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     01. Nota congiunturale - gennaio 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

1.1.2010

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE... PAGEREF _Toc250053580 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc250053581 \h 1

nel mondo.. PAGEREF _Toc250053582 \h 1

in Cina.. PAGEREF _Toc250053583 \h 13

EUROPA... PAGEREF _Toc250053584 \h 14

STATI UNITI. PAGEREF _Toc250053585 \h 24

Perdita di salari e stipendi 2008-2012 e costo della riforma sanitaria 2010-2019. PAGEREF _Toc250053586 \h 27

GERMANIA... PAGEREF _Toc250053587 \h 54

FRANCIA... PAGEREF _Toc250053588 \h 55

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc250053589 \h 57

GIAPPONE... PAGEREF _Toc250053590 \h 57

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Nel mese che, sul piano politico è stato indelebilmente segnato dall’aggressione al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, da parte di uno squilibrato (fatto oggettivo) istigato (e questo, invece, è un parere soggettivo) dal clima d’odio montato contro di lui, il governatore della Banca d’Italia dice chiarissimo che stiamo andando a capicollo verso una gravissima crisi sociale.

Parlando alla facoltà di Statistica dell’università di Parma, dove riceveva una laurea honoris causa ha fatto una diagnosi impietosa – ed estremamente realistica – dello stato delle cose:

Oggi come oggi, avvisa, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro. A questi si affiancano 450 mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”.

Di qui la necessità di una radicale riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, che porterebbe “benefici per l’efficienza produttiva, la tutela dei lavoratori, l’equità sociale. Essa è oggi il prerequisito per un’estensione della flessibilità del mercato del lavoro a tutti i suoi comparti”.

Chiaro? Chiaro abbastanza per tutti i predicatori della flessibilità come chiave della ripresa? Serve questo prerequisito. E prerequisito, è bene chiarirlo per i duri d’orecchio che sono installati al governo, in lingua italiana, significa qualcosa da fare prima[1]

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Se doveste definire, con un tratto solo, la caratteristica principale di questo primo decennio del XXI secolo – gli anni ‘00, the noughties, come li chiamano gli inglesi – quale sarebbe la vostra definizione? Quella che viene di getto a chi scrive è che questi sono stati gli anni delle grandi menzogne geo-politiche: per esempio— ma solo di esempi si tratta

• gli anni della guerra all’Iraq perché Saddam aveva puntate, a 45 minuti di tempo/distanza da Londra e a 5 da Tel Aviv, le armi di distruzione di massa… che, però, non aveva e che, in ogni caso, hanno in tanti in giro per il mondo cui non le contesta nessuno…;

• gli anni del bushismo e del berlusconismo rampanti… iniziati con l’elezione fasulla di un presidente americano fasullo e quella vera anche se improvvida di un altrettanto fasullo presidente del Consiglio italiano…;

• gli anni del(i) fondamentalismo(i) scavallato(i) che, in nome di quella che autodefiniscono “fede”, negano la ragione comune…

Speriamo che gli anni ’10 di questo nuovo secolo non somiglino a quelli ’00, che la gente cioè impari a esigere, a pretendere, dai suoi “capi”, eletti o meno eletti che siano, la verità.

Senza scordare che forse, secondo alcuni modi di contare la decade – comincia nel 2000 o nel 2001? – purtroppo forse gli anni della grande menzogna – che stavolta potrebbe toccare all’Iran – non sarebbero proprio finiti…  uestos ecolo nuovo non siano conìme questi che legente impari ad esigere, a pretednere   

Nell’incontro tenuto a fine novembre tra UE e Cina, l’ultimo prima della Conferenza sul clima di  Copenhagen, i ministri europei hanno insistito perché la Cina “fornisca dettagli” sui limiti che intende prescrivere alle sue emissioni di gas serra che, certo, in rapporto a quella che è la popolazione più numerosa del mondo, pro-capite ne riduce di gran lunga l’impatto (un quarto di quello degli americani, uno per uno) ma resta in assoluto il contributo maggiore all’inquinamento climatico.

Ufficiosamente, alla fine – con un’intervista rilasciata al quotidiano britannico Guardian, Wang Gang, ministro della Scienza e della Tecnologia di Cina (uno dei membri non comunisti del governo) – un’indicazione la dà[2]*. Fornisce la data, che non costituisce però formalmente un impegno, in cui il governo ritiene che le emissioni di gas carbonifero arriveranno al top nel paese: tra il 2030 e il 2040 ed è la massima approssimazione cui un responsabile cinese sia mai arrivato.

E’ un punto importante perché alla conferenza chiedono in molti di conoscere date e dettagli degli impegni che anche i paesi in via di sviluppo giganti, come Cina e India, si impegnano a rispettare per arrivare all’obiettivo: quello di mappare una strategia globale in grado poi di essere applicata con successo, suddividendo gli impegni tra i vari attori, in modo da contenere entro la fine del secolo al di sotto dei 2°c. l’aumento del riscaldamento globale del pianeta.

Il primo ministro svedese, la cui presidenza di turno dell’Unione europea viene accorciata dalla entrata in funzione del nuovo presidente rafforzato, o se volete come dicono alcuni maligni, il nuovo presidente gonfiato, il belga Van Rompuy – ha spiegato che gli europei vogliono anzitutto capire come e in che  cosa il nuovo “che fare” cinese sull’inquinamento cambia rispetto al vecchio andazzo. I cinesi si dicono e sembrano disponibili, ma pretendono che tutto sia rapportato sicuramente tanto all’impatto attuale quanto alle responsabilità per l’inquinamento l’inuinamento quel accumulato in passato: quando a inquinare erano, in pratica, solo i nostri paesi[3].

E chiedono con grande insistenza – non ottenendo da nessuno nessuna risposta che non sia un immotivato “perché sì” – che qualcuno spieghi loro perché gli americani debbano avere il diritto ad inquinare coi loro gas serra l’atmosfera di tutto il pianeta quattro volte più di quanto facciano i cinesi o dieci di più di quanto facciano gli indiani…

Poi, si apre la conferenza ONU di Copenhagen

E il dramma per l’Europa a Copenhagen, anche se forse si sta impegnando concretamente a fare davvero di più di ogni altra potenza (2,4 miliardi di € freschi all’anno fino al 2012 per aiutare i PVS ad abbattere le loro emissioni gassose)ualcjemoliado di $in impegni nuovi per aitare i PVS ad abbatere , è che l’Europa una potenza non è. Non ha, dunque, la voce unica e autorevole, l’influenza univoca ch serve per poter pesare davvero nelle decisioni finali. E a Copenhagen, come ai G-20, come sempre ormai, deve lasciare perciò la ribalta al PM Wen Jabao, da una parte, e a Obama, dall’altra…

Però, per il mondo, il dramma a Copenhagen è perfino più complesso e difficoltoso. Perché il dissenso non, almeno credibilmente, non verte più tanto sul problema, sulla sua consistenza effettiva— anche se di scettici ancore ne restano, il punto chiave di concordanza sembra essere ormai stato identificato nelle parole del Rapporto di sintesi presentato al Vertice dall’IPCC dove dice che “Il riscaldamento dell’ecosistema è ormai al di sopra di ogni dubbio possibile[4].

I dubbi, ripetiamo, degli scettici restano – alimentati e finanziati da chi, come la grande industria, le cose non le vuole proprio veder cambiare: perché, al limite, preferisce asfissiare l’aria domani piuttosto che ridurre subito i propri profitti, o essere costretta a diversificarne laboriosamente le fonti – ma ormai, tra i governi, si concentrano soprattutto sul che fare: sui rimedi.

Le divergenze sono trasversali, diffuse e diversificate, anche a fronte di un bisogno che tutti, in realtà, avvertono come universale e uguale per tutti (perché, sì, tutti respiriamo la stessa aria). Le divisioni passano tra gli europei stessi, tra ricchi e poveri di tutto il mondo, tra chi vuole tassare le emissioni velenose e chi, invece, le vuole commercializzare: vendere e comprare, lasciandole, in sostanza, così quelle che sono…

La prima settimana del Vertice s’è consumata nello scontro di due bozze di proposta:

• quella cosiddetta danese, o europea, un testo che, onestamente, “molti osservatori hanno visto come estremamente accomodante per gli interessi degli Stati Uniti e degli altri paesi industrializzati”, come lo descrive il cronista del NYT[5]:

   ▫ forzerebbe i PVS ad accettare specifici tagli di emissioni e misure che non erano parte degli accordi originali in sede ONU;

   ▫ divide ancora di più i PVS tra di loro creando una nuova categoria chiamata di PVS “più vulnerabili”;

   ▫ indebolisce, fino ad escluderlo in pratica, il ruolo dell’ONU nella gestione e amministrazione degli strumenti di finanziamento concordati;

   ▫ mira a fissare, entro il 2050, un tetto di emissione per i PVS a 1,44 tonnellate di carbone pro-capite e, invece, a consentirne 2,67 tonnellate per i paesi ricchi.

•  l’altra bozza è stata “quella presentata dalla Cina e sottoscritta da un numero di paesi in via di sviluppo”: sulla quale, però, lo stesso inviato del NYT non dà alcun giudizio, limitandosi a concludere che “entrambe le bozze sono state criticate dal campo opposto”.

Ma il problema è proprio qui: le opposizioni contrapposte che sembrano davvero irriducibili.

All’inizio della seconda e ultima settimana del Vertice, quella che si è conclusa poi con la passerella dei grandi, lunedì 14 dicembre, i paesi in via di sviluppo minacciano di andarsene in massa accusando i paesi più ricchi di non voler fare abbastanza per tagliare le loro emissioni di gas serra. E’ stata una minaccia, più che altro, ma ha sottolineato l’equilibrio sempre più precario che c’è tra ricchi e poveri, tra i paesi del mondo.

Alla vigilia proprio della chiusura, e prima che a Copenhagen prendessero la parola i cosiddetti Grandi, è venuto fuori che esiste da tempo un documento delle Nazioni Unite che, mettendo insieme tutti i piani nazionali vincolanti di riduzione delle emissioni, calcola quale sarebbe alla fine la concentrazione dei gas serra. E la conclusione è che, senza decisioni ed azioni molto più decise, “le emissioni globalmente prese rimarrebbero a livelli insostenibili a, o intorno a, concentrazioni dell’ordine di 550 p.p.m. (parti per milione di anidride carbonica nell’aria) con la temperatura corrispondente[6]” di 3°c.

Che è assai superiore, almeno del 30%, al livello di riscaldamento considerato ormai pressoché universalmente pericoloso e, comunque, come tale valutato nelle dichiarazioni più recenti di tutti i paesi che rappresentano, in atto o in sviluppo, le maggiori potenze economiche del mondo. Lo scandalo, naturalmente, è nel fatto che come svela il documento (che avrebbe, naturalmente, dovuto restare segreto), tutti i paesi coinvolti nel negoziato sono perfettamente coscienti che, non nella fobia dei verdi di ogni gradazione ma nella realtà, il pianeta sta scivolando davvero verso il baratro a velocità accelerata e, malgrado questo, non si arriva a mettersi d’accordo…   

I punti principali del contenzioso restano, infatti, dove sono stati per anni con la necessità per arrivare a un qualsiasi accordo di avvicinare il baratro che li divide o, se volete, di districare o tagliare i nodi che bloccano tutto. In particolare su quattro punti:

   1. Quanto, e quanto rapidamente, i paesi ricchi devono tagliare le loro emissioni di gas serra o – che poi è la stessa cosa – impegnarsi in modo vincolante a limitare l’aumento della temperatura globale. E come lo devono dimostrare, non solo promettere.

   2. Quanto devono frenare la crescita delle loro emissioni le economie dei paesi emergenti, come Cina, India e Brasile. E come lo devono dimostrare, non solo promettere.

   3. Quanto devono compensare i paesi ricchi quelli poveri – quelli che inquinano meno, soprattutto pro-capite – per limitarne la vulnerabilità agli estremi sbalzi climatici annunciati in arrivo un po’ dappertutto alle latitudini dell’equatore man mano che si accumulano i gas serra nell’atmosfera e continuano a salire i livelli degli oceani.

   4. L’ultimo punto che a noi sembra decisivo è sul come si possano garantire i flussi di aiuti di cui al punto precedente, dato che gli impegni assunti dai soggetti “ricchi” nei confronti di quelli “poveri” nei precedenti accordi sul clima sono stati largamente evasi; e quale dei blocchi, chi deve ricevere o chi deve pagare, gestisce e amministra i fondi in questione.

Naturalmente ci sono, e ci saranno comunque, gli insoddisfatti. E magari anche con buonissime ragioni. Uno dei più credibili e accreditati esperti e il più eminente, forse, tra i climatologi che tra i primi hanno sollevato, documentato e denunciato il problema, il prof. James E. Hansen, della NASA e della Columbia University, dice[7], adesso, che forse è meglio se a Copenhagen va tutto a catafascio: perché “se andiamo a ripetere qualcosa tipo Kyoto – cioè qualcosa che chi firma si impegna a fare ma, poi, in effetti non fa – allora sprecheremmo ancora anni a cercare di capire quel che significauanto è stato deciso,.e a vdneerlo per quelo che non è proprio affatto..

Continuerebbero così, ha spiegato, molto ascoltato ma poco seguito, al Congresso americano, a contrabbandare come metodo efficace di abbattere l’inquinamento sistemi che vendono e comprano “permessi” di inquinare e avvelenare il pianeta: il cosiddetto “cap and trade”— cappello e commercio delle emissioni, “un po’ come le indulgenze che la Chiesa vendeva nel Medio evo: i vescovi incassavano fior di quattrini e i peccatori si compravano la redenzione. Andava bene così, malgrado l’assurdità, alle due parti.

   Ora, abbiamo paesi sviluppati che vogliono continuare più o meno col loro business as usual e paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di quattrini: che hanno la possibilità di ottenere trovandoli in cambio delle loro quote sui mercati liberi del carbone”. Appunto, un’assurdità: se il problema è l’inquinamento così non lo si riduce di un grammo.uinamento qu+così l’inquinamento no +n dimiuisce di un grammo, di certo.

Si tratta, invece, di cambiare radicalmente proprio il senso di marcia. Perché su una questione che riguarda la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta non c’è posto per compromessi politico-politicanti. “L’analogia è quella con la schiavitù e Abraham Lincoln, o col nazismo e Winston Churchill. Non ci può essere compromesso nella lotta al male assoluto in nome di convenienze piccine: non si può dire di ridurre la schiavitù con un compromesso politico del 50%...”. Il problema, però, riconosce anche Hansen è che oggi non ci sono né un Lincoln né un Churchill e che Obama non è certo l’uomo che ha quel coraggio e quella lungimiranza.

Ciò, conclude Hansen, non significa rassegnarsi e lasciar perdere perché tanto non c’è più niente da fare. Non è così. Può essere che ormai siamo condannati a veder alzarsi gli oceani di un metro, sommergendo le coste. Ma siamo ancora in grado di decidere, volendolo, di bloccare l’innalzamento dei litorali di altri dieci metri. Che altrimenti sarebbe inevitabile…

Questo il ragionamento di Hansen[8], dal quale dissente profondamente il Nobel dell’economia, Krugman: in sostanza, pur ribadendo che “James Hansen è un grande scienziato del clima, che è stato il primo a metterci tutti in guardia contro la crisi ecologica e che prendo tutto quel che dice, in particolare riguardo al carbone, assai seriamente”. Poi aggiunge: “Sfortunatamente, mentre quando parla di ecologia bisogna piegarsi alle sue ragioni, il suo articolo di ieri suggerisce che non ha fatto proprio alcuno sforzo per capire l’economia del controllo delle emissioni”.

In sintesi, spiega Krugman, questo pur grande scienziato non capisce proprio niente di economia e di politica e della necessità, nell’una e nell’altra disciplina, dello strumento del compromesso. Lui stesso, d’altra parte, ammette che il sistema del cap and trade, la tecnica-strumento del contenere le emissioni e venderle-comprarle, “ha ridotto realmente l’inquinamento da anidride solforosa [quella delle emissioni di carbone] ma, dice, non abbastanza: bè, nella misura in cui doveva farlo, lo ha fatto”.

Il caso dei gas serra, quelli specificamente a Copenhagen ora in questione, è analogo: dunque, basta col tutto e subito che in nome del “+1”, ma in realtà del “tanto peggio tanto meglio” rifiuta le ragioni dell’economia, della politica, cioè di fatto le condizioni stesse per andare avanti nella vita. “Se Hansen pensa che si sarebbe dovuto fare di più, invece di buttare nell’immondizia tutto il programma, dovrebbe mettersi a far campagna per un tetto più basso da imporre alla commercializzazione delle emissioni[9].

Ha fatto osservare Mikhail Gorbaciov, in un editoriale scritto per il Club di Madrid e pubblicato sul NYT[10] nei giorni dello stallo della Conferenza, che “non è solo di ambiente che si tratta… in pratica, la questione è collegata direttamente a tutti i problemi coi quali oggi dobbiamo fare i conti, anche al bisogno di creare un modello economico globale fondato sul bene comune. E è direttamente associato anche alle grandi questioni di sicurezza e a conflitti pericolosamente montanti, etnici e internazionali, alle migrazioni di massa e agli spostamenti di massa di  popoli interi… alla povertà crescente e all’ineguaglianza sociale; alla scarsità di acqua e energia e alla carenza dell’alimentazione…

   Per questo, su questa faccenda, siamo tutti cointeressati e abbiamo tutti un ruolo da spendere: ma governi ed istituzioni hanno il ruolo chiave. E’ compito loro fissare le norme e gli standard necessari a lottare contro il cambiamento climatico e solo gli Stati possono mobilitare risorse e incentivi in grado di mettere in moto le necessarie tecnologie d’avanguardia…E’ a loro che spetta oggi decidere, a Copenhagen, se l’inizio di risposta al problema sarà forte e convincente o se sarà debole”…

   Oggi, la realtà dice come “la scienza più autorevole avverta che siamo di fronte a un’emergenza reale”: che dovremmo “limitare l’aumento della temperatura globale ad 1 o 2°c.”, obiettivo fatto proprio a luglio, ufficialmente, dal G-20 dell’Aquila che, in ogni caso, “comporterà già grandi distruzioni…” ma i compromessi cui stanno arrivando tra loro i negoziatori che preparano Copenhagen “garantiscono in pratica aumenti di temperatura intorno ai 4° c.— ben dentro l’escursione termica del rischio catastrofico”. Perché? ma è chiaro:

  per l’inerzia del modello economico esistente, basato su superprofitti e consumi eccessivi; per l’incapacità di pensare a lungo termine di leaders politici ed economici; per la preoccupazione che il taglio delle emissioni carboniche taglierà la crescita… una preoccupazione sfruttata da quanti non vogliono alcun cambiamento…

   Ciò di cui abbiamo bisogno è la ricerca di nuovi motori di crescita e nuovi incentivi di sviluppo economico… che creeranno nuove industrie verdi, nuove tecnologie, nuovo lavoro...  un’economia a basso tasso di emissioni, parte integrante di un nuovo modello di economia, di cui il mondo ha bisogno esattamente quanto ha bisogno dell’aria che respira.

   Ma la transizione al nuovo modello – che dovrà essere riorientato al bene comune: un’ecologia sostenibile, la protezione della salute, l’istruzione, la cultura, le uguali opportunità come diritti a tutti fruibili e la coesione sociale al posto del profitto come stella cometa di tutto e per tutti “ha bisogno di tempo, anche perché richiede un mutamento di rotta valoriale.

   Questo, sia chiaro, è un bisogno, non solo un imperativo morale”.

Verso la fine della conferenza si sono succeduti una serie di colpi di scena.

• Prima, ha dato in piena seduta le sue dimissioni da presidente del Vertice dell’ONU, la danese Connie Hedegaard[11], ex ministra dell’Ambiente del suo paese e nuova Commissaria all’Ambiente della UE: proprio perché ormai dispera di un possibile risultato positivo e spera forse – anche se dà ormai il Vertice per fallito – di impartire così una sferzata salutare alle rappresentanze presenti (115 capi di Stato a turno e 193 delegazioni nazionali).    

• Poi, salgono sul podio in rapidissima successione Sarkozy (ha accusato la Cina di impedire l’accordo rifiutando di impegnarsi in modo verificabile al controllo da parte degli altri dei suoi livelli effettivi di emissioni di gas serra nell’atmosfera) e Obama (che ha, anche con impazienza, detto come “ormai il tempo delle chiacchiere sia finito” e, in buona sostanza, ha ripreso l’appello di Sarkozy: c’è bisogno di un meccanismo che costringa tutti a render conto degli impegni che prendono.

   E questo è stato… Obama non ha offerto assolutamente niente di nuovo sulla riduzione delle emissioni (ha ripetuto: sul 17%), o sul finanziamento dei paesi poveri per la riduzione di quelle loro, niente insomma di lontanamente vicino al suo originale messaggio-programma da neo-presidente,   sul riscaldamento climatico). Ha parlato, in pratica, soltanto della Cina e di quello che la Cina dovrebbe fare[12]

    “Non devono necessariamente essere misure intrusive o violare la sovranità di nessuno”, aggiunge – ma senza entrare nei meccanismi di verifica effettivamente capaci di farlo entro quei limiti – ma devono comunque garantire che un accordo sia credibile e che tutti rispettiamo i nostri impegni. Perché se questa rendicontazione non c’è, nessun impegno vale più della carta su cui lo scriviamo”. Ha ragione, naturalmente, ed è il limite reale – uno dei tanti, certo, non il solo – che ha avuto il protocollo di Kyoto che proprio questa Conferenza doveva rimpiazzare.

• I cinesi con qualche ragione rifiutano di stare a sorbirsi le prediche degli altri – quelli che come Sarkozy non hanno tenuto fede agli impegni presi o quelli che come Obama, e il suo paese,  neanche presero a Kyoto alcun impegno – e Wen Jabao all’inizio non va alla conferenza, mandandoci un suo funzionario degli Esteri.

   Poi, certo, il primo ministro di Cina incontra per un’ora Obama, da solo. I leaders dei due paesi che fra di loro – in assoluto, prima la Cina e secondi gli USA; pro-capite, di gran lunga primi gli Stati Uniti – emettono la maggior quantità di anidride carbonica nell’atmosfera, dice un portavoce americano, “hanno fatto progressi”. Lavorando bene – assicura ma senza spiegare come – su tutti e tre i nodi cruciali identificati da Obama nel suo interventi: obiettivi di riduzione, meccanismi di verifica e di finanziamento.

• E, infine, anche Wen[13] prende la parola, ripetendo l’impegno cinese a ridurre l’intensità delle emissioni di CO2 che produce dal 40 al 45% delle attuali entro il 2020, “a intensificare le misure interne sia di implementazione che di monitoraggio e anche ad aumentare la trasparenza impegnandosi attivamente nel dialogo e nella cooperazione internazionale”: che potrebbe – potrebbe… – anche essere un accenno a una qualche apertura della Cina a verifiche esterne— purché uguali per tutti e, come dice Obama, “non intrusive”.

   Ma, dice, noi lo facciamo perché ne ha bisogno anzitutto la Cina, la sua economia, il suo ambiente. E rispondendo al principio della “corresponsabilità differenziata” di tutti i paesi. Ma il mondo, da questa Cina, che dopotutto sul piano globale è ormai il paese che emette più gas serra nell’atmosfera, non si può più contentare di registrare che fa i suoi interessi. Pretende che assuma un ruolo di leadership in questa materia, anche nel suo interesse se non si vuol far dipingere da una certa facile ipocrisia americana (che ignora volutamente come la maggior parte del gas serra emesso in Cina viene sputato dalla sue ciminiere che producono per i consumi americani e più in genere a quelli dell’occidente tutto) come un paese che non accetta di farsi verificare come tutti gli altri.

   Perché, anche se non è poi proprio così (non è che noi, qui in occidente, siamo invece aperti alle ispezioni a sorpresa e da parte di tutti), è abbastanza così da consentire che il messaggio diffuso sia questo… Solo che illudersi ancora che la Cina somigli a noi, come noi siamo, a qualcuno di noi piacerebbe ma non è solo inutile è anche pericoloso.

   E, prima i nostri governi decidono di elaborare una politica sensata verso la Cina per come la Cina è fatta – comunque sia fatta: che ci piaccia o no – piuttosto che farla dipendere dai loro desiderata, meglio è. Il fatto è che gli appelli alla buona volontà, alla decenza, a diritti umani da rispettare meglio, ecc., ecc., presuppongono, appunto, che questi valori – queste premesse – siano per loro gli stessi, le stesse.

   Del resto, che la Cina sia determinata a proteggere quella che concepisce come la sua sovranità nazionale per lo meno quanto lo è l’Iran sul suo diritto al nucleare o lo sono gli USA, il Senato specificamente degli USA, nel rifiutare ogni parità multilaterale e internazionale su tutti i temi che decide esso stesso essere di propria esclusiva sovranità e competenza, è ornai a tutti evidente.

   Ed è anche del tutto evidente che né i cinesi come popolo, né il governo cinese hanno la minima intenzione di stare a sentire prediche moralistiche, magari in sé anche sacrosante nel merito (sulla sottovalutazione dello yuan, sul clima, sulla pena di morte, sulla censura…), da chi considerano, spesso qui in modo anch’esso sacrosanto, sepolcri imbiancati.

   Certo il detto, apocrifo pare di Napoleone, sulla Cina raccontato una volta da Talleyrand e il suo speculare contrario sembrano entrambi ugualmente validi. “Quando la Cina si rialzerà – avrebbe detto profetico – il mondo farà meglio a scansarsi”… E, ormai, certo, si è alzata … ma bisogna anche, forse, considerare che “il resto del mondo farebbe meglio a scansarsi, anche quando la Cina cadrà”…

   Noi, dice Wen vagamente polemico – chi vuol capire, capisca – “non  abbiamo messo condizioni ai nostri obiettivi, né li abbiamo legati agli obiettivi di alcun altro paese. E noi – ripete – siamo  totalmente impegnati a raggiungere, e anche a superare, quegli obiettivi”.

• E, mentre la biosfera continua a “bruciare”, coi capi di Stato e di governo e i loro sottopancia che arroventano il clima, continuando a litigare e ad accusarsi a vicenda, impegnati ormai solo a salvarsi la faccia piuttosto che a salvare il pianeta che, pure, dicono all’unanimità, o quasi, che è necessario salvare… stempera, con sapienza, un po’ le tensione il presidente brasiliano Lula, facendo osservare ai suoi omologhi che, quando faceva il sindacalista, il negoziato era duro ma forse era “più facile mettere d’accordo alla fine padroni e lavoratori”.

Alla fine, “dopo due settimane di rinvii, di varie sceneggiate, di trattative frenetiche, il Vertice ONU sul clima di Copenhagen si è chiuso all’ultimo con un accordo che finisce, letteralmente, solo col ‘prender nota’ di un patto che alla fine è stato forgiato da cinque nazioni[14]. Per cominciare, dunque, un accordo è stato raggiunto scavalcando con la presenza di 120 capi di Stato il negoziato portato avanti faticosamente da funzionari e ministri di ogni paese e su un denominatore comune veramente minimo.

E’ stato in prima persona, alla fine, soprattutto Obama, lavorando in modo serrato e diretto coi presidenti o i primi ministri di Cina, Brasile, Sudafrica e India, a produrre una specie di brogliaccio di accordo che non ha per nessuno valore giuridicamente vincolante ma indica gli impegni che ogni paese intende prendere per conto proprio e dichiara, anche, di voler aiutare quelli, in generale i più poveri, che sono anche i più vulnerabili all’assalto del riscaldamento globale.

E, in conclusione, gli altri paesi, tutti appunto, ne hanno “preso atto”. Un fatto grave: una conferenza internazionale dell’ONU che non si chiude con un’approvazione per consenso, cioè all’unanimità. Non ci stavano diversi paesi del Terzo mondo che accusavano Stati Uniti e anche Cina di aver deciso per tutti e rifiutavano il loro sì a un accordo di principio che limita teoricamente gli aumenti di temperatura ma, non fissando alcun traguardo-obiettivo, di fatto, lascia tutto com’é.

Diversi europei (i tedeschi per primi hanno detto di sì, ha spiegato Merkel, con grande difficoltà per l’insufficienza del merito) hanno recitato il loro sì riluttante…

Tutti, alla fine, comunque hanno “preso atto”. Obama ha scaricato, come abbiamo visto, anche se in modo abbastanza ellittico, il più possibile delle “colpe” sui cinesi… Che, insieme agli indiani – è un fatto – resistono a farsi controllare ritmo e condizioni della loro crescita in nome e da parte di istanze internazionali e, dunque, colpe ce le hanno sicuro: anche perché, alla fine, quelle forme di verifica internazionale sarebbero eterodirette e, con ogni probabilità, gestite poi da chi se lo può permettere meglio: cioè da America, Giappone e Europa, i paesi sviluppati…

Lula da Silva, che pure da certe intransigenze cinesi ha preso le distanze, ha detto che la colpa principale è stata dell’America perché alla fine, malgrado le buone intenzioni che ha dichiarato Obama, non ha preso impegni, né è stata in grado di prenderne alcuno di riduzione concreta delle emissioni di anidride carbonica di cui è responsabile.

Anzi, ha fatto rilevare Lula, la posizione assai poco flessibile degli Stati Uniti ha portato diversi tra i paesi europei e il Giappone a minacciare a un certo punto di rivedere formalmente gli impegni derivanti dal protocollo di Kyoto che, invece, ha visto fare alcuni passi avanti importanti anche se non determinanti da 37 paesi industrializzati nella riduzione dell’avvelenamento climatico[15].

Compresa l’Europa, appunto, che però non ha contato niente di niente proprio per non essersi neanche potuta presentare – per le forti divisioni interne sul tema – con e come una voce unica, magari sbagliata anche ma coerente. E, in effetti, la parola Europa e l’aggettivo europeo non sono citati neanche una volta nel lungo servizio che il NYT dedica all’evento: neanche una, Mrs. Pesc Ashton e signor presidente Van Rompuy… Ponderate, ponderate, sull’irrilevanza cui con voi, con Barroso e i suoi pari, avete portato l’Unione europea.

Non ha contato un acca l’Europa, però col ministro all’Ambiente, svedese, Carlgren, che presiede per turno semestrale (l’ultimo) il Consiglio dei ministri dell’Ambiente europeo, constatato che il Vertice è stato “un grande fallimento”, accusa[16]: in buona parte perché i paesi non europei hanno respinto gli obiettivi e l’agenda che avrebbero consentito di impegnare il mondo a ridurre le emissioni di gas serra.

E, ha detto Carlgren, “è stato ovvio come Stati Uniti e Cina non abbiano voluto arrivare a nulla di più del poco cui si è potuti arrivare”. Ma così ha ignorato il fatto che l’Europa stessa non ha controproposto a suo nome un’alternativa, perché di coerente e a nome di tutti gli europei proprio non ne aveva nessuna…

Nella rincorsa al colpevole, in cui quasi tutti si sono impegnati, è stato dimenticato quasi da tutti di sottolineare come il pallino, ufficialmente, l’avesse in mano il governo danese. E come alla fine sia stato proprio il governo danese a decidere di scavalcare il processo multilaterale e il modello di conferenza dell’ONU garantendone così il fallimento nel tentativo, rivelatosi inconsulto, di forzare la mano alla stragrande maggioranza dei paesi del mondo.   

All’ultima riunione dell’ultima notte, che dopo molte ore ha partorito faticosamente l’accordo abborracciato di cui s’è detto, la presidenza ha deciso, infatti, di invitare solo 25 capi di Stato, tra cui naturalmente per l’Europa, che Stato non è neanche per finta, non c’era nessuno e, naturalmente, si sono guardati bene dall’invitare l’Italia (del resto, se mai l’avessero fatto, ci sarebbe stata per l’Italia… la signora Prestigiacomo). Erano così presenti solo Stati Uniti, Cina, Brasile, India, Sudafrica, Gran Bretagna, Svezia, Spagna, Arabia saudita, Russia, Messico, Isole Maldive, Grenada, Etiopia, Lesotho, Algeria, Danimarca, Germania, Corea del Sud, Bangladesh, Francia, Gabon e tre altri piccoli Stati.

Il fatto, però, è che l’obiettivo proclamato dall’ONU e da tutti i partecipanti era altro: l’accordo avrebbe dovuto impegnare fermamente i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo degli obiettivi ufficiali e precisi di riduzione di gas serra in termini di medio e di lungo termine e di quantità. Ne è uscito un accordo equivoco e per molti deludente, un compromesso confuso che rispecchia il carattere caotico del Vertice che tutti i partecipanti concordano essere stato organizzato e gestito coi piedi.

L’accordo, invece, è proprio quello che non doveva – e non voleva – essere, una “lettera di intenti[17] di elevato tenore (c’è l’indicazione di quel tetto di 2°c…) ma che non fissa alcun termine per la conclusione di un trattato internazionale vincolante e lascia, dunque, per aria ogni garanzia anche solo formale sull’implementazione delle misure indicate. Al meglio ci vorranno ancora anni di negoziati aggiuntivi per concludere qualcosa in una forma internazionalmente vincolante e appena appena, forse, esigibile.

Alcuni dei gruppi ambientalisti si sono rassegnati a quello che è venuto fuori – l’accordo di Copenhagen lo chiameranno[18] – perché lo leggono, lo vogliono leggere (il WWF, ad esempio), comunue ci legono, ci volgiono leggere ma come primissimo passo anche se assai imperfetto in un lungo percorso che dovrebbe portare il mondo (ma chissà quando…) a un’energia più pulita che non avveleni l’ambiente.

Altre organizzazioni tra quelle ecologiste sottolineano invece tutti i limiti di questo accordo: è, infatti, un documento più debole di un trattato legalmente vincolante, un testo d’aria calda se non d’aria fritta, e più debole anche dell’accordo ‘politico’ forte che, come minimo, molti avevano previsto come possibile. Su queste posizioni c’è Greenpeace e c’è  Christian Aid, una delle più attente, rispettate e influenti ONG ecologiste, che sottolinea seccamente come “Copenhagen sia stato il risultato inevitabile del rifiuto di un mucchio di paesi ricchi di assumesi adeguatamente e maniera equa il peso della loro schiacciante responsabilità”.

Questo è un documento firmato, invece, per volontà di chi – un nuovo strano G-5 – non voleva troppo impegnarsi e trangugiato da chi era disposto, invece, a impegnarsi di più ma non aveva il coraggio di proporlo esplicitamente né, tanto meno, la forza di imporlo… Ma non è affatto un accordo: l’ultima volta che un non-accordo come questo non è stato firmato è stato a Doha, nel 2001, sul round di trattative relativo al commercio mondiale. Si disse: non state a preoccuparvi, l’accordo lo faremo la prossima volta a Cancun, poi a Hong Kong… e ancora, dopo otto anni, l’accordo non c’è.

Ora bisognerà trovare, forse, altre strade. C’è chi parla, ancora un po’ fumosamente e, certo, anche troppo ideologicamente, di cambiare le cose “a partire dal basso”; e chi, per ora sempre un po’ vagamente, sostiene, forse proprio a ragione, che in realtà Copenhagen dimostra quanto era chiaro da tempo: che non c’è baratto possibile a livello internazionale tra i paesi più industrializzati coi paesi in via di sviluppo sul tema del riscaldamento climatico se, prima, i primi non danno il via a un intervento netto e chiaro e trasparente che cominci a prendere il problema per le corna in casa propria accettando il fatto che, in termini storici e di conseguenze – di responsabilità – economiche e sociali accumulate,da loro è giusto iniziare.

 a an ora, non ha epr nietne, l’autorevolezza e la crdesibilità di aoprlare per tuti con una cvoce comune caace di farsi snetire e, perciò, di

L’Honduras ha fatto saltare la copertura – a dire il vero durata poco – della nuova dottrina filo latino-americana e filo diritti umani, diciamo, di Barak Obama. Confermando tutti i sospetti sulla effettiva genuinità del ripensamento obamiano quanto ai nuovi uanto ai njuovi rapporti che Washington vuole instaurare con l’America latina – dove la vecchia scuola yankee della Clinton e del suo entourage di diplomazia tradizionale ha fatto sistematicamente fuori tutti i fautori del nuovo “approccio” di Obama e, di fatto, lo stesso Obama… che, per lo meno, però li ha lasciati fare – gli Stati Uniti e quattro altri paesi sudamericani (Panama, Colombia, Perù e Costarica) hanno deciso di riconoscere il risultato delle elezioni fasulle a Tegucigalpa.

Sotto golpe e occupazione militare, gli honduregni hanno così eletto a presidente l’usurpatore, Porfirio Lobo, dando una mano di vernice pseudo-democratica al regime militare e alla speranza di chi vuole legittimarne, in nome del chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, il prodotto finale. Peccato che mentre l’ambasciatore americana Carmen Lomellín, rappresentante permanente degli USA presso l’Organizzazione degli Stati Americani, invita il resto del continente ad “andare avanti e ristabilire la normalità democratica riconoscendo un governo eletto alle urne”.

L’ambasciatore di Bolivia, José E. Pinedo non ci sta: “almeno nei nostri paesi, sono i leaders, non i fantocci a governare[19]. E con lui quasi tutti gli altri, anche il Nord dell’America, Messico e Canada compresi. Ma, soprattutto, non ci stanno i governi che, a partire da Brasile e Argentina hanno sperimentato con molti loro esponenti la realtà di golpe e golpismi appoggiati, sponsorizzati, finanziati, armati e imbellettati dagli USA.

Li ha conosciuti sulla propria pelle, un po’ più appena di vent’anni fa. E nulla dell’imbellettamento adesso profuso, mette al riparo i piani della Clinton e della sue antica consorteria di filo-golpisti in servizio permanente effettivo al dipartimento di Stato (la gente del suo gabinetto che, mentre lavora lì, guadagna centinaia di migliaia di $ all’anno per gestire le lobby ufficiali dei golpisti honduregni).

Ma forse, alla fine, anche questo incredibile e scandaloso connubio o conflitto di interessi, chiamatelo come volete, servirò a tamponare lo sbraco solo per poco. Perché la realpolitik, che ha portato gli Stati Uniti a rivedere di corsa la nuova attitudine a chiacchiere enunciata da Obama in nome dei suoi tradizionali interessi neo-coloniali e di quelli dei suoi lacchè, finirà col dettare anche al Brasile il riconoscimento dello stato dei fatti[20]: delle ragioni della forza, cioè, su quelle della ragione e della giustizia.

Insomma, della forza dei golpisti alla faccia di ogni legalità e di ogni giustizia. E l’Honduras, come è toccato già a tanti altri paesi latino-americani, sarà condannato adesso a liberarsi col ferro e col fuoco nel corso di molti anni dai golpisti-costituzionalisti impostigli dalla prepotenza dei suoi padroni interni e dalla connivenza di quelli forasti.

Che sia un a congiuntura difficile lo sappiamo tutti. Ma che per affrontarla – raschiando il fondo del barile, ma proprio il fondo – Berlusconi e Tremonti si siano risolti a tagliare una porzione della già ridicola percentuale di PIL che l’Italia stanzia per l’aiuto pubblico allo sviluppo dal proprio bilancio (lo 0,11%: altro che lo 0,7% che al G-20 dell’Aquila il Cavaliere aveva non per la prima volta giurato di voler raggiungere in brevissimo tempo), condanna il paese a scomparire praticamente del tutto dal gruppo dei paesi donatori condannando alla paralisi per inedia le ONG italiane nel mondo.

Le iniziative che, infatti, hanno in atto – lasciamo perdere i progetti futuri – sono finanziati, meglio cofinanziati, anche coi fondi della Cooperazione italiana allo sviluppo. Che adesso spariscono. Con un appello accorato le ONG hanno chiesto “al di là degli schieramenti ideologici” – cioè, come dire?, anche non poco ingenuo – a governo e parlamento di “non permettere che il nostro impegno spesso di oltre 40 anni sia vanificato, o peggio ancora, azzerato confin[ando] l’Italia, nel contesto mondiale, in un ruolo marginale[21].

Siamo i soliti pessimisti a dirci convinti che è fiato del tutto sprecato?

La Gran Bretagna del primo ministro Brown, che aveva a lungo e vanamente cercato di convincere gli altri G-20 ad agire per tagliare i premi di produttività, bonus, gratifiche, del tutto ingiustificati, socialmente ma anche economicamente, epperò riconosciuti a tanti banchieri e managers[22] di istituti creditizi, anche di quelli che lo Stato ha dovuto tirar su per la collottola, ha finalmente deciso di agire da sola, imponendo un’imposta una tantum. Si tratta del primo attacco diretto ai bonus bancari che quel mondo considera ormai un diritto e per non dover rinunciare ai quali ha lottato aspramente.

Si tratta anche, ovviamente, di un modo per aumentare le entrate in un momento di grande difficoltà per il bilancio britannico (deficit al 13% del PIL). La nuova tassa ammonterà al 50% su ogni bonus del 2009 superiore a 25.000 sterline (€27.600). “L’anno scorso – ha spiegato in parlamento, con accenti da vecchio Labour, il cancelliere dello scacchiere Alistair Darling – le banche hanno denunciato 80 miliardi di rosso. Ma se, adesso, insistono a pagare gratifiche sostanziali, io insisto a strappargli i soldi non meritati per restituirli al contribuente che glieli ha prestati”.

E sono soldi che l’erario esigerà dalle banche, direttamente, non dai funzionari. Cioè, se un banchiere riceve un milione di sterline di bonus, la sua banca dovrà pagarne all’erario 480.000; e lui, personalmente, ci dovrà pagare sopra l’imposta personale sulle entrate per tutto il milione che incassa. Non è poco, a veder bene.

Le obiezioni sono note. E ridicole. La più banale è quella del settimanale The Economist scritto, va detto però, divinamente ma che ha le caratteristiche ferree e di fondo dell’ideologia liberista intransigente, la gazzetta forbita del capitale e di un capitalismo che più selvaggio è meglio è, quando uando esemplifica alla perfezione, impartendo al mondo la consueta lezione ex cathedra che  “menare ai ricchi è cattiva politica e pessima economia[23]

Altri dicono che è perché noi poveracci siamo invidiosi: sì, magari… forse facciamo peccato ma, più che invidiosi, con chi guadagna mille pare normale che chi guadagna dieci ogni tanto ce l’abbia! C’ anche chi fa osservare che è ben noto come chi è ricco non vuole pagare le tasse (chi è povero sì, vero?) e che più ricco è meno ama pagarle, avendo spesso anche i mezzi per evaderle, meglio lasciar perdere, no?…

E poi – osservano – sarebbe comunque piccola cosa rispetto al deficit: vero, ma sarebbe pur sempre qualcosa, no? E, infine, c’è il pericolo che i banchieri nostrani migliori scapperebbero tutti via, magari a Wall Street… i migliori? quelli che se non li ripescavano le tasse dei poveri erano affondati? e, poi, come se a New York la finanza che oggi ha fior di disoccupati stesse lì a braccia aperte a aspettare loro…

Del resto, nel 1981 addirittura Margaret Thatcher era ricorsa alla tassazione una tantum dei profitti bancari.

D’altra parte, solo con misure tanto simboliche ma simbolicamente efficaci anche perché percepite come giuste un governo laburista può sperare di far ingoiare alla sua base misure tanto impopolari come quelle che Darling ha annunciato nello stesso discorso: fissare un tetto alle pensioni del settore pubblico, congelare ogni aumento di stipendi e salari degli impiegati statali: misure che servono a “pacificare” i detentori dei buoni del Tesoro, dicono. Cosa anche vera,  ma anche la solita scusa, no?.

Sembra significativo che, poi, ad associarsi subito all’iniziativa di Londra sia stata, il giorno dopo,  la Francia[24] di Sarkozy, che lo annuncia in televisione personalmente – ricordando, in modo per una volta neanche tanto pesante, che l’idea inizialmente era stata la sua e che Londra, in nome della libertà di mercato e della City, finora aveva frenato e – dichiarando di voler imporre una sua supertassa (simile a quella di Londra, sempre intorno al 50%) sui bonus delle banche che ricadono sotto la sua giurisdizione in quello che qualifica esplicitamente come un attacco combinato, e non casualmente congiunto, per fare pressioni sugli altri Stati – inclusi gli Stati Uniti – e convincerli e/o costringerli, così, a seguirne l’esempio.

Più criptico (strano, non si capisce bene dove vada a parare insomma), l’elogio della Merkel alla “bella idea” di Brown che “altri”[25] potrebbero anche far loro… Altri? e lei che fa? Finora era sembrata piuttosto andare verso l’applicazione – moderata, sia chiaro, moderatissima – di una specie di Tobin tax. Che era un’altra mezza idea sulla quale Brown ha cominciato a utilizzare, ultimamente, la sua residua credibilità…

In ogni caso, ed è un bene – un male è che non dica che, intanto e da subito, decide di farlo direttamente per conto suo: ma ci sarebbe voluto coraggio, intanto, per deciderlo: più facile chiedere agli altri – l’Europa, nel senso dell’Unione europea, chiede adesso al Fondo monetario di introdurre una specie di “tassa sociale”, la chiama così, sul sistema bancario – banche, assicurazioni, borse – per ripagare ai contribuenti il sostegno dato all’ “industria”, come la chiamano (una volta – bei tempi, tempi più semplici – industria si chiamava quella che faceva, costruiva, le cose non limitandosi solo a far soldi coi soldi).

Stavolta, senza dirlo papale papale, il Consiglio dei ministri europeo ha chiesto di fatto al FMI di studiare (badate bene: di studiare, come se la questione fosse cosa da uffici studi…) senza pregiudizio una “Tobin tax globale”[26]: tutta la gamma, dice, delle opzioni possibili, senza escludere proprio quella più semplice e radicale, del prelievo globale sulle transazioni finanziarie internazionali. Una richiesta invero ridicola – studiare bla, bla – visto che già il G-20 se l’era cavata in quel modo per superare pro tempore l’ostilità americana all’idea.

E, poi, ultraridicolo è chiederlo ancora una volta proprio al FMI, il cui direttore generale, Strauss-Kahn, ha già dichiarato diverse volte che l’idea è di “difficilissima attuazione”, “anzi – ha detto in risposta proprio all’ultimo appello del G-20 – “è proprio inapplicabile”.  

Dicendo il falso, e sapendo di dirlo, perché oggi che passa tutto per il web tutto è rintracciabile e tutto, come aveva già detto oltre quindici anni fa Tobin stesso, “se c’è la volontà politica di tassarlo” è tassabile[27].

Buon’ultima, anche la Banca centrale europea dice che bisogna condannare la mentalità ingorda – non dice proprio così, ma è quel che vuole dire – caratteristica di questa corsa ai superpremi, e poi  neanche meritati, di grandi banchieri e managers che hanno tanto male gestito il mondo degli affari: quella che chiamano lacosiddetta cultura del bonus facile: del tutto autoreferenziale. Dice il presidente Trichet che dovrebbero usare i loro profitti per rafforzare e raddrizzare lo stato dei libri contabili e non per rimpinguarsi le tasche. E sono parole forti[28].

Da vedere è se basteranno, messe tutte insieme, a ridare un po’ di spina dorsale all’Europa per mandare a quel paese i cacadubbi americani del business e dell’establishment e andare avanti, una volta tanto, per conto suo. Non è detto, purtroppo.

in Cina

Prima un saggio tecnico di un analista autorevole della Banca centrale e, poi, una decisione in buona e dovuta forma della Banca stessa impone alle grandi banche un rapporto di adeguamento minimo dell’11% in riserva obbligatoria. Alle banche è stato anche detto che se non si adeguano entro la fine del 2009 potrebbero ritrovarsi frenate d’autorità nell’accesso al mercato, negli investimenti all’estero e per l’apertura di nuove filiali[29].

L’ufficio di statistica calcola che il PIL crescerà nell’anno dell’8% e che, dall’anno prima a novembre 2009, la produzione industriale sia cresciuta del 19,2%, mentre i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,6. Le dogane dichiarano, intanto, che rispetto all’anno precedente il numero delle spedizioni è calato dell’1,2% dopo essere sceso in ottobre del 13,8%. L’attivo commerciale è stato di 19,9 miliardi di $ rispetto ai 23,99 di ottobre con le importazioni che sono cresciute del 26,7% sull’anno prima, mentre ad ottobre erano calate del 6,4%[30].

Il fatto è che molti dei dati statistici indicano che, anno su anno, l’economia anche qui è ancora in declino: sono dati migliori assai di quelli di un anno fa ma, speso, restano ancora ben sotto i livelli pre-crisi. Adesso, però, l’attesa degli ambienti economici esteri è che mentre il prezzo e il volume delle esportazioni resteranno grosso modo stabili, nel 2010 e nel 2011, il prezzo delle importazioni dovrebbe “drammaticamente” salire.

La Cina ha subito scatenato segnali chiari di possibile rappresaglia commerciale[31] all’imposizione, da parte dell’Unione europea, di tariffe più forti all’importazione di scarpe di fabbricazione cinese. D’ora in poi, recita una notificazione del ministero del Commercio, gli esportatori dai 27 paesi della UE dovranno depositare il 24,6% del valore dichiarato all’importazione di chiusure lampo di… acciaio al carbonio. Data l’irrilevanza dell’importazione in questione è un avviso, si capisce… tanto per chiarire che, se vogliono, anche i cinesi possono far male all’import europeo. Che esiste, specie dalla Germania, pure in Cina.

La Cina ha deciso di punire più duramente, anche con lo strumento fiscale, la speculazione edilizia: chi vende immobili prima di cinque anni dal loro acquisto: a parte, poi, la galera che resta sempre in attesa. Verranno anche ridotte l’anno prossimo le aliquote preferenziali offerte per l’acquisto di veicoli a motore di meno di 1,6 litri al 7,5%. E verranno agevolate fabbricazione e acquisto di automobili ad alta efficienza energetica[32].

Dichiara ora, ufficialmente, il primo ministro Wen Jabao – ed è un segnale forte di forza e di sicurezza ma anche una sfida precisa agli americani – che il paese “terrà la rotta ferma” sulla propria politica del cambio, cioè che non rivaluterà al rialzo il valore dello yuan/renminbi[33]. “Non risponderemo – ha detto – alle pressioni forti che ci fanno anche perché, come ho spiegato ai nostri amici stranieri, non c’è compatibilità fra quelle, da una parte e, dall’altra, l’offensiva protezionistica scatenata contro le nostre esportazioni. Anzitutto, dovrebbero scegliere”. Perché il loro scopo univoco è quello di frenare, comunque, il nostro sviluppo.

La Cina – dice – vuole continuare a crescere ma vuole anche che le sue banche rallentino ritmo e volume dei prestiti ai clienti: c’è ancora molta liquidità, non per sbaglio ma per combattere la crisi; quest’anno è stato dato credito per 9.500 miliardi di yuan, 1.400 di $, il doppio dell’anno passato. Ma siamo in rallentamento e ora rallenterà ancora di più. Infatti, la preoccupazione montante oggi nel governo cinese è l’inflazione, che comincia a salire. Ma sarebbe facile buttarla giù subito: basterebbe ritoccare al rialzo il valore del cambio, per aumentare il costo delle importazioni ed abbatterla…

EUROPA

Il 1° dicembre entra in vigore il Trattato di Lisbona, essendo stato ratificato da tutti i 27 paesi membri dell’Unione europea.

I prezzi alla produzione nell’eurozona sono cresciuti ad ottobre dello 0,2%, restando di ben il 6,7% più bassi di quelli di un anno prima[34].

I prezzi al consumo, l’inflazione dunque, nella zona euro salgono, nel dato già revisionato, a novembre, dello 0,5% rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Il mese prima, nell’identico paragone, si registrava invece un calo dell’inflazione dello 0,1%[35].

La percentuale di disoccupazione nell’eurozona ad ottobre[36] ha toccato il 9,8%, immutata dal mese prima nella revisione statistica del dato iniziale. Si tratta del più elevato tasso di disoccupazione dall’ottobre di undici anni fa, dal ’98. Significa che 22.510.000 uomini e donne nell’Unione a 27 di cui 15.567.000 solo nell’eurozona. L’Italia (8%) è a metà dei 27, non dunque – come ce  l’hanno venduto – il paese che ha fatto “meglio” in Europa.

Meglio di noi hanno fatto Olanda, Austria, Cipro, Slovenia, Romania, Lussemburgo, Danimarca, Malta, Rep. Ceca, Germania, Gran Bretagna, Bulgaria (rispettivamente, 3,7%; 4,7; 6; 6,2, 6,4, 6,6; 6,9; 7; 7,1; 7,5; 7,8; 7,9%). Peggio, Belgio, Polonia, Finlandia, Svezia, Grecia, Ungheria, Francia, Portogallo, Slovacchia, Irlanda, Lituania, Estonia, Spagna, Lettonia (rispettivamente 8,12%; 8,4; 8,7; 8,8; 9,2; 9,9; 10,1; 10,2, 12,2; 12,8; 13,8; 15,2; 19,3; 20,9%).

A ottobre, la disoccupazione ha toccato il 10,2% in America e il 5,1 in Giappone.

Nel complesso del terzo trimestre del 2009, l’occupazione – in termini destagionalizzati – è calata, sia nell’eurozona che nell’Unione a 27, dello 0,5%, cioè di 712.000 addetti nel primo caso e nel secondo di 1.019.000 (nel secondo il calo era stato, rispettivamente, dello 0,5 e dello 0,6%). Nell’eurozona, però, nel terzo trimestre il dato sui posti di lavoro andati perduti è sceso del 2,1% rispetto allo stesso trimestre del 2008 e nell’Unione lo stesso dato registra ora un -2%[37].

La produzione industriale – destagionalizzata – è caduta ad ottobre dello 0,6% nei confronti del mese precedente mentre a livello di tutta l’Unione il calo è dello 0,7%, A settembre nell’eurozona la produzione era salita dello 0,2% sul mese prima e nell’UE a 27 dello 0,1[38].

A inizio dicembre, la BCE non ritocca, né a salire né a scendere, il tasso di sconto[39], che ritiene all’unanimità appropriato com’è all’1%, coi mercati come ipnotizzati quasi solo a cercar di capire quanto e in quale misura e a cominciare da quando la Banca centrale intenda darsi da fare a smantellare le misure di aiuto monetario date alla ripresa economicauant o velocvemrnte sintedne adarsi da fare a smantellare la rete di misure monetarie che nel corso dell’ultimo anno hanno teso a .

Dice Trichet che il Comitato direttivo della BCE “procederà ora gradualmente all’eliminazione, a tempo appropriato, delle straordinarie misure di facilitazione della liquidità monetaria che adesso non sono più necessarie come lo sono state nel recente passato”. Sembra di sentire la Sibilla cumana: gradualmente…, adesso…, a tempo appropriato… Cercate di capire un po’ voi.

I ministri delle Finanze dei paesi dell’Unione hanno discusso e concordato[40] di creare tre nuove Autorità europee di supervisione delle banche, delle borse, delle assicurazioni e delle pensioni. Queste agenzie non saranno incaricate di controllare il lavoro quotidiano delle singole istituzioni finanziarie che pure hanno l’incarico sulla carta di sorvegliare e non avranno il potere di mettere il naso nei bilanci nazionali ma coordineranno l’azione delle varie autorità nazionale; avranno invece poteri di supervisione diretta della agenzie di rating del credito; e lavoreranno a creare una regolamentazione che poi, sarà – dovrebbe essere applicata – a tutte le istituzioni europee. Le tre diverse Autorità saranno basate a Parigi, a Londra e a Francoforte.

Intanto, il governo Berlusconi ha lanciato l’ennesima offensiva per accaparrarsi una nomina di un qualche rilievo politico in Europa. L’ennesimo tentativo. Tutte le altre candidature che ha promosso, o anche solo annunciato di voler appoggiare, finora e che non le spettavano di diritto gli  sono andate buche, smentendo di brutto la leggenda nostrana che vorrebbe il primo ministro italiano portato da tutti ad esempio nel mondo.

La penultima fu quella di un carneade di Forza Italia, ma vecchio e dignitoso eurodeputato, Mario Mauro, a presidente dell’Europalramento. Era sponsorizzato dal Cavaliere che si era speso in primissima persona e per non votarlo il parlamento ha preferito concentrare i voti su un altro carneade polacco sicuramente di minore spessore ma almeno non portato da lui e ha eletto così presidente Jerzy Buzek[41]

L’ultima candidatura da lui formalmente appoggiata, ma di certo stavolta non direttamente sponsorizzata, è stata quella di D’Alema alla carica di super-ministro degli Esteri dell’Unione post-Lisbona. Per essa, lui PPE si è speso solo pro-forma (se i socialisti, cui secondo le regole astratte ed astruse e tutte politicanti dell’Europarlamento spetta la designazione, se i socialisti lo candidano, io non gli voto contro): ma contava e sapeva che era una candidatura scuramente affossata dalla vigliaccheria del PSE (vigliaccheria=mancanza di coraggio: gli hanno preferito anche loro, non solo i conservatori del PPE, la sbiadita baronessa inglese Ashton, proprio perché insipida e ignota a tutti, molto meno tosta e rompic…..i del Massimo nazionale).

Sospiro di sollievo grosso come una casa del Cavaliere che, ça va sans dire, neanche per un momento ha pensato, designandolo lui come perfino qualcuno tra i suoi gli aveva suggerito, di buttare all’aria il tavolo delle combines burocratiche dei governi europei… D’altra parte, se D’Alema fosse stato il prescelto Berlusconi – e bisogna dunque capirlo – avrebbe dovuto rinunciare al suo candidato, a Antonio Tajani… Questo solo il mese scorso a fine novembre.

Vuole – vorrebbe – adesso il presidente del Consiglio, conducendo nuovamente una forte pressione sui suoi omologhi, assicurare al fido Tremonti[42] la presidenza dell’Eurogruppo. Ha mandato l’apposito scherano ministro degli Affari europei, Andrea Ronchi, a sponsorizzarlo col suo nome e cognome a Bruxelles (“i negoziati non sono chiusi”, ha dichiarato… evidenziando l’ovvio).

Ma rischia, anche se certo è ben più qualificato di altre improbabili candidature berlusconiane, di vederselo ancora bocciato perché ha contro la candidatura fortissima, qualificatissima e quasi istituzionale, ormai, di Jean-Claude Juncker, lussemburghese – e che dunque conta di meno di Tremonti – ma è primo ministro – e, perciò, di Tremonti conta di più –, è sperimentatissimo e molto apprezzato proprio per la conduzione dell’Eurogruppo (i ministri dell’Economia e delle Finanze) che presiede dal 2004. E che – soprattutto – non “gode”, si fa per dire, dell’appoggio di Berlusconi Che in Europa, ormai, checché ne dicano Buonaiuti e Capezzone, è come quello di re Mida, quasi…     

La designazione di Juncker ancora una volta sembrava scontata (parlando a nome di tutti, o almeno così presumeva, per tale l’aveva data il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, all’uscita dall’ultima riunione dell’Eurogruppo stesso, a fine novembre, spiegando che i suoi colleghi (Tremonti presente) erano d’accordo tutti, una volta tanto di premiare nel merito una leadership sperimentata,come eccellente.

Ma a rompere le uova è arrivato il Berlusca. Fuori tempo e, soprattutto, poi, fuori stile, correndo  seriamente il rischio di vedersi stoppare ancora una volta la candidatura che avanza. In ogni caso, Ronchi su questo ha ragione, l’elezione formale del presidente dell’Eurogruppo avverrà a gennaio con voto a maggioranza dei 16 governi che nell’Unione hanno adottato la moneta comune. A meno che, come qualcuno sussurra, di tattica pura si tratti: più che machiavellica proprio arcoriana, però.

Essendo il vero obiettivo di Berlusconi molto più di sostanza: la presidenza della Banca centrale europea, con questo che sarebbe lo specchietto fatto artatamente lampeggiare per le allodole. Già… ma, in questo caso, resta da vedere chi sarebbe il candidato del Berlusca al posto di J.-C. Trichet, il cui mandato (però rinnovabile) viene a breve a scadere: Mario Draghi? o Tremonti? Il problema è che se anche fosse Draghi – che è vero gode di forte credibilità – la presidenza della BCE è stata da tempo, e da tutti, promessa per la prossima tornata alla Germania. E difficilmente le sfuggirà…

Insomma, niente di nuovo sul fronte europeo: un’altra brutta figura per questa povera Italia. D’altra parte, se si mettono le cose europee – quando diplomazia, fantasia, iniziativa e tempismo sono doti indispensabili qui alla gestione – in mano a le criature

L’Irlanda sta per annunciare tagli da 4 miliardi di € nel settore pubblico, tra stipendi, spese di investimento e spese sociali. Brian Lenihan, ministro delle Finanze, ha annunciato in effetti che 250.000 lavoratori del settore pubblico dovranno subire il 5-6% di taglio ai loro redditi, proporzionalmente spalmati di più sui salari più alti.

Il problema, uno dei problemi, è che sono ben più di 250.0000 gli impiegati pubblici irlandesi e i suoi criteri di “scelta” il governo non li ha chiariti. Ha annunciato di doverlo fare per tagliare il rapporto deficit/PIL dall’11,7% di quest’anno al 2,9 che il governo si è impegnato a raggiungere nel 2014. Ovviamente, i sindacati hanno subito dichiarato guerra[43].

In Grecia montano voci e rumori sul fatto che la gravissima crisi finanziaria potrebbe addirittura costringere il nuovo governo socialista di Papandreou a “uscire dall’euro”. La Grecia è in crisi, forte e avanzante, di credibilità dei propri conti pubblici, dopo che le principali agenzie internazionali di valutazione hanno abbassato la valutazione del debito sovrano del paese. La Fitch Ratings, l’8 dicembre, lo ha portato da A- a BBB+, con tendenza al ribasso: ed è la prima volta in un decennio che il rating scende sotto la A.

Sono per lo più voci americane, a parlare di fallimento, di default, di uscita dall’euro: di ambienti che a Wall Street e, talvolta, anche nell’Accademia, non si sono ancora rassegnati alla realtà della moneta unica, della sua forza – anche esagerata magari dalla debolezza del dollaro – e del fatto che predicono sicurissimi – come prevedeva per prima la buonanima del primo dei monetaristi, Milton Friedman, che l’euro non sarebbe mai nato – che alle strette uno Stato sovrano, come lo sono tutti, i paesi dell’eurozona, si riapproprierebbe tanto per cominciare, mandando all’aria l’euro, del proprio diritto a svalutare, ecc., ecc., ecc.

Il primo ministro greco precisa seccamente, ma era naturalmente scontato, che “non esiste alcuna possibilità di un default della Grecia”. Meno scontato è che il grande mago degli hedge funds, uno che ha dimostrato di saper cogliere al volo e senza tanti scrupoli, come dal 1992 sanno bene la lira e soprattutto la sterlina, le occasioni di speculazione monetaria, George Soros dica a Sky di essere totalmente d’accordo. Ci sono, però, esperti che restano preoccupati (della Grecia, ma anche della Spagna, dicono, e dell’Irlanda) e, anonimamente, lo dicono come fa un “esponente autorevole del governo tedesco” in un’intervista a Der Spiegel[44].

Interviene, poi, in prima persona Jean-Claude Juncker, primo ministro lussemburghese ma soprattutto presidente dell’eurozona, precisamente come abbiamo già ricordato dell’Eurogruppo, e dichiara che certo la situazione di bilancio della Grecia è “tesa” ma che, proprio come presidente dell’Eurogruppo e sapendo quel che dice, lui esclude “categoricamente sia la volontà della Grecia di andarsene dall’eurozona” che la possibilità stessa che lo faccia, visto che “ha dietro[45]” – dice, senza specificare come: ma l’aver fatto questa dichiarazione è in sé importante – tutta l’eurozona…

Tr parentesi. Approfittando della crisi greca, c’è, però, come è forse scontato, un problema reale che viene naturalmente gonfiato da quanti, abbiamo visto, hanno interesse – finanziario, economico, geo-politico – a seminare zizzania sull’euro e sull’Europa. Dall’interno e oltre oceano[46].  Dicono che il vero test della solidità dell’eurozona si vedrà da come sarà capace di far fronte alle tensioni interne quando la Banca centrale europea ricomincerà ad alzare i tassi di interesse sull’euro…

Che, naturalmente, è un problema di saggezza di scelte economiche e politiche, di buon senso (non far impennare il costo del denaro quando, poi, la recessione non è affatto finita, l’inflazione è quasi dappertutto sotto controllo e le tensioni fra le varie economie dell’eurozona e della UE, aumentando i tassi sicuramente aumenterebbero), di assunzione di capacità di coordinamento e di decisionalità comune verso una politica finalmente economica e non solo meramente monetaria…

Sarà capace la UE di far fronte…? Come se fosse un destino lasciar fare ai mercati… e ai banchieri; come se l’eurozona non avesse sfidato le offensive di quasi dieci ani di euro, di tensioni, di crisi del dollaro e, nell’altro senso, dello yuan  che si sono scatenate in questo decennio; come se la concorrenza – il dollaro stesso, la sterlina…– al di là di orni pretesa non avesse essa problemi per prima…

Ma in parallelo, ad Atene, è scoppiata anche una pesante crisi sociale, con una scatenata rivolta giovanile che invade piazze e strade subito dopo l’arrivo al governo dei socialisti, il governo sicuramente più progressista da almeno vent’anni che deve raccogliere i cocci seminati a piene mani dai conservatori per molti anni al potere: tassi di disoccupazione e di precarietà spaventosi che si accompagnano all’accumulo di debito pubblico senza fondo.

E, forse, è anche per questo che Papandreou ha rifiutato la ricetta dettatagli da Fondo monetario, Unione europea, Banca centrale, banche e banchieri, mercati, media finanziari, ecc., ecc. Malgrado il 12,7% di rapporto deficit/PIL, rifiuta così il taglio dei salari e degli stipendi del settore pubblico, il congelamento delle assunzioni, come ha fatto invece l’Irlanda. La Grecia, per scelta annunciata, si dà priorità altre: bisogna affrontare di petto l’inefficienza della spesa pubblica; l’aumento delle entrate fiscali attraverso un’efficace lotta all’evasione e raccolta delle imposte; la vendita del patrimonio pubblico larghissimamente inutilizzato; il miglioramento della competitività del P.I., del sistema industriale, del sistema paese…

E la riduzione del deficit/PIL, il più alto dell’eurozona, è necessaria ma non si può fare come vogliono quei poteri forti lì, da quasi il 13% al 6 entro il 2010: faremo, almeno, come ha deciso di fare la Germania, ci arriveremo nel 2013; se facessimo diversamente dovremmo caricare sui più poveri, sui redditi più bassi, sui salari e non sulle rendite, sulle pensioni e non sui sovrapprofitti tutto il peso dell’aggiustamento in una società che è già squilibrata da mille disuguaglianze.

Insomma, il governo di Papandreu fa una scelta netta deliberatamente di “sinistra”. Che paga subito, certo, con lo spread rispetto ai Bund tedeschi che sale a 225 punti base e col fatto che alla Fitch si aggiunge la S&P, abbassando il rating greco addirittura BBB + da AAA-, con la motivazione che “le misure prese non sembrano in grado di ridurre il deficit fino al punto voluto[47]. Rincarato, dopo neanche una settimana, da una terza svalutazione del Moody’s Investors Service che, groso modo, mantiene il suo credit rating (giù di una nocca, da A1 ad A2) provocando nell’immediato una ripresa dei bond ma anche alimentando la preoccupazione – subito, però, dichiarata infondata a Francoforte: ma tant’è… – che il debito ellenico non sia più accettabile come collaterale dalla BCE[48]... 

Già… ma voluto da chi? Ma punta su un paese privatamente ricco che di squinternato ha solo i conti pubblici e che ha un alto debito pubblico ma tutto interno, senza indebitamenti eccessivi verso l’estero. Per questo il governo vuole riequilibrare almeno in parte la distribuzione della ricchezza attraverso una più equa suddivisione del carico fiscale e uno stato sociale più forte, a carico di chi è più ricco.

Il taglio di spesa pubblica predicato dalle destre economiche e politiche, dai poteri forti finanziari, in queste condizioni porterebbe a una riduzione di redditi e di domanda aggregata, di investimenti e di spesa, tenendo anche conto che gran parte della spesa pubblica passa poi per l’impresa privata. E il governo di Papandreu – sbaglia? – è convinto che in queste condizioni, con domanda al ribasso e deficit che così non può scendere non ci sarebbero davvero ragioni per i mercati di otrvare ragioni per dar fiducia al paese…

Un’impresa privata, se taglia drasticamente staff e spese può anche, un po’ misteriosamente, riuscire a recuperare entrate e profitti. Ma a un paese è difficile che vada così. Se riduce domanda, redditi e spesa va sotto. Di brutto…

Detto questo, resta il problema, tutto e molto serio. Un deficit molto vasto, la scarsa fiducia degli investitori nella capacità di continuare a onorare il servizio del debito e la necessità di trovare finanziamenti per continuare a sostenere il deficit. Potrebbe farlo rivolgendosi, come altri hanno fatto (l’Estonia, di cui tra poco, ad esempio) al FMI o ancora all’UE. Ma la gente qui non tollererebbe – il giudizio sembra unanime: in Grecia e anche all’estero – un taglio a spese sociali che sono già all’osso. Dunque, bisognerà vedere come in tempo di vacche già magre si può costringerle a fare alti “sacrifici”.

Negli stessi giorni, anche se in coincidenza del tutto casuale – ma benvenuta, forse, per distogliere un po’ diluendole nel politico le tensioni sociali – Atene ha bloccato col proprio veto[49] la decisione della UE di fissare la data di inizio dei negoziati per la possibile adesione della Macedonia all’Unione. Motivo, sempre lo stesso da quando se ne parla, è che il nome implica di per sé – secondo la Grecia: ma Skopje non smentisce e si barcamena nell’equivoco voluto che ha portato anche l’ONU a riconoscerla dopo la dissoluzione della Jugoslavia solo col nome di “ex repubblica jugoslava di Macedonia” (dalle iniziali inglesi FIROM) – una potenziale rivendicazione territoriale verso la provincia greca che ha lo stesso nome. Dunque, sulla questione l’Unione sarà costretta a tornare nel corso del 2010, nella speranza che nel frattempo le rigidità reciproche si stemperino almeno un po’…

La Spagna deve fare i conti anch’essa con un rating in calo, da stabile a negativo, del suo debito sovrano, anche se resta la sua AA+ a lungo e la sua A-1+ a breve termine, nella valutazione della Standard & Poor’s. L’agenzia si aspetta un deterioramento ulteriore delle finanze pubbliche ispaniche e la continuazione della sua debolezza strutturale rispetto agli altri paesi europei[50].

I ministri degli Esteri dell’Unione europea, dopo un incontro con il procuratore capo del tribunale criminale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia, Serge Brammertz, hanno scongelato l’accordo commerciale ad interim con la Serbia, anche per mostrare l’apprezzamento con la cooperazione ormai consolidata e concreta che Belgrado sta offrendo per consentire l’esame in quella sede dei suoi cittadini ancora accusati[51].

Però, tiene subito a far sapere il governo olandese – riflettendo tutto l’ipocrita rigore calvinista della cattiva coscienza di chi ancora se la sente scottata avendo là avuti i suoi caschi blu a “osservare” neutrali i massacri della guerra civile serbo-bosniaca – la ratifica dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione vero e proprio tra UE e Serbia avverrà solo dopo che l’ex generale Ratko Mladic sarà arrestato e “consegnato alle autorità del Tribunale di Schveningen, all’Aja”. Lo precisa il ministro degli Esteri Verhagen, senza essere in grado, ancora una volta, però, di dire che Mladic è nella disponibilità del governo serbo[52]

Il coordinatore del quale incaricato di supervisionare indagini, operazioni di cattura e trasferimento all’Aja del ricercato Mladic, il ministro del Lavoro, Rasim Liajic, si è dimesso dall’incarico non essendo riuscito a mantenere la promessa di prenderlo entro la fine dell’anno[53].

Nel frattempo, forzando forse un tantino la mano anche per costringere le opposizioni a manifestarsi, il governo serbo ha avanzato la propria candidatura alla UE presentandola in buona e dovuta forma al presidente svedese di turno dell’Unione[54].

Il primo ministro del Libano, Said al-Hariri, si è recato in visita al presidente della Siria, Bashar al-Assad, un passo drammatico dopo le ostilità tra i due governi seguite all’assassinio nel 2005 del padre, allora presidente del Consiglio e dichiaratamente ostile ai siriani. E un passo che riapre al’influenza geo-politica di Damasco su Beirut, inevitabile vista l’incapacità dimostrata da USA e Europa nell’ammorbidire le posizioni “aggressive” di Israele nei confronti del “paese dei cedri”[55].

L’elemento forse altrettanto interessante e importante che, però, emerge dal fatto, è il ruolo cruciale e anche un po’ misterioso svolto dalla Turchia nel riavvicinamento tra i due paesi: Ankara – da quando l’Unione europea si va rimangiando per la sua islamicità l’impegno già preso su una non lontana adesione – continua a darsi da fare, a prescindere dai desiderata di USA ed Europa.

Intanto, il parlamento europeo ha approvato il bilancio dell’Unione per il 2010[56]: prevede pagamenti per 122,937 miliardi di € (appena sopra il solido ridicolo 1% del PIL di tutta l’Unione) e stanzia 5 miliardi per finanziare – nel 2009 e nel 2010 – progetti nel settore energetico, della banda larga e dello sviluppo rurale. Altro capitolo importante, dal punto di vista sociale forse più che immediatamente economico, è quello relativo all’immigrazione e all’asilo. All’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex) vanno 59 milioni di € in impegni (dunque, sulla base del’esperienza, in chiacchiere) e 38 milioni in pagamenti, mentre il Fondo europeo per i rifugiati potrà contare, rispettivamente, su 92 e 65 milioni.

La cooperazione con i paesi terzi nel settore dell’immigrazione e dell’asilo sarà dotata di 53 milioni di € in impegni e 50 milioni in pagamenti. Si tratta di fondi destinati alla promozione della gestione della migrazione per motivi di lavoro, alla lotta all’immigrazione illegale e al sostegno per la riammissione degli immigrati illegali, ma anche alla protezione dei migranti dallo sfruttamento e dall’esclusione e al sostegno della lotta contro il traffico degli esseri umani . ma  naturalmente, la proporzione su questi capitoli tra spesa e spesa è tutta discrezionale e in mano, come è ovvio, a chi eroga.

Anche la cooperazione finanziaria con i Paesi del Mediterraneo sarà sostenuta nel bilancio dell’UE, con 791 milioni di € di stanziamenti d’impegno (700 milioni in pagamenti) destinati, tra l’altro, a studi sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla qualità dell’acqua marina, studi sull’inquinamento delle coste, controllo delle infrastrutture sottomarine (gasdotti e oleodotti, cavi elettrici, ecc.).

Il bilancio 2010 dell’UE, approvato così definitivamente dall’europarlamento, è l’ultimo con la procedura prevista dal Trattato di Nizza, che non prevede poi un reale potere del parlamento sulla spesa relativa alla politica agricola comune e altre spese dette “obbligatorie” di competenza del Consiglio. A partire dal prossimo anno, data d’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’europarlamento avrà invece pieni poteri sull’intero bilancio dell’UE.

In Russia, il presidente Medvedev ha firmato il bilancio preventivo federale del 2010[57]: deficit al 6,8% del PIL, sui 2.900 miliardi di rubli, 66 miliardi circa di €; entrate di 6.900 miliardi dì rubli, 157 di € ; e spese in più delle entrate, per la differenza, ovviamente. I parametri chiave di calcolo del bilancio sono stati formulati su una previsione realistica di prezzi medi del greggio petrolifero degli Urali a 58 $ al barile. La crescita prevista del PIL nel 2010 dovrebbe aggirarsi intorno all’1,6% con inflazione tenuta sotto controllo a un 9-10% su base annua.

E Putin ha firmato un decreto che, per ora in linea di principio, approva un piano di privatizzazioni 2010-2012[58]. Entro il 2010 il governo intende completare la privatizzazione di 250 “imprese unitarie federali”, iniziato già da quest’anno, nel 2009. E’ prevista anche la vendita a privati di diversi porti sia marittimi che fluviali e di diverse compagnie marittime nel 2010-2011, compresi i grandi scali commerciali di Murmansk, sul golfo di Kola nel mare di Barents e Novorrossiisk, sul mar Caspio, degli aeroporti di Tolmachevo (a Novosibirsk, sud-ovest della Siberia), Koltsovo (a Yekaterinburg, nel Nord della Russia) e Anapa (sul mar Nero) e anche dell’impresa navale Sovcomflot, il più grande gruppo marittimo russo. Da queste vendite, il governo si aspetta di incassare almeno 18 miliardi di rubli (410 milioni di €) nel 2010, 6 (140) nel 2011 e 5 miliardi (sui 110) nel 2012.

Conducendo un’analisi spregiudicata, e anche schietta, della situazione finanziaria del paese il ministro delle Finanze, Alexei Kudrin, che ha chiamato la Russia “al momento” un “anello debole” del mercato dei capitali globali, ha affermato che sarà “inevitabilmente” vulnerabile a fughe massicce di capitali quando le altre economie miglioreranno e aumenteranno i loro tassi di interesse[59]. Ha aggiunto, poi, che il paese mira ad emettere il suo primo prestito Eurobond in un decennio e che la lista delle banche estere che potrebbero partecipare a questa emissione di buoni del Tesoro garantiti dallo Stato russo verrà resa disponibile a giorni.

Nel frattempo, ha detto però con qualche soddisfazione, l’emissione è stata quasi interamente coperta. E la Banca centrale, su input del governo, ha provveduto a ribassare adesso il tasso di interesse (per la decima volta quest’anno, dal 6,25 al 6%) allo scopo di stimolare un’economia in sofferenza (si è contratta di quasi il 10% nella prima metà del 2009)[60].  

Il PIL del paese, dice l’Agenzia russa di statistiche, è calato dell’8,9% anno su anno nel terzo trimestre, ma è salito del 13,8% da quello precedente[61]. Il primo ministro Vladimir Putin annuncia che, però, in ogni caso, la Russia intende discriminare fra gli investimenti esteri in arrivo, adattando la sua regolazione per limitare l’afflusso di investimenti speculativi nel paese, incoraggiando così quelli a più lungo termine[62]. Non lo vuole fare in modo da disturbare la libertà dei mercati, ma lo deve fare – lavorando anzitutto con disincentivi e incentivi – per difendere una crescita più sana dell’economia.  

Secondo molti osservatori – molti di loro, d’accordo, non proprio benevoli – i rapporti tra Vladimir Vladimirovič Putin e Dmitry Anatolyevich Medvedev si vanno complicando perché entrambi sembrano decisi a candidarsi alla prossima tornata di elezioni presidenziali. E non sarebbero esattamente sulla stessa linea— più tradizionalmente russofona quella di Putin, più esterofona o, comunque, attenta all’occidente (di fatto, cioè all’America) quella di Medvedev. Le differenze tra i due sembrano, in effetti, precipuamente di tono, di approccio, di metodo: molto più “popolare”, sembra però, tra la popolazione la linea Putin...

In Romania, hanno rieletto – pare: gli exit poll dicevano il contrario[63]… – con meno di mezzo punto percentuale di vantaggio il presidente Traian Băsescu[64], contro il candidato social-democratico Mircea Geoana, ex ministro degli Esteri. Commenta il direttore del Centro di studi politici e d analisi comparativa di Bucarest, che “la storia è quella di un paese diviso perfettamente a metà: abbiamo solo perso tempo”. La vittoria di un’incollatura strettissima di Băsescu viene poi confermata dai riconteggi dei voti annullati fatti dalla Corte costituzionale[65]

E adesso i problemi si ripresentano com’erano, tali e quali, ed esasperati solo dalla convinzione di chi ha perso con il 49,66% dei coti contro il 50,33% di essere stato imbrogliato.

Ormai da sei mesi il paese è senza alcuna governance economica, né keynesiana né monetarista, nessuna. Molte fabbriche hanno chiuso, con la domanda ridotta dalla recessione e non pochi tra i 2 milioni e mezzo di romeni che lavoravano in Italia e in Spagna hanno perso il lavoro, non mandano più rimesse alle famiglie e sono stati spesso costretti a tornarsene in Romania ad aumentare le schiere dei disoccupati: quasi l’8% quelli “ufficiali”, il doppio la percentuale realeueli ufficiali, il doppio la aper centuale reale.. Scioperi e manifestazioni hanno spesso paralizzato le città per licenziamenti nel settore privato e riduzioni o  congelamento di salari e pensioni decretato dal governo in quello pubblico.

Geoana era favorito dai sondaggi, come sembrava favorito nel 2007 l’impeachment che aveva portato al referendum la sospensione e la messa sotto accusa di Băsescu da parte del parlamento per violazione della Costituzione. Ma che, anche lì, con ben altro margine però, riuscì a vincere.

Ora accetta il verdetto finale emesso dalla Corte costituzionale che lo dà perdente ma presenterà, si riserva Geoana con qualche contraddizione, di proporre l’istituzione di una speciale commissione parlamentare di inchiesta sulla legittimità del secondo turno delle elezioni[66].

In Ucraina, “il Fondo monetario internazionale ha sospeso l’esborso al governo  dell’ultima rata, 3,5 miliardi, dei 16,8 miliardi di $ [del prestito che versava a Kiev] fino a dopo le elezioni presidenziali del mese prossimo, riflettendo la sua crescente frustrazione per l’incapacità dei politici ucraini di mettere sotto controllo il bilancio[67]. La goccia del vaso che per il FMI ora sembra traboccato è stata il mese scorso l’erogazione per decreto presidenziale (Yushenko) di un aumento generalizzato di salari e pensioni del 20% senza copertura alcuna che, stavolta, reclamava invece la prima ministra (Timoshenko).

Ora, dicono al Fondo, “noi siamo pronti a continuare ad aiutare il paese, ma senza un consenso su un minimo comune denominatore politico tra i vari attori politici sulle cose di fondo, è difficile, impossibile, andare avanti”… Il Fondo, infatti, prevede che quest’anno il PIL scenderà più del 15%, con l’inflazione a più del 16%.

Kiev, nel frattempo, non si tira certo fuori dai guai ma spera di incominciare a farlo finalizzando la vendita al’Iraq di armamenti per ben 2,5 miliardi di $ che interessano la produzione di ben 80 impianti di produzione di armi, tra cui 420 trasporti truppe corazzati BTR-4, 6 aerei da trasporto truppe AN-32B, tutti contratti gestiti dalla UkrSpetsExport[68].

Però, Kiev non si rassegna a vedersi tagliata fuori dagli aiuti finanziari internazionali e chiede pubblicamente 2 miliardi di $ di aiuti di emergenza al Fondo monetario per far fronte ad obblighi cui non può più sfuggire (il pagamento di salari e pensioni e la copertura del debito nei pagamenti mensili che deve alla Russia per petrolio e gas ricevuti).

E’ questione d’urgenza, dice il governo, perché sono diventati decisivi i prossimi tre mesi, a partire da gennaio quando Kiev terrà le elezioni presidenziali che, chiunque poi eleggano, ormai tutti sperano risolva l’impasse che sta da mesi bloccando nella contemplazione del proprio non troppo allettante ombelico tutto il paese[69].

Però, nel frattempo l’Ucraina ha smesso ancora una volta di pagare il petrolio importato dalla Russia in dicembre e Gazprom dice, ora, che intanto visti i ritardi già verificati non gliene potrà più inviare[70]… Potrebbe, dunque, riaprirsi il solito contenzioso drammatico, con le esportazioni verso l’Europa occidentale sequestrate per proprio uso dagli ucraini nel transito e sottratte ai consumatori, paganti, dell’Europa occidentale… Ma gennaio, a Kiev, è anche il mese cruciale per le elezioni e la Russia ha un certo ritegno a premere ora sull’Ucraina: perché ha interesse evidente a vederla votare nel modo a Mosca più favorevole piuttosto che in quello più ostile.

La Commissione europea si affretta ad assicurare di aver ricevuto garanzie dalla Russia che stavolta non ci saranno disturbi al flusso regolare del gas vero l’Europa occidentale. Anche perché arriva la notizia che tra Russia e Ucraina è stato trovato un accordo che, per il 2010, aumenta del 30% la tariffa di transito sul territorio ucraino mantenendo il volume del gas ai livelli di quest’anno sui 15 milioni di tonnellate. Lo ha reso noto la Naftogaz ucraina e alla Commissione lo avrebbe confermato la Gazprom[71].

Intanto, l’Ucraina col primo ministro Yulia Timoshenko (che, rispetto a Yushenko, passa ormai nella polemica interna per una morbida con la Russia: certo che il loro scontro ormai suona il requiem per la vecchia “rivoluzione arancione” che aveva rovesciato col potere popolare (che tanto popolare non era, poi… e piuttosto artificiosamente montato ed esogeno sì) e che adesso, nella speranza di farcela contro di lui senza dover rieleggere quel presidente – Yanukovich – che allora, insieme a lui contribuì a cacciar via, manda un segnale piuttosto chiaro a Mosca e a Tiblisi.

Il suo governo riconoscerà soltanto la Georgia come Stato unitario, non separatamente di pezzi di Georgia. In altri termini, non riconoscerà l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkazia. La motivazione, però, non è affatto anti-russa, come i georgiani avevano chiesto di confermare (Yushenko ha aiutato e anche in parte armato la tragicomica avventura georgiana di un anno e mezzo fa contro la Russia). La motivazione è solo e rigorosamente pro-ucraina: è che la presenza di altri Stati in più di quelli esistenti nella regione finirebbe col premere sul territorio ucraino[72]

La Corte costituzionale della Lettonia ha cancellato come incostituzionale, appunto, la legge con cui il governo, qualche mese fa, per poter strappare a FMI e UE un prestito straordinario di 7,5 miliardi di €, aveva tagliato le pensioni d’anzianità del 10% e del 70% quelle di chi ancora non era andato in pensione.

E ha “ordinato” al parlamento di mettere in atto, entro il 1° marzo 2010, un piano che ripaghi il maltolto, restituendo ai pensionati quanto è stato loro strappato o quanto sarebbe stato loro sottratto. Il ministro degli Affari sociali Uldis Augulis ha calcolato che il governo dovrà trovare adesso, alzando le tasse – anatema, però: specie sui redditi alti… – o tagliando altre spese – quelle militari, ad esempio? – qualcosa come 265 milioni di € al massimo entro il 1°luglio 2015[73].

L’obbligo (l’obbligo…, diciamo la promessa) che ha la Lettonia nei confronti della UE è quello di tenere nel 2010 il rapporto deficit/PIL a un massimo dell’8,5%. Nel testo della sentenza non c’è, però, la pena enunciata in caso di inadempienza…

STATI UNITI

Il PIL è cresciuto nel terzo trimestre, e nella terza revisione della stima del Bureau of Economic Analysis, al tasso del 2,2%: le due stime precedenti lo avevano dato in maggiore aumento  rispettivamente, il 24 novembre, al +2,8% e il 29 ottobre al +3,6%. Che, adesso sono stati più realisticamente ridimensionati[74], ma non impediscono ai previsori di pronosticare un buon incremento nel quarto trimestre[75]: senza peraltro azzardarsi, ancora, a buttar lì alcuna cifra…

La produzione industriale cresce dello 0,8% a novembre[76]. Anche quella manifatturiera ha continuato a crescere, anche se meno che a ottobre, secondo l’indice dei managers agli acquisti che lo dà a 53,6 da 55,7[77].

I consumi hanno avuto una buona impennata[78], a inizio stagione delle feste – e delle vendite natalizie – con una spesa più alta per benzina e altre merci, dell’1,3% rispetto all’ottobre scorso e del’1,9% sul novembre di un anno fa quando cominciava a farsi sentire la gelata sulle vendite al dettaglio. E rinasce la speranza di un riavvio della crescita che, ormai, secondo alcuni, potrebbe anche autosostenersi.

L’inflazione cresce, in termini destagionalizzati, a novembre, dello 0,4%: lasciando i prezzi al consumo all’1,8% in più di un anno fa[79].

Il deficit dei conti correnti si allarga nel terzo trimestre da 98 a 108 miliardi di $ (il 3% del PIL)[80].

La disoccupazione[81] cala un poco, dal 10,2 di ottobre al 10%  a novembre, con la perdita di posti di lavoro (-11.000) che è la più contenuta dall’inizio della recessione. Anche la revisione del numero dei posti andati perduti in ottobre e novembre è, adesso, calcolata ufficialmente al ribasso. C’è pure una certa ripresa della durata settimanale dell’orario di lavoro (da 33 a 33,2 ore) che sembra incoraggiare chi legge i dati di dicembre.

C’è anche chi osserva, però, che ci vuole prudenza, senza lasciarsi andare a esaltazioni fuori luogo visto che sono sempre ben 15 milioni e mezzo gli americani ufficialmente senza lavoro e che la situazione reale somiglia da vicino a quella di un paziente che, dopo aver subito un infarto pesante, riesce a sedersi e a tirare un respiro— niente di più e niente di meglio. Certo, le cose appaiono qualche poco migliori ma un mese di relativo sollievo (relativo perché dopotutto anche a dicembre si sono comunque persi, non guadagnati, posti di lavoro) non significa molto nel contesto del peggiore mercato del lavoro che sia visto dagli anni ’30 ad oggi.

Il dato di novembre è comunque drammaticamente positivo, specie dopo tanti mesi di buio profondo, e potrebbe indicare che i datori di lavoro si preparano a ricominciare a riassumere. Però, continua ad aumentare, in maniera seria, la disoccupazione di lungo periodo che, a novembre, ha visto altri 300.000 lavoratori dipendenti aggiungersi alla lunga lista che oggi tocca i 5.900.000 americani ufficialmente senza lavoro da più di sei mesi. E, secondo gli esperti, non sarà prima della prossima primavera che i posti di lavoro ricominceranno, forse, a crescere in modo significativo e ci vorranno anni per ricollocarsi ai livelli pre-recessione[82].

Resta la preoccupazione di chi dimostra ogni giorno di preoccuparsi davvero della mancanza di lavoro, come Paul Krugman che arriva addirittura a osservare come le buone notizie di oggi “in un senso molto reale siano cattive notizie davvero perché il numero non così brutto va sgonfiando  purtroppo ogni senso d’urgenza[83].

Perché il fatto certo è che “ogni realistica proiezione mostra una disoccupazione che rimarrà ancora  per anni disastrosamente elevata... all’8% nel quarto trimestre del 2011; sopra il 7 nel quarto del 2012. E che farà l’America, che faremo, in proposito? Il consenso di fatto dice non molto— che non possiamo e/o non dobbiamo mettere in moto alcun’altra azione significativa. E’ una tragedia, incartata in un compiacimento bizzarro”.

Resta il fatto che anche se le cose cominciano davvero a andar meglio, pure sul fronte del lavoro (sempre nel senso che è sicuramente meglio se le perdite calano un po’, il che non vuol dire però che al netto se ne crei di nuovo e neanche che ciò avverrà in previsione non troppo lontana): “dal punto di vista dell’occupazione – la variabile economia che più preoccupa gli americani – non siamo neanche arrivati ad un terzo del recupero sulla via della recessione. Nel 2010 e nel 2011, poi, in termini di salari e stipendi perduti, la mancanza di lavoro costerà alla gente che deve lavorare più di quanto sia costata quest’anno”.

Tra parentesi, il presidente della Fed, Ben Bernanke, testimoniando di fronte alla Commissione del Senato che dovrebbe approvarne la ridesignazione a capo della Banca centrale (c’è un senatore “indipendente” ma progressista, Bernie Sanders del Vermont, che di regola vota coi democratici ma che ne sta bloccando la nomina facendo ostruzionismo: accusa, non a torto, Bernanke di essere responsabile per leggerezza, irresponsabilità e ideologismo neo-liberista del tracollo delle banche che ha innescato la crisi) ha citato la doppia missione della Fed stessa, la crescita e l’inflazione[84].

Ma, in realtà, il mandato che gli Statuti della Fed le danno è l’inflazione, sì, ma non la “crescita” bensì l’ “occupazione” (lì definita come al 4%): letteralmente. E non è esattamente la stessa cosa. Anche se a noi, con la nostra BCE, sembrerebbe già molto che la Banca centrale europea anche della crescita dovesse occuparsi…   

Lo documenta, adesso, uno studio analitico e preciso – su fonti (dati e previsioni) esclusivamente ufficiali (il BLS del dipartimento del Lavoro e il Congressionl Budget Office, una specie di Ragioneria dello Stato che qui, però, non dipende dal Tesoro ma, appunto, dal Congresso) e, dunque, ufficialmente non certo falsate ma, come dire?, un po’ edulcorate – appena uscito dal CEPR, il Center for Economic and Policy Research che, in due anni, grazie all’accuratezza delle sue analisi e delle sue previsioni è salito nel numero di citazioni sui media nazionali dal 52° al 10° posto…

Il Rapporto del CEPR, intitolato Il deficit salariale da 1.000 miliardi di $[85], calcola la perdita di salari e stipendi dei lavoratori statunitensi dal principio della recessione a tutto il 2012. “Dati e stime accurate indicano che la perdita complessiva di emolumenti sarà sui 1.000 miliardi di $ e che l’economia, a bocce ferme, continuerà a tagliare centinaia di migliaia di posti di lavoro – milioni – nei prossimi tre anni. Per mettere bene nel suo contesto questa realtà, il costo totale della recessione in termini di perdita di salari e stipendi, supera di parecchio il costo attualmente previsto su dieci anni della riforma sanitaria”.

Nel 2010 andranno perduti 310 miliardi di $, il 25% di più del 2009 (247 miliardi) e nel 2011 le perdite saranno ancora sopra quelle del 2009 per 252 miliardi. E, di qui a tre anni, nel 2012 le perdite saranno ancora di tre volte superiori (a 147 miliardi di $) di quanto sono state nel 2008, il primo anno della recessione. A corollario il Rapporto documenta come queste valutazioni non includano i costi della copertura sanitaria che comporta la perdita del lavoro, quelli imposti dalla riduzione forzata di orari di lavoro o dalle perdite di fatto, subite e speso non registrate, a scapito dei lavoratori suoi luoghi di lavoro. Non  solo nelle piccole imprese ma nei giganti tipo Wal-Mart.  

Il Rapporto del CEPR, poi, analizza in dettaglio le perdite per gruppo etnico di americani al lavoro, facendo rilevare che chi di gran lunga ne soffre di più sono gli afro-americani e quelli che, qui, chiamano i latini…

Perdita di salari e stipendi 2008-2012 e costo della riforma sanitaria 2010-2019

Fonte: CEPR, su analisi di dati e proiezioni BLS e CBO

Intanto, Obama arranca con fatica sul percorso della riforma sanitaria. Deve ancora votarla il Senato ma l’ostruzionismo massiccio dei repubblicani e il “tradimento” dell’ex candidato alla vicepresidenza democratica con Gore, il sen. Lieberman, formalmente indipendente ma di fatto, da quando il partito ha scelto Obama, schierato coi più reazionari dei repubblicani, la stanno bloccando e annacquando.

Così, si sta arrivando a una legge, nella versione che passa al Senato, che sarà “lontanissima dall’ideale. Peggio, alcuni dei senatori in questione sembrano motivati in gran parte dal desiderio di proteggere gli interessi delle compagnie di assicurazione— con la possibile eccezione di Mr. Lieberman, motivato, sembra, da pura ripicca”.

Adesso, però, scrive sul NYT[86] il Nobel Paul Krugman – un liberal garantito all’americana, si capisce, ma come abbiamo visto anche nel dibattito sul cambiamento climatico un moderato pragmatico e realista nel campo dei progressisti – “ecco un messaggio ai progressisti come me: impiccatelo pure, in effigie, Joe Lieberman, dichiarate che siete delusi o disgustati dal presidente Obama, reclamate che siano cambiate regole e Statuti del Senato che, combinati con la strategia repubblicana dell’ostruzionismo totale, stanno rendendo ingovernabile l’America. Ma, intanto, votiamo la legge di riforma della sanità…Facciamo pure un respiro profondo, ma consideriamo quanto di buono questa legge, se passasse, farebbe…

   Sarebbe, comunque, l’allargamento più importante della sicurezza sociale in America e far passare questa legge sarebbe, in ogni caso, meglio che vederla fallire”. E la legge imporrebbe, comunque, condizioni più dure agli assicuratori e più convenienti per gli assicurati, allargando di molto, ad oltre 30 milioni di americani che oggi non lo sono, la platea degli assicurati. E, insieme, riducendo, a spese del profitto privato, i costi crescenti della sanità. Da considerare, c’è anche “quanto meglio sarebbe, comunque, questa sanità rispetto a quella che sembrava possibile solo qualche anno fa…

   Guardate, io capisco benissimo la rabbia di tanti, perché appoggiare questa legge in ogni caso infiacchita somiglia ad arrendersi al ricatto— e di fatto lo è. Meglio dobbiamo pagare il riscatto – noi che a una legge di ampio respiro siamo favorevoli, come del resto lo è una maggioranza di senatori – a quella minoranza che la legge – la riforma, cioè – la tiene in ostaggio e per liberarla esige di farci accettare una legislazione indebolita. Se no, ci ammazza l’ostaggio”.

Insomma, dice Krugman, “bisogna contarmi tra quanti considerano questo un grande successo. Certo, è una legge gravemente bacata e ci metteremo anni a aggiustarla. Ma è, comunque, un grande passo in avanti[87]”.

E la legge nella versione senatoriale – che adesso andrà riconciliata, e lo sarà certo con fatica, con la precedente versione varata alla Camera – è stata votata secca alla vigilia di Natale subito salutata come un passo decisivo di riforma dal presidente e dai suoi. E’ stata votata 60 a 39 – neanche un solo repubblicano a favore, in un voto che pur con un margine di dieci suffragi e malgrado la defezione di sei democratici è stato appena sufficiente a superare l’ostruzionismo— un voto totalmente polarizzato e alla faccia di ogni inciucio bipartisan… – anche se per portare a casa il sì di alcuni dei 60 voti democratici restanti, la proposta ha dovuto essere inevitabilmente annacquata proprio, in particolare, sulla faccenda dell’universalità del progetto[88].

Così, alla fine il processo di unificazione dei due testi finirà con l’allargare comunque, e di molto, ruolo e responsabilità del governo federale nella copertura del sistema sanitario, senza però arrivare a creare un sistema pubblico, realmente mutualistico ed universale, tale da legare l’assistenza sanitaria al diritto di cittadinanza e di residenza (ci sono sui 12 milioni di immigrati illegali in America, il 60% dei quali di origine messicana).

Ma la riforma – e in questo, certo, chi la pensa come Krugman ha ragione – toccherebbe e non c’è dubbio in meglio, con 871 miliardi di $ di sussidi pubblici distribuiti su dieci anni, la vita di milioni e milioni di americani: quasi tutti di reddito medio e medio-basso ma non proprio poveri che adesso, al contrario dei poverissimi, sono esclusi da ogni copertura sanitaria; dice l’Ufficio congressuale del bilancio che si tratterebbe di 31 milioni di persone, anche se ne resterebbero fuori almeno altri 23 milioni.

Resta da vedere, sicuramente, come andrà a finire, però, ora, a gennaio il cosiddetto processo di riconciliazione tra i due testi: le speranze dei nemici, da destra, della riforma sono tutte riposte nella guerra civile tra democratici che ora corre il rischio di riaprirsi mettendo in pericolo gli accordi così diligentemente calibrati che hanno garantito il passaggio dei due testi alla Camera e al Senato con maggioranze ridottissime. E c’è anche il problema, che non si può ignorare, che per i 160 milioni di americani che assicurati sono in base al loro contratto di lavoro, la riforma non farà praticamente alcuna differenza e che, dunque, il riformatore corre il rischio di incorrere, appunto, nella loro indifferenza, al meglio, in una certa ostilità forse, anche[89]

Questo – ha rilevato il sen. Chris Dodd, uno dei democratici maggiormente impegnati – è molto molto precario. Chi pensa che la cosa sia fatta non ha frequentato il Congresso abbastanza a lungo. La realtà è che tra i due testi, Camera e Senato, ci sono differenze anche vaste”. E, siccome sarà cruciale per i democratici “tenere” tutti i loro 60 voti al Senato – dieci in più della maggioranza per riuscire a battere ancora una volta l’ostruzionismo totale dei repubblicani – il compromesso sarà inevitabilmente più prossimo al testo votato al Senato: cioè, ancora al ribasso.

Fino a che punto, però? Fino a che punto tollereranno i democratici progressisti, i liberal, l’imbarbarimento al ribasso della loro più grande riforma? E fino a che punto lo tollererà Obama stesso?  

Prima di andare a Copenhagen, per gli ultimi atti della conferenza sul clima dell’ONU, Barak Obama ha accettato a Oslo il premio Nobel della pace che gli era stato, secondo molti per lo meno prematuramente, secondo alcuni anche improvvidamente assegnato. E ha difeso con vigore l’uso della forza militare “su basi umanitarie”, ha detto, allo scopo di preservare la pace, svolgendo un ragionamento che ha tentato di convincere i tanti scettici che lo osservavano in mondovisione e basandosi, sostanzialmente, sull’antico criterio della “guerra giusta[90].

Nel suo discorso il presidente ha esordito prendendo di petto il fatto che la controversia relativa alla scelta come destinatario del Nobel è comprensibile “in parte perché lui è all’inizio e non alla fine del suo lavoro sulla platea del mondo” e ha tenuto a rendere omaggio a chi invece – “[il dr.] Schweitzer e [Martin Luther] King, [il segretario di Stato e generale George] Marshall [quello dell’omonimo piano di aiuti all’Europa dopo la seconda guerra mondiale] e [Nelson] Mandela” – con ben altri successi reali alle spalle ha ricevuto il Nobel della pace.

Poi ha dato atto che “forse la polemica più profonda sulla mia scelta per questo premio è dovuta al fatto che sono il comandante in capo delle Forze armate di una nazione che è nel mezzo di due guerre”. 

Io non ho fatto, ha riconosciuto, ancora molto per meritarmi questo premio (eufemismo), ma ascrivo a me – questo sì – il merito delle iniziative che prese per fermare l’uso della tortura in nome dell’America, per chiudere la base di Guantánamo e riaffermare il suo impegno a rispettare gli obblighi imposti a chi fa la guerra dalle  Convenzioni di Ginevra.

Il fatto è che nessuno di questi tre impegni, però, è stato tradotto da Obama (non perché non vuole, però: perché non è stato e non è in grado di farlo) in qualcosa di legalmente e giuridicamente vincolante per l’America. Sono impegni della sua buona volontà personale. Che forse è molto, ma solo finché lui resta presidente…

Restando sempre da verificare, poi, se e come quelle, chiamiamole regole di comportamento – non torturare..., chiudere Guantánamo, che è sempre aperta, e rispettare Ginevra: mentre ci si attiva a far riconoscere, tra l’altro, i golpisti honduregni – passano giù per li rami diversificati e capillari di un corpaccio enorme come le Forze armate, i servizi segreti, la burocrazia, la politica e il comportamento degli americani…

Poi ha detto ancora quello che è ovvio, e che nessuno razionalmente s’è mai sognato di negare, cioè che la politica – e la vita è politica: la pace, la guerra son o politica… – è questione più sfumata, confusa e meno chiara di quanto molti amano immaginare: che la guerra è una realtà, che esiste anche la possibilità della guerra nucleare e che bisogna darsi da fare per allontanarla e che, anche se distruggere tutte le armi atomiche esistenti nel corso della nostra vita non sarà possibile, bisognerà sforzarsi di arrivarci.

Insomma, essendoci sempre purtroppo il male nel mondo, continueranno ad esserci aggressioni, oppressioni e resta la necessità di opporsi ad esse. Anche con la guerra. E nel merito, ha sostenuto, le forze armate americane sono state una forza di pace e di sicurezza globale dalla fine della seconda guerra mondiale.

Che, effettivamente, detta così da questo presidente degli Stati Uniti d’America, è un po’ forte: America latina, Vietnam, Iraq…, solo per dirne due o tre sulle quali nel passato recente si è pronunciato lui stesso, del resto. E, qui, è venuto il nocciolo del suo ragionamento sulla guerra giusta, intorno alla tesi che gli interventi armati degli Stati Uniti nel mondo storicamente sono stati conformi a questo principio.

Qui pensava all’Iran e lo ha anche detto: ci vuole, una più forte cooperazione internazionale “perché chi vuole la pace non può restare a guardare quando una nazione si arma per la guerra nucleare”. Che invece va bene, quando è un’altra la nazione, o sono altre le nazioni, supermate e da tempo allo stesso scopo— anche se, nel caso loro – perché lo dicono loro – è solo per deterrenza contro un attacco potenziale, si capisce… E è tornato a dire – per questo il Nobel l’hanno dato a lui e non al primo ministro Netanyahu, forse… – che ci devono essere “alternative alla violenza sufficientemente dure per cambiare i comportamenti” dell’Iran: cioè “sanzioni capaci di far male davvero”…

Una parentesi, con un’ultima considerazione sul tema: il discorso di Obama è risultato essere molto, molto gradito alla ex candidata fondamentalista repubblicana alla vice presidenza, Sarah Palin: se ne è uscita dicendo esplicitamente che sì, “mi è piaciuto quello che ha detto. Anch’io nel libro che ho appena scritto ho parlato della natura umana fallibile e del perché, a causa sua – dice la reverenda Sarah – la guerra può essere a volte necessaria perché “dobbiamo fermare questi terroristi a casa loro, laggiù[91]. Ora, almeno a parere di chi scrive, certo di parte, proprio questo tipo di endorsement, di approvazione, dovrebbero far ripensare chi giudica un bel discordo quel discorso…

Chiusa la parentesi, e riprendendo ora la nostra sintesi ragionata del discorso di Oslo di Obama, il presidente è ricorso all’argomento forte – l’unico in realtà – della sua presentazione. Quella che io sto facendo, ha detto, è un “guerra giusta” (quella che io stesso considero ingiusta, quella in Iraq, ha detto, sto cercando di chiuderla al più presto).

E, partendo da lì, ha riassunto quella che nel tempo, ha detto, è emersa come la teoria (agostiniana e tomista in origine) della guerra giusta. “Essa suggerisce che una guerra è giustificata solo quando rispetta alcune condizioni: se viene condotta come ultima ratio o per autodifesa; se l’uso della forza resta proporzionato; e se, sempre che sia possibile, i civili ne vengano risparmiati”…  Ma questa è una sintesi parziale – nel senso di incompleta e di parte – della teoria della “guerra giusta”.

Non ha ricordato, Obama, infatti, almeno un altro criterio essenziale per la “guerra giusta”: che essa sia dichiarata dall’ “autorità competente”, che nel mondo di oggi  e sulla base della Carta delle Nazioni Unite è sempre e soltanto, e nelle forme dovute, l’ONU: che deve iniziare, non ratificare a posteriori, poi, una guerra iniziata da altri, fosse pure dagli Stati Uniti d’America…

Sappiamo, ha aggiunto Obama, che purtroppo “nel corso della storia, questo concetto di ‘guerra giusta’ è stato raramente osservato”. Avrebbe potuto utilmente e onestamente aggiungere che questo grande principio e strumento morale – la “guerra giusta” – è stato utilizzato sempre, e da tutti quelli che lo hanno utilizzato – e, adesso, anche e proprio da lui – soprattutto come damnatio inimici: del nemico che è utile condannare, però: perché è un nemico politico, oppure strategico, rilevante, quello— che se no, se è un nemico geo-strategicamente poco importante, magari si lascia perdere senza problemi.

E via così escogitando… dal podio di Oslo. Mentre da lontano si sentiva chiarissimo, come eco ma anche ammonimento di sottofondo, in inglese, il canto ritmato di migliaia di dimostranti: “Obama, l’hai vinto… ma adesso meritatelo!”, sulla nota più o meno del titolo cubitale sul massimo giornale norvegese, il Dagblatet, Krigs-Elle-Freds, President?— Guerra o Pace, presidente?  

Già… il problema è che nel caso in questione, probabilmente – molto probabilmente – come per quella in Iraq, anche per l’Afganistan si sia trattato di una guerra “giusta” tanto illegale quanto immorale. Prima di avere la teoria della guerra giusta c’era il diritto divino dei re a fare la guerra perché erano loro, i re. Agostino, Cicerone e, poi, Tommaso d’Aquino spiegarono, invece, che l’uomo è essere razionale e morale e che, perciò, prima di entrare in guerra bisognava provare la conformità a due criteri.

Lo jus ad bellum, il diritto cioè a fare la guerra, basato sul criterio che non esiste davvero altro modo per affrontare il problema. E lo jus in belo, cioè quello che in guerra è lecito e quello che non è mai lecito fare. Specie in un’era che, come la nostra, non vede più le guerre dei tempi di Tommaso d’Aquino e che poi vennero chiamate guerre alla Clausewitz, quelle che schieravano un esercito contro l’altro e coinvolgevano, ammazzandoli e ferendoli, solo o principalmente uomini in armi. Le guerre di oggi, almeno dalla seconda guerra mondiale in poi, coinvolgono in massa popolazioni civili, spesso del tutto inermi ed è lì che fanno la stragrande maggioranza delle loro vittime.

Altro che guerra giusta, appunto. E un cervello lucido e politicamente preparato come quello di Barak Obama queste semplici realtà di fatto non può non conoscerle. La verità è tutta nella vecchia massima di Publio Cornelio Tacito[92]: che “hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace”.

A titolo di memoria, sempre e utilmente da rinfrescare, sarebbe stato utile che un non cattolico come il presidente Obama, visto come avesse deciso di basare tutto il proprio ragionare sulla categoria della teologia cattolica chiamata “guerra giusta”, si fosse fatto almeno relazionare e per bene, cioè integralmente e correttamente, su quel che essa davvero comporta. La sua prima definizione è attribuita a Sant’Ambrogio[93] e, poi, a Sant’Agostino[94], per i quali, più esplicitamente per quest’ultimo, essendo per il cristiano insuperabile il divieto di uccidere anche per legittima difesa, essa si fonda pressoché unicamente sul dovere di difendere il prossimo debole.

Poi, gli apporti più importanti si devono a San Tommaso[95], a san Roberto Bellarmino[96] a Francisco Suarez[97] e, soprattutto, al domenicano spagnolo Francisco de Vitoria[98], che prendendo atto della fine dell'unità religiosa della cristianità occidentale, aveva iniziato la riflessione sullo jus gentium, come unico strumento razionale in grado di regolare i rapporti, spesso conflittuali tra i nuovi Stati-nazione: e per          questo universalmente considerato come il fondatore del concetto stesso di diritto internazionale.

Guerra giusta: strumento di lavoro e concetto su cui – rivisitato, ammodernato dopo l’elaborazione (o, se siete cattolici, il magistero) di tutti i moderni pontefici (a partire per lo meno da Pio X, 1835-1914: papa dal 1903) e sempre nel senso di una sistemazione più severamente limitativa – si è, poi,  a lungo soffermato, partendo dall’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII (11.4.1963), il Concilio ecumenico Vaticano II nella Costituzione Gaudium et Spes[99] sui rapporti tra Chiesa e mondo contemporaneo.

Qui, il documento è costruito su due categorie fondamentali, entrambe nuovissime:

• la prima è la nuova visione della Chiesa nella società: non più società perfetta, separata da un mondo da cui non ha nulla da imparare e che ha, anzi, il dovere di “guidare” se non più di “dominare” – qualcuno dice non perché più non voglia ma perché ormai non può – ma popolo di Dio al servizio agli uomini e in mezzo ad essi per una vita più umana; e la seconda categoria nuova è quella costituita dai

• segni dei tempi, come li chiamava Giovanni XXIII: la Chiesa non ha modelli o risposte precostituite per risolvere i problemi, ma si fa attenta a cogliere i fermenti di bene presenti nella storia.

Vengono, secondo questa griglia di analisi, analizzate le questioni della pace e della guerra.:

Viviamo in un “momento sommamente decisivo” (#77), caratterizzato da:

•  “progresso delle armi scientifiche che ha enormemente accresciuto l’orrore e l’atrocità della guerra” (#80), fino a rendere possibile la distruzione stessa dell’umanità;

• corsa agli armamenti e conseguente aggravarsi della condizione dei poveri: essa “è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri” (#81);

• ecco perché “tutte queste cose ci obbligano a considerare l’argomento della guerra con una mentalità completamente nuova” (#80).

A partire (#78) da una sintesi della concezione biblica della pace, sempre valida ma ormai da “rivivificare”. Essa è, innanzitutto, “opera della giustizia[100] anzi è frutto dell’amore il quale va oltre quanto è in grado di assicurare la semplice giustizia. Ma già senza la giustizia, semplicemente la pace non c’è: non ci può essere.

Qui, il concilio supera come di colpo tutta la problematica della “guerra giusta”: l’espressione, anzi,  non è mai presente. Parla di “diritto di una legittima difesa” in favore dei giusti diritti di un popolo. E’ evidentemente un concetto molto più restrittivo rispetto a quello di “guerra giusta”. C’è infatti legittima difesa a tre precise e obbligatorie condizioni: aggressione violenta in atto; fare lo stretto necessario per impedire il danno; non fare un male maggiore del bene che si vuole difendere.

La legittima difesa comunque esclude sempre la rappresaglia o il “primo colpo”. E’ evidentemente un concetto inadeguato di fronte al problema di una guerra totale. Su questo punto troviamo l’unica condanna di tutto il concilio: “questo sacrosanto concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti sommi pontefici, dichiara: ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato” (#80).

Il concilio condanna decisamente, poi, anche la corsa agli armamenti: “si convincano gli uomini che la corsa agli armamenti [...] non è la via sicura per conservare saldamente la pace né il cosiddetto equilibrio che ne deriva può essere considerato pace vera e stabile” (#81). Ancvhe il conceto e la pratica della “deterrenza” mantiene una pace falsa, perché funzionale ai più forti; inoltre le risorse spese in armi aggravano la miseria dei più poveri, trasformando l’economia mondiale in economia di guerra. Da ultimo rimane sempre aperta la possibilità che le armi prodotte vengano un giorno impiegate.

Per tutti questi motivi, e per il rispetto che ogni persona deve a sé e alle altre, viene affermata in due contesti: come opposizione a ordini che ledono i diritti naturali di un popolo – “l’ubbidienza cieca non può scusare [...] Deve invece essere sostenuto il coraggio di coloro che non temono di opporsi apertamente a quelli che ordinano tali azioni” – e come rifiuto dell’uso delle armi – perché “sembra  conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche forma di servizio nella comunità umana” (#79).

Con questi punti di riferimento, dunque, va valutata (visto che è Obama stesso a dichiarare di far sua questa concezione e questa tesi) anche se in sintesi estrema la giustificazione, chiamiamola così, della “guerra giusta”. Il fatto è che rispetto ai criteri di cui alla Gaudium et Spes, parlare di “guerra giusta” oggi pare per lo meno anacronistico se non praticamente impossibile.

Ma anche sulla base dei criteri precedenti, come dire, più laschi e permissivi, nello jus ad bellum devono sussistere sempre, e tutte, le seguenti condizioni (sostanzialmente, poi, quelle elaborate e soppesate dall’Aquinate, nel XIII secolo):

• una causa giusta (ma quale governante non ha dichiarato e, forse, anche pensato di averla? da Hitler a Saddam Hussein  stesso, ovviamente);

• un’autorità “competente” che la dichiari (dunque non il più forte; non chi ritiene di essere nel giusto; non chi si arroga il diritto di “difensor mundi” o di “difensor pacis” con la guerra…, cioè facendo il deserto e chiamandolo pace);

• una retta intenzione (non geo-politica, non il petrolio, dunque) che la giustifichi nel suo svolgimento;

• il suo essere un rimedio estremo: dopo aver provato tutte quelle condizioni, l’ “ultima ratio”;

• la probabilità di successo: concreta, reale, effettiva; non oniricamente sognata o come disse quel mentecatto di Bush dettatagli direttamente “dal Padre che sta lassù”…

Il discorso, poi, connesso a questo dello jus ad bellum – del diritto a fare la guerra – dello jus in bello – cioè del modo consentito, legittimo, di fare la guerra – a partire dal principio che “il fine mai giustifica i mezzi”, deve comportare la discriminazione tra obiettivi militari e civili e la proporzionalità tra azioni militari e vantaggi conseguibili…

Ma, già in Giovanni XXIII, con la Pacem in terris, l'abbandono della teoria della guerra giusta non comporta la semplice rassegnazione nei confronti della violenza e dell’ingiustizia. La pace non è più solo l’assenza di guerra; implica il superamento dei rapporti di dominio tra gli uomini e tra gli Stati; leggendo i segni dei tempi egli, e non a caso, individua tre interlocutori privilegiati nei lavoratori, nelle donne e nei diseredati dei paesi del Terzo mondo e si affida all'ottimismo della Provvidenza: una categoria, certo, estranea o, almeno, diversa da quelle usuali alla politica e anche alla geo-politica[101].

E, alla fine della fiera, ci sembra che una questione di fondo esiga una risposta di fondo, e altrettanto netta della domanda. Se – se –  l’occupazione anglo-americana, e per qualche tempo anche di altri paesi, tra cui il nostro, dell’Iraq – e, probabilmente, anche dell’Afganistan – è stata basata su una serie di menzogne del governo americano, di quello britannico e anche degli altri— se è andata, come pare proprio così…

… coloro che in Iraq – e magari anche in Afganistan – hanno fatto resistenza a quell’invasione e a quell’occupazione, certo anche in modo non di rado inusitatamente feroce,  combattevano – loro – una guerra giusta o ingiusta? Non è che, magari, la loro guerra di resistenza ha scoraggiato, e dunque evitato, altre tragiche avventure come quelle ad altri popoli del mondo? che magari lor signori erano pronti altrimenti a liberare a costo di sterminarli: ricordate il Tacito di cui sopra?

Sull’altro tema scottante dell’Iran, Teheran s’è “lamentata”, ovviamente e a voce molto alta, per il comportamento, “succube” l’ha definito, di Cina e Russia rispetto ai desiderata degli Stati Uniti all’Assemblea generale dell’AIEA di fine novembre che ha espresso “preoccupazioni” e “richiesto” – anche senza formulare condanna alcuna e proprio per il rifiuto russo-cinese di mettere in quel caso la propria firma sotto la risoluzione – che l’Iran si conformasse alle sue richieste sul nucleare— peraltro contraddittorie con la premessa del diritto inalienabile, e dalla risoluzione stessa pur riaffermato, dell’Iran stesso, come di ogni paese, a fare ricerca atomica e arricchire il suo uranio.

La reazione immediata di Teheran è stata quella, da una parte, di confermare che – dopo attenta  considerazione – non uscirà dal Trattato di non proliferazione nucleare. Ma che vi resterà, d’ora in poi, interpretandone alla lettera le regole. Intanto, costruirà una decina di nuovi reattori nucleari per la produzione di energia: il Trattato gliene riconosce il diritto anche se non quella indefinita, cangiante entità autoproclamatasi “comunità internazionale” e composta dalle grandi potenze nucleari in atto, e non potenziali, in buona sostanza…  

La Cina, che forse tra le superpotenze atomiche è quella un po’ più sensibile al tema della parità dei diritti tra tutti gli Stati, è corsa subito ai ripari, chiarendo pubblicamente a USA, Russia e allo stesso Iran che, per risolvere la questione del programma nucleare iraniano, ci vuole ancora e sempre dialogo e negoziato— e non servono le sanzioni[102]: che dunque non voterebbe. Non dice, però, se le “veterebbe”… Lo dice il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang, specificando con grande ufficialità che le sanzioni non sono certo l’obiettivo della risoluzione votata all’AIEA e neanche delle pressioni dell’ONU sull’Iran.

Bisognerà adesso vedere se la stessa opinione sarà, alla fine, anche quella di Stati Uniti, ecc. O se Obama, come sembra ormai molto più facile visto l’andazzo che sta assumendo la sua politica estera, cederà alle pressioni dei falchi repubblicani in casa ed israeliani dall’estero e consentirà a fare la guerra anche contro l’Iran o a lasciar fare la guerra all’Iran. Dieci mesi fa, francamente l’avremmo escluso, oggi non ci pare proprio più possibile farlo. Il nodo è sempre lo stesso, con Obama o con Bush: o dici si, sissignore, e obbedisci. O sei punito...

Ma forse la “punizione” potrebbe alla fine consistere “solo” in sanzioni unilateralmente decise dagli USA e seguite, per definizione, dai loro “seguaci” anche se non si riesce a capire come sarebbe possibile imporle senza la cooperazione di Cina e Russia e, però, anche forse di coloro che come Giappone e Europa occidentale dipendono in buona misura dal controllo iraniano… 

Intanto, però, l’incontro richiesto dagli USA tra i cinque ministri degli Esteri (la loro con quelli di Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) ai margini della conferenza di Copenhagen sul clima per tentare di mettere insieme sanzioni più dure, tali da frenare il programma di ricerca nucleare iraniano – comunque e qualunque ne fosse poi il contenuto – è saltato proprio su richiesta cinese. Non abbiamo tempo, abbiamo difficoltà, tecniche, ovviamente…

Così i cinque si son parlati in teleconferenza, ma senza arrivare, come già si sapeva, a nessuna conclusione davvero operativa[103]. E, infatti, hanno aggiornato la loro sessione a distanza senza avere deciso niente, se non di risentirsi nella seconda metà di gennaio. Fino ad allora almeno, comunque, sulle sanzioni tutto fermo…

Solo che non c’è garanzia alcuna che Teheran stia fermo a aspettare i tempi che fanno comodo a Washington… Con un’incursione lampo di poche ore forze speciali iraniane hanno ripreso all’Iraq il controllo di – e alzato la bandiera persiana su – un pozzo petrolifero, a Fauqa, conteso da oltre vent’anni su cui sembra però – a parere degli esperti tutti – abbiano ragione gli ayatollah quando sostengono che glielo aveva rubato Saddam all’inizio della guerra degli anni ’80[104].

Si sono subito ritirati, non c’è stato neanche un ferito, ma il messaggio è partito: non decidete voi da soli cosa fare in questa regione, se e quando farlo; e avrete notato, no?, che è bastata una mossa appena abbozzata come questa a far scattare all’insù, in una questione di ore, il prezzo del greggio sui mercati internazionali? Se non l’avete notato, diceva il messaggio, fareste meglio a farlo…   

Dall’altra parte, però, c’è sempre Israele che continua – minacciando un intervento armato, anche unilaterale, se e quando lo riterrà necessario – a fare pressioni per incassare al più presto “sanzioni dure” contro Teheran. E anche questo è un fatto del quale tutti, l’Iran per primo naturalmente, sono costretti a tenere conto.

Quanto agli iraniani,  pare che abbiano abbandonato ogni speranza di poter contare sull’occidente – tutto e sempre allineato su Washington – per far valere le loro ragioni e puntano ormai solo su Russia e Cina, malgrado i dubbi che pure nutrono sulla loro fermezza “di principio”. Per questo, ci tengono a chiarire a cinesi e russi che i legami politici dei due paesi con loro dipendono strettamente da quel che fanno anche per difendere “i diritti dell’Iran”.

Lo dichiara un membro della Commissione Esteri e sicurezza nazionale del parlamento, uno degli esponenti dell’ala che si autobattezza “principalista”, fedele cioè senza eccezioni – dice – ai princìpi originali della rivoluzione khomeinista, Heshmatollah Falahat-Pisheh[105]: di fatto, precisa, Cina e Russia sono “compagni di strada, come si dice, dell’Iran ma solo quando loro fa comodo uandouando lloro fa comodo: e non sono certo nostri amici strategici”. Anzi, fidarsi di un raccordo che con loro volesse essere basato sul rispetto dei princìpi e più permanente, “tende ad indebolire il rapporto di forze che un paese ha nella sua regione coi propri rivali”. Insomma, non può e non deve essere, il nostro con loro, che un rapporto di stampo esclusivamente pragmatico.

In modo, come spesso fa, che in occidente verrà sicuramente letto come equivoco, Ahmadinejad afferma che l’Iran è pronto a trovare un accordo – un accordo, però: non ad accettare quanto le chiedono gli USA tout court – sempre che gli interlocutori la smettano di “espettorare” contro l’Iran. Se l’Iran trova rispetto nei suoi interlocutori, l’Iran – dice – è “aperto a negoziare sull’invio del proprio uranio all’estero per un arricchimento in altri paesi”. Però bisogna cominciare “cambiando vocabolario[106].

Da notare, anche, quanto di saggio, contraddicendosi poi immediatamente e obbligatoriamente, però, dice alla vigilia di Natale sul nodo il capo dei capi di stato maggiore delle Forze armate, ammiraglio Mike Mullen: che l’uso della forza militare contro l’Iran non potrebbe mai impedire lo sviluppo di un’arma nucleare se gli iraniani la volessero davvero. In ogni caso, ha aggiunto – appunto, contraddicendosi – gli USA “devono prepararsi a un’opzione militare”. Anche se non serve a niente[107]

In ogni caso, ormai, se Teheran non dovesse rispondere col sì incondizionato (e impossibile) all’offerta dei 5 + 1: dateci il vostro uranio da arricchire e, fra un anno – fidatevi – ve lo restituiremo arricchito, le sanzioni sembrano più probabili. A fine febbraio, dice l’ambasciatore britannico all’ONU Sir Mark Lyall Grant[108], il Consiglio di sicurezza non si potrà rimangiare impegni e ultimatum. Almeno non se li potrà rimangiare del tutto. Perché ci saranno discussioni ma, alla fine, le sanzioni che passeranno, col sì anche di Russia e di Cina, non saranno quelle che qualcuno stava pensando…

Saranno invece, come si dice, sanzioni mirate, contro la leadership iraniana al potere: tipo, per dire, il congelamento dei conti bancari personali che abbia ancora all’estero il signor Ahmadinejad Mahmud – che per averceli ancora, dovrebbe essere però proprio un idiota – o dei generali comandanti le Guardie della rivoluzione; tipo, ancora per dire, l’accesso delle grandi banche iraniane al sistema bancario internazionale (dell’occidente, ovviamente, come se fosse pensabile che, sotto minaccia costante da anni, ancora ce ne fossero…).

Lo dice, esempi compresi, un’ “alta fonte diplomatica” anonima, spiegando[109] che Stati Uniti e alleati puntano a intralciare e bloccare i vari aspetti del programma nucleare iraniano. Non a mettere l’Iran, economicamente, in ginocchio. In effetti, con un paese di 70 milioni di abitanti, il 19° al mondo per popolazione e con un commercio estero sviluppato ed articolato, non sarebbe neanche possibile.

Su questo, Israele ha ragione. Ha torto quando si illude che, invece, l’Iran al contrario di qualsiasi altro paese che voglia o abbia voluto farlo (compreso Israele, appunto) possa venire bloccato dal dotarsi dell’arma nucleare. E ha torto quando mostra di credere che lo si potrebbe “battere” con la guerra. E anche con la guerra atomica… Avrebbe tante di quelle misure di ritorsione da scatenargli contro, infatti…    

Ma va anche notato che è iniziata – e ancora una volta sul NYT, come fu già per il Vietnam al tempo di Johnson, per l’Iraq con Bush e, con qualche maggior remora, anche per l’Afganistan – la campagna di intossicazione patriottardica contro l’Iran (bersaglio facile, del resto); il tipo di campagna qui di prammatica ogni volta che si intende spingere il paese a cominciare una guerra.

L’esempio più eclatante, non l’unico ma certo quello che colpisce di più, un editoriale firmato da un vecchio (di cervello) professore guerrafondaio dell’università del Texas, Alan J. Kuperman, che spiega come ci sia Un solo modo per battere l’Iran[110]: bombardarlo, subito ora, se possibile prima che sia tentato, schiacciato com’è tra potenze atomiche come Pakistan e Israele, di farsi anch’esso la bomba. Si tratta di un approccio arrogante – perché poi, bisogna proprio “batterlo” per forza, l’Iran, e solo l’Iran? – e dettato dalla solita convinzione che l’America è l’America e gli altri, siccome americani non sono, non contano. Parte, intanto, parlando di

• Un “programma nucleare di armamento iraniano” e lo fa come se fosse un fatto pacificamente accettato. Quando, al momento, lo ammettono anche i governi a Washington come a Tel Aviv, non hanno alcuna prova e si tratta soltanto di convinzioni— cioè di fede, o di speculazioni soltanto.

• Ammonisce seriosamente contro un Iran che sta acquisendo, assicura, il potere di un bullo prepotente nel Medio Oriente, come se a darglielo semmai non avesse contribuito proprio l’America eliminandogli i potenziali nemici che aveva a ovest, Saddam, e a Est, i talebani, e suggerendo di fatto che quel potere è per diritto divino riservato agli Stati Uniti d’America.

• Non riconosce il fatto, evidente, che gli iraniani abbiano abbastanza intelligenza ed Intelligence per sapere che l’uso offensivo di un’arma nucleare da parte loro nella regione sarebbe fatale per il loro paese: anche, di certo, per il loro paese.

• Ma soprattutto suggerisce – come sul NYT hanno fatto, nelle precedenti disgraziate occasioni, altri editorialisti diventati da famosi famigerati per il lavoro sporco ben svolto: viene subito in mente, per ultima, Judith Miller la reporter del quotidiano di New York che – quasi da sola, ma col NYT alle spalle… – attizzò la guerra di Bush contro l’Iraq; poi certo licenziata dal suo giornale (che oggi, però, ci ricasca) per le menzogne che s’era letteralmente inventate su istigazione dei neo-cons suoi ispiratori – che gli Stati Uniti potrebbero permettersi ancora una volta di sfangarla, cioè di scatenare un altro attacco preventivo, stavolta magari chi sa anche nucleare,contro uno Stato sovrano senza innescare la terza guerra mondiale.

Scrive che “Le forze armate americane sono in grado di cacciare via qualsiasi regime nell’arco di qualche settimana, se vogliono”. Impunemente, appunto. Come in Vietnam, in Iraq, in Afganistan… gli arroganti presuntuosi… Noi non crediamo – non vogliamo credere – che Barak Obama possa arrivare a questo. Ma abbiamo il dubbio ormai che sia, realmente, in grado di controllare i suoi fanatici. Dubbio analogo, da qualche tempo, a quello che nutriamo uelo che nutriamo, quanto alla capacità che l’ayatollah Khamenei sia in grado di controllare i suoi di fanatici— che, però, a sentire gli americani, la bomba pare proprio che ancora non l’abbiano… Mentre ci andiamo scervellando sulla possibilità che, purtroppo, a certi estremi – la guerra preventiva – possa arrivarci, visto che lui di bombe ne ha già più di 200, Bibi Netanyahu…

Resta il tragico fatto che in Iran coloro che trent’anni fa trovarono il coraggio di abbattere lo scià, oggi si ritrovano con addosso il suo mantello di oppressori della nazione, col loro martire, l’Imam Hossein, osannato di nuovo nelle piazze ma stavolta contro di loro a drammatizzare sulla scena internazionale la durezza e l’iniquità del loro ruolo e il simbolo delle contraddizioni di una strana teocrazia che ha dato istruzione superiore a un paese quasi di analfabeti, comprese le donne che da tanti punti di vista ha invece represso.

E compresa una straripante gioventù, estroversa e sofisticata, che non s’accontenta o almeno non s’accontenta più di slogan e parole d’ordine. Uno strano regime che ha tentato di tenere insieme autoritarismo e rappresentazione democratica (elezioni antagoniste davvero), orgoglio nazionale e identificazione islamica e che non è mai stato capace di dimenticare l’eco profonda del grido originale – libertà – con cui Khomeini aveva sollevato un popolo intero contro lo scià. Un regime durato appunto trent’anni e che – forse – sta tramontando.

Certo, ci sono di mezzo ormai le riprese video coi cellulari, Twitter, Facebook, Internet…: il fatto che nessuno – nessuno – sa cosa però giunga davvero via etere e via bit dall’Iran, cioè quanto affidabili alla fine siano le notizie che arrivano da Teheran, da Isfahan, ecc. e neanche se, alla fine, arrivino davvero da Isfahan e Teheran…

Da quando nel 1991, gli spin doctors della CIA portarono una giovanissima infermiera kuwaitiana alla televisione americana a testimoniare, piangente e accorata e bugiarda, sulle nefandezze perpetrate dalla soldataglia di Saddam sui bimbi ricoverati nell’ospedale centrale di Kuwait City[111] la demonizzazione s’è fatta in effetti ancora più raffinata.

Bisogna dunque stare bene in guardia e ricordare sempre, parlando oggi di quel che succede a Teheran, che per dirla con uno degli istituti americani di intelligence autorevoli e vicini al Pentagono “quasi tutte le notizie che vengono dall’Iran originano da siti web schierati con l’opposizione  che tendono a  far apparire la crisi la più forte possibile e a massimizzare la forza apparente della protesta. Molti di questi siti sono proprio basati al di fuori del paese e dipendono dalle stesse comunicazioni frammentate con l’Iran che hanno tutti gli altri. [D’altra parte,] il governo è stato volutamente ambiguo quanto al suo agire: ha interesse a non pubblicizzare la repressione che potrebbe aver luogo[112].

Certo, oggi sembra proprio – sembra: per le ragioni che abbiamo appena elencate, bisogna dire così – che i giovani fanatici ferventi che trent’anni fa cacciarono lo scià hanno occupato loro il posto vacante degli oppressori della nazione, col loro martire, l’Imam Hossein, inneggiato nelle piazze e usato contro di loro per drammatizzare la crudeltà e la iniquità del loro potere.

Gli studenti fanatici che trent’anni fa portarono alla rovina la presidenza americana di Carter infognandola nella presa di ostaggi dell’Ambasciata…; i guerrieri – fedeli come, letteralmente, il perinde ac cadaver del giuramento dei gesuiti – che fronteggiarono le mine americane e inglesi vendite e anche regalate a Saddam, al prezzo di decine di migliaia di giovani vite bruciate in una guerra subìta e durata otto anni…; i giovani islamisti ideologi che hanno installato il loro giurista supremo, il Vali-ye faqih, direttamente alla destra di Allah…; sono diventati loro l’establishment aborrito, ora, denunciato dalla generazione dopo la loro come incompetente, corrotto, tiranno…

Ecco, proprio perché – forse – la situazione è questa, o perché questa può star diventando, sarebbe importante che l’establishment permeato di presunzione, incompetenza e “imbecillità” (nel senso etimologico del termine: senza spina dorsale, soprattutto morale e intellettuale) politica che governa quasi tutto il resto del mondo – specie qui da noi in occidente – evitasse di rafforzare il regime iraniano attuale aggredendolo.

E dando, così, a tutto il paese – amici e nemici degli ayatollah – l’idea, credibile per un popolo che sa quel che inglesi e americani gli hanno fatto in passato, da ultimo nel ‘53 quando gli regalarono  cinque altri lustri di tirannia dello scià deponendo il governo Mossadeh e rimettendo col golpe Reza Pahlevi sul trono del pavone, che l’Iran è aggredito di nuovo.

Saranno pure un po’ paranoici, a Teheran, ma è un fatto che solo ad esso, e non ai suoi nemici, si applicano in maniera sfacciatamente squilibrata due pesi e due misure e che, opportunisticamente, i grandi pesi nucleari chiedono di non proliferare solo a quelli piccoli, anzi solo a uno di quelli piccoli; e che, quindi, il governo ha titolo e ragione per chiedere a tutti gli iraniani di unirglisi intorno a difesa contro il “nemico esterno”… additandolo come un traditore quando magari non lo fa…

In Iraq, superati almeno in prima battuta i dissensi acutissimi che avevano bloccato tutto, si voterà adesso il 7 marzo per elezioni generali. Viene scavalcato, così, il dettato costituzionale ma è sicuramente il minore dei problemi. Il vice presidente Tarek al-Hashemi, che aveva bloccato la legge elettorale perché negava sufficiente rappresentanza agli iracheni, molti di loro sunniti. Fuggivano, qualche anno fa, prima della cosiddetta impennata americana, quando il paese era esploso in massacri etnici reciproci scatenati dall’invasione americana ma, con un “governo” a dominanza shiita (il governo al-Maliki), con morti soprattutto tra i sunniti (l’etnia di Saddam Hussein).

Adesso, anche se non ha spiegato a fondo perché – e molti dei dubbi sono dovuti proprio a questa mancanza di chiarezza – al-Hashemi si è dichiarato soddisfatto della manciata di seggi concessi in più ai sunniti e anche i curdi hanno ritirato dietro allo stesso compenso le loro obiezioni. E ha tolto il suo veto alla legge votata dal parlamento (i veti sono tre, spesso paralizzanti: il suo— di parte sunnita; quello dell’altro vice presidente— sciita, Adel Abdul Mehdi; e quello, naturalmente, del presidente della repubblica islamica dell’Iraq, il curdo Jalal Talabani)[113]. Ma nessuno, in realtà, sa quanto solido sia l’accordo, quanto soddisfatte siano le due etnie minoritarie…

Lo stesso giorno, comunque, in cui il Consiglio di presidenza e il governo al-Maliki annunciano trionfalmente l’accordo – anzi, e non a caso davvero, proprio in qui minuti – a Bagdad cinque attentati coordinati scatenano l’inferno nella zona verde – ministeri, ecc. – di supersicurezza: l’inferno e… “almeno 121 morti[114].

Sul fronte della lotta interna al terrorismo, abbastanza penoso, se non proprio disperante, il discorso di Obama[115] sul tentato attentato del ragazzo nigeriano di buona famiglia islamica che s’era legato alla gamba del materiale esplosivo passando indenne al vaglio dei plurimi filtri (burocratico, diplomatico, fisico, cioè gli scanners aeroportuali) che, all’immigrazione indesiderata e, tanto più potenzialmente pericolosa, frappone l’onnipotente sistema di sicurezza degli Stati Uniti d’America.

Oggi, a otto anni suonati dall’11 settembre, il presidente degli USA è costretto a spappagallare il predecessore Bush lamentando che il sistema fa acqua e che “il fallimento è proprio di sistema”, perché il governo degli Stati Uniti aveva tutte le informazioni necessarie a bloccare il soggetto che era un noto estremista; ma che “l’informazione era compartimentalizzata, un po’ in questa agenzia, un po’ in questo ente, un  po’in un altro; e quindi non era condivisa e su di essa nessuno ha agito come avrebbe dovuto”.

A più di otto anni dalle Torri gemelle, appunto… si ripete un “comportamento totalmente inaccettabile”. Ma il fatto è che, a più di otto anni dall’11 settembre, nessuno nel sistema di governo americano, a nessun livello, dalla Casa Bianca all’ultimo agente dell’FBI, ha dato ordini davvero, una volta tanto, esecutivi per arrivare a superare gelosie, invidie, parcheggi prenotati, riserve di caccia.…

La nuova strategia per l’Afganistan, annunciata il 1° dicembre al paese e al mondo in diretta Tv dal presidente Barak Obama[116], è il risultato di una novantina di giorni di pensamenti che ha dato alla fine esiti né radicali né inaspettati. E’ una strategia, come si dice, incentrata alla fine su un insieme di fattori, incluso il costo sia economico che militare, i rapporti con gli altri paesi amici e quelli potenzialmente avversari, con il paese che si vorrebbe “aiutare”, con gli alleati e con la pubblica percezione che ormai, in America ma anche nel mondo, dà di sé questa guerra.  

Gli elementi di maggior rilievo di questa benedetta strategia sono tre. E due sono i grandi buchi che, dopo il suo discorso, restano del tutto inevasi:

I fattori:

1. Lo spostamento dell’asse verso un fronte ormai considerato comune tra Afganistan e Pakistan e l’escalation della guerra: la decisione, in sostanza, è quella di portare il corpo di spedizione americano – e subito, molto più rapidamente di quanto mai si pensasse – a 100.000 soldati, dai 68.000 oggi schierati[117]

   I nostri soldati, dice Obama, sono lì “per impedire che il cancro del terrorismo espanda ancora una volta i propri gangli a partire da quel paese” (e respinge, nettamente, la tesi, peraltro ben argomentata e anche documentata, che sia proprio la presenza di tanti soldati stranieri in armi l’iniezione ricostituente del terrorismo…).

   In realtà ormai – e prima si ha il coraggio di dirlo, meglio è… e, anche se poi fosse sbagliato, meglio comunque dirlo, dire la verità – i “nostri soldati”, come li chiama Obama, forse sono lì solo – e non è poco – per impedire quella che sarebbe vista quasi inevitabilmente come una vittoria del fondamentalismo islamico.

   Ormai, però, è chiaro a tutti che in Afganistan ualsiasi qqualsiasi strategia avrà efficacia solo se sarà dispiegata, insieme, qui e in Pakistan, perché alla fine, poi, “è diventato chiaro che è proprio il popolo pakistano a essere messo a rischio continuo dall’estremismo”.

3. Comunque, viene annunciato, in modo soft e molto molto flessibile, che entro 18 mesi da oggi, a metà del 2011, comincerà – comincerà… – il ritiro americano. Poi, solo dopo qualche giorno, a Oslo dove ritira il Nobel della pace, Obama “chiarisce” che, in realtà, a luglio del 2011 non ci sarà nessuna “drammatica diminuzione” di truppe americane in Afganistan: continuando così, come dicono gli americani a fudge the issue— a confondere la questione o, se preferite, aciurlare nel manico…

I buchi:

1. come viene pagata questa escalation della guerra? da chi? a debito? con le tasse? di chi? cioè, a carico soprattutto di chi? e a scapito soprattutto di chi? e se non con le tasse, che nessuno –  repubblicani o/e democratici – in realtà qui è disposto a veder aumentare neanche per onorare il dovere di fare la guerra  vuole vedere aumentate, come?

2. e come deciderà il che fare finale, in base all’opinione di chi – la sua? quella del Congresso americano? quella degli alleati? quella di Karzai? quella del popolo afgano? accertata come, da chi? talibani compresi?

3. come farà fronte, politicamente, il presidente alla rivolta dei democratici che si vedono trasformare il loro campione in un presidente di guerra, che prosegue e sceglie l’escalation per la più lunga esperienza bellica della storia degli Stati Uniti d’America?

4. e l’incongruenza più eclatante, poi, quella del passaggio cruciale in cui il discorso di Obama tenta di esorcizzare l’analogia col Vietnam che, come ricorda uno degli opinionisti più sagaci del NYT, ha “messo per quarant’anni la palla al piede a ogni avventura americana all’estero[118].

   “Contrariamente al Vietnam”, dice il presidente, piuttosto maldestramente, “il popolo americano è stato malvagiamente attaccato a partire dall’Afganistan e rimane oggi l’obiettivo di quegli stessi estremisti che complottano là, lungo il confine[119].

A parte il fatto che l’attacco alle Torri gemelle venne condotto da sauditi, egiziani e yemeniti, a parte che al-Qaeda già allora era di base tanto in Pakistan che in Afganistan, ma adesso? Adesso quel “lungo il confine” di cui dice Obama, è proprio il Pakistan, altro che l’Afganistan “dove la sua stessa Amministrazione dà il numero dei militanti di al-Qaeda al massimo sulle 100 unità[120] dove non viene spiegato come l’impennata possa ridurre significativamente l’aggressività degli al-Qaedisti che hanno le loro roccaforti di gran lunga maggiori in Pakistan.

Utilizzando cifre e parametri delineati nel testo sacro dedicato al soggetto, il manuale da campo stilato per la controinsorgenza dal gen. David Petraeus[121] [stilato nel 2007, mentre conduceva in Iraq come comandante in capo quell’impennata: oggi è lui il comandante sul campo qui, in Afganistan] avremmo bisogno, appunto, qui in Afganistan di un contingente minimo di 568.000  militari per tenere sotto controllo una popolazione di 28.400.000 afgani: ora dopo questa escalation saremo sì e no un quarto di quella cifra, pure considerata come il minimo indispensabile[122].

Il problema è che “se il nemico in Afganistan minacciasse oggi davvero il territorio americano come mai fecero i Vietcong, allora, secondo la logica di Obama, dovremmo stare lì a pieno” e non solo con un quarto, forse, delle truppe ritenute necessarie. “Allora, perché non ci siamo? L risposta non è solo che gli afgani non ci vogliono a casa loro come occupanti. E’ che un missione di questo tipo richiederebbe un mole di sacrifici a livello nostro, nazionale adeguata: allora, poi, c’era anche la leva obbligatori [oggi, le forze armate sono tutte professionali… e anche mercenarie, poi, in Afganistan]...

   Come imparò nel modo più duro Lyndon Johnson, non ci possiamo permettere insieme i cannoni e il burro di grandi programmi di politica interna, dalla riforma sanitaria a un piano di creazione di posti di lavoro di cui c’è disperatamente bisogno…

   E’ questa giaculatoria bipartisan – che si possa condurre ancora più a fondo una guerra senza fare più sacrifici – molto più che la data ipotetica del ritiro, pure buttata lì da Obama – a segnalare alto e forte al mondo il vuoto del sostegno che l’America dà all’escalation in Afganistan.

   Il che aiuta anche a spiegare perché… la percentuale americana della presenza alleata in Afganistan stia crescendo: al 70% dal 50% che era quando George Bush lasciò la presidenza, malgrado l’enunciazione da parte di Obama di una nuova entusiastica coalizione dei volenti”.

Sarà così, anzi è sicuramente così. Ma, certo, non ha neanche aiutato gli alleati ad aumentare la loro percentuale di truppe nell’ISAF il fatto che gli USA – anche per il loro palese disinteresse a premere in tal senso – non li abbiano mai davvero associati, se non per comunicare loro pro forma le decisioni prese, al processo decisionale col quale sono arrivati alla determinazione della loro – e va sottolineato: solo loro – strategia.

Cui gli altri sono stati chiamati, come sempre, solo a dire sissignore e signorsì… Ma questo elemento, che a noi sembra in realtà rilevante, non viene nemmeno in mente pure a un osservatore tanto attento come Frank Rich— che pure di Obama è, come si vede, assai critico pur essendone un importante sostenitore.

• Specifica poi Obama che troppo spesso l’America ha definito la nostra strategia con il Pakistan in termini di convenienza per noi. Ora dovremo lavorare a instaurare un rapporto basato sul mutuo interesse, sul rispetto reciproco, sulla reciproca fiducia. Stati Uniti e Pakistan dovranno portare insieme sotto il mirino i gruppi che mettono a rischio gli interessi di entrambi i paesi.

• Per parte loro, gli Stati Uniti “non tollereranno che si stabiliscano in territorio pakistano rifugi o santuari che ospitino terroristi”. Peccato che non sia chiaro quel che ne pensino in proposito i pakistani: governo, esercito, servizi segreti dell’esercito che – alleati degli americani – hanno figliato, però, i talebani, pakistani e afgani, anche per destabilizzarsi a vicenda oltre che per combattere gli americani stessi mentre gli USA, del resto, per loro scopi, partorivano – da veri apprendisti stregoni – i mujaheddin di al-Qaeda…

• E, in effetti, il primo commento che viene dal Pakistan – l’alleato chiave tra gli alleati chiave e, al contempo, terreno di lotta tanto cruciale quanto l’Afganistan stesso – è quanto meno sibillino. Una dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri di Islamabad proclama che il Pakistan lavorerà strettamente con gli USA per garantirsi che la nuova strategia annunciata dal presidente Obama – anzitutto l’annunciato aumento di truppe straniere – non abbia “ricadute negative sul Pakistan stesso[123].

Kamal Azfar, avvocato dello Stato del Pakistan come lo chiameremmo noi, nel corso di una sessione della Corte suprema, su richiesta pressante dei 17 giudici ha dovuto chiarire che, nella sua denuncia di qualche giorno prima, ce l’aveva proprio con la CIA americana e coi capi dell’esercito quando parlava di minacce e pressioni che “potrebbe lavorare a far deragliare il sistema democratico pakistano”.

Volete che sia chiaro? Il pericolo è la CIA e il pericolo sono i capi di stato maggiore… guardate che cosa hanno fatto a questo paese, che stava avviandosi a diventare una delle ‘tigri asiatiche’: un primo ministro, Zulfikar Ali Bhutto, l’hanno impiccato, l’altra, Benazir Bhutto, l’hanno ammazzata”: oggi, per ora, stanno indebolendo il presidente e favorendo la mano forte dei militari[124].

Per cui – riprende il ministro degli Esteri pakistano – è ormai diventato “essenziale un coordinamento stretto tra i nostri governi per raggiungere obiettivi che sono comuni”. Ad esempio, viene chiarito, bisogna che la smettiate di bombardare obiettivi nostrani senza avvisarci prima, chiedercelo e ottenere il nostro accordo. Ma, se avvisiamo le autorità pakistane, fanno osservare non proprio discretamente all’ambasciata USA, è come se mettessimo in allerta all’istante gli obiettivi talebani…

Così, mentre il ministero degli Esteri di Islamabad asserisce che gli americani dovranno sempre chiedere al suo governo il permesso di bombardare il territorio pakistano, la Casa Bianca rende noto di aver autorizzato la CIA ad espandere il programma di bombardamenti con i droni, indispensabile dice a completare la missione affidata alle nuove 30.000 unità di soldati in arrivo.

Il programma, ora, prevederà di colpire in particolare bersagli identificati dai servizi come talebani o affini nelle cosiddette aree tribali e nel Baluchistan pakistano, anche se il portavoce del ministero, Abdul Basit chiarisce che la cosa non è mai stata discussa col suo governo e che, per quanto lo riguarda, il Baluchistan non sarà obiettivo consentito ai raid americani. Che, però, continuano proprio mentre lui parla, il problema essendo, naturalmente, che a Washington non lo sanno del divieto pakistano o, se lo sanno, se ne fregano[125].

Visto anche che pare esistere un accordo tra i due governi per consentire a quello pakistano di strillare alto e forte ogni volta, reclamando che sia anche l’ultima e agli americani, nei fatti, di fare quello che vogliono: come è chiaro dai rapporti di forza tra i due paesi[126].

In ogni caso, l’Amministrazione americana ci tiene ad ammonire, e a far sapere di aver ammonito[127], il governo del Pakistan che se non si mette decisamente ad attaccare i talebani “interni” che spesso sconfinano in Afganistan e, comunque, appoggiano quelli afgani, ci penseranno gli USA qualsiasi sia poi il gradimento dei pakistani, palesemente a sovranità ben limitata all’interno dei loro confini, a usare direttamente sempre maggiore (più raids aerei mortali) anche dentro i confini pakistani.

Ma sanno tutti – e se non lo sanno farebbero meglio a informarsi d’urgenza o ad andarsene – che, qui, una spintarella di troppo sul governo da parte esterna – da parte americana, cioè – potrebbe significare uno scivolone del paese nel caos… un paese con un centinaio di testate nucleari immagazzinate e pronte all’uso...

Infatti, le tensioni tra Islamabad e Washington continuano a salire e la corda a tendersi perché la pressione esercitata dagli americani sulle autorità pakistane sembra avere, per primo effetto, quello di provocare larghe spaccature tra di loro e nel rapporto che hanno (speso separatamente, però) con gli Stati Uniti.

• Obama annuncia che americani e pakistani dovranno concentrare i propri raid aerei sui gruppi che minacciano gli interessi dei due paesi e che, “ben oltre la fine di questa guerra, gli Stati Uniti continueranno a sostenere la sicurezza e la prosperità dell’alleato pakistano”. Che troppo spesso, però, non sembrano avere la concezione americana di quelli che sono gli interessi e perfino gli obiettivi comuni…

• Quanto all’Afganistan vero e proprio, si tratta ora di rovesciare lo slancio, l’abbrivio, che oggi gioca tutto a favore dei talebani e di negare ad al-Qaeda un rifugio nel suo territorio. Per farlo, bisogna moltiplicare e rafforzare le capacità delle forze di sicurezza afgane perché possano rispondere in futuro della stabilità del loro paese (per il presente, è dal 2002, quando fallì per un millimetro un attentato che lo aveva a bersaglio, Karzai ha un servizio personale di sicurezza composto da mercenari statunitensi, una ventina di unità pagati sui 150.000 $ all’anno, con fondi americani, si capisce…).

• Obama si impegna a lavorare col governo afgano per sostenere il tentativo di “abbracciare” quei talebani che abbandonino “la violenza”, cioè l’insurrezione armata e si impegnino a “rispettare i diritti dell’uomo”. Bisogna “isolare quelli che si sono votati a distruggere e rafforzare quanti costruiscono, per avvicinare così il giorno in cui ce ne potremo andare”…

• E, francamente, non si vede che dire di fronte a questo curioso appello a rispettare… i diritti umani rivolto ai “talebani buoni”, e allo scrupolosissimo governo Karzai che ha appena finito di legiferare per autorizzare le pratiche sessuali forzate da parte del marito nei confronti della moglie non consenziente…

• In effetti, il governo afgano sulla recriminazione – forte nel discorso – che Kabul deve radicalmente riformare il suo approccio e la governance del paese neanche risponde— anche se trapela, non viene detto esplicitamente ma si lascia ben intravvedere nel discorso di Obama, che il governo afgano dovrà rispettare una serie di veri e propri benchmark, di caposaldi, punti di riferimento e traguardi da rispettare.

   Resta palesemente scioccato, e lo lascia anche intravvedere, quando sente Obama annunciare che nel 2011 comincia comunque – comincia… – il ritiro americano. Perché almeno lui ha sicuramente capito che si tratta in sé di una data buttata lì senza senso, se non quello di un’implicita (e neanche tanto) minaccia proprio nei confronti del suo governo e di una altrettanto evidente rassicurazione nei confronti della parte maggioritaria dell’opinione americana che di svenarsi in mezzo alla crisi per l’Afganistan non ne vuole più sapere…

   E, poi, Karzai non può non prendere nota del tono di Obama, così diverso – condizionato e esigente – rispetto a quello di Bush che giurava sempre e comunque, incondizionatamente almeno a parole, sempiterna lotta a fondo perduto contro il terrorismo. Anche se non rinuncia a rivendicare[128], quasi come se gli fosse dovuto – in fondo chi è che ha invaso l’Afganistan, si capisce per liberarlo, ben otto anni fa? – che almeno per un'altra quindicina di anni l’esercito afgano dovrà contare sull’appoggio degli americani. Dovrà ma, sicuramente, non potrà, scommetteteci… Glielo fa rilevare, a Kabul stessa, il segretario alla Difesa americano Gates, che lo aveva appena incontrato, dicendosi “molto sorpreso” del suo commento[129]

   In buona sostanza, e a veder bene, però è poi questa davvero la novità del discorso di Obama:  non tanto l’invio di 30.000 nuovi soldati, lo sapevano tutti ormai da oltre un mese, ma l’annuncio niente affatto scontato – anche se, a tamburo battente, reso immediatamente sfuggente e oscurato: forse, chi sa (ma il fatto si ripete ormai troppo spesso: la banalizzazione e l’interpretazione al ribasso dei segnali del presidente da parte dei suoi comincia a far problema, qui come altrove – di una data fissa di inizio-ritiro.

   Questa è la novità nuova davvero. E è anche un rischio. Non mantenere l’impegno sarebbe politicamente più pericoloso per Obama, in effetti, che farlo. Ma, naturalmente, è proprio questo fatto che rende credibile l’impegno stesso: più difficile tornare indietro.

   Per    queste ragioni il governo afgano accoglie pro-forma (col ministro dell’Interno, Hanif Atmar) “con cauto ottimismo” la decisione di Obama, che “ci ridà slancio” mentre l’ambasciatore a Washington sostiene che così Obama “spinge comunque nella direzione richiesta dal popolo afgano”.

   Altre voci – quella dell’ex deputata presidente dell’Associazione rivoluzionaria delle donne afgane, Malalai Joya (donna costantemente ed equamente perseguitata da governo e talebani), sostiene esattamente il contrario, con ben altra credibilità, almeno a noi sembra: che Un’impennata di truppe può solo aumentare la dimensione del crimine condotto oggi contro il popolo afgano[130].

   E, in effetti, al di là di scelte sbagliate, politiche, tecniche, prima ancora culturali e storiche, di scommesse improbabili, di delitti ed atrocità non sempre perseguite e volute, il grande buco, nella strategia di Obama annunciata a West Point – come il risucchio di un maelstrom gigante del Mar Glaciale Artico che minaccia di ingoiare tutto: uomini, mezzi, soldi, credibilità, buona volontà, onestà… – è l’assenza di ogni affidabile appoggio sul posto, sia in Afganistan che nella regione: pensate al Pakistan. E Obama lo sa…

 • Nella prima parte del 2010 arriveranno così 30.000 nuovi soldati dagli USA, da concentrare soprattutto nelle province turbolente del Sud e dell’Est del paese, col compito di garantire la sicurezza dei principali centri abitati, di addestrare le forze di sicurezza afgane (il calcolo del gen. McChrystal, e del suo famoso rapporto di due mesi fa alla base della valutazione che ha dato vita alla decisione di Obama, è che solo una frazione dell’esercito e della polizia afgani siano in grado oggi di condurre indipendentemente missioni di contro-insorgenza) e di creare le condizioni che consentano gradualmente di trasferire responsabilità agli afgani. E agli alleati è stato chiesto di dare il loro contributo concreto: cioè di mandare anche loro truppe fresche sul fronte afgano.

• Ora va detto, di primo acchito per lo meno, che se questa è una vera e propria strategia contro-insorgenza (con l’acronimo di prammatica l’ha battezzata così McChrystal, COIN— contro-insorgenza), con tutti i 30.000 in più dall’America e i meno di 10.000 (la richiesta è questa), forse si e no la metà, dagli alleati, sembra francamente una forza ancora sottodimensionata.

   Anche se Obama chiarisce – non lo dice con queste parole ma è del tutto evidente[131] – che il suo piano non mira più a riformare l’Afganistan a misura dell’occidente e dei suoi valori e che non ambisce neanche a sconfiggere i talebani ma, copiando la strategia dell’impennata del generale Petraeus in Iraq – ora Petraeus, del resto, comanda proprio le truppe USA qui in Afganistan – al massimo a ridurne l’impatto, tanto da poter proclamare, invertendo un po’ la tendenza (il “momentum”, come dicono qui) che si è sulla buona strada: poco conta, come lì, poi, se sia vero o meno, o solo in parte…

   Il fatto è che Obama – per fortuna degli Stati Uniti, dell’Afganistan e di tutti noi – non ha proprio lo stomaco per condurre una guerra ad oltranza. Per cui al trittico che forma la dottrina del COIN -  clear, hold and build ripulisci, tieni [il territorio] e ricostruisci, ha aggiunto un quarto elemento: trasferisci il controllo del territorio appena possibile agli afgani. Anche se è una guerra combattuta solo da soldati di professione, a differenza di quella del Vietnam e di quella afgana dell’URSS, è sempre meno sopportabile e sopportata dalla massa degli americani, in effetti.

   E, allora, Obama su questo ha le idee chiare. Si tratta di ritirarsi, ma coprendosi prima, diciamo… le spalle: dando ai generali un’altra, ultima occasione di vincere sul campo, come appunto in Afganistan nel 1988 (allora fu Gorbaciov a volere quell’impennata e, subito dopo – ma dopo – il ritiro) e in Vietnam (dove Johnson annunciò di non ricandidarsi, dopo il fallimento dell’ennesima offensiva del gen. Westmoreland).

   Ma a quel punto, che cosa è che America, Inghilterra, Italia, Germania, ecc,., ecc. restituiranno agli afgani? che paese? in che condizioni? e a quali afgani, alla fine? E chi scrive sarebbe disposto a scommettere che i talebani, adesso, non passeranno all’attacco ma, continueranno la loro guerra di logoramento del contingente internazionale giorno dopo giorno, aspettando il momento opportuno per facilitarne, in qualche modo, l’uscita. A cominciare dal 2011…

Tanto non saranno loro, non saranno gli americani probabilmente a decidere. Comunque non da soli. Deciderà, come coi russi prima e gli inglesi, il campo, anche qui. Citando un altissimo esponente della NATO, rimasto anonimo ma che tutti hanno capito essere nient’altri che il segretario generale Rasmussen, la Reuters riferisce che “le forze occidentali hanno più o meno un anno per rovesciare la situazione in Afganistan e che i talebani hanno costituito un loro governo ombra in grado di gestire il paese nel caso di fallimento della coalizione” NATO guidata dagli americani. I talebani avrebbero già “piazzato i loro governatori in ognuna delle province del paese salvo una e che sta rapidamente bruciando il tempo a disposizione delle forze occidentali per dimostrare di potercela fare[132].

ui. Citndo dichoiarazione i dun alrissimo funzionario della NATO

Le reazioni al piano Obama dei paesi più o meno alleati sono state assai interessanti. Per la Francia, il presidente Nicholas Sarkozy si affretta a tessere lodi del discorso di Obama: coraggioso, lucido, dice, apre la porta a una grande speranza… però prende anche tempo – e lo dice – esplicitamente: vuole riflettere sul “possibile” sforzo aggiuntivo che “potrebbe” (al condizionale) fare la Francia… E, mentre presso la struttura permanente della NATO, i burocrati di Bruxelles, si affrettano a congratularsi, per la Germania la Merkel chiarisce che non deciderà niente, quanto a invio di nuovi soldati a Kabul, prima della conferenza internazionale di Londra del 28 gennaio[133].

Svezia, Norvegia e Danimarca, gli ultimi due paesi della NATO, salutano come “coraggioso” anche loro il discorso di Obama. Ma non accenna, nessuno di loro, a inviare un solo soldato di più… La Polonia, sempre ligia su Washington chiunque ci sia, dice invece che forse 600 uomini in armi li manda. Ma chiarisce che non è un impegno formale e che si vedrà… La Macedonia promette 80 soldati, l’Albania 85, l’Armenia 40…

L’Italia… l’Italia, con Frattini[134], dice di sì: il governo manderà altre truppe a Kabul, ma non dà in un primo momento alcun numero e neanche un’indicazione di tempi. Alla fine saranno, pare, sui 1.000 soldati in più nel contingente italiano, su un totale non americano che si prevede in totale sulle 5.000 unità (alla fine la NATO dice che saranno 7.000; però, non scommetteteci: ciascuno deciderà, ovviamente, da sé quanti saranno i suoi, anche se qualcuno si affretterà, per convenienza o, chissà, convinzione magari a pareggiare, correggendo il suo, il numero totale). Quindi, sui 1.000 altri soldati che, aggiunti ai 2.700 presenti, porterebbero il contingente numericamente alla pari con quello francese[135].

Ed è questa la decisione finale, entro il 2010 con la data del ritiro che Berlusconi fissa, a prescindere, per il 2013. E Frattini che ha la faccia tosta di dire che si tratta di una strategia ormai più politica che militare: aumentando, orwellianamente,  il numero delle truppe; però diventeremo più dei francesi… Chiede agli altri europei di aumentare anche il loro contributo, Frattini, ma riconosce che la Francia ha dato una risposta incerta, che la Germania ha preso tempo e che, alla vigilia delle elezioni, la Gran Bretagna si impegnerà, al massimo, su una cifra “simbolica”…

L’Europa, invocata da Frattini, saluta anch’essa naturalmente la strategia nuova (nuova?) di Obama, il rafforzamento di truppe annunciato e la prosecuzione dell’impegno americano in Afganistan e dichiara, altrettanto naturalmente, di essere pronta (l’UE?) a lavorare in stretto raccordo con gli USA e, più cripticamente e più lapalissianamente, che uno sviluppo positivo della situazione, per gli occidentali, necessita della combinazione di fattori insieme politici, militari e di sviluppo e di condizioni diverse in Afganistan. Se rileggete, questa scoperta della baronessa Catherine Ashton of Upholland, la nuova superministra degli Esteri dell’Unione che la annuncia[136], davvero la scoperta dell’acqua calda.

Pure, ormai dovrebbe essere del tutto palese, perfino all’Europa e ai suoi singoli Stati e governi, che non basta scodinzolare dietro agli Stati Uniti, neanche a quelli di Obama, alla ricerca della loro benevolenza. L’incontro alla Casa Bianca col ringraziamento caloroso, ma anche scontato, del presidente all’amico e alleato di turno, è una specie di rincorsa alla ambientale che tropo spesso non serve a niente perché rimpiazza una diplomazia del negoziato capace di arrivare alla conciliazione delle differenze e degli interessi anzitutto perché riconosce le differenze tra interessi che sono inevitabilmente diversi.

Per questo, se gli europei non capiscono e non definiscono i loro specifici interessi e, poi, non decidono di rappresentarli, rivendicarli e difenderli insieme – qui, in Afganistan, come a Cpenhagen sul clima, come dovunque – discutendo con Washington – con chiunque a Washington, alla fine, comandi – rischiano la marginalizzazione e, poi, l’irrilevanza, l’eclissi da parte di una Cina diversamente coesa e rilevante.

Il massimo, però, va detto, del cinismo spetta di diritto, ci sembra, al Canada: un paese spaccato tra  governo conservatore e del tutto filoamericano e perciò filo-guerra ma anche quasi paralizzato dall’ostilità a livello popolare all’avventura afgana. Da una parte, il capo di stato maggiore della Difesa, gen. Walt Natynczyk, chiarisce che alla luce delle decisioni americane ma “sovranamente” – e tutti ridono… – il Canada metterà fine alla presenza del suo contingente (2.800 uomini e donne soldato) per fine 2011: che è, almeno, una forzatura rispetto all’annuncio di Obama..

Dall’altra, il ministro degli Esteri loda sperticatamente la decisione di mandare truppe addizionali laggiù, e aggiunge che il maggiore sforzo degli USA (degli USA! di suo, niente dice…) garantisce le risorse necessarie ad assicurare, intanto, una situazione migliore “per le truppe canadesi che sono lì” – che non verranno comunque aumentate – e assicurerà anche “un’atmosfera pacifica e, quindi, di sviluppo possibile per il popolo afgano[137]. Ma metterla così suona proprio di ipocrisia pura. Va bene, basta che non tocchi a me…

Anche alla Russia si rivolge adesso, la NATO – non gli americani stavolta direttamente – per chiederne l’aiuto in Afganistan. Il portavoce dell’alleanza a Bruxelles, James Appathurai, ha anticipato che nel suo primo viaggio a Mosca di metà dicembre il segretario generale Anders Fogh Rassmussen chiederà ai russi un contributo maggiore di quello finora offerto.

Dovrebbero “donare” specificamente, dice, un maggior numero di carabine d’assalto AK-47, di lanciagranate, di pezzi d’artiglieria da campo e di veicoli corazzati all’esercito afgano[138]. La risposta dei russi è stata subito fredda: Rasmussen ha detto alla BBC che a mosca non hanno preso nessun impegno con lui…

Certo, hanno esplicitamente detto essere anche loro interesse che l’Afganistan non torni ad essere un santuario del terrorismo. Ma, ammesso questo, se volete armi e per di più gratis, per i vostri amici afgani, prima – hanno anche chiarito – ci dovete convincere, prima, che i vostri stessi dubbi sulla affidabilità dell’esercito e dello stesso governo afgano sono superati e, poi, discutere con noi il come, il quando, il dove… E la NATO, questo, rifiuta come sempre di farlo: non lo fa coi suoi stessi membri cui Washington annuncia la sua strategia contentandosi di farla semplicemente ratificare[139].

Non impareranno mai. Non impareremo mai… Pure, lo sanno ormai tutti, specie quelli che contano, qual è lo stato reale delle cose: mentre, in volo per Kabul, il segretario alla Difesa, Gates, diceva si giornalisti che lo accompagnavano “che ci stiamo e ci restiamo per vincere”, alle truppe, schierate per la parata d’onore a Ft. Campbell in Kentucky, l’ammiraglio Mike Mullen, capo di Stato maggiore delle Forze armate, diceva che gli Stati Uniti, però, non stanno affatto vincendo in Afganistan e che il fatto stesso è di per sé un incoraggiamento costante per convincere gli afgani ad unirsi agli insorti[140]… e tra le truppe schierate c’erano diversi battaglioni che il giorno dopo sarebbero partiti per Kabul…

Più che un’analisi, viva l’onestà si capisce, una sentenza… Più serio e coerente il commento, quasi disperante, di un famoso opinionista del NYT[141] sul discorso di Obama a West Point. “Diceva Dwight Eisenhower ‘io odio la guerra solo come la può odiare un soldato che l’ha vissuta, uno che ne ha visto tutta la brutalità, la futilit-à, la stupidità’. E, nel paragrafo seguente, aggiungeva ‘ogni fucile che viene fabbricato, ogni vascello da guerra che viene varato, ogni missile che viene lanciato costituisce in ultima analisi un furto a quanti hanno fame e non vengono nutriti, hanno freddo e non vengono coperti’[142].

   Penso che non impareremo mai… Dopo un lungo periodo di constatazioni altamente ritualizzate e di deliberazioni, il presidente è arrivato a una decisione che non mai stata molto in dubbio e che il futuro proverà come un tragico errore. Per il presidente, questa è stata anche la scelta più facile… più del confrontarsi guardando nell’occhio il paese e dicendogli la verità: che una guerra durata ormai quasi dieci anni è stata perduta, da tempo… L’Afganistan non è il Vietnam. C’erano forti ragioni, nell’immediato post 11 settembre 2001, per invadere l’Afganistan. Ma quella guerra è stata impastrocchiata e persa dalla ciurma di Bush…”.

Johnson confessò di aver dato il via all’escalation in Vietnam non per le considerazioni tecniche, militari, strategiche, più o meno cogenti, che gli presentavano il Pentagono, il ministro della Difesa McNamara e il segretario di Stato Rusk ma perché un agricoltore texano una volta gli disse che il paese tutto avrebbe perdonato a un presidente, “meno che la debolezza”.

E il problema è sempre lo stesso. “Non abbiamo ancora imparato a riconoscere cosa sia realmente la forza, per cui tanto spesso l’opzione più facile per un presidente è di continuare a far marciare le truppe”.

Controprova? Mentre i militari non sembrano affatto entusiasti del piano Obama (quelli inglesi lo accusano addirittura di averlo direttamente sabotato lui stesso annunciando la data di inizio-ritiro) e anche l’opinione americana, maggioritariamente contraria alla guerra, non sembra convinta gran che…

Invece, addirittura Sara Palin dice che va bene così, signor presidente; e John McCain, anche se con qualche, sommessa riserva (da ex militare) in sostanza assente. E, dietro di loro, quasi tutti i repubblicani (non Cheney… ma aspettate solo un po’ e arriva anche lui). Ma per Obama il problema e che molto, molto meno convinti sembrano i democratici. Insomma, come diceva un immortale fine dicitore, “gli è tutto sbagliato”…

Il nodo si aggroviglia anche perché sono molti i democratici, anche al Congresso[143], a sentire che, sotto la pressione di un rilancio dell’agenda di guerra, viene inevitabilmente ridimensionata l’urgenza di rafforzare le misure indispensabili a rilanciare subito, oggi, in America l’occupazione. Del resto, lo stesso Obama, nel suo discorso sull’impennata di guerra, aveva sentito il bisogno di dire che “l’impegno delle nostre truppe in Afganistan non può certo essere senza fine, perché la nazione che io ho l’interesse maggiore a ricostruire è la nostra”…

E i 100 miliardi di $ in più che vengono ora allocati alla guerra per il 2010 (30.000 uomini + l’addestramento degli afgani: è stato autorevolmente calcolato che solo il costo in sé di quest’ultima impennata – pagare, addestrare, equipaggiare, inviare, addestrare e impiegare 30.000 soldati laggiù costa almeno 30 miliardi di $: 1 milione ciascuno, $57.077,60 al minuto[144]) possono diventare un nodo scorsoio per un mercato del lavoro che ne avrebbe disperato bisogno per abbattere un tasso di disoccupazione ufficiale del 10,2% e reale, di almeno il 17-18%...

I democratici più progressisti della Camera adesso chiedono una sovrattassa di guerra sui redditi alti per garantire che la spesa dell’escalation non annulli gli altri tipi di spesa davvero necessari— un’idea alla quale i repubblicani si oppongono”. Ma, in realtà, non solo i repubblicani, anche molti esponenti dell’ala economico-finanziaria-bancaria dell’Amministrazione: i Geithner, i Bernanke, i Summers…

Alla conferenza speciale – conoscitiva, si capisce, niente più che conoscitiva – che sul problema della disoccupazione Obama ha tenuto alla Casa Bianca a inizio dicembre, la preoccupazione chiaramente è stata anche sua. Ma, detto questo, e avendo annunciato appena il giorno prima che l’avventura in Afganistan costerà altre decine di miliardi di spesa aggiuntiva all’erario federale, “non è stato in grado di avanzare alcuna promessa né alcuna cifra per quantificare l’impegno che pure dichiara di voler lanciare e, in effetti, non ha lasciato intendere di poter fare qualcosa di serio e, soprattutto, di farlo ora e subito, nella lotta alla disoccupazione anche se sa bene che verrà ora messo sotto pressione dal suo stesso partito[145]

E dalla grande stampa mainstream, di opinione, quella sistematicamente convenzionale degli esperti che hanno tutto sbagliato e, malgrado ciò, continuano a essere considerati esperti come il NYT e il WP. Quest’ultimo, magari, esagera spudoratamente nel pompare e seminare quello che senza mezzi termini chiama proprio “Il panico per il debito in arrivo[146]. E’urgente, spiega, frenarlo “perché abbasserebbe il tenore di vita di tutto il paese

Ma è falso. I modelli economici standard, quelli maggiormente diffusi e più “convenzionali”, mostrano in effetti che un vasto buco di bilancio può rallentare la crescita frenando gli investimenti, ma non mostrano affatto che quest’impatto sarebbe tanto pesante da produrre un abbassamento del tenore di vita: almeno non subito, adesso, domani, come preconizza con sicumera questa lettura pseudo-scientifica dei fatti economici.

Pensate – continua, scandalizzato, l’editoriale del WPche nello spazio di un solo anno fiscale, il 2009, il debito è esploso dal 41% al 53% del PIL”. Vero, un dato di fatto e un ritmo dì aumento inusitato… Ma non è che Casa Bianca e Congresso – anche se non troveranno il coraggio di replicare sprezzantemente – si siano messi a spandere e a spendere e abbiano irresponsabilmente tagliato le tasse. La ragione dell’impennata del deficit e del debito è stata la crisi economica, dovuta allo scoppio della bolla speculativa edilizia.

Ora, e per anni, il WP, ma anche il NYT, come linea editoriale, eccetto per gli editoriali isolati di alcuni rari anche se autorevoli economisti controcorrente, si sono guardati bene dall’attirare l’attenzione di opinione pubblica e autorità sul pericolo che la noncuranza benigna rispetto alla bolla edilizia di chi, ad esempio, guidava la Fed, prima Greenspan e poi Bernanke, e diccva che tutto andava bene, che questa era la migliore economia tra quelle possibili, ecc., ecc.

Ora che l’economia americana ha fuso ed è collassata (si riprende, di certo…: ma ci sono 8 milioni di disoccupati in più e non necessari; 6.000 miliardi di produzione perduta; milioni di americani che hanno perso la casa… per colpa proprio di chi il WP chiamava ad esprimere la sua linea – quegli esperti lì – il Post torna a consultarli e a farli scrivere in prima pagina e in pagina editoriale della linea “giusta” del giornale: quella che consiste nel tagliare le spese su Sicurezza sociale e Medicare,  altro che nel fare la riforma sanitaria…  

Ma, come ormai gli è purtroppo solito, il presidente sembra ossessionato dalle pressioni che gli vengono da destra, dai repubblicani e dai conservatori del suo partito che si preoccupano del deficit di bilancio e non vogliono, quindi, alcun altro aiuto pubblico alla disoccupazione. E si conferma il carattere di questa presidenza, aperto e pieno di speranza nelle grandi dichiarazioni (Yes, we can!), ma sempre poi sbilanciato nei fatti dalla parte della moderazione che la speranza accesa la frustra e mortifica, in nome dell’accomodamento coi forti, la parte dei deboli: in economia come nel resto.

Alla conferenza sono state avanzate molte proposte, ma quasi nessuna sembra poi essere stata ripresa in termini politici. Insomma, e speriamo di anticipare un giudizio che alla fine risulterà malgrado tutto ancora sbagliato, questo presidente nelle cose che dice ci crede ma spesso poi non dà seguito a quello in cui crede…

Ha descritto questo fenomeno, con parole sue molto efficaci e salutandolo come una grande conquista, un commentatore repubblicano e conservatore scrivendo che “dovremmo tutti abbracciare e far nostro lo stile di governo analitico del presidente Obama, imparando a vivere senza la passione e la chiarezza della sua campagna presidenziale”. Meglio offuscare, allora, meglio confondere le cose che ispirarsi alla chiarezza, meglio uno stile che ora si chiama “analitico” ma vuol dire senza spina dorsale, senza convinzione, appunto senza passione… Il dramma è che a Obama e ai suoi dovrebbero fischiare le orecchie e che, forse, invece non fischiano[147].

Il fatto è che la situazione di Obama, e dell’America di Obama, oggi richiama inevitabilmente alla mente la prima immortale riga con cui centocinquanta anni fa Charles Dickens apriva il suo “Le due città[148]: “Era il migliore dei mondi possibili, era il peggiore dei mondi possibili”. Già… E nessuno (ancora) lo sa…

Ha richiamato di recente quelle parole uno scrittore nero americano parlando del come i neri americani oggi “sentono” Obama e la sua presidenza… Solo che tale e quale il concetto va riproposto per tutti coloro che Obama un anno fa lo votarono o, con grande passione, per lui non potendo votarlo hanno diciamo “tifato”…

C’è poi, un scuola di pensiero diversa. Illustrata dalla tesi che in fondo, e al fondo, Obama è un  presidente americano come tutti gli altri. Che, dunque, come gli altri, vede nella realtà Iraq e Afganistan alla stregua di quadranti da occupare sullo scacchiere nel grande gioco del sudoku geopolitico  universale di potenza: spazi, magari di per sé inutili ma utili per controllare e pesare su altri spazi, come Pakistan, Iran. Se è così, dall’Afganistan non se ne andrà mai volontariamente, l’America, Obama o no. Ce la dovranno costringere. Come hanno fatto tante volte in passato, del resto: coi russi, con gli inglesi, con vari maharaja del Nord dell’India, con Tamerlano, con Alessandro…

Ricorda, a conclusione del breve saggio che richiama tale tesi – o, forse, solo ipotesi, ma intrigante assai e anche piuttosto credibile, no? – il commentatore di cui stiamo parlando[149] che, rientrando in Inghilterra dopo la seconda guerra anglo-afgana nel 1880, il generale comandante delle truppe di SGM (anche allora c’era una regina, Victoria), Frederick Roberts, “ebbe a dichiarare che ‘la cosa migliore da fare con questi afgani è, per quanto possibile, lasciarli perdere. Potrà anche non essere lusinghiero per il nostro amor proprio, ma io sono certo di aver ragione nel dire che meno vedono noi e meno ci odiano’. Là dove si puote ciò che si vuole, non gli diedero retta. E, ora, con la rapida escalation della prima guerra afgano-americana non gli stanno ancora dando retta”.

Chi scrive questa Nota non giurerebbe sulla autenticità della citazione di quel grande avventuriero del gen. Frederick “Little Bobs” Roberts: ma anche se è inventata (non se n’è trovato riscontro su molti motori di ricerca), a noi sembra molto ben detta… Fu lui a scrivere nelle Memorie, pubblicate cinquant’anni dopo la morte dal nipote, che l’Afganistan “è un paese nel quale non si riesce a vincere e dal quale non si riesce ad andarsene”…

Un paese strano anche perché, come hanno scritto[150] pare che neanche “i fantocci siano più ormai quelli che erano. O forse è che 1.000 miliardi di $ non comprano più lo stesso livello osannante di deferenza che garantivano una volta. In visita in Afganistan, ma anche in Iraq, nel tentativo di puntellare i nostri traballanti pupilli, Bob Gates non è sembrato riuscire a ottenere il rispetto dovuto a chi gestisce le migliori forze militari del mondo, una forza che ormai per gran parte di questo decennio è stata lì a proteggere e a tener su i nostri due territori occupati”. Già…

Gates e Obama volevano, come ha spiegato proprio Gates, ‘accendere il fuoco’ sotto il sedere del corrotto presidente afgano avvertendolo che la ormai il bancomat sta chiudendo. Ma Karzai ha chiamato il loro bluff”. Sarà perché gli Stati Uniti hanno troppo tollerato da lui, si sono allevati in seno una serpe, sarà perché “le migliori forze militari del mondo” se ne stanno lì, impantanate comunque da anni, fatto sta che Karzai a Kabul ma anche al-Maliki a Bagdad hanno cominciato a prendere a pernacchie il Grande protettore. Sembrano quasi dire loro, se osate andatevene pure… E il problema è che proprio non osano.

Vero è anche che è difficile fare il presidente degli Stati Uniti d’America e anche, di per sé, avere il ruolo degli Stati Uniti d’America. Quanto a lui, qui su questo tema rovente come su quello della lotta al cambiamento ambientale Obama non può che rappresentare, deve rappresentare e, dunque, alla fine poi rappresenta le tensioni e gli interessi contraddittori di un paese – e di un governo nel quale è lui solo a decidere, ma non certo solo a decidere come decidere – spaccato tra mille spinte e mille frenate e che non è certo cambiato per il fatto di avere eletto lui presidente. E’ lui che sta, invece, cambiando, profondamente, per essere stato eletto presidente.

E quanto al ruolo che, come si dice oggettivamente ha questo paese nel mondo, non è che poi glielo abbia ordinato il dottore di svolgerlo: se lo sono scelto e, a chi resisteva a riconoscerglielo, lo hanno anche imposto come hanno potuto e saputo, non di rado solo con la propria straordinaria forza egemonica ma anche con la forza delle armi e la prepotenza della grande potenza.

Così, inevitabilmente, però, succede che, da una parte, gli USA appaiono – e sono – un paese dominante e prevaricatore ma, dall’altra, sollevano aspettative, attese, paure che poi non vengono sempre riempite. Insomma, a Dio spiacenti se invadono l’Iraq…; e a' nemici sui[151], se non risolvono il conflitto israelo-palestinese…

Intanto, la Polonia firma con gli USA il suo Status of Forces Agreement, cioè l’accordo sullo status delle forze armate che regola e governa lo statuto giuridico dei soldati americani di stanza nel paese. Si tratta, per ora almeno, del centinaio di militari che saranno stazionati a “guardare” e far funzionare i missili Patriot e i missili intercettori terra-aria SM-3s. Il ministro della Difesa Bogdan Klich sottolinea che l’accordo rafforza i legami tra e tra… e rafforzerà la “sicurezza nazionale polacca”, bla, bla, bla.

Il patto, però, è stato firmato in tono piuttosto dimesso: tra il vice ministro della Difesa polacco Stanislaw Komorowski e il vice segretario agli Esteri americana Ellen Tauscher. Ma il polacco ha anche sottolineato, senza trovare smentita, che “i soldati americani che violano la legge polacca saranno processati dai tribunali polacchi, a meno che non sia la Polonia a decidere di trasferire il caso agli Stati Uniti[152].

Per parte nostra non possiamo non rilevare, però, che questa “concessione” l’Italia non l’ha mai avuta dagli Stati Uniti per il suo – il nostro – Status of Forces Agreement… Non è una forzxatura. E’, letteralmente, così. Ricordate il processo per gli aerei della funivia del Cermis e come è andato a finire?    

Intanto, contro le pressioni dell’ambasciata americana e, pare, anche dell’UNIFIL, il governo libanese ha votato a inizio dicembre e, a suo nome il ministro delle Informazioni, Tarek Mitri,  ufficialmente ha poi dichiarato che la milizia degli Hezbollah ha il diritto di usare le armi contro Israele: se e quando venga attaccata e/o venga attaccato il Libano.

La dichiarazione proclama – come è sacrosanto, anche se sembra proprio la classica grida manzoniana – che “il Libano, il suo governo, il popolo, l’esercito e la resistenza” hanno il diritto e il dovere di liberare tutto il territorio del paese da ogni occupazione straniera[153]. Il termine “resistenza” è quello che naturalmente viene usato nel testo, ma in Libano, come in Israele, come a Roma e a Washington, tutti sanno che nel contesto vuol dire Hezbollah…

E, dopo una settimana, il gabinetto di Saad al-Hariri riceve un voto di fiducia praticamente unanime: 122 sui 128 voti del parlamento.

Alla fine della prima settimana di dicembre, il trattato START è scaduto[154]. Ma Mosca e Washington hanno deciso, insieme, di estenderlo di fatto come se fosse ancora in vigore mentre completano le non semplicissime fasi del negoziato per un nuovo Trattato. Ormai si è raggiunto l’8° round nel confronto tra le due superpotenze nucleari condotto per parte russa dal capo del dipartimento per la sicurezza e il disarmo del ministero degli Esteri, Anatoly Antonov, e dalla assistente segretaria di Stato, Rose Gottemoeller.

E, al Vertice sul clima di Copenhagen, a latere, dopo essersi incontrato con Medvedev, Obama conferma che ormai USA e Russia sono “vicinissimi a concludere” il nuovo accordo; e Medvedev che restano da definire solo “dettagli tecnici, non insormontabili[155]. Putin, però, puntualizza subito dopo[156] il punto di vista di sempre dei russi – che sono strettamente ed ovviamente connesse, nel mantenimento dell’equilibrio strategico tra USA e Russia, le questioni delle armi offensive e difensive: i missili e gli antimissili, lo scudo e la spada: ripetendo la dialettica che c’è sempre stata, dalla preistoria ad oggi – se i piani americani di uno scudo spaziale in Europa andassero avanti in qualsiasi forma correrebbero il rischio di far saltare quell’equilibrio…

Mosca – in queste condizioni nuove – sarebbe, dunque, obbligata a sviluppare le sue contromosse, sul piano della difesa antimissilistica o – più facile, meno costoso – ad aumentare il numero dei suoi missili d’attacco. La Russia, assicura Putin, è pronta però a fornire ogni informazione di cui gli Stati Uniti abbiano bisogno per verificare questo stato di cose e chiede agli USA, naturalmente, di fare lo stesso: nell’ambito del negoziato che è ancora in corso sul nuovo trattato START.

Un altro sviluppo intrigante della situazione, sempre nel senso del dialogo per un qualche disarmo,  è quello che, dopo anni di dinieghi assoluti, vede finalmente gli Stati Uniti cercare il dialogo coi russi, accettandone le aperture ripetute finora invano, sulla possibilità di cooperare contro la corsa al riarmo nel ciberspazio[157]. Gli Stati Uniti, da sempre convinti della loro supremazia in questo campo, si sono resi conto che, negli ultimi anni, sono molti i paesi che, come loro, stanno preparandosi a utilizzare aggressivamente, anche se ancora non proprio militarmente, lo spazio.

Del resto, gli attacchi condotti nell’ultimo biennio attraverso Internet alle reti anche più corazzate e sicure sul web (la NASA, la CIA, il Pentagono… solo per dire degli USA…; ma attacchi analoghi ci sono stati anche in Russia, in Cina e in Europa) hanno convinto anche i più cibersciovinisti del Pentagono e del Consiglio nazionale di Sicurezza a cercare una qualche collaborazione.

Anche, e perfino, all’interno del Comitato finora del tutto snobbato delle Nazioni Unite per il disarmo e la sicurezza internazionale. In materia i russi hanno sempre spinto per un trattato internazionale, mentre gli americani hanno sempre resistito, sostenendo l’impossibilità di distinguere in materia fra campo militare e ambito civile.

Adesso c’è “movimento”, dicono i russi anche se mentre loro spingono per veri e propri trattati gli USA parlano solo di puntare a una “maggiore cooperazione”, senza specificare oltre. Il fatto è che “molti sono i paesi, e per primi gli Stati Uniti, che stanno sviluppando e testando armi specifiche disegnate a scombussolare le reti informatiche: “bombe logiche”, che vengono annidate nei computers, bloccandone o danneggiandone i circuiti a tempo voluto; “botnets” che sono in grado di disabilitare o spiare siti web e intere reti; congegni che irradiano elettronicamente e bruciano circuiti elettronici a chilometri di distanza”…

Vere e proprie armi alle quali vorrebbero potere non rinunciare ma, per non rinunciare alle quali, dovrebbero continuare a non negoziare. Solo che, ormai è dimostrato, dire no non significa affatto mantenere il vantaggio…

Il ministero della Difesa ha ammesso – il 10 dicembre: e gli è costato, ma gli americani, che ovviamente avevano seguito il lancio secondo per secondo coi loro satelliti, già lo sapevano – che il tredicesimo test del missile balistico Bulava (“mazza ferrata”, nelle classificazioni NATO, SS-NX-30) lanciato dal sottomarino Dmitry Donskoi, della classe Tifone, nel mar Bianco è fallito nella fase del terzo stadio[158]: si è trattato del nono fallimento su, appunto, tredici lanci.

E, dicono molti osservatori, anche russi, che le radici del fallimento sono nelle tradizionali difficoltà dell’industria russa degli armamenti coi missili a combustibile solido. Da sempre i russi imbarcano sui loro sottomarini, al contrario degli omologhi americani, missili balistici alimentati a combustibile liquido: che sono più rischiosi per chi li maneggia, meno pronti al lancio, epperò anche assai meno costosi.

Il 10 dicembre, il plenipotenziario degli USA per i colloqui sul nucleare con la Corea del Nord, Stephen Bosworth, appena conclusa l’ultima delle rare riunioni bilaterali con la ontroparte, ha annunciato che c’è accordo[159]. Detta così sembra una grande notizia. Vista più da vicina, assai meno. E’ stata raggiunta, infatti, una “intesa reciproca”, di principio e di grande importanza ovviamente, sulla desiderabilità e l’importanza del processo di denuclearizzazione…

Adesso gli Stati Uniti, sulla base di questa discussione, sperano di poter riprenmdere gli icnonti a sei (Nord Corea e USA, ovviamente, e poi Cina, Russia, Giappone e Sud Corea) senza perdere piò tempo a discutere “anche” come insistono i nord coreani della loro denuclearizzazione  (quella degli USA). E’, probabilmente, un passo in avanti.

Ma già si sa che l’incontro non verterà in modo diretto e netto sullo smantellamento delle armi nucleari di Pyongyang (cinque, forse sei testate singole) come vorrebbero gli americani, e poi sul cosa vogliono in cambio; ma sullo stato della questione di una ripresa stessa dei negoziati: al di là di ogni imbellettamento formale l’accordo annunciato, infatti, è solo sulla necessità di ricominciare a incontrarsi, per ricominciare a discutere. Sia bilateralmente, sia col cosiddetto sestetto.

In definitiva, ci sembra, riprendendo il filo del nostro seguire il percorso tormentato della presidenza di Obama che questo è un presidente che si accontenta. Ha ottenuto a Oslo quella che finora è poco più che una medaglia di cartone dorato, il suo Nobel e, a Copenhagen, ha incassato, sul clima, quella che lui stesso due mesi fa diceva che sarebbe stata una sconfitta strategica: ma dichiara di aver vinto e si accontenta.

Ha ottenuto un’iniziale, ma importante, vittoria sulla riforma della sanità. E, soprattutto, ha evitato la sconfitta. Come dice Paul Krugman bisogna dire che ha deluso e fatto maledettamente arrabbiare molti dei suoi. Ma così – contentandosi e dichiarando vittoria – è in grado, forse, di riprendere ad avanzare domani. Come non era successo a nessuno dei suoi predecessori che avevano cercato di farla, questa riforma, e ne erano stati schiantati.

Adesso deve sapere che per vincere, però, non basta dichiarare vittoria. Non basta, in conferenza stampa, dichiarare che la riforma sanitaria è “un grande passo avanti” (poteva almeno risparmiarsi quel “grande”) e che a Copenhagen è stato operato uno “sfondamento importante” (avrebbe dovuto lasciar perdere, anche qui, almeno l’aggettivo).

Ma, soprattutto, deve tornare a capire (perché tutta la sua storia e la campagna elettorale diceva che lo capiva benissimo) che per vincere non  può contentarsi sempre di piccoli passi al ribasso e che bisogna scavalcare e sconfiggere l’ostruzionismo anzi il blocco, spavaldo e arrogante, dei ricchi e potenti che ha in casa – la minoranza accertata – e gli strascichi pesanti di una storia che condanna gli americani ad essere americani: cioè, a cercare di imporre il proprio volere a quello degli altri, sempre e comunque.

Se, per cominciare, Obama non riporta a dimensione più “umana” – meno americana, diciamo – la propria strategia in Afganistan (rassegnandosi a discuterne prima di deciderla, non dopo, con coloro cui chiede aiuto comunque; e rinunciando a far passare a Kabul, a forza di bombe e di corruzione tollerata, e inevitabilmente solo pro-forma poi, le regole della democrazia rappresentativa che valgono, e forse poi, in Connecticut), alla fine avrà voglia di dichiarare vittoria: avrà perso. E con lui avrà perso l’America sua. E quella nostra.

GERMANIA

La produzione industriale ad ottobre cala dell’1,8%, dopo l’aumento del 3,1 a settembre: la prima riduzione in tre mesi, con quella manifatturiera che specificamente dell’1,6%, con caduta del -3,5 nella produzione di beni di investimento, quella di energia che scende del 3,4% e le costruzioni del 2,4. Anche gli ordinativi alle imprese calano, poi, del 2,1%:ed è l’8,5% in meno di un anno fa[160].

I prezzi al consumo salgono di uno 0,4% a novembre nel dato destagionalzizato, cioè dell’1,8% sull’anno precedente[161].

L’export sale del 2,5% ad ottobre, più del previsto, con l’import che, invece, cala del 2,4%. Così l’attivo della bilancia commerciale sale a 13,6 miliardi di €[162]. In ogni caso adesso, a novembre, sale il prezzo annualizzato dell’import segnando un modesto rialzo nell’economia maggiore d’Europa del ritmo dell’inflazione[163].

Ma l’indice, a novembre, è calato del 5% rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Escludendo petrolio greggio e oli minerali, l’indice delle importazioni è sceso del 6,9% sotto quello dell’anno prima e quello dei prezzi all’esportazione sul novembre 2008 è calato in questo novembre dell’1,7%.

E il nuovo governo di centro-destra ha concordato un piano di spese che aumenta, e di molto, per l’anno prossimo, il 2010, l’indebitamento e il deficit di bilancio per far fronte alla peggiore crisi economica che il paese affronti da decenni. Il bilancio del 2010 della maggiore economia europea è così del 7,3% più alto di quello del 2009[164], a 325,4 miliardi di €: la maggior parte dell’aumento sarà concentrata sulla creazione di nuovi posti di lavoro e sussidi di disoccupazione. E un aumento di 20 € al mese sugli assegni familiari, oltre la quota piuttosto generosa ad essi già destinata.

Per una piccola percentuale, ma anche significativa i fondi saranno ricavati da una riduzione del bilancio della Difesa, dello 0,1%, a 31,1 miliardi di €. Dicono alla destra della CDU che è il segnale sbagliato per il contingente in Afganistan e per la NATO più in generale, ma Merkel ha risposto duramente che se il segnale è giusto per il paese è giusto anche per il suo esercito e per i suoi alleati.

Quest’anno vedrà il 20% del bilancio finanziato da nuovo indebitamento che raddoppia da 37 miliardi di € a 86. Il ministro delle Finanze, Wolfgang Schaüble, il vecchio destro di tutti i governi conservatori, è stato chiarissimo: “questo è il più brutto bilancio che il paese abbia avuto, ma resta giusto e essenziale, non ha alternative responsabili perché la priorità assoluta è quella di impedire a una situazione cattiva di diventare pessima”.

L’economia si è contratta del 5% e adesso, forse, possiamo prevedere che la ripresa sia dell’1,2% nel 2010. Il deficit/PIL quest’anno si piazzerà tra il 2,9 e il 3,1%  ma l’anno prossimo, nel 2010, sfonderà il tetto delle regole UE di almeno il 2% arrivando al 5.

I socialdemocratici hanno votato, da destra, contro il bilancio denunciato come “irresponsabile” per la mancanza di indicazioni su come ridurre il deficit… e, secondo chi scrive, continuando così a scavarsi la fossa dell’irrilevanza politica come un po’ tutte le sinistre perbeniste europee impegnate – forse con l’eccezione di quella ellenica, se dura… – nella rincorsa suicida a chi è più realista del re…

E, da sinistra, hanno deciso – pare – di opporsi all’aumento del numero di soldati tedeschi da inviare in Afganistan[165]… E’ una mossa che promette guai in potenza per il governo, perché all’idea c’è ostilità anche nella CDU e, soprattutto, nel partito minore della coalizione, i liberal-democratici di Guido Westerwelle, il giovane ministro degli Esteri profondamente conservatore sul piano economico-sociale ma molto più liberal su quello dei rapporti internazionali. Anche lui, in effetti come l’SPD, sostiene che la Germania deve rafforzare la presenza civile in Afganistan e non quella militare. In contrasto chiaro e netto, cioè, con la strategia di Obama…

E’ un atteggiamento che allarma gli americani: temono che si espanda a macchia d’olio tra gli altri partiti di opposizione, di sinistra e di centro-sinistra in Europa, come in Italia per dirla chiara. Dove, però, finché ci sono i Rutelli e i Casini, c’è poco in questo senso da preoccuparsi…

FRANCIA

Con a premessa la preoccupazione, sottolineata dal ministro del Bilancio Eric Woerth, che se venissero interrotti i sussidi di Stato all’economia, il paese ricadrebbe subito nella crisi e che è questa, non il deficit/PIL o il debito, la vera minaccia per le finanze pubbliche del paese[166], Sarkozy ha confermato che si ripromette di far investire l’anno prossimo al suo governo sui 35 nuovi miliardi di € di spesa:

• 19 miliardi in nuovi stanziamenti per istruzione, ricerca e sviluppo;

• 6,5 miliardi in investimenti industriali;

• e circa 10 miliardi tra industria digitale e fonti di energia rinnovabile.

Insomma: più o meno la finanziaria nostrana…

Il governo troverà 22 miliardi di € sui mercati finanziari e 13 miliardi dai rimborsi che avrà dal sistema bancario che ha finora aiutato. E conta di innescare, con il complesso di questo pacchetto, altri 25 miliardi di € di investimenti privati[167].

Nel corso di una visita a Pechino, il primo ministro francese François Fillon e quello cinese Wen Jabao, Francia e Cina hanno firmato diversi accordi economici, mettendo tra parentesi il dissenso, che resta dicono, sul Tibet[168].

Diminuiscono ad ottobre gli ordini all’industria, del 2,1% dopo che già a settembre erano calati dell’1,9%. La produzione industriale a ottobre del 2009 scende dello 0,8% dopo che a settembre era già calata dell’1,1%. Nel terzo trimestre dell’anno il tasso di disoccupazione raggiunge il 9,5% della popolazione attiva e il clima di fiducia del mondo degli affari resta stabile, a livello 87 come a novembre quando a marzo scorso con 19 aveva raggiunto il minimo[169].

Il passivo della bilancia commerciale è aumentato ad ottobre di 4,4 miliardi di euro dai 2,8 di settembre, con le importazioni in aumento nel mese del 3,9% mentre le esportazioni sono calate dell’1,3%[170].

Vale la pena di dare una scorsa a uno strano e del tutto inusitato servizio apparso sul NYT che dice ogni bene possibile, pur con qualche riserva, della Francia, economia e società, sotto il titolo esplicito de Il modello francese[171]:

Se la crisi attuale offre qualcosa in termini di indicazione generale, è che abbiamo la necessità di pensare al successo sociale al di là di ogni performance economica a breve e prestare attenzione alle condizioni di più lungo termine. Da     questo punto di vista, la Francia ha molti vantaggi… La formula magica segreta della nuova capacità di attrazione che dimostra questo paese” è presto sintetizzata:

la fertilità (una demografia dinamica, la più dinamica d’Europa);

l’equità (questa è l’economia avanzata meno sperequata del mondo, dove dalla metà degli anni ’80 le disuguaglianze sono scese di più, al contrario di tutti gli altri paesi sviluppati: con la sequela per loro di danni profondi al tessuto sociale);

la sanità (il sistema sanitario è classificato, da molti degli studi più seri, fra i migliori in assoluto del mondo);

l’ambiente (certo, questo è un paese che all’80% produce la sua energia col nucleare, cioè rimandando il problema dello smantellamento degli impianti dismessi e dell’eliminazione delle scorie— ma oggi la sua economia è quella che diffonde meno emissioni di anidride carbonica nel mondo sviluppato e, dall’anno prossimo, applicherà una carbon tax dura per ridurre quelle emissioni ancora di più)”.

Carbon tax che viene subito stoppata, alla vigilia dell’entrata in vigore del 1° gennaio, con una forte motivazione sociale che esige – almeno in apparenza – maggiore uguaglianza dal Consiglio costituzionale che evidenzia come i 17 € alla tonnellata di emissioni di gas serra della nuova tassa prevederebbero troppe eccezioni per chi inquina e la renderebbero, così, un’ “imposta iniqua[172], applicata di fatto solo alla metà dell’ammontare del’avvelenamento atmosferico. In pratica, solo ai veicoli e al riscaldamento e non, o in misura estremamente ridotta, all’industria maggiormente inquinante.

I socialisti all’opposizione avevano subito dichiarato la loro contrarietà, per ragioni un tantino di stampo retrò ma soprattutto quasi istintive relative al freno che la tassa avrebbe  provocato a produzione ed occupazione – o, almeno, a produzione ed occupazione dell’industria tradizionale, malgrado le eccezioni fatte da Sarkozy e che, comunque, per ragioni di principio loro osteggiavano;  i verdi auspicavano invece proprio l’estensione della tassa e, adesso, è in quella direzione che il governo stesso, ma ancora non ha fatto i conti con l’industria, sembra – sembrerebbe – voler modificare il disegno di legge.

 “Ci sono, però – continua l’articolo che sul NYT evidenzia lo status più buono che cattivo, rispetto a tanti altri paesi, della società francese – anche parecchie passività a carico della Francia”. La più importante è che tende a mentire abitualmente a se stessa— “i miti collettivi contrastano con la realtà, anche più di quanto facciano negli Stati Uniti, a volte”. Il principale contrasto è tra l’uguaglianza sentita universalmente come diritto reale e la discriminazione nella vita quotidiana vissuta da molti (la rivolta delle banlieuses di quattro anni fa, che mise a ferro e fuoco interi ghetti di periferia per settimane).

Conclusione dei due sociologi/economisti di Harvard che firmano l’inchiesta: “La felicità del modello francese, spesso in contrasto dichiarato con quello americano, è stata sempre la tendenza e in parte anche la realtà dell’inclusione degli oppressi attraverso l’interventismo attivo dello Stato. E ora è arrivato il momento per questa grande nazione di rivisitare il suo contratto sociale”.

GRAN BRETAGNA

Nel terzo trimestre del 2009, il PIL si contrae dello 0,2%. Al contrario che in diversi altri grandi paesi europei, qui neanche ricomincia un minimo di ripresa… L’inflazione sale a novembre, con l’indice dei prezzi al consumo che cresce più delle attese al tasso annuo dell’1,9%, a fronte dell’1,5 che era un mese prima. Il tasso di novembre è al valore più alto da maggio[173].

La produzione industriale è caduta dello 0,9% rispetto al calo dello 0,6 nel trimestre precedente. La spesa delle famiglie è cresciuta dello 0,1% ma resta del 3,3% più bassa di quello che era un anno prima. Il deficit commerciale sale a 7,1 miliardi di sterline (sui 9 miliardi di €) sempre nel terzo trimestre, con l’export che cresce dello 0,8% ma a fronte di un import che sale di quasi il doppio (l’1,5%)[174].

La disoccupazione, nei tre mesi ad ottobre, è salita – nel dato ufficiale – di 21.000 unità, il minimo aumento dal maggio 2008[175].

GIAPPONE

Il PIL è cresciuto meno di un terzo di quanto era stato annunciato in un primo momento nel terzo trimestre, di appena l’1,3 invece del 4,8%. E’ che i forti investimenti proclamati dalle imprese sono in realtà risultati molto più deboli[176].

La Banca centrale ha ricevuto istruzioni dal nuovo governo di mobilitarsi contro la minaccia di deflazione e il rafforzamento in progress dello yen (recentemente arrivato al massimo da quattordici anni rispetto al dollaro) che minaccia di ridurre la capacità dell’export. E la BoJ ha annunciato un nuovo programma di crediti a tre mesi e allo 0,1% da 10.000 miliardi di ¥[177] (115 miliardi di $), equivalente alle cosiddette facilitazioni quantitative con cui aveva già, nel passato recente, immesso liquidità nell’economia. le aspettative, come si dice, del mercato erano però più elevate.

Sempre nel tentativo di rafforzare la ripresa, il governo a inizio dicembre ha fatto passare una legge che, pur tirando la coperta fino quasi a scoprire del tutto il paziente dal lato del deficit spending, costituisce un altro pacchetto di stimolo di spesa per un valore di circa 80,6 miliardi di $[178]. Dei quali, 39 sono destinati alla spesa pubblica locale, specie in infrastrutture, 9 miliardi vano alla rottamazione di elettrodomestici e auto, il resto per il sostegno alle PMI e all’occupazione.

Il bilancio[179], da 92.300 miliardi di ¥ (pari, grosso modo, a 701,2 miliardi di €), proposto ora dal governo per il prossimo anno fiscale include un ambizioso programma di welfare teso soprattutto a difendere l’occupazione e rilanciare un’economia entrata praticamente in panne e, insieme, a tenere sotto controllo l’espansione del debito pubblico.

La caratteristica principale del bilancio da 1 trilione di ¥ del nuovo governo del partito democratico è di stornare investimenti dal sistema dei lavori pubblici e riorientarli  verso welfare e istruzione, rovesciando la linea tradizionale del vecchio partito di govemo, il liberal-democratico. La speranza è che queste misure inneschino la spesa delle famiglie e un bel calcio alla ripresa economica. Ma dovrà rilanciare il debito, per farlo, per altri 44.300 miliardi di ¥ facendo arrivare il totale del debito pubblico a 862.000 miliardi, il 181% del PIL, il più alto in assoluto nel mondo industrializzato.

E per la prima volta quest’anno le entrate fiscali, sui 37.000 miliardi di ¥, copriranno meno della metà del bilancio pubblico costringendo il governo a prenderne in prestito la gran parte. E il governo ha dovuto “per l’immediato” rinviare l’adempimento della promessa elettarale che avrebbe tagliato le imposte sulla benzina e cancellato i pedaggi autostradali.            

Su un altro piano, ma anche qui e qui invece dando subito seguito a un impegno elettorale, il governo dichiara di voler pianificare una legislazione che “proibirà” l’assunzione da parte delle imprese di lavoratori temporanei e precari[180]. Lo ha ricordato in Tv il ministro del Lavoro, Akira Nagatsuma, dicendo che si tratterà sicuramente di una legislazione di secco scoraggiamento al lavoro precario ma anche di netto incoraggiamento al lavoro a tempo indeterminato.

Le imprese, qui, hanno teso a tagliare posti di lavoro e a rimpiazzarli con lavoro temporaneo, dopo la deregolamentazione del mercato del lavoro scatenata dalla controriforma del 2004, per continuare a fare profitti in un’economia che ricomincia a dover fare i conti con la deflazione e con un rafforzamento dello yen che erode i guadagni dell’export (rispetto al dollaro ha guadagnato il 2,8% solo nell’ultimo trimestre).

La disoccupazione è salita a un tasso ufficiale del 5,7% a luglio che, a ottobre è ricaduto al 5,1 ufficiale: ma lo shock, in questo paese, di vedere i senza lavoro stabilmente da mesi sopra un inusitato 5%, è stato grande. Il primo a non credere a una ripresa vera del mercato del lavoro, però, è il governo che, infatti, rilancia con la creazione 100.000 posti di lavoro da qui a marzo e col suo progetto di lotta alla precarizzazione.

Non è che i primi cento giorni del nuovo governo abbiano marcato poi un grande successo: è una lettura americana[181] diciamo pure, di parte, questa che nell’ordine di quelli che considera fallimenti elenca per Hatoyama “un deficit crescente, lo screzio con Washington, l’inchiesta sul finanziamento della campagna elettorale e una serie di promesse non mantenute”. Ma, naturalmente, del deficit non frega niente a nessuno se non a qualche banchiere, lo screzio con Washington non è detto affatto che in questo paese sia un danno per il governo, l’inchiesta è una delle mille ogni anno e quanto a promesse non mantenute, il maestro indiscusso resta sempre Obama, ovviamente…

Adesso, la presidente del partito socialdemocratico Mizuho Fukushima, al governo insieme al partito democratico, sta minacciando la coalizione di ritirarsi se non viene subito dato seguito all’impegno su cui il governo ha vinto di cambiare, spostando dalla sede attuale a Okinawa, la grande base americana di Futenma, del corpo dei marines.

Perché questo è territorio nipponico e il Giappone non è un paese a sovranità limitata. Il primo ministro Yukio Hatoyama dichiara di considerare molto seriamente il punto di vista dell’SDP che, sottolinea, nel fondo è quello di tutto il governo. E una soluzione definitiva va trovata comunque al più presto[182].

Ma Washington reagisce male. Annuncia di sospendere unilateralmente i colloqui finché non sia stata superata lo stallo sulla base di Futenma. Tokyo aveva sperato di dar inizio ai colloqui entro fine 2009 per poter firmare la revisione del trattato nel 2010, cinquantesimo anniversario della sua firma. E considera la decisione americana, unilateralmente annunciata, molto poco civilmente presa e sbandierata[183].

E il Giappone, sotto questa montante pressione, si sente obbligato a rinviare almeno di un anno, annuncia, la ripresa del negoziato sullo spostamento della base dei marines americani[184]. Però sente anche il bisogno di fissare una scadenza per risolvere il problema della ridislocazione della base. Annuncia il ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa, che bisognerà comunque trovare una soluzione entro il 10 maggio 2010[185].

La diplomazia giapponese, ad ogni buon conto, si sta attivando anche a latitudini finora del tutto ignorate. Il ministro degli Esteri di Cuba[186], Bruno Rodriguez Parrilla, si è recato in visita a Tokyo per tre giornate di lavoro che, dice il suo omologo giapponese Katsuya Okada, mirano a sviluppare al di là del livello attuale, in pratica inesistente, i rapporti tra i due paesi attraverso una tornata di incontri/confronti ravvicinati su molti temi di una possibile cooperazione. E anche questo diventa tema, se non proprio di contenzioso, almeno di dibattito con Washington…     


 

[1] Sul tema, ben prima del governatore, si è soffermato di recente in una ricca e puntuta analisi che vale la pena di leggere on-line – il governatore, ci risulta personalmente, lo ha fatto – Pierre Carniti (La flexsecurity tra illusione e illusionismo, 5 articoli tra l’1.3.2009 e il 25.5.2009, cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1144/).

   E vale anche la pena di scorrere il più breve saggio di Carlo Clericetti (Troppa flessibilità fa male ai muscoli – 5 commenti/segnalazioni a quello che definisce “un piccolo capolavoro di faziosità” di A. Alesina e A. Ichino, La mitologia del paese fermo (Il Sole-24Ore, 29.10.2009, cfr. www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/ commenti-sole-24-ore/29-ottobre-2009r/lavoro-mitologia-paese-fermo.shtml?uuid=91b375da-c45c-11de-b273-47 85b4c023f3&DocRulesView=Libero/).

   Che era una risposta, a sua volta, al famoso, a suo modo cinico, ma sicuramente anche lapalissiano intervento di G. Tremonti sulla ‘preferibilità’ del posto fisso rispetto a quello precario…

[2] Guardian, 6.12.2009, J. Watts, China's carbon emissions will peak between 2030 and 2040, says minister Ministro cinese dice che le emissioni carbonifere della Cina saranno al top fra il 2030 e il 2040.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[3] UNFCC, Centro per il cambiamento climatico delle Nazioni Unite, 1.12.2009, EU leaders want details on China emissions plan I leaders della UE chiedono dettagli sui piani cinesi contro le emissioni di gas serra (cfr. http://climate.socie ty.gmu.edu/aggregator/).

[4] Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC WG1, AR4 (cfr. http://ipcc-wg1.ucar.edu/wg1/wg1-report.html/).

[5] New York Times, A. C. Revkin e J. Kanter, Pressure for a Climate Draft Accord Grows— Sale la pressione per una bozza d’accordo sul clima. Il testo completo della “bozza danese” – dal quale proprio e soprattutto i danesi si sono affrettati però a prendere le distanze (una bozza…, pronta da giorni…, solo un abbozzo di bozza anzi…, da discutere sicuramente con tutti…), integrale sul Guardian, Draft 271109, decision 1CP15, Adoption of the Copenhagen Agreement— Adozione dell’Accordo di Copenhagen (cfr. www.guardian.co.uk/environment/2009/dec/08/copenhagen-climate-change/). 

[6] New York Times, 17.12.09, A. C. Revkin, Heat Over A Leaked U.N. Warming Analysis L’aria si fa rovente per l’analisi sul riscaldamento globale trapelata dall’ONU; l’originale, marcato CONFIDENTIAL/Non distribuire, Nota interna del segretariato,  e datato 15.12.09, è intitolato Preliminary assessment of pledges made by Annex I Parties and voluntary actions and  policy goals announced by a number of non-Annex I parties— Valutazione preliminare degli impegni delle parti di cui all’Annex I e delle azioni volontarie/obiettivi annunciati da un certo numero di parti non comprese nell’Annex I /cfr.      http://graphics8.nytimes.com/packages/pdf/science/17dotearth_3degrees.pdf/).

[7] Guardian, 2.12.2009, S. Goldenberg, Copenhagen climate change talks must fail, says top scientist I negoziati di Copenhagen sul clima devono andare falliti, dice il più autorevole tra gli scienziati.

[8] Riassunto qui, con altre parole dalle sue, ma che lui stesso ha esposto in un editoriale sul New York Times, del 6.12.2009, Cap and Fade Mettigli un cappello e scompare

[9] New York Times, 7.12.2009, P. Krugman (blog), Unhelpful Hansen Hansen non aiuta proprio.

[10] New York Times, 10.12.2009, M. Gorbachev, We have a real emergency Sì, l’emergenza che abbiamo è reale.

[11] Significativo che la prima notizia la dia un sito ambientalista indiano, Domain-b.com (Stratcom, 16.12.2009, Denmark: Conference president resigns Dimissioni della presidente della Conferenza, cfr. www.stratfor.com/sitrep/2009 1216_denmark_conference_president_resigns/).

[12] Guardian, 18.12.2009, S. Goldenberg e A. Stratton, Barack Obama's speech disappoints and fuels frustration at Copenhagen A Copenhagen il discorso di Barack Obama delude e alimenta le frustrazioni.

[13] Per i termini di questi tre interventi, cfr. New York Times, 19.12.2009, H. Cooper e J. M. Broder, Obama Presses China on Rules for Monitoring Emissions Cuts Obama fa pressione sulla Cina per regole di monitoraggio dei tagli alle emissioni.

[14] New York Times, A. C. Revkin e J. M. Broder, A Grudging Accord in Climate Talks Nei colloqui sul clima, un accordo riluttante.

[15] New York Times, 20.12.2009, Brazil's Silva Criticizes US Stance in Copenhagen— Il presidente brasiliano Lula da Silva critica la posizione degli americani a Copenhagen.

[16] New York Times, 21.12.2009, J. Kanter, E.U. Blames Others for ‘Great Failure’ on Climate L’UE incolpa gli altri per il grande fallimento sul clima.

[17] L’ha chiamata così, funzionalmente ottimista ma ormai accomodante, quasi remissivo, Yvo de Boer che, guida il segretariato per il cambiamento climatico presso le Nazioni Unite che, ufficialmente, organizzava l’incontro.

[18] UNFCCC, Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, Copenhagen 18.12.2009, FCCC/CP/2009/L.7, CP-15 (cfr. http://graphics8.nytimes.com/packages/pdf/science/19copenhagen.pdf/).  

[19] New York Times, 5.12.2009, G. Thompson, Honduras: U.S. urges support of neighbors for new leader— Gli USA premono per il sostegno dei paesi vicini al nuovo leader honduregno.

[20] Dilma Rousseff, che è a capo della segreteria politica di Lula, ha già cominciato a dire che bisogna distinguere fra il golpe e le elezioni... Quello va condannato, queste sono – forse, chi sa, potrebbe anche essere – un’altra cosa. Insomma, il golpe che ha mandato in esilio un presidente eletto va condannato, ma il risultato cui ha portato potrebbe anche essere adesso accettato… (New York Times, 5.12.09, Associated Press, A.P., Brazil signals recognition of Honduran election Il Brasile dà qualche segnale di disponibilità al riconoscimento dell’elezione honduregna).

[21] INFORM, #25, 3.12.2009, Appello al Governo e al Parlamento delle ONG di Link 2007: “Gli aiuti allo sviluppo sono scomparsi, ripensateci!”(cfr. www.mclink.it/com/inform/art/09n22510.htm/).

[22] New York Times, 9.12.2009, L. Thomas, Britain to Levy a One-Time Tax on Banker Bonuses— La Gran Bretagna imporra una tassa una tantum ai bonus dei banchieri.

[23] The Economist, 10.12.2009, Bashing the rich is bad politics and rotten economics— (cfr. www.economist.com/ opi nion/PrinterFriendly.cfm?story_id=15065649/).

[24] New York Times, 11.12.2009, S. Castle, K. Bennhold e S. Erlanger, France Joins Britain in Move to Curb Big Bank Bonuses La Francia si unisce alla Gran Bretagna per mettere un freno ai bonus del grandi banche.

[25] Guardian, 10.12.2009, I. Traynor, A. Clark e J. Treanor, France and Germany back UK bonus tax— La Francia e la Germania appoggiano la tassa sui bonus della Gran Bretagna [quanto alla Germania, non pare così chiaro… l’Italia, per parte sua, zitta e mosca…].

[26] EUBusiness, 11,12,2009, Europe seeks 'social' tax on banks worldwide— L’Europa chiede una tassa sociale globale sulle banche (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/summit-finance-imf.1wn/).

[27] Cfr. Progetto (CISL), no. 5-6.12.1995, J. Tobin, Una tassa sulle transazioni valutarie:perché e come (testo letto dall’A. alla Conferenza sulla Globalizzazione dei Mercati tenuta all'Università "La Sapienza" di Roma il 27-28.10.1994. Originale redatto per una tavola rotonda su The Economic Journal, 11.1.1995,. v. 105, n. 428, pp 162-172, con Barry Eichengreen e Charles Wyplosz, Two Cases for Sand in the Wheels of International Finance Due buone ragioni per mettere granelli di sabbia nelle ruote della finanza internazionale (cfr. www.jstor.org/pss/2235326/).

[28] New York Times, 12.12.2009, S. Castle e K Bennhold, European Bank President Joins Critics of BonusesIl presidente della BCE si unisce a chi critica i bonus

[29] Agenzia Stratfor, 4.12.2009, China banks called to raise ratio Le banche cinesi chiamate ad adeguare in rialzo le proprie riserve (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091204_china_banks_called_raise_ratio/).

[30] Agenzia Bloomberg, 11.12.2009, China’s Output Beats Estimates as Export Slide Slows— La produzione industriale sopra le attese in Cina, mentre rallenta il calo delle esportazioni (cfr. http://bloomberg.com/apps/news?pid= 20601068 &sid=asSveli76vq0/).

[31] EUBusiness, 23.12.2009, China hits back after EU extends shoe taxes La Cina restituisce il colpo dopo l’aumento della tassazione UE sulle sue scarpe (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/china-vietnam-trade.22k/).

[32] Bloomberg, 10.12.2009, China Curbs Property Speculators, Boosts Consumption— La Cina frena la speculazione edilizia e agevola i consumi (cfr. http://bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aJY6thA7s2nk&pos=3/).

[33] New York Times, 27.12.2009, Agenzia Reuters, China to Stay the Course on Currency, Wen— Wen: la Cina manterrà ferma la rotta sulla valuta.

[34] EUROSTAT, 2.12.2009, #171/09, Industrial producer prices up by 0.2%  in both euro area and EU27 I prezzi alla produzione industriale salgono dello 0,2% tanto nell’eurozona che nella UE nel complesso (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/4-02122009-AP/EN/4-02122009-AP-EN.PDF/).

[35] EUROSTAT, 16.12.2009, #183/09, Euro area annual inflation up to 0.5%— L’inflazione annuale nell’eurozona sale allo 0,5% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-16122009-AP/EN/2-16122009-AP-EN.PDF/):  

[36] EUROSTAT, 1.12.2009, #170/09, Euro area unemployment rate stable at 9.8%-EU27 up to 9.3% Il tasso di disoccupazione dell’eurozona resta stabile al 9,8%- Sale al 9,3 nell’Unione a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache /ITY_PUBLIC/3-01122009-AP/EN/3-01122009-AP-EN.PDF/).

[37] EUROSTAT, 14.12.2009, #180/09, Euro area and EU27 employment down by 0.5%— L’occupazione nell’eurozona e nell’Unione a 27 cala dello 0,5% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-14122009-BP/EN/2-14122009-BP-EN.PDF/).

[38] EUROSTAT, 14.12.09, #179/09, Industrial production down by 0.6% in euro area— La produzione industriale scende dello 0,6% nell’eurozona (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-14122009-AP/EN/4-14122009-AP-EN. PDF/).

[39] New York Times, 3.12.2009, M. Saltmarsh, European Bank Holds Steady on Rate— La Banca europea tiene fermi i tassi; e BCE, Dichiarazione introduttiva alla conferenza stampa del presidente della BCE, J.-C. Trichet, cfr. www.ecb.int/ press/pressconf/2009/html/is091203.en.html/).

[40] Stratfor, 2.12.2009, EU: Finance Ministers Agree To Set Up Financial Supervisory Authorities Unione europea: i ministri delle Finanze concordano sulla creazionedi Autorità di supervisione finanziaria (cfr. www.stratfor.com/sitrep/200912 02_eu_finance_ministers_agree_set_financial_supervisory_authorities/).  

[41] Cfr. Nota congiunturale 8-2009, capitolo EUROPA, alla voce Parlamento europeo,  p. 22. 

[42] EURACTIV.com, 7.12.2009, Juncker's Eurogroup bid under attack— La designazione di Juncker all’Eurogruppo sotto attacco (cfr. www.euractiv.com/en/euro/juncker-eurogroup-bid-attack/article-188055/).

[43] Stratfor, 9.12.2009, Ireland: Cuts To Be Announced L’Irlanda: annuncio di tagli (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 2009 1209_ireland_cuts_be_announced/).

[44] MoneyNews, 10.12.2009, D. Weil, Analyst: Greece, Ireland May Leave Euro— La Grecia e l’Irlanda potrebbero lasciare l’euro, dice un’analista (cfr. http://moneynews.com/StreetTalk/euro-ireland-greece/2009/12/11/id/341366/).

[45] EUbusiness, 10.12.2009, Greece 'will avoid bankruptcy': Eurogroup head La Grecia ‘eviterà la bancarotta’, dichiara il capo dell’Eurogruppo (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/finance-economy.1vb/).

[46] New York Times, 30.12.2009, L. Thomas, E.U. Challenged to Restore Fiscal Credibility Sfida all’Europa perché si dia da fare a restaurare la propria credibilità finanziaria [è proprio il bue che strilla cornuto all’asino, detta così… da Wall Street]

[47] Bloomberg, 16.12.2009, S&P pushes rating up for Greece— Standard & Poor, alza i ratings della Grecia (cfr. www. bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aD5h4IsBQ0nk&pos=4/).

[48] Stratfor, 22.12.2009, Greece: Credit Rating Drops Again Grecia: nuova caduta del rating del credito (cfr. www.strat for.com/sitrep/20091222_greece_credit_rating_drops_again/).

[49] Global News, 8.12.2009, Eastern Europe-Greece blocks Macedonian talks— Europa dell’Est-La Grecia blocca i negoziati con la Macedonia (cfr. http://globalnewsblog.com/blog/2009/12/08/eastern-europe-greece-blocks-macedonian-talks-european-voice/).

[50] Stratfor, 9.12.2009, Spain: Credit Rating Outlook Drops Spagna:la previsione del rating del credito in calo (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20091209_spain_credit_rating_outlook_drops/).

[51] Stratfor, 7.12.2009, Serbia: UE Unfreezes Trade Deal Per la Serbia, l’UE scongela l’accordo commerciale (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20091207_serbia_eu_unfreezes_trade_deal/).

[52] Stratfor, 10.12.2009, The Netherlands: Serbia’s EU SAA Ratification Depends On Arrest Of Mladic - FM Il ministro degli Esteri dell’Olanda: la ratifica dell’accordo di associazione Serbia-EU dipende dall’arresto di Mladic (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/20091210_netherlands_serbias_eu_saa_ratification_depends_arrest_mladic_fm/).

[53] Reuters, 29.12.2009, Serbian minister quits war crimes team Ministro serbo lascia la squadra che dà la caccia ai criminali di guerra (cfr. http://af.reuters.com/article/worldNews/idAFTRE5BS1JH20091229/).

[54] SETimes.com, 20.12.2009, Serbia decides to submit EU application by year-end La Serbia decide di sottoporre la sua richiesta di adesione alla UE entro fine anno (cfr. www.setimes.com/cocoon/setimes/xhtml/en_GB/newsbriefs/setimes/news briefs/2009/12/20/nb-03/9/).

[55] Stratfor, 21.12.2009, Syria, Lebanon: Damascus Extends its Influence— Siria-Libano: Damasco estende la sua influenza (cfr. www.stratfor.com/analysis/20091221_syria_lebanon_damascus_extends_its_influence/).

[56] Apiceuropa.eu, 17.12.2009, Adottato il bilancio della UE per il 2010 (cfr. www.apiceuropa.com/wp2/?p=2901/).

[57] RIA Novosti, 5.12.2009, Medvedev approves Russia’s 2010 budget Medvedev approva il bilancio russo del 2010 (cfr. http://en.rian.ru/business/20091202/157072047.html/).

[58] Prime-Tass, 9.12.2009, Russia’s Putin approves 2010–2012 privatization plan— Putin approva piano di privatizzazione 2010-2012 per la Russia (cfr. www.prime-tass.com/news/show.asp?topicid=0&id=469595/).

[59] Wall Street Journal, 9.12.2009, I. Iosebashvili, Kudrin: Russia Is Weak Link in Capital Markets— Kudrin dice che la Russia è l’anello debole sul mercato dei capitali (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703558004574584003 569052862.html?mod=article-outset-box/).  

[60] New York Times, 25.12.2009, Russia Cuts Interest Rates for 10th Time This Year— La Russia taglia I tassi di interesse per la decima volta quest’anno.

[61] Zaxi, 11.12.09, Q3-GDP shrinks 8,9% Il PIL del 3° trimestre si restringe dell’8,9% (cfr.  http://zaxi.livejournal.com/tag/ general+economy/).

[62] Nasdaq, 29.12.2009, Dow Jones Newspapers, Russia To Curb Speculative Capital-Putin Putin: la Russia vuole frenare il capitale speculativo (cfr. www.nasdaq.com/aspx/stock-market-news-story.aspx?storyid=2009122902 39dow jonesdjonline000087&title=update-russia-to-curb-speculative-capital---putin/).

[63] Yahoo!News, 6.12.2009, Both candidates claim victory in Romania race— Entrambi i candidati dicono di aver vinto nelle elezioni romene (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20091206/ap_on_re_eu/eu_romania_presidential_election/).  

[64] New York Times, 8.12.2009, N. Kulish, Incumbent Re-elected as Romanian President— L’attuale presidente rieletto in Romania.

[65] Stratfor, 13.12.2009, Romania: Incumbent President Leading After Recount Romania: il presidente in carica conduce dopo il riconteggio (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091213_romania_incumbent_president_leading_after_recount/).

[66] Stratfor, 14.12.2009, Romania: Court Rejects Opposition Appeal In Romania la Corte [suprema] respinge l’appello dell’opposizione (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091214_romania_court_rejects_opposition_appeal/).

[67] New York Times, 11.12.2009, J. Dempsey, I.M.F. Withholds Latest Loan Installment to Ukraine Il FMI non versa l’ultima rata all’Ucraina.

[68] Stratfor, 9.12.2009, Ukraine, Iraq: $2.5 Billion Arms Deal Secured— Ucraina-Iraq:finalizzati accordi per armamenti da 2,5 miliardi $ (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091209_ukraine_24_billion_arms_deal_secured/).

[69] Financial Times, 11.12.2009,S. Wagstyl e R. Olearchyk, Ukraine appeals to IMF for $2bn loan— L’Ucraina fa appello al FMI per 2 miliardi di prestiti (cfr. www.ft.com/cms/s/0/5391502c-e650-11de-bcbe-00144feab49a.html/).

[70] New York Times, 25.12.2009, Reuters, Russia Fears Gas Problems With Ukraine, Stops Oil— La Russia che teme per problemi con l’Ucraina sul pagamento del gas , ferma intanto l’export di petrolio

[71] RIA Novosti, 30.12.2009, Russia, Ukraine settle oil transit dispute, agree on tariff hike— Russia e Ucraina sistemano la disputa sul transito del petrolio e concordano la tariffa base (cfr. http://en.rian.ru/world/20091229/157414014.html/).  

[72] ITAR-TASS, 11.12.2009, Ukraine PM says her team will not recognize Abkhazia independence— Il primo ministro dell’Ucraina afferma che la sua “squadra” non riconoscerà l’indipendenza dell’Abkazia (cfr. http://itar-tass.com/eng/level2 html? NewsID=14629469&PageNum=0/).

[73] Reuters, 21.12.09, P. Lannin, Latvian pensioners beat govt, hit IMF loan budget plans— I pensionati lettoni battono il governo e abbattono i piani di bilancio dettati dal Fondo monetario internazionale (cfr. www.forexyard.com/en/reuters_inner.tpl? action=2009-12-21T175114Z_01_LAN162360_RTRIDST_0_LATVIA-IMF-UPDATE-3/). 

[74] US BEA, 22.12.2009, GDP 3rd quarter,3rd estimate PIL 3° trimestre, 3a stima (cfr. www.bea.gov/news releases/ natio nal/gdp/gdpnewsrelease.htm/).

[75] New York Times, 22.12.2009, J. C. Hernandez, Third-Quarter Growth Weaker Than First Thought— La crescita del terzo trimestre è più debole di quanto pensato.

[76] The Economist, 19.12.09.

[77] The Economist, 5.12.2009.

[78] New York Times, 11.12.2009, J. C. Hernandez, U.S. Retail Sales Exceed Forecasts— Le vendite al dettaglio in America vanno al di là delle previsioni.

[79] The Economist, 19.12.2009.

[80] The Economist, 19.12.2009.

[81] New York Times, 4.12.2009, J. C. Hernandez, U.S. Economy Lost Only 11,000 Jobs in November— L’economia ha perso a novembre solo 11.000 posti di lavoro.

[82] Economic Policy Institute (EPI), 4.12.2009, H. Schierholz, Economic Snapshot (cfr. www.epi.org/quick_takes/en try/job_loss_moderated_but_long-term_unemployment_continues_to_rise/).

[83] New York Times, 4.12.2009, P. Krugman (blog.), Good news is bad news Buone notizie che sono cattive notizie.

[84] Wall Street Journal, 4.12.2009, Bernanke Fights for Second Term— Bernanke lotta per un secondo mandato (cfr. http:// online.wsj.com/article/SB125985187175274589.html#mod=todays_us_page_one/).

[85] CEPR, Washington, D.C., J. Scmitt e D. Baker, The $1 Trillion Wage Deficit Il deficit salariale da 1.000 miliardi di $ (cfr. www.cepr.net/documents/publications/wage-deficit-2009-12.pdf/).

[86] New York Times, 18.12.2009, P. Krugman, Pass the Bill Votate la riforma.

[87] New York Times, 21.12.2009, P. Krugman, A Dangerous Dysfunction Una disfunzione pericolosa.

[88] New York Times, 24.12.2009, R. Pear, Senate Passes Health Care Overhaul Bill— Il Senato approva la legge di riforma generale della sanità.

[89] New York Times, 26.12.2009, R. Abelson— Health Care Changes Wouldn’t Have Big Effect for Many— I cambi alla sanità non avrebbero grande effetto per molta gente.

[90] New York Times, 10.12.2009, J. Zeleny, Accepting Peace Prize, Obama Evokes ‘Just War’ Nell’accettare il premio della pace, Obama evoca la “guerra giusta”; e per il testo integrale del discorso di accettazione, New York Times, 11.12.2009 (cfr. www.nytimes.com/2009/12/11/world/europe/11prexy.html?ref=global-home/).

[91] USA Today, 10.12.2009, Surprise! Palin likes Obama's Nobel speech— Sorpresa! A Palin piace il discorso di accettazione del Nobel di Obama (cfr. http://blogs.usatoday.com/onpolitics/2009/12/surprise-palin-likes-obamas-nobel-speech.html/).

[92] Tacito, Vita e costumi di Agricola, Agr., 30.7: parole attribuite dal grande storico romano, contro la rapacità e l’ingordigia dei conquistatori suoi concittadini, a Calgaco, capo dei caledoni, cioè degli scozzesi che resistevano all’invasione romana: “Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”— “Rubano, massacrano, rapinano e, falsamente, tutto questo  lo chiamano impero; ma in realtà,hanno fatto un deserto e lo chiamano pace”.

[93] Aurelio Ambrogio (334?-397), De officiis, L. I, 5 e 7.

[94] Aurelio Agostino (354-430), De Civitate Dei, IV, 6; e Contra Faustum.

[95] Tommaso d’Aquino (1225-1274), Summa Theologiae, II, II, q. 29.

[96] Roberto Bellarmino (1542-1621), Dottrina Cristiana Breve e Dichiarazione Più Copiosa Della Dottrina Cristiana (1598).

[97] Francisco Suárez (1548-1617), De Charitate. Disputatio XIII, De Bello, sectio I, n.2.

[98] Francisco de Vitoria (1483-1546), Note delle lezioni (nessuna pubblicata in vita e tutte postume) all’università di Salamanca, 1527-1540: specie De Potestate Civili, tenute nel 1528, e De Jure Belli, 1532.

[99] Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7.12.1965 (cfr. www.vatican.va/ ar chive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html/).

[100] Vecchio Testamento, Isaia, 32, 17.

[101] A sintesi ed esposizione efficace di questa elaborazione, suggeriamo – anche a Obama…, per la prossima volta magari – prima L. Sturzo, Le guerres moderne et la pensée catholique, L'arbre, Montreal, Ottawa 1942; e, in inglese,  in Books Abroad, Vol. 17, No. 3 (Summer, 1943), pp. 244-245, University of Oklahoma. E, più aggiornato ovviamente, C.M Martini, Terrorismo,ritorsione, legittima difesa, guerra e pace, Discorso per la vigilia di S.Ambrogio 2001, Centro ambrosiano 2001, pp. 20-21.

[102] San Francisco Examiner, 1.12.2009, China says more dialogue, not sanctions, needed to resolve Iran nuclear issue— Non sanzioni, ma più dialogo, dice la Cina, servono per risolvere la questione nucleare dell’Iran (cfr. www.sfexaminer.com/ world/china-says-more-dialogue-not-sanctions-needed-to-resolve-iran-nuclear-issue-78205012.html/).

[103] Ne dà notizia un velenoso articoletto del New York Times, 14.12.2009, firmato dall’A.P., Official: World Power Meeting on Iran Cancelled Cancellato l’incontro sull’Iran delle [cinque] potenze mondiali

[104] Stratfor, 21.12.2009, G. Friedman, The Iranian Incursion in Context— L’incursione iraniana nel contesto (cfr. www. stratfor.com/weekly/20091221_iranian_incursion_context/).

[105] Stratfor, 9.12.2009, Iran: Relations With Russia, China Depend On Meeting Interests – Official I rapporti con Russia e Cina dipendono dal rispetto dei nostri interessi, dice un esponente iraniano (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091209_iran_rel  ations_russia_china_depend_meeting_interests_official/).

[106] France24, 18.12.2009, Ahmadinejad ready for a nuclear deal if West stops threats— Ahmadinejad è pronto a un accordo nucleare con l’Occidente (cfr. www.france24.com/en/20091218-iran-ahmadinejad-nuclear-deal-west-stops-threats-agreement-us-time-running-out/).

[107] Yahoo!News, 21.12.2009, Top US officer: Force must be option for Iran— Il militare americano più alto in grado dice che in Iran la forza deve essere un’opzione (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20091221/ap_on_go_ca_st_pe/us_us_iran/) [ma dice anche che non servirebbe a niente…

   E’, esattamente, lo stesso identico messaggio lanciato, sempre da Mullen, nel luglio del 2008 quando sembrava che Bush fosse lì lì per attaccare militarmente l’Iran: vedi Telegraph, 4.7.2008, C. Coughlin, Admiral Mike Mullen warns the West over military strike against Iran L’ammiraglio Mike Mullen mette in guardia l’occidente contro un attacco militare all’Iran, cfr. www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/3560185/Admiral-Mike-Mullen-warns-the-West-over-milita ry-strike-against-Iran.html/).

[108] RIA Novosti, 26.12.2009, UN Security Council may impose new sanctions on Iran in Feb - UK— Il Consiglio di sicurezza dell’ONU a febbraio potrebbe [potrebbe…]imporre nuove sanzioni [già… quali?] all’Iran (cfr. http://en.rian.ru/world/ 20091226/157381820.html/). 

[109] WUSF, 29.12.2009, Reuters, U.S. eyeing more targeted sanctions against Iran— Gli USA puntano a sanzioni più mirate contro l’Iran (cfr. www.publicbroadcasting.net/wusf/news.newsmain/article/0/0/1593829/World/U.S. eyeing . more.targeted.sanctions.against.Iran/).

[110] New York Times, 23.12.2009, There’s only one way to beat Iran.

[111] Il Los Angeles Times del 5.1.2003 la raccontava così: “gli americani… restarono inchiodati alla televisione dalla testimonianza, ad una Commissione congressuale informalmente riunita, di una ragazza quindicenne,‘rifugiata kuwaitiana’, che raccontava di aver visto con i suoi occhi i soldati iracheni strappare, dalle incubatrici degli ospedali di Kuwait City, i bimbi kuwaitiani appena nati, lasciandoli morire al freddo, abbandonati sul pavimento. La gente non sapeva che la testimone era la figlia dell’ambasciatore a Washington del Kuwait e che la testimonianza al Congresso – non giurata, e informale, perché è un reato mentire di fronte ad una Commissione formalmente riunita – era stata organizzata dalla Hill & Knowlton, una delle massime aziende di public relations, pagata dal Kuwait come parte della sua campagna per portare gli USA alla guerra all’Iraq”.

   Non è certo cosa nuova, la demonizzazione dell’avversario, nella storia della guerra: è da Sun Tze (c. 500 a.C., L’arte della guerra), almeno, che mentire e ingannare – e non soltanto il nemico – è parte integrante della politica e specie della guerra “come prosecuzione della politica con altri mezzi” (von Clausewitz, naturalmente)...

[112] Stratfor, 28.12.2009, Iran: the Regime Considers the Path Ahead Il regime considera il che fare (cfr. www.stratfor. com/analysis/20091228_iran_regime_considers_path_ahead/).

[113] New York Times, 7.12.2009, Reuters, IraqEyes Feb 27 Poll Date After Impasse Resolved L’Iraq punta al 27 febbraio, dopo che è stato sciolto lo stallo [del veto] per le elezioni

[114] New York Times, 8.12.2009, S. Lee Myers e M. Santora, Coordinated Bombings in Baghdad Kill at Least 121 Attentati coordinati alle bombe a Bagdad ammazzano almeno 121 persone.

[115] White House, 29.12.2009, Dichiarazione del presidente sull’attentato a Detroit (cfr. www.whitehouse.gov/search/si te/when%20our%20government%20has%20information%20on%20a%20known%20extremist%20and%20that%

20information%20is%20not%20shared%20and%20acted%20upon%20as%20it%20should%20have%20bee/);  e Dawn.com (Pakistan), 30.12.2009, Obama blames ‘systemic failures’ in US security— Obama incolpa i “fallimenti sistemici” delle carenze della sicurezza americana (cfr. www.dawn.com/wps/wcm/connect/dawn-content-library/dawn/news/world / 11-obama-blames--systemic-failures--in-us-security--il--07/).

[116] Testo del discorso dall’Accademia militare di West Point sulla nuova strategia per l’Afganistan, 1.12.2009 (cfr. www. whitehouse.gov/the-press-office/remarks-president-address-nation-way-forward-afghanistan-and-pakistan/).

[117] New York Times, 1.12.2009, D. E. Sanger e P. Baker, Obama Sets Faster Troop Deployment to Afghanistan Obama decide per un dispiegamento più rapido delle truppe in Afganistan.

[118] New York Times, 5.12.2009, F. Rich, Obama’s Logic Is No Match for Afghanistan— La logica di Obama non serve con l’Afganistan.

[119] Cfr. qui, Nota90, qui sopra.

[120] ABC News, 2.12.2009, President Obama's Secret: Only 100 al Qaeda Now in Afghanistan— Il segreto del presidente Obama:  i n   Afganistan adesso  ci  sono  solo  100  al-Qaedisti (cfr.  http://abcnews.go.com/Blotter/president-obamas-secret-100-al-qaeda-now-afghanistan/story?id=9227 8661/); è lo stesso dato – 100 militanti di al-Qaeda in Afganistan – di cui aveva parlato il consigliere due mesi fa il consigliere per la sicurezza  nazionale della Casa Bianca, gen. Jones (cfr. intervista alla CBS Tv, Evening News, 5.10.2009 (cfr. www.cbsnews.com/stories/ 2009/10/05/world/main5363036.shtlm/).  

[121] Gen D. H. Petraeus, The U.S. Army/Marine Corps counterinsurgency field manual #3-24— Manuale da campo dell’Esercito e dei Marines USA no. 3-24, University of Chicago Press, 2007 (cfr. http://usacac.army.mil/cac/repository /materials/coin-fm3-24.pdf/).

[122] Cfr. qui, Nota118, qui sopra.

[123] Pukhtunkhwatimes, 2.12.2009, Obama Afghan plan must not hurt Pakistan: Islamabad— Islamabad dichiara che il piano afgano di Obama non deve danneggiare il Pakistan (cfr. http://pukhtunkhwatimes.blogspot.com/2009/12/obama-afghan-plan-must-not-hurt.html/).

[124] Indian Asian Online Journal, 15.12.2009, Z. Alepoto, Regime Change… Who will be the main loser? Cambio di regime… chi ci perde di più? (cfr. http://iaoj.wordpress.com/2009/12/15/).

[125] Reuters, 4.12.2009, Pakistan opposes expanded U.S. drone attacks Il Pakistan si oppone a più frequenti atacchi di aerei senza pilota (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE5B30YS20091204/).

[127] New York Times, 8.12.2009, D. E. Sanger e E. Schmitt, Pakistan Told to Ratchet Up Taliban FightAi pakistani si ordina di darsi una mossa e passare all’attacco dei talebani.

[128] New York Times, 8.12.2009, R. A. Oppel e E. Bumiller, Karzai Says Afghan Army Will Need Help Until 2024— Karzai dice che l’esercito afgano avrà bisogno dell’aiuto americano fino al 2024.

[129] Reuters, 9.12.2009, Gates surprised by Karzai remarks on Afghan forces Gates sorpreso dai commenti di Karzai sulle forze armate afgane (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE5B820Z20091209/).

[130] Guardian, 30.11.09, M. Joya, A troop surge can only magnify the crime against Afghanistan— .

[131] Utile leggere in proposito l’analisi puntuta di G. Friedman, del 2.12.2009, su Stratfor, Obama’s Plan and the Key Battlegound Il piano di Obama e il terreno chiave della battaglia (cfr. www.stratfor.com/weekly/20091201_obamas_plan_ and_ key_battleground/).

[132] Stratfor, 27.12.2009, Afghanistan: Western Forces Have A Year To Turn Tide - Official Afganistan: le forze occidentali hanno un anno di tempo per rovesciare la marea, dice un esponente [NATO] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/200912 27_afghanistan_western_forces_have_year_turn_tide_official/).  

[133] News24.com, 2.12.2009, Nato confident on Afghan role La NATO fiduciosa sul ruolo in Afganistan (cfr. www.news24. com/Content/World/News/1073/ccec162a8cb04f5fb95fd45ac98198de/02-12-2009-08-39/Nato_confident_ on_Afghan_ role_/).

[134] Reuters, 2.12.2009, Italy to hike Afghanistan troops, mum on details L’Italia alza il numero delle truppe in Afganistan, ma resta zitta e mosca sui dettagli (cfr. www.reuters.com/article/latestCrisis/idUSGEE5B10QV/).

[135] New York Times, 3.12.2009, A. Cowell, Italy May Add 1,000 Extra Troops in Afghanistan— L’Italia può aggiungere altri 1.000 soldati al suo contingente afgano.

[137] Burnabynow (Canadacom.network), 2.12.2009, P. O’Neill e A, Cross, More U.S. troops in Afghanistan will help Canada's mission: foreign minister Altre truppe americane in Afganistan aiuteranno la missione militare del Canada (cfr. www2.canada.com/burnabynow/news/story.html?id=2293722/).

[138] Yahoo!News, 11.12.2009, S. Lekic, NATO officials: Russian should give Afghan arms— Funzionari della NATO dicono che i russi dovrebbero donare armi agli afgani (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20091211/ap_on_re_eu/eu_nato_russia_ af ghanistan/).

[139] BBC News, 18.12.2009, NATO fails to gain Russia aid in Afghanistan— La NATO non riesce a conquistare l’’aiuto russo in Afganistan (cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8418292.stm/).

[140] FoxNews, 8.12.2009, In Kabul, Gates Vows U.S. 'In This Thing to Win’ – Mullen  says, ‘But we are losing’…— A Kabul, Gates giura che ‘in questa cosa ci stiamo per vincere’ – Mullen dice: ‘ma stiamo perdendo’ (cfr. www.foxnews.com/ politics/2009/12/07/kabul-gates-vows-thing-win/).

[141] New York Times, 1.12.2009, B. Herbert, A Tragic Mistake— Un tragico sbaglio.

[142] Discorso del 34° presidente degli Stati Uniti alla Società americana degli editori di giornali, all’inizio del suo primo mandato, 16.4.1953 (cfr. www.quotationspage.com/quote/9556.html/).

[143] Financial Times, 2.12.2009, K. Guha e A. Fifield, War costs stifle US job creation I costi della guerra soffocano la creazione di posti di lavoro (cfr. www.ft.com/cms/s/0/922625a6-df7a-11de-98ca-00144feab49a.html/).

[144] TomDispatch, 17.12.09, J. Comerford, Afghan War Costs 101 Il costo della guerra in Afganistan calcolato col manuale  di base dell’economia (cfr. www.tomdispatch.com/dialogs/print/?id=175179/).

[145] New York Times, 3.12.2009, J. Calmes, Obama Turns to Job Creation, but Warns of Limited Funds— Obama rivolge adesso la sua attenzione alla creazione di posti di lavoro, ma lamenta il fatto di non avere fondi a sufficienza.

[146] Washington Post, 14.12.2009, The coming debt panic— (cfr. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/arti cle/2009/12/13/AR2009121302442.html/).

[147] New York Times, 3.12.2009, D. Brooks, The Analytic Mode Il modo analitico [di governare].

[148] C. Dickens, Le due città, Newton Compton, trad. S. Spaventa Filippi, 2008.

[149] Guardian, 6.2.2009, S. Tisdall, America’s sudoku wars Le guerre del sukoku dell’America.

[150] New York Times, 12.12.2009, M. Dowd, A Game That’s Not So Great Un gioco che non è poi proprio granché.

[151] Dante Alighieri, Commedia, Inferno, 3, 63.

[152] Stratfor, 11.12.2009, Poland, U.S.: Warsaw Signs Status Of Forces Agreement With Washington Polonia-USA: Varsavia firma il suo Status of Forces Agreement con gli USA (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091211_poland_us_ warsaw_ signs_missile_shield_deal_washington/). 

[153] Stratfor, 2.12.2009, Lebanon: Cabinet Allows Hezbollah Right To Use Arms Against Israel Libano: il governo riconosce a Hezbollah il diritto di usare le armi contro Israele (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091202_lebanon_cabinet_ allo ws_hezbollah_right_use_arms_against_israel/).

[154] Space War, 4.12.2009, US, Russia uphold 'spirit' of expiring nuclear pact USA e Russia rispetteranno lo ‘spirito’ del loro accordo nulceare (cfr. www.spacewar.com/reports/US_Russia_uphold_spirit_of_expiring_nuclear_pact_999.html/).

[155] New York Times, 18.12.2009, Reuters, U.S.,Russia Close to Completing Arms Deal: Obama— USA e Russia, dice Obama, vicini al completamento dell’accordo su[lla riduzione de]gli armamenti [nucleari].  

[156] Russia Today, 29.12.2009, Russia to develop offensive arms to balance out American AMD – Putin— Putin: la Russia svilupperà il suo nucleare offensivo per riequilibrare i sistemi antimissili degli americani (cfr. http://rt.com/Top_News/2009-12-29/ russia-develop-offensive-arms.html/).

[157] New York Times, 13.12.2009, J. Markoff e A. E. Kramer, U.S. and Russia Open Arms Talks on Web SecurityUSA e Russia aprono colloqui sulla sicurezza del ciberspazio.  

[158] Defense News, 10.12.2009, Another Test Failure for Russia's Bulava Missile— Un altro testo missilistico fallito del Bulava per la Russia (cfr. www.defensenews.com/story.php?i=4413711&c=AIR&s=TOP/).

[159] San Diego Union-Tribune, 10.12.2009, J. H. Lee, US envoy cites 'common understanding' with NKorea— L’inviato americano cita l’intesa comune con la Corea del Nord (cfr. www.signonsandiego.com/news/2009/dec/10/us-envoy-ci tes-common-understanding-with-nkorea/).  

[160] Bloomberg, 8.12.2009, F. Robinson, German Industrial Production Unexpectedly Declines— La produzione industriale cala inaspetat amente in Germania (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601085&sid=aRDsrqjyRpNM/).

[161] The Economist, 12.12.2009.

[162] The Economist, 12.12.2009.

[163] DESTATIS, 23.12.2009, # 506, (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/2009/12 /PE09__506__614,templateId=renderPrint.psml/):

[164] New York Times, 16.12.2009, J. Dempsey, German Budget Plan Foresees Record Borrowing Il progetto di bilancio tedesco prevede un indebitamento record.

[165] New York Times, 20.12.2009, Reuters, German SPD to Oppose Afghan Troop Boost— I socialdemocratici tedeschi si oppongono all’aumento del contingente in Afganistan.

[166] Wall Street Journal, 16.12.2009, French Min:Risk Of Renewed Crisis If Stimulus Ends— Ministro francese:rischio di ripartenza della crisi se finisce lo stimolo economico (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20091216-703052.html/). 

[167] Stratfor, 14.12.2009, France:Investment Plan Confirmed Francia: confermato il piano di investimenti (cfr. www.strat for.com/sitrep/20091214_france_investment_plan_confirmed/).

[168] News of the CPC, Wen Jabao meets François Fillon— Wen Jabao incontra François Fillon (cfr. http://ccgggr.org/ content/china-news-feeds-rss/?bdprssarchivedate=2009-12-21/).

[169] INSEE, 22.12.2009 (cfr. www.insee.fr/fr/default.asp/).

[170] Bloomberg, 9.12.2009, French trade deficit widens almost twice as much as forecast Il deficit commerciale si allarga quasi del doppio del previsto (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601090&sid=aBhPUJYeza7s/).

[171] New York Times, 19.12.2009, E. Laurent e M. Lamont, The French Model— .

[172] New York Times, 30.12.2009, J. Kanter, Panel Rejects French Carbon Tax—  La Corte respinge la carbon tax francese.

[173] Office of National Statistics, ONS, 15.12.2009, (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget.asp?id=19/)

[174] Office of National Statistics, ONS, 22.12.2009, (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget.asp?id=192/)

[175] The Economist, 19.12.2009.

[176] The Economist, 12.12.2009.

[177] The Economist, 5.12.2009.

[178] The New York Times, 8.12.2009, H. Tabuchi, Japan Offers an $80.6 Billion Stimulus PackageIl Giappone offre un pacchetto di stimolo di 80,6 miliardi di $.

[179] New York Times, 26.12.2009, H. Tabuchi, A Record Budget Stirs Debt Worries in Japan Un bilancio record alimenta dubbi sul debito pubblico in Giappone [invero, dubbi più americani e dei giapponesi americanizzati, come l’A. di questo articolo, che altro…].

[180] New York Times, 6.12.2009, Agenzia Bloomberg, Japan May Limit Hiring of Temporary Workers— Il Giappone potrebbe limitare l’affitto di lavoratori temporanei.

[181] New York Times, 22.12.2009, H. Tabuchi, Rough Ride for Hatoyama After Landslide Election Duro periodo per Hatoyama dopo la valanga vincente delle elezioni.

[182] Reuters, 2.12.2009, Japan party threatens to leave government over U.S. base— [Il] partito [socialdemocratico] giapponese minaccia di lasciare il governo sulle basi americane (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE5B20LN20091203/).

[183] Kyodo News, 15.12.2009, Gov't sets Futemma policy, puts off naming possible relocation site Il governo, fissata la sua linea su Futenma, rinvia la designazione della nuova base (cfr. http://two--plus--two.blogspot.com/2009/12/govt-sets-fu tenma-policy-puts-off.html/).

[184] New York Times, 15.12.2009, M. Fackler, Japan Delays Decision on Moving U.S. Marine Base— Il Giappone ritarda la decisione sullo spostamento della base americana dei marines.

[185] Xinhua, Agenzia Nuova Cina, 22.12.2009, Japan's defense minister sets deadline for resolving Futemma issue— Il ministro della Difesa del Giappone fissa la scadenza per risolvere il nodo di Futenma (cfr. http://news.xinhuanetcom/english/ 2009-12/22/content_12687849.htm/).

[186] Kyodo News, 2.12.2009, Cuban Foreign Minister in 3-day visit to Japan Il ministro degli Esteri di Cuba in visita in  Giappone per 3 giorni (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fstStory/index.php?storyid=473685/).