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     01. Nota congiunturale - gennaio 2011

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.01.11

 

Angelo Gennari

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE... PAGEREF _Toc281647100 \h 1

Rapporti tra tasse e PIL nei paesi dell’OCSE. PAGEREF _Toc281647101 \h 2

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc281647102 \h 3

nel mondo. PAGEREF _Toc281647103 \h 3

Il caporale Bradley Manning (la fonte di WikiLeaks) PAGEREF _Toc281647104 \h 7

● La congiuntura, sotto le feste (vignetta) PAGEREF _Toc281647105 \h 9

in Cina. PAGEREF _Toc281647106 \h 9

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc281647107 \h 13

EUROPA... PAGEREF _Toc281647108 \h 15

Spread (differenza del tasso di interesse tra Bund tedesco e altri titoli di Stato dell’eurozona (fine 11/10)    PAGEREF _Toc281647110 \h 24

STATI UNITI. PAGEREF _Toc281647111 \h 35

Ricordate: è sempre meglio dare che ricevere… e adesso zitti! (vignetta) PAGEREF _Toc281647112 \h 38

La grande recessione in America: 3 anni dopo (tabella) PAGEREF _Toc281647113 \h 43

GERMANIA... PAGEREF _Toc281647114 \h 68

FRANCIA... PAGEREF _Toc281647115 \h 69

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc281647116 \h 69

GIAPPONE... PAGEREF _Toc281647117 \h 69


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Per dirla col NYT[1]*, come in questo foglio siamo soliti, dandovi il quadro che di noi si fanno davvero all’estero, “l’Italia e Berlusconi adesso, malgrado la sua vittoria – di strettissima misura: non ha più la maggioranza della Camera – sono affondati da questo martedì – dal 14 dicembre: giorno del voto di fiducia/sfiducia – nell’incertezza politica. Infatti, anche se il mandato elettorale termina nel 2013, con la sua maggioranza sottile come la lama di un rasoio – tanto sottile, in effetti, da non essere neanche la maggioranza: 314 voti su 630 – non ha più il margine per governare e gli analisti predicono che potrebbe dimettersi nelle prossime settimane e chiedere – anche se sarebbe stato utile precisare per i lettori che a decidere non sarà mai lui – elezioni anticipate”.

E si domanda – retoricamente –, dopo il per quanto risicato voto di fiducia, l’altro quotidiano internazionale del cui parere spesso vi rendiamo conto[2]: ma voi “quale possibilità dareste mai a un qualsiasi leader politico di sopravvivere a un voto di fiducia dopo essere stato accusato delle seguenti cose: di aver profittato personalmente degli accordi sul’energia che ha fatto con la Russia; di aver pagato Cosa Nostra per farsi proteggere la famiglia; di essersi comprato i voti dei deputati in parlamento; di essere intervenuto sulla polizia per  ottenere il rilascio di una danzatrice del ventre diciassettenne che aveva sostenuto di essere stata ospite ai suoi festini finiti con giochi erotici conosciuti come bunga-bunga… e tutto questo solo negli ultimi due mesi

In realtà, è dalla primavera del 2009 che l’Italia non ha un governo, da quando sono venuti fuori i primi scandali sessuali intorno al primo ministro [le Naomi Letizia, le Daddario, ecc., ecc.]. Sì, ha avuto i ministri, ma la crescita stagna e il pilota che è al timone traballa da una all’altra delle sue tante crisi personali.

I conflitti di interesse che esistono per il fatto stesso di avere Berlusconi come primo ministro sono troppi e troppo grossi. L’Italia ha bisogno di nuove elezioni [ma… forse, piuttosto, di nuovi italiani] e di un nuovo leader e Mr. Berlusconi ha finalmente bisogno di fare i suoi conti nei tribunali”.

Come tutti gli altri cristiani e non cristiani, cioè, senza scudi personali di protezione.

Aggiungiamo noi che prima proverà a far passare – ma non ha i  numeri per riuscirci: con quei 314 voti a disposizione – una legge elettorale nuova che modifichi il modo di elezione del solo Senato per darsi anche qui, come aveva alla Camera anche se non gli è bastato, un indecente premio di maggioranza. Lui, come ormai sanno tutti, cercherà di comprarsi a ogni costo i voti che gli mancano ancora. E, qui si parrà della nobilitate dei suoi avversari, loro dovranno impedirglielo a ogni costo anche loro: a ogni costo

●Intanto, il debito pubblico dell’Italia è arrivato a ottobre a 1.867 miliardi di €: è salito del 20%, più o meno, nei due anni del governo Berlusconi e di 23 miliardi solo ad ottobre (e questo è il governo che avrebbe tenuto in ordine i conti)…

E adesso ricominceranno a fibrillare i mercati… anche per l’Italia. E, dice ora l’OCSE[3], che il nostro 43,5% di tasse rispetto al PIL (per chi le paga e non le evade, certo) non solo non è diminuito ma ha continuato a salire. E ormai in Europa ci vede terzi, dietro solo a Danimarca, Svezia e Belgio… Che rispetto al nostro, però, a quelle tasse fanno corrispondere un ben altro welfare

La tabella che segue riproduce due grafici che, nel testo citato dell’OCSE, riproducono visivamente,  la prima, il rapporto delle tasse (globali) sul PIL nel 2008 nei 33 paesi dell’Organizzazione e, la seconda, il cambio di questi ultimi anni nel rapporto percentuale tra tasse e PIL: l’Italia, nel primo grafico e al 4° posto tra tutti i paesi europei e tra tutti i paesi dell’OCSE. Nel secondo è 8° tra i paesi dell’OCSE che aumentano sempre e regolarmente le tasse e , dopo Islanda. Portogallo e Grecia, sempre il 4° d’Europa…                   

●                                                        Rapporti tra tasse e PIL nei paesi dell’OCSE

 

 

                                                Fonte: Statistiche sui redditi  OCSE 2010 pp. 32 e 36

 

●Scrive, sul NYT, un autore tra i pochi, a dire il vero, che seguono con simpatia le vicende del movimento operaio americano che il signor Marchionne non ha inventato proprio niente, a Pomigliano e a Mirafiori. Come al solito, ha scopiazzato. Questo lo diciamo noi, però, non l’Autore che chi sia Marchionne lo sa di certo ma non gli imputa l’idea originale e forse non sa che, appunto, si è messo a scopiazzarla trovando eco in parecchi governi all’estero anche in Europa e sponda, purtroppo, anche in qualche importante organizzazione sindacale…

Rileva, l’autore[4], che in molte piccole imprese americane è passata con la recessione un’ondata di tagli ai salari e ai diritti che, però, viene considerata anche da diversi padroni un po’ come quella che caratterizzò gli anni ’80 fino alla ripresa, quando le paghe dopo quel periodo anomalo tornarono grosso modo ai loro livelli pre-crisi.

Invece, sono “i managers di alcune grandi imprese che stanno mirando a strappare una contrattazione che cede diritti e quattrini ai padroni (concession contracts) come cosa permanente. Se ci riescono quei contratti possono diventare un progetto da copiare per altre imprese in altre città, estendendo un sistema salariale che costituirebbe un passo indietro sconvolgente per il lavoro organizzato…Queste imprese stanno sistematicamente implementando una grande strategia tesa a ridurre permanentemente i livelli salariali molto più in basso di quel che di regola spettava solo un paio di anni fa alla cosiddetta ‘classse media’ [da noi potremmo dire al lavoro dipendente a tempo indeterminato].

   Lo strumento chiave di cui si servono queste società: forzare l’accettazione di una struttura permanente di salario a due livelli e l’inserimento di lavoro precario non sindacalizzato in strutture di lavoro sindacalizzate per abbattere così [magari gradualmente: subito ai nuovi, ai prossimi contratti, man mano che i sindacati perdono forza in progress, poi si vedrà…] la paga contrattuale a livelli inimmaginabili solo due anni fa. In sostanza, il mondo della grande impresa sta tentando di riprendersi indietro le conquiste sudate di generazioni di lavoratori”.

Già, proprio quello che hanno fatto alla FIAT e stanno facendo altrove, da noi… Ma come sempre quello che nel gergo managerial-tecnocratico si chiama il template (la sagoma, il calco, il modulo già semicompilato e solo da riempire dei dettagli rilevanti: il modello da seguire, insomma) in realtà viene da qua.

Il problema vero, però, è che forse il sindacato – certo sindacato, certi sindacati, in Italia come in America – si sono scordati di quello che è il loro mestiere e che meglio di chiunque altro descrisse, proprio pensando all’America e all’Europa, il grande studioso magiaro-americano del movimento sindacale K. Polanyi, quando scriveva nel 1944, nello scritto fondamentale che ha educato sindacalisti per decenni nelle scuole sindacali (quelle americane come quella centrale della CISL, per esempio, a Firenze) che[5]sostenere che la legislazione sociale, le leggi sul lavoro in fabbrica, le garanzie contro la disoccupazione e, in primo luogo, proprio come tali, gli stessi sindacati, non debbano interferire con la mobilità del lavoro e con la flessibilità del salario, come qualcuno pur fa – vero Marchionne? vero, anche, Bonanni? ha del tutto torto chi parla della CISL ormai, questa CISL qui, come di un “sindacato aziendale”, non più insomma davvero confederale? – vuol dire che tutti quegli istituti hanno fallito nel loro scopo che è esattamente quello di interferire con le leggi dell’offerta e della domanda per quel che riguarda il lavoro degli esseri umani, rimuovendolo dall’orbita del mercato”.     

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Sul vespaio che ha smosso WikiLeaks[6], bisognerebbe intanto che qualcuno spiegasse perché i quattro o cinque grandi quotidiani a scala mondiale che hanno pubblicato insieme al sito di Julian Assange i dispacci “segreti” e poi le altre centinaia di media di ogni forma e colore che li hanno ripubblicati non si trovano anch’essi perseguiti da chi denuncia e perseguita invece WikiLeaks accusandolo di tradimento— tradimento, si capisce, della stupidità crassa soprattutto di chi si sente tradito…

… e mentre il vicepresidente degli USA Joe Biden sentenzia, azzardato e strampalato, e anche un po’ imbarazzato lui che quarant’anni fa aveva salutato come una lezione di democrazia la pubblicazione dei Documenti segreti del Pentagono sul New York Times, ma non riesce a spiegare il perché – e a dire il vero neanche ci prova – che se Assange ha “cospirato con un militare americano per avere accesso ai documenti segreti, sarebbe cosa fondamentalmente diversa dall’averli ottenuti da fonte non militare[7]

… con la riflessione che il tempo rende più agevole c’è da dire che le cosiddette rivelazioni sono davvero rivoluzionarie per alcuni motivi specifici.

Che non sono affatto, però, quelli evidenziati finora:

• il primo è che da molti dei dispacci (che, comunque, non costituiscono mai prova di fatti sicuramente avvenuti ma sempre e solo di impressioni dovute ad incontri, con informatori pagati o volontari e/o personaggi più o meno autorevoli: ma in generale parecchio, visti i nomi che emergono) riprodotti da WikiLeaks emerge prepotente la sensazione che il corpo diplomatico americano ha una visione molto più terra terra, nel senso di realistica, dell’impotenza strategica che ormai, nel mondo di oggi, è anche sua, della superpotenza americana: i pakistani…

    Alla fine, viene fuori, che tutti faranno quello che vogliono; gli israeliani pure; gli iraniani, i cinesi anche; pure chi dipende in tutto e per tutto dal volere americano, Iraq e Afganistan, finiranno col fare come gli pare appena Washington come è inevitabile e sta già succedendo allenterà la sua presa… e, perfino, tutto considerato, chi sa?, forse, gli italiani faranno quello che vogliono se mai decideranno cosa fare; insomma, l’America non conta più e chi la rappresenta in terra infidelium ovunque, lo sa per primo che, almeno, non conta più come prima;

   il commento più intelligente ad emergere su tutta questa vicenda/tregenda di WikiLeaks ci sembra quello apparso sul Guardian dove, senza poi davvero scoprire l’America, hanno fato osservare che   a leggere i dispacci messici a disposizione da Julian Assange e dal suo team viene subito in evidenza “lo spreco colossale di risorse. Gli esborsi in ‘aiuti’ degli Stati Uniti d’America [miliardi e miliardi di $] non sono mai seguiti, non sono mai monitorati, mai valutati: di essi non c’è mai un rendiconto. L’impressione che se ne ricava è quella della superpotenza mondiale che si aggira impotente in giro per un mondo nel quale nessuno si comporta come avrebbe dovuto. L’Iran, la Russia, il Pakistan, l’Afganistan, lo Yemen, le Nazioni Unite, tutti e sempre  non rispettare mai il copione che era stato loro assegnato e Washington a reagire come un orso ferito sempre ricco dei suoi vecchi istinti imperiali ma con una possibilità concreta di proiezione del proprio potere ormai improduttiva[8].

• il secondo – e questo WikiLeaks lo ha dimostrato a tutti ­− è che ormai dentro in pieno all’era digitale nessun segreto è più davvero segreto: 250.000 documenti per quasi 1.200.000 pagine in totale sono trasportabili e trasferibili solo cosi; quando, nel 1971, Daniel Ellsberg “rubò” e trasferì al NYT le circa 900 pagine dei cosiddetti Pentagon Papers che mettevano in piazza delitti e segreti della guerra del Vietnam il problema maggiore che ebbe fu quello di trasportarli: fisicamente— fuori del Pentagono; oggi è bastata una pennetta da PC, da sì e no 10 $, e tutto era fatto, tutto trasferibile istantaneamente e tutto disponibile: a tutti… In definitiva, è dimostrato che ormai la cybersicurezza è un problema diventato realmente geopolitico.

• poi si aggiunge un’altra considerazione che non è affatto solo qualunquuistica: “sono un cittadino americano che vive a Buenos Aires – scrive un lettore al NYTe, dopo aver letto tutti i dispacci che riguardano l’Argentina, metto in questione proprio il ruolo dei nostri diplomatici. Se avessimo parlato con un portiere qualunque, con qualsiasi gestore di un chiosco di fiori o con qualunque giornalista di qui, ci avrebbero potuto dire tute queste informazioni mesi prima che le pubblicasse WikiLeaks. Ed è per questo che paghiamo i loro stipendi ai nostri diplomatici, quando semplicemente si limitano a ripetere quello che leggono sui giornali?[9].

Guardate che ha ragione: l’impressione è la stessa a leggere quasi tutto quello che i dispacci dicono sull’Italia, no?

• Infine, e come ha chiesto a tutti lo stesso Assange – retoricamente o giustamente: decidete voi – “com’è che una squadra di cinque-persone-cinque ha potuto trasmettere all’opinione pubblica mondiale più informazioni volutamente soppresse e nascoste di quante abbia fatto il resto della stampa mondiale tutta insieme? Non è, anche secondo voi, una vergogna[10].

●Nel merito, poi, emergono sei o sette fatti politici di rilievo effettivo – non provati… epperò riferiti dalle ambasciate americane in segreto al proprio ministro degli Esteri[11] come meritevoli di venir riferiti – e vengono fuori evidenti al di là dei pettegolezzi, dei ci viene detto, dei sospetti e delle maldicenze: tutta materia prima assolutamente normale, anche perché è materia ultima, dei dispacci quotidiani grezzi inviati al proprio governo da qualsiasi ambasciata. Qui emerge, perché resti notizia segreta ma conosciuta ai massimi livelli del governo di Washington che:

• Silvio Berlusconi ha “fatto soldi con accordi segreti” stipulati con Vladimir Putin[12];

• Gli USA hanno esercitato pressioni di ogni tipo sulla Spagna (e con successo) per bloccare l’inchiesta giudiziaria contro le consegne segrete e illegali (le “renditions”) agli americani di persone considerate, ma da nessun giudice giudicate, sospette e per quel che da anni vanno facendo a Guantánamo[13];

• Il governo americano ha ordinato (la signora Clinton anche di persona) ai suoi diplomatici di trasformarsi in spioni, mettendosi a fare il lavoro degli 007 contro i diplomatici degli altri paesi, anche alleati, all’ONU[14];

• La corruzione in Afganistan, e a ogni livello, ha dimensioni ‘inaudite e schiaccianti’[15]: ma tant’è…;

• Nell’Uzbekistan post-sovietico del presidente Islam Karimov, l’America sa – e l’ambasciatore scrive – di un “mondo da incubo di corruzione rampante, di crimine organizzato che la fa da padrone, di lavoro forzato nei campi di cotone e di tortura impiegata sistematicamente su larga scala”; ma tant’è: gli americani a Karimov leccano il cosiddetto “perché è lui che consente di traversare il paese a una linea di rifornimento via terra per l’Afganistan conosciuta come la rete di ‘distribuzione del Nord’ (NDN)[16];

• H. Clinton ha ordinato alla ambasciata di accertare lo stato mentale della presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner[17]: perché si era permessa di dissentire da lei…;

• Il governatore della Banca d’Inghilterra in segreto, con gli americani, denigra i conservatori ma, in privato, ne è il massimo consigliere buttando a mare la sacrosanta dichiarata autonomia della BoE[18];

• Il governo britannico resta succubo (“ignorato, manipolato o cooptato”) degli americani: sempre e comunque[19];

• In Vaticano, è il giudizio dell’ambasciata presso la Santa Sede, nessuno capisce un piffero di comunicazione moderna e il card. Bertone, segretario di Stato, è solo uno yes man – e “orgoglioso di esserlo!”, commenta lui, quando gli traducono (non parla altro che l’italiano) quello che viene riferito – uno che di rapporti internazionali non capisce niente e sta lì solo per dire sì a Ratzinger; mentre viene riconosciuto quello che tutti sapevano. Che il servizio diplomatico della S.S. è invece uno strumento serissimo[20].

●Certo gli USA, altri forse, potranno alla fine, per vendetta più che per altro, anche arrivare a castigare chi ha violato il segreto. Ma bisogna pur dire alto e forte che c’è qualcosa di squallido quando chi ogni giorno ordina e fa eseguire il bombardamento e il massacro di centinaia di civili in tutto il mondo poi accusa uno che non mai toccato un’arma in vita sua di avere “le mani ricoperte di sangue” (lo ha detto la Hillary, lo ha pappagallato anche se in modo leggermente più blando, un’entità più leggera come Frattini…).

Quindi, sia chiaro. Si vendicheranno pure, probabilmente (intanto lo hanno sbattuto in galera).  Ma di questo si tratterà: non di rimedio, non di prevenzione, solo di punizione, che sanno essi stessi, però, sarà già inefficace… e controproducente, perfino.

●Il fatto è, ricordiamo, anche se al momento non siamo in grado di ritrovare la citazione originale (comunque, parlava un grande giornalista americano, non molto ortodosso ovviamente) una frase calzante che riassume un po’ tutto il senso di questa vicenda, quasi per così dire “a prescindere”: che “il dissenso è ciò che riscatta oggi la democrazia da una morte quieta, dietro porte chiuse”…

Ora, WikiLeaks, la verità è questa, ha già cambiato tutto ormai e, in un certo senso, quando parlava di “un 11 settembre della diplomazia internazionale”, a modo suo e dal suo punto di vista e a parte l’iperbole tutta berlusconiana, forse Frattini non aveva poi tutti i torti. Perché:

• questi messaggi hanno svelato il malaffare e il malfatto, i crimini di guerra, la corruzione, l’ipocrisia, l’avidità, lo spionaggio, i tradimenti e l’esercizio cinico del potere su scala in pratica universale;

• e specificamente l’impossibilità per chiunque di fidarsi di quanto si racconta agli americani o di quanto da loro viene raccontato: dai portieri d’albergo ai re e ai presidenti;

• è venuta fuori la natura “porosa” dell’universo digitale che viene chiarita bene non solo agli uomini del potere governativo internazionale ma anche delle banche, del mondo degli affari, dei media, degli eserciti, di ogni forma di religione insediata e consolidata;

• e ancora non sono state neanche approfondite, in realtà nemmeno esplorate le implicazioni che questa realtà nuova può avere sui database che ormai strutturano – o sovrastrutturano – il mondo;

• è comprensibile che il governo americano si senta frustrato, imbarazzato e inc***ato per la scala e per la natura del materiale filtrato ma, va detto, e qui si è visto però tecnicamente ormai indifendibile;

• ma almeno altrettanto comprensibile è quel che acutamente osserva il presidente Lula a Brasilia, con una bella botta al mucchio di ipocrisie e di falso sdegno dietro cui tanti potentati sono andati nascondendo le loro vergogne. Perché Assange ha provocato danni molto inferiori a quelli causati dagli autori di quei documenti “insensati e/o indecorosi”e lui, quindi, gli  offre la sua solidarietà: in fondo “la colpa che ha avuto è stata quella di aver letto e di aver fatto leggere a tutti quel che ha letto: perché altri sono stati gli irresponsabili, non lui”. Ben detto, vecchio Lula[21]!;

• meno comprensibile, molto meschino e perfino ridicolo, se non rischiasse di diventare tragico, è che si voglia adesso vendicare di chi non solo ha gridato ma ha fatto vedere al mondo come il re sia nudo. Come già tragico si prospetta il futuro prossimo venturo per chi – il 23enne caporale Bradley Manning che non sopportava più l’ignominia della guerra – fu la fonte originale di WikiLeaks e oggi in isolamento aspetta di affrontare una corte marziale che potrebbe, teoricamente, condannarlo alla fucilazione e, in pratica, non lo farà più uscire alla luce del sole prima che abbia raggiunto una settantina d’anni…

                                              Il caporale Bradley Manning (la fonte di WikiLeaks)

 

●Esponenti di 190 paesi si sono riuniti a Cancun, in Messico, per i negoziati sponsorizzati ancora una volta dall’ONU sul cambiamento climatico[22]. Più che di negoziati si tratta, però, di colloqui perché le aspettative di vedere una conclusione in qualche modo operativa sono assai basse. Per conto proprio, il Brasile ha comunicato che a fine luglio 2010, in un anno, il ritmo della deforestazione sui suoi 4.100.000 km2 di foresta pluviale delle Amazzoni è stato il più basso mai registrato. Anche se, pure così, sono andati comunque perduti nel disboscamento continuo 6.500 km2 di foresta.

Alla fine, più per salvare la faccia che altro, I colloqui sul clima terminano con un modesto accordo sulle emissioni di gas[23] nell’atmosfera. Considerato quel che sembrava dover essere un blocco totale, sembra comunque perfino un piccolo passo in avanti. Non c’è nulla del cambiamento profondo reclamato dagli scienziati per cominciare a far regredire o anche solo per fermare il peggioramento climatico, però i quasi 200 paesi partecipanti si sono dati ancora un anno prima di rassegnarsi a proclamare che il processo di Kyoto è irrimediabilmente compromesso. E mettono in piedi per far fronte al problema – ma a livello come al solito solo di proclamazione, di chiacchiere dunque – nuovi aiuti per i paesi più poveri, rafforzando – ma sempre e solo a parole – gli obiettivi assunti un anno fa a Copenhagen.

Certo, si riafferma la multilateralità dell’obiettivo, chiarendo a se stessi anzitutto che salvare il mondo dall’avvelenamento dell’atmosfera si può solo agendo tutti insieme. Ma, affermato questo solennemente, non ci si mette naturalmente d’accordo sul fatto che l’intesa una volta approvata sia poi obbligatoria per tutti, né sul chi paga il minimo dei 100 miliardi di $ necessari ogni anno e che i paesi ricchi si erano già impegnati a versare per permettere ai più poveri di osservare le loro promesse.

Come ha detto, in sostanza, Yvo de Boer, che dopo Copenhagen è stato sostituito alla testa del Comitato dell’ONU che coordina questi vertici ambientali, il “successo”, comunque relativo, di questo di Cancun rispetto a Copenhagen, ad esempio, è dovuto “all’assoluta modestia degli obiettivi che ci si erano prefissati”.

●Infine, ma in tutt’altra faccenda, una segnalazione sull’ennesima contraddizione per cui a noi deve essere consentito quello che va negato agli altri in quanto, ovviamente, noi siamo noi… Infatti, adesso, alla faccia delle regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio, USA e Europa avrebbero raggiunto un compromesso per scavalcarle[24] e consentirsi a vicenda di elargire sussidi e crediti alle esportazioni dei grandi aerei da trasporto civile della Boeing e dell’Airbus.

Il compromesso sarebbe stato raggiunto, per ora, tra i negoziatori americani e europei che adesso dovranno riferire a Washington e a Bruxelles, dove, pèrò, solo di una raccomandazione si tratta da far approvare, poi, dal Consiglio, quindi da 27 governi e, poi, ecc., ecc… Le regole, però, lo proibiscono. A tutti. Meno che a loro, ovviamente.

Secondo i termini dell’accordo le misure approvate non saranno neanche sottoposte all’OMC – non potrebbe che bocciarle – ma entrerebbero in vigore a partire da subito, dal 1° febbraio. Sempre che la trafila delle approvazioni e dell’opposizione che, in sede OMC, comunque sorgerà, possa poi essere superata.

●Il petrolio è tornato sul mercato, alla borsa centrale di Londra, sui 90 dollari al barile e rame e cotone hanno toccato valori record. Grano e frumento costano molto di più. Dappertutto, le derrate di base sono salite, in media, di un quarto sul prezzo di sei mesi fa. La speculazione e forse anche una creazione di liquidità un po’eccessiva? Certo, ma in quasi tutti i casi i prezzi si sono impennati perché sale il numero dei consumatori e molti esportatori – vedi la Cina per i minerali più rari – si rendono conto che si tratta di quantità “finite” (sempre più limitate cioè nel tempo) di materie prime.

Certo, in America è ancora recessione, anche in Europa e in Giappone. Ma i paesi che una volta si chiamavano eufemisticamente in via di sviluppo, adesso si cominciano a sviluppare davvero, la produzione industriale a livello mondiale è tornata globalmente a salire anche se solo per merito loro— e i prezzi salgono.

Amici, il mondo sta davvero cambiando[25]… Lo segnala, sempre attento, il Nobel Krugman.

●L’Organizzazione internazionale del Lavoro, la più vecchia istituzione internazionale che tratta di economia – esiste da subito dopo la I guerra mondiale, con sede a Ginevra che fu la prima dimora della Società delle Nazioni di cui faceva parte e di cui, in pratica, è l’unico organismo superstite – ha appena pubblicato a metà dicembre un Rapporto[26] che parla con grande preoccupazione degli effetti sociali e economici d’una stagnazione persistente dei salari nel mondo.

E’ stato – constata nel presentarlo il direttore generale Juan Somavia – uno dei fattori scatenanti della crisi e continua ad indebolire la ripresa in numerose economie di parecchi paesi”. La crescita del salario reale nel mondo s’è ridotta della metà nel 2008 in rapporto all’anno precedente. Sulla base delle statistiche raccolte e da esso stesso certificate per 115 paesi, l’OIL ha calcolato che la crescita dei salari reali medi è passata “dal +2,8% del 2007 al +1,5, la metà appunto, del 2008 e all’1,6 del 2009”, spesso neanche tenendo il passo dell’aumento dei prezzi che, nel 2008, ha visto un forte rincaro di quello del petrolio e, a cascata, di tutti quelli legati all’energia.

Nel 2009, ci ha pensato poi la crisi in sé— fattore non positivo, “a raffreddare l’inflazione e a evitare quella che sarebbe stata una vera e propria riduzione dei salari reali”, fortunatamente per la gente, la domanda, l’economia, ma senza riuscire a tenere il passo. Escludendo tra i grandi paesi la Cina (le cui statistiche sono definite incomplete dallo stesso governo cinese e che l’OIL considera perciò con riserva) la crescita dei salari reali è rallentata ancora di più, passando dal +2,2% del 2007 al +0,8 del 2008 e a un solo +0,7 nel 2009.    

●Tutto considerato, quella che segue ci pare la considerazione riassuntiva che meglio oggi riflette, graficamente, il momento che stiamo vivendo:

                                                                 La congiuntura, sotto le feste (vignetta)

 

in Cina

●La Banca centrale ha lasciato uscire, non certo casualmente, la notizia che secondo le istruzioni ricevute dal Politburo del partito, i vertici massimi del potere – nove persone – a partire dai primi mesi del prossimo anno comincerà a stringere le corde della politica monetaria[27]: da “relativamente aperte a prudenti”, un segnale chiaro che le autorità cominciano a preoccuparsi per i segnali di inflazione che cresce e di un’economia che sembra surriscaldarsi, crescendo troppo rapidamente per l’obiettivo di mantenere la stabilità del sistema e, come dicono loro, l’ “armonia dello sviluppo”.

E questo mentre in Europa e in America tutti restano schiacciati nella morsa di una recessione che non sembra mollare. Qui, l’indice dei prezzi al consumo è salito al 5,1% a novembre[28] rispetto allo stesso mese dell’anno prima, l’incremento maggiore da oltre due anni e comunque più alto di quello con cui i decisori politici qui si sentono a loro agio. Con ogni probabilità vorrebbero tendere a un tetto del 3% annuo massimo nel 2011, il tetto ufficialmente programmato e auspicato.

●Dati e testimonianze, in effetti, confermano che almeno per quella larga parte della popolazione che in base alle stesse stime ufficiali si considera povera, la vita si va facendo più dura con l’inflazione che sale. Un fattore chiave di questa crescita è stato che la circolazione monetaria è cresciuta del 47% in un anno, secondo le valutazioni della J.P. Morgan; e, per la produzione agricola una primavera ritardata e fredda e piogge intense in estate.

Con un’economia che dal 1989 ogni anno ha continuato a crescere in media del 9%, non sembrerebbe in realtà tanto pericoloso ma l’aspettativa è che senza interventi toccherà l’anno prossimo il 6%. Il fatto è che il partito comunista cinese non scorderà mai quanto sia stata cruciale per la sua vittoria nel 1949 contro il Kuomintang, il partito nazionalista di Chiang Kai-skek, l’iperinflazione di fine anni ’40.

Così come l’inflazione intorno al 20% nel 1988 fu una concausa forte del successo iniziale del movimento pro-democrazia che all’inizio dell’89 (i fatti di Tienanmen) rovesciò quasi il dominio del partito. C’è poi l’altro elemento che attesta come l’arricchimento medio del paese – elevato, in specie, negli ultimi vent’anni – ha portato all’aumento della disuguaglianza economica e anche sociale.

E, per andare sul sicuro, poi anticipano i tempi preannunciati per il rialzo dei tassi di interesse che scatta a Natale, il 26 dicembre, con l’incremento di quello di riferimento base dei prestiti di 25 punti al 5,81% e al 2,75, stesso aumento, per il tasso di base dei depositi[29]: la seconda volta in due mesi in cui viene ritoccato il tasso di sconto.

●A inizio anno una ricerca importante – tanto quanto il fatto in sé che sia stata resa pubblica – preparata sotto la direzione dell’economista Wang Xiaolu, vice direttore della Fondazione per la Riforma dell’Istituto nazionale per la ricerca economica, ha calcolato che in Cina il reddito cosiddetto grigio, da produzione e lavoro nero non ufficialmente riportato ammonterebbe a 1.500 miliardi di $, l’80% dei quali in mano al 20% della popolazione[30].

Se fosse così, il cosiddetto indice Gini[31] di disuguaglianza economica passerebbe dallo 0,45-0,5 ufficiale al di sopra dello 0,5: vicino a quello, cioè, di molti paesi latino-americani e, se il trend continua, in marcia verso i livelli di disuguaglianza di gran parte dell’Africa. Di qui, sicuramente, anche alcune delle misure abbastanza drastiche adesso annunciate.

●Il 16 dicembre il valore dello yuan cala col cambio fissato a 6,6635 per $ da 6,6566 del giorno prima, secondo i dati rilasciati dal Sistema di cambio della Banca centrale di Cina[32]. Al momento, allo yuan è consentito di fluttuare, rispetto alla parità centrale fissata sulla scala dello scambio interbancario, ma solo entro un limite quotidiano fissato allo 0,5% in su o in giù rispetto alla parità centrale.

E l’organo di stampa della Banca popolare, la Banca centrale di Cina, The Financial News, motiva la decisione affermando che “nel 2009 il rapporto tra attivo dei conti correnti e PIL si è notevolmente ridotto e quest’anno scenderà ancora, a indicare che la bilancia dei pagamenti cinese sta avvinandosi al riequilibrio… Le principali valute internazionali (yuan, dollaro, euro e yen) hanno continuato a fluttuare l’una contro l’altra e  è un fatto questo che, di per sé, riduce la volatilità del tasso di cambio dello yuan[33].

●La Cina rende anche noto a fine anno[34] di aver approvato la domanda di autorizzazione di altre 15 “agenzie straniere” a rendere pubbliche informazioni sull’economia del paese (senza approvazione, la divulgazione di notizie sarebbe considerata ufficialmente spionaggio). Agenzie di stampa finanziaria come Thomson Reuters, Dow Jones e Bloomberg – rende noto il direttore del Consiglio di Stato per l’informazione, Wang Chen, hanno fornito sempre un buon lavoro di informazione sul mondo finanziario del paese  ed è provato che l’apertura al mondo dell’informazione finanziaria da parte cinese è stata utile per la Cina stessa. 

●L’ambasciatore di Cina alla UE, Son Zhe, ha detto[35] in audizione alla Commissione commerciale del parlamento europeo che il suo paese e l’Unione dovrebbero lavorare insieme e che le imprese europee, se vogliono, possono trovare in Cina uno spazio in espansione enorme anche per loro. Però, specie in tempo di crisi economica, gli europei devono badare a non cercare di “difendersi” con misure protezionistiche. PGNIG

E certo, ammette Son, anche la Cina deve aprire il suo mercato interno, diciamo così pubblico, alle offerte che vengono dall’Europa. C’è bisogno dunque, ha detto in un appello stranamente (per un cinese) accalorato ai deputati europei, di un’intesa strategica tra Europa e Cina che rimuova i malintesi su problemi che ognuno tende a vedere solo dal proprio punto di vista – ad esempio: una rivalutazione dello yuan adesso danneggerebbe l’Europa – mettendo così fine al conflitto.

●Invece, Dai Binguo, uno dei nuovi esponenti nella dozzina di consiglieri di Stato che formano la struttura portante del governo cinese, incaricato dei rapporti internazionali, in un saggio che ha postato sul sito del ministero degli Esteri[36] tiene a sottolineare che il suo paese non ha alcuna ambizione, come qualche volta superficialmente qualcuno dice, di rimpiazzare come potenza dominante nel mondo gli Stati Uniti d’America. Non si metterà a rincorrerli sugli armamenti, perché tra l’altro sa di avere modi di spendere le proprie risorse molto più produttivi: per esempio,   intende garantire a tutti i suoi cittadini il diritto non solo al pane ma anche a un buon companatico.

E’ interesse di tutti “rispettare e sostenere” questi obiettivi che si danno i cinesi, incluso il loro diritto all’integrità territoriale e, dunque, al non vederla minata dalla contraddizione tra un riconoscimento che è ufficiale da parte di tutti i paesi del mondo e dalla vendita, invece, da parte di alcuni paesi (gli Stati Uniti) di armamenti non solo “difensivi” a Taiwan… che formalmente riconoscono come parte integrante della Cina ma di cui affermano di essere impegnati a… difendere l’integrità territoriale e l’indipendenza.

La Cina non può che sollevare il problema ma è un interlocutore responsabile e intende continuare a “partecipare alla soluzione dei problemi del mondo senza pretendere di dettarne sviluppi e soluzioni secondo il proprio esclusivo tornaconto” o punto di vista— come tendono a fare troppo spesso altri interlocutori…

●In ogni caso, anche se non si mette esattamente a rincorrere l’America sul piano del rafforzamento militare, non è che la Cina stia ferma a guardare. Il ministro della Difesa Liang Guanglie dichiara, a un grande quotidiano cinese pubblicato a Hong Kong[37], che la crescita dell’economia alimenterà la necessaria modernizzazione delle forze armate. Nel prossimo quinquennio, verrà messa a punto “la preparazione militare necessaria a prepararsi per un conflitto possibile in qualsiasi direzione strategica”, rafforzando le sue capacità tecnologiche oltre all’arsenale convenzionale. La Cina, aggiunge, non può dipendere da nessuno per la modernizzazione delle sue forze armate e sta puntando a mettere meglio a punto aviazione, marina e forze missilistiche strategiche, riducendo invece la quantità delle sue forze di terra.

Fa osservare l’amm. Robert Willard[38], comandante in capo della Flotta americana del Pacifico, che la Cina aspira a diventare un potenza militare globale— come l’America; e che sta al momento focalizzando le sue energie economiche, sociali, diplomatiche e militari sui “mari ad essa vicini”: il mar di Bohai, elenca, il mar Giallo, il mar Cinese meridionale e il mare Cinese orientale— al contrario di quel che fa l’America che è presente dovunque, in ogni mare per quanto lontano esso sia dagli USA, dall’oceano Antartico al mare di Barents…

Willard dice che l’obiettivo di Pechino è quello – non irragionevole, di per sé: ma che lui dipinge come allarmante, trattandosi di un obiettivo loro, non suo – di “minimizzare le influenze militari esterne nella regione”. E aggiunge che i sistemi della missilistica balistica antinavale cinesi sono in fase di continua sperimentazione— come se quelli americani, una volta sperimentati, smettessero per sempre di esserlo. In definitiva, dice l’ammiraglio, la Cina ha già oggi buone capacità operative, ma continua a provare e migliorare i suoi equipaggiamenti— come se gli altri… invece.

In altre parole, già oggi in anticipo su ogni previsione di qualche anno, segnala l’amm. Willard, il nuovo missile Donfeng (letteralmente: vento dell’est) 21 D è un’arma basata a terra a combustibile solido, dunque molto affidabile, capace di cambiare le regole del gioco: nel senso che potrebbe anche forzare le portaerei americane a starsene al di fuori df acque in cui i cinesi non  vogliono vederle— proprio come sono in grado di fare le stesse portaerei americane, oggi, coi cinesi e chiunque altro a casa loro, negando se vogliono l’accesso con le proprie portaerei alle loro acque vicine... L’ammiraglio non lo dice proprio così, ma questo gli sembra intollerabile. E, invece, lo deve ormai tollerare[39]

Preoccupato, del resto, di questa nuova capacità di “asserire” il proprio potere militare che ha ora questa nuova Cina, è anche il Giappone che con Pechino ha sempre aperta la questione degli isolotti rocciosi Senkoku/Diaoyu (v. capitolo GIAPPONE).  

●Wen Jabao, il premier che secondo i dispacci, cioè le valutazioni dell’ambasciata americana comparse su WikiLeaks, si va segnalando in Cina come uno dei leaders più disponibili a cambiare – sempre con cautela anche se con determinazione – gli assetti economici e anche quelli stessi del potere politico, in visita in India, ha affermato[40] che i due maggiori paesi del mondo, per popolazione e – ormai – anche per forza e vitalità delle loro economie dovrebbero imparare a lavorare insieme molto di più e molto meglio aprendo i rispettivi mercati a sinergie nuove e sostenendo così la crescita delle economie rispettive. Dopotutto “il mondo è grande abbastanza per veder sviluppare insieme Cina e India, una accanto all’altra come buoni partners piuttosto che come concorrenti. E la nostra crescita – la vostra e la nostra – è un motore importante dell’economia globale”.

Niente di rivoluzionato, insomma, ma mai niente finora di così chiaro e pubblicamente enunciato nei confronti del grande vicino finora tradizionalmente più tenuto a distanza in regime di reciproca guardia (ci sono state brutte guerre tra i due colossi dell’Asia e restano irrisolti anche se dormienti brutti contenziosi confinari. L’incontro si è concluso con la firma di sei accordi bilaterali molto specifici e dettagliati, di grande importanza: ma per lo più potenziale.

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●Sulle cosiddette “terre rare”, nuovi sviluppi dal Giappone, il paese più dipendente – dopo gli Stati Uniti e molto di più di loro – dall’export di quei minerali, essenziale per molte produzioni industriali avanzate, dopo la grande paura subita quando la Cina ne ha prima brevemente interrotto, di fatto, un due mesi fa, e poi rarefatto l’esportazione— anche magari per buoni motivi: ecologici e di programmazione della cessione di materie prime, appunto, rare: ma inevitabilmente legati al contenzioso territoriale con la Cina su alcuni isolotti nel Pacifico.

Nel 2011, così, la Toyota Tsusho Corp., dell’omonimo gruppo automobilistico, ha annunciato che intende costruire entro l’anno, nello Stato indiano di Orissa, uno stabilimento per l lavorazione delle terre rare per garantirsi forniture di provenienza anche non cinese, in collaborazione con l’Indian Rare Earths Ltd., filiale della Nuclear Power Corp. indiana e con l’impresa chimica nipponica Shin-Etsu Co[41].

La prospettiva annunciata è quella di produrre e esportare 3-4.000 tonnellate all’anno a partire dal 2012. L’unico problema è che si tratta di uno stabilimento di lavorazione, non però di estrazione, ed è appunto una scommessa quella di trovare qualche migliaio di tonnellate di materia prima da lavorare ogni anno.

Il primo ministro giapponese Naoto Kan e il presidente della Bolivia, Evo Morales, hanno concordato di cooperare all’estrazione di litio, uno di questi minerali particolari, da un giacimento boliviano: e si tratta anche qui di una materia prima del gruppo delle “terre rare” di cui Tokyo ha bisogno. Il Giappone, ha assicurato il ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria, Akihiro Ohata, finanzierà l’iniziativa fornendo tecnologia e infrastrutture, contribuendo anche a sviluppare il progetto di un impianto geotermico in Bolivia con generosi finanziamenti a tassi di assoluto favore e fornendo un contributo “significativo” allo “sviluppo delle risorse umane” del paese, dice[42].

Anche gli USA sono preoccupati. Ma come capita troppo spesso da quando la fine della guerra fredda ha dato loro, prima, l’illusione dell’onnipotenza e, poi, la frustrazione di non averla, sbagliano tutto nell’approcciare e affrontare anche questo problema. Alzano, infatti, la voce[43] e lì Amministrazione promette, con uno dei suoi  massimi responsabili del commercio internazionale, di far pressioni (meglio farle che prometterle, però: se non bisognasse far contenti con gli appropriati e aspri stridii i falchi e i falchetti a stelle e strisce) perché venga riconsiderata la decisione cinese di rarefare e razionare nella prima metà del 2011 le “terre rare” destinate all’esportazione sotto il tetto  delle 14.400 tonnellate, circa la metà della quantità consentita in precedenza.

Il fatto è che a Washington ancora non hanno capito che così, falcheggiando invece che tubando, non riusciranno mai a spuntarla. O, se l’hanno cominciato a capire – ci sono diplomatici e esperti  preparatissimi tra gli americani –non ci si vogliono rassegnare…

●La Russia ha deciso di investire un capitale che ora è previsto in 24 miliardi di $ (ma che, alla fine della fiera, bisognerà moltiplicare almeno per due) rischiando anche di irritare non poco gli USA, esplorando e sviluppando in Venezuela il giacimento di petrolio “pesante” di Junin6. Lo ha comunicato Gazprom Neft a metà dicembre, precisando che nel 2013 l’avvio dell’estrazione è previsto nell’ordine dei 40.000 barili al giorno e sarà allora, spiega il capo progetto Yuri Lyovin, che sarà definito con maggior precisione anche l’ammontare della quota di partecipazione russa alla joint venture (il 40%: il resto è della Petroleos de Venezuela).

Gazprom troverà sul mercato i fondi necessari a finanziare il progetto che, secondo i russi, potrà contare su una riserva di oltre 53 miliardi di barili di greggio, contando di entrare a regime dal 2017 a un’estrazione che dovrebbe attestarsi intorno ai 450.000 barili quotidiani. Gazprom Neft è capofila della joint venture con la compartecipazione anche di OAO[44] Rosneft, TNK-BP, OAO LUKoil e OAO Surgutneftegaz[45].

●Modeste misure di stimolo economico annunciate anche in Egitto[46], dopo le “elezioni” che hanno visto riconfermato al potere, per l’ennesima volta e senza in pratica opposizione possibile se non solo formale, il presidente Mubarak. Dice il ministro delle Finanze Yussef Boutros-Ghali[47] che si tratta di iniettare nel 2011 da 10 a 20 miliardi di sterline egiziane (da 1,7 a 3,4 miliardi di $) negli ingranaggi dell’economia. Sarebbero specificamente mirati ai 5.700.000 impiegati pubblici, per aumentarne il credito al consumo con la garanzia dei questo supporto statale – sui 600-700 $ a testa – al credito garantito in banca a ciascuno dal proprio stipendio. Il ministro dice di attendersi dalla misura una spinta ai consumi pari allo 0,5-0,7% del PIL.

●In Brasile, decisione molto contestata del presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, di concedere la grazia al terrorista Cesare Battisti, condannato dai tribunali italiani (quattro morti, dicono le sentenze). Decisione, a dire il vero, molto contestata pare solo in Italia, almeno da una rapida scorsa alla stampa internazionale: ognuno i terroristi suoi, quelli contro e quelli al proprio servizio, se li gratta da solo.

Questo l’ultimo giorno della sua presidenza. Invece, la presidente Dilma Rousseff[48], entrata in carica il 1° gennaio, ha invitato alla sua inaugurazione le compagne di carcere, undici, che con lei nel 1970, sotto la dittatura dei generali golpisti vennero incarcerate e anche torturate. Allora la Rousseff faceva parte della Vanguarda Armada Revolucionaria Palmares, un gruppo militante e armato di estrema sinistra che condusse anche azioni armate di “esproprio proletario” restate famose e che combatteva per abbattere la dittatura. Aveva vent’anni anni e per tre aiutò l’organizzazione istruendo i militanti  sulla teoria marxista e scrivendo per la stampa clandestina.

Poi la presero, macellarono facendoli letteralmente a pezzi con una sega elettrica gli altri capi del gruppo, Carlos Alberto Soares de Freitas e Joaquim da Mariano Silva e sbatterono lei (troppo giovane per farle fare la stessa fine) in galera. Dove fu regolarmente torturata per quasi tre anni nel carcere Tiradentes di Sao Paulo e poi scaricata più morta che viva, come morta di fatto, per strada.

Lei, però, con questo po’ po’ di curriculum militante alle spalle, aveva dichiarato che non avrebbe graziato Battisti, se le fosse toccato decidere e che lo avrebbe estradato. Ora, da un grande politico della sinistra mai legato ad atti di lotta armata come Lula, invece, la decisione è la grazia. E sarà interessante cercare di capire, tra qualche anno magari, quando scriverà le memorie, il perché lo abbia fatto.

EUROPA

●La disoccupazione era salita a fine ottobre al 10,1% dal 10 di settembre nell’eurozona, col tasso di inflazione inchiodato invece all’1,9%. Adesso, le prime stime dicono che nel terzo trimestre, a raffronto con lo stesso dell’anno prima, il PIL[49] dell’eurozona sale dello 0,4 e quello della UE nel suo complesso dello 0,5% (+1,9 e + 2,2, rispettivamente, sullo stesso trimestre di un anno fa). 

●I capi dei tre grandi raggruppamenti politici al parlamento europeo hanno approvato alla fine un bilancio di compromesso dopo che gli Stati membri avevano detto sì a due delle tre condizioni principali da esso indicate. I 27 paesi membri hanno detto sì all’iniziativa del parlamento che prevede di “alzare” direttamente i fondi del proprio bilancio così come hanno concordato l’impegno dei prossimi quattro paesi presidenti di turno dell’UE di coinvolgere direttamente gli organi del parlamento nelle discussioni di lungo periodo sul bilancio. Non si sono messi d’accordo, parlamento e governi, invece, sul grado di flessibilità che dovrebbe avere il bilancio.

Alla fine, quello del 2011 sarà un bilancio superiore del 2,91% alla spesa del 2010 sulla base appunto del compromesso raggiunto un mese e mezzo fa. Ora ci si attende che a metà dicembre (come in effetti è avvenuto) il bilancio sia approvato per 126,5 miliardi di €, una cifra realmente irrisoria, appena sopra l’1%, rispetto agli 11.804.734 miliardi di € del PIL complessivo dei 27 paesi[50].

●Gran Bretagna alla testa, con Francia, Germania, Finlandia e Olanda hanno chiesto al presidente della Commissione che sia congelato il bilancio dell’Unione[51], tra il 2014 e il 2020, senza aumentare di un punto percentuale in più del tasso di inflazione medio. La spesa pubblica dell’Unione non può essere esentata dai considerevoli sforzi dei paesi membri per tenere sotto controllo la loro spesa”. In qualche modo mettono le mani avanti: i colloqui tra gli Stati aderenti sul bilancio 2014-2020 partiranno a metà 2011.

Ben il 40% dei fondi sono ancora destinati a sovvenzionare la politica agricola e 1/3 va alle regioni più povere dell’Unione. Non sarà un negoziato liscio: si opporranno i paesi più poveri a riduzioni del loro terzo di bilancio e si opporranno – se trovano il minimo di coraggio necessario per farlo – i più convinti tra i fautori di un’Europa maggiormente integrata. Ma, senza Francia e Germania e con questa Italia, poi…

●La decisione, di fine novembre, dei ministri delle Finanze dell’eurozona, di creare un Meccanismo di stabilizzazione europeo come sistema permanente per la risoluzione futura di qualsiasi nuova difficoltà emergente sul debito sovrano di uno dei paesi membri non è riuscita a stroncare sul nascere le turbolenze sui mercati. Il meccanismo si distingue perché opera una differenziazione chiave, abbastanza esoterica, fra crisi di “solvibilità” e crisi di “liquidità”[52].

Distinzione abbastanza misteriosa e imperscrutabile perché i mercati rifiutano di farla e chiameranno sicuramente crisi di liquidità, invece che di solvibilità, quella in cui, altrimenti, secondo le regole adesso introdotte dovrebbero pagare lor signori. E’ la proposta di Merkel, che era più netta, però: basta agli aiuti di Stato— che paghino quelli che hanno voluto rischiare, una volta tanto; ma che, adesso, diventa appunto esoterica e diventerà, poi, esecutiva solo nel 2013.

Secondo il “meccanismo”, in caso di crisi di “liquidità” – non proprio ben definita – i detentori di titoli dovranno incassare le perdite senza far più ricorso, almeno un granché, al salvataggio dei pubblici bilanci. Il problema è tutto nella distinzione, appunto dannatamente esoterica e che i mercati hanno già fatto capire che, nei fatti, non faranno mai loro e che, lasciatecelo dire, i governi non avranno la forza di imporre, molto molto probabilmente.

Tanto più che ai mercati – cioè: ai detentori attuali dei titoli di credito, bond e BoT, la BCE va subito in ausilio aumentando la liquidità con ulteriori misure di “facilitazione quantitativa”: certo, facendo insieme, col presidente Trichet, la voce grossa avvertendo che in troppi tendono a sottovalutare la “determinazione” di governi e Banca centrale a risolvere la crisi del debito in Europa…

●Alla fine, al vertice del 16 e 17 dicembre, i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles hanno concordato sulla necessità di cambiare il Trattato con un emendamento che prevede la creazione di un nuovo meccanismo permanente da attivare al bisogno per garantire, a partire dal 2013, la stabilità dell’euro con appositi marchingegni di salvataggio condizionati a una decisione unanime dell’eurozona, alla valutazione che a rischio da un default possibile verrebbe messo proprio l’euro come tale e non solo un’economia nazionale (ah! ah! ma appena sopra le dimensioni di Irlanda e Grecia, qualsiasi default già lo sarebbe) e a una rigidissima condizionalità (cioè, all’imposizione di dosi massicce e per niente omeopatiche di austerità forzata su economie che sono già in profondissima crisi… pazzesco!)[53].

Tutt’altra cosa è, naturalmente, poi riuscire a cambiarlo, il Trattato: di mezzo c’è, intanto, l’approvazione ufficiale del cambiamento e della dizione dell’emendamento a un prossimo vertice della UE in marzo; poi, l’approvazione del parlamento europeo, gli eventuali referendum – di fatto o di diritto – in alcuni dei paesi partecipanti e anche la ratifica formale dei parlamenti nazionali di tutti i 27 Stati dell’Unione, anche di quelli che con l’eurozona non c’entrano…

Ma il 2013 è il lontano futuro. E il problema è qui, oggi, e al massimo domani. Secondo molti osservatori che nessuno, neanche  lontanamente, osa tacciare di avventurismo – per dirne uno: il FMI – il problema si porrà molto prima – da adesso, dal 2011 – e l’Unione si sta avviando a tentoni coi tappabuchi degli interventi singoli en catastrophe e in estrema urgenza: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e anche Italia, chi sa subito, nel 2011 stesso…

●Fa osservare il più autorevole dei quotidiani francesi che una ragione non piccola delle turbolenze di mercato in Europa è l’inquietudine che il dibattito, le discussioni, i litigi e la querula “cacofonia assordante[54]”, come la chiama, dei tanti governanti che seminano in continuazione sui nervi sempre tesi e ipersensibili della finanza e della speculazione mondiale. Non è solo che manca una voce autorevole, è che ce ne sono almeno una decina e nessuna di esse davvero autorevole – non solo autoritaria cioè – mentre a pretendere di essere insieme autorevoli e autoritari di tanto in tanto petulanti – e qualcuno anche ridicolo – si erigono tutti i 27 Stati aderenti.

●Sarkozy ha voluto dare un alt chiaro e netto alla chiacchiera portata avanti anzitutto a destra nel suo paese, ma che si sente di quando in quando anche altrove, perfino in Germania e nel centro-sinistra pure, sulle possibilità di contemplare un’uscita dall’euro. Qui in Francia, a reclamare l’uscita dall’euro in piena zona di turbolenza, sono i pochi cosiddetti “sovranisti” e antiglobalizzazione raccolti intorno a Nicolas Dupont-Aignan, del partitino indipendente di destra gaullista Debout la Republique!.

Insieme alla destra già guidata da Le Pen e ora da sua figlia Marine (il familismo è malattia diffusa non solo in Oriente, dalle parti della Corea del Nord, ma come si vede anche qui, nelle patria delle rivoluzioni che con la testa dei sovrani segarono anche l’eredità dei titoli…, per non dire da noi da ultimo, specie ma non solo nella  Padania-Cafonia).

Secondo l’ultimo sondaggio[55], condotto subito prima di Natale dall’IFOP (l’Istituto francese di opinione pubblica), sono più di un terzo i francesi che vorrebbero l’uscita della Francia dall’euro per un ritorno al franco (e, del resto, sembrano anche di più tra i tedeschi quanti amerebbero il ritorno al marco: ma anche in Italia ci sono i nostalgici della lira, quelli che si sono scordati dell’inflazione al 20% e ci vorrebbero tornare).

Dunque, le turbolenze economiche e finanziarie dell’eurozona sembrerebbero, in una parte forse non proprio trascurabile dell’opinione europea, mettere a rischio la moneta unica. Non ci crede Sarkozy per il quale, come ha dichiarato[56] alla fine del Consiglio europeo di metà dicembre, “si tratterebbe di una sortita semplicemente irresponsabile e inimmaginabile” giacché “l’euro è il cuore della costruzione europea. Se crollasse, se dovesse sparire, è l stessa costruzione europea che verrebbe colpita strutturalmente…e io non lo accetterei mai”.

Tra parentesi, avete notato come e quanto questi presidenti della Repubblica che sono anche capi dell’Esecutivo, quelli effettivi come Obama e Sarkozy e quelli condannati, invece, solo ad aspirarvi come Berlusconi, amino parlare in prima persona?

Siamo stati per secoli il continente più violento del pianeta – ha ricordato opportunamente, cogliendo uno degli spunti che in origine diedero vita in Francia, in Germania, in Italia, negli anni ‘50 del secolo scorso, subito dopo le carneficine della seconda guerra mondiale, all’Europa come comunità e pi come Unione – ed è l’Europa che ci ha portati alla pace. E l’euro è il simbolo dell’Europa. Se cade l’euro, è l’Europa che esploderebbe… Ma chi è che nel mondo di oggi potrebbe mai pensare che la Francia, da sola, nel mondo di oggi, sarebbe più forte?

●La BCE, comunque, dichiara che farà “quanto serve per tenere bassa la febbre e spegnere i fuochi che andavano accendendosi sui mercati finanziari. Ma la definizione del possibile data a Francoforte è probabilmente uguale a “faremo il minimo indispensabile” a mantenere la liquidità sul mercato. E assolutamente niente di più: pure se e quando, come ora, tutti i titoli di stato stanno andando sotto pressione, compresi gli stessi Bund tedeschi… Il suo presidente Trichet è colui che solo qualche settimana fa parlava di cancellare le misure di emergenza prese dalla BCE (le “facilitazioni quantitative”), come se la crisi fosse già superata. E, comunque, non si smuove dall’immobilismo solito e non si smuove con lui tutta la BCE.

Ed è difficile poter pensare che, non essendo finita la rincorsa a salvare uno dopo l’altro i vari casi penosi – Atene, Dublino e… poi – bastino le misure annunciate dal Consiglio europeo di fine novembre a Bruxelles, il Meccanismo di stabilizzazione a venire (dal 2013, poi…) a dare l’alt a quella che sembra una politica di pura e semplice improvvisazione dettata dall’ultima emergenza e dalla coazione a ripetersi.

Quando l’unico modo di spegnere definitivamente il fuoco di questa crisi è di promuovere con tutte le forze a disposizione di banchieri e governi un pacchetto di misure capaci non di convincere – non si lasceranno convincere – ma di obbligare i mercati a garantire che, dopo Dublino, non siano messe a rischio Lisbona, Madrid e magari anche Roma: cioè l’UE, come tale.

Detto semplice semplice significherebbe riempire subito, con l’abbassamento a zero o quasi dei tassi e misure più decise di “facilitazione”, i mercati della liquidità necessaria a far ricomprare i debiti pubblici un po’ in tutta l’Europa meridionale. E insieme a far scattare il Meccanismo subito, al 2011 e non al 2013, per assicurare che non siano solo gli elettori greci e irlandesi a sopportare il costo del rischio corso da investitori avventurosi e incompetenti che hanno giocato col loro debito: si tratta, sì, ormai di avviare almeno a questo scopo la ristrutturazione del debito pubblico di Irlanda e di Grecia.

●E’ questo – che, in realtà, potrebbe essere davvero il minimo – è anche l’indispensabile a seppellire la crisi. A modo suo, provando a rilanciare l’idea di eurobbligazioni,  eurobond, un titolo intestato come tale all’Unione, che data dai tempi antichi della più vigorosa e dinamica presidenza della allora CEE, 1985-1995, quella di Jacques Delors, ripresa timidamente poi anche da altri, perfino due o tre anni fa da Tremonti, ci riprova ora anche il presidente dell’eurogruppo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker[57].

Alza anche un poco la voce – spalleggiato ancora una volta da Tremonti che, col debito pubblico che si trova alle spalle, si accoda ma più sommessamente stavolta – cercando quasi di forzare la mano a chi, soprattutto i tedeschi oggi respinge in partenza l’idea. Juncker accusa i tedeschi di scartare la proposta del tutto a priori senza neanche studiarla e aggiunge che purtroppo la Germania s’è messa a fare i conti con i problemi europei in una “maniera nient’affatto europea”, molto teutonica e un po’ semplicistica.

Perché il progetto non implica affatto, come i tedeschi invece insistono a dire, che si tratti di un singolo tasso di interesse per tutti i bond, tutti insieme in un unico mucchio europeo, ma continuerebbe in effetti a veder calcolata larga parte dei debiti a tassi che resterebbero nazionali. L’eurobond servirebbe certo, invece, a alleviare un po’, nell’immediato, la pressione sui paesi più indebitati ma a finanziare cose da fare in comune, utili a tutti…

Ma Berlino non ne vuole sapere e, col sostegno esplicito della Francia, affossa la proposta (l’ufficio del presidente fa sapere informalmente, dopo un incontro tra Sarkozy e Merkel, che l’Eliseo non ritiene necessaria “al momento” la creazione di un bond denominato in euro e come tale intestato all’Europa)[58]. Dice no poi, con tutti i colleghi dell’eurogruppo stavolta, alla proposta del FMI – presieduto dal francese Dominique Strauss-Khan… probabile avversario di Sarkozy alle prossime presidenziali francesi e, quindi, destinato d’ora in poi a vedersi anatemizzare ogni e qualsiasi suggerimento – di espandere la dimensione del salvataggio per prepararsi alla possibilità di dover “riscattare” la Spagna[59].

Sente la necessità, inopinata, di dire la sua anche la Slovacchia, e non se ne avvertiva proprio il bisogno: il ministro delle Finanze Ivan Miklos[60] respinge l’idea di un eurobond possibile perché – chiarisce – prelude al tentativo (“sinistro”, aggiunge, in tutti i sensi…) di formare un’Unione anche fiscale, di bilancio e tanto più di governance comune del bilancio, oltre che monetaria. Si tratta di un obiettivo di integrazione “non realistico” e che farebbe il danno non solo nostro, ma di tutti i paesi dell’Unione. Insomma, no a ogni Unione anche solo un po’ più integrata (del resto, la Slovacchia è stato l’unico dei 16 paesi che si è sfilato formalmente dalla partecipazione, anche solo simbolica, al “salvataggio” della Grecia.

C’è anche chi, come il presidente della Camera dei deputati Richard Sulik si mette a fanfarare della necessità per la Slovacchia di un “piano B”, come lui lo chiama: che poi consisterebbe in “un’uscita dall’euro” e nell’uso della valuta nazionale per difendersi dall’allargamento della crisi del debito.

La sua opinione, pubblicata sull’Hospodarske Noviny[61], depreca che la gestione della crisi sia stata molto lontana, afferma, da un senso di responsabilità: per cui la Slovacchia dovrebbe “piantarla di fidarsi ciecamente dei leaders dell’eurozona” e approntare per farlo un suo “piano B” di autoprotezione. Anche se,  in realtà, pur dentro l’eurozona dal 2009 la Slovacchia dà ancora corso legale ala sua vecchia corona fino al 2013. Quindi, volendo, il suo piano B già ce l’ha pronto… E, comunque, meglio perderla forse che tenersela gente che ha questa visione dell’Europa, no?

●Intanto, però, sembra stufarsi la Grecia – dopo aver subito per mesi e mesi, anche per colpa propria ovviamente, i rimbrotti, le prediche e le minacce della BCE, del FMI, ecc. ( il prezzo per l’ “aiuto” ricevuto, oltre all’imposizione di un regime durissimo di austerità) – e un po’ a sorpresa ammonisce chi, come Germania e Francia, vorrebbe fare la voce grossa con i paesi più indebitati.

Attenzione, dice il PM – e in questo è assolutamente credibile – se insistete sulla vostra proposta di una revisione del Trattato per includervi sanzioni ancora più dure – dunque, è scontato, tra l’altro anche controproducenti rispetto allo scopo di facilitare la riduzione del debito – e, inoltre, la sospensione del diritto di voto nelle istanze decisionali dell’Unione per i paesi con un debito pubblico “troppo” elevato…, ad Atene potrebbe scattare anche la tagliola del referendum.

Ora, l’avvertimento/minaccia di Papandreou è molto pesante. Da una parte c’è, ed è visibile a tutti in Tv, il livello, la durezza, della rivolta disperata di chi non ci sta ad affondare senza reagire e di chi ha sempre interesse a diffondere il caos coperto da quella disperazione reale e senza sbocco apparentemente credibile: le misure di austerità appena votate dal parlamento (156 voti contro 130) hanno scatenato l’incendio appiccato, a metà mese, al palazzo del ministero delle Finanze. Per cui, dire ora al paese che l’Europa chiederà a chi sta peggio altre dosi di sacrifici…

E, dall’altra parte, c’è l’effetto paralizzante che ogni referendum sembra ormai avere in sede UE— e specie proprio sui grandi paesi. E, infatti, qualche effetto di raffreddamento sui rigorismi virtuosi e le minacce tonitruanti l’uscita del Pm greco sembra sortirla. Tra l’altro per definizione – se ne è accorto Tremonti che tace e, speriamo, non acconsenta? – se passasse quella proposta sarebbe sospeso anche il diritto di voto di Roma in Consiglio, ecc. ecc. perché, di tutti i 27, il paese che ha il debito di gran lunga più elevato di tutti restiamo noi[62].

●Il ministro delle Finanze del Portogallo, Fernando Teixeira dos Santos, in visita a Pechino ha intanto reso noto che la Cina continuerà a sostenere gli sforzi di recupero del suo paese dalla crisi finanziaria con altri acquisti di buoni del Tesoro di Lisbona, l’aumento di investimenti e l’incremento degli scambi commerciali[63]. E, in effetti, sotto Natale la stampa d’affari portoghese rivela che la Cina comprerà dai 4 a 5 miliardi di € del debito sovrano lusitano alle prossime aste o sul mercato secondario nel corso del primo trimestre 2011.

Si tratta di un accordo preciso sottoscritto tra i due paesi che sia la Banca centrale cinese sia il governo portoghese rifiutano “in questo momento” di commentare. Commenta, ufficiosamente, invece, l’Ufficio del Commissario europeo Olli Rehn dicendosi attento ai possibili sviluppi (vuol dire: preoccupato del peso che la Cina acquisisce in uno dei paesi dell’eurozona). Ma si guarda bene, non può, proporre a Lisbona niente di alternativo, diciamo così, cash[64]

Belgio e Italia e le loro economie cominciano ad andare sotto il tiro dei mercati, a inizio dicembre, economie che in comune hanno un carico di debito pubblico eccezionale in rapporto a quello degli altri (rispettivamente sul 100 e il 118% del PIL), cosa però non certo nuova, e soprattutto un carico di instabilità politica (lì, la divisione etnica irrimediabile tra fiamminghi e valloni; qui la divisione altrettanto irrimediabile che hanno comportato e imposto al paese “personalità”, cultura, politiche di Berlusconi in ormai sedici anni di governo/regime quasi continuato).

Ha spiegato al NYT[65] il prof. Giacomo Vaciago, che insegna alla Cattolica di Milano, di come “l’Italia sia diventata un problema perché l’economia non cresce abbastanza da tenere il passo con la crescita del debito pubblico. Con un deficit al 5% del PIL e una crescita dell’1% la paura è che non si riuscirà masi a rovesciare lo squilibrio di bilancio e di qui il giudizio diffuso che, presto o tardi, l’Italia potrebbe entrare in un default”.

In queste condizioni gli spread, i differenziali di interesse sui BoT di Belgio e Italia sono stati spinti dagli investitori per convincersi a comprarli a inizio dicembre al massimo di sempre. In Belgio, dopo sei mesi dalle elezioni non sono riusciti a formare un governo, paralizzati dagli estremismi etnici. E in Italia, di barzelletta oscena in festino forse un  po’ meno, l’unica cosa che da mesi sta facendo il governo è tenere i conti sotto controllo, non spendendo più niente: e anche così, certo, di fatto con l’economia anchilosata e arrugginita siamo paralizzati…

Quello che alla fine, se arriviamo al dunque, potrebbe salvare l’Italia, dice un altro osservatore citato sempre dalla stessa fonte[66], è che “se fallisse, fallirebbe con essa – date le dimensioni economiche e politiche sue – l’euro e sarebbe la fine dell’eurozona… e tutto, ma proprio tutto, allora sarebbe fatto per salvare l’Italia” dal default. Bè, insomma…

●Notevole, la capacità del Belgio di resistere agli assalti della crisi economica, pur essendo da mesi senza governo (non pochi i zuzzurelloni che dicono come sia proprio perché è senza governo che invece resiste…) dopo che le elezioni di giugno hanno mancato ancora una volta di dargliene uno. In questo paese schizofrenico – valloni e fiamminghi, di lingua francese e olandese-fiamminga, cattolici e protestanti, ecc., ecc. – da giugno, ma in realtà da molto prima, si governa ad interim.

Pure, col debito pubblico che sfiora il 100% del PIL, lo spread coi Bund tedeschi per il rifinanziamento del debito sui mercati è ben contenuto e non si avvicina neanche ai livelli stratosferici di quelli irlandese o spagnolo. Anche se, adesso, a metà dicembre, l’agenzia Standard & Poor’s ha riclassificato in prospettiva “negativa” il debito del paese.. e i belgi hanno ricominciato – se avessero davvero ormai smesso – a preoccuparsi.

Il vantaggio relativo di cui il Belgio gode nei confronti di Irlanda, Portogallo e Spagna, per dire, è la qualità di fondamentali come produzione, competitività e esportazioni. I paesi della periferia mediterranea d’Europa e l’Irlanda, invece, avevano costruito il loro balzo in avanti sul credito facile, garantito dalla bolla edilizia, cioè non garantito in effetti, sul rialzo dei salari, l’aggravamento del deficit pubblico e la vampata del debito nazionale.

La prosperità del Belgio è di data più vecchia e consolidata, fondata su una mano d’opera qualificata e salari che non sono mai stati lasciati realmente sfondare il rapporto con la produttività. E, se calibrassimo le esportazioni al numero degli abitanti, il Belgio esporta addirittura più della Germania. Grandi istituzioni internazionali hanno sede a Bruxelles, dalla UE alla NATO e danno una mano importante all’economia anche con una industria dei servizi forte e dinamica. E i grandi porti commerciali, come Anversa e Zeebrugge, stanno profittando della ripresa del commercio internazionale.

La bilancia dei pagamenti è in attivo (in Portogallo è passiva per quasi il 10% del PIL) e il Belgio non dipende da grandi flussi di capitali in entrata essendo pressoché autosufficiente per un tasso di risparmio interno elevato.

Ma gli investitori, tanto stranieri che qui soprattutto domestici – quelli che danno retta a S&P’s, Moody’s, ecc., ecc. – si innervosiscono di fronte all’impossibilità per un governo ad interim (qui formalmente, in Italia almeno da un anno e mezzo ormai, anche se il governo – dicono – formalmente c’è) di fare i conti con gli squilibri strutturali dell’economia e data la sua inconcludenza incapace di governare con efficacia un settore bancario quasi selvaggio.

Il Belgio, insomma, deve darsi una smossa, urgente. Darsi un governo autorevole, pena il trasformarsi dei suoi fusibili a combustione lenta in bastoni di dinamite a miccia rapida e, soprattutto, improvvisa…   

●La Spagna intanto ha venduto all’asta[67] di dicembre  4 miliardi di € dei suoi titoli a 3 e 6 mesi con una sovrascrizione, come si dice, di 2,14 volte l’offerta, col Tesoro che ha venduto 3 miliardi di € trimestrali a un rendimento medio dell’1,8%, più alto dello 0,1 di quello di novembre. Il Tesoro ha anche venduto 877 milioni di € a sei mesi a un tasso medio di interesse del 2,6%, +2,1 rispetto all’asta precedente e sono risultati alla fine comprati sei volte più dei titoli offerti.

●E nel quarto trimestre del 2010, dice il primo ministro Zapatero a fine anno puntellando le sue affermazioni con i dati della Banca centrale di Spagna[68], l’economia è tornata a crescere e il salario minimo statutario nel 2011 riuscirà a salire dell’1,3% a 641,56 € con le pensioni che aumenteranno del 2,3%. Però, la crescita resterà ancora lenta e faticosa.

●Si riparla, adesso, per febbraio – lo dice il Commissario agli Affari monetari, Olli Rehn (tra parentesi: in gioventù, abbiamo scoperto, portiere professionista di calcio nella serie A finlandese) ai ministri delle Finanze europei – di un altro round di stress test[69], come si chiamano, delle banche europee, per acclararne la solidità. Certo, l’ultima volta – solo qualche mese fa – tutte le banche irlandesi, per dire, passarono i test a bandiere spiegate… E, anche se Rehn giura adesso di criteri di esame “più rigorosi”, chi è disposto a scommetterci?

●A proposito di Irlanda, l’agenzia Fitch ha ancora svalutato il rating del paese[70] di ben tre livelli da A+ a BBB+, riflettendo – dice – i costi aggiuntivi della ristrutturazione e del sostegno al suo sistema bancario e l’incertezza crescente sul quadro dell’evoluzione economica. E Moody’s l’ha subito seguita a ruota, rincarando: ha sbattuto giù di cinque nocche, a Baa1 da Aa2, con previsioni ulteriormente poi negative, il rating del debito, proprio mentre il Consiglio della UE celebrava “i miglioramenti veramente eccezionali già realizzati grazie al governo – grazie ai pesantissimi sacrifici della gente, piuttosto – irlandese[71]).

Il problema è che così facendo, naturalmente, questi organismi esclusivamente tecnici – che per anni hanno assegnato i loro rating massimi, tipo AAA+ , a ogni derivato-sozzeria messo sul mercato da banche che li pagavano per i loro apprezzati servigi – non agiscono affatto solo come un termometro che semplicemente registra la febbre, ma sono strumenti che provocano, e istigano addirittura, aspettative e conseguenze nefaste.

Perché il punto è che a “condannare” le ragioni del futuro di chi subirà gli effetti delle loro decisioni non saranno neanche – alla fine ma, e soprattutto, all’inizio – Merkel, Sarkozy, Cameron e Berlusconi ma, appunto, Fitch, Moody’s, Standard & Poor: istituzioni che non ha eletto nessuno, che non devono render conto a nessuno e che hanno forse, alla fine, in mano il vero potere decisionale.

Parlano così, questi signori, letteralmente: sulla Spagna, a metà dicembre, la signora Kathrin Muehlbronner, vice presidente (una dei diversi: a mezzo milione di euro all’anno tra stipendio, gratifiche e opzioni varie) che ci pontifica sopra per conto di Moody’s appiccicava alla Spagna una svalutazione del rating a Aa1esercitando così un’influenza più reazionaria sul futuro di quel paese di qualunque altra donna da quando oltre mezzo millennio fa la regina Isabella cacciò i Mori, espulse in massa gli ebrei e mise l’Inquisizione al centro della vita della nazione”.

Ma è a questa Frau tedesca, non alla Merkel, che si dovrà adesso “se la quinta economia d’Europa non merita più il rating Aa1 e la Spagna verrà gettata nel baratro dell’ignoto[72]. La Spagna già oggi, forse, con l’Italia in lista d’attesa – se ci va bene – per dopodomani…

●Tra l’altro, anche se a nessuno, specie alla Germania, va di farlo rilevare, il problema vero di Spagna e Irlanda non è mai stato il debito: anzi, erano paesi modello quanto agli standard di responsabilità fiscale fissati dall’UE, con problemi inesistenti di debito/PIL e qualche difficoltà, questo sì, sul rapporto deficit/PIL un po’ fuori norma: ma come quelli della stessa Germania del resto e di quasi tutti, due-tre eccezioni soltanto, tra i 27 dell’Unione.

Perché la verità è che ad affossare le economie spagnola e irlandese non è stato il debito, ma il collasso della bolla speculativa edilizia nei due paesi: cosa alla quale né Germania né BCE avevano fatto alcun caso… E su questo punto, anche l’applicazione più rigida dell’agenda di austerità merkeliana (compreso il pur lodevole e importante rilievo sul far pagare il costo della crisi a chi l’ha provocata: finanza e banche), non servirebbe ormai a niente…

●Almeno la Francia, tra i grandi paesi dell’euro, se ne comincia a rendere conto e dice a alta voce che bisogna cominciare a pensare a un coordinamento più stretto delle politiche economiche dei 16 paesi dell’eurozona aperto alla partecipazione di ogni altro paese dell’Unione che volesse parteciparvi: lo afferma in un’intervista non a caso rilasciata a un giornale tedesco[73]. E chiede a tutti di pensare al fatto che l’ultima crisi di Irlanda e anche Spagna dimostrano come non sia sufficiente a nessuno limitare virtuosamente, come loro facevano, il debito pubblico visto che così non si sfugge a una crisi che in realtà è stata scatenata molto di più dalla speculazione finanziaria.

Per cui in realtà l’Unione dovrebbe poter monitorare le economie degli Stati membri, come si sviluppano o no e non solo limitarsi a dare un’occhiata reciproca ai bilanci con il coordinamento che dovrebbe poter avvenire in fase di preparazione stessa delle legislazioni di bilancio. La Francia e la Germania hanno cominciato già, ricorda o forse richiama alla memoria degli smemorati Lagarde, a “coordinare” i loro piani di bilancio per gli anni a venire. Ma non chiarisce cosa significhi precisamente “coordinare”… Però, si spinge a dire che ormai si potrebbe anche pensare a un vero e proprio istituto di arbitrato per rendere possibile un più stretto coordinamento economico della UE.

Ma la Germania non beve e, anzi, risponde in modo anche brusco, immediatamente anche se non proprio col suo massimo esponente di governo per la politica economica che è il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, ma col ministro dell’Economia, Rainer Brüderle[74]. No, quest’idea di governance europea dell’economia non funziona e chi ci lavora, lavora a vuoto: intanto, viene cancellato subito l’incontro previsto a Strasburgo il giorno dopo tra la ministra francese e lo stesso Schäuble: ma che è stato cancellato, naturalmente, per l’inclemenza atmosferica… Insomma, la Germania non ci sta a coordinare niente con nessuno. Però non risponde neanche, Brüderle, al fatto che proprio i conti dei paesi più in crisi – Spagna e Irlanda – fossero fiscalmente tra i più virtuosi…

Come scrive saggiamente una Nota che abbiamo letta di recente riportando un giudizio tanto acuto da sembrare quasi banale di un sagace economista: “Affermare i legittimi interessi dei contribuenti dei paesi solidi per non fargli fare il ruolo di Pantalone, è giusto; non può, però, portare a danneggiarli mettendo a rischio le banche dove [que]gli stessi contribuenti depositano i loro risparmi[75].

Insomma, bisogna calibrare bene a chi farla pagare, la crisi, soprattutto certo facendo pagare i banchieri. Ma non si può farlo con faciloneria, trasferendo proporzionalmente la pena dai grandi tesori degli speculatori privati e dei loro assidui servitori al tesoretto di 10.000 € del conto corrente bancario della signora Marta. E non serve, allo scopo almeno, far saltare l’euro.

Ha scritto l’economista sagace appena citato nella Nota citata[76] che,in definitiva, oggi tutti vivono male o a disagio nel condominio dell’euro; ma uscire da quel condominio è impresa impossibile, o quanto meno traumatica per tutti i condomini. Non converrebbe allora cercare di ridurre le tensioni della convivenza? Servirebbe a tal fine una iniziativa politica per rifondare e rinsaldare l’unione monetaria: non si tratta solo, e neppure soprattutto, di rafforzare il patto di stabilità; si tratta di disegnare oggi un piano organico di sostegno ai paesi in difficoltà; e di prevedere per domani uno sviluppo istituzionale dell’Unione, la cui mancanza è stata causa principale di instabilità”.

                                                     Spread (differenza del tasso di interesse tra Bund tedesco                        

                                                             e altri titoli di Stato dell’eurozona (fine 11/2010).

Fonte: EUROSTAT (elab. Uff. Studi CISL)

●Dei tre paesi baltici, quello che sembra uscire – nominalmente almeno – meglio dalla crisi è l’Estonia. Dal 1° gennaio, col simbolico ritiro da parte del primo ministro Andrus Ansip di 100 € dal bancomat del teatro dell’Opera di Tallin, è entrata nell’eurozona e nell’€. E’ una scommessa – questa di puntare sull’euro come speranza – del tutto controcorrente, pare, proprio quando la moneta unica appare in crisi manco troppo leggera. Del resto è da anni che la corona estone è stata ancorata al marco tedesco. E, quindi, tanto vale…

A livello di governo, di establishment e di burocrazie varie, gli estoni sono tutti filo-euro: tra l’altro, rimarca il ministro degli Finanze Jurgen Ligi, non c’è alternativa: “l’euro ormai è l’unica barca che c’è in mare”. Ma la gente ha un mare di dubbi. Nel 2009, pur di non svalutare e rimandare l’accesso all’eurozona, dopo un crollo del PIL del 15%, questo paese – il suo governo – scelse di purgare lavoratori e produzione con un taglio di bilancio equivalente a circa il 9% del PIL— impoverendo tutto e tutti pesantemente ma salvando la prospettiva di entrare nella moneta unica: anche se con un paese diventato di botto pezzente.

Con poco più di 800 € di reddito medio mensile, il 1.300.000 estoni saranno il popolo più povero dell’eurozona e, in realtà, solo la metà sembrano convinti dell’euroscommessa. Temono tutti il fenomeno del concambio: quando chi i redditi se li fissa da solo, malgrado ogni impegno assunto dalle categorie autonome, sarà tentato di raddoppiare i prezzi rispetto a quelli ufficialmente fissati (ne sappiamo qualcosa da noi, che al momento del concambio ci trovammo col liberismo di Berlusconi che rifiutava di sorvegliarne il tasso effettivo consentendo così al caffè servito al bar di passare in un giorno da 900 lire a 1€…

Però il debito pubblico qui è al 7% (non 70…) del PIL e il deficit di bilancio è ben sotto il 3%: il prezzo di tanta inutile virtù (praticamente ogni altro membro dell’euro sfora tutti i parametri) è lo stallo economico. Ma tant’è…

Le opposizioni, sociali e politiche, non sono riuscite a lavorare sullo scontento diffuso ma lo scontento diffuso non è riuscito a coalizzarsi facendo massa politica e consentendo a un’opposizione di aggregarsi e di vincere: e neanche di condizionare le scelte di destra. Il punto è che gli oppositori avevano fatto dell’euro il vero nemico, quando davvero ostile e contraria era la politica neo-liberista del governo.

Che, però, qui come tutte le destre della regione si faceva usbergo dell’antipatia e dell’odio per il passato comunista che il paese aveva per decenni dovuto, in larga parte, subire. E ora tutti, amici e nemici dell’euro e del liberismo, sono ridotti a sperare che l’entrata nell’euro porterà al moltiplicarsi degli investimenti, del lavoro, del reddito. La solita storia, insomma.   ui, però, col passatto comunsita e comunsita succubo

●Dei tanti sistemi suggeriti di qui e di lì per far pagare la crisi, il meno accettabile e quello che alla fine – quando l’opinione pubblica delle parti che dovrebbero essere destinate a subirlo se ne renderà conto – sarà respinto, speriamo senza troppi feriti e nessun morto – ma non ci scommetteremmo sopra – è quello che i paesi creditori d’Europa hanno battezzato, e spesso sembrano raccomandare ormai, come il sistema baltico o, da chi lo ha lanciato per primo e più a fondo, puntando sull’appecoronamento della gente, il “sistema lettone”:.

In sostanza, un’ondata violenta di quella che chiamano la cosiddetta “svalutazione interna”. Tagli feroci ai salari, alla spesa pubblica e al welfare da essa coperto, dunque alle condizioni di lavoro e di vita dei più, della larga parte dei cittadini che da un lavoro dipendono. E’ coi soldi risparmiati così, dicono lor signori, che si ripaga il debito. E, se le altre genti d’Europa non si mostrassero ben più reattive e meno appecoronate degli estoni, tutti adotterebbero volentieri il sistema che invece, sono costretti a diluire e annacquare nel tempo e nelle quantità della dose erogata.   

Non è altro, a veder bene,  che la vecchia ricetta del Fondo monetario praticata per decenni sui paesi in via di sviluppo senza portare ad essi il minimo sollievo che adesso verrebbe esportata direttamente in Europa. Sarebbe il lavoro dipendente e sarebbero i pensionati, alla fine, così, a salvare le banche dall’eredità che si portano dietro di cattivi prestiti andati a male: affondare nella povertà.

Banchieri e finanzieri stanno premendo su Bruxelles e su Washington, sull’OCSE e sul FMI, per l’“opzione lettone”. E, poi, fanno osservare che in fondo i lettoni stessi hanno finito per rieleggere a primo ministro Valdis Dombrovskis e la sua coalizione, l’uomo che aveva inventato proprio quell’opzione, divorando protezione sociale, tagliando paghe e aumentando la disoccupazione per tutto il 2009? E, se è così, dicono non potrebbe davvero essere questa la ricetta per Grecia, Irlanda Spagna, Portogallo e, domani, anche Italia, Francia chi sa?

Megafono, aperto e spudorato di questo punto di vista, si fa il Wall Street Journal evocando e invocando questa soluzione a cominciare, subito, dall’Irlanda[77]. Non fanno i conti, però, con popoli e opinioni pubbliche chiaramente meno disponibili al masochismo di quello lettone… e speriamo proprio di non sbagliarci. Non fosse altro, alla fine, perché se le loro economie crollassero e l’occupazione venisse distrutta, dove emigrerebbero i lavoratori che si trovassero per sopravvivere a cercare altrove lavoro?

●Anche la Lituania, in condizioni pressoché analoghe, con l’economia reale quasi in frantumi per fare la virtuosa sui conti e file che si allungano di giorno in giorno di più ad accattonare alle porte delle sue belle chiese, farebbe meglio a non venire mossa da nessuno proprio come la Lettonia  a modello di altri e tanto meno dovrebbe farlo da sé, e soprattutto farebbe meglio a star zitta senza pretendere di dare lezioni a nessuno.

Invece, la ministra della Difesa Rasa Juknevičienė si mette a dare lezioni un po’ a tutti – Francia, Russia, alleati della NATO e paesi dell’Unione europea – che la decisione della alleata Francia di vendere almeno due vascelli da guerra alla Russia “è uno sbaglio, un rischioso precedente per la NATO e i paesi della UE che li vede cedere armi offensive a un paese la cui democrazia non è certo a un livello tale da renderci tutti tranquilli[78].

I vascelli da guerra in questione sono, naturalmente, i due anfibi portaelicotteri capaci di trasportare 16 elicotteri, 4 mezzi da sbarco e 13 mezzi corazzati oltre a 100 altri veicoli e 450 soldati, con un’infermeria attrezzata per 70 posti. La Russia ha qualcosa di analogo nei suoi arsenali ma, a suo giudizio, di non ugualmente efficiente, e la Francia ragionevolmente non ha visto problemi a venderle i due anfibi e le relative licenze di costruzione.

Mosca però aveva dichiarato, ufficialmente, che se avesse avuti questi mezzi da sbarco nel 2008 la guerra di agosto con la Georgia sarebbe durata ore invece di giorni. E questa dichiarazione sicuramente ha contribuito non poco a rinfocolare certe fobie baltiche… così considerate, però, evidentemente anche da tutti i loro alleati…

Ed è questo che ha fatto saltare i nervi a lituani e in misura diversa agli altri paesi ex sovietici della regione (il ministro lettone della Difesa, Artis Pabriks, ha manifestato anche lui lo scontento per il fatto che la Francia abbia ignorato il “parere degli alleati” – appunto, le loro fobie – ma ha anche sottolineato, con ragionevolezza, che gli anfibi in questione “non cambiano certo gli equilibri strategici e neanche i rapporti di forza tattici” nel Baltico.

Sul piano politico, però, la Russia non ha risposto anche perché – e non era affatto scontato – molto ufficiosamente ma alto e chiaro ha risposto la Francia. Dal Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri, è stato detto che onestamente è anche troppo facile ricordare che a Vilnius celebrano ancora, a tutt’oggi, con parate ufficiali, i veterani lituani incorporati nelle SS naziste della seconda guerra mondiale che massacrarono decine di migliaia di lituani e russi ebrei e zingari, comunisti e no[79].

●Il primo ministro lituano, Andrius Kubilius, anche lui un po’ megalomane – non ben conscio della relativa sua debolezza, cioè – proprio come i suoi colleghi al governo, denuncia che se Gazprom non ridurrà i prezzi del gasolio che vende al suo paese perché Vilnius intende onorare la terza direttiva UE che impone la liberalizzazione e la separazione delle reti di produzione e distribuzione del combustibile, si tratterà di un ricatto.

E’ la clausola che i polacchi hanno rifiutato di accettare, spuntandola, solo alcuni mesi fa con la  motivazione evidente che i polacchi per primi fecero osservare di non poter chiedere di applicare e di far applicare a un paese sovrano che non è nella UE, come la Russia, un regola dell’Unione: come, del resto, è ovvio per tutti, perfino per i servizi legali della UE che lo hanno anche detto, magari un po’ tardi, a quel capoccione del Commissario all’energia, il tedesco Günther Öttinger.

E’ questa l’eccezione che, “chiesta anche dai loro governi”, hanno ottenuto poi dalla UE estoni e lettoni. Ma non i lituani il cui governo, non tenendo conto dei rapporti di forza, ha preferito ingaggiare il braccio di ferro coi russi. E’ quel che ha comunicato a Vilnius la lettera del 24 novembre di Bruxelles che rifiuta di lasciar applicare alla Lituania la terza parte dell’art. 49 del terzo pacchetto energetico comunitario. Perché non glielo ha chiesto e adesso è tardi[80].

Il vice capo di Gazprom, Valery Golubev, ha infatti annunciato di voler ridurre i prezzi ad Estonia e Lettonia (del 15%, più o meno) ma non alla Lituania e i lituani, comprensibilmente, si incavolano ma non hanno da incolpare che se medesimi e la loro tetragona intransigenza. Kubilius, per provarlo, sostiene che se Gazprom insisterà, la Lituania sicuramente manterrà la sua decisione irremovibile di conformarsi alla direttiva[81].

Dunque, di pagare più caro il gas che importa, o di non riceverlo più per niente… perché non è che sia in grado di rivolgersi ad altri. E vedrete che poi chiederà aiuto e comprensione agli “alleati” vicini che, però, come Estonia e Lettonia lo stanno anche loro mollando, e a quelli UE e NATO che  ricorda di avere solo quando con la sua insensatezza le dicono inevitabilmente di no…

●Segnali di impazienza crescente dalla Turchia di fronte alle tergiversazioni dell’Unione europea. Il presidente della Repubblica, Abdullah Gül, ammonisce a inizio dicembre[82] che a Ankara sale il livello di frustrazione con la politicizzazione forzata che l’establishment europeo ha voluto dare al processo di adesione. Per la Turchia essa rimane una priorità, ma deve essere chiaro – specie a Bruxelles – che, soprattutto in assenza di progressi concreti e rapidi, essa ha tutte le intenzioni di stringere i propri rapporti coi paesi dell’Asia centrale e con la Russia, giocando anche un ruolo – checché ne abbia a dire l’UE cui non viene riconosciuto alcun diritto di ingerenza in proposito – nell’estensione di nuovi oleodotti e gasdotti che portino il carburante proveniente da Asia, Russia compresa, verso i singoli paesi europei che siano interessati. E sono tanti, ricorda…

La Turchia è stata certo aiutata dai legami con la Russia nel moderare il conflitto tra Armenia e Azerbaijan sulla contesa relativa al Nagorno-Karabak e ha i suoi progetti di dare un’assistenza economica al Kirghizistan. I legami aumenteranno con tutti i paesi dell’Asia centrale e che la dissoluzione del’Unione sovietica è stato l’elemento determinante per consentire un ben altro rapporto con paesi e popoli vicini che con la Turchia condividono da sempre cultura e fede.

La Turchia, del resto, spiega al Consiglio superiore degli Affari, una specie di superConfindustria locale, il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu[83], è in grado – e lo dimostra giorno per giorno – di raggiungere gli standard di una democrazia europea e di perseguire un percorso di sviluppo economico come quello della Cina. Istanbul è il centro economico e finanziario maggiore in tutto il Medioriente e mira ad assicurare il libero movimento come diritto non solo teorico ma anche reale, economico, dei cittadini e dei commerci su tutto il suo territorio. Divenendo un “paese di transito” per l’energia e un fulcro del sistema di trasporto tra Africa, Europa ed Asia.

Ma deve essere chiaro per tutti, e dovrà convincersene chi fa resistenza, che la Turchia è e continuerà ad essere una parte – e anche se qualcuno arriccia superficialmente il naso – una parte integrante dell’Europa. Dopo la riconquistata e rafforzata democrazia, la seconda forza reale della Turchia è la dinamica imprenditoriale del popolo turco e continuerà a lavorare per rimuovere ogni ostacolo sia allo sviluppo economico che a quello democratico. E, di per sé, tessere nuovi e comunque più approfonditi rapporti geografici ed economici con altri paesi e altri popoli è uno strumento cruciale per rafforzarsi.

●La Commissione europea, che conta quasi meno di niente ormai e lo sa – uno sviluppo tragico, però, per l’Europa che ha potuto sopravvivere ai tentativi degli Stati membri di esercitare di volta in volta sull’Unione il proprio strapotere, piegandola più o meno chiaramente ai loro fini,  solo quando ha trovato una Commissione forte e una presidenza della Commissione autorevole – cerca di insistere sulla strada che, sull’onda del liberismo rampante, ormai da dieci anni, dalla presidenza catastrofica di Jacques Santer in pratica, subito dopo quella forte di Jacques Delors e passando per quella più aperta ma non esattamente innovatrice di Prodi, con Barroso si è messa a seguire pedissequamente la via del modello anglo-sassone.

E adesso insiste, su mercati che vanno lasciati il meno regolati possibile. Malgrado un biennio intero di turbolenze unanimemente ascritte proprio a quel modello e a quella non governance (Irlanda e Regno Unito di Gran Bretagna erano gli epitomi dell’ortodossia del libero mercato e sono oggi catastrofi economiche), visto che poi manco i paesi più regolati (Francia, Italia, Spagna e Grecia) se la cavano tanto meglio (ma perché crescono male e poco, soprattutto) la Commissione insiste.

L’ultimo grande disegno di strategia economica dell’Unione era stata la promessa e il grande disegno di fare dell’Europa entro il 2010, come diceva la cosiddetta pomposamente denominata Agenda di Lisbona, la regione di massima dinamica economica al mondo (3% di crescita annua, dicevano, e tasso di occupazione al 70%, entro il 2010…). Solo che la loro strategia di Lisbona, marcata a fuoco dal liberismo, dall’abbattimento delle regole di mercato che avrebbe dovuto aiutare la concorrenza scatenando la competitività del’Europa, è totalmente fallita.

Adesso ci riprovano. In pratica si tratta di una strategia tirata con la fotocopiatrice da quella stantia di Lisbona: delineata da Bruxelles, a ottobre scorso, in pratica cambia solo il titolo da Europa 2010 a Europa 2020 (una fantasia!) e da strategia a flagship iniziative— iniziativa portabandiera, con lo slogan che da economia più dinamica passa a Unione dell’innovazione[84]: appunto una fantasia scatenata, tutta barrosiana!, e pura chiacchiera come sempre.

E vedrete che se non li prenderemo a calci uno per uno per costringerli a cambiare idea commissari e governi – anche se è diabolico farlo - persevereranno: tanta è la loro fede cieca nel dogma del mercato libero e selvaggio. Sì, con qualche correzione – piccola, veh, si capisce – rispetto all’America… Ma sempre quel modello, sostanzialmente, insisteranno a dirci, va perseguito[85]

José Manuel Barroso, il presidente/amministratore delegato – un po’ ottuso, come hanno deciso di eleggerselo e di confermarlo i suoi azionisti – del CdA di quella compagnia commerciale che si sta riducendo ad essere l’Unione europea, ha avito la faccia tosta di presentare a un recente convegno dell’OCSE la strategia Europa 2020 addirittura come “un nuovo modello di sviluppo per l’Europa[86]. Fra gli sghignazzi di molti, bisogna dire, e la costernazione quasi globale degli astanti.

●La Bielorussia trasferirà a Mosca, rivela la ministra russa dello Sviluppo economico Elvira Nabiullina, il ricavato dalle tasse sui prodotti fabbricati utilizzando il petrolio russo importato in cambio della cancellazione da parte russa delle imposte sul petrolio esportato dalla Bielorussia nel 2011. L’accordo raggiunto viene reso noto dal presidente Aleksandr Lukashenko affermando che  nello scambio Minsk guadagna sui 4 miliardi di $ ma, soprattutto, che con esso viene rimosso un ostacolo chiave all’accesso dei bielorussi al cosiddetto spazio economico comune con russi e kazaki. Questa zona di libero scambio, che entrerà in vigore nel 2011, consentirà ai tre paesi, dichiara Lukashenko, di “entrare psicologicamente e legalmente in una fase di rapporti nuovi[87].

E gli accordi per la creazione dell’unione doganale vengono in effetti ratificati dal parlamento bielorusso, comunica il ministero degli Esteri, il 30 dicembre, completando così le procedure necessarie a far scattare le misure che, ribadisce il vice premier Andrei Kabyakow, ci porteranno a “risultati economici favorevoli e concreti” subito, con l’abolizione dei diritti di esportazione da e con Mosca e Altana (l’antica Alma-Ata) su tutti i prodotti petroliferi: in complesso a noi favorevole, aggiunge, e di gran lunga[88].

●La Polonia, col presidente Bronislaw Komorowski, dichiara che le elezioni appena tenute a Minsk e stravinte – con la partecipazione di almeno dieci altri candidati ma palesemente truccate o, per lo meno, giocate con dadi truccati anche se avrebbero al 90% dato lo stesso risultato – da Aleksandr Lukashenko, “sono un segnale che dovrebbe portare i membri dell’Unione a riesaminare la sua strategia nei confronti della Bielorussia[89]. Il ministro degli Esteri di Varsavia, Radoslaw Sikorski, “incoraggerà” l’UE a farlo. E sarà la solita grida manzoniana… 

Ma qui siamo al dunque. E’ il punto drammaticamente debole, contraddittorio tanto da non essere più tollerabile, di chi pretende di affermare il diritto proprio o di una presunta, mai definita e indefinibile “comunità internazionale” – perché poi essa varia di volta in volta – di ingerenza cosiddetta democratica. Che, però, ha il vizio di scegliere fior da fiore a seconda delle sue – delle nostre – convenienze… Se questo diritto c’è, o se non c’è, non può dipendere però dalle simpatie e dalle affinità.

O vale sempre e per tutti: per cui la Polonia se la deve prendere anche con le dubbie procedure elettorali del Kosovo, per dire; o con l’occupazione militare dei territori palestinesi da parte di Israele; o con altri preziosi, strategici, alleati dell’occidente come – ancora per dire – l’Arabia saudita; o l’Egitto di Mubarak, parlando di elezioni— o non è credibile se punta il dito solo o soprattutto contro la Bielorussia.

Cioè, se non lo fa – e, con essa, fanno tutti o quasi gli altri paesi della NATO e della UE – pare proprio che abbia ragione il presidente russo Medvedev quando fa freddamente ma anche del tutto razionalmente osservare che la situazione post-elettorale in Bielorussia è, anzitutto, un affare interno dei bielorussi.

Lui spera che la Bielorussia continui a svilupparsi sempre più e sempre meglio come uno Stato democratico. Russia e Bielorussia sono storicamente, culturalmente e linguisticamente gemelle, hanno numerosi e stretti legami di rodine sia economico che umanitario e questo fatto, da sé, a prescindere da quale ne sia la leadership, fa sì che per la Russia sia e resti un  paese importante. Per quel che ci riguarda è anche nostro interesse impegnarci a favorire questa evoluzione.

Resta il fatto che gli osservatori della Confederazione degli Stati Indipendenti, l’organizzazione regionale di ex Stati dell’Unione sovietica (de facto tutti gli undici paesi che, a partire dall’Armenia e andando verso est, ne erano membri: con Turkmenistan e Ucraina che partecipano in tutto e per tutto ma non ufficialmente) danno un giudizio tutto considerato positivo della sostanziale regolarità dell’elezione (anche spostando artificialmente larga parte dei voti verso gli altri candidati, il loro frazionamento ha assicurato comunque, comunque, la vittoria di Lukashenko).

Gli osservatori dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea: Europa, Russia e Stati Uniti), il cui primo giudizio, col vicecapo della missione, Kasym-Zhomart Tokayev, si era detto sostanzialmente d’accordo, proclamando che “il popolo bielorusso ha fatto la sua scelta e gli altri la devono tutti rispettare”, sembra poi ripensarci e, senza arrivare a smentirsi e a smentire  la missione della CSI, sostiene ora che “malgrado i miglioramenti apportati alla legge elettorale, il quadro legale non è ancora riuscito a riflettere adeguatamente la condotta di elezioni che siano in linea con le regole OSCE[90].

Insomma, tutto meno che una qualsiasi certezza. Preconcetti a favore e contro, piuttosto, ma a favore e contro di chi? Gli oppositori bielorussi – poveri illusi: come gli ungheresi nel ’56, come i georgiani nel 2008… – hanno puntato tutto sull’occidente, innamorati come sono di elezioni a ruota libera (anche se poi non è mai proprio vero…), della libertà di stampa illimitata (lamentano che a Minsk, il presidente controlli la Tv…),  per non parlare dei super-mercati e dei super-ristoranti di lusso (aperti cioè, per definizione, solo a chi ha un mucchio di soldi).

Mentre a Lukashenko la maggioranza dei bielorussi riserva ancora i propri consensi perché ha visto con mano che con lui la riforma economica paga, che il lavoro c’è, che non ci sarà il lusso ma da mangiare per tutti sì e non si sono creati baratri economici per nessuno: “con lui, le cose non peggioreranno – dicono i suoi elettori, citati dal NYT[91]c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno e non dobbiamo preoccuparci del futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Forse si illudono, speriamo di no…

●D’altra parte non ha senso, non sembra proprio averlo, rimproverare alla Bielorussia la sua mancanza di democrazia quando l’Ungheria, il paese che presiede dal 1° gennaio alla UE, passa una legge bavaglio della libertà di stampa che non oserebbe manco Berlusconi (sintetizzata così[92]: “approvata dal partito di destra del primo ministro Orban, è il primo caso in Europa di provvedimento restrittivo in tutti i campi dell'informazione. Tra le norme, l'obbligo per i giornalisti di rivelare le fonti. Multe fino a 700mila euro”).

Però, è vero, il governo semi-fascista ungherese di Fidesz ha il doppio dei suoi voti di preferenza: appunto, grosso modo, come Lukashenko. E, proprio come lui dunque, questo governo che per sei mesi presiede l’Europa si riserva di definire, di volta in volta, cosa “violi gli interessi nazionali” e meriti, quindi, l’imposizione del bavaglio adesso.

E allora, una delle due: OSCE, UE, NATO, quant’altri mai, manica di sepolcri imbiancati, o mettete fuori legge l’Ungheria o – magari, questo sì, dando una mano discretamente a chi nell’uno come nell’altro paese lavora per la democrazia – lasciate perdere anche la Bielorussia!!! E, a maggiore ragione, l’altro vostro bersaglio privilegiato, il Venezuela di Chávez che ogni momento è sotto la lente di ingrandimento e l’attacco feroce dei puristi occidentali…

E, invece, vedrete che i coartati a ripetersi che governano a Bruxelles, torneranno a mettere sanzioni personali contro Lukashenko e i suoi più importanti collaboratori (quel che hanno fatto fino al 2008: senza alcun costrutto ovviamente): come se non poter visitare il Belgio e continuare ad illudersi – cosa che non ha mai fatto e non farà mai nel suo freddo calcolo delle cose – di aderire all’Unione magari tra cinquant’anni fosse per lui davvero un anelito del cuore. Mentre non potrebbe fregargliene meno…  

Il presidente bielorusso, d’altra parte, gioca con maestria tattica – una volta si sarebbe detto alla Tito – la Russia contro la UE. Ma, proprio come Tito, è altrettanto ferocemente determinato a tenere la sua indipendenza totale e sa bene di stare personalmente sul gozzo tanto a Putin che a Medvedev[93]— hai voglia che quest’ultimo illustri, come del resto è vero, quanto vicini siano i due paesi e le loro storie.

E, ora, ha aperto anche un'altra fase della sua prestidigitazione: triangola attivamente, ormai, pure coi cinesi, rivolgendosi con successo a loro per i crediti che gli servono a tenere contenta la maggioranza della sua gente. Quando, improvvidamente e con stupida faciloneria, il ministro degli Esteri polacco Sikorski disse, qualche giorno prima delle elezioni, che “la Bielorussia si sarebbe potuta aspettare 3,5 miliardi di $ di prestiti e crediti dalla UE se le elezioni fossero state libere ed eque[94] (ma a giudizio di chi? del dipartimento di Stato?), lui neanche si degnò di rispondergli— e giustamente, facendo oltretutto una gran bella figura con la sua gente…

Difensore della dignità nazionale, qualcosa che non si apprezza mai se qualcuno non ti costringe a resuscitarla. Lui sì, al contrario di quegli sciocchi leccapiedi dei suoi oppositori. E, in fondo, i bielorussi vedono anche costantemente, lentamente e gradualmente aprirsi un po’ di più gli spazi della loro di “libertà”: quella e quanta lui reputa opportuno concedere loro, Poi, certo, forse, un giorno – ma quando non lo decidono né Bruxelles, né Washington, né Mosca – il tappo salterà.

●La Royal Dutch Shell e Gazprom hanno firmato un “accordo di perseguimento di maggiore cooperazione[95] per dare, finalmente, alla Russia, che insiste a chiederlo, un accesso più vasto alla rete della Shell stessa al di fuori del territorio russo. E’ la prima ripresa di rapporto seria da quando, nel 2006, i rapporti vennero interrotti nel corso di una disputa dura tra la compagnia e i russi sul progetto di esplorazione e sviluppo di gas liquefatto di Sakhalin 2.

●I risultati delle elezioni di fine novembre in Moldova porteranno ora – afferma il segretario del PC, Vladimir Voronin, dopo l’incontro col leader del partito democratico, Marian Lupu (ex comunista e scissionista del vecchio PC) – alla formazione di una maggioranza parlamentare di centro-sinistra[96], comunisti compresi, con 57 deputati su 101 emarginando l’attuale governo di centro-destra. Però l’annuncio è per lo meno prematuro, scambiando forse i propri desideri per fatti.

Perché Lupu, che si incontra con lui, propone invece ai liberal-democratici e ai liberali i posti principali del nuovo governo, compreso – se il governo lo fanno con lui[97] – quello di premier, e il primo ministro uscente Vladimir Filat parla di importanti segnali di ridefinizione della vecchia Alleanza per l’integrazione europea, la coalizione di centro destra. Lupu ha riconosciuto che il PCRM, i comunisti, hanno fatto un’offerta ma che è prematuro parlare di una possibile coalizione di governo.

Questo è quanto. Bianco o nero: chi sa. L’unica cosa sicura è che lo stallo sull’incarico chiave di presidente della Repubblica resta tutto dov’era, perché anche se tutti affermano che riusciranno a risolverlo, continuerà ancora a non esserci la maggioranza necessaria (61 voti) all’elezione.

Arrivano in visita a Chisinau, la capitale, a inizio dicembre, mentre si sono appena chiusi i calcoli elettorali il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski e quello svedese, Carl Bildt, per incontrarsi coi leader delle varie fazioni esprimendo il loro sostegno – personale: altro non potevano esprimere – all’integrazione in prospettiva della Moldova nella UE.

Parlano di un programma di partnership europea verso l’Est, di una zona di libero scambio con la UE e di un regime di viaggi senza più visti tra Moldova e resto d’Europa. Ma anche qui mettono il carro davanti ai buoi, perché nella realtà gli ostacoli sono e saranno pressoché insormontabili, vista anche la lista d’attesa che malgrado la crisi profonda dell’Unione c’è prima da assolvere e la ancor più lunga e difficile lista di impegni che prima di chiedere l’adesione alla UE Chisinau dovrebbe assolvere.

Il facente funzione di presidente della Repubblica, Mihai Ghimpu, del partito liberale, attuale presidente del parlamento di Moldova, ci tiene però a dichiarare che saranno le forze politiche elette in parlamento a decidere in autonomia il percorso futuro del paese[98]

●La prevenzione di una rimilitarizzazione della Georgia è una priorità per la Russia, ha dichiarato il viee primo ministro Sergei Ivanov. Presiedendo la Commissione governativa sul controllo delle esportazioni ha detto che il suo paese “è preoccupato anzitutto dalla produzione non autorizzata e senza licenza di armamenti convenzionali di produzione russa o ex sovietica da parte di un certo numero di Stati a noi ben noti dell’Europa orientale”, in violazione flagrante del cosiddetto Accordo di Wassenaar[99] sul controllo dell’export di armi convenzionali e di prodotti e tecnologie a doppio uso.

In realtà l’Accordo di Wassenaar[100] ha un’efficacia quasi solo volontaria: ogni paese, nei fatti, esporta e importa armi come, quanto, quando, da e con chi vuole. Gli altri possono al massimo, nei fatti, “deplorare”: ma, sempre nei fatti, senza alcun effetto reale. Anche perché tanto, loro fanno lo stesso.

●Contemporaneamente, a Mosca, cerimonia di ri-inaugurazione del memoriale ai soldati dell’Armata rossa periti nella liberazione anche delle Georgia nel corso della II guerra mondiale (sostituiva l’identico monumento che nel 2009 il governo georgiano aveva smantellato a Kutaisi, la seconda città del paese).

In quella occasione – e dando un enorme fastidio al governo di Tbilisi – il premier Putin ha voluto incontrare[101] Nino Burjanadze, che era stata già presidente del parlamento georgiano e è adesso leader del Movimento democratico-Georgia unita e l’ex primo ministro Zurab Nogaideli, entrambi al potere all’inizio della presidenza di Saakashvili.

Cioè dopo la cosiddetta “rivoluzione delle rose”, che avevano fatta con lui e fu a suo modo spontanea ma anche orchestrata dalla Washington neo-cons di Bush nel 2003 per rovesciare contro l’ex ministro degli Esteri di Gorbaciov e presidente della Georgia Eduard Shevarnadze, per il suo passato restio a lasciarsi usare dai neo-cons come pedina antirussa: alla stregua del neo-cons Saakashvili.

●La neonata e stortignaccola creatura tirata fuori col forcipe della volontà degli Stati Uniti anzitutto e della maggioranza della UE a strascico, a forza di bombe, dai resti della Serbia, lo Stato auto- proclamatosi indipendente del Kosovo, in violazione del diritto internazionale e specificamente della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che lo proclamava parte integrante e inseparabile della Serbia stessa[102], ha rieletto ora a primo ministro Hashim Thaçi il “capo di un gruppo albanese di stampo mafioso che – secondo il rapporto del Consiglio d’Europa – è stato ed è responsabile del traffico di armi, di droga e di organi umani[103]: da anni.

Un altro primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, dimessosi nel ‘95, è agli arresti domiciliari all’Aja accusato sempre di crimini di guerra da lui ordinati o autorizzati a suo tempo e per impedirgli, adesso, di “continuare” ad intimidire con minacce e pressioni i testimoni che contro di lui sono stati convocati a deporre. Evviva la libertà dei popoli insomma… e evviva l’Europa che, dice il Rapporto del Consiglio che porta il suo nome, ha “con la comunità internazionale scelto di ignorare i crimini di guerra di cui è sospettato il KLA ‘privilegiando invece un qualche grado di stabilità a breve termine’ ”…

Hashim Thaçi in quel rapporto è identificato, per nome e cognome, come “‘il boss’ di una rete che ha cominciato ad operare un racket criminale nel periodo di avvicinamento alla guerra del Kosovo del 1999 e, da allora, ha tenuto sotto controllo il governo del paese”. Adesso a fine gennaio l’Assemblea del Consiglio dovrà ufficialmente pronunciarsi sull’accusa – già una volta l’interferenza americana, denunciata dall’allora procuratrice generale Carla del Ponte, stoppò l’inchiesta che lei aveva aperto: ma la seconda volta sarà difficile, tra l’altro con un dossier che ora è  assai più documentato – e potrebbe per la prima volta trasmettere un atto formale di accusa contro un capo di governo protetto dal Grande Protettore al tribunale contro i crimini di guerra dell’Aja…

●Il presidente Bronislaw Komorowski ha dichiarato il suo impegno a lavorare per migliori rapporti tra la Polonia e la Russia. Lo ha detto in un’intervista alla stampa moscovita[104], prima della visita a Varsavia del suo omologo russo, Dmitri Medvedev, evidenziando come bisogna cercare di superare in un processo di riconciliazione le “difficoltà” dovute al passato e che il cammino per farlo non sarà né breve né semplice. Il fatto è che non tutti, rileva, né in Polonia né in Russia vogliono che i rapporti tra i due paesi migliorino. Ma la visita del presidente russo, afferma, dovrebbe poter servire a dar slancio al processo di riavvicinamento e costruire una base più solida di fiducia reciproca.

L’agenda prevede la discussione dei rapporti economici tra i due paesi, già migliorati e che potrebbero adesso concludersi con un accordo a condizioni buone sulla vendita di gas alla Polonia, dei reciproci rapporti di sicurezza, cioè sul dossier NATO-Russia e, anche, sulle “difficili” e spesso conflittuali relazioni che geografia e diversità hanno prodotto storicamente tra Russia e Polonia e che non hanno più ragione di esistere.

A conclusione dell’incontro, in conferenza stampa congiunta, Komorowksi conferma che la Polonia userà tuta la sua influenza per portare a migliorare sempre di più i rapporti tra Russia e NATO oltre ai rapporti bilaterali tra Varsavia e Mosca. La Polonia, aggiunge[105], conta anche di poter aiutare “la   modernizzazione dell’economia russa” attraverso un’accresciuta cooperazione commerciale e economica.

Messa così, nel senso che la Polonia potrebbe facilitare i rapporti economici della Russia con l’Europa nel suo insieme, semplicemente perché sta dentro l’Unione, l’idea di Komorowski potrebbe anche non sembrare solo una millanteria… Però, come motivazione, è debolina. Anche perché, poi, la Polonia è certo dentro l’Unione ma, evidenzia lo stesso ministro delle Finanze, Jacek Rostowski, forse potrebbe entrare nel meccanismo pre-adesione all’euro, l’ERM2, nel 2013… Forse.

Ma forse no, visto che l’instabilità attuale dell’eurozona, aggiunge, rende difficile preconizzare una data con qualche certezza… L’unica cosa certa è che la Polonia non si scapicollerà dietro l’euro come sta facendo imprudentemente, aggiunge, l’Estonia… Prima di allora, poi, le compagnie di Stato, incluse le raffinerie della PKN Orlen come la Banca PKO Polski, il gruppo assicurativo PZU e il monopolio del gas e del greggio petrolifero PGNiG, dovrebbero tutti essere completamente privatizzati. E, aggiunge, il premier Tusk a parte parlando con la stampa francese, non sarà proprio facile, per cui la prima data ragionevolmente probabile è, forse – forse – il 2015[106]

●D’altronde, proprio adesso la Naftogaz Ukrainy conferma[107] che, a partire dal 1° gennaio, in base ai dettami dei suoi nuovi accordi coi russi e di quelli stipulati a seguire con la Polonia, cesserà l’esportazione verso occidente, Polonia compresa, di petrolio e gas naturale. Lo comunica la PGNiG polacca che ne ha ricevuto notificazione ufficiale dalla direzione del gasdotto della Lvivtransgaz che fissa la data operativa della cessazione del flusso alle ore 0700 del 1° dell’anno.

La PGNiG assicura che le riserve e il sistema normale interno di trasmissione continueranno, comunque, a garantire il flusso del combustibile a tutto il paese. La Naftogaz ha confermato che il cambio di legislazione, del quale la controparte polacca era da tempo al corrente, la obbliga ormai a vendere all’interno del paese tutto il gas naturale che produce.    

●Sempre in Ucraina, il presidente Yanukovich ha parlato delle priorità che intende perseguire nel rapporto con la Russia, inclusa la dichiarazione di partnership strategica dei due paesi, la continuazione dei programmi di cooperazione economica bilaterale nei prossimi dieci anni, la demarcazione dei confini territoriali e marittimi e la risoluzione delle questioni ancora aperte sulla Flotta russa del mar Nero che, secondo gli accordi esistenti, è dislocata anche in territorio ucraino. Ha discusso della cosa con gli ambasciatori stranieri a Kiev[108], sottolineando che il paese ha bisogno di consolidare, dopo anni confronto anche deliberatamente inasprito pure dal governo ucraino, la ripresa di rapporti bilarali con Mosca.

Kiev ha anche la necessità, urgente, di alzare il livello di cooperazione economica con gli Stati Uniti . Non è affatto buona essendosi troppo spesso limitata nel recente passato a dichiarazioni di reciproca amicizia senza dar loro ulteriore sviluppo. E che sarebbe, invece, uno strumento utilissimo se fossimo in grado di svilupparla per aiutarci ad uscire dalla crisi economica, stabilire rapporti più stretti e proficui con le grandi istituzioni economiche e finanziarie internazionali e per affrontare i problemi in campi tanto vari come la sicurezza, lo sviluppo scientifico e quello tecnologico.

All’interno, il governo del primo ministro Nikolai Azarov ha appena dichiarato di voler cancellare (ma ancora non di cancellare…) l’impegno che il suo predecessore aveva già dato al piano richiesto dal Fondo monetario di riforma delle pensioni[109]. Cioè, della solita controriforma che alzerebbe l’età della pensione delle lavoratrici – qui obiettivamente bassina, a 55 anni – da un giorno all’altro a 60.

Dice Azarov che l’Ucraina ormai è diventato davvero un paese democratico e che gli fa un po’ specie dover spiegare al Fondo, un organismo internazionale di Stati democratici (sic!) che, come tale, non si può permettere di andare contro la volontà chiaramente espressa da una larga parte del popolo. Una specie di eresia, a dire il vero, che fa rischiare all’Ucraina anche l’anatema dei mercati… 

●Nel corso del vertice ministeriale italo-russo di inizio dicembre, il ministro della Difesa, Anatoly Serdyukov, ha annunciato che comprerà 10 veicoli corazzati tattici leggeri multiruolo Lince (LMV) in base all’accordo firmato con Ignazio La Russa[110], ministro italiano della Difesa in presenza di Berlusconi e Putin: accordo propedeutico, anche, a una joint venture decisa nell’occasione che prevede la fabbricazione in Russia, presso la Autoveicoli KamAZ di Naberezhnye Chelny, su cessione della specifica tecnologia da parte della IVECO, di un migliaio almeno di LMV Lince-M65 e la possibilità, poi, di venderne anche ad altri paesi membri con la Russia della Confederazione degli Stati Indipendenti.

Scrive l’Agenzia Novosti che “i Lince sono stati utilizzati in Iraq, Afganistan e altre missioni della NATO in paesi terzi dove hanno offerto prestazioni eccellenti”, attirando l’attenzione e l’interesse di molti eserciti e di molti paesi.

Sono stati pure raggiunti, è stato annunciato, anche se solo in fase di decisione preliminare al momento, accordi di principio che prevedono la possibilità – per ora nulla di più – di esercitazioni militari congiunte, navali e di terra, oltre a un’intesa per la prevenzione degli incidenti in mare: che avrebbe un qualche senso, a dire il vero, se la firmassero tra loro paesi confinanti come Georgia, Ucraina e Russia… ma Russia e Italia?

●Vladimir Putin ha parlato della possibilità di importare grano[111] dall’estero per calmierare i prezzi del grano in Russia, dove la tendenza aumenta ad accrescerli a causa dell’offerta diminuita che, malgrado l’alt alle esportazioni, hanno comportato la dura siccità e i vasti incendi che, nei mesi estivi, hanno colpito il raccolto.

STATI UNITI

●L’Amministrazione Obama, in uno dei suoi piuttosto rari momenti di decisione dura contro gli interessi costituiti corporativi e industriali, ha annunciato che al momento non concederà permessi di trivellazione[112] ulteriori per espandere l’area di ricerche petrolifere nel Golfo del Messico e lungo la costa atlantica degli USA, rovesciando così la decisione presa in primavera prima della perdita di greggio della BP.

Il problema è che l’industria del petrolio ha dimostrato l’incapacità persistente di governare un incidente grave che si ripetesse nelle modalità di quello che in acque profonde, come quelle che interesserebbero ormai ogni nuova trivellazione: Prima di riuscire a mettere il cappello di cemento sul pozzo che aveva incipientemente sfondato, la BP ha sparso nel Golfo del Messico qualcosa come 5 milioni di barili di greggio altamente inquinante.

La disperata difesa dei propri interessi messa in piedi dai petrolieri almeno stavolta non ha prevalso: dicevano, con i media loro alleati, che ritardare la ripresa delle trivellazioni avrebbe aumentato la dipendenza dell’America dal petrolio straniero. Un’argomentazione che ignora la pura e semplice verità: che quando un paese consuma un quarto del petrolio del mondo ma controlla sì e no il 3% delle riserve petrolifere del mondo non può salvarsi facendo più buchi per terra o sul fondo del mare. E Obama, stavolta, ha detto no senza se e senza ma e senza cercar compromessi. Una rondine, purtroppo però, non fa primavera.

La BP che, nel frattempo, non ha potuto dimostrare di aver imparato come non far ripetere quel che è avvenuto ha messo in vendita la sua quota di 7,1 miliardi di $ in una compagnia petrolifera argentina per avvicinarsi all’obiettivo (minimo) dei 30 miliardi di $ che le serviranno a far fronte, e non certo definitivamente, agli obblighi di rimborso che le saranno imposti dal disastro petrolifero.

●Un opinionista già neo-cons, ma utilmente convertito da anni dal credo fasullo che lo portò a suo tempo ad appoggiare tutte le avventure di tBush, non un economista però persona di regola attenta alle cose dell’economia e dell’economia reale non di quella di carta soltanto, uno che spesso oggi vale la pena di considerare anche se ha la disgrazia di scrivere sul quel fogliaccio ormai intriso del livore di destra che sta diventando quello che fu un grande giornale come il Washington Post – il quotidiano che svelò le vergogne del Watergate e quasi una quarantina di anni fa obbligò Nixon alle dimissioni forzose per le sue malefatte e le sue menzogne  – cosa che oggi si guarderebbe dal fare perbenista, patriottardico e reazionario com’è diventato – scrive ora che lo stimolo economico di Obama ha dato all’economia è stato anche utile, sì, ma che non era la medicina giusta per un’economia malata.

Il punto che sottolinea Fareed Zakaria è che la macroeconomia ha i suoi limiti: che, naturalmente, è vero. Ma lui lo fa per negare che la soluzione sarebbe stata – avrebbe potuto essere – come, invece, sostengono diversi economisti dell’ala liberal – noi diremmo, all’europea, di sinistra e, si capisce poi, moderata: i Nobel dell’economia Stiglitz e Krugman, per dire – nell’aumentare, diciamo del doppio, lo stimolo. Secondo lui non è così: il business americano fa stramiliardi in profitti[113] ma non spende, cioè non investe (e non è certo il solo…) e i consumatori americani (anche loro non soli) neanche loro non hanno ripreso a spendere…

Neanche pensano, questi, che il rimedio è allora nello spostare – con la politica macroeconomica proprio: con le tasse, molto di più da una parte e molto di meno dall’altra ad esempio: con gli incentivi e i disincentivi di stampo keynesiano, come si diceva e si dice – i profitti a reddito delle famiglie normali, non quelle miliardarie, che se potessero esse sì spenderebbero.

No, gente intelligente ma allineata e coperta, “convenzionale” e scontata, come Zakaria si contenta di predicare che “nel mondo reale la crescita dipende da fattori reali: la qualità e la quantità dell’istruzione, l’etica del lavoro, il profilo della demografia, la qualità e la qualità degli impianti e degli equipaggiamenti esistenti, l’organizzazione di impresa, la qualità della leadership pubblica (per gli Stati Uniti, specialmente quella della Fed) e la qualità (non la quantità) della regolamentazione esistente e del suo grado di applicazione [114].

Tutto talmente ovvio, per capirci, da suonare addirittura banale tanto tutto è verissimo. Ma non c’entra niente: se non si alimenta la domanda, l’occupazione non cresce e l’economia non riprende: è questo il nodo. Se non si parte da qui, non se ne esce.

Ma guardate che da noi, in Europa, è proprio lo stesso. Lor signori continuano a credere – o a credere di credere, qui – che i problemi di Irlanda, Grecia, Spagna e forse Italia, domani, sono sostanzialmente quelli di “convincere i loro cittadini a tollerare l’austerità (più disoccupazione, meno copertura sociale, tasse in aumento) senza mettersi a paralizzare il traffico con le loro proteste o con coalizione parlamentari inefficaci”, decidendosi finalmente a buttare a mare i “due grandi progetti politici perseguiti finora, un welfare state democratico”, cioè per tutti, e “un’Europa davvero unita [115]

E l’unico modo di farli smettere nel loro disegno insensato è quello di obbligarli (sia chiaro: democraticamente) a cambiare politica. E soprattutto di decidersi, senza fare più i masochisti, a cambiare chi è stato messo al volante.

●Certo che, se poi a “tradire” è per primo Obama… Nota Krugman, nella sua colonna settimanale[116], che “dopo il bombardamento a tappeto subìto nelle elezioni di medio termine tutti si chiedevano come avrebbe reagito Obama: …avrebbe ‘tenuto’ sui valori in cui credeva anche a fronte delle avversità?”. Bè, non lo ha fatto. Invece, la prima azione concreta che ha decretato in base ai suoi poteri è stata quella che dà – o, peggio ancora, sembra dare – ragione ai nemici: ha “congelato i salari dei dipendenti pubblici. Ed è stato un annuncio che dice già tutto: trasparentemente cinico, anche se di portata ridicola, in direzione sbagliata; e che dà ragione nei fatti su una questione di principio fondamentale a chi sta cercando – con successo, parrebbe – di distruggerlo.

    “Così, penso proprio che oggi possiamo dire di che stoffa è davvero fatto Obama…Perché il problema del deficit di lungo periodo dell’America non ha niente a che fare con la paga… degli impiegati pubblici. Anche se riducessero della metà gli stipendi dei lavoratori federali essi non rappresentano che il 3% della spesa federale globale… E’ stato un trucco di bassa lega”, quello di Obama “che può avere successo solo con chi ignora tutto della questione. E a parte questo, tagliare la spesa federale in questo momento nel mezzo di una vera e propria depressione dell’economia, è esattamente la cosa sbagliata da fare”.

    La vera questione ora “è capire quello che Obama e i suoi più stretti collaboratori pensano davvero: ma credono sul serio”, dopo i due anni di cieca opposizione per non dire di odio insensato – nel senso tecnico di senza alcun senso – scatenato contro di lui, “che questi suo gesti di pacificazione verso questo partito repubblicano vedranno una sua qualche risposta in buona fede?”.

Insomma, mentre lui proponeva e i repubblicani gli bloccavano con ogni ostruzionismo possibile una legislazione che estendesse il sussidio di disoccupazione ai due milioni di nuovi americani che, dopo le feste, si troveranno senza lavoro alcuno, ecco che adesso si mette a negoziare con loro  della possibilità di accontentarli estendendo, invece, gli sgravi fiscali voluti da Bush al 90% del totale per l’1% della popolazione…

Basta, gli dicono molti dei suoi. Lascia che l’ostruzionismo repubblicano vieti i sussidi di cui ha bisogno, certo, chi perde il lavoro e dirotta direttamente su quei sussidi i 700 miliardi di $ risparmiati (questo è il calcolo più attendibile del risparmio per l’erario nel corso di un quinquennio) non rinnovando l’esenzione e negando ai nemici e ai più ricchi l’estensione dello sgravio fiscale.

E, poi, vai in televisione e denuncia, ricoprendoli del disprezzo che meritano i servi dei padroni che affamano i poveri. Seppelliscili di obbrobrio e caricali del disprezzo che è il loro per quello che fanno più che per quello che sono. Dopotutto, i grandi ricchi anche qui sono l’1, al massimo il 2%, della popolazione: anche di quella che vota per chi la affama e alla quale non sarebbe poi tanto difficile spiegare – ma Obama ha perso la favella – come e perché invece la protezione delle grandi fortune non è e non deve essere, e con questo governo, come aveva promesso, non sarà mai la priorità del governo.

Solo che per scegliere una tattica simile ci vuole coraggio… Che, come insegnava l’immortale don Abbondio, uno se non ce l’ha mica se lo può dare… E a chi, nelle fila dei democratici anche al Congresso protesta e gli ricorda che questo – il no a prolungare anche di un solo giorno il regalo dello sconto fiscale voluto da Bush solo per gli americani più ricchi, per le aliquote massime –era il suo impegno, il presidente risponde, non poco stizzito, che bisogna piantarla di fare i “puristi” perché così “non si ottiene proprio alcuna vittoria per il popolo americano[117]

Giustificazione lemme ed imbelle che soddisfa solo la sua compulsione al compromesso al ribasso. E che motiva chi tra i suoi non lo capisce a pensare ogni giorno di più che lui tende a snobbarli almeno tanto profondamente quanto i repubblicani disprezzano lui…

●                                            Ricordate: è sempre meglio dare che ricevere… e adesso zitti! (vignetta)

L’elefante (simbolo del partito repubblicano frusta una muta di “disoccupati” che

si trascinano dietro una montagna di dollari targati “sgravi fiscali per i super-ricchi 

Fonte: New York Times, 5.12.2010 (Tony Auth)

In ogni caso, il giorno dopo l’annuncio del “compromesso” con cui lui ingoia l’estensione dello sgravio fiscale ai ricchi pupilli di Bush in cambio del prolungamento pro-tempore e limitato dei sussidi ai disoccupati, il rendimento dei decennali di Stato salta dal 2,95 al 3,11%[118]: nei prossimi due anni con queste  misure è prevista una spesa aggiuntiva di altri 800 miliardi di $: alla faccia di chi – i repubblicani – ha predicato per mesi che bisognava anzitutto ridurre il deficit…

Sembra francamente irrazionale, “inspiegabile”, fa rilevare Krugman: “dopo le esperienze delle Amministrazioni Clinton e Bush – la prima che ha alzato le tasse agli americani e ha presieduto a uno spettacolare aumento dell’occupazione; la seconda che le ha abbassate e ha registrato una crescita asfittica anche prima che scoppiasse la crisi – come siamo arrivati adesso a un accordo bipartisan  che concorda ancora altri tagli alle tasse[119]”, se non per una specie di disturbo di tipo ossessivo-compromissorio, come diremmo da noi, forzatamente centrista?

Ancor più inspiegabile e tragico poi è quanto, e come, Obama sottovaluti l’effetto di questa doccia fredda che sta rovesciando ancora, e anche così, addosso ai suoi sostenitori: quelli che alla Casa Bianca, contro venti e maree, sull’onda di una speranza colossale lo avevano portato.

Insomma sembra sempre più probabile – a un osservatore come Krugman che disperatamente aveva sperato in Obama – che i democratici adesso per salvarsi sarebbero, saranno,  costretti ad “agire in Congresso come gli elettori del loro partito[120]”: lasciar perdere la speranza in questo presidente.

A pensarci è terribile… e durissimo. Ma forse solo così si riuscirà – forse… – a  dargli una scossa.

●Un altro editoriale, questo del Nobel Joseph Stiglitz[121] cerca di spiegare, a chi certo è disposto a capire, perché una drastica e massiccia riduzione del deficit di bilancio sia davvero una pessima idea. Tecnicamente è tutto chiaro e semplice: si fa tagliando le spese o aumentando le tasse. Significa, inevitabilmente, però indebolimento delle protezioni sociali, riduzione della dimensione e del ruolo del sistema pubblico e anche, almeno in America, riduzione della progressività del sistema fiscale.

E’ tutto guardandosi bene dall’intaccare in niente gli interessi costituiti— e non tanto, per chiarire, il livello delle pensioni pubbliche in atto, quanto quello di spese assolutamente discutibili, invece, come ad esempio (per dirla, come esemplifica lui, sempre all’americana: Stiglitz è americano) quelle per il complesso militar-industriale, come a suo tempo lo chiamò uno che se ne intendeva e che vedeva lontano, il generale-presidente Eisenhower[122]: nei fatti più della metà della spesa pubblica federale[123].

Il problema è che in questo benedetto paese i repubblicani sono convinti da sempre, con eccezioni come appunto Eisenhower – uno che la guerra però l’aveva sperimentata di prima mano – che far rullare i tamburi di guerra porta voti; e i democratici sono convinti – tutti: ma più vicini sono al potere di più, vedi Obama – che se non si mettono a fargli il coro i voti li perdono… E, più sono liberal più qui si devono mostrare duri coi nemici, soprattutto quelli inventati o immaginari.

●Anche Robert Reich[124], l’ex ministro del Lavoro di Clinton (solo nel primo mandato; nel secondo salutò un tantino disgustato… e non per i noti misfatti di ordine sessuale) esprime un giudizio carico di dubbi e di preoccupazioni: in sostanza, l’accordo sulle tasse raggiunto tra presidente e Congresso proroga i tagli fiscali di Bush a vantaggio in larghissima misura dei ricchi, l’1% della popolazione forse. Questo anche se la storia ha dimostrato che non è riducendo le imposte che si rilancia l’economia. Anzi: la crescita è stata più sostenuta, sempre, quando le aliquote erano più alte: paradosso, spiega Reich, solo apparente.

Il fatto per ogni sano di mente è, però, che oggi negli USA, come anche in tanti altri Stati industrialmente avanzati, ogni agenda di riduzione del deficit andrebbe iscritta dentro il contesto di quanto è andato succedendo nell’ultimo decennio:

• massiccio incremento della spesa militare, appunto, alimentato da due guerre insensate ma che si è spinta molto al di là del loro costo[125];

• aumento delle ineguaglianze con l’1% della popolazione che incamera da solo il 20% del reddito del paese, un processo che si accompagna all’indebolimento generale delle classi medie – tutti gli stipendiati e i salariati d’America - col reddito familiare medio che nel corso dell’ultimo decennio è calato di oltre il 5% e era già in netto declino prima che cominciasse la recessione;

• sottoinvestimento nel settore pubblico, infrastrutture comprese: il crollo delle barriere e delle dighe a New Orleans ne è stato l’esempio maggiormente eclatante, non il solo;

• la crescita degli aiuti pubblici – gli esecrati sussidi statali, l’esecrando welfare – per i ricchi: al business, all’impresa, all’agricoltura più ricca (per la produzione di etanolo, i sussidi ai grandi produttori di cotone, alle banche, anche quando tali sussidi erano e sono considerati illegali dal Tesoro e dall’OMC: il caso della R&S finanziata dal Pentagono per lo sviluppo del Boeing 887 da trasporto civile è del tutto tipico.

Per questo – cioè alla luce di tutto questo – annota Stiglitz, sarebbe anche relativamente facile disegnare un progetto alternativo di possibili misure di austerità che aumenterebbe efficienza e crescita, riducendo anche le ineguaglianze. Sarebbero necessarie sei, sette misure centrali di riforma da mettere in moto subito:

• La prima: l’aumento di spesa in investimenti pubblici di elevato rendimento. Dice che aumenterebbe il deficit. Ma anche se fosse così nel breve termine, ridurrebbe di certo il debito pubblico a lungo. Chi è che, nel mondo degli affari, non coglierebbe l’opportunità di investimenti che garantiscono rendimenti sicuri del 10% potendo, come può il governo americano, prendere soldi a prestito per farli a un interesse inferiore al 3%?  

• La seconda è il taglio impietoso delle spese militari— non solo del finanziamento di guerre senza fine e senza senso che servono solo a “giustificare” l’ingrasso del complesso militar-industriale, ma anche di tutti quei sistemi d’arma che non funzionano contro nemici che poi manco esistono. Perché la verità è che gli Stati Uniti hanno continuato a marciare sulla via della guerra fredda come se la guerra fredda non fosse mai finita quando ormai non c’è più; e che spendono, per la cosiddetta difesa, il 47% di quanto tutto insieme spende il resto del mondo[126].

• La terza è il taglio del welfare per i ricchi, per le imprese e soprattutto per l’economia di carta, le banche e il sistema finanziario: i salvataggi tipo AIC, Goldman Sachs, ecc., ecc. Gli aiuti pubblici in alcuni settori dell’agribusiness americano (la produzione di cotone, ad esempio, di fatto con le regole dettate dalla lobby cotonifera riservati a pochi coltivatori ricchissimi) coprono quasi il 50% delle entrate e fanno una concorrenza feroce, ovviamente, ai produttori più poveri delle agricolture in via di sviluppo.

• La quarta è lo sradicamento del privilegio specialissimo riservato, in questo paese, alle industrie farmaceutiche: qui, l’unico grande paese al mondo che non regolamenta il prezzo dei medicinali, al governo degli Stati Uniti, che pure è il maggiore acquirente di emdicine sul emrctao

rente di prodotti farmaceutici sul mercato, la legge proibisce di negoziarne i prezzi usufruendo come ogni altro acquirente delle economie di scala e alimentando così un eccesso di spesa per il pubblico e di sovrapprofitto ingiustificato per i privati di circa 1.000 miliardi di $ in un decennio[127].

• Quinta riforma è quella di sgombrare il campo da tutte le agevolazioni ingiustificate che favoriscono a spese del pubblico il settore energetico privato, specie il petrolio e il gas, così insieme derubando l’erario, distorcendo l’allocazione delle risorse e distruggendo l’ambiente. E anche di eliminare l’infinita serie di privilegi, di sconti fiscali, oggi assicurati a i gradi utilizzatori privati.   usti nmodo erbndo l’erario, distorcendo una arzionale alocazione dele risorse e distruggendo l’ambiente.

 

• In generale, bisognerebbe dar corpo a un sistema fiscale più efficiente e, insieme, più equo, eliminando i trattamenti speciali a favore dei redditi da capitale e dei dividendi (che ci sono anche lì, ingenti, ma meno scandalosi che da noi dove si ricorderà che l’aliquota sulla rendita da capitale è appena al 12%). Perché, è la domanda di fondo che tutti conoscono ma nessuno ha le p**le per affrontare, chi lavora e è di regola molto più povero dovrebbe continuare a vedersi tassato il reddito da lavoro a un livello più che doppio del reddito da capitale  di chi è molto più ricco.

    Anche perché in America, ma da noi siamo lì, col 20% di tutto il reddito riservato all’1% della popolazione, anche un aumento assai piccolo, diciamo del 5% di tasse effettivamente pagate – e da noi l’abbattimento con misure sì, necessariamente anche esemplari, dell’evasione fiscale – porterebbe nell’arco di un decennio a 11.000 miliardi di $ di nuove entrate.

Questo sarebbe un pacchetto di misure alternative – modellato in buona sostanza da Stiglitz per l’America: ma adattabile ad ogni altra situazione di ogni altro paese industrialmente avanzato – in grado di far fronte all’austerità necessaria. Mas – e questo è il punto – ridistribuendone il peso. Radicalmente.

Il solo problema che presenta è che misure come queste – non suggerite, come vedete, da estremisti della nuova e vecchissima sinistra ma da un premio Nobel dell’Economia americano che ha lavorato a lungo all’FMI, alla Banca mondiale e anche nell’Amministrazione statunitense, ai tempi del primo Clinton – non si tratta di un’operazione a somma zero.

Qualcuno ci rimetterebbe. Di certo nell’immediato. Sarebbero quelli che maggiormente hanno goduto finora a scapito degli altri, dei più, in quella che il supermiliardario Warren Buffett ha onestamente chiamato “la guerra di classe che noi, la mia classe, stiamo vincendo ma che non dovrebbero lasciarci vincere [128] già alcuni anni fa.

Perciò vedrete – conclude proprio Stiglitz, nell’articolo che vi abbiamo praticamente con pochissimi aggiustamenti tradotto tutto – è proprio “la logica conclusiva di misure come questa che impedirà di veder mai adottata una proposta tanto razionale31.

A lor signori, no, non conviene. Sicuramente non subito, anche se a tutti converrebbe a termine pur solo medio.      

●Uno dei tanti indici di fiducia dei consumatori[129] che si pubblicano in questo paese – uno dei più citati perché tra i più attendibili – quello del Conference Board è sceso a dicembre 52,5 (nel 1985 – la base di riferimento – era al doppio!) dopo essere risalito a novembre al massimo da cinque mesi e rispetto a un’attesa che mediamente si attestava invece a 56.

●A Obama va tutto male, in effetti, e non solo per colpa degli altri. Per la sua debolezza anche, come dice Krugman, come dicono molti dei suoi antichi fans. A novembre, l’economia conta 39.000 nuovi posti di lavoro e il tasso di disoccupazione sale al 9,8%[130], raffreddando di colpo le speranze, o meglio le illusioni, che parlavano di un abbrivio della ripresa. Quella che era una previsione di consenso su una crescita, mediocre comunque, di 150.000 posti è stata dunque largamente ridimensionata dai fatti (ma come lo costruiscono, questi, questo loro cosiddetto “consenso”? al solito, sull’ottimismo forzato, pare). Più di 15 milioni di persone sono restate senza lavoro il mese scorso, di cui 6.300.000 per più di sei mesi.

In sintesi: il mercato del lavoro a novembre farfuglia per tutti i fattori che più contano (occupati, ore lavorate, salario) che restano piatti o peggiorano. Anche la disoccupazione per chi è laureato è al 5,1%ufficiale, la più alta da 40 anni e la speranza di veder materializzare un progresso sul mercato del lavoro si rivela infondata. Con 19 mesi consecutivi di stallo  si tratta del periodo più lungo di disoccupazione sopra il 9% dalla fine della seconda guerra mondiale. Non è un bel vedere e la notizia è avvertita dovunque per quello che è: una catastrofe.

La recessione è formalmente terminata nel giugno del 2009, quando per la prima volta dalla fine del 2007 due trimestri consecutivi non registrarono più un ribasso del PIL. Ma, come si vede dai dati raccolti nella tabella seguente, ancora una volta anche in questa recessione – e anche più – la ripresa dell’occupazione si manifesta assai lenta, anzi peggiora… Data la natura molto seria della perdita di slancio di tutte le grandi economie capitalistiche, stavolta un rilancio di creazione di posti di lavoro – per non dire, poi, di posti di lavoro “decenti”, come li chiama l’OIL – il ritorno ai livelli di occupazione esistenti prima della recessione sarà molto lento e molto difficile specie se non saranno rilanciate azioni pubbliche forti di intervento a sostegno del lavoro e della sua creazione.

L’ottobre scorso, quando in America, vennero creati circa 159.000 nuovi posti di lavoro, si calcolò (lo calcolò l’EPI e lo confermò il BLS) che per tornare ai livelli di occupazione del 2007 ci vorranno ancora dai 15 ai 20 anni. Almeno…

E, adesso, a novembre, crescono di 45.000 posti – del massimo da sempre – i lavori a tempo parziale, arrivati al massimo di sempre: un’altra indicazione del sospetto di molti economisti che, invece di assumere a tempo indeterminato, ormai molti negozi ingaggiano lavoro del quale liberarsi sempre più frequentemente poi appena possibile[131]

La ciliegina sulla torta la mette sempre il NYT, concludendo un articolo[132] peraltro interessante e utile sulla disoccupazione di lungo periodo in America, con l’osservazione del tutto cretina, invece, che in fondo ci si può anche abituare a un livello di disoccupazione sull’8-9% come quella che, in fondo, c’è in tanti paesi europei.

Il fatto è che bisogna, parlando seriamente di cose tanto serie, anche prendere nota del fatto che questi paesi europei, in pratica tutti, dotati di largamente insufficienti ma rispetto agli Stati Uniti sempre sovrabbondanti sistemi di sicurezza e protezione sociale qui, in pratica, quasi inesistenti a livello generale: sussidi di disoccupazione, anche salario di sopravvivenza, ecc., ecc., al peggio da noi, per molti anche se non per tutti, una scarsa cassa integrazione.

Tradotto in differenza di condizione minima di vita, il calcolo del CEPR[133] è che si tratta di 1 a 4 o addirittura a 5 volte…         

●                                 La grande recessione in America: 3 anni dopo (tabella)

                                                     Dati all’inizio della recessione                                      

           (dicembre 2007)           (al giugno2009)           (al 2.12.2010)

Disoccupazione (%)

                 5

             9,5

9,6

Disoccupati (numero)

  (7.696.000 milioni

14.721.000 milioni

14.843.000 mil

Sottoccupazione (%)

                 8,8

           16,5

        17,0

Partecipazione della forza lavoro all’attività prod. (%)

               66

           65,7

        64,5

Rapporto ricerca/offerta di lavoro

              1,8 a 1

5,8 a 1

5,0 a 1

Disoccupazione tra la popo

lazione bianca

                 4,4

            8,7

 

8,8

Disoccupazione tra la popo

lazione di colore

                 9,0

           14,8

15,7

Disoccupazione tra la popo

lazione di origine lat/amer.

                 6,3

           12,3

12,6

Disoccupazione tra la popo

lazione dei colletti bianchi

                 3,3

             6,7

 6,3

Disoccupazione tra la popo

lazione dei colletti blu

                 6,4

           15,0

14,1

N.B. dati in %  eccetto dove indicato altrimenti

●Secondo una notizia riportata senza troppi commenti tanto era chiara, la sera del Giorno del Ringraziamento, il 25 novembre, due grandi quotidiani cinesi che escono anche in edizione inglese, il China Daily Quotidiano della Cina e il People’s Daily Quotidiano del popolo, hanno riferito che Russia e Cina avevano appena concluso un accordo per non usare più il dollaro ma il rublo e lo yuan nei loro scambi bilaterali[134]. Lo avevano fatto, spiegavano, per isolare le loro economie dai rischi che continuano a minare la fiducia nel dollaro come valuta di riserva internazionale.

Non è davvero una notizia di poco conto: la Cina, del resto, aveva appena concordato analoga intesa con il Brasile e la Cina ha appena annunciato che sono già stati messi in moto, dal 3 dicembre, di voler mettere in moto una serie di meccanismi di regolazione in yuan degli scambi commerciali di ben 67.359 esportatori cinesi dai soli 365 cui oggi queste operazioni sono permesse. Tra l’altro saranno consentite a queste aziende anche ristorni e rimborsi e esenzioni fiscali. 

Si tratterà ora di vedere se e quanto e quando, in termini di applicazione reale e non solo di annuncio di principio, la decisione diventerà operativa – ma la cosa veramente straordinaria è il silenzio quasi totale che su di essa – sul fatto che Pechino sembra preferire almeno al momento il real brasiliano e il rublo russo al dollaro americano – hanno fatto scendere praticamente tutti i quotidiani e i siti specializzati statunitensi che trattano le cose economico-finanziarie del mondo: dall’Agenzia Bloomberg, alla CNN, al New York Times… e molti, quasi tutti, gli analoghi media anche di altri paesi dell’occidente[135].

Sapete, per non diffondere il panico: proprio come anni fa fecero – teste di struzzo infilate nella sabbia! – per la bolla informatica e, poi, per quella edilizia… Naturalmente, al momento, Cina e Russia preferiscono anche non affidarsi troppo all’euro, visti i grandi turbamenti che sul mercato producono i tanti dubbi sui debiti sovrani denominati in euro. Ma se la notizia trova adesso riscontro non solo nelle decisioni ma anche nei fatti e contagia, magari, i paesi dell’OPEC che accumulano a montagne i dollari ricevuti in pagamento per il loro petrolio, si comincia davvero a rimettere forse in questione lo strumento principale dell’egemonia americana.

●Nell’intervista data alla CNN a inizio mese[136], di fronte alla descrizione data dal segretario alla Difesa americano, e riprodotta da WikiLeaks – che dipingeva il suo governo come carente di democrazia, un po’ semplicistificando ma non certo infondatamente, “un’oligarchia gestita dai servizi segreti”, il primo ministro russo Putin ha reagito seccamente rovesciando il tavolo (metaforicamente, s’intende: come fa spesso, e con efficacia) prima col richiamo alla parabola della pagliuzza e della trave (guardassero al loro occhio, prima che a quelli degli altri[137]) e, poi, sottolineando come a Washington reagiscano sempre male alle critiche al sistema americano che vengono da fuori.

Quando mi capita di parlare – ha fatto osservare – con gli amici americani facendo loro notare i ‘problemi sistemici seri’ che hanno con lo strumento del collegio elettorale presidenziale”, e proprio dal punto di vista democratico (si può eleggere, e diverse volte è stato eletto – l’ultima volta con Bush contro Gore nel 2000 – chi prende meno voti, anche molti di meno, dell’avversario), “ci dicono, mi dicono, sempre di non interferire negli affari loro, che quella è la loro tradizione e la loro storia e che continueranno ad andare avanti così”: col loro sistema bacato. Bè, sì, “anche a noi dà fastidio sentire le critiche altrui”. L’analogia non è magari perfetta, però regge!

●I colloqui preliminari chiesti dal Sud Corea all’ONU per condannare il bombardamento da parte della Corea del Nord della sua isola di Yeonpyeong a fine novembre, così come l’arricchimento di uranio nel reattore nucleare di Yongbyon, sono subito collassati di fronte alla richiesta cinese di chiarire anche che i primi colpi erano stati sparati, però, anche se a vuoto dalla Corea del Sud nel corso delle esercitazioni militari che conduceva nel mar Giallo[138] e alla precisazione che di per sé l’arricchimento dell’uranio non è proibito.

Venendo l’indomani delle rivelazioni di WikiLeaks, secondo cui gli americani si vanno convincendo (lo dicono i dispacci interni tra ambasciate a Pechino e Seul e dipartimento di Stato) che la Cina starebbe mollando Pyongyang, costituiscono un altro indice di lettura della realtà per lo meno azzardata, più vicina ai propri desideri che ai fatti.

La Corea del Sud, che col segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ricopre tra l’altro il ruolo di massimo rilievo nell’organizzazione, se ne è accorta subito e ha preferito far ritirare la sua richiesta di condanna[139]: “meglio”, infatti, ha argomentato Park In-kook, l’ambasciatore di Seul, “nessuna presa di distanza che una condanna ambigua, equivoca o fiacca” e che, soprattutto – ma questo non lo ha dichiarato – possa dare l’impressione di prendere le distanze anche dal governo di Seul…

●L’Iran, col capo dell’Organizzazione atomica nazionale Ali Akbar Salehi[140], dichiara di avere raggiunto l’autosufficienza nella produzione dello yellowcake, la “torta gialla[141], cioè il concentrato di color giallo di ossidi d’uranio che facilita la produzione di energia a partire dal processo di arricchimento dell’uranio. Salehi avverte che il primo quantitativo di torta gialla di produzione iraniana è stata già spedita a Isfahan, il centro principale del programma di ricerca nucleare del paese.

E denuncia con forza che avendo una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, già dal 2007[142] inserito i nomi degli scienziati che in Iran lavorano sul programma nucleare nel testo ne ha deliberatamente fatto specifici bersagli di “terroristi”, come li chiamano loro, o di servizi segreti, come è più probabile che siano (uno, Fereidoun Abbasi-Davani, è stato gravemente ferito, l’altro, Majid Shariari, è stato ucciso dalle bombe lanciate contro le loro auto a Teheran). Ma avvisa anche, sibillinamente, che a questi giochi possono ben giocare, se ci si mettono, in due[143]

Nel frattempo, a Ginevra a inizio mese si incontrano per due giorni, senza risultati particolarmente importanti, la delegazione iraniana e quella dei P5+1— ma già il fatto di incontrarsi è considerato in sé un risultato di qualche rilievo. L’unica cosa concordata, al di là delle frottole varie è di rivedersi ancora a gennaio, più in là precisato a fine gennaio, stavolta a Istanbul (una “concessione” a Teheran). L’Iran dice che l’agenda sarà la ricerca di un terreno comune di cooperazione, i P5 dicono che si discuterà del programma nucleare iraniano…

Ognuno dice, insomma, quello che vuole, a ruota libera: Catherine Ashton responsabile della politica estera UE annuncia (ma non va alla conferenza stampa congiunta col rappresentante iraniano che pure aveva convocato anche lei) che a Istanbul si discuterà anche degli “obblighi” dell’Iran di fronte alla comunità internazionale; però Saeed Jalili, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e capo negoziatore sul nucleare per la Repubblica islamica dell’Iran, ribadisce quel che proclama avrebbe detto se lei fosse stata, come aveva promesso, presente.

Che gli obblighi di uno Stato sovrano sono sempre e solo, cioè, quelli da esso liberamente sottoscritti, non quelli che senza averne il potere, e in base a un’interpretazione del tutto illegittima del suo Statuto, decide la maggioranza di un organismo come il CdS… per cui mai – mai! – l’Iran discuterà del proprio diritto sovrano, che gli viene pure riconosciuto in base al trattato di non proliferazione che sottoscrive in linea di principio da tutti, alla ricerca sul nucleare-

E che le cose siano effettivamente andate così – che la Ashton, diciamo, non dica proprio la verità quando sostiene che si è discusso soprattutto di nucleare iraniano – Saeed Jalili si dichiara pronto a documentarlo anche rendendo pubbliche – se lei non la smette di dire il falso specifica – le registrazioni[144], oltre ai verbali, dei negoziati. Da essi risulta che a Istanbul si parlerà “di cooperazione su punti di interesse comune”…

Più interessanti, forse anche più promettente, a questo punto, piuttosto, sembrano le dichiarazioni del portavoce del ministro degli Esteri dell’Iran, Ramin Mehmanparast[145], che valorizza – e non certo per sbaglio – alcune considerazioni quasi lasciate cadere di recente, e anch’esse certo non casualmente, sulla possibilità di accettare che l’Iran vada avanti ad arricchire il suo uranio— “responsabilmente – dice – e in accordo con gli standard internazionali”.

Che noi, commenta Mehmanparast, da sempre scrupolosamente rispettiamo e che quindi, aggiunge – di sicuro troppo speranzosamente – sono parole che interpretiamo (che vogliamo interpretare…) come un passo positivo in direzione del riconoscimento a Teheran di diritti sovrani finalmente pari a quelli di ogni altro paese sovrano.

In Iran, però, intanto – contro le resistenze del parlamento in un periodo che vede prezzi in  aumento e disoccupazione pure e di sanzioni pesanti sull’economia del paese – entrano a regime le misure di taglio ai sussidi statali che tengono volutamente basso il costo della benzina alla pompa,[146] aumentandolo dai 1.000 rial al litro per 60 litri della razione mensile in vigore fino ad oggi a 4.000 rial.

Ahmadinejad afferma che la misura era allo studio da anni, ed è vero,  ma anche, e è assai meno probabile, che in nessun modo la decisione dipende dal restrizioni che le sanzioni impongono al governo e al paese[147]. Dove a non dire la verità, tutta la verità, è quel “in nessun modo”: ma è comprensibile che il presidente della Repubblica islamica tenda a sottovalutare e, anche, a negare – così come le sue controparti lo esagerano e lo sovradeterminano – il ruolo delle sanzioni nel processo decisionale che governa il paese[148].

Sono 40 centesimi di $ al cambio ufficiale: di fatto, un litro di verde alla pompa della razione mensile viene ora a costare all’automobilista sui 35 € che, però, a parità di potere d’acquisto, cioè in valore reale, comprano prodotti per un valore più che doppio di quello che 36 centesimi acquistano da noi; ma al mercato libero, fuori razione, un litro di benzina costerà sui 66 centesimi di € al litro.

Secondo la logica di sempre e di ogni regime, il disegno è calorosamente salutato dai liberisti: si rompe così, affermano, “il drogaggio artificiale dei prezzi che vige da un cinquantennio”, da dieci anni prima della rivoluzione khomeinista, già con lo scià e, soprattutto “riduce il potere di controllo del governo sull’economia. Sarà dura, nell’immediato – concede graziosamente il foglio economico principale di Teheran[149]per chi guadagna di meno ma, a lungo andare – proprio a lungo, ve’ – andrà meglio per tutti”: la famigerata e profondamente malevola teoria dello “sgocciolamento” di reaganiana memoria: dal grasso che cola dalla tavola dei ricchi epuloni, tutti hanno alla fine qualcosa da guadagnare…

E’ questa, anche, la posizione ufficiale di Ahmadinejad che ha commentato alla Tv come il governo spenda la bellezza di 114 miliardi di $ all’anno in sussidi all’energia. “Se potessimo risparmiare anche solo un  quarto – dice – di questo ammontare la nostra sarebbe una trasformazione colossale dell’economia”. In generale, ripete, dovremo gradualmente aumentare le tariffe di elettricità, gasolio e acqua e anche, sempre gradualmente, a eliminare i sussidi al prezzo del pane….

Però, a pensarci bene, la cifra data qui dal NYT (quei 114 miliardi di $ di sussidi energetici) sono una cifra assurda: rappresentebbero 1/3, quasi, del PIL del paese[150]… Poi ha aggiunto, irritando larga parte del paese, in particolare chi è più povero, e allarmando l’establishment ayatollahico, che vede quanto siano controproducenti certe dichiarazioni insensate del dogma liberista che “il 60% di chi ha meno reddito tra i cittadini ne avrebbe un chiaro giovamento, mentre il 40% di chi ha redditi maggiori ne soffrirebbe[151]...

In ogni caso, il primo effetto dell’interruzione del regolare sussidio al costo della benzina è stato che il consumo alla pompa si è in un giorno ridotto del 16,5%: il 19 dicembre, riferisce l’Agenzia ISNA (Iranian Students National Association) sono stati venduti 2,4 milioni di litri di benzina, 800.00 in meno del giorno prima, secondo il capo dell’Associazione dei proprietari di distributori di benzina. Il Consumo di kerosene è, invece, calato addirittura del 91,5% e quello di gasolio del 51,8 in un giorno, sempre rispetto al 18 dicembre[152].

Il secondo è stato quello di scatenare, per l’aumento del gasolio in particolare – da 0,06 $ al gallone ad 1,32 – le proteste massicce, ed organizzate per diversi giorni, degli autotrasportatori che hanno bloccato il lavoro della metà circa del parco trasporti “autorizzando”, di fatto ed extra-legem, quelli che continuano a lavorare, a un rincaro dei loro prezzi più o meno del 40%[153].

●L’India, che si serve del petrolio e del gas iraniano per far fronte a quasi il 20% del suo fabbisogno ma che da mesi è sotto la pressione americana perché, in ossequio alle sanzioni,  interrompa il flusso dei suoi pagamenti, cioè dei suoi scambi, con Teheran attraverso la Camera o Unione bancaria asiatica (ACU) di compensazione, messa in piedi anni fa proprio per facilitare scambi e pagamenti commerciali come questo. E il 27 dicembre aveva annunciato di essersi piegata, cioè di avere accettato...

Decisione subito rimangiata, però, dopo soli tre giorni: il 30 la Reserve Bank of India ha ricevuto l’ordine dal governo di ripristinare il processo attraverso cui le compagnie indiane regolavano le loro transazioni commerciali (l’importazione del petrolio) con quelle iraniane[154]. Come la mette, registrando il fallimento dell’iniziativa il NYT[155], —La mossa che tendeva a limitare le transazioni sul petrolio iraniano lascia le compagnie importatrici indiane nei guai.

Il governo indiano continuerà, invece, a cercare vie alternative per il processo dei suoi pagamenti e pensa all’utilizzo di una Banca centrale europea come intermediaria. Sia gli USA che l’Iran, però, probabilmente si opporranno alla soluzione: gli uni, perché violerebbe le sanzioni comunque (e non sembra esserci Banca centrale europea disponibile, in ogni caso, a rischiare le ire americane), gli altri perché comunque sembrerebbe un modo per accettare senza dirlo le sanzioni che l’Iran invece rifiuta… E continuerà a rifiutare se appena le “soluzioni” trovate puzzeranno anche solo un po’ di sanzioni.

Prima che finisca l’anno sembra che l’Iran abbia, alla fine trovato, proposto e fatto accettare  (ma gli indiani non confermano subito…) l’alternativa proponendo a New Delhi  di mantenere quantità e prezzi dello scambio ma cambiando la valuta di pagamento: non sarà più il dollaro, questo è sicuro. Certo, potrebbe essere l’euro ma, più facilmente, sarà ormai, vista la dipendenza politica dai voleri di Washington dell’euro stesso – che pure avrebbe grande bisogno di un deposito estero alla BCE da almeno 12 miliardi di $ all’anno – lo yuan cinese… Questo non è stato ancora svelato, quando chiudiamo questa ultima Nota del 2010[156]

Scontro di culture e di visioni del mondo dentro l’establishment iraniano: interessante e rivelatore. Il grande ayatollah Nasser Makarem Shirazi (gli Ayatollah uzma, o segni di Dio in terra, sono un sessantina in tutto il mondo sciita), uno degli ultraottantenni fondatori con Khomeini della rivoluzione anti-scià e tra i più conservatori dei leaders religiosi, ha respinto “con forza e sdegno come un insulto  incettabile e infondato verso le massime personalità spirituali della Repubblica” l’asserzione del capo dello staff presidenziale, Esfandiar Rahim-Mashaei, che la condanna della musica in quanto haram proibita da parte di “alcune alte figure religiose” era solo dovuta al fatto che, semplicemente, “non la capiscono”.

Ora Shirazi promette che “a tempo debito daremo a questo signore – il cui figlio è sposato alla figlia del presidente Ahmadinejad – la risposta che merita”…   Rahim-Mashaei aveva anche detto che “le loro antiche e reverendissime santità” dovrebbero riconoscere come la società iraniana è ormai profondamente cambiata, i giovani ne costituiscano la larga maggioranza e abbiano oggi bisogno di cose altrettanto importanti quanto la preghiera: la musica, appunto, la poesia, l’arte[157]

Non è la prima volta che emerge la divergenza di punti di vista— tra quello panislamico degli ayatollah e quello più iranian-nazionalista di molti leaders non ottantenni ma solo cinquantenni: i primi vedono male il secondo, perché – dicono e non del tutto a torto – sarebbe anche capace di aprire la strada al “relativismo e al secolarismo”… Proprio così, dicono, appunto da ultraottantenni che si illudono di riuscire ad appoggiare ancora la loro autorevolezza sul principio di autorità come capita, anche, a chi non è islamico ma sicuramente è altrettanto conservatore di loro…

●In una conferenza stampa a inizio mese[158], il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, rivolgendosi al popolo palestinese e a quello di Israele, dice che il suo partito accetterà l’esito di un qualsiasi referendum genuino tra i palestinesi su un futuro trattato di pace con Israele: è una discontinuità netta con lo Statuto stesso di Hamas che proibisce ogni e qualsiasi cessione di territorio che fosse a suo tempo parte del mandato britannico in Palestina prima del 1948.

Adesso Haniyeh afferma che Hamas accetterebbe uno Stato palestinese entro i confini del 1967, che abbia Gerusalemme come capitale, insieme al rilascio di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri di Israele e alla soluzione del problema dei rifugiati (non necessariamente, quindi, al “ritorno”). Sempre che a questo referendum possano partecipare tutti i palestinesi – quelli di Cisgiordania, di Gaza e della diaspora – Hamas ne rispetterebbe i risultati anche se andassero contro alle sue idee e ai suoi princìpi e, per arrivarci, vuole poter lavorare con i paesi occidentali e europei in particolare.

Certo, poi bisogna vedere che succederebbe se gli dicessero mai di sì, a Hamas. Ma se continueranno sempre e solo a dirgli di no, pregiudizialmente e senza metterlo mai alla prova, alla fine Hamas, se non avrà sempre ragione, è sicuro che mai avrà torto…

●Quanto al Libano – all’attesa e alla tensione per la possibile divulgazione dei risultati dell’inchiesta delle Nazioni Unite sull’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq al-Hariri del 2005 e al dramma politico, ma anche personale, che si va sviluppando intorno al probabile fallimento  dell’inchiesta fatta aprire anni fa dal governo dell’attuale primo ministro Saad al-Hariri, figlio e successore di Rafiq, e soprattutto dagli Stati Uniti – vale forse la pena di spenderci ora, alla vigilia dell’esito, più o meno finale, qualche parola.

La mossa era stata decisa e voluta dalla Condoleezza Rice e dal suo dipartimento di Stato, come oggi rivela anche – anche, non solo – la collezione dei dispacci da Beirut di WikiLeaks, per mettere sotto accusa e ottenere l’emarginazione dal Libano della presenza siriana… Conseguita senza colpo ferire, e a sorpresa – spiazzando la strategia americana che prevedeva invece una rivolta armata dei libanesi contro Damasco da sostenere e far sostenere (da Israele, sic!, pensavano i tapini)  “appropriatamente” – per  l’immediato ritiro delle forze armate siriane che, su invito di tutti i libanesi peraltro erano a Beirut da oltre vent’anni come impedimento fondamentale al riaccendersi della guerra civile.

Insomma, l’idea coltivata a livello internazionale, soprattutto da Washington e Parigi ossessionata dai secchi no dei governi di Assad, padre e anche figlio, alle sue profferte di protezione-influenza, era di usare dell’occasione di una condanna internazionale, e morale, del regime siriano per ottenere allontanandone il peso tradizionale dal Libano un riallineamento politico duraturo di Beirut sull’occidente.

Su Washington ma, in prima battuta, su Parigi, il grande protettore di coloniale memoria, rafforzandone le componenti filooccidentali nel governo a spese di quelle arabo sunnite, poco affidabili nel loro wahabismo filo saudita, e di quelle sciite vicine a Hezbollah e, anche, all’Iran. Si trattava così – gli illusi! – di indebolire drammaticamente la presa a Beirut di Damasco e anche – un obiettivo, questo, però soprattutto americano – di destabilizzare il regime siriano.

Ma il lavoro della Commissione internazionale di inchiesta è stato abborracciato, palesemente troppo piegato ai desiderata di chi lo aveva voluto convocato per forza (gli arresti affrettati, ormai rivelatisi senza prove certe e neanche probabili) e adesso la presenza siriana è tornata in forze a Beirut, soprattutto politicamente.

Il contingente di Damasco (era oltre ventimila soldati) non c’è più, ma la Siria, appoggiandosi sugli Hezbollah ma anche su richiesta dello stesso al-Hariri che, mesi fa, riconobbe pubblicamente, andando fisicamente a Damasco, di essere allora stato ingannato sulle sue responsabilità nell’attentato da non meglio identificati (da lui) servizi segreti stranieri[159] (CIA e Mossad) e pesa nuovamente in modo determinante.

I ciechi di Washington che diedero il via libera all’invasione di Israele del 2006, poi, hanno convinto anche i sunniti e i cristiano-maroniti di Beirut, i drusi di Walid Jumblatt, che l’unica difesa vera del Libano sono gli Hezbollah e che di Gerusalemme sono tornati a sospettare e temere molto Gerusalemme…

Adesso, poi, dopo settimane di totale silenzio sull’esito del lavoro della Commissione d’inchiesta, viene fuori – e ancora da fonte curiosamente poco sospettabile: israeliana[160] – che al-Hariri sta cercando di forzare la mano alla sua stessa destra, di cui è parte fondante del resto, per chiedere alle Nazioni Unite di mettere fine alla loro inchiesta “negli interessi supremi del Libano stesso”. Sembra che Al-Hariri e il suo governo chiederebbero all’ONU di dismettere le attività del tribunale e cancellerebbero il relativo protocollo di lavoro.

E avrebbe aggiunto, secondo il quotidiano di Beirut al-Diyar (filo siriano) che se, contro il suo parere (ma come? se effettivamente lo rende ufficiale… come decisione del governo ospitante è definitivo; ma certo: una frase equivoca come questa è solo indice dei grandi problemi che Hariri sta affrontando all’interno della sua fazione), il tribunale del’ONU andasse avanti e accusasse formalmente Herzbolah e Siria dell’assassinio del padre, lui ormai si schiererebbe con loro perché, ormai, sa qual è la verità…

Poi, però, neanche un’ora dopo, l’ufficio stampa della presidenza del Consiglio, senza smentire niente, dice che la decisione di abolire il tribunale non è stata (ancora) raggiunta. E che al-Hariri resta impegnato a sostenere la mediazione saudita-siriana sulla questione: che, però, va in quella direzione precisa… Insomma, si va preparando un’altra sonora sconfitta per un strategia americana affidata solo alle buone intenzioni e del tutto impotente di fronte alla volontà di Israele e della miopia dei falchi di ogni colore.

La decisione che va maturando sembra essere quella di “neutralizzare” il verdetto del Tribunale dell’ONU piuttosto che di cancellarlo (troppo imbarazzante anche per un aborto giuridico nato solo per la volontà politica di dare una lezione alla Siria di quella che si credeva anni fa, ed era creduta, super e soprattutto onnipotenza e del suo scodinzolante proconsole francese in loco: e ha finito con lo sbatterci il grugno anche qui), non essendo riuscito a combinare niente che possa reggere su un piano giuridico internazionale appena decente: il tribunale era bacato dall’inizio, voluto e forzato da una parte a prescindere dalle “prove” trovate.

Magari, così, alcune accuse saranno anche formulate verso una manciata di poveri cristi che anni fa ebbero qualche collegamento, forse, con gli Hezbollah, ma guardandosi bene dal rimettere in questione responsabilità della Siria nell’attentato— perché proprio non si può, non si può più: non che non vorrebbero, laddove erano abituati a fare quel che volevano, la CIA, la DGSE francese, l’MI6 inglese e anche il Mossad di Israele (che però, sull’operazione, va detto, era stato scettico sin dall’inizio).

Non possono, col cambiamento radicale ormai del contesto politico, di nuovo favorevole a Damasco vista l’impotenza totale degli altri – Stati Uniti per primi – nei confronti di Israele, che il Libano non può, in ogni caso, non vedere come la minaccia esterna più incombente. Potrebbe anche essere sacrificato, invece, l’ex responsabile dei servizi segreti libanesi, il gen. Jamil al-Sayyid, uomo chi dice della Siria chi di Israele…

Sacrificato ma non più arrestato: è uccel di bosco da quando l’inchiesta dell’ONU nell’aprile del 2009 lo ha liberato dagli arresti in caserma non essendo riuscita a provare il suo coinvolgimento strumentale che, peraltro, appare a naso sicuro, chiunque – lo sottolineiamo: il vicino del Sud o quello dell’Est del Libano – abbia davvero congegnato e ordinato poi l’assassinio.

Con ogni probabilità, al-Hariri, che aveva scommesso tutto sull’occidente contro la Siria e, dopo l’invasione israeliana consentita sbagliando tutto da Bush nel 2006, ha dovuto “riconciliarsi” proprio con la Siria, a questo punto, in cambio della rinuncia al processo pubblico contro chi lo aveva a suo tempo ingannato (i suoi alleati) che esige altrimenti Hezbollah a fini interni, chiaramente propagandistico-politici.

Hanno le prove, dicono e ormai tutti ci credono – filmati, registrazioni… – che dietro al complotto e all’assassinio c’erano servizi segreti stranieri esteri e anti-siriani, qualche collusione anche di libanesi del fronte cristiano-maronita ma anche, per soldi, della loro stessa base e un calcolo politico che s’è rivelato rovinoso. Per non renderle pubbliche pare che esigano e che riusciranno a ottenere (la “mediazione” siriano-saudita) che Hariri tornerà a breve al mestiere suo, e del padre assassinato, di fare il ricco magnate (edilizia e finanza), fino a che la bilancia del potere nella regione ritorni un po’ più favorevole a lui e ai suoi, oggi costretti al ritiro.

Il primo ministro si affiderebbe alle garanzie che ritiene di avere dalla Siria – è andato, dopotutto, a Damasco ad abbracciare quello che fino al giorno prima considerava pubblicamente il mandante dell’assassinio del padre, dopo aver ammesso di essere stato “ingannato” dai suoi stessi alleati – oltre alle garanzie che gli dà il presidente della Repubblica, ex capo dell’esercito Michel Suleiman… Comunque, da queste parti, una scommessa rischiosa: e, probabilmente, per un anno o due andrà a starsene stabilmente in esilio superdorato a Parigi…  

●Sul tema più vasto della pace israelo-palestinese, e a questo come a tutto il quadro mediorientale intimamente legato, scrive ora il campione del pensiero convenzionalmente piatto, opinionista principe del NYT[161], che l’ultimo “tentativo fallito dagli USA” – da Obama – di riportare al dialogo diretto Netanyahu e Abbas “esemplifichi alla perfezione quanto siano sconnessi ormai dalla realtà le leadership israeliana e quella palestinese”.

L’ultimo tentativo fallito consisteva nell’offerta di Obama a Israele di “corromperla con un pacchetto da 3 miliardi di $ di ulteriore assistenza militare, una continua copertura diplomatica”, cioè il veto all’ONU per tutto quello che fa in giro per il Medioriente e il mondo (per capirci: tipo i massacri di Gaza e l’invasione del Libano) sempre e comunque “e con la fornitura di cacciabombardieri F-35 di concezione particolarmente avanzata: se, in cambio, il primo ministro Netanyahu desse il suo accordo a congelare per soli tre mesi gli insediamenti nei territori occupati per poter riprendere i colloqui coi palestinesi”.

Dicevamo, appena sopra, della miopia di considerare come leadership palestinese solo quella della ANP in Cisgiordania, come se Hamas non esistesse e non fosse, pur in condizioni di assedio continuo, al governo di Gaza e sicuramente, come risultato di libere elezioni, più legittimamente dell’ANP dello stesso Abbas. Ma, in ogni caso, neanche un sempliciotto come Friedman riesce ad andare oltre l’enunciazione del suo assunto inesistente – il rifiuto di tutte e due le parti – spiegando in che cosa mai consistesse l’altro corno dell’incentivo.

Di qua, infatti, c’erano quegli altri 3 miliardi di $ in assistenza militare diretta, la copertura “diplomatica” del veto e gli aerei F-35…; e per i palestinesi in cosa sarebbe mai consistita la loro “disconnessione”: nel manifestare disinteresse per i tre mesi di congelamento della costruzione degli insediamenti. Tre mesi…? poi avrebbero potuto ricominciare le costruzioni, con la benedizione americana…

Ma perfino il ragionamento di Friedman sta in piedi se si ammette in premessa quanto sconnesso dalla realtà fosse, invece, proprio il tentativo americano di “corrompere” Israele— e non perché Israele sia incorruttibile ma perché gli israeliani non capiscono proprio niente di quel che si va preparando per loro se non si “rassegnano” a fare la pace.

E come, nel leggere il suo articolo forse perfino uno come Netanyahu riuscirebbe a capire che, se Obama insistesse davvero a dire agli americani che bisogna continuare a provare a “corrompere” Israele regalandole altri 3 miliardi di $ – anzi di più visto che 3, è dimostrato, non bastano – forse stavolta rischierebbe addirittura l’impeachment.

Stavolta che, per dirla con lui, dai tagli a tutti i bilanci pubblici “città come Phoenix, Cincinnati, Austin, Washington, Jacksonville, Sacramento, Philadelphia sono state costrette a chiudere le caserme dei pompieri”. Perché, ormai, dice Friedman, anche gli americani cominciano forse ad averne abbastanza delle bizze e delle fobie pseudo bibliche di Israele… 

●Hillary Clinton ha dichiarato – e WikiLeaks ha reso noto al mondo intero – in un documento a sua firma riprodotto tra i dispacci scambiati e resi pubblici dal gruppo di Assange – che “il Regno saudita resta una base critica di sostegno finanziario per al-Qaeda, per i talebani e per molti altri gruppi di terroristi sunniti[162].

Il memorandum, rivolto a tutti i diplomatici americani nella regione mediorientale, li esortava a raddoppiare gli sforzi per fermare il flusso di dollari e altre valute pregiate che da Ryiad vanno a raggiungere i gruppi estremisti terroristi soprattutto in Pakistan e in Afganistan. E aggiungeva che almeno tre altri Stati alleati e totalmente coperti dalla “garanzia” dell’America: Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti, sono anch’essi grandi elemosinieri ufficial-ufficiosi dell’estremismo islamico tollerato e addirittura semiautorizzato per abbattere gli infedeli stranieri ma perseguito se prova a manifestarsi all’interno di questi stessi paesi. Dunque si capisce bene perché l’Amministrazione americana, e specie proprio al signora Clinton, siano tanto inc***ate con WL

●Prima di passare la fascia presidenziale a Dilma Rousseff, il presidente Lula ha tenuto a mantenere la promessa che aveva fatto al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese: la presidente Rousseff è d’accordo e l’annuncio specifica che il riconoscimento dello Stato di Palestina avverrà come è stato chiesto al Brasile: entro i confini anteriori al 1967[163]: Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza.

Si tratta dell’ipotesi su cui, contro venti e maree, dopo aver visto fallire ogni tentativo di reciproco riconoscimento tra Israele e lo Stato di Palestina, hanno deciso di ripiegare i palestinesi: affermare come, nel 1948 – proclamando unilateralmente lo Stato indipendente fece proprio Israele – il proprio Stato sul territorio che controlla, certo precariamente, in Cisgiordania e, ritrovando un minimo di accordo con Hamas, anche a Gaza.

Il riconoscimento brasiliano potrebbe, dunque, essere il primo di una serie. E preoccupa molto sia Israele che gli americani. Sempre che Abu Mazen e i suoi non facciano marcia indietro, sotto pressione dell’Amministrazione americana che punta ancora – malgrado il no granitico di Netanyahu anche e solo a fermare la costruzione degli insediamenti ebraici in territorio palestinese – sui due Stati-due popoli e il riconoscimento reciproco. Ma, per quanto può (far finta di) crederci ancora?

A ruota, in effetti, anche Argentina e Uruguay annunciano separatamente ma contemporaneamente al presidente palestinese Mahmoud Abbas, con lettere dei rispettivi capi di Stato, che Buenos Aires e Montevideo riconosceranno ufficialmente lo Stato di Palestina come “libero e indipendente” secondo le stesse modalità del Brasile. Ed, entro dieci giorni, arrivano anche i riconoscimenti di Bolivia e Ecuador. E, si capisce, Israele comincia a preoccuparsi…[164]

●E, adesso, bisognerà osservare con attenzione i prossimi, possibili sviluppi. Perché già a inizio 2010, a gennaio, un articolo della stampa israeliana che citava documenti ufficialissimi, anche se non proprio largamente diffusi, si soffermava a lungo sui timori del governo israeliano di fronte alla notizia ufficiale che la UE – dicevano allora i ministri degli Esteri spagnolo e francese, Moratinos e Kouchner – in assenza di passi avanti significativi sul piano della pace, dei due popoli-due Stati, avrebbe riconosciuto lo Stato indipendente di Palestina entro fine 2010[165] e che l’ANP avrebbe potuto avanzare, a quel punto, la stessa richiesta anche al governo americano che, informalmente, del resto a suo modo riconosce l’ANP…

Poi, ora, viene fuori la notizia che riprende quella cui abbiamo fatto cenno su una possibile mossa europea in quella direzione: in un lettera assai poco usuale, inviata il 9 dicembre alla leadership collettiva dell’Unione e ai governi dei 27 Stati membri, 26 ex capi di Stato, di governo, ex alti esponenti dell’Unione stessa mettono i piedi nel piatto e sottopongono a critica serrata la politica dello Stato di Israele e l’inazione europea in proposito (e, implicitamente, anche l’inazione che loro hanno consentito quando contavano e avrebbero direttamente potuto contribuire a cambiarla).

Fra i firmatari ci sono l’ex presidente della Germania Richard von Weizsacker, l’ex presidente del Consiglio spagnolo Felipe Gonzales, l’ex premier francese Lionel Jospin, l’ex presidente del Consiglio italiano ed ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi, l’altro ex presidente del Consiglio e ministro delle Finanze di lungo corso Giuliano Amato, l’ex alto rappresentante per l’Estero e la politica della sicurezza della Commissione Javier Solana, l’ex presidente della Repubblica d’Irlanda ed ex Alta commissaria dell’ONU per i Diritti umani, Mary Robinson, l’ex Commissario europeo inglese Chris Patten e parecchi altri alti esponenti del Gotha politico europeo, diciamo così, in quiescenza…

E poi – in una specie di WikiLeaks, ma tutto interno stavolta e come quello però non smentibile perché firmato da tutti quei nomi – rilevano che “figure chiave dell’establishment americano hanno suggerito loro che il miglior modo di aiutare il presidente Obama nei suoi sforzi per promuovere la pace è di mettere in atto politiche tali da contraddire le posizioni americane in modo che costino qualcosa a Israele”.

Insieme, arriva anche la notizia che, per dirla col giornale israeliano dal quale la riprendiamo, “il Consiglio dell’Unione ha deciso di sostenere la decisione dell’Autorità palestinese di stabilire un proprio Stato indipendente e di mettere fine all’occupazione”. La cui richiesta nel frattempo è arrivata formalmente all’Unione e, separatamente, certo per cominciare, ad alcuni governi europei: Francia, Gran Bretagna, Danimarca e Svezia (non alla Germania: per ragioni, probabilmente, di “opportunità” (l’Olocausto…; non alla Spagna: considerata probabilmente, col governo Zapatero, un amico quasi scontato…; e non all’Italia: o perché tanto non conta un ca**o, o perché ormai conoscono bene anche a Ramallah la cecità morale e politica dei berlusconidi verso le “ragioni” dei palestinesi)[166].

Sarà interessante leggere, appena uscirà, il testo in specie di questo delicato ma cruciale passaggio (che sarebbe importante venisse tenuto a mente su tutto dagli europei nei loro rapporti con gli USA) ma, a questo punto, è evidente perché Israele cominci a peoccuparsi[167]

●Però Hamas non sembra crederci affatto e sembra, ancora una volta, che i palestinesi potrebbero essere, forse, i peggiori nemici dei palestinesi… In effetti, non ha tutti i torti il suo portavoce quando fa rilevare[168] che questa iniziativa non convincerebbe Israele a bloccare gli insediamenti e tornare ai negoziati. Ed è vero che il riconoscimento formale di uno Stato palestinese non cambierebbe, comunque, la realtà sul terreno e, al limite, potrebbe anche peggiorarla se spingesse Israele a nuove misure unilaterali contro i palestinesi.

Ma quest’analisi, che pure è realistica, è troppo di principio: cioè ignora che, a volte, una misura unilaterale può anche, nei fatti, funzionare e cominciare a modificare le cose reali…, proprio come avvenne per la proclamazione unilaterale dello Stato di Israele nel ’48. E’ questione di tempismo e di evidente assenza di misure alternative concretamente raggiungibili.

Contrari all’idea, sono anche gli Stati Uniti: perché contraria è Israele, anzitutto, e perché, come dichiara il portavoce del dipartimento di Stato, è “controproducente[169]” rispetto all’obiettivo della pace in Medioriente: essa, come è noto si può in effetti raggiungere solo con il negoziato diretto: come quello che va avanti, si vede bene quanto utilmente, dai tempi della stretta di mano alla Casa Bianca tra Rabin e Arafat alla presenza di Clinton.

●D’altra parte sembra consigliare cautela, con considerazioni di ben altro buon senso, pure chi, come il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha chiaramente mostrato di essere sensibile in modo politicamente equilibrato e attento alla causa palestinese. Al presidente del’ANP Mahmoud Abbas, faccia a faccia, a Ramallah, fa osservare che[170]:

• qualsiasi colloquio di pace che potesse riprendere mai con Israele sarebbe inefficace se la parte palestinese continuasse ad escludere Hamas, o – certo – se Hamas continuasse a lasciarsi escludere; lui continuerà a lavorare per convincere le due parti a tornare a lavorare insieme anche se persistono seri problemi sia sul fronte della condivisione delle responsabilità per la sicurezza dei territori sia per l’ostilità di Israele e degli Stati Uniti all’idea;

• sarebbe pericoloso, come lo stesso Abbas ha fatto trapelare più volte, nella frustrazione che gli impone ogni giorno l’inconcludenza e la soggezione del suo mentore principale, gli Stati Uniti, nei confronti di Israele, sciogliere l’Autorità nazionale palestinese che, mentre si continua a lavorare e a consolidare l’idea dello Stato indipendente sarebbe meglio, invece, sviluppare e rafforzare;

• per questo, dice Erdogan, è importante valorizzare il grande lavoro che sta conducendo il primo ministro dell’ANP, Salam Fayyad, per dar vita a una struttura di governo e burocratica che per la prima volta i palestinesi della strada sembrano considerare capace e anche – come lui: e non è davvero poco – “onesta”.

●Per concludere gli spunti che in questa Nota riserviamo a Israele, alla Palestina, al nucleo – atomico anche – che costituisce ormai il cuore di questo problema in Medioriente, è forse utile citare una delle voci più preoccupate che sistematicamente, da sempre – dal 1948 – si levano a riflettere e far riflettere, inutilmente per lo più, quel paese sul suo presente e sul suo futuro con accorata preoccupazione: la voce di chi Israele aveva contribuito a fondarla con ben altri sogni e previsioni però dalla società guerresca e fondamentalisticamente espansiva che da subito per volontà di chi fra i fondatori prevalse, i sionisti di sinistra e di destra, Golda Meir e Menahem Begin, assunse lo Stato che si definiva, e ha voluto essere, nel mare del’islamismo arabo lo “Stato ebraico”…

Qualcuno ha scritto in questi giorni – ha osservato[171] rivolgendosi all’unica forza che, secondo la sua analisi, potrebbe portare Israele a riflettere su un altro futuro che resta possibile per sé e per tutti – che il sostegno dell’America a Israele costituisce un caso di ‘suicidio assistito’. E, in Israele, dare una mano a chi si vuol suicidare è un crimine anche se, di per sé, il suicidio è invece consentito dalla legge. Dio – dicevano i romani – prima fa impazzire coloro che vuole perdere. Speriamo che,  prima che sia troppo tardi, riusciamo a riprenderci la nostra sanità mentale”.

Purtroppo le speranze di gente come Avnery sembrano mal riposte, come sempre. Gli USA non intendono fare pressioni su Israele. Sì, fanno sapere che non sono d’accordo sulla sua linea relativa a moltiplicare e rafforzare gli insediamenti, colonizzando “ebraicamente” sempre più territori palestinesi. Però, non hanno alcuna intenzione di spingere. Loro fanno pressioni su tutti, amici e nemici, di ogni tipo e di ogni intensità. Ma mai – mai! – su Israele.

E dicono[172] che, se effettivamente verrà presentata una risoluzione al CdS dell’ONU, come annunciano di volere i palestinesi, che chiedesse la fine degli insediamenti loro metteranno, comunque, il veto: è perché non aiuta a far avanzare il “processo di pace”… Il che?!?! Processo di che? quello che, invece, sarebbe aiutato dagli spernacchi strafottenti e, inesorabilmente, suicidi di Netanyahu.

Speriamo di sbagliarci e che, malgrado la sua profonda disperazione, spes contra spem, visto che non ci sono alternative, insieme a noi abbia torto Avnery. Ma ormai chi ci crede? Però, secondo alcuni falchi israeliani c’è ancora un po’ di tempo almeno prima di decidere di scatenare la guerra al’Iran.

●Dice, infatti, il vice primo ministro Moshe Yaalon alla radio di Israele di sperare che gli sforzi americani di bloccare lo sviluppo del nucleare iraniano avranno successo ma che, al fondo, si tratta solo di “costringere” Teheran a scegliere “tra il suo programma nucleare o la sua sopravvivenza”[173]. Che, messa così, è solo l’ennesima e, per ora, ultima provocazione verbale. Ma si basa sul fatto, dichiarato da Yaalon come noto a Israele, che l’Iran non ha attualmente la capacità di costruirsi una bomba nucleare e che il suo programma di arricchimento dell’uranio ha subito ritardi di non poco conto (questo non lo dice, ma tuti lo sano, grazie soprattutto ad azioni di sabotaggio e non solo elettronico)… per cui, ormai, prima che ci riesca rimarrebbero ancora tre anni. 

●L’ultimo rapporto dei cinque finora presentati semestralmente al Congresso dal Pentagono su come sta andando la guerra in Afganistan attesta che la “violenza”, come pudicamente e ingannevolmente chiama l’azione degli insorti, ha raggiunto livelli record  e che la resistenza è oggi più diffusa che mai[174]: malgrado ciò gli autori o meglio il dipartimento della Difesa che ha dato il titolo al documento lo ha chiamato — Rapporto sui progressi verso la sicurezza e la stabilità in Afganistan.

Malgrado il raddoppio del contingente americano ordinato da Obama (100.000 soldati) e gli altri 50.000 di paesi NATO che insieme costituiscono l’ISAF, le condizioni di sicurezza nei 124 distretti del paese che NATO considera “chiave” restano “relativamente invariati”. Qualsiasi progresso si possa dare per acquisito è in effetti “lento e del tutto incrementale” (cioè, appunto, anche in progress, forse, ma comunque assai lentamente). Dal 2007 ad oggi c’è stato un aumento del 300% degli scontri armati e, dall’anno scorso, del 70% “malgrado – o, chi sa?, forse proprio a causa, no? – dell’incremento di truppe” straniere.

Tutti gli altri giudizi del Rapporto, se si prescinde dai titoli volutamente rosei e lo si legge integrale com’è, hanno questo tono: sulla percezione del peggioramento, in crescita, da parte dei “nativi” (“indigenous people”: dice proprio così); il sostegno “indigeno” (cioè popolare) agli insorti: al massimo da sempre; il livello di controllo e di iniziativa dei talebani rispetto a quello degli alleati ISAF sul campo: “sproporzionato”, a favore loro; la fiducia degli afgani in una sicurezza, magari in prospettiva, crescente: praticamente “nulla”.

Poi, e in sintesi, c’è la “corruzione diffusa” del regime sostenuto dagli alleati che “ha un effetto corrosivo su tutti gli sforzi dell’ISAF: la percezione da parte degli afgani di ingiustizie e abusi di potere alimenta l’insorgenza in molte aree del paese ancor più di quanto faccia la stessa incapacità del governo afgano a fornire servizi” alla popolazione.

E qui ci fermiamo: per carità di patria, se fossimo americani; o per un po’ di amor proprio e di autorispetto, essendo lì su loro richiesta… Non senza aver ripetuto ancora una volta la domanda di fondo: ma che ci stanno, che ci stiamo, a fare laggiù in Afganistan, coi nostri 150.000 soldati e più e il fiume di risorse che buttiamo dentro quel buco nero da anni!!?? (due punti interrogativi e pure due esclamativi).

Non abbiamo ancora capito com’è – o forse l’abbiamo capito anche troppo bene – ma ci è tornato fulminante alla mente, dopo aver letto questo’ultimo Rapporto del Pentagono (105 pp., fitte fitte), il giudizio con cui il senatore americano J. Wiliam Fullbright, insieme a un solo altro collega su 100, votò contro i poteri di guerra che Lyndon Johnson, senza avere il coraggio di dichiararla, nel 1966 chiedeva al Senato, dopo aver provocato – con il cosiddetto e fasullo incidente del golfo del Tonchino – l’escalation nel Vietnam: “E’ inutile e malsano per qualunque paese impegnarsi in crociate globali in nome di princìpi o di idee trascurando al contempo i bisogni dei loro popoli”.

E questo non è affatto egoismo. E’ solo buon senso comune. Com’è finita in Vietnam lo sappiamo. In Iraq, pure. E come sta andando a finire in Afganistan lo vediamo tutti. Se non siamo ciechi o non ci lasciamo accecare. La cosiddetta ultima revisione in progress della strategia sull’Afganistan[175], alla fine, conclude con un verdetto – stavolta non del Congresso ma dell’Amministrazione stessa – inevitabilmente contraddittorio. All’estremo.

Le forze armate americane potranno cominciare a ritirarsi gradualmente dal terreno afgano secondo la scadenza prevista, a partire dal prossimo luglio, “anche se i segnali di progresso sul terreno sono contraddittori”. Però, il percorso che stiamo tenendo “si mantiene in rotta, ripete Obama, “e io non sposto il nostro obiettivo che resta sempre lo stesso da dieci anni: Osama bin Laden”… che però rimane rimene sempre l’uomo invisibile, l’oggetto inafferrabile. “Però. “con i 140.000 soldati che schieriamo oggi in Afganistan, il progresso c’è stato, anzitutto nel respingere le forze talebane dai dintorni di Kandahar, la loro base spirituale (sic!) e la seconda città del paese”.

Però…, anche se…,  tuttavia…, non di meno…, comunque…, malgrado… E poi…

Poi il vicepresidente Biden va subito dopo in televisione a dire che però – un altro però… – è certo che il ritiro americano dell’estate 2011 non sarà per niente cosa di facciata e ribadisce che, invece, è sicuro che il ritiro americano “assolutamente e sicuramente” completato entro il 2014. Che è, per lo meno, azzardato dare per certo e, in ogni caso, è il contrario di quel che ha detto Obama indicando che alleati NATO e Stati Uniti saranno sempre presenti anche dopo il 2014[176]

Il fatto è che la rotta che Obama, dopo Bush, sta tanto fermamente tenendo sembra sempre più un tunnel senza sbocco e l’America, esclusi i falchi artigliati e le colombe che hanno troppa paura di essere prese per tali, ne vuole uscire e che la lista delle cose che continuano ad andare di male in peggio è deprimente, oltre che molto lunga: comincia con la documentazione dell’incompetenza e della corruzione nel governo Karzai e va avanti con l’elenco dei tanti posti che, contrariamente a Kandahar, vedono invece in stallo o in ritirata le truppe alleate.

Come è stato riferito il 15 dicembre, due nuovi rapporti di intelligence – che WikiLeaks non ha ancora pubblicato ma di cui già ha avuto visione il NYT – attestano specificamente sue novità-non novità sul rapporto tra USA, Afganistan e Pakistan: la normalità, la consuetudine con cui i militanti talebani passano attraverso quella che per loro è la gruviera del confine pakistano; e, anche, il rifiuto secco del Pakistan a “chiudere” quelli che, nel loro gergo e per analogia con le loro analoghe strutture, gli americani chiamano i centri di rifornimento e ricreazione (Resupply, Rest and Recreation, RR&R) dei talebani, o sempre in gergo (quello militare, questo dell’intelligence) i “santuari” di cui godono sul loro territorio.

●L’ammiraglio Mike Mullen, capo dei capi di Stato maggiore USA che si è incontrato una trentina di volte in meno di due anni col capo di stato maggiore, capo delle Forze armate ed ex capo degli onnipotenti Servizi segreti militari pakistani, generale Ashfaq Parvez Kayani, non è ancora riuscito a convincerlo a fare la guerra ai talebani— da quest’orecchio, in realtà, Kayani neanche ci sente e mai, come i suoi predecessori, mai ci ha sentito…

Lo ha convinto, con qualche giorno di ritardo, quando la pazienza americana si andava esaurendo a “annunciare” – a annunciare… – che i militari pakistani stanno “pianificando” – pianificando… – un’offensiva nella regione del Nord Waziristan che avrà luogo “probabilmente” – probabilmente… – tra un po’ più di sei mesi, dopo l’estate del 2011.

Ma gli Stati Uniti non sembrano molto soddisfatti, anche se Mike Mullen si dichiara “in qualche modo appagato”, e continueranno a far pressione sull’esercito pakistano anche se sanno bene che non si muoverà finché non riterrà, a proprio unico e sovrano giudizio, di avere garanzie che, se si muove, sarà in grado di mantenere sempre il controllo dell’area interessata.

Non – dice esplicitamente un portavoce, anonimo però, dello Stato maggiore di Islamabad[177] – non come è accaduto tempo fa nella regione della cosiddetta agenzia Bajaur…, uno dei territori sotto controllo federale a nord di Peshawar, dove gli americani spinsero i pakistani ad entrare con esiti pressoché catastrofici…

●Infatti, solo dopo qualche giorno, arriva una prima precisazione pakistana (la prima di diverse, vien dato capire). Il portavoce delle Forze armate di Islamabad maggior generale Athar Abbas[178] comunica che gli attacchi di Natale e Santo Stefano nelle regioni tribali di Mohmand e Bajaur, già dichiarate “bonificate” (termine già di per sé raccapricciante quando applicato ad esseri umani), “dimostrano come la bonifica deve essere ancora condotta a buon fine e completata e che, in queste condizioni, è impossibile gettarsi a testa bassa in un’altra campagna militare[179].

Spiega il generale Abbas che i leader dei talebani del Pakistan, Maulana Fazullah nella vallata dello Swat, a cavallo tra Afganistan e Pakistan nord-occidentale, Maulvi Faqir Mohammed a Bajaur e, a Mohmand, il comandante Umar Khalid, erano personalmente alla testa dei gruppi d’assalto che hanno condotto, coordinandoli con efficacia, gli attacchi tra il fiume Kunar e il confine pakistano e che gli insorgenti hanno anche avuto l’appoggio dei comandanti al-qaedisti Qari Zia-ur-Rahman e Mufti Misbahuddin con militanti, armi e rifornimenti dalla loro roccaforte nel Nuristan afgano.

Il termine operativo che preoccupa maggiormente qui i pakistani è che gli insorti stano superando, per schierarsi contro di loro come strumenti degli americani, leuanto strumenti degli americani,  loro non irrilevanti rivalità e si vanno efficacemente “coordinando[180]… Insomma, con buona pace dei generali e del presidente americani, l’attacco massiccio al Waziristan del Nord da parte pakistana non è proprio cosa. Almeno per ora…

Del resto, l’ufficiale americano che coordina e comanda le truppe alleate sui 261 km. di estensione di quella parte dell’Afganistan orientale che copre il confine col Pakistan, tal colonnello Viet Luong, dice che gli americani ormai combatteranno gli insorti solo al di fuori dei villaggi afgani perché lì non c’è alcun modo di controllare il territorio senza votargli risorse sproporzionate e una cooperazione delle tribù che “non è disponibile[181].

●Sulla revisione strategica in sé, questa operazione di “diagnostica”, come anche la chiama il rapporto stesso, sembra soprattutto servire a fare il punto e a definire l’agenda di quella che in primavera dovrebbe essere, forse, la base di una vera e propria “prescrizione”, stavolta – ma sempre forse – più definitiva. Molto dipenderà, dice la diagnosi, dal calcolo strategico del Pakistan di negare i santuari ai talebani. Un dilemma, viene chiarito, che non sarà mai facile sciogliere una volta per tutte visto che tutti i personaggi in questione – i talebani come i capi e i quadri dei servizi segreti pakistani e la gran maggioranza di tutti pakistani – sono genti della stessa etnia pashtun e della stessa ala sunnita estrema dell’Islam[182]

D’altra parte, vista la tensione in genere sotterranea ma ogni tanto anche esplosiva che da sessant’anni caratterizza i rapporti tra Cina e India, il Pakistan trova da sempre accanto e con sé un altro strettissimo alleato “strategico” come Pechino, molto meno ipocritamente esigente. Oggi, a metà dicembre, mentre il premier cinese Wen Jabao conferma parlando a Islamabad che Pechino “non abbandonerà mai il Pakistan” (e che lo capiscano bene a New Delhi e Washington), viene annunciato che i due paesi hanno concluso accordi commerciali per il valore di 35 miliardi di $[183] (soprattutto per investimenti nello sviluppo di energia eolica e solare).

E poi, considerazione finale almeno per quel che riguarda la Revisione – nel senso di ultima per ora, non certo di definitiva – per metterla come fa un altro osservatore, un professore britannico che insegna di questioni mediorientali al King’s College di Londra, sembra ormai suonata la fine dell’impennata afgana con la morte per infarto dell’ambasciatore Richard Holbrooke a metà dicembre e, qualche mese prima, il licenziamento in tronco per mancanza di giudizio del gen. Stanley McChrystal, il comandante supremo in Afganistan: i due principali architetti di quella strategia[184].

Da Kabul, però, le notizie cattive che diventano pessime non hanno smesso di arrivare. Adesso, è addirittura il procuratore generale Ishaq Aloko a denunciare che i risultati delle elezioni di settembre sono “falsi” perché la presidenza di Karzai li ha sistematicamente “falsificati”. E ha ufficialmente chiesto, perciò, alla Corte suprema del paese di “cancellarli”. Il presidente della Commissione indipendente per le elezioni – un istituto nominato da Karzai stesso – nega, però, sia al procuratore generale che alla Corte il potere, se non proprio il diritto, di negare validità al risultato delle elezioni. L’unico risultato di un’azione sconsiderata come questa, dice, è quello di aprire una crisi politica nel paese[185]

Come continua, pateticamente a tentare di fare nientepopodimeno che il gen. Petraeus – il successore di McChrystal – quando dice[186], forse anche con qualche ragione, che no, Karzai – garantisce lui – non è affatto un corrotto (anzi ad ascoltarlo bene non dice proprio così: dice, con prudenza, che “personalmente non è stato mai accusato di corruzione”… anche se, certo, “si è circondato di corrotti”); e soprattutto fa rilevare che non si può pretendere “in un decennio di trasformare l’Afganistan in una Svizzera” al di sopra di ogni sospetto (che lo sia, la Svizzera, ci crede però solo lui…); e che, da quando esiste, l’Afganistan è sempre stato un paese retto dalla corruzione (lettura invero semplificata, e assai rapida, della storia afgana)…

Per quel che ci riguarda, torniamo a chiedere, sempre meno sommessamente però, perché – se è così, se è come dite voi stessi – dovremmo mai continuare a difenderlo, questo regime corrotto e destinato ad esserlo per sempre, signor generale? Sempre più vero appare il giudizio di un libero osservatore che da anni segue e tampina e critica giorno per giorno il non-progresso della guerra americana: “Dopo otto anni – scriveva: oggi quasi dieci – di sconfitte, sbagli, piccoli successi e un mucchio di pomposi studi ed analisi tese a risolvere tutti i problemi dell’Afganistan, il governo americano non ha ancora la minima idea su quel che ci sta davvero facendo[187].

●A metà dicembre, la morte improvvisa di Richard Holbrooke, ambasciatore plenipotenziario di Obama per l’Afganistan (era stato a suo tempo lo zar, come lo chiamano qui, della politica americana su Serbia, Bosnia e Croazia alla fine degli anni ’90) potrebbe riaprire un po’ i giochi. .

Holbrooke  è sempre stato un diplomatico sui generis, un idealista kennedyano di quelli puri e duri  che volevano convertire il mondo ala democrazia perché era diritto di ogni uomo averla,  anche magari a costo di bombardargliela in testa se necessario coi B-52, un duro anche troppo sicuro di sé, incapace di sfumature e come dice chi lo ha conosciuto spesso brillante ma anche troppo arrogante – uno che era tornato a contare dei resti del secondo mandato, il più legnoso e nei fatti reazionario, dell’Amministrazione Clinton.

E’ stato anche un diplomatico-politico brillante, pienamente cosciente dell’uso e dell’importanza dell’uso della forza in diplomazia – i bombardamenti che ha fatto usare senza remissione per esempio contro Milosevic per fermare i suoi crimini: ma la stesa forza che ha deliberatamente rinunciato a usare contro criminali come e peggio di lui, tipo il presidente croato Tudjman, perché aveva deciso che quello doveva essere suo alleato… Gli succede ora Frank Ruggiero che, invece, è un diplomatico di carriera già messo accanto a lui proprio per “moderarlo” (e che, al contrario di Holbrooke, iniziative di testa sua è restio a prenderne).

Secondo alcuni osservatori, potrebbe adesso anche così essere impressa una direzione nuova alla politica USA in Afganistan[188]: sostanzialmente cercando di spostare gradualmente un ruolo molto più forte e visibile sulle spalle dell’ONU come tale, che Holbrooke aveva sempre osteggiato, piuttosto che su quelle degli USA sotto specie di esercito di occupazione, alla ricerca di una soluzione alla guerra… Si tratta plausibilmente di un’altra illusione. Ma forse, senza più Holbrooke tra i piedi, a Washington adesso ci proveranno.

Comunque, approfitta subito del momento Islamabad che da tempo sta premendo su Washington perché sostenga gli sforzi di “riconciliazione” di Karzai anche con la creazione di un “ufficio di contatto” dei e per i talebani in un paese neutrale per accelerare anche così una soluzione politica della guerra afgana. Lo dicono esponenti del governo[189], chiarendo che la proposta è stata di recente discussa a Istanbul in un incontro trilaterale tra i presidenti di Pakistan, Afganistan e Turchia e che il loro paese è decisamente favorevole all’idea. Che, però, non è chiaro cosa precisamente significhi…   

●Intanto il ministro degli Esteri tedesco dice, da una parte, che la Germania comincerà a ritirare truppe da Kabul alla fine del 2011 – cioè, dopo l’inizio del ritiro degli americani, come qualcuno, al Bundestag dove parla, gli fa puntutamente osservare – e poi fa nota, insieme, che andare in Afganistan è stata “la cosa giusta da fare per difendere la sicurezza del popolo tedesco” (sic! anche se si è guardato bene, per pudore, di parlare di difesa della democrazia in Afganistan); ma anche “la cosa giusta da fare” è andarsene adesso da Kabul “di fronte a un impegno che non sembra aver sbocco né fine[190]… Alla faccia di ogni coerenza non soltanto politica ma anche solo logica…

●In Iraq, a metà dicembre sembrava che al-Iraqiya, dopo aver fatto fuoco e fiamme, stesse per abbandonare al suo destino il vecchio leader Iyad al-Allawi, che l’aveva condotta come lista “laica”, aperta non solo a sciiti ma anche a sunniti e candidati non schierati “settariamente”, a una vittoria elettorale ad aprile scorso di stretta misura (due seggi) vanificata poi dal convergere in pratica di tutti gli altri, su spinta sostanzialmente iraniana, sul candidato primo ministro della coalizione sciita, al-Maliki, che – ad interim – è rimasto al potere anche a otto mesi da quando il suo mandato è scaduto.

Il fatto è che se Allawi non entrasse nel nuovo governo – accozzato comunque col bilancino dei diktat e delle convenienze dei vari settarismi, dice lui steso sprezzante al Times di Londra[191] – ci entreranno comunque parecchi dei suoi seguaci: vice presidente nel gabinetto di al-Maliki diventerà, hanno deciso tra di loro, Saleh al-Mutlah e Tariq al-Hashemi sarà il vice primo ministro mentre il posto di ministro delle Finanze toccherà a Rafie al-Issawi, secondo le notizie riportate dal quotidiano Al-Sumaria News[192].

Il primo ministro designato, Nouri al-Maliki, non resiste però alla tentazione di versare sale sulla ferita aperta, chiarendo allo stesso Al-Sumaria che, comunque, tra formazione del governo e incarico ad Allawi della presidenza del Consiglio nazionale per le politiche strategiche (l’NCSP, dall’acronimo inglese, ovviamente)– il posto che era stato “concesso” per intervento diretto di Obama preoccupato dell’eccessivo e quasi provocatorio squilibrio tra sciiti e sunniti nel governo – non c’è alcun rapporto.

Cioè, alla fine, il Consiglio non sarà un organo governativo, spiega adesso il premier in pectore,  e l’impegno assunto nel corso dei negoziati su richiesta di Obama e impulso formale del presidente della regione curda semi-autonoma dell’Iraq, Massoud Barzani, “mirava a garantire l’integrità politica del paese”. Insomma, sul punto, Allawi aveva ragione dal principio a considerarlo solo come un contentino per l’allodola americana[193].

●Alla penultima ora, poi, nel tentativo di recuperare al-Allawi, al-Iraqiya decide di presentare – riferisce il quotidiano di Bagdad Aswat al-Iraq – una proposta di legge che ridefinisce in termini ampi i poteri del Consiglio per la strategia nazionale[194]. Indipendente sia finanziariamente che amministrativamente, dovrebbe anche poter contare su poteri legislativi, esecutivi e legali suoi propri, definire le linee generali delle politiche statuali e presentare bozze di legge di rilievo strategico, come dice il suo stesso nome, nel campo della politica estera, di sicurezza e militare riorganizzando da sé i suoi legami con le forze armate e i vari ministeri. Il suo presidente, cioè Iyad al-Allawi avrebbe gli stessi diritti e i poteri formali del premier e poter invitare di propria iniziativa chiunque a presenziare ai lavori dell’NCSP.

In effetti, la bozza definisce i poteri del Consiglio in termini tanto ampi da ottenere subito l’assenso di al-Allawi e da venire respinta all’istante come pura provocazione dalle altre formazioni politiche. Lo chiarisce subito il deputato Abbas al-Bayati all’agenza al-Sumaria il giorno dopo[195]: è solo il loro punto di vista, quello che vorrebbero e un posizione da cui partire per poi ridimensionarla e di molto, specifica.

Poi, in un gesto di pubblica e ostentata conciliazione (ma questa è una cultura che premia sempre i gesti sulle parole e spesso anche sui fatti, immaginate un po’ sugli accordi firmati) il primo ministro Nuri al-Maliki incontra e si fa fotografare mentre chiede a Iyad al-Allawi di accettare l’incarico che, con poteri assai limitati ma soprattutto sempre imprecisati, sarà però l’organo che nel governo – proclama adesso ufficialmente Maliki – “supervisionerà”  le questioni di politica estera e di sicurezza.

Lo comunica alla stampa internazionale una portavoce di al-Iraqiya, dicendo che Allawi in linea di principio ha accettato. Ma non riesce a chiarire, anche se in effetti risulta a tutti evidente, che ancora non è chiaro per niente quali saranno i poteri effettivi suoi e del NCSP. O, piuttosto, è chiarissimo[196]: se ci saranno conflitti, diciamo, tra le sue decisioni e quelle del ministro degli Esteri, quella finale spetterà sempre a Maliki, spalleggiato dalla sua maggioranza al governo. Il che significa che l’assetto salterà subito in aria…

In effetti, a cose ormai proclamate e concluse, Iyad al-Allawi ci tiene a dichiarare alla stampa e ai media iracheni e americani – degli altri giustamente poco gli importa – che Il PM iracheno dovrà star attento a tener fede all’impegno di condividere il potere[197].

Alla fine – bè… alla fine: bisognerà vedere se sarà poi questa, davvero, la decisione finale, sempre che gli altri problemi, quelli di routine nel mercato delle vacche con cui ci si spartiscono i posti tra le varie sette, le varie etnie, i vari cacicchi, ecc., ecc., siano definitivamente risolti – alla fine, il 21 dicembre, quasi al limite del tempo consentito, al-Maliki fa approvare una lista di governo che comprende anche 10 ministri di al-Iraqiya e 8 del gruppo al-Sadr… e un organigramma nel quale molti posti non hanno ancora alcun designato: per sé, ad interim, riserva i dicasteri della Difesa e degli Interni.

Ma è abbastanza rivelatore – o forse sembra così solo a noi che, ammettiamolo, siamo un po’ prevenuti – che non ci sia il nome del capo lista e leader di al-Iraqiya nella lista. E ancor più sospettabile, sempre a noi, pare che nell’articolo ampio del NYT[198] che dà conto del voto e del suo contesto, non appaia neanche per sbaglio proprio il nome di Iyad al-Allawi né a lui un qualsiasi accenno. E che i dicasteri scoperti siano tutti, in pratica, quelli concernenti la sicurezza…

Tanto che poi subito arriva la conferma: Hassan Fatwali, deputato dell’Alleanza nazionale irachena, l’INA di al-Maliki che si è presa la titolarità di 16 ministeri (la metà al gruppo di al-Sadr) dichiara[199] che la legislazione sulla creazione dell’NCSP, il Consiglio strategico, non ha ancora assunto la forma di un proposta di legge perché proprio non c’è accordo nel suo gruppo nel formularla sui suoi poteri e sui suoi doveri: anche se era la condizione sine qua non per l’adesione di al-Iraqiya e di Allawi.

●Non si capisce ancora se, come e a quali condizioni alla fine si formerà questo benedetto governo che aspetta di nascere da nove mesi. Ma subito al-Maliki si preoccupa di disinnescare l’altro argomento su cui nella coalizione di governo tutto rischia ancora di saltare: intervistato in America[200] dice che è deciso ormai una volta per tutte: i soldati americani lasceranno il paese “completamenteentro il 2011.

D’altra parte, spiega, potrebbero restare solo se i due paesi negoziassero un nuovo status of forces agreement a livello di governi— e il suo non ci starebbe, assicura; e poi i due parlamenti approvassero— non certo quello di Bagdad e lui crede neanche quello di Washington.

L’Iraq non si lascerà poi attirare “nell’asse o nell’orbita” di nessuno e il ritiro completo delle truppe americane rimuoverà        quella che è stata e resta una motivazione primaria dell’insorgenza. Poi bisognerà saper rifiutare, e lui garantisce che lo farà, sia la “paranoia” di alcuni (chi sa chi…) di fronte a un’alleanza con l’Iran, che la paura dello stesso Iran dell’influenza americana.   

●Altro nodo, delicato davvero, e che il PM dovrà trovare presto il modo di sciogliere senza tagliarlo per non rischiare lo scoppio della sua coalizione è quello del referendum reclamato nel nord curdo dell’Iraq (che, però, secondo al-Maliki ma non secondo i curdi, per essere tenuto esigerebbe una modifica costituzionale) sulla ripartizione del reddito petrolifero del paese.

Adesso (bé, adesso… quando saranno completati e in funzione…), col completamento di quattro terminali galleggianti per l’export che dovrebbero poter trattare 3,6 milioni di barili di greggio al giorno, è previsto che si esauriscano anche almeno parte dei problemi cronici di liquidità del paese.

E i curdi vogliono la loro fetta del bottino. Come vogliono avere parola in merito nella prossima (bé, prossima… futura) costruzione di un oleodotto che dal nord dell’Iraq, dal Kurdistan iracheno cioè, dovrebbe portare a Baniyas, in Siria, 3,6 milioni di barili di petrolio al giorno[201].

●Recuperando quanto aveva accennato nel “discorso alla nazione” di fine novembre, sulla necessità di un accordo complessivo di sicurezza tra Russia e NATO, il presidente russo Dmitri Medvedev dice[202], parlando di fronte agli altri capi di Stato e/o di governo e ministri degli Esteri dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, ad Astana, in Kazakistan, che un trattato di sicurezza pan-europeo è “forse ancora prematuro” ma anche che è indispensabile lavorarci “per farlo arrivare prima o dopo a buon fine”.   

Riprende il tema, a modo suo – come dice l’ambasciata americana a Mosca e ha rivelato Wikileaks, da “alpha dog”, da duro capo branco – come gli è usuale ancora più esplicitamente rispetto al presidente, proprio dal nodo centrale e più immediato il primo ministro Vladimir Putin in un’intervista a Larry King della CNN[203]: se gli Stati Uniti non ratificano adesso, come al momento della firma si erano impegnati a fare, il Trattato START sulla riduzione degli armamenti strategici, la Russia dovrà rafforzare le proprie forze nucleari.

Non è una minaccia e non vogliamo doverlo fare, ma lo faremo se dovremo armarci contro “nuovi pericoli” come quelli che porrebbe uno scudo spaziale americano piazzato in Europa e, se non c’è alcun trattato, a noi non aperto e, quindi, diretto contro di noi. L’argomento che lo scudo serve a proteggere tutti contro l’Iran non convince nessuno: né tecnicamente, né strategicamente, né politicamente e convince pochi anche in America. E, in ogni caso, “questa è una minaccia che, al momento, non c’è: lo dice pure il Pentagono”.

Del resto, uno dei dispacci che Wikileaks ha pubblicato, e che era stato di certo fra i primi ad arrivare sulla scrivania di Putin, segnato urgente col pennarello rosso, raccontava di come il governo Obama abbia tenuto a informare, in segreto, la Polonia del fatto che il nuovo sistema potenzialmente antimissilistico può ben essere comunque “adattato per opporsi a minacce provenienti da altre direzioni[204]. E, come è ovvio, sia Varsavia che Mosca hanno letto ora queste comunicazioni “segrete” come prove di quanto hanno sempre sperato e/o sospettato: che lo scudo  può essere usato anche e proprio contro la Russia, malgrado tutte le pie assicurazioni in contrario.

Si tratta di un’informazione che, fa osservare il ministero russo della Difesa[205], ora vede pubblicata una mappa dettagliata, e recente, di un ipotetico piano di difesa della NATO per gli Stati baltici e la Polonia contro un ipotetico piano di attacco russo che agli occhi di Mosca appare per lo meno strano alla luce della definizione votata all’unanimità dal Consiglio della NATO che proclama, addirittura, “l’interdipendenza tra la sicurezza dei paesi dell’Alleanza e quella della Russia” e l’impegno, sottoscritto anche da Mosca, che tutte le parti contraenti si asterranno dall’uso della forza…

La Russia, in conseguenza di questo nuovo clima ma anche per prepararlo, ha provveduto a ridurre i sistemi di armamento pesante nella regione di Kaliningrad, al confine polacco, riducendo – viene sostenuto a Mosca – il suo potenziale militare verso l’occidente. La NATO, poi, continua a pattugliare gli spazi aerei baltici invece di accettare il piano avanzato da tempo dallo Stato maggiore russo di preparare e allertare operativamente una difesa congiunta contro l’unica vera minaccia che esiste: quella di un possibile attacco aereo contro bersagli nel Baltico da parte di qualche organizzazione di “fanatici militanti”.     

In queste condizioni, se non scompare ogni dubbio, se non diventa lampante che si tratterà di una piattaforma di “difesa” comune, se non viene accettata nei fatti la proposta che abbiamo avanzata e che è stata accolta in linea di principio, di sviluppare insieme, la NATO e noi con la NATO, un sistema europeo di difesa missilistico integrato, Putin dice che la Russia dovrà evidentemente pensare da sola a rafforzare il suo armamento.

Se alla nostra proposta le risposte saranno nei fatti negative”, e se ulteriori “fattori di squilibrio” venissero “ammassati ai nostri confini”, la Russia sarà costretta – ma dal no degli interlocutori, non per volontà propria – ad assicurare la sua sicurezza con altri mezzi, incluse “nuove tecnologie missilistiche nucleari”.

Insomma, è meglio capirsi subito e far capire subito a tutti come stanno le cose… Tanto più che, da Washington, arrivavano altri segnali per lo meno equivoci: il più allarmante dei quali[206] faceva rilevare come il vice presidente dei repubblicani al Senato, Jon Kyl, a nome del suo gruppo – che fra un mese avrà i numeri per bloccare la ratifica dello START II – intendesse avanzare 12 emendamenti al testo concordato tra i governi di USA e Russia.

Il più importante dei quali era inteso a rimuovere dal preambolo il riferimento al legame che esiste nei fatti – come sempre nella storia, tra spada e scudo – tra carattere offensivo e/o difensivo degli  armamenti strategici… Secondo i russi, ma anche gli americani che con loro formularono quella clausola (tra gli altri i presidenti Obama ma anche non Bush il piccolo m anche i suoi segretari di Stato e della Difesa, i capi di Stato maggiore di allora e di oggi), così cambierebbe però, drasticamente fino a renderlo più dannoso che inutile, la natura e il senso del Trattato.

Se rinnovato, esso chiederà a USA e Russia di ridurre gli arsenali nucleari perché entro sette anni dalla ratifica nessuno dei due schieri più di 1.550 testate nucleari strategiche (semplificando: in grado di raggiungere la Russia dall’America e viceversa) e un massimo di 700 lanciatori (missili e aerei). E richiede anche la ripresa delle ispezioni reciproche in sito, degli americani sulle armi russe e dei russi su quelle americane che non ci sono più, ormai, da quando lo START I è scaduto.

E’ questo che non vogliono i falchi, che l’ “altro” abbia lo stesso diritto di cui gode il “paese di Dio”; ma, poi, se non rinnovato, il non Trattato sottolineerebbe ancora una volta l’ipocrisia sfacciata di chi vuole imporre qualcosa agli altri (alle ambizioni nucleari non solo militari ma perfino civili di altri come l’Iran, per esempio) senza dare niente da parte propria e, quindi, minerebbe ogni residua credibilità dell’America e potrebbe addirittura rilanciare una corsa agli armamenti. Ma è proprio quello che vogliono i falchi. Che, certamente, acquattati ci sono anche a Mosca.

Alla fine, il nuovo Trattato al Senato americano è passato, coi 2/3 dei voti necessari (i democratici, tutti, e anche un significativo numero di repubblicani: qui Obama ha dato personalmente battaglia e si è, personalmente, conquistato i voti incerti, uno per uno, parlando con tutti gli interlocutori dubbiosi: tuttaltro Obama da quello che, in politica interna ma anche in tutti gli altri versanti della politica estera o falcheggia lui stesso o cerca solo compromessi e incassa, in sostanza, soltanto sconfitte).

E’ stato importante che lo START II sia riuscito a passare adesso perché col nuovo Senato eletto a novembre dal prossimo gennaio sarebbe certo stato molto più complicato, forse impossibile. Alla fine pare che il testo non contenga neanche più per iscritto il preambolo unilaterale – che resta come dichiarazione d’intenti americana però – secondo cui Washington dispiegherà tutto il programma previsto di difesa antimissili in Europa.

Il voto finale per la ratifica dello START II è, in conclusione, al Senato anche più ampio di quello che aveva messo fine al dibattito: 71 voti a favore (13 repubblicani) e 26 contro. Ricordava il giorno prima il NYT[207], che “perché il trattato abbia effetto deve essere anche ratificato dal  parlamento russo”. E osservava che “dato il controllo del Cremlino, però, sul sistema politico russo la cosa è considerata una formalità”.

Sembra una valutazione molto molto di parte (non è però una pagliuzza, questa, ma una vera e propria trave negli occhi del Cremlino! solo che, certo, denunciata da chi ha il suo, in ogni caso, di tronco massiccio conficcato nell’occhio suona per lo meno curiosa…). Ma non mette in conto che a Mosca Duma e Cremlino – o, forse sì, Cremlino nell’ordine e Duma – reagirebbero a una simile dichiarazione unilaterale con la loro analoga dichiarazione unilaterale che rafforza, invece, il legame tra scudo e spada: più antimissili = più missili, come nella storia sempre…

E’ la ragione, non esplicitamente dichiarata ma reale, come puntigliosamente e a parte dichiara il ministro degli Esteri Lavrov, per cui la Russia – dove la Duma, la vigilia di Natale, ha subito approvato il Trattato in prima lettura con 350 contro 58 voti – aspetterà di leggere nero su bianco il testo completo della risoluzione di ratifica americana[208] prima di procedere a calibrare e scrivere la propria: perché i termini della ratifica sono cruciali e il testo finale della risoluzione corrispondente deve essere calibrato in modo da non lasciare senza replica, “se ce ne fosse bisogno”, le osservazioni che il Senato americano avesse allegato al Trattato. Insomma, e in altre parole, non vogliamo che domani ci vengano a dire che volevano dire altro…

Però, adesso, Putin tiene a dire pubblicamente due cose importanti e diverse[209]. Che la ratifica americana è un successo straordinario per il presidente Medvedev e la sua gestione della politica estera (e quando già si parla di competizione tra i due per la prossima tornata delle elezioni presidenziali tra due anni, non era affatto scontato). E che, in ogni caso, lo START II costituisce un elemento importante per costruire il rapporto della Russia col mondo e rafforza la fiducia dei russi negli americani (che forse è un po’ più rituale e scontato).

●La ratifica americana dello START II comporta molte congratulazioni da molti paesi ad Obama. Anche la Francia le estende ma si spinge, con ogni probabilità inutilmente, a chiedere la ratifica del Trattato sul bando totale degli esperimenti nucleari[210] del 1996, firmato da 180 Stati e ratificato da 148, come stabilito nell’art. XIV, entrerà in vigore solo dopo l’avvenuta ratifica da parte di 44 Stati con capacità nucleare avanzata. Fra questi, non hanno ancora proceduto alla ratifica Cina, Egitto, Iran, Israele e Indonesia e, soprattutto, Stati Uniti  mentre altri – India, Pakistan e Corea del Nord – non hanno proprio firmato il Trattato.

●Sul rapporto reale con gli USA, qualcosa di più, dopo le rivelazioni di WikiLeaks, hanno capito anche a Varsavia rispetto alle loro illusioni. Vale sempre il vecchio adagio secondo il quale gli Stati non hanno mai amici ma sempre e solo alleati e – come raccomandò il vecchio George Washington nel suo messaggio di addio al paese[211], rifacendosi forse senza neanche saperlo alla lezione di Niccolò Machiavelli – alleati mai “permanenti” e, tanto meno, immutabili perché sempre mutano gli interessi di ogni paese…

Lo dice apertamente, a inizio dicembre, il primo ministro Donald Tusk rilevando il “serio problema” che la Polonia ha scoperto di avere con gli USA, quando WikiLeaks ha svelato il testo dei dispacci dell’ambasciata americana a Varsavia secondo cui, conclude il Times[212]  di Londra, “la Polonia, che dalla fine della guerra fredda ha investito molto in quelli che considerava i suoi ‘caldi’ legami col salvatore americano [che, poi, con Reagan non era stato affatto tale essendosi il presidente americano tenuto ben a distanza da qualsiasi interferenza, se non per qualche brontolio d’avvertimento: la Polonia  essendo stata ‘salvata’ da un’invasione sovietica alla cecoslovacca del ’68, invece, dalla combinazione tra Sołidarnosc, Jaruzelski e il suo “golpe” e, specificamente, Gorbaciov], ha scoperto che l’affetto non era proprio del tutto reciproco”.

In effetti, i dispacci dell’ambasciata americana a Varsavia hanno raccontato al mondo di come il governo polacco si aspettasse, sulla base delle promesse ricevute o di quelle che credeva essere le promesse ricevute, di veder installati dall’America sul suo territorio missili Patriotoperativi”, sotto il controllo di una batteria permanente di circa 110 GIs. E che, invece, si è vista consegnare, dicono i dispacci, “missili Patriot non operativi, cioè non armati, e che gli USA pianificano di inviare un personale di sole 20-30 unità”.

Il ministro della Difesa, Bogdan Klich, ammette che questo è stato il massimo che Varsavia è riuscita a strappare all’Amministrazione americana, rilevando anche che, se alla Casa Bianca ci fosse stato ancora Bush, probabilmente sarebbe stato possibile “avere qualcosa di più[213].  E ha fatto la sua dichiarazione all’agenzia di stampa ufficiale, proprio mentre il presidente Bronislaw Komorowski era in visita a Washington.   

Per cercare di chiudere la tempesta emersa nelle relazioni con Varsavia, non provocata certo da WikiLeaks ma da WikiLeaks sicuramente rivelata al mondo, Obama e Komorowski in una dichiarazione congiunta dopo il loro incontro a Washington dichiarano che “gli Stati Uniti confermano l’impegno a implementare la fase prevista di approccio adattativo alla difesa missilistica europea[214]: che è gergo pentagonese per dire che entro il 2018 gli USA dislocheranno loro missili antimissili SM-3 nell’Est del paese, secondo le linee della dichiarazione sulla cooperazione strategica polacco-statunitense del 2008.

Glissano i due presidenti su un altro antipatico contenzioso aperto tra i due paesi e, ancora una volta, per una promessa americana non onorata che Komorowski non rinuncia ad evocare pur sapendo che mette in qualche imbarazzo Obama: la Polonia due anni fa aveva cancellato la necessità del visto per i cittadini americani, ma i consolati USA in Polonia hanno sì cancellato il pagamento dei visti per i polacchi ma mantenuto quello “odioso” – come ha detto lui – di 100 $ per il modulo di richiesta di visti… ai cittadini polacchi. E il ministro degli Esteri Sikorski si spinge a dire alla Tv che Varsavia non vorrebbe vedersi costretta a ri-istituire la pratica dei visti per i cittadini statunitensi[215]

●Insieme, invece, Komorowski e Obama cercano di ammorbidire le possibili, ma anche scontate, reazioni dei russi sperticandosi in apprezzamenti sull’accordo di cooperazione strategica con la Russia appena concluso a Lisbona in sede di vertice NATO-Russia.

Ma Mosca incalza. A questo punto, dice il ministro degli Esteri Lavrov, dopo Lisbona e le belle cose lì proclamate sulla sicurezza reciproca, anzi addirittura comune, tra NATO e Russia anche l’annuncio che gli USA vogliono far stazionare loro caccia F-16 in basi aeree polacche – e l’ “ingenuo entusiasmo” di Varsavia in proposito – ovviamente legittimi, è però un sintomo della malattia “tipica della NATO, il vecchio riflesso di aumentare lo schieramento di forze” a presunta garanzia della propria sicurezza ma a detrimento di quella di altri Stati: cioè, in realtà, senza migliorarla poi in niente.

E’ una questione di decenza[216], dice l’ambasciatore russo Rogozin. Il piano di difesa della NATO per i Baltici e la Polonia non può da una parte definire, nero su bianco, la Russia come un potenziale aggressore e dall’altra che col potenziale aggressore va messa inxdieme una difesa comune strategica…

Abbiamo entrambi bisogno di un forte sostegno delle nostre rispettive opinioni pubbliche per consolidare la novità strategica superando le fobie e le lamentele reciproche. Il fatto è che l’informazione resa nota da WikiLeaks sugli F-35 sul “potenziale aggressore”, ecc., ecc., getta ormai la sua ombra sull’accordo di Lisbona. E la NATO non se la cava eludendo la questione: la reazione, la risposta, dovrà essere politica.

La NATO, come non poteva del resto che fare ufficialmente – ma, non per caso, col direttore dell’Ufficio stampa che ha a Mosca, Robert Pszczel: volutamente, cioè, non con un esponente “politico” né di prima né di seconda fila – “spiega”[217] (ma è chiaro che si tratta di ufficialese e non di una risposta nel merito al nodo politico e strategico che i russi chiedono di sciogliere) che è stato il Comitato militare dell’Alleanza a decidere la cosa già a gennaio scorso secondo modalità di routine.

E’ stato allora che il “piano di contingenza” (i progetti di intervento sempre approntati e costantemente aggiornati, in base alla dottrina tattica americana, per interventi armati in tutte le aree del mondo salvo poi a non servire a niente o, peggio, solo a far danni) che esiste per tutti i paesi della NATO è stato esteso – con straordinario tempismo, non c’è che dire – alla difesa e al rafforzamento della sicurezza polacca col nome (sic!) di “Aquila guardiana” e l’inclusione in essa degli Stati baltici: come del resto avevano già detto a tutti, russi compresi, i dispacci diplomatici americani resi pubblici da WikiLeaks.

Il problema, in effetti, non è dunque che esistano i contingency plans. L’anomalia, semmai, è che essi continuino ad esistere quando la NATO dichiara a firma di tutti i suoi componenti e proclama con la Russia al’unisono la sua alleanza strategica… Insomma, dicono a Mosca, o siamo alleati o restiamo nemici, ma non tutt’e due insieme: diteci cosa. Ma decidetevi…

Poi, a calmare un po’ la nascente polemica, interviene chi da parte russa di contingency plans se ne intende professionalmente – e, probabilmente, ha i suoi pronti nel cassetto – il capo di Stato maggiore delle Forze armate russe, gen. Nikolai Makarov[218] – che di regola, un po’ come in tutti gli eserciti ma nel suo ancora di più, non interferisce mai nei contenziosi politici se non su mandato, ricevuto e, appunto, politico. Dice di annettere poca importanza alla notizia filtrata da WikiLeaks sui piani di contingenza NATO approntati contro la Russia. E’ di rilevanza maggiore, in ogni caso, politicamente più significativa – rileva – che a Lisbona la NATO e la Russia abbiano proclamato la loro partnership strategica

GERMANIA

●La produzione industriale[219], nell’anno ad ottobre, cresce dell’11,7% dal 7,6 del mese prima. E l’inflazione[220], raggiunge il massimo da due anni, a novembre, +1,5%, a causa soprattutto di energia e alimentari, rispetto all’1,3 sia di settembre che del mese scorso, ad ottobre.

Comincia ad affiorare, e neanche proprio tra parentesi se a notarlo sono grandi giornali stranieri[221], un malessere piuttosto diffuso per la situazione dell’economia reale, quella che tocca le famiglie, tra la popolazione tedesca. “Alla Germania va bene, e di molto, secondo gli altri europei; ma ormai in tanti qui pensano che le cose siano andate bene a scapito dei lavoratori tedeschi che per tutto lo scorso decennio hanno sacrificato salari e premi per rendere più competitivi i loro datori di lavoro”: cioè, per arricchire i padroni a danno dei dipendenti.

Secondo dati recentemente resi noti dall’Ufficio internazionale del lavoro, quest’ultimo decennio ha visto una riduzione del salario in termini reali, dopo l’inflazione, del 4,5%. L’export è cresciuto in modo robusto anche perché da anni chi lavora ha detto sì alla riduzione dei salari e a lavorare meno ore per meno compenso per rendere il paese più competitivo sui mercati esteri”.

●Tra le ragioni che stanno spingendo il governo ad accelerare, per quanto osa fare, il ritiro dall’Afganistan c’è quella che il ministro Westerwelle non ha confessato al Bundestag[222] ma che tutti conoscono: per risparmiare. Lo stesso motivo per cui dal 1° luglio 2011 verrà abolita la coscrizione obbligatoria[223] e la dimensione dell’esercito sarà ridotta da 240.000 a 185.000 unità.

E’ la maggiore trasformazione strutturale subita dalla Bundeswehr nei suoi 53 anni di vita. Si discute, però, di quanto e anche se la trasformazione di un esercito a coscrizione obbligatoria in un esercito di professionisti riuscirà a far risparmiare. E la riforma, comunque, dovrà passare al vaglio e avere l’approvazione del parlamento.   

FRANCIA

●Alla fine del terzo trimestre del 2010, il debito pubblico[224] lordo (calcolato, cioè, secondo i criteri di Maastricht) si situa al valore assoluto di 1.574,6 miliardi di €, dunque all’81,5& del PIL, in calo dell1,4% sul rimestre rpecedente. Il debito pubblico netto continua inmvece a salire (per 23,3 miliardi di €.

Sempre secondo i dati dell’INSEE[225], il PIL è salito dello 0,3% nel terzo trimestre in confronto con lo stesso dell’anno prima mentre è scesa dello 0,2 la percentuale degli scambi con l’estero nello stesso periodo, con import in crescita del 3,9% e esportazioni anch’esse in crescita, ma solo del 2,6. Le spese per consumi delle famiglie sono aumentate dello 0,5%

GRAN BRETAGNA

●Si contrae dello 0,2% in ottobre la produzione industriale che resta, però, del 3,3% più alta di quanto fosse un anno prima[226].

La rivolta degli studenti contro le misure che aumentano le tasse di frequenza universitarie, fino a 9,000 sterline (sui 10.700 €), tagliandone fuori i meno abbienti, e che ha paralizzato per giorni con  una serie di manifestazioni anche di rara violenza per questi siti in questioni sociali, le grandi città inglesi, non è riuscita a fermare una legge odiosa, ed odiata, quanto poche altre.

Infatti, la legislazione è passata ai Comuni per una decina di voti con la rivolta, però, di non pochi deputati Lib-Dem contro la leadership del partito che li ha portati a quel punto e la rivolta degli studenti è probabilmente riuscita a distruggere la reputazione del loro capo, Nick Clegg (“io non lo voterò mai, quell’aumento”, lo giuro) e ha cominciato a sfaldare la coalizione di governo[227].

●A novembre, in valore assoluto il deficit di bilancio del mese tocca 23 miliardi di sterline e se la tendenza si prolunga, come sembra probabile visti i tagli feroci al bilancio voluti dal governo, il conseguente freno allo sviluppo e la contrazione delle entrate dovuta alla crisi, a fine anno il fabbisogno complessivo toccherà almeno i 155 miliardi di sterline, 7 più del peggio finora previsto, e oltre il 7% di deficit/PIL.        

GIAPPONE

●La produzione industriale[228] è calata dell’1,8% ad ottobre. E il tasso di crescita annuale ha subito un rallentamento pesante: dall’11,5% nell’anno a settembre al 4,5 in un solo mese. Ma il PIL del terzo trimestre viene rivisto ora a un tasso di crescita del 4,5 dal +3,9% inizialmente annunciato[229].

●Come s’era impegnato a fare, soprattutto come si dice per marcare il territorio, ma tenendosi accuratamente in volo al di  fuori dello spazio aereo rivendicato – e di fatto controllato – dai russi, il ministro degli esteri Seiji Maehara, ha “ispezionato” su un volo della Guardia costiera giapponese le quattro isole rocciose del territorio russo delle Curili[230] (Territori del Nord, li chiamano i giapponesi) al largo dell’ultimo pezzo di territorio settentrionale dell’arcipelago giapponese, Hokkaido. Il primo novembre il presidente russo Medvedev aveva ispezionato anche lui, ma fisicamente – scendendo a terra e incontrandone gli abitanti – l’isola di Kunashiri dello stesso gruppo delle Kurili.

E, adesso, il capo del Gabinetto giapponese, alla notizia che un esponente russo di medio livello tornerà ora a visitare le isole, in una gara di per sé abbastanza puerile di marcatura del territorio  esprime con forza la tenace deplorazione del suo governo. E esprime una mezza minaccia, a dire il vero piuttosto goffa: un Giappone arrabbiato non sarà utile agli sforzi della Russia di sviluppare i suoi territori della Siberia orientale[231]

La minaccia è concreta anche se formulata in termini diplomaticamente corretti. Ma pesa poco visto che poi, nei fatti, non è che negli ultimi anni diciamo, gli investimenti diretti esteri giapponesi nell’Estremo Oriente della Russia siano stati molti abbondanti (sull1,6-1,7% del totale)[232]

Utile, invece, propone il capo del gabinetto presidenziale russo, Sergei Naryshkin, dopo un incontro a Tokyo col primo ministro Naoto Kan e il suo omologo capo del gabinetto giapponese Yoshito Sengoku, sarebbe una commissione mista di storici russi e nipponici[233] che studiasse le radici della disputa sulle Curili. Sarebbe anche importante che le parti incrementassero la cooperazione sul piano economico e sociale sviluppando un nuovo rapporto tra loro a più dimensioni.

●Sull’altro contenzioso, quello con la Cina relativo al gruppo di isolotti rocciosi che i nipponici chiamano Senkaku e i cinesi Diaoyu, nel Mar cinese orientale, il segretario del Gabinetto giapponese, Yoshito Sengoku, “avverte” la Cina di stringere i controlli sulle sue navi commerciali: il Giappone si preoccupa di collisioni possibili, come quella che tra il 18 e 19 dicembre ha coinvolto un guardiacoste sud-coreano e un peschereccio cinese nel Mar Giallo, entro la “zona economica esclusiva” del Sud Corea.

L’unico problema, naturalmente, è che la zona esclusiva l’ha proclamata come sua esclusivamente, unilateralmente, la Corea del Sud… La Cina ufficialmente non risponde se non chiedendo i danni a Seul. Ufficiosamente raccomanda al Giappone di pensare piuttosto agli affari suoi[234].  

●Il bilancio militare ufficiale ammonterà, in base all’accordo raggiunto tra Finanze e Difesa, a una spesa quinquennale 2011-2015 di 23.490 miliardi di yen, in $ sui 281 miliardi[235]. Per il solo 2011 è stato fissato in 93.000 miliardi di yen, sui 1.100 miliardi di $. Il ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa, asserisce che il bilancio riflette il bisogno di mantenere in efficienza le difese del paese pure nelle attuali ristrettezze finanziarie e aggiunge che Giappone e Stati Uniti hanno concordato che il costo per Tokyo di ospitare e mantenere le basi militari americane – considerate essenziali per la propria difesa – resterà al livello del 2011 per tutto il periodo considerato.

●Ma la novità maggiormente importante del nuovo assetto militare che tenta di darsi il Giappone – forse anche più importante della disponibilità a spostare le sue “Forze di difesa” in missioni (ovviamente!) di pace in giro per il mondo forzando comunque non poco il dettato dell’art. 9 della Costituzione del 1946 (la rinuncia alla guerra e anche a un vero e proprio esercito, dettata dagli americani vincitori della seconda guerra mondiale e, personalmente, dal gen. MacArthur), è proprio lo spostamento di focalizzazione sul mare. Verso la presenza cinese piuttosto che verso altre potenziali “incombenze”…

Lo affermano e lo spiegano le “nuove linee-guida della politica nazionale di Difesa[236], non a caso viste con qualche sospetto a Pechino (ma anche a Pyongyang e a Seul) che mirano a sviluppare una forza armata di difesa (si capisce, di difesa!) più “mobile”, dotata di più sottomarini e meno carri armati, per dare l’idea, e basata, fuori dai denti, su una previsione di possibile “minaccia” dalla grande potenza vicina.


 

[1] New York Times, 14.12.2010, R, Donadio, Berlusconi Narrowly Survives Vote of Confidence Berlusconi sopravvive al voto di fiducia di stretta misura.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[2] Guardian, 14.12.2010, edit., Silvio Berlusconi: A conflict too far Silvio Berlusconi: un conflitto di troppo.

[3] OCSE, 15.12.2010, Revebue Statistics Changes—

[4] New York Times, 19.12.2010, L. Uchitelle, Unions Yield on Wage Scales to Preserve Jobs— I sindacati mollano sui salari per preservare posti di lavoro.

[5] K. Polanyi, The Great Transformation, 1944— La grande trasformazione, Einaudi, 1976 (edizione on-line: cfr. http:// uncharted.org/frownland/books/Polanyi/POLANYI%20KARL%20-%20The%20Great%20Transformation%20-%20 v.1.0.html#page_178/); in italiano, K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, 2010.

[6] Il sito adesso è nuovamente agibile, ma a tratti: a Washington a inizio dicembre erano riusciti a “silenziarlo” e “oscurarlo” per diverse ore, ma gli autori lo hanno rimesso in funzione cambiando frequentemente di server o, come si dice in italiano, di “dominio”.

    Poi in America – quelli che un giorno sì e uno no, il governo, denunciano le interferenze altrui (della Cina, del Venezuela, ad esempio) sulla libertà dell’etere e rivendicano il èpinricpio sacrosanto che uno deve essere libero di pubblicare tutto quello che vuole, liberamente, finché… il governo è d’accordo…) – lo hanno interrotto di nuovo, riuscendo a convincere un provider americano a non servirlo più. Assange dice che c’è uno Stato dietro: chi sa quale, eh? e che stanno anche cercando di farlo fuori, fisicamente: e, anche qui, chi sa chi potrebbe essere?

    L’unica cosa certa è che, alla denuncia formale per “violenza sessuale” avanzata contro di lui, diventa proprio difficile credere, a questo punto: magari sarà anche vera, ma puzza molto – troppo per crederci – di un attacco alla sua libertà d’espressione (e alla nostra di informazione) …

   Anche perché il boss del Pentagono, Robert Gates, esprime subito tutta la sua soddisfazione (“è una gran buona notizia”— manco si trattasse della cattura di Osama bin Laden o di Ayman al-Zawahiri che se ne stanno intoccati e intoccabili sulle aspre montagne dell’Afganistan: e quel che è buono per il bos del penatgono difficilmente può essere proprio buono per il resto del mondo.

   Il sito, il 2 dicembre si apriva col nuovo dominio (in cfr. http://www.wilìkileaks.org/) coi documenti in questione raccolti e catalogati per un più facile reperimento sotto il nome della città dalla quale sono stati spediti, alla voce Cablegate: 250,000 US Embassy Diplomatic Cables,11/28/010. Poi già il 3 ricominciavano i disturbi di chi predica bene al mondo e razzola male troppo spesso a casa sua…

    Il 4 del mese si trovava di nuovo su un dominio svizzero che, per principio (ma per quanto?), rifiuta in teoria di piegarsi ai desiderata degli Stati, tutti e ciascuno… Si chiama: http://www.wikileaks.ch/.

   E, in ogni caso, mentre Assange viene arrestato a Londra su richiesta svedese (l’accusa non c‘entra niente, però, con WikiLeaks) il sito è finito su quelli cosiddetti “a specchio” che rendono materialmente impossibile cancellarlo… Lo spiega bene la portavoce dell’organizzazione, Kristinn Hrafnsson e, mentre su richiesta e pressione del governo USA, Amazon, Visa, Paypal e Mastercard sospendono o bloccano i servizi che, a pagamento, rendevano a WikiLeaks, sono messi sotto attacco essi stessi per rappresaglia da una serie di siti che agiscono anonimamente coordinati tra loro…

    La lezione di fondo? Secondo noi è che l’Autorità, con la a maiuscola, può e deve avere il suo posto come fonte delle notizie. Ma è essenziale che lo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti delle Autorità, tutte, trovi le sue fonti alternative di informazione…

[7] New York Times, 19.12.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), Biden: US Trying to Stop WikiLeaks DisclosuresBiden: gli USA cercano di fermare le rivelazioni di WikiLeaks [in realtà, a veder bene, le loro…].

[8] Guardian, 28.11.2010, S. Jenkins, US embassy cables: The job of the media is not to protect the powerful from embarrassment— I dfkispacci delle ambasciate USA: il compito dei media non è quello di proteggere i potenti dall’imbarazzo [delle loro caz**te]

[9] New York Times, 7.12.2010, lettera, What good are diplomats? Ma a che servono i diplomatici?

[10] Intervista al Sidney Morning Herald (in cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Julian_Assange#References/).

[11] Guardian, 3.12.2010, R. Adams, WikiLeaks cables: Seven key things we've learned so farI dispacci di WikiLeaks: le sette cose di peso [politico] che finora abbiamo imparato (cfr. www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/dec/ 03/wiki leaks-cables-us-embassy-seven-key-things/).

[12] Barak Obama avvertito in privato degli affari segreti e privati di Berlusconi con Putin (cfr. www.guardian.co.uk/world /us-embassy-cables-documents/210920/).

[13] Dispacci USA: il procuratore generale spagnolo – su pressioni del governo americano di cui è ‘al servizio’ – dispone di non perseguire i delitti commessi a Guantánamo: (cfr. www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/ 202776/).

[14] Ordine firmato H. Clinton di spiare i diplomatici all’ONU: (cfr. www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-docu ments/219058/).

[15] Descrizione del sistema di corruzione a ogni livello del potere afgano: (cfr. www.nytimes.com/interactive/2010/11/28/ world/20101128-cables-viewer.html#report/corruption-09KABUL3364/).

[16] Cfr. www.guardian.co.uk/world/2010/dec/12/wikileaks-us-conflict-over-uzbekistan/.

[17] Clinton; come controlla i nervi la presidentessa Kirchner e qual è il suo equilibrio mentale? (cfr. www.guardian.co.uk/ world/us-embassy-cables-documents/242255/).

[18] Mervyn King, massimo consigliere dei conservatori, ne critica l’incompetenza economica (cfr. www.guardian.co.uk/ world/us-embassy-cables-documents/249236/).

[19] Su una serie infinita di questioni: sempre e con tutti, laburisti come conservatori (cfr. www.guardian.co.uk/commentis free/2010/dec/03/wikileaks-cables-us-embassy-seven-key-things/).

[20] Dispaccio dell’ambasciata presso la Santa Sede, 20.2.23009, The Holy See: a failure to communicate— La Santa Sede o dell’incapacità di comunicare (cfr. www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/193115/).

[21] Bloomberg, 9.12.2010, Lula Defends WikiLeaks, Offers Brazil's `Solidarity' With Jailed Founder Lula difende WikiLeaks e offre al suo segretario in galera la ‘solidarietà’ del Brasile (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-12-09/lula-defends-wikileaks-offers-brazil-s-solidarity-with-jailed-founder.html/).

[22] The Economist, 4.12.2010.

[23] New York Times, 11.12.2010, J. M. Broder, — Climate Talks End With Modest Deal on Emissions.

[24] EUBusiness, 20.12.2010, Deal reached on aircraft export credits Accordo raggiunto sui crediti all’export di aerei (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/us-trade-aerospace.7qp/?searchterm=aircraft/).

[25] New York Times, 26.12.2010, P. Krugman, The Finite World Il mondo finito.

[26] Bureau International du Travail (ILO/OIT), 15.12.2010, Rapport mondial sur les salaries – Politiques salariales en temps de crise (cfr. www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@dgreports/@dcomm/@publ/documents/publication/wcms_14 6706.pdf/).

[27] 1) Xinhua Xinhua, Agenzia Nuova Cina, 3.12.2010, China to shift to prudent monetary policy next year— La Cina si sposterà verso una politica monetaria più cauta l’anno prossimo (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/ 2010-12/03/c_ 13633762.htm/); 2) New York Times, 3.12.2010, E. Wong, China Looks to Tighten Money Policy in Year Ahead— La Cina prevede di stringere la sua politica monetaria nell’anno a venire.

[28] New York Times, 10.12.2010, D. Barboza, China’s Inflation Hit a 28-Month High in November— L’inflazione tocca il massimo da 28 mesi in Cina.

[29] Xinhua Xinhua, 25.12.2010, China's central bank to raise one-year interests rate by 0.25% points La Banca centrale cinese incrementa dello 0,25% il tasso di interesse (cfr. www.latestchina.com/article/?rid=26130/).

[30] CRF/NIER, 6.8.2010, W. Xiaolu (in Europa, pubblicata da Credit Suisse), Analysing Chinese Gray Income Analisi del reddito grigio della Cina (cfr. www.slideshare.net/main/private_slideshow?path_to_redirect_at=http%3° %2F% 2Fwww.slideshare.net%2Fsinocismblog%2F201086-credit-suisse-chinas-hidden-income/).

[31] Corrado Gini (1884-1965), economista, statistico e primo presidente dell’ISTAT nel secondo dopoguerra, ha dato il suo nome a un metodo di misurazione ancora oggi in uso pressoché universale delle disuguaglianze economiche e sociali.

[32] Rènmin Ribào (Quotidiano del Popolo), 16.12.2010, China's yuan weakens to 6.6635 per USD Thursday Lo yuan cinese si svaluta a 6,6635 unità per $ (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90778/90859/7232979.html/).

[33] Agenzia Reuters, 16.12.2010, China will keep yuan stable: central bank newspaper— Il giornale della Banca centrale: la Cina manterrà stabile lo yuan (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKTRE6BF0AA20101216/).

[34] Xinhua, 30.12.2010, Another 15 foreign agencies approved to release financial information in China In Cina, altre quindici agenzie straniere ottengono l’approvazione a diffondere informazioni in campo finanziario (cfr. http://news.xinhuanet. com/english2010/china/2010-12/30/c_13670768.htm/).

[35] TD Waterhouse, 2.12.2010, Agenzia Thompson-Reuters, J. von Reppert-Bismarck, Chinese envoy conciliatory on procurement— L’inviato cinese alla UE conciliante sull’apertura delle gare d’appalto nel mercato pubblico interno (cfr. https://research.tdwaterhouse.ca/research/public/Markets/NewsArticle/1314-LDE6B112U-1/).   

[36] Reuters, 7.12.2010, China says does not want to "replace" U.S. as world power— La Cina afferma di non voler “rimpiazzare” gli USA come potenza mondiale (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6B613020101207/).

[37] South China Morning Post, 30.12.2010, E. Zhang, PLA must be ready to fight, minister says L’Armata popolare cinese deve essere pronta a combattere, dice il ministro [della Difesa].

[38] Asahi Shinbun (朝日新聞 Tokyo), 28.12.2010, Y. Kato, intervista, U.S. commander says China aims to be a 'global military' power Comandante [delle forze navali] USA afferma che la Cina mira a diventare una potenza militare globale’ (cfr. www.asahi.com/english/TKY201012270241.html/).

[39] Financial Times, 28.12.2010, K. Hille, Chinese missile shifts power in Pacific Un missile cinese [già operativo] sposta  potere [e non solo militare] nel Pacifico (cfr. www.ft.com/cms/s/0/3e69c85a-1264-11e0-b4c8-00144feabdc0.html#axzz 19Q6P5cZY/).

[40] New York Times, 15.12.2010, H. Timmons, China Leader Calls on India to Be a Partner in Asia Leader cinese chiede all’India di farsi partner della Cina in Asia.

[41] Financial Times, 8.12.2010, J. Fontanella-Kahn e M. Nakamoto, Toyota Tsusho in deal for India rare earths La Toyota Susho sta negoziando per la trattativa con l’India sulle terre rare.

[42] World News, 8.12.2010, Japan offers Bolivia help in return for lithium supplyIl Giappone offre aiuti alla Bolivia in cambio di forniture di litio (cfr. http://article.wn.com/view/WNATFED1F20199EC8E2E57AA59AB27A2C090/).

[43] Chinh’s News, 29.12.2010, J. Regan, China's rare earths export cut raises trade concerns Il taglio all’export di terre rare cinesi solleva preoccupazioni nel mondo del commercio internazionale (cfr. http://chinhdangvu.blogspot.com/).

[44] OAO è l’acronimo russo (Открытое Aкционерное OбществоOtkrytoje Aktsionernone Obschestvo Società per azioni aperta), quotata in borsa, cioè aperta a capitali di rischio: equivalente della SpA italiana e dell’Inc.americana.

[45] Bloomberg, 16.12.2010, Gazprom Neft Says Venezuela Oil Venture May Cost $24 Billion Gazprom Neft dice che l’iniziativa sul petrolio venezuelano potrebbe arrivare a un costo di 24 miliardi di $ (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-12-16/gazprom-neft-says-venezuela-oil-venture-may-cost-24-billion.html/).

[46] CNBC Tv, 26.12.2010, Reuters, Egypt stimulus plan worth up to $3.4 billion: finmin Il ministro delle Finanze: il piano di stimolo per l’Egitto ammonta fino a 3,4 miliardi di $ (cfr. www.cnbc.com/id/40811553/).

[47] E’ l’ultimo rampollo della grande famiglia copta da sempre cooptata da Mubarak e che ha dato più di un ministro degli Esteri al paese oltre a un segretario generale dell’ONU. Lui, il capoclan che aveva anche saputo “resistere” a certe intemerate americane acquisendo prestigio agli occhi degli egiziani, aveva per un momento tentato di sondare perfino la possibilità di candidarsi lui stesso alla presidenza. Ma aveva desistito rapidamente…

[48] New York Times, 30.12.2010, (A.P.), Brazil's President-Elect Reaches Out to Cellmates La presidente-eletta del Brasile abbraccia le sue compagne di cella.

[49] EUROSTAT, 2.12.2010, Boll. #182, Euro area GDP up by 0.4% and EU27 GDP up by 0.5% +1.9% and +2.2%  respectively compared with the third quarter of 2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa eu/cache/ITY_PUBLIC/2-02122010-BP/EN/2-02122010-BP-EN.PDF/).

[50] Agenzia m&c, 9.12.2010, EU in breakthrough on 2011 budget, sources sayL’UE conclude sul bilancio 2011, dicono le fonti (cfr. www.monstersandcritics.com/news/europe/news/article_1604592.php/EU-in-breakthrough-on-2011-budget-sources-say-2nd-Lead/).

[51] New York Times, 18.12.2010, Reuters, Bloc of E.U. States Seek Budget Freeze Un blocco di Stati della UE chiedono il congelamento del bilancio.   

[52] The Economist, 4.12.2010.

[53] Daily Me, 16.12.2010, EU leaders to amend Lisbon Treaty to allow euro bailout I vertici UE emenderanno il Trattato di Lisbona per consentire il salvataggio dell’euro (cfr. http://dailyme.com/story/2010121600003251/1st-lead-eu-leaders-amend-lisbon.html/).

[54] le Monde, 17.12.2010, L'Europe menacée par la cacophonie de ses dirigeants(cfr. http://finance.blog.lemonde.fr/ 2010/12/17/l%e2%80%99europe-menacee-par-la-cacophonie-de-ses-dirigeants/).

[55] La Lettre de l’opinion, de l’IFOP, #22, Les Français et l’euro (cfr.  http://lalettredelopinion.org/index.php?option= com_content&view=article&id=19/).   

[56] le Monde, 17.12.2010 Sortir de l'euro ? "Inenvisageable", selon Sarkozy  (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/12/17/ sortir-de-l-euro-inenvisageable-selon-sarkozy_1455000_3234.html/).

[57] Reuters, 8.12.2010, Juncker: Germany rejects e-bond without studying it— Juncker: la Germania respinge l’idea dell’eurobond senza neanche studiarla (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE6B70PY20101208/). 

[58] Yahoo!News, 10.12.2010, Germany, France vow to defend euroGermania e Francia si impegnano a difendere l’euro (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20101210/ap_on_bi_ge/eu_europe_financial_crisis_5/).

[59] The Economist, 11.12.2010.

[60] Reuters, 10.12.2010, Slovakia's FinMin rejects euro zone bonds idea— Il ministero delle Finanze slovacco respinge l’idea dell’eurobond (cfr. www.reuters.com/article/idUSPRG00456720101210/).

[61] Agenzia Bloomberg, 13.12.2010, Slovakia Needs `Plan B' For Dropping Euro If Crisis Spreads, Sulik Says La Slovacchia ha bisogno di un suo “piano B” se la crisi dell’euro va avanti, dice Sulik (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-12-13/slovakia-needs-plan-b-for-dropping-euro-if-crisis-spreads-sulik-says.html/).

[62] Stratfor, 10.12.2010, Greece: PM Speaks Out Against EU Sanctions ProposalGrecia: il PM parla contro la proposta di sanzioni della UE [ma, soprattutto, se passa, minaccia il referendum…] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 20101210-greece-pm-speaks-out-against-eu-sanctions-proposal/).

[63] GMA NewsTv, 14.12.2010, (A.P.), Portugal expects more Chinese help with debt— Il Portogallo si aspetta maggiori aiuti dalla Cina sul debito (cfr. www.gmanews.tv/story/208326/portugal-expects-more-chinese-help-with-debt/).

[64] Jornal de Negocios (Lisbona), 21.12.2010, Ajudas da China à Europa passam por compra da dívida soberana Gli aiuti della Cina all’Europa passeranno per l’acquisto di debito sovrano (cfr. www.jornaldenegocios.pt/home.php?templa te=  SHOWNEWS_ V2&id=459717/).

[65] New York Times, 1.12.2010, L. Alderman, Worries About Italy and Belgium in EuroZonePreoccupazioni nell’eurozona su Italia e Belgio.

[66] L’economista Daniel Gros, che dirige a Bruxelles il Centro di Studi Politici Europei, nel NYT di Nota precedente. 

[67] Money News, 21.12.2010, Spain Raises $5.3 Billion in Strong Debt Sale La Spagna vende 4 miliardi di € in una forte vendita all’asta del debito (cfr. www.moneynews.com/Economy/SpainFinancialCrisis/2010/12/21/id/380573/).

[68] El Pais, 31.12.2010, La economía tendrá un leve crecimiento al cierre de 2010 L’economia crescerà leggermente alla fine del 2010 (cfr. www.elpais.com/articulo/economia/economia/tendra/leve/crecimiento/cierre/2010/elpepueco/201012 31elpepieco_1/Tes/).

[69] Silobreaker, 8.12.2010, New EU bank stress tests set for February— Nuovi stress test per le banche europee predisposti a febbraio (cfr. www.silobreaker.com/new-eu-bank-stress-tests-set-for-february-5_2263921000594800650/).

[70] RTE News, 9.12.2010, Fitch cuts Ireland's rating on extra bank costFitch taglia il rating irlandese per i costi aggiuntivi relativi alle banche (cfr. www.rte.ie/news/2010/1209/rating-business.html/).

[71] New York Times, 17.12.2010, S. Castle e M. Saltmarsh, Moody’s Slashes Ireland’s Credit Rating Moody’s reduce drasticamente il rating del credito isrlandese.

[72] Guardian, 16.12.2010, The credit rating agencies are leading an assault on nations and peoples Le valutazioni delle agenzie di credito conducono l’assalto alle nazioni e ai popoli.

[73] Suddeutsche Zeitung, 22.12.2010, int. di M. Kläsgen e S. Ulrich a C. Lagarde, ‘Wir werden bedingungslos sparen’ ’I nostri salvataggi saranno tutti incondizionati’.

[74] EUBusiness, 23.12.2010, German minister rejects French economic governance plan Il ministro tedesco respinge il piano sulla governance economica della Francia (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/germany-eurozone.7ti/).

[75] ANL, 7.12.2010, B. Chiarini e G. Olini, Il circolo vizioso tra crisi finanziaria e basso sviluppo (cfr. www.nuovi-lavo ri.it/newsletter/PDF/file/olini_58_circolovizioso.pdf/).

[76] Luigi Spaventa, citato in Nota54: da la Repubblica, 26.11.2010, Perché è impossibile uscire dall’euro (cfr. http://ricer ca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/11/26/perche-impossibile-uscire-dall-euro.html/).  

[77] The Wall Street Journal, 10.12.2010, C. Duxbury, Irish Should Look to Baltics, not Iceland Gli irlandesi dovrebbero guardare ai Baltici, non all’Islanda (cfr. http://blogs.wsj.com/source/2010/12/ 10/ireland-should-take-heart-from-the-baltics-and-not-envy-the-icelanders/) [ai Baltici, cioè al modello lettone, per trovare la cura a loro debiti: non svalutando, dunque, la moneta nazionale rispetto al mondo e rivolgendosi ad aiuti esterni ma, visto che i suoi governanti hanno deciso, per entrare nell’euro tra tre anni e non fra dieci, di non svalutare il lati e di svalutare invece l’economia reale, facendo stringere la cinghia  alla gente. Naturalmente, perché  gli irlandesi dovrebbero così sopportare quello che non è stato chiesto agli islandesi, viene così sentenziato ma non viene spiegato…].

[78] Hürryet Daily News (Istanbul), 27.12.2010, Lithuania slams France's warship deal with Russia La Lituania attacca la Francia per la vendita di [due] navi da guerra alla Russia (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=lithuania-slams-fran ces-warship-deal-with-russia-2010-12-27/).

[79] Se cercate insieme, su Google, Lithuania + nazi + past + celebration, trovate centinaia di links ad eventi, parate, celebrazioni che in quel paese salutano oggi con pervicacia il passato nazista, sotto un’occupazione tedesca vista assai bene da larga parte della popolazione, che poi certo nell’era dell’incorporazione del paese all’URSS venne duramente pagata… Un solo esempio: su JTA (Jewish Telegraphic Agency), 21.5.2010, Lithuanian court: Swastikas a ‘historic legacy’ Un tribunale lituano decreta che le svastiche sono ‘un retaggio storico’ (cfr. http://jta.org/news/article/2010/ 05/21/2739264/lithuanian-court-rules-swastikas-historic-legacy/)...

[80] The Lithuania Tribune, 29.11.2010, EC:Lithuania must implement 3rd EU Energy Directive despite Russian protests La UE [questi, antieuropeisti che in realtà restano, continuano a chiamarla EC— Comunità europea…] deve applicare la terza direttiva UE malgrado le proteste dei russi (cfr. www.lithuaniatribune.com/2010/11/29/ec-lithuania-must-implement-3-rd-energy-directive-despite-russian-protests/)

[81] The Lithuania Tribune, 28.12.2010, PM Kubilius – Gazprom applies ‘economic blackmail’ against Lithuania— Il primo ministro Kubilius – Gazprom applica il ‘ricatto economico’ alla Lituania (cfr. www.lithuaniatribune.com/2010/12/28/gaz prom-applies-%E2%80%98economic-blackmail%E2%80%99-against-lithuania-%E2%80%93-pm-kubilius/).

[82] Today’s Zaman, 3.12.2010, Gül eyes deeper Turkish ties with Russia, Central Asia— Gül vede legami più profondi della Turchia con la Russia e [i paesi del]l’Asia centrale (cfr. www.todayszaman.com/news-228599-gul-eyes-deeper-turkish-ties-with-russia-central-asia.html/).

[83] News Turkey, 10.12.2010, Davutoglu: Turkey democratically and economically strong— Davutoglu: la Turchia ha democrazia ed economia forti (cfr. www.newsturkey.com/Davutoglu+says+Turkish democracy weuropean economy Chinese like/).

[84] Commissione dell’Unione europea, 6.10.2010, Sec(2010)1161/COM(2010)546 final, Europe 2020 Flagship Initiative – Innovation union - Communication From The Commission To The European Parliament, The Council, The European Economic  And Social Committee  And The Committee Of The Regions— Europa 2020  Iniziativa portabandiera –

L’unione  dell’innovazione - Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale e al Comitato delle Regioni.

[85] New York Times, 29.12.2010, M. Saltmarsh, Europe Seems to Stick to Same Economic Strategy L’Europa sembra restare attaccata alla stessa strategia economica.

[86] OECD, Parigi, 26.11.2010, Conferenza, Making reform happen: the Europe 2020 strategy— Realizzare le riforme: la strategia Europa 2020 (cfr. www.oecd.org/dataoecd/39/44/46550809.pdf/).  

[87] Stratfor, 9.12.2010, Belarus: Deal With Russia On Oil Duties ReachedBielorussia: raggiunto l’accordo con la Russia sui diritti petroliferi (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101209-belarus-deal-russia-oil-duties-reached/).

[88] APA (Baku), 30.12.2010, Belarus officially confirms ratifying Customs Union Code La Bielorussia conferma ufficialmente la ratifica dell’accordo sull’Unione doganale (cfr. http://en.apa.az/news.php?id=125598/).

[89] Stratfor, 20.12.2010, Poland: EU Strategy Toward Belarus Must Be Re-examined - President Il presidente polacco dice che la strategia dell’Unione verso la Bielorussia deve essere riesaminata (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101220-poland-eu-strategy-toward-belarus-must-be-re-examined-president/).

[90] CNTV, 21.12.2010, Int'l observers differ on Belarus' presidential election Gli osservatori internazionali danno opinioni [parzialmente, almeno, ma significativamente] diverse sull’elezione presidenziale bielorussa [nessuna agenzia internazionale riporta, in realtà, i testi originali di OSCE e CSI, se non questa citata che, però, è… cinese – e la cosa di per sé fa scalpore: né AP, né Reuters, né AFP… neanche una delle grandi agenzie occidentali ne rende conto] (cfr. http://english.cntv.cn/20101221/1062 71.shtml/).

[91] New York Times, 21.12.2010, M. Schwirtz, Clashes in Belarus Show Resilience of Both Sides Gli scontri di piazza in Bielorussia dimostrano la resistenza delle due parti.

[92] Il Fatto Quotidiano, 21.12.2010, Ungheria, è legge il bavaglio su tutti i media (cfr. www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/ 21/ungheria-diventa-legge-il-bavaglio-su-tutti-i-media/83086/).

[93] RT (Mosca), 5.10.2010, Moscow’s stance on Lukashenko to be delivered to Europe— [L’opposizione bielorussa] promette di far conoscere all’Europa la posizione di Mosca su Lukashenko [Medvedev l’aveva appena chiamato in pubblico “profondamente corrotto”] (cfr. http://rt.com/politics/belarus-opposition-lukashenko/comments/).

[94] Riferimento nel Guardian, 22.12.2010, edit., Belarus: That's enough democracy— Bielorussia: questa democrazia è sufficiente [dice Lukashenko].

[95] The Economist, 4.12.2010, Russia: Oil Export Duties To Increase Russia: le tasse sull’export di greggio aumenteranno (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101215-russia-oil-export-duties-increase/).

[96] Agenzia Stratfor, 5.12.2010, Moldova:Center-Left Coalition Formed— Moldova: il centro-sinistra forma la nuova coalizione di governo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101205_moldova_center_left_coalition_formed/). 

[97] Stratfor, 7,12,2010, Moldova: Too Early To Discuss Coalition - Party LeaderMoldova: leader [del partito democratico] dice che è troppo presto per discutere di coalizione (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101207_ moldova_ too_early _discuss_coalition_party_leader/).

[99] Stratfor, 1.12.2010, Russia:Remilitarization Of Georgia A ConcernLa Russia: preoccupazione per la rimilitarizzazione della Georgia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101201_russia_demilitarization_ georgia_priority_ deputy _ pm/.

[100] Firmato il 12.7.1996, in un centro di conferenze del sobborgo dell’Aja che gli ha dato il nome, ed emendato diverse volte dai 33 paesi firmatari, a sostituire il COCOM un organismo dela NATO che controllava l’export di armamenti e sì allargava così agli ex paesi comunisti dell’Europa orientale, è uno dei vari strumenti internazionali che tentano di regolare l’esportazione di armi con relativa fortuna (cfr. www.wassenaar.org/2003Plenary/initial_elements2003.htm/)

[101] Civil Georgia (Tbilisi), 21.12.2010, Putin Meets Burjanadze, Nogaideli— (cfr. www.civil.ge/eng/article.php?id=22 982/).

[102] Il testo (qui riprodotto dal sito della NATO) della Risoluzione 1244/1999, 10.6.1999 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul ruolo della NATO in Kosovo, che autorizzava l’intervento per fermare i crimini serbi scatenati in risposta a quelli dell’Esercito di liberazione del Kosovo, specificava senza il minimo dubbio di “riaffermare l’impegno di tutti gli Stati membri dell’ONU al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia… così come definita nell’Atto finale di Helsinki e nell’Annesso no. 2” di questa stessa risoluzione” (cfr. www.nato.int/kosovo/docu/u990610a.htm/).

[103] 1) Guardian, 14.12.2010, P. Lewis, Kosovo PM is head of human organ and arms ring, Council of Europe reports Il primo ministro del Kosovo è a capo di una banda di trafficanti di armi e di organi umani, riferisce il Consiglio d’Europa ; 2) New York Times, 15.12.2010, D. Carvajal, Report Says Kosovo Prime Minister Led Organ Trafficking Network—  Rapporto ufficiale afferma che il PM del Kosovo ha capeggiato una rete di traffico di organi umani; e 3)  per il test integrale del Progetto di risoluzione del Comitato degli Affari legali e dei Diritti umani dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, 2.12.2010 (cfr. http://assembly.coe.int/CommitteeDocs/2010/20101218_ajdoc462010provamended.pdf/).

   Da notare che, in uno dei dispacci svelati da WikiLeaks, proprio il Consiglio d’Europa è definito un serio e pericoloso “irritante” per la politica estera americana capace com’è, “anche” – udite, udite – di criticare duramente il non rispetto dei diritti umani da parte dei servizi segreti statunitensi in giro per il mondo (Guardian, 17.12.2010, A. Hirsch, US embassy cables: European human rights body 'an irritant'— L’organismo europeo per i diritti umani, un ‘irritante  [per noi], dice [acida acida] l’ambasciata americana, cfr. www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/196054/).  

[104] RIA Novosti, 3.12.2010, Polish president pledges to further improve ties with Russia— Il presidente polacco promette di migliorare i legami con la Russia (cfr. http://en.rian.ru/world/20101203/161611686.html/).

[105] ITAR-Tass, 6.12.2010, Russia, Poland want to focus on energy and trade— Russia e Polonia intendono focalizzare i loro rapporti su energia e commercio (cfr. http://newsfeedresearcher.com/data/articles_w50/russia-poland-medvedev . html#hdng0/).

[106] News System, 15.12.2010, Poland looking to 2015 for euro adoption La Polonia guarda al 2015 per l‘adozione dell’euro (cfr. www.ceepackaging.com/2009/12/15/poland-looking-to-2015-for-euro-adoption/).

[107] FXnon stop.com, 30.12.2010, "Naftogaz Ukraine" suspends the exports of Ukrainian gas to Poland La Naftogaz Ukraine interrompe l’export del gas ucraino alla Polonia (cfr. www.fxnonstop.com/index.php/component/content/article/88167 -russian_market_16135/).

[108] Official presidential website, 14.12.2010, Ukraine - President meets foreign diplomats working in Ukraine,Wants to Boost Relations with Russia and Economic Cooperation with U.S— Ucraina – Il presidente incontra i diplomatici stranieri a Kiev e vuole intensificare la cooperazione economica con gli USA (cfr. www.president.gov.ua/en/news/ 18940.html/).

[109] Kyiv Post, 27.12.2010, O. Auyezov, Azarov may rethink pension reform Azarov potrebbe ripensare alla riforma delle pensioni (cfr. www.kyivpost.com/news/nation/detail/93674/).

[110] RIA Novosti, 3.12.2010, Russia to buy 10 Italian armored vehicles La Russia comprerà 10 veicoli corazzati tattici italiani (cfr. http://en.rian.ru/russia/20101203/161608212.html/).

[111] The Economist, 4.12.2010.

[112] The Economist, 4.12.2010.

[113] New York Times, 23.11.2010, C. Rampell, Corporate Profits Were The Highest On Record Last Quarter I profitti d’impresa hanno toccato il massimo nell’ultimo trimestre [il massimo, è vero, in termini nominali non ancora scontati dell’inflazione, da quando 60 anni fa il dipartimento del Commercio ne tiene il registro: a1.659.000 miliardi di $];e BEA (Bureau of Economic Analysis), BEA 10-54 (cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/2010/pdf/gdp3q10_2 n d.pdf/).

[114] Washington Post, 29.11.2010, F. Zakaria, Obama should have trusted his instincts— Obama avrebbe dovuto dar retta al suo istinto (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/11/28/AR2010112803660.html/).

[115] Per dirla con un altro campione della saggezza economica convenzionale, sempre sul Washington Post, stesso giorno R. J. Samuelson, Europe's ominous reckoning— Per l’Europa, resa dei conti incombente (cfr. www.washingtonpost.com/wp -dyn/content/article/2010/11/28/AR2010112803662.html/).

[116] New York Times, 2.12.2010, P. Krugman, Freezing out HopeCongelare la speranza.

[117] The Economist, 11.12.2010.

[118] Idem.

[119] New York Times, 19.12.2010, P. Krugman, When Zombies Win Quando vincono i morti viventi.

[120] Cfr. sopra Nota116.

[121] Guardian, 6.12.2010, J. Stiglitz, Alternatives to austerity— Alternative per l’austerità.

[122] D. D. Eisenhower, Discorso di addio al paese, 17.1.1961 (cfr. www.eisenho wer.archives.gov/fare well.htm/):  Rilevava che “La congiunzione di un immenso establishment militare e di una vasta industria degli armamenti è nuova per l’esperienza americana”. In qualche misura, è essenziale (dall’altra parte, c’era l’Unione sovietica), diceva Eisenhower. Ma “non ci possiamo permettere di non coglierne le implicazioni gravi… Il potenziale per la crescita disastrosa di un potere mal riposto esiste e persisterà. Non dovremo, perciò, mai lasciare che il peso di questa combinazione – il complesso militar-industriale – metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici”: che le priorità del paese siano, in altri termini, decise dai profitti delle grandi imprese del “complesso” invece che dal profitto che ne viene al paese, con la copertura connivente, o peggio, del potere politico…

[123] E&L, Eguaglianza e Libertà, 21.4.2010, A. Gennari, Stati Uniti, il costo dell’impero (cfr. www.eguaglianzaeliberta. it/articolo.asp?id=1239/): sono 708 miliardi di $ nel 2011 e salgono a oltre il doppio, a 1.600 miliardi di $, mettendoci sopra anche le altre spese, più o meno nascoste ma in qualsiasi modo destinate alla difesa (ricerca, spionaggio, spese per i “veterani”, ecc., e il costo di oltre 700 basi militari sparse per il mondo intero…).

[124] R. Reich (professore di Scienza Politica pubblica all’università della California a Berkeley, ha lavorato con incarichi politici di rilievo in tre Amministrazioni democratiche), trad. di A. Gennari in Eguaglianzaelibertà, 29.12.2010, La Reaganomics di Obama (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/stampaArticolo.asp?id=1303/).

[125] Sempre J. Stiglitz ha calcolato che, nella realtà e non nelle cifre addottorate e aggiustate, il costo per l’America solo della guerra in Iraq – senza neanche calcolare l’Afganistan – è stato di 3.000 miliardi di $ (J. Stiglitz e L. Bilmes, The 3 trillion $ war-The true cost of the Iraq war— La guerra da 3 trilioni di $ - Il vero costo della guerra in Iraq, Kindle ed., 2008; pubblicato in italiano come La guerra da 3.000 miliardi di dollari”, Einaudi, 2009).

   Qui e adesso, sul punto, conviene solo accennare a quella che forse sarà pure una spiegazione un tantino schematica, ma che appare d’acchito dannatamente sensata di alcune analisi di origine, loro, statunitense (un nome solo per tutti: Noam Chomsky, se non lo avete mai sentito cercatevi su Google chi è), secondo cui il consenso bipartitico che, almeno dalla seconda guerra mondiale in poi, alla faccia degli ammonimenti del presidente Eisenhower, sostiene l’economia di questo paese e del mondo,sulla spesa militare invece che su quella sociale è motivato dal fatto che  questa, rispetto a quella, ha il difetto fondamentale, dal punto di vista di lor signori, di ridistribuire la ricchezza creata verso il basso invece che verso di loro… Bisognerà tornarci sopra.

    Qui, da uno dei tantissimi lavori recenti del professore (Znet, 5.4.2010, N. Chomsky, What If Iran Had Invaded Mexico?— E che sarebbe successo se l’Iran avesse invaso il Messico?: cfr. www.zcommunications.org/what-if-iran-had-invaded-mexico-by-noam-chomsky/), citiamo: “Se l’opinione pubblica contasse, gli USA accetterebbero i freni che all’uso della forza militare impone la Carta delle Nazioni Unite andando contro il consenso bipartisan secondo il quale questo paese, e solo questo paese, ha il diritto di ricorrere alla violenza in risposta a quelle che percepisce come minacce potenziali, reali o immaginate, incluse quelle all’acceso a mercati e fonti di materie prime”.

[126] Cfr. www.warresisters.org/search/node/arms/.

[127] 1) Dr. M. Angell, The truth about the drug companiesLa verità sull’industria farmaceutica, Random House, 2004; e 2) AFL-CIO, M. Angell, The truth abut drug companies (cfr. www.aflcio.org/mediacenter/speakout/marcia­_angell. cfm/).

[128] 1) CNN, intervista a L. Dobbs, 19.6.2005 (cfr. http://edition.cnn.com/2005/US/05/10/buffett/index.html/); 2)  e anche New York Times, 26.11.2006, intervista a B. Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning— Nella guerra di classe che è in  atto, indovinate un po’ chi sta vincendo (cfr. www.nytimes.com/2006/11/26/business/yourmoney/26 eve ry.html?_r=1&ex=1165554000&en=02ed48ae1473efe0&ei=5070/).

[129] Conference Board, 28.12.2010, Consumer confidence index— Indice di fiducia dei consumatori (cfr. www.conference-board.org/data/consumerconfidence.cfm /).

[130] 1) New York Times, 3.12.2010, M. Rich, Disappointing Job Growth in U.S. as Jobless Rate Hits 9.8%Crescita deludente dei posti di lavoro negli USA col tasso di disoccupazione che sale al 9,8%; 2) dipartimento del Lavoro, BLS, (Bureau of Labor Statistics), #USDL–10–1662, Employment Situation (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e 3) EPI (Economic Policy Institute), 3.12.2010, H. Shierholz, Employment, hours worked, wages: flat line Occupazione, ore lavorate, salari: linea piatta (cfr. www.epi.org/quick_takes/entry/employment_hours_worked _and_ wages_flatline1/).

[131] BLS, Dipartimento del Lavoro, 8.12.2010, Employment, Hours and Earnings— Occupati, ore di lavoro, salari  (cfr. http: //data.bls.gov/cgi-bin/surveymost/).

[132] New York Times, 2.12.2010, C. Rampell, Unemployed and Likely to Stay That WayDisoccupati e probabilmente destinati a restarlo.

[133] CEPR, 12.6.2010, Center for Economic and Policy Research (cfr. www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/8-or-9-percent-unemployment-in-the-united-states-is-not-the-same-as-in-europe/).

[134] Global Research, 29.11.2010, P. Craig Roberts [già assistente segretario al Tesoro nell’amministrazione Reagan e  critico feroce della conduzione dell’economia americana sia sotto Bush che sotto Obama],  The Stench of US Economic Decay: Russia and China Dump the US Dollar— Il fetore della decomposizione economica americana: Russia e Cina mollano il dollaro (cfr. www.globalresearch.ca/ index.php?context=va&aid=22150/).

[135] Dobbiamo però anche dire che, a parte l’autorevolezza dell’economista autore del servizio citato in nota precedente di Global Research, non siamo stati capaci – forse per nostre carenze… o, forse, chi sa – di trovare riscontro alla notizia nel Cerca/Trova delle edizioni inglesi dei due quotidiani cinesi… Ma non siamo stati neanche in grado di consultare i testi cinesi, purtroppo.

[136] Cfr. Nota6, qui sopra.

[137] Nuovo Testamento, Matt, 7, 1-5, “perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nell’occhio tuo?”.

[138] Lo attesta esplicitamente anche il New York Times (“l’attacco contro Yeonpyeong è avvenuto dopo che le forze armate della Corea del Sud nel corso delle loro esercitazioni militari hanno sparato colpi di artiglieria nelle acque vicine alla costa nord coreana”), 23.11.2010, edit., A Very Risky Game— Un gioco molto rischioso.

[139] Agenzia Reuters, 1.12.2010, U.N. push for North Korea condemnation falters— Alle Nazioni Unite vacillano le spinte [sud coreana e americana] per una condanna della Corea del Nord (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6B00A 520101201/).

[140] Che da metà dicembre rimpiazza ad interim il ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, licenziato dal presidente  Ahmadinejad— che, in sostanza, sembra imputargli di non essere riuscito a convincere il Consiglio di sicurezza dell’ONU a soprassedere due mesi fa all’ultima ondata di sanzioni inflitte all’Iran.

Ora il presidente della Commissione Esteri del parlamento, Heshmatollah Falahatpisheh, asserendo che l’uscita dal governo di Mottaki “non avviene secondo le norme”, chiede chiarimenti al presidente Ahnadinejad che Mottaki pure ha “servito” per ben cinque anni. E il presidente dello stesso majilis, Ali Larijani, che critica la decisione come “inopportuna, sbagliata e inaccettabile anche nella forma”, dopo che lo stesso Mottaki ha definito il modo del suo licenziamento come “anti-islamico”, qualsiasi cosa ciò possa significare, chiede ufficialmente a Ahmadinejad di giustificarsi (New York Times, 19.12.2010, A.P., Ex-Iranian FM Criticizes President for Sacking Him L’ex ministro degli Esteri iraniano critica il presidente per averlo licenziato).

    Viene anche rivelato che Mottaki “non era stato la prima scelta del presidente” e era diventato ministro degli Esteri “per certe ragioni”: cioè perché, come tutti sanno a Teheran, gli era stato imposto dal leader supremo Ali Khamenei che, in base alla prassi khomeinista, ha la prerogativa, anche se non proprio il diritto formale, di riservarsi le scelte ultime nei dicasteri più importanti.

    Adesso, bisognerà aspettare le “spiegazioni” che Ahmadinejad sarà costretto a dare. Questa appare, al momento, come una sua vittoria: che non si capisce, però, dove alla fine potrà andare a parare, visto fra l’altro che il nuovo ministro degli Esteri in pectore, Salehi, è un grande tecnocrate del nucleare laureato con lode al Massachusetts Institute of  Technology, e uomo lui stesso molto vicino a Khamenei… (PressTv, Iran, 3.12.2010, Salehi appointed acting foreign minister— Salehi designato ministro degli Esteri ad interim, cfr. http://previous.presstv.ir/detail.aspx?id=155293/).   

[141] XinhuaXinhua, 5.12.2010, Iran says "self-sufficient" in producing nuclear yellowcake— L’Iran annuncia la sua “autosufficienza” nella produzione di yellowcake (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2010-12/05/ c_ 13635839.htm/).

[142] SCR1747 (2007), 23.3.2007, p. 6, Persons involved in nuclear activitiesPersone coinvolte in attività sul nucleare (cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N07/281/40/PDF/N0728140.pdf?OpenElement/).

[143] Stratfor, 6.12.2010, Iran: UNSC Blamed For Releasing Nuclear Scientists' NamesL’Iran accusa il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per aver pubblicizzato il nome dei suoi scienziati atomici [assassinati] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/2010 1205_iran_unsc_blamed_releasing_nuclear_scientists_names/).

[144] Stratfor, 8.12.2010, EU: Iran Will Release Audio Files If Claims Continue - SourceSe continuano a sparare frescacce, dice una fonte [iraniana], pubblichiamo le registrazioni audio [degli incontri] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101208 _eu_iran_will_release_audio_files_if_claims_continue_source/).

[145] Stratfor, 7.12.2010, Iran: Clinton's Remarks Prelude To More Nuclear CooperationIran: le considerazioni della Clinton preludio a una maggiore cooperazione sul nucleare (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20101207_iran_ clin ton_re marks_prelude_more_nuclear_cooperation/).

[146] Yahoo!News, 18.12.2010, Iran quadruples petrol prices at it cuts subsidies— L’Iran quadruplica i prezzi della benzina col taglio dei sussidi (cfr. http://uk.news.yahoo.com/18/20101219/tbs-iran-quadruples-petrol-prices-at-it-5268574.html/).

[147] NPR (Washington), 24.12.2010, P. Kenyon, As Sanctions Squeeze Trade, Iran Looks For Options L’Iran in cerca di opzioni, per la stretta delle sanzioni sui suoi scambi (cfr. www.npr.org/2010/12/23/132264754/as-sanctions-squeeze-trade-iran-looks-for-options/).

[148] Però… però, a fine mese si apprende che miliardi e miliardi di $ di esenzioni sono stati concessi ad hoc ma con grande abbondanza a centinaia, letteralmente, di imprese americane per far affari comunque con l’Iran: dalle Chiquita Banane alla BankAmerica all’Alcoa, ecc., ecc. (New York Times, 24.12.2010, J. Becker, U.S. Approved Business With Blacklisted Nations— Gli Stati Uniti hanno approvato affari [in abbondanza] con le nazioni della lista nera [non solo Iran, dunque, ma anche Corea del Nord e Cuba, ben al di là dei regali dei parenti…]: Business is Business, dopotutto… (per l’elenco completo delle ditte e degli affari “autorizzati” da Washington – ma, scusate tanto: perché dovremmo finire col boicottare solo noi, noi europei, allora l’Iran, rinunciando a decine di miliardi di € di business? – cfr. www.nytimes.com/ interactive/2010/12/24/world/24-sanctions.html?ref=world/).

[149] Donya-e Eqtesad— Economia mondiale (in lingua farsi), 18.12.2010 (cfr. http://www.donya-e-eqtesad.com/Default_ view.asp?@=223095/).

[150] FMI, dati sul PIL al tasso di cambio ufficiale: 330,461 miliardi nel 2009: in potere d’acquisto il PIL effettivo è circa al doppio… (cfr. www.imf.org/external/ pubs/ft/weo/2010/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=87&pr.y=14&sy=2008&ey= 2015&scsm= 1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=429&s=NGDPD&grp=0&a=/).

[151] New York Times, 19.12.2010, W. Yong, Gas Prices Soar in Iran as Subsidy Is Reduced— I prezzi della benzina si impennano con la riduzione dei sussidi governativi.

[152] A Cop’s Watch, 20.12.2010, Iran: Subsidies Yield Reduced Gasoline Consumption— [Il taglio dei] sussidi riduce il consumo di benzina (cfr. http://acopswatch.blogspot.com/2010/12/whats-going-on-in-world-today-101220.html/).

[153] Washington Post, 20.12.2010, K. Armin Serjoie e T. Erdbrink, Police patrol cities as Iran hikes prices of gas, other staples— La polizia pattuglia le città iraniane dopo gli aumenti del prezzo della benzina e di altri beni primari (cfr. www.washing ton post.com/wp-dyn/content/article/2010/12/19/AR2010121901572.html/).

[154] ExpressIndia, 31.12.2010, S. Roy, India hasn't closed ACU process for Iran payments— L’India non ha affatto chiuso il percorso di pagamenti previsto con gli iraniani (cfr. www.expressindia.com/latest-news/India-hasnt-closed-ACU-process-for-Iran-payments/731131/).

[155] New York Times, 30.12.2010, L. Polgreen e H. Timmons, Move to Curb Transactions for Iranian Oil Leaves Indian Companies Scrambling—.

[156] FinanzNachrichten.de, 31.12.2010, Iran says payment impasse with India resolved L’Iran afferma che lo stallo sui pagamenti con l’India è risolto (cfr. www.finanznachrichten.de/.../18962909-update-2-iran-says-payments-impasse-with-in dia-resolved-report-020.htm/).

[157] Earth Times, 22.12.2010, Agenzia DPA, Senior Iranian ayatollah condemns Ahmadinejad aide over music Grand Ayatollah iraniano condanna l’assistente primo di Ahmadinejad perché vuole autorizzare la musica (cfr. www.earthtimes.org/ arti cles/news/359356,condemns-ahmadinejad-aide-music.html/).

[158] Reuters, 1.11.2010, Hamas would honour referendum on peace with Israel— Hamas onorerebbe un referendum sulla pace con Israele (cfr. http://in.reuters.com/article/idINIndia-53272020101201/).

[159] Ha’aretz (Tel Aviv), 6.9.10, Reuters, Lebanon PM: I was wrong to accuse Syria of Rafik Hariri murder Il primo ministro del Libano: ho sbagliato nell’accusare la Siria dell’assassinio di Rafik Hariri (cfr. www.haaretz.com/news/international/ lebanon-pm-i-was-wrong-to-accuse-syria-of-rafik-hariri-murder-1.312529/).

[160] Ha’aretz, 22.12.2010, A. Issacharoff e Agenzie, Lebanon PM halts backing of Hariri tribunal amid tensions with Hezbollah— Fra le tensioni sugli Hezbollah, il primo ministro libanese ritira l’appoggio al tribunale Hariri (cfr. www.haaretz. com/news/diplomacy-defense/report-lebanon-pm-halts-backing-of-hariri-tribunal-amid-tensions-with-hezbollah-1.332063?localLinksEnabled=false/).

[161] New York Times, 11.12.2010, T. L. Friedman, Reality CheckAlla prova della realtà.

[162] Guardian, 5.12.2010, US embassy cables: Hillary Clinton says Saudi Arabia 'a critical source of terrorist funding'Hillary Clinton afferma che l’Arabia saudita ha un ruolo critico nel finanziamento del terrorismo [islamico] (cfr. www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/242073/: documento SECRET STATE 131801 del 30.12.2009).

[163] Comunicato stampa Ministerio das Relaçoes exteriores, Brazil, 3.12.2010 (cfr. www.itamaraty.gov.br/).

[164] Ha’aretz, 6.12.2010, Argentina joins Brazil in recognition of Palestinian State – Israel calls announcement ‘regrettable’—  L’Argentina si unisce al Brasile nel riconoscere lo Stato palestineseIsraele chiama l’annuncio ‘deplorevole’ (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/argentina-joins-brazil-in-recognition-of-palestinian-state-1.329220/).

[165] Ha’aretz, 21.2.2010, B. Ravid, EU initiative:Recognition of Palestinian state by next year— Iniziativa della UE: riconoscimento dello Stato di Palestina entro il prossimo anno (cfr. www.haaretz.com/print-edition/news/eu-initiative-recognition-of-palestinian-state-by-next-year-1.263669/).

[166] New York Times, 16.12.2010, Palestinians Ask Europe to Recognize a State I palestinesi chiedono all’Unione di riconoscer[gli] uno Stato.

[167] Ha’aretz, 10.12.2010, A. Eldar, Former European leaders: Sanction Israel over settlement buildingEx leaders europei: Israele va sanzionata per la costruzione degli insediamenti (cfr. www.haaretz.com/print-edition/news/former-euro pean-leaders-sanction-israel-over-settlement-building-1.329767/).

[168] Stratfor, 7.12.2010, Palestinian Territories: Recognition Ineffective - SourceFonte [di Hamas]: territori palestinesi, il riconoscimento non avrebbe effetti (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101207_palestinian_ territories_recogni tion_ ineffec tive_source/).

[169] Stratfor, 7.12.2010, Argentina, Brasile, Uruguay, U.S.: Countries' Unilateral Recognition of Palestinian State OpposedArgentina, Brasile, Uruguay: gli USA si oppongono [sarebbe più esatto dire che sono contrari: perché quanto a opporsi in realtà sono impotenti] al riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese da parte di Argentina, Brasile, Uruguay (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20101207_argentina_brazil_uruguay_us_opposes_unilateral_ recog ni tion_palestinian_state/).

[170] Stratfor, 7.12.2010, Palestinian Territories: Israel Peace Talks Ineffective Without Hamas - Turkish PM— Il premier turco afferma che I colloqui con israele sui territori palestinesi senza hamas sono inconcludenti (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101207_palestinian_territories_israel_peace_talks_ineffective_without_hamas_turkish

 _pm/).

[171] Gush Shalom—שלום עכשיו— ShalomAkhshav—Pace adesso, 18.12.2010, Uri Avnery, Ship of Fools 2Nave dei folli 2.

[172] Dipartimento di Stato USA, 29.12.2010, Dichiarazione ufficiale del portavoce Mark C. Toner (cfr. www.state.gov/r/ pa/prs/dpb/2010/12/153781.htm/). 

[173] Fox News, 29.12.2010, Israeli Minister: Iran Three Years From Atomic Bomb Ministro israeliano: l’Iran è a tre anni dalla bomba (cfr. http://musicifi.com/gossip/Israeli-Minister-Iran-Three-Years-From-Atomic-Bomb-6430992.html/).

[174] Rapporto semestrale al Congresso, 20.11.2010, Progress towards Security and Stability in Afghanistan - 2010— (cfr. http://www. globalsecurity.org/military/library/report/2010/afghanistan-security-stability_201011.pdf/).

[175] 1) New York Times, 16.12.10, H. Cooper, Afghan Report Sees July Troop Pullouts Despite Perils— Il rapporto [dell’Amministrazione Obama] sull’Afganistan prevede da luglio[l’inizio] del ritiro, anche se i pericoli restano; 2) A Summary of the Obama Administration Strategy on Afghanistan Sintesi originale del testo …, 16.12.2010 (cfr. http://s3.amazonaws .com/nytdocs/docs/541/541.pdf/).

[176] (A.P.), 19.12.2010, Biden: US out of Afghanistan by 2014 Biden: gli USA fuori dall’Afghanistan nel 2014 (cfr. www.re alclearpolitics.com/news/ap/politics/2010/Dec/19/biden__us_out_of_afghanistan_by_2014.html/).

[177] 1) New York Times, 20.12.2010, M. Mazzetti e D. Filkins, U.S. military seeks to expand raids in Pakistan— I militari americani vogliono espandere i loro raids in Pakistan; 2) Dawn (Islamabad), 21.12.2010, No foreign troops can operate on our soil— Nessun militare straniero può operare sul nostro territorio (cfr. www.dawn.com/2010/12/21/paki stan-will-not-accept-foreign-troops-on-its-soil-husain-haqqani.html/).

[178] The Express Tribune (Islamabad), 28.12.2010, N Waziristan offensive may see further delays L’offensiva nel Nord Waziristan potrebbe subire altri ritardi (cfr. http://tribune.com.pk/story/95667/n-waziristan-offensive-may-see-further-de la ys/).

[179] V. Nota178, subito sopra.

[180] New York Times, 28.12.2010, T. Shanker, Insurgents Set Aside Rivalries on Afghan Border— Gli insorti lungo il confine afgano mettono da parte le loro rivalità.

[181] Los Angeles Times, 28.12.2010, A. Flaherty, US commander: Troops defend towns, fight Taliban on Afghan soil; border can't be sealed— Comandante americano: le truppe difenderanno i villaggi, combatteranno i talebani sul territorio afgano ma non siggilleranno un confine che è indifendibile (cfr. www.latimes.com/sns-ap-us-us-afghanistan,0,3617108.story/).

[182] Washington Post, 14.12.2010, K. De Young, War review cites strides, is less confident of Afghan governance La revisione dell’andamento della guerra parla di passi avanti ma è meno fiduciosa della possibilità di ‘governance’ dell’Afganistan  (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/12/14/AR2010121407420.html/).

[183] The Age (Sidney), 18.12.2010, K. Shahzad, China, Pakistan conclude $35 bln deals— Cina e Pakistan concludono accordi per 35 miliardi di $ (cfr. http://news.theage.com.au/breaking-news-world/china-pakistan-conclude-35-bln-deals-20101219-191om.html/).

[184] Vedi subito sotto, Nota188; qui Guardian, 16.12.2010m J. Denselow, Death of the Afghan Surge Morte dell’impennata afgana.

[185] Reuters, 12.12.010, Afghan election body warns of political crisis La Commissione elettorale ammonisce di un’incombente crisi politica [qui, come si vede, preferiscono “valorizzare” non la notizia della richiesta di annullamento ma quella dell’ammonimento] (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6BB12X20101212/).

[186] Yahoo!News, 5.12.2010, Petraeus defends Karzai on corruption questionsPetraeus difende Karzai sulla questione della corruzione (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20101206/wlsthasia_afp/afghanistanunrestuspetraeuswikileaks _20101206022325/).

[187] J. Faust, che dal 2006 scrive un blog molto personale e molto acuto di osservazioni in cfr. www.registan.net/; e, di recente, ha raccolto una scelta di grande e attualissimo interesse degli scritti apparsi su quel blog in un Diario dell’AfganistanAfghanistan Journal: Selections From Registan.net, ed. JustWorldBooks, 2010.

[188] Guardian, 14.12.2010, J. Borger, New direction for US in Afghanistan following Richard Holbrooke death—.  

[189] The Express Tribune (Islamabad), 2.12.2010, K. Yousef, Neutral country: Pakistan warms up to Taliban office Il Pakistan caldeggia la proposta afgana di un ‘ufficio talebani’ in un paese neutrale (cfr. http://tribune.com.pk/story/95405/neu tral-country-pakistan-warms-up-to-taliban-office/).

[190] e-ariana, 16.12.2010, Deutsche Welle, J. Impey e C. Penfold, Germany to start withdrawing from Afghanistan by end of 2011 La Germania comincerà a ritirarsi dall’Afganistan dalla fine del 2011 (cfr. http://e-ariana.com/ariana/eariana. nsf/allDocs/8EB6CDCE1D19717B872577FB006B91C0?OpenDocument/).

[191] Stratfor, 7.12.2010, Iraq: Allawi threatens to quit power-sharing Government— Iraq: Allawi minaccia di non entrare nel governo di compartecipazione al potere (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101207_iraq_allawi_threatens_ quit_ power_sharing_government/).

[192] Stratfor, 7.12.2010, Iraq: Al-Iraqiya List Puts In NominationsIraq: la lista al-Iraqiya avanza le sue nomine per il gabinetto (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101207_iraq_leaders_named_al_iraqiya_list/).

[193] 1) Stratfor, 7.12.2010, Iraq: No Relation Between NCSP, Government Formation— Iraq: nessun rapporto tra il Consiglio strategico e la formazione del governo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101207_iraq_no_relation_between_ ncsp_govern ment_formation/); 2) Al Arabiya, (Riyad), 7.12.2010, Iraq needs a compromise, but instead it has al Maliki— L’Iraq ha bisogno di un compromesso e invece si ritrova al.Maliki (cfr. www.alarabiya.net/views/2010/ 12/07/128782.html/).

[194] Stratfor, 9.12.2010, Iraq: Details on NCSP Powers on Draft LawIraq: i dettagli della bozza di legge sui poteri della NCSP (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101209-iraq-details-ncss-powers-draft-law/).

 

 

[195] Stratfor, 10.12.2010, Iraq: National Alliance Rejects Al–Iraqiya List Proposal— Iraq: l’Alleanza nazionale respinge le proposte della lista al-Iraqiya (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101210-iraq-national-alliance-rejects-al%E2%80%93iraqiya-list-proposal/).

[196] Agenzia United Press International, 15.12.2010, Sunni-backed politician to join Iraqi government— Uomo politico sostenuto dai sunniti entrerà nel governo iracheno (cfr. http://iraqidinarnews.net/blog/2010/12/15/upi-sunni-backed-poli tician-to-join-iraqi-government/).

[197] New York Times, 19.12.10, (A.P.), Allawi Urges Iraq PM to Keep Power-Sharing Pledge—.

[198] New York Times, 21.12.10, J. Leland e J. Healy, Iraq Approves New Government L’Iraq approva il nuovo governo.

[199] Stratfor, 22.12.2010, NCSP Bill Has Not Reached Parliament La legislazione sul NCSP non è ancora arrivata in parlamento (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101222-iraq-ncsp-bill-has-not-reached-parliament/).

[200] Wall Street Journal, 28.12.2010, S. Dagher, Iraq Wants the U.S. Out L’Iraq vuole che gli americani se ne vadano (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052970204685004576045700275218580.html/). 

[201] Wall Street Journal, 28.12.2010, Maliki on Iraq's Future Maliki sul futuro dell’Iraq (cfr. http://online.wsj.com/article/ SB10001424052970203513204576047804111203090.html?mod=WSJEUROPE_hpp_MIDDLETopNews/).

[202] RIA Novosti, 1.12.2010, European security treaty plans not redundant - Medvedev— Non sono affatto inutili i progetti di un piano di sicurezza europea - Medvedev (cfr. http://en.rian.ru/world/20101201/161574541.html/).

[203] CNN, 1.12.2010 (cfr. http://edition.cnn.com/video/#/video/bestoftv/2010/11/30/lkl.putin.arms.race.cnn?iref=all search/).

[204] Guardian, 6.12.2010, I. Traynor, US says Patriot missiles could defend Poland from anyone, as cables show Warsaw feared Moscow more than Iran or Syria Gli USA dicono che i missili Patriot sono in grado di difendere la Polonia da tutti, mentre i dispacci [di WikiLeaks] mostrano che Varsavia ha più paura di Mosca che dell’Iran e della Siria.

[205] Yahoo!News, 7.12.2010, Russia 'perplexed' by leaked Baltic defence planLa Russia ‘perplessa’ per i piani svelati di difesa della NATO nel Baltico (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20101207/wl_afp/russiausnatodiplomacywiki leaks_2010 1207160648/).

[206] The Cable/Foreign Policy, 16.12.10, J. Rogin, White House gives up on getting Kyl's support for New START La Casa Bianca rinuncia a ottenere l’appoggio di Kyl per il nuovo START [cioè lascia perdere di provarci dopo aver finalmente capito che con questi è del tutto inutile cercare un compromesso sensato…].

[207] New York Times, 21.12.2010, P. Baker, Senate Advances Arms Treaty, 67-28 Il Senato fa andare avanti il Trattato sulla riduzione degli armamenti con 67 voti a 28 [è il primo voto, quello necessario a metter fine al dibattito e all’ostruzionismo: più dei 2/3 al Senato, l’unico ramo del parlamento cui spetta ratificare i Trattati internazionali].         

[208] America on Line, (AOL), 23.12.2010, Senate Ratifies START Treaty,Russia waits for ratification text Il Senato americano ratifica il Trattato START, la Russia aspetta di leggere il testo di ratifica (cfr. www.politicsdaily.com/2010/12/22/se nate-ratifies-start-treaty-71-to-26/).

[209] Stratfor, 29.12.2010, Russia: New START 'Unqualified Success' For President - PM La Russia: il nuovo START, dice il primo ministro, è un successo straordinario del presidente (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101229-russia-new-start-unqua lified-success-president-pm/).

[210] Stratfor, 23.12.2010, France: Paris Pushes For Test Ban Treaty Ratification La Francia: Parigi spinge per la ratifica del Trattato sul bando agli esperimenti nucleari (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101223-france-paris-pushes-test-ban-treaty-ratification/).  

[211] Testo del messaggio, 17.9.1796, reso pubblico dal quotidiano The Independent Chronicle, 26.9.1796 (cfr. www.early america.com/earlyamerica/milestones/farewell/text.html/).

[212] Times, 11.12.2010, How Wikileaks is changing diplomacyCome Wikileaks sta cambiando la diplomazia [stessa] (cfr. www.timeslive.co.za/business/article810640.ece/How-Wikileaks-is-changing-diplomacy/).

[213] Stratfor, 8.12.2010, Poland: Only Patriot Missiles Received From Obama - DM—  Polonia: da Obama ricevuti solo missili Patriot (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101208-poland-only-patriot-missiles-received-obama-defense-minister/).

[214] White House, Dichiarazione congiunta Obama-Komorowski, 8.12,.2010 (cfr. www.whitehouse.gov/the-press-office/ 2010/12/08/joint-statement-president-obama-and-president-komorowski-poland/). 

[215] Kphy Agency, 10.12.2010, Poland looking into visas for AmericansLa Polonia sta [ri]pensando ai visti per gli americani (cfr. http://page2rss.com/page?url=www.kphy.com/).

[216] ACopsWatch, 8.12.2010, Russia: NATO Expected To Renounce Military Planning December— La Russia si aspetta che la NATO sconfessi la pianificazione militare (cfr. http://acopswatch.blogspot.com/).

[217] Atlantic Council, 13.12.2010, NATO official confirms defense plans for Russia’s neighbors Esponente della NATO conferma l’esistenza di piani di difesa per tutti i vicini della Russia (cfr. www.acus.org/natosource/nato-official-confirms-defen se-plans-russias-neighbors/).

[218] Stratfor, 14.12.2010, Russia: NATO Plan To Defend Baltics Not Important - Military ChiefIl piano NATO di difesa del Baltico nonha grande rilevanza: lo sostiene il capo delle Forze armate russe  (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101214-rus sia-nato-plan-defend-baltics-not-important-military-chief/).

[219] DESTATIS, Ufficio statistico federale (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/ Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/KeyIndicators/ConsumerPrices/liste__vpi,templateId=renderPrint.psml/).

[220] DESTATIS, Ufficio statistico federale (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Cont ent/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/KeyIndicators/ProductionManufacturing/liste__piverar,templateId= renderPrint.psml/).

[221] New York Times, 24.12.2010, M. Slackman, Bavaria Booms, but Germans Feel Economic Malaise C’è il boom in Baviera [e non solo], ma i tedeschi sentono il disagio dell’economia.

[222] V. Nota190, qui sopra.  

[223] The Local, 11.12.10, Bundeswehr to attract volunteer troops with better pay, bonuses La Bundeswehr attrarrà volontari con paghe e premi più alti (cfr. www.thelocal.de/national/20101211-31743.html/).

[224] INSEE, 28.12.2010 (cfr. www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id=40&date=20101228/).

[225] INSEE, 28.12.2010 (cfr. www.insee.fr/en/themes/info-rapide.asp?id=28/)

[226] The Economist, 11.12.2010.

[227] 1) Guardian, 12.12.2010, N. Cohen, The young will have their revenge, Mr Clegg I giovani avranno la loro vendetta, Mr Clegg; 2) Guardian, 12.12.2010, J. Ashley, Angry Liberal Democrats can be part of Labour's future I liberal- democratici arrabbiati possono diventare parte dei laburisti.

[228] The Economist, 4.12.2010.

[229] The Economist, 11.12.2010.

[230] Z News, 4.12.2010, Japan FM in aerial visit to disputed Russian islands Il ministro degli Esteri del Giappone in visita alle isole russe contes (cfr. www.zeenews.com/news672354.html/).

[231] Stratfor, 14.12.2010, Japan: Leader Criticizes Russian Visit To Disputed Islands Esponente del governo giapponese critica la visita russa alle isole contese (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101214-japan-leader-criticizes-russian-visit-dispu ted-islands/).

[232] Università di Le Havre, Curtis, Griffin. Cornecki, 2009, Trends and recent deveklopments in FDI in Russia Tendenze e sviluppi recenti negli SDE in Russia (cfr. www.univ-lehavre.fr/recherche/cerene/InternationalConference/ pdf/papers/ Curtis- Griffin-Kornecki.pdf/).

[233] Voice of Russia, 9.12.2010, Russia, Japan should defer Kuril dispute to historians – official Russia e Giappone deferiscano la disputa sulle Curili agli storici – proposta [russa] (cfr. http://english.ruvr.ru/2010/12/09/36510661.html/).

[234] Voice of America (VOA), 22.12.2010, China Seeks Compensation From South Korea in Trawler Collision— La Cina richiede l’indennizzo dalla Corea del Sud per la collisione col peschereccio (cfr. www.voanews.com/english/news/asia/ China-Seeks-Compensation-From-South-Korea-in-Trawler-Collision-112239864.html/).

[235] JiJi Press, 10.12.2010, Japan to Set FY 2011 Budget at around 93 T. Yen— Il bilancio della Difesa per l’anno fiscale 2011 sui 93.000 miliardi di yen (cfr. http://jen.jiji.com/jc/eng?g=eco&k=2010121000084/)

[236] Financial Times, 17.12.2010, M. Dickie, Japan retools military to face China fears Il Giappone riattrezza le sue forze militari per far fronte alle paure della Cina (cfr. www.ft.com/cms/s/0/c6b02908-0985-11e0-8c68-00144feabdc0,dwp_uuid=9c 3700c-4c86-11da-89df-0000779e2340.html#axzz19P8kzL00/); e Mainichi Daily News, 17.12.2010, Kyodo, Japan adopts proactive defense policy with eye on China's rise— Il Giappone adotta una politica di difesa pro-attiva che guarda alla crescita della Cina (cfr. http://mdn.mainichi.jp/mdnnews/national/news/20101217p2g00m0dm082000c.html/).