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              01. Nota congiunturale - gennaio 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

 

1.1.2015

(chiusura:19:00)

 

di Angelo Gennari

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc407841497 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc407841498 \h 1

Il venditore ambulante di greggio da fracking (come quello, ieri, di olio di serpente)... (vignetta) PAGEREF _Toc407841499 \h 2

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE... PAGEREF _Toc407841500 \h 4

Ritorno al futuro... (vignetta) PAGEREF _Toc407841501 \h 4

E lei, sig. Essebssi, sistemerà tutto? Sicuro... e poi cambio anche l’acqua in boucka [acquavite di fichi!]... (vignetta) PAGEREF _Toc407841502 \h 5

Sì, qualche volta (e anche troppo spesso) ritornano...   (vignetta) PAGEREF _Toc407841503 \h 6

in Africa.. PAGEREF _Toc407841504 \h 16

No,. noi non torturavamo! ...   però sì, funzionava, oh se funzionava,la tortura  (vignetta) PAGEREF _Toc407841505 \h 17

in America Latina.. PAGEREF _Toc407841506 \h 19

Contro chi sì e contro chi no… La logica economica degli embarghi... (vignetta) PAGEREF _Toc407841507 \h 19

A Riyād (pare) l’hanno chiesta in prestito per un anno, dietro una donazione di 1 miliardo di $ alLouvre.(vignetta) PAGEREF _Toc407841508 \h 21

CINA.... PAGEREF _Toc407841509 \h 23

E continuavano a predicarmi di tirarmi su con le mie forze... (vignetta) PAGEREF _Toc407841510 \h 24

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc407841511 \h 26

EUROPA.... PAGEREF _Toc407841512 \h 33

Quelli della saggezza economica  convenzionale: i lib-lab e i neo-cons che non ne azzzeccano una .  (vignetta) PAGEREF _Toc407841513 \h 35

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc407841514 \h 50

GERMANIA.... PAGEREF _Toc407841515 \h 51

FRANCIA.... PAGEREF _Toc407841516 \h 52

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc407841517 \h 53

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc407841518 \h 54

 

 L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di gennaio 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza

• Assumono, contemporaneamente, la presidenza di diversi organismi internazionali, a inizio gennaio,

   le Filippine, dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation);

    la Malaisia, dell’ASEAN (Association of the South East Asian Nations);

   la Turchia del G-20;

   e, per il primo semestre dell’anno, la presidenza dell’Unione europea passa alla Lettonia;

• il 1° gennaio, la Lituania diventa il 19° Stato ad entrare nel’eurozona e adottare l’euro;

• il 6, inaugurazione del quadriennio del nuovo Congresso degli Stati Uniti;

• l’8, elezioni presidenziali in Sri Lanka;

• l’11 gennaio, in Croazia ballottaggio delle presidenziali, dopo un primo turno inconcludente;  

• il 25 gennaio, dopo il fallimento del terzo e ultimo tentativo di eleggere in parlamento il presidente della Repubblica, la Grecia va alle elezioni politiche anticipate. Tra il timore di tutti coloro che sono o si identificano con lor signori e la speranza di molti altri per la possibile straordinaria novità del programma che, se vincesse, potrebbe – o, almeno dice di voler far passare – Syriza:

   obbligare i creditori alla cancellazione o, al minimo, a una radicale riduzione del debito greco; e

   cogliere l’occasione forzata per convincere gli altri governi che la pensano abbastanza così ma non osano tra quelli tremebondi del Consiglio europeo – Francia, Italia, Spagna... – a sfidare i diktat finanziari e economici tedeschi: e a far davvero cambiare direzione alle politiche economiche europee...;

• tre giorni prima, il 22, il direttivo della BCE dovrebbe scegliere definitivamente il lancio dell’acquisto di titoli di Stato di paesi membri col programma delle sue facilitazioni quantitative per avviare il rilancio della ripresa nell’eurozona; ma con le elezioni greche all’indomani e, vedrete, tutte le incognite dei mercati in proposito è probabile che rinvii ancora la decisione;

• e, a fine gennaio, ma in mezzo ci sono ormai quelle elezioni, dovrebbe – dovrebbe... – scattare ad Atene il pagamento, già calendarizzato dalla troika ma sempre tecnicamente revocabile (ma politicamente? Se Syriza perde ma ancor più se poi vince), dell’ultima rata del prestito europeo e dell’FMI alla Grecia;

• in Uzbekistan, a gennaio, ballottaggio delle elezioni legislative svoltesi il 23 dicembre;

● Nuovi sviluppi politici nell’Artico. Il 15 dicembre, alla scadenza del lasso di tempo – dieci anni – previsto per avanzare rivendicazioni territoriali dopo la ratifica da parte di ogni paese firmatario della Convenzione dell’ONU sul Diritto del mare (UNCLOS) la Danimarca ha rivendicato 900.000 Km2 (tre volte l’Italia, quasi otto la stessa Danimarca) della piattaforma continentale sotto l’Oceano Artico a nord della Groenlandia (territorio essa stessa autogovernato e in qualche modo autonomo del regno di Danimarca).

Si tratta di una pretesa che si spinge fino ad oltre lo stesso Polo Nord e confligge con quelle analoghe anche se non proprio identiche della Russia, che aveva già sette anni fa avanzato analoga richiesta dopo aver piantato la sua bandiera a 4 km di profondità sul fondo del Mar glaciale e del Canada che ha annunciato di volerlo fare su parte della sua piattaforma continentale alla scadenza dei suoi dieci anni.

Si tratta di affermazioni di proprietà non solo patriottardiche – sbandierare i colori nazionali o piantare una bandiera come sull’Everest o sulla Luna. Si tratta in realtà di rivendicazioni del tutto concrete di accesso e sfruttamento di potenziali enormi ricchezze, di petrolio, di gas e di altri minerali in un territorio, l’Artico, dove il riscaldamento globale si misura ormai in termini doppi rispetto al resto della Terra col progressivo sfaldamento della calotta che rende più accessibili e meno costosi estrazione e trasporto delle materie prime e il loro trasporto via mare.

Finora i costi rilevantissimi imposti per lavorare in condizioni climatiche estreme e estremamente sfavorevoli avevano frenato questi sviluppi ma, ora, ci sono dubbi seri sulla convenienza stessa a investirci a fronte della riduzione drastica in corso del prezzo del greggio... Anche se, a ogni buon conto, altri paesi che, come Stati Uniti e Norvegia, affacciano le loro coste sui quell’Oceano si riservano le loro azioni future (The Economist, 20.12.2014, The Arctic – Frozen Conflict: Denmark Claims the North Pole L’Artico – un conflitto congelato: la Danimarca rivendica il Polo Nord http://www.economist.com/news/inter national/21636756-denmark-claims-north-pole-frozen-conflict).

●L’OPEC ha tagliato la sua stima della domanda di greggio per il 2015. La produzione attuale eccede di almeno 1 milione di barili al giorno quella che stima ora per la domanda dell’anno prossimo. Con le riserve statunitensi in aumento più delle aspettative i prezzi del greggio hanno visto un’ulteriore caduta, col Brent a meno di 65 $ al barile. Anche la BP si è ora aggiunta a diverse altre compagnie che annunciano di apprestarsi a ridurre gli investimenti previsti (The Economist, 12.12.2014).

●L’Arabia saudita ha reso noto di essere pronta a aumentare la produzione di greggio cercando di incrementare così anche la propria quota di mercato. Lo ha comunicato il ministro del Petrolio, Ali al-Naimi, in un’intervista (Agenzia Reuters, 22.12.2014, Barani Khrishnan, Oil slides as Saudi Naimi tells market to forget oil cuts Il petrolio scende, quando il saudita Naimi dice ai mercati di scordarsi tagli alla produzione http://www.reuters.com/article/2014/12/22/us-markets-oil-idUSKBN0K007O20141222). Il regno punta a tenere la sua quota attuale di 9,7 milioni di barili al giorno. Ma se la domanda riprende è pronto a aumentarla...

Già... Solo che, al momento, la domanda è ferma, stagnante, anzi va ancora riducendosi. E  calano esportazioni e rendite del petrolio. Il bilancio ufficiale del regno – che per tradizione e adesso anche per legge mette insieme ufficialmente le rendite dello Stato e quelle del monarca – nel 2015, pubblicato adesso il 25 dicembre, è così in rosso per 38,6 miliardi di $ a causa del crollo del prezzo del greggio. La spesa pubblica è leggermente cresciuta a 860 miliardi di riyals ($ 229,3miliardi) con entrate che però si fermano a 715 miliardi di riyals, 190,7 di $.

Garantisce però il ministro del Petrolio Naimi che il paese ha da parte centinaia di miliardi di $ di riserve valutarie ( pare 790) a garantirgli di poter resistere e sbattere fuori mercato la concorrenza: non lo dice proprio così, ma è questo che intende far caipre. Rischiando però – e lo sa – anche la vendetta politica, e forse non solo, di chi in questo modo viene attaccato nei propri vitali interessi: Venezuela, Russia, Iran (di fatto già in guerra coi sauditi) ma ormai anche gli Stati Uniti che col barile di greggio sotto i 60 $ vedono salire sempre di più il costo relativo ddl’estrazione dalle rocce bituminose con cui  si stanno progressivamente  liberando (anche  a rischio e molto discutibilmente)

●Il venditore ambulante di greggio da fracking (come quello, ieri, di olio di serpente)... (vignetta)  

Il miracolo della frantumazione idraulica! lavoro prosperità nessun inquinamento,

100% di sicurezza – GENUINO!! – in arrivo sotto casa vostra!! Un’antica tradizione  

Fonte: Khaled Bendid, 14.12.2014 

dalla dipendenza dal greggio mediorientale (International Business Times,/New York,  25.12.2014, A. Young, Saudi Arabia Feeling Pain Of Oil Price Plunge, But Enough Currency Reserve For Years L’Arabia saudita sente il peso del crollo del prezzo del petrolio, ma ha riserve valutarie per anni ▬  http://www.ibtimes.com/sau di-arabia-feeling-pain-oil-price-plunge-enough-currency-reserve-years-1767238).

Per ora, però, il regno saudita conferma che non ha alcuna intenzione di ridurre la produzione a causa del prezzo in calo del greggio (Stratfor – Global Intelligence, 3.11.2014, Lower Oil Prices Carry Geopolitical Consequences― I prezzi al ribasso del greggio comportano conseguenze geopolitichehttp://www.stratfor. com/analysis/lower-oil-prices-carry-geopolitical-consequences#axzz3MktQ9Orl). Punta, piuttosto, a utilizzare il prezzo oggi più bsso per attrarre a sette quote di mercato che oggi sono coperte da concorrenti non-OPEC: soprattutto Stati Uniti e Russia... 

●Sarà perché per noi, al contrario di tanti altri è naturale fare il tifo per la regolamentazione pubblica contro l’anarchia e gli istinti capitalisticamente motivati del privato[1] selvaggio. Ci è tornato in mente, dove sempre lo avevamo archiviato per utili riferimenti, leggendo adesso un articolo, particolarmente ricco di buon senso, sul WP (Washington Post, 8.12.2014, C. Rampell, The familiar cycle of the taxi industry wars Il ciclo familiare delle guerre nell’industria dei taxi http://www.washingtonpost.com/opin ions/ catherine-rampell-thoughtful-taxi-regulations-should-consider-the-consumer/2014/12/08/d742cd76-7f19-11e4-8882-03cf08410beb_story.html) quanto alla Uber.

Da qualche numero di questa Nota congiunturale, abbiamo avuto occasione di parlarne, annotando che in Italia, in Francia, in Spagna, a Londra, a Seul, a New Delhi, come ormai ovviamente in tutta l’America, lavorando con un app, un nuovo marchingegno tecnologico, o applicazione informatica, appunto, agli smartphones, consente di localizzare un’auto e affittarla senza alcuna licenza e alcuna regola e condizione, al volo, così, da privato a privato e senza passare per alcuna centrale telefonica, alcuna cooperativa, alcuna mediazione...

Inventata a Silicon Valley e esportata ormai in tutto il mondo, ha fatto stramiliardi di utili e in nome della libertà del mercato senza lacci e lacciuoli fa concorrenza in ogni città del mondo quasi, ai servizi pubblici di taxi.

Concorrenza anche e, appunto, proprio selvaggia... La prima settimana di dicembre è stata, in effetti, piuttosto brutta per Uber. In India ha visto andare in galera un suo autista, accusato di aver stuprato una cliente, con la compagnia sotto inchiesta essa stessa perché, secondo la filosofia di  fondo che è sua di respingere controlli e costi di gestione del personale non aveva mai provveduto  a valutarne precedenti personali e penali. Adesso la capitale dell’India le ha vietato di fornire qualsiasi servizio di trasporto a qualsiasi cliente, sia personale che merci.

In Olanda, un tribunale le ha proibito di utilizzare autisti sprovvisti di patente di tipo professionale. E, a San Francisco e a Los Angeles, in California, la patria stessa del laisser faire neo-liberista estremista, le due procure municipali hanno chiesto ai rispettivi tribunali ingiunzioni mirate contro la compagnia per lo stesso motivo del caso indiano: non garantire che i suoi dipendenti in contatto col pubblico siano senza precedenti di natura penale e/o civile (The Economist, 12.12.2014).        

Il punto fondamentale è chiaro tanto da essere sfolgorante. Ci sono ragioni del tutto cogenti ad imporre una regolamentazione pubblica a un servizio di taxi. Va garantito che sia il veicolo sia il suo autista siano propriamente assicurati e che rispettino le misure di sicurezza, forniscano sempre e in ogni caso un operatore professionalmente preparato e certificato, che il massimo di veicoli operati da una singola impresa sia tenuto a lavorare in numero limitato (anche le auto pubbliche come tutte le altre creano inquinamento, infatti, e congestione di traffico).

Tutti i servizi pubblici, compreso questo offerto dalla Uber, dovrebbero in buona sostanza sottostare a regolamentazioni uguali per tutti, senza esentare nessuno magari perché è guidato da azionisti miliardari  e potenti.

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●In Tunisia, a urne appena chiuse e con un tasso di partecipazione del 60%, domenica sera 21 dicembre, risulta subito chiaro anche solo pochi exit polls che la vittoria al ballottaggio delle presidenziali è andata abbastanza nettamente (55 contro 45%) al cosiddetto candidato laico, l’88enne Béji Cäid Essebssi, supera così mettendo insieme una coalizione abbastanza contraddittoria insieme di destra e sinistra, lo scarto col quale partiva dopo il primo turno.

● Ritorno al futuro... (vignetta)

La culla della democrazia araba scopre un 87enne come primo presidente eletto direttamente dal popolo 

Fonte: Khalid Bendid, 30.12.2014

La Tunisia elegge  in questo modo, niente affatto scontato, democraticamente il suo primo capo di Stato (le Monde, 22.12.2014, Béji Caïd Essebsi élu président de la Tunisie ▬ http://www.lemonde.fr/ tunisie/article/2014/12/22/les-deux-camps-revendiquent-la-victoire-en-tunisie-mais-elle-est-á-essebssi_4544506_ 1466522.html).

E’ l’ultima fase della prolungata transizione che, attraverso il governo degli islamici “moderati” del partito Ennhada Rinascita, che qualche mese fa ha perso le elezioni per l’incapacità soprattutto a domare e gestire la crisi economica e sociale del paese, ha preferito stavolta neanche candidare un suo esponente a queste presidenziali. Che concludono, ma concludono davvero?, il lungo processo spesso, troppo spesso, per ora finito malissimo del percorso delle rivoluzioni arabe (Libia, Egitto...), cominciato qui  a fine 2011 in modo quasi gioioso con la cacciata del rais Zine El Abidine Ben Ali.

Il fatto è che finora la tenue e forse superficiale stabilità di questo paese sembra aver riposato  anzitutto sui timori reciproci. L’un campo ha paura delle possibilità di un ritorno alla dittatura militare e alla repressione dura delle opposizioni, compresa quella islamica; gli altri mettono in guardia da quello che paventano sarebbe il caos crescente già testato nel corso della transizione dalle autorità quasi amatoriali, come le hanno chiamate, della gestione di Ennhada tra dibattiti eterni e poca decisionalità operativa.

Il tutto amplificato dalla volatilità che caratterizza tutta la regione (dalla repressione in Egitto, dallo scontento sempre esplosivo dell’Algeria, alla caotica violenza della Libia)...

Il laico Essebssi ha anche un passato di non marginale compromissione col governo del dittatore Ben Ali – lui sostiene di essere un “uomo sperimentato”, ma l’opposizione lo ricorda anche come “troppo sperimentato” ambasciatore e, poi, per anni presidente fantoccio del cosiddetto parlamento del dittatore – e comincia a registrare  proteste anche molto violente con qualche violenza nel centro della Tunisia, viene dato alle fiamme l’acquartieramento della Guardia nazionale e la sede del partito vincitore e, mentre le forze di di sicurezza vengono ritirate, il compito di riportare l’ordine viene affidato direttamente alle Forze armate.

E non è il solo esempio di protesta violenta contro l’esito delle elezioni (Stratfor, 24.12.2014, Protesters burn buildings I protestatari bruciano diversi edifici http://www.stratfor.com/situation-report/tunisia-protesters-burn-buildings-souk-lahad#axzz3MktQ9Orl). Adesso si tratterà di vedere se riuscirà a mostrarsi e ad essere nei fatti più inclusivo e aperto al contributo alla difficile governance di questo paese, anche da parte di una relativa ma in ogni caso forte minoranza d’opposizione.

E lei, sig. Essebssi, sistemerà tutto? Sicuro... e poi cambio anche l’acqua in boucka [acquavite di fichi!]... (vignetta) 

Nomine di parte    Media   Violenze poliziesche   Insicu-

rezza   Terrorismo   Disoccupazione   Corruzione   Clien

telismo   Turismo   Giustizia a due velocità   Denaro spor  LA VITTORIA DI  BÉJI CÄID ESSEBSSI

co   Miseria   Borsa nera   Educazione   Integrismo...

 

Fonte: le Monde/, Willis a  Tunisi, 22.12.2014, Nadia Khiari del paese: nel municipio di Souk Lahad, grande oasi al

●In Egitto, il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha dimissionato per decreto il capo dell’intelligence militare egiziana, Mohamed Farid al-Tomay: “per limiti d’età e ragioni di salute” – che però l’interessato ha sdegnosamente negato di lamentare – di quello che pure era stato uno dei suoi principali sponsors ma sempre – è il punto – suo potenziale concorrente là dove conta, tra i quadri militari. In realtà, l’unica differenza pubblica con le posizioni del presidente Sisi era stata di recente l’intransigenza ancor più feroce del gen. Tomayi (che sarà rimpiazzato ad interim da un vecchio uomo meno visibile dei servizi, Khaled Fawzy), che evocava l’impiccagione di massa di tutti i Fratelli mussulmani arrestati anche se non necessariamente condannati per tradimento.

Il presidente eletto della Fratellanza, deposto dal golpe, Mohamed Moursi, lo aveva licenziato all’inizio del 2012 da capo dei Servizi amministrativi, cioè dell’enorme montagna di proprietà delle Forze Armate  (Aswat Masriya― Voci dell’Egitto/Cairo, 21.12.2014, Egypt appoints new General Intelligence chief― In Egitto designato nuovo  Direttore generale dell’Intelligence http://en.aswatmasriya.com/news/view.aspx?id=911402cb-401e-4666-97a5-bfe7b5 bcb583).

●Come sembrava scontato da tempo lo sconcio, su dichiarato mandato conferitogli dal dittatore militare in  carica, il tribunale competente assolvesse l’ex dittatore militare Hosni Mubarak nel processo che al Cairo con l’accusa di omicidio plurimo e alto tradimento lo ha dichiarato innocente e senza neanche dare alcuna plausibile motivazione.

● Sì, qualche volta (e anche troppo spesso) ritornano...   (vignetta)

Egitto: il vecchio regime resuscita...  E il paese affonda

 

Fonte: INYT, 2.11.2014, Patrick Chappatte

●In Libia, il governo ad interim che, in occidente, riconoscono quasi tutti come legittimo ma che nella realtà non esiste e, perciò, non controlla niente di niente, ha confermato che forze guidate dal cosiddetto Esercito nazionale libico guidato dall’ex magg. gen. Khalifah Hifter, uno che per anni aveva servito Gheddafi e poi lo aveva da anni mollato trasferendosi in America alla scuderia della CIA e tornandone  ma trovandosi a dover scegliere tra quel governo e quello dei jihadisti che intanto s’era installato a est, in Cirenaica e, facendogli ancora comprensibilmente più schifo, schierandosi alla fine col primo. Dice questo esecutivo interinale formale ma quasi inesistente di Tobruk che le truppe di Hifter stanno oggi avanzando e contano di posizionarsi ormai all’altezza dei sobborghi della capitale.

Scopo dell’operazione è quello di “annientare tutti i gruppi armati che sono fuori del controllo dello Stato”: già... ma di quale Stato? e il  governo (quale?) chiede all’esercito (cosa?) e a “tutti i veri rivoluzionari che lo sostengono” (chi sono? e che fanno, poi: lo “sostengono”?) di garantire la sicurezza dei residenti civili di Tripoli, “salvaguardando edifici pubblici, istituzioni e proprietà private della capitale(NightWatch, 3.12.2014, Libya’s tribulations http://www.kforcegov.com/NightWatch/ NightWatch_14000256.aspx).

Hifter, però, ha finora operato nell’est del paese, in Cirenaica, a Bengasi, e questo comunicato sembrerebbe implicare – e dar per scontato: ma lui non conferma – che avrebbe aderito a spostare il suo sostegno a ovest, a Tripoli, puntellando e rafforzando un governo che, comunque, dalla capitale è scappato da oltre un mese rifugiandosi in esilio a Tobruk, a  oltre 1.000 Km. da Tripoli stessa e anche a 650 da Bengasi, ai confini in pratica con l’Egitto dove, alla bisogna, è più facile anche scappare.

Si tratterebbe di una svolta tattica di grande portata che ha, però, bisogno anche solo per essere tentata, del sostegno esplicito e dichiarato sia di quel che resta dell’esercito ufficiale sia dell’adesione dei gruppi di lotta tribali nell’ovest del paese: proprio quelli che hanno attivamente contribuito alla cacciata del governo ad interim cosiddetto riconosciuto...

Ma Hifter non ha alcun appoggio tribale, anche se qui lealtà e alleanze cambiano rapidamente. Però, e in ogni caso, l’avallo di Hifter da parte del governo nominalmente di Tripoli  e di fatto di Tobruk (di questo si tratta e non del processo inverso, in realtà) è un cambiamento di effettivo rilievo: forse la migliore occasione che dalla scomparsa di Gheddafi si presenti al paese per ricostituire – a prescindere dalla qualità dell’iniziativa – un qualcosa di simile comunque a un governo nazionale libico.

Qui, le tribù della Cirenaica sono sempre pronte a spostare le loro alleanze quando avvertono l’arrivo di un possibile vincitore. Come fecero dopo aver appoggiato per decenni il regime del colonnello-rais, quando decisero di abbandonarlo. Ma, allora, contro di lui era schierato tutto l’occidente e tutta la forza aerea della NATO... Oggi no.

Oggi, il parlamento di Tripoli che è scappato rifugiandosi a Tobruk – e non conta più niente né qui né lì – ha nominato quasi per disperazione il gen. Hifter come capo di tutto quel che resta nominalmente ad esso fedele dell’esercito regolare di Libia. Ma proprio non si capisce come il generale, che da ottobre a oggi non è riuscito a riprendersi il controllo di Bengasi, possa ora riuscire, aggiungendo alle sue le poche truppe capaci di combattere che restano al governo ad interim, a riprendersi la capitale (Stratfor, 7.12.2014, Libya: Hifter To Be Named Commander of Army In Libia, adesso Hifter comanderà [o meglio, proverà a comandare...] l’esercito [cosa?!]▬ http://www.stratfor.com/situation-report/libya-hifter-be-named-commander-army#axzz3LJXqpM3s).

Il terminale di Es Sider – ribattezzato, inevitabilmente, Sidra dai fascisti durante la seconda occupazione coloniale italiana – il più grande porto libico di esportazione del petrolio, in Cirenaica, e per il quale battagliano da mesi le opposte fazioni che sostengono i due governi rivali della Libia, con quello “riconosciuto” ormai  cacciato da Tripoli e residente Tobruk che muove le sue truppe verso est per riconquistarlo e l’altro che glielo nega, è stato nuovamente bombardato alla vigilia di Natale e, anche se non pare aver riportato danni strutturali gravi, è di nuovo completamente bloccato. Aveva ripreso a lavorare da una settimana, ma a un ritmo, forse, di 1/5 della produzione  normale (Yahoo!News, 25.12.2014, Reuters, Rocket hits tank at Libya’s biggest oil port Un razzo fa esplodere un serbatoio nel maggiore porto petrolifero libico http://news.yahoo.com/rocket-hits-tank-libyas-biggest-oil-port-141401 243.html). Si sono subito contati, però, almeno 22 morti tra i militari del regime ufficiale.

Il governo ufficiale, quello di Tripoli che non siede più a Tripoli, ha ufficialmente chiesto col ministro degli Interni, Omar al-Sinki, a tutti ma in specie e direttamente a quello italiano, di inviare appositi mezzi navali di cui dispone a cercare di spegnere l’incendio che a Sidra, dopo due giorni, si è ormai esteso da uno a ben cinque grandi serbatoi di carburante devastando il porto. Roma ha risposto positivamente ma a condizione che le fazioni in lotta si impegnino a una tregua totale nell’area durante le operazioni. Condizione che a Tripoli, a Tobruk, a Bengasi nessuna delle tante autorità in lotta tra loro è, però, in grado di garantire a nessuno (Libya Herald, 27.12.2014, Jamal Adel, Libyan government calls for international help as fire spreads at Sidra― Con le fiamme che si allargano a Sidra, il governo libico richiede aiuto all’estero ▬ http://www.libyaherald.com/2014/12/27/libyan-government-calls-for-international-help-as-fire-spreads-at-sidra/#axzz3NCXCICDe).

●A due mesi ormai dall’inizio dei bombardamenti condotti dagli USA con la partecipazione piuttosto sporadica di alcuni aerei della coalizione che hanno accozzato contro le milizie del cosiddetto Stato Islamico, i Da’ish[2] dice il ministro degli Esteri della Siria, Walid al-Moallem (riferisce la BBC, 29.11.2014, Islamic State: Syrya says air strikes not hurting group La Siria afferma che gli attacchi aerei non stanno veramente facendo male allo Stato Islamico http://www.bbc.com/news/world-middle-east-30257783). Sostiene e argomenta Moallem che si tratta di una valutazione obiettiva, suffragata dagli stessi servizi americani, che nella realtà la presa dello SI sul territorio che controlla ai confini con la Turchia non è stata affatto indebolita e che la pretesa turca di fissare unilateralmente una specie di no-fly-zone su quel pezzo di Siria equivarrebbe a riconoscere la partizione formale del suo paese.

Moallem spiega che secondo lui sarebbe invece essenziale che – come insistono a dire ai turchi anche gli americani – sembra che le dimissioni del segretario alla Difesa Hagel siano proprio dovute al suo dissenso sul punto col presidente Obama – la Turchia stringa i controlli di sicurezza alla propria frontiera per impedire agli jihadisti non siriani di traversare il confine. La dichiarazione del tutto ufficiale del ministro siriano arriva proprio mentre le parti riconoscono che stanno effettivamente scambiando e condividendo ormai, anche se con grande circospezione, l’intelligence per riuscire a focalizzare meglio quella che, di fatto, è la mission comune contro lo Stato Islamico.

●Il governo del Ba’ath a Damasco ha annunciato, a fine dicembre, che è pronto a partecipare a “consultazioni” a Mosca allo scopo di riprendere l’anno prossimo colloqui di pace per metter fine alla guerra civile che da anni dilania il paese. Ha detto il ministro degli Esteri che la Siria vuole prendere parte alle consultazioni preliminari di Mosca “per rispondere alle aspirazioni di trovare una via d’uscita concreta dalla crisi per tutti i siriani”. Moallem non ha spiegato né i termini della trattativa né tanto meno i tempi. Per cui, più che di una vera e propria iniziativa è probabile si possa, forse, trattare di una specie di sondaggio, come dicono i diplomatici― di un ballon d’essai.

L’ultima iniziativa del genere naufragata ancor prima di cominciare, sempre coinvolgendo i russi, ha avuto luogo ormai quasi un anno fa. Si tratta, però, di  un’indicazione certa che il regime di Assad si sente piuttosto sicuro di sé e delle proprie forze, in grado di restare in controllo solidamente di tutte le città e i territori dell’ovest del paese, oltre che del nord-ovest: cioè, dei territori in cui vive oltre la metà della popolazione. Malgrado la straordinaria congerie di forze economiche militari e politiche che gli si sono scatenate contro: dai jihadisti di ogni colore, quelli meno consistenti e blandi come per contro i più feroci tagliatori di teste e “crocifiggitori” di cristiani, separatamente schierati – ma  schierati insieme a tutto l’occidente e a tutti i paesi arabi sunniti – contro Assad con tutta la stupefacente forza della loro macchina propagandistica ma anche la loro assai minore, anche se sempre letale, efficacia sul campo.

Il che sembra indicare che, da parte del governo siriano, i colloqui implicherebbero discussioni concrete soprattutto sul controllo dell’est della Siria dove chi detiene il potere – ISIL, bande jihadiste di ogni colore e quant’altri – si sono dimostrati tanto combattenti spietati quanto pessimi amministratori, gestori e governatori. Ma, come ben si capisce, gli insorti non hanno risposto all’implicito invito, come del resto non si è azzardata a fare nessuna voce dell’opposizione civile-militare meno connotata dall’estremismo ma in pratica anche inesistente a Damasco, per quanto si dia invece da fare a Parigi, a Washington e a Londra ed è, per di più, irrimediabilmente divisa al suo interno.

Il risultato per ora immediato dell’iniziativa è che, al solito, e come sempre, Mosca ha in mano il pallino, l’unico, di possibile mediatore della pace – di chi volesse tentare di rimettere insieme i cocci di una possibile per quanto ancora improbabile pace in Siria. Significativo è anche che tre noti importanti esponenti del ministero degli Esteri della Siria si siano a fine anno recati in Kuwait per riaprire col 2015 l’ambasciata del loro paese. Alla luce della montante minaccia che in ritardo cominciano ad avvertire anche nei più piccoli tra gli Stati del Golfo, il segnale sembra marcare un inizio di normalizzazione dei rapporti. I primi uffici a riaprire dovrebbero essere quelli consolati visto che nell’emirato vivono, o meglio sopravvivono, ben 130.000 cittadini siriani.

Secondo molte informazioni emergenti e credibili, la Siria sarebbe intenzionata a riaprire le proprie missioni diplomatiche anche a Roma e a Tunisi. Una delegazione politico-diplomatica di alto rango si è di recente recata a sondare il terreno anche in Egitto, dove sotto il precedente governo di Morsi e dei Fratelli mussulmani e i suoi appelli alle milizie islamiche – non ancora lo SI, però, quelle che allora combattevano ancora di fatto con l’appoggio esplicito dei grandi paesi sunniti (Arabia saudita, Turchia e Egitto) e dell’occidente,  contro il regime di Assad – il Cairo aveva interrotto ogni rapporto con Damasco.

La mossa precede anche la prossima e ormai possibile conferenza che a Mosca potrebbe provare a rimettere in contatto anche rappresentanti del regime di Damasco e forze più o meno ormai emarginate della vecchia opposizione tradizionale, quella che fino ancora a due anni fa combatteva in armi contro Assad, a un tavolo di negoziato (Al-Etejah Tv/canale Internet appoggiato dagli Hezbollah ― Iraq, Syrian Embassy in Kuwait reopens Riapre l’ambasciata siriana in Kuwait http://www.aletejahtv.net/en/news/ gulf-8vmqjGAEuEuahKQQANkFjg/kuwait-reopens-syrian-embassy).

●Tra parentesi, una mano al governo iracheno e insieme anche a quello di Erdoğan viene dal numero due del PKK, il partito di Öcalan che resta sempre l’unico condannato (all’ergastolo) in isolamento ospitato sull’isola di Imrali, nel sud del mar di Marmara, per terrorismo e secessionismo contro la Turshia e conduce da anni le trattative con Istanbul per la normalizzazione dei rapporti tra il partito guerrigliero e il governo turco. Ora, Cemil Bayik, co-fondatore e comandante sul campo del PKK, ha dichiarato che, per sconfiggere lo Stato Islamico, l’Iraq deve restare uno Stato unitario e, senza dirlo apertamente, lascia intendere che quindi il PKK non insisterà al momento sulla secessione.

Parlava dall’area-santuario delle montagne di Qandil nel nord curdo dell’Iraq, vicino al confine con Iran e Turchia e ha detto molto chiaro che se sunniti, sciì’ti e curdi iracheni non lavorano insieme a sconfiggere i Da’ish  il paese perderà la sua battaglia che anche i curdi considerano vitale. Bayik ha anche utilizzato l’intervista a un grande quotidiano britannico per insistere sulla necessità, l’utilità anzi spiega con pazienza e forza di convinzione anche ai turchi, di rimuovere il PKK dalla lista delle organizzazioni  terroriste stilata dai paesi occidentali (Guardian, 24.12,.2014, Fazel Hawramy, Senior Kurdish rebel leader warns Iraq must stay united to defeat 'savage' Isis― Uno dei massimi capi dei ribelli curdi ammonisce che l’Iraq deve restare unito per sconfiggere i selvaggi dell’ISIS ▬ http://www.theguardian.com/world/   2014/dec/24/pkk-kurdish-leader-cemil-bayik-iraq-syria-isis).

●Adesso, a inizio dicembre, rende noto il Pentagono, almeno una squadriglia di vecchi F-4 Phantom dell’Iran, di quelli che volavano e bombardavano il Vietnam negli anni ’60, cinquant’anni fa, e che aveva acquistato lo shāh, prima di Khomeini – e che il portavoce americano, il contrammiraglio John Kirby, dice riescono ancora a volare grazie solo a quella che lui stesso chiama una straordinaria capacità di improvvisazione e di geniale inventività dei loro equipaggi e dei tecnici che li assistono – cominciano a partecipare direttamente ai bombardamenti delle truppe dello SI in Iraq.

Anche se, dicono a Washington e, senza confermare niente nel merito, si dicono d’accordo sulle modalità a Teheran, dove confermano la notizia, il tutto avviene indipendentemente e non dunque in accordo con gli USA ma, semmai, con quello di Bagdad (lo dice il vice ministro degli Esteri, Ebrahim Rahimpour, confermando che non c’è stato alcun coordinamento con gli americani inaccettabile evidentemente tanto per Teheran come per Washington (Guardian, 3.12.2014, Jan Black, Iranian air force bombs Isis targets in Iraq, says Pentagon― Il Pentagono dice che l’aviazione iraniana ha bombardato obiettivi dell’ISIS [o ISIL, o ISIS, o SI, o Da’ish] in Iraq ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/dec/03/iran-bombs-isis-in-iraq-says-us; e NightWatch, 7.12.2014, Iran confirms bombing IS in Iraq upon Baghdad’s request and no U.S. consent L’Iran conferma di aver bombardato l’Iraq su richiesta di Bagdad ma senza alcun consenso degli USA http://www. kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NifhtWatch_14000258.aspx).

●Quasi a fine anno si viene a sapere che sul fronte degli scontri con lo SI, mentre svolgeva sul campo, a Samarra, i suoi compiti di consigliere delle Forze armate irachene, è rimasto ucciso il gen. Hamid Taghavi, del corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran. Confermando che gli iraniani sono anche in prima fila a combattere contro l’insurrezione dei Da’ish. (Press Tv/Teheran, 28.12.2014, Iran general killed during battle against ISIL in Iraq Generale iraniano ucciso mentre combatte contro l’ISIL in Iraqhttp:// www.presstv.ir/detail/2014/12/28/392168/iranian-commander-martyred-in-iraq). 

●Bagdad, cioè il ministro degli Esteri Ibrahim al-Ja’fari, che è a quel postoin pratica dall’inizio dell’occupazione militare americana, dal 2004, sta dicendo in giro che nel corso di un incontro bilaterale a New York il suo omologo ministro Wang Yi, gli avrebbe detto che la Cina è pronta a fornire suoi aerei da bombardamento (al- per attaccare le formazioni dello SI che stanno tentando di distruggerlo.

Pechino, però, non conferma, ribadendo al contrario che comunque non parteciperà come è ovvio Jafa’ri dice anche piloti) e/o, comunque, missili e bombe alla cosiddetta coalizione americana e probabilmente si è trattato di un equivoco nato dalla promessa, questa sì avanzata, di fornire concretamente aiuti all’Iraq (Financial Tribune/Teheran, 15.12.2014, China Offers Iraq Military Help Against IS La Cina offre [avrebbe offerto] all’Iraq aiuti militari contro lo SI http://financialtribune.com/articles/international/6843/ china-offers-iraq-military-help-against).  

●Sempre in Siria, la base aerea di Deir el-Zour, a est di Aleppo e di Raqqa e verso il confine nord-occidentale dell’Iraq, che gli insorti insistevano a dire fosse l’ultima ormai sotto il controllo del regime ma che Damasco continuava a negare, è stata comunque adesso attaccata da pattuglie dello SI. L’attacco è iniziato con uno scontro a una postazione delle forze armate che ha lasciato una ventina di morti tra i soldati e otto guerriglieri morti. E’ stata una puntata mirata dal territorio circostante che in apparenza è controllato dai militanti jihadisti e probabilmente è solo il primo.

Sono stati, d’altra parte, gli attacchi da quella base contro le forze jihadiste ribelli a motivare quest’altro tentativo di catturarla. In effetti, le basi più lontane dai centri urbani dove maggiore è la presenza delle truppe regolari del regime sono più difficili da mantenere per esso sotto controllo. Ma la cattura di Deir el-Zour in particolare libererebbe le forze ribelli dalla minaccia costante dell’aviazione di Assad e ne consentirebbe il dispiegamento su altri fronti consolidandone la presa sulle regioni orientali e il congiungimento con le zone che le forze dello SI occupano in territorio iracheno (Haaretz/Tel Aviv, 4.12.2014, ISIS attacks government airbase in eastern Syria In Siria orientale lo SI attacca una base aerea governativa http://www.haaretz.com/news/middle-east/middle-east-updates/1.629938#!).

●D’altra parte, anche a Washington confermano quanto venivano dicendo da tempo quelli del cosiddetto Esercito Libero Siriano – i miliziani “moderati” (sic!) anti-Assad su cui Washington Londra, Parigi, e pure i nostri sgrulloni di Roma – ricordate, gli “amici della Siria”... (come si dice? con questi amici qui, chi ha bisogno di nemici?) – avevano puntato le loro attese― tutte infondate – che, cioè, addestramento e forniture per loro non avranno inizio per diversi altri mesi, dicono, almeno due.

Gli USA, che se ne sono incaricati non sono in effetti in grado di farlo subito, a fronte di forze che come quelle salafite-jihadiste lì combattenti sono da loro stessi considerate le più dure e capaci schierate al fronte (Stratfor – Global Intelligence, 5.12.2014, Syria: U.S. Training Of Rebels Will Not Start For Months Siria: l’addestramento dei ribelli non comincerà ancora per mesi http://www.stratfor.com/situation-report/  syria-us-training-rebels-will-not-start-months#axzz3LJXqpM3s).

Israele ha di nuovo messo nel mirino Damasco e, in specie, gli Hezbollah,libanesi suoi alleati  bombardandone il 7 dicembre magazzini e depositi nel tentativo di distruggere come diverse volte in passato loro missili antiaerei e forse anche aerei senza pilota nell’aeroporto internazionale di Damasco.

E’ stata, da parte di Israele, quasi una coazione a ripetersi tesa a preservare le sue regole del gioco, per vietare l’accesso a tutti i libanesi – forze armate regolari  e, soprattutto, milizie sci’ite del Partito di Dio, le uniche in Medioriente che siano riuscite a bloccare e respingere con successo i carri armati di Israeleun tipo di armamento difensivo in grado, almeno potenzialmente di mettere a rischio il controllo totale dello spazio aereo libanese da parte di  חיל האוויר― la Heyl Ha'Avir ―  le Forze aeree di difesa – si fa per dire – israeliane (Al Arabiya News, 7.12.2014, Thomas El-Basha, Israeli jets strike Hezbollah targets near Damascus― Caccia israeliani attaccano obiettivi di Hezbollah nelle  vicinanze di Damasco http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/12/07/Israeli-jets-hit-targets-near-Damascus-Hezbollah-s-TV. html).

Il primo ministro del Libano, Tammam Salam – qui, come sempre di fatto ad interim, anche se siede a quel posto già da febbraio 2014 ma dopo una complessa e lunga gestazione di quasi dieci mesi, soprattutto grazie al rapporto anche personale che riesce a tenere con le due grandi fazioni, quella sci’ita della sobollente maggioranza relativa aperta agli Hezbollah, l’Alleanza dell’8 marzo, alla quale è sempre stato “attento” anche se mai affiliato, contro quella sunnita della borghesia tradizionale e dominante dell’Alleanza del 15 febbraio più vicina all’ex premier miliardario Saad Hariri e drasticamente connotata dalla sua ostilità alla Siria di Assad – intervistato al volo ha dichiarato che il Libano ormai ha bisogno di dotarsi di elicotteri d’attacco per contrastare gli jihadisti che nel paese penetrano dalla Siria.

La Francia s’è impegnata a consegnare una squadriglia di elicotteri leggeri Gazelle, disegnati ormai trent’anni fa ma largamente ammodernati ed altro materiale militare nell’arco di un triennio a partire dal 2015 come parte di un accordo siglato a novembre e che sta per essere definitivamente concluso per  3 miliardi di $, finanziati dai sauditi. Adesso, il governo di Salam vorrebbe accelerare la consegna delle armi prevedendo, come la chiama il premier, la possibilità/probabilità per il suo paese di diventare il prossimo bersaglio dei Da’ish, ora che in Siria sembra andar loro male (The Daily Star/Beirut, 22.12.2014, French arms set to arrive soon – Salam Le armi francesi dovrebbero arrivare presto – Salam http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2014/Dec-22/281880-french-arms-set-to-arrive-soon-sal   am.ashx).

●Sempre in Libano, la leadership degli Hezbollah― il Partito di Dio, guidato dal segretario generale Hassan Nasrallah e centro dell’Alleanza filo-iraniana e filo-siriana dell’8 marzo, ha annunciato che intende aprirsi a una riconciliazione col Movimento del Futuro, il partito politico filo-americano e filo-saudita dell’ex premier Saad al-Hariri, che è invece il perno dell’Alleanza 14 marzo coalizzatasi nel 2005 per opporsi al regime e all’influenza della Siria in Libano.

Hariri dice che non se ne potrà far niente visto che Hezbollah è dichiaratamente in guerra con Israele― ma sa anche, però – e gli rode molto – che l’unica forza armata libanese che insieme ai palestinesi di Gaza è riuscita a resistere alle ondate corazzate dell’esercito e dell’aviazione di Israele sono proprio loro. E, comunque, aggiunge che per trovare un “accordo di consenso” sul nuovo presidente della Repubblica – il mandato di quello uscente è scaduto ormai da sei mesi – lui è pronto ad autorizzare colloqui bilaterali (The Daily Star/Beirut, 3.11.2014, Hashem Osseiran, Nasrallah offers olive branch to ‘Future’ Nasrallah offre un rametto d’ulivo al ‘Futuro’ http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2014/Nov-03/276392-hezbollah-leader-hasan-nasrallah-makes-rare-appearance-at-ashoura-rally-in-beirut-ssu burbs.ashx); e The Daily Star/Beirut, 28.11.2014, Hariri: Consensus president sole solution Hariri: un presidente di consenso, l’unica soluzione http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2014/Nov-28/279214-hariri-consen sus -president-sole-solution.ashx).  

Dietro la nuova linea degli Hezbollah, c’è anche, probabilmente, la spinta del presidente iraniano Hassan Rouhani, convinto forse un po’ troppo presto che il miglioramento del rapporto a Beirut tra Movimento del Futuro e Partito di Dio aiuterebbe molto anche a migliorare il rapporto e a un riavvicinamento tra il suo paese e l’Arabia saudita...

●La polizia del Bahrain ha arrestato e sta interrogando – non si sa come, ma si sospetta il peggio – Sheikh Ali Salman, il leader di al-Wefah― l’Associazione nazionale islamica, il maggiore partito di credenza sci’ita e anche quello più presente all’Assemblea consultiva del Regno, dove a comandare è sempre e comunque, però, la famiglia al-Khalifa, al là anche del singolo voto di maggioranza che riesce ad avere mettendo insieme tutte le schegge dei partitini sunniti o asserviti al re. Adesso è accusato di presunte violazioni delle leggi non scritte sull’ordine pubblico commesse nel corso di una dimostrazione pubblica pro-democrazia di qualche giorno fa (Khaleej Times/Abu Dhabi― Il Tempo del Golfo, 28.12.2014, Farishta Saaed, Bahrain police question top al-Wefaq members over rally La polizia del Bahrain interroga i vertici di al-Wefaq sulle manifestazioni http://www.khaleejtimes.com/mobile/inside.asp?xfile=/data/ middleeast).

Il punto è che re, principe della corona, successore designato, e primo ministro – tutti membri della famiglia al-Khalifa, si capisce... – sono convinti che la richiesta di maggiore democrazia degli sci’iti è il risultato di un complotto eversivo iraniano contro di loro. Forti anche del sostegno dichiarato e e dimostrato ai Khalifa con l’invio di armi e soldati a combattere e reprimere la rivolta sci’ita mesi fa.  L’altro grande alleato scontato del Regno, malgrado ogni predica sui diritti umani, sono gli Stati Uniti, almeno finché Mznama, la capitale del  Bahrain resta la base della V Flotta nel Golfo persico.

●Governo regionale curdo dell’Iraq (Erbil) e governo centrale del paese (Bagdad) hanno finalmente raggiunto e firmato un accordo di spartizione delle entrate petrolifere del greggio estratto e esportato dalla regione autonoma. E’ il miracolo politico altrimenti incredibile che solo l’attacco congiunto sferrato da mesi dallo SI contro governo iracheno e territorio curdo ha reso possibile e, anzi, obbligato. E’ stata l’avanzata dei jihadisti che ha portato i curdi a prendersi Kirkuk, ai confini del Kurdistan con l’Iraq, e a cominciare a sfruttarne i ricchi giacimenti di greggio sottraendoli alla conquista islamista ma anche al controllo di Bagdad.

Il premier Haider al-Abadi ha adesso concordato, tra l’altro, anche di pagare i salari delle forze di sicurezza curde (i peshmerga) riconoscendone l’obiettiva funzione di difesa a favore di tutto l’Iraq e consentirà che, attraverso la mediazione di Bagdad, giungano a Erbil armi e aiuti americani.

Abadi, che è  primo ministro solo da tre mesi, così si distanzia ancor più nettamente dall’eredità amara di settarismo e odio etnico  che aveva addirittura coltivato il predecessore, Nuri al-Maliki, convinto delle virtù della vecchia tattica del divide et impera: bene sci’ita e male sunnita. Spiega Hoshyar Zebari, il ministro delle Finanze iracheno che è lui stesso curdo è che “ora la priorità è la lotta allo SI”, evitando così anche di prendere le distanze troppo nettamente dal predecessore di cui pure era stato per anni il ministro degli Esteri.

Il prossimo passo che ora il governo di al-Abadi deve affrontare è quello di convincere l’altra parte del paese – i sunniti che una volta comandavano e dopo Saddam sono stati umiliati, discriminati e anche perseguitati secondo legge del contrappasso – a partecipare attivamente al governo di unità che annuncia da sempre di voler far funzionare. Anche perché non è che con loro, quando non si sottomettono docilmente all’interpretazione estrema della sharia che è quella del Califfo e del suo califfato..., non che i jihadisti siano poi molto più comprensivi.

Ma anche Abadi deve imparare che, se vuole mettere in piedi una coalizione che con lui poi davvero lavori deve poter decidere esso stesso chi entra a rappresentarlo nella coalizione. In ogni caso questo passo avanti segna una vittoria temporanea forse, della strategia “condivisiva” americana – tutti insieme, per il bene comune: nei fatti, in comune con le scelte di Teheran – rispetto a quella più “conflittuale” – sunniti buoni, sci’iti cattivi – privilegiata dal governo turco.

Lodando la preveggenza e la saggezza di Abadi, il primo ministro del governo autonomo curdo di Erbil, Nechirvan Barzani, chiarisce che oltre al miliardo di $ tra paghe arretrate dei peshmerga che spesso ormai si trovano a combattere contro i guerriglieri dello SI fianco a fianco con le forze armate irachene e le forze di sicurezza sci’ite e agli aiuti militari americani ai curdi, Bagdad riprenderà ora su base permanente il versamento del 17% del bilancio al Kurdistan iracheno (New York Times, 2.12.2014, Tim Arango, Iraqi Government And Kurds Reach Deal To Share Oil Revenues Governo iracheno e curdi raggiungono un’intesa per spartirsi i redditi del petrolio http://www.nytimes.com/2014/12/03/world/ middleeast/kurd-pact-with-baghdad-against-islamic-state.html?_r=0#).

●Adesso, dopo l’accordo, la più grande raffineria della Turchia, la TÜPRAŞ Turkish Petrol Rafinerisi A.Ş, ha cominciato a comprare direttamente petrolio greggio iracheno, dice alla stampa (Agenzia Africa Reuters, 11.12.2014, Tupras buys 520,000 barrels of Iraqi crude from SOMO La Tupras compra 520.000 barili di greggio iracheno dalla SOMO [l’Organismo di Stato dell’Iraq per la marketizzazione del suo petrolio]▬ http://af.reuters.com/article/idAFL6N0TV34K20141211) il ministro dell’Energia di Istanbul, Taner Yildiz,  che ha anche reso noto come, dal 18 novembre, data dell’accordo col governo regionale curdo del paese, la Turchia abbia importato 2,6 milioni di barili di greggio.

●Sconfitta eclatante, in Bahrain, per i partiti più intransigentemente islamisti, che al ballottaggio delle legislative il 30 novembre conquistano solo tre seggi di quello che, in ogni caso, è un corpo legislativo dai poteri molto ridotti e quasi puramente consultivi: uno dei tre è andato a un candidato della Fratellanza mussulmana affiliato al partito al-Menbar al-Islami, di osservanza strettamente sunnita, mentre gli altri tre seggi sono andati al partito salafita al-Asala.

L’Associazione islamica nazionale al-Wefah ha invece invitato, e con notevole successo, gli elettori di credo shi’ita, che mira a rappresentare al boicottaggio per reclamare invece un cambiamento di monarchia a un regime costituzionale e non più autocratico gestito da sempre e solo dalla famiglia al-Khalifa, sunnita e per natura sua favorevole ai sunniti e sistematicamente  discriminante verso la maggioranza relativa della popolazione che, qui, è sci’ita (Sputnik News, 30.11.2014, Islamist Sunni Parties Defeated in Parlamient Vote, with Shi’ia Majority Boycott and Government Resignation Following I partiti islamisti sunniti sconfitti alle elezioni parlamentari, col boicottaggio delle elezioni da parte dela maggioranza sci’ita e le successive dimissioni del governo http://sputniknews.com/middleeast/20141130/1015319064.html).

●Il presidente Yemenita, Abdrabuh Mansue Hadi, da tempo assai traballante, ha tentato di forzare la mano ai suoi avversari interni – che ormai hanno però vinto il braccio di ferro ingaggiato col suo vecchio governo settariamente sunnita e lo hanno rovesciato con uno di impronta più apertamente sci’ita, dell’etnia Houti – e, adducendo vagamente a motivo il ritardo con cui le loro truppe, gli Ansarullah― gli ausiliari di Allah, si stanno ritirando dalla capitale dopo averla conquistata, occupata e governata ormai dal settembre scorso, il capo delle forze armate regolari, ha rimpiazzato per decreto il gen. Ahmded Ali al-Ashouel col gen. Hussein Naji Hadi Khairan― come indica il nome stesso, però, un suo familiare, subito esponendosi così ad  accuse tanto furiose quanto naturalmente scontate di nepotismo. Nessuna specifica responsabilità è stata imputata ad Ashouel e con ciò aumenta ancora di più la precaria instabilità del regime (The Daily Star/Beirut, 8.12.2014, Yemen military chief fired as militia digs in Il capo dell’esercito licenziato mentre le milizie continuano a trincerare le loro posizioni http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Dec-09/280382-yemens-military-chief-fired-as-militia-digs-in-reports.ashx).

●Il primo ministro di Israele, Binyamin Netanyahu, ha licenziato in tronco la ministra della Giustizia, Tzipi Livni, e quello delle Finanze, Yair Lapid, e annunciato di conseguenza la caduta del governo di coalizione e le elezioni anticipate (17 marzo 2015) contando sulla paura, la volontà di ricerca della sicurezza militare a ogni costo perché si opponevano, in particolare, alla sua iniziativa di sponsorizzare la legge che riconosce lo Stato di Israele come Stato degli ebrei per legge e pieni diritti di cittadinanza soltanto agli ebrei[3]. Lapid ha aggiunto anche un dissenso di merito molto specifico sull’aumento di tasse previsto e tutto da indirizzare all’aumento di spesa militare.

Netanyahu con le nuove elezioni punta a mantenere il suo posto di primo ministro di fatto rimpiazzando i suoi alleati centristi uscenti con qualche battitore libero ancora politicamente più a destra o qualche esponente dei partiti religiosi più conservatori che potrebbe appoggiarlo anche lui, magari anche individualmente. 

E’ anche il modo con cui conta di riuscire a superare il difficile rapporto che si è instaurato con Washington e che, ora, certo vede Obama con qualche potere meno formalmente paludato ma anche, e per Tel Aviv più pericolosamente, senza adesso la possibilità di essere rieletto, forse, chi sa, se trovasse il coraggio, di mettere finalmente con le spalle al muro Israele e le sue scelte politiche cieche, suicide per sé e pericolose per tutti e, in primis, proprio per la politica estera americana.

Comprese quelle economiche che hanno nei fatti – secondo il ministro attuale delle Scienze, Yacoov Peri, del partito di Lapid – sacrificato a una politica di riarmo stupida perché in realtà incapace di dare sicurezza a nessuno e che ha peggiorato parecchio le condizioni di vita delle classi meno abbienti e in specie della classe media (Guardian, 2.12.2014, P. Beaumont, Israel set for elections as Netanyahu fires two ministers Israele va a elezioni anticipate, dopo il licenziamento di due ministri  da parte di Netanyahu http://www.theguardian.com/world/2014/dec/02/israel-set-for-elections-netanyahu-fires-ministers; e New York Times, Netanyahu Fires Centrist Israeli Ministers and Calls for New Elections― Netanyahu licenzia i  ministri israeliani dei partiti centristi e convoca nuove elezioni http://www.nytimes.com/2014/12/03/world/middleeast/israel-netanyahu-cabinet-elections.html?_r=0#).   

●Lo stesso giorno in cui prende e annuncia la sua decisione – che è un’ovvia forzatura anche se alla fine, a cortissimo termine, probabilmente vincente – l’Assemblea nazionale francese vota anch’essa, 339 contro 151, come la Camera dei Comuni anche se chiede solo ma non decide ancora come invece ha fatto ad esempio di recente il parlamento svedese, il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina: confermando il vicolo cieco in cui si è andato a cacciare Netanyahu (Guardian, 2.12.2014, Agenzia Associated Press (A.P.), French National Assembly votes for Government to recognize Palestine L’Assemblea nazionale francese vota per il riconoscimento della Palestina da parte del governo http://www.theguardian.com/world/2014/ dec/02/french-national-assembly-votes-for-government-to-recognise-palestine).

Che va subito a Roma, en catastrophe, a incontrare l’americano Kerry, lì per trovarsi al volo col russo Lavrov, e per avvertirlo della reazione totalmente negativa del suo governo – come se ce ne fosse stato bisogno – a ogni ulteriore riconoscimento della Palestina come Stato indipendente e sovrano... Il giorno dopo, il ministro palestinese che curava per il governo di Ramallah il dossier sulle occupazioni illegali e abusive di case solo per ebrei costruite in territorio palestinese dagli israeliani, Ziad Abu Ein, sottoposto alle tenere cure, al solito brusche e violente, delle forze del cosiddetto ordine di Tel Aviv – come se fosse stato un qualsiasi Michael Brown americano a Ferguson in Missouri o un qualsiasi Stefano Cucchi in Italia – lo hanno picchiato, lo hanno strozzato e asfissiato coi loro lacrimogeni (al solito anche qui gli smartphones hanno fatto un  gran  buon  lavoro di documentazione – fino a ammazzarlo per infarto durante una manifestazione che guidava pacificamente .

E il fatto è talmente clamoroso e fuori misura che forse, stavolta, i palestinesi troveranno l’ardire di forzare i tempi della loro richiesta, sempre minacciata finora e mai applicata per le pressioni americane e quelle anche più impudenti di altri occidentali, di adire senza più rinviare un bozza di risoluzione che impone una scadenza precisa all’occupazione militare di Israele e di aderire senza altri ritardi come ormai in quanto Stato membro dell’Assemblea dell’ONU ha il diritto di fare alla Corte Criminale Internazionale per denunciare le vessazioni criminali di Tel Aviv nei confronti del popolo palestinese. Oltre che rischiare di  allargare l’ondata dei riconoscimenti ufficiali in giro per le cancellerie di un mondo che, vergognandosi un po’ di non osar fare quel che diceva essere giusto, aveva finora esitato.

La reazione europea, una volta tanto, sembra un tantino più decisa del solito. Risponde a Netanyahu a muso duro sbattendogli in faccia la votazione a larga maggioranza (498 voti a 88) del parlamento europeo che chiede proprio questo a Commissione e Consiglio, specificando anche – è il vecchio piano arabo del 2002 che sempre Israele ha respinto – “dentro i confini di prima della guerra arabo-israeliana del 1967”.

Mentre la Corte di giustizia di Lussemburgo, la seconda istanza giudiziaria più alta dell’Unione, decide di cancellare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche cui da sempre l’avevano voluta relegare Israele e Stati Uniti; e Tel Aviv reagisce... chiedendo che ce la rimettano!

Come, anche del resto, alcuni (pochi) governi dell’Unione (i soliti barbagianni di inglesi) che stanno discutendo della possibilità di appellarsi contro la decisione della Corte, motivata esplicitamente dal fatto che l’accusa non è mai stata seriamente “provata” ma ha fatto sempre riferimento ad accuse di terze parti “interessate”: come Israele ed alcuni siti Internet indicati, e nella stessa sentenza ora identificati come filo-israeliani.

Per parte sua, il governo di Tel Aviv reagisce poi senza alcuna originalità e nel solo modo che sa e che finora – va detto – le era quasi sempre utilmente servito, appellandosi alla memoria e alla cattiva coscienza degli europei che – denuncia Netanyahu  – sembrano essersi scordati della Shoah, dell’Olocausto. O che, forse, invece e finalmente, si sono ricordati che, in una tragedia e in un’atrocità senza redenzione possibile né scampo come quella, però, il popolo palestinese non c’entra niente...

... Nel frattempo a Ginevra, i firmatari della IV Convenzione, che porta il nome di quella città, e è  relativa alla protezione dei civili in tempo di guerra si incontrano tra di loro – in una riunione convocata dall’ONU e invano boicottata (invano perché il boicottaggio non ha messo paura a nessuno) da Israele – che ha poi sempre negato di essere tenuta a osservare la Convenzione originariamente firmata ma  poi  sospesa – e USA ma anche Canada e Australia (le nuove mosche cocchiere o, se volete, i nuovi servi sciocchi, dello zio Sam) ha severamente richiamato Israele all’obbligo che ha di rispettare i doveri umanitari cui è tenuta dal ruolo, comunque, illegittimo che svolge di occupante militare dei territori palestinesi.

E al Consiglio di Sicurezza viene presentata per essere rapidamente discussa la mozione avanzata dalla Giordania che chiede di fissare a novembre 2016, tra meno di due anni, la scadenza per l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania, in sede cogente e non più solo in quella tutta politica dell’Assemblea generale che l’ha già approvata a grande maggioranza. Una risoluzione che sarà possibile stoppare solo con un altro – l’ennesimo – voto degli USA che vorrebbero, però, proprio evitarsi la solita figura di tolla cui piegarsi ai voleri di Netanyahu da sempre li obbliga.

Insomma una giornataccia davvero per Israele sommersa da una montagna di accuse e di pressioni cui è per così dire geneticamente incapace di reagire. Se non,  come sempre, chiudendosi a riccio: di più, un riccio strano che nasconde pure la testa nella sabbia... Come uno stupido struzzo.

Poi al voto, gli Stati Uniti che avevano annunciato, a prescindere, il loro veto, e dunque l’inutilità operativa del voto – malgrado stavolta anche due paesi UE votino a favore, Francia e Lussemburgo – riescono a strappare anche il no di un altro paese membro non permanente del CdS (l’Australia) e l’astensione pilatesca di cinque altri governi (imprevista era quella del rappresentante della Nigeria, che però in pratica ha riconosciuto di dipendere pesantemente dai sussidi israelo-americani, dando atto che il suo presidente, Goodluck Jonathan, aveva appena ricevuto l’appello diretto (e “pressante”) all’astensione, personalmente, da John Kerry e da Binyamin Netanyahu...). Gli ambasciatori di tre altri governi astenuti (Gran Bretagna, Sud Corea e Rwanda; il quarto, la Lituania, neanche motiva la sua astensione, ma tutti capiscono bene ugualmente), lasciando però intendere che questa per loro è l’ultima volta...

L’obiezione di Israele – fatta propria con la fotocopia dagli USA – è che ogni dissenso dovrebbe essere risolto col negoziato― solo che tutti, Stati Uniti compresi, sanno che di pura malafede si tratta visto che Netanyahu ha fatto naufragare ogni forma di negoziato... Così ca de anche la risoluzione che affermava “l’urgenza di una soluzione pacifica, giusta, duratura e globale al conflitto israelo-palestinese entro il periodo di dodici mesi col 31 dicembre 2017” come “scadenza massima dell’occupazione israeliana”.

Il nuovo Stato palestinese indipendente, diceva, dovrebbe sorgere nei territori di Cisgiordania e di Gaza e di Gerusalemme est che nel 1967 Israele catturò e ha bisogno di trovare una “giusta soluzione” dei problemi ancora aperti, compresa la mancata fornitura di acqua nei territori occupati e bloccati da Israele, compreso quello dei prigionieri nelle sue galere e il nodo dei rifugiati (Al Jazeera, 31.12.2014, UNSC rejects resolution on Palestinian State Il CS dell’ONU respinge la risoluzione sullo Stato palestinese http://www.aljazeera. com/%20news/middleeast/2014/12/un-votes-against-palestinian-statehood-2014 123021214791 0509.html).

Adesso, l’ultimo dell’anno, il presidente della Palestina Mahmoud Abbas, reagisce come può e  presenta formalmente all’ONU, che aveva già mesi fa votato del resto larghissimamente a favore in Assemblea generale dove diritto di veto non c’è, richiesta di adesione del suo paese a diverse Agenzie specializzate dell’ONU stessa, siglando ben 18 trattati internazionali (New York Times, 31.12.2014, P. Beaumont, Palestinian president signs up to join international criminal court― Il presidente della Palestina firma l’adesione alla Corte criminale internazionale ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/dec/31/palesti nian-president-international-criminal-court), che era stata finora rimandata in attesa dell’esito del voto al CdS.

Ora ha titolo internazionalmente riconosciuto, cui invano Israele s’era opposta – al solito ciecamente appoggiata come da una mosca cocchiera (dicono gli americani: come la coda che scodinzola il cane) dagli Stati Uniti – a denunciare in quelle sedi la violazione di tutte le Convenzioni sui diritti umani e del diritto di guerra che Israele continua a perpetrare con l’occupazione militare che dura dal 1967...

E il rischio reale per un’Israele indicata come paese che, fondato e “inventato” dall’ONU, fosse da essa riconosciuta in violazione deliberata e continuata delle leggi dell’ONU e del diritto dei popoli, Israele lo conosce anche troppo bene (Haaretz/Tel Aviv, 31.12.2014, Palestinian statehood bid fails to pass UN Security Council vote La richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese non riesce a superare il voto del CdS’ONU http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.634596#!).

Il giornale israeliano che commenta questa notizia non è affatto sicuro, però, che a Israele sia convenuto, anche se la domanda di Abbas teoricamente è un’arma a doppio taglio: pure Hamas potrà ora essere indagata sulla stessa base per le sue eventuali, possibili e anche probabili, violazioni delle leggi di guerra e del diritto internazionale che ha possibilmente e probabilmente commesso...

in Africa

●Sempre a riguardo del tema di cui stiamo parlando, la Corte internazionale criminale di giustizia, che ha il compito di perseguire in base al Trattato internazionale che l’ha creata nel 2002 i politici che nel mondo ammazzano, torturano, bombardano, negano il diritto alla vita, alla sicurezza e alla libertà a tanti popoli e a tanti cittadini – sia loro che non loro –  va ricordato che è un Tribunale speciale fondato per impulso, sulla spinta e anche col finanziamento soprattutto degli Stati Uniti.

Ma cui gli Stati Uniti, ipocriti più ancora del solito – anche se nel campo esserlo non significa necessariamente, poi, sempre sbagliarsi – hanno sempre rifiutato di aderire, rifiutando così di sottoporsi alla sua giurisdizione. Finendo così col selezionare finora, alla ricerca di colpe e colpevoli, solo capi di Stato e di governo africani da perseguire: tutti, ma solo africani, nessuno escluso― il che, è vero, puzza agli occhi del mondo intero molto, moltissimo.

●Specie quando, come adesso naturalmente, l’inchiesta del Senato americano riporta alla ribalta e sull’altare celebrativo dell’ipocrisia americana la storia della tortura eretta dal governo americano, con Bush il piccolo ma poi, di fatto e senza  arrivare a teorizzarla come diritto, anche con lo stesso Obama, a strumento largamente utilizzato anche contraddittoriamente e – come diceva secoli fa Cesare Beccaria[4] e conferma oggi il Rapporto del Senato – inutilmente quanto alla sua efficacia per trovare magari estorcendola una verità – la confessione – inevitabilmente però sempre distorta dalla necessità di chi è torturato di far cessare la tortura subìta. Innocente o colpevole che poi sia...

Anche se tutta la combutta di torturatori che esercitavano o ordinavano poi di persona, nel 2003 o nel 2010 e non alla fine del ‘400, l’applicazione davvero in corpore vili delle tecniche  divisate e perfezionate da Tomás de Torquemada, priore del convento domenicano della Santa Cruz di Segovia, confessore e primo Grande Inquisitore dei cattolicissimi re di Spagna, si dice sempre convinta – da Bush a Cheney a Rumsfeld ai direttori della CIA interessati – che le confessioni ottenute sono servite a salvare tante vite americane...   

No,. noi non torturavamo! ...   però sì, funzionava, oh se funzionava,la tortura  (vignetta)

Fonte: INYT, 13.12.2014, Patrick Chappatte

Adesso, la critica dell’ipocrisia americana si fa universale, non più dell’Africa, della Russia e della Cina, di chi non a torto l’America accusa di  aver praticato massacri e torture di Stato ma anche perché l’hanno praticata e la praticano, su larga scala, pure gli USA che la denunciano sempre e solo, si capisce, guardando la pagliuzza negli occhi dell’altro e mai la trave nel proprio. In definitiva in questa montagna di lordure intrise di sangue e di lacrime, non tutte proprio sempre innocenti ,tutti hanno messo le mani a modo loro e di esse tutti si sono sporcati: democrazie, o presunte tali, e dittature come anche dittablande.

E’ ufficiale ma è sempre stato, almeno per noi e per chiunque fosse in buona fede, fuori dubbio (Il link che porta al testo integrale del Rapporto del Senato americano – comunque pesantissimamente autocensurato – è il seguente: CCTV America.com, U.S. Senate Select Intelligence Committee, 9.12.2014, 595 pp [di oltre 6.000] ▬ http://www.cctv-america.com/2014/12/09/list-of-findings-in-senate-cia-torture-report; New York Times, The Senate Report on CIA’a use of Torture. 9.12.2014, M. Mazzetti, http://www.nytimes.  com/interactive/2014/12/09/world/cia-torture-report-document.html?_r=0#).

Nel caso del tentato processo a Kenyatta, l’International Criminal Court, sta anche cadendo in un ridicolo che non si sa più bene se sia poi più patetico o più colpevole. Ha, infatti, dovuto rinunciare con scuse al processo per istruire il quale aveva già speso decine di milioni di $ contro il presidente della Repubblica del Kenya, Kenyatta, incriminato nel 2011 ed eletto presidente poi nel 2013 non essendo i suoi procuratori neanche riusciti a presentare i loro stessi testimoni d’accusa...

L’avvocato dell’accusa ha imputato al governo kenyano di non aver collaborato pienamente alla sua inchiesta... Ma è sembrato, perfino agli americani e a chi dei princìpi in questione se  ne intende, un tantino strano che comunque si chieda a un accusato di cooperare a dimostrare... l’accusa rivoltagli (Guardian, 5.12.2014, Owen Bowcott, ICC drops case against Kenyan leader La ICC lascia cadere il processo contro il capo di Stato kenyota http://www.theguardian.com/world/2014/dec/05/crimes-humanity-charges-kenya-president-dropped-uhuru-kenyatta).

E subito dopo si viene a sapere che l’ICC sta anche rinunciando a perseguire, dopo anni di tentativi impotenti, lasciando perdere l’insistenza con cui voleva mandare sotto processo il presidente del Sudan Omar Bashir, per i massacri condotti per anni in Darfur, nel sud del suo paese. Anche e soprattutto – poi, a vedere bene – perché non è riuscito mai a rendersi universalmente credibile e perché non è mi riuscito a distinguere responsabilità del suo governo – che sicuramente ci sono come quelle dei ribelli – negli omicidi di circa 300.000 persone.

Se poi ora, come diventa possibile, almeno teoricamente la Corte pretendesse di svolgere i suoi compiti anche nei confronti di amici come per esempio Israele, vedrete che ora si sgretolerà rapidamente tutto l’ipocrita castello di carte a difesa di tutti diritti e della dignità umana, sempre teoricamente, di tutti. Siccome potrebbero ora venir messi in imbarazzo anche concretamente gli amici – certi amici – e potenzialmente la stessa reputazione pur traballante degli Stati Uniti d’America finiranno i soldi e finirà subito il tribunale...

●In Somalia, ripetendo quanto sta succedendo anche in Libia ma poi in realtà avendolo anticipato da anni e per anni, con uno Stato che di fatto non esiste più, ingovernabile e ingovernato e lo sgretolamento di ogni struttura di governance minimamente moderna come sta succedendo anche in Libia – è solo un caso che si tratti, con l’Etiopia, delle uniche colonie del Regno di Italia? – il cosiddetto parlamento ha licenziato il primo ministro ormai da quasi due anni, Abdiweli Sheikh Ahmed Mohammad, economista, diplomatico e politico di lungo corso, entrato in conflitto col presidente della Repubblica Hassan Sceikh Mohamud e uscitone perdente. E’ il secondo primo ministro rimosso in modo sbrigativo da un parlamento quanto meno avventizio e che sembra esporre ancor più questo paese alla minaccia dei jihadisti di al Shabaab― la Gioventù.

Il nuovo premier nominato dal presidente Mohamud, e che dovrà avere la fiducia della Camera, è anche lui un ex primo ministro, Omar Abdirashid Ali Sharmarke, dimissionario nel 2010 dopo un anno di servizio anche lui perché in contrasto con l’allora presidente Sharif Ahmed e poi designayo e anche relegato nel prestigioso e ambito posto di ambasciatore a Washington (allAfrica/Washington, D.C., 17.12.2014, Somali President Names Sharmarke as New Prime Minister Il presidente della Somalia designa Sharmarke come nuovo primo ministro http://allafrica.com/stories/201412180034.html).   

●In Nigeria, una serie di attacchi condotti dalle truppe governative contro i miliziani jihadisti ribelli che fanno capo a Boko Haramgli estremisti che in lingua hausa, letteralmente, chiamano il proprio gruppo con la strana locuzione programmatica di  “l’educazione occidentale è peccato” hanno preso possesso di una lista di obiettivi, quasi tutti, ma non tutti, agglomerati cristiani negli Stati federali di Adamawa e Bauchi, est e centro del paese per punirli, cioè sterminarli, omr colpevoli  del loro peccato (Nigerian Tribune/Abuja, 11.12.2014, Military uncovers Boko Haram target list I militari scoprono una lista di obiettivi di Boko Haram http://tribune. com.ng/news/top-stories/item/23731-military-unco vers-boko-haram-target-list/23731-military-uncovers-boko-haram-target-list). In altri termini è ora dimostrato che Boko porta avanti la sua opera di massacro e distruzione con premeditazione. Non si tratta di attacchi condotti alla cieca, anche se i criteri precisi della selezione degli obiettivi non sono stati precisamente identificati o resi noti.

 

Il governo di Abuja ha anche reso noto che una sua missione speciale a Mosca – dove però la notizia non è stata  subito confermata – ha negoziato la fornitura russa del tipo di aerei e elicotteri d’attacco che il Pentagono ha finora rifiutato di vendergli. Si tratta, in effetti, per ora solo di un accordo di principio che la Nigeria ha interesse a pompare sperando così, forse inutilmente, dì far pressione sugli americani.

Ma, in teoria, il cambio contemplato di fornitura, dagli USA alla Russia, delle principali fonti di armamenti non costituirebbe solo questo – un cambio del fornitore – ma, se si concretizzasse, anche e proprio un mutamento radicale di tattica e di strategia da parte del più popoloso ((182,5 milioni di abitanti, il doppio del secondo, l’Etiopia) e, forse, ormai anche il più ricco Stato africano (cfr. Deutsche Welle/Berlino, 6.4.2014, Nigeria overtakes South Africa as the continent’s largest economy La Nigeria scavalca il Sudafrica come l’economia maggiore del continente http://www.dw.de/nigeria-overtakes-south-africa-as-the-continents-largest-economy/a-17551016).

E significa anche puntare su una dottrina che si dissocia da quella americana – sempre applicata e mai finora vincente, dal Vietnam in poi – che per battere un’insorgenza armata l’utilizzo di truppe di terra è necessario. Qui vogliono, vorrebbero, forse provare a farlo servendosi delle armi russe e di quella che sembra profilarsi come un’altra, diversa dottrina del loro utilizzo militare (NightWatch, 9.12.2014, A shift of or only the threat of a strategic shift? Uno spostamento o solo la minacci di un mutamento strategico? http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000260.aspx).

L’opposizione di destra al governo delle Isole Mauritius (1.860 Km2 e 1.200.000 abitanti a 500 Km. dalle coste del Madagascar nel Pacifico), formata dal Movimento socialista militante e dai socialdemocratici, ha vinto a sorpresa ben 47 dei 62 seggi del parlamento, bloccando i tentativi dell’attuale primo ministro di accaparrarsi con una modifica costituzionale clamorosamente bocciata, ancor più poteri di quelli che già aveva.

Il leader della nuova maggioranza, Anerood Jugnauth – 84enne che è stato lui stesso presidente di Mauritius e per tre volte primo ministro – rimpiazzerà ora il premier Navinchandra Ramgoolam, figlio del primo presidente della Repubblica dopo l’indipendenza dagli inglesi nel 1968. L’impegno preso con gli elettori dalla nuova coalizione è di trasformare il paese in un nuovo polo manifatturiero e di istituire al più presto un salario minimo garantito per chi lavora (Deutsche Welle, 12.12.2014, Mauritius opposition wins surprise landslide victory A Mauritius, l’opposizione vince a sorpresa e a valanga le elezioni http://www.dw.de/mauritius-opposition-wins-surprise-landslide-victory/a-18125376).

in America Latina

Obama, che ormai non ha più da pensare a farsi rieleggere – perché non può proprio: e quindi, come ipotizza adesso il NYT, “sembra così mettere i suoi critici sull’avviso che utilizzerà l’ultimo biennio del suo mandato per perseguire gli impegni presi(New York Times, 17.12.2014, M. D. Shear, For Obama, More Audacity and Fulfillment of Languishing Promises― Per Obama più audacia nel tener fede a una serie di impegni che finora ha lasciato languire http://www.nytimes.com/2014/12/18/us/politics/cuba-action-is-obamas-latest-step-away-from-a-cautious-approach.html?_r=0#) – ha di fatto la relativa maggior libertà di un presidente-anatra-zoppa.

E, così, ha deciso – rischiando molto meno di quanto avrebbe altrimenti se fosse rimasto in corsa e senza sognarsi ovviamente di ammettere che quella americana era una politica moralmente, storicamente e politicamente sbagliata ma concedendo solo che non ha funzionato – di riaprire le relazioni politico, diplomatiche e commerciali con Cuba e di cancellare l’embargo ormai preistorico contro l’isola caraibica.

Naturalmente ora si sa bene che la linea americana era anche qui del tutto ipocrita e malignamente motivata. Ha testimoniato l’allora assistente segretario di Stato per gli Affari inter-americani, Lester D. Mallory che, quando all’inizio, nel marzo 1960, venne imposto l’embargo dall’amministrazione Einsenhower contro l’Avana, “la maggioranza del popolo cubano sosteneva Castro, che a Cuba non c’era alcuna efficace politica d’opposizione” e che, quindi, “bisognava far loro cambiare idea(Salim LamraniThe Economic War Against Cuba La guerra economica contro Cuba, ed. Monthly Review Press, NY., N.Y., 13.3.2013, in ▬ http://monthlyreview.org/books/pb3409).

Contro chi sì e contro chi no… La logica economica degli embarghi... (vignetta)

Potevamo boicottare Cuba perché Cuba non aveva niente da boicottare... Ma se aveste avuto un

sacco di roba da boicottare, come la Cina, non ci saremmo mai  potuti permettere di boicottarvi

  

Fonte: EricInMiami, 21.2.2012 [http://ericinmiami.blogspot.it/2012/02/end-broken-cuban-embargo-now-never.html]

●Ora bisognerà vedere con grande attenzione gli sviluppi possibili di un risvolto che parte mal motivato e fraudolentemente spiegato ma così a lungo aspettato, col quale chiaramente gli USA (ma solo il presidente, per ora, ha deciso e non ancora il Congresso, il cui assenso invece per cassare gli effetti della legislazione d’embargo pare essenziale, al contrario ad esempio che per le sanzioni sull’Iran o la Russia che il presidente potrebbe esecutivamente, se volesse, intanto sospendere).

Intanto, però, questo segnale manifesta l’intenzione di riunificarsi al mondo moderno (di cominciare a far risentire di nuovo nel XXI secolo, forse, con qualche maggiore credibilità la propria sempre discutibile parola – sempre comunque la parola degli USA – in America latina dove ormai non contava più una cippa da parecchi decenni; e sembra consentire, finalmente, anche a Cuba di riunirsi al resto del mondo moderno... Solo che non c’è niente che nessuno possa qui dare  per scontato...

Ma, intanto, si è ben saputo che il grande mediatore dell’operazione è stato papa Francesco. E il mondo gli è grato: dicono di essergliene Raul Castro e Barak Obama, che a lui e al segretario di Stato vaticano card. Parolin, per anni nunzio in Venezuela, attribuiscono un ruolo cruciale di honest broker onesto intermediario, e qualcosa di più anche – dicono – di “iniziatore”, assolutamente cruciale.

Così come sempre da questi ambienti iper-reazionari sale la denuncia del ruolo che avrebbe  avuto il Canada, pare – a dire il vero – pressoché all’insaputa del premier conservatore Harper ma non del suo ministro degli Esteri, John Baird, cui lo stesso Obama aveva chiesto di intervenire nel provvedere i luoghi dei diversi incontri che, prima di quelli in Vaticano, prepararono la strada e che,  del resto, proprio come paese ha potuto usare per scavalcare, in parte, il blocco americano ed è stato un canale efficace di flusso costante di turisti americani verso Cuba e, da almeno due anni, anche cubani in America.

Importante trait d’union col governo cubano è stato anche il card. Jaime Ortega y Alamino,  arcivescovo dell’Avana, decisivo lui – ora si è saputo – nell’organizzare, senza che ne trapelasse fuori tempo lo spiffero che avrebbe rischiato di far saltare tutto, l’incontro casuale ma volutamente cortese tra Castro e Obama allo stadio di Johannesburg un anno fa, il 10 dicembre 2013, per i funerali di Nelson Mandela. Un ruolo ora, si capisce, denunciato come un traditore dagli irriducibili anti-castristi ormai quasi solo residenti a Miami: che contano, però, anche in America sempre di meno e... pigolano sempre più piano.

Per la prima volta da quando nei primi anni dell’Unione il presidente Thomas Jefferson propose agli spagnoli nel 1809 di “comprarsi” l’isola, i due paesi si trovano a dialogare su un piano di parità. E, a ben vedere, era tutto e solo quello che Cuba chiedeva (la nuova linea americana verso Cuba è definita in un paper/fact-sheet reso pubblico dalla Casa Bianca il 17.12.2014, e reperibile integralmente, sotto il link ▬ http://m. whitehouse.gov/the-press-office/2014/12/17/fact-sheet-charting-new-course-cuba).

Naturalmente, anche a Cuba e non solo in Florida, ci sono i duri a morire che campavano – qualche volta anche in buona fede – sull’ostilità immarcescibile degli americani e che avevano scommesso tutto sul fatto che restasse com’era: inscalfibile (New York Times, 27.12.2014, V. Burnett e W. Neuman, Sudden Thaw with U.S. Worries Cuban Dissidents L’improvviso disgelo con gli USA preoccupa i dissidenti cubani http://www.nytimes.com/2014/12/27/world/americas/sud den-us-thaw-worries-cuban-dissidents.html?_r=0).  Capita a molti combattenti e reduci di grande storie, fatte di sacrifici, e anche di sangue, e di grandi battaglie. Che alla fine, non avendo vinto come sognavano e chiamati ad accontentarsi di un obiettivo molto più ristretto di quello sognato (pensate ai reduci partigiani anche da noi, per dire e alla “rossa primavera”...) restano con l’amaro in bocca.

Qui è lo stesso. Gente che è stata anche in galera per anni, voleva il crollo e, al minimo,  l’umiliazione dei Castro non il loro riconoscimento di fatto da parte del grande nemico americano, loro alleato “oggettivo” di sempre. E non è proprio andata così. Perché in realtà, poi, alla fine – e non solo per la stragrande maggioranza dei cubani ma ormai anche per lo zio Sam, la storia – come si dice – ha dato ragione ai fratelli Castro. Sono molti i dissidenti cubani che per anni sono stati spalla a spalla coi dirigenti e i nostalgici americani a accusare oggi Obama di essersi arreso, dicono,  troppo facilmente.

Sostengono molti dei dissidenti quasi all’unisono col NYT – anche se ne parlano proprio all’Avana: nella tana del lupo... – come “un paese che viola i diritti umani dei suoi cittadini non dovrebbe mai vedere sollevate le sanzioni che lo puniscono”. Un ragionamento che sta in piedi, però, solo se chi giudica, condanna e punisce è un giudice immacolato e al di sopra davvero di ogni sospetto che non fa eccezioni fra amici e nemici: Cuba sì, per capirci, e l’Arabia saudita no― col sospetto allora del tutto legittimo che in realtà le sanzioni siano imposte perché uno dice nossignore al padrone e non per la violazione di diritti praticata anche da loro amici e famigli o pure a casa propria su larga scala: magari non più al nero che abita alla Casa Bianca ma di sicuro con i milioni di neri o di cittadini di seconda serie che non abitano lì...

●A Riyād (pare) l’hanno chiesta in prestito per un anno, dietro una donazione di 1 miliardo di $ al Louvre...    (vignetta)

Fonte: INYT, 30.12.2014, Patrick Chappatte

Anche perché questi dissidenti duri e puri e accecati della prima ora si vanno ormai sostituendo altri dissidenti profondamente diversi. Per esempio, quelli che si proclamano a favore di una “Cuba posible”, che  annunciano: se con Castro parla Obama, ci vogliamo parlare e discutere anche noi (Cuba posible.com, che spiega di lavorare invece proprio alla ricerca di un espacio para el dialogo fecundo https://www.facebook.com/Cubapossible).

●La presidente del Brasile, Dilma Rousseff, da poco rieletta anche se con una maggioranza un po’ più ridotta di or sono  quatto anni fa, ha rimpiazzato tutta, o quasi, la sua equipe di consiglieri e ministri economici per far fronte, in modo che – ammette – dovrà essere almeno parzialmente diverso dal recente passato coi problemi di un’inflazione che continua a persistere e di una ripresa economica che si conferma ma rispetto ai ritmi di un passato recente è piuttosto fiacca.

Il nuovo ministro delle Finanze, Joaquim Levy, è un ritorno ai tempi di Lula quando aiutò a controllare e ridurre un non piccolo buco di bilancio (allora nel Partito del lavoro lo cominciarono a chiamare “mani di forbice”) Nelson Barbosa diventa il nuovo ministro della Pianificazione e al posto di presidente della Banca centrale resta invece Alexandre Tombini che, solo nella settimana ora finita,  ha alzato di mezzo punto secco il tasso di sconto.

Potrebbe essere davvero il segnale di un nuovo corso, scrive la stampa specializzata del paese che lo auspica più di destra, che dovrà cercare un diverso equilibrio tra crescita ormai ridotta a un piccolo 0,1% e il bisogno comunque sentito come necessario negli ambienti del Planalto, a Brasilia, la presidenza, di ascoltare il richiamo della foresta del pareggio di bilancio e della riduzione del debito: gli austeriani che, sempre a spese dei meno ricchi e dei più, anche qui abbondano.

Sarà un bilanciamento delicato tra la voglia di rassicurare mercati e investitori stranieri e necessità di non rinfocolare il sospetto, con una politica troppo vicina a quella auspicata dal “nemico di classe” appena battuto alle elezioni, di passi indietro e tradimento degli impegni presi verso le masse più povere di fedeltà alle politiche di concreto aiuto a uscire dalla miseria più nera che desesperando , cioè deludendo gli abbienti e favorendo i ceti più disagiati avevano segnato il successo della politica sociale del governo e, soprattutto, della presidenza precedente di Lula (The Economist, 5.12.2014, Brazil’s economy – The  new brooms Le nuove scope http://www.economist.com/blogs/ americasview/2014/11/brazils-economy-0).

●In Uruguay, Tabarè Vázquez, il successore proposto dal Frente Amplio al popolarissimo presidente Mujica – l’ex guerrigliero che continua a abitare nella sua casetta di campagna e a coltivare l’orto, trattenendo neanche 500 $ al mese dell’appannaggio presidenziale – che era stato lui stesso presidente prima di Mujica, tra il 2005 e il 2010, e ora ne diventa anche il successore ha vinto al ballottaggio le elezioni presidenziali.

Così la sinistra di stampo libertario, che ha già legalizzato il matrimonio omosessuale, legalizzato il consumo individuale di droga leggera, la sua coltivazione a scopo sempre individuale e ha deciso di creare, ormai preparandosi a farlo il primo mercato al mondo pubblicamente regolato dal pubblico e dallo Stato della coltivazione e della vendita di marijuana. Col massimo scorno non solo delle opposizioni politiche ma della gerarchia ecclesiastica del paese che aveva – forse pensando di conoscerlo bene, visto che lui è dell’altra parte del rio della Plata ma sbagliando – di essere ancora ai tempi di Ratzinger, chiesto pubblicamente, e abbastanza pateticamente, l’appoggio esplicito e mirato – che come tale non ha ottenuto – di papa Francesco.

Luis Lacalle Pou, il candidato della coalizione di centro-destra che aveva promesso di cancellare proprio quelle leggi insieme ad alcune misure di stampo economicamente e più classicamente sociale, come dicono qui, ha fracasado: ha perso con più del 10% di voti in meno di Vázquez, che al primo turno, a ottobre, lo aveva scavalcato arrivando già allora quasi al 50% dei voti +1. Vázquez, l’esatto contrario fisico di Mujica― aristocratico, allampanato e apprezzato medico oncologo lui, contadino autodidatta, rotondetto e in apparenza un po’ rozzo, il predecessore che fu  torturato dai generali negli anni ’70 ma che ha idee coincidenti o molto vicine alle sue (Mydaily sentinel.com, 30.11.2014, L. Habercorn, Ex-president wins in Uruguay election Ex  presidente [della sinistra: contro la destra] vince le elezioni presidenziali in Uruguay http://hosted2.ap.org/OHPOM/6c7a07eb5e314546bfc286fa4d495637/ Article_2014-11-30-LT--Uruguay-Election/id-f91752ec380d4e44b3cd6c1e50afdd7f).

● In Venezuela, denuncia un economista schierato con l’opposizione e ex capo dell’Ufficio Studi della Banca centrale, José Guerra, che il PIL qui si è contratto del 4,2% nel 2014 tra gennaio e settembre, i primi tre trimestri, la caduta più accelerata dal 2009. Il governo rifiuta di commentare la notizia, o la presunta notizia ma la riluttanza del governo del presidente Maduro, il successore di Chávez, a rendere noti i dati ufficiali dell’economia ha alimentato la speculazione sulla sua salute di fondo, in una situazione in cui è comunque molto complicato mantenere la stabilità (Stratfor – Global Intelligence, 5.12.2014,  Venezuela Braces for a Tough 2015 Il Venezuela si appresta a far fronte a un duro 2015 http://www.stratfor.com/analysis/venezuela-braces-tough-2015#axzz3LcP3AkNj).

Si tratta di tener alta, da una parte, la spesa sociale che ha fatto l’orgoglio del paese e del suo cosiddetto modello bolivariano che puntualmente e volutamente “disobbedisce” agli USA cercando di prescinderne e conta su di sé soprattutto e, dall’altra, si tratta di resistere alla congiuntura sfavorevole  in un modo tutto particolare per un paese grande esportatore di greggio come questo (El Universal/Caracas, 10.12.2014 [è l’organo ufficioso e possente – di maggior diffusione nel paese – dell’opposizione sostenuta all’unanimità dal mondo degli affari contro il governo chávista-bolivarian-socialista/10.12.2014, Señalan que la economía tuvo una contraccíon de 4,2% en nueve meses Viene segnalato che l’economia ha subito un contrazione del 4,2% in nove  mesi http://www.eluniversal.com/economia/141209/senalan-que-la-economia-tuvo-una-contraccion-de-42-en-nueve-meses-imp).

●Intanto, alla nuova ondata di sanzioni ad personam (diniego di visti per entrare in America in buona sostanza) che Obama decreta su richiesta del Congresso contro singoli esponenti del governo e degli apparati di sicurezza venezuelani accusati dall’opposizione di aver preso parte alla repressione di sue manifestazioni – magari non sempre proprio pacifiche nel paese nel corso dell’anno – fonti del governo di Caracas, in particolare il ministro dela Difesa, Vladinmir padfno Lopez,  rispondono con pesante ironia. Che:

• uno, nessuno dei venezuelani cui è stato negato il visto lo aveva in effetti mai chiesto...; e,

• due, non si vede perché, alla stessa stregua – ma con indizi e prove ben più evidenti e documentate di colpevolezza degli apparati silenti e consenzienti coi singoli agenti coinvolti di polizia federale, statale e municipale americani che si sono distinti nella repressione e negli assassinî a freddo di  manifestanti o addirittura passanti deliberatamente e con cura scelti tra i giovani di colore a Ferguson, a New York, ecc., ecc. un po’ in tutti gli Stati Uniti (Yahoo! News, 18.12.2014, U.S. seeks to overthrow Venezuelan Government, says official Esponente del governo venezuelano: gli USA cercano di rovesciarci http://news.yahoo.com/us-seeks-overthrow-venezuela-government-official-234048242.html).

Della serie, ovviamente, del pan per focaccia... Ma la focaccia sarebbe, al dunque, ben più doviziosamente imbottita di un pane molto raffermo e stantio.     

CINA

●Uno dei tanti articoli dedicati disperatamente dal NYT a cercar di fare le pulci ridimensionando la Cina, dato atto di una revisione importante in aumento delle previsioni di crescita del suo PIL, cita il Fondo monetario e informa i lettori che però “su basi di  parità del potere d’acquisto, il FMI prevede per fine anno un PIL a 17,6 trilioni di $ in USA e a 17,4 in Cina(New  York Times,  19.12.2014, D. Barboza, China G.D.P. Is Revised 3.4% Higher For Last Year Il PIL della Cina rivisto in aumento di un altro 3,4% in più per quest’anno http://www.nytimes.com/2014/12/20/business/in-revised-gdp-chinas-economy-34-larger-in-2013.html#).

Siccome ricordavamo, a memoria però, dati contrari, da  buoni Tommasi increduli che ci vantiamo di essere, siamo andati a verificare (IMF, World Economic Outlook Database, 10.2014, Report for Selected Countries and Subjects Dati per paesi e soggetti selezionati, GDP at PPP for USA, China and Hong Kong PIL a  P..P.A..,USA-Cina e Hong Kong http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/weodata/weorept.aspx?pr.x= 66&pr.y=15&sy=2013&ey=2019%20%20&scsm=1&ssd=1&sort=coun%20ry&ds=.&br=1&c=924%2C532%2C111 &s=PPPGDP&grp=0&a).

Solo poi è arrivata, a denti stretti assai, l’ammissione dell’A. dello strafalcione: abbiamo letto male i dati: perché, in verità, per veri che siano – confessa – ci sembravano falsi e li abbiamo, quindi, valutati impossibili... Proprio fischi per fiaschi: per patriottardismo cieco e fidente. E’ proprio la Cina prevista – e ancor prima della revisione ancora in aumento del PIL – a 17,6 trilioni di $ nel 2014 e sono gli USA inchiodati dietro, a soli 17,4 trilioni. Se poi alla Cina, si aggiunge come si deve e come fa il FMI visto che anche Hong Kong risulta sotto il suo effettivo controllo, anche il PIL dell’ex colonia britannica, il loro PIL congiunto nel 2014 sarebbe già arrivata a 18 trilioni di $ e, guardando al 2019 – ultimo anno delle proiezioni del Fondo – a 26,9 trilioni mentre gli USA allora dovrebbero, forse, arrivare a 22,1 trilioni di $.

Cioè, e per dirla com’è, se le cose andranno così come le preannuncia il FMI, non ci sarà più alcun paragone neanche lontanamente possibile. Di qui a cinque anni. Non più…

uasi 

●Quasi a latere di un interessante, e contraddittorio, articolo sul fatto che in Cile, in particolafe, ma poi un po’ in tutta l’America latina, controcorrente col mondo, si registra un netto declino dell’inuguaglianza dei redditi (New York Times, 2.12.2014, E. Porter, Income Gap Shrinks in Chile, for Better or Worse― Le differenze di reddito in Cile si riduce, per il meglio o il peggio http://www.nytimes.com/2014/12/03/business/ economy/income-gap-shrinks-in-chile-for-better-or-worse.html?_r =0 #). Che, di per sé, è davvero una notizia eclatante. Ma non è su questo che l’articolo, poi, si concentra...

No, l’A. si preoccupa e mette in guardia sul fatto che questa tendenza potrebbe anche fermarsi in quanto la causa del declino delle disuguaglianze è in gran parte nel forte export di derrate alimentari e materie prime che con la crisi si va in ogni caso indebolendo. E’ la crescita della Cina stessa che cala e questo, di per sé, comporterebbe che in futuro la sua potrebbe diminuire rispetto a quella degli anni recenti.

Ma è un punto di vista spesso ripetuto in tutti i media che inclinano a dare ragione per default alla scuola economica della saggezza economica, quella liberista o comunque favorevole al punto di vista di lor signori è che ignora come, rispetto diciamo a dieci o cinque anni fa, l’economia della Cina è molto cresciuta: in dieci anni, in effetti, è più che raddoppiata. Dal punto di vista dell’economia globale, il 7% di crescita attuale in Cina ha un impatto ben maggiore del 10% che esercitava allora. Certo, la domanda di derrate e materie prime esportate dall’America latina può, potrebbe, anche domani calare, ma non c’è il minimo dubbio che oggi, nel 2014, l’effetto della domanda cinese sull’export latinoamericano sia un fattore ben superiore a quello che era nel 2004.

In altri termini, a questo A. sembra proprio sfuggire che il 7% di 2, è fattore aritmetico più elevato del 10% di 1...

Su questo stesso tema del flagello dell’inuguaglianza, dice ora la sua anche l’OCSE – e visto cosa e chi rappresenta, cioè i ricchi e, tra di essi, i governi dei paesi più ricchi del mondo – con grande autorevolezza: sostiene, e dimostra, che i suoi effetti sulla crescita economica sono “sempre deleteri” e statisticamente negativi. Per esempio, evidenzia come inuguaglianza dei redditi e inuguaglianza sociale che ne consegue, siano direttamente responsabili di dieci punti percentuali in meno di aumento del PIL in Messico tra il 1990 e il 2000, di nove punti per la Gran Bretagna e di sette per gli USA.

E, al contrario, evidenzia come le politiche cosiddette redistributive, aborrite dalla scuola neo-cons che imputa loro ogni stagnazione, non penalizzino affatto invece la crescita, specie se vengono focalizzate sulle cose che servono di più, in particolare sull’istruzione (The Economist, 12.12.2014; OECD/OCSE, 9.12.2014, Trends in Income Inequality and its Impact on Economic Growth Tendenze di disuguaglianza dei redditi e del suo impatto sulla crescita delle economie ▬ F. Cingano. dir. ricerca ▬ http://www.oecd-ilibrary.org/docser ver/download/5jxrjncwxv6j.pdf?expires=1418560062&id=id&accname=guest&checksum=1D897548C0BD5D71 CF7DF1DE339FAAB6; ― [sintesi della ricerca] www.oecd.org/social/inequality-and-poverty.htm).

E continuavano a predicarmi di tirarmi su con le mie forze... (vignetta)

L’INUGUAGLIANZA

Fonte: Khalil Bendid, 7.12.2014

●Appello congiunto, a Hong Kong, dei tre co-fondatori e motori della campagna di disobbedienza civile che ha promosso le dimostrazioni studentesche, e non solo, contro il governo locale (New York  Times, 2.12.2014, C. Buckley, Leaders of Hong Kong Democracy Campaign Urge Students to Retreat  ▬ I capi della campagna per la democrazia a Hong  Kong spingono gli studenti a retrocedere http://www.nytimes.com/2014/12/03/world/ asia/hong-kong-protests.html#) hanno cominciato a smontare il giocattolo. Hanno deciso di mettere fine alla loro protesta, insomma, più che con un urlo di rabbia con un lamento un tantino piagnucoloso.  

Il punto, e lo riconoscono chiaro, è che non sono più in grado di garantire la natura tutto sommato pacifica del movimento ma, e forse ancor più, che sono stati fiaccati dalla resistenza elastica più che passiva che ha loro opposto il sindaco di Hong Kong bloccando quelle che considera le loro richieste extra-istituzionali ma senza usare in maniera palese e sfacciata la forza, senza dar spunto a una nuova crisi come quelle di un quarto di secolo fa squassarono la Cina a piazza Tienanmien, filtrando sapientemente e bloccando e sfiancato così le richieste per Pechino più inaccettabili – come quella di decidere loro e non il governo centrale il come, non il se, votare liberamente per il governo locale – accogliendo invece e facendo proprie quelle meno “eversive”.

Al fondo, poi, il movimento non ha mai preso davvero piede tra la maggior parte degli abitanti anche quando non erano affatto soddisfatti dello sviluppo democratico sul territorio e avrebbero voluto maggior partecipazione. Ma, per arrivarci, chiedevano modi e procedure diverse e non “rivoluzionario-eversive” rispetto alla madrepatria. E il movimento Occupy Central così si è sgonfiato, almeno nei modi che finora aveva privilegiato ma che ora è costretto a dismettere e modificare. Cercando ovviamente di non rinnegare se stesso, ma anche ormai correndone il rischio reale.

Però, per 73 giorni di seguito il traffico nel distretto degli affari, l’Ammiragliato è stato paralizzato da quel movimento. Ma non ha portato niente, al dunque, per far  passare gli equilibri del potere reale nelle strade, negli uffici, nelle assemblee. E adesso si  “arrendono” così alle forze dell’ordine, quello  consolidato, e lasciano in massa le tendopoli che avevano creato (NYT, 11.12.2014, Keith Bradsher e Chris Buckley, Hong Kong Police Begin Removing Protesters as Dismantling of Camp Proceeds―  ▬ http://www.nytimes.com/2014/12/12/world/asia/hong-kong-protests.html?_r=0).

●Insomma, qui manifestazioni, dimostrazioni e richiesta di una diversa scansione e ritmo della vita democratica o, per dirla più semplice, della partecipazione attiva non sono riuscite a spostare il modo di scegliere – quello loro, per quanto genericamente definito più che quello di Pechino che alla fine detiene il potere – quello che noi chiameremmo il sindaco (in fondo di questo si decideva). Ma è stata una protesta che ha fortemente influenzato, secondo molti osservatori perspicaci, le elezioni municipali a Taiwan, dove il 29 novembre 11.130 comuni e distretti elettorali hanno inferto una sconfitta cocente al partito di governo, il Kuomintang.

Qui, dopo i lunghi anni della dittatura militare di Chang Kai-shek, la vitalità della democrazia politica cosiddetta formale ma in realtà e in parte non piccola anche sostanziale, contrasta forte con la gestione centralizzata della partecipazione che resta invece privilegiata a Pechino. Gli elettori di Taiwan hanno mandato un messaggio chiarissimo sia ai leaders del loro paese, eredi di Chang, che a quelli del continente quanto ai limiti della promozione di un’ulteriore integrazione tra i due sistemi. E’ importante, da questo punto di vista, che ora, il partito più schierato per una completa indipendenza da Pechino, il partito progressista democratico, si sia collocato in una posizione di forza per vincere le prossime presidenziali del 2016.

Anche se poi, secondo diversi altri osservatori il no al KMT non è poi tanto motivato dal suo sentire comune sul problema di fondo dell’unità della Cina con Pechino quanto da preoccupazioni molto più terra terra, di ordine economico e di insoddisfazione su come il partito nazionalista li stava affrontando curandosi dei problemi dei più agiati tra i taiwanesi e molto meno di quell chd xcve affrontare a Taiwan il cittadino comune.

E’ forse qui, nella manifestarsi di una tensione più alta e della ricerca paziente e necessaria di un più sofisticato equilibrio tra i due lati dello stretto di Formosa – equilibrio, comunque segnato più a favore di Pechino che di Taiwan su ogni piano del rapporto concreto di forze – più che nel cambiamento politico a Hong Kong, che si misurerà ora l’impatto del movimento per una democrazia più attiva d vibrante scoppiato quest’anno nella ex colonia britannica alla periferia di Guandong.

●In effetti subito dopo lo tsunami delle municipali di Taiwan, si dimette Jiang Yi-huah, il capo appunto del governo del Kuomintang – lo storico partito-regime nazionalista, fondato da Chang Kai-sheck negli anni ’30 del secolo scorso e del regime militare sconfitto e cacciato dalla Cina da Mao e rifugiatosi, nel 1949,  nella ridotta di Taiwan, chiamata da tutti in occidente allora Formosa, col vecchio nome coloniale portoghese― l’Isola bella. Malgrado ciò, lui e quelli del suo partito avevano continuato sempre a rivendicare per sé il nome di Cina, affermandone in ogni caso la indivisibilità prima, e poi, dopo la sua morte, coi governi a lui succeduti sempre rivendicando l’unicità del paese – in assonanza con la posizione di sempre della Cina di Mao, di Deng e, ora, di Xi: un paese solo e due sistemi.

Ma, ora, è stato sconfitto alle elezioni municipali (anche nella capitale, Taipei) a favore del partito dell’opposizione politica, decisamente più di esso non tanto forse ormai anti-Pechino ma attento a non sembrare gratuitamente quasi filo-Pechino. Nei fatti, però, queste elezioni locali sono state vissute in loco, ma anche nella Cina continentale quasi come un vero e proprio referendum sui rapporti con Pechino.

Il governo di Jiang e il presidente di Taiwan Ma Ying-jeou (che adesso, dopo la sconfitta elettorale ha annunciato che si dimetterà da presidente del Kuomintang) puntavano a sviluppare verso l’immenso mercato continentale a poche decine di km. di distanza un rapporto che fosse soprattutto un’eccezionale occasione di ulteriore sviluppo economico (Al Jazeera, 29.11.2014, Taiwan PM quits after election losses Il premier di Taiwan abbandona dopo la sconfitta elettorale http://www.aljazeera.com/news/asia-pacific/2014/11/taiwan-pm-quits-after-election-losses-2014112912281828315 1. html).

Ora, però, qualche aspetto di questo strano e obbligato rapporto potrebbe essere rimesso in questione. Ma  come rapporto di forze esso è, appunto, quello che è, schiacciante a favore di Pechino, sotto tutti i profili: storico, economico, militare e politico; di popolazione, che tra i due paesi è grosso modo di 1 miliardo e 400 milioni a 23 milioni di abitanti  (il 1° e il 52° del  mondo); e, in termini di PIL, a parità di potere d’acquisto (il parametro che la CIA considera come PIL reale, effettivo e che, quindi essa stessa adopera) sui 16.000 miliardi di $ a 1.000 (il 1° e il 21° paese nel mondo).

E, se è così – se le cose si irrigidissero tra i due paesi – voi sapete chi ci perderebbe di più? (The Economist, 5.12.2014, Politics in Taiwan – Kuomintang suffers a crushing defeat in local elections― Politica a Taiwan― Il Kuomintang soffre una sconfitta schiacciante nelle elezioni locali http://www.economist. com/news/asia/2163 5279-taiwans-kmt-suffers-crushing-defeat-local-elections-blow-kmt). E lo sanno pure taiwanesi e cinesi.

●Una linea ferroviaria nuova, ad alta velocità, è stata inaugurata il 26 dicembre a collegare Ürümqi, la capitale della regione dello Xinjiang, a Lanzhou nella provincia di Gansu, 1.900 Km. di distanza, grosso modo il percorso della vicina, antica, via della seta che poi si spingeva verso occidente, verso la Turchia, attraversando tutta l’Asia centrale. Lo Xinjiang, l’area della Cina a maggiore densità di popolazione islamica, è stata nei mesi recenti al centro di forti turbolenze anche terroristiche di tipo insurrezionale di quelle minoranze religiose ed etniche contro le autorità di Pechino (Channel News Asia, 26.12.2014, China extends high-speed rail network to Xinjiang La Cina allarga la sua rete ferroviaria ad alta velocità allo Xinjiang http://www.channelnewsasia.com/news/business/china-extends-high-speed/ 1550320.html).

In tutta questa regione, come anche nel Tibet controllato dalla Cina, una resistenza locale motivata da un  antichissimo  sentire vetero religioso, addirittura spesso intriso di costumi di stampo ancora medioevale che si oppone per questo – per mantenere vecchissime tradizioni anche sociali e civili ormai inacettabili – all’idea stessa di modernizzazione, sale anche il ricorso al terrorismo contro, per dirne una, alla libertà di trasferimento delle popolazioni – se vogliono – dentro e fuori della regione.   

La ferrovia ad alta velocità è vissuta, secondo questa mentalità, come un pericolo grave anche e forse soprattutto a livello simbolico per lo status quo. La costruisce la China South Locomoive & Rolling Stock Corp. e riduce i tempi di percorso attuali della metà, e di quasi 100 km. la lunghezza del percorso, ed è solo uno dei tratti TAV aperti proprio questo mese in tutto il paese a costituire, ormai, la rete ad alta velocità (minimo sui 250 Km/h.) più estesa del mondo: esattamente il modello opposto a quello largamente prevalente del trasporto su strada americano― dove esiste solo una linea (quasi...) ad alta velocità, la Acela Express, a “cassa oscillante” (il modello del nostro vecchio Pendolino) della compagnia Amtrak che collega Washington a Boston via New York     

nel resto dell’Asia

●A Etrek, al confine comune tra Iran, Turkmenistan e Kazakistan, si sono incontrati il 3 dicembre per una cerimonia che inaugura il completamento dei 32 Km. finali dei 914  della ferrovia che da nord a sud collega i tra paesi che fiancheggiano ad est il mar Caspio. I tre presidenti avevano nel 2007 firmato un accordo e la costruzione era iniziata nel 2009. la nuova linea ferroviaria è parte del cosiddetto corridoio internazionale di trasporto Nord-Sud che collega per nave e treno l’India all’Europa, via Iran e Russia. Secondo le pubblicazioni specializzate si tratta del primo collegamento ferroviario in assoluto tra Kazakistan e Iran e, in ultima analisi, tra il Golfo Pesisco e l’Oceano Indiano.

Si sta concretizzando, in questa vasta area dell’Asia centrale e orientale, una vera rivoluzione nel campo del trasporto. La costruzione di nuove reti ferroviarie sta consentendo l’utilizzo ai paesi interni e senza sbocchi al mare dell’Asia centrale dei porti dell’oceano Indiano sfuggendo così per la prima volta alle strozzature  internazionali degli stretti di Singapore, Malacca e del canale di Suez.

Con l’Iran è importante anche la decisione di continuare a trattare in sede di negoziato su nucleare e sanzioni coi P-5+1. Sembra aver aiutato a sbloccare diverse cose, anche se in negativo, per così dire, c’è subito, come prevedibile e del tutto scontato anche se non avrà alcun esito concreto e effettivo contro l’Iran, il tentativo del Congresso americano di rilanciare per conto suo le sanzioni, votandosi una risoluzione di nessun valore legale (bisognerebbe che la firmasse il presidente e subito dopo il prolungamento del negoziato con Teheran parrebbe razionalmente improbabile... anche se in quel manicomio di policy che è diventata la Casa Bianca è certo  possibile)...

Poi, così, tanto per fare numero quasi, il Senato aggiunge anche di voler fornire subito altri 350 milioni di armamenti all’Ucraina e una cinquantina a Moldova e Georgia. Però non è chiaro neanche se, prima del suo scioglimento a inizio gennaio, la Camera dei rappresentanti avrà tempo e voglia di portare al voto un’identica risoluzione. Mentre è subito chiaro, nell’immediata reazione del vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov, che la Russia risponderebbe subito alla mossa americana aumentando in misura almeno corrispondente i suoi aiuti all’est del paese.

Subito dopo, a Roma, in un incontro nella residenza dell’ambasciatore americano, a villa Taverna, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ripete “per chiarezza”, anche se in termini più soft ma identici – come dicono gli americani tit for tat―  cioè pan per  focaccia, lo stesso messaggio al segretario di Stato John Kerry (Press Tv/Teheran, 13.2.2014, Interfax News Agency,  Russia vows tit-for-tat moves in response to US sanctions La Russia promette pan per focaccia око за око alle sanzioni USA http://www.presstv.ir/ detail 390050.html).

• Il voto forzato del Senato USA risulta pateticamente ovvio, ha il senso di dare da parte della potente lobby ebraica americana un contentino a Israele che aveva continuato a chiedere a amici e alleati – e più al Congresso che, certo, alla Casa Bianca – di stringere la vite contro Teheran. Ma con l’ossessivo compulsivo Netanyahu preso dalle sue beghe interne, tra sgretolarsi del gabinetto, uccisione magari anche non premeditata ma dettata comunque dalla sua linea politica di un inerme esponente del governo palestinese e elezioni anticipate, il resto del governo di Tel Aviv, i servizi segreti in particolare, dimostrano di non credere più alla capacità di dar risultati concreti della sua strategia intransigente.

• Israele decide così – dice adesso Yuval Wollman, direttore generale dell’Intelligence a Tel Aviv – di lasciar perdere: non farà altre pressioni per incrementare volume e portata delle sanzioni contro Teheran anche se è ben conscia che nessun accordo alla fine del negoziato potrebbe portare a quello che ha sempre annunciato essere il suo obiettivo originale (al quale però non si sono allineati né americani né francesi ma solo, e senza dirlo, il nemico peggiore suo e dell’Iran: l’Arabia saudita.

• Suo perché Israele è ebrea e dell’Iran perché è sci’ita. Non c’è, infatti, modo che l’accordo porti allo smantellamento totale del programma nucleare iraniano (Reuters, 11.12.2014, D. Williams, Israel not pushing for tougher Iran sanctions as talks go on―Israele, a fronte della prosecuzione dei colloaui, rinuncia a premere per sanzioni più dure contro l’Iran ▬ http://www.reuters.com/article/2014/12/11/us-iran-nuclear-israel-idUSKBN0      JP1U820141211).

• E infine, c’è da prendere atto che la Russia, anche con l’iniziativa di Cina India e Iran di integrazione della rete ferroviaria interasiatica che ha deciso di appoggiare, appoggia insieme una specie di rifocalizzazione davvero strategica su tutto il teatro dei suoi interessi geo-economici che partendo dal Medioriente si allargano a tutta l’Asia centro-meridionale e orientale

●Altro tratto significativo di tutte queste connessioni è che per molte di esse il terminale è la Cina il cui forte attivismo nell’estendere interconnessioni e reti ferroviarie è anche più duraturo e di successo concreto e immediato della sua antica diplomazia. Ne riduce la dipendenza dalle spedizioni via mare che, per le strozzature marittime internazionali pattugliate e controllate dalla VII Flotta americana, dovrebbero altrimenti transitare. Si tratta, dunque, di progetti che attestano della pianificazione strategica di largo respiro con cui la Cina si sta anche preparando ad affrontare crisi e sfide future.

Ma, di pari passo va avanti quasi sottotraccia ancora – ma a Washington cominciano a segnalarla gli studiosi più attenti e meno ossessionati dalla visione di una nuova guerra fredda emergente e che sperano emerga della  politica internazionale, specie quelli dei grandi think tanks indipendenti e nettamente contrari alle manie dei neo-cons – un disegno e una pianificazione strategica russa di amplissimo respiro tesa, come dire, un po’ l’attenzione americana alle tensioni tra Russia e Ucraina...

Una strategia che sta trovando il motore e il fulcro nel compito che Putin ha affidato al suo plenipotenziario Michail Bogdanov, vice ministro degli Esteri, collega e sodale, professionalmente e diplomaticamente parlando, e anche amico, collega e coetaneo titolare del portafoglio, Sergei Lavrov, che sta coordinando una linea unitaria e non più fatta di tanti tradizionali spezzoni isolati con un lungo giro del Medioriente, dall’Egitto alla Siria, all’Iran, alla Turchia dopo la sua nomina ad hoc come inviato superspeciale del Cremlino tutta la politica russa nella regione. .

Lo scopo della presenza e dell’attivismo di Bogdanov non è, infatti, tanto mirato al miglioramento dei rapporti bilaterali con ogni singolo Stato (compresa Israele e l’Arabia saudita), quanto all’incremento delle sue strategie globali allontanando per esempio dalle aree che il Cremlino considera per i suoi interessi ancor più pericolosi. In tal senso mosse come il cambio di rotta del South Stream proposto alla Turchia e l’estensione della rete di collegamento ferroviario verso tutta l’Asia centrale e orientale sono mosse del tutto razionali e desiderabili che hanno anche il merito, dal punto di  vista dei russi, di mettere a disagio le politiche energetiche assurde perseguite dalla Commissione europea.

Più complesso e problematico sarà, invece, concretizzare l’altro obiettivo diplomatico-politico  perseguito da Bogdanov. Di convincere un Obama, certo ora meno condizionabile dai falchi del Congresso, sia i repubblicani che i suoi, ad aprire qualche canale di comunicazione con la Siria di Assad, approfittando della lotta con lo SI, nemico comune numero uno.

●A fine novembre, nuovo e piuttosto temerario soprassalto nei rapporti tra Pakistan e India quando una piccola banda di solo quattro guerriglieri, mimetizzati in uniformi dell’esercito indiano, infiltrata dal Kashmir pakistano nel territorio di quello indiano con l’aiuto dei rangers regolari pakistani – una forza paramilitare di élite dell’esercito che dipende, però, direttamente dal ministero dell’Interno e ha provveduto al fuoco di copertura per tutta l’operazione – ha assalito una postazione  dell’esercito indiano nel settore di Arnia, subito a nord di Jammu, città dell’estremo nord-est della Federazione. Facendo fuoco indiscriminatamente su civili e soldati il gruppo suicida di attacco ha provocato una dozzina di morti, tra cui cinque civili ed è stato naturalmente annientato.

L’assalto, mirato tra l’altro in un’area del Kashmir indiano finora neanche mai parte del contenzioso territoriale tra i due paesi, è avvenuto in coincidenza con la stretta di mano tra i premiers di India e Pakistan al vertice informale dei capi di governo dell’Associazione di Cooperazione Regionale del Sud asiatico in Nepal, puntava chiaramente a mettere entrambi in imbarazzo e a sabotare l’ipotesi stessa che l’approccio iniziale, teso a qualcosa che non fosse più solo lo scontro e appena inaugurato tra Narendra Modi e il premier pakistano Nawaz Sharif, potesse concretizzarsi.

Il dramma è che la stabilità politica di Sharif nel suo paese è tanto incerta da non autorizzarlo neanche a pensare di fare una qualsiasi pace con l’India sul Kashmir. Se ci provasse davvero potrebbe, per la seconda volta dopo il novembre 1999, essere deposto da un colpo di Stato dei militari... E il dramma è che Modi ha, d’altra parte, costruito il suo successo e tutta la sua carriera politica, rovesciando alla fine alle ultime elezioni il partito del Congresso, in India tradizionalmente al potere da sempre, proprio sulla sua fama intransigente e militante di difensore senza compromessi del carattere hindu dell’India e alla negazione anche violenta delle rivendicazioni dei mussulmani che, pure, costituiscono ben il 15% di una popolazione complessiva di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti.

●Nelle elezioni in corso a scaglioni in diverse zone dell’India – che ancora non si sono tutte concluse e durano diverse settimane – il premier Modi si è recato l’8 dicembre per leìa prima volta a fare campagna per il suo partito nazionalista indiano Bharatiya Janata a Srinagar nel Nord dello Stato federale a maggioranza chiaramente islamica (l’unico) di Jammu e Kashmir. La visita si è svolta in condizioni di strettissima sicurezza, dopo la serie di attacchi e attentati islamisti estremisti.

Qui il partito, BNP di Modi, ormai largamente maggioritario nel paese, ha preso, alle ultime elezioni, solo 11 seggi ma punta a conquistarne stavolta tre volte tanti, addirittura la maggioranza del totale di 87. Nelle prime due fasi delle elezioni svoltesi qui, il 25 novembre e il 2 dicembre, che hanno visto tassi di partecipazione elevati dal 61 all’81% malgrado le minacce avanzate dai jihadisti tra gli elettori che qui, come in altri paesi, si devono previamente far registrare per averne diritto. Adesso la quarta fase delle elezioni avrà luogo il 14 dicembre e l’ultima il 20. I risultati finali del voto dovrebbero essere resi pubblici tutti entro il 23 del mese mentre tutta la tornata elettorale si concluderà entro fine mese.

Qui in Jammu e Kashmir, dove la coalizione di governo escludeva il BJP, probabilmente adesso – scrivono esperti e confermano sondaggi – verrà largamente modificata la maggioranza somigliando di più al trend nuovo che Modi va instaurando nazionalmente e per il quale tra maggiore sviluppo sperato grazie a più liberismo e difesa di diritti sociali e locali dovrebbe prevalere la prima opzione. Ma il mutamento, qui, probabilmente non sarà sufficiente a rovesciare qui la coalizione di maggioranza (NightWatch, 7.12.2014, Jammu and Kashmir vote maybe shifting some power towards Modi Jammu e Kashmir col voto forse spostano un po’ di poteri verso Modi http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/ NightWatch_14000258.aspx).

Continua così questa serie di attacchi insensati perché di nessuna portata strategica ma che perpetuano una stato di guerra potenziale e potenzialmente, data la natura anche nucleare degli arsenali dei due contendenti, catastrofica per tutta la regione. Si tratta, in effetti, di scaramucce cruente e, ormai, tanto consuete da diventare parte integrante dello sfondo geo-politico dell’Asia centrale. Dove il più debole, il Pakistan, nella sua radicale e non superabile insicurezza garantisce lo status quo solo alzando la posta ogni volta.

Episodicamente. Ma dove, anche, episodio dopo e su episodio, la miccia così resta sempre accesa sotto bombe (A e H) che mettono il mondo sull’orlo dell’ecatombe (New York Times, 27.11.2014, Gardiner Harris, Deadly Attack on Indian Base Near Pakistan as Leaders Meet in Nepal― Attacco mortale contro una base indiana ai confini col Pakistan, proprio mentre i leaders di Pakistan e India si incontrano in Nepal http://www.nytimes.com/2014/ 11/28/world/asia/deadly-attack-on-indian-base-near-pakistan-as-leaders-meet-in-nepal.html?_r=0#).

Intanto, però, il 25 novembre il 70% degli aventi diritto al voto nell’unico Stato federale dell’India a maggioranza di popolazione mussulmana, quello di Jammu e Kashmir, appunto, sono andati alle urne per l’elezione del parlamento statale anche sfidando apertamente le cruente minacce che i separatisti avevano lanciato contro chi avesse osato farlo. Ed è stata una risposta convincente (A.P., 25.11.2014, Aijaz Hussain, Thousands vote in Indian Kashmir amid boycott call Fra gli appelli al boicottaggio, a migliaia [in realtà, poi, a milioni] votano nel Kashmir indiano http://bigstory.ap.org/article/896d0fa3fc10454f8f60186503dfcc92/ thousands-line-vote-indian-kashmir).

●Dopo il contenzioso ma, alla fine, concordato passaggio delle presidenziali, forzato dagli americani per ridurre e non più cancellare del tutto la loro residua presenza militare nel paese (sui 13.000 soldati americani dovrebbero restarci ora – come consiglieri-combattenti, parte dell’operazione che in modo assolutamente cretino viene battezzata ora “sostegno risoluto” (immaginate se la chiamavano “sostegno fiacco”...) fino a fine 2016; e anche, però, dopo la ripresa in molte località e anche molte delle città importanti del paese degli attacchi dei talebani, il governo dell’Afganistan sta cercando di convincere stranieri, ambasciate – investitori stranieri su tutti, a restare fiduciosamente nel paese (The Economist, 12.12.2014, Afganistan – Old problems, new hopes― Vecchi problemi, nuove speranze [che, in realtà, poi a chi scrive sembrano dannatamente uguali proprio a quelle vecchie... sempre le stesse e infondate] ▬ http://www.economist.com/news/asia/21636088-nato-lowers-flag-taliban-have-not-been-beaten-militarily-politically-they-have-been).

Adesso anche per questo ha respinto le dimissioni del gen. Mohammad Zahir, di etnia tajika, dalla sua carica di capo della polizia di Kabul chiedendogli – è la seconda volta in pochi mesi che si dimette o si deve dimettere – di restare al suo posto. Ma in questo paese l’instabilità è sempre fortemente centripeta con Kabul che resta sempre l’obiettivo finale degli attacchi e coi talebani che continuano a testare in periferia, dovunque, punti di forza e di debolezza senza mai rinunciare a attaccare anche al centro, per cercar di capire se, con una presenza americana ridotta ma che intende restare, la fase finale della loro complessa e lunghissima, paziente offensiva è cominciata (Khaama Press, 1.12.2014, Ministry of Interior first accepts and then rejects Gen. Zahir’s resignation Il ministero degli Interni prima accetta e poi respinge le dimissioni del gen. Zahir http://www.khaama.com/ministry-of-interior-rejects-gen-zahirs-resignation-9075).

●Ma a fine anno, il 28 dicembre, dopo tredici anni di guerra la NATO qui ha formalmente dichiarato concluse le sue operazioni attive di partecipazione agli scontri militari trasferendo all’esercito afgano e alla polizia il compito di provvedere alla sicurezza in un paese comunque flagellato ancora ogni giorno dalla guerra civile, da un’insurrezione feroce e tenace e da un’ondata, crescente e non al ribasso, di  morti e feriti sia civili che militari.

Il gen. John F. Campbell, comandante americano della missione ISAF, sostiene nel discorsetto di addio che ormai gli afgani sono in grado di farcela da soli e riceveranno ora addestramento e, al massimo, qualche rifornimento (Sostegno risoluto― Resolute support― anche il nome in inglese, ovviamente, con cui ora si chiamerà la missione: che, certo, suona meglio di quanto suonerebbe chiamarla, pur riflettendone ormai meglio la natura, sostegno fiacco...). Il fatto è che restano sui 18.000 militari stranieri – come esperti e militari – di cui 16.000 americani, dopo che Kabul si è piegata al riconoscimento agli americani della giurisdizione penale e civile su ogni delitto di cui fossero eventualmente accusati.

Ma in Afganistan nessuno, al governo né tra le fila della guerriglia schierata contro le sue forze, ne è affatto convinto. Anche per questo, per non celebrare quel che seriamente non ha motivo di venir celebrato come una vittoria  ma solo come un cambio della guardia al ribasso, la cerimonia di addio della NATO è stata fatta di soppiatto, mai annunciata “per motivi di sicurezza” e assai frettolosa. (Guardian, 28.12.2014, Sune Engel Rasmussen, NATO ends combat operations in Afghanistan La NATO mette fine alle operazioni di combattimento in Afganistanhttp://www.the guardian.com/world/2014/dec/28/nato-ends-afghanistan-combat-operations-after-13-years).

Il magg. gen. Afzal Aman, direttore delle operazioni al ministero della Difesa ha provato a rivendicare, aggiungendo – orgogliosamente? forse presuntuosamente – le sue a quelle di Campbell ha detto di “non volere che gli altri continuino a portare sule spalle il nostro fardello quando siamo noi ad essere responsabili del nostro paese”. Ma il capo della Direzione nazionale di sicurezza, i servizi segreti afgani, Rahmatullah Nabil, più prosaicamente conclude che “il ritiro delle truppe straniere già riduce di molto la capacità dei nostri servizi anche solo di raccogliere informazioni(The Wall Street Journal, 28.12.2014, M. Stancati, U.S-Led Forces Formally End Afghanistan Combat Mission Le Forze alleate guidate dagli USA mettono fine [bè, si fa per dire,...] ufficialmente alla missione di combattimento in Afganistan http://www.wsj.com/articles/u-s-led-forces-formally-ending-afghanistan-combat-mission-1419741070).

●Particolarmente disgraziato a qualcuno, anche in America e anche a noi, è sembrato un passaggio del gen. Campbell, quando se ne è uscito da buon soldato di carriera nato, vissuto e cresciuto sempre tra militari, spostandosi da quando è nato e per tutta la sua carriera sempre e solo tra una e l’altra base militare in giro per il mondo, dicendo in faccia ai politici afgani e a tutti gli afgani  che osservavano la strana, dimessa e piagnona cerimonia in diretta Tv che “noi americani siamo stati capaci di sollevare il popolo afgano dalla sua eterna oscurità e dalla disperazione ridandogli la speranza del suo futuro(NightWatch, 28.12.2014, per il virgolettato del discorso di Campbell ▬ http://www. kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000271.aspx).

Una considerazione che denota un’assenza sorprendente di conoscenza e di comprensione dell’Afganistan, a dir poco. Qui Kabul, Ghazni e Mazar-e-Sharif erano centri di sapienza, di saggezza e di cultura islamica da cinque secoli prima che Colombo scoprisse, come dicono, il nuovo mondo. Prima, Alessandro Magno, il Macedone, aveva fondato Qandahar (che prende il nome dalla traslitterazione pashtun del suo), e non è facile dunque capire di quale eterna oscurità parli il frollocco per un paese che, unico al mondo – e lui, almeno questo, come militare di carriera se non altro dovrebbe saperlo – ha sempre sconfitto nella storia ogni invasione e occupazione militare che di esso è stata tentata. Nei secoli, almeno, cinque grandi invasioni.

Il testo che il suo staff ha scritto per Campbell – che infatti leggeva e non improvvisava – mostra che neanche 13 anni di presenza e di intervento, di occupazione militare e di guerra non sono serviti a impedire che almeno il comandante militare più alto in grado in Afganistan, il giorno che celebra la fine della sua missione, si metta a insultare, in modo così spontaneamente incosciente, chi lo ospita. Qui i pashtun, la maggioranza, sono convinti che siano gli USA gli agenti che hanno scatenato buio ed oscurità nel paese, sempre che pure pensino in termini del genere, propri di una cultura greca e cristiana loro aliena.

Sono gli americani e i loro alleati ad aver sparso qui a piene mani la disperazione, secondo la grande maggioranza degli afgani, che vedono adesso la loro partenza come la riaffermazione della leggenda – insieme, storia e mito – dell’Afganistan come cimitero di ogni invasore: dove lui perde sempre e sempre finisce con l’andarsene, coda tra le gambe, e il popolo afgano vince sempre. Una leggenda che trascura sempre, però, la sofferenza del popolo durante una qualsiasi occupazione militare.

E’ adesso che – il generale questo proprio non arriva a capirlo – qui ha inizio la vera lotta per il futuro. E non può essere altro che una lotta tra gli afgani, senza più intromissioni dell’occidente. La fine della missione americana e della NATO segna adesso il momento che Mullah Omar e i suoi seguaci hanno sempre aspettato e per cui hanno lavorato, qui e in Pakistan, per l’inizio della battaglia finale: riprendersi Kabul.

E ora non è chiaro quel che potranno davvero contribuire i 13-18.000 soldati occidentali residui che non combatteranno – non dovrebbero ormai combattere – più. Del resto, e da sempre, ai fini militari, il più importante contributo alla conduzione della guerra degli occidentali è stato il supporto aereo. Informazioni, ufficiali e ufficiose, non dicono niente neanche oggi sullo status, le capacità, le regole di ingaggio delle forze aeree americane che restano nel paese e che conteranno molto di più dei consiglieri e degli addestratori che restano 

●Poi, a conferma, il 15 dicembre, a Peshawar, il paese fortezza delle guarnigioni e delle scuole militari speciali pakistane, la “capitale” delle Forze armate vicinissima al covo di Osama a Abbottabad che di fatto, e al di là delle istituzioni e della Costituzione, da sempre regolano questo paese ai confini con l’Afganistan e, anche, il capoluogo nei fatti delle cosiddette aree tribali amministrate dal governo federale, arriva una vera e propria vendetta tribale afgana scatenata dai talebani, il massacro degli innocenti in una scuola per i figli dei militari regolari che combattono nell’area fa 150 morti, quasi tutti bambini più una decina dei loro insegnanti.

Per far provare loro il nostro stesso dolore”, spiega con una motivazione “calda” (la vendetta) e, insieme fredda (un cinismo totale), il portavoce dei talebani pakistani, il TTPTerik-i-taliban Pakistan, Mohammad Khurasani: erano stati proprio i loro padri a condurre e far cadere le bombe dai droni sulle montagne del Waziristan e distrutto le nostre case, ucciso le nostre donne e gli anziani e centinaia di nostri bambini.

E, come è sempre stato e sempre sarà, quindi, dente per dente e occhio per occhio. Non  dice, forse così il sacro Corano e anche la Bibbia? Anche se è vero che forse così, a lungo andare, vivremmo tutti in un mondo abitato solo di orbi... (la Repubblica, 15.12.2014, Pakistan: attacco talebani fa strage di bambini in una scuola, 141 morti ▬ http://www.repubblica.it/esteri/014/12/16/news/pakistan_strage_di_ bambini_ in_una_scuola_104_morti-103008972).

Non sono d’accordo i talebani afgani che condannano invece nettamente questo “assassinio di massa. La morte deliberatamente perseguita degli innocenti, donne e bambini, è contraria ai princìpi dell’Islam e “questo è un principio che deve essere sempre considerato da ogni partito e ogni governo islamico”. Un principio nobile, non sempre poi osservato però dagli stessi talebani afgani che praticano spesso il cosiddetto “martirio” suicida di gente che si fa esplodere fra gente del tutto innocente. Da notare che la scuola in questione è dentro il perimetro di una base militare e l’attentato denota perciò, una gravissima falla di sicurezza, implicando anche che gli assalitori hanno usufruito di qualche appoggio all’interno.

A complicare il quadro arriva anche la decisione ufficiale del governo di cancellare la moratoria, che vige ormai da sei anni, sulle esecuzioni capitali per reati di terrorismo. Un gruppo di aiuto legale di Islamabad, noto come Progetto Giustizia Pakistan, ha calcolato in più di 8.000 i prigionieri che nel paese sono in attesa nel braccio della morte, di cui circa 1.000 sono i condannati per “terrorismo”.

Passano solo 48 ore dalla nuova direttiva del premier, Nawaz Sharif, e vengono impiccati quattro condannati coinvolti in un  complotto di diversi anni fa teso ad assassinare l’allora capo dello Stato, golpista e dittatore, ancora lui stesso imputato formalmente per alto tradimento, Pervez Musharraf. E sembra certo significativo che le prime corde a far penzolare condannati per terrorismo siano messe al collo di chi voleva liberare il paese da un dittatore militare e golpista...

Ma saranno solo le prime: Islamabad annuncia, infatti, che nelle prossime settimane 500 terroristi “cattivi” verranno impiccati avendo già il presidente del Pakistan reso noto di aver respinto la richiesta di grazia per  tutti, nessuno escluso... (Hürriyet Daily News/Istanbul, 22.12.2014, Pakistan plans to execute 500 terror convicts  over school massacre― Dopo il massacro della scuola, il Pakistan sta per mandare a morte 500 detenuti di terrorismo ▬ http://www.hurriyetdailynews.com/pakistan-plans-to-execute-500-terror-convicts-over-school-massacre.aspx? pageID=517&nID=75911&NewsCatID=356).

Tutto si complica, visto che qui ufficialmente la politica nazionale di sicurezza, che pure il presidente Sharif aveva annunciato non avrebbe più fatto distinzioni ma continua a farle, decisa e gestita dai militari discerne tra terrorismo buono e cattivo: i militanti armati del Kashmir che attaccano l’India sono considerati “buoni”, perché inchiodano buona parte delle forze di difesa del potenziale immediato nemico nel territorio del Kashmir e Jammu così, in qualche modo, aiutando a compensare lo squilibrio di truppe e armamenti convenzionali che è per forza di cose nettamente a favore dell’India.

Il cosiddetto gruppo Haqqani, uno dei centri terroristici più duri e letali del Pakistan, rappresenta un’altra eccezione, come esempio di “buon” terrorismo come tale ufficialmente considerato.  Basato nel nord-ovest del paese concentra le sue operazioni contro il governo afgano a Kabul, notoriamente alleato dell’America e anche perciò pure alleato del Pakistan stesso. Serve, in buona sostanza, a mantenere l’influenza politica del Pakistan sul paese se mai  poi, alla fine, i talebani tornano al potere a Kabul.

Proprio in questi giorni, Zaki-ur-Rehman Lakhvi, cittadino pakistano e esponente del gruppo Lashkar-e-Taiba, uno dei principali accusati per il micidiale attentato a Mumbai di fine novembre 2008 (165 morti) ma etichettato come un buon terrorista o meglio come un guerrigliero schierato dalla parte buona, la loro, è stato messo agli arresti domiciliari a Lahore dove era tornato ed era stato arrestato a seguito della condanna comminatagli a molti anni di galera dai tribunali indiani. Intanto, e apertamente, i talebani pakistani del TTP che intendono rimpiazzare il regime di Islamabad con lo Stato islamico cui aderiscono, sono spaccati in decine di sottogruppi e fazioni, la maggior parte formati su basi di stampo essenzialmente tribale. Ed è proprio una di queste fazioni, le più numerose, ad aver adesso compiuto e rivendicato il massacro di Peshawar. Loro sì, sono terroristi cattivi...

L’esperienza che gli Stati Uniti hanno avuto negli scorsi 13 anni col governo, l’esercito pakistano r i suoi servizi segreti ha convinto le gerarchie statunitensi, militari e politiche, che in realtà poi il Pakistan non riesce a tener ben distinti i buoni dai cattivi terroristi. Non c’è mai coerenza e uniformità tanto per cominciare― cosa che capita però per molti paesi, molti servizi segreti e molti terroristi (e, in Italia, ne sappiamo qualcosa...).

Ma, qui, su un piano quasi ufficiale e comunque istituzionalizzato. Stavolta è sicuro che ci saranno arresti ed esecuzioni anche tra i mandanti dell’attacco a Peshawar (gli esecutori sono stati fatti fuori tutti, subito). Ma è un fatto e non un pregiudizio notare che nel credo islamista estremista la punizione capitale non è un deterrente perché non viene considerata davvero una punizione ma piuttosto un liberazione.

●Con un voto per ogni unità familiare – sapete, no, esercitato di fatto da chi? – la capitale, Yangoon, 7 milioni di abitanti, per la prima volta da sempre è andata al voto per scegliere i componenti del nuovo Consiglio municipale – ma solo una minoranza, col resto designato direttamente dal governo. Anche i poteri del costituendo Consiglio sono severamente limitati e sottoposti all’approvazione – ancora non è chiaro se addirittura preventiva – del governo centrale militar-civile che sta disperatamente tentando di accreditarsi come ormai in via di riforma per continuare a ricevere – soprattutto dagli USA – aiuti economici e sostegno politico.

Alla fine, tutto il contesto associato alla disposizione che vieta ai partiti organizzati di partecipare attivamente al voto, farà sì che il diritto elettorale potrebbe essere esercitabile da non più di 400.000 persone: una buffonata che solo l’imbarazzata benevolenza del dipartimento di Stato può far passare – al contrario di quel che l’America dice, ad esempio, per la Corea del Nord – per un’avanzata, anche un poco esitante magari, verso la democrazia per Myanmar― l’antica Birmania (Al Jazeera, Myanmar city holds first poll in 60 years La città di Myanmar tiene il suo primo voto da 60 annihttp://www.aljazeera. com/news/asia-pacific/2014/12/myanmar-yangon-municipal-election-2014122813629868498.html).

EUROPA

●Continuando la sua opera ultrameritoria di sistematico sfondamento della vulgata sempre dominante in Europa sulle ragioni della crisi dell’eurozona, dell’euro e della lenta agonia inflitta al sogno stesso che aveva dato corpo alla visione europeista, il Nobel per l’Economia Paul Krugman insiste, prendendo lo spunto dall’ennesimo pezzo, proprio sul suo NYT (New York Times, 27.11.2014, N. Gage, A Sea Change, in Greece? In Grecia, inversione completa di rotta? http://www.nytimes.com/2014/11/28/ opinion/a-sea-change-in-greece.html?ref=world&_r=0#), che sostiene sconsideratamente come la Grecia sarebbe ormai avviata sulla strada della ripresa e il rischio maggiore che incombe sulla sua prosperità sia proprio la prospettiva delineata ormai dalla crescita sull’orizzonte politico del paese del partito di sinistra Syriza.

Tesi, queste sposate dal NYT – spiega chiaro sempre sul NYT questo intervento – che sono, però, solo frottole. E spaventapasseri per ignoranti (quelli che, letteralmente, ignorano la vera natura delle cose) o imbroglioni che son in  caccia di gente da imbrogliare. Tesi che, ad esempio, non fa propria neanche il primo ministro Samaras, destro di stampo accademicamente trinariciuto dal punto di vista economico e  politico-politicante che annusa una gran brutta aria e decide a questo punto di rischiarsi tutto, decidendo di anticipare le elezioni presidenziali subito, al 17 dicembre. Ma gli va male. E il 25 gennaio ora si va alle elezioni politiche anticipate.

La striminzita maggioranza parlamentare sua, che non ha i numeri per eleggersi il suo candidato, infatti le presidenziali le perde. E qui, dopo tre tentativi andati a vuoto, per Costituzione bisogna andare al voto popolare anticipato. Non è che qui può deciderlo o non deciderlo lui o chi per lui, come da noi. I mercati tutti in Europa impazziscono (le borse crollano: chi, al meglio, del 2%, chi fino al 4% in un pomeriggio): tutti sanno che, se vincesse Syriza, come sembra davvero possibile ormai e anche probabile in Europa si rimetterebbe tutto in questione.

L’economista capo di Syriza, John Milios, uno che non si fa problema alcuno a dirsi marxista ribadisce che tutte le scelte dell’alleanza di sinistra sono nel contesto del restare ben dentro ma anche del cambiare radicalmente l’eurozona, e indica la necessità, in primis, di partire dalla cancellazione del debito estero greco (come per due volte in questo dopoguerra è stato consentito alla Germania di fare, ricorda): nel caso ellenico si tratterà di cancellare almeno il 50% di una montagna di debito che a 320 miliardi di € è ormai il 177% del PIL e più di 1/3 di queLlo che era prima della crisi e delle misure imposte per abbatterlo con l’austerità, invece moltiplicandolo.

Proprio in quella che definisce come l’impossibilità di un paese ad andarsene Syriza fonda la sua linea di alto rischio: perché se anche solo la Grecia se ne andasse dall’euro davvero, spiega, dopo 240 miliardi di € già investiti dalla troika nel “salvataggio” che finora però fatto comunque con l’austerità ha solo rovinato la Grecia stessa, è l’unione monetaria stessa a saltare e, a termine, anche l’Unione europea come tale. Insomma, la Grecia è tanto debole ormai da tenere, se osa, per il cvollo l’Unione.

Per Milios, la priorità è ormai, ottenuto l’abbattimento del debito (la soluzione, ripete, è quella concessa ai tedeschi alla conferenza di Londra del 1953) è contrastare lo tsunami umanitario che è seguito alla contrazione del PIL del 30% (Guardian, 23.12.2014, H. Smith, Syriza’s chief economist plots a radical Greek evolution within the eurozone― Il capo economista di Syriza pianifica una radicale evoluzione della Grecia dentro l’eurozona http://www.theguardian.com/world/2014/dec/23/syriza-john-milios-greece-eurozone).

Se terranno fede alla linea preannunciata, questi qui sono – forse... – anche capaci di costringere tutti a ridefinirsi e a ridefinire le loro politiche, compresa la maestrina che sta a Berlino a segnare con la penna rossa gli errori degli altri e il logorroico che da Roma rivendica, a chiacchiere appunto, di voler rovesciare il tavolo della presidenza europea che invano ha gestito per sei mesi di seguito...

O, almeno, ci proverebbero davvero, altro che le promesse senza fine sue, le buffonate grillesche o le smargiassate leghiste― e tutto si riaprirebbe, stavolta... Lo rende palese in tutta la  sua drammatica preoccupazione per un simile sviluppo il settimanale-bibbia del conservatorismo finanziario-economico globale (The Economist, commentando il 18.12.2014 il suo incubo, sotto il titolo di Greece’s presidential vote: First-round failure― Primo fallimento al primo ballottaggio [e poi anche al secondo]: che le possibilità di Stavros Dimas [il candidato della destra al governo, ex commissario alla UE per l’Ambiente senza nessun lustro e tanta mediocrità a suo carico] sembrano inesistenti, mentre quelle della sinistra anti-austerità sembrano buone http://www.economist.com/news/ europe/21636917-stavros-dimass-chances-look-poor-while-those-anti-austerity-left-look-good-first-round-failure?zid =309&ah=80dcf288b8561b012f603b9fd9577f0e). Questo è il vero nemico. Ormai, il timore non certo infondato, è che qui la posta si sia seriamente e improvvisamente alzata tanto da non poter più essere da nessuno ignorata.       

A credere che il vero nemico sia Sypras, e non i Samaras di turno che hanno obbedito alle ricette austeriane e aiutato in prima persona, facendolo, a liquefare il paese crede, però, il nostro Gage che dalla sua parte schiera e sottolinea alcuni argomenti che considera forti: l’aumento del PIL nel terzo trimestre dell’anno, l’incremento del turismo, un bilancio che comincia ad avviarsi verso un più vicino pareggio, il declino del tasso assoluto di disoccupazione. Tutti dati ufficiali e anche veri, tutti   lì a segnare questa ripresa.

E, certo, osserva anche Krugman, se la Commissione e l’Unione europea consentissero alla Grecia di darsi uno stimolo congiunturale consistente, si tratterebbe di una buona notizia. Ma non sembra che a Bruxelles intendano davvero consentirglielo. Il che significa che, dal punto di vista dell’economia reale ellenica, si tratta solo di una specie di scrittura registrata sui libri.

Avverte, infatti, l’economista Krugman, uno che di cifre e dati se ne intende davvero,che il risultato del terzo trimestre, come capita in questi casi, per natura sua due volte su tre, è un dato come si dice erratico, che è necessario reiterare almeno come si dice per qualche altro trimestre perché si possa considerare davvero, come fa in fretta il giornalista in questione: che è un reporter generico, senza alcuna specifica conoscenza di ordine economico né professionale. E Gage, conclude la sua profezia, passa poi a magnificare la caduta nell’ultimo anno del tasso ufficiale di disoccupazione dal 28 al 25,9%.

Secondo le proiezioni più aggiornate del FMI (IMF, World Economic Outlook, 10.2014― Report Selected Countries and Subjects: Grecia, Disoccupazione fino al 2019 http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/weo data/weorept.aspx?pr.x=48&pr.y=10&sy=2006&ey=2019&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=174&s=NGDP_R%2CLUR&grp=0&a=), del resto, che arrivano al 2019, quell’anno il tasso di occupazione resterà qui ancora più basso del 10% rispetto al 2007: molto, molto peggio del livello di disoccupazione nella Depressione americana degli anni ’30 del secolo scorso negli USA. E tutte – tutte – le proiezioni che il FMI ha finora avanzato sulla Grecia sono state tutte – tutte – super-ottimistiche.

● Quelli della saggezza economica  convenzionale: i lib-lab e i neo-cons che non ne azzzeccano una ...  (vignetta)

Benvenuti al tavolo dei quaquaraquà, dove si bara e si imbroglia con la realtà delle

cose. Parliamo col nostro panel di illustri economisti delle loro idee sull’austerità

 

Fonte: @IDEAeconomics, 1.7.2014, #Miguel Guerra

Ma gran parte della differenza, quel 2,1%, è quasi tutto a veder bene dovuto all’uscita di chi lavorava dal mercato del lavoro: lo scoraggiamento, la rinuncia..., e in tutto segna poi appena un -0,6% di ribasso (OECD/OCSEStatExtract, Short Term Labor Market Statistics, by Countries Statistiche del mercato del lavoro a breve, per paese http://stats.oecd.org/Index.aspx?QueryId=38900). Rispetto al massimo dell’occupazione del 2008, cioè, il dato di oggi – segnato da un così “prominente recupero”, come lo chiama Gage, è ancora di ben 12,2 punti percentuali di senza lavoro al di sopra di quello che anche allora, poi, era un gran brutto dato congiunturale... ma che ora è semplicemente allucinante.

 

Invece, il sig, Gage è terrorizzato dallo spettro di... Syriza (e, certo, dal suo punto di vista ha ragione). Scrive, lo gnorri: “Mentre il buco di bilancio di 23 miliardi di €, l’ultima volta, è stato coperto dalla BCE, oggi un’eurozona molto più debole non sarebbe sicuramente in grado di trasferire alla Grecia quelli che sarebbero oggi i più di 100 miliardi di € per coprire i suoi buchi... Secondo questo scenario il vuoto di soldi a disposizione porterebbe la Grecia alla bancarotta tecnica. Tutti i passi avanti pagati così a caro prezzo negli ultimi due anni svanirebbero nel nulla. La Grecia non avrebbe più accesso a prestiti. Un’economia traballante si fermerebbe e l’unico ricorso che resterebbe alla Grecia sarebbe un ritorno alla dracma: mossa disastrosa per un paese che importa gran parte di quel che consuma”.

Commenta, durissimo, Krugman, che “quasi ogni singola frase di questa diatriba è un errore.

• Primo, la BCE non ha affatto carenza di euro. Ne può stampare quanti vuole, se vuole (a meno che Gage abbia paura dell’...inflazione!). Se una fuga di capitali dal paese vuol dire che la Grecia ha bisogno di 100 miliardi di €, la BCE non avrebbe problemi a darglieli”. Ripetiamo: se vuole, se non si fa fermare dallo spettro di un’inflazione che non esiste... Al contrario di quello che avvenne in Germania, nel 1930 e che, tragicamente, ossessiona tutt’oggi Berlino.

Gage sbaglia ancora tutto, poi,  con la storiaccia sulla Grecia che abbandona l’euro quando poi il calo del valore della valuta renderebbe istantaneamente più competitive tutte le merci nell’eurozona e altrove. La Grecia ha già oggi un conto corrente in attivo. Se la Grecia adesso rinegoziasse il suo debito e aumentasse le esportazioni grazie a una moneta a valori più bassi non dovrebbe avere problemi poi a pagare quello che importa.

I fatti alla base della situazione in cui affonda oggi la Grecia mostrano che qualsiasi tentativo di continuare sulla linea di stampo austerian-bruxellese implicherebbe per la Grecia un livello di dolore che va ben al di là ormai di quella sopportata dagli USA nella Grande Depressione”...

E poi – mai da dimenticare parlando della Grecia, ma anche in buona parte perché no, dell’Italia – malgrado il terrorismo seminato a man doppia da Gage e da chi la pensa come lui, non è proprio possibile coinvolgere come causa del disastro Syriza, la  sinistra. A meno che per sinistra qui non si intenda sul serio parlare di quella greca socialista tradizionale, quella di “lor signori” che sono padroni della destra ovviamente come anche, non proprio raramente, della sinistra convenzionale e tradizionale. E dei loro, anche dei suoi apprendisti stregoni (New York Times, 30.11.2014, P. Krugman, Being Bad Europeans Come essere cattivi europei http://www.nytimes.com/2014/12/01/opinion/paul-krugman-being-bad-europeans.html?_r=0).

●Confermando la posizione di sempre, catatonica ormai, della Bundesbank, in sede di Direttivo della BCE dove la rappresenta, Sabine Lautenschläger che in quel consesso la rappresenta ed è l’ultima ad essere stata designata tra i sette membri permanenti cui si aggiungono quelli che vi siedono ex officio come presidenti delle Banche centrali nazionali, se ne esce, unica voce a dirlo chiaramente così, escludendo che lo strumento delle “facilitazioni quantitative” – l’acquisto di titoli degli Stati dell’eurozona per aumentarne liquidità e possibilità di investimenti con l’intervento della stessa Banca centrale – sia una soluzione per i suoi problemi.

E insiste – controcorrente di certo rispetto alla posizione assunta dal presidente Draghi e, di fatto o almeno senza altre opposizioni pubblicizzate, sottoscritta dagli altri del board – nel far capire che sarebbe comunque una decisione che la BCE potrebbe prendere – e secondo lei e i tedeschi, ma anche altri, è pure dubbio che ne abbia davvero il diritto – solo all’unanimità dei suoi componenti (29.11.2014, Berlin, simposio organizzato dalla Süd-Deutche Zeitung su Wirtschaft neu denken – Die Kraft der Innovation― Il nuovo pensiero economico – L’arte dell’innovazione http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/ sp141129.en.html).

Alla riunione di inizio dicembre del Direttivo della BCE, così il contrasto si fa pubblico: Mario Draghi, dopo aver comunicato che le nuove letture sulle previsioni di crescita dei suoi Uffici continuano a peggiorare, replica secco e chiaro, senza fare nomi ovviamente, alla signora Lautenschägler – dando risposta a una domanda che, nel corso della Conferenza stampa finale, pone a se stesso – che il Direttivo stesso “secondo me ha il potere di decidere a maggioranza e non necessariamente all’unanimità” di mettere in moto le “facilitazioni quantitative(ECB/BCE, 4.12.2014, Francoforte, Dichiarazione introduttiva alla conferenza stampa del presidente della BCE M. Draghi ▬ https://www. ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is141204.en.html).

Ma poi non fa come dice... e mete tutti, compreso se stesso sullo stesso piano: si tratta di opinioni, cioè, non di provvedimenti è costretto così, almeno per ora, a riconoscere  (“secondo me”...) e rimanda, anche lui, ogni decisione... (Il Sole-24 ore, 4.11.2014, A. Annichiarico, Draghi prende tempo sul ‘Qe’, ma per il via libera ‘non serve l’unanimità’ – Pausa per costruire il consenso http://www.ilsole24ore.com/ art/finanza-e-mercati/2014-12-04/la-bce-lascia-inchiodati-tassi-minimo-storico-005percento-135317.shtml?uuid=AB lcB3LC; [Ma] Borse deluse dalla BCE. Piazza Affari maglia nera ▬ http://www.ilsole 24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-12-04/borse-giorno-bce-091958.shtml?uuid=ABWnQxLC). Bruciando, come dire?, anche un po’ della credibilità che nel tempo lui e la BCE erano riusciti ad accumulare.

●Il presidente russo Vladimir Putin ha detto, davanti al presidente turco Erdoğan ad Ankara – che malgrado i dissensi con lui su Siria e Crimea, gli dava apertamente il suo accordo – che il gasdotto South Stream, il progetto in gestazione e già pronto a partire importante che secondo la Russia ed alcuni altri paesi in Europa dovrebbe servire nel futuro abbastanza immediato a fornire il gas necessario all’Europa occidentale e, soprattutto meridionale potrebbe a questo punto – e secondo lui ormai dovrebbe – scavalcare proprio la Bulgaria e passare invece per la Turchia.

Mandando così a farsi friggere tutte le fisime e le fobie che non potendoselo poi neanche permettere (non c’è un € di finanziamento, infatti, per il suo illusorio Nabucco) la Commissione di Bruxelles sta imponendo – senza riuscirci soprattutto perché non ha, appunto, niente di vero e concreto da offrire in cambio – alla sete di greggio di tutta l’Europa (New York Times, 1.12.2014, Sebnem Arsu, Russian Pipeline Will Go Through Turkey, Not Bulgaria Il gasdotto russo passerà per la Turchia e non [più] per la Bulgaria ▬ http://www.nytimes.com/ 2014/12/02/world/europe/russian-gas-pipeline-turkey-south-stream.html).

E per la prima volta in termini formalmente coperti ma tanto implicitamente ormai chiari da diventare espliciti, Putin lascia capire all’Europa, quando non è ancora neanche iniziata la reggenza della nuova Commissione, che se continua così in realtà la Russia poi non si spaventa neanche della congiuntura difficile del prezzo in calo del greggio petrolifero (ormai intorno ai 70 $ al barile) e, se la spingono troppo, potrebbe anche cancellare proprio in radice il progetto.

Crollano in borsa, subito e di brutto, Saipem – col contratto maggiore di costruzione del gasdotto in questione: su un miliardo e mezzo di €, per l’affitto e il lavoro delle navi che depositano i grandi tubi sul fondo del mare, qui del mar Nero – e ENI che è la sua capofila; mentre Serbia, ufficialmente, e Bulgaria, discretamente e contraddittoriamente viste le pressioni contro il progetto che subisce ma alla fine poi accetta dalla Commissione, manifestano tute le loro preoccupazioni – si tratta di due tra i più poveri Stati d’Europa – per la perdita secca che alla loro economia comporterebbero mancata costruzione del tubo e mancati diritti di passaggio del greggio.

Putin non lo dice ma brutalmente lo ricorda Alexei Miller, il capo di Gazprom, che ormai la Russia se ne potrebbe anche fregare dello sbocco europeo visto che si è garantita l’immenso mercato cinese di consumo della loro materia prima principe che vendono ora non necessariamente più ad occidente ma in un mercato dove non hanno davvero concorrenza alcuna.

In sostanza (e per riassumerla come fa il quotidiano di Istanbul Today’s Zaman, 1.12.2014, Putin drops South Stream gas pipeline to EU, courts Turkey instead ▬ Putin sotto le pressioni UE lascia cadere il gasdotto South Stream e apre invece alla Turchia http://www.todayszaman.com/latest-news_russia-to-reduce-gas-price-for-turkey-by-6-pct_3658 74.html) viene fuori che l’interesse di russi è saltato per colpa, specificamente citata da Putin, delle obiezioni e degli ostacoli che la Commissione europea sta erigendo contro il progetto del gasdotto.

Esso, scavalcava il contenzioso politico, bellico addirittura, e il non pagamento del debito ucraino che complica e mette a rischio l’afflusso di gas venduto dalla Russia all’Europa occidentale e, soprattutto, meridionale. E, adesso, attirando  interessi e attenzione dei turchi anche con uno sconto del 6% sul gas che a loro vende, la Russia, promette anche un aumento delle forniture a partire dal prossimo anno sui 3 miliardi di m3. L’anno scorso, attraverso il gasdotto Blue Stream già esistente, Gazprom aveva pompato in Turchia 13,7 miliardi di m3 di gas naturale.

●Poi, in modo particolarmente curioso, dopo aver incontrato a Bruxelles il premier bulgaro Boyko Borisov, che dalla cancellazione di South Stream ha moltissimo da perdere ma non vuole, come dice lui, “disobbedire” all’Europa e alla disciplina che la Commissione sta (stava?) unilateralmente tentando di instaurare (in sostanza: aprire la rete di distribuzione del gas a altre imprese oltre alla russa Gazprom come oggi prevede il contratto perché solo essa ha finanziato e costruito il gasdotto) – il presidente della Commissione Juncker se ne esce, senza fornire alcun elemento di merito a sostegno della sua strana uscita, a dire che anche adesso, dopo il “nyet” di Putin alla costruzione del gasdotto secondo il vecchio tracciato e all’idea di far passare il tubo per la Turchia, invece “il progetto originale potrebbe essere completato”.

Ma con quali finanziamenti e tempi, con quali progetti di costruzione e realizzati da chi, poi,  non lo dice. Sembrerebbe quasi voler, piuttosto, chiamare quello che pensa possa essere, anche se non osa dirlo, il bluff di Putin contando alla fine su un improbabile ma possibile no della Turchia alla Russia. Ma anche questa è soltanto una scommessa (New York Times, 5.12.2014, J. Kanter, Europe Keeps Hope Alive for Gas Pipeline from Russia L’Europa  tiene viva l[bé, oddio, l’Europa!]a speranza del gasdotto in arrivo dalla Russia http://www.nytimes.com/2014/12/05/world/europe/europe-keeps-hope-alive-for-gas-pipeline-from-russia. html).

●Sempre in quest’area del mondo, a Sochi, a fine novembre, il presidente russo Putin e quello dell’Abkazia – il territorio del Caucaso a maggioranza di popolazione russofona che si è proclamato autonomo dalla Georgia dopo che e quando questa, sei anni fa, si mise a fare la guerra alla Russia, ovviamente perdendola, rovinosamente – hanno alzato il livello dei rapporti firmando un trattato di compartecipazione strategica in politica estera: che intende “coordinare” con un’ “interazione che rafforzi la pace aumentando stabilità e sicurezza in tuta la ragione caucasica”. E’ dichiaratamente un’intesa a carattere anche militare, pur spaziando in ogni aspetto dei rapporti reciproci economici, commerciali, culturali ed umani.

Il trattato usa il linguaggio e la metafora moderna dello spazio comune, ma sullo sfondo della concezione vetero-russa, pre-sovietica, che risale addirittura al Metternich del Congresso di Vienna delle aree di interesse e propriamente, qui, russo e sembra garantire che l’Abkazia – a meno di deciderlo essa stessa – non tornerà mai sotto la sovranità georgiana. Non è ovviamente un trattato di annessione, come a Tbilisi dicevano che sarebbe stato, ma costituisce un precedente chiaro anche per l’altro territorio del contenzioso aperto tra Russia e Georgia, l’Ossezia del Sud – che approfittò anch’essa per consolidare il proprio distacco dalla Georgia dell’avventurismo provocatorio e insensato di Saakashvili incoraggiato dalla sua megalomania e da quella di Bush il piccolo.

Si tratta forse anche di un nuovo modo dei russi di sottolineare che non tollererebbero l’adesione dell’Ucraina – e, poi, di un’Ucraina così nemica com’è – alla NATO e che contano sulle promesse fatte loro da Berlino e da Kohl ai tempi della riunificazione tedesca, avendo già dovuto ingoiare ma mai rassegnandovisi l’allargamento forzato di essa ai tre paesi baltici. Insomma, la Russia non accetta il sistema degli Stati europei come si è andato affermando a causa di quella che considera la soperchieria dell’occidente che, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha presunto, sbagliando, di poter fare quel che voleva senza pagare dazio fregandosene degli interessi e della sfera di interessi tradizionale della Russia di sempre.

Del resto ormai si fa avanti prepotente un quesito che rimette in questione tanti presupposti contraffatti, manipolati o almeno mistificati. Come fa notare un recentissimo Rapporto delle Nazioni Unite, citato dal NYT (New York Times, 9.12.2014, Lev Golinkin, Driving Ukrainians into Putin’s Arms― Come spingere gli ucraini nelle braccia di Putin http://www.nytimes.com/2014/12/09/opinion/driving-ukrai nians-into-putins-arms.html), quasi mezzo milione di persone, “454.000, per l’esattezza, da fine ottobre a oggi sono scappate dall’Ucraina: e, di esse, 387.000 sono andate in Russia. molte delle quali parlavano russo e scappavano dal territorio dell’est ucraino”.

E la domanda, allora, si impone: “se questo è un conflitto tra Ucraina e Russia, com’è che tanti ucraini hanno deciso di schierarsi dalla parte del nemico?”. La risposta, un po’arzigogolata e complessa, è comunque disarmante: non sarà che questi  considerano davvero l’amico come il vero nemico che hanno? Non è che – come sintetizza l’A. di questa riflessione, nato nell’est dell’Ucraina a Kharkiv quando era URSS e si chiamava ancora Kharkov, ma da oltre trent’anni in America – i  meglio amici di Putin sono proprio questi ucraini qui?

●In ogni caso si fa evidente che le cose si stanno facendosi dure per la Russia. A intervenire in Ucraina Putin è stato davvero tirato per i capelli dalla “contro-rivoluzione” lanciata con l’appoggio eversivamente montato dell’occidente, Stati Uniti e Unione europea, nel febbraio 2014 contro il governo legittimo, perché comunque secondo tutti nella sostanza liberamente eletto, di quel paese. Ma, poi, alla fine, lo ha fatto sconvolgendone i piani che, anche con buone ragioni, considerava illegittimi.

Fa comunque rilevare Paul Krugman (New York Times, 15.12.2014, P. Krugman, Putin on the Fritz Il Putin che perde colpi http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/12/15/putin-on-the-fritz/?_r=0#) che è “qualche po’ sorprendente quanto rapidamente e nettamente l’economia si sia afflosciata sotto le ruote ddl’economia russa. Il fattore maggiore di questa crisi è stata la caduta del prezzo del petrolio anche se poi, a ben vedere, il rublo è caduto poi più del Brent, col greggio che dall’inizio dell’anno è andato giù del 40%, ma col rublo che è calato ancora di più, di un secco 50%.

Ma che è successo? Bè, Putin è riuscito a infilarsi – ma forse, più onestamente, è stato anche spinto (forse addirittura costretto a infilarsi: come sarebbe successo se la Russia avesse fomentato e spinto un cambio violento di regime ai confini con gli USA, per esempio in Messico – in uno scontro con l’occidente sull’Ucraina proprio nel momento in cui gli sprofondava il pavimento sotto il maggiore prodotto delle sue esportazioni così da sommare uno shock di portata finanziaria a quello che stava arrivando in termini commerciali...

In un situazione come questa, la banca centrale potrebbe (o magari no: e sembra essere il caso di quella russa adesso) essere in grado di limitare la caduta della valuta alzando il tasso di sconto ▬ ma solo al prezzo di approfondire la recessione in atto[5]... Non ho chiaro per niente quel che implichi adesso per la politica o la geopolitica russa tutto questo, adesso. Ma chiacchierare  –  come qui da noi e in occidente tanti cominciano a fare – di nuova guerra fredda, di confronti tra la Russia di Putin e l’URSS, sembra un po’ sciocco, no?”.

Due questioni emergono sotto forma almeno di rebus – e trattandosi della Russia, la seconda potenza nucleare del mondo, è un rebus spinoso anche solo da azzardarsi a sciogliere, come opina il prof. Krugman – ricordandosi, dice, improvvisamente, anche che è in sé proprio pericoloso – “visto che Putin le bombe le ha” – anche solo mettersi a usare “le metafore standard sulla...  fusione” di cui alcuni parlano dell’economia. E’ la questione – “interessante” spiega – del debito russo.

Il calo pesante del pezzo del petrolio fa male, molto male alla Russia. Ma in questo caso fa ancora più male il collegamento diretto tra petrolio-rublo-equilibrio di bilancio  dovuto al debito estero tutto denominato in dollari e euro. Il che evidenzia, però, altre e diverse questioni. La prima è come qui sono arrivati a quel livello di debito (e nel suo breve commento, Krugman correda quanto segnala coi grafici ufficiali della Banca centrale russa e del FMI che lo attestano: e cui rimandiamo qui senza riprodurveli, sintetizzando informazioni e loro senso però, in New York Times, 18.12.2014, Notes on Russian Debt Note sul debito russo http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/12/18/notes-on-russian-debt/?_r=0#).

Perché saltano agli occhi tre fatti del tutto evidenti.

• “I conti correnti di questo paese sono stati, ormai da un ventennio, in attivo consistente, con surplus cumulativo oltre i 900 miliardi di $: nel 1993, percentualmente il debito partiva quasi da zero, è arrivato al massimo appena oltre il 100% del PIL nel 2008 e poi è sceso costantemente, fino ad appena sopra un 30% quest’anno. La Banca di Russia sottolinea che si tratta di una gamma che il FMI considera a basso rischio, senza alcun visibile trend al rialzo. La Russia non dovrebbe essere dunque neanche un paese debitore. Ma ci è riuscita comunque, presumibilmente perché banche e imprese – la caterva di oligarchi che affligge il paese – hanno preso in prestito capitali dall’estero investendone i soldi poi in lussuose proprietà edilizie di Londra e altri ammennicoli. E tanto per cominciare, certo, non sarebbe male se i russi riuscissero ad avere un quadro preciso di come ha funzionato davvero quel flusso di capitali.

• Comunque, e detto ciò, a prima vista il livello globale del debito russo non appare affatto troppo elevato. E’ solo al 35% del PIL (pensate al 230% italiano... o anche solo al 100% e più americano: di qui, il basso rischio di cui parla il FMI. Ma attenzione a questo punto al cosiddetto denominatore: il debito/PIL è stabile ma il prodotto lordo, in dollari, stava salendo rapido non perché crescesse sul serio ma perché cresceva proprio in valuta pregiata. Mettete a paragone la crescita effettiva nel valore in rubli del prezzo del dollaro, modesto fino alle ultimissime settimane che ha compensato per l’inflazione relativa in Russia.

• L’idea che – conclude Krugman – ho maturato è che la Russia stesse sempre più affondando nel debito, ma che la cosa era mascherata dalla sopravvalutazione crescente del rublo legata ai prezzi alti del greggio. Adesso che crollano, all’improvviso il debito appare come una faccenda di ben altro rilievo. E, naturalmente, è saltato in alto anche il rapporto debito/esportazioni.

E aggiungo – dice – un altro sospetto: che poggiare tutto sull’esportazione del petrolio peggiora il problema perché il deprezzamento del rublo non può trasformarsi, a meno nel breve-medio termine, in un’esportazione significativamente più rilevante― visto il calo forte della domanda globale di greggio.

A questo punto quel che si dovrebbe fare, secondo logica economico-politica, è (a) rivolgersi al FMI; o (b) invadere le Malvine. Ma, in qualche modo, a me (a) non sembra probabile; e Putin ha già fatto (b), diciamo, in anticipo (l’Ucraina).

In buona sostanza, alla Russia sta capitando, moltiplicato, quel che è già capitato sempre quando un’economia viene resa vulnerabile dal ricorso vasto a grandi prestiti dall’estero specificamente a persone e istituti privati denominati in valuta estera e non nella valuta del loro paese. E’ capitato in un recente passato – lo ricorda sempre Krugman – in Argentina nel 2002, in Indonesia nel 1998, in Messico nel 1995, in Cile nel 1982, e a proseguire anche altrove e anche prima...

●Un tema collaterale a questo dibattito – ma poi a ben vedere quello più delicato e cruciale – è quello cui nessuno, qui in occidente, osa mai neanche accennare e tanto meno sembrare seriamente riflettere­: buttare benzina sulle lotte di clan interne al Cremlino potrebbe essere l’apice della follia. Perché nessuno da noi ha la minima idea di quale potrebbe esserne l’esito― e potrebbe anche essere molto, molto peggio – dal nostro punto di vista e, probabilmente, anche da quello dei russi – di quel che abbiamo ereditato e aiutato noi stessi a plasmare ogni giorno.

E’ stata l’amministrazione Bush a creare il senso profondo e deliberato di insicurezza che ha portato la Russia a reagire, a volte anche in modo eccessivo, a ogni minaccia percepita – da prima anche dell’incoraggiamento fornito nel 2006 all’avventura dello squilibrato presidente della lillipuziana Georgia che sfidò la Russia con l’allargamento a est della NATO e poi, di recente, con la percezione che l’Ucraina venisse forzatamente  in modo illegale trascinata fuori dall’ “orbita” della Russia in Occidente.

Fu sempre Bush ad abbandonare unilateralmente il trattato che bloccava lo sviluppo di missili antimissili, visto dalla Russia dopo l’accordo sullo START, come la pietra angolare del nuovo  e bilateralmente concordato equilibrio strategico dando il via alla costruzione di uno scudo antimissile al confine con la Russia e sul territorio di paesi ai quali si era allargata la NATO violando ogni intesa a suo tempo concordata con Gorbaciov e Eltsin e che, tutti, per la loro storia passata ma ancora recente non sono proprio storicamente suoi amici; è stato Bush, con la connivenza tacita e colpevole dell’occidente tutto, ad ampliare la NATO fino alle frontiere della Russia

La soluzione è chiara. Abbandonare lo scudo missilistico. Mettere fine, tornando agli impegni assunti quando venne dissolta l’Unione Sovietica e si riunificò la Germania, all’espansione della NATO. E coraggiosamente pensare a un nuovo accordo di sicurezza per tutta l’Europa – che porterà la Russia dentro il disegno piuttosto che lasciarla fuori a sentirsi esposta e vulnerabile e obbligata sempre a reagire.

●Come continua a fare, nel tradizionale discorso sullo Stato della Nazione di fine anno sul modello del discorso annuale sullo Stato dell’Unione rivolto, formalmente e ufficialmente in America dal presidente alle Camere a Congresso riunito, sui temi del quale poi Putin torna solo qualche giorno dopo in una conferenza stampa aperta a domande e risposte a tutti i media del mondo (4 ore e 40  minuti di domande e risposte in diretta Tv).

Cerca di far fronte alla debolezza diciamo pure strutturale dell’economia russa (dipendente troppo dal greggio e dal gas e, ammette, aperta troppo, contrariamente a quel che dice l’occidente, alle sanzioni di chi di noi non capisce niente e non ci vuol bene) mischiando, come è solito fare, una reazione forte congegnata sulla fierezza del richiamo alla resistenza contro il “nemico esterno”, i tentativi dell’occidente cioè di riaccendere, appunto, la guerra fredda e di “contenere” gli sforzi suoi di far riprendere al paese “il posto che nel mondo gli spetta” e sui tentativi anche contro-producenti voluti da Washington e subiti da Bruxelles ma duri pure per Mosca e riconosciuti anche se a denti stretti, che la cosa sta costando parecchio cara alla Russia (Guardian, 18.12.2015, Shaun Walker, Putin vows economy will recover Putin promette che l’economia si riprenderà http://www.theguardian.com/world/2014/dec/18/ rouble-collapse-putin-russia-president-economy-crisis).

Anche se, poi, a ben vedere e a confronto con l’impennata al 350% dell’inflazione nella crisi del 1992, col crollo della Russia post-comunista e anche con l’impennata del 1998 dopo il default dichiarato sul debito estero e la svalutazione del rublo, oggi di fronte al 10% di aumento attuale dei prezzi, i russi sembrano come mitridatizzati e, comunque, molto più fiduciosi che funzionerà per la maggior parte delle importazioni bloccate o diventate più scarse e più care la produzione fatta in casa: qui l’autarchia è sempre stata viva. Certo, non lo Chanel no. 5, non le borsette e gli accessori di Prada... Ma, alla fine, stavolta i russi che ne sembrano più colpiti sono proprio i nuovi stra-ricchi e gli oligarchi, non la gente comune.

Dice Alexei, intervistato dal NYT, a Khotkovo, paese a 60 Km. da Mosca di 23.000 abitanti, dove gestisce un mercatino di alimentari, che “stiamo vivendo da tempo in una specie di mondo dei sogni. Lo sforzo che stanno facendo adesso, di produrre gran parte di quel che consumiamo qui dove lo produciamo, invece di vivere solo col ricavato di petrolio e di gas, avrebbero dovuto cominciare a farlo già da parecchio tempo(New York Times, 29.12.2014, Celestine Bohlen, Russians See Costlier Food as No Crisis I russi non vedono come una crisi i costi più alti degli alimentari importstihttp://www.nytimes. com/2014/12/30/world/europe/russians-see-costlier-food-as-no-crisis.html?_r=0#). Si tratta di sicuro di aneddotica e non tanto di più. Ma l’idea della differenza e della differenza di percezione che c’è, in generale, tra americani e russi e su questioni come queste è chiarissima.     

Non ha torto, dunque, Putin quando dice che i russi lo capiscono e ne condividono la battaglia per nullificare l’effetto delle sanzioni. Che, e su questo ha sicuramente ragione, potrebbero avere risvoltiancora più deleteri a breve e soprattutto a medio termine per le economie europee più che per Mosca. Ma, soprattutto, qui la crisi si avverte più che per le sanzioni in sé per il ribasso cui gli USA stanno spingendo il costo del petrolio, facendo danni seri a chi il greggio lo esporta: Iran, Venezuela, i produttori più piccoli che non hanno da parte grandi riserve finanziarie ma, soprattutto e proprio, la Russia.

Adesso, mentre il Cremlino moltiplica le denunce sarcastiche e pure irridenti sulle sanzioni americane e europee, ne prende anche atto come di un fatto che può – appunto può: potenzialmente – far male.

Dice addirittura sprezzante un portavoce del ministero degli Esteri a Mosca, Aleksandr K. Lukaschevich, che “alla Casa Bianca hanno avuto bisogno di mezzo secolo per riconoscere – lo ha detto testuale Obama nel suo messaggio in Tv: le ha chiamate un “fallimento totalea total failure” – la  futilità politica delle sanzioni e del blocco contro Cuba... Bene, anche noi aspetteremo”, forse un po’ meno... (New York Times, 20.12.2014, D. M. Hrszenhorn, Russia Denounces New Round of Western Sanctions― LaRussa denuncia il nuovo round di sanzioni dell’occidente http://www.nytimes.com/2014/12/21/world/europe/russia-denounces-new-round-of-western-sanctions.html?partner=rss&emc=rss).

Ma Putin, negli indirizzi che lui rivolge al Congresso e al paese a fine anno mentre, da una parte, mostra e ribadisce tutto il disprezzo che prova per la cecità strategica americana e europea che non  riesce proprio a comprendere storia, cultura e natura della Russia e dell’est europeo che è realmente e non artificialmente russofono, promette anche, con energia rinnovata, di approfittare di questa crisi per rendere più autosufficiente l’economia della Russia, di facilitarne una produttività rinnovata sburocratizzando radicalmente il sistema (sembra quasi Renzi! a sentirlo).

E, perfino, accenna (sembra aver preso l’idea dal suo amico Berlusca, ripresa del resto se avesse potuto e osato proprio da Renzi) di congelare almeno per un quadriennio il livello della tassazione dei redditi e dei profitti di impresa, anche istituendo una specie di “scudo tombale”, come lo abbiamo chiamato da noi, sui capitali che gli oligarchi avessero illegalmente esportato e facessero ora rientrare dall’estero... Cosa che, però, come è già stato ampiamente dimostrato da noi, è contro la natura stessa della bestia oligarchica e capitalistica.

A questi tentativi lui contrappone – e dice di essere sicuro di poterlo fare a nome di tutti i russi...  o quasi[6] – l’orgogliosa decisione e l’impegno del paese a resistere e sconfiggere questa che chiama una “nuova aggressione” alla sovranità e agli interessi del loro paese (New York Times, 4.12.2014, edit. brd., The Winter of Mr. Putin’s Discontent L’inverno dello scontento di Mr. Putin http://www.nytimes.com/ 2014/12/05/opinion/the-winter-of-mr-putins-discontent.html) anche, spiega, forse quasi didascalicamente, avvantaggiandosi dell’occasione obbligata dalle sanzioni e abituandosi, come spiega ora Elvira Sakhipzadovna Nabiullina, la giovane presidente della Banca centrale russa, all’idea di sviluppare produzione e consumi domestici  invece di importare un mucchio di roba dall’estero (Central Bank of the Russian Federation, 16.12.2014, On Bank of Russia key rates and other measures Sul tasso di sconto e altre misure prese dalla Banca di Russia http://www.cbr.ru/eng/press/PR.aspx?file=16122014_010920eng_dkp2014-12-16T01 _04_09.htm).

E, insieme, si impegna a superare gli ostacoli allargando e rinnovando altre intese coi nuovi paesi economicamente emergenti del mondo (Cina, India, Brasile...) che non hanno alcuna intenzione di piegarsi a sanzioni per lo meno dubbie dettate da altri e col ribasso nel breve delle materie prime che esporta di più.

In definitiva: la crisi economica che sta montando in Russia, soprattutto sotto il profilo finanziario sta mettendo il governo di Putin in una posizione precaria, almeno quanto uuantio anro quella che nel 1998 provocò la caduta di Eltsin e la sua stessa sostituzione proprio con Putin. Ma può anche comportare pericoli seri, non ancora esattamente visibili, proprio per l’Europa e per gli USA: secondo l’inesorabile legge delle conseguenze non previste che le scelte politiche avventate (Vietnam, Iraq, Afganistan...) rovesciano sull’America da decenni.

Ci sarebbero sicuramente colpi di coda imprevedibili sull’economia di paesi come l’Italia e la Germania, l’Austria e la Grecia e con conseguenze devastanti per vaste aree che sono di fatto passate ormai alla dipendenza diretta e assistita, sempre però centellinata dell’Unione europea e degli USA, come proprio l’Ucraina ad esempio.

E ci sarebbero conseguenze  pesanti poi anche in termini proprio di sicurezza strategica e militare. La settimana scorsa, un vice segretario di Stato alla Difesa ha detto quasi così, tra parentesi, in una deposizione al Senato della possibilità di dispiegare nuove armi nucleari in territorio europeo. E subito è arrivato in un’intervista del 15 dicembre alla stampa il ribattino del ministro degli Esteri  Lavrov a ricordare come, essendo ormai comunque la Crimea, nei fatti, parte integrante e integrata della Federazione russa Mosca ha il diritto “in ipotesi” a dislocare anche lì le sue armi nucleari...

Una rischiosa e inutile nuova escalation, proprio quando – a torto in parte e in parte a ragione – la Russia percepisce di essere sotto attacco da parte dell’occidente. Spingere una nazione con un armamento nucleare possente come quello russo verso un collasso può, appunto, comportare conseguenze davvero impreviste e impone perciò cautela a tutti – tutti – gli attori: i principali come i co-protagonisti.

●Con un nuovo sviluppo, che impone a tutti – amici e potenziali avversari – di essere ben studiato e valutato della “dottrina” militare strategica appena approvata dal presidente Putin, la Russia ha identificato ora la NATO come potenziale minaccia militare principale― ch, da una parte è l’ovvio, dall’altra, è una novità ufficiale e vagamente allarmante. Che la NATO stessa respinge (dichiarazione immediata della portavoce del Quartier generale di Bruxelles, Oana Lungescu: BMSN/Ddeutzx hde ruxelles/Evere, 26.12.2014,NATO hits back at Kremlin assertion that it is a 'security threat'▬ La NATO replica all’asserzione del Cremlino di essere essa una’ minaccia per la sicurezza’ http://www.msn.com/en-ca/news/world/nato-hits-back-at-kremlin-assertion-that-it-is-a-security-threat/ar-BBhfu7n).

La signora Lungescu, romena, smentisce perfino sdegnosamente una qualsiasi minaccia ma non può negare che l’idea di estendere i confini dell’Alleanza a quelli immediatamente prossimi alla Russia sia effettivamente reale, o che le visioni del mondo della NATO e della Russia siano radicalmente diverse.

La nuova “dottrina”, la terza edizione in 29 pagine da quando Putin vene eletto per la prima volta nel 2000, ribadisce e rinnova le premesse strategiche di quella precedentemente ridefinita nel 2010 sull’uso, mai per prima e solo in reazione a quello altrui – un impegno formale mai preso invece da parte occidentale, dell’armamento nucleare russo esclusivamente come strumento di rappresaglia.

Oppure – cosa del resto a Washington e a Bruxelles data sempre per scontata – in reazione ad un’aggressione che, condotta anche solo con armi convenzionali, portasse però a una “minaccia esistenziale contro la Federazione russa” stessa. Di nuovo, c’è il preavviso che la Russia si riserva, preavvisandolo “l’utilizzo alla bisogna di armamenti convenzionali di alta precisione che fanno parte del proprio deterrente strategico”― missili terra-terra, missili da crociera lanciati da sottomarini, bombe e proiettili guidati di artiglieria e “altro”..., non meglio specificato (President of Russia website, 26.12.2014, The President approved new edition of military doctrine― Il presidente approva la nuova edizione della dottrina militare http://eng.kremlin.ru/news/23447).

●Petro Poroshenko, ovviamente, di questi grandi disegni strategici si cura poco: tra i nuovi dirigenti ucraini è però quello che meno porta il fardello delle scelte tragicamente suicide del periodo pre-golpe quando Kiev affidò alle buone intenzioni regolarmente tradite dagli occidentali USA, specie, ma anche UE, il suo braccio di ferro con Mosca rovesciando il governo legittimo. E Poroshenko è anche la persona che, ogni tanto, sembra la più razionalmente conscia tra i nuovi dirigenti ucraini, che in uno scontro con Mosca sarebbe perdente.

Ma non ha ancora capito bene, e comunque non si è ancora rassegnato, al fatto che è con questa realtà che dovrà rassegnarsi a far bene i conti. Non con aspettative, illusioni o speranze ma con la realtà. Per cui, adesso, in visita a Varsavia, in un discorso al Sejm, la Camera, teso a consolidare una solidarietà peraltro del tutto scontata e, perciò, pressoché irrilevante, annuncia che presenterà una legge per cancellare lo status di paese non allineato, neutrale, che ancora è ufficialmente quello dell’Ucraina (la presenta e la fa passare il 23 dicembre, senza alcuna opposizione, del resto inesistente ormai in parlamento con metà quasi del paese che non lo riconosce più ed è fuori del suo controllo).

Poroshenko dice che, mentre aspetta e spera nell’ammissione all’Alleanza occidentale – che però formalmente si guarda bene dal chiedere ancora, saggiamente pensando di farlo solo quando e se coglierà segni di un possibile accoglimento della domanda: che resta del tutto di là da venire – intanto intensificherà la cooperazione con la NATO adeguandosi agli standards di sicurezza e difesa previsti dall’alleanza.

Al solito, sembrano dichiarazioni però un po’ sopra le righe, e anche molto leggere, che stavolta implicitamente prendono atto ad esempio del fatto che adesso e nel futuro prossimo venturo e al di là di ogni giaculatoria di appoggio favorevole all’inserimento dell’Ucraina nella NATO forse potrebbero essere Polonia e Lituania, per dire, ma non lo sono di certo Germania, Francia, Italia e  Spagna per ragioni geopolitiche – di un rapporto decente con la Russia, in Europa hanno tutti bisogno – e anche la Gran Bretagna pur se, nel caso di quel governo, la remora di gran lunga maggiore è nell’immaturità conclamata dell’economia e dello stato finanziario comatoso dell’Ucraina.

Sapete..., i parametri di Maastricht e ben altro: la bancarotta nei pagamenti non del debito pubblico come tale soltanto ma di qualsiasi debito a breve dovendo già pagare... in scadenza sull’unghia decine di miliardi di dollari  e non solo ai russi. E, nei fatti, e con ogni probabilità neanche l’America che non è, comunque, più quella di Bush... e vorrebbe Ucraina, Georgia e Moldova nell’Alleanza occidentale ma senza pagarne il costo economico e il rischio sul piano degli squilibri globali.

L’erosione in atto dell’economia russa sta al momento rendendo più forte la tentazione per gli altri europei di lasciare all’Ucraina l’occasione di allinearsi con loro. Ma è una finestra d’opportunità che resta aperta assai poco perché l’Europa e la NATO non hanno la possibilità di difendere un’economia grossa e fallita come quella ucraina né di sostenerne – con la certezza di poter escludere uno scontro globale – la difesa militare nei confronti dei russi. Né di poter tanto meno evitarne la frammentazione centrifuga: a cominciare da Donetsk e Luhansk.

Intanto, però, Poroshenko vuole provare a rilanciare, avendolo concordato con Putin, Merkel, Hollande – e con l’assenso dei governi di fatto di Donetsk e Luhansk – i colloqui/negoziati di Minsk del cosiddetto gruppo di contatto sull’Ucraina che in Bielorussia aveva già concordato e negoziato i termini di un accordo sulla diminuzione degli scontri, sul ritiro degli armamenti pesanti e  la liberazione reciproca dei prigionieri...

Tutti impegni che non sono stati completamente onorati anche se il cessate il fuoco seguito è effettivamente riuscito a ridurre il livello e l’intensità degli scontri rendendo di conseguenza più positiva l’atmosfera. Poroshenko ha anche reso pubblico che dopo gli incontri di Minsk di prima e dopo Natale risentirà ora gli altri capi di Stato dei paesi che ai colloqui avevano e hanno già preso parte (Moskovskij Komsomolets/Mosca, 17.12.2014, Путин,Меркель,Порошенко и Оланд вновь говорят о мире на Украине― In Normandia, Putin, Merkel, Poroshenko e Hollande parlano di pace in Ucraina http://www.mk.ru/politics/ 2014/12/17/normandskaya-chetverka-vozvrashhaetsya-putin-merkel-poroshenko-i-oland-vnov-govoryat-o-mire-na-ukraine.html).

●Poi, alla fine, separatamente dai negoziati di Minsk, ma con un’intesa che, confermata, sarebbe di importanza cruciale per l’Ucraina che così però si legherebbe ancora di più di quanto già sia al suo principale “nemico”, viene raggiunta con Mosca― se riuscirà certo a durare, se agli impegni di pagamento presi gli ucraini faranno fronte, ecc., ecc., la Russia annuncia un nuovo accordo per la fornitura di mezzo milione di tonnellate di carbone al mese all’Ucraina, con un altro mezzo milione ogni mese aggiuntivo se richiesto e concordato.

Mosca, spiega Dmitry Kozak, vice ministro russo dell’Energia, fornirebbe carbone e elettricità a Kiev ai suoi prezzi interni, russi, senza anticipi e pagamenti preventivi in segno di buona volontà. La decisione, viene annunciato, è stata presa direttamente da Putin. Certo, se poi Kiev intende dare seguito alla minaccia varie volte ventilata di tagliare la Crimea dal flusso del gas che le arriva attraverso il territorio ucraino, tutto sarà forse da rivedere. La mossa – che è insieme un’offerta di tregua e un ammonimento – arriva proprio il giorno che Kiev ha sospeso il servizio ferroviario e stradale con la Crimea mentre l’Ucraina continua a fare i conti con la fornitura dei combustibili grezzi che l’occidente del paese otteneva dal Donbass e che la guerra civile ora ha bloccato....

Allo stato, secondo i dati ufficiali del ministero dell’Energia a Kiev, le riserve ucraine di carbone arrivano sì e no al milione e mezzo di tonnellate, mentre lo stoccaggio normale dei mesi invernali  di norma le colloca a non meno di 4-5 milioni (Kyiv Post/Kiev, 27.12.2014, Russia says to supply coal, electricity to Ukraine La Russia dice che fornirà carbone e elettricità all’Ucraina http://www.kyivpost.com/content /ukraine-abroad/reuters-russia-says-to-supply-coal-electricity-to-ukraine-376239.html).

●Sempre in questi giorni, i risultati delle elezioni legislative in Moldova hanno consegnato ai partiti filo-occidentali una maggioranza esilissima esponendosi a una formidabile opposizione del campo diametralmente opposto, quello russofono. Il cui principale partito (il socialista, che ha incrementato più di ogni altro i suffragi: e di molto, dal 7 al 21%) s’è confermato il primo alle urne anche se la coalizione filo-occidentale sempre drammaticamente spaccata al suo interno su tutto se non nell’opposizione alla Russia (liberal-democratici, democratici e liberali) lo escluderà, al momento, dal governo (sempre che poi riesca davvero a farlo, il governo).

La Russia è tornata ad offrire subito, e senza ulteriori rinvii, al paese in assoluto più povero del continente di aderire alla sua Unione doganale euro-asiatica, usufruendo all’istante di un’intesa di libero o pressoché libero scambio e di una quasi automatica complementarità della sua economia con quelle degli altri. Mentre l’Unione europea ha firmato in primavera con Chisinaiu, e in gran fretta dopo  i fatti ucraini, un trattato di associazione.

Che, però, rimanda alle calende, manco greche poi né si sa più qualii, l’impossibile piena adesione del paese alla UE che, tra l’altro, ha ancora aperto il contenzioso anche di confine con le regioni pressoché autonome e, con cautela ma chiaramente, sostenute dai russi della Transdniestria e della Gagauzia turco fona): contenzioso che finché resta aperto già di per sé le impedisce di entrare dentro l’Unione. In ogni caso è chiaro che qui – proprio come in Georgia, dove il sentimento anti-russo è molto più aspro, però – la concorrenza con la UE resta sempre apertissima.

Solo che la UE a tutto è disposta meno che a pagare, in un momento di crisi come questo, per accollarsi il carico di Georgia e Moldova (The Economist, 5.12.2014, Moldova’s election – Slouching towards Europe―  Le elezioni in Moldova – Ciondolando stancamente verso l’Europa http://www.economist.com/news/ europe/21635508-pro-russia-parties-lose-close-vote-corrupt-land-slouching-towards-europe).

Mentre tutto resta paralizzato, e a Chisinaiu continuano a litigare sul nuovo governo senza trovare uno sbocco, il caso della Moldova comincia ad emergere come un altro possibile punto di scontro tra Russia e USA. I negoziati per la formazione di un nuovo governo sono complicati  e qui alcuni giornali tra i più indipendenti riprendono la vecchia favola della tradizione russa secondo cui “se andiamo a destra ci infiliamo in un’alleanza litigiosa e intenibile”, piena di rivalità anche personali e di idiosincrasie insopportabili degli uni con gli altri, dove nessuno sarà in grado di scordare mai e di perdonarsi a vicenda tradimenti e fallimenti della vecchia e già tentata, fallimentare, Alleanza per l’Integrazione Europea...

... e se, invece, andiamo a sinistra, cioè verso Mosca, avremmo una coalizione di governo abbastanza mostruosa col presidente del partito comunista moldavo Vladimir Voronin come salvatore, alla fine, di una qualsiasi concreta possibilità di integrazione nostra anche se limitata in Europa...

   Perché è la realtà a dirci che, mentre la pianificazione della messa insieme della coalizione pro-occidentale è tutta da fare e appare impossibile, la coalizioen filo russa e anche più pronta a portarci per quanto le fosse poi consentito in Europa con l’implicito assenso di Mosca è, invece, incombente...(NightWatch, 30.12.2014, Moldova’s quagmire La palude moldava [citazione da un commentatore moldavo che resta anonimo, dichiaratamente pro-NATO] ▬ http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/Ni ghtWatch_14000273.aspx).

 

●L’Eduskunta, il parlamento di Finlandia, ha dato la sua approvazione definitiva alla joint venture con la russa Rosatom per la costruzione di un reattore nucleare nell’estremo nord artico del paese. La  decisione è stata contestata dal partito dei Verdi che non si cura tanto dell’accodo coi russi a causa dell’Ucraina, però, ma per l’ambiente, dice. Il voto in un parlamento unicamerale di 200 membri è stato di 115 a 74, ha preso in considerazione le obiezioni geo-politiche, superficiali e tutte unilaterali della Commissione, dell’Unione europea e dell’occidente, e poi giustamente secondo noi, se ne è fregato (Guardian, 5.12.2014, S. Tisdall, Finland gives go-ahead to joint nuclear venture with Russia’s Rosatom― La Finlandia dà il via libera alla joint venture con la Rosatom [energia nucleare] russa http://www.theguardian.com/world/2014/dec/05/finland-nuclear-project-russia-rosatom-reactor).

Il consorzio finnico capo-progetto, la Fennovoima, ha reso noto che a Piläjoki, sulla costa occidentale di fronte alla Svezia, il lavoro è iniziato a metà settembre, che la costruzione sarà completata entro il 2018 e comincerà a produrre energia nel 2024. E il ministro della Difesa, Carl Haglund, ha dichiarato al quotidiano Kauppalehti/il Quotidiano commerciale, che “la Finlandia in collabora con la Russia in campo energetico da sempre e un’operazione sui mercati energetici per essa è assolutamente naturale”. Il resto, dice letteralmente, è solo una “fiksaatio”― una fissazione, una fisima...

●Anche chi scrive sostanzialmente, è d’accordo. Pur a prescindere da ogni considerazione sull’inopportunità o proprio la negatività politica di una scelta sbilanciata a favore di questa nuova Ucraina, così sfacciatamente revanscista e, a tratti, pure nostalgicamente filo-nazista – di accollarsi il carico finanziario – che sarebbe di venti, trenta volte maggiore di quello georgiano o moldavo – di un’economia sconquassata per colpa anzitutto proprio della dirigenza Ucraina.

Adesso, il presidente dell’auto-proclamata e riconosciuta solo dai russi ma anche effettivamente esistente Repubblica popolare di Luhansk, nell’est di quella che era una volta l’Ucraina, Igor Plotnitsky, riconosce che “in effetti la sua repubblica non ha marcato grandi vittorie sul fronte diplomatico”. E conferma anche di aver raggiunto, con la mediazione dell’OSCE – l’organismo interstatale che a questo è preposto in Europa – un’intesa col governo ucraino di Kiev sul cessate il fuoco e il ritiro delle armi pesanti dalla linea concordato di disimpegno. Ora bisognerà vedere come un accordo, al solito di principio, si tradurrà in pratica...

Tutti trattengono un po’ il fiato: poi, però. le forze del governo di Kiev e i filo-russi dell’Ucraina orientale osservano e rispettano quello che hanno convenuto di chiamare il Giorno del Silenzio, per tutto il 9 dicembre, senza che le parti riferiscano e si accusino poi di aver subìto attacchi dall’altra. E c’è un barlume di speranza sul fatto che la cosa, nel futuro a breve, si possa anche ripetere (Radio Free Europe-Radio Liberty/RFE/RL Radio Europa Libera/Radio Libertà [emittente tornata attiva dopo anni di declino seguiti alla fine della guerra fredda  che  dipende dai finanziamenti del dipartimento di Stato americano], 9.12.2014, Ukraine Attempts 'Day Of Silence' Truce― L’Ucraina prova ad imporsi una giornata di tregua http://www.rferl.org/ content/ukraine-to-observe-day-of-silence/26732658.html).

E, a Natale, tra separatisti e governo di Kiev parte uno scambio di prigionieri, alcune centinaia per parte, che dovrebbe concludersi poco dopo fine anno secondo i termini dell’accordo raggiunto alla vigilia a Minsk. Lo scambio avverrà in zona neutrale, a 30 km. circa a nord di Donetsk. Invece, i colloqui su tutto il resto si bloccano subito e salta tutto subito dopo l’accordo sullo scambio appena siglato. Che è, di per sé, molto importante ma non apre ancora in alcun modo alla soluzione vera, politica, di un conflitto che ha già fatto 4.700 morti dalle due parti.

Dmitry Mironchik, portavoce del ministero degli Esteri bielorusso conferma che il negoziato è stato interrotto al secondo giorno dei due previsti, rifiuta di identificarne non spiega la ragione – per l’intransigenza di chi, cioè – ma ha tenuto a ribadire che Minsk è aperta a una ripresa della trattativa “anche alla vigilia di Capodanno”. In contemporanea, il governo di Kiev ha anche annunciato di voler tagliare le connessioni ferroviarie (sia passeggeri che merci) ancora esistenti con la Crimea   che da marzo è tornata a essere parte integrante della Russia.

Commentano i frollocconi del NYT che questa decisione “non fa che isolare ancora di più la penisola” di Crimea(New York Times, 26.12.2014, A. Roth, Kiev and Separatists Swap Prisoners as Peace Talks Break Down― Kiev e i separatisti si scambiano prigionieri mentre collassano i colloqui di pace http://www.nytimes.com/ 2014/12/27/world/europe/ukraine-prisoner-swap-as-peace-talks-break-down.html).  Quando salta anche agli occhi dei più sprovveduti che, in realtà, con scelte miopi come questa Kiev isola ancora di più la Crimea dall’Ucraina... e non certo dalla Russia. Perfetto esempio della linea che ormai, da noi, si chiama tafazziana.

●A inizio dicembre, intanto, il centro della capitale della Cecenia, Grozny, è stato messo a ferro e a fuoco per una notte intera da un gruppo di militanti islamisti che ha lasciato morti una ventina almeno di civili e è finito solo con l’eliminazione di tutti gli assalitori. Alcune fonti mal identificabili hanno parlato del primo attacco dello SI in Russia, ma tutte le indicazioni ufficiali e ufficiose lo imputano solo e sempre ai tradizionali ceceni estremisti e indipendentisti, anche se tra i ceceni che hanno militato e stanno militando ancor oggi in Siria molti hanno parlato di esportare la loro guerra santa a casa loro.

Il capo del governo ceceno, Ramzan A. Kadyrov, che era volato subito a Grozny per condurre personalmente la caccia e l’eliminazione degli attentatori a compito esaurito ha tenuto a tornare immediatamente al Cremlino dove ha presenziato al discorso di Putin sullo Stato della Nazione, come a testimoniare della normalità – comunque discutibile, invece – della situazione (New York  Times, 4.12.2014, A. E. Kramer e N. McFarquhar― Fierce Attack by Islamist Militants in Chechen Capital Kills at Least 20― Un feroce attacco di militanti islamisti nella capitale cecena fa almeno 20 morti http://www.nytimes.com/          2014/12/05/world/europe/grozny-chechnya-attack.html#).

●In un’intervista alla stampa pubblicata a metà mese (NightWatch, 15.12.2014, Lavrov on Ukraine http://www.kforcegov.com/NightWatch/NightWatch_14000263.aspx) il ministro degli Esteri russo Lavrov ha insistito sul fatto che, secondo Mosca, l’Ucraina ha assoluto bisogno di una riforma  costituzionale vera, capace di garantire la “partecipazione di ogni parte del territorio del paese come anche di ogni sua parte politica” l’unica misura in grado di consentire anche alle due grandi regioni dell’est del paese di restarne parte integrante.

Lavrov ha accusato il governo di Kiev di aver praticamente spinto le due regioni dell’est fuori del paese rifiutandone ogni autonomia “vera”. La speranza mia è “che i governanti dell’Ucraina desistano dai passi che vanno ancora compiendo, che hanno provocato la ribellione e stanno causando ora la rottura col Donbass. Io spero sempre che Kiev cambi ristabilendo il dialogo col Donbass per consentire a tutti gli ucraini di vivere insieme in Ucraina nel rispetto e nell’uguaglianza di tutti con tutti”.

A parte i toni alquanto melliflui e anche qualche po’ lirici della concione, il fatto è – e resta – che i russi non hanno incoraggiato apertamente, certo non in modo pubblico e politicamente decisivo, la secessione delle regioni ribelli, di Donetsk e di Luhansk. Non hanno mai riconosciuto l’indipendenza proclamata per referendum popolare né le hanno mai incoraggiate a credere che le due regioni potessero mai unirsi alla Federazione russa come la Crimea. E l’assistenza militare più o meno indiretta che hanno loro fornita è sempre stata sufficiente a tenere a bada gli attacchi ucraini ma non a consentirne la secessione.

E la dichiarazione riassume e illustra, nella sua durezza e, insieme, nelle sue effettive sfumature, flessibilità e anche dosi di ambiguità necessarie, la linea del Cremlino e di quello che per esso sarebbe un finale accettabile della questione ucraina. La Russia non vuole, e alla Russia non fa alcun comodo, la frammentazione dell’Ucraina. Non adesso, comunque. la dichiarazione di Lavrov non esclude certo che questo atteggiamento resti tale e quale in futuro. Si tratta, però, di qualcosa di vero per qualsiasi rapporto bilaterale, con qualsiasi paese del mondo.

Ma è anche chiaro che per i russi ricreare condizioni di normalità e di pace anzitutto in Ucraina stessa e, poi, tra i due grandi Stati confinanti dell’est europeo spetti anzitutto a Kiev, che ha fatto saltare tutto, e non a Mosca. Ora è anche chiaro che i poteri oggi al comando a Donetsk e Luhansk non reagiranno bene al rifiuto mai così chiaro ancora del riconoscimento formale russo ma forse il passo è necessario per rassicurare Kiev e i governi dei tre paesi baltici che Mosca non ha intenzione di perseguire una spaccatura dell’Ucraina.

●A Kiev, comunque, non c’è segno – non ancora, almeno – di una più attenta valutazione della questione, di un’apertura a quanto dice e auspica Lavrov. Il parlamento, la Verkovna Rada,  approva infatti quassi senza discuterne, una legge che impone nuove tariffe più alte alle importazioni, aumentando di fatto l’IVA,  ma – sempre in senso più liberista – semplifica ancora il codice fiscale peraltro largamente inosservato da chi le tasse potrebbe e dovrebbe pagarle: il tutto nell’otica di “meritarsi” il prossimo esborso condizionato di prestiti dal FMI (Kiyv Post, 29.12.2014, Rada adopts amendments to tax code La Rada adotta emendamenti [di caratere liberista] al codice fiscale http://www.kyivpost.com/  content/ukraine/rada-adopts-amendments-to-tax-code-376388.html).

Lo stesso giorno, poi e però, Poroshenko annuncia che si incontrerà di nuovo il 15 gennaio a Astana, capitale del Kazakistan, con il presidente russo, quello francese e la cancelliera tedesca nl tentativo di rilanciare il processo di pace con l’est ucraino in rotta con Kiev. E ammette, apertamente e pubblicamente, che non ha alternative perché “non ha”, né potrà avere nel prossimo futuro, “le risorse per riprendersi militarmente le regioni secessioniste”.

Qui c’è parte, buona parte,del problema Poroshenko: su diverse questioni, come quelle sull’energia, sembra riuscire a strappare risultati coi russi, con i quali del resto – anche se nel rispetto delle sanzioni decretate dall’occidente che non riguardano l’export da lui prodotto: fa di mestiere il cioccolatiere all’ingrossissimo, con centinaia di milioni di € incassati proprio da Mosca – lui continua a far affari.

Però il continuo puntualizzare che coi russi bisogna parlare, riservandosi di far loro appena possibile la guerra per riprendersi le due regioni autonomizzatesi dell’est ucraino, mentre è indispensabile per la sua sopravvivenza di numero uno a Kiev contro gli sciacalli del suo stesso regime, anzitutto il premier Yatsenyuk, comporta implicazioni che non sembrano tendere a concludere i compromessi necessari a condurre a buon fine un’intesa... Lavrov però insiste nel dirsi sicuro che “appena le istigazioni e i falsi incoraggiamenti in arrivo continuo da Bruxelles e da Washington cesseranno, gli ucraini saranno in grado di ritrovare un dialogo fruttuoso tra di loro e arrivare alla pace”. Ma...

●Parlando a fine novembre al Parlamento europeo, papa Bergoglio – che europeo non è e che dell’Europa ha una idea più equilibrata e meno esaltato e esaltante di quella che, nella stessa sede, celebrò 25 anni fa papa Woytiła – non è stato proprio tenero con l’Europa. Ha detto che gli ricorda, ormai, una vecchietta, una “nonna” non più “fertile e vivace”...

Non è stato, però, a leggere bene il testo, come ha sproloquiato la Le Pen, un attacco di euroscetticismo e ci è sembrato piuttosto essere stato un richiamo e un augurio, anche abbastanza accorato, a riscoprire – come ha detto –il meglio di se stessa” e a “camminare sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l'umanità(Sito ufficiale della Santa Sede, Discorso di papa Francesco al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25.11.2014 http://w2.vatican.va/content/fran cesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141125_strasburgo-parlamento-europeo.html)- ital)..

●In Belgio, a inizio dicembre violente dimostrazioni a Bruxelles e nelle province fiamminga e vallona del Brabante a concludere una serie di manifestazioni di protesta sociale e politica nelle diverse regioni con contro la politica di austerità annunciata dal nuovo governo centrista e conservatore. Lo sciopero generale e le dimostrazioni del 15 del mese concluderanno per ora la protesta. Mentre la polizia chiede ai cittadini di evitare di recarsi nella capitale nei giorni cruciali della mobilitazione l’8 e il 15, quando saranno bloccati i trasporti pubblici e i voli e anche tutti i collegamenti ferroviari.

Sono i sindacati che propongono una tassa “sulla ricchezza” e ottengono dal governo l’impegno a discuterne, molto più che i partiti della sinistra, a spingere qui, o anche qui, la protesta (Flanders News, 8.12.2014, The Impact of these strikes L’impatto di questi scioperi http://deredactie.be/cm/ vrtnieuws.english). In effetti, poi, il 15 del mese tutto lo spazio aereo del paese viene, come dicono, anticipatamente e “precauzionalmente” interdetto al volo...

●Con l’entrata dal 1° gennaio della Lituania nell’eurozona e l’adozione dell’euro, dice Ruslanas Irzikevicius che dirige la Lithuania Tribune, un sito-web in inglese nettamente pro-euro, “secondo buona parte, forse la maggioranza dei lituani, equivale a unirsi al club che al momento è perdente e che i problemidell’eurozona finiranno col contagiare le prospettive economiche della Lituania stessa”. Che, dopo aver obbedientemente chiuso le sue esportazioni di vegetali e frutta alla Russia ha subìto uno dei peggiori contraccolpi finora delle sanzioni che hanno danneggiato Mosca ma, e sicuramente di più, Vilnius e la sua economia.

La partecipazione all’euro è, al solito, nell’immediato costosa. Uno studio specifico e dettagliato della Banca centrale, secondo il presidente Vitas Vasiliauskas che si accinge a entrare anche lui di diritto nel direttivo della BCE costerà sicuramente almeno 600 milioni di €, di qui al 2020, in contributi al bilancio dell’eurozona, costi alle banche e spese “varie” non ben identificate. Che è una somma consistente per un paese e un’economia di appena 3 milioni di persone.

Ma, aggiunge Vasiliauskas, “il conto costi/benefici virtuale promette sostanziali vantaggi, alla fine”. Cioè, predice..., promette..., alla fine... come una qualsiasi sibilla cumana..., campa cavallo. Chi sa... (New York Times, 30.12.2014, J. Ewing, As Lithuania Joins Eurozone, Relief and Hesitation Con l’adesione della Lituania all’eurozona, sollievo e esitazioni http://www.nytimes.com/2014/12/31/business/as-lithuania-joins-eurozone-relief-and-hesitation.html#).

●In Svezia, l’estrema destra – razzista e anti-immigrazione senza false remore, che qui si chiama Partito democratico – anche forzando la prassi legislativamente tradizionale e finora da tutti accettata in questo paese, ha costretto il governo della coalizione social-democratica, non astenendosi come era impegnata a fare e invece votando contro la legge di bilancio, a dimettersi e a convocare, dopo solo due mesi, nuove elezioni adesso in primavera. Il primo ministro socialdemocratico Stefan Lofven è diventato così, nella storia del paese, quello che ha governato per il più breve tempo possibile.

Il partito democratico vorrebbe ora impostare la campagna elettorale come un referendum secco anti-immigrazione nel paese che, anche con qualche contraddizione, finora aveva gestito la questione con una delle migliori legislazioni e delle gestioni pratiche maggiormente efficaci in Europa (Guardian, 3.12.2014, D. Crouch, Swedish PM calls first snap vote in 50 years after far-right force budget defeat― Il PM svedese convoca le prime elezioni anticipate da 50 anni dopo che le forze dell’estrema destra forzano la sconfitta del bilancio http://www.theguardian.com/world/2014/dec/03/sweden-far-right-democrats-immigration-vote-government).

●Poi, però, proprio a fine anno, il governo di minoranza di centro-sinistra (socialisti e verdi) si accorda con l’Alleanza di centro-destra all’opposizione e mette fuori gioco i democratici anti-immigrazione che in parlamento hanno se lasciati a decidere i seggi necessari a imporre la paralisi e il ricorso a una nuova elezione anticipata coi connotati espliciti e esplicitamente adesso annunciati di un referendum contro la legislazione liberal sui rifugiati stranieri che si è data il paese e che il partito – il partito democratico – vorrebbe invece vedere alla stregua di quella che in Europa stanno cercando di imporre tutte le forze di destra.

Ora, i democratici protestano, chiederanno un voto di sfiducia e lo perderanno ma, dice il loro portavoce, Martin Kinnunen, si presenteranno come “l’unico partito di opposizione al regime”.  C’è, di sicuro, la possibilità che l’accordo possa essere letto dall’opinione come un mezzo per non dover affrontare il dibattito sull’immigrazione.

L’accordo, spiega il primo ministro social-democratico Lofven, significa che “promettiamo insieme come partiti responsabili, centro e sinistra, di assicurare la governance del paese mettendo al di sopra delle convenienze miopi di parte la sua stabilità”. Il fatto è che i social-democratici avevano vinto le elezioni a settembre scorso promettendo di metter fine agli otto anni di tagli alle tasse e al welfare con cui l’Alleanza aveva arricchito molti svedesi ma ne aveva anche penalizzati molti di più.

Adesso e fino al 2018, l’Alleanza si è impegnata a lasciar governare Lofven astenendosi sul bilancio che presenterà la coalizione rosso-verde. Ma, a partire dalle prossime elezioni a scadenza, del 2018, anche se vincessero i social-democratici, il governo tornerà di nuovo all’Alleanza, pure nel caso che dalle urne risultasse seconda. E si vedrebbe così restituito il favore... Sembra una tattica quasi disperata, tanto rischiosa da apparire quasi suicida.

Ma è l’unica che le due maggioranze relative del paese si sono riuscite a inventare al momento per non cadere nella trappola forzata dei radicali estremisti di destra (BBC, 27.12.2014, Sweden parties reach budget deal to avoid snap election I [principali] partiti svedesi trovano l’accordo sul bilancio per evitare le elezioni anticipatehttp://www. bbc.com/news/world-europe-30610500). E, a questo punto, le elezioni anticipate vengono opportunamente annullate.

●Le elezioni presidenziali in Croazia non sono riuscite a concludere e l’11 gennaio si va ora al ballottaggio. Il presidente in carica, il socialdemocratico Ivo Josipovic che si porta dietro la palla di piombo della crisi economica con le sue scelte europeisticamente ortodosse, ha preso il 38,5% dei voti e la candidata del partito conservatore e iper-nazionalista di destra, HDZHrvatska Demokratska Zajednica― l’Unione democratica croata, Kolinda Grabar-Kitarović, ex ministra degli Esteri ha messo insieme come seconda un risultato vicino al 37%. Molto bassa l’affluenza alle urne, sotto il 50%.

E tutto si giocherà adesso sulle alleanze coi piccoli partiti che si sono presi il voto andato disperso fra di essi frantumandosi e sulla capacita, anche, di attrarre quello, il 16,5%, finito a sorpresa al candidato antieuropeista e anti banche, il giovanissimo populista 25enne, Ivan Vilibor Sinčić (Contropiano.org, 29.12.2014, Presidenziali in Croazia: astensione record, centrosinistra in testa, exploit populista http://contropiano.org/archivio-news/documenti/itemlist/tag/ivan%20vilibor%20sincic).

STATI UNITI

●Il dipartimento del Lavoro ha pubblicato il 4 dicembre i dati su occupazione/disoccupazione in America: i posti di lavoro nuovi sono cresciuti di 321.000 a novembre – parecchio di più delle aspettative – ma ancor più significativo, secondo molti osservatori, è che si sia verificato proprio in  questo mese il maggior aumento del salario orario del lavoro dipendente dal giugno 2013, dello 0,4% in novembre rispetto allo scarnissimo +0,1% di ottobre.

Scendono anche i prezzi del petrolio e qui, in generale, pure della benzina che, al contrario che da noi, marciano praticamente appaiati[7] – e si rafforza pure così il potere d’acquisto di masse importanti di popolazione con un doppio bonus reale per consumatori e vendite al dettaglio. Nell’anno nel suo insieme, con un mese ancora da conteggiare, l’aumento di posti di lavoro è stato il più consistente da 15 anni.

Ma, come sempre, i risultati economici sono piuttosto contraddittori. C’è il rischio concreto che il recupero parziale salario orario e di potere d’acquisto andato perduto in questi anni sia appena l’inizio largamente insufficiente e neanche bastevole appena sufficiente a coprire quanto s’è perso in reddito spendibile in inflazione bassissima.

Che, poi, è la ragione vera per cui in America c’è comunque un vasto, diffuso scontento, malgrado in America le cose qui vadano meglio che nella vecchia Europa. Fino ad ora la ripresa che c’è stata ben più che da noi è, comunque, stata molto modesta: anche soltanto rispetto ai periodi di fine recessione del passato recente e più lontano. Il 2% di aumenti salariali dell’ultimo anno è stato appena in grado di far fronte all’inflazione e ai prezzi in ascesa di servizi come istruzione, sanità e assicurazioni.

Negli anni ’90 i salari sono costantemente saliti, moderatamente ma per diversi anni di seguito. Ma adesso per riprendere quel discorso, esso sì virtuoso, la disoccupazione dovrà salire di molto forse di nuovo fin sotto il 5%. Dove solo pochi “sognatori”, o poche persone tanto qualificate da venire per questo ignorate (fior di Nobel dell’Economia, per dire), dicono che bisogna farlo e non solo dirlo, o prometterlo. Qui come altrove.

E altrove anche di più (New York Times, 5.12.2014. Nelson D. Schwartz, More Jobs and Higher Wages, U.S. Recovery Starts to Hit Home― Più posti di lavoro e salari [un po’] più alti: la ripresa negli USA comincia farsi sentire http://www.nytimes.com/2014/12/06/business/economy/november-jobs-unemployment-figures.html?_r=0; e  Bureau of Labor Statistics/BLS, 4.12.2014, Employment Situation Summary – USD-14-2184, http://www.bls.gov/news.release/ empsit.nr0.htm; e, ancora, Economic Policy Institute, 5.12.2014, Elise Gould, 1. ore 11:51, Even At 321,000 Jobs a Month, It Will Be Nearly Two Years Before the Economy Looks Like 2007 Anche con 321.000 posti nuovi aggiunti ogni mese, ci vorrebbero ancora due anni prima che l’economia somigli a quella del 2007▬ http://www.epi.org/blog; 2. ore 12:45, Nominal Wages Continue to Indicate How Far the Economy is From Full Recovery I salari nominali [che non tengono conto, cioè, dell’inflazione] continuano a indicare quanto l’economia sia ancora lontana da una piena ripresa http://www.epi.org/blog).

●Conclude a caldo Krugman che “questo rapporto sulla situazione dell’occupazione appare realmente buono, forse il primo dopo molti anni”. Sembriamo “ancora lontani da qualsiasi discorso di piena occupazione, ma finalmente puntarci non sembra più solo un sogno impossibile. La lunghissima frenata dell’economia non ha solo profondamente ferito tante famiglie; ha anche inferto un danno immenso alle prospettive di lungo temine dell’economia americana la stima del cui potenziale – quel che potrebbe produrre se e quando, finalmente, si trovasse di nuovo in una situazione di quasi piena occupazione – è stata costantemente spinta all’ingiù negli anni recenti, con molti ricercatori oggi convinti che la caduta abbia in sé e per sé danneggiato anche il suo potenziale futuro[8](New York Times, 7.12.2014, P. Krugman, Recovery at last?― La ripresa, finalmente? http:// www. nytimes.com/2014/12/08/opinion/paul-krugman-recovery-at-last.html?_r=0#).

 Sono stati, questi – conclude sconsolato ma realisticamente il professore –, sette anni terribili e anche una lunga fila di buoni rapporti sullo stato del lavoro non sarebbe in grado di cancellare il danno”. Poi Krugman torna a spiegare il perché, e per colpa di chi, le cose siano andate tanto male per il lavoro e l’occupazione. Ma questo è un discorso che ha fatto ripetutamente in passato e del quale, ripetutamente, vi abbiamo proprio qui reso conto.

●Subito prima di Natale, il dipartimento del Commercio attesta che nel terzo trimestre, i mesi estivi, qui il PIL è salito non come nella prima stima avanzata del 3,9% ma addirittura di un punto in più, il 5%, dopo che nel secondo trimestre del 2014 l’aumento aveva già registrato un più che buon +4,6%. E si tratta del tasso di crescita maggiore ormai da un decennio. A dimostrazione che, come spesso gli accade – quasi sempre – Krugman e i neo-keynesiani che raccomandavano al governo più spesa pubblica e alla Fed di immettere maggiore liquidità nell’economia avevano ragione.

E che se mai, come sempre Krugman da tempo afferma, qui Obama e la Fed pur avendo scelto la strada contraria a quella letale dell’Europa e di chi la guidava non sono andati fino in fondo... Mentre i nostri banchieri centrali, la BCE certamente prima di – ma poi anche, al fondo – con Mario Draghi e, soprattutto la Commissione e il Consiglio europeo,sono sempre stati testardamente stupidi, del tutto ciechi ma anche sordi a ogni voce che glielo andava dicendo. E la colpa non è stata affatto solo di Merkel... (New York Times, 23.12.2014, N. D. Schwartz, Economic Vital Signs in 3rd Quarter Were Strongest in a Decade― I segni vitali dell’economia nel 3° trimestre sono stati i più robusti da un decenniohttp://www. nytimes.com/2014/12/24/business/us-q3-gdp-revised-up-to-5-percent.html?_r=0).

C’è anche la necessità, però, di raffreddare in America qualche esagerato entusiasmo. Sicuro, un +5% di PIL come media di crescita nel trimestre è una gran buona notizia, e va detto alto e chiaro. Ma,  quando il WP si lascia trascinare e parla di un “boom” che sta  cominciando (Washington Post, 23.12.2014, Chico Harlan, Robust Economic Growth in the third quarter raises hopes that a boom is on horizon― La robusta crescita dell’economia nel terzo trimestre solleva speranze di un boom all’orizzonte http://www.washingtonpost.com/ business/economy/robust-economic-growth-in-third-quarter-raises-hopes-that-a-boom-is-on-horizon/2014/12/23/aff 3a962-8adf-11e4-8ff4-fb93129c9c8b_story.html?hpid=z1) si sporge, decisamente, troppo.

Perché, tanto per cominciare, la forte crescita del trimestre e anche di quello precedente (adesso il 5%, era stato il 4,6 nel secondo) è anche direttamente legata al calo secco, al 2,1%, del primo e non solo dovuta al cattivo tempo. Prendendo la crescita media potenziale (aumento della forza lavoro + aumento della produttività) dell’anno in corso, che è, al momento, sul 2,2-2,4%, allora il vuoto nel ritmo della crescita che ne risulta resta sempre tra lo 0,1 e lo 0, 3% nell’anno.

E il Congressional Budget Office, l’agenzia indipendente parlamentare che fa questo computo, ha calcolato che il vuoto di crescita che resta da riempire tra aumento potenziale e aumento reale del PIL resta sempre vicino a un enorme -4% (calcolo riferito in dettaglio e documentato anche su Wikipedia, English encyclopedia on-line, Output Gap Il buco di produzione, 10.9.2014 ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/Output_ gap): e, per riempirlo, ci vorrebbe qualcosa, al meglio, come un lasso di tempo sui 13 anni; al peggio sui 40.

Insomma, siamo seri e mettiamo lo champagne da parte. Almeno per ora.     

GERMANIA

●La tedesca Vereinigung Cockpit Union (VC), il sindacato che rappresenta e negozia per i piloti della Lufthansa, ha deciso uno sciopero di quattro giorni come si dice a oltranza, scaglionato a cominciare dai voli brevi e medi, a partire dal 1° dicembre (ma è già il nono della serie) di protesta contro il rifiuto della compagnia a pagare il costo extra per licenziare il personale di volo che obbliga ad andare in pensione anticipatamente.

Da aprile a oggi la compagnia – a proposito di scioperi duri che nella vulgata dei buonpensanti nostrani nell’ordinata Germania sarebbero pressoché sconosciuti – è stata obbligata a cancellare ben 6.000 voli. Da martedì 2 dicembre allo sciopero si sono poi uniti anche i piloti dei cargo e dei remunerativi voli a lungo raggio che penalizzano maggiormente e sproporzionatamente i profitti.

L’AD della Lufthansa, Carsten Spohr, ha detto a una conferenza dell’industria che lo sciopero sta infliggendo gravi danni all’immagine, all’affidabilità, al reddito e anche che, bontà sua, costa anche molto alle buste paga dei dipendenti della compagnia. Ma che dovrà sostenerli finché i motivi del contendere non saranno risolti dal negoziato – dice, adesso, che accetterebbe una mediazione... anche se bisognerà vedere, poi, chi sarà il mediatore – “e non certo dagli scioperi(The Wall Street Journal, 3.12.2014, R. Wall, Lufthansa Seeks Mediation to End Pilot Strikes― La Lufhansa cerca una mediazione per metter fine allo sciopero dei piloti http://online.wsj.com/articles/lufthansa-pilots-renew-strike-1417589028).

Ma il presidente della VC, Ilja Schultz, gli ha risposto a tamburo battente che una cosa che i piloti con tutti gli altri lavoratori hanno capito è che “solo il potere della lotta e dello sciopero duro può far fronte a quello ancora più duro dei soldi”. E che quel che conta, come insegnano tutti “i sindacati veri del mondo”, è naturalmente durare un minuto di più del padrone... (VC Presse , 2.12.2014, Vereinigung Cockpit setzt Streiks am Donnerstag fort― Il sindacato piloti unitocont inua a scioperare anche giovedì ▬ http://www.vcockpit.de/presse/pressemitteilungen/detailansicht/news/vereinigung-cockpit-setzt-streiks-am-donnerstag -fort.html).

●Un quarto di secolo dopo la caduta del Muro, e con un gesto unanimemente letto come rifiuto personale della leadership di un’ex tedesca dell’Est come Angela Merkel che da anni conduce il paese e la sua politica, un Land federale di quella parte riunificata del paese, la Turingia, ha eletto per la prima volta a governatore, come dicono qui a Minister-President, Bodo Ramelow, un politico dell’estrema sinistra, Die Linke, ex comunista anche se con una coalizione di maggioranza di un seggio soltanto (i suoi, i verdi, la SPD stessa― che insiste però affannosamente di non voler trattare questo come un precedente per la formazione di una coalizione alternativa a livello di governo nazionale).

Die Linke, è il partito uscito per scissione della sinistra social-democratica di Oskar Lafontaine, allora il leader battuto al congresso dell’SPD da Gerhard Schröder che stava portando il partito su posizioni più centriste e meno sociali e anche meno filo-NATO. E mantiene ancor oggi questa posizione.

uartio di seg uito dopo la caduta del muro , con unio scghiaffo che ha risentito come personalmente molto pesante alla Merkel, ella stessa una tedesca dell’Est

FRANCIA

●Tutti gli euroscettici e gli eurofobi del vecchio continente, quelli che non esitano mai a definirsi chiaramente di destra, hanno partecipato alla 15a conferenza nazionale di Lione del Front National e celebrato così benedicendola la rielezione di Marine Le Pen all’unanimità presidente del partito candidandola così alla testa dell’estrema destra francese per rimpiazzare al prossimo turno, nel lontano 2017 a scadenza, all’Eliseo il presidente della Repubblica François Hollande.

Hanno dominato il congresso, in ordine di importanza, la nostalgia per una destra revanscista, quella del colonialismo d’antan e della force de frappe del peraltro odiatissimo gen. de Gaulle; l’ossessione per l’invasione dell’Islam in Europa e l’odio per gli immigrati; e anche una simpatia latente ma anche evidente per la Russia di Putin, per il suo piglio decisionista e autoritario e il richiamo alle antiche glorie sia del comunismo che dello zarismo e per il tentativo difficile di Putin ma, secondo questa destra sicuramente meritorio, di condizionare la strapotenza “volgare” e presuntuosa degli americani nel mondo (Radio France24, 30.11.2014, Front nationalMarine Le PenPolitique françaiseLe FN réuni à Lyon: Le congrès de la confirmation pour Marine Le Pen„ ▬ http://www.france24.com/fr/20141128-fn-front-national-congres-marine-le-pen-politique-lyon-frejus-beziers-henin-beaumont-2017/#./?&_suid= 141769368998403 608400947 0915495).

Anche il centro-destra dell’ex presidente Sarkozy lo ha negli stessi giorni  rieletto a suo alfiere, puntando su lui per arrivare nuovamente al potere. Sarebbe, nella seconda Repubblica, il primo ex presidente non rieletto in Francia quando si ricandida al secondo turno e il primo che, dopo un turno che lo ha visto sconfitto, se vincesse sarebbe rieletto. Mentre Hollande stesso va dicendo che lui forse, con il tasso di impopolarità che sta montando nei suoi confronti – gli insuccessi politici, quelli economici, le figure della sua vita privata ormai l’unica a fare titolo – ha addirittura lasciato capire di voler lasciar perdere.

Anche qui, è  la crisi dell’eurozona che sta sconvolgendo la politica francese dopo che Berlino, a riunificazione ottenuta, ha relegato di fatto Parigi a seconda potenza economica d’Europa. Nei prossimi mesi il paese dovrà passare per la tornata elettorale generale delle municipali il 23 e, al ballottaggio, il 30 marzo, col governo socialista ormai affondato nella gora stagnante di un’impossibilità di riformarsi come dicono “strutturalmente”.

Buttando a mare cioè tutti i contenuti e i simboli dell’unicité française (le 35 ore, uno stato assistenziale forte, la responsabilità e il potere dello Stato alla fine sempre preminente rispetto al privato...) cui sembra personalmente disposto il premier ma non proprio il presidente (che, invece, è quello che conta nel sistema disegnato gaullista ormai accettato da tutti – da destra a sinistra, questo sì – nel paese).

Il sistema elettorale a due turni probabilmente farà fuori la possibilità che il FN conquisti un gran numero di municipi e di consigli ma costringerà di fatto ancora una volta, pur democraticamente, il paese a scegliere per il “minor male” – cioè ancora il partito di Sarkozy o chi per lui – nella stretta fra il moscio e periclitante Hollande e la troppo rampante e aspramente retrò Mme Le Pen e anticipando, a meno di un rinnovamento vero capace di mantenere però i caratteri peculiari e distintivi della sinistra francese, quello che sarebbe altrimenti l’esito sembra quasi inevitabile dello scontro presidenziale e decisivo del 2017. Che qui, però, le dimissioni del presidente potrebbero sempre anticipare.

GRAN BRETAGNA

●I sondaggi stanno avvertendo di risultati terribili in arrivo, in Scozia (“un bagno di sangue”, scrive  la stampa) per i partiti tradizionali alle prossime elezioni generali britanniche del 7 maggio 2015. Qui, il partito nazionale scozzese, che alle ultime elezioni prese solo il 20% dei voti, ha più che raddoppiato lo score e oggi si attesta, secondo tutte le previsioni, al 43% dei suffragi. In questo pezzo di Gran Bretagna, dove solo pochi mesi fa i nazionalisti persero di poco il referendum per l’indipendenza, il partito laburista che con Blair e Brown aveva espresso i due ultimi premiers del regno prima della  coalizione tory/liberal-democratica, è crollato da oltre il 40% al 26 dei voti oggi.

Ma i conservatori sono, loro, scesi dal 17% del 2010 al 13% odierno, mentre il 19% dei voti liberal-democratici sono andati peruasi peduti mantenendosi solo sl 6%. duti, attestandosi oggi ad appena un 6%. Al momento le previsioni di tutti i sondaggi convergono su un risultato che dai 41 deputati laburisti a Westminster passa a soli 10, con l’SNP che da 6 passa a una maggioranza schiacciante di 45 dei 59 deputati che elegge la Scozia, i liberal-democratici che pagano la loro sciagurata e supina alleanza di governo coi conservatori che qui riesce a riprendersi solo 3 dei suoi 11 seggi attuali e i conservatori che continuano a languire con l’unico seggio scozzese che è loro al momento.

E si tratta di risultati che potrebbero ben suonare la campana a morto per ogni avanzata che il Labour di Ed Miliband sperasse di prendersi nel risultato nazionale globale. Su questioni di scelte politiche generali poi gli elettori scozzesi rovescerebbero come un calzino le opzioni del governo, ma anche quelle ufficiali, più blande ma analoghe, dell’opposizione laburista: sarebbero al 53% favorevoli, con il 23% soltanto contrari, a fissare in sede di parlamento regionale di Holyrood e fuori del controllo centrale di Westminster, i livelli della devolution fiscale, e sempre al 43% a favore e solo al 37% contro la chiusura totale del programma di deterrente nucleare affidato alle basi navali che, in Scozia, ospitano a Faslane, neanche a 50 Km. da Glasgow, la base operativa xddei sommergibili atomici britannici, i Trident (Guardian, 26.12.2014, T. Clark, Labour set for a bloodbath in Scotland in general election, poll says In Scozia, i sondaggi dicono che per i laburisti [e non solo per loro!] si prepara un bagno di sangue alle elezioni politiche http://www.theguardian.com/uk-news/2014/dec/26/labour-bloodbath-scotland-general-election-2015-snp-westminster).

GIAPPONE

●Il primo ministro Shinzo Abe sta cercando, e lascia affermare, che vuole risolvere presto almeno il più antico, forse, dei suoi contenziosi territoriali che il paese ha aperti: quello con la Russia che, per diritto di conquista e resa incondizionata con cui l’impero del Sol Levante registrò la sua sconfitta nella seconda guerra mondiale, perse le Isole Curili che i giapponesi chiamano i loro Territori del Nord (lo scrive The Moscow Times, 2.12.2014, Japan's Abe Looks to Settle Territorial Dispute With Russia Over Kuril Islands Il nipponico Abe vorrebbe concludere il contenzioso territoriale con la Russia ▬ http://www. themoscowtimes.com/news/article/japan-s-abe-looks-to-settle-territorial-dispute-with-russia-over-kuril-islands/ 5124 16.html) che però tale non è: cioè, un contenzioso vero e proprio, piuttosto la richiesta di riavere indietro un pezzo di territorio perduto.

Chiudendo questo conflitto, il Giappone si metterebbe anche in grado, a 70 anni ormai dalla fine della guerra di firmare un trattato di pace con Mosca. E si riparla ora, in effetti, di una visita a Tokyo nei prossimi mesi del presidente russo. E’ pure vero che, mentre si viene sempre più di frequente parlando di una incontro diretto tra Abe e il presidente cinese Xi Jinping, sull’altro lato del contenzioso che invece, nel Mar Cinese Orientale, vede il confronto-scontro politico tra Giappone e Cina sulla titolarità e il controllo delle isole che chiama Senkaku e i cinesi Diaoyu.

Pechino, intanto, mentre si mostra sempre disposta a parlare col Giappone su base bilaterale e senza interferenze altrui (degli USA, cui non riconosce sul tema diritto di parola) non sta ferma: ha iniziato a costruire una vasta base militare al largo della costa della provincia di Zhejiang, a una novantina di km. a sud-est della riserva naturale di Wenzhou, sulle isole Nanji, prossime proprio alle Diaoyu (South China Morning Post/Hong Kong, Agenzia Kyodo, 23.12.2014, China building large military base near disputed Diaoyu Islands La Cina sta costruendo una grande base militare vicina alle isole Diaoyu http://www.scmp.com/news/china/article/1667705/china-builds-military-base-islands-near-senkakus).

D’altra parte, il Giappone s’era già costruito ad aprile un centro di monitoraggio elettronico subito operativo sull’isola di Yonaguni a meno di 130 Km. dalle Senkaku/Diaoyu. E questa – le grandi antenne che si ergono ora sui punti più alti delle Nanji, le diverse piste di atterraggio che ora vengono pavimentate sull’isola, costituiscono l’inevitabile risposta cinese ai giapponesi.

I 52 tra isolotti e isole che a una novantina di km. di distanza dalle Diaoyu sono del resto  più vicini alle coste della  Cina di quanto le grande basi aeronavali di Okinawa, nipponiche e americane, lo siano al Giappone. L’UNESCO  ha elencato dal 1998, quando il contenzioso non era ancora emerso, 15 delle isolette Dyaoiu/Sensaku come riserve naturali in grado di rappresentare la diversità biologica unica della vita marina e della biosfera dell’arcipelago.

Nel lungo stallo che ormai da qualche anno tiene inchiodati Tokyo e Pechino a fissarsi negli occhi, alla fine pare che per primi si lascino andare e sbattano le palpebre i giapponesi... Su richiesta del governo Abe la città di Ishigaki ha cancellato la decisione di far condurre una già programmata ricognizione aerea di stampo ambientale delle isole Senkaku. E la notizia arriva (stessa fonte citata, sempre il SCMP di Hong Kong, 24.12.2014, Local Japanese government told to call-off flyover of survey of disputed Senkaku/Diaoyu― Il governo municipale locale cancella i sorvoli di ricognizione sulle contese Senkaku/Diaoyu http://www.scmp.com/news/asia/article/1668582/local-japanese-government-told-call-flyover-survey-disputed-senka ku-diaoyu) subito dopo, un giorno appena, che Pechino aveva annunciato la costruzione già in atto della sua base militare).

●In effetti, Pechino non molla. E, proprio adesso, apre – per ora solo in lingua mandarina, ma annunciando che provvederà rapidamente a metterne in rete anche le versioni francese, inglese e giapponese – un sito-web dedicato esclusivamente alla storia e alla geografi, alla versione cinese cioè obiettivamente però più fondata della controversia con Tokyo[9] di quella nipponica della controversia sulle Dyaoiu/Senkaku (Web-site della China State Oceanic Administration, 27.12.2014, che ripubblica, con altre anche assai antiche documentazioni di origine giapponese, a supporto ▬ http://english.kyodonews. jp/news/2014/12/329717.html).

●Di per sé, sull’altro fronte del contenzioso separato aperto con la Russia, anche se forse costa un po’ a uno come Abe impegnarsi, senza prima avergli strappato niente, di voler incontrare Putin, come del resto anche Xi, mettersi a discutere pubblicamente in fase preliminare in realtà costa concretamente assai poco. Anche perché qui le elezioni che Abe ha deciso di convocare, anticipandole con solo dieci giorni di preavviso... e non a caso subito dopo queste notizie prendono il fronte interno a lui avverso del tutto di sorpresa.

E, infatti, le annuncia l’ultimo giorno di novembre e sono adesso per subito, già il 14 dicembre. Però, secondo molti osservatori, il nodo su cui davvero votano i giapponesi non è tanto, stavolta, l’economia né il posto di un Giappone che, nel mondo, ha contenziosi aperti quasi con tutti i vicini. uais c on ttui i suoi vicini ,tuti i suoi vicini. Ma la stessa Costituzione e la natura di questo paese, trasformato all’occidentale con l’occupazione militare americana del dopoguerra mai del tutto digerita ma che lo ha realmente metamorfizzato annacquandone molto le tradizionali propensioni bellicose.

E oggi? Vince in ogni caso facile Abe (come, chiaramente si aspettava: meglio che alla precedente  tornata, quasi 290 seggi da solo, dei 475 in palio anche se col solo 52% degli aventi diritto e anche se per arrivare alla maggioranza assoluta continuerà a doversi appoggiare sulla stampella, piccola ma essenziale (35 seggi) degli alleati del Komeito, il partito di ispirazione nazional-buddista che, comunque, se decide  di farlo, resta l’unica forza in grado di condizionarlo.

Insomma, non è stato tanto un voto di fiducia nel governo di Abe, quanto un eclatante voto di sfiducia nelle forze di opposizione. Il problema vero di questa opposizione è che il partito di Abe da sempre, e sempre di più, copre tutto lo spazio politico, fagocitando in sé l’opposizione e il ruolo stesso dell’opposizione con le sue diverse ali liberal (quella social-culturale, quella social-economica): non a caso i media mondiali hanno chiamato per decenni il partito liberal-democratico giapponese come per decenni era stata chiamata la Democrazia cristiana in Italia: la balena bianca... (The Economist, 17.12.2014, Why Japan's opposition parties are so hopeless― Perchè I partiti di opposizione nipponici sono senza speranza http://www.economist.com/blogs/economist-explains/2014/12/economist-explains-17?zid= 309&ah=80dcf288b8561b012f603b9fd9577f0e).

Adesso bisognerà valutare in definitiva se avrà la forza per cambiare e far ingoiare all’opposizione e al paese – proprio come vuole fare da noi Renzi in Italia – ogni freno costituzionale e tradizionale alle sue ambizioni di protagonismo. E forse l’ostacolo maggiore che gli si oppone è ormai il suo insistere a riaprire le centrali energetiche nucleari che, dopo Fukushima, dicono i sondaggi mirati più precisi sul tema del voto, vedono sempre contrario almeno il 70% dei giapponesi (Guardian, 14.12.2014 [a urne ancora aperte J. Mc Curry, Japanese PM Shinzo Abe tightens grip on power with election victory Il premier nipponico Shinzo Abe, con la vittoria elettorale, ora stringe più forte le redini del potere http://www.theguardian.com/world/2014/dec/14/japan-shinzo-abe-election).

Anche se a poche ore dal voto arriva, improvvisa, la gran brutta notizia che il governo aveva sottostimato il calo di PIL del terzo trimestre (non a una contrazione pesante dell’1,6 sul secondo ma, addirittura, dell’1,9%). Intanto, Tokyo mentre riapre il colloquio finora impossibile con Mosca sulle isole Curili aveva provveduto a inviare a Mosca, in avanscoperta – forse anche a spostare l’attenzione sul dossier estero dalle scelte di politica economica interna – una delegazione di alto livello delle Forze aeree di autodifesa giapponesi a discutere di come prevenire incidenti aerei incoraggiando forme di cooperazione tra le due forze aeree, nell’area del contenzioso bilaterale  territoriale.

I due paesi sembrano, comunque – e è una novità – più interessati di ieri a un dialogo su tutta la questione. All’esportazione di gas naturale e petrolio russo, il Giappone del resto offre un altro sbocco importante che, in qualche modo e soprattutto, andrebbe sicuramente a scontrarsi contro i desiderata sanzionatori degli americani (ITAR-Tass, 10.12.2014, Japan, Russia to hold consultations on incident prevention in airspace― Giappone e Russia terranno consultazioni sulla prevenzione di incidenti negli spazi aerei rispettivi http://itar-tass.com/en/russia/766071).

In ogni caso, Abe si rende ben conto che l’ostacolo primo da superare per arrivare come vuole a riformare la Costituzione in un senso che gli consenta maggiore libertà di muoversi anche militarmente se lo reputa necessario nella region. La prima mossa, mentre conferma tutti i membri del Gabinetto uscente, è quella di rimpiazzare, approfittando di voci di un qualche suo marginale coinvolgimento in scandali ministeriali di tipo finanziario, proprio il ministro della Difesa Akinori Eto, in realtà non del tutto convinto della linea potenzialmente più assertiva, come si dice, di politica internazionale del nuovo Giappone.

Lo sostituisce Gen Nakatani, l’ideologo già ministro del primo governo di Abe che nel 1997 rilanciò il movimento storico revisionista Nippon Kaigi― la Conferenza nipponica che anima la linea revisionista e che guarda con benevola nostalgia senza arrivare apertamente a riproporla alla politica militare imperialista che guidò il Giappone di Hirohito alla disfatta nella seconda guerra mondiale: un movimento da sempre molto influente nel partito liberal-democratico ma che non ha mai sfondato nell’opinione, pure largamente conservatrice del Giappone post-bellico (New York Times, 24.12.2014, M. Fackler, Shinzo Abe Has Eyes on Revising Constitution in Japan―  Shinzo Abe punta a rivedere la Costituzione giapponese http://www.nytimes.com/2014/12/25/world/asia/japan-shinzo-abe-begins-new-term-with-push-to-revise-constitution.html).


 

[1] Come insegnava Adam Smith, il fondatore e l’inventore del capitalismo moderno (1723-1790) anche se molti dei suoi sedicenti seguaci lo ignorano – o, peggio, fanno finta – il pubblico, l’autorità politica, il “bene comune”, come in ultima istanza lo definisce legittimamente solo lo Stato, è l’unica autorità che ha il diritto di interpretare per tutti, appunto il “bene comune”imponendole nel’interesse più equilibrato della comunità a chi, altrimenti, lo piegherebbe – perché la natura umana è fatta così – ai propri interessi, quelli dettati dal proprio egoismo, dal tornaconto di chi è in grado di esercitarlo dato il proprio relativo maggiore potere.

    Ricordava con grande efficacia, infatti, e certo i suoi epigoni dell’Istituto neo-cons e affini che, celebrando il liberismo selvaggio, tradisce il suo vero messaggio (A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393: la proposta di autoregolamentarsi, di lasciare autoregolarsi il mercato, proveniente da chi ha interessi privati – scriveva – “va sempre considerata con la più sospettosa attenzione”. Infatti, “viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico e che ha invece generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico. E che, anzi e di fatto, in molte occasioni l’ha ingannato e oppresso”).

   E come, con oltre due secoli di anticipo Smith aveva lucidamente previsto, ora Uber si dice pronta ad applicare regole più dure e obbligatorie ai suoi associati, prevedendo controlli e verifiche di qualità e garantendoli. Ma, appunto, come lui aveva detto, quelle regole vorrebbe farsele e gestirsele da sola: per autoregolamentazione... Solo che il suo “interesse non coinciderà mai esattamente con quello del pubblico (Uber.blog, 17.12.2014, Phillip Cardenas, Our Committment to Safety Il nostro impegno per la sicurezzahttp://blog.uber.com/safety).      

[2] Come qui abbiamo spiegato diverse volte, questo è l’acronimo in una variazione araba del nome della formazione terroristica: al-Dawla al-Islamyia fil Iraq wa’al Sham. Preferito dai suoi nemici perché non usa il termine Islam e neanche quello di Stato riferito ad esso e aborrito dai suoi sostenitori per lo stesso motivo. Sono in specie studiosi e esponenti autorevoli delle comunità islamiche, non della gerarchia – che come tale nell’Islam non esiste – ad avercela col termine stesso di Stato islamico. Che utilizzano invece ormai spesso al plurale, “daw’aish”: col senso e il significato specifico di “bigotti prepotenti”. A Mosul, dove sono arrivati lo scorso settembre ad imporre la loro legge, almeno una decina di iracheni, curdi ma anche sunniti, sono stati puniti con la bucatura della lingua per aver sfidato e disprezzato  la corretta dizione.

   La valutazione resa pubblica dal generale americano che comanda le forze della nuova e parecchio spuria coalizione internazionale anti-SI, il ten. gen. James Terry, durante un briefing – per definizione, cioè, un evento propagandistico tenuto al Pentagono – sui  progressi dell’operazione congiunta e le personali sue aspettative, è che ci vorrà un minimo di tre anni per esercitare un rovesciamento nei rapporti di forza sul terreno, sconfiggendo, cioè riducendo all’impotenza, il nemico (Al Arabiya, 18.12.2014, Anti-ISIS fight to take at least three years: U.S. general―Il generale comandante della coalizione anti-Da’ish dice che il conflitto prenderà al minimo ancora tre anni http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/12/18/U-S-general-says-anti-ISIS-fight-to-take-at-least-3-years.html).

    Tra parentesi. Nel corso di tutto il suo briefing Terry, spiegando che lo fa su richiesta esplicita degli Stati arabi membri della coalizione, utilizza sempre il termine Da’ish – mai Stato Islamico (IS) o Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) o Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) per identificare il nemico.     

[3] D’altra parte, scrive un famoso attivista palestinese dei diritti del suo popolo, un intellettuale universitario residente negli USA (New York Times, 2.12.2014, letters, Omar Barghouti ▬ http://www.nytimes.com/2014/12/02/opinion/democracy-and-religion-in-israel.html?src= twr&_r=0), Israele ha già più di 50 leggi che discriminano contro i suoi cittadini  arabo-palestinesi in ogni campo... e [perfino!] il dipartimento di Stato americano ha criticato Israele per il suo sistema di ‘discriminazione istituzionale, legale e sociale’.

  Il fatto che la Dichiarazione di fondazione e di indipendenza dello Stato di Israele faccia esplicita menzione dell’ ‘uguaglianza’ in diritto di tutti i cittadini del paese non ha in realtà alcun peso giuridico. Solo le cosiddette Leggi fondamentali di Israele hanno potere effettivo e – deliberatamente, io dico – omettono qualsiasi menzione di questa ‘uguaglianza’ e, anzi, privilegiano – sempre deliberatamente – l’ebraismo dovunque si manifesti nel mondo sui cittadini non ebrei dello Stato quanto a diritti fondamentali e/o accesso alla stragrande parte del territorio che lo Stato controlla.

  E, infine, c’è anche una patetica clausola illiberale nella nuova legge che adotterebbe ufficialmente la halacha―  la legge ebraica, ad arbitra delle controversie se e quando la legislazione civile risulti di interpretazione ambigua. E sarebbe l’ultimo chiodo sulla bara della dubbia rivendicazione di Israele alla democrazia e alla non discriminazione su base religiosa”.

[4] C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, Livorno, Marco Coltellini ed., 1764, cap.XVI, Della tortura, cioè del mistero per cui secondo loro “il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile”. Ma a questo proprio non serve, mentre “è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti” http://it.wikisource.org/wiki/Dei_delitti_e_delle_pene/Capitolo_XVI).

[5] Krugman parla di un tasso di sconto che ormai è al 13% sui titoli decennali. Ma è dello stesso giorno, nel pomeriggio,  la notizia della Elvira Nabiullina, di aver portato quel tasso chiave di interesse al 17%, l’aumento maggiore dal 1998 (e questa è la sesta volta che succede nel 2014 – Agenzia Bloomberg, 15.12.2014, Russia raises rate 650 bps to 17% to protect ruble― La Russia alza il tasso principale di sconto di 650 punti base al 17% per proteggere il rublo http://www.centralbanknews.info).

[6] In effetti, riferisce l’Associated Press in un suo sondaggio fatto effettuare professionalmente a Mosca, coi criteri e i parametri della Gallup (A.P, 17.12.2014, L. Mills e Lynn Perry, 81% back Putin even as ruble falls Con tutta la caduta del rublo, l’81% dell’opinione pubblica sostiene Putin http://bigstory.ap.org/article/579bd346e6d54c86953bd046b5439f 52/poll-80-percent-back-putin-even-ruble-falls).

   Certo, “ben” l’84% di chi segue i programmi della televisione qui è favorevole a Putin e “solo” il 73% nel caso che non li seguano... Ma il dato è significativo, e dovrebbe dirci pur qualcosa, no?, il fatto che nelle democrazie occidentali – tutte elenca Gallup – pur con tassi di gradimento tutti sotto il 50%, succede lo stesso...   

[7] Nel tempo, comunque, sempre molto più ravvicinati (Agenzia A.P., 5.12.2014, Ken Miller, Gas prices below $2 a gallone in Texas, Oklahoma― I prezzi della benzina sotto i $2 a gallone [sui 4 litri] nel Texas e in Oklahoma http://bigstory.ap.org/article/e5f065 8c812542048a4b4ae0de681a13/gas-prices-below-2-gallon-texas-oklahoma), poi solo tre  o quattro  giorni dopo il prezzo al barile si stabilizza intorno a 60 $, il più basso da 5 anni (CNBC, 11.12.2014, Oil steadies about 5 year low ▬ http://www.cnbc.com/id/102258403). 

[8] Vedi il lavoro recente di quantificazione di questa perdita svolto e presentato per la Johns Hopkins University, 5. 2014, da Laurence Ball, Long term damage from the great recession in OECD countries Il danno di lungo periodo della grande recessione alle economie OCSE http://www.econ2.jhu.edu/People/Ball/long%20term%20 damage.pdf).

[9] Vedi anche Partial Submission Concerning the Outer Limits of the Continental Shelf beyond 200 Nautical Miles in the East China Sea Sottomissione [o esibizione] preliminare delle prove relative ai limiti esterni della piattaforma continentale al di là delle 200 miglia nautiche nel mar Cinese Meridionale— la dizione ufficiale della documentazione in questione, nel gergo onusiano (UN Oceans and Law of the Seas-Division for Oceanic Affairs, 18.12.2012, Commission on the Limits of the Continental Shelf (CLCS) Outer limits of the continental shelf beyond 200 nautical miles from the baselines: Submissions to the Commission: Submission by the People's Republic of China Commissione sui limiti della piattaforma continentale (CLCS) Limiti esterni della piattaforma oltre le 200 miglia nautiche a partire dalla linea base costiera: Presentazioni alla Commissione: Presentazione della Repubblica della Cina Popolare – testo pubblicato in lingua  inglese e francese ▬ http://www.un.org/Depts/los/clcs_new/ submissions_files/chn63_12/clcs_63_2012.pdf e, nel testo cinese (cartine e documentazione geologica) ▬  http://www.un.org/Depts/los/lcs_new/submissions_files/hn63_12/executive%0summa ry_CH.pdf).