, però, a Langley, la sede della CIA, la rottura completa da parte di Pyongyang di ogni e qualsiasi rapporto con Seoul: si aspettavano, cioè, di mettere il Nord sulla difensiva e se li ritrovano all’offensiva…[58];

• e la Cina è di là (prima vogliamo vedere le prove, non stare a sentire senza poter noi stessi verificare quello che ci dicono di aver trovato i sudcoreani e cui dicono di credere gli americani… e solo poi decidiamo[59]).

Anche se è apertamente in corso un dibattito di non poco rilievo a Pechino sulla posizione “corretta” da assumere sulla Corea del Nord, una volta per tutte. Quella ufficiale resta in ogni caso che la Cina spera “da parte di tutte le parti interessate l’esercizio della massima prudenza e mantengano i nervi saldi”.

Però pare che abbia anche essa i suoi sospetti – non certezze, ma sospetti forti sì – e che anche Pechino abbia colto l’indicazione dell’Intelligence americana – del tutto anonima: alti esponenti  che però hanno “tenuto ad avvertire come la valutazione si basi sul loro senso della dinamica politica in atto a Pyongyang e su nessuna indicazione concretamente verificabile[60]: così, letteralmente, se lo sono inventato… perché è plausibile – secondo cui l’affondamento della Cheonan sarebbe stata la conseguenza, anche se non pienamente voluta, della forzatura in una guerra interna per la successione al vertice della Corea del Nord (ormai ristretta tra il figlio di Kim Jong Il, che avrebbe voluto centralizzare così ancora di più la decisione finale, e i vertici delle Forze armate)…

Ma c’è anche da valutare l’altra tesi, rafforzata ormai da decenni di operazioni di falsa Intelligence, anzi di vera e propria idiozia della CIA e/servizi segreti più o meno affini: è quella che in America si chiama operazione false flag, sotto falsa bandiera: emergono, infatti, anche indicazioni secondo cui sarebbe stato addirittura un siluro tedesco[61] ad aver affondato la nave sudcoreana….

Come le bombe di Saddam che non c’erano, decine di “incidenti”-provocazioni che magari poi si sono rovesciati contro chi li ha interpretati,  l’incidente famigerato del Golfo del Tonchino che mai ci fu ma che servì a Johnson per scatenare la guerra aerea contro il Vietnam del Nord e l’invio massiccio dei marines nel Vietnam del Sud nel 1965… per non parlare delle tesi – niente di più: ma milioni di persone ci credono… e mica solo nel mondo arabo, proprio in America[62]: il 36%, 108 milioni di americani cioè, secondo un autorevole sondaggio di quattro anni fa  – di quel che ci sarebbe dietro l’11 settembre e il crollo delle Torri gemelle…

Del resto, ci informano adesso i non molti uei cronisti che riescono finalmente a forzare la propensione al silenzio e all’indoramento delle vergogne nazionali che contagia tanti editori e direttori di fogli anche quanto mai prestigiosi, esorcizzandone finalmente anche in prima pagina tabù e pudori patriottardici stesi a coprire i fallimenti strategici di una o dell’altra presidenza, anche in Pakistan – e non tra la gente del bazaar ma tra giudici e avvocati dell’Associazione dei giuristi accreditati presso la Corte Suprema di Islamabad – la colpa del fallito attentato di Times Square del 1° maggio non è del ragazzo pakistano e naturalizzato americano Faisal Shahzad, arrestato dall’FBI, ma di una delle Fondazioni, dei serbatoi di pensiero americani, che vanno per la maggiore[63]

E la paranoia del sospetto che seminano attorno a sé gli americani, ormai dovunque si muovano nel mondo, quasi a prescindere avrebbe detto Totò, è un fatto ormai pressoché certificato… Come accertata è la loro presunzione – a livello di media, popolare, di cultura diffusa e, ovviamente, di governo e di establishment – di costituire l’alfa e l’omega del comportamento giusto a livello internazionale.

Basta il titolo dato sul NYT[64] a fine mese da un redattore americano a un articolo, di taglio e di contenuto profondamente diverso, scritto da un reporter sud-coreano. Dice che — Il premier cinese non dà segnali di voler punire la Corea del Nord: come se fosse cosa normale, accettabile, per un paese qualsiasi (fosse pure la Cina, fosse perfino l’America) “punirne” un altro (fosse pure il Nord Corea) perché ha deciso di farlo… E, così, dà bene l’idea della presunzione e del’arroganza di cui dicevamo.  

 nel kondo è un fato cxetticiar

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

La produzione industriale avanza in Brasile del 2,8%, a marzo rispetto al mese precedente, del 19,7% in più dell’anno prima[65].

In Honduras, a una Commissione pro-veritate è stato chiesto, dal governo in carica, di condurre un’inchiesta ed emettere un verdetto sul golpe che ha deposto l’anno scorso, finanziato dalla proprietà fondiaria honduregna e da diverse lobby di Washington, il presidente della Repubblica Manuel Zelaya, sostituendolo con un regime – quello in carica, appunto – che, sostenuto guarda caso proprio da Washington anche se osteggiato da tutto il resto delle Americhe, è riuscito poi a farsi “accettare” de facto… Non pochi contestano – e con qualche ragione – la legittimità stessa della Commissione, vista la legittimità fasulla di chi l’ha nominata[66].

Il PIL dell’India[67] è salito, nel primo trimestre del 2010, dell’8,6%, l’aumento maggiore registrato da due anni in qua, spinto dal manifatturiero che è cresciuto del doppio, nel periodo, al 16,3% così come da un’espansione del 14% nei settori di maniere e cave. La crescita per l’anno finanziario terminato il 31 marzo è stata del 7,4%. 

Dopo aver represso, anche con le armi, la rivolta, anch’essa armata, delle cosiddette camicie rosse a sostegno dell’ex primo ministro miliardario e populista, Thaksin Shinawatra deposto due anni fa da un golpe militare blando e oggi all’estero, un tribunale di Bangkok lo ha accusato di aver sobillato la quasi insurrezione (88 morti) e rinviato a giudizio. Ora, la rivolta in Tailandia si sta, inevitabilmente, a poco a poco stemperando[68].

Omar Bashir, presidente del Sudan e ricercato dalla Corte di Giustizia dell’Aja sotto l’accusa di crimini di guerra in Darfur nella repressione della rivolta dei guerriglieri del Sud (animisti e cristiani) contro il governo centrale (islamico) del paese – accusa non certo campata in aria, ovviamente respinta da lui ma, quel che più conta e dà da pensare, da gran parte del mondo: perché è squilibrata, dato che all’Aja l’accusa di crimini di guerra sembrano ascrivibile solo ai paesi e ai capi di Stato o di governo che in campo internazionale non contano niente – ha vinto largamente “le prime elezioni libere tenute nel paese in 24 anni[69].

Il Sudan e l’Egitto stano cercando di resistere alle fortissime pressioni degli altri  paesi che con loro condividono il corso del Nilo (Etiopia, Uganda, Tanzania, Ruanda e Kenya) e che si sono riuniti in un consorzio che reclama l’abrogazione dei due trattati ineguali esistenti e un accordo tra tutti i paesi rivieraschi sula spartizione del flusso di quelle acque. L’accordo che vogliono rivedere venne redatto decenni or sono tra i due paesi, ancora colonie britanniche, e poi fatto ratificare dalla potenza coloniale nei tribunali internazionali senza mai sentire il parere degli altri paesi: risultato, i diritti dei due, Egitto e Sudan, sull’87% delle acque e il loro potere di veto sui progetti che negli Stati a monte potessero modificarne il corso[70].

uacdro tra tuti i aèpssi rivieraschi tra

EUROPA

Il PIL globale dei paesi membri dell’eurozona è aumentato dello 0,2%  nel primo trimestre dell’anno rispetto a quello precedente e dello 0,5 rispetto allo stesso periodo del 2009. Agli estremi, la Germania (+1,7%) e la Grecia (-2,3)[71].

Quello che proprio manca all’Europa, è sempre più chiaro ma non c’è nessuno che abbia la capacità di pensare e la voglia di lavorare davvero a proporlo e poi a farlo, è una corporate governance e proprio una vera political governance europea nell’insieme. Per cui ora si insegue la crisi greca, ieri quella dell’allargamento e dell’annacquamento, domani chi sa…

Per ora, l’unico istituto europeo che nell’Unione ha una politica coerente, discutibile ma coerente, cioè la Banca centrale europea, mette la sua usuale pecetta: niente di positivo – non sia mai! – ma solo in negativo, cioè non facendo niente, a inizio maggio ha tenuto il tasso di sconto fermo al minimo storico dell’1%, confermando così quello che tutti sapevano avrebbe fatto[72]. In effetti, coi chiari di luna che corrono (disoccupazione, crisi dell’euro, ecc.), neanche i falchi più monetaristi e paranoici sul pericolo di inflazione pensano che la BCE possa ancora per diversi mesi mettersi a rialzare l’interesse sul costo del denaro.

Anche se non pochi tra loro si mettono adesso a criticare il presidente Trichet perché, sotto il panico della crisi dell’euro, avrebbe ceduto alle pressioni “politiche” di molti governi. E’ questo il punto di vista unilaterale, che evita di dar conto degli opposti pareri espressi dai numerosi osservatori esteri ortodossi come quelli europei: che citano in abbondanza[73], ma non sono affatto soli e tanto meno univoci…

In aprile sale all’1,5%, dello 0,1 da marzo, il tasso di inflazione[74] nell’eurozona. E il PIL sale dello 0,2% sia nella stessa eurozona che nell’Europa a 27 nel corso del primo trimestre rispetto a quello precedente[75]. Sale anche la produzione industriale[76] a marzo, rispetto a febbraio, di un buon 1,3% nell’eurozona e dell’1,2 nell’EU a 27.

La predica sull’indispensabile, e inevitabile, austerità fiscale – cioè, sul taglio dei bilanci pubblici e il cappio stretto al collo del welfare esistente – è del tutto controproducente. Perché le persone dotate di un minimo di buon senso sanno – lo ha dimostrato la cronaca, per non scomodare la storia – che è cosa sbagliata e ingiusta, non fosse altro perché del tutto controproducente.

Lo confessa, con spudorata freddezza, un esperto che scrive sul NYT – forse al giornale sfugge perché il bombardamento di opinionisti ed esperti del giornale è stato costante nell’altro senso (è giusto ed è necessario) per almeno sessanta giorni di seguito – di come, mentre provvedevano a fine aprile – dopo aver svalutato addirittura preventivamente il debito sovrano spagnolo – funzionari di Standard & Poor motivavano la decisione:

la principale ragione che li aveva portati alla declassazione del debito di Grecia e Portogallo era la prospettiva ormai incombente che pacchetti forzati di austerità di bilancio sarebbero diventati un freno ancora maggiore alla crescita economica. E’ il circolo vizioso, questo, più vizioso di tutti: economie che ristagnando sono obbligate, dai tagli di bilancio, a ristagnare ancora di più, riducendo la propria capacità di generare reddito e, così, anche di ripagare i propri debiti[77].

In ogni caso, il 1° maggio, Grecia, UE e FMI raggiungono l’accordo su come gestire l’uscita – sperano tutti, o quasi: meno gli speculatori, s’intende – dalla crisi ellenica: si tratta, per ora solo di un accordo di principio, perché quello diciamo così operativo richiederà ancora settimane e arriverà, inevitabilmente, solo alla vigilia del tonfo. Si tratterà 

• di aiutare con 45 miliardi di € subito, e nei prossimi due anni con altri 115 miliardi, il paese ad evitare il fallimento del proprio debito e pagare il dovuto a scadenza (facendo i conti più seriamente si è, alla fine, scoperto che la cifra iniziale andava va moltiplicata, se basterà, quasi per quattro)

• di evitare così – ma ancora non è neanche certo – che chi si è indebitato di più fosse chiamato adesso, subito, a pagare rimandando forse di qualche anno il massimo del dolore di un’austerità subito durissima e modulandola un po’ di più; ma così, soprattutto, evitando la ristrutturazione (la defalcazione d’autorità e l’imposizione di un prolungamento dei pagamenti del debito) che avrebbe atto assai male anche, e anzitutto, ai creditori;

• di impedire al contagio economico di diffondersi in tutta l’eurozona, a partire dagli altri paesi mediterranei e dall’Irlanda.

Il primo ministro Papandreou rimarca, nell’annunciare l’accordo[78], che c’è voluto molto tempo – speriamo che non sia stato troppo, soggiunge – a far diventare operativi, lui dice, gli “impegni”. Ma dice anche chiaramente al paese che la situazione è drammatica, che ci vogliono sacrifici da lacrime e sangue e che bisognerà anche richiederli ai poveri e a coloro che, essendolo già, pagano magari già più degli altri: perché sono di più, molti di più dei privilegiati e dei grandi evasori fiscali.

Ma si assume anche il compito di condurre “in prima fila” la lotta contro di loro. Se la gente gli crederà, e vedrà che lo fa – ma ci sarà bisogno di vederglielo fare magari con casi esemplari – la Grecia potrà cominciare ad uscirne. Altrimenti… altrimenti la Grecia potrebbe davvero essere costretta a una ristrutturazione pesante del debito – cancellazione ed annacquamento nel tempo – e, forse, a una traumatica uscita o autosospensione dall’eurozona (come farlo tecnicamente, però, non lo sa nessuno…), i mercati potrebbero cadere in turbolenza, un ballo di san Vito sfrenato, la diffusione dell’ “ebola finanziario” come, con qualche avventatezza ma in fondo con realismo, lo ha chiamato Angel Gurria, segretario generale dell’OCSE[79]. Insomma, la Grecia come il canarino che testa il gas grisou nella miniera di carbone comune d’Europa…

Il Fondo monetario, intanto, avverte che secondo le sue previsioni ci vorrà alla Grecia un intero decennio per superare gli effetti sconquassanti della crisi finanziaria, anni dunque più di quanto ci vorrà alla media dei paesi dell’euro, se poi alla fine nell’euro resta[80]… E viene lasciato trapelare che anche il Tesoro americano ha esercitato, discretamente, la propria moral suasion per convincere la Germania a dire il suo sì, in fondo, determinante.

Alla fine, sulla decisione di Merkel, questo “consiglio” ha pesato, come ha anche pesato un’altra considerazione emersa con difficoltà ma alla fine anche abbastanza chiaramente a contrare il famoso/famigerato editoriale del Bild citato da molti in America, e del resto anche in Europa, a spiegare “razionalmente” la riluttanza ad intervenire per cui “la maggioranza dei tedeschi deve sforzarsi parecchio per capire come e perché dovrebbe pagare al posto dei greci finiti in bolletta per aver sprecato i loro soldi[81].

E’ stato dunque utile ricordare – questa è stata la considerazione che, alla fine sembra aver convinto la maggioranza vincente del Bundestag – come poi, in realtà, i soldi del salvataggio sono necessari anche e proprio per consentire alla Grecia di continuare a pagare gli interessi che deve ai suoi creditori stranieri: lista che include pure, e come, molte banche tedesche (per 45 miliardi di €; i francesi vantano un credito di 30 miliardi di più).

In altre parole, gli euro che ora col salvataggio vengono trasferiti alla Grecia dal Tesoro tedesco, o dalla Francia, o dall’Italia, dalla BCE e dai paesi tutti insieme dell’eurozona, sono soldi tedeschi, francesi, italiani che i contribuenti tedeschi, francesi italiani aiutano in questo modo a versare alle banche tedesche, francesi, italiane…

E’ stata una valutazione rilevante e, per fortuna, tra i pochi a coglierla – senza sottolinearla troppo, certo: dopotutto, era alla vigilia delle elezioni e ai contribuenti non fa mai piacere sentirsi dire che in fondo a profittare dei sussidi sono anche le banche di casa loro – sembra sia stata proprio Angela Merkel… Alla quale forse un dubbio è venuto, se è vero, come ha scritto proprio il Bild quasi deplorandolo di recente, proprio in questi giorni si sarebbe messa, o rimessa, a leggere Keynes…

Bisogna anche tener conto, però,del fatto che emerge una sorda opposizione ad aiutare la Grecia anche da paesi molto meno chiave, diciamo così, dell’eurozona come quelli slovacco e sloveno. Il 7 maggio il parlamento tedesco dice il suo riluttante sì (25 miliardi di € in un triennio, di cui 8,4 subito) ma il primo ministro slovacco Fico, che il 12 giugno va alle elezioni, anche per contrastare la propaganda facilmente sciovinista della sua opposizione di destra, si è messo a criticare ora il salvataggio cui anche Bratislava è chiamata a partecipare (con 816 milioni di €: contributo in tre anni ma non irrilevante per un paese con un PIL tre volte inferiore alla Grecia).

Ora il resto dell’eurozona sarà costretto a guardare come la diatriba andrà a finire, anzitutto a quando slitterà come pare probabile il voto di Lubiana[82]. Pure la Slovenia deve affrontare il problema della ristrutturazione complicata e difficile di un bilancio che, a oggi, non può certo coprire il suo versamento nel triennio di 384 milioni di €. Anche l’incertezza politica che scuote Olanda e Belgio – altri due paesi che devono affrontare le elezioni politiche a giugno – potrebbe causare problemi se la Slovacchia facesse mancare l’unanimità necessaria alla decisione europea. Fico la può, infatti, anche approvare al Consiglio dei ministri a Bruxelles, ma non potrà garantire di farla approvare al suo parlamento.    

Forse, ora, leggendo o rileggendo Keynes, alla Merkel – ma sembra temerario sperarlo – potrebbe capitare di ritrovare, per dirla con il Nobel dell’Economia Joseph Stiglitz[83], quel passaggio rivelatore in cui il più grande economista del novecento aveva segnalato “come siano proprio gli attivi di bilancio a portare a una domanda aggregata a livello globale più fiacca— coi paesi che li  vantano ad esercitare un effetto di esternalità negativa sui loro ‘partners commerciali’. Keynes ne era tanto convinto – che a costituire una minaccia alla prosperità globale fossero i paesi in attivo molto più di quelli in deficit – da spingersi a proporre una tassa su tutti i paesi col bilancio in attivo”.

Sarebbero loro oggi, cioè, Germania e Cina a minacciare la stabilità economica mondiale, altro che in paesi in deficit… Si può, e si deve, naturalmente discutere. Ma è un fatto che non è solo ingeneroso ma anche iniquo caricare sulla Grecia tutte le colpe: in fondo gli eccessi di Atene sono al di sopra sì, ma poi non di molto, a quelli di tanti altri paesi dell’euro; e, in fondo, sono state le banche francesi, tedesche, olandesi, britanniche e svizzere a finanziate gli eccessi di spesa del debito greco.

Anche il distogliere gli occhi dai numeri fasulli del bilancio greco presentati dal governo di Caramanlis somigliava da vicino, in senso meno acuto è vero, al guardare altrove dalla finanza fantasiosa messa in campo da noi da Tremonti e altrove, anche in Francia, anche in Germania, da altri ministri delle Finanze: ognuno troppo geloso del proprio orticello per riconoscere il bisogno di guardare in casa dell’altro, cioè di consentire poi a lui di guardar nella propria.

Tra l’altro il debito greco è stato fatto in gran parte, in quest’ultimo decennio, anche da un’inutile spesa per armamenti. Accumulata, impegnando il 4,3% del PIL nel 2009, sui 12 miliardi di €, per inseguire la chimera/minaccia turca, appunto comprando a rate, e a debito, più di 1.000 carri armati Leopard, tedeschi, per i quali poi la Grecia non ha avuto neanche i soldi da anni di pagarsi le munizioni e tre sottomarini, sempre tedeschi.

In buona sostanza, il prezzo che la Grecia ha dovuto pagare per assicurarsi i prestiti di Berlino e gli aiuti di Bruxelles, con gli industriali tedeschi fabbricanti di sottomarini e tanks a oliare le palme delle mani e gli ingranaggi politici ateniesi (lo scandalo Siemens, ricordate?).   

In realtà, la bomba a orologeria del debito sovrano che affligge ormai tanti Stati sovrani, a cominciare dagli USA e poi tanti in Europa, è stata comunque montata pezzo per pezzo negli anni del boom del credito facile alla rincorsa di vasti profitti, dal 2003 al 2007 in specie.

Quel che è successo in Grecia è stato solo il primo di una tragicommedia in più atti messa in moto, a scoppio ritardato, dal fatto anomalo – il peccato originale dell’euro – che la moneta unica e l’unione monetaria non è stata mai accompagnata da una politica di bilancio unica e neanche da una qualsiasi armonizzazione dei bilanci restati diversi.

Ora paga la Grecia per prima, ma con ogni probabilità diversi altri paesi dovranno farlo a seguire, facendo ormai i conti coi sacrifici imposti alla propria gente, e specie a quella che meno forse se li può permettere, ma anche, e come!, con quelli che come si dice sovranamente alla fine verranno imposti alle banche e alle loro esposizioni sconsiderate che subiranno la ristrutturazione: cioè, il taglio dei loro crediti e la loro diluizione prolungata nel tempo.

In ultima analisi, osserva un commentatore che va un po’ più a fondo, ma non ancora abbastanza secondo chi scrive, “la colpa del casino greco è molto più vasta delle colpe dei greci [che elenca e ci sono, ovviamente]: sta nell’aver accolto la Grecia nell’euro  nell’euforia dell’anno 2000 e poi nell’aver annacquato proprio per Francia e Germania il patto di stabilità (che i deficit non dovessero andar oltre il 3% del PIL); nella posizione ormai post-europea assunta dalla Germania; e nell’abbandono, con il prevalere della visione britannica d’Europa come blando patto commerciale, di ogni ambizione coesa, integrata per l’unione stessa…

   La piaga principale resta aperta e resta purulenta— il fatto è che l’euro lega economie tra loro paesi profondamente diversi sotto un tetto unico costruito a metà dove le politiche monetarie e di bilancio non si trovano sotto un’unica direzione”.

E come dice con crudezza, ma anche con precisione, questo attento osservatore: “in parte, e va detto, questa piaga resta aperta perché la Germania ha voltato le spalle all’Europa. Le tattiche dilatorie della Merkel sono state imbarazzanti, costose— e rivelatrici. In Germania ormai la parola ‘solidarietà’ nel contesto europeo è una parolaccia (‘i greci rubano i nostri soldi!’, strilla il Bild), quando una volta la solidarietà europea era la strada con cui la Germania usciva nel secondo dopoguerra dalla sua storica vergogna. C’è qualcosa di vagamente osceno, in definitiva, nel vedere i tedeschi che scuotono il dito verso i greci perché hanno traversato la strada col rosso.

   Il punto è che se se ne va la solidarietà, se ne va l’Europa…[84].

Pare evidente che ogni e qualsiasi misura di sacrificio da “imporre” alla popolazione deve poter contare sull’evidenza di misure esemplari sull’altro termine dell’equazione: cioè, su chi è ricco. Questo, annota  l’OCSE, è il paese d’Europa a maggior tasso di lavoro nero (il 30% del PIL) e a più elevata evasione fiscale[85]. Come da noi, in Italia, molti sono evasori piccoli e piccolissimi, ma molti tra i grandi ricchi di questo paese evadono sistematicamente. Se la Grecia avesse una media di lavoro nero e di evasione fiscale vicina a quella d’Europa, il problema del suo dramma attuale sarebbe assai più gestibile.

La Grecia ha certo promesso di accelerare e indurire la lotta all’evasione, ma mentre la promessa di tagli a spese pubbliche e welfare appare molto concretamente immediata, quest’altra sembra molto eterea dei tagli preannunciati a stipendi del pubblico impiego e pensioni. Per questo è indispensabile che venga resa credibile, subito, la repressione dell’evasione fiscale: per far accettare nella misura maggiore possibile i sacrifici ai più che, come da noi, evadere non possono.

Per esempio, è stato suggerito, il governo greco potrebbe annunciare una speciale amnistia fiscale: chi, diciamo entro sei mesi, paga tutte le tasse evase dello scorso triennio sfuggirà ad ogni pena e ogni multa. Ma alla fine di quel semestre di sospensione il governo perseguirà con tutti i rigori della legge, con la cancellazione del segreto bancario in atto in tutti i paesi civili del mondo (ma non in Italia) e chiamando la gente che paga, per poter poi pagare di meno, a una grande mobilitazione civile che non lasci più scampo agli evasori, ogni tradimento fiscale.

Il fisco raccoglierebbe così, nell’immediato, gran parte dell’evaso risolvendo problemi importanti di liquidità; getterebbe le basi per una fedeltà fiscale più garantita in futuro (è difficile tornare indietro, una volta denunciato il vero) e darebbe a chi è chiamato comunque a stringere la cinghia la prova della propria serietà verso tutti e specie verso i cittadini privilegiati, più ricchi e più notoriamente evasori.

La BCE, temporaneamente e in via eccezionale,  ha sospeso nel frattempo le regole applicate finora, come a tutti, anche ai bonds sovrani greci impegnati come collaterale presso le sue casse per averne liquidità[86]: in particolare, quella che imponeva che i titoli pubblici fossero quotati al rating minimo di BBB-. Il 27 aprile la Standard & Poor li aveva già svalutati a BB+ e, se anche le altre due agenzie (americane e private come la stessa S&P) lo avessero fatto, sarebbe scattato per la BCE il divieto di accettare i titoli greci come collaterale per ottenere la liquidità in questo momento assolutamente cruciale per quell’economia: come, del resto, per tutte le altre dell’eurozona.

Si è trattato, cioè, di una mossa preventiva, fatta alle 8 di mattina del lunedì a inizio lavori degli uffici di credito, per evitare proprio quella che avrebbero potuto fare le agenzie di rating. Un’altra svalutazione avrebbe infatti presentato un inaccettabile rischio sistemico anche per tutta l’eurozona, detenendo tute le grandi banche centrali europee una grande quantità di buoni greci che di colpo avrebbero perso gran parte del loro valore nominale e reale. Poi questa manovra astuta è stata scavalcata dal grande accordo sul credito deciso e reso noto la sera prima dal Consiglio dei ministri europeo.

Sulla Spagna va anche rilevato che non è in nessun caso, il suo, un problema analogo a quello della Grecia; qui il problema era – è – un debito pubblico esorbitante; lì, in Spagna, è la disoccupazione che a fine aprile sfiora il tetto del 20%. Maschera, e lo sanno tutti anche se ce poco da vantarsene, la realtà di una grande percentuale di lavoro nero, ma resta un dato impressionante comunque. Certo, l’alta disoccupazione influisce, gonfiandolo, sul debito pubblico: perché il governo Zapatero la rincorre aumentando i sussidi e, dunque, la spesa in deficit per la disoccupazione.

Che, d’altra parte, è cosa necessaria se si dichiara, insieme, che la domanda va sostenuta, e perciò che vanno sostenuti i redditi. Zapatero non è stato, sulla crisi, un fulmine di guerra di decisionismo. Ma la Confindustria spagnola, la Confederación Española de Organizaciones Empresariales, CEOE, guidata dal presidente Gerardo Díaz Ferrán – uno che ha portato quasi al fallimento (tecnicamente alla “sospensione dei pagamenti”) la sua multinazionale dei trasporti Marsans[87] che deve milioni e milioni euro ai dipendenti – sembra solo voler utilizzare la crisi per arrivare alla liberalizzazione selvaggia del mercato, alla totale libertà dei licenziamenti: trovando, ovviamente, la dura, comprensibile, opposizione dei sindacati e inasprendo il clima sociale.

Il problema, dunque, per la Spagna è semmai questo, la disoccupazione. Ma non è quello che pone S&P , né alcun’altra agenzia di rating, ché a loro dei disoccupati non potrebbe fregare di meno. Non possono neanche porre il problema del debito pubblico, però, qui tra i più contenuti e sotto controllo d’Europa (sul 50%, addirittura ben sotto il 60 consentito da Maastricht). Gli interessa solo lo scarto “eccessivo” del deficit sul PIL.

Ma, tanto per cominciare, se non altro con qualche approssimazione, a dire la verità, è utile ricordare che queste agenzie di credito che ora predicono e, così, contribuiscono anche e non poco e a loro ghiribizzo – perché questo è il punto: non c’è alcuna garanzia della loro oggettività – a determinare tensioni finanziarie pesanti per la Spagna, giuravano tre anni fa che aveva un’economia solidissima , degna di un triplo AAA, proprio mentre la sua bolla speculativa edilizia cresceva andando sempre più in conflitto coi fondamentali dell’economia stessa.

Varrebbe anche la pena di ricordare, cioè, che proprio quelle stesse agenzie (Moody’s, Standard & Poors, Fitch: questa l’ultima a ributtare giù il rating spagnolo anche dopo la stretta di austerità del governo di fine maggio…) portavano la Spagna, che oggi svalutano duramente, ad esempio di un debito virtuosamente contenuto (uno dei rapporti tra debito e PIL più bassi dell’area euro) e di un’affidabilità proprio per questo del tutto garantita. Proprio come, una decina di anni fa, portavano in palmo di mano – le stesse agenzie e il Fondo monetario con loro – l’Argentina, “allieva prediletta” infatti del Fondo, subito prima della bancarotta del suo debito sovrano.

Tra parentesi: quando, a fine 2001, l’Argentina dichiarò il default del suo debito sovrano, la sua economia nel primo trimestre del 2002 subì una contrazione, ma subito dal secondo trimestre riprese a salire e ha continuato a farlo, a tassi robusti, per cinque anni[88], fino a al 2008. Quando anch’essa si è ritrovata coinvolta nella recessione globale. Solo che di questo “miracolo” – del come, ripudiando il debito, l’Argentina abbia ricominciato a crescere anche senza trovare più credito internazionale – nessuno discute…

Il problema è che come si diceva prima, citandoli, i signori del rating (certo, se c’è la febbre la colpa non è del termometro… ma se si sa che quel termometro, pagato per fare una valutazione, nel caso di imprese private la fa secondo richiesta e la verità poi non la dice…) sono convinti che bisogna tagliare il deficit, la spesa pubblica corrente, sul PIL.

E drasticamente (per questo a Fitch non basta l’austerità pur imposta da Zapatero), per arrivare davvero entro il 2013 al 3% di deficit/PIL. Anche se poi, riconoscono cinicamente subito dopo, essi stessi, che se uno adottasse davvero le loro ricette calerebbero subito investimenti, produzione, occupazione, reddito e domanda. E, inevitabilmente, crescerebbe anche il debito...

Ma tant’é… Tagli bisognerà farne perché i mercati alla ragione e alle ragioni dell’economia reale sono meno reattivi, se le sentono contrapporsi a quelle loro care della finanza speculativa. Infatti, Zapatero non può sottrarsi neanche lui a un’altra dose di austerità da imporre al paese. E annuncia[89] alle Cortes che verranno impietosamente tagliate le spese sociali, decurtati del 5% gli stipendi del settore pubblico, congelati anche nel 2011, con le pensioni bloccate, e una riduzione degli investimenti pubblici di 6,045 miliardi di € con l’eliminazione anche, dell’assegno di 2.500 euro finora erogato a ogni nuovo nato. Alla fine, il pacchetto di riduzione di spese arriverà a quasi 15 miliardi di €.

Non è per niente d’accordo con questo tipo di ricette, però, perché bloccherebbero ogni ripresa come dicono le stesse agenzie poi, il Nobel del’economia Stiglitz, che è andato a spiegarlo pure a Zapatero: lo ripete anche in un’intervista importante che L’austerità porta al disastro[90] e articola il suo ragionamento in modo convincente: è solo con una politica economica aggressiva integrata e solidale e con maggiori investimenti, anche a costo di deficit nell’immediato maggiori, che l’Europa può uscire dalla crisi dell’euro.

Stiglitz lo spiegava bene già nel pezzo che abbiamo citato prima[91], con la freddezza tutta razionale ma acuta di una esperienza e di una conoscenza geniale, facendo notare che ci sono tre soluzioni possibili, oggi, alla crisi e come essa non sia affatto, solo, crisi della Grecia ma crisi dell’euro e dell’Unione:

“• La prima è che mettano insieme l’equivalente di una svalutazione— il calo uniforme dei salari in tutti i paesi che compongono l’eurozona. Credo che non sia perseguibile e le sue conseguenze redistributive sarebbero, poi, inaccettabili. Le tensioni sociali sarebbero enormi. Insomma, è pura fantasia.

La seconda soluzione sarebbe l’uscita della Germania dall’eurozona o la divisione dell’eurozona stessa in due sottoregioni. L’euro è stato un esperimento di grande interesse ma – come l’ormai quasi dimenticato meccanismo del tasso di cambio che lo ha preceduto s’è rotto quando gli speculatori attaccarono nel 1992 la sterlina – non ha il sostegno istituzionale richiesto per poter funzionare.

C’è, poi, una terza soluzione che l’Europa potrebbe anche arrivare a rendersi conto di come sia, poi,  la più promettente: mettere in moto le riforme di cui hanno bisogno le sue istituzioni, comprese quelle del quadro fiscale che avrebbero dovuto già essere fatte quando venne lanciato all’origine l’euro”.

Già… E il problema è che, per capirlo, non c’era neanche bisogno di essere premi Nobel dell’economia. E’ quello che, del resto, uno che lo aveva detto da sempre – gliene va dato atto – come Giorgio Napolitano è andato a spiegare a fine maggio a Obama alla Casa Bianca… Ma in molti, e certo non solo in America, sembrano scoprirlo soltanto adesso. Tipico è il “catenaccio” di sintesi, che mettono sotto il titolo del solito NYT a un articolo[92] pure, di per sé, niente affatto banale e firmato da giornalisti di taglia, anche se dal titolo invece molto scontato e banale: “Gli esperti sostengono – scopre – che l’Unione sia soggetta a tanti ritardi perché non ha un solo governo, non ha un solo Tesoro, non un coordinamento di bilancio efficace e nessun meccanismo unitario per la gestione delle crisi”… E cascano dalle nuvole.

Per riprendere da dove Stiglitz ci aveva lasciati. Lui è uno tra i (pochi) grandi economisti americani che all’euro – prima alla sua fattibilità, poi alla sua vitalità – aveva sempre creduto[93]. Ma, aveva sempre insistito, a condizione che fosse – o diventasse presto, appunto – una vera moneta sostenuta da un’economia coesa e da una seria unità politica.

Perciò adesso lui ha titolo per aggiungere, concludendo, che “per l’Europa non è affatto troppo tardi mettere in moto queste riforme e tener fede così agli ideali, fondati sulla solidarietà, che erano alla base della creazione dell’euro.  Ma se l’Europa non fosse in grado di farlo, forse sarebbe meglio ammettere il suo fallimento e andare avanti piuttosto che dover sopportare un prezzo molto alto in posti di lavoro perduti e in sofferenze umane in nome di un modello economico difettoso”, almeno imperfetto se e perché politicamente irraggiungibile.

Tra parentesi. La Polonia, dice a inizio maggio il vice governatore della Banca centrale Witold Kozinski in un’intervista alla canadese TVN CNBC[94], ritarderà il suo piano di azione per avvicinarsi rapidamente all’entrata nell’euro: lo zloty non è abbastanza stabile, spiega, certamente non in mezzo alla tempesta della crisi greca e di quella che va scrollando potenzialmente l’euro stesso, per far fronte alle turbolenze che un cambio in queste condizioni porrebbe a un’economia fragile come quella polacca. Per ora basta e avanza la preoccupazione di tamponare la perdita di valore che deve, comunque, affrontare la moneta polacca.

Per l’Estonia, invece (23 miliardi di dollari di PIL: per dire, lo 0,13%, più o meno, di quello italiano) è la Commissione ad aprire le porte all’adesione[95]: anche domani, se quel paese, oggi, mai lo volesse… Perché, sostiene Bruxelles, dopo un esame del debito, del deficit, del tasso di inflazione, dei tassi di interesse e degli spreads di rendimento dei buoni del Tesoro estoni, Tallin potrebbe aderire come 17° (ma porta sfiga…) paese dell’Unione già dal 1° gennaio 2011.

In ogni caso, alla fine, l’Europa sembra trovare uno scatto di volontà. Decide di affrontare tutti insieme i problemi, le debolezze, che si trova di fronte sul piano finanziario e non più caso per caso e, domenica 9 maggio al Consiglio dei ministri – quelli delle Finanze incaricati di mettere in moto il meccanismo deciso il giorno prima al vertice dei capi di Stato e di governo dell’eurozona – delibera per dirla col NYT di —Costituire un pacchetto di salvataggio da 957 miliardi di $[96] per dare una mano a sostenere la liquidità, sui mercati valutari e le borse, di Grecia, Spagna e Portogallo.

O, più esattamente, di consentire a ognuno dei governi dell’eurozona, se vuole, di partecipare – nessuno è obbligato: ma la decisione è stata presa all’unanimità – al prestito che così l’Unione o sempre meglio, i paesi dell’eurozona nell’Unione, intendono volontariamente e bilateralmente fornire alla Grecia…  

Già il lunedì mattina parecchi di quei fondi sono stati messi a disposizione delle banche centrali interessate. E i mercati hanno reagito subito bene: l’euro è risalito quasi all’istante sopra la parità di 1,30 col dollaro per la prima volta in una settimana e – assolutamente emblematico, oltre che abbastanza stupefacente – il costo del servizio del debito ellenico s’è ridotto di botto della metà, di un 5,9%  6,5% di interesse che aveva il venerdì 7 maggio in chiusura di borsa (alla vigilia del crack lampo a Wall Street quando, il 9 maggio, la borsa ha perso fino al 9% del suo valore in un giorno soltanto…).   

Stavolta si è trattato di quasi mille miliardi di dollari (ha spiegato, parlando di dollari per la stampa americana, la ministra spagnola Elena Salgado: 560 miliardi di nuovi prestiti, 76 in fondi già stanziati e non ancora sborsati per i paesi in maggiore difficoltà e 321 che saranno, separatamente, forniti dal Fondo monetario internazionale), una cifra imponente, disponibile per le situazioni di sofferenza proprio come quella, anch’essa imponente, oltre i 700 miliardi di $ con cui il governo americano a suo tempo andò in soccorso del suo boccheggiante sistema bancario.

E, stavolta, c’è una rivoluzionaria e davvero straordinaria – nel senso di del tutto nuova – disponibilità della Banca centrale europea a comprare dalle singole banche centrali dei vari Stati membri dell’eurozona le obbligazioni, i titoli, che sarà necessario acquistare per mantenerle solvibili. Rovesciando in modo radicale la “strategia di uscita” graduale in precedenza pubblicamente e rumorosamente annunciata, di scaricare gradualmente le misure di intervento attivo che erano state prese per aiutare le banche— finora molto meno ingenti di quelle con cui il governo americano aveva tirato su per la collottola le sue, di banche. A spese di tutti i cittadini.

Sollevando l’inevitabile canea degli ortodossi che hanno subito accusato la BCE e i suoi dirigenti di aver ceduto alle pressioni politiche rinunciando alla sua indipendenza: come se solo quando facevano gli intransigenti – per dire: dando più ragione a Merkel e alla Bundesbank che a Sarkozy e alla Banque de France – fossero poi indipendenti. Una contraddizione in termini, comunque – l’indipendenza – per una congrega di vecchi signori tutti nominati, alla fine, dai loro governi…    

Questo è il cuore dell’intervento europeo, la componente principale del quale è proprio l’impegno degli Stati membri di appoggiare con questo ulteriore prestito di 440 miliardi di € il salvataggio dei debiti che erano appoggiati essi stessi su debiti. “L’obiettivo di questo programma – recita il sito web della BCE – è quello di affrontare il cattivo funzionamento del mercato delle obbligazioni restaurandovi un appropriato meccanismo di trasmissione della politica monetaria[97]. E’ sanscrito, come si vede: nessuno al mondo, tantomeno chi lo ha scritto in modo tanto infelice, sarà mai in grado di spiegare quel che vuol dire. Ma, in realtà, semplicemente vuol dire che la BCE rimangiandosi quel che aveva sempre sostenuto, ha deciso di intervenire.

Il che sembra inaccettabile per la saggezza convenzionale economica di molti anche in Europa. Dentro la BCE stessa parecchi sono scandalizzati, o mostrano di esserlo, perché non si governano così, lamentano, i conti di una famiglia: pagando con nuovi debiti, in sostanza, i debiti vecchi. .

Non è che, in teoria, abbiano torto. Ma in pratica le cose non vanno così. E i governi in Europa hanno paura proprio di veder fallire le banche. Esattamente come a fine 2008 in specie ebbero la stessa paura in America. Lì con la parola d’ordine delle banche troppo grosse per essere lasciate fallire, accollarono all’erario il loro debito. Qui stanno facendo lo stesso, ma contrariamente a quanto hanno fatto in America ci dicono già che il costo anche di questo debito ulteriore dovremo pagarlo noi, contribuenti e cittadini, con l’ “austerità”.

Di certo è un controsenso, perché è contrario a tutte le leggi dell’economia oltre che alla stessa natura della bestia – l’uomo – che imporre adesso alla Grecia, o a chiunque altro, un’austerità che abbassi la domanda aggregata e i consumi – abbassando per esempio drasticamente salari e pensioni:  se mai, poi, fosse possibile senza mettere i cari armati agli angoli delle strade, sperando sempre che i soldati non ruotino i loro cannoni verso il… palazzo d’Inverno – tutto può fare meno che aiutare il rilancio della crescita in questo/i paese/i. E la crescita, al dunque, è l’unica possibile ricetta oltre che per tutto il resto anche per far calare il debito.

Anche il ruolo che si ritaglia, all’interno della soluzione disegnata per Grecia ed Europa il Fondo monetario internazionale, è una novità grossa: non solo, con la BCE, grande elemosiniere ma anche, nelle intenzioni, come vera e banca di investimenti e di decisioni sugli investimenti delle istituzioni pluri- o multi-laterali[98].

Nel primo trimestre del 2010 il debito pubblico della Grecia è salito a circa 310 miliardi di € dai 298,5 alla fine del 2009. Il paese aveva riserve liquide per 7,5 miliardi di €, a paragone con il miliardo e mezzo che aveva in cassa a fine 2009, come riferisce l’Agenzia di stato epr la gestioend el debito pubblico[99].   

La prima tranche del pacchetto di aiuti deciso a Bruxelles arriva appena in tempo perché il Tesoro greco possa pagare il 19 maggio gli 8,5 miliardi di € di un bond decennale in scadenza. Non tutti i paesi dell’eurozona hanno di fatto finora partecipato al versamento cui il Consiglio aveva impegnato tutti (fra i ritardatari, indovinate un po’ chi c’è?), ma il ministro greco delle Finanze, Giorgos Papacostantinou, attribuisce i ritardi “soprattutto a ragioni tecniche[100], facendo – bontà sua – almeno finta di crederci…

Il punto è che nel mondo globale e strettamente intricato di oggi nessuno si può più permettere di ignorare quello che accade altrove. La Grecia è, come dicono gli americani, un paese disfunzionale, anche se non è certo il solo: ha vissuto per anni su soldi presi in prestito ma, adesso, nessuno glieli vuole prestare più e non ce la fa a pagare i debiti che deve soprattutto a banche tedesche, francesi e britanniche. Se non sarà in grado di pagarle, però, corrono il rischio di fallire anch’esse trasformando il fallimento greco in una crisi sistemica. E’ un racconto che già s’è sentito, no?

Il fatto, l’abbiamo già scritto, è che la Grecia è il canarino nella galleria della miniera. Certo, l’Europa nel suo complesso – se è poi definibile, come complesso… – l’America, non sono la Grecia né definibili in termini di bancarotta, o quasi, come la Grecia. L’America poi che – è vero – riceve prestiti da tutto il mondo, poveri e ricchi senza eccezione, lo fa almeno nella propria valuta. Ma anch’essa è a rischio, se piano piano – o di botto – se ne va la fiducia…

Sarebbe lo scatenarsi, stavolta senza freno, di una seconda grande crisi bancaria (di qui il timore che rende “buoni”, comprensivi, con le grandi banche tutti i governi). Due lezioni: la prima è che una seconda crisi bancaria il mondo non se la può proprio permettere: il che significa ormai fare, sul serio, una riforma efficace del sistema finanziario internazionale; e la seconda è che dobbiamo, tutti – non solo la Grecia – guarire il nostro sistema politico disfunzionale.

Nessuno, neanche l’America – immaginiamo un po’ l’Inghilterra, ma anche l’Italia – può permettersi più di prendere a prestito all’infinito. Bisognerà, invece, trovare il modo di obbligare a pagare le tasse quanti le evadono. E dopo – ma dopo: prima tutti dovranno veder diventare realtà questo primo passo – se non sarà sufficiente, bisognerà rivedere le promesse – e le premesse – del nostro welfare state.

Invece, per loro signori, la contropartita secca sarà l’austerità, la più dura come loro la intendono. Non il sacrificio equamente e magari – guarda un po’ – pure proporzionalmente spartito, ma come è stato già in America, prima con Bush ma poi anche con Obama, a carico non dei colpevoli, banchieri che non hanno prestato o non hanno prestato bene i soldi che amministravano, regolatori che non hanno regolato, governi e governanti che hanno governato ma poveri cristi, lavoratori e contribuenti.

Vedrete se le banche centrali – da Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia e, poi, ma solo alla fine anche dal Regno Unito che, è vero, non sta nell’euro ma è di tutti di gran lunga il più indebitato – tutte insieme, non esigeranno le “riforme strutturali” che continuano, all’unisono, a chiedere da anni a carico dei più poveri.

Due, soprattutto: deregolazione del lavoro dipendente (così aumenta il lavoro, dicono da almeno vent’anni: quando, poi, aumenta – se aumenta – solo il lavoro precario…); e taglio della quantità e del valore delle pensioni, da trasformare appena possibile in “assicurazioni” private. In buona sostanza: perché è così che funziona, il sistema. Anche se, è vero, presenta il piccolo neo di affossare così il reddito e la domanda. Ma nel breve termine e anche per qualche po’ del medio produce sempre profitti…

L’idea sembra essere, lor signori l’hanno fatta propria – tanto personalmente, ma forse si illudono, la cosa non li riguarda – che ormai il capitalismo avanzato è condannato a ridurre drasticamente le condizioni di vita di chi in esso produce e lavora: diciamo, almeno per il 90% di loro. Per il 90% di noi…. Quindi, queste operazioni di salvataggio servono a farci scivolare – la maggior parte di noi – nello stato di depressione economica che sarà il nostro senza gli scossoni violenti, e pericolosi anche per loro, di un crollo sociale ed economico come quello della Grecia in rivolta che minaccerebbe anche tagliatori di cedole e top managers delle banche rischiando di mandare all’aria le strutture di potere e di sottopotere esistenti. Così, forse, si può evitare il giorno del redde rationem

D’altra parte, il sistema sa funzionare – forse addirittura può funzionare – solo così. Ma a nessuno viene in mente che è necessario arrivare a buttarlo via, quel sistema, proprio perché funziona soltanto così?

L’Unione europea intanto prova a forzare un po’ la mano, palesemente profittando dell’emergenza, per accelerare la devoluzione di qualche potere minimo di pre-coordinamento finanziario, se non altro dell’informazione, a Bruxelles. Ma forse la motivazione fornita è troppo occasionale, non basata su princìpi o proposte di cambiamento politico chiaro e, subito, trova a far ostacolo uno dei cosiddetti paesi virtuosi, la Svezia.

Il primo ministro Fredrik Reinfeldt dice di opporsi alla proposta della Commissione di un sistema che sottoponga, al vaglio di tutti, i bilanci di tutti dentro l’Unione prima che essi siano presentati ai parlamenti nazionali. Perché è strano, sostiene, che qualcuno abbia occasione di preoccuparsi di chi ha le proprie finanze pubbliche in ordine come la Svezia: Reinfeldt, poveraccio, non ha capito niente della lezione di Keynes, non solo sulla corresponsabilità ma, anzi, sui guai che all’equilibrio di tutti creano proprio gli attivi dei paesi virtuosi[101]

Neanche gli viene in mente, naturalmente, a questo cultore, come tanti del resto, del buon senso convenzionale, secondo cui è bene ed è virtuoso avere finanze in attivo – e più forte è meglio è – che invece, secondo quel che Keynes ha insegnato, la virtù sta forse nel mezzo anche in materia di finanze pubbliche, in una condizione di equilibrio del bilancio piuttosto che in un attivo forte e che, se questo permane per molto tempo, per l’equilibrio globale è peggio che un passivo[102]

Vero, però, è che lo svedese e anche l’inglese (il nuovo cancelliere dello Scacchiere, il conservatore Osborne, che è d’accordo con la sua posizione anche se lui i conti non li ha certo in rodine), con la proposta da votare a maggioranza qualificata e non valendo il veto, stavolta sono destinati a perdere la battaglia e, quindi, in Consiglio neanche la ingaggeranno…

Fortunatamente, ma non casualmente, viene ora in mente proprio a Merkel che di questo supplemento d’anima, e per cominciare di un po’ “più d’integrazione” – anche solo un inizio di principio come questo: tutti sullo stesso piano a rivedere insieme i conti di tutti, dalla onnipotente Germania alla piccola Malta, per capirci – l’Europa, invece, ha ormai disperatamente bisogno. Dopo aver aderito al piano di salvataggio, sapendo che ormai comunque il danno elettorale in Renania-Westfalia era fatto, Merkel infatti rilancia.

Parla, secondo quanto riferisce la stampa dopo un vertice del governo tedesco col vice cancelliere e ministro degli Esteri Westerwelle e col ministro delle Finanze Schäuble[103], della necessità di stabilizzare l’euro e, quindi, della necessità di mettere sotto sorveglianza e monitoraggio i bilanci nazionali dei paesi membri. Per farlo, la Germania proporrà di coinvolgere direttamente la Banca centrale europea con penalizzazioni forti— non tanto multe, perché alla fine aggraverebbero solo i deficit dei paesi penalizzati, quanto – è solo un esempio – del ritiro del diritto di voto nel Consiglio europeo.

Solo che per farlo bisognerebbe cambiare il Trattato di Lisbona… e il vertice stesso del gabinetto tedesco è costretto a far rilevare – come  è obbligato a fare dalla Costituzione federale – che alla fine, però, sui bilanci di ogni singolo Stato restano sovrani i parlamenti nazionali non il Consiglio europeo, non la Commissione, non il Parlamento europeo… E allora?

Portata alla discussione del gruppo di lavoro che il presidente della UE van Rompuy convoca, l’idea non sembra in effetti trovare grandi riscontri e tanto meno consensi. Il 21 maggio, i ministri concordano di aprire quattro tavoli, come si dice, discussione: su come rafforzare il patto di stabilità, ridurre le differenze di competitività tra i diversi paesi, creare un meccanismo di gestione delle crisi e di governance dell’economia europea. Tutto molto aulico e tutto molto generico…

Van Rompuy, poi, non ci va proprio leggero e dice che secondo lui la procedura di messa in fallimento d’uno Stato in difficoltà, oltre a Berlino non la sostiene nessuno, che comunque non può certo riguardare a posteriori la Grecia e che la riforma del Trattato di Lisbona non gli sembra proprio possibile. In ogni caso prenderebbe troppo tempo e la maggioranza preferisce lavorare su un rafforzamento delle sanzioni[104]: anche se, è evidente, che l’idea (multare chi sta economicamente fallendo) sembra contraddittoria…

Schäuble che ha difeso la proposta tedesca – condivisa solo, e solo in linea di principio, dalla collega francese – non è sembrato davvero, et pour cause, molto contento mentre con la carrozzella che spinge lui stesso a mano si allontanava dopo la riunione…

Stavolta, però, Angela Merkel non ha parlato soltanto di regole e austerità ma anche – e forse questo, politico, non giuridico o finanziario è il vero messaggio di chi ritiene ancora di sentirsi legittima erede di Helmut Kohl e della sua visione di una Germania pienamente europea – della necessità di costruire dentro l’Unione una maggiore armonizzazione delle politiche economiche e finanziarie, di “usare” – dice proprio così – questa crisi come un’opportunità di “recupero rispetto alle omissioni che il Trattato di Lisbona ha lasciato irrisolte”. E Merkel aggiunge che questa crisi dell’euro è uno dei test maggiori, forse in assoluto il maggiore, che l’Europa abbia mai dovuto affrontare. Comunque, se questo ostacolo viene superato, “l’Europa sarà più forte di quanto era prima[105]

Per dirla fino in fondo, certo, la questione della politicità della questione europea le viene in mente, anche perché ce l’obbliga il presidente francese Sarkozy, battendo – letteralmente – i pugni sul tavolo[106] del vertice di Bruxelles del 9 maggio, dove tra l’altro lei manco c’era (era a Mosca, alla parata sulla piazza Rossa che celebrava la vittoria russo-alleata contro i nazisti nella seconda guerra mondiale) ma del cui svolgimento era informata, come si dice, minuto per minuto.

Insomma, a scuotere la corazzata tedesca dal suo abbrivio verso l’insabbiamento è servito un europeista largamente imperfetto come Sarkozy, sostenuto da altri, come lui altrettanto imperfetti, come Zapatero e, addirittura, Berlusconi, urlandole in faccia che lui “esigeva da tutti uno sforzo di compromesso per salvare la Grecia: se no la Francia avrebbe abbandonato l’euro che tanto, fosse andata altrimenti, sarebbe stato affossato” dai signori dei mercati. Come qualcuno ha semplificato, in termini facili e scorretti – ma che, alla fine, danno l’idea – di vinti e vincitori, è stato “un trionfo per il francese Nicolas Sarkozy e una sconfitta per la tedesca Angela Merkel[107].

Solo che, adesso, chiaramente, il pericolo – la certezza, anzi – è che, con l’austerità che si richiede – e non solo alla Grecia, come s’è detto – di imporre come contropartita del salvataggio dell’euro, si inasprisca la crisi. Per dirla con un economista famoso[108] – e che da anni ci azzecca, al contrario dei più – “mentre un consolidamento fiscale – cioè una stretta alla spesa pubblica – è necessario per prevenire un insostenibile allargarsi dello spread sui titoli sovrani, gli effetti a breve termine – e non solo – dell’aumento di tasse e del taglio di spesa pubblica tendono a provocare una contrazione dell’economia. Che poi è anche complicata dalla dinamica del debito pubblico e impedisce di restaurare la sua stessa sostenibilità”. Già…

Stavolta, però, la Germania risolve di andare avanti da sola senza aspettare che gli altri decidano. E blocca senza preavviso sul mercato le vendite allo scoperto cosiddette nude – che scommettono sul vendere adesso assets di cui neanche si dispone effettivamente (al nudo, cioè) per poi, speculando sul loro ribasso ricomprarli in futuro mettendosi in tasca come profitto la differenza – in  particolare, le vendite allo scoperto dei buoni del Tesoro dei 16 paesi dell’euro.

In un secondo momento, la mossa viene addirittura allargata a proibire molte altre operazioni di mercato che scommettono contro assets di cui non si dispone per niente: insomma, se vuoi far soldi scomettendoti contro, non potrai più farlo, almeno in Germania, senza pagare in contanti – allo scoperto – ma promettendo di pagare, non promettendo soltanto di farlo…

Una dichiarazione[109] della BAFin, l’Autorità federale di supervisione finanziaria, motiva l’inusitato divieto perché nuove eccessive variazioni dei prezzi potrebbero danneggiare risparmiatori e investitori sui mercati finanziari e minacciare la stabilità dell’intero sistema. Motivazione sacrosanta ma che – è un fatto – nega in radice la stessa funzione del mercato finanziario, la scommessa, la speculazione la possibilità di rovinare qualcuno per arricchire un altro scatenando la sua miseria… Il blocco, che riguarda anche alcuni credit default swaps (scambi di titoli derivati) e le azioni di una decina di istituti finanziari, rimarrà in vigore fino al 31.3.2011.

Merkel in un discorso di fuoco al Bundestag afferma, stavolta, la sua eretica (rispetto al dio-mercato) convinzione che bisogna riuscire a affermare la “primazia” della politica sui mercati per evitare la catastrofe dettata dall’ingordigia. E’ un approccio decisamente offensivo – in linea di principio,  sicuro, per ora soltanto in linea di principio: ma netto e che, comunque, col divieto comincia a trasformarsi in fatto… – rispetto al laissez faire, alla sovranità della finanza sulla politica, a un’Europa come solo mercato e occasione di mercato che sembra invece riprendere fiato a Londra col nuovo governo cons-lib dove il cons schiaccia sicuramente il lib… che, d’altra parte, sulle questioni del mercato ama esserne schiacciato.

La ridurrò all’essenziale – dice adesso Merkel ai deputati, spiegando la mossa del suo ministro delle Finanze e della BAFin contro la libertà di speculazione sul libero mercato – l’euro è la fondazione della crescita e della prosperità. L’euro è in pericolo. Se non affrontiamo adesso questo pericolo, le conseguenze per noi, in tutta Europa, saranno incalcolabili[110].

Quel poveraccio impotente del presidente dell’Unione van Rompuy lamenta a voce alta e a ragione, subito, che agendo da sola la Germania si è sottratta ad ogni cooperazione69. Ma non si sogna neanche di dire, o forse addirittura pensare da buon liberista che è, che la sua inerzia è responsabile prima – tra molte e di molti in Europa e nel mondo – dell’agire solitario tedesco contro la selvaggia libertà dei mercanti sui mercati.

Del resto, Francia, Austria, Belgio e Spagna avevano dal 2008 già proibito – in parte od in tutto – la pratica delle vendite nude allo scoperto alle loro borse. Anche se adesso Sarkozy, incongruente come spesso gli capita, rimprovera a Merkel di aver agito da sola… poi, comunque, dicendo insieme che presenteranno una proposta di divieto dello scoperto nudo al prossimo G-20…

Altri invece piagnucolano che la misura presa dalla Merkel e quelle minacciate all’ECOFIN contro chi specula su derivati e quant’altro sono manifestazioni di populismo e, anche, controproducenti che seminano il panico sul mercato[111]… E forse è pure vero. Ma un po’ di panico sul mercato, secondo noi, è un bene seminarlo e, alla fine, arrivare a regolarlo non potrà fare che bene riducendo la sfrenata sovranità dei valori finanziari, di carta e spesso fasulli, sui valori economici e anche finanziari che corrispondono a scambi e transazioni reali e non fatte soltanto per fabbricare soldi sui soldi e sul sudore e il sangue degli altri.

Vale la pena di notare, forse, a ricapitolazione di questo lungo, ma speriamo non inutile, excursus degli eventi recenti sulla crisi dell’euro, l’intervista che il ministro per gli Affari europei della Francia, Pierre Lellouche, non un gigante della politica d’oltralpe però uno dei suoi esponenti più vicini all’onnipotente, cioè al presidente, dice in un’intervista[112] due cose importanti:

• la prima fa rilevare Lellouche è che, nei fatti e di fatto, il pacchetto di garanzia collettiva da 440 miliardi di € per l’eurozona ha cambiato radicalmente la natura stessa dell’Unione, trasformandola in un organismo di natura diversa, simile da un punto di vista istituzionale a quello che è la NATO: dove la garanzia della sicurezza (in questo caso finanziaria, in quello sul piano della difesa di tutti da parte di ciascuno) è entrata a far parte della natura stessa del patto sociale. Si tratta di un passo in avanti, forte, e che come tale bisogna riconoscere, verso l’integrazione economica del blocco.

   Non lo dice, ma lo sottintende, Lellouche, alla faccia del Regno Unito e delle sue preferenze e anche contro le resistenze inconfessate della stessa Germania…

• la seconda cosa che viene in evidenza – secondo il francese, e non solo lui, certamente – è che nel corso di questa vicenda è emerso come la Germania stia riasserendo, o cercando di riasserire, i suoi interessi nazionali: come ricominciando a distinguerli, per la prima volta da decenni, dal dopoguerra, da quelli che quasi automaticamente identificava con i destini europei.

   Del tutto “normale”, dice Lellouche. Non ci potevamo certo aspettare che la Germania continuasse per sempre a restarsene quieta e succuba, quasi. E, d’altra parte, anche questo nostro paese non può aspettarsi di andare avanti con uno squilibrio di bilancio come quelli che da trent’anni si trascina dietro…

   Ma facendo così, la Germania sta anche mettendo in tensione il rapporto franco-tedesco, dice il ministro francese che non sembra proprio parlare così a titolo personale. E’ opportuno che, quindi, ce ne rendiamo tutti ben conto… come Berlino deve anche sapere che la Francia intende lavorare per mantenere quel rapporto com’è stato – eccellente – per tutto il periodo del dopoguerra. Solo che, detta così, sembrerebbe più che una promessa, quasi una minaccia.

Il fato è che in America – ma più silenziosamente anche in Europa – c’è chi comincia a riflettere su uno scenario che fino a qualche anno fa sembrava impossibile: se l’esito finale di questa ricerca convulsa e necessaria di nuovi equilibri possa mai essere un qualche “alleanza”, in qualche modo sistemica,  tra Germania e Russia…

Alla vigilia del G-20 che comincia il 4 giugno p.v. il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Geithner, mette le mai avanti e sul rapporto USA-UE dicendo, proprio a Berlino, che l’Europa non si può più aspettare che a sostenere la domanda globale siano solo, o quasi, i consumatori americani[113]. Il mondo è ormai in grado di mettere in piedi un sistema in grado di far meglio fronte alle crisi finanziarie che si vanno ripetendo. Il mondo, in effetti, malgrado punti di viste e ideologie tanto diverse, è oggi più vicino a considerare necessarie misure più stringenti di controllo su movimenti di capitali e uso di strumenti finanziari non puntellati da assets reali.

In Russia, ad aprile, il tasso di inflazione scende al 6,1% dal 6,5 di marzo[114]. E, sul tema Russia, Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’ENI, fa notare a inizio mese, informalmente ma in modo significativo, al cosiddetto CERA Week (Cambridge Energy Research Associates), la settimana di discussione altrettanto informale ma molto autorevole sul futuro energetico organizzata a Huston in Texas, che ormai per districare l’aggrovigliata matassa dei progetti energetici che interessano insieme – direttamente o meno che sia – russi e europei (Nabucco, che a dire il vero è ancora del tutto di là da venire, e South Stream, il progetto di ENI stessa e di Gazprom che affianca il Nord Stream, russo-tedesco, già avviato) conviene – e lui questo propone – procedere a una parziale unificazione[115] dei due primi progetti.

Non sono affatto, come ritengono in Europa quanti vogliono competizione, concorrenza e magari una nuova guerra fredda coi russi, in competizione tra loro; ma anzi, spiega Scaroni, perfettamente complementari e dovrebbero pertanto essere in parte accorpati per ridurre i costi operativi e incrementare il ritorno economico di entrambi. Una posizione che sembra economicamente sensata. Ma politicamente contribuisce ancora di più ad allarmare quanti (polacchi, cechi, baltici, ecc.) dai russi comunque ci tengono a tenersi lontani.

Nabucco è il piano, in grande ritardo ma sponsorizzato – senza quattrini ancora effettivamente versati né piani di realizzazione avviati – dall’Unione europea e che gode dell’appoggio politico-platonico degli Stati Uniti puntando, a regime (ma quando?) a portare il gas dell’Azerbaigian e del Turkmenistan e anche, potenzialmente, di altri produttori mediorientali in Europa, scavalcando e emarginando il gas russo.

Proprio riguardo all’Europa e al suo difficile impigrito momento economico, lancia un avviso tra il preoccupato e il vagamente minaccioso la ministra dell’Economia della Russia, Elvira Nabiullina[116]: dovremmo, dice, ridurre la percentuale di esportazioni in Europa, visto e considerato che l’economia lì “cresce poco” e concentrarle di più sulle regioni che promettono maggiore crescita, verso l’Est, in Asia ad esempio.

Perché – spiega – se continuiamo a farci “attrarre” dalla chimera europea, corriamo il rischio di ritrovarci, come paese, al margine del fulcro di maggior crescita… “Il problema sarà quello di diversificarci rispetto a un’Europa che per noi è sempre centripeta. E ci vuole tempo, perché significa per noi impegnarsi a sviluppare le nostre infrastrutture in Oriente e verso l’Asia, soprattutto ad attrezzarci meglio in strutture come porti, gasdotti e oleodotti”.

D’altra parte, dice lo stesso Putin, la Russia ha assolutamente bisogno di rivedere come regola gli investimenti che arrivano dall’estero, visto che nel 2009 ha dovuto registrarne un declino del 16%. E’ una tendenza che va rovesciata e entro l’anno, secondo il primo ministro, migliorando il clima e abolendo gli ostacoli puramente burocratici che ancora frenano le decisioni di investimento dall’estero[117]

Un fatto che si rivela qualche po’ inquietante dopo l’annuncio del grande salvataggio della Grecia da parte dei paesi dell’eurozona è che i mercati (banche, investitori, risparmiatori, speculatori, gestori… cioè, quanti concretamente li incarnano) sembrano prenderlo soprattutto come un’assicurazione: non lo vedono, in effetti, a giorni di distanza dalla proclamazione del fatto tradursi, appunto, in fatto nell’arrivo cioè dei miliardi di euro annunciati a destino.

Sono molti gli analisti che restano convinti di come, alla fine, a un default si arriverà comunque, al minimo con la riclassificazione e l’allungamento dei tempi di ripagamento del debito greco. Nel frattempo la faccenda continua a pesare sull’euro che, negli ultimi quattro mesi, è calato del 14,5% sullo yuan cinese, negli ultimi tredici del 14% sullo yen e ha visto la parità col dollaro, a soli quattro giorni dalla grande operazione di salvataggio che l’avrebbe dovuto rafforzare, scendere al minimo dal novembre 2008, a $1,24 per €.

Mettendo fortemente nei guai tutte le esportazioni europee, in pratica dovunque nel mondo, e accompagnando il ballo di San Vito scatenato sull’euro e i guai dell’eurozona col timore del contagio in America col tonfo sotto 10.000, a 9.868,57 dell’indice Dow Jones, a Wall Street, il 25 maggio.

L’ambasciatore russo presso la NATO, Dmitri Rogozin, ha elencato in un messaggio consegnato ai suoi colleghi il giorno prima del loro vertice una lista delle questioni che il suo paese vorrebbe discutere con l’alleanza e i suoi membri europei[118]. Dice che la Russia vuole dibattere coi paesi della NATO di quel che viene descritto, senza dettagli per ora, come  il “nuovo concetto strategico” dell’Alleanza stessa; cioè,

• dell’ipotesi che la NATO si lasci tentare dall’idea di diventare una specie di forza di polizia globale,

• della tentazione che percorre alcuni paesi dell’est europeo che, pure riconoscono se interpellati di non esservi preparati, a “sopportare” il peso e anche il pericolo che rappresenterebbe per loro schierare missili antimissili che “non siano sotto il loro controllo” ai confini russi,

• della riluttanza che dentro l’Alleanza è manifesta ad includere nei suoi confini Georgia e Ucraina,

• della proposta, che accoglie con favore (e ti credo…), di alcuni paesi della NATO (Germania, Benelux e non solo) di veder ritirate le armi nucleari tattiche che da sessant’anni, dall’inizio della guerra fredda, schierano gli Stati Uniti sul suolo europeo.

Insomma, e a dirla tutta, le dita negli occhi: perché sono tutti temi che, in effetti, dividono la NATO: tra gli europei e tra americani e tra europei stessi. Ma la cosa più interessante è che Mosca non tema oggi – o forse, ma è altrettanto importante, che mostri di non temere – di veder dibattere, apertamente e chiaramente, nella NATO, questi argomenti. Rogozin ha lasciato anche intendere che la soluzione di queste questioni condiziona anche la cooperazione di Mosca nel rifornire gli elicotteri americani e della NATO in Afganistan…

Altro esempio della, a dir poco, strana, collusiva consonanza, semiufficiale e semisegreta e quasi inconfessabile quanto mai reale che, al di là dell’altrettanto reale conflitto di interessi, lega ormai, come sull’Iran, la Russia agli Stati Uniti nell’era di Putin.

Tra l’altro, anche se a Mosca nessuno lo confessa, non fa poi gran dispiacere al Cremlino veder restare infognati gli americani in Afganistan: impantanati proprio come, una trentina di anni fa i russi stessi avevano dovuto rassegnarsi di essere, riconoscendolo di fronte al mondo intero, semplicemente tagliando alla fine la corda ed andandosene.

Perché, alla fine, nell’era della realtà imperiale in caduta libera ma riluttante iniziata quarant’anni fa nel dopo Vietnam, con Kissinger-Brzezinski – epoca sempre dominante nella politica estera degli Stati Uniti d’America, malgrado tutto e tutti e tutte le loro differenze: da Carter a Obama, passando per Reagan, Bush sr., Clinton e Bush il piccolo – l’America non si rassegna all’impossibilità di chiudere una sua guerra senza una vittoria di vecchio stampo come quelle di una volta, coi generali nemici che firmano la resa su un vagone ferroviario, in territorio controllato dai vincitori sotto i flash dei fotografi e l’occhio glorificante della televisione. Ma non è più così.

Lo confessa – senza rendersene conto? o comprendendolo invece benissimo? – il generale che comanda tutte le truppe americane e alleate in Afganistan, Stanley McChrystal, quando, dell’unica offensiva importante che ha iniziato – il tentativo di cacciare i talebani da Marjah, un insieme di villaggi della provincia di Helmand – parla ora come di un’ “ulcera sanguinante[119]… proprio e precisamente perché lui, l’America, l’occidente, noi insomma che da questa parte stiamo magari senza averlo neanche scelto, al contrario di loro, dei talebani, di quegli altri insomma che anche loro forse non l’hanno scelto, non abbiamo dalla nostra tutto il tempo del mondo… Anzi, il contrario.

Ci prova, diciamo a rilanciare il morale, l’ex primo ministro danese e attuale segretario generale della NATO, Rasmussen – mai segnalatosi in alcuna circostanza, a dire il vero, per essere un aquilotto di acume – continuando imperterrito a seminare berlusconianamente[120], o se preferite donchisciottescamente, ottimismo a iosa: scrive, o meglio firma, un editoriale sul NYT dal titolo icastico: — I talebani ci stanno colpendo, ma non stanno vincendo[121] – perché “i loro attacchi in Afganistan non stanno fermando l’offensiva afgana e quella della NATO”. Che è, certo, vero ma significa solo che, stando i talebani a casa loro, a loro per vincere basta non perdere e, dunque, che stanno vincendo…

Questo, precisamente, è il problema che hanno davanti gli Stati Uniti: che, come in Corea l’altroieri e in Vietnam ieri, proprio non è possibile. Anzi, ormai è del tutto evidente che l’unica speranza che resta all’America, e alla sua sconocchiata coalizione di volenti – mai, o comunque non più, tanto convinti – è quella di cercare di rimpecettare quella che uno studio recente chiama a ragion molto veduta “una forza finita in frammenti[122] come l’esercito nazionale afgano. Per poi proclamare di aver vinto ed andarsene… Come fecero i russi, che avendo un po’ più di senso della misura – o se volete forse della storia – almeno evitarono di strillare vittoria ritirandosi nel febbraio del 1989.

Il Pentagono non si rassegna, però: l’establishment americano non può ammettere, con se stesso e con la propria gente, che è sempre bravissimo a cominciare una guerra ma non sa proprio più come fare a finirla… Tale e quale a Israele, ormai, che ha perso, è chiaro anche a molti in quel paese, le sue due ultime guerre con Hezbollah  in Libano e con Hamas a Gaza… ma, appunto, non si rassegna.

Tutti i temi elencati ora da Rogozin, che formano parte integrante del ridimensionamento resistito ma ormai inevitabile così come della necessaria implicazione nello gestirli dei russi, erano stati affrontati il 22 aprile scorso nell’incontro che i ministri degli Esteri europei avevano avuto con la loro collega americana, trovandola a dire il vero molto restia a entrare nel merito della discussione e pronta piuttosto, come sempre, solo a enunciare quella che è la volontà dell’America.

E, adesso, Rogozin ricorda agli europei che – sullo sfondo della nuova e strana realtà geopolitica – sono questi i problemi concreti che certo interessano i russi ma anche loro per primi perché, per primi, sono stati gli europei a sollevarli e che  dovranno adesso trovare il modo di discutere, non tanto in realtà con Mosca quanto nella visita che, a metà maggio, il vice presidente americano Biden farà in Europa.

E, per chiarezza, il ministro degli Esteri Lavrov fa sapere che opinione ferma del suo governo è che il cosiddetto nuovo concetto strategico della NATO dovrebbe comunque chiarire che l’Alleanza si ritiene impegnata a conformarsi a quelle che sono le regole del diritto internazionale, in particolare ai dettami della Carta delle Nazioni Unite, e ai criteri che essa detta con grande rigore senza margini di interpretazione per l’uso della forza. La Russia, che è pronta a sviluppare con la NATO un rapporto positivo, attende però di sapere quale sarò il contenuto di questo famoso nuoco concetto strategico[123]

Intanto, Medvedev trasmette al parlamento per la ratifica il Trattato START, per la riduzione degli armamenti strategici, firmato con Obama. Nella lettera ufficiale con cui lo invia al presidente della Duma, esprime la speranza che il Congresso americano lo ratifichi contemporaneamente alla Russia, sottolineando il fatto che troppo spesso in passato sulle ratifiche statunitensi a trattati ed accordi la Russia è stata turlupinata perché alla fine non sono arrivate. E, assicura al parlamento, questo tipo di comportamento la Russia “non lo tollererà più[124]…    

Va segnalato come, nel contenzioso che resta aperto o che si vuole aprire (che la Russia vuole aprire) con la NATO e/o con USA-Polonia, adesso il vice ministro degli Esteri Alexander Grushko avverta pubblicamente che il dislocamento di missili Patriot ai suoi confini in territorio polacco rappresenta in ogni caso una “violazione specifica e grave dell’accordo di base ” del ‘ 97 negoziato e  concordato tra Russia e NATO[125].

Fa rilevare il vice ministro come in esso è compresa una clausola che vieta la dislocazione permanente di forze militari terze nel territorio ai confini di una delle due parti. Lo segnala – dice Grushko, pare perfino con qualche ironia – a chi potesse essersene dimenticato… Il giorno prima il titolare del dicastero, Sergei Lavrov, aveva chiesto ai polacchi come si potesse giustificare nel nuovo rapporto, certamente più amichevole di quanto fosse da mai prima di ora, una mossa che inevitabilmente viene vissuta come “ostile” da chi la “subisce”.

Il ministero polacco aveva risposto subito che Varsavia non ha da scusarsi con nessuno per decisioni che sovranamente prende e prende da sola. Da Mosca hanno controrisposto, precisando che contromisure per ora sarebbero “premature”, ma che quando si prendono decisioni di portata strategico-politica sarebbe meglio, prima, ponderarne la congruità con gli impegni internazionali preesistenti e, insieme, considerarne le “possibili conseguenze”.

ualcosa di sotile. Il ministrrod egli esteri di varsavia risponde subito che la Polonai non deve giustifcarrsi con nessuno delle sie decisioni sovrane ma

Nel frattempo, per l’Ucraina il presidente Yanukovich prende qualche po’ le distanze dall’idea avanzata, “inaspettatamente” dice,  dai russi – da Putin – di una fusione tra gli enti energetici russo e ucraino, Gazprom e Naftogaz. Forse sarebbe una mossa affrettata e, del resto, potrebbero esserci altri modi efficaci per garantire un’efficace cooperazione tra i due paesi in campo energetico, senza dare neanche l’idea ai “malpensanti”, come li chiama, di interferire con gli interessi nazionali[126]

D’altra parte, l’Unione europea – contrariamente a quello che le chiedeva l’opposizione a Yanukovich ma senza osar dire chiaramente il perché, cioè mettere i bastoni fra le ruote al disegno di riavvicinamento coi e dei russi – si affretta a segnalare che, per quanto la riguarda, si tiene fuori della discussione e non ha comunque obiezioni a qualsiasi soluzione Mosca e Kiev trovino tra di loro, consensualmente: purché essa garantisca la regolarità del flusso del gas[127].

In definitiva, mentre il ministro per l’Energia dell’Ucraina, Yuri Boyko, taglia corto[128] affermando l’impossibilità della fusione tra Gazprom e Naftogaz, il primo vice premier Andriy Klyuyev chiarisce[129] che, in ogni caso, qualsiasi accordo relativo al trasporto del gas dovrà necessariamente passare dalla discussione della creazione di un consorzio trilaterale tra Ucraina stessa, Russia ed Unione europea.

Piuttosto, dice il primo ministro ucraino Mykola Azarov[130] – correggendo un po’ tutti, dal presidente al suo primo vice – il paese deve tenere a mente che la rete metanifera ha comunque bisogno di ammodernarsi e che l’Ucraina da sola non ce la fa, che quindi bisogna trovarsi dei partners. Accogliendo la proposta della Gazprom di formare un consorzio ma estendendola all’Unione europea, conferma. Sperando di trovare un qualche riscontro possibile, però, da parte europea.

Dove manca, invece, qualsiasi capacità di risposta di una voce unica: una sola voce industriale europea, a nome di tutti, ma anche una sola voce politica: alla Commissione, in effetti, nessuno in Europa ha davvero mai delegato il potere di decidere – di discutere, sì: ma poi di riferire… – in  questa materia. Insomma, in Europa nessuno parla per tutti sull’energia. Ma anche in Ucraina…

Anche sul piano delle intese militari la nuova Ucraina si segnala, diciamo pure, per coerenza. Yanukovich, che ha cancellato l’idea di aderire alla NATO dall’orizzonte politico del suo paese come squilibrante ed avventurosa, dice ora un secco no alla proposta di aderire alla Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) che, in modo molto meno obbligante di quanto faccia la NATO, lega tra loro in mutua assistenza blandamente definita, alcuni paesi dell’est post-sovietico con la Russia: Armenia, Bielorussia, Kazakstan, Kyrgyzistan e Tajikistan, solo i primi due dell’est europeo, tutti gli altri dell’Asia centrale.

Per questo motivo e perché l’adesione ucraina potrebbe essere letta come una violazione del non allineamento che ha scelto di coltivare perseguendo invece “ogni prospettiva di cooperazione e di partnership con la Russia”, il ministro degli Esteri Kostyantyn Hryshchenko spiega che l’Ucraina non intende aderire né alla NATO né alla CSTO[131].

In Turchia, in questo mese, il parlamento ha votato e approvato, con una maggioranza assoluta, 336 voti, ma senza raggiungere i due terzi (367 su 550 voti dell’Assemblea) che li avrebbero subito resi esecutivi, gli emendamenti voluti dal governo che cambiano la Costituzione di Ataturk e, dunque, impongono  nei prossimi mesi il passaggio per un referendum popolare: per il quale comunque il governo di Erdogan sembra avere la maggioranza. L’emendamento approvato[132], sul quale si voterà  verso metà settembre a suffragio universale, prevede che i militari non saranno più giudicati da tribunali militari, speciali, ma da quelli civili e che il parlamento avrà la sua voce in capitolo nella nomine giudiziarie.

Sale la temperatura tra Ungheria e Slovacchia[133] il cui primo ministro Robert Fico avverte di considerare come una minaccia alla “sicurezza del suo paese” i piani di Budapest di “semplificare” la procedura di riconoscimento della cittadinanza ungherese ai cittadini slovacchi di etnia magiara. L’ambasciatore slovacco a Budapest è stato simultaneamente richiamato per consultazioni mentre si sta avvelenano il clima tra i due paesi sullo status dell’oltre mezzo milione di potenziali “nuovi” cittadini ungheresi.

Un po’ come se gli austriaci decretassero la cittadinanza austriaca automatica agli altoatesini di lingua tedesca… Il fatto, naturalmente, è che al potere a Budapest è andata la destra pressoché estrema, nazionalista, di Fidesz che ha subito portato al calor bianco il rapporto tra i due paesi, membri ambedue dell’Unione europea. Anche un altro paese dell’Unione, col presidente della Repubblica Traian Basescu, la Romania, ha di recente duramente criticato la decisione di Fidesz.

In rappresaglia, la Slovacchia intende ora passare una legge che priverà della cittadinanza i cittadini che accettino quella di un altro paese. Il governo dichiara di appoggiare la proposta di legge presentata in questo senso in parlamento[134]… E il presidente del parlamento Pavol Paska ha inviato per posta diplomatica il testo della proposta di legge al suo omologo ungherese per fare chiaramente su esso pressione. Un voce isolata di parte slovacca, quella della deputata popolare Anna Zaborska, si è levata coraggiosamente al parlamento europeo a denunciare come insana sia la legge ungherese sia la sconsiderata risposta slovacca[135]

Ma la cosa più preoccupante, forse, è l’incapacità dell’Unione stessa di intervenire – e s’era pure data, per farlo, una superministra degli Esteri!! – neanche per tentare di stemperare conflitti come questi…

STATI UNITI

Dell’aumento di PIL che, nel primo trimestre del 2010, ha ufficialmente segnato il 3,2%, la metà era fatto dalla crescita delle scorte di magazzino. Solo il resto, dunque, tra nuova produzione, nuovi investimenti, nuovi consumi… Esattamente la stessa crescita dell’ultimo trimestre del 2009 (in realtà, poi, la revisione dà la cifra in lieve ribasso: crescita effettiva è del 3%). Che promette, dunque anche meno bene, ora come ripresa, dopo una recessione così severa come quella da cui si comincia appena ad uscire, a un tasso di crescita del tutto insufficiente a creare nuovo lavoro.

Naturalmente, c’è chi dice che questa è una visione troppo pessimistica della realtà dell’economia – che, in fondo, il bicchiere mezzo vuoto è sempre mezzo pieno, no? –, che se uno buca, ma gli rimangono tre gomme buone, è sempre meglio che averne bucate due o tre, no? 

Nel corso del mese, gli squali che sguazzano nei mari procellosi dei bonds alla ricerca di prede facili  cominciano a puntare dopo quelli dei vari Tesori sovrani – dopo Grecia, Irlanda, ecc., ecc. – ad altri obiettivi che considerano soft, sembra, come alcuni Stati sovrani americani schiacciati da debiti insolvibili ormai: nell’ordine, forse, California, Michigan, New Jersey, New York, stati dell’Unione alcuni dei quali hanno un PIL di varie volte maggiore a quello di molte nazioni sovrane.

O, se è per questo, di non poche sovrane municipalità che, negli anni scorsi – quelli, sembrava,  delle vacche grasse – si erano affidati alle tenere cure dei gestori di grandi banche internazionali che promettevano lautissimi margini di guadagno – magari con qualche piccolo rischio, è vero, mai bene descritto però – e che adesso per questo stanno sull’orlo del fallimento (Milano, per dire, ne sa qualche cosa…).

Il numero di buste paga, di retribuzioni effettive, cioè di occupati, aumenta ad aprile di 290.000 unità. Ma sale al 9,9% il tasso di disoccupazione[136], con la presentazione sul mercato di ben 805.000 giovani in cerca di prima occupazione. I posti di lavoro sono aumentati un po’ in tutto il settore privato: lavoro temporaneo, certo, ma anche meno precario nel manifatturiero, nelle vendite al dettaglio, nell’alimentare e nella sanità. Anche l’edilizia ha visto aumentare le posizioni di lavoro, con un certo calo in quella residenziale compensato con qualche abbondanza nelle costruzioni non abitative.

Il mercato del lavoro, che ha ricominciato come si vede a aggiungere un po’ di posti, resta ancora ben 7,8 milioni di posti al di sotto di quelli che erano all’inizio della recessione nel dicembre 2007. Continua a peggiorare, in aprile, il dato sulla disoccupazione di lunga durata con 169.000 nuovi disoccupati ormai da più di sei mesi per un totale di 6.700.000 persone in questa specifica condizione. E la lunghezza dell’orario medio settimanale di lavoro passa da 34 a 34,1 ore.

L’aumento del salario orario nominale dei lavoratori del settore privato ha rallentato, e continua a calare, dall’estate del 2008 ad oggi. È aumentato, infatti, ad uno 0,4% nominale straordinariamente basso, ben sotto l’inflazione e quindi in perdita secca a tasso annualizzato nell’ultimo trimestre. Anche se, poi, adesso in aprile l’inflazione cala su marzo dello 0,1%, a dati destagionalizzati: ed è il primo mese dal marzo 2009 di calo dei prezzi, mese su mese[137].

Commenta seccamente l’EPI di Washington che “il rapporto odierno porta una buona notizia, mostrando una crescita discreta nel settore privato ma resta un’enorme mancanza di posti di lavoro. Per mettere fine alla quale ci sarà bisogno di una crescita di posti di lavoro almeno rapida come quella di quest’ultimo mese [cioè, 290.000 posti] che duri per i prossimi quattro o cinque anni”. Il che appare improbabile…

L’indice di fiducia dei consumatori compilato dal Conference Board è cresciuto a maggio per la terza volta in tre mesi[138].

A livello degli Stati Uniti d’America il totale dei deficit di bilancio tocca i 290 miliardi di $[139], più altri 1.000 miliardi di debito pensionistico accumulato e che dovrà venire onorato. Insomma, all’Europa tocca ora trovarsi sulla linea del fuoco, ma può toccare a loro, poi, agli Stati d’America uno dopo l’altro. E anche – appena si cominciassero a manifestare le prime crepe alla facciata della fiducia internazionale, specie da parte dei cinesi, i grandi elemosinieri dell’impero a stelle e strisce costruito e mantenuto in funzione col credito concesso dagli altri – agli stessi Stati Uniti intesi come paese unitario e sovrano.

Assicurare il debito della California è costato, a marzo 2010, 300.000 $— poco meno dei 342.000 del servizio del debito greco in quel mese. Ma adesso, con il pacchetto di aiuti in arrivo alla Grecia, dal prossimo mese il primo posto passerà proprio alla California…

Secondo le previsioni del FMI il debito pubblico, nazionale degli Stati Uniti (che non calcola quello dei 50 Stati federali e non, naturalmente, il debito privato delle famiglie e dei cittadini: mettendocelo, va moltiplicato quasi per quattro) arriverà presto al 100% del PIL, con un escalation che è cominciata nel 2006 e che toccherà il valore della ricchezza globale di un anno negli USA tra due, tre anni.

Il Fondo[140] anticipa che gli Stati Uniti avrebbero bisogno di ridurre il loro deficit strutturale per un equivalente del 12% del PI: per una parte, cioè, più vasta di quella di ogni altro paese analizzato con l’eccezione di Giappone e Grecia che, malgrado si trovi nella tempesta, sempre secondo il Fondo ha bisogno di ridurre il debito del 9% del PIL.

Anche qui, sembra che tutto, o molto, dipenda dalla valutazione assegnata a ogni debito/credito dalle agenzie di rating. Ma qui sembra che – al contrario che in Europa, dove molti si lamentano e sbraitano e nessuno fa niente di concreto – qualcosa nel campo della regolamentazione, finalmente, cominci a muoversi.

Un emendamento presentato dal sen. Al Franken alla riforma finanziaria in discussione al Congresso – non dunque un emendamento di emanazione della Casa Bianca, non della maggioranza, non di un gruppo di legislatori; ma di un singolo… epperò subito appoggiato da un numero consistente di voti – passato alla Camera alta assegna, d’ora in poi, il compito della valutazione di un titolo alla SEC, la Consob d’America. Essa lo assegnerà all’una o all’altra delle agenzie di valutazione[141].

La conseguenza è che nessuna agenzia di rating avrà più interesse, così, ad accaparrarsi il lavoro da un cliente come faceva finora: trattandolo bene e dando, per fargli far soldi facendone essa stessa, una valutazione esagerata, o comunque distorta, del valore del titolo da vagliare. Sparisce così l’incentivo per le agenzie, se vogliono trovarsi affidata dal cliente un’altra valutazione in futuro a trattare bene i clienti. Perché in un mercato regolato sarà la SEC, e non il cliente, a scegliere chi farà la prossima valutazione.

Il lamento delle agenzie è che così viene loro a mancare l’incentivo a far bene il loro mestiere. La verità è che, piuttosto, viene a mancare loro l’ “incentivo” a fare gli interessi del cliente che a loro si rivolgeva direttamente, scegliendone loro piuttosto che altri, e di cui valutava il titolo quindi con un occhio di riguardo a scapito, magari, del possibile acquirente e consumatore finale. Ecco, questo ì l’incentivo che sicuramente ora viene a mancare…

Intanto, nei calcoli del capo economista del Tesoro americano, Alan Krueger, la “fusione finanziaria”, come la chiama lui dell’America è costata agli americani, tra il 2007 e il 2009, la bellezza di 17.000 miliardi[142] di $ di deprezzamento del valore delle loro case: “al netto – recita il documento – il valore dei patrimoni delle famiglie è caduto a 49 trilioni di $, del 26%, dal vertice di 66 trilioni cui era arrivato nel secondo trimestre del 2007”.

Il disastro del greggio petrolifero della British Petroleum, che ha invaso le coste del Golfo del Messico concentrandosi soprattutto su quelle statunitensi (la Louisiana), non è stato affatto un disastro e neanche una crisi, ma il catastrofico e prevedibile esito, del resto anche previsto, di un’economia disperatamente aggrappata all’uso dei carburanti fossili. E’, di fatto, un rischio calcolato, come si dice, “attuarialmente”. Un rischio, rispetto al petrolio, al carbone, al metano che ci serve per far funzionare il mondo, che vale la pena di correre. Solo che quando, come qui capita, scoppia un pozzo o crepano, nelle gallerie di una miniera, cinquecento persone…

Poi per un’intera settimana la BP ha, prima, scaricato ogni responsabilità trasferendola alla compagnia Transocean, che aveva montato le valvole del sistema sottomarino di bloccaggio delle fuoruscite di greggio (e da questa, nello scaricabarile consueto, poi la Transocean ha fatto lo stesso con la società Halliburton, che aveva fabbricato la base di cemento per stabilizzare la piattaforma.

Per ragioni d’immagine, in diretta Tv col suo capo, Tony Howard, BP finalmente s’è assunta tutta la responsabilità assicurando contrita che pagherà tutti i danni che sarà “necessario e appropriato pagare”: formula legalistica che alla fine della fiera, vedrete, le consentirà di sfuggire con l’aiuto di tribunali proni e neanche necessariamente corrotti e della stessa legislazione esistente (che ne limita le responsabilità finanziarie a un massimo di 75 milioni di $) al peso delle proprie responsabilità .

Intanto, l’anno scorso la BP aveva speso 15,9 milioni di $[143] solo per far lobby a Washington – media, Congresso e Casa Bianca a libro paga – proprio per avere il permesso di cominciare a trivellare. Non solo. Già nel 1991, dopo l’episodio analogo e catastrofico della Exxon-Valdez, il Congresso, debitamente foraggiato per farlo, aveva messo un tetto di 75 milioni di $ ai danni che una compagnia avrebbe potuto essere chiamata a pagare in futuro per un disastro analogo. Certo, contribuendo così attivamente (deregolando l’industria petrolifera e limitandone le responsabilità: presidente era il petroliere texano George H. W. Bush, padre…) a scoraggiare ogni prudenza, anche tecnica, in ogni futuro trivellamento del genere.

Interessante è che il disastro sia stato subito “giustificato” dai più – le voci del cosiddetto conventional wisdom, il buon senso comune di cui si fa non a caso portavoce il NYT (facendo leva su Obama stesso, del resto, che così ha giustificato la ripresa delle esplorazioni sottomarine) – perché sono estrazioni da fare, comunque, in quanto “il paese ha bisogno di petrolio— e di posti di lavoro[144].

Per dire: questo significa che “hanno fatto bene” le autorità federali e locali, secondo i benpensanti, a dare i permessi di scavare il fondale anche se le tecnologie di salvaguardia (la famosa campana di contenimento, le valvole che avrebbero dovuto strozzare il flusso del petrolio al sorgere del problema…), non erano mai state prima realisticamente testate e lo saranno soltanto ora, sì, per così dire in corpore vili

Buon senso allo stato puro. Appunto, conventional wisdom. In questione è la prospettiva di altri scavi sottomarini in zone dove al momento è vietato da quel po’ di legge federale sopravvissuta al lavoro di demolizione sistematica già fatto sotto Bush, con la leadership del vice presidente Cheney e della sua politica concessiva-liberista sul petrolio[145]. Ma, secondo l’EIA (Amministrazione di Informazioni sull’Energia) federale, il rendimento potenziale di queste zone – tutte – non potrebbe superare i 200.000 barili di greggio al giorno: l’equivalente dell’1% del consumo americano e appena lo 0,2%, attualmente, del consumo del globo[146].

Va detto chiaramente, perciò, che questa quantità di petrolio non potrebbe avere alcun impatto significativo sull’indipendenza energetica americana. D’altra parte, quando come oggi il greggio è acquistabile da chiunque dovunque sul mercato libero mondiale, dal punto di vista di chi, come Obama, si preoccupa dell’indipendenza energetica del proprio paese, avrebbe evidentemente più senso lasciare quelle scarse riserve dove sono, là sotto il mare, per utilizzarle quando e se, magari domani, in una crisi energetica grave non si trovasse più greggio così disponibile sui mercati mondiali…

E – a parte il disastro ecologico, i costi che comporta, le prospettive che apre – aggiungere questa nuova ridotta quantità di petrolio alle disponibilità del mercato non abbasserebbe il prezzo del petrolio né quello della benzina alla pompa in modo minimamente significativo. Quanto ai posti di lavoro di cui c’è bisogno, la quantità di quelli in più rispetto a quelli distrutti nell’opera di estrazione e dopo anni di attesa perché la produzione, poi, entri a regime, sarebbe triviale, soprattutto a confronto con la quantità di lavoro creata da un’economia appena appena risanata ed in crescita.

E, allora, quale sarebbe questa “necessità di trivellare” di cui ci racconta il NYT col suo senso comune fasullo? E che dire del fatto che, giorno dopo giorno, viene emergendo del conflitto di interessi tra laboratori federali e locali che conducono i test di valutazione dei danni e compagnie petrolifere che quei danni hanno provocato, per prime proprio BP e Shell[147]?

Questo strano, straordinario, paese è tale che, secondo quel che racconta una editorialista del NYT,

non suona a molti orecchi strano quel che ha detto, parlando contro una proposta di legge che avrebbe proibito a chi è incluso negli elenchi dei sospetti terroristi dell’FBI di comprarsi dagli armieri o, addirittura, nei grandi magazzini armi da guerra o esplosivi, un senatore repubblicano. Che volendolo proibire “il governo si stava spingendo troppo lontano”.

In fondo, che c’è da meravigliarsi? Certo, se sei in lista le autorità possono anche impedirti di salire su un aereo ma non di comprare un AK-47. E questa è cosa perfettamente sensata per il Congresso perché, come ha segnalato con precisione il senatore in questione, Lindsey Graham, ?quando i padri fondatori si sedettero a scrivere la Costituzione, non avevano considerato la possibilità di volare [148].

Il sen. Graham, però, conscio di quel po’ di paradossale che c’è nella sua posizione, forse – ma mica è certo – ci tiene a far sapere che lui, inflessibile sui diritti di chiunque, terroristi compresi ad armarsi, sul terrorismo è comunque un duro: vuole, infatti, inflessibile che si smetta di leggere a chi viene arrestato e sia sospettato di terrorismo il famoso Miranda warning reso famoso nel mondo, ormai, da tanti serial televisivi americani: che ha il diritto “a rimanere in silenzio e a non parlare se non in presenza del suo avvocato, perché qualsiasi cosa dica potrebbe essere usata contro di lui”, ecc., ecc.

Sì, proprio un paese straordinariamente strano…

Quanto alla bomba dilettantescamente piazzata, e facilmente disinnescata a Times Square, dice il ministro della Giustizia Eric Holder che dietro quello straordinariamente inetto bombarolo[149] ci sono i talebani… del Pakistan. Può essere che abbia ragione, il ministro, anche se non ha portato alcuna prova della sua convinzione, chiedendo piuttosto di essere creduto sulla parola; può essere – e sembra più credibile, invero – che il ministro “esageri” per premere ancora di più di quanto stia facendo già il suo governo su quello debolissimo di Islamabad e costringerlo ad “aumentare le pressioni perché i militari di quel paese decidano di attaccare l’organizzazione nel suo bastione delle regioni tribali e fuori legge del Nord Waziristan[150].

E, d’altra parte, è per primo lo stesso giornale a nutrire con forza il dubbio, che del resto esprime  chiaramente, se non sia proprio questo tipo di Pressione americana ad aiutare [invece] i militanti oltremare [oltremare? oltremare per la prosopopea americana! ma, per la miseria, questi stanno a casa loro, non certo oltremare!!!] a focalizzare i loro sforzi[151]. 

In Iraq, le grandi turbolenze in atto sul risultato delle elezioni, nel processo di denuncia e di protesta di tutti contro tutti (di cancellazione di risultati acquisiti, di riconteggi di risultati archiviati e già certificati anche dagli osservatori dell’ONU come “accettabili” e, insieme, di ricerca peraltro obbligata d’una possibile coalizione di governo tra etnie, sette e fanatismi contrapposti e, tutti, non poco assassini), stanno rimettendo pesantemente in questione – accompagnate dall’escalation, che non pare proprio casuale, di attacchi suicidi e mirati contro le forze armate irachene e d’occupazione – i piani preannunciati di ritiro ordinato delle truppe americane di qui a fine agosto.

In effetti, l’inizio del ritiro è stato già spostato a giugno, al più presto, dal maggio prossimo[152] quando Obama aveva solennemente annunciato mesi fa che sarebbe cominciato portando al ritorno a casa entro fine agosto di almeno 50.000 soldati: quanto, di “truppa combattente” americana, restava in Iraq.

Sarebbero restati grosso modo altri 50.000 soldati. Ma, col delicato equilibrio tra sette e etnie sempre in bilico e la minaccia più che latente di un’esplosione tra sciiti e sunniti, per non parlare dei curdi, mentre imperversano le grandi e certo non incruente manovre per la formazione del nuovo governo (venticinque morti ammazzati ogni giorno), il Pentagono non si fida di dar corso al calendario previsto.

Il problema è che, se nel paese riesplode la violenza sistematica, se a Bagdad non trovano una soluzione politica largamente accettabile ed accettata cioè, non basterà la brigata combattente che il gen. Ray Odierno intendeva lasciare a Kirkuk e non basteranno i 98.000 soldati americani oggi ancora presenti. Neanche lontanamente…

Alla fine, il riconteggio limitato alla circoscrizione di Bagdad – che tra l’altro fallisce non avendo dato risultati utili per al-Maliki – non serve neanche perché la Corte suprema, accogliendo la sua tesi ha già decretato che a tentare di formare il prossimo governo non sarà comunque chi ha vinto più seggi alle elezioni (al-Allawi) ma chi ha sulla carta le promesse di una coalizione più larga.

Il che non gli dà, però, nessun reale supplemento di legittimità. Tra l’altro, il riconteggio limitato non l’ha neanche, poi, favorito. Quando è stato ufficialmente confermato che il primo partito dell’Iraq era diventato quello di Allawi, scalzando dalla primazia appunto addirittura il primo ministro e il suo apparato intrinseco di potere consolidato, la perdita di prestigio – di faccia: che qui è spesso determinante – per lui è stata esiziale. E adesso in Iraq tutti – ma tutti, americani compresi – sono in attesa di tentativi meno “legali” di emarginare sempre di più la componente sunnita: assicurando però così il ritorno, già iniziato del resto, dell’Iraq al suo passato violento.

Intanto, però, il “chierico ribelle”, per chiamarlo come lo chiamano all’unisono i media americani, Muqtada al-Sadr, membro della coalizione sciita dice due cose importanti:

• La prima è che sta “riattivando la sua milizia” e che, se le forze armate americane resteranno nel paese oltre fine 2011, lui sta preparando le proprie forze ad agire contro di loro[153]: violerebbero, infatti, gli impegni presi non solo col governo ma con tutto il popolo dell’Iraq e ufficialmente sarebbero una forza di occupazione.

   L’esercito del Mahdi[154], nome ufficiale delle milizie saadriste che s’erano disattivate, da qualche anno, sul piano prettamente militare integrandosi nella coalizione politica sciita, è affiancato in politica oggi da una quarantina di suoi deputati. Al-Saadr, per dirla leggera, li coordina – e sono il singolo gruppo coeso più numeroso nel nuovo parlamento iracheno – direttamente da Teheran dove normalmente risiede; e la mossa viene letta, comprensibilmente, come un segnale iraniano agli Stati Uniti che il processo post-elettorale a Bagdad si deve svolgere in maniera attenta, alla fine, anche ai loro interessi.

• E Sadr annuncia anche che, in ogni caso, il suo gruppo – ricordiamo: un quarantina di deputati, determinanti se restano compatti, del blocco sciita – è d’accordo sulla coalizione di governo tra i gruppi sciiti dell’Alleanza nazionale irachena e del raggruppamento dello Stato della Legge ma, dice il portavoce ufficiale Salah al-Ubaydi, è decisamente contro un secondo mandato per il premier uscente, Nouri al-Maliki[155].

   Notizia poi non smentita ma parzialmente contraddetta (non siamo contro nel senso di porre un veto, ma non ci piace per niente il modo che ha avuto di governare il paese) da un altro esponente del gruppo di al-Sadr che lo rappresenta all’interno della più larga coalizione nazionale, Bahaa al-Araji[156]: non è vero, sostiene, che abbiamo messo un vero e proprio veto contro Nouri al-Maliki; vero è che, rispetto a lui, abbiamo diversi problemi.

E, poi, ennesimo dietro-front, la tendenza al-Sadr, col segretario generale del suo ramo politico nell’INA, l’Alleanza nazionale irachena, Amir al-Kinani, annuncia pubblicamente[157] che non voterà mai il candidato e premier uscente al-Maliki se, alla fine, la coalizione INA/Stato della legge nominerà per lui per un secondo mandato.  

Giunge intanto proprio l’annuncio che, formalmente, la coalizione tra i due gruppi sciiti ha raggiunto l’accordo, su tutto – pare – meno che sul nome del primo ministro… Insieme avrebbero 159 voti, solo quattro meno della maggioranza assoluta facilmente raggiungibile coi voti del blocco curdo unificato che controlla 43 seggi, ma insufficiente se i saadristi facessero mancare il loro assenso[158].

Il pericolo, eclatante, è quello che questo superblocco sciita emarginerebbe e inasprirebbe i rapporti con i sunniti che hanno largamente votato per l’altra coalizione, guidata dallo sciita, ma “laico”, ex premier Iyad Allawi. La fusione, infatti, modifica drasticamente, con la coalizione, i risultati delle elezioni del 7 marzo che avevano votato a primo partito proprio quello di Allawi, negandogli perfino il diritto formale a cercare di formare il governo.

Così però Allawi (al-Iraqiya) è pericolosamente emarginato. Non per lui, quanto per questo paese. E gli americani che restano ancora in Iraq, ma anche i più attenti tra gli sciiti stessi, sembrano molto preoccupati di dover domani governare, ancora una volta, “contro”: potrebbe essere una ricetta per il disastro, in effetti. Potrebbe trattarsi non di opposizione ma anche, come è stato in passato e almeno fino al 2007, dei una rivolta armata ed organizzata e forse anche generalizzata.

Resta però tutta da sciogliere, la divergenza più importante tra i due blocchi sciiti: quella sulla nomina del primo ministro. Alla fine, se il potere negoziale sciita resta diviso, e dunque Maliki infiacchito, ne risulta minato anche il potere negoziale dei loro grandi alleati iraniani, che vedrebbe contraddittoriamente e comprensibilmente contenti, più di ogni altro, gli americani (sanno benissimo che è Teheran ad aver vinto davvero dopo la loro invasione in Iraq) e preoccupati (per una ripresa possibile, adesso, della ribellione a grande scala).

Per questo ora, su spinta evidente di Teheran e degli ayatollah, i due blocchi iracheni di parte shiita, il SOL (Stato della legge) e l’INA (l’Alleanza nazionale irachena: dentro la quale c’è il gruppo di Sadr) starebbero concordando di sottoporre la decisione finale su chi nominare come primo ministro a un ristretto gruppo di esponenti religiosi, presieduto dal Grande Ayatollah Ali al-Sistani… Insomma, siamo all’instaurazione di un vero e proprio regime dove la decisione finale rischia di essere quella ayatollaica... Che non sembra davvero il massimo risultato per chi ha “liberato” l’Iraq e se ne vanta, magari.

Infatti, l’ambasciatore degli Stati Uniti, prima di questo accordo mai ufficialmente annunciato ma quanto mai reale, ha messo le mani avanti avvertendo che “i sunniti devono essere parte integrante del processo politico” in questo paese. E, subito dopo l’annuncio-non annuncio, un deputato eletto con la lista Iraqiya, uno dei più influenti, ha respinto in radice “il sentore settario di questo accordo monolitico e del tutto unilaterale, raggiunto appunto su basi puramente di pretesa religione e non c’è dubbio, secondo noi, che il popolo iracheno ed il mondo sapranno vedere al fondo di questo inganno[159].

Chiaro è, infine, che gli ayatollah iraniani si sono apertamente schierati contro al-Allawi e con l’attuale primo ministro al-Maliki e che stanno anche premendo su Muhtada al-Sadr, il “chierico ribelle”, perché accetti la designazione di quest’ ultimo. A Teheran, in effetti, riferisce un esponente dell’INA[160], non si fidano dello sciita “laico”, al-Allawi…

Per concludere, e si capisce sempre provvisoriamente: sarà difficile che un qualsiasi governo si formi stabilmente prima, diciamo, della fine di agosto. Ormai pare che sarà il primo ministro uscente a formare la coalizione che governerà il paese, ma il processo non sarà affatto scontato né affatto pacifico, a partire dal suo stesso riuscire a restare a capo del governo.

In ogni caso sarà un processo tormentato che potrebbe lasciare un vuoto pericoloso di potere centrale e delegato dal potere centrale nelle tante e frantumate periferie del paese che il terrorismo oltre – e in qualche modo magari anche accanto all’opposizione legittima della maggioranza che si sente defraudata e costretta alla minoranza, a rimettere in ballo tempi e modi e anche motivazioni del ritiro americano dal fronte. Che Obama, nel disordine, non si potrebbe permettere con ogni probabilità di avallare.

L’Iran ha prodotto – e il ministro della Difesa brig. gen. Ahmad Vahidi ha tenuto a far sapere, a buon intenditore, di aver prodotto: ma chissà se poi è vero… – un sistema di artiglieria antiarea capace di un volume di fuoco accurato di 4.000 proiettili al minuto specificamente mirato ad abbattere missili Cruise in arrivo[161]. Vahidi non ha specificato, al di là dell’avverbio “presto”, la data in cui il sistema diventerà operativo.

Con l’annunciata nuova loro postura nucleare – il Pentagono chiama così la posizione ufficiale degli Stati Uniti d’America sull’uso delle loro armi nucleari, di cui abbiamo estesamente parlato nella Nota precedente[162] – Obama ha catastroficamente perso moltissimo dell’appeal che gli restava nei confronti perfino degli oppositori al regime in Iran.

In effetti, sembra sorprendente e insieme allarmante, ma soprattutto stupida, la superficialità con cui Obama ha di recente proclamato, in quel documento ufficiale che aggiorna la dottrina nucleare del suo paese, che gli USA non adopreranno mai armi nucleari contro alcun paese che di esse non è dotato, “con l’eccezione dell’Iran18 che lui “sospetta” di averle o di starsele procurando. Se c’era un modo per convincere tutti in Iran che ha ragione chi, magari non dichiarandolo, quelle armi le vuole – se non altro come deterrente: minimo ma reale – adesso gli Stati Uniti lo hanno sicuramente trovato.

Ed è stato facile, all’ONU, alla conferenza di revisione del TNP, al presidente iraniano prendersela col grande Satana (non l’ha chiamato così, come usava Khomeini, ma il senso era quello…) che minaccia di scatenare l’olocausto nucleare su un paese che armi atomiche, come riconosce l’America stessa, in realtà non ne ha.

In effetti, ormai, tra Iran e Stati Uniti c’è l’accumulo, il peso, di una storia e di una leggenda che rende quasi impossibile capirsi. Sul NYT, uno dei pochi opinionisti in grado sul tema di uscire dagli schemi della demonizzazione, cita John Limbert, un esperto americano che sa quel che dice, anni fa uno degli ostaggi a Teheran e, ora, al Dipartimento di Stato, incaricato di seguire proprio il desk iraniano, delle reciproche caricature che ormai “avvelenano i non-rapporti tra i due paesi”.

Gli americani vedono gli iraniani come “subdoli, mendaci, fanatici, violenti e incomprensibili”. Gli iraniani considerano gli americani “bellicosi, ipocriti, senza-Dio e immorali, materialisti, calcolatori e avidi”, per non dire bulli e sfruttatori. Tra iraniani e americani ormai c’è “questa storia, fatta di veleni e c’è chi sfrutta sistematicamente questi veleni.

   Se questa sfiducia ha bisogno di ulteriore illustrazione, la fornisce ora proprio l’accordo con l’Iran di Brasile e Turchia sull’uranio iraniano a basso arricchimento, dalla reazione stizzosa degli USA e dalla determinazione con cui le grandi potenze, guidate dall’Amministrazione Obama, sono apparentemente decise a infognarsi ancora di più nel fallimento. Chi scrive era convinto che Obama fosse deciso a ripensare in modo nuovo all’Iran. Ma non sembra proprio che sia stato così”…

   Alla fine, “Turchia e Brasile avevano esattamente restaurato gli elementi centrali dell’accordo dell’ottobre scorso”, quello approvato da Washington e dall’AIEA e anche da Teheran, che però poi aveva rallentato, equivocato e, in sostanza, ciurlato nel manico, per rallentarne l’applicazione. “Bene, ora si tornava a un unico trasferimento di 1.200 kg. di uranio a basso arricchimento in un luogo fuori dell’Iran (in Turchia) e con consegna a distanza di un anno [non più “contestualmente”], un lasso di tempo essenziale per cominciare un negoziato più vasto, fra il deposito iraniano presso terzi a garanzia e la consegna all’Iran stesso delle sue barre di uranio arricchito”.

   Certo, restano ancora dettagli da chiarire… “ma si tratta di quisquilie—[small potatoes, in inglese, davvero] a fronte della costruzione in atto di un fragile ponte fra i ‘mendaci’ iraniani e i ‘bulli’ americani negli interessi della sicurezza di tutti”.

   Io ero francamente convinto – conclude l’osservatore le cui sensate considerazioni vi stiamo traducendo dal NYT[163] – che Obama volesse davvero “ripensare in modo nuovo all’Iran. Ma non sembra che fosse così. Solo che i presidenti devono essere loro a tirare sulle grandi opzioni di politica estera e non devono lasciarsi angariare da considerazioni di politica interna, nel nostro caso dall’ira incandescente contro tutto ciò che è iraniano che alberga oggi sul colle [al Congresso] in un anno di elezioni” di mezzo termine, a novembre prossimo…

Alla base di tutto, c’è il senso fortissimo dell’haq[164], il diritto degli iraniani ad essere rispettati, mai trattati con condiscendenza e sempre almeno alla pari degli altri. Un sentire comune – tanto tra la popolazione come tra i dirigenti iraniani – cresciuto nei secoli e radicato, anche e specie a cura degli ayatollah, in uno dei paesi che hanno una storia unitaria tra le più antiche del mondo— e in cui i bambini degli asili nido imparano che lì, a casa loro, ha avuto i natali, col “cilindro di Ciro imperatore” nel 539 a.C., il primo testo scritto della storia sui diritti dell’uomo: 2.300 anni prima della fondazione degli Stati Uniti d’America…

Non facilita ovviamente le cose, alla conferenza dell’ONU, la notizia – stavolta documentata – che nel 1975 l’allora ministro della Difesa e ora presidente di Israele, il socialista Shimon Peres, offrì al Sud Africa dell’apartheid bombe atomiche di sua produzione “in tre taglie” diverse: da 50, 100 e 250 chilotoni… a suggello di un’alleanza di fatto contro il mondo arabo e il Terzo mondo tra i due paesi. Accordo segreto, con la clausola che esso stesso doveva restare segreto. Il solito flirt coi due pesi e le due misure. E quali pesi, poi…

La smentita è arrivata a tamburo battente dall’ufficio del presidente a Gerusalemme: non è vero. O, più esattamente: “non ci fu mai alcun negoziato su questo argomento” (su altri, sì?) tra i due paesi, dice Ayelet Frisch, la portavoce[165]. Ma, adesso, sono venute fuori le foto, i documenti, le firme… mentre ufficialmente il governo sudafricano, che ha desecretato il carteggio, lo dichiara autenticouali? e le firme come si spioegano, su documenti che l0’atuale goberno sudafricano ha DESECRETATU E CHìDUICHIARA AUTENTICVI).[166]. Certo, non c’è scritto – e va detto – che bombe con la Stella di David siano poi state effettivamente vendute al Sud Africa dell’apartheid… ma…

Fra l’altro, questa è la prima volta che agli atti di tutte le cancellerie del mondo accede una prova documentale ad attestare il possesso da parte di Israele, e dall’inizio almeno degli anni ’70, di decine di ordigni nucleari. Si sapeva (ricordate la storia del rapimento a Roma e, poi, dell’incarcerazione in isolamento da più di vent’anni – ala faccia dello Stato di diritto – di Mordechai Vanunu, l’ex tecnico nucleare israeliano che disse al Sunday Times la verità nel lontano 1986?). Lo aveva detto, del resto, l’11 dicembre del 2006 anche il primo ministro Ehud Olmert[167]. Ma, adesso, c’è addirittura la firma – come definirla se non ipocrita? – di  Shimon Peres…

Sull’Iran, e su come il Libano dovrà votare in Consiglio di Sicurezza dell’ONU, di cui in questa sessione è membro per rotazione, quando tra poco arriva la richiesta di nuove sanzioni contro Teheran, grandi pressioni (tra l’altro, questo mese, a maggio, tocca proprio all’ambasciatore libanese, Nawaf Salam, la presidenza dello stesso CdS): soprattutto pressioni che su di lui provengono dall’eclettico schieramento politico libanese stesso[168].

L’ambasciatore è sunnita e vicino al primo ministro Saad al-Hariri, lui stesso sunnita e molto attento ai desiderata di Arabia saudita ed americani – che già hanno fatto capire di come “tollererebbero”, al massimo, da Beirut un’astensione che, di fatto, in sede di CdS conta come un sì – ma è anche esposto alle richieste e alle istanze del suo superiore diretto, il ministro degli Esteri, Ali al-Shami, sciita e molto vicino allo speaker della Camera, Nabih Berri, del movimento Amal, espressione politica degli Hezbollah, vicini e sensibili invece a Teheran…

In realtà, le pressioni interne riflettono la delicatezze e la fragilità del ruolo del Libano, schiacciato tra il martello americano e l’incudine iraniana e, di riflesso, esposto alle ripercussioni anche di una possibile ripresa della propria guerra civile come conseguenza della lotta di potere in atto nella regione tra arabi e persiani.

E’ in corso il dibattito, tecnico e politico, e la diatriba, tutta politica, sulle bombe nucleari tattiche americane, che scoppierebbero – se fossero mai utilizzate – a breve raggio, in Europa: cioè sul territorio europeo, annientandolo per centinaia di km2 intorno al punto di esplosione: in Olanda, in Belgio, in Germania, in Turchia e in Italia. I primi tre paesi hanno chiesto ufficialmente alla NATO di ritirarle, Infatti; l’Italia, tace; la Turchia borbotta...

Si tratta di vecchie bombe atomiche, ciascuna decine di volte più potente di quella di Hiroshima, denominate B-61[169], ognuna contenuta in cilindri di metallo di quattro metri, ciascuna lunga 3,60 metri e del peso di 350 kg. circa, lanciata in caduta libera paracadutata. Sono bombe perfettamente funzionati anche se vecchie di decine di anni ormai, ma esposte realmente, esse sì, alle incursioni del terrorismo (l’anno scorso un raid di pacifisti – non di terroristi – si introdusse nella base di Kleine Brogel in Belgio, a ottanta km. da Bruxelles, dimostrando così al mondo la effettiva – e pericolosa – vulnerabilità dell’obiettivo.

E’ questa “la più antica delle armi nucleari degli USA, non voluta più da nessuno, obsoleta, eredità del ventesimo secolo ora al centro di una lotta politica che potrebbe sconquassare la NATO nel ventunesimo secolo”. La contrarietà a liberarsene è, in effetti, a questo punto tutta politica: avanzata dal Pentagono (nonostante l’occhio strizzato di Obama al disarmo nucleare…), dagli alleati dell’est europeo ex sovietico, in nome del residuo antisovietismo e della loro perenne russofobia; di chiunque al nuovo incerto preferisce il vecchio[170]

Non sarà un dibattito che finirà tanto presto, probabilmente.      

GERMANIA

Perdono malamente nel Nord Reno-Westfalia, Merkel e il partito cristiano-democratico: vincono social-democratici all’opposizione e verdi (la coalizione di governo, CDU e FDP, perde la maggioranza al Bundesrat, il senato delle regioni, complicando la vita al governo). Ma non è facile legare direttamente la sconfitta al voto favorevole che il governo federale alla fine (ma proprio alla fine, quando ormai la gente aveva votato) ha dato al pacchetto di salvataggio europeo per l’eurozona.

Anzitutto perché non è che l’opposizione fosse seccamente contraria: ai modi sì, magari, all’aiuto alle banche che la sinistra-sinistra non ha trangugiato; ma non tanto al merito dell’intervento: la sinistra ufficiale, i socialdemocratici dell’SPD, si sono astenuti. Ma poi anche perché erano settimane che i sondaggi davano in crollo costante i cristiano-democratici del premier del Land, Jürgen Rüttgers.

La gente gli avrà magari votato contro anche perché Merkel ha deciso di aiutare la Grecia ma cero non solo. Il suo governo era rimasto macchiato da pesanti casi di corruzione e malversazione (mica solo in Italia, poffarre!), da slogan infelici, come il martellante e razzista “Kinder statt Inder I nostri bambini invece di quelli indiani” che la gente ha respinto come se non altro tropo semplicistico e all’insistenza con cui i liberali, partner di Rüttgers come di Merkel, insistevano su tagli alle tasse del tutto impopolari (perché corrispondenti a tagli di servizi e sussidi – asili, sanità, disoccupazione… – invece assai popolari.

Si dimette improvvisamente a fine maggio il presidente democristiano della Repubblica, Horst Köhler, per il fracasso provocato da una sua dichiarazione molto anomala rispetto al ruolo “neutro” di presidente della RFT e molto molto più consona a quelli suoi precedenti di presidente del Fondo monetario internazionale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Il 22 scorso, dopo una visita lampo in Afganistan alle truppe tedesche (una di quelle visite con le tv sempre presenti, le mimetiche e i giubbotti antiproiettile addosso, e mille metri di raggio completamente ripuliti tutto all’intorno: niente di simile, neanche lontanamente, insomma a quel che succede alle truppe…), ha detto alla radio quella che probabilmente è una banalità, quasi per tutti una verità, comunque per molti grazie a Dio, oggi in questo paese, una vergogna inconfessabile a quel livello di responsabilità.

Ha detto, e hanno sentito la clip tutti i tedeschi in tutte le salse per giorni, che  “un paese della nostra dimensione, con la sua focalizzazione sull’export e, quindi, la sua dipendenza dal commercio estero, deve essere conscio che… mandare sue truppe all’estero può essere necessario per proteggere i nostri interessi— per esempio quelli commerciali, per esempio per quel che serve a prevenire instabilità che a livello regionale potrebbero influenzare negativamente commerci, lavoro e profitti”.

Le critiche che sono piovute sono, comprensibilmente, anche state feroci e lui se l’è presa perché – ha detto – che “hanno mancato di rispetto al mio ufficio[171]. In realtà sono state chiamate ciniche, sbagliate e anche rivoltanti proprio perché eruttate da uno che ricopriva quell’ufficio. Insomma, dopo aver svolto sempre il suo ruolo di grand commis del capitale finanziario, martellando sempre da destra il governo conservatore sulla necessità delle riforme di struttura – quelle che per definizione colpiscono i più e, dunque, i più poveri – stavolta forse aveva esagerato un po’.

Ma, non sopportando le critiche, almeno ha avuto la decenza di andarsene. La settimana prima, sempre da destra, se n’era andato denunciando la debolezza di Merkel su euro e eurozona il peso massimo della CDU, Roland Koch, governatore del Land dell’Hesse, duro conservatore della vecchia scuola. E, in queste condizioni, dopo la catastrofe delle elezioni del Nord Reno-Westfalia  ora la cancelliera deve offrire una candidatura forte e accettata anzitutto da suoi, per la presidenza. L’elezione, nel collegio elettorale formato da Bundestag e Bundesrat oltre ad alcuni grandi elettori, avrà luogo entro il mese di giugno.        

Intanto, destagionalizzato, il PIL del primo trimestre 2010 aumenta dello 0,2% sul trimestre precedente e anche sullo stesso periodo dell’anno passato. La disoccupazione, sullo stesso trimestre dell’anno precedente, è aumentata dello 0,3%, di 107.000 unità.

Intanto, viene anche annunciato che le esportazioni tedesche a marzo sono aumentate del 23,3% e le importazioni del 18,3. Il valore dell’export ammontava a 85,6 miliardi di € e l’import a 68,4. Destagionalizzate, le esportazioni crescono del 10,7% e le importazioni dell’11, rispetto al febbraio dell’anno passato. L’attivo della bilancia commerciale[172] a marzo 2010 ha segnato 17,2 miliardi di €: era di 11,6 miliardi un anno prima.

La produzione industriale in un mese, a fine marzo, sale sul precedente di un consistente 4%[173].

In questa fase di duri tagli al bilancio, ammonisce in un discorso all’alta scuola militare della Bundeswehr ad Amburgo, il ministro della Difesa social-cristiano bavarese Karl-Theodor (Maria Nikolaus Johann Jacob Philipp Franz Joseph Sylvester Freiherr von und) zu Guttenberg (il tapino, dopotutto solo un barone pur con un nome per lo meno da arciduca zarista come questo, in un paese che come l’Italia non riconosce alcuna validità ad alcun titolo nobiliare, si chiama cosi…)[174], sarà tanto duro e amaro quanto inevitabile anche il ridimensionamento delle forze armate tedesche. Ci saranno riduzioni del personale e chiusura di basi e la cancellazione di progetti relativi a nuovi o ammodernati armamenti.

Lo stesso giorno, il vice capo del gruppo parlamentare di Merkel, Michael Meister, ha parlato della necessità che ha la Germania di ridurre già nel 2011 i costi almeno di 15 miliardi di €— e almeno 45 miliardi entro il 2014.

FRANCIA

Alcuni indicatori-chiave sulla situazione di questo paese, la seconda economia dell’Unione europea: popolazione arrivata 64.667.000 abitanti al 1° gennaio 2010, crescita economica con PIL a +0,1% nel primo trimestre, inflazione ad aprile allo 0,3 e disoccupazione nel quarto trimestre del 2009 al 9,6%. I consumi delle famiglie salgono a marzo dell’1,2% mentre la produzione industriale, esclusa l’edilizia, avanza nel dato stagionalmente aggiustato dello 0,8% a marzo in rapporto al mese precedente. Fiducia del mondo degli affari ad aprile a livello 96, con la media dell’indice ad aprile 2010[175].

Il presidente Sarkozy che, anche con minacce tonitruanti (se voi mollate la Grecia, io mollo l’euro),  ha convertito la Merkel a una visione più interventista in politica economica, vuole adesso riconvertirsi: propone di scrivere nella Costituzione della Repubblica, alla tedesca, la limitazione obbligatoria e predeterminata dei deficit di bilancio. Proposta “surreale”, dice l’opposizione parlamentare, visto il livello di deficit/PIL con cui ormai la Francia convive da anni: come se limitare il deficit “fosse questione giuridica” e non questione di “gestione della politica economica[176]. E, in effetti, anche in Germania il 3% di deficit/PIL che è in Costituzione è stato varie volte scavalcato: come, appunto, se non ci fosse… e c.v.d.

GRAN BRETAGNA

Nei dodici mesi che arrivano a fine marzo 2010, la produzione industriale è salita del 2%, al tasso più elevato dal lontanissimo marzo 2004. E questo è in pratica l’unico dato positivo che ha accompagnato la lunga agonia dei laburisti verso la sconfitta elettorale.

L’inflazione che si mantiene alta (ad aprile al 3,7%), anzi sale come in nessun altro paese della UE (in aumento dal 3,4 di marzo, spiega l’Ufficio statistico nazionale britannico[177]: e al tasso più elevato in ben diciassette mesi, ben sopra il target del 2% della Banca centrale), anche in mezzo a una recessione rampante, comincia ad innervosire due o tre dei membri del comitato che alla BoE fissa i tassi di sconto ogni mese, e arriva adesso a parlare di dover presto rialzarli. Lo rivelano i verbali delle sedute: che qui, in nome della trasparenza e del diritto dei cittadini a conoscere, sono pubblici.

E porta l’OCSE[178], nella sua valutazione aggiornata ogni sei mesi delle situazioni economiche e finanziarie mondiali, a “consigliare” ufficialmente alla Banca di Inghilterra di alzare i tassi di interesse. Misura inusualmente esplicitata, così, e nei fatti consentita solo perché al fondo ormai è condivisa da molti nell’establishment finanziario, bancario e, ormai, anche governativo di questo paese…

Le elezioni, come si sa, Brown le ha perse anche perché era diventato personalmente antipatico, addirittura odioso, a moltissimi ormai anche dentro il Labour inglese. Personalmente, dicevamo, ma soprattutto per le politiche che lui ha seguito e fatto seguire al paese da quando è al governo: che non sono i due anni e dieci mesi della sua premiership, ma i tredici anni officiati da gran sacerdote (dietro e alla coda di Blair) a forzare la conversione riluttante del partito dei lavoratori da Labour a New Labour. La coppia di Downing Street (premier e cancelliere) ha fatto passare come uno schiacciasassi questa scelta sul corpaccio riluttante della base laburista, sindacati e elettori, convertendo a forza il paese alle pratiche neo-liberiste.

Poi, perse le elezioni, ha annunciato di restare a Downing Street per assicurare la transizione a un nuovo governo di coalizione coi liberal-democratici, impegnandosi ad andarsene da settembre, al Congresso del Labour. Ma sono stati i suoi, per primi, a dirgli di no e a costringerlo, a questo punto, ad andarsene subito.

Consentendo così essi stessi, a Cameron, di entrare a Downing Street— ma claudicante e alienandosi probabilmente una bella fetta del suo elettorato più conservatore; e condannando Clegg a entrarci in modo scialbo e anche mortificante— e, con ogni probabilità, a pagarla con la parte più progressista del suo elettorato alle prossime elezioni. Contando di arrivarci, diciamo, tra un anno, con elezioni anticipate.

Non solo, dunque, il New Labour ha perso per la sua politica estera aggressiva e interventista che il paese riluttava, nella realtà, a trangugiare – comunque mai mostrando per essa alcuna convinzione od alcun entusiasmo –  anche conculcando, con la scusa possente e reale ma artatamente gonfiata della minaccia del terrorismo, molti dei diritti civili e sociali cui il paese era tradizionalmente ormai aduso. E che, alla fine, ha respinto.

I numeri dicono molto, quasi tutto anche se non proprio tutto.

• i conservatori hanno vinto 306 seggi, guadagnandone 97 su quelli che avevano, col 36% dei voti;

• i laburisti hanno vinto 258 seggi, perdendone 89 su quelli che avevano, col 29% dei voti;

• i liberal-democratici hanno vinto 57 seggi, perdendone 5 su quelli che avevano, col 23% dei voti;

• gli “altri” (verdi, nazionalisti vari, ecc.), prendono 28 seggi: -3, col 12% dei voti;

• ancora, e non lo ha notato quasi nessuno, in un paese che è già spaccato da tensioni forti di tipo federalista (nel senso più che leghista proprio della quasi secessione) Scozia e Galles hanno votato largamente Labour e Inghilterra e Irlanda del Nord Tory: insomma, e letteralmente, un paese “disunito”.

• però è anche vero che in fondo, questo paese si ritrova oggi nella posizione della maggioranza dei paesi a democrazia parlamentare avanzata d’Europa: nella necessità di cercare una coalizione di governo multipartitica. Per i britannici, questo è il deserto dell’inesperienza, l’hic sunt leones della politica, condotto poi pure sotto l’impaziente e aggressiva pressione dei mercati che esigono subito una soluzione…

Salta agli occhi di chi osserva con qualche attenzione il perché, adesso, i liberal-democratici non potevano mollare sul cambio del sistema elettorale come condizione posta a chi volesse il loro sostegno: e di come, invece, si siano accontentati di un piatto di lenticchie, della promessa d’un referendum che mai vinceranno. Non del cambio, ma di una possibilità che non esiste cioè. Se vogliono arrivare mai ad essere numero uno di un qualche governo, devono fare come hanno fatto i laburisti negli anni ’20 del secolo scorso: scavalcare uno dei due maggiori partiti, non cercare di chiedere il favore a uno di loro di suicidarsi.

Il fatto chiarissimo è che oggi alle urne con un quarto dei suffragi i lib-dem hanno preso meno di un decimo dei seggi ai Comuni e i conservatori, che hanno migliorato di meno del 4% il loro score, hanno aumentato di più del 40% i seggi presi. E i liberal-democratici che hanno migliorato dell’1% il risultato in voti hanno perso più o meno un decimo dei loro seggi. I verdi, del resto, hanno preso per la prima volta un seggio: ma con un conteggio proporzionale ne avrebbero presi tra 5 e 8…

Insomma, per questo i liberal-democratici non avrebbero dovuto accontentarsi di una promessa vuota sul punto che per loro era quello decisivo: e fare di una legge elettorale proporzionale davvero  la condizione sine qua non del loro sì. Ma non l’hanno fatto.

Sullo stesso nodo, del resto, c’era già il precedente del 1974, quando il primo ministro conservatore Ted Heath offrì al lib-dem Jeremy Thorpe una conferenza convocata dallo speaker dei Comuni[179] per discutere la riforma elettorale, si vide respingere la proposta perché non impegnava a niente nessuno subito e, non avendo alzato l’offerta, finì con lo sloggiare da Downing Street e lasciare il posto di primo ministro a Harold Wilson… E’ successo lo stesso, a parti rovesciate, oggi con Brown. Però Clegg non ha tirato fuori niente di concreto neanche dal premier conservatore: del quale, però, alla fine accetta la proposta.

Clegg sa, in qualche modo, di averla fatta grossa. In un articolo scritto, dopo qualche giorno dalla formazione del governo, difende la sua decisione sostenendo che una coalizione progressista coi laburisti “non aveva i numeri per governare” (da sola, però… ma sì con i nazionalisti gallesi e scozzesi…) e sarebbe stata considerata illegittima (“la coalizione dei perdenti”) da parte dell’opinione pubblica britannica. Riconosce, però, che la decisione del suo partito “ha causato, dentro e fuori di esso, sia sorpresa che offesa[180].

La verità vera è che, in sostanza, s’è arreso, anche se forse non poteva non farlo. E’ come da noi il partito radicale che sceglie sempre fiore da fiore e non sai mai con chi, alla fine, può stare o rifiuta di stare: magari con un polo più che con l’altro perché gli finanzia di più Radio Radicale… Quello Cameron-Clegg sarà così il primo governo di coalizione dopo quello che Churchill presiedette dal 1940 al 1945 col laburista Attlee suo vice (ma allora per scelta, non per necessità: perché era in atto la seconda guerra mondiale.

Ma, certo, se Brown e i suoi sono i grandi sconfitti (e alla fine, come forse era giusto, sono stati sbattuti fuori da Downing Street), la realtà è che i conservatori primi non vincono neanche loro e, per la prima volta dal 1974, il primo partito del Regno è costretto ad accontentarsi di una maggioranza non assoluta (servirebbero 326 deputati per averla) ma solo relativa a Westminster.

Sconfitti, terza realtà obiettiva, sono anche i nuovi, i liberal-democratici di Nick Clegg che, malgrado la grande speranza della campagna elettorale, alla fine si devono accontentare della miseria del solito terzo posto di risulta con 57 seggi. Clegg è l’unico sincero, però, dei tre sconfitti riconoscendo la sua “delusione” nel risultato: i sondaggi lo avevano illuso di arrivare secondo: e, invece e al dunque, ha perso addirittura 5 dei seggi che aveva.

Anche se poi oggi la novità è che il potere che conta lo ha avuto lui e ora, se non perderà freddezza e manterrà nervi di ferro, se riuscirà a comporre i mille tira e molla di un partito per definizione di liberi pensatori come il suo (liberi nel senso che ciascuno qui da sempre, del resto, pensa da sé), potrebbe essere in grado di giocare facendo pesare – qui alla fine lo misureranno – il ruolo che ormai appunto il suo: quello del grande elettore, che nomina il re e, poi, lo condiziona ogni giorno come con un re travicello. Oppure quello dello zimbello del re, una volta che lo ha messo sul trono.

In un assetto che, inevitabilmente, non sarà però stabile: tutto potrebbe saltare in aria, prima che passi la riforma elettorale probabilmente e, probabilmente, proprio per non farla passare: di qui a un anno, diciamo.

Anche per la contraddizione che stanno vivendo i lib-dem, i liberali inglesi, che quanto a “valori” sentiti sono quasi all’opposto dei conservatori. Sono un partito liberal all’inglese – noi diremmo (quasi) progressista – e dichiaratamente, meno che in economia e nel sociale (e non è poco, certo)

• contro le posizioni tory (siamo per una grande società, non per un grande governo, dicono i conservatori: che tradotto vuol dire taglio del welfare e dei pubblici servizi per le masse); anche se poi, a ben vedere, la velina programmatica del lib-dem, raschiata via la retorica di facciata, consiste – e questa è stata fatta propria davvero dal nuovo governo – nel far pagare al settore pubblico, con un vero e proprio tsunami di tagli alla spesa, gli eccessi e gli sprechi del settore privato – cioè quelo ricco – dell’economia…;

• sono contro le scelte sulla difesa di conservatori ma anche dei laburisti al governo (in Afganistan fino all’ultimo soldato, se necessario… infatti, i lib-dem sono gli unici che a Westminster hanno votato contro… ma adesso?);

• sono gli unici a nutrire dubbi sul “tenere” costosissimi e inutili missili nucleari coi colori britannici… ma adesso?;

• e, anche, sull’Europa sono decisamente contro le posizioni ultraeuroscettiche dei conservatori e più scettiche, comunque, delle loro anche dei laburisti. Tra l’altro, oggi, dopo il salvataggio greco e dell’eurozona, c’è da considerare in questa landa dell’euroscetticismo isolazionista voluto dai conservatori e non proprio dai liberal-democratici c’è, adesso, un’altra contraddizione.

Il fatto è che il Regno Unito è fuori dell’eurozona, e dell’euro, ovviamente. Ma questo non significa affatto che la graduale emergenza di un’Europa più integrata e più federalmente cioè – anche se sembra una contraddizione in termini non lo è – in qualche modo centralmente regolata da un punto di vista economico lasci intatta e intoccata la vita britannica. Non è difficile immaginare che uno scenario di debolezza relativa dell’Inghilterra rispetto al resto d’Europa, in queste condizioni, in cui investitori e speculatori vedano l’utilità di attaccare la sterlina e riportarla a un rapporto di forza più realistico.

E, allora, nella tempesta finanziaria scatenata dalla speculazione, un qualunque governo britannico ricorrerebbe di certo a qualsiasi aiuto potesse ottenere dai propri partners nell’Unione europea, cioè nell’euro. E la decisione di restarsene fuori dell’euro non sembrerebbe più un’idea tanto brillante, perché, ed è la lezione principale forse dei fatti di Grecia, la decisione di aiutare Atene è stata in realtà, anche se con ritardo, quella di salvare l’euro.

Ora, sulle questioni europee, altro serio problema, i lib-dem sono molto più vicini alle scelte programmatiche annunciate nella piattaforma dei laburisti  (anche se spesso poi non praticate) che, poi, su una possibile riforma elettorale, almeno programmaticamente, erano più disponibili dei conservatori.

Il fatto è che l’accordo con Cameron i liberal-democratici lo reggeranno solo con una riforma elettorale vera, di tipo chiaramente proporzionale— e è illusorio credere che si contenteranno a lungo di una promessa di referendum in cui, comunque, i conservatori si riservano il diritto di dire che loro votano no, che loro si tengono il sistema elettorale dell’asso piglia tutto che li favorisce sempre. Se Clegg porterà a casa nei fatti solo una mezza promessa di referendum elettorale ma senza impegno a far passare una vera e propria legge di riforma, non crediamo che sarà sufficiente nel suo partito a farlo restare a lungo vice primo ministro.

Ha mollato, infatti, su cose tutte simboliche e molto molto politiche come la promessa di un’amnistia seria agli immigrati clandestini “per poter ripartire davvero da zero” (cancellata) o quella di convertire un po’ di più all’Europa e al sociale i conservatori (anzi il ministro degli Esteri che ha scelto è William Hague, il più eurofobo, manco solo euroscettico, e il cancelliere dello Scacchiere è George Osborne, il più classicamente monetarista e liberista, tra i deputati conservatori).

E il primo impatto di Cameron con la Merkel, con cui è andato a parlare di Europa, è stato per chiarire subito che di poteri nuovi a Bruxelles – anche solo quelli che servirebbero finalmente a verificare i conti di tutti – lui non ne vuole sentire parlare neanche lontanamente[181]. Se le sue vere conquiste si fermano qui, Nick Clegg finirà con lo scassare il partito in mille schegge e, presto, salterà con esso anche lui.

In effetti, sembra però che come ha detto uno dei partecipanti di parte lib-dem sia stata anzitutto l’“arroganza” scostante con cui i negoziatori del Labour hanno affrontato i colloqui, proprio come ministri in carica che stanno a sentire le richieste di chi si rivolge loro col cappello in mano, per poi prendere in considerazione con qualche magnanimità qualcuna delle tante questue loro avanzate, a far saltare il tavolo del negoziato lib-dem–lab.

Forte è stata la loro riottosa resistenza a concludere e forte l’impressione, anche, che la maggioranza di loro non fosse alla fine disposta a far parte di una coalizione che, comunque, correva il rischio di annunciarsi, con l’aria che tira, come la “coalizione dei sacrifici”. Sarebbe stato, dunque, l’insieme di questi fattori ad avere costretto, in particolare, il gruppo parlamentare eletto del partito di Clegg a rassegnarsi alla decisione finale dei maggiorenti. Essi stessi piuttosto riottosi. Appena possono, o devono, vedrete, gliele faranno pagare[182]

In ogni caso, ai liberal-democratici non è bastata per fare coalizione coi laburisti – ripetiamo: a loro pure assai più “vicini” – nemmeno la decapitazione, rituale ma piena di significati concreti, di Brown, il  primo ministro perdente. Lui stesso, dopo le prime due-tre giornate di colloqui non conclusivi dei lib-dem con i tories – anche per premere su Clegg a favore di quella che lui ha chiamato una “coalizione progressista” – ha annunciato che, se i due partiti minoritari si mettevano insieme a fare (quasi) maggioranza lui avrebbe tolto il disturbo[183].

Però ha insistito troppo, a dire e far intendere che sarebbe restato primo ministro per accompagnare il processo: fino a che, in settembre, venisse eletto al congresso annuale laburista un nuovo leader. Non è stato sufficiente. Anche perché, a questo punto, sono stati i suoi per primi a “sfiduciarlo” perdendo visibilmente e uno dopo l’altro l’interesse a restare al governo e cominciando a parlare in Tv della problematicità di dar vita a una “coalizione dei perdenti”. Demoralizzando così subito quelli tra i lib-dem che erano pronti a dare battaglia alla loro stessa leadership pur di non andare a letto coi conservatori.

In conclusione – parziale, sicuramente parziale: ma indicativa e anche a spiegazione del “disagio” forte che c’è tra i liberal-democratici – il testo dell’accordo formale che ha dato vita alla coalizione tra conservatori e liberal-democratici, pubblicato il giorno dopo il giuramento davanti alla regina del nuovo primo ministro, è fatto di sette pagine zeppe di inanità e di vaghezze, praticamente senza un solo impegno cifrato (se non uno) e su ogni riga del quale in pratica si può litigare, quando se ne riesce a capire qualcosa.

Nel testo[184], in effetti, e senza eccezione, gli unici impegni già scritti e non fumosi sono sempre a favore del punto di vista dei Tories e mai di quello dei Lib-dem. Uno, tra decine di possibili esempi: dice che il nuovo governo “si impegna a mantenere il deterrente nucleare britannico e ha concordato che il rinnovo dei missili Trident verrà verificato alla luce della necessità che l’impresa sia pari alla effettiva entità della spesa. I Liberal-democratici continueranno a difendere la loro idea di un’alternativa”.

E’ chiaro, no? di là l’impegno preciso di tutto il governo, di qua un’idea, il diritto di chiacchierare “diversamente” dei lib-dem… uno scambio equo! Un altro è l’impegno a tagliare il deficit, subito e “comunque”, di 6 miliardi di sterline (unica cifra citata): che era il piano non dei lib-lab ma dei Tories e che, nel frattempo, si associa ad una tassazione di 8 miliardi di sterline sulle banche[185]… E che, comunque, è solo un quarto, un quinto del taglio che la correzione della manovra apporta alla finanziaria di Berlusconi-Tremonti.

Ora, una coalizione vive perché almeno una di due condizioni è rispettata: che l’accordo soddisfi in modo rilevante, o almeno sufficiente, gli interessi di entrambe le parti… e non sembra proprio essere questo il caso; o che la coalizione sia costruita e cementata da saldi e condivisi princìpi… e neanche questo sembra davvero il caso. Altrimenti, con una coalizione senza princìpi, düra minga…

In ogni caso, oggi, domani, si apriranno i problemi seri, anche drammatici, che la crisi rampante  impone di affrontare a questo paese sul piano economico e sociale, anzitutto. Qui solo i guai della Grecia e lo strano noblesse oblige dei guanti di velluto con cui i mercati sono usi trattare la City, vecchia signora, o se volete la vecchia pu***na, del capitalismo internazionale, hanno mascherato finora, con relativo successo, i dati e i drammi di un paese che, avendo imparato dall’America di Clinton e Bush secondo la lezione impartita a tutti da Blair e Brown per più di dieci anni, ormai vive sul debito[186].

Il totale del debito personale dei cittadini britannici a marzo era a 1.460 miliardi di sterline. La crescita degli ultimi dodici mesi s’è fermata allo 0,9%. I cittadini britannici sono indebitati personalmente (non il debito pubblico, quello privato), tutti insieme, per più del prodotto del paese tutto intero in un anno. A marzo l’indebitamento privato è ancora cresciuto di 600 milioni di sterline e il credito al consumo di altri 300 milioni (il totale del credito finora elargito era arrivato, a gennaio 2008, a 8 miliardi e 400 milioni di sterline).

Sempre a marzo il credito garantito in abitazioni arriva a 1.239 miliardi di sterline mentre quello garantito al consumo è a 222 miliardi. Il debito medio per famiglia nel regno Unito è sulle 8.796 sterline, ma sala a 18.324 a famiglia se vengono incluse quelle che non hanno alcuna garanzia reale (patrimonio o altro) sul prestito avuto. E questo senza calcolare le ipoteche. Includendole, il debito medio per famiglia britannica arriva a 57.950 sterline.

Quanto al debito pubblico, se a questi dati aggiungiamo, sempre riferendoci a marzo, quello previsto nel bilancio presentato alle Camere per il 2014-2015 dal cancelliere dello scacchiere, allora esso arriva a pesare per 113.742 sterline su ogni famiglia e, su ogni singolo cittadino britannico adulto, per 30.258 sterline (ipoteche incluse).

Tutto questo non è avvenuto per caso ma per responsabilità – per scelta ideologica – del New Labour, quando, affidandosi al liberismo trionfante di Milton Friedman e alla lezione politica di Thatcher e Reagan (ognuno pensi a se stesso e a farsi ricco e tutti diventeremo ricchi…) vendette con Blair, e Brown accodato, l’anima insieme ai princìpi che Blair condannò come “obsoleti” della sua Carta (la solidarietà, il bene dei più da privilegiare su quello dei meno, il bene comune…). E, adesso, si è rovinato.

La previsione di primavera della Commissione europea dà al 12% per quest’anno e in questo paese il disavanzo del deficit/PIL : a questo punto, il più elevato di tutta l’Unione, dal terzo che era stato nel 2009 e dopo che gli impegni della Grecia dovrebbero ridurre il suo al 9,3%.

La prima cosa che dovrà fare il nuovo governo, chiunque a Londra lo formi – dice, non richiesto e con petulanza chiaramente superflua ma comunque pontificante, il solito Commissario Olli Rehn – è di concordare un ambizioso programma di consolidamento fiscale – tradotto: di riduzione del bilancio e del deficit/PIL – che costituisce di gran lunga la prima sfida posta al nuovo governo, di qualsiasi colore esso sia[187].

Aveva scritto un noto, ma serissimo, foglio conservatore[188] (non uno dei fogliacci tabloid di proprietà di Murdoch) che quel che c’è da fare lo sanno tutti i partiti: “il prossimo governo dovrà tagliare i salari pubblici, congelare ogni beneficio e sussidio, cancellare posti di lavoro, abolire tuta una serie di diritti al welfare e tagliare con l’accetta programmi come l’edilizia scolastica e la manutenzione stradale”… Peccato che nessuno di quei partiti l’abbia detta così, comunque – manco i conservatori – in campagna elettorale.

Adesso, in compenso, l’annuncio dei tagli nel discorso cosiddetto della Corona (“il mio governo taglierà…”) descrive riduzioni per 6,2 miliardi di sterline (7,2 miliardi di €) da cui si ricava il mezzo miliardo da investire nell’istruzione (non si dice né dove né come, ancora) e nell’edilizia sociale mentre il resto andrà a riduzione del deficit. Un portavoce del cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, parla di un’onda d’urto che si vuole trasmettere così a tutto il governo, dove – dappertutto – c’è il blocco delle assunzioni e l’impegno a tagliare le spese.

Certo, a fronte di 178-180 miliardi di debito pubblico, questi tagli rappresentano – al contrario del costo soggettivo che avranno – un costo obiettivo decisamente modesto. Ma si tratta d’uno sforzo mirato, forse illusoriamente mirato, a convincere un mercato assai inquieto che la squadra cons-lib/dem è dedita ad instaurare nel paese il rigore fiscale.

Simbolicamente, ma qui la disposizione sarà più reale che se fosse data da noi, c’è il blocco di tutte le auto blu, se non per ragioni di sicurezza che si applicheranno rigorosamente però (forse) a tre, massimo quattro ministri della corona[189]… Adesso, il cancelliere dello scacchiere – e tutto sommato non proprio a torto – dice che il suo paese non ne vuole sapere di andare in aiuto della Grecia: che ci pensino i membri dell’eurozona, sentenzia e, a rigore, a ragione[190]

Ma non gli viene neppure in mente – come, del resto, a nessuno in questo distratto paese, ancora più prodigo di quanto sia mai stata la Grecia, e in dimensione enormemente più vasta ed irresponsabile – che gli avvoltoi, oggi volteggianti a artigli sfoderati intorno al corpo sanguinolento dell’economia greca, sono pronti a gettarsi sulla carcassa ancora viva e pulsante dell’economia britannica: fra un mese o fra un anno, chi sa, ma con quel fardello che si portano dietro…

Tra parentesi, qui. Un risultato immediato del cambio è nella “rivelazione”, fatta dal nuovo ministro degli Esteri Hague che segue solo di una decina di giorni alla formazione del governo: il Regno Unito “possiede” – ma in realtà, poi, non è neanche così: sono di fatto sottoposte a manutenzione e controllo finale americano – 225 testate nucleari[191] di cui 160 al momento “operativamente disponibili”: cioè pronte a scoppiare o, comunque, ad essere spedite come, si dice in gergo, a destino…

E’ la prima volta che la cifra viene resa ufficialmente nota, insieme all’intenzione del governo di rivedere la linea finora ufficiale secondo cui l’arsenale nucleare britannico è destinato solo all’autodifesa o alla difesa di alleati della NATO che si trovassero sotto attacco. Non spiega, però, in quale altra occasione e con quale altra motivazione potrebbe essere usato…

GIAPPONE

Disoccupazione ufficiale a marzo al 5%, in aumento dello 0,1 rispetto a febbraio, coi prezzi al consumo che continuano a scendere: dell’1,1% nell’anno a fine marzo, per il 14° mese consecutivo di deflazione[192]. Che si conferma ad aprile, con una caduta dell’1,5% rispetto allo stesso mese di un anno fa, a livello 99,2 del nocciolo duro dell’inflazione dalla base di 100 del 2005[193]. Il ministro delle Finanze Naoto Kan si dice “blandamente” preoccupato per il persistere della caduta dei prezzi… Dove l’unica cosa sorprendente è l’avverbio.

La Banca del Giappone ha deciso inaspettatamente di iniettare a breve liquidità[194] sul mercato per 2.000 miliardi di yen con un’operazione di prestito e rimborso ventiquattrore che serve a acquetare le turbolenze causate nel mercato finanziario, anche qui, dai timori sul debito sovrano europeo. Si tratta di una misura cautelativa per assicurare i mercati che, in ogni caso, anche in fase di sommovimenti la tranquillità è garantita. La Banca centrale conta, in questo modo, anche di sostenere indirettamente la borsa nipponica e di contenere il forte apprezzamento della valuta rendendo più facile e meno costoso procurarsi denaro.

Ma, intanto, il PIL cresce a un tasso soddisfacente dell’1,2% nel primo trimestre[195], fornendo qualche indicazione di ripresa a ritmi ormai più che decenti (annualizzato, quel tasso darebbe un ritmo di crescita del 4,9%). Era già cresciuto nell’ultimo trimestre del 2009 all’1%, dando segni in questo di cominciare ad allargarsi, finalmente, dall’export (+6,9%: specie di auto e elettronica) anche ai consumi interni: nel trimestre, +0,3%.

Ad aprile l’export sale del 40,4% dall’anno prima, con l’attivo commerciale[196] del mese arriva che così a 742,26 miliardi di yen (6,6 miliardi di €), più alto di una quindicina di volte secondo i dati resi noti dal ministero delle Finanze. E questo anche se il valore delle esportazioni sempre in quel mese rallenta a 5.889 miliardi di yen (52,1 di €) del 43,5%, mentre quello dell’import sale del 24,2%, a 5.147 miliardi di yen (45,5 di €).     

Il direttorio della Banca centrale del Giappone ha votato all’unanimità per tenere fermo il tasso di sconto, allo 0,1% per le ordinazioni non garantite overnight[197]. La decisione fa seguito a una valutazione al rialzo della economia, che sta “registrando un modesto recupero” secondo il Tankan trimestrale, il rapporto della Banca stessa che pur insiste sulla necessità di prestare attenzione all’impatto dei problemi di bilancio dell’eurozona – e sul relativo indebolimento dell’euro – sulla finanza internazionale e l’economia globale.    

Marcia indietro, quasi completa e un po’ goffa, del primo ministro Hatoyama. Arrivato al governo, rovesciando alle urne il pluridecennale regime del partito liberal-democratico, sulla base anche della sua promessa elettorale di far sloggiare gli americani dalle loro basi di Okinawa, dice adesso che “realisticamente parlando, è impossibile” spostare tutto quanto è militare ed americano dall’isola come pure aveva promesso. Alcune delle funzioni della base di Futenma dovranno restare sull’isola, la scadenza autoproclamata di fine maggio per sloggiare i marines non è più categorica e chiediamo, dice ora, al popolo di Okinawa di “condividere con noi questo fardello[198].

In teoria tutti erano d’accordo già dal 1996 quando, dopo un caso particolarmente brutale di stupro da parte di alcuni marines di una ragazzina dodicenne, fu presa la decisione di chiudere la base elicotteristica e di trasporto militare particolarmente rumorosa e ingombrante costruita dentro una città già sovraffollata come Futenma. Glii USA, però, vogliono costruire il rimpiazzo nelle vicinanze e restarci almeno fino al 2014 quando hanno deciso di trasferire i suoi 8.600 marines nel territorio di Guam, isoletta americana in mezzo al Pacifico.

Alla fine lo spostamento ci sarà da Futenma a Henoko, una zona meno densamente popolata sempre di Okinawa: una decisione dice Hatoyama, che gli ha spezzato il cuore e della quale, chinandosi tre volte in televisione e in diretta, chiede scusa agli abitanti di Okinawa… Non era la conclusione che voleva e non era quella che loro volevano. Ma ci si è dovuto piegare.

Non la prende granché bene il popolo di Okinawa. E neanche gli americani, a dire il vero, a sentirsi definire un “fardello”, convinti come sono di essere sempre per i giapponesi (ma evidentemente anche qui sempre di meno: sia per la gente che per il governo) uno scudo contro… Ecco, il problema è tutto qui: non si sa bene più esattamente contro chi – per difendere chi da che cosa? – questo è il punto.

Un po’ come per i depositi di armi tattiche nucleari in Europa, che diversi paesi della NATO dicono di non voler più: a chi servono oggi, quei magazzini di bombe nucleari?, appunto— per difendere chi da che cosa? Sono sempre di più in giro per il mondo quanti sembrano sempre meno disposti  a tollerare qua e là per il mondo la presenza ed il “peso” di ben 700 basi militari americane.

Questo è il timore: dire di sì a una di queste richieste troppo facilmente potrebbe aprire la cataratta delle espulsioni, dice il presidente di un autorevole Centro studi statunitense proprio a questo proposito[199]… Ma, adesso, anche la soluzione di ripiego prevista da Hatoyama – costruire le piste della base su piloni di cemento affondati sul fondo del mar del Giappone al largo di Okinawa – sembra affondare.

Gli americani la ritengono troppo a rischio di attacchi terroristici e vogliono costruire la loro base su terra piena o almeno di riporto, anche se dicono gli ecologi il progetto finirà col distruggere l’habitat costiero del dugong, una specie di raro mammifero locale parente stretto del lamantino… E pare che l’avranno vinta. Non i lamantini, gli americani. “Convincere gli abitanti di Okinawa, al 95% contrari, a concordare col progetto sarà un processo lungo, complicato e politicamente assai doloroso”, dice Hiroshi Nakanishi, che insegna politica internazionale alla Kyoto University[200].

La prima conseguenza della decisione è che la coalizione perde la terza, e più piccola, componente quella socialdemocratica che rifiuta di approvarla, considerandola un tradimento dell’impegno elettorale, aprendo un problema che ora Hatoyama cercherà, ma avrà difficoltà, a contenere[201]. a luglio, le elezioni per il Senato saranno un test importante: perché, sulla questione, il PM che se l’era deliberatamente giocata facendo di Futenma il perno di una campagna elettorale molto aggressiva, ha “perso la faccia”. E qui – al contrario che, per esempio, da noi come vediamo ogni giorno – dire una balla, poi smentirsi e dire di essere stato capito male o, peggio, cambiar direzione, è cosa molto molto pericolosa…

Anche i russi dicono no al Giappone e alle sue richieste, pur reiterando di voler continuare i colloqui sulla disputa relativa alle isole Curili: dicono che un esito positivo dipende ormai solo dall’accettazione da parte del Giappone degli esiti definitivi della seconda guerra mondiale. Che, cioè, Tokyo alla fine ha perso parte di quello che considerava il suo territorio e che non lo riavrà…

Glielo dice chiaro e secco il ministro degli Esteri Lavrov[202]: un’ulteriore e promettentissima cooperazione è possibile, ma solo se cambia l’ “inflessibilità delle posizioni giapponesi di non riconoscimento” della situazione data e se Tokyo non la smette di presentare la situazione come se alle Curili non si applicassero più le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite che assegnano, invece, il territorio alla Russia.


 

[1] OECDOCSE, Taxing Wages 2009 Tassazione dei salari:2009, Country note for Italy Nota paese sull’Italia (cfr. www.oecd.org/document/44/0,3343,en_2649_34533_45143084_1_1_1_1,00.html/).

[2] The Economist, 29.5.2010.

[3] Rapporto annuale 2010, sul 2009, 26.5.2010 (cfr. www.istat.it/dati/catalogo/20100526_00/Avvio2009.pdf/); e Sintesi del Rapporto 2010 (cfr. www.istat.it/dati/catalogo/20100526_00/sintesi.pdf/).

[4] OCSE, Rapporto di metà anno 2010, 26.5.2010, capitolo Italia (cfr. www.oecd.org/document/45/0,3343,en_2649_ 34573_45268653_1_1_1_1,00.html/).

[5] OCSE, World Economic Outlook Previsioni economiche mondiali,  no. 87, 26.5.2010 (cfr. www.oecd.org/document /9/0,3343,en_2649_201185_45303817_1_1_1_1,00.html/).

[6] New York Times, 31.5.2010, P. Krugman, The Pain Caucus La congrega del dolore.

[7] New York Times, 31.5.2010, J. Ewing, Fears Rise in Europe Over Potential for Deflation— La paura cresce in Europa per il potenziale di deflazione.

[8] le Monde, J.-M- Bezat, On broye de l'or noir— L’oro nero viene triturato (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/ 2010/05/22/on-broye-de-l-or-noir-par-jean-michel-bezat_1361530_3234.html/).

[9] New York Times, 23.5.2010, I. Urbina, Despite Moratorium, Drilling Projects Move Ahead.

* I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE. 

[10] New York Times, 27.5.2010, Responding to Spill, Obama Mixes Regret With Resolve— Quanto alla fuoruscita di greggio, Obama ostenta rimpianti e fermezza.  

[11] New York Times, 27.5.2010, P. Baker, Obama to Extend Drilling Moratorium Obama estende la moratoria sulle trivellazioni.

[12] Lo dice il deputato Edward Markey, democratico del Massachusetts, all’agenzia Bloomberg, il 26.5.2010, K. Chipman e J. Efstathiou Jr, BP Document Shows Leak May Be 14,000 Barrels Daily Documenti della BP mostrano che la perdita può essere di 14.000 barili al giorno (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=newsarchive&sid=apl1l UExRO4o/).

[13] New York Times, 28.5.2010, C. Klauss e J- M. Broder, Oil Flow Is Stemmed, but Could Resume, Official Says— La fuoruscita di greggio è fermata, ma potrebbe anche ripredere, afferma un alto ufficiale.

[14] Oil-price-net, 24.5.2010, M. Flower, Nuking the oil spill: nuclear option being considered? Sotto considerazione l’uso di una bomba nucleare per fermare la fuoruscita di greggio? (cfr. http://oil-price.net/en/articles/nukes-to-stop-the-oil-gusher.php/).

[15] Guardian, 27.5.2010, J. Vidal, The real cost of cheap oil— Il costo reale del greggio a buon mercato.

[16] Defense Procurement News, 3.5.2010, Increasing Transparency in the U.S. Nuclear Weapons Stockpile Trasparenza in aumento sulle scorte di armi nucleari americane (cfr. www.defenseprocurementnews.com/2010/05/03/ increasing- transparency-in-the-u-s-nuclear-weapons-stockpile/#ixzz0n35i8Ula/).

[17] La FAS aveva sbagliato di 87 unità… FAS Strategic Security Blog, 9.2.2010, H. Kristensen, United States Reaches Moscow Treaty Warhead Limit Early Gli USA arrivano prima del previsto al tetto di riduzione di armi nucleari fissato dal Trattato di Mosca (cfr. www.fas.org/blog/ssp/2009/02/sort.php/).

[18] Guardian, 4.5.2010, J. Borger, Coming clean on nuclear weapons Dire la verità sulle armi atomiche.

[19] Agenzia Stratfor, 12.5.2010, Russia, Iran: Medvedev Praises Uranium Swap Proposal Russia, Iran: Medvedev loda la proposta [di Brasile e Turchia] sullo scambio dell’uranio (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100512_russia_ iran_ medvedev_praises_turkishbrazilian_fuel_swap_proposal/).

[20] Agenzia Reuters, 13.5.2010, L. Charbonneau, U.S. sees ‘good progress’ in Iran sanctions talks Gli USA vedono ‘buoni progressi’ nei coloqui sulle sanzioni al’Iran (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKTRE64C46B20100513/).

[21] Radio Free Europe, 16.5.2010, Brazil And Turkey Seek To Save Iran Nuke Deal Brasile e Turchia puntano a salvare l’accordo sul nucleare con l’Iran (cfr. www.rferl.org/content/Brazil_Seeks_To_Save_Iran_Nuke_Deal/2043717 . html/); e Guardian, 17.5.2010, testo della Dichiarazione congiunta Iran, Brasile e Turchia: dcumento esemplare per semplicità, nettezza e brevità: una cartella e mezza neanche… (cfr. www.guardian.co.uk/world/julian-borger-global-security-blog/2010/may/17/iran-brazil-turkey-nuclear/). 

[22] Wall Street Journal, 17.5.2010, M. Coker, Iran Agrees to Nuclear Fuel Swap L’Iran concorda lo scambio di combustibile nucleare (cfr. http://online.wsj.com/article/SB1000142405274870331540457524954234064292.html# printMode/).

[23] Stratfor, 14.5.2010, Iran: Brazil Talks Last Chance - Russian President Il presidente russo: I colloqui col Brasile, ultima opportunità [in realtà, dice una delle ultime opportunità…] per l’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100514_ iran_brazil_talks_last_chance_russian_president/).

[24] Reuters, 14.5.2010, Clinton says Lula faces uphill climb in Iran— La Clinton dice che Lula si trova di fronte a una dura scalata in Iran (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE64D4VC20100514?type=politicsNews/)

[25] Renminribao (Quotidiano del Popolo), 21.5.2010, Lula criticizes powers for insisting on sanctions against Iran Lula critica le grandi potenze per la loro insistenza sulle sanzioni contro l’Iran (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/90001/ 90777/90852/6993931.html/).

[26] New York Times, 17.5.2010, M. Slackman, Iran Offers to Ship Uranium, Complicating Sanctions Talks L’Iran offre di spedire fuori del paese il suo uranio, complicando i colloqui sulle sanzioni.  

[27] Stratfor, 17.5.2010, France: sanctions still needed on Iran Le sanzioni contro l’Iran, dice la Francia, sono ancora necessarie (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100517_france_sanctions_still_needed_iran/).

[28] The Star, Reuters, 18.5.2010, France says Iran fuel swap deal a positive step— La Francia afferma che l’accordo sullo scambio del combustibile iraniano è un passo positivo (cfr. http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2010/5 /18/worldupdates/2010-05-18T201211Z_01_NOOTR_RTRMDNC_0_-485905-1&sec=Worldupdates/).

[29] Yahoo!News, 18.5.2010, A.F.P., US says China, Russia back Iran sanctions… but no details Gli USA affermano che Cina e Russia appoggiano le sanzioni contro l’Iran… ma non danno dettagli (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/201005 18/pl_afp/irannuclearpolitics/).

[30] Stratfor, 18.5.2010, Russia: No Confirmation, Denial Of Iran Sanctions Plan Russia: nessuna conferma , anzi diniego, sul piano di sanzioni contro l’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100518_russia_no_confirmation_denial_ iran_sanctions_plan_report/).

[31] Organization of Asia-Pacific News Agency (OANA), 19.5.2010, UN's new resolution on Iran free of 'paralyzing measures', says diplomat— La nuova risoluzione ONU sull’Iran è senza alcuna ‘misura paralizzante’, dice l’ambasciatore [russo] (cfr. www.oananews.org/view.php?id=115425&ch=AST/).

[32] Reuters, 21.5.2010, Iran sanctions won't sink missile sale-Russia— Le sanzioni al’Iran non fermeranno la vendita dei suoi missili, dice la Russia (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE64K0LO20100521/). 

[33] Reuters, 20.5.2010, Russia says Iran reactor will start up in August— La Russia afferma che il reattore costruito in Iran comincerà a produrre energia ad agosto (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE64J2XT20100520/).

[34] Washington Post, 22.5.2010, R. Burns, US lifts sanctions against Russians linked to Iran Gli USA esentano dale sanzioni le imprese russe legate all’Iran (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/05/21/AR201005 2103437.html/).

[35] Stratfor, 18.5.2010, U.S.: Iran Sanctions Vote Expected Within Weeks USA: un voto sulle sanzioni all’Iran tra settimane (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100518_us_iran_sanctions_vote_expected_within_weeks/).

[36]  Yahoo!News, 19.5.2010, Russia confirms agreement on UN Iran sanctions draft La Russia conferma [e delimita] l’accordo su una bozza di sanzioni per l’Iran (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100519/pl_afp/irannuclearpoliti csunrussia/).

[37] la Repubblica, 19.5.2010, F. Rampini, Sanzioni al’Iran, ancora un colabrodo?— dove la convinzione chiarissima dell’autore è che sì… mentre il giornale non osa dirlo così – sembra brutto verso gli Stati Uniti, no? o forse verso il governo degli Stati Uniti? o forse verso la signora Clinton? o forse, alla fine, verso le fisisme degli satti Uniti? – e ci mette il punto interrogativo… (cfr. http://rampini.blogautore.repubblica.it/2010/05/19/sanzioni-alliran-ancora-un-colabrodo/).

[38] Haaretz (Tel Aviv), 22.5.2010, Iran seeks nuclear talks with EU foreign policy chief— L’Iran chiede colloqui sul nucleare alla responsabile Esteri della UE (cfr. www.haaretz.com/news/international/iran-seeks-nuclear-talks-with-eu-foreign-policy-chief-1.289627/); e Agenzia Fars, 24.5.2010, Iran slams US reaction to fuel swap, awaits IAEA L’Iran stronca la reazione degli USA allo scambio sul combustibile e aspetta l’AIEA (cfr. www.islamidavet.com/english/tag/ ramin-mehmanparast/). 

[39] Agenzia Apcom, 19.5.2010, Staremo attenti che non sia trucco. Lo faranno tutti i soggetti internazionali [meno, ovviamente, quei fresconi di Brasile e Turchia, chiaro, no?] (cfr. www.dailyblog. it/nucleare-berlusconiiran-staremo-atten ti-che-non-sia-trucco-lo-faranno-tutti-i-soggetti-internazionali/19/05/ 2010/).

[40] New York Times, 14.5.2010, A. Barrionuevo e G. Thompson, Brazil’s Iran Diplomacy Worries U.S. Officials— La diplomazia iraniana del Brasile preoccupa gli Stati Uniti.

[41] Guardian, 19.5.2010, S. Tisdall, The Iran nuclear deal and the new premier league of global powers L’accordo nucleare iraniano e la nuova serie A delle potenze globali.

[42] Folha de São Paulo, 25.5.2010, M. Weisbrot, Uma “nova ordem mundial” è necessária.

[43] Jerusalem Post, 17.5.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), Medvedev warns world may also demand clarifications on enrichment— Medvedev  avverte che il mondo potrebbe anche chiedere chiarificazioni sull’arricchimento (cfr. www.jpost.com/IranianThreat/News/Arti cle.aspx?id=175792/).

[44] Reuters, 18.5.2010, China welcomes Iran nuclear fuel swap deal— La Cina accoglie con favore l’accordo sullo scambio nucleare con l’Iran (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE64H0V820100518/).

[45] Guardian, 2.5.2010, J. Borger, US and Russia to propose ban on WMD in Middle East USA e Russia propongono il divieto di armi di distruzione di massa in Medioriente.

[46] Guardian, 27.5.2010, P. Goldschmidt e N. Gerami, Ban nuclear tests in Middle East— [Goldschmidt e Gerami lavorano alla Fondazione Carnegie per la pace internazionale, una delle più antiche e prestigiose istituzioni americane di analisi e di proposta sul tema].  

[47] Reuters, 29.5.2010, L. Charbonneaux, U.S.,Arabs reach deal at nuclear treaty talks— Gli USA e gli [Stati] arabi raggiungono un’intesa alla conferenza sul Trattato nucleare (cfr. http://in.reuters.com/article/idINIndia-48894320100 528/); anche  Ha’aretz, 29.5.2010, Obama ‘strongly’ opposes singling out of Israel at nuclear conference Obama si oppone ‘fermamente’ a isolare Israele alla conferenza nucleare [a leggere l’articolo poi si capisce – anche se qui non viene detto che, però, tutto considerato, alla fine l’America la mette la firma accanto a quelle di tutti gli altri che chiedono a Israele di piegare anche il suo nucleare alle regole del TNP… se questo vuol dire – e, secondo l’articolo, questo vuol dire – isolare Israele… (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/obama-strongly-opposes-singling-out-of-israel-at-nuclear-conference-1.292804/); e New York Times, 28.5.2010, N. MacFarquhar, 189 Nations Reaffirm Goal of Ban on Nuclear Weapons 189 paesi riaffermano il traguardo del bando alle armi nucleari.

[48] New York Times, 31.5.2010, 10 Reported Killed as Israel Raids Boats Headed to Gaza Annunciate dieci vittime del raid israeliano contro le navi dirette a Gaza.; Reuters, 31.3.2010, Israel Boards Gaza-Bound Ships,10 Dead – Military— I militari: Israele abborda le navi dirette a Gaza, 10  morti (cfr. http://uk.reuters.com/article/id UKTRE64T21 120100531/).

[49] Xinhua, 12.5.2010, New economic data on China Nuovi dati sull’economia della Cina (cfr. http://news.xinhua net. com/english2010/video/2010-05/12/c_13289524.htm/).

[50] Xinhua, 10.5.2010, China’s trade surplus hits US$1.68 bln, down sharply in April L’attivo commerciale cinese tocca 1,68 miliardi di $ in aprile, in secco ribasso su un anno fa (cfr. http://english.sina.com/busi ness/p/2010/0510/318835.html/).

[51] Reuters, 17.5.2010, China frets over rising capital inflow pressure La Cina si inquieta per la pressione dei forti afflussi di capitale dall’estero (cfr. http://in.reuters.com/article/bankingfinancial-SP/idINTOE64G00220100517/).

[52] Stratfor, 12.5.2010, Tensions Loom As U.S.-China Summit Approaches Le tensioni si accumulano con l’avvicinarsi del vertice sino-americano (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100512_brief_tensions_loom_uschina_summit_approaches/).

[53] Agenzia Bloomberg, 17.5.2010, China Will Decide Yuan Policy Based on Its Own Needs, Yao Says— La Cina deciderà della politica dello yuan basandosi sui suoi bisogni, dice Yao

[54] New York Times, 16.5.2010, K. Bradsher, Foreign companies chafe at China’s restrictions Le imprese straniere si spazientiscono a scontrarsi con le restrizioni cinesi.

[55] CfDspros (sito economico commerciale), 24.5.2010, WRAPUP 7-China, U.S.  hold door open a crack to U.S. on yuan, rest Riepilogo no 7, Cina e USA tengono la porta socchiusa su yuan e il resto (cfr. www.cfdspros.com/news/com modities---futures-news/wrapup-2-u.s.,-china-open-talks-to-help-steady-economic-ties-108450/).

[56] Reuters, 25.5.2010, G. Somerville, Geithner offers China vow of greater fiscal discipline Geithner offre alla Cina un voto di maggior disciplina fiscale (cfr. www.reuters.com/article/idUSBJL00202620100525/).

[57] New York Times, 24.5.2010, C.sang-hun e M.Landler, U.S. Backs South Korea in Cutting Trade With the North— Gli USA sostengono il boicottaggio commerciale del Nord da parte della Corea del Sud.

[58] New York Times, 25.5.2010, C.sang-hun, North Korea Cuts All Ties With South as Tensions Rise— Il Nord Corea, col montare delle tensioni, taglia tutti i legami col Sud.

[59] New York Times, 24.5.2010, On North Korea, China Prefers Fence— La Cina preferisce di restare in bilico sulla Corea del Nord.

[60] New York Times, 22.5.2010, D. E. Sanger, U.S. Implicates North Korean Leader in Attack Gli USA implicano direttamente il leader nord-coreano nell’attacco.

[61] Reuters, 7.5.2010, Probe concludes torpedo sank South Korea ship: report— Inchiesta conclude che un siluro ha affondato la nave sudcoreana (“i residui metallici e chimici trovati sembrano indicare un tipo di siluro ‘made in Germany’” (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6460FC20100507/).

[62] Scripps News Service, 8.1.2006, T. Hargrove, Third of Americans suspect 9-11 government conspiracy—  Un terzo degli americani sospettano che l’11 settembre sia stato un complotto del governo (cfr. www.scrippsnews.com/ 911poll/).

[63] New York Times, 25.5.2010, S. Tavernise, U.S. Is a Top Villain in Pakistan’s Conspiracy Talk— Gli USA sono il colpevole principale nel complotto raccontato dai pakistani.

[64] New York Times, 30.5.2010, C. sang-hun, Chinese Premier Gives No Sign of Punishing North Korea—.

[65] The Economist, 8.5.2010.

[66] The Economist, 8.5.2010.

[67] DLN, 31.5.2010, Growth of 8.6% in Indian GDP Crescita dell’8,6% del PIL indiano (cfr. www.dailylatestnews.com/ 2010/05/31/growth-of-8-6-in-indian-economy-lifting-gdp-025583/). 

[68] The Economist, 29.5.2010.

[69] The Economist, 29.5.2010.

[70] MEMRI, 31.5.2010, N. Raphael, Rising Tensions over the Nile River Basin— Tensioni crescenti sulla questione del bacino del fiume Nilo (cfr. www.tecolahagos.com/rising_tension.htm/).

[71] EUROSTAT, 12.5.2010, Boll. #69, Euro area and EU27 GDP up by 0.2%— Il PIL sia dell’eurozona che della UE a 27 sale deìlo 0,2% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-12052010-BP/EN/2-12052010-BP-EN. PDF/).

[72] New York Times, 6.5.2010, J. Ewing, E.C.B. Leaves Rates Unchanged La BCE lascia i tassi immutati, Lisbona, 6.5.2010; Lisbona, 6.5.2010,Conferenza stampa del presidente della BCE, Jean-Claude Trichet (cfr. www.ecb.int/ press/pr/date/2010/ html/pr100506.it.html/).

[73] New York Times, 20.5.2010, J. Ewing e S, Erlanger, Trichet Faces Growing Criticism in Europe Crisis— Trichet fronteggia critiche crescenti nel bel mezzo della crisi europea.

[74] EUROSTAT, 30.5.2010, Boll. #58, Euro area inflation estimated at 1.5% L’inflazione nell’eurozona stimata all’1,5% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-30042010-AP/EN/2-30042010-AP-EN.PDF/).

[75] EUROSTAT, 12.5.2010, Boll. #69, Euro area and EU27 GDP up by 0.2% - +0.5% and +0.3% respectively compared with the first quarter of 2009 Il PIL dell’eurozona e della EU a 27 sale dello 0,2% - Rispettivamente +0,5 e +0,3, a paragone col primo trimestre del 2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-12052010-BP/EN/2-12052010-BP-EN.PDF/).

[76] EUROSTAT, 12.5.2010, Boll.#68, Industrial production up by 1.3% in euro area - Up by 1.2% in EU27 La produzione industriale cresce dell’1,3% nell’eurozona - E dell’1,2 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ ITY_ PUBLIC/4-12052010-AP/EN/4-12052010-AP-EN.PDF/).

[77] New York Times, 28.4.2010, J. Ewing, Spain’s Debt Rating Cut as Finance Officials Meet Il debito della Spagna declassato alla vigilia dell’incontro dei ministri delle Finanze [europei] (cfr. http://dealbook.blogs.nytimes.com/2010/04/28/ spains-debt-rating-cut-as-finance-officials-meet/).

[78] New York Times, 2.4.2010, D. Bilefski e L. Thomas, Jr, Greece Agrees to a Bailout Deal With EU and I.M.F.— La Grecia concorda su un accordo di salvataggio con UE e Fondo monetario.

[79] The Daily Telegraph, 28.4.2010, Greek debt crisis spreading 'like Ebola' and Europe must act now, OECD warns— La crisi del debito greca si spande ‘come l’ebola’ e l’Europa deve agire ora, avverte l’OCSE (cfr. www.telegraph. co.uk/finance/financetopics/financialcrisis/7644709/Greek-debt-crisis-spreading-like-Ebola-and-Europe-must-act-now-OECD-warns.html/).

[80] Der Spiegel, 1.5.2010, C. Volkery, EU Agrees to Prop Up Greece L’UE si mette d’accordo per puntellare la Grecia (cfr. www.spiegel.de/international/europe/0,1518,692619,00.html/).

[81] Per esempio, il testo del Bild viene citato, come del tutto comprensibile e condivisibile dal buon senso della gente comune di ogni longitudine, nell’articolo del Washington Post, 3.5.2010, di A. Faiola e P. Whoriskey, Greece secures bailout from Europe and IMF— La Grecia ottiene il salvataggio da Europa e FMI (cfr. www.washingtonpost. com/wp-dyn/content/article/2010/05/02/AR2010050200621_pf.html/).

[82] BBC, 5.5.2010, Slovakia’s Fico warning L’avvertimento dello slovacco Fico  (cfr. http://news.bbc.co.uk/1/hi/86616 19.stm/).

[83] Guardian, 5.5.2010, J. E. Stiglitz, Reform the euro or bin it Riformate l’euro o buttatelo via.

[84] New York Times, 11.5.2010, R. Cohen, Europa! Europa! [Forse uno, due, tra i nostri, comprensibilmente distratti, lettori ricorderanno che proprio questo punto, scottante, lo avevamo sollevato due mesi fa anche in questa Nota congiunturale, 4-2010, citando un autore tedesco, J. Fischer, sul Guardian del 23.3.2010,  Ms. Europe or Frau Germania?]...

[85] Cfr. www.nationmaster.com/graph/eco_gdp_ppp _percap-economy-gdp-ppp-per-capita/.

[86] Stratfor, 3.5.2010, ECB Suspends Collateral Rules for Greece La BCE sospende le regole sul deposito collaterale nel caso greco (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100503_brief_ecb_suspends_collateral_rules_greece/).

[87] Per la definizione giuridica della suspension de pagos spagnola – la situazione pre-fallimentare della carenza grave di liquidità – in Wikipedia (cfr. http://es.wikipedia.org/wiki/Suspensi%C3%B3n_de_pagos/).

[88] Il New York Times, 10.5.2010, Europe’s Debt CrisisYour Questions Answered La crisi del debito europea Domande e risposte (cfr. http://economix.blogs.nytimes.com/2010/05/10/europes-debt-crisis-your-questions-answer ed/?ref=business/) lascia dire – senza provvedere a correggerla – a una “storica dell’economia” come Carmen Reinhart dell’università del Maryland che dopo il default “nel 2001, tagliata fuori dai mercati internazionali per un certo tempo, l’economia argentina si contrasse di un quinto”.

   Dice il falso, perché non specifica per quanto tempo e quanto poco ciò avvenne: la documentazione completa si trova facilmente in Instituto nacional de Estadistica y Censos de la Republica (cfr. www.indec.gov.ar/nuevaweb/ cuadros/17/graficoevolpib.xls/) e anche, in FMI, (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2009/02/weodata/weorept. aspx?pr.x=69&pr.y=13&sy=2000&ey=2009&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=213&s=NGD P_RPCH&grp=0&a=/). Il Fondo, da parte sua, attesta che a fine 2002 il PIL dell’Argentina si era in effetti contratto del 10,2% dal default. Ma certifica anche che, nel corso dei cinque anni seguenti, è cresciuto appunto sul 9% ogni anno…

[89] Financial Times, 12.5.2010,  V,. Mallet, Tough new Spanish austerity measures— Nuove, dure misure di austerità in Spagna (cfr. www.ft.com/cms/s/0/91ca42de-5d9e-11df-b4fc-00144feab49a.html/); e New York Times, 12.5.2010, R. Minder, Spain outlines new budget cuts La Spagna delinea nuovi tagli di bilancio.

[90] le Monde, 22.5.2010, intervista di V. Malingre, Joseph Stiglitz : "L'austérité mène au désastre"— (cfr. www. lemonde.fr/economie/article/2010/05/22/joseph-stiglitz-l-austerite-mene-au-desastre_1361520_3234.html/).

[91] Cfr. Nota83, qui sopra.

[92] New York Times, 7.5.2010, S. Erlanger e M. Saltmarsh, Greek debt crisis raises doubts about the European union La crisi del debito della Grecia solleva dubbi sull’Unione europea.

[93] Project Syndicate, 27.3.2007, J. E. Stiglitz, The EU’s Global Mission La missione globale dell’Unione europea (cfr. www.pro ject-syndicate.org/commentary/stiglitz85/English/).

[94] Bloomberg, 6.5.2010, Poland May Delay Euro Entry on Greek Crisis Fallout La Polonia potrebbe ritardare la sua entrata nell’euro per gli effetti della crisi greca [ma, anche – e il governatore, che succederà a breve al suo titolare morto nel disastro aereo di Katyn, questo non lo dice – perché comunque il paese è ben lontano dall’essere finanziariamente ed economicamente accettabile agli altri, per quanto smandrappati oggi essi siano…] (cfr. www. bloomberg.com/apps/news?pid=20601085&sid=a06g_D1hF6GA/).

[95] News Feed Researcher, 12.5.2010, Estonia Says EU Commission Recommends Euro Accession L’Estonia dice che è la Commissione a raccomandare il suo ingresso (cfr. http://newsfeedresearcher.com/data/articles_b20/estonia-euro-european.html#hdng0/).

[96] New York Times, 10.5.2010, J. Kanter e L. Thomas, Jr., E.U. Details $957 Billion Rescue Package—.

[97] ECB-BCE, 10.4.2010, ECB decides on measures to address severe tensions in financial markets— La BCE decide sulle misure per far fronte alle severe tensioni nei mercati finanziari (cfr. www.ecb.int/press/pr/date/2010/html/pr100510. en.html/).  

[98] New York Times, 11.5.2010, L. Thomas, Jr., I.M.F. Plays Deal Maker in Europe— L’ FMI gioca il ruolo di mediatore in  Europa.

[99] Indymedia, 20.5.2010, Xinhua, Greek public debt up to 310 billion euros in Q1— Il debito pubblico greco sale a 310 miliardi di € nel primo trimestre (cfr. www.indymedia-letzebuerg.net/index.php?option=com_content&task=view& d= 52101&Itemid=27/).

[100] YahooNews!,18.5.2010, E. Becatoros, Greece receives EU part of bailout loans La Grecia riceve parte dei prestiti del salvataggio UE (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20100518/ap_on_bi_ge/eu_greece_financial_crisis_9/).

[101] The Local, 16.5.2010, Reinfeldt slams EU plan to vet national budgets Reinfeldt critica il piano europeo di verificare i bilanci nazionali (cfr. www.thelocal.se/26606/20100512/).

[102] Cfr. Nota83, la citazione riportata ivi da Stiglitz.

[103] Handelsblatt, 19.5.2010, Schäuble zeigt Mut— Schäuble mostra il suo coraggio (cfr. www.handelsblatt.com/ meinung/kommentar-politik/europa-schaeuble-zeigt-mut;2583507/). 

[104] le Monde, 22.5.2010, Zone euro: les vingt-sept recherchent l'apaisement— Eurozona, i 27 cercano l’intesa (cfr.  www.lemonde.fr/economie/article/2010/05/22/zone-euro-les-vingt-sept-recherchent-l-apaisement_1361523 _3234. html/).

[105] Trend Capital, 13.5.2010, Merkel demands greater economic harmonization in Europe Merkel chiede una più forte armonizzazione in Europa (cfr. http://en.trend.az/capital/macro/1687028.html/).

[106] El Pais, 14.5.2010, J. Casqueiro, Zapatero: "Sarkozy amenazó con salirse del euro"— Zapatero riferisce che Sarkozy minacciò di uscirsene dall’euro (cfr. www.elpais.com/articulo/espana/Zapatero/Sarkozy/amenazo/salirse/euro/elpepiesp/20100514elpepinac_2/Tes? print=1/).

[107] The Economist, 15.5.2010.

[108] Amazon.com, 11.5.2010, Intervista di I. Bremner, Faccia a faccia con Nouriel Roubini (cfr. www.amazon.com/ Nouriel-Roubini/e/B001HPI8M4/).

[109] Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht (BAFin), 19.5.2010 (cfr. www.bafin.de/cln_179/nn_720486/Sha redDocs/Artikel/EN/Service/Meldungen/meldung__100518__cds__leerverkaufsverbot__allgemeinverfuegungen__en.html?__nnn=true/). 

[110] New York Times, 19.5.2010, J. Dempsey e D. Jolly, Germany Acts Alone to Protect the Euro and Big Banks Against Speculators La Germania si muove da sola a protezione dell’euro e delle grandi banche contro gli speculatori.

[111] Guardian, 21.5.2010, S. Freedman, Naked short-selling ban exposes eurozone's weak underbelly Il divieto delle vendite nude allo scoperto espone il ventre molle dell’eurozona.

[112] Financial Times, 27.5.2010, French minister says bail-out alters EU treaty— Ministro francese afferma che il salvataggio altera il Trattato UE [di Lisbona] (cfr. www.ft.com/cms/s/0/d6299cae-69b5-11df-8432-00144feab49a. html/).  

[113] The Local, 27.5.2010, US demands Germany boost EU economy Gli USA chiedono [ma in inglese demand più che come chiedono suona proprio come esigono] che la Germania puntelli l’economia americana (cfr. www.thelocalde/politics/ 20100527-27475.html/).

[114] The Economist, 8.5.2010.

[115] CERA Week, 8-13.3.2010, intervento d P. Scaroni (cfr. www2.cera.com/ceraweek2010/); cfr. anche il commento, tendenzialmente piuttosto scettico se non proprio ostile, di Affari Internazionali, 1.4.2010, N. Sartori, Retromarcia italiana su South Stream? (cfr. www.affarinternazionali.it/stampa.asp?ID=1431/).

   Del resto, neanche la prima reazione dei russi è molto favorevole: il ministro dell’Energia Shmatko esclude ogni eventuale unificazione e Gazprom vede la proposta anche peggio…

[116] Dow Jones Deutschland, 14.5.2010, Russia Needs To Cut Trade With "Slow-Growing" Europe— La Russia ha bisogno di ridurre il suo commercio con l’Europa che cresce poco (cfr.

[117] RIA Novosti, 21.5.2010, Russia to revise regulations on foreign investments by yearend— La Russia rivedrà la regolamentazione degli investimenti dall’estero entro la fine dell’anno (cfr. http://en.rian.ru/russia/20100521/159104317. html/).

[118] NTI Global Security, 5.5.2010, EU in Disagreement Over Future of Nukes in Europe— L’Unione europea in disaccordo sul futuro delle armi nucleari [tattiche] in Europa  (cfr. http://gsn.nti.org/gsn/nw_20100505_2587.php/).

[119] McClatchy Newspapers’ syndicate, 24.5.2010, D. Nissembaum, McChrystal calls Marjahbleeding ulcer in Afghan campaign McChrystal dice che Marjah è un’ “ulcera sanguinante” della sua campagna afgana.

[120] Fu il ganzo di cui il Silvio nazionale disse a palazzo Chigi in conferenza stampa, nel 2002, imbarazzandolo enormemente – anche perché il detto non corrispondeva per niente al fatto e non aveva la minima idea di chi il Cavaliere stesse parlando – che lo avrebbe presentato sportivamente a sua “moglie perché è anche più bello di Cacciari… Con tutto quello che si dice in giro... Povera donna...” che si ebbe subito la solidarietà di tutti gli italiani di buon gusto, così (la Repubblica, 4.10.2002, Berlusconi: "Rasmussen più bello di Cacciari. E mia moglie...”  cfr. www.repubblica.it/ online/politica/berlugossip/berlugossip/berlugossip.html/).   

[121] New York Times, 24.5.2010,A. Fogh Rasmussen, The Taliban Is Hitting, but Not Winning—.

[122] International Crisis Group (ICG), 12.5.2010, Asia Report # 190, A force in fragments: reconstituting the Afghan national army—(cfr. www.crisisgroup.org/~/media/Files/asia/south-asia/afghanistan/190%20A%20Force%20in20 in%20Fragments% 20-%20Reconstituting%20the%20Afghan%20National%20Army.ashx/).

[123] Stratfor, 19.5.2010, Russia: NATO's Force Policy Must Be Clear - FM Il ministro degli Esteri russo: la NATO deve chiarire la sua politica di interventi militari (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100519_russia_natos_force_policy_must_be_ clear_fm/).

[124] WSAV.com, 29.5.2010, (A.P.), V. Isachenkov, Medvedev Sends Us-Russian Arms Deal To Parliament— Medvedev invia il trattato USA-Russia sugli armamenti al parlamento (cfr.  www2.wsav.com/news/2010/may/28/medvedev-sends-us-russian-arms-deal-to-parliament-ar-246849/).

[125] Polonium, 28.5.2010, U.S. missiles in Poland violate Russia-NATO agreement: Russian FM— I  missili  americani  in  Polonia  violano  l’accordo tra Russia  e  NATO: dice il  ministero degli  Esteri russo  (cfr. http://polonium.gazetagazeta.com/2010/05/u-s-missiles-in-poland-violate-russia-nato-agreement-russian-fm/).

[126] Reuters, 6.5.2010, Ukraine might not consider Putin gas merger idea— L’Ucraina potrebbe non considerare la proposta di fusione del gas avanzata da Putin (cfr. www.reuters.com/article/idUKLDE6451AC20100506?type= companyNews/). 

[127] Reuters, 6.5.2010, EU to stay out of Ukraine gas merger talks— La UE resta fuori dei colloqui sulla fusione dei gasdotti ucraini (cfr. www.reuters.com/article/idUKLDE6451XP20100506?type=companyNews/)

[128] WWItv (Kiev), 12.5.2010 (cfr. http://wwitv.com/portal.htm?http://wwitv.com/tv_channels/b5356.htm/).

[129] Stratfor, 12.5.2010, Trilateral discussion to speak of merge, 1st deputy Pm says Una discussione trilaterale è necessaria per parlare di fusione, dice primo vice primo ministro (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100512_ ukraine_ trila teral_discussion_sepak_merge/). 

[130] Ukraine Daily News Monitor, 14.5.2010, Naftogaz must cooperate with Russia and Europe La Naftogaz deve cooperare con la Russia e l’Europa (cfr. www.ierpc.org/ierpc/news_monitors/3_mar_news_monitor.pdf/).

[131] Ria Novosti, 29.5.2010, Ukraine passes on joining post-Soviet CSTO bloc - Foreign Ministry— L’Ucraina scarta l’offerta di aderire al blocco post sovietico della CSTO – Ministero degli Esteri (cfr. http://en.rian.ru/world/20100528/1591 96200.html/).

[132] Washington Post, 7.5.2010, (A.P.), Turkish lawmakers pass constitutional amendments— I legislatori turchi passano emendamenti alla Costituzione (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/05/07/AR2010050700358. html?wprss=rss_world/wires/).

[133] Visegrad Group, 13.5.2010, Dual citizenship not Hungary's matter only, says Slovak Pres— La  faccenda della doppia cittadinanza non è solo questione ungherese, dice il primo ministro siovacco (cfr. www.visegradgroup.eu/main.php? folderID=912/).

[134] Visegrad group, 25.5.2010, Slovak House Speaker sends parliamentary resolution on dual citizenship to Budapest— Lo speaker del parlamento slovacco invia a Budapest la risoluzione sulla doppia cittadinanza (cfr. www.vise gradgroup.eu/main.php?folderID=912/).

[135] Visegrad group, 26.5.2010, Zaborska: Hungarian law is malicious but Slovak response inappropriate— Zaborska: la legge ungherese è maligna ma la risposta slovacca è inappropriata (cfr. www.visegradgroup.eu/main.php? folderID=912/).

[136] New York Times, 7.5.2010, C. Hauser, Economy Gains Impetus as U.S. Employers Add 290,000 Jobs— L’economia guadagna qualche slancio con I datori di lavoro che creano 290.000 nuovi posti; Bureau of Labor Statistics, BLS, 7.5.2010, Employment Situation SummarySintesi sulla situazione occupazionale (cfr. www.bls.gov/news.re lease/empsit.nr0.htm/); e Economic Policy Institute, EPI, 7.5.2010, H. Schierholz, Large jump in private-sector jobs, but unemployment increases to 9.9%— Balzo rilevante in avanti del lavoro nel private, ma la disoccupazione sale del 9.9% (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobs_picture_20100507/).

[137] The Economist, 22.5.2010.

[138] The Economist, 29.5.2010.

[139] Globe and Mail (Canada), 23.3.2010, B. Erman, U.S. States mybe next domino to topple— [Vari] Stati degli USA potrebbero essere I prossimi domini a cadere (cfr. www.theglobeandmail.com/report-on-business/us-states-may-be-the-next-dominoes-to-topple-over/article1508800/); cfr. anche, Hedgeye Risk Management LLC,  1.2010, Individual States accounts I conti dei singoli Stati (cfr. www.hedgeye.com/about/institutions/pages/). Per tutti i tipi di debito degli Stati Uniti (Unione, singoli Stati, municipi, imprese, famiglie, individui, ecc., ecc.,), aggiornati live secondo per secondo, cfr. www.usdebtclock.org/index.html/.

[140] Booker Rising.org, 14.5.2010, IMF: U.S. Debt Nearing 100 Percent Of GDP FMI: il debito americano vicino al 100% del PIL (cfr. www.bookerrising.net/2010/05/imf-us-debt-nearing-100-percent-of-gdp.html/); e, per la documentazione integrale, IMF, 14.5.2010, Releases Background Material – Assessment of the USA)— Materiali di supporto, comunicato stampa – Valutazione degli USA (cfr. www.imf.org/external/np/sec/pr/2010/pr10198.htm/).

[141] Washington Post, 14.5.2010, B. Dennis e Y. Q. Mui, Senate passes amendment on debit and credit card swipe fees— Il Senato passa un emendamento sul debito [e le agenzie di credito] e sul costo delle carte di credito (cfr. www.wash ingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/05/13/AR2010051303571.html/).

[142] US Department of  the Treasury, 3.5.2010, Comunicato TG-683, Alan B. Krueger, Assistente segretario per le Politiche economiche e capo economista, Statement for the Treasury Borrowing Advisory Committee of the Securities Industry and Financial Markets Association— Dichiarazione della Commissione di consulenza sui prestiti dell’industria finanziaria e dell’Associazione dei mercati finanziari (cfr. www.ustreas.gov/press/releases/tg683.htm/).   

[143] OpenSecrets.org, BP Annual Lobbying 2009 (cfr. www.opensecrets.org/lobby/clientsum.php?year=2009&lname= BP&id=/).

[144] New York Times, 30.4.2010, J. Mouawad, The Spill vs. a Need to Drill— Di qua, la fuoruscita, di là l necessità di trivellare.

[145]E’ stata la task force di Cheney sulle politiche energetiche – i cui lavori sono sempre stati segretati e che ci si è sempre rifiutati di discutere in pubblico – a decidere che quelle valvole acustiche, obbligatorie ad esempio in Norvegia e Brasile, costando 500.000 $, costavano troppo per l’industria petrolifera” (Guardian, 4.5.2010, M. Tomasky, Dick Cheney and the oil spill Dick Cheney e la fuoruscita del petrolio).

[146] Energy Information Administration, al 31.3.2010, Statistics and Analyses (cfr. www.eia.doe.gov/oil_gas/petrole um/info_glance/petroleum.html/).

[147] New York Times, 20.5.2010, Conflict of Interest Worries Raised in Spill Tests— Emergono preoccupazioni per i  conflitti di interesse nei test di laboratorio sulle fuoriuscite di greggio.

[148] New York Times, 5.4.2010, G. Collins, Congress, Up in Arms Il Congresso, all’armi [in realtà, padri fondatori e loro Costituzione non c’entrano neanche un po’, visto che essa venne firmata il 17.9.1787 e che il secondo emendamento che garantisce il diritto dei cittadini americani a portare armi (non gli AK-47, però, ma gli schioppi ad acciarino dei loro tempi) è stato adottato, invece, il 15.12. 1791…].

[149] Guardian, 7.5.10, B. Baloch, Faisal Shahzad: the dumb-bomber— Faisal Shahzad, il bombarolo cretino.

[150] New York Times, 9.4.2010, J. Berger, Pakistani Taliban Behind Times Sq. Plot, Holder Says— I talebani del Pakistan dietro al complotto di Times Square, dice Holder.

[151] New York Times, 7.4.2010, D. E. Sanger, —U.S. Pressure Helps Militants Overseas Focus Efforts.

[152] ArmyTimes, 13.5.2010, L. Jakes, U.S. reviewing Iraq troop pullout pace Gli Stati Uniti stanno rivedendo il ritmo del ritiro delle loro truppe (cfr. www.armytimes.com/news/2010/05/ap_iraqpullout_051110/).

[153] LJWorld.com, 5.5.2010, H. Hendawi e Q. Abdul-Zahra, Mehdi Army seeing revival in post-election Iraq— L’esercito del Madhi si riattiva nell’Iraq post-elettorale (cfr. www2.ljworld.com/news/2010/may/05/mahdi-army-seeing-revival-post-election-iraq/).

[154] Il Mahdi è il redentore che, nella storia dell’Islam a venire – con differenti interpretazioni tra sunniti e sciiti: i secondi per la più rigida e deterministica, i primi per la più flessibili e probabilistica – tornerà verso la fine dei tempi e dopo alcuni anni di lotta contro il male a fianco di Gesù Cristo, il giorno di Yawm al-Qiyamah (giorno della redenzione), farà trionfare la giustizia dovunque nel mondo (C. Glasse, The New Encyclopedia of Islam, Altamira, 2001, p.280).

[156] Stratfor, 10.5.2010, Iraq: No Redlines On Al-Maliki As PM - Al-Sadr Movement Iraq: nessun veto assoluto su al-maliki come PM – dice il movimento di al-Sadr (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100510_iraq_sadrites_will_not_ opse_current_pm _sadrite_member/).

[157] Alla televisione di Dubai Al-Sharkiyah, il 19.5.2010 (cfr. www.alsharqiya.com/).  

[158] Yahoo!News, 4.5.2010, Iraq Shi'ite blocs to join forces in parliamentIn parlamento, i  blocchi sciiti si unificheranno (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20100504/ts_nm/us_iraq_election_alliance/).

[159] Religion.com, 5.5.2010, (A.P.), New Iraqi electoral alliance gives top Shiite clerics final say in disputes— La nuova alleanza elettorale irachena conferisce ai grandi religiosi shiiti l’ultima parola sule loro dispute (cfr. http://religiongaeati mes.com/2010/05/05/ap-exclusive-new-iraqi-electoral-alliance-gives-top-shiite-clerics-final-say-in-disputes-2742 /).

[160] (A.P.), 21.5.2010, Q. Abdul-zahra, Iran seen as using influence to help Iraq’s al-Maliki stay on as prime minister L’Iran sta utilizzando la sua influenza per aiutare l’iracheno al-Maliki a restare primo ministro (cfr. http://blog.tara gana.com/politics/2010/05/21/iran-seen-as-using-influence-to-help-iraqs-al-maliki-stay-on-as-prime-minister-37911/).

[161] Fars News Agency, 2.5.2010, Iran Builds New Anti-Cruise Missile System— L’Iran costruisce un nuovo sistema antimissilistico (cfr. http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=8902121252/). 

[162] Cfr. Nota congiunturale 5-2010, Nota173.

[163] New York Times, 20.5.2010, R. Cohen, America Moves the Goalposts— L’America sposta i pali della rete [cioè – è la tesi di questo editoriale – l’America cambia le regole del gioco, a gioco in corso…]

[164] C’è un bellissimo e agile libro – una specie di riflessione sull’ubi consistam dell’essere iraniani – di un fuoruscito (di un’antica famiglia di diplomatici dello zar, scappata nel ’79) che, nato nel 1957 a Teheran, vive in America e che ogni tanto è tornato a Teheran. Racconta di questo tratto caratteristico del comune sentire che fa degli iraniani un popolo e – lui afferma e dimostra – che, alla fine, sostiene – malgrado tutto – il regime degli ayatollah: la frustrazione del rifiuto dell’haq— il diritto al nucleare anche dell’Iran come di tutti i paesi del mondo – da parte delle grandi potenze. Un rifiuto esterno diventato simbolico, vissuto come ingiustificato e ingiustificabile e che, quindi, di una soluzione simbolicamente significativa ha bisogno.

   Porta un titolo affascinante, questo curioso libretto di Hooman Majd, The Ayatollah begs to differ L’Ayatollah si permette di dissentire, che descrive il Paradosso dell’Iran moderno, non è – naturalmente – tradotto in italiano ed è stato pubblicato per i tipi della editrice Doubleday, randion House a New York nel 2008.

[166] Guardian, 24.5.2010, C. McGreal, Revealed: how Israel offered to sell South Africa nuclear weapons La rivelazione: come Israele offrì al Sudafrica di vendergli armi atomiche.

[167] Israel’s News Agency, 11.12.2006, J. Leyden, Good Evening Iran, Syria, Israel Has Nuclear Weapons Buona sera Siria e Iran: Israele ha la sua arma nucleare (cfr. www.israelnewsagency.com/israelnuclearweaponsolmertiran syriaterrorism481211.html/).

[168] Stratfor, 3.5.2010, Lebanon Feeling Pressure On Iran Sanctions Issue Il Libano sottoposto a molte pressioni sulla questione delle sanzioni all‘’Iran (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100503_brief_lebanon_feeling_pressure_ iran_ san ctions­_issue/).

[169] Per i dati tecnici sulle bombe tattiche nucleari USA, cfr. www.webalice.it/imc2004/files_arms/nuclear/B-61.htm/.

[170] New York Times, 9.5.2010, (A.P.), Outdated, Unwanted, US Nukes Hang On in Europe Superate, non più desiderate, le bombe N americane in Europa resistono

[171] Der Spiegel online, 31.5.2010, German president Horst Köhler resigns Dimissioni del presidente tedesco Horst Köhler (cfr. www.spiegel.de/international/germany/0,1518,druck-697785,00.html/).

[172] DESTATIS, 10.5.2010, Boll. Stampa n° 164 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/ press/pr/2010/05/PE10__164__51,templateId=renderPrint.psml/).

[173] The Economist, 15.5.2010.

[174] The Local, 28.5.2010, Military cuts unavoidable, says Guttenberg Inevitabili i tagli alle spese militari, dice Guttenberg (cfr. www.thelocal.de/politics/20100528-27487.html/).

[175] INSEE, 10.5.2010 (cfr. www.insee.fr/fr/default.asp/).

[176] le Monde, 23.5.2010, Déficits: pour le PS, la proposition de Sarkozy est "surréaliste— Deficit: per i PS la proposta Sarkozy è “surreale” (cfr. www.lemonde.fr/politique/article/2010/05/23/deficits-pour-le-ps-la-proposition-de-sar kozy-est-surrealiste_1361970_823448.html/).

[177] ONS, 18.5.2010, (cfr. www.statistics.gov.uk/statbase/prep/868.asp/).

[178] Guardian, 26.5.2010, L. Elliott, UK must raise interest rates, warns OECD La Gran Bretagna deve alzare I suoi tassi di interesse, consiglia l’OCSE; e OECD, 26.5.2010, Assessment of 87 countries at mid-2010 Valutazione di 87 paesi a metà 2010 (cfr. www.oecd.org/document/60/0,3343,en_2649_34573_45267516_1_1_1_1,00.html/).

[179] Lo ha ricordato in questi giorni il Times, 26.4.2010 (in un servizio preoccupato di consigliare ai conservatori, il proprio partito di riferimento, di non fare lo stesso errore), How Heath’s coalition with Thorpe fell apart— Come si infranse la coalizione di Heath con Thorpe (cfr. http://times.cluster.newsint.co.uk/tol/comment/letters/article7107779. ece/).

[180] Guardian, 14.5.2010, Don't take offence at our coalition. Its aims are liberal— Non prendetevela a male per la nostra coalizione. I suoi obiettivi sono progressisti.

[181] Guardian, 21.5.2010, M. Wells, David Cameron rules out transfer of powers to strengthen eurozone David Cameron esclude ogni trasferimento di potere per rafforzare l’eurozona [ma, in realtà, Cameron è contro il rafforzamento dell’Unione europea come tale, alla quale – e non all’eurozona soltanto – Merkel vorrebbe portare tutti i 27].

[182] Guardian, 11.5.2010, A. Stratton, Liberal Democrat MPs ‘heartbroken’ over Conservative coalition I deputati liberal-democratici letteralmente ‘accorati ’ dal dover fare coalizione coi Conservatori.

[183] New York Times, 9.5.2010, Brown Announces New Talks and End of His Tenure— Brown annuncia nuovi colloqui e la fine della sua premiership.

[184] New York Times, 11.5.2010, British Coalition Agreement Accordo di coalizione, testo completo sul sito web del partito liberal-democratico (cfr. http://www.libdemvoice.org/text-of-the-conservative-lib-dem-agreement-19458.ht ml/).

[185] The Independent, 23.5.2010, J. Merrick, …, Officials told to prepare £8bn taxes on the banks— Ai tecnici viene ordinato di preparare una tassazione sulle banche di 8 miliardi di sterline – Whitehall asked to look at new revenue raisers, an possibly VAT rise, as £6bn in new cuts looms A Whitehall [sede dei principali ministeri] viene chiesto di cercare nuove fonti di entrata è possibilmente a un aumento dell’IVA, con cui provvedere a fronteggiare i 6 miliardi di nuovi tagli [insomma, una partita di giro: ma, forse per farsi perdonare dalla City, a carico dei più poveri con l’IVA, la più notoriamente regressiva di tutte le tasse…] (cfr. www.independent.co.uk/news/uk/politics/officials-told-to-prepare-1638bn-taxes-on -the-banks-1980689.html/).

[186] Statistiche sul debito del Regno Unito, 5.2010 (cfr. www.creditaction.org.uk/debt-statistics.html/).

[187] Guardian, 5.5.2010, K. Allen, UK budget deficit ‘to surpass Greece’s as worst in EU’ Il deficit di bilancio del Regno Unito ‘al di là di quello della Grecia e il peggiore della UE’.

[188] Financial Times, 26.4.2010, C. Giles, …, Brutal choices over British deficit— Scelte brutali sul deficit britannico (cfr. www.ft.com/cms/s/0/c95e4d10-50ad-11df-bc86-00144feab49a.html?nclick_check=1/). 

[189] Reuters, 24.5.2010, British government spells out spending cuts— Il governo britannico specifica i suoi tagli di spesa (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUSTRE64N2SL20100524/).

[190] Guardian, 9.5.2010, Z. Wood, Alistair Darling rules out British support for euro— Alistair Darling esclude il sostegno britannico all’euro.

[191] Financial Times, 26.5.2010, J. Blitz, UK nuclear warhead total revealed—Reso noto il numero delle armi nucleari britanniche (cfr. www.ft.com/cms/s/12ef64fa-68be-11df-96f1-00144feab49a,dwp_uuid=f0d249de-e821-11db-b2c3-000b5df10621,print=yes.html#/); e Guardian, 26.5.2010, R. Norton-Taylor, Britain’s nuclear arsenal  is 225 warheads, reveals William Hague— L’arsenale nucleare britannico conta 225 testat e, dice William Hague.

[192] The Economist, 8.5.2010.

[193] The Japan Times, 29.5.2010, CPI down 1.5% for 14th straight monthly decline— L’inflazione scende dell’1,5% per un calo che dura da 14 mesi (cfr. http://search.japantimes.co.jp/cgi-bin/nb20100529a6.html/).

[194] Wall Street Journal, 7.5.2010, M. Fujikawa e T. Tachikawa, BOJ Injects Funds to Calm Market La Banca del Giappone aumenta la liquidità in circolazione per tener calmo il mercato (cfr. http://online.wsj.com/article/SB100014240 52748704370704575229073572 923154.html/).

[195] New York Times, 19.5.2010, H. Tabuchi, Figures Suggest Japan’s Recovery Is Gaining Strength I nuovi dati indicano che in Giappone la ripresa si sta rafforzando

[196] Business News, 27.5.2010, (A.P.), Japan’s exports jump 40 percent in April on recovery in global demand— L’export nipponico cresce del 40% in aprile su spinta della ripresa globale (cfr. http://blog.taragana.com/ business/2010/05/27/japans-exports-jump-40-percent-in-april-on-recovery-in-global-demand-65725/).

[197] Kyodo News, 21.5.2010, BOJ upgrades economic assessment— La BoJ rivaluta lo stato dell’economia giapponese (cfr. www.onenewspage.com/news/Business/20100521/11236474/BOJ-upgrades-economic-assessment-unveils-new-lending-scheme.htm/); e BoJ, 21.5.2010, Statement on monetary policy (cfr. www.boj.or.jp/en/type/release/adhoc 10/k100521.pdf/).

[198] Business News, 4.5.2010, (A.P.), M. Foster, Japan’s prime minister says moving all of key US Marine base off Okinawa ‘impossible’ Il primo ministro giapponese afferma che spostare tutta la base chiave dei Marines da Okinawa è ‘impossibile’ (cfr. http://blog.taragana.com/business/2010/05/04/japans-prime-minister-says-moving-all-of-key-us-marine-base-off-okinawa-impossible-57076/).

[199] Japan Policy Research Institute di San Francisco, 30.7.2010, C. Johnson, Three Good Reasons to Liquidate our Empire, and Ten Steps to Take to Do So Tre buone ragioni per liquidare il nostro impero e dieci tappe per farlo (cfr. www. tomdispatch.com/post/175101/).

[200] New York Times, 20.5.2010, M. Fackler, Deal Seems Near on U.S. Base in Japan— Un accordo sulla base americana in Giappone sembra prossimo.

[201] Kyodo News, 30.5.2010, SDP decides to leave Hatoyama's ruling coalition over Futenma row La SPD decide  di abbandonare la coalizione e il governo Hatoyama per divergenze su Futenma  (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fst Story/index.php?storyid=503754/); New York Times, 30.5.2010, (A.P.), Small Japanese Party Quits Government Over US Base— Piccolo partito giapponese molla il governo a causa della base americana.

[202] Rusnet.nl, 19.5.2010, Moscow-Tokyo dialog possible only on certain conditions— Il dialogo tra Mosca e Tokyo è possibile solo a certe condizioni (cfr. www.rusnet.nl/news/2010/05/19/currentaffairs02.shtml/).

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