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     01. Nota congiunturale - gennaio 2013

      

  

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01.01.13

 

Angelo Gennari

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc344720294 \h 1

nel mondo.. PAGEREF _Toc344720295 \h 1

La vera maledizione dei Maya…... PAGEREF _Toc344720296 \h 1

●● Uno scombiccherato paese dove il diritto dei folli a sparare conta sempre più di quello dei bimbi a campare. PAGEREF _Toc344720297 \h 3

in Cina.. PAGEREF _Toc344720298 \h 5

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais.. PAGEREF _Toc344720299 \h 11

EUROPA.... PAGEREF _Toc344720300 \h 30

Ecco l’Europa ripresa dallo spazio di notte…,ma  con un po’di buon senso, sarebbe più grande, no?.............. PAGEREF _Toc344720301 \h 30

Monti e la sua Agenda (che in tanti, speriamo abbastanza, contiamo proprio di non veder mai realizzata)... PAGEREF _Toc344720302 \h 32

Robin, la nuova direttiva di Bruxelles dice di rubare a tutti e dare direttamente alle banche!. PAGEREF _Toc344720303 \h 36

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc344720304 \h 40

In concorrenza tra loro…: anche gli elfi ormai, spesso, non hanno lavoro…... PAGEREF _Toc344720305 \h 40

Il baratro fiscale… proprio ora che mi prude il naso?. PAGEREF _Toc344720306 \h 42

Il modello di decenni di politica estera americana… sempre uguale nel Terzo mondo. PAGEREF _Toc344720307 \h 45

GERMANIA.... PAGEREF _Toc344720308 \h 46

FRANCIA.... PAGEREF _Toc344720309 \h 48

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc344720310 \h 50

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc344720311 \h 51

Braccio di ferro?. PAGEREF _Toc344720312 \h 52

La confusione (e spesso non solo cronologica, purtroppo…) del nuovo/vecchio PM giapponese. PAGEREF _Toc344720313 \h 54

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

● La vera maledizione dei Maya…

Ma perché siete tanto scuri?   [in fondo il 13° b’akt’un (ciclo, ognuno di 400 anni) del calendario Maya è stato un flop, no?]   

LA FINE E’ VICINA:         TORNA BERLUSCONI!! 2013!                 E, comunque, il 2013 non sembra proprio che sarà un picnic

 

Fonte: The Economist, 14.12.2011, KAL

Già, in fondo l’ottimista è solo un pessimista male informato… o, se volete, viceversa

 

●A gennaio 2013, l’agenda politico-istituzional-economica globale prevede:

il , l’Irlanda assume la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione;

sempre il , la presidenza del G-20 passa alla Russia;

il 3 gennaio, esce di scena negli USA il 112° Congresso;

il 10 gennaio, si inaugura la nuova presidenza in Venezuela… se Chávez potrà…;   

il 20 gennaio, in Germania, elezioni nel Land della Bassa Sassonia;

il 21 gennaio, negli USA, inaugurazione della seconda presidenza di Barak Obama;

• il 22 gennaio, elezioni parlamentari in Israele;

• il 23 gennaio, elezioni parlamentari in Giordania.

●Questo dicembre (non era in agenda… ma forse, sulla base del calcolo stesso delle probabilità  avevamo sbagliato a non metterlo in previsione, vista la natura della bestia di cui si discute[1]…) è stato segnato dal Götterdämmerung, dal crepuscolo sanguinoso decretato da un povero ragazzo psicopatico per sé ma prima, purtroppo, per una ventina di bimbi della Sandy Hook Elementary School di Newton, nel Connecticut: il solito pazzo americano, sguinzagliato come tanti matti a sparare un po’ in ogni parte del mondo, come si sa; ma che non sempre, anzi solo – o quasi solo – in questo paese, possono liberamente trovare il modo di armarsi per decisione politica di una società irresponsabile di non mettere filtro alcuno tra loro e il possesso di armi micidiali.

Ha fatto notare una notazione tragicamente mordace (New York Times, 15.12.2012, G. Collins, Looking for America Alla ricerca dell’America http://www.nytimes.com/2012/12/15/opinion/collins-looking-for-america.html?ref =global-home) che, grazie al secondo emendamento alla Costituzione americana passato nel 1791, quando i moschetti venivano ricaricati con stoppaccio e bacchetta ma in vigore oggi quando si tratta di armi automatiche a ripetizione che sparano oltre 100 colpi al minuto “Ogni paese ha il suo congruo contingente di cittadini mentalmente incapacitati. Questo, però, è l’unico che gli dà legalmente il potere tecnologico di giocare ad essere Dio”.

E non c’è un solo politico che abbia seriamente il coraggio non di provare ma di impegnarsi ad esigere un voto esplicito e chiaro e motivato di chiedere la cancellazione di una misura che aveva un senso quando il paese usciva da una rivoluzione fatta con quelle carabine da contadini, merciai e intellettuali che di quegli archibugi monouso ad acciarino si armavano contro l’esercito colonizzatore britannico.

Non un solo politico, neanche il presidente, che pure è convinto di come agire e non più solo piangere sarebbe ormai inderogabile (ai funerali, a un certo punto, è come esploso dicendo a tutta l’America che “bisogna mettere fine, una volta per sempre, a queste tragedie: e per mettere loro fine, dobbiamo cambiare”, neanche lui a quasi un mese dal fatto ormai, dice al paese come farlo. Per costringerlo a capire che, al contrario di quanto forse era duecento anni fa, alla fine della guerra di indipendenza, oggi una società armata è l’esatto contrario di – anzi, è proprio incompatibile – con una società civile. “Ma se non ora – chiede quasi disperatamente un altro osservatore – quando? dopo la prossima sparatoria?”.

Forse, anche essendo giustamente impietosi, queste reticenze dello stesso Obama sono pure dovute alla rilevazione che sembrerebbe, però, coerente che quanto lui stesso è venuto dicendo per i suoi bimbi assassinati a Newton, Conn., da un adolescente impazzito si applica, si deve applicare, anche ai bimbi afgani assassinati in Pakistan dai suoi aerei senza pilota ma comandati da un presidente americano del tutto compos sui.

Ed è certo difficile dire qualcosa di umanamente sensato, quando il suo consigliere capo dell’antiterrorismo, tal Bruce Riedel, professore “esperto” accademico di antiterrorismo se ne esce a dire parlando dei “danni collaterali” di quegli aerei senza pilota – anche e proprio di quelli che subiscono i bambini afgani, pakistani o altri che, pur ormai a centinaia – spiega – bisogna falciare “come ogni tanto è necessario con costanza falciare il prato perché, altrimenti appena smetti di falciarlo, ricrescono tutte le erbacce(Washington Post, 23.10.201 ▬ http://articles.washingtonpost.com/2012-10-23/world/3550 0278 _1_drone-campaign-obama-administration-matrix).

Fa il parallelo con quanto diceva l’ambasciatrice di Clinton all’ONU: che i 500.000 bambini iracheni morti a causa delle sanzioni che impedivano all’Iraq di Saddam di importare e pagare le medicine di cui aveva bisogno per curarli erano “un prezzo che valeva la pena pagare(sentitela, e guardatela, dirlo intervistata live alla CBS Tv, 60 minutes, 12.5.1996, video ▬ http://www.youtube.com/watch?v=_ Ftnw7YlDwQ). E’ il cinismo naturale, normale, spontaneo di questo popolo tanto profondamente ipocrita quanto sicuro della propria superiorità morale che mai – mai! – avverte il bisogno di dimostrare ma della cui necessità è avvertito: quello per cui lui vale dieci, gli altri gradualmente giù, fino a sottozero…

Sembra proprio che sbagli, però, chi si chiede quel “se non ora, quando?(New York Times, 14.12.2012, C. M. Blow, A Tragedy of Silence Una tragedia silenziosa http://www.nytimes.com/2012/12/15/opinion/blow-a-tragedy-of-silence.html?ref=global-home), visto che la reazione più diffusa al massacro, asciugate le lacrime, ri-ingurgitati i singhiozzi, pare in questa società un’altra. Dominante, sempre maggioritaria, documentata in questo stesso editoriale, è quella tipica di un fabbricante d’armi che conclude come, invece, “questa nuova tragedia sottolinei solo l’urgenza di cancellare il divieto di portare le armi nelle scuole”:  che vige ancora – purtroppo, soggiunge – troppo di frequente…

E’ la tesi orwelliana introiettata dalla società del Grande Fratello, che “la guerra è pace, l’ignoranza è forza, la libertà è schiavitù[2]”: la tesi è che se bambini, bidelli e maestri della scuola fossero stati adeguatamente armati, magari di bazooka e bombe a mano, chi sa? Sì, questo è sicuramente un paese profondamente malato, di iper-individualismo.

Pure, già parecchi anni fa Michel Foucault aveva provato, nel suo studio dettagliato dei meccanismi del potere[3], e Berlusconi ha poi documentato con la sua stessa deleteria esistenza persistendo tuttora a dimostrarlo, che nulla più dell’individualismo estremo è consono e utile a chi ha il potere.

● Uno scombiccherato paese dove il diritto dei folli a sparare conta sempre più di quello dei bimbi a campare

La violenza delle armi                                                   Io userò tutto il potere che ho per fermare questi massacri…

                                          Vite sacrificate                     … allora stiamo proprio tranquilli

Fonti: PolCart.com, D. Granlund, 14.12.2012                 IHT, R. Chappatte,18.12.2012

●Può essere che adesso sia l’ottusa chiusura della leadership repubblicana, che già segnala la sua riluttanza a facilitare il passaggio di qualsiasi misura seria, concreta, capace di tarpare almeno un po’ i profitti ai venditori e le ali agli utilizzatori di armi senza controllo, a costringere Barack Obama a una battaglia che ha fatto di tutto per evitare ma che la maggioranza di quanti hanno votato per lui ora cercheranno di imporgli (New York Times, 19,12,2012, M. D. Shear, Obama Vows Fast Action in New Push for Gun Control Obama promette di muoversi rapidamente nella sua nuova spinta per un controllo più rigido delle armi… ▬ http://www.nytimes.com/2012/12/20/us/politics/obama-to-give-congress-plan-on-gun-control-within-weeks.html?ref=global-home).

Che a vederlo pare un titolo di per sé ‘positivo’ ma, leggendo l’articolo, rende chiaro come, in realtà, tutto dipende non dall’iniziativa che assume il presidente ma dal fatto che “i repubblicani hanno già dichiarato l’opposizione dura che resta la loro a nuovi limiti da imporre alle armi da fuoco: apprestando il campo per quella che potrebbe essere una dura battaglia legislativa”— sempre che lui, il presidente, decida poi di combatterla.

Perché la sua riluttanza a ingaggiare battaglie politiche dure nelle quali pure mostrava e mostra  davvero di credere – soprattutto quelle di principio, come questa – ma anche quelle concrete a favore dei deboli e contro i poteri forti – sta ormai diventando proverbiale (vedi più oltre, qui, nel capitolo STATI UNITI la resa che, secondo alcuni tra i più preparati dei suoi, sta già preparando).

●Una corte d’appello statunitense ha aderito alla richiesta dell’Argentina di bloccare l’ordinanza di un tribunale americano di prima istanza che le ordinava di rimborsare entro un mese 1 miliardo e 330 milioni di $ a pieno gli investimenti in titoli suoi di prima del 2001, del default di quella fine d’anno e dell’accordo di ristrutturazione del debito sovrano che era stato invece – e certo obtorto collo – accettato dalla stragrande maggioranza dei bonds argentini (Finanza.com, 29.11.2012, Argentina vince il ricorso, default [ma è una sciocchezza: non di fallimento, comunque, si tratterebbe] scongiurato http://intermarket andmore.finanza.com/argentina-vince-il-ricorso-default-al-momento-scongiurato-51207.html).

●L’economia del Brasile registra nel terzo trimestre una crescita anemica, a livelli deludenti, appena lo 0,6% con un risultato che, con previsioni di crescita per tutto il 2012 ora ridotte più o meno all’1%, sembra gettare dubbi seri sul progetto della presidente Rousseff di rilanciare con forza la crescita del PIL. E partono le polemiche, inevitabili, tra gli economisti di scuola ortodossamente convenzionale che accusano i suoi piani di eccessivo gigantismo e ingerenza di marca statalista (grandi investimenti nel Nord povero del paese anzitutto) e chi li accusa, invece, di eccessiva prudenza. Certo è che, rispetto al 2010, l’ultimo ano della presidenza di Lula quando il Brasile ancora resisteva bene alla crisi globale, tenendosi su una crescita del 7,5% c’è una bella differenza.

Ma la forte rete di difesa sociale dei meno abbienti che, con Dilma Rousseff, si è sviluppata anche più che con Lula in parallelo con l’aggravarsi della crisi, anche e ad esempio con l’aumento della tassazione sullo sfruttamento del petrolio che adesso è destinato a finanziare grandi programmi di istruzione pubblica diffusi capillarmente in tutto il paese, ha fatto uscire dai gangheri non pochi dei masters come chiamano qui os petroleiros, gli abbienti e i terratenientes ma mette governo e capo dello Stato ancora largamente al riparo dalla contestazione. Non da quella, però, si capisce, dei ricchi (New York Times, 30.1.2012. S. Romero, Brazil Registers Anemic Growth, Surprising Economists Il Brasile registra crescita anemica, sorprendendo gli economìsti http://www.nytimes.com/2012/12/01/world/americas/brazil-registers-slow-economic-growth-in-3rd-quarter-shocking-economists.html?ref=global).

●Hugo Chávez, il presidente del Venezuela, ha annunciato che il cancro per il quale è stato operato si è ripresentato, ha nominato come da Costituzione il successore nella figura del vice presidente Nicolás Maduro e è poi volato nuovamente a Cuba per la rimozione di cellule maligne là dove (il cancro pelvico originariamente individuato nel giugno 2011) aveva già subito due interventi con una terza operazione chirurgica di sei ore.

E Chávez non sottovaluta affatto il problema parlando apertamente, stavolta, ai suoi di preparasi per ogni circostanza imprevista che imponga un cambio, cioè dice lui l’assicurazione di una continuità scelta dal popolo per il paese: a ottobre venne rieletto presidente con una maggioranza larga malgrado lo sforzo straordinario dell’opposizione e dai suoi sponsors nord-americani per eliminarlo alle urne. Il suo mandato ricomincia formalmente, ora, col giuramento dell’11 gennaio. Ma c’è anche il dubbio, ormai, se sarà in grado di prestarlo.

La Costituzione prevede che, se la morte o la permanente inabilità del presidente dovessero verificarsi nel corso dei primi quattro anni del mandato, entro trenta giorni si dovranno tenere nuove elezioni: quelle per le quali adesso Chávez designa a successore Maduro. Ma, certo, senza Hugo Chávez, la vittoria di Maduro contro il suo possibile avversario interno allo chávismo, il presidente della Camera Cabello, e soprattutto contro colui che a ottobre venne sconfitto da Chávez, il candidato della destra Capriles, non è garantita.

Adesso, le elezioni dei governatori e delle legislature di 23 Stati  federati che si sono tenute a metà dicembre hanno anzitutto confermato il legame del paese con Chávez, eleggendo i suoi candidati in 19 occasioni e  riduce il numero dei governatori dell’opposizione a solo due da otto che erano.

Certo, uno dei due, lo Stato di Miranda, uno dei più grandi e maggiori del paese (il più grande, Zulia, è stato invece vinto dagli chávisti stavolta) eletto a larga maggioranza proprio Hector Capriles che, praticamente, s’è così garantito il posto dello sfidante se e quando si riandrà alle presidenziali

   (1) The Economist, 15.12.2012, Preparing to pass the torch Preparando il passaggio del testimone http://www.economist.com/news/americas/21568377-seriously-ill-hugo-ch%C3%A1vez-names-nicol%C3%A1s-maduro-pictured-right-his-successor; 2) New York Times, 16.12.2012, W. Neuman, Chávez Party Wins Vote Amid Uncertainty Il partito di Chávez vince, in mezzo all’incertezza [incertezza di chi fa il titolo, quella in cui sperava  l’opposizione, ma assolutamente smentita – come si vede chiaro,no? – dagli elettori venezuelani] http://www.nytimes.com/2012/12/17/ world/americas/chavez-party-wins-vote-amid-uncertainty.html?ref=global-home).

●L’Uzbekistan ha deciso, e comunicato al governo del Tajikistan ma non da governo a governo bensì direttamente con una notifica che Uztransgaz, l’impresa esportatrice, ha trasmesso all’ente tagiko, il Tojiktransgaz, che importa il suo gas e che, dall’ultimo dell’anno, sospenderà le sue forniture di gas naturale al paese “vicino e confratello”. Su temi come energia, demarcazione dei confini e immigrazione, Taškent ha da tempo aperto un acido contenzioso con Dushambe e viceversa (Stratfor, Global Intelligence, 29.6.2012, Uzbekistan Steps Back From a Regional Security Alliance L’Uzbekistan fa un passo indietro dall’Alleanza regionale di sicurezza [coi russi] http://www.stratfor.com/analysis/uzbeki stan-steps-back-regional-security-alliance).

Da qualche mese, del resto, basandosi anche sulla sua relativa indipendenza energetica, Taškent ha sospeso proprio la partecipazione all’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza collettiva che aveva con Russia, Armenia, Kazakistan, Bielorussia, Kirghizistan e Tajikistan, oltre appunto all’Uzbekistan: sempre il meno convinto, però, tra tutti questi alleati. E ora sono i tagiki ad accorgersi di quella che, per loro, è una pericolosa, obiettiva, specifica dipendenza che li costringe ad abbassare le penne (Agenzia Khovar/Dushambe, 24.12.2012, Tajik premier writes Uzbek counterpart for talks Il premier tajico scrive a quello uzbeko chiedendo di parlare http://www.khovar.tj/eng/foreign-policy/3589-tajik-premier writes Uzbek counterpart.html).

Oqil Oqilov vorrebbe aprire – o, meglio, riaprire – colloqui con Shavkat Mirzyoyev sulla decisione unilateralmente assunta dagli uzbeki di sospendere l’export del gas. Spiega il ministro tajico di Energia e Industria, Sherali Gul, che la fornitura ha già cominciato, quotidianamente, a calare, Ma non viene fuori niente di nuovo nella proposta di Sushambe a Tašhkent che sembri in grado di attirare al momento l’interesse.

in Cina

●Alcuni membri del governo hanno reso noto che sono in corso riunioni per discutere, “con ampia partecipazione popolare” stavolta, degli emendamenti che migliorerebbero leggi e prassi con cui viene compensata l’espropriazione di terre agricole. In futuro verrà meglio tenuto conto del valore effettivo che tenga conto in modo più attento ai diritti delle persone di case d’abitazione, appezzamenti di terra coltivata, costo degli spostamenti necessari, costi di sicurezza sociale.

Si tratta di misure messe urgentemente allo studio dopo che una serie di vaste e forti proteste hanno scosso il paese negli anni passati in occasioni di questo tipo che hanno messo in evidenza conflitti profondi insiti nel modo con cui si è andata sviluppando in questi ultimi decenni gran parte della Cina che resta rurale (Agenzia Euronews, 24.12.2012, China to improve land compensation scheme to help stability La Cina, per aiutare la stabilità sociale, renderà più efficaci [e equi] gli schemi di compensazione per la requisizione delle terre agricole http://www.euronews.com/newswires/1769036-china-to-improve-land-compensa tion-scheme-to-help-stability/).

●La borsa di Shanghai ha toccato a fine novembre il punto più basso del valore medio (l’indice) dei titoli trattati, cadendo del 10% nel corso del 2012: a paragone, la borsa di Hong Kong ha invece visto apprezzare il valore medio del proprio indice, l’Hang Sen dove pure si trattano molti titoli cinesi, del 18%.

In altri termini (nota malignamente The Economist, 30.11.2012), la grande armata degli investitori, ma anche e soprattutto dei milioni e milioni di piccoli risparmiatori cinesi che da qualche anno hanno cominciato a frequentare la borsa, malgrado i segnali di tenuta e anzi di ripresa economica del paese – soprattutto, poi, rispetto agli altri grandi mercati – resta nervosa sulla vera intenzione del nuovo allineamento del vertice politico annunciato al 18° Congresso del PCC di procedere sulla strada delle riforme economiche.

Ora, questo è sicuramente un modo legittimo di leggere la situazione. Ma è anche del tutto soggettivo, colorato dalle lenti del capitalismo finanziario che tanto sta a cuore all’Economist. Perché un’altra lettura – secondo noi più legittima perché più razionale e più probabile – potrebbe invece interpretare certe reticenze del piccolo risparmiatore medio cinese come quelle di chi, con la leggendaria saggezza di quella cultura e di quella tradizione, non si fida ancora – diciamo noi per sua fortuna e prudenza del gioco d’azzardo allo stato puro che rappresenta proprio la borsa. Anche e, forse, in specie la loro… meglio quella di Hong Kong così, appena più lontana anche se è poi sempre cinese, sotto la sovranità anche se con un  po’ di autonomia formale rispetto a Pechino.

●L’ufficialissimo National Intelligence Council che lavora direttamente per la CIA e il cosiddetto Zar che tra immense difficoltà di ordine burocratico delle 16 separate agenzie di tutta la piovra dell’intelligence americana – tentacoli che si aggrovigliano e si ostacolano a vicenda dell’unica piovra che egli dovrebbe teoricamente coordinare ma che competono tutte ferocemente tra loro – venne costituito ufficialmente quando, dopo l’11 settembre, in America, al Pentagono e alla Casa Bianca, si resero conto che avevano avuto a disposizione le informazioni necessarie a evitare la strage delle Torri gemelle e i suoi annessi e connessi.

Ma sparpagliate tra tutti e tra tutte loro come risultato di torture, indagini, spiate, intercettazioni e informazioni (miliardi di input diversi che per loro natura nessuno era autorizzato a riferire a nessuno e nessuno aveva l’autorità di collazionare, mettere insieme e su portare insieme a ragionare ilo sistema. A quel punto venne creato l’NIC.

Che non pare aver migliorato granché efficienza e costi del marchingegno, né ridotto (anzi!) le dimensioni dell’elefante spionistico (oltre 1 milione e mezzo di dipendenti: non lontano dall’1% degli americani, altro che il vecchio e glorioso KGB di staliniana e, poi, brezneviana memoria!). Roba pachidermica, sì: e senza contare tra l’altro, gli agenti e gli informatori che “coltivavano” all’estero.

In diversi periodi, per impudente ammissione degli stessi arruolati, gente di diverso rilievo, costo e anche… peso: come l’ex giornalista e deputato del PDL Roberto Farina (l’agente Betulla) e nientepopodimeno – o, meglio, nientepopodipiù… – che, quando era ancora nel PCI, il giovane Giuliano Ferrara che poi fece lui stesso, “l’elefantino, appunto” – tra lo spudorato e il protervo, il suo outing in materia – (Il Foglio,  15.5.2003, G. Ferrara:  “per un anno circa, tra la fine del 1985 e la fine del 1986, tra i tanti lavoretti fatti da F. c' è anche quello di informatore prezzolato della Cia”, cit. anche in la Repubblica, 15.5.2003, Ferrara: l’informatore della CIA http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/ 05/ 15/ferrara-io-informatore-della-cia.html). E anche, risulta, a buon prezzo: del resto, per il livello delle informazioni che gli passava…

Questo, quanto all’NIC, al suo ruolo, alla sua autorevolezza e alla sua, tutto sommato, discutibile affidabilità… C’è un problema curioso, di fondo con questi analisti di intelligence: non sembrano mai in grado di predire granché su quel che avverrà domani o dopodomani, anche se magari lo hanno messo, o hanno contribuito loro stessi a metterlo, in moto (esempio, uno solo: il disastroso attacco georgiano e l’esito inevitabile che avrebbe comportato per la Georgia la controffensiva russa messa in moto dai bushotti (Cheney, Condoleezza, i neo-cons, ecc.) nel 2008 che nessuno aveva incredibilmente previsto, e poi si azzardano fiduciosi a mettere per iscritto previsioni possibili anzi probabili di qui a 20 anni…

Così, adesso, eccoli a mettere avanti le mani e a annunciarlo. Adesso, con questo corposo studio firmato da autorevolissimi analisti e testimoni, durato ben quattro anni e di cui parla a lungo il NYT: gli USA secondi, la Cina prima, ma si sapeva già da molto tempo, però – dice – con gli USA un po’ meno o molto meno – questo non è ancora chiaro – dipendenti dall’estero per l’approvvigionamento energetico— contano, e come se già tutti i problemi in sospeso fossero stati risolti – ambiente sicurezza e costi: tutti ancora interrogativi aperti, invece – sul fracking delle scisti bituminose. 

   (1) New York Times, 10.12.2012, T. Shanker, U.S. Forecast as No. 2 Economy, but Energy Independent Gli USA prevedono di diventare [di qui al 2030] la seconda economia, però indipendente [allora] quanto al fabbisogno energetico [epperò, epperò… prima, e a buona distanza, sarà sicuramente la Cina…] http://www.nytimes.com/2012/12/11/world/china-to-be-no-1-economy-before-2030-study-says.html?_r=0); 2) U.S.National Intelligence Center/NIC, 11.2012, Global Trends 2030 Le tendenze globali 2030 [pubblicazione quadriennale, che esce sempre come previsione di tendenza su tutto – economia. rapporti militari, politica – a livello del globo – preparato nel quadriennio e pubblicato subito dopo le elezioni presidenziali] http://www.dni.gov/index.php/component/content/article/129-dni/about/organization/national-intelligence-council/771-national-intelligence-council-global-trends-archive).

●Dopo aver avvertito il Vietnam di desistere dall’ “attivare unilateralmente”, come aveva annunciato di aver deciso, l’esplorazione sottomarina di greggio in aree del Mar Cinese Meridionale che Pechino definisce sue e che, per lo meno, sono contese e di smetterla di vessare nell’area i pescherecci cinesi sotto pena di “pesanti conseguenze”, la Cina ha anche ammonito l’India a fare lo stesso, dopo che il capo di stato maggiore della Marina indiana, ammiraglio Devendra Kumar Joshi, aveva dichiarato di essere pronto a mandare nell’area le sue navi “per proteggere i nostri interessi”.

In effetti anche la compagnia petrolifera indiana di Stato, la Oil and Natural Gas Corporation, ONGC, sta già conducendo trivellazioni e ricerche in tre blocchi del fondo marino vicine alle isole Spratly – isole Nánshā, in Cina: 750 isolotti per un totale sì e no di 4 km2 di roccia spolverati su una superficie marina di 450.000 km2 (una volta e mezzo l’Italia) e reclamati, insieme alla Cina, da Taiwan, Malaysia, Filippine e Brunei, un sultanato autonomo dell’arcipelago indonesiano del Borneo.

E ora i cinesi hanno fatto sapere, anche più forte e comunque più credibilmente di tutti questi altri Stati, che loro intendono amministrare direttamente le acque territoriali del Mar Cinese Meridionale. Quindi il Vietnam, e ancor a più forte ragione l’India – che ha una forza navale più che rispettabile ma è a 2.000 km. di distanza in linea d’aria dalle Spratly – devono essere fermati e, se necessario, respinti, stroncandone ogni velleità decisionistica.

Esiste anche la tentazione, che le Forze armate dell’India possano voler cogliere l’occasione per “vendicare” in qualche modo l’umiliante sconfitta militare della guerra di confine indo-cinese del 1962 che non hanno ancora ingoiato, anche ormai a 50 anni di distanza nel tempo. A stare a quel che sembra dire l’ammiraglio Joshi, intorno a New Delhi si potrebbero coalizzare le forze navali degli altri paesi della regione interessati al contenzioso delle Spratly.

Sa lui stesso, però, che si tratterebbe di forze militarmente inferiori a quelle cinesi e, tra di esse, per lo meno altrettanto in conflitto di quanto lo siano coi cinesi. Probabilmente sarebbe un grave errore di calcolo e, comunque, chiarisce il militare, si tratta di decisione di ordine precipuamente politico (Voice of America, 4.12.2012, India: China’s Navy modernization a ‘major concern’ India: la modernizzazione della Marina  cinese una ‘preoccupazione maggiore’ http://www.spratlyisland.com/india-chinas-navy-modernization-a-major-concern-voice-of-america-blog)

●Intanto, l’India ha firmato con la Russia due accordi per un valore tale di quasi tre miliardi di $, alla fine dei colloqui tenuti dal presidente Vladimir Putin e Manmohan Singh a New Delhi per discutere dell’evoluzione/involuzione in corso in Afganistan che preoccupa assai entrambi i governi: il primo accordo da 1,6 miliardi prevede la vendita di 42 caccia Sukkoi Su-30 da costruire in India dall’assemblaggio di componenti russe, mentre il secondo dei due accordi, da 1,3 miliardi, riguarda la cessione di 71 elicotteri Mil MI-17 (RIA Novosti, 24.12.2012, Russia seals major arms deal with India La Russia conclude con l’India accordi di rilievo per l’acquisto di armi http://en.rian.ru/russia/20121224/ 1783 72 347.html).

L’India è già un importante mercato di esportazione per gli armamenti russi e la cooperazione tra i due paesi – sono stati firmati, nel corso della visita, tra Singh e Putin diversi importanti protocolli e accordi tecnologici – costituirà sicuramente un ruolo di rilievo nella fase del dopo-NATO in e intorno all’Afganistan (Stratfor, Global Intelligence, 12.11.2012, Russia’s Interests in the Middle East and South AsiaGli interessi russi in Medioriente e Asia meridionale http://www.stratfor.com/analysis/russias-interests-middle-east-and-south-asia).

●Invece, dopo aver tenuto alto il livello dello scontro e, in tempi recenti, anche della sfida  verbale, ora le Filippine saggiamente abbassano i toni verso la Cina. Saggiamente, perché è sempre opportuno…, tanto più se tra i contendenti uno è un gigante e uno è un nano. E’ falso, infatti, o solo leggenda, che vinca David e perda Golia, almeno nel 99% dei casi. Per questo, secondo gran parte degli osservatori, con eccezione di alcuni falchi notori del dipartimento di Stato, è stata accolta con favore la decisione di Manila di sospendere l’assegnazione di contratti di esplorazione di gas naturale nel Mar Cinese Meridionale.

Proprio a causa – dice il ministro filippino dell’energia, Carlos Jericho Petilla – delle dispute territoriali non risolte con diversi paesi vicini, compresi i cinesi”. Il fatto è che, di fronte a una Cina che sta sviluppando e accelerando con impatto crescente le sue potenzialità anche ma non solo  tecnologiche (Stratfor, Global Intelligence, 25.7.2012, Hydrocarbon exploration and politics in the South China Seas http://www.stratfor.com/analysis/hydrocarbon-exploration-and-politics-south-china-sea ), le Filippine si trovano, e in effetti cominciano anche a prenderne coscienza, in situazione di corrispondente, e inevitabile, maggior debolezza.

●Le riprese satellitari della agenzia Digital Globe, in orbita sopra la rampa della stazione di lancio Sohae, a Tongchang-ri, a nord di Pyongyang, in Nord Corea, mostrano a inizio dicembre che l’assemblaggio del missile a tre stadi Unha-3 è stato completato e che il lancio, annunciato subito dopo metà dicembre dal regime nord-coreano, dipende ormai solo da una decisione politica. Sempre che il governo di Kim Jong-un intenda rischiare un altro possibile, secondo molti “esperti” occidentali anzi ormai probabile, fallimento (MSNBC, 8.12.2012, North Korea’s new probable launch Il nuovo probabile lancio della Corea del Nord http://www.msnbc.msn.com/id/50049457/ns/technology_and_science-space/t/has-north-korea-learned-its-lessons-about-launches/).

Invece il lancio avviene, il 12 dicembre, con qualche giorno di anticipo e, stavolta, i tre stadi del missile si accendono regolarmente (con Pyongyang che rivendica anche, non smentito da USA e Corea del Sud: preoccupati anzi del potenziale bellico del test) riuscendo a mettere in orbita come carico utile il satellite di ricerca issato al culmine del razzo: i resti del cui ultimo stadio ricadono ammarando al largo delle Filippine (Yonhap News Agency, 12.12.1012, S. Korea, U.S. assess N. Korea's rocket launch as success Corea del Sud e Stati Uniti considerano un successo il lancio del missile nord-coreano http://english. yonhapnews.co.kr/national/2012/12/12/32/0301000000AEN20121212016400315F.HTML).

●Il quartier generale delle FF.AA. americane in Corea si limita a confermare che “la traiettoria di un congegno che appare essere un missile balistico ha dispiegato un oggetto che è sembrato effettivamente raggiungere l’orbita(Wall Street Journal, 2.12.2012, E. Ramstad, North Korea Claims Success in Rocket Launch-U.S. Confirms “Object Reached Orbit” La Corea del Nord dichiara il successo nel lancio del missile-Gli USA confermano che “un oggetto ha raggiunto l’orbita” http://online.wsj.com/article/SB1000142412788732 4024004578174000078592218.html). In fondo, come durante la guerra fredda, quel che conta è l’esibizione e la percezione della potenza, più che la stessa potenza: rampe senza missili o con missili di cartapesta che dallo spazio sembrano veri, o missili sulla rampai ma senza testate nucleari. Però una minaccia potenziale possibile e, perciò, anche credibile…

Adesso, ovviamente, Corea del Sud, Giappone e USA protestano per il lancio e il Consiglio di Sicurezza, prevaricando la lettera e lo spirito della Carta dell’ONU che a ogni paese sovrano riconosce diritti uguali a quelli di chiunque altro – cioè: se USA, Russia, Cina, ecc., ecc., hanno il diritto di farlo, lo hanno checché ripeta ancora una volta adesso il Consiglio di Sicurezza, anche i nord-coreani (sempre Yonhap, 12.12.2012, S. Korea requests U.N. Security Council meeting over N. Korea’s rocket launch La Corea del Sud chiede una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per condannare il lancio del missile nord-coreano http://english.yonhapnews.co.kr/national/2012/ 12/12/61/0301000000AEN20121212009700315F.HTML .

E il Consiglio, come scontato, condanna in modo assolutamente inutile e inefficace, con l’ennesima grida manzoniana del Palazzo di Vetro (BBC News, 12.12.2012, UN Security Council condemns North Korea rocket launch Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna il lancio missilistico dela Corea del Nord ▬ http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-20697922). Non è un documento formale, non è una risoluzione, è solo la dichiarazione di intenti che annuncia, a titolo personale, dopo una riunione di appena due ore il presidente di turno del CdS, l’ambasciatore del Marocco, Mohammed Loulichk, confermando quel che era notissimo: che il lancio ha “violato le risoluzioni a suo tempo votate dal Consiglio di Sicurezza”. Ma, come abbiamo detto, questa è comunque una posizione assolutamente illegittima.

Da una serie di informazioni incrociate e reciprocamente avvalorate, per lo più di origine coreana (tanto Nord che Sud: ma anche cinesi e americane) emerge la possibilità, quasi la certezza, che il lancio del 12 dicembre sia stato un test finanziato dall’Iran, secondo il consueto modello di business militare di Pyongyang: dove, prima di sviluppare un nuovo  sistema d’arma se lo fanno finanziare in anticipo da un cliente – in passato pare siano stati clienti ad esempio Libia e Pakistan – e dove stavolta sarebbe toccato all’Iran che avrebbe anticipato cash il finanziamento, secondo consuetudine rovesciata a quella occidentale dove è, in genere, il costruttore a anticipare le spese.

E pare – secondo quelle che Teheran, col ministro della Difesa brig. gen. Ahmad Vahidi, subito connota, senza però formalmente negarle, come “pure speculazioni(PressTv/Teheran, 24.12.2012, Iran, N Korea missile cooperation mere speculation: Defense min Iran, la cooperazione missilistica col Nord Corea  è pura speculazione: dice il ministro della Difesa http://www.presstv.ir/detail/2012/12/24/279895/no-missile-cooperation-with-n-korea-iran/) che anche stavolta sia andata proprio così.

A lancio avvenuto emerge che – forse: dicono “esperti” israeliani – si trattava proprio, di una specie di joint venture con l’Iran visto che, come avrebbe rivelato Hamid Reza Taraghi capo di una delegazione parlamentare di Teheran in visita a ottobre scorso a Pyongyang, i deputati vennero allertati del fatto che, verso metà novembre, ci sarebbe stato il lancio di un missile per cercare di mettere in orbita per la seconda volta dopo il fallimento dello scorso aprile, un “carico scientifico”.

La ragione per comunicarlo così proprio a Teheran – prima che ad ogni altro alleato, amico o associato – sarebbe appunto in rapporto con la necessità di avvertire in tempo utile chi doveva venir invitato, come co-finanziatore, a inviare una delegazione di osservatori specializzati (NHK World/Tokyo, 20.12.2012, N.Korea notified Iran of satellite launch first— Fu l’Iran ad essere avvertito per primo dal Nord Corea del lancio del suo satellite https://www.nhk.or.jp/daily/english/20121219_ 03.html).

●A qualche giorno dal lancio, gli osservatori internazionali e coloro che professionalmente scrutano gli spazi oltre la stratosfera, segnalano che il satellite nord-coreano ha raggiunto l’orbita ma anche, ora in un secondo momento, che sta “continuando a ruzzolare in caduta libera su se stesso(Los Angeles Times, 11.12.2012, North Korea launches its second rocket this year Il Nord Corea lancia il suo secondo razzo dell’anno http://www.latimes.com/news/world/worldnow/la-fg-wn-north-korea-rocket-20121210,0,5207340.story). Naturalmente, Pyongyang afferma che il payload, il carico utile o carico pagante è un “pacchetto di ricerca atmosferica”, ma nessuno è in grado di confermarlo visto che, in condizioni di quel che appare come un malfuzionamento non c’è alcun modo di verificarne i dati telemetrici.

Viene confermato, comunque, che il sistema di lancio utilizzato è il missile Unha-3 (o No Dong-3), ammodernato e capace di consegnare un’ogiva o altro carico anche a lunga distanza, e che corrisponde all’analogo Ghauri pakistano e allo Shahab-3 iraniano, con analogie e somiglianze che tutte confermano una comune origine del disegno risalente al vecchio ma sempre efficace modello di missile a media e a lunga gittata Scud dell’era sovietica.

Avverte adesso la Corea del Sud che dai rottami del terzo stadio recuperati in mare, in acque internazionali, si riesce a capire – dice – come si tratti di un missile che ha una portata sui 10.000 km., in teoria in grado di attingere almeno la costa occidentale degli USA, l’Alaska, lo Stato di Washington e anche la California (Stratfor, Global Intelligence, 13.12.2012, In North Korean Launch, New but Limited Capabilities Nuove potenzialità, ma [ancora] limitate nel lancio del missile della Corea del Nord http://www.strat for.com/geopolitical-diary/north-korean-launch-new-limited-capabilities).

Può essere, dicono gli americani, puro bombast, una bolla gonfiata dalla propaganda di Seul che era ultra-allarmista già con la vecchia presidenza ora appena rimpiazzata da quella della signora Park, ancora più bellicosa: che servirebbe anche a far montare l’allarme e l’allarmismo sul potenziale del Nord, pompando le paure dell’America.

Ma potrebbe essere anche tutto vero… E qui siamo al punto: in base a quale diritto, se non il proprio da sé definito e a sé auto-attribuito, potrebbero gli USA o chiunque altro proibire ai nord-coreani quel che rivendicano a sé come proprio, appunto, diritto? anche se, poi, un Consiglio di Sicurezza dove godono del diritto di veto le potenze nucleari già conclamate e solo loro, vota esorbitando dai suoi poteri la deplorazione e la condanna solo del Nord Corea.

Secondo le stesse fonti militari di Seul, non c’è invece alcuna conferma che il Nord sia in grado di utilizzare una tecnologia di rientro sicuro nella stratosfera del carico utile: dell’eventuale ogiva nucleare, cioè – come dicono di temere loro – o di un satellite da ricerca – come assicura, invece, Pyongyang – in modo da poter resistere alle temperature roventi e alle vibrazioni senza disintegrarsi nella fase di rientro nell’atmosfera per arrivare a bersaglio (Guardian, 23.12.2012, Reuters, US west coast may be within North Korean missile range, says Seoul La costa occidentale dell’America potrebbe [una notizia? o, meglio, un sospetto?] rientrare, afferma Seul, nella portata del missile nord coreano http://www.guardian.co.uk/world/2012/dec/23/ us-north-korea-missile-range).

E’ anche noto che la Corea del Nord ha ri-ingegnerizzato il missile sottomarino sovietico SS-N-6, ricollocato su un autocarro. Insomma, i sistemi di lancio di cui Pyongyang potrebbe disporre sembrano ormai più di uno. Anche se nessuno è un grado di confermarne la piena efficienza. Ma ormai qualsiasi valutazione analitica realistica è con questa possibile realtà che deve fare i conti…

●Alle elezioni del 19 dicembre, gli elettori in Corea del Sud hanno votato, reagendo un po’ come i  nipponici loro vicini: in presenza di quello che viene percepito come un comportamento in qualche modo apertamente aggressivo o, come si dice eufemisticamente, pro-attivo, la gente va a destra (?): in Giappone si ributtano in braccio alle vecchie certezze conservatrici e, insieme, populiste e qualche po’ revansciste dei liberal-democratici e, qui, le elezioni portano al governo la prima donna di sempre.

E’ Park Geun-hye, sessantenne, per cinque anni già deputata del centro-destra, figlia dell’ex dittatore Park Chung-hee, il dittatore militare che più lungo – dal 1961 al 1979 – ha servito, o meglio si è servito, del paese— e che proprio per questa sua paternità è stata votata contro il concorrente di centro-sinistra diciamo, del Partito democratico unito, Moon Jae-in, avvocato per i diritti civili che il vecchio dittatore ora scomparso mise per anni ai suoi tempi in galera.

Entrambi i candidati dichiaravano, certo, di voler trovare il modo di re-impegnare il dialogo col Nord, ma non concordavano sul come farlo: con la signora Park che si propone di continuare e anche inasprire la linea dura del presidente in uscita per obbligare il Nord al redde rationem e Moon che voleva riaprire direttamente il contatto con Kim Jong-un e segnare col superamento delle disuguaglianze sociali i rapporti interni al paese (New York Times, 19.12.2012, Choe Sang-hun, Daughter of Dictator Wins South Korea Presidency La figlia del dittatore vince la presidenza sud-coreana http://www.nytimes.com/ 2012/12/20/world/asia/south-koreans-vote-in-closely-fought-presidential-race.html?ref=opinion).    

Certo è obbligatorio dirlo, anche se evidentemente al Nord lo avevano ragionevolmente messo in conto, non è probabile che il lancio del missile sia stato una mossa tanto intelligente, almeno dal punto di vista dei rapporti intercoreani..., o di quelli coi giapponesi, o con gli americani e anche, magari, coi cinesi stessi— rapporti che, però, tutti sono inesistenti meno quelli  comunque precari coi cinesi. Ma tutti sono in qualche modo basati sul fatto che senza il potenziale missilistico che ha, o che si teme possa davvero avere, la possibilità (teorica o anche pratica, chi sa? e qui è tutto… nell’esistenza del ragionevole dubbio) la Corea del Nord non conterebbe niente nel mondo. Come anche l’Iran o pure la stessa Israele.

Ma il punto è che finché tutti questi ragionevoli dubbi e, per alcuni e per altri, i più grossi, le relative certezze, non saranno collegati come li aveva voluti non a caso collegare il Trattato di non proliferazione – voi che ancora non le avete ma che ben potreste rinunciate a farvi la bomba e noi, che già le abbiamo, ci impegniamo a ridurle, per lo meno di numero ma anche di potenza esplosiva,  gradualmente.

Però, non succede. Chi ha preso l’impegno maggiore di riduzione avendone più armi e sistemi di lancio A e H, l’America, la Russia, non accetta di onorare l’impegno che ha preso nei confronti di tutti. E, allora, dubbio e minaccia resteranno lì, come un incubo… Il timore – meglio se poi resta sempre abbastanza nebbioso, possibile, probabile, neanche accertato – che i nord-coreani riescano a mettere a frutto il loro potenziale di rappresaglia a un’eventuale aggressione subita è il vero deterrente che hanno. Come ha osservato un realpolitiker di nome, Henry Kissinger, parecchi anni fa, se Saddam Hussein la bomba l’avesse avuta sul serio, è certo che sarebbe ancora al potere lì a Bagdad. Questo è poco ma è anche sicuro…

●Sul piano del rapporto specifico tra americani e cinesi nell’Asia sud-orientale, le cose sembrano complicarsi. Restano sempre in bilico fra necessità imposte da una gerarchia che va cambiando, specie sul piano economico-finanziario a svantaggio degli USA, ma non abbastanza (ancora?) in altre dimensioni, come quella ad esempio del puri e semplici rapporti di forza militari.

Ma se a Pechino sembrano aver reagito piuttosto bene alla nomina del sen. John Kerry a sostituto della Hillary Rodham Clinton al dipartimento di Stato, di un politico che considerano cioè pragmatico e realista “anche se”, dicono loro, americano al posto di una vecchia politicante che maschera ipocritamente, dicono sempre loro, sotto la retorica dei diritti umani di cui tutti – meno se stessi e i propri amici – sono tenuti a dar conto a tutti, sembrano anche particolarmente irritati dalla nuova legge sulla Difesa (il 2013 National Defense Authorization Act) che ora va alla firma di Obama e stanzia, già con l’approvazione di entrambe le Camere, $ 633 miliardi di spese militari.

E in particolare, di due emendamenti, uno dei quali asserisce che “gli Stati Uniti non assumono posizione sulla sovranità definitiva delle isole Senkaku” e dichiarano che “ogni tentativo unilaterale di cambiare lo status amministrativo delle isole in questione non inciderà sul riconoscimento de facto” del controllo di Tokyo.

Emendamento che costituisce “una grossolana violazione dei diritti sovrani della Repubblica Popolare Cinese”. Così come il sostegno congressuale, espresso nel secondo emendamento, che chiede di dare esecuzione immediata alla proposta da tempo ventilata di vendere dozzine di caccia F-16 C/D a Taiwan, l’isola scissionista che, persa la guerra contro i comunisti nel ’49 fu tutto quel che restò in mano ai nazionalisti di Chiang Kaishek appoggiati dall’America.

E che oggi di fatto costituisce uno Stato cinese forte e a se stante anche se sul piano internazionale del tutto isolato non fosse per la sua forza economica e il fatto, formalmente sbagliato e del tutto ufficioso (neanche gli USA “riconoscono” Taiwan come Stato sovrano) ma, di fatto, reale che l’emendamento in questione definisce “un provocatorio tentativo di rafforzare la provincia ribelle dell’unica Cina” come il “nostro alleato strategico-chiave nel Pacifico.

   (1) New York Times, 24.12.2012, M. McDonald, China Assails U.S. Over Alliance With Japan and Possible F-16 Sales to Taiwan La Cina attacca gli USA sulla alleanza col Giappone e le possibili vendite di F-16 a Taiwan http://rendezvous.blogs.nytimes.com/2012/12/ 24/china-assails-u-s-over-alliance-with-japan-and-f-16-sales-to-taiwan/; 2) XinhuaNews, 21.12.2012, Xi Linfei, Another detrimental move by U.S. Congress to harm China-U.S. ties Un’altra mossa dannosa del Congresso USA che farà male ai rapporti tra Cina e Stati Uniti http://news.xinhuanet.com/english/ indepth/2012-12/21/c_132055321.htm).

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●In Egitto, a inizio dicembre, e con un intervallo di sole due settimane, il presidente Mursi che deve affrontare dimostrazioni di piazza ogni giorno, indice per il 15 dicembre il referendum di ratifica della bozza di Costituzione proposta al paese dalla grande maggioranza dell’Assemblea costituente.

Taglia così ogni ulteriore ritardo, scavalcando anche le minacce delle formalmente esautorate autorità giudiziarie, contro la richiesta di continuare un dibattito assai pubblicizzato e che era durato già mesi delle due ali di minoranza, quella di sinistra e laica scontenta del richiamo ai princìpi dell’Islam nel preambolo, e quella più estremista islamista, scontenta che, invece, la shar’ia islamica non fosse proclamata in Costituzione stessa come legge vera e propria, votata dalla maggioranza e perciò valida per tutti i cittadini.

E, adesso, la speranza non solo, forse, di Mursi ma certo ormai di chiunque voglia vedere un Egitto sempre più democratico, è che il voto del referendum sia libero davvero e, perciò, risolutivo nel rispetto fondamentale per tutti gli egiziani di scelte democratiche: insieme, e non è mai facile, rispettose della volontà della maggioranza ma anche dei valori di un sentire comune decente (New York Times, 2.12.2012, D. D. Kirkpatrick, Amid Egypt’s Duel on Democracy, Morsi Calls for Vote Nel mezzo del duello dell’Egitto sulla democrazia, Mursi convoca il voto referendario http://www.nytimes.com/2012/12/03/world/middle east/egypt-morsi-constitution-vote.html?ref=global-home).

●Il Consiglio Supremo Giudiziario dell’Egitto – il tribunale amministrativo più alto del paese – il 3 novembre rompe però il fronte del no giudiziario, dichiarando che supervisionerà, come prevede la legge, il referendum nazionale del 15 dicembre sulla nuova Costituzione. E’ una foglia di fico, forse, sulla legittimità dell’iniziativa del palazzo presidenziale di al-Hattadia a Heliopolis, alla periferia del Cairo, ma è una foglia di fico molto visibile e un brutto colpo, comunque, all’opposizione politica che sullo sciopero dei giudici contava per delegittimare una carta costituzionale forzata, accusava, dalla presidenza con troppa fretta sull’Assemblea costituente.

Ma l’obiezione era, in realtà, tutta politica, quella della minoranza battuta tre volte alle urne – Costituente, parlamento, presidenziali – contro una maggioranza che ha litigato e discusso con essa per oltre un anno e, poi, col voto l’aveva proposta al presidente e al paese formalmente e legittimamente – anche se la democrazia non è poi fatta solo di numeri, certo anche di numeri è fatta – mettendo in minoranza la… minoranza.

Ma sarà giusto, e anche inevitabile, che le cose finiscano così finche tale minoranza resterà poi bloccata nella contemplazione vana del proprio ombelico col presentarsi soltanto come alternativa “laica” e anti- o a-islamica offerta a un paese che si sente, invece, profondamente e in grande maggioranza mussulmano, anche non necessariamente islamista.

E che ha bisogno quindi – il paese – di una piattaforma alternativa che non si limiti alla pura e semplice divisione fra religioso e civile: un’offerta, cioè, anche di politiche socio-economiche coerenti e convincenti, magari anche solo populisticamente, che tocchi direttamente la vita delle gente. Il problema è che se ci prova, appena ci prova, a precisare il merito della propria proposta, questa possibile alternativa teorica rischia subito, però, l’implosione (New York Times, 3.12.2012, Karebm Fahim, Egyptian Judges Break Ranks to Support Morsi Vote Request I magistrati egiziani rompono i ranghi per sostenere la richiesta di referendum di Mursi http://www.nytimes.com/2012/12/04/world/middleeast/egyptian-judges-break-ranks-to-support-morsi-vote-request.html?ref=global-home&_r=0).

Perché, e qui è opportuno essere molto precisi, a piazza della Liberazione si riuniscono, è vero, con frequenza quotidiana decine di migliaia di dimostranti. Ma non si tratta, in realtà, di una protesta davvero diffusa in tutto il paese, come invece avevano approssimando e semplificando in termini nostrani lasciato credere i primi resoconti, distorti da social networks e osservatori, diciamo, non proprio obiettivi. In altre parole, le folle di dimostranti arrabbiati, che c’erano, erano per lo più di attivisti presenti, manifestanti e anche violenti a piazza Tahrir che si spostavano ad assediare, anche per giorni, il palazzo presidenziale.

Ma rappresentavano, e rappresentano, l’élite urbana dell’Egitto, impiegati, piccoli commercianti, burocrati, intellettuali, non certo i contadini, le “masse”, per usare un’etichetta antica ma che rende bene l’idea. Le proteste ci sono, ma sono in realtà mirate a Mursi e alla sua idea di come il paese va alla democrazia: in sostanza, contro i ritmi e secondo la strada che decide lui di seguire, “legittimato” – a suo dire, ma con qualche ragione, no? – da tutte le elezioni che finora si sono svolte in questo paese…

Cioè, la protesta non è tanto nel merito di quel che propone la bozza di Costituzione, né sul ruolo della shari’ia, della legge islamica, e neanche su quello che potranno o dovranno o non dovranno avere gli imam nell’aiutare a interpretare la futura applicazione della legislazione. Almeno non sono stati questi i fattori che, a sentire l’opinione egiziana riflessa anche e perfino dagli stessi social networks – che non a caso si esprimono quasi solo e sempre in inglese: rivolti all’esterno, dunque, e non al popolo dell’Egitto – forma davvero il nocciolo della protesta.

La critica, dura e diffusa, anche se non maggioritaria, a Mursi e alla Fratellanza sembra concentrarsi in effetti non tanto sulla politica religiosa che il presidente propone di seguire e vuol far approvare— e che alla fine vincerà. Ma sulla confusa, troppo irresoluta politica economica che persegue il governo, sul quasi monopolio del potere esecutivo di cui gode legalmente e sull’uso della forza cui si lasciano andare anche parecchi dei suoi seguaci contro chi si rivolta non solo politicamente e verbalmente ma con la violenza di strada all’esercizio sempre criticabile e controverso del potere legale.

Insomma: si tratta delle critiche avanzate dall’opposizione a ogni governo dovunque nel mondo e che con l’islamismo e la shar’ia hanno davvero in sé poco a che fare… Mursi, in effetti, sembra aver scommesso che la maggioranza della popolazione sostiene, o comunque accetta magari anche passivamente il movimento con cui lui intende spostare l’Egitto verso un costume più religiosamente, ma moderatamente, “devoto” e un’accettazione della democrazia in qualche modo razionata da lui...

Nulla di quanto si è visto nelle dimostrazioni di piazza sembra rifiutare questa come quella che appare la sensazione, o l’ipotesi di sviluppo, effettivamente maggioritaria. La scommessa del presidente appare in effetti vincente: sempre che resista alla tentazione, come s’era illuso di poter fare Mubarak, di schiacciare con la forza, invece che di stemperare col tempo e la pazienza e alcune marce indietro che sembrano comunque ormai necessarie, lo scontento di chi intellettualmente e culturalmente a questa strada invece è contrario. A chi scrive sembra cioè che, alla fine, l’esito più probabile della contesa lo troverà un referendum che avrà successo e approverà la nuova Costituzione.

Sperando di poter disinnescare fermento e rivolta di piazza correggendo, anche se solo in parte ancora una volta le sue stesse mosse, il 6 dicembre il presidente dice al paese a reti unificate che, appena passato il referendum, decadranno le leggi speciali da lui decretate che mettono il paese al riparo per il momento dai tentativi che, con qualche ragione, paventa di sciogliere l’Assemblea costituente e disdire per via giudiziaria la convocazione elettorale del 15 dicembre. Cioè: non lo farà subito, ma promette di farlo. Quelli, però, rifiutano di negoziare e accettare qualsiasi compromesso (The Times of Israel, 6.12.2012, Morsi vows to go ahead with constitutional referendum, says he won’t tolerate overthrow Mursi si impegna a portare a termine il referendum costituzionale, afferma che non tollererà una cancellazione [di esso o di se stesso] http://www.timesofisrael.com/morsi-vows-to-go-ahead-with-constitutional-referendum-says-he-wont-tolerate-overthrow/).

E dopo che – segnale a suo modo significativo – i carri armati dell’esercito schierati tra il palazzo presidenziale e i primi ranghi dei manifestanti il pomeriggio del 7 dicembre hanno deliberatamente aperto le barricate, arretrato gli sbarramenti del filo spinato e consentito ai dimostranti di avanzare fino sotto ai portoni, dichiarandosi non disposto a trucidare una parte di popolo per difenderlo ad oltranza, Morsi si decide a cancellare tutti i decreti che riguardano i suoi poteri eccezionali e le sue immunità – con ciò stesso ammettendo però di avere sbagliato, al di là poi anche di meriti e demeriti (New York Times, 8.12.2012. D. D. Kirkpatrick, Backing Off Added Powers, Egypt’s Leader Presses Vote—  Tornando indietro sui poteri aggiuntivi che si era attribuiti, il leader dell’Egitto insiste sul voto http://www.nytimes.com/ 2012/12/09/world/middleeast/egypt-protests.html?ref=global-home&_r=0).  

Ma non cancella la convocazione del referendum che l’opposizione rifiuta sempre di accettare affermando che la bozza di Costituzione se la sono approvata da soli gli islamici. Che è vero, ma è vero solo perché laici, copti, liberal e socialisti avevano rifiutato di votarla in Assemblea proprio perché sapevano di essere in ogni caso minoranza… E, domenica 9 dicembre a fine mattina, dopo il reiterato e pubblicizzato rifiuto dell’opposizione a riprendere il dialogo, due caccia F-16 passano a volo quasi radente su piazza Tahir: c’è chi dice come ammonimento ai ribelli, chi sostiene come altolà al presidente…

●All’inizio della settimana che precede la data del referendum, anzi del primo turno del referendum, viene deciso di sdoppiare il voto in due turni, il primo nelle grandi aree metropolitane il 15 – i 10 governatorati più popolosi – e (semplificando) il 22 di dicembre nei 10 più rurali. Nella sintesi con cui lo stesso 9 dicembre il NYT sembra ben cogliere l’essenziale, “l’opposizione [che ha fatto i suoi conti] segnala di aver perso la speranza di sconfiggere alle urne la bozza di costituzione e ha, invece, optato di cercar di minare la legittimità stessa del referendum” chiamando tout court al boicottaggio. Dice il portavoce del cosiddetto Fronte nazionale di salvezza, Samer Ashour, che “il referendum lo respingiamo in toto perché condurrebbe sicuramente a ulteriori divisioni e alla sedizione”.

E’ a questo punto che il presidente Mursi ordina, come è sua facoltà, con decreto alle Forze armate di “proteggere le istituzioni della Repubblica,  mantenere la sicurezza e garantire la protezione dei seggi e degli elettori che parteciperanno al voto((New York Times, 9.12.2012, D. D. Kirkpatrick, Opponents of Egypt’s Leader Call for Boycott of Charter Vote Gli oppositori del leader egiziano chiamano al boicottaggio del voto sulla Carta costituente http://www.nytimes.com/2012/12/10/world/middleeast/egypt-mohamed-morsi-protests.html?ref =global-home&_r=0) coordinando la loro azione di garanzia con quella della polizia, nei modi previsti dalla legge e, quindi, anche con l’arresto possibile di chi disturbi violentemente l’ordine pubblico: tutte le disposizioni usuali, cioè, in ogni paese che al mondo stesse per esercitare un diritto fondamentale di voto.

A questo osservatore, però, come anche al reporter del NYT, che non si spinge a dirlo proprio così ma lo lascia chiarissimamente capire, sia consentito far rilevare – prima… – come questa dell’opposizione di ElBaradei e soci sia una strategia miseramente perdente, letteralmente sucida. Perché inevitabilmente perdente anche se vince il boicottaggio.

E, se cercassero di imporre davvero, con la “sedizione”, l’astensionismo forzato, sarebbe il fiasco totale di una prospettiva gradualmente più aperta, un’autoesclusione esiziale e la chiusura a riccio della maggioranza islamica. O, se all’opposizione nell’immediato andasse poi bene, potrebbe davvero venirne fuori una guerra civile. Che qui, però, perderebbero – mica è la Libia, qui, e Mursi non è neanche Gheddafi: e tanto meno questo paese è la Siria… – perché, appunto, noi restiamo convinti che gli ElBaradei restino in questo immenso paese di contadini una élite, importante ma in prospettiva e perderebbero se forzassero la mano di brutto: tutto e subito.

Resta il problema di fondo che viene identificato così, a noi pare piuttosto correttamente, da Friedman sul NYT ((New York Times, 11.12.2012, T. L. Friedman, Can God Save Egypt? Può essere Dio a salvare l’Egitto? http://www. nytimes.com/2012/12/12/opinion/friedman-can-god-save-egypt.html?ref=global-home):

    Cosa c’è di sbagliato nella nuova Costituzione di Mursi? A vederla non sembra un commento di stampo talebano. Mentre la stesura è stata dominata dagli islamici, certo, anche giuristi professionisti hanno dato il loro contributo. Sfortunatamente, ragiona Mona Zulficar, avvocato e ed esperta di cose costituzionali, mentre consacra i diritti fondamentali dice anche che vanno equilibrati da valori religiosi, sociali e morali vaghi, alcuni dei quali saranno poi definiti da autorità religiose.

   E’ un linguaggio che apre a possibili insidie, ha notato, che potrebbero mettere in grado giudici conservatori di dare una stretta pratica ai diritti delle donne, alla libertà di culto, alla libertà d’opinione e di stampa e ai diritti dei minori’, in particolare a quelli delle bambine”. E’ vero, ha ragione: “potrebbero”…

   Dice l’A. che “non sarà Dio a salare l’Egitto”. Qui le speranze della democraziasi salveranno  solo se l’opposizione rispetterà il fatto che la Fratellanza mussulmana ha vinto liberamente davvero le elezioni— e resisterà ai suoi [possibili] eccessi non coi boicottaggi (o i sogni di un golpe militare) ma con idee migliori con cui vincere portando dalla loro parte l’opinione della gente. E  si salverà, la democrazia, solo se Morsi rispetta che le elezioni non sono una gara a chi vince si piglia tutto, specie in una società che sta ancora definendo la sua nuova identità e la smette di prendersi autorità e se la comincia piuttosto a guadagnare. Se no, sarà un tutti giù per terra.

Poi, subito prima del voto, all’opposizione sembrano ripensarci. Non più solo il boicottaggio, essendosi resi conto che sarebbe fallito – perché, alla fine, come in America, anche se a votare fosse solo il 25 dell’elettorato il voto sarebbe valido: contrariamente a quel che nei referendum avviene da noi, in Italia (ma il referendum, da noi, è solo abrogativo) negli USA, come qui, viene penalizzato chi non si esprime non chi comunque a votare ci va – ma appello a dire no col voto al referendum e solo in subordine a boicottarlo (Al Jazeera, 12.12.2012, Opposition will vote against; the vote is now set in two rounds L’opposizione voterà contro; il voto viene ora fissato in due fasi http://www.aljazeera.com/news/ middle east/2012/12/2012 121294733861274.html). Intanto, più di mezzo milione di egiziani, che risiedono e lavorano fuori del paese, hanno già potuto votare in anticipo.

E alla fine del primo dei due turni, a metà dicembre, gli egiziani votano pacificamente e in gran numero nel referendum sulla Costituzione sostenuta dagli islamici anche nella speranza che i risultati possano mettere fine a tre settimane di violenza, di divisioni e di sfiducia tra musulmani e loro oppositori sulle regole di fondo della democrazia promessa al paese…

   Dopo le minacce del boicottaggio gli elettori sembrano essersi ora tirati indietro dall’orlo della discordia civile e confermare la loro fiducia nel seggio elettorale, in lunghe file pazienti che votano per la sesta volta liberamente dalla cacciata di Hosni Mubarak 22 mesi fa...

   L’idea che hanno dato i seggi pieni è stata quella di una svolta verso la stabilità non necessariamente, certo, verso l’esito liberal che alcuni [non tutti, non tutti… i] rivoluzionari avevano sperato. E’ un fatto che le strade della capitale erano sgombre da grandi proteste per la prima volta da tre settimane (New York Times, 15.12.2012, D. D. Kirkpatrick e Kareem Fatih, Voters in Egypt Cast Ballots on Draft Constitution Gli elettori votano in Egitto sulla bozza di Costituzione http://www.nytimes.com/ 2012/12/16/world/ middleeast/egypt-draft-constitution-vote.html?ref=global-home).

Meglio ancora, per il partito di Giustizia e libertà, il braccio politico dei Fratelli mussulmani e il presidente Mursi, il risultato del secondo turno (sì al 70%) alla fine del quale l’approvazione globalmente si attesta su un 63-64% di sì alla Costituzione. Al di là delle recriminazioni degli sconfitti, non tutte e sempre infondate ma che, in ultima analisi, anche secondo loro non intaccano la credibilità di fondo del risultato, lamentano adesso in effetti quel che lamentavano prima: che la maggioranza sia toppo mussulmana. Cioè, un fatto (New York Times, 3.12.2012, D. D. Kirkpatrick e Mayy ElSheikh, As Charter Passes, Egyptians Face New Fights Dopo il passaggio della Costituzione, gli egiziani di fronte a altre lotte [in realtà, poi, sempre le stesse, e qui come altrove anche se in gradazioni diverse : economia, occupazione,diritti] http://www.nytimes.com/2012/12/24/world/middleeast/as-egypt-constitution-passes-new-fights-lie-ahead.html?ref= global-home).

Alla fine, certo, se ci fosse stato un quorum il boicottaggio avrebbe avuto ragione perché hanno votato poco più del 33% degli aventi diritto. Ma il quorum non c’era e chi ha voluto votare per vincere doveva votare come hanno fatto peraltro liberamente in milioni. Il risultato è che il vecchio ordine politico mubarakiano è stato sbaraccato.

Quello nuovo è marcatamente islamico ma non è – o non è ancora… – estremista. Mentre la proposta liberal-radical-laica e di “sinistra” che avrebbe potuto offrirsi come alternativa vincente se avesse concordato neanche sul che fare ma almeno sul cosa rifiutare, votando intanto tutta insieme il suo no senza, invece, disperderlo in astensioni, rifiuti, comizi, proteste poi fine a se stesse e boicottaggi non l’ha voluto o potuto fare. E, adesso, ci vorranno decenni ai Fratelli mussulmani al potere per trovare un equilibrio accettabile, e in qualche modo ora sì negoziato con le tante opposizioni frantumate che hanno e con  l’altro potere forte, quello dei militari, col quale alla fine dovranno continuare a fare i conti giorno per giorno.

Intanto l’opposizione, in una dichiarazione resa contemporaneamente al discorso con cui Mursi si assume le responsabilità di errori fatti nel corso della preparazione del referendum e si impegna a garantire i diritti di tutta la minoranza che non ne ha perso sicuramente nessuno perché ha perso le elezioni, proclama che “anche se la Costituzione è ora approvata legalmente, manca di legittimità morale, politica e popolare perché” spiega “non ha il consenso di tutta la nazione(New York Times, 26.12.2012, D,. D. Kirkpatrick, Morsi Admits ‘Mistakes’ In Drafting Egypt’s Constitution Mursi ammette ‘errori’ nella stesura della Costituzione http://www.nytimes.com/2012/12/27/world/middleeast/morsi-admits-mistakes-in-drafting-egypts-constitution.html?ref=global-home&_r=0) che è un sofisma basato su un sillogismo fasullo: come se senza il consenso di tutti – di tutti? – nessuna legge varrebbe, dovunque e comunque? ma…

Il procuratore generale Talaat Ibrahim che, da qualche settimana su designazione del presidente, ha rimpiazzato quello vecchio nominato a suo tempo da Mubarak e che, effettivamente, metteva ostacoli a ogni passo avanti (o, dal suo punto di vista, indietro, ovviamente) sul cammino del nuovo potere, annuncia subito, e di sorpresa, di aver aperto un’inchiesta di sua iniziativa su tre dei capi principali del Fronte di salvezza nazionale, il fronte di opposizione laico-liberal-socialista – il laico di sinistra Hamdeen Sabbahi, l’ex direttore generale della AIEA, gli ispettori antinucleari dell’ONU, Mohamed ElBaradei e l’ex segretario generale della Lega araba Abr Moussa…

E’ una tendenza ch si va generalizzando e, in un certo senso, si può considerare un progresso. Mubarak, Gheddafi, Ben Ali, ecc., i loro dissidi e i dissidenti interni li facevano regolare direttamente dalle rispettive polizie segrete, adesso i nuovi tendono ad affidarsi al potere giudiziario per gestirli con quella che chiamano “terzietà” (1) BBC News, 27.12.2012, Egypt opposition leaders face 'incitement' probe I capi dell’opposizione egiziana di fronte a un’inchiesta per incitazione alla rivolta http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-20854953);   2) Stratfor, Global Intelligence, 26.12.2012, The Changing Role of the Courts in Arab States Nei paesi arabi, cambia il ruolo dei tribunali http://www.stratfor.com/analysis/changing-role-courts-arab-states).

Dopotutto, l’accusa che la procura muove loro non è, prima facie come si dice, infondata: quella di aver tentato di rovesciare, con le sommosse di strada messe in moto prima del referendum, il potere e le procedure costituzionali… Ma ormai c’è quell’incognita, appunto: nel senso che nessuno è in grado di dire con certezza almeno verosimile come, poi, al dunque si muoveranno i nuovi tribunali cui proprio la primavera araba ha dato, di fatto, nuovi poteri e una qualche nuova spina dorsale di autonomia…

Nei prossimi giorni, si viene ora a sapere, prima delle prossime elezioni che, una volta approvata ora la Costituzione, entro un due mesi dovrebbero essere convocate il governo di Hisham Kandil, dopo che alcuni ministri avevano dimissionato per dissenso dalla linea del governo e del presidente Mursi  rinuncerà ora ai titolari di comunicazioni, trasporti, sviluppo locale, energia, commercio interno, almeno, della performance dei quali è comunque scontento lo stesso presidente (Zapaday, 27.12.2012, Yafit Lazaar, Egyptian PM may replace up to 8 ministers before elections Il primo ministro egiziano potrebbe rimpiazzare fino a otto ministri prima delle elezioni http://www.zapaday.com/event/474708/0/Egyptian+PM+ may+replace+ up+to+8+ministers.html).

●Con la tempestività che sempre la contraddistingue, Standard & Poor’s aspetta questo momento per comunicare al mondo che sta abbassando il rating del credito a lungo termine dell’Egitto da B a B-, annotando con la dovuta pubblicità che ogni turbamento politico aggraverebbe la probabilità di ulteriore svalutazione. Il credito a breve del paese resta “per ora” a B. E’ un fatto che la situazione economica dell’Egitto non ha affatto che peggiorare in mezzo a turbolenze sociali crescenti (Stratfor, Global Intelligence, 27.9.2012, Egypt's Worsening Economic Outlook Peggiorano le prospettive economiche dell’Egitto  ▬ http://www.stratfor.com/analysis/egypts-worsening-economic-outlook).

Un fatto sicuro: anche se, per dire di un’altra situazione che, senza quel tipo di turbolenza naturalmente, conosciamo anche meglio, non è che la situazione economica dell’Italia sia andata tanto meglio… con la mano tecnica e competente ma del tutto astratta e ideologicamente “venduta” al neoliberismo di Mario Monti al timone, dopo quella malandrina e maldestra e crassamente inetta di Silvio Berlusconi…

●Gli Stati Uniti lamentano, come da qualche tempo fanno a confessione di un’impotenza reale, che l’Iraq non da loro retta bloccando il trasferimento di armi iraniane alla Siria (New York Times, 1.12.2012,  M. R. Gordon, E. Schmitt T. Arango, Flow of Arms to Syria Through Iraq Persists, to US Dismay Il flusso di armi alla Siria attraverso l’Iraq continua, con grande scorno degli americani http://www.nytimes.com/2012/12/ 02/world/middleeast/us-is-stumbling-in-effort-to-cut-syria-arms-flow.html?ref=global -home).

A dimostrazione della quasi irrilevante “presa” che sono ridotti ad avere sul governo semifantoccio che, con Nouri al-Maliki, proprio loro hanno messo in piedi sbaraccandogli Saddam e facendolo fuori essi stessi e, poi, occupando per anni un paese sul quale gli USA hanno avuto voce in capitolo decisiva solo fin quando sono restati sul terreno con le loro truppe ma che ormai, ritirandosi, hanno abbandonato all’egemonia del vero vincitore di Saddam: la Repubblica islamica degli ayatollah dell’Iran.

●Sta diventando ogni giorno più chiara la grande difficoltà degli USA, qui in Siria: difficoltà diplomatica e politica, certo, ma in qualche modo perfino umiliante, stretti come si trovano tra la voglia furibonda di abbattere il regime di Assad, perché troppo vicino ai palestinesi, alleato di Hezbollah in Libano e degli iraniani e sempre resistente ai loro desiderata – e non date retta alle palle sulla sua cattiveria: gli altri, i suoi nemici qui, sono come lui e anche peggio di lui… – e la presa d’atto che, ormai, i loro veri alleati tra i ribelli, gli unici davvero efficaci, organizzati ben armati e capaci di concretizzare l’obiettivo comune, sono i loro ultra-nemici di al-Qaeda, che qui si chiamano Fronte Jabhat al-Nusra Fronte per la difesa del popolo del Levante .

Una minoranza che considerano ufficialmente – è adesso anche nel famoso elenco del dipartimento di Stato delle milizie terroriste nel mondo (Yahoo News!, 11.12.2012, US designates Syria's Jabhat al-Nusra front a 'terrorist' group at lightning speed Gli USA da un giorno all’altro designano il Fronte siriano Jabhat al-Nusra come un ‘gruppo terroristico’ ▬ http://news.yahoo.com/us-designates-syrias-jabhat-al-nusra-front-terrorist-222557608.html);   Washington Post, 30.11.2012, D. Ignatius, Al-Qaeda affiliate playing larger role in Syria rebellion L’affiliata di al-Qaeda che gioca un ruolo sempre maggiore nella rivolta siriana http://www.washington post.com/blogs/post-partisan/post/al-qaeda-affiliate-playing-larger-role-in-syria-rebellion/2012/11/30/203d06f4-3b2e-11e2-9258-ac7c78d5c680_blog.html).

Tutte organizzazioni arabe, nessuna delle tante che il terrorismo lo impiegano, di Stato o autonomo  ma amiche loro, si capisce, o da essi stessi direttamente figliate. Solo che questa milizia armata minoritaria, che non obbedisce a loro ma a al-Qaeda, è anche l’unica qui che agli stessi americani appare disciplinata, senza timori e assolutamente spietata. E l’incubo di Washington, ormai, è che siano proprio loro alla fine ad ereditare la Siria da Assad…

Tanto più che, al dipartimento di Stato, neanche hanno finito di scomunicare il Fronte Nusra con una specie di bolla imperiale (la lista dei reprobi) in buona e dovuta forma che lo marchia come “gruppo terrorista legato a al-Qaeda(Dipartimento di Stato, IIC, 11.12.2012, briefing portavoce Victoria Nuland, Al-Nusra Group Designation as Terrorist Group http://iipdigital.usembassy.gov/st/english/texttrans/2012/ 12/20121211139845.html#axzz2F2gJpYDb) che la nuova Coalizione nazionale siriana delle Forze rivoluzionarie e di opposizione – il nome ufficiale dell’organismo appena fatto proclamare proprio da Washington in un’apposita riunione a Marrakech voluta dalla Cluinton come unica rappresentanza legittima del popolo siriano – che il suo presidente, Sheick Mohaz al-Khatib, scopre gli altarini.

Loro non sono d’accordo per niente e tengono ad avvisare gli americani che devono “ripensarci” perché il Fronte è “parte integrale e integrante” della lotta contro il regime. Insomma, il rapporto tra gli americani e i siriani da loro appoggiati e presentati al mondo come i soli “legittimi” aspiranti al governo là in Siria è, per lo meno, confuso e in realtà del tutto sbrindellato (McClatchy Group, 12.12.2012, Head of new U.S.-backed Syrian coalition endorses al Qaida-linked rebel faction Il capo della nuova coalizione siriana appoggiata dagli USA dà copertura totale alla fazione ribelle legata ad al-Qaedahttp://www.mcclatchy dc.com/2012/12/12/177244/head-of-new-us-backed-syrian-coalition.html#storylink=cpy).   

E’ un altro raccapricciante, ma anche scontato, caso di concretizzazione in corpore vili di un’eterogenesi dei fini in cui l’America, a cominciare almeno dal Vietnam in poi, sembra essersi continuativamente specializzata (New York Times, 8.12.2012, T. Arango, A. Barnard e Hwaida Saad, Syrian Rebels Tied to al-Qaeda Play Key Role in War In Siria i ribelli legati a al-Qaeda stanno giocando il ruolo chiave http://www.nytimes.com/2012/12/09/world/middleeast/syrian-rebels-tied-to-al-qaeda-play-key-role-in-war.html? ref=global-home).

●D’altra parte, nel rovescio di quella stessa eterogenesi, anche se mai tanto sistematizzata e ossessivamente ripetitiva come quella che colpisce gli americani, adesso anche i russi cominciano a dubitare della longevità politica dell’alleato per lo meno un poco curioso che si ritrovano con Assad.

Dice il vice ministro degli Esteri, Mickhail Bogdanov – non il ministro, certo… il vice: però anche, colui che nel governo ha proprio la delega specifica degli Affari mediorientali – che “ormai in Siria è sfortunatamente impossibile escludere la vittoria dell’opposizione”: con l’allargamento degli scontri e, soprattutto, quello che ai russi, come ormai un po’ a tutti, sembra il rovesciamento del trend che va assumendo lo scontro— con l’iniziativa che va scivolando in mano ai ribelli – e, poi, ai più estremisti tra loro – e vede il regime come ritirarsi e blindarsi in una specie di ridotta assediata.

La Russia fa anche sapere, sempre con Bogdanov, che senza affrettarsi particolarmente però comincia a organizzare l’evacuazione dei suoi cittadini non indispensabili dal territorio alleato… sono migliaia e il segnale, ritrasmesso anche dall’ambasciatore russo a Damasco, di sfiducia sul futuro del regime di Assad comincia a farsi concreto (New York Times, 13.12.2012, E. Barry, Russian Envoy Says Syrian Leader Is Losing Control L’inviato russo afferma che il capo siriano sta perdendo il controllo http://www.nytimes.com/2012/12/14/world/middleeast/russian-envoy-says-syrian-leader-is-losing-control.html?ref =global-home&_r=0).

In ogni caso, specifica poi Alexei Pushkov, presidente della Commissione Affari Esteri della Duma dice, ora, che il riconoscimento formale da parte del gruppo dei cosiddetti Amici della Siria dell’opposizione come l’autorità legittima per la Siria ha affossato ogni possibilità di una soluzione politica.

E il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, che incontra di nuovo le forze dell’opposizione siriana – non si capisce ancora bene chi, esattamente però: se la rappresentanza sul campo, gli al-Qaedisti, quelli di al-Nusra, gli islamisti di ogni risma e colore finanziati e armati dall’Arabia saudita, o il gruppo di “moderati” armati, invece, dagli americani e dai loro amici – considera anche lui il riconoscimento formale della coalizione degli oppositori come qualcosa che ha ostacolato, sta ostacolando, i tentativi di facilitare una transizione politica. Poi li incontra – e sono i moderati ufficiali – ma torna a ribadire che la loro “totale intransigenza” rende impossibile qualsiasi trattativa e mediazione…

La precondizione che pongono a ogni colloquio di pace, l’abbandono da parte di Bashar al-Assad non solo della presidenza ma anche del paese – una precondizione che hanno appreso dalla prassi diplomatica americana di tempi recenti: che, per negoziare la rinuncia al nucleare di nord-coreani o iraniani, essi devono (dovrebbero) proclamare (ma testardamente rifiutano) il loro sissignori prima ancora di mettersi a sedere! – si tradurrebbe nei fatti, prevedono i russi con Lavrov (New York Times, 29.12.2012, E. Barry, Insisting on Assad’s Exit Will Cost More Lives, Russian Says— I russi dicono che insistere sull’uscita di Assad costerà molti vita in più ▬ http://www.nytimes.com/2012/12/30/world/middleeast/syria.html? ref=global-home), proprio nel bagno di sangue che “costerebbe ai cittadini siriani tutti” molte più vite in un conflitto civile che è, per definizione, il più incivile di tutti che ne ha già trucidate a decine di migliaia…

Bogdanov – dopo che la sua prima uscita è stata ricalibrata, diciamo così, ma non smentita dallo stesso ministro come un’opinione, non una dichiarazione, non una intervista tra virgolette… ma anche in qualche modo ridimensionata con l’osservazione che lui stesso personalmente aveva sentito la stessa cosa detta a Damasco, all’ONU, a Washington e a Parigi, “già un anno fa: che Assad stava già allora lì lì per cadere”… – è tornato a chiarire che, in queste condizioni, anche se i ribelli vincessero, nel senso di riuscire a cacciare via Assad, poi non per questo la guerra civile cesserebbe.

Lui concorda col mediatore inviato speciale dell’ONU, l’algerino Lakhdar Brahimi, che da tre mesi ha rilevato da Kofi Annan l’incarico di far passare il piano concordato sei mesi fa all’ONU all’unanimità e che prevedeva una transizione guidata e comune tra ribelli e regime: ma che venne sabotato, da subito, senza proclamarlo ipocritamente ma altrettanto apertamente, soprattutto dai ribelli, dagli americani e dai sauditi – che ammonisce, se non si arriva a un sblocco dello stallo e lo si lascia incancrenire nello scontro di 100 mila morti in un anno, nella “somalizzazione”, o in una “libizzazione” – una frantumazione della Siria in mille piccoli clans e feudi in guerra con tutti, e anche tra loro.

Una tendenza, Brahimi prevede e dice, pressoché automaticamente e irreversibilmente centripeta (Guardian, 30.12.2012, Agenzia Associated Press (A.P.), Syrian crisis‘could kill 100,000 in next year’ Nell’anno che viene, la crisi siriana potrebbe ‘ammazzarne altri 100.000’ http://www.guardian.co.uk/world/2012/dec/30/syrian-crisis-could-kill-100000). Perché la ribellione, la rivoluzione se volete, potrebbe ormai metastatizzarsi, allargandosi e approfondendosi anche dentro le fila stesse, turbolente a dir poco, dei ribelli.

La Russia, ma con grande cautela, potrebbe anche impegnarsi direttamente a questo punto – e lo lascia capire a tutte le diplomazie anche le meno disponibili ad ascoltarla: i sauditi, gli americani… – che ormai contemplasse, forse, per facilitare una transizione quella che potrebbe essere pure la partenza di Assad legata a una qualche forma di amnistia e di asilo politico (Stratfor, Global Intelligence, 7.12.2012, Russia’s Search for Leverage in the Syrian Crisis La Russia alla ricerca del ruolo di cerniera nella crisi siriana http://www.stratfor.com/ analysis/russias-search-leverage-syrian-crisis).

●Emerge, ancora, un altro elemento di qualche interesse sullo stato dei rapporti di forza in atto qui in Siria al momento. Una corrispondenza britannica, di uno dei pochi reporter che, in questi giorni, hanno realmente viaggiato avanti e dietro nel paese, da Damasco a Homs e Aleppo, a attestare che il  regime – il meccanismo, il sistema – continua a funzionare pur tra evidenti e gravi difficoltà. Il rumore di spari e di scontri è diffuso ma la vita normale della città va avanti sia a Homs che a Damasco (The Independent,18.2.2012, P. Cockburn, The descent into Holy War La discesa nella Guerra Santahttp://www.indepen dent.co.uk/voices/comment/syria-the-descent-into-holy-war-8420309.html).   

L’A. ha regolarmente affittato e guidato il jeeppone col quale ha percorso, senza reali problemi, dall’una all’altra filiale, i 200 km. da una all’altra città. E conclude che Assad non sta affatto per cadere, come raccontano i tanti turiferari della sua fine, lì tra i ribelli e qui in occidente. E ha visto partire, arrivare in televisione e poi scaricare alla sua presenza ad Aleppo, a 500 km, un carico di aiuti inviato dal governo e consegnato dal vice presidente siriano.

Il giornalista in questione è uno della razza quasi in estinzione che, già in linea di principio, è contraria a ogni interferenza militare straniera: e, perciò, i servizi americani e quelli britannici, come quelli del Qatar e sauditi, lo tengono in grande sospetto. Ma neanche loro stavolta, che pure ci provano, possono smentire e neanche realmente screditare l’esperienza del suo viaggio e quel che ne riferisce; né smentiscono la visita ad Aleppo, con 150 tonnellate di cargo, dell’Antonov-124 dell’aeronautica militare siriana

La sostanza è che negli ultimi tempi l’opposizione, da più parti aiutata, finanziata e rifornita anche di uomini armati, al-Qaedisti o altro, ha fatto diversi passi in avanti. Ma strategicamente ancora è balbuziente. Il crollo di Assad – a  lui – non sembra affatto imminente: vero, ormai di frequente i ribelli conquistano un posto di confine o una caserma combattendo strada per strada e a costi enormi anche per la popolazione civile; ma poi “tengono” il territorio conquistato quando gli va bene si e no per una mezz’ora.

Ma quando e come possono quanti, molti, tra loro sono propensi a tagliare sempre e comunque le teste di chi non sia d’accordo e non si dichiari, e dimostri ribelle, procedono secondo quella che vedono come la loro missione: le tagliano.

Non c’è in questa guerra, insomma, il buono contro il cattivo. E non è detto per niente – continuano tra l’altro a ammonire anche le  gerarchie qui delle chiese cristiane e le rappresentanze di tutte le minoranze – che poi il peggio sia Assad… Anzi (gli episodi raccontati nel link sopraindicato di Cockburn incluso nell’articolo qui sopra, e anche mostrati in video, sono qualcosa su cui bisognerebbe davvero riflettere per leggere meglio la natura di questi ribelli).

Qui, nel conflitto tra Assad e gli insorti, i cristiani si sono schierati in larga maggioranza dalla parte di Assad perché ne ha “utilizzati” non pochi esponenti anche in posti di potere e, soprattutto, per il  timore del potere crescente degli estremisti mussulmani sunniti nelle fila antiregime. Sono molti i cristiani che si vedono emarginati, angariati, perseguiti e anche perseguitati, proprio perché tali – perché cristiani – se la maggioranza dell’opposizione sunnita, alla fine, prende il potere…

E non aiutano certo notizie come quelle che, alla vigilia proprio di Natale, arrivano adesso, tutte molto credibili, di bombardamenti a tappeto sui quartieri ribelli di diverse città da parte del regime  e, per esempio, da Aleppo della vera e propria esportazione in loco di un polizia religiosa “della virtù” – la chiamano così – di marca saudita nei quartieri “liberati” che impone costumi e pratiche della shar’ia, nell’interpretazione estrema wahabita.

Questa seconda notizia è al solito largamente taciuta, la prima invece giustamente denunciata con forza (1) NightWatch KGS, 20.12.2012, Wahabi virtue police unleashed in Aleppo La polizia della virtù alla wahabita scatenata ad Aleppo http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_12000242.aspx); ▬ 2) What Really Happened, 21.12.2012, J. Ditz, Syrian Rebels Set Up ‘Religious Police’ Around Aleppo Ad Aleppo, i ribelli siriani mettono in piedi le ronde religiose http://whatreallyhappened.com/category/syria).

Ad Aleppo viene imposta la recita pubblica della preghiera per le strade ai mussulmani e la fermata obbligatoria a chi non lo fosse e preferirebbe ignorarla, ad esempio, e il divieto di guida delle auto alle donne, nelle forme meno cruente e più intollerabilmente diffuse, ma anche nelle versioni più rare epperò anche esiziali del taglio delle mani e delle pubbliche fustigazioni anche a morte di chi viola le regole.

Una pratica che viene, solo con qualche vago imbarazzo, difesa come parte integrante della rivoluzione delle libertà islamiche cui la maggioranza chiede di sottomettersi anche alle minoranze – turchi, curdi, turkmeni, palestinesi… e copti, alawiti, sci’iti e quant’altri magari se ne volessero invece fregare – in forza della democrazia e della peraltro presunta volontà della maggioranza. E i timori dei copti, degli alawiti, ecc., ecc. si capiscono bene…

Il regime attuale, con tutta l’élite del paese, è notoriamente dominato dalla setta alawita, essa stessa un ramo minoritario dell’islam sci’ita cui appartengono, come gli iraniani, gli Assad e anche, ormai, la maggioranza al potere in Iraq. E gli Assad, al potere da quarant’anni prima col padre Hafez e poi col figlio Assad, hanno sempre fondato il loro potere su una più o meno equilibrata, ma reale, divisione di spoglie e privilegi economici e politici fra le minoranze varie e anche diverse grandi famiglie sunnite in cambio del loro appoggio al proprio dominio politico, garantendo poi – e proprio perché così variegata – una sostanziale laicità, le chiameremmo noi, della Siria rispetto a tutti gli altri Stati della regione.

Ecco, qui, lo spettro dell’estremismo islamista incarnato dagli al-Qaedisti e la minaccia altrettanto radicale dell’estremismo wahabita-saudita diversamente ma in qualche modo all’unisono anche convergenti – i primi eversori di tutto, i secondi ultraconservatori di se stessi e del proprio potere ma entrambi da sempre cultori e coltivatori della violenza estremista fanatica (New York Times, 23.12.12012, (A.P.), Syrian Christians Fear Bleak Future after Assad I cristiani di Siria temono un fosco futuro dopo Assad http://www.nytimes.com/aponline/2012/12/23/world/middleeast/ap-ml-syria-christian-fears.html?ref=global-home&_r=0).   

Le indicazioni, in fondo, più affidabili sullo stato effettivo della tenuta del regime siriano vengono da defezioni nelle fila del regime che cominciano a essere davvero significative come quella del generale comandante in capo della polizia militare, il magg. gen. Abdul Azia Jassem al-Shalal: le cui accuse al regime di atrocità delle quali è stato lui stesso, però, fino al giorno prima tra i massimi responsabili non appaiono poi così convincenti – in una situazione, comunque, di effettivo difficile equilibrio, lui stava per andare obbligatoriamente in pensione e con un futuro comunque, per lo meno, precario – ma costituiscono in ogni caso un fatto nuovo e significativo: è indice di un indebolimento del regime se i sorci lasciano la nave, in fondo (New York Times, 26.12.2012, High-ranking Syrian General Defects in New Blow to AssadGenerale siriano di alto grado, con la sua defezione assesta un  nuovo colpo duro ad Assad http://www.nytimes.com/2012/12/27/world/middleeast/ syrian-general-defects-in-a-public-broadcast.html?ref=global-home) .

E altre indicazioni sembrano anche più cogenti, come le precauzioni che i russi, anzitutto i militari, sembrano prendere, prudentemente. Un task group navale di cinque navi è partito dal Baltico e è in navigazione per Tartus – il vecchio porto militare costruito tra i tra mille reperti archeologici di una delle più vecchie civilizzazioni del Mediterraneo – e cioè del mondo – e che finora è stato la maggiore base di appoggio dei russi nel paese. Lì daranno il cambio all’incrociatore, al rimorchio, alla petroliera e alle due navi anfibie che, dall’inizio di novembre, già vi stazionano e dal quale si apprestano “alla bisogna” a rimpatriare il contingente militare russo.

Poi c’è una specie di motto, di battuta, di strana e quasi macabra arguzia, riportata non certo casualmente a RIA Novosti, a Interfax, a Voce della Russia dal portavoce del ministero degli Esteri, la situazione in Siria si va complicando ed “è ormai necessario tenersi preparati per ogni scenario(Stratfor, 27.12.2012, Preparation For Any Scenario Is Necessary, Russian Foreign Ministry Spokesman Says E’ necessario ormai prepararsi in previsione di ogni scenario, dice il portavoce degli Esteri russo www.stratfor.com/situation-report/syria-preparation-any-scenario-necessary-russian-foreign-ministry-spokesman-says).

●Il fatto nuovo, in realtà, non è questo tipo di voci sulla più recente precarietà del regime quanto l’indicazione che sembra implicare la frequenza e il ristretto intervallo che ormai viene considerato come un indicatore vero e proprio di declino che potrebbe ormai, forse, anche essere rapido. E’ una specie di “scritta sul muro” per Assad, secondo questa interpretazione, quasi la predizione di una sua fine imminente.

Come quella che apparve, appunto, sul muro del banchetto di re Balthazar, non lontano da Damasco, a Babilonia, dove oggi è l’Iraq, 6 secoli prima di Cristo, a predirgli (“Mene. Mene, Tekel, u-Pharsin” che il profeta Daniele interpretò per lui come la previsione di una fine imminente: Balthazar, ultimo sovrano Babilonia e figlio di Nabucodonosor venne ucciso quella notte e i persiani saccheggiarono la sua capitale[4].

Qui, in effetti, sempre secondo questa interpretazione forse però ancora forzata, la vera “scritta sul muro” potrebbe essere ormai davvero l’appello che, secondo fonti autorevoli (Stratfor, 27.12.2012, Sirian Baath party calls for taking away President’s powers— Il partito Baath di Siria chiede [chiederebbe] di sollevare il presidente da [alcuni] poteri http://www.stratfor.com/situation-report/syria-baath-party-calls-taking-away-presidents-powers), non ancora confermate ma indicate nel quotidiano di Dubai al-Arabiya, epperò al momento non reperibili, a fine anno viene (verrebbe) proprio dal partito Ba’ath, il partito di Assad al potere a Damasco che la butta lì.

Bisognerebbe forse fare come è stato fatto in Yemen, sollevando il presidente da alcuni suoi poteri: sul modello di quel che è successo mesi fa in Yemen per “accompagnare” l’uscita – che però è stata una vera e propria cacciata – del presidente Saleh in Yemen, consentendogli di lasciare il paese…  

●Due anni dopo i primi moti che, partendo dalla frustrazione di un’economia depressa e dal problema della disoccupazione e dell’emarginazione che tormenta masse grandi di giovani, scatenarono qui in Tunisia la prima esplosione della primavera araba, le cose continuano a andar male e anche peggio e lo scontento sociale e economico, malgrado la rivoluzione politica che dall’inizio del 2011 ha tolto di mezzo il rais, Zine el-Abidine Ben Ali, continua a approfondirsi.

In Tv, il presidente eletto, il “moderato” islamico Moncef Marzouki, parla di “una Tunisia al bivio” col mondo e il popolo che la guardano, di un governo che non “è riuscito e, comunque, non è venuto incontro alle aspettative” della popolazione. Il problema, anche qui, è che quando una situazione è politicamente turbolenta – come in tutti questi paesi… e non solo, ormai, per definizione – gli investimenti esteri latitano e quelli interni entrano in sciopero, se la rivoluzione non li costringe a muoversi: ma se poi li costringe, se appena appena possono, scappano perché per definizione gli investitori non conoscono patria, riconoscendo soltanto i padroni.

E, a Sidi Bouzid, la cittadina dove a dicembre 2010 l’ambulante Mohuammad Bouazizi innescò, dandosi fuoco per protesta contro le vessazioni della polizia municipale e contro l’oppressione della miseria che affamava la sua famiglia, la rivoluzione araba di tutto il Mediterraneo, il presidente e lo speaker del parlamento vengono presi a sassate al grido di “vattene! vattene!” che allora spazzò via il regime di Zine el Abedine ben Ali (Euronews, 17.12.2012, Tunisia: secondo anniversario della rivoluzione, fischi e sassi contro il Presidente http://it.euronews.com/2012/12/17/tunisia-secondo-anniversario-della-rivoluzione-fischi-e-sassi-contro-il-/)…

Adesso Marzouki promette il progresso economico “entro sei mesi” alla gente di Sidi Bouzid, dando il segno di aver capito che il fuoco della rivolta cova ancora forse più che nel reclamo di diritti, nei vincoli di miseria e disoccupazione diffusa che continuano a flagellare il paese. Naturalmente il governo tunisino non ha mezzo alcuno per alleviare questa miseria e rilanciare l’economia come adesso promette alla gente. E avrà serissime problemi, anche a breve.

Qui la rivoluzione non ha cambiato la situazione materiale della gente tunisina, ha cambiato radicalmente solo la gente al potere. E non basta… Oggi la disoccupazione media, dal 13% che era prima della rivoluzione è salita al 18%, cioè su una popolazione di quasi 11 milioni di abitanti distribuita su appena 160.000 km2, conta sugli 800.000 senza lavoro di cui 1/3 sono poi laureati e riesce a tenere una crescita che quest’anno dovrebbe potersi attestare su un 2% appena sufficiente, forse, a ritardare un po’ una nuova, ma ormai probabile e, forse anche prossima, esplosione di scontento sociale.

La cui “colpa” ormai non può che risalire, oltre che alla crisi naturalmente – la grande e anche troppo facilmente identificabile comune imputata – alle tergiversazioni immobiliste del partito islamista liberal-centrista della RinascitaEnnhada che, concentrandosi tutto sulla natura islamica da imprimere alla nuova Costituzione in allestimento ormai da due anni, ha di fatto escluso dalle proprie priorità, e pericolosamente, le tematiche dello sviluppo economico e sociale. E ora potrebbe pagarlo a prezzo pesante. L’UGTT – il movimento sindacale che qui è sempre stato una cosa seria e mai, neanche sotto Ben Ali, piegato al potere – ha ripreso con forza la sua mobilitazione scendendo anche, intanto, in sciopero generale.

Del resto, anche qui, s’erano irragionevolmente fidati delle promesse avanzate al calore della insorgete primavera araba, quando i G-20, riuniti sotto la presidenza di Sarkozy a Deauville, insieme all’Arabia saudita e al Qatar avevano impegnato crediti per una quarantina di miliardi di $  “a favore di quelle nascenti democrazie”. Salvo poi renderne disponibili, alla fine, sì e no un centesimo, con quelli americani sostanzialmente bloccati dal Congresso, improvvisamente accortisi che gli arabi restavano, comunque, contrari a Israele (New York Times, 1.12.2012, N. MacFarquhar, Economic Frustration Simmers Again in Tunisia La frustrazione economica in Tunisia ancora ribolle http://www.nytimes.com/2012/12/02/world/africa/economic-frustration-simmers-again-in-tunisia.html?pagewanted =all).

●In tutta franchezza non siamo assolutamente riusciti a capire la logica che ha portato il candidato premier del centrosinistra, un personaggio quadrato, serio, ma anche astuto e capace, come Pierluigi Bersani a recarsi appena scelto dalle elezioni primarie del PD, in visita in Libia. Perché proprio la Libia? La risposta che dà il deputato democratico Lapo Pistelli della Commissione Esteri della Camera è semplice semplice: “il messaggio è che l’Italia riconosce che nella politica estera l’Ue deve avere un ruolo forte, ma è vero anche che ognuno deve guardare il mondo dalle proprie latitudini(Huffington Post Italia, 3.12.2012, A. Bassi, Ecco perché Pierluigi Bersani dopo le primarie parte con una visita in Libia http://www.huffingtonpost.it/2012/12/03/ecco-perche-pierluigi-bersani-dopo-le-primarie-parte-dalla-libia_n_2230830.html?utm_hp_ref=italy). E la nostra dimensione di primario interesse è questa, il Mediterraneo: Libia, ma anche – certo – Tunisia, Egitto, Algeria…

Ma resta la domanda: perché oggi a partire proprio dalla Libia? La risposta che dà il foglio on-line diretto da Lucia Annunziata è chiara e netta: “L'attenzione è massima, in un'area fondamentale anche per gli interessi economici dell’Italia. L’Eni è riuscita a riportare la produzione di petrolio e di gas a livelli quasi precedenti a quelli dello scoppio delle rivolte. Il Cane a sei zampe rimane la principale impresa straniera in Libia. Proprio oggi, con singolare tempismo, la società guidata da Paolo Scaroni ha annunciato anche la ripresa delle perforazioni a sud di Bengasi.

   Ma ci sono i francesi che fanno sentire il fiato sul collo. E presto dovrebbero essere messi in gara importanti siti petroliferi. Nicolas Sarkozy aveva avviato i bombardamenti a supporto della rivolta prima ancora della risoluzione dell’Onu. In Italia, invece, la sinistra si era divisa sull’intervento. Un motivo in più per Bersaniu per andare a Tripoli, dando un riconoscimento implicito alle bombe sganciate dai nostri caccia contro l’esercito del colonnello (Huffington Post Italia, 28.11.2012, Missione Libia 2011, le operazioni “tenute nascoste agli italiani” rivelate dal generale Giuseppe Bernardis. 1900 raid e 456 bombardamenti http://www.huffingtonpost.it/2012/11/28/missione-libia-2011_n_2206585.html?utm_hp_ref=italy).    

E’ questa l’interpretazione giusta delle motivazioni che stanno dietro un viaggio per lo meno curioso? o questa è solo l’interpretazione interessata di uno come Pistelli (nel senso che lui crede davvero che il segretario del PD e presidente del Consiglio in pectore della Repubblica italiana ha la necessità di ottenere, diciamo, l’expedit di Washington: non tanto sul merito delle cose da fare o non fare, quanto sulla professione di fede da rendere preliminarmente: non solo alleati, ma proprio allineati e, pure, sempre assenzienti— cosa che a Annunziata sembra andar bene – comunque è comprensibile e perciò anche accettabile ed accettata – e a chi scrive qui, invece, molto di meno?

Una cosa, comunque, cui dovrà abituarsi chiunque le prossime elezioni, speriamo, metterà l’anno che viene a guidare il governo italiano è che questa povera Libia alimentandone le spaccature interne come abbiamo contribuito a fare anche noi per diroccare il regime di Gheddafi, sta ormai realmente tornando alle origini. Qui non stiamo dando un giudizio di merito: Gheddafi, pace all’anima sua, faceva abbastanza schifo ma… Però è un fatto che, irresistibilmente, la Libia moderna torna ad essere quello che era.

Non più una costruzione artificiale della modernizzazione colonialista imposta da noi italiani, ma l’involuzione di ritorno nelle vecchie regioni com’erano: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, il Sud… E buon pro’ ci faccia. E faccia soprattutto a chi, avendolo per anni coccolato e slinguato come un nuovo duce – accomunato come a lui si sentiva dalla volontà di decisionismo, nel suo caso frustrata grazie a Dio ma anche, e come, a tanti di noi – poi lo ha di punto in bianco, emettendo qualche squittio di vago distacco, mollato e condannato al linciaggio.

●L’ intervento di forze armate straniere in Mali è, ormai, “pressoché inevitabile”, assicura solerte il sottosegretario generale del’ONU per le operazioni di pace (sic!), Hervé Ladsous (si capisce, francese: ex colonizzatore dell’ex colonia maliana e, perciò, pensa quella falsa anima candida e un po’ allocca di Ban Ki-moon che Bush mise a presiedere perché adeguatamente slinguante al Palazzo di Vetro, uno che ne capisce qualcosa ma che, proprio per questo, invece, secondo noi non ne capirà mai proprio niente.

Ma, detto questo, assicura poi subito, anche non più proprio solerte, ad amici e soprattutto ai nemici al-Qaedisti che a nome del mondo si accinge ad andare a combattere, che non ci sarà azione prima di settembre, o ottobre forse – ma allora perché non dicembre? – del… 2013. Il tempo necessario per ricostituire l’esercito maliano, sbandato, e proseguire coi colloqui di pace… già dichiarati inutili, però, perche tanto l’intervento, come detto, è “inevitabile(Reuters, 5.12.2012, J. Irish, No military intervention in Mali before Sept -UN peacekeeping chief Nessun intervento in Mali prima del prossimo settembre – dice il capo delle operazioni di pace dell’ONU http://www.reuters.com/article/2012/12/05/mali-un-idUSL5E8N5BFS2012 1205).

Insomma, un elenco infinito di non sequitur logici, strategici, militari e politici, a conferma che se il Mali dovrà e vorrà liberarsi da al-Qaeda, dovranno alla fine farlo gli stessi Tuareg, che ribellandosi all’esercito fellone e sbandato che s’era ammutinato contro il governo civile e decente e poco islamico che avevano, sobillati dagli sponsors stranieri – perché era poco ossequiente agli interessi francesi e statunitensi – aprirono la strada agli islamisti estremisti (da bravi apprendisti stregoni! incapaci di vedere quello che fanno).

E, poi, adesso, a inizio dicembre giunge un’altra notizia (Dawn News/Bamako, 11.12.2012, Mali’s Prime Minister Announces Resignation Il primo ministro del Mali annuncia le sue dimissioni http://dawn.com/2012/12/11/ malis-prime-minister-announces-resignation/) certo, e a dir poco, inquietante: dopo l’ordine dell’ex capo dei golpisti, Amadou Sanogo, che aveva prima abbattuto con risultati tragici di guerra e secessione il governo civile, legittimo e più che apprezzabile che il Mali si era dato alle urne aveva poi lasciato formare un governo guidato, nominalmente, ad interim dal debolissimo suo succube Sheik Modibo Diarra. E adesso lo ha costretto a dimettersi e messo agli arresti domiciliari. Sostituendolo con un altro noto re travicello di immediata e militaresca designazione, tal Diango Cissoko (France24, 11.12.2012, Mali names new prime minister after ‘quasi-coup’ Il Mali [oddio, il Mali…], dopo il suo [nuovo] ‘quasi golpe’ nomina il primo ministro http://www.france24.com/en/20121211-mali-cissoko-new-pm-diarra).

Colpevole di non essere riuscito a far ancora arrivare gli aiuti esterni di cui ha bisogno per riprendersi il potere dagli indipendentisti e dagli islamisti che lo hanno sfidato. E è ancora più il caos l’unico effetto prodotto dai nostri imbranati apprendisti stregoni dell’occidente – i francesi anzitutto. come in Libia – che, aizzando il golpe qui e, prima, l’attacco aereo a Gheddafi per “stabilizzare” il paese coi militari, sono all’origine del caos scatenato consegnandolo di fatto ai secessionisti…

Il fatto è che un personaggio bieco come Sanogo, che ha distrutto una democrazia come poche altre in Africa funzionante, non accetta di aver fallito. E a cui, invece di consentirgli per ignavia proterva di continuare a dettare a un’accozzaglia di alleati confusi e istupiditi – anzitutto gli occidentali, Francia e America alla testa – il suo ukase dovrebbe solo essere riservata ormai la galera come traditore, golpista e criminale di guerra… Lo faranno fuori brevi manu, vedrete: non certo con un processo dal quale emergerebbero le complicità più inconfessabili e imbarazzanti…

●ONU e anche Stati Uniti hanno ritirato tutto il personale diplomatico che avevano a Bangui, la capitale della Repubblica centrafricana che è attaccata militarmente dai ribelli, mentre i francesi – noblesse oblige, no?: era “roba” loro questa, nel glorioso e sanguinoso scacchiere del colonialismo d’antan – rafforzano le barricate intorno all’Ambasciata. 

Ma il presidente Hollande annuncia che la Francia non interverrà mai per conto suo, militarmente, senza un “mandato”… E, mentre il presidente François Bozizé parla ormai di disponibilità a condividere il potere con i ribelli del Seleka, la Francia che non definisce cosa sia mai questo mandato, deve far fronte alla possibilità di una caduta del governo di Bangui che sembra ormai cosa di dopodomani (CNN News, 28.12.2012, Nana Karikari-apau, US diplomats leave Central African Republic amid unrest In mezzo agli scontri, i diplomatici statunitensi abbandonano la Repubblica centrafricana http://edition.cnn.com/ 2012/12/28/world/africa/central-african-republic-unrest/index.html).

●Su quanto va sobollendo in Kuwait, riportiamo un contributo che ci sembra utile e uno dei più attenti che abbiamo avuto occasione di leggere (Il Mondo di Annibale, 3.12.2012, Kiwan Kiwan, L’incredibile voto del Kuwait http://ilmondodiannibale.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43012& typeb =0&L-incredibile-voto-del-Kuwait). Questo è un “paese decisivo del fronte sunnita nel Golfo persico ma spaccato da un confronto duro tra famiglia regnante e gruppi islamici sunniti, si regala un parlamento al 30%  sci’ita, frutto del boicottaggio del voto da parte di quegli islamisti.

   Il leader dell’opposizione islamista [sunnita] Faisal Al-Muslem ha detto: ‘Continueremo la nostra protesta usando tutti i mezzi pacifici previsti dalla costituzione: riunioni, raduni e manifestazioni fino alla caduta di questo parlamento che non rappresenta la maggioranza dei cittadini [colpa di quella maggioranza, però, che ha dato loro retta …]’. Gli sci’iti, che costituiscono circa il 30% della popolazione, hanno ottenuto 17 seggi dei 50 dell’Assemblea Nazionale: risultati che non hanno precedenti nella storia del Kuwait.

   Gli sciiti sono riusciti a realizzare questo risultato in quanto hanno rifiutato di assecondare il boicottaggio annunciato dall’opposizione controllata dagli islamisti sunniti. E’ interessante notare che gli sci’iti avevano 9 deputati nella Camera nel 2009 e appena 7 nell'ultima legislatura, quella apertasi nel 2012. Invece gli islamisti sunniti, che hanno boicottato le elezioni, hanno ottenuto appena 4 seggi rispetto ai 23 nella precedente assemblea e tra i 4, 2 deputati dell’estremismo salafita.

   I capi tribali mussulmani sunniti avevano deciso di boicottare il voto, come anche [separatamente] l’opposizione islamica, liberale e nazionalista contro la modifica della legge elettorale, che prevede la riduzione del numero delle preferenze da 4 a 1 considerando questa modifica un incentivo alla compravendita dei voti nella speranza di ottenere eletti più ‘malleabili’. Le grandi tribù, che ‘contano’ 400.000 elettori, escono come il maggior perdente, con un unico parlamentare eletto mentre precedentemente contavano 17 deputati.

   Sono state rielette 3 donne su 14 candidate mentre erano 4 nel 2009, mentre  nessuna donna era stata eletta nel 2012. Sono Maasumat Al Mobarak, docente universitaria di scienze politiche, Safa Abdel Rahman, economista, Zikra Al Rashidi, avvocato [dell’ultima eletta, qui in Italia, non si sa niente e resta il dubbio su come e quanto convintamente siano state elette tra le candidate donne queste rarissime intellettuali presenti nella popolazione]. La docente universitaria Mobarak ha dichiarato [anche] di candidarsi a vice presidente del parlamento.

   Questo voto è risultato delle seste elezioni anticipate consecutive, prodotte di un evidente stallo  politico-istituzionale che attanaglia il ricchissimo Kuwait”.

●Il post guerra di Gaza ha segnato, per i palestinesi, come per gli israeliani,

prima, il riconoscimento del loro paese  come “Stato non osservatore” ammesso all’ONU a grande maggioranza (hanno votato contro 9 paesi— con Israele, ovviamente, gli USA ma poi solo Canada, Cechia, isole Marshall, Micronesia, Nauru, Panama and Palau…: Palau!) e vale la pena di notare come, nella sua dichiarazione di voto, l’ambasciatore indiano abbia voluto ricordare agli israeliani che la loro Dichiarazione di indipendenza pone con orgoglio a fondamento della loro stessa legittimità come Stato la risoluzione dell’ONU che, in quello stesso giorno del ’47, creava uno Stato israeliano indipendente “accanto a uno indipendente palestinese”: una proposta che, quel giorno di 65 anni fa, i palestinesi comprensibilmente – ma politicamente e storicamente – sbagliando rifiutarono ma che, poi, da 64 anni in qua ogni giorno proprio gli israeliani – politicamente e storicamente sbagliando – hanno continuato meno comprensibilmente, anche visti i rapporti di forza reali, a rifiutare.

Poi, col riconoscimento formale dell’ONU, c’è stata anche l’apertura conseguente, proprio come per ogni altro Stato vero e come tale riconosciuto, del suo accesso a tutte le agenzie specializzate dell’ONU, comprese quelle da cui Tel Aviv la voleva tener fuori a ogni costo che le consentono di presentare denunce contro i crimini di guerra e le violazioni di diritti umani con cui Israele infierisce contro le popolazioni dei territori illegalmente occupati.

Infine, solo tre giorni dopo, a sottolineare l’isolamento sempre più pesante di Tel Aviv e di Washington, l’Assemblea generale vota – 174 a favore, 6 contro (rispetto ai 9 della già imbarazzata e imbarazzante votazione precedente stavolta mancano anche Cechia, Panama e Nauru) e 6 astensioni – una risoluzione che non certo per la prima volta chiede a Israele di aderire al Trattato di Non Proliferazione nucleare, come fa anche l’Iran, e di aprire “senza ulteriori indugi”  alle ispezioni da esso previste dell’AIEA, l’agenzia dell’ONU sul nucleare, come fa anche l’Iran, gli impianti nucleari di cui il paese dispone, cosa che ha sempre rifiutato di fare (Guardian, 4.12.2012, (A.P.), U.N. tells Israel to let in nuclear inspectors L’ONU dice a Israele di consentire le ispezioni ai suoi impianti nucleari http://www.guardian.co.uk/world/2012/dec/04/un-tells-israel-nuclear-inspectors).

Certo, c’è stata anche alla fine la minacciosamente annunciata e, sul piano tattico, dannatamente concreta, rappresaglia israeliana, rabbiosa e assolutamente aggressiva, di tenersi proditoriamente le tasse dei cittadini palestinesi che si erano arrogate di incassare per conto dell’ANP e del furto di altre terre palestinesi nei territori occupati— stavolta per un minimo rarissimo di coerenza “condannata”, per quel che vale però, anche dagli USA. E’ perché, stavolta non sfugge neanche alla superficialità così propria della signora Clinton.

(Qui una parentesi, ma proprio tale per ora. Il suo rimpiazzo, il sen. John Kerry del Massachusetts, presidente della Commissione Esteri del Senato da anni e già candidato dei democratici contro il Bush del secondo mandato, è uno non meno filo-israeliano di lei: però – sembra – un po’ più informato e cosciente del meccanismo di causa-effetto che mosse come questa scatenano in questa parte del mondo.

Ma neanche lui è propenso a considerare l’opportunità/necessità di rivedere per uscire proprio dallo stallo in cui sono ormai affondati da molti anni i rapporti internazionali degli USA. Da quando, precisamente, il presidente Clinton dei primissimi anni ’90 si lasciò convincere, dai falchi democratici alla Zberzinski a snobbare – anzi a umiliare, fino a “favorirne” la defenestrazione da parte del servo sciocco, Eltsin, che s’erano andati allevando – l’offerta di Gorbaciov di co-gestire il tramonto che pure proprio lui aveva decretato dell’Unione Sovietica e la nascita della nuova Russia.

Puntando, invece, a farla scomparire dall’orizzonte della rilevanza internazionale e aprendo così la strada all’inevitabile e, a quel punto, comunque scontata reazione di Putin che al Cremlino arrivava  proprio mentre lui lasciava il posto all’irresponsabile Bush figlio e alla sua manica di neo-cons vogliosi di annientare la concorrenza quando in realtà, malgrado tutto, si aveva sempre a che fare con la seconda superpotenza nucleare del mondo.

Adesso si va imponendo naturalmente più realismo: nel frattempo l’America imperiale ha perso in Iraq, consegnando la vittoria all’Iran, è a dir poco affondata in Afganistan, ha a che fare i conti pure con la Cina e le ha consegnato le chiavi della sua economia. Epperò non si rassegna a cambiare strada: avviandosi sull’unica che potrebbe riaprire, riequilibrando anche a suo vantaggio i giochi. Per farlo, però, bisognerebbe decidersi a prendere atto – come suggeriscono due freddi studiosi americani di classica scuola sovietologico-kissingeriana, anche se in diverso contesto, quello indicato dal titolo che però porta alla stessa conclusione: che, con la Russia, l’America si deve rimettere d’urgenza a parlare e a trattare.

Solo che “l’amministrazione” Obama – come le precedenti e con la signora Clinton al timone del dipartimento di Stato: e bisognerà vedere ora che farà, che potrà e vorrà fare, John Kerry – definiscono il lavorare con gli altri come – nel caso nostro – dare l’occasione alla Russia di adottare le posizioni degli USA e implementare le decisioni di Washington  senza accettare alcun input significativo— una posizione che aliena – e, naturalmente, rifiuta – il Cremlino(New York Times, 21. 12.2012, D. K. Simes e P. J. Saunders, To Save Syria,We Need Russia Per salvare la Siria, abbiamo bisogno della Russia [tra l’altro, il titolo che rifletterebbe meglio il contenuto di questo editoriale importante sarebbe: ‘Per tirare fuori l’America dal suo stallo – e cominciare salvando la Siria – noi abbiamo bisogno di lavorare davvero con gli altri, anzitutto partendo proprio dalla Russia…] http://www.nytimes.com/2012/12/22/opinion to-save-syria-america-needs-russias-help.html?ref=global-home&_r=0).)

Ora, tornando a bomba, mosse come questa di Netanyahu mettono all’angolo proprio Obama: per capirci, il furto manu militari e senza grande destrezza di altra terra palestinese assume in questo momento la dimensione di un cambio di natura “drammaticamente strategica”, per dirla con un’attenta osservatrice che frequenta da tempo e conosce bene anche la geografia del luogo dove si andrebbe concretizzando questa storiaccia.

Perché qui si tratta precisamente del “la costruzione di nuove case, appartamenti, palazzi per coloni israeliani dentro Gerusalemme est, dentro la Cisgiordania, dentro lo Stato di Palestina. Una svolta perché costruire dentro la cosiddetta zona E1 significa spaccare del tutto la Cisgiordania tra due cantoni, uno a nord (Ramallah-Nablus) e uno a sud (Betlemme-Hebron), attraverso la direttrice che da Gerusalemme porta alla valle del Giordano attraverso Gerico(Invisible Arabs, 3.12.2012, P. Caridi, Perché vale pena http://invisiblearabs.com/ [insomma, perché non è affatto vero che la decisione dell’ONU ‘non cambia nulla’: perché invece bolla, condanna, frena se non Netanyahu anche e soprattutto l’America e molti pure lì in Israele (ha scritto nel titolo di un suo articolo preoccupato sul più diffuso e autorevole quotidiano liberal israeliano Haaretz, 30.11.2012, Barak Ravid, di ‘How Israel lost Europe’s support— Come Israele – intanto – ha perso il sostegno dell’Europa — http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/how-israel-lost-europe-s-support.premium-1.481544)]).

Una mappa ancora più definitivamente spaccata a macchia di leopardo: proprio tipo quello che erano i bantustans sudafricani dell’apartheid, come da sempre ammonisce che così diventa “inevitabile”, ad esempio, Jimmy Carter.

●Così, invece – la solita vendicativa eterogenesi dei fini – alla fine della fiera, quando l’avventura di Binyamin Netanyahu – forse non stavolta ma la prossima certo – si andrà definitivamente a concludere – essa segnerà un fatto ormai irreversibile nel bene e nel male: “come avvertono da tempo politici israeliani più scaltri di lui (come il suo predecessore Ehud Olmert) tenere in vita l’esistenza di Israele come Stato ebraico esigeva – ed esigerebbe anche sempre – la perpetuazione almeno come idea di uno Stato palestinese, anche se solo come favola di là da venire tenuta in vita attraverso negoziati senza fine.

   Quando la favola di uno Stato palestinese separato viene svelata senza sostanza alcuna come il racconto del mago di Oz – e ora si tratta di cosa fatta e garantita proprio dalla realizzazione del cosiddetto piano E1 che la rende materialmente impossibile – i palestinesi che ancora non lo hanno fatto si impegneranno sull’unica alternativa possibile:  la soluzione di uno Stato unico dove quello esclusivamente ebraico e quello esclusivamente palestinese cederanno il passo a quella che, in effetti, è stata sempre l’alternativa preferibile, un solo Stato democratico e secolare su tutta la superficie della Palestina storica che entrambi i popoli condividano come uguali cittadini(New York Times, 5.12.2012, Saree Makdisi, If  Not Two States Then One Se non due Stati, allora Unohttp://www.nytimes. com/2012/12/06/opinion/global/if-not-two-states-then-one.html?ref=global-home). Già ma sembra solo un sogno davvero e, prima anche solo di cominciare a realizzarsi, sarà a lungo un incubo.

E, infine, c’è stata l’altra grande novità di fatto, che i fatti – come sono e non come si amerebbe magari che fossero – hanno imposto una qualche, come dire, obbligata certa apertura al negoziato diretto tra Israele e Hamas. Mediato, sicuro, de facto dai servizi di intelligence egiziani al Cairo ma che, di fatto, ha portato al consolidamento del cessate il fuoco e, anche, a una relativa ma qui subìto avvertita e maggiore apertura di Gaza all’esterno.

C’è chi annota, sapidamente (The Economist, 30.11.2012, The fallout in Gaza Le ricadute di Gaza http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21567414-israel-and-hamas-talk-mahmoud-abbas-sidelined-squeezed-both-sides), quanto rileva molto onestamente ma anche molto amaramente un alto esponente del ministero dell’Agricoltura della stessa ANP di Abbas: che “da anni eravamo andati all’ONU, davanti a tutte le organizzazioni internazionali e alla Croce Rossa per chiedere di poter estendere le possibilità di lavoro dei pescatori dei palestinesi di qualche metro più al largo e senza mai riuscirci. E, alla fine, ha vinto la resistenza”…

Perché adesso è un fatto[5] che dopo qualche giorno di scontro “al mercato del porto di Gaza si rivedono sui banchetti pesci che da anni non si vedevano più: spigole, branzini, triglie e polpi”… Che, dicono, e anche a ragione, non essere poi quel che conta… ma, invece, è proprio quello che, per la vita della gente, qualche volta conta e conta anche di più.

E c’è il fatto, soltanto simbolico certo – ma attesta della vittoria di Hamas e del nuovo rapporto suo con l’Egitto: anche e ancora sicuramente piuttosto precario nella situazione in cui oggi si trova la presidenza di Mursi – di un Hamas che sta cercando di rivitalizzare proprio l’ala palestinese dei Fratelli mussulmani (Stratfor, Global Intelligence, 16.10.2012, Hamas Looks to Revive the Palestinian Muslim Brotherhood http://www.stratfor.com/analysis/hamas-looks-revive-palestinian-muslim-brotherhood)  preparando ora il cambio di leadership dall’attuale suo capo operativo a Gaza Isma’il Haniyeh, a quella di Khaled Mesh’al.

Che, formalmente capo dell’ufficio politico del movimento, a Gaza arriva oggi per la prima volta in vita sua. Un personaggio anche noto per una sua dimensione personale più attenta di quella di Haniyeh alle opportunità del momento e ad associare alla durezza delle posizioni “di principio” (su Israele) la duttilità della gestione congiunturale, della contingenza (anche il negoziato: sempre con Israele).

E Mesh’al, più di Haniyeh, è anche attento alla necessità di riaprire i contatti con l’altra ala del movimento palestinese – Fatah, l’OLP, l’ANP, o chiamatela come volete: l’ala che ancora a livello internazionale è riconosciuta, con poco realismo ma lo è, adesso anche come “Stato non membro ma a pieno diritto” dell’Assemblea dell’ONU: un successo che Mesh’al ha non solo riconosciuto ma salutato, e anche favorito – e portato tutta Hamas, comunque, a riconoscere pure sotto le bombe di Israele come una vittoria importante di tutti i palestinesi.

Così Mesh’al, atterrato in Egitto arrivando dal Qatar dove si è trasferito da diversi mesi con l’Ufficio politico da quando ha lasciato Damasco e quella tragica, paurosa guerra civile, per poi passare da quel varco di confine a Gaza, lo ha adesso esplicitamente dichiarato, avendo negoziato e concluso lui con Israele il negoziato per il cessate il fuoco e celebrando in una grande manifestazione il 25°anniversario della fondazione del suo movimento.

Hamas è uscita politicamente vittoriosa di fronte ai suoi, di fronte a Tel Aviv e di fronte al mondo dallo scontro con le FF. AA. israeliane che ha concluso sotto gli auspici del nuovo Egitto, relegando gli USA al ruolo di corifei e osservatori. Resta irrinunciabile, certo, per Hamas gonfiare il petto e batterselo ritmicamente coi pugni, atteggiamento d’altra parte inevitabile col gorilla netanyahuesco dall’altra parte che dispone e esibisce muscoli militari e alleanze di ben altra portata rispetto alle sue… Ma sarebbe anche pericoloso non rendersi conto che, al dunque, i palestinesi sono usciti così vittoriosi per aver resistito all’offensiva di un’arma moderna e massiccia come l’aviazione di Israele, emergendone, così, solo tatticamente però non strategicamente ancora vincente.

Certo, alla fine di tutta questa storia, viene fuori anche qui l’ennesima eterogenesi dei fini per cui gli Stati Uniti, proprio per controbilanciare la vittoria strappata da Hamas obbligando Israele al negoziato, al compromesso e al cessate il fuoco, hanno in qualche modo “arrangiato” per Abbas e Fatah all’ONU la vittoria nel voto per la Palestina dando netta l’impressione che, pur protestando e votando contro, abbiano messo in campo una strategia troppo astuta per non rivoltarsi in definitiva contro di loro stessi.

Perché è stato un fallimento quasi patetico, con beneficiario finale non Fatah e Abbas, come si aspettavano i fini strateghi dell’inefficiente e ideologicamente accecato dipartimento di Stato che gli americani sopportano, ma Mesh’al e Hamas, visto che tutti i palestinesi – anche quelli di Fatah, al dunque – hanno interpretato la propria accettazione e vittoria all’ONU come risultato dell’azione di Hamas, della sua stessa sopravvivenza all’offensiva di Tel Aviv e del martellare con cui ha risposto colpo su colpo coi suoi razzi, per quanto largamente inefficaci, lanciati per una settimana contro il territorio di Israele. E ora, dal loro punto di vista e da quello di Israele, la situazione sta diventando sul serio intrattabile, senza un qualche colpo di reni politico di grande apertura, rivoluzionaria davvero.

Importante, ormai, dalla parte palestinese – nel razionalizzarne e nel “moderarne” strategia e atteggiamento tattico, del giorno per giorno, e strategico, cioè la visione, l’obiettivo di fondo – in altri termini la disponibilità reale a negoziare con Israele senza pretendere che sparisca ma cercando come reciprocamente accomodarsi alla realtà – è il ruolo che saprà e potrà svolgere la potenza simpatizzante maggiormente emergente, quella finanziaria soprattutto ma, in quanto tale, anche politica, del Qatar che va asserendo così una presenza anche alternativa a quella della leadership saudita e che è sicuramente uscito da questa guerra come l’altro vincitore arabo.

Ci sono segnali che vanno in questa direzione. Il più chiaro e trasparente è il cambio dei rapporti che stanno peggiorando, e da mesi, tra Teheran e Hamas: ora arriva anche notizia che l’Ufficio permanente di Hamas nella capitale iraniana è stato chiuso dopo che, nel corso dell’offensiva israeliana su Gaza, uno dei razzi palestinesi è arrivato ai confini di Tel Aviv.

Era un razzo, tra l’altro caduto in mare e impreciso, lanciato – ha detto Hamas che lo ha condannato – contro la città più grande di Israele da gruppi dissidenti e estremisti come quelli direttamente sponsorizzati dall’Iran: non tanto, dunque, anche se subito lo avevano rivendicato a sé le brigate Izz al-Deen al-Qassam, che poi hanno smentito, quanto da gruppi della Jihad islamica di osservanza strettamente iraniana.

Questa pare sia stata la goccia che ha fatto traboccare la pazienza iraniana. Ma non è affatto detto che si tratti per i palestinesi di un male, soprattutto se a sostenerli ora arriva al posto dell’Arabia saudita e in concorrenza con l’Iran, il Qatar… Per Israele non è che faccia gran differenza, certo. Ma un nemico più dipendente dall’emiro “moderato” e fieramente filo-palestinese e anti-israeliano invece che dall’estremismo fanatico sunnita e da quello della perenne frustrazione sci’ita, può forse adesso servire a rafforzare le posizioni palestinesi, rispetto a quelle arabe in generale, nel prossimo futuro (Stratfor, Global Intelligence, 15.12,2012, Considering Hamas' Intent in Targeting Tel Aviv— Riflettendo sulle intenzioni di Hamas nel mettere sotto tiro Tel Aviv ▬ http://www.stratfor.com/analysis/considering-hamas-intent-targeting-tel-aviv).

E dall’altra parte, dalla parte di Israele, lo stesso: come fa anzitutto, e da sé, lo Stato che si vuole e si definisce ebraico a cambiare posizione e atteggiamento e capire che così volendosi sta tradendo se stesso, diventa un altro Stato confessionale come tutti gli altri nell’area e anzi peggio (con diritti diversi e l’apartheid dichiarato per certi – tanti… la maggioranza ormai a breve – suoi cittadini – e come fanno qui gli americani a capire che questo devono aiutarla, spingerla, “obbligarla”, poi, a fare…

●C’era da aspettarselo, per ragioni evidenti di bilanciamento dei rapporti tra e coi palestinesi, ma adesso l’emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, annuncia che, dopo la visita a Gaza, a Hamas, prima dell’attacco ultimo di Israele e della tregua lì faticosamente raggiunta, va in  visita per la prima volta anche a Ramallah, capitale provvisoria della Cisgiordania dell’OLP e di Abu Mazen e appena riconosciuta dall’ONU come Stato a pieno titolo pur ancora non aderente all’Organizzazione internazionale solo a causa dei veti di Israele e degli USA.

Sarà un altro scacco per Israele, pure se poi, senza reali, spiegazioni viene annunciato che la visita è rinviata di qualche settimana: Al-Thani visiterà Ramallah in gennaio, dice adesso senza spiegarsi affatto ma lasciando capire che, sì, il Qatar darà all’ANP un aiuto finanziario e politico importante, il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki (Qatar.Living.com, 28.12.2012, Arutz Sheva, Emir of Qatar postpones visit to Ramallah L’emiro del Qatar rinvia la visita a Ramallah http://www.qatarliving.com/news/emir-of-qatar-postpones-visit-to-ramallah-arutz-sheva).

Resta il fatto che la visita di al-Thani acquisirà comunque sul piano pratico della rottura dei piani israeliani nei confronti dell’ANP in considerazione della “punizione” anche economica con cui Netanyahu ha subito annunciato di voler sfogare la sua rabbia contro i palestinesi per la loro vittoria e la sua sconfitta negando loro, ancora una volta, di accedere alle tasse che, come potenza militarmente occupante, Israele riscuote in Cisgiordania per conto loro, e poi a suo piacimento versa o non versa come sarebbe invece sempre tenuto a fare dal diritto internazionale.  

Il 17 del mese il presidente palestinese Abu Mazen/Mahmoud Abbas era stato lui a fargli visita a Doha. L’emiro – che ha anzitutto e deliberatamente, con un reale coraggio politico, sfidato prima Tel Aviv e Washington rompendo l’isolamento di Hamas (Stratfor, Global Intelligence, 23.10.2012, Qatar's Push for Influence Expands to Gaza La spinta a una maggiore influenza da parte del  Qatar si spinge a Gazahttp://www. stratfor.com/analysis/qatars-push-influence-expands-gaza), andrà ora prima in visita in Giordania e, poi, su un elicottero militare giordano, viaggerà e atterrerà in Cisgiordania. Sarà interessante scrutare le reazioni di Netanyahu i cui non expedit (a Gaza, all’ONU, ora a Ramallah – alla vigilia delle elezioni che ha voluto per mostrarsi il più duro dei duri – sono sempre più ignorati e in modo eclatante (CRIEnglish.cn, 16.12.2012, Qatar’s Emir to visit West Bank L’emiro del Qatar in visita in Cisgiordania http://english.cri.cn/6966/2012/12/16/2821s738781.htm).

●Grandi sommovimenti in Yemen: nel governo e nelle forze di sicurezza. Ma tutti di facciata: cambi di personale e da vedere per bene ma la linea base non è affatto cambiata. Con l’allontanamento forzato dopo decenni di autocrazia del vecchio presidente Saleh, è cambiato il governo ma non c’è stata alcuna rivoluzione. Il nuovo presidente, Abdrabuh Mansur Hadi, era in fondo il fedelissimo cavalier servente di Saleh.

Ora, viene sciolta la vecchia Guardia repubblicana, quella di élite che avrebbe dovuto costituire – avrebbe dovuto… ma non ci riuscì e, a dire il vero, neanche provò fino in fondo a farlo – lo scudo protettivo, anche personale, del vecchio rais, Ali Abdullah Saleh. Alcuni sussurri di stampa dicono che la Guardia più che soppressa è stata però “riformata”, assorbendone larga parte degli effettivi in una nuova formazione identica e ancora senza nome. Qui, come altrove nei ranghi delle forze armate, sono stati purgati i comandanti che, per legami soprattutto familiari, erano fatti al vecchio presidente. Qui, e per ora, è stato rimosso – e non si sa dove sia finito – il brigadier generale comandante la Guardia: Ahmed, non a caso, Saleh, figlio del presidente.

Al di là delle formazioni regolari – esercito, marina, aeronautica e guardie frontiera – ogni forza operativa speciale, anche quelle che hanno in dotazione missili balistici terra-terra Scud, sono ora sotto controllo del presidente… come erano del resto, fino a ieri, sotto il controllo del presidente forzatamente dimissionario. E altro cambio, dello stesso stampo e altrettanto significativo, ha sostituito e rimpiazzato il vice delle forze centrali di sicurezza, generale Yahia Mohammad – sì, avete indovinato: fa Saleh diremmo noi impropriamente di cognome – o meglio di identificativo – nipote dell’ex presidente (Yahoo!News, 20.12.2012, Mohammed Gobari, Saleh's sons cede to new Yemen president I figli di Saleh cedono [le armi] al nuovo presidente dello Yemen http://news.yahoo.com/salehs-son-cedes-missiles-yemen-president-163015739.html).

EUROPA

● Ecco l’Europa ripresa dallo spazio di notte… ma con un po’di buon senso, sarebbe molto più grande, no?

Fonte: Nasa/AFP/Getty Images, 10.2012 (Suomi NPP Satellite, da 804 Km. di altezza)

 

●Alla riunione di prammatica dei primi di dicembre, la BCE riconoscendo col presidente Draghi che l’economia resterà debole per tutto l’anno prossimo e riducendo drasticamente le sue previsioni di crescita dell’eurozona anche, forse, dice ora, dello 0,9%, quasi il doppio rispetto al pronostico precedente e perciò lascia inalterato il tasso di sconto che resta allo 0,75%, al minimo di sempre ma – crescita o depressione – non pensa neanche ad abbassarlo.

Perché – coi suoi colleghi-compari del direttivo insiste a leggere alla lettera il proprio mandato: non spetta alla Banca, spetta ai governi stimolare l’economia anche se, come adesso, è moribonda.  Draghi (ECB, 6.12.2012, Webcast of press conference by president Mario Draghi http://www.ecb.int/press/ tvservices/webcast/html/webcast_121206.en.html )  dice di essere preoccupato per questo e per le incertezze americane che non sono sparite neanche con la rielezione di Obama e per questo, ribadisce, bisogna restare prudenti: potrebbe ripartire se no l’inflazione (con percentuali di crescita vicine o addirittura ormai sottozero in Europa!?!).

●I regolatori dell’Unione europea hanno intanto approvato il piano di ristrutturazione delle banche più inguaiate della Spagna presentato da quel governo. Uno degli istituti bancari messi peggio, il Banco de Valencia, è in vendita adesso al valore nominale di € 1: che ingloba, però, anche le centinaia di milioni di € di debito, di crediti non più recuperabili, che ha sul groppone.

Pare adesso (per dirla con The Economist, 30.11.2012, Spanish Banks - Bail-out tapas Le banche spagnole – Gli antipastini del salvataggio http://www.economist.com/ news/21567415-spain-has-taken-painful-steps-clean-up-its-banks-more-may-yet-be-needed-bail-out-tapas) che dopo una serie infinita di antipastini (le tapas della tradizione castigliana) finalmente la Spagna abbia deciso di mettere sul piatto del salvataggio il piatto principale: anche se non sarà certo gustoso come sono quelle. Il piano prevede ora di iniettare fondi dell’eurozona per 37 miliardi di € a quattro grandi banche spagnole che stano andando o sono già in fallimento.

Perché a loro sì, sempre e sostanzialmente gratis, e ai disoccupati e alle piccole e medie imprese no? E’ la domanda che pongono in tanti. Ma la risposta, semplice semplice, è che quelli sono della stessa famiglia.

Su un altro risvolto dei problemi che va affrontando la Spagna pesa ora anche la minaccia di scissione che viene, ormai, dalla Catalogna. Avverte la vice premier Soraya Saenz de Santamaria che il governo nazionale ha il potere legale di fermare l’indizione eventuale del referendum della regione autonoma catalana per l’autonomia, l’indipendenza e, insomma, la secessione catalana (Arab News, 20.12.2012, (A.P.), Catalonia warned against independence vote La Catalogna avvertita contro il voto per l’indipendenza http://www.arabnews.com/catalonia-warned-against-independence-vote).. Forse, però, non sarà così semplice come la signora intenderebbe perché il processo legale teso a perseguire l’indipendenza della Catalogna sarà lungo e complesso (Stratfor, Global Intelligence, 26.11.2012, In Spain, Implications of Catalan Elections In Spagna, le implicazioni delle elezioni della Catalognahttp://www.stratfor. com/analysis/spain-implications-catalan-elections).

●La BCE intanto insiste perché, come deciso in linea di principio, tutto il sistema bancario europeo passi (le 6 mila banche nella regione) al più presto, e operativamente, al nuovo meccanismo regolatorio della Banca centrale. Ma sa bene che troverà ancora sul punto l’ostracismo dei tedeschi che lo esigono per tutti meno che – si capisce: o, meglio, no, non si capisce… – per loro (New York Times, 6.12.2012, M. Eddy e J. Ewing, European Central Bank Cuts Growth Forecast and Leaves Rates Unchanged La Banca Centrale Europea taglia le previsioni di crescita e lascia dov’erano i tassi di interesse http://www.nytimes.com/ 2012/12/07/business/global/european-central-bank-leaves-interest-rates-unchanged.html).

Per cui adesso frenano, parlano di eccessiva fretta e, dopo averla già rimandata due volte, ne ridiscutono adesso a metà dicembre subito prima del prossimo vertice, insieme al tema di come impostare – ma prima di decidere ci vorranno mesi se non anni… – su come dividere le pertinenze e le responsabilità decisionali per le questioni dell’eurozona tra chi ci sta dentro e chi resta fuori ma vorrebbe contare uguale come se fosse dentro… Gran Bretagna, Danimarca, Svezia ma anche chi non è ancora entrato nell’eurozona e poi chi tra loro ci vorrebbe entrare o no (Estonia, Polonia, Cechia, ecc., ecc.) (The Economist, 7.12.2012, The euro hokey cockey Il dentro-fuori-quasi dentro dell’euro http://www.economist.com/news/europe/21567948-euro-crisis-shakes-members-non-members-and-almost-members-alike-euro-hokey-cokey).

Alla fine, e all’immediata vigilia del Consiglio dei ministri che vara la misura, l’EUROFIN mette fine a quattro mesi di diatribe azzeccagarbugliescamente ragionieristiche e raggiunge un faticoso accordo che creerà – creerebbe…, dovrebbe poter creare… – un  singolo regolatore e supervisore bancario europeo dotato anche dei poteri di chiudere gli istituti di credito in tutta l’eurozona (Stratfor, Global Intelligence, 7.6.2012, Europe’s Banking Union Solution (the debate) La soluzione dell ’ Unione bancaria europea (il dibattito) http://www.stratfor.com/video/europes-banking-union-solution-portfolio).

L’accordo resta ancora piuttosto fumoso, in particolare proprio sulle regole da applicare alle banche piccole e medie: ufficialmente mette tra 100 e fino a 200 delle più grandi banche europee sotto la supervisione diretta della BCE ma lascia le migliaia di banche private di dimensioni minori sotto quella nazionale anzitutto dei regolatori di ogni paese, anche se i ministri dichiarano e riconoscono che “in linea di principio”, la Banca centrale sarà sempre e dovunque in grado di assumere i poteri di supervisore finale di ogni e ciascuna banca in Europa.

Ed è stato annunciato dal titolare cipriota delle Finanze, Vassos Shiarly – Cipro fino a fine dicembre è ancora alla presidenza di turno dell’Unione – come il fattore chiave della nuova unione bancaria europea. L’unione bancaria, tutta insieme, darebbe copertura assicurativa parziale (ancora, anche qui, da definire quanto parziale, però...) ai depositi che ogni singola banca centrale dei 17 ha in cassaforte e provvederebbe alla costituzione di un fondo per la possibile ricapitalizzazione delle banche in difficoltà.

   (1) EU Business, 13.12.2012, EU seals deal on banks watchdog La UE conclude sul regolatore bancario unico http://www.eubusiness.com/news-eu/summit-finance-debt.le0/); 2) New York Times, 12.12.2012. J. Kanter, European Officials Agree to Central Oversight of Banks— I rappresentanti europei [all’EUROFIN] concordano su una supervisione centrale bancaria http://www.nytimes.com/2012/ 12/13/business/global/eu-leaders-try-to-show-unity-on-bank-supervision.html?ref=global-home).

●Quanto sia imbecille, e sconsideratamente masochista la politica monetaria, e più in generale quella economico-finanziaria messa in piedi da tecnocrati e esperti al servizio, magari anche in buona fede – ma perseverare è davvero diabolico – di lor signori padroni e dei governi per far uscire, dicono, l’Europa dalla crisi economica che l’attanaglia, lo mette in chiaro lucidamente – e in dieci righe dieci – il nostro amico Nobel americano dell’Economia Paul Krugman. Parla proprio di Draghi e di Monti e del perché la loro ricetta stia clamorosamente fallendo e trascinandoci a fondo.

Tornando ora da una visita di lavoro nel nostro continente, scrive subito e d’acchito: di essere rimasto “sorpreso dall’elasticità e dalla flessibilità politica dell’Europa— dalla disponibilità dei paesi debitori a sopportare sofferenza e dolori apparentemente senza fine, dalla capacità della BCE di fare sempre quel che basta, all’ultimo minuto, per calmare i mercati quando la situazione finanziara sembra lì lì per esplodere.

   Ma l’economia dell’austerità ha giocato il suo ruolo precisamente come era stato detto che avrebbe fatto— nella sceneggiatura scritta dai keynesiani, certo e di sicuro non in quella degli austeriani [li chiama da tempo così, Paul Krugman, come i venusiani o i marziani, i fanatici dell’austerità ad ogni costo]. Una volta, poi due, poi tante altre tecnocrati ‘responsabili’ hanno indotto i loro paesi a ingoiare la medicina amara dell’austerità. E una volta, poi due, poi tanta altre non hanno portato a casa nessun utile risultato.

   L’Italia è solo l’ultimo di questi casi, dove Mario Monti – una persona per bene, sinceramente convinto di quel che fa – sta andando a casa in anticipo, alla fine per questo [anche certo, ma non solo per la criminale irresponsabilità di Berlusconi prima di lui], perché le sue scelte stanno facendo affondare l’Italia da una recessione nella depressione…

   E la risposta? L’Europa deve restare fedele alla linea dell’austerità (dice il Financial Times, 10.10.2012, Olli Rehn —Europe must stay the austerity course http://www.ft.com/intl/cms/s/0/35b77c12-42d6-11e2-a3d2-00144feabdc0.html#axzz2Eloo5SKD) [presentando con simpatia la raccomandazione cretina dell’eurocrate Commissario agli Affari economici e monetari, che Krugman giustamente bacchetta per la sua stolida ottusità ideologicamente neo-liberista]. Così che a noi sembra – scrive sempre Krugman – che abbia ragione chi sostiene come questo continente sia diventato ormai quello dove il tempo buono sta sempre ormai dietro l’angolo…

   E’ un po’ se volete come al medicina medioevale: quando i cerusici dissanguavano i pazienti per curarli; e quando il dissanguamento li faceva, poi, stare anche peggio, continuavano a dissanguarli (New York Times, 11.12.2012, P. Krugman, Bleeding Europe L’Europa che sanguina http://krugman.blogs.nytimescom/2012/12/11/ bleeding-europe/).

Monti e la sua Agenda (che in tanti, speriamo abbastanza, contiamo proprio di non veder mai realizzata)…

Su Monti, sulla presidenza e sulla caduta di Monti (ci dovremo tornare poi sopra, a ricadute un po’ più sedimentate, a quel che si accingerà a fare nel futuro prossimo venturo l’ex premier e nuovo candidato) qui dunque solo tra parentesi, una riflessione brevissima. Composta di due osservazioni che riportiamo perché ci sembrano meritarlo ampiamente. Certo, non “obiettive”, non al di sopra, come si dice, delle parti: ma anche noi, a dire il vero non stiamo proprio lì, in equilibrio… Ma, malgrado – o forse proprio a ragione del – l’ottica di parte dalla quale ce le propongono sono reazioni veritiere, oggettive anche se non artificiosamente obiettiva.

La prima è tratta da un pezzo breve e succoso di commento di un ex sottosegretario all’Economia di Rifondazione appena apparso (Huffington Post Italia, 10.12.2012, A. Gianni, Il tranello della contrapposizione Berlusconi-Monti http://www. huffingtonpost.it/alfonso-gianni/il-tranello-della-contrap_b_2267637.html). Monti – riassume – è “riuscito là dove neppure i precedenti governi Berlusconi avevano osato spingersi. Sotto l’aplomb di una indubbia presentabilità internazionale, Mario Monti ha portato in porto il completamento peggiorato della riforma delle pensioni iniziata da Dini nel 1995, la liquidazione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, un “accordo” sulla produttività… che derubrica il contratto collettivo nazionale a favore di quello aziendale e/o territoriale, ha fatto votare la ratifica del fiscal compact, ha messo in costituzione il pareggio di bilancio, del quale una legge già pronta per l’aula fisserà le modalità di applicazione, se le attuali camere troveranno ancora il tempo di farlo…”.

Qui, ragiona l’A., come abbiamo appena finito di fare noi – come, in verità, numero dopo numero.   andiamo su questo foglio facendo da mesi – “ci vorrebbe una svolta di tipo keynesiano. Ma ciò entra in aperta contraddizione con quelle norme sul pareggio di bilancio e con il fiscal compact cui la carta di intenti della coalizione [ormai sciolta] giura [va] fedeltà. Tutto questo è avvenuto perché Monti è parte dirigente di quella élite europea che nella logica dell’austerità espansiva, formula [ormai] criticata persino dal Fomèndo monetario, sta trascinando l’Europa in una spaventosa recessione”.

Una diversa chiosa che qui riproduciamo specificamente e raccomandiamo – osservando che anch’essa è una reazione molto molto a caldo, comunque – per l’autorevolezza e la competenza di chi la formula che non è accademica o solo teorica: quando lo dirigeva lui il sindacato, non ci perdevano i lavoratori e neanche il paese – e parliamo di Pierre Carniti – della strafamosa e strafamigerata sua Agenda, della parte particolarmente dedicata a economia e lavoro, osserva che:

C’è da dire ovviamente che considerata la lunghezza (25 pagine) alcune sono un puro esercizio di letteratura politica. Altre richiamano invece punti e propositi largamente condivisi e condivisibili. Le restanti sono, al contrario, indicative della dottrina Monti e della sua visione politica-sociale. In effetti, come rappresentante della borghesia agiata, benestante (1 milione e 700 mila euro la sua ultima denuncia dei redditi) l’ex premier spiega, con la sua Agenda, le ragioni per cui considera necessaria: una redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, l’austerità dei bilanci pubblici, malgrado l’economia in recessione, il lavoro flessibile in una società rigida.

   Anche se l’Agenda non è stata materialmente tutta scritta solo da Monti – le cronache informano infatti di altri apporti – la parte relativa alle questioni economiche e del lavoro lascia a dir poco perplessi. Senza stare a farla lunga, a me personalmente sarebbe, ad esempio, piaciuto capire perché sul piano economico ed ai fini della ripresa sia più utile confermare la spesa per l’acquisto (all’estero) dei cacciabombardieri, oppure lo sperpero di qualche milione di euro per la inutile progettazione del ponte sullo stretto di Messina, o di qualche miliardo per la costruzione della Torino-Lione, invece di destinare quelle risorse, o parte di esse, alla spesa diffusa per la messa in sicurezza delle scuole, o del territorio. Considerato che oltre il 60 per cento delle scuole è a rischio e che il territorio, anche per la gestione di malaffare che è stata consentita per decenni, è in pericolo ogni volta che  si verifica una pioggia appena superiore alla norma.

   Del resto, come il premier dimissionario sa bene, la più grave crisi del secolo scorso (quella del 1929, per intenderci) è stata superata sul piano economico con la politica keynesiana  (che suggeriva, in assenza di idee più luminose da parte dei politici, di creare lavoro magari facendo scavare delle buche e poi riempirle) e sul piano politico-sociale, anche ai fini di sostenere la domanda, con la creazione e l’estensione dello Stato Sociale. Non si può certo escludere che possano essere escogitate idee anticrisi più moderne ed innovative.   Quel che è certo è che, se esistono, esse non si trovano nel testo di Monti.

   Lo stesso discorso vale a proposito del sistema di relazioni industriali che il capo del governo dimissionario dice di volere cooperativo e stabile. Senza tuttavia nascondere la propria attrazione ed il proprio apprezzamento verso il “paradigma Marchionne”. Che, come noto, alla partecipazione ritiene più conveniente opporre la divisione. Per altro, che in materia il Professore abbia idee discutibili si era già dedotto da alcuni suoi interventi precedenti. Così come dalle più recenti sortite. Sortite nelle quali non è quasi mai mancato il suo apprezzamento e l’inchino retorico al sistema di relazioni industriali realizzato nei paesi del Nord Europa.

   Del quale però, e mi duole dirlo, dimostra di non sapere molto. Sia in ordine alle lotte durissime (di intensità sconosciuta, tanto negli USA che in Europa) che hanno favorito la sua genesi. Come dei fattori e delle valutazioni che hanno poi convinto le parti sociali alla sua stabilizzazione. Per questo, qualora fosse interessato a sapere come sono veramente andate le cose, mi permetto di segnalargli, per il caso danese, il testo di Madsen nel paper n. 53 dell’International Labour Office di Ginevra. Mentre per capire il modello svedese si può avvalere del lavoro di S. Nycander. Il cui testo è disponibile sul sito della Fondazione Pastore tra i materiali del seminario del marzo 2011.

   Nell’Agenda montiana poi del tutto evanescente è il tema del lavoro. Che invece, sia dal punto di vista sociale che politico, dovrebbe essere considerato la questione cruciale. In proposito, a parte la tendenza ad esaltare l’accordo “sulla produttività” dell’ottobre scorso (che con la produttività non c’entra nulla, per la buona ragione che il suo scopo è semplicemente quello di svuotare il contratto nazionale a beneficio del contratto aziendale) l’insieme delle indicazioni in materia di lavoro, direttamente od indirettamente contenute nell’Agenda, fa venire alla mente il dialogo tra Geronte e Sganarello nel “Medico per forza” di Molière. In particolare là dove Geronte dice a Sganarello: ‘Mi sembra che li mettete in posti diversi da dove sono: secondo me il cuore è a sinistra ed il fegato a destra’. Al che Sganarello risponde: ‘Sì, una volta era così, ma noi abbiamo cambiato tutto questo’.

   Che forse non è l’ultima delle spiegazioni per capire come mai perché, mentre a parole si auspica un aumento del lavoro,  ciò che cresce è invece soprattutto la disoccupazione. In questo quadro incerto ed eclettico ci può dunque stare anche un Monti che “sale in politica per rinnovarla”. Anche se non è chiaro cosa concretamente significhi. Un Monti, contemporaneamente tracotante ed arrendevole. Che dice e non dice. Che si nega, ma allo stesso tempo si dichiara disponibile. D’altra parte, nella politica italiana che ha visto di tutto, non c’è alcun motivo per stupirsi di niente.

   Incluso il fatto che il testo del professore non sia affatto un esempio dimostrativo del massimo della chiarezza che può essere conseguito con la prosa politica. Del resto, non è la prima volta e non sarà probabilmente nemmeno l’ultima che un memorandum viene scritto, più che per informare chi legge, per oscurare le opinioni di chi scrive(Eguaglianza&Libertà, 28.12.2012, P. Carniti, La risoluta insicurezza di un candidato premier http://www.egua glianzaeliberta.it/stampaArticolo.asp?id=1574).

●Intanto, prima di andarsene, il governo – anticipando quel che poi, vedrete…, farà la Commissione europea che sembrava aver detto un sì finalmente chiaro alla cosiddetta tassazione Tobin (o che tale era sembrato, almeno in radice, essere a molti: anche a noi ma un po’ meno che ad altri, semplicemente perché avevamo previsto il veto inglese, che da direttiva l’avrebbe ridotta a legge nazionale - diversa qui e là dunque - e anche che i francesi si sarebbero comunque opposti in mancanza di una vera e propria legislazione europea a trasferirne i proventi alla Banca centrale – il governo italiano ha fatto un ennesimo regalo, firmato dalla triade economico-bancaria MonGriPas, Monti, Grilli e Passera, al sistema bancario che tanto adeguatamente hanno rappresentato quest’anno.

Nella penultima settimana prima di dare le dimissioni, il governo ha proposto di emendare la sua stessa proposta di Tobin Tax – povero professor Tobin: si rovescerà nella tomba! – quella che l’Europa ha deciso di far passare e alcuni governi hanno cominciato ad anticipare allo scopo di trovare quattrini, moderare e regolare le transazioni finanziarie internazionali: oggi anarchicamente e irrazionalmente sovrabbondanti e selvagge.

L’emendamento annacqua la tassa. Di brutto. Anzitutto non saranno più tassate tutte le transazioni, come inizialmente proposto, ma solo “il saldo delle transazioni a fine giornata”, lasciando così libertà di speculare allegramente durante tutto il resto della giornata; quindi lasciamo perdere quello che aveva proposto ormai quasi quarant’anni fa Tobin stesso.

Non solo: l’imposta sarà, secondo il governo che emenda se stesso su input bancario da dentro come da fuori il governo nella cosiddetta legge di stabilità, limitata al mercato azionario, non più anche a quello dei tassi e dei cambi, dove c’è la sostanza. Così (spiega chiaro e tondo, sul Corriere della Sera, 14.12.2012, M. Mucchetti, un osservatore al di sopra di ogni e qualsiasi sospetto di radicalismo, Una tassa per salvare la speculazioneUna vera e propria debacle per la Tobin Tax http://rassegna.camera.it/ chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=1OY68U) da una base imponibile pari ad almeno 7 volte il PIL il governo si propone di raggiungere un miserrimo gettito totale massimo di 1 solo miliardo che, realisticamente, poi sarà forse di 1/4 come ammontare effettivamente incassato, sui 250 milioni.

Niente, insomma, per i conti da raddrizzare e anche meno per strozzare la speculazione. Ma, certo, un esempio di assiduo e anche anticipato, premuroso, servizio al sistema bancario e – a parere sommesso nostro. Un disservizio di codardia, sempre servile (nel senso di essere proprio al servizio), nei suoi confronti che parla… altrettanto vigliaccamente a tutta l’Europa     

●Tornando a livello più comprensivamente europeo, alla fine, i capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione – liquidati anche se per lo più a  base di rinvii sui dettagli operativi alcuni problemi che avevano in agenda e non potevano più nascondere sotto gli angoli del tappeto – hanno messo fine al vertice finale dell’anno come avevano chiuso il primo: dilazionando la necessità di prendere per le corna la crisi dell’euro, prendendo tempo, incrociando le dita e sperando che il peggio sia ormai passato e, dove qualcosa si poteva dire o tacere, sbagliando rigorosamente quel che era da dire e quel che, invece, era meglio tacere e buttandosi lì a sproloquiare a vanvera…

●Su quest’ultimo punto, sui rapporti dell’Europa col mondo. Il comunicato finale del vertice s’è pigramente limitato a ripetere, senza neanche provare a motivarle un po’ meglio, “invita Assad a sgombrare il campo col suo ‘illegittimo regime’ ” senza neanche rendersi conto di quanto sia ridicolo e, comunque, da ogni parte lo si veda e giudichi, inadeguato l’invito… A meno di dire la verità: che è quello che chiede l’America. Ci va dicendo, ora, che Assad è diventato illegittimo?… e ieri no, ieri andava bene? Poi neanche una parola sul Medioriente, sulla guerra di Israele e di Gaza, ul votro all’ONU sulla Palestina, sulla rappresaglia israeliana di congelare, come anche con l’Europa si era impegnata a non fare i trasferimenti dei soldi dei palestinesi all’ANP e soprattutto di costruire qualcosa come 3.000 nuovi alloggi nel già frammentato territorio della Cisgiordania…

No, qui “rien á déclarer”… ma non per dimenticanza – anche se, da una incapace di pensiero proprio e propositivo come la responsabile degli Affari esteri della UE Catherine Ashton, non ci sarebbe certo da meravigliarsi – quanto piuttosto per evitare di spaccarsi ancora come avevano fatto nel voto all’Assemblea generale. Pensando, forse, di nascondere così sotto il tappeto, il profondo dissenso sul quale i tapini – tutti: Italia, Francia, Inghilterra, Germania… non osano neanche discutere. Ma rinunciando, però, mentre a parole la rivendicavano, la responsabilità dell’Europa di assumersela davvero. Al solito perché l’Europa non c’è, si fa eterodirigere, tace e acconsente; senza neanche provare nemmeno ad aprire il dibattito.

●Sull’agenda vera e propria che era in calendario, ora. In tre anni da quando il dramma greco arrivò in primo piano a Bruxelles e con 22 vertici alle spalle qui hanno sempre tergiversato, lasciato intendere, detto e non detto e mai neanche una volta provato a dare risposta, anche stavolta coi piani del presidente del Consiglio van Rompuy e di quello della Commissione Barroso sono stati semplicemente ignorati se non proprio stracciati, rinviando la presentazione a qualche altra occasione.

Però, è vero, la Grecia non è uscita dall’euro, l’euro non è affondato, l’embrione di Fondo comune monetario europeo è stato anche se solo parzialmente anticipato da Fondi e fondelli vari di salvataggio (a rate e volta per volta) che, se non hanno trovato un accordo sul se, come e quando usare quello strumento per tirar fuori le banche dal loro indebitamento sono – o sembrano – almeno d’accordo a parole sul principio che sia possibile ormai avviarsi a farlo.

E’ vero anche che, adesso, il 18 dicembre arriva da Standard & Poor’s una specie di benedizione che, nel suo gergo esoterico, alza il rating alla Grecia da default selettivo a B- sul lungo termine e B sul breve con previsioni, dice, ormai stabilizzate. La Grecia ha completato – anche se non ancora completamente riacquistato: ma sembra contradditorio… – il suo riacquisto dei titoli di debito in sofferenza e i ministri delle Finanze dell’eurozona hanno dato la loro approvazione all’ultimo round di assistenza finanziaria elargita al paese (Reuters, 18.12.2012, Text: S&P’s rises Athen’s credit ratings Testo del comunicato di aumento del rating assegnato da S&P’s ad Atene http://www.reuters.com/article/2012/12/18/ idUSL1E8NI8SL20121218).  

La cosa nuova e principale di questa tornata dei vertici è stata la decisione sulla regolazione unica della BCE sul sistema bancario europeo— salvo, certo, eccezioni come s’è visto niente affatto poi marginali[6]. Di chiaro, per lo meno, c’è stato il no secco, anche ostile e pure sprezzante – finalmente! – di François Hollande alla richiesta di Londra di definire il diritto ad accettare qualcosa sì e altro no, una specie – come l’ha chiamata lui per dirle no – un’Europe à la carte – dove uno sceglie da sé quali regole accettare e quali no… Chiaro, sì, e speriamo anche almeno definitivo.

●Toccherà ora a questa ameba politica in cui gli Stati membri e i Commissari deliberatamente scelti  da essi per farlo hanno trasformato l’Europa decidere che fare e come trattare e anche se poi, tutto sommato trattare, la peste bubbonica dell’antisemitismo vero – non quello fasullo che pro domo denuncia Israele per essere lasciata a fare i suoi porci comodi contro i palestinesi – che l’Ungheria

Robin, la nuova direttiva di Bruxelles dice di rubare a tutti e dare direttamente alle banche!

Fonte: Bart

sta cercando di instaurare e che, se non verrà subito chiuso in un lazzaretto, può anche contagiare tutta l’Unione.

Quando i nazisti, nel marzo del ’44, invasero l’Ungheria e misero in sella la Guardia di ferro fascista dell’ammiraglio Horty cominciarono con lo stilare una lista, città per città e quartiere per quartiere, dei cittadini ebrei: che poi finirono, solo perché tali, in uno dei più capillari e “efficienti” episodi dell’olocausto: con 430.000 persone forzate a salire dalla Gendarmeria e dall’esercito di Horty, particolarmente volenterosi, oltre che dall’indifferenza di tanti buoni cattolici magiari sui treni piombati per Auschwitz in pochissimi mesi e, forse, altri 100.000 vennero trucidati brevi manu, con una pallottola alla nuca ogni due di loro per risparmiare le munizioni ma legandoli in lunghe catene umane per affogarli poi, coi già morti che trascinavano a fondo quelli ancora vivi,  sul fondo dei fiumi e del lago Balaton.

Ecco perché è stato davvero scandalo quando adesso Márton Gyöngyösi, il giovane leader del partito Jobbik— il  Movimento per l’Ungheria migliore di estremissima destra (il 10% dei voti e 40 deputati) che non è ancora parte della coalizione di governo del premier Orbán ma da lui è apertamente corteggiato, ha chiesto la costituzione di una Lista degli ebrei ungheresi, catalogati e rubricati – proprio come disse allora Horty – come potenziali rischi per la sicurezza nazionale: motivandolo poi, vergognosamente e ipocritamente, perché niente gliene era mai fregato né gliene frega di Gaza e dei palestinesi con il troppo pronto schierarsi del governo dalla parte del governo di Netanyahu e contro i palestinesi…

Lui, infatti, protestava proprio perché il gabinetto si era messo dalla parte degli ebrei, non contro gli israeliani: come del resto tanta parte dell’estrema destra europea, dai lepenisti francesi, ai neofascisti italiani al partito della libertà di Geert Wilders in Olanda. Quando è – può essere, almeno – corretto, semmai, concepibile proprio il contrario: contro un governo e una politica, quella israeliana nel caso, non contro un popolo o un’etnia.

La proposta di legge di Jobbik ha trovato in parlamento solo la condanna ferma e schifata di una piccola opposizione (che si è messa sulle giacche una stella di David gialla) e in Europa è scattata (quasi) dovunque un’ondata forte di condanna e di repulsione. Anche e perfino, con molto ritardo,  da parte dello stesso governo ungherese che ha tenuto a chiarire, finalmente, il suo disaccordo (The Economist, 30.11.2012, Anti-Semitism in Hungary – Márton’s list Anti-semitismo in Ungheria – La lista di Márton ▬ http://www.economist.com/blogs/eastern approaches/2012/11/anti-semitism-hungary).

●In Romania, la coalizione di centro-sinistra al governo ha largamente vinto le elezioni legislative di domenica 9 col 59% dei voti, secondo sondaggi ormai confermati dalla televisione nazionale. L’Unione Social-Liberale del premier Victor Ponta, al governo da maggio, quando aveva già abbastanza seccamente rovesciato la controffensiva di centro-destra del presidente della Repubblica Traian Basescu che, stavolta, essendo scampato all’impeachment solo per la mancanza del quorum nel referendum, non riesce a racimolare più del 16% dei voti. Anche stavolta però sono andati a votare solo il 41,6% degli elettori.

Il co-presidente, con Ponta, della US-L, Crin Antonescu, in sede di celebrazione della vittoria ha parlato, più liberamente di quanto potesse fare il premier, di una “vittoria contro il regime reazionario e populista di Basescu”. E saranno sicuramente scintille: perché intanto, proprio chi ha vinto vuole rinegoziare – e, dice, anche duramente con l’Europa e all’interno: ma, aggiunge, “senza scadere in populismi”, però, anche se per ora almeno senza specificare – tutto il pacchetto di austerità che il paese ha ingoiato e ha dovuto/subito/scelto poi di ingoiare. Ma che, appunto, queste elezioni hanno rimesso in dubbio.

Ora, dice Ponta, come lo riassume non chiarissimamente la prima intervista che arriva dopo la sua vittoria in Italia (la Repubblica.it, 9.12.2012, P. G. Brera, Romania: il centro-sinistra vince le elezioni. Ponta: studierò la spendng-review italiana [ma per copiarla?] http://www.repubblica.it/esteri/2012/12/09/news/romania _elezioni _ponta-48419473/). E aggiunge che cercherà di lavorare con la pattuglia di deputati eletti in parlamento nella lista etnica della minoranza ungherese (un po’ meno di mezzo milione di voti e circa il 6%) per formare una supermaggioranza alla Camera.   

Scrive, comunque, il NYT – facendo un discorso che, però, i problemi li vede ma tutti e solo dalla parte della destra e non considera che, se avesse vinto essa, problemi analoghi e rovesciati si sarebbero aperti a sinistra – che adesso “la vittoria schiacciante della sinistra comporta il rischio della guerra civile interna che si perpetua”. Perché è vero che “a Basescu spetta come presidente della Repubblica designare il premier. E, non certo uno che ci va giù leggero, ha già detto che se dovesse mai nominare Ponta come primo ministro sarebbe come se dovesse ingoiare un maiale”…

Ma è anche vero che con quel 59% contro il suo misero 16%, o adesso ingoia il maiale o stavolta contro di lui l’impeachment potrebbe davvero passare (New York Times, 10.12.2012, D. Bilefsky, Romania Faces Upheaval as Center-Left Wins Vote La Romania, dopo la vittoria del centro-sinistra alle elezioni sideve fr frotne a un vero e proprio sconvolgimento http://www.nytimes.com/2012/12/11/world/europe/romania-faces-upheaval-as-ponta-coalition-wins-vote.html).

Si tratta, in effetti, di un risultato che non ha precedenti nella storia della Romania post-comunista dal 1990. Però il governo di centro-sinistra è destinato a co-abitare – e non sarà facile… – con  Traian Basescu il cui mandato, se non si riesce a convincerlo o altrimenti a costringerlo a andarsene, dura fino al 2014 (le Monde, 9.12.2012, Roumanie: large victoire de la coalition au pouvoir aux législatives http://www.lemonde.fr/europe/article/2012/12/09/roumanie-large-victoire-de-la-coalition-au-pouvoir-aux-legisla tives_1802 124_3214.html); 2) The Economist, 7.12.2012, Clear victory, uncertain future— Vittoria limpida, futuro incerto   http://www.economist.com/blogs/easternapproaches/2012/12/romanian-politics-0).

●Alla fine, poi, Basescu cede,come era chiaro che avrebbe dovuto coi nuovi rapporti di forza creati con le elezioni: il premier, ricevuto l’incarico, annuncia che lui e il presidente hanno anche raggiunto un gentleman’s agreement (dice proprio così…) col quale si impegnano a non insultarsi più pubblicamente a vicenda: l’uno rinuncia a chiamare “in pubblico” l’altro “quel maiale”  e l’altro a rivolgersi all’uno come “quel caprone” (New York Times, 19.12.2012, (A.P.), Romanian PM, President Pledge No Insults Il premier e il presidente romeni promettono di non insultarsi http://www.nytimes.com/apon line/2012/12/19/world/europe/ap-eu-romania-politics.html?ref=global-home&_r=0)…

●Nel terzo trimestre del 2012 il PIL della Turchia è cresciuto poco – molto meno delle aspettative – dell’1,6%, con l’attività produttiva che in ottobre si contrae del 5,8% sull’anno precedente. Delusione tra gli investitori abituati, qui, a una crescita rapida nel decennio precedente, a più dell’8% tra 2010 e 2011. Sono la crisi dell’eurozona, il massimo partner commerciale della Turchia, e il “nervosismo” per la situazione esplosiva nella vicina Siria – che vede però la Turchia stessa schierata attivamente con i ribelli e la loro incontrollabile spinta anarchica e onnieversiva, a ributtare indietro l’economia (The Economist, 14.12.2012).    

●Con l’espressione di quella che, ormai, appare con certezza come un’uscita di grande ingenuità, il primo ministro d’Ucraina, Nikolai Azarov ha dichiarato alla fine di una riunione di gabinetto (annunciando, comunque, le proprie dimissioni che poi però sono state respinte) di aspettarsi sempre un “forte aiuto” dall’Unione europea (soldi, cioè, finanziamenti alternativi a quelli di cui il paese non può disporre per diversificare il proprio approvvigionamento di gas naturale) per aiutare Kiev a “sistemare” il suo contenzioso coi russi sulla fornitura (Stratfor, 5.12.2012, Ukraine: Kiev Expects More EU Support In Natural Gas Dispute, Prime Minister Says Ucraina: Kiev si aspetta dalla UE maggior sostegno nella sua disputa sul gas naturale, afferma il primo ministro http://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-kiev-expects-more-eu-support-natural-gas-dispute-prime-minister-says).

Solo così potrebbe sottrarsi all’offerta allettante dei russi di praticare sconti sostanziosi sul prezzo del gas di Gazprom in cambio dell’adesione all’Unione doganale proposta al paese dal Cremlino. Dice la verità, Azarov. Ma è anche patetico nel continuare a illudersi che una mano vera gli possa mai arrivare da chi, non nella stessa misura ma in misura sempre determinante, da quello stesso fornitore dipende per gran parte dei propri approvvigionamento e non ha a disposizione le risorse – e prima ancora la volontà – per dar consistenza alla propria stessa politica energetica, altro che preoccuparsi di quella degli altri…

Più seria – nel senso, cioè, forse, di più fattibile – sembra la promessa fatta trapelare dal presidente Yanukovich di cercare un’alternativa nella costruzione di un terminal di liquefazione del gas naturale in Ucraina con un consorzio spagnolo – dice: ma il Gas Natural Fenosa di Barcellona cui si riferisce però smentisce, subito e seccamente – in mancanza di alcun impegno serio di ordine finanziario. E dichiara quindi di aspirare e di sperare in investimenti del nuovo zio d’Arabia, il Qatar, dove si reca in visita d’affari a fine novembre e ne ha ascoltato l’appello ma senza impegnarsi (Stratfor, Global Intelligence, 29.11.2012, Ukraine: Quest for Energy Diversification Ucraina: alla ricerca della sua diversificazione energetica http://www.stratfor.com/analysis/ukraines-quest-energy-diversification).

●Ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo (c’è anche il nuovo deputato Kakha Kaladze, ex difensore del Milan e capitano della nazionale di calcio, come ministro dello Sviluppo) dal presidente Saakashvili, e giurata fedeltà alla Costituzione, il nuovo primo ministro Bidzina Ivanishvili ha annunciato subito che Georgia e Russia daranno il via a un confronto e a un negoziato diretto , il primo dall’agosto del 2008, che per Tbilisi sarà condotto direttamente, a sottolineare il rilievo che gli si vuol dare pur mantenendo le rivendicazioni di fondo georgiane, dalla nuova ministro degli Esteri Maia Panjikidze, già ambasciatrice in Germania e in Olanda.

Abbiamo bisogno di costruire una diversa e rafforzata cooperazione di lavoro coi russi, ha detto nel suo discorso inaugurale Ivanishvili, mettendo visibilmente in allarme un presidente Saakashvili esangue che lo ascoltava silente e molto ingrugnito nel veder subito cominciare a sgretolarsi il muro di odio ufficiale col quale aveva per anni provveduto a cementare l’impotenza di un odio nazionalista che non osa confessare il suo nome vero di sciovinismo (The Daily Star/Beirut, 10.12.2012, Georgia, Russia to hold first direct talks since war Georgia e Russia riaprono i primi negoziati diretti tra loro dopo la guerra http://www.dailystar.com.lb/News/International/2012/Dec-10/197911-georgia-russia-to-hold-first-direct-talks-sin ce-war.ashx#axzz2EkrpR1Ng).

●Nel messaggio sullo Stato della Nazione, rivolto al paese a metà dicembre in diretta Tv  dal salone di San Giorgio al Cremlino, gremito dai maggiorenti politici di tutto il paese, il presidente della Russia, Vladimir Putin avvisa gli stranieri di guardarsi dall’interferire nella vita politica russa(Guardian, 2.12.2012, M. Elder, Vladimir Putin warns foreigners not to intervene in Russian politicshttp://www.guardian.co.uk/world/2012/dec/12/vladimir-putin-foreigners-russian-politics).

L’intromettersi in modo diretto o indiretto nelle nostre politiche interne non è accettabile”, argomenta Putin, “e chi per il proprio lavoro politico riceva soldi dall’estero, e serva così interessi stranieri, non può fare politica in Russia”. Naturalmente, chi ce l’ha con i russi spiega questa posizione con la loro paranoia secolare e ancestrale. Ed è vero che “ci sono state decine di arresti di attivisti e altre decine di loro sono stati interrogati in una campagna di vasta portata mirata – questa è la tesi – ad incutere paura a coloro che protestavano contro Putin.

Ma il sospetto su chi dall’estero si impiccia delle cose politiche di un paese altro dal suo, specie con fondi pubblici amministrati da enti governativi, è molto diffuso, pressoché universale, nel mondo: immaginate se in Italia si venisse a sapere che soldi esteri oggi finanziano più o meno segretamente, diciamo?, il Movimento 5 stelle o un qualsiasi uomo o partito politico, diciamo?, nostrano… Ve l’immaginate, da noi, che succederebbe?

In America, alla faccia della loro apertura e della loro società liberale, si sa invece benissimo quali sono le misure previste dalla legge: la casistica della legislazione americana sull’attività degli “agenti stranieri” è perfino più dura di quella russa, parla di “tradimento e attentato agli interessi nazionali” e prevede condanne non all’ “esclusione dalla vita politica nazionale” ma a decenni di galera e perfino a morte.

E la legislazione russa, in realtà come abbiamo visto più blanda poi di quella statunitense è stata, anzi, scientemente modellata su quella. Che, però, è altrettanto e in realtà anche più “selettiva” di quella in vigore a Mosca. Per esempio, l’American Israel Public Affairs Committee, l’AIPAC, associazione di cittadini americani che sostiene per Statuto addirittura la politica estera israeliana  e il suo predecessore, l’American Zionist Council, non sono mai stati toccati dalla legge contro la “sedizione straniera”; mentre decine di altre analoghe strutture, o costruzioni, o associazioni anche più discrete e meno “eversive” ma più invise al governo, sono state vietate, represse o punite (il Foreign Agents Registration Act (FARA)— Legge sulla registrazione degli agenti stranieri , datata 1938 – serve esattamente allo stesso scopo ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/Foreign_Agents_Registration_Act).

Un conto, dunque, sono le fobie dei russi, un conto la (comprensibile) lettura di alcuni, molti, comunque non pochi di loro sui secondi fini di stampo autoritario di Putin, un conto è la pura e semplice propaganda di chi, da loro e da noi, in modo palesemente strumentale, vede sempre e solo la pagliuzza nell’occhio dell’altro e mai la trave che è saldamente conficcata nel proprio…

●Il ministero della Difesa russo ha annunciato di aver rimandato forse al 2016 (in un primo momento la notizia, poi ufficialmente corretta, era uscita sui media dicendo che erano stati abbandonati) i piani che prevedevano di costruire nei cantieri del Baltico, su licenza francese, due navi anfibie della classe Mistral a causa del costo eccessivo della spesa da impegnare rispetto al beneficio atteso: almeno nella valutazione finale della Difesa, intesa nel suo insieme, più che della Marina russa: e, alla fine, l’arma navale sembra aver ottenuto la modifica alla decisione annunciata.

La notizia confermava, insieme, che la Russia avrebbe sempre acquistato comunque dalla DCNS francese, come già concordato, le due portaelicotteri Mistral in costruzione, parte integrante del piano di modernizzazione annunciato da qualche anno (Agenzia RIA Novosti/Mosca, 21.12.2012, Russia Postpones Mistral Warship Project to 2016 – Source La Russia rinvia al 2016 il progetto di costruirsi le navi militari di classe Mistral http://en.rian.ru/business/201212 21/178312682.html).

Ci sarà anche bisogno – spiega un portavoce dell’Impresa unita di costruzione navali, la OJSC di San Pietroburgo – di modificare il disegno, introducendovi nuovi elementi e meccanismi che tengano conto delle specifiche condizioni e esigenze del destinatario finale. Nel frattempo continuano i lavori di assemblaggio e modernizzazione delle due portaelicotteri in costruzione nell’arsenale di Brest e nel cantiere francese della Direction des Constructions Navales Services, DCNS, di Saint-Nazaire, di cui la prima, la Vladivostock, sarà consegnata nel 2014 insieme ai disegni della sua tecnologia innovativa.

La portaelicotteri Mistral disloca sulle 30.000 tn. a piena zavorra e carico, su 200 m. di lunghezza, e porta ben 16 grandi elicotteri o 32 di tipo leggero, 70 blindati e 450 truppe equipaggiate e le due in costruzione saranno assegnate al Flotta russa del Pacifico, finora la meno “coperta” rispetto a quelle antartica e baltica del paese (in tutto quasi 38.000 km. di coste nel paese dalle frontiere marittime più lunghe del mondo: del resto è anche il territorio che, malgrado le scissioni traumaticamente subite col tramonto dell’era sovietica, resta comunque il maggiore del mondo (oltre 16 milioni di Km.2; il secondo, il Canada, ne ha un po’ più della metà).

●Le Forze armate del distretto militare meridionale russo hanno completato con successo (annuncia Ria Novosti, 23.12.2012, Russian Military District Tests New Defense Systems Distretto militare russo sperimenta nuovi sistemi di difesa http://en.ria.ru/military_news/20121222/178332515.html) la sperimentazione sul campo del sistema di difesa antiaereo Triumf. Ci si avvicina così al prossimo dispiegamento di missili antimissili SS-400, più moderni, intorno al Mar Nero e ai confini con la Turchia, dove vengono annunciati in arrivo, come anche in Israele sempre nella regione, i missili anti-missili americani Patriot.

Secondo tecnica e tattica da tempo applicata dalla Russia che a ogni mossa statunitense risponde occhio per occhio dove può con una mossa di riequilibrio. Facendo diventare matti gli americani che, invece, pretenderebbero di far accettare i loro pacifici armamenti per quel che dicono loro – not to worry, specie da parte degli amici russi, anche se gli avvicinano ai confini i loro missili – sulla parola: lo giura il Pentagono e lo conferma la portavoce del dipartimento di Stato, no? Ma loro, sempre inguaribilmente sospettosi, guarda un po’, non si fidano.

STATI UNITI

In concorrenza tra loro…: anche gli elfi ormai, spesso, non hanno lavoro…

Lavoro in cambio del mangiare   Io mi accontento di un bicchiere di latte e pasticcini

 

Foto: The Augusta Chronicle, R. McKee, 14.12.2012

●Meglio, in modo rilevante anche se non determinante certo, i dati su occupazione/disoccupazione a novembre, come rende noto il dipartimento del Lavoro a inizio dicembre. Quasi 150.000 posti stimati in più, anche se il Rapporto ridimensiona un po’ i dati dei due mesi precedenti. Il tasso di disoccupazione scende al 7,7% , il più basso da 4 anni ma a causa, anzitutto, del calo nel numero di chi cerca lavoro e viene perciò calcolato come, appunto, ufficialmente disoccupato. Bene i servizi, adesso sotto Natale specie, ma male, sì peggio (-7.000 posti), il settore manifatturiero.

●Subito prima, la Banca centrale ha annunciato che non alzerà più il tasso di sconto finché quello di disoccupazione non scenderà di nuovo sotto il 6,5%: ed è la prima volta in cui la Fed fa dipendere una scelta di politica monetaria da una variante specifica legata all’impiego: finora il traguardo formalmente indicato era sempre stato legato al tasso di inflazione e la svolta, parte del mandato ufficiale della Fed stessa ma così chiaramente, comunque, contro natura, è indice della preoccupazione forte per il fondamentale di tutti i fondamentali dell’economia reale, tanto restio a rimettersi in moto.

La Fed annuncia anche un nuovo round di acquisti di Bonds del Tesoro che, al posto della cosiddetta Operazione Twist attraverso la quale sono stati comprati 45 miliardi di $ al mese in buoni a lungo termine, finanziando l’operazione con la vendita di titoli a breve. Ora, però, il nuovo programma annunciato di acquisto di Bonds non avrà questo contrappeso e aumenterà il portafoglio di titoli della stessa Fed stessa (The Economist, 14.12.2012, The mandate is willing but the tools are weak Il mandato c’è e la Fed vorrebbe darsi da fare, ma sono deboli gli strumenti a disposizione   http://www.economist.com/blogs/ freeexchange/2012/12/feds-new-thresholds).  

●Il tasso di partecipazione, che rappresenta la proporzione degli adulti che risultano occupati e di quelli attivamente alla ricerca di lavoro – cioè, al solito, non il tasso effettivo, reale, ma quello dichiaratamente riconosciuto come tale (qui, però, come in ogni altro paese sviluppato, le statistiche tutti se le accomodano, e tutte, un po’ come vogliono (più alta facendo risultare così l’occupazione e più basso il numero dei senza lavoro, più forte la crescita e più sottostimato il caldo dell’economia, ecc., ecc.) – resta sempre al minimo storico: nel mese al 63,6%, solo lo 0,1 sopra il minimo finora toccato ad agosto scorso.

Non si è ancora al punto in cui il mercato del lavoro, e prima la crescita, tornano ad essere abbastanza forti da riportare a una ricerca attiva i milioni di lavoratori “scoraggiati” che sono esclusi dalle statistiche. Tanto più che, sempre a novembre, invece della media tipica del mese, sui 200.000 lavoratori dipendenti a tempo parziale, il part-time in questa crisi riguarda ormai 1.075.000 lavoratori: di questo passo ci vorrebbero più di dieci anni per tornare ai tassi di occupazione pre-recessione.

Bisogna, poi, anche tenere in conto che ormai ci sono, sempre nel dato ufficiale, 4.800.000 lavoratori dipendenti in disoccupazione di lunga durata, come si dice, da più di sei mesi, almeno quattro volte di più del dato del 2007. E’ un dato leggermente calato, al 40,1% a novembre, ma che resta molto più alto in media di quello che vigeva nelle ultime tre recessioni. E non meraviglia se è vero, come è vero, che ormai da più di quattro anni a ogni posto di lavoro offerto sul mercato, corrispondono tre o più domande di lavoro inevase.

L’orario di lavoro medio resta dov’era, sulle 34,6 ore al mese, e il salario sale per tutto il settore privato a +4 ¢ a novembre, con la crescita media annualizzata degli ultimi tre mesi a uno scarso +1,9%: non abbastanza da tenere il passo dell’inflazione (al 2,20% in ottobre).

E’ proprio dal complesso di tutti questi dati di novembre, e dalla media di creazione di nuovi posti ormai consistente sui 145.000 dell’ultimo trimestre, che viene portato in evidenza come la massa dei disoccupati, dei sottoccupati e dei precarizzati sia oggi, anche per questo paese, il pericolo maggiore e maggiormente incombente sul piano economico. Altro che il fiscal cliff!

E, adesso, alla fine di questo mese, va a scadenza la cosiddetta assicurazione federale estesa contro la disoccupazione. Se il Congresso non la rinnova – e i repubblicani preoccupati,  dicono…, per il deficit e il fiscal cliff, giurano che non lo faranno – saranno immediatamente da inizio anno tagliati fuori dall’ultimo programma federale in vigore di sostegno ai disoccupati più di 2 milioni di disoccupati ufficiali che, nel corso del 2013, saliranno a oltre 5 milioni.

Rinnovare questo programma cruciale è ormai la priorità che la Casa Bianca deve fissare e perseguire costi quel che costi (dicono, separatamente ma insieme economisti Nobel come Krugman, Stiglitz e Roubini: andando in guerra contro i repubblicani e i loro alleati democratici del Congresso e schierandosi “alla testa della guerra di classe”, come la chiama il miliardario Warren Buffett, che in questo paese vanno conducendo, da Reagan in poi e “con successo” annota lui onestamente, “i ricchi contro i poveri”.

Perché a fine anno comunque il tasso di disoccupazione, e se le cose vanno meglio, resterà sopra il 7% e perché soltanto così verrebbe lanciata un’ancora di salvezza a milioni di famiglie di disoccupati di lunga durata e sostenuto il mantenimento d’un potere d’acquisto per almeno mezzo milione di posti di lavoro che se fosse perso andrebbe a deprimere anche di più la domanda di consumi. In un paese dove sono i consumi a formare i 2/3 del PIL.

   (1) New York Times, 7.12.2012, U.S. Adds 146,000 Jobs; Jobless rate Falls to 7.7% [a novembre] Gli USA aumentano di 146.000 posti di lavoro; il tasso di disoccupazione cala al 7,7% http://www.nytimes.com/2012/12/08/busi ness/economy/us-creates-146000-new-jobs-as-unemployment-rate-falls-to-7-7.html?ref=global-home; 2) Bureau of Labor Statistics (BLS), 7.12.2012, USDL-12-2366, Employment Situation Summary, 11.2012 ▬ http://www.bls.gov/ news.release empsit.nr0. htm; 3) EPI, Washington, D.C., 7.12.2012, H. Shierholz, Middling Job growth in November A novembre, modesta crescita dell’occupazione http://www.epi.org/publication/national-jobs-picture-december-2012/).

● Il baratro fiscale… proprio ora che mi prude il naso?

 

Fonte: The Ottawa Citizen, C. Cardow, 4.12.2012

 

E, adesso, stiamo arrivando al dunque. Lui, al solito – cioè proprio come l’altra volta – passata la festa, e vinte ormai le elezioni, sta dando cattivi segnali ai suoi elettori: di frenata, se non proprio di resa nello scontro sul fiscal cliff con i repubblicani al Congresso, sulla riduzione del deficit subito, come vogliono loro, e/o sul rilancio dell’economia e dell’occupazione come dicono quelli che hanno votato Obama – e diceva anche lui già quattro anni fa… e ancora soltanto quaranta giorni fa (lo segnala, amareggiato e anche indignato, sul New York Times, il 19.12.2012, Paul Krugman, in un breve editoriale dove, sotto il titolo significativo di That Old Sick Feeling Quel vecchio risentirsi male http://krugman.blogs.nytimes. com/2012/12/19/that-old-sick-feeling/).

Dice: “In altri termini, all’improvviso ci sentiamo molto come ci sentivamo nel 2011 col presidente che si mette a negoziare con se stesso [quanto gli posso dare e quanto no? magari, un 5% in più, no?] mentre quegli altri se la godono a vederlo darsi da fare. Ecco, è indispensabile che adesso Obama tiri una riga: nessuna ulteriore concessione, ma proprio nessuna! Già ha concesso troppo. Sì, è vero. Questo significa probabilmente che cadremo giù, dentro quel precipizio? Bene: che sia! È meno peggio dell’alternativa. E se Obama cercasse invece di fare altre concessioni ai conservatori, dovrebbero essere i democratici del Congresso a fargli sapere che non gli andranno dietro, che è sui loro voti che a questo punto non potrà più contare”.

Cioè: la minaccia repubblicana è che bloccherebbero tutto col loro boicottaggio? attenti che bloccherebbe tutto anche il boicottaggio dei democratici, no? E allora, tanto varrebbe che ritrovasse un po’ di coraggio e scendesse in campo in prima persona lui che ha il potere delle reti unificate e può, se se ne convince, “costringere”, convincere, come ha mostrato di saper fare il paese a seguirlo. Ma per un obiettivo e un ideale che non può essere solo quello di farsi rieleggere… Certo sempre se lui, come dice (diceva?), però, ne è convinto…

●Ma il problema forse anche Krugman lo affronta solo a metà. La colpa è della destra repubblicana reazionaria. Ma, al dunque, poi, sarebbe necessario che Obama cominciasse anche a riflettere sulle sue, anche personali, responsabilità: in fondo, in questo sistema, tutta – tutta! – la responsabilità di ogni decisione risale sempre a lui… Le sue decisioni di politica economica, in particolare, alla fine della fiera, lo hanno visto pressoché sempre subordinarsi alle scelte di suoi collaboratori e ministri che hanno sempre beneficiato in primis la rendita (le banche, i più wealthy, i più ricchi come li chiamano qui).

Erano quelli che, negli anni ’90, avevano dalla Casa Bianca stessa ostacolato una riforma della sanità, dato una mano e anche promosso dai posti allora di loro responsabilità – anche gli stessi magari – alla deregolamentazione dei guadagni di capitale al 20% e coloro che deregolamentarono di fatto praticamente tutto nella finanza e nell’industria anche con la politica della riduzione dei costi del lavoro mirata solo alla riduzione del personale, sdraiandosi di fatto a tappetino sulla scelta pigra ideologica, di fatto neo-liberista, di quello che chiamavano loro stessi il consenso di Washington.

E sono stati sempre loro, spesso ancor più dei repubblicani, a prioritarizzare sempre, anche oggi, la riduzione del deficit perché è il modo più rapido, poi, per “affamare” – come amano fare gli ideologi e loro, i democratici ora al governo, preferiscono piuttosto praticare – il ruolo del pubblico nell’economia: un’altra scelta tutta ideologica anche di questa Amministrazione. Che continuerà a scivolare a destra alla fine, se non emerge nella politica americana, sulla sinistra per capirci, una voce forte, chiaramente critica e che manifesti anche attraverso proposte concrete una linea ideale e politica davvero alternativa.

●Poi c’è sempre questa storia del fiscal cliff, del confronto per ora tra sordi tra Obama e lo speaker della Camera, il capo della maggioranza repubblicana John Boehner, alla ricerca affannosa di un compromesso che non sia puramente il calabraghe paventato, come visto, da Krugman… e delle sciocchezze che ormai abbondano, stranamente (o no?), in bocca o per la penna dei cosiddetti tecnici.

Che insistono a dire (sia il più importante quotidiano economico del mondo, nel caso che vi raccontiamo qui, il Wall Street Journal, sia il premier italiano, che insegna economia da bravo neo-liberista conservatore che è: e lo è, altro che fanfaluche, ha ragione Vendola su questo punto. Perché quel che vale la pena di conservare va conservato – e sono i diritti di cui dice Vendola – mentre le controriforme che in nome del nuovo vuole Monti, no!

Esse vanno resistite e respinte: il conservatore, nel senso proprio del voler cambiare per tornare indietro, il reazionario, è proprio lui. Il punto è che lui, come il Washington Post, hanno purtroppo il potere di imporre al paese, come prassi economica, una teoria che si è catastroficamente rivelata, e confermata, appunto catastrofica…

Ecco, ora (informa il Wall Street Journal, 21.12.2012, How ‘Cliff’ Talks Hit the Wall Come il negoziato sul ‘baratro [fiscale]’ si è infranto sul muro [“dietro le scene, spiega, Boenher non è riuscito a vendere ai repubblicani l’aumento di tasse ai più ricchi – ma ci ha provato, davvero? – ma il piano di spese di Obama inasprisce il confronto” ▬ http://online.wsj.com/article/SB10 001424127887324731304578193770576333616.html), e ricordando che è sempre saggio prendere con grande cautela quel che i giornali ci dicono sia successo dietro le quinte di qualche incontro segreto e al massimo livello, lo strano racconto dell’incontro al vertice tra Obama e Boenher dovrebbe allarmare un poco.

Racconta il fantasioso cronista, manco avesse partecipato anche lui, tra virgolette, di come “il presidente gli [a Boenher] abbia detto di scegliere tra due vie d’uscita. La prima sarebbe stata di grande portata e, se Mr. Boehner l’avesse scelta, disse il presidente, il paese e i mercati finanziari avrebbero fatto festa. La porta numero due avrebbe invece portato a un’impennata dei tassi di interesse e a una nuova recessione globale”.    

Uh… un’impennata nei tassi e una recessione globale? insieme? ma cosa mai avrebbe potuto avere in mente, il presidente, se avesse mai detto realmente queste corbellerie? Perché se non si arriva a un accordo nel corso del 2013 (non entro il 1° gennaio che è una favola per spaventare i bambini e accontentare gli accademici della vecchia scuola sputtanata neo-liberista) allora sì, è probabile che arrivi una recessione. Ma il termine stesso di recessione è associato, in maniera non scollegabile, alla realtà di  tassi di interesse in ribasso, non a una qualche loro impennata. Sempre, dovunque e comunque…

Se Obama pensasse davvero che i tassi si alzerebbero vertiginosamente a causa di aumenti ingenti del carico fiscale associato al taglio elevato di spese pubbliche che si rendesse così obbligatorio e non il contrario, sarebbe urgente – sarebbe urgente comunque: non fosse altro perché sono sempre stati troppo esitanti, tropo paurosi anche solo di muoversi – che cambiasse i suoi consiglieri economici che di questo lo hanno convinto. Sono repubblicani d’istinto questi – i Geithner, i Summers, i Krueger, le Abraham… – infatti, conservatori, neo-liberisti allo stato puro. Gente capace di creare dal nulla una teoria come questa, tanto nuova che nessuno ha mai osato neanche inventarla…

●La presidenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno ha reso noto che i negoziati in atto tra il loro esercito regionale – le milizie regolari dei peshmerga (letteralmente da pesh=fronte e merga=morte coloro che fronteggiano la morte) e Baghdad sulla presenza e lo stazionamento di truppe della Federazione dell’Iraq in territorio regionale sono state interrotte. Il portavoce della presidenza del Consiglio irachena si è limitato a dire che non è stato ancora trovato alcun risultato. Il contenzioso è sul diritto di Bagdad a stazionare sue truppe nel turbolento Nord del paese, se si tratta di diritto effettivo e incondizionato o, invece, soggetto alla necessaria approvazione di Erbil, la capitale del territorio curdo.

L’opzione su cui punteranno adesso, politicamente, a Erbil sarà quella, abbastanza incerta, di puntare a rafforzare i legami con la parte del governo di maggioranza iracheno dell’Alleanza nazionale, la formazione largamente sciita di Muqtada al-Sadr che è parte sempre turbolenta ma alla fine (specie ora che gli americani sono andati via) sempre salda del governo di al-Maliki. Con la quale essa mantiene relazioni buone ma che difficilmente aprirebbe una crisi nel governo centrale per favorire i curdi (NPR/eKurdnews, 26.11.2012, K. McEvers, Conflicts Brew Between Kurds, Arabs In Iraq In Iraq ribolle  il conflitto tra curdi e arabi http://www.npr.org/2012/11/26/165945313/conflicts-brew-between-kurds-arabs-in-iraq?ft=1&f=2&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+NprProgramsATC +%28NPR+Programs%3A+All+Things+Considered%29).

●Intanto, come era facile prevedere, si sono ridotte a metà mese ad un sesto, da 30.000 più o meno a 5.000 barili al giorno, le esportazioni di greggio verso l’Iraq dalla regione autonoma curda del paese, secondo informazioni ufficialmente rese da due alti funzionari della North Oil Company irachena di Stato. Naturalmente, da bravi funzionari, non ne hanno motivate le ragioni, ma è obiettivo constatare che sono le tensioni politiche tra i due governi – federale e regionale – non solo sul contenzioso della sovranità relativa ma anche e proprio sulla politica di investimenti energetici e di distribuzione della rendita petrolifera da parte dei due governi

   (1) Stratfor, 20.12.2012, Iraq: Oil Exports From Kurdistan Drop, Officials Say Dirigenti iracheni dell’Energia parlano di calo dell’export di petrolio dal Kurdistan http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-oil-exports-kurdistan-drop-officials-say; 2) Stratfor, Geopolitical Diary, 18.10.2012,  Continued Maneuvering in Northern Iraq Continuano le manovre nell’Iraq del Nord http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/continued-maneuvering-northern-iraq).

E, solo qualche giorno dopo, da Arbil viene reso noto che il rallentamento delle esportazioni dal Kurdistan è diventato un blocco totale perché, molto semplicemente, Bagdad non ha pagato il trilione di dinari iracheni (848 milioni di $) che, in base agli accordi e ai contratti, avrebbero dovuto essere pagati ai curdi (Wall Street Journal, 25.12.2012, (A.P.), Iraq: Northern Kurdish Region Halts Oil Exports Iraq: la regione curda del Nord ferma completamente l’export di greggio http://online.wsj.com/article/SB10001424127887 324660404578200882431951810.html).

Proprio in questo momento, come si vede delicatissimo, viene colpito da infarto l’esponente curdo che è anche presidente della Repubblica dell’Iraq, Jalal Talabani, forse il trait d’union più solido al momento. Si riprende dal coma dopo pochi giorni e viene ricoverato d’urgenza in un ospedale tedesco (Iraq Updates, 20.12.2012, Ailing President to be treated in Germany Il Presidente iracheno, ammalato, sarà curato in Germania http://www.iraqupdates.com/free-news/health/iraq-ailing-president-to-be-treated-in-germany/ 2012-12-20).

E adesso, con l’eliminazione probabile di Talabani dall’equazione dell’equilibrio regionale – e mentre si diffondono idee più o meno balzane di complotti e avvelenamenti mirati, ma anche assai calibrati, contro il presidente – cambiano gli equilibri della regione e vengono per lo meno ulteriormente destabilizzati i rapporti, già molto tesi – al limite dello schierare le truppe al confine interno fra regione kurdistana e Iraq – tra il governo regionale curdo del Nord e il resto della Repubblica Islamica Irachena (Stratfor, Global Intelligence, 19.12,.2012, Imbalance of power of Iraqi Kurdistan Lo squilibrio del potere del Kurdistan iracheno http://www.stratfor.com/analysis/imbalance-power-iraqi-kurdistan).

Talabani era (è) l’autorevolissimo capo di uno dei grandi clan familiari e capo di uno dei due partiti maggiori del paese, l’Unione patriottica, ago della bilancia nei rapporti tra gli sciì’ti di al-Maliki al governo a Bagdad e l’altra fazione curda del Partito democratico, guidata dal presidente del Kurdistan stesso, Massoud Barzani, e Nechivar, naturalmente, Barzani, premier del governo regionale. Coi Barzani che, nella complicatissima vita politica curda, e i Talabani che restano sempre avversari/alleati nel governo centrale.

●La China National Petroleum Corp. sta emergendo come capofila del gruppo di imprese dello sviluppo e dello sfruttamento del giacimento petrolifero di West Qurna-1, al posto della ExxonMobil, dicono adesso fonti sia irachene che cinesi (Pechino sta spingendo da tempo le sue imprese, non solo di Stato ma soprattutto di Stato, a cercar di acquistare il controllo di assets petroliferi internazionali). La multinazionale “americana”, dopo il conflitto con Bagdad sui contratti stipulati direttamente col Kurdistan iracheno del Nord, ha rinunciato alla propria quota di interesse al giacimento che promette di essere uno dei maggiori al mondo, collocato al sud-est estremo del paese, nei pressi della città di Bassora, quasi al confine col Kuwait (Stratfor, Global Intelligence, 21.12.2012, Iraq: Chinese State Oil Company Frontrunner To Replace ExxonMobil— La compagnia di Stato petrolifera cinese in testa nerlla gara a rimpiazzare la ExxonMobil http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-chinese-state-oil-company-frontrunner-replace-exxonmobil-sources-say).

●Sull’altro fronte, quello dell’Afganistan, delle guerre seminate e coltivate nel mondo dagli Stati Uniti d’America, torna prepotentemente in primo piano la faccenda della Banca di Kabul: a più di due anni dal collasso della maggiore banca privata afgana, un’inchiesta condotta da una commissione d’inchiesta, nominata direttamente dal parlamento e non dal governo di Kabul, svela molti altarini.

Risulta, e ormai è documentato, che gran parte dei miliardi di dollari di depositi dell’istituto erano stati da anni risucchiati dai creditori stranieri e esportati illegalmente anche, e non poco, per conto dei tanti e diversi capi-clan afgani, aggiungendo ancora dubbi a tutti quelli già esistenti sulla robustezza delle nuove istituzioni del paese (The Economist, 30.11.2012, Pitiful Penoso http://www.economist.com/news/asia/21567412-shocking-report-corruption-behind-woes-afghan-bank-pitiful).

● Il modello di decenni di politica estera americana… sempre uguale nel Terzo mondo

Stammi a sentire, Duke       Gli americani, come è                                                ok… può        Può? Duke,  

[il residente dela CIA           ovvio, ci invadono ma si                                           funzionare      ma se è un    

in loco]. Il progetto è            impantanano e devono                                                                     modello testato,                                                                                

solido. Prima, metto su         puntellarmi per anni mentre                                                            provato e

un golpe. Poi, facciamo        mi faccio ricco trasferendo                                                              riprovato

saltare in aria l’Ambasciata   sui miei conti offshore aiuti

americana e diamo la colpa   in miliardi di $!

ai jihadisti… 

Fonte:Doonesbury [http://assets.amuniversal.com/b4708e401ba4013000c9001dd8b71c47]

●In Iran, tuona – ma è un anatema che, in effetti, non fa grande rumore – il presidente della Commissione parlamentare di sicurezza nazionale e di politica estera, Alaedden Borujerdi, che il paese non negozierà mai con i governi che hanno sostenuto la politica di sanzioni contro il paese. Cioè, la richiesta – la pretesa assai poco realistica – che a stare a questa dichiarazione Teheran sembra avanzare è che il gruppo dei cosiddetti “5+1” (i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) per riprendere il negoziato rimuova le sanzioni che, in una misura o nell’altra, tutti hanno – prescindendo, ora, sia dal merito che dalla “legittimità” delle misure decretate contro Teheran.

Resta il fatto che l’Iran, il governo e il potere in Iran, sembrano sempre decisi a tenere il punto – malgrado tutte le sanzioni subite e minacciate e i loro effetti sperati, temuti o reali (ha spiegato in questi giorni il ministro dell’Economia, Shamseddin Hosseini, che l’Iran con le sanzioni ha dovuto assorbire un ammanco di reddito pari oggi a circa 40 miliardi di $) – cioè a continuare la ricerca nucleare malgrado, o anche a causa proprio, dei sospetti degli altri. E questo, in una logica “normale” di costi/benefici e di do ut des, i 5 + 1 fanno fatica a capirlo. Gli iraniani, con la logica loro, lo comprendono meglio

   (1) Stratfor, 26.12.2012, Fars News Agency: Tehran Will Not Negotiate With Countries Who Supported Sanctions, Lawmaker Says—  L’agenzia Fars: [importante] legislatore afferma  che Teheran non negozierà con paesi che hanno sostenuto le sanzioni http://www.stratfor.com/situation-report/iran-tehran-will-not-negotiate-countries-who-supported-sanctions-lawmaker-says); 2) Stratfor, Global Intelligence, 18.12.2012, Iran's Management of Sanctions Pressures— Come gli iraniani gestiscono la pressione dovuta alle sanzionihttp://www.stratfor. com/geopolitical-diary/irans-management-sanctions-pressures).  

GERMANIA

●Brutto segnale per la cancelliera Merkel nel voto che, pure a larghissima maggioranza, con 473 su 598 suffragi espressi ha approvato al Bundestag il prossimo versamento della rata di aiuti e di prestiti alla Grecia che è stata decisa dalla UE. Non nel risultato, ovviamente, ma nel fatto che 23 dei voti contrari alla ratifica dei 43,7 miliardi di € siano venuti da deputati del suo schieramento. Facendole così venir meno, per la terza volta in un voto sul tema Grecia e, adesso, a una settimana soltanto dal Congresso della CDU (che le ha rinnovato comunque il mandato alla testa del partito col 98% dei voti), la cosiddetta “maggioranza del cancelliere”: quella della metà più uno dei voti che, da sola, lo/la metterebbe al riparo dalla necessità di negoziare su materie come questa pure i voti dell’opposizione. Che pure, in buona parte, ha ottenuto.

E’ che un pugno duro dei suoi, motivati dalla riottosa antipatia popolare a aiutare, loro formiche laboriose, le cicale europee spendaccione (greci, spagnoli e, si capisce, italiani), resistono. Anche se poi nel dibattito, un giovane deputato CDU della Turingia, Stefan Gruhner, ha il coraggio anche di far rilevare come il complesso delle misure di austerità fatte ingoiare in tre anni alla Grecia, il 16% del PIL, l’hanno trasformata in una formica scheletrita: “come se noi tedeschi ci fossimo dovuti decurtare il PIL in tre anni – ha calcolato – di circa 580 miliardi di €”…

E molti dei parlamentari social-democratici e Verdi, dei partiti che il 22 settembre prossimo venturo le contesteranno la cancelleria nelle elezioni del Bundestag, hanno invece, pur votando in molti ma non tutti alla fine a favore, denunciato in termini aspri la “reticenza” della Merkel e dei suoi a dire la verità nuda e cruda: perché finora il governo aveva taciuto ai contribuenti quello quello che alla fine sarà il costo vero del salvataggio della Grecia: cioè l’abbattimento del suo debito estero dal 175% al previsto 124% del PIL.

Il costo, si capisce, per il contribuente tedesco che ora sono stati costretti come governo a svelare, non quello che dovrebbero, comunque, pagare i greci. Entro il 2020 per la prima volta, stavolta, il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha “confessato” nel dibattito parlamentare che il pacchetto greco inciderà per 730 milioni di € quest’anno e 660 il prossimo sul bilancio federale tedesco.

Schäuble ha fatto anche rilevare, però, nel dibattito, ed è stata una delle poche volte così chiaramente, non solo che la Germania è uno dei grandi creditori della Grecia e che, senza il suo sostegno, la crisi di Atene sconvolgerebbe tutta l’eurozona, ma anche che, se la Grecia fallisse, la Germania dovrebbe cancellare buona parte dei crediti per miliardi di € di controvalore con cui il grande import ellenico ha sostenuto in tutti questi anni la crescita tedesca: dagli armamenti alle macchine utensili e ai beni di consumo (New York Times, 30.11.2012, M. Eddy, ‘Chancellor's Majority’ Eludes Merkel in Greek Vote La ‘maggioranza del cancelliere’ sfugge alla Merkel nel voto sulla Grecia http://www.nytimes.com/2012/12/01/world/europe/chancellors-majority-eludes-angela-merkel-in-greek-vote.html)

Non ha segnalato, piuttosto, e a noi è apparso grave – come anche più grave è che al vertice europeo di qualche giorno prima la cosa non sia stata rilevata per tutta la  gravità che comporta come grave è che anche al vertice europeo in pochi lo abbiano sottolineato – che l’accordo raggiunto, per importante che sia stato avendo offerto qualche sollievo temporaneo ai conti pubblici greci ma non abbia contemplato neanche lontanamente alcuna misura per dare una smossa all’economia reale  che, dando retta all’austeromania dettata dall’Europa, non ha fatto altro che andare peggio (New York Times, 30.11.2012, edit., What’s Missing in the Latest Greek Bailout Quello che manca nell’ultimo salvataggio greco http://www.nytimes.com/2012/12/01/opinion/whats-missing-in-the-latest-greek-bailout.html).

●Anche il Congresso dei social-democratici, l’SPD, designa Peer Steinbrück (che, nel governo precedente questo, quello della Grande Coalizione nero-rossa CDU-SPD, era stato ministro delle Finanze di Merkel) a candidato della coalizione rosso-verde (SPD + Grünen) contro quella nero-gialla (CDU + CSU + FDP, i liberal-democratici) presieduta dalla cancelliera per le prossime parlamentari di settembre.

E sia lui che lei sanno oggi che, al momento, grande favorita è la Kanzlerin, anche se ha ragione di preoccuparsi di un calo suo personale di consensi e, soprattutto, del crollo verticale dei sondaggi dell’alleato FDP: partito più conservatore del suo sull’economia ma molto più aperto dei cristiano-democratici sulle questioni di cultura e di società (The Economist, 14.12.2012).

Non si preoccupa molto, a ragione probabilmente, dell’argomentare con cui il rivale rosso – bé… si fa per dire: rosso è il colore ufficiale dell’SPD che da tempo va anch’esso stingendo sul rosa comunque – Peer Steinbrück, se ne esce reclamando il suo netto svantaggio rispetto a lei che, dice lui, gode del “Frauenbonus”: il vantaggio automatico, quasi, che verso di lei riservano le elettrici, un po’ tutte, solo perché è donna ma anche forse perché è la Frau Kanzlerin da anni, no?

Lo ha detto a un grande giornale della domenica (il Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, 29.12.2012, C. Hoffmann, Bundes kanzler verdient zu wenig”— “Il cancelliere guadagna troppo poco” ▬ http://www.faz.net/aktuell/ politik/inland/peer-steinbrueck-im-gespraech-bundeskanzler-verdient-zu-wenig-12009203.html) in un articolo che sottolinea anzitutto come secondo lui i 18.000 € al mese dello stipendio di premier siano un compenso basso: lui che è deputato, solo andando in giro a far conferenze dopo che ormai anni fa, nel primo mandato di Merkel, fece per quasi tre anni il suo ministro delle Finanze, ne ha messi insieme… almeno dieci volte tanti.

●Merkel si viene preoccupando anche perché l’economia della Germania va rallentando e sicuramente ristagnerà nel 2013. L’afferma adesso la Banca centrale tedesca tagliando seccamente le previsioni di crescita del paese, considerando “la difficile situazione economica in alcuni paesi europei e la diffusa incertezza , la crescita sarà sicuramente più bassa di quanto avessimo presunto in precedenza”: e, spiega, che il PIL del paese crescerà nel 2013 invece che dell’1,6%, solo – se poi crescerà – forse dello 0,4%

   (1) Deutsche Bundesbank, Comunicato stampa 7.12.2012, Neue Bundesbank-Prognose: Vorübergehende konjunkturelle Abkühlung Nuove proiezioni della Bundesbank: un rallentamento (congiunturale) dell’economia ▬  http://www.bundesbank.de/Redaktion/DE/Pressemitteilungen/BBK/2012/2012_12_07_wirtschaftsprognose.html ; 2) New York Times, 7.12.2012, D. Jolly, German Central Bank Cuts Country's Growth ForecastLa Bundestag taglia la previsione di crescita della Germania http://www.nytimes.com/2012/12/08/business/global/german-central-bank-cuts-countrys-growth-forecast.html?ref =global).

●Malgrado la frenata economica, il rivale di Merkel, Steinbrück, ha criticato duramente il governo di centro-destra per aver lasciato impennare l’export di armamenti tedeschi e ha promesso di mettere fine alla pratica – senza, però, spiegare come e quanto e quando – se l’opposizione di centro-sinistra arriverà al governo. In Germania, a causa del passato nazista e del suo retaggio, l’argomento rimane in pubblico politicamente delicato ed essere arrivati al rango di terzo paese esportatore di armi nel mondo è ancora motivo di imbarazzo, anche se non della bilancia commerciale e dei profitti dei fabbricanti di armi.

Nel 2001, la Germania con vendite all’estero per $ 925 milioni era il sesto esportatore di armi al mondo dopo, nell’ordine, Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia ed Italia. Ora la Germania è solo dietro Stati Uniti e Russia con vendite per $ 2,476 miliardi – quasi 4 volte tanto – non poche delle quali però – e sicuramente per Steinbrück, che di quei governi era il numero due, un po’ imbarazzante – negoziate e contrattate nel periodo della precedente Grande Coalizione… quando, appunto, i social-democratici erano al governo coi democristiani… di Merkel.

Secondo l’ultimo sondaggio autorevole – ma ancora mancano molti mesi all’elezione – condotto per la televisione ARD dall’Istituto Infratest d-map, oggi, a fine 2012, l’SPD avrebbe il 30% col 13% dei Verdi conquisterebbero insieme il 43% dei suffragi: non ancora la maggioranza assoluta ma più del 40% della Merkel a cui non servirebbe il 4% che, al massimo, sono previsti andare ai liberal-democratici, che restano sotto lo sbarramento, la soglia, necessaria per avere anche un solo deputato.

Alla sinistra dei social-democratici, i Linke arriverebbe al 7% dei voti mentre i Piraten non toccherebbero il 3%: anch’essi, ovviamente, senza rappresentanza parlamentare. E, in queste condizioni, sembra ai più tra gli osservatori che il risultato probabile delle elezioni di fine 2013 sarà un’altra Grosse Koalition (1) OTZ.de/der Ostthüringer Zeitung Il giornale della Turingia orientale, 21.12.2012, Union legt in ARD-Deutschlandtrend  zu... aber Union legt in ARD-Deutschlandtrend leicht zu [la CDU] conduce nel sondaggio della ARD … ma ▬ http://www.otz.de/startseite/detail/-/specific/Union-legt-in-ARD-Deutschlandtrend-leicht-zu-1468376659); 2) New York Times, 22.12.2012, Reuters, Merkel Rival Attacks Germany’s Soaring Arms Exports Il rivale di Merkel attacca l’impennata dell’export tedesco http://www.nytimes.com/reuters/2012/12/22/world/middleeast/ 22reuters-germany-politics-arms.html?ref=global-home).

FRANCIA

Grave disagio politico anche in Francia. Lo attestano i dati raccolti e diffusi adesso dall’IFOP, l’Istituto Francese di Opinione Pubblica, che rende noti in questi giorni studi e sondaggi su due temi di fondo: il livello di consensi alla politica di Hollande, che scende ai minimi dall’elezione e la percezione della crisi economica, e della sperequatissima distribuzione dei sacrifici richiesti per affrontare anche qui, che resta assai grave per la stragrande maggioranza dei cittadini francesi (qui li segnaliamo, appena rielaborati dal sito che meglio li ha diffusi Italia: CambiailMondo, 20.12.2012, R. Musacchio, Il termometro francese: resta alta la febbre della crisi, cala Hollande http://cambiailmondo.org/2012/ 12/20/il-termometro-francese-resta-alta-la-febbre-della-crisi-cala-hollande/) .

Hollande scende al 37% degli elettori che dichiarano un gradimento nei suoi confronti, - 4 rispetto alla rilevazione precedente. E di quel 37, solo il 3% si dice molto soddisfatto. Per la settima volta consecutiva il gradimento è in diminuzione e minoritario in tutte le categorie sociali, con un 26% di apprezzamento nelle professioni imprenditoriali e commerciali ed un 33% tra gli operai, con consenso ridotto del 6% tra i salariati pubblici, una qualche risalita, il 3, tra i professionisti e un miglioramento, +5%, tra i giovani sotto i 25 anni. Molto peggio fra tutte le altre classi di età e sociali, sia tra donne che uomini, questi ultimi più severi, anche se poi la crisi è percepita come più grave dalle donne.

In calo i consensi a sinistra, -13% nel Front de Gauche e consenso è minoritario, 47%, mentre la rilevazione precedente lo dava al 60% e con gli scontenti sopra il 52%; meno 6% anche tra gli ecologisti, consenso che cala al 57% mentre il dissenso raggiunge il 42%. Resta alto, ancora, solo l’assenso tra gli elettori del Partito socialista, con l’81%, -3 e il 17%, + 2 che di confessa deluso. A destra, ovviamente si rimane sulle basse percentuali precedenti con gli elettori del’UMP del (fu) Sarkozy il cui apprezzamento però sale alquanto, poco, dal 7 al 10%.

Nelle note che accompagnano i dati si può leggere che gli intervistati rilevano un’incertezza di fondo nell’operare e la percezione di trovarsi in presenza di un governo di centro più che di un governo di sinistra.

Pesa molto la percezione della crisi economica che, come mostra un’altra indagine dello stesso istituto, resta pesantissima. Si aggiungono crisi industriali e occupazionali come quella della Accelor-Mittal e, naturalmente, l’accettazione del Fiscal Compact che, meno accelerato nei tempi della versione passata in Italia, ha costretto comunque e visto accettare e promuovere dal governo una pesante sventagliata di politiche di austerità.

Per il 73% degli intervistati la crisi resta  percepita, per sé o per il proprio ambiente, in modo sensibile, molto per il 26% e abbastanza per il 47%. Non siamo alla vetta dell’84% del gennaio scorso, prima delle elezioni che spazzarono bvia Sarkozy, ma si resta sui punti molto alti di tutto questo, ormai lungo, periodo. Le percentuali sono alte per tutte le classi di età e sociali, per uomini e donne. Vale come sempre in Francia l’articolazione tra Parigi, malessere al 65%, le altre città, 73%, e la realtà rurale che soffre all’80%.

Nella suddivisione per orientamenti politici non valgono qui gli stessi  sbalzi che si trovano sul gradimento per Hollande. Il disagio unisce tutti: da sinistra a destra Front de Gauche, 72%, socialisti, 71%,  verdi, 72%, UMP al 71% e FN, 78%. Ed anche sulle aspettative di quando finirà la crisi, cresce la fascia di quelli che pensano che non si vedranno miglioramenti prima di due anni, 31%, + 6, mentre si riducono quelli che sperano di rivedere il sereno in un anno, 22%, -3, e restano i più quelli che vedono nero ancora per tutti i prossimi tre anni: 43%, meno 3.

La febbre francese dunque resta alta, come d’altronde quella di tutta Europa. Sia nell’Europa di destra che di sinistra .. Tutta governata dal fiscal pact, dall’austerità e da una recessione che si aggrava ogni giorno di più dalla Scandinavia alla Grecia, dalla Grecia alla Spahna e al Portogallo, passando per Italia, come qui attestato per chi è più a sinistra come la Francia, ma anche per l’Inghilterra e, ormai, la Germania a causa proprio dell’austerità: dovunque dilagante e incombente. Le ricette che, a dosi da cavallo, propinano gli stregoni tecnocrati ai governanti – un po’ tutti – invece che far scendere la febbre la rendono permanente, cronica e dunque più grave.

Ma anche chi era stato visto come un medico diverso – Hollande – non sembra aver avuto il coraggio di cambiare veramente terapia e sta ammalandosi anch’egli. E sarebbe importante rifletterci anche in Italia, dove rischiamo di ricadere, con forza e violenza decuplicata nello stesso tipo di cure sbagliate. Esiziali, forse…

●Intanto, il Consiglio costituzionale ha di fatto annullato una delle misure più popolari ed eque che Hollande aveva preso, la proposta di legge, ancora in discussione, di tassare al 75% i redditi annuali sopra il milione di €, tutto sommato poi appena sopra i 1.500 contribuenti a testimonianza che – leggende a parte – anche qui c’è tantissima evasione fiscale. Uno di loro, il gordo, quell’attorone gottoso e in tutti i sensi gonfiato di Gérard Depardieu che, con Asterix, senza mai mostrare un etto di abilità, ha fatto milioni di €, adesso è diventato…. belga.

Avete presente da noi, per dire, un Jerry Calà o, al massimo, un… Massimo Boldi? Qui, lui s’è trasferito di residenza proprio per sfuggire a questa tassazione. Perché odiosamente il Belgio ha un livello medio di tassazione dei redditi da lavoro tra i più alti d’Europa, ma uno dei regimi fiscali più compiacenti, invece, verso rendite, soldi non guadagnati col lavoro e fondi trasferiti dall’estero. E ora, la motivazione data dal giudice costituzionale francese è una presa per il sedere non solo dei contribuenti che pagano tutto e sempre – in Francia, però, almeno la ritenuta d’acconto sul lavoro dipendente non c’è per nessuno! – ma una presa in giro della stessa umana ragione.

Dicono spudoratamente, infatti, che così non tutti i cittadini avrebbero trattamento fiscale uguale: una violazione del principio di uguaglianza, dunque… (le Monde, 29.12.2012, Le Conseil constitutionnel censure la taxe à 75 %, Matignon annonce un nouveau dispositif Il Consiglio costituzionale censura la tassazione al 75%, Matignon annuncia un nuovo dispositivo [Matignon è la sede della presidenza del Consiglio e il nuovo dispositivo essendo una nuova legge per affermare il prevalere della misura di merito sui pretesti procedurali fasulli] http://www.lemonde.fr/politique/ article/2012/12/29/le-conseil-constitutionnel-censure-l-impot-de-75-sur-les-tres-hauts-revenus_1811406_82 3448 .html)

Ma la legge – costituzionalmente da sempre accettata – prevede che le aliquote variano da reddito a reddito… La verità è che qui i princìpi di uguaglianza non c’entrano niente. C’entra la pretesa di impedire, a chi ha titolo per farlo, di decidere che, se uno guadagna di più, di più paga. E c’è il buco della mai coordinata legislazione europea in materia fiscale che, non a caso ma a fronte della rinuncia a una qualche irrilevante e non applicabile sovranità nazionale mai ha armonizzato la tassazione tra l’uno e  l’altro dei 27 paesi membri: sempre bloccata dall’Inghilterra, che ostruisce ogni azione comune, ma anche, di volta in volta e spesso dalla riluttanza di uno o dell’altro paese. Francia, certo, non ultima…

GRAN BRETAGNA

●Ha ammesso, alla Camera dei Comuni, letteralmente ingoiando veleno nel farlo, il cancelliere dello Schacchiere, ministro delle Finanze, George Osborne, nella cosiddetta “dichiarazione d’autunno” – un atto obbligato di aggiornamento dei dati di bilancio – che il governo dovrà continuare a inasprire le dosi di austerità imposte al paese, ai meno abbienti (tagli ulteriori alla sanità pubblica, ai sussidi…) malgrado ogni promessa solenne contraria di prima istanza (l’inaugurazione del governo)e poi, in seconda, di ogni “razionale” progetto di politica fiscale: ora sembra ormai, piuttosto una questione di fatto, non scelta ma, anche qui,  inesorabilmente subita.

Anche qui… perché – dice Osborne e è vero – resta un deficit testardamente elevato (il deficit/PIL con cui il Regno Unito, che fregandosene di ogni impegno europeo – il famoso 3% – sfonda quest’anno e di gran lunga il 7% (adesso la previsione per fine anno è almeno del 7,7%) e un’economia pervicacemente infiacchita che nell’ultimo trimestre dovrebbe ora registrare una perdita ulteriore almeno di un altro 0,1%.

Ma poi, in controsenso, anche se del tutto in linea invece con le proprie pregiudiziali di stampo ideologicamente neo-liberista, anche se ha bisogno di far cassa preferisce aumentare il debito ma tagliando le erogazioni di assistenza a chi ne ha maggiormente bisogno per poter invece ridurre dell’1% l’aliquota sulla tassazione d’impresa (The Economist, 7.12.2012, Where are the songs of spring? Ma dove sono andati a finire i canti di primavera? http://www.economist.com/news/britain/21567989-gloomier-economic-outlook-forces-chancellor-break-one-his-fiscal-rules-where-are).

Standard & Poor’s, dopo analoghe mosse di Fitch e di Moody’s, ha affibbiato anche all’iperliberista conduzione della finanza e dell’economia britannica una previsione negativa, di fatto preconizzando la perdita della tripla AAA come possibile a breve. Forse, addirittura inevitabile, si osserva (Guardian, 13.12.2012, L. Elliott, UK's loss of AAA rating starting to look inevitable La perdita della tripla AAA da parte del Regno Unito comincia a sembrare inevitabile http://www.guardian.co.uk/business/ economics-blog/2012/dec/13/uk-credit-rating-aaa-george-osborne).

Il documento della S&P’s (per il testo integrale, S&P: Cld Downgrade UK Within 2yrs If Weakens Beyond Expectation Svalutazione dei rating di S&P’s sul Regno Unito entro 2 anni se la sua economia si indebolisce al di là delle aspettative http://www.forexlive.com/blog/2012/12/13/spcld-downgrade-uk-within-2yrs-if-weakens-beyond-expecta tion/) in effetti e in buona sostanza dice chiarissimamente che la valutazione verrà abbassata se il deficit cresce a causa della crescita debole. E sarà svalutata se il governo cercherà di frenare sul suo impegno all’austerità, riduce tagli e riduzione di welfare: insomma, condannato se fa e condannato anche se non fa…, nimico a Dio e alli inimici sui

●Con una mossa che contraddice tutta la conclamata superbia albionica di rivendicazione gelosa della sovranità nazionale britannica – quella che motiva da sempre un po’ tutto l’atteggiamento reticente, euroscettico, di questo paese verso la propria collocazione europea: ma, si capisce, solo in apparenza ché il potere reale resta sempre nelle mani del governo – la Banca d’Inghilterra – dunque, appunto il governo di Sua Maestà – ha designato un banchiere canadese, l’attuale presidente di quella Banca centrale, Mark Carney, come successore di Sir Mervyn King il cui mandato di governatore va in scadenza al prossimo luglio.

E’ la prima volta che capita e proprio quando, nel corso della prossima estate secondo vulgata liberista-friedmaniana più tradizionale, alla BoE verranno assegnati maggiori poteri “indipendenti”: anche se, come ovvio e ipocrita, solo nominalmente: poteri oltre che di supervisione della politica monetaria anche quello di regolatore del sistema bancario britannico; l’ovvio, appunto, anche se non in questo curioso paese.

Carney aveva respinto in passato analoghe richieste ma dice sì stavolta, di fronte ai più cospicui emolumenti (dalle £ 300.000 all’anno di Sir Mervyn King alle 900.000 che adesso andranno in tasca a Carney più tanti annessi e connessi fuori sacco e a latere) e ai maggiori poteri che adesso gli offre il cancelliere dello scacchiere, cioè il Tesoro britannico (The Economist, 30.11.2012, Bank of England’s new Boss - Canada Guy Il nuovo boss della BoE - Il canadese http://www.economist.com/news/britain/21567407-mark-carney-will-be-banks-next-governor-what-britain-getting-canada-guy).

GIAPPONE

●Le elezioni di domenica, 16 dicembre, hanno dato una vittoria netta al vecchio e tradizionale partito del potere, la “balena bianca”, il Partito liberal-democratico, al governo per i 9/10 del dopoguerra in Giappone e rieletto a furore di popolo per la quasi totale incapacità di gestione del partito democratico che solo tre anni fa dal governo lo aveva sfrattato.

E, adesso, mentre la nuova/vecchia coalizione di governo, rafforzata dall’antico alleato di sempre, il partito Komeito— il Partito del governo pulito, di ascendenza tradizionalista buddista, ha i numeri per governare come vuole, sembra – ed è inevitabilmente la dimensione che all’estero più attira preoccupazioni e attenzioni – che il nuovo vertice non potrà non risentire del condizionamento dell’estrema destra che da pochissimo tempo s’è coalizzata in un terzo polo con la fusione dei due principali movimenti a base regionale di stampo nazional/revanscista.

Il primo, il Partito dell’Alba dell’ottantenne Shintaro Ishihara, ex governatore di Tokyo e il secondo, quello della Restaurazione del sindaco di Osaka, il quarantenne Toru Hashimoto: uno  a sostenere da sempre che il Giappone deve riconquistare la sua dimensione di potenza regionale imperiale anche con misure di rafforzamento militare cui l’America lo aveva costretto a rinunciare con la resa senza condizioni del 1945 e la Costituzione dettata dal gen. MacArthur, il secondo che afferma, senza remora alcuna, che “la salvezza del paese è nella dittatura” e che “nessun dipendente pubblico ha diritto alla privacy, così come nessun uomo ha diritto a rivendicare diritti inesistenti in natura a una qualche vaga dignità umana(Japan Today, 4.7.2012, Osaka Mayor Hashimoto: 'You have no fundamental human rights’— Il sindaco di Osaha Hashimoto:“nessuno ha nessun diritto umano fondamentale” http://www.japantoday.com/category/politics/view/osaka-mayor-hashimoto-you-have-no-fundamen tal-human-rights/comments/popular/id/2496116).   

La fusione risponde, in realtà, a una tendenza che va montando da anni in questo paese, di un nazionalismo populista che vuole, confusamente e senza mai arrivare a specificarle, “riforme”. E’ una tendenza non nuova nel Giappone post-bellico ma stavolta sembra affermare proprio la metamorfosi verso la dimensione rivendicata della potenza regionale – come indicano analisi diverse ma che si combinano ormai americane e cinesi – più assertiva.

Come presenza militare, anzitutto: che gli americani auspicano, pur tra mille dubbi, di veder affermare ma intenderebbero, contraddittoriamente, voler continuare a “controllare” (ancora una volta: eterogenesi dei fini? apprendista stregone?); e i cinesi insieme a chi la presenza militare imperiale e armata del Tenno la ricorda bene anche a settant’anni di distanza (filippini, indonesiani, vietnamiti, australiani) temono tutti di veder risorgere e sembrano decisi a contrastare. Pur insieme  e, anche qui, un po’ contraddittoriamente preoccupati dalle nuove e oggettivamente egemoniche ambizioni cinesi…

Ma il peggio è soprattutto nella spinta che l’estrema destra è in grado ora di esercitare sul probabile nuovo primo ministro, Shinzo Abe, cinquantottenne ex premier della “balena bianca” nel 2006 e 2007, anni fallimentari per lui che, da allora si è riconvertito egli stesso in un nazionalista assai più duro. Va ormai dicendo, dal principio della campagna, che le Senkaku (le Diaoyu, come le chiamano i cinesi) sono parte integrante del Giappone e che come tali saranno “difese”; anche se, adesso, dopo la vittoria aggiunge, con qualche saggia prudenza, che se il nostro scopo è sempre quello di ottenere che la Cina la smetta di avanzare le sue rivendicazioni, non intendiamo farlo in modo che tale da veder peggiorare le relazioni che dobbiamo con essa avere e anche sviluppare”.

Sottolineando anche, ben conscio di come gli elettori non abbiano “tanto voluto ridare la loro fiducia al Partito liberal-democratico quanto respingere i tre anni di incompetente gestione del partito democratico che dopo di noi era andato al potere” (sette diversi premier negli ultimi sei anni: roba da prima Repubblica, come si diceva una volta, da noi). E ora si tratterà con urgenza di far riprendere un’economia in apnea: ancora in deflazione, senza crescita, con l’export bloccato. E che questa sarà la prima priorità del nuovo governo (New York Times, 16.12.2012, M. Fackler, Japan Election Returns Power to Old Guard Le elezioni in Giappone rimandano al governo la vecchia guardia http://www.nytimes.com/ 2012/12/17/world/asia/conservative-liberal-democratic-party-nearing-a-return-to-power-in-japan.html?ref=global-home&_r=0).

Che, in ogni caso e non a caso, torna a celebrare lo slogan vincente di queste elezioni quel “riprendiamoci adesso il Giappone” che, sciolto nella prosa più esplicita del programma liberal-democratico, significava – ricorda – tra l’altro: “potenziare le Forze di autodifesa trasformandole in una vera e propria Forza di difesa nazionale – cioè, in un esercito – aumentando  la spesa militare e rafforzando in particolare le forze di sicurezza marittime”. Tradotto in termini di rapporti di forza evidenti, fare del Giappone una potenza militare meno “discreta” e più pronta a far valere i propri “diritti”: o quelli che come tali vengono a essere percepiti.

●Tra parentesi, Abe sembra rimettere subito in questione la scelta di blocco dello sviluppo all’energia nucleare decretato dal predecessore dopo il disastro di Fukushima. Il primo ministro Noda, tra tante tergiversazioni e uno o due ripensamenti anche lui, ma tenendo alla fine ferma la determinazione, aveva deciso di non far più costruire nuovi reattori nucleari. Abe non parla per ora di rimettere in funzione i reattori praticamente bloccati) ma dice che potrebbe, intanto, diventare subito necessario rimangiarsi l’impegno di non consentire alle imprese la costruzione di nuovi reattori nucleari.

Ha detto, parlando in conferenza stampa nella prefettura di Yamaguchi, una media città dell’estremo Sud del paese – che a quel tipo di costruzioni è un territorio direttamente interessato – sfumando un po’ per prudenza in termini più che di volontà di uno studio della possibilità che vorrebbe “riconsiderare” tutta la politica energetica nucleare del paese (Kyodo News, 21.12.2012, Abe hints at reviewing policy of not allowing new reactors Abe accenna alla revisione della politica di non consentire la costruzione di altri reattori nucleari http://english.kyodonews.jp/news/2012/12/200824.html).

Braccio di ferro?

Fonte: IHT, 20.12.2012, Heng

●Intanto la Cina, scombussolando tutto, è passata all’attacco ma, rigorosamente, sul piano legale: della legittimità stessa del contenzioso e delle rivendicazioni, presentando all’ONU – all’organismo delle Nazioni Unite costituito proprio per dirimere questioni di controversie territorial/marittime di questo tipo – una serie di carte geologiche e geografiche, risalenti anche a secoli fa e anche nipponiche, le fondamenta giuridiche su cui basa l’affermazione del proprio diritto sulle isole del Mar Cinese Meridionale che loro chiamano Diaoyu e i giapponesi Senkaku.

La mossa cinese è molto abile per diverse ragioni: la prima e fondamentale è che il Giappone può contrapporle solo – ma in diritto internazionale anche questo ha un suo peso – il diritto all’occupazione fisica, di fatto, che risale alla sua potenza imperiale; un’occupazione, però, sempre sporadica di territori che fino a recenti e verosimili anche se solo possibili scoperte di minerali bituminosi sui fondali vicini non avevano alcun interesse strategico né economico.

Ma il terreno che la Cina ha scelto – e, a questo punto, imposto portando il confronto sul piano internazionale – quello della legittimità è meglio servito e supportato dalla documentazione e dalla storia che da un possesso nominale solo di fatto e, perciò, quanto mai dubbio e precario…e se fondato così, solo sulla forza, sempre sopprimibile poi da una forza più… forte e immediatamente applicata.

Così, adesso, Chen Lianzeng, il vice delegato della Amministrazione oceanica di Stato cinese ufficialmente trasmesso alla Commissione dell’ONU titolata a dirimere il contenzioso marittimo tra gli Stati la cartografia necessaria a dimostrare la tesi di Pechino: che le isole in questione, le Diaoyu, sono territorio cinese in quanto dimostrano che la piattaforma continentale si estende attraverso tutta la cosiddetta Fossa di Okinawa proprio fin quasi all’omonima isola nipponica e, quindi, escludendone le isole, comprende però il mare e il fondo marino circostante. 

La piattaforma continentale e il declivio relativamente gentile che finisce dove il fondo marino precipita a profondità grandi, oltre i 200 metri di cui parlano le regole del diritto convenzionale marittimo consuetudinario— cioè, appunto, come le carte dimostrano, fin quasi a Okinawa. E, ora, la documentazione in questione è stata trasmessa: dai cinesi, gli unici che lo potevano fare utilizzandola per sostenere “geograficamente e geopoliticamente” la loro tesi nella sede competente

Si tratta della cosiddetta Partial Submission Concerning the Outer Limits of the Continental Shelf beyond 200 Nautical Miles in the East China Sea Sottomissione o esibizione preliminare delle prove relative ai limiti esterni della piattaforma continentale al di là delle 200 miglia nautiche nel mar Cinese Meridionale— la dizione ufficiale della documentazione in questione nel gergo onusiano (UN Oceans and Law of the Seas-Division for Oceanic Affairs, 18.12.2012, Commission on the Limits of the Continental Shelf (CLCS) Outer limits of the continental shelf beyond 200 nautical miles from the baselines: Submissions to the Commission: Submission by the People's Republic of China Commissione sui limiti della piattaforma continentale (CLCS) Limiti esterni della piattaforma oltre le 200 miglia nautiche a partire dalla linea base costiera: Presentazioni alla Commissione: Presentazione della Repubblica della Cina Popolare – testo inglese e francese ▬ http://www.un.org/Depts/los/clcs_new/ submissions_files/chn63_12/clcs_63_2012.pdf // testo cinese (cartine e documentazione geologica) http://www.un.org/ Depts/los/clcs_new/submissions_files/chn63_12/executive%20summary_CH.pdf ).

Il punteggio della partita, però non certo conclusa, si è così spostato sull’1 a 0, improvvisamente, a favore di Pechino sul piano legale. Che costituisce la premessa, ora favorevole alla Cina, per una risoluzione in qualche modo pacificamente concordata della diatriba. Il foro internazionale competente, che dovrà esaminare il fondo della questione nel merito giuridico del titolo e non della appropriazione di fatto della proprietà in questione, è sicuramente più favorevole alla Cina e alle sue rivendicazioni storico, geografiche e geopolitiche che a quelle nipponiche basate solo sulla forza militare di un tempo che fu, quello dell’imperialismo e dell’occupazione militare.

Ma adesso anche questo – il puro e semplice rapporto di forza – sembra avviato al tramonto checché ne dicano i nazionalisti di Tokyo… Probabilmente un accordo è possibile, se si accetta quella che a noi sembra la realtà. Che, al dunque, ai cinesi – non alla popolazione e al sentimento popolar/populista della gente cinese, ma ai dirigenti nuovi di questo paese – interessa solo relativamente il controllo territoriale effettivo delle sparse protuberanze di roccia che formano le Diaoyu/Senkaku ma l’esplorazione e lo sfruttamento oggi possibile delle risorse sottomarine dell’area.

Su questa base dovrebbe essere possibile per i cinesi trovare un compromesso di buon senso col governo di Shinzo Abe, del tipo della joint venture creata allo scopo e insieme gestita. Sulla base che se uno ci mette il 10 o il 20% di soldi in più, lui ha il 51%... Nel prossimo futuro—  sempre che, certo, le “provocazioni” revansciste di Tokyo non alimentino troppo quelle di analogo anche se diverso patriottardismo che, sotto la cenere ancora calda lasciata dalla storia – dell’occupazione e del militarismo nipponico – allignano anche a Nanchino, Shanghai e Pechino…

●Serio problema, intanto per la politica estera americana, che non ha finito di tirare un sospiro di sollievo per le scelte di sud-coreani e giapponesi alle urne, che hanno eletto entrambi governi di destra e con ciò favorevoli senza riserve all’alleanza con il grande alleato d’Oriente, l’America, contro la Cina che è lì vicina a Occidente, quando emergono subito le incompatibilità dovute allo stesso nazional-revanscismo di entrambi i regimi eletti e alla personalità dei loro leaders. Entrambi anticinesi: ma l’uno contro l’altro da sempre fieramente e non solo metaforicamente armati.

●La confusione (e spesso non solo cronologica, purtroppo…) del nuovo/vecchio PM giapponese

 Abe:  Mi spiace, ho sbagliato… E’ che questi americani mi sembrano tutti uguali… (nel dopo vittoria, il nuovo PM Abe ha detto di aver ricevuto le congratulazioni di…Bush: il presidente quando lui, sei anni fa, era  primo ministro)

Fonte: RIA Novosti, S.Yolkin, 19.12.2012

Shinzo Abe è da sempre un negazionista, non ha mai neanche riconosciuto la verità storica dei crimini di guerra perpetrati dai nipponici nella penisola coreana (e del resto neanche in Cina…) durante l’occupazione militare dell’impero del Sol Levante prima e durante la seconda guerra mondiale).

E la signora Park, a capo di un partito la cui ostilità ai nord-coreani è battuta solo dall’odio profondo, storico, contro il rifiuto di Tokyo a “far ammenda” almeno simbolicamente con qualche gesto pubblico (ma, come è noto, in questa parte del mondo la faccia e l’apparenza fanno sempre sostanza) del proprio passato coi coreani… Insomma, come se in Germania andassero al governo i negazionisti dell’olocausto e dei crimini del nazismo!

Osserva seccamente un ricercatore importante sulla diplomazia dell’Asia orientale, che insegna alla Stanford University, Daniel C. Sneider, che solo una grande superficialità sembra poter consentire al dipartimento di Stato americano di pensare e raccontare ai media che sia una gran cosa avere due alleati della destra conservatrice come questi: che “neanche nelle loro versioni moderate, ora sconfitte, erano mai riusciti, dopo la seconda guerra mondiale, a dar vita neanche a un’intesa bilaterale di natura del tutto irrilevante, come quella soltanto di scambiarsi gli auguri di capo d’anno” (New York Times, 20.12.2012, M. Fackler, Tensions Between Japan and South Korea Complicate Picture for U.S. Le tensioni tra Giappone e Corea del Sud complica il quadro per gli USA http://www.nytimes.com/ 012/12/21/world/asia/japan-and-south-korea-tensions-complicate-us-efforts-on-security.html?ref=global-home).


 

[1] New York Times, 17.12.2012, edit., The Gun Challenge, In other countries, laws are strict and work La sfida delle armi da fuoco, In altri paesi le leggi sono rigide e funzionano http://www.nytimes.com/2012/12/18/opinion/the-gun-chal lenge-strict-laws-work.html?_r=0 .

   Racconta di uno studio della scuola di salute pubblica dell’Università di Harvard (Harvard School of Public Health, Injury Control Research Center Centro di ricerche sul Controllo dei Danni, Aggression and Violent Behavior: A Review Journal Aggressione e comportamenti violenti, 2004, 9:417-40 ▬ http://www.hsph.harvard.edu/research/hicrc/firearms-research/guns-and-death/index.html) che, utilizzando fonti di 26 grandi paesi sviluppati, dimostra coi loro dati che dove abbondano le armi da fuoco – malgrado quanto sostengono tanti interessati – ci sono molti omicidi di più. “Nel caso americano, in modo esponenziale: il tasso di omicidi  in America è grosso modo di 15 volte quello degli altri paesi in esame che, tutti, hanno regole molto più rigide sul controllo delle armi dei cittadini privati”.

   Anche paesi come ad esempio l’Australia, che con gli USA pure condividono smania e mania della comunità di frontiera, degli uomini duri del West che si fanno da sé, quando nel ‘96 un “disadattato” fece strage di 35 persone con un’arma semiautomatica, legiferarono immediatamente in un senso restrittivo che non ha più consentito il ripetersi di simili episodi, Qui, niente, mai.

   E, per contro, in Giappone, dove la legislazione restrittiva sulle armi da fuoco è durissima, la media degli ultimi anni è di 11 persone morte ammazzate contro 12.000 negli USA: disparità enorme, anche tenendo conto della differenza di numero assoluto, 128 milioni contro oltre 300 di abitanti, dove in pratica c’è un’arma da fuoco in possesso di ogni cittadino (quasi 280 milioni).

[2] G. Orwell, 1984, trad. S. Manferlotti, Mondadori, 2002 (http://www.ibs.it/code/9788804507451/orwell-george/1984. html).

[3] M. Foucault, 1977, a cura di A. Fontana e P. Pasquino, Microfisica del potere: interventi politici, Einaudi.

[4] Daniele, 5:25,1-4.

[5] Post hoc, ergo propter hoc? Dopo di ciò, quindi anche a causa di ciò?... Forse no,… però il famoso “sofisma della falsa causa”, denunciato già da ben prima di Cristo (Aristotele, Sophistici elenchi, n. 167b), sarà pure falso, ma fa qualche impressione…

[6] Sul  riacquisto da parte greca, che si trovava sotto pressione dei suoi creditori in Europa, Germania e quant’altri, di parte del proprio debito con largo sconto del valore nominale. La Banca centrale greca aveva chiesto di essere autorizzata a farlo alla Commissione e attendeva la risposta del suo  massimo responsabile economico, Olli Rehn.

   La Deutsche Bank, che era stata consultata dai greci, propose subito alla UE di mettere sotto pressione i fondi a rischio privati che avevano incautamente acquistato per ingordigia i titoli ellenici perché, usando i meccanismi legali che avevano a disposizione, venissero costretti – era “del tutto legale e non avrebbe affatto frastornato i mercati”, disse Hakan Wohlin per la DB – a rivendere ai greci 28-30¢ per i titoli acquistati da essi al valore nominale di 100.

   Alla fine Olli Rehn e la Commissione, sotto la minaccia degli hedge funds e delle loro lobbies di una possibile/ probabile liquefazione dei mercati se fossero stati costretti a prendere atto della “prepotenza” esercitata su di loro costringendoli ad accettare di vendere a meno dei 34-35¢ che essi volevano.

   Così (scrive ora il New York Times, 23.12.2012, L. Thomas, Jr., Hedge Funds Reap Handsome Profits in Greek Debt Buyback Gli hedge funds ramazzano [così: grazie ai buroeurocrati] bei profitti nel rivendere ai greci i loro titoli http://www.nytimes.com/ 2012/12/24/business/global/greek-bond-buyback-may-have-been-cheaper-under-collective-action-clause.html?_r=0): un altro caso in cui i funzionari e gli esponenti europei si sono fatti fregare dagli interessi degli investitori privati… O, aggiungiamo noi, siccome ci piace far peccato a pensar male…, si sono lasciati lietamente (e lautamente, anche?) fregare. Col conto finale che, al dunque, sarà sempre pagato dal contribuente europeo…

   Non abbiamo modo, qui, di ricostruire le ragioni “tecniche” che l’A. del pezzo del NYT porta a spiegazione del meccanismo perverso imposto dall’osservanza delle regole della finanza privata che fanno aggio sempre sugli interessi del pubblico. Ma chi volesse approfondire, ricorra pure al link che abbiamo appena fornito, per completare la documentazione anche di questo misfatto…