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     06. Nota congiunturale - giugno 2009

      

  

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31.05.2009

14:00

Angelo Gennari


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

I dati relativi al calo del PIL in Italia, dentro quelli assai brutti europei sulla non-crescita del primo trimestre, sono terrificanti: -5,9% sullo stesso dell’anno prima e il record negativo di sempre. Peggio solo in Germania (-6,9) e male, ma appena meglio, in Gran Bretagna (-4,1) – il prossimo trimestre però andrà peggio, viste le previsioni attuali, qui più che altrove – in Francia (-3,2) e in Spagna (-2,9%)[1].

E il governo (il Berlusca, a Mosca) dice che lo sapeva, che c’è da preoccuparsi sì, ma neanche troppo, che bisogna preoccuparsi anzitutto di ricostruire fiducia: come se, osserva qui sicuramente a ragione l’opposizione, a fine mese, qualcuno potesse andare a fare la spesa con la fiducia nel borsellino

Perfino un seguace osservante come l’on. Giorgio la Malfa, che non ha certo l’acume del padre Ugo ma ri-“sente” di un residuo di dignità accademica oltre che familiare, diciamo così, da difendere anche a rischio di irritare un po’ il cavaliere, non può non sbottare, stavolta, dicendo di “sperare che i dati sull’economia convincano il governo a rinunciare a ripetere la storiella che l’Italia sta meglio di altri[2].

Monta la rabbia e monta, pericolosamente, anche l’irresponsabile reazione provocatoria dei Cobas dei metalmeccanici. Che sono pochi, ma si infilano nelle grandi manifestazioni come quella di Torino del 16 maggio e non tanto per fischiare i padroni ma gli altri rappresentanti dei lavoratori che non condividono le loro tattiche. E li aggrediscono pure, fisicamente, cosa che in Italia non si vedeva più dal ’92: allora più pesantemente assalirono D’Antoni e, un po’ meno brutalmente, Bruno Trentin; oggi Farina della FIM-CISl e, più violentemente, Rinaldini della FIOM-CGIL.

Tutto sommato, quasi inutile commentare. Ma commentare ci pare, invece, utile – e doveroso –l’infelicissimo titolo del giorno dopo di un servizio non firmato sugli eventi apparso sul più importante quotidiano economico nazionale. Registrando che, stavolta tutti, ma proprio tutti, condannano i violenti, poi si lascia andare, secondo noi soffiando sul fuoco, al richiamo della foresta da padrone delle ferriere.

Specifica infatti – come se la cosa fosse o contraddittoria o indecente – che però sono tutti contro i tagli. Dovrebbero essere invece a favore? ma si può essere più cretini o, se volete, più subdolamente – spudoratamente – sinceri[3]?     

Berlusconi – pressato dalla Lega di qua e incalzato dagli epiteti, peraltro non sempre lineari, della “sinistra” di là (è vero; anche col governo di centro-sinistra per qualche tempo, e Fassino l’ha addirittura rivendicato – anche se poi presto, per decenza, decisero di smettere – respingevano gli albanesi oltre Adriatico… in massa, senza verificare lo status di nessuno dei profughi), nel mese del divorzio annunciato e delle veline platonicamente contemplate e gioite – ha deciso, bontà sua, di “non volere un paese multietnico”. E l’ha annunciato al paese. Come se la sua volontà in materia – e, anche, i respingimenti all’ingrosso “prima della frontiera” – contassero un piffero.

Ma intanto “i respingimenti non funzionano”, come gli ricorda il presidente della CEI, che insieme ai vescovi tutti – intendiamoci, c’è anche chi tace, tra loro, come certi vescovi di terra leghista: ma, tacendo, acconsente – rileva come l’Italia sia già, e da tempo, un paese multietnico e che gli immigrati servono a noi italiani, a parte il fatto che, oltre alla sicurezza dei cittadini “va salvaguardata anche la libertà di chi emigra”. E, forse, al premier converrebbe anche ri-leggersi, o leggersi per la prima volta chi sa, un po’ degli scritti originali sulla democrazia – da Pericle a De Gasperi, per dire – sul fatto che avere il consenso della maggioranza dei cittadini non è, di per sé – neanche se uno effettivamente ce l’ha, poi, davvero – né garanzia di giustizia né di democrazia…

Tra l’altro, rammenta l’ONU, richiamandoci alla Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati cui l’Italia aderisce, sono “respingimenti” illegali per cui quei diritti non possono, in questo modo, mai essere rispettati (questo lo ricorda all’Italia il Consiglio d’Europa, parlando di “un’iniziativa triste oltre che illegale”; e che si tratti di respingimenti inumani, lo rilevano all’unanimità tutte le autorità morali del mondo.

Meno che Maroni, s’intende, al massimo l’avv. Ghedini e, al limite, il druido della sorgente del Dio Po e del secondo giuramento di Pontida, ricordate?, Bossi Umberto, insieme a un Cavaliere non proprio cristallino né trasparente, neanche sul piano del proprio “privato”.

E meno che l’ineffabile ipocrisia del soave diavolesso La Russa, per il quale, bontà sua, l’ONU “non conta un fico secco” e non si tratta, poi, di “respingimenti” ma di “riaccompagnamenti”: come se quei disgraziati fossero arrivati a metà del Mediterraneo cortesemente scortati dalle hostess in divisa, o in deshabillé, del Cavaliere…

Il fatto è che oggi puoi respingere un barchino o un barcone, domani due forse…, anche grazie alla strana “disponibilità” di Gheddafi… Ma dopodomani? E a contare davvero non fossero, invece, i vasi comunicanti che in questo mondo globalizzato mettono in perenne intreccio capitali, merci, uomini e donne, esportandoli e importandoli al di là di ogni volontà politica. La sua volontà sarà pure quella. Ma è tale e quale a quella del ragazzino che voleva svuotare il mare con un cucchiaino…  Magari, poi, pure bucato.

Intanto l’on. Berlusconi, che secondo copione ne trova una nuova al giorno – anche se a ben vedere sono poi sempre le stesse – lancia l’offensiva – vecchissima, appunto – antiparlamento o, più alla lettera, per la riduzione del numero dei parlamentari. E siccome, dice lui non a torto, chiedere ai capponi di anticipare il Natale non fa molto senso, dice che ci penserà una proposta di legge di iniziativa popolare a costringere ilo parlamento a ingoiare e votare l’autocastrazione dei… capponi.

Fa solo cagnara, gazzarra, fuffa, caciara, come si dice a Roma, sapendo di farla: perché non c’è stata nella storia della Repubblica neanche una sola legge di iniziativa popolare delle decine presentate alle Camere, ognuna corredata dalle necessarie 50.000 firme notarizzate che sia diventata legge; che sia stata cioè approvata a maggioranza dal parlamento.

E siccome, nella fattispecie, trattandosi di “ritoccare” comunque la Costituzione, la procedura sarebbe comunque speciale (la doppia lettura)… Insomma: la politica dell’apparenza… perché, per far passare una legge simile, il Berlusca dovrebbe prima convincere la maggioranza dei suoi, poi la maggioranza delle due aule, a farla propria. E sa che non ce la può fare…

Intanto , come ci si poteva aspettare, la produzione industriale scende al minimo da diciotto anni, a un pesantissimo -24% sull’aprile dell’anno scorso (pur con due giorni lavorativi in più del 2008) ed entrate fiscali che crollano di 4 miliardi di €… E, di converso, parallelamente, in un anno a maggio, crolla l’inflazione: +0,2%, la più bassa da quarant’anni. E, sempre intanto, in modo sistematico e sistematicamente sottotraccia, il governo[4], nei suoi neanche dieci mesi ancora di presidio a palazzo Chigi, ha sbriciolato le poche liberalizzazioni che Bersani aveva imposte.

Servivano, ricorderete, ad abbattere una serie di posizioni di monopolio incancrenite da sempre (anche all’interno della coalizione di centro-sinistra, contro i mille cacadubbi liberisti – lasciate decidere al mercato… ma al mercato controllato dai lacci e lacciuoli degli ordini e delle categorie), a chi riluttava arroccato in difesa: ordini professionali (i farmacisti…), attività commerciali (le assicurazioni…) e distributori di super (se vogliono possono aprirne di nuovi, ma devono insieme aprire anche distributori di GPL e metano: cosa che non sono tenuti a fare i distributori già aperti…). Allegria, direbbe Mike Bongiorno.

Invece procede – nei proclami, si capisce – la riforma liberalizzatrice contro gli statali voluta – a loro favore, anche qui si capisce, no? – dal ministro Brunetta. Fuoco e fiamme – focherellini e scintille, piuttosto: dimissioni annunciate a cui nessuno mai ha davvero creduto – per “costringere” chi voleva essere costretto, il premier, a dargli ragione, tra ammiccamenti e pacche sulle spalle vagamente indecenti (è stata una “birichinata”, quella di Brunetta, ha detto il Berlusca).

Così, il 15 maggio, a fine consiglio dei ministri, i due insieme proclamano che “dopo aver sentito Consiglio di Stato e Avvocatura” (ah, ecco: quel che serve a frenare, sopire, chetare…) “il decreto di riforma della P.A. va alle Camere ma senza la class action[5] (ah, ecco: quel che serviva a renderlo appena decente, contro le resistenze dei massimi arconti della burocrazia ministeriale e delle concessionarie private dei servizi che, pure, si chiamano pubblici...).

Commenta un editoriale autorevole[6], pur impostato con toni favorevoli, che “non essendo la crisi ancora passata, serve serietà”. Serve, drammaticamente, proprio per questo motivo. Ma, poi, a dire il vero serietà servirebbe anche se la crisi fosse passata.

Frattanto, Banca Intesa San Paolo ha chiesto e ottenuto di sottoscrivere il programma governativo che le consente di rimpinguare, con soldi pubblici, il suo capitale e lo farà entro un mese[7], dice il presidente Corrado Passera rivolgendosi allo strumento dei cosiddetti Tremonti bonds.

La Sintesi [8]della situazione congiunturale italiana che l’Ufficio Studi della CISL pone sul suo sito a qualche mese di distanza l’una dall’altra (poi sviluppandola in un documento dettagliato e sempre di grande interesse) segue, con qualche nostra chiosa, la linea coerente che segue.

• L’interazione tra crisi finanziaria e crisi dell’economia reale caratterizza ancora lo scenario internazionale.: con le ricadute inevitabili sulla nostra economia. Il commercio mondiale cade nel 2009 grosso modo di oltre il 12%; il PIL va sotto di più del 4% sia in USA che in Europa. Non poche tra le economie emergenti risentono del crollo dei prezzi delle materie prime; la situazione appare migliore in Asia, Cina e India, ma non certo in Giappone.

   Le politiche economiche stanno in generale contrastando la crisi, sia con lo strumento monetario, sia con la politica di bilancio. Resta, però, l’incertezza di un rapporto tutto da ridefinire tra crescita e finanza, restano le preoccupazioni per l’instabilità monetaria, resta la ridefinizione e l’applicazione coerente dopo tante denunce di una regolamentazione seria e efficace, efficace perché seria, di mercati finanziari abituati ormai alla sregolatezza assoluta.

• Sebbene si cominci a manifestare qualche segnale di contenimento della caduta dell’economia reale (indicatori basati su campioni di imprese e consumatori), la Commissione europea prevede un calo del PIL nell’insieme dell’Unione e nell’Eurozona del 4% nel 2009; l’attività dovrebbe appena stabilizzarsi nel 2010. Nel primo trimestre 2009 la caduta è stata del 4,6% rispetto allo stesso periodo 2008.

   Particolarmente colpita è l’Europa dell’Est, un’area che per anni è vissuta sul sogno dell’indipendenza conquistata, da una parte, e l’illusione che l’Europa occidentale non li avrebbe mai lasciati soli a fare i conti coi propri problemi, dall’altra. Permane un problema di coordinamento delle politiche tra i paesi e la debolezza della ritaratura dell’economia europea rispetto a obiettivi e strumenti di una Strategia di Lisbona che non decolla (e, aggiungiamo noi, è tutta sbagliata).

• In Italia dopo il calo del PIL nel 2008 dell’1% ed il tonfo del primo trimestre 2009 si prevede una caduta di molto superiore al 4% quest’anno. Tutte le componenti della domanda interna (consumi e investimenti) ed estera (esportazioni) sono in pesante calo. Al momento – malgrado le invocazioni alla fiducia come se fosse una medicina capace di guarire la malattia – non c’è segno robusto di ripresa, ma piuttosto di decelerazione della recessione.

  Per il basso indebitamento del settore privato l’Italia è, però, meno esposta direttamente alla restrizione del credito; frenano, comunque e pesantemente, gli impieghi alle imprese e alle famiglie per la recessione, ma anche per criteri di concessione che da noi sono sempre stati e restano più restrittivi da parte delle banche.

• I dati più favorevoli sono i deboli segnali di miglioramento nel clima di fiducia delle imprese e delle famiglie, dopo le precedenti vertiginose cadute; e, anche, la capacità di collocare, senza particolare affanno e con rendimenti in calo, i titoli pubblici: in qualche modo, dunque, alla fine una valutazione complessivamente non negativa del sistema finanziario Italia.

• L’inflazione tocca minimi storici: ma con la crisi succede un po’ dappertutto; da noi, forse, un po’ meno che altrove. E, comunque, la politica dei prezzi meriterebbe di non essere dimenticata, vedendo meglio come vanno le cose e continuino le speculazioni: per esempio, su prezzi di frutta, pane, pasta; sui prezzi senza concorrenza di carburanti, elettricità e gas; sulla telefonia mobile, i servizi locali e i servizi sanitari di prossimità.

• La caduta del PIL apre una fase pesante per l’occupazione. Il CNEL stima una possibile riduzione nel 2009 tra 400.000 e 800.000 occupati e il tasso di disoccupazione torna tra l’8 e il 9%. E a Sud si riduce anche la partecipazione al lavoro.

• Nel 2009 una quota relativamente alta di dipendenti è coperta da contratti in vigore. Tuttavia ci si attende una diminuzione della crescita delle retribuzioni per effetto della recessione.

• Nel 2008 il disavanzo pubblico peggiora: per la crisi, sicuramente, ma anche per la minore attenzione al perseguimento dell’evasione fiscale. Il quadro per il 2009 è tutto in peggioramento.

E’ il quadro che, retroattivo, dà l’ISTAT, il 26 maggio nel suo Rapporto annuale 2008[9]. In sintesi proprio estremissima e, qui, senza tanti numeri:

• le cose vanno assai male;

• per la prima volta in quindici anni sono aumentati più i disoccupati che gli occupati;

• e, mentre il reddito medio degli italiani è, più o meno, analogo a quello dei paesi appunto a noi analoghi, peggiore è lo scarto tra i redditi e peggiore è il livello di povertà:

• “oltre a quelle in cui non vi sono occupati (530 mila, e in crescita rispetto al 2007), le famiglie più esposte sono quelle in cui è presente un solo occupato (più di otto milioni). La posizione del mercato del lavoro è soltanto uno degli elementi che concorrono a definire la condizione delle famiglie.

   Di certo il principale indicatore è il reddito disponibile delle famiglie e la sua distribuzione. Le differenze fra i redditi delle famiglie dipendono, in buona misura, dal numero e dal profilo dei percettori di reddito, ma anche dalle caratteristiche socio-demografiche dei componenti della famiglia e dalla regione di residenza.

   Le situazioni estreme sono rappresentate da due gruppi di dimensione molto diversa: da un lato 10 milioni di famiglie agiate, con casa di proprietà, un capo famiglia con titolo di studio elevato e almeno due persone occupate (oltre il 60 per cento di queste famiglie risiede nelle regioni settentrionali); dall’altro, le famiglie più disagiate sono 1 milione e mezzo (oltre la metà di questi nuclei risiede nelle regioni meridionali).

   La maggior parte delle famiglie si colloca in una situazione intermedia: altri 9 milioni di famiglie non segnalano disagi rilevanti (anche se le famiglie giovani sono gravate dal mutuo per la casa). Vanno tuttavia emergendo situazioni critiche in altrI 3,8 milioni di famiglie, che denunciano ristrettezze di bilancio e anche difficoltà ad affrontare le spese di vita quotidiana”;

• ricorda il presidente dell’ISTAT che “in Italia la presenza di un gran numero di imprese di piccole e piccolissime dimensioni, l’estesa diffusione dell’imprenditorialità, la relativa specializzazione manifatturiera, la varietà delle caratteristiche dimensionali, settoriali e organizzative delle imprese italiane” mentre “presentano situazioni di potenziale” maggiore “vulnerabilità, ma costituiscono al tempo stesso – noi aggiungeremmo un più prudente forse – gli elementi fondamentali sui quali fare leva per uscire dalle difficoltà congiunturali

   D’altra parte, anche nelle fasi più difficili… è cruciale proteggere i lavoratori e le famiglie più vulnerabili dalle conseguenze negative di questi processi. Questo quadro complessivo è fortemente complicato dagli aspetti territoriali”;

• sulla presenza straniera – dice l’ISTAT – “stabilità e trasformazioni sono le due principali chiavi di lettura. La componente regolare degli immigrati si stabilizza sempre più: segnale evidente, il crescente numero di nati stranieri, che passano dai 64 mila del 2007 agli oltre 73 mila del 2008. Al 1° gennaio 2009, i minori stranieri sono 868 mila e di questi 520 mila sono nati in Italia, rappresentando quindi la seconda generazione di immigrati, in senso stretto, con forte impatto sulle strutture e sull’organizzazione scolastica e sanitaria.

   La dimensione e le caratteristiche assunte dal fenomeno dell’immigrazione richiedono attenzione ai problemi dell’inserimento e, soprattutto, dell’istruzione per le seconde generazioni. Inoltre, la diseguale distribuzione territoriale delle imprese e delle occasioni di lavoro condiziona le migrazioni interne degli stranieri, più mobili sul territorio rispetto agli italiani perché meno radicati, ma anche perché meno “protetti” dalle reti informali e soprattutto da quelle familiari.

   L’offerta sul territorio di asili, scuole, mezzi di trasporto pubblici, ma anche di servizi socio-sanitari e scolastici, appare irrinunciabile per chi non può contare sulla rete della famiglia e degli amici. D’altra parte lo specifico legame delle diverse collettività con particolari territori mette in luce che i fenomeni migratori non meritano soltanto di essere gestiti a livello nazionale e complessivo, ma richiedono anche politiche a livello territoriale disaggregato, in modo da tenere conto delle specifiche caratteristiche assunte dall’immigrazione straniera sul territorio”.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il premio Nobel dell’economia Paul Krugman, che è oggi ascoltato da tutti con grande attenzione sia per i suoi meriti “tecnici” che per il fatto di aver detto tra i primi quello che stava succedendo e sarebbe successo nella finanza e nell’economia mondiale azzeccandoci, dice ora[10] – parlando a Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti – che il mondo è, forse, riuscito a evitare la “totale catastrofe” e che, forse, a fine anno i paesi industrializzati potrebbero ricominciare appena a crescere.

Per ora, forse, siamo alla stabilizzazione e, certo, “c’è una grande differenza tra stabilizzare e recuperare realmente il terreno perduto”. La crisi stavolta però è sul serio globale e, perciò, la soluzione giapponese, quella di esportare e esportare, non ci può servire: “perché non è che abbiamo un altro pianeta con cui commerciare”… Ci vogliono grandi investimenti delle grandi imprese, un nuovo salto tecnologico come quello dell’informatica degli anni ’90, o un impegno forte e assai vasto dei governi sul cambiamento climatico.

Al Congresso, in America, si sta muovendo una nuova legislazione che mette un tetto e consente lo scambio nei sistemi di emissione dei gas serra”, la cosiddetta cap and trade legislation.

Quando adesso gli europei, probabilmente, ci seguiranno e anche i giapponesi e inizieranno i negoziati coi paesi in via di sviluppo per fare in modo di farli entrare nel sistema, scatterà un incentivo enorme per l’industria a cominciare a investire e prepararsi a un regime completamente nuovo per le emissioni di gas nell’atmosfera… Ma è una speranza non una certezza”.

Che però, di questo periodo, è già molto, no?

Le notizie su una qualche ripresa qua e là per il mondo – ma, più esattamente, di un qualche rallentamento del ritmo della recessione: si continua a perdere su tutti i fondamentali, ma un pizzico di meno – vedono anche aumentare, di conseguenza, oltre ai valori medi di borsa, un po’ dappertutto, il prezzo del petrolio alla produzione— ma anche qui, di poco: lontanissimo dai 150 $ che l’anno scorso furono il livello massimo del barile di greggio.

A fine maggio, dopo una lenta salita durata un mese, arriva comunque ai 65-66 $[11], ben più del doppio da dicembre. Hanno spinto in questo senso anche le indicazioni sull’aumento della domanda di greggio in Cina e le aspettative, forse un po’ accelerate, di un rallentamento della crisi. La spinta sono informazioni del Dipartimento americano dell’Energia che attestano di una qualche ripresa dei consumi interni[12].

in Cina

Sale di un rilevante 7,3% anche ad aprile la produzione industriale, ma è in flessione dall’8,3 del mese prima. Da gennaio ad aprile, la crescita è stata di un più modesto 5,5%[13]. Ma ad aprile in Cina sui vendono più di 800.000 nuove vetture automobilistiche. E è un record, il 37% di aumento in un anno, aiutato anche da sussidi pubblici alle vendite. Gli investimenti diretti esteri, che erano scesi marzo su marzo del 9,5%, sono calati del 22,5% in aprile sul livello dell’anno precedente a 5,89 miliardi di $. La cifra complessiva dei primi quattro mesi del 2009 è così scesa a 27,67 miliardi, del 21%[14]. L’inflazione ad aprile, e nell’anno, cioè dall’aprile precedente, è calata dell’1,5%[15].

Le esportazioni cadono del 22,6% in aprile dallo stesso mese del’anno precedente, a 91,94 miliardi di $, mentre le importazioni calano anch’esse, del 23%: a marzo l’export era già calato del 17,1%, con l’attivo della bilancia commerciale che, ad aprile, si riduce a 12,9 miliardi di $, dai 18,5 di marzo e dai 16,67 miliardi dello stesso mese dell’anno prima[16].

In Cina, “la frenetica e continua costruzione di impianti a carbone per la produzione di energia ha sollevato grandi preoccupazioni un po’ in tutto il mondo per gli effetti che avrà di peggioramento del cambiamento climatico”. Il fatto è che la Cina ormai usa più carbone di Stati Uniti, Europa e Giappone messi insieme ed è diventata, così, il paese che sul pianeta emette più gas serra.

Assente quasi del tutto da questo grande lamento, però, è il fatto che nello scorso biennio la Cina è anche emersa come il paese che al mondo costruisce più centrali a carbone più efficienti e meno inquinanti, impadronendosi meglio di ogni altro delle nuove tecnologie che le governano e, così, abbassandone i costi.

   Mentre gli Stati Uniti continuano a discutere se costruire o no un modello più efficiente di centrale a carbone che utilizzi vapore a temperature estremamente elevate, la Cina sta costruendo da tempo proprio queste centrali, al ritmo di una al mese[17].

In questo paese, una volta, chi deteneva dollari in portafoglio o, magari, anche sotto un materasso, di per sé deteneva anche uno status symbol, ormai, però, le cose stanno – rapidamente – cambiando. “Sono molti i cinesi che temono ogni giorno di più una rapida erosione del dollaro americano. E gli Stati Uniti potrebbero a questo punto offrire misure di protezione dall’inflazione per gli investimenti cinesi che ci sono in America e altre misure di sicurezza magari collaterali per tenersi gli investimenti cinesi. E poi l’America dovrebbe anche fornire al suo creditore principale garanzie di trasparenza e informazione maggiori. In Cina chiamiamo ancora oro il dollaro americano. Ma gli Stati Uniti non possono dare per sempre e per scontato che ciò non cambierà mai[18].

In effetti, è da molto tempo però che il dollaro si va svalutando: dal 2002 al 2008, costantemente. E i cinesi per tutto il periodo hanno continuato a comprarlo, anche se passava da 80 ¢ al doppio, a $1,60 per €. Cioè si svalutava del 50% in sei anni, anche se il valore iniziale naturalmente era stato fissato artificialmente al suo lancio. Insomma, non si può certo dire che non lo vedessero, che si fossero distratti. E’ che la Banca centrale di Cina aveva deciso che per sostenere le proprie esportazioni conservando i mercati americani le conveniva comunque continuare a comprare dollari, anche perdendoci sopra. Molto meno, però, di quanto le sarebbe costato perdere quei mercati.

Niente di nuovo, insomma, se non la crisi e il timore non del tutto campato in aria che il dollaro si possa indebolire, adesso e ancora, molto di più. Anche perché sarebbe il modo più efficace e rapido, e probabilmente meno doloroso per l’economia americana di cancellare il buco dei conti correnti e della bilancia commerciale con l’estero.

Lo dice, lo stesso giorno in quelle stesse pagine e non ci sembra a caso un americano ormai famoso come il prof. Nouriel Roubini, cui adesso molti fanno almeno finta di dover dar retta – salvo poi esitare a fare davvero quello che lui raccomanda – perché sull’arrivo e lo sviluppo della crisi è uno di quelli (pochi) che ha sempre avuto ragione. Dice chiaro e tondo che ormai “il dollaro può ben venire sfidato da altre valute, la più probabile delle quali è il renminbi [o yuan] cinese, e più presto di quel che pensiamo se non riusciamo a rimettere in ordine la nostra casa finanziaria[19]. Già…

In un esempio, diciamo non proprio ordinario ma classico e tipico, di linguaggio orwelliano, l’ammiraglio Michael Mullen, presidente dei capi di stato maggiore degli Stati Uniti, ha espresso l’opinione che il rafforzamento della potenza navale e aerea cinese – ha specificato – nel Mar Cinese meridionale, nel Mar Cinese orientale e nel Mar Giallo è mirato contro gli Stati Uniti. Cioè, contro la presenza della marina e delle basi americane “in quella parte del mondo[20]

E non viceversa!!! Cioè, è la Cina ad essere un po’ fuori posto… in Cina e, non sia mai detto, l’America. Non è paranoia, è semplicemente prosopopea e arroganza[21]. L’America, per definizione e, appunto, secondo il linguaggio capovolto della Fattoria degli animali, è a casa sua dovunque perché per l’America il mondo è casa, per sua proclamazione e “destino manifesto[22]

nei paesi emergenti

Una confessione straordinaria, e straordinariamente candida, il 1° maggio dalla segretaria di Stato, Hillary Clinton, sul fallimento completo della politica degli Stati Uniti di Bush nei confronti di un’America latina che andava cambiando[23]. E anche una confessione talmente singolare e, a suo modo, eretica da non meritare del tutto ordinariamente una citazione che è una, in pratica, su nessun organo di stampa mainstream americano.

A una domanda che le veniva posta sul Venezuela, la Clinton ha risposto spontaneamente, ma anche assai abilmente, con la verità: “se diamo un’occhiata in giro su questo pianeta, vediamo una gran quantità di paesi e di leaders – e Chávez è uno di loro, ma non certo il solo – che, nel corso degli ultimi otto anni [quelli di Bush, sottende: ma, in realtà, forse sono parecchi di più… anche se i due mandati di Bush sono stati davvero esiziali] sono diventati sempre più negativi e schierati decisamente contro gli Stati Uniti… L’Amministrazione uscente ha provato a isolarli, ha cercato di sostenere contro di loro le forze di opposizione, ha tentato di… trasformarli in veri e propri paria internazionali. Senza riuscirci”…

E, naturalmente, ci sono poi i 47 anni – mezzo secolo ormai – di embargo, come lo chiamano a Washington, di blocco, come lo chiamano a l’Avana, degli Stati Uniti contro Cuba: “adesso, per quel che riguarda Cuba, ci troviamo contro un fronte praticamente unificato contro di noi. Ogni paese, anche quelli che a noi sono più vicini, ci sta dicendo – ci dicono tutti insieme – che dobbiamo cambiare politica”.

Ci sono ancora conti da fare (e eufemismi da buttar via come quando si dice “sostenere” le forze di opposizione e si intende in realtà “sobillare” e finanziare e “creare” magari, così, le forze di opposizione) nel cortile di casa che ormai si ritrovano, però, in anteprima ed in nuce già in questa che è, in ogni caso, una premessa importante…

Ecco, partire dal riconoscere gli errori fatti e, se fosse possibile, anche i crimini perpetrati è una mossa giusta. Sarebbe anche utile ricordare che, prima di andare a parlare di diritti umani e civiltà occidentale in giro per il mondo, bisognerebbe sempre ricordarsi di come il Mahatma Gandhi rispose una volta a chi gli chiedeva cosa ne pensasse, appunto, della civiltà occidentale. “Credo – disse, dicendo tutto – che sarebbe proprio una buona idea”…

La Commissione economica dell’ONU per l’America latina e per i Caraibi (ECLAC) aumenta la sua previsione di contrazione economica di tutta l’area per il 2009, dello 0,3%, prendendo in considerazione anche le conseguenze dell’impatto del virus influenzale H1N1. Lo ha annunciato la segretaria esecutiva dell’organismo, Alicia Barcena, dicendo che non dovrebbe però superare di cinque volte quel dato: cioè, non dovrebbe calare oltre il -1,5% preconizzato invece dal Fondo monetario[24].

Dice al Brasile il presidente Lula che, naturalmente, l’economia del paese crescerà meno quest’anno, in questa crisi. Ma garantisce che continuerà a crescere, grazie ai 304 miliardi di $ di investimenti infrastrutturali lanciati, e effettivamente realizzati, dal 2007 a oggi. Nel 2010, le cose andranno meglio. E ha aggiunto che personalmente “continuerà a pregare per Obama e per l’Unione europea, perché la ripresa di queste economie, entrambe, è importante[25], per tutti.

L’India ha confermato alle elezioni politiche il governo di Manmohan Singh, rafforzando di molto i numeri del suo partito del Congresso, presieduto da Sonja Gandhi, a scapito dell’opposizione del partito Bharatiya Janata, il partito del popolo, nazionalista di destra, e portandolo molto al di là dei pronostici che davano per sicura un’instabilità crescente di quella che ama definirsi, anche con lo straripante accumulo delle sue contraddizioni, specie economiche e sociali, ancora irrisolte – ma non  proprio a torto – la “più grande democrazia del mondo[26].   

EUROPA

Le ultimissime, e dunque più aggiornate, previsioni di primavera della Commissione[27] (appena migliori, ma appena dello 0 virgola qualcosa per cento, rispetto a quelle del FMI) dicono che il PIL dell’Unione a 27 paesi si contrarrà, quest’anno, del 4% (previsione precedente: -1,8, più del doppio dunque, per la solita mania di sbandierare ottimismo), stessa percentuale per la zona euro, con inflazione rispettiva a +1,3 e +1,2% e una riduzione della crescita che toccherà tutti i 27 Stati e tutte le componenti della domanda in tutti gli Stati.

La disoccupazione[28], in complesso e sempre secondo questa previsione, salirà a fine 2009 al 9,9% e l’11,5%, nel 2010 (tre mesi fa, a febbraio, era ancora all’8,5%)— a ogni ripresa, come sempre, il mercato del lavoro reagirà positivamente per ultimo), il deficit/PIL che quest’anno toccherà già in media UE il 6% altro che il 3 di Maastricht e del patto di stabilità: il doppio!) e nel 2010 il 7,3%. Anche perché i deficit aumenteranno inevitabilmente col declino delle entrate fiscali, dovuto – oltre che alla consueta e ancor più scatenata evasione in atto – al calo della crescita che come abbiamo visto ha toccato tutta l’Unione europea, senza eccezione, e in realtà tutto il mondo.

Più in dettaglio, nel 2009  (il secondo dato è la previsione ultima per il 2010):

• il PIL della Germania scenderà del 5,4% (0,3%), l’inflazione si attesterà allo 0,3 (0,7), la disoccupazione all’8,6 (10,4), il deficit/PIL toccherà il 3,9% (5,9) e il rapporto conti correnti/PIL arriverà al 3,6 (3,4 l’anno prossimo);

• il PIL della Francia scenderà del 3% (0,2%), l’inflazione si attesterà allo 0,2 (0,9), la disoccupazione al 9,6 (10,7), il deficit/PIL toccherà quest’anno già il 6,6% (7) e il rapporto conti correnti/PIL arriverà al 4,3 (4,6% l’anno prossimo);

• il PIL della Spagna scenderà del 3,2% (1), l’inflazione sarà negativa quest’anno, cioè deflazione, 0,1% (e salirà all’1,4 nel 2010), la disoccupazione arriverà al 17,3 (e al 20,5 il prossimo anno), il deficit/PIL toccherà quest’anno l’8,6% (il 9,8 nel 2010) e il rapporto conti correnti/PIL arriverà al 6,9 (6,3% l’anno prossimo);

• il PIL della Gran Bretagna (l’unico tra questi “grandi” che non è nell’eurozona) scenderà del 3,8% (0,1%), con l’inflazione attestata all’1% (1,3), la disoccupazione all’8,2 (9,4), il deficit/PIL – che anche non essendo nell’euro dovrebbe rispettare il tetto del 3% – che sprofonderà già quest’anno all’11,5% (e, sempre secondo l’UE, prevede un 13,8 nel 2010) e il rapporto conti correnti/PIL che arriverà a un rosso del 2,8% quest’anno (e anche il prossimo);

• per noi, per l’Italia, la previsioni rese pubbliche dalla Commissione per bocca del Commissario Almunia, danno un PIL in calo del 4,4% (con un +0,1 nel 2010), inflazione quest’anno allo 0,8 (e il prossimo all’1,8%), disoccupazione all’8,8 (9,4), deficit/PIL quest’anno al 4,5% (4,8 il prossimo) e rapporto conti correnti/PIL in deficit per il 2,6 (e, nel 2010, il 2,7%).

Ma, subito a pochissimi giorni di distanza dalle previsioni di primavera, il dato sul calo effettivo del PIL del primo trimestre già è in contrazione peggiore parecchio di quella prevista: per l’intera eurozona è un secco -2,5%, allargato però anche a tutto il complesso dell’economia dei 27 paesi. Anche se, come sempre, chi insiste a veder rosa le cose dice che forse questo calo può anche marcare il punto più basso della discesa[29].

A fronte di questo quadro, accertato dai numeri che essa stessa ha appena indicati, la BCE, il 7 aprile, abbassa il tasso di sconto di 1/4 di punto, all’1%[30]. Sostiene Jean-Claude Trichet, presidente quanto mai costipato (anche se si tratta del tasso più basso di sempre per la BCE), che è una misura adeguata e, annunciando nuove operazioni di finanziamento, cioè di accrescimento della liquidità a dodici mesi con l’acquisto di bond “coperti” (come si dice in gergo: cioè garantiti da beni immobiliari o da prestiti di Stato) denominati in € per “una sessantina di miliardi”, afferma che “saranno sufficienti a rivitalizzare questo mercato”.

Ma è un pacchetto di salvataggio pari a meno di un decimo di quanto stanziato – e, soprattutto, erogato: che poi è questa la differenza vera – da Stati Uniti, Cina e Giappone (anche la BoE, lo stesso giorno, annuncia una iniezione di maggiore liquidità nella sua economia – appena una frazione dell’economia complessiva dei 27 – praticamente equivalente…).

In effetti, le misure antricrisi – i pacchetti di stimolo[31], per lo più spalmati su tre anni: il che già costituisce un annacquamento che può trasformarsi in errore perché è chiaro che il bisogno sarebbe quello di concentrarli subito sul rilancio dell’economia – vedono nel complesso della UE lo stanziamento di 350 miliardi di € (più 30 per progetti “europei” e 50 circa da indirizzare specificamente alla ripresa dei paesi dell’Est europeo: soprattutto per l’impatto che il loro crollo finanziario avrebbe sulle banche creditrici dell’occidente europeo).

Poi, paese per paese tra i grandi paesi, i numeri dicono che la Spagna (problema principale: la disoccupazione crescente) ha messo insieme uno stimolo del 2,4% del PIL; la Germania dell’1,6% (la produzione industriale e l’export dell’auto qui sono il problema critico); la Francia del’1,5 (banche e industria); la Gran Bretagna del’1,4% (soprattutto le banche, qui). L’Italia per lo stimolo – spesa reale per lo stimolo, cioè – ha stanziato e rende disponibile un pacchetto solo dello 0,2% del PIL (dati del FMI: sì e no 1/10 dello stimolo medio a livello mondiale): tutto il resto è stato assorbito già a giugno 2008 dai tali della manovra per ridurre il debito pubblico.

Che non avrebbero potuto essere fatti in un momento peggiore, checché, irresponsabilmente, sostenga il governo. Perché verrà – come ammonisce, anche giustamente, la BCE il tempo di stringere la cinghia… ma non è questo. Questo sarebbe il tempo di una spesa effettiva, per il rilancio di una ripresa che proprio non c’è. E che non è affidabile –ancora una volta checché ne dica palazzo Chigi – soprattutto, e tanto meno solo, alla fiducia…

Il quadro seguente riassume, su dati forniti dal FMI[32], i livelli effettivi dello stimolo deciso in ogni economia nazionale al momento per il 2008 (cioè, già in atto), il 2009 e gli anni immediatamente seguenti. Lo stato dell’arte è questo:

Pacchetti di stimolo – nei grandi paesi

(in % del PIL*)

                      2008            2009       2010         Totale

Canada            0,0              1,5           1,3             2,7

Cina                 0,4              2,0           2,0             4,4

Francia            0,0              0,7           0,7             1,3

Germania         0,0              1,5           2,0             3,4

Giappone        0,4              1,4           0,4             2,2

India                0,0              0,5           …              0,5

Italia                0,0              0,2           0,1             0,3

Regno Unito  0,2              1,4          -0,1             1,5

Stati Uniti       1,1              2,0           1,8             4,8

Media gen.    0,5             1,6           1,3            3,4

Fonte: Fondo Monetario Internazionale (marzo 2009)

*PIL in parità di potere d’acquisto

Il problema, naturalmente, è anche la Banca centrale europea. O, meglio, il modo che ha stando appiccicata, letteralmente, al proprio Statuto di concepire il suo ruolo: di stabilità della moneta ma non di stimolo attivo alla ripresa economica. Tant’è: la Banca centrale europea ha ragione di dire che è questo, e non altro, il suo ruolo. Però va anche detto che è seriamente malata di prudentite acuta, visto che lo stesso suo presidente, Trichet, poi riconosce – ad esempio proprio nell’ultima conferenza stampa che segue il suo annuncio sui tassi – come:

• prima del 2010, di ripresa la banca è sicura che non se ne parla; e

• il mercato del lavoro continuerà a deteriorarsi e il settore immobiliare seguiterà a risentire del rallentamento della liquidità.

Sì, lui conta sul fatto che il basso livello dell’inflazione dovrebbe supportare il potere d'acquisto. E, in effetti, siamo in deflazione: i prezzi alla produzione in Europa scendono a marzo del massimo dal 1987, dello 0,7% soltanto in un mese[33]. Già a febbraio erano scesi dello 0,4% e, anno su anno, dopo essere scesi a febbraio dell’1,7%, vanno giù a marzo del 3,1.

E, a maggio, rispetto allo stesso mese dell’ano prima, dice ora EUROSTAT diffondendo il dato preliminare, il tasso d’inflazione dell’eurozona, cioè i prezzi al consumo, è a zero: invariato[34].  

I prezzi, prevede Trichet, non torneranno a crescere prima del 2010. Malgrado questo fatto, da lui stesso affermato, e in un momento e con prospettive della domanda e dei consumi di questo genere – che perfino uno  come Sacconi considera impraticabili per forzare oggi un’altra riforma delle pensioni – Trichet ribadisce ancora la necessita che i paesi membri adottino un’ “adeguata” riforma delle pensioni. Dove adeguata significa, senza ombra di dubbi, al ribasso, carica di tagli per chi poi dovrebbe andare sul mercato a rilanciare i consumi e, con essi, la crescita… E’ proprio vero che a tutti i livelli, prima di impazzire, questi diventano ciechi.

Non più le previsioni, ormai, ma i dati accertati sulla disoccupazione in Europa, dicono che nel primo trimestre del 2009 la perdita di posti di lavoro ha superato di tre volte quella che è stata la creazione di nuovi posti: 200.000 persi contro 90.000 nuovi, un deficit netto superiore a 110.000[35] (la fonte è una ricerca mirata dell’European Restructuring Monitor, pubblicata da Eurofound).

Il vertice europeo straordinario sull’occupazione che si è tenuto a Praga il 7 maggio, dice il comunicato ufficiale, “mirato a far fronte all’impatto della crisi economica sul lavoro in Europa ha identificato dieci misure atte a contrastare la disoccupazione e creare nuovi posti di lavoro[36]. Nessuna di queste dieci azioni raccomandate sembra, purtroppo, avere alcun senso, dicendosi ad esempio nella prima raccomandazione che sarà cura dei governi europei (e vorremmo pure vedere…), ohibò, “mantenere l’occupazione e creare nuovi posti di lavoro”. Punto e basta… Roba che uno/a, non foss’altro che per dignità personale, dovrebbe rifiutare di sottoscrivere tali inanità…

I settori della finanza, dell’auto e del dettaglio hanno registrato le perdite più secche con la creazione di occupazione solo nei discount e nei fast food. Il maggior numero di posti di lavoro perduti è stato in Gran Bretagna (-63.000), seguita da Polonia (-38.975), Germania (-17.461) e Francia (-11.779). Per il terzo trimestre consecutivo, il settore dell’auto ha perso la maggior parte di occupazione (-23.584).

La Commissione europea ha imposto, attraverso i propri meccanismi antitrust, la multa più pesante della storia, per indebita posizione dominante sul mercato, alla Intel americana[37]: 1 miliardo e 450 milioni di €. Naturalmente, ora, ci saranno i soliti, plurimi ricorsi (in Europa, e specie contro chi è grosso davvero, non vale la clausola del solve et repete del codice civile).

E, alla fine, bisognerà vedere se e quanto effettivamente verrà costretta a pagare, l’Intel. Perché, tanto per dirne una, la Microsoft, che da anni deve pagare, per lo stesso motivo, un totale di multe grosso modo equivalente (che, comunque, è solo lo 0,4% forse del suo fatturato annuale…, dunque, un’inezia), non ha ancora versato a Bruxelles neanche un euro.   

Anche i governi di Germania e Francia – dopo il partito socialista europeo che per primo aveva sollevato il problema[38] – hanno detto, pubblicamente, alla Commissione che la proposta presentata ai ministri del’Economia a suo nome dal Commissario al mercato interno, Charlie McCreevy – quella di regolamentazione degli hedge funds, i fondi a rischio selvaggi – era tanto fiacca da essere inaccettabile[39].

Bisognava darle più denti, e più puntuti. Naturalmente, però, l’appello a un maggior rigore ha subito provocato la reazione dell’ammucchiata sovrabbondante di posapiano liberisti, che nell’Unione non mancano mai, tutti gli amici della libera speculazione sospettosi di lacci e lacciuoli, dai danesi, ai cechi, a noi italiani sotto sotto (e neanche tanto, poi: che, al solito, siamo stati sostanzialmente a guardare).

Ma anche degli inglesi, malgrado ogni roboante dichiarazione di Londra dal G-20 in poi sulla  necessità di metter fine all’imperversare sui mercati non regolati del liberismo senza ritegno. Malgrado, cioè, la proclamata resipiscenza operosa dal loro esiziale New Labour e il ritorno, ma in campo europeo e internazionale pare solo a parole, a quello social-democratico, Old, di una volta.

Si è aperto, insomma, un significativo braccio di ferro, che sarà necessario seguire anche perché lo stesso McCreevy è stato costretto sotto pressione a riconoscere che, secondo la Commissione, meno di un terzo degli hedge funds attivi sui mercati europei, ricadrebbero così sotto l’obbligo della normativa. Insomma, non vogliono fare sul serio… Come ha detto bene Poul Nyrup Rasmussen, il presidente del gruppo parlamentare dei socialisti europei, “questa proposta di direttiva ha più buchi di una fetta di groviera”.

Ha trovato qualche eco anche tra i popolari:  perfino il portavoce del PPE, Jean-Paul Gauzès – e è importante perché sarà qui, al parlamento europeo, che potrà scattare l’unica vera opposizione capace di far saltare il giochetto concordato spudoratamente tra Commissione servente e hedge funds petulanti – ha riconosciuto “che si tratta di un primo passo ma che forse non è sufficiente”…

Del resto, la cartina di tornasole è stata la reazione quasi sfacciatamente giuliva del segretario dell’Associazione britannica dei managers di investimento, Jarkko Syyrila, l’organismo che rappresenta il settore inglese, il maggiore e più diretto responsabile dei buchi finanziari nella crisi che affligge l’Europa, scatenata proprio e anzitutto a causa della deregolamentazione selvaggia invalsa finora e che tanto amerebbero poter conservare[40].

Insomma, bisognerà prestare grande attenzione, nell’immediato futuro, a questo dossier. Che non riguarda affatto solo mercati e speculatori ma tutti noi. Per gli effetti che, su tutti noi, ha dimostrato di avere.

E’ cominciato a trapelare qualcosa su un braccio di ferro in atto da qualche tempo tra i membri del direttorio della BCE: i falchi – come li definisce le Monde – sono in prima fila il tedesco Axel Weber, governatore della Bundesbank, il lussemburghese Mersch, il presidente stesso della BCE Jean-Claude Trichet: sostengono che lo strumento monetario, di loro diretta competenza, va utilizzato con prudenza e soprattutto con calma e resistono agli appelli “politici”, invece pressanti, vista anche la pratica inesistenza di ogni pericolo inflazionistico nel mezzo della recessione, ad abbassare il tasso di interesse.

Alla fine arriveranno forse al di sotto dell’1,25% fissato ad aprile, ma in ogni caso non intendono – non intenderebbero – andare al di sotto dell’1%. Anche perché con interessi tanto bassi il denaro costa certo assai poco, ma pochi investitori potrebbero mostrarsi interessati a prendere prestiti.

Ma, adesso, trovano anche uno schieramento, apertamente e finalmente, contrario. Debole, però, perché le colombe annoverano tra i loro quasi solo i rappresentanti delle Banche centrali che rappresentano nella BCE le economie più sofferenti e torchiate dalla pesantezza della crisi economica e finanziaria— Spagna, Irlanda, Grecia e Cipro.

Convinti, loro, con un qualche buon senso – che, come si è visto, non sempre però è dote dei banchieri – che quando c’è un incendio la prima cosa che bisogna fare è spegnerlo. Gli altri – compreso l’ectoplasma italiano Bini Smaghi – sono di quei tiepidi, senza spina dorsale, di cui severamente il Signore – ovvio, in ben altro contesto – dice che li “vomiterà[41] dalla sua bocca…

Quando alla fine, per disperazione forse, si decideranno, e abbasseranno i tassi, abbassando anche – così – il valore del’euro sul dollaro, speriamo che non sia troppo tardi (intanto, a poco più di metà maggio l’euro è arrivato al massimo storico rispetto al dollaro: ce ne vogliono 1,40, di dollari, per comprarne uno[42]). E speriamo che chi davvero può – augurandoci che non sia il dio-mercato – vomiti solo dalla sua bocca loro, i tremebondi che non si decidono, e con loro non anche tutta l’economia dell’Europa…

Sulla questione, assolutamente cruciale, delle forniture di energia di cui l’Europa ha bisogno, viene un po’ da ridere, o da piangere, forse nel cogliere il tono tra il preoccupato e il lamentoso, quasi, del sommario con cui un osservatorio vicinissimo al Pentagono e assai intelligente di cui spesso, come avrete visto, qui ci serviamo – l’Agenzia Stratfor – presenta gli sviluppi del quadro geo-strategico del rifornimento di petrolio dall’Est all’Europa occidentale. Scrive che ormai è chiaro che la Russia

sta lì lì per acquisire la quota che era della British Petroleum nel Consorzio del oleodotto del Caspio che darebbe a Mosca la maggioranza delle azioni di una fonte vitale di energia. Il che mostra come Mosca persegua attivamente il consolidamento nel settore energetico e lavori per rendere più difficoltosi i progetti europei di diversificare le forniture distraendole dalla Russia”. Insomma, i russi si stanno comprando dai kazaki la quota di maggioranza del Consorzio. E, così, comanderanno loro, ovviamente…

Già… Cattiva la Russia, allora? o imbecille – nel senso etimologico del termine: imbelle, incapace…[43] – l’Europa? E come mai questa incapacità, questa fiacca? Dov’erano le grandi sorelle, americane e soprattutto europee, diciamo occidentali, mentre quelle russe – con la LUKoil, del presidente Vagit Alekperov come annota Stratfor – stavano per “acquisire”, cioè per comprarsi, la quota che era della BP nel Consorzio dell’oleodotto del Caspio dal governo del Kazakstan?

Dov’erano i soldi europei? Vero, ora, ne fanno di meno di soldi, i petrolieri, col greggio a 50$ al barile invece che a 150, ma guadagnano meno anche i russi. Solo che non c’è una politica europea dell’energia capace di mobilitare insieme gli europei e, invece, ce n’è – e come! – una russa. Insomma, e al solito: non c’è l’Europa. E allora? Chi è causa del suo mal e sa solo lamentarsi[44]

In ultima analisi – conclude Stratfor la mossa che acquisisce la quota della BP nell’azionariato del Consorzio del Caspio rafforza il dominio russo, dandogli la proprietà di tutte le principali infrastrutture petrolifere sul proprio suolo. Come s’è visto anche nel recente l’accordo recente per acquisire l’oleodotto strategico del Turkmenistan con l’Iran, Mosca sta vigorosamente riaffermando la propria presenza nella regione con una serie di accordi. Accordi di fronte ai quali la più importante delle platea di spettatori diventa l’Europa, che deve star a guardare mentre i suoi piani di diversificazione[45] dalla dipendenza russa prendono un altro colpo”.

Che è dir poco: la verità è che i piani di diversificazione europei, mai esistiti se non sulla carta e pure malfatti, scompaiono proprio…

A Khabarovsk, nell’estremo oriente russo, vicino al confine cinese e al mar del Giappone – non a caso forse così lontano: minimo, dieci ore di volo dall’Europa, quasi a sottolineare che, al contrario dei suoi vicini dell’ovest, la Russia ha tantissime altre carte geo-politiche da giocare, se vuole – non  è andato bene – ancora una volta, per l’ennesima volta – l’incontro Russia-Unione europea sulla politica energetica.

A Barroso e a Klaus, presidente della Commissione e presidente di turno dell’Unione – che chiedevano “assicurazioni” sul fatto che non si sarebbero più ripetute interruzioni del flusso del gas russo a occidente per l’intoppo ucraino, come già due volte negli anni recenti – Medvedev, presidente russo, ha risposto freddamente ma anche correttamente che non si rivolgessero più a Mosca ma cercassero altrove le loro certezze.

La Federazione russa non ha dato, e mai darà, questo tipo di assicurazione. Perché mai? – ha detto in conferenza stampa – da parte nostra non c’è alcun problema, come hanno riconosciuto gli interlocutori: il nostro flusso del gas è normale, come sempre, e noi facciamo fronte fino in fondo ai nostri obblighi contrattuali[46].

Se il problema, come noi sospettiamo dice, è assicurare il pagamento del gas che l’Ucraina vuole e deve comprare, e considerato quanto e come la crisi economica ha colpito proprio quel paese, e se è come è – che Kiev non ce la fa più a far fronte ai suoi impegni – allora, per prima cosa, lo deve dire francamente e, in secondo luogo, devono cercare di dargli una mano sia la Russia che l’Europa.

La Russia è pronta essa stessa a dare una mano all’Ucraina, “ma pensa anche che sia l’Unione europea, i paesi che sono più interessati a puntare su una affidabile cooperazione energetica, che dovrebbe assumersi la parte grossa di questo impegno[47].

Siccome tutti si muovono in ordine sparso e a falangi compatte agisce solo la Russia, l’ENI fa bene, intanto, a attivarsi – come fanno gli altri (francesi, tedeschi…) – senza stare a aspettare l’Europa: a Soci, ENI e Gazprom, alla vigilia del vertice governativo Europa-Russia, hanno firmato così un accordo che è corretto definire strategico. Questo del rapporto coi russi, del resto, è il risvolto della politica berlusconiana più razionale e meno supino. Ora i due enti di Stato (che, di fatto, è così) “svilupperanno insieme il progetto del maxi-gasdotto South Stream—Flusso del Sud, che aumenterà notevolmente il flusso del metano russo verso il nostro paese[48] nel futuro a venire.  E’importante.   

Gazprom sta pagando oggi l’impegno che, seguendo la strategia di Vladimir Putin, ha perseguito per anni, in tempi di vacche grasse sui prezzi del petrolio e del gas, comprando in anticipo a prezzi inferiori a quelli allora in corso e garantendo la fornitura ma oggi a prezzi assai più alti di quelli internazionali le forniture di gas dell’Asia centrale. Che, oggi, è costretta a rivendere in perdita, o quasi, ai suoi clienti in Europa.

E’ stata una strategia vincente, nel senso che ha acquisito a Gazprom e alla Russia, un quasi monopolio, garantendo a lungo termine i fornitori e, così, “legandoli” a sé. E forse – con la ripresa – tornerà a rendere in tempi medi. Ma, per ora, è dura… per Putin e la sua creatura[49].

Sempre in Russia, intanto, si registra – come un po’ ogni dove in mezzo alla recessione – una forte contrazione del PIL che in aprile, sullo stesso mese dell’anno precedente, scende del 10,5%[50]. Lo dice il vice ministro dell’Economia, Andrei Klepach. E’ il primo deficit di bilancio in dieci anni, specifica poi il presidente Medvedev, mentre il primo ministro Putin parla di un “calo della produzione industriale del 16,9”, che comporterà un aumento della disoccupazione di quasi 2.200.000 di unità nel manifatturiero, nella costruzione di macchinari e nella metallurgia[51].

E, anche qui, calo di produzione significa calo dell’inflazione, dal 14% di marzo al 13,2% di aprile[52]. I prezzi degli alimentari crescono ad aprile dello 0,7%, rispetto all’1,7 dell’aumento di marzo.

Sale, intanto, la disoccupazione: in aprile a 7.700.000 unità, in aumento di 200.000 da marzo e al 10,2% in totale[53].

Comincia, forse, in questo paese la prima massiccia presa di distanza dal dollaro. Racconta la Banca centrale russa che nel 2008 ha diversificato le proprie riserve valutarie portandone in € il 47,5% (dal 42,4); le riserve in $ sono scese dal 47 al 41,5% nel 2008, quelle in sterline sono al 9,7% e in yen all’1,3. Il timore è che il dollaro, con questa crisi, finirà con lo svalutarsi pesantemente facendo pagare non piccola parte della svalutazione alle riserve e al valore dei buoni del Tesoro americani che detengono in $ gli altri (Russia, Cina, Arabia saudita, Terzo mondo…) che – appunto – cominciano a non starci più[54].

Mentre il 6 maggio partono, in tono abbastanza dimesso, le annunciate esercitazioni militari della NATO in Georgia ai confini russi (dovrebbero terminare a fine mese), il ministro russo per i rapporti con il parlamento, Sergei Abeltsev, del partito liberal-democratico, propone di tenere esercitazioni militari con Cuba e il Venezuela nel Mar dei Caraibi “a partire dal prossimo 2 luglio”.

Pura provocazione, s’intende, tanto per punzecchiare – per ora, non altro – visto che non sono state sentite né Cuba né il Venezuela e che Abeltsev stesso aggiunge, sarcastico, che “per dimostrare ai partners americani le nostre intenzioni pacifiche battezzeremo‘Ricominciamo 2009’ queste esercitazioni[55].

Sul fronte europeo, prosegue la campagna della FIAT alla conquista del pianeta auto con la tedesca Opel (tedesca di “nazionalità”, forse, se così si può dire di un’impresa che, comunque, in Germania ha fabbrica, macchinari e dipendenti; ma non tedesca di proprietà, essendo quella la divisione europea – con la Vauxhall – dell’inguaiatissima[56] General Motors americana). E’ l’altro corno del tentativo di Sergio Marchionne, in prima battuta coronato dal successo, sul fronte americano della Chrysler (di esso parliamo nel capitolo STATI UNITI, poco più avanti). variazione

Ma sul fronte tedesco, a fine maggio, l’operazione è fallita visto che – sintetizzando: e rimandando, per una considerazione di fondo sulla rinuncia propriamente “europea” dichiaratamente fatta così dalla Germania, al capitolo che più avanti la tratta specificamente – ha “vinto” la gara, se così si può dire, “un’improbabile alleanza canadese-russa [la Magna] che ha concordato di acquisire le operazioni europee della General Motors [sostanzialmente gli impianti Opel e, in Inghilterra, quelli Vauxhall[57] in un accordo col governo tedesco che ha battuto l’offerta FIAT e presenta anche una serie di “effetti-rimbalzo negli Stati Uniti”.

Qui, in Germania l’operazione Marchionne dal’inizio non aveva convinto la IG-Metall, il sindacato dei metalmeccanici. Il problema, naturalmente, è che, come in America, anche qui Marchionne punta ad usare soldi pubblici del contribuente (miliardi di €) per finanziare l’operazione (in parte, anche miliardi di $ stanziati negli USA per la GM: che obbligavano, però, a concludere l’operazione entro la scadenza, fissata dalla Casa Bianca, del 1° giugno): alla quale da parte sua offriva nome, esperienze e serietà di gestione riconosciute da tutti. Ma non certo le tecnologie offerte invece alla Chrysler… E il sindacato qui in Germania, con il sistema di co-gestione (Mitbestimmung) conta.

Anche i tentativi di coordinamento sul piano sindacale tra metalmeccanici dei due paesi hanno servito a poco (il timore a Berlino era che la FIAT, per salvare posti di lavoro Opel in Italia, li tagliasse in Germania: e viceversa…) e a poco è servita l’offerta di FIAT: il governo tedesco, federale e dei quattro Länder coinvolti, era chiamato a metterci quasi un miliardo e mezzo di € per garantire la “transizione” alla Opel e voleva oltre che promesse di buona gestione soldi freschi: che FIAT ha rifiutato – la sostanza è questa – e la Magna ha concordato di versare (poi bisogna vedere se e quanti realmente ce ne metterà…).

Alla fine – come aveva preannunciato Klaus Franz, massimo esponente dell’IG-M alla Opel e vice presidente del Consiglio di sorveglianza della compagnia, subito dopo aver incontrato per la prima volta Marchionne – “in queste condizioni rifiuterò il nostro assenso, ma sono convinto che sia un piano concepito per salvare la FIAT non la Opel o la GM in Europa[58]. E le condizioni, in sostanza, non sono cambiate.

Anche i sindacati italiani dei metalmeccanici apprendono solo nel loro incontro con quelli tedeschi che, in effetti, a Berlino, Marchionne aveva parlato di chiusura di due stabilimenti italiani FIAT, forse uno a Nord e uno a Sud (Mirafiori e Termini Imerese, ovviamente). Ma a loro, agli italiani, non l’aveva detto…

Alla fine, alla Opel, di posti tagliati ce ne saranno parecchi. Anche, e anche di più forse, adesso che ha “vinto” Magna, facendosi dire sì dai tedeschi ma anche dai rappresentanti del Tesoro americano, il nuovo proprietario della GM (soprattutto perché a Magna era andato l’appoggio tedesco). Toccherà, come capita sempre, ai più deboli – cioè agli operai inglesi della Vauxhall che subiranno il grosso delle riduzioni di personale… I posti della Opel in Germania, invece, Magna (sulla carta, s’intende… perché, poi, ad accordo annunciato si viene a sapere che comunque saranno 11.000 in meno) dice di garantirli, e per gli stabilimenti in Italia si vedrà[59]… Dice Siegfried Wolf, co-amministratore delegato di Magna, che “nel tempo di cinque settimane dovremmo avere la firma finale del contratto”.

Il problema di fondo con Magna è che sembra interessata ad usare Opel solo o soprattutto “per entrare in Russia, che prima della crisi economica era il mercato automobilistico europeo a maggior tasso di crescita. La società, che ha 70.000 dipendenti in 25 paesi, [non fabbrica automobili, però, ma] fornisce componenti e sistemi a molte delle principali case automobilistiche mondiali[60].

Marchionne, si sa, ha la sua idea del futuro dell’auto. A breve ci saranno nel mondo – da tempo predica e con forti ragioni – forse cinque, quattro, grandi imprese a fabbricarle. Le altre spariscono. Se gli riesce di mettere insieme FIAT, Chrysler e Opel darebbe vita a un colosso dell’auto, con 6 milioni di veicoli di vendite all’anno e un fatturato da 100 miliardi di $[61]...

Non gli è riuscito con Opel e dicono che adesso – visto che, come ha subito dichiarato, giustamente e comunque, “la vita va avanti” – ci potrebbe riprovare con Peugeot. Insieme sarebbero il primo produttore d’Europa, “‘arriverebbero a circa 7 milioni di auto l’anno’, spiega Arndt Ellinghorst, analista di Credit Suisse. ‘Il tema delle dimensioni avrebbe maggiore peso in un accordo di qualsiasi tipo con Peugeot rispetto a un’alleanza con GM Europe. Peugeot ha un problema identico, dimensioni limitate nel mercato’[62]. 

Ma sarebbe un rischio maggiore, secondo la maggioranza degli analisti. Anzitutto, perché i francesi sono più “protezionisti” anche dei tedeschi e più restii a sposarsi con gli italiani— parlando  commercialmente, industrialmente, si capisce: dopotutto, questo è il paese di Berlusconi, oltre che di Marchionne, e di Lapo Elkann, oltre che di John Elkann…

Peugeot, poi, vuole restare singola e se FIAT la vuole davvero acquisire dovrebbe pagarla a caro prezzo con capitali che non risulta avere, né avere a disposizione. Potrebbe ripiegare, allora, sulla svedese SAAB: che però non ha le dimensioni che servono a fare quel che vuole fare Marchionne. Insomma, si fa dura per le ambizioni del condottiero italo-canadese. Per sensate che siano…

In Islanda, e su tutt’altro versante, il nuovo primo ministro, da poco in carica ad interim dopo le dimissioni del predecessore conservatore e neo-liberista, la social-democratica di sinistra Johanna Sigurdardottir, appena eletta ha detto che proporrà al suo partito di portare rapidamente il paese dentro l’Unione europea[63]. E ha presentato in parlamento una risoluzione che la autorizza ad aprire il negoziato.  

Ma, a parte le difficoltà, diciamo pure, tecniche che la domanda islandese dovrebbe affrontare con l’economia nelle condizioni in cui l’ha cacciata la crisi finanziaria (deficit/PIL, debito pubblico, inflazione, ecc.) portando allo scoppio contemporaneo di tutte le sue “bolle” – le condizioni forse  peggiori in assoluto di tutto l’occidente – sarà dura.

Infatti, il partito dei verdi, alleato nella coalizione e ancora più a sinistra dei social-democratici, è decisamente antieuropeo. Soprattutto perché, a ragione, vede le politiche dell’Unione e della Commissione ancora troppo sbilanciate sul liberismo. Ma anche a torto, perché oggi un’Europa da far andare più a sinistra ma nel senso di una maggiore integrazione che la crisi potrebbe ormai favorire, sono comunque l’unica scommessa credibile sul tavolo dell’economia e della politica contro il liberismo.

Finirà che a decidere anche qui, prima della domanda d’adesione, sarà un referendum popolare. E si tratterà di vedere se i favorevoli saranno capaci qui – al contrario che in Francia e in Olanda – di spiegare alla gente che ormai ci vuole più Europa e non meno proprio per battere il neo-liberismo e suoi frutti attossicati.

Ecco nel Nord Europa, di qua c’è questa Islanda che s’è sdraiata a tappetino sul galoppo sfrenato del neo-liberismo cosiddetto anglosassone, introiettandone le dinamiche selvagge e frenetiche e il carico di rischio sociale e pagandone alla fine il salatissimo prezzo. Anzi, facendolo pagare a lavoratori e cittadini e, ovviamente, ai più deboli sul mercato molto di più.

E, dall’altra, c’è la Norvegia. Entrambi sono voluti restare fuori dell’Unione europea, in isolamento volutamente ancora più estremo di quello della Gran Bretagna. Ma hanno fatto, ognuno nella propria splendida o poco splendida ma comunque isolata sovranità, esattamente la scelta contraria. Qui sintetizziamo quanto ne dice un singolare servizio del NYT, diciamo curiosamente… filo-socialista, senza giurare per questo sulla completa veridicità di quel che racconta.

La Norvegia ha speso a piene mani dal proprio fondo sovrano (il paese ha estratto, estrae e vende ancora petrolio) di 300 miliardi di $ in fase di crisi che cominciava, quando tutti vendevano, a inizio dell’autunno scorso, comprando invece azioni norvegesi e sostenendo così l’economia interna con almeno 60 miliardi di $.

E adesso che, a cominciare da marzo, le borse vanno un po’ meglio, va meglio in pratica di ogni altra proprio la sua economia. Quando tutti vendevano risparmiava o comprava. E quando tutti cercavano di limitare il ruolo del pubblico nell’economia, la Norvegia lo esaltava e rafforzava il suo tratto peculiare, una volta tipico di tutti i paesi nordici d’Europa dello stato sociale da rendere ancora più forte dalla culla alla tomba.

L’anno scorso la sua economia è cresciuta del 3% (pero, già nel quarto trimestre il calo era stato dello 0,8% e nel primo di quest’anno non sfugge alla morsa della recessione globale, scendendo dell’1%: quindi, anche qui, recessione ufficiale[64]). Ma l’attivo di bilancio nel 2008 aveva toccato un grasso +11% e qui non c’è debito pubblico.

A confronto, tanto per dire, gli USA prevedono un deficit/PIL quest’anno del 12,9% e un debito pubblico, estero per di più quasi tutto, di 11.000 miliardi di $: che si sta impennando e supererà presto il 65% del PIL: lontano dal nostro, si sa, ma “promettente”. Anzitutto per il continuo trend in salita…

Certo, la Norvegia è un paese piccolo, con poco più di 4 milioni e mezzo di abitanti, anche molto omogeneo e con una “cultura” comune fortemente solidaristica: un paese di vecchio stampo, se volete, social-democratico. La Norvegia ha il petrolio: l’anno scorso, 68 miliardi di $ di entrate dall’export, prima coi prezzi in ascesa vertiginosa fino a metà anno, ma poi in precipitosa discesa. Ma, al contrario di quasi ogni altro paese esportatore di greggio, la Norvegia i soldi del suo petrolio li ha messi direttamente da parte nel proprio fondo sovrano e li ha investiti, in casa ma anche, con oculatezza refrattaria alle tentazioni della speculazione, in giro per il mondo.

Contrasto totale con quello che ha fatto, ad esempio, la madre del neo-liberismo europeo, l’Inghilterra neo-laburista di Blair e di Brown, spendendo e spandendo negli anni delle vacche grasse petrolifere ma quasi solo in consumi privati e speculazioni immobiliari e finanziarie. Nel paese che tagliava le tasse programmaticamente ai più ricchi e solo a loro, secondo canoni di puro  thatcherismo, la spesa pubblica saliva così dal 43% del PIL nel 2003 al 47% del 2008. In Norvegia, il percorso – mantenendo in piedi e rafforzando invece che castrare le conquiste dello stato sociale nello stesso periodo la spesa pubblica è scesa dal 48 al 40% del PIL.

Qui il prezzo delle case è triplicato, ma senza la catena di Sant’Antonio delle ipoteche facili e dei prestiti bancari gonfiati e imprudenti, dopo un aggiustamento al ribasso del 15% il mercato edilizio s’è stabilizzato e i prezzi hanno anche ricominciato a salire. E qui, del resto, l’attività bancaria rappresenta solo il 2% dell’economia ed è seriamente regolata dalla Banca centrale che le ha impedito i rischi pazzeschi delle consorelle islandesi e anche inglesi.

Questo è un paese che vede il numero di ore lavorato più basso per persona d’ogni altra democrazia industriale e non considera la cosa né come una vergogna, né come un disastro, né un incoraggiamento ai nullafacenti. Ed è anche il paese che dà un sussidio di disoccupazione a ogni persona che ne abbia bisogno più o meno di 1.250 € al mese. Certo, bastano per vivere e, forse, anche a qualcuno per farsi regolarmente una pera…

Ma la signora Kristin Halvorsen, ministro delle Finanze social-democratica e da tempo scettica nei confronti del libero mercato, pensa che anche questo possibile sottoprodotto del sogno norvegese è, tutto sommato, buono a confronto con gli incubi economici che in altri paesi schiacciano tanti: ‘Io – dice – sono socialista e ho sempre sostenuto che il mercato non si può autoregolare [lo sosteneva per primo, a dire il vero, uno come Adam Smith[65]… che socialista non era]…Ma perfino io sono restata stupefatta dalla dimensione e dalla profondità di questo fallimento’[66].    

L’Albania, intanto, ha con grande pompa e somma inutilità formalmente chiesto di aderire alla UE andando col suo discusso primo ministro, Sali Berisha, a Praga a presentare domanda alla presidenza di turno dell’Unione[67].

E’ per ora l’ultimo paese in lista d’attesa, l’Albania, e per un sì eventuale dovrà aspettare anni dopo che l’ultimo di quelli già in lista, la Turchia, sarà sempre eventualmente “adottato” (sono contrarie, per dire, Francia[68] e Germania). Per ora, sempre nei Balcani, discutono della stessa mossa anche Macedonia e Montenegro e la richiesta della Croazia, molto più avanzata, è comunque bloccata da alcune sue pur vaghe rivendicazioni territoriali verso la Slovenia. Che nell’Unione c’è già, e a pieno titolo, e perciò con potere di veto.

Intanto, l’euroscettico più euroscettico di tutti gli euroscettici, il nemico giurato dell’idea stessa di un’Europa unita che il parlamento della Repubblica ceca anni fa si è eletto a presidente della Repubblica, il neo-liberista Vaclav Klaus, orfano di George Bush, ha dichiarato che anche se il Senato, dopo la Camera, ha approvato il 6 maggio, 54 voti contro 20, il Trattato di Lisbona, lui rifiuterà di firmarlo[69]. Del resto, ha proclamato, a oggi il Trattato “è morto”, ammazzato “fortunatamente” dagli elettori irlandesi al referendum (ma rivoteranno a ottobre ed è difficile che stavolta insisteranno) e soggetto com’è al suo (suo di Klaus) ricorso alla Corte suprema ceca.

Ci sarà un bello scontro perché, in base all’art.62 della Costituzione della Repubblica, l’unico tipo di leggi che il presidente non è autorizzato a rimandare alle Camere per una seconda lettura sono quelle che cambiano la Costituzione del paese. E questa è proprio una di quelle… Insomma, se il governo trova le p…le per decidere, fa approvare la legge in seconda lettura, col risultato anche di  rimandare a casa Klaus…. Ma ce l’ha, il coraggio?

Adesso, dopo mesi di vuoto è stato eletto il nuovo primo ministro Jan Fischer. Che ha subito annunciato la sua intenzione di presiedere il vertice finale della presidenza ceca, il 18 e 19 giugno, a Bruxelles: una riunione chiave che, all’ordine del giorno, praticamente all’unico punto ha proprio la discussione su come salvare il Trattato di Lisbona correggendo cosa e quanto per consentire all’Irlanda di ritornare sul suo no nel secondo referendum di ottobre.

Ma proprio questa riunione correva il rischio di essere, invece, presieduta da Vaclav Klaus… uno che aveva tenuto a rendere noto al mondo come quel Trattato lui lo vuole affossare ma ha avuto la faccia tosta di chiederlo al suo nuovo primo ministro (per fortuna in disaccordo dichiarato con lui).

Non sarà così, alla fine, perché Klaus è stata costretto dal nuovo governo a ingoiare il boccone. Se fosse, in effetti, sarebbe veramente una buffonata: come se la regina d’Inghilterra avesse presieduto nel merito il G-20, o Napolitano presiedesse il prossimo G-8… Ma, certo, sarebbe stato un finale caotico che concluderebbe in modo appropriato la più disgraziata delle presidenze semestrali che l’Europa abbia mai avuto, con un governo collassato su se stesso togliendo rappresentanza e peso politico a un’istituzione come questa nel mezzo della più grave crisi economica un capo dello Stato che esalta e pontifica sulla necessità del no all’Europa, sventolando tutto il suo scetticismo.

A quel disgraziato finale si sarebbe, forse, potuto tentare di mettere qualche riparo – certo, simbolicamente – se avesse presieduto Klaus lasciandolo solo davanti a una sala vuota e, per di più, a casa sua: cosa che sarebbe stata calzante ma che, naturalmente, mai sarebbe accaduta… Comunque, a Praga tutti – anfitrioni e ospiti – cercheranno di mettere una pecetta su questa sciagurata e squallida presidenza.

A cominciare dal patetico presidente della Commissione, Manuel Barroso, che in una recente conferenza stampa di stampo, appunto, kafkian-praghese, si è spinto incredibilmente, e suscitando l’incredulità degli astanti, fino a lodare i risultati assolutamente “rimarchevoli” della presidenza ceca. E non essendo poi capace, a seguire, di citarne anche uno soltanto a chi glielo chiedeva: “con a commento le risate fragorose dei giornalisti presenti[70].

L’altro pezzo della vecchia Cecoslovacchia, la Slovacchia, ricatta l’Unione europea, esplicitamente e per disperazione, ormai. Il primo ministro Robert Fico, nel corso del forum di Praga sull’energia nucleare, notifica tutti che il suo paese – se dovesse trovarsi colpito dalla crisi energetica – rimetterà in funzione i reattori nucleari dell’era sovietica che aveva dovuto spegnere come condizione, nella grande imbarcata del 1° maggio 2004, per la sua entrata in Europa. I diversi blocchi dei due grandi reattori del tipo di Chernobyl vennero spenti a fine 2008[71].

Intanto, la valutazione del rating del sistema bancario della Repubblica ceca da parte dell’agenzia Moody’s viene ribassata da “stabile” a “negativa”. L’aspettativa è, viene lugubremente spiegato, quella di un “significativo deterioramento della qualità degli asset bancari cechi e del loro rendimento” e di una crescita proporzionalmente molto più bassa di quella degli altri paesi dell’area stessa. Le banche ceche, in particolare, andranno peggio di quelle del resto d’Europa perché hanno sui loro libri “portafogli-crediti relativamente non stagionati” dopo il boom dei prestiti; e i loro nuovi sistemi di gestione del credito non sono, naturalmente, mai stati testati[72].     

Analogo, sull’Europa, si preannuncia anche lo stallo in Polonia, dove il presidente di quella Repubblica, il reazionario Lech Kaczynski, ha annunciato una posizione formalmente un po’ più prudente ma del tutto analoga a quella di Klaus: anche lui ha molti dubbi a firmare il Trattato che il parlamento, pure, ha approvato[73]… E la domanda, che sappiamo sbagliata, si impone però: ma chi ce l’ha fatto fare a portarceli in casa – non in Europa, ovviamente, dove sono sempre stati ma nell’Unione europea – questi, senza prima aver fatto loro per bene l’esame del sangue?

Il Kosovo, che ha il riconoscimento internazionale di poche dozzine di paesi – neanche di tutti quelli europei malgrado le pressioni di Bush; e che ha però adesso, come paese islamico, ha avuto il primo accreditamento importante di un paese mussulmano, quello dell’Arabia saudita – sostiene di aver accumulato i voti necessari ad entrare nel Fondo monetario internazionale… per lo meno, lo dice. Dal no. 700 19th Street, N.W. di Washington, D.C., la sede centrale, si guardano bene dallo smentire, ma anche dal confermare[74].

Per l’Ucraina, il Fondo monetario ha approvato ora un prestito da 2,8 miliardi di $ (il PIL del paese, valutato a parità di potere di acquisto, è inferiore – con 603.700 km2 di territorio, il doppio dell’Italia e una popolazione di 46 milioni di abitanti – a 200 miliardi di $): è la seconda rata di un fondo di “stabilizzazione” da 16,43 miliardi di $ approvato a novembre scorso[75].

Ma il servizio investimenti della Moody’s non “abbocca”: retrocede il rating del paese da B2 a B1, con previsioni nettamente negative[76]. Del resto, sul governo ucraino nessuno può più fare alcun affidamento, spaccato com’è tra primo ministro e presidente della Repubblica in completo dissenso; adesso, poi, si trova anche con un ministro dell’Interni dimissionario dopo che è stato arrestato, ubriaco, dalla polizia dell’aeroporto di Francoforte, dove era in transito. Diciamo “anche”, perché questo strano governo ucraino è anche senza il ministro degli Esteri e quello dell’Economia[77], per il dissenso sulle designazioni tra presidente e premier…

I toni della polemica paralizzante tra il presidente Yushenko e la prima ministra Timoshenko stanno, del resto, montando, ferocemente. Lui l’accusa[78], e poi ripete l’accusa, di aver firmato un contratto con la Russia per le forniture di gas naturale al paese in “termini sfavorevoli” e dice che va rivisto e rinegoziato, perché altrimenti a fine anno per colpa della “mancanza di professionalità” della Timoshenko, Kiev potrebbe “trovarsi a dover pagare un debito di 2 miliardi di $ e in poche ore”.

Il tutto, sotto la pressione “inaccettabile” del freddo, della necessità di ricevere il gas e del creditore che “pretenderebbe” (udite, udite) di esser pagato… Insomma lo scenario che ormai si ripete da anni, con l’Ucraina che si mette a consumare di frodo il gas destinato al resto d’Europa e la Russia che, a quel punto, chiude i rubinetti, la crisi, l’Europa che media , ecc., ecc.  

Il che dà per scontato, naturalmente, fa subito osservare lei, che secondo Yushenko, di qui al 31 dicembre di quel che consuma Kiev non pagherebbe niente… Timoshenko, che come credenziali “patriottiche” naturalmente cede niente a Yushenko, richiama il paese però alla realtà dei rapporti commerciali, geografici e geopolitici di forza reali, all’assenza completa di alternative (non è che il gas glielo possa fornire l’Europa o l’America). E Yushenko stesso, alla fine, decide di dire chiaro e tondo al paese che, in questo primo trimestre del 2009, il PIL potrebbe perdere il 20%[79]...

C’è anche da tener conto, fa presente, della pressione crescente dell’Unione europea perché l’Ucraina per lo meno mantenga, e non accresca, il livello del debito attuale che ha già con Gazprom. E la prima ministra rivendica di aver ottenuto anche, non da Gazprom ma direttamente dal governo russo, l’apertura di credito necessaria a un rifinanziamento effettivo almeno di parte del debito ucraino a condizioni migliori di quelle puramente di mercato.

Nella diatriba trovano il modo di intervenire anche i russi che, d’altronde, sono parte ben interessata: lo fanno, ne abbiamo già parlato, anche nel vertice Russia-Europa sull’energia chiamando – e a ragione – gli europei a identificare bene, anche perché non abbiano a ripetersi, le responsabilità dei problemi che ci sono stati sull’interruzione dei flussi.

Il malessere russo, però, Medvedev l’ha anche sottolineato con forza sul piano squisitamente politico. La Russia è irritata e preoccupata per il continuo e pervicace tentativo degli USA, ma anche dell’Europa, di allargarsi ad Est, verso la Russia, nell’area che una volta era anche obbligatoriamente (la divisione di Yalta) filo-sovietica. Per questo è “sdegnata” dalla cosiddetta Partnership dell’Est del’Unione europea che vuole “aiutare” sei ex repubbliche sovietiche (Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina).

Il sospetto dei russi, che non sempre appare infondato, è che questi aiuti, come già dimostrato più di una volta di fare, servano più che a dare una mano ad allargare la sfera di influenza geo-politica e geo-strategica anti-russa. Barroso, naturalmente, ha smentito. Ma restano i disagi, chiamiamoli così, reciproci[80].                     

Il PIL della Lettonia è crollato nel primo trimestre del 2009 del 18%, secondo i dati (solo i preliminari, poi) dell’Ufficio statistico centrale di Riga: è la caduta più a picco verificatasi nell’Unione europea[81]. Il primo ministro Valdis Dombrovskis ha chiesto al Fondo monetario di lasciare che il deficit/PIL del paese possa passare dal 5 al 7% del PIL, chiedendo anche di volere chiarimenti sulle “conseguenze” di un possibile sforamento.

Dice il primo ministro che la svalutazione del lat, la moneta lettone, non sarebbe utile e non servirebbe, dato che l’85% dei debiti del paese sono denominati in euro e causerebbe conseguenze serie. D’altra parte ha aggiunto – ma la Banca centrale europea si è guardata dal confermarlo a chi glielo chiedeva – che la Banca centrale di Lettonia ha riserve a sufficienza per sostenere il suo lat.

Qualche meraviglia viene espressa a Bruxelles, “negli ambienti della Commissione”, dove qualcuno s’è messo a chiedere, anche se a voce sommessa ma comunque audibile, perché mai la Lettonia, che è nell’Unione, se poi si mete a chiedere chiarimenti, consensi e eccezioni non all’Unione stessa ma al Fondo, tenendo conto che tutti i paesi dell’Unione sono tenuti, in linea di principio, a stare dentro il 3% di deficit/PIL— ma che poi, in pratica, realmente nessuno ci sta arrivando.

La dura verità è quella che, però, registra dati davvero catastrofici: il deficit di bilancio oggi è stimato al 12% del PIL e il PIL stesso è previsto in contrazione almeno del 16,5%. E ridurre il deficit/PIL, al di là degli appelli di Dombrovskis che non vengono ufficialmente neanche riscontrati, è una condizione effettiva dell’accesso al pacchetto di salvataggio FMI/UE, insieme sui 7 miliardi di €. tagliuzzare

In realtà la situazione si va facendo realmente drammatica, qui. “Forzato a chiedere e subire il duro abraccio del Fondo monetario internazionale, il governo lettone sta selvaggiamente tagliando il bilancio e i salari degli impiegati pubblici nel tentativo di riequilibrare conti che erano andati seriamente a schifio. E l’austerità sta ricadendo a cascata giù per tutta la gerarchia sociale: quelli che stavano bene cancellano le vacanze, i ceti medi si dannano di fronte alla calata del loro status sociale e si moltiplicano dovunque scene di vera e propria miseria di stampo dickensiano”.

D’altra parte, dice il governo, se non tagliamo tutto e su tutto – non i rami secchi, ma tutto – siamo al fallimento nazionale. “Perché – spiega Dombrovskis – l’alternativa è quella di non ricevere alcun finanziamento dall’estero. In altre parole, l’alternativa è il fallimento, il default[82], come si dice.   

Però, secondo la Fitch Ratings[83], una delle agenzie di valutazioni finanziarie maggiori del mondo, sono tutti i paesi dell’Europa centrale (oltre a quelli dei Balcani) presentano un quadro finanziario esterno “precario”. Il fatto è che tutti i paesi con ingenti deficit dei conti correnti, con obblighi di pagamento esterni in maturazione e con debito elevato in valuta estera, sono nel mezzo di una “recessione severa” (capita anche, e perfino, no?, gli Stati Uniti d’America che pure denominano il loro debito nella loro moneta… figuriamoci Lettonia e, per dire, Moldova…). Ecco perché Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, i paesi dei Balcani e tutti gli Stati baltici – e l’elenco non è certo completo – sono fra i paesi più vulnerabili alle difficoltà di ordine finanziario.

La nuova presidente eletta in Lituania, contro il candidato social-democratico Algirdas Butkevicius, è senza neanche bisogno di ricorrere al ballottaggio con margine largo la Commissaria lituana al Bilancio di Bruxelles, Dalia Grybauskaite. La prima donna eletta alla presidenza di questa Repubblica, oggi flagellata dai colpi della crisi, è stata votata secondo i sondaggi sostanzialmente perché lavorava sulle questioni economiche nella Commissione... in questa Commissione[84]!

All’incontro dei ministri degli Esteri dell’ASEM (vertice Asia-Europa)[85], nell’ultima settimana di maggio a Hanoi e pompato, a Bruxelles, come l’occasione per l’Europa di manifestare tutte le sue preoccupazioni (la questione della Corea del Nord— e come fosse, magari, possibile affrontarla insieme o in modo coordinato e non contraddittorio; la questione di Myanmar e dei diritti umani, la persecuzione di Daw Aung San Su Kyi nella ex Birmania— alla quale i governi europei, tutti, hanno dato il loro esplicito sostegno e per la quale volevano “richiamare”, aveva dichiarato quel sepolcro imbiancato del ministro britannico, Miliband, a comportamenti coerenti e più duri i paesi asiatici…, per dire) ha visto la partecipazione dei ministri degli Esteri di Cina, Giappone, Corea del Sud e di quasi tutti gli altri membri asiatici (in tutto, europei ed asiatici, sono 45) e praticamente di nessun ministro degli Esteri europeo…

C’era, si capisce, in tutta la sua splendida impotenza, la Commissaria agli Affari Esteri, Benita Ferrero-Waldner, e i ministri degli Esteri di Repubblica ceca e Svezia, cioè dell’attuale presidenza di turno e di quella a venire dell’Unione europea. Ma non c’erano i ministri inglese, colui che pure era andato predicando al mondo l’importanza del vertice, di Francia, Germania, Italia, Spagna…

Non solo uno schiaffo al protocollo e alle sensibilità di un paese in crescita impetuosa e dalla storia recente “gloriosa” come il Vietnam (trenta, poco più, anni fa s’è riunificato espellendo le truppe statunitensi), ma anche uno schiaffo alla Cina, al Giappone… e la solita dimostrazione di incapacità che avrebbe potuto avere rimedio solo, magari, dando alla Ferrero-Waldner il potere di parlare davvero per tutti.

Dice in un’intervista televisiva il presidente Dmitri Medvedev che la proposta di Mosca per un nuovo trattato di sicurezza europeo non ha alcuna connotazione anti-NATO. Il fatto è semplice, ha spiegato: le alleanze create in Europa nel periodo della guerra fredda sono obsolete e i russi propongono, invece, “un nuovo livello di sicurezza per il proprio paese e per tutti”, alla luce anche delle “dure lezioni di tutto il XX secolo”. Deve essere chiaro, detto questo, però, ha ribadito Medvedev, che la Russia non può accettare l’espansione della NATO e, se continuasse, “ad essa reagirebbe[86]… anche se non specifica come. In effetti, asserisce con forza, la sicurezza europea non è certo una preoccupazione solo della NATO e la Russia potrebbe anche offrire, oggi, con altri paesi europei, un modello efficace: complementare o, se necessario, anche alternativo.

STATI UNITI

Il calo del PIL è molto pesante, anche se il dato (-5,7% su base annua nel primo trimestre), viene annunciato come migliore della previsione (-6,1%) della stima preliminare (i dati definitivi verranno pubblicati il 25 gennaio)[87].     

La grande paura che preme sul paese tutto, sull’economia e sulla finanza, ha avuto la forza di costringere industria automobilistica e ambientalisti a trovare, sotto la regia di Obama, l’accordo. Passa così, ma dovrà ancora venire “filtrata” al Congresso e non sarà facile – lì c’è la carica dei 101 lobbisti scatenati dagli interessi privati – la proposta dell’Amministrazione, coordinata da Carol Browner che presiede (insieme: ed è significativo…) agli affari energetici ed ambientali

Mira ad alzare gli standard di efficienza del combustibile dell’auto media americana a 35,3 miglia a gallone entro il 2016— un aumento del 40% sulla media attuale di circa 25 miglia per gallone per le auto e del 30%  sulle 28 miglia per tutto il parco autoveicoli[88] americano. E, per la prima volta, ora la legge imporrà – imporrebbe – un limite alle emissioni di gas serra dagli scarichi di auto e autocarri leggeri.

Detto all’ingrosso, l’obiettivo è quello di ridurre di un terzo l’emissione di gas serra nell’atmosfera da parte delle nuove autovetture entro il 2016. E’, in fondo, l’obiettivo che si è data la California del repubblicano governatore Schwarzenegger e che, per anni, aveva chiesto all’Amministrazione Bush di poter applicare in deroga i suoi parametri non era mai riuscito a ottenerne l’assenso di cui aveva bisogno. Le deroghe sono normali in materia e erano sempre state concesse, ma queste erano ferocemente osteggiate da Detroit e Bush era molto attento ai suoi desiderata.

   E’, in un certo senso, il trionfo della California e di Schwarzenegger, questo, ma diventerà una manna per i costruttori di automobili oggi tanto in ambasce. Detroit, sopravvivrà – le case automobilistiche di Detroit che sopravvivranno – mettendosi a fare necessariamente auto più efficienti, e dunque, anche più rispettose dell’ambiente.

   Obama questa autorizzazione aveva già detto che alla California l’avrebbe data e, se non ci fosse adesso la legge, Detroit si sarebbe trovata costretta a fare i conti con due diversi standard di emissione. Severi quelli della California e degli altri Stati che avessero optato per la soluzione californiana e standard molto meno esigenti per gli altri. La regola nuova rende obbligatorio un singolo, unico standard di efficienza a livello di tutti gli Stati Uniti e adesso, c’è l’obbligo di legge per tutti i fabbricanti d’auto – e per chi vuole vendere auto in USA – di adeguare i programmi di produzione[89].

D’altra parte, è solo così che pare possibile svegliare qui, e forse anche in Europa, l’opinione al problema. Qui in America e anche in Europa. Perché continua a girare la leggenda metropolitana che deplora come Cina e India, i paesi più popolosi del mondo “e dunque i più inquinanti”, insistono sulla responsabilità e la gran parte dei costi che dovrebbero, secondo loro, assumere invece USA ed Europa perché, essi argomentano, “sono proprio essi a generare la gran parte del gas che avvelena già oggi l’atmosfera[90].

Il problema, naturalmente, è che hanno ragione cinesi e indiani e non il WSJ: USA ed Europa sono effettivamente i responsabili principali dell’accumulo finora avvenuto dei gas serra nell’ambiente[91].  

I salari stanno calando, dappertutto in America”, nota il prof. Krugman. Talvolta, perché lo chiede il governo per aiutare con fondi pubblici un’azienda (come la Chrysler), talvolta perché lo discutono, e lo impongono, sempre governo e padroni col sindacato (o mangi questa minestra…). Talaltra, “per il fatto semplice e brutale che i lavoratori non osano ribellarsi perché in un mercato del lavoro così debole non pensano di poterne trovare un altro”.

A dimostrazione, se volete, della profonda verità di quel che disse una volta Martin Luther King, che di gran lunga è il sindacato, un sindacato forte, il “miglior programma di lotta alla povertà” che un paese si può dare, concretamente. Appunto, però: un sindacato forte. Dove l’aggettivo diventa il termine operativo.

Il punto è che i “salari in caduta costituiscono il sintomo di un’economia malata”. E se, come fanno oggi,  continuano a cadere “sono il sintomo che può tendere un’economia ancor più malata”. Il “paradosso di cui soffriamo è quello della virtù del risparmio: che quando tutti, e tutti insieme, tentano di risparmiare di più, l’effetto è un’economia che si deprime”; come “soffriamo del paradosso della virtù dell’abbattimento del debito: ridurlo e ripulire i libri contabili è un bene, ma quando tutti e tutti insieme vogliono vendere quel che hanno e ridurre quel che devono il risultato è la crisi finanziaria”.

Ed ecco che arriva il paradosso dei salari: “in un’azienda i lavoratori possono accettare di farsi abbassare i salari per dare una mano a tenersi il posto di lavoro ma, quando in tutta l’economia i datori di lavoro si mettono a tagliare i salari, il risultato è una disoccupazione maggiore”. E lo spiega con una specie di modellino matematico: se tutti si mettono a tagliare i salari, come tendono a fare (ovviamente non solo qui: da noi ancor prima e ancora di più, per dirne una…), “nessuno riesce a ricavarne un vantaggio competitivo”, perché nessuno riduce il costo del lavoro maggiormente degli altri. Dunque, qualcuno pronto a rilanciare, tagliando di più, si trova.

Ed è la spirale al ribasso: mentre l’economia si va incanagliendo, i bassi salari peggiorano lo stato dei debiti… “Il che significa che stabilizzare l’economia non sarà abbastanza”, torna a ricordare a Obama il Nobel Krugman. “Abbiamo bisogno di un ripresa vera”. Soprattutto, in un campo come questo – mercato del lavoro, occupazione, buona occupazione, salari – dove le attese, neanche le più rosee, parlano di ripresa a breve. In un campo come questo e in un paese dove i redditi (che sono anche qui ancora larghissimamente redditi da lavoro) fanno i consumi e i consumi fanno i 2/3 del PIL...

L’occupazione peggiora. Ma va meglio… Cioè, peggiora appena appena di meno[92]. E’ il sedicesimo mese dall’inizio della recessione, già la più lunga dopo la Grande Depressione, nel corso della quale sono andati persi 5.700.000 posti di lavoro, Adesso, in aprile, sono stati cancellati 539.000 posti di lavoro (a marzo, 699.000; a febbraio, 681.000; a gennaio, 741.000), con una diminuzione media che sembra almeno stabilizzare la diminuzione di posti.

Il tasso di disoccupazione (ufficiale) raggiunge l’8,9% ad aprile (dall’8,5: aumento di disoccupati “ufficiali”, registrati ufficialmente cioè, anche se rispetto a febbraio e marzo la crescita percentuale è inferiore)[93]. E la disoccupazione maschile raggiunge il 10%.

C’è anche un leggero aumento di occupati temporanei, dovuto quasi esclusivamente al reclutamento di personale in preparazione del censimento del 2010. Si tratta, in ogni caso, del livello ufficiale di disoccupazione più elevato dal settembre 1983 e porta a 13.700.000 il numero dei disoccupati. Sono, naturalmente, numeri spaventosi ma, a modo suo, anche incoraggiante visto il lieve rallentamento delle perdite di lavoro.

Un “dettaglio”, però, da sottolineare è che, qui, il BLS sta mettendo a confronto arance con mele: cioè, dati già rivisti e aggiornati alla numerazione reale, anche se sempre e comunque quella solo ufficiale, per i primi tre mesi del 2009 dati solo temporanei, da rivedere, in aprile: quando tutte le previsioni e i primi annunci ufficiali dei mesi scorsi sono poi peggiorati, per una media di 100.000 posti di lavoro in meno ciascuna. Non si può sapere, naturalmente, cosa sarà ora dei dati di aprile. Ma sembrerebbe opportuna, qui sì, un po’ di cautela nel suonare le trombe perché sono andati perduti “soltanto” 539.000 posti.

C’è poi un dato, come dire?, per lo meno improbabile, in questo conteggio: un dato di cui tener conto… Nell’inchiesta mensile del BLS vengono calcolati un certo numero di posti creati in “nuove imprese”, ben 226.000, che non sono stati però effettivamente contati. Si tratta di una “stima” anche qui, dunque, per l’aprile 2009, a fronte di un dato reale che, un anno prima, fu di 176.000 nuovi posti creati nelle nuove imprese. E, considerata la salute dell’economia di oggi rispetto a quella di allora, sembra quanto meno – stiamo bassi, molto bassi… – un dato improbabile…

Infine, ultima quisquilia: la crescita salariale sembra collassare del tutto con il salario orario medio che viene dato, nei dati di aprile, in aumento di meno dello 0,1%. Si tratta di un dato che dà da pensare parecchio, a chi di pensare si sforza: finora, i lavoratori che ancora un posto di lavoro lo avevano riuscivano, più o meno, a tenere il passo – cioè il potere d’acquisto – del salario reale, insomma a non perderci— magari a potere d’acquisto stagnante ma senza perderci troppo… con  un’inflazione sotto controllo.

Ma il tasso di inflazione è comunque assai superiore allo 0,1%. Se, ora, si conferma questa nuova tendenza, viene preconizzato un tonfo incredibilmente secco dei consumi e delle vendite al dettaglio, dunque della domanda, della produzione, della creazione di PIL: di tutta l’economia per i prossimi mesi.

Insomma. Certo: poteva anche andar peggio. Ma c’è davvero pochissimo da celebrare.

Del resto in America mai prima così autorevolmente si comincia ad ammettere quanto prima giammai si ammetteva: “per moltissimi anni la disoccupazione negli Stati Uniti era stata più bassa che in Europa occidentale. Era un fatto [anche se, come abbiamo visto qui molte volte, la disoccupazione qui se la calcolavano un po’ troppo a modo loro, ufficialmente al ribasso] spesso citato da chi ne arguiva che la flessibilità inerente nel sistema americano – è più facile sia assumere che licenziare i dipendenti di quanto lo sia in molti paesi europei – produce posti di lavoro in maggior quantità.

   Ma non è più così. La disoccupazione americana ha raggiunto le medie europee sembra probabile che vada oltre quando verranno calcolati i dati di aprile anche per tutti gli altri paesi… Questa crisi economica… ha rovesciato quasi del tutto le argomentazioni a favore del modello americano…

   Come è successo?” Ragioni diverse, ma la principale “sembra essere che il welfare di molti paesi in Europa ha reso più facile alla gente tenere il suo lavoro mentre l’economia declinava… Certo, se la recessione si fa molto dura e molto lunga, può anche essere che queste reti di sicurezza sociale non impediranno quanto piuttosto differiranno la malattia[94]      

Un brutto segnale di peggioramento viene dagli ordini alle imprese che a marzo, scendono dello 0,9%, dopo essere cresciuti a febbraio dello 0,7[95]. E ad aprile, dicono gli ultimissimi dati, il calo delle vendite al dettaglio è andato oltre il previsto, lo 0,4 in un mese, con punte anche del 10% nell’anno, e contribuisce il 13 maggio a raffreddare di brutto quel po’ di euforia che in Borsa era da uno o due giorni appena ripresa[96]. Il segnale che adesso sembra essere letto da tutti unanimemente è che i consumatori non riprenderanno a spendere in massa nel prossimo futuro.

Ci si comincia anche a rendere conto che una recessione durissima, che come questa dura ormai da un anno e mezzo, sta forse anche radicalmente cambiando il modo in cui gli americani usavano finora spendere. Il declino di valore delle abitazioni e dei portafogli in borsa ha cancellato migliaia di miliardi di patrimoni delle famiglie e il credito più difficile ha fatto tramontare l’illusione che fosse possibile per i consumatori vivere al di là dei loro mezzi facendo semplicemente ricorso, come hanno fatto per anni, al credito facile ottenuto ipotecando la casa o usando una decina di carte di credito. Perché i nodi, che ora e da qualche mese vengono al pettine non hanno finito di farlo. E la crisi per questo non finirà presto.

Ad aprile, i prezzi alla produzione sono cresciuti dello 0,3% sul mese precedente ad un tasso superiore alle attese[97].

Il deficit commerciale a marzo ricomincia a salire, per la prima volta dal luglio 2008 quando cominciò a mordere più pesantemente la crisi anche sulle importazioni, con il calo delle esportazioni che continua dentro la recessione. C’è, nel mese, un buco di 27,6 miliardi di $, leggermente in ribasso rispetto alla previsione ma di 5,5 miliardi più alto che a febbraio. Il tasso annuo del deficit negli scambi nei primi tre mesi del 2009 è di 359 miliardi di $, poco più della metà (effetto della crisi) dei 681 miliardi del 2008[98].

La fiducia dei consumatori, che era a livello 105 a fine 2006, è oggi a 54,9: la metà. Ma è in ripresa, essendo salita dai 40,8 in un mese e quasi raddoppiata in due mesi[99].    

L’avventura nuova che hanno intrapreso la Chrysler e, con essa, il presidente Obama e la FIAT di Marchionne e il sindacato dell’auto americano, è iniziata l’ultimo giorno del mese di aprile. I nuovi padroni della Chrysler – dopo che il tribunale fallimentare ha accettato la bancarotta guidata e limitata della compagnia – dopo il licenziamento del team di Robert Nardelli che guidava la vecchia Chrysler, sono tre: il fondo pensioni degli ex dipendenti; il governo di Washington, che però asserisce di non voler avere nulla a che fare con la gestione del giorno per giorno: e che, però, nel nuovo CdA nominerà quattro membri; e la FIAT.

Dunque – e questo è un punto importante – il sindacato non diventa affatto come tale azionista e non saranno i dipendenti attuali della Chrysler ad avere una voce in Consiglio d’amministrazione, ma il fondo pensioni[100], con un proprio rappresentante, e uno solo, che non nominerà il sindacato. Il che può comportare, strutturalmente, interessi in possibile conflitto – il sindacato per primo lo sa e sta lavorando duro a evitarlo – fra operai e tecnici, da una parte, e pensionati, dall’altra.

Sì, certo, “ammette uno degli assistenti del presidente, non c’è alcun dubbio che qui ci sia un potenziale conflitto”… Tanto più che il sindacato con l’accordo si impegna a non fare sciopero fino al 2015… Insomma, piano prima di dire che i lavoratori adesso hanno voce nella gestione dell’azienda. Non è proprio così… Come Marcegaglia anche Marchionne, e tutto il capitalismo americano e italiano, alla co-gestione restano, malgrado la crisi, ferocemente contrari.

Le concessioni del sindacato, diciamo pure “forzate”, nel senso di subìte e accettate per non dover ingoiare la chiusura e la perdita secca di tutto il lavoro alla Chrysler, non sono certo irrilevanti (in positivo ma anche in negativo). L’accordo, infatti, prevede[101]:

• la fine dell’indicizzazione dei salari all’inflazione e del pagamento degli straordinari;

• un riduzione netta del lavoro qualificato;

• la presa in carico da parte dell’UAW, del sindacato cioè, della copertura sanitaria degli operai (non di tutti i dipendenti: i dirigenti conservano quel che in materia, abbondante, già hanno, nel loro contratto separato) attraverso un fondo dotato di 4,6 miliardi di $ che sarà finanziato dall’azienda con 300 altri milioni nel 2010 e nel 2011.

   Parte larga di questo fondo sarà pagata in titoli Chrysler: con la conseguenza – lo dobbiamo ripetere – di fare non del sindacato, in realtà, ma del Fondo l’azionista maggioritario col 55% del capitale (ma con un solo voto su 10 in CdA dell’azienda), contro il 20% subito e, in prospettiva, il 35% per la FIAT e il 10% tra creditori residui del gruppo e governo federale;

• la cancellazione della maggior parte dei debiti del costruttore, proprietà del fondo di investimento Cerberus fino a fine aprile, e della Daimler col suo 19,9% di quote, è stata la rinuncia che alla fine ha reso possibile l’operazione— con l’eccezione di chi, non avendo accettato l’accordo voluto dal governo, ha forzato la procedura di bancarotta controllata;

• la Daimler ha anche concordato di versare in tre anni 600 milioni di $ al fondo pensioni dell’azienda: perché lo ha fatto non l’ha, ancora, chiaramente spiegato nessuno… ma verrà fuori, alla fine…

Dei tre – governo, sindacato e FIAT – è questa – che gode con Marchionne della luce riflessa del riequilibrio fatto a casa sua, in Italia, nell’ultimo quinquennio – cui spetterà il compito, con tre membri nel CdA, a fronte del solo 20% e in prospettiva del 35%, forse, di quota azionaria, di essere l’elemento innovativo dell’avventura: fabbricare autovetture ecologicamente efficienti – almeno così dicono – e di dimensioni ridotte, proprio quel che Obama vorrebbe fosse la fabbrica di auto americane del futuro. Insomma, l’operazione che la Chrysler già fece anni fa, quando era controllata dalla Daimler-Benz per fabbricare grandi autovetture di lusso e che fallì miseramente, perché appunto di grandi vetture di lusso, in niente attente al risparmio, si trattava.

Quanto al governo, a Obama, ha puntato tutto sul “buon senso” del sindacato e del fondo pensioni dal quale molto adesso dipenderà e sulla tecnologia italiana, convinto che se si può fare a Torino, o se è per questo a Osaka, si può fare in America: una macchina più piccola, che beve mano benzina, è più efficiente e, non fosse che per questo, più rispettosa dell’ambiente e che può trovare un mercato in un’America meno sprecona e più risparmiosa.

Molti qui in America vedono con sospetto che il presidente abbia preso un posto di prima fila nel discutere e nell’indirizzare il futuro dell’azienda. Preferivano – certo, dal punto di vista di lor signori era preferibile – il ruolo di pagatore pubblico dello Stato per le loro faccende private che avrebbero poi gestito (fallimento o altro) privatamente e solo a proprio profitto. Insomma, il governo doveva limitarsi a pagare senza mai dar direttive, anche se i soldi, poi, erano pubblici. Questo, non il fatto che pagasse il governo – lo facevano già Paulson e Bush – fa la differenza.  

Il problema, però, è anche che prima di vederla vendere in America, un’autovettura che faccia 10 km. con un litro di benzina – o, come dicono qui, 40 con un gallone – bisognerà probabilmente aspettare l’inizio della prossima campagna presidenziale, il 2012. Una cosa è sicura: qui si parrà la nobilitate di molti: di Marchionne, ovviamente; del sindacato nord-americano tutto che su ci ha scommesso; ma anche, e anzitutto, di Obama che anche se non avrà niente a che fare con le nuove vetture sa benissimo che la gente, a ragione, le considera ormai figlie sue...

Intanto, sul fronte della General Motors, il sindacato dell’auto, UAW, ha raggiunto con la General Motors Corporation e col Tesoro un accordo di massima che, sottoposto all’approvazione di tutti i lavoratori dell’azienda, ha avuto il 74% di sì. E’ un accordo in linea con quello Chrysler, come si dice un accordo di “concessione”, a perdere cioè, rispetto ai termini del contratto vigente e alleggerisce di molto gli oneri sulla GM per la copertura dei costi sanitari dei suoi pensionati. Si trattava di una condizione che se non passava entro il 1° giugno, la scadenza fissata da Obama, avrebbe bloccato l’erogazione di ogni sussidio all’impresa[102].

Qui, però, l’UAW, il sindacato, si troverebbe azionista di minoranza (il 20%) e neanche proprietario della sua quota intestata anche qui al fondo pensioni e sanità dei lavoratori, mentre l’azionista di gran lunga maggioritario sarebbe il governo (al 70%) e agli altri, privati, spetterebbe al massimo una quota frazionata del 10%[103].

In ogni caso, adesso anche la GM andrà in fallimento secondo le clausole della procedura guidata del cosiddetto art.11 della legge fallimentare. E anche questo è stato un fattore di grande pressione e convincimento sui lavoratori che hanno detto sì perché così hanno una posizione ancora “privilegiata” rispetto agli altri creditori dell’impresa, quel 10% di azionisti privati che invece all’accordo, di fatto dettato dal governo continuano ad opporsi, in questo strano paese del “socialismo reale”, esecrato ma ingoiato, in cui per forza di cose si sta trasformando l’America.

Ha commentato il presidente dell’UAW, Ron Gettelfinger, che l’accordo ratificato ora protegge i lavoratori dal dover fare ancora più sacrifici nel mezzo dell’azione fallimentare. “Siamo soddisfatti per aver fatto la cosa giusta che oggi fornisce un salvagente a noi e alla General Motors, una corda cui aggrapparci per avanzare nel futuro fino al momento in cui questa impresa possa riprendersi… ma, certo, abbiamo dovuto fare grossissimi sacrifici[104].

Sul piano della crisi, della sua esplosione, del suo persistere e il suo forse ormai un po’ più prossimo ma ancora purtroppo lontano superamento, forse sarebbe decisivo se, per non ricascarci, la prossima volta ci si dotasse come – in linea di principio – è stato deciso al G-20 di un sistema ferreo di regolamentazione internazionale dei mercati finanziari.

Ma forse altrettanto importante sarebbe che le migliaia di economisti che in giro per il mondo fanno il loro mestiere in tutti i gangli dell’economia – dal lavoro all’impresa, dal sindacalismo nazionale alle confindustrie, dai governi locali ai governi nazionali e, soprattutto, dai media all’accademia – facessero il loro dovere di osservare, studiare, semplificare, spiegare e suggerire senza lasciarsi “comprare”.

Non necessariamente dai quattrini, che pure ci sono, ma dalla tentazione facile di seguire l’onda per compiacere i potenti, di ogni tipo e di ogni colore; o, anche, solo per rendersi la vita più facile. E’ quanto è successo stavolta. Insomma, non bisognerebbe più trovare un qualche quasi sovrumano coraggio per rischiare l’emarginazione per anni dicendo contro corrente davanti ai propri “pari” che il re è nudo quando il re, appunto è nudo. E’ l’aver continuato a esaltare il capitalismo e il liberismo selvaggio, confortando e illudendo i lor signori che chiedevano di essere illusi e confortati che alla fine ha portato tutti ad affondare a piedi giunti nella palude di questa crisi.

Quello che ormai chi studia economia in modo serio dovrebbe davvero impegnarsi a fare è rivelare, e far rilevare, la connessione tra la fusione finanziaria in atto, il nodo del cambiamento climatico in corso e l’emergente scarsità di energia fossile e carenza di energia rinnovabile. Che chiedono loro di dire ai governanti del bisogno reale, ormai, di un nuovo ordine mondiale.

Per dirne una. Bisognerebbe leggere l’articolo, incredibile, che su affermazioni di un anonimo ma importante esponente dell’Amministrazione (pare il gran consigliere Larry Summers in persona, ex ministro del Tesoro e consigliere, prima che di Obama, delle maggiori banche americane dichiarate fallite) spinge il NYT a scrivere[105] che gli istituti di credito sottoposti allo stress test, il test di resistenza sotto pressione come lo hanno chiamato al Tesoro, voluto dal governo – e sul quale a fine aprile si erano diffuse voci in effetti molto molto allarmanti anche se probabilmente, sicuramente anzi, erano esagerate – sono invece “in buona salute”.

Insomma, hanno ricevuto dal governo migliaia di miliardi di $ di sussidi per non andare a picco ma… sono in buona salute in good shape… Questi corrono il rischio di togliere ogni credibilità, se continuano così, alle loro assicurazioni. Ma la cosa più scandalosa è che l’articolo in questione non sollevi mai sulla faccenda il minimo dubbio… E se non si parte dall’ammissione che in queste condizioni il loro stato fa comunque schifo, non se ne esce. Perché, per uscirne, la speranza non basta più.

Ora, lo stress test – ha spiegato il  ministro del Tesoro, Timothy Geithner, sul NYT, era “una strategia mirata a sollevare la nebbia dell’incertezza che copriva i libri contabili delle banche e a  dare una mano ad assicurare che quelle principali fossero in possesso del capitale necessario a continuare a prestare soldi[106].

Il risultato, annunciato a borse chiuse il 7 maggio sera, è stato poi accolto diversamente. Anche tra lazzi e sghignazzi, a dire il vero. Il Tesoro ha comunicato che il test, condotto sulle 19 banche principali degli Stati Uniti (quelle che tra di loro rappresentano il 75% dei depositi totali), evidenzia che nell’arco dei prossimi sei mesi e per mettersi al riparo dal peggioramento della crisi finanziaria devono trovare sul mercato un totale di 74,6 miliardi di $ di nuovi capitali: la Bank of America per 33,9 miliardi; la Wells Fargo per 13,7; la GMAC, banca specializzata in prestiti per acquisto di case e di automobili, per 11,5 miliardi; Citigroup per 5,5; la Morgan Stanley per 1,8 miliardi e la Regions Financial per 2,5 miliardi di $...

Le banche che, secondo il test, non dovranno preoccuparsi né troppo né subito di alzare la loro raccolta di capitale sono la Banca Mellon di New York, l’American Express, la Capital One Financial Corp., il gruppo Goldman Sachs, la JPMorgan Chase, la MetLife e la State Street Corp. Tutte, si capisce – sia queste che le prime, quelle che hanno bisogno urgente di ricapitalizzarsi, tutte, hanno ricevuto miliardi e miliardi di sussidi del contribuente dal Tesoro. Risultati, ha detto Geithner, tutto sommato “rassicuranti”.

Commenta maligno Krugman, “se sei un banchiere[107], certo, sono rassicuranti. Il fatto, come hanno rilevato “molti osservatori è che i regolatori non avevano le risorse per condurre davvero una valutazione accurata della salute delle banche e che, in ogni caso, hanno loro concesso di negoziare quel che avrebbe detto il risultato finale del test. Insomma, non è stata una valutazione  seria, no[108]. Insomma, un’operazione di imbellettamento, abile ma anche dichiarata, che ha coperto le magagne con un po’ di trucco, cioè con una contabilità un tantino addomesticata. Solo grazie alla quale si sono potuti dichiarare chiusi tanti casi di insolvenza reale…

In realtà, e al dunque, neanche rilevare quanto sia stata accomodante la procedura scelta deve distrarre dalla questione di fondo: dalla “decisione del presidente Obama e dei suoi di cavarsela in qualche modo navigando attraverso la crisi finanziaria nella speranza che le banche possano riuscire a riguadagnarsi quella salute” che oggi non hanno. “Potrebbe anche funzionare. Col tempo…”.

Ma attenzione. “E’stato il mercato, non il governo a dichiarare che le banche erano sottocapitalizzate”. E quel giudizio resta, tale e quale, checché ne dica il Tesoro. Che sospinge, e si capisce, per seminare ottimismo, o per lo meno per attenuare l’atmosfera radicalmente plumbea che affossa il mercato dal fallimento della Lehman Brothers, almeno. Il problema è evitare un altro collasso di fiducia che stavolta potrebbe segnare davvero il crollo verticale anche sul èpiano economico e sociale, non solo su quello finanziario.  

Il problema rimane il solito, però, quello di fondo. “Mentre la Federal Reserve e l’Amministrazione Obama continuano a insistere sul loro impegno a una regolamentazione più severa e a una maggiore sorveglianza sui mercati finanziari, gli insiders di Wall Street stanno leggendo la mano leggera con cui sono state trattate le banche manifestata finora come un segnale che presto potrebbero tornare a giocare i loro giochi proprio come facevano ieri. Ecco perché, se  come ho accennato i banchieri possono ben trovare rassicuranti gli stress tests, il resto di noi fa bene a restare molto, molto preoccupato”.

Si può avanzare utilmente qualche osservazione ulteriore sulla fragilità intrinseca di un test come questo. Vari i motivi:

• La frode nella valutazione iniziale di tante, tantissime ipoteche— più da parte delle banche che di chi quel finanziamento. Quando la richiesta iniziale – ed era l’uso diffuso – veniva gonfiata da chi prestava (vuoi 80.000 $? e perché non arrotondiamo a 100? tanto il mercato tira e il valore della tua proprietà da noi ipotecata sale sicuramente…), gonfiando in proporzione ancora di più il valore di mercato assegnato sula carta alla casa da ipotecare.

   Ma adesso il nodo è sul pettine: questi “gonfiamenti” comportano che il debito reale inevaso per il fallimento di un proprietario di casa sarà , al dunque, assai superiore a quello che ci si potrebbe aspettare anche in frangenti economici tanto brutti. E, di converso, se la valutazione iniziale del valore è stata gonfiata, è inevitabile anche che il ritmo della possibile ripresa di chi fallisce sarà molto più lento di quello che ci sarebbe potuto aspettare.

• La disoccupazione— nello scenario negativo del modello macro su cui hanno matematicamente impostato al Tesoro gli stress test, il dato presunto di disoccupazione media annuale del 2009 è stato previsto all’8,9% e per il 2010 al 10,3%. Ma quell’8,9% è il dato ufficiale, neanche reale, raggiunto già per aprile: le probabilità, calcolate su un modello un po’ meno sfrenatamente ottimistico dall’Economic Policy Institute – che finora è andato molto più vicino ai dati reali del BLS – è che il tasso ufficiale di disoccupazione, a fine 2009, sarà del 9,4-9,5% e, nel 2010, del 10,5-10,6% (se non ci sarà un’altra colossale iniezione di stimolo nell’economia reale, che aprirebbe però altri problemi sui conti con l’estero, per esempio, agli USA… i cinesi, prima dicevamo, ad esempio).

• Il prezzo delle abitazioni— calcolato al ribasso del 24% dall’indice Case-Shiller, ufficioso ma fatto suo dal modello del Tesoro, nei primi quattro mesi del 2009, viene invece migliorato nello stress test al 22% nella media di tutto l’anno: con una defalcazione inspiegata e inspiegabile se non dal solito eccesso di ottimismo.

In definitiva: meglio il test di Geithner e Summers che il niente del loro predecessore Paulson. D’altra parte, immaginate il panico (altro, ancora e moltiplicato…) se lo stress test fosse stato fino in fondo una cosa seria… E, a parte questa considerazione di ordine, a modo suo, “patriotticamente responsabilizzata”, alla fine, è anche necessario ricordare che questi sono tutti membri fondatori della confraternita dei banchieri, portati per natura, cultura e interessi a dipingere un quadro il più possibile roseo della condizione finanziaria delle loro creature.

Se, però, come pare proprio, questo quadro alla fine risulterà fasullo, si sarà perso altro tempo e altro prezioso denaro per non ripulire efficacemente il sistema finanziario e bisognerà aumentare almeno di due unità – Geithner e Summers – l’elenco dei disoccupati. Ma, questi, con un cuscino d’atterraggio che, in ogni caso, per loro, sarà morbidissimo…

A meno che i loro posti non siano salvati, come un po’ tutta l’economia, dal secondo pacchetto di stimolo che il Congresso voterà più avanti quest’anno, a luglio, diciamo: per salvare il sedere a loro, a se stesso e a tutti gli americani. A spese degli americani che le tasse le pagano naturalmente…    

Il fatto è che in questo paese – un po’ dovunque, ma in questo paese certamente di più – il potere delle banche è, letteralmente, indicibile. Nella seconda settimana di maggio un voto procedurale al Senato, che avrebbe voluto consentirgli di esprimersi tagliando un dibattito pretestuosamente fatto trascinare per le lunghissime dal potere bancario, è fallito.

Servivano 60 voti per passare al voto, dopo quasi quaranta ore di discussione, ma l’ostruzionismo, come lo chiamano qui il filibustering, ha raccolto 45 voti per continuare a discutere contro “soli” 51 per passare al dunque: con la bellezza di 12 democratici che hanno votato coi repubblicani compatti.

Dopo il voto il sen. Richard Durbin, democratico dell’Illinois e autore dell’emendamento proposto che aveva la maggioranza ma a cui non è stato permesso di vincere ha rotto il tabù— si trattava di dare, ai tribunali fallimentari, il potere di “aggiustare”, facendoli “ingoiare” alle banche, livelli di ipoteche più bassi per consentire a chi aveva preso soldi in prestito di non dover inevitabilmente fallire (insomma, sussidi anche a chi sta perdendo la casa che, una volta tanto, sarebbero stati a scapito delle banche che s’erano ingozzate triliardi e triliardi di dollari in aiuti pubblici.

Ha detto a voce alta, rivolgendosi ai 12 colleghi del suo partito per primi e a tutto il Senato, quello che sapevano e sanno tutti, in America: che “le banche – difficile crederlo oggi, quando dobbiamo scontrarci con la crisi che proprio molte tra di esse hanno creato – ma il fatto è che gli istituti di credito costituiscono ancora la lobby più possente sulla collina del Campidoglio [la sede delle due Camere]. Francamente, qui sono loro i padroni[109].      

Insomma. La tesi ufficialmente proclamata è che il peggio sarebbe passato. Adesso, se avete i soldi naturalmente da tirare fuori da sotto il materasso dove li avete inguattati, è il momento giusto per comprare gli assets di queste banche… Già, ma cosa comprate? neanche oggi nessuno – nessuna di quelle banche, e tanto meno la Fed o il Tesoro, a richiesta, vi saprebbe dire quanta “monnezza” c’è in quei titoli, in quelle proprietà che oggi dovreste comprare. Perché, semplicemente, come risulta dallo stress test stesso,   non lo ha capito – non lo sa – ancora nessuno…

Ma c’è, anche, un paragrafo quasi nascosto nelle conclusioni dello stress test a far rilevare come, poi, saranno milioni e milioni gli americani “a non essere a breve più in grado – ma, del resto, sono in molti già oggi – di pagare i debiti sulle carte di credito personali e su quelle delle loro famiglie, lasciando buchi di grande larghezza e profondità nei libri contabili delle loro banche, già impegnate a riprendersi dal crollo dei valori edilizi...

   L’idea suggerita dallo stress test appena pubblicato è che i 19 istituti di credito principali del paese possono aspettarsi un altro buco, in incassi dovuti e mancati sulle carte di credito, più o meno sugli 82,4 miliardi di $ entro fine 2010m, in condizioni che i regolatori federali chiamano del ‘caso peggiore’[110], quanto a peggioramento della situazione economica e del debito personale ma che il peggiore, ragionevolmente, poi non sarebbe.         

E, allora, bisogna dirlo alto e forte. Il problema è quello che è: colossale, c’è chi dice forse al di là di una possibilità di umana soluzione (se non fosse che, per fortuna, questa è una contraddizione in termini: perché se è vero che il casino lo hanno provocato gli uomini…). Sembra a troppi – e a  gente che conosce bene quel che vede e lo dice – che la crisi a Wall Street creata dal capitalismo deregolato non sia affatto in via di soluzione ma, piuttosto, in via di spostamento. In definitiva: che la crisi del settore privato dell’economia venga scaricata tutta sul settore pubblico.

In ogni caso l’ottimismo istituzionale non demorde. Adesso è l’OCSE[111] a sostenere che il peggio della recessione potrebbe essere passato per una manciata di paesi che, ora, si avviano a una pausa – anche se non proprio alla fine – del rallentamento economico. L’indicatore composito guida del mese per le principali economie (un paniere di dati scelti che, in passato, ma prima della recessione piena dava buone anticipazioni) accenna a segni “iniziali” di declino delle economie maggiormente frenato in Cina, Francia, Inghilterra e anche in Italia: benché per il mondo nel suo complesso lo stato resti quello di recessione profonda.

Resta il fatto, però, che tutti gli esperti del mondo – analisti, previsori, insegnanti e politici decisori – che litigano fra di loro, litigano discorrendo degli stessi dati: tasso del PIL, tasso della disoccupazione, della produzione industriale, dei consumi, dell’inflazione o della deflazione, dell’export e dell’import…

Gli stessi, identici dati: “a partire dai quali poi arrivano a conclusioni non solo diverse ma del tutto conflittuali: basate sulla politica [progressista, conservatrice, chiamiamola come ci pare: comunque, diversa] di ciascuno e di tutti, sul loro temperamento, sulla lettura idiosincratica [di simpatia, antipatia… di tolleranza o di intolleranza] che ciascuno fa della storia. Proprio come tutti noi insomma[112].

Detto questo, però, e a questo punto, una cosa almeno dovrebbe essere chiara— e non lo è per niente viste le scelte che sono andati facendo, ad esempio e proprio, là dove più conta, alla Casa Bianca. E’ difficile, è proprio difficile, infatti, è una scommessa assurda, affidare il compito di gestire un’economia pantagruelica e complessa come quella degli Stati Uniti d’America a una classe di esperti, anzitutto banchieri (Rubin, Summers, Bernanke, Geithner, ecc.: tutti stramiliardari e tutti coinvolti, però, nel tonfo delle loro banche e del sistema bancario) che non aveva neanche notato una bolla speculativa da 8.000.000.000.000 di $ – otto mila miliardi, otto triliardi di dollari – che si andava accumulando nel corso di anni e andava soffocando il sistema…

Tutti sbagliano, tutti. Ma perché insistere ora proprio con quelli che hanno sbagliato appena ieri? Forse è vero, forse il futuro è imprevedibile. Ma su qualcosa bisogna basarsi per prendere una decisione oggi che avrà influenza sul nostro e l’altrui domani. E nell’economia americana – ma anche nelle nostre europee e in quella nostra italiana – qualcuno che molto più di quelli ha visto lontano, c’è stato. In genere, sono stati coloro che si basavano, per cercare di prevedere l’evolversi delle cose, sui fondamentali dell’economia.

Per esempio, sul rapporto del tutto distorto che per anni era stato gonfiato prima dello scoppio della bolla speculativa di borsa a darle vita – e che, perciò, la lasciava ben prevedere  a chi la volesse vedere in arrivo – tra valore medio delle azioni a Wall Street e loro effettivo rendimento annuale… Così, come – e bisogna dirlo – in America e non solo in America ci fu chi, guardando sempre ai “fondamentali” – della storia, in questo caso, più che dell’economia – fu in grado di dire a fine 2002-inizio 2003, prima dell’invasione, che l’occupazione dell’Iraq sarebbe stata un disastro strategico per gli Stati Uniti d’America. Altro che la marcia trionfale e il mission accomplished di Bush il piccolo, salutato nel mondo dai suoi sicofanti melensi...

L’altra crisi che deve ancora affrontare l’America – una crisi acuta che va sfibrando, con la certezza morale che ha di sé e di quelli che considera i suoi valori, anche la sua credibilità nel consesso delle nazioni – è quella che nasce da come non sta affrontando il problema della tortura.

Obama lo sa per primo[113]. Infatti, aveva ordinato la chiusura di Guantànamo: ma di fatto ancora non l’ha chiusa[114]…; aveva detto di aver messo fine a ogni tortura: ma non ha ancora dimostrato agli americani e al mondo di averlo fatto davvero…; aveva ordinato di metter fine alla pantomima di processi militari contro detenuti civili: ma poi ci ha ripensato[115]

…aveva promesso che avrebbe autorizzato la pubblicazione delle fotografie, “inguattate” da anni,  che documentano le torture: e poi ci ha ripensato. Insomma, aveva promesso di buttar via il ciarpame, immondo oltre che inefficiente, di Bush in materia— e lo sta solo “emendando”.

Non solo. Cerca anche, proprio come faceva lui, di censurare notizie e immagini. Inutilmente pare, proprio come lui, perché – e questo uno come Obama lo avrebbe pur dovuto sapere – in una società come quella di oggi (quasi) tutto è andato comunque su You Tube

Si tratta di torture, sevizie, vessazioni, violenze consumate da soldati e agenti segreti americani su prigionieri afgani e iracheni – e perfino, per farli “confessare” o per puro sadismo, sui bambini di quei prigionieri[116] – e dagli autori stessi documentati (lo facevano anche le SS nei Lager… e se i soldati americani non sono le SS, questi soldati americani di certo loro somigliano tali e quali… come sempre somiglia ad un’altra ogni bestia umana).

Ma poi ci ha ripensato: dice ora che quelle immagini potrebbero danneggiare le truppe americane al fronte… che sono messe a rischio, in effetti ma, più che dalle foto delle torture, dalla pratica stessa della tortura[117]…  

Insomma, ha condannato con fermezza i torturatori e chi li ha autorizzati e comandati… ma poi, di fatto, li ha assolti, addirittura facendo sua in qualche modo la difesa di Norimberga, quella dei criminali di guerra nazisti che tentavano di sfuggire alla forca, facendo proprio egli stesso il loro cinico  motto  che si limitavano ad obbedire agli ordini ricevuti, perché dopotutto “gli ordini sono ordini— Befehl ist Befehl[118]

Adesso, a inizio maggio, la Condoleezza Rice – che, come oggi rivelano le carte, nel dibattito interno della Casa Bianca di Bush fra chi era a favore e chi resisteva a dire sì alla pratica della tortura, era allora pienamente coinvolta e propizia – messa da una studentessa con le spalle al muro durante un dibattito che, a posteriori, avrebbe fatto meglio a evitare alla Stanford University, se n’è uscita con la “scusa” che Nixon tentò di dare (ma che non gli servì a niente) quando la Camera dei Rappresentanti votò il suo impeachment per il Watergate.

Ha detto Rice, che pure insegna storia e diritto internazionale a Stanford, che la tortura era legale “perché per definizione, se è stata autorizzata dal presidente, essa non viola gli obblighi che abbiamo sottoscritti nella Convenzione contro la tortura[119]. Cioè, da qualsiasi presidente? il presidente Pol Pot, il presidente Hitler, il presidente Stalin? o solo il presidente Bush? ma perché cretino o perché americano?

Ora la professoressa universitaria Condi Rice, già segretaria di Stato, dice il falso sapendo di dirlo. Oppure ci crede davvero. In tutti e due i casi, uno peggio dell’altro, e solo per questo, dovrebbe essere licenziata in tronco dalla Facoltà in cui insegna così indegnamente.

Ha osservato uno dei più acuti opinionisti liberal d’America: “per parafrasare Al Pacino, nella terza parte del  “Padrino”, proprio quando pensavamo di esserne usciti, la banda di Bush continua a tirarci dentro. E continuerà a farlo. Non conta quanti sforzi farà il presidente Obama per voltare pagina da quella di quell’altra Amministrazione. Non potrà riuscirci. Fin quando non ci sarà vera trasparenza e piena rendicontabilità, le rivelazioni relative a quegli otto ani di incubo continueranno a pioverci addosso, goccia dopo goccia, scombussolando tutte le ambizioni della nuova Amministrazione[120].

Insomma, ormai è chiaro che da questa cloaca di credibilità perduta l’America ne esce solo se decide – se il presidente e il Senato decidono – di condurre un’inchiesta pubblica, aperta e senza più alcuna omertà, sull’uso autorizzato e, anzi, comandato della tortura in nome della libertà e della democrazia. Altrimenti, lo spettro di questa vergogna nazionale continuerà a perseguitare la presidenza di Barak Hussein Obama. Il problema è che assolvere, giustificare, scusare i torturatori e chi li ha autorizzati, o comandati, a torturare non è solo uno sbaglio. E’ anche una scelta etica…

Però, però… qualche ulteriore sospetto viene a sentire lo scambio in sede di Sottocommissione bilancio del Senato americano[121], tra il ministro della Giustizia di Obama, Eric Holder, e i senatori Lamar Alexander e Richard Shelby, repubblicani rispettivamente del Tennessee e dell’Alabama sui programmi cosiddetti di “rendition”, cioè di rapimenti e trasferimenti forzati della CIA nei confronti di sospetti stranieri (esempio: il caso Abu Omar in Italia).

Alexander e Shelby, conoscendo ovviamente già la risposta, chiedono a Holder se “sotto l’Amministrazione di Clinton non c’erano già state renditions”… e Holder risponde di sì. Insistono, però: e quante volte le avete autorizzate voi? E lui risponde di “dover verificare”… E Nancy Pelosi, forse la speaker più liberal e progressista del Congresso da anni e anni, deve difendersi dall’accusa non campata in aria di essere stata colta con le mani nel sacco: sapeva più di quel che aveva riconosciuto sull’uso delle torture, di cui le aveva parlato, proprio come speaker, la CIA ai tempi di Bush.

E questo è certo un grande successo dei repubblicani: sono riusciti a schiacciarla in un ruolo di complice passiva per il tradimento e le violazioni della Costituzione di cui sono stati responsabili… loro. Insomma – facendo ovviamente peccato – è pensar male ipotizzare che certe reticenze dei democratici dipendano anche da queste corresponsabilità, per passive che siano, per dettate che siano state dal solito patriottardismo malinteso per patriottismo.

La questione vera, insomma,  non è se Pelosi sapeva (sì, sapeva). Ma se, adesso, c’è il coraggio di attaccare e condannare Bush e i suoi per aver violato la Costituzione e le leggi autorizzando e ordinando di torturare con sistematicità i prigionieri degli Stati Uniti d’America.

O se ancora vale la regola per cui, ad esempio, Hillary Clinton votava sì sapendo di sbagliare e autorizzando quasi all’unanimità col suo appecoronamento al Senato la guerra di Bush, o Colin Powell che non si dimetteva da segretario di Stato per non obbedire al burattinaio andando all’ONU a sbandierare panzane sulle armi chimiche di Saddam Hussein. Se, insomma, ci si può permettere almeno nell’America di oggi, in un clima di isteria che non è più almeno quello di allora, di essere politicamente ed intellettualmente onesti e coerenti.

E poi c’è la questione delle questioni: se anche l’America di Obama, come quella di Bush, si deve e si vuole mangiare l’anima – ciò che proclama dal 1776 costituente di sé: certi princìpi della propria Costituzione – per adattarsi a questo mondo moderno. Perché il presidente sta, nei fatti, proponendo al paese la “detenzione prolungata”, senza di fatto limiti e senza processo, senza habeas corpus – cioè, senza il diritto di comparire di fronte a un giudice, di confrontarsi coi testimoni, di controllare le prove, di dire la propria in pubblico – per coloro che il governo sospetta di terrorismo.

Ecco qui – cominciano a rilevare anche i “tifosi” più convinti di Obama – “dovremo guardarci un po’ tutti nello specchio” per capire che società stiamo diventando. Perché adesso non possiamo più affibbiare la colpa solo a Bush… Lui metteva tra parentesi, ipocritamente, il problema rinchiudendo questi sospetti fuori del territorio americano, in una base militare in base a un classico “trattato ineguale”, cioè imposto, del 1903 e definita come territorio cubano ma ceduto in perpetuo uti dominus agli USA, a Guantánamo— la differenza con Obama sarebbe, dunque, che adesso se lo porterebbero in casa, un carcere come Guantánamo, e che forse non tortureranno più anche se non condanneranno i torturatori[122]

Guantánamo in casa significa, s’è visto, sfidare i repubblicani ma anche moltissimi democratici del Congresso che ne vanno facendo una specie di questione di sicurezza delle comunità locali: ovviamente ridicolo, visto che dai carceri di massima sicurezza in America non è mai scappato nessuno, mettendo del tutto così tra parentesi invece l’impostazione che alla questione aveva dato Obama, che quel carcere va chiuso una volta per sempre perché è una “vergogna” nazionale per gli Stati Uniti d’America. Punto che si indebolisce, naturalmente, appena aggiunge che quei carcerati possono non essere, però, comunque mai portati in giudizio ma continuare ad essere trattenuti in quanto “sospetti”[123]

Adesso si sta aprendo un altro capitolo contenzioso: Obama chiede agli alleati in Europa – tedeschi, francesi, inglesi, italiani, rumeni, ecc, ecc. – di mandare da loro qualche decina dei più o meno 250 “sospetti terroristi” che deve far uscire da Guantánamo e non vorrebbe piazzare tutti in America… Secondo chi scrive, però, siccome le prove, gli indizi, gli stessi sospetti la CIA se li vuole tenere consegnandoci solo i prigionieri e non i loro dossier,  la cosa andrebbe per lo meno ben ponderata.

Ce li dovremmo prendere in carico sulla parola e neanche quella della giustizia americana ma solo del governo americano, di decisioni prese a suo tempo da quell’altra Amministrazione e che questa si è solo limitata a confermare? per tenerceli anche noi in eterno dietro le sbarre e senza processo, visto che i processi pubblici l’America ha deciso che, per ragioni di sicurezza nazionale, non si possono fare?

Meglio se lo decidiamo insieme, come europei, dice sensatamente Frattini (anche se non abbiamo norme giuridiche propriamente europee per deciderlo…) che aggiunge subito – con tipica carenza di buon senso, però – che dovremmo comunque dire di sì…

Il rischio, per l’America ma anche per noi, è che con la presunzione d’innocenza, con l’accettazione che il fine – definito come buono da chiunque detiene il potere – giustifica i mezzi, anche nei nostri paesi venga la tentazione di buttare via la chiave dopo aver sbattuto un sospetto in galera per sempre. Ma, allora, in America tanto varrebbe buttare via anche e proprio la Costituzione, no? E dappertutto ogni fregola di civiltà giuridica.

Sulla questione degli antimissili americani in Polonia e dei missili russi che, se quelli fossero installati verrebbero puntati contro di essi, che sta sempre e appena sotto l’orizzonte del rapporto USA-Europa-Russia, la novità viene dai tecnici.

In effetti, secondo un rapporto speciale prodotto e reso pubblico ora da un qualificato e influente gruppo di studio indipendente formato di scienziati e tecnici americani e russi e con sedi a Washington, Mosca e Bruxelles, l’Istituto Est-Ovest, lo scudo spaziale progettato dagli americani per essere installato su antimissili dislocati in Polonia, ai confini della Russia, e controllato da radar piazzati nella Repubblica ceca, al fine dichiarato di proteggere l’Europa stessa da un attacco di missili iraniani non lo potrebbe fare: “sarebbe inefficace[124].

Lo studio firmato da dodici esperti e sottoscritto dal board politico-diplomatico dell’EW Institute, sintetico ma dettagliato e durato un anno, esamina in dettaglio tutte le informazioni note, sia pubblicamente che accessibili solo ai servizi americani, russi e della AIEA – rese loro disponibili – sullo stato reale delle armi nucleari (che non ci sono) e dei missili (che ci sono, ma risultano assai “grezzi”) dell’Iran e conclude che ci vorrebbero ancora cinque anni almeno perché Teheran possa fabbricarsi – e solo se tutto va bene, senza alcun’anomalia tecnica e alcun intoppo politico: cosa impossibile, dicono – una testata nucleare e un missile a lungo raggio per trasportarla.

Inoltre, ed è il culmine della conclusione, lo scudo antimissilistico proposto dagli Stati Uniti “non potrebbe mai intercettare quel missile”: semplicemente perché, come è noto agli esperti da sempre[125], i missili intercettori potrebbero sempre essere sopraffatti da testate fasulle ma, per i radar, uguali a quelle vere e da altre “semplici contromisure”…

Il giorno dopo, in coincidenza non casuale sicuramente con la pubblicazione del rapporto dell’EW I, si aprono – nel merito – i negoziati fra USA e Russia sulla riduzione degli armamenti nucleari strategici[126]. Si tratta, come hanno concordato al G-20 di Londra Obama e Medvedev, di rimpiazzare il trattato START I che cessa di restare in vigore a fine anno e di procedere nella riduzione bilanciata dei rispettivi arsenali.

Ma serve anche, e soprattutto (la capacità di overkill, di distruggersi a vicenda per molte volte di seguito resta, infatti, intatta), a dare credibilità agli appelli che il Trattato di non proliferazione fa a paesi terzi. I colloqui sono condotti da Anatoly Antonov, il capo del dipartimento sicurezza e disarmo del ministero degli Esteri russo e dalla sottosegretaria di Stato, Rose Gottemöller. Gli USA stanno tentando di circoscrivere la portata dell’accordo solo alle testate nucleari, i russi insistono per limitare anche il numero dei sistemi di lancio e/o di “consegna a destino”.

Tra parentesi, sul tema e per parte sua, la Cina si dice disposta a “percorrere anch’essa questa strada”. Se, però, vede che USA e Russia cominciano loro… Lo ha detto Gareth Evans, co-presidente della Commissione internazionale per la non-proliferazione internazionale e il disarmo (un’istituzione bilaterale lanciata da meno di un anno da Giappone ed Australia). Spiega, dopo un incontro della Commissione a Pechino, che la Cina è riluttante “a questo stadio della questione a spingersi molto più avanti”: dopo tutto, la Federazione degli scienziati americani stima, con la massima autorevolezza in materia, che la Cina ha 240 testate nei suoi arsenali nucleari, contro le 9.400 americane e le 13.000 della Russia[127].

Per tornare, e chiudere qui sull’argomento dei rapporti russo-americani, la verità è che per ripartire davvero, come è nelle intenzioni dichiarate dell’Amministrazione Obama e del Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, “l’offerta di risettare il rapporto” non basta, come ha ben detto un già alto esponente del Dipartimento di Stato e del Pentagono[128].

Altro che risettare…Bisognerebbe proprio cambiare sistema operativo. In effetti, un risettaggio cerca di ripristinare una relazione, una situazione previa. E quel che con questo intendono gli esponenti oggi tornati al potere della precedente Amministrazione Clinton vuol dire tornare agli anni di Eltsin. Ma non funzionerà, perché Mosca considera quello un periodo emblematico della debolezza russa e del suo sfruttamento da parte dell’occidente e, in particolare, proprio da parte degli Stati Uniti”. Non a torto, storicamente.

“Il fatto è che “Washington considerava la Russia perdente e la trattava come tale. Scordava però che la Russia non sarebbe rimasta debole per sempre e che aveva buona memoriaL’attuale dirigenza russa porta una parte assai larga della colpa per i rapporti avvelenati tra i nostri due paesi. Ma è necessario che Washington adotti nuove regole di ingaggio per non ripetere gli errori degli scorsi sedici anni:

   1. dobbiamo minimizzare le sfide deliberatamente lanciate contro gli interessi russi e dobbiamo sapere che nulla sarà concesso gratis [da loro a noi, come da noi a loro]. Se noi spingiamo avanti la NATO, loro restituiranno la spinta. Quando abbiamo sponsorizzato l’indipendenza del Kossovo, Mosca ha dichiarato che avrebbe fatto lo stesso per l’Abkazia e per l’Ossezia del Sud; la reciprocità è cosa reale.

   2. dobbiamo accettare il fallimento in Russia dell’agenda neo-liberale. L’idea americana di quel che la Russia dovrebbe diventare non è benvenuta tra i russi. Ma è il loro paese, non il nostro.

   3. dobbiamo capire di non poterci aspettare molto in aree dove i russi hanno poca influenza reale, come in Corea del Nord, in Medio oriente e, anche, in Iran.

   4. dobbiamo stabilire un quadro di cooperazione sostanziale sull’Afganistan e sul controllo degli armamenti: temi tutti carichi di grosse difficoltà”.

Ci sembrano considerazioni di buon senso, anzitutto.

L’altro macigno che sta bloccando sulla strada di Obama ogni progresso in politica internazionale, per il rifiuto israeliano a dar seguito agli accordi cosiddetti di pace, è il nodo effettivamente inestricabile tra Israele e Palestina. Ora, però, si susseguono importanti novità, una dopo l’altra, subito dopo l’elezione del falco Netanyahu a primo ministro di Israele.

Per la prima volta in quella sede, un altissimo esponente dell’Amministrazione, il vicepresidente Joe Biden – le cui credenziali filoisraeliane sono cristalline e al di sopra di ogni sospetto – mentre Obama lo diceva direttamente alla Casa Bianca al presidente Shimon Peres, è andato a dire alla maggiore lobby (si autodefinisce così) ebraica del paese e del mondo, l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) da sempre vicina ai falchi più falchi di Israele e al governo Netanyahu, quello che vuole e quello che chiede oggi l’America.

Tra mille assicurazioni e blandizie, Biden ha scandito che ormai Israele si deve rassegnare: “deve lavorare per la soluzione dei due Stati. Non vi piacerà che io ve lo dica [e che attraverso di voi lo dica a Tel Aviv] ma bisogna smetterla di costruire altri insediamenti ebraici, smantellare gli avamposti esistenti, consentire ai palestinesi la libertà di movimento… e la possibilità di accedere ad opportunità di sviluppo economico[129]. E’ una posizione effettivamente vicina a quella che avanza nei confronti di Israele l’ANP e, sotto sotto, ormai rassegnato anche Hamas, per riprendere davvero una trattativa di pace: accettare i due Stati.

E subito è partita la controffensiva dell’AIPAC che “ha  inviato centinaia di suoi lobbisti a far pressione sui parlamentari americani perché sottoscrivessero una lettera indirizzata a Obama che, scritta da due leaders del Congresso, gli chiede, invece, di lasciare che sia Israele a fissare i tempi del negoziato[130] coi palestinesi, affermando che gli USA devono essere insieme “un affidabile mediatore e un devoto amico di Israele”: e solo di Israele, si capisce; cioè l’impossibile.

In realtà, non solo i tempi devono essere quelli di Israele ma anche le scelte. Lasciamo fare come sempre al manovratore israeliano, insomma: rovesciando l’ordine dei fattori. Esattamente il contrario di quel che vuol fare Obama. Secondo voi, chi lo vince questo braccio di ferro?

Intanto, in preparazione alla visita ormai prossima del primo ministro israeliano alla Casa Bianca, il presidente Obama aveva mandato in avanscoperta il capo della CIA, Leon Panetta, ad avvertirlo che “Israele non dovrà sorprendere Washington lanciando un’operazione militare contro l’Iran[131].

Non sembra che il colloquio, però, sia andato come qualcuno in America, forse, considerava scontato. Netanyahu, infatti, avrebbe risposto a tono a Panetta, segnando così anche il tono del suo prossimo incontro con Obama: Israele si guarderà bene dal provocare qualsiasi sorpresa agli amici americani; ma non ha promesso di non attaccare l’Iran.

Ha promesso solo, come dice il titolo di Haa’retz – ed è un messaggio, se passa così, anche estremamente pericoloso – che, se lo farà, informerà previamente gli americani. Se è così, l’unico modo che resta a Washington di disinnescare più che i sospetti le percezioni concrete degli iraniani sarebbe di dire alto e forte che loro, in ogni caso, non ne vogliono sapere. Ma lo faranno?

E, alla fine, nell’incontro diretto tra i nuovi leaders di Stati Uniti e Israele, il 18 maggio, alla Casa Bianca così ha continuato a trascinarsi l’equivoco. Eppure, sono state due ore piene, nessun altro presente e senza interpreti: Netanyahu s’è laureato al MIT di Boston ed è stato per quattro anni, dall’82 all’84, Ambasciatore di Israele all’ONU, a New York. Dunque, l’equivoco è continuato perché, in qualche modo, da una parte come dall’altra si è accettato di continuare a ciurlare nel manico:

• Obama, infatti, non ha detto proprio quel che sarebbe stato più utile e quello che più temeva  Bibi— che se aggredisce l’Iran, Israele resta sicuramente sola… Ha detto che fino a fine anno sicuramente lui aspetta e poi che bisognerà rivedere la situazione, senza agire mai in fretta; che se sarà allora necessario potrebbe anche aumentare le sanzioni; che non rinuncia a nessuna opzione: Netanyahu, su questo punto, dice di aver capito – anche se la Casa Bianca specifica che la sua è una forzatura – che il presidente non rinuncerà ad attaccare l’Iran, se lo considererà necessario… insomma proprio come Bush.

   Dunque, l’equivoco resta e forse aumenta se è vera la lettura che del risultato finale dell’incontro danno alcuni osservatori attenti: “Obama ha sbattuto per primo le palpebre. Ha ceduto alla pressione israeliana per una specie di scadenza ai colloqui con l’Iran parlando di ‘rivalutazione’ che diventerà possibile a fine anno (Israele premeva per ottobre). Ha parlato della possibilità di ‘sanzioni internazionali molto più forti’ contro l’Iran, minando così l’apertura che aveva fatto verso Teheran quando aveva riconosciuto e detto una verità di fondo: che ‘non possiamo far avanzare questo processo con le minacce’.

   E ha lasciato che Netanyhau lo complimentasse [senza sbugiardarlo: perché nel colloquio non aveva detto niente del genere] per aver ‘lasciato tutte le opzioni sul tavolo’— che è la formula standard [usata da sempre,. qui e a Tel Aviv, dai falchi] per un possibile attacco armato americano contro l’Iran[132]

• Netanyahu, d’altra parte, specifica poi al Jerusalem Post il suo consigliere per la sicurezza, Uzi Arad, ha anche detto “ai massimi responsabili americani” che Israele ha sicuramente “il diritto di condurre qualsiasi operazione contro qualsiasi installazione nucleare iraniana senza preavvisarne gli Stati Uniti, riservandosi con l’Iran ogni sovranità operativa”. Come, in fondo, era inevitabile che fosse e dicesse. Se solo gli Stati Uniti, come l’Iran che non ne ha mai dubitato, sapessero prenderne atto senza farsi illusioni, forse sarebbe meglio per tutti[133].

• E poi, e forse anzitutto, Netanyahu rifiuta di dire quello che Obama si aspettava da lui— che accetta l’idea di uno Stato indipendente per la Palestina accanto a Israele… Solo che vuole vivere in pace coi palestinesi, fianco a fianco (come gli Afrikaaners e i Bantu, per capirci) riconoscendo loro “autonomia” di governo, ma nelle condizioni che detta lui, senza indipendenza, senza alcun vero ritiro dai territori occupati, e senza “il controllo di mezzi e poteri che potrebbero mettere in pericolo Israele”: cioè, sempre sotto il controllo di Israele; e l’equivoco resta, anche qui… anche se qui almeno il no a uno Stato palestinese indipendente, ai “due popoli due Stati” è chiarissimo[134].

   Come qui è chiaro, da parte di Obama, che invece la soluzione è questa, con la fine dell’assedio a Gaza non fosse altro perché è, ovviamente, del tutto controproducente rispetto a ogni possibilità di pace e l’interruzione contestuale dell’estensione del territorio illegalmente occupato da Israele.

Tornato a casa, dopo qualche giorno Netanyahu chiarisce e conferma che il suo governo continuerà a giocare con le parole, a fregarsene delle speranze di pace e del presidente americano, visto che alla fine poi glielo consente: al gabinetto annuncia che Israele non costruirà altre “colonie” ma, aggiunge che si riserva il diritto di “espandere quelle già esistenti”: cioè, di continuare ad estendere il territorio che non solo occupa militarmente ma di cui si appropria direttamente: insomma, continuerà a ciurlare nel manico[135].

Non c’è più grande tempo e grande spazio, però, per l’equivoco. Nel corso di tutti i suoi incontri a Washington e del viaggio di andata e ritorno, il premier israeliano ha tentato senza cessa di spostare l’accento dal problema palestinese, in sé oltre che dal tema del quale vuole ignorare tutto dei “due popoli-due Stati”; e di spostare, invece, costantemente l’accento sulla minaccia del programma nucleare iraniano. Obama ha pubblicamente dissentito[136] sul peso relativo dei due problemi: è convinto e ha detto che disinnescare il nodo del rapporto Israele-Palestina servirebbe anche a disinnescare l’ “estremismo” iraniano e islamico più in generale.

E, a fine mese, incontrando alla Casa Bianca Mahmud Abbas (Abu Mazen), presidente della Autorità nazionale palestinese, Obama è tornato più nettamente sul tema: mi aspetto presto, ha dichiarato, una risposta positiva dal primo ministro di Israele – certo, sarebbe stato meglio che lo avesse detto subito dopo che Netanyahu se ne era andato quasi gongolando via dalla sua visita alla Casa Bianca, qualche settimana prima… – e, stavolta, chi ha spinto sulla richiesta è stata Hillary Clinton, segretaria di Stato degli Stati Uniti: il presidente Obama – ha scandito  seccamente – “vuole vedere l’alt immediato agli insediamenti— non ad alcuni insediamenti, non agli avamposti, non con eccezioni di cosiddetta espansione naturale”.

Anche la lettura che, di questi passaggi, danno a caldo protagonisti ed osservatori esperti è speculare:

• “preoccupatissimi della linea dura dell’Amministrazione”, a Tel Aviv— tra qualche giorno arriva a Washington con la riposta e i chiarimenti “necessari” Ehud Barak, ex primo ministro laburista e attuale ministro della Difesa;

• soddisfatti ma cauti a Ramallah— osserva Ali Abunimah che “analizza il conflitto israelo-palestinese per il sito web ElectronicIntifada”: in ogni caso “l’onere della prova è su di loro, ma questo è il linguaggio più chiaro che abbiamo sentito da anni. Se solo a questo si limita però – una dichiarazione forte – non è sufficiente”.

• “quello della Casa Bianca è un approccio imposto dalla convinzione che un primo ministro israeliano ha bisogno di un presidente americano duro per giustificare di fronte all’opinione pubblica israeliana decisioni dure”— annota il prof. Martin Indyk, già ambasciatore USA a Tel Aviv e direttore del Centro Saban per le politiche mediorientali della assolutamente centrista e moderata Brookings Institution: “nella comunità ebraico-americana e in Israele la gente è stanca dell’attivismo degli insediamenti. Ormai è cambiato proprio tutto lo spirito, lo Zeitgeist, della cosa[137].

   E’ un’interpretazione che in Israele non condividono, però, i molti – non solo palestinesi e arabi israeliani ma anche tantissimi ebrei israeliani: che poi magari per Netanyahu, e in assenza di un’alternativa vera, seria, diciamo così di sinistra  hanno votato… – che proprio non ne possono più e la pace la vogliono, basata sull’unico scambio realistico, forse, con i territori occupati e da evacuare.

In conclusione, e ancora una volta, a noi sembra che l’articolo sopra citato[138] abbia sintetizzato al meglio quel che Obama, trovando la lucidità forse più che il coraggio, dovrebbe fare su questi due temi (Iran e Israele/Palestina) e che qui di seguito riassumiamo:

• “la prima cosa è che, se Obama consente all’agenda israeliana sull’Iran di diventare quella degli Stati Uniti, blocca ogni sua capacità di intervento… [Il fatto è che] la bellicosità di Netanyahu è tanto implacabile quanto la sua volontà di distrarre l’attenzione dal problema della Palestina cui non deve essere consentito di diventare attuale …;

il secondo imperativo è che bisogna mettere a nudo il gioco delle sanzioni per la farsa vuota che è. Il fatto è che non ci saranno mai ‘sanzioni azzoppanti’ – per usare la frase di Hillary Clinton – perche la Cina, la Russia [e l’Europa, e tutto il resto del mondo: oltre all’America, si capisce] hanno i loro interessi in Iran…

solo un vero e proprio blocco navale americano avrebbe un impatto reale— ma un blocco navale costituisce [già di per sé] un atto di guerra. Rendere le sanzioni più rigorose equivale al ritorno alle politiche sterili degli anni di Bush. Non sarebbero più efficaci di quanto lo sono quelle verso la Corea del Nord [anzi… perché l’Iran non è certo un paese alla fame].

   La terza necessità, allora, sarebbe che Obama si spostasse da quella che di recente Nader Mousavizadeh, dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, ha chiamato l’attuale ‘mistura di innovazione retorica e di prosecuzione delle politiche” a una nuova concezione della politica verso l’Iran, liberata dagli stereotipi ridondanti della carota e del bastone”.

In Iraq, aprile ha visto la “violenza”, come la chiamano gli americani, anzitutto quella insorgente ma anche quella delle truppe governative e di quelle di occupazione fare 355 morti tra gli iracheni (18 tra gli americani: il massimo in entrambi i casi da sette mesi[139], secondo un rapporto congiunto e integrato dei ministeri della Difesa, degli Interni e della Sanità). Gli insorti, dicono gli americani, puntano ad aizzare gli scontri tra sciiti e sunniti a due mesi dal ritiro annunciato (ma ormai con eccezioni scontate: intorno a Mosul, nella stessa Bagdad…).

Alla base del nuovo sviluppo c’è, da una parte, una serie di impegni verso i sunniti che il governo sciita non ha onorato come aveva promesso e, dall’altra, l’amalgama che non è mai davvero riuscito tra le varie etnie dentro la compagine governativa dominata dalla componente sciita[140].

E, a sentire il vice primo ministro (curdo) iracheno Barham Salih, gli insorti ci stanno riuscendo e il ritiro americano, sottoposto ai troppi caveat dei militari e dei politici (di Obama stesso, ormai) che finiscono con accettarli, si sta complicando. Salih, a Londra, parlando all’ennesima conferenza che voleva promuovere gli investimenti stranieri in Iraq ha provocato una reazione, da quel punto di vista totalmente controproducente, dicendo crudamente la verità.

L’Iraq, ormai, non ha scelta: o scioglie, in qualche modo comunque risolve, i nodi critici fondamentali che ancora lo paralizzano – quelli da sempre aperti di un’equa spartizione dei poteri, delle ricchezze (si sta per riaprire il fronte, mai chiuso in realtà, della ripartizione delle risorse petrolifere su base federalista e/o nazionale[141]), di una Costituzione che finalmente diventi condivisa sul serio e, soprattutto, da tutti interpretata uniformemente e della riconciliazione come nazione unitaria e non come accozzaglia di etnie e di tensioni ideologico-religiose – sciiti, sunniti, iracheni più o meno “laici”, ecc. – oppure ogni progresso fatto finora con la forza delle armi, irachene ed americane, andrà perso a vantaggio delle forze estremiste, “nel caos generale[142].

Anche l’Iran, come la Turchia diverse volte in passato e ancora di recente (proprio a fine maggio, coi cacciabombardieri[143]), ha attaccato adesso il territorio curdo iracheno. Non è la prima volta in assoluto, ma finora queste incursioni erano state per lo più sottaciute dalle parti per ragioni politiche.

Ora, il fatto stesso che gli iraniani le proclamino, e le reclamino, attesta anzitutto il riavvicinamento in atto tra Teheran e Ankara e lo scollamento in fieri tra iracheni curdi e iracheni sciiti, alleati degli iraniani— i veri vincitori della guerra in Iraq cui gli americani hanno fatto fuori il nemico ancestrale, Saddam, mettendo al suo posto proprio gli sciiti. Così un gruppo di miliziani del PKK è stato bombardato[144] in prossimità di un villaggio, nel distretto di Panjwan, per la prima volta con elicotteri da attacco.

In queste condizioni, che avevano per mesi dipinto diversamente il quadro dopo il “successo”, ricordate?, della famosa “impennata” comincia l’offensiva dei militari per costringere il presidente a rimangiarsi le promesse di ritiro dall’Iraq, facendone quasi un tutt’uno con l’Afganistan, sulla base del fatto, invece, che – guarda un po’… – sul campo le cose bene non vanno per niente.

Così, il capo di stato maggiore dell’esercito, gen. George Casey, non il più alto esponente della gerarchia militare ma quasi, spiegando che il mondo resta pericoloso e che per questo “il Pentagono deve pianificare operazioni estese di combattimento e di stabilizzazione sia in Iraq che in Afganistan che potrebbero comportare una presenza permanente di almeno 50.000 soldati per oltre un decennio[145] (oggi ce ne sono 139.000 in Iraq e 52.000 in Afganistan).

Non molla di un centimetro, l’Iran, nel difendere quelli che considera – non a torto: perché identici a quelli di ogni altro paese sovrano – i propri diritti. Il ministro degli Esteri giapponese, Hirofumi Nakasone, in visita a Teheran il 2 maggio, nel corso della conferenza stampa congiunta con l’omologo Manoucher Mottaki, aveva pensato bene di manifestare la propria preoccupazione auspicando “passi positivi” per risolvere col negoziato, il contenzioso sul programma nucleare iraniano.

Ma è restato piuttosto basito dall’esperienza, condotta in punta di formalità diplomatica tutt’affatto squisita ma portata fino in fondo e senza compromessi (e lo confessa all’agenzia Kyodo: “non me l’aspettavo”, sbagliando naturalmente a non farlo…) dal ministro iraniano che lo ha proprio zittito: visto che il nostro programma nucleare somiglia come una goccia d’acqua a quello giapponese, e visto che nessun paese al mondo si sogna di poter chiedere analoghi “passi positivi” al Giappone, chiedendogli di sospendere i suoi lavori sul nucleare, perché chiedete a noi di desistere e non a chi dei nostri programmi, e solo dei nostri programmi, si impiccia[146]?

Il nodo della questione sembra essere sintetizzato davvero al meglio in un servizio di due tecnici, ex analisti del Consiglio nazionale di sicurezza[147] americano: due insomma che sono ben addentro alle segrete cose e che, come dire?, adesso si sfogano. Scrivono che “la strategia di Obama per l’Iran, probabilmente, è già fallita. Il percorso che segue la Casa Bianca non fermerà lo sviluppo del programma di Teheran per lo sviluppo del proprio combustibile atomico— o, come ha sottolineato il test condotto a buon fine la settimana scorsa di un missile di medio raggio a combustibile solido, altre dimensioni delle capacità militari iraniane.

   Né, quella strategia, è in grado di fornire un’alternativa alla continuazione dell’antagonismo tra Stati Uniti e Iran— una condotta che per un trentennio s’è dimostrata sempre più dannosa per gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente… Il punto è che Obama, sfortunatamente, sta retrocedendo dai passi audaci indispensabili per un riavvicinamento a Teheran del tipo di quello che Nixon impostò con la Cina di Mao…

   L’Amministrazione Obama in concreto non ha fatto nulla per cancellare o ripudiare un programma palesemente ‘coperto’, segreto, ma ben pubblicizzato, iniziato durante il secondo mandato di George W. Bush, che ha speso e spende centinaia di milioni di dollari per destabilizzare la Repubblica islamica. In una simile situazione, il governo iraniano – e a prescindere da chi vince ora le elezioni del 12 giugno – continuerò a nutrire tutti i suoi sospetti”…

Poi Obama ha fatto una serie di scelte che Teheran non ha potuto che vedere con preoccupazione: quella della Clinton, anzitutto, che in generale in politica estera e, sulla politica mediorientale in specie, e specialissimamente verso l’Iran è “molto più a destra di Obama”; e che, come proprio plenipotenziario per trattare il dossier ha scelto uno come Dennis Ross “fautore da sempre di quella che chiama una politica impegnata, ma di forte pressione nei confronti di Teheran.

   Per mettere a punto la nostra strategia verso l’Iran, il presidente dovrebbe assumere l’impegno di non usare la forza per cambiare i confini o la forma di governo della Repubblica islamica. Dovrebbe anche accettare che l’Iran continui ad arricchire il suo uranio e che l’unica soluzione potenziale, realistica, della questione nucleare è quella che lascerebbe in effetti l’Iran nella posizione in cui oggi come oggi è il Giappone— un paese che si è dotato di un programma di ciclo-combustibile sempre più sofisticato e attentamente salvaguardato per gestire i rischi della proliferazione.

   E il presidente dovrebbe anche accettare che continueranno i rapporti dell’Iran con Hamas e Hezbollah e dovrebbe lavorare con Teheran per integrare questi gruppi in soluzioni di pace durevoli nei conflitti che costituiscono il nocciolo del problema mediorientale.

   Non fu facile per il presidente Richard Nixon scartare un quarto di secolo di fallimenti strategici verso la Repubblica popolare cinese e riorientare l’America nei confronti di Pechino in un modo che poi ha servito estremamente bene gli interessi americani per più di trent’anni. Ci volle visione strategica, durezza politica e determinazione personale. Speriamo proprio che il presidente Obama – contrariamente a quel che ha fatto finora – cominci presto a mostrare questo tipo di qualità, necessarie per forgiare un nuovo approccio verso l’Iran”.

Fredda anche, in Iran, l’accoglienza riservata al pur evidentemente “benevolo” tentativo di Mohamed el-Baradei, l’egiziano che per l’ONU dirige l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, di avanzare una nuova offerta. Sempre nella logica, però, per Teheran inaccettabile, che gli chiede di rinunciare con l’installazione di altre centrifughe al suo diritto di dotarsi di impianti energetici nucleari indipendenti: rinunciando, dunque, a quello che il Trattato di non proliferazione nucleare, e con esso el-Baradei che presiede alla sua applicazione e perfino, ma solo su piano teorico teoricamente, gli Stati Uniti d’America, gli riconoscono come un diritto…

In cambio, perché si tratterebbe di “congelamenti paralleli” – da parte dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania (il G-5 + 1: a che titolo la Germania non s’è mai ben capito – della rinuncia ad “altre”, nuove, sanzioni contro l’Iran. Congelamento di un diritto, insomma, di qua, e congelamento di “altre” punizioni— e neanche la cancellazione di quelle già inflitte, di là… Pare assolutamente impossibile, francamente, che l’Iran possa accettare lo scambio.

El-Baradei, che è uno specialista serio (è uno che, al massimo di come poteva un alto funzionario internazionale dell’ONU, esattamente come prima di lui aveva fatto l’altro capo degli ispettori dell’ONU, Hans Blix, s’è opposto sempre alle fantasie criminali di Bush sull’Iraq e alle menzogne inventate per vendere quell’invasione), ha subito precisato che sarebbe “pura pazzia attaccare militarmente l’Iran” anche – anche… – perché sarebbe la maniera più certa per spingere gli iraniani a “cominciare a fabbricarsi davvero la bomba” col “sostegno, a quel punto sì, dell’intero mondo islamico[148]: tutto, il mondo arabo tutto, sciiti e sunniti, dice l’egiziano Mohamed el-Baradei, uno che lo conosce bene, il mondo arabo e il mondo islamico.

El-Baradei, a ogni buon conto, raccomanda caldamente all’Iran di “negoziare con l’occidente e di afferrare la mano che Obama gli sta offrendo”. Cosa di certo utile perché tutti, da Ahmadinejad a Barak Obama, hanno i loro condizionamenti. Ora Teheran ha annunciato che sta completando il pacchetto delle nuove proposte che trasmetterà al G-5+1, il gruppo di contatto preposto al negoziato dal Consiglio di sicurezza. Dovrebbe “includere informazioni aggiornate – dice – sulle soluzioni fondamentali dei problemi della regione[149].

In ogni caso, Ahmadinejad specifica che l’Iran non riaprirà alcun negoziato, neanche alcun colloquio, sul suo nucleare col G5+1, coi cinque membri permanenti delle Nazioni Unite e la Germania (il sestetto). Pronto invece a discuterne da domani mattina, magari, con l’AIEA, l’Agenzia apposita che per le Nazioni Unite – dice: e dice il vero – è “appropriatamente preposta” a trattare della materia coi paesi sottoscrittori del Trattato di non proliferazione nucleare[150].   

Nell’approccio alle presidenziali che qui in Iran si tengono all’inizio di giugno, è sembrato all’improvviso inserirsi Arlecchino, con tutto il risvolto a sorpresa della commedia dell’arte italiana e nelle vesti, stavolta, del ministro Franco Frattini. Aveva già rimandato una volta, più o meno un mese fa, la missione in Iran che aveva spiegato mirava a convertire Ahmadinejad ad una razionalità di tipo nostrano (un po’ alla el-Baradei, anche se con assai minore credibilità: insomma, “vi conviene…”), quando la sua dichiarazione era stata accolta a Teheran coi toni secchi, formalmente corretti, del non récévoir.

E, adesso, la rinvia per la seconda volta, annunciano a Teheran. Perché, spiegano alla Farnesina, era stata “condizionata alla richiesta di pianificare l’incontro protocollare col presidente iraniano in una città diversa dalla capitale, a Semnan”. Ragione, detta così, misteriosa: come se da noi cancellassero un incontro ufficiale, ufficialmente richiesto e accordato, perché lo spostano, diciamo a Firenze.

A latere e a voce, ufficiosamente, poi a Teheran e a Roma spiegano che la visita sarebbe avvenuta lontano da Teheran per il calendario elettorale del presidente Ahmadinejad, ma ripresa dalle televisioni iraniane e sicuramente sfruttata per la campagna elettorale. Se è così, però, agli Esteri dovrebbero licenziare tutti in massa: perché come è possibile che nessuno si fosse accorto tra i nostri diplomatici che la visita, già una volta rimandata, cadeva così proprio nel pieno della campagna elettorale[151].

Due segnali, pesanti, dei dubbi che anche la Guida suprema nutre verso Mahmoud Ahmadinejad, nella corsa ormai in dirittura d’arrivo delle elezioni presidenziali. Che alla fine contano, e molto, perché all’estero è il presidente, non l’ayatollah, a parlare per il paese – anche se mai contro la sua convinzione – perché il governo e la vita del giorno per giorno nel paese è il presidente che la regola e non l’ayatollah.

Il primo segnale viene che da più alto, qui, potrebbe solo il profeta…, cioè proprio dal leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei che, a inizio maggio, riprende pubblicamente il presidente e rovescia la sua decisione di rimuovere il capo dell’organismo statale che, sotto l’ayatollah stesso, egli presiede all’organizzazione dell’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, portandolo invece sotto la sua autorità[152]: “al presidente Ahmadinejad – informa la stampa iraniana citando Khamenei che non ha evidentemente gradito e richiama all’ordine il presidente  – è stato perentoriamente notificato che l’annessione dell’organizzazione per l’Hajj al comitato per il turismo nazionale non è per niente appropriata”.  

Il secondo segnale arriva, incalzante, subito il giorno dopo: ed è ben più politicamente pesante. Hassan Rowhani, rappresentante diretto di Khamenei nel Consiglio superiore di sicurezza nazionale, l’organismo di direzione e di controllo della Difesa e dei servizi di sicurezza, critica duramente Ahmadinejad in quella sede, e poi rende pubblica la critica[153], che tutti sanno non essere la sua ma riflettere dubbi di provenienza più alta, per la “cattiva gestione e gli sprechi” della ricchezza nazionale del paese. Rowhani aggiunge che le elezioni presidenziali saranno l’occasione per scegliere “tra coloro che vogliono difendere lo status quo” e coloro che, invece, vogliono che le cose in Iran migliorino…

Poi, però, e la cosa va letta in sequenza, e stavolta in persona, è lo stesso Khamenei a dare il suo sostegno aperto al presidente Mahmoud Ahmadinejad per le elezioni di giugno: “dovremmo eleggere – dice – i candidati che hanno il sostegno del popolo e che, vivendo in mezzo al popolo in maniera semplice e modesta… sentono il peso del dolore del popolo”. Studiato o reale, e secondo gli osservatori, è un fatto, Ahmadinejad tiene un tenore di vita modesto[154].

Non si tratterà, certo, dell’unico candidato di peso alle presidenziali del 12 giugno. C’è Mir-Hossein Mousavi, già primo ministro, in prima fila ed è sostenuto dall’ex presidente “moderato” Khatami. C’è, tra i “riformisti”, l’ex presidente della Camera, Mehdi Karroubi. E anche, nel campo “conservatore” ma critico degli “avventurismi” del presidente, l’ex capo dell’onnipotente corpo delle Guardie Rivoluzionarie, Mohsen Rezai…

Non sono neanche i soli, anche se è solo tra loro – almeno tra i presunti primi quattro non tra i primi due, sempre presunti, come da noi – che si svolgerà il dibattito televisivo in diretta nazionale dal 2 al 7 giugno. Però, adesso, devono fare i conti non solo con Ahmadinejad ma pure con Khamenei… che poi torna alla carica e, intervenendo a piedi uniti nel dibattito – che c’è ed è vivacissimo – sostiene alla televisione che sarebbe una “catastrofe” se l’Iran finisse con eleggere presidente qualcuno che “pensa di accattivarsi qualche potenza dell’occidente o di qualche arrogante  potenza internazionale” perché “queste cose non hanno alcun valore per il popolo dell’Iran[155].

E bisognerà pur domandarsi, qui da noi, allora, a questo punto, anche come e perché una maggioranza non irrilevante finirà per votare Ahmadinejad – e, alla fine, nelle urne di certo liberamente: proprio come noi, no? che, alla fine, votiamo liberamente in maggioranza per Berlusconi… – confermandolo tra quattro, cinque candidati alla presidenza. Uno che il ‘mondo’ – parliamo di Ahmadinejad, ovviamente – considera un esaltato e una pericolosa ‘canaglia’.

Intanto, la Corea del Nord sperimenta, oltre a ben sei missili a corto raggio, la sua seconda bomba atomica vera e propria, andando avanti per la sua strada e, fregandosene come ha dimostrato di poter fare e come, del resto hanno fatto tutte le potenze nucleari grosse o piccole che l’hanno preceduta, delle “condanne della comunità internazionale”: quelle del Consiglio di sicurezza in primo luogo.

Però… Però, dice un alto esponente non identificato del governo sud coreano e non smentisce, a domanda, il Dipartimento di Stato, Pyongyang ha preavvisato del suo test gli Stati Uniti[156] e lo stesso preavviso, con la data precisa ma non con l’orario dell’esplosione, viene fornito contemporaneamente al governo di Pechino che, debitamente, deplora che “la Corea del Nord non abbia tenuto conto dell’opinione della società internazionale nel condurre i suoi esperimenti nucleari”. Naturalmente, non una parola nella deplorazione del ministro degli Esteri cinese per le  esplosioni atomiche cinesi, quelle di Islamabad, di Nuova Delhi, di Mosca, ecc., ecc[157].  

Anche stavolta condanna regolarmente, e del tutto inutilmente, pervenuta (come quella che nel 2006 proibiva altri test nucleari nord-coreani con la risoluzione no. 1718 del CdS— del tutto sterile, come – peraltro e per dire – tutte le decine di risoluzioni con cui l’ONU per decenni ha condannato l’occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania). Condanna, del resto, ipocritamente firmata (come si fa a predicare agli altri di non farsi la bomba, avendone mese da parte e continuando a costruirsene a decine, centinaia e migliaia e rifiutando di rinunciarci?) anche e proprio da tutte le altre potenze nucleari: perché, si capisce, la bomba degli altri fa sempre ribrezzo e paura; ma la mia, si sa, per definizione, è virtuosa.

Si tratta, dice, rispetto alla precedente (ottobre 2006) di un’“esplosione controllata sotterranea più potente – verificata, in un primo tempo, dai sismografi sud-coreani e russi sui 4,5 e da quelli giapponesi sui 5,3 gradi della scala Richter; e, poi, nel range che va dai 10 ai 20 chilotoni di potenza esplosiva, che a suo tempo fu grosso modo quella della bomba di Hiroshima, che però, avvenne in superficie e a diverse migliaia di metri di altezza – che, in assenza di scosse di origine tellurica, conferma la natura sicuramente nucleare del test, del resto annunciato come tale dalla Repubblica democratica popolare di Corea[158].

Pyongyang da sempre, e specie da quando percepisce il peso delle minacce e anche delle sanzioni, peraltro abbastanza fatue, dell’ONU usa a sua volta come strumento di pressione i suoi esperimenti – fa leverage, dicono gli americani, fa leva su di essi cioè – specie alla vigilia di ogni nuovo round più o meno negoziale del quintetto (USA, Cina, Russia, Sud Corea, Giappone) che gli chiede di frenare e interrompere i suoi programmi.

In realtà “i tentativi dell’Amministrazione Clinton di convincere il Nord [Corea] a cancellare il suo programma di armamenti fornendogli in cambio petrolio e impianti di energia nucleare sono falliti. Proprio come sono falliti gli sforzi dell’Amministrazione Bush di spingere la Corea del Nord al collasso e poi di cercare di sequestrare i beni di tutti i suoi dirigenti[159]. Già, ecco…

Un anno fa, l’ultimo Bush sembrava (quasi) averlo capito ed essere anche riuscito a interrompere l’escalation, in cambio della fornitura di combustibili e della cancellazione delle sanzioni finanziarie che lui stesso aveva decretate. Poi, su spinta dei suoi falchi più falchi – il vicepresidente Cheney, il neo-cons ex ambasciatore Bolt, in particolare – si è messo a tergiversare: non cancellando, come aveva promesso, Pyongyang dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo e, quindi, non consentendo la cancellazione delle sanzioni e pretendendo di andare al di là di quanto era stato concordato con le sue “verifiche intrusive” e unilateralmente decise sul territorio coreano. Pyongyang non glielo ha permesso, però, chiamandogli il bluff, semplicemente col dirgli di no e buttato il tavolo all’aria.

E ora, di fatto e nei fatti, al crepuscolo della presidenza di Kim Jong-il – che è effettivamente molto malato: e potrebbe, dando soddisfazioni al suo esercito con la bomba, star manovrando per rafforzare le possibilità di una terza successione interfamiliare— da Kim Il-sung, suo padre, attraverso se stesso, al terzo figlio Kim Jong-un) la Corea del Nord va erodendo, con successo, la credibilità dell’impegno che, quanto mai precario come lo è con l’Iran, sul piano della legittimità internazionale, Russia, Cina e America, più Giappone e Corea del Sud, si sono assunti  di frenarne l’avanzata sul piano dell’armamento nucleare.

In effetti, sarebbe questo (la bomba) l’unico legato che Kim Jong-il lascerebbe al figlio. Dopo la lotta di liberazione del paese dall’occupazione giapponese e il tentativo di riunificarlo anche con la guerra del 1950-1953 finito con l’armistizio tra Pyongyang e l’ONU (gli Stati Uniti) solo questo sembra essere riuscito a dare al paese, al posto di uno sviluppo che è restato assai misero rispetto a quello dell’altra metà della Corea, a Sud del 38° parallelo. Questo e l’aver costretto a restare fermo l’onnipotente esercito americano…

Il fatto è che dentro l’enigma, mascherato di mistero e inviluppato nel segreto che è il regime della Corea del Nord, l’unica cosa certa per gli esperti più esperti  è che le sue (poche ma reali) bombe la Corea del Nord già se le è costruite e le ha messe da parte. Proprio come Pakistan, India, Israele, ecc..ecc.: con lo stesso loro diritto, con la stessa prepotente e sfottente attestazione della propria potenza. Hanno l’esplicito compito di fare da deterrente nei confronti di vicini – Giappone e Corea del Sud appunto – ma, soprattutto, delle basi e truppe americane ancora stanziate (per più di 50.000 unità) nel Sud della Corea che Pyongyang avverte, non del tutto irrazionalmente, come minaccia potenziale.

E’ la lezione che il regime nord-coreano ha imparato da Saddam Hussein, dopotutto: se le armi di distruzione di massa le avesse avute davvero, l’Iraq non sarebbe certo stato attaccato ed invaso… Questo può essere il messaggio, secondo noi il più probabile: con noi non ci potete provare… Messaggio a Obama, per capirci. Cui si può aggiungere, certo, una qualche lotta interna per la successione a Kim.

Adesso, Pyongyang alza ancora di una tacca la posta, annunciando attraverso il proprio ministero degli Esteri che considererà ogni e qualsiasi ulteriore sanzione da parte del Consiglio di sicurezza come un “atto di ostilità dichiarata che nullificherebbe l’accordo di armistizio della guerra di Corea[160]. E annuncia che “se la Corea del Sud procedesse, insieme alle forze navali americane, ad azioni di perquisizione in alto mare di battelli nord-coreani, cioè un atto di guerra proclamata, attaccherà a sua volta[161]. Una reazione, insomma. Che, però, suona come una minaccia.

D’altronde, bisognerà pure che prima o poi, a livello appropriato – oltre che come avviene senza grande effetto a livelli magari meno appropriati – qualcuno chieda finalmente conto agli Stati Uniti da dove derivino la presunzione di essere nel loro diritto – e nel diritto delle genti, il diritto internazionale – quando come, ad esempio, adesso con il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, affermano in una conferenza sulla sicurezza asiatica a Singapore che “non resteremo fermi mentre la Corea del Nord si costruisce la capacità di seminare distruzione su tutti gli obiettivi della regione e su di noi” e proclamano che “non accetteremo la Corea del Nord come Stato nucleare[162].

Ora, sia chiaro. ci sono pochi regimi al mondo aborriti e condannabili come quello di Kim Jong-il. Ma nessun paese del mondo ha il diritto di dire neanche a lui, perfino a lui, questo sì e questo no. Per dirglielo bisogna fargli guerra. Come bisognò fare guerra a Hitler. Ma non si può dirgli questo tu puoi farlo e quest’altro no perché così dico io. Perché la pace del mondo si fonda sul riconoscimento a tutti i paesi sovrani degli stessi diritti. Altrimenti, appunto, è la guerra. 

E’ un’affermazione bizzarra quanto poche altre quella di Gates. Perché, uno Stato, nucleare lo è o non lo è. E la Corea del Nord, ormai, sicuramente lo è. Non è che va accettata o non accettata (per questo l’affermazione è tanto bizzarra). E questo sempre a prescindere da ogni diritto: quello che a partire, almeno, dalla pace di Westfalia del 1648 riconosce a tutti gli Stati la stessa dignità, in quanto Stati sovrani e nei rapporti internazionali – al di là dei “buchi” che presenta sul piano del rispetto di quelli che adesso si chiamano i diritti umani.

Certo che, nel mondo di oggi, bisogna trovare strumenti efficaci per garantire anche i diritti dell’uomo. Ma finché non si trovano l’equilibrio di Westfalia costituisce l’unico freno alle guerre: di dominio, di conquista, di sfruttamento, di imposizione della volontà del più forte al più debole con la pretesa di farla diventare un diritto o con la pia ipocrisia dei diritti umani che vanno difesi mentre li si calpesta a proprio piacimento perché lo si può fare. Impunemente o quasi.

In Afganistan le cose stanno andando male. Bombardato a tappeto e poi invaso nel 2001, subito dopo l’attacco alle Torri gemelle, per liberarlo da al-Qaeda e dai talebani, talebani e al-Qaeda non solo stanno ancora lì ma spadroneggiano sempre di più in Afganistan. Il fatto è che sia gli USA che i loro alleati occupanti stanno conducendo un doppio gioco basato su “una strategia dell’inganno reciproco, secondo cui il Pakistan pretende di dare la caccia agli estremisti e gli americani fanno finta di credere che lo facciano[163].

Le cose stanno andando davvero male con il presidente Karzai che, incapace di assicurare un minimo di ordine e di tranquillità nel paese e pressato da un Obama sempre più scontento di lui e della vittoria che teme di intravvedere all’orizzonte per i talebani, si sta alleando per le presidenziali con la peggiore consorteria dei vecchi signori della guerra.

A cominciare da quello che si è scelto come vicepresidente, Mohammad Qasim Fahim, potente ex comandante di guerriglia tajiko e presente tra i primi nella lista dei terroristi “most wanted” dagli Stati Uniti d’America[164]. Del resto, in quella lista, e prima di lui, c’è proprio Golbuddin Hekmatyar, il primo dei warlords che conteranno in futuro nel governo di Hamid Karzai.

A un’organizzazione americana per i diritti dell’uomo – Human Rights Watch, allineata sulla concezione molto incompleta perché praticamente solo politica occidentalistica (libertà di opinione, di religione, di stampa, ecc.) che dei diritti umani ha il Dipartimento di Stato americano, dal quale “dipende”, del resto, in moltissimi sensi – che denunciava come il generale Fahim avesse il sangue di migliaia di afgani sulle mani, il presidente Karzai ha risposto sottolineando il ruolo di grande combattente che Fahim aveva avuto sotto l’occupazione sovietica…

Come Osama bin Laden, del resto, e moltissimi altri alleati che tra i signori della guerra Karzai si va facendo: lo stesso Gulbuddin Hekmatyar, ex primo ministro e poi alleato di Osama che, ora, pare disposto a staccarsi da al-Qaeda per mandare il suo partito (Hizb-e-Islami, islamico fondamentalista che più non si può) al governo, anche andandosene lui per tre anni in esilio dorato in Arabia saudita; e, poi, Rashid Dostum che ha anche lui cambiato alleati molte volte, distinguendosi sempre però per l’estrema brutalità delle sue truppe; e Faryadi Zardad, già leader anche lui dei Mujahedin, che sarà difficile, però, tirar fuori ora dalla galera inglese in cui è finito aver fatto il pizzettaio a Londra essendo dovuto scappare anni fa dall’Afganistan per malversazioni, rapine e massacri vari.

A fine maggio sono in corso molti contatti, e anche una serie di colloqui semi-ufficiali tra esponenti del governo, con la benedizione di Karzai, ed esponenti dei talebani— e neanche di quelli più moderati: colloqui, anche se non ancora negoziati, mediati proprio, e in persona, da Gulbuddin Hekmatyar.

Gli americani, a livello di militari hanno molto brontolato, ma mugugnando più che dicendolo. A livello di governo, però, hanno dato il loro assenso, continuando sempre a non coinvolgersi nei colloqui se prima i talebani non depongono le armi. Solo che i talebani stanno vincendo e pongono “sul tavolo come ‘richieste iniziali’ un calendario obbligante di ritiro delle truppe americane[165]… Lo sanno loro, i talebani, lo sanno al governo a Kabul, lo sanno gli americani: cioè, ormai hanno capito che senza sconfiggere i talebani loro hanno perso, mentre i talebani per vincere non hanno bisogno neanche di sconfiggere gli americani: a loro basta aspettare.

Non c’è da dimenticare – in questo strano e straordinario paese che, nei secoli, ha fatto scappare tutti gli occupanti stranieri e dove il più forte e ufficiale alleato degli USA condividerà il potere coi terroristi più ricercati dagli USA (Obama aveva, forse, anche qualche ragione di fidarsi di Karzai, ma ha fatto l’errore di farglielo capire) – che negli anni ’90 i talebani riuscirono a sconfiggere i governi messi in piedi sotto e subito dopo il periodo della presenza sovietica grazie sicuramente agli aiuti militari e logistici che avevano avuto (erano anticomunisti, no?) prima dalla CIA e poi da CIA e Pakistan ma anche, e proprio, per la reazione degli afgani, un po’ tutti, al brutale signoraggio armato degli Hekmatyar, dei Dostum, degli Zardad…

Intanto, si viene a sapere che Zalmay Khalilzad, sciarpa littorio dei neo-cons che per Bush è stato ambasciatore all’ONU, ambasciatore in Afganistan (lo chiamavano il “viceré”) e ambasciatore in Iraq, ma è afgano di nascita (un pashtun), dopo aver pensato di correre contro Karzai alle elezioni, senza però riuscire a convincere Obama a appoggiarlo e aver quindi  abbandonato l’idea (gli afgani a votarlo, secondo i sondaggi discreti che aveva fato condurre, sarebbero stati comunque sì e no una manciata) si è proposto e – secondo chi diffonde la voce – sarebbe stato accettato come membro con grandi poteri del gabinetto del presidente Karzai quando, ad agosto, sarà rieletto.

L’alleanza beneficerebbe Karzai, dicono i sostenitori americani che propugnano questa soluzione, “cooptando un potenziale rivale e portando un leader forte e competente dentro un governo afgano di giorno in giorno più disfunzionale[166]. Ma sono motivazioni che, a lume di buon senso, suonano vuote: prima perché, di qui alle prossime presidenziali, ci sono altri cinque anni – e ci saranno, in Afganistan, le prossime elezioni, tra cinque anni? – e il “potenziale rivale” era per adesso e non sarà certo per allora che, semmai, avrebbe potuto contare.

E, poi, che Khalilzad sia un leaderforte e competente” per l’Afganistan, dopo le disastrose ambascerie dovunque sia stato a rappresentare quell’incompetente di Bush, è la convinzione dei suoi fans americani – come chi ha scritto sul NYT questo articolo – e non certo degli afgani… Che infatti – con il presidente Karzai – immediatamente smentiscono. Se era un ballon d’essai, s’è subito sgonfiato.

E viene defenestrato, senza il suo consenso ovviamente – come si sostituisce un capitano dal campo di gioco quando la partita va proprio a schifio – il generale comandante in capo delle truppe americane sul campo, David M. Kiernan, a meno di un anno da quando Bush ce lo aveva messo e “come segnale di un forte cambio di leadership nel contesto di una guerra che sta andando peggio[167].uando ce lo aveva messo Bush qu Nella conferenza stampa che annuncia la cosa, senza la minima spiegazione, c’è solo la curiosa ammissione del capo dei capi di stato maggiore delle Forze Armate USA, amm. Mullen, che “stiamo imparando man mano che andiamo facendo… ma niente è andato male… niente è colpa di Kiernan[168]. Già… e allora?

Al posto suo mandano – perché forse è beneaugurante – il ten. gen. Stanley A. McChrystal, sotto il cui comando in Iraq venne arrestato e poi consegnato alla “giustizia” dei suoi nemici iracheni, per inviarlo a sicuro capestro, Saddam Hussein e venne anche scoperto, provvedendo ad ucciderlo, il leader di al-Qaeda in Mesopotamia, al-Zarqawi. Questo è il vero motivo del licenziamento e della sostituzione.

Rileva il NYT[169] a cui McChrystal va benissimo – anche se gli ricorda che per uscire da questa guerra non basta puntare sulle operazioni di counterinsurgency ma bisogna affiancarle con l’addestramento efficace delle truppe afgane, la distruzione della corruzione rampante e la costruzione di istituzioni civili funzionanti e accettate dalla popolazione, al contrario di quelle oggi lì messe al governo – che, però, sempre i commandos ai suoi ordini di McChrystal furono “coinvolti” – verbo assai soft – in operazioni che puzzano e di cui lui porta, anche personalmente, responsabilità pesantissime.

Ordinò, infatti, o almeno consentì quando era in Iraq “interrogatori abusivi”, cioè con torture, di prigionieri e approvò di persona la falsificazione deliberata del rapporto che copriva l’uccisione nel 2004 di un caporale americano in Afganistan da parte di “fuoco amico”: un giovane e famoso campione di football americano diventato un emblema per tutti i bushisti essendo andato volontario a combattere laggiù e di cui non si poteva far sapere che era stato ammazzato in combattimento, come veniva fatto credere ai media creduloni e ancora disposti a credere (era l’aprile del 2004) alle favole propagandistiche del presidente, ma ucciso per sbaglio e da altri americani… Una povera vittima, insomma, niente affatto un eroe.

Ecco, dice ora il giornale, un po’ lamentosamente, “bisogna che, prima di approvarlo nel suo nuovo comando, i senatori cui spetta il compito si assicurino che abbia imparato le dure lezioni degli sbagli commessi: su come la legge prevede che si trattino i prigionieri di guerra e sulla stesura di rapporti militari onesti”. Ma è proprio il minimo…

Ormai, per salvare la nuova strategia di Obama – più soldati e americanizzare la guerra di più, ma per lasciarla sempre di più in mano poi a afgani e pakistani – c’è bisogno di un colpo grosso e contano che glielo faccia fare McChrystal, esperto di operazioni speciali di caccia ad obiettivi nemici, si dice in gergo, di altissimo valore politico aggiunto: tipo Saddam o tipo al-Zarqawi, appunto… e, adesso, tipo Osama bin Laden…

Intanto, però, senza a dire il vero meravigliare proprio nessuno, si apprende che migliaia di armi e decine di migliaia di munizioni che gli americani hanno fornito ai soldati afgani sono finite in mano ai talebani. E si ricomincia[170]...

Del resto, dice la Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afganistan[171], qui si ricomincia sempre da capo… Il bombardamento aereo su due villaggi della provincia occidentale di Farah, denunciato dallo stesso governo afgano come un “massacro” – e anche “inutile” – e che, secondo gli americani, ha incluso – “sfortunatamente”, s’intende – da 20 a 35 vittime civili fra 85 morti, per lo più talebani, è in realtà costato la vita – lo dice la Commissione dopo aver verificato sul posto – a 97 civili e a 2 – due – combattenti talebani.

Si è trattato – ha commentato Nader Nadery, uno degli inquirenti – di una reazione condotta con un uso assolutamente sproporzionato, per sua natura incontrollato, di forza mirato a distruggere un gruppo di oppositori che sarebbe stato fuori proporzione anche se, poi e al dunque, quegli oppositori davvero ci fossero stati[172]. Già… fuori proporzione.  

Ma, forse, è ora di dirla proprio com’è, fino in fondo che lì, in Pakistan, tutto – istituzioni, governo, esercito, quant’altro – si va “sdipanando”: il fatto è che l’apprendista stregone del fondamentalismo islamico – come dicevamo, e come ormai è indiscutibilmente provato, nutrito, allevato e cresciuto da Stati Uniti e militari pakistani a partire dal 1979 per scatenarlo contro i sovietici – s’è rivoltato contro gli stregoni stessi che lo hanno creato, proprio come nella ballata di Johann Wolfgang Goethe, nel poema di Paul Dukas e, magari anche, della bella canzone di Angelo Branduardi. Oggi l’islamismo sta azzannando alle terga l’America e divorando il Pakistan, mettendo a nudo la drastica, incompetente, megalomania del suo esercito enorme e scalcagnato.

Può anche essere che il Pakistan – e sarebbe un bene per tutti – riuscirà a tirarsi fuori dai guai, di ogni tipo, nei quali è affondato. Ma per arrivare a farlo, la strategia dovrà essere pakistana non americana, di certo. E prima gli americani ne prenderanno atto, moderando nei fatti le proprie aspirazioni imperiali, meglio sarà per americani, pakistani e per il mondo tutto.

Adesso, a Washington stanno prendendo nota con grande preoccupazione – alla Casa Bianca, ma anche al Pentagono e al Dipartimento di Stato – e con buone ragioni del vuoto di pubblica istruzione in cui è stato lasciato questo disgraziato paese. Il fatto è che il vuoto totale di welfare, dovuto certo alla sua povertà ma anche all’incuria totale del potere costituito – sia quello istituzionalizzato e sempre occupato dai militari, sia nelle parentesi civili da esso sempre schiacciate: in ogni caso un potere eterodiretto dagli USA almeno a partire dai tardi anni ’70 e dalla guerra antisovietica istigata nel vicino Afganistan – ha lasciato generazioni intere analfabetizzate.

E lo riempiono, da qualche tempo, da un decennio forse, le scuole coraniche finanziate dall’Arabia saudita: le madrasse del fondamentalismo molto più fanatico e militante di quanto fosse usuale fino a qualche decennio fa in questo paese di 180 milioni di mussulmani. Quelle madrasse che hanno figliato e allevato, qui e in Afganistan, i talebani e insegnano anche (ma poco) a scrivere e tenere i conti ma, soprattutto, danno da mangiare e danno un tetto ai bambini e ai ragazzi più poveri di questo paese.

Dove, col 40% della popolazione sotto i quattordici anni e una media di età della popolazione sui venti, l’istruzione viene ridotta – secondo loro, invece, esaltata e focalizzata – dall’islamismo militante: tutto memorizzazione del Corano e narrazione epica salmodiata del sacrificio e anche del “martirio” in nome dell’Islam: che significa proprio sacrificio di sé e sottomissione ad Allah.

Adesso, se ne accorgono. Obama, a fine aprile, ha parlato della sua “seria preoccupazione” perché in questo paese (certo non solo: ma questo è quello che lo preoccupa oggi) il governo non sembra “in grado di fornire servizi essenziali: scuola, salute, regole e legge e un sistema giudiziario che sia in grado di essere applicato alla maggioranza della popolazione[173].

Era appena scoppiato lo scandalo dell’accordo tra talebani e governo centrale della valle e del distretto amministrativo dello Swat nella provincia della cosiddetta Frontiera del Nord Ovest, da sempre e di fatto autonoma. In cambio di una promessa di disarmo dei miliziani islamici (promessa vaga, però: senza quantità e senza tempi predeterminati e obiettivo francamente irraggiungibile se non è imposto proprio con le armi), era stata concordata la sostituzione del codice civile e penale nel territorio con l’applicazione più radicale della legge islamica: una vittoria del fondamentalismo senza niente di pratico in cambio che ha sollevato un grande can can in giro per il mondo ma, anche, per fortuna nello stesso Pakistan.

Dove, però, la reazione sotto pressione americana è stata quella di far saltare l’accordo e riscatenare lo scontro puramente militare. Due risultati immediati. Obama o non Obama alla Casa Bianca, gli aerei statunitensi senza pilota e quelli con pilota che operano in totale sicurezza da quindici chilometri d’altezza continuano a fare la loro ecatombe con i bombardamenti di cui sono maestri e monopolisti: ad alto esplosivo, a frammentazione, a grappolo… contro la popolazione civile (il 5 maggio, dice la Croce Rossa e dice l’ONU, tra i 100 e i 140 civili trucidati così[174]) seminando, insieme a ogni bomba, a decine, altri “terroristi” nel futuro prossimo venturo…

Hillary Clinton, a Washington, manifesta il rincrescimento dell’America per la morte di tanti civili al presidente afgano Karzai[175]… ma non si impegna certo a dismettere i bombardamenti inevitabilmente alla cieca. Che, con gli scontri scatenati dall’offensiva totale dell’esercito pakistano contro i talebani nella regione di Swat e in tutto il Sud Waziristan, sono la causa, dice adesso l’Alto Commissariato per i rifugiati dell’ONU, dei nuovi due milioni di profughi costretti a fuggire sotto le bombe dei contendenti un po’ per tutto il paese[176].

Un altro fatto emerge sempre più all’attenzione, specie degli americani, col crescere dell’insorgenza di talebani e al-Qaeda contro il governo centrale e l’indebolirsi della sua autorità nei confronti dei militari— e, in realtà, di tutta la società civile. Sta, infatti, crescendo a Washington l’allarme sulla vulnerabilità dell’arsenale nucleare pakistano di cui, una quarantina di anni fa, con la complicità inconfessabile della CIA, in funzione anti-cinese e anti-indiana, i militari vennero proprio dai governi americani aiutati a dotarsi[177].

Ormai Washington non arriva a prevedere – o per lo meno non dice ancora – ma sicuramente ipotizza con evidente timore la possibilità che i militanti fondamentalisti riescano a sottrarre qualche arma nucleare alle forze armate pakistane nel corso di qualche trasporto o a inserire una loro talpa nei laboratori che le fabbricano o che producono l’uranio arricchito e il plutonio per farle funzionare.

L’arsenale è concentrato a sud di Karachi e i servizi statunitensi hanno assicurato Obama che la priorità dell’esercito pakistano resta la sicurezza del loro arsenale. Il problema è che i servizi segreti americani non sanno, e confessano di non sapere, la dislocazione di tute le armi atomiche pakistane. Come è normale che sia. E l’esercito pakistano che, non a torto, sospetta la CIA di volersi, alla fine, impadronire dell’arsenale del loro paese se credesse di vederlo a rischio non dice loro esattamente dov’è.

Il problema è reso ancor più complesso dal fatto che nessuno sa quale effettivo potere di controllo l’autorità civile, il presidente Zardari, in proposito abbia in questo paese; e gli americani sono pressoché certi che ne ha assai poco. Certo, è a capo dell’Autorità nazionale di comando, i leaders politici, militari e dell’intelligence responsabili delle 60-100 armi atomiche del Pakistan.

Ma comando e controllo effettivo sono in realtà nelle mani del capo di stato maggiore dell’esercito, il gen. Ashfaq Parvez Kayani, già direttore degli Inter-Servizi di Intelligence (ISI), i servizi segreti del paese che a suo tempo organizzarono i mujaheddin afgani, dando il primo inquadramento anche direttamente, sotto l’attenta supervisione e l’indirizzo dei loro consiglieri statunitensi, ai primi nuclei di al-Qaeda.

Non sono, per definizione, affidabili le assicurazioni o le smentite di nessun servizio segreto il cui compito istituzionale è sempre quello di mentire, imbrogliare, inguattare e turlupinare sia nemici che amici. Nel caso del servizio segreto pakistano, l’ISI s’è impegnato per anni a coprire, e poi a negare, e poi a denunciare come un’infame invenzione, il fatto che uno dei principali artefici della bomba pakistana, il capo del progetto scientifico, prof. Abdul Qadeer Khan, s’era venduto per anni sul mercato nero del mondo (e non si sa bene ancora a chi) la tecnologia nucleare che produceva.

Ma il fatto che, dopo essere stato tenuto agli arresti domiciliari per un anno, adesso viva tranquillo e protetto proprio dai militari, e che nessuno gli abbia neanche chiesto indietro quei soldi, di sospetti ne ha fatti nascere molti. Di sospetti o, diciamo piuttosto, di certezze indecenti… del tipo di quelle che, da noi, girano ancora non del tutto a capocchia sulla fellonia del SIFAR e di altri servizi, più o meno, segreti…

Escono, comunque, voci su un piano americano in preparazione mirato a “prendere in carico e securizzare” l’arsenale nucleare di Islamabad nel caso in cui il paese corra il rischio di cadere sotto il controllo dei talebani e di al-Qaeda. E’ una fonte segreta di intelligence a dirlo, anonimamente[178].

Non è vero per niente, si affretta anche qui ufficialmente e obbligatoriamente – anche se fosse mai vero – a smentire subito l’assistente segretario di Stato Richard Boucher, dichiarando che gli USA sono certi dell’“assoluta capacità” dell’esercito pakistano di garantire la sicurezza delle sue bombe e di sconfiggere i talebani. Aggiungendo che ha bisogno di “addestramento contro-insurrezionale”, in modo del tutto particolare, poi, di come “tenere un territorio liberato una volta che, appunto, sia stato liberato dei militanti[179].    

In ogni caso, in attesa forse di decidersi su cosa decidere definitivamente (avverbio qui quanto mai azzardato, però), gli americani continuano a fornire miliardi e miliardi di $ di aiuti militari ai pakistani— meglio, più precisamente, a quelli tra loro che, insieme a loro, agli americani, a suo tempo crearono gli estremisti: l’esercito, lo Stato nello Stato che in Pakistan da sempre è al potere e che, appena comincia a sfuggirgli, se lo riprende coi golpe. Mentre, naturalmente, tutti gli attori in commedia – anzi in tragicommedia – sanno che l’esercito – dentro il quale e per conto del quale, il servizio segreto militare, l’ISI – continua a sostenere l’insorgenza anti americana…

Tanto per chiarire chi il Pakistan considera davvero il proprio avversario nella regione, il capo di stato maggiore dell’aeronautica, maresciallo dell’aria Rao Qamar Suleman, comunica che se, effettivamente, l’India come ha annunciato acquisisce – compra, pare da Israele – un sistema aerotrasportato di allarme e controllo aereo, l’AWACS, in Asia partirà “una nuova corsa agli armamenti”: infatti, spiega, il Pakistan sarà costretto a procurarsi per contrastarli, colpendo a distanza di decine di km., missili-oltre-l’orizzonte e comprerà dagli americani altri caccia F-16, facendo ripartire così nella regione l’antica rincorsa fra la spada e lo scudo[180].

Viene anche calcolato, da un Rapporto del Servizio Ricerche del Congresso americano (CRS) che l’arsenale nucleare pakistano ammonta a una sessantina di bombe atomiche, quasi tutte preindirizzate con bersaglio sull’India, mentre continua la produzione di missili per portare le bombe a bersaglio e la fabbricazione di materiale fissile per costruire altre bombe[181].

GERMANIA

L’economia va giù del 3,8% nel primo trimestre, rispetto al’ultimo del 2008: il quarto trimestre consecutivo di contrazione del PIL, secondo il DESTATIS, l’Istituto nazionale di statistica, L’export è sceso del 9,7% e l’import del 5,4[182].

Forse Der Spiegel può esagerare, anche se la domanda non è certo nuova, quando si chiede se la storia si ripeterà oggi nel 2009 “come per la crisi mondiale del 1929”. Non solo recessione ma anche depressione dura, cioè. Ma la domanda è retorica solo a metà. Perché la paura è vera, diffusa e profonda[183]. Deflazione, dicono alcuni (l’IFO di Monaco); no, inflazione, bofonchiano altri (la Bundesbank, in particolare); macché, disoccupazione di massa e stagflazione, chiariscono altri ancora (lo ZEW di Mannheim). E sono tutti i massimi esperti del paese…

L’incertezza fa parte essa stessa, del resto, della crisi. Morde ancora di più la previsione di consenso dei cinque istituti che tutti i governi tedeschi da sempre considerano i loro massimi consiglieri economici e che una settimana prima dicevano all’unisono praticamente la stessa cosa e con gli stessi termini: si tratta, stavolta, “della peggiore depressione dagli anni 1930”. E lo dicono ufficialmente.

Finora la recessione più forte che il paese ricordava nel dopoguerra era quella del 1975, quando l’economia era regredita dello… 0,9%. Stavolta ci avviamo a una contrazione di PIL che a fine anno, ufficialmente, ora è prevista superiore al 6%... Il paese, vittima della caduta forte delle sue esportazioni (chimica, siderurgia, macchine utensili, auto: tutta manifattura notoriamente di qualità e di grande valore aggiunto) soffre della sofferenza economica acuti dei suoi vicini e del crollo della domanda mondiale, americana in specie.

Le grandi imprese cominciano a parlare di licenziamenti in arrivo e il ministero dell’Economia dice che nel 2010 sicuramente i disoccupati saranno sopra i 4 milioni e 600 mila, probabilmente sopra i 5 milioni e già quest’autunno toccheranno i 4 milioni. Il governo, però, resiste alla richiesta (pressante) dei sindacati di rilanciare un ulteriore pacchetto di stimoli. Dalla sua ha la maggior parte degli economisti che, molto alla tedesca, sono tutti o quasi per la prudenza comunque e invitano a lasciare il tempo di fare il loro effetto agli stimoli già avviati (i due pacchetti precedenti prevedevano progetti di investimento, abbassamento di tasse e riduzione di contributi sociali).

Ma intanto, la disoccupazione in ascesa mette paura a tutti e il governo decide di portare la durata dei sussidi di disoccupazione e di disoccupazione a tempo “parziale” da diciotto a ventiquattro mesi (e qui si tratta di un assegno corposo, non delle nostre miserie e dei nostri buchi totali per precari e sottoccupati e anche occupati-disoccupati: molti pressoché totalmente dimenticati, con le varie forme di cassa integrazione che coprono sì e no – stima nostra più realistica di quella ufficiale – il  35% dei lavoratori: cioè, di chi un lavoro lo aveva; perché chi non l’aveva e non l’ha, peste, naturalmente, lo colga)ui ben piò corposi dien nostri) dai .

Le vendite al dettaglio calano dell’1,5% a marzo, anno su anno, e dell’1% da febbraio[184].

Sullo stesso mese dell’anno prima, l’export crolla del 15,8%, a marzo. Però, inaspettatamente, si riprendono un poco a marzo[185] sul mese prima— dopo sei mesi di calo continuo. Destagionalizzato, il dato sale dello 0,7%, a 66,4 miliardi di €, e anche le importazioni risalgono, dello 0,8%, a 57,6 miliardi di €. Resta invariato l’attivo, di 8,9 miliardi di € e qualcuno azzarda, con notevole speranzosità, la previsione che sia un segnale di ripresa della maggiore economia dell’Europa.

Alla vigilia ormai, quasi, delle elezioni politiche di settembre, seri dissensi di politica economica emergono nel partito cristiano-democratico di Angela Merkel. Il ministro dell’Interno, Wolfgang  Schäuble, un pezzo da novanta del partito, ha detto[186] di vedere pochissimo spazio per gli sgravi fiscali che la Merkel va promettendo e che, invece, bisognerebbe dire “la verità agli elettori” sull’economia debole e lo stato difficile delle finanze del paese.

Altri leaders cristiano-democratici di diversi Länder, sempre in dissenso da Merkel ma anche in disaccordo soft con il rigorismo di Schäuble, hanno detto che a fini elettorali invece che tagliare le tasse a chi, poi, tutto sommato, ne ha meno bisogno forse sarebbe meglio allargare il pacchetto di aiuti e sussidi all’economia reale visto quanto seriamente si trova nei guai…

Proprio negli stessi giorni, il ministero delle Finanze formalizza la previsione su un calo delle entrate fiscali nel 2009, dovuto al calo del PIL e di tutti i costi associati alla crisi, quindi anche delle imposte, di oltre 45 miliardi di €, col fabbisogno maggiore da 60 anni in qua[187].

Il Commissario europeo nominato dalla Germania, e preposto all’Industria, Günther Verheugen, se ne è uscito – irritando molto il governo che lo ha nominato – criticando le banche tedesche per essere state troppo prone a correre rischi nella fase che ha preparato la crisi finanziaria globale. Sono state in particolare le banche dei vari Länder ad investire troppo in prodotti finanziari rischiosi, sottoposte com’erano a regolamentazioni troppo lasche da parte dei governi dei singoli Stati. Il ministero delle Finanze federale si è dichiarato “sorpreso” dalla denuncia di Verheugen, forse scartando lo spunto di veridicità che contengono ma osservando – ci sembra assolutamente a ragione – che il Commissario mostrava una “sorprendente carenza di conoscenza della situazione in altre economie” esse sì meno regolate e liberiste “come quelle di Stati Uniti e Gran Bretagna[188].

La verità è che il governo di coalizione bianco-rosso, come lo chiamano qui, si sta sempre più ripiegando su se stesso, rinunciando a qualsiasi velleità e, pare quasi, a ogni speranza di rilanciare l’Europa da dentro. Facendo di essa lo strumento ed il perno della sua stessa ripresa economica.

Si è visto, adesso, anche nel caso FIAT-Magna-Opel. Ha pensato soprattutto a smorzare la possibile concorrenza alla Volkswagen tedesca di un gruppo composito condotto da una FIAT rafforzata e ha  preferito, per difendere una Opel che tutti vedono e sanno decotta (incapace di vendere da sé sul mercato) dare una mano al gruppo canadese-austriaco con un miliardo e mezzo di €, ma “risparmiando” così i 300 milioni che la FIAT ha rifiutato di aggiungere al suo pacchetto[189].

Forse a intrigare il governo tedesco, i governi dei Länder e i sindacati, oltre al pregiudizio di sempre  – non c’è altro modo di chiamarlo – antitaliano (sul piano dell’intraprendere e dell’economia, si capisce: visto che, per il resto, i tedeschi amano l’Italia forse più di ogni altro paese) oltre alle origini austro-canadesi della Magna hanno anche giocato – vista la paralisi dell’Unione europea di cui Italia e Germania sono tasselli chiave – proprio le visioni illuminate, da una parte, ma futuristiche e illusorie, dall’altra, di una qualche alleanza economico-industriale da costruire con Mosca. Più che col governo russo, però, con gli oligarchi padroni delle ferriere, tipo il Deripaska di cui si è parlato nell’operazione, che sopravvivono e prosperano. Ancora...  

FRANCIA

Per la prima volta, praticamente da sempre – solo nel 1936 fecero eccezione: ma erano molti di meno – il 1° maggio è stato celebrato insieme da tutti, tutti senza eccezione, i sindacati francesi. E il fatto è, comunque, per questo paese, eccezionale davvero.

Otto sigle – CGT, CFDT, FO, CFTC, CFE-CGC, UNSA, FSU e Solidaires: fra tutte, però, una debolezza cronica: meno del 10% della platea dei lavoratori… – ed erano in tanti davvero, al di là della solita diatriba tra polizia e destra di qua a dire sapendo di mentire qualche decina di migliaia e sinistra e sindacati, di là, a dire più di un milione, gonfiando le cifre reali.

La difficoltà, adesso, tra riformisti e radicali, è quella di mantenere sul serio qualcosa di unitario in termini di piattaforma comune che potrebbe essere cercata – ma che sarà complesso tenere insieme – in corso di mese[190].

Chiaro è che il governo non vuole mollare niente di niente sul suo discorso del “rigore”. Ma chiaro è anche che sa bene come ormai abbia di fronte un sindacalismo certamente rinvigorito anche dalle manifestazioni di protesta e di massa contro le sue politiche economiche degli ultimi mesi: un movimento sindacale che non lascia campo né all’estremizzazione né alla politicizzazione di tipo  politicante, ma che esige – e secondo noi finirà anche con l’imporre alla sordità del governo – risposte concrete.

Intanto, un’autorevole, e credibilissima, inchiesta demoscopica[191] rileva – e rivela – che “non sono più del 17% i francesi pronti a sequestrare i propri padroni” in caso di licenziamento. Anche considerando come tutti i quotidiani titolino sui francesi che, in larghissima maggioranza, sarebbero contrari ai sequestri… all’anima della palla!

GRAN BRETAGNA

Il PIL del primo trimestre ha segnato una flessione dell’1,9% sugli ultimi tre mesi del 2008. Le perdite più accentuate sono state nel settore manifatturiero, con la produzione crollata del 6,2%, mentre anche il settore dei servizi s’è contratto ma di un più modesto 1,2%[192].

L’inflazione in aprile scende al 2,3% dal 2,9% di marzo. La pressione al ribasso è venuta da una più bassa bolletta energetica e dal costo in discesa degli alimentari[193].

Nel primo trimestre la disoccupazione schizza al massimo dai primi anni ’80, con gratifiche al personale della City managers e impiegati – che, per la prima volta da sempre, spinge sotto zero la crescita complessiva dei compensi da lavoro dipendente. Tra gennaio e marzo 2009, i disoccupati salgono a 2.200.000, il 7,1%, salendo di 244.000: 600.000 in più di un anno fa, dunque[194].

Standard & Poor’s, l’agenzia di rating, rivede da “stabili” a “negative” le prospettive di valutazione della Gran Bretagna come creditore sovrano, rispetto al tradizionale AAA— che per il Regno Unito era finora dato scontato. A pesare è l’enorme gonfiarsi del debito pubblico, che viene ora parametrato quasi al 100 del PIL[195]…    

Osserva un economista del settore privato, di una grande compagnia assicurativa, che si tratta di dati molto duri e anche “arcigni da leggere; la disoccupazione è tornata al livello in cui era quando dodici anni fa il Labour è andato al governo”. E osserva il segretario del TUC, il sindacato britannico, Brendan Barber, che “questi dati sono peggiori di quanto ci si aspettasse. Di qui all’estate è praticamente certo che si supereranno i 2 milioni e mezzo di disoccupati.

   Questa è l’emergenza numero uno del nostro paese e il governo deve sfoderare tutti i mezzi che ha per sconfiggerlo. Si sente dire di gente alla City che già è pronta a parlare di una ripresa. Ma l’unica ripresa reale ci sarà quando la disoccupazione comincia a calare[196]. Brendan Barber ha ragione.

In questo paese si sta aprendo un grave problema di credibilità per la politica dell’antiterrorismo.  Il numero crescente di persone, quasi tutti mussulmani, arrestati perché sospetti di terrorismo e, poi, rilasciati magari dopo mesi di reclusione prima ancora di essere processati per l’indimostrabilità, al dunque, dei sospetti contro di loro, sta diventando molto elevato e i casi molto frequenti. Ne va di mezzo la credibilità di governo, servizi e forze dell’ordine – e spesso anche qui, come altrove, del disordine – che stanno facendo col modo di lottare alla cieca contro il terrorismo un enorme disservizio al paese e alla democrazia stessa.

Intanto comincia a precipitare anche una vera e propria crisi politica generale, che aveva un po’ frenato la sua corsa soltanto ai tempi del G-20, se volete, quando il premier era sembrato riprendere in mano l’iniziativa. Ora, dopo le dimissioni di due ministri colti con le mani nel sacco, resistendo finché ha potuto – ma ha potuto poco – se ne va lo speaker della Camera dei Comuni, Martin (il primo a dimettersi da tre secoli), un laburista di vecchia lena nominato da anni a quel posto per pura riconoscenza, fedelissimo personale da sempre proprio di Brown è costretto a dimettersi dallo scandalo dei rimborsi-spesa gonfiati da moltissimi deputati.

O forse, più esattamente, dal fatto qui inaccettabile – evidentemente, al contrario che da noi, vero signor primo ministro? – che alla fine della fiera la Camera non ha mandato giù più che gli stessi misfatti, del resto distribuiti un po’ ovunque tra tutti i partiti, il fatto che lo speaker , lui stesso un po’ arrotondante le spese, aveva cercato di perseguire, alla fine, più che chi aveva peccato chi aveva denunciato il peccato rivelandolo, certo contro la legge, alla stampa…

Ora sarà difficile fermare la scivolata.  

GIAPPONE

Il crollo del PIL[197] di questo paese, nel primo trimestre del 2009, è stato addirittura abissale, del 15,2% su base annua – viene confermato ufficialmente il 20 maggio – per il quarto trimestre consecutivo e per il calo più accentuato da sempre, da quando qui cominciarono, cioè, a tenere il conto, nel 1955. Nel trimestre precedente, il PIL era già sceso del 14,4%. Con una diminuzione del 26% delle esportazioni in questo primo trimestre dell’anno, il Giappone, export-dipendente com’è, s’è trovato più duramente colpito sia dell’Europa che degli Stati Uniti.

Tutti gli altri fondamentali dell’economia vanno, ovviamente, assai male. Ma resta la speranza che in queste condizioni forse peggio nel prossimo futuro non potrà andare. Sta rallentando un po’ il declino dell’export; la produzione industriale comincia a risalire; e i fortissimi stimoli messi dal governo a rilanciare l’economia (l’1,4% del PIL, contro il 2 di Cina e USA ma rispetto al miserando 0,2% dell’Italia, per dire) iniziano a dare qualche effetto positivo…

Forse vale la pena di riportare tra virgolette anche una curiosa notizia che arriva da questo paese… secondo noi a denotare in qualche modo anche la profonda angoscia che ha attanagliato i responsabili dell’economia. Dunque, dicono che la Banca centrale del Giappone ha rivalutato al rialzo le sue stesse previsioni sullo stato dell’economia. Ma anomalo è che la rivalutazione non avviene sulla base di nuovi dati o di nuove previsioni.

Per la prima volta, da tre anni a questa parte, il 22 maggio la Banca preconizza  ufficialmente che “una ripresa della domanda globale potrebbe garantire che la contrazione record dell’ultimo trimestre sarebbe il punto più basso di questa recessione [198]. Insomma…, se c’è la ripresa, sì, potrebbe andar meglio: una profezia che francamente pare tanto vacua quanto ridicola. 

La produzione industriale[199], nel mese di marzo e a paragone con la caduta del 9,4% di febbraio, è cresciuta dell’1,6. L’aumento, il primo da sei mesi e il doppio di quanto atteso, viene interpretato come il segno che i tagli alle scorte potrebbero forse aver fermato il loro andamento accelerato. E, in realtà poi, ad aprile, il salto in avanti è stato il più notevole da ben 56 anni, dal marzo 1953, del 5,2% su marzo.

Ma le cose vanno peggio per lavoratori dipendenti e consumatori. Perché malgrado la produzione industriale in aumento così netto, il tasso ufficiale di disoccupazione sale al 5%, il massimo da sei anni (e i più dicono che, per dicembre, sarà al 6% pur calcolato, come fanno qui, con grande parsimonia); e cade ancora la spesa delle famiglie (-1,3% ad aprile dallo stesso mese del 2008) mentre si riaffaccia lo spettro della deflazione (i prezzi alla produzione, con l’esclusione di quelli più volatili degli alimentari, scendono in un anno dello 0,1%). E potrebbe essere un freno pesante sulla ripresa economica che langue e per rilanciare la quale non basta neanche la spesa pubblica in forte rialzo[200].

Il partito democratico, il maggior partito d’opposizione, dopo le dimissioni forzate del suo presidente Ichiro Ozawa costretto ad andarsene da un suo aiutante corrotto e colto con le mani nel sacco, ha eletto a suo nuovo presidente Yukio Hatoyama che ora è il suo candidato per le elezioni: della strategia delle quali, però (alla giapponese, ma non solo alla giapponese forse…), Ozawa resta incaricato per il partito[201].


 

[1] Il Sole 24 Ore, 16.5.2009, Eurolandia, trimestre nero - In Italia calo record.

[2] la Repubblica, 17.5.2009, C. Tito, ’Crisi, colpevoli media e sinistra’.

[3] Il Sole 24 Ore, 17.5.2009, Maggioranza e sinistra condannano i violenti ma dicono no ai tagli. Insomma bisognava, secondo lor signori, dire no ai violent – ça va sans dire – ma – ça va altrettanto sans dire – dire di sì ai tagli?

[4] Segnala M. Giannini, elencando dati di fatto e atti legislativi, che è avvenuto tutto più o meno di straforo, su la Repubblica, Affari&Finanza, 11.5.2009, M. Giannini, La triste fine delle libere “lenzuolate”.

[5] Il Sole 24 Ore, 16.5.2009, Il decreto Brunetta riparte ma perde la class action.

[6] Sempre Il Sole 24 Ore, 16.5.2009, Brunetta e le dimissioni – Birichinata per una riforma.

[7] Agenzia Reuters, 26.5.2009, Intesa SP to ask for gov't support in next weeks— Intesa San Paolo chiederà il sussidio pubblico nelle prossime settimane (cfr. http://uk.reuters.com/article/rbssFinancialServicesAndRealEstateNews/idUKLQ 48 489920090526/).

[8] CISL, Ufficio Studi, 5.2009, a cura di B. Chiarini e G, Olini, cfr. www.cisl.it/sito-studi.nsf/b35b4a42982ae79ec 1257122003cdfe5/2bf9fa6e589008aac12575b70050ac15?OpenDocument/).

[9] ISTAT, Rapporto annuale, 26.5.2009 (cfr. www.istat.it/).  

[10] New York Times, 25.5.2009, Reuters, World Economy Stabilising Says Krugman— L’economia mondiale si stabilizza, dice Krugman [veramente aveva detto che, forse, potrebbe stabilizzarsi].

[11] The Economist, 9.5.2009.

[12] New York Times, 20.5.2009, J. Mouawad, Oil Prices Push About $60, a Six-Month HighI prezzi del petrolio spingono in su, intorno ai 60 $, al massimo da sei mesi.

[13] Agenzia Xinhua Nuova Cina, 13.5.2009,China's industrial output up 7.3% in April— La produzione industriale sale del 7,3% ad aprile (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2009-05/13/content_11365941.htm/).

[14] Agenzia Bloomberg, 15.5.2009, E. Tang, Foreign Direct Investment in China Tumbles on Crisis (cfr. http://bloom berg.com/apps/news?pid=20601087&sid=a0CGC3x4UEJc&refer=home/).

[15] The Economist, 16.5.2009.

[16] Agenzia Xinhua Nuova Cina, 12.5.2009, Exports reduced Export in calo   (cfr. http://news.xinhuanet com/english/ 2009-05/12/content_1136474.htm/).

[17] New York Times, 10.5.2009, K. Bradsher, China Outpaces U.S. in Cleaner Coal-Fired Plants La Cina è molto più avanti degli USA nella costruzione di centrali energetiche a carbone più pulito.

[18] New York Times, 14.5.2009, V.Zhikai Gao (direttore di banca e presidente del Consiglio di studi internazionale della RPC), China’s Heart of Gold Il cuore d’oro della Cina

[19] New York Times, 13.5.2009,

[20] Agenzia Stratfor, 5.5.2009, U.S.: Chinese Military Buildup Aimed At U.S.? Gli USA: ma il rafforzamento militare cinese è mirato contro l’America? (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090504_u_s_chinese_military_buildup_aimed_u_s/).

[21] L’unico americano di peso, non delle frange di opposizione, ad essersi “accorto”, ad aver riconosciuto e, in qualche modo, ad aver chiesto scusa (prima agli europei, poi in modo più soft anche ai latino-americani) di questo tratto del tutto comune agli americani, alla psiche, alla cultura e alla storia degli americani, è stato proprio il presidente Obama che ne ha parlato (e per questo è stato accusato di poco meno che di tradimento dai repubblicani più idioti e patriottardi) nel suo primo viaggio in Europa, prima del G20 di fine aprile, a un pubblico di studenti europei (ABC News, 3.4.209, J. Tapper, President Obama Addresses American 'Arrogance,' European 'Anti-Americanism' Il presidente Obama parla dell’ ‘arroganza’ americana e dell’’ antiamericanismo’ europeo [sostanzialmente, dice, almeno in parte conseguente: e pensa specificamente alla decisione di fare, imponendola al mondo, la guerra in Iraq], cfr. http://blogs.abcnews.com/political punch/2009/04/president-oba-1.html/).

[22] Il termine è apparso nella pubblicistica americana intorno al 1839, legato ideale delle presidenze di Theodore Roosevelt e di James Monroe, le prime presidenze imperiali di qualche decennio prima (cfr. Wikipedia, Manifest Destiny, cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Manifest_Destiny#cite_ref-0/), a ribadire il concetto originariamente di George Washington del posto speciale riservato dall’Onnipotente agli Stati Uniti. ““benedetti da Dio che li ha voluti separati con due grandi oceani dalle monarchie dell’Est”, in Europa, “e dalle satrapie dell’Ovest”, in Asia (George Washington, Farewell Message Messaggio di addio [alla presidenza], pubblicato nel giornale American Daily Advertiser, 19.9.1796: cfr. www.yale.edu/lawweb/avalon/washing.htm/). 

[23] U.S. Department of State, Cerimonia di consegna di targhe commemorative ai veterani del servizio Esteri del Dipartimento, 1.5.2009, Washington,. D.C., discorso introduttivo e domande e risposte della Clinton (per il testo integrale, cfr. www. state.gov/secretary/rm/2009a/05/122534.htm/).

[24] Reuters, 4.5.2009, A. de la Jara, U.N. sees deeper Latam '09 contraction— Per l’America latina, l’ONU vede una contrazione economica più grave nel 2009 (cfr. www.reuters.com/article/LatinAmericanInvestment09/idUSTRE 5432Z320090504/).

[25] Stratfor, 21.5.2009, Brazil: Economy Will Not Enter Recession - President Brasile: il presidente afferma che l’economia non cadrà in recessione  (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090521_brazil_economy_will_not_enter_recession_president/).      

[26] The Economist, 23.5.2009.

[27] Commissione europea, Affari economici e finanziari, 4.5.2009, Previsioni di primavera (per il testo completo della conferenza stampa di presentazione di Almunia, cfr. (in Ital.) http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?Reference =IP/09/693&format=HTML&aged=0&language=IT&guiLanguage=it/ e (in Ingl.) http://ec.europa.eu/economy_ finan ce/publications/publication15048_en.pdf/).

[28] I dati qui sono sempre quelli ufficiali dello standard definito dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro: anch’essi incompleti ma più di quelli usati, ad esempio, in America dal BLS che li dice uguali ma sapendoli non proprio equivalenti.

[29] New York Times, 15.5.2009, M. Saltmarsh, European Economy Shrinks 2,5% in Quarter L’economia europea si contrae del 2,5% nel trimestre.

[30] Dichiarazione introduttiva di J.-C. Trichet, presidente della BCE, conferenza stampa del 7.5.2009, a Francoforte (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2009/html/is090507.en.html/).

[31] Qui riportati dall’articolo su la Repubblica, 16.5.2009, L. Iezzi, Manovre anticrisi, l’Italia fanalino di coda.

[32] Stimulus Packages Comparisons, 10.3.2009 (cfr. http://topforeignstocks.com/2009/03/10/stimulus-packages-compar i son-us-stimulus-is-the-largest/).

[33] Bloomberg, 5.5.2009, S. Meyer, European Producer Prices Decline Most in 22 Years I prezzi alla produzione scendono in Europa del massimo da 22 anni (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601068 &sid=aOj _ ShNobLyo/).

[34] New York Times, 30.5.2009,M. Saltmarsh, Euro-Zone Inflation Rate Falls to Zero— Il tasso di inflazione del’eurozona scende a zero.

[35] Commissione europea, Direzione generale dell’Occupazione, Rapporto di primavera, dati sul lavoro 1° trimestre 2009 (cfr. sul sito della Commissione, 2009q1_v5_FIN[1].pdf/).

[36] Per il testo, cfr. www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/misc/107587.pdf/.

[37] New York Times, J. Kanter, Europe Fines Intel a Record $1.45 Billion in Antitrust Case— L’Europa multa l’Intel di un record di 1,45 miliardi di € per violazione delle leggi antitrust.

[38] V. già in Nota congiunturale 5-2009, sez. EUROPA, p. 11, e cfr. EurActiv, 22.4.2009, Socialists warn Barroso over hedge fund regulation I socialisti avvertono Barroso su una regolamentazione [seria] degli hedge funds (cfr. www.euractiv. com/en/financial-services/socialists-warn-barroso-hedge-fund-regulation/article-181467/); e per il testo integrale della dura lettera rivolta a Barroso dal presidente del PSE e dal presidente dei deputati del PSE al PE, cfr. www.euractiv.com/ 29/images/Letter%20to%20Barroso%2020%20April% 20 09_tcm29-181469.doc/.

[39] le Monde, 29.4.2009, C. Gatinois e Ph. Ricard, Le projet de la Commission européenne visant à encadrér les hedge funds divise les pays de l'Union— Il progetto della Commissione europea di inquadramento degli hedge funds divide i paesi dell’Unione (cfr. www.lemonde.fr/la-crise-financiere/article/2009/04/29/le-projet-de-la-commission-europeenne-visant-a-encadrer-les-hedge-funds-divise-les-pays-de-l-union_1186931_1101386.html#ens_id=1141592592/).

[40] EurActiv, 30.4.2009, McCreevy spares hedge funds from tight regulation— McCreevy risparmia agli hedge funds una regolamentazione severa (cfr. www.euractiv.com/en/financial-services/mccreevy-spares-hedge-funds-tight-regulation/ article-181867/).

[41] Apocalisse, 3:16: “Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo, io ti vomiterò dalla mia bocca”.

[42] New York Times, 22.5.2009, J. Healy, As Dollars Pile Up, Uneasy Traders Lower the Currency’s Value Coi dollari che si ammucchiano, gli scambisti nervosi abbassano il valore della valuta.

[43] Vocabolario etimologico Bonomi, Online, della Lingua italiana: “imbecille, propr. debole, languido, infermo,… formato dalle part. IN e BECÍLLUM: forma indebolita di BACÍLLUM, diminutivo di BÁCULUM bastone … l’appoggio di chi sta male in gamba. [Ma] oggi più che del fisico dicesi del morale e quindi vale Scemo di cervello” (cfr. www.etimo.it/? term=imbecille/).  

[44] Agenzia Stratfor, 30.4.2009, Russia: A Firmer Grasp on the Caspian Pipeline Consortium La Russia acquisisce una presa più forte sul Consorzio dell’oleodotto del Caspio (cfr. www.stratfor.com/analysis/20090430_russia_firmer_grasp_ cas pian_pipeline_consortium/?utm_source=Snapshot&utm_campaign=none&utm_medium=email/).

[45] Stratfor, 20.1.2009, Europe: Obstacles to Escaping the Russian Energy Grip— Difficoltà per l’Europa per sottrarsi alla presa russa sulle forniture energetiche (cfr. www.stratfor.com/analysis/20090120_europe_obstacle_ escaping_ russian _ energy_grip/).

[46] New York Times, 23.5.2009, C. J. Levy, Europe and Russia Fail to Agree on Gas Deal— Europa e Russia non trovano l’accordo sul gas.

[47] EUBusiness, 22.5.2009, Agence France-Presse (A F-P), EU-Russia summit fails to mend rifts— Il vertice tra Unione europea e Russia non riesce a ricucire gli strappi (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/1242982023.02/).

[48] Il Sole 24 ore, 16.5.2009, Firmato l’accordo con la Russia sul maxigasdotto South Stream.

[49] New York Times, 16.5.2009, A. E. Kramer, Falling Gas Prices Deny Russia a Lever of Power I prezzi del gas in caduta negano alla Russia uno strumento di potere.

[50] World News Network, 26.5.2009, Russia braces for deeper economic contraction La Russia si prepara a una più dura contrazione della sua economia  (cfr. http://article.wn.com/view/WNAT9A70AD0723D47CEE4C91841C5D098517/).

[51] Agenzia Interfax, 26.5.2009, Russian industrial decline almost 17% - PutinPutin: il declino industriale russo è quasi al 17% (cfr. www.interfax.com/3/495734/news.aspx/).

[52] Bloomberg, 5.5.2009, A. Nicholson, Russian April Inflation Slows as Ruble Effect Wanes— In Russia,ad aprile, con l’attenuarsi dell’effetto [svalutazione del] rublo, l’inflazione rallenta (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601 095&sid=aT3x1uGpj9Ys/).

[53] Stratfor, 22.5.2009, Russia: Unemployment Nears 8 Million In Russia la disoccupazione si avvicina agli 8 milioni (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090522_russia_unemployment_nears_8_million/).

[54] Il Sole 24 Ore, 19.5.2009, (A.S.), Nelle riserve di Mosca vince l’euro.

[55] Agenzia Ria Novosti, 6.5.2009, Russian proposes Caribbean drill response to NATO exercises— In risposta alle esercitazioni NATO i russi propongono esercitazioni nei Caraibi (cfr. http://en.rian.ru/world/20090506/121459125.html/). 

[56] A proposito: un grosso scandalo, però secondo noi ancora non sufficiente: emerge che sei dei massimi dirigenti della General Motors hanno venduto sottobanco montagne di azioni, per almeno 315.000 $: prima che non valessero più pressoché niente come per gli altri normali azionisti… (Guardian, 12.5.2009, A. Clark, Six General Motors bosses dump shares Sei capi della General Motors scaricano le loro azioni).

   [E’ interessante che questa notizia, così iconoclastica, sia reperibile su molti siti, ma che – almeno noi – non siamo riusciti a trovarla su nessuno dei grandi quotidiani mainstream americani… inglesi, si; canadesi pure, anche se italiani non ne abbiamo notati.

   Ma, negli USA, l’hanno pubblicata solo giornaletti locali o di tendenza, diciamo di sinistra. Non la grande stampa nazionale, troppo “responsabile”, no?, per istigare all’odio di classe, come lo chiamerebbe Warren Buffett. Ma istigare almeno un po’ al disprezzo di classe per questi pescecani dentuti farebbe bene a loro e, sicuramente, a tutta la società…].

[57] New York Times, 29.5.2009, N. D. Schwartz e C. Dougherty, Tentative Deal for G.M.’s Opel Is Latest Shift for Industry— Accordo ad interim sulla Opel della GM è l’ultimo terremoto per l’industria automobilistica. 

[58] New York Times, 11.5.2009, N. D. Schwartz, Germans Turn Doubtful on Fiat’s Plans for Opel I tedeschi più dubbiosi sul piano FIAT per la Opel.

[59] Guardian, 23.5.2009, A. Clark, General Motors bidder to sacrifice UK jobs— Offerente all’asta per la [Opel della] General Motors sacrificherà i posti di lavoro del Regno Unito.

[60] Reuters, 30.5.2009, M. Chambers e G. Heller, Opel, da Germania ok ad accordo Magna-GM (cfr. http://borsa ita liana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE54T00E20090530?pageNumber=2&virtualBrandChannel=0&s

p=true/).

[61] The Economist, 9.5.2009.

[62] Reuters, 30.5.2009, I. Simpson, Fiat, se deal Opel fallisce, Peugeot è il piano B? (cfr. http://borsaitaliana.it.reuters. com/article/businessNews/idITMIE54S0WJ20090529?sp=true/).

[63] The Economist, 2.5.2009.

[64] New York Times, 19,5,2009, M. Saltmarsh, Despite Energy reserves Norway Slips into Recession— Malgrado le sue riserve energetiche , [anche] la Norvegia scivola nella recessione.

[65] Lo diceva papale papale, già nel 1776, che non si può chiedere di autoregolarsi a chi ha “interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico” (cfr. A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni (W. Strahan and T. Cadell pubs., Londres, 1776), Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393).

[66] New York Times, 14.5.2009, L. Thomas Jr., Thriving Norway Provides an Economic Lesson Going Against the Tide La prospera Norvegia, andando contro corrente, dà una lezione di economia.

[67] The Economist, 2.5.2009.

[68] Adesso, la Francia, che tenta di non lasciarsi bollare come anti-turca anche se tutti sanno che, con la Germania, è il paese più restio all’adesione di Ankara, dice con Sarkozy – sottolineando la sua non banale e anzi concreta preoccupazione che l’Europa non dovrebbe più “continuare a diluirsi con una serie di allargamenti senza fine”, che in alternativa alla sua adesione formale all’Unione, Turchia e UE potrebbero creare insieme un forum economico e di sicurezza comune.

   E aggiunge, con la scarsa sensibilità e il brutto tempismo che connota il suo presidente e, soprattutto, il suo ministro degli Esteri, che una simile offerta l’Europa dovrebbe farla anche alla Russia, sottolineando così l’altra preoccupazione, più sensata e reale, che è difficile concepire un futuro separato e potenzialmente opposto tra Europa e Russia.

   Peccato che la Russia questo strapuntino non lo abbia mai chiesto… E che la Turchia, invece, è proprio l’adesione che ha chiesto ottenendone già solenne promessa per un futuro prossimo. E che è, dunque, difficile continuare ad offrire o a far balenare agli occhi – con rispetto parlando, s’intende – di tutti, ma proprio di tutti in Europa la chimera dell’Unione negandola in cambio di un piatto di lenticchie avvizzite al più grande paese islamico, e insieme sostanzialmente laico che c’è nell’area, e può essere davvero il ponte tra Europa e Asia.

   Così, è perfino peggio la toppa del buco, ovviamente e non si capisce come non riesca a frenare simili cavolate una diplomazia fine come quella francese – qui  mica sono Berlusconi o Frattini a parlare… – agli occhi di un’opinione pubblica orgogliosa e suscettibile come quella turca…

   Infatti, il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, affonda subito come irricevibile, e anche con sprezzo ben motivato, l’offerta  (“tutto quel che chiediamo all’Europa è di rispettare i suoi valori e onorare le proprie promesse. Proporci affiliazioni alternative non è solo un segno di mancanza di rispetto per noi ma anche per la stessa cultura e la stessa storia europea” (cfr. www.asbarez.com/2009/05/08/turkish-fm-dismisses-alternatives-to-eu-membership/).

   E, subito dopo, interviene il presidente turco, Abdullah Gul, durissimo: i tentativi “di Francia e Germania”, dice senza più circonlocuzioni diplomatiche, “per bloccare la nostra entrata nell’Unione europea sono inaccettabili:La decisione della UE di negoziare con la Turchia a suo tempo fu unanime” (a suo tempo, significa addirittura nel dicembre 1999, dieci ani fa…).

   “Rimettere adesso in questione, condizionare il negoziato, è una violazione conclamata delle decisioni assunte dalla UE e significherebbe che i capi di Stato allora non presero una decisione sincera, nel senso che la decisione di aprire in buona fede il negoziato non fu presa affatto in buona fede” (Katimerini, 18.5.2009, A-FP, Gul slams EU Turko-skeptics— Gul attacca i turco-euroscettici  dell’Unione europea - - cfr. www.ekathimerini .com/4dcgi/news/ world_ 1 KathiLev&xml/&aspKath/world.asp&fdate=18/05/2009/; e EUBusiness, 18.5.2009, Gul slams EU states opposed to Turkish membership Gul attacca gli Stati d’Europa che si oppongono all’adesione turca - - cfr. www.eubusiness.com/news-eu/ 1242579722.57/).

   Sulla questione dell’allargamento, la Turchia non rappresenta però l’unico dossier aperto— al fondo, secondo noi, la prudenza di francesi e tedeschi non è sbagliata dopo l’esperienza, forse inevitabile ma non certo tutta positiva fatta con il maxi-allargamento del 2004…

   Poi ci pensa il vicepresidente americano, Joe Biden, ad impicciarsi in modo maldestro di cose che non si capisce perché dovrebbero riguardarlo. Anche con la Turchia, del resto, il tifo che aveva fatto Bush per l’adesione di Ankara all’Unione europea alla fine era stato controproducente (la risposta più irritata e più secca, ma diplomaticamente presentata, fu allora quella della Merkel: fatevi i fatti vostri, in sostanza).

   Adesso, torna alla carica Biden sul fronte… Balcani: gli USA continuano ad avere l’abitudine di parlare – e qualche volta di agire – duramente sui Balcani (Serbia, Croazia, Bosnia) per dimostrare il loro impegno. Ma continuano poi a chiedere impegni concreti ad altri, nella fattispecie all’Europa.

   Così come ieri, personalmente col vecchio vicepresidente di Bush, Cheney, senza misurare troppo le conseguenze di dichiarazioni e gesti avventati erano andati a proclamare a Tbilissi il loro sostegno “totale e senza riserve” alla volontà di indipendenza comunque manifestata della Georgia – contribuendo non poco ad illudere quello sconsiderato del  presidente Saakashvili che aveva dietro l’America (tutta) a difenderlo, se ce ne fosse stato bisogno, da qualunque reazione fosse mai venuta dalla Russia alle sue rivendicazioni/provocazioni, aiutandolo così a lanciare la Georgia in un’avventura senza (quasi) ritorno –, così ora, con Biden, vanno in visita ad moenia nei Balcani.

   E ribadiscono al parlamento di Bosnia a Sarajevo, di sostenere la volontà dei paesi balcanici di aderire all’UE, chiedendo un po’ pleonasticamente (ma speriamo che serva a qualcosa, si intende) ai bosniaci di non scannarsi tra loro e dicendosi “personalmente ma anche a nome dell’America tutta, molto preoccupato sulla direzione che prenderà il vostro paese e sul vostro futuro” (cfr. al Jazeera, 20.5.2009, Biden’s heartfel address wins over Bosnians— Il discorso sentito di Biden conquista i bosniaci - - cfr. http://article.wn.com/view/WNAT517720136601F695EFDEDE9E87962CAB/).

   Al presidente serbo, Boris Tadic, poi Biden va dire che l’America vuole tornare amica di Belgrado, malgrado le “divergenze” del recente passato (i bombardamenti americani e della NATO sulla Serbia, il dissidio profondo sulla secessione “illegittima ed illegale”, ribadiscono qui, del Kossovo: che molti a Belgrado non scordano, ricordandolo a Biden nel corso di una visita praticamente blindata, malgrado gli sforzi del governo di ricucire. Per cui, nota al Jazeera, 20.5.2009, Biden visit sparks anger in Serbia— La visita di Biden accende la rabbia serba - - cfr. http://english.aljazeera. net/news/europe/2009/05/2009520113739362937.html/.

   In un curioso risvolto, di cui peraltro mancano ancora terzi riscontri, pare che Biden abbia anche offerto alla Serbia di aderire alla… NATO. Lo ha riferito alla stampa, preoccupandosi di mettere in evidenza come Biden non scherzasse (qui i 71 giorni e notti di bombardamenti della NATO dopo tanti anni sono ancora nella memoria di tutti) ma fosse del tutto serio, il ministro della Difesa, Dragan Sutanovac. Malgrado ciò, chiarisce il ministro, Biden “ha ben chiara e comprende bene la situazione in cui ci troviamo – stretti fra quei ricordi e quelli più recenti e cocenti della secessione del Kossovo, incoraggiata se non istigata dalla NATO e dagli USA: da Biden in persona, allora al Senato – e nessuno dunque ci metterà sotto pressione per farci percorrere quella strada” (Agenzia B92, Belgrado, 21.5.2009, Defense minister: No pressure over NATO Il ministro della Difesa: nessuna pressione sulla questione della NATO - - cfr. wwwb92.net/ eng/news/in_focus.php?id=96&start=0&nav_id=59295/).  

   Infine, ai kossovari, il vicepresidente americano è andato ad assicurare che la loro indipendenza è “irreversibile”. Ma, il giorno prima a Belgrado, aveva ragionevolmente appena detto ai serbi di non aspettarsi comunque da loro il riconoscimento dell’indipendenza del Kossovo, deludendo Pristina che all’America proprio chiedeva, ma non ha ottenuto, di “imporlo” ai serbi: il fatto è che, invero, da queste parti del mondo – dal Kossovo alla Georgia – anche malgrado la crisi continuano a nutrire una visione ipergonfiata e del tutto irreale dell’onnipotenza americana (al Jazeera, 21.5.2009, US reaffirms support for Kosovo— Gli USA confermano il loro sostegno al Kossovo - - cfr. http://engli sh.aljazeera.net/news/europe/2009/05/2009521161410575204.html/).

[69] The Independent, 7.5.2009, Klaus vetoes Czech approval of Lisbon treaty— Klaus mette il veto al sì al trattato di Lisbona (cfr. www.independent.co.uk/news/world/europe/klaus-vetoes-czech-approval-of-lisbon-treaty-1680415 html/).

[70] New York Times, 12.5.2009, S. Castle e D. Bilefsky, Awkward Dance for E.U. Treaty TalksUn impacciato balletto per il negoziato  sul Trattato europeo

[71] Stratfor, 29.5.2009, Slovakia: Soviet Reactors May Be Restarted In Crisis Slovacchia: se c’è crisi, i reattori sovietici potrebbero essere fatti ripartire (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090529_slovakia_soviet_reactors_may_be_ restarted_ crisis/).

[72] Bloomberg, 21.5. 2009, J. McGee, Czech Banking Industry Outlook Changed to ‘Negative’ by Moody’s Il settore bancario ceco vede Moody’s cambiargli la prospettiva in ‘negativa’ (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid= 20601095& sid=aN2OlX.9w2NM/).

[73] The Economist, 9.5.2009.

[74] The Economist, 9.5.2009.

[75] IMF, Survey in Line FMI, indagine on line, 8.5.2009, Adjustments Move Ukraine Forward L’Ucraina avanza grazie ad alcuni aggiustamenti (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2009/INT050809A.htm/).

[76] Agenzia Interfax, 12.5.2009, Moody’s downgrades ratingMoody’s abbassa il rating (cfr. www.interfax.com/3/492836/ news aspx/).

[77] The Economist, 16.5.2009,.

[78] RIA Novosti, 19.5.2009, Ukraine's leader repeats call to review gas deal with Russia— Il presidente ucraino reitera la sua richiesta di rivedere gli accordi sul gas con la Russia (cfr. http://en.rian.ru/world/20090519/155041281.html/).

[79] Il Foglio, 26.5.2009, La Giornata (nel mondo).

[80] Cfr. Nota46.

[81] Bloomberg, 11.5.2009, A. Eglitis, Latvia PM wants IMF to accept 7 pct/GDP deficit Il primo ministro della Lettonia vuole che il FMI accetti un defict/PIL del 7% (cfr. www.cnbc.com/id/30741535/).

[82] New York Times, 23.5.2009, C. Dougherty, Latvia Races to Cut Deficit to Keep to Its Bailout Deal— La Lettonia impegnata a sforbiciare il deficit per strappare il suo prestito di salvataggio.

[83] Stratfor, 14.5.2009, Hungary: 'Inevitable' Economic Recession L’ ‘inevitabile’ recessione economica in Ungheria              (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090514_hungary_inevitable_economic_recession/).

[84] The  Baltic Course, 18.5.2009, P. Vaida, Dalia Grybauskaite–new president of Lithuania— Dalia Grybauskaite–nuova presidente della Lituania (cfr. www.baltic-course.com/eng/analytics/?doc=13844/). 

[85] New York Times, 28.5.2009, P. Bowring, Where’s Europe— Ma l’Europa dov’è?

[86] Rossiya Tv, 15.5.2009, European security isn’t NATO prerogative- Medvedev— La sicurezza europea non è prerogativa della NATO (cfr. www.russiatoday.com/Top_News/2009-05-15/European_security_isn_t_NATO_prerogative— Medve dev.html?page=2/).

[87] Department of Commerce, 29.5.2009, Commerce Department reports GDP better than expected Il Dipartimento del Commercio riferisce di un PIL migliore delle attese (cfr. http://ozarksfirst.com/content/fulltext/?cid=153362/).

[88] 1 miglio corrisponde a 1 Km e 609 metri; 1 gallone è uguale a nostri 3,8 litri.

[89] New York Times, 20.5.2009, edit., The Earth Wins One— La terra ne vince una

[90] Wall Street Journal, 22.5.2009, J. Yang e S. Oster, China Looks for Big Cuts in Emissions— La Cina vuole grossi tagli nelle emissioni (cfr. http://online.wsj.com/article/SB124290515793142949.html/).

[91] IPCC International Panel on Climate Change— Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, Fourth Assessment Report (cfr. www.ipcc.ch/ipccreports/ar4-syr.htm/) Quarto Rapporto di Valutazione, Il cambiamento climatico nel 2007 (cfr. tradotto in italiano, www.atmosphere.mpg.de/enid/ACCENT_it/I_cambiamenti_climatici_2__7_speciale_ IPCC_ 67c.html/).

[92] New York Times, 5.5.2009, P. S. Goodman e J. Healy , U.S. Jobless Rate Hits 8.9%, but Pace of Losses Eases Il tasso di disoccupazione in America tocca l’8,9%, ma rallenta il ritmo del taglio dei posti di lavoro.

[93] Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics (BLS), 8.5.2009, Employment situation summary Sintesi della situazione dell’occupazione (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e Economic Policy Institute (EPINET), 8.5.2009, H. Shierholz, Jobs Picture Quadro dell’occupazione (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobspicture2009 05 08/).

[94] New York Times, 22.5.2009, F. Norris [uno dei columnists più preparati in economia del lavoro e in faccende di borsa del giornale], U.S. Jobless Rate Likely to Pass Europe’s— Il tasso di disoccupazione in America andrà probabilmente sopra quello dell’Europa.

[95] The Economist, 9.5.2009.

[96] New York Times, 13.5.2009, J. Heraly e S. Rosenbloom, Retail Sale Drop Cools Wall Street’s Optimism Le vendite al dettaglio calano e raffreddano l’ottimismo a Wall Street..

[97] New York Times, 14.5.2009, J. Healy, Jump in Food Costs Drives Up Price Index L’aumento dei prezzi alimentari fa salire l’indice.

[98] U.S. Commerce Department, 12.5.2009, Goods and Services— Beni e servizi (cfr. www.census.gov/foreign-trade/ Press-Release/current_press_release/ftdpress.txt/).

[99] The Economist, 30.5.2009.

[100] Chiarisce bene la cosa, mettendone in rilievo le possibili conseguenze – correttamente ma anche, a dire il vero, con malcelata soddisfazione di stampo, si capisce, neutralmente antisindacale – il New York Times, 1.5.2009, Chrysler Partners Have Many Goals I molti [e diversi: questo l’articolo si preoccupa soprattutto di evidenziare] scopi dei soci della Chrysler.

[101] le Monde, 29.4.2009, Pour sauver Chrysler, le syndicat UAW doit renoncer à la grève jusqu'en 2015 (cfr. www.le monde.fr/la -crise-financiere/article/2009/04/29/pour-sauver-chrysler-le-syndicat-uaw-doit-renoncer-a-la-greve-jusqu-en-2015_ 11 86772_1101386.html#ens_id=1126141/).

[102] AFL-CIO Now Blog, 21.5.2009, M. Hall, UAW GM reach tentative deal— UAW e GM sottoscrivono una bozza d’accordo (cfr. http://blog.aflcio.org/2009/05/21/uaw-gm-reach-tentative-deal/).

[103] New York Times, 26.5.2009, M. Maynard e D. E. Sanger, U.S. Expected to Own 70% of Restructured G.M. L’attesa è che il governo americano diventi proprietario del 70% della GM, ristrutturata.

[104] New York Times, 29.5.2009, N. Bunkley, U.A.W. Ratifies G.M. Contract Concessions La UAW ratifica le concessioni contrattuali fatte alla GM.

[105] New York Times, 3.5.2009, D. Leonhardt, Tests of Banks May Bring Hope More Than Fear— I test delle banche potrebbero portare più speranza che paura [almeno c’è quel condizionale…].

[106] New York Times, 6.5.2009, T. Geithner, How We Tested the Big Banks Come abbiamo fatto il test alle grandi banche.

[107] New York Times, 8.5.2009, P. Krugman, Stressing the Positive Sottolineando quanto c’è di positivo [stress, in inglese, vuol dire tanto tensione che sottolineatura].

[108] Notizia ripresa e confermata, in termini diversi e identici, su Il Sole 24 Ore, 10.5.2009, da M. Platero— che La Fed ha fatto lo sconto a Wall Street: dove la ‘rivolta’ dei big  della finanza ha costretto l’Authority a ridurre gli aumenti di capitale. Cioè: a ridurre gli aumenti di capitale, imposti in origine dall’Amministrazione in misura di parecchie volte superiore, alle banche scivolate nel pantano e già aiutate – e che ancora lo saranno – a tirarsi fuori dal pantano in cui, per scelte di avidità e colpe di irresponsabilità esclusivamente loro – di lor signori – erano scivolate.  

[109] Truthout, 8.5.2009, M. Renner, “They Frankly Own the Place”— “Francamente, qui sono i padroni”.(cfr. www.truthout. org/050809J?print/).

[110] New York Times, 11.5.2009, E. Dash e A. Martin, Banks Brace for Credit Card Write-Offs— Le banche si preparano alla cancellazione delle carte di credito.

[111] OECD OCSE, 11.5.2009, Composite Leading Indicators (CLIs), OECD (update)— Indicatori compositi guida (CLI) OCSE, aggiornamento (cfr. www.oecd.org/document/15/0,3343,en_2649_34349_42720015_1_1_1_1,00.html/).

[112] New York Times, 2.5.2009, J, Nocera, Same Data, Conflicting Forecasts Stessi dati, previsioni in contrasto.

[113] Sta cercando di inventarsi, Obama, come impongono ora i dettami delle Public Relations, uno slogan che sintetizzi il suo volere, il suo dire e il suo fare: come New Deal per Roosevelt, Nuova Frontiera per Kennedy, Nuova Società per Johnson… E il presidente ha cominciato a lavorare e a praticare il suo slogan: la Nuova Fondazione. Che, in questa congiuntura, potrebbe anche avere successo.

[114] Anzi, ha allarmato il suo partito (New York Times, 19.5.2009, D. M. Herszenhorn, Democrats in Senate Block Money to Close Guantánamo I democratici al Senato bloccano i fondi per chiudere Guantánamo) al punto che, rovesciando le sue posizioni – e scavalcandolo, non si capisce bene a dire il vero se “a destra”  o “a sinistra” – la leadership democratica del Senato sta rifiutando di concedere al presidente gli 80 milioni di $ che ha chiesto per chiudere Guantánamo, dove ci sono ancora 270 detenuti.

Vogliono, come i repubblicani, piani dettagliati anche loro sui tempi e i modi, temono anche loro che alla fine alcuni di questi detenuti resteranno negli Stati Uniti senza aver potuto chiarire la loro posizione (sono o non sono terroristi? certo, il sospetto per molti è che lo siano). Ma, sopratutto, pretendono che prima di chiudere il carcere il govevo dica quel che vuole fare di loro.

   Il problema è che se appena riconoscono a gente come questa, che hanno tenuto in galera, e in quel modo, per anni e anni senza mai processarli, un minimo di diritti pregressi – ed è difficile ormai sfuggire a quest’obbligo non solo legale ma anche morale – gli Stati Uniti potrebbero essere obbligati a tenerseli… o, al minimo, a risarcimenti colosali nei loro confronti.

[115] New York Times, 16.5.2009, W. Glaberson, Obama to Keep Tribunals; Stance Angers Some Backers—Obama tiene in vita i tribunali; decisione che indigna alcuni [parecchi…: ma – al solito, come purtroppo già, e quasi  sempre, con Bush – nei titoli questi giornali autorevolissimi e mainstream si dedicano a sopire, chetare, annacquare ] sostenitori.

[116] Lo ha rivelato Seymour Hersh (cfr…. no, consentiteci, solo questa volta, di non mettervi il link…), il reporter investigativo che nel 2004 per primo parlò, e documentò, i misfatti di Abu Ghraib e che, trent’anni prima, aveva raccontato tutto del massacro americano a My Lay in Vietnam (16.3.1968, 347 civili, solo donne, vecchi e bambini, trucidati a colpi di mitra e di machete dai soldati della Compagnia Charlie, 11a Brigata di Fanteria Leggera, Divisione Americal, dell’esercito agli ordini del tenente William Calley: condannato ai lavori forzati a vita da un tribunale militare americano, dal giorno dopo la condanna e per tre anni subì solo arresti a domicilio: poi venne amnistiato da un tribunale federale non perché non fosse colpevole ma perché era da considerarsi il capro espiatorio che era stato condannato a una pena lieve, sicuro, ma anche sicuramente per tutti… 

[117] The Economist, 16.5.2009. Scrive, cogliendo perfettamente il punto su la Repubblica, V. Zucconi, 17.5.2009, Internet batte la censura di Obama, che in realtà queste immagini “sono più di una battaglia perduta…Sono la promessa di future guerre ancora da perdere”.

[118] Cfr. Nota congiunturale 5-2009, p. 144, Note145 e 146.

[119] Facebook,4.5.2009 (cfr. www.facebook.com/note.php?note_id=76097259410/); e New York Times, 7.5.2009, edit., The Torture Debate: The Missing Voices Il dibattito sulla tortura— le voci mancanti.

[120] New York Times, 17.5.2009, F. Rich, Obama Can’t Turn the Page on Bush Obama non può girare la pagina del dopo Bush.

[121] NBC Tv, 7.5.2009,P. Williams (cfr. htpp://firstread.msnbc.msn.com/archive/2009/05/07/1925394.aspx/).

[122] New York Times, 23.5.209,W. Glaberson, President’s Detention Plan Tests American Legal Tradition Il piano di detenzione [per i sospetti] proposto dal presidente mette a dura prova la tradizione legale americana [ma anche quella morale, che è il punto: dicevano i romani – che imperialisti erano anche loro ma almeno lo sapevano – che non ci si può trasformare in barbari per timore dei barbari…].

[123] New York Times, 23.5.2009, D. D. Kirkpatrick e SD. M. Herszenhorn, Guantánamo Closing Hands Republicans a Wedge Issue La chiusura di Guantánamo dà ai repubblicani uno strumento per spaccare gli altri.

[124] Washington Post, 19.5.2009, J. Warrick e R. Jeffrey Smith, U.S.-Russian Team Deems Missile Shield in Europe Ineffective Gruppo di studio russo-americano concorda: lo scudo spaziale in Europa è inefficace; e, naturalmente, il testo originale comopleto del Rapporto  dell’EW I, 19.5.2009, Iran’s Nuclear and Missile Potential— A Joint Threat Assessment  (cfr. http://docs.ewi.info/JTA.pdf/).

[125] Ha spiegato, ben venticinque anni fa, personalmente a Reagan e disgraziatamente senza convincerlo – non si fece mai convincere da obiezioni tecniche alle sue visioni strategiche – il prof. David Parnas (di cui, oltre a quanto qui sintetizzato, cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/David_Parnas/), uno dei massimi esperti mondiali di cibernetica, perché, alla fine, dopo avere "inventato" la fattibilità teorica delle "guerre stellari" ed aver convinto il presidente ad autorizzarne e finanziarne la ricerca, le aveva totalmente ripudiate:

    “Il fatto è che la cosa serve solo se siamo ragionevolmente sicuri che funzionerebbe al momento buono, quando si fosse attaccati da migliaia di missili e decine di migliaia di testate termonucleari, cioè nel momenti in cui questo Armageddon ci pioverà in testa per la prima voltae tutto insieme.

   Solo che non potrà mai funzionare. Perché per farlo la complessa macchina cibernetica che, in pochi secondi, analizza i dati in arrivo, dovrebbe essere in grado di distinguere le testate termomucleari vere dai "decoys", le testate nucleari fasulle, cioè; che, però, nello spazio, dove tutto è senza peso, non c'è proprio modo per un computer di distinguere da quelle vere, scartandole – come sarebbe necessario fare per far funzionare il sistema – da ogni considerazione da parte del meccanismo di difesa che dovrebbe discernere ed abbattere, in pochissimi minuti, tutte le testate autentiche— e solo quelle vere, no, quelle fasulle, per non andare in tilt...

   Ma il fatto – che resta vero anche se, invece di migliaia, le testate in arrivo fossero solo una manciata – è che se io faccio vedere a un computer, il più sofisticato che ci sia oggi o che ci sarà domani, un oggetto giallo, lungo tre metri, a strisce nere, con occhi fosforescenti e grandi baffi bianchi, quello mi dirà sempre e soltanto che di oggetto-giallo-lungo-tre-metri-a-strisce-nere-con-occhi-fosforescenti-e-baffi-bianchi si tratta e non mi dirà mai – non mi potrà dire mai, come invece potrebbe fare il mio nipotino di sei anni – che si tratta di una tigre... 

   Non capisce, cioè non discrimina, dunque non serve allo scopo. Ma non è colpa sua…”.

[126] Financial Times, 20.5.2009,C. Clover, I. Gorst e D. Dombey, US and Russia eye nuclear talks as route to 'reset' relations— USA e Russia puntano al negoziato nucleare come strada per riavviare le loro relazioni (cfr. www.ft.com/cms/s/2a 653388-44d6-11de-82d6-00144feabdc0,dwp_uuid=ebe33f66-57aa-11dc-8c65-0000779fd2ac,print=yes.html#/).

[127] Reuters, 23.5.2009, China nuclear arms steps hinge on U.S., RussiaOgni riduzione delle armi nucleari della Cina è legata a quel che fanno americani e russi (cfr. http://in.reuters.com/article/worldNews/idINIndia-39830220090523/).

[128] New York Times, 23.5.2009, E. W. Merry, A ‘Reset’ Is Not Enough Il risettaggio non basta [questo autore – proprio come quelli che citeremo più avanti, parlando della strategia americana vero l’Iran (cfr. Nota147) – è di quei    diplomatici o analisti che vengono dalla grande scuola kissingeriana: cinici, cioè, indubbiamente; real-politikisti; che non credono – o, forse, non credono più – ai sogni o alle illusioni pericolose di liberalizzazione del mondo anche a forza di bombe e invasioni militari che lo vogliono a sé uniformare…].

[129] Ha’aretz (Tel Aviv), 5.5.2009, N. Mozgovaya e B. Ravid, Biden tells AIPAC:Israel must support two-State solution— Biden dice all’AIPAC: Israele deve sostenere la soluzione dei due Stati (cfr. http://haaretz.com/hasen/pages /1083213.html/).

[130] Guardian, 6.5.2009, C. McGreal, US pro-Israeli group attempts to stop shift in White House Middle East policy La lobby filo israeliana d’America cerca di fermare lo spostamento di politica mediorientale da parte della Casa Bianca.

[131] Haa’retz, 15.5.2009, A. Benn, Israel: U.S. will know before any Iran strike Israele: gli USA sapranno prima di ogni attacco all’Iran (cfr. www.haaretz.co.il/hasen/pages/ShArtStEng.jhtml?itemNo=1085710&contrassID=1&subContrassID =1&title='Israel%20vows%20not%20to%20surprise%20U.S.%20with%20strike%20on%20Iran%20'&dyn_server=172.20.5.5/).

[132] New York Times, 28.5.2009, R. Cohen, Obama in Netanyahu’s Web Obama nella rete di Netanyahu.

[133] Stratfor, 21.5.2009, Israel: U.S. Need Not Be Forewarned Of Operations Against Iran - Arad—  Arad dice che Israele non ha alcuna necessità di preavvisare gli Stati Uniti di un’operazione lanciata contro l’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/2009 0 521_israel_u_s_need_not_be_forewarned_operations_against_iran_arad/).

[134] New York Times, 19.5.2009, S. Gay Stolberg, Obama Tells Netanyahu He Has an Iran Timetable— Obama dice a Netanyahu di avere un calendario suo per l’Iran; e Ha’aretz, 19.5.2009, A. Benn, Israel gives Obama until end of year Israele dà tempo ad Obama fino alla fine dell’anno [che se è una lettura corretta neanche dei fatti oggettivi ma di come li ha letti il governo di Israele, è un disastro…] (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1086579.html/). 

[135] (A.P.), 24.5.2009, Netanyahu: We'll build in existing settlements— Allargheremo gli insediamenti attual, dice Netanyahu (cfr. http://hosted.ap.org/dynamic/stories/M/ML_ISRAEL_PALESTINIANS?SITE=LABAT&SECTION=HOME& TEMPLATE=DEFAULT&CTIME=2009-05-24-10-14-14/).

[136] New York Times, 20.5.2009 (A.P.), Israeli Official Blasts Focus on 2-State Idea— Esponente israeliano spara a zero contro l’idea dei 2 Stati [per 2 popoli].

[137] New York Times, 29.5.2009, H. Cooper, Obama Calls for Swift Move Toward Mideast Peace Talks— Obama chiede un’accelerazione verso colloqui di pace in  Medio Oriente.

[138] Cfr. Nota132, qui sopra.

[140] The Real News, 23.5.2009, J. Dolan, Security Slipping in Iraq La sicurezza regredisce in Iraq (cfr. http://therealnews. com:80/t/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival=3751/).

[141] New York Times, 28.5.2009, T. Williams e S. al-Salhy, Allotting of Iraqi Oil Rights May Stoke Hostility L’allocazione dei diritti d’estrazione petrolifera potrebbero riattizzare l’ostilità [tra regioni, etnie, ecc., ecc., soprattutto – ma non solo – tra curdi e arabi nel nord dell’Iraq].

[142] AFPNews, 1.5.2009, Iraq faces 'havoc' if reconciliation fails: deputy PM— Se la riconciliazione fallisce, dice un vice primo ministro [iracheno], l’Iraq sarà nel ‘caos’.

[143] Stratfor, 28.5.2009, Turkey: Jets Strike PKK Targets In Iraq Turchia: cacciareattori colpiscono bersagli del PKK in Iraq (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090528_turkey_jets_strike_pkk_targets_iraq/).

[144] Stratfor, 2.5.2009, Iran: PKK Targets Attacked In N. Iraq L’Iran: bersagli del PKKK attaccati nel Nord dell’Iraq (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090502_iran_ pkk_ tar gets_ attacked_n_iraq/).

[145] The Telegraph, 27.5.2009, A. Spillius, US Army prepared to stay in Iraq for a decade L’esercito americano si prepara a restare in Iraq per un decennio (cfr.

[146] (A F-P), 2.5.2009, Japan-Iran diplomatic spat— Schermaglia diplomatica tra Giappone e Iran (cfr. www. afp.com/afpcom/en/taglibrary/thematic/actuality/).

[147] New York Times, 24.5.2009, F. Leverett e H. Mann Leverett, Have We Already Lost Iran?— Ma già abbiamo perso l’Iran?

[148] Der Spiegel, ed. ingl., 16.5.2009, intervista di D. Bednarz e E.Follath a Mohamed el-Baradei, ‘It was others who failed’— ‘Sono altri che hanno fallito’ (cfr. www.spiegel.de/international/world/0,1518,druck-625600,00.html/).

[149] Agenzia Fars (Teheran), 17.5.2009, Iran to Present Fresh Proposals to West Soon— L’Iran presenterà presto proposte nuove all’occidente [ma non è proprio così semplice, occidente contro oriente, come vorrebbero farla passare gli iraniani: perché per ragioni secondo noi sbagliate – almeno sul piano del diritto internazionale, come abbiamo cercato di spiegare – le richieste all’Iran non vengono affatto solo dagli occidentali del Consiglio di sicurezza ma anche da russi e cinesi… e, del resto, se le controproposte iraniane, come soluzione ai problemi della regione insistessero, per esempio, sulla cancellazione come dice Ahmadinejad non di Israele come tale – non l’ha mai detto – ma del “regime sionista” di Israele – questo ha detto: un regime change cui obbligare Israele – non sono per mille ragioni ricevibili] (cfr. http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=8802271289/).

[150] Stratfor, 25.5.2009, Iran: Tehran Refuses To Discuss Nuclear Program Teheran rifiuta di discutere il programma nucleare [se non con l’Agenzia dell’ONU, sarebbe stato corretto aggiungere anche nel titolo] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 2009 0525_iran_tehran_refuses_discuss_nuclear_program79/).

[151] Entekhab News Agency (Teheran), 21.5.2009, Frattini to visit Tehran soon Frattini presto in visita a Teheran (cfr. www.entekhabnews.net/EUROPE-NEWS/Politics/15235.html/).  

[152] New York Times, 4.5.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), Iranian Leader Is Scolded on Removal of Official— Il presidente iraniano rimproverato [dalla Guida suoprema] per la rimozione di un funzionario.  

[153] Iran Press Tv, 5.5.2009, Ahmadinejad: ‘maladministration and squandering’ Ahmadinejad: ‘cattiva gestione e sprechi’ (cfr. www.presstv.ir/election2009/)

[154] Stratfor, 12.5.2009, Iran: Ayatollah Khamenei Supports Ahmadinejad For President In Iran, l’ayatollah Khamenei sostiene Ahmadfinejad come presidente (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090512_iran_ayatollah_khamenei_supports _ahmadinejad_president/).

[155] France24, 18.5.2009, Shun pro-West candidates, says Iran's Khamenei— Attenzione ai candidati filo-occidentali, dice l’iraniano Khamenei (cfr. www.france24.com/en/20090518-shun-pro-west-candidates-says-irans-khamenei/).

[156] Stratfor, 25.5.2009, South Korea: U.S. Notified In Advance Of Nuclear Test? La Corea del Sud: gli USA avvertiti in anticipo dell’esperimento nucleare? (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090525_south_korea_u_s_notified_advance_ nuclear _test/).

[157] Stratfor, 25.5.2009, North Korea: China Notified Of Nuclear Test Corea del Nord: la Cina avvisata del test nucleare (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090525_north_korea_china_notified_nuclear_test/).

[158] New York Times, 25.5.2009, C. Sang-Hun, North Korea Announces 2nd Test of Nuclear Device— La Corea del Nord annuncia il secondo test di un ordigno nucleare; e, per il testo del comunicato nord-coreano (“…il successo del nostro esperimento nucleare è di grande ispirazione per l’esercito e il popolo della RDPK e intensifica lo slancio della nuova grande impennata rivoluzionaria che spalancherà la porta alla nostra vibrante nazione…”, bla, bla, bla…) v. www.nytimes.com/2009/ 05 25/world/asia/25 nuke-text.html/).

[159] New York Times, 25.5.2009, Tested Early by North Korea, Obama Has Few Options Messo subito alla prova dalla Corea del Nord, per Obama poche opzioni [e, forse, nessuna se non lasciar perdere…].

[160] Free Republic, 29.5.2009, N. Korea warns new U.N. sanctions will void armistice (Game of chicken continues) Il Nord Corea ammonisce che altre sanzioni ONU annullerebbero l’armistizio (continua il gioco a chi sbatte per primo le palpebre) (cfr. www.freerepublic.com/focus/news/2260374/posts?page=4/).

[161] The Economist, 30.5.2009.

[162] New York Times, 30.5.2009, U.S. Says Won't Accept N.Korea as Nuclear State— Gli Stati Uniti non accetteranno la Corea del Nord come Stato nucleare.

[163] P. Fitzgerald e E. Gould, Afghanistan’s Untold Story: Invisible History Behind the Afghan propaganda (:)La favola mai raccontata [di quel che succede davvero] dell’Afganistan: la storia invisibile dietro alla propaganda sull’Afganistan, 2009, City Light Publishers, San Francisco, Cal., USA [la frase citata è la sintesi, di un lavoro documentato letteralmente, rigo per rigo]. 

[164] The Independent, 11.5.2009, P. Cockburn, The warlords casting a shadow over Afghanistan— L’ombra dei signori della guerra sull’Afganistan (cfr. www.independent.co.uk/news/world/asia/the-warlords-casting-a-shadow-over-afghanistan-16 82660.html/).

[165] New York Times, 20.5.2009, D. Filkins, U.S. Pullout a Condition in Afghan Peace Talks La condizione posta ai coloqui di pace afgani è il ritiro americano.

[166] New York Times, 18.5.2009, H. Cooper, Ex-U.S. Envoy May Take Key Role in Afghan Government Ex ambasciatore statunitense potrebbe assumere un ruolo chiave nel governo afgano.

[167] New York Times, 11.5.2009, E. Bumiller e T. Shanker, Commander’s Ouster Is Tied to Shift in Afghan War — La cacciata del comandante delle truppe legata all’andamento della guerra in Afganistan.

[168] Department of Defense, 11.5.2009, Conferenza stampa, trascrizione (cfr. www.defenselink.mil/transcripts/transcript .aspx?transcriptid=4424/).

[169] New York Times, 13.5.2009, edit., New Commander for Afghanistan Nuovo comandante per l’Afganistan [quando sarebbe stato più corretto, naturalmente, dire di un nuovo comandante americano per le truppe americane del corpo di spedizione americano in Afganistan… ma tant’è].

[170] New York Times, 20.5.2009, C. J. Cheevers, Arms Sent by U.S. May Be Falling Into Taliban Hands Le armi inviate dagli Stati Uniti potrebbero [potrebbero— sic!] cadere in mano ai talebani.

[171] Una delle poche istituzioni effettivamente autonome e affidabili, nel paese, che gode della mallevadoria delle Nazioni Unite(cfr. www.aihrc.org.af/faq_eng.htm#What_is_Afghanistan_Independent_Human_Rights_Commission_le gitimacy__/).

[172] Reuters, 26.5.2009, S. Salahuddin, U.S. raid killed 97 civilians - Afghan rights group— Il raid aereo americano ha ucciso 97 civili – dice la Commissione afgana per i diritti (cfr. www.reuters.com/article/politicsNews/idUSTRE54P2IF200 90 526/).

[173] New York Times, 4.5.2009, S. Tavernise, Pakistan’s Islamic Schools Fill Void, but Fuel Militancy— Le scuole islamiche in Pakistan riempiono un vuoto, ma alimentano il fanatismo militante.

[174] New York Times, 6.5.2009, T. Shah  e C. Gall, U.S. Raids Killed Afghan Civilians, Red Cross Says— La  Croce Rossa dice che i raid aerei americani hanno ucciso civili afgani [notate la vacuità, sottile ma neanche poi troppo, di un titolo così reticente: lo dice la Croce Rossa, non lo riconosciamo mica noi americani,… dice che erano civili, insomma alcuni civili, ma solo se leggi l’articolo scopri che la notizia è che sono almeno cento… Un titolo decente sarebbe stato un tantino più esplicito no? nel senso di meno ipocrita e meno reticente E questo è – che lo sia non c’è dubbio alcuno – il giornale più importante, più serio e tra i più sensibili degli Stati Uniti d’America…].

[175] The Economist, 9.5.2009.

[176] Guardian, 8.5.2009, D. Walsh e Sana ul Haq, Swat residents flee Pakistani assaultGli abitanti di Swat fuggono dall’assalto pakistano.

[177] New York Times, 4.5.2009, D. E. Sanger, Pakistan Strife Raises U.S. Doubts on Nuclear Arms I disordini in Pakistan accrescono dubbi [e ansia] degli americani sul [suo] armamento nucleare. Al momento, poi, dice il 14 maggio alla Commissione FF.AA. del Senato, l’amm. Mullen, capo di stato maggiore delle FF.AA. americane, “stanno incrementando il numero delle loro armi nucleari”: cfr. New York Times, 17.5.2009, T. Shanker e D. E. Sanger, Pakistan Is Rapidly Adding Nuclear Arms, U.S. Says— Il Pakistan sta aumentando rapidamente il numero delle sue armi nucleari.

   Immediata, si capisce, la smentita del governo pakistano col ministro delle Informazioni Qamar Zaman Kaira a dire che il paese “manterrà una deterrenza nucleare minima” per garantire la propria difesa nazionale, ma che non sta affatto espandendo il suo arsenale— smentita cui, però, pare non credere in pratica proprio nessuno (MYSinchew.com, 19.5.2009, (A.P.) Pakistan denies it is expanding nuclear arsenal— Il Pakistan smentisce di star aumentando il suo armamento nucleare - - http://ap.mysinchew.com/node/24712/). 

   Notizie concordanti, anche da uno studio specialistico dell’ISIS francese, l’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale). Hanno effettivamente allargato due siti vitali per il programma atomico, come indica chiaramente una serie di foto satellitari di fonte non militare, commerciale e dunque neanche segreta: l’impianto chimico prossimo a

Dera Ghazi Khan che produce esafluoro di uranio ed uranio arricchito e il sito che, alla periferia di Rawalpindi, sembra ora dotato di un nuovo impianto, eretto nelle vicinanze del vecchio complesso, e destinato a lavorare sulla separazione del plutonio.

   Secondo il rapporto, questi nuovi impianti consentirebbero al Pakistan progressi importanti sulla miniaturizzazione (e, quindi, faciliterebbero il trasporto a distanza, con missili e forse anche aerei) delle sue testate nucleari: complicando, e di molto, ogni sforzo di “securizzare” l’armamento nucleare del Pakistan “da parte eventualmente di terzi”, osserva asciuttamente l’ISIS… (cfr. ISIS, Rapporto del 19.5.2009, D. Albright, P. Brannan e R. Kelley, Time for U.S. to Call for Limits E’ ora che gli Stati Uniti impongano un limite [ah! ah!: come se potessero senza fare la guerra al Pakistan, consegnandolo così automaticamente, su un piatto di uranio arricchito ai talebani…] (cfr. www.isis-online.org/publica tions/southasia/PakistanExpandingCPC.pdf/).

[178] La notizia la dà una fonte, essa stessa, come dire?, un tantino sospetta: Fox News, la rete via cavo più reazionaria d’America, il 14.5.2009. Che, però, proprio per questo serve a certi ambienti a lanciare messaggi informali: chi vuol capire, capisca! Piccole unità operative di forze speciali americane, racconta, posizionate in Afganistan, entrerebbero in Pakistan per impadronirsi delle armi atomiche, disabilitarle e “custodirle” in luoghi “altrimenti sicuro”. Infatti, si dà per scontato che quelli che l’intelligence americana chiama “militari ribelli” pakistani, soprattutto membri dei servizi segreti del paese, si affiancherebbero ai militanti anche se il governo “consentisse”, alla fine, alla missione dei GI’s (Stratfor, 14.5.2009, Pakistan: U.S. Military Has Plan To Secure Nukes— Pakistan: le truppe americane dotate di un piano per impadronirsi delle armi atomiche (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090514_pakistan_u_s_military_has_ plan_ secure_nukes/).

[179] Aaj TV - Pakistan Ki Awaz, 14.5.2009, Terror threat from South Asia still top US concern— In cima alle preoccupazioni americane la minaccia terroristica dal Sud dell’Asia (cfr. www.aaj.tv/news/World/103718_1detail. html/).

[180] NDTV, 28.5.2009, Pak to counter Indian AWACS with BVR Il Pakistan contrasterà gli AWACS indiani col suo BVR (cfr. www.ndtv.com/news/world/pak_to_counter_indian_awacs_with_bvr.php/).

[181] The Tribune (Chandigarh, India), 28.5.2009, Pak has 60 N-bombs: ReportIl Pakistan ha 60 bombe nucleari (cfr. www.tribuneindia.com/2009/20090529/world.htm#2/); per il testo del rapporto completo del CRS, 28.5.2009, sul Security Blog della Federazione degli Scienziati Americani, cfr. www.fas.org/blog/ssp/2009/04/pakistannukes.php/).

[182] RTT News, 26.5.2009, Germany Confirms Record GDP Contraction In Q1 La Germania conferma una contrazione record del  PIL nel primo trimestre (cfr. www.rttnews.com/Content/EuropeanEconomicNews.aspx?Id=959382&Category =Economic%20News&&Node=B2&SimRec=2/).

[183] Der Spiegel International, 29.4.2009, Current Crisis Shows Uncanny Parallels to Great Depression— La crisi di oggi mostra paralleli inquietanti con la Grande Depressione (cfr. www.spiegel.de/international/world/0,1518,druck-621979 ,00 . html/).

[184] Wall Street Journal, 4.5.2009, N. Koeppen, German Sales Fall Unexpectedly in March— In Germania, a marzo, cadono le vendite al dettaglio (cfr. http://online.wsj.com/article/SB124141962516882743.html/).

[185] Destatis, 9.5.2009, comunicato no. 172, German exports in March 2009: -15,8% on march 2008— Esportazioni tedesche a marzo 2009: -15,8% sul marzo 2008 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/ press/pr/2009/05/PE09__172__51.psml/).

[186] International Herald Tribune, 11.5.2009, Ally questions Merkel’s plans to promise German tax cuts Dubbi dagli alleati sulla decisione di Merkel di promettere tagli di tasse ai tedeschi.

[187] Agenzia Dow Jones, 14.5.2009, citata in Stratfor, 14.5.2009, Germany: 2009 Tax Revenue Projected Down $61.1 Billion Germania: entrate fiscali 2009 previste in calo di 45 miliardi di € (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090514_germany _2009_tax_revenue_projected_down_61_1_billion/).

[188] Stratfor, 18.5.2009, Germany: EU Commissioner Criticizes Banks Germania: Commissario europeo critica le banche (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090518_germany_eu_commissioner_criticizes_banks/).

[189] Financial Times, 30.5.2009, Lex Column, Opel/Vauxhall (la tesi: ha fatto bene, Marchionne, “Magna s’è impegnata sui 30 milioni di € in più da metterci cash, taglierà occupazione e produzione quanto avrebbe fatto FIAT, ma non è in grado di dar vita a sinergie” industriali efficaci).  

[190] le Monde, 2.5.2009, edit., 1er mai inedit (cfr. www.lemonde.fr/archives/article/2009/05/02/1er-mai-inedit_ 1880050 html/).

[191] Le journal de dimanche, 28.4.2009, Les Français contre la séquestration [!!!] (cfr. www.lejdd.fr/cmc/scanner/societe /200918/sondage-les-francais-contre-la-sequestration_205359.html/); le Monde, 28.4.2009, Les Français ne sont pas prêts à séquestrer leur patron— I francesi non sono pronti a sequestrare i loro padroni [se non per il 17% di loro…] (cfr. www.lemonde.fr/societe/article/2009/04/28/les-francais-ne-sont-pas-prets-a-sequestrer-leur-patron_1186698_3224. html#ens_id=1173120/); e, per il testo, scheda tecnica del sondaggio TNS-Sofres pour Europe1, 28.4.2009, Les Français et les nouveaux modes de revendication (cfr. www.tns-sofres.com/_assets/files/2009.04.28-revendication.pdf/).

[192] The Economist, 2.5.2009.

[193] The Economist, 23.5.2009.

[194] Office of National Statistics (ONS), 12.5.2009, Unemployment: rate raises to 7.1% Il tasso di disoccupazione sale al 7,1% (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget.asp?id=12/).

[195] The Economist, 23.5.2009.

[196] Guardian, 12.5.2009, A. Seager, Unemployment data rushed out after 'accidental early release' I dati della disoccupazione pubblicati in fretta dopo l’errore dell’averli resi noti anticipatamente

[197] New York Times, 21.5.2009, B. Wassener, Japan’s G.D.P. Shrinks At Record Pace Il PIL del Giappone si raggrizinsce a passo record.

[198] New York Times, 22.5.2009, Reuters, Bank of Japan Upgrades Its Outlook for Economy— La Banca del Giappone rivaluta le previsioni sull’economia.

[199] The Economist, 2.5.2009.

[200] New York Times, 29.5.2009, (A.P.), Japan Factory Output Jumps but Jobless Rate Rises— Balza in avanti la produzione industriale giapponese ma pure il tasso di disoccupazione

[201] Kyodo News, 19.5.2009, DPJ launches new leadership under Hatoyama Il partito democratico giapponese lancia la sua nuova leadership sotto Hatoyama (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fstStory/index.php?storyid=439552/).