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     01. Nota congiunturale - gennaio 2008

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

In termini di ricchezza, di PIL pro-capite, non ancora di PIL come valore complessivo assoluto, l’Italia è scesa di un gradino sotto la Spagna. Questa è la sentenza, meglio forse la valutazione, dell’EUROSTAT arrivata il 18 dicembre e che ha colto un po’ di sorpresa solo chi non era stato attento finora all’andamento della crescita dei due paesi quest’anno.

Anzi, in questi ultimi anni. Il problema è che dal 2004, il PIL pro-capite italiano è sceso sempre (fatto uguale quello medio dell’Unione a 100) da 107 a 1903, in totale di ben 4 punti di PILi e quello spagnolo nello stesso periodo è salito degli stessi 4 punti.

Secondo la Banca mondiale[1], poi, proprio in potere d’acquisto(fatto uguale a  crescita del PIL in rapporto a tasso di inflazione e di cambio) su 146 paesi del mondo l’Italia è al 9° posto, ma ormai dietro Russia e India.

 

 

ANNUARIO STATISTICO ITALIANO 2007

 

In versione elettronica, e con tavole statistiche allegate, l’Annuario statistico italiano del 2007 è stato integralmente reso disponibile sul sito web www.istat.it.

Riassumiamo a seguire i dati che ci sembrano più rilevanti raccogliendoli per temi principali.

Ambiente e territorio

La sismicità del territorio

A fine  2006, l’8,9% dei comuni italiani presenta un livello di sismicità alta e il 43% un livello di sismicità minima. Popolazione residente nella prima fascia, il 5% e, nella seconda, il 33,6%. Maggiormente esposte, nell’ordine, Calabria, Basilicata e Molise. Al minimo di rischio, tutta la  Sardegna

Gli incendi forestali

Nel 2005, 7.950 incendi forestali hanno causato danni economici o, comunque, il territorio (erano stati 6.364 nell’anno precedente), interessando lo 0,3% della superfiche forestale. Il record negativo resta quello del 2003: quasi 10 mila incendi bruciarono lo 0,6% delle foreste.

La raccolta dei rifiuti

Nel 2005, 31,7 milioni di tonnellate, pari a 540,5 chilogrammi per abitante (532,8 nel 2004). La raccolta differenziata si è attestata al 24,3% dei rifiuti urbani (22,7 % nel 2004), raggiungendo il 38,1% nelle regioni del Nord Italia, con una media invece di appena l’8,7% nelle regioni meridionali.

Controlli ambientali e valutazioni delle famiglie

Nel 2006, 9.385 controlli sono stati effettuati dal Comando carabinieri per la tutela dell’ambiente; di questi, circa il 30% è risultato non conforme. Nella metà dei casi (4.717) l’azione si è concentrata sul monitoraggio dell’inquinamento del suolo, rilevando 1.862 irregolarità (circa il 40% di questa tipologia di controlli) con quasi 4 miliardi di euro in contravvenzioni elevate e l’arresto di 109 persone.

Nel 2007 i problemi maggiormente sentiti dalle famiglie sono il traffico nella zona in cui abitano (46,7%), l’inquinamento dell’aria (43,6%) le difficoltà di parcheggio (41,4%), la rumorosità (36,8%), la scarsa fiducia nella potabilità dell’acqua del rubinetto (35,4%), il rischio criminalità (34,6%) e la sporcizia nelle strade (34,1%).

Traffico, sporcizia, rischio criminalità e difficoltà di parcheggio sono problemi sentiti come particolarmente rilevanti nelle regioni del Centro e del Sud mentre al Nord il 49,0% delle famiglie dichiara la presenza di problemi legati all’inquinamento dell’aria.

Popolazione, immigrazione, età, trasporti e telecomunicazioni, credito e assicurazioni, sanità, giustizia e istruzione

Popolazione, immigrazione, età  

Alla fine del 2006 i residenti in Italia erano 59.131.287, circa 380.000 in più rispetto all’anno precedente, incremento dovuto quasi esclusivamente al saldo attivo del movimento migratorio (+377.458 unità), mentre il movimento naturale, che torna ad essere positivo, contribuisce con 2.118 unità. Al 1° gennaio 2007 gli stranieri residenti sono 2.938.922 con un incremento rispetto all’anno precedente di 268.408 unità (+10,1%); attualmente gli stranieri iscritti in anagrafe rappresentano il 5% della popolazione totale, un valore quasi doppio rispetto al 2,7% del 2003.

La fecondità delle donne nel 2006 è salita a 1,35 (da 1,32 figli per donna nel 2005): e si tratta del livello più alto registrato in Italia negli ultimi anni. Nell’Unione europea (a 15)  ma con dati fermi al 2005 per il confronto internazionale, il nostro paese rimane comunque uno dei meno prolifici. Se, invece, si considera l’Unione a 27 l’Italia sopravanza molti paesi dell’Europa dell’Est che hanno livelli di fecondità decisamente più bassi (1,24 la Polonia, 1,25 la Slovacchia, 1,26 la Slovenia e 1,28 la Repubblica Ceca ).

Ancora in calo i matrimoni, che scendono da 247.013 del 2005  a 243.511 del 2006 con un tasso che passa dal 4,3 al 4,2 per mille. Continuano a diminuire i matrimoni celebrati con rito religioso, che si attestano al 66,3% del totale (erano il 67,6% nel 2005. Quelli con rito civile salgono al 33,7% del totale (erano il 32,4% nel 2005). Nelle regioni centro-settentrionali la percentuale dei matrimoni religiosi scende al 56,2%. Nel Sud è nettamente superiore, del 79,2%.

Prosegue il processo di invecchiamento della popolazione: al 1° gennaio 2007 l’indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione ultrasessantacinquenne e quella con meno di 15 anni) registra un ulteriore incremento, raggiungendo un valore pari al 141,5%. I dati a livello internazionale, che però si fermano al 1° gennaio 2005, collocano l’Italia, con un indice al 137,8%, tra i paesi maggiormente investiti dal processo di invecchiamento della popolazione. Tra quelli che superano la soglia del 100%, ovvero Germania, Bulgaria, Grecia, Spagna, Lettonia, Portogallo, Slovenia ed Estonia, nessuno arriva a sfiorare il 130%. Ormai è ultrasessantacinquenne un italiano su cinque e, anche i “grandi vecchi” (dagli ottanta in su), sono in continuo aumento, e rappresentano più del 5% del totale della popolazione.

Trasporti e telecomunicazioni

Negli ultimi dieci anni la mobilità di passeggeri e merci è cresciuta in misura maggiore di quanto non sia accaduto in passato, favorita dal progresso tecnologico e da nuovi comportamenti sociali. Una quota prevalente del trasporto continua ad indirizzarsi verso il traffico su strada: sono circa 40 milioni gli autoveicoli circolanti nel 2006, e fra questi si contano più di 35 milioni di autovetture.

Non a caso, infatti, tra i mezzi di trasporto privato il più utilizzato, nel 2007, è ancora l’automobile, sia per gli occupati che la usano negli spostamenti per recarsi al lavoro (68,2%) sia per gli studenti (34,2%).

Nel 2007 poco meno di un quarto della popolazione di 14 anni e oltre (24,4%) usa i mezzi pubblici urbani, il 16,6% quelli extra-urbani mentre il 29,9% ha preso almeno una volta il treno. Rispetto alla qualità del servizio erogato, in particolare per quel che riguarda la frequenza delle corse, la puntualità e il posto a sedere, gli utenti dei pullman extra-urbani sono più soddisfatti di coloro che utilizzano autobus e treno. La puntualità dei treni è ancora l’aspetto che incontra la percentuale di soddisfazione più bassa fra gli utenti, appena il 44,2%, sebbene in aumento rispetto al 2006 (37,7%). In compenso, il 62,6% è soddisfatto della possibilità di trovare un posto a sedere.

Credito e assicurazione

Alla fine del 2006 l’ammontare dei depositi bancari ha superato i 727 miliardi di euro, con un incremento di 37 miliardi sul 2005 (+5,3%); il 67,4% di tali depositi appartiene a famiglie e istituzioni sociali private.

Gli sportelli bancari sono 32.333, pari a 5,5 ogni 10.000 abitanti. La situazione si presenta differenziata a livello territoriale: in Trentino-Alto Adige se ne contano 9,5 ogni 10.000 abitanti (10,5 a Trento e 8,5 a Bolzano) mentre in Calabria appena 2,7.

Quanto al settore assicurativo, nel corso del 2005 si rileva che i risultati delle gestioni danni e vita sono pari rispettivamente a 3,3 e 2,5 miliardi di euro. Il risultato dei due conti tecnici determina un utile d’esercizio di oltre 5 miliardi di euro. Il peso dell’attività del settore vita sul totale dei premi raccolti continua ad attestarsi su livelli superiori a quello del ramo danni (rispettivamente, 67% e 33%). Da segnalare, infine, la crescita della raccolta globale dei premi, pari a +8,6% rispetto al 2004.

Sanità e salute

Nel 2005 sono circa 47.000 i medici di base presenti sul territorio nazionale, valore sostanzialmente stabile negli ultimi anni e che equivale a 8 medici ogni 10.000 abitanti. Cresce invece l’offerta di medici pediatri: se ne contano circa 7.500, ovvero 9 ogni 10.000 bambini fino a 14 anni. Gli ambulatori e i laboratori pubblici e privati convenzionati negli ultimi anni hanno subito una brusca riduzione prima e un rallentamento poi: tra il 2003 e il 2004 c’è stata una diminuzione di 7 ambulatori e laboratori ogni 100.000 residenti, mentre tra il 2004 e il 2005 la flessione è pari soltanto a -0,14, pertanto nel 2005 ce ne sono 18 ogni 100.000 abitanti  contro i 25,1 del 2003. Cala inoltre l’offerta dei servizi di guardia medica: i medici addetti scendono da 25 ogni 100.000 abitanti nel 2003 a 23 nel 2005.

L’assistenza domiciliare integrata è sempre più importante in una società come quella italiana, caratterizzata da un evidente processo di invecchiamento. Su 195 Asl sono 184 quelle che offrono questo servizio nel 2005 (erano 175 nel 1999). Aumentano anche i pazienti assistiti al proprio domicilio: da circa 316.000 nel 2003 a 396.000 nel 2005; gli ultrasessantacinquenni ne rappresentano una quota rilevante (l’84,2% del totale).

Nel sistema ospedaliero italiano prosegue il processo di razionalizzazione delle risorse e delle attività. Nel 2003 i posti letto ordinari sono 4,2 ogni mille abitanti (4,9 nel 1999). Alla diminuzione dell’offerta di posti letto corrisponde un’ulteriore riduzione delle degenze in regime ordinario (che scendono a 8,4 milioni nel 2003 dai circa 9,8 milioni del 1999), mentre aumenta il ricorso al day hospital: la dotazione di posti letto per questo servizio passa da 26.818 nel 1999 a quasi 33.000 nel 2003 (14% circa del totale dei posti letto ordinari).

Nel 2007 il 73,3% della popolazione residente in Italia valuta buono il proprio stato di salute, con differenze di genere a svantaggio delle donne (70,2% contro 76,6% degli uomini). La presenza di patologie croniche costituisce un importante indicatore per comprendere lo stato di salute della popolazione. Il 38,4% dei residenti in Italia dichiara di essere affetto da almeno una delle principali patologie croniche. Quelle maggiormente riferite sono l’artrosi/artrite (19,4%), l’ipertensione (15,3%), le malattie allergiche (9,9%) e l’osteoporosi (7,4%).

Giustizia civile…

Nel 2005 diminuiscono i procedimenti civili sopravvenuti in primo grado (-5,2% rispetto all’anno precedente), aumentano leggermente quelli esauriti (+0,5%), mentre i pendenti registrano una contrazione del 2,1%.

In forte calo, rispetto al 2004, il numero dei provvedimenti di urgenza a protezione del minore (-23,8%);  anche le adozioni registrano una diminuzione (-8,3%), passando da 4.460 nel 2004 a 4.092 nel 2005.

Nel 2006 il numero dei protesti, pari a 1.576.163, si riduce del 5,1% rispetto all’anno precedente. Il valore complessivo dei titoli protestati ammonta a 3.942 milioni di euro, con un importo medio di circa 2.501 euro.

Sono 12.148 i fallimenti dichiarati nel corso del 2005 (+7,4% rispetto al 2004). Diminuisce fortemente il numero dei ricorsi presentati nel 2005 (-21,5%): il 64% di questi è rappresentato dai ricorsi relativi all’attività della pubblica amministrazione.

… e penale

Nel 2005 sono 3.178.367 i procedimenti pendenti presso i tribunali ordinari (erano 3.316.746 alla fine del 2004), nello stesso tempo quelli pendenti presso i tribunali per i minorenni ammontano a 18.380 (contro i 18.154 dell’anno precedente).

I delitti denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria sono 2.579.124, con un aumento del 6,7% rispetto al 2004. Tra le tipologie di delitti si registra una netta diminuzione del numero di omicidi (sono 601, il 15,8% in meno rispetto all’anno precedente), mentre sono in forte aumento le truffe e le frodi informatiche (90.523, pari al +36,5%) e i sequestri di persona (1.614, pari a +30,3%). Registrano una crescita anche le lesioni dolose (+9,3%), le violenze sessuali (+7,7%) e le violazioni di legge in materia di stupefacenti (+6,7%).

Nel 2005 i condannati per delitto sono 221.381 (-7,5% rispetto all’anno precedente); di questi il 62,6% aveva già precedenti penali. Per il 64,9% dei condannati la sentenza ha previsto la pena della reclusione, mentre al rimanente 35,1% è stata comminata una  multa. I minorenni condannati per delitto costituiscono l’1,3% del totale.

Istruzione

Sono 8.908.336 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2005-2006, circa 36 mila in più rispetto all’anno precedente. Si conferma l’andamento positivo registrato a partire dal 2000-2001; ad aumentare sono in particolare gli alunni delle scuole dell’infanzia e quelli delle scuole primarie. Il tasso di scolarità è intorno al 100% nelle scuole d’infanzia, elementari e medie mentre è in continuo aumento quello della scuola secondaria superiore, passato dall’89,8% del 2000/2001 al 92,4%.

L’aumento della scolarizzazione ha prodotto, nel corso degli anni, un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione italiana: la quota di persone con qualifica o diploma di scuola secondaria superiore è pari al 32,2% mentre il 9,7% è in possesso di un titolo universitario.

I giovani che si sono iscritti per la prima volta all’università nell’anno accademico 2005-2006 sono poco più di 324 mila, circa 8 mila in meno rispetto all’anno precedente (-2,3%), il 93,1% risulta iscritto ai corsi di laurea triennali.

La popolazione universitaria cresce leggermente (+4.000 studenti) attestandosi a 1.823.886 unità con una mobilità territoriale piuttosto elevata: uno studente su cinque studia in una regione diversa da quella di residenza. Le donne sono più propense degli uomini a proseguire gli studi oltre la scuola secondaria (le diplomate che si iscrivono a un corso universitario sono 76 su 100, mentre i diplomati solo 64 su 100) ma anche a concludere il percorso accademico (le laureate sono circa 27 ogni 100 venticinquenni contro i 19 laureati ogni 100 maschi della stessa età).

Le migliori opportunità di inserimento professionale dei laureati si presentano ai giovani provenienti dai corsi dei gruppi ingegneria (l’81,6% svolge un lavoro continuativo iniziato dopo il conseguimento della laurea), chimico-farmaceutico (72,5%), economico-statistico (68,1%) e di architettura (60,0%). Nonostante il maggiore rendimento nello studio, le laureate incontrano più difficoltà dei loro colleghi nel trovare lavoro: sono appena il 52% quelle che hanno un lavoro continuativo contro il 62% dei maschi. Al  Nord i laureati che lavorano continuativamente sono il 64,6%, al Centro il 56,2% e appena il 42,3% nel Mezzogiorno.

Il sociale

Lavoro, famiglie e aspetti sociali,cultura

In base ai dati della rilevazione continua sulle forze di lavoro, nel 2006 gli occupati sono 22.988.000, con un incremento di 425.000 unità rispetto all’anno precedente (+1,9%). Il numero delle persone in cerca di occupazione scende a 1.673.000, 215.000 in meno rispetto al 2005 (-11,4%). Il tasso di disoccupazione cala dal 7,7% del 2005 al 6,8% del 2006.

Un contributo rilevante all’aumento della occupazione è dato dalla componente straniera. Nel 2006 il 41,9% della crescita complessiva riguarda gli occupati stranieri, aumentati di 178.000 unità, pertanto la quota di lavoratori stranieri sale dal 5,2% del 2005 al 5,9% del 2006.

L’aumento dell’occupazione riguarda entrambi i sessi, ma è la componente femminile a far registrare la crescita maggiore (+2,5% contro +1,5%). Il tasso di occupazione, dopo il valore invariato del 2005 (57,5%), torna a salire e giunge al 58,4%, pur restando ampiamente al di sotto del dato medio dell’UE25 (64,6%); salgono i tassi di occupazione sia maschile (70,5%) sia femminile (46,3%).

Sul piano settoriale, il numero degli occupati sale nell’agricoltura (+3,6%, pari a 34.000 unità), mentre rimane pressoché stabile nell’industria in senso stretto, dovuta a un calo del lavoro dipendente (-10.000 unità) compensato da un aumento quasi di pari entità del lavoro autonomo (+ 9.000 unità). Positivo l’andamento dell’occupazione nel terziario (+2,8%, pari a  405.000 unità), mentre nel settore delle costruzioni, dopo sette anni consecutivi di aumento, si registra una dinamica negativa (-0,6%, pari a -12.000 unità)

Sotto il profilo territoriale, emerge una crescita in tutte le aree del paese. All’incremento degli occupati nel Nord e nel Centro (rispettivamente +2% e +2,1%) si aggiunge, per la prima volta dopo tre anni di flessione,  un incremento nel Mezzogiorno (+1,6 per cento).

Famiglie e aspetti sociali vari

Nel 2007 è in leggero aumento la percentuale di persone di 14 anni e più che si dichiarano molto o abbastanza soddisfatte della propria situazione economica: il 51,2% contro il 50,2% nel 2006. La quota più alta di soddisfatti si registra al Nord (58,8%), mentre si attesta al 53,1% nel Centro e scende al 40,3% nel Mezzogiorno.

Nello stesso anno il 79% della popolazione di 14 anni e più esprime un giudizio positivo sul proprio stato di salute (dato sostanzialmente stabile rispetto al 2006); il 14,0% è poco soddisfatto, mentre le persone del tutto insoddisfatte sono il 4,5%. Nel Nord il livello di soddisfazione si attesta all’82,0%, nel Mezzogiorno invece scende al 75,9%.

Nel 2007 è ancora rilevante la quota di famiglie che denunciano difficoltà di accesso ai servizi di pubblica utilità, soprattutto per quanto riguarda il pronto soccorso (55,1%), le forze dell’ordine (40,3%), gli uffici comunali (35,6%), i supermercati (31,6%) e gli uffici postali (28,1%). Permangono differenze a livello territoriale; infatti, le famiglie meridionali hanno più problemi nell’accesso ai servizi, in particolare per il pronto soccorso (63,0%), le forze dell’ordine (47,3%), gli uffici comunali (42,1%) e gli uffici postali (36,7%).

I tempi di attesa per l’erogazione dei servizi sono più lunghi nelle Asl, dove il 43,7% degli utenti è stato in fila per oltre 20 minuti (percentuale pressoché stabile rispetto al 2006). Negli uffici postali le attese più lunghe riguardano le persone che devono ritirare la pensione (48,8%) o effettuare un versamento in conto corrente (42,0%); questi disagi colpiscono in misura maggiore i cittadini che risiedono nel Mezzogiorno (il 65,6% nel caso della pensione e il 57,2% per i conti correnti).

Nel 2007 il 9,2% delle persone di 14 anni e più partecipa alle attività gratuite di volontariato, il 9,1% a riunioni di associazioni culturali, mentre il 16,7% si limita a versare soldi ad un’associazione.

Sempre nel 2007, rimane sostanzialmente stabile la quota di persone di 3 anni e più che dichiara di praticare uno sport con continuità (20,6%) o saltuariamente (9,6%). La pratica sportiva è più diffusa al Nord con il 24,0%, mentre scende al 15,6% nel Meridione. Le persone che svolgono comunque un’attività fisica (come fare passeggiate, nuotare, andare in bicicletta) sono il 29,6%, mentre i sedentari si attestano al 39,5%, con le donne più numerose degli uomini (44,2% contro 34,5%).

Attività culturali e sociali varie

Oltre 34 milioni di persone hanno visitato, nel 2006, i 400 luoghi di antichità e arte (fra musei, gallerie, monumenti e aree archeologiche) presenti nel nostro paese con un incremento del 4,4% rispetto al 2005.

Nel 2005 sono stati pubblicati 59.743 libri (+13,2% rispetto all’anno precedente), per un totale di circa 16,3 milioni di pagine. La tiratura complessiva è stata pari a oltre 261 milioni di copie.

Nel 2007 il 64,2% della popolazione di sei anni e oltre è andata al cinema, a teatro, ad un museo, alla partita, in discoteca o a un altro intrattenimento fuori casa. Il cinema si conferma in cima alla preferenze; infatti il 48,8% della popolazione di sei anni e oltre è andato almeno una volta a vedere un film in sala. Seguono in graduatoria le visite a musei e mostre (27,9%), gli spettacoli sportivi (26,5%), le discoteche e balere (23,6%), le visite a siti archeologici e monumenti (21,6%), il teatro (21,0%) e, all’ultimo posto, i concerti di musica classica, che interessano appena il 9,3% della popolazione. Il teatro è l’unica attività fuori casa, tra quelle considerate, in cui la partecipazione femminile è maggiore rispetto a quella maschile a tutte le età (22,6% delle donne contro il 19,2% degli uomini). La televisione appare un’abitudine consolidata; la guarda il 93,8% della popolazione di tre anni e più mentre il 62,8% ascolta la radio.

Meno diffusa è l’abitudine alla lettura di libri e giornali: legge un quotidiano almeno una volta a settimana il 58,1% delle persone di 6 anni e più mentre il 43,1% dedica parte del proprio tempo libero alla lettura di libri.

Sempre nel 2007 il 41,7% della popolazione di 3 anni e oltre dichiara di utilizzare il personal computer e il 36,8% della popolazione di 6 anni e più si collega ad Internet. L'uso del pc coinvolge soprattutto i giovani e tocca il livello massimo nella fascia di età tra i 15 e i 17 anni (77,8%); al crescere dell'età diminuisce l'uso e nella fascia 65-74 anni la percentuale scende al 6,9%. A livello territoriale, permane uno squilibrio nell'uso del pc (Nord e Centro rispettivamente 46,4% e 43,1%, Mezzogiorno 35%) e di Internet (Nord e Centro rispettivamente 41,5% e 38,7%, Mezzogiorno 29,6%).

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

In Venezuela, alla faccia della dittatura strombazzata da molti ma – soprattutto qui a casa nostra – il presidente Chavez ha perso – per un’incollatura, ma ha perso: 49 a 51% – il referendum con cui aveva chiesto tra le altre cose anche di potersi ripresentare senza limiti precostituiti di mandato – due volte sole, tre – ad altre elezioni presidenziali.

Le altre cose di cui si accennava erano, ad esempio, una copertura più onnicomprensiva di welfare (disoccupazione, sanità, istruzione, ecc., garantite come diritto costituzionale d’ora in poi per tutti, anche per i 5-6 milioni di cittadini che lavorano nell’economia informale; orario massimo di lavoro di sei ore giornaliere, ecc.; l’abolizione di ogni discriminazione di genere, per lo meno l’abolizione per legge; l’abbassamento dell’età per votare a 16 da 18 anni; e il riconoscimento, in Costituzione del retaggio africano e del multiculturalismo come passo, certo formale, verso la fine del razzismo praticato dall’èlite benestante del paese…): il tutto garantito dal reddito petrolifero del nuovo Stato “socialista bolivariano”, come lo chiama lui.

Ma la gente, stavolta anche parte della sua gente – ed è questo che ha fatto la differenza: una parte di popolo che certamente tornerà a votare per lui alle prossime politiche – ha preferito invece dirgli di no. Anche, però, perché la maggioranza dei venezuelani è fiduciosa, come hanno detto esplicitamente parecchi tra gli intervistati nei grandi servizi che le reti americane hanno dedicato alla sconfitta del presidente, che Chavez continuerà ad andare avanti: rivendicando la “dignità nazionale”— un qualcosa, forse, anche un poco impalpabile ma che tutti i venezuelani e tutti i latinoamericani onesti capiscono benissimo cosa poi sia.

Chavez ha riconosciuto subito, col massimo del fair play, come “questa volta siamo stati battuti e  la volontà di congratularsi con gli oppositori per il loro successo”; assicurando, insieme, che continuerà lui, fino al 2013, come da Costituzione stessa, a garantire che la ricchezza nazionale del petrolio non finisca nelle tasche dei soliti noti.

Per questo, anche, appare alquanto patetica la sicumera con cui certi corrispondenti stranieri – citiamo il NYT, ma avremmo potuto citare quasi tutti i grandi giornali europei, da la Repubblica a il Corriere della Sera che, tutti, in passato hanno già regolarmente toppato le previsioni cui si sono azzardati – scrivono che ora “la sconfitta rallenta la trasformazione di ispirazione socialista del paese voluta dal signor Chavez[2]”…

… come se avessero davvero votato, i venezuelani, a Caracas, contro la prospettiva eversiva e terrificante di una copertura sanitaria per tutti i cittadini, che la maggior parte degli americani del Nord, solo del Nord (e, poi, non certo i  canadesi…), restano convinti sia di origine marxista-leninista… anche se, persino lì, gli ultimi sondaggi sembrano segnalare qualche inizio di riconsiderazione.

Due cose sono sicure:

• la prima, sembra a chi scrive, è che in realtà a modo suo il referendum è stato proprio una specie di prova del nove di democrazia in azione— anche se, indubbiamente, nel caso in cui  il margine di vittoria fosse stato identico ma a favore di Chavez, l’opposizione sostenuta e finanziata soprattutto dagli americani (da ONG appositamente create e tenute in vita dal Dipartimento di Stato e da doviziose fondazioni private) avrebbe gridato ai brogli e agli imbrogli e una larghissima fascia di media nostrani (italiani, inglesi, americani, anche spagnoli) avrebbero urlato che Chavez aveva imposto una dittatura: strana dittatura, invero…;

    certo, è vero, Chavez col referendum, lo abbiamo detto, chiedeva anche al popolo venezuelano di decidere che il presidente della Repubblica, a partire da lui, potesse ripresentarsi quante volte volesse alla carica ed essere eletto quante volte la gente gli avesse dato la maggioranza;

    certo a chi scrive – e anche a chi legge, ne sono sicuro – non piace questa ricandidabilità possibile a vita di un capo dell’esecutivo; ma, di grazia, in Gran Bretagna, Canada, Australia – per citare solo tre casi non proprio irrilevanti di decine di esempi possibili, della rieleggibilità, come qui  sarebbe stato se il referendum fosse stato approvato, teoricamente perenne di un capo di Stato o di governo, dell’esecutivo comunque, com’è che non si preoccupa proprio nessuno;

• la seconda è che Chavez ha perso, stavolta, ma che non hanno, almeno così sembra a noi, di sicuro perso le molte riforme, davvero qui sì di struttura, con cui ha cominciato a cambiare profondamente il paese e gli equilibri di potere nel paese, anche cominciando a fare in maniera incisiva una ridistribuzione effettiva della ricchezza;

    infatti, sulla base del reddito crescente degli idrocarburi del Venezuela, che per la prima volta sono stati piegati a beneficio dei più[3] (non è che le classi alte ci abbiano perso: hanno guadagnato di meno di quel che da sempre consideravamo loro per diritto divino o, almeno, per privilegio dovuto di classe…), è migliorata concretamente non solo la spesa ma anche la resa per salute, istruzione, riduzione della povertà, la vita, il reddito complessivo come potere d’acquisto reale, la socializzazione della terra e anche, in parte dosata, delle proprietà, la partecipazione democratica e, infine, la percezione – la sensazione – popolare che con Chavez, anche se a chi ha puzza sotto il naso la cosa sconfinfera poco, il Venezuela ha riacquisito il gusto della dignità e dell’indipendenza dal Grande Fratello del Nord.

• La terza cosa sicura – e che vale la pena di richiamare alla memoria di chi sia, o sia stato magari, distratto: anche se è già stato altrove osservato, ma non mai a sufficienza – è che, in una dittatura, per definizione e per prassi senza eccezioni, i referendum non li perde mai il dittatore. Mai! E tanto più non li perde per l’1, il 2% dei voti.

Dice: ma Chavez ha già, comunque, fatto riformare dal parlamento la legge appropriandosi di poteri comunque eccezionali, in circostanze che lui proclama essere di emergenza: anche se, poi, deve farsi dare comunque la ratifica del parlamento.

Sicuro. Si può criticare. Ma, ancora una volta, Chavez non ha fatto altro che copiare George Bush che, quanto ad appropriazione più o meno indebita di poteri legislativo-esecutivi, è un maestro davvero inarrivabile: la legge, che porta il nome di Atto di Autorizzazione per la Difesa nazionale dell’anno fiscale 2007, alla sezione 1076 cambia il nome da quello che era da sempre stato (è dal 1807 che si chiamava Insurrection Act (di portata chiarissimamente, dunque, limitata dal titolo stesso) ad “Atto di applicazione delle leggi di restaurazione dell’ordine pubblicoEnforcement of the Laws to Restore Public Order Act” che non è proprio la stessa cosa…

L’Atto del 1807 dichiarava che il presidente degli Stati Uniti era autorizzato a dispiegare le forze armate sul territorio federale “esclusivamente per sopprimere, in uno degli Stati, insurrezioni, violenze interne combinazioni comunque illegali o atti di cospirazione”.

L’Atto, ribattezzato, del 2007, duecento anni dopo esatti, non è più una legge ma un decreto del presidente ed allunga la lista dei casi di applicazioni, includendovi ora “disastri naturali, epidemie od altre serie emergenze di salute pubblica, attacchi od incidenti di stampo terroristico od altre condizioni”: senza ulteriori specificazioni su queste fantomatiche “condizioni”, lasciate alla determinazione del presidente degli Stati Uniti[4].

Non si sa se a Chavez l’idea sia venuta scimmiottando direttamente Bush. Ma, almeno, mentre  la legge americana è senza scadenze, quella venezuelana è limitata nel tempo a tre mesi, come un decreto legge italiano, se il parlamento non la trasforma in legge.

Bè, certo, è paradossale. Ma qui dov’è, scusate, la dittatura?

Certo, adesso dopo il no che ha vinto, anche se di poco, esiste un po’ più forte il pericolo – o, l’opportunità, a seconda dei punti vi vista – che dentro la coalizione di Chavez, le voci più “moderate” facciano pressione per rallentare, o annacquare, le riforme radicali fatte o in via di costruzione.

E’ poco probabile: Chavez resta in carica, fino al 2013, lo abbiamo già ricordato. E molte delle riforme non istituzionali, ma sociali ed economiche, che voleva far passare col referendum – ambiziose, sicuro, ma sostenibili almeno fin quando il costo del greggio al barile resta quello che è: le pensioni per i lavoratori del settore informale…, l’istruzione universitaria gratuita…, la proibizione per ogni discriminazione basata sul genere e l’orientamento sessuale delle persone… – possono passare per la larga maggioranza che, democraticamente, si è presa in parlamento.

La stampa americana, in specie, tende a presentare sistematicamente la questione come pro o contro Chavez. Ma, in realtà, qui è una questione di destra e sinistra, sul serio, nel senso e nel grado primordiale in cui si poneva da noi un po’ più di secolo fa forse: con le parti polarizzate su linee insieme di classe, di concezione della democrazia e della sovranità nazionale; e sulla divisione di razza.

Stavolta, sulla base del fidarsi è bene ma non fidarsi – perfino di Chavez – forse è meglio, una buona parte dei suoi sostenitori non l’hanno votato. Ma non esiste alcuna indicazione che siano passati all’opposizione e anche i sondaggi che ha commissionato la stessa opposizione dimostrano che lui e le sue politiche rimangono largamente popolari.

Mentre l’opposizione resta quello che è, un’opposizione di destra, malgrado l’aggiunta di quel gruppo di sindacalisti del ramo petrolifero che sono sempre stati privilegiati e che si sono sempre schierati contro la diffusione di un potere che era la dissoluzione del loro potere e malgrado, da qualche tempo, il supplemento di un movimento studentesco più ideologicamente commisto: quello che sembra far capo ad un giovane leader improbabilmente chiamato Stalin Gonzales che ha difeso di recente pubblicamente anche il suo omonimo storico[5]

Infine, Chavez non è affatto solo. I presidenti Morales della Bolivia, Correa dell’Ecuador, Kirchner dell’Argentina e anche, esplicitamente, Lula[6] in Brasile e, più prudentemente, Bachelet in Cina sono schierati con lui e non si sono mai sognati di dar spazio alle accuse “nord-americane” e colombiane, per lo più – da che pulpiti, poi… – di  antidemocrazia.

Chavez, fra l’altro, con questi governi e anche altri, ha cominciato a costruire le basi di un Fondo internazionale di prestiti agli altri paesi latinoamericani che ambisce, almeno in potenza, a sostituirsi al cartello di creditori del Fondo monetario internazionale, governato dalla logic del neo-liberismo e della vulgata dettata da Washington[7].

Insomma: la resistenza a Chavez è, ovviamente, anche interna. Ma non è sufficiente a cacciarlo via democraticamente. E’ stata sufficiente a tentare un golpe o due, ed e a fallirli. E, stavolta, grazie a una parziale resipiscenza dei sostenitori stessi di Chavez a fargli perdere un referendum, 50,7% a 49,3. Senza fargli perdere, però, il largo appoggio popolare di cui, a buona ragione, gode.

E, certo, Chavez, dal 2002 ad oggi non è più solo sullo scacchiere latinoamericano e ha in realtà poco da temere finché a finanziare, organizzare e spronare la contestazione è il governo di George Bush. Il fatto è che sono stati liberamente eletti ormai in America latina una serie di leaders, come li chiamano a Washington ma anche in tanti governi europei, populisti. Sicuramente, però, popolari, tutti molto molto sospettosi delle buone intenzioni del Grande Fratello e dichiaratamente decisi a fare da sé, o insieme tra loro, per rilanciare crescita e sviluppo e ridurre povertà e ineguaglianza su un percorso del tutto alternativo a quello subalterno e obbligato, indicato dal FMI e dagli USA.

Ecco, di qui – come fanno sempre con chi non va d’accordo con loro  la necessità di personalizzare e demonizzare il “nemico” e di delegittimare oggi, anche se con credibilità nulla che si ritrovano, il governo democratico di Chavez. Oggi tocca a lui, come a suo tempo era toccato a de Grulle, poi a Saddam e, ora, anche ad Ahmadinejad. La colpa principale, però, secondo chi scrive è dei media supini che lasciano dire e fare e – ancora! – credono alle panzane di Washington[8].

E la notizia, che arriva proprio all’inizio della conferenza di Bali dell’ONU che mette insieme rappresentanti di 190 paesi nel tentativo di dare una cornice operativa, ed una successione, al protocollo di Kyoto che spirerà nel 2012, fa degli Stati Uniti l’unico grande paese avanzato che lo ha rifiutato.

Il Senato, a dire il vero, sta facendo un grande sforzo per accelerare il passaggio di una misura che obblighi anche gli USA ad un abbattimento significativo dell’emissione di gas serra. Ma Bush ha già proclamato che lui metterebbe il veto[9]

Del resto, si sa, lui è fatto così: nel 2004, uscendosene con il più famoso dei tanti bushismi, una volta però la disse la verità, in televisione. Proclamò: “I nemici dell’America sono pieni di risorse e capaci di innovazioni. Ma anche noi! Loro non  smettono mai di pensare a nuovi modi per far male al nostro paese. E anche noi![10].

Molti dei tanti che allora risero, adesso piangono…

In queste condizioni, gli USA, il paese che – storicamente e ancor oggi – è, in assoluto e anche di più, naturalmente, se la misura viene calcolata pro-capite, di gran lunga il maggior inquinatore del mondo continua a sottrarsi ad ogni responsabilità.

E, adesso, pur riconoscendo che il loro esempio – la leadership come la chiama il presidente meno capace di essere leader, cioè di convincere non solo di costringere, nell’era moderna – sarebbe cruciale, ribadiscono a Bali che il governo di Washington, come noto, non è affatto disposto a tirare, e neanche a mettersi alla pari degli altri, perché ne andrebbe danneggiata l’industria americana[11]

Ma, così, rifiutando anche la proposta di compromesso avanzata dalla UE e, in linea di principio, accettabile anche dagli altri (tagliare le emissioni entro il 2020 dal 25 al 40% sotto il livello di ogni paese nel 1990), e spingendo a prender tempo alcuni, pochi, ma importanti paesi già di antica industrializzazione come il Giappone ed il Canada, gli Stati Uniti hanno reso praticamente impossibile convincere gli altri nuovi, grandi ma appena arrivati, paesi inquinatori (se il calcolo non è fatto pro-capite ma in termini di quantità globali, la Cina fra poco supera anche gli USA) a coinvolgersi più responsabilmente, come sarà pur necessario.

Perché la realtà si riflette, tutta, nelle tragiche cifre rese note proprio lì a Bali: dal 1990, le emissioni di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera, sono cresciute a livello mondiale da 23 miliardi di tonnellate a 30. Malgrado, o se preferite alla faccia, del protocollo di Kyoto che mirava ad obbligare gli Stati industrialmente avanzati, certo quelli che lo firmavano e lo ratificavano (ben 174), a ridurre i cosiddetti gas serra almeno del 5% entro il 2008-2012 sotto quelli del 1990. Ora a Bali si tratta di confermare l’impegno, finora larghissimamente evaso e, soprattutto, di rinnovarlo.

Ma in queste condizioni, e mentre anche l’ex vice presidente degli Stati Uniti Nobel per la pace quest’anno – che ha appena ritirato a Stoccolma – proprio per il grande lavoro fatto contro i pericoli del cambiamento climatico, Al Gore si unisce al coro che condanna gli USA nei colloqui sul clima[12], chiedendo all’Europa di andare avanti comunque, di non lasciarsi paralizzare dal nyet americano tanto, ha detto chiaro e tondo, tra un anno cambiamo… “dovete anticiparlo nelle vostre considerazioni”.

Certo, c’è un problema generale ormai per tutto quello che riguarda in America l’energia e gli equilibri energetici. Il fatto è che già nel giugno 1995 – presidente Clinton, vicepresidente proprio Gore – il Senato americano aveva affossato con 95 voti a zero, per così dire preliminarmente, ogni trattato sul clima che non avesse chiesto gli stessi sacrifici che chiedeva agli Stati più sviluppati anche a tutti gli stati, per sottosviluppati che fossero, nel mondo.

Tutti i democratici votarono a favore, come tutti i repubblicani. Fu Gore stesso, allora, ad enunciare che “finché questa clausola non sarà rispettata l’Amministrazione non avrebbe sottoposto l’accordo alla ratifica del Senato[13].  

In definitiva ed in realtà, non è questione di democratici o di repubblicani. E non è un caso che la conversione totale di Gore, ed il suo anatema odierno contro l’“orripilante” politica ecologica di Bush in generale, e quella sui gas serra in particolare, appartenga a un politico che, ormai, non fa più politica. Nel senso che non si fa eleggere più a cariche pubbliche.

Insomma, Gore oggi è probabilmente l’unico uomo politico americano di dimensione nazionale ed anche, effettivamente, internazionale che sfugge all’obbligo imposto dal sistema: non dipendere più dalle due grandi forze corruttrici che imperversano nella politica americana.

La prima essendo la strapotenza dei media americani del tutto succubi ai desiderata delle grandi corporations che controllano le industrie inquinanti – dal petrolio, al gas naturale, alla chimica, ecc., ecc. – ed impongono, senza neanche doverlo chiedere esplicitamente, di sottovalutare i rischi e nel banalizzare, o demonizzare, tutti quelli che invece li indicano.

E, la seconda, totalizzante, endemica ed onnicondizionanti, è il fatto che sono proprio queste specifiche industrie a finanziare le campagne elettorali di tutti in America— dalle presidenziali a quelle per accalappiacani comunale. Per dirla tutta ed esplicita com’è, il Senato da sempre e, se non cambia il metodo di finanziamento della politica per sempre, rifiuta di intraprendere qualsiasi azione efficace sul cambiamento climatico perché i suoi membri (tutti i suoi membri: 95 a zero…) sono pagati – insomma, sovvenzionati – dalle imprese che più avrebbero da perderci con una legislazione efficace.

Se non cambia la maniera in cui gli Stati Uniti si pagano le campagne elettorali, si diceva, il Senato non cambierà mai niente in materia che non sia accettata, anzi desiderata dai munifici sponsors di tutti e di ciascuno.  

Non state a dar retta, perciò, alla grande attesa per risolvere il problema di un altro presidente degli Stati Uniti. Perché il problema, in realtà è molto più grosso di George Bush. Certo, poi, lui è personalmente e visceralmente contrario a prendere per il petto il tema del cambiamento climatico. Ma non è questione di viscera. Finché il popolo americano non si deciderà a fare i conti col finanziamento del loro sistema politico, i loro politicanti non parleranno dando ascolto alle viscera ma alle ragioni del portafoglio[14].

Poi, “nella frustrazione che sale nei confronti degli USA alla conferenza sul riscaldamento globale delle Nazioni Unite [mentre la delegazione statunitense viene clamorosamente, ripetutamente ed universalmente fischiata da tutte le altre] l’Unione europea ha minacciato il boicottaggio dei colloqui separati proposti dagli USA [in pratica come alternativi] per il mese prossimo alle Hawaii[15]… Non osa dire, naturalmente, l’Unione che boicotterà… dice che minaccia di boicottare. L’impressione che fanno a Bush, così, è limitata.

Anzi, inesistente perché, alla fine e come al solito, l’Europa si è calata le brache: ha lasciato cadere l’esigenza di quantificare in un arco dal 25 al 40% il taglio delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera entro il 2020. Doveva essere il principale connotato, sine qua non, avevano detto, del Piano di azione di Bali. Ma il piano d’azione è stato retrocesso a piano di chiacchiere. Era quello che chiedeva Bush, che non ci fosse alcuna indicazione di quantità, per dire di sì non all’accordo, si badi bene, ma all’accordo di cercare di trovare (non di trovare, si noti) entro due anni un accordo[16]

Mentre l’Unione europea, che poi ha vergognosamente sbracato, aveva qualificato la sua posizione negoziale proprio sulla questione delle quantità da abbattere e, quindi, da rispettare, subito nei prossimi dieci anni facendone il fulcro stesso della coalizione in pratica di oltre 170 paesi a 3 o a 4.

Uno scienziato pesato e responsabile come Kevin Anderson, direttore del Centro Tyndall per la  ricerca sui cambiamenti climatici all’università di Manchester, ha ammonito tutti a fine conferenza che ormai c’è poco tempo davvero:

I cambiamenti in corso dei quali ormai testimonia la scienza – tutta – con l’incremento di emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, lo scioglimento in progress dei ghiacci polari e il prematuro collasso delle doline e di molti avvallamenti naturali si traduce nell’obbligo che ormai incombe su tutti di fare progressi radicali prestissimo…

    Non è semplicemente responsabile che gli USA e/o qualsiasi altra nazione industrializzata rifiutino di sottoscrivere l’impegno ad un taglio profondo delle emissioni nel breve-medio periodo. Non ci possiamo permettere di continuare ad avvelenare l’atmosfera più a lungo e, sicuramente, non fino al 2020, come suggerisce questo accordo[17].

Diciamoci, dunque, la verità. Questo non è un compromesso, come è sembrato voler millantare il ministro, pur verde, Pecoraro Scanio. Questo è una schifezza di accordo[18], molto molto più basso, tra l’altro, di quello che era stato richiesto perfino dalla Conferenza dei leaders industriali a livello mondiale messa insieme dal principe di Galles, erede del trono di Inghilterra[19]

Non è un accordo, è l’ennesima road map. E, come tutte le consorelle è un buco nell’acqua. Un percorso, tutto da fare, al meglio. Non un risultato raggiunto, neanche ad interim

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in Cina

La Cina comincia a prendersi qualche soddisfazione, dopo essersi a lungo sentita relegare sul banco degli accusati quanto ai temi della sicurezza e della salubrità delle sue produzioni ed esportazioni alimentari e industriali.

Intanto, e da luglio scorso, ha bloccato l’import di alcune marche ed alcune patatine, dalla Procter & Gamble delle sue Pringle chips in particolare, perché la multinazionale alimentare americana utilizza sistematicamente come conservante il bromato di potassio, proibito in molti paesi del mondo come potenzialmente cancerogeno ma consentito in America. Che protesta accusando la Cina di protezionismo.

Senza convincere nessuno, però, perché anche solo grazie al suo nome (bromato…) e senza ltre conferme di nocività (che ci sono) la sostanza sotto accusa è una vera schifezza. Così, le autorità cinesi hanno avuto buon gioco, distruggendo tutte le scorte di chips che la multinazionale aveva già nel paese e bloccandone ogni importazione[20]. Almeno per ora, obbligando così la P&G almeno a chiedere una riapertura delle discussioni. E il Dipartimento del Commercio a chiedere la riapertura del negoziato.

La Cina potrebbe decidersi a frenare gli investimenti “indesiderati” dall’estero pretendendone una più cospicua copertura reale (contanti, o equivalenti). La mossa dovrebbe aiutare a contenere l’inflazione e ad acquietare il surriscaldamento dell’economia. In particolare, per controllare la quantità di investimenti fissi, saranno controllati i nuovi progetti che consumano molta energia e/o producono alte emissioni inquinanti[21].    

E, ancora una volta, sempre nel tentativo di prevenire il surriscaldamento dell’economia, le banche aumenteranno le riserve obbligatorie: a partire dal 25 dicembre dovranno arrivare al 14,5% dei depositi, un punto in più[22]. Si cercherà così, dichiara la Banca centrale, di “rinvigorire la gestione della liquidità del sistema bancario e di frenare l’aumento eccessivo del credito”.

E comincia a fare i suoi conti, la Cina. Negli ultimi anni ha finanziato e mantenuto coperti i conti governativi americani comprando da sola nel 2004 il 20% dei titoli del Tesoro statunitense, nel 2005 il 30%, nel 2006 il 36. Ma nel 2007 sta rovesciando il corso, secondo i dati stessi del Tesoro , cominciando a diventare un venditore netto di bonds americani[23].

Alla fine di ottobre deteneva 388 miliardi di dollari, qualcosa in  meno di quanto aveva in cassaforte a inizio anno. Dati che, in un periodo di forte indebolimento del dollaro, sarebbero del tutto coerenti con un’evidente necessità di diversificazione. Non c’è da fidarsi molto, però, di questi dati che il Tesoro regolarmente sbaglia e corregge solo con mesi di ritardo.

I dati definitivi vengono resi pubblici a giugno, ogni anno. L’anno scorso, nel 2006, risultarono sottostimati di ben 62 miliardi di dollari: prima di giugno non tengono conto delle acquisizioni di bonds del Tesoro americano fatte su piazze diverse da quelle americane; e lo stesso è probabile che avvenga anche quest’anno.

Il che, in ogni caso, non rovescerebbe la tendenza che constata come la Cina ormai preferisca tenere in cassaforte meno buoni del Tesoro americano di quanto faceva e ha fatto per anni. Avrà ancora bisogno di comprare titoli denominati in dollari per cercare di non accelerare troppo il processo di rivalutazione della propria valuta rispetto al dollaro, mantenendo così una forte capacità di esportazione. Ma non è detto che quei titoli debbano essere proprio buoni del Tesoro.

Saranno sempre più altri titoli americani, di borsa e quant’altro, a coprire questa necessità. Come l’acquisto proprio di fine dicembre di una decina di miliardi di dollari di azioni delle banca Morgan Stanley, di cui trattiamo più avanti, sotto il capitolo STATI UNITI.

in Russia

E’ stata rivista, in aumento, la previsione di inflazione del 2008, da quella iniziale del 6-7% al 7,5-8,5%[24]. E, nel 2009, anche i prezzi al consumo sono previsti in ulteriore aumento, ma meno accentuato dal 5,7 al 7%. Mentre per il 2010 l’attuale previsione resta al 5-6%.

Adesso il presidente russo Vladimir Putin è appena stato nominato dal settimanale americano TIME “persona dell’anno”, dizione politicamente più corretta che “uomo dell’anno”, 2007: “Putin ha tirato fuori la Russia dal caos” e l’ha “riportata al tavolo delle potenze mondiali”. Spiega, bene, TIME[25]:

La nostra persona dell’anno non è, e non è mai stato, un titolo d’onore. Non è un avallo. Non è la vittoria in una gara di popolarità. Al meglio, è il riconoscimento obiettivo del mondo com’è e degli individui e delle forze che gli stanno dando oggi forma e sostanza— per il meglio o, anche, per il peggio.

    In definitiva, è un titolo che si identifica con la capacità di leadership— una leadership audace, capace di scuotere il mondo. Putin non è un boy scout: non è quel che l’occidente definirebbe un democratico. Non è proprio un campione della libertà di parola. Più di ogni altra cosa, lui tiene alla stabilità”… Insomma, è la persona che nel 2007, nel mondo, ha avuto l’impatto maggiore su quel che è accaduto.

Probabilmente c’è voluto qualche po’ di coraggio, al settimanale americano, per conferire la medaglia d’oro a Putin che aveva appena finito di dire, sugli americani e su Bush, quello che in verità dicono anche molti di loro … ma che dà tremendamente sui nervi sentirsi dire da altri: che Bush ogni tanto dà del matto da diventare pericoloso (non sono le parole, è il concetto), che pazzeschi sono i piani elaborati dal Pentagono per mettere sotto tiro i missili russi piazzando i loro ai confini russi (si ricordano di quello che dissero, e fecero, quando l’URSS li mise a Cuba così come l’America li aveva messi in Italia e in Turchia: la crisi di ottobre del 1962?). E gli americani come tali tendono poi ad essere “spocchiosi”.

Dirgli quello che, qualsiasi sia l’opinione di TIME, gli americani, universalmente, considerano un “premio” ha richiesto  comunque almeno faccia tosta. Anche se il managing director della rivista, Richard Stengel, ha detto che no “non è una persona buona, Putin. Ma è vero, ha fatto cose straordinarie[26].

Dunque, poca sorpresa che in russi abbiano votato lui e il suo partito con una maggioranza schiacciante alle elezioni politiche di inizio dicembre. E adesso, subito dopo, arriva, come previsto, la scelta del successore indicato, da parte del presidente uscente appena confermatosi nel ruolo di uomo forte e popolarissimo.

Indica, e il suo partito come fa ad esempio in Gran Bretagna quello che ha la maggioranza assoluta conferma alla candidatura sicuramente vincente di presidente della Repubblica federativa russa, il suo primo vice primo ministro Dmitry A. Medvedev, 42enne avvocato e professore universitario di San Pietroburgo, e presidente di Gazprom, mentre resta “sconfitto” l’altro suo pari grado, Sergei Ivanov.

Una scelta, sottolinea Yevgeny Badovsky dell’Istituto per lo studio dei sistemi sociali, che costituisce un segnale inequivocabile soprattutto “al mondo esterno da parte del presidente Putin che la Russia non sta progettando di portare avanti una deliberata strategia di confronto duro con l’occidente [27].

Medvedev, tra le due, è sicuramente la scelta più liberale, non associata neanche da lontano con l’élite di cui da sempre fa parte anche Putin, quella radicata nei servizi di sicurezza, gli eredi del KGB, i siloviki (i potenti). Medvedev, da quando è entrato al governo nel ’99, ancora trentenne al seguito del primo ministro Putin, dopo qualche mese poi eletto presidente su designazione lui stesso del predecessore Eltsin,è sempre stato parte piuttosto dell’ala cosiddetta tecnocratica di Pietroburgo.

La sua è la fazione del potere che coi siloviki convive e co-governa il paese, ma più attenta e più aperta all’occidente. Non sono certo meno russi dei primi, né più disposti ad ascoltare le prediche ipocrite dai pulpiti traballanti di credibilità dell’occidente. Medvedev è tanto russo, orgoglioso e permaloso, quanto Ivanov e condivide fino in fondo le ragioni di Putin, convincenti come si è visto per la maggioranza dei russi, di una conduzione “forte” del paese…

Però, altri analisti sostengono che la designazione di una figura relativamente debole alla presidenza significa che Putin non esclude la possibilità di tornare in futuro anche nominalmente al vertice e condividere, intanto, con Medvedev, il potere come suo primo ministro. E che in ogni caso ha evitato così di favorire una figura forte, troppo forte per essere magari di nuovo da lui rimpiazzata o da governare con lui[28].

Sia chiaro. Forse è un po’ inusuale. Ma è del tutto legale, secondo la Costituzione russa. E non si vede perché, o in nome di chi, i russi non dovrebbero poter fare quel che loro stessi – comunque la stragrande maggioranza di loro – decidono di fare.

E, in effetti, subito, Medvedev gli ha reso il favore annunciando che, se verrà eletto presidente della Russia, Putin sarà il primo ministro che designerà: godendo quindi, obiettivamente, di una posizione di potere che potrebbe, appunto, consentire al duo che negli ultimi anni ha governato la Russia di mantenere al Cremino, pur con posizioni scambiate, l’equilibrio attuale e costituire un forte predellino di lancio per un eventuale, possibile, ritorno al potere di Putin.

E il nuovo presidente designato ha anche tenuto a dichiararsi subito, esplicitamente e pubblicamente, in continuità con Putin: che resterà dunque a lui, da tutti i punti di vista, molto vicino. E, ha immediatamente, accettato l’“offerta”.

Alla televisione ha dichiarato di fare suo – avendolo sempre personalmente e convintamene seguito – il mandato politico del presidente uscente: “Il comportamento del mondo verso la Russia è cambiato. Non ci fanno più ramanzine come si fa coi ragazzini a scuola. La Russia è tornata ad occupare la sua posizione di grande peso nella comunità mondiale”.

E, tanto per chiarire, mentre ha spiegato che, ora, la Russia dovrà preoccuparsi prioritariamente di rafforzare e stabilizzare il proprio sistema di sicurezza sociale, lui, che non è annoverato da nessuno in patria ed all’estero tra i duri del Cremlino, in contrasto con altri che avevano manovrato per ottenere l’endorsement di Putin, come anzitutto proprio Sergei Ivanov, e ha anche tenuto ad elogiare gli sforzi che sotto Putin hanno impegnato il paese a “rafforzare la difesa militare e la sicurezza” della Russia”[29].

Insomma, con tutta probabilità la Russia sarà dalle presidenziali in poi governata da un tandem nel quale però, e al di là delle prerogative formali, sembra che il guidatore resterà il vecchio presidente e nuovo primo ministro. A meno che…, a meno che come qualcuno segnala[30] si sia trattato di una mossa, come dire?, pro-forma che vedrebbe, in un futuro più o meno prossimo, Medvedev dimettersi, per una qualunque motivazione, lasciando il posto, in modo costituzionalmente così ineccepibile, al primo ministro: Putin.

Gli americani (bè, gli americani: il governo di Bush) e una stampa nostalgica della Russia appecoronata e ossequiente di Eltsin, chiedono un’inchiesta sulla “genuinità” delle elezioni politiche russe.

Indagherà, dice Bush con la presunzione che ne sta connotando l’avventurosa quanto, a dir poco, imbarazzante presidenza, il Consigliere della Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Stephen Hadley…

Il fatto è che, nel Vangelo secondo gli americani, solo alcuni stranieri (russi, iraniani, jugoslavi, pochi altri…) hanno elezioni dubbie: le loro, le nostre, sono sempre impeccabili. Come se g li americani per primi non sapessero delle loro elezioni bacate del 2000 che, palesemente coi brogli della Florida e della Corte Suprema, furono rubate da Bush a Gore. Immaginate se i russi avessero – avessero osato – dichiarare di affidare l’incarico di indagare sulla “genuinità” di quella elezioni american al consigliere per la Sicurezza nazionale del Cremlino…

Per capire quanto non capiscano assolutamente niente, questi americani qui – quelli al potere, quelli alla Casa Bianca – di cosa sia nel mondo la democrazia anche se magari non segue sempre da vicino le regole del marchese di Queensbury[31] come le inventarono nel Regno Unito e le concepiscono negli Stati Uniti cercando, invano, di imporle a regola universale per tutti, basta riflettere alla chiosa cui si lascia andare proprio il NYT commentando il risultato di Putin con un incomprensibile vaticinio contro buon senso che ora “la Russia fronteggerà un’era di instabilità politica[32].

Per esempio:

• I media occidentali, quasi all’unisono, deplorano che Putin abbia trasformato le elezioni in un voto sul suo operato personale, in una specie di referendum… Come se non fosse successo così tante volte, per il secondo mandato, ad esempio, di un presidente americano come Reagan, o del primo Bush: solo che all’affabulatore Reagan l’elettorato disse un sì sonoro; a George Bush padre, il vincitore pure della prima guerra d’Iraq, la seconda volta disse un no pesante e lo rimandò a casa. Proprio come i russi avrebbero rimandato volentieri a casa, se fosse andato alle elezioni, uno come Eltsin.

• Ma è possibile che sia così difficile da capire come i russi in larga maggioranza apprezzino che Putin abbia messo in galera, o in grado di non nuocere più, tanti pescecani dell’era di Eltsin? i Kodorkovsky, i Berezovsky che si comportavano insieme alla robber barons del Far West americano, da padroni delle ferriere dell’800 e da borsari neri moltiplicati per mille?

    Dice: ma gli altri, gli amici di Putin, quelli che lui ha aiutato direttamente a diventare anche loro padroni della Russia? Vero… ma almeno, lì, qualcuno dei ladroni che, mentre la gente ricominciava a fare la fame o, appena poteva, doveva emigrare, lo hanno visto sbattere dentro con le manette ai polsi. Non tutti, vero, ma qualcuno sì.

• Ma è possibile non riuscire a capire quanto abbiano efficacemente distrutto credibilità e fiducia dei russi non solo nel sistema di mercato ma anche nel sistema democratico proprio quei ladroni che la stampa occidentale aveva eretto, e ancora insiste a difendere, come alfieri del libero capitalismo?

E’ possibile non arrivare a vedere che, sì, a costo di bombardamenti a tappeto e spesso alla cieca da diecimila metri, come quelli americani in Afganistan e anche in Iraq, Putin ha sconfitto davvero la ribellione cecena, almeno riuscendo a vincerla, lui, la sua guerra sporca? e che anche per questo i russi lo hanno votato…

• Ma com’è, anche, che è tanto difficile vedere come stampa e media dell’occidente sono sistematicamente, quasi universalmente carichi verso la Russia e le cose russe di pregiudizi e di stereotipi, diametralmente precludendosi così, e non a caso, dal vedere le loto cose come le vedono i russi?

• Certo, non tutti i russi – non Gari Kasparov, lo straordinario campione di scacchi che sta provando a fare adesso il capopopolo, però… senza popolo – ma quelli, tanti, che anzi Putin lo apprezzano e per lui votano non perché, o solo perché, siano nazionalisti reazionari ma perché, orgogliosi di poterlo fare vogliono il diritto di dire no, quando gli pare giusto dire di no, alle domande, alla pressioni, alle richieste, e tanto più, ai diktat di Europa e Stati Uniti.

    Il fatto, pare proprio, è che i russi sembrano contenti di accettare in qualche misura un certo scambio fra libertà politica senza limiti, di qua, e stabilità e prosperità economica, di là. Del resto, solo di una cosa i russi hanno ancora nostalgia, universalmente, del sistema sovietico ed è che a tutti – a tutti quelli che negli ultimi anni facevano anche solo finta almeno di non contestarlo – garantiva il minimo, minimissimo se volete, vitale: quello che sotto Eltsin e fino a Putin praticamente era scomparso.

    Oggi le pensioni pubbliche si pagano— e non si pagavano più, la gente arriva a campare, maluccio, del proprio salario e del proprio stipendio sì e no per due settimane al mese— ma ci campava si e no una settimana negli anni Eltsin, il welfare l’hanno appena ricominciato a mettere in piedi, faticosamente e gradualmente— ma, allora, era stato smantellato del tutto.

• Ora, è certo vero che per una democrazia liberale e i suoi canoni classici, qui la democrazia è limitata, coi media largamente al servizio del potere… Ma, di fatto, al servizio del potere qui i media sono sempre stati e proprio come qui avviene anche in una democrazia matura di diritto come gli Stati Uniti, dove se non hai, o non ti mettono, a disposizione decine e decine di milioni di dollari è pura pazzia pensare di “correre” non diciamo per la Casa Bianca ma per la carica di accalappiacani comunale (che è elettiva)…

La verità – per una volta semplice semplice – è quella sintetizzata, sempre per il NYT, da uno di quel 63% di russi che hanno votato per Putin, un quidam de populo chiamato Dmitry Sablin: “Io ho votato per Russia Unita [il partito di Putin] perché negli ultimi anni qui la qualità della vita media è migliorata e ha stabilizzato l’economia. Senza la stabilità politica non ci può essere stabilità economica. E nelle presidenziali probabilmente rivoto Putin [o, visto che ha dichiarato di non presentarsi, chi lui raccomanderà di votare]: semplicemente perché di lui io mi fido”.

E Antonina Kotova, una pensionata di settant’anni, ha aggiunto: “lui è abile e giusto: e, adesso, le pensioni le pagano; dopo aver dovuto aspettare per quasi dieci anni, con lui mi hanno operato di cataratta gratuitamente[33].

Dopotutto, lo stesso Kasparov ammette che un risultato corretto e reale avrebbe visto prevalere il partito di Putin con il 40-45 % dei voti, non col 60% e più che ha dichiarato: il che significa che, al minimo, avrebbe vinto col 50-55% dei voti. Malgrado ogni denuncia ed ogni riserva…

Certo. Niente di che. Ma i russi si accontentano. Come si accontentano che Putin abbia evitato loro le turbolenze di Georgia e Ucraina. E – il punto è questo – con le nostre democrazie traballanti, e  peggio, almeno alcune tra loro – e a parte ogni discorso di sovranità che, pure, in diritto internazionale vale per tutti – chi ha il diritto, da Roma, o da New York, a dir loro che sbagliano?

La verità, è anche, che se i tanti partiti liberali, liberisti, filo-occidentali che c’erano sulla piazza non hanno eletto rappresentanti alla Duma è perché, non riuscendo su niente a lavorare insieme, non sono riusciti a superare la soglia del 7% e, spesso, neanche quella delle firme degli elettori necessaria per la presentazione. Tale e quale a quello che succede in Germania, dove c’è – è vero – un 2% in meno di soglia.

Sullo stato della democrazia in Russia, ha spiegato bene, ci sembra, Gorbaciov[34]: che “tutti i timori, i tentativi di arrivare alle estreme conclusioni, di suonare il requiem per la democrazia in Russia, non sono giustificati. Certo…io stesso ho più volte mosso critiche attraverso la stampa. Ma ciò significa che siamo ancora lontani dal traguardo, è già tanto se siamo riusciti a compiere metà della strada… [Mi chiedete di Putin e Mevedev?] bé, nessuno dei due ha intenzione di diventare un dittatore”.

E scusate se, più che di cremlinologi vagamente stantii e di tanti corrispondenti (presunti) speciali, qui diamo più fiducia a chi la Russia per certo la conosce meglio di loro: un signore che, poi, qui – e  scusate se è poco – ha fatto davvero la grande storia, quella che ha segnato la fine di un secolo e il principio di un altro.

 “E’ meglio per la Russia se Putin resta in politica – ha concluso l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica –  altrimenti  si aprirebbe una fase di lotte per il potere. Sarebbe peggio, la Russia non ne ha bisogno. Anche per l’occidente Medvedev  è una figura che dà garanzie, avendo una visione del mondo moderna e europea. Non è uomo che grida dai palchi per farsi notare, ma un moderato, che sa il fatto suo…”.

La verità è pure che la crescita, ormai stabilizzata sul 10% all’anno di PIL, non è più solo dipendente da petrolio e gas naturale ma si estende ormai a molti settori dell’attività produttiva. La quantità di IKEA che sono venute su alle periferie di tutte le grandi città russe è la prova provata ormai di una classe media che cresce.

Il problema è semmai, su questo fronte, che la Russia negli ultimissimi anni forse non ha investito abbastanza nell’ammodernamento delle sue strutture – e non solo, poi, di quelle estrattive: gas e petrolio – e che potrebbe profilarsi un declino della produzione di idrocarburi: sarebbe un problema per le entrate pubbliche e per ogni ulteriore miglioramento socio-economico.

E la verità è che con questa Russia l’Europa deve imparare convivere. Come la Russia imparerà a convivere con le tante Europe, non una, che si presentano a parlare con essa ed a negoziare. Senza sognarsi di andare a far lezioni, che sarebbero – come sono – solo controproducenti.

Ma anche senza mollare sul fatto che è giusto sempre, nel parlare con chiunque e anche nel negoziarci, tenere vivi, “predicare” senza iattanza e senza prepotenze – che tra l’altro non ci possiamo certo permettere – quelli che giustamente vanno rivendicati come i “nostri” valori, umanisti ed occidentali.

Ora, bisogna fare attenzione all’eccessivo colorare di nero tutti i rapporti. Perché non è vero del tutto. Sul piano politico, e sulla cosa che forse per i russi conta di più, c’è stato pochissimo entusiasmo in Europa – e ora con la revisione delle posizioni polacche estremistiche dei Kaczynski anche meno – per i missili antimissili americani piazzati ai confini russi…

E, sul piano dei rapporti commerciali, che gli scambi ad esempio tra Germania e Russia – di gran lunga i più importanti e non solo dal punto di vista economico – sono al massimo di sempre; così come si possono, sempre per la scomparsa kaczynskiana dall’orizzonte, riprendere ora i colloqui russo-europei su un rapporto energetico di valenza realmente “strategica”. 

Comunque è anche vero che, come scrive il Guardian, “se non stabiliamo un nuovo quadro di comunicazioni tra l’Europa e la Russia, i rapporti che si vanno deteriorando potrebbero davvero volgersi verso l’ostilità[35].

In ogni caso, non si deve sbagliare analisi: la differenza dai vecchi tempi c’è – come ricorda ai non pochi distratti e ai molti intellettualmente disonesti Gorbaciov, opportunamente: uno che se ne intende sia per esserne stato protagonista che per esserne stato il becchino – ed è enorme. Ora, nella vita politica russa, c’è una caratteristica nuova: un’opinione pubblica viva, che non coincide necessariamente con quella di Kasparov e che, ormai, è insopprimibile.

Per dirla in poche parole: è seriamente possibile e semplicemente spiegabile, come scrive un giornale serio e per sua natura paludatamente conservatore che “il presidente sia popolare, che da un punto di vista russo ciò sia perfettamente e razionalmente spiegabile e che, tutto considerato, il risultato di queste elezioni somigli più che da vicino al successo di de Gaulle del 1950 [36]”.

E, in effetti, la crisi della Francia alla fine della prima Repubblica somiglia da vicino a quella della Russia dopo la crisi del comunismo sovietico e della disastrosa ricostruzione presciolosa del capitalismo selvaggio di Eltsin.

Qui c’era da chiudere la disastrosa occupazione armata in Cecenia, evitando di vederla scappare via dalla Russia e facendo in modo che non si ripetessero più scene devastanti ed insopportabili come il “suicidio” delle donne suicide cecene gassate; o, ancor peggio, dei bimbi della scuola di Beslan  massacrati mentre si urinavano addosso.

Lì c’era da chiudere la disastrosa occupazione dell’Algeria… de Gaulle vinse il referendum, che proponeva ai francesi di andarsene, con l’80% dei voti e i partiti che a lui facevano riferimento presero i 2/3 dei voti. E anche il numero dei votanti, i 3/5, è stato grosso modo lo stesso…      

Subito prima di metà mese, a Bruxelles, si è riunito il Consiglio NATO-Russia. E non è stata proprio una consultazione di routine. Il fatto è che l’allargamento cui tende la NATO della propria area di adesioni e/o, almeno, di copertura a tutti gli ex paesi ex sovietici, esclusa ovviamente la Russia, è teso proprio ad erigere una specie di cordone sanitario intorno alla Russia e che la Russia non ci vuole stare.

Scrive un osservatore informato e non certo tenero nei confronti dei russi che “un tale allargamento della NATO… viola lettera e spirito degli accordi con i quali, nel 1990, Mkhail Gorbaciov dette il consenso di Mosca all’unificazione tedesca… L’impressione è che tutto il sistema dei rapporti tra occidente e Mosca, costruito su basi poche chiare e molto fragili, cominci a  traballare sul serio e che il sistema della carota (cooperazione economica e indulgenza per gli aspetti autocratici del potere di Putin) e del bastone (il containment politico-militare realizzato allargando la NATO) possa incepparsi da un momento all’altro, riallargando sull’Europa l’ombra lunga della guerra fredda[37].

Non c’è dubbio: è quel che si ottiene con una politica che partendo dal presupposto che tra due interlocutori a uno – in sostanza gli Stati Uniti; pro forma, la NATO – sia sempre e per sempre consentito fare un passo più lungo dell’altro. Ma poi, quando l’altro non ci sta più...

Così, adesso, la Russia dal 12 dicembre si è ufficialmente ritirata dal Trattato CFE che, dalla fine della guerra fredda, metteva limiti agli armamenti convenzionali della Russia e della NATO in Europa, ma che solo Mosca aveva approvato, ratificato e osservato al contrario degli Stati Uniti e degli altri paesi europei.

Il Cremlino ha anche formalmente annunciato, per bocca del vice ministro degli Esteri Alexander Gruschko, che, comunque, “finché i paesi NATO non aumenteranno i livelli delle loro truppe la Russia, come sempre, farà altrettanto[38].   

EUROPA

La Banca centrale europea, in qualche contraddizione con gli allarmi con cui continua a sottolineare il rischio di inflazione, ha aperto il rubinetto del credito, con 500 miliardi di euro messi a disposizione delle banche nazionali e di quelle commerciali a creare maggiore liquidità nella speranza che sia sufficiente, o utile, a rilanciare la domanda[39].

L’occupazione è salita anch’essa dello 0,3% nel terzo trimestre del 2007, ad un +1,9% sull’anno scorso, stesso periodo. E la produzione industriale, in ottobre salita dello 0,4%, si è attestata a +3,8% sull’ottobre 2006[40]. Nell’eurozona, l’inflazione è mediamente cresciuta del 3,1% nell’anno a novembre, in leggero aumento dal 3% precedentemente previsto[41].

Il Belgio è in stato di grave fibrillazione. Per la seconda volta negli ultimi decenni, ma anche stavolta, una crisi non terminale anche se, forse, ancora più grave. Membro fondatore dell’Unione europea e sede delle sue più importanti istituzioni, il Belgio sta soffrendo anche, ormai dalle elezioni del giugno scorso, di una vera e propria crisi di identità per le profonde divisioni culturali e linguistiche tra fiamminghi (olandesi) e valloni (francesi).

Esacerbate da un sistema amministrativo e politico di straordinaria complessità che moltiplica ogni passaggio per tre. Bruxelles, infatti, è una terza entità a sé: territorio fiammingo, popolazione mista, l’unico luogo del Belgio dove in pratica i fiamminghi, forzati dal turismo e dalla natura ormai internazionale della capitale (l’Unione europea, la NATO…), accettano, malvolentieri, di parlare in francese…

Il nodo oggi è nella decisa volontà dei fiamminghi di non accontentarsi più. Ormai vogliono la devolution di maggiori poteri a livello territoriale, regionale (le Fiandre, la Vallonia) potendo così far leva sul maggior numero dei fiamminghi e sulla loro maggiore ricchezza. Non è detto che i valloni ci sarebbero a questa diminutio. Di qui, la potenziale scissione. Anche se, a domanda, poi, nove cittadini belgi su dieci rispondono di aspettarsi che tra una decennio sempre un solo Belgio ci sarà…

Il tutto è ancora più complicato da un quarto livello di potere reale: politico, fiscale, economico, culturale— quello comune europeo che risiede a Bruxelles ma non è belga, è europeo, e che ora sembra fare del Belgio una vittima potenziale del suo stesso successo e di quello dell’Unione: con il mercato unico e l’euro, la stabilità economica è stata assicurata quasi a prescindere da quella politica pressoché inesistente ma anche sempre, almeno in apparenza, meno rilevante…

A bloccare la scissione non solo possibile, ma ormai qualcuno dice anche probabile, del paese fra fiamminghi e valloni resta solo il fatto, pare, che sarebbe molto difficile restare capitale per quanto informale anche, di fatto, reale dell’Unione europea per un paese che, già così piccolo, si restringesse ancora in altri piccoli pezzi…

Il leader dei cristiano-democratici fiamminghi, Yves Leterme, nominato da re Alberto ormai sei mesi fa come negoziatore per la formazione del nuovo governo, s’è arreso e ha restituito l’incarico. Liberali e cristiano-democratici fiamminghi avevano accettato la sua proposta, rifiutata però dall’ala  meno conservatrice dei cristiano-democratici, quelli valloni. E la linea di frattura, ancora una volta, è stata quella linguistica, quasi etnica.

Resta in carica, per gli affari correnti, il primo ministro Guy Verhofstadt e, anche se era stato lui a perdere le elezioni di giugno, adesso è anche stato reincaricato della formazione di un nuovo gabinetto. Non sarà facile perché i problemi che erano aperti sei mesi fa sono gli stessi rimasti aperti ancor oggi[42].

Robért Magritte, il grande pittore surrealista belga, autore di due bellissimi quadri intitolati “Questa non è una mela” e “Questa non è una pipa”, avrebbe potuto anche completare il trittico, se fosse ancora vivo, con un quadro del suo paese e il titolo quanto mai appropriato, dice un maligno, di “questo non è un paese”.

Quasi un quarto delle imprese norvegesi non hanno obbedito alla legge che impone di aumentare fino al 40% la componente femminile dei loro Consigli d’amministrazione[43]. E’ una legge seria che prevede, per chi non si adegua, anche la chiusura. Per le 487 compagnie quotate in borsa, anche se parzialmente, incluse le 175 sul listino della borsa di Oslo, la scadenza è scattata il 1° gennaio 2008.

La legge è già stata largamente seguita: nel 2001, il numero delle dirigenti nei CdA era al 6%, a fine 2006 al 37%. Le quote funzionano e il governo norvegese (esso stesso: su 18 ministri 9 sono donne; come il 34% del parlamento) saluta l’utilità delle quote. Dice Manuela Ramin-Osmundsen, ministro per l’uguaglianza di genere, che “non sarebbe successo senza regolamentazione, le imprese ci avevano provato per venti anni, senza riuscirci, su basi volontarie”.

La legge non è come si potrebbe presumere, di origine socialdemocratica. E’ figlia di un improbabile 52enne conservatore, il segretario all’industria del 2003, Ansgar Gabrielsen, ex businessman. Non si preoccupava tanto, spiegò, dell’uguaglianza di genere ma della “diversità che va garantita perché è un valore in sé e crea ricchezza… Non riuscivo a capire perché dopo 25-30 anni di un rapporto paritario tra donne ed uomini nelle università e poi di una vasta presenza di donne ben istruite e di grande esperienza, ne erano arrivate così poche nei Consigli d’Amministrazione”.

Da quando la legge venne annunciata, quattro anni fa, la Confederazione delle imprese si è sempre opposta, e continua ad opporsi, in nome della libertà di scelta dei propri associati.  

Il ministro Ramin-Osmudsen giura che sì; ma molte, e molti, norvegesi non sono sicuri che il governo farà applicare fino in fondo la legge. Sono le banche e l’industria finanziaria le più renitenti, come l’industria informatica e quelle energetiche. E anche in Norvegia, il sistema pesa. Sarà importante – sicuramente per la Norvegia, ma anche per un paese come il nostro così lontano – vedere che succede dal 2 gennaio…       

Nel corso di una conferenza a Berlino, Merkel ha gettato un macigno sul percorso delle relazioni europee e, in particolare, di quelle con la Francia: perché, ha detto, dopo averlo in un primo momento accettato senza probabilmente capirne bene la portata, il piano di Unione mediterranea che Sarkozy ha proposto e che era passato al vertice di Bruxelles dell’UE in giugno potrebbe anche “spaccare l’Unione europea” se fosse limitato ai paesi mediterranei di Medio Oriente, Nord Africa e Europa. “La cooperazione tra alcuni Stati membri – ha detto – deve restare sempre aperta al resto degli Stati e deve essere approvata da tutti”.

Insomma, la Merkel si è messa a fare all’improvviso il Blair della situazione (annacquare…, frenare) e ha ricordato quel che era ovvio e scontato. Per cui, averlo ricordato con tale puntigliosità ha complicato tutto[44]. Però è vero che “il nodo dell’iniziativa è la sua articolazione con l’Unione europea e [che] finché tale nodo non è sciolto, anche la sua affiliazione appare incerta[45]. Perché, a leggere il Trattato, anche le cosiddette “cooperazioni rafforzate” sembrano imporlo.

Solo che è un po’ forzato sostenere, come fa Merkel – che, però, così in realtà pare voler solo “segnare il territorio” – che Sarkozy voglia escludere il collegamento ed una reale articolazione con l’Unione europea tutta. Non fosse altro perché, viste anche le posizioni non ancora chiarissime di Spagna ed Italia – al minimo c’è bisogno, dicono, di chiarimenti – a difendere l’idea dell’Unione mediterranea Sarkozy resterebbe solo.

Invece, facendo magari dell’Unione mediterranea l’istanza che, all’interno di una politica europea vera e propria del Mediterraneo, si fa carico dei problemi (energia? immigrazione?) inevitabilmente più diluiti se dovessero coinvolgere, per dire, Svezia e Finlandia – che comunque la materia non la ignorano affatto ma per cui non è sicuramente prioritaria) sarebbe altra cosa.

Essenziale è tener ben presente, però, che per far funzionare l’Unione mediterranea non sarà utile né pensarla né presentarla, come qualche volta tende a fare la Francia, come sostituto – o surrogato – di una politica europea dell’Unione tutta. E’ un lavoro delicato di delimitazione e demarcazione di confini e di competenze e di temi di cui, in primis magari anche se non da soli, occuparsi.

Intanto, e di fatto, malgrado i segnali di frenata di Merkel, Italia e Spagna si avvicinano all’idea francese. A Roma, il 21 dicembre, Sarkozy, incontrandosi con Zapatero e Prodi, danno il là al progetto di Unione mediterranea.

Ha detto Zapatero, dirigendo le sue parole chiaramente alla cancelliera tedesca, con Prodi e Sarkozy che assentivano, che il progetto “nasce da tre paesi profondamente europeisti dell’Unione europea e che è proprio al servizio dell’Unione europea”. E che, certo, è un’evoluzione del processo di Barcellona, nato nel ’95 senza però grandi sviluppi come evoluzione dei rapporti tra i paesi del Mediterraneo e di tutta l’Europa.

Sarkozy riprende: “Il Mediterraneo è un luogo per gli europei, per costruire tutti insieme il futuro dell’Europa… abbiamo deciso che questo sarà un Mediterraneo unito contro la guerra e contro ogni discriminazione”…

Il progetto si muoverà su basi di cooperazione reciproca fra tutti i partecipanti, non di integrazione, e non si sostituirà ma integrerà su progetti concreti il processo di Barcellona” (Prodi), anche se non abbraccerà tutta l’Europa: ma resta aperto a quanti vi si vorranno coinvolgere concretamente…

E la Dichiarazione di Roma, firmata dai tre governi, che conclude il rapidissimo vertice, proclama alto e forte che la nuova Unione “non ha per vocazione quella di sostituirsi alle procedure di cooperazione e di dialogo che già riuniscono i paesi del Mediterraneo, ma a completarle e a dar loro un impulso supplementare… Il processo di Barcellona e la politica europea di vicinato resteranno, dunque, centrali al partenariato tra l’Unione europea nel suo insieme ed i suoi partners del Mediterraneo [46].      

Di qui alla prossima riunione del 13 luglio a Parigi dei capi di Stato dei paesi mediterranei, c’è spazio e tempo pere chetare i dubbi e aprire la strada a chiunque vuole entrare nel gioco, insomma.    

In Ucraina, Yulia Timoshenko, è stata rinominata come primo ministro dal suo alleato, il presidente Yushenko. Ma, ancora una volta – e dopo aver fallito una prima votazione in parlamento per un solo voto – appena ritrovata con un voto di scambio, come si dice, una maggioranza di un seggio, già vengono fuori divisioni profonde tra lei e il presidente.

Questi, nel ricordo anche troppo evidente, di come andò a finire l’ultima volta – quando le aveva lasciato in gestione i problemi energetici del paese e la pasionaria arancione pensò bene di poter  “provocare” i russi impunemente (non solo rifiutando di pagare per il gas importato ma teorizzando il diritto a non pagarli) e… lei lasciò al buio e al freddo il paese – stavolta le ha imposto, per nominarla, il “suo” ministro dell’Energia.

Sul Kossovo, altro tema rovente del nostro futuro prossimo venturo, la confusione su quel che succederà diventa sempre più torbida.

Al Consiglio NATO-Russia di Bruxelles, che discuteva proprio del Kossovo,  il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha sostentio il 7 dicembre che appoggiare la dichiarazione unilaterale d’indipendenza di Pristina senza un previo accodo coi serbi, come dettato dal diritto internazionale (Dichiarazione di Helsinki, Risoluzione 1244(99) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ecc.), avrebbe potuto avviare una scivolata su una china molto pericolosa creando un precedente per molte altre aree della regione e d’Europa tentate dal separatismo: “non è cosa che aiuterà la stabilità dell’Europa, di certo”.

La Rice, da parte sua, ha controbattuto sostenendo che “è più pericoloso non prender atto della realtà”: che la maggioranza dei kossovari hanno già deciso… Già… ma allora attenzione: a parte che anche i serbi per parte loro hanno deciso, i kossovari – ha ribadito Lavrov, seccamente – non sono certo i soli a voler secedere. Già[47]

Alla fine il Consiglio della NATO s’è messo d’accordo con grande determinazione, e all’unanimità, sul fatto che… non si dovrà abbassare il livello di forze che l’Alleanza manterrà in Kossovo: sia che la provincia ribelle dichiari unilateralmente l’indipendenza sia che gli eventi si svolgano in altro modo[48]. Ma non era esattamente questa (abbassare o non abbassare il livello di forze) la domanda cui il Consiglio era chiamato a rispondere. Era su cosa bisognasse concordare di fare, se…

Infatti, il Consiglio non s’è messo d’accordo – come chiedevano invece USA, da fuori, Europa, e Gran Bretagna e Francia, da dentro – per aumentare le truppe. Ha concordato, invece, il Consiglio, su una qualche “missione civile[49] – ma solo “in  linea di principio” – da inviare sul posto: poliziotti, giudici, amministratori e contabili, 1.800 in tutto… a ricostruire il Kossovo: non è chiaro a quali condizioni anche operative, in mezzo a una guerra civile, e col consenso effettivo di chi…

Il tutto sotto pesante pressione americana cui non si è stati capaci, non si è osato, non si è voluto dire un no fermo. Per dire, al Dipartimento di Stato hanno fatto sapere, che “stanno scrivendo”, loro, in America[50], “la dichiarazione di indipendenza del Kossovo”…

La paura, l’impressione ormai netta, è che siamo sul serio alla vigilia di un’esplosione che potrà anche essere cataclismica. Vale, dunque, la pena, ci pare, prima di veder anche l’Italia cacciarsi in un imbuto dal quale non sarebbe poi facile uscire, e tanto meno uscire con onore e con dignità, fare un po’ il punto: delle posizioni, degli schieramenti, delle ragioni storiche e giuridiche, degli esiti probabili e di quelli possibili…

Bisogna prender atto che la troika USA, Russia, Unione europea non è riuscita – perché proprio era impossibile – a far quadrare il cerchio tra la domanda di indipendenza assoluta avanzata dal Kossovo e la proposta cui arriva la Serbia, che qualche voce in capitolo ha, al massimo “più autonomia ma non l’indipendenza”.

I russi sono come si è visto coi serbi, ne mettono in evidenza la flessibilità nuova e diversa dai tempi di Milosevic nel riconoscere il massimo di autonomia al Kossovo, da sempre provincia serba a tutti gli effetti pratici e di diritto. E condannano l’intransigenza della richiesta kossovara (comunque, a ogni costo ed alla faccia del diritto internazionale, l’indipendenza totale).

Con loro sono, dichiarandolo o meno, i molti paesi che il problema della secessione in casa ce l’hanno ma esitano anche a menzionarlo per timore, in qualche modo, poi, di evocarlo. E si limitano, al momento, ad incrociare semplicemente le dita, quasi a scongiuro…

Anzitutto ci sono i paesi europei che hanno problemi aperti con qualche minoranza: i ciprioti (se cominciamo dal Kossovo, a ruota seguirebbero le ipotesi di scissione dei turco-ciprioti dalla repubblica di Cipro di cui parte e da decenni occupata dall’esercito turco); gli spagnoli che hanno un sacco di dubbi (il problema del separatismo basco, di quello possibile catalano…); i russi stessi per l’ambaradam che si potrebbe scatenare in tutta la loro periferia, addirittura dentro i loro confini e, comunque, nella loro area di influenza riaprendo il vaso di Pandora, chiuso da poco e anche a prezzi assai alti (Cecenia), delle indipendenze selvagge ed autoproclamate…

… e, poi, ancora nel Caucaso (le minoranze di Abkazia e Ossezia del Sud dalla Georgia…), nei Balcani (la minoranza serba in Bosnia…); e la Slovacchia, l’Ungheria, la Romania stessa, tutti paesi con problemi di minoranze e irredentismi irrequieti anche se ancora latenti; ma, ormai, il Belgio pure, forse (fiamminghi e valloni), e, speriamo di no, ma con la Lega e i suoi di tanto in tanto anche truci velleitarismi…

E, poi, cercando di completare a livello del globo intero  – ma non sarà ancora completa – la lista, per ordine diciamo alfabetico, Azerbaigian (Nagorno-Karabak), Canada (Quebec), Cina (Taiwan, Tibet, Xinjiang), Filippine (Mindanao), Francia (la Corsica), India (Kashmir), Indonesia (Papua, Aceh), Irlanda (riunificazione Nord col Sud), Moldova (Transdniestria), Romania (Transilvania), Sri Lanka (i Tamil), Sudan (il Darfur, in generale le regioni del Sud),Turchia /Iraq/Iran (Kurdistan), ecc., ecc., ecc…

Gli USA, che da tutte queste problematiche escluso il Quebec, vivono a migliaia di km. di distanza vogliono però il Kossovo indipendente a qualsiasi costo: è un caso sui generis e non sarà mai un precedente, asserisce sulla propria autorità – ma con un’autorevolezza che dopo l’Iraq non ha più, una credibilità residua inesistente e una competenza inesistente in diritto internazionale – la segretaria di Stato Condoleezza Rice[51].

Perché la verità è tutta l’opposto. Al Kossovo il diritto alla proclamazione unilaterale d’indipendenza l’ha promesso Bush, portato in trionfo a Pristina per questa garanzia inconsulta (data a un piccolo territorio islamico solo nell’illusione di per farsi “perdonare” così dall’Islam per quello che è andato facendo in giro per il mondo agli islamici, trattati più o meno tutti come al-Qaedisti).

Il nodo, per lui, e per i poveri illusi kossovari che gli hanno dato retta è che l’America, specie  come lui l’ha ridotta – con due guerre condotte insieme ed impantanata in entrambe – non è in grado, tecnicamente, logisticamente e finanziariamente, di onorare l’impegno. Specie da sola. Ed è perciò che Bush vuole l’Europa con lui.

Ma, per l’Europa – unica eccezione al solito il grillo britannico sempre assenziente – questo dell’indipendenza subito e unilaterale del Kossovo, è un incubo. Washington la tira e con molta forza per la giacchetta, vuole che si pronunci per il Kossovo e contro la Serbia: a prescindere da ogni merito di fatto, storico e giuridico, e malgrado l’implicita e motivata ostilità, largamente sentita in tutto il continente, all’ “autorizzazione” alla secessione. 

Il problema è che all’Europa, troppo a lungo silente, è diventato però ormai difficile dire di no: non al Kossovo naturalmente, ma proprio all’America. Troppo deboli e separati, presi uno per uno gli europei che, dunque, insieme non riescono proprio a mettersi d’accordo–– perché l’Europa in effetti, malgrado i solenni protocolli appena firmati a Lisbona, non c’è. O, almeno, non c’è ancora.

Ma ancor più difficile, per l’Europa, è anche dire di sì: per le ragioni che sopra abbiamo elencato e perché un sì ala secessione unilaterale sarebbe realmente eversivo di quel poco di ordine internazionale che resta e che, di fatto, già da anni condona, o comunque sottace, invasioni e aggressioni a paesi sovrani.

Poi, proprio sul Kossovo, c’è addirittura un impegno solenne del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1999, mai rivisto e anzi confermato sempre e solennemente. All’unanimità, Stati Uniti compresi[52].

Afferma e riafferma esplicitamente e solennemente al paragrafo 10, la Risoluzione – che definisce il Kossovo come protettorato ONU e crea l’UNMIK, la missione amministrativa ad interim delle Nazioni Unite per il Kossovo – “l’impegno di tutti gli Stati membri alla sovranità ed all’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia e di tutti gli altri Stati della regione, così come definiti nell’Atto finale di Helsinki e nell’Allegato 2”: cioè, col Kossovo parte integrante ed inalienabile della Serbia; e, al paragrafo 11, “riafferma la richiesta delle precedenti risoluzioni di un’autonomia sostanziale e di una significativa autonomia amministrativa per il Kossovo”… Non altro.

Solo con questa premessa, la Serbia, allora la Jugoslavia dell’immediato post-Milosevic, diede il suo assenso all’arrivo delle truppe NATO in Kossovo. E, adesso, unilateralmente, vede cambiata la disposizione chiave: non solo e non più, cosa che ormai sarebbe rassegnata ad accettare, autonomia amministrativa e politica piena, ma indipendenza piena e assoluta. Non reggerà. Lo spiega, che più chiaro non si può davvero, un articolo conciso e insieme completo[53]:

Forse soltanto nel 1990-91 si può ritrovare la somma di improvvisazione, supponenza e deficit di pensiero strategico con la quale l’Unione arriva all’indipendenza del Kossovo. Come allora la gran parte dei governi continentali non capì cosa avrebbe comportato il collasso della federazione jugoslava… così oggi quasi tutta l’Europa maggiore pare non vedere le micce a lenta – e ormai neanche più tanto lenta – combustione che essa stessa sta per innescare

    Il punto è che americani ed europei non possono disporre a piacimento di un  territorio sul quale non hanno alcuna sovranità legale. Quella appartiene alla Serbia, come – appunto – è scritto persino nel preambolo della Risoluzione 1244”… “I confini non si cambiano con la forza – le dichiarazioni unilaterali di indipendenza – di fatto questa è l’unica norma chiara e finora universalmente condivisa

    Washington ha cercato di camuffare l’enormità dell’indipendenza” unilaterale del Kossovo – che poi andrà “difesa”, se andrà difesa, dalla NATO, cioè da noi, mica dai kossovari per conto proprio – affermando che il Kossovo è ‘un caso sui generis’… Il guaio è che i casi sui generis fondano, appunto, un genere”…

Lo scenario che si prospetta è questo: adesso, “quando il Kossovo proclamerà l’indipendenza, immediatamente i serbi di Mitrovica” – che si ritroveranno dentro in confini dell’autoproclamato Kossovo – “al confine con la Serbia, annunceranno il loro rifiuto di secedere la loro obbedienza alla capitale legittima, Belgrado. Li potrebbero imitare le enclaves serbe del sud”.

E a quel punto? “Può l’Unione – perché è di questo che stiamo parlando; lasciate perdere gli americani, Bush farà quello che vuole: basterà, e avanzerà, a scatenare un’altra ecatombe – accordare il diritto all’autodeterminazione agli albanesi e negarlo ai serbi? E se lo riconosce ai serbi, può negarlo alle altre minoranze del Kossovo, una dozzina?  Ecco, come si vede, quando il principio di autodeterminazione perde quel limite – l’intangibilità dei consumi . si trasforma a valanga nel principio di frammentazione”.

Nei decenni recenti, dopo la seconda guerra mondiale, ma in realtà sempre, le uniche separazioni pacifiche tra nazioni e tra Stati sono state quelle consensuali. La più importante, e tra l’altro praticamente anche l’unica di qualche rilievo che viene alla mente, è quella del 1° gennaio 1993 della vecchia Cecoslovacchia in Repubblica ceca e Slovacchia.

Non sarebbe il caos che l’Europa provi a dire, insieme e chiaro, a Bush di fermarsi? Magari richiamando alla memoria, sua e degli americani tutti, il precedente della sua guerra di secessione.  Quando, nel 1861, il presidente Lincoln, nel suo caso poi deliberatamente violando lettera e spirito della Costituzione degli Stati Uniti d’America rifiutò, agli Stati del Sud, il diritto alla secessione che, pure, era loro in quanto, per l’emendamento no. 10, “i poteri non delegati agli Stati Uniti dalla costituzione, né da essa proibiti agli Stati, sono riservati agli Stati o, rispettivamente, ai popoli degli Stati...[54]”.

Abraham  Lincoln,  per non piegarsi a questo diritto dei 13 Stati secessionisti del Sud, ci fece sopra la guerra: la più feroce e cruenta della storia americana, con oltre 600 mila morti, assai di più (ma erano tutti americani, naturalmente, Nord e Sud) che nella prima o nella seconda guerra mondiale e oltre dieci volte di più che in Vietnam, in Iraq, in Afganistan messi insieme.

Lincoln spiegò al meglio la logica di questa sua cosciente e deliberata violazione della Costituzione – e della sua scelta di farci sopra una guerra del tutto incostituzionale, essendone pienamente cosciente, pur di negare il diritto di ogni Stato a separarsi unilateralmente dall’Unione – nel suo primo discorso inaugurale.

Se la minoranza – spiegò – non si sottomette (accettando il volere della maggioranza) dovrà assoggettarsi la maggioranza, o smetterà di esistere un governo. Non c'è alternativa: perché un governo sussista, deve sottomettersi una parte, o deve farlo l'altra.

    Se, infatti, una minoranza piuttosto che sottomettersi si separa, crea un precedente che, a sua volta, la dividerà e la porterà alla rovina. Giacché, allora, una minoranza al suo interno sarebbe giustificata a separarsi quando essa, la precedente minoranza diventata maggioranza, rifiutasse di sottoporsi al controllo di questa nuova minoranza che (a casa sua) vuol diventare maggioranza .

    Per esempio, perché mai non dovrebbe secedere a sua volta una parte della nuova Confederazione secessionista, tra un anno o due, arbitrariamente, proprio come pretendono di avere il diritto di fare al presente alcuni pezzi di questa nostra Unione?[55].

Bé, questa del più grande presidente della storia d’America – altro che Bush, Putin. Rice e Lavrov, di Sarkozy, Brown e, tiè, anche D’Alema – sembra una logica assolutamente cogente. Tanto più quando, per difenderla, al contrario della Serbia, non aveva neanche la Costituzione che, nel caso americano, dava ad ogni singolo Stato il diritto alla secessione unilaterale.

Detto questo è anche bene che la Serbia cominci a fare i conti, oltre che con i “miti”, veri e in  parte presunti, e le tragedie della sua storia nazionale, pure con i miti e le storie e le tragedie degli altri popoli dell’ex Jugoslavia e dei Balcani. Il fatto è che a più di sette anni ormai dalla caduta di Milosevic, la Serbia resiste a confessarsi fino in fondo tutto il male che per difendere il suo ideale di “serbità” egli ha fatto anche al suo stesso paese negli anni ’90.

Aiutato – e non dobbiamo mai scordarcelo, anche se poi a pagare è stato lui solo – dagli altrettanto fanatici criminali di guerra padri delle rispettive loro piccole patrie, della Croazia e della “croazità” (Tudjman)  e della Bosnia e della “bosnicità” (Izetbegovic).

L’unica cosa ci sembra che, dall’esterno, si può – forse – imporre al Kossovo e alla Serbia è obbligarli a trovare un accordo. E l’input positivo che dall’esterno, forse, l’incentivo, che si potrà portare per aiutare questo tipo di evoluzione è il render chiaro che sarebbe possibile ormai l’accesso immediato, sia della Serbia che di un Kossovo che si ritrovassero pacificati e pacifici all’Unione europea.   

Ma l’unica cosa che, dall’esterno, bisogna assolutamente assicurarsi di fare – quando si parla di interventi umanitari o pseudo-tali – è stare almeno attenti, prima di tutto, a non lasciare le cose peggio di come stavano prima di intervenire. In questi ultimi decenni ci sono stati molti di questi casi purtroppo…

Suonano vuote, invece, ci sembra, come quelli di campane fesse, fatalmente crepate, i rintocchi delle voci di quei “comandanti NATO in Kossovo che adesso dicono” gonfiando il petto  e pronti, naturalmente a obbedir tacendo ma non più, altrettanto sicuramente, tacendo a morir “di essere pronti a sopprimere ogni violenza, da qualunque parte [si capisce] poi essa provenisse all’indomani dell’attesa secessione dalla Serbia[56].

Non foss’altro perché le loro truppe, qualsiasi sia poi il compito che dovranno svolgere, sarebbero in territorio ostile ed in netta minoranza. I loro diciassettemila soldati, sottoposti alle tensioni ed alle pulsioni quanto a un’azione militare diretta contro bande kossovare armate o/e soldati e bande serbe armate delle non cementate volontà politiche dei loro mandanti.

Il ministro inglese ai problemi urbani, Kitty Ussher, ha tentato di argomentare che, con la concentrazione di business e finanza della City di Londra, la sua capitale diventa ormai naturale  candidata come base di operazioni dei nuovi cosiddetti “fondi sovrani”, inclusi i giganteschi fondi di investimento messi su dai cinesi e dagli Stati petroliferi del Golfo.

Ussher, che parlava a Londra, alla City, ad una conferenza sul funzionamento dei mercati finanziari, ha aggiunto che “Londra è una piattaforma di mercato aperta al business degli investitori e degli investimenti di ogni nazionalità, che possono poi liberamente muoversi, nel cuore del mercato finanziario globale, spostandosi dove e quando e come meglio vogliono”.

Con molta leggerezza il presidente della nuova China Investment Corporation, Lou Jiwei, cui quelle osservazioni erano direttamente e nominalmente indirizzate, ha ricordato soavemente alla Ussher, e a quanti lo ascoltavano, che solo il giorno prima l’ambasciatore britannico all’ONU, sbugiardandola, aveva appoggiato la richiesta americana di rafforzare le sanzioni che avrebbero reso ancor più difficile “agli investitoti ed agli investimenti di una certa nazionalità gli iraniani: nazionalità, però, non nominata per delicatezza tuta cinese ogni libero movimento nel e dal cuore del mercato finanziario globale[57]

E come se, nel mondo moderno globalizzato e deregolato – come proprio loro, inglesi ed americani per primi, hanno voluto che diventasse– potesse essere mai un problema ormai per la finanza internazionale, per chi dispone di, ed investe, miliardi di euro, di dollari, di sterline, la “prossimità” geografica a una piazza finanziaria o all’altra…

L’unico problema che esiste, ormai è dimostrato dai casi di Iran, Nord Corea e ancor prima dall’Iraq di Saddam, è che più lontano stai da Wall Street o dalla City, più difeso e protetto sei invece dalle vendette e/o dalle fisime dei governi americano ed inglese propensi come sono a dettar condizioni e pretese alle banche che più da vicino controllano e al sistema finanziario internazionale. Che si rifiutano duramente di veder regolare se non quando lo desiderano loro, mettendo allora sì ostacoli ai movimenti di capitali e imponendo sanzioni.

Insomma, proprio il contrario – la non prossimità, più lontana è meglio è – di quanto sostiene la segretaria al Tesoro con delega allo sviluppo urbano del governo britannico, signora Ussher…

Per contrastare gli effetti di un euro sempre più forte, l’Airbus sta progettando di mettersi a costruire pezzi del suo aereo e ad assemblarli in Russia o negli Stati Uniti e sta considerando, in particolare, alcuni impianti di montaggio che ha individuato nella città di Montgomery, in Alabama.

Il grande costruttore europeo, al di là delle prime reazioni di orgoglio malinteso ma presto anche mandato giù in una zona industriale in declino che ha bisogno di nuovi posti di lavoro, è convinto – ha spiegato la rivista specializzata che dà la notizia – di potere, anche in questo modo, assicurarsi un contratto militare dell’aeronautica americana per la costruzione di un nuovo aerocisterna[58].

Al vertice euro-africano di Lisbona[59] fortissimamente voluto come una priorità per l’Europa dalla presidenza portoghese – dove sembra, comunque, essere stato scrupolosamente assente in agenda il Darfur – erano presenti 25 dei 27 capi di Stato e di governo europeo e praticamente tutti i 53 capi di Stato africani.

Tre mesi fa, la Gran Bretagna aveva ammonito come fosse “difficile immaginare uno scenario in cui il primo ministro britannico e altri leaders europei potessero prender parte ad un vertice cui fosse presente Mugabe”. Insomma: le ultime parole famose… E un’umiliazione esplicita per Brown che aveva avventatamente, per ragioni tutte interne – il rispetto, ma selettivo eh?, dei diritti umani – forzato la mano.

Era convinto che il suo ultimatum agli africani (o io, o lui) l’avrebbe vinto lui. L’ha perso, anche se aveva cercato di puntellarlo con promesse d’aiuti. Poco credibili questi, visto il recente passato. Poco credibile lui, visto che Mugabe sarà – è – pure un autocrate assai discutibile, ma è pur sempre l’unico leader africano rimasto della generazione che, combattendo, strappò l’indipendenza proprio agli inglesi e affini…

E, infatti, come era stato pure previsto ma non dai soloni delle diplomazie, lo ha perfino aiutato a rivincere senza grandi difficoltà la nomination del suo partito alle prossime presidenziali l’ostilità “neo-colonialista” come dice lui, esplicita o più pudica, di tanti europei a, malgrado le gravissime condizioni economiche del paese.

Il fatto è che la gente le vede, le sente e le soffre sulla propria pelle ma le imputa, in parte, alla cattiva gestione dell’economia fatta da Mugabe e dai suoi ed, in percentuale molto più alta, ai boicottaggi decretati e voluti in particolare da Londra che colpiscono solo la gente, l’elite come sempre riuscendo perché tale a sfuggire…

La Merkel aveva cercato di spiegare pure, opportunamente, a Brown quando era presidente di turno dell’Unione che chi partecipava per l’Africa al vertice lo decideva l’Africa e non l’Europa.

E, adesso, anche se i giornali scrivono che Merkel ha attaccato Mugabe, è contro Mugabe, forse è opportuno rilevare che, piuttosto ruvidamente ma forse opportunamente, anche per stoppare altri spesso arroganti  megalomane pesanti, ad essere un male per l’Africa.

Ha anche aggiunto, dicendo purtroppo cosa assolutamente falsa che si sarebbe dovuta risparmiare per la propria stessa credibilità, Merkel, che il mondo non può stare a guardare quando e dove “i diritti umani vengono calpestati”.

Non è affatto così, e se volete aggiungete pure purtroppo. Perché, in realtà, dipende solo da chi li calpesta, i diritti, se è amico o nemico, al momento, di chi magari si illude di essere onnipotente. A Merkel lo ha ricordato, altrettanto opportunamente ci è sembrato, il presidente del Senegal, rilevando – e deplorando – onestamente che violazioni dei diritti umani in Africa ce ne sono e tante (ma anche altrove, no? Europa e Gran Bretagna comprese) e che “quelle in Zimbabwe non sono superiori a quelle in altri paesi africani”.

Aveva perfettamente ragione: l’Etiopia (che ha invaso la Somalia d’accordo col nuovo “presidente” somalo, Abdullahi Yusuf, signore della guerra da sempre e per sempre finché non finirà ammazzato inevitabilmente anche lui, ora in cura a Londra in una clinica privata) causando più di un milione di profughi forzati a scappare e morire piano piano di fame… E tanti, tanti altri[60].

Solo che quelli, al momento, domani chi sa?, sono i nostri fìgli di p….na e per questo, in nome della lotta al fondamentalismo islamico gli consentiamo, silenti, non pochi massacri all’ingrosso. Questo, lo Zimbabwe, è il paese – e Mugabe è il capo guerrigliero – che respinse ogni appello al gradualismo ed ogni minaccia dei padroni britannici e dei loro successori-secessori (Ian Smith e la sua dichiarazione unilaterale, ma tollerate e benedetta, di indipendenza) e conquistò con le sue forze un’indipendenza nazionale per la quale non ha dovuto dire grazie a nessuno e della quale, quindi, ultraottantenne com’è, è ferocemente – in tutti i sensi – ed anche megalomaniacamente geloso.

Ecco perché la pia ipocrisia sdegnata di Gordon Brown ha convinto pochi oltre agli inglesi, certi inglesi nostalgici dell’impero. Contro gli altri Brown non sollevava, non avrebbe sollevato e non solleverà alcuna obiezione: li ha ricevuti, li va ricevendo e li riceverà tutti, infatti, al no. 10 di Downing Street.

In fondo, forse, anche per accogliere a braccia aperte e in abito da sera Robert Mugabe a Gordon Brown sarebbe bastato poco: che fosse un po’ più somigliante agli ospiti sauditi, per cominciare, carico di petrolio e di petrodollari e, poi, forse, che facesse almeno finta di copiare qualche pagina del libro degli usi e costumi sauditi in materia di diritti umani: appunto, come è noto, impeccabili…

Peccato che nel teatrino mediatico, questo curioso ed artificioso scontro Brown–Mugabe abbia cacciato via dal proscenio e relegato tra le quinte i problemi di merito:

• gli aiuti che non sono aiuti ma, in buona sostanza, troppo spesso sussidi ad imprese nostrane;

• le promesse solenni di aiuti che non sono state mai mantenute;

• l’unico vero cambiamento importante dei rapporti reciproci, in questo vertice, li ha visti cambiare a favore degli europei e a scapito degli africani: d’ora in poi, gli africani dovranno aprire i loro mercati alle esportazioni di merci e beni consumo europei in cambio dell’abbattimento dei dazi doganali europei per le loro merci; gli accordi precedenti, quelli cosiddetti ACP (tra europei e paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico) prevedevano preferenze comparative per i paesi ex colonie europee;

• le pressioni della Commissione che tenta per l’ennesima volta il divide et impera di sempre, stipulando accordi con gruppetti di Stati o singoli Stati africani per rovesciare il metodo antico e collaudato e innovatore col quale l’Europa faceva accordi commerciali congiunti con l’Africa tutta;

• le preoccupazioni che in Europa stanno sollevando i nuovi grandi investimenti cinesi in Africa,  sottraendoci, come si dice, fior occasioni di far affari; certo, forse anche perché lì come in Cina sono meno attenti di noi alla questione diritti umani, ecc., ecc.; intesi solo però, o quasi, come diritti di (di pensiero, di propaganda, di espressione, ecc.) e molto meno come diritti da (dalla fame, dalla miseria, dalla malattia, dall’ignoranza: almeno come obiettivi[61]) e quindi anche per questo meglio accetti da tutti— oltre che, certo, per la carenza della tabe colonialista che nessuno di noi, In Europa, sembra davvero convinto di dover riconoscere per quello che è stato: un  crimine contro l’umanità.

Per non parlare del Darfur e delle altre mille piaghe che del continente nero continuano a fare il vero buco nero della storia odierna.

Al vertice di Lisbona dei 27 capi di Stato e di governo dell’Unione, non si è solo parlato di Africa e di Kossovo. Hanno anche firmata la riforma del Trattato, dunque di quella Carta che scandirà d’ora in poi l’affannato procedere dell’Unione. Ma dopo la ratifica di tutti i paesi, ancora di là da venire almeno per una decina di loro.

Non ne parliamo qui, e adesso. Se non per registrare che Brown, sempre un tantino cafone, arrivato in ritardo anche dopo aver saltato l’incontro con gli africani perché non s’era saputo organizzare l’agenda, ha dovuto firmare da solo, insistendo nello spocchioso splendido isolamento tipico di questo paese da secoli ormai.

Ne parliamo per elencare, in estrema sintesi, così come lui stesso li elenca, quelli che – secondo il più autorevole portavoce degli eurofobi inglesi, il prof. Anthony Coughlan – sono i dieci peccati mortali che commette il Trattato di Lisbona[62]:

1.  Stabilisce un’Unione europea legalmente diversa da quella bocciata dai referendum francese e olandese, nella forma costituzionale di uno Stato europeo soprannazionale.

2.  Le dà il potere di agire come uno Stato sovrano nei confronti degli altri Stati sovrani e dei suoi cittadini.

3.  Fa di tutti noi dei cittadini di questa nuova Unione europea.

4.  Per nascondere l’enormità di questi cambiamenti, il nome resterà lo stesso – Unione europea – anche se il Trattato di Lisbona cambia alle radici la natura giuridica, costituzionale, dell’Unione.

5.  Esso, in effetti, crea un parlamento dell’Unione per i cittadini dell’Unione stessa.

6.  Crea un vero e proprio Governo dell’Unione.

7.  Crea un nuovo presidente politico dell’Unione.

8.  Crea un vero e proprio codice di diritti civili per i cittadini dell’Unione.

9.  Subordina i parlamenti nazionali al parlamento dell’Unione.

10. Conferisce alla nuova Unione i poteri necessari, quando vuole, ad allargare i propri poteri.

Secondo chi scrive, tutto quello che sintetizza Coughlan è reale. Ma è anche solo formale. Perché la forma, per questi sudditi di Sua Graziosa Maestà, è realmente sostanza. Per noi no, francamente: è una cornice, tutta da riempire di colori veri e vivi. Per questo sarebbe ingenuo dirsi eurottimisti: il Trattato, in ogni caso, non decide infatti che l’Unione abbia realmente poteri sovrani nazionali in campo economico, sociale, in politica estera, in materia di difesa e di sicurezza; né stabilisce che le cose, d’ora, in poi le discutono e le decidono insieme, le istituzioni ed i popoli dell’Unione europea…

Finché non sarà questa la strada che la maggioranza degli europei, anche se non tutti di certo, si deciderà ad adottare – insomma: se l’Inghilterra non ci sta, resta soltanto da dirle un sonoro “e chi se ne impipa?” ed andare avanti in quanti ci stanno – fino ad allora sarà difficile sentirsi davvero eurottimisti.

Insomma, il contrario esatto di quanto dovremmo essere secondo Sir Anthony Coughlan...

La scelta, in effetti, è secca. La divisione reale che passa oggi attraverso l’Europa è sulla stessa ragion d’essere dell’Unione: tra paesi, e governi ancora di più, che grosso modo si sentono eurofili e favoriscono una maggiore integrazione capace di dare all’Unione maggior peso anche a livello internazionale e gli euroscettici, come amano ormai farsi chiamare, che l’Europa la vogliono anch’essi ma fanno di tutto per non farla andare più in là di un mercato comune interno e di un blocco commerciale, all’esterno, il più aperto possibile.

E ormai, presto, bisognerà scegliere.

L’inflazione britannica ha attinto il 2,1% a novembre, lo stesso tasso di ottobre, appena al di sopra – “grazie” alla crisi economica – del target fissato dal governo[63].

STATI UNITI D’AMERICA

Segnala il Congressional Budget Office – tra molti altri interessantissimi, e scandalosissimi, dati sulla creazione e la distribuzione dei redditi qui in America – che, dal 2003 al 2005, solo la crescita del reddito dell’1% degli americani più ricchi ha superato il reddito totale del 20% degli americani più poveri. E che il 5% delle famiglie americane più povere ha messo insieme, nel 2005, 383,4 miliardi di dollari di reddito, mentre solo l’aumento del reddito incamerato dall’1% delle famiglie più ricche, salito del 37%, è arrivato a 524,8 miliardi[64].

Sul tema, anche altre fonti molto autorevoli evidenziano[65] che, praticamente, è ogni possibile misurazione a far vedere come l’ineguaglianza dei redditi sia oggi maggiore di quanto sia mai stata dal 1920, praticamente da un secolo. L’1% degli americani al top del reddito accumula nel 2005 il 19% del reddito americano: l’8% in più che nel 1975.

Di fatto le cose stanno così: il boom di Bush, sul quale tanto i blandi quanto i furenti pseudo-imitatori europei dei neo-cons hanno per anni tessuto peana contro l’immobilismo nostrano, è un bluff. La crescita economica è sostanzialmente piatta da due ani, se i redditi da lavoro, di gran lunga ancora la maggior parte dei redditi degli americani, vengono aggiustati all’inflazione reale.

E non a quella delle statistiche ufficiali tenute basse da mille trucchi legali (che non contano questo e non contano quello) allo scopo preciso di mantenere basso l’adeguamento di stipendi e salari ancora regolati da contratti indicizzati: qui ancora ce ne sono parecchi, in molte grandi aziende e in parte rilevante dell’impiego pubblico).

Considerando anche che quasi la totalità dei frutti della crescita totale sono stati indirizzati dalle riforme bushotte ai “ricchi”: the wealthy, come ormai li chiamano spesso qui senza tante remore), abbandonandosi a un populismo che, ai palati fini, suona pericolosamente vicino al deprecato linguaggio “di classe”: non lo annotano i corrispondenti europei: ma lo attesta, il secondo uomo più ricco del mondo, Waren Buffett, traditore di classe che è[66]

… e considerando che il resto non è riuscito neanche a tenere il passo dell’aumento dei prezzi nell’arco di questi ultimi anni, non c’è da meravigliarsi che la massa dei consumatori americani stia soffrendo. Del resto, coi conti in banca di chi ha un reddito fisso in discesa e gli estratti conto delle carte di credito che evidenziano sempre più conti in rosso in salita, non potrebbe essere al          trimenti.

E’ aperto un dibattito acceso, dice la ricerca dell’NBER, sulle cause dell’ineguaglianza crescente sullo sfondo di due ipotesi che, con varianti, sostengono, l’una, come le forze di mercato – scambi e commercio internazionale crescenti e avanzamenti tecnologici, abbiano reso più produttivi, incrementando così le loro entrate, i lavoratori più qualificati e meglio istruiti; e, l’altra, che i mutamenti istituzionali, come la deregolamentazione, il declino del sindacalismo e la stagnazione del salario minimo avrebbero, invece depresso i redditi dei lavoratori meno qualificati.

Insomma: se colpa c’è, è colpa del mercato e colpa del liberismo. E, in un certo senso, è anche vero— nel senso che da qualche anno denuncia, come ricordavamo sopra, il secondo uomo più ricco d’America, Warren Buffett[67]: quando spiega che nella “guerra di classe” in atto nel mondo ha vinto la sua di classe, quella dei capitalisti miliardari in dollari…

E aggiunge che ha vinto troppo, e ingiustamente, e che se non modera la propria ingordigia corre il rischio di una rivolta di massa: delle masse che hanno perso ma che sono assai più numerose delle élites più benestanti e che a questa ingiustizia non ci staranno senza far niente molto più a lungo. Insomma, sì, un po’ della vecchia, cara lotta di classe – o meglio delle classi: klassenkampf – di marxiana memoria, ci ricorda Warren Buffett.

Buffet è lo stesso massimo esponente della finanza americana e multinazionale che non ha esitato a dire, alto e forte, il contrario di quel che giuravano e su cui scommettevano la stragrande maggioranza dei suoi pari, i grandi finanzieri, ed i loro consigliori, gli accademici, i guru di Wall Street, oltre che gli impiegati e curatori di interessi che con astuzia riescono a seminare nei vari dicasteri di governo.

Ed è stata, la sua, la rara voce nel deserto capace di vedere e di scrivere subito – pur facendo, anzi proprio mentre faceva, strafantiliardi di dollari – che era meglio tenersi lontani dai contratti puramente speculativi basati sui derivati perché erano, in realtà, “armi di distruzione finanziaria di massa: latente, ora (2003) ma letale fra qualche anno (2007)[68].

Il fatto è che[69] nel 1947 la famiglia media americana – quella che guadagna un po’ di più e un po’ di meno della media di tutte le altre famiglie – metteva insieme $23.400 e che nei trent’anni seguenti la media è più che raddoppiata, a $47.400 nel 1977. E nel 2005 la stessa media era a $58.400 (tutti dati al netto dell’inflazione).

Nel frattempo, negli stessi trent’anni, le entrate dell’1‰ dei percettori di reddito americani, uno su diecimila cioè, o se volete lo 0,1%, si sono moltiplicate per il 500%, da 2 a 10 milioni di dollari. In  altri termini, salari e stipendi sono saliti mediamente per tutti negli ultimi trent’anni. Ma non tanto rapidamemte quanto nei tre decenni precedenti né così rapidamente per i poveri quanto per le famiglie più ricche.

A novembre la produzione industriale è cresciuta dello 0,3%, un incremento del 2,1 sullo stesso mese del 2006. La costruzione di case nuove è caduta del 3,7% da ottobre  e – a conferma della crisi pesante del settore – del 24,2% dall’anno prima. E i prezzi al consumo salgono dello 0,8 a novembre in un mese e del 4,3% sul novembre dell’anno prima[70].

Non buone anche le notizie dalle vendite delle feste: “le spese natalizie sono cresciute solo del 3,6% sull’anno scorso, il tasso più fiacco dell’ultimo quadriennio, secondo i rapporti dalle società che rilasciano carte di credito[71].

Il deficit americano dei conti correnti è sceso nel terzo trimestre da 188,9 miliardi di dollari (5,5 del PIL) a 178,5 (5,19). E’, che, naturalmente, la valuta indebolita di molto, aiuta molto l’America a vendere di più all’estero[72].

Ma, già in ottobre, il livello del deficit commerciale è risalito al massimo livello di giugno[73], a 57,8 miliardi di dollari con la crescita dei prezzi del petrolio e un’altra ondata di importazioni dalla Cina che ha sommerso il pur netto aumento dell’export americano.

I dati che riassumono la situazione del debito pubblico, e in particolare della dipendenza da quello verso l’estero degli Stati Uniti d’America, la più grande potenza economica del mondo, sotto Bush sono oggi chiarissimi: dal gennaio 2001, data di inizio del suo primo mandato, i titoli di debito messi sul e assorbiti dal mercato sono cresciuti di 1.700.000 miliardi di dollari, di cui quasi l’80%, 1.300.000 miliardi di dollari, è debito estero. Di esso, la crescita del debito bilaterale verso la sola Cina è stata di 327 miliardi di dollari[74].      

Molte lettere ai giornali, anche se non ancora e raramente gli editoriali, sembrano rimettere ormai   pesantemente in questione i benefici, finora dati per scontati, del libero scambio per tutti i cittadini dentro il processo di globalizzazione. C’è anche chi ormai comincia a ribellarsi e fa notare che “mettere semplicemente sullo stesso piano chi si oppone agli accordi commerciali cosiddetti di ‘libero commercio’ e il protezionismo è ingenuo. Ci sono certo protezionisti tra questi oppositori, ma la loro grande maggioranza si basa sul fatto che questi accordi hanno poco a che fare con lo scambio di merci e molto di più col mettere le grandi multinazionali in grado di fregarsene delle legislazioni nazionali che proteggono il lavoro e l’ambiente, qui ed in altri paesi[75].

Sembrava che George W. Bush avesse deciso di congelare, in qualche modo, il peso delle ipoteche per i proprietari di case che devono far fronte ad una escalation dei loro debiti grazie ai tassi in aumento. Bè, era vero. Ma la notizia è stata subito adeguatamente ridimensionata.

Infatti, una fonte di origine industriale che conosceva in anticipo la proposta della Casa Bianca[76] ha spifferato in anticipo alla stampa dell’accordo tra l’Authority di regolazione federale e il sistema del credito che congelerebbe i tassi di interesse sulle ipoteche subprime per cinque ani per abbattere il numero dei pignoramenti, applicabile alle ipoteche aperte tra gennaio 2005 e luglio 2007 e in scadenza adesso per un rinnovo tra gennaio 2008 e luglio 2010.

Diceva la notizia di stampa di una “fonte industriale”, che conosceva in anticipo… In realtà, il piano di Bush l’hanno materialmente scritto le industrie del credito, il sistema bancario. Ma anzitutto per aiutare se stesse.

Infatti, anche se le linee guida del piano di soccorso di Bush restano ancora assai vaghe è già chiaro che saranno moltissimi i debitori più poveri in generale, a restarne tagliati fuori. E’ che il piano è stato pensato da Henry Paulson, il ministro del Tesoro arrivato direttamente al governo dalla presidenza della grande banca di investimenti  Goldman Sachs, coi suoi ex colleghi banchieri. Ha scritto il NYT che è “troppo poco, troppo tardi e troppo volontario”— Too little, too late and too voluntary[77]: insomma più un invito, tardivo e inadeguato, che una disposizione – non sia mai detto – impartita al sistema bancario.

Questo era, precisamente, lo scopo del disegno di legge presentato dal presidente democratico della Commissione servizi finanziari della Camera, Barney Frank che prevedeva di dare ai giudici, in caso di pignoramento, il potere di riscrivere i termini delle ipoteche, se ritenesse che fossero state concesse a condizioni troppo onerose o magari truffaldine.

Precisamente per stoppare questo tipo di possibilità – assolutamente eversiva: togliere l’ultima parola al mercato: un mercato dove un libero attore è libera volpe e l’altro, sempre, libera gallina – è intervenuta l’industria scrivendo di propria penna l’alternativa Bush: la proposta di legge formata da Paulson.

In una crisi come questa scatenata dai pignoramenti a catena sono tre gli ordini di problemi che si pongono al paese:

• il primo è la stabilità finanziaria: le banche stanno effettivamente cancellando dai libri miliardi di crediti ormai inesigibili; e il sistema finanziario nell’insieme comincia a traballare;

• il secondo è il problema delle sofferenze umane: sono centinaia di migliaia e saranno probabilmente milioni gli americani che, con questa crisi, perderanno la casa;

• e poi c’è il nodo dell’equità che tinge tutta la faccenda: il boom dei subprime postulava prestiti azzardati, concessi spesso a condizioni ingannevoli, su scala colossale.

Ecco, i problemi sono tre. Ma mentre il piano Frank, tenendo conto del terzo, e dando parte delle responsabilità (se non altro per palese imprudenza irresponsabile) anche alle banche, pensava anche ad alleviare il secondo, il piano Paulson – tipico rimedio bushista – pensa solo a rendere meno costose le perdite del primo livello. Quelle degli istituti bancari.

Lo fa, in sostanza, col limitare la concessione degli aiuti federali alle sofferenze ipotecarie che rappresentano almeno il 97% del valore delle abitazioni in pericolo: “così [viene spiegato piuttosto bene] [78] molti, probabilmente la maggioranza, di coloro che ricorreranno al sollievo del debito così architettato saranno persone indebitate per valori superiori a quello della casa” che li ha inguaiati.

E coloro che, invece, magari hanno un credito solido ma sono stati abbindolati – veri e propri, ingenui fessi – dalle banche con mutui a tasso variabile in continua escalation, non potranno accedere a nessun aiuto federale: il piano Paulson esclude specificamente dal cosiddetto “sollievo” chi ha, finanziariamente parlando, un credito buono.

La realtà è che (come diceva Buffett, sopra[79]) lotta di classe, non solo in questo paese, l’hanno vinta i ricchi, mica i poveri. E, avendola vinta, si sono costruiti difese ad oltranza. Il capitalismo, senza i fallimenti che il mercato impone va una volta ai capitalisti falliti, è poco più o poco altro che socialismo per i ricchi. La Fed sta seguendo, lettera per lettera, il manuale del capitalismo per gli amici degli amici che ormai tutti hanno imparato: socializzare le perdite e privatizzare i profitti.

E finché il reddito dei grandi banchieri e dei membri dei loro consigli d’amministrazione, non diventeranno (insieme al patrimonio) obbligatoriamente il collaterale primo a garanzia delle conseguenze dei fallimenti di mercato, pagherà sempre pantalone— come si dice da noi e dice anche Buffett.

A inizio novembre, i dati sull’occupazione, che danno in calo la creazione di nuovi posti di lavoro (solo 94 mila), allarmano non poco: rispetto ad ottobre sono molti di meno e in parecchi sono adesso gli osservatori a temerne, e ancor prima forse a vederne, l’implicazione. I primi annunci erano stati commentati positivamente ma solo per una lettura sbagliata del vero significato dei dati.

A cominciare da quello della crescita, poco superiore ai novantamila, al meglio mediocre ma che, se si stabilizzasse, come effetto reale (non è aumento netto ma lordo), implicherebbe un aumento della disoccupazione.  Negli ultimi quattro mesi, in media, l’aumento dei posti di lavoro s’è sistemato intorno alle 100 mila unità, 65 mila nel settore privato. Ma anche questi dati così moderati potrebbero essere solo la rappresentazione di una reale esagerazione statistica visto che la revisione ora completata sui dati effettivi – e netti – dell’anno scorso è stata rivista molto al ribasso.

E anche i dati di aumento dei salari e stipendi sono, nella realtà, molto meno favorevoli della prima lettura che ne è stata fatta. Se calcolati non più solo sull’ultimo mese ma sugli ultimi tre, lo 0,5% in più ufficialmente registrato si trasforma in un tasso annuo di aumento del 2,9%: un punto sotto lo stesso periodo dell’anno prima e, in pratica, del tutto annullato dall’inflazione[80].           

Quanto alle previsioni sul futuro prossimo venturo dell’economia americana, andrebbe anzitutto rilevato una volta per tutte che gli economisti non prevedono mai le recessioni. E non è neanche detto che le riconoscano, poi, quando arrivano. Anche quando tutti i dati gliele sbattono in faccia ormai come in arrivo; o, addirittura, arrivata.

Nell’autunno del 2000 non ci fu uno, uno solo, degli economisti che di mestiere facevano i forecasters, i previsori, per le 50 imprese blue chip di Wall Street a vedere la recessione in arrivo. Peggio, nel dicembre 2000, quando era alle porte, il famoso Rapporto Livingstone[81] della Fed di Filadelfia diceva: solo cieli limpidi in arrivo. E, a giugno[82], quando cominciava il terzo trimestre di recessione (definita come due trimestri consecutivi di crescita negativa) ancora la maggior parte dei guru vedeva sì, qualche sommovimento, ma proprio niente di che…

Mr. Greenspan, addirittura, il guru dei guru, alla riunione della Fed del luglio 1990, sentenziò[83] sicuro che l’economia stava andando a gonfie vele. La recessione, poi, venne ufficialmente datata come iniziata già un mese prima, nel giugno del 1990.

Sintomatico che la Fed, nella sessione dell’11 dicembre, abbia ancora una volta abbassato il tasso di sconto, di un quarto di punto. Per la terza volta in tre mesi. Nel tentativo di impedire che il crollo dei valori del mercato delle costruzioni trascini l’America – l’economia più grossa del mondo – dritta dentro un’altra recessione. Ma anche sintomatico del fatto che, tenendo conto delle pressioni inflazionistiche presenti, si è trattato solo di un taglio di un quarto di punto[84].

Lasciando insoddisfatta Wall Street. Comunque, da settembre il tasso di sconto – il tasso di interesse che la Fed stessa pratica  alle banche commercial che le chiedono prestiti in contanti – è stato ridotto di un punto pieno[85]. E si annunciano altri tagli, forse giù al 3% nell’arco di un anno…

Era necessario, anche se la Banca centrale avrebbe preferito non farlo perché vede, sa e, stavolta, anche dice chiaramente che “la  crescita rallenta, riflettendo l’intensificazione della correzione [eufemismo = perdita di valore] dei valori edilizi ed un certo rallentamento nelle spese di investimento e consumo. Per di più, nelle ultime settimane sono anche aumentate le tensioni sui mercati finanziari. La mossa di oggi, insieme alle azioni intraprese nel recente passato, dovrebbero aiutare, nel tempo, a promuovere una crescita moderata[86].

Come se il messaggio non fosse abbastanza esplicito parla, allarmata, l’autorevolissima banca d’affari e di investimenti americana Morgan Stanley. Ci informa un quotidiano particolarmente conservatore e nient’affatto noto per propensioni di stampo marxista-leninista-eversivo-terroristico, o bastian contrario-rematore-contro-pessimista-savonaroliano, che la banca americana “ha appena emesso un ‘segnale di allarme pienosull’economia americana, ammonendo del rallentamento brusco degli investimenti d’affari e della ‘vera e propria tempesta di massima forza’ che si appresta a ricadere su consumatori e consumi man mano che si va diffondendo il crollo del mercato edilizio[87].

E anche la Fed, in modo del tutto imprevisto, sente ormai la preoccupazione di quel che va succedendo sul mercati del credito che improvvisamente rovescia tutta la sua linea, “riconoscendo come molti prestiti ipotecari sulle case siano stati concessi in modo deliberatamente ingannevole, e quasi forzati, su clienti che non erano spesso proprio in condizione di onorarli. E ora propone una larga serie di regole e di restrizioni da imporre al mercato del credito[88].

E’ una rivoluzione: per la prima volta in questo paese – e, del resto, anche in tanti altri – la responsabilità di un prestito che va a male non è solo del disgraziato debitore ma anche di chi, forzandogli la mano magari, lo ha portato alla rovina… Certo, ora bisogna vedere come finisce. Ma, intanto, è uno spiraglio importante.

Certo, resta quasi insorpassata la capacità delle Banche centrali di lenire, chetare, sopire— manzonianamente parlando. Il presidente della Fed Ben Bernanke nell’annunciare questa novità, abbiamo detto assolutamente eversiva di una policy che va indietro di molti decenni, ha detto, testualmente, che purtroppo “la disciplina del mercato in alcuni casi è andata perduta e si sono erosi gli incentivi che una volta portavano a seguire regole prudenziali in materia di prestiti”.

Riviene alla mente il modo in cui “nel 1945 l’imperatore Hirohito [qui, la Fed] spiegò la decisione della resa: ‘l’evoluzione della guerra si è andata sviluppando in  modo non necessariamente favorevole al Giappone[89]. Quando si dice dell’understatement all’inglese….

L’unica cosa sicura in questo marasma, scrive un durissimo editoriale del NYT, è che “quando verrà fuori tutta la verità [ma è venuta già fuori…, è venuta già fuori] sulle due crisi del pasticcio dei prestiti  subprime (sul gradino basso della scala economica, pignoramenti in massa; e, in alto,la stretta del credito che ha colpito il sistema finanziario) la Federal Reserve sarà in buona compagnia[90], con tutto il sistema di regolazione e di controllo che esiste sulla carta ma non ha controllato né regolato, per scelta politica, proprio un bel niente.

Intanto anche la blasonatissima Morgan Stanley deve cancellare dai suoi libri contabili – sulla colonna dell’avere, cioè dei crediti da recuperare ma ormai praticamente irrecuperabili – 9,4 miliardi di euro. E, per cercare di tamponare una falla che sta mettendo a rischio il suo posto (comunque se lo cacciano via ha una buona uscita da qualche centinaio di milioni di dollari…, insomma, casca sdraiato e soffice) dopo aver venduto azioni per alcune centinaia di milioni a un fondo di origine mediorientale, il suo presidente ora ne vende quasi 10 miliardi – si capisce, non come un atto di disperazione ma come una mossa strategica” – alla China Investment Corporation[91].

Così si chiude la settimana della grande vendetta della storia su chi ne aveva, quasi vent’anni fa, assai prematuramente, proclamata la fine. Allora, all’inizio degli anni ’90, La fine della storia[92]era stata annunciata da Francis Fukuyama con grande solennità e presunzione e sagacia previsionale da orbo in un  mondo di ciechi (solo orbo, e non più come allora del tutto ciecato, perché da neo-cons che era sembra oggi in buona parte averci ripensato[93]).

L’occidente ha vinto ormai sull’oriente. La democrazia liberale – anzi, proprio quella liberista – all’occidentale ha sepolto per sempre le altre forme di governance del mondo ed è diventata la “forma finale di governo della storia dell’uomo”. All’anima della palla!, interviene a ricordare nella settimana la Cina che si compra con quasi 10 miliardi di dollari sull’unghia il 10% della banca Morgan Stanley americana e l’assegnazione da parte di TIME Magazine del titolo mondiale di “persona dell’anno”… al russo Vladimir Putin…    

Una volta è uno sbaglio, per quanto gravissimo (l’invasione dell’Iraq del 2003), per quanto colpevole…e va bene (si fa per dire); due, può anche essere cocciutaggine (l’Iran di oggi e domani, forse), magari scellerata; ma tre volte, se è vero quel che adesso dicono per l’Iraq, è criminalmente cretino.

Dicono[94] che Frederick Kagan[95]neo cons in servizio permanente effettivo, lui – abbia, adesso, consigliato a Bush di andarsi a prendere le bombe nucleari dei pakistani, con loro volenti o nolenti: cioè, con una spedizione armata se non ci stanno.

Perché di loro, in sostanza, non ci si può fidare… su questo, magari poi, ha anche ragione – né dei loro militari né dei loro fondamentalisti sunniti… Ma chi è che ha aiutato i primi da sempre e, per combattere l’ex Unione sovietica in Afganistan, poi anche i secondi? chi è che ha aiutato i pakistani tutti a diventare così, poco affidabili?

Certo, adesso, dopo l’attentato e la morte di Benazir Bhutto che ha gettato il regime e il paese nel caos, la tentazione di un colpo di mano americano – quanto rischioso, però, nessuno lo sa – per impadronirsi del controllo delle bombe di Islamabad, risorge imperiosa[96].

Vi risparmiamo il ragionamento, serrato peraltro, di Fred Kagan. Tutto fondato, comunque, sulla premessa, che non ammette discussione, che gli USA possono – proprio perché sono gli USA – fare quello che a nessun altro al mondo è consentito. La radice stessa, cioè, pare a noi dei guai degli Stati Uniti e del mondo.

Kagan lavora tutt’oggi a quel serbatoio di pensiero neo-cons da sempre l’influentissimo (su Bush: che poi è quel che conta) che è l’American Enterprise Institute. Ed è l’autore e inventore della tattica dell’“impennata” che ha rinviato di qualche mese, forse, il redde rationem in Iraq.

Rinviato al massimo di qualche mese, però, perché ormai è dimostrato che appena un’area controllata (cioè occupata, perlustrata e regolarmente “ripulita” da ogni sospetto) dagli americani o dagli inglesi viene messa sotto la giurisdizione delle forze di sicurezza irachene, è di nuovo subito caos e violenza. Il problema di fondo è che il governo, a schiacciante maggioranza e impronta sciita, non ha alcuna voglia di lavorare per una qualche conciliazione vera, cioè cooperativa su basi di pari dignità, con i curdi e, soprattutto, i sunniti.

E, appena l’impennata sarà finita, è con questi conflitti di base etnici e politici che dovranno rifare i conti gli iracheni tutti. Perché le piaghe restano tutte e tutte purulente. La legge petrolifera che doveva secondo chi l’aveva voluta – americani, compagnie petrolifere e, ma solo sulla carta come si è visto, per compiacere il grande fratello, anche il governo federale iracheno – tenere insieme il paese col collante del petrolio, non sarà votata nel prossimo futuro per le irriconciliabili differenze che spaccano il parlamento.

E, constata a cavallo fra costernazione, rabbia, rassegnazione e, tutto sommato, sollievo “finché non ci sarà un accordo che andrà ben al di là delle maggioranze parlamentari, non ci sarà nessuna legge petrolifera”. Insomma, ognuno per sé e Allah per nessuno e, come sempre, viva l’anarchia[97].

Sempre in relazione al pantano iracheno, palese non la vergogna – che per questa gente qui non si dà proprio – quanto un po’ d’imbarazzo da parte del direttore della CIA che riconosce come, nel 2005, a diatriba aperta e suppurante su Abu Ghraib, torture e quant’altro, vennero distrutti  dall’Agenzia alcuni videonastri che documentavano le “severe tecniche di interrogatorio”, cioè le torture, praticate contro alcuni “sospetti” di terrorismo nel 2002.

Malgrado il Congresso avesse chiesto di visionare le prove… Il gen. Hayden spiega, con qualche imbarazzo e niente di più, a dire il vero, che la decisione fu presa perché i nastri non avevano valore di intelligence (ma di tortura sì e per questo non era il caso) e per “proteggere la copertura di operatori preziosi” (i torturatori).

E sapete cosa ha fatto del gen. Hayden, la Commissione parlamentare d’inchiesta? Eh, sì, l’America è anche questa: l’ha ringraziato, l’ha salutato e gli ha augurato buona giornata[98]

Ma anche nel muro di gomma di questa vergogna della tortura usata come strumento normale per l’acquisizione di confessioni più che di prove, sta cominciando a venire fuori qualche voce autorevole che comincia a dire di no. In fondo, dopo il Medio Evo e l’Inquisizione, non sono molti gli Stati oltre a quelli Uniti d’America che considerano accettabile anche giudizialmente strappare anche con la tortura segreti ad imputati.   

Intanto, il nuovo primo ministro laburista australiano, Kevin Rudd, eletto da neanche due settimane ha notificato al paese – e a tutti – che le sue truppe si ritireranno dall’Iraq al massimo a metà del 2008. Insomma, ha tenuto a mettere subito tutti in allerta: tenetene conto e pianificatelo nei vostri desiderata, perché noi tanto facciamo così[99]

E, ha aggiunto, altro schiaffo a Bush che aveva sempre potuto contare sull’entusiastica acquiescenza del suo predecessore, che ora l’Australia procederà a ratificare subito anch’essa il protocollo di Kyoto. “Voglio rendere chiaro – ha detto il nuovo PM, sottolineando la cosa – che si tratta del primo atto ufficiale del nostro governo: e sta qui a dimostrare il nostro impegno ad affrontare il problema del cambiamento climatico[100].

Sull’Iraq, la stessa decisione annunciata dagli australiani viene resa nota dalla Repubblica ceca: il parlamento ha approvato con uno dei suoi primi atti a inizio dicembre la decisione del governo (che verrà ora “comunicata” immediatamente agli alleati: comunicata, spiega puntigliosamente il comunicato ufficiale: comunicazione, non discussione, non consultazione, insomma…) di ritirare 80 dei 100 soldati cechi in Iraq tra sei mesi al massimo[101]. Una misura quantitativamente irrilevante, come si vede, ma qualitativamente no…

In fondo si potrebbe riassumerne la situazione in Iraq, accogliendo pure la dichiarazione giurata e accorata non del tutto infondata che la “violenza”, come non proprio congruamente la chiamano i media americani, in qualche modo con l’ “impennata”, è calata.

Ma… il fatto è che l’ottimismo ufficiale degli americani sull’evoluzione delle cose in Iraq nel 2008[102] –  del resto come l’ottimismo supersfrenato del 2007, del 2006, del 2005, del 2004 e anche del 2003, dopo il famigerato mission accomplished del maggio 2003 di quell’intontito, ma pericoloso, sognatore che è Bush – sembra ancora una volta malposto, almeno qualche po’ esagerato.

Stavolta si basano sul successo dell’ “impennata” ma, ancor più, sulla scommessa – pericolosa, molto pericolosa: e comunque ferocemente osteggiata dagli sciiti del governo – di armare e arruolare com’egli americani stanno facendo a decine di migliaia truppe anti al-Qaeda (che, però, in Iraq dice l’intelligence americana come presenza fisica non pare proprio abbondare…). Si tratta di sunniti armati, per lo più ex ribelli e/ o anche ex soldati di Saddam Hussein che, per ora, sono con gli americani contro gli al-qaedisti… Ma, ancor di più, contro la popolazione sciita.

E’ anche per questo, per la stupefacente incoerenza del governo nazionale iracheno e delle autorità americane che lo supervisionano – per essere caritatevoli diciamo così – che sono talmente pesanti i dubbi degli osservatori, tutti, non di stretta fede bushotta, sulla possibilità di tradurre in progresso politico duraturo i “successi” che, limitatamente agli attacchi alle loro truppe i vertici militari americani dicono essersi ridotti.

Il ministero degli Interni iracheno è diventato sinonimo di incompetenza, corruzione e sopruso sistematico e tutta l’amministrazione – la sottoamministrazione, meglio – di questo paese è un disastro: secondo gli americani e secondo gli iracheni stessi, compresi quelli che nel governo centrale e lungo le sue branche lavorano.

Il fatto è che sono molti gli insorti – una nebulosa variabile, fatta di tanti corpi separati e collegati più che altro ideologicamente dall’odio per l’invasore e dalla fede fanatica che li muove – ad aver concluso da qualche mese che è futile continuare a scontrarsi direttamente con le forze americane ben altrimenti armate e appoggiate e finanziate e volta per volta, luogo per luogo, schiaccianti.

Guardano anche loro la CNN e Fox News e Al-Jazeera… Sanno perfettamente che la realtà politica americana impone presto l’inizio di una riduzione delle truppe e la fine dell’impennata. E che il nuovo presidente, al limite chiunque egli/ella sia, sarà disperatamente pressato dall’esigenza di andarsene dall’Iraq.

Perciò tutti gli iracheni con qualche ambizioni politica per il domani, stanno collaborando sempre di meno. Sono i disgraziati senza arte né parte che si arruolano nella polizia che, per ora, continuano a “collaborare”…

E, così, ora in America si comincia finalmente a porre fra chi conta, e sui quotidiani che contano il quesito di fondo: se le preoccupazioni con cui in America tanti rifiutano di prendere anche soltanto in considerazione l’ipotesi di un ritiro vero dall’Iraq siano vere, o più presunte che vere. E’ che per quasi tutti gli americani la sconfitta è un concetto in se stesso aberrante. Lo sanno, lo sanno benissimo che possono essere sconfitti, ovviamente.

E sanno anche che sono stati sconfitti in ogni guerra che hanno fatto dalla fine della seconda guerra mondiale— se sconfitta per loro è, come è, non vincere politicamente… E sanno quanto è costato loro celebrare una vittoria che non c’era con quel roboante e vuoto “mission accomplished”.

Ma ora, e per esempio, c’è anche chi con prudenza – le sensibilità politiche di questo paese sono quelle che sono – ma anche con grande e riconosciuta autorevolezza argomenta che le conseguenze di un ritiro rapido e anche completo delle forze americane dall’Iraq potrebbero alla fine risultare assai meno cataclismiche di quel che gli ottimisti di professione sul presente e sul passato ma pessimisti sul futuro, se non si fa quel che dicono loro, vanno predicendo da anni.

Scrive in un saggio[103], per lo meno intrigante e, data la fonte, anche assai persuasivo, il prof. Christopher Fettweis, che insegna storia ed applicazioni delle politiche di sicurezza nazionale al Collegio Superiore Navale di Guerra degli Stati Uniti d’America – non un pacifista, non un moscio, non un antiamericano, cioè – che

i decisori politici accettano con sorprendente sufficienza e scarsità di analisi le predizioni sul caos che scatenerebbe in tutto il Medio Oriente il ritiro americano dall’Iraq: i sunniti e gli sciiti [predicono] formerebbero schieramenti l’un contro l’altro armati e combatterebbero una battaglia all’ultimo sangue, genocida, tra loro; al-Qaeda, ben al di là delle capacità di venire raggiunta da qualsiasi tribunale sarebbe in grado di reclutare seguaci a migliaia e di passare all’offensiva; la guerra si diffonderebbe per tutta la regione e oltre, arrivando alla fine a toccare le coste americane…”.

Che è, parola per parola – e il prof. Fettweis lo sa bene ma, evidentemente, non ne può più, neanche lui – la logica della guerra con cui Bush da anni giustifica tutto quello che viene facendo: meglio combattere a casa loro che trovarci a combatterli qui a casa nostra!... solo che in America sono arrivati da tempo: almeno dall’11 settembre 201, no?

Ma, fortunatamente, per una nazione sull’orlo della disfatta – rileggetevi questa previsione, dodici volte … – nessuna  di queste catastrofiche previsioni è molto probabile. La cosa di cui sarebbe davvero importante rendersi conto è che non andrebbe consentito alle paure di disastri senza precedenti e improbabili di diventare la guida dell’attuale politica americana nel Golfo.

Christopher Fettweis invece argomenta, e storicamente, dialetticamente e politicamente dimostra che “quel che e senza precedenti storici è anche improbabile… che le conseguenze immaginate di regola sono peggiori della realtà”. Non è un illuso, il prof. Fettweis, e riconosce il rischio reale, anche la probabilità, che per qualche tempo ci si troverà di fronte ad un intensificarsi della guerra civile. Ma resta altamente scettico e pieno di dubbi sui preannunciati scenari neo-cons di guerra allargata, se cade il primo domino, l’Iraq, a tutta la regione mediorientale.

E cita l’esempio del Vietnam, dove l’uscita di scena degli americani venne ritardata di anni dal timore del genocidio che in Vietnam avrebbe fatto seguito alla loro partenza, coi vietcong e i comunisti del Nord che avrebbero massacrato tutti i loro avversari e chi loro non era stato amico nel Vietnam del Sud.

Ma questo non è successo. Così come non si è verificata la caduta di tutti i domino asiatici, uno dopo l’altro, a catena, sotto il dominio genocida dei comunisti: la caduta di tutte le pedine del gioco strategico, preannunciata e predicata come verità rivelata da Kennedy a Johnson, a McNamara, a Nixon e a Kissinger. Non  è semplicemente successo.

A Saigon non c’è stata la vendetta all’ingrosso, sommaria, contro i collaborazionisti di Vichy e del nazismo della Francia di de Gaulle (trentamila linciati, fucilati, impiccati tra i filonazisti). Né ci sono state migliaia e migliaia di ex fascisti colpiti qui a casa nostra, dopo la fine della guerra, dalla giustizia piuttosto sommaria, diciamo, dei partigiani.

Anche se, certo, dal Vietnam scapparono a migliaia i boat people, per i primi durissimi anni del dopoguerra, per il terrore che proprio la propaganda americana sulle conseguenze della vittoria dei comunisti aveva diffuso e per la durezza, indiscutibile, dei campi di rieducazione/concentramento nei quali decine di migliaia di ex collaborazionisti si ritrovarono rinchiusi per anni.

Dice questo, il prof. Fettweis – che non c’è stata affatto la vendetta di massa dei rossi sui non rossi – richiamando proprio per nome e cognome proprio il precedente del Vietnam e certificandolo, dopo anni di vulgata demonizzante, sull’autorità del National War College della Marina.

E azzarda la sua diagnosi, che è certo almeno altrettanto attendibile quanto quella dei previsori ufficiali che in sei anni non ne hanno azzeccata una che è una… E sostiene che quanti fanno balenare lo spettro del caso peggiore come scenario probabile di un Iraq senza America sono in realtà influenzati dal “disgusto” e dall’“intolleranza” che provano a livello visceral-umorale anche solo ad immaginare la sconfitta americana.

Il suo pronostico, invece, netto e ragionato, è quello di un compromesso politico di qualche tipo, unitario o anche di una scissione ma decisa da loro, quando gli iracheni si troveranno a dover confrontare il proprio passato col presente ed a decidere tra loro; oppure, è certo possibile, di una guerra civile: dalla quale alla fine, però, qualcuno uscirebbe vincitore mettendo finalmente fine a un inutile spargimento di sangue…

Troppo cinico? Forse… ma chiedetelo agli iracheni oggi per strada – e senza interpreti ufficiali – se è troppo cinico. O se, alla fine, non preferirebbero ormai decidere davvero da sé… Il punto, al dunque, è che L’impennata è uno spettacolo di seconda fila. Solo una ritirata totale americana può ormai avere successo[104]: “quando chi conduce la resistenza riceverà la certezza che l’occupazione finisce cominceranno i veri negoziati”.

Certo, non è che stia andando poi tanto meglio, in Iraq, agli estremisti fondamentalisti di al-Qaeda. Hanno fallito, infatti, proprio nel tentativo di appropriarsi della guerra in Iraq, dell’insorgenza contro l’invasione americana. Ed è la grande recriminazione[105] di Aiman el-Zawahiri, il medico e numero due di al-Qaeda che, con Osama, aveva considerato l’Iraq la loro grande opportunità.

A buona ragione. Non solo l’America era andata a impegolarsi proprio nel loro cortile di casa – bin Laden è saudita; Zawahiri, egiziano – ma la rimozione forzata di Saddam Hussein dalla scena stava  a segnalare che la ribalta era a disposizione di chiunque fosse riuscito a prendersela.

Quanto a lui, e a differenza del più “spiritualista” Osama, Zawahiri ha sempre capito bene la necessità di una base fisica, materiale per la loro rivoluzione (al-qaeda significa – in uno dei vari significati che il termine ha – proprio “base” in arabo) e considerava “il paese dei due fiumi” (l’Iraq) come il terreno ideale di questa nuova base per la jihad globale, una volta perso, con la cacciata dei talebani, il controllo del territorio afgano.

Una delle caratteristiche dell’organizzazione-nebulosa di Osama bin-Laden è stata sempre quella di cavalcare i conflitti scatenati da qualcun altro— una tattica che spesso, quel qualcun altro però, i ribelli iracheni nella fattispecie – sciiti ma anche e soprattutto sunniti – considerano scissionistica e indesiderata.

E il fatto che gli iracheni resistano a lasciarsi guidare da lui e da Osama bin Laden è assolutamente frustrante. Come frustrante è la resistenza dell’Iran, contro il quale infatti viene lanciato un quasi anatema, in ogni caso una feroce diatriba, per aver “pugnalato alle spalle la nazione islamica”, rifiutando di subordinarsi alle strategie globali della jihad binladenista. E’ che questi sono anche troppo gonfi di sé. E, magari, questa – la sconfinata prosopopea – potrebbe essere davvero il loro tallone d’Achille…

Altro, insomma che il collegamento predicato dai neo-cons, automatico ed indissolubile tra tutti i jihadisti nel mondo contro l’America. Contro l’America sì, non c’è dubbio, ma molto più ognuno per sé che tutti insieme e d’accordo. E fin ché l’analisi del fenomeno non si fa chiara, la tattica e la strategia per combatterlo, nelle sue varie espressioni niente affatto univoche, resteranno vaghe e confuse ed inefficaci…

Ma il punto cruciale di una qualsiasi analisi sul prossimo futuro deve ormai cogliere anche il versante economico di fondo di tutta questa faccenda. Che è semplice da spiegare, tanto evidente ormai è diventata. Questa, in effetti, dalla parte americana è una guerra fatta a colpi di carte di credito o, come si sarebbe detto una volta da noi, a cambiali…

Gli americani dovranno rimborsare per anni i finanziamenti cinesi con cui Bush l’ha alimentata. Anche se i costi, al presente, sono soltanto l’1% del PIL americano che nel 2007 ha toccato i 13.247 miliardi di dollari (quando il Vietnam alla fine è stato ben il 9%) è difficile non tirare la conclusione che la sola superpotenza del momento è finanziata da quella che ormai appare il suo maggiore competitor, come dicono oggi leggiadramente tanti dilettanti.

Ed è impantanata in un esercizio che, oltre ad assorbire ingenti quantità di risorse, garantisce all’America uno sputtanamento globale, una colpevolizzazione e un collasso etico, di credibilità, terrificante e spreca energie diplomatiche e politiche di cui il paese (e anche il mondo, visto il peso che questa superpotenza traballante vi esercita).      

Intanto, a dimostrazione dell’imbelle gestione della maggioranza del Congresso verso il presidente, i democratici, che avevano fatto per qualche tempo fiamme e fuoco giurando che senza piegarsi alle loro esigenze, ed a quelle della maggioranza del paese che li aveva eletti (sostanzialmente, una data o almeno un’agenda fissa per il ritiro dall’Iraq), ancora una volta hanno sbracato: votando, alla fine, al Senato anche loro senza più condizioni, il bilancio della Difesa ($554 miliardi) che voleva Bush per 76 voti contro soli 17[106]

Sull’altro tema bollente, l’Iran, dice l’intelligence[107] americana, sfuggendo all’imbracatura forzosa imposta finora dal duo Bush-Cheney che, in realtà, Teheran “ha messo fine al suo programma di armamenti nucleari dal 2003 e che esso è sempre fermo”…, che questa è l’“intesa di consenso” espressa con “grado unanime ed alto di fiducia” e raggiunta dalle sedici agenzie americane di spionaggio[108] e che, in realtà, le decisioni di Teheran “sono guidate da un approccio [razionale] costi-benefici invece che da una corsa all’armamento che non tiene alcun conto dei costi politici, economici e militari”.

Cheney, si è poi saputo, era contrario a qualsiasi pubblicazione perché non gli andavano bene le conclusioni cui arrivava l’intelligence. Bush pure: ma poi ha finito controvoglia per dare il suo assenso perché gli hanno spiegato che sarebbe comunque trapelata la verità.

Ma così, e clamorosamente per un’Amministrazione megalomane del controllo su tutto quello che da essa dipende, è venuta alla luce la spaccatura che le forzature del presidente e della sua consorteria falcheggiante hanno determinato e continuano a deteminare nelle sue fila.

Infatti, per mettere in chiaro le cose, David M. Kerr, il vice direttore generale della CIA, andando contro gli ordini del capo della CIA oltre che dell’ufficio ovale, ha intanto deciso – e fatto sapere di aver deciso – di rendere noto che, all’unanimità, tutte le sedici agenzie di intelligence avevano avanzato questa valutazione e ha tenuto ad aggiungere che il presidente era stato “informato mesi fa[109] di queste conclusioni.

Il problema è che, essendo esse in chiaro contrasto con l’opinione dei massimi esponenti politici del paese, “l’intelligence ha stavolta considerato importante rendere pubblica l’informazione per garantire che ne fosse disponibile una presentazione accurata”. Insomma, almeno stavolta… perché abbiamo imparato anche noi dell’intelligence dall’Iraq: di quegli imbroglioni non ci fidiamo neanche noi e, almeno stavolta, non ci lasciamo strumentalizzare…

E’ un ragionamento che sembra quasi appellarsi al diritto che chiunque, persino la CIA, ha alla “redenzione”, anche dei non pochi spioni orgogliosi della propria professionalità che avevano subito come un’imposizione l’aver dovuto puntellare il castello di menzogne del presidente e dei suoi e che, adesso, hanno detto basta. Un ragionamento che, evidentemente, non si applica affatto ai tanti professionisti dell’informazione più o meno segreta che s’erano voluttuosamente, patriottardamente, magari anche coscienziosamente, prestati a leccare e mentire.

Vedete la reazione assolutamente inconsulta, da falco in servizio permamente effettivo anche se adesso formalmente in pensione, già tra i fondatori iniziali dei neo-cons, John Bolton, ex ambasciatore alle Nazioni Unite quando reagisce affermando con sprezzo che il Rapporto dell’intelligence nazionale sulle capacità nucleari dell’Iran è “politica pura mascherata da intelligence: una specie di golpe”, contro il presidente e quel che lui vuole[110]. Il contrario esatto, cioè, di ogni interpretazione sensata.

Anche l’ammiraglio Wiliam Fallon, il capo del Central Command, Il Comando militare delle truppe USA responsabile di tutto lo schieramento in Medio Oriente in Asia sud-occidentale, un professionista meno politico del generale Petraeus che ora è in Iraq, qualche settimana prima, mentre non scartava la possibilità, teorica, che prima o poi gli USA attaccheranno l’Iraq – non è compito suo, spiegava, scartarla…; ma non sarebbe neanche compito suo, si direbbe, lasciarla in piedi… – escludeva fermamente che l’attacco figurasse nei piani dei prossimi mesi e mandava, così, un siluro mirato contro l’argomento di fondo dei falchi: che, invece, è necessario attaccare subito per anticipare così ogni mossa iraniana, qualsiasi essa sia, mentre al timone c’è ancora lui, Bush.

Fallon dice, nervosamente – perché si rende conto di con chi se la prende – che bisogna piantarla col seminare “chiacchiere e dicerie come queste” di un attacco preventivo imminente. Si rifiuta però – rifiuto più eloquente di ogni conferma – di dire ai giornalisti che glielo chiedono se non è proprio una certa martellante retorica presidenziale, e degli ambienti vicino al presidente, a nutrire proprio le chiacchiere; però, ci tiene ad aggiungere che “in genere, tutti i commenti bellicosi non sono particolarmente d’aiuto[111]

Dunque, adesso viene fuori che è vero quel che diceva l’Iran: che da anni il paese non perseguiva più un piano di armamento nucleare. Ed è falso tutto quello che all’unisono dicono Bush, Olmert e anche parecchi europei: quelli che devono alle fonti americane, ma sempre come sono selettivamente centellinate dalla Casa Bianca: la storia delle armi di distruzione di massa dell’Iraq, insomma, tale e quale.

Le reazioni della Casa Bianca sono state immediate e quasi sconsiderate. Prima, a chi chiamava a coppe, i suoi servizi segreti, ha risposto a bastoni, col consigliere di Bush per la sicurezza nazionale, Stephen Hadley, a sottolineare come il rapporto dica che probabilmente il lavoro sulle bombe l’Iran effettivamente non l’ha ripreso — ma il “probabilmente” lo aggiunge lui: nel rapporto non c’è, o meglio è usato oltre una decina di volte, come viene spiegato, per ragioni di comodità esclusivamente analitica, e mai  nel senso dalla Casa Bianca evocato.  

Comunque, Hadley aggiunge – ed è naturalmente vero: in effetti, anche se una cosa viene affermata da George W., succede, magari rarissimamente ma succede, che quel che afferma possa essere anche vero – che l’Iran è sempre in grado di riprendere il suo programma di armamento nucleare, se vuole. Ma scorda di aggiungere: come forse al mondo cento altri paesi, se vogliono… Insomma ribadisce, ma suona lemme lemme, che “avevamo ragione a preoccuparci[112].

Poi, il giorno dopo, ritiene necessario intervenire direttamente il presidente: che, pari pari, anche se ormai per credergli, gli si deve credere solo sulla sua traballante parola, reitera di considerare il nuovo rapporto dell’intelligence come “un chiaro segnale d’allarme” sulla pericolosità chiara e attuale dell’Iran[113]

Come l’ha parafrasata, prendendolo in giro ferocemente, un commentatore televisivo, il presidente in pratica e in diretta ha detto al paese che proprio “la totale assenza di prove sulle intenzioni ostili dell’Iran verso l’occidente costituisce chiaramente la prova più assoluta e conclusiva che abbiamo finora trovato delle intenzioni ostili dell’Iran verso l’occidente[114].

E qui il problema tocca quella che appare proprio una psicopatia personale del presidente sulle cose concrete. Cioè, è l’evidente fobia di Bush per la realtà che porta molti a credere che sia pronto in ogni momento a dichiarare la propria guerra contro la realtà.

Diciamola chiara. Un rapporto di intelligence ufficiale, statunitense, il più autorevole che ci sia – la valutazione strategica annuale sottoscritta all’unanimità da tutte e sedici i servizi segreti da cui è sovraccaricato questo paese – proclama che l’Iran non è affatto il bau-bau nucleare descritto dalla propaganda ufficiale degli USA.

E Bush racconta agli americani che questo verdetto è chiarissimo: vuol dire che l’Iram ersta pericoloso come lui ha sempre sostenuto. Non c’è che da ammirare la strenua fede in se stesso, il rifiuto immarcescibile di prendere atto di quel che contraddice e non lo aiuta a tenere in vita la sua visione monocromatica del mondo.

Dice, testualmente, che ha ragione lui perché, in buona sostanza, è lui il presidente, anche se ormai si ritrova la credibilità d’un babbuino e insiste : “Io ho detto che l’Iran è pericoloso [hai capito: l’ha detto lui!...] e la valutazione dei servizi nazionali di intelligence non cambia in niente – tutto il contrario – la mia opinione sul pericolo chiaro e presente che l’Iran [l’Iran… non la sua politica contro l’Iran] pone al mondo[115].

I fatti gli rimbalzano addosso, come i pallini di una cerbottana sulla cotenna di un rinoceronte, senza procuragli alcun danno tanto abituati sono ormai gli americani all’esibizione quasi scontata di questa sua fobia, niente affatto innocente. Lui sa quel che vuole credere e continuerà a crederci finché la sua fede l’ammazzerà.

I democratici reagiscono, comprensibilmente, qualche po’ furibondi a questa voluta cecità del presidente. Ma la loro critica, sacrosanta, e i loro attacchi, si concentrano, al solito, sul bersaglio sbagliato. Quello più giusto non è, infatti, tanto esternare un’indignata condanna morale o giuridica o, al limite, anche politica dei trucchi e degli imbrogli del presidente e dei suoi e di come costantemente cercano di piegare alla lettura presidenziale del tutto irreale della realtà reale il resto dell’Amministrazione.

No, la domanda che dovrebbero porsi, e porre al paese, sarebbe quella di chiedersi e chiedere: e adesso, visto che era tutto fasullo, che facciamo?

Ma non sembrano porsela. Preferiscono discutere, tutti con poche eccezioni, sul fatto che comunque l’Iran “potrebbe” sempre costituire, domani o dopodomani, un pericolo… Come se altri, no…   

All’estero, stavolta, neanche Downing Street osa dirsi d’accordo col presidente Bush e solo Israele, naturalmente, afferma di non restare convinta dell’intelligence americana. A sentire la leadership israeliana, il paese è praticamente in lutto. Spiega bene un leader ebreo di Gush-Shalom, il Blocco della Pace di Israele, Uri Avnery, un sionista convinto che vuole vivere accanto e in pace con uno Stato palestinese sovrano creato dal ritiro di Israele da tutti i territori occupati nel 1967[116].

Israele, invece, all’improvviso si sente proprio orfana della bomba iraniana. Non celebra affatto, ballando nelle strade il fatto – attestato dall’intelligence del suo maggiore alleato – che, no, l’Iran non ha neanche una bombetta come quella di Hiroshima (che se fosse mai lanciata, facendo le corna dovute, su Piazza Rabin a Tel Aviv, vaporizzerebbe, insieme a centinaia di migliaia di israeliani e di palestinesi, il centro economico, culturale e militare di Israele. Una specie di secondo Olocausto.

Ma ecco che, meraviglia delle meraviglie, la bomba non c’è, né oggi né domani, né dopodomani, né ancora il giorno dopo… Quella bestia di Ahmadinejad può strillare e minacciare quanto vuole, ma gli manca il busillis. Bé, non sarebbe questa ragion sufficiente per celebrare invece che per lamentarcisi sopra?

Tant’è… Non per il governo d’Israele, che si trova privato improvvisamente del più potente mezzo di pressione che aveva nei confronti degli USA, e non per il presidente, privato anche lui a tradimento della sua arma di pressione sull’opinione pubblica americana.

Naturalmente è vero. Il pericolo potenziale c’è, ma viene dall’Iran come da chiunque si metta domani  insieme uno stock di uranio arricchito perché, data la natura stessa della bestia, esso serve a produrre energia elettrica ma può anche servire a produrre bombe atomiche. Questa è la parte più difficile e anche costosa della tecnologia nucleare. Il rimanente del processo per costruirsi una bomba è il meno[117]. Ma il problema è che Israele, gli americani, gli inglesi (e quanti tengono loro bordone pure se, poi, soltanto fino ad un certo punto, anche i russi e i cinesi) devono spiegare:

• in base a quale diritto chiedono solo all’Iran di non arricchirsi l’uranio, visto che a quel paese come a tutti gli altri firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare è garantito il diritto di farlo…;

• perché a Israele, che non ha mai firmato il TNP è stato di fatto – e in base a quale diritto? – garantito invece di potersi arricchire il suo uranio e, poi, di farsi le sue più che cento bombe nucleari?

• in base a quale diritto adesso i cinque grandi del Consiglio di sicurezza dell’ONU, tutti potenze supernucleari, chiedono a Teheran di non arricchire più uranio e, casomai, quali incentivi reali gli offrono per convincerlo a rinunciare a quello che è un suo indiscusso diritto: sembra che, si capisce. riescano prima a spiegargli ed a spiegare perché agli iraniani no e a tutti gli altri sì?

• perché non si sognano lontanamente di piegare anche se stessi alle regole, come pure sarebbero tenuti a fare, voluta dal TNP stesso che chiede loro di ridurre significativamente i propri arsenali militari e a chi non ha bombe di sottoporsi al controllo dell’arricchimento del proprio uranio da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dell’ONU.

    Cosa che l’Iran ha sempre dichiarato di essere disposto a fare, anche se in passato vi si è piegato con qualche reticenza, adducendo a motivo (piuttosto reale) le prepotenza unilaterale con cui viene trattato dagli altri che non sono disponibili né disposti, loro, ad alcun controllo.

Intanto, l’Iran decide di reagire, come dicono gli americani, tongue in cheek, prendendola come sottogamba… apparentemente: lasciando perdere i consueti toni roboanti di cui il presidente Ahmadinejad comunque non si priva – sul Rapporto che sarebbe “una grande e storica vittoria per il popolo iraniano…” – Teheran ufficialmente, col ministro degli Esteri Manoucher Mottaki, ha fatto finta di non sentire quel che andava dicendo, ormai abbastanza impotente, un Bush sputtanato dai suoi stessi servizi.

E, concentrandosi su quel che dice il Rapporto dell’intelligence statunitense, ha salutato il fatto che gli Stati Uniti abbiano rovesciato la loro posizione ufficiale— in realtà, solo i servizi segreti, non ancora gli Stati Uniti. “Noi – ha detto – siamo naturalmente felici che venga ufficialmente corretta in senso realistico quelle che erano solo ‘visioni’ fatte balenare  in passato su pretesi interrogativi ed ambiguità relative alle nostre attività nucleari[118]

Al Consiglio Russia-NATO di Bruxelles, la segretaria di Stato Rice ha ammesso, con Lavrov, che sarà necessario continuare a negoziare con Teheran, ma ha insistito sulla esigenza di nuove e più mordenti sanzioni. E il russo l’ha semplicemente ignorata: “Nel programma nucleare dell’Iran, come ci è stato del resto così autorevolmente  confermato, non ci sono fattori di ordine militare. E siamo convinti che i negoziati con l’Iran devono continuare”.

E neanche l’India dà più retta agli USA sull’Iran, pare proprio. Anzi, continuerà a sviluppare il programma di import di gas naturale dall’Iran con un gasdotto che traverserà il Pakistan. Il segretario al Tesoro Henry Paulson, in visita a New Delhi, ha tentato di convincere gli indiani ad abbandonare il progetto. Ma invano[119].

Quanto all’AIEA, el-Baradei non si pronuncia direttamente ma – lasciando capire anche che l’Agenzia era da tempo a conoscenza di quel che gli americani avevano scoperto da almeno un anno e finora tenuto segreto: e che ormai pare proprio sia venuto fuori solo per una palese ribellione  dei “tecnici” ai “politici” – lascia affermare a un comunicato ufficiale dell’Agenzia, tutt’altro che asettico e anche vagamente soddisfatto, che queste “nuove” informazioni americane confermano i suoi rapporti degli ultimi anni[120].

Il primo dei membri del Consiglio di Sicurezza a dire chiaramente delle conseguenze del rapporto-rivelazione-non-rivelazione dell’intelligence americana, era in effetti stato il rappresentante all’ONU della Cina, ambasciatore Wang Guangya, avanzando subito l’opinione che la valutazione americana sollevava questioni nuove rispetto a una situazione ufficialmente e seriamente cambiata in cui le sanzioni sembrano ormai diventare del tutto “incongrue”[121].

E, infatti, anche la Cina chiarisce, subito dopo, che per quanto la riguarda ricomincia a far affari sul serio con l’Iran. Affari multimiliardari in dollari, per lo sviluppo del bacino petrolifero iraniano di Yadavaran (entro cinque anni on stream con quasi 200 mila barili al giorno) e per l’acquisto garantito, nel corso dei prossimi venticinque anni, di dieci milioni di gas naturale liquefatto iraniano[122].

E proprio mentre Teheran dichiara di star costruendo un secondo impianto nucleare nazionale capace di arricchire l’uranio[123], anche la Russia rende noto che, adesso, come tutto sommato poi è  naturale dopo che l’intelligence USA ha annunciato – con lo scetticismo manifesto di Bush cui non crede più però evidentemente nessuno: molti, anzi, lo usano come cartina di tornasole che se dice nero vuol dire bianco – che l’Iran non ha un programma nucleare militare attivo, ha deciso di andare avanti, contemporaneamente, su diversi programmi che l’ “insistenza” americana era riuscita finora a congelare ma adesso non più.

Certo, dice il ministro degli Esteri Lavrov, sarà quando si riunirà il Consiglio di Sicurezza e la questione delle sanzioni sarà di nuovo in agenda che se ne discuterà nuovamente, e anche si intende sulla base della valutazione in sospettabile dei servizi segreti americani. Ma si sappia di già che per noi quella strada è chiusa…

Invece, venderemo da subito a Teheran un nuovo e potente sistema di difesa contraerea (tanto, chi potrebbe mai averne paura se non chi proditoriamente volesse attaccare per primo, no?); e, soprattutto, provvederemo subito alla consegna, a lungo rinviata con varie scuse formali, della prima parte, 82 tonnellate, di uranio arricchito, cioè di combustibile nucleare, che ci eravamo impegnati a recapitare nell’impianto di Bushehr, nel sud-ovest iraniano[124].

Il bello è che Bush stavolta fa buon viso a un pessimo gioco: dice, lui, espressamente, che in fondo è cosa buona che, ora, la Russia alla fine consegni all’Iran il combustibile nucleare per l’impianto costruito da Mosca. Ma – spiegano[125] – è il rassegnarsi a ciò che presuntuosamente si era stati convinti di costringere i russi a evitare e, invece, non si è riusciti a impedire, una specie di in fondo “non era matura”, la constatazione che la politica – chiamiamola pietosamente così – contro l’Iran non funziona…

Ma, naturalmente, bisogna stare ben attenti a non farsi illusioni. Se gli americani che sono al comando, Cheney, Bush, alla fine la guerra la vogliono fare – bombe o non bombe, menzogne o meno: a fine di bene, naturalmente – la guerra, come hanno dimostrato di poter fare e come gli USA nel loro complesso hanno consentito poi loro di fare, la guerra la possono fare.

Magari cambieranno l’approccio. A questo punto, nel caso decida comunque di attaccare l’Iran, se Bush non vuole ridursi all’isolamento completo, può farlo, specie in America, semplicemente fabbricando una di quelle operazioni che qui si chiamano false flag, insomma sotto falsa bandiera, come tante ne sono state condotte in passato – è documentato: decine e decine di occasioni eclatanti – creando un evento in cui lo scontro con l’Iran comincia, o viene percepito da un’opinione pubblica ben manipolata, come scontro tra Israele e Iran[126].   

Certo, bisogna continuare a dubitare delle buone intenzioni di Teheran. Come di quelle, però di ogni altra nazione forte, sicura di sé, al di là delle forme, autoritaria. L’Iran ha nascosto i suoi programmi nucleari per anni— come tanti altri, però: da Israele al Pakistan, all’America stessa…; non coopera fino in fondo e senza riserva alcuna con le ispezioni internazionali— come tanti altri, appunto, che magari neanche hanno firmato il TNP…; e sfida la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che le ingiunge di smettere di arricchirsi l’uranio— ma solo a Teheran: e per questo non sarà mai assecondata, per lo meno fin quando si cercherà di imporla, ma arbitrariamente così, solo a Teheran.  

Gli USA, mentre stanno affondando nell’autofiguraccia dell’Iran esonerato da loro stessi, non resistono a cercar di dettare da soli le loro condizioni neanche quando sarebbero tenuti a proporle e a deciderle, magari, con gli altri: quando a ciò – come è il caso della Corea del Nord – s’erano anche solennemente impegnati, per accordi raggiunti, a decidere insieme.

C’è, dunque, come sappiamo, un gruppo di paesi (Stati Uniti, Corea del Sud, Corea del Nord, Cina, Russia, Giappone: il “sestetto”) che hanno concordato, e non senza difficoltà, le condizioni per stabilire almeno una tregua tra loro convincendo la Corea del Nord a “disabilitare” le proprie strutture militari nucleari in cambio di compensazioni economiche.

Ma adesso, per togliere Pyongyang dalla lista dei paesi che intende boicottare e continuare a punire, Washington pretende il “più uno”: deve svelare l’esatta quantità di plutonio che ha estratto, chiarire le sue attività di arricchimento dell’uranio, chiarire i trasferimenti di cui è accusato (dagli USA) di materiali e tecnologie nucleari ad altre nazioni, compresa la Siria.

La Corea non ha neanche risposto, se non per evidenziare che queste “pretese” si aggiungono alle condizioni concordate con gli USA di “disabilitazione” dei suoi impianti nucleari[127] e che con quella richiesta non c’entrano proprio niente.

Comunque, visto che gli aiuti che erano il quid del pro quo rappresentato dalla “disabilitazione” (che non è proprio lo smantellamento) dell’impianto atomico, tardano ad arrivare e che il pressing americano continua, dice Pyongyang a fine anno, la disabilitazione prenderà anch’essa, per motivi di equilibrio, più tempo[128]

Gli altri del sestetto reagiscono manifestando in vari modi, ma tutti sommessamente, la preoccupazione per il nuovo macigno eretto dagli americani e la propria irritazione. Con un segnale mirato e specifico, anche se come al solito un tantino ambiguo, la Corea del Sud ha voluto segnalare a Washington di non essere proprio d’accordo su questo inasprimento, soprattutto per il suo carattere unilaterale e a sorpresa… e ha segnalato che proseguirà a discutere con il Nord i dettagli della sua cooperazione economica, compreso il progetto di un servizio ferroviario merci inter-Coree e di una zona intercoreana di pesca nelle aree del confine marittimo controverso fra le due Coree.   

E, poi, in controtendenza e del tutto inatteso, nel tentativo forse di salvare l’unica cosa che è riuscito a concludere di (quasi) positivo in politica internazionale, l’accordo con al Corea del Nord, Bush ci ripensa. “Caro signor presidente”, scrive a Kim Jong-il del Nord Corea[129] (quello dell’ “asse del male”, il “tiranno”, ecc., ecc., per capirci), reiteriamo il nostro impegno nei colloqui a sei ma è necessario che voi siate sinceri e confessiate tutto sui vostri programmi nucleari, cattivoni che siete: noi i nostri (rapporto, forse, 1/10.000) naturalmente li teniamo segreti.

Sbaglia ancora tono, naturalmente. Perché, al meglio e ad esser buoni, non dice assolutamente niente di nuovo, reitera solo ormai l’interesse a continuare il discorso.

Poi, però, in un segnale assolutamente simbolico ma salutato con grande favore (un’apertura di grande spessore) e deplorato con altrettanto rumore (il prostituirsi a un “odioso pigmeo”, l’etichetta bushista solo un anno fa riservata a Kim Jong-il), la New York Philarmonic Orchestra ha accettato l’invito a recarsi a suonare a Pyongyang: e il Dipartimento di Stato ha concesso i passaporti (anche in America per andare in certi paesi esteri ci vuole il permesso politico)[130].

E, a questo punto, qualcuno ha cominciato a chiedersi a voce alta perché mai né la Philarmonica né altri gruppi culturali sono mai stati “autorizzati” dal governo di Washington ad accogliere alcun invito ricevuto da Cuba…  E la risposta che qualcuno, provocatoriamente, ha azzardato è che Cuba ha sbagliato, evidentemente, nel non provvedersi di un’arma atomica…

Nel rapporto bilaterale USA-Russia, il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha denunciato che, malgrado la visita del capo di Stato maggiore gen. Yuri Baluyevsky al suo omologo americano, amm. Michael Mullen, conclusa con una stretta di mano e un memorandum d’intesa, sulla cooperazione e l’interoperabilità delle Forze armate dei due paesi nel 2008, in realtà sul nodo del rapporto militare reciproco le cose stanno andando male.

Gli Stati Uniti stanno, infatti, facendo passi all’indietro rispetto all’offerta di cooperare sugli impianti di difesa missilistica che vorrebbero schierare in Polonia e nella Repubblica ceca, proprio ai confini russi. Hanno ritirato, per volontà precisa del presidente, la proposta avanzata qualche mese fa a Putin da Condoleezza Rice e dal ministro delle Difesa Robert Gates.

Quella di accettare un monitoraggio russo degli impianti e di cooperare ad una valutazione effettivamente bilaterale delle “minacce” che dovrebbero attivare il sistema. I due ministri americani stavano tentando, così,  si stemperare un po’ le tensioni, mostrando la buona fede degli USA (le reti antimissilistiche servono potenzialmente contro l’Iran, non contro Mosca).

Se è così, ribadisce Lavrov, a Washington devono sapere, però, di dover fare i conti con tutte le conseguenze che ne derivano[131]: da parte russa, in termini di necessarie contromisure; e da parte, anche, dei loro stessi alleati che, a cominciare dal nuovo governo polacco, avanzano ormai fior di riserve su questa strategia cieca (qui cieca con la i)… I cechi, infatti, che dovrebbero ospitare i radar, ma soprattutto i polacchi, che in casa dovrebbero mettersi i missili, infatti, ci stanno chiaramente, e pubblicamente, ripensando.

Il nuovo governo polacco ha ragione quando annuncia di voler riconsiderare scetticamente la proposta dell’Amministrazione Bush di dislocare 10 piattaforme di missili intercettori in Polonia come parte di un sistema di difesa antimissili basato in Europa [ma mai discusso, in termini realmente bilaterali in Europa come Europa, come Unione europea, con gli USA]. I conservatori pragmatici che hanno vinto le elezioni ad ottobre vogliono essere certi che alla Polonia il progetto offra davvero benefici di sicurezza maggiori dei costi diplomatici [e potenzialmente anche dei rischi militari]

 che comporta[132].

Quanto al Pakistan, Musharraf aveva provveduto, sotto pressione americana, a metà dicembre a cancellare formalmente lo stato di emergenza e restaurare la Costituzione: ma restavano in carcere tutti i giudici della Corte Suprema che lui aveva illegalmente rimpiazzato, tutti gli arrestati, avvocati, giornalisti, dimostranti (le cui ragioni, era la promessa, sarebbero state individualmente riconsiderate) e veniva riaffermato nel decreto stesso con cui abrogava la legge marziale che nessuna misura assunta nelle ultime sei settimana “potrà essere ridiscussa davanti a qualsiasi tribunale[133]

E di lui non continuavano a fidarsi che i suoi scherani e i suoi leccapiedi.

Adesso, poi, dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, il 27 dicembre, tanto terribile quanto prevedibile e, in effetti, previsto, tutto è rimesso realmente in questione, elezioni comprese. E questo, sicuramente il più instabile dei paesi instabili del mondo e anche armato in abbondanza di vere e non ipotizzate bombe nucleari, è stiracchiato tra al-qaedisti, fondamentalisti, talebani, signori della guerra e un esercito guidato da un tiranno che è andato al potere con un golpe e ha regnato reggendosi sempre sulla repressione militare all’interno e sul sostegno degli americani da fuori.

E adesso è stato sommariamente eliminato “un leader anche corrotto ma innegabilmente coraggioso[134] e nei fatti comunque sembrava ormai l’unica speranza dell’occidente, degli americani almeno[135]. Puntavano, malgrado le “forzature” del loro protetto Musharraf – Bush ha chiamato così il golpe, l’arresto in massa degli oppositori, la legge marziale, la destituzione manu militari della Corte Suprema… – a una coabitazione tra lui e lei. Non c’erano riusciti perché, appunto, quel discolo del maresciallo-presidente aveva fatto il golpe.

Ma loro insistevano. Si accontentavano della forma, ormai, non più di tanto: di un governo di coabitazione, di elezioni pro-forma che avrebbero permesso loro di sostenere, poi, ipocritamente che le cose marciavano verso la democrazia… Premevano duro su Benazir.

Che stavolta, però, e comprensibilmente dopo il golpe di Musharraf, non intendeva più stare al piano di coabitazione forzata architettato per lei e lui da John Negroponte, ex ambasciatore in Iraq e prima supervisore di tutti i servizi di sicurezza nord-americani nel Centro-America (dal suo incarico formale di ambasciatore in Honduras, di fatto, ha supervisionato, protetto e benedetto tutti i generali e i dittatori dell’America latina per circa dieci anni), poi vice di Condoleezza Rice al Dipartimento di Stato ed ora supremo (o zar, come dicono gli americani, delle politiche di intelligence del paese)

Era stato lui ad inventarsi qualche mese fa l’improbabile piano, e ad imporlo sia a Musharaff che a lei. E ciò malgrado da sempre – chi approvando, chi condannandola – la Bhuttonel suo paese fosse conosciuta da tutti come l’ “americana”[136].

Però, Benazir – accusata di corruzione dai suoi nemici… ma chi non lo era in Pakistan? e chi non era e non è corrotto, in quel disgraziato paese?, ma naturalmente non in quello soltanto – da sempre donna di comprovato polso: da primo ministro, per due volte scalzata dai militari; da oppositrice, a lungo fattasi possibile alternativa ai militari stessi per conto proprio e per conto dello zio Sam ma, anche, protettrice dei talebani, convinta di tenerli sotto il proprio controllo anche per dare al Pakistan la profondità strategica, come lei la chiamava, nel decennale confronto con l’India sul Kashmir – stavolta l’aveva detto subito dopo il golpe.

L’accordo, che c’era, col golpe era saltato: “bisogna essere chiari: il Pakistan è una dittatura militare. Sabato scorso, il generale Pervez Musharraf ha cancellato ogni pretesa di transizione verso una democrazia conducendo quello che in effetti è stato un altro golpe extra-costituzionale[137]. E io non ci sto più…, non ci posso più stare.

E non a caso, oggi, i seguaci di Bhutto sono convinti che a farla ammazzare siano stati proprio il generale-presidente e/o i suoi servizi segreti. E’ la denuncia anche del marito di Benazir, Asif Ali Zardari, e del primogenito Bilawal (come la madre e i due fratelli di lei, Murtaza e Shahnawaz, tutti assassinati, in circostanze che misteriose e dubbie è dir poco…) studia anche lui a Oxford) che co-presiederanno ora, fino alla laurea del ragazzo, il partito popolare pakistano.

Al-Qaeda nell’elenco è solo seconda, qualsiasi cosa dica rivendicando l’attentato al-Qaeda stesso: sembrerebbe credibile perché, certo, per loro Benazir era anatema (donna, laica, liberal-liberista e filo-occidentale). Ma tant’è, la credibilità di Musharraf è finita sottoterra con Bhutto e, almeno nelle sensazioni popolari, a Rawalpindi, a Islamabad, a Karachi alla sua innocenza credono in pochi, molti in meno che a Washington. Ma sono quelli di Islamad quelli che contano adesso.

D’altra parte, l’articolo sopra citato della London Review of Books [138]racconta di un precedente che coinvolge direttamente il fratello di Benazir e… lei. E che sembra avere, decisamente, qualche rilevanza con l’assassinio adesso di lei. Racconta dell’assassinio, oltre che di uno dei fratelli di Benazir, Murtaza Bhutto, il maggiore, mentre la sorella era primo ministro e aveva appena nominato il marito come ministro dell’Industria: un posto altamente remunerativo ed una decisione che, ormai come in altre occasioni, Murtaza combatteva.

Dentro il partito popolare della primo ministro, quello di moderata sinistra fondato dal padre Zuklfiukar Ali anche lui primo ministro e impiccato dai generali nel 1979. Murtaza stava in effetti  conducendo una campagna a tappeto per il ritorno ai valori originali, “socialisti e popolari”, e aveva pubblicamente condannato come “sporca” la designazione del cognato Asif Zardari (Mr.10%..., lo chiamavano) a ministro, venne ammazzato dalla polizia militare vicino a casa.

Il saggio di Tariq Ali ricorda: “La pallottola fatale fu sparata a bruciapelo. La trappola era stata ben preparata ma, come succede in Pakistan, la rozzezza stessa dell’operazione – registrazioni fasulle nei brogliacci di polizia, prove e indizi andati perduti, testimoni arrestati e minacciati e un poliziotto ammazzato perché si temeva che potesse parlare – rendeva evidente che al decisione di ammazzare il fratello del primo ministro era stata presa a livelli molto alti…

    I livelli dell’ISI, cioè, l’Inter Services Intelligence, i potentissimi servizi segreti militari che su richiesta degli Stati Uniti inventarono e armarono i talebani e lo stesso Osama bin Laden negli anni ‘80° e che erano stati essi stessi “inventati dal generale Musharraf” restando sempre alle sue dipendenze immediate “ed al suo servizio”…

Adesso, salvare il salvabile per Bush, una volta sepolta quella poveretta di Bhutto e con lei le speranze di controllare un’evoluzione più civile, cioè meno militare, del Pakistan, l’essenziale è riuscire a capire, resistendo per una volta a far scattare la mano d’istinto verso la fondina (ogni volta che l’ha fatto, forse ormai l’ha intuito anche lui), come ridurre il costo evitando il trionfo di al-Qaeda in Pakistan.

Non è questione di democrazia (ma quando mai a Bush gliene è fregato qualcosa?) ma di garantire un regime stabile, magari anche militare forse ormai senza Musharraff, per garantirsi un’immagine appena appena decente. Per il generale-presidente sarebbe intanto decisivo riuscire adesso a celebrare anche solo una mascherata di elezioni, l’8 gennaio.

Sul confinante e incombente, Afganistan, spiega un commentatore di quelli mainstream che sempre hanno appoggiato le decisioni militari Blair (e di Bush) che, forse, è ora ormai di dirsi la verità:

Il primo ministro, Brown, la settimana scorsa ha detto al parlamento che ‘in Afganistan stiamo vincendo la battaglia’. Disgraziatamente, si sbaglia. Perché anche se non la stiamo perdendo, la guerra, la vittoria è lontana assai e qualsiasi progresso nella sua direzione è talmente lento da essere quasi impercettibile [139].

Sul fronte israelo-palestinese, intanto, Annapolis è già sepolta, prima ancora in realtà di essere proprio morta. La palata di terra definitiva gliel’ha data subito, quando ancora la firma non s’era asciugata, Israele.

Che ha annunciato progetti per costruire 307 nuove case a Har Homa, in un insediamento costruito dopo gli accordi di Oslo sulla terra confiscata ai villaggi vicino a Betlemme, come Beit Sahour,  dentro il territorio di Gerusalemme Est[140], considerato dalla politica di annessione di Israele parte della “Grande Gerusalemme”.

Ma che è parte integrante di un’area che i palestinesi dicono da sempre, e che anche gli israeliani, subito prima di Annapolis avevano oralmente concesso dovesse alla fine del negoziato – quello che teoricamente dovrebbe completarsi entro il 2008 – andare a costituire proprio parte della capitale del futuro Stato palestinese.

Segnale chiarissimo, sembrerebbe, che in realtà il primo ministro Ehud Olmert e Kadima, il partito che ha ereditato da Sharon, ma anche i laburisti che si è messo al governo, Ehud Barak e Shimon Peres, non hanno nessuna intenzione – in sintonia con l’ideologia nazionale-sionista che lo ha figliato – di mollare niente di Gerusalemme Est. Cioè, appunto, della fine dell’illusione di Annapolis…

Condoleezza Rice ha detto delle preoccupazioni degli USA manifestate su questa specifica questione alla sua pari grado Tzipi Livni: che ha avuto, almeno in apparenza, la cortesia di ascoltarla ma non s’è degnata di nessuna risposta… Quando adesso, a gennaio, Bush va a discutere di questo e dell’Iran in  Israele, vedrete che gli chiariranno le idee, confuso e credulone com’è, gli israeliani… A lui e ad Abu Mazen. No, Israele non ci sta allo scambio pace-territori. Se no, lo avrebbe detto ad Annapolis.

Per sintetizzarla con le parole di un columnist tanto famoso (NYT e IHT), quanto “patriottico” e, insieme – è possibile: raro, ma possibile – anche sensato, il declino dell’America è palese e la sua autorevolezza eclissata o, almeno, molto molto offuscata a causa (e noi, personalmente, aggiungeremo tra parentesi diverse altre ragioni: ma già queste…):

• il fallimento in Iraq (e, certo, il fallimento ancora più grosso dell’aver deciso di andare a impicciarsi in Iraq per motivi inventati; per non dire dell’Afganistan…);  

• l’abisso che si è evidenziato tra princìpi e pratiche degli americani (Abu Ghraib: ma mille altri eventi, dalle torture “autorizzate”, ai voli delle renditions forzate, ecc., ecc.;

• l’incoerenza sorprendente (e persino sfacciata ed irresponsabile) degli americani sull’Iran (e anche qui, a prescindere da ogni discorso di merito sul diritto internazionale…);  

• la crescita di diverse nazioni allo stato di grandi potenze economiche (la Cina) e la vulnerabilità economica degli Stati Uniti (la svalutazione del dollaro come valore teorizzabile: ma anche il buco colossale, e ormai sembra permanente, della bilancia commerciale); e il risentimento, diffuso e quasi universale, scatenato da qualsiasi potenza pressoché egemonica – e soprattutto da questa che non fa neanche finta di fare l’ammoina ma proclama, per bocca dello stesso Bush (“è il Padre che me l’ha ordinato”) il suo diritto di origine quasi divina a far come gli pare e a pretendere il sissignore degli altri)[141].

Come si sa l’ONU, con una buona maggioranza (104 a 54, 29 astensioni) all’Assemblea generale ha votato per una moratoria sulla pena di morte nel mondo. E’ stata una vittoria, dell’Europa e dell’Italia, contro l’America e la pochissimo santa alleanza che sul tema era riuscita a mettere insieme… Ci ha messo qualche giorno ma, alla fine, il NYT ha scritto un editoriale che sintetizza il giudizio su come alla notizia ha reagito il paese: semplicemente non ha reagito…

E’ stato un gesto di straordinario valore, anche se solo simbolico certo: una risoluzione del tutto non vincolante che ha appena increspato la superficie del vasto mare di non attenzione che gli USA dedicano agli eventi che considerano effimeri., E cosa c’è di più effimero della volontà, quasi empia per una larga maggioranza della popolazione di scalfire la legge divina che dà diritto a ogni Stato di mettere a morte chi ha dato morte a qualcuno?

E tanto peggio se ogni tanto ci scappa l’esecuzione di un innocente: è comunque il male minore, altro che le sciocchezze sul non toccare, addirittura, Caino… sacrosanto, scolpito nella pietra delle leggi divine, qui è il diritto di ammazzare per legge, anche se purtroppo ed inevitabilmente poi ci si trova in pessima compagnia: a votare il no con gli altri fondamentalisti che, in nome di Dio o in nome dello Stato onnipotente o di tutti e due, si siedono in Assemblea generale: Cina, Egitto, Iran, Iraq, Pakistan, Afganistan, Corea del Nord, Sudan, Arabia saudita[142]

L’elenco completo di chi vuole tenersi stretta la pena di morte: Afganistan, Antigua e Barbuda, Arabia saudita,Bahamas, Bahrain, Bangladesh, Barbados, Belize, Botswana, Brunei Darussalam, Cina, Ciad, isole Comore, Corea del Nord, Dominica, Egitto, Etiopia, Giamaica, Giappone, Giordania, Grenada, Guyana, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Malaysia, Maldives, Mauritania, Mongolia, Myanmar, Nigeria, Oman, Pakistan, Papua-Nuova Guinea, Qatar, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, San Vincent and Grenadine (tutti strani santi e strani Stati sovrani caraibici), Singapore, isole Salomone, Siria, Somalia, Sudan, Surinam, Tailandia, Tonga, Trinidad e Tobago, Uganda, USA, Yemen, Zimbabwe…

GERMANIA

La frenata nella crescita del PIL dell’anno prossimo (crescita dal 2,6% del 2007 al 2 e, poi, secondo la Banca di Germania, addirittura all’1,6%) anche se la stessa Buba giura che i fondamentali restano solidi, comincia a diffondersi, in Europa e non solo ma soprattutto in Europa legata com’è e in qualche modo di- ed interdi-pendente da e con questa economia, un certo timore.

E, negli ambienti finanziari anche un po’ di panico, per gli effetti che un PIL tedesco in  diminuzione avrebbe, a  catena, su ogni altro paese europeo.

Oltre a riaprire un contenzioso, delicato, con Sarkozy sull’idea del presidente francese dell’Unione mediterranea, la cancelliera ha annunciato al congresso del partito cristiano-democratico di Hanover, il 3 dicembre, che il suo partito si oppone all’adesione della Turchia all’Unione europea. “Siamo, restiamo e resteremo – ha ribadito – a favore di una partnership privilegiata, ma siamo contrari all’adesione piena della Turchia all’Unione[143].

Era noto. Ma ora è ufficializzato. E se bastava Cipro per mettere il veto, figurarsi ora con la Germania… E’, dunque, con questa dimensione ormai ufficiale e conclamata della questione che ora tutti gli interlocutori – la Turchia, la Germania, ma l’Europa tutta… e gli Stati Uniti e il mondo mussulmano in generale – dovranno fare i conti…   

Quanto a chiarezza dell’annuncio, niente da dire. Ma, sulla trasparenza del perché, quasi zero. Non ha spiegato – in fondo non ha avuto il coraggio di spiegare Merkel – il perché vero, fino in fondo: cioè che la Turchia è un paese islamico. Tedeschi, e francesi, del resto, hanno da tempo lasciato intendere a chi vuole sentire che di far entrare il più grande e popolato paese islamico del Medio Oriente in Europa non se ne parla.

E non se ne parla proprio e solo perché è islamico: anche se così si butta via l’opportunità di apertura, di dialogo e di avvicinamento un po’ meno sospettoso e sterilizzato che l’adesione all’Unione europea, comunque tra una quindicina d’anni al più presto, avrebbe offerto all’Europa…

FRANCIA

Gheddafi è andato in visita di Stato in Francia. Ma Kouchner, come ministro degli Esteri – anche se “per felice coincidenza”, ha dovuto precisare però – proprio quel giorno a Bruxelles, non ha potuto “accogliere” il presidente libico Gheddafi che non gli va bene – dice – sui diritti umani… Ma a Sarkozy non avrebbe potuto importare di meno: tanto mica si dimette, Kouchner. Fa intravvedere, lascia sapere… ma poi abbozza. Sempre.

Il fatto è che Gheddafi è venuto a raccogliere il premio per aver dato una mano al neo-presidente francese a far uscire dalle galere libiche i medici e le infermiere, per lo più bulgare, che c’erano finiti accusati di aver deliberatamente “infettato” e ammazzato diversi bambini. Vittime, dava per scontato la stampa popolare di Parigi e di Londra…

Ma Gheddafi era a Parigi anche per firmare fior di contratti: per un reattore nucleare chiavi in mano (sì di quelli contestati da Washington alla Russia e all’Iran), una decina, almeno, di Airbus che da soli valgono 4,38 miliardi di dollari e per discutere della vendita a Tripoli di uno squadrone di aerei da caccia francesi Rafale[144].

E certo che Sarkozy è criticabile, come sempre quando uno per ragioni economiche e politiche rifiuta di incontrare cerimoniosamente e pubblicamente qualche dignitario straniero: siano essi, da una parte, Gheddafi  e Mugabe magari o, dall’altra, il Dalai Lama.

Ma, al fondo, a chi scrive sembra che andrebbe tenuto conto anche del cinismo-realismo-realpolikismo di uno come il presidente francese che, assicurando comunque di aver invitato Gheddafi a “continuare sulla strada dell’osservanza dei diritti umani”, aggiunge sarcastico e con qualche buon motivo che lui è di quelli che preferiscono non ammantarsi dietro i sacri princìpi “del non correre rischi” e “del barricarsi dietro le proprie certezze sorbendo un cappuccino sul boulevard Saint-Germaine[145].

Ed è chiaro che parla tanto del suo amico ministro degli Esteri, Kouchner, che del “filosofo” (sic!) Bernard Henry-Levy a motivo della puzza sotto il naso di cui perpetuamente si ammanta nell’impartire al mondo le sue lezioni di etica. A cavallo tra il sopracciò di un Vittorio Sgarbi e la prosopopea neo-convertita ma sempre atea di un Giuliano Ferrara.

GRAN BRETAGNA

Gli Stati Uniti hanno mandato all’alta Corte britannica un loro rappresentante non a sostenere ma,  puramente e semplicemente, ad affermare la tesi che in base alla legislazione americana che non riconosce limiti di confine né di diritto internazionale, basandosi essenzialmente sulla pratica dei  cacciatore di taglie dell’800 del loro Far West, hanno tutto il diritto di detenere, rapire e portare forzosamente in America[146] i cittadini britannici giudicati, meglio presunti, da loro – dagli americani – sospetti.

L’avvocato britannico Alun Jones, incaricato nell’udienza preliminare di difendere la pretesa del governo, su richiesta del giudice della Corte d’Appello di Sua Graziosa Maestà, Lord Justice Moses, ha spiegato perfettamente: “se una persona viene rapita al di fuori del territorio americano e viene portata forzosamente in America, nessun tribunale americano può rifiutarne la giurisdizione— è una prassi che risale ai cacciatori di taglie, intorno al 1860”. E a sostegno ha citato tutta una serie di casi…

Il caso ha sollevato forti perplessità un po’ dappertutto. Anche tra i conservatori e sul paludatissimo Times che, in effetti, è stato il giornale ad avergli dedicato l’attenzione maggiore. Ha detto il direttore di Liberty, un importante associazione a difesa dei diritti umani che “ ‘questa legge può anche risalire al tempo dei cacciatori di taglie, ma la dovrebbero cassare dai loro libri se pretendono di essere oggi una nazione civilizzata’. E il Dipartimento della Giustizia americano ha declinato ogni commento”.

E, per il partito laburista, è stata un po’ la goccia extra nel vaso, anche in un partito estraniato da dieci anni di blairismo al potere da quello che era il suo retaggio di difensore delle libertà e del sociale che è diventato il Labour di Blair ereditato da Brown.

L’ex ministro Clarke è stato il primo, tra i maggiorenti, a scendere in campo per criticare “lo stile della leadership” di Gordon Brown. E’stata deplorata la “morbidezza” verso il Grande Fratello (il governo non ha aperto bocca…) così come la pericolosa scivolata demagogica cui s’è lasciato andare invocando – ma non è un Bossi qualsiasi, è il primo ministro – che “i posti di lavoro britannici dovrebbero andare ai britannici[147].

L’inflazione britannica ha attinto il 2,1% a novembre, lo stesso tasso di ottobre, appena al di sopra – “grazie” alla crisi economica – del target fissato dal governo[148].

Il deficit dei conti correnti è al massimo in conseguenza della stretta creditizia che abbatte le entrate fiscali dalla City all’erario. Sul fabbisogno, il rosso a novembre è stato di 11,2 miliardi di sterline e nell’anno di 36,2, anche queste cifre record. Se va bene, il Tesoro andrà oltre i 38  miliardi di deficit almeno di un’altra decina di miliardi.

E anche il deficit commerciale presenta un buco di 22,6 miliardi di sterline nel terzo trimestre del 2007: il più elevato da quando questa statistica ha cominciato ad essere registrata nel 1955. Sia l’un dato che l’altro – i due records britannici: maggiori anche di quelli americani, in proporzione – chiaramente imputabili al peggioramento dei termini di scambio. Ed è questo, rilevano gli analisti, il freno principale che ha fatto rallentare la crescita, del massimo dal 1995.

Non manca, anche qui, chi dice che la colpa è tutta di una spesa pubblica che non riesce a scendere. E dice il vero. Ma, anche qui, chi lo dice non riesce, non può, non sa indicare in quali carni vive va fatto il taglio che, tutti dicono, dovrebbero essere fatto.

E la condizione del bilancio, considerando quanto qui è stata forte la crescita negli ultimi anni – al contrario che da noi, questo, però – si fa preoccupante[149].

Si domanda un autorevole autore, su un autorevole quotidiano, e nei fatti risponde di sì, se L’economia britannica stia andando verso un perfetto uragano. Condensa, e documenta, per arrivare a questa risposta, dati e notizie. In effetti i segnali non potrebbero essere peggiori:

tempesta annunciata sul mercato del lavoro e, in specie, sul potere d’acquisto stagnante, o peggio retrocedente, dei salari;

crescita dei consumi affidata ormai solo, o quasi, al debito;

aumento conseguente della montagna di indebitamento privato e pubblico, questo specie verso l’estero;

un sistema bancario sull’orlo della crisi di nervi per l’accumularsi di quantità di credito diventate irredimibili;

un deficit dei conti correnti che fa a gara con quello americano: senza che l’Inghilterra sia poi neanche l’America; un clima diffuso nel mondo degli affari, del business, della City che dà ogni giorno di più sul fosco e sul tetro…

Insomma, pare una combinazione dei guai economici di Stati Uniti ed Italia. Ed è il Regno Unito[150]


 

[1] I dati (gli stessi ovviamente da ogni fonte) qui ripresi da la Repubblica, 18.12.2007, F. Mimmo, Ricchezza pro-capite: la Spagna sorpassa l’Italia.

[2] New York Times, 3.12.2007, S. Romero, Venezuela Hands Narrow Defeat to Chávez Plan— Il Venezuela sconfigge di poco il progetto di Chavez..

[3] Secondo una ricerca del CEPR di Washington,. D.C., 7.2007, M. Weisbrot e L. Sandoval, The Venezuelan Economy in the Chavez Years L’economia del Venezuela negli anni di Chavez  (cfr. www.cepr. net/documents/publications/ venezuela_2007_07.pdf/), con tutti i dati sulla povertà aggiornati alla prima metà del 2007, la spesa sociale pro-capite, depurata dell’inflazione, è cresciuta del 314% negli otto anni di governo Chavez e la proporzione delle famiglie in condizioni di povertà è calata del 38%. E questo  misurando solo il reddito cash, non i benefici garantiti dall’istruzione e dalla sanità largamente gratuita.   

[4] Per conoscere meglio questa nuova legge, ed il pericolo concreto che essa presenta per la democrazia americana, vedi sulla rivista-icona dei conservatori americani (ma quelli veri della tradizione non corrotta dai fanatici neo-con fondamentalisti alla Cheney, Bush & C.: sono rimasti assai pochi, fagocitati dal blob neo), The American conservative, 23.4.2007, J. Bovard, Working for the Clampdown Lavorando al gjro di vite (cfr. www.amconmag.com/2007/2007_04_ 23/article4.hthtml/).

[5] El Nuevo Herald, Miami Herald, 25.11.20078, De la filas marxistas a crítico de Chávez— Dalle file marxiste a critico di Chavez (cfr. www.elnuevoherald.com/287/v-print/story/121290.html/). Ma, anche, sul Wall Street Journal: entrambi articoli ampiamente elogiativi a motivo dell’opposizione di Stalin a Hugo…

[6] El Clarin, 7.7.2007, E. Gosman, Nadie hará que discute con Chávez, es mi amigo.

[7] Scrive chiaro il New York Times, 22.10.2007, A. Barrionuevo, che Chávez’s Plan for Development Bank Moves Ahead— Il progetto di Chávez per la costituzione di un Banco dello Sviluppo va avanti I negoziati si stanno stringendo, anche se sono lontani dal definirsi. Ma Venezuela e Argentina stanno lavorando su mandato di tutti sugli statuti, su un programma di acquisizione risorse e di stima del capitale iniziale.

    Il governo venezuelano, poi, s’è già formalmente impegnato a mettere a disposizione almeno il 10% delle sue riserve a questo scopo e ha chiesto agli altri di fare altrettanto. Si tratta di creare una banca che inizierà modestamente, ma che in pochi anni, così hanno cercato di sintetizzarne l’obiettivo, “dovrebbe poter cancellare il bisogno di FMI o BM e consentire ai paesi latinoamericani di non mendicare per il mondo per finanziare il proprio sviluppo” (cfr. http://it.politica.internazionale. politica-e-societa.gruppi.kataweb.it/174115.html/).

[8] CEPR, R. McChesney, 1.6.2007, Venezuela y los Medios de comunicación: Realidad y ficción (cfr. www.cepr.net/con tent/view/1217/163/).

[9] New York Times, 3.12.2007, edit., The Climate in Bali and Washington— Il clima, a Bali ed a Washington.

[10] Alla lettera! Nel discorso con cui si accingeva a firmare la legge di bilancio della Difesa per l’anno fiscale 2005. Una gaffe che già allora sembrò, però, tragica più che comica a parecchi osservatori. E che è eternata negli annali della Casa Bianca in data 5.8.2004 (cfr. www.whitehouse.gov/news/releases/2004/08/20040805-4.html/).

[11] New York Times, 9.12.2007, (A.P.), U.S. ‘Not Ready’ to Commit at Bali— Gli USA non sono pronti ad impegnarsi a Bali; e New York Times, 12.12.2007, T. Fuller e T. Fuller e P. Gelling, Deadlock Stymies Global Climate Talks—  Stallo e blocco dei colloqui sul clima a livello globale [guardate la cura con cui evitano di dire che è colpa loro, nel titolo…]

[12] Notate il risentimento che, patriotticamente, accora questi bravi cronisti… ma non per l’insipienza del presidente che si ritrovano ma per il fatto che a condannarlo sia un ex vicepresidente e quasi presidente (le elezioni del 2000 le aveva vinte: con 800.000 voti più di quello): 14.12.2007, T. Fuller e E. Rosenthal, Gore Joins Chorus Chiding U.S. at Climate Talks.

[13] CNN, 11.12.2007, Clinton Hails Global Warming Pact. But early Senate ratification is unlikely Clinton saluta il patto contro il riscaldamento globale [cioè, Kyoto]. Ma una rapida ratifica è improbabile [in realtà, Al Gore, dice impossibile] (cfr. www.cnn.com/allpolitics/1997/12/11/kyoto/).

[14] New York Times, 18.12.2007, G. Monbiot, We've been suckered again by the US - So far the Bali deal is worse than
Kyoto— Ci siamo ancora fatti fregare dagli USA - Finora l’accordo di Bali è peggio di quello di Kyoto.

[15]  Cfr. Nota11 (Not ready…).

[16] E il New York Times, ha il coraggio, 15.12.2007, T. Fuller e A. Revkin, di titolare Late Reversal by U.S. Yields Climate Plan Il rovesciamento dell’ultimo minuto della posizione degli USA consente di far passare il piano sul clima: puramente e semplicemente, il rovescio di quel che realmente è accaduto. 

[17] Guardian, 14.12.2007, D. Adam, World poised to sign climate dealIl  mondo sta per firmare un accordo sul clima.

[18] Per la documentazione completa della Conferenza di Bali (programma, agenda, interventi, conclusioni, ecc.), cfr. http://unfccc.int/meetings/cop_13/items/4049.php/.

[19] Comunicato stampa pre-conferenza di Bali del Corporate Leaders Group on Climate Change, 30.11.2007 (cfr. www. balicommunique.com/communique.html/). Fra parentesi: nel gruppo (in generale, businessmen europei e capi di impresa) non c’è neanche un italiano…

[20] China Daily, 7.12.2007, Importer halts unsafe potato chips from US Alt alle importazioni di patatine poco sicure dagli USA (cfr. www.china.org.cn/english/business/234673.htm/).

[21] People’s Daily Online, 13.12.2007, Quality not quantity for the Chinese economy— Qualità non quantità per l’economia cinese (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/200612/13/eng20061213_332131.html/).

[22] Financial Times / Asia Africa Intelligence Wire, 10.12.2007(cfr. http://calibre.mworld.com/m/m.w?lp=GetStory&id= 284362221/).

[23] New York Times, 22.12.2007, F. Norris, China Less Willing to Be America’s Piggy Bank La Cina meno disposta a fare da salvadanaio all’America.

[24] Dichiarazione del vice primo ministro e ministro delle Finanze Alexei Kudrin, 4.12.2007, Inflation predicted at 7.5%-8.5% in 2008, 5.8%-7% in 2009 - Kudrin Kudrin: l’inflazione preconizzata al 7,5% -8,5% nel 2008, all’8-7% nel 2009 (cfr. www.einnews.com/russia/newsfeed-alexei-kudrin/).

[25] TIME Magazine, 20.12.2007, R. Stengel, Choosing Order Before Freedom— La scelta dell’ordine, prima della libertà  (cfr. www.time.com/time/specials/2007/personoftheyear/article/0,28804,1690753_1690757,00.html/).

[26] Guardian, 20.12.2007, L. Harding, Putin, scourge of the US, named person of the year by Time— Putin, flagello dell’America, nominato persona dell’anno da Time.

[27] New York Times, 10.12.2007, C. J. Levy, Putin Backs Deputy as Successor— Putin appoggia il vice come suo successore; Guardian, 10.12.2007, L. Harding, Putin backs first minister for presidency— Putin, per la presidenza, appoggia il [primo] primo ministro.

[28] Guardian, 11.12.2007, M. Weaver e L. Harding, Medvedev boosts Putin’s bid to retain power Medvedev rafforza la mossa di Putin di mantenere il potere.

[29] New York Times, 13.12.2007, edit., Politics, Putin-Style Politica, stile Putin [meglio stile Bush?].  

[30] Guardian, 21.12.2007, I. Filatova, The Putin succession— La successione di Putin [Filatova insegna all’Alta scuola di economia dell’università di Mosca e all’università di Kwa-Zulu Natal, in Sudafrica].

[31] Il nobile scozzese che, alla fine del XIX secolo, prima di rendersi famoso per aver perseguito in giustizia Oscar Wilde, dettò le regole di correttezza degli incontri della noble art, la boxe: niente colpi sotto la cintura, ecc., ecc.

[32] New York Times, 3.12.2007, Party’s Triumph Raises Question of Putin’s PlansIl trionfo del partito [scritto proprio così, al singolare: come se non ce ne fossero altri, di partiti, in tutta la Russia... dice, sì ma quegli altri non contano: invece da noi] apre la questione dei progetti di Putin.

[33] New York Times, 3.12.2007, Voices from Russia: a sampling of voters’ views Voci dalla Russia: un florilegio di punti di vista degli elettori.

[34] la Repubblica, 14.12.2007, F. Cucurnia, intervista a M. Gorbaciov, …Putin, una garanzia anche per l’occidente [titolo che  ovviamente riflette le preoccupazioni non tanto di Gorbaciov quanto della redazione].

[35] Guardian, 16.12.2007, G. Merritt, Friend or foe?— Amico o nemico?

[36] The Times, 4.12.2004, N. Stone, No wonder they like Putin Ma non meravigliatevi se gli piace Putin (cfr. www.times online.co.uk/tol/comment/columnists/guest_contributors/article2994651.ece/).

[37] il Riformista, 6.12.2007, P. Soldini, Europa e Mosca, ecco la resa dei conti.

[38] Yahoo! News, 6.12.2007, Russia wows to maintain treaty troop levels— La Russia si impegna a mantenere [se anche gli altri lo fanno] i livelli di presenza militare previsti dal trattato (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20071206/wlafp/russianato militarytreatycfetroops_071206084719/).

[39] New York Times, 19.12.2007, Agenzia Associated Press, Shares Rise on European Cash Infusion Salgono [anche se per breve tempo] le azioni dopo l’influsso di liquidità in Europa.

[40] The Economist, 15.12.2007.

[41] The Economist, 22.12.2007.

[42] Tornano in mente le pagine di Cesare sul Belgio: “Nel corso dell’inverno passato in Belgio, Cesare aveva un unico scopo preciso da perseguire— mantenere tra loro amichevoli i rapporti tra le varie tribù e non dare speranza od occasione di scontri armati a nessuno”: De Bello Gallico, Libro VIII.

[43] Guardian, 27.12.2007, G. Fouché, Quarter of Norway’s firms face shutdown as female directors deadline approachesUn quarto delle imprese norvegesi fronteggia la chiusura con l’approssimarsi della scadenza dell’entrata  delle donne nei Consigli di Amministrazione.

[44] Agenzia Stratfor, 6.12.2007, 12:31 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[45] Affari Internazionali, 19.12.2007, R. Aliboni, Ancora sull’Unione mediterranea: che farà l’Italia? (cfr. www. affarinternazionali.it/articolo.asp?ID /).

[46] Le Monde, 21.12.2007, H. de Bresson, L’Union méditerranéenne sera lancée par un sommet à Paris— LUnione mediterranea sarà lanciata da un vertice a Parigi; Cinco Dias, 21.21.2007, España, Francia e Italia sellan el inicio de la Unión Mediterránea— Spagna, Francia ed Italia danno il via all’Unione mediterranea (cfr. www.cincodias.com/articulo/eco nomia/Espana/Francia/Italia/sellan/inicio/Unio nMediterranea/cdscdi/20071221cdscdieco_5/Tes/); e, per il testo integrale della Dichiarazione di Roma, cfr. www.governo.it/Presidente/Comunicati/dettaglio.asp?d=37838/).

[47] SanFranciscoGate.com, 6.12.2008, Russia and NATO Clash Again over Kossovo— La Russia e la NATO si scontrano ancora sul Kossovo  (cfr. www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/n/a/2007/12/06/international/i1740805S84.DTL&hw=nego tiators %sn=005 &sc=504/).

[48] Newser, 15.12.2007, Dichiarazione del ministro degli Esteri belga, Karel de Gucht (un fiammingo che non sa neanche – l’ha detto lui – se fra un anno ci sarà ancora un Belgio unitario;  o se le sue Fiandre, come minacciamo di fare da tempo, stavolta faranno come il Kossovo: andandosene, cioè, ma si spera non unilateralmente e, perciò, anche  pacificamente…   (cfr. www.newser.com/article/1a1-d8tcadog0.html#/).

[49] Guardian, 14.12.2007, I. Traynor e H. Siddique, EU leaders agree Kosovo mission­— I leaders europei concordano sulla missione in Kossovo [ma siamo alle solite: il Guardian, da organo prestigioso epperò ormai allineato al New Labour, è favorevole alle posizioni americane ed all’intervento europeo. E, quindi, con uno gioco di prestigio che dà per acquisita una missione che non lo è per niente, almeno ancora e di certo non in termini di intervento militare, nel titolo nasconde che la missione su cui concordano è una missione “civile”…].

[50] Guardian, 15.12.2007, I. Traynor, EU summit gambles on huge Kosovo mission— L’UE scommette su una grande missione in Kossovo [bé, grande… e, poi, missione esclusivamente civile].

[51] Conferenza stampa del 25.4.200 (cfr. www.rferl. org/newsline/2007/04/4-SEE/see-270407.asp/).

[52] Cfr. Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Risoluzione 1244 (1999): www.unmkonline.org/misc/N9917289. pdf/).

[53] la Repubblica, 20.12.2007, G. Rampoldi, I troppi errori dell’Europa di fronte a una polveriera.

[54] Testo integrale della Costituzione del 1789 e degli emendamenti successivi – il decimo dei quali è parte del blocco chiamato Dichiarazione dei diritti, ratificato nel 1791 – (cfr. www.archives.gov/national-archives-exper ience /charters/ bill_of_rights_transcript.html/).

[55] Testo integrale, del discorso di Lincoln all’inaugurazione della sua seconda presidenza (cfr. www.loc.gov/exhibits/tre asures/trt039.html/).

[56] New York Times, 9.12.2007, N. Kulish, NATO says it’s prepared to keep peace in Kossovo La NATO dice di essere pronta a mantenere la pace in Kossovo.

[57] Financial Times, 5.12.2007,G. Parker e M. Arnold, Britain ‘open to business’ for sovereign wealth funds— La Gran Bretagna aperta al business dei fondi sovrani.

[58] Yahoo! News, 2.12.2007, Agence France-Press, Airbus mulls plants in US, Russia— L’Airbus sta considerando impianti in USA, Russia  (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20071202/bs_afp/francegermanyaerospacecompanyairbus/).

[59] Per la cronaca, rimandiamo a tutti i giornali di domenica 9.12.2007, in particolare per sintesi a la Repubblica, M. Marozzi, La Merkel contro Mugabe , quasi che questo fosse il tema del vertice… E, poi, contro Mugabe: al solito tutto personalizzato e semplificato.

[60] La stampa italiana è totalmente silente sul tema… quella britannica, di tanto in tanto, qualcosa lo dice e lo documenta: cfr. Guardian, 21.11.2007, edit., Death and denial Morte e negazione.

[61] Tipico il discorso, di cui dicevamo, della Merkel a Lisbona. Sacrosanto, sia chiaro ma centrato tutto – e solo – su una parte di quel che dà forma e sostanza ai diritti umani: “Nulla – ha spiegato – può giustificare l’intimidazione di chi è portatore di idee diverse [bé tutte? o anche da noi, magari, qualcuna sì e qualcuna no?] né si possono giustificare gli intralci alla libertà di stampa” [che, purtroppo, poi anche da noi più che libertà dei giornalisti è libertà di chi possiede la stampa], Guardian, 9.12.2007, T. McVeigh, Merkel attacks Mugabe at Lisbon Merkel attacca Mugabe a Lisbona.

[62] The Brussels Journal, 13.12.2007, A. Coughlan, These Boots Are Gonna Walk All Over You— Attenzione, questi stivali ti cammineranno sopra e ti metteranno sotto (cfr. www.brusselsjournal.com/node/2773/print/).

[63] The Economist, 22.12.2007.

[64] New York Times, 16.12.2007, Report Says That the Rich Are Getting Richer Faster, Much Faster— Rapporto [del CBO] afferma che i ricchi stanno diventando più ricchi di più e prima.

[65] NBER [il National Bureau of Economic Research è il più autorevole istitituto privato, non profit, non partisan, di ricerche economiche del paese], Working papers Series, #11955, T, Picketty e E. Saez, The evolution of top incomes; a historical and international perspective— L’evoluzione dei redditi più alti: una prospettiva storica ed internazionale (cfr. www.nber.org/ papers/w11955/).

[66] Vedi ala prossima Nota.

[67] Lettera agli azionisti del Berkshire Investment Fund, che presiede ed in pratica è suo, 8.3.2004 (cfr. http://money.cnn. com/2004/03/06pf/buffet_ letter/index.htm/).

[68] Fortune Magazine [rivista di divulgazione finanziaria di cui è proprietario], 3.3.2003, W. Buffett, What worries Warren— uel che preoccupa waren. Quel che preoccupa Warren.

[69] Vedi, anche, gli studi dedicati al tema specifico dall’Economic Policy Institute di Washington (cfr. www.epi.org/con tent.cfm/wage_ine quality_skills_technology/; in particolare, J. Bernstein e L-Mishel, Seven reasons for skepticism about the technology story of U.S. wage inequality Sette ragioni per essere scettici sulla favola tecnologica dell’ineguaglianza della paghe in America).

[70] The Economist, 22.12.2007.

[72] New York Times, 1.12.2007, T. Cowen, The Dollar Is Falling, and That’s Good NewsIl dollaro cala, ed è una buona notizia.

[73] New York Times, 13.12.2007, (A.P.), U.S. Trade Deficit Hits Highest Level in 3 Months

[74](Cfr.www.google.it/search?hl=it&q=U.S.+debt+issued+to+the+public+since+jan.+1+2001&btnG=Cerca&meta=/).

[75] New York Times, 27.12.2007, The Drawbacks of Free Trade Pacts Il rovescio degli accordi di libero scambio.

[76] North County Times San Diego, 5.12.2007, (A.P.), M. Crutsinger e A. Zibel, Bush mortgage plan will freeze certain subprime interest rates for 5 years Il piano di Bush per le ipoteche congelerà alcuni tassi d’inreresse subprime per cinque anni.

[77] New York Times, 9.12.2007, edit., Show us the mortgage relief Fateci vedere in che consiste questo aiuto ai guai ipotecari.

[78] New York Times, 10.12.2007, P. Krugman, Henry Paulson’s Priorities Le priorità di Henry Paulson.  

[79]Cfr. Nota62.

[80]  Beat the Press Archive, 7.12.2007, November Jobs: Mixed Picture L’occupazione a novembre: quadro contraddittorio (cfr.  www.prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press_archive?month=12&year=2007&base_name=november_jobs_mix ed_picture/).

[81] The Livingstone Report, Phila. Fed, 12/2000 (cfr. www.philadelphiafed.org/files/liv/livdec00.pdf/).

[82] The Livingstone Report, Phila. Fed, 6/2001 (cfr. www.philadelphiafed.org/files/liv/livjun01.pdf/).

[83] Fed Open Market Committee, 7/1990 (cfr. www.federalreserve.gov/releases/h15/).

[84] Guardian, 11.12.2007, L. Elliot e   A. Clark, Fed cuts US interest rates by 0,25%— La Fed taglia i tassi di interesse americani dello 0,25%. 

[85] New York Times, 11.12.2007, L. Uchitelle, Fed Cuts Rate a Quarter Point; Stocks Dive La Fed taglia di un quarto di punto il tasso di interesse; le azioni affondano.

[86] Per il testo del comunicato della Fed (cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/20071211a.htm/).

[87] Daily Telegraph, 11.12.2007, A. Evans-Pritchard, Morgan Stanley issues full US recession alert— La Morgan Stanley proclama allerta massima sulla recessione Americana  (cfr. www.telegraph.co.uk/money/main.jhtml;jsessionid=ove hphgih wd1xqfiqmgcffwavcbquiv0?xml=/money/2007/12/10/bcnusa110.xml/).

[88] New York Times, 19.12.2007, E. L. Andrews, In Reversal Fed Approves Plan to Curb Risky Lending Rovesciando  le proprie posizioni, la Fed approva il progetto di frenare i prestiti rischiosi; e, per il testo integrale dell’annuncio della Fed, 18.12.2007 (cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/press/bcreg/20071218a.htm/).

[89] New York Times, 21.12.2007, P. Krugman, Blindly into the Bubble Alla cieca, dentro la bolla.

[90] New York Times, 19.12.2007, edit., A crisis Long Foretold— Una crisi preannunciata da tempo.

[91] New York Times, 20.12.2007, L.Thomas, jr., $9.4 Billion Write-Down at Morgan Stanley 9,4 miliardi di dollari cancellati dai libri della Morgan Stanley.

[92] F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 2003 [dieci anni dopo l’uscita in America].

[93] F. Fukuyama, America al bivio. La democrazia, il potere e l’eredità dei neo-conservatori, Lindau. 2006 [durissimo verso l’analisi fasulla, e la ricetta stupidamente catastrofica, dei neo-cons e del presidente].

[94] Guardian, 1.12.2007, A. Levy e C. Scott-Clark, Bush handed blueprint to seize Pakistan’s nuclear arsenal Consegnato a Bush il piano per catturare le armi  nucleari pakistane.

[95] Fred Kagan è un ideologo capace anche di grande cinismo-realismo alla Kissinger o, se volete, alla Dottor Stranamore. Ma associato all’ideologismo superfanatico e non poco pazzoide del generale folle che, nello stesso film di Stanley Kubrik, ricordate?, era il ruolo di Sterling Hayden: quello dei “fluidi vitali”…

    Kagan è l’analista che, nei mesi scorsi, ha insistito per tenere comunque a qualsiasi costo i britannici, che se ne volevano proprio andare, in Afganistan, accanto ai soldati americani, perché realisticamente, appunto, diceva “sono l’ultimo alleato credibile che rimanga qui agli USA e, se se ne vanno, è il muro della diga che comincia per noi a sgretolarsi” (cfr. Guardian, 2.8.2007, R. Fox, Overwatch and overmatch Supervegliare e superpareggiare).

    Il problema per i tanti Kagan o, se per questo e per dare un’idea, i Giuliani Ferrara del nostro mondo e del nostro tempo, conservatori e reazionari genialoidi per quanto pur siano, è che tutti meno loro ormai sembrano aver capito che “sconfiggere i talebani” o “sconfiggere il terrorismo” sono obiettivi impossibili.

    Perché i talebani sono tutt’altro che un bersaglio. Il nome designa, ormai, un insieme cangiante e semovente di fondamentalisti islamici antioccidentali insediati, e praticamente irreperibili, a cavallo dei cosiddetti pur essi indefiniti confini della mezzaluna montagnosa che separa ed unisce Iran-Afganistan-Pakistan.

    E il terrorismo non è una realtà definita, un’entità o anche un ectoplasma, un’idea, che si possa colpire. Ma uno strumento, dannatamente efficiente, e come tale – come strumento – non suscettibile di essere sconfitto ma forse in grado per vie non militari ma tutte politiche di essere, chi sa?, disinnescato.

    E l’intelligence – quella, certo, che arriva prima di essere filtrata politicamente ed edulcorata ad usum delphini, ai governi american o e britannico che così desiderano e chiedono di vederla: e, anche, agli altri governi della coalizione che da quell’intelligence depurata dipendono, compreso anche, sì anche, quello italiano – sa bene che la coalizione occidentale laggiù protegge la raccolta e il commercio dell’oppio dei signori della guerra, antagonizza la popolazione e crea nuovi nemici, agendo di fatto da efficace ufficiale reclutatore di insorti…      

[96] Guardian, 28.12.2007, E. MacAskill, Pentagon readies plans for Pakistan’s nuclear arsenal Il Pentagono prepara un piano per [prendere il controllo] dell’arsenale nucleare pakistano.

[97] Arabian Business, 6.12.2007, A. Law, Iraq admits defeat on oil law— L’Iraq [il governo iracheno] ammette la sconfitta sulla legge petrolifera (cfr. www.arabianbusiness.com/505706-iraq-admits-defeat-on-oil-law/).

[98] New York Times, 7.12.2007, M. Nizza, The CIA Tape Affair— L’affare dei nastri della CIA.

[99] Guardian, 1.12.2007, B. McMahon, Rudd sets date for Iraq pull-out— Rudd fissa la data del ritiro dall’Iraq.

[100] New York Times, 3.12.2007, Agenzia Associated Press (A.P.), Australian Ratifies Kyoto Protocol— L’australiano (sic!) ratifica il protocollo di Kyoto.

[101] International Herald Tribune, 5.12.2007, (A.P.), Parliament approves withdrawal of  most Czech troops from Iraq in 2008 Il parlamento approva il ritiro nel 2008 della maggior parte delle truppe ceche dall’Iraq.

[102] Guardian, 26.12.2007, B. Brooks, US Officials: Optimism for Iraq in 2008. US Officials: Optimism for Iraq in 2008.

[103] International Institute for Strategic Studies, anno 49, no.4, autunno-inverno 2007, di Survival Sopravvivenza, Christopher J. Fettweis, On the Consequences of Failure in Iraq— Sulle conseguenze del fallimento in Iraq.

[104] Guardian, 7.12.2007, J. Steele, The surge is a sideshow. Only total US pullout can succeed.

[105] Guardian, 18.12.2007, J. Burke, Zawahiri’s lament La lamentazione di el-Zawahiri; e RaiNews24, 17.12.2007 per il testo della proclamazione (cfr. www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=76789/). 

[106] Yahoo! News, 19.12.2007, Senate Backs $554 Billion Spending Bill With Money for Iraq War Il Senato appoggia una legge di spesa da $554 miliardi che copre [senza condizioni] la guerra in Iraq (cfr. news.yahoo.com/s/bloomberg/20071219/pl _bloomberg/al9ohszmgina/).

[107] New York Times, 3.12.2007, M. Mazzetti, U.S.Says Iran Ended Atomic Arms Work— Gli USA dicono che l’Iran ha messo fine al suo lavoro sugli armamenti atomici. E, per il  testo integrale, del Rapporto Iran: nuclear intentions and capabilities— Iran: capacità e intenzioni nucleari (cfr. www.dni.gov/press_releases/20071203_release.pdf?ifse1/).

[108] Sono: la CIA, naturalmente, che è l’unica di tutte le agenzie in questione del tutto indipendente da altri dipartimenti o altre agenzie governativi; le tre maggiori agenzie di spionaggio del Dipartimento della Difesa: l’Agenzia per la sicurezza nazionale; l’Ufficio nazionale di ricognizione; l’Agenzia nazionale di intelligence geospaziale; poi c’è l’Agenzia di intelligence della Difesa; l’Ufficio di intelligence e ricerca del Dipartimento di Stato; l’FBI, e le organizzazioni di intelligence dei quattro rami delle Forze armate: aviazione, esercito, marina e corpo dei marines; il Dipartimento della sicurezza interna; la Guardia costiera; il Dipartimento del Tesoro; e l’Antidroga federale. Insomma, voi capite, il casino…

[109] Dunque, quando ad ottobre BNush se ne ujscì affermando sula sua aprola d’onore (sic!) che Iran's nuclear weapons program was bringing the world to the precipice of World War III (trovare citazione), the White House – Bush himself said in his press conference of 4 Dec – had been informed at least a month earlier that Iran had no such program and had stopped efforts to develop one back in 2003…

[110] Los Angeles Times, 9.12.2007, Bolton calls report on Iran quasi-putsch Dice Bolton che il rapporto sull’Iran è un quasi-golpe.

[111] Financial Times, 12.11.2007, D. Sevastopulo, D. Dombey e A. Ward, US strike on Iran ‘not being prepared’— “Non stiamo preparando” l’attacco americano all’Iran.  

[112] Per il testo integrale della flebile, quasi incredula (ormai a questi sfugge anche il controllo dei loro stessi strumenti) e ridicola, reazione della Casa Bianca, New York Times, 3.12.2007, White House reaction to Iran Report— La reazione della Casa Bianca al Rapporto [dello spionaggio americano] sull’Iran.

[113] Conferenza stampa del presidente, 4.12.2007 (per il testo integrale, cfr. www.whitehouse.gov/news/releases/2007/12/ 20071204-4.html/).

[114] Guardian, 6.12.2007, T. Hendra, No nukes is bad nukes— Niente bombe? male, vuol dire bombe.

[115] New York Times, 4.12.2007, B. Knowlton, Bush Says Iran Still a Danger Despite Report on Weapons— Alla faccia del rapporto sugli armamenti, Bush dice che l’Iran è sempre un pericolo [il che forse è anche vero… ma pure ovvio: solo che, se non ha armi nucleari e, come dice il rapporto, forse… forse… e se poi – cosa che Teheran nega – lo vorrà, sarà in grado di fabbricarsene una – una… – per… la metà del prossimo decennio].

[116] Gush-Shalom, 8.12.07, U. Avnery, How They Stole the Bomb from Us Come ci hanno rubato la bomba [iraniana] (cfr. http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1197157608/).

[117] Già nel numero di novembre 1979, con la collaborazione di scienziati, fisici, chimici, una fino ad allora piuttosto oscura rivista americana dal titolo che era tutto un programma, The Progressive, pubblicava, a firma di un famoso reporter investigativo, Howard Morland, un’inchiesta che diceva tutto, sul Segreto della bomba H: come lo abbiamo trovato e perché lo diciamo— The Secret of the H-bomb, how we got it and why we’re telling it, in trentanove pagine fitte, non una di più (l’originale lo trovate riprodotto in .pdf ed accessibile e perfettamente leggibile anche da chi scienziato non è, in www.progressive.org/images/pdf/1179.pdf//).

    Il governo americano tentò invano, illegalmente e poi anche con mezzi legali, ricorrendo alla Corte distrettuale federale per territorio, di bloccarne la diffusione ma non ci riuscì (allora i tribunali non erano, come ora, di regola pedissequamente ossequienti ai desiderata della Casa Bianca: vedi il testo completo della sentenza che nel marzo 1979 “liberò” la pubblicazione su www.bc.edu/bc_org/avp/cas(comm/free_speech/progressive.html/).   

[118] Washington Times, 4.12.2007, A. Akbar Dareini, Iran welcomes U.S. move to 'correct' claim— L’Iran saluta con favore le mosse americane per ‘correggere’ le accuse (cfr. www.washingtontimes.com/article/20071204/foreign/112040097/).

[119] ThaiIndian News, 17.12.2007, India, Iran discuss expansion of bilateral cooperation L’India e l’Iran discutono l’espansione della loro cooperazione (cfr. www.thaindian.com/newsportal/india-news/india-iran-discuss-expansion-of-bilateral-cooperation_1009204.html/).

[120] AlJazeera, 4.12.2007,  IAEA: Report 'defuses' Iran tensionIl rapporto [americano] disinnesca le tensioni iraniane (cfr. http://english.aljazeera.net/NR/exeres/98352ee3-b5d0-4209-8adb-79e8a3b45a72.htm/).

[121] Boston.com, 6.12.2007, China studying US intel report on Iran— La Cina studia il rapporto di intelligence americano sull’Iran (cfr. www.boston.com/news/world/asia/articles/2007/12/06/china_studying_us_intel_report_on_ ir an /?rss_id=Boston.com+%2F+News+--+The+Boston+Globe+--+Boston.com/).

[122] Business Week, 10.12.2007, China Petroleum & Chemical Corp. and Iran Ink Deal— La China Petroleum and Chemical Co. e l’Iran firmano un accordo (cfr. http://investing.businessweek.com/research/stocks/snapshot/snapshot.asp? symbol=600028.SS/).

[123] New York Times, 18.12.2007, N. Fathi, Iran Suggests It Is Building 2nd Nuclear Plant L’Iran lascia capire di star costruendo un secondo impianto nucleare.   

[124] Guardian, 17.12.2007, S. Bridge, Iran receives nuclear fuel shipment from Russia— Iran riceve una spedizione di combustibile nucleare dalla Russia.

[125] New York Times, 27.12.2007, edit., Fuel for Bushehr— Combustibile per Bushehr.

[126] In particolare nella lunga lista elencata da Google (cfr. www.google.it/search?hl=false+flag+operations&meta=/),  vedi forse la più famosa, e documentata ormai, di queste operazioni, quella che è passata alla storia con il nome di Affare Lavon: una provocazione ben riuscita nel ’54 di attentati orchestrati dal Mossad israeliano contro obiettivi americani ed inglesi al Cairo ed imputati, con successo di opinione pubblica e politica, ad esacerbare i rapporti del nuovo regime nasseriano con Londra e con Washington…

[127] Yomiuri Shimbun, 1.12.2007, North Korea: new U.S. hurdles for delisting as terror sponsor Corea del Nord: nuovi ostacoli per uscire dalla lista degli sponsor del terrorismo (cfr. www.yomiuri.co.jp/dy/world/20071201TDY01306.htm/).

[128] New York Times, 31.12.2007, H. Siddique, North Korea 'will miss nuclear deadline' Il Nord Corea ‘non rispetterà la scadenza nucleare’.

[129] Notizia ufficiale della Casa Bianca (cfr. www.whitehouse.gov/), confermata dall’Agenzia centrale di stampa della Corea del Nord, il 6.12.2007.

[130] New York Times, 10.12.2007, D. J. Wakin, Philarmonic Agrees to Play in North Korea La Filarmonica suonerà in Corea del  Nord.

[131] Stratfor, 5.12.2007, 13:47 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[132] New York Times, 31.12.2007, edit., The Poles get cold Feet— Ai polacchi viene la tremarella [notate il distacco, quasi la contrapposizione, tra un titolo patriottardicamente sprezzante come questo e l’incipit dell’editoriale, sensato, che invece dà atto al buon senso del nuovo governo polacco?]  

[133] New York Times, 16.12.2007, C. Gall, Musharraf Lifts State of Emergency in Pakistan— In Pakistan, Musharraf leva lo stato di emergenza.

[134] New York Times, 28.12.2007, edit., After Benazir Bhutto Dopo Benazir Bhutto.

[135] Guardian, 27.12.2007, S. Goldenberg, For Washington, Bhutto's loss is incalculable Per Washington, la perdita della Bhutto è incalcolabile.

[136] London Review of Books, 13.12.2007, T. Ali, Daughter of the West Figlia dell’occidente. (cfr. www.lrb.co.uk /v29/ n24/print/ali_01_html/).

[137] New York Times, 7.11.2007, B. Bhutto, Musharraf’s martial plan— La legge marziale di Musharraf.

[138] Nota112.

[139] Observer, 16.12.2007, J. Burke, No hope for victory soon in Afghanistan— Nessuna speranza di pronta vittoria in Afganistan.

[140] (A.P.), 4.12.2007, M. Lavie, Israel plans new homes in East Jerusalem— Israele progetta nuove case a Gerusalemme Est (cfr. http://news.aol.com/story/a/israel-plans-new-homes-in-east-jerusalem/n20071204153509 99 0021/).

[141] New York Times, 10.12.2007, R. Cohen, Obama’s Original Idea— L’idea originale di Obama  [che sarebbe poi quella di esercitare appieno l’egemonia americana, ma con maggior attenzione ai diritti e anche, un po’ almeno, alla sensibilità  degli altri].

[142] New York Times, 20.12.2007, edit., A Pause from Death Una pausa per la morte; per il testo della Risoluzione GA10678, 18.12.2007, 62a sessione dell’Assemblea generale e per l’elenco della votazione, cfr. www.un.org/News/ Pressdocs/2007/ga10678.doc.htm/Annex VI).

[143] Agenzia Bloomberg, 3.12.2007, A. Cremer, Merkel Says German Christian Democrats Oppose Turkey’s EU Bid Merkel dice che i cristiano democratici tedeschi si oppongono alla richiesta della Turchia di entrare nella UE (cfr. www.bloomberg. com/).

[144] Per le reazioni, contrastanti e contraddittorie, in Francia, alla visita di Gheddafi – che s’è levato anche diversi sfizi con le sue provocazioni “antimperialiste ed anticolonialiste”, giustificate o meno che fossero – vedi i numeri,  ad esempio, di Le Monde dal 10 al 16.12.2007 (cfr. www.lemonde.fr/).

[145] New York Times, 10.12.2007, E. Sciolino, Kadafi Arrives, Tent and All, in Paris Gheddafi arriva, con tenda e bagagli, a Parigi.

[146] The Times, 2.12.2007, D. Leppard, US says it has right to kidnap British citizens— Gli USA dicono di avere il diritto di rapier cittadini britannici. (vedi)

[147] Guardian, 19.12.2007, P. Barkham, Labour MP’s 'appalled' by Brown's speeches, says former minister—  Il partito è esterrefatto da quello che Brown va dicendo, secondo un ex ministro.

[148] The Economist, 22.12.2007.

[149] Guardian, 20.12.2007, A. Seager e A. Balakrishnan, Black hole in Britain’s public finances deepens— Il buco nero della finanza pubblica britannica si fa più profondo.

[150] The Independent, 6.12.2007, S. O’Grady, Is Britain’s economy heading for the perfect storm?