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     01. Nota congiunturale - gennaio 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

1.1.2009

Angelo Gennari

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Come avete notato non ci soffermiamo più in questo capitolo nel ricapitolare puntualmente i dati congiunturali del mese appena trascorso (nel nostro caso, dicembre 2008); del resto, disponibili sempre andando direttamente sul link dell’ISTAT. Preferiamo invece, solo per ragioni di spazio – e di tempo da parte di chi compila questa Nota – mettere in evidenza qua e là i trends, come si dice, o le punte maggiormente anomale, in ogni senso, della congiuntura italiana.

Centro Studi Confindustria dice[1], a metà dicembre, che davanti all’Italia si profilano almeno “due anni di recessione” piena (-0,5 nel 2008 e -1,3%, se va bene, nel 2009). Per cominciare solo ad affrontare la quale bisogna che il governo, dice, sia disposto a “convocare un tavolo” con l’opposizione e con tutte le forze sociali. Ma convocare il tavolo per fare che cosa?

Infatti, non sarebbe, chiaramente, per arrivare ad un accordo di concertazione ma solo per consultare opposizione e parti sociali. Perché nessuno qui prenderebbe, ognuno per conto proprio, ma insieme, i propri impegni. Insomma, qui, non si decide insieme proprio niente. E chi dice altrimenti turlupina tutti e, forse, anche se stesso… Ma almeno ci si consulta… no? è questa la filosofia Marcegaglia.

Anomala, sembra a noi, rispetto ad altri interventi congiunturali di stimolo all’economia, è l’esiguità dell’intervento pubblico italiano. Annunciato e, ancor più, praticato. Per brevità, e perché è detto assai meglio di come noi mai sapremmo, riportiamo il giudizio – che condividiamo – da un’altra fonte: “Chiunque guardi i dati quantitativi del decreto legge “recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti crisi il quadro strategico nazionale” non può non concordare sulla siderale lontananza tra tanto ambizioso titolo e la sostanza dei provvedimenti.

   Infatti di risorse aggiuntive ce ne sono veramente poche, stimabili in uno 0,3% di PIL; molte altre sono risorse già stanziate che vengono spostate da un fondo ad un altro; i 450 milioni della social card, ad esempio, vengono di fatto finanziati utilizzando il Fondo nazionale per le politiche sociali e tagliando i trasferimenti ai Comuni per i servizi sociali (vedi Cristiano Gori sul Sole 24 Ore del 2-12[2]). L’aumento dell’IVA su Sky finanzia un quarto dei bonus alle famiglie; come dire che alcune famiglie ne finanziano altre[3].

Una questione, forse per ora di dettaglio, ma che promette di diventare dalla piccolissima ghianda che è oggi una quercia. Nell’ENI, zitto zitto e quatto quatto, è entrato uno di quei Fondi sovrani esteri un poco sospetto, proprio proveniente da uno dei “paesi produttori di petrolio”, nel nostro caso la Libia, cui il presidente del Consiglio qualche settimana fa aveva dichiarato di voler impedire “investimenti massicci sui nostri mercati” con OPA più o meno ostili in questa famedi ristrettezza del credito bancario. E il 10% è una quota maggiore di quella detenuta dalla Cassa Depositi e Prestiti del Tesoro, nei fatti e di fatto “ormai trasformata in banca governativa”. 

La cosa curiosa, quella che puzza davvero, non è che l’OPA non sia affatto ostile – l’ENI accoglie a braccia aperte, e a ragione, la compartecipazione del Lybian Energy Fund: tanto di petrolio sempre si tratta… e di gas – quanto che mentre il governo, sulla scorta dell’indignazione annunciata dal presidente del Consiglio per gli assalti alle suppellettili più appetibili della diligenza Italia che si profilano all’orizzonte – nel decreto anti-crisi appena approvato – provveda a varare “norme che rendono meno contendibili le nostre imprese in nome della protezione di quelle strategiche dai fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio – proprio il caso in questione – mentre accoglie a braccia aperte un fondo sovrano libico in un’impresa strategica per i nostri approvvigionamenti di energia”.

Allora, “domanda: a cosa – e a chi – servono veramente le nuove norme sulle OPA? Forse a proteggere la struttura di controllo anche – o solo – di quelle meno strategiche…?”. Magari la “struttura di controllo”, di fatto la proprietà da blindare anche se si è quotati poi in borsa. Proprietà personali, in altre parole. Ma, se questo è sottinteso nell’articolo[4] dal quale abbiamo ripreso, citandoli, questi rilievi, è meglio qui esplicitarlo: come la struttura di controllo e proprietaria di Mediaset? Che per qualcuno, certo, resta “strategica”…

In termini sempre di sintesi il 42° Rapporto CENSIS, titolato al 2008 anno di fragilità, paure, panico[5] si autopresenta così:

Giunto alla quarantaduesima edizione, il Rapporto Censis prosegue l’analisi e l’interpretazione dei più significativi fenomeni socioeconomici del Paese. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto ribadendo la fragilità della nostra struttura socioculturale e il moltiplicarsi di piccole e grandi paure. Al tempo stesso, i caratteri originari del buone ragioni” del candidato repubblicano quando affermava, contro quei disfattisti, che “i fondamentali dell’economia americana erano buoni nostro sistema di convivenza ci aiutano a fronteggiare la crisi in corso, mentre si intravedono i tratti di una seconda metamorfosi silenziosamente in marcia.

   Nella seconda parte, la società italiana al 2008, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: le reazioni e difese dal grande crack, il cammino verso la seconda metamorfosi della società italiana, le persistenti vulnerabilità interne del sistema. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, le politiche pubbliche, la sicurezza e la cittadinanza”.

Il Rapporto apre dicendo che “l’anno che sta terminando ha visto sovrapporsi ed intrecciarsi tre diversi fattori di crisi: la strisciante fragilità della nostra struttura socioculturale, già segnalata lo scorso anno; il proliferare di tante piccole e medie paure collettive; e poi, in termini subitanei ed esplosivi, il panico diffuso da un’implosione finanziaria internazionale senza ravvicinati precedenti”. E questa potrebbe essere un po’ la supersintesi delle Considerazioni generali sulla situazione sociale del paese del CENSIS. Come sempre stimolante. Come sempre, ricco di spunti e causa di tantissimi dubbi. Che cercheremmo qui di puntualizzarvi: ambedue.

Tre sono le parole “forti” che connotano un po’ tutto questo Rapporto: fragilità, paura/e, panico e il rapporto sottolinea bene quanti e quali sono stati i fattori scatenanti questo clima di preoccupazione collettiva, in parte artefatto anche per laide ragioni di tipo elettoralistico (passate le elezioni gabbato il cittadino: cioè, quasi spariti i titoli allarmistici dalle prime pagine, ma non sempre dalla cronaca reale: e misure ridicole di “securizzazione”, dai militari per le strade un po’ come chicchi di zibibbo in una pastella inacidita, a quella buffonata della social card che giustificano, infatti, solo affermando l’ovvio: che è meglio una lira di niente, con ciò, sostiene il CENSIS, “finendo per generare una più profonda insicurezza, un’ulteriore sensazione di fragilità”. E l’elenco è lungo:

• rom; rumeni; rapine; microcriminalità; incidenti stradali, in realtà crimini fatui (ubriachi o drogati che guidano); bullismo; lavoro mancante, o precario, o in via di inesorabile precarizzazione; perdita di potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni; riduzione dei consumi; mutui che si impennano; e, adesso, la crisi finanziaria più pesante di sempre— e di cui non si intravvede il superamento…

Nota il Rapporto che “alla crisi ci crediamo e non ci crediamo”: ci sono italiani speranzosamente  convinti che la crisi “si sfiammerà presto”, quasi come fosse un’eruzione cutanea, altri che invece durerà a lungo, e che comunque prima di “sfiammare” farà male a molti. Manca insomma, come sempre da noi in Italia e questo, dice il CENSIS, riflette l'assenza di una consapevolezza collettiva, a conferma del fatto che restiamo una “società mucillagine”. Secondo alcuni, invece – anche noi qualche volta e sempre più spesso in questi ultimi tempi – si tratta di una peculiarità quasi unica e, in sé, positiva.

Certo non ha torto il CENSIS a sostenere che il nostro contesto sociale è “condizionato da una soggettività spinta dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni. Questa regressione antropologica, con i suoi pericolosi effetti di fragilità sociale, è visibile nel primato delle emozioni, nella tendenza a ricercarne sempre di nuove e più forti”. Ma è pure vero che, a volte, la ragione e la razionalità coincidono più con il dubbio che non con il conformismo e l’ottimismo “fedele”.

Però, stavolta, secondo il CENSIS (noi aggiungeremmo un forse a tanta certezza) proprio la crisi finanziaria globale “ha determinato un salutare allarme collettivo. Si tratta ora di vedere se il corpo sociale coglierà la sfida, se si produrrà una reazione vitale per recuperare la spinta in avanti, sebbene siano in agguato le italiche tentazioni alla rimozione dei fenomeni, alla derubricazione degli eventi, all’indulgente e rassicurante conferma della solidità di fondo del sistema”.

Il fato è che appaiono giustificati i timori di un gran numero di famiglie di precipitare nel fallimento  finanziario, economico e sociale (sommando le varie categorie, si arriverebbe al 40%), per via di mutui con rate diventate insopportabili, di risparmi che, collocati in azioni e fondi comuni azionari, sono stati sforbiciati pesantemente dalla crisi delle borse, di una disoccupazione che ormai si annuncia rampante, dell’esiguità quasi trasparente per i più delle reti esistenti di protezioni sociali, ci sono anche fattori di speranza “in fondo al tunnel”.

Il primo di questi motivi di fiducia, guarda un po’, è proprio la presenza e il ruolo degli immigrati, con la loro “vitalità demografica e la moltiplicazione emulativa di spiriti imprenditoriali”; poi c’è l’azione diffusa delle “minoranze vitali”, quelli che nel Rapporto dello scorso anno il CENSIS aveva identificato, col suo sempre immaginifico linguaggio, come i players, i “giocatori di carte”  nell’economia internazionale; e c’è quella che viene descritta come “la crescita ulteriore della componente competitiva del territorio (dopo e oltre i distretti e i borghi, con le nuove mega conurbazioni urbane”), che è vero non si capisce bene cosa siano e perché siano così positive, ma suonano bene comunque; la propensione a una temperata gestione dei consumi e dei comportamenti (si parla di “nuova sobrietà”: ma resta il fatto che se non crescono i consumi, non usciamo dalla crisi in questo paese ); il passaggio dall’economia mista pubblico-privata a “un insieme oligarchico di soggetti economici: fondazioni, gruppi bancari, utilities”; ma siamo così sicuri che sia solo positivo il fenomeno?).

Secondo il CENSIS, infine, la ricetta giusta per uscire da questa crisi è la seguente: “mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale”. Termini, non sembra anche a voi?, che sarebbe opportuno chiarire: largo come, quanto? concentrato, oggi e domani, sul mercato interno europeo, oppure… Economia aperta: quanto)? regolata, ri-regolata o lasciata brada e selvaggia com’è? E il policentrismo, come funziona quando chi può fa e decide, comunque, e chi non può al massimo ha il diritto di lamentarsi , ma magari anche solo con deferenza?

Non avendo, lo confessiamo, letto ancora completamente il Rapporto, ma considerando seria e preparata la gente che lo stila, anche se ormai qualche volta sembra diventato quasi una consuetudine, ci riserviamo – e speriamo – di trovare risposte un po’ più dense, meno fantasiose ma più concrete forse, alle nostre domande.   

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Apre il suo 23° supplemento di Natale, la rivista The Ecomomist, con una inusuale autocritica: “Sul 2008: scusateci tanto”. Cioè riconosce, con altrettanto inusuale franchezza, che le sue predizioni di un anno fa sul 2008 erano, praticamente, tutte sbagliate. Sulla previsione più importante, si chiede  ora il direttore del supplemento, Daniel Frankel, chi avrebbe potuto prevedere la crisi finanziaria in arrivo? E, senza arrivare a dar atto che di esperti ad averlo detto ce n’erano stati, e autorevoli, confessa: “Non noi. ‘Il Mondo nel 2008‘ non aveva previsto niente di simile[6].

E proprio questo è il problema: forse la lezione principale, od una delle lezioni principali, che sembra emergere con forza da questa crisi è che – o dovrebbe essere che – negli apparati  istituzioni di tutto il mondo (poteri esecutivi come legislativi, banche centrali, sistema di credito pubblico e privato di ogni dimensione, accademia, media) c’è una incapacità rimarchevole di pensiero e di analisi davvero indipendente.

O, almeno, è assolutamente dominante la deliberata volontà di non fare onda, di tenere l’immondizia nascosta sotto il tappeto. Anzi, c’è – quasi di default, si direbbe – l’appecoronarsi al dogma: il mercato, il libero mercato, il senza lacci e lacciuoli, in nome di Adam Smith, si dice : ma letto a modo loro, ad usum di lor signori, si capisce. Finché magari, domani, si cambierà. Ufficialmente…

Il fatto è che ad averci azzeccato era stato già centocinquant’anni fa il vecchio avversario di Hegel, il filosofo Arthur Schopenhauer: “la verità prima di trionfare passa sempre per tre fasi, diceva:

la prima è quella della ridicolizzazione― quando ci dicevano di piantarla col denunciare che la crisi economica arrivava, stava arrivando, per la deresponsabilizzazione imposta dalla libertà selvaggia regalata a finanza ed economia dalla politica – quella di destra e, peggio, quella di sinistra – che   puntava tutto sul liberismo di chi  quando era a tutti evidente, dicevano sghignazzandoci indietro, tutti stavamo diventando più ricchi;  

la seconda fase è quella dell’opposizione― anche condotta, ormai, non più sghignazzando – non si può proprio più – ma puntando il dito contro le solite Cassandre, i pessimisti che minano la fiducia e ammoniscono madama la marchesa, che no, non va tutto bene, va quasi tutto male…;

e la terza fase, finale, quella in cui siamo tutti e in cui tutti riconoscono che la crisi è addirittura oggi ovviamente e del tutto evidente”― tanto che si può smettere, meglio per tutti no?, di parlarne.

Ma non si può. Non si deve. E, invece, si deve ricordare chi aveva ragione e chi tragicamente, essendo al potere – economico, politico, culturale – aveva torto. E adesso –almeno per qualche tempo – è meglio, dunque, che ascolti e stia zitto… Perché il senno del poi suona stolto e davvero ridicolo sulla bocca di chi fino a ieri diceva che tutto era buono e tutto andava bene…

Secondo il principale istituto di ricerca del mondo sull’energia, finanziato dalle grandi economie occidentali, l’IEA, International Energy Agency, il consumo mondiale di petrolio quest’anno andrà giù[7] nettamente per il rallentamento dell’economia globale e la crescita minore della domanda di greggio che viene anche dalla Cina: la domanda globale scenderà a fine 2008 ad 85.000.000 di barili al giorno, in media di 200.000 barili. L’anno prossimo, a passo moderato, potrebbe riprendersi un poco, se – e man mano che – si riprenderà l’economia.

Nel corso della seconda settimana di dicembre il prezzo del barile ha toccato, al ribasso, i $40 dopo che a luglio scorso era arrivato a 147 $. Poi, a fine settimana – subito dopo che il ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi, aveva dichiarato che il suo paese aveva tagliato la produzione di 8,5 milioni di barili al giorno, mettendone sul mercato 1,2 milioni di barili in meno che ad agosto – era risalito ad oltre $47 al barile.

Ora il rapporto dell’IEA sembra rafforzare il punto di vista prevalente nell’OPEC – adesso col sostegno, pare, dell’Arabia saudita in prima linea – di tagliare la produzione per prevenire un collasso dei prezzi e, quindi, dei redditi dei paesi esportatori di greggio. D’altra parte, per la prima volta, la Russia – che non è membro dell’OPEC ma che ha lo stesso problema – ha annunciato ufficialmente[8] che, se effettivamente lo facesse,  potrebbe seguirne l’esempio. Norvegia e Messico che, in passato, pur restandone fuori hanno cooperato con l’OPEC, per ora hanno dichiarato di non voler tagliare la loro produzione.

Il 17 dicembre, poi, l’OPEC ha sorpreso il mondo petrolifero accordandosi per un taglio della produzione di altri 2,2 milioni di barili al giorno, aggiungendo quindi altri 2, cioè portando la produzione globale di produzione a oltre a 4,2 milioni di barili al giorno[9] in meno a partire dal 1° gennaio.. E’ un gesto ufficialmente pesante per tentare di fermare un declino dei prezzi dettato dalla domanda in caduta per la crisi economica.

La mossa, annunciata dal segretario generale dell’OPEC, Abdulalh al-Badri, ad Orano, in Algeria,  alla fine di una sessione lampo della presidenza dell’organizzazione ma ha visto molti analisti, al solito, scettici sulla effettiva capacità dei produttori di rispettare poi l’obiettivo. Anche se, col petrolio ormai intorno ai 40 $ al barile, ben 11 dei 12 Stati dell’organizzazione (tutti meno l’Arabia saudita, il più rilevante), ma anche Russia e Messico, dovranno fare i conti con deficit di bilancio importanti.

Questo anche se alcuni analisti, predicono che i 40 $ al barile però segnano ormai il fondo (Frank Schallenberg della Landesbank) ed altri (come Gordon Gray della Collins Stewart) parlano di gradualità verso un primo tetto, ancora basso, sui 50-55 $ al barile dovuto al fatto che, comunque, l’indisciplina dell’OPEC, e specie proprio del’Arabia saudita è notoria e, soprattutto, continua la persistenza di una crisi di domanda. Tanto reale che, intorno a Natale, malgrado le opinioni contrarie il valore di un barile di greggio cala addirittura a sotto i 35 $.

La previsione è che se l’OPEC non riesce a disciplinarsi subito e ad imporre, con efficacia, i tagli che ha deciso di fare, i prezzi nel breve periodo andranno ancora più a rotoli. Che non è un bene neanche per i paesi consumatori, in quanto mette nuovamente fuori prezzo tutti i programmi alternativi di cui, sotto il peso dei 100 e più dollari al barile, si era cominciato a parlare…

E il cri du coeur con cui uno dei gli osservatori americani più attenti e preoccupati  insiste sul tema affrontando di petto il problema posto da questa altalena dei prezzi. Lo fa attirando l’attenzione su quanto espone un articolo apparso qualche giorno prima su un foglio finanziario influente, CNNMoney.com: “Dopo quasi un anno di vendite al ribasso, i prezzi ridiventati bassi della benzina e gli incentivi importanti destinati ad aiutarne la vendita stanno riaccendendo il gusto tutto americano per le grosse autovetture.

   A dicembre, la vendita di grandi divoratrici di benzina e di SUV supererà quella di vetture normali… qualcosa che non era successo dal febbraio 2008. E le previsioni sono che le vendite di auto ibride scenderanno ora di molto”. Su, giù; su, giù; su, giù… E il commento: “è di nuovo una bella mattinata… per l’Arabia saudita [10]. E per i petrolieri, ovviamente, che stanno rivincendo la loro battaglia politica di fondo e di sempre.

Una dozzina di grandi produttori ed esportatori di gas naturale[11], intanto, su iniziativa e col sostegno della Russia, stanno tentando di organizzare una qualche federazione, o cartello, od organizzazione – chiamatela come volete – che, sul modello dell’OPEC e di tanti altri cartelli (per dire, quelli dei beni alimentari, dei minerali, delle banche centrali, sempre formalmente smentiti ma non per questo meno reali) mira a stabilizzare i prezzi globali sul mercato del combustibile. Per ora probabilmente, cioè, ad aumentarli.

Putin, che ha presieduto la prima riunione nel corso della quale è stato formalizzato l’impegno e scelta Dubai come quartier generale dell’organismo, ha detto con assoluta chiarezza che “il forum rappresenterà gli interessi di produttori ed esportatori sul mercato internazionale”. E ha annunciato, molto seriamente e anche minacciosamente per gli altri interessi in questione (i nostri, di paesi consumatori) – ma anche dicendo una verità che difficilmente potrà essere nel medio termine negata – che “il tempo delle fonti di energia a buon mercato e del gas a buon mercato, sta sicuramente arrivando alla fine”.

Molti dei paesi sono anche e già membri dell’OPEC, però, che come s’è visto ha appena deciso di tagliare il flusso sul mercato di oltre due milioni di barili di greggio e, per bocca del ministro del Petrolio libico, Shokri Ghanem, hanno chiesto alla Russia di dar seguito al mezzo impegno preso di tagliare anch’essa le sue forniture: cosa che, in verità, ha aggiunto acidulo e veritiero, “stiamo sempre aspettando”.

E’ un altro settore nel quale, malgrado le contraddizioni ancora esistenti al suo interno, la Russia sta facendo sentire il suo nuovo peso, rendendo più difficile il trucco da sempre praticato dai paesi acquirenti di giocare l’un contro l’altro i venditori. La mossa contraria, e l’unica che sembrerebbe sensata, non è certo quella di invocare vanamente un libero mercato che intanto non c’è e che se ci fosse nessuno saprebbe davvero dove trovare se non nel meccanismo offerta/domanda – che funziona, però, a modo suo, non sempre a favore dell’uno ma spesso anche dell’altro – ma quella di formare, per così dire, un contro cartello.

Ad esempio un’agenzia per la contrattazione energetica, dell’Unione europea propriamente, e certo prima una politica energetica europea che non resti allo stato del pio desiderio o dei vuoti progetti elaborati dalla Commissione ed approvati un mese fa, in linea di principio – niente di concreto, cioè – dal Consiglio europeo…

Su tutt’altra questione, sui rapporti USA-Cuba, è stata l’Associazione nord-americana delle Camere di Commercio – in nome della libertà del commercio, appunto, e non certo di esigenze di giustizia o di una ragione politica, a premere per prima, senza perdere tempo, sul presidente-eletto Obama perché allenti presto (“siamo a favore della rimozione completa di tutte le restrizioni agli scambi e al turismo con Cuba, ma ci rendiamo conto che il cambiamento potrà non essere completo subito, anche se deve cominciare da qualche parte e deve cominciare adesso”) la stretta imposta dall’embargo statunitense agli scambi con Cuba[12].

Una punizione ormai sostenuta, oltre che dagli ideologi anticastristi ormai orfani di Castro, quasi solo, ma con convinzione calante, dalla comunità dei cubani esuli a Miami. Ma una misura fuori tempo, fuori luogo e fuori senso da decenni per tutti: appunto da decenni, lo confermano anno dopo anno le risoluzioni sul tema dell’Assemblea generale dell’ONU. Precisamente da diciassette anni, l’ultima lo scorso 29 ottobre (185 sì, per la fine del boicottaggio, e 3 no)[13], che hanno visto votare contro alle Nazioni Unite sempre e da soli gli Stati Uniti, che le sanzioni le imposero all’isola caraibica con Kennedy per essersi alleata nel 1961 con l’allora Unione sovietica.

Non rimanevano mai proprio da soli, però, gli USA perché, per dovere di dipendenza Israele s’è sempre schierata con loro e, per grazia ricevuta (sovvenzioni ottenute: un’entrata che, a questo titolo, prevedibilmente cesserà con Obama) con loro hanno votato le… Isole Palau. Mentre Micronesia e le isole Marshall si sono astenute… Ma siamo ormai con ogni probabilità all’estinzione annunciata di quest’altro dinosauro della guerra fredda.

Anche in questo angolo d’America – la Florida, che finora con la sua colonia cubana aveva dato i suoi suffragi in maggioranza, e con essa il pacchetto dei suoi voti elettorali, ai repubblicani – l’ondata Obama stavolta ha prevalso: col 50,9% dei suffragi contro il 48,6 di McCain. Mentre, perfino nella contea di Miami Dade – quella della Little Habana e del serial televisivo CSI Miami – ha preso stavolta il 10% in più dei voti di Kerry del 2004, anche se solo il 35% del totale.

Ma tra gli elettori con meno di 29 anni Obama, il 4 novembre, ha vinto con il 55%. E’ che sta scomparendo Castro, ma scompare anche – e per lo stesso motivo – la gerontocrazia anticastrista che per decenni ha promesso, a se stessa, di rivedersi “l’anno prossimo a l’Avana”, inchiodando all’immobilismo la politica americana.

Riunione, diciamo, “diversa” in Brasile, nel centro turistico di Sauípé nello Stato di Bahia, dove il presidente Lula ha riunito praticamente tutti i leaders latino-americani, e dei Caraibi, tenendo accuratamente fuori dall’invito nord-americani e europei: promuovendosi anche così, da una parte, a leader indiscusso del subcontinente e affermando, dall’altra, una comunità di interessi e, sullo sfondo, anche di ideologia, di valori comuni, tra paesi sudamericani: come tali, senza l’ingombrante e schiacciante presenza del vicino protettore/oppressore del Nord.

Stavolta – la grande novità – era presente con gli altri paesi, tutti in pratica (Lula ha mandato a prendere i capi di Stato e di governo dei paesi più poveri del subcontinente dall’ aviazione militare brasiliana: gli unici numeri uno non intervenuti, i presidenti di Colombia e Perù), anche Cuba, col presidente Raúl Castro dopo decenni di ostracismo voluto da Washington e che si sono potuti superare solo escludendo Washington (chi sa se, adesso, ha capito di non contare più come una volta, di non poter più mettere veti). Una presenza, magari per conformismo, adesso salutata da tutti, anche dai più ostentatamente vicini agli Stati Uniti, come la Colombia.

E, mente il presidente venezuelano Chávez salutava il rientro “storico” di Cuba nella famiglia latino-americana, “un paese che avrebbe dovuto essere sempre con noi e con il quale adesso siamo al completo”, gli attacchi ai nord-americani non sono mancati. Ci ha dato giù lo stesso Lula, sottolineando che “nel mezzo di una crisi globale senza precedenti, i nostri paesi stanno scoprendo di non essere affatto il problema e che, anzi, se lavorano insieme possono essere parte della soluzione”… E Castro – come avrebbe potuto fare ormai, forse, anche un Tremonti qualsiasi – ha parlato, a ruota, di modello “neo-liberista” e “mercatista” statunitense come dell’imputato principale della crisi.

I centri studi nord-americni che seguono l’America latina concordano tutti. Dice Peter Hakim, dell’Inter-American Dialogue che “il Brasile sta così dimostrando il suo enorme potere di ‘convocatoria’ ”, fino ad ora esclusivo degli Stati Uniti nelle Americhe. E afferma il direttore del programma di Studi latino-americani della Johns Hopkins University, Riordan Roett, che “gli Stati Uniti non sono e non saranno mai più l’interlocutore maggiore, sine qua non, per i paesi della regione[14]: non dopo che la Cina ha rimpiazzato gli USA come destinatario principale delle sue esportazioni; non più dopo che a fine novembre il presidente russo, Medvedev, ha fatto riaffacciare il suo paese nella regione, in una visita che i media cileni hanno definito trionfale sul piano diplomatico-commerciale-politico… e non solo a Cuba[15].  

in Cina

L’inflazione cresce meno delle aspettative, al 2,4% a novembre, il tasso più basso dal gennaio 2007, ben sotto l’aumento del 4% che s’era verificato un mese prima: discesa giustificata dalla decelerazione secca dei prezzi delle derrate alimentari e di quelli all’ingrosso. L’attesa di inflazione per il 2009 è adesso a non più di uno 0,5% di crescita con rischi, anzi, di qualche pressione deflazionistica nei prossimi trimestri.

Diventano più visibili i segnali di rallentamento economico. E le esportazioni si riducono del 2,2% a novembre sullo stesso mese dell’anno prima, per la prima volta dal giugno 2001, con l’import in calo nello stesso periodo del 17,9%. Dal 2000 al 2006 le esportazioni erano cresciute al ritmo medio del 26% ogni anno. Però, lo scarto del calo tra import ed export si traduce comunque in un attivo record mensile di 40,1 miliardi di $. Comunque il ribasso assoluto porta la Banca centrale ad abbassare il tasso di sconto di 75 punti base, al 2%, un terzo più delle aspettative del mercato e per la quarta volta da settembre ad oggi[16].

La crescita rallenta e, in particolare, il calo dell’export potrebbero adesso obbligare a prioritarizzare diversamente le tendenze di sviluppo che erano state definite per l’economia: Hu Jintao aveva appena concluso, prima dello scoppio della crisi internazionale, una grande conferenza di politica economica a livello nazionale (partito, economisti, università) avviando il riordinamento delle priorità di sviluppo che, ufficialmente, avrebbero d’ora in poi dovuto spostare gradualmente le priorità dalla crescita comunque, nuda e cruda, verso il disinquinamento ambientale e il riequilibrio città-campagna.

Anche il colossale piano di salvataggio economico (586 miliardi di $ che il governo ha stanziato poco più di un mese fa[17]) era finora indirizzato prioritariamente ad aumentare i consumi interni, a migliorare il divario dei redditi e delle condizioni di vita tra città e campagne ed a ripulire qualche po’, diminuendo l’uso del carbone, il cielo grevemente giallastro delle aree urbane e industriali in tutto il paese. E adesso?

Adesso stanno svalutando lo yuan e riparlando di tagli alle tasse sulle imprese estere per rilanciare l’export, e qualcuno parla di dover rallentare la pressione che da qualche tempo veniva esercitata, attraverso il sindacato ufficiale, e con qualche significativo successo (le filiali di Wal-Mart che, in America, non consente al sindacato di entrare, qui si sono dovute piegare alla legge cinese) perché le grandi imprese estere che operano in Cina si aprissero alla sindacalizzazione ed a condizioni di lavoro più decenti per i loro dipendenti cinesi.

Bisognerà, ora – per quel che conta e che possiamo fare qui dall’Italia, dall’Europa (non è molto, ma qualcosa si può) – stare a vedere, con attenzione e senza far sconti, quel che effettivamente avverrà, qui in Cina. Perché è proprio vero, come si cominciò a dire nel ’68, che la Cina è vicina… Ma oggi lo è mille volte di più.

nei paesi “emergenti”

Dopo anni e anni in cui l’India, come la Cina, come altri grandi paesi del Terzo mondo sono stati incolpati, in America e altrove, di aver provocato, o almeno largamente facilitato, la perdita di milioni di posti di lavoro nei paesi più “sviluppati” – a causa del loro costo del lavoro basso e delle condizioni di lavoro depresse che invogliavano il padronato multinazionale alla delocalizzazione di produzioni e lavori – la stessa medicina amara sta toccando a loro[18]. Proprio all’India, in specie, che più della Cina s’era forse specializzata nel lavoro high-tech.

Mumbai, la vecchia Bombay, capitale finanziaria e commerciale dell’India che a fine novembre è stata il bersaglio dell’assalto terroristico e coordinato che ha fatto quasi duecento morti, da parecchio tempo prima della temporanea paralisi delle attività che, per qualche giorno, quell’attacco del fanatismo probabilmente islamico le ha inflitto, stava soffrendo del rallentamento dell’economia globale e patendo gli effetti che la fuga di capitali di investitori esteri impauriti verso la (vera o forse più presunta che vera) sicurezza offerta loro dai bonds americani.

Banche minate da questi ritiri e bilanci di imprese locali in grave sofferenza, stanno portando il paese a sentire duro su produzione ed occupazione il morso che la crisi globale impone all’economia e alla finanza, traducendosi nella stretta forte di cinghia (congelamento e taglio di salari, di posti di lavoro) alle imprese indiane high-tech, proprio ed in specie delle aziende che erano state delocalizzate nel paese da tanti altri.

Anche qui il governo ha lanciato un pacchetto di stimolo economico per 200 miliardi di rupie, cioè per 4 miliardi di $ a inizio dicembre. La Banca della riserva indiana, il 6 del mese, ha tagliato di un punto il tasso di sconto al 6,5%: la terza riduzione in meno di due mesi[19].

Intanto, pare purtroppo facile la previsione che, dopo l’attacco a Mumbai, e dopo un periodo prolungato di relativo autocontrollo, si manifestano diversi segnali a indicare che è probabile una reazione indiana prossima ventura, anche preventiva, verso obiettivi militanti islamici in Pakistan. Gli Stati Uniti sono preoccupati perché uno scontro a questo livello complicherebbe loro maledettamente la guerra in Afganistan.

Islamabad, su questo piano, sul Kashmir, può fare per ragioni interne pochissime concessioni reali all’India e, infatti, pare che stia già spostando truppe (qualche battaglione, una brigata?) dalle zone di confine con l’Afganistan a quelle con l’India e, in specie, proprio alle frontiere del Kashmir[20]. Anche per questo salgono le tentazioni, da entrambe le parti, di cercare di uscire dall’impasse reciproco con qualche avventurosa operazione d’attacco “chirurgico”… Che, però, potrebbe innescare una guerra ben diversa da quella pianificata dagli Stati maggiori e ipotizzata dai contrapposti regimi, più vasta e più acuta (Pakistan e India hanno armamenti nucleari ambedue)…

Contro ogni tendenza, la crescita in Brasile, da luglio a settembre, è stata del 6,8% più elevata che nello stesso periodo del 2007, per la forte espansione del settore edilizio e dell’agribusiness[21]. Che, però, subito dopo, da ottobre – specie per le costruzioni civili – sembrano aver risentito parecchio del calo globale dell’economia.

EUROPA

La BCE, a inizio dicembre, ha seguito – assicurando ovviamente di non averlo fatto e di aver deciso da sé – le indicazioni politiche che le venivano da ogni parte, sia perché finalmente s’è convinta essa stessa (l’inflazione, con la recessione in atto, non riesce a mettere paura, ormai, nemmeno ai banchieri di Francoforte: a novembre, una stima ancora provvisoria la dà in calo dal 3,2 al 2,1% nell’eurozona), sia perché finalmente s’è sentita costretta a dar seguito concreto alle parole di “ammonimento”, diciamo pure così, che venivano dalle autorità politiche europee: tagliare, tagliare i tassi ancora e di più.

Ad ottobre, del resto, la disoccupazione era salita al 7,7%, con vendite al dettaglio che, nel mese, scendono dello 0,8% e in un anno del 2,1 (-1,6 in Germania, - 2,3 in Spagna).

E ha perciò buttato giù il tasso di riferimento di sostanziosi 3/4 di punto (il massimo taglio di sempre) dal 3,25 al 2,50%[22] (il più basso da oltre dieci anni: a ottobre e inizio novembre, i tagli erano stati sempre dello 0,50%: già molto audaci per le abitudini della casa ma, già, indicativi di un quasi panico sullo stato dell’economia reale); mentre la Banca d’Inghilterra abbassava il suo tasso di sconto (continuando anch’essa in una serie che dura da tempo) di un tondissimo punto percentuale, dal 3 al 2% (il tasso di sconto più basso da quando la BoE venne fondata nel 1694).

Mentre gli inglesi hanno detto che ormai sono perfino pronti ad andare a zero, pur di riuscire a rilanciare un po’ di ripresa, la BCE è stata molto meno sanguigna e decisa: sì, l’economia dell’Europa è nei guai, certo secondo la Banca ormai siano “a un grado eccezionalmente alto di incertezza soprattutto per il potenziale di un impatto ancor più significativo sull’economia reale delle turbolenze sul mercato finanziario”…

Insomma, dice proprio così: di temere un impatto ancora più significativo, la Banca. Parole che fanno tremare le vene, smielate però dall’esortazione non si sa, a questo punto, se più cretina o più irresponsabile (alla Cavaliere, per intenderci) che bisogna, appunto, “avere fiducia [23].

Che sarà pure giusto, ma intanto è anche vero che sarebbe stato ben strano se, di tutte le grandi banche centrali del mondo, la BCE fosse rimasta la sola a insistere su una posizione inflessibile. Anche perché la parola “fiducia” suona quasi blasfema talvolta anche su questo piano, come quella che da noi qualcuno predica alla famiglia che ha un reddito di 6.000 € all’anno, cioè 16 € e 40 ¢ al giorno, che magari con 40 € al mese in più di social card (1 € e qualcosina al giorno) dovrebbe salvare l’economia mettendosi a consumare di più… Insulto alla povertà, dicevamo, ma ancor più insulto all’intelligenza. Tra le righe, però, si capisce bene che i governatori del Banca stavolta hanno proprio paura.

Le proiezioni sull’andamento del PIL di questo trimestre, e dei prossimi, indicano che negli ultimi tre mesi dell’anno scenderà oltre lo 0,5% finora previsto, giù allo 0,7, che nel primo del 2009 si contrarrà ancora dello 0,6 (dallo 0,2 finora pronosticato) e nel secondo di un altro 0,2%, dallo 0 fino ad ora previsto[24].

Il Bollettino mensile della BCE di dicembre[25] che esce, come al solito, la settimana dopo la presentazione delle decisioni del Consiglio dei governatori sui tassi, conferma, in modo più argomentato ed esteso, le prospettive presentate nella conferenza del presidente della Banca centrale che a inizio mese aveva, appunto, abbassato il tasso della percentuale maggiore di sempre:

• prende atto, nel capitolo che esamina il quadro internazionale, del fatto che le cose vanno assai male dovunque: in particolare, che i “mercati emergenti, in questi ultimi anni uno dei pilastri principali della crescita globale, sembrano anch’essi ormai colpiti da condizioni economiche che peggiorano” mentre le previsioni sull’economia americana si vanno significativamente deteriorando rispetto alle tensioni finanziarie di metà settembre: al punto che “attività e produzione potrebbero rallentare ancora”;

• nel capitolo sulla situazione monetaria e finanziaria, viene scritto che “non ci sono finora indicazioni che l’intensificarsi delle turbolenze finanziarie abbia condotto a restrizioni significative della disponibilità a concedere prestiti al settore privato non finanziario preso nel suo insieme”: valutazione che, però, sembra esprimere un ottimismo della volontà francamente in controtendenza rispetto al buon senso e, soprattutto, all’esperienza verificata in corpore vili, sui mercati come sono e non come la Banca vorrebbe credere e farci credere che fossero— perché le restrizioni nel credito ci sono, le sperimenta ogni aspirante creditore sulla propria pelle e non sono affatto “eccezioni”, come racconta il Bollettino;

•  la sezione prezzi e costi del Bollettino conferma la valutazione della B           anca che prezzi delle materie prime in calo e calo della domanda “condurranno al ribasso dell’inflazione nei prossimi mesi”;

• infine, i capitoli del Rapporto su produzione, domanda e mercato del lavoro evidenziano una prospettiva quanto mai depressa: specie sulle attese di disoccupazione. Annota il Bollettino che “le previsioni a breve sulla produzione si sono nettamente deteriorate nei mesi recenti” con chiusure di impianti in certi settori prolungate dovunque “intorno a Natale, cancellazione di ordini e  crescenti preoccupazioni sull’impatto per la produzione e l’occupazione di condizioni di credito che [ah, ma allora – al contrario di quel che ci avevano appena finito di dire nel capitolo sulla finanza e il credito – è così!!] si fanno dure e si rarefanno”.

L’economia europea, che nel suo complesso mette insieme anche un PIL qualche po’ maggiore di             quello americano è sicuramente nei guai quanto la consorella, con i problemi più acuti alla periferia (Lituania, Ucraina…) ma ormai anche nelle economie maggiori (Italia, Francia, Gran Bretagna ma anche e soprattutto, Germania…). Però anche qui, come negli USA, abbassare i tassi è ormai quasi al limite: si può sforbiciarli ancora, ma non più di tanto (però, non è detto, almeno in America… la Fed, il 16 dicembre, abbatte praticamente il tasso principale di interesse: da zero a 0,25% , visto che “le previsioni per l’attività economica sono ancora peggiorate[26] (è una notizia non proprio da poco, che commenteremo più avanti nel capitolo sugli STATI UNITI).

Quindi, proprio e soprattutto per l’Europa, uscire dal peggiore buco nero delle economie reali dalla Grande Depressione degli anni ’30 del secolo passato oggi è possibile, in pratica, solo facendo ricorso ad una politica fiscale – cioè di bilancio – europea coordinata, anzi concordata, co-decisa e aggressiva: aumento di spesa pubblica e taglio di tasse per rilanciare investimenti e soprattutto domanda.

Nella diatriba che attualmente paralizza l’Unione tra Merkel, da una parte, e Gran Bretagna, Francia e Italia dall’altra, è la signora no, la Merkel che ha torto quando dice al partito cristiano-democratico di “non voler partecipare, per riscattare l’economia dell’Europa, alla corsa insensata ai miliardi”.

D’altra parte, questa tedesca è una linea perfettamente bipartisan: il ministro delle Fianze e vice-cancelliere social-democratico Peer Steinbrück, non solo ha rifiutato di accettare che anche la Germania, ormai, ha bisogno di uno stimolo serio per la sua economia, ma si è lasciato andare a denunciare la “crassa linea neokeynesiana” degli altri: il ministro dell’Economia social-democratico! Ma farebbero meglio a ripensarci, i tedeschi― e presto, prima che sia troppo tardi:  non fosse altro perché se non partecipa per la parte che le compete a riscattare l’economia dell’Europa, chi gliele importa più alla Germania le sue esportazioni?

Certo è che è tragico, e preoccupante, vedere l’Europa – oggi che gli inglesi finalmente sembrano avviati sula via di Damasco e arrivano a capire che bisogna lavorare insieme – paralizzata dal Nein  riottoso del pilastro tedesco di un europeismo serio. Non durerà per sempre: i dati più recenti della crisi che arriva durissima anche, e come, in Germania costringeranno la coalizione a mollare e lavorare con gli altri.

Ma, come in America, il problema vero ormai “è il tempo. In tutto il mondo, tutte le economie stanno affondando e rapidamente, mentre tutti aspettano che qualcuno, chiunque, offra una risposta efficace di policy. Il nodo è quanto sarà il danno fatto prima che arrivi quella risposta[27].

In questa condizioni, e con queste remore, sembra tutto di routine, o quasi, a Bruxelles, il 12 dicembre, quando il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo, si è trovata a ratificare una proposta della Commissione per far fronte alla crisi. Proposta delineata già il mese scorso:

• spendere 200 miliardi di € di cui solo 30, però, dalla UE e dalla Banca europea degli investimenti e il resto dai singoli governi che, a questo punto, non si vede bene perché – tirando loro fuori i soldi e non essendo chiamati a stanziarli e gestirli insieme: non sia mai che questa Commissione di smidollati totali osi fare una proposta così eversiva… – dovrebbero come poi Bruxelles ipotizza lasciarsi da essa coordinare;

• la conferma della sacralità del Patto di stabilità, ma… con eccezioni e interpretazioni flessibili, e bla bla bla;

• e investimenti un po’ a pioggia di queste spese, così niente affatto straordinarie, su tutte le iniziative descritte, e da tempo dormienti – insomma, altro bla bla – della cosiddetta strategia di Lisbona.

Scrive, dopo aver grosso modo sintetizzato così la proposta della Commissione europea, il prof. Quadro Curzio, istituzionale e moderato com’è, che al piano “manca la forza delle grandi decisioni che la UE ha saputo prendere in passato[28].

E non serve, per prender coscienza della pochezza del Barroso di cui oggi ci dobbiamo contentare (perché – è stato detto, pressoché ufficialmente, e del resto si sa da sempre – è stato scelto così debole, trovandolo del tutto consenziente peraltro, perché così l’hanno voluto i governi accettando la sua candidatura, del resto avanzata precisamente per questo da Blair), neanche il richiamo alla mitica presidenza Delors bastando quello alla Commissione presieduta da Prodi che “varò l’euro, l’allargamento (forse eccessivo), il trattato di Nizza, la Convenzione europea…, anche insuccessi… ma innegabili risultati”.

Sarebbe stato assai meglio anche e perfino – ma questi avverbi sono nostri e non di Quadrio Curzio che lo appoggiava proprio senza riserve – il “Fondo comunitario come proposto da Giulio Tremonti favorevole all’emissione di titoli di debito pubblico europeo per rilanciare la crescita”.

Già, ma non ci stava la Merkel, impaurita per il fatto che, proporzionato alla forza attuale della sua economia e non alla quota di debito pubblico, il peso maggiore sarebbe stato sulle spalle della Germania...; non ci sarebbe stato certo Tremonti, se gli avessero detto che la sua idea veniva accolta a patto che la proporzione sarebbe stata traguardata al debito pubblico di ciascun paese (e col livello del nostro…); non ci stava il britannico Brown, cui l’idea piaceva pure ma non se dava (come avrebbe dato) troppo potere di coordinazione ma, di fatto, di decisione all’Unione…

Il fatto è che se uno, come Barroso ed i suoi ventisette Commissari-nanetti – per l’Italia, c’è Antonio Tajani… – il coraggio non ce l’hanno mica se lo possono dare, come insegnava l’immortale don Abbondio.

Ma José Manuel Durão Barroso, nominalmente alle redini dell’Unione europea, è uno che non si risparmia niente per mettere in evidenza la propria assoluta vacuità e, adesso, con un forzatura di cui francamente non si sentiva il bisogno, anticipa non solo i tempi ma anche le speranze – sue – o gli incubi – di altri – di cui non si sentiva proprio il bisogno.

Se ne esce proclamando, cosa che nessuno gli aveva chiesto di fare, che alcuni esponenti politici britannici (“quelli che contano”, dice, che in effetti non depone a favore della sua concezione della democrazia, no?; non solo, poi: ma non dice chi sono, non dice chi glielo ha detto, non dice quando: e dice, invece, solo quel che si sapeva: “alcuni”, appunto…) stanno seriamente considerando di entrare oggi nell’euro per tentare di arginare gli effetti della crisi economica globale che si vanno scaricando in modo inusitatamente pesante proprio sul Regno Unito, sulla sterlina, sulla sua indipendenza spocchiosa.

Insomma, se ieri la City, e la fitta presenza britannica nel mondo finanziario, erano il grande privilegio di Londra rispetto, per esempio, a Roma. Ma ora, con la finanza e la City in crisi profonda e la sterlina a sopportarne il peso nel proprio ormai nient’affatto più splendido isolamento, sono diventati una pietra al collo del governo di Sua Maestà.

Ma questi sono, comunque, inglesi e di quelli che quando si svegliano la mattina dicono che il mare procelloso della Manica separa, e continua – continuerà – sempre a separare, il continente dal Regno Unito… In altri termini, questa richiesta non la faranno mai ed evocarla da fuori è visto e vissuto come pura provocazione: con i conservatori non ne parliamo neanche, la maggior aperte di loro sono addirittura eurofobici, per cervello, per tradizione, per cultura e per… conservazione, appunto— ma anche con Brown a Downing Street c’è un esemplare politico parecchie volte più euroscettico del pur euroscettico Blair,

In realtà, Barroso cade nella trappola di quei filoeuropeisti, che pure nel governo britannico ci sono – come il ministro per le attività produttive Mandelson, ex Commissario europeo tornato in emergenza a far parte del governo e, più languidamente, il ministro degli Esteri Miliband – che cercano di forzargli la mano per premere così sull’opinione pubblica interna, ma in modo prevedibilmente controproducente e, beninteso comunque, nella versione di un’Europa sempre annacquata, come integrazione politica ed economica propria, e sempre integrata, invece, alla visione atlantica che la lega indissolubilmente e subordinatamente agli Stati Uniti d’America.

Cercano di forzargli la mano – solo gettando il sasso, però – gli europeisti liberisti dentro il governo, ma Brown non ci sta e lo fa dichiaratamente sapere (il portavoce dice soltanto, e  ovviamente, che “il PM non ha commenti da fare” e che “la nostra posizione rispetto all’euro resta quella che era— non è cambiata di niente[29]. D’altra parte con 11-15 punti di ritardo in tutti i sondaggi sul partito conservatore, dichiaratamente contrario a ogni fosse pure solo formale ”cedimento” all’Europa, un pilastro del no all’euro come Brown – uno che, a suo tempo, riuscì a bloccare ogni pur timido tentativo di approccio di Blair – non rischierà certo adesso di diventarne un sostenitore[30].

Lo sanno tutti. Lo vedono tutti. Non lo vede soltanto quel guercio politico di Barroso… Che sulla carta però – sulla carta perché bisognerà vedere come tutti daranno seguito, con coerenza, agli impegni assunti: anzi, riconfermati – riesce a tirar fuori alcuni risultati concreti, sia sul piano istituzionale sia su quello del che fare, al Vertice dell’Unione di Bruxelles dell’11 e 12 dicembre[31]:

1. C’è anzitutto l’accordo con l’Irlanda che, diciamo entro un anno – data, però, non meglio specificata – rifarà il suo referendum per aderire al Trattato di Lisbona: con un marchingegno, poco sottile ma certo ingegnoso per conciliare l’esigenza giuridica di non modificare un Trattato che adesso è stato già ratificato dalla gran parte dei paesi membri, ma rinviando – diciamo così – la scadenza della ratifica stessa con l’impegno assunto da tutti nei confronti dell’Irlanda a qualche revisione nuova, pochissime e irrilevanti, ma anche formali: in modo che agli elettori al referendum si possa senza mentire formalmente, appunto, raccontare che quello sottoposto al voto è un Trattato diverso – per poi incorporare la revisione light, molto light, quando ci sarà tra due o tre anni il prossimo allargamento (la Croazia, si prevede) che richieda una ratifica formale da parte di tutti.

2. C’è il superamento del vaghissimo accordo di principio formattato qualche mese fa sulla politica energetica e di abbattimento dei gas serra dell’Unione europea dalla Commissione, che è stato rimpolpato ora dallo stesso Vertice. Dove l’Italia, alla fine, malgrado il no pasaran tonitruante del Cavaliere (l’abbattimento delle emissioni di CO2 costa troppo all’industria italiana. che è un fatto… ma solo perché, come al solito, e come sempre in Italia, ci si riduce all’ultimo minuto…) non è riuscita a far deragliare l’accordo – già molto lasco – abbassando la soglia dell’impegno alla riduzione delle emissioni di gas serra tra dodici anni.

Questo impegno – del “triplo 20” come l’hanno chiamato: la riduzione del 20% al 2020 rispetto alle emissioni del 1990, il taglio dei consumi energetici del 20% a quella data e il 20% per allora del totale di produzione energetica dell’Unione in energie rinnovabili.

Ma in realtà neanche Berlusconi davvero pensava ad affossare l’accordo[32]... La possibilità di un vero e proprio veto italiano, anche se come poi è stato non è stata ottenuta alcuna vera modifica strutturale perché come il Cavaliere steso ha riconosciuto “il contraccolpo politico e di prestigio sarebbe stato devastante” sulla quarta economia dell’Unione, era un bluff neanche troppo coperto…

Il fatto, però, è che malgrado il pompaggio fatto, in specie da Sarkozy e da Barroso, sull’impegno europeo, “il più serio e significativo oggi al mondo”, alla fine l’ambizioso piano inteso a ridurre l’inquinamento climatico tiene fermi gli obiettivi ma fa larghe concessioni, annacquandoli, ai grandi inquinatori dell’industria europea: Polonia, Italia, ma anche Germania che, pure, è tra i paesi da questo punto di vista più virtuosi ma, proprio perché tali, più duramente restio a fare qualcosa di più prima che la facciano gli altri[33].

C’è chi, autorevolmente, anzi sostiene che “il nuovo accordo sulle emissioni sia proprio un disastro. [Soprattutto] “perché Angela Merkel è pronta sì a diventare verde, ma solo quando la cosa non farà male al big business tedesco[34]. Come, a veder bene, un po’ tutti…

In definitiva, tutti i 27 paesi dovranno investire in energia rinnovabile per portare al 20% la parte rinnovabile della produzione energetica e dovranno, fra tutti, ridurre del 20% le emissioni di gas serra. Attraverso un pacchetto di incentivi e disincentivi fiscali e dei quote di CO2.  Ma quanto, dove e come, con quante deroghe e quali eccezioni, e per quanto tempo, non è ancora chiaro né tanto meno pacifico. E lascerà tempo e spazio a un contenzioso vivissimo…   uanto, dove,m come e e con qjuali eccezioni e deroghe (molte però) non è affatto chauiro e lascerà il posto a congtentziosi  

3. Sul fronte Europa-NATO, al vertice di Bruxelles viene raggiunta un’intesa di principio – senza più remore dichiarate, ora neanche da parte britannica – sul fatto che l’Europa deve puntare a una sua politica di difesa, distinta anche se non obbligatoriamente diversa, da quella della NATO.

Ma, soprattutto, non è stata aperta nessuna corsia preferenziale, come in origine volevano gli americani, e anzi c’è stata la conferma scontata di quella che sarà, inevitabilmente, una lunga attesa – forse senza sbocchi, se i richiedenti prima non si daranno una regolata essi stessi – per Georgia e Ucraina. Merkel[35] aveva già ricordato a Bush, seccamente, che, secondo lo spirito del Trattato, alla NATO non può aderire un paese che abbia aperti contenziosi territoriali— e meno di cinque mesi fa la Georgia ha fatto guerra alla… Russia e, naturalmente, l’ha persa. E l’Ucraina è squassata da una durissima campagna elettorale che vede diviso l’est filo-sovietico dall’ovest filo-occidentale.

A Bruxelles, dove s’erano riuniti i ministri degli Esteri della NATO prima del vertice europeo  era arrivata la segretaria di Stato americana uscente, Condoleezza Rice, a dire a labbra ancora più strette del solito, ma papale palpale stavolta, che “Georgia e Ucraina non sono pronte per l’adesione. Questo è chiarissimo[36]: come se nessuno sapesse che, fino al giorno prima, lei e Bush in persona – certo per quel che vale ormai il loro parere: un fico moscio – avevano fatto lobby sfrenata per far dire alla NATO di sì. Ma ci voleva l’unanimità[37]

Non rinuncia, però, alla necessaria predicazione del verbo – dopo tutto è stata ed è sempre al servizio di Bush, la Rice – anche se dopo la sua precedente ammissione si tratta di una predicazione del tutto vacua, specie quando passa ad “ammonire”, con quale presunta autorevolezza ormai proprio non si capisce, che la NATO non dovrebbe cooperare più da vicino con la Russia, almeno fin quando non accennerà a comportarsi meglio, dopo “l’invasione della Georgia[38].

Si dà il caso, per lei e per il suo capoccia, però, che nella NATO chi conta ormai ha saputo, se mai ne avesse dubitato, di come è andata davvero e di chi ha iniziato la guerra d’agosto. Per cui manco la stanno più a sentire. Tanto più che, con la scusa di andare a vedere quanto è successo a Mumbai, taglia al minimo il tempo della sua presenza a Bruxelles e queste “ammonizioni “ le rilascia non a Bruxelles ma a Londra…

Per cui la riunione ha discusso soltanto di fin dove dovessero, potessero e volessero ormai spingersi le commissioni miste NATO-Ucraina e NATO-Georgia (non una sola per tutte e due, come loro avevano chiesto, sostenute dalla Rice che, ora, dice “dovrebbero intensificare dialogo e attività con Georgia e Ucraina”…, mentre gli altri più saggiamente hanno detto che staremo a vedere.

Il fatto, duro da trangugiare per gli USA di Bush – bisognerà vedere adesso per il suo successore[39] – è che sulla Russia la pensano tutti diversamente da loro. Certo, per non far notare troppo che la Russia ha pesato – e come – sulla decisione finale, hanno ripetuto che nel comunicato che, “eventually”— alla fine, prima o poi, chi sa…, Ucraina e Georgia entreranno nell’Alleanza…

Sui rapporti con la Russia, in effetti, tutti i principali alleati e membri della NATO in Europa concordano: Germania, Francia, Italia (Berlusconi, su questo punto, si muove in sintonia con loro e non vuole – lo ha detto chiaro[40]: certo bisognerà verificare se, poi, resta di questo avviso o meno… – vedere i missili anti-missili americani schierati ai confini russi sul suolo europeo); l’eccezione è la Gran Bretagna che, come sempre e a prescindere, a Bush dice sempre di sì, ma dopo Blair ormai si attiva solo di rado a dar seguito a quel che dice.

Sono tutti contrari ad ogni esasperazione, propensi a tener conto dei legittimi interessi di Mosca – del tutto normali, dopotutto: come il non trovarsi missili schierati ai propri confini contro di sé, come il non essere tacciati di aggressione quando si è stati aggrediti, ad esempio – e anche a considerare le sue preoccupazioni e, poi, legati finché non emergano, ma in concreto non a chiacchiere, soluzioni davvero alternative, alle forniture di gas e petrolio russo di cui hanno bisogno.

In Georgia, il presidente Saakashvili sta rimpastando il suo governo. In modo, però, singolare. Ha fatto del primo ministro, Lado Gurgenidze, il capro espiatorio del disastro bellico di agosto – senza dirlo ovviamente anche perché avrebbe causato una risata universale di scherno, avendo tutti visto e sentito chi in realtà avesse davvero cercato la guerra disastrosamente persa coi russi – e rimesso in pieni un gabinetto tutto di ex diplomatici: il nuovo primo ministro, Grigol Mgaloblishvili, trentacinquenne già ambasciatore ad Ankara; il ministro della Difesa, Davit Sikharulidze, già ambasciatore negli USA e rappresentante alla NATO; il ministro dell’Economia, Lasha Zhvania, già ambasciatore in Israele; e, ora, il ministro degli Esteri, Grigol Vashadze, già ministro della Cultura e dello Sport.

La designazione di quest’ultimo, in effetti, ha fatto sollevare qualche sopracciglio. Vashadze ha la doppia cittadinanza, georgiana e russa, e ha lavorato a Mosca dal 1990 fino a quando, nel febbraio scorso, prima della guerra, è tornato come ministro della Cultura a Tbilisi. E, a Mosca, ha lavopratp lavorato al ministero degli Esteri prima sovietico e poi russo.

Un curriculum che, nella Georgia di Saakashvili, non raccomanderebbe uno neanche per un posto di fattorino in un qualsiasi ministero georgiano ma che, avendo portato Vashadze alla carica di ministro degli Esteri, adesso va interpretato: “alla testa di un dicastero così cruciale per la Georgia potrebbe adesso rivelarsi come un ministro estremamente utile a Saakashvili, capace di telefonare ai suoi ex colleghi del ministero russo (come anche di avere contatti in altri corridoi moscoviti del potere) ma anche come un rischio grosso.

In ogni caso, questo strano ‘gabinetto degli ambasciatori’ illustra quanto e come la Georgia dipenda dalla diplomazia e dalla politica per sopravvivere come entità indipendente. Per farlo, la Georgia deve in qualche modo non mettere le dita negli occhi alle potenze estere che sarebbero in grado di shiacciarla quando e come vogliono[41]. Cioè, dovrebbe fare, ragionevolmente, proprio quello che finora non ha voluto fare…

Intanto, in Ucraina, nel tentativo di rimandare il redde rationem con l’opposizione (il partito delle Regioni di Yanukovich, che i media occidentali chiamano filo-russo e che, in effetti, è filo-russo  specie nelle vaste regioni del paese vicine e da sempre in sintonia di costumi, tradizioni e cultura – oltre che di lingua che è anche comune – col grande vicino dell’Est), i partiti fratelli-coltelli della cosiddetta coalizione arancione, filo-occidentale – quelli del presidente Yushenko e della prima ministra Timoshenko – sono riusciti, ri-impeccettandosi insieme (per l’ennesima volta: ma con la solidità che avrebbe da noi, sulla base del fatto che entrambi sono e si dicono sostanzialmente di destra, una coalizione per capirci tra Berlusconi e Di Pietro) ad evitare per qualche settimana, o qualche mese al massimo, elezioni legislative già convocate da Yushenko e che, per l’intero paese, sicuramente sarebbero traumatiche.

Ma tutte le profondissime spaccature personali e politiche del paese e nel paese restano aperte[42]… A cominciare dal fatto che il presidente Yushenko era in Lituania, quando i suoi e i seguaci della prima ministra hanno raggiunto questo nuovo precarissimo accordo[43] che, a posteriori, lui ha poi ratificato… Diverse fonti di intelligence, per lo più occidentali (americane, tedesche, inglesi…), insistono, in ogni caso, a parlare della natura del tutto tattica, di tregua temporanea all’interno della coalizione arancione, che a medio termine potrebbe rafforzare la mano dei russi.

Che hanno fatto capire a Timoshenko che, per quanto li riguarda – e, va da sé, nel totale rispetto della sovranità dell’Ucraina… –, in un prossimo futuro, loro la vedrebbero bene al posto di Yushenko: lei e non Yanukovich (che, contrariamente a quanto pensano alcuni, per loro è ormai “superato” comunque), lei, una “pragmatica” che non cerca conflitti e battaglie contro i mulini a vento come Yushenko ma è molto più interessata a garantire al paese un flusso garantito di gas e greggio russo.

Putin e Medvedev le chiederebbero in cambio di mostrarsi – come al contrario del suo bollente ed irrazionale alleato Yushenko è sembrata disposta a fare nel post-conflitto georgiano che ha “letto” sicuramente meglio del suo alleato-rivale – attenta anche, non esclusivamente, alle esigenze legittime del grande fratello dell’Est[44]. Così come, diciamo, il Canada è attento alle esigenze legittime del suo grande fratello del Sud.

E a metà dicembre, adesso, Gazprom ha fatto sapere che, se la Naftogaz dell’Ucraina non paga entro fine anno il debito che ha accumulato per il gas ricevuto nel recente passato (quasi 2 miliardi di $) da gennaio, alla scadenza dell’attuale contratto, potrebbe sospenderle le forniture[45]― come è suo diritto, trattandosi appunto di un contratto i cui termini non sono stati onorati: fornitura contro pagamento della bolletta. Provate voi, dopotutto, a non pagare le bolletta di chi porta il gas a casa vostra e vedete se non vi tagliano l’erogazione.

Il problema più generale, e immediatamente politico, è che, passando gran parte del gas russo per il gasdotto transitante in Ucraina, questo paese come già fece nel 2006, potrebbe “rubarne “ una buona quantità per soddisfare le proprie esigenze… Quindi, la faccenda interessa direttamente l’Europa, i paesi europei clienti di Gazprom e l’Unione europea. E se è vero che l’operazione dei russi è, a naso, anche e certo una pressione politica[46], nessuno in Europa può ignorare che le ragioni commerciali ed economiche della questione sembrano tutte, o quasi, di Mosca.

Così, adesso, la pressione europea salirà – se in Europa qualcuno sarà capace di prendere in mano il bandolo di questa matassa e tirarsi indietro gli altri – per far trovare una composizione della loro vertenza a Russia ed Ucraina. Dove, inevitabilmente, tutto sommato, la ragione pende un po’ più verso la Russia, però, che verso l’Ucraina.

La Russia, ha di nuovo svalutato il rublo, per la seconda volta in una settimana e la sesta dall’11 novembre: segno delle difficoltà che per il paese comporta il ribasso del prezzo del petrolio e che aveva già visto la Banca centrale impegnare a difesa del rublo un totale di 161 miliardi di $ in un gioco d’equilibrio complesso: da una parte, intende ispirare fiducia nella valuta nazionale ma, dal’altra, a scadenze frequenti ne ritocca al ribasso il valore.

Ne risentono la gente e le imprese, che sanno benissimo della graduale perdita di potere d’acquisto della moneta (è quel che succede, con qualche sosta, da qualche tempo anche al dollaro) ma la Banca scoraggia la conversione in massa della valuta tenendo incerti, così, tempismo e tassi della sua prossima mossa. Ma nessuno è in grado di garantire che basterà…

STATI UNITI

C’è chi, da mesi e mesi, continuava a seminare illusioni ma anche assai di recente persisteva a dire che l’economia americana andava benissimo[47]. E, adesso, persevera… Sullo stesso importante quotidiano, ecco un’altra perla[48] sulla stessa disgraziata scuola di pensiero (lenire, chetare, sopire,  dipingere tutto di rosa…) anche se non dello stesso autore del precedente, evidentemente. Anzi, peggio perché a scrivere queste frescacce, stavolta, è un accademico, professore alla Georgetown University… e professore di economia.

Il professore, elenca questi suoi miti: tutti inventati, secondo lui, dai nemici interni dell’America.

• Il primo, da sfatare subito, dice è che l’economia americana stia per essere raggiunta da quella della Cina. Ci informa del fatto che il PIL cinese tocca più o meno solo i 3.000 miliardi di $.

   Ma dimentica di specificare che questa parità dollaro-yen è al valore del cambio corrente, mentre a parità di potere d’acquisto, vale a dire applicando gli stessi prezzi a quello che si può acquistare effettivamente con la stessa cifra in ogni paese – è il calcolo che fa la CIA – arriva in realtà a 7.100 miliardi di $ e – secondo quello, probabilmente più esatto non fosse altro perché più”obiettivo”, della Banca mondiale – è  già a più di 10.000 miliardi.

• Il prof. Moore sostiene, a capocchia, che gli Stati Uniti ancora sono al primo posto nel mondo per l’attività manifatturiera anzitutto per il loro dominio nel settore farmaceutico.

   Ma se è vero che nel settore della ricerca farmaceutica sono i primi, nel processo di fabbricazione, di manifattura appunto, dei prodotti farmaceutici poi, il valore aggiunto che serve ad occupare i primi o i secondi posti nella gerarchia del settore manifatturiero non è che sia un gran che... e la loro primazia traballa ed è anno per anno è rimessa in discussione, quando sì e quando no.

• Sostiene, Moore, che “gli USA nel 2007 hanno attirato oltre 2.000 miliardi di investimenti diretti esteri”.

   Ma se lo inventa lui: visto che il Bureau di Analisi Economica, del Dipartimento del Commercio – fonte che più ufficiale, governativa, non c’è – dice che l’ammontare degli investimenti diretti esteri l’anno scorso è stato quasi un decimo di quello indicato: 237,5 miliardi di dollari.

• Infine – ma, a volere, di bufale o almeno di verità parziali, incomplete cioè e anche di parte, se ne troverebbero ancora in questo articolo – Moore annuncia al mondo che gli Stati Uniti sono sempre il motore della crescita globale, visto il loro deficit commerciale enorme che aiuta le esportazioni del resto del mondo. Che è vero.

   Ma, appunto, è parziale: l’Islanda, fino a due mesi fa, come deficit commerciale in termini proporzionali al suo PIL, tirava di più il resto dell’economia mondiale. Ma non è che la cosa poi le abbia portato un gran bene…

Tutti gli indici dell’Institute for Supply Management, l’ISM, affidabilissimo organismo che negli Stati Uniti misura le variabili dell’economia reale (offerta e domanda), registrano e informano che a novembre l’attività degli affari in senso lato e complessivo, i nuovi ordinativi all’industria e, in specie ai servizi, e l’occupazione sono tutti in precipitosissimo calo: al più basso livello da quando esiste l’ISM, nel 1997[49].

Novembre è stato l’undicesimo mese consecutivo che ha visto ridursi il numero delle buste paga in distribuzione nei settori non agricoli dell’economia: -533.000 posti di lavoro in un mese, il massimo dal lontanissimo dicembre 1974[50] ma assolutamente in linea con la tendenza che ormai sembra affermarsi da mesi: verso un’accelerata della caduta nei mesi a venire, poi.

Ufficialmente – nella misura effettiva che qui chiamano di sottoccupazione, è ben più corposa: al 12,5% – la disoccupazione si impenna al 6,7% e rispecchia il fatto che questa recessione, che ormai data da un anno (il National Bureau of Economic Research, che in America è l’arbitro che dichiara ufficialmente inizio e fine dei cicli economici, sul cui ha, adesso, attestato che la recessione è cominciata a dicembre del 2007[51]: è la dodicesima dalla Grande Depressione e si avvia ad essere la più lunga dagli anni ’30 del 1900).

Il 6,7% di disoccupazione ufficiale corrisponde a 10.300.000 lavoratori che si aggiungono – essendo qui quasi tutta la copertura sanitaria legata a un posto di lavoro stabilmente contrattualizzato – ai 45-46 milioni di cittadini senza alcuna assicurazione, alla mercé anche per la salute del mercato allo stato puro…

Dal gennaio scorso, sono stati 1.900.000 i posti di lavoro contati dal BLS come ufficialmente perduti (i 2/3 negli ultimi tre mesi: segno di un accelerazione seria del problema). E, questo, senza contare i lavoratori considerati nel limbo, quelli che la BLS stessa conta – a parte però, e non nel computo ufficiale, ma senza poter garantire di averli verificati – nel numero di 637.000[52]: è la tanta gente che ha ormai perfino rinunciato – per disperazione o, come si dice tecnicamente, perché scoraggiata – a mettersi in lista di disoccupazione.

E, poi, c’è da fare i conti ormai con la prospettiva, la possibilità concreta, di altri milioni di posti di lavoro che salterebbero – oltre ai 15.000.000 già “ufficiali” – se dovessero fallire le grandi industrie dell’auto di Detroit. Ma ne parliamo più avanti.

Certo è che “si tratta di cifre assolutamente disastrose[53] che di giorno in giorno aumentano la pressione sul nuovo presidente. Si fa urgente l’invenzione e, poi, l’immediata applicazione, massiccia non centellinata nel tempo, di un forte pacchetto di stimolo. Il termine politicamente corretto adesso è “piano di ripresa per l’economia” reale e la creazione di posti di lavoro. E, tra gli esperti, ce ne sono ormai diversi, e di non piccola reputazione, a chiedere, a questo specifico scopo, l’immissione di almeno 700 miliardi di $ adesso, subito, nell’economia americana.

Poi, restano i conti da fare con le misure – e le conseguenze delle misure – che stanno centellinando la riduzione del lavoro ridistribuendola: ma senza alcuna contrattazione, come meglio la ritengono utile e conveniente per loro i datori di lavoro, tra i dipendenti occupati: per limitare i licenziamenti, utilizzano così la settimana corta, a quattro o anche a tre giorni, mandano i lavoratori in vacanza  forzata e non pagata – sussidi di disoccupazione e cassa integrazione qui, ugualitariamente, non esistono quasi per nessun dipendente di imprese piccole o medie e anche di molte grandi – congelano salari e flessibilizzano turni…

Insomma, tutto l’apparato della flessibilità, appunto, ad libitum che qui è considerato più normalmente accettabile di quanto sia da noi. Ma che ha sempre l’effetto di ridurre, col lavoro, il salario ed il reddito del lavoro dipendente nel momento in cui già si contraggono, pericolosamente, i consumi ed il PIL[54]

Del resto, il livello delle vendite al dettaglio[55], dopo due mesi già terrificanti a settembre ed ottobre, è arrivato al fondo del fondo a novembre – il punto più basso da ben più di una generazione – è la cartina di tornasole (i 2/3 del PIL sono fatti dai consumi in questo paese) della crisi, il termometro se volete, che registra e segnala la gravità della malattia. Così la stagione delle vendite natalizie comincia con un declino di vendite a due cifre, del 13,3%, rispetto al novembre dell’anno scorso.

I grandi magazzini tentano di reagire – mentre incrociano le dita in attesa speranzosa, ma anche un po’ disperata, del Natale e del Capodanno – con sconti che, il 1° dicembre, ben prima cioè di Natale, arrivano spesso al 70%: ottenendo così per lo meno di continuare a vendere, anche se a profitti ridottissimi o, spesso, anche per ora inesistenti, però almeno riducendo così il magazzino.

Cala anche, però, al minimo mai registrato la fiducia dei consumatori, a dicembre, secondo la misurazione del Conference Board a 38 da 44,7 a novembre[56].

Il grosso calo in ottobre (-2,2%) di esportazioni di beni di consumo e, in specie, automobili (anche per il rafforzamento, probabilmente temporaneo ma reale, del dollaro rispetto all’euro) ha portato al balzo in avanti del deficit commerciale[57]. E succede proprio quando i manifatturieri statunitensi puntavano a recuperare dall’export qualche posizione di quelle cedute sul mercato interno.

A ottobre le importazioni americane toccano i 208,92 miliardi di $, le esportazioni arrivano solo a 157,73 miliardi: il deficit è dunque di 57,9 miliardi di $ e l’effetto si manifesterà, ormai, in una netta contrazione del PIL e nell’accelerazione dei licenziamenti di massa. In effetti, nei trimestri più recenti, la spesa pubblica e l’export erano diventati gli unici fattori positivi dell’attività economica. Due cose, a veder bene, quasi “antiamericane”, almeno mai pubblicamente finora riconosciute: export e spesa pubblica su cui  contare ormai per sfangarsela.

A fine novembre, solo nell’ultima settimana, mentre tutti e dovunque vanno discutendo se un prestito di 25 miliardi di $ a Chrysler, Ford e General Motors, i Big Three, sarebbero o no soldi buttati via, il Tesoro, senza discutere più di qualche ora e da solo, ha impegnato qualcosa come 1.400 miliardi di $, cinquantacinque volte tanto, per puntellare il complesso bancario Citigroup e cercare di convincere un po’ tutte le banche a ricominciare a prestare a consumatori e acquirenti di abitazioni.

Alla fine, è proprio la paura fondata della disoccupazione che si va impennando la motivazione politica impellente che ha obbligato comunque l’America a dare una mano all’industria dell’auto. L’America, ma non il Senato visto che i senatori hanno detto di no: i democratici non sono infatti riusciti a mettere insieme i 60 voti necessari a stoppare la minaccia di ostruzionismo. Il voto cosiddetto procedurale per chiudere il dibattito e passare al voto finale ha visto a favore 52 senatori, di cui 40 democratici, 10 repubblicani e 2 indipendenti, con 35 voti contrari: cioè anche diversi democratici.

Ora, si può anche sostenere che questa, specie in America col tipo di prodotto che sforna (macchine mastodontiche, divoratrici di benzina e di ambiente) è un’industria decotta. Che sarebbe meglio lasciarla andare a ramengo. C’è chi lo fa: molti repubblicani, molti politici di ogni stampo di quelli rigorosi con gli altri, specie i più deboli, diversi commentatori (v. qui sotto, ad esempio, Cohen: come i tanti nostri Oscar Giannino del rigore applicato agli altri: provate a tagliare i loro stipendi o i loro bonus invece di quelli obsoleti dei lavoratori dell’auto… e vedete dove finisce la loro sarcastica severità con le ghette).

Ma, allora, bisognerebbe – a livello economico, sociale e politico, almeno – se non si è del tutto irresponsabili e catastroficamente incoscienti, prima pensare a rimpiazzarla con qualcos’altro di altrettanto occupazionalmente valido, questa industria. Se no, è avventurismo allo stato puro.

Così, l’Amministrazione Bush ha deciso di stornare direttamente, inviandolo a Detroit e concentrandolo sui due casi più a rischio, GM e Chrysler, il 2% del famoso pacchetto dei 700 miliardi, neanche una quindicina[58]: 13,4 miliardi subito e 4 in un secondo momento[59], condizionati ad un’ampia anche se ancora non ben specificata riorganizzazione industriale che dimostri la capacitò di tornare rapidamente a fare profitti.

Era inevitabile. Il presidente in entrata  aveva detto da tempo che non si possono aiutare i banchieri e mollare gli operai dell’auto e quello in uscita non vuole passare alla storia come colui sotto il quale, in una volta sola, sono stati messi sul lastrico e privati di pensione e assicurazione sanitaria altri tre milioni di americani, tra lavoratori in attività e quelli dell’indotto[60].

Per questo anche il governo forse più reazionario d’America degli ultimi cent’anni, con  Bush ad annunciare in Tv  la cosa come un ragazzino che stesse lì lì per trangugiare un bicchiere di olio di fegato di merluzzo, sembra aver capito che lasciar andare al tracollo l’industria automobilistica del paese, lasciandola colonizzare a Daimler, Toyota e Hyundai, non era un’opzione accettabile per il paese (d’altra parte, quest’anno anche la Toyota, per la prima volta dal 1938, chiude in rosso il bilancio – per 150 miliardi di ¥, cioè 1,2 miliardi di € contro una previsione di oltre 5 di profitti – e annuncia riduzioni di produzione, di ore di lavoro e di numero dei suoi lavoratori soprattutto in America).

Certo, il lodo Bush, chiamiamolo così, è profondamente ingiusto perché graverà molto, forse soprattutto, sui dipendenti, carico com’è dell’astio antioperaio e antisindacale dell’ideologia e degli interessi repubblicani (le fabbriche non sindacalizzate di proprietà asiatica sono tutte nel Sud governato da quel partito). Ma il prestito consente, per ora, di fare da ponte col governo Obama che altrimenti sarebbe arrivato a fine gennaio a fallimenti già proclamati e che, presumibilmente, potrebbe voler arrivare a qualche soluzione più equa.

Tra l’altro la segretaria al lavoro di Obama, la deputata della California Hilda Solis, è una di sinistra e decisamente pro-labor nel partito democratico… e qualcosa la sua nomina dovrà pure dire. Certo è che, adesso, come nota un editoriale che non si capisce bene se speranzoso o scettico del NYT[61], bisognerà vedere “se l’Amministrazione Obama nel suo complesso farà valere un’agenda forte sulle questioni del lavoro a fronte della sicure proteste del mondo degli affari che proprio adesso – nel bel mezzo di una recessione – non è il momento di spingere in avanti in diritti del lavoro…”.

Ma è proprio qui, su questa linea del fuoco che verrà verificato “il primo e principale impegno assunto da Obama coi lavoratori ed i sindacati che lo hanno possentemente appoggiato e con la stessa signora Solis: bisognerà vedere, adesso che ha vinto, se sosterrà o no subito, nel 2009, il passaggio della legge sulla libera scelta dei lavoratori. In America, le imprese ed il mondo che intorno a loro gira – tutta la Corporate America – faranno fuoco e fiamme per far deragliare la legge che renderebbe più facile di quanto sia mai stato qui per i lavoratori formare un sindacato e obbligherebbe i datori di lavoro a riconoscerlo se e quando una maggioranza di lavoratori ne sottoscrivessero la richiesta”.

In questo paese, invece, dopo questa procedura che per “autorizzare” la formazione di un sindacato imponeva già di essere maggioranza assoluta, era obbligatoria una votazione segreta richiesta, finanziata ed organizzata dai padroni, dunque un’elezione nei fatti “influenzata” e” controllata” da loro per confermare quella che, pure, era già una volontà espressa e certificata dei lavoratori…

Se andrà così, forse, si chiede un commentatore decisamente filo-democratico e vicino al sindacato, è forse che “si fa vicina la fine della guerra? No, non dico quella in Iraq. Dico la guerra interna, qui in USA, contro la gente che lavora, una guerra che, negli ultimi trent’anni, ha avuto un prezzo molto molto salato[62]. Come la chiama il supermiliardario “progressista”, Warren Buffett, la “guerra delle classi che la mia classe ha vinto su tutti i piani”, in un modo che però – avverte – si va facendo ormai troppo sfacciatamente ingordo per non diventare anche pericoloso[63]

A rafforzare l’idea – forse sbagliata: certo è che non si tratta, per dirla alla marxiana come fa Buffett, mica noi, di coscienza di classe, forse solo di rabbia populista – che qualcosa stia per cambiare sul fronte di quella che lui chiama la guerra di classe in America, c’è lo strano episodio dell’occupazione di una fabbrica di infissi di medie dimensioni di Chicago, la città di Obama, dove le maestranze, come si diceva una volta, licenziate in tronco senza che il padrone si curasse dei suoi obblighi contrattuali di preavviso e di parziale indennizzo del licenziamento.

Hanno vinto loro, alla fine, dopo tre giorni di occupazione – di per sé un’idea “sovversiva” che non vedeva repliche, qui, dal 1931 nel pieno della Grande Depressione – ma anche l’appoggio pubblico del senatore dell’Illinois e presidente-eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha dichiarato come “in una situazione come quella che qui a Chicago vede lavoratori che chiedono solo di vedere rispettati e onorati i loro salari e i loro benefici, quelli che col loro contratto ed il loro lavoro si erano guadagnati e che vengono loro rifiutati, io sono assolutamente d’accordo con loro. Il fatto è che quanto succede a loro riflette troppo spesso purtroppo quel che sta succedendo in tutta l’economia americana[64].

Avranno avuto  paura? o è stato altro? magari anche un esempio da stoppare subito, all’inizio, prima che magari si propagasse? Tant’è. E’ un fatto che il giorno dopo aver dovuto registrare queste parole – che pure, significativamente no?, hanno avuto pochissima eco sulla grande stampa e nei grandi media – la proprietà e la dirigenza della Republic Windows and Doors che li aveva licenziati hanno fato marcia indietro (non – ancora? – sul licenziamento; ma sul rispetto delle clausole del contratto che si sono dovute impegnare a onorare) e che la Bank of America, la quale aveva appena ricevuto 25 miliardi di $ dal montarozzo dei 700 miliardi del salvataggio bancario federale e che aveva negato ogni aiuto alla ditta s’è detta pronta a riaprire le trattative col sindacato…

Appare inevitabile, comunque, per tornare al tema della crisi dell’auto, che questa vecchia possente industria dovrà dimagrire e anche rendere le sue auto più energy efficient. Inevitabile e anche giusto, sia un certo ridimensionamento sia, ora, il salvataggio. Certo, i sepolcri imbiancati – non solo repubblicani – hanno dato apertamente, loro, e subito la colpa del no del Senato al… sindacato dei lavoratori dell’auto, l’UAW[65]: colpevole di non aver supinamente accettato di rinunciare a una rilevante parte del salario e delle pensioni dei suoi iscritti.

Insomma, di non aver rinunciato a negoziare, pur essendosi dichiarata disposta a compromessi e concessioni se nel corso di un processo negoziale fossero emersi come effettivamente necessari. Insomma, colpa dei sindacati perché, in definitiva, hanno rifiutato di trasformarsi in qualche cosa che non negozia più: un non-sindacato. Colpevoli di non aver ceduto alla campagna dei reazionari che, con la UAW, volevano “sventrare[66] il sindacato.

Ma a questo punto, anche se il fallimento di mercato delle Tre Grandi non è certo colpa di chi lavora, qualcosa – vedrete – saranno costretti a sacrificare. Perché pare proprio che tra le condizioni di riforma strutturale che l’aiuto di Bush ora impone alle imprese in questione, è preciso che i sindacati debbano far concessioni sui contratti che prevedono copertura sanitaria a dipendenti, famiglie e pensionati e riduzioni delle pensioni…

Le grandi fabbriche di Detroit sono costrette, poi, ora a tirar fuori piani credibili di ristrutturazione per arrivare a salvarsi. Ma sarà già tardi, probabilmente, per una parte della manodopera. Naturalmente, adesso sindacato e lavoratori sperano nell’ormai prossimo arrivo di Obama. Ma forse illusoriamente, anche…

Stavolta, purtroppo, dovranno fare sacrifici anche i boss ed i managers. Molti servitori, anche un po’ sciocchi ma assai ben pagati di lor signori, come i non pochi tra i pennivendoli indipendenti che ne vanno scrivendo in termini di puro odio di classe – per chiamare le cose col loro nome –scrivono, articoli importanti che annunciano l’aiuto alle Tre Grandi come una storica sconfitta del sindacato.

C’è un numero specifico del grande quotidiano Washington Post, quello del 20 dicembre, due articoli e un editoriale lo stesso giorno, che è diventato quasi un’icona di questo sentimento antisindacale, di questo ipocrita ma radicato odio di classe vero e proprio (il sindacato in America è sceso in 30 anni dal 30 a meno del 10% della forza lavoro… ma serve ancora a qualcosa, evidentemente, se riesce a star così odioso ai padroni).

• Il primo diffonde, mai citandoli direttamente per nome e cognome, i pareri di esperti e analisti, secondo i quali proprio eliminando le differenze di salari e benefits tra fabbriche sindacalizzate e non, “il salvataggio renderebbe vano lo scopo fondamentale che ha un sindacato[67]. Ma è un’affermazione superficiale e ridicola perché nella realtà, anche in America, non c’è esperto o analista del lavoro che, se citato tra virgolette, non avrebbe precisato che il sindacato protegge condizioni di lavoro – il non licenziamento ad libitum, ad esempio – che per i lavoratori sono almeno altrettanto importanti delle condizioni salariali e dei benefits.

• Non riescono a nascondere il loro toccare il cielo con tutte le dita, questi fautori di una società dove le condizioni stesse imposte dal salvataggio renderanno più difficile il lavoro dell’organizzazione sindacale: lo dicono così, nel secondo articolo di cui veniamo parlando, in tutta chiarezza e fin dal titolo stesso[68].

• L’editoriale[69], poi, comincia col deplorare il fatto che i soldi necessari al salvataggio dell’industria dell’auto siano stati sforbiciati via (15 miliardi: un cinquantesimo del totale…) da quelli che dovevano salvare le banche. E, poi, passa a celebrare esplicitamente i tagli di salario che saranno imposti ai metalmeccanici delle tre imprese di Detroit, colpevoli di guadagnare 28 $ all’ora, riducendoli ai livelli di quelli dei loro competitori stranieri.

Ma non dice parola, of course, della necessità – o anche solo della decenza – che imporrebbe di ridurre almeno della stessa percentuale i compensi dei dirigenti e dei managers di quelle stesse industrie: perché, appena sarà passata la bufera, i capi di Ford, GM e Chrysler si riassegneranno i loro 10-20 milioni di $ all’anno, mentre quelli di Toyota, Honda, ecc., continueranno a prendersi i loro sempre lauti ma assai più frugali 1 o 2 milioni di $).

Il nodo è che, finora, grazie alla compiacenza bushotta, le Tre Grandi avevano sistematicamente rifiutato di produrre per il mercato interno i loro modelli meno ingordi di combustibile e più rispettosi dell’ambiente ma meno ricchi di margini di profitto che erano state costrette ad accettare dalle regole più severe dell’Unione europea per le loro produzioni oltremare.

Ora, è anche vero, però, che alla fine il pacchetto “pro-auto”, chiamiamolo così, sarà ridotto sotto la metà della somma dichiarata indispensabile dai fabbricanti, e condizionato proprio a prospettive di produzione in qualche modo più “verde”: più all’europea… Però, pare anche che i soldi verranno fuori, in buona misura, da programmi già vigenti di promozione di tecnologie “verdi” esse stesse[70].

Un istituto che formula, professionalmente e globalmente, previsioni su produzione e mercato automobilistico[71], ha emesso un pronostico asciutto: se il governo, Congresso o no, autorizzerà i miliardi di dollari richiesti in aiuti e sussidi alle Tre Grandi dell’auto, General Motors e Ford ce la dovrebbero fare, con piani di riorganizzazione industriale che sembrano attuabili

La Ford ha poi deciso di fare da sola, sin diceva, senza ricorrere ai crediti federali e alle condizioni che essi impongono, ma negoziando direttamente col sindacato, con la UAW, con cui ha un rapporto più aperto e meno conflittuale delle altre due. Il fallimento della Chrysler, secondo le previsioni del CSM, sembra invece inevitabile, anche a prescindere dal suo ricevere o non ricevere aiuti; perché “non ha comunque la scala, la dimensione, almeno nella maggior parte delle linee di produzione, necessaria a sopravvivere oggi sul mercato dell’auto[72].

Ma – a parte il mix di tragico e di grottesco anche qui riscontrato nella gestione di aiuti e soldi pubblici – qui emerge con evidenza un drammatico difetto di chiarezza, che si fa notare sempre di più e che, però, in questo paese, comincia qualche volta a fare anche problema.

Per esempio, sul fronte della questione dei salvataggi alle aziende automobilistiche, il Congresso ha chiesto di esaminare in dettaglio i bilanci, i dati, le richieste, in pratica anche le cianografie o i diagrammi su computer dei nuovi modelli delle Tre Grandi dell’auto di Chicago— e alla fine ha fatto fallire il salvataggio che toccherà fare in altro modo ora, perché i sindacati non hanno accettato un taglio pesante ai costi del lavoro: a pensioni e sanità e, soprattutto, perché non hanno accettato di subirlo, così, semplicemente senza discuterlo e tanto meno negoziarlo. Cioè una stretta di cinghia imposta per colpa non loro ad operai, tecnici e dipendenti.

Anche questo, ormai, è certo[73]: lo ammette il presidente del sindacato dell’auto, UAW, Gettelfinger: che i suoi iscritti, per salvare le due compagnie più inguaiate, General Motors e Chrysler – abbiamo visto che la Ford sta un po’ meglio, avendo negoziato una linea di credito bancaria nel 2006 che resta ancora aperta – sono ormai rassegnati a ridare indietro diritti acquisiti.

E importanti, come le garanzie di sicurezza del posto di lavoro ed il finanziamento, contrattualmente finora dovuto dall’impresa alle spese sanitarie dei pensionati (cioè, le pensioni verranno ancora pagate, ma non più la copertura sanitaria…). Ma negoziandone termini e condizioni. Soprattutto i tempi e con cosa in qualche modo rimpiazzare, al meglio possibile,  garanzie che verrebbero così a cadere o, almeno, a ridursi., e importanti

 

Il fatto è che, malgrado il costo dell’aiuto per il Tesoro, il loro fallimento sarebbe uno shock ben più rovinoso se si lasciasse andare in malora Detroit con la perdita secca, irrimpiazzabile, di 3 milioni di posti di lavoro compreso l’indotto e di un milione di assegni di pensione ai vecchi lavoratori[74]

Questo è il cumulo di problemi che vengono accumulati su un fronte. Sull’altro, non più quello produttivo dell’economia reale ma quello puramente finanziario dell’economia di carta, invece sembrano proprio non esserci problemi: il Tesoro ha provveduto a dare a scatola chiusa quel che chiedeva il gruppo bancario presieduto dall’ex ministro del Tesoro (di Clinton), Robert Rubin: la Citigroup. E qualcosa sembra, effettivamente, ammorbare un po’ l’aria.

E il problema è qui, allora: che bisogna ammettere il peccato... Scrive un classico conservatore come Roger Cohen, sul NYT[75], in un articolo che sostiene la tesi di lasciar affondare l’industria dell’auto e tanto peggio per le conseguenze, che “bisogna avere il coraggio di dirlo. L’American International Group – la maggiore compagnia di assicurazioni del mondo presente un po’ in tutto il mondo, ma americana, l’AIGnon aveva diritto a sopravvivere; almeno se rischio, mercato, trasparenza, rendiconto e altri intelaiature fondamentali alla base del capitalismo americano hanno qualche significato”.

Invece, il suo “collasso finanziario ha portato il Tesoro a scoprire forme di rianimazione che si rifiutano di confessare però la parola tabù – socialismo – anche se gli somigliano maledettamente”  (almeno questo è il parere, convinto anche se piuttosto male informato, dell’autore di questo articolo bigotto e, insieme, trasparente davvero).

Dopotutto, dice, noi non siamo l’Italia: noi, nel 1991 “la Pan American l’abbiamo lasciata morire. L’Italia ha tenuto in vita l’Alitalia anche se la linea aerea è stata per anni un morto che cammina”. Adesso, invece, l’AIG, ma anche altri grossi nomi della finanza, della banca e dell’assicurazione, la salviamo. Insomma, l’America è proprio cambiata, purtroppo…

Tutto questo fa parte dell’insieme di tentativi di stabilizzare il sistema che, indispensabili come si dice che siano, stanno caricando – questo è sicuro – sul debito pubblico degli USA forse 8.000 o 10.000 miliardi di $ tra prestiti, garanzie, investimenti anche a fondo perduto. Nessuno di questi influssi di capitale finanziato, per scelta del Tesoro e di Bush, col taglio di qualche spesa (magari meno armamenti e meno avventure militari all’estero) o con l’imposizione di qualche tassa (magari su quei cittadini stramiliardari cui di miliardi extra Bush ne ha regalati tanti durante i suoi due mandati). E la crisi, a oggi, è tutt’altro che finita…

Il grosso nodo è questo, che per finanziarsi queste operazioni di salvataggio il Tesoro prende i suoi dollari in prestito e la Fed li stampa a ruota libera: col debito pubblico ma, soprattutto, quello estero che gli USA già si ritrovano… Garantendo così, al paese e ai suoi contribuenti tassi interesse più alti, cioè denaro più caro ed inflazione più alta—cosa della quale bisognerebbe essere almeno coscienti, rendendone ben edotti gli americani[76].

Tanto è vero che, intanto, adesso, la Fed come già accennavamo porta quasi a zero il tasso di interesse, tra zero e 0,25% per l’esattezza (cfr. qui Nota19): per la prima volta da quindici anni, così, il tasso di interesse americano scende sotto quello del Giappone (anche se per poco, v, GIAPPONE). Due commenti al volo, di due economisti, dal NYT:

Eccoci arrivati al fondo del barile… è il riflesso di un quadro economico di totale desolazione che persisterà nel prevedibile futuro finché continuerò l’aggiustamento, penoso assai, nella situazione  finanziaria delle famiglie”, osserva Ian Shepherdson, capo economista per gli Stati Uniti della società di ricerca High Frequency Economics… E – qui parla Nouriel Roubini, professore di economia e affari internazionali alla New York University – “la  Fed si è spostata su un terreno eterodosso ed inesplorato di politica monetaria, spinta ormai dall’imporsi di una severa stagflazione[77].

Di per sé, è una misura che su scala così massiccia ci mise anni a funzionare in Giappone. Allora, la lezione più importante fu che, di per sé, tagliare i tassi non ha in pratica effetti quando la crisi del sistema finanziario è tale che le banche molto semplicemente rifiutano di prestare soldi (anche  se acquisiti a costo quasi zero) a chi può poi improvvisamente fallire, mettendo così sui creditori, anzitutto proprio le banche, il peso dei suoi debiti. Preferiscono così tenersi i soldi in cassa, le banche. E, dopo il crollo della Lehman Brothers a settembre, proprio questo è successo negli USA.

In Giappone, lo stallo si è sbloccato dopo anni perché solo dopo anni, nel 2003, il governo trovo il coraggio di obbligare le banche a rimettere in circolazione i loro capitali: quelle più forti lo dovettero fare, quelle più fiacche o più tremebonde furono costrette, dal governo Koizumi e dal suo ministro dell’economia Takenaka, a fallire[78].

Già… Ma il Giappone prendeva così, dichiaratamente e politicamente, facendolo, contro la libertà incivilmente e violentemente selvaggia del mercato. E l’America, che comunque contro il mercato e la sua libertà adesso sta andando sì, ma largamente convinta però di peccare, sarà pronta a farlo?

Intanto, nell’immediato – vero: i dati si riferiscono a prima di questa decisione… – l’inflazione rallenta: dell’1,7% in un mese[79], tra ottobre e novembre, con la caduta di quelli dell’energia a deprimerli. Secondo molti anche troppo, contribuendo a deprimere anche la crescita. E, col taglio dei tassi, va giù il dollaro, al minimo dall’agosto del ’95 addirittura, rispetto allo yen (1$ = 88,43 ¥) con l’€ che sale a $1,4112 da 1,4007 del giorno prima.

Sul trend incide anche, naturalmente, però, il peso del vasto deficit dei conti correnti, del deficit di bilancio e dei bassi rendimenti degli investimenti in America[80]. E, a segnalare con chiarezza che, ormai, ci vuole ben altro per rilanciare la fiducia in questo clima depresso, il giorno dopo l’impennatina di borsa all’annuncio del taglio record dei tassi, Wall Street riscivola giù[81]……

Tra parentesi, sul dollaro… La Jim Rogers Holding, che all’inizio del 2008 aveva predetto “la peggiore recessione in arrivo da decenni[82], adesso avvisa per bocca del suo fondatore e presidente, Jim Rogers, che approfitterà dell’attuale “ripresa artificiale” e temporanea  del biglietto verde (causata da un periodo di “liquidazione forzata” imposta dai fondamentali agli assets in dollari) per vendere “nei prossimi mesi, settimane e giorni tutti i suoi dollari”. E’ il momento giusto, insiste, perché il dollaro si sta avviando sulla strada della svalutazione: andrà giù a precipizio…

Non mi piace dirlo, come americano, ma il dollaro potrebbe diventare nel corso della nostra vita una valuta condannata”: il cui valore “potrebbe scendere, come quello della sterlina, del 90 nei prossimi anni”. Di conseguenza, “uscirò anche dal mercato azionario americano i cui fondamentali ormai sono traballanti… L’offerta cala più rapidamente della domanda”. E metterò tutti i miei soldi e quelli che amministro “in commodities: specie quelle alimentari: dove i fondamentali non sono pregiudicati”…

Certo. Jim Rogers è un investitore specializzato soprattutto in acquisto/vendita di commodities… e quindi la sua agitazione potrebbe ben essere motivata da ragioni di natura, come dire?,  interessata / a pensare male, si sa…) il suo allarme: Ma qui lo riporta uno dei fogli più conservatori e tradizionali, reazionari e “patriottici”, che circolano su abbonamento tra coloro che scambiano ancora stramiliardi, anche se avviati alla svalutazione, a Wall Street[83]… E, dunque, dà eco al suo allarme e credibilità.

Tornando al ragionamento di fondo, di tutte le lezioni che Obama potrebbe derivare utilmente dall’esperienza del New Deal, cui molti si vanno oggi richiamando, il complesso di misure e di spinta pubblica all’economia con cui il suo predecessore, Franklin D. Roosevelt, rimediò ai disastri della Grande Depressione – nella quale le politiche ultraliberiste e di deregolamentazione del suo predecessore, Herbert Hoover, avevano affondato il paese – sarebbe utile ricordare che del pacchetto complessivo alcune iniziative riuscirono subito a Roosevelt, altre meno o anche dopo anni: come è normale.

Lo diciamo perché sarebbe sbagliato pretendere la soluzione subito perché le necessità premono, in base alla pura volontà politica e, dunque, alla fretta. L’ottimizzazione delle soluzioni rooseveltiane venne raggiunta per via pragmatica (che non sempre è un termine equivalente ad opportunistico, va detto) attraverso mix di diverse strategie e diverse anche in tempi diversi..

Insomma che ci vuole pazienza, anche in queste cose. La cosa certa, una certezza che si va diffondendo tra i progressisti americani – che potremmo definire come gli americani convinti che per far progredire i poveri nella società è sempre necessario un forte intervento pubblico nel senso dell’equità – è che Obama bisognerà “tampinarlo”, spingerlo, tenerlo sotto controllo, ricordargli da dove viene e perché lo hanno eletto[84]. Bisognerà essere con lui tanto freddi e pragmatici quanto lui si sta dimostrando freddo e pragmatico nei confronti delle coorti che gli hanno dato fiducia e lo hanno portato alla Casa Bianca. Ma, salvo prova contraria, senza perdere fiducia in lui.

Sono in tanti, a sinistra, a sostenere che bisogna aspettarlo con fiducia[85], sui fatti. Sì, certo, starà pure nominando una serie di centristi o di centro-destristi, democratici con qualche spruzzata di repubblicanesimo nella sua equipe… ma sta anche avanzando, e ancora c’è un mese e mezzo al suo insediamento, il pacchetto di stimoli, di spesa “keynesiana”, più massiccio di sempre, almeno dal New Deal rooseveltiano in poi.

In fondo, come ha detto: “di fronte alla necessità di un’urgentissima trasfusione di sangue al paziente, non possiamo preoccuparci nel breve termine del deficit solo allo scopo di stabilizzarlo… Dobbiamo invece garantire che il piano di stimolo da applicare sia subito grande abbastanza da rimettere in moto l’economia[86].

Cioè prima di tutto e subito l’occupazione, obiettivo intorno al quale lui ha annunciato di voler traguardare il pacchetto di stimoli: lo scopo annunciato è quello di aggiungere 2 milioni e mezzo di posti di lavoro assumendo chi, ad ogni livello, lavorerà a rifare autostrade, sistemare scuole e rimettere a posto infrastrutture neglette in tutto il paese ormai da decenni. Non è l’impegno all’obiettivo del pieno impiego, ma quasi.

E’ il programma, spudoratamente e finalmente proprio keynesiano, che, a suo modo, delineava negli stessi giorni un osservatore italiano[87] certo non sospettabile di voler veder scialacquati i pubblici denari:

Se si vuole che la recessione che è già cominciata non si trasformi in Grande Depressione… non ci sono molti modi. O si… gettano in giro dollari a pioggia (dollari, ovviamente, stampati la sera prima). Oppure si cerca di spendere soldi in modo intelligente.

   Il potere pubblico in America si mette, cioè, a costruire come un dannato [ed è precisamente il piano Obama sulla ricostituzione delle infrastrutture in tutti gli Stati Uniti] ponti, aeroporti, strade, ospedali, scuole. Riapre, in una parola, il grande cantiere americano. Invece di gettare soldi dagli elicotteri, gli Stati Uniti possono mettersi a distribuire stipendi e a migliorare un po’ se stessi. I soldi che servono per questo lavoro immane, li stampa. Invece di far girare le pale degli elicotteri, farà girare le rotative.

   L’Europa potrebbe fare esattamente la stessa cosa [certo: se ci fosse qualcuno che, dopo averne discusso con tutti, fosse titolato a deciderlo: qualcuno, un’autorevole autorità democraticamente scelta che purtroppo non c’è].

Tutto questo può impedire che la recessione (che potrebbe [così] anche essere relativamente dolce) si trasformi davvero in una Grande Depressione.

   Anche in questo modo, comunque, non si tornerà al felice mondo di prima della crisi… [l’americano medio] deve tornare a fare il suo dovere di bravo consumatore, ma è impossibile che torni a vivere (come ha fatto per mezzo secolo) a credito e a spese degli altri. In ogni caso, cioè, tutti saranno più prudenti e virtuosi. E la crescita futura, per anni e anni, sarà assai più modesta di quella di prima, proprio perché si sarà tutti un po’ migliori”.

D’altra parte, su alcune questioni, cruciali, come la nomina della squadra che governerà nell’Amministrazione le questioni di ambiente e energia, Obama ha effettivamente costituito quello che gli ambientalisti in America considerano proprio un “dream team[88]: segretario all’Energia, un premio Nobel della fisica (il rovescio dell’atteggiamento bushotto che ha sempre tenuto lontana la scienza da ogni sua scelta politica), Steven Chu, innovatore autorevole e di fama sulla questione; e a coordinare energia e ambiente, come consigliere capo alla Casa Bianca, Carol Browner che aveva diretto molto bene, con Clinton, l’Agenzia della protezione ambientale poi praticamente affossata da Bush.

E’ comunque proprio su questo tema, della scienza su cui puntare per rinnovare e modernizzare l’America, che Obama sta già prendendo le distanze più nette da Bush. Continua a farlo coi fatti (le nomine e gli incarichi dati) aggiungendo alla squadra come consiglieri personali, ma anche con responsabilità operative, i professori John  Holdren e Jane Lubchenco, due dei massimi studiosi del cambiamento climatico. E poi dicendo apertamente quanto e perché Bush sul nodo avesse sbagliato tutto. Proprio mentre il vecchio presidente approfitta dei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca per permettere – con decreti presidenziali – ai petrolieri di fare buchi dovunque e comunque nei vasti territori di proprietà federale, il nuovo, Obama, in televisione dice alto e forte il contrario di quel che per otto anni ha fatto Bush e lascia intendere che – anche lui per decreto – smantellerà quel che quello ha fatto.

Bush ha sistematicamente piegato la ricerca a quello che lui voleva e a quello che lui credeva, facendone censurare e addirittura falsificare i risultati quando non andavano d’accordo coi suoi preconcetti (di questo, nel 2004, lo accusarono 48 eminenti scienziati americani, tra cui ben 20 Nobel in un loro manifesto che fece scalpore).

No – dice ora Obama – promuovere la scienza è puntare su sulla ricerca aperta e libera, è garantire che fatti e prove non saranno mai distorti o oscurati dalla politica o dall’ideologia. Vuol dire ascoltare quel che ti dicono gli scienziati anche quando magari ciò non fa comodo― anzi, soprattutto quando ciò non fa comodo. Ecco, questo sarà il modo mio di fare il presidente degli Stati Uniti[89]. Insomma: proprio l’opposto.

Il fatto, lucidamente evidente però è che Obama è un centrista: oltre che su questo fronte, con altrettanta decisione, per ora, altrove (politica economica, politica estera, politica della sicurezza… preme poco, Insomma, va preso atto che Obama, se di cuore e di istinto è un sinistro, di cervello  è un centrista.  

In un tempo in cui centrismo, però, dopo uno come Bush, significa spostarsi ormai – come si dice oggettivamente, nei fatti – tutto dall’altra parte: indipendenza energetica e posti di lavoro “verdi”, sistema sanitario nazionale ed universale, programmi imponenti di stimolo all’economia e interventi pubblici, di spesa pubblica, diretti e importanti.

E’ un pragmatico, Obama, quando pragmatismo, non c’è dubbio, si traduce nell’adottare misure audaci e aggressive. E’ un leader di grande prudenza, come ha rilevato la formazione del suo team, Obama, ma in un tempo in cui, per parafrasare il premio Nobel Paul Krugman, “è la cautela il rischio vero dell’oggi[90].

Sono i grandi traumi dell’oggi, quelli della crisi di due guerre mal digerite e peggio avviate a conclusione, le altre minacce che incombono o nelle quali l’America potrebbe sempre essere tentata insanamente di andare a cacciarsi, non consentono proprio, del resto, risposte troppo caute.

Bisognerà ricordargli se mai lo scordasse, la gravissima stretta economica con la quale oggi bisogna fare i conti è stata in gran parte il prodotto dell’applicazione sistematicamente ideologica di un capitalismo monopolistico e privatistico che era già obsoleto negli anni ’20 del 1900, quando portò alla Grande Depressione. E che era diventato, ovviamente, ancora più putrescente nell’ultimo catastrofico decennio del liberismo bushista ma, più globalmente, nell’ultimo trentennio post-reaganiano.

Adesso, l’agenda è stata ben definita, tra gli altri – e, nel suo caso, pare anche per conto (ufficiosamente) del presidente-eletto – da Krugman, quando nella sintesi preparata da lui stesso ha definito cosa fare con queste parole, poi nel corso del suo articolo specificandole: ha scritto[91] che “ciò di cui il mondo ha bisogno subito, adesso, è una vera e propria operazione di recupero, di salvataggio.

   Il sistema creditizio mondiale è in uno stato di paralisi e, mentre scrivo e voi leggete, sta crescendo la depressione economica a dimensioni globali. E’ essenziale riformare in profondità le debolezze sistemiche, strutturali, che hanno reso possibile questa crisi, ma ciò può aspettare un po’. Subito, adesso e per prima cosa dobbiamo fare i conti coi pericoli chiari di oggi. E, per farlo, i decisori politici in tutto il mondo devono fare due cose: rimettere in moto il credito e sostenere la spesa”.

Concorda un altro economista, cui personalmente – da quando lo leggiamo e lo conosciamo, non ha mai sbagliato sulle previsioni che contano – noi daremmo il Nobel, Dean Baker, uno che parla anche più chiaro: “Non vi lasciate prendere in giro— solo la spesa pubblica, il fregarsene oggi di equilibrare i bilanci, ci impedirà di scivolare in un’altra Grande Depressione[92], rilanciando investimenti e, soprattutto, consumi.

E lui è uno che un anno, due anni fa, quando quasi tutti, in America come in Italia (volete i nomi dei nostri economisti sempliciotti sì e anche ignoranti, ma accreditati tutti da lor signori come da molti che avrebbero dovuto invece spernacchiarli…, o li sapete?) tessevano le lodi dell’economia di mercato senza lacci e laccioli, diceva che stavano preparando un disastro.

Del resto, ormai anche osservatori molto molto più allineati e coperti cominciano a mettere in evidenza la realtà amara[93]: sono ormai mesi che qui hanno messo in funzione i vari salvataggi, ma l’economia americana è andata sempre più a schifo (a ottobre peggio che a settembre e a novembre che a ottobre), a un ritmo più rapido di qualsiasi previsione: se non di quelle di autori “radicali” come Baker e Krugman (che però ad esser definito tale si ribella – e a ragione – sostenendo che lui è soltanto uno che vede le cose senza sforzarsi di imbellettarle per opportunismo politico od accademico.

La recessione che, cominciata a dicembre 2007 va sempre approfondendosi, sembra ormai certo che segnerà il periodo di regresso più lungo e severo dopo la seconda guerra mondiale: a un ritmo cadenzato dai dati in caduta precipitosa di occupazione, fiducia, vendite al dettaglio e produzione. Obama stesso, che pur promettendo un “pacchetto di stimoli economici largo abbastanza da rimettere in moto l’economia”, aggiunge che in ogni caso “le cose andranno peggio prima di andare meglio”.

A preoccupare, come si dice, oggettivamente di più in un’economia basata sui consumi è proprio la depressione e, anzi, la regressione dei consumi: la gente non spende più per mancanza di soldi ma anche per paura e la spirale si fa autodistruttiva. Ma la minaccia che monta ed incombe più forte sembra, e si capisce, che “il peggio della perdita di posti di lavoro deve ancora arrivare. E, se la storia fa in qualche modo da guida, altri milioni di americani perderanno il posto prima che l’economia ricominci ad espandersi”. Come dice Obama: andrà peggio, molto peggio, prima di ricominciare a andar meglio[94]

D’altra parte, in questo paese – come in tanti – ancora bisogna battere fino in fondo la presunzione ignorante dei tanti che si sono fatti passare e che sono stati fatti passare dai media – anche e soprattutto dai grandi mezzi di comunicazione di massa – come gli “esperti”.

Il caso più macroscopico è stato sicuramente, in piena campagna elettorale, quello di Donald Luskin, capo dei consiglieri economici di McCain— uno che, più o meno, evidentemente ne capisce quanto lui, cioè pressoché niente di come davvero funzionano le cose economiche, uno che di mestiere fa – faceva? – il capo ufficio investimenti di un’impresa che fornisce suggerimenti sulle strategie di investimento e che, non a caso, adesso è sull’orlo del fallimento.

Bene, a Luskin – come esperto e consigliere economico del candidato repubblicano alla presidenza – uno dei massimi quotidiani statunitensi chiede di scrivere, e lui scrive, un editoriale a sostegno delle “buone ragioni” del candidato repubblicano che aveva appena affermato, contro ogni disfattismo, che “i fondamentali dell’economia americana erano buoni”. Affermazione che, poi, si capisce, ha pesato come un macigno sulla valutazione della sua assennatezza (“la più stupida delle tante stupidità dette” subito prima delle elezioni).

L’editoriale – e questa è davvero sfiga – venne pubblicato alla vigilia del patatrac (letteralmente: il giorno prima dell’istanza di fallimento della Lehman Brothers e di tutto quel che ne è seguito a ruota) rimasto famoso e che già abbiamo citato in Nota38 – e bastonava quelli che dicevano che l’America era in recessione. Dicono, anzi, denunciava, “la peggiore dalla Grande Depressione— cosa che possono fare solo perché danno – diceva… – la loro definizione personale della parola ‘recessione’”.

Le elezioni supplementari nello stato sudista americano della Georgia (non quella del Caucaso che le diede il nome) hanno promosso il candidato repubblicano: un senatore ultra-reazionario[95] che le ha condotte dichiaratamente “contro Obama” sulla parola d’ordine – stavolta vincente: ma a votare, senza il traino delle presidenziali, sono andati la metà degli elettori di inizio novembre – del fate di me una paratia stagna contro la maggioranza di sessanta senatori che darebbe ad Obama la garanzia di scavalcare ogni ostruzionismo parlamentare della minoranza repubblicana.

Ottimo slogan per una piccola rivincita in uno Stato conservatore dove tanti che erano andati a votare per Obama stavolta se ne sono impipati. Solo che poi neanche è così: ci sono democratici reazionari, sempre; così come repubblicani liberal: e si può perdere o si può vincere un voto sull’ostruzionismo anche coi 58 voti sicuri che oggi la maggioranza detiene, come lo si sarebbe potuto con sessanta…

Si comincia a parlare, neanche troppo sott’acqua, di un Bush che intenderebbe concludere il suo ignominioso secondo mandato con l’emissione di una serie di grazie, di condoni preventivi, a tutti i suoi scherani: dal vice presidente, all’ultimo agente della CIA o all’ultimo soldato torturatore di Abu Ghraib per i crimini in cui fossero incorsi, passati o presenti, conducendo per conto suo la “guerra al terrore”. Ha il potere di farlo e, del resto, tutti i presidenti hanno coperto così le marachelle dei loro subordinati?

Sarebbe piuttosto pesante, invece, oltre che la prima volta nella storia che, come sempre più di frequente lasciano intuire voci non casualmente in uscita dalla Casa Bianca, che concedesse l’indulto preventivo a se stesso, Bush, contro ogni e qualsiasi incriminazione possibile per crimini da lui stesso commessi nel corso della sua presidenza contro i diritti civili dei cittadini americani o contro i diritti umani dei prigionieri di guerra degli americani da lui stesso, sulla sua unica autorità – non legale – dichiarati  sospetti e quindi, colpevoli.

E’ la lettera delle leggi che regolano la facoltà di condono presidenziale: sulla base della Costituzione dà al presidente, art.II, sez 2, “il potere di elargire commutazioni di pena o la grazia per qualsiasi delitto commesso contro gli Stati Uniti ad eccezione dei casi di impeachment[96]). Il fatto è che Costituzione non esclude l’autoassoluzione: semplicemente perché a nessuno, dei gentiluomini che la scrissero fra il settembre 1786 e il febbraio 1787 e in quest’ultima data la adottarono alla Convenzione di Filadelfia mai venne pensato di vedere un presidente degli Stati Uniti anche solo pensare di applicarla a se stesso…

Certo, sarebbe Un’uscita fuorilegge da una guerra condotta essa stessa al di fuori da ogni legge[97], sia nazionale che internazionale. Ma potrebbe, comunque, far comodo – ed è il peggio – anche ad Obama, se Bush autocondonasse preventivamente se stesso da ogni incriminazione: a Bush servirebbe a proteggere se stesso ed i suoi bravacci (quelli con gli elettrodi, come quelli in doppiopetto e con le stellette); ad Obama a proteggersi dalla prospettiva di vedere buona parte della sua presidenza travagliata dal lungo e puzzolente contenzioso legale che di sicuro ne seguirebbe...

Sul ritiro delle truppe dall’Iraq, Obama comincia da subito a frenare: evita, in ogni caso, di confermare quanto aveva annunciato prima… prima della sua elezione. Tiene ferma, ma grosso modo, la scadenza dei 16 mesi dall’insediamento per portare via tutte le truppe combattenti; che, appunto, non sembra già più una scadenza, al massimo un obiettivo, soggetto alla consultazione non solo con gli iracheni ma anche coi comandanti americani sul campo[98]

Ma se tutto dipende da quello che dicono i militari americani, bisognerebbe tenere conto, almeno, che quel che vogliono non dipende neanche, probabilmente, da una valutazione seria della situazione sul campo e delle volontà/possibilità degli iracheni ma anche da altre considerazioni.

Per esempio, il capo dei capi di Stato maggiore delle Forze armate americane, amm. Mike Mullen – scelto da Bush ma come professionista in divisa, non si sa bene perché se non per il fatto che è in divisa, al di sopra di ogni sospetto – riassumendo il parere di “tutti i suoi colleghi” (tutti colleghi?… ma quali colleghi? tutti suoi sottoposti!) ha già dichiarato: “Abbiamo 150.000 soldati, ora, in Iraq. Abbiamo un mucchio di basi militari. Abbiamo una quantità di equipaggiamento laggiù. Così che dovremo guardare a tutto questo, ovviamente, come legato alle condizioni di sicurezza che lì, sul terreno, si danno… Perché chiaramente, per farlo, vorremmo essere in grado di farlo [ritirarci, cioè] in tutta sicurezza”.

La sicurezza nostra, insomma, degli americani, capito? quella degli iracheni non c’entra niente, sia il governo al-Maliki, siano i suoi oppositori interni sciiti, come Moktada al-Sadr, o i suoi oppositori sunniti…, o i curdi, ecc., ecc. Insomma, per ritirarsi in buon ordine ci vorrebbero almeno tre anni… altro che un anno o un anno e mezzo… e sempre che gli iracheni, nel frattempo, se ne stessero buoni buoni.

Il fatto è che le truppe americane all’estero, non sono mai state e non sono neanche adesso un contingente spartano quanto piuttosto un esercito ateniese, sibaritico ed enormemente gonfiato: ha scritto un conservatore d’eccellenza, un anno fa, che “visti sfilare uno dietro l’altro, i mezzi americani, a cinquanta km. all’ora, ci metterebbero 75 giorni. Parafango a parafango, la sfilata partirebbe da New York e arriverebbe a Denver [2.630 km.] e includerebbero 10.000 pianali, oltre un migliaio di carri armati e 20.000 autoricognitori pesanti da due tonnellate armati di missili [gli Umvees]e poi aeroporti carichi di installazioni high-tech ed aerei, sofisticatissimi, a centinaia, condizionatori d’aria, generatori, depuratori d’acqua, spacci per i militari, locali di detenzione, palestre, latrine prefabbricate, Burger shops, ecc., ecc., ecc.: oltre ai circa 300.000 articoli di equipaggiamento pesante che dovrebbero essere rispediti in America… compresi centinaia di macchinari fabbrica-gelato in differenti sapori che sono in funzione in dozzine di basi militari[99].

Insomma, ci avrebbero messo tanta di quella roba in Iraq che adesso, a meno di lasciarcela, di regalarla – ma a chi?!? – di fatto sarà difficilissimo, e anche costosissimo, andarsene. E’ questo che l’“impennata!” di Bush di fine 2007 ha pressoché garantito. Ed è questo che, per quanto in apparenza banale, potrebbe diventare l’argomentazione di ultima istanza per il rinvio…

Però, è un fatto che, costi quel che costi, bisognerebbe forse riportarsi a casa quanto più materiale, armi ed armamentari, si può di quello portato a suo tempo, negli anni, in Iraq: visto che, in futuro, con la crisi finanziaria ed economica che coinvolge gli Stati Uniti, sarà difficile continuare a spendere tanto per armamenti, se non in caso di crisi acuta— vera o artatamente montata che sia, come già altre volte è successo: Vietnam e l’incidente, inventato, del Golfo del Tonchino; Iraq e l’invenzione, adesso ammessa anche da Bush, delle armi di distruzione di massa che non c’erano; e non sono i soli…

E’ tempo di cominciare a fare qualche considerazione finale sugli effetti della politica di Bush in Iraq, sul come questa guerra abbia rafforzato puntualmente tutti i “nemici” dell’America, quelli veri e quelli presunti[100].

George Bush ha scatenato, e ha perso, la guerra americana in Iraq. Ma la sconfitta è stato solo uno dei tanti modi in cui la guerra non è andata a finire come era stato previsto e doveva”. Infatti,

una guerra, motivata ad eliminare la minaccia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, che non esistevano, sta finendo con Iran e Corea del Nord molto più vicine ad armi nucleari proprie ed effettivamente schierabili;

una guerra, motivata con lotta senza quartiere e senza confini al terrorismo, ha finito con l’aiutare la diffusione del terrorismo su tutto il pianeta;

una guerra, che intendeva portare all’Iraq libertà e democrazia, vede ora truppe americane che si battono per i teocrati shiiti filo-iraniani fianco a fianco a vecchi miliziani baathisti non riformati;

una guerra, che avrebbe voluto scavare la fossa agli ayatollah dell’Iran, finisce con una vittoria storica per l’Iran [che si è, di fatto, impossessato dell’Iraq ad occidente, e aggiungiamo noi – anticipandola in questa lista da un’altra pagina del libro – avendo distrutto l’unica forza di cui gli iraniani dovevano guardarsi, ad oriente— i talebani afgani, così garantendo e solidificando su entrambe le ali il colosso iraniano]. In Iraq, adesso, partiti politici sostenuti dichiaratamente dall’Iran controllano governo e forze armate iracheni, regalando all’Iran un ruolo in Iraq che non aveva più da quattro secoli;

una guerra, promossa per favorire la democrazia in tutto il Medio Oriente, ha finito col far arretrare la democrazia un po’ dappertutto nella regione [perché dove aveva cominciato a promuoverla, in parte in Iraq ed in parte in Afganistan, l’avere condotto una guerra in modo particolarmente scempio che ha condott in modo particolaftrmengte scempia spianato la strada al fanatismo ed al terrorismo nazionalisticamente o religiosamente motivato, l’ha subito soffocata; e che, dove aveva portato ad elezioni secondo l’America stessa veramente libere (Hamas, a Gaza), non essendosi esse concluse secondo le aspettative del Piccolo (Israele) e del Grande (Stati Uniti) Fratello, l’ha strozzata subito, nella culla];

• una guerra mirata, dichiaratamente, ad intimidire la Siria e rendere più sicura Israele, finisce col rendere meno sicura Israele e meno isolata la Siria;

• una guerra, voluta anche per rafforzare il rapporto tra USA e Islam ‘moderato’, ha fatto della Turchia [lo dicono tutti i sondaggi, anche i più ‘aggiustati’] uno dei paesi più anti-americani del mondo;.

• una guerra, proclamata e propagandata anche per mettere in evidenza di fronte a tutto il mondo, amici e nemici – cinesi, russi, europei, brasiliani ed indiani… – il potere militare americano, finisce ora con lo spiattellare agli occhi di tutti le deficienze dell’intelligence americana, l’incompetenza dell’Amministrazione e i limiti della forza militare degli Stati Uniti d’America;

una guerra, voluta e ‘scelta’ per rafforzare la leadership globale degli USA, ha fatto precipitare il loro prestigio [e la loro credibilità] al massimo di sempre;

una guerra, che puntava a consolidare il potere di repubblicani e conservatori a Washington per almeno un’intera generazione, è costata al partito prima il controllo di entrambi i rami del parlamento, poi, in un secondo tempo, un suo [probabile] ulteriore indebolimento in quelle sedi e l’elezione probabile [il libro è uscito due mesi prima] di un presidente contrario alla guerra [speriamo che sia proprio così: e che lo dimostri presto].

una guerra, che  puntava dichiaratamente a rendere più sicura l’America, ma che [in sintesi, sia per la voglia di farla facendola pagare al resto del mondo e facendola a credito, sia per la testardaggine puramente ideologica, di fede nel libero mercato senza regole, ha dato una bella mano a scatenare la crisi finanziaria più grave da un secolo a questa parte] ha enormemente indebolito il paese”.

Per dirla con la condanna con cui Talleyrand bollò per la storia l’esecuzione del duca d’Enghien durante il periodo del Consolato – un evento che rimuoveva per sempre secondo lui ogni speranza di conciliazione tra i Borboni stessi e il primo console Napoleone Bonaparte – quello “più che un crimine fu un errore”. Forse fu tutti e due. Proprio come l’invasione dell’Iraq. 

Un errore gravissimo. Tanto per dire, la Russia anche sul piano militare, sta approfittando del vuoto lasciato dagli USA di Bush per occuparlo (in politica come in materia strategica come in natura, il vuoto attira sempre qualcosa o qualcuno a riempirlo…) cercando di recuperare il ranking perduto. Non sarà mai più ormai – e non è un male – una vera superpotenza come l’America, ma le basta riaccreditarsi verso l’America e verso l’Europa come un paese col quale bisognerà ormai rifare i conti, senza più permettersi di non prenderlo nemmeno in considerazione.

Anche per questo hanno reagito durissimamente, ma calibrando la loro reazione armata all’attacco militare sconsideratamente lanciato dalla Georgia contro Ossezia e Abkhazia e le truppe russe che erano lì su mandato dell’ONU, stanno cercando di recuperare un più prossimo, anche se ancora approssimato, equilibrio di forze militari[101].

Per questo annuncia adesso, perché Obama ne tenga conto, che aumenterà del 28%, tra il 2009 e il 2011, la spesa militare (restando comunque di decine di volte ancora sotto quella statunitense) ma concentrandola sulle forze strategiche: 300 nuovi carri armati, 14 navi da guerra, 50 aerei e 70 nuovi missili nucleari (al posto della ventina annunciati: visto, dice Medvedev, che l’America non riduce da anni i suoi come era tenuta a fare dal Trattato START e che ha cancellato da anni la sua ratifica del Trattato anti missili balistici). E’ il tentativo di tornare a contare anche per costringere l’America a riaprire seriamente il dossier del disarmo nucleare.   

Ora all’orizzonte incombe anche, sul come andarsene effettivamente dall’Iraq, senza perdere troppo la faccia – ché il problema è ormai questo: non se andarsene, ma come andarsene senza di over confessare la disfatta –, la complicazione della scadenza dell’autorizzazione ONU alla presenza della “coalizione dei volenti” data a suo tempo, ma solo post-factum.

In uscita, Bush sapendo che l’ONU non gli rinnoverà l’autorizzazione-foglia di fico, s’è inventato un accordo bilaterale sullo status delle Forze col governo al-Maliki che, se riuscirà a passare liscio in America, e senza troppo dibattito[102], lascia comunque del tutto scoperti – essendo bilaterale – gli altri “volenti”. Che, infatti, si stanno tutti affrettando ad andarsene: dopo la fine di quest’anno, in effetti, qualsiasi soldato delle Isole Mauritius o della Polonia che restasse in Iraq sarebbe soggetto alla legislazione militare irachena… che non sembra raccomandarsi proprio per nessuno.

Ma la questione si complica, dal punto di vista giuridico interno americano, perché la fine del mandato-foglia di fico dell’ONU lascia proprio le truppe americane senza alcuna autorizzazione a proseguire i combattimenti. Infatti, la risoluzione che lo autorizzava ad invadere l’Iraq, l’assegno in bianco che il Congresso diede a Bush l’11.10.2002 consentiva l’invasione, già nel prologo, anzi proprio nel primissimo “considerando”, esclusivamente a due scopi: per “difendere la sicurezza nazionale degli USA dalla minaccia posta dall’Iraq”— di Saddam, che come poi si è visto non esisteva e che, oggi, col governo al-Maliki al posto di quello del rais da lui impiccato ovviamente non esiste più; e per “obbligare [l’Iraq] a conformarsi a tutte le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU[103].

Certo, anche Obama potrebbe lasciarsi convincere a ciurlare nel manico, facendo finta di niente, alla faccia di quello che si era impegnato a fare e aveva promesso agli americani da generali  (come il nuovo comandante in capo delle forze americane in Iraq, il gen. Ray Odierno, che se n’è uscito evidentemente per conto suo asserendo che “truppe americane resteranno nelle città irachene anche oltre la scadenza di giugno” imposta dagli iracheni e sottoscritta formalmente dagli americani nell’accordo sullo status delle Forze di cui abbiamo appena detto)[104]. Dai generali e da interessi costituiti vari e molto pesanti (petrolio, industria degli armamenti, ecc., ecc.).

Ma per Obama, sicuramente, sarà più difficile far dietro front, tanto è vero che reagisce subito a tamburo rullante all’uscita del generale: non a caso, lo stesso giorno, il vecchio – e nuovo – segretario alla Difesa, Robert Gates, rimette subito il generale al suo posto dicendo, sempre alla stampa, che “gli USA restano impegnati al ritiro delle truppe entro le scadenze, nei termini concordati con il governo dell’Iraq[105].

Poi, alla fine, il generale avrà probabilmente ragione e la Casa Bianca dovrà piegarsi alle cosiddette esigenze “operative e di sicurezza” dei militari: magari come supporto – non come truppe combattenti, ma certo se attaccate, o anche solo minacciate… – ma sembra a chi scrive almeno probabile, più probabile diciamo, che a metà del 2009 alcune migliaia di soldati americani resteranno con funzioni di appoggio nelle città irachene a fianco delle truppe irachene del governo a quel tempo formalmente al potere a Bagdad.

A quel tempo perché non è detto per niente che ci sarà ancora al-Maliki nell’ex palazzo di Saddam tra qualche mese. Le elezioni provinciali di fine gennaio sono una data importante perché è lì che si gioca la spartizione del potere reale nei vari feudi, l’un contro l’altro spesso anche armati, sempre spesso dagli americani, che insieme costituiscono, formalmente,il paese. Al-Maliki sta  cercando di monopolizzare il potere, decidendo a prescindere dal resto del governo spesso e dal parlamento, appena può: cioè, non sempre.

Corrono voci, e più che voci, di un golpe in preparazione contro il primo ministro; e, comunque, c’è la conferma della preparazione di un voto di sfiducia della maggioranza del parlamento ad al-Maliki che ancora non si è concretizzato solo perché la nuova maggioranza non è (ancora) d’accordo sul nome del successore; lo stesso presidente del parlamento si è dimesso sbattendo la porta e puntando il dito sulle manie cesariste (lui ha detto saddamiste) del premier accusandolo di tradimento della Costituzione; mentre il primo ministro ha fatto eseguire in tutto il paese, da Bagdad alla provincia di Diyala ed oltre, ondate su ondate di arresti di oppositori, funzionari, burocrati…

Sono le fazioni interne al governo e quelle esterne al governo, ma non per questo meno reali – etnie,   clan, sette islamiche, proto-democratici e nostalgici tanto di Saddam come di Cheney – a farsi spazio nel tentativo di occupare gli spazi che si svuotano man mano che la presenza americana va rarefacendosi[106].

Questo sul fronte iracheno. Su quello statunitense, uando ci riesce dal resto del governo e dal parlamento che opure hano formalmente poteri di codecisione. Per ora lo può fare anche eprché malògradop tuto è sempfre appogiato dall’armata di occupazione ma cominciano ad affioreaere segnali gtensione e di spacatufra: dal govern o è usxcvito snaìbatendo la poprta

In effetti, subito dopo, il 15 dicembre a Chicago, nella prima riunione al completo della squadra che con lui – e per lui: qui il presidente è il capo dell’Esecutivo e capo delle Forze Armate, gli altri essendo alle sue dipendenze dirette, o eseguono o, se no, se ne vanno) – gestirà politica estera e politica della sicurezza nazionale, ad Obama il ministro della Difesa (quello vecchio che è anche quello nuovo) ed il capo dei capi di Stato maggiore, per conto dei generali di stanza in Iraq, hanno illustrato il loro piano di uscita graduale, molto graduale, dall’Iraq.

In sostanza: nei primi sei mesi del 2009, ritiro dall'Iraq di due brigate combattenti, 7-8.000 soldati, che ne lascerebbero però sempre sul posto ben altre 12. Secondo loro, non ritirabili prima del maggio 2010, cioè ben al di là della scadenza fissata da Obama in campagna elettorale. Ora, anche se allora, e ripetutamente, Obama aveva detto che avrebbe deciso lui, aveva anche aggiunto di voler ascoltare le raccomandazioni dei generali. Ma un conto è, naturalmente, ascoltarle, un altro seguirle… Solo che, adesso, ci vorrebbe – è vero – ben altro coraggio, per dire loro di no. Come per dire loro di sì, d’altra parte, affrontando la sacrosanta ira di chi lo ha eletto (anche) sulla base di quella sua promessa solenne[107].

L’avventura americana in Iraq si chiude, comunque tra uno o due anni. Due anni, certo, di troppo: specie per gli iracheni (anche se non per tutti, s’intende). L’ha seppellita per sempre nell’ignominia che il mondo arabo annette a quel gesto specifico il lancio delle scarpe contro Bush in conferenza stampa col PM iracheno da parte del giornalista al-Zaidi, poi massacrato di botte dai guardioni ufficiali e ufficiosi che, dentro la “Zona verde”, super controllata gli hanno lasciato lanciare contro il presidente – gli incapaci – perfino la sua seconda babbuccia.

La zona verde, i 260 ettari che al centro di Bagdad circondano, con una muraglia blindata di sicurezza funzionari occidentali e governo iracheno e quanti d essa precariamente affidano le speranze della propria sopravvivenza: duecento e un po’ più ettari di Iraq che “hanno poco più a che fare col resto del paese di quanto Zurigo abbia a che fare con Falluja” e che “fin quando esisterà al centro della città, monumento al fallimento dell’invasione del 2003, svuoterà di qualsiasi contenuto ogni idea di una democrazia irachena…

   Perché un paese governato da una fortezza inaccessibile al 99 per cento dei cittadini può essere molte cose ma non è ancora una democrazia” [anche se, a dire il vero, l’asserzione sembra abbastanza ingenua: per il 99% dei cittadini americani provare ad entrare alla Casa Bianca vedrebbe un accesso per lo meno altrettanto difficile…]. Il gesto di al-Zaidi ha portato la rabbia della Zona rossa dentro la pacata imperturbabilità della Zona verde e, in questo senso, è stato un atto democratico.

   Bush è riuscito a schivare una scarpa. Ma non può certo schivare la vergogna[108]. E questo commentatore, sia chiaro, è un conservatore intelligente. Un osservatore, cioè, non ottuso che riesce a vedere le cose come stanno, senza farsi illusioni o spruzzare profumi sul marcio che puzza  ormai troppo.

Quanto all’Afganistan, l’intenzione dichiarata anche prima delle elezioni da Obama a quella di spostarvi parte, almeno parte, delle truppe che ritira dall’Iraq. E la questione che si pone subito è se la strategia del’ “impennata”, che tatticamente qualche limitato successo in Iraq sembra averlo avuto, funzionerà anche in Afganistan.

Gli americani hanno oggi 31.000 soldati nel paese e gli altri alleati NATO 17.000 – che non c’entrerebbero: si chiama Alleanza del Nord Atlantico… col quale l’Afganistan ha ovviamente poco a che fare… ma c’entrano, perché – alla faccia anche della geografia così è stato deciso… E si parla adesso di un raddoppio dei due dati. Del primo sicuramente, del secondo dipende dal grado di resistenza, che canadesi, inglesi, tedeschi, italiani faranno alle richieste americane.

Il problema è che anche il raddoppio delle truppe renderebbe, potrebbe rendere sicure (sicure per la coalizione straniera), forse ed al massimo, le aree urbane. Ma non servirebbe a niente per quelle di montagna o di frontiera, più del 90% del territorio: per sigillare il confine col Pakistan, per dirne una. In fondo i sovietici, con 130.000 truppe combattenti (un terzo almeno di quelle americane sono, invece, di supporto logistico) e regole di ingaggio praticamente senza confini, almeno sulla carta, rispetto a quelle delle forze americane, non riuscirono altro che a farsi cacciar via dopo dieci anni, con tassi di mortalità dei loro soldati finora sconosciuti agli americani.    

Altro punto di crisi serissimo per Obama, l’eterna tragedia che si perpetua in Israele, dove il primo ministro forzatamente uscente – indagato per corruzione… qui si usa così, diversamente da altri paesi: infatti, in Israele, anche se rigorosamente solo per gli israeliani, vige davvero un regime democratico – coglie l’improvvisa “libertà” che la sua nuova posizione gli offre per dire alcune verità durissime sul suo paese.

Poche settimane fa, aveva riconosciuto che Carter, e la critica del sionismo come ideologia esclusivista avevano sicuramente ragione: che Israele, se insiste a tenere sotto il proprio tallone i palestinesi, si condanna ad essere, e si sta già trasformando, nel paese del nuovo apartheid…;  e ora afferma tondo tondo che gli attacchi dei giorni scorsi, condotti da bande di coloni ebraici lasciati sostanzialmente impuniti, contro decine di palestinesi a Hebron, in Cisgiordania, sono stati dei veri e propri “pogrom[109].

E butta giù, con la forza della verità pura e semplice, facendo saltare i nervi a quanti considerano irragionevolmente la cosa impossibile per gli israeliani, un altro tabù, essendo stati storicamente i pogrom: le razzie antiebraiche condotte in Russia in epoca zarista per liberarsi delle minoranze ebree, le persecuzioni condotte dai cristiani un po’ in tutta Europa uando coi ghetti soltanto e le dicìscrinminazione, quando con i massacri contro gli ebrei, “assassini di Cristo”: quando coi ghetti e le discriminazioni quando, in modo immediatamente più radicale coi massacri, i Погром: i pogrom che, in russo, appunto vuol dire distruzione.

Libertà relativa, poi, quella di Olmert, anche dopo le sue annunciate dimissioni. Perché – alla luce delle elezioni prossime venture che esse comportano e della lotta tra chi è più intransigente coi palestinesi, dentro la coalizione di governo e nell’opposizione, per vincerle; ma anche della durezza da esibire senza la ricerca di alcun confronto possibile che non sia lo scontro puro e semplice con loro nell’illusione di influenzare così (a favore di Fatah e contro Hamas, si capisce) le prossime elezioni palestinesi – al dunque è proprio l’Olmert del “ci stiamo condannando ad essere il paese del nuovo apartheid” tra i più rigidi nel governo a volere e, poi, mantenere la nuova offensiva contro la striscia di Gaza.

Israele, infatti, reagisce come sempre, nel solo modo che sembra conoscere,  col bombardamento aereo a tappeto, “di rappresaglia, contro i recenti pesanti attacchi di razzi” che, dalla striscia di Gaza, Hamas aveva lanciato contro alcuni villaggi ed aree urbane dello Stato ebraico occupante. Ciò, dopo la fine di una tregua di sei mesi che non aveva mai funzionato: prevedeva che gli israeliani sbloccassero gli accessi alla striscia via terra, mare e cielo, cosa che non hanno mai fatto; e che Hamas smettesse allora di spedire i suoi razzi contro Sderot e Ashkelon, subito a nord della Striscia

Così, Israele adesso ha attaccato lanciando i suoi raids il giorno del settimo giorno della settimana ebraica, quello del riposo, lo Shabbat, che secondo la Torah proibisce formalmente ben 39  “attività” ai buoni ebrei – tutte quelle fisiche, dal lavoro dei campi allo scrivere… tanto più mettersi a fare la guerra – per sfruttare a fondo l’elemento sorpresa[110].

Da una parte, al solito, in questa equazione macabra che connota le statistiche medio-orientali, “nessun morto israeliano e nessun ferito grave[111] per colpa di quelli che devono essere i razzi più cretini del mondo: i Qassam, in media un morto ogni 400 bersagli colpiti, 20 morti negli ultimi otto anni[112]… ma, insieme – per la legge del contrappasso – anche l’arma di propaganda più efficace a disposizione dell’estrema destra israeliana: quella ancora convinta di poter vincere questa guerra con la forza militare, malgrado le lezioni ricevute, nelle due invasioni del Libano, nelle Intifade, nell’occupazione militare che esacerba ed è alla radice di ogni problema…

Dall’altra, ed al solito, altre decine di morti, militanti di Hamas certo ma, al solito, civili, donne, bambini e vecchi fatti a brandelli dall’alto esplosivo delle bombe GBU-28 lanciate dagli F-16 con la stella di David: stavolta dai 300 ai 500 palestinesi, solo la mattina del 27 dicembre, con l’operazione che poi è proseguita…

D’altra parte, con la densità di popolazione di Gaza – 1.500.000 abitanti in un territorio di 360 km2, e dunque 466 di loro per km2, la più alta del mondo – e nei primi due giorni del’attacco 100 tonnellate di esplosivo su 100 diversi obiettivi, è difficile sia lanciare razzi verso Israele da aree prive di popolazione che bombardare senza colpire i civili…

Risultato finale, il solito: Hamas è stato punito per l’ennesima volta durissimamente, Tel Aviv ha mostrato di avere ancora e sempre denti d’acciaio, la possibilità di mordere e di far male, ha lenito per qualche ora, forse, la professionalità umiliata di qualche generale spocchioso per la sconfitta di due anni fa in Libano contro un’altra milizia resistente, Hezbollah[113].

Ma non ha certo dimostrato la possibilità di risolvere i problemi che, anzi, il suo stesso sfoggio di potenza, alla fine ogni volta impotente, riapre ed esacerba. E la falsa euforia che si va diffondendo in Israele, come nei primi giorni dopo l’invasione del Sud del Libano, prima che Hezbollah respingesse l’attacco, è essa stessa più pericolosa che mai.

Fra l’altro questo dei bombardamenti su Gaza probabilmente sta affossando ogni residua opzione per due Stati sovrani che convivano uno accanto all’altro. Ma, forse, è proprio quello che vuole il candidato alle elezioni, del vecchio Likud, Binyamin Netanyahu: il partito Kadima di Sharon,di Olmert e, adesso, di Livni sta facendo, insieme ai laburisti, il lavoro sporco per riportarlo al potere affossando proprio l’obiettivo ufficiale – per carità, nei fatti, solo ufficiale: i due Stati – dei loro partiti.

Hamas, infatti, e gli israeliani lo sanno benissimo, non è stato affatto neutralizzato; probabilmente ha sovrastimato il potenziale che aveva di obbligare Israele al negoziato diretto e a un qualche compromesso alle sue condizioni (come, del resto, in Libano aveva fatto anche Hezbollah); ma certo Israele ha contato troppo, al solito, sul solo potere delle sue tecnologie militari.

E, invece, adesso, il milione e mezzo di palestinesi di Gaza, impauriti di certo, ma rabbiosi e comprensibilmente smaniosi di liberarsi di chi li bombarda, magari non più direttamente occupante ma sempre presente, soffocante e assediante col suo controllo militare, capillare, occhiuto ed odioso inevitabilmente rafforzeranno il loro sostegno a Hamas: così come succede nelle guerre di resistenza all’occupazione.

Poi, certo, c’è da rabbrividire nel leggere quella che appare subito proprio un’esagerazione assurda (“è un vero e proprio olocausto palestinese”, proclama Al Quds[114], quotidiano arabo di Gerusalemme). Ma c’è da rabbrividire ancora di più, riflettendo sul fatto che questo tipo di attribuzione/minaccia venne manifestato per primo dal vice ministro della difesa israeliano, Matan Vilnai, quando già qualche mese fa se ne uscì dicendo alla radio israeliana che “Più intensificano il fuoco dei loro Qassam, più ne aumentano la gittata, più scateneranno sulla propria testa un olocausto [shoah, in ebraico] ancora più duro: perché noi, per difenderci, utilizzeremo tutta la nostra potenza militare”.

Una frase che, in bocca a un ministro laburista[115] – mica ad uno della destra politica o religiosa estrema – dopo un’ondata di bombardamenti che si pretendono mirati ma che hanno fatto decine e centinaia di morti civili, ed alla vigilia di un’altra offensiva di terra[116], conferma solo che gli israeliani della natura di questo loro conflitto non hanno capito, e continuano a non  capire, niente e dice molto sulla mentalità che c’è dietro…

Come, mettendo il dito proprio dentro la piaga, osserva con ben maggior realismo e più saggezza la deputata palestinese, Hanan Ashrawi – forte figura indipendente, che ha rifiutato di schierarsi con gli islamisti democraticamente eletti e maggioritari ma impotenti anche se temerariamente e avventatamente bellicosi di Hamas, ma si è allontanata anche dall’OLP, inconcludente e ormai visibilmente corrotto, di Abu Mazen – che “è il ciclo della violenza che bisogna spezzare; ed il ciclo della violenza non è generato dalla rivolta ma dall’occupazione e dal sempiterno stato d’assedio che punta a punire collettivamente un popolo intero[117].

Insomma, non è affatto vero che all’inizio ci siano i razzi Qassam. All’inizio c’è un’occupazione militare durata oltre quarant’anni e poi c’è il blocco, vero e proprio stato d’assedio militare ma anche civile che poi ha rimpiazzato nominalmente l’occupazione, m in effetti l’ha rafforzata,  appena le elezioni le ha vinte chi a Israele non andava bene che le vincesse… E’             questa la sequenza dei fatti e, questa, è una logica che non traballa. Ma è anche quella (biblica[118], dell’ “occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede”, che, come ammoniva Gandhi, alla fine inesorabilmente lascia “tutto il mondo cieco”[119], sdentato, monco e azzoppato.

Del resto, Hamas, che all’inizio venne “aiutato” dai servizi segreti israeliani come arma impropria contro l’OLP di Arafat[120], è cresciuto solo grazie al fallimento seriale dell’OLP nell’ottenere qualcosa che vale – non fosse altro che una speranza – per i palestinesi, grazie alla cecità di Israele prima, nel tagliare le gambe ad Arafat e, poi, ad Abu Mazen con le sue finte offerte di pace; infine, dopo che Hamas aveva scalzato democraticamente l’OLP alle elezioni, col rifiuto a trattarci se non alle sue condizioni. Esattamente come fa Hamas, contrapponendo le sue di pre-condizioni contrapposte: nessuno dei due che “riconosce” l’altro ma, e soprattutto, che si dica disposto a prendere anche solo in esame le ragioni legittime dell’altro.

Ha ragione il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen quando dice che Hamas ha torto perché è l’aver interrotto i negoziati con Israele ad aver portato a questa nuova tragedia. Ma ha torto, Abu Mazen, nel non ammettere che è stato il suo fallimento nel negoziare con, e strappare da, Israele qualcosa di serio prima a portare Hamas, col voto, al potere a Gaza e che è stato il rifiuto ottuso  di Israele a consentire ogni anche parziale successo a qualsiasi tentativo, perfino a quelli americani, di convincere i palestinesi che alla fine del tunnel un barlume di speranza si vede a portare ripetutamente, sempre, allo scontro delle due intransigenze contrapposte.

Una cosa certa è che è al più forte che tocca – proprio perché lo è e, dunque, può anche  permetterselo – sbloccare lo stallo. Insomma, a Israele. Dove tutti – dalle false colombe ai falchi che restano tali finché sono al potere – sbagliano tutto. E mentono a tutto spiano[121]. Condannando il paese a indurirsi nel suo sempre più manifesto apartheid, condannandosi così, per sempre, all’odio e al timore di tutti i propri vicini: a termine, cioè, condannandosi. Così come, sbagliano tutto, però, dall’altra parte – è evidente visto che, tra l’altro, non funziona in tempi che offrano una qualche prospettiva all’oggi e al domani – i militanti dei Qassam e i fanatici del Corano. Scacco matto, insomma, e stallo.

Finché qualcuno, finalmente, non prenderà atto che invocare l’alt alla violenza e la restaurazione di una qualche tregua è certo un bella preghiera ma non serve a niente, non serve ad uscirne. Potrà, forse intervenire Obama, anche se non subito perché continua il ritornello suo, in corso dal 4 novembre, che di presidente gli Stati Uniti ne hanno una alla volta, anche se quello uscente già non c’è più. Ma interverrà?

Sarà… sembra prigioniero anche lui della simbiosi cieca dell’America con Israele che porta gli americani a dar sempre ragione a Tel Aviv. In campagna elettorale, a chi gli chiedeva dei razzi sulla cittadina israeliana di Sderot aveva risposto che, certo, “se qualcuno spedisse razzi come quelli su casa mia, durante la notte, mentre le mie due bambine dormivano,io farei tutto quanto fosse in mio potere per fermarli. E mi aspetto, dunque, che gli israeliani facciano lo stesso[122].

Risposta sensata, ovviamente. Solo che nessuno saprà mai cosa avrebbe risposto, Obama, se gli avessero fatto la domanda – che naturalmente nessuno gli ha fatto – su quel sarebbe stata la sua reazione se qualcuno gli avesse rubato la casa, o l’avesse demolita con un bulldozer gigante, se gli avesse sottratto la terra, gli olivi e i vigneti, se gli avesse murato la città e il suo villaggio, se lo avesse tenuto senza alcun diritto civile, o con diritti totalmente diversi da quelli dei padroni. Come capitava, del resto, centocinquant’anni fa ai suoi antenati schiavi.., o ancora cinquant’anni fai ai suoi parenti nel Sud degli Stati Uniti…

Al massimo, così, c’è chi teme che anche domani gli Stati Uniti continueranno, al massimo, ad invitarli alla “moderazione”, giammai a ripristinare un po’ di giustizia. Anche e perfino quando Israele non solo è all’origine del torto, ma nelle scelte tattiche che fa adesso, e da molto tempo, è palesemente autolesionista (che significa che ogni paese, nelle stesse condizioni, farebbe quello che fa Israele, se sono proprio le condizioni pressoché subumane di oppressione e l’occupazione da quaranta e più anni, a causare quelle condizioni?).

Insomma, finche qualcuno riuscirà ad imporre una soluzione― sì, non c’è altro modo di metterla: ma le parti dovranno vederlo e capirlo entrambe, come condizione per gli uni e per gli altri di salvarsi la faccia, che si tratterà del risultato di un’imposizione, amichevole ma forte, sia sugli uni che sugli altri: insomma, una lettura obiettiva dei fatti (delle ragioni e dei torti, e della cronologia dei torti e delle ragioni). Solo essa potrebbe ormai, forse, portare a sbloccare l’impasse. Ci vuole coraggio politico, però, per imporla alle parti; e, prima, per imporla a casa propria, alle lobby – peraltro di peso diversissimo – delle parti…

Del resto, non è che l’Europa sia più coerente o più chiara: quella contraddittoria entità istituzionale che è il Consiglio dei ministri europei, dopo aver tenuto la pratica a bagnomaria per mesi ed anni, contraddicendo il parere motivato e serio del parlamento europeo, ha appena deciso di promuovere i rapporti commerciali e politici comunitari con Israele a un livello più alto… Se tanto mi da tanto, con quest’ultima dimostrazione di forza, adesso Israele può puntare all’adesione piena alla UE…

Bisogna cambiare strada. Europa ed America devono finalmente pender atto che, ad essere appena onesti con se stessi e con la storia, ogni iniziativa di pace, esterna e anche interna, è stata sabotata dal 1967 ad oggi dalle divisioni d’ogni tipo tra i palestinesi ma ancor più dalla decisione rigidissima monolitica dei governi israeliani – tutti, uno dopo l’altro: e quando uno aveva deciso di provarci, Rabin (che aveva firmato con Arafat e Clinton la Dichiarazione di Oslo ma restava riluttante a darle seguito pieno e immediato) lo hanno fatto fuori – di voler controllare e dominare tutto sulla “terra che è tra il fiume (il Giordano) ed il mare (il Mediterraneo)”. E che, se non cambia questa determinazione, si alimenta solo odio e resistenza cieca e zizzania tra i palestinesi, paura tra gli israeliani e non se ne esce…

Il punto sul quale forse varrebbe la pena che riflettessimo tutti – israeliani e palestinesi, palestinesi ed israeliani e tutti noi altri che, grazie a Dio ma troppo spesso pilatescamente, guardando da lontano ce ne laviamo le mani – è semplice: volontariamente o no, usando i suoi rozzi razzi, Hamas ha nel mirino i civili; volontariamente o no, Israele, usando la sua potenza aerea sofisticata e le sue bombe intelligenti, sempre civili ha nel suo mirino: un morto civile di là, 400 di qua, tutti e 401 di troppo: perché da quand’è che è diventato accettabile – per non dire legale – mettere a proprio obiettivo le popolazioni civili?

Sul fronte dei rapporti con la Russia, a fine dicembre Bush, che ancora spera di essere preso sul serio da qualcuno, tenta un’ultima mossa per scongelare il conflitto congelato prima di passare la mano ad Obama. Preceduto da un inconcludente viaggio di Kissinger, incontra Medvedev, cercando di sondare la possibilità di una ripresa di colloqui sul controllo delle armi (impossibile, se non riacchiappa dal pozzo dove lo ha buttato il Trattato che proibisce i missili antimissili: come quelli che dice di voler schierare in Polonia), la possibilità di un rinnovo della precedente concessione russa per lasciar traversare agli aerei americani i loro confini e trasportare in Afganistan per la via più breve e meno costosa il loro materiale bellico pesante (esito, ormai, per lo meno improbabile) e quella di un accordo coi russi per spartirsi in qualche modo una qualche sfera d’influenza sull’Ucraina.

Missione – quest’ultima della spartizione concordata – che appare però decisamente senza speranza. Le carte le hanno in mano quasi solo i russi (gli americani cosa offrono in cambio? una spartizione di influenza sul Messico?); e perché mai dovrebbero trattare con l’anatra zoppa, quando tra meno di un mese al potere ci sarà tutt’altra anatra con poteri pieni?

GERMANIA

Questo paese, dopo la Cina, è il maggior esportatore del mondo. Ma per una quota di PIL ancora maggiore dei cinesi: 46-47%; quello americano è al 10%; quello italiano più o meno a metà… Il che significa, per dirla con un esperto di economia vero che è stato anche un politico importante, l’ex cancelliere tedesco Helmuth Schmidt[123], che “la ricetta keynesiana – aumentare la domanda interna – ha più probabilità di successo in America che in Germania”: se per creare domanda, infatti, si elargiscono “aiuti di Stato per metà ne approfittano gli stranieri”…

E’ questo, e in queste condizioni, il paese che assiste ora, ad ottobre, al crollo dei suoi ordinativi industriali: segnale chiaro, anche questo, di recessione incalzante nell’economia più importante d’Europa e, dunque, in Europa... dal resto della quale proviene, d’altronde, il calo più forte degli ordini (globalmente, -6,1%: mentre la revisione dei dati di settembre, dava già una diminuzione dell’8,3).

E, a novembre, la previsione di nuovi ordini peggiora anche rispetto ad ottobre. Il ministero dell’Industria, con la produzione industriale che ad ottobre va giù del 2,1%  prevede che “con questa persistente debolezza degli ordinativi, la produzione nei prossimi mesi andrà anche peggio”.  Il capo economista della Deutsche Bank, Norbert Walter, parla adesso di una possibile contrazione del PIL nel 2009 del 4%: quattro volte peggio del massimo calo annuale dalla nascita della Germania occidentale nel 1949…[124].

Cadono le vendite di auto, in modo assai accentuato, a novembre. In ragione d’anno, del 18%, mettendo così in evidenza il fenomeno nuovo per cui la Germania non è più l’economia più duttile e resistente d’Europa ma si allinea ormai alla media dell’eurozona. E’ un quadro che sta obbligando le imprese a ridurre drasticamente la produzione di auto un po’ dappertutto, le induce a chiudere temporaneamente le fabbriche, a mettere in aspettativa – con o senza copertura e sussidi di disoccupazione – la forza lavoro ed a rivolgersi per aiuti ai rispettivi governi[125].

Il preliminare sul tasso di inflazione a dicembre è dello 0,3% mese su mese e dell’1,1 anno su anno, in calo dall’1,4 di novembre[126].

Il numero delle imprese che falliscono s’è impennato per la prima volta in un quinquennio, per l’impatto della crisi economico-finanziaria nel paese. L’anno prossimo – opina la Creditreform, organismo che raccoglie i dati al riguardo ma provvede anche a “seguire” il pagamento dei debiti – la percentuale dei fallimenti aumenterà di un dato a due cifre, toccando le 35.000 unità. Perché si va continuamente complicando l’accesso al credito delle banche[127].

Il Governo federale sta considerando di allargare il pacchetto di salvataggio del sistema bancario tedesco, garantendo scadenze più lunghe ai crediti non garantiti (non tutti, alcuni) attraverso la Bundesbank o la KfW (il Kreditanstalt für Wiederaufbau Istituto di credito per la ricostruzione, una specie di IRI fondata nell’immediato dopoguerra e dall’anno scorso di proprietà dello Stato. Il prestatore e garante di ultima istanza per i crediti interbancari, il governo, passerebbe attraverso l’intermediazione di queste due banche federali che estenderebbero le garanzie, poi, alle banche destinatarie[128].

Ad obbligare Merkel, che ha resistito a lungo all’idea già avanzata da tempo dai socialdemocratici dentro la coalizione, a prenderla di nuovo in considerazione (lei era, e tendenzialmente resta, contraria per fedeltà ai parametri di Maastricht), è che il pacchetto di salvataggio finora votato dal governo, non sembra funzionare e incidere sulla crisi facendo riprendere i prestiti interbancari (anche se la BCE a Natale li butta giù al 3%).

Le banche sono tutte lì, paralizzate dalla paura di agire. Ma è in corso anche qui un dibattito duro sull’altro fronte del salvataggio, quello dell’economia reale: la produzione, l’occupazione. Se ne discuterà in una sessione, di concertazione o di consultazione – bisognerà vedere – alla ripresa, dopo le ferie natalizie, il 5 gennaio[129].

La business community tedesca chiede ora un nuovo pacchetto di interventi per almeno una cinquantina di miliardi di $, ma senza l’impegno finora obbligante a non cancellare posti di lavoro esistenti e/o a crearne di nuovi. Vorrebbe, invece, che questi sussidi fossero chiaramente destinati al taglio delle tasse su tutte le imprese aderenti alla Bundesverband der Deutschen Industrie, la Confindustria tedesca (BDI).

Mentre l’associazione delle piccole e medie imprese della stessa BDI, la Mittlestand, non specifica richieste ma lascia intendere di preferire sussidi un po’ più concentrati verso i suoi aderenti, sempre senza condizioni. Ma al tavolo della consultazione-concertazione i sindacati sono, più che comprensibilmente, contrari a soluzioni di questo tipo libere da lacci e lacciuoli.

Anche altri paesi dell’Unione europea, come la Francia, spingono comunque la Germania a una maggiore “generosità”uesta direzione ma la merkel rewsiste, anche ad alcune spinte inetrne alla coalizione di governo.. Come voci importanti dentro la stessa coalizione di governo e come i sindacati che, però, non possono certo accettare il decoupling tra sussidi pubblici e lavoro come i padroni vorrebbero. D’altra parte, l’ala più conservatrice della coalizione, i cristiano-sociali bavaresi, si dicono d’accordo con un taglio delle tasse non selettivo né condizionato, mirato solo alle imprese.

Insomma, non c’è dubbio che il 5 gennaio la riunione sarà interessante davvero…

FRANCIA

Deficit commerciale al minimo in questo paese ad ottobre, a 7,1 miliardi di € (molto elevato, comunque, per le consuetudini francesi), per la contrazione forte del 3,3% dell’import, rispetto ad un export che si riduce “solo” dello 0,5%[130].

Molte fermate temporanee di fabbriche in dicembre e l’inevitabile perdita di produzione industriale portano ad una contrazione nel quarto trimestre intorno al 4% sullo stesso dell’anno precedente[131].   

GRAN BRETAGNA

C’è un problema nuovo che, per la prima volta, si presenta in questo paese visto che proprio questo paese ne ha creato per primo le condizioni. Viene fuori perché questa è la prima recessione a colpite la Gran Bretagna dopo che, con Thatcher, poi con Major e con Blair – prima conservatori, poi lib-lab o New Lab, se volete, ha sistematicamente privatizzato – quando non proprio smantellato – vendendola all’estero la propria base manifatturiera, compresi molti enti che erogano servizi pubblici (dalle fabbriche di auto alla produzione e distribuzione dell’energia elettrica).

E la preoccupazione è che, al dunque, se ora – in una recessione tanto pesante – queste multinazionali dovessero, o pensassero di dover, ridurre la produzione è qui, non dove risiede la casa madre, in America o in Francia, che la ridurrebbero (produzione ed occupazione) e non è qui che trasferirebbero, non nel Regno Unito, i risparmi di costo che per loro derivassero dal taglio dei prezzi del petrolio.

E si tratta davvero della peggiore delle recessioni sperimentata da almeno ottant’anni in qua in questo paese. Lo mostrano i dati ufficiali rivisti dopo la prima valutazione rosea, consueta qui come altrove, sulla produzione industriale, caduta ad ottobre al ritmo più accelerato da almeno sei anni: dell’1,7% su settembre e, in un anno, del 5,2, il dato peggiore dall’aprile 1991 (a confronto, noi che siamo nelle condizioni forse peggiori d’Europa siamo a –6,7% di produzione industriale sull’anno scorso).

Il livello del deficit commerciale britannico è salito a 7,8 miliardi di sterline (11,6 di $) ad ottobre e, a 276,7 miliardi di $ nel corso del 2008 (fino ad ottobre): parecchio più elevato in percentuale del PIL perfino di quello degli Stati Uniti d’America (fino ad ottobre, 851,1 miliardi di $)[132].

Adesso le attese sono per un altro taglio incisivo al tasso di sconto. Ma la paura è che la misura resterebbe lontana assai dal bastare (anche se ormai è il 2%, il tasso più basso di sempre).

Intanto, la sterlina va giù sul dollaro, di un altro 1%, alla parità di 1 a 1,4742; e rispetto all’euro, ormai tornato quasi al massimo: 89,38 centesimi di sterlina per 1. E l’inflazione all’ingrosso ha raggiunto a novembre il più basso livello dell’anno[133].

Un altro problema nuovo – “Quelle horreur!”, esclama in francese il più paludato dei quotidiani britannici[134] – è che “l’economia della Gran Bretagna è stata superata da quella della Francia e, secondo molti economisti”, orrore orrore!!, “l’anno prossimo potrebbe anche finire addirittura dietro quella dell’Italia”, scombussolando ogni gerarchia dei G8… Colpa della svalutazione della sterlina rispetto all’euro, secondo il CEBR, il Centro di ricerca sull’economia e sugli affari di Londra, che al cambio in vigore porta a valutare il PIL francese più elevato del 14% di quello britannico...

Ma il fatto è in sé irrilevante perché ornai è chiaro che il PIL di ogni paese non andrebbe in realtà valutato da solo, e casomai sempre a parità di potere d’acquisto: non al valore del cambio corrente, cioè, che porta a questi e anche peggiori risultati statistici totalmente fasulli[135].

Intanto, però, in questo anno veramente orribile per l’economia e la finanza britannica (debito record, fallimenti record e sfratti record, anche) sembra che alla City i premi di rendimento, i famosi bonus, aumenteranno perfino su quelli dati l’anno scorso, quando pure salirono già del 30%. Facendo premio, però, non certo sul rendimento delle imprese nel 2007, tutto negativo, ma sui superprofitti degli anni scorsi, fino a 14 miliardi di €.

Conseguenza: a Londra i prezzi delle case, ad esempio, si sono apprezzati nelle aree de luxe della città, mentre in tutto il resto della Gran Bretagna c’è stato il crollo del mercato edilizio; o, ancora ad esempio, la lista d’attesa per una nuova Rolls-Royce è ormai lunga di ben cinque anni.

Punti di vista contrapposti, si capisce, già un anno fa di CBI e TUC, Confindustria e sindacato britannici. Diceva Richard Lambert, direttore generale della Confederation of British Industries, che “i meccanismi premiali come i bonus e simili, sono strumenti molto efficaci di motivazione dei dipendenti e sono usati non solo in ambito finanziario ma un po’ in tutto il sistema delle imprese”: peccato che fossero premi tutti schiacciati verso l’alto, verso il vertice, e che non avessero, né abbiano anche quest’anno, proprio niente a che fare con l’incentivazione dei rendimenti: altrimenti, avrebbero dovuto essere in negativo…

Osservava, invece, il segretario del Trades Union Congress, Brendan Barber,che “le fortune dei super-ricchi alla City non danno segno di moderarsi, mentre migliaia di lavoratori languono con salari stagnanti sull’orlo della povertà”.

Dissero, e dicono, che questo era populismo. Però, facendo eco a quanto veniva dicendo da qualche anno in America l’uomo forse più ricco del mondo, Warren Buffett (di cui già sopra…), il fondatore del gruppo privato di investimenti, Apax, e lui stesso uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra, Sir Ronald Cohen, aveva fatto osservare che “il baratro aperto nel Regno Unito tra ricchi e poveri – concetti politicamente poco corretti e poco accettabili dal New Labour sotto i quale hanno preso corpo, ma quanto mai concreti e quanto mai veritieri – potrebbero anche condurre ormai a moti di vera e propria rivolta[136]

A un importante quotidiano, un ministro di Sua Maestà britannica – anonimo e, quindi, col giornale a garantire l’autenticità della sua confessione, oltre al fatto che nessuno ha osato smentire – dice che il governo lo sa: già sono stati eliminati 63.000 posti di lavoro dalla City di Londra e l’emorragia è solo cominciata e, adesso, “ci sarà un vero e proprio bagno di sangue, una serie di tagli pesante all’occupazione tra gennaio e febbraio. Sappiamo che sono molte le aziende che stanno solo rimandando i licenziamenti, a dopo Natale[137]. Quando arriveranno e tutti insieme.

Toccherà a centinaia di piccole, medie e anche grandi imprese industriali e “finanziarie” del settore privato sfoltire il numero dei propri dipendenti; ma anche nell’impiego pubblico si annunciano riduzioni di personale importanti. Rileva il segretario generale del sindacato dell’impiego pubblico, che “i tagli di bilancio, programmati quando l’economia se la passava meglio, non produrranno soltanto tanti altri disoccupati, ma anche un deterioramento del servizio pubblico quando ce ne sarebbe maggiormente bisogno”.      

GIAPPONE

Due o tre giorni soltanto dopo che la Fed ha abbassato quasi a zero i tassi, la Banca centrale giapponese – per tenersi il suo record? – ha ributtato giù i suoi dallo 0,3, dove erano, allo 0,1%[138].

A novembre, la produzione industriale crolla del massimo da sempre in un mese, dell’8,1%. Cade la spesa e cadono i consumi, a conferma che era l’eccesso di domanda americana, ormai in calo costante, ad alimentare la crescita degli altri e, in specie, del Giappone. In novembre, in effetti, l’export è sprofondato del 26,7% dallo stesso mese dell’anno scorso e mostra che l’economia si istrada rapidamente verso una contrazione gravosa, secondo il governo, intorno al -5% del PIL in quest’ultimo trimestre del 2008.

E l’anno prossimo, nel 2009, si parla apertamente ormai di deflazione in arrivo[139]. Anche la disoccupazione, qui calcolata con criteri ancora più restrittivi di quelli utilizzati negli USA, sale comunque ed ufficialmente in un mese, a novembre, dal 3,7 al 3,9%.

Un pacchetto di stimolo all’economia è stato annunciato, dopo molte esitazioni, al paese dal primo ministro, Taro Aso, per un totale di 23.000 miliardi di yen, grosso modo 250 miliardi di $ (come l’UE e anche l’Italia, non ha chiarito quanto del pacchetto sia spesa nuova e quanto parte delle misure, assai più ridotte, in precedenza annunciate): servirà, dichiaratamente, a creare lavoro, aumentare il credito bancario alle imprese e fornire sussidi ai disoccupati.

Tocca farlo anche a noi ha spiegato in un discorso televisivo: “questa è una recessione mondiale, una grande recessione a scala mondiale, di quelle che vengono una volta per secolo. Il Giappone non sfuggirà perché è sul percorso di questo tsunami e non può in alcun modo sottrarvisi[140]. Ed il Giappone ha la seconda economia del mondo, sui 5.000 miliardi di $, tirata giù da dati sempre peggiori (in sintesi: contrazione del PIL dell’1,8% nel terzo trimestre[141]) con una depressione di borsa che tocca il più basso livello da 26 anni mentre lo yen si rafforza quanto prima mai, con il rientro dei crediti giapponesi dall’estero, a 88,16 per dollaro, tagliano duramente le esportazioni.

Una misura chiave del sentimento pessimistico che continua ad avanzare in Giappone – il calo secco della fiducia – rispecchia chiaramente verso metà mese le aspettative nere del mondo degli business nipponico[142]. Lo riflette il Rapporto mensile della Banca centrale, il Tankan, per novembre, segnalando che l’indice è sceso da-3 a settembre a -24. Che è un bello scendere.


 

[per trovare un testo non direttamente linkato, dal New York Times o dal Guardian, i quotidiani più frequentemente citati, digitarne il titolo esatto + nytimes o + guardian sul motore di ricerca preferito e cliccare

[1] Agenzia ADN-Kronos, 16.12.2008, Lenta ripresa da seconda meta 2009,+0,7% in 2010 (cfr. www.adnkronos.com/ IGN/Economia/?id=3.0.2819234057/).

[2] Il Sole 24 Ore, 2.12.2008, C. Gori, Ma lo strumento va perfezionato [titolo troppo blando: più aderente all’analisi, sarebbe stato, per dire, Ma lo strumento fa proprio pena].

[3] Leggetevela per intero l’analisi puntuta, puntuale e molto molto al dente, su Eguaglianza&Libertà, 3.12.2008, del prof. Ruggero Paladini, Tremonti folgorato sulla via del rigore (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/stampaArticolo.asp?id =1037/). Insieme al pezzo sullo stesso numero di P. Carniti, Crisi vera, rimedi finti (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/st ampaArticolo.asp?id=1032/), illustra bene e con grande sinteticità i contenuti ed il senso vero di questa soluzione insufficiente e bacata.

[4] la Repubblica, 9.12.2008, T. Boderi, Le norme anti-OPA: se Gheddafi spazza via le norme anti-OPA.

[5] Il Sole 24 Ore, 5.12.2008, C. Tucci, Censis: una famiglia su due a rischio di default. Il Rapporto è pubblicato, come sempre, da Franco Angeli editore.

[6] The Economist, Supplement The World in 2009Il Mondo nel 2009, 19.11.2008, The World in 2008: sorry Il mondo nel 2008: spiacenti (cfr. www.economist.com/theworldin/displayStory.cfm?story_id=12494578&d=2009/).

[7] New York Times, 12.12.2008, J. Mouawad, Oil Demand Down; 1st Time Since ‘83 Cala la domanda di greggio: per la prima volta dal 1983.

[8] Annuncio del ministro dell’Energia, Sergei I. Shmatko, in New York Times, 11.12.2008, A. E. Kramer, Russia Looks To Join OPEC’s Plan To Cut Output La Russia intende unirsi al piano OPEC di taglio alla produzione.

[9] Guardian, 17.12.2008, T. Macalister, OPEC surprises with cut of 2.2 million ballers a day L’OPEC, a sorpresa, taglia altri 2,2 milioni di barili al giorno alla produzione di greggio.

[10] New York Times, 27.12.2008, T. L. Friedman, Win, win, win, win, win…― Vittoria, vittoria, vittoria, vittoria, vittoria.

[11] New York Times, 24.12.2008, A. E. Kramer, With Russia’s Help, Gas-Producing Countries Try to Be More Like OPEC Con l’aiuto della Russia, i paesi produttori di gas naturale tentano di somigliare di più all’OPEC.

[12] New York Times, 4.12.2008, Agenzia Reuters, Business Urges Obama to Loosen Cuba Embargo— Il mondo degli affari fa pressione su Obama perché allenti l’embargo su Cuba.

[13] CNN.com, 29.10.2008, U.N. resolution urges U.S. to lift Cuba embargo— Una [ennesima] risoluzione dell’ONU preme sugli USA perché tolgano l’embargo contro Cuba.

[14] New York Times, 17.12.2008, A. Barrionuevo, At Meeting in Brazil, Washington Is Scorned Washington messa da parte, nell’incontro in Brasile

[15] Christian Science Monitor, 24.11.2008, S. M. Llana, Russia’s new presence in Latin America La nuova presenza russa in America latina.

[16] The Economist. 13.12.2008.

[17] New York Times, 10.11.2008, D. Barboza, China Unveils $586 Billion Economic Stimulus Plan— La Cina annuncia un progetto di stimolo economico da 586 miliardi di $.

[18] New York Times, 3.12.2008, J. Kahn, Recession Trickles to India—La recessione filtra ed entra in India.

[19] The Economist, 13.12.2008.

[20] New York Times, 26.12.2008, R. E. Oppel, Pakistan Moves Forces as Tensions With India Rise Il Pakistan sposta le truppe mentre monta la tensione con l’India.

[21] Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística, 8.12.2008, Contas Nacionais Trimestrais (cfr. www.ibge.gov.br/home/ estatistica/indicadores/pib/defaultcnt.shtm/).

[22] New York Times, 4.12.2008, C. Dougherty, Central Banks Across Europe Cut Key Rates— Le banche centrali attraverso tutta l’Europa tagliano i tassi principali di interesse.  

[23] BCE, 4.12.2008, Dichiarazione introduttiva alla Conferenza stampa del presidente J.-C. Trichet (cfr. www.ecb.int / press/pressconf/2008/html/is081204.en.html/).

[24] GED, Economics Daily, 9.12.2008, Euro GDP Forecasts (cfr. GED, www.google.it/search/).

[25] Bollettino BCE, 11.12.2008 (cfr. www.ecb.int/pub/pdf/mobu/mb200812en.pdf/); e, per il testo – questo anche in italiano – dell’editoriale, cfr. www.ecb.int/pub/mb/editorials/2008/html/mb081211.it.html/. 

[26] New York Times, 17.12.2008, E. L. Andrews, Fed Cuts Benchmark Rate to Near Zero―La Fed taglia quasi a zero  il tasso di riferimento; e Federal Reserve, Comunicato stampa, 16.12.2008 (cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/ press/monetary/20081216b.htm/).

[27] Questo il ragionamento, qui sintetizzato, da un breve editoriale del Nobel P. Krugman, sul New York Times, 15.12.2008, European Crass Warfare― La guerra crassa in Europa.

[28] Il Sole 24 Ore, 2.12.2008, A. Quadrio Curzio, Bruxelles diligente e senza idee.

[29] Guardian, 1.12.2008, UK closer to joining euro, EU commission president says Il Regno Unito, più vicino ad aderire all’euro, dice il presidente della Commissione europea.

[30] Guardian, 1.12.2008, M. Kettle, No way, José— Non se ne parla proprio, José.

[31] Il testo integrale: Consiglio dell’Unione europea, Bruxelles, 12.12.208, Conclusioni della Presidenza 17271/08 CONCL (cfr. www.consilium.europa.eu/ueDocs/cms:Data/docs/prewssData/it/ec/104698.pdf/).

[32] L’Italia è il paese industrializzato che, in materia, ha fatto di meno, 44° su 50 al mondo. Invece di abbassare la soglia delle nostre emissioni le abbiamo aumentate, battuti in peggio solo da quella cloaca industriale che è la Polonia, con la quale – non a caso – Berlusconi, che non voleva esporsi fino a mettere il veto di persona ma che contava su di essa per farlo, aveva tentato di allearsi per far abbassare l’obiettivo o, almeno, per ritardare l’impegno.

    Perdendo, ovviamente, il bracco di ferro sulle cifre – il 2020 resta: a quella data tutti i paesi UE senza alcuna eccezione – né Italia, né Polonia – avranno dovuto ridurre del 20% le loro emissioni di gas serra, e del 20% comunque la produzione dell’energia per quella data resta, resta che ad allora bisognerà produrre il 20% in energie rinnovabili: vero, l’obiettivo più ambizioso oggi al mondo – contro la coalizione virtuosa di scandinavi, tedeschi e francesi.

    Ma riuscendo a strappare l’impegno a una revisione del progresso verso l’obiettivo a metà strada, nel 2014, e qualche eccezione concreta se nella grande conferenza sul clima di Copenhagen dell’anno prossimo, riscontro anche da parte americana. Ma l’obiettivo complessivo resta fissato dov’era, come abbiamo visto al 2020, così come restano quelle fissate le quote nazionali.

    Non a caso, alla vigilia del vertice dei capi di Stato e di governo, a quel ghiacciolo del ministro Frattini – che sulla riunione preparatoria doveva rendere conto al Cavaliere, come gli doveva rendere conto di aver accondisceso alla sua improvvida scelta di associarsi sul tema all’impresentabile Polonia, minacciando magari di mettere ma mai, poi, effettivamente mettendo il veto – sono saltati un po’ i nervi: aveva annunciato di “riservarsi”, pur accettandolo, di tentare di “migliorare” l’accordo… (Guardian, 9.12.2008, I. Traynor, EU agrees 2020 clean energy deadline— L’UE concorda sulla scadenza del 2020 per l’energia pulita.

[33] Guardian, 13.12.2008, I. Traynor e N. Watt, EU leaders claim historic agreement on cutting pollution I leaders dell’Unione europea dichiarano uno storico balzo in avanti verso la riduzione dell’inquinamento.

[34] Guardian, 12.12.2008, G. Monbiot, Germany: the new dirty man of Europe La Germania: la nuova sozzona d’Europa.

[35] New York Times, 2.12.2008, N. Kulish, Germany Aims to Guide the West’s Ties to Russia— La Germania punta a guidare i legami dell’occidente con la Russia.

[36] Deutsche Welle, Rete tedesca internazionale di informazioni, 1.12.2008, Georgia, Ucraine Set for Disappointment at NATO Meeting Georgia e Ucraina scontano la delusione che avranno dalla riunione NATO (cfr. www.dw-world.de/dw/arti cle/0,2144,3840304,00.html/).

[37] International Herald Tribune, 30.11.2008, S. Erlanger, Georgia and Ukraine split NATO members La Georgia e l’Ucraina spaccano la NATO.

[38] Guardian, 2.12.2008, O. Bowcott, Rice warns Nato against closer ties with Moscow – for now— La Rice ammonisce la NATO contro legami più stretti con Mosca – almeno per ora.

[39] In fondo, la nuova segretaria di Stato, Hillary Clinton, allora senatrice di New York, insieme a quello che sarebbe poi stato il candidato alla presidenza contro Obama, il senatore dell’Arizona John McCain, aveva “nominato”, per il premio Nobel della pace del 2005, il presidente georgiano Saakashvili e quello ucraino Yushenko per il loro “eccezionale ruolo nel condurre i movimenti dei loro paesi verso la libertà” e per il loro “straordinario impegno per la pace”: non si sa bene se vittime della loro propaganda, delle loro lobbies ben oliate e finanziate – e generose di donazioni alla campagna di McCain, poi – o semplicemente della loro “sempliciotticità”, questa sì realmente straordinaria.

[40] Cfr. in Nota congiunturale 12-2008, Nota96.

[41] Stratfor, 10.12.2008, Geopolitical Diary: Georgia’s ‘Cabinet of Ambassadors’— Diario geo-politico: il governo degli ambasciatori in Georgia (cfr. www.stratfor.com/geopolitical_diary/20081209_geopolitical_diary/).

[42] The Economist, 13.12.2008.

[43] MoscowNews, 11.12.2008, Yushchenko and Timoshchenko form Ukraine coalition— Yushenko e Timoshenko [ri]formano [l’ennesima] coalizione in Ucraina (cfr. www.mnweekly.ru/news/20081211/55360671.html/).

[44] Stratfor, 11.12.2008, Geopolitical Diary: All-orange reunion in Ukraine, or part of Russia’s plan?— Diario geo- politico: il rimettersi insieme pan-arancione in Ucraina, o parte del piano russo? (cfr. www.stratfor.com/ geopolitical _diary/20081210_geopolitical_diary/).   

[45] Corriere della sera, 23.12.2008, F. Dragosei, Gas; tensione Russia-Ucraina.

[46] Neanche un russofobo come F. Venturini, Corriere della sera, stesso 23.12.2008, L’orologio di Putin segna l’ora sbagliata, può non riconoscere – malgrado un titolo tanto poco rispettoso della stessa realtà che descrive – che  facendo pressioni economiche sull’Ucraina – non è che pressioni economiche, come ad esempio su Cuba o chi vogliono loro, possano farle solo USA ed Europa, no? – la  Russia punti anche e anzitutto a “rafforzare la maggioranza che dice ‘no’ ogni volta che i sondaggi interrogano gli ucraini sull’adesione all’Alleanza” atlantica. Già perché è questa la realtà…

[47] Washington Post, 14.9.2008 – il giorno dopo sarebbero cominciati i fallimenti bancari a catena… il giorno dopo! – D. Luskin, Quit Doling Out That Bad-Economy Line (a Nation of Exaggerators)― Smettetela di seminare in giro la storia di un’economia che va male (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/09/12/AR20080912 02415 . html/).

[48] Washington Post, 14.12.2008, J. P. Moore, 5 Myths About Our Sputtering Economy…― 5 miti sulla nostra economia che balbetterebbe…

[49] The Economist, 6.12.2008.

[50] New York Times, 5.12.2008, L. Uchitelle, Jobless Rate Rises to 6.7% as 533,000 Jobs Are Lost Il tasso di disoccupazione si alza al 6,7%, con la perdita di 533.000 posti di lavoro; e BLS, 5.12.2008, Employment situation summary Sintesi della situazione occupazionale (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e, per un commento calibrato e attento, Economic Policy Institute, EPINET, 5.12.2008, J. Bernstein, H. Shierholz e T. Marcus, Job losses accelerate at alarming rate in Novembre— La perdita di posti di lavoro accelera a un ritmo allarmante a novembre (cfr. www.epi.org/ content.cfm/webfeatures_econindicators_jobspict_20081205/).

[51] NBER Ufficio nazionale della ricerca economica, 28.11.2008, Business Cycle Dating Committee Commissione per la datazione del ciclo, Comunicato stampa  (cfr. wwwdev.nber.org/cycles/dec2008.html/).

[52] The New York Times, 5.12.2008, D. Leonhardt, Workers Give Up— I lavoratori ci rinunciano.

[53] N. Gault, capo economista per gli USA della IHS Global Insight, l’Agenzia d’informazioni forse più completa sulle prospettive economiche a livello mondiale, citato in Guardian, J. Kollewe, 5.12.2008.

[54] New York Times, 22.12.2008, M. Richtel, More Firms Cut Labor Costs Without Layoffs Imprese sempre più numerose riducono i costi del lavoro senza licenziare tout court.

[55] New York Times, 4.12.2008, S. Rosenbloom, Retail Sales Are Weakest in 35 Years Le vendite al dettaglio al minimo da 35 anni.

[56] Barclays Capital Global Economics Daily II, 30.12.2008 (cfr. www.bolsamania.fr/analyses/analisis.php?origen= bolsamania_fr.bms_analisis&id=BMS_A_20081029175848&isin=&Sesion_BolsamaniaFR=m1sduem41so656qi 0l3rrmauu4/).

[57] New York Times, 13.12.2008, M. M. Grynbaum, U.S. Trade Deficit Grew in October as Exports Slowed Il deficit commerciale americano cresce in ottobre col calo delle esportazioni.

[58] New York Times, 13.12.2008, E. L. Andrews e D. Herszenhorn, White House Open to Using Bailout Money to Help Detroit La Casa Bianca è pronta ad usare i fondi del salvataggio finanziario [sotto il suo controllo diretto perché già glielo ha delegato quasi a scatola chiusa a inizio novembre il Congresso] per aiutare Detroit.

[59] New York Times, 19.12.2008, M. Herszenhorn e D. E. Sanger, Bush approves $17.4 Bln Auto Bailout― Bush approva 1,4 miliardi di $ di sussidi all’auto; poi (Guardian, 30.12.2008, J. Kolleve, US expands auto industry bail-out― Gli Statì Uniti espandono il salvataggio dell’industria automobilistica) aumentati di altri 6 miliardi.

[60] Cfr. Nota congiunturale 12-2008, Nota50. Ma, secondo il governatore del Michigan, signora Jennifer M. Granholm, è un lavoratore americano ogni dieci, quasi 14 milioni, ad essere in qualche modo legato alla produzione di Detroit: oltre quei 3 milioni, i milioni che dipendono dal lavoro che dà loro Detroit e quelli che vivono con le pensioni legate ai contratti delle Tre Grandi di Detroit o a quelle loro collegate in tutto il manifatturiero d’America (CNNPolitics.com, 13.11.2008). Forse è una valutazione un poco gonfiata, questa della governatrice. Ma valutazioni più indipendenti, diciamo così, parlano comunque di 10 milioni di dipendenti e pensionati legati alla produzione di Chrysler, Ford e General Motors.

[61] New York Times, 28.12.2008, edit., The Labor Agenda― L’agenda del lavoro.

[62] New York Times, 20.12.2008, B. Herbert, Hope Amid the Gloom― La speranza in mezzo allo sconforto.

[63] Ha anche spiegato in altra sede – un comizio elettorale per Obama, che ha appoggiato anche finanziandone la campagna – più di recente, che i ricchi con la crisi, tendono a spendere (a investire, a consumare) a livello individuale e di gruppo parecchio di meno e fanno, con ciò, cadere la domanda e, con essa, anche i prezzi.

    Il che, nel breve e forse anche nel medio periodo, andrebbe – dice – a favore dei poveri che, non avendo da perdere ricchezze accumulate e patrimoni, con la domanda calante trovano merci e beni essenziali a più buon mercato e recuperano così un po’ del potere d’acquisto legato a salari e benefici – pensioni, sussidi – che, legati ai tassi di inflazione diffusi quando la domanda era più alta non aumentano nominalmente ma riescono a comprare di più…

   Insomma, mors tua vita mea. Sarà…

   D’altra parte, a segnalare il turbamento della pace degli straricchi che sottilmente si avanza in America, è anche sull’altro fronte dei supermiliardari, quelli reazionari che leggono agenzie tipo Newsmax.com (23.12.2008, J. Meyers, U.S. military preparing for domestic disturbances I militari di preparano per sommosse interne-- cfr. www.newsmax. com/printTemplate.html) – che pubblicano ancora listata a lutto per la vittoria di Obama – articolo di grande allarme, come quello che segnala “un nuovo Rapporto del Collegio di guerra dell’esercito dove si evidenzia la discussione dell’uso di truppe americane per tenere sotto controllo situazioni di turbolenza civile causate dal peggioramento della crisi economica” (U.S. Army War College, 4.11.2008, N. Freier, "Known Unknowns… Unconventional 'Strategic Shocks' In Defense Strategy Development"― Quel che sappiamo di non sapere…, o che sappiamo di sapere: allarmi strategici non convenzionali nello sviluppo di una difesa strategica― cfr. www.strategicstudiesinstitute.army.mil/pubs/display.cfm? PubID=890/). Il messaggio è a metà tra il terroristico e il reazionario: bisogna preparare le truppe a sedare una guerra civile che è oggi, sicuramente, possibile…

[64] Chicago Sun Times, 7.12.2008, A. Pallasch, Obama defends Republic Windows and Doors workers― Obama difende i lavoratori della Republic Windows and Doors (cfr. www.suntimes.com/news/politics/obama/1318766,barack-obama-republic-window-doors-120708.article#/); e sul sito del presidente eletto, in risposta a una domanda diretta su cosa ne pensasse, alla conferenza stampa del 7dicembre, cfr. http://change.gov/newsroom/entry/general_eric_shinseki_ nomina ted_as_united_states_secretary_of_veterans_affa/).

[65] New York Times, 13.12.2008, M. Maynard, U.A.W. at Center of Dispute Over Bailout Failure L’UAW al cnetro della disputa sul fallimento del salvataggio.

[66] Guardian, 12.12.2008, S. Abramsky, The demise of Detroit— La fine di Detroit.

[67] Washington Post, 20.12.2008, P. Whoriskey, UAW's Sacrifices Look to Some Like Surrender― I sacrifici imposti alla UAW sembrano una resa ad alcuni.

[68] Washington Post, 20.12.2008, W. Brown, Bailout Floors the Pedal on Downsizing―Il salvataggio accelera il dimagrimento [che è il titolo della seconda edizione; la prima, meno ipocrita, diceva più chiaramente quel che sperava: che Col salvataggio, il ridimensionamento potrebbe anche accelerare la scomparsa della UAW].

[69] Washington Post, 20.12.2008, edit., Detroit’s holiday package― Il pacco per le feste di Detroit [nel sottotitolo, scommessa e speranza, speriamo proprio delusa: President Bush's deal with GM and Chrysler might work… if Barack Obama enforces it as president― L’accordo del presidente Bush con GM e Chrysler – la Ford, alla fine, ha deciso di fare da sola – potrebbe anche funzionare, se Barack Obama, da presidente, provvederà ad imporlo. Ad imporlo al sindacato, è chiaro, visto che lo ha già concordato con le aziende…  

[70] Non è certo la prima volta che un governo disfa con una mano quello che annuncia di fare con l’altra. La notizia, in effetti, fa il paio – sono solo i due primi esempi che saltano alla memoria – con altri annunci/rivelazioni letti negli ultimi mesi. Per esempio, che come ormai è del resto ben noto e da anni, i fondi per finanziare la spedizione militare italiana in Afganistan sono stati, in parte, trovati facendo man bassa negli stanziamenti per gli aiuti… allo sviluppo (andate a Googlarvi “finanziamenti + aiuti + afganistan” e vedete quel che trovate…). O che il Regno Unito, che spenderà 15 miliardi di sterline per rimpiazzare il primo stadio dei suoi missili nucleari Trident, lo farà con stanziamenti accantonati in bilancio per finanziare operazioni di… disarmo nucleare.

[71] CSM Worldwide, 10.12.2008 (cfr. www.csmauto.com/news/analyst-perspectives/).

[72] New York Times, 11.12.2008, N. Buckley, Forecaster Says Ford and G.M. Can Survive—Un pronostico esperto dice che Ford e G.M. [ma non dunque Chrysler…] possono sopravvivere.

[73] New York Times, 3.12.2008, B. Vlasic, U.A.W. Makes Concessions in Bid to Help Automakers La U.A.W. farà ‘concessioni’ nel tentativo di dare una mano ai fabbricanti.

[74] Il calcolo è stato fatto dall’Economic Policy Institute di Washington, D.C. Se le grandi fabbriche di auto di Detroit fallissero, l’anno seguente andrebbero persi 3.300.000 posti di lavoro in America. Solo nel Michigan, a Detroit, la chiusura costerebbe 400.00 posti, l’8,9% del lavoro disponibile nello Stato. Tutto considerato, in tutti gli Stati Uniti d’America, sfumerebbero più di 3 milioni di posti di lavoro e se ne andrebbero dai 576.000 ai 2.100.000 altri posti che da quelli (indotto, spese generate da quei redditi, ecc.): Stato per Stato, il computo è autorevolmente fatto dal Rapporto di R. E. Scott, dell’EPI, datato 3.12.2008 e intitolato When Giants Fall —Quando cadono i giganti (cfr. www.epi.org/brief ingpapers/227/bp227.pdf/).

[75] New York Times, 17.12.2008, R. Cohen, Pan Am Dies, America Lives La Pan Am muore, l’America vive.

[76] New York Times, 30.11.2008, edit., Bailing Away Salvando e salvando.

[77] New York Times, 16.12.2008, R. M. Schneiderman, Reactions to the Fed’s Rate Cut Reazioni al taglio dei tassi operato dalla Fed.

[78] New York Times, 20.12.2008, M. Fackler, Japan Offers a Possible Roadmap for U.S. Economy― Il Giappone propone un possibile tracciato per l’economia americana.

[79] New York Times, 16.12.2008, J. Healy, Retail Prices Fell at Record Rate in November I prezzi al consumo vanno giù a novembre del massimo di sempre.

[80] New York Times, 16.12.2008, D. Jolly, Dollar Sinks― Il dollaro affonda.

[81] New York Times, 16.12.2008, J. Healy, Wall Street Lower a Day After Rate Cut― Wall Stret va giù il giorno dopo il taglio dei tassi.

[82] Money Morning, 8.1.2008, Investing Guru Jim Rogers Predicts “Worst” U.S. Recession in Years― Il famoso investitore-Guru Jim Rogers predice la peggiore recessione americana da decenni (cfr. www.moneymorning.com/2008/ 01/08/investing-guru-jim-rogers-predicts-worst-us-recession-in-years-urges-investors-to-shift-into-commodities/).

[83] MoneyNews.com, 16.12.2008, G. J. Koprowski, Rogers: Dollar to Decline 90 Percent Il dollaro si svaluterà del 90% (cfr.  http://moneynews.newsmax.com/streettalk/rogers_dollar_collapse/2008/12/16/162525.html/).

[84] Guardian, 10.12.2008, J. Freedland, By all means hold Obama’s feet to the fire, but it’s a bit early to cry betrayal Sì, in ogni modo teniamo i piedi di Obama sul fuoco, ma è un po’ presto per gridare al tradimento; e Politico.com, 8.12.2008, C. E. Lee e N-M. Henderson, Liberals voice concerns about Obama I progressisti danno sfogo alle loro preoccupazioni su Obama; e New York Times, 9.12.2008, Peter Baker, Liberals Wonder When Obama’s Team Will Reflect ThemI progressisti si cominciano a chiedere quando la squadra di Obama comincerà a riflettere anche loro [e le loro sensibilità].

[85] The Nation, K. vanden Heuvel, 25.11.2008, Moving Obama Spostare Obama (cfr. www.thenation.com/doc/200812 15/ kvh/); Guardian, 9.12.2008, M. Tomasky, Obama and the liberals— Obama e i progressisti.

[86] Nella diretta Tv di Meet the Press, della NBC, 7.12.2008 (cfr. www.msnbc.msn.com/id/28096219/). 

[87] la Repubblica.com, Il blog di G. Turani, in Finanza e mercati, 10.11.2008, I dollari di Bernanke (cfr. http://giuseppe turani.repubblica.it/).

[88] New York Times, 13.12.2008, edit., Mr. Obama’s Green Team La squadra verde di Obama

[89] The Independent, 21.12.2008, G. Lean, Obama cranks up the green revolution― Obama accelera la rivoluzione verde.

[90] The New York Review of Books, vol. 55, no. 20, 18.12.2008, P. Krugman, What to do— Cosa fare (cfr. www.nybooks. com/articles/22151/).

[91]  Cfr. Nota51, qui sopra.

[92] Guardian, 1.12 2008, D. Baker, Deficit hawks are still circling I falchi scatenati contro i deficit volteggiano ancora.

[93] New York Times, 8.12.2008, M. M. Grynbaum, In String of Bad News, Omens of a Long Recession In una catena di cattive notizie, i presagi di una lunga recessione.

[94] Cfr. Nota30, qui sopra.  /// (NYT 8.12, Grynbaum)

[95] New York Times, 3.12.2008, E. MacAskill, Georgia run-off denies Obama total control of Senate Le supplemntari in Georgia negano ad Obama il controllo totale del Senato.

[96] Per il testo della Costituzione e delle leggi interpretative al riguardo, cfr. http://igs.berkeley.edu/library/pardon.html/.

[97] Come titola sul Guardian, l’articolo di M. Kettle, A lawless outcome to a lawless war, del 3.12.2008 che ventila, con riferimenti documentati, questa che sembra un’ipotesi più che probabile. 

[98] New York Times, 3.12.2008, T. Shanker, Campaign Promises on Ending the War in Iraq Now Muted by Reality— Le promesse elettorali sulla fine della guerra in Iraq ora sotto sordina di fronte alla realtà.

[99] Washington Times, quotidiano genuinamente conservatore, 7.10.2007, A. de Borchgrave, Iraq exit logistics La logistica dell’uscita dall’Iraq (cfr. www.washingtontimes.com/news/2007/oct/07/iraq-exit-logistics/).

[100] L’elenco che segue è estratto da un libro pubblicato di fresco, di uno studioso , uno storico ed ex diplomatico famoso, Peter W. Galbraith, figlio dell’ancor più famoso economista John K. Galbraith, da poco scomparso ultracentenario, e intitolato Unintended Consequences— Conseguenze non volute, Simon &Schuster, 9.2008, New York. Non ve lo fate scappare, appena sarà pubblicato in italiano. Vale davvero la pena di leggerlo, tenendo sempre presente però che si tratta di un lavoro assai critico, ma sempre quintessenzialmente americano: che vede, comunque, ad esempio l’Iran come una potenza inevitabilmente, o quasi, nemica.  

[101] Guardian, 24.12.2008, T. Parfitt e J. Borger, Russia to raise nuclear missile output fourfold― La Russia vuole aumentare la produzione di missili nucleari di quattro volte.

[102] Ma resta difficile: le concessioni statunitensi all’Iraq sono inaudite, finora anche per gli alleati più stretti degli USA; e la nuova segretaria di Stato. Hillary Clinton, fu la prima al Senato a reclamare che lei e i suoi colleghi avessero voce in capitolo, essendo loro il diritto-dovere di advise and consent, di consigliare e consentire, sul nuovo accordo bilaterale che in realtà – come la senatrice Clinton affermò con forza – è un vero e proprio Trattato tra Stati e, dunque, deve avere l’assenso esplicito del Senato, secondo l’art.II, sez.2,clausola 2 della Costituzione.

[103] Testo della risoluzione congiunta di autorizzazione, Public Law No: 107-243 (cfr. www.pbs.org/newshour/bb/middle _east/july-dec02/joint_resolution_10-11-02.html/).

[104] New York Times, 14.12.2008, E. Bumiller, General Sees Longer Stay for Some U.S. Troops in Iraqi Cities Il generale [in capo americano] vede un prolungamento dello stanziamento di truppe americane nelle città irachene. 

[105] New York Times, 14.12.2008, E. Bumiller, Gates, in Iraq, Affirms U.S. Pullout Goal— Gates, in Iraq, conferma le scadenze il ritira americano a scadenza.

[106] New York Times, 25.12.2008, A. J. Rubin, Iraq Unsettled by Political Power Plays―L’Iraq destabilizzato dall’lintreccio di giochi di potere politico.

[107] New York Times, 17.12.2008, E. Bumiller e T. Shanker, Generals Propose aTimetable for Iraq I generali propongono un [loro] scadenziario per l’Iraq.

[108] Come ha scritto incisivamente R. Cohen: sul New York Times, del 22.12.2008, Two Shoes for Democracy― Due scarp[at]e per la democrazia.

[109] The Economist, 13.12.2008.

[110] Che, ha esultato Yediot Aharonot, il più diffuso quotidiano di Israele, “è stato il fattore che ha assai incrementato il numero deille persone ammazzate”: citato da Guardian, 30.12.2008, S. Milne, Israel’s onslaught on Gaza is a crime that cannot succeed L’assalto di Israele a Gaza è un delitto che non può aver successo.

[111] New York Times, 27.12.2008, T. el-Khodary e I. Kershner, Israeli Attacks Kills Scores Across Gaza Gli attacchi israeliani su gaza uccidono a dozzine.

[112] Guardian, 29.12.2008, R. McCarthy, Gaza strategy divides Israeli military strategists― La strategia su Gaza divide gli strateghi militari israeliani.

[113] New York Times, 28.12.2008, E. Bronner, Israel Reminds Foes That It Has Teeth Israele ricorda ai suoi nemici che ha sempre i denti [come se lo ingnorassero…].

[114] Al Quds, 28.12.2008 (cfr. www.alquds.com/).

[115] Guardian, 29.2.2008, Israeli minister warns of Palestinian ‘holocaust’ Ministro israeliano avverte su un ‘olocausto’ palestinese.

[116] Preparata, peraltro, da oltre sei mesi, come informa il 28.12.2008 il giornale di Tel Aviv Ha’aretz, B. Ravid,  Disinformation, secrecy and lies: How the Gaza offensive came about Disinformazione, segretezza e menzogne: come è stata montata l’offensiva cotnro Gaza (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1050426.html/).

[117] Guardian, 27.12.2008, I. Black, Israel’s hammer blow in Gaza― La martellata di Israele si abbatte su Gaza.

[118] Torah ebraica e Bibbia cristiana, II libro, Esodo, 21,24.

[119] M. Gandhi, Aforismi, cod. 2873.

[120] Jerusalem Post, 13.2.29007, S. C. Frenkel, Omert, Natanyahu clash over Hamas Olmert e Netanyahu si scontrano su Hamas [era nei mesi immediatamente seguenti il fallimento della seconda invasione del Libano, ed il  primo ministro Olmert accusava proprio di questo il suo predecessore, del Likud, Netanyahu: di aver sistematicamente aiutato e rafforzato Hamas, sia finanziariamente che con la fornitura di armi, nel tentativo di scalzare l’OLP (cfr. www. jpost.com/servlet/Satellite?pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull&cid=1170359844280/); e, anche, Global Outlook, no. 2, Summer 2002, Global Research,  23.3.2004, Hamas is a Creation of Mossad― Hamas è una creatura del Mossad (cfr. www.globalresearch.ca/articles/ZER403A.html/).

[121] The Independent, 29.12.2008, J. Hari [nel 2007, giornalista dell’anno di Amnesty International; nel 2008, vincitore del premio giornalistico Orwell per servizi di informazione di stampo politico], The true story behind this war is not the one Israel is telling― La vera storia dietro questa guerra, non è quella che racconta Israele [perché “è nel contesto della punizione collettiva disegnata per far cadere il governo democraticamente eletto di Hamas che a Gaza alcune forze militari palestinesi hanno fatto qualcosa di immorale, sparando razzi Qassam indiscriminatamente in direzione di aree urbane israeliane].  

[122] Conferenza stampa di Obama  a Sderot, 23.7.2008 (cfr. www.barackobama.com/pdf/IsraelFactSheet.pdf/).

[123] Frankfurter Allgemeine Zeitung, 7.12. 2008, interv. di G. P. Hefty e G. Nonnenmacher, ‘Es fehlt an persönlicher Führungskraft’— ’Manca una leadership forte (cfr. www.faz.net/s/RubFC06D389EE76479E9E7 6425072B196C3/Doc~E919 C66C1ACEF4A6EBF2F5B6CA8BF01F3~ATpl~Ecommon~Scontent.html/); traduzione sul Corriere della sera, 9.12.2008, col titolo La Germania dipende dalla City [boh…].

[124] Financial Times, 5.12.2008, Reuters, German manufacturing orders collapse Crollano gli ordini del manufatturiero tedesco.

[125] Financial Times, 2.12.2008, D. Schäfer, German car sales plunge sharply— Le vendite di auto vanno giù bruscamente in Germania.

[126] Cfr. Nota56 sopra. (Barclays…)

[127] Financial Times, 3.12.2008, J. Wilson, Corporate insolvencies in Germany— I fallimenti di impresa in Germania.

[128] Das Bild, 8.12.2008, Bundesregierung will Rettungspaket fűr Banken nachbessern Il governo federale vuole migliorare ancora il pacchetto di salvataggio per le banche (cfr. www.bild.de/BILD/news/wirtschaft/2008/12/08/rettung spaket-fuer-banken/bundesregierung-plant-nachbesserung-strafgeld-fuers-bunkern.html?o=RSS/).

[129] New York Times, 26.12.2008, J. Dempsey, Germany Struggles With Idea of Larger Bailout Package― La Germania si arrovella sull’idea di un pacchetto di salvataggio più vasto.

[130] Global Economics Daily, 9.12.2008, French October trade deficit at record low of €7.1%— In Francia, ad ottobre, deficit commerciale al minimo, 7,1 miliardi di € (cfr. GED, www.google.it/search/).  

[131] Global Economics Daily, 11.12.2008, French industrial production shutdown— Fermate della produzione industriale in Francia (cfr. GED, www.google.it/search/).

[132] Global Economics Daily, 9.12.2008, UK trade deficit £7.8 in October— Il deficit commerciale britannico a 7,8 miliardi di sterline ad ottobre (cfr. GED, www.google.it/search/).

[133] Office for National Statistics (OMS), 10.12.2008, Latest national statistics Ultime statistiche nazionali (cfr. www.stati stics.gov.uk/cms/includes/uksanews.xml/).

[134] The Times, 7.12.2008, D. Smith, Zut! France leapfrogs UK in economic table Zap! La Francia fa il saltacavallo e supera la Gran Bretagna sulla dimensione dell’economia.

[135] Cfr. Nota congiunturale 12-2009.

[136] Guardian, 28.8.2007, A. Seager, City bonuses hit record high with £14bn payout I premi alla City toccano il record con elargizioni pari a 14 miliardi di sterline.

[137] The Independent, 22.12.2008, N. Morris, B. Russell e A. Dawber, Britain’s job ‘bloodbath’― Il ‘bagno di sangue’ dei posti di lavoro in Gran Bretagna.

[138] Guardian, 19.12.2008, J. McCurry, Japan slashes interest rates to 0.1%― Il Giappone taglia i tassi di interesse allo 0,1%.

[139] New York Times, 26.12.2008, B. Wassener, Japanese Output Data Reinforces Recession Worries― I dati sulla produzione rafforzano le preoccupazioni sulla recessione.

[140] New York Times, 13.12.2008, M. Fackler, Japanese Leader Offers a New Stimulus Package Il premier giapponese offre un nuovo pacchetto di stimolo economico.

[141] The Economist, 13.12.2008.

[142] New York Times, 14.12.2008. B. Wassener, Japan’s Manufacturing Confidence Index Drops Sharply La fiducia degli industriali manifatturieri cade nettamente.