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     01. Nota congiunturale - gennaio 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

05.12.10

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE... PAGEREF _Toc313135107 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc313135108 \h 2

nel mondo.. PAGEREF _Toc313135109 \h 2

● La disuguaglianza dei redditi aumenta… (istogramma) PAGEREF _Toc313135110 \h 9

in Cina.. PAGEREF _Toc313135111 \h 11

Africa.. PAGEREF _Toc313135112 \h 12

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc313135113 \h 13

EUROPA... PAGEREF _Toc313135114 \h 23

● I giovani disoccupati d’Europa (istogramma) PAGEREF _Toc313135115 \h 23

STATI UNITI. PAGEREF _Toc313135116 \h 42

● L’assedio delle  basi USA all’Iran (cartina) PAGEREF _Toc313135117 \h 44

● Sharia all’americana: l’Iran va castigato perché ha osato tentare  di entrare nel nostro club! (vignetta) PAGEREF _Toc313135118 \h 47

● IRAQ: Missione compiuta!… (vignetta) PAGEREF _Toc313135119 \h 48

● Ma la Russia potrebbe aiutare gli USA a ritirarsi dall’Afganistan…certo, se glielo lasciano fare!!! (vignetta) PAGEREF _Toc313135120 \h 62

● I tre Kim: Il-sung, Jong-il e, adesso, Jong-eun: sempre lì… e, anche, sempre più piccoli? (vignetta) PAGEREF _Toc313135121 \h 66

GERMANIA... PAGEREF _Toc313135122 \h 66

FRANCIA... PAGEREF _Toc313135123 \h 66

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc313135124 \h 66

GIAPPONE... PAGEREF _Toc313135125 \h 66

 

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Chi scrive è molto scontento – potremmo quasi dire indignato – per il modo in cui senza dirci la verità Mario Monti – una persona evidentemente seria – sta cercando di portarci fuori da questa crisi. Dice in sostanza quel che ripetono da sempre i conservatori – come lui è – di ogni sfumatura e tonalità. La più chiara di loro, fino all’indecenza, era stata la Thatcher che dell’acronimo (in inglese, ovviamente: T.I.N.A.) “non c’è alternativa” aveva fatto la bandiera e la razionalizzazione delle ricette che imponeva a tutti.

Quando la verità è che l’alternativa c’è sempre. Solo che non si vuole praticarla. O non si può: perché chi ti dice di no è più forte, al dunque, di chi potrebbe dirti di sì. E perché, sempre al dunque, tu con lui sei più d’accordo che con l’alternativa possibile. Nel caso nostro – a Monti da sinistra, diciamo, lo hanno anche detto ma con grandi tentennamenti che l’alternativa c’era. Poi nessuno si è sentito, però, obbligato a farglielo praticare:

• si sarebbero potuti sottoporre a salasso gli straricchi, gli “scudati”; dice che avevano un contratto però con lo Stato: perché i pensionati loro, con lo Stato, avevano un pezzo di carta straccia, invece?

• si sarebbe potuto mettersi d’accordo con gli svizzeri – come hanno fatto i rivoluzionari americani o gli estremisti rossi tedeschi del governo di Merkel – per far pagare agli evasori fiscali una parte minimamente congrua del mal tolto;

• si sarebbe potuto mettere all’asta come in tutto il resto del mondo le frequenze Tv invece di regalarle alla RAI e, è sottinteso, no?, a Mediaset;

• si sarebbero potuti cancellare i miliardi di spesa che servono a compare le decine di nuovi aerei da caccia di cui proprio nessuno sente il bisogno; o accelerare il ritorno dall’Afganistan di soldati che lì ci costano cinque volte quello che ci costano qui;

• o si sarebbe ancora – e non è l’ultima possibilità che si potrebbe elencare – risparmiata una spesa inutile – e a venire poi chi sa quando – come il fantasma (una decina di miliardi di €, prudentemente stimati) del ponte sullo Stretto di Messina…

Insomma. Certo che si sarebbe potuto. Ma non è stato fatto. Per scelta… Monti ha preferito mettere mano alle pensioni (degli altri), rimettere l’ICI sulla prima casa (di tutti, anche dei poveracci), aumentare le accise sui carburanti (per tutti, ovviamente, dai SUV alle 500), ecc., ecc. Ma deve essere chiaro che la sua è stata una scelta. Una scelta economica e una scelta politica.

E, almeno a chi scrive, non va bene per niente che chi ci governa in nome del ruolo che ha avuto o delle competenze che gli vengono riconosciute poi ci governi così, sulla base di modelli economici, o econometrici, peggio, vecchi di cent’anni che hanno sempre – sempre – nel 1929, un secolo fa, come oggi, spettacolarmente fallito.

Il problema è lì: che questi sono capaci solo e da sempre di parlare di denaro a se stessi ed agli altri, non sono più capaci di ragionare quasi di altro se non del denaro stesso. Se non li marginalizziamo – dove marginalizzare significa metterli in grado di non nuocere più con le loro scelte sapute fatte per tutti anche se non a nome di tutti – se non cominciamo a prestare orecchio ai pochi che, sulla base di quel che hanno detto, fatto e predetto hanno mostrato di avere ragione e idee fresche per tirarci fuori dalla me**a finanziario-economica in cui accademici e governanti ortodossi e saccenti ci hanno cacciati, non solo resteremo nei guai ma ci faranno proprio fallire.

Alla prima asta dei titoli del “dopo manovra Monti”, il 28 dicembre, boccata d’ossigeno sui rendimenti a breve, i BoT semestrali, che tornano finalmente ben sotto il rendimento del 5%, al 3,251% per €9 miliardi piazzati molto al di sotto del 6,504% dell’asta precedente di fine novembre. Un’altra asta, lo stesso giorno, di buoni del Tesoro a due anni ha venduto €1,7 miliardi al 4,853% di rendimento contro il 7,814 del mese passato. In totale, il 28 sono stati venduti all’incanto dell’asta pubblica 10,7 miliardi di titoli del Tesoro.

L’asta dei BoT a breve è stata seguìta a ruota, il giorno dopo, da quella dei BpT che, pur in assenza ormai di acquisti massicci come quelli concessi al Berlusca dalla BCE al massimo della crisi di fiducia, è andata anche bene, subito sotto il 7% di rendimento, al 6,98% sui decennali, in calo netto dal 7,56% dell’ultima asta di novembre. E il Tesoro ha anche piazzato buoni a scadenza 2014 al 5,62% molto al di sotto del 7,89 dell’asta precedente.

In totale, nella seduta di giovedì 29, in un mercato rarefatto però per le feste, sono stati venduti €7 miliardi di titoli del Tesoro, al di sotto del target di 8,5 miliardi: che ha subito ri-allarmato i mercati, nervosissimi: sùbito al cambio l’euro è caduto al minimo da quindici mesi… 

E si è trattato di un segnale importante, il piazzamento tutto sommato a condizioni buone di ben €17-18 miliardi in titoli di Stato in due giorni, visto che sembrano tutti d’accordo sui mercati, nei governi e nel mondo che il destino dell’euro è, a questo punto, direttamente legato a quel che ormai avviene in Italia… Anzi, il WP[1] è addirittura arrivato, un po’ iperbolicamente ha fatto rilevare Mario Monti nella conferenza stampa di fine anno, a dire che “se l’Italia non riuscirà a tirarsi fuori dalla sua crisi…, l’Europa non sarà probabilmente in grado di farlo dalla sua e da queste due cose dipende ormai, forse, il futuro dell’economia mondiale”…

Importante, anche se resta sempre drammaticamente divaricato lo spread del rendimento dei BpT rispetto a quello dei Bund tedeschi. Che, indubbiamente, si spiega con le esagerate speranze taumaturgiche malriposte nel tocco della bacchetta magica montiana ma, e soprattutto, con la qualità assai deficiente della manovra di Monti che, a parte la scarsissima connotazione di equità che pure era stata promessa – ma di cui ai mercati non importa un fico – quanto a crescita non promette bene per niente—

… e della crescita, invece, anche a loro importa molto. Perché sanno benissimo che far salire la ricchezza collettiva è poi l’unico modo per cominciare a ripagare – e intanto a onorarne il servizio, cioè gli interessi – un debito pubblico che sempre intorno al 120% del PIL è attestato: appollaiato come un avvoltoio sulle spalle dell’economia e degli italiani tutti: anche se, poi, si sa che non pesa su tutti allo stesso modo.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Prima un po’ di calendario, a sintesi ed agenda di quel che deve avvenire.

I grandi fatti dell’anno 2011 appena finito, tutti importanti davvero e che, perciò, neanche proviamo a disporre in ordine di importanza:

la primavera araba;

la crisi dell’eurozona e dell’euro e dell’Unione europea stessa che, in realtà, è l’incapacità di capire che, in quest’epoca qui, da solo non conta più nessuno e si può tornare a contare solo mettendosi insieme— come premessa – e, insieme, condizione necessaria anche se non sufficiente – al cambiamento profondo delle priorità e delle politiche;

il riaffermarsi della Cina come potere statuale e di area geo-economica coesa e in crescita costante rispetto a tutti gli altri e la sua continua, tormentata ma durevole crescita ovunque e dovunque nel mondo;

lo stallo in cui – per ignavia, codardia e tracotanza sostanzialmente… o perché essendo lui americano è inevitabile che finisca così – è affondata la speranza che solo tre anni fa in tanti avevano (avevamo) riposto in Obama; che certo ormai non assomiglia più neanche da lontano, e per sbaglio, al candidato che scriveva, e sembrava deprecare con convinzione sincera – l’ha scordata? l’ha messa tra parentesi? non ha più il coraggio di riprenderla con qualche minima coerenza? non ci crede più?... – la  tendenza che abbiamo, come paese, come cultura, diceva, “a vedere ogni altra nazione e conflitto attraverso il prisma della guerra fredda, la promozione senza sosta del capitalismo di stampo nostrano e delle nostre imprese multinazionali; la tolleranza e, all’occasione, quando serve i nostri interessi [ma non proprio e non solo all’occasione: piuttosto sistematicamente, a dirla tutta…] anche attraverso l’incoraggiamento della tirannia, della corruzione e del degrado ambientale; attraverso il nostro ottimismo che con la fine della guerra fredda McDonald’s e Internet ci avrebbero portati di per sé alla fine dei conflitti[come disse allora sprovvedutamente qualcuno, alla fine della storia…][2]”.

il movimento che, diffuso un po’ dappertutto nel mondo ha cominciato – per utilizzare lo slogan più efficace, quello degli americani – a rimettere in questione, da parte del 99% di chi è senza potere, il potere dell’1% dei padroni del mondo: ha un’agenda cortissima di tre righe tre:

   ▫ tassate i ricchi;

   ▫ piantatela di fare le guerre nel mondo;

   ▫ dateci un governo che pensi a tutti e non solo a quell’1%...

Conta, poi, tutto il resto (l’assassinio di bin Laden; la caduta di Berlusconi e di Murdoch; la fine, forse ancora un poco farlocca però, della guerra in Iraq; la continuazione dello scontro con e intorno all’Iran che sicuramente segnerà il 2012; la strage di Oslo, più di 70 ragazzi ammazzati a freddo da un neonazista perché “di sinistra”, uno che incarnava e incarna i fantasmi di tanti moderati che per paura diventano reazionari; la spinta a una statualità piena della Palestina accompagnata da una crisi profonda, dell’anima di Israele; il giorno, 1° ottobre, in cui l’ONU ha deciso di marcare come quello in cui la popolazione del globo ha raggiunto i 7 miliardi di individui

Ma, forse, i fatti che sopra abbiamo segnalato sono quelli che più criticamente hanno marcato anche per il futuro prossimo venturo questo 2011.

Intanto, in questo sopravveniente gennaio 2012,

il , gli Stati Uniti assumono per turnazione la presidenza del G-8; il Messico quella del G-20; e la Danimarca quella della UE;

  il 3, terzo round delle elezioni parlamentari in Egitto; e il 10, ballottaggio fra i due candidati che hanno avuto più voti in caso di non raggiungimento della maggioranza assoluta;

il 14, presidenziali e legislative a Taiwan e il 15 parlamentari  in Kazakistan;

il 22 gennaio, primo turno delle presidenziali in Finlandia /il ballottaggio, se servirà, a inizio febbraio) e elezioni del Consiglio dello Shura (il senato) in Egitto;

comincia in Cina, il 23, nel loro calendario, l’anno del dragone: dice che porta salute e fortuna ai nuovi nati;

in Svizzera, dal 25 al 29, Forum economico mondiale di Davos: i grandi, i ricchi, i potenti – e anche qualche saggio… forse – si  confrontano per non darci, come al solito, nessunissima soluzione ai nostri problemi. Ma stavolta, probabilmente, neanche ai loro…;

il 29 gennaio, elezioni del Senato in Cambogia.

●Poi, e qui cominciate pure se ci credete a fare le corna, come il caduco Berlusca o l’immortale Eduardo (raccontò una volta di don Benedetto Croce, grande filosofo razionalista e ateo – che, dunque, non ci credeva – che, al passaggio di un funerale, comunque – non si sa mai, no? – si faceva il segno della croce…). 

Adesso, all’alba dell’anno nuovo, una svolta forse. Ma stando ad alcune notizie che qui vi elenchiamo, forse verso il peggio. Si può reagire in tre modi: fregandosene e strillando allegria!; facendo, come dicevamo, le corna contro iettatori e Cassandre. O, ormai. cominciando a buttare all’aria tutto… o quasi[3].

Riportiamo il fatto – terrificante – di cui abbiamo trovato nota, anche noi come pochissimi altri osservatori cui è sembrato utile farlo rilevare sulla neutrale comunicazione fatta al mondo dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea che, a oggi, ha tra i propri soci 56 Banche centrali: tutte quelle che contano.

Secondo l’ultimo Rapporto trimestrale 2011 della BRI[4], “per la prima volta dall’inizio della crisi economica mondiale il valore nozionale degli strumenti derivati negoziati fuori borsa (over-the-counter, li chiamano, prodotti da banco) è tornato a salire dopo il calo del terribile 2009. L’incremento verificatosi nella prima metà del 2011 è stato pari al 18%, raggiungendo la cifra di 708.000 miliardi di $), superando quindi il livello dei 673.000 raggiunto alla metà del 2008, quando la crisi, partita dagli Usa, esplose in tutto il mondo.

Anche i credit default swaps hanno aumentato i loro valori in essere, invertendo la tendenza calante che aveva contrassegnato il loro andamento negli ultimi tre anni”.

E c’è ancora di peggio: “La maggior parte di questi contratti è stata fatta con scadenze sempre più brevi, il che è ancora più inquietante. Ad esempio, quelli con scadenza entro un anno sono aumentati proporzionalmente assai di più, circa il 30%.

In altre parole siamo nuovamente seduti sopra una bolla finanziaria che è pari a circa dodici volte il PIL mondiale, ossia la ricchezza effettivamente prodotta”. Insomma, il valore uno è vero, quell’undici è, invece, pura invenzione che esiste solo finché nessuno fa notare che l’imperatore è davvero nudo. “Il rischio che la bolla torni ad esplodere da un momento all’altro, provocando un nuovo salto verso il basso della crisi – gli anglosassoni lo chiamano il double dip— il doppio tuffo – si fa quindi più concreto”.

Senza altri commenti, se non quelli contenuti – e che condividiamo – nella descrizione che abbiamo qui appena riportata[5]… Più in dettaglio, e in previsione diciamo, un’analisi niente affatto esoterica e niente affatto improbabile ci sembra dire che dobbiamo aspettarci una grossa crisi bancaria, più o meno secondo queste linee di sviluppo. Stavolta, però, al contrario che nel 2007-8 e nell’annus horribilis appena passato dall’euro, ci sarebbe, se non si chiudono gli occhi ancora una volta colpevolmente, il tempo di rimediare. Certo, bisognerà vedere se c’è pure la volontà, politica, di farlo.

Perché la crisi prossima ventura non si risolverà con un “taglio di capelli” – chiamano così nel gergo bancario il taglio dei crediti vantati dalle banche – come quello del 50% sul valore nominale dei titoli greci incautamente messi in cassaforte. Ora il vertice europeo ha loro imposto di subire la sforbiciata e, secondo voci affidabili che vengono dal FMI, la situazione ad Atene si va ancora “deteriorando” e, per farci fronte, “bisognerà trovare almeno altri €10-15 miliardi”. Dunque, alle banche potrà essere chiesto di cancellare il 65%, non più il 50%, del debito della Grecia.  

Il nodo è che il problema con cui dovranno ora scontrarsi sta portando alla luce la verità su cultura e pratiche bacate del settore finanziario così come esso è e come funziona.

Sono tre i canali di cui una banca si  serve per fare quattrini: azionisti, depositi e chi le presta soldi. Gli azionisti, come in ogni altro business di stampo capitalistico, forniscono il  capitale di rischio. Ma sono i depositanti che trovano nella banca un posto dove mettere al sicuro i loro soldi a fornire tradizionalmente il grosso dei fondi che poi la banca stessa presta ai clienti tenendone a riserva una modesta parte per far fronte ai ritiri possibili da parte degli stessi depositanti. E poi ci sono coloro che alle banche fanno credito a fornire fondi aggiuntivi sotto forma di titoli e azioni.

Ecco, avvicinandosi alla crisi bancaria del 2007-2008 ci fu una forte impennata delle attività bancarie specie, in particolare, per la terza di queste forme di finanziamento. Il rischio elevato sul mercato azionario dei titoli equivale però a rendere parecchio costoso questo specifico finanziamento, al quale di regola non si fa dunque ricorso se non quando sia indispensabile o imposto dalla pubblica regolamentazione. D’altra parte, e più in generale, la crescita dei depositi è limitata, comunque sempre influenzata, dal tasso di crescita dell’economia visto che, poi, strappare alla competizione delle altre banche una fetta elevata di quei depositi comporta investimenti costosi nel marketing o nella qualità dei servizi resi.

Solo che, in condizioni di crescita febbrile all’apice del boom (per quanto fasullo e artificiale esso fosse), il credito era facile e poco costoso. Come si dice, a volte te lo tiravano dietro— in una settimana a New York nel 2006, arrivarono a chi scrive (eravamo lì per lavoro e per un mese soltanto: cioè senza garanzia alcuna, neanche di residenza) cinque offerte di carte di credito bancarie con depositi di “incoraggiamento di partenza” per un totale di migliaia di $, a rimborso agevolato e diluito nel tempo.

Fu così che prima la Royal Bank of Scotland e, a ruota, la Lehman Brothers buttarono al vento ogni cautela, aumentando a dismisura i livelli di debito rispetto a quelli dei depositi e delle riserve che avevano ma mantenendo relativamente bassi i costi, con un indebitamento per periodi brevi, da uno a cinque anni, diciamo. Erano convinti che avrebbero avuto problemi ad estendere il debito quando fosse andato a scadenza— e, anzi, alla Lehman, si è appreso, contavano di riscattarlo in contanti coi grandi profitti che erano sicuri di fare o l’emissione di altre azioni.

Ma, come per tutti gli altri, anche questo boom creditizio è finito in un crollo. A cominciare dal settore ipotecario dei cosiddetti sub-prime americani, il ritmo crescente dei fallimenti ha buttato all’aria la fantasilandia di una finanza senza alcun rischio. Il fatto è che l’utilizzo sempre più diffuso dei derivati si era andato sviluppando sulla base di modelli matematici che non avevano niente da spartire con il funzionamento reale dei mercati finanziari creando catene di contagio potenziale estese fino ai limiti estremi della finanza globale.

E, man mano che gli investitori cominciavano a rendersi conto del rischio reale sul mercato per il valore dei loro investimenti scattava la classica fuga dai titoli di ogni genere verso i contanti e, di conseguenza, si cominciava a congelare il mercato in cui gli istituti bancari di regola prendevano in prestito capitali l’uno dall’altro e da altri investitori.

In questa situazione i debiti bancari in scadenza non potevano venire più rinnovati e spariva la fonte usuale e principale del finanziamento discrezionale alle banche. Come spesso sui mercati finanziari ha aperto la strada ai defaults l’Inghilterra, col collasso della banca Northern Rock a settembre del 2007 che ha portato brutalmente alla luce la grande bolla immobiliare dei mutui subprimes, e della crisi di liquidità nel settore bancario e ha segnato l’inizio della scivolata di tutti, più o meno, sul piano inclinato della crisi globale.

Poi, certo, attraverso grandi iniezioni di liquidità sul mercato la maggior parte delle banche centrali – stampando moneta liberamente: non la BCE che non può farlo – e dei governi che alla fine le controllano e ne decidono il fare o il non fare alla faccia della loro teorica indipendenza, hanno ristabilizzato il sistema bancario: sotto la forma di azioni come quelle acquistate dal governo britannico della Royal Bank of Scotland o dei Lloyds, di prestiti concessi dalle banche centrali o di contanti, direttamente forniti da loro comprando assets finanziari in particolare attraverso il meccanismo delle facilitazioni quantitative. Poi, anche con l’inizio di un’apparente ripresa dell’economia mondiale, nel 2009 hanno ricominciato a crescere di qualche poco i depositi e si è anche avuta una ripresa dei prezzi delle azioni delle banche stesse che ha permesso al alcune di acquistare altri titoli e di riaccedere al credito.

Ma le banche hanno ancora, nel complesso, enormi quantità di debito quello ch si sono prese in spalla negli anni del boom e che adesso andranno a scadenza. Calcola la Deutsche Bank che gli istituti di credito europei devono finanziarsi nei prossimi cinque anni “debiti che vanno in scadenza per quasi €2.000 miliardi[6]”. Di più, è appena emerso che i  CDS, credit default swaps [gli scambi di trasferimento praticamente al buio di esposizioni creditizie da una all’altra banca], i derivati,  hanno nuovamente ecceduto il livello di esposizione globale che c’era nel sistema al tempo del fallimento della Lehman nel 2008[7]… e i CDS di fatto costituiscono il canarino-cavia delle miniere di carbone d’una volta, quello che segnalava, asfissiandosi, l’accumulo di gas velenoso e esplosivo in tutte le gallerie che costituivano il sistema minerario: cioè, qui, quello bancario.

Ecco anche il perché dei tentativi abbastanza disperati, vista la resistenza pertinace della City di Londra e quella furibonda di quel governo da parte delle autorità politiche dell’eurozona, di “limitare e ridurre l’attivismo dei mercati dei CDS vietando vendite e acquisti al buio di titoli di cui non si detiene effettivamente il possesso[8]”: proprio Londra è il centro nevralgico e operativo, la piattaforma di dice, di questo mercato che, costituendo fonte significativa di entrate per banchieri, mediatori e speculatori d’ogni razza e colore, rifiuta di farsi regolare… Fino a mettere il veto inglese alla riforma del Trattato dell’euro.

Quando adesso, così, ai primi di ottobre Moody’s ha svalutato il rating di dodici istituti di credito britannici[9], l’unica motivazione offerta è stata che il Rapporto Vickers[10] – un documento tutto interno del governo inglese sulla possibilità di riforma del sistema bancario britannico (niente a che fare con l’euro, l’eurozona e i tentativi di riformare il sistema bancario europeo) prevede la riduzione del grado di copertura automatica agli istituti di credito che in futuro fallissero: insomma, niente più Northern Rock, o Lloyds o Royal Bank of Scotland… almeno, non automaticamente.

Con grande allarme in tutto il sistema, non solo britannico: se alle banche togliamo le garanzie di poter sbagliare gratis, infatti… Ma allarme ben maggiore avrebbe dovuto scattare, ci sembra, sul problema non più limitato alle banche inglesi ma a tutte quelle europee che abbiamo qui segnalato: quello di dover provvedere nel corso dei prossimi anni a rifinanziarsi praticamente tutte…

●Ormai, la battaglia per la riduzione del danno dovuto al riscaldamento globale è stata persa. Forse la notizia più importante dell’anno è arrivata a inizio dicembre con la statistica rivelata dal Global Carbon Project[11] che le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera sono aumentate del 5,9% in un anno, tra il 2009 e il 2010. Secondo il NYT[12]* è “praticamente certo che si tratti dell’aumento maggiore registrato in assoluto dal’inizio della rivoluzione industriale”. Cioè, appunto, l’umanità ha perso. I profitti immediati dell’industria petrolifera hanno vinto.

In termini politici vuol dire che l’industria del combustibile fossile è riuscita efficacemente a rallentare per dodici anni, dalla firma del Trattato di Kyoto ogni azione efficace. E in termini diplomatici vuol dire che i negoziati appena conclusi a Durban avrebbero dovuto essere considerati cruciali – e non lo sono stati affatto – per la sopravvivenza di una popolazione mondiale ormai sopra i 7 miliardi di individui che si sta avviando a dover sopportare in questi ultimissimi anni un aumento di due gradi centigradi della temperatura media sul pianeta. Per cui il problema che ormai ci si pone insieme – del tutto e davvero interclassista – è quello della sopravvivenza possibile di qui a fine secolo…

Insomma, non è radicale né estremista affermare che il capitalismo globale ci sta soffocando. Solo ch segnalarlo non conta niente… Finché non toccherà al presidente della Exxon-Mobil o dell’ENI strozzarsi anche lui. Speriamo in diretta Tv: così almeno impariamo anche noi.

●L’OCSE ha condotto una delle sue inchieste periodiche, e sicuramente comparativamente, assai utili per misurare il grado di disuguaglianza economica che domina ormai le nostre società. In estrema sintesi, risulta che negli scorsi tre decenni, lo scarto tra ricchi e poveri s’è allargato nella maggioranza dei paesi OCSE, ormai 34, occidentali o ad essi assimilati (non la Cina, non il Brasile, non l’India, non la Russia, cioè…) e considerati i più ricchi del mondo.

E’ un fenomeno che si è accentuato durante gli anni prima della recessione iniziata a fine 2007, cioè in un periodo sostenuto di crescita dell’economia. E si pone a tutti la domanda, osserva l’OCSE, in uno studio che pure resta “scientificamente” piuttosto asettico, su quel che adesso succederà, quando nel mondo le stime – e solo quelle ufficiali, le più moderate e volutamente al ribasso – contano ben oltre 200 milioni di senza lavoro e le prospettive di crescita appaiono a tutti mediamente assai  deboli.

Oggi nelle economie avanzate, il reddito medio del 10% della popolazione è di nove volte superiore a quello del 10% più povero. Anche nei paesi tradizionalmente considerati più egualitari d’Europa – Svezia, Danimarca, Germania – si allarga e si approfondisce il baratro tra ricchi e poveri da 5 volte a 1 negli anni ‘80° al 6 a 1 di oggi: in Italia è a 10 a 1, come in Giappone, Corea e, in Gran Bretagna, è salito a 14 a 1, in Israele, Turchia e Stati Uniti e in Messico e Cile arriva a uno scarto di 25 a 1.

●L’OCSE non lo dice, non lo può dire e non lo potrà mai dire così – finché resta, ovviamente, organizzazione, think-tank, centro Studi economici degli Stati più ricchi del mondo – ma noi possiamo certo dirlo. Riflettendo ancora sullo straordinario slogan con cui in America hanno messo in moto il movimento che ha “occupato” Wall Street, quello che fa riflettere sull’essere loro solo l’1% e noi il 99 della gente, viene da considerare la verità profonda secondo la quale, in ultima analisi, il capitale finanziario che c’è nel mondo è letteralmente la ricchezza collettiva di tutta l’umanità: cioè il 100% = 1+99.

Nel capolavoro di John Steinbeck sulla Grande Depressione, Furore[13], a un certo punto il personaggio centrale, Tom Joad, diventato per forza dell’ingiustizia povero e in fuga dalla legge, dice alla madre, in una scena clou, di “essersi messo a pensare anche a noi, che viviamo come i maiali con tanta terra grassa e ricca lasciata incolta tutto intorno. E pure a chi ha un milione di acri tutti suoi. E a centinaia di migliaia di contadini che crepano di fame. E mi sono chiesto: ma se tutti noi ci mettessimo, tutti insieme…”.

Ecco questo se, questo chiedersi cosa succederebbe se…, è un filo rosso che attraversa tutta la storia americana: dal Tea Party di Boston, quello vero, del 16 dicembre 1773 contro il colonialismo inglese, al Martin Luther King dell’ “I have a dream…”, all’ “Occupiamo Wall Street” di quest’anno… Come Tom Joad, tanti americani che non erano nati nella miseria, vi sono stati spinti dall’accaparramento della crescita di ricchezza nazionale fatto e lasciato fare a lor signori.

Ma la stessa cosa è successa a tanti in Spagna, in Grecia, in Italia e ancora di più, come è ovvio, a tanti di più che, invece, nella miseria già erano nati. Per le stesse ragioni, con gli stessi meccanismi di appropriazione del tutto indebita che, già nel IV secolo, aveva identificato e denunciato  Ambrogio vescovo di Milano e dottore della Chiesa col radicalismo che gli consentivano insieme la saggezza, santità e voglia di rovesciare la società perché, così com’era, gli faceva notevolmente ribrezzo: “natura fecit omne comune, usurpatio fecit privatum[14]”.

Corregge deliberatamente, così, il De Officiis di Cicerone che sta commentando, mettendo al posto dell’ “occupatio” del grande romano che radicava il diritto del privato nel diritto di “occupazione” il suo molto più esplicito e chiaro e intransigente diritto di “usurpazione”. Non il diritto, cioè, ma la sola prepotenza e violenza.

Moderiamone pure un po’ i termini dell’Ambrogio, che ai nostri orecchi suonano proprio estremisti… Ma almeno riconosciamo che è lì, il nodo. E forse è proprio ora di chiedersi, come Tom Joad: “ma se tutti noi ci mettessimo, tutti insieme…”; o come nel bellissimo racconto tenuto per lo più semiclandestino della prima guerra mondiale sulla strana tregua che, al fronte, decretarono per conto loro i soldati, quando per qualche ora rifiutarono di dire sissignore ai signori…

Quando, al primo Natale della Grande Guerra del 1914-1918, per una specie di impulso assolutamente spontaneo le truppe britanniche, francesi e tedesche schierate sul fronte occidentale, nelle Fiandre, decisero di celebrare il Natale sospendendo per conto loro e col passaparola le ostilità, scambiandosi le foto di famiglia, mettendosi a giocare a carte nel fango delle trincee e anche cantando insieme Stille Nacht nelle lingue rispettive, quei soldati misero in pratica una specie di quieto ammutinamento generalizzato che per quasi ventiquattrore paralizzò e negò la prima guerra mondiale.

Fu uno strano fenomeno che nasceva da un sostrato culturale comune all’Europa: un sentire natalizio, chiamiamolo così, che scavalcava quello che era già largamente il Natale dei consumi e ridava vita in quelle tragiche circostanze a un sentire popolare profondamente collettivo e sociale, morale. Gli ufficiali, tanto più quanto erano di grado più alto e più lontani dal fronte – raccontano le  cronache ufficiali della guerra di tutte le parti, colsero subito le profonda, eversiva, illegittimità dell’evento  fecero subito di tutto per scoraggiarlo…

Non arrivarono a punirlo con le decimazioni di massa dei “disertori” come facevano largamente perché era un fenomeno pressoché universale e spalmato su tutto il fronte e temevano che la reazione sul luogo sarebbe anche potuto diventare rivoluzione: dopotutto i soldati, lì, erano armati. Riuscirono a spegnere il moto quasi subito dopo Natale e poi, in modo punitivamente mirato, a impedire che la tregua si ripetesse mai più: avevano perfettamente intuito quel che avrebbe significato se si fosse ripetuta in quelle circostanze una tregua…

Sopra , nel 2005 -2006 ci hanno fatto un bel film[15]  di cui in italiano sembra esistere solo (per la stupida ostilità degli Stati maggiori? o per la vigliaccheria dell’industria cinematografica nostrana?) un breve trailer doppiato su YouTube.

● La disuguaglianza dei redditi aumenta… (istogramma)

La differenza è cresciuta in quasi tutti i paesi OCSE

Coefficiente GINI dell’inuguaglianza dei redditi, metà anni ’80 e ultimi anni 2000  

Fonte: OCSE, Parigi, 12.2011

Il rapporto dell’OCSE di cui vi stiamo parlando, e alla lettura del quale utilmente vi rimandiamo[16], spiega che il principale fattore che ha aumentato il divario è stata l’ineguaglianza nei redditi del lavoro dipendente, i 3/4 del reddito complessivo delle famiglie di operai e impiegati nei paesi dell’OCSE dove i guadagni del 10% della popolazione già meglio retribuita sono aumentati sproporzionatamente rispetto al reddito del 10% più povero, col massimo dei guadagni concentrato, poi, nel centile dell’1% dei redditi più elevati e, in non pochi casi, nello 0,1%.

Certo, in alcuni paesi cosiddetti emergenti e non OCSE il grado di inuguaglianza è anche maggiore: il baratro dei redditi in Brasile, ad esempio, è di 50 a 1 anche se il trend qui è rovesciato rispetto ai paesi OCSE, significativamente in calo – quasi della metà: era su 100 a 1! – nel decennio appena trascorso.

Gli estensori del rapporto OCSE si consentono una chiosa di commento e di riflessione, forse l’unica che abbiamo trovato nel testo, e neanche particolarmente originale ma importante per la sede che con forza l’avanza, quando osservano – e fanno osservare – come “forse è anche vero che i soldi non comprano la felicità; ma questa è una notazione sensata solo se applicata a chi ha già soldi abbastanza per far fronte ai suoi bisogni fondamentali— una casa, il cibo, vestiario per la famiglia, un’istruzione per i figli. Che succede quando l’equazione di base si sfalda e in milioni e milioni non vedono più la speranza di migliorare la propria condizione?”.

I principali rilievi, le principali “scoperte” fatte emergere (ora documentate: anche se intuitivamente ci si era già ben arrivati) dal Rapporto OCSE vengono indicate qui solo per titoli:

• Sulla disuguaglianza dei redditi e le tendenze dell’occupazione, la globalizzazione ha avuto poco effetto.

• Il progresso tecnologico è servito molto di più ai lavoratori maggiormente qualificati.

• Le riforme di deregolamentazione hanno magari aumentato le opportunità di impiego: ma hanno anche contribuito a una maggior grado di disuguaglianza.

• E’ aumentato il lavoro part-time, il lavoro atipico è diventato largamente più tipico e la copertura della contrattazione collettiva del lavoro dipendente è diminuita in molti paesi.

• La diversificazione della struttura tipica familiare ha anche diversificato i redditi familiari e ridotto le economie di scala.

• Anche la distribuzione dei redditi non da lavoro dipendente è diventata più disuguale, in particolare per i redditi da capitale. Però, solo al 7% nel totale dei redditi delle famiglie, i redditi da capitale restano mediamente modesti.

• Anche tassazione e assistenza hanno visto diminuire il grado con cui avevano aiutato a contribuire alla ridistribuzione dei redditi.

In definitiva, e per concludere su questo punto davvero eversivo, il vecchio slogan estremista che il capitalismo non è in crisi e che, invece, è il capitalismo la crisi, sembra diventare, in questi anni e man mano, sempre meno estremista e sempre più obiettivamente realista.

●Reazioni abbastanza inconsulte, del tipo “ma come osa”? al Dipartimento di Stato di Washington nel prendere atto che Chávez, il misirizzi venezuelano sempre un po’ sopra le righe e sempre anti-gringo nei toni e nelle posizioni che assume a fronte dell’inimicizia implacabile che alle sue politiche antiamericane e demagogiche portano gli Stati Uniti, ha con successo riunito a Caracas il primo vertice di 33 paesi latino americani “senza invitare né gli USA né il Canada”, notano i media statunitensi quasi con qualche scandalo e, adesso, anche il governo degli Stati Uniti.

Inconsulte, le reazioni, perché si tratta di una Comunità di paesi, la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribenos, CELAC[17], appunto tutti sudamericani che – nei piani, o forse solo nelle speranze, del vulcanico presidente Hugo Chávez, 57enne e “calvizzato” dai recenti trattamenti anticancro alla guida del Venezuela dal 1999 liberamente eletto e rieletto da quella popolazione con maggioranze che sono sempre oscillate fra il 58 e il 70% quasi dei suffragi – dovrebbe rimpiazzare a breve la vecchia, usurata e abbastanza screditata Organizzazione degli Stati Americani (OAS), troppo sdraiata sugli USA dove tutti sono da decenni ormai a favore  di Cuba ma il pertinace e stupido veto americano la continua a escludere.

La CELAC, col voto unanime, anche di Dilma Rousseff del Brasile, dell’argentina Cristina Fernandez, di Raul Castro per Cuba  e dello stesso Chávez, ovviamente, si ripromette nelle dichiarazioni di principio che ha fatto di creare, tra l’altro, un Fondo di riserva comunitario per aiutare a combattere la crisi economica e un Comitato speciale di monitoraggio dei diritti umani nel subcontinente: “tutti i diritti umani” viene puntigliosamente precisato, compresi quelli di puntare all’uguaglianza, alla sanità e a un’istruzione pubblicamente finanziate, al diritto al lavoro e allo sviluppo di tutti i popoli che “una certa concezione del mondo che non è la nostra – dichiara Chávez in conclusione – non considera tali”.

Non passa invece – questa volta, la prima, dice Chavez speranzoso – il suo progetto di dotare la CELAC di un segretariato permanente o di un bilancio suo autonomo[18].

La CELAC ha complessivamente una popolazione di 600 milioni di abitanti, il doppio degli USA, e un PIL di $6.000 miliardi, meno della metà di loro. Molti analisti sostengono che il nuovo organismo sovrannazionale vuole allontanarsi così dall’ombra del Grande Fratello, qualche volta benigna, troppo spesso maligna, sempre solo finalizzata a se stessa e ala supremazia propria.

Del resto, il progressivo anche se sempre relativo distacco dalla regione di Washington dopo la fine della guerra fredda ha già fatto spazio alla presenza, economica ma non solo, di altri paesi – in particolare alla Cina che in America latina è attivissima e molto attenta a non farsi a sua volta accusare di eccesiva egemonia – seppellendo lentamente ma progressivamente così ogni residuo dell’esclusivismo americanista della vecchiadottrina Monroe[19]”…

●In Brasile, pesante frenata nel terzo trimestre ai consumi: e, di conseguenza, al PIL che, su base annua, cresce solo a una media del 3%, in contrasto col boom del 2010 che, al 7,5%, aveva segnato la crescita massima da oltre vent’anni. Ed è forse un prodromo dell’effetto frenata che la crisi economica e finanziaria del mondo ricco e avanzato sta producendo anche sui grandi paesi in crescita di quello che una volta chiamavamo Terzo mondo[20].

Il ministro delle Finanze Guido Mantega insiste, però, appoggiato da quasi tutti gli istituti di ricerca economica del Giappone e anche da molti tra quelli nord-americani, che le misure di stimolo economico appena introdotte, rovesciando la politica mantenuta da mesi quando ci si era, al contrario, preoccupati di un’economia che sembrava andare scaldarsi troppo, riporteranno presto a una crescita maggiore e parla di dati deludenti soltanto “temporanei”.

E’ una condizione assolutamente reversibile, la nostra, sottolinea Mantega con un livello di disoccupazione in continua discesa e al minimo storico del 5,2% a novembre, un livello dei prezzi[21] che l’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica (IBGE) definisce sotto controllo (in rialzo leggero al 6,4-6,5% quest’anno e in ribasso al 4,7 nel 2012 e nel 2013) e riserve valutarie a $352 miliardi rispetto ai 54 del 2005.

Il Banco Central do Brasil conferma, da parte sua una stima di  crescita per l’anno a venire al 3,5%, in aumento sul 3% di questo anche se in calo accentuato, ancora, rispetto al 7,5% del 2010 e alle previsioni del governo Rousseff, comprese nella forchetta del 4,5-5%[22].

in Cina

●In calo, a novembre, la produzione manifatturiera, secondo le rilevazioni dei managers agli acquisti, a livello 49 dal 50,4 segnato dall’indice di ottobre, rende noto ora, a inizio dicembre, la Federazione cinese di Logistica e Acquisti[23]— con la notazione che si tratta della prima contrazione dal febbraio 2009 e che è dovuta al calo del mercato edilizio e alla crisi in Europa che taglia l’export cinese.

Già a fine novembre, come forse si ricorderà[24], la Banca centrale appoggiata – anzi  spinta – dal governo, aveva deciso, rovesciando una linea durata per mesi, un allentamento della politica monetaria proprio per rilanciare l’attività economica. Ora, a inizio dicembre, un Libro bianco[25] sul commercio estero – il primo – mette in particolare evidenza quello che chiama il successo del paese nell’incrementare gli scambi, come contributo allo sviluppo dell’economia-mondo. Reso pubblico direttamente dall’ufficio informazioni del Consiglio di Stato, il governo, il Libro bianco è effettivamente di grande interesse non solo per i dati ma per il “racconto” storico che delinea della politica commerciale cinese nei tempi moderni.

I prezzi alla produzione aumentano a novembre, anno su anno, di un contenuto 2,7%, in calo rispetto alla lettura di ottobre, -0,7 in un mese. Sempre anno su anno – tutti i dati sono quelli dell’Ufficio nazionale di statistica – i prezzi al consumo, l’inflazione, aumentano invece del 4,2%, in ribasso anch’essi dal 5,5 di ottobre, grazie soprattutto al ribasso dei prezzi degli alimentari che a novembre sono aumentati in un anno dell’8,8% ma, in un mese, sono scesi dell’0,8 su quello precedente[26].

●Intanto, la Cina va avanti con la sua politica di acquisizione di fonti di materie prime e risorse naturali anche in regioni che altri – paesi ed imprese – considerano ad alto rischio tenendosene accuratamente lontani. In Afganistan, ad esempio, dove i cinesi non si sono neanche sognati di investire niente (uomini, mezzi e risorse) nella lotta ai talebani – la tesi cinese è che erano e sono  affari degli afgani, da una parte e dall’altra Pechino non ha interesse a rendere più facile politicamente la vita ai secondi). Quanto ai primi, nessuno sostiene dovrebbe immischiarsi fra i contendenti afgani: specie quando è noto che, poi, stanno da tempo trattando tra loro… Ma, certo, se è per questo non si vede neanche perché, con un pizzico dello stesso buon senso, a dare una mano avrebbero invece dovuto essere – come sono stati, i co***oni, italiani o tedeschi però…

Quel che invece, i cinesi stanno facendo è posizionarsi sul futuro, investendo oggi economicamente per esserci domani. Così a fine anno il governo Karzai ha firmato con la China National Petroleum Corporation, l’ente di Stato cinese di ricerca e sviluppo petrolifero, il primo contratto[27] di sfruttamento di un giacimento che appare assai promettente nel bacino del fiume Amu Darya che a Nord delinea il confine tra Afganistan e Stati dell’Asia centrale (Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan).

Il contratto firmato ora[28], di durata venticinquennale, copre la trivellazione e la costruzione di una grande raffineria nelle province di Sar-e-Pol e Farjab in Afganistan nord-occidentale, proprio sul confine col Turkmenistan. Ha detto il ministro delle Risorse minerarie Wahidullah Shahrani che entro trenta giorni la CNPC avrà coperto tutto lo staff di tecnici e esperti sul posto e trasportato in loco tutto il materiale necessario a scavare i pozzi necessari. Il lavoro produttivo comincerà in ottobre 2012. La quantità di greggio recuperabile a breve non è gran cosa, forse sugli 85 milioni di barili ma l’area, a stare alle prospezioni dell’Ufficio geologico degli Stati Uniti, potrebbe arrivare a contenere riserve per oltre $2 miliardi di barili.

In America c’è chi (addirittura il giornale ufficiale dell’Aeronautica militare) si innervosisce e strilla contro l’ingrata razza degli afgani[29], che si sono scordati presto dei sacrifici del popolo statunitense dando il primo contratto di sfruttamento petrolifero del paese ai… cinesi. E’ vero che il tender di Pechino era commercialmente, specie rispetto alle offerte avanzate di BP e ExxonMobil, imbattibile. E è anche vero, sicuro, che – chi sa perché? – gli afgani non si sentono poi tanto riconoscenti verso gli americani.       

Africa

Anadarko, una compagnia americana di ricerca di fonti energetiche combustibili ha raddoppiato la stima di gas naturale recuperabile dal giacimento che sta esplorando al largo delle coste del Mozambico. Ora la valutazione è tra i 15 e i 30.000 miliardi di m3 di gas: “una delle scoperte più importanti – dice la compagnia – degli ultimi dieci anni” che potrebbe giustificare ed accrescere ora la domanda di costruire un grande impianto di gas naturale liquefatto nella regione. Solo qualche mese fa anche l’ENI aveva trovato nella zona un altro grande giacimento stimato a 22.500 miliardi di m3 di riserve di gas naturale[30].

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

●Come previsto, in Egitto[31], con una percentuale di partecipazione al voto più vicina al 50 che al 60%, come in prima battuta era invece stato indicato, buon successo del partito islamista “moderato” di Libertà e Giustizia (PL&G) che fa capo ai Fratelli mussulmani al primo round di elezioni di inizio dicembre: un 37% di voti al primo turno elettorale sulle liste di partito che arriva al 46% dopo i ballottaggi e a una solida maggioranza relativa, ma non più quella specie di sfondamento di ogni resistenza militare che i primi dati di affluenza alle urne sembravano far intravvedere.

Tutto come previsto, grosso modo, in questo immenso paese – più di 1 milione di km2, due volte la Francia – che non è poi in realtà tanto immenso, essendo abitati e con una densità eccezionale solo 35.000 km2 del suo territorio (l’area in Italia, insieme, di Sardegna ed Abruzzo). E’ la striscia di terra fertile che va dalla diga di Assuan alle coste mediterranee, dove risiede il 99% dei suoi 83 milioni di abitanti, il delta del Nilo.

Meno previsto, e per non pochi preoccupante, il 21% di suffragi che sono andati tra primo e secondo turno ai salafiti (gli “imitatori del profeta”) del partito islamista Nour (il partito della Luce) ispirato all’ala islamista purista tradizionale ispirata dal wahabismo saudita radicale che si ripromette, almeno programmaticamente di far applicare appieno la legge islamica, la sharia, nella vita civile e sociale…

Ma troverà l’opposizione di molti tra i giovani di piazza della Liberazione, dei partiti più laici e liberali, della forte minoranza copta cristiana (il 10% della popolazione) oltre che, su questo punto, degli stessi militari. Per cui cruciale diventerà l’atteggiamento che il PL&G prenderà su questo nodo decisivo coi propri correligionari più radicali.

In ogni caso, nelle elezioni dei primi nove governatorati dove si è votato, i partiti che per intenderci chiameremo laico-liberali-di centro-sinistra anche, sono stati tutti, liberamente, ridimensionati alle urne: il loro Blocco ha preso il 15% dei voti, parla solo di libertà (ed è cruciale che lo faccia) ma non parla mai di economia, della rabbia della povera gente di fronte alla distribuzione iniqua di ricchezza e lavoro (ed è altrettanto cruciale che, al contrario degli islamisti, non lo faccia mai)… 

Però di questa diffusa inquietudine sembra  tener conto il PL&G che annuncia subito il suo no a un’alleanza degli islamisti congiunti che darebbe loro la maggioranza assoluta dei 100 seggi parlamentari. Intendono piuttosto accordarsi coi partiti minori che hanno ottenuto una pur ridotta rappresentanza parlamentare e come priorità strappare insieme, ai militari, il diritto a far nominare il primo ministro dall’Assemblea parlamentare. Che però, i militari insistono, non è stata eletta con questo mandato ma per redarre la nuova Costituzione prima delle elezioni presidenziali che ormai sembrano dover essere anticipate a maggio.

I salafiti s’erano sempre opposti alle elezioni (la democrazia fa passare avanti la volontà della maggioranza su quella dettata da Dio) ma adesso hanno partecipato e dicono di voler cooperare con gli altri, pur confermando i loro princìpi, diciamo così, rigidi e esclusivisti ma anche realisticamente, sempre così diciamo, “mediabili”.

Intanto il Consiglio supremo militare, cercando probabilmente anche così di smorzare l’impatto delle richieste del fronte politico e, adesso, anche parlamentare annuncia di voler trasferire buona parte dei suoi poteri al primo ministro che si è esso stesso scelto, El-Ganzouri, con l’eccezione delle questioni militari e di gestione delle Forze Armate e del sistema giudiziario[32].

Ma comincia subito, senza soluzione di continuità alcuna, ad aprirsi il nuovo fronte del conflitto, tra la maggioranza dell’Assemblea costituente appena eletta per redigere appunto la nuova Costituzione e lo SCAF, il Consiglio supremo militare: dichiara il segretario generale della Fratellanza mussulmana, Saaad el-Katanti, che il partito di riferimento vincitore delle elezioni, il PL&G, si opporrà ai tentativi di controllare la redazione della Costituzione da parte dello SCAF.

Pressoché contemporaneamente, il gen. Mukhtar al-Mollah nell’annunciare che lo SCAF formerà una Commissione consultiva per vegliare sulla redazione della Carta chiede a tutti di ricordare che l’istituzione parlamentare in Egitto non è proprio uguale, come storia e come autorevolezza, a quella del Congresso americano o di parlamenti secolari come quelli d’Europa e che l’Egitto è ancora instabile con un mare di problemi economici e di sicurezza che urgono[33].

Il nuovo parlamento, del resto – afferma il generale – non rappresenta tutti i settori della società. Per questo motivo, servirà la nuova Commissione consultiva: per coordinare il lavoro tra assemblea parlamentare e governo. E ha detto apertamente che la Commissione è stata pensata in modo mirato per limitare l’influenza del fondamentalismo salafita uscito vincente dal voto (che però è anche, e largamente – con tutta l’impronta conservatrice che gli viene affibbiata per la catalogazione islamica che si ritrova e rivendica – una rivolta contro tutte le élites, contro tutti quelli con la puzza sotto il naso, e un appello a una giustizia sociale più marcata[34]).

Il problema, che il gen. Al-Mollah però non confesserà mai, è che i militari non sono stati capaci di anticipare l’ottimo risultato elettorale proprio dei salafiti, convinti com’erano che i partiti secolari avrebbero avuto un buon risultato. In sostanza, adesso, a dieci mesi dal loro aver agito da forcipe per l’operazione che ha liberato l’Egitto da Mubarak, sono diventati – stanno diventando – essi stessi l’obiettivo della protesta e del boicottaggio da parte dei partiti eletti democraticamente.

Naturale che la Fratellanza, comprensibilmente gelosa delle prerogative che le conferisce il mandato elettorale, annunci che, attraverso il suo partito politico di larga maggioranza relativa, il PL&G, boicotterà la Commissione di civili designata dai militari la cui tendenza naturale e il cui mandato cercheranno di privare il parlamento egiziano della sua autorità e del suo mandato a scrivere la nuova Costituzione[35]. L’impressione nettissima è che qui già emergono le radici di una nuova fase del conflitto istituzionale ai vertici del paese.

Si tratterebbe di uno scontro che i militari sono destinati a perdere— a meno di non accontentarsi di bilanciare un parlamento del quale si fidano poco con un personaggio da presentare alle presidenziali ma non uno dei loro o notoriamente un loro alleato, ma un laico moderato, influente e credibile per autorevolezza e indipendenza personale già dimostrata, come ad esempio Mohammed ElBaradei, l’ex capo dell’AIEA che fu capace di sbugiardare, anche a costo di rimetterci il posto,  George Bush e i suoi scherani.

Se non faranno così perderanno, perché la loro scommessa sarà quella di essere in grado, grazie alla forza bruta, di prevalere sulla volontà dell’elettorato. Dimenticano che in tutti i paesi, e tanto più in quelli del Terzo mondo ancora in via di sviluppo, gli eserciti sono sempre formati attraverso una coscrizione di leva, tratti dalla popolazione, e riflettono l’atteggiamento, le speranze e le paure delle famiglie da cui loro, i soldati, provengono. E, come sempre, alla lunga, se c’è uno scontro tra generali e elettori, vincono gli elettori.

Se chi vota – le famiglie di quei soldati – vota contro i leaders delle forze armate, i capi delle forze armate falliscono e, alla fine, spariscono. L’ultimo mezzo secolo di golpe militari in Pakistan è un esempio da libro di testo di generali che hanno superato la soglia della tollerabilità da parte dei civili e, alla fine, sono stati tutti[36] eliminati dalla gente che li aveva inizialmente appoggiati e, anche, osannati. Di questo ora si tratta: i generali egiziani stano rapidamente avvicinandosi a quella soglia di tolleranza.

Probabilmente, poi, non sarà questo l’unico punto di conflitto tra la maggioranza eletta alle urne e i  militari alla testa, ancora, del paese: Isam al-Uryan, vice presidente del PL&G ha ora annunciato che, con la nuova maggioranza parlamentare, l’Egitto rivedrà i suoi rapporti con tutti i paesi e, tanto per cominciare, intende migliorare quelli con l’Iran: deve essere chiaro a tutti, dice Uryan, che “la Repubblica araba di Egitto è tornata nella regione mediorientale e non resterà più sotto l’influenza di Stati Uniti e occidente più in generale[37]”. E non è detto che i generali la vedano esattamente allo stesso modo, anzi…

Questo quanto all’Iran… Su Israele, invece, il segretario generale della Fratellanza, Mahmoud Hussein, nega che come hanno “insinuato”, dice, i media americani l’Egitto abbia raggiunto una qualche intesa con Stati Uniti e Tel Aviv sulla salvaguardia del trattato di pace del 1979, quello firmato tra Sadat e Begin a Camp David, con gli auspici di Carter. Hussein precisa che ormai sono passati più di trent’anni e che il trattato firmato allora è una soltanto tra le tante priorità del paese.

E, poi, in generale, soggiunge, non è che Israele rispetti e aderisca lealmente ai trattati che firma… come dimostra, tra l’altro, l’incidente di frontiera che ha visto le forze israeliane ammazzare mesi fa, in territorio egiziano, parecchi soldati egiziani[38]… Le Forze armate non replicano. Ma è difficile che, su un tema per loro tanto cruciale, e con la conoscenza che hanno – di certo superiore a quella degli esponenti politici – dei rispettivi rapporti di forza, si facciano scavalcare da questi “civili” secondo i quali, evidentemente, il trattato di pace dovrebbe essere anch’esso rivisto.

Intanto il 14 e 15 dicembre si svolge anche il secondo stadio della complessa turnazione che compone il complesso, prolungato nel tempo, delle elezioni legislative in Egitto. L’attesa è che i partiti islamisti segneranno ancora passi in avanti con buoni risultati. E, in effetti, secondo i dati comunicati dal Consiglio centrale elettorale, con una partecipazione stavolta vicina al 68% degli aventi diritto ed operazioni di voto che gli osservatori, anche esteri, definiscono regolari, il PL&G conferma  quasi ovunque la sua maggioranza e i salafiti ancora il secondo posto[39].

Così che la maggior parte dei seggi saranno assegnati dopo il ballottaggio del 21 gennaio che, come nel primo round, metterà a confronto le due anime, più moderata e più integralista, dell’islamismo politico. Intanto, però, scoppiano nuovi disordini e ci sono parecchi altri morti negli scontri fra forze dell’ordine (l’ordine dei militari) e dimostranti[40].

E’ che la piazza rifiuta, in radice, il governo designato dai militari e presieduto da quel ElGanzouri che anni fa fece già il primo ministro di Mubarak, stando attento a non lasciarsene troppo scottare. Ma che, adesso, ovviamente non ha nessuna credibilità sentenziando che chi si oppone ora a lui e ai militari sta trasformando la rivoluzione in una controrivoluzione. Solo perché pretende che il Consiglio supremo riconosca ormai il mandato pieno del parlamento, protestando in sostanza perché altro modo non sembra ancora esserci per farsi sentire e contare…  oltraggio

Martedì 20, nel pomeriggio, poi, uno spettacolo – chiamiamolo così: lo è stato davvero – unico non solo qui ma in tutto il mondo arabo e raro anche in Europa (meno raro, una volta tanto, a dire il vero, in questi ultimi mesi, proprio da noi in Italia grazie, tra virgolette si capisce, alle reazioni di massa larghissime e diffuse contro le scomposte volgarità verso le donne del Berlusca di qualche mese fa.

Qui, decine di migliaia di donne[41], dalle giovani in minigonna, pantaloni e hijab coloratissini alle anziane matrone coi loro veli rigorosamente neri, marciano a partire da piazza della Liberazione fino alla sede del sindacato dei giornalisti crescendo di numero di minuto in minuto come protesta rabbiosa per il comportamento, documentato, filmato, trasmesso in tutto il mondo, anche in diretta[42], di tanti militari verso i giovani, specie le donne che dimostravano in piazza e per il prolungarsi del regime militare.

Infine, a sottolineare, insieme, le condizioni assai fragili dell’economia e il singolarissimo status in essa dei militari e del loro impero commerciale, economico e finanziario che sfugge a ogni controllo civile e tanto più democratico, viene diffusa subito dopo Natale la notizia che le Forze armate egiziane hanno messo a disposizione della Banca centrale circa $1 miliardo in valuta pregiata per rafforzare la valuta nazionale[43]… nel tentativo, anche troppo evidente, di dimostrare la propria volontà di dare una mano al paese ma dando anche luogo a mille domande tanto incuriosite quanto imbarazzanti sull’origine e il controllo della ricchezza da cui quella somma proviene e che l’esercito tiene da parte per conto proprio…

Gli equilibri interni precari e instabili, e il complesso tentativo di ritrovare un loro nuovo accomodamento, sono poi continuamente turbati dall’intromettersi nelle faccende egiziane di forze estranee e esterne: si dice di sauditi e israeliani e iraniani ma specie, come al solito, degli americani. Straordinaria è, insieme, l’ingenuità innocente e l’impudenza con cui da Washington, a livello di opinione comune e non solo di governo, quasi rivendicando apertamente il loro diritto a farlo.

Come scrive, infatti, sul NYT[44] un “esperto americano di cose egiziane” che attesta anche da osservatore internazionale l’indubbio carattere editoriale pulito del processo elettorale che ancora prosegue e della vittoria genuina degli islamisti “non è vero che la rivoluzione egiziana abbia avuto luogo lo scorso inverno. E’ adesso che si sta sviluppando. E ora non si sgroviglia in piazza della Liberazione ma in tutte le città e i villaggi di tutto il paese”.

Poi conclude, su quel che davvero gli sta a cuore: gli interessi degli Stati Uniti d’America, in fondo gli unici che contano e come li vede lui si capisce. In ogni caso gli interessi americani esigono una soluzione “diversa” dalla vittoria che le urne stanno dando chiarissimamente agli islamisti  “un esito che raggiunga l’equilibrio – per quanto precario – fra le autorità militari e i nuovi politici del paese. Noi non vogliamo [ma è chiaro che dell’eco possente del “chi se ne frega degli egiziani”, questo qui e quelli come lui proprio non riescono a captarlo!] che l’una o l’altra parte sconfigga e obblighi l’altra a tacere [e chi se ne frega se l’una parte le elezioni le ha vinte democraticamente e l’altra, se vincerà, vincerà schiacciando il popolo egiziano sotto i cingoli dei suoi carri armati]…

Di istinto, ci viene da cercare la chiarezza che si è vista in Tv nelle grandi celebrazioni dell’inverno scorso. Ma quello di cui hanno bisogno egiziani ed americani [anche se, poi, ci interessa quello che serve a noi, è chiaro da tutto il ragionamento, no?] è qualcosa di più torbido, di più ambiguo— non una vittoria ma un compromesso”.     

●In Libia[45], ancora conflitti – veri e propri scontri armatitra l’esercito, che in qualche modo fa capo al CNT, il consiglio transitorio, e vari gruppi armati ribelli. Il 10 dicembre, mentre andava all’aeroporto il gen. Khalifa Hiftar, il numero uno dei militari dopo l’assassinio del gen. Abdul Fattah Younes da parte forse proprio dei suoi uomini, è stato bloccato a un checkpoint messo in piedi all’uscita da Tripoli dai ribelli delle tribù di Zintan che, avendo contribuito in modo anche  determinante alla cattura e alla bastonatura che ammazzò Gheddafi, da allora da Tripoli non se ne sono più andati.

Il col. Mukhtar Farnana, che comanda il consiglio militare della Libia occidentale accusa Hiftar di tentato colpo manu militari per riprendere il controllo dell’aeroporto per conto del Consiglio militare orientale… e così viene fuori, lampante, la divisione interna all’esercito stesso, neanche più solo tra ribelli e militari regolari. Come si sospettava da tempo, è il caos. Manca una disciplina qualsiasi, manca una catena chiara di comando, manca una lealtà indivisa e tutto è spaccato in tanti frantumi, ognuno in lotta con l’altro…

Poi si capisce dov’era l’oggetto concreto del contenzioso specifico[46]. Arriveranno proprio nei giorni immediatamente seguenti, stampati in Germania, molti miliardi di nuovi dinari sbloccati dall’ONU avvalendosi di parte delle riserve che in quel paese deteneva il governo di Tripoli. Arrivano all’aeroporto di Bin Gashir e, quando arrivano, chi controlla le piste – le milizie o l’esercito che fa capo al CNT – farà valere il suo signoraggio di fatto – ma quando mai conterebbe in una situazione come questa il diritto? e poi, qui, qual è davvero il diritto? – su una fetta di quel denaro: non piccola.

In definitiva, pare proprio che le “milizie” stiano diventando un vero problema. E’ vero che oggi, di fatto, uno dei loro Abdel Hakim Belhaj è diventato il numero uno del nuovo, costruendo esercito nazionale del CNT— ed è vero che, a un certo punto anni or sono era stato a capo di al-Qaeda in Libia[47], venne catturato dai servizi segreti americani e trasferito ai tailandesi per adeguati interrogatori con appropriate torture e, ora, è di nuovo a Tripoli dove, avendo contribuito da par suo a capo di una delle più agguerrite formazioni della milizia ad abbattere Gheddafi, lo hanno messo al posto numero uno della gerarchia militare… con l’approvazione neanche tanto nascosta dei servizi segreti americani[48]pprov azuione degli americnai

Sono state loro, le milizie, in effetti e alla fine, il fattore decisivo – certo sulla scia delle bombe della NATO – che ha sgretolato il potere di Gheddafi e poi lo ha fatto fuori personalmente sul terreno, pezzetto di Libia dopo pezzetto di Libia. Non si considerano, però, al servizio di alcuna autorità centrale perché non la riconoscono come legittima, ogni milizia si muove come vuole con le sue procedure per arrestare, detenere e anche far fuori chi vuole, e poi si scontrano ripetutamente tra loro.

Tutti i Consigli locali che, in larga maggioranza, riconoscono in qualche modo il Consiglio nazionale di transizione nei fatti mantengono però un loro scetticismo e la loro autonomia e non consegnano comunque le armi senza di cui resterebbero alla sua mercé. Così, però, tutto resta precario, soprattutto e proprio sul piano della sicurezza e di ogni garanzia nei confronti di possibili interlocutori esterni. Gheddafi, a modo suo, era riuscito a centralizzare il potere senza centralizzare lo Stato. Questi qui, ora, devono per riuscire fare esattamente il contrario: ma non è affatto certo che ci riusciranno.        

●Intanto, in questa situazione di confusione e di caos segnali, come si dice, mischiati anche per noi, per l’Italia, dalla Libia. Prima, a Roma, il vice ministro degli Esteri Mohamed Abelaziz dice pubblicamente che Tripoli considera “nulle e da rinegoziare da capo” parecchie delle intese che a suo tempo fra lazzi e sghignazzi e baciamano vennero firmate tra il povero Silvio Berlusconi e il povero Muammar Gheddafi nel trattato di amicizia italo-libica del 2008. In questione i libici vogliono rimettere soprattutto l’obbligo da esso previsto a reimportare tutti i cittadini che l’Italia, anche senza motivazione giuridica, avrebbe provveduto a “respingere”. Sic transit[49]

Poi arriva Mustafa Abdeljalil, leader CNT, ex ministro della Giustizia con Gheddafi, fra i primi a mollarlo e poi per mesi capo effettivo dell’esecutivo dello stesso CNT fino alla formazione un mese fa del nuovo governo e ancora figura molto influente della leadership nazionale. Incontra il nuovo premier, Monti, e i due decidono la “riattivazione” del trattato di amicizia. Ripartirà la collaborazione economica dopo che l’accordo era stato, ovviamente, congelato durante la guerra a Gheddafi. Il trattato che puntava anche a mettere, tra l’altro, la parola fine al contenzioso sul passato coloniale italiano in Tripolitania e Cirenaica puntava anche a rilanciare la cooperazione in campo economico (soprattutto energetico e nel settore delle infrastrutture)e nella “lotta all’immigrazione clandestina”.

Con esso, l’Italia si impegnava a finanziare la realizzazione di infrastrutture sul territorio libico per una spesa complessiva di 5 miliardi di dollari (circa 4 miliardi di euro) nell’arco di 20 anni, a acrico in buona sostanza dell’ENI che, come principale operatore nel settore della ricerca e della produzione di idrocarburi liquidi e gassosi, dovrà versare un’addizionale all’imposta sul reddito delle società (IRES) pari al 4% dell’utile prima delle imposte. Una tassa speciale in vigore dal 31.12. 2008 al 31.12.2028 copre così la durata ventennale del compenso per danni subiti fino al totale di 5 miliardi di dollari.

L’esecuzione delle opere – tra cui l’autostrada costiera che dovrebbe attraversare tutto il paese da est a ovest, dall’Egitto alla Tunisia – andrà concordata da un “comitato paritetico” e affidata “a imprese italiane”. L’ENI non prevede che andrà tutto liscio. Perché, tanto per dire una sola delle difficoltà che a che a Piazza Enrico Mattei prevedono e sussurrano[50], chi sceglierà quali saranno le ditte costruttrici e appaltatrici italioane? Non sembra affatto ben chiarito, poi, dopo l’incotnro tra Monti Abdeljalil che fine hanno fatto le riserve sull’ “altra” parte del trattato contestato dal vice ministro degli Esteri Abelaziz solo qualche giorno prima…

●La Tunisia ha designato a suo primo ministro il numero due e segretario generale del partito islamista “moderato” Ennhada— Rinascita, Hamadi Jebali, 62 anni, di cui quindici passati nelle galere del regime di Ben Ali “per appartenza a un’organizzazione segreta e illegale[51].

●Anche in Giordania arriva ormai l’onda lunga della rivoluzione araba (altro che primavera!) nel Mediterraneo. Tutti i paesi, quasi senza eccezione, d’altronde,ormai ne sono stati toccati: chi più “tranquillamente”, Marocco e Tunisia; chi  in modo turbolento e conflittuale, come in Egitto; chi, come in Libia, con una vera e propria guerra civile e una guerra aerea condotta con un’insurrezione finanziata e mossa addirittura dall’intervento armato della NATO (decisivo alla fine, ma per creare che cosa se non forse il caos?); chi, come in Bahrain, in Yemen, in Kuwait e in Siria, con una resistenza a oltranza anche cruenta di chi sta al potere e lo vede rimesso in questione.

E, adesso. dopo tentativi e impegni di apertura quasi unilaterali da parte del re Abdullah, anche in Giordania si muove qualcosa. Pare più con un’evoluzione che con una rivoluzione, in questo che è  uno dei due paesi che col Marocco, facendo legittimamente risalire la linea genealogica del proprio monarca direttamente al profeta, sembrano più protetti da una contestazione che è proprio sulla legittimità stessa ormai dei regimi: non “unti” dalla discendenza profetica, tutti gli altri, e neanche eletti dai cittadini.

Ora, il 1° dicembre il nuovo governo giordano (ma va sempre ricordato che ci sono a oggi qualcosa come oltre 200 ex ministri di ben nove governi liquidati nei dodici anni ormai del suo regno da Abdullah: perfetti e silenti capri espiatori) ora ha ottenuto il voto di fiducia[52] del parlamento con 89 voti contro 25 e il primo ministro Awn Shwakat al-Khasawneh, che ha rimpiazzato da pochi mesi il vecchio PM accusato di corruzione. Al-Khasawneh per quasi dodici anni giudice alla Corte Internazionle di Giustizia dell’ONU (che arbitra, su richiesta, le controversie tra Stati membri e agisce come consulente giuridico di diritto internazionale, non sempre ascoltato, dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza), si è impegnato a mettere in atto “sostanziali riforme politiche.

Inclusa, ha detto al popolo e al re menzionati significativamente stavolta in quest’ordine, una nuova legge elettorale e la formazione di un istituto di garanzia indipendente sulla pulizia del voto entro il 2012, data prevista per le nuove elezioni. S’è impegnato anche, al-Khasawneh, a “combattere corruzione, frode e clientelismo”.

Un programma – e non solo qui, certo – davvero rivoluzionario se, anche solo parzialmente, venisse messo in atto. Al quale sembrano credere poco, però, gli islamisti all’opposizione e il movimento che nelle piazze ha raccolto anche decine di migliaia di giovani contro il vecchio governo fino a causarne il crollo e, ora, la sostituzione e che si ripromette di non mollare la presa. .

Il nuovo PM, in un passaggio atteso e assai applaudito, delle sue dichiarazioni alla Camera, ha condannato subito e duramente la repressione in Siria da parte del regime. Ma ha anche espresso – pure sulla base della sua lunga esperienza di esperto di diritto internazionale, ha detto – una ferma condanna di ogni ingerenza sul governo siriano per mezzo di interventi armati, di pressioni indebite e di sanzioni: noi, con la Siria, non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo che discutere, “per convincerla a riformarsi”.

Altri tipi di intervento sono un diritto che spetta esercitare soltanto allo stesso popolo siriano. E, su questo punto, non ci sono errori possibili: in Siria non ci sono né le condizioni, né le spinte, né la volontà di scatenare una guerra civile. La voglia, se c’è, è esterna al paese: più nei fuorusciti a Londra, Parigi e Ankara – e tra quei governi – che tra la gente siriana che lì protesta per reclamare diritti che le vanno, sicuramente, riconosciuti.

In altri termini, l’indicazione sembra chiara: se fosse stato al governo, già con pieni poteri, quando giorni fa la Lega araba votò sanzioni – poi neanche tanto efficaci epperò politicamente molto pesanti contro la Siria – Khasawneh al massimo si sarebbe astenuto, non avrebbe votato a favore…

Poi parla Assad, dopo un’altra decina di giorni, intervistato in forma anche esplicitamente ostile direttamente da una Tv nazionale degli Stati Uniti e appare tranquillamente molto sicuro di sé: le sanzioni contro il suo governo non avranno effetti significativi, sottolinea, e in esse non c’è in realtà niente di veramente nuovo; lui nega fermamente di aver dato l’ordine di sparare su chi protestava (“io non sono matto, so che per qualsiasi governo sarebbe un suicidio”: però non  dice chi, allora, l’ordine lo abbia dato, perché che le forze armate abbiano sparato sulle gente è un fatto assodato).

Sostiene, poi, che la maggioranza dei morti negli scontri sono stati soldati, uomini delle forze di sicurezza e sostenitori del suo governo e che il totale dei morti negli scontri e per la repressione dei “disordini” non è certo quello denunciato dall’ONU, sui 4.000 morti. Comunque – assicura – lui  continuerà nel processo di riforme da tempo iniziate: secondo i tempi ed i modi, ricorda all’intervistatrice, più consoni al suo antichissimo e orgoglioso paese[53].     

●Comunque, a inizio dicembre la Siria, dopo aver condotto per tutto il primo fine settimana del mese una serie di grandi manovre militari, antiaeree in particolare ma anche di terra, per lanciare un messaggio sia alla Turchia che a Israele certo, ma pure in un’evidente rappresentazione di forza a fini interni, sembra finalmente mollare. Damasco accoglie, senza più tergiversare mettendo condizioni preliminari, la richiesta della Lega araba di mandare osservatori  nel paese.

Solo per salvare la faccia, il ministro degli Esteri di Damasco, al-Moallem, chiede al segretario generale della Lega Nabil Elaraby che l’accordo formale sia firmato su territorio siriano[54]. E poi aggiunge, ma mentre la prima condizione potrebbero forse accogliergliela, quest’altra – di cancellare le sanzioni da subito – non gliela passeranno di certo[55]

La pressione della Lega, aggiunta a quelle di Turchia, UE e Stati Uniti e, anche, meno tonitruante e più discreta a quella della Russia – che ha mostrato di temere un qualche “contagio” dei disordini in Siria nelle sue irrequieto repubbliche meridionali – potrebbero cominciare ad arrecare danni economici di qualche portata al regime e al paese. Che anche per questo, forse, adesso annuncia, promette di rendere in qualche modo conto ai suoi pari di quello che fa… ma di promesse, appunto, si tratta.

Intanto, però, contraddittoriamente rispetto al clamore col quale se ne erano andati, tornano quatti quatti a Damasco gli ambasciatori di Stati Uniti e Francia che erano stati richiamati – per consultazioni, come si dice – ma anche, e soprattutto, come era stato aggiunto, per dare un forte segnale di contrasto e dissenso rispetto al regime di Assad e di sostegno al ritiro del collega inglese la cui sede era stata attaccata da una folla di manifestanti imbufaliti (o anche, magari, fatti imbufalire) dopo l’annuncio di nuove autonome sanzioni britanniche contro Damasco.

Poi, a metà dicembre – mentre media occidentali e Twitter siriani che twittano da Londra, Ankara e Parigi descrivono una Siria che affoga in una violenza senza fine molto di più, realisticamente, di quanto davvero forse stia affondando: c’è chi dice che i morti nella repressione sono 6.000…, chi dice solo la metà, chi dice come al 90% siano dimostranti, chi al 90% uomini dei servizi dell’ordine, se così si può poi chiamarlo… e nessuno sa davvero chi dica la verità… – Damasco organizza a livello nazionale elezioni locali.

Devono eleggere 17.588 candidati da 42.889 candidati. L’opposizione ha decretato il boicottaggio del voto, ma il fatto stesso che non sia stata in grado di prevenirne o seriamente coartarne le operazioni. L’affluenza alle urne è stata di certo un po’ più bassa dell’ultima volta, quando ancora il paese non ribolliva però – il livello delle ultime municipali generali in Italia, per dire – ma  al di là del valore democratico poi di questo esercizio in Siria e oggi, depone di una realtà che pare almeno in parte diversa da quella illustrata, twitterata, senza garanzia alcuna di veridicità, qui, in occidente.

Ora, quasi sotto Natale, cercando di stoppare le pressioni che più sembrano preoccupare il regime, quelle che vengono dal resto del mondo arabo (per quanto ipocrite e strumentali inevitabilmente esse siano) Damasco annuncia e il segretario generale della Lega dei pesi arabi, Nabil Elaraby, conferma che una squadra di osservatori civili e militari della presidenza della Lega sta recandosi in Siria dove entro tre giorni darà il via al suo lavoro di osservazione e controllo sul corso degli eventi. Nella speranza, dicono alla Lega stessa, di contribuire così ad acquetare le acque.

Non ci crede l’opposizione. Il Consiglio nazionale della quale, che parla però da Londra e da Istanbul, denuncia lunedì 19 dicembre come Assad continui ad ammazzare all’ingrosso: 72 soldati che stavano disertando, dice, nei pressi del confine turco. Sono stati proprio loro, invece, ad ammazzarli quei soldati e, non sapendo come spiegare che fossero tutti in divisa, adesso dicono che stavano dissertando, denuncia il ministro degli Esteri siriano, Walid Moallem…

Poi ci sono i pesantissimi attentati dinamitardi contro le caserme delle forze di sicurezza a Damasco (decine di morti)[56]…: al-Qaeda, dice Assad, o i servizi segreti americani, o quelli israeliani— e non gli credono in molti…; no, è lui stesso che si autobombarda, dicono i portavoce degli insorti— e anche a  loro, ormai, credono proprio pochi. Come al solito un tragico pareggio… tra denunce reciproche e responsabilità.

Su quel che avviene in Siria e intorno alla Siria c’è da capire un po’ meglio l’inusitata mobilitazione di tutto il mondo arabo. Perché è del tutto evidente che nessuno può credere davvero a una sincera indignazione per il disprezzo dei diritti umani di Assad in gente come gli emiri, gli sceicchi e i sovrani del Golfo, i sauditi o tutti gli altri leader arabi che da sempre schiacciano tal e qualmente i loro sudditi nei loro feudi.

Più facile capire la santa alleanza degli interessi e delle diplomazie occidentali che fanno comunella contro di lui e solo contro di lui: non contro gli altri violatori di diritti umani coi quali si alleano— a partire dagli interessi e dalle fobie di Israele e dalle ossessioni americane per l’Iran del quale la Siria è l’unico alleato di taglia nella regione. Non è questa ovviamente la determinante che fa scattare la compattezza araba contro un paese arabo, come questo

Del tutto evidente – anche dichiarato perfino – è il sostegno finanziario e il rifornimento di armi dei governi arabo sunniti – dove il secondo aggettivo è qui quello realmente qualificante – alla insurrezione che cerca di rovesciare il regime alawita-sciita a Damasco per prevenire, o comunque bloccare, la formazione di una cintura sciita che vada dall’Afganistan al Mar Mediterraneo attraverso Iran, ora anche l’Iraq (che, partiti gli americani, sta subito emarginando e cacciando da ogni ruolo di governo i sunniti[57]) e la Siria.

Per gli arabi sunniti la diffusione dell’eresia e dell’apostasia sciita assicura il ritorno dappertutto del caos, della fitna, come la chiamano loro: la tribolazione, il dissenso, il conflitto e anche la guerra civile, il primo violento e drammatico scontro civile-teologico ma anche politico che si sviluppò nel corso del primo Islam, all’epoca del trentennio dei “califfi ortodossi” (i rāshidūn)[58].

Ecco come si spiega, la dimensione, la portata e la posta in gioco in questa lotta. Né con le lacrime di compassione e di coccodrillo, né col pericolo intrinseco globale: con la continuazione di uno scontro epocale partito tra i successori del profeta nel VII secolo d.C.: uno scontro epocale politico, ideologico e teologico tra ortodossia ed eresia; dove l’uno considera l’altro un eresiarca pericoloso.

Noi con la presunzione nostra, tutta occidentale, diremmo uno scontro medioevale, in senso proprio: di quando noi bruciavamo le streghe e gli eretici. Ma loro, sunniti e sciiti, togliete dal conto i nostri sette secoli di storia in più dalla nostra parte (l’égira, Maometto che si trasferisce da la Mecca a Medina, quando nasce l’Islam, è del 622 d.C.) rispetto al nostro, in che secolo sono oggi?    

Intanto, la Russia ripete – è la quarta volta in due mesi: ma, stavolta, forse la stanno a sentire visto che sulle loro posizioni di condanna unilaterale gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riescono proprio a portarla. Noi dal caso della Libia abbiamo imparato, ha spiegato il ministro degli Esteri Lavrov, quel che succede a concedervi un dito: vi prendete subito tutto: s’era detto sì, anche da parte nostra anche se con mille dubbi e riserve, ad instaurare una no-fly-zone… e voi avete cominciato a bombardare la Libia a tappeto per mesi e mesi di seguito…

Ma sulla Siria è anche vero che USA, GB e Francia, al di là delle loro rodomontate, comunque non hanno davvero intenzione di mettersi a fare la guerra ad Assad – si dice pronta ad esaminare al CdS una mozione che condanni la repressione a Damasco. Ma anche, ed insieme – insiste – i tentativi di insurrezione armata[59]

●Lo Yemen, il paese che lo storico Gaio Plinio Secondo, il Seniore, chiamava Arabia Felix[60], la terra della Regina di Saba che irretiva re Salomone e dei sabei, i suoi sudditi, tra i quali tremila famiglie si tramandavano i segreti degli aromata, l’albero dell’incenso in particolare conservando gelosamente il diritto ereditario di coltivarlo e farne commercio è oggi il paese poverissimo delle cento tribù l’una contro l’altra armata, perfino peggio della Libia.

Ora Mohammed Basindwa – che forse, più che presiedere, tenta di coordinare l’opposizione si è visto appena chiedere di formare ad interim il nuovo governo dal presidente che, sempre ad interim, ha sostituito il dimissionario Saleh, Abd-Rabboh Mansour Hadi[61] il quale di Saleh è stato per anni e fino a ieri il vice presidente. Ma ha subito avvisato che la sua parte potrebbe rivedere l’impegno a seguire il percorso di transizione concordato se le Forze armate non mettono subito fine al loro provocatorio intervento a Ta’izz, teso chiaramente proprio a far saltare gli accordi.

Nella terza città del paese, sugli altopiani dell’estremo sud-ovest che si affacciano sul mar Rosso, ci sono stati più di una ventina di morti in pochissimi giorni in scontri armati con scambi di colpi anche di artiglieria che, però, dimostrano come da entrambe le parti fossero in effetti schierate truppe e armamenti[62].

Poi, intorno a Natale, sembra che Saleh abbia finalmente deciso di levare le tende, di andarsene a soggiornare un  po’ – dice: ma dice anche di voler tornare… presto – negli Stati Uniti[63]. Ma, mentre dice questo a chi lo va intervistando, i suoi sgherri stanno facendo fuoco, e ci sono diversi morti, contro i dimostranti che fuori del palazzo presidenziale chiedono che sia processato e che se ne vada,  una volta per tutte.

Alla fine l’amministrazione di Obama, dopo aver detto di esitare o aver fatto finta di esitare a concedergli il visto di ingresso, ha detto sì: temeva di “sembrare disposta a dare un asilo dorato a un leader odiato nel suo stesso paese”, pare; ma, appunto, alla fine ha temuto ancor più, pare, il rischio di non garantire un asilo, appunto, dorato ai suoi più devoti seguaci quando e se ne avessero avuto bisogno[64].

EUROPA

●EUROSTAT rende noti gli ultimi dati sulla situazione occupazionale[65] nell’eurozona. Sono 16.294.000 i disoccupati, ufficialmente calcolati – cioè, con reticenza – il 10,3% nei 17 paesi ad ottobre il livello più alto da quando vengono tenuti questi conti, dal 1995, più delle popolazioni di Belgio e Irlanda messe insieme – e, lascia capire chiaramente il rapporto dell’agenzia statistica europea, adesso le cose, prima di andare meglio, andranno ancora sicuramente peggio…

Specificamente, i dati relativi alla disoccupazione tra i giovani (meno di 25 anni) sono, al 21,4%, molto preoccupanti: a colpo d’occhio si vede nel grafico qui riprodotto dell’Economist, non vengono compresi i dati relativi alla Grecia: abbastanza inspiegabilmente (cioè, senza che venga fornita una spiegazione; ma, in realtà, è una specifica defaillance delle statistiche elleniche): che l’EUROSTAT dava, comunque, a fine 2010, tra i giovani quasi al 35%...

● I giovani disoccupati d’Europa (istogramma)

Fonte: The Economist, 3.112.2011

 

Naturalmente, oltre alla montagna di sofferenza e di guai che questi dati nella loro freddezza rispecchiano in termini di condizione umana di chi è disoccupata e disoccupato, è un peggioramento che si trasforma in termini macroeconomici in ulteriori difficoltà nel combattere contro la crisi del debito. Più disoccupazione significa, infatti, costi più alti di sicurezza sociale, minori entrate fiscali, crescita in sofferenza, aumento del deficit e del debito, il ballo di San Vito dei mercati e la paralisi impaurita di investitori e risparmiatori…; e così via dicendo.

Sono dati che fanno, o dovrebbero fare, impressione. Ma in quel caravanserraglio che è il mondo dei media e del lasso cortissimo di attenzione del pubblico che i media occupano e assiduamente coltivano, una notizia come questa è stata quasi del tutto ignorata. Hanno invece pompato e montato, i media, quella che, in linea di principio – tradotto: niente ancora è stato deciso: ma ne stanno parlando… – hanno annunciato diverse grandi istituzioni bancarie.

FMI, Fed, BCE,  BoE, BoJ, Banca del Canada e Banca svizzera – ma non la Banca centrale di  Cina, alla quale non l’hanno chiesto: anche se, infatti, è quella che conta di più è, come dire?, un po’parvenue – hanno detto che intendono “lavorare insieme” per migliorare la liquidità sui mercati. Solo che il come farlo non lo dicono: annunciano, ma non serve finché resta solo un annuncio, la buona intenzione[66]

E’ quel che i teorici del monetarismo avevano denominato come il “prezzo del tempo”: pensando, o illudendosi piuttosto, così di mettere un po’ più di tempo a disposizione dela BCE e dei governi europei in attesa di orizzonti un po’ più sereni. E’ la strategia di oggi di tutte le grandi banche: guadagnare un po’ di tempo, due, tre settimane, per vedere se va un po’ meglio soprattutto la prospettiva occupazionale.

E’ una strategia che finora si è rivelata disastrosa, però, perché la fiducia non è tanto come questi pensano o sperano una funzione di tempo quanto di capacità di pagare oggi e di prospettiva di poter pagare domani. Ecco dove le cifre date sull’occupazione da EUROSTAT  spingono a una previsione sempre negativa e a un pronostico fosco sull’evoluzione del sistema finanziario.

●Parlando al parlamento europeo, e come accennando a uno spostamento d’accento potenzialmente importante, Mario Draghi è sembrato arrivare a suggerire[67] che la BCE potrebbe anche contribuire ad allentare la tensione sui mercati se i leaders politici dell’Europa si decidono a prendere misure concrete in grado di prevenire il ripetersi in futuro di altre crisi del debito formando adesso, subito, e comunque prima un “patto fiscale” tra i membri dell’eurozona per autocontrollarsi in futuro meglio e di più.

Insomma, se diciamo subito sì alle regole che vuole la Merkel, mettiamo anche in atto subito dopo le misure che chiedono, per esempio, anche Sarkozy e Monti. Allora, ma solo allora, da parte della Banca centrale potrebbero arrivare altri “comportamenti”: niente di uguale, si capisce, a quel che ha fatto la Fed comprando massicciamente azioni e obbligazioni per sostenere in America e stimolare – è vero, con relativo successo – quell’economia. Finora, Draghi, già da semplice componente del direttivo della BCE aveva sempre sostenuto insieme a tutti gli altri che un ingente acquisto di titoli avrebbe solo portato un temporaneo aiuto ai mercati, rischiando però l’inflazione e, violando il mandato di base su cui la BCE è stata costituita (pensare solo alla stabilità dell’euro), mettendo a qualche rischio la sua credibilità.

E ha detto ancora una volta, anche qui, che la BCE proprio per mantenere questa sua credibilità continuerà a resistere agli appelli che le chiedono, andando contro il suo mandato, di sparare la “pallottola d’argento con cui abbattere il lupo mannaro” della crisi stampando moneta con cui comprare grandi quantità di debito dei governi.

In altre parole – forse è leggere troppo in quel che qui dice Draghi, ma forse no: in fondo una svolta l’ha data e l’8 dicembre la sua BCE ha ancora abbassato di un altro quarto di punto il tasso di sconto: la formula recita che “il tasso di rifinanziamento principale dell’eurosistema viene ridotto di 25 punti base”, all’1%, dopo che già a novembre era stato ridotto dello stesso 0,25% dove non era sceso ormai da moltissimo tempo, a causa della tensione sui mercati finanziari che sta azzoppando la ripresa[68] – c’è un accenno che la BCE potrebbe (ma poi l’8 dicembre non ne parla più: e su questi temi tacere quasi equivale a dire di no) adottare una linea più attiva e aggressiva se vedesse un rischio di deflazione e di depressione in arrivo (dopotutto, il suo mandato sulla stabilità monetaria funziona già, teoricamente, nelle due direzioni: anche contro la deflazione, cioè…).

E, come è ovvio, ma nessuno ricorda mai loro – Draghi stavolta, però, senza dirlo, sembrava come implicarlo – coloro che hanno creato le regole e sembrano adesso (quasi) pronti a cambiarle decidendo di rivedere i Trattati – e lui lo auspicava apertamente – per andare verso una politica fiscale unica (comunque: più unita e più disciplinata) e un’integrazione maggiore, se vogliono, possono cambiare i Trattati anche per dare direttamente alla BCE il compito di onorare la parte, finora restata del tutto nominale del Patto di crescita e di stabilità, che fonda il suo mandato.

●In parallelo, ma anche in collegamento con questa questione, la cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy hanno, abbastanza irritualmente, in varie interviste incrociate, espresso la volontà di arrivare a coinvolgere sia la Polonia che la Svezia nel gruppo di paesi europei che decideranno di arrivare a una maggiore integrazione[69]. Anche, e lo dichiarano, per smorzare i loro allarmi su un direttorio franco-tedesco. Considerando, però, quanto i due paesi siano maledettamente euroscettici, anzi proprio ostili all’idea stessa dell’eurozona, sembra almeno per ora proprio un’impresa di puro ottimismo della volontà.

●Lunedì 5 dicembre, Merkel e Sarkozy si sono incontrati ancora una volta a pranzo, al palazzo dell’Eliseo, per mettere a punto una proposta congiunta da presentare a Bruxelles al vertice di qualche giorno dopo. “Vogliamo assicurarci – dice Sarkozy, parlando per entrambi – che gli squilibri che nell’eurozona ci hanno portato in questa situazione non possano più ripetersi… perciò abbiamo bisogno e vogliamo un nuovo Trattato che renda chiaro ai popoli di Europa, agli Stati membri dell’Europa e agli Stati membri dell’eurozona che le cose non possono continuare ad andare così come vanno”.

Il nuovo europacchetto di salvataggio sarà discusso, e in qualche modo anche negoziato, certo (dopotutto al vertice di Bruxelles parleranno anche gli altri 15 dell’eurozona), su quattro linee[70] che loro – annunciano – vorrebbero veder combinate insieme:

• 1. nuove promesse di disciplina fiscale incardinate in appositi emendamenti ai trattati europei (e non sarà facile per niente farle passare: la procedura è lunghissima e, comunque, “unanimitaria” e, tra l’altro, non si tratta solo dei trattati dell’eurozona, ma anche e proprio dei trattati costitutivi di tutta l’Unione che dovrebbe essere rimessa in questione— dando così la parola, e anche un vero e proprio diritto di veto, al “nemico interno”: alla Gran Bretagna, all’Estonia, alla Finlandia…, per dire, e a tutti gli euroscettici pronti a scattare e a paralizzare tutto anche in nome, sicuro, della democrazia e della sovranità popolare che alla fine spetta a ogni paese, come è sacrosanto che sia (ci penseranno alcuni referendum ad affossare tutto); e, insieme,

• 2. il far leva e l’aumento di due o anche, forse, di tre volte – dopo aver così corretto i trattati, il Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF);

• 3. il ricorso a finanziamenti del FMI per incrementare al bisogno i pacchetti dei salvataggi; e, infine, e  insieme 

• 4. una silenziosa copertura politica data alla BCE perché continui a comprare “aggressivamente”, come dicono quelli del mestiere, ora e ancora per qualche tempo, titoli del debito sovrano di Italia e Spagna per garantire che la terza e la quarta economia dell’eurozona non vadano in default a causa di tassi di interesse rovinosi sul servizio del debito.

Ma, intanto, appena deciso questo, S&P’s decide di rimettere in questione il rating di tutti i paesi europei AAA… e di metterne, come dice, “sotto sorveglianza” 15 sui 17 dell’eurozona (i due che restano fuori da questa speciale vigilanza sono Cipro che già era però nella lista dei sorvegliati e la Grecia che è già a rischio diretto proprio di default). Le altre agenzie avevano in precedenza lasciato  capire di essere dello stesso parere.

Il problema, dice chiaro e tondo S&P’s – ed è un merito dirlo così tecnicamente ma, soprattutto, così nettamente – è che ormai “gli stress sistemici nell’eurozona sono cresciuti nelle recenti settimane al punto che ormai pongono una pressione al ribasso sulla valutazione del credito dell’eurozona nel suo insieme[71]”. Cioè, dice che la valutazione di un debito sovrano traballante riguarda ormai tutta l’Europa.

Commentano, speranzosi e probabilmente anche illusi, Merkel e, separatamente, per conto di Sarkozy il suo ministro degli Esteri Alain Juppé[72] – ma entrambi, a questo punto, nella veste di imbonitori che puntano solo a convincere gli altri 15 dell’eurozona – che il piano franco-tedesco di revisione del Trattato europeo, rafforzando i freni sui bilanci, è la risposta giusta per contrastare i ratings in potenziale e pericoloso ribasso decretati da Standard & Poor’s.

Il primo esponente politico che ha effettivamente provato a quantificare il costo per i paesi dell’euro e dell’Unione del fallimento è stato, ci sembra, il primo ministro francese François Fillon che ha calcolato per le economie più forti un calo del PIL intorno al 25%, per quelle più deboli addirittura fino alla metà. Fillon, che non rivela come sia riuscito a fare quel computo, lo usa per dire l’urgenza di arrivare l’8 e 9 dicembre a Bruxelles a decidere, poi a finalizzare entro marzo 2012 il piano di disciplina fiscale divisato con la Germania o, meglio, dalla Germania, e di ratificarlo poi entro la fine del 2012[73]… 

Poi aggiunge che il Consiglio europeo cercherà di convincere i 27 Stati membri ad approvare la proposta del nuovo Trattato-cilicio ma che, se non ci dovesse riuscire (pensate solo agli inglesi che dovrebbero votare sì…: lo sa pure lui, è impossibile), entro il marzo 2012, in ogni caso, dovrebbero deciderlo tra loro, sempre all’unanimità, almeno i 17 paesi dell’eurozona.

●La Spagna, dove il 19 dicembre comincia a governare il centro-destra di Mariano Rajoy che ha rimpiazzato il centro-sinistra di José Luis Rodríguez Zapatero, giura adesso che ridurrà il deficit di bilancio di altri €16,5 miliardi per arrivare al 4,45 di deficit/PIL nel 2012[74]. Ma dopo neanche una settimana, il 26 del mese il ministro dell’Economia Luis de Guindos ammette che l’economia spagnola sta soffrendo una ricaduta e, nel quarto trimestre del 2011, registrerà un record negativo di non crescita. I prossimi due mesi, “non saranno facili né dal punto di vista della crescita né da quello dell’occupazione[75].

Il governo non riuscirà a rispettare l’impegno sul deficit/PIL, il 6%, assunto con l’Unione europea e dà ora per scontato l’8% di conti in rosso pur annunciando nuovi tagli di spesa (€8,9 miliardi) e aumenti di tasse (cui Rajoy aveva escluso categoricamente neanche un mese fa, in campagna elettorale, di poter ricorrere) per almeno €6 miliardi): per un totale di €15 miliardi, l’1,5% del PIL[76].     

●Ma l’Irlanda che, è vero, ormai sembra davvero aver poco da perdere nei rapporti con l’UE, prova una forzatura: il ministro delle Finanze, Brian Hayes lascia sapere che il suo governo potrebbe raccomandare il voto favorevole al referendum che potrebbe dover tenere sull’accettazione, o il rigetto, del piano di riforma fiscale del Trattato europeo che pure, come governo, ha già approvato all’ultimo vertice dell’Unione: come tutti gli altri ventisei, anche se con riserva, eccetto che gli inglesi che votando no hanno anche messo il veto— di cui gli altri però non sembrano disposti, almeno per ora, a curarsi.

Certo – ecco il ricatto[77]: abbastanza vuoto, però, perché gli irlandesi se ne fregheranno comunque, una volta alle urne, dei desiderata del loro governo – sarà più facile convincere i cittadini a votare sì  se l’Unione ci consentirà di ripagare il nostro debito a tassi di interessasse più bassi di quelli finora concessi e in un tempo più lungo…

Del resto, al vertice chi manovrava (tedeschi, francesi e Commissione— ma tutti in realtà l’hanno capito) – sapeva che sarà molto molto complicato avere l’unanimità. Anzi che non ce l’avranno, neanche nell’eurozona soltanto. A parte le riserve irlandesi ce ne sono state altre infatti messe a verbale. Glielo aveva preannunciato, in anticipo sul vertice stesso, la ministra finnica delle Finanze, il cui paese è membro di entrambi i consessi, la social-democratica Jutta Urpilainen[78].

Il nuovo piano postula, infatti, una decisione a maggioranza sull’imposizione della disciplina fiscale e non più all’unanimità— scenario che la Finlandia non è disposta ad accettare. E non appoggerà neanche la proposta di alleggerire le responsabilità degli investitori privati nella composizione dei pacchetti di salvataggio permanenti. E, sia chiaro, aggiunge Urpilainen, sono informata direttamente che a dire di no – a porre riserve alla propria approvazione ufficiale – la Finlandia non resterà sola…

Infatti, non era detto, e non è affatto detto, che basterà neanche l’unanimità decisionale perché a chi scrive, e per fortuna ormai a tanti – anche, è vero, a tanti sepolcri imbiancati: che, con tutti altri motivi, vogliono comunque veder fallire in toto il disegno: loro non vogliono che abbia neanche inizio, noi vorremmo che andasse, invece, ben oltre – sembra indispensabile anche e soprattutto il riconoscimento e la decisione politica degli Stati membri di dare alla BCE il ruolo di una vera e propria Banca centrale: stampare moneta con determinazione indipendente, certo, ma con l’occhio oltre che alla stabilità della moneta da mantenere, anche e specie oggi alla crescita di un’economia che ristagna.

Insomma, oggi il buco nero dell’Europa saranno pure conti pubblici in rosso ma, soprattutto e prima – anche per poter cominciare domani a rimettere un poco più in ordine – il buco nero è la crescita. E la ricetta di Merkozy tutto promette meno che una ripresa… Il suo obiettivo, più di quello di Sarkozy, è quello di adottare una strategia che punta a rifare l’eurozona a sua immagine e somiglianza.

E’, infatti, chiarissimo, ormai: il fatto che col debito e il deficit che si ritrovano gli Stati Uniti, per esempio, d’America abbiano oggi un tasso di interesse al 2% o giù di lì, si spiega solo perché dietro la moneta, il debito e l’economia americana c’è la Federal Reserve Bank e che la differenza la fa esattamente la capacità che ha al contrario della BCE di emettere moneta, strozzando così sul nascere ogni speculazione.

Ma la BCE questa possibilità non ce l’ha per scelta propria, non perché glielo abbia ordinato il dottore! e per scelta dei suoi sponsor politici, i governi dell’eurozona che gliela negano. Ancora più chiara risalta poi la differenza  che spiega tutto o quasi se la consideriamo nei dati rispettivi tra Spagna e Austria, da una parte, e Gran Bretagna, dall’altra: il tasso di interesse che il giorno in cui lo rileviamo[79] vige per Austria (2,92%: spread rispetto ai Bund, 106 punti) e Spagna (5,18%: spread qui a 332 punti ) (per l’Italia era rispettivamente al 7,06% e + 521 punti) è molto molto al di sopra di quello che vale per la Gran Bretagna (1,96%).

Quando i due primi paesi hanno, però, un debito pubblico molto inferiore a quello del Regno Unito (82,% sul PIL… senza considerare lo stracolossale indebitamento privato che vi si somma) mentre quello dell’Austria è appena al 72,3% e la disgraziatissima Spagna è solo al 70; l’Italia – invece – è noto è al 120%[80]. Ma appunto dietro, lì, c’è la Banca d’Inghilterra che stampa sterline a volontà e che mercati e speculatori sanno bene che può stroncar loro le gambe proprio perché lo può fare; dietro Austria e Spagna c’è, invece, la solita BCE: perché tutti sanno che non lo farà, che non lo può fare perché ha scelto di non farlo…

Dice Monti nella conferenza di fine d’anno, mostrando grafici, che nei fondamentali della nostra economia non c’è nulla che giustifichi lo spread troppo largo che abbiamo, anche il debito pubblico che non è poi affatto tanto peggiore di quello americano e di quello britannico, calcolati come dovrebbero essere perché poi i mercati tanta differenza tra indebitamento pubblico e privato non la fanno. Ma la differenza è quella.

Lui non lo dice, non osa dirlo, anche se lo sa bene anche lui. Ma noi sì, a noi non costa niente osar dire la verità. E noi la possiamo, la vogliamo e la dobbiamo dire… Il problema è tutto lì: la BCE, la sua voluta impotenza, dovuta alla voluta mancanza di unità economica e di unità politica dell’eurozona e dell’Unione stessa. Ma Monti non riesce a sfondare – lui e gli altri – non solo su poteri maggiori da dare all’Europa e alla BCE ma neanche sulla possibilità di metterci intanto una toppa con gli eurobonds…

Pure, rilanciare la ripresa è il minimo necessario, e forse neanche sufficiente, chi sa?, per mettere fine a una nottata dell’economia capitalista che somiglia, ormai ogni giorno di più, a una specie di notte dei morti viventi del liberismo deregolato e selvaggio. Perché il problema è qui: se quello che non si poté e non si volle fare alla nascita dell’euro lo faremo adesso. Integrando oltre alla moneta anche l’economia e la politica necessarie a decidere come usarla.

Cioè, costringendo anche la Germania a farlo. Mettendo in chiaro (Monti: già al vertice dell’8-9 dicembre avrebbe potuto farlo, ma forse ha troppo esitato ad emettere il ruggito del topo…  poco efficace? non è detto trattandosi, con l’Italia di un bel topolone grosso di quelli che, anche solo scodinzolando, mettono spesso paura al leone… E se minacciasse, una volta tanto, di mettere lui il veto se la Germania non molla…

… state certi che lo starebbero, stavolta, a sentire: ma certo uno, se il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare, diceva al cardinal Federigo il saggio don Abbondio… che, se non si combina niente, è a rischio la base stessa della prosperità dei tedeschi, che l’export gigantesco con cui la Germania inonda il resto del mercato unico non saremmo più in grado di permettercelo noi— ma con noi tutti gli altri: tutti, a quel punto, nessuno escluso.

E magari se troverà il coraggio di farlo, Monti, riprendendo uno spunto che lui stesso aveva avanzato a Roma in conferenza stampa, dovrebbe rilanciare con forza in quella sede anche la necessità di fregarsene dei veti di Londra sulla tassazione delle transazioni finanziarie: sia per trovare risorse (tante, pure con poco di tassa) che per “punire” o, se volete, per far pagare qualcosa (restituire appena un po’ del maltolto) a finanzieri e banche che da trent’anni vanno svenando chi guadagna un millesimo e anche meno di quel che si mettono loro in tasca o in cassaforte... Il fatto è che, però, Merkel e Sarkozy che avevano lanciato anche loro l’idea, ora la stanno lasciando cadere proprio per non “irritare” la City di Londra…

Monti si troverebbe in buona compagnia a favore di questa tassa infinitesimale, potenzialmente però di grande portata, la Tobin tax come si chiamava una volta ma non si chiama più per non contaminarla con la richiesta, lungimirante, fatta proprio e spinta anni fa dai no-global; o Robin tax come poi l’ha chiamata una coalizione di NGO britanniche e, con una birichinata delle sue, a fini un po’ più meschinamente provinciali, anche Tremonti mesi fa, in una delle ultime sue finanziarie: la appoggiano capitalisti stramiliardari e filantropi come Bill Gates o George Soros, attivisti e difensori dei consumatori come Ralph Nader, l’arcivescovo di Canterbury e papa Benedetto XVI e non sono certo estremisti marxisti o scapestrati neo-global.

Come sempre, è sull’orlo del baratro che Italia ed Europa possono arrivare a salvarsi proprio perché non sanno dove altro andare. Altrimenti resterebbe aperta e scoppierebbe stavolta, non potendola dopo oltre un decennio procrastinare più, la contraddizion che nol consente con la quale conviviamo dal 1998, quando vennero definiti, nel cosiddetto Patto di Stabilità come canone unico, i meccanismi di creazione e la definizione stessa della moneta unica e della nascente eurozona.

Cioè l’euro, moneta comune per 17 diverse economie e 17 diversi paesi dell’Unione europea con effetti salvifici e/o dirompenti, poi, anche su almeno altri dieci paesi. E, come insistono a dirci, giustamente, gli americani, sull’economia-mondo in cui tutti insieme, bene o male, viviamo o, comunque, condannati a farlo, insieme sopravviviamo.

Ma vedrete che questi sono, magari, capaci di rompere il termometro[81]S&P’s, cioè, i mercati – che va di sicuro ricalibrato e, soprattutto, riregolato ma non saranno neanche stavolta (sbaglierò, sperate!) capaci di curare la febbre comprendendo che il problema non è a questo punto Italia o Germania o Grecia ma, proprio, l’Europa e che per uscirne curando la febbre davvero però dobbiamo davvero farla l’Europa. Tutta e tutta integrata. O, almeno – qui ha ragione lo slogan di Sarkozy – l’Europa di chi ci sta. Dove, però, ci pare che non coincidano spesso i contenuti del nostro e del suo “starci”.

In definitiva, l’impressione nettissima è che questa manica di politici che ci troviamo in Europa ma anche in Germania, in Spagna, in Italia, vanno facendo di tutto per ridurre l’Europa al lumicino obbligando gli europei a rassegnarsi facendoci ingoiare una dimensione molto molto raggrinzita dell’Europa nel mondo e della condizione di grandissima parte degli europei qui in Europa.

●A vertice in corso e, ancora, poi a fine vertice, continuano ad affastellarsi notizie, anche contraddittorie, su quello che effettivamente è stato deciso o non è stato deciso. Poi, alla fine, la Dichiarazione ufficiale dei capi di Stato e di governo[82] dell’eurozona specifica, senza peraltro riuscire a dissipare ancora molti dubbi, che:

• è stato raggiunto un nuovo accordo che delinea un’altra compattezza fiscale, dei bilanci cioè, che rafforza la cooperazione economica fra i 17 Stati membri dell’eurozona. D’ora in poi – cioè…: dopo la ratifica di tutti i governi, dei singoli parlamenti e del parlamento europeo… – i loro bilanci dovranno essere in pareggio o in attivo;

• ciò diventerà parte integrante del sistema legale di ogni paese, a livello costituzionale. Così come sarà a livello sempre costituzionale il riconoscimento alla corte di Giustizia europea della giurisdizione di verifica sull’applicazione di questa regola in ogni singolo paese. Se il livello massimo del canonico 3% di deficit/PIL, nella valutazione ufficializzata della Commissione, non verrà rispettato scatteranno d’ora in poi “sanzioni automatiche” (multe immediatamente esigibili)— a meno di un voto contrario di una “maggioranza qualificata” (per ora abbastanza imprecisata, però) degli Stati dell’eurozona.

• viene poi accelerata la creazione di strumenti d stabilizzazione dei problemi a breve: l’ESM, il meccanismo di stabilità finanziaria entrerà in vigore a luglio del 2012 con un anno di anticipo su quanto era finora stato deciso. L’EFSF, il Fondo finanziario che ne sarà lo strumento operativo resterà attivo sulla base del funzionamento che ha attualmente fin alla metà del 2013. Le forme accelerate e sincopate del salvataggio della Grecia non sono ripetibili e non costituiranno precedente. Le regole che determineranno la votazione dei prestiti saranno cambiate da quelle dell’unanimità attualmente necessaria a una maggioranza qualificata dell’85% e all’approvazione della Commissione e della BCE— anche se bisognerà aspettare sul punto la ratifica formale (almeno) del parlamento finnico.

●Il primo ministro britannico, David Cameron, ha motivato il suo no affermando che acconsentire all’allargamento dei poteri sovrannazionali europei ora proposti non era nel’interesse nazionale della Gran Bretagna: tassare ma poi, soprattutto, regolamentare di più, come ipotizzato, i mercati finanziari e, dunque, il funzionamento della City di Londra è per lui inaccettabile. Scioccamente come, però, cominciano a temere proprio alla City, dove molti hanno subito applaudito rendendosi presto conto, però, che isolandosi e allontanandosi dal tavolo dove una regolamentazione più capillare della transazioni finanziarie verrà discussa e decisa, finirebbe per l’assenza stessa degli inglesi con l’indebolire il ruolo e il potere proprio della stessa City.

Il fatto è che questa regolamentazione delle transazioni finanziarie in tutte le sue sfaccettature sono una risposta alla crisi finanziaria e tutte le misure discusse, dalla tassa sulle transazioni alle riforme delle vendite futures e degli hedge funds, sono tutte disegnate a portare – a obbligare – a un comportamento più responsabile in tutti i maggiori centri finanziari, City compresa. Che le odia ma si preoccupa anche di restare isolata e, soprattutto, impotente, incapace perfino di dire in quei consessi la sua.

Come disse una volta il presidente americano Lyndon Johnson appena succeduto a Kennedy sull’opportunità di tenere al suo posto il direttore del’FBI, Edgar Hoover, certamente Merkel e Sarkozy pensavano che era “meglio tenercelo dentro la tenda a pisciare fuori che averlo fuori a pisciare dentro[83]”… Ma lui ha preferito starsene fuori da solo e a Londra molti dei diretti interessati cominciano a pensare che, comunque, era meglio pure per loro, forse, starsene dentro la tenda…

Sarkozy ha detto in modo del tutto chiaro e trasparente che la colpa è solo e tutta di Londra: “la scelta è stata tutta loro. E’ una scelta che rispettiamo ma non possono proprio dire che sia colpa nostra. Non si può, da una parte, starsene fuori dall’euro e, dall’altra, pretendere di restare coinvolti in tutte le decisioni di un euro che per sé non si vuole e, spesso, si continua a criticare[84].

Il NYT, commenta sotto un titolo abbastanza ambiguo se non proprio taroccato, il fatto che —Il nuovo trattato per salvare l’euro può anche finire col dividere l’Europa. Insomma, un commento del tipo che la Manica è il tratto di mare che separa… la Gran Bretagna dal continente… e l’illusione coltivata,  fraudolentemente da Cameron, che non poteva di certo crederci nemmeno lui stesso, sul fatto che sarebbe potuto anche riuscire ad aprire una breccia dentro la stessa eurozona, mettendosi alla testa, chi sa?, della decina di non aderenti all’euro e di un’altra pattuglia di dissenzienti conservatori, monetaristi, liberisti ad oltranza e riottosi a farsi regolamentare a livello comunque sovrannazionale[85].

Finisce che gli altri paesi, compresi alcuni tra quelli che alla fine ci stanno senza neanche stare nell’eurozona, faranno a 27 un patto che esce dall’attuale schema di Trattato riformandolo, anche se diversi di loro nel dire di sì devono avanzare riserve sul perfezionamento giuridico del loro sì. In realtà, in un modo o nell’altro, è una ratifica che dovranno ottenere, poi, tutti dai propri parlamenti.

Ma, intanto, in Gran Bretagna e perfino alla Camera c’è chi ha anche aspramente osservato che con la sua decisione Cameron può anche continuare a dire di aver vinto 1 a 26, ma tutti sanno che in realtà ha buttato fuori il paese dalla Champions’ League. Dopo aver sostenuto per mesi, e in pubblico che un euro stabile è anche interesse inglese, che l’incertezza montante nell’eurozona colpisce duramente anche la crescita, l’occupazione, la finanza e tutta l’economia inglese perché l’UE è di gran lunga, il principale partner commerciale della Gran Bretagna, adesso – dopo aver discusso a lungo con quel partner – gli ha detto di andare a farsi friggere.

In fondo, ha tenuto fede al sospetto di fondo di sempre, nostro e ben prima e più autorevolmente di noi, ad esempio, di Charles de Gaulle sull’Europa che agli inglesi, tutto sommato, interessa marginalmente e al detto di Winston Churchill degli anni ’30 che, se il “Regno Unito è in Europa e con l’Europa, non è mai dell’Europa” e che, se dovesse scegliere tra Manica e Atlantico sempre all’Atlantico esso si rivolgerebbe…

Ma, per parafrasare quel che scriveva Lewis Carroll, in Alice, nella ballata sulla “quadriglia delle aragoste[86], che il più “lontano da Parigi è il più vicino a Washington” manco è più vero: Washington era là a Bruxelles il 9 dicembre, ai margini del veritce europeo dopo aver incontrato Merkel, Sarkozy e Monti col segretario al Tesoro Geithner a raccomandare all’Europa, a pregarla, letteralmente di stare insieme e di salvare l’euro…

Commentava de Gaulle e confermava Churchill – entrambi in quei capolavori anche letterari e, certo, anche pro domo loro delle rispettive Memorie – che il presidente francese, quando nel ’63 disse no all’entrata della Gran Bretagna nella Comunità europea (entrò solo quando lui era ormai in pensione nel 1973) le sue buone ragioni le aveva: “L’Inghilterra è un’isola, un paese marittimo, collegato dai suoi commerci, dai mercati e dalla sua tradizionale catena alimentare a diversissimi e spesso lontani paesi del globo. In breve, la natura, la struttura e il contesto economico dell’Inghilterra differiscono profondamente da quelle delle altre nazioni d’Europa”.

Questo, ha commentato David Miliband, ex ministro degli Esteri con Brown  primo ministro, “è il primo veto della storia che non riesce a fermare proprio un bel niente”: perché perfino chi lo ha lanciato sa che riesce solo ad escluderci: gli altri andranno avanti per conto loro, senza di noi… “56 anni fa Anthony Eden abbandonò il tavolo in cui andavano fondando l’inizio dell’Unione europea e ne abbiamo pagato il prezzo, poi, per 20 anni[87]”. Insomma, Cameron ne ha fatto una alla Eden, un anno prima dell’altra catastrofe provocata dal suo governo, quella di Suez…

Il tabloid populista più grezzo del Regno Unito, ma spesso anche quello che spiega meglio le cose, aveva predetto[88], all’immediata vigilia del vertice, tre possibili esiti del “negoziato” inglese a Bruxelles, come Cameron millantava che fosse, o più correttamente del “confronto/scontro” che, poi, naturalmente esso è stato:

“• opzione 1: il sogno di David: trattato concordato a 27 per consolidare l’unione fiscale nell’eurozona ma in cambio di salvaguardie ferree riconosciute alle richieste britanniche; risultato: Cameron ritorna da eroe, portato a spalle da tutti gli euroscettici britannici, col tripudio della City perché l’euro è stato salvato ma, insieme, le sue prerogative e la sua indipendenza [= la totale deregolamentazione attuale] non sono state toccate;

• opzione 2: i membri dell’eurozona formano un trattato tra di loro e Camerono resta isolato, non ottenendo nessuna garanzia o esenzione per la Gran Bretagna; risultato: l’euro si ritrova con un accordo [anche se un po’ traballante perché le procedure concordate vanno tutte finalizzate e non è scontato]; parte l’Europa a due velocità [già c’era, ma adesso è ufficializzata e formalizzata] e il Regno Unito si trova escluso dalla presa di tutte le decisioni chiave; a Westminster, alla Camera dei Comuni, si aprono problemi per la coalizione maggioritaria;

opzione 3: nessun accordo a Bruxelles ma l’Inghilterra è messa sotto accusa per averlo fatto fallire e, così, per aver dato inizio alla rotta dell’euro e dell’eurozona; risultato: il mondo affonda nella recessione e la colpa viene data a Cameron, Clegg ritira i liberal-democratici dalla coalizione e il governo crolla”.

Dice il Sun di scommettere a metà tra l’esito no. 2 e il no. 3. E non sbaglia di molto…

Ciò non toglie che già il giorno dopo, tra strilli di tipo churchilliano, God save our Gracious Queen e Rule Britannia, Britannia rules the Wawes ma, in realtà, sì e no tatcheriani, rivendicazioni dell’ orgoglioso no cameroniano che lasciano spazio però a paure evidenti perché l’isolamento non serve affatto alla causa albionica, salgono i dubbi… nei titoli dello stesso Sun.

In effetti, sorgeranno adesso nell’eurozona problemi giuridici magari anche azzeccagarbuglieschi ma reali e problemi politici veri a intralciare il cammino del nuovo trattato man mano che redigeranno il testo intergovernativo poi da approvare compiutamente al vertice di primavera dell’Unione e da mandare ai parlamenti nazionali e a quello europeo sottoponendolo alle procedure previste. Che non è neanche chiaro quali siano, poi, realmente.

Il duo franco tedesco, nei giorni che immediatamente seguono il vertice di metà dicembre, cerca, con qualche successo e lavorando come un po’ sottotraccia, di far passare un’interpretazione – non certo infondata ma difficile, comunque, per molti da trangugiare anche se verrà presentata come squisitamente tecnica e preparata dalla Commissione che si sarebbe limitata a redigere in forma legale, la sostanza politica di quel che era stato in linea di principio concordato – da proporre direttamente al vertice di primavera: basterebbe[89] la firma e la ratifica di 9 soltanto dei 17 paesi dell’euro per dare l’avvio alla “cooperazione rafforzata” che renderebbe subito operativo l’accordo con

• la regola del pareggio di bilancio in Costituzione; 

• da parte di chi è in deficit eccessivo l’obbligo di sottoporsi alla disciplina di Commissione e Consiglio;

• sanzioni pressoché automatiche per gli Stati inosservanti;

• una marcia in qualche modo anche un po’ forzata verso un’armonizzazion fiscale, che resta però ancora tutta da definire;…

• una “cooperazione rafforzata[90]” o, se volete, un’Europa a doppia velocità cui, poi man mano, chi volesse, potrebbe ulteriormente aderire.

Perché l’accordo, a pochissime ore dall’essere stato annunciato, comincia a fare i suoi conti con una previsione di molteplici referendum e una serie di ostacoli di stampo legale, compreso l’inevitabile ricorso alla Corte costituzionale federale tedesca. In Irlanda, Austria, Danimarca, Romania, nella Repubblica ceca, in Lituania, in Finlandia ci saranno sicuramente problemi giuridici, di procedure di ratifica e di richieste di referendum che non è prevedibile come scavalcare senza voti di esito, poi, quanto mai dubbio[91].

Sempre che, poi, non ci ripensino proprio, facendo un po’ una figura di tolla ma non perdendo magari così, in una lettura a corto termine delle convenienze relative, la prossima elezione: Jutta Urpilainen, la ministra delle Finanze della Finlandia, che al vertice si è vista come scavalcata dal sì del suo primo ministro alle “decisioni a maggioranza qualificata”, torna a ripetere, e avrà alla fine probabilmente ragione: se no, si dimette e sfiderà il premier per la leadership del partito, vedrete, che – se non viene mantenuta la regola delle decisioni all’unanimità – il suo paese ritirerà l’appoggio dato all’accordo uscendo dal Meccanismo europeo di Stabilità (ESM: il nome ufficiale del marchingegno merkozyano che al vertice è passato)[92]

Dicevamo del tabloid più crasso e grezzo, ma anche meglio fatto d’Inghilterra, il Sun, e ne riportavamo più sopra il giudizio acuto sul contenzioso tra Regno Unito e UE. Ancora più centrato ci sembra il parere espresso dal più raffinato, e meglio fatto forse, giornale d’Europa, sempre inglese, il Financial Times. Scrive: “C’è nebbia sulla Manica. Il continente ancora una volta è isolato. Il vecchio adagio, parecchio consunto, ha speso descritto l’atteggiarsi della Gran Bretagna verso l’Europa.

   Ed è stato proprio così anche all’ultimo vertice dell’Unione europea: perché, da qualsiasi parte del canocchiale ci guardiate dentro, questo vertice è stato per la Gran Bretagna un punto di svolta nei rapporti coi suoi vicini…:… visto da una parte del canocchiale, il veto di Mr Cameron è stato il momento in cui gli inglesi hanno segnalato l’inizio del loro lungo addio all’Europa; ma, dall’altra, è stata l’Europa a dare il suo addio alla Gran Bretagna[93]. Ci sembra proprio ben detto…

●A latere – ma proprio a latere – del  vertice, i capi di Stato e di governo decidono – oddio, ancora una volta: decidono?... – di dar inizio al processo di adesione alla UE del Montenegro e di rimandare, invece, alla prossima volta la decisione sulla Serbia. Perché, anche se a livello solo formale, Belgrado frena ancora sul riconoscimento pieno di uno Stato unilateralmente secessionista,  prima condannato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, contraddittoriamente, poi  appoggiato e anzi incoraggiato e finanziato a secedere dagli USA di Bush.

Che, così, ne hanno imposto, anche se non con successo completo, il riconoscimento di fatto anche all’Europa. Non a tutti i suoi Stati membri, molti dei quali lo considerano, con buoni e documentati motivi, come uno Stato davvero ancora largamente “canaglia” – e come tale ne rifiutano il riconoscimento diplomatico bilaterale: però, i fifoni – di là dopotutto c’e Clinton, nei fatti buona seguace di Bush! – non osano dirlo e così per lo meno, sempre in ossequio alla volontà di chi si crede ancora onnipotente ma non lo è più però resta potente, puniscono la Serbia…

●Intanto, in Spagna, il nuovo PM di destra che ha battuto i socialisti e vinto largamente, promette – ma sa bene di non poter neanche lui garantire: le resistenze all’iniquità della manovra che adesso tocca a lui accentuare si fanno, anche qui, rilevanti –

●La Cina, con la vice ministra degli Esteri in visita a Vienna, la signora Fu Ying, tiene a far sapere che non è affatto sorda agli appelli che le sono stati rivolti dall’Europa, anche recentemente dal presidente del Fondo di stabilità, Klaus Regling. Vuole però – e giustamente – mettere in chiaro che non si potrà mai trattare di “aiuti” cinesi all’Europa: la Cina è un paese dove “120 milioni di persone sopravvivono ancora con 1 dollaro al giorno e non si tratta, quindi, di aiuti allo sviluppo nel senso tradizionale del termine[94]”.

La Cina è già parte dello sforzo internazionale in atto per aiutare l’euro e gli europei lo sanno bene per primi… Ma noi non regaleremo soldi. Noi vogliamo investire, stiamo già importando di più, inviamo decine di delegazioni per acquistare in Europa che aiuteranno a creare lavoro e a stimolare l’economia… La Cina continuerà a essere parte integrante di questo sforzo perché siamo interrelati, interdipendenti. Siamo insieme. Stiamo nella stessa barca”.

E la Banca centrale di Cina notifica, non a caso adesso, che creerà un nuovo strumento di investimento del valore di circa $300 miliardi che lavorerà con due veicoli, uno mirato agli USA e l’altro all’Europa, per migliorare rendimenti altrimenti troppo bassi delle colossali riserve valutarie estere del paese ($3.200 miliardi, più del PIL tedesco di quest’anno)[95]. A vigilare sulla gestione di questi fondi, tutti, continuerà ad essere l’Amministrazione di Stato dei Cambi, il braccio della Banca centrale che ha il compito di controllarne quotidianamente il funzionamento.

●Su tutta la faccenda si pronuncia, adesso, a fine di questo round, e ci sembra sensatamente, il capo economista del Fondo monetario internazionale, lui stesso un economista di vaglia e tendenzialmente neanche troppo ortodosso, Olivier Blanchard. “Sono tendenzialmente più ottimista di quanto fossi un mese fa”, dice. “Una maggiore integrazione” dell’eurozona e anche dell’Unione europea “è un passo nella direzione giusta”, necessario ma anche “sicuramente non sufficiente[96].

Senza entrare in dettagli che “non gli competono”, dice Blanchard, il problema che l’eurozona e l’euro devono affrontare deriva direttamente dal nervosismo e dalla volatilità dei mercati. Di fronte ai quali fenomeni, intrinseci alla natura della bestia, però, il nervosismo, la contraddittorietà, la volatilità, la “carenza di coerenza logica” e di tempestività del processo decisionale, sono il vero tallone d’Achille dell’eurozona e dell’Unione.

●A Bruxelles un autoconvocato, chiamiamolo così, “gruppo Spinelli”[97] – che prende il nome dal grande federalista italiano morto anni fa e che tanto contribuì a costruire davvero l’embrione iniziale d’Europa – e riunisce osservatori, funzionari italiani delle istituzioni europee, politici, giornalisti, ecc. ha esaminato e bocciato impietosamente l’accordo raggiunto al vertice. Secondo il gruppo

Si può – si sarebbe potuto… se si fosse voluto e… se si fosse osato – rafforzare il governo dell’euro

• utilizzando l'articolo 136 del Trattato di Lisbona e la sua clausola di flessibilità,

• attribuire al cosiddetto Fondo Salva Stati il ruolo di un ‘Tesoro europeo’ in embrione con la licenza di acquistare obbligazioni sul mercato primario,

• introdurre la tassa sulle tassazioni finanziarie,

• completare il mercato interno anche nella sua dimensione sociale come proponeva il rapporto Monti

• e dotare l’UE di un bilancio federale, per garantire beni comuni a dimensione europea,

     ▫ basato su vere risorse proprie (oltre alla tassa sulle transazioni finanziarie, anche la carbon tax e l'imposta sulle società)

     ▫ e completato da project bonds per finanziarie investimenti nella modernizzazione e nella trasformazione ecologica dell’economia europea” – e con l’utilizzo quando e se necessario dello –

• strumento delle cooperazioni rafforzate”.

Al solito, e in massima sintesi, chi ci azzecca di più sembra Krugman che scrive[98]: “Così, la settimana scorsa i leaders europei hanno annunciato un piano che, prima facie, non ha alcun senso. Trovandosi davanti a una crisi che ha a che fare con problemi, anzitutto, di bilancia dei pagamenti, con una crisi di bilancio come conseguenza secondaria, sembrano aver impegnato tutti a una dura austerità di bilancio che garantirebbe una recessione lasciando il problema reale lì dov’è, neanche affrontato”. L’idea era, forse, che questo show di durezza impietosa avrebbe fornito la copertura a una specie di Draghi ex machina perché rovesciasse lui le politiche di contrazione in politiche di espansione.

Osserva sul suo blog Olivier Blanchard, il capo-economista addirittura del Fondo monetario, che in realtà “gli investitori finanziari sono schizofrenici su questa faccenda del consolidamento e della crescita. Reagiscono positivamente alle notizie sul consolidamento finanziario. Ma poi reagiscono del tutto negativamente, quando proprio il consolidamento porta a far diminuire la crescita— come spesso fa.

   Alcune stime preliminari su cui stiamo lavorando qui, al FMI, suggeriscono che non ci vogliono grandi moltiplicatori perché l’effetto congiunto del consolidamento fiscale e dell’implicito calo della crescita condurrà alla fine a un aumento e non a una diminuzione del rischio sugli spreads dei titoli dei buoni del Tesoro pubblici [testo sottolineato nell’originale]. Ora, nella misura in cui i governi sono convinti di dover rispondere ai mercati [non lo dice, ma sembra proprio implicito, piuttosto che a chi li elegge], possono essere indotti a consolidare troppo presto, anche dal punto di vista stesso della sostenibilità del debito[99]”.

E chiosa, esplicitando, il solito, lucidissimo, Krugman: “Olivier suggerisce, cioè, che i programmi più duri di austerità possono essere letteralmente controproducenti, danneggiando a tal punto l’economia da peggiorare gli equilibri stessi di bilancio. Il che, poi, vuol dire che l’analogia – che lo stesso Blanchard presenta – coi dottori medioevali che salassavano i pazienti, poi li risalassavano quando il salasso li faceva star male anche di più, è del tutto corretta: l’austerità riduce le prospettive di crescita e porta ad altre richieste di maggiore austerità[100]”.

D’altra parte, confessa papale papale la direttrice generale del Fondo monetario, la francese Christine Lagarde, il giorno di Natale a un quotidiano del suo paese[101], “la crisi finanziaria in Europa si sta ornai trasformando in una vera e propria crisi di fiducia  nel debito pubblico, in tutti i debiti pubblici di ogni paese, e nella solidità stessa del sistema finanziario globale”.

La verità è che ha sempre ragione John Maynard Keynes, che dopo la prima ondata del New Deal, quando Roosevelt, sbagliando, decise di dar retta ai suoi consiglieri più prudenti – ma in realtà più cretini – ricominciando a raddrizzare il bilancio con l’alt alla spesa pubblica che aveva ricominciato a trainare il paese, avvisò che era uno sbaglio grave. Perché, disse chiarissimo, è quando c’è un boom economico, non certo in recessione che è tempo di austerità[102]. Proprio il contrario cioè di quello che stiamo facendo adesso, diceva lui dell’America— e a maggior ragione dovremmo dire di noi, dell’Europa.

Una prova meno teoricamente e stilisticame nte raffinata – ma inconfutabile perché di immediata evidenza per tutti, per i dotti come per gli ignoranti, è quella che un dotto vero, Paul Krugman, sintetizza da par suo in poche righe così come riportiamo di seguito[103]. Ricordando, tra parentesi, che alla fine poi Roosevelt ci ripensò ma non sottolineando anche – speriamo per ragioni di ordine forse antijettatorio) come a tirar tutti fuori dalla depressione alla fine fu addirittura la seconda guerra mondiale con la sua immensa domanda di spesa pubblica e quella poi della ricostruzione, aggiunge e ci chiede di riflettere:

Ma il vero test dell’economia keynesiana non è alla fine venuto [in positivo] dagli sforzi [troppo esitanti] messi ora in atto dal governo federale per rilanciare l’economia, controbilanciatia e contrastati dai tagli alla spesa pubblica poi fatti a livello dei singoli Stati e delle autonomie locali. Il test effettivo è venuto invece [ma tutto in negativo] da paesi europei come la Grecia e l’Irlanda che sono stati costrette ad imporre [da quel tipo di scelte e da quell’ideologia dominante e dai poteri forti: i mercati, i governi…] un’austerità di bilancio selvaggia ai loro paesi come condizione per ricevere prestiti d’emergenza— e hanno di conseguenza sofferto un crollo economico a livello di una vera e propria Depressione, col PIL reale che in tutti e due i paesi è sceso di una percentuale a doppia cifra”.

E, come è ovvio, aggiungiamo noi, con crescita più bassa e spesa sociale che non si può ulteriormente ridurre senza rischiare stavolta una rivoluzione vera e propria, è salito il rapporto deficit/PIL e anche il debito/PIL: esattamente il contrario di quel che si voleva ottenere. 

Ecco, l’Italia di Monti non per sbaglio ma per scelta, di dottrina e di ideologia antidiluviane e sbagliate, ci si sta forse anch’essa avviando. A meno che Monti faccia come Roosevelt e ci ripensi…

Del resto, Krugman a quello che lui stesso chiamava il “Draghi ex machina” non ci crede molto. E non ci credono neanche i mercati. Tedeschi e BCE, Draghi compreso, non si spingeranno fino a stampare la moneta necessaria a garantire i debiti sovrani europei e, dunque, la Banca centrale europea resterà l’unica che in base al suo mandato non può prestare fondi direttamente agli Stati membri ma solo alle banche private. Ma tedeschi, BCE e Draghi stesso credono ancora, fideisticamente, di avere ragione: che è tutta e solo questione di disciplina e di austerità. Ma così, piuttosto che salvare l’euro, sembrano preferire appunto avere a modo loro ragione pur finendo con l’affossarlo.

Non ci crede neanche l’economista francese Jean-Paul Fitoussi, consigliere di sinistra non sempre ascoltato  del presidente francese, professore emerito all’Institut d’Études Politiques di Parigi e alla LUISS, la Libera università della Confindustria di Roma. Lui dice seccamente che hanno fatto di tutto a Bruxelles meno che aprire il rubinetto dell’acqua che serviva a spegnere l’incendio: cioè, far assumere alla BCE il famoso ruolo di ogni altra banca centrale di prestatore di ultima istanza.

Perché la verità è che qualsiasi altra banca centrale nelle condizioni di questa europea – dovendo gestire l’entità economico-finanziaria in assoluto e malgrado tutto più grande del mondo, la UE – invece di essere costretta a scendere sul ring con le mani legate come fa con le regole che le vengono date, avrebbe bloccato sul nascere, da tempo ma almeno adesso, alla ventitreesima ora, le tentazioni speculative acquistando sul mercato finanziario i titoli di stato dei paesi in difficoltà.

La Banca centrale europea no, perché per essa e per volontà tedesca – ma, diciamolo chiaro, non solo tedesca: chi tace, e continua a tacere, acconsente[104] – vale sempre la convinzione prevalente, nel XVIII° secolo puritano, che farlo significava premiare il peccatore, chi chiedeva prestiti in modo “imprudente”, dall’essere chiamato poi a pagare per le proprie responsabilità, per i propri peccati.

Ma è già dalla fine del XIX secolo, più precisamente dal 1844, quando la Banca d’Inghilterra diventò banca centrale essa stessa, che è stato riconosciuto, per lo meno nei fatti, di fatto, che un’immissione larga, e anche indiscriminata a momenti, di liquidità sul mercato poteva essere socialmente benefica prevenendo l’assalto alle banche e una vasta decomposizione della finanza e dell’economia anche se a costo magari di salvare di quando in quando qualche peccatore/prestatore imprudente.

●Però, poi, a Krugman stesso viene il dubbio che alla fine Draghi stia in realtà corbellandolo, corbellandoci tutti per corbellare meglio proprio l’intransigenza tedesca, nei fatti svuotandola… o, almeno, sembra proprio disposto a sperarlo, Krugman, anche se non ci crede fino in fondo. Però, i dubbi gli stanno venendo… e, a dire il vero, specie dopo i due ribassi consecutivi dei tassi. anche a noi[105].

Nota come “alla fine della fiera, sembra che Mario Draghi sia proprio  un consumato eurocrate. In fondo, mi è sempre piaciuto parlarci con quel tipo di eurocrati che sembrano sempre implicare qualcosa che non stanno esplicitamente dicendoti; in questo caso Draghi potrebbe esser andato dicendo una cosa mentre ne andava facendo un’altra..  e la cosa che effettivamente andava facendo era proprio quella che gente come me gli andava raccomandando di fare…”.

Ora, bisognerà certo aspettare ancora qualche po’ per capirlo… Ma, con un ragionamento un po’ tecnicamente intricato, Krugman fa vedere  nei fatti la BCE, “pur rifiutando, come avrebbe dovuto per evitare lo scatenamento di un panico che si andrebbe autorealizzando, di entrare in gioco e comprare il debito dei governi nei guai— in realtà abbia fatto proprio l’equivalente funzionale di quella mossa prestando vaste somme alle banche[106] con a  garanzia, come collaterale, proprio il debito sovrano, cioè facendo proprio quel che gli chiedevamo noi,  ma riciclando in effetti i suoi acquisti proprio attraverso le banche”.

Annota in proposito un osservatore[107] niente banale però che così “gli Stati faranno da garanti presso la BCE (che per quanto la si concepisca ‘autonoma’ dai governi rappresenta comunque un’istituzione pubblica comune) affinché  conceda prestiti illimitati alle banche private le quali, acquistando con soldi pubblici europei titoli pubblici italiani, lucreranno un’intermediazione di circa il 5% lordo a carico del  nostro bilancio statale.

   Questo perché, nella visione  tanto ‘rigorosa’ quanto autolesionista [noi ci permettiamo di aggiungere e imbecille] che domina le decisioni delle istituzioni comunitarie, i titoli di Stato non possono essere acquistati direttamente dalla BCE (il ché farebbe risparmiare a ciascun Paese, ovvero ai suoi cittadini, l’ingente onere dell’intermediazione bancaria che essi stessi garantiscono)”. Ma, anche qui: tagliano su tutto, ai pensionati, ai pensionandi, ai contribuenti, specie a quelli a reddito più baso: agli extraprofitti delle banche MAI!

Anche qui, senza altri commenti… Se non per dire che è proprio uno schifo e che, se questa è demagogia, W la DEMAGOGIA!!!

●Intanto, il parlamento europeo ha approvato[108] misure con valore universale in Europa, e anche in Padania malgrado il parere contrario di quel parlamento appunto padano, su tutt’altro argomento: prevede diritti rafforzati e armonizzati tra i vari paesi per tutti gli immigrati legalmente residenti sul territorio dell’Unione europea in particolare per quanto riguarda il diritto – e l’usufrutto concreto, specifica – alla sicurezza sociale e alle pensioni. Si tratta di una direttiva importante per i soggetti, che è stata già approvata da tutti i 27 governi, quello con dentro i padani compreso e gli altri con i loro xenofobi pure, e che dunque entra ora in vigore, dopo la ratifica del PE, tra due anni.

E’ un novità importante di questi tempi: tenta di allargare uno zoccolo comune di diritti umani e sociali, compreso quello a sindacalizzarsi, nel momento in cui tutti in Europa – o quasi tutti – sono scatenati alla caccia di diritti sociali da cancellare.

●Il Belgio, dopo 541 giorni di crisi di governo, avendo battuto perfino il record dell’Iraq – un piccolo paese perennemente diviso fra le sue due etnie, i valloni e i fiamminghi – proprio come l’Iraq, pressato dai mercati e dalla crisi, si è finalmente dato un governo[109] con Elio di Rupo. Presieduto per la prima volta da 40 anni, dal 1974, da un vallone, figlio di immigrati minatori italiani, e non da un fiammingo, l’esitante padronanza della lingua olandese e il fatto di essere un gay non ostentato epperò dichiarato, non saranno certo il maggiore dei problemi del capo dei socialisti belgi.

Il Belgio è sempre stato il paese della mediazione e del compromesso, inteso in senso niente affatto peggiorativo ma come necessità per tenere il tutto insieme. Stavolta la maggioranza fiamminga è stata più ostica delle altre: ma quando a fine novembre S&P’s ha anche qui buttato giù il rating del debito del paese, con la motivazione dell’impossibile stabilità politica, i buoni borghesi del Belgio si sono rassegnati: e parecchi anche tra i fiamminghi.

Ma il suo problema vero, anche qui ormai, è lo stesso di Monti: deve far ingoiare alla popolazione, valloni e fiamminghi, €11,3 miliardi in misure di austerità. Insomma, non sarà l’esitante fiammingo di di Rupo a costituire il problema, come non è certo l’accento raffinato ma varesotto di Monti a rappresentare il suo. Il problema è ben altro…

●Sulla Croazia, intanto, con un tempismo discutibilissimo, i deputati europei hanno votato 564 sì e 38 contro con 32 astenuti, a favore dell’accesso dal 1° luglio 2013 della Repubblica come 28° membro dell’Unione. Era un nuovo diritto del parlamento, in base al Trattato di Lisbona, questo di dare un assenso obbligatorio ed era la prima volta che lo esercitava. Ora, al prossimo vertice di Bruxelles – quello fatidico sull’euro dell’8-9 dicembre – dove avranno ben altre gatte da pelare con il possibile disfacimento dell’eurozona e dell’Unione stessa ormai all’orizzonte e all’o.d.g., i  capi di Stato e di governo firmeranno il Trattato di accesso, alla presenza anche della prima ministra croata Jadranka Kosor e del presidente Ivo Josipović[110].

Un tempismo allucinante, dicevamo, perché è un contentino immeritato alla Kosor, una boccata d’ossigeno, l’ultima che le viene concessa come leader politica dal parlamento europeo, dove solo la sessantina di deputati che erano contrari a dare il via libera proprio adesso, cioè alla Croazia che lei rappresenta, ha obiettato: tutti sapevano che il paese era a neanche una settimana dalle elezioni che l’avrebbero cacciata, e con ignominia, via dal governo. Era già sotto inchiesta penale, personalmente, come presidente del partito nazionalista HDZ al potere, insieme al suo predecessore già in galera Ivo Sanader, dimissionato per forza e, come un Lavitola qualsiasi, latitante da mesi[111].

Qui, con l’autoritarismo quasi fascista del governo in carica – proprio per questo e per i due terzi dei voti che l’HDZ aveva in parlamento – neanche avevano pensato di doversi avvalere di un qualche lodo Alfano o similaria: sopravvalutazione di sé e sottovalutazione degli altri, chiaramente. E anche per il fatto, certo, che qui le elezioni le hanno potute tenere e le hanno tenute.

L’accusa è che, per aver intascato fondi neri, venduto favori ed incarichi anche di governo e avere, alla fine, ridotto il partito in bolletta dopo i sequestri giudiziari dei suoi fondi, avendo ella addirittura – peraltro senza grande esito – lanciato l’appello ai membri del partito di dare alle banche in garanzia le loro proprietà private per prestiti con cui finanziare la campagna elettorale che è appena finita.

La destra del parlamento europeo (il PP, cui l’HDZ, Hrvatska demokratska zajednica Unione croata democratica, della Kosor è affiliata) non l’ha voluta però danneggiare prima della condanna e nel corso delle elezioni. E il resto del parlamento europeo, i socialisti, a quel punto non hanno ritenuto di dover insistere— per ignavia? per cautela? per una tradizione meschina meschina? chi sa...   

E, infatti, le elezioni ai primi di dicembre hanno spazzato dal potere l’HDZ che, per anni e anni, sotto Ivo Sanader ma prima ancora col padre del nazionalismo croato Franjo Tuđman, ha avvelenato il clima pressoché fascisticamente e, insieme, largamente grufolando a titolo privato, di gruppo e di singoli dirigenti del partito, nei fondi dello Stato.

Il Blocco di opposizione, la Kukuriku Koalicija, la coalizione del Chicchirichì (dal nome del ristorante – dove si mangia bene e relativamente a buon prezzo – a Kastav, sul Golfo del Quarnaro, vicino a Fiume dove nel 2009 si riunirono e formarono il loro gruppo per cacciare via le “faine affamate” dell’HDZ i partiti croati di opposizione che oggi hanno trionfato. Chicchirichì, l’onomatopeico gallo del “risveglio”, ora affida la guida del paese al socialdemocratico Zoran Milanovic, con 81seggi e la maggioranza assoluta dei 151 del Sabor, il parlamento, dove il secondo partito, l’HDZ, è riuscito alla fine a prendere solo 43 scranni[112].

Nel paese lì accanto, in Slovenia, stesso giorno, stesso risultato: vince il centro-sinistra. Malgrado le deficienze ormai eclatanti della sinistra europea che non fa proprio più la sinistra sostanzialmente perché non sembrava più di moda, gli elettori prendono ormai le distanze dalla destra, dalle destre, un po’ dovunque dove si vota – certo: dove si può votare – forse anche un po’ per disperazione – perché hanno visto come e dove le sue fisime ideologiche del liberismo finanziario e economico dominante, senza lacci e lacciuoli, hanno mandato i loro paesi.

Qui, a Lubiana, ha vinto le elezioni Zoran Jankovic, leader del nuovo partito della sinistra liberale, Slovenia positiva. Col 99% delle schede scrutinate, al partito di Jankovic va il 28,5% dei voti, rispetto al 26,2% del partito conservatore di Janez Jansa e al 10,5% andato ai Democratici sociali dell’ex premier Borut Pahor[113].

●Il governo dell’Ungheria – membro a pieno titolo dell’UE e che solo tre mesi fa ne aveva assunto la presidenza di turno – un governo collocato tanto a destra che, se si sposta appena di un passo diventa una reincarnazione di Gengis Khan e che, approfittando della sua maggioranza parlamentare, va smantellando, uno dopo l’altro, a colpi di maggioranza assoluta[114] tutti i presidi costituzionali esistenti a difesa della democrazia, i controlli e gli equilibri, i checks and balances – ha preso dritta dritta in faccia la sberla che gli era stata preannunciata da un mese da Standard & Poor’s: gli hanno svalutato il rating del credito sovrano allo stato di “junk mondezza[115]”, tout-court.

Non ci fa davvero pena il governo di Viktor Orbán, a modo suo reazionario e coerente al 100% – altro che il Berlusca… ma, è vero, ha avuto i 2/3 dei voti, lui! – sta facendo in Europa una vera e propria controrivoluzione contro tutti i poveri, i ceti popolari, le classi medie del suo paese e a favore di quelli che lui, cambiando la Costituzione, ha chiamato “la patria dei magiari”, cancellando la dizione di repubblica di Ungheria. Adesso, per spingere a fondo, il più a destra possibile, la riforma costituzionale sta lavorando ad allargare ancora la maggioranza anche al partito di estrema destra razzista Jobbik Movimento per un’Ungheria migliore[116]

Ora, con la riduzione del suo credito a junk i buoni del tesoro quinquennali hanno superato l’interesse del 10%... peggio dei nostri dopo Berlusconi. Ma tutto quello che l’Europa riesce a dire da Bruxelles a questo governo-monstre, in tutti i sensi del termine, è che non rispetta l’autonomia della… sua Banca centrale… Insomma, ha cambiato tutto: i diritti, le leggi, a favore dei conservatori e dei ricchi e contro i meno ricchi e i meno conservatori… Ma tant’è… all’Europa, così com’è – così come l’abbiamo lasciata fare… – non va bene il fatto non che Orbán abbia  schiacciato tutto e tutti ma che abbia violato il diritto inalienabile della Banca centrale ad “eleggersi” – anche se solo pro-forma, come altrove in Europa – “liberamente” il suo presidente[117]

●La Russia, dichiara l’ambasciatore russo Alexander Surikov, metterà a disposizione della Bielorussia  $7,3 miliardi[118] (quasi €5 miliardi e mezzo) nel 2011-2012, all’incirca 1/4 dell’intero PIL del paese. Già prima della fine di quest’anno, la Bielorussia riceverà prima $1 miliardo dalla Sberbank russa e dalla Banca eurasiatica dello sviluppo, sempre russa, poi un pagamento di $2,5 miliardi che compreranno per la Russia la seconda metà dell’operatore di gas naturale Beltransgaz e, infine, ancora $440 milioni come rata del fondo di salvataggio erogato dalla Banca eurasiatica. 

Nel 2012 sempre quest’ultima banca potrebbe versare altri $880 milioni come ulteriori due rate del salvataggio e mettere anche a disposizione 500 milioni per un prestito finanziato dai russi alla costruzione di un reattore nucleare. La Bielorussia dovrebbe poi risparmiare altri 2 miliardi pagando il gas naturale che importa da Mosca a prezzo ben inferiore a quello di mercato, avendo raggiunto coi russi un accordo politico.

Tanto per dire delle chiacchiere sciocche, presuntuose e nulla stringenti dell’Unione europea e dell’America. Lì si limitano a condannare come “ultimo dittatore esistente in Europa”, Alexander Lukashenko: non è neanche vero, nella sostanza e forse anche nella forma (per dire ci sono dubbi seri, per Kosovo, Albania… e non sono i soli). La Russia ha varie volte dissentito, bacchettato e anche minacciato Minsk: ma non ha mai presunto di convertirla a botte di minacce, punizioni e sanzioni.

●L’Ucraina guarda, nota e riflette… il 2 dicembre il presidente Viktor Yanukovich conferma[119] che presenzierà al vertice del suo governo con la UE a Kiev il 19 dicembre, mentre sarà un alto esponente del governo a partecipare a Mosca, in contemporanea, all’incontro della cosiddetta Comunità euroasiatica (quella della Banca eurasiatica dello sviluppo che, come s’è appena visto,  sta dando una mano estremamente concreta alla Bielorussia…).

Yanukovich stesso tiene a chiarirlo, in visita a Tel Aviv, rispondendo a una domanda che ha definito provocatoria in proposito: non solo ci saremo, a Mosca, ma staremo anche molto attenti a quello che sentiremo visto che la mia personale presenza a Kiev, invece, è dovuta più che a quello che l’Europa concretamente promette – assai poco, per ora – al fatto che sono io, lì, il padrone di casa… una dichiarazione schiettissima, che se a Bruxelles hanno ancora orecchie per intendere, farebbero bene a capire…

Intanto la Russia, in un addendum al contratto già firmato tra Naftogaz e Gazprom, ha concordato che la compagnia ucraina possa pagare alla Russia il gas che importa in rubli[120] e non più in $ o in €. Dice Gazprom che i termini completi del contratto sul gas naturale saranno definiti entro la fine di questo 2011. In sostanza, il prezzo del gas naturale che le viene venduto, sul quale non c’è ancora accordo: gli ucraini non vogliono spendere, per averlo, più di $200 per 1.000 m3, i russi non lo vogliono cedere grosso modo a meno di 300. Il prezzo attuale, sulla base dell’ultimo contratto bilaterale, è mediamente per tutto il 2011 di $280 per 1.000 m3.

Il 12 dicembre il testo del compromesso raggiunto prevede, alla fine, di accogliere le richieste  ucraine ma con una forte resistenza residua del primo ministro Azarov che non sembra (ancora…) d’accordo ad assumersi la responsabilità di “cedere la rete di trasporto del gas” in Ucraina per accedere a condizioni possibili al gas naturale dei russi[121]

●Anche l’Unione europea, d’altra parte, che per mesi ha imputato alla Russia di avere i suoi secondi fini politici a condizionare flusso e prezzi del suo gas all’Ucraina, dice adesso chiaro che non firmerà l’accordo di adesione dell’Ucraina all’Unione pure raggiunto il 19 dicembre se, prima – e lo dice personalmente il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy al vertice bilaterale – Kiev non risolve “in modo soddisfacente per l’UE”, si capisce, i problemi politici[122] da cui esso dipende.

Sulla carta non è mai scritto: incluso il fatto che l’ex prima ministra Yulia Timoshenko, condannata per frode e corruzione, stia ancora in galera… Ma malgrado queste pressioni – c’è chi dice proprio e anche a causa di queste “inconsulte” pressioni esterne (non hanno titolo ad essere espresse in base a nessun diritto e non vengono mai dimostrate come legittime e, perciò, sono inaccettabili, come lo sarebbero in ogni altro paese in analoghe circostanze) resta in galera.

Anzi, decide una Corte d’appello di Kiev rivendicando la propria indipendenza da qualsiasi altro potere: interno od esterno[123], dopo questa specie di ultimatum che arriva da… Bruxelles, ora verrà trasferita vicino a Karkov, a 500 km. dalla capitale in un altro istituto penitenziario riservato a chi ha già subito il processo di appello[124].

●L’ambasciatore russo presso le istituzioni dell’Unione europea, Vladimir Chizhov, aveva già detto ai media, all’immediata vigilia del vertice euro-russo di Bruxelles di metà dicembre, che discuterà molto di energia e affini – e senza smentite né interventi a correggerlo o almeno a sfumarlo da parte del Commissario all’Energia Öttinger – che il terzo pacchetto energetico europeo non sarà applicabile ai due progetti chiave dei russi, i gasdotti Nord Stream e South Stream che non ne sono coperti perché il gasdotto è di proprietà di un consorzio internazionale e multinazionale e non solo di Gazprom. Entrambi i gasdotti saranno, insomma, gestiti da un consorzio di operatori indipendenti[125] che sarà incorporato nel cantone svizzero di Zug: dove l’operazione è fiscalmente vantaggiosa.

STATI UNITI

●Il Bureau of Labor Statistics, che per conto del Dipartimento del Lavoro segue le statistiche, i dati, e dà la lettura ufficiale delle notizie relative all’andamento dell’occupazione indica che a novembre in America sono stati creati 120.000 nuovi posti di lavoro: abbastanza da consentire alla porzione di popolazione in età da lavoro di arrampicarsi di un decimo di punto percentuale, dal 58,4 al 58,5%. Anche i dati di revisione dei mesi precedenti hanno il segno più (sempre infinitesimale), mentre la  durata della settimana lavorativa media resta bloccata a 34,3 ore e cala il salario orario medio, di 2 ¢ mentre nel complesso a tasso annualizzato i salari crescono solo dell’1,7%, ben sotto il 3,5% dell’inflazione.

Il tasso ufficiale di disoccupazione è calato all’8,6% dal 9 del mese prima  ma la maggior parte del ribasso si spiega col calo del tasso di partecipazione della forza lavoro dal 64,2 al 64% (il calcolo dice che, se non ci fosse stato questo calo di partecipazione a novembre e i lavoratori che lo hanno causato fossero restati nell’ambito della forza di lavoro disoccupata, il tasso di disoccupazione sarebbe stato dello 0,3% sopra, all’8,9%).

Tutto considerato, il rapporto ufficiale del mese di novembre mostra un miglioramento molto modesto sul mercato del lavoro: a questo ritmo una ripresa dell’occupazione, sempre e solo nei termini più blandi del conteggio ufficiale, ci vorrebbero più di vent’anni per recuperare il livello pre-recessione della disoccupazione.

La percentuale di disoccupati di lunga durata a novembre, quelli che ormai sono senza lavoro da più di sei mesi, è salita al 43%, vicina al tetto del 45,6% della primavera del 2010: erano a meno del 10% prima della recessione. Ma è ormai dal gennaio 2009 che ci sono più di quattro disoccupati per ogni posto di lavoro che si rende disponibile.

Il dato chiaramente favorevole che vede in un anno, dal novembre 2010 a oggi, cadere dal 9,8 all’8,6% il tasso di disoccupazione è in realtà più apparente che reale in quanto la forza lavoro si è ristretta oggi di 67.000 unità mentre aumenta di 1.900.000 lavoratori la popolazione in età di lavoro nello stesso periodo. In termini di partecipazione della forza lavoro in un anno questo dato si traduce in un tasso che è effettivamente calato dal 64,5 al 64%[126].

●Prevede un studio, preparato per un ente che studia e promuove gli interessi dei produttori di gas naturale, dall’IHS Global Insight[127], un centro di studi e prospezioni dell’industria energetica, che nel 2035 la produzione di gas da scisti bituminose arriverà al 60% del totale di tutta la produzione domestica di gas naturale, fornendo – dice – 1.600.000 posti di lavoro. Gli investimenti in questo specifico ramo della produzione di energia tra il 2010 e il 2035 arriveranno a $1.900 miliardi: quasi il PIL dell’Italia…

●Lo accenniamo qui a futura memoria perche, forse, con questo signore riavremo a che fare. Newt Gingrich – che è stato a capo delle maggioranza repubblicana alla Camera contro il presidente Clinton, molto efficace a quanto si ricorda nelle elezioni di mezzo termine del 1994, quando con il “Contratto con l’America” che poi Berlusconi gli scimmiottò in diretta da Vespa – è adesso uno dei candidati repubblicani forti alla corsa alla Casa Bianca dell’anno prossimo e slinguetta già adesso dietro l’onnipotente  lobby israeliana per il suo partito.

Bene, questo signore, che di professione fa (absit iniuria…) lo storico, provvede ritualmente a menare ai palestinesi, sport facile facile, erigendo un altro muro della vergogna, o meglio della menzogna o della mezza menzogna distorta, a difesa di Israele, adesso in un’intervista a una televisione via cavo statunitense molto serena e molto obiettiva il Canale ebraico— The Jewish Channel, ha detto adesso, discutendo dell’origine dello stato ebraico negli anni ’40 del secolo scorso, che bisogna sempre ricordare a tutti di come “non esistesse alcuna Palestina come Stato: che era parte integrante dell’impero ottomano E poi abbiamo un popolo inventato, il popolo palestinese, che invece è, come è noto, un popolo di arabi[128].

Lo storico!!! E per di più di professione!!! Come se l’India non fosse stata allora parte integrante dell’impero britannico o l’Algeria un pezzo della Repubblica francese… Come se gli svedesi, o gli italiani, per dire, fossero un popolo inventato perché, come è noto, sono “europei”…

Insomma, tutto si fa e ogni ca**ata si dice per battere a destra Obama… In Israele, tra l’altro, neanche Netanyahu arriva a tanto! al contrario di un chiacchierone vuoto e ampolloso e lontano come Gingrich lui vede, lui sa che il movimento di resistenza islamico (acronimo: Hamas) è una realtà: palestinese, sì, palestinese… Anche se fa finta che non lo sia.

●Sull’Iran, sarà perché nessuno nemmeno ha provato in modo convincente a provare che davvero ce l’abbiano, lo spauracchio della Bomba, denunciato dagli strilli di Israele, dai sospetti degli Stati Uniti e dagli sculettamenti scontati del Regno Unito a seguire – non è stato sufficiente a far scattare altre sanzioni dell’ONU. Perché dà da pensare anche solo un’occhiata superficiale alla cartina che qui sotto riproduce la dislocazione delle basi militari americane che a ovest, a est e a nord circondano l’Iran (a sud c’è l’Iraq) dà da pensare…

● L’assedio delle  basi USA all’Iran (cartina)

Fonte: B. K. Gagnon, 12.12.2011

Ogni stellina ◘ rappresenta una base militare USA: in rosso, a est l’Afganistan (una ventina di basi), a ovest

l’Arabia saudita (una quindicina), a nord-ovest la Turchia (quattro-cinque). E, a nord dell’Iran, che è quella

specie di rombo centrale qui in blu, la Georgia che praticamente ormai è tutta una base USA…

Adesso anche il nuovo ministro della Difesa americano, Panetta, aggiunge la sua (credibile? poco, a dire il vero…, ma che non si cura di esserlo troppo, volendo soprattutto suonare da avvertimento: anche se come al solito fondato su nessuna prova provata) al cumulo di sospetti sulle intenzioni dell’Iran. Ma è allucinante che un rapporto internazionale delicato e su cui tutto fa perno davvero come questo (per l’Iraq, l’Afganistan, tutto il Medioriente – da Israele alla Palestina, alla Siria, al Golfo – continui  ad essere impostato sulla base di sospetti e nient’altro…)

Ma tant’è, ora Leon Panetta dice – dice… – che all’Iran “non sarà consentito” di arrivare alla bomba e ripete il mantra che “se Washington ricevesse informazioni di intelligence sul fatto che l’Iran stesse procedendo a costruirsi una bomba – allora – ogni  opzione diventerebbe possibile” - . Sostiene, Panetta, che potrebbe – potrebbe? è ovvio! come dieci-quindici altri paesi e, forse, 10 gruppi industriali o terroristi nel mondo – farsela ormai “entro forse un anno!”— forse… a meno che dispongano – aggiunge – “di impianti segreti in grado di accelerare i tempi”.

Poi però, sempre Panetta, riconosce esplicitamente che “finora” non ci sono indicazioni di sorta sul fatto che a Teheran sia stato deciso di accelerare i tempi (in realtà, a stare a quanto dicono fino a questo momento i servizi segreti americani, non ci sono neanche prove o indicazioni credibili che Teheran abbia realmente deciso di fabbricarsela davvero, la bomba[129]…).

●Diversi osservatori qui in occidente, in genere diciamo la stampa liberal-moderata, annotano, con qualche meraviglia e anche un po’ di inquietudine[130], che contrariamente alle loro previsioni neanche i ministri degli Esteri dell’Unione sono riusciti a decidere – o, meglio, non hanno voluto decidere: lo potevano fare solo all’unanimità e l’obiezione più forte, ma non l’unica, è venuta dalla Grecia che coi guai che ha la sua economia non ha voluto complicarsela ancora con sanzioni al petrolio iraniano del quale è grande consumatrice – di scatenare contro Teheran le sanzioni sul greggio, accontentandosi di allungare un po’ la lista dei 180 nomi iraniani, tra individui e imprese, coi quali non si dovrebbe (al condizionale) trattare.

Non mollano, però, e ci riprovano, indefessi a Washington. Convocano a Roma, il 20 dicembre, una riunione speciale dei governi  (mica tutti presenti, poi) che si sono dichiarati pronti a prendere in considerazione – non ad applicare: a considerare… – sanzioni più dure di quelle previste dall’ONU per, come recita il titolo del resoconto[131] ripreso da quasi tutti gli organi di informazione che in qualche modo – non troppi – ne parlano, per convincerli ad accelerare passando dicono con impazienza e scarsa diplomazia dalle chiacchiere ai fatti. Ma non funziona.

Come la Grecia, ma in fondo a veder bene come un po’ tutti, si comporta ad esempio uno dei maggiori clienti iraniani, la Corea del Sud: per resistere, come può, alle pressioni ossessive che vengono da Washington, Seul ha provveduto a annunciare[132] sanzioni che “limiteranno” (attenzione, non che bloccheranno; e al futuro…) le interazioni finanziarie con 99 imprese iraniane e 6 cittadini di quel paese (perché 99 e non 100 e 6 invece di 5), per dire…).

I contatti con queste aziende “dovrebbero” (non devono: non si tratta di una disposizione di legge, solo di una misura amministrativa) passare per l’approvazione specifica della Banca centrale della Corea del Sud. Più in generale, annuncia anche il ministero delle Finanze, verrà richiesto a tutte le imprese del paese di esercitare “cautela” nel dar vita a ogni accordo che coinvolga prodotti petrolchimici in provenienza dal’Iran.

E’ palese la vaghezza, e anche la vacuità, dell’impegno… e il fatto che, al di là di quella strana invocazione alla “cautela” su “nuovi” scambi nel campo degli idrocarburi, non ci sia parola né impegno a bloccare petrolio e gas in arrivo dall’Iran che costituiscono l’unico scambio davvero cruciale tra i due paesi, l’interruzione del quale sicuramente farebbe problema anche e proprio per Seul.

Lamentano a Washington, di quando in quando, che questo è un modo tutto asiatico di trattare i problemi: svicolare, girarci intorno, mai – se è appena possibile – dire un no secco se basta dire un forse. Ma la verità è che si tratta del modo con cui li tratta chiunque non ami dire un no secco a qualcuno e non voglia subirne pedissequamente le voglie: svicolare, girare, appunto – e, anche, prendere come si può, quando si può, come si può burlarsi chi ama fare sempre o, anche lui sempre se può, il prepotente.

Come sempre nei rapporti umani – e quelli politici lo sono per definizione, come del resto ogni tipo di scambio – il dogmatismo come clava e la doppia verità come scudo sono gli strumenti speculari di una furba difesa e di un attacco a parole intransigente e fazioso che tiene conto soltanto del proprio punto di vista e mai delle esigenze altrui.

Che è poi la caratteristica costante della politica americana nei rapporti internazionali. La differenza è che, con Bush, era spudoratamente manifestata, con Obama – se non la osteggiasse, spesso, la spavalda impudenza della Clinton – è nascosta, mascherata, simulatrice e spesso anche ipocrita. 

Sulle sanzioni, dopo essere per forza di cose stati costretti a parlarne in continuazione (Corea del Nord, Iran, Siria, Libia, ecc., ecc.: a turno cioè, ma sempre e solo come bersaglio, di volta in volta,  per chi sta sul gozzo all’America, fateci caso…), ci sembra opportuno a questo punto fare un ragionamento un po’ più compiuto.

Le sanzioni sugli scambi petroliferi e di gas e sulle attività delle banche dominano il dibattito – lasciamo perdere qui se e quanto pretestuoso in termini di diritto – su come meglio frenare i programmi nucleari iraniani. Solo che nessuno ha mai ben spiegato – e soprattutto non hanno neanche provato a farlo gli Stati Uniti che ne sono i principali propositori – la connessione che esisterebbe, logica e pratica, tra sanzioni petrolifere e bancarie di qua e programma di sviluppo del nucleare di là. Per parafrasare il vecchio Kissinger, in qualsiasi intrapresa politica, se si vogliono raggiungere utilmente i fini prefissati bisogna che i mezzi loro ben corrispondano.

E sia le sanzioni sul greggio sia quelle sulle banche implicano significative conseguenze forse impreviste e di certo comunque, poi, incontrollabili. Per dire, la Cina si affida all’Iran per il 10% circa delle sue importazioni. Il che significa, puramente e semplicemente, che non coopererà mai alle sanzioni semplicemente perché non può farlo senza effetti disastrosi sulla sua economia.

Come al dunque per molti paesi d’Europa, in primis Germania e Italia, che dal greggio di Teheran per non poco dipendono. Proprio come l’India, il Giappone e la Corea del Sud.La proposta inconsultamente servile avanzata, in sede UE, per conto proprio ma anche degli inglesi e degli americani, da parte di Nicolas Sarkozy, di sanzionare il petrolio non è passata in sede di UE perché s’è dichiarata contro formalmente la Grecia[133] ma anche perché contro, senza strillarlo, erano Italia e Germania.

Il fatto è che con costi più alti del greggio a causa del taglio dagli scambi la produzione iraniana (il 5,2% del petrolio e il 4,3 del gas naturale[134] prodotti nel mondo), affonderebbero ancora di più nella recessione tutti i paesi consumatori, arricchendo invece tutti gli altri produttori. Che è poi la ragione per cui i gestori dei fondi a rischio si sono buttati a pesce a comprare opzioni futures su un prezzo a breve del greggio $140-150 al barile  e anche più (più di 200, avverte – certo pro domo sua ma, visto lo stato del mercato, non proprio assurdamente – il quotidiano di Teheran Shargh[135], riportando un’analisi di esperti del ministero degli Esteri, che sembra corroborata proprio dagli stessi hedge funds…  

Questo quanto alle conseguenze, tutt’altro in realtà che impreviste, di possibili sanzioni sul petrolio. Quanto a quelle bancarie se ne vede già adesso il potenziale controproducente importante. Vediamo il caso dell’India, paese favorevole, come tutti del resto, alla non-proliferazione delle armi atomiche, ma ipocritamente geloso delle sue di armi atomiche e favorevole, dunque, alle sanzioni contro il nuovo pretendente, l’Iran, a possederne la tecnologia.

Anche perché, e forse pure a ragione, non si fida che sia davvero, poi, limitata ad usi civili: e ciò pur se è un pieno diritto dell’Iran usufruirne e se, in ogni caso, non c’è forza al mondo capace di vietare a un paese sovrano della sua forza demografica e economica di avere – se davvero lo vuole – un’arma nucleare.  Adesso, poi due nuovi sviluppi arrivano a dimostrare che non si tratta di processi più o meno controllabili da volontà esterne ed estranee a chi sceglie di metterli in moto.

● Sharia all’americana: l’Iran va castigato perché ha osato tentare  di entrare nel nostro club! (vignetta)

                                            Chi è senza peccato scagli la prima pietra!! (Giov., 8.1-11)

Fonte: Khalil Bendid, 14.11.2011

D’altra parte, chi e come e in nome di quale principio etico o di diritto universale potrà mai chiedere all’Iran di – e pretendere di convincerlo a – non farsi mai la bomba, se se la vuole fare, quando se le sono fatte il Pakistan, la Corea del Nord, la Russia, l’India, la Cina, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna e – naturalmente – proprio lì accanto, Israele?

D’altra parte, basta un’occhiata alla carta geografica per vedere come, appunto, lì tutto intorno all’Iran si concentrano le armi nucleari di Russia, Pakistan, India e Israele oltre a quelle (centinaia di missili Cruise e bombe gravitazionali caricate sui caccia delle portaerei) della 5a Flotta americana che sta lì a qualche km. dalle coste del Golfo che si chiama, guarda un po’, Persico… A parte la quarantina di basi militari americane che incombono sul suo territorio (e che qui abbiamo mostrate nella cartina a p. 44).

Certo che l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad è stato insopportabilmente tracotante nel lasciar intendere, come ha potuto, che vuole veder sparire Israele— e hai voglia a razionalizzare che in realtà il presidente iraniano, che non decide poi niente di davvero cruciale e, soprattutto, poi niente da solo, ha parlato soltanto, ed è vero, di veder sparire il “regime sionista” di Israele…

Comprensibile anche che a Tel Aviv si preparino a ogni evenienza. Ma, davvero nessuno, neanche a Tel Aviv, altro che a Washington, può credere che mai gli iraniani – nella realpolitik dei rapporti di forza, non delle rodomontate quanto mai poi prudenti – sarebbero disposti a suicidarsi per colpire senza poi davvero ammazzare Golia (qui, David sarebbero loro) con una sola bomba magari quelli che ne hanno a disposizione da soli più di qualche centinaio. Del resto, Teheran sta già vincendo e senza dover fare la guerra, ma lasciandola fare e perdere agli altri, ai loro nemici, in tutta la regione…

Vuol dire che con un Iran nucleare si potrebbe anche vivere? Bè, intanto se non si vuol scomparire con esso o esserne comunque devastati e ci si chiama Israele, meglio conviverci no? e poi, quando ci si chiama Stati Uniti d’America ed aver convissuto decenni con la Cina, la Russia, l’India, il Pakistan nucleari – lasciando perdere pure Gran Bretagna e Francia – e da qualche anno perfino con la Corea del Nord nucleare di Kim Jong-il – non sarebbe forse meglio piantarla?

●A più di otto anni da quando, al largo dell’Iraq nel Golfo Persico, mascherato da pilota da caccia, Bush – il “piccolo ebete” come lo chiamava, secondo una fonte invero non del tutto obiettiva,  familiarmente il padre[136] – proclamò sulla plancia della portaerei USS Abraham Lincoln, il suo illusorio e criminale “mission accomplished”, riguadagnando anche così la sua rielezione da un elettorato preso per i fondelli, ma citrullo e credulone, oggi il ministro della Difesa americana, Leon Panetta[137] torna a laggiù e senza fanfare – misericordiosamente, stavolta – proclama davvero compiuta la missione in Iraq…

Il percorso del boomerang è stato così compiuto: partito per colpire l’Iraq, lo ha colpito, eccome! ma poi è tornato indietro a colpire e sputtanare come mai prima l’America… e a colpire così, anche, forse, a cominciare a affondare l’impero che non si voleva confessare mai tale. Oddio, è finita… La

● IRAQ: Missione compiuta!… (vignetta)

 

Fonte: The Economist, 17.11.2011, KAL

realtà è che nelle quattro basi americane che restano nel paese, restano anche ma non ufficialmente a presidio alcune  migliaia di soldati “non combattenti” che, in pratica, dal perimetro non usciranno finché non se ne andranno anche loro definitivamente e perciò non avranno mai da rispondere a nessuna possibile incriminazione davanti alla giustizia irachena: il motivo formale, l’immunità davanti ai tribunali iracheni per cui non resteranno GI’s ad addestrare nessuno in questo paese. Almeno, appunto, ufficialmente.

Insomma, è vero: non sarà proprio finita, ma gli Stati Uniti, è certo, da quella guerra stanno ormai uscendo ma, di fatto, finita non sembrano considerarla essi stessi per niente. Così, con una cerimonia stantia e molto dimessa, il capo del Pentagono a nome del suo paese, senza mai mettere piede neanche in territorio iracheno, ma “in un cortile fortificato e sigillato all’aeroporto di Bagdad”, proclama la fine “formale” della guerra…

Ma al contrario delle grandi feste popolari per l’assassinio a freddo di bin Laden, stavolta non ci sono state le celebrazioni spontanee, i balli e i baci isterici a Times Square, le parate con le majorettes, i bastoncini rutilanti e i tamburi delle bande dei pompieri municipali a Phoenix, in Arizona o a Dubuque, in Iowa, come in tutta la piccola America campagnola e perbenista. E non ci sono stati fuochi artificiali, stavolta, neanche a Des Moines, né il tripudio della vittoria a Tallahassee, in Florida.

Forse perché la gente normale che non deve far finta di aver vinto per ragioni di politica – o, peggio, di politica politicante – sa che è andata proprio male, che qui l’America ha perso – come in Vietnam ieri e come, domani, sarà in Afganistan – e che le vite e le risorse bruciate in Iraq lo sono state per niente. L’unica vittoria che qui – obiettivamente – per gli americani c’è stata, è stata quella di essere stati costretti, convinti se volete finalmente, ad andarsene… Anche perché, poi, la guerra che è stata ri-proclamata finita, in realtà non lo è proprio per niente: se continua a avvelenare l’Iraq e la regione…, se tutto il mondo islamico resta pieno di sospetti verso l’America e il suo sconsiderato, sconfinato e sconfinante potere,…

E anche se alla fine, dopo tre miliardi di $buttati al vento, centinaia di migliaia di morti ammazzati iracheni, 4.487 morti  e 32.226 feriti americani, qui la grande visione del demente-comandante-in-capo e presidente degli Stati Uniti per i primi otto anni del primo decennio del XXI secolo, ha partorito solo il rovesciamento di Saddam – un dittatore ottuso e forse per non pochi anche odioso ma ormai ridotto, come peso internazionale, a una pratica impotenza e, con la vittoria per default garantita all’Iran facendo la guerra ai suoi due grandi nemici esterni di sempre, l’Iran di qua e l’Afganistan di là, ne ha significativamente facilitato il ruolo di attore geopolitico in tutto il Medio Oriente… Complimenti, America, per la visione e per la sagacia.

Non ce la fa a riconoscerlo il ministro Panetta – non può: ora, acciderbolina, lui è proprio un politico-politicante, è  ministro – ma lo diceva (lo urlava, anzi, tra i primi) quando quattro anni fa insegnava public policy all’università di santa Clara, prima di diventare il primo capo della CIA di Barack Obama che con la sua presenza “insensata” l’America stava “spianando la strada” all’Iran – e adesso dichiara che “il costo della guerra in sangue e denaro è stato alto per gli Stati Uniti e anche per il popolo iracheno”.

E, questo, è un passo avanti: fino a tempi recenti il costo per gli iracheni era del tutto sottaciuto (non ignorato, “silenziato” in America[138]) anche se una certa reticenza rimane in quell’ “anche” agli iracheni. “Ma – aggiunge adesso – che queste vite non sono state perse per niente— hanno, infatti,dato vita a un Iraq indipendente, libero e sovrano[139]”: ma mente, sapendo di mentire, mentre lo dice. O peggio, neanche lo sa…

Identica la conclusione, arrischiata, cui lo stesso giorno arriva pubblicamente, sullo stesso tema, da Washington, Obama quando anche lui sussiegoso pontifica, pro domo sua, che “stiamo lasciando loro uno Stato sovrano [e l’Iran ormai dominante?], autosufficiente [!?!], stabile [con questi “equilibri” politici assolutamente precari?], con un governo rappresentativo eletto dal popolo [sarà…][140]”.    

Infatti, una guerra iniziata ufficialmente per dare, si disse, “la caccia ad armi di distruzione di massa che non c’erano, finisce senza neanche la presenza militare americana forte e duratura in cui avevano sperato tanti militari americani[141]. Non cominciò sicuramente per quel motivo e nemmeno, come spiegò personalmente il presidente Bush, per ordine impartito, “personalmente e direttamente a lui dall’Onnipotente”, in sogno o se volete in visione, pare, pure a colori[142] (chi era, scusate, il più fanatico dei fondamentalisti? l’Ayatollah iraniano o il presidente texano?).

E non cominciò neanche, come confessa finalmente nelle sue recenti Memorie l’ex segretaria di Stato dello stesso Bush, Condoleezza Rice – “per portare all’Iraq la democrazia: certo, non più di quanto fece Roosevelt andando in guerra contro Hitler per portare la democrazia alla Germania[143]. Condoleezza, passata alla storia delle piccole criminali, infamie seminatrici di morte e distruzione come la consigliera di Bush poi promossa a segretaria di Stato che si inventò criminalmente, per alimentare l’isteria di guerra che il suo capo voleva, l’infame spettro del “fungo atomico” di Saddam Hussein[144].

Ma in questa lettura della storia recente c’è forse la ragione vera per cui Bush volle disperatamente far quella guerra: nella convinzione, del tutto imbecille sicuro, che fosse anzitutto facile facile – da cui la proclamazione, dopo pochi giorni, in quel prescioloso e sconsiderato “missione compiuta” dalla portaerei –; ma nella lettura altrettanto follemente criminale e priva di senso di quella del suo caporione semplicemente “perché eravamo convinti di non avere proprio nessun’altra opzione”.

●Tanto che neanche ha fatto tempo a lasciare la pista dell’aeroporto di Bagdad, Panetta, che parte l’ennesimo e stavolta più duro scontro nella maggioranza del primo ministro al-Maliki con la componente mista “laica”, sunnita e dichiaratamente non settaria di al-Iraqiya (90 deputati) che boicotta il parlamento e paralizza il governo accusando – con mille solide ragioni – di prepotere dittatoriale i metodi di pattugliamento e controllo del territorio delle forze di sicurezza largamente sciite nelle zone a prevalenza sunnita[145].

Potrebbe essere l’ennesima scaramuccia intestina che poi si aggiusta con un po’ di soldi in più o di potere ceduto a qualche cacicco provinciale, con qualche attenzione a salvare la faccia di chi si sente offeso… Ma stavolta potrebbe davvero essere anche di no: intanto perché, stavolta, viene arrestato perfino il vice presidente Tariq al-Hashemi che il premier accusa di attività sovversive, di istigazione all’assassinio politico su denuncia avanzata da tre sue ex guardie del corpo “interrogate secondo procedura consueta[146]”, tortura annessa cioè, dalla polizia sciita.

Poi viene rilasciato ai domiciliari, con il divieto di viaggiare e spostarsi, anche nel paese: voleva recarsi, pare, in disaccordo col primo ministro nel Kurdistan iracheno, senza permesso, dice il palazzo: e ci riesce, arrivando ad Arbil, con Maliki che vive la cosa di per sé – il vice presidente del governo che va in visita al presidente del paese, Jalal Talabani, a casa sua – come una mossa eversiva. E, infatti, gli chiede di “restituirglielo”, per sottoporlo a processo che – giura – sarà equo, “come quello che abbiamo fatto a suo tempo a Saddam[147]”.

I curdi rispondono picche, col presidente del Kurdistan Massoud Barzani che spiega non risultargli  che Hashemi sia stato condannato da alcun tribunale regolare e che, quindi, è suo ospite per tutto il tempo che riterrà di esserlo e, comunque, finché la situazione a Bagdad non si chiarirà: ma  in modo regolare, normale, non per decisione unilaterale di uno soltanto[148]. Subito, però, dalle fila stesse dei curdi, c’è chi ipocritamente ma in modo anche scontato vista la sua personale e ultradecennale fedeltà ad al-Maliki, Mahmoud Otman, fa presente che se, da Bagdad, arrivasse una “regolare” condanna, allora si potrebbe anche rivedere la decisione[149]

Allo stesso tempo, forzando la marcia – anche per lui, però, molto molto rischiosa: a Bagdad, il 22 mattina, più di una settantina di morti per quattordici attentati ben coordinati e di stampo palesemente insurrezionale in undici diversi quartieri di Baghdad[150] – verso un’appropriazione piena del potere centrale, chiede al parlamento un voto sì o no – un vero e proprio voto di fiducia – contro l’altra sua decisione, di licenziare il vice primo ministro sempre sunnita e sempre di al-Iraqiya, Saleh al-Mutlah.

Era pubblicamente colpevole di averlo appena criticato alla televisione, come “aspirante dittatore”— in modo sembrerebbe – anche al di là delle eventuali responsabilità poi del vice premier - addirittura obiettivo a leggere questi sviluppi. E fa aprire un’inchiesta dal suo ministro della Giustizia sul ministro delle Finanze, ovviamente sunnita, del suo stesso governo, Rafi al-Issawi.

E, tanto per rendere chiara la portata del braccio di ferro, sempre al-Maliki ha disposto, la sera del 18 dicembre, di schierare i suoi carri armati sia di fronte all’abitazione di Hashemi che a quella di Mutlah. I due, però, erano stati assolutamente decisivi – e per questo trovavano spazio e copertura dagli americani oltre che dallo stesso Maliki – nel “moderare” la rabbia, la voglia di vendetta e di rivolta della forte minoranza sunnita – dominante, e prepotente, per anni con Saddam – contro gli americani e la nuova egemonia sciita di al-Maliki e dei suoi[151].

E dell’Iran… Ma il punto è che, senza più fra le scatole l’arbitrato al vertice, e tra i vertici, degli americani, e con alle spalle adesso l’Iran, sarà difficile frenare al-Maliki. Che va avanti come uno schiacciasassi, per ora, annunciando a fine mese che “la continua assenza dei ministri designati da al-Iraqiyah alle riunioni del Consiglio ha comportato la sostituzione ormai effettiva sia di quello delle Finanze che di quello dell’Istruzione[152].

Non è certo la prima volta che capita, ma in tempi un po’ più ordinari è stato un sistema sempre applicato per conflitti che non riguardavano un’intera fazione di maggioranza ma diatribe più individuali. E soprattutto mai, finora, a ministri sunniti erano stati d’autorità sostituiti – come s’è fatto adesso e per decisione  del PM che questo potere non ha – ministri sciiti, provenienti da un’altra componente della coalizione. Ma al-Maliki non se ne dà per inteso: secondo alcuni forza la mano, facendo leva sull’appoggio iraniano, secondo altri non sembra proprio in grado di afferrare la portata potenzialmente esplosiva del fatto.

A questo punta rischia di diventare ancor più difficile impedire all’insorgenza di riprendere piede: altro che stabilità, libertà, democrazia e volontà del popolo! Come, del resto, volevasi dimostrare. Questa ormai rischia di diventare una ribellione aperta, che si va già allargando e può ancora allargarsi agli insorti sunniti – ma anche curdi: resta aperto con loro il contenzioso sulla spartizione degli introiti del petrolio del Kurdistan – che avevano da qualche tempo messo un po’ da parte le armi, e ciò specie se come sembra nel bersaglio adesso al-Maliki, che ancora esita, metterà lo stesso capo di al-Iraqiya, l’ex PM Ayad al-Allawi che un anno fa già aveva invano raccomandato ai suoi di non fidarsi e poi era stato, in pratica, costretto da Obama personalmente, pur restandone lui fuori, a lasciarli fare…

●Contro il PM sono però schierati, stavolta, anche la quarantina di deputati dell’altra componente, che invece è essa stessa sciita, nella maggioranza risicata di al-Maliki, la fazione di Moqtada al-Sadr, il famigerato (soprattutto per gli americani) “chierico ribelle”, l’etichetta a lui appiccicata dai media statunitensi perché era e è ribelle, malgrado abbia sempre combattuto contro Saddam, proprio alla presenza a stelle e strisce… che da sempre ha denunciato come si fosse trasformata, dopo i primi giorni, in una vera e propria occupazione militare dell’Iraq.

Ora, continua a proclamare – non fidandosi del primo ministro che, del resto, nel 2008, prima che ci concludesse l’accordo in sede parlamentare, aveva tentato di distruggere le sue forze senza riuscirci ma infliggendo loro perdite pesanti per via militare – come condizione per continuare ad appoggiare in parlamento Maliki che gli americani se ne devono andare: tutti e subito adesso, nessuno escluso— nemmeno le migliaia di guardie del corpo e di mercenari che resteranno informalmente coperti dall’immunità negata ma di fatto concessa loro dal governo. E, subito dopo Natale, rincara: “buttare a mare l’attuale governo, dicono i suoi, è l’unico modo, andando a nuove elezioni, di guidare il paese fuori dalla crisi che ha ormai diviso gli ‘sciiti di al-Maliki’ dalla leadership che rappresenta nel paese i sunniti e da noi[153]”.

Forse è vero che non basta subito a far cadere Maliki, che per organizzare elezioni ci vorrebbe tempo. Ma è anche vero sicuramente che il continuo braccio di ferro, e dall’interno anche del suo schieramento, indebolisce molto al-Maliki, soprattutto nei confronti di quello che ormai è diventato lo sponsor vero e forte del paese, l’Iran.

●Una delle pochissime volte in cui Thomas Friedman – uno dei massimi editorialisti del NYT, il più famoso, forse, il più pagato di certo (un contratto da  $5 milioni all’anno per 75 editoriali), il più pontificante e saccente sempre e, spesso, anche il più banale – ha detto finalmente una cosa seria e importante sull’Iraq, lui che era stato a lungo fra i più svergognati soffioni e pompatori della guerra di Bush, convinto o, almeno, dicendosi convinto che fosse giusto e possibile insegnare al mondo la democrazia con le bombe, è adesso.

Resta dell’idea che le bombe possano essere sempre uno strumento giusto per farlo – comunque l’unico che lui riesca a vedere – ma  adesso  ammette, a denti molto stretti, che non hanno granché funzionato. E fa notare che, con la fine della guerra “americana” in Iraq, forse riusciremo finalmente a scoprire la verità che finora è restata nascosta: “l’Iraq era l’Iraq perché Saddam era Saddam, o Saddam era Saddam perché l’Iraq è fatto come è fatto l’Iraq— una collezione di sette e tribù incapaci di vivere insieme se non sotto un pugno di ferro[154]”.

E, in effetti, è una bella domanda. Cioè, ora, attenzione a al-Maliki. O magari anche a al-Sadr: insomma, al prossimo rais di ferro. Ma non è vero, poi, e su questo ha ragione Sadr che gli americani se ne vanno tutti. Ne resteranno in questo paese – forse – sui 16.000[155]: diplomatici, funzionari e impiegati nella più grande ambasciata americana del mondo e nei consolati di Bassora, Kirkuk e Arbil. Sembra certa una cosa: che se, a questo punto, gli americani non impongono, pur in partenza come ormai sono – e se vogliono hanno ancora i mezzi per farlo – un governo di unità che davvero sia tale, l’Iraq è davvero perduto: si torna a Saddam e peggio… senza Saddam.

In ogni caso, a restare sono parecchi americani,ancora. E la sfida sembra diventare adesso, per loro, quella di continuare a lavorare facendosi proteggere da alcune migliaia di concittadini tra guardioni armati privati— anche iracheni, anche arabi più in generale a  $5.000 al mese, mentre gli americani costano cinque volte più cari con contratti da 20 a 25.000, in tutto forse 6.000 mentre altri 6.000 membri del Servizio di Sicurezza Diplomatico del dipartimento di Stato e dell’Ufficio di sicurezza della CIA, noti come DSS e OS, saranno, loro, a contratto normale sui $3.000 al mese… anche se faranno lo stesso, uguale, rischioso lavoro dei guardioni.

Insomma, come sempre, gli americani hanno enormi difficoltà ad andarsene davvero tutti e, quando restano, restano sempre con la forza di almeno due divisioni… E a Washington la questione si fa imbarazzante: nessuno sembra più in grado di dire davvero – a revisori dei conti sempre più nervosi e a politici sempre più pressati, anche qui, dalla necessità di ridurre spese che del resto appaiono sempre più inutili – e, alla fine, a un’opinione pubblica sempre malata di patriottardismo, sì, ma anche sempre più mediamente povera, in via di impoverimento e inca**ata per certi sprechi, che cosa quei 20-25.000 americani che restano ancora laggiù  restino a fare davvero…

●La Turchia annuncia che l’impresa russa Akkuyu NGS (Nükleer Güç Santrali— Centrale elettrica nucleare) comincerà a costruirle proprio ad Akkuyu, presso Büyükeceli, nella provincia meridionale di Mersin, la sua prima centrale nucleare, che l’azienda costruttrice provvederà poi ad alimentare e scaricare a regime dal 2019 delle scorie nucleari provvedendo ad evacuarle in Russia[156].

●E il principe Turki al-Faisal[157], che è stato a lungo capo dei servizi segreti e di spionaggio dell’Arabia saudita, dice che il regno sta seriamente pensando di dotarsi di armi nucleari: visto che l’Iran e Israele, spiega, “non hanno eliminato i loro armamenti del genere”…

Ma non dà alcuna prova per il primo fattore, lo proclama soltanto come verità rivelatagli, forse, chi sa?, dal profeta: perché, se Israele sicuramente ce l’ha la sua bomba (e sono centinaia di ordigni) che l’Iran ce l’abbia non lo dicono con sicurezza né Israele né gli USA e non lo può certo dire Riyād. Ma ci credete che, se i Faisal se la danno la bomba o minacciano di darsela – quello che l’Iran invece nega… almeno finora – gli USA metteranno mai le sanzioni?

La novità vera, che il commento del principe Turki, del resto neanche il primo in quel senso, porta ala luce – allarmando, forse, più che l’Iran proprio Israele e, perciò, gli USA – è che l’Arabia saudita ha già la capacità, o la possibilità, concreta, di accedere alla Bomba. Chi avesse pensato il contrario di un paese che ha intorno al ventesimo PIL del mondo sarebbe stato, del resto, soltanto uno gnorri.

Oggi, ripetiamo, bisogna fare i conti – cioè, allo stato dei fatti, rassegnarsi a prendere atto – che ogni paese anche medio-piccolo al mondo (non l’Iran o l’Arabia saudita ma diciamo, se volesse, Myanmar o il Liechtenstein…), ma al limite un qualsiasi mediamente, neanche poi tanto, efficiente gruppo di terroristi, trova i $25-30 milioni e il know-how, o la possibilità di affittarsi magari  il know-how per farsi, se vuole, la Bomba…

Del resto, sul piano delle sanzioni – quelle sul petrolio – che mordono, o qualcuno pensava potessero mordere, c’è stato l’esempio, o meglio, il caso dell’India quando mesi fa si ritenne obbligata a cooperare nelle sanzioni bancarie complementari, e peraltro limitate, per i pagamenti delle fatture presentate da Teheran contro l’Iran perché gli americani gliele andavano chiedendo con grandissima insistenza e anche minacce.

Però, quando le raffinerie indiane scoprirono – tardivamente, improvvisamente e stupidamente alcune: non ci avevano pensato e, dunque, non avevano obiettato alla decisione altrettanto cretina e vacua del loro governo – di non poter più usare le banche indiane per pagare le importazioni dall’Iran, hanno scoperto che Teheran, dopo aver pazientato per mesi, fermava le esportazioni: il 12% del fabbisogno dell’India.

Così, en catastrophe, sull’orlo del baratro furono le raffinerie stesse a trovare un marchingegno, probabilmente a quel punto qualche poco legale – non la rete bancaria ma quella dei cambiavalute, piccoli e piccolissimi ma ancora numerosissimi nel paese – per continuare a pagare comunque il greggio importato e far riprendere così le esportazioni all’Iran. Stratagemma che il governo indiano ha chiuso entrambi gli occhi, ovviamente, guardandosi bene dal contestarglielo…

La lezione almeno a noi sembra assai chiara. Anche le sanzioni bancarie, se effettivamente applicate e rese impermeabili, avrebbero conseguenze pesanti prima ancora di arrivare a colpire l’Iran per Cina, India, Russia, Italia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Emirati arabi, Turchia e quant’altri. Infatti, l’Iran è uno dei non tanti paesi che ha continuato a crescere anche dopo lo scatenarsi della crisi economica globale da fine 2007; ha una bilancia dei pagamenti favorevole; un attivo di bilancio del 6% sul PIL; un debito/PIL che sta al 16% soltanto; e significative riserve nella Banca centrale grazie ai consistenti prezzi che il greggio esportato ha avuto mediamente negli ultimi anni.

Certo, dice la CIA – che fornisce tutte queste notizie[158], quando smette di darle e, invece, fa il suo mestiere di soffietto propagandistico – l’Iran ha anche un sistema di gestione economica inefficace, vetusto e poco produttivo, E non c’è dubbio, dice. E pare vero. Solo che così, a occhio, da questi risultati macro – anche se sappiamo che, trasferiti nella realtà pro-capite di ogni iraniano poi non è proprio così – sembrerebbe quasi un sistema gestionale migliore dei nostri modernissimi ed efficacissimi sistemi di gestione economica che ci hanno affogati tutti nella melma della crisi, finanziaria e economica.

Francamente ci sembrerebbe ora che, se vogliono riuscire a influire davvero sulla politica di un grande paese come l’Iran (territorio 1.532.000 km2, su quasi 200 paesi il 18° al mondo; popolazione sui 90 milioni, sempre al 18° posto al mondo, con un’età media sui 26 anni; PIL (a parità di potere d’acquisto – reale, cioè – a  $820 miliardi, 20° posto; e PIL pro-capite sui $10.600 miliardi, qui intorno al 100°), ci sembrerebbe ora di decidersi a provare qualcosa di meno rozzo e sciocco della punizione via sanzioni che, nei fatti, sono poi impraticabili. E’ proprio un’economia globale sempre più integrata come quella di oggi a far risaltare, su uno strumento ottuso come le sanzioni, gli effetti della legge delle conseguenze impreviste.

E in ogni caso qui poi conviene a tutti, e a noi sopratutto, essere chiari, capire e capirci senza far finta e raccontarci bugie. E allora va detto, alto e chiaro, che ormai è da mesi che USA e Israele stanno conducendo, parallelamente e qualche volta insieme, una spietata guerra segreta ma poi non troppo contro l’Iran, appoggiata più nascostamente da Francia e Gran Bretagna.

Non ci si limita più a sostenere finanziariamente e militarmente alcuni gruppi di opposizione ma si allarga una campagna di assassinii politici che mettono nel mirino, anche con successo, scienziati e alti gradi militari, vengono condotti attentati cibernetici contro l’elettronica della ricerca nucleare iraniana e con l’utilizzo diretto di alti esplosivi contro alcune installazioni missilistiche del paese.

Tutti attacchi mai apertamente riconosciuti, ma accompagnati da ammiccamenti dell’intelligence ai media e dall’afflusso continuo di una propaganda ostile e a volte francamente strampalata— come l’accusa non suffragata da niente di un inconcepibile e poi inverosimile tentativo degli iraniani di uccidere l’ambasciatore… saudita a Washington.

E’ vero, è notorio e è anche ovvio che l’Iran sia uno Stato autoritario e poco tollerante anche se – è la verità – non è poi tanto ferocemente e occhiutamente repressivo come altri regimi della regione, ferrei alleati dell’occidente: per dire, come l’Arabia saudita. E poi l’Iran non ha mai attaccato né invaso nessun altro paese da centinaia di anni… al contrario, ad esempio, dell’Iraq contro il Kuwait all’inizio degli anni ’90 e contro l’Iran stesso negli anni ’80: una guerra – questa – che fece quattro milioni di morti condotta per istigazione e col sostegno esplicito e armato di Washington e di Londra anche per aiutare Saddam, allora…, a farsi le armi di distruzione di massa. Mentre, soltanto  tra USA e Israele, sono stati aggrediti, bombardati e occupati – o almeno si è tentato di occupare ben dieci paesi sovrani solo nello scorso decennio.

E’ stato il ministro della Difesa israeliano ed ex primo ministro Ehud Barak a dire, dopotutto – in un attacco forse di incosciente sincerità, che poi ha invano tentato di smentire o annacquare – che se lui fosse un leader iraniano, anche lui “vorrebbe la bomba atomica”. Lo riporta, sotto forma di smentita che non è però una smentita, il più grande quotidiano di Tel Aviv in lingua inglese: parlando alla radio militare israeliana Barak ha spiegato che la sua frase “era esclusivamente‘ipotetica’[159]”. Ma non ha negato, né poteva farlo – lo aveva dichiarato alla PBS americana, dopotutto, che ha ritrasmesso quel che diceva dozzine di volte – di averla detta…

Anche se, pure se riuscisse a farsene davvero qualcuna, di bomba, l’Iran non sarebbe mai in condizioni di attaccare uno Stato come Israele che di ordigni nucleari, sembra anche termonucleari, ne ha più di 300 e ha il sostegno dichiarato delle forze armate comunque più potenti del mondo.

●A complicare, articolare o, comunque, ingarbugliare le cose ancora più di quanto non sembrino già, gli USA dicono di aver “perso” (lo comunica l’ISAF) e l’Iran di aver “abbattuto” sul suo territorio l’aereo senza pilota americano RQ-170 Sentinel[160], della Lockheed Martin, noto anche  leggedramente come la bestia di Kandahar. Poi, in un secondo tempo, dopo averlo recuperato e nascosto, Teheran si coregge dicendo che ha “costretto a atterrare con misure contro-elettroniche efficaci” (il drone, in effetti, appare nel video ritrasmesso dalla Tv iraniana come assolutamente intatto) un aereo pur dotato di tecnologia stealth (invisibile ai radar).

Dopo che – dicono sempre a Teheran – aveva sconfinato dallo spazio aereo afgano dove, al solito, stava operando – cioè, bombardando – senza che Kabul ne fosse neanche a conoscenza. Tra l’altro questo specifico tipo di drone è l’aereo che, per settimane, mai visto, scrutò il compound di bin Laden consentendone cattura e uccisione… Hanno ragione gli iraniani ovviamente, o almeno hanno – e mostrano anche ai media, loro – le prove dell’UAV in questione.

Mentre la dichiarazione ufficiale dell’ISAF si intestardisce a dire burocraticamente che “il veicolo senza pilota cui si riferiscono gli iraniani potrebbe (sic!) anche essere un nostro aereo da ricognizione [= spia] che stava volando in missione sull’Afganistan occidentale a fine della settimana scorsa. Gli operatori del ricognitore non pilotato [il drone, guidato via satellite da un bunker nella Carolina del Sud, pare: ma dove precisamente resterà segretissimo, finché ce lo racconterà WikiLeaks] ne hanno perso il controllo e stanno lavorando per determinarne condizione e posizione”: un langage de bois, dicono i francesi – assolutamente di legno – per non confessare semplicemente che, sì, ce l’hanno buttato giù, per invisibile poi che fosse!

In realtà alla CIA – che gestisce in base alle nuove direttive presidenziali il programma di guerra aerea dei drones: letteralmente, i fuchi, i maschi delle api che fecondano la regina e crepano subito dopo – l’imbarazzo è forte: il fatto è che temono molto si tratti del primo episodio a inaugurare la fine dell’era del drone intoccabile e non abbattibile, che Iran e Cina e altri ancora abbiano ormai, osservando e sperimentando, comprando e spiando, carpito i segreti che renderanno ormai appunto, toccabili ed abbattibili anche i drones invisibili, come questo.

Il fatto è che una perdita che diventasse continua di drones ad altissima tecnologia e dannatamente costosi (quasi un miliardo di $per esemplare, anche se il costo, non solo di costruzione ma anche operativo di un aereo stealth è proibitivo: naturalmente per il Pentagono è segretissimo ma per la Lockheed Martin è addirittura a bilancio. Ecco, a fronte di sistemi di difesa assai meno costosi ma che si rivelassero davvero efficaci, è un costo che diventa insostenibile anche per un paese ricco (una volta?) come gli Stati Uniti.

C’è un dubbio, si capisce, non piccolo: che la CIA abbia fatto “atterrare”, deliberatamente, il suo drone per metterlo a disposizione degli iraniani come cavallo di Troia: perché ha modifiche tali da rendere di fatto irripetibile l’esperienza e trarre in inganno i sistemi di difesa, e perché con ogni probabilità lo inguatteranno nel posto più segreto del paese— là dove spera, si illude, scommette la CIA tiene anche nascosta la sua bomba nucleare, rivelandone così la dislocazione…

Una possibilità strampalata? Sicuro! ma non più di tentativi anche più stravaganti e bislacchi, come quelli ad esempio di tutti gli anni ‘60 per far fuori la grande ossessione che per loro era Castro[161]— con un sigaro cubano riempito di cianuro, con una muta da sub trattata alle tossine di un pesce palla velenoso, con un sapone studiato per “ridicolizzarlo”, facendogli cadere la barba, quindi “isolarlo” e, poi, assassinarlo…

●In Kirghizistan, il presidente Almazbek Atambayev dichiara di non appoggiare la presenza di basi americane come quella che c’è, ad esempio, sul suo territorio a Manas, il centro di transito che sostiene in termini di appoggio e rifornimenti le operazioni in Afganistan. Atambayev continuerà ad onorare gli obblighi che ha siglato con gli americani ma non oltre le date già concordate, dice[162], anche “approfittando del fatto che l’avventura afgana si avvia comunque a concludersi entro il 2014”. Lui vuole che Manas diventi un hub aperto, concorrenzialmente, a ogni paese che voglia sfruttarlo…

Sembra, però, che il gioco di Atambayev sia quello di recitare non poco per la platea visto anche che ormai sono tutti i paesi dell’Asia centrale coinvolti per quanto indirettamente nell’ “avventura afgana” ha cominciato a prepararsi per lo sganciamento degli USA e la prossima fase della storia dell’Asia centrale.

●Sempre a proposito di Afganistan, il gen. James Bucknall[163], vice comandante britannico del corpo di spedizione ISAF in Afganistan, se n’è uscito, subito prima di tornare a casa per rotazione – non in una bara o in una barella, fortunatamente per lui – che l’Inghilterra deve ai suoi morti laggiù (390, finora) di “concludere il lavoro che ha cominciato”. Una volta, diceva la regola, i militari dovevano obbedire e, tacendo, morir. Ma per lo meno quelli che non morivano tacevano davvero. Perché è facile replicare che, forse, il dovere vero è nei confronti dei vivi che laggiù sopravvivono (ancora): il dovere di andarsene…

Mette le mani avanti, a mo’ di ballon d’essai, il gen. John Allen che comanda gli americani e tutte le forze dell’ISAF e raccomanda di posporre al 2014 ogni ulteriore ritiro di truppe, dopo le riduzioni già effettuate quest’anno[164]. Allen ha avanzato queste sue raccomandazioni – mantenere il livello di truppe americane ai 68.000 soldati che oggi ci sono – ben conscio che vanno contro le decisioni già annunciate dalla Casa Bianca – riduzioni progressive e continue – durante incontri a Kabul con delegazioni di congressisti statunitensi.

Al momento, comunque, gli USA si stanno preparando l’uscita negoziando con Karzai, in segreto ancora – più o meno – un accordo separato (per conto loro, senza consultare neanche l’ISAF), che tende a lasciare nel paese, dopo il ritiro ufficiale che sarà completato nel 2014, qualche decina di migliaia di “addestratori” e di “consiglieri”. L’idea sarebbe quella di continuare la guerra coi talebani continuando ad aumentare frequenza ed intensità delle azioni aeree e, in particolare, dell’uso degli aerei senza pilota guidati da satellite direttamente dagli USA, piuttosto che con la fanteria a terra. Magari continuando insieme anche a trattarci…

Conferma, in effetti, la NATO che intende continuare i raids notturni coi drones associandoli a operazioni di pattugliamento per uccidere o catturare “insorti sospetti” con un maggior coinvolgimento, in queste incursioni a terra, di forze speciali afgane. I raids notturni restano, spiega il portavoce della NATO, la maniera più efficace e meno costosa per catturare o far fuori i ribelli e, a conti fatti, ad essi non sono imputabili che l’1% dei civili uccisi[165].

Tutto vero, probabilmente. Ma nessuna risposta all’obiezione di fondo che avanza il presidente Karzai, tentando invano di far capire come i bombardamenti aerei ciechi e specie quelli notturni costituiscano la più formidabile arma di reclutamento di cui gli insorti dispongano. Generno un sempre rinnovato sostegno per i talebani, infatti, e continuano a minare tra gli afgani ogni appoggio per il suo governo.

●Difficile, dunque, che questi intricati e improbabili piani funzionino. Tanto per cominciare ormai bisogna considerare la capacità, probabilmente già acquisita da forze ostili (gli iraniani) e, comunque, concorrenti (i cinesi) che sono confinanti o prossimi all’Afganistan[166]

Ormai, poi, sia gli afgani del governo Karzai che gli americani si sono convinti che l’unica strategia capace, forse, di mettere fine alla guerra sia quella di impegnarsi e di impegnare direttamente gli insorti in colloqui e negoziati veri e propri con chi sul terreno combatte e di imprimere anzitutto una svolta all’insensata politica degli anni recenti che ha puntato a marginalizzare i pashtun: sono di  gran lunga l’etnia maggioritaria e più importante del paese (il 42% della popolazione) e Karzai stesso è un pashtun; ma si è circondato – essendo i talebani stessi quasi tutti pashtun anche loro – di consiglieri e esponenti delle altre etnie. E una buona parte degli afgani lo considera ormai come un fantoccio di tagiki (27%), uzbeki (9%), hazara (9%), aimak (4%), turkomanni (3% e baluchi (2%)… E, in primo luogo, degli americani.

●Le resistenze, però, sono infinite… E, poi, sembra proprio che comincino male: pare che uno dei primi accordi raggiunti in alcune zone ma che tende nelle intenzioni delle due parti a allargarsi riguardi la rinuncia dei talebani ad attaccare le scuole pubbliche che noi chiameremmo di grado medio, in grado della rinuncia concordata sull’istruzione delle ragazze che non andrà più oltre le elementari e l’inserimento nel curriculum di lezioni tenute da mullah di fiducia dei talebani stessi[167]

Perfino la conferenza di Bonn di inizio dicembre sull’Afganistan e su come aiutarlo l’hanno incentrata tutta, i governi americano e afgano, non sul problema vero – come far cessare l’occupazione straniera del paese e prevenire la ripresa della guerra civile endemica tra le etnie – ma sulle procedure di un’uscita che ormai si preannuncia sicura ma “graduale”, dunque assai lenta, e sulle diatribe tra americani e pakistani, pakistani e afgani, americani e afgani… Un’altra occasione perduta[168].

In sintesi, anche qui. la strategia di uscita dall’Afganistan delle forze americane, e anche di quelle ISAF, entro il 2014 poggia su due pilastri: l’addestramento di una forza di sicurezza afgana che stia in piedi da sé, da una parte e, dall’altra, la costituzione di una rete di cooperazione regionale per domare un conflitto che travalica comunque ogni confine.

In questo senso, anche gli americani sembrano, come si notava prima, più rassegnati che persuasi della necessità di coinvolgere in una soluzione politica complessiva i talebani come terzo pilastro indispensabile di questa strategia che, comunque, è ormai orientata all’uscita. E anche loro, per conto proprio, separatamente dal governo di Karzai che non sembra molto apprezzarlo, coi talebani, da mesi, stanno trattando: hanno, infatti, un disperato bisogno di potersi ritirare in modo tale da non somigliare neanche lontanamente, e specie in televisione: quel che conta, poi, non la realtà – a una rotta.

Dice ora un anonimo alto esponente dell’amministrazione americana che i colloqui – lui dice proprio negotiations – con i talebani afgani sono ormai, dopo 10 mesi, a uno stadio avanzato e critico, in larga parte segreto, che potrebbe portare presto a una svolta. Washington avrebbe offerto – al condizionale – di trasferire un numero non specificato di prigionieri accusati di essere talebani a Guantánamo in custodia al governo afgano e starebbe chiedendo atti di confidence building anche agli stessi talebani (quali? la cessazione delle ostilità?).

Gli USA pensano anche – e il guaio e che lo dicono pure con presunzione spocchiosa… – che i talebani potrebbero utilizzare un proprio ufficio fuori dell’Afganistan come una base “per facilitare il loro possibile futuro rientro nel paese, ma non per raccogliere fondi, fare propaganda,  condurre azioni sovversive[169]”: come se dipendesse da loro decidere o no quel che i talebani, dovunque arrivino, possano o vogliano fare o non fare… in un momento, poi, in cui la presa politico-diplomatica americana è per lo meno in precipitoso declino visto che comunque hanno già deciso, e annunciato, che entro il 2014 se ne andranno pressoché del tutto dall’Afganistan.

Poi, come prima o poi finora sempre, arriva la smentita dei talebani[170]. La loro posizione ufficiale, di sempre, è che con gli stranieri non si tratta, si spara, finché restano sul territorio afgano. Ma si può discutere di come rendere più rapido, questo sì, il loro ritiro… Un loro comandante sul campo ed alto esponente della dirigenza politica, nega ogni validità di trattativa, così, ai colloqui di cui si era avuta notizia; ma quale punto di svolta, dice per telefono ai media, se ancora non è cominciato nessun negoziato?

Il problema è che il pilastro numero uno di questa strategia del ritiro lento  deve fare i conti con la frammentazione del paese e la difficoltà, quindi, intrinseca di mettere insieme una qualsiasi forza davvero nazionale; il pilastro numero due, si va sgretolando con le note amare del rapporto coessenziale ma avvelenato col Pakistan anzitutto, ma non solo, nella regione, dove gli americani sembrano fare del loro meglio per avvelenare le cose; e questo numero tre – la trattativa - , tra assensi e smentite, tra impegni e marce indietro – da una parte come dall’altra – sembra quasi bloccato… 

●In Pakistan, invece, si sta forse preparando la successione al presidente della Repubblica Asif Ali Zardari, il vedovo della Bhutto, che il 6 dicembre, è stato ricoverato in aero-ambulanza a Dubai dove lo hanno sottoposto a una delicata operazione di angioplastica. Ricovero per lo meno sospetto, visto che in Pakistan di chirurghi bravi almeno quanto quelli del Golfo ce ne sono e come… O forse no, vista la spudorata, e anche un po’ imbarazzante, sincerità con cui qualche giorno dopo il primo ministro in persona, Yousuf Raza Gilani, se ne esce a dire che Zardari è dovuto andare a farsi curare all’estero perché a Islamabad nessuno era in grado di garantirne l’incolumità[171]

E ricovero sospetto, in particolare, dopo l’ultimo scandalo che ha provocato le dimissioni del suo ambasciatore a Washington, Husain Haqqani, un fedelissimo suo personale che, documentano i servizi segreti militari aveva chiesto cautelativamente e preventivamente agli americani un possibile loro intervento armato contro l’esercito pakistano se e quando i militari avessero, eventualmente, tentato un golpe contro di lui. Il 18 dicembre, poi, Zardari torna in Pakistan[172], alla vigilia immediata della sessione della Corte suprema, chiamata dai militari a giudicare la loro accusa di tradimento verso Haqqani e Zardari stesso, ma anche contro il governo Gilani).

Che, notoriamente, moltissimi pakistani considerano un ladro: in effetti lo chiamavano già Mr. 10%, quando la moglie era primo ministro, prima che la sua morte per assassinio lo catapultasse al vertice abbattendo il generale precedente, che era a quel posto. E adesso salgono le probabilità che lo costringano a andarsene, ritornando magari a Dubai dove, sempre probabilmente, quel 10% si è andato accumulando[173]

●Intanto si apprende, perché lo dice Tahrik-e-Taliban, la formazione più importante e attiva dei talebani pakistani, che il governo ha cominciato a trattare[174] e Islamabad non smentisce, di fatto conferma. Si apre la prospettiva di una ritirata, o una decrescita, dell’insorgenza che ormai da quattro anni morde alle calcagna le truppe governative ma anche di un esacerbarsi del conflitto tra governo pakistano e governo americano.

Quest’ultimo può ben cercare di trattare coi talebani afgani, quello no con i suoi… la difficoltà vera è che qui, come lì, ogni gruppo di insorti tratta per sé e nessuno ha titolo, pare, a trattare per tutti. Però “passi avanti significativi se ne stanno facendo” e le parti contano nell’effetto ciliegia— che una tira l’altra, alla fine: dicono all’unisono i due portavoce. Anche se poi, inevitabile come la sconfitta di ogni ingerenza straniera lì, in quel paese, arriva la smentita non del governo ma dei talebani.

Precisa seccamente il portavoce ufficiale del gruppo, Ehsanullah Ehsan, che “i colloqui tra qualche gruppo di persone e il governo non possono essere definiti comunque come trattative per conto dei talebani[175]”. E, solo a questo punto, arriva anche una specie di ridimensionamento da parte del governo: Gilani, il primo ministro, parlando a Abu Dhabi, dice che non si può in effetti proprio parlare ancora di veri negoziati[176].

Ma specifica che il blocco ai rifornimenti americani in Afganistan continua, anche se dopo qualche settimana viene specificato che il governo Gilani, dopo una conferenza di due giorni tenuta subito prima di metà dicembre di politici, diplomatici e militari avrebbe deciso, “per restaurare – dice – la dignità del paese macchiata dall’attacco del drone che il 26 novembre ha violato il territorio nazionale e ucciso oltre una ventina di militari” di “rinegoziare[177]” i due accordi sul transito di rifornimenti e il sostegno logistico del paese alle forze USA in Afganistan raggiunti nel corso del regime militare di Musharraf nel 2002.

Rinegoziare, qui, sembrerebbe significare non concedere più il passaggio gratuito agli americani ma farglielo pagare. Anche, magari, per rimpiazzare in parte gli aiuti civili che, di tanto in tanto, gli americani interrompono a Islamabad o quelli militari che, di quando in quando, sospendono a Rawalpindi. Bisognerà, naturalmente, star a vedere quello che ora ne dicono gli americani, che però non sembrano, finché davvero non se ne vanno dall’Afganistan, avere molto da scegliere.

Hanno sbagliato scommessa, in effetti. Così almeno sembra: presumevano, in base alle analisi di tutti i loro guru – accademici, di intelligence, militari e politici – che a Islamabad non restava altra scelta che di obbedire all’America, dipendente com’era dai miliardi di $di aiuti militari e civili che riceveva, con l’India e l’Afganistan lì vicine. E, oggi, il loro appare proprio come un errore strategico…

Il governo pakistano comunica che, d’ora in poi, ogni intrusione nello spazio aereo del paese, anche da parte dei drones americani, comunque “non sarà più tollerata” e trattata perciò come “ostile”. Con la conseguenza che, in base alla nuova linea di difesa del paese, essi “saranno abbattuti[178]”: sempre che le difese antiaeree pakistane ci riescano… Di per sé la cosa non è, poi, proprio probabile ma solo la possibilità, se ne abbattessero davvero uno o due in uno spazio aereo alleato ma contestato, col costo che hanno questi aerei senza pilota rischiano di paralizzare a terra tutto il programma supersegreto della CIA che ormai non è più tale: cioè, non è più segreto.

Gli americani non hanno potuto stavolta che prendere atto del disfacimento dell’accordo di sicurezza col Pakistan che il loro atteggiamento “innocentemente” arrogante dava per scontato sulla base di una dominanza considerata politicamente acquisita e degli aiuti militari che gli fornivano in abbondanza e stanno cercando di ricalibrare, sapendo che sarà molto complicato, tutto il rapporto[179]. D’altra parte, tra un mese, a fine gennaio, il Pakistan entra a far parte per due anni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e gli USA hanno bisogno di tenersi governo e Forze armate del Pakistan il più vicino possibile. E tutto vorrebbero, adesso, meno che essere costretti a scegliere fra gli uni e gli altri.

Però, ormai è aperta una lotta non più affatto nascosta tra politici e militari nel paese: a cavallo tra colpo di stato e forzatura costituzionale. Da una parte, il primo ministro Gilani “ricorda” alle Forze armate che come ogni altro istituto dello Stato rispondono al parlamento e al primo ministro:  in prima istanza, naturalmente al ministro della Difesa che è un militare ma inserito in una catena di comando collegiale e civile e, in ultima istanza, a lui e al presidente della Repubblica, Zardari. A sentirlo dire queste cose solenni in parlamento, parrebbe quasi parlare delle istituzioni britanniche…C’è in atto, dice, una cospirazione per sottrarre potere ai civili, al presidente e al governo: lui la combatterà, sia che resti al suo posto che no.

Dall’altra parte, il capo delle Forze armate, Kayani, si incontra pubblicamente col presidente della Corte suprema, Iftikhar Chaudhry, e fa apertamente sapere che, imputandogli il “complotto Haqqani”,  vuole cacciare via presidente e governo ma senza un colpo di Stato militare, stavolta, per una via formalmente attenta al rispetto della legalità, per via giudiziaria, con una specie di impeachment all’americana: ma con arbitra la Corte e non il parlamento.

E la Corte sostanzialmente concorda. Preliminarmente aprendo il giudizio dichiara, interpretando in modo per lo meno discutibile – non tradizionale, comunque nella storia di questo paese – la lettera della legge, che “non esiste un’immunità legale automatica per nessuno in questo paese e spetta alla Corte giudicare caso per caso quando e se riconoscerla”. Se, dunque, l’esercito accusa Zardari e Gilani del complotto che prende il nome da Haqqani e consisteva nel chiedere a forze armate straniere (gli americani) un intervento “preventivo” contro contro l’esercito pakistano, il giudizio finale – si tratta di tradimento? il colpevole, se riconosciuto tale, va costituzionalmente “rimosso”?  – spetta alla Corte[180]

In sostanza, questo incrociarsi di dichiarazioni e di poco velate minacce reciproche implica che Gilani si aspetta di doversene andare a breve. E l’accenno, con dichiarazione sopravveniente poi, alla e della Corte suprema riprende, senza dirlo, la sentenza mai resa poi esecutiva e tenuta in sospeso ma mai cassata di alcuni anni fa della stessa Corte sulla illegittimità della presidenza di Zardari. Ecco, questa, la ripresa dell’impeachment contro Zardari, sembrerebbe proprio il percorso formalmente legale che l’esercito pakistano ora va prediligendo.

●Il gen. Allen, supercomandante americano in Afganistan, ha chiamato al telefono il comandante in capo delle Forze armate pakistane, gen. Kayani, nel tentativo di allentare le tensioni e allisciare penne molto molto arruffate che hanno bisogno di esserlo dopo l’eccidio di una ventina di soldati afgani da parte di un drone americano. Ma – in un esempio lampante di quella che gli psichiatri chiamano disconnessione, chi scrive direbbe proprio contraddizione di policy – al  contempo, a Washington il Congresso ha congelato $700 milioni di aiuti al governo di Islamabad  senza che prima esso fornisca credibili assicurazioni di mettere l’alt alla fabbricazione di bombe improvvisate sul territorio del Pakistan.

In effetti, però si capisce: solo il Pakistan nella regione ha le fabbriche di fertilizzanti, compreso il  nitrato d’ammonio (economico, sicuro e di facilissima reperibilità) che servono a costruire questo tipo di alto esplosivo che poi, anche se è proibito, viene esportato e utilizzato in Afganistan. E gli americani comprensibilmente vogliono farle chiudere. Ma l’esercito pakistano non sembra granché disponibile. E, del resto, finora gli americani stessi non avevano mai insistito…

●Sul piano del delicatissimo, tradizionalmente conflittuale (almeno due vere e proprie guerre tra i due paesi sulla questione del Kashmir, il secondo poi figlio della scissione e della guerra civile nei confronti dell’altro, rapporto bilaterale tra India e Pakistan, si è registrato qualche passo avanti da non sottovalutare, perché anche se l’accordo ora rinnovato è apparso formale esso invece riflette una realtà molto molto concreta.

In effetti, il 27 dicembre New Delhi e Islamabad hanno rinnovato i due accordi nucleari – misure di fiducia le chiamano – che, in qualche modo, hanno finora tenuto in equilibrio il loro disaccordo di fondo impedendo, o aiutando a evitare, il conflitto. Le delegazioni delle parti hanno raccomandato ai rispettivi ministri degli Esteri di firmare un prolungamento dei due accordi esistenti per altri cinque anni: l’ “Accordo sulla riduzione del rischio di incidenti relativi alle armi nucleari” e dell’altro “Accordo sulla pre-notifica di test missilistici balistici”.

Sarà tenuto in funzione anche il “telefono rosso” fra i ministeri e le due direzioni generali delle operazioni militari, mantenuto il cessate il fuoco che da fine 2003 esiste tra i due schieramenti di truppe sulla linea di controllo, di armistizio di fatto, in Kashmir e un altro accordo in vigore sulla pre-notifica dell’una all’altra parte di possibili esercitazioni militari. Il Pakistan aveva anche reiterato la sua proposta sulla ridislocazione dei contrapposti schieramenti di artiglieria ad almeno 30 km. dalla linea di controllo in Kashmir; ma l’India, come già in passato, non l’ha accolta visto che la conformazione orografica del territorio del Kashmir vede naturalmente in vantaggio, già così com’è il Pakistan.

Il quadro in cui queste misure di rafforzamento della reciproca fiducia (confidence building measures) si iscrivono è quello della dichiarazione di Lahore del febbraio 1999[181], raggiunta non certo facilmente dopo gli esperimenti nucleari condotti dai due paesi nel 1998. La cosa davvero importante su cui riflettere non è tanto il rinnovo, il prolungamento, degli accordi quanto quel che avrebbe indicato il segnale di non estenderli.

In questo caso, le implicazioni per la stabilità geo-strategica e geo-politica, in questo caso nella regione dell’Asia centro-meridionale, sarebbero state pesanti e pericolose. Se, per esempio, India e Pakistan rifiutassero la notificazione reciproca di incidenti di natura nucleare, il rifiuto potrebbe essere, e sarebbe, interpretato come una decisione che rischia il conflitto e, dal 1998 ormai, la prima guerra nucleare della storia…

●Altro esempio di monumentale miopia politica e di conseguenze impreviste… Ormai pare scontato che la Russia reagirà duramente all’operatività del sistema dello scudo missilistico americano in Europa: collocato subito al di là dei suoi confini, dicono a Washington, ma contro l’Iran…; rafforzerà i suoi missili e metterà sotto bersaglio i siti americani in Polonia e Cecoslovacchia; bloccherà o rallenterà, a seconda dei casi, la cooperazione che in parecchi campi oggi ha con l’America: compreso quello, determinante oggi, dei rifornimenti alla sua guerra afgana e del come uscirne.

● Ma la Russia potrebbe aiutare gli USA a ritirarsi dall’Afganistan…certo, se glielo lasciano fare!!! (vignetta)

Fonte: Illustrazione all’articolo sul New York Times, 1.12.2011, D. S. Zakheim e P. J. Sanders, Can Russia help U.S. Withdraw from Afghanistan? Ma la Russia può aiutare gli USA a ritirarsi dall’Afganistan? del Center for the National Interest [cfr. http://www.cftni.org/] uno think tank di Washington, D.C. che si definisce come l’America’s Realist Voice…. Naturalmente, la risposta alla domanda è si, certo, altro che!!!

E, adesso, annuncia di poter rivedere, anche e addirittura, l’accordo sulla riduzione dei missili strategici, lo START, raggiunto con l’America… E, adesso, al Cremlino come presidente torna Putin…

●Pare pressoché inevitabile, in effetti, che questo sarà l’esito delle prossime presidenziali. Anche se alle elezioni legislative del 4 dicembre, che malgrado le legittime e del resto inevitabili proteste e denunce hanno raggiunto un grado di trasparenza e veridicità mai visto prima in questo paese (come  dimostra il risultato stesso della netta flessione per chi ha il potere), in tanti dicono che il voto sia stato pesantemente truccato…

E, probabilmente, in qualche misura lo è stato. Anche se il ministero degli Esteri russo reagisce aspramente alla valutazione dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea, il cui unico residuo compito sembra ormai questo, e alla presunzione di mettersi a dare voti della saputa segretaria di Stato americana, Hillary Clinton, che proprio dalla Lituania – dove non lasciano votare i cittadini di estrazione etnica russa – sentenzia anche lei la sua condanna.  

Il ministero dichiara, in termini più diplomatici, come “purtroppo siamo costretti a constatare che Washington tiene fede a stereotipi vecchi e obsoleti e continua ad affibbiare etichette, senza neanche cercar di capire quel che sta davvero cambiando nel nostro sistema elettorale[182]”.

Mentre Putin stesso osserva, più personalmente, accusando il governo americano di aver deliberatamente fomentato e anche pagato le proteste in Russia (vero: ma è un’ “ingerenza” che non spiega affatto da sola proteste che spesso sono davvero genuine), che lui prenderà queste esercitazioni  internazionali di controllo sul voto degli altri sul serio solo quando le vedrà esercitarsi anche sulle elezioni in Gran Bretagna o in Germania, per non parlare di quelle “fasulle che portarono alla Casa Bianca, come successore di Clinton, invece di Al Gore, George Bush”, nel lontano 2000.

E questa, certo, è una piaga ancora aperta per i democratici in America e per i Clinton in particolare: loro lo sanno bene che quelle elezioni (il voto della Florida) furono pesantemente truccate; e, infatti ala Clinton la cosa rode: non sono abituati a sentirsi replicare occhio per occhio e dente per dente, ma ci si devono ormai sempre più abituare.

Ma il fatto più importante è che, se era truccato, alla fine questo voto non ha comunque impedito a Edinaja Rossija— Единая Россия— cioè Russia Unita, il partito di Vladimir Vladimirovic Putin e Dmitry Anatolievich Medvedev al governo da sempre e dominante da sempre, di andare molto peggio alle urne di quel che chiunque prevedesse o sperasse. Infatti, ha subìto una ridimensionata non marginale: passando dalla maggioranza stra-assoluta del 64,3% e dei 315 seggi di cui godeva alla Duma, a un 50% dei suffragi e a una maggioranza di seggi che ridotta di oltre una settantina resta comunque sui 238, sempre assoluta anche se come si vede ridotta.

Anche se la cosa, ovviamente, scotta a chi si trova così forzosamente rimpicciolito, probabilmente in sé il ridimensionamento è in sé  un bene anche per chi lo subisce ma soprattutto, si capisce, per la Russia. Che non significa, affatto, però, un ridimensionamento della forza con cui chiunque alla fine sarà il nuovo presidente della Repubblica federativa di Russia difenderà, o tenterà di difendere,  gli interessi russi: come ovviamente li vede lui, esattamente cioè come ciascuno vede a casa sua i propri interessi, coi propri occhiali e i propri pregiudizi. Il nuovo che, come dicevamo, sarà poi il vecchio Putin perché nessuno, qui. neanche i suoi nemici, mette seriamente in dubbio che oltre la metà dei seggi siano stati effettivamente conquistati dal partito del primo ministro uscente/ presidente entrante)…

Che ai suoi ha detto, pragmaticamente e veritieramente, che come “per ogni forza politica – come in qualsiasi paese che abbia elezioni, dice lui, “sostanzialmente” rispettose della volontà dei votanti – queste perdite sono inevitabili, specie in un caso come il nostro, di chi ha portato da sempre la responsabilità di governo della situazione di un paese. Per questo, alla fine, il risultato di queste elezioni possiamo considerarlo buono[183]”.

Questa diatriba sul risultato ha certo ragione di essere… ma è anche un po’ curiosa: da noi il 50% del voto alle urne sarebbe considerato un trionfo. Scrive uno dei tanti osservatori e sostenitori delle tesi comunque pregiudizialmente anti-Putin che —Per milioni di russi, si è trattato semplicemente di votare contro[184]. Stavolta la protesta di piazza non pare essere restata limitata solo ai militanti dei partiti (mal) organizzati dell’opposizione ma ha mobilitato molti giovani, del tipo indignados per dire.

Ma è anche innegabile che se molti milioni hanno “semplicemente votato contro” e qualche centinaio di migliaia ha protestato in strada, sono stati molti milioni di più a votare a favore di Putin… E se, al secondo posto, con oltre il 20% dei voti si piazza il vecchio PC russo, nostalgico non solo dell’assetto sociale di allora di quasi obbligatoria uguaglianza ma anche e proprio della vecchia politica comunista, al terzo arrivano i nazionalisti di Vladimir Zhirinovsky (il partito liberal-democratico) con l’11,7% e poi, quasi alla pari, il partito di Giusta Russia.

Conclusione, dura ma vera: l’unico partito che secondo i canoni nostri, meglio quelli che l’OSCE considera tali – ma in verità poi controlla qui sì e lì no – è il partito liberale Yabloko— la Mela che ha messo insieme, alla fine, il 3,2% dei voti, non ha passato la soglia minima e non avrà neanche un seggio alla Duma. Ma capita anche in Italia e in Germania no?

Però fa riflettere che, senza spingersi mai fino a dire che il risultato è truccato, Michail Gorbachev rilasci alle agenzie russe dichiarazioni cariche di dubbi sulla genuinità completa del voto… Dice, per esempio, all’agenzia Interfax[185] – ed è di qualche rilievo che essa pubblichi l’intervista nella sua versione in russo e che la possano leggere liberamente tutti i russi su Internet – che le autorità dovrebbero lasciar rifare le elezioni per non trovarsi costrette a dover fare i conti con un’ondata montante di scontento e di protesta.

Sono sempre di più – annota e segnala Gorbachev che segnaliamo perché noi lo stimiamo e non purtroppo perché lo stimino molto i russi – quanti sono convinti che i risultati delle elezioni non sono giusti… E io sono del parere che ignorare l’opinione pubblica screditi le autorità destabilizzi la situazione… E’ molto meglio ammettere che ci sono state numerose falsificazioni e sono state riempite fraudolentemente molte urne”.

Certo che se, a opporsi a Putin poi a marzo sarà – come ha annunciato di voler fare “con l’appoggio di tutti i russi liberi”, oltre che dei suoi quattrini – il miliardario Mikhail D. Prokhorov[186], industriale metallurgico, proprietario di squadre americane di football, terzo uomo più ricco di Russia e, come è inevitabile, un altro che non ha mai saputo spiegare esattamente da dove vengono i soldi che ha, allora la scelta ancora una volta sembra destinata a diventare obbligata…

In sintesi:

• Il Cremlino non ha mollato né mollerà la presa, ma sta “studiando” come, in qualche modo, cambiarla. Adesso accuserà dei brogli elettorali alcuni funzionari periferici. Ma forse bisognerà vedere se stavolta basterà, con Twitter, YouTube e Facebook, per quanto poco affidabili come testimoni essi siano.  

• E’ provato[187] che gli oppositori sono stati finanziati da milioni di dollari di aiuti americani – privati e pubblici: del dipartimento di Stato con il Fondo USAID onestamente di pessima fama – in nome dell’equilibrio da ricostituire fra il potere e l’opposizione…

   L’USAID il cui obiettivo, indicato nello Statuto suo proprio include il fornire “assistenza economica, aiuto allo sviluppo e aiuto umanitario in giro per il mondo per sostenere nel mondo i fini della politica estera degli Stati Uniti d’America[188] – molto chiaro e molto onesto, no? – dichiara anche, sul suo sito, ufficialmente che ha aiutato programmi di sviluppo culturale e politico in Russia per $55 milioni, 3 milioni dei quali direttamente allocati “per la competizione elettorale”.

   Questo non è un punto forte ma debole dell’opposizione dopo quel che hanno  combinato in tante parti del mondo gli americani (servizi segreti, diplomazia, ONG più o meno pubbliche anche se nominalmente private) impicciandosi dovunque, non solo in Europa orientale (dalla Georgia, all’Ucraina, ecc.) e in America latina (Haiti, Venezuela), con esiti tropo speso per lo meno dubbi …

Una concessione, verbale ma importante, Putin la fa non all’opposizione come tale, ma agli oppositori. A molti di loro, dice Putin, per citare il NYT[189] che lo cita sintetizzandolo: “una nuova classe di giovani dissenzienti che si ergono a difesa delle loro convinzioni, mentre suggerisce che sono poi usati come strumenti incoscienti per destabilizzare il paese da parte di leaders dell’opposizione. Che se, da una parte, è sempre ovviamente la tesi di chi sta al potere, dall’altra,  onestamente, studiando il pedigree e il curriculum di tanti leaders dell’opposizione, potrebbe anche essere, no?, un’accusa fondata…

Anche Medvedev, che pure appare sempre parecchio più duttile di Putin – e, infatti, lui riconosce apertamente che “il sistema si sta facendo stanco” e afferma che va coraggiosamente, decisamente, rivitalizzato – ma poi concorda sul fatto che le dimostrazioni di piazza sono solo “la schiuma che galleggia sull’orlo di un bicchiere di birra[190].

Certo, anche Medvedev non è un osservatore spassionato. Ma non lo è— spassionato… e, secondo noi, è solo deleterio anche chi, come un quasi onirico articolo del NYT[191], descrive la situazione nei termini che vi traduciamo: dopo averci descritto un loro party di Natale e i loro sogni e comunicato che, giovani come sono – 18-20 anni – la maggior parte di loro “sta partendo per le vacanze invernali in Egitto o in Turchia”, ci dice che costituiscono “una massa critica di giovani che qui in Russia questo mese, ha deciso di avere il potere di alterare il corso degli eventi politici”.

Sì, lo ha “deciso”… magari andandosene in vacanza a Ibiza o a Antalya, proprio come fa, no?, l’altro 99,99% dei loro coetanei russi… Ci sembra, francamente, l’autoillusione – self-delusion la chiamano loro – di chi, di regola, dopo un po’ viene ricoverato in qualche asilo mentale… In fondo come è stato ben detto la migliore definizione del folle è quella di continuare a fare sempre le stesse cose, aspettandosi che ne vengano fuori risultati diversi.

Però forse, forse… nella seconda grande dimostrazione di massa contro lo scippo della democrazia, la vigilia di Natale, scendono in piazza ancora decine di migliaia di manifestanti a scandire, con uno slogan diffuso, che in Russia serve una polifonia non una monotonia per riuscire a incarnare la nuova democrazia di cui c’è bisogno. E’ un slogan, malgrado i ripari peraltro efficaci cui ricorrono al Cremlino, efficace esso stesso…

●Intanto, è proprio lui il presidente uscente, Medvedev, che passa rispetto a Putin anche per uno morbido e più dialogante, ora prima delle elezioni in Russia, chiarisce che il suo paese vuole discutere ancora con gli Stati Uniti del sistema di difesa missilistico in Europa: perché la Russia non vorrebbe proprio dover dislocare i suoi missili ai confini con gli altri Stati dell’Est europeo[192]. Ma se non si riuscirà a trovare, entro forse un massimo di 8-10 anni, un accordo ragionevole perché comprensibile a tutti i contraenti, allora però Mosca sarà costretta a prendere misure concrete di ritorsione.

Le prime scatterebbero quando il radar venisse effettivamente installato, a poche decine di km. da Kaliningrad. E il resto è noto perché, se è vero che nessun leader russo vorrebbe vedersi costretto a misure preventive di possibile rappresaglia come queste, la Russia, se provocata da un qualsiasi schieramento di missili ai suoi confini – avrebbe – e questo deve essere chiaro a tutti – sia la volontà che la capacità di rispondere colpo su colpo a uno stato di cose che continuasse a “escalare”…

●Lo è andato a spiegare, nel dettaglio, al suo omologo polacco, gen. Mieczyslaw Cieniuch, il capo di stato maggior generale russo, gen. Nikolai Makarov[193], che lo ha  incontrato a Mosca proprio per discutere dei problemi connessi alla possibile installazione di scudi missilistici e al livello di cooperazione o di negazione della cooperazione russa in Afganistan e altrove nel mondo con l’occidente. E ha ripetuto, un po’ pappagallescamente, quali sarebbero le misure che Mosca dovrebbe prendere se si trovasse davanti a una difesa missilistica che metterebbe a rischio l’equlibrio strategico in Europa.

Cieniuch fa osservare che anche se i rapporti russo-polacchi sono sempre stati tesi per ragioni storiche e geo-politiche, lui è d’accordo con Makarov: ormai bisogna trovare un terreno di intesa comune… E il russo fa osservare che nessuno, trovandosi davanti a un fatto compiuto come uno scudo missilistico unilateralmente concepito e installato alle sue porte che non sia stato con lui concordato, e nel dettaglio, invece che a uno scudo comune, lo accetterebbe senza reagire. Bisogna che tutti gli interlocutori, questo, lo capiscano bene.  

Ma è tutta la politica della NATO che sul tema è una contraddizione. Di qua, c’è adesso anche lo stesso segretario generale, Anders Fogh-Rasmussen[194], per quello che conta – cioè niente, naturalmente – a predicare che la NATO in realtà è stata sempre comprensiva con le preoccupazioni dei russi: proponendo loro “esercitazioni” comuni e suggerendo “uno scambio di dati telemetrici”— dove, però, ognuno i dati se li sarebbe raccolti da solo e poi si fidava di quelli che gli trasmetteva l’altro. Però – questo Rasmussen evita di constatarlo – non ai confini degli Stati Uniti, ma a quelli russi… Ripete, invece, che l’investimento dei russi – per ricreare un equilibrio strategico rafforzando la spada per far fronte allo scudo – è – sarebbe – “illogico”.

●Intorno a Natale la Russia conduce, stavolta con pieno “successo”, un lancio di prova[195] di due missili balistici intercontinentali dal sottomarino nucleare Yuri Dolgoruki che, nel recente passato, avevano manifestato qualche problema. Due Bulava mazze ferrate, i nuovi ICBM che Mosca punta a rendere il pilastro portante della sua forza nucleare strategica, sono partiti in immersione dal Mar Bianco e sono arrivati nel tempo previsto a bersaglio nel poligono militare della penisola di Kamchatka dell’estremo oriente russo. Naturalmente, essendo la Russia paese firmatario del Trattato che vieta gli esperimenti atomici, i missili non trasportavano testate di guerra ma solo testate-fantoccio.

●Di là, per contro, c’è l’annuncio del segretario di Stato al ministero degli Esteri della Romania, Bogdan Aurescu, che una nuova base militare degli Stati Uniti[196] sta per essere aperta a Deveselu, un villaggio di 3.000 abitanti quasi sul Mar Nero, ufficialmente nel 2015. Bucarest l’ha messa a disposizione degli USA anche, se vogliono, per altri missili antimissili (sempre l’Iran, si capisce...). L’offerta non è stata ancora accettata con questa precisa destinazione d’uso: perché forse non serve o, forse, perché a Washington si illudono di ammorbidire Mosca sul tema con una generosa rinuncia… a qualcosa che tanto non c’è. I militari americani cominceranno a arrivare a Deveselu in vari stadi, a cominciare da subito…

●Anche la Bulgaria si rende disponibile, annunciando di aver concesso agli USA – alla CIA che controlla tutto il progetto drones – il permesso di far operare i suoi UAV (veicoli aerei senza pilota) dalle basi aeree di Graf Ignatievo e Bezmer sul suo territorio[197]. L’accordo è un supplemento a quello del 2006 che regola già la cooperazione di difesa tra i due paesi e Bezmer, in particolare, viene considerata da fonti del Pentagono come una delle —6 basi aeree USA più importanti di cui disponga all’estero quel sistema strategico[198].

●La Lettonia insiste: appoggerà il progetto della linea ferroviaria Baltica[199] ad alta velocità  (che solo ai baltici, a dire il vero, poi, sembra interessare) se l’Unione europea aumenta la percentuale del suo finanziamento a fondo perduto dal 60 all’85%. Lo fa presente il primo ministro Valdis Dombrovskis: se l’Europa si limitasse soltanto a fornire mezzi finanziari a più basso interesse, chiarisce, la Lettonia – che sembra parlare, però, anche per Lituani ed Estonia – non potrebbe permetterseli.

In gennaio, dice il premier, si incontrerà con il Commissario europeo ai trasporti, Siim Kallas, già primo ministro dell’Estonia e assai sensibile alla richiesta. Che, però, ha già fatto presente come, coi chiari di luna attuali, non se ne parla neanche. Neppure di un finanziamento al 60%, in realtà… E attribuisce la responsabilità di aver “cadaverizzato[200]”, dice, il progetto, proprio alla Lettonia e alla Lituania che lo vogliono ma non hanno alcuna volontà di investirci proprie risorse.

●L’altro dei tre paesi baltici, la Lituania, si ritrova una presidentessa che spesso deborda dal suo ruolo quasi solo cerimoniale, occupando spazi tutti politici e assai delicati e innervosendo anche, spesso – tra gli altri – il suo primo ministro. Adesso Dalia Grybauskaitė dichiara[201] che i rapporti del suo paese con la Russia non possono migliorare e possono invece anche peggiorare.

Perché – ipsa dicit – spetta solo ai russi ogni sforzo per cercare di migliorarli: i rappresentanti di quel paese sono sempre “nostalgici della vecchia Unione Sovietica”. Replica a braccio, e a muso duro, da Mosca Medvedev, rimproverando a lei – lui non dice ai lituani né ai loro rappresentanti, ma specifica a “diversi loro dirigenti nefande nostalgie per i tempi dell’occupazione nazista della Lituania”.

●Il Congresso americano ha approvato un bilancio di $662 miliardi per la Difesa e lo invierà per la firma al presidente Obama[202]. Il Senato ha votato il testo complessivo con 83 voti a favore e 13 contro e la Camera dei rappresentanti 283 contro 136. Autorizza spese per il personale, per l’acquisizione di svariati sistemi d’arma, per le guerre (ancora aperte in Afganistan e anche in Iraq— altro che storie e proclamazioni e cerimonie più o meno finte) e per i programmi chiamati di “sicurezza nazionale” che fanno capo al Dipartimento federale dell’Energia, riguardando costruzione, manutenzione, dislocamento e ricerca sulle armi nucleari dell’arsenale statunitense nell’anno fiscale iniziato il 1° ottobre 2011.

Si tratta di $27 miliardi di meno della richiesta presentata dalla Casa Bianca e di 43 in meno dell’autorizzazione del Congresso per l’anno fiscale precedente. Fino all’ultimo momento il presidente Obama aveva minacciato il veto se il testo non fosse stato emendato per riconoscere all’Esecutivo il diritto di far processare dove e come vuole, in pubblico o in segreto, di fronte a un tribunale civile o militare chiunque sia accusato dagli Stati Uniti, militare o civile che fosse, americano o straniero, di attività terroristiche.

L’ha spuntata, Obama. Mantiene il diritto voluto da George Bush e che lui continua a rivendicare malgrado ieri, da candidato alla presidenza, lo avesse  duramente condannato come incostituzionale e inaccettabile sul piano dei diritti umani. Lo autorizza a tenere in galera indefinitamente e senza processo chiunque l’Esecutivo sospetti di possibili, anche se indimostrate attività terroristiche.  Insomma, come e peggio che con George Bush il piccolo.

Alla fine chi si opponeva in Congresso, quasi solo rappresentanti democratici, ha, infatti, mollato… Almeno per il momento… E preannuncia, comunque, di ridimensionare la sua opposizione. La senatrice Dianne Feinstein, democratica della California ha insistito: lei ed altri legislatori introdurranno proposte di legge per garantire che nessun cittadino americano possa essere trattenuto sena processo indefinitamente in qualsiasi carcere federale… Nessun cittadino americano,… se fosse italiano o afgano, chi se ne frega no? solo degli americani, in fondo, parla come portatori di diritti umani la Costituzione americana …

Altre diposizioni della legge prevedono

• ulteriori, possibili, sanzioni finanziarie all’Iran, in particolare contro le istituzioni finanziarie straniere che mantengono rapporti sgraditi agli USA con la banca centrale d quel paese;

• il congelamento di quei 700 milioni di dollari al Pakistan finché non “dimostra” (?) di contrapporsi alla fabbricazione sul suo territorio delle bombe improvvisate ad alto esplosivo;

• impone alla Lockheed Martin, il maggior fabbricante di armamenti del mondo, di coprire ogni costo ulteriore e non previsto nello sviluppo assai controverso del programma  del caccia interforze F-35 in continuo aumento: il Pentagono prevede di comprarne la bellezza di 2.443 esemplari per Aeronautica, Marina e Corpo dei Marines: per un totale di oltre $1.000 miliardi di spesa, però in continuo aumento. Si tratta già oggi del programma di armamento più costoso della storia degli Stati Uniti d’America, cioè della storia tout court.

●La visita della Clinton alla giunta militare di Myanmar – per premiarla delle prime aperture che ha fatto ed incoraggiarla a rispettare un po’ di più i diritti umani – appare in questa luce contraddittoria per non dire proprio ipocrita e anche  secondo non pochi osservatori americani almeno un po’ prematura.

Malgrado l’importante, ma forse anche troppo speranzosa, apertura di credito che la signora Daw Aung San Suu Kyi, abbracciata da Hillary, ha fatto alle promesse dei militari (molto più generosa di altre reazioni di oppositori altrettanto credibili anche se meno noti e celebrati di lei) è utile fare qualche considerazione— e a parte le connotazioni volute e dichiarate, e del tutto sbagliate, sul fatto che Washington consideri le proprie aperture nella stessa ottica delle proprie sanzioni: come una carota regalata al mulo, in questo caso, piuttosto che come una bastonata perché il mulo, stavolta, sarebbe stato un po’ meno recalcitrante e, quindi, se la sarebbe meritata.

In effetti, come osservano molti, la Birmania (il vecchio nome coloniale dato al paese e ormai cassato dai militari) non ha poi fatto grandi passi avanti sui diritti civili e umani ma l’America non perde il vizio suo incarognito, di sempre, di dare voti e buffetti o bacchettate sui suoi interlocutori, tutti… ma dire (la portavoce del Dipartimento di Stato), che Myanmar si sia “meritata” la visita della segretaria di Stato è semplicemente allucinante.

Altrettanto, e forse anche più, ingenua appare la notazione che la Clinton ha fatto pubblicamente dopo aver parlato col capo della Giunta militare che bisogna trasformare ogni tregua temporanea, come quella di cui lui le ha parlato, con le tribù della montagna birmana in pace permanente. Il fatto è che la violenza etnica e interetnica in Birmania è integrante della storia stessa del paese tra birmani (70%) e una miriade di altre etnie, tutte asserragliate e ben armate da sempre a difesa nei propri feudi.

L’ultima tregua, saltata proprio mentre lei andava li concionando a vuoto, è stata quella con i Kachin che, aveva detto, facendone il nome, ormai volevano solo la pace[203]… Ma non era neanche vero – glielo avevano detto i solerti funzionari del dipartimento di Stato scambiando i loro desideri per realtà, come vanno facendo un po’ dappertutto nel mondo del resto; ma, anche se fosse stato vero, sarebbe stati gli unici, alla fine, a volerla la pace, non certo i  militari birmani.

La novità effettivamente emersa dalla visita è, forse, stata la richiesta fatta dal presidente Thein Sein – solo fino a ieri l’altro il maresciallo Sein – alla Clinton di ottenere l’aiuto diretto americano per gestire il passaggio nel paese dal regime militare a quello civile – è stato notato che non ha detto,  però, “democratico” – solleticandone adeguatamente, pare, l’anelito missionario e pedagogico in lei, come in ogni altro buon americano, dominante; così è stato annunciato anche che il governo di Myanmar si atterrà alle risoluzioni dell’ONU sulla Corea del Nord e “considererà” la possibilità si permettere all’Agenzia dell’ONU per l’Energia atomica pieno accesso “ai propri impianti nucleari[204]”. Che è la prima volta in assoluto in cui il governo birmano ammette, o rende noto comunque, di avere un proprio programma nucleare di qualsiasi tipo…

●A proposito di Corea del Nord. È morto a 69 anni per un attacco di cuore il “caro leader”, Kim Jong-il. Nato durante la seconda guerra mondiale in Unione Sovietica, e lì registrato all’anagrafe come Yuri  Irsenovich Kim, figlio di Kim Il-sung, capo dei comunisti coreani, allora rappresentante del suo partito al Komintern e, tornato in patria, liberatore del paese nella lotta contro l’occupante giapponese e, infine, suo fondatore e massimo dirigente.

L’annuncio ufficiale della morte (di cui malgrado i miliardi spesi per lo spionaggio nessuno ha saputo niente in occidente, ma neanche in Corea del Sud o in Cina, per almeno 48 ore[205]) è stato dato nella solita lingua ferrigno-cerimoniosa e ipocrita delle comunicazioni ufficiali di questo paese, ancora più ampollosamente artificioso di quelle in uso correntemente in questa parte del mondo che è l’Asia orientale.

Recita così la KCNA[206], l’Agenzia ufficiale di notizie, che “Kim Jong-il, segretario generale del partito dei lavoratori di Corea, presidente della Commissione nazionale di Difesa della Repubblica Popolare di Corea e comandante supremo Esercito popolare di Corea è deceduto a causa delle grandi pressioni mentali e fisiche che sopportava alle ore 08,30 del 17 dicembre 2011 su un treno col quale conduceva una serie di ispezioni sul campo”.

I tre Kim: Il-sung, Jong-il e, adesso, Jong-eun: sempre lì… e, anche, sempre più piccoli? (vignetta)

Fonte: Guardian, 19.12.2011, Steve Bell

Secondo le disposizioni date per sicure da sempre dai servizi segreti americani – come spesso malamente informati – veniva garantito che il cognato di Kim Jong-il, Jang Song-taek, avrebbe dovuto essere il “reggente” del suo terzo figlio, Kim Jong-eun. Ma sempre il comunicato ufficiale ha chiarito che, invece, da subito proprio lui “è il grande successore della gloriosa rivoluzione juche [letteralmente ‘della autosufficienza’] della Corea del Nord e il nuovo capo del partito, dell’esercito e del popolo nordcoreano.

   La credibilità del compagno comandante Kim Jong-eun – assicura l’agenzia – deriva dalla rivoluzione che, iniziata dal nonno Kim Il-sung è stata resa vittoriosa dal padre Kim Jong-il. Il regno [dice, letteralmente, così, il comunicato ufficiale in inglese della KCNA!] di Kim Jong-eun consentirà alla Corea del Nord di superare le attuali difficoltà [e questa è un’ammissione assai rara, forse anche unica, in una fonte ufficiale di questo paese] e di lavorare tenacemente a un’ulteriore vittoria rivoluzionaria della nostra juche. Tutti i membri del partito, dei servizi militari e ogni singolo cittadino dovrebbero rimanere, e rimarranno, leali alla leadership di Kim Jong-eun e lavorare a proteggere e rafforzare l’unità di partito, esercito e popolo”.

Anche la scrupolosa elencazione dei componenti del comitato per le onoranze funebri[207] (nei paesi vetero comunisti sempre significativa) dice molto e, anzitutto, vuole mettere in evidenza che si tratta di successione istituzionale, al di là del primo posto riservato per diritto genetico al designato stesso: nell’ordine, vengono il presidente dell’Assemblea nazionale, poi il primo ministro, quindi il capo di Stato maggiore dell’Armata popolare e il ministro delle Forze armate. Le due guide di famiglia, diciamo così, di Kim Jong-eun, la zia Kim Kyong-hui, sorella del padre, e suo marito, l’atteso “reggente” Jang Son-taek, vengono nella lista al 14° e al 19° posto.

Il segnale è chiaro: il leader è lui, Kim Jong-eun, e la sua squadra è formata – per ora? – non dal partito ma da due civili ai massimi ranghi del governo e due soldati, due vice marescialli. Però è anche vero che dei 232 nomi elencati nella lista delle onoranze funebri, tutti e 232 sono membri del Comitato centrale del partito e, ai primi posti, tutti i membri del Comitato permanente, il suo esecutivo (l’eccezione è proprio lui, il leader supremo che ancora non è stato “eletto” a farne parte),       

Nella storia millenaria di questo paese, costretto ad essere non di rado tributario dei mongoli e anche dei cinesi, poi dei giapponesi ma mai diviso se non dopo la seconda guerra mondiale, per la prima volta adesso un leader supremo nord coreano non è in qualche modo direttamente legato almeno a una delle tre grandi guerre: che hanno fondato e radicato la legittimità della dinastia Kim: non tanto delle persone, quanto la guida del primo Kim in quelle tre guerre, tutte a modo loro di indipendenza.

Quella contro l’occupazione giapponese dal 1910-1945; la seconda guerra mondiale sempre contro i giapponesi; e la guerra di Corea che, tentata tra il 1950 e il ’53 da Kim Il-sung per riunificare il paese sostanzialmente contro il volere degli Stati Uniti (e, malgrado la dittatura militare di Park Chung-hee da essi non tanto tollerata quanto proprio voluta nel Sud, anche del popolo sudcoreano che non amava per niente una riunificazione sotto il comunismo del Nord) non riuscì a farlo, riuscendo però, con l’aiuto della Cina, a costringere gli americani all’armistizio e a mantenere l’ossessiva e quasi maniaca indipendenza del Nord dal Sud.

Mentre, il grande e, a suo modo, davvero sensazionale successo di Kim Jong-il, quello che nei confronti degli altri potentati del paese lo ha sempre legittimato è stato, invece, di aver supervisionato, diretto e portato a buon fine l’emersione della Corea del Nord come Stato dotato – dice: e comunque tutti lo credono, che poi è quel che conta – di armi nucleari e dei “veicoli” capaci di fronte a un possibile attacco militare al paese: una vasta schiera di missili balistici in grado di portarli a destino, a corto e medio raggio, fino a 1.400 km. di gittata, con possibili obiettivi in Corea del Sud, in Giappone e in alcuni territori di Cina e Russia.

Il figlio, in altri termini, e sulla strada della juche – dell’autosufficienza anche militare del paese –aveva superato il padre. Anche se sia sotto di lui che sotto suo padre a queste non certo piccole “vittorie” i Kim non sembrano proprio aver accompagnato alcun progresso economico e sociale appena appena adeguato. Lo dice la propaganda avversaria, certo, ma lo dice anche il fatto che questo paese fatica spesso a sfamare se stesso.

Ora, Kim Jong-eun, successore men che trentenne, educato da adolescente per alcuni anni in un collegio svizzero, a Berna, un bamboccione dalla faccia liscia e paffuta che, secondo informazioni della CIA parla, perciò, anche inglese, tedesco e francese, adesso, per meriti di famiglia, diciamo così, di dinastia è già generale a quattro stelle (Daejang: un supergrado militare comune alle due Coree che combina il grado massimo di generale dell’esercito e ammiraglio della flotta) nelle Forze armate della Corea del Nord.

Ora lo dovranno accettare (non votare, sia mai…) e probabilmente lo accetteranno – non farlo sarebbe molto molto pericoloso – capi del partito e militari prima che la successione sia considerata conclusa. Con ogni probabilità – ma ancora non è opinione, questa, ancora maggioritaria – la conduzione della Corea del Nord con Kim Jong-eun sarà sicuramente più collettiva del che con il padre e sotto il nonno.

E si apre un futuro in cui i veggenti, specie quelli ufficiali della CIA americana, dei servizi segreti della Corea del Sud (l’NSI) e di quelli giapponesi (lo Johuohu Honbu) e, sicuramente, anche di quelli cinesi, il Tewu) scruteranno, sostanzialmente smuovendo le foglie di té sul fondo della tazza, di indovinare l’assetto del nuovo potere nel paese e il futuro probabile della dinastia Kim (manco fosse un sultanato o un emirato del Golfo Perisco— almeno in Europa la successione dei pochi sovrani rimasti è predeterminata: chi è il successore di Elisabetta d’Inghilterra lo sanno già oggi i sudditi britannici, è fissato per legge nell’Atto di successione… oddio, poi, lo sanno davvero?).

E’ anche interessante notare come la scrupolosamente coreografata procedura della successione preveda, ogni volta che si menziona Kim Jong-eun, la citazione completa e precisa della sua posizione ufficiale di vice presidente della Commissione centrale militare del Comitato centrale del Partito coreano dei lavoratori, seguita dalla menzione che il defunto padre ne resta invece il presidente in carica in virtù del fatto che imperscrutabilmente resta segretario generale del partito stesso.

Il senso è che ogni opposizione a Kim Jong-eun sarebbe un’opposizione a Kim Jong-il e allo stesso Kim Il-sung che, a diciassette anni dalla morte, è sempre il presidente della Corea del Nord… Non sarà un indice di transizione del tutto liscia ma è il modo di fare della Corea del Nord, da sempre e perciò sì, forse proprio indice di una successione che segue la strada prevista come la seguì suo padre che, per la stessa ragione, non assunse mai il titolo di presidente della Repubblica del Nord Corea: restando così  sempre sotto l’aura protettiva, e qualche poco esoterica, del padre…

●La Cina, che da anni guarda con attenzione e cautela a quel che succede a Pyongyang – dal suo punto di vista è determinante il ruolo di cuscinetto stabile che le forze armate nord-coreane giocano rispetto a quelle americane che altrimenti si ritroverebbe direttamente ai confini – ha migliori carte e più peso di tutti gli altri da giocare nei confronti della leadership coreana. E non solo, e non tanto, perché sono due paesi comunisti – ormai, il comunismo dell’un sistema e dell’altro non si somigliano spesso neanche da lontano – ma per il ruolo specifico che, anche sotto il risvolto politico-diplomatico (il veto cinese all’ONU: rarissimo, però sempre possibile…), quello degli aiuti economici e soprattutto militari che Pechino svolge nei confronti della sua vicina del sud-est estremo dell’Asia[208].

Qui viene alla luce tutta la differenza tra le scelte cinesi e quelle americane e dei loro clienti sud- coreani. Rileva un eminente studioso di Cina e Coree, John Delury[209] dell’università Yonsei di Seul che oggi “‘solo i diplomatici cinesi sono in grado di alzare il telefono e parlare coi loro omologhi nord-coreani su quel che succede e su quanto ci si può aspettare’. Il che mette in piena luce la debolezza fatale del cieco affidarsi di Washington e di Seul alle sanzioni come strumento pressoché unico di contatto con Pyongyang almeno per tutto lo scorso triennio”. E la solita cieca applicazione di una concezione quasi infantile dei rapporti internazionali da ani intesi a Washington come qualcosa con cui premiare o punire i buoni e i cattivi, segnati sulla lavagna. Tipica di anni di politica americana condotta coi paraocchi.

GERMANIA

●Tre istituti, autorevoli, di ricerca economica (l’IMK,  la RWI e l’IfW) tagliano adesso per il 2012 le loro previsioni di crescita dell’economia tedesca. Uno di loro si spinge a parlare apertamente di recessione. Un quarto, importante, istituto, l’IFO di Monaco, ha però riscontrato un forte aumento a dicembre della fiducia delle imprese, il cui indice riscontrato da  un’inchiesta condotta tra 7.000 aziende è salito a 107,2 dal 106,6 di novembre come il maggior progresso ormai dallo scorso febbraio a sottolineare la duttilità rispetto alle altre di questa economia[210]. Malgrado ciò, l’IFO abbassa comunque la sua previsione di crescita a un massimo, dice, dello 0,4%.

Adesso, invece, l’IMK[211] prevede che l’economia si contrarrà – in recessione, cioè, anche se solo dello 0,1% l’anno prossimo – coi programmi di austerità anche di altri paesi, Italia, Francia, Gran Bretagna, Belgio e Spagna, anzitutto, ad incidere su domanda ed investimenti. Solo due mesi fa l’IMK aveva previsto un aumento nell’anno dello 0,7%.

Da parte loro, RWI[212] e IfW[213], pur mantenendo una certa percentuale di crescita, rispettivamente dello 0,6 e dello 0,5% per il 2012, la riducono seccamente dal precedente – dato due mesi fa all’1 e allo 0,8% – perché, dice la RWI, “presumiamo che per l’estate prossima la situazione dei mercati finanziari si sia calmierata e sia anche emersa una soluzione per la crisi dei debiti dell’eurozona”.  Presumono,… appunto.

Solo pochi giorni prima la Bundesbank[214] aveva defalcato drasticamente le sue previsioni di crescita per il 2012 dall’1,8 predetto sei mesi prima allo 0,6%, meno della metà e ben sotto il pronostico ufficialmente e testardamente ancora mantenuto dal governo. E, mettendo le mani avanti, avvisa  di prevedere di dover ancora tagliare le aspettative. A dicembre, poi, la produzione manifatturiera si è ancora contratta: per il terzo mese di seguito.

●Con un’iniziativa che, salvo errore, è finora unica, il Land della Baviera ha firmato il 21 dicembre un accordo di cooperazione energetica[215] con l’impresa russa Gazprom: si tratta di esplorare la fattibilità e l’utilità di costruire ed operare insieme impianti di produzione di elettricità alimentati a gas naturale nel ricco Stato tedesco meridionale.

FRANCIA

●L’Istituto nazionale di Statistica e Studi economici, INSEE, dice il 26 dicembre che secondo il calcolo ufficiale ci sono altri 29.000 disoccupati in cerca di lavoro al 1° novembre, l’1,1% in più che ad ottobre. Anno su anno, l’aumento della disoccupazione[216] (sempre e solo di quella ufficialmente riconosciuta, stiamo parlando) ha raggiunto il 5,2%, per un totale del 9,3%, 2.844.800 persone senza alcuna occupazione, il numero più alto dal novembre di dodici anni fa. Il debito pubblico[217]del paese, alla fine del 3° trimestre, raggiunge l’85,3% del PIL, pari a €1.688,9 miliardi. Specula l’Observatoire Français des Conjonctures Économiques, il tasso di disoccupazione ufficiale arriverà quasi all’11% e in nessun modo l’impegno annunciato da Sarkozy all’Europa di riportare il deficit/PIL al 3% entro il 2013 potrà essere raggiunto[218].

 

GRAN BRETAGNA

●Il rapporto dell’OCSE sulla disuguaglianza crescente nel mondo[219] ha sottolineato per questo paese  due dei rilievi peggiori che possano riguardare una grande economia in un periodo di pace, o di pace almeno relativa (anche la Gran Bretagna continua a fare la guerra in Afganistan). Due aspetti già noti  ma che erano stati finora largamente ignorati.

Il primo è che lo stesso Ufficio per la responsabilità sul Bilancio[220], organismo ufficiale governativo di verifica dei conti, dice di valutare adesso che l’economia nazionale quanto al PIL britannico sia nei fatti ben del 13% inferiore di quanto valutasse il governo al massimo del boom di qualche anno fa.

Il secondo è la previsione del semi-ufficiale, ed autorevolissimo, Institute for Fiscal Studies[221] (IFS), derivata dalle dichiarazioni dello stesso cancelliere dello scacchiere – che tendeva, deliberatamente, però ad offuscarne le conseguenze – secondo cui la famiglia media britannica nel 2016 sarà più povera di quanto fosse nel 2002. Insomma un decennio perso— e anche qualcosa di più…

Il tasso di disoccupazione (ufficiale, ovviamente; cioè: calcolato tagliando dal conteggio intere categorie in modo da farlo apparire artificialmente il più basso possibile) tocca il massimo ormai da 17 anni, a 2.640.000 persone e all’8,3% in più, lo 0,4% di più che nel secondo trimestre dell’anno. I giovani disoccupati (tra i 16 e i 24 anni) sono attivati, in aumento a 1.030.000 (il massimo dal 1992).

L’Ufficio statistico nazionale riferisce anche che la disoccupazione femminile va (al massimo dal 1988) a 1,1 milioni di cittadine. Il numero di lavoratori e lavoratrici che sono senza lavoro da oltre un anno è anch’esso il peggiore dal 1996, a 868.000 unità. E il numero delle persone “economicamente inattive” (studenti, in malattia, con incombenze di cura familiare o che almeno ha  rinunciato perfino a cercare lavoro è a 9.330.000 britannici[222].

Anche il governo Cameron, isolato in Europa e in crisi profonda dal punto di vista economico finanziario – coi fondamentali peggiori d’Europa, al di là della verniciatura finanziaria migliore che gli viene garantita dalla City, secondo notizie di stampa[223] a loro modo autorevoli anche se – parzialmente – smentite, potrebbe fare come forse la Thatcher, che salvò il suo governo e inaugurò la sua era con la guerra vittoriosa di marzo-giugno 1982 nelle Falkland/Malvinas.

Quella fu una strana e costosa scaramuccia militare (non altro, onestamente) combattuta ai confini del mondo  e in origine “impostale” – ma subito da lei più che lietamente accettata – dal tentativo della giunta militare argentina di risolvere così, con un’impennata nazional-bellicista il contenzioso territoriale perenne aperto con l’Inghilterra. Costò alle parti sui 2.000 morti e, forse, 3 miliardi di sterline[224], un’accusa di crimine di guerra alla Thatcher – per l’affondamento “proditorio” dell’incrociatore Belgrano – lasciata cadere perché, da quando mondo è mondo, i processi per crimini di guerra li subisce solo chi perde. E quel conflitto ebbe, comunque, non piccolo davvero, il merito di provocare la caduta della dittatura militare a Buenos Aires.

Adesso si viene a sapere – indiscrezioni volute – che lo stato maggiore britannico sta – starebbe – preparando una pianificazione di guerra per le Falkland. La decisione è – sarebbe – stata motivata dall’iniziativa di diversi paesi latino-americani (con l’Argentina, il Brasile e l’Uruguay, paesi tutti del cosiddetto blocco commerciale del Mercosur) di non lasciar attraccare nei loro porti navi che battono la bandiera delle isole Falkland, in tutto una trentina forse di pescherecci d’alto mare registrati nelle isole che gli argentini chiamano Malvine e considerano loro[225].

La controversia si sta accendendo però, come al solito, per ragioni che hanno in realtà poco a che fare con gli stemmi, le bandiere, i simboli, l’onore o i patriottismi vari perché adesso pare – pare – che sia stata prospettata e anche seriamente accertata una presenza abbondante di greggio petrolifero sui fondali al largo delle Falkland stesse (si dice che la ExxonMobil sia pronta a investirci $ 2 miliardi) e la presidente Cristina Fernandez de Kirchner da Buenos Aires alza la voce contro l’“appropriazione indebita” delle risorse nazionali del popolo argentino che Londra starebbe pianificando.

Secondo un anonimo alto ufficiale della Royal Navy, citato dalla stampa la preparazione di un’eventuale campagna viene ora accelerata, e pubblicizzata, da Londra per mostrare la serietà con cui Downing Street prende ogni eventuale minaccia alla sua “sovranità” e ai suoi “obblighi” nei confronti della popolazione delle Falkland.

Il governo britannico insiste che la sua sovranità sulle isole, che data al 1833, non è discutibile; che è chiara in diritto internazionale; e che, comunque,  anche il diritto della popolazione delle Falkland all’autodeterminazione è sacrosanto come quello degli altri… qui però il Regno Unito, per affermarlo e difenderlo, ha fatto e forse è ancora disposto a farci una guerra. Dei diritti di altri all’autodeterminazione – Palestina, per dire: sulla quale ha pure responsabilità storiche gravi – non sembra fregargliene francamente di meno.

Sul piano politico-diplomatico, però, l’Inghilterra da tempo sul tema non fa che prendere schiaffi. Ogni consesso internazionale e non solo in America del Sud che evochi il tema, vede esprimersi solidarietà con l’Argentina e inviti a trattare agli inglese, come chiedono gli argentini e gli inglesi rifiutano.

Adesso, anche gli Stati Uniti (nel 2010 l’ha detto la segretaria di Stato Hillary Clinton) ha chiesto che la disputa si risolva con negoziati bilaterali o, se fosse richiesto, anche con la mediazione statunitense (in fondo, secondo la dottrina Monroe – “l’America agli americani, mai agli europei” – l’intruso qui è sicuramente il Regno Unito e la distonia fu quando nel 1982 Reagan appoggiò invece, anche con l’aiuto dei satelliti spia, la campagna militare britannica. Insomma, stallo. Ma a Londra, gli stessi militari che pure hanno voluto mandare il segnale, aggiungono di non prendere la minaccia come una cosa realmente seria.

Di fronte al subbuglio, forse non solo mediatico ma anche reale, che queste indiscrezioni sollevano nell’opinione pubblica inglese – rinfocolando, spera Cameron, gli assopiti spiriti patriottardi intorno al suo governo come capitò d’antan intorno a Thatcher – un portavoce[226] del ministero della Difesa precisa, infatti, che non c’è alcun piano di rafforzamento della presenza militare britannica nelle Falkland… ma non lo esclude in futuro.

GIAPPONE

●L’impianto nucleare di Fukushima, quello dello tsunami pesantemente danneggiato a marzo, sta perdendo da una falla che ha perso la bellezza di 46 tonnellate di acqua contaminata (radioattiva) riversandola in un’area di scarico prossima ai reattori[227].


 

[1] Washington Post, 27.12.2011, Italy’s uphill financial fight La lotta controcorrente delle finanze italiane (cfr. http://www.washingtonpost.com/opinions/italys-uphill-financial-fight/2011/12/23/gIQAJhETJP_story.html/9/).   

[2] B. Obama, The Audacity of Hope: Thoughts on Reclaiming the American Dream — B. Obama, L' audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, ed. ital.  B.U.R., 2008 [il sottotitolo originale, più efficace, è: per riprenderci il sogno americano].

[3] Cfr. qui sotto, Nota7.

[4] BRI, Rassegna trimestrale, 12..2011, N. Vause e G. von Peter, La crisi del debito sovrano dell’area dell’euro muove i mercati finanziari mondiali [sarebbe stato più corretto, sembra a noi, intitolare meno asetticamente che precarizza ancora di più di quanto già non siano i mercati, no?] 1 (cfr. http://www.bis.org/publ/qtrpdf/r_qt1112a_it.pdf/).

[5] Sinistra, Ecologia e Libertà, 23.12.2011, A. Gianni, Aspettando le idi di marzo (cfr. http://www.sinistraecologialiberta .it/articoli/aspettando-le-idi-di-marzo/).

[6] Financial Times, 11.9.2011, T. Alloway, Europe’s banks face funding problems—Le banche in Europa hanno problemi di finanziamento (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/f56688ec-d963-11e0-b52f-00144feabdc0.html#axzz1hpwPgvRF/).

[7] Cfr, qui sopra Nota3.

[8] Financial Times, 4.10.2011, D. Oakley e T. Alloway, CDS numbers count against banking system— Il volume dei CDS conta e pesa contro tutto il sistema bancario (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/06ac171a-ee82-11e0-a2ed-00144feab49a. html#axzz1hpwPgvRF/).

[9] Financial Times, 8-9.10. 2011, M. Murphy e J. Pickard,, Moody's hits 12 British lenders with downgrades— Moody’s colpisce dodici istituti creditizi britannici con il suo downgrade (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/db0e3068-f0d2-11e0-aec8-00144feab49a.html#axzz1hpwPgvRF/).

[10] Independent Commission on Banking Commissione indipendente per le banche, Sir J, Vickers, testo integrale (cfr. http: //bankingcommission.s3.ama zonaws.com/wp-content/uploads/2010/07/ICB-Final-Report.pdf/).

[11] Cfr. http://www.globalcarbonproject.org/.

[12] New York Times, 5.12.2011, J. Gillis, 2010 carbon Dioxide output shows biggest jump ever Le emissioni  di anidride carbonica del 2010 mostrano il massimo incremento di sempre.

* N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONO DATI  VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE. 

[13] J. Steinbeck, Furore, 1939 (premio Pulitzer); poi, nel 1962,  premio Nobel, 1a edizione italiana, Bompiani, 1940.

[14] Sant’Ambrogio, De Officiis, I 28, PL16,67.

[15] Jouyeux Noël di C. Caron, presentato fuori concorso al festival di Cannes (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=wC IXZ3hojJ4/). Per una scheda di lettura più accurata sul film, cfr. http://nuke.cineforumomegna. it/LinkClick.aspx?fileticket=G1SyJV0H7sA%3D&tabid=64&mid=419/; o, ancora Wikipedia, cfr. http://it.wikipedia. org/wiki/Joyeux_No%C3%ABl_-_U na_verit%C3%A0_dimenticata_dalla_storia/; e, per una visione integrale del film – che, come viene notato, non è purtroppo diretto da uno Stanley Kubrik ma è, comunque, di grande efficacia soprattutto perché riproduce, bene, una storia vera, vedi i links ai video in inglese e francese alla fine del testo di Wikipedia.

[16] E’ un documento agile, poco più di una ventina di pagine, ricchissimo di grafici e dati impressionanti… OECD/OCSE, 5.12.2011, Divided We Stand - Why Inequality Keeps Rising Stiamo insieme, ma divisi - Perché l’ineguaglianza continua a crescere (Un’indagine sulle disuguaglianze crescenti del reddito nei paesi OCSE: principali rilievi (cfr. http://www.oecd.org/data oecd/40/12/49170449.pdf/).

[17] Agenzia Reuters, 2.12.2011, D. Wallis e A. Cawthorne, Lively Chavez hosts Latin American peers, snubs U.S Un Chávez ringalluzzito ospita I suoi pari latino-americani e snobba gli Stati Uniti (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/12/03/ us-venezuela-chavez-idUSTRE7B12F620111203/).

[18] The Economist, 10.12.2011.

[19] Sintetizzata nella frase “L’America agli americani”, elaborata nel 1823 dal Segretario di Stato del presidente James Monroe, John Quincy Adams, poi sesto presidente degli Stati Uniti lui stesso, esprime l'idea che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna interferenza o intromissione nell’emisfero occidentale da parte delle potenze europee… Gli USA: non l’America, Nord e Sud, non gli americani, ma solo gli USA… Si capisce perché da allora tutti gli americani che non siano del Nord l’hanno considerata come uno strumento dell’imperialismo nord-americano, no? 

[20] New York Times, 6.12.2011, S. Romero, Dip in consumer spending slows growth in Brazil In Brasile, un picco in calo della spesa per consumi rallenta la crescita.

[21] China Daily (Il quotidiano del popolo, Pechino), 8.12.2011, Brazil's inflation hits 6.64 pct, passes target L’inflazione in Brasile tocca il 6,64%, oltrepassando il target prefissato (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/xinhua/2011-12-09/content462 8783.html/).

[22] BCB, 21.12.2011, Indicadores EconômicosConsolidados (cfr. http://www.bcb.gov.br/pec/Indeco/Port/ie1-52.xls/).

[23] Agenzia Bloomberg, 1.12.2011, China PMI Falls for First Time Since 2009 La produzione manifatturiera si contrae in Cina per la prima volta dal 2009 (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-12-01/china-s-manufacturing-shrinks-for-first-time-since-2009-on-europe-impact.html/).

[24] Nota congiunturale no. 12-2011, in Nota84 a pie’ di pagina.

[25] China Daily, 8.12.2011, Full text: White paper on China's foreign trade Libro bianco sul commercio estero della Cina:testo integrale (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/china/2011-12/07/con tent_14226654.htm/).

[26] Xinhua, 9.12.2011, China's CPI growth eases to 4.2% in November La crescita dell’inflazione rallenta a novembre al 4,2% (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/china/2011-12/09/c_131296792.htm/).

[27] In realtà il secondo, il primo era stato firmato nel 2008 tra la cinese Metallurgical Corporation e il governo Karzai per sviluppare la grande miniera di rame di Aynak a sud di Kabul: che comincerà la produzione on line nel 2014, arrivando a regime entro due anni.

[28] Afghan Ministry of Mines,26.12.2011, comunicato stampa, Afghanistan, CNPC International Reach Agreement For Amu Darya Oil Tender L’Afganistan e la cinese CNPC trovano l’accordo su un’offerta per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio dell’Amu Darya (cfr. http://mom.gov.af/en/announcement/5861/).

[29] U.S. Air Force Times, 26.12.2011, Afghanistan, China to sign first ever oil contract L’Afganistan e la Cina firmano il primo contratto in assoluto per il petrolio (cfr. http://www.airforcetimes.com/news/2011/12/ap-china-afghanistan-to-sign-first-oil-contract-122711/).

[30] The Economist, 3.12.2011.

[31] New York Times, 2.11.2012, Ultraconservative Islamists Make Gains in Egypt— Gli islamisti ultraconservatori segnano punti nel voto egiziano.

[32] Stratfor, 6.12.2011, Egypt: SCAF To Transfer Majority Of Power To PM In Egitto, lo SCAF, il Consiglio supremo delle Forze Armate trasferisce la maggioranza dei suoi poteri al PM (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111206-egypt-scaf-trans fer-majority-power-pm/).

[33] Business Council of Africa, Security Issues, 8.12.2011, Muslim Brotherhood to oppose Egyptian military over drafting of Constitution while military say it will appoint Council to oversee its drafting La Fratellanza  mussulmana si opporrà ai militari in Egitto sulla redazione della Costituzione, mentre i militari affermano che designeranno un organo consultivo per supervisionarne proprio la scrittura (cfr. http://www.bcafrica.co.uk/index.php?option=com_con tent&view=article&id= 263:africa-security-issues-8-december&catid=42:latest-news&Itemid=224/).

[34] New York Times, 10.12.2011, D. D. Kirkpatrick, In Egypt, a Conservative Appeal Transcends Religion In Egitto un appello di stampo conservatore che va al di là della religione.

[35] Al Arabiya, 8.12.2011, Egypt’s Islamists clash over constitution, boycott army civilian council Gli islamisti in Egitto si scontrano sulla Costituzione e boicotteranno la Commissione civile dei militari (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/12 /08/181527.html/).  

[36] La storia, o meglio la cronaca, della vita di questo paese, nato dalla guerra civile e dalla secessione con l’India nel 1947, elenca una serie di generali che ci hanno provato e tutti, in qualche modo, hanno fallito: il Gen. Ayub Khan (1958-1969), il Gen. Yaya Khan (1969-1971) e, dopo il periodo di governo civile del presidente Zulfiqar Ali Bhutto finito con la sua impiccagione, il Gen. Zia-ul-Haq (1979-1988). A Zia (morto in un misterioso incidente aereo), segui l’elezione a presidente della figlia di Bhutto, Benazir e, poi, sconfitta lei nelle elezioni parlamentari dal suo avversario conservatore, Navaz Sharif, deposta nel 1999 dal Gen. Parvez Musharraf che è stato costretto ad andarsene in esilio, poi, nel 2008 con l’elezione di Asif Ali Zardari, marito della Bhutto nel frattempo assassinata essa stessa. Adesso l’attuale presidente è in cura a Dubai…

[37] Business Council of Africa, Security Issues, 8.12.2011, Egypt will expand relations with Iran, says Freedom and Justice Party (FARS News Agency , Teheran)— L’Egitto espanderà le sue relazioni con l’Iran, dice il partito di Libertà e Giustizia (Agenzia FARS di Teheran) (cfr.http://www.bcafrica.co.uk/index.php?option=com_content&view=article&id=263:afri  ca-security-issues-8-december&catid=42:latest-news&Itemid=224/).  

[38] Haaretz (Tel Aviv), 9.12.2011, Muslim Brotherhood: Egypt-Israel peace treaty needs to be reviewed La Fratellanza mussulmana afferma che c’è bisogno di rivedere il trattato di pace  Egitto-Israele (cfr. http://www.haaretz.com/news/middle-east/muslim-brotherhood-egypt-israel-peace-treaty-needs-to-be-reviewed-1.400541/).

[39] The Daily News (Cairo), Islamists win again, judges threaten to boycott supervising elections for military police attacks—  Nuova vittoria degli islamisti, i giudici [gli scrutatori] minacciano il boicottagio delle elezioni a causa di attacchi [tutto sommato sporadici] della polizia militare [in vicinanza dei seggi] (cfr. http://www.thedailynewsegypt.com/egypt-elections-20 11/judges-threaten-to-boycott-elections-as-islamists-maintain-lead.html/). 

[40] New York Times, 17.12.2011, D. D. Kirkpatrick, Death Toll Rises As Cairo Clashes Enter Second Day Il numero dei morti aumenta con l’entrata degli scontri per il secondo giorno .

[41] New York Times, 20.12.2011, D. D. Kirkpatrick, Mass March by Cairo Women in Protest Over Soldiers’ Abuse— Grande marcia di protesta delle donne al Cairo contro gli affronti oltraggiosi dei soldati nei loro confronti.

[42] Cfr. 17.12.2011, http://www.youtube.com/watch?v=4iboFV-yeTE&skipcontrinter=17/.

[43] New York Times, 28.12.2011, D. D. Kirkpatrick, Military to Lend $1 Billion to Bolster Egypt’s Currency Per sostenere la valuta egiziana, un prestito da 1 miliardo di $ dei militari.

[44] New York Times, 30.12.2011, J,. B. Alterman, This Revolution Isn’t Being Televised Questa rivoluzione non viene teletrasmessa.

[45] New York Times, 12.12.2011, L. Stack, Libyan Army Clashes With Militia in Tripoli L’esercito libico si scontra con le milizie a Tripoli.

[46] Guardian, 17.12.2011, C. Stephen, Libyan scramble for £100bn in assets fractures the peace at Tripoli airport Gli scontri fra i libici per 100 miliardi di sterline di risorse [biglietti di banca] frantuma la pace [ma quando mai c’era stata, dopo Gheddafi?] all’aeroporto di Tripoli?

[47] V. Nota congiunturale 10-2011, cfr. Nota28

[48] E’ dall’agosto scorso che, su Asia Times, un giornalista investigativo statunitense di primo piano, Pepe Escobar, segnalava il senso di questa mossa e la posta in gioco (How al-Qaeda got to rule in Tripoli Come al-Qaeda è arrivato al potere a Tripoli , cfr. http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MH30Ak01.html/)... e il fatto, per lo meno curioso, che al fondo, poi, agli americani la scelta stia bene…

[49] le Monde, 13.12.2011, Libye: le CNT se démarque [si smarca] du traité d'amitié avec Rome (cfr. http://www.lemonde. fr/afrique/article/2011/12/13/libye-le-cnt-se-demarque-du-traite-d-amitie-avec-rome_1618148_3212.html/).

[50] Il Secolo XIX, 15.12.2011, Italia-Libia: l’amicizia “ritrovata” riparte il trattato (cfr. http://www.ilsecoloxix.it/p/mon do/2011/ 12/15/AOGha5VB-trattato_ritrovata_amicizia.shtml/).

[51] le Monde, 14.12.2011, Hamadi Jebali, officiellement nommé chef du gouvernement tunisien (cfr. http://www.lemonde. fr/tunisie/article/2011/12/14/hamadi-jebali-officiellement-nomme-chef-du-gouvernement-tunisien_1618278_14 66 522.html/).

[52] Al Arabiya, 1.12.2011, Jordan Prime Minister wins parliament’s vote of confidence— Il PM giordano ottiene il voto di fiducia del parlamento (cfr. http://www.alarabiya.net/articles/2011/12/01/180339.html?PHPSESSID=9v4pou84vsamildo 4touflsbi7/).

[53] ABC Tv, B. Walters interviews president Bashar al-Assad Intervista ad Assad di B. Walters (cfr. http://gma.yahoo. com/video/news-2679 7925/barbara-walters-exclusive-interview-with-syria-s-president-bashar-al-assad-there-was-no-command-to-kill-2751 6410.html#crsl=%252Fvideo%252Fnews-26797925%252Fbarbara-walters-exclusive-interview-with-syria-s-president-bashar-al-assad-there-was-no-command-to-kill-27516410.html/)

[54] Al Jaazera, 5.12.2011, Syria ‘positive’ on Arab League monitors plan La Siria reagisce positivamente al piano di monitoraggio della Lega araba (cfr. http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2011/12/2011125104346498827.html/).

[55] New York Times, 5.12.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), Syria Agrees to Arab Observers Under Conditions La Siria è d’accordo sugli osservatori arabi ma sotto certe condizioni.

[56] New York Times, 23.12.2011, K. Fahim, Suicide Bomb Blasts Hit 2 Security Facilities in Syrian Capital Scoppi di bombe suicide contro due installazioni di polizia nella capitale siriana.

[57] Cfr., qui sotto, Note da 145  a 154.  

[58] Gilles Kepel, Fitna, ed. Gallimard, 2004, Parigi (Fitna, ed. ital. Laterza, 2004.Roma-Bari.

[59] LATimes, SacramentoBee, 19.12.2011, A. Avis e A. Hassan,  Syria signs protocol for Arab observers La Siria firma il protocollo di accettazione degli osservatori arabi (cfr. http://www.sacbee.com/2011/12/19/4133881/syria-signs-protocol-for-arab.html/).

[60] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, L. VI, xxxii, 143. 

[61] Al Arabiya, 27.11.2011, Yemen’s VP asks opposition leader Basindwa to form government Il vice presidente dello Yemen chiede al leader dell’opposizione, Basindwa, di formare il governo (cfr. http://blogs.aljazeera.net/live blog/Yemen/).

[62] 1) Uruknet.info, 2.12.2011, M. Ghobari, Yemen PM warns transition at risk, eight dead in Taiz Il PM yemenita avverte che la transizione è a rischio, con otto morti a Taiz (cfr. http://www.uruknet.info/?p=m83580&hd=&size=1&l=e/); 2) Reuters, 5.12.2011, Warring forces withdrawing from Yemeni city - witnesses Secondo testimoni oculari le forze contrapposte si ritirano dalla città yemenita [di Ta’izz] (cfr. http://in.reuters.com/places/yemen/).

[63] Guardian, 24.12.2011, Reuters, Yemeni president Ali Abdullah Saleh to go to US— Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh se ne andrà negli USA.

[64] New York Times, 26.12.2011, M. Landler e E. Schmitt, Path Is Cleared for Yemeni Leader to Get Care in U.S Aperta la strada perché il leader yemenita si vada a far curare in America.

[65] EUROSTAT, 26.11.2011, #176/2011, Euro area unemployment rate at 10.3% - EU27 at 9.8%— La disoccupazione nell’eurozona tocca il 10,3% - Nell’Unione a 27, il 9,8% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-30112011-BP/EN/3-30112011-BP-EN.PDF/).

[66] New York Times, 30.11.2011, Central Banks Take Joint Action to Ease Debt Crisis Le banche centrali decidono un’azione [bé… si fa per dire!] comune per alleviare le crisi del debito.

[67] New York Times, 1.12.2011, J. Ewing e D. Jolly, Central Bank Chief Hints at Stepping Up Euro Support Il presidente della Banca centrale europea sembra accennare a un maggiore sostegno all’euro.

[68] 1) New York Times, 8.12.2011, European Central Bank Cuts Key Interest Rate La Banca centrale europea taglia il tasso di sconto chiave; 2) ECB/BCE, 8.12.2011, Dichiarazione introduttiva del presidente Mario Draghi alla conferenza stampa mensile (cfr. http://www.ecb.int/press/pressconf/2011/html/is111208.en.html/).

[69] all-in.de, 1.12.2011, Merkel und Sarkozy umwerben für neuen Stabilitätsvertrag auch Nicht-Euro-Staaten La Merkel e Sarkozy corteggiano anche paesi non-euro per un nuovo patto di stabilità (cfr. http://www.all-in.de/nachrichten/deutschland undwelt/Deutschland-Welt-Merkel-und-Sarkozy-umwerben-fuer-neuen-Stabilitaesvertrag-auch-Nicht-Euro-Staaten;art 15808,1054575/)

[70] New York Times, 5.12.2011, Sarkozy and Merkel Push for Changes to Europe Treaty Sarkozy e Merkel spingono  per cambiamenti al Trattato europeo.

[71] New York Times, 5.12.2011, G. Bowley e J. Cresswell, S.&P.’s Warns Europe of Ratings Downgrade S&P’s avvisa l’Europa di una svalutazione globale del rating

[72] EUbusiness, 6.12.2011, Franco-German euro plan is 'the' response to S&P L’europiano di Francia e Germania è ‘la’ risposta alla S&P’s (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/finance-economy-sp.dw5/).

[73] Reuters, 6.12.2011, Cost of euro breakup would be exorbitant: France Il costo del crollo dell’euro sarebbe esorbitante: dice la Francia (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/12/06/us-eurozone-france-fillon-idUSTRE7B514 O20111206/).

[74] Partido popular de Valencia, 21.12,.2011, Mariano Rajoy ya es, oficialmente, Presidente del Gobierno (cfr. http:// www.ppvalenciadelventoso.es/2011/12/mariano-rajoy-ya-es-oficialmente-presidente-del-gobierno/).

[75] NightWatch, 27.12.2011, Spain suffers a ‘relapse’, minister says La Spagna, dice il ministro, soffre di una ‘ricaduta’ (cfr. http://www.kforcegov.com/NightWatch/NightWatch_11000256.aspx/).

[76] Wall Street Journal, 30.12.2011, D. Roman e J. House, Spain misses deficit target, sets cuts La Spagna alza il target del deficit e decide altri tagli di spesa (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052970204720204 577130382564753 536.html/).

[77] Irish Central (Dublino), 19.12.2011, C. Derwan, Irish government wants new debt deal in return for referendum support— Il governo irlandese vuole nuove concessioni sul debito in cambio del suo sostegno nel referendum sulla riforma del Trattato (cfr. http://www.irishcentral.com/news/Irish-government-wants-new-debt-deal-in-return-for-refere ndum-support-135849288.html/).  

[78] Dagelijksestandaard (Amsterdam), 7.12.2011, Finland wijst plan Merkozy af La Finlandia respinge il piano Merkozy (cfr. http:// www.dagelijksestandaard.nl/2011/12/harry-van-bommel-heeft-gelijk-referendum-is-noodzakelijk/).

[79] Financial Times, 29.12.2011, (cfr. http://markets.ft.com/RESEARCH/Markets/Government-Bond-Spreads/).

[80] International Monetary Fund (IMF), 10.2011, World Economic Outlook Database (cfr. http://www.imf.org/external/ ubs/ft/weo/2011/02/weodata/index.aspx/).

[81] Il super-regolatore dei mercati europei, l’ESMA (European Securities and Markets Authority), una specie di Authority di controllo e, potenzialmente almeno, di regolazione che finora si era sempre guardata bene dall’intervenire, anche dopo alcuni discreti segnali provenienti dalla Commissione, stavolta che hanno osato rompere l’anima perfino alla Germania, dice che adesso però lo farà: i funzionari e gli esperti dell’Autorità europea di sorveglianza di titoli e mercati stanno visitando a tappeto gli uffici delle grandi, ma anche delle piccole, agenzie di rating “per verificarne le metodologie di lavoro”.

   Ormai all’Unione, ma anche e proprio alla BCE stessa, in parecchi sono convinti che le agenzie abbiano esacerbato la crisi, coi loro interventi spesso fuori tempo – dicono – e fuori luogo, sempre di loro scelta: per esempio, senza mai tener conto delle contingenze e dell congiuntura in cui venivano a  cadere sui mercati i loro verdetti, cosiddetti neutrali.

   Il governatore della Banca di Francia e, a quel titolo, membro di diritto del Direttivo della Banca centrale, Christian Noyer, ha detto che secondo lui è proprio la metodologia di S&P’s ad essere diventata, ad esempio, più attenta ai fattori politici che ai fondamenti economici in sé dell’oggetto che studia. “Non devono dimenticare che se troviamo che agiscono male, non appropriatamente, avvisano all’ESMA, noi abbiamo il potere di multarle e anche di sospenderne e perfino di ritirarne le licenze ad agire in Europa”, viene aggiunto qualche po’ minacciosamente: adesso (New York Times, 6.12.2011, Reuters, EU Watchdog Investigates Rating Agencies Il supervisore della UE investiga le agenzie di rating).

[82] Consiglio europeo, 9.12.2011, Dichiarazione dei capi di Stato o di governo della zona euro, testo integrale (cfr. http:// www. ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2011/12/consiglio-europeo-capi-stato-governo-zona-euro.pdf?uuid=216a0018-2257-11e1-bcd6-bae0503a9a7b/).

[83] Presidential Anecdotes, P. F. Boller, L.B. Johnson, cfr. http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0195107152/ the scoop# reader_ 0195107152/).

[84] EUObserver, 9.12.2011, H. Mahony, UK left out as 26 EU countries to draft new treaty Il Regno Unito lasciato fuori mentre 26 paesi dell’Unione redigono un nuovo Trattato (cfr. http://euobserver.com/843/114563/)

[85] NewYork Times, 9.12.11, New Treaty to Save the Euro May Also Divide Europe—.

[86] L. Carroll, Alice in Wonderland (The Lobster Quadrille), 1865, libri-on-line (cfr. http://www.bol.it/libri/Alice-in-Wonderland/T.-T.-Sutherland/ea978885220955/). 

[87] Guardian, 12.12.2011, P. Curtis, Will David Cameron’s veto protect the City? Ma davvero il veto di  David Cameron proteggerà la City?

[88] The Sun, 9.12.2011, G. Wilson, On euro: PM under attack from EU leaders and own MPs— Sull’euro, attacchi al premier dalla UE e dai suoi stessi deputati [che, alla fine, però, compresi i partners minoritari della coalizione, gli pseudo-europeisti liberal-democratici, ingoiaano tutto…](cfr. http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/politics/3988056/David-Cameron-savaged-on-Euro.html/).

[89] EUObserver, 17.12.2011, New treaty in force when 9 countries have ratified— Il nuovo trattato in vigore quando 9 paesi lo ratificano (cfr. http://euobserver.com/19/114668/).

[90] E’ la procedura decisionale istituzionalizzata con i Trattati. Consiste nel realizzare una più forte cooperazione tra alcuni Stati membri dell’Unione per determinati temi (giustizia, difesa, gestione economica, ecc.). Il presidente francese Chirac ha sempre preferito chiamarla Europa a due velocità: in realtà poi di Europe diverse che convivono diversamente tra loro ce ne sono già più di due, almeno sei (eurozona, Unione, Schengen, quella della Carta dei diritti, ecc.)… E questa adesso si aggiungerebbe… Per una spiegazione semplice e, anche, un po’semplicistica di una realtà istituzionale complessa e articolatissima, ad esempio, vedi in Wikipedia (alla voce cooperazione rafforzata, Cfr. http://it.wikipedia. org/wiki/Cooperazione_rafforzata#Curiosit.C3.A0/).

[91] EUObserver, 9.12.2011, L. Phillips, V. Pop e P. Ebels, New EU deal faces multiple referendum threat Il nuovo accordo nella UE incontra la minaccia di molteplici referenda (cfr. http://euobserver.com/18/114585/)

[92] Finland News, 9.12.2011, K. Pohjanpalo, Finland Will Exit ESM If Unanimity Dropped, Urpilainen Says La Finlandia uscirà dall’ESM se viene lasciata cadere l’unanimità nelle decisioni, dice Urpilainen (cfr. http://www.finlandnews.fi/Fin land-news-yahoo-feed/finland-will-exit-esm-if-unanimity-dropped-urpilainen-says/).

[93] Financial Times, 9.12.2011, P. Stevens, How long will Britain stay in the EU? Quanto tempo la Gran Bretagna resterà nella UE? (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/d9e7cd56-226a-11e1-923d-00144feabdc0.html/).

[94] Chicago Tribune, 19.12.20121, Reuters, China says already part of effort to help Europe La Cina ricorda di esesre già parte dello sforzo teso a aiutare l’Europa (cfr. http://www.chicagotribune.com/business/sns-rt-us-china-europetre7b90 ih -20111210,0,5169324.story/).

[95] Forex Journal, 9.12.2011, Reuters, China Central Bank to create $300 bln FX investment vehicle-source La Banca centrale di Cina crea un veicolo per investimenti all’estero da $300 miliardi (cfr. http://www.forexjournal.com/world/asia-pacifi cs/19729-china-central-bank-to-create-300-bln-fx-investment-vehicle-source-.html/).

[96] Reuters, 11.12.2011, Eurozone agreement only partial solution-IMF L’accordo nell’eurozona è una soluzione solo parziale, dice il FMI (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/12/11/uk-imf-europe-idUKTRE7BA0ES20111211http://uk.reu ters.com/article/2011/12/11/uk-imf-europe-idUKTRE7BA0ES20111211/).

[97] l’Unità, 9.12.2011, V. Dastoli, Per un’altra Europa.

[98] New York Times, 12.12.2011, No Draghi Ex Machina.

[99] International Monetary Fund, Global economic Forum FMI, Forum economico globale, 21.12.2011, O. Blanchard Blog, 2011 in review: four hard truths Una rilettura del 2011: quattro dure verità (cfr. http://blog-imfdirect.imf.org/

[100] New York Times, P. Krugman, 21.12.2011, Olivier Blanchard Isn’t Very Serious Olivier Blanchard non è molto serio  [ed è un bene, perché quelli molto seri non ne  hanno da tempo azzeccata una! è la spiegazione del titolo…].

[101] Public Intelligence Blog, 25.12.2011, Financial Crisis Now a Crisis of Fundamentals: Lagarde Lagarde: ormai la crisi finanziaria è diventata una crisi dei fondamentali (cfr. http://www.phibetaiota.net/2011/12/nightwatch-financial-crisis-now-a-crisis-of-fundamentals/).

[102] Lo citano (J. Maynard Keynes, Collected Writings— Raccolta degli scritti, 1937-1983, vol. 21. London: Palgrave Macmillan) adesso studiosi che dimostrano come la tesi contraria, promulgata di recente da due altri studiosi – questi italiani che da tempo lavorano in America – Alesina e Ardagna (Alberto F. Alesina e Silvia Ardagna, 2009, Large Changes in Fiscal Policy: Taxes Versus Spending— Grandi cambiamenti della politica fiscale, NBER Working Paper 15438, National Bureau of Economic Research, Cambridge, MA.(cfr. http://www.nber.org/papers/w15438/). Alesina è quello che da noi pontifica a vanvera, una settimana sì e l’altra pure, sul Corriere della Sera e cui Mario Monti, della stessa scuola economica purtroppo, dà molto retta) sia in realtà costruita sul niente e sia una freg***cia.

   Si basa, infatti, dimostrano, su dati sbagliati o erroneamente interpretati! Loro insegnano economia all’università del Massachusetts e, come i Nobel Krugman e Stiglitz, sono dell’altra scuola economica, quella keynesiana, o meglio con le correzioni dettate dal tempo neo-keynesiana: Arjun Jayadev e Mike Conczal, Challenge, 11-12.2010, The Case Against the Austerity Hawks: When is austerity right? In boom, not bust Quand’è che serve l’austerità? In un periodo di boom, non di recessione (cfr. http://gesd.free.fr/jayadev10.pdf/).

[103] New York Times, 29.12.2011, Keynes Was Right Sì, Keynes aveva ragione

[104] Lo ha fatto anche Monti, nell’incontro del 24 novembre a tre con Sarkozy e Merkel che prepara il vertice UE e di cui, in Italia almeno, non ha parlato proprio nessuno: Guardian, 24.11.2011, D. Gow, France, Germany and Italy squash market hopes of ECB intervention Francia, Germania e Italia schiacciano le speranze dei mercati [ma stavolta va detto, anche di tutti gli economisti seriamente neo-keynesiani…] su un intervento della BCE.  

[105] New York Times, 22.12.2011, P. Krugman, The Subtle ECB L’astuta BCE.

[106] A 523 banche la BCE ha messo ora a disposizione, all’1% di interesse, ben 489,2 miliardi di €: di essi, 116 sono per le banche italiane (Comunicato della BCE, 22.12.2011, Decisioni assunte dal Consiglio direttivo della BCE (oltre quelle che fissano i tassi di interesse), cfr. http://www.ecb.int/press/govcdec/otherdec/2011/html/gc111222.it.html/). Certo, se adesso li lascia fare – la BCE ai banchieri – se cioè li lascia liberi di continuare  mettersi in cassaforte i fior di quattrini avuti all’1% , sarà tutto inutile: ma stavolta, secondo noi, oltre che stupidamente anche criminalmente inutile…

[107] il manifesto, 27.12.2011, F. R. Pizzuti, Europa unita, il piano “B” non esiste (cfr. http://mobile.ilmanifesto.it/area-ab bonati/in-edicola/manip2n1/20111227/manip2pg/15/manip2pz/315545/).

[109] Guardian, 10.12.2011, L. Vander Taelen, Can Belgium's new prime minister keep living the dream? Il nuovo primo ministro del Belgio potrà tenere in vita il sogno [dell’unità del paese]?

[110] Eurotribune.eu, 1.12.2011, Croatia gets EU-accession green light from European Parliament La Croazia ottiene luce verde dal parlamento europeo per l’accesso all’Unione (cfr. http://www.eurotribune.eu/index.default.php/?p=21562/).

[111] Osservatorio BalcanieCaucaso, 8.11.2011, D. Hedl, Croazia: HDZ soffocato dalla corruzione, elezioni già decise (cfr. http://www.balcanicaucaso.org/aree/Croazia/Croazia-HDZ-soffocato-dalla-corruzione-elezioni-gia-decise-106931/).

[112] Il Piccolo, 5.12.2011, Svolta in Croazia, trionfa il centrosinistra (cfr. http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2011/12/05/ news/svolta-in-croazia-trionfa-il-centrosinistra-1.2832262/).

[113] Blitz Quotidiano, 5.12.2011, Elezioni Slovenia: vince Jankovic (cfr. http://www.blitzquotidiano.it/politica-europea/ elezioni-slovenia-vince-jankovic-1040947/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+ blitz quoti diano+%28Blitzquotidiano%29/).

[114] New York Times, 21.12.11, N. Kulish, Hungary’s Governement Foes Fear ‘Demolition of Democracy’ Gli avversari del governo ungherese [ma a dire il vero non solo: per esempio, questo articolo palesemente ne è convinto… e ne porta le prove] temono la ‘demolizione della democrazia’.

[115] New York Times, 22.12.2011, (A.P.), Hungary credit rating downgraded by S&P to junk Il rating del credito ungherese svalutato da S&P al livello di ciarpame.

[116] Se non vi fa schifo abbastanza quel che qui vi diciamo, fate qualche ricerca vostra sul sito del movimento stesso. cfr. http://www.jobbik.com/.

[117] Guardian, 25.12.2011, edit, Hungary: playing chicken L’Ungheria: chi fa un passo indietro per primo?

[118] RosBusinessConsulting, 1.12.2011, Moscow to inject $7.3bn into Belarus Mosca fornirà 7.3 miliadi di $ alla Bielorussia (cfr. http://www.rbcnews.com/free/20111201104932.shtml/).

[119] Stratfor, 2.12.2011, Ukraine: President To Attend EU Summit Ucraina: il presidente sarà presente al vertice con la UE (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111202-ukraine-president-attend-eu-summit/).

[120] ITAR-Tass, 5.12.2011, Ukraine can pay for gas with roubles, will end talks with Gazprom by yearend L’Ucraina può pagare per il gas che importa in rubli e completerà I negoziati con Gazprom entro la fine dell’anno (cfr. http://www.itar-tass.com/ en/c154/289972.html/).

[121] Interfax, 12.12.2011, Ukrainian-Russian gas agreement submitted to authorities— [La bozza del]L’accordo sul gas tra Ucraina e Russia sottoposto alle autorità [delle due parti] (cfr. http://www.interfax.com/newsinf.asp?id=294300/).

[122] Kiyv Post, 20.12.2011, Ukraine’s EU membership put on hold L’adesione dell’Ucraina alla UE in lista d’attesa (cfr. http ://www.kyivpost.com/news/ukraine/detail/119337/).

[123] (A.P.), 22.12.2011, M. Danilova, Ukrainian Ex-PM Tymoshenko’s Jail Sentence Upheld—Ribadita la condanna al carcere  contro l’ex prima ministra Timoshenko (cfr. http://www.salon.com/2011/12/23/ukrainian_ex_pm_tymoshenkos _jail_sentence_upheld/).

[124] New York Times, 30.12.2011, E Barry, Ukraine Sends Opposition Leader to Remote Prison L’Ucraina invia in una prigione lontana [dalla capitale] la leader dell’opposizione.

[125] ITAR-Tass, 14.12.2011, EU 3rd Energy Package not to extend to Nord, South Stream Il terzo pacchetto energetico della UE non si applicherà a[i gasdotti] Nord e South Stream (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111214-russia-eu-third-energy-package-will-not-cover-pipelines/).

[126] 1) New York Times, 2.12.2011, Floyd Norris, Jobs: Good Headline, Better Details Buoni titoli, dettagli anche meglio [sarà…]; 2) BLS (Dip. del Lavoro), 2.12.2011, USDL-11-1691, Employment Situation Summary (cfr. http://www.bls. gov/news.release/empsit.nr0.htm/); 3) EPI, 2.12.2011, H. Shierholz, Job growth strengthens but insufficient to cure sick labor market La crescita dell’occupazione c’è  ma è del tutto insufficiente a curare un mercato del lavoro ammalato (cfr. http://www.epi.org/publication/ job-growth-strengthens-insufficient-cure-2/).

[127] 1) The Economist, 10.12.2011; 2) IHS Global Insight, 8.12.2011, Shale gas production in the nearby future— La produzione di gas da rocce scistose nel prossimo futuro (cfr. https://globalsso.ihs.com/KeystoneSTS/SSOLogin/ Login.aspx?theme=ENERGY&ReturnUrl=https%3a%2f%2fglobalsso.ihs.com%2fKeystoneSTS%2fSaml2%2fDefa ult.aspx/).

[128] New York Times, 9.12.2011, T. Gabriel, Gingrich Calls Palestinians an ‘Invented People’ Gingrich chiama i palestinesi un ‘popolo inventato che riproduce anche il video originale dell’intervistadi S. J. Weiss sul TJC, Television Jewish Channel.

[129] 1) Haaretz, 13.12.2011, A. Eldar, West has no evidence of Iran atomic bomb program— L’occidente non ha prove dell’esistenza di un programma atomico iraniano (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/west-has-no-eviden ce-of-iran-atomic-bomb-program-senior-turkish-diplomat-says-1.401075/); 2)                The New Yorker, 6.6.2011, S. M.Hersh, Iran and the Bomb (cfr. http://www.newyorker.com/reporting/2011/06/06/110606fa_fact_hersh/). 

[130] Guardian, 1.12.2011, R. Butt, Iran nuclear sanctions push fails to win EU consensus L’offensiva per strappare sanzi’oni [di blocco al petrolio] per il nucleare iraniano non riesce a trovare il consenso europeo.

[131] MSNBC, 20.12.2011, Reuters, 20.12.2011, Rome meeting analyzes Iran oil embargo L’incontro di Roma analizza l’embargo sul petrolio all’Iran (cfr. http://www.msnbc.msn.com/id/45736932/ns/world_news-mideast_n_africa/).

[132] Yonhap (Seul), 16.12.2011, South Korea slaps new sanctions on Iran La Corea del Sud mette nuove sanzioni contro l’Iran [oddio…: il senso del pezzo è che quelle vecchie come quelle nuove non sono neanche lontanamente quelle sul petrolio che vorrebbero i nemici dell’Iran…: e il titolo , dunque, è deliberatamente ingannevole] (cfr. http://english.yonhapnews.co.kr/news/ 2011/12/16/0200000000AEN20111216006800320.HTML/).

[133] Cfr. qui sopra, subito a Nota130.

[134] Secondo le informazioni rese note dalla BP britannica (e riportate da PressTv (Teheran), 12.6.2011, BP: Iran’s 2010 oil, gas production up BP: in Iran più produzione di greggio e di gas (cfr. http://www.presstv.ir/detail/184283.html/).

[135] Yahoo!Finance, 5.12.2011, R. Mostafavi e R. Pomeroy, Iran says oil would go over $250 if exports banned L’Iran dice che il greggio può finire sopra i $250 [al barile] se vengono bloccate le sue esportazioni (cfr. http://finance.yahoo.com/ news/iran-says-oil-over-250-102435517.html/).

[136] M. Moore, Fahrenheit 9/11, 2004.

[137] New York Times, 15.12.2011, T. Shanker e M. S. Schmidt, U.S. War in Iraq Declared Oficially Over La guerra degli USA in Iraq dichiarata ufficialmente finita.

[138] Nel 2006, uno studio della più prestigiosa rivista medica britannica (The Lancet, 13.1.2007, vol. 369, no. 9556, cfr. http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140673607600622/fulltext/) aveva stimato a 655.000 i morti iracheni a causa dell’invasione e dell’occupazione, sulla base di criteri subito considerati – senza però fornire alcuna motivazione del giudizio – irrilevanti dal Pentagono. Di essi, però, e dell’inchiesta della rivista il capo consigliere scientifico del ministero della Difesa britannico disse che rappresentava uno studio “robusto” eseguito secondo la best practice delle migliori inchieste scientifiche internazionali…

[139] Cfr. sopra Nota137.

[140] The White House, 14.12.2011, Discorso di bentornato alle truppe, Fort Bragg, Texas, sul ritiro dall’Iraq (cfr. http:// www.whitehouse.gov/blog/2011/12/14/president-obama-fort-bragg-welcome-home/).

[141] Cfr. sopra Nota137.

[142] Guardian, 7.10.2005, E. MacAskill, George Bush: 'God told me to end the tyranny in Iraq'— George Bush: “E’ stato Dio a dirmi di mettere fine alla tirannia in Iraq”.

[143] C. Rice, No Higher Honor Nessun onore più grande, Crown ed., 2011.

[144] Intervista alla CNN, 7.9.2003, della Consigliera per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Condoleezza Rice (cfr. http://transcripts.cnn.com/TRANSCRIPTS/0309/07/le.00.html/).

[145] New York Times, 17.12.2011, J. Healy e M. R. Gordon, Large Bloc of Lawmakers Boycotts Iraqi Parliament, Putting Coalition at Risk Un vasto blocco di legislatori boicotta il parlamento, mettendo a rischio la coalizione di governo.

[146] New York Times, 20.12.2011, M. S. Schmidt, Sunni Leader in Iraq Denies Ordering Assassinations Leader sunnita iracheno nega di aver ordinate omicidi.

[147] Jagran Post (Bagdad), 21.12.2011, Iraq row deepens as PM calls for VP handover Lo scontro in Iraq si approfondisce con la richiesta del PM di farsi consegnare il VP (cfr. http://post.jagran.com/iraq-row-deepens-as-pm-calls-for-vp-handover-1324473634/).

[148] Agenzia Aswat al-Iraq, 21.12.2011, Arbil will not hand over Hashimi, Kurdish Diwan Arbil non consegnerà Hashemi, decide il Diwan curdo [il Consiglio supremo curdo, dal persiano Diwan, ‘divano’ –  il termine che designava il consesso di consiglieri dell’impero ottomano] (cfr. http://en.aswataliraq.info/(S(pd3p2e45w3y3ar55aqwary55))/Default1.aspx?page= articlepage&id=146130&l=1/).

[149] Stratfor, 21.12.2011, Iraq: KRG Will Cooperate With Judicial Decisions - Kurdistan Alliance Il governo regionale curdo coopererà con le decisioni dei tribunali – dice l’Alleanza  curda [meglio: dice un suo esponente autorevole, ma uno solo finora]  (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111221-iraq-krg-will-cooperate-judicial-decisions-kurdistan-alliance/).  

[150] 1) (A.P.), 22.12.2011, Q. Abdul-Zhara, Wave of blasts kills dozens in Bagdad Un’ondata di esplosioni ammazza dozzine di persone a Bagdad (cfr. http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2102973,00.html/); 2) TIMEWorld, 21.12.2011, T. Karon, Baghdad Bloodbath Threatens Sectarian Chaos in Iraq: Will Iran Stoke or Douse the Fires? Un bagno di sangue a Bagdad minaccia [minaccia?!?] il caos settario in Iraq: ora, l’Iran attizzerà il fuoco o lo smorzerà? [e che farà, prima ancora, il primo ministro dell’Iraq stesso?]

[151] The Telegraph, 19.12.2011, Iraq in fresh turmoil as Prime Minister Nuri al-Maliki orders arrest of vice president L’Iraq ancora in subbuglio dopo l’ordine di arresto del vice presidente impartito dal primo ministro Nuri al-Maliki  (cfr. http://www. telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/iraq/8966587/Iraq-in-fresh-turmoil-as-Prime-Minister-Nuri-al-Maliki-orders-arrest-of-vice-president.html/).

[152] NightWatch, 29.12.2011, Shiite ministers forcefully replaced Forzato rimpiazzo dei ministri sciiti (cfr. http://www.kfor cegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000258.aspx/).

[153] New York Times, 26.12.2011, M. S. Schmidt e J. Healy, In Blow to Government, Sadr Followers Call for New Elections Con un duro attacco al governo, i seguaci di Sadr chiedono nuove elezioni.

[154] New York Times, 20.12.2011, T. L. Friedman, The End, For Now La fine, per ora.

[155] Stratfor, Global Intelligence, 22.12.2011, S. Steward, US diplomatic security in Iraq after the withdrawal Il problema della sicurezza diplomatica degli americani in Iraq dopo il ritiro delle truppe USA (cfr. http://www.stratfor.com/weekly/ 20111221-us-diplomatic-security-iraq-after-withdrawal/).

[156] Agenzia Xinhua, 8.12.2011, Turkey to start building first nuclear plant in 2013 La Turchia inizia la costruzione del suo primo reattore nucleare nel 2013 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/world/2011-12/08/c_122398648.htm/).

[157] Reuters Africa, 6.12.2011, Saudi Prince Turki urges nuclear option after Iran Il saudita principe Turki, dopo l’Iran,  preme per una sua opzione nucleare (cfr. http://af.reuters.com/article/energyOilNews/idAFL5E7N62G920111206/).

[158] CIA, World Factbook, Iran, agg, 14.11.2011 (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook /geos/ ir.html/).

[159] The Jerusalem Post, 17.11.2011, Barak: Comment about Iran nukes was hypothetical Il mio commento sulle bombe nucleari dell’Iran era solo ipotetico (cfr. http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=245892/).

[160] 1) Press Tv (Teheran), 4.12.2011, Iran military downs US spy drone Le forze armate iraniane abbattono un drone spia americano (cfr. http://www.presstv.ir/detail/213765.html/); 2) ISAF Statement, 5.12.2011, On Missing Unmanned Aerial Vehicle Sull’UAV che non troviamo più (cfr. http://www.isaf.nato.int/article/isaf-releases/isaf-releases-statement-on-missing-unmanned-aerial-vehicle-dec-5-2011.html/).

[161] Commissione senatoriale di inchiesta Church, Libro IV.D, Knowledge of Plots to Assassinate Castro Fatti relativi ai complotti [della CIA] di assassinare Castro, p. 67 (cfr.  http://www.maryferrell.org/mffweb/archive/viewer/showDoc.do?abs PageId=150527/).

[162] Interfax Central Asia General Newswire, 6.12.2011, Kyrgyz President will dismiss US airbase lease Il presidente kirghizo lascerà cadere il contratto d’affitto della base aerea americana (cfr. http://business.highbeam.com/436200/article-1G1-243386415/interfax-central-asia-general-newswire/).

[163] Guardian, 5.12.2011, F. Ledwige, What has been the return on that 'investment in blood' in Afghanistan? Ma che ci abbiamo guadagnato dall’investimento di sangue che abbiamo fatto laggiù, in Afganistan?

[164] The Wall Street Journal, 7.12.2011, A. Entous e J. E. Barnes, Commander Seeks Delay in U.S. Troop Drawdown (risking White House clash) Il comandante americano e ISAF (rischiando lo scontro con la Casa Bianca) vuole ritardare il ritiro americano (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052970204083204577082603515444194. html?KEYWORD S =gen+john+allen/).

[165] Military.com, 19.12.2011, NATO Says It Will Continue Afghan Night Raids— La NATO afferma che continuerà coi suoi raids notturni afgani (cfr. http://www.military.com/news/article/nato-says-it-will-continue-afghan-night-raids.html/).

[166] Cfr. qui sopra, Nota160.

[167] Afghanistan Analysts Network, Report 8/2011, 13.12.2011, The Battle for the Schools – Taliban and State Education La battaglia per le scuole – I talebani e l’istruzione statale (cfr. http://www.aan-afghanistan.org/uplo ads/ 2011TalebanEducation.pdf/).   

[168] Guardian, 4.12.11, J. Steele, Nato must rectify the errors it has made in Afghanistan— La NATO [oddio: la NATO… gli americani, chi nella NATO, sempre, tutto decide…] deve rettificare gli errori compiuti in Afganistan.

[169] Haaretz, 19.12.2011, Report: U.S. mulls transfer of Taliban prisoners as secret talks reach turning point— Secondo informazioni, gli USA stanno considerando di trasferire prigionieri talebani mentre i colloqui segreti arrivano a un punto di svolta (cfr. http://www.haaretz.com/news/international/report-u-s-mulls-transfer-of-taliban-prison ers-as-secret-talks-reach-turning-point-1.402241?localLinksEnabled=false/).   

[170] Dawn (Peshawar), 19.12.2011, No secret talks with US–senior Taliban commander Alto comandante dei talebani: nessun negoziato segreto con gli USA (cfr. http://www.dawn.com/2011/12/19/no-secret-talks-with-us-senior-taliban-com mander.html/).  

[171] Stratfor, 14.12.2012, Pakistan: President Received Treatment In Dubai Due To Threats -PM In Pakistan, dice il premier, il presidente si è dovuto andare a curare a Dubai a causa delle minacce ricevute (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/ 20111214-pakistan-president-received-treatment-dubai-due-threats-pm/).

[172] 1) The World Time (Karachi), 17.12.2011, (A.P., A. Khan), Pakistani president returns from treatment Il presidente pakistano torna dopo la cura (cfr. http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2102756,00.html/); 2) New York Times, 18.11.2012, E. Schmitt e S. Masood, Pakistani crisis prompt leader to race home La crisi pakistana spinge il leader [oddio, il leader…] a tornare di corsa a casa.

[173] Emptywheel, 7.12.2011, J. White, Zardari in Dubai Hospital; Coup Rumors Quelled for Now Zardari in ospedale a Dubai; le voci di un golpe per ora acquetate (cfr. http://www.emptywheel.net/).

[174] Guardian, 10.2.2011, Reuters, Taliban announce peace talks with Pakistan I talebani annunciano colloqui di pace col Pakistan.  

[175] Guardian, 11.12.2011, (A.P.), Pakistani Taliban spokesman denies peace talks Portavoce dei talebani pakistani nega che ci siano trattative di pace in atto.

[176] Al Jazeera, 12.12. 2011, Pakistan block of NATO supplies to continue—  Il Pakistan continua il blocco dei rifornimenti alla NATO (cfr. http://www.aljazeera.com/news/asia/2011/12/201112125343718748.html/).

[177] Guardian, 14.12.2011, S. Shah, Pakistan to impose Nato transit tax following 'friendly fire' troop deaths Il Pakistan imporrà alla NATO una tassa di transito dopo il ‘fuoco amico’ cha ucciso i suoi soldati.

[178] Pakistan Defence, 10.12.2011, Pakistan says U.S. drones in its airspace will be shotdown Il Pakistan afferma che gli aerei americani senza pilota nel suo spazio aereo saranno abbattuti (cfr. http://www.defence.pk/forums/pakistans-war/1461 47-pakistan-says-u-s-drones-its-air-space-will-shot-down.html/).

[179] New York Times, 25.12.2011, E. Schmitt, U.S. Prepares for a Curtailed Relationship With Pakistan Gli USA si preparano a un rapporto più limitato col Pakistan.

[180] Let Us Build Pakistan [organo di stampa del partito al governo], 22.12.2011, Kayani and Iftikhar Chaudhry agree on Judicial Martial Law in January 2012 Kayani e Iftikhar Chaudhry concordano sull’instaurazione di una legge marziale giudiziaria in gennaio 2012 (cfr. http://criticalppp.com/archives/67148/).

[181] Dichiarazione di Lahore tra i governi di India e Pakistan, 21.2.1999, in Inventory of International Nonproliferation Organizations and Regimes Center for Nonproliferation Studies Inventario degli Organismi internazionali di non-proliferazione nucleare e dei sistemi centrali per gi studi sulla non-proliferazione (cfr. http://cns.miis.edu/inventory/pdfs/lahore. pdf/).  

[182] (A.P.), 6.12.2011, A. Gearan, Clinton calls Russian election unfair, Putin counterattacks Clinton chiama non corrette le elezioni in Russia e Putin contrattacca.

[183] Guardian, 6.12.2011, M. Elder, Pro-Kremlin activists outnumber pro-democracy demonstrators in Moscow after disputed election result I manifestanti filo-Cremlino sono di più dei dimostranti filo-democrazia a Mosca, dopo un risultato elettorale discusso [è chiarissimo, no?: “filo-Cremlino” di qua contro “filo-democrazia”, così identificati tout-court e senza infingimenti di obiettività alcuna, nel titolo stesso]. 

[184] Guardian, 5.12.2011, Y. Albats, For millions of Russians, this was simply a vote against—.

[185] Guardian, 7.12.2011, (A.P.), Gorbachev calls for Russian elections to be declared void Gorbachev lancia l’appello [ma sarebbe più corretto forse dire che esprime l’opinione…] perché le elezioni russe vengano dichiarate nulle [dobbiamo ricordarci, però, che malgrado la grande considerazione che il nome dell’ex presidente sovietico e leader del PCUS continua ad avere da noi – e chi scrive è sicuramente uno che lo considera malgrado errori seri, di carattere soprattutto, il più grande riformatore vero del secolo – qui in Russia il suo nome è anatema tra i ceti popolari e gli sono rimasti, alla fine, quei fans che si chiamano “liberal-democratici” e non hanno eletto – non avrebbero eletto, su questo alla fine concordano anche i più accesi antiputiniani, quasi nessun deputato neanche se le elezioni fossero state “pulite”  come, per dire, in Olanda…].     

[186] RIA Novosti, 12.12.2011, Billionaire Prokhorov to run for president, pledges to create new party Il miliardario Prokhorov si candida alle presidenziali, si ripromette di creare un nuovo partito (cfr. http://en.rian.ru/russia/20111212/1701893 01.html http://en.rian.ru/russia/20111212/170189301.html/).  

[187] Yahoo!News, 11.12.2011, Reuters, Vladimir Putin critics hit back over charge of Western funding I critici di Vladimir Putin replicano alla sua accusa di essere finanziati dall’occidente [in realtà è il testo stesso di questa lunga analisi, che mirerebbe a difendere l’opposizione, a dimostrare che effettivamente essa è stata finanziata dagli americani: che, come finanziamento straniero anche qui, proprio come in America, è contro la legge e non è neanche, poi, troppo popolare…] (cfr. http://uk.news.yahoo.com/analysis-putin-critics-hit-back-over-charge-western-135501366.html/).

[189] New York Times, 15.12.211, M. Schwirtz, Putin Says His Foes Are Using Protests to Destabilize Russia— Putin afferma che i suoi nemici usano la protesta per destabilizzare la Russia.

[190] Guardian, 18.12.2011, Reuters, Medvedev admits Russia needs reform as protesters plan further rallies Medvedev ammette che la Russia ha bisogno di riforme, mentre quanti protestano pianificano [meglio: dicono di voler pianificare…] altre manifestazioni.  

[191] New York Times, 23.12.2011, E. Barry, Young and Connected,Protesters Surprise Russia Giovani e connessi, quelli che protestano sorprendendo la Russia.

[192] Silobreaker, 1.11.2011, Agenzia ITAR-Tass, RF remains open for further talks on US EuroMD - Medvedev La Federazione russa resta aperta a ulteriori colloqui sugli antimissili degli USA in Europa (cfr. http://www.silobreaker.com/rf-remains-open-for-further-talks-on-us-euromd----medvedev-5_2265032281506709707/).

[193] Stratfor, 6.12.2011, Poland: Russia Discusses Missile Defense Plans In Polonia, la Russia discute di piani di difesa missilistica (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111206-poland-russia-discusses-missile-defense-plans/).

[194] Reuters, 7.12.2011, Russian missile counter-measures, a waste of money-NATO Le contromisure missilistiche russe saranno uno spreco di risorse-dice la NATO (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/12/07/uk-nato-russia-idUKTRE7B61D T20111207/).

[195] Yahoo!News, 23.12.2011, Reuters, Russia test-fires two new nuclear missiles—  La Russia lancia due nuovi missili nucleari sperimentali  (cfr. http://old.news.yahoo.com/s/nm/20111223/wl_nm/us_russia_missile_test/).

[196] Sarebbe la 738a in giro per il mondo: sì, certo un impero… (cfr. http://www.alternet.org/story/47998/).

[197] Xinhua, 7.12.2011, U.S. To Deploy Drones On Two Bulgarian Air Bases Gli USA dislocheranno loro droni in due basi aeree bulgare (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/world/2011-12/07/c_131294010.htm/).

[198] Foreign Policy, 10.12.2011, The List: The Six Most Important U.S. Military Bases [Andersen Air Force Base, a Apra Harbor, Guam, nel Pacifico; Balad Air Base, a Camp Anaconda, in Iraq; Bezmer Air Base, appunto, in Bulgaria; Diego Garcia Naval Base, territorio britannico dell’Oceano Indiano; Guantanamo Bay Naval Base, a Cuba; e la base aerea di Manas, in Kirghizistan, nell’Asia centrale] (cfr. http://www.foreignpolicy.com/articles/2006/05/12/the_list_the_six_mo st_ important_us_ military_ bases/). 

[199] ERR (Eesti Rahvusringhäälig Estonian Public Broadcasting), 19.12.2011, Dombrovskis: Latvia Supports Rail Baltic If EU Raises Co-FinancingSe l’Europa aumenta il co-finanziamanto [in definitiva, se paga] la Lettonia appoggerebbe la Rail Baltica (cfr. http://news.err.ee/politics/56f515e3-2542-47bf-96c2-41fb6384d8e2/).

[200] ERR, 7.4.2011, Kallas Reproves Latvia for Derailing Rail Baltica Kallas condanna la Lettonia per aver fatto deragliare ls Rail Baltica (cfr. http://news.err.ee/Politics/672ef986-9f07-4745-96c1-27076db032d9/).

[201] BNN (Baltic news network), 19.12.2011, Grybauskaitė: relationships with Russia might worsen Grybauskaitė: i rapporti con la Russia potrebbero peggiorare.

[202] The Boston Globe, 15.12.2011, D. Cassata, Congress clears $662 billion defense bill Il Congresso approva una legge per la Difesa da $662 miliardi (cfr. http://www.boston.com/news/nation/washington/articles/2011/12/15/congress_clears_ 662_billion_defense_bill/).

[203] New York Times, 6.12.2011, As Myanmar Reaches Out, Old Conflict Flares Within Mentre Myanmar prova ad aprirsi, i vecchi confliti interni si riaccendono.

[204] CNN, 1.12.2011, Myanmar: Clinton meets Thein Sein Incontro Clinton-Thein Sein (cfr. http://globalpublicsquare. blogs.cnn.com/2011/12/01/roundup-clinton-in-myanmar/?iref=allsearch/); 2) v. anche cfr. http://htaytintnl.blogspot. com/.

[205] New York Times, 19.12.2011, M. Landler e Choe Sang-hun, In Kim’s Death, an Extensive Intelligence Failure Un vasto fallimento di intelligence in occasione della morte di Kim.

[206] 1) KCNA (Pyongyang), 19.12.2011, The dear leader passes away Il caro leader scompare (cfr. http://www.kcna.kp/go Home.do?lang=eng/); 2) Agenzia Yonhap (Seul), North-Korean leader dies at year 69 Il leader nord-coreano muore a 69 anni (cfr. http://www.politisite.com/2011/12/18/n-korean-leader-dies-at-age-69-yonhap-news/).

[207] The Chosunilbo (Seul), 20.12.2011, Clues from Kim Jong-il Funeral List Alla ricerca di tracce dalla lista delle onoranze funebri (cfr. http://english.chosun.com/site/data/html_dir/2011/12/20/2011122001740.html/).

[208] New York Times, 19.12.2011, E. Wong, China moves to ensure stability in North Korea La Cina si muove per garantire stabilità in Corea del Nord.

[209] New York Times, 19.12.2011, China Exerts Influence Nurtured Over Decades— La Cina esercita un’influenza coltivata lungo decenni.

[210] IFO, Institut für Wirtschaftsforschung e.V. an der Universität München Istituto di previsioni economiche presso l’università di Monaco/IfoKonjunkturperspektiven 12/2011 IFO, Prospettive della congiuntura12.2011, 20.12.2011 (cfr. http://www.cesifo-group.de/portal/page/portal/ifoContent/N/data/Indices/GSK2006/GSK2006Container/GSK2006PD F /GSKKTDLPDF2011/KT_12_11_ee.pdf/).

[211]IMK–Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung in der Hans-Böckler-Stiftung Istituto per la macroeconomia e le previsioni economiche della Fondazione [di ricerche e studi della Confederazione sindacale DGB] Hans-Böckler Stiftung, 20.12.2011, Deutsche Wirtschaft schrumpft 2012 um 0,1 Prozent L’economia tedesca si contrae nel 2012 dello 0,1% (cfr. http://www.boeckler.de/pdf/pm_imk_2011_12_20.pdf/).      

[212] RWI–Rheinische-Westfälisches Institut für Wirtschaftsforschung Istituto del Reno-Westfalia [Essen] per le previsioni economiche, 20.12.2011, Deutschland gerät 2012 in eine Schwächephase La Germania nel 2012 entra in una fase di fiacca economica (cfr. http://www.rwi-essen.de/presse/mitteilung/74/).

[213] IfW–Institut für Weltwirtschaft Istituto per l’economia mondiale [Kiel], 20.12.2011, Deutsche Wirtschaft: Risiko einer Rezession bleibt hoch Economia tedesca: resta alto il rischio di recessione (cfr. http://www.ifw-kiel.de/wirtschaftspolitik/ konjunkturprognosen/konjunkt/2011/Konjunkturprognosen_Deutschland_12-11.pdf/).

[214] Deutsche Bundesbank, 9.12.2011, Perspektiven  deutschen Wirtschaft-Gesamtwirtschaftliche Vorausschätzungen Prospettive macroeconomiche dell’economia tedesca (cfr. http://www.bundesbank.de/download/volkswirtschaft/mba/2011/ 201112mba_perspektiven.pdf/).

[215] Ufficio Stampa Gazprom, 21.12.2011, Gazprom and Bavaria sign Roadmap for cooperation in power generation and gas supply Gazprom e Baviera firmano una roadmap di cooperazione per la generazione di elettricità e la fornitura di gas naturale (cfr. http://www.gazprom.com/press/news/2011/december/article126224/). 

[216] INSEE, 26.12.2011 (cfr. http://www.insee.fr/en/themes/theme.asp?theme=3&sous_theme=3&nivgeo=0&type=2/).

[217] INSEE, 28.12.2011 (cfr. http://www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id=40&date=20111228).

[218] OFCE, 26.12.2011, M. Reitano dir., Prévision et Indicateurs (cfr. http://www.ofce.sciences-po.fr/indic&prev/previ sions.htm/).

[219] Cfr., qui sopra, in Nota16.

[220] Office for Budget Responsibility, 11.2011, Working paper #1, T. Pybus, Estimating the UK’s historical output gap—  Valutazione del livello effettivo di produzione e di mancata produzione del Regno Unito [la differenza, cioé, tra il livello della produzione corrente e il suo livello potenziale, coerente con una pressione inflazionistica stabile] (cfr. http://cdn.budgetresponsi bility.independent.gov.uk/WorkingPaperNo1-Estimating-the-UKs-historical-output-gap.pdf/).

[221] IFS, 30.11.2011, Autumn Statement by the Chancellor and Observations Dichiarazioni d’autunno del cancelliere dello scacchiere e osservazioni relative (cfr. http://www.ifs.org.uk/projects/363/).

[222] Guardian, 14.12.2011, A. Jones, Unemployment rate hits 17-year high Il tasso di disoccupazione arriva al massimo da 17 anni.

[223] Daily Mail, 22.12.2011, T. Shipland e I Drury, Flashpoint Falklands: Britain dusts off war plans amid calls to send a nuclear submarine after Argentina joins forces with Brazil and Uruguay to blockade islands Focolaio di crisi Falklands: la Gran Bretagna rispolvera i suoi piani di guerra fra richieste di inviare [alle Falkland] un sottomarino nucleare dopo che Argentina, Brasile e Uruguay decidono di bloccare insieme le isole  [più precisamente, decidono di annunciarlo…] le isol(cfr. http://www.dailymail.co.uk/news/article-2077296/Falkland-Islands-Britain-dusts-war-plans-Argentina-turns-heat.html/).

[224] Wikipedia, al 22.12.2011, Guerra delle Falkland/Malvinas (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_delle_Falkland# Perdite_e_costi/).

[225] Le Falkland/Malvinas sono a 480 km. dalle coste argentine e a 13.000 km, da quelle inglesi, si stendono su un’area di 4.000 km2 e hanno una popolazione di 2.500 persone. Le pecore, di una razza che dà lana bianchissima, soffice, di eccellente qualità, sono almeno 5-600 volte più degli abitanti. Decisi in larga maggioranza, pare – la giustificazione forte di Londra a restare “inglesi” e non lasciarli diventare, come pure geografia ed economia imporrebbero, argentini - godono di un PIL pro-capite sui $35.000, appena superiore a quello medio britannico anche perché artificiosamente sostenuto dai sussidi della “madre patria”: e oltre il doppio del reddito medio di un cittadino argentino.

[226] Stratfor, 22.12.2011, U.K.: no plans to increase military for Falkland islands… yet Il Regno Unito: nessun piano di aumento della pressione militare sulle Falkland… per ora (cfr. http://www.stratfor.com/sit rep/20111222-uk-no-plans-increa se-military-falkland-islands/).

[227] The Economist, 10.12.2011.