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              02. Nota congiunturale - febbraio 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

 

                             di Angelo Gennari                      

 

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc410519052 \h 1

nel mondo in generale: il massacro, e il dopo, di Charlie Hebdo. PAGEREF _Toc410519053 \h 1

R.I.P., CABU e Wolinski                        (vignette)                         Nel  paradiso dei vignettisti: JE SUIS ALI!!!. PAGEREF _Toc410519054 \h 2

Questi vignettisti hanno superato i limiti... Già, ma quali: i tuoi o i miei?... Solo penne e matite?   (vignette) PAGEREF _Toc410519055 \h 3

Tutta la storia della crisi e di una strana ridistribuzione del reddito verso l’alto: in un solo grafico...  (grafico) PAGEREF _Toc410519056 \h 4

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.... PAGEREF _Toc410519057 \h 6

in Africa.. PAGEREF _Toc410519058 \h 19

E la discussione ancor non si è conclusa... pare    (vignetta) PAGEREF _Toc410519059 \h 22

in America Latina.. PAGEREF _Toc410519060 \h 23

CINA.... PAGEREF _Toc410519061 \h 24

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc410519062 \h 25

EUROPA.... PAGEREF _Toc410519063 \h 29

La svalutazione interna del lavoro umano e dell’uomo fatta ingoiare alla Grecia   (grafico) PAGEREF _Toc410519064 \h 35

In Grecia, non sarà proprio come dicono qui, ma insomma…    (vignetta) PAGEREF _Toc410519065 \h 36

Produzione di greggio petrolifero in Medioriente    ( grafico) PAGEREF _Toc410519066 \h 43

Inflazione, euro e prezzo del Brent greggio   (grafico) PAGEREF _Toc410519067 \h 43

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc410519068 \h 46

FRANCIA.... PAGEREF _Toc410519069 \h 48

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc410519070 \h 48

Qui, l’aumento del PIL reale pro-capite è sotto quello americano; ma pure sotto quello francese!!!   (grafico) PAGEREF _Toc410519071 \h 49

GIAPPONE... PAGEREF _Toc410519072 \h 49

 

 

 L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale: il massacro, e il dopo, di Charlie Hebdo

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di febbraio 20155 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

Il 14 febbraio 2015, elezioni legislative e presidenziali in Nigeria;

Il 15 febbraio, in Germania, elezioni nel Land di Amburgo;

●Quando, come nel caso di Charlie Hebdo, il settimanale cosiddetto satirico francese oggetto dell’attentato e degli assassini jihadisti (dodici morti, gente che non c’entrava ma anche parte importante di una redazione che volutamente è stata sempre blasfema, in certi modi di provocare addirittura odiosi e che ha pagato con la vita la rivendicazione di essere e voler essere proprio così: è il trionfo e, insieme, il de profundis, forse, della libertà di espressione ma anche della libertà di sberlettare tutti e tutto: di oltraggiare a sangue― metaforicamente si poteva pensare ma invece pagandola poi anche tragicamente col sangue. Alla fine, in due giorni di fuoco, 17 morti (e, forse, ne manca qualcuno che neanche si sa...): persone abbattute a freddo tra civili e forze di sicurezza e tre terroristi (fattisi ammazzare per ammazzare gli altri). 

Sempre coscienti, come diceva proprio una delle vittime maggiormente coscienti del perché rischiava di diventarlo, forse i loro il più grande, il più geniale, Georges Wolinski, che il loro mestiere era proprio quello di provocare. Ma anche, era lui appunto a dire di saperlo benissimo, così di rischiare. Dal profeta al crocefisso, non c’era per definizione nulla da dover essere rispettato per quelli di Charlie... anche e non di rado le icone più sacre, specie quelle più popolari. C’è da piangere, c’è da schierarsi, c’è da indignarsi: e giustamente. Ma sarebbe sbagliato, e lo diciamo con grande umiltà, dichiarare che la strage, come sono venuti a dirci ora anche da noi tanti falchi e tanti “guerrieri freddi”, è stata un “atto di guerra”.

Non fosse altro che è proprio quello che vuole dire, e vuole farci dire, chi – chiunque poi sia – questo massacro lo ha perpetrato. Perché è anche sinceramente stato ferito come non arriva a fare nessun attacco ragionato e argomentato dall’esposizione al ridicolo o perché magari abbia anche altri fini e non gliene freghi magari niente del profeta, di Allah, di un Dio qualsiasi ma solo di cogliere lo spunto per una colossale provocazione...

Ma anche e soprattutto, poi, avete visto a che è servito agli USA, e al mondo, proclamare come fece Bush dopo l’11 settembre la “guerra al terrorismo”, addirittura inventarsi e inasprire la narrativa della narrativa del cosiddetto “scontro delle civilizzazioni”? Così, sono arrivati anni e anni di guerra  riuscendo a dare sostanza ai sogni più ambiziosi di al-Qaeda. I paesi occidentali, gli USA per primi, con quasi tre trilioni di $ di spesa  del tutto controproducenti, si sono buttati a tuffo a fare la guerra non a chi aveva condotto e teorizzato l’attacco: ma a un paese e a un regime, quello di Saddam, che non aveva avuto nulla, ma proprio nulla, a che fare, con le due Torri.

Decine di migliaia di vite umane sono state perdute, anche di migliaia di giovani americani, regimi consolidati sono stati destabilizzati e in tutta la regione creando il caos, con una serie di governi democratici spinti all’autoritarismo e con molti governi dell’occidente che hanno strappato, a partire da quello americano e da quello britannico e in apparenza anche di buon grado, l’habeas corpus, la privacy, le procedure legali e anche la libertà d’espressione messa in crisi e spesso tarpata. Con le forze della repressione di Stato che improvvisamente si sono trovate forti e prepotenti da noi almeno quanto lo sono in Russia.

Fu Bush a consegnare a Bin Laden il suo trionfo in Afganistan lasciandovisi inchiodare mentre lo metteva a ferro e fuoco. Che è, poi, proprio quello che i terroristi si ripromettono ora di strappare in Francia e dagli altri: una risposta isterica. Mirano a farsi dichiarare e proclamare contro la guerra. Da Stato a Stato, da potenza mondiale a potenza mondiale. Elisabetta I contro Carlo V, per dire.

Quando ormai sembra assodato che Parigi dovrebbe servire anche, in qualche modo, come l’ennesimo squillante e stridulo campanello d’allarme che ci costringa sul serio a ripensare noi stessi e gli altri e i rapporti loro con noi e nostri con loro: perché non c’è modo di isolarci dalle nostre guerre senza doverne poi subire i colpi di coda (Guardian, 15.1.2015, Seumas Milne, Paris is a warning: there is no insulation from our wars Parigi è un avvertimento: non c’è modo di isolarsi dalle nostre guerre  [e la tesi dell’A, nel catenaccio dell’articolo in buona parte da chi scrive ben sottoscritta, è sintetizzata così: Gli attacchi alla Francia sono – aggiungeremmo qui solo un anche una reazione ai nostri interventi nel mondo arabo e islamico. Quel che succede lì, succede anche qui] ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/jan/15/paris-warning-no-insulation-wars-arab-muslim-world).

Lo diceva bene il poeta inglese John Donne quattro secoli fa: no, non c’è modo di chiamarsene fuori, Perché “nessun uomo è un’isola[1].

●R.I.P., CABU e Wolinski                        (vignette)                         ● Nel  paradiso dei vignettisti: JE SUIS ALI!!!

                                                                                                                                                                                                                             (Vignettista palestinese) 

1-7-15:un nuovo fiume possente nasce dall’inchiostro delle vostre penne   Ma come, tu eri già qui?...  Già, ma il mondo se ne stette zitto

  dal sangue delle vostre vene e dalle lacrime di chi vi ama                           quando il Mossad (servizi segreti israeliani) mi fece fuori... ammazzarmi

  

                      

 

Quando è ormai palese che la migliore risposta al terrorismo è quella di scontrarsi con esso ai suoi stessi livelli. Rifiutando, cioè, di lasciarsi terrorizzare e negandogli così quel che vuole. Considerando, dunque, ogni atrocità per quella che è, un orrore che bisogna anzitutto evitare di esaltare dando al nemico la soddisfazione di vantarsene. “E’ il solo modo di sconfiggere davvero il terrorismo” – tra l’altro l’unica strategia che globalmente mai hanno tentato – (come ha argomentato sul Guardian, 7.1.2015, S. Jenkins, Charlie Hebdo: Now is the time to uphold freedoms and not give in to fear― Charlie Hebdo: ora è il tempo di sostenerle libertà e non di arrendersi alla paura http://www.theguardian.com/commentisfree/ 2015/jan/07/charlie-hebdo-freedom-fear-terrorists-massacre-war).

In definitiva, e per sintetizzare. A chi identificando il problema nel fatto che ci hanno dichiarato guerra proclama che la soluzione è quella di fargli allora la guerra (seguendo l’iper-semplicismo, al fondo e dunque razzista dei Giuliano Ferrara tonitruante e parolacciante, di Matteo Salvini che esclude dal novero dei cittadini chi non sia come lui, e anche, in fondo, a sentirla bene, di Lucia Annunziata...) sembrerebbe proprio che la migliore risposta e il più efficace omaggio che si può fare oggi ai morti di Charlie-Hebdo: non mettersi a scimmiottare giaculatorie, a ben vedere insensate, come “Je suis Charlie” (insensata perché, sbrigativamente, riduce a zero la complessità di tutti e di tutto).

Né è la risposta è la reazione automatica, riflessa e quasi pavloviana della repressione generalizzata e della scopiazzatura della strategia del terrore col contro-terrore. Sbagliare un crimine e un delitto per un atto di guerra è uno sbaglio. Capire che adesso – vaccinati da Bush e dai suoi e dagli errori di Obama e anche di chi tra i nostri, destra e sinistra, li ha pedissequamente seguiti senza mai domandargliene conto – sarebbe proprio questo lo sbaglio e che il nostro dovere adesso, è riuscire proprio questo a capire, rendendo così anche l’unico omaggio – non retorico e, forse, efficace – dovuto a chi è morto...

Infine, non è sembrata anche a voi almeno un po’ ipocrita e contraddittoria la presenza, anche onorata, alla grande manifestazione dei 2 milioni a Parigi Je suis Charlie anche tanti sepolcri imbiancati al 100%, non perché musulmani, o cristiani, o atei ma perché, di sicuro, non troppo rispettosi a dir poco della libertà di stampa per cui i terroristi hanno ammazzato a raffica i loro obiettivi umani: qualche nome, non esclusivo per dire, dei leaders di Egitto, Russia (ma anche America: ricordate Wikileaks? e Snowden?), Ungheria, Algeria, Turchia, Emirati Arabi Uniti...

Almeno, là in prima fila non siamo riusciti a scorgere i reali dell’Arabia saudita... che, saggiamente, si sono fatti rano lasciati fatti rappresentare solo dal loro ambasciatore a Parigi. Perché non sono solo quelli di Parigi gli unici Charlies al mondo perseguitati e anche ammazzati per lo stesso identico motivo...

● Questi vignettisti hanno superato i limiti... Già, ma quali: i tuoi o i miei?... Solo penne e matite?   (vignette)

                                                                                                           Sarà... sembrano proprio bombe e missili, però

Foto: INYT, 12.1.2015, Brian McFadden                                      Fonte: Herald Sun/Melbourne, Mark Knight  

●Adesso, però, cambiamo soggetto: “Quel che riporto qui – annota a inizio anno l’economista-principe, di nostro riferimento, Paul Krugman, il Nobel americano contemporaneo che stimiamo e, perciò, citiamo anche di più (New York Times, 1.1.2015, Recent History in One Chart La storia [o, piuttosto, l’economia] recente in un solo grafico http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/01/01/recent-history-in-one-chart/?_r=0#) è il diagramma più importante e rilevante del 2014[2] evidenzia il balzo in avanti dell’élite globale (lo 0,1, 0,01%, ecc., che fa anche meglio del suo vertice dell’1%), sottolineando anche la considerevole avanzata di molte, ma non di tutte, le popolazioni nei mercati emergenti.

Mette in assoluta e lampante evidenza, cioè, la ridistribuzione dei redditi che c’è stata ma, soprattutto, quanto e come sia stata squilibrata e assolutamente a favore dei ricchissimi sui ricchi, dei ricchi a loro volta sui benestanti e di questi sui ceti medi e sempre sui poveri.

  Nel mezzo c’è quel che Milanović suggerisce corrisponde ai ceti medio-bassi americani, o meglio come io suggerisco corrisponde più in generale alle classi lavoratrici di tutti i paesi avanzati, almeno se nel computo vengono inseriti anche i dati che seguono le politiche di austerità del post-2008. E’ quella che chiamerei la valle del nostro sconforto e che credo sarà il fattore cruciale nello sviluppo dei prossimi anni”.

● Tutta la storia della crisi e di una strana ridistribuzione del reddito verso l’alto: in un solo grafico...  (grafico)

 

                                                    in $ PPP2                         “ceti medi in Cina”                       in $ PPP 110

                                                                                                  in $PPP4                 in $ PPP

USA:Ceti medio bassi

Crescita reale del PIL, vari percentili della distribuzione globale del reddito, 1998-2008 (a parità di potere d’acquisto, PPP, 2005)

Fonte: INYT, 1.1.2015, P. Krugman, Recent history in one  chart

●Ma adesso, arriviamo al redde rationem, secondo altri indicatori e altre analisi che a noi sembrano perspicaci. A un decennio e mezzo, ormai, dall’inizio del XXI secolo, viviamo i postumi di due shocks davvero epocali. Il primo è stato la dimostrazione dei limiti del potere americano sui campi di sterminio dell’Afganistan e dell’Iraq che ha solo confermato la lezione che trent’anni prima già aveva impartito agli USA la catastrofe del Vietnam: con la guerra al terrore che ha avuto successo solo infrangendo l’incantesimo dell’invincibilità del primo vero impero globale nella storia del mondo; e la seconda è stata il crollo finanziario globale del 2008 con la nuova Grande Recessione che ne è seguita e che ha squassato tutto il sistema economico con le sue scontate certezze e che ancora morde feroce la condizione di vita di tanti. Anche più di sei anni dopo.

Ora questa doppia crisi, anzitutto di scontate certezze per molti, scuoterà tutti quest’anno da Madrid, a Roma, a Londra e anche a Berlino, ma il grande sconquasso comincerà da Atene, dove come in mezza Europa ha alimentato l’impennata della destra populista e, dopo anni di austerità selvaggia e controproducente, anche di sinistra meno tradizionalmente piatta che ora ha cominciato a sfidare il potere canonico nelle economie più devastate dell’eurozona, in Grecia (Syriza) e in Spagna (Podemos): e non è detto che stavolta perderanno...

Qualche voce contraddittoria e esitante – Hollande in Francia, Renzi in Italia – dell’establishment europeo comincia a parlare – solo a parlare sia chiaro, non a fare qualcosa visto che i più restano testardamente contrari – di qualche cambio di direzione. E lo evocano addirittura voci finora del tutto allineate anche e perfino sul FT (Financial Times, 23.11.2014, Wolfgang Münchau, Radical left is right about Europe’s debt La sinistra radicale ha ragione sul debito in Europa http://www.ft.com/intl/cms/s/0/48e6fa76-70bd-11e4-8113-00144feabdc0.html#axzz3NgdN3GE8).

Il crollo, palese per chiunque non voglia fare lo struzzo – e pure lo struzzo str**zo, ormai – del  sistema liberista sa che per esso sta suonando la campana. Ma quanti lo hanno ispirato e, soprattutto, ci campano sopra prima di arrendersi faranno le barricate.

La stessa identica cosa avviene nel prender atto del cambiamento in corso dell’equilibrio globale del potere. La cerimonia della NATO che dice addio alla missione afgana senza annunciare la cerimonia, in segreto, per paura degli attacchi possibili, anzi altrimenti certi, dei talebani. Intanto, truppe NATO tornano in Iraq per fare la guerra ai Da’ish, figliati dal al-Qaeda, figliata dai cervelli soprafini della CIA, in origine, ma insieme alleati agli stessi Da’ish contro Assad – avete presente: Bashar al-Assad! – che da tre anni quasi tiene a bada e in scacco l’onnipotente governo degli Stati Uniti d’America... Nello stesso spirito e con gli stessi registi hanno anche contraddittoriamente lavorato a cercar di mettere sotto controllo, rubare, schiacciare e comunque, al meglio, sviare le rivolte arabe del 2011, visto che non riuscivano a indirizzarle e dominarle come  volevano.

Intanto, la sfida russa alla volontà americana di continuare ad avere mano libera come unica superpotenza strategica, resistenza cominciata in Georgia nel 2008, con l’alibi forte e reale dell’offensiva sconsiderata di Tbilisi, intensificata attraverso la guerra per conto terzi condotta da tutti in Siria è arrivata al dunque oggi col conflitto in Ucraina. Dicono gli esegeti e apologi degli USA che la combinazione di sanzioni anti-russe e il crollo dei prezzi del greggio stanno affondando la Russia nella recessione. E, insieme, stanno incidendo sui margini di indipendenza economica, e dunque anche politica, di altri Stati ribelli come l’Iran e il Venezuela.

Ma la verità è che la decisione del regime saudita di incrementare la produzione di greggio quando i prezzi erano già in calo per la recessione e la domanda depressa è disegnata a punire Iran e Russia per il ruolo giocato in Medioriente e beneficia solo secondariamente ma realmente il grande sponsor americano di Riyād. Insomma, una fortunata coincidenza più che altro.

Solo che forse questa è una tattica anche troppo furba per non avere quasi automaticamente, in una fase di così seria recessione e deflazione, anche i cuoi contraccolpi diretti e feroci sulle economie occidentali. Il ribasso sta diventando troppo in fretta enorme e come fuori controllo e, soprattutto, del tutto fuori tempo. Da giugno a oggi il costo del greggio è caduto della metà, rinfocolando la paura in Europa e, anche, nell’economia americana.

E lunedì 5 gennaio le borse – a partire da Atene e Milano, ma anche Francoforte, Londra e New York cominciano a ballare― come aveva fatto, già qualche giorno prima, San Pietroburgo, mettendosi tutti e tutti insieme a comprare buoni del Tesoro: tutti di tutti, così per sicurezza, non si sa mai... (New York Times, 5.1.2015, Clifford Krauss e P. Eavis, Stock Markets Tremble as Oil Falls Beneath $50 a Barrel Le borse tremano col prezzo del petrolio che scende sotto i 50 $ al barile [a questo livello, non conviene più e è spinta fuori mercato – e in America l’industria del fracking si preoccupa assai – anche l’estrazione per frantumazione idraulica delle rocce bituminose...] http://www.nytimes.com/2015/01/06/business/oils-fall-continues-to-below-50-a-barrel.html?_r=0).

Poi a questi mega-fattori di squilibrio si aggiungono la Cina― che scavalca di slancio e non di poco la ricchezza dell’America anche se i cinesi, quasi cinque volte più degli americani singolarmente restano più poveri: ma lo shock per loro, comunque, è lancinante; e l’America latina, dove, ormai tutti di quello che Washington vorrebbe facessero se ne fregano sull’onda di un cambio progressista che minaccia di aprire la strada a qualche alternativa al capitalismo liberista.         

Insomma, America e occidente cercheranno di riprendere in mano le fila del gioco. Ma a noi (proprio come all’A,.del breve saggio di cui qui abbiamo sintetizzato il procedere: Guardian, 1.1.2015, Seumas Milne, All over the world, the challenge to the old order is growing In tutto il mondo, sale la sfida al vecchio ordine costituito http:// www.theguardian.com/commentisfree/2015/jan/01/challenge-to-old-order-growing) sembra certo che non durerà ancora a lungo far ricadere sui poveri e i meno ricchi il peso del reddito globalmente in frenata e della ridistribuzione al suo interno di cui c’è bisogno. Poveri, meno ricchi e classi sociali: anatema, questo termine no, per chi si illudeva – lor signori – di averlo reso obsoleto o almeno ormai desueto.

Certo – e non possiamo né dobbiamo ignorarlo – si apre il problema di cosa finirà per rimpiazzare il sistema capitalistico-liberista di cui tutti dobbiamo per sopravvivere, e noi vogliamo liberarci per essere più liberi e giusti. Speriamo solo di essere, confidiamo di essere, ormai vaccinati dalle antiche tentazioni dello statalismo onnischiacciante e del vuoto che lascerebbe un’egemonia americana al tramonto.

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●In Egitto, la Commissione elettorale nominata dal regime militare ha deciso che le elezioni legislative si terranno, al primo turno, il 21-22 marzo nei seggi all’estero e il 22-23 per i cittadini residenti, col ballottaggio fissato rispettivamente all’estero per il 25-26 e in patria per il 26 e 27 aprile. Si tratta di una sceneggiata, ovviamente, ma come in tutte le dittature elezioni plebiscitarie sono sempre una maschera sempre utile e considerata comunque necessaria. Dopo aver richiamato che, seguendo i piani del presidente al-Sisi, l’“approvazione” della sua nuova Costituzione e la sua personale “elezione” sono state già incamerate e che il tutto viene ora completato dalla elezioni parlamentari. Manca ogni notizia ancora su chi e come avrà diritto a registrarsi – non è automatico qui – e a votare― qui, come altrove nel mondo, per esempio in America, essere cittadini non dà di per sé già diritto a votare...

Tunisia e Egitto sono i soli due paesi arabi ad aver superato la destabilizzazione inerente alle loro rivoluzioni di primavera ritrovando una certa stabilità dopo vari sommovimenti interni. Certo, la stabilità dell’Egitto somiglia molto da vicino, ormai, a quella garantita dalla morte civile di ogni forma di democrazia se non quella voluta dal regime militare al potere: la morte civile.

●Intanto, nel Sinai, l’esercito egiziano prosegue coi lavori di allargamento della zona-cuscinetto che sta erigendo al confine con la striscia di Gaza. Dopo l’aumento del traffico clandestino di merci necessarie alla sopravvivenza stessa di quella popolazione e anche di rifornimenti ai terroristi, pure a Hamas nella città stessa di Gaza, la sta portando da 500 m. a 1 Km. E’ stato anche annunciato che la cittadina egiziana di Rafah – il principale punto di transito fra Gaza e Egitto, sui 71.000 abitanti senza calcolare il grande accampamento di rifugiati palestinesi adiacente e, prima della sua completa distruzione da parte degli israeliani, sito dell’unico aeroporto di Gaza – verrà ora rasa al suolo dal Cairo per renderla più “inabitabile al terrorismo”... e, peccato certo anche ai suoi cittadini.    

tia èer ol

Si tratta di una tipica forma di punizione collettiva di una popolazione civile specificamente proibita dalle Convenzioni internazionali... ma chi se ne frega, no? Ci fosse uno che è uno dei paesi che si preoccupano tanto sui media dei diritti umani che osi adesso farlo rilevare. Ma ovviamente ci sono diritti e diritti, come ci sono anche uomini e uomini... E’ la stessa tattica che, da sempre, impiega Israele a Gaza, appena al di là del confine, dove la scorsa estate ha sbriciolato a coi bulldozers centinaia di abitazioni e offre adesso il suo know-how in materia – anni e anni di esperienza – all’amico al-Sisi.

●Nella striscia di Gaza, protesta di massa e “ad oltranza” degli impiegati pubblici del governo precedente di Hamas i cui 50.000 dipendenti non ricevono il salario da sette mesi. E’ la parte di Palestina, nei fatti governata da Hamas dal 2007 ma, dal giugno scorso, sotto l’autorità del gabinetto formalmente e finalmente unitario, “di consenso”, guidato da Rami Hamdallah, uomo di fiducia del presidente Mahmoud Abbas. “In queste condizioni – dice il portavoce del sindacato, Khalil al-Zayan – quando la gente non è più in grado di sfamare la famiglia, diventa un non senso anche parlare di un governo di unità(i24News/Tel Aviv, 14.1.2015, Hamas employees in pay protest at unity government’s Gaza HQ I dipendenti pubblici [del governo palestinese] appartenenti a Hamas protestano per il salario che non arriva contro la sede del governo unitario a Gaza ▬ http://www.i24news.tv/en/news/international/middle-east/57660-150114-hamas-employees-in-pay-protest-at-unity-governent-s-gaza-hq).

O il governo, che adesso si chiama unitario, assume tutte le responsabilità per tutti i territori palestinesi come fa in Cisgiordania, o se no – se non è in grado di farlo – deve dimettersi. E’ un’intimazione – alla quale il gabinetto risponde che lo farà – ma anche un’invocazione a farlo e non solo a dirlo. E dietro c’è anche, minaccioso, il malcontento di Hamas  per le esitazioni di Abbas e del suo governo in reazione alle chiusure di Israele e all’inazione dell’ONU nel richiamarla all’ordine e alla volontà dell’Assemblea generale tenuta in scacco dal veto degli USA.

Naturalmente, gran parte delle difficoltà della leadership palestinese nascono dal rifiuto (illegittimo, ha denunciato l’ONU) di Israele a versare all’ANP i 127 milioni di $ di entrate fiscali che, come potere militarmente occupante, Israele raccoglie – è tenuta a raccogliere e a trasferirle dalla Cisgiordania che di fatto governa e controlla. “Israele – riconosce perfino il NYT ha interrotto il trasferimento mensile – non la raccolta delle tasse, di certo, ma il versamento di quanto dovuto: – lo  ripetiamo noi, non il NYT che evita accuratamente di ricordarlo ogni volta come invece dovrebbe – come punizione collettiva – e perciò stesso indiscriminata e illegittima – per aver deciso i palestinesi di aderire alla Corte Internazionale Criminale”.

Adesso, dopo metà mese, al governo di Ramallah sono arrivate alcune aperture di credito bancario per circa 100 milioni di $ – da alcuni governi di paesi arabi disponibili – che hanno reso possibile all’ANP, con un ritardo di due settimane, di pagare parzialmente quanto dovuto ai suoi dipendenti. Solo che pare proprio saranno pagati solo quelli che formalmente dichiarano la propria obbedienza alla ANP. I dipendenti che si riferiscono invece a Hamas, continueranno a restare in totale sofferenza.

Almeno questa è la lettura che, sempre il NYT, dà senza citare fonte alcuna ma risultando sicuramente credibile, delle condizioni poste dai prestatori – ad alcuni dipendenti sì, ad altri no – che inevitabilmente porteranno a dar soddisfazione a Israele portando all’implosione del governo di unità dei palestinesi (New York Times, 20.1.2015, J. Rudoren, Palestinian Authority Gives Partial Salaries to Employees L’Autorità palestinese paga parte del salario a [parte soltanto dei suo] i dipendenti [quelli considerati più vicini al governo stesso] ▬ http://www.nytimes.com/2015/01/21/world/middleeast/palestinian-authority-gives-partial-salari es-to-employees.html?_r=0).      

 In Siria, tre gruppi di ribelli presenti nel Sud del paese ma da mesi, da anni ormai, praticamente  come forza combattente contro il regime di fatto assenti, si sono coalizzati o, meglio, hanno annunciato di averlo fatto con un video diffuso da una fonte di opposizione siriana adesso a inizio anno, con una nuova alleanza militare cui hanno dato il nome di Prima Armata (Zaman al-Wasl/che dice di trasmettere da Homs, ma pare farlo da Cipro]― il Tempo del Ghepardo, 2.2.2014, 3 merger factions merge in new military group for Southern Syria 3 fazioni [ribelli o cosiddette tali]si fondono militarmente nella Siria del Sudhttps://  www.zamanalwsl.net/en/news/8217.html). Bisogna vedere, ora, se dietro questo ennesimo annuncio c’è solo fumo o mgari, stavolta, anche un po’ d’arrosto.

Secondo il col. Saber Safar , ex ufficiale di grado inferiore dell’esercito siriano, l’obiettivo del gruppo – che adesso unirà, dice, 10.000 soldati – sarebbe quello di liberare le province di Quneitra e Daraa― che, però, quasi un anno fa, dallo stesso ufficiale erano state date per liberate. A Damasco quasi per effetto imitazione è stato reso noto che, nel sobborgo di Jobar, hanno dato vita a un altro gruppo armato, chiamato questo Jond al-Assemah― o Soldati della capitale.

●A Ginevra, dice adesso segnalando una ritirata forse tattica, forse solo temporanea ma, in ogni caso, significativa e da segnalare dalle posizioni tradizionali sulla Siria degli Stati Uniti d’America, il segretario di Stato John Kerry dichiara, che il suo governo sosterrà l’iniziativa russa di convocare un incontro tra rappresentanti del governo di Assad e l’opposizione come si dice più moderata – ovviamente non i tagliagole Da’ish – anche se ancora diversi tra loro (non tutti) dicono di non avere intenzione di presentarsi all’incontro. 

E’ il riconoscimento – non esplicito, si capisce: mai, mai un po’ di onestà, magari per sbaglio...  –  che forse anche a Washington hanno cominciato a capire quanto grande sia stato l’errore fatto togliendo di mezzo Gheddafi: ora sembrano prender atto che, se davvero Assad venisse deposto, qui dalla guerra civile si passerebbe a un caos altrettanto cruento ma ancor meno controllato (New York Times, 19.1.2015, A. Barnard e Somini Sengupta, U.S. Support for Syria Peace Plans Demonstrates Shift in Priorities Il sostegno americano ai progetti pace per la Siria dimostra una mutazione delle prioritàhttp://www.nytimes. com/2015/01/20/world/middleeast/us-support-for-syria-peace-plans-demonstrates-shift-in-priorities.html; e New York Times, 24.1.2015, edit. board, Shifting Realities in Syria In Siria, la realtà va cambiando [ma è falso: in realtà, va cambiando la sua posizione l’America; che, comunque, ancora una volta se la prende in quel dove] ▬ http://www. nytimes.com/2015/01/25/opinion/sunday/shifting-realities-in-syria.html).

D’altra parte, l’opposizione più tradizionale, armata e come può – poco, ormai – combattente sul territorio ma attiva quasi solo a questo punto nel fare propaganda anti-regime all’estero, anche se meno ideologicamente ostile al regime siriano, sembra quasi tutta contraria ad andare a Mosca: c’è chi, continua a comportarsi come se avesse vinto e a chiedere che, prima, Assad se ne deve lui andare, chi non concorda con la decisione russa – e dell’ONU – di non invitare neanche solo pro-forma le formazioni islamiste Da’ish; e c’è anche chi chiede un’agenda più trasparente degli obiettivi stessi della riunione, che di per sé dovrebbe comunque almeno evocare la possibilità del regime change (Al Jazeera, 17.1.2015. M. Pizzi, Syrian opposition groups to snub Moscow peace talks invite I gruppi [i più…] dell’opposizione siriana snobberanno l’invito ai colloqui di pace di Mosca http://america.aljazeera.com/ articles/2015/1/17/syria-peace-talks.html).

Aveva appena finito di incontrare Staffan de Mistura, il diplomatico italiano che l’ONU ha inviato a rappresentarla nella mediazione della lunga crisi siriana, dopo i tentativi falliti negli anni passati – soprattutto perché i ribelli siriani non proprio jihadisti erano del tutto immotivatamente fiduciosi di poter vincere contro Assad mentre lui era, più a ragione, certo di vincere su di loro dall’ex segretario generale Kofi Annan e del diplomatico algerino e onusiano Lakhdar Brahimi.

De Mistura sta negoziando da settimane con qualche risultato tregue limitate e locali in Siria tra le parti, a partire dalla città di Aleppo, ormai semi-distrutta dalle bombe e dai cannoni delle due parti, e il suo tentativo passo dopo passo di tessere contatti e trovare soluzioni anche limitate, sta attirando positivamente l’attenzione dopo che l’approccio dettato finora da Washington – Assad se ne deve andare e ogni negoziato deve includere l’obiettivo di un governo di transizione – è clamorosamente fallito.

De Mistura – che deve ancora decidere se andare personalmente o farsi rappresentare all’incontro di  Mosca – punta, pare, a una qualche combinazione della sua iniziativa con quella russa. “Continuerò a insistere su una soluzione immediata a partire da Aleppo – torna a ribadire – fermando lì anzitutto gli scontri, in quella  che era la città più popolata di questo antichissimo paese per fare una specie di modello di cessate il fuoco che possa darne vita ad altri e trasformarsi alla fine in una soluzione politica generalizzata(New York Times, 14.1.2015, M. R. Gordon, Kerry Backs Syrian Peace Talks in Russia Sulla Siria, Kerry appoggia i colloqui di pace in Russia http://www.nytimes.com/2015/01/15/world/middleeast/ kerry-backs-syrian-peace-talks-in-russia.html?_r=0#).

●In Libano, dove il conflitto che imperversa in Siria tra il governo di Assad e le truppe dei Dai’sh  continua a far sentire tutto il suo peso (la guerra, la paralisi economica, i rifugiati...), i militanti jihadisti stanno cercando di controllare militarmente con la loro prevalenza a livello locale il villaggio di confine di Qalamoun, a pochi Km. a nord di Damasco e ai confini con la valle della Bekaa, ricca di grandi rovine romane, a cavallo col Libano.

Lo spiega ai media il magg. gen. Abbas Ibrahim, a capo dell’apparato di sicurezza dell’esercito libanese sottolineando l’alto stato di allerta delle sue forze per impedire ai militanti, di conquistare territorio nel suo paese (The Daily Mail, 3.1.2015, Laila Bassam, Islamic State seeking bases inside Lebanon Lo Stato Islamico alla ricerca di basi sul territorio libanese http://www.dailymail.co.uk/wires/reuters/article-2895349/Islamic-State-seeking-bases-inside-Lebanon--Lebanon-security-chief.html).  

Ibrahim calcola però improbabile, diversamente da altri analisti e da molti media di Beirut, un’offensiva generalizzata degli jihadisti all’assalto del Libano, a partire dal territorio vicino a Damasco, dove è ancora largamente preponderante la potenza armata del regime di Assad. Ma Qalamoun presenta il vantaggio per i ribelli di una regione impervia, orograficamente difficile, con una popolazione di qualche rilievo anche di quella che in loco è la minoranza sunnita a cercare di far sollevare la quale lavorano da anni ormai, nella speranza di allargare d radicalizzare il conflitto come sono riusciti a fare in Iraq.  

Ma i ribelli a Qalamoun continuano a operare costantemente ma mai con grandi offensive in campo aperto, che del resto contro le milizie libanesi degli Hezbollah che sul luogo rafforzano le difese del governo siriano ma, piuttosto, con azioni di guerriglia e raids fulminei. La minaccia, calata ma ancora incombente sul governo siriano, viene dallo scontento e dalle difficoltà che vive la vasta comunità sunnita nei confronti degli alawiti/sci’ti al potere, insoddisfazione manifestata anche nei mesi scorsi nella zona di Tripoli (Stratfor – Global Intelligence, 29.6.2014, Chronology: Key Dynamics Leading to Renewed Sunni Militancy in the Levant Cronologia: la dinamica chiave che porta a una rinnovata militanza sunnita nel Levante http://www.stratfor.com/analysis/chronology-key-dynamics-leading-renewed-sunni-militancy-levant#axzz 3NlkKfSll).

●A complicare le cose ci pensa, al solito, Israele che, dopo aver condotto contro il Libano  a titolo, come al solito sempre preventivo, un micidiale attacco contro una colonna di autocarri Hezbollah in Libano, provocando diversi morti compresi sei soldati degli Hezbollah stessi e un generale iraniano tra i massimi esponenti dei consiglieri militari presenti nel paese, sempre su invito degli Hezbollah. E Tel Aviv ha anche subito piazzato alcune decine di suoi carri armati sul confine sud-orientale del Libano stesso per “anticipare” possibili atti di rappresaglia.

Ne informa una fonte libanese dell’apparato di sicurezza denunciando anche che aerei israeliani sono stati avvistati su diversi villaggi del Libano meridionale e sulle sue acque territoriali (The Daily Star/Beirut, 21.1.2015, Mohammed Zatari, Israeli tanks take up positions along Lebanon’s border Carri armati israeliani prendono posizione lungo il confine col Libano http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2015/Jan-21/284821-israeli-tanks-take-up-positions-along-lebanon-border.ashx).

●Poi, come sempre qui, l’occhio per occhio si fa subito escalation. Hezbollah “risponde” inviando un missile guidato anticarro Kornet, costruito dalla russa KBM Officine di disegno strumentale di Tula, a  200 Km. da Mosca Konstruktorskoe Buro Priborostroeniya ФГУП «Конструкторское бюро приборостроения       contro le truppe di Tsahal, le Forze armate di Israele, sulle alture del Golan, cioè su territorio occupato siriano, non israeliano.

Ma stavolta il colpo centra ed uccide quattro soldati israeliani e ne ferisce sette, con la rappresaglia di Israele immediatamente lanciata attraverso il lancio di almeno un centinaio di colpi di mortaio sul Libano meridionale inclusi diversi colpi che sono sembrati caricati al fosforo, allarga subito lo scontro non accontentandosi dell’occhio per occhio ma moltiplicando lo scambio e facendo anche una vittima tra i caschi blu: un soldato spagnolo colpito e ammazzato per sbaglio (The Christian Science Monitor, 28.1.2015, Christa Case Bryant, Hezbollah strikes back at Israel, and Israel at Lebanon Hezbollah colpisce in rappresaglia Israele e Israele il Libano http://www.csmonitor.com/World/Middle-East/2015/0128/Hezbollah-strikes-back-at-Israel-Why-escalation-is-not-inevitable). Un lutto che, naturalmente, comporta l’immediato, quanto superfluo – più che inutile – lancio da parte dell’ONU dell’invito alla calma...

Hezbollah vorrebbe, però, chiaramente evitare un conflitto più vasto con Israele, specie adesso che i suoi militanti sono seriamente impegnati ad appoggiare nella guerra di Siria le truppe di Assad. Ma il problema è che, se Hezbollah ha ben dimostrato di saper reagire con efficacia agli attacchi di  Israele caso per caso, non riesce però ad evitare che Tel Aviv poi ostacoli il transito delle loro colonne e dei loro rifornimenti verso il territorio siriano.            

Adesso, informa il ministro della Difesa di Israele, Moshe Yaalon, i miliziani sci’iti libanesi lo hanno confermato con un messaggio fattogli arrivare direttamente. E il 29 gennaio, il giorno dopo l’ultimo attacco di artiglieria di Israele in rappresaglia proprio alla rappresaglia Hezbollah, sul confine col Libano, tutto è di fatto tranquillo. Epperò, ad ascoltare quello che lascia intendere più che quanto apertamente dice Yaalon, non è detto che a Tel Aviv, specie con la leadership che si ritrovano, siano in prevalenza del parere di Hezbollah che tende a minimizzare le possibilità di una guerra, alla fine, più vasta  difficilmente una volta partita poi riducibile ancora (The Daily Star, 29.1.2015, Don’t invite disaster Non invitiate il disastro http://www.dailystar.com.lb/Opinion/Editorial/2015/Jan-29/285645-dont-invite-disaster.ashx).

In Israele, però, sanno anche bene – dopo la guerra col Libano, e proprio con Hezbollah, del 2006, che un conflitto aperto con i militanti libanesi non sarebbe facilmente vittorioso: il gruppo ha, infatti dimostrato – e ripetutamente – significative capacità militari e soprattutto di essere ben equipaggiato a difendersi sul proprio territorio se Israele dovesse ancora una volta – per la quarta volta – provare a occupare il Libano meridionale. In definitiva, restano forti le possibilità di escalation, anche se la coscienza da parte di tutti i protagonisti delle proprie limitazioni e delle propria forza dovrebbe giocare – si spera – a frenare le tentazioni di allargare gli scontri.   

●Nelle prossime settimane, una delegazione diplomatica dell’Arabia saudita dovrebbe recarsi a Bagdad per preparare la riapertura della propria ambasciata, dopo ben 25 anni di assenza, dal 1990 dopo l’invasione di Saddam del Kuwait e la susseguente prima guerra del Golfo con l’invasione e l’occupazione americana dell’Iraq finanziata a pie’ di lista dal Regno saudita. Il riapproccio, secondo le intenzioni annunciate a Riyād, dovrebbe ricominciare dalla riapertura di un consolato ad Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno.

E’ un passo intermedio, chiaramente, e non proprio il più adatto a competere con la concorrenza spietata, ormai di lunga data oltreché vincente degli iraniani (Stratfor – Global Intelligence, 9.12.2014, Iran Maintains the Upper Hand in a Regional CompetitionNella competizione regionale mediorientale, l’Iran resta in vantaggio http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/iran-maintains-upper-hand-regional-competition#axzz3 NlkKfSll) basata sulla comune confessione sci’ita, al potere a Teheran ma, in modo più conflittuale, dopo la sconfitta e la ritirata americana, anche a Bagdad (Shafaqna.com/Bahrain/agenzia di stampa sci’ita internazionale on-line, 3.1.2015, After 25 years, Saudi Arabia to reopen embassy in Iraq Dopo 25 anni, l’Arabia saudita riaprirà l’ambasciata in Iraq http://www.bahrain.shafaqna.com/other-services/middle-east/item/39283-after-25-yrs-saudi-arabia-to-reopen-embas sy-in-iraq.html).

Dopo una rapida riconsiderazione più ponderata sulla necessità di non cominciare il cammino col piede sbagliato, pare che a Riyād si siano alla fine convinti ad aprire anche – e per cominciare non più – soltanto un consolato nella regione autonoma curda. Una mossa da parte dei rigidi sauditi stranamente flessibile.

●Il governo che, tra i due esistenti in Libia, quello di Tripoli che ha dovuto trasferirsi a Tobruk ed è sostenuto dall’occidente e più largamente perciò riconosciuto a livello internazionale ma anche quello che conta e controlla di meno territorio e popolazione, ha condotto una serie di raids aerei contro il porto di Misurata, porto commerciale della Cirenaica alleato con l’attuale governo ribelle di Tripoli. E’ stato reso anche noto dal primo ministro di Tobruk, Abdullah al-Thinni, che insieme al porto è stata anche bombardata dalla sua aviazione militare la scuola dell’accademia aeronauti cade che le truppe rimastegli per ora leali si sono mosse contro posizioni ribelli a Bin Jawad, vicino alla stessa Misurata.

Continua lo scontro tra i due fronti (Stratfor – Global Intelligence, 28.8.2014, The Difficulty of Choosing Sides in Libya La difficile scelta della parte con cui schierarsi in Libiahttp://www.strat for.com/analysis/difficulty-choosing-sides-libya#axzz3NlkKfSll), dopo che il ribelle ex generale Hifter, l’uomo a suo tempo vicino a Gheddafi e che la CIA “allevò” per succedergli alla sua morte, poi provocata per linciaggio opportunamente orchestrato, s‘è da poco unito alle forze (o alle debolezze) del governo  appoggiato da Washington (Al Arabiya, 3 1.2015, Libya forces launch new air strikes on Misrata Le forze aeree libiche lanciano nuovi bombardamenti su Misurata http://english.alarabiya.net/en/News/africa/2015/01/03/Libya-forces-launch-new-air-strikes-on-Misrata-port-.html).

Intanto il governo ufficiale di Tobruk ha annunciato un suo cessate il fuoco per consentire la tenuta a Ginevra, voluta dall’ONU, di un colloquio di pace con l’altro governo, quello effettivamente eletto e che siede a Tripoli e, diciamo così, più “islamista”. Ma nessuna delle due parti è in grado di garantire alcun controllo delle proprie fazioni e delle svariate tribù che, nominalmente, ad essa fanno riferimento. Nessuna delle fazioni minori che fanno riferimento sempre a Tobruk e Tripoli, ha inviato suoi rappresentanti ai colloqui preliminari.

La fazione dominante ormai a Tripoli all’interno dello schieramento più  connotato dall’islamismo, l’Alba della LibiaFajr Libya, aveva già dichiarato tre giorni prima il suo assenso al dialogo. Ma il nodo è ormai che, proprio come Stato unitario, dopo l’eliminazione di Gheddafi la Libia non esista più. Potrebbe ancora esistere, forse, una possibilità di riduzione dei livelli di anarchia e di violenza praticata da entrambe le parti (Al Araby.com, 18.1.2015, Army declares truce in boost to UN Libya mediation L’esercito dichiara un cessate il fuoco per sostenere la mediazione ONU in Libia http://www.alaraby.co.uk/english/news/ 47ad44e2-64a8-495c-9d00-47f0debda a0a).

●Una banda congiunta di militanti Da’ish e ribelli del gruppo islamista di Alba della Libia ha nel frattempo decapitato 14 soldati del battaglione “168”, catturati a un posto di guardia all’incrocio tra i comuni di Sawknah e Bu-Shuwayrif. L’attacco è parte integrante della campagna che lo SI, cui quel gruppo comunque si riferisce, sta sferrando – a prescindere da ogni dichiarazione e da ogni tentativo di dialogo – per metter piede saldamente in tutta la zona (Stratfor, 3.1.2015― Libya: Islamic State Militants Behead 14 Soldiers At Checkpoint In Libia, lo Stato Islamico cerca di stabilire nuovi punti di appoggio in tutta nella regione http://www.stratfor.com/situation-report/libya-islamic-state-militants-behead-14-soldiers-checkpoint# axzz3PAht8aup).

Il fattore che porta qui al continuo e sempiterno rinnovarsi, a dispetto di ogni accordo raggiunto a livello come si dice politico, è in primo luogo la lotta per il controllo delle esportazioni di greggio e l’accesso alla rendita petrolifera e, in secondo luogo, il fatto che chiunque ha raggiunto a nome di qualcuno un accordo politico di tregua, di cessate il fuoco, di spartizione del bottino – qualunque tipo di accordo esso sia – non ha poi nei fatti alcun controllo sui combattenti in campo. Il fatto è che la Libia è tornata ad essere nel XXI secolo la terra di prima della prima colonizzazione italiana, all’inizio del XX secolo, quella di diverse grandi regioni desertiche e una striscia costiera di territori tribalmente governati ognuno per conto proprio. Ma non per questo necessariamente meno tranquilli e meno globalmente sereni...

●In Tunisia, appena eletto, il nuovo presidente Béji Caïd Essebsi, lui stesso anni fa ministro del partito al governo del dittatore militare Ben Ali, ha nominato su designazione del partito di maggioranza relativa Nidaa Tounes―l’Appello della Tunisia, come suo nuovo premier un’economista studioso di agricoltura che ha lavorato a lungo in America, Habib Essid, che ha occupato per anni diversi dicasteri nei governi di Ben Ali (tra l’altro, aveva presieduto come direttore generale alla  certificazione della validità delle elezioni presidenziali del 1999 la “rielezione” di Ben Ali col... 99% dei suffragi popolari).

Il secondo partito del paese, l’ex maggioranza di Ennhada― la Rinascita, islamista “moderato”, lo ha accolto con qualche riserva formale ma, anche, con una dichiarazione di apertura alla cooperazione verso il nuovo primo ministro. Che del resto – e lo sanno tutti qui – conterà come un prospero, essendo il potere in mano al tenutario del palazzo presidenziale a Cartagine, appena fuori di Tunisi (New York Times, 5.1.2015, Carlotta Gall, Ally of Deposed Leader Is Nominated to Be Premier of Tunisia Un alleato dell’ex leader deposto viene designato a premier della Tunisia http://www.nytimes.com/2015/01/06/world/ africa/ally-of-deposed-leader-is-nominated-to-be-premier-of-tunisia.html#).

Poi, però, il candidato PM rifiuta ogni collaborazione di Ennhada e per strada perde anche quella data invece per certa di Afek Tounes― il partito Orizzonti di Tunisia, social-liberista che ha avuto solo 4 seggi alle legislative e si ritira anch’esso dal negoziato, facendo prevedere il fallimento del gabinetto alle Camere (Stratfor, 26.1.2015, Tunisia: Parliament Will Likely Reject New Government― Probabile che il parlamento sfiduci il nuovo governo http://www.stratfor.com/situation-report/tunisia-parliament-will-likely-reject-new-government#axzz3PyGerQI9).

●Nello Yemen, a est del Mediterraneo e sulla punta estrema meridionale della penisola arabica, diverse tribù sunnite della provincia di Shabwa, l’antica capitale, hanno minacciato di tagliare il flusso di greggio e gas naturale verso il resto del paese dopo che miliziani Houthi, almeno nominalmente sci’iti, ormai diventati quasi l’esercito ufficiale del paese, avevano rapito e sequestrato il 17 del mese per strada a Sana’a, la capitale, Ahmed Awad bin Mubarak il capo dello staff del presidente della Repubblica.

Mesi fa proprio gli Houthi, raggiunta l’intesa di principio per fermare la loro rivolta ma avendola di fatto già vinta, ne avevano bloccato la nomina a primo ministro, col presidente Abed-Rabbo Mansour Hadi che a quel punto aveva furbescamente (credeva) poi ripiegato per farne il capo esecutivo della squadra presidenziale. Un curioso rapimento, dichiaratamente motivato da un’altra forzatura formale e sostanziale del presidente con la “necessità” di impedirgli di presentare a una riunione decisiva, ma tenuta con la deliberata esclusione del primo ministro appoggiato dagli Houthi, la bozza di una nuova Costituzione.

In definitiva, per il paese del grifone, del dromedario e della regina di Saba, non c’è pace e possibilità di intesa dopo rivoluzioni, contro-rivoluzioni e contro-contro-rivoluzioni e la lunga dittatura (più di trent’anni) del presidente Ali Abdullah Saleh, nel 2012 costretto alla fuga. E la turbolenza che lo affligge dalla caduta di Saleh che, dall’estero, continua a rimuginare nelle torbide acque yemenite continuando a istigare agitazione e preoccupando soprattutto l’Arabia saudita, potente vicino subito a settentrione, soprattutto per un altro possibile caso di implosione dell’autorità statuale tipo Somalia o Libia all’inizio delle rotte chiave dei trasporti navali e di greggio che passano, da una parte, per il canale di Suez e, dall’altra, per il Golfo Persico (Al Akhbar, 17.1.2015, Gunmen Kidnap High-Ranking Yemeni Official― Miliziani armati rapiscono un altissimo esponente politico yemenita http://english.al-akhbar.com/node/23253).

Ora, il 20 febbraio, gli Houthi attaccano e, dopo essersi impossessati dell’arsenale della 1a e della 3a divisione della Guardia presidenziale, danno l’assalto, anche bombardandolo coi mortai, allo stesso palazzo presidenziale, costringendo il capo dello Stato Rabbo Mansour Hadi, col quale sembrano aver rinunciato ormai a negoziare, a rifugiarsi nella propria abitazione privata, dove resta assediato, mentre isolano anche il premier in carica Khaled Bahah e spostano sul terreno le proprie forze combattenti.

La maggior parte degli edifici pubblici, compresi quelli chiave della radio televisione e la maggior parte delle caserme e dei depositi sono passati nelle mani degli insorti anche se il presidente al-Hadi rifiuta di parlare di colpo di stato (Al Arabiya, 20.1.2015, Yemen’s Houthi rebels tighten siege on president― I ribelli Houthi nello Yemen stringono d’assedio il presidente http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/01/21/ Yemen-s-Houthi-rebels-tighten-siege-on-president.html).

E, alla fine, in effetti, anche quello che a veder bene è stato poi una specie di contro-golpe preventivo che ha impedito di passare di straforo una modifica costituzionale voluta dai militari e dalla presidenza per rovesciare la preponderanza acquisita dalla componente Houthi essa stessa al governo, deve far marcia indietro e tutto si ricompone: con il ritiro della modifica costituzionale e l’apertura dichiarata, anzi, a una soluzione come quella voluta da ribelli (non sei regioni amministrative al posto dei 21 governatorati attuali, ma due soltanto. Vedi qui, appena più avanti).

●Riassumendo, in questo momento di ennesima svolta, il discorso, lo Yemen, costituito come entità statuale repubblicana nel 1962, in realtà è sempre stato così, lacerato da attacchi e offensive e rivolte: una trapunta fatta di tante pezze diverse. E questo paese, ora, dalla rivoluzione della primavera araba che cacciò dal potere dopo trent’anni il vecchio rais-dittatore Saleh, ha sperimentato un’iperframmentazione di tutte le sue istituzioni politiche: a dimostrazione che i due decenni seguiti all’unificazione del 1990 erano stati un’anomalia.

Adesso, lo Yemen è semplicemente tornato alla sua condizione più naturale, che vede svariate forze settarie, ideologiche e anche geograficamente connotate (Nord, Sud) bloccate e contenute una con l’altra in un equilibrio fatto di reciproche debolezze che inibiscono al paese di vivere come un’entità statual-politica coerente.

Il rapimento di Mubarak, l’uomo del presidente che viene alla fine rilasciato dai suoi rapitori politici dopo dieci giorni di sequestro, ha confermato il via alla stretta forse, chi sa, finale. Lui è il tecnocrate che voleva a premier il premier respinto dagli Houthi e che aveva tentato di prendersi la rivincita con la forzatura della proposta costituzionale avallata dalla presidenza senza tener conto dei rapporti di forza reali e aveva cercato di scavalcare il loro no alla riorganizzazione del paese in sei regioni amministrative invece delle due – Nord e Sud – che consentirebbe al loro movimento di consolidare le sue recenti conquiste territoriali in un’area che dalle sue roccaforti del Nord abbraccia ormai anche la capitale Sana’a e si spinge anche più a Sud.

I limiti all’influenza e al peso degli Houthi sembrano ancora segnati, alla vigilia dell’ultimo tentativo di ribaltone del potere – non un golpe vero e proprio, spiegavamo, anche perché fatto contro l’esercito – da una seria, anche se abbastanza discontinua resistenza dell’esercito regolare, principalmente di formazione tradizionale sunnita, che resta ancora forte, dopo essere stata contenuta, ridotta e ormai quasi annientata nella capitale, nelle tre province-chiave di Marib, Ibb e Bayda che gravitano tutte, poi, proprio sul territorio della capitale.

D’altra parte, gli Houthi stessi, con la loro esperienza sia di lotta che di governo molto tradizionalmente pragmatica, sono ben consci che i separatisti del Sud facenti perno su Aden e sul commercio che passa per quel grande porto – coi quali sarebbero alla fine intenzionati a condividere il potere – sono stati pesantemente indeboliti dalle loro fratture intestine.

Ma anche dalla presenza nel Sud del paese di al-Qaeda nella penisola arabica: il gruppo di islamisti che s’è intestato gli attentati di Parigi e molte delle più scellerate esazioni contro chiunque non fosse sunnita e ortodosso e che ormai è, nei fatti e nelle proclamazioni, diventato una specie di branca dei Da’ish: cioè dello Stato Islamico di al-Baghadi.

Gli Houthi sono un potere strano: non sembrano proprio voler rimpiazzare di per sé la potenza militare dell’esercito che in trent’anni Saleh e il suo successore, Hadi, avevano strutturato tentando di consolidare fra mille tensioni centripete puntando, piuttosto, a controllare come possono un nuovo regime fondato su una condivisione del potere grosso modo spartito tra Nord e Sud del paese. Ma per gli Houthi, che sono usciti per il momento come i veri vincitori qui della primavera – contrapposti ormai a al-Qaeda yemenita, Hadi e le forze armate devono sapersi contentare... E, infatti, si arrendono. Anche se, ancora dopo due giorni dal golpe effettivo, pure a Sana’a ci sono ancora manifestazioni per strada di chi non sembra proprio d’accordo con la presa del potere degli sci’iti insorti.

Altrimenti lo scontro continua. Perché resta quello che abbiamo chiamato lo squilibrio di debolezze reciproche a bloccare il paese che, condizionato poi com’è nello scontro strategico tra Arabia saudita e Iran, che dello Yemen ha fatto un terreno aperto della propria battaglia, non sembra proprio avere prima l’intenzione e poi la possibilità di diventare uno Stato-nazione nel senso classico.

Non sarà facile allo Yemen venirne fuori. Arrivano subito, dal Sud, dove è maggiore la presenza straniera, americana anzitutto, segnali forti di dissenso e di resistenza al cambiamento nella capitale e nel resto del paese. La città portuale di Aden, capitale del Sud, ha chiuso i contatti via aria, mare e terra con la capitale, secondo le disposizioni impartite dai comitati locali, autonomi, per la sicurezza che non mostrano affatto di apprezzare il predominio e ormai anche l’egemonia dei ribelli Houthi che hanno certo reagito ma con efficacia micidiale al tentativo di imporre loro emendamenti alla Costituzione che non gradivano (Al Arabiya, 21.1.2015, Aden airport shut in solidarity with Yemen president L’aeroporto di Aden chiuso per solidarietà col presidente dello Yemen ▬ http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/01/21/Aden-airport-shut-in-solidarity-with-Yemen-president.html).

Intanto, Washington insiste a riconoscere comunque il presidente anche se  ha dato le dimissioni. Ed emerge che in realtà tra lui e i capi degli Houthi si sta lavorando, dietro alle quinte a un’intesa      che, garantendo ai ribelli un accordo diverso di condivisione del potere e maggior peso in parlamento, prevederebbe poi anche un altro tipo di emendamenti-chiave alla Costituzione mentre la portavoce del dipartimento di Stato assicura (U.S. State Department, 21.1.2015, briefing Jen Psaki, On Yemen ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2015/01/236171.htm#YEMEN2) che tra Washington e Sana’a le linee di comunicazione sono rimaste aperte e continuano senza risentirne le operazioni congiunte di anti-terrorismo― che è, poi, l’unica cosa di interesse in America, a più di 11.000 km. di distanza. Insomma, può anche darsi che stavolta gli americani abbiano capito il funzionamento arcano di questa strana società meglio di tanti altri.

Ma, poi, viene confermato che il governo già dimissionario ha riconfermato, il 23 gennaio, di aver già riconfermato le sue dimissioni già riconfermate formalmente al presidente Abd Rabboh Mansour Hadi, egli stesso già ufficialmente, allo stato, dimissionato/dimissionario. Mentre si aprono le grandi manovre per cercare una via d’uscita almeno in apparenza rispettosa delle forme – viene anche annunciato che il parlamento non potrà riunirsi per decidere almeno ancora per qualche altro giorno (dicevano il 25 ma, poi,  tutto viene ancora procrastinato― Al Jazeera TV, 23.1.2015, The ungovernable Yemen L’ingovernabile Yemen http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2015/01/ungovernable-yemen-houthis-201512374240683455.html).

●E’ chiaro che, con il loro strano colpo di Stato, gli Houthi controllano la capitale e il Nord del paese ma anche che hanno accuratamente tenuto a precisare di non volersi prendere direttamente il governo e anche che decideranno, alla fine, solo dopo il pronunciamento formale del parlamento, considerando ancora ufficialmente Hadi come il presidente della Repubblica. Uno dei punti su cui maggiormente insistono, spiega il loro capo Abdulmalik al-Houthi, è che uno Stato federale classico promuoverebbe e legittimerebbe la formazione di una serie potenzialmente infinita di feudi regionali, uno o più Stati federati sunniti al sud, uno Stato filo-saudita ad est e il nord agli Houthi, quasi una riserva.

Coi marchingegni amministrativo-governatoriali inventati da Saleh e poi da Hadi e ora riproposti nell’emendamento di Mubarak che aveva voluto forzarne il passaggio a favorire sempre e comunque il potere sunnita e che hanno essi stessi a loro volta forzato la ribellione,  gli Houthi non sembrano comunque voler apparire come quelli che si prendono il potere perché temono un colpo di coda sunnita e dell’esercito regolare e negherebbe loro una porzione del reddito petrolifero – tutti i giacimenti si trovano infatti in territorio sunnita, al sud del paese – e aumenterebbe il rischio sempre immanente qui di una frammentazione dell’entità statuale, con conseguenze importanti, comunque pericolosamente destabilizzanti nei rapporti con Arabia saudita, USA e Iran.

E’ per questo che i ribelli sembrano coltivare con molta cautela il loro disegno di governare di fatto anche se non con i titoli delle nomine che consentirebbe loro di stornare, almeno ancora per qualche tempo, le ire delle potenze sunnite della regione― tutti gli altri paesi del Golfo, cioè,  – anche se con l’appoggio discreto iraniano e iracheno approfittando del tempo della transizione ormai imposto a Riyād dal cambio di monarca.

A Sana’a, un governo formalmente insediato degli Houthi, tribu zaida e branca essa stessa degli sci’ti, formalizzerebbe la formazione di un terzo governo nazionale sci’ita in una regione araba a maggioranza globale sunnita e, perciò, in una situazione che, sfruttata dai Da’ish nello Yemen, sarebbe davvero incendiaria.

E’ probabile che a questo punto siano stati gli iraniani stessi a caldeggiare con gli Houthi una posizione prudente contro una presa del potere diretta da parte loro. Se ne usciranno con un potere maggiore di fatto e senza scatenare una vera e propria guerra civile, a vincere ancora una volta qui, infatti, sarebbero loro l’Iran. Costringendo alla resa, insieme anche se non in modo diciamo ufficiale, i due grandi loro avversari strategici e ideologici: l’Arabia saudita e S tati Unitri d’America.

●Il presidente dell’Iran Hassan Rouhani è riuscito a minare l’opposizione di destra, più conservatrice e meno disponibile al compromesso all’interno ed all’estero dettato dalla realtà e identificabile forse troppo pigramente con gli ayatollah ma poi, in realtà, ancora meglio identificati negli alti gradi soprattutto delle truppe speciali dell’esercito che formano il Corpo della Guardia Islamica Rivoluzionaria.

Rouhani ha di fatto potuto sempre contare, e vincere il suo braccio di ferro, sull’appoggio della Guida Suprema, il Grande Ayatollah Khamenei che, al di là di qualche puntata verbale per tenerli a bada, non gli ha fatto mai mancare il suo dichiarato sostegno, anche nella complessa trattativa coi 5+1: di fatto, dunque, con gli USA. Ma, adesso dopo un anno e mezzo di presidenza, Rouhani deve  dimostrare che la sua linea di negoziato paziente e flessibile con gli americani ha migliorato la situazione e va rafforzando il bilancio complessivo della Repubblica islamica, facendo leva sulla proposta di conservatorismo pragmatico che è la sua rispetto al conservatorismo ideologico-islamico dell’opposizione.

Mentre, se non ci riesce nei prossimi mesi, specie alla nuova scadenza concordata per il risultato al 1° luglio, arrivando a cancellare, o attenuare significativamente, le sanzioni senza mollare sui princìpi – essenzialmente sul diritto del paese, come di ogni altro, a dotarsi di una sua produzione di energia nucleare ad uso civile – i passi avanti che ha fatti potrebbero finire col cancellarsi. Il cpo dello staff presidenziale stesso, Mohammad Nahavandian, ha adesso detto pubblicamente, il 27 dicembre, che i colloqui/negoziati non possono certo protrarsi per sempre.

C’è, dall’altra parte, l’indebolimento che le elezioni di mezzo termine – contraddittorio, però: perché non poter essere rieletto, essendo ora un’ “anatra zoppa”, dà a Obama, pur perdente anche una qualche maggior libertà di movimento perché non deve più rendere conto al Congresso, avvalendosi delle prerogative dell’urgenza presidenziale conferitegli dalla Costituzione e dalla prassi ma che un capo dell’esecutivo che vuole farsi rieleggere è sempre attento a non usare.

Ma globalmente i numeri nuovi usciti al Congresso, e specie l’aver perso la maggioranza nominale al Senato che ha competenze e poteri specifici sulla politica estera, sembrano imporre limiti alle possibilità del presidente di negoziare condizioni davvero accettabili anche per Teheran: il Congresso, oggi, è comunque molto più ostile di quanto era ieri e questa opposizione sembra comunque in grado di intralciarne, e forse limitarne, le capacità negoziali (Stratfor – Global Intelligence, 21.7.2014, The U.S. and Iran Struggle to Tame Domestic Resistance to a Deal Gli USA e l’Iran lottano per domare le resistenze interne all’accordo ▬ http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/us-and-iran-struggle-tame-domestic-resistan ce-deal#axzz3Nx8FZ5DX).

I due leaders, in effetti, sembrano ben consci dei condizionamenti e dei limiti cui sono sottoposti e stanno attenti a non forzare il negoziato tenendone conto. Neanche a Washington vogliono, infatti, perdere l’opportunità che si è presentata con l’accesso, ormai però da un anno e mezzo alla presidenza iraniana, di uno come Rouhani. Ma anche lì pure Obama si può spingere solo qualche po’ a facilitargli la vita per non rendersela impossibile lui: con il combinato della lobby israeliana, del partito repubblicano, di tutti  i falchi che anche nel suo partito abbondano e di media tutti tesi per mentalità e, ancor più, al patriottardismo di chi dà sempre ragione alle proprie ragioni su quelle degli altri.

Specie di chi rifiuta di dir loro sempre e comunque e solo sissignore (Stratfor – Analysis, 5.1.2015, Iran's Presidential Camp Goes on the Offensive In Iran, il campo presidenziale passa all’offensiva http://www.stratfor.com/ analysis/irans-presidential-camp-goes-offensive#ixzz3NwmCuUxO).

●A Washington, Obama ha fatto adesso sapere a chi al Congresso cerca di far opposizione e complicare le possibilità di una qualsiasi intesa tra USA e Iran che se mai passassero nuove sanzioni contro l’Iran, ora lui non firmerebbe trasformandole in legge – o, se volete, ora che non deve preoccuparsi della sua rielezione – metterebbe sicuramente il suo veto (New York Times, 19.1.2015, M. Landler, Senate Bill to Impose New Sanctions on Iran Spurs Veto Threat From White House Una proposta in Senato di imporre nuove sanzioni all’Iran stimola una minaccia di veto dalla Casa Bianca http://www.nytimes.com/2013/12/20/   world/middleeast/senate-bill-to-impose-new-sanctions-on-iran-spurs-veto-threat-from-white-house.html).

L’Iran appoggia, anzi anticipa a modo suo, l’avvertimento di Obama al Congresso. Se, come aveva già informato un alto esponente del governo citato dall’agenzia di informazioni semi-ufficiale FARS (Stratfor, 17.1.2015, New U.S. Sanctions Would End Nuclear Talks, Officials Say Esponenti iraniani avvisano che nuove sanzioni americane metterebbero fine al negoziato sul nucleare http://www.stratfor.com/situation-report/iran-new-us-sanctions-would-end-nuclear-talks-officials-say#axzz3PAht8aup), se gli USA passassero davvero ulteriori sanzioni contro Teheran, i negoziati in corso a Ginevra si interromperebbero subito (Stratfor – Global Intelligence, The U.S.-Iran Talks Transcend the Nuclear Issue― I colloqui tra USA e Iran vanno ben al di là della controversia sul nucleare http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/us-iran-talks-transcend-nuclear-issue#axzz3PAht8aup).

Il pericolo è reale e, tra l’altro, per renderlo concreto lavorano attivamente in tanti, a Teheran come – e forse anche più – a Washington. E ormai, realisticamente, forse il rischio maggiore è che anche se queste nuove sanzioni non passeranno un attivismo congressuale così scatenato rischierebbe di deviare gli sforzi dei negoziatori americani dal negoziare con l’Iran a negoziare col Congresso. Perché (lo fa notare bene, adesso, Ali Vaez, analista principale sulle questioni iraniane dell’Agenzia Bloomberg, in un suo commento del 19.1.2015 ▬ http://www.bloomberg.com/news/2015-01-19/iran-risks-rise-as-stumbling-talks-push-sanctions-clamor.html) Stumbling Talks Push Sanctions Clamor Il passo esitante dei negoziati sta facendo salire il clamore di chi spinge per nuove sanzioni.

Il fatto è che, tra i due principali contendenti (tutto il contorno: UE, Cina, Russia... al tavolo, e Israele e Arabia saudita fuori della porta – sono, in effetti, solo questo: un contorno) l’accordo sull’essenziale strategico già è stato raggiunto. E l’essenziale è che il rapporto strutturale, sistematicamente ostile tra Washington e Teheran che va avanti da 35 anni, va ormai archiviato, lasciando alla Repubblica islamica la possibilità di cominciare a reinserirsi sullo scacchiere dei nei grandi giochi internazionali. Non per benevolenza di chiunque ma per la necessità che il Medioriente – schiacciato altrimenti tra le prepotenze contrapposte, ossessionate e ossessionanti, di Israele e del Regno saudita – comincia esso stesso a avvertire di una diverso equilibrio.   

●Intanto, il ministro degli Esteri di Teheran, Mohammad Javad Zarif, dopo l’attacco nuovamente sferrato da parte del suo omologo saudita, il principe Saud al-Faisal, alla Siria e agli Hezbollah, ha deciso di manifestare apertamente il suo dissenso e quello del suo paese cancellando la visita che stava per effettuare a Riyād (Press Tv/Teheran, 17.1.2015, Iran FM cancelled Saudi visit over Faisal’s Syria ‘outrageous’ remarks: Diplomat Fonti diplomatiche dicono che il ministro degli Esteri iraniano ha cancellato la visita in programma in Arabia saudita a causa delle dichiarazioni ‘oltraggiose’ di Feisal sulla Siria http://www.presstv.ir/Video/2015/ 01/17/393508/Faisal-remarks-cancelled-Zarifs-visit).  

Insomma, continua e si conferma la concorrenza dei due regimi per avere più influenza dell’altro nella regione: dove, al momento, valutano gli analisti più vicini al Pentagono, strategicamente sta vincendo Teheran (Stratfor – Global Intelligence, 9.12.2014, Iran Maintains the Upper Hand in a Regional Competition― L’Iran mantiene il vantaggio nella concorrenza aperta [con l’Arabia saudita] nella regione ▬ http://www. stratfor.com/geopolitical-diary/iran-maintains-upper-hand-regional-competition#axzz3 PAht8aup).

In ogni caso, subito – non appena Zarif aveva cancellato la visita, un altro altissimo esponente di Teheran, il segretario esecutivo del Consiglio supremo nazionale di Sicurezza, amm. Ali Shamkkani precisa alla stampa, che gli chiedeva un giudizio, come per parte loro gli iraniani siano sempre pronti a un dialogo e a un negoziato continuo e diretto con Riyād. Del resto – chiarisce poi lo stesso ministro degli Esteri – l’incontro non è stato propriamente cancellato ma solo posposto, nella speranza di far raffreddare le tensioni e le polemiche, che più che sul nodo Hezbollah erano centrate sul dissenso aperto tra i due paesi sulla loro politica di flussi e prezzi di esportazione del greggio petrolifero, che avrebbero potuto renderlo in questo momento ancora più complicato.

Perché, per quanto resti accesa la concorrenza dei due paesi alla ricerca dell’influenza e dell’egemonia regionale e sempre sfrigoli sotto le ceneri spesso anche roventi lo scontro perenne tra sci’iti e sunniti, è anche vero che  i due regimi hanno ritrovato un minimo di dialogo comune nella necessità di condurre la lotta al jihadismo Da’ish più estremo: quello di osservanza tanto strettamente wahabita da preoccupare ormai lo steso regno wahabita (Reuters, 20.1.2015, Khaled al-Hariri, Iran says is ready for 'straight talks' with Saudi Arabia― L’Iran afferma di essere sempre pronto a un negoziato ‘diretto e corretto’ con l’Arabia saudita http://www.reuters.com/article/2015/01/20/us-iran-saudi-idUSKBN0KT20 W20150120).

●Poi, il 22 gennaio, di polmonite fulminante e a 90 anni, muore re Abdullah dell’Arabia saudita e gli succede come sovrano, capo della casa dei Saud e Custode delle due sacre moschee della Mecca e Medina, come previsto, il fratellastro Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz ʾĀl Saʿūd (lui stesso 80enne). Abdullah, il terzo della dinastia dei Saud, ha regnato per poco più di un decennio, ma di fatto come reggente per il predecessore Fahd tagliato fuori da un infarto, dal 1995: ma è stato un periodo di seri problemi per l’affermarsi della rivalità teologico-ideologico-religiosa e strategica con l’Iran che vede Teheran in costante ascesa e per i seri problemi di corruzione diffusa e di montante, niente affatto discreto nepotismo nel regno che vede anche, con lui, qualche timido e sempre frenato tentativo di riforma (il voto alle donne ma solo per le municipali e solo consultivo) condizionato dall’applicazione di una disciplina sempre stretta ma anche sempre più resistita dalle regole wahabite imposte a tutta la società.

Re Salman è stato per diversi anni ministro della Difesa ed è fratello di re Fahd, il predecessore del fratellastro cui oggi succede. Adesso, lo stesso giorno del trapasso dei poteri, ha designato il fratello minore Muqrin bin Abdulaziz al-Saud, 70 anni, a capo per qualche tempo del servizio segreto per l’estero e per l’interno, il Mukhabarat, a suo successore (principe della corona) mentre il nipote del nuovo re – lui appena 56enne– Muhammad bin Nayef bin Abdulaziz al-Saud, viene nominato subito vice, titolato alla successione. E quest’ultima è la novità vera. Designato anche, come ministro della Difesa, il figlio primogenito del nuovo re, Mohammed bin Salman.

Di Salman, si mormora – e anche con qualche insistenza da quelle che vengono definite fonti interne informate – che sia già in pessima salute e soffra di demenzia senile avanzante (CNN, 23.1.2015, Jethro Mullen, Who is Saudi Arabia’s new king Salman? Ma chi è il nuovo re saudita Salman? http:// edition.cnn.com/2015/01/23/middleeast/who-is-saudi-arabia-king-salman).

Per cui diventa del tutto cruciale il ruolo della famiglia reale allargata che, col suo consueto e mai ufficiale consenso o meglio con l’input dei suoi principali esponenti, inquadra e determina priorità, agenda e cose da fare.  

Di sicuro, in tempi come questi pieni di problemi all’estero – con l’Iran da una parte che avanza e molti movimenti sovversivi anche più estremisti nella regione di quelli  che lo stesso regno sauditao ha figliato per anni come classico apprendista stregone – e di frustrazioni e insoddisfazioni anche all’interno per qualche riforma cominciata e immediatamente abortita, la reazione di qualsiasi organismo vivente è quella di chiudersi a riccio e aumentare la vigilanza. E’ un istinto protettivo                che si applica anche alle scelte più propriamente politiche, portando avanti almeno sulle scelte chiave la condotta di sempre e consentendosi nell’immediato deviazioni e cambiamenti solo per le scelte meno cruciali.

In questo paese i quattro princìpi su cui si fonda il regime sono la monarchia, il wahabismo, il tribalismo e il petrolio. A lungo andare, forse, il resto potrebbe venire modificato anche qui ma tanto gradualmente e con tale riluttanza che pochi se ne accorgeranno. Ma essendo riuscito a tenere bene insieme la corona e i suoi poteri – condivisi all’interno della famiglia reale dei Saud, larga e allargata: dove, nei fatti, come in una S.p.A., l’A.D. è il re ma contano in  modo diversificato un po’ tutti i membri – gli altri tre pilastri del regno sono usciti indeboliti dai venti anni di Abdullah:

• la ricchezza del petrolio è calata e, adesso, precipitosamente: col greggio sceso a 50-60 $ massimo al barile, anche se tornasse adesso ai più consueti 80-100, l’aumento continuato di spesa pubblica, i  sussidi con cui il monarca da sempre tiene buoni i suoi sudditi non è sostenibile nel prossimo decennio;

• malgrado ogni censura, la forza del tribalismo è stata erosa da qualche po’di modernismo infiltrato;

• ma il grande fallimento del regno di Abdullah è stato, comunque, quello di non essere riuscito a far avanzare il wahabismo se non nelle forme per il regno stesso ormai pericolose dell’estremismo jihadista e non è riuscito soprattutto a fermare l’intollerabile: la diffusione dell’eresia sci’ita.

Grazie al dilettantismo incosciente degli americani e alle loro improvvide scelte, l’Iraq è stato sottratto al sunnita Saddam e consegnato agli amici degli ayatollah iraniani. Il regime baathista/alawita di Assad in Siria sopravvive e alla lunga poi vince. La Libia è stata consegnata al caos dell’anarchia. Gli Hezbollah libanesi sono cresciuti ben al di là dei loro confini acquisendo anch’essi un’influenza di portata regionale. Hamas ha perso un’altra battaglia contro Israele ma impattato forse la guerra ma, in ogni caso, non è tornata sotto obbedienza saudita. E l’alleato forte dei Saud che era da decenni al potere in Egitto, Mubarak, è stato rovesciato dallo strano fenomeno che hanno chiamato tutti la primavera araba e che certo a Riyād non hanno capito ma che lì mai s’è mai neanche affacciato.

Forse un nuovo re dei Saud potrebbe anche concludere che il predecessore ha sbagliato tutto inducendo una serie di politiche dissennate che stanno erodendo la base stessa del suo potere e che, adesso, con Obama e le tecniche della frantumazione idrogeologica stanno spingendo fuori mercato il suo stesso petrolio – facendo saltare per aria o sgretolare, cioè, proprio tutti i pilastri fondamentali del regno – e cominciare a mettere in qualche modo in questione proprio la sua alleanza strategica con gli Stati Uniti d’America.

Un americano, in genere, e anche forse i più tra gli occidentali, potrebbero concludere che Abdallalh sia anche stato un monarca nel suo contesto, poi, illuminato. Ma, dal punto di vista di chi, come qui gli americani, continua a pretendere il diritto/dovere, essendo loro l’America, ohibò!, di impartire lezioni sui diritti umani al mondo intero, suona davvero un po’ strano il salamelecco deferente verso un monarca tutt’altro che costituzionale però olezzante di petrolio di un paese in cui flagellano in pubblico i dissidenti e decapitano gente accusata, nel 2015, di stregoneria e seminano tra gli arabi e in tutto il mondo, odio per i diversi e estremismo e una visione violenta della trasformazione del mondo.

Insomma, sì sarà vero, ma questo saudita qui – come diceva del dittatore nicaraguegno Anastasio Somoza, Franklin Delano Roosevelt, il più democratico dei presidenti americani e in assoluto forse proprio degli americani – “sarà anche un figlio di pu**ana  ma , porca pu**ana, è il nostro figlio di pu**ana”... Già, anche se puzza o perché puzza proprio di petrolio...

Dal punto di vista di un leale suddito saudita, però, e degli imam wahabiti che qui definiscono le norme della sha’ria, il giudizio sul regno di Abdullah potrebbe legittimamente essere del tutto diverso. L’influenza della vera fede e quella geo-politica del regno si sono contratte sotto di lui e tutti i nemici sono avanzati. E, in queste condizioni, un nuovo re potrebbe, dal suo punto di vista e ragionevolmente, anche tornare a preoccuparsi anzitutto di rafforzare i pilastri fondamentali del regime.

A chi scrive sembra, a questo punto, probabile che il monarca per non sbagliare, almeno nell’immediato si richiuderà a riccio, che i rapporti con gli USA non resteranno uguali e probabilmente si inaspriranno e che metodi di governo e di polizia all’interno del regno (dove pure più illuminati continuavano a fustigare chi blandamente dissente e a decapitare con la scimitarra anche se – è un progresso? – non sgozzando sbrigativamente i suoi condannati a morte, a impedire alle donne perché tali – la metà del mondo – di guidare un auto o di lavorare) torneranno ad essere – è possibile, è possibile – ancor più retrogradi, conservatori e reazionari.

in Africa

●A Baga, in Nigeria, il più popoloso paese africano (sui 180 milioni di persone), i jihadisti islamisti di Boko Haram hanno rapito a fine anno altri 40 giovani studenti e fatto diversi morti assaltando la guarnigione militare alle varie aree del paese, è colloquialmente l’acronimo, la contrazione di― L’educazione occidentale è peccato (significa proprio questo), con l’inglese imbastardito di uso locale, proclamato molti anni fa, al tramonto del colonialismo, lingua ufficiale, con l’arabo ormai sempre più diffuso che, nella dizione ufficiale, recita― Jama'atu Ahlis
Sunna Lidda'Awati Wal-Jihad
.

Tradotto in inglese suona come― People Committed to the Prophet's Teachings for Propagation and Jihad― in italiano, Il popolo impegnato agli insegnamenti del profeta, alla propagazione della fede e alla Jihah... Che, per chi scrive, diventa un’ennesima, non piccola, ragione con la sua ampollosa didascalizzazione catechetica, oltre al dire e al fare aberrante praticato della radicale diversità di questa  veramente aliena “cultura”.

Stavolta, però, la reazione all’attacco che ha fatto parecchi morti tra i soldati del corpo della forza multinazionale, tutti nigeriani anche se nominalmente composta da truppe della Nigeria, del Niger, del Ciad e del Camerun, si è anche concretata in un tentativo di contrattacco. Nel 2014, secondo il calcolo fatto dal Council on Foreign Relations americano a novembre, la guerra tra Boko Haram e il governo della Nigeria ha fatto più di diecimila morti e, a febbraio prossimo, le elezioni politiche metteranno a duro vaglio, contro un ex leader militare del paese di trent‘anni fa, noto per la sua durezza, l’ormai 72enne Muhammadu Buhari.

Alla fine, Boko Haram ha marcato un successo evidente, riuscendo a costringere le autorità di Niger e Ciad, per ora non ancora quelle del Camerun, ad annunciare il ritiro dei propri contingenti dalla Forza multinazionale armata interafricana in Nigeria a causa proprio – riconosce il  maresciallo comandante in capo dell’Aviazione e capo di stato maggiore ad Abuja, Alex Badeh, che pure attesta che nessun militare non nigeriano è stato direttamente coinvolto – dell’aumentata attività militare aggressiva delle forze ribelli (Newswatch Times/Port Harcourt, 7.1.2015, Nath Omame, Boko Haram: Chad, Niger quit multinational force in Baga Boko Haram: il Ciad e il Niger abbandonano la forza multinazionale a Baga http://www.mynewswatchtimesng.com/boko-haram-chad-niger-troops-quit-multinational-force-baga).

E l’epopea terrificante, di questa abominevole organizzazione dell’Africa occidentale si concretizza, per ora, tragicamente, il 9 gennaio facendo indossare a una bimba decenne un giubbetto imbottito di esplosivo che credeva probabilmente essere una morbida cintura giocattolo, facendola saltare in aria con altre 19 persone nella città di Maiduguri, oltre 1 milione di abitanti, nello Stato del nord-est estremo del paese (Nairaland.co, 10.1.2015, Ryanayo, Girl Exploded In A Market In The City Of Maiduguri, In Borno State. Several Dead Una bambina fatta esplodere in un mercato della città di Maiduguri, nello steto nigeriano di Borno. Parecchi morti http://www.nairaland.com/2086890/girl-exploded-market-city-maiduguri#29681913). E, poi, appena il giorno dopo, con due altre bambine e 19 morti in un altro mercato popolare, Boko Haram si intesta ancora un altro di questi nefandi massacri all’ingrosso...

Come su un altro fronte, quello dei militanti che si richiamano a al-Qaeda nello Yemen, in una rincorsa senza fine al’orrore – se non è solo una sceneggiata, come sospettano i servizi segreti russi, l’FSB... – fanno uccidere da un bambino di forse dieci anni, kazako dicono, in un video ripreso e postato su Internet due prigionieri, dicono sempre russi kazaki essi stessi infiltrati tra le file dell’ISIS pere “opporsi ad Allah(Vocativ.com/Tel Aviv, 6.1.2015, ISIS films child soldier purportedly executing Russians: FSB doesn’t fall for the provocation Video dell’ISIS filma un bambino-soldato mentre viene dettochde sta  ammazzando sparando loro alla nuca  due  russi: ma la FSB non cade nella provocazione [spiega, tra l’altro, che il bimbo è già apparso in filmati di propaganda sull’istruzione militare data a soldati-bambini] http://www.vocativ.com/world/ isis-2/islamic-state-child-soldier).

A questo punto il Camerun, il cui presidente Paul Biya ha deciso di restare col contingente del suo paese nella forza interafricana, chiede però aiuti internazionali massici e concreti per continuare a combattere contro Boko Haram. Abubakar Shekau, che è al comando dei terroristi, ha proprio adesso tempestivamente postato su YouTube, un messaggio diretto a lui, per nome e cognome: “Oh, Paul Biya, se non la smetti subito col tuo malvagio agire, dovrai assaggiare anche tu quel che ha provato la Nigeria”. Tanto più che, intanto, i militanti jihadisti di Shekau stanno usando come santuario pressoché invalicabile e base di partenza per le loro scorrerie micidiali le grandi foreste di confine del Camerun con la Nigeria.

●Ma Boko Haram e il terrorismo islamista non sono il solo problema e a breve, chi sa, neanche il più pressante: secondo analisi molto ben avvertite e solitamente perspicaci e informate (International Crisis Group/ICG, 21.11.2014, no. 220, Nigeria’s Dangerous 2015-Elections: Limiting the Violence Il pericoloso 2015 della Nigeria-Le elezioni: Limitare la violenza http://www.crisisgroup.org/en/regions/africa/west-africa/nigeria/220-nigeria-s-dangerous-2015-elections-limiting-the-violence.aspx), la stagione elettorale in arrivo qui adesso tutta insieme a febbraio sarebbe forse la miccia che potrebbe far esplodere il più popoloso e già  attualmente ma soprattutto potenzialmente più ricco paese dell’Africa.

Elezioni presidenziali, parlamentari, governatoriali e locali, a parte la tetra radicale insurrezione di Boko Haram, si vanno preparando con episodi crescenti di violenza in diversi Stati del nord, insieme a un’inadeguata preparazione al voto della Commissione elettorale e al chiaro sbilanciamento delle forze di sicurezza che scappano quasi sempre di fronte agli insorti islamisti  ma si schierano comunque in modo palesemente sbilanciato col potere di governo e sembrano indicare, giorno dopo giorno, che il paese si sta avviando a uno scontro elettorale  particolarmente segnato dalla violenza, specie se – come pare – il risultato delle urne fosse ravvicinato.

Il paese potrebbe ancora una volta spaccarsi, per la seconda volta dopo la guerra civile cosiddetta del Biafra che, dal ’67 al ’70, costò tra nord e sud – tra mussulmani e cristiani, come in occidente si scrisse, al solito semplificando un po’ troppo superficialmente – più di 100.000 morti. E come ha fatto notare un osservatore  che la questione la studia e la conosce “le cose in sé suggeriscono che forse non sarà Boko Haram  e neanche una situazione di sicurezza ormai deteriorata ad essere il pericolo maggiore per la tenuta regolare di queste elezioni, quanto proprio il comportamento delle élites politiche del paese(Mats Utas-Nordiska Afrikainstitutet/Stoccolma, 25.10.2014, Herik Angerbrandt, Nigeria’s 2015 elections and the politics of (avoiding) violence― Le elezioni del 2015 in Nigeria e le politiche (per vitare) la violenzahttps://matsutas.wordpress. com/2014/11/25/nigerias-2015-elections-and-the-politics-of-avoiding-violence-by-henrik-angerbrandt).

Ui li ascontri intr religiosi sono stati come dire euanimamente spertiti tra islamisti e cristian, ntrami dala parte di chi fattio i masacri e di chili ha subiti

A Baga, intanto, sempre qui al nord della Nigeria, dopo aver cacciato le truppe governative, quelli di Boko Haram hanno meticolosamente provveduto a sterminare dozzine, centinaia di persone, distruggendo interi quartieri, casa dopo casa, in una seconda sistematica ondata di diffusione del terrore dopo la cattura della cittadina. I racconti di decine di abitanti che sono riusciti a sfuggire alla strage, parlano di insorti che sparavano su tutto e su tutti e di edifici incendiati a schiera nel corso di due intere giornate.

Poi, i ribelli sono passati di nuovo all’attacco delle città principali: Maiduguri e Monguno, in due ondate successive; la prima dopo 24 ore di occupazione respinta ma subito reiterata senza esiti chiari, con Boko Haram respinto solo con l’intervento dell’aviazione e centinaia di morti, molti anche civili, nella più grande città dello Stato del Borno; la seconda subito dopo e, minacciosamente, mentre ancora era in corso la prima offensiva.

Nella capitale del Borno, il presidente nigeriano e il suo oppositore principale erano appena stati in campagna elettorale, mentre contemporaneamente all’attacco che è riuscito a occupare e controllare la città di Monguno, sui 100.000 abitanti, nella capitale federale di Abuja Obama, di ritorno dall’India e dopo aver visitato in fretta l’Arabia saudita per esprimere le sue condoglianza al nuovo re per la morte del vecchio, rendeva visita al presidente Jonathan e anche al suo sfidante. A Maiduguri, intanto, si consolidava l’occupazione di Boko Haram mentre continuava la battaglia per la città di Monguno (Stratfor, 25.1.2015, Boko Haram Attacks  Cities Of Maiduguri, Monguno Again Boko Aram reitera l’attacco alle città di Maiduguri e Monguno http://www.stratfor.com/situation-report/nigeria-boko-haram-attacks-cities-maiduguri-monguno#axzz3PyGerQI9).

Nel frattempo, la forza multinazionale interafricana sembra ormai, in effetti, essersi dissolta e la conclamata incompetenza del governo della Nigeria appare a tutti incapace di garantire un minimo di sicurezza qualsiasi almeno al nord e al nord-est del paese. Alla vigilia delle elezioni ormai, esso  è arrivato, per la seconda volta dal 1960 e dall’indipendenza, dopo la guerra del Biafra – ricca provincia animista-cristiana del Sud che tentò allora la secessione dal Nord a maggioranza mussulmana perdendo la guerra – sull’orlo dell’implosione. Stavolta tra gli estremisti islamisti e il resto del più grande paese africano, già fratturato.

●Nella Repubblica Centrafricana, sempre in Africa occidentale, collocata un po’ più al centro, però, a nord del Congo, che ha subìto anch’essa fior di massacri, c’è quasi eccezione: essi sono pressoché  “equamente” distribuiti tra mussulmani e cristiani (nelle vesti quando di chi li fa, quando di chi ne è vittima)...

E la discussione ancor non si è conclusa... pare    (vignetta)

E’ cominciato tutto con una discussione su quale fosse davvero il Dio più amante della pace, più buono e più misericordioso...    

 Fonte: KAL,  The Economist, 16.1.2015

●In Gambia, il più piccolo Stato africano (10.000 Km2, meno dell’Abruzzo, e con 400.000 abitanti in più, sul 1.700.000, completamente circondato, in Africa occidentale, dal Senegal, un tentativo di colpo di Stato condotto da quadri civili del governo e personale della Guardia presidenziale è stato respinto con la ripresa del controllo della presidenza e dei principali edifici del governo stesso da parte di truppe leali al capo dello Stato, l’uomo forte Yahya Jammeh, arrivato lui stesso al potere 20 anni fa con un golpe: uomo forte che, nel frattempo e ad ogni buon conto, aveva prudentemente lasciato il paese rifugiandosi nel vicino Ciad e tornandone solo dopo che il golpe era fallito e decine di arresti di quelli che lui ha chiamato terroristi e oppositori residenti all’estero – ma che, ovviamente, a sentire lui, avevano trovato il modo di tornare a casa per condurre il colpo di Stato fallito.

Il presidente Jammeh ha anche accusato i servizi segreti di Gran Bretagna e USA di aver istigato il golpe (Stratfor, 2.1.2015, Dozens arrested after failed coup attempt Arresti a dozzine dopo il fallito tentativo di colpo di Stato http://www.stratfor.com/situation-report/gambia-dozens-arrested-after-failed-coup-attempt#axzz3NlkKfSll). In realtà e in effetti, due cittadini americani (tali Cherno Njie e Papa Faal, il primo il finanziatore, il secondo armiere del guppo, entrambi di origine gambese), sono stati fermati appena rientrati in America a colpo fallito e messi sotto custodia del governo federale (New York Times, 5.1.2015, R. Gladstone, Two in U.S. Face Charges After Coup Fails in Gambia Due americani accusati negli USA, dopo il fallimento del golpe in Gambia http://www.nytimes.com/2015/01/06/world/africa/two-americans-charged-in-foiled-gambia-coup.html?_r=0#).

L’accusa che il governo USA avanza contro di loro, anche tentando di prenderne le distanze, è quella basata sul Neutrality Act, che proibisce ai cittadini USA di compiere atti ostili contro un governo col quale gli USA non siano in guerra: legge che mai è stata evocata, ovviamente, contro agenti della CIA o dei numerosissimi (16, addirittura) e diversi servizi segreti statunitensi che in questo paese tra tutti impiegano, di fatto senza alcun effettivo coordinamento, quasi 800.000 persone.

●Le forze armate del Burundi, in Africa orientale, hanno respinto un attacco armato di un gruppo non identificato di ribelli, uccidendone 105 e prendendone prigionieri una mezza dozzina che erano penetrati dal territorio del Congo con 121 miliziani. Lo scontro è durato quasi una settimana facendo anche due morti tra i soldati del Burundi (Reuters, 6.1.2015, Bienvienu Bukumania, U.N., Congo attack Burundi rebels ahead of drive against Rwandan FDLR ONU e Congo attaccano [in realtà più che attaccare, contrattaccano] i ribelli del Burundi prima del loro attacco contro le FDLR ddel Rwanda http://uk.reuters.com/ article/2015/01/05/uk-congodemocratic-rebels-idUKKBN0KE1M020150105) e si è fermato solo dopo i raids di un contingente misto ONU-truppe regolari congolesi che è intervenuto a respingere l’assalto dei ribelli anche rwandesi antigovernativi.  

in America Latina

●La Export-Import Bank della Cina ha aperto al governo dell’Ecuador una linea di credito di 5,3 miliardi di $ (riferisce l’Agenzia Bloomberg, 6.1.2015, Ecuador Gains $5.3 billion credit line from China as oil tumbles A fronte della caduta del petrolio l’Ecuador ottiene una linea di credito da 5,3 miliardi di $ dalla Cinahttp://www. bloomberg.com/news/2015-01-06/ecuador-gains-5-3-billion-credit-line-from-china-as-oil-tumbles.html), proprio nel momento del più duro momento che l’economia di questo piccolo Stato è costretto a soffrire soprattutto per responsabilità degli Stati Uniti che stanno facendo crollare  il prezzo del greggio. Il ministro delle Finanze di Quito, ha dichiarato che 1 miliardo e mezzo del credito cinese sarà usato per creare infrastrutture nell’irrigazione e nei trasporti. Il paese esporta in pratica solo greggio e il crollo del prezzo l’ha costretto a ridurre la spesa pubblica.

●In Colombia, il presidente Juan Manuel Barros ha negato di aver impartito l’ordine all’esercito di interrompere o rallentare le operazioni militari in corso contro le FARC― le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia che, da oltre un cinquantennio, combattono, anche col terrorismo, contro l’establishment del paese. Santos ribadisce che continuano i negoziati di pace tra governo e comandi dei rivoluzionari colombiani in corso a Cuba, ma non intende anticipare quello che dovrà essere, a suo tempo, un cessate il fuoco completo e bilaterale (Colombia Peace.org, 6.1.2015, There are other circumstances, now – Can’t stop army completely, yet Adesso ci sono circostanze diverse – Non possiamo dare ancora un alt definitivo all’esercito http://colombiapeace.org). 

Il presidente ha anche firmato adesso una legge che consentirà di tenere un referendum nazionale su un eventuale accordo di pace tra governo e FARC in coincidenza con la celebrazione di una qualche elezione futura di carattere nazionale. La legge, passata al Congresso già nel 2013, non era mai stata firmata. Ma, adesso, rivinte le presidenziali che si sono tenute anche quasi, e proprio, come un referendum, Santos l’ha resa operativa e le prossime elezioni municipali calendarizzate per il prossimo ottobre potrebbero ora anche essere la data del referendum, sempre  che, come sia lui che le FARC stesse sperano, si concluda l’accordo in tempo utile (Stratfor, 6.1.2015, President Allows FARC Referendum To Coincide With An Election Il presidente consente che il referendum [sulla pace con le] FARC coincida con un’elezione a livello nazionale http://www.stratfor.com/situation-report/colombia-president-allows-farc-referendum-coincide-election#axzz3O4GZwpXp).

●Intanto, anche il secondo gruppo di guerriglia attivo da decenni nel paese, l’ELNEjército de Liberación Nacional – un misto ideologico di marxismo-leninismo vecchio stampo e spunti della teologia della liberazione degli anni ’70 – annuncia di essere pronto anch’esso, per il momento separatamente però dal negoziato che dura da mesi tra FARC e governo, a cercare una soluzione politica per mettere fine alla sua insurrezione, secondo quanto ha detto il numero uno dell’ELN, Nicolás Rodríguez Bautista, “Gabino(secondo il quotidiano di Bogotà El Tiempo, “Gobierno dice que quiere salida política; vamos a creerle”:ELN― ELN: il governo dice di voler cercare un’uscita politica dalla crisi: noi gli crediamo”▬ http://www.eltiempo.com/politica/proceso-de-paz/anuncio-del-eln-sobre-dialogos-de-paz-con-el-gobie rno/15062595). Sempre pronti a riprendere le armi e la lotta se e quando fosse, però, necessario, aggiunge.  

●In Nicaragua, l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America – sbagliando come quasi sempre da decenni qui e un po’ in tutta l’America del Sud loro capita, approccio e proposta del tutto cieca a desideri, opzioni, paure e speranze di chi lì è nato e cresciuto, ha tenuto a far presente pubblicamente al governo di Managua la preoccupazione del governo di Washington per la “mancanza di informazioni” dettagliate e pubbliche sui progetti del canale che, costruito e gestito dai cinesi, traversando il territorio del paese dall’Atlantico al Pacifico dovrebbe rimpiazzare, di qui a qualche anno, il vecchio canale di Panama, amministrato e controllato dagli USA.

Pechino ha sempre affermato che i soldi (50 miliardi di $) e la direzione del progetto sono di una società di costruzioni privata cinese residente e operante a Hong Kong (l’HKND Group) che per anni, ma in realtà malgrado certi titoli non più tanto ormai (Stratfor – Gobal Intelligence, 7.9.2014, Nicaragua's Canal Dreams Are Still Alive― I sogni del Canale del Nicaragua sono sempre vivi http://www.stratfor.com/ analysis/nicaraguas-canal-dreams-are-still-alive#axzz3Nx8FZ5DX) gli americani avevano dichiarato non sarebbe stata in grado di far fronte agli impegni assunti.

Managua risponde secca e quasi irridente che la richiesta va rivolta all’impresa e che, per parte sua, considera più che soddisfacenti documentazioni, piani, prospetti e planimetrie presentati da Hong Kong alla sua approvazione e segnala che gli Stati Uniti e la loro ambasciata invece proprio non c’entrano niente e devono tenere fuori il naso dal Nicaragua, da tempo qui  “aplastado y sangre-goteante” ― acciaccato e colante sangue”... e da tempo (Gestión/Lima, 27.12.2014, Aumentan dudas sobre canal de Nicaragua con financiamento chino Crescono i dubbi sul canale del Nicaragua finanziato dai cinesi http://gestion.pe/economia/aumentan-dudas-sobre-canal-nicaragua-financiamiento-chino-2118641).  

CINA

●Nella regione dello Xinjiang, estremo nord-ovest della Cina e a popolazione largamente di etnia uigura e di fede mussulmana, le forze di sicurezza chiamate nella città di Schule dove in una zona commerciale veniva segnalato aggirarsi un sospetto che pareva indossasse un giubbetto esplosivo, ha tentato di fermarlo e si è fatto effettivamente esplodere. E’ stato ucciso e sono stati uccisi o arrestati e disarmati altri cinque soggetti che hanno tentato di fare altrettanto.

L’“incidente”, il primo del 2015, suggerisce che forse, allertati stavolta da cittadini del posto, i cinesi sono riusciti a migliorare la qualità e la tempestività soprattutto delle informazioni che riescono a trarne. Nello scontro sono morti in effetti solo gli insorti, senza neanche un ferito tra i poliziotti e la gente (NightWatch, 12.1.2015, New Uighur-Islamist attempted terrorist attack Nuovo tentativo terrorista Uiguro-Islamista http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_15000007.aspx).  

Intanto gli organi di stampa hanno annunciato che nella regione verrà bandito per legge l’uso del burqa in luoghi aperti al pubblico. I cinesi sembrano ormai aver scelto un approccio, diciamo, di tipo preventivo, quasi profilattico, per il controllo del fenomeno terrorista. Hanno deciso che indossare il grande barracano che copre completamente la figura delle donna, al massimo con l’eccezione degli occhi, e il portare in pubblico barbe lunghe e incolte sono o vengono sfoggiate come atti deliberati di sfida politica oltre che di osservanza religiosa.

Si tratta di piccoli gesti di provocazione pubblica che vengono trattati, però, come preannuncio, almeno, della volontà di praticare crimini politici maggiori. E, in questo paese, è noto, la pratica religiosa non sanzionata come permessa in pubblico dalla legge è consentita solo come un evento che deve restare rigorosamente privato (Quartz (qz) publication/New York, 13.1.2015, China has just banned the burqa in its biggest Muslim cities― La Cina ha appena proibito l’uso del burqa nelle sue grandi città mussulmane ▬ http://qz.com/ 324805/china-has-just-banned-the-burqa-in-its-biggest-muslim-city).

●Il governo cinese ha istituito una forma di milizia cittadina per aiutare a pattugliare il confine con la Corea del Nord. Sembra sia stata una reazione all’uccisione di quattro cittadini cinesi da parte di una guardia  nord-coreana che stava tentando di fuggire proprio in Cina. Ma la cosa sembra in realtà denotare molti altri incidenti di analogo tenore. Sembra in realtà segnalare che se Pyongyang non sembra sempre pronta a impermeabilizzare il suo confine, la Cina lo farà da sola.

●Con uno sviluppo completamente diverso, e certo non esplicitato ma anche trasparente, nei rapporti tra i due paesi, Pechino ha annunciato di aver installato due postazioni per complessivi 21 missili balistici a medio raggio sulla costa della provincia di Shandong nell’est del paese a 350 km. a sud di Pechino e sul monte Baekdu proprio sul confine con il Nord Corea (riferisce Chosun Ilbo, 19.1.2015, Stratfor, China: Ballistic Missiles Deployed Cina:spiegamento di nuovi missili balisticihttp://www.stratfor. com/situation-report/china-ballistic-missiles-deployed#axzz3PAht8aup).

●Sempre sulla Corea del Nord, una vittoria di qualche rilievo nello scontro di propagande opposte per la credibilità di quello che se ne dice e che essa stessa dice di sé, viene dalla marcia indietro del più noto dei suoi dissidenti politici, il 32enne Shin Dong-hyuk, che dal Sud dove anni fa è riuscito a scappare ammette adesso di essersi “inventate parti chiave della storia della sua vita che – pubblicizzata da agenzie di PR famose e costosissime, non si bene da chi pagate e montata dalla stampa americanapedissequamente pedissequamente boccona con la sponsorizzazione e l’imprimatur del dipartimento di Stato― di nuovo i creduloni – ne aveva fatto il simbolo più noto della tortura e di altre violazioni dei diritti umani subìti in Corea del Nord”.

Il peggio è che, però, alla Commissione dei diritti umani dell’ONU nel frattempo, su mallevadoria degli sprovveduti americani che su quella testimonianza soprattutto avevano basato la loro denuncia,era stata approvato una risoluzione che chiedeva di mettere sotto processo (politico) Pyongyang, non dando credito alcuno alle denunce coreane che si trattava di pura invenzione pompata dalla propaganda americana.

Ma adesso? Il punto, naturalmente, che gli americani nostalgici della guerra fredda d’antan e la varietà di neo-cons che tra di loro ha sposato come strumento di guerra i cosiddetti difensori dei diritti umani in giro per il mondo, le loro sacrosante denunce ma anche i loro pregiudizi e artifizi non capiranno mai che basarsi sulle denunce di chi scappa da un paese denunciandone la malvagità, senza altre prove che la propria parola e il sentito dire può essere, spesso è, addirittura controproducente.

Il dente dei cosiddetti defectors― defezionisti o disertori, come li chiamano proprio gli americani con la strana concezione che si ritrovano inconsciamente quasi militarizzata della vita – o con noi o contro di noi – è troppo avvelenato – e troppo interessato a far soldi – per potersi fidare di loro (New York Times, 20.1.2015, Choe Sang-hun, North Korea Uses Defector’s Partial Retraction to Lash Out at Washington― La Corea del Nord usa la parziale marcia indietro [oddio... parziale: lui stesso ha detto, che invece aveva mentito proprio “su punti chiave”: fatti, date e luoghi] di un suo disertore per attaccare Washington  [e stavolta, certo, a buona ragione] http://www.nytimes.com/2015/01/21/world/asia/north-korea-uses-defectors-partial-retraction-to-lash-out-at-washi ington.html?_r=0).

●Stretta tra l’antica e indefessa ostilità degli Stati Uniti – questo è il primo paese del cosiddetto Terzo mondo col quale, se proprio non hanno persa una guerra, sono stati costretti, nel 1953 comunque, a “pareggiarla”... – e la nuova freddezza dei dirigenti cinesi nei loro confronti, la Corea del Nord sta avvicinandosi nuovamente alla Russia che potrebbe adesso provvedere, dopo che Kim Jong-un ha accettato l’invito a recarsi a Mosca a maggio in occasione del 70° anniversario della vittoria alleata nella II guerra mondiale, a riparare – con una spesa possibile di 20-30 miliardi di $ –la vetusta e usurata griglia di distribuzione elettrica nel paese in cambio della fornitura regolare di “terre rare”.

Cioè, dei metalli greggi ormai indispensabili, e appunto “rari” – meno in questo paese, però – per una fetta importante delle moderne tecnologie informatiche e anche militari. E’ anche contemplata la possibilità di trasferire l’eccedenza inutilizzata di energia elettrica disponibile dall’estremo oriente russo alla confinante Corea del Nord (The Chosun Ilbo/Seul, 23.1.2015, Russia to help North Korea with Power Grid La Russia aiuterebbe la Corea del Nord a ammodernare la sua griglia di distribuzione elettrica http:// english.chosun.com/site/data/html_dir/2015/01/23/2015012301579.html).    

nel resto dell’Asia

●Obama e Narendra Modi, primo ministro dell’India, hanno raggiunto – nel corso della visita lampo dell’americano a New Delhi, dove ha assistito alla parata che il 26 gennaio celebrava l’Indipendenza del paese dall’impero britannico – l’accordo, bloccato da sempre dal no del Senato americano al trasferimento di combustibile nucleare e tecnologie moderne per la sua produzione al governo indiano, senza che esso desse i “necessari chiarimenti” richiesti dagli USA sulla dimensione militare, da decenni esistente ormai, del suo programma nucleare che, come paese non firmatario del Trattato di non proliferazione, sfugge comunque a ogni controllo dell’ONU.

E senza, soprattutto, che si sottoponesse poi alle ispezioni e al monitoraggio della propria tecnologia anche se ormai è stata ceduta e addirittura venduta a un paese terzo e sovrano. E subito la Cina ha reagito, con circospezione e una certa discrezione alla novità: ha fatto discretamente presente che – se per l’India, l’America insiste sull’eccezione indiana: che firmi pure il TNP, pur tenendosi ormai le bombe atomiche e all’idrogeno di cui si è dotata così come del resto sembrerebbe aver fatto Obama con Modi sostenendo anche la “promozione” di quel paese a sesto membro permanente del Consiglio di Sicurezza del’ONU, cioè con diritto di veto – se si facesse eccezione, Pechino proporrebbe di farla anche per ikl Pakistan.

Tradotto. L’una e l’altra ipotesi – TNP e insieme bombe indiane e CdS per New Delhi – non esistono, Obama millanta quel che non può e sa di non poter garantire e basta: il veto della Cina (e non solo...) sarebbe garantito.  

L’India, con la nuova intesa, si è però formalmente adesso impegnata a “render conto sistematicamente” a Washington della cosiddetta tracciabilità degli stocks di uranio arricchito che ha. C’è – o almeno finora c’era, anche e proprio da parte del partito nazionalista di Modi – ostilità anche da parte del parlamento indiano se non ottiene dagli USA una qualche reciprocità di comportamento... (più che improbabile, visto come sono fatti gli USA, proprio impossibile).

Modi e Obama  hanno entrambi bisogno dunque dell’OK, niente affatto scontato, delle loro assemblee legislative. Ma insistono a valorizzare l’intesa intanto come il rafforzamento dei rapporti bilaterali tra i due paesi (The Times of India, 25.1.2015, 27.1.2015, Barack Obama says US and India can be 'best partners'― Barack Obama afferma [ma sarebbe curioso che dicesse il contrario, no?] che USA e India possono essere i ‘partners migliori’ http://timesofindia.indiatimes.com/india/Barack-Obama-says-US-and-India-can-be-best-partners /articleshow/46027264.cms).

Al Pakistan tra l’altro non è andato giù che Obama sia andato in India e abbia saltato loro, quasi scusandosi per aver approvato tra dicembre e gennaio, adesso, aiuti militari all’alleato Pakistan per ben 2,5 miliardi di $. Soprattutto mostrando che il rapporto di Islamabad con Washington è un rapporto di dipendenza, mentre quello con l’India – basato sostanzialmente sul nulla, però, su una promessa personale e che non è possibile mantenere – è comunque più maturo, formalmente più attento a rispettare quella che da noi si chiama una “pari dignità” formale e, in ogni caso, altrettanto ipocrita...

In ogni caso, il rapporto col Pakistan e il suo strano regime, a cavallo – sempre con l’assenso degli USA – tra civile subordinato e militare in modi anche vari ma da sempre dominante andrà adesso a peggiorare e ci si aspetta ora che migliori parallelamente il rapporto del Pakistan con la Cina.

●In Sri Lanka, l’antica isola di Ceylon, sulla punta a sud-est dell’India, subito sotto lo Stato federale del Kerala, quasi subito dopo l’apertura dei seggi al primo turno, il presidente e uomo forte e presunto tale del paese Mahinda Rajapaksa scopre che ha perso, in modo ormai irrecuperabile― e, come si viene poi a sapere, dopo aver tentato di convincere l’esercito a intervenire ma senza successo (BBC News Asia, 11.1.2015, Sri Lanka to investigate ‘Rajapaksa coup plot’ In Sri Lanka inchiesta sul golpe  tentato da Rajapaksa http://www.bbc.com/news/world-asia-30769188), dà pubblicamente atto che il nuovo presidente sarà l’ex suo ministro della Sanità dimissionario poco prima del voto e proprio per sfidarlo, Maithripala Sirisena.

Solo a novembre scorso, quando convocò anticipatamente a due anni dalla scadenza del mandato il voto, il presidente uscente sembrava sicuro della vittoria facendo un errore colossale. La sconfitta è stata certo aiutata dall’alta affluenza alle urne delle minoranze etniche, soprattutto i Tamils ma è risultato che quasi tutte le élites politiche del paese, compresa la famiglia Bandaranayke, quella della signora Sirimavo, nel 1960 la prima donna al mondo a diventare primo ministro dopo l’uccisione del premier in carica, suo marito. E poi rieletta due volte ancora – e un’altra ancora come presidente – scomparsa nel 2000 – il giorno in cui aveva appena rivinto le ennesime elezioni politiche.

Oggi, l’elezione di Sirisena, con un afflusso ai seggi superiore addirittura al 70% degli aventi diritto, diventa una specie di restaurazione e non una rivoluzione. E, del resto, il nuovo presidente non era alle minoranze represse dei Tamils che aveva fatto appello correndo, come si dice, soprattutto invece contro la corruzione crescente e, soprattutto, contro l’autoritarismo, la repressione e la negazione delle libertà civili, la “tolleranza” sfacciata del presidente uscente verso la vera e propria persecuzione della larga minoranza mussulmana da parte dei militanti violenti che qui, contro tradizione, imperversano tra i buddisti singalesi.

In effetti, dopo la spietata repressione della rivolta delle tigri Tamil, Rajapaksa aveva presieduto a un periodo di forte ascesa economica. Ma la campagna lanciata dal vincitore contro la corruzione   ha spostato tutto il fulcro della campagna elettorale e la promessa solenne di Sirisena a aprire un’inchiesta sulle intese oscure che metono insieme investitori privati cinesi e nepotismo rampante.

E’ stato questo il fattore che sembra aver allontanato all’inizio le vecchie famiglie politiche cingalesi. In ogni caso, il colpo di coda di ritorno dei Tamils sottolinea un appoggio importante di fatto a Sirisena da parte dei forti interessi di quella popolazione che è dominante al di là dello stretto di Palk nello Stato federato indiano di Nadu. In parallelo, stanno scendendo influsso e presenza degli investimenti cinesi che, sotto Rajapaksa, erano arrivati a Colombo arricchendo non poco anche, e soprattutto, i suoi famigli. Popolare si è anche dimostrato l’impegno a cambiare la Costituzione che

Sirisena ha detto chiaro di voler riesaminare adesso i legami con Pechino, secondo lui già troppo pesanti. Ma, in parlamento, gli eletti di Rajapaksa restano maggioranza e sono in grado di bloccarne le iniziative. Intanto, prima di essere obbligato ad andarsene ha già annunciato anche elezioni politiche anticipate che puntano adesso a ridare forza al governo della sua vecchia maggioranza prima che quella nuova riesca a far presa. Sirisena, nel corso della sua breve campagna ha  anche promesso di cambiare subito la Costituzione, tornando a riservare maggiori poteri rispetto a quella che, con Rajapaksa, li accentrava invece, sulla figura del presidente:  all’americana ma, in pratica, senza quei checks and balances, anche lì spesso poi solo nominali. Ma non è affatto sicuro che la mossa favorirà lui e i suoi.

Intanto, con qualche imbarazzo per l’accavallamento delle date, proprio in apertura della visita di papa Francesco in Asia – che trova il suo culmine, dopo circa una settimana nella messa a Manila davanti a una platea di forse 7 milioni di fedeli e curiosi – si svolge quella a Colombo (Guardian, 9.1.2015, B. Doherty e D. Munch, Sri Lanka election: Maithripala Sirisena elected president in suprise result― Le elezioni in Sri Lanka con un risultato a sorpresa  scelgono a presidente Maithripala Sirisena ▬ http://www.theguar dian.com/world/live/2015/jan/09/sri-lanka-election-president-mahinda-rajapaksa-concedes-defeat-live). Dove il papa, in un paese che è solo marginalmente (al 6% cristiano, il 5% di cattolici)  incontra l’appena eletto nuovo presidente.

●In Afganistan, resta ancora a bagnomaria la tribolatissima formazione del gabinetto d’unità nazionale. Adesso, dopo oltre tre mesi di liti, il presidente Ghani e il suo antico rivale Abdullah, ufficialmente sconfitto alle elezioni – e che comunque alla fine, convinto dagli americani e dalle loro promesse, ha accettato di essere stato sconfitto – ma diventato di fatto se non primo ministro comunque capo dell’esecutivo, avevano – o pensavano di avere – finalmente trovato una quadra con un progetto di gabinetto a incastro che, secondo loro, teneva conto delle esigenze tribali, di quelle nazionali, di quelle etniche, delle mille sfumature di sensibilità della complessa realtà afgana...

Ma appena annunciato è subito emerso – e è solo il capo del gomitolo che va conciando a sdipanarsi – che uno dei nominati, per dire, è ricercato dall’Interpol; che un altro non può accettare la nomina perché – dice – non ha i soldi necessari a corrompere i deputati e farsi votare in parlamento; che un  terzo col posto che gli è stato assegnato non sarebbe in grado di garantire abbastanza posti di lavoro ai famigli e ai seguaci che ha; e con una candidata ministra che non aveva l’età necessaria a qualificarla ma si è fatta fraudolentemente cambiare la carta di identità che la avrebbe resa idonea (New York Times, 20.1.2025, Rod Nordland, Charges and Clashing Interests Mar Selection of a Cabinet for Afghanistan― Accuse e interressi in conflitto macchiano la scelta di un governo per l’Afganistan http://www.nytimes.com/ 2015/01/21/world/asia/in-afghanistan-a-tumultuous-effort-to-select-a-cabinet.html?_r=0).

●Intanto, anche le fazioni che costituivano, e costituiscono, il movimento dei talebani si stanno – per fortuna, diciamo così, del governo al potere a Kabul – malamente dividendosi sui mezzi scelti e anzitutto la pratica per arrivare al potere. Proprio quando, adesso, gli americani se ne vanno e loro sembrano aver vinto mentre il governo non riesce, insieme, a fare due più due, emergono tra di loro spaccature serie: sui mezzi e anche sui fini del movimento.

Ma quello che partì, negli anni ’80 e in origine, come una specie di movimento spirituale è adesso coinvolto e autore di rapine, rapimenti, vessazioni, produzione, commercio e spaccio di oppio― che stanno di molto frenando la loro capacità di attrarre – malgrado la vittoria sul campo e il contesto di per sé a loro ormai nettamente favorevole – le simpatie della popolazione. Anche la loro connotazione etnica – di per sé maggioritaria, ma anche pressoché esclusiva – come una formazione pashtun non li aiuta sempre molto (New York Times, 2.1.2015, Azam Ahmed, Unruly Factions Hurt Taliban’s Bid to Capture Afghan Hearts, and Territory― Le fazioni turbolente all’interno del movimento danneggiano gli sforzi dei talebani di conquistare il cuore della gente e il territorio nel paese http://www.nytimes.com/2015/01/03/world/asia/taliban-bid-to-capture-hearts-along-with-territory-hurt-by-unruly-factions.html?_r=0).

Il quotidiano americano – l’articolo è di un giornalista afgano da sempre simpatizzante per il governo e per gli americani – pone la questione sotto forma di domanda che, però, non sembra solo retorica e che, anche secondo molti afgani non proprio schierati, “sarebbe ormai nella mente di molti: a più di tredici anni da quando qui è cominciata la guerra – la guerra americana vuol dire, si capisce – chi sono precisamente i talebani? i banditi responsabili del rapimento e dell’assassinio di numerosi contadini? o sono i leaders severi che disciplinano chi viola i loro codici e impiccano, come hanno anche fatto, i loro combattenti che si lasciano andare a vessazioni tiranniche contro la gente? Pare, ogni giorno di più, che siano entrambe le cose”.

Però, alla fine, conclude, o meglio lascia concludere a un diplomatico straniero di lunga lena e di grande esperienza in questo paese che, qui, “i talebani sono ancora i portabandiera della morale islamica. Sono ancora i padroni della mente di tanta gente. E in una lotta tra chi ha ragione e chi ha torto, è la mente della gente che si tratta di conquistare... In fondo, gli afgani non è che pretendano tanto: soprattutto un po’ di giustizia e di sicurezza― e non cita discorsi sulla, o sulle, libertà, questo diplomatico esperto: anche per lui qui, come per molti, e anche molti osservatori stranieri, questa qui non è una priorità. Il  fatto è che al governo qui la giustizia proprio non alberga. E che, invece, sotto i talebani c’è”: a modo loro si intende, ma anche, sempre in qualche modo, a giudizio della maggioranza degli afgani...

Che, a conclusione di un articolo partito come condanna dei talebani scritta da un apologeta del governo e dell’America qui in Afganistan, non sembra male, però...

●In Pakistan, Maulana Fazlur Rehman, capo del partito Jamiat Ulema-e-Islam (15 seggi dei 242 dell’Assemblea nazionale) dopo aver ribadito con forza particolare, per una formazione islamica e anche islamista, che il paese deve sempre restare unito contro il pericolo del terrorismo, mette anche in evidenza che la nuova legge voluta dal governo di Nawaz Sharif che, con un emendamento inatteso, sembra collegare – e di fatto per la prima volta – collega l’insegnamento delle madrasse, le scuole islamiche, al terrorismo, può fornire maggiori cause di divisione fra i partiti religiosi e secolari del paese.

Posizione analoga, quella assunta sulla legge su cui anche essi si astengono dell’altro più piccolo partito islamico (Dawn/Islamabad, 6.1.2015, Parliament passes 21st Constitutional Amendement Il parlamento passa il 21° emendamento costituzionale http://www.dawn.com/news/1155271). E qui, e a prescindere dal merito di questa singola questione – dove probabilmente, a sentire chi sa e se ne intende anche tra i pakistani stessi, hanno ragione quelli che vogliono non lasciar supervisionare dai mullah stessi, e soltanto a loro, l’istruzione che danno ai bambini le madrasse, le scuole coraniche finanziate dai sauditi e che gestiscono loro – si fa ormai evidente che chi governa questo paese non è il primo ministro Sharif, che ogni giorno conta sempre di meno, ma il generale Sharif, il capo dell’esercito (suo omonimo, non altro).

Proprio come quando, solo qualche anno fa, qui comandava il suo predecessore, maresciallo Parvez Musharraf che mandava in esilio, dopo averlo dimesso col golpe, lo stesso PM di oggi e di allora, Nawaz Sharif aveva del resto già fatto impiccare anni prima un  altro suo predecessore Zulfiqar Ali Bhutto. Ormai la differenza la fanno qui i tribunali che sempre più apertamente appoggiano e rafforzano il potere dei militari (New York Times, 10.1.2015, Declan Walsh, New Courts Offer Pakistan’s Generals the Power They Used to Seize I nuovi tribunali offrono ai generali pakistani il tipo di potere che una volta si prendevano da soli http://www.nytimes.com/2015/01/11/world/asia/new-courts-offer-pakistans-generals-the-power-they-used-to-seize.ht ml?_r=0#).

Il caso di Musharraf, adesso, farà da cartina di tornasole. L’ex capo stra-onnipotente delle forze armate e del paese è anche sotto processo in diversi tribunali, militari e civili, sotto accuse tanto diverse quanto l’assassinio imputatogli dell’ex primo ministro signora Benazir Bhutto, di diversi capi di aree tribali su ordini, come dire, preventivi del governo militare e anche per alto tradimento.

Le accuse sono ufficialmente molto pesanti: comprendono anche l’usurpazione della Costituzione e l’arresto senza mandato del presidente della stessa Corte costituzionale del Pakistan: un reato per sé possibile di pena capitale. Per aver fatto il golpe, in sostanza, che abbatté nel 1999 l’allora primo ministro Nawaz Sharif che adesso è tornato al potere ma si trova di fatto emarginato – ma (ancora) non licenziato – sempre dai militari.

Se Musharraf, ora, venisse alla fine tradotto come ormai è possibile solo di fronte a tribunali militari e subirà di fatto solo un buffetto per quanto solenne, si saprà subito, anche adesso, chi ha vinto (e non ha dubbi su chi sia, su un quotidiano pubblicato prudentemente a Washington in urdu e in inglese, il Daily O, 14.1.2015, Akhmar Mustikahn, che sintetizza nel titolo quello che pensa e argomenta: An army that owns the country, now owns the Courts too― Un esercito che è sempre stato padrone del paese, adesso vuole impadronirsi anche dei tribunali ▬ http://www.dailyo.in/opinion/pakistan-an-army-that-owns-the-country-now-has-the-courts-too-america-nawaz-sharif -allah-taliban/story/1/1493.html).

●Proprio in quest’area, nell’Asia centralei paesi con lo –stan finale: Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan – il messaggio dello Stato Islamico, dei Da’ish, sta adesso  acquisendo capacità di trazione e tessendo nuovi contatti e legami tra i radicali estremisti della regione fornendo loro un tessuto comune di denuncia e rivendicazione. E, se i cinque governi dei paesi dell’Asia centrale in questione non si mettono in grado di sviluppare un loro contropiano credibile e efficacemente coordinato – con misure di sicurezza migliori, ma anche con serie riforme sociali, economiche e politiche, la crescita di questo estremismo porrà seri problemi di stabilità a tutti loro.

L’appello – dello Stato islamico – in tutta la regione dell’Asia centrale [la zona che dalle montagne della Cina occidentale arriva ad estendersi fino alle spiagge del Caspio] è fortemente radicato in un desiderio insoddisfatto di cambiamenti politici e sociali. Ricchi o poveri, qui, istruiti o analfabeti, giovani o adulti, uomini e donne― non esiste un profilo unico ma variegato, complesso e onnicomprensivo di chi sostiene lo Stato Islamico”.

Davvero la combinazione peggiore possibile, dunque, per controllare, governare e risolvere i problemi che esistono e ai quali, almeno dal punto di vista laico – sociale, economico e politico ma anche, almeno per molti anni, di una forte motivazione collettivamente ideale – sembra che abbia addirittura meglio risposto in un passato ancora recente e ancora ben presente dell’unità in molte cose della vita quotidiana poi largamente decentrata del vecchio Stato sovietico.

(Lo scrive bene, così, Deirdre Tynan, direttore del Central Asia Project presso Radio Free Europe [emittente a onde lunghe anche in diverse lingue locali che, dopo anni dal discredito acquisito facendo da trombetta alla guerra afgana, sta cominciando faticosamente a riprendersi qualche credibilità, anche se resta finanziata da fondi pubblici del governo degli USA], 22.1.2015, Central Asia Needs Credible Plan To Counter IS Radicalization― L’Asia centrale ha bisogno di darsi un piano credibile per contrastare la radicalizzazione dello Stato Islamico http://www.rferl.org/content/islamic-state-central-asia-radicalization/26803885.html).

EUROPA

●A inizio gennaio, EUROSTAT conferma e la BCE deve constatare che a dicembre la deflazione si è ufficialmente instaurata, e con violenza, nell’eurozona: il crollo del prezzo del petrolio ha buttato giù i prezzi in un mese di un secco 0,2% mentre il tasso di disoccupazione medio, sempre dell’eurozona, restava inchiodato a un inaccettabile, e però accettato, 11,5% (EUROSTAT, 7.1.2015, #2/2015, Flash Estimate Dec 2014-Euro area annual inflation down to -0.2 L’inflazione annuale scende nell’eurozona al -0,2% http://ec.europa.eu/eurostat/documents/2995521/6455292/2-07012015-BP-EN.pdf/ 7a179764-787e-4a10-a72b-0abcde719ee44; e EUROSTAT, 7.1.2015, #1/2015, Euro area unemployment rate at 11.5 Il tasso di disoccupazione dell’eurozona all’11,5% ▬ http://ec.europa.eu/eurostat/document s/2995521/6454659/3-07012015-AP-EN.pdf/f4d2866e-0562-49f5-8f29-67e1be16f50a).

Adesso i cosiddetti “mercati” prevedono, e sperano tutti, che la spinta sia sufficiente a convincere Draghi a superare le resistenze tedesche e a varare il programma di facilitazione quantitative per aumentare liquidità nell’economia e solvibilità del titoli di Stato (Guardian, 7.1.2015, P. Inman, Eurozone deflation puts pressure on ECB to launch QE stimulus― La deflazione in atto nell’eurozona mette la BCE sotto pressione per il lancio del piano di QE (quantitative easing) ▬ http://www.theguardian.com/business/2015/jan/07/eurozone-deflation-pressure-ecb-qe).

Dopo che a metà gennaio il più alto tribunale d’appello europeo, la Corte di Giustizia di Lussemburgo, ha fatto sua l’opinione “preliminare” dei suoi massimi esperti legali – dell’avvocato generale Pedro Cruz Villalón, nella fattispecie – preannunciando di fatto la sentenza finale (per la quale però ci vorranno ancora alcuni mesi) con cui respingerà l’opposizione avanzata da privati cittadini tedeschi (politici, giuristi, banchieri) alla decisione del 2012 della Banca centrale europea di mettere a disposizione teorica dei governi e del sistema bancario la propria capacità di negoziare e acquistare titoli di Stato in difficoltà (Bloomberg 14.1.2015, S. Bodoni, Draghi Buoyed as EU Court Aide Supports 2012 Bond-Buy Plan― Draghi irrobustito dal sostegno della Corte europea al suo piano del 2012 sull’acquisto di titoli di Stato ▬ http://www.bloomberg.com/news/2015-01-14/draghi-buoyed-as-eu-court-aide-supports-2012-bond-buyingplan.html)onere mai poi diventato effettivo perché in quel momento e nelle circostanze bastò l’effetto-annuncio a bloccare la speculazione che nel sistema finanziario andava montando.

E, adesso, tutti in effetti aspettano che Draghi annunci una grande manovra di acquisto sui mercati secondari – non direttamente dai governi che questo no[3], non potrebbe – di titoli di Stato europei in duì’ificoltà dopo mesi di controverso dibattito al suo interno: in pratica dei tedeschi onnipotenti e dei loro peraltro pochi associati di qua, contro, e degli altri di là.

E’ probabile, però, che ora – scriviamo questo paragrafo subito dopo la decisione di Lussemburgo, a metà mese  – la BCE passerà all’azione anche se con calma – è un “vizio” connaturato a quegli ambienti, del resto, pensarci e ripensarci – annunciando una decisione in due tappe. Adesso, a gennaio, quella di principio; più in là, forse a marzo, i dettagli. E ci sarà certo molto da dibattere, ancora (New York Times, 14.1.2015, J. Ewing, Devil May Be in the Details on European Central Bank Bond-Buying Il diavolo potrebbe annidarsi nei dettagli sulla faccenda dell’acquisizione di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea http://www.nytimes.com/2015/01/15/ business/european-central-bank-bond-buying.html?_r=0#).

E bisognerà poi vedere se la misura sarà sufficiente davvero a rilanciare un’economia ormai quasi catatonica... In ogni caso, la decisione di Draghi non riesce ancora a influire – e va detto: è arrivata dopo... anche se si stava già appropinquando – su cose concrete come il tasso di disoccupazione in Italia. Che, però, a dicembre finalmente cala dello 0,4% su novembre, corrispondente a quasi 100.0000 posti di lavoro in un mese – che non è poco – scendendo a una percentuale assoluta del 12,9% ufficiale (ISTAT, Occupati e disoccupati a dicembre 2014 http://www.istat.it/it/archivio/146961).   

●In effetti, al dunque, nella sessione usuale del Direttivo BCE del 22 gennaio, a Francoforte, Draghi annuncia che il tasso di sconto resta invariato e che la Banca si metterà a comprare titoli di Stato per centinaia di miliardi di € nel tentativo – dichiaratamente ambizioso e cruciale ma secondo non pochi anche forse tardivo di innescare con la cosiddetta facilitazione quantitativa per il valore di 60 miliardi di € al mese, per un totale previsto a oggi di circa 1.140 miliardi di € di qui al settembre 2016 – di tirar fuori l’eurozona dal pozzo della stagnazione economica in cui sta ormai sprofondando e in cui l’inflazione è ormai pericolosamente caduta a dicembre addirittura sotto lo zero: annunciando crescita ancora più bassa nel complesso dei 19 paesi dell’euro e ancora più disoccupazione.

Rivela anche che il Direttivo della BCE ha deciso all’unanimità di poter prendere legittimamente la decisione di ricorrere al meccanismo della facilitazione quantitativa ma poi solo a maggioranza –larga, specifica – decide di farlo adesso. Borse e mercati finanziari hanno reagito con grande sollievo: contro il dollaro, il valore dell’€ è subito scivolato di botto di più del 2%, fin sotto la parità a 1,12 per €, per la prima volta da oltre 11 anni e con grande sollievo di tutti quelli che dall’Europa guadagnano con l’export.

E questo anche se viene stipulato con chiarezza che la cosiddetta condivisione del rischio è limitata al 20% del totale, mentre il resto verrà garantito dalle singole Banche nazionali. In pratica, come ha scritto (su la Repubblica, il 23.1.2015, Federico Fubini), alla fine la Germaniaè riuscita a segregare tutti i bond sovrani più vulnerabili entro le rispettive banche centrali”. Lo vedono tutti... Ma tale è la speranza innescata – o se volete la speranza di aver cominciato a disinnescare la disperazione – che il rendimento dei decennali in Italia passa subito a 130 punti  e quelli di Spagna restano appena sopra, ma anch’essi in discesa.

Mentre va giù a 116 punti, il minimo di sempre, lo spread coi Bund tedeschi. Il fatto è che i mentecatti che scommettono sui mercati sono adoratori del dogma – renziano e non solo, di tutti i rifarditi che ci hanno ripensato – secondo cui quando entrasse poi in vigore il jobs act, miracolosamente moltiplicherà l’occupazione... Ma ancora non è scattato; mentre in Spagna è, invece, già in atto, per cui della Spagna questi qui si fidano comunque di più... ma ciecamente soltanto.

Renzi insiste e, sfruttando quanto dice da sempre e giustamente Draghi – che non basta la moneta a rilanciare l’economia; devono fare la loro parte soprattutto i governi – ma interpretandolo, però, a modo suo, sempre austeriano al dunque riprende la giaculatoria: che “bisogna mettere il turbo alle riforme”. Ma non accetta di discutere né con chi se ne intende e non è in partenza a lui ossequiente né con gli italiani di che tipo di riforme – sono, precisamente, controriforme le sue... perché la verità è che lui non ama parlare di austerità ma ama praticarla in sordina.

Perché, naturalmente, di fatto i senza lavoro poi, anche a riforme di struttura ben avviate, continuano a crescere anche in Spagna― ormai sopra il 26%: quello italiano, comunque terrificante, è alla metà... (New York Times, 22.1.2015, D. Jolly e J. Ewing, E.C.B. Unveils Stimulus Plan of 60 Billion Euros a Month La BCE svela il suo piano di stimolo da 60 miliardi di € al mese http://www.nytimes.com/ 2015/ 01/23/business/european-central-bank-bond-buying.html?_r=0; e ECB/BCE, 22.1.2015, Frankfurt am Main, Dichiarazione introduttiva alle decisioni del Direttivo del presidente Mario Draghi https://www.ecb.europa.eu/ press/pressconf/2015/html/is150122.en.html). E cresceranno anche in Italia a regime (già... regime in tutti  i sensi).

●In realtà, poi e al dunque, a chi scrive pare che il vero punto interrogativo – su come andrà a finire questa faccenda delle facilitazioni quantitative – risiede nella mancanza di controlli e soprattutto di obblighi veri, effettivi, per chi ne usufruirà davvero: perché è forte la probabilità – secondo molti di noi, cinici e disincantati, la certezza, forse – che quest’altro trilione di € faccia almeno in larga parte la fine delle centinaia di miliardi mobilitati nel recente passato, finendo in fondo alle casseforti delle grandi banche commerciali quando sanno anche i bambini, sa bene Draghi e lo sanno quanti fanno finta di abboccare all’amo nei governi di tutta Europa, che quel che conta per la ripresa è il denaro messo in contanti in circolazione e non quello che resta nei forzieri delle banche... Bisognerà stare attentamente a vedere, ora, insomma...

●Intanto, in Svizzera, appena fuori ma in qualche modo sempre dentro i confini dell’Unione europea – per forza di cose: dei fatti, dei rapporti di forza e anche, e come, del peso dei capitali...: perché perfino il ricchissimo paese di Guglielmo Tell, alla fine, è un’entità lillipuziana a fronte della UE― le cose cui nessuno può proprio sfuggire – “la Banca centrale svizzera ha gettato la spugna e s’è dichiarata sconfitta nel tentativo di indebolire il suo franco a fronte della deflazione avanzante e della caduta dell’euro. S’è arresa, insomma, con una capitolazione totale.

   La convinzione che ormai la BCE procederà all’acquisto di titoli statali nel prossimo futuro – svalutando ancora di più la moneta comune rispetto a dollaro, sterlina e franco svizzero – ha buttato fuori dalla sua strada di sempre la Banca nazionale Svizzera. Non si vince, infatti, con un treno merci che avanza sbarrandogli il passo col mettersi sul binario. A non farsi male, sarebbe solo il treno(la spiega così, al Guardian, 15.1.2015, Jeremy Cook, capo economista dell’Istituto di cambio World First, Swiss franc― What the economists sayIl franco svizzero – Quel che dicono gli economisti [qui ne cito uno solo; ma tutti dicono che, appunto, la Svizzera s’è arresa]▬ http://www.theguardian.com/business/2015/jan/15/swiss-franc-what-the-economists-say).

Krugman sulla Svizzera commenta – e, nel farlo, chiarisce alla perfezione, ci sembra – che  nel paese del cucù e del franco stabile per definizione, dove per storia e prassi non fanno mai nulla di davvero sorprendente, all’improvviso la sorpresa la fanno. Lo stesso giorno anzi ne fanno due, di realmente scioccanti: “abbandonando l’ancoraggio del franco svizzero all’euro e tagliando l’interesse pagato  sulle riserve bancarie a meno – avete capito bene, meno – 0,75%”. Il fatto è che “il travaglio monetario degli svizzeri illustra bene, diciamo in miniatura, la difficoltà di combattere l’ondata deflazionista che sta facendo arretrare gran part dell’economia del mondo”.

E il fatto è che, quando nel 2008 siamo caduti nella recessione, “le virtù economiche sono diventate in molti casi vizi: la propensione al risparmio, un freno agli investimenti; il rigore dei bilanci, la via della stagnazione”. E per gli svizzeri la loro solida reputazione economica e monetaria è diventata una seria passività. Con la crisi che ha affossato a fine 2009 la Grecia la gente ha cominciato a mettere i soldi che aveva da parte nelle banche svizzere e il franco è schizzato all’insù con effetti devastanti sulla competitività delle produzioni manifatturiere di questo paese scatenando la possibilità, concreta, di una deriva deflazionista di stampo giapponese.

E, in questo mondo a rovescio messo alla ribalta dalla crisi, neanche il vecchio modo di ricreare inflazione inondando le banche di liquidità funziona poco: perché le banche la valuta creata non la rimettono in circolazione, prestando soldi e riattivando l’economia produttiva ma preferiscono tenerla ferma. E neanche, come hanno fatto qui è servito comprare sui mercati dei cambi vaste quantità di euro: quasi per tre anni di seguito.

Adesso, hanno deciso all’improvviso di dover smettere. “Secondo me, gli svizzeri hanno fatto un ennesimo grosso sbaglio Ma francamente – frankamente? – non è il loro fato che poi conta tanto. Conta, piuttosto, l’averci mostrato quanto sia difficile lottare contro l’ondata deflazionista che colpisce il mondo... forse ormai anche la Cina, E anche se a noi,all’America negli ultimi pochi trimestri è andata piuttosto bene, sarebbe sciocco se presumessimo di esserne fuori.

Ecco perché – oltre che perché ci porta a perdere altri posti di lavoro e non aiuta a crearne di nuovi – tagliare la spesa pubblica quando siamo tutti in, o vicini alla, deflazione è tanto pericoloso. Farlo adesso, magari dando retta ancora una volta agli gnorri che nel 2010 spinsero decisori economici e politici a spostare il fuoco dell’obiettivo dal lavoro al deficit di bilancio, alzando come propongono di fare adesso alla Fed il tasso di sconto, potrebbe essere “per l’America e per il mondo, pura follia... Bisogna imparare, cioè, dagli svizzeri: sono stati molto prudenti; hanno curato per generazioni la loro solida moneta― e, adesso, ne vanno pagando il prezzo(New York Times, 15.1.2015, P. Krugman, Francs, Fear and Folly Franchi, paura e follia http://www.nytimes.com/2015/01/16/  opinion/paul-krugman-francs-fear-and-folly.html?_r=0#).

●C’è un’altra lettura, però, sempre diciamo tra quanti con buona cognizione di causa avversano la lettura tradizionale dell’economia secondo saggezza convenzionale e dogmi neo-cons a non condividere affatto, su questo specifico punto, l’opinione di Krugman sull’“ennesimo grosso sbaglio” degli svizzeri in questo frangente. Sostiene, sul punto, questa diversa visione delle cose che invece “la Svizzera sta facendo bene: intanto è rientrata del tutto – quasi solo paese davvero in Europa e quasi nel mondo – dalla crisi (International Monetary Fund, World Economic Outlook Database, October 2014, Dati su PIL e disoccupazione per paesi – Svizzera http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/ weodata/weorept.aspx?pr.x=77&pr.y=14&sy=2004&ey=2015&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=146&s =NGDP_R%2CNGDP_RPCH%2CLUR&grp=0&a=) con un PIL che è risalito a+8% rispetto al livello pre-recessione e con una disoccupazione che se ne sta al 3,5%”.

Per cui, in realtà, forse la Svizzera si è proprio comportata “come un buon cittadino del mondo. Consentendo alla sua valuta di alzarsi, ha già reso da anni meno competitive le sue esportazioni. In altri termini, ha importato di più dai partners commerciali e esportato di meno: dando effettivamente a tutti una mano sul piano economico”. Proprio quello che il capo stipite della scuola liberal-progressista e non neo-liberal reazionaria – non il monetarista Milton Friedman, per capirci, ma John Maynard Keynes – raccomandava di fare e aveva fatto scrivere negli Statuti del Fondo Monetario alla nascita: che “i paesi ormai pervenuti, o quasi, alla piena occupazione dovrebbero consentirsi importanti deficit o ridurre i loro attivi di bilancia commerciale”.

Insomma non sembra molto coerente, da una parte, predicare il keynesismo e contemporaneamente, dall’altra, bollarlo come “sbagliato (CEPR/Washington, D.C., commento di Dean Baker, Paul Krugman and the Swiss Movement Paul Krugman e come si sono mossi gli svizzeri http://www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/paul-krugman-and-the-swiss-movement).

●Nell’Unione europea, lo fa rimarcare quasi scandalizzato il NYT (New York Times, 2.1.2015, M. Scott, Digital Tax Increase to Take Effect in Europe Aumento di tasse sulle transazioni digitali entra in vigore in Europa http:// www.nytimes.com/2015/01/02/business/international/digital-tax-increase-to-take-effect-in-europe.html?ref=business &_r=0#), entra a inizio anno in vigore, contro i dettami che imporrebbero liberismo e libero-scambismo rampanti, una direttiva che ci si aspetta possa collazionare in corso d’anno circa 1 miliardo di € di entrate da tutti gli scambi e le vendite fatte via Internet e, comunque, per via digitale...

Uno spauracchio che, cioè, frenerebbe – è l’accusa – la ripresa, secondo questi frollocchi... Ma, a fare i conti, si vede subito che su un PIL complessivo dell’Unione vicino a 19 trilioni di € nel 2015, si tratterebbe comunque di un aumento di tasse di meno dello 0,006%... Anche se è, poi, vero che l’Europa non sembra comunque avere bisogno di più tasse, anche se ridicolmente basse, come questa. Ciò di cui avrebbe disperato bisogno, se il parlamento europeo anche contro governi e Commissione, avesse il coraggio di votarlo e di imporlo, sarebbe di più spesa, molta più spesa, in deficit...

●In Grecia ha stravinto Syriza ΣΥΡΙΖΑ, acronimo di Coalizione della Sinistra Radicale, e con essa l’idea dell’Europa che Alexis Tsipras sta dipingendo: profondamente diversa, molto meno “tirchia”, molto più coesa e solidale di quella che ha voluto la  Germania imperatrix, in cambio di un’egemonia politica democratica che per restare tale le chiede una ben diversa solidarietà economico-finanziaria. Con la Germania e col grosso dell’Europa l’idea non avanza ancora granché. Ma qui ha vinto. E è andata farsi friggere l’austerità con tutti gli austeriani. E è morta la troika, Tsipras con l’FMI non parlerà se non come ogni altro paese sovrano: su base bilaterale e se lo decide lui. Parlerà e vuole continuare a parlare – negoziando – con l’Europa cui sta cominciando ad imporre di cambiare. 

A Tsipras è mancato un solo seggio per portarsi a casa la maggioranza assoluta (151 su 300) dei seggi del parlamento. Ma lo ha trovato subito, con una strana alleanza – quasi contronatura – con una piccola formazione (13 deputati) di destra uscita dalla formazione del governo di Antonis Samaras proprio per la sua “sudditanza” alle politiche austeriane di Bruxelles e di Berlino. Col partitino nazionalista ma non razzista e anti-immigrazione di Panos Kammenos, i “nazionalisti indipendenti” di ANEL, infatti, condivide – anzi, è esso a condividere con lui – il punto principale del nuovo programma di governo, quello di obbligare Bruxelles e Berlino a rinegoziare i termini del debito greco (cancellarlo? e di quanto?) costringendo così, a “cambiare verso”, se ci riesce davvero, e stavolta non a chiacchiere ma sul serio, tutta l’Europa.

Tra l’altro, pare che il nuovo ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, economista di vaglia che ha studiato in America e si dice neo-keynesiano della scuola di Samuelson e Krugman, col quale ha studiato – e pure, horribile dictu, a proposito di greci[4] e particolarmente offensivo alle orecchie austerian-convenzionali, anche un tantino marxista, abbia consegnato ad apertura del suo primo incontro col presidente dell’Europruppo, il rigorista olandese Jeroen Dijsselbloem, un “agile e prezioso paper ufficiale” insospettabile che dice, quasi ironicamente, essere sicuro che già fosse da lui conosciuto, nientepopodimeno che del Fondo monetario (IMF/FMI, 6.2014, Fifth Revision of Debt Arrangement to Greece...IMF Report Quinta revisione dell’accordo sul debito con la Grecia... Rapporto del FMI http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2014/cr14151.pdf), che dimostra come la gran parte dei soldi ricevuti in prestito dalla Grecia sono stati alla fine giù usati per ripagare – e  completamente! – interessi e capitale iniziale...

Lo f rilevare punuale Paul Krugman

a rilevare il nostro amico Krugman con qualche maligna e sacrosanta sodisfazione (New York Times, 30.1.2015, P. Krugman, Europe’s Greek Test Test greco per l’Europa http://www.nytimes.com/2015/01/30/ opinion/paul-krugman-europes-greek-test.html#), facendo poi anche presente che quanti hanno prestato privatamente quattrini ai greci – le banche, gli investitori – diversamente dagli Stati sovrani sono  stato già largamente rimborsati – anche se nel 2012 hanno dovuto subire un qualche taglio, peraltro accettato sulla propria esposizione creditizia: si trattò proprio di un debt swap― una conversione forzata del debito voluta ed imposta sia al governo greco di allora(quello unitario destra-sinistra di Lucas Papademos) che ai creditori privati per concedere alla Grecia la seconda rata del prestito dello stesso FMI (Deutsche Welle Rundfunk/Berlino, 24.2.2012, Greek creditors receive official 'haircut' notification― I creditori della Grecia ricevono notifica ufficiale del taglio del loro credito http://www.dw.de/greek-creditors-receive-official-haircut-notification/a-15767530).

Krugman, che Alexis Tsipras ha anche voluto sentire personalmente, come aveva fatto un mese fa il PM giapponese Abe, parte facendo notare come il PM greco abbia finalmente esordito proclamando che “questo nostro paese si è buttato dietro le spalle la paura e l’austerità”, e sottolinea come sarà il primo leader europeo “eletto sulla base dell’ impegno esplicito a sfidare le politiche dell’austerità... anche se in tanti gli chiederanno di comportarsi adesso, invece, ‘responsabilmente’. Già – si chiede e chiede a tutti Krugman – ma come ha funzionato finora questa faccenda della responsabilità? (New York Times, 26.1.2015, P. Krugman, Ending Greece’s Nightmare Por fine all’incubo della Grecia http://www.nytimes.com/2015/01/26/opinion/paul-krugman-ending-greeces-nightmare.html). 

Nel maggio del 2010, la cosiddetta troika – Fondo monetario internazionale, BCE e Commissione UE – estese una linea di credito alla Grecia sulla base di uno scambio con più austerità e più riforme. “Con la pretesa del realismo, la troika si mise a spacciare così fantasie economiche. E il popolo greco ha pagato il prezzo di quelle illusioni elitarie”.

Perché le proiezioni macroeconomiche che accompagnavano quello che allora battezzarono accordo standby (di appoggio: all’anima dell’appoggio!) davano come scontato che la Grecia potesse imporsi misure di rigore durissime. Senza effetti – era scritto – se non trascurabili su crescita e occupazione. La Grecia era già in recessione, ma l’accordo giurava che stava per finire, che nel 2011 la contrazione del PIL sarebbe stata tutto sommato piccola e nel 2012  la ripresa sarebbe stata in atto. E, certo, dopo un altro inevitabile aumento dal 9,4% del 2009 al 15% nel 2012, la disoccupazione sarebbe rapidamente stata riassorbita...

Ne è venuto fuori un incubo, economico e umano. La recessione ha toccato il fondo solo nel 2014, con una disoccupazione media al 28% e quella giovanile al 60. E la ripresa in atto è appena appena visibile. Né è vero che la Grecia non abbia fato i tagli che i suoi governi avevano promessi alla troika: invece, “hanno selvaggiamente tagliato servizi pubblici, salari dei pubblici dipendenti e assistenza sociale. Grazie alle pressioni continue per un maggiore livello di austerità, hanno in effetti tagliato più di quanto aveva previsto il programma originale e oggi si tratta di una riduzione di oltre il 20% sulla spesa del 2010”.

In effetti, Atene, non potendo far svalutare dalla sua Banca centrale la moneta per ritrovare una qualche competitività sui mercati esteri – non ne ha più il potere, sussunte moneta e banca dentro l’euro e la BCE – ha svalutato il costo del lavoro per unità di prodotto, il CLUP. Che è calcolato come il rapporto tra redditi da lavoro dipendente per unità standard di lavoro (costo del lavoro pro capite) e produttività media del lavoro (valore aggiunto diviso per le unità standard di lavoro) e rappresenta – se scusate il gergo – un importante indicatore della competitività delle imprese esistenti in un sistema economico.

E il grafico che segue riproduce bene quanto qui è successo e quanto è costato alla gente lo stratagemma della cosiddetta “svalutazione interna” nel periodo di cui stiamo parlando: il CLUP è sceso in quattro anni da un valore fatto uguale a 100 a 83― una svalutazione di quasi il 20%...

● La svalutazione interna del lavoro umano e dell’uomo fatta ingoiare alla Grecia   (grafico)

 Grecia, costo del lavoro per unità di prodotto

       dal primo trimestre del 2010 al terzo del 2014

 

Fonte: INYT, 26.1.2015, P. Krugman, Internal Devaluation in Greece La svalutazione interna in Grecia

 ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/01/26/internal-devaluation-in-greece/?_r=0

Ma i guai della Grecia – paese che si è certo messo in questa situazione anche truccando i conti in passato ma che poi si è supinamente e sempre finora dimostrato ossequiente a lor signori e tanto ì “responsabile” – sono oggi molto più seri di ieri: il governo che ha seguito tutte le ricette prescritte sta raccogliendo introiti fiscali sostanzialmente più alti di prima, ma il PIL s’è talmente ridotto che al netto ne raccoglie di meno. Per di più, un indicatore chiave – quello del rapporto tra debito e PIL – ha continuato a salire, anche se più lentamente.

(Qui, consentite a noi di inserire una chiosa a latere del ragionamento che vi riportiamo da Krugman: con la precisazione che il debito/PIL dell’Italia, al contrario di quello della Grecia che si è ridotto di poco, invece continua a crescere, non è stata identica anche se un po’ meno precipitosa la traiettoria finanziaria e economica nostra? sotto un’austerità quando anche teorizzata quando lamentata ma sempre praticata – e senza  che su di noi alitasse ancora, almeno formalmente, il fiato pesante della troika –: con Monti e Letta, dopo Berlusconi e poi Renzi e su tutti, sempre, l’auspicante Napolitano?).

Insomma, “e questo è il punto, se invece di credere nella fata morgana della fiducia e di un settore privato che avrebbe preso e con ben altro slancio il posto del pubblico” rilanciando poderosamente l’economia, “la troika fosse stata davvero realista”, almeno quanto lo fu agendo da solo l’FMI, due anni dopo il lancio del programma di aggiustamento forzato imposto alla Grecia, lanciando una grande ricerca per verificare quando ci fosse mai stato un programma simile di austerità che avesse nella storia avuto successo “senza riuscire a trovarne neanche uno” e, invece di continuare a predicare l’austerità, ne avesse preso atto, forse, le cose sarebbero cambiate in meglio. “Certo, non potevano peggiorare”.

Il programma imposto alla Grecia “non dà loro nessuna credibilità, non aveva alcun senso, non aveva alcuna possibilità di riuscire”. La differenza è che adesso lo vede e lo sa l’Europa tutta. Anche se c’è chi non si rassegna a riconoscerlo. Ancora...

Ma adesso, “con Tsipras... che nel chiedere un cambiamento di fondo si mostra molto più realista di chi insiste a continuare a flagellare il paziente finché il morale ne verrà sollevato, i resto del’Europa dovrebbe dargli l’occasione di metter fine all’incubo che da anni vive la Grecia”: il paese che diede nascita al concetto di Europa.    

In Grecia, non sarà proprio come dicono qui, ma insomma…    (vignetta)

Una gran bella sorpresa! Messaggio speciale  CONSEGNE  Sì, e mi hanno dato precise indicazioni 

   per il nuovo anno dall’opposizione greca       ESPRESSE         su dove potreste ficcarvelo, l’€       

FonteThe Economist, 2.1.2015, KAL

 

●Qualche altra osservazione immediata – e, quindi, ancora preliminare, si capisce, da parte di chi scrive questa Nota – sul voto greco:

   • Qui – ma altrove sarà lo stesso? – un voto di sinistra tradizionale andato a chi – il PASOK socialista dei Papandreu – ha governato per anni, un po’ obbligato degli errori che ha fatti esso stesso, sena volerli mai riconoscere per tali, e ancor più dalla destra e un po’ per scelta propria – la linea riformista/controriformista – come di vera e propria forza politica tradizionale di destra – sapete cosa intendiamo dire, no? – si è dimostrato suscettibile al collasso e al crollo (da partito di governo a partitucolo del 4,7% in due anni e poco più). Ma certo, all’opposizione ci dovrebbe essere Syriza non altri...  

   • Campagne impostate tutte sulla pubblicità negativa e lo spettro della rovina che l’avversario – però ancora non è mi stato al governo e non è imputabile direttamente di fatti e misfatti ma solo di idee a qualcuno ostiche – porterebbe inevitabilmente con sé, come quella che ha scelta contro Syriza la destra di Nea-Dimokratia – funzionano bene solo se chi è attaccato contrattacca nello stesso modo. Se se ne frega e ignora l’attacco, chi lo sferra fa cilecca e suona solo isterico...

   • La teoria del trattamento-shock – quella che in Germania sono quasi sembrati perfino teorizzare il capo della Bundesbank Jens Weidmann e il ministro Wolfgang Schäuble: levategli tutto e alla fine le plebi si arrendono a chi promette lacrime e sangue per risuscitarle – ha i suoi limiti: se gli levi tutto, o lasci intuire che questa è la medicina per ricominciare a campare, le plebi si inca**ano. E perdi tu...

   • La UE non è la troika, Tsipras ha ragione. L’Europa è la Merkel più qualche ammennicolo...

   • Ma, adesso, la base di Syriza – e soprattutto i greci che, senza reddito e senza lavoro, l’hanno votata per speranza e/o per disperazione – ricorderà che, per governare con a puntello un partito comunque di destra ma che ha il voto che gli serve proprio per governare, qualche compromesso poi Tsipras dovrà farlo? o troverà invece il peggiore ostacolo proprio tra i puri e i duri suoi?

   • L’ultima osservazione – per ora, e per chi scrive, anche carica di soddisfazione – è che la vittoria di Tsipras corrisponde alla sconfitta disastrosa a breve in modo anche fragoroso di Angela Merkel. Lui e Syriza – sempre sotto riserva di controllo, poi, a posteriori – sono riusciti come nessun altro finora a sbattere in un angolo la cancelliera di ferro, per un po’ arrugginita che fosse.

   • E poi, e soprattutto, hanno cominciato a dimostrare ad Atene che se la sinistra vuol vincere e sbattere fuori la destra, deve tornare e forse cominciare a fare il mestiere suo, non copiare parole d’ordine, politiche, priorità e cultura alla destra, mascherate magari sotto la richiesta senza senso di riformare (perché, il punto vero non è se riformare ma riformare come?) sotto l’etichetta della modernità vista l’ormai conclamata impresentabilità delle sue idee e dei suoi paladini...

●In Spagna, il più recente sondaggio del 4 gennaio dà adesso al primo posto tra i partiti nazionali il partito popolare, col 26,8% dei suffragi, coi socialisti al 23,4% e il nuovo Podemos Possiamo  di sinistra-sinistra diciamo, che dopo settimane di primo posto è adesso tornato indietro al 23,2%. Ma era intanto passato dal risultato delle europee di qualche mese fa, appena creato, dell’8% al 28-30% da cui adesso è un po’ ridimensionato. Le elezioni politiche qui si terranno al massimo a dicembre 2015 ma, con ogni probabilità, verranno anticipate nella prima metà dell’anno (Reuters, 4.1.2015, Spain’s ruling People’s Party leads opinion poll Il partito popolare al governo oggi in Spagna conduce nei sondaggi elettorali http://ca.reuters.com/article/idCAKBN0KD09R20150104).

●In Ucraina, i ribelli russofoni dell’est del paese e il governo di Kiev hanno ripreso a discutere, di un ulteriore scambio di prigionieri: 220 in mano ai governativi e 30 ai ribelli del Donbass. Il 26 dicembre i due fronti si erano già scambiati 370 soldati (Bloomberg, 4.1.2015, H. Meyer e Volodymyr Verbyany, Ukraine in Talks With Rebels on Prisoner Exchange― L’Ucraina discute di nuovi  scambi di prigionieri http://www.bloomberg.com/news/2015-01-04/ukraine-in-talks-with-separatists-on-prisoner-exchange-ria-says.html ).

●Intanto, a Kiev diventa ufficiale che il tasso di inflazione è scattato al 24,9% nel 2014, secondo il Derzhavnyi Komitet Statystyky― il Comitato Statistico Nazionale. In parte l’aumento è stato dovuto all’incremento del prezzo al consumo del gas dopo l’abolizione dei sussidi imposta dal governo in ossequio alle richieste di austerità del bilancio volute dalla troika Europa/FMI per aver diritto ai crediti promessi – tra l’altro, per lo più, solo promessi – allo Stato ucraino. Il PIL si è contratto, nell’anno, almeno del 10% e il valore della moneta, la hryvnia, si è dimezzato.

I mercati, tutti, da Wall Street, a Francoforte, a Kiev stesso, a Shangai, alla City prevedono con certezza il default del Tesoro ucraino e scommettono non più sul se ma solo sul quando: e non basteranno di certo i 3 miliardi di $ di rinforzo adesso impegnati dal FMI a impedirlo (The Economist, 9.1.2015, Ukraine’s economy – No Christmas present L’economia del’Ucraina – Nessun regalo di Natale ▬  http://www. economist.com/blogs/freeexchange/2015/01/ukraines-economy).

●E, adesso, rende noto il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, l’Ucraina è nuovamente in violazione contrattuale, avendo superato il tetto concessole dai suoi accordi bilaterali di un massimo del 60% sul PIL, che la obbligherebbe ora su richiesta al rimborso immediato e in contanti dei 3 miliardi di $ che deve alla Russia per il gas che le è stato ceduto. Anche se Mosca la sua decisione ancora non l’ha presa, notifica così che ha il diritto di prenderla senza dover dare ulteriori preavvisi a nessuno.

In realtà, qui c’è poco su cui dissentire: tutti concordano, ucraini inclusi, sul nodo contrattuale che, sugli obblighi dell’Ucraina è chiarissimo, di pagare ai russi quanto è loro dovuto... Il problema è tutto politico, legato al momento e anche al fatto – però – che pure l’economia russa non è che se la stia passando proprio del tutto liscia (NewsEurope, 11.1.2015, Kiev Breached $3Bln Russian Loan Conditions as State Debt Topped 60% GDP― Kiev ha infranto le condizioni del prestito russo di 3 miliardi di $ con il superamento del rapporto debito/PIL al 60% https://www.veooz.com/news/cIDVi9K.html; e International Business Times/New York, 10.1.2015, Russia Says Ukraine Violated Terms of $3B Loan, May Demand Early Repayment La Russia avverte che l’Ucraina ha violato i termini del suo prestito di 3 miliardi di $ e potrebbe chiederne il rapido rimborso http://uaposition.com/russia-says-ukraine-violated-terms-of-3b-loan-may-demand-early-repayment; e, ancora,  Kyiv Post/Kiev, 10.1.2015, M. Tucker, Moscow threatens Kyiv with 3 billion loan recall ahaed of peace talks Mosca minaccia Kiev di un rimborso del prestito di 3 miliardi di $ prima dei colloqui di pace [nessun accenno, da parte ucraina, sì intende, al fatto che Mosca ha ragione su base anche puramente contrattuale e del fatto che i colloqui cosiddetti di pace non vanno proprio avanti]▬ http://uaposition. com/russia-says-ukraine-violated-terms-of-3b-loan-may-demand-early-repayment)[5].

Quasi a fine febbraio, dopo aver proclamato per settimane di essersi ripreso il controllo dell’aeroporto di Donetsk, il governo ha ammesso di averlo abbandonato.: m era ormai ridoto a un infrastruttura inservibile Anche se aveva e ha una importanza simbolica alta per chi lo ha perso e per chi se l’è preso (Kyiv Post, 22.1. 2015, D. M. Herszenhorn, Ukraine Cedes Donetsk Airport to Rebels L’Ucraina cede l’aeroporto di Donetsk ai ribelli http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/new-york-times-ukraine-cedes-donetsk-airport-to-rebels-as-fighting-continues-378132.html). E, per vendetta, hanno subito colpito un filobus e massacrato più di dieci passeggeri... dovendo poi subìre l’occhio per occhio dei ribelli (tutti, qui – tutti – governativi e ribelli, mica islamici eh, ma buoni cristiani, cattolici e ortodossi...) con un bombardamento di obici Grad su  un mercato a Mariupol e almeno una trentina di morti...

●In Russia, a novembre l’economia si è contratta dello 0,5% su un anno prima anche sotto l’attacco di sanzioni e calo orchestrato del prezzo del petrolio. E’ la prima contrazione da quando venne toccato il fondo della crisi finanziaria nel 2009 e, a paragone della crisi nostrana, italiana, è di sicuro  più lieve e meno rilevante. Comunque, la Banca centrale di Russia, preoccupata, mette in guardia il governo che, se il prezzo del greggio nel 2015, continuasse a restare intorno ai $ 60 al barile, il PIL finirebbe probabilmente col ridursi del 4,5% complessivo (The Economist, 2.1.2015).

●A Mosca per ora, e comunque senza rassegnarsi del tutto al ridimensionamento, Mosca ha approvato un piano anti-crisi che mirerebbe, dicono, a introdurre riforme strutturali― e, poi, in sostanza, a ridurre la spesa pubblica iscritta a bilancio. Lo comunica ufficialmente il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, chiarendo subito che non è previsto alcun taglio, però, su due capitoli considerati cruciali: la spesa militare e quella sociale (sanità, istruzione, pensioni). In effetti, anche in questo paese, l’economia è in serio declino sotto l’impatto del calo del prezzo del greggio che riduce le entrate da esportazioni e dalle restrizioni delle sanzioni americane e europee. Anche qui – e non bisogna stancarsi di far rilevare questo anche: perché, come si sa, nessuno se la passa davvero tanto bene – questa è la peggiore crisi del decennio (Agenzia Associated Press, A.P., 28.1.15, N, Vasilyeva, Russian government details spending cuts in view of crisis― Alla luce della crisi economica, il governo russo precisa i tagli di spesa previsti  ▬ http://bigstory.ap.org/article/205a293bba194565bbaec65ff7ab5dd4/russian-govt-proposes-spending-cuts-view-crisis).

●Giungono anche notizie, pesanti, dal resto del fronte bancario della Repubblica federativa russa. Scrive il più importante quotidiano economico-finanziario di opposizione dichiarata, Vedemosti – citando un  lavoro del peraltro non famosissimo serbatoio di pensiero di Mosca, il Centro di analisi macro-economica e di previsione a breve termine ma, soprattutto, accreditandone l’autorevolezza – il 20% degli istituti di credito della Repubblica, fino forse a 200 banche potrebbe essere  costretto a chiudere i battenti  a causa dei crediti inesigibili e della svalutazione in atto del rublo (cfr. U.K. Business Insider/Londra, 27.1.2015, T. Hirst, One fifth of Russian banks could collapse in 2015 Più di un quinto delle banche russe potrebbe fallire nel 2015 http://uk.businessinsider.com/over-20-percent-of-russian-banks-at-risk-of-collapse-this-year-2015-1?r=US).

Salgono allo stesso tempo, però, un po’ in tutta l’Europa occidentale resistenze negli establishments – finanziari, economici e politici – e proteste di massa tra i tanti – imprese, commercio, persone – che ne risentono i contraccolpi selvaggi contro una politica delle sanzioni che, insieme agli effetti previsti contrari agli interessi della Russia sta avendo – come da sempre anche era stato previsto e predetto – effetti durissimi anche sulle economie della UE. E di alcuni grandi Stati, i più grandi (Francia, Germania, Italia) più che di altre... mentre tra alcuni dei piccoli (Austria, Cechia, Slovacchia, Ungheria...) la rivolta dei governi è ormai del tutto palese.

Ma, adesso, il primo tra i grandi a mandare pubblicamente a quel paese una politica che chiama apertamente “insensata”, e di persona poi, è il presidente francese François Hollande, che senza degnarsi però di chiarire (la razionalità, e tanto meno la necessità di spiegarsi, per questa gente: da Obama, a Hollande e, sempre più in piccolo si capisce, anche a Renzi – lui confessa, ad esempio che la “manina” è sua, ma poi non illustra come e perché gli sia mai venuta pensata la cosa... – questi proprio, lassù dove pro-tempore stanno stravaccati, non la avvertono proprio), adesso inper radio nazionale rende noto di essere:

Del tutto contrario a questa linea che vuole arrivare a risultati positivi peggiorando le cose. Penso proprio che ora essa debba fermarsi (New York Times, 5.1.2014, A. E. Kramer, French Leader Urges End to Sanctions Over Ukraine Il presidente francese preme per la fine delle sanzioni imposte a causa dell’Ucraina http://www.nytimes.com/2015/01/06/world/europe/francois-hollande-says-destabilizing-sanctions-on-russia-must-sto p-now.html; e intervista a France Inter, 4.1.2015, François Hollande à l’assaut mediatique de 2015 http://actu.orange.fr/politique/francois-hollande-lance-l-assaut-mediatique-lefigaro_CNT0000006LmUP.html). 

Gli americani, nella loro crassa semplicità in bianco e nero, non capiscono: e bisogna anche capirli... Lui, che a febbraio del 2014 aveva spedito a Kiev a ringhiare ultimatum a Viktor Yanukovich, legittimo pur se discusso presidente della Repubblica ucraina, quel suo cagnaccio di ministro degli Esteri, Laurent Fabius, adesso proclama la sua “sicurezza: Monsieur Putin, me lo ha ben spiegato e io gli credo, non vuole annettersi l’Ucraina dell’est. Vuole contare. Quel che vuole è che l’Ucraina non diventi un membro della NATO― qui non lo aggiunge e fa finta di non saperlo; ma onestamente dovrebbe confessarlo: come anche noi, la Francia di Giscard e di Chirac compresa, avevamo promesso a Gorbaciov e a Eltsin di fare, insieme a George Bush sr. e a Clinton, quando promisero che a quelle condizioni avrebbero dissolto l’Unione Sovietica. L’idea ferma che ha e vuole veder rispettata M. Putin è quella di non avere un esercito ostile schierato appena al di là dei confini russi”.

Ma è proprio questa la strategia che emerge da parte ucraina. La stessa che fallì miseramente nel caso della Georgia il presidente Mickheil Saak’ashvili, tentando di fare proprio dell’entrata del suo paese nella NATO il primum mobile di tutta la sua strategia. Dietro aveva, l’ “americano” Mickheil, le chiacchiere di quel quaquaraqua di George Bush che formalmente e personalmente gli aveva promesso e fatto giurare dai suoi, senza fare i conti con l’unanimità necessaria che non aveva dentro l’Alleanza di portare la Georgia nella NATO in qualche momento di qui alla fine dei tempi. Lui, Saaka’shvili, uno che vivendo di visioni oniriche aveva fatto finta di capire che quella scadenza se non oggi si riferisse al domani mattina o, al massimo, al dopodomani. Fu un fallimento totale, la strategia georgiana e tal quale è oggi questa che Poroshenko va fotocopiando tal quale dall’Ucraina.   

Alla voce di Hollande aggiunge in contemporanea quasi la sua, appena istituzionalmente al di sotto, quella in Germania del vice cancelliere Sigmar Gabriel che va giù anche lui duro ammettendo che nessuno aveva voluto – sempre più distratti, eh? – le conseguenze del proprio operare, neanche la sua “capa”, la Merkel quanto all’effetto dele sanzioni, dal nostro punto di vista, sulla stabilità della Russia: “il nostro scopo – ... e quello degli americani pure? sicuri? – non è mai stato quello di cercar di mettere in ginocchio, politicamente ed economicamente, la Russia buttandola nel caos(intervista a Frankfurter Allegemeine Zeitung, 4.1.2014, Vizekanzler Gabriel beteuert: Russland wirtschaftlich nicht in die Knie zwingen Non volevamo affatto mettere in ginocchio l’economia russa http://www.faz.net/agenturmeldungen/adhoc/vizekanzler-gabriel-beteuert-russland-wirtschaftlich-nicht-in-die-knie-zwingen-13352690.html).

Merkel, però, di fronte alla chiamiamola pure sottolineatura congiunta di stampo pragmatico che le viene dal suo ministro e vice cancelliere social-democratico Gabriel e dal presidente francese preferisce tacere. Anzi, ricevendo a Berlino il travicello primo ministro ucraino, quello Yatsenyuk che ha dietro a puntellarlo solo i neo-cons USA ancora annidati dentro il governo Obama e la destra estremista nella coalizione di governo ucraina – accenna testardamente e contraddittoriamente rispetto al segnale non certo casuale del suo vice cancelliere proprio sull’ “utilità politica” – dice – del mantenere le sanzioni fino a una marcia indietro cui fa ancora finta di credere dei russi... (New York Times, 8.1.2015, Melissa Eddy e Alison Smale,  Merkel Sticks to Tough Line on Russia Sanctions Merkel resta attaccata a una linea dura sulle sanzioni contro la Russia http://www.nytimes.com/2015/01/09/world/europe/german-government-websites-return-online-after-cyberattack.html).

E la domanda, a noi viene spontanea. Mentre Mogherini, responsabile Esteri della UE, parla di passi avanti netti da parte dei russi e Angela Merkel tace, perché, almeno su questo, se non ha le p**le per dire la sua chiara e secca e definitiva contro l’austerità, non aggiunge la sua voce, invece di trastullarsi a dare una mano al Berlusca – che su questo punto, però, le idee più chiare delle sue sembra averle – si fa per dire – il nostro Matteo nazionale – non quello padano, ma quello che sta a Roma – in appoggio (tra parentesi, oltre all’interesse dell’Italia) anche dei suoi compagni del partito socialista europeo? Non sarà forse proprio perché, malgrado tutto, loro si chiamano proprio e ancora compagni?

Intanto, però, si è bloccato subito dopo la riunione preparatoria a Berlino dei ministri degli Esteri il previsto vertice russo, ucraino, tedesco e francese che avrebbe dovuto, a metà gennaio, in Kazakistan, per provare a scuotere lo stallo,. “Le divergenze di valutazione emerse – dice il pur volenteroso ministro degli Esteri tedesco Steinmeier – hanno subito chiarito quanto sia difficile il progresso per una soluzione politica e anche, come s’era pure previsto per tenere subito ad Astana,  un vertice dei capi di Stato e di governo che ha, però,  ancora bisogno di ulteriore preparazione”. Il problema è che Kiev insiste di volersi riprendere i territori dell’Est che si sono di fatto autonomizzati e questi insistono nel proclamare che resteranno comunque autonomi (New York Times, 12.1.2015, Alison Smale, Russian and Ukrainian Officials Meet in Germany Esponenti dei governi russi e ucraini si incontrano in Germania http://www.nytimes.com/2015/01/13/world/europe/russian-and-ukrainian-officials-meet-in-germany.html?_r=0#).

●In ogni caso, già oggi sono sette i paesi membri dell’eurozona (Austria, Cipro, Repubblica ceca, Francia, Italia, Slovacchia, Ungheria) ad aver già notificato alla Commissione di voler togliere le sanzioni alla Russia e a se stessi. E ce ne sono almeno altri otto (Belgio, Bulgaria, Grecia, Irlanda, Malta, Romania, Slovenia e Spagna) pronti a schierarsi con loro e, anche, chi sa?, la Germania... (ITAR-Tass, 15.1.2015, Seven EU countries support lifting sanctions on Russia Sette paesi europei a favore dell’eliminazione delle sanzioni... http://itar-tass.com/en/world/771324).

Ma, e insieme, continuando con l’emissione di segnali di fumo confusi e confusionari, il parlamento europeo chiede l’inasprimento delle sanzioni... (Sott.net/New York (un blog indipendente, anti-americano), 15.1.2015, ... but European Parliament wants more sanctions Ma il parlamento europeo chiede ancora più sanzioni http://www.sott.net/article/291387-Mixed-messages-Seven-EU-countries-support-lifting-sanctions-on-Russia-while-European-parliament-wants-more). Qualche giorno prima era già filtrata notizia di un documento preparato dal servizio Esteri della Commissione, secondo cui ormai la UE sarebbe pronta ad “ammorbidire” le sanzioni anti-russe e a una normalizzazione, almeno parziale, dei rapporti con Mosca se cambiano (ma come? quanto? su cosa precisamente? e realisticamente) le posizioni russe rispetto all’Ucraina.

Si tratta dei documenti preparatori che gli uffici dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, hanno presentato alla riunione preparatoria dei ministri degli Esteri dell’Unione il 19 febbraio (Wall Street Journal, 13.1.2015, L. Norman, EU explores Russia sanction options, better ties La UE esplora le opzioni sulle sanzioni contro la Russia e possibili migliori rapporti http://www.wsj.com/articles/eu-considers-improved-russia-ties-1421160478).    

●Intanto, anche dalla Lettonia, che ha appena assunto la presidenza semestrale di turno della UE giungo

no segnali, quasi remissivi, che appena possibile senza perdere troppo la faccia – cioè vantando qualche piccolo vero o presunto successo nell’ammorbidimento delle posizioni russe – l’Unione europea considererà il ritiro, o una forte attenuazione delle sanzioni come dicono ormai in molti.

Lo dice chiaro, adesso, il ministro degli Esteri lettone, Edgars Rinkevics, subito dopo un colloquio col suo omologo russo, Sergei Lavrov. Rinkevics sembra quasi rassegnato e ancor più preoccupato dai segnali evidenti di una volontà degli altri europei a moderare le sanzioni e dell’influenza russa che continua a incombere, inevitabilmente, sull’antica periferia sovietica.

I baltici avevano insieme puntato a approfittare dei fatti e misfatti, veri o presunti, dei russi in Ucraina in reazione alle provocazioni geo-politiche di Kiev per chiedere e appoggiare le sanzioni reclamate soprattutto dagli USA.

Ma, adesso, devono constatare che tutta la trama del loro ordito si va sdipanando (Stratfor – Global Intelligence, 7.1.2015, Poland, Baltic States Will Continue to Promote Ukraine's Western Ties, But...― La Polonia e gli Stati Baltici continueranno a promuovere i legami tra occidente e Ucraina, ma... http://www.stratfor.com/analysis/poland-baltic-states-will-continue-promote-ukraines-western-ties#axzz3OY0Ci0b3): il fatto sempre più evidente – conclude e documenta questa autorevole fonte ufficiosa statunitense – è che “alla fine, comunque, attori ben più possenti in una situazione di stallo limiteranno l’impatto dei loro tentativi: in particolare, conteranno le decisioni di Germania e Stati Uniti― e non sono di sicuro dello stampo che loro sembrano testardamente e ciecamente auspicare.

●Anche perché, poi, all’interno, malgrado ogni respirazione artificiale tentata dall’estero, in Russia, a Mosca, la tanto pompata protesta di massa contro Putin, per la condanna per frode, e non per essere un oppositore, inflitta dal tribunale all’ex oligarca Aleksei S. Navalny – autoproclamatosi, senza beninteso aver restituito un copeco del mal tolto, come genuino crociato anticorruzione – certifica ora, con rabbia e malcelato rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non è stato, per dirla con le parole del NYT, principale, se non addirittura unico pompatore di “un evento” che sarebbe stato sicuramente, diceva, “epocale, rivoluzionario” – è stata invece “un flop colossale”.

Alla fine l’opposizione cosiddetta del ‘nastro bianco’ che con rumore eclatante si è introdotta nel dicembre 2011 nella vita politica allo scopo proclamato di cacciare via Vladimir V. Putin – e che, aggiungiamo noi, ha registrato una sconfitta dopo l’altra – si è ridota a neanche due dozzine di duri ad arrendersi che si sono accoccolati per una notte dentro uno strano ornamento, una specie di palla trasparente gigante, appena al di fuori delle mura del Cremlino in attesa dell’inevitabile arresto. Che, in mattinata, è arrivato...

La polizia antisommossa russa, assai ben sperimentata, conosciuta come gli OMON, ha disperso gran parte della folla – bè, insomma, folla... – con devastante efficienza – il giornale americano, per carità forse di patria, evita di rimarcarlo non lo dice: ma senza fare un solo morto o un solo ferito grave, al contrario di recenti esperienze americane – spingendo la maggior parte della gente nei sottopassaggi della metro e arrestando più di 100 persone.

   Navalny ha violato – togliendogli il braccialetto elettronico impostogli dal tribunale – il domicilio obbligato cui era confinato ma  solo per essere riportato indietro dopo dieci minuti e tutti i suoi adepti sono stati condannati per hooliganismo. Opporsi a Putin, qui, sembra sempre più futile”.

Così il giornale dispensa quella che appare, ancora una volta ma forse ancora una volta sbagliando, come la sua sentenza definitiva affossando, dopo averli gonfiati a dismisura incoraggiando con la sua presuntuosa supponenza yankee, le loro speranze certificandole come infondate e impotenti: subito dopo la condanna a un certo punto, addirittura li iride, e irride se stesso che li aveva pompati sulla parola ricordando come il sito @KremlinRussia, che pure ha, o dice di avere, più di un milione di “mi piace” su twitter avesse postato per il suo milione di followers un illusorio “‘Vi stiamo aspettando’”.

Aspettano e sperano invano... perché poi “le truppe non hanno mai preso corpo (New York Times, 31.12.2014, D. M. Herszenhorn, Anti-Putin Protest Fizzles as Police Sweep Square― La protesta anti-Putin si smorza con la polizia che sgombera la piazza  ▬ http://www. nytimes.com/2015/01/01/world/europe/anti-putin-protest-fizzles-as-police-sweep-square.html?_r=0).

Secondo un commento informato, ma anche qualche po’ speranzoso, che trapela in modo trasparente e un po’ naive proprio dal Pentagono, il combinarsi (Stratfor - Analysis, 4.1.2015, Russia Is Losing Ground in the Balkans―La Russia perde terreno nei Balcani ▬ http://www.stratfor.com/analysis/russia-losing-ground-balkans# axzz3Nx8FZ5DX), coi problemi economici (Stratfor – Global Intelligence, 7.12.2014, Russia’s economic crisis reveals fault lines La crisi economica in Russia svela diverse linee di faglia http://www.stratfor.com/analysis/russias-economic-crisis-reveals-fault-lines#axzz3Nx8FZ5DX) della crisi che, sommate alle sanzioni, stanno riducendo le entrate dell’import di greggio e di gas naturale in Russia, provocando anche erratiche fluttuazioni del cambio e schemi abbastanza anomali rispetto agli schemi dei suoi scambi usuali (Stratfor – Global Intelligence, 31.12 2014, The tumultuous birth of the Eurasian economic Union La nascita tumultuosa dell’Unione economica eurasiatica http://www.stratfor.com/analysis/ tumultuous-birth-eurasian-economic-union#axzz3Nx8FZ5DX).

Si tratta della nascita ora il 1° gennaio 2015, ma nel mezzo proprio del trambusto provocato dal crollo del prezzo del petrolio e delle sanzioni sferrate contro la Russia, di una nuova alleanza economica che, includendo Russia, Kazakistan, Bielorussia, Armenia e col Kirghizistan che dovrebbe entrare nel maggio 2015, sta cercando di fare i conti con quella che è la distorsione non ancora si vede quanto duratura degli scambi commerciali consueti , normali, attraverso tutto l’antico territorio che era quello della vecchia Unione Sovietica, con ripercussioni anche al di là di quel territorio.

Al fondo, l’Unione economica eurasiatica è parte integrante della zona cuscinetto che la Russia, legittimamente e nei suoi interessi, sta cercando di crearsi all’intorno.

●In qualche modo anche l’Iraq sembra ormai pronto a intralciare come può, indirettamente, sotto la pressione di entrate in diminuzione che pesano sul suo bilancio, la politica di sanzioni supplementari contro la Russia, mai proclamata apertamente ma garantita dal meccanismo innescato col calo dei prezzi del greggio da sauditi e americani, in modo tra l’altro che, mediato dai mercati, è sempre pieno di contraddizioni (il ribasso del greggio rende, comparativamente, anche più alto in America mettendolo fuori mercato il costo, qui, dell’estrazione del petrolio dalla frantumazione idraulica delle scisti bituminose).

Ora l’Iraq ha preso due iniziative controcorrente ed autonome. Anzitutto, ha  reso noto di aver pompato a dicembre 4 milioni di barili di greggio dai suoi pozzi, al record da sempre. Insomma ha rotto l’accordo raggiunto all’OPEC, nel tentativo di incassare comunque di più dalla sua esportazione. Ma il risultato è che, a domanda rimasta invariata, il prezzo del barile di Brent è sceso di nuovo sotto ai 50 $.

A sentire il ministro degli Esteri iracheno, Adel Abdel Mehdi la maggiore esportazione era motivata da una maggiore produzione dei giacimenti meridionali del paese e alla maggior fornitura da Kirkuk, dal nord, e in generale dal Kurdistan dove nel frattempo è stato trovato un accordo.

La mattina del 19 gennaio il Brent era arrivato a 49,40 $ e quello americano a 47,95 $ al barile (DinarVets, 19.1.2015, Oil prices slip on record Iraq output I prezzi del greggio scivolano a causa dell’annuncio della produzione record dell’Iraq http://dinarvets.com/forums/index.php?/topic/194836-oil-prices-slip-on-record-iraq-output).  

E, poi, ha proceduto ad aggiustare il prezzo che pratica per le spedizioni previste a febbraio il greggio che chiama Basra Light, e che estrae intorno a Bassora, e anche il greggio di Kirkuk. E farà anche distinzioni all’interno delle spedizioni dello stesso petrolio greggio.

Il Basra Light esportato verso l’Asia aumenterà di $ 0,30 al barile più o meno come (riferisce Bloomberg, citando una e-mail della compagnia di Stato irachena) e quanto quello inviato in USA.

Mentre lo stesso greggio e quello di Kirkuk esportato in Europa verrebbero, invece,  scontati di oltre 1 $ al barile. Si tratta di cambi decisi dopo che l’Arabia saudita ha già, senza neanche annunciarlo, scontato in alcuni casi e rivalutato un po’ in altri la propria offerta a seconda poi, e al dunque, della maggiore o minore domanda: alla fine, in definitiva – dice – deciderebbe il mercato (Stratfor, 12.1.2015, Iraq: Crude Oil Prices Adiusted Iraq: riaggiustati i prezzi del greggio [esportato] ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-crude-oil-prices-adjusted#axzz3OY0Ci0b3).

● Produzione di greggio petrolifero in Medioriente    ( grafico)

Milioni di barili al giorno nel 2013

Fonte: Rassegna statistica BP dell’energia mondiale 2014, 22.8.2014

Inflazione, euro e prezzo del Brent greggio   (grafico)

――inflazione nell’eurozona-% di calo     ――prezzo del Brent      ――€ vs $    

Fonte: Stratfor, 16.1.2015, Media Center-Image

●In Iraq, le compagnie aeree Etihad e Emirati sospendono tutti i voli a e per l’aeroporto internazionale di Bagdad, BGW, dopo che un volo passeggeri della consociata FlyDubai, il volo FG215, un Boeing  737, viene colpito ripetutamente da raffiche di mitra in fase di atterraggio: a dimostrazione, l’ennesima, che il governo iracheno non è affatto in grado di controllare il suo territorio, sia dallo Stato islamico che dai suoi oppositori interni sunniti (Iraq Sun/Bagdad, 27.1.2015, Etihad, Emirates suspend flights to Baghdad after shooting― Etihad e Emirati fermano i voli a Bagdad dopo la sparatoria contro un aereo http://www.iraqsun.com/index.php/sid/229728679).

●Anche l’Azerbaijan, sotto la “guida” di Ilham Alijev, l’uomo forte e presidente, diciamo, eletto dal 2003 che si descrive da anni e si comportava anche fino a ieri come filo-occidentale, noto autocrate che governa anche con gli strumenti di vaste riserve di greggio e una consolidata fama di ricorso alla corruzione – e noi, personalmente, scottati da quella sovrabbondante e mefitica di casa nostra e un po’ dell’occidente, tutto la citiamo per onestà di cronaca – sembra dar inizio a un cammino di riavvicinamento a Mosca.

Ora, finalmente, sembra aver capito che dall’America e dall’Europa avrà magari tante chiacchiere di cosiddetta solidarietà, in nome di qualche malintesa russofobia, ma mai l’appoggio politico e militare per riprendersi, con la forza, dalla confinante Armenia il Nagorno-Karabak – altro pezzo di Caucaso rovente che nei primi anni ’90 perse, militarmente, sbagliando tutti i conti e ogni possibile alleanza, in una guerra locale contro i separatisti dell’Armenia.

A Baku, adesso, i conti hanno cominciato a rifarli. E, a scanso di equivoci, stanno denunciando e reprimendo i propri cosiddetti “attivisti dei diritti umani” che, ideologicamente incoraggiati e aiutati anche materialmente dalle ONG americane coi soldi di quel governo e di qualche Fondazione europea che ad esso fa talvolta da mosca cocchiera, tentano di rilanciare anche qui le rivoluzioni che le loro agenzie di PR battezzarono “colorate” – come a suo tempo in Georgia e in Ucraina – e che, alla fine, riuscirono eversivamente a rovesciare e cambiare i regimi eletti alle urne pochi anni prima...

Cominciando così a cambiare adesso di linea, un regime autocratico come quello di Baku conta di recuperare e garantirsi qualche manifestazione di maggior distanza dai russi nel suo scontro – non sempre poi solo latente – con l’Armenia sui territori contesi, Washington ha naturalmente reagito, come da riflesso quasi condizionato e connaturato, manifestando – ma solo ai bassi livelli dei portavoce di seconda e terza fila del dipartimento di Stato – le sue “preoccupazioni” per la chiusura di Radio Free Europe/Radio Liberty (New York Times, 8.1.2015,  J. Kucera, Azerbaijan Snubs the West L’Azerbaijan snobba l’occidente [in realtà, snobba proprio l’America] ▬ http://www.nytimes.com/2015/01/09/opinion/ azerbaijan-snubs-the-west.html?_r=0#).

Chiuse per decisione sovrana del paese come lo sarebbero in base alla legge federale in America in quanto “agenti di potenze straniere”. Certo, Washington rivendica che le emittenti in questione  siano regolarmente autorizzate dal Congresso: il suo – naturalmente per l’America, ma solo per l’America non per gli altri che non ci vogliano stare – l’unico che poi conta e su questa base è, sempre secondo loro, autorità sufficiente a consentire di trasmettere il suo punto di vista anche sulle cose interne azerbaijane a Baku― prendendosi subito, e sostanzialmente poi dovendosi di fatto azzittire, la replica altrettanto scontata che farebbe meglio a farsi i fatti propri pensando a quel che succede a casa sua, a Ferguson, a New York e un po’ dappertutto proprio e contro i diritti umani di tanti cittadini statunitensi...

●Secondo i ponzamenti pentagonesi che così filtrano, questo spostamento di attenzione tattico-strategica è – sarebbe – una variazione che si va facendo particolarmente evidente nei Balcani, dove Russia e Unione europea competono in qualche modo da sempre per influire su quei paesi. Qui nei Balcani, Serbia e Bulgaria sono sempre stati i due paesi nel fuoco della strategia russa per la collocazione geografica, i rapporti che hanno da sempre con l’Unione europea da una parte e i legami storici che da sempre mantengono con la Russia dall’altra (Stratfor – Global Intelligence, 25.9.2014, Russia competes for influence in the Balkans La Russia concorre [ma perché mai far finta di meravigliarsene?] per esercitare la propria influenza sui Balcani http://www.stratfor.com/analysis/russia-competes-influence-balkans#axzz3OY0Ci0b3).

Mosca, sistematicamente e in particolare nel corso degli ultimi anni, ha utilizzato crediti, acquisizioni territoriali strategiche – sempre cogliendo, però, sapientemente le provocazioni di altri fatte su calcoli sconsiderati e anche avventurosamente eterodiretti – l’uso di scambi commerciali ed investimenti per approfondire proprio il rapporto diretto con Bulgaria e Serbia. Adesso, però, il quadro potrebbe cambiare con una crescita negativa dell’economia russa nel 2015 e una moneta indebolita... ma anche a fronte di una crescita economica nell’UE ancora peggiore, forse, e di un euro che, nei confronti del dollaro, anch’esso vede calare, e di molto, il proprio potere di acquisto...

Adesso ha forzato la mano, in particolare sulla Bulgaria. Vista la paralisi in cui quel governo era caduto e è continuato a restare impantanato anche dopo le recenti elezioni, per l’incapacità del suo governo, sottoposto alle pressioni congiunte di USA e UE perché rispondesse di no all’offerta di Gazprom di partecipare e co-gestire il gasdotto South Stream che avrebbe potuto portare il gas sotto il Mar Nero via Bulgaria all’Europa del Sud.

●Adesso, Putin e Gazprom chiedono ai turchi di rispondere alla loro offerta di sostituire il gasdotto South Stream con uno che passando per quel paese traversi il Mar Nero per arrivare al Sud Europa. Ora, a inizio gennaio, il ministro turco dell’Energia, Taner Yildiz, informa che l’operatore di Stato turco, BotaŞ, e Gazprom stanno concludendo l’intesa. Per le posizioni europee e americane più antirusse, il problema è naturalmente che, così, viene tagliata fuori la strozzatura che il gasdotto trova in Ucraina. Ma che, invece di liberare dalla dipendenza dai russi la fornitura di gas necessaria in Europa, si trasformerebbe in indipendenza e, anche, in isolamento proprio dell’Ucraina (Daily Sabah, 22.12.2015, Between EU and Russia, Turkey not taking sides...For Now Tra UE e Russia, la Turchia non prende posizione... per ora  ▬ http://www.aa.com.tr/en/s/439374--between-eu-and-russia-turkey-not-taking-sides).

●Poi la Russia stringe i tempi e annuncia che, ormai, intende avviare tutto il suo export di gas verso l’Europa scavalcando l’Ucraina, attraverso la Turchia: 63 miliardi di m3 di gas naturale per il nuovo gasdotto proposto alla Turchia che passerà sul fondo del Mar Nero. Finora il 40% di questo combustibile arrivava in Europa via la strettoia ucraina e solo un mese fa Mosca, di fronte a quelle che realisticamente considera, e rifiuta, come stupide velleità di dettare al di fuori della sua area le proprie regole (senza essere poi ovviamente in grado di farle applicare).

Perché del gas russo poi hanno, e continueranno comunque ad avere bisogno... Ha cancellato il progetto del South Stream che passava dalla Turchia in Bulgaria scavalcando la strozzatura ucraina e con ìl suo nuovo piano salta ora del tutto la mediazione di Kiev per portare il combustibile fino all’Europa occidentale (Vineyardsaker.blogspot/Miami(?), 15.1.2015, Russia will completely stop the delivery of gaz through the Ukraine La Russia smetterà completamente di consegnare il suo gas attraverso l’Ucrainahttp:// vineyardsaker.blogspot.it/2015/01/breaking-news-russia-will-completely.html).

E in Russia, la Sberbank, la maggiore banca privata russa (a capitale di maggioranza della Banca centrale) si è detta pronta (ma soprattutto, assicura, perfettamente “in grado di finanziare” il ritorno completamento del nuovo gasdotto al posto del South Stream abbandonato per decisione politica di Putin, sul tracciato che ha proposto adesso a Istanbul trovandola attenta e, malgrado i desiderata di una Commissione però francamente impotente, anche pronta a scavalcare proprio il passaggio per l’Ucraina.

Lo attesta adesso Sergey Gorkov, il vice presidente della Sberbank che del resto sta già finanziando la costruzione del terzo aeroporto di Istanbul e di un reattore nucleare nella città turca meridionale di Akkuyu (Anadolu Agency― Agenzia semiufficiale Anatolia/Istanbul, 23.1.2015, Russia's largest bank interested in pipeline via Turkey La più grande banca russa interessata al gasdotto via la Turchia [ma vedrete se, adesso, quei grulli della Commissione non troveranno da ridire sul fatto che... è una banca di Stato; come se le principali tra le loro banche private, in Europa e ormai spesso anche in America, non fossero ormai tutte o quasi almeno a partecipazione pubblica, se non altro per farle stare a galla] ▬ http://www.aa.com.tr/en/economy/454819--russias-largest-bank-interested-in-pipeline-via-turkey), asserendo che intanto quest’anno, nel 2015, il 30% del mercato del gas in Europa resterà saldamente in mano sua.

E poi che, a partire dal 2019, in definitiva l’Europa proprio non preparata tecnologicamente e finanziariamente a non farlo – a evitarlo – dovrà rassegnarsi al fatto che unico gas che resta disponibile dalla Russia per essa sarà quello che scavalcherà ormai del tutto l’Ucraina via la Turchia e il mar Nero (Stratfor – Analyis, 19.12.2014, Europe and Russia, after South Stream Europa e Russia, copo il Douth Stream http://www.stratfor.com/analysis/europe-and-russia-after-south-stream#axzz3QEdI9QsW).  

●Intanto, in Croazia, secondo i primi exit poll del ballottaggio, ha vinto la destra dell’HDZ, il partito nazionalista che con l’ex presidente Franjo Tudjman forzò, dando inizio alla secessione armata dalla Jugoslavia forgiata al fuoco della vittoriosa guerra anti-nazista dal croato Josip Tito, la guerra civile che spaccò irrimediabilmente a pochi anni dalla sua scomparsa in tante schegge ferocemente impazzite la Federazione degli slavi del sud. Ha vinto la candidata Kolinda Grabar-Kitarović, con meno del 51 ma con più del 50% del voto +1 che le serviva per diventare presidente.

Al primo turno, invece, era rimasta dietro lei,di un’incollatura. Il presidente in carica, il social-democratico Ivo Josipović, ha preso il 49,5% dei voti, pagando alla fine la crisi che ha colpito duro anche questo paese specie da quando, a metà del 2013, entrato nella UE e nel percorso con cui vorrebbe aderire all’euro, non ha più potuto svalutare... E che ora, in autunno, deve andare alle elezioni parlamentari e a un nuovo governo... E la convivenza continuerà a essere molto, molto spinosa (Il Sole-24 ore, 12.1.2015, Prima presidente-donna in Croazia vince di un soffio http://www.ilsole24ore. com/art/notizie/2015-01-12/primo-presidente-donna-croazia-kolinda-grabar-kitarovic-un-soffio-094756.shtml?uuid =ABeMbVcC).

Un elettorato irritabile, irritato, scontroso e pieno di speranze/illusioni, con moltissime buone ragioni a causa dell’inefficienza, dell’incapacità di affrontare e risolvere i problemi di tutti i giorni della gente, se l’è presa con un governo che forse è appena riuscito ad abbassare, ma  impercettibilmente, il tasso dilagante della corruzione dei precedenti regimi di destra. E, tra Josipović, il Calamaro, e Grabar-Kitarović, Barbie, la gente ha puntato stavolta, di un’inezia, sulla quarantaquattrenne Kolinda, una politica pura, ex ministra degli Esteri per un breve periodo ma  finora non troppo direttamente coinvolta nei maneggi del suo partito, che l’aveva inviata di riserve a lavorare nei ranghi diplomatici della NATO.

Ha contato, pare agli analisti, a fare la piccolissima differenza, il voto dall’estero e quello dell’Erzegovina e l’astensione alle urne dei molti seguaci del Grillo locale, tal Vilbor Sincić, 24enne tra l’anarchico e l’ultrasinistro anti-europeista che al primo turno aveva preso il 16% dei suffragi. In 60.000 gli hanno dato retta: il doppio del margine con cui ha vinto lei (The Economist, 16.1.2015, A new Croatian president – Barbie wins Un nuovo presidente in Croazia – Vince Barbie http://www.economist.com/ news/europe/21639580-grumpy-electorate-turfs-out-incumbent-barbie-wins).

●Proprio a fine mese, torna alla ribalta anche la minaccia o, se preferite la controminaccia, avanzata stavolta non da un politico ma dal comandante in capo delle Forze armate russe, il generale Valery Vasilevich Gerasimov, appena cinquantenne – un fatto di qualche rilievo che evidenzia anche un distacco chiaro con le vecchie gerarchie militari dell’Armata rossa e del PCUS del periodo sovietico, ha avanzato una posizione preoccupata e anche preoccupante ma, soprattutto, ufficiale (Agenzia Interfax/Mosca, 30.1.2015, Russia has to respond to creation of missile defense system by U.S. - General Staff Lo stato maggiore russo – Noi saremmo obbligati a rispondere alla creazione di un sistema di difesa antimissili di parte americana http://www.interfax.com/newsinf.asp?id=568311).

Sostiene ufficialmente e argomenta, Gerasimov, che se gli USA schiereranno, come adesso sono tornati a annunciare non a caso nel dopo Ucraina ma anche e, sempre non a caso, con un loro esponente di secondo piano, il vice sottosegretario alla Difesa per le questioni strategiche Brian McKeon, missili cruise in Europa orientale, in palese violazione del Trattato START III, quello sulla limitazione delle Forze missilistiche nucleari intermedie, la reazione di Mosca sarebbe immediata.

Le contromisure prevedono di equipaggiare esercito e marina di sistemi d’arma in grado di battere i sistemi di difesa missilistici e anti- degli americani. E’ vero che Washington e Mosca da tempo si accusano, mai ufficialmente finora, di aver per lo meno aggirato il Trattato lasciando affiorare la minaccia anche di abbandonarlo del tutto. Che è un altro risvolto del deteriorarsi di rapporti in atto da anni ormai tra USA e Russia (Stratfor – Global Intelligence, U.-S. Russia: a nuclear treaty shows weaknesses USA e Russia: un Trattato nucleare mostra le sue debolezze http://www.stratfor.com/analysis/us-russia-n-treaty-shows-weaknesses#axzz3QEdI9QsW).

STATI UNITI

●Il messaggio sullo Stato dell’Unione, che il 20 gennaio vede un presidente ormai osteggiato da entrambi i rami del  Congresso, fare i conti con una realtà che numericamente lo condanna alla paralisi, lo vede passare all’attacco. Così, ai senatori e ai deputati riuniti insieme, parla sostanzialmente (con l’eccezione della richiesta, ma fatta come quasi en passant, di una copertura legale per la guerra che vuole fare allo SI) solo di un argomento, che definisce drammatico – e che, da quando su di esso concentra come priorità la sua attenzione, lo vede risalire forte nel gradimento degli americani – quello di una distribuzione della ricchezza globale da rendere più equa in un paese dove a chi già sta bene – chi guadagna di più, i redditieri, i taglia-cedole azionarie, le banche, Silicon Valley – va sempre meglio, mentre alla stragrande maggioranza dei cittadini – poveri, classi medie, in generale chi ha un lavoro subordinato e sempre più precario – va sempre peggio.

Il rimedio che raccomanda e che promette di perseguire di qui alla fine del suo mandato con tutti i poteri esecutivi che gli restano – non piccoli, non pochi – è quello, e lo dice chiaro, di drenare un po’ di ricchezza dai ricchi e ridistribuirla in basso a chi ne ha più bisogno, anche istituendo, e  facendolo pagare a chi è più ricco con più tasse il diritto di chi lavora al pagamento in busta paga dei giorni di malattia che oggi, nella maggior parte dei casi, vengono loro negate. E’ la sfida – lamenta il leader della maggioranza repubblicana alla Camera – di chi rifiuta di prender atto che è stato battuto.

E infatti – chiede niente affatto retoricamente a un’assemblea che se avesse osato esser onesta gli avrebbe risposto svergognatamente di sì – se “Siamo disposti a accettare un’economia in cui solo pochi di noi continueranno ad avere un successo spettacolare?[6] O ci impegnamo a dar vita a un’economia che generi reddito e occasioni crescenti per chiunque si sforzi di farcela?(New York Times, 21.1.2015, At the State of the Union, a President Outgunned in Congress Is Still Combative Ancora combattivo, un presidente scavalcato in Congresso illustra come vede lo stato dell’Unione http://www.nytimes.com/2015/01/21/  opinion/at-the-state-of-the-union-a-president-outgunned-in-congress-is-still-combative.html?_r=0; e The Christian Science Monitor, 21.1.2015, Full text transcript Trascrizione del testo integrale  ▬  http://www.christianpost.com/ news/obama-state-of-the-union-2015-text-transcript-and-full-video-132859).

In effetti è un discorso ambizioso, anche in molti obiettivi presuntuoso, ma svela pure con grande chiarezza limiti e debolezze proprio istituzionalmente motivati di un testo che è stato disegnato alla fine del XVIII secolo ma va applicato adesso, all’inizio del XXI, in un paese e in un mondo che sono radicalmente cambiati.

Sul piano interno Obama ha affermato con grande sicurezza che l’America ha “voltato pagina”, mettendosi alle spalle la crisi finanziaria, con una disoccupazione in calo, un deficit minore e petrolio meno caro, e ha concluso che “ci siamo risollevati ormai dalla recessione e in grado di scriverci da noi il nostro futuro più di qualsiasi altro paese sulla terra”. Sul piano dei rapporti del’America col resto del mondo, il presidente è sembrato meno ottimista e più, come dire, panglossiano― Pangloss, ricorderete, era il nome del precettore pregiudizialmente ottimista del Candide di Voltaire.

Dice che “al posto degli americani che pattugliano le vallate dell’Afganistan... siamo oggi passati a onorare (sic! ma che vuol dire?) le nostre truppe sostenendo la prima transizione democratica in quel paese (ancora sic!). In Siria e in Iraq – eccolo, l’ottimismo pregiudiziale e senza fondo, dell’America e di Pangloss mentre scendono nuovamente in campo a stringere la mano in Mesopotamia ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse― la Morte, la Fame, la Guerra, la Pestilenza (Giov., Apocalisse, 6, 1-8) –stiamo fermando con successo l’avanzata dell’ISIL”.

Cui, del resto sempre loro, gli americani – con le loro azioni e le loro inazioni, sempre immancabilmente capaci di essere “nimici a Dio e a li inimici sui” – hanno fatto da levatrice― altamente professionalizzata e sperimentata... Avanzata, questa dei Dai’sh che starebbero adesso fermando, stoppata come quella dei talebani in Afganistan? (mission accomplished) o quella dei viet in Vietnam (victory is ours), no? La Russia – e qui forse Obama ha anche ragione – non è poi  forse più debole di quanto fosse un anno fa? Ma, certo, tutto fa meno che ammetterlo e, intanto, si riprende la Crimea e mette con le spalle al muro l’Ucraina e il sedere per terra la farfugliante Unione europea; e, comunque, in ogni caso, se poi più debole è, lo è  molto più a causa del calo del petrolio che dei meriti della politica e della diplomazia americana.

Le facce dei repubblicani che lo stavano impietriti a sentire, immobilizzati dall’etichetta, erano il richiamo, però, alla realtà di quello che alla fine sarà un potere d’ora in poi non certo impotente davvero, ma di certo molto più battagliato e, comunque, ridotto. Con l’unico vero potere che nei fatti gli resta sostanzialmente, e ormai anche formalmente, è quello di scavalcare semplicemente il Congresso rivolgendosi direttamente al popolo nella speranza di far apparire la maggioranza per quello che poi è davvero: il baluardo legislativo di chi ha privilegi e prebende e va perciò così svergognato e indicato al ludibrio della gente comune... che, però, spesso ha anche votato, guarda un po’,  per chi quei poteri privilegiati poi li difende... Cosa che, invero, non succede però solo qui...

●I grandi fabbricanti d’auto hanno venduto, nel 2014, 16 milioni e mezzo di vetture nuove, il massimo dal 2006, prima dell’inizio della recessione e della crisi (lo comunica Autodata, società di ricerche di mercato: Wall Street Journal, 5.1.2015, AutodataOverview Charts – U.S. Markets Mercato americano – Prospetti riepilogativi http://online.wsj.com/mdc/public/page/2_3022-autosales.html#autosalesD). Le vendite sono state aiutate, specie nell’ultimo semestre dai prezzi in continuo ribasso da mesi del petrolio e, specie qui in USA, prontamente anche della benzina oltre che del basso tasso di interessi. Gli americani stanno poi tornando, in queste condizioni, finito il caro-petrolio, a innamorarsi delle SUV, le grandi auto succhia-benzina (The Economist, 9.1.2015).

uartio di seg uito dopo la caduta del muro , con unio scghiaffo che ha risentito come personalmente molto pesante alla Merkel, ella stessa una tedesca dell’Est

FRANCIA

●A inizio mese, questi giorni prima dell’attentato a Charlie Hebdo, François Hollande era stato messo in grande imbarazzo anche dal clamoroso rifiuto ad accettare la Legion d’Onore da lui conferitagli del più popolare, a livello davvero mondiale, economista francese, Thomas Piketty, che in un recente bestseller[7] sulle inuguaglianze ha criticato con ferocia documentata, e perciò tanto più scottante, l’austerità e i suoi profeti che magari lui, Hollande, deplora pure, tal quale ad esempio a Renzi, ma cui poi tutti, quasi, nel concreto i governi europei vanno leccando il deretano (The Economist, 2.1.2015, The Légion d’Honneur – Picketty’s snub: just what François Holland needs― a public slight from a former supporter― La legion d’onore – Lo sgarbo di Piketty: proprio ciò di cui François Hollande aveva bisogno― un pubblico sgarbo da chi lo aveva appoggiato [alle presidenziali del 2012, contro Sarkozy] http://www.economist.com/ node/21637622/print).

Piketty è stato durissimo: il governo francese, invece che distribuire patacche a destra e a manca “farebbe meglio a concentrarsi a ridar vita alla crescita”. Già di recente aveva chiamato la  presidenza di Hollande un “disastro(Guardian, 22.12.2014, O. Jones, “We need permanent revolution”― “Abbiamo bisogno di una rivoluzione permanente” ▬ http://www.theguardian.com/business/2014/dec/22/we-need-a-wealth-tax-thomas-piketty-2014s-most-influential-thinker) per il suo appecoronamento alle indicazioni della peggiore Commissione che l’Europa abbia mai avuto e ai diktat dogmatici “criminalmente sbagliati” di Merkel.

●Perfino un socialista-conservatore e renziano ante-litteram, o viceversa forse, come il primo ministro di Hollande, Manuel Valls, mentre sotto la pressione dell’attacco a Charlie Hebdo e all’ondata di emozioni giuste ma anche populisticamente strumentalizzate che hanno causato annuncia il reclutamento i centinaia di nuovi agenti di polizia e di spioni e nuovi fondi stanziati per la sorveglianza del territorio, sente adesso il bisogno di promettere quel che hanno sempre giurato di fare i predecessori e nessuno ha mai effettivamente poi realizzato: giura che intende prendere di petto le fratture ormai evidenti in tante metropoli che somigliano troppo, dice, a una situazione inaccettabile di “apartheid sociale ed etnico(The Economist, 24.1.2015).

GRAN BRETAGNA

Le bufale che raccontano e fanno raccontare lor signori sulla ripresa economica del Regno Unito! fanno davvero drizzare i capelli. Le documenta, in modo succinto quanto icastico, Simon Wren-Lewis, un giovane macro-economista di Oxford (Simon Wren-Lewis blog, 2.1.2015, Mainly macro/How good has the U.K. economy been? Quanto è stata buona la ripresa in Gran Bretagna ? http://mainlymacro.blogspot.in/2015/01/how-good-has-uk-recovery-been.html). Il giudizio è incisivo, scolpito nella pietra dei numeri e dei confronti documentati. E viene ripreso con la solita verve e capacità di scoprire gli altarini della propaganda che si spaccia per realtà, da Paul Krugman (New York Times, 2.1. 2015, P.K., Britain’s Success Story La favola del successo britannico http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/ 01/02/britains-success-story/?r=0).

● Qui, l’aumento del PIL reale pro-capite è sotto quello americano; ma pure sotto quello francese!!!   (grafico)

Nel 2007 = 100:  la realtà del PIL pro-capite pm

    USA    Francia  ▬  Regno Unito

Fonte: S. Wren-Lewis, 2.1.2015 (▬ link citato sopra)

 

Insomma, altro che trionfo dell’austerità come la vende David Cameron, con la sua martellante propaganda mendace. Parte della menzogna si basa sulla fallacia del tasso di crescita― per quanto male possa essere andata un’economia in un certo periodo, si proclama il successo in atto dopo un anno o due di ripresa” (è perché neanche questo misero e solo anno di ripresa c’è stato in Italia, che questa tattica oggi a Renzi è preclusa).

Come quasi si diverte a mettere in evidenza Wren-Lewis, su questa base, lo stratagemma ideale sarebbe proprio quello di chiudere per un cerio periodo l’economia― e, poi, rimessala in moto proclamare che il tasso di crescita è salito del 100%. Come dire che, dopo essersi data una bastonata in testa, quando uno smette, si sente meglio...

    La cosa davvero indecente è il pregiudizio ideologico dei media, favorevole al liberismo. La Francia, spiegano, è un terribile fallimento quanto a crescita della ricchezza del paese perché ancora si ostina a credere in un forte stato sociale― per cui deve essere – è – un fallimento, a prescindere dai dati. L’austerità in Gran Bretagna, invece, è sanzionata dalle scelte politiche. Così è dichiarata un successo su queste basi quanto mai traballanti.

Molto deprimente, no?”.

 GIAPPONE

●Il primo ministro Abe proporrà al governo una bozza di bilancio per l’anno fiscale 2015-2016 a 813 miliardi di $, cioè 96,3 trilioni di yen (Reuters, 11.1.2015, Takaya Yamaguchi, Japan readies record $800 billion 2015-16 budgets― Il Giappone prepara un bilancio record 2015-2016 da 800 miliardi di $ http://www.reuters.com/ article/2015/01/11/us-japan-economy-budget-idUSKBN0KK08J20150111). Dopo l’assenso del governo, naturalmente arrivato a tamburo battente in due giorni, il progetto passa all’esame e, probabilmente, all’approvazione del parlamento. Le entrate fiscali previste in aumento dovrebbero mettere il governo in grado di ridurre le nuove offerte di debito pubblico sui mercati di un po’ più del 10%, di 4,4 trilioni di yen a 36,9 trilioni.

●Intanto, alla faccia dello stracolossale debito pubblico di questo paese, la cosa pare non far paura a nessuno malgrado le prediche austeriane. Il punto è che questo problema dovrebbe sempre ormai essere ridimensionato... Qui, il tasso di rendimento dei quinquennali di Stato è sceso allo zero spaccato, mentre il valore dei bonds è, invece, rapidamente salito sotto l’impatto del programma di acquisti messo in moto dalla Banca centrale nipponica analogo a quello che ora sta per decidere di mettere in moto anche la BCE, se lo farà certo poi..., per l’eurozona.

Ciò che davvero preoccupa lor signori in America, non è però, tanto che a casa loro Obama voglia fare lo stesso: in parte perché già – anche se con cautela – lo fa: la Fed finora ha tenuto bassissimi i tassi e ha praticato ondate di facilitazioni quantitative... Ma soprattutto perché potrebbe, ora che si sente le mani un po’ più libere, mettersi a “perseguitare” – pensate un po’, poveretti – i più ricchi! Pretendendo, come ha perfino azzardato a accennare, che tornino a pagare sulle loro entrate in percentuale aliquote fiscali almeno più vicine a quelle che pagano i lavoratori dipendenti sulle loro buste paga: dice – ed è vero, anche se qui sembravano quasi tutti essersene scordati – che si faceva così, qui in America, non ai tempi di Lenin e neanche di Krusciov ma a quelli negli anni ’50 del presidente Eisenhower...

Denuncia, infatti, allarmato il WP che adesso Obama potrebbe davvero pensare a prendersela, per sintetizzare, coi “ricchi” facendo loro pagare più tasse (Washington Post, 17.1.2015, Steven Mupson e Juliet Meilperin, Obama’s budget proposal will take aim at the wealthy― La proposta di bilancio di Obama prende di mira i ricchi ▬ http://www.washingtonpost.com/politics/obama-likely-to-make-economic-recovery-a-centerpiece-of-state-of-the-union-address/2015/01/17/22ecec32-9cd6-11e4-a7ee-526210d665b4_story.html?hpid=z1) e fa rilevare come in fondo già oggi gli USA possano dire di star meglio, no?, delle “economie anemiche di Europa e Giappone”.

Ora, mettere nel bersaglio l’Europa, con la schifezza di economia che si è data da fare per darsi,  è scontato. Ma il Giappone: proprio “anemico”, a paragone con gli USA? E’ a un tasso di disoccupazione del 3,5% (OECD/OCSE Stat.Extracts, Short Term Economic Indicator: Harmonized labor datas Indicatori economici a breve termine, dati armonizzati sul lavoro, estratto il 18.15.2015 ▬ http://stats.oecd.org/index.aspx? queryid=21760) a novembre 2014 – l’ultimo mese per cui si abbiano, qui, i dati aggiornati – col tasso di occupazione che, dalla fine del 2012, da quando il governo si è dato a seguire politiche espansive di stampo keynesiano, è aumentato di due punti pieni in percentuale.

A confronto, e nello stesso periodo, l’occupazione è cresciuta negli USA solo dello 0,8% (OECD/OCSE Stat.Extracts, Short Term Labor Market Statistics Statistiche del mercato del lavoro e breve termine, estratto il 18.1.2015 ▬ http://stats.oecd.org/Index.aspx?QueryId=38900) di un altro 0,3% nell’ultimo trimestre. La differenza dell’1,2% che abbiamo dai dati disponibili per entrambi i paesi corrisponde a altri 3 milioni di americani occupati negli Stati Uniti. E infine è anche utile, per lo meno, notare che – in questo Giappone “anemico” – sempre l’occupazione è oggi a +1,7% rispetto ai livelli di pre-recessione mentre negli USA lo stesso dato segna un -3% rispetto a prima della recessione. 

●Anche i dati finanziari poi sberleffano di brutto gli austeriani. Ormai, per esempio secondo gli analisti di Bloomberg, alla faccia sempre dei loro ammonimenti, il rendimento dei titoli di Stato giapponesi potrebbe addirittura andare in negativo: cioè, gli investitori potrebbero comprarseli pagando addirittura solo il privilegio di poter tenere nei loro cassetti pezzi del debito pubblico più disastrato del mondo tra quelli dei paesi cosiddetti ricchi: sul 230% del PIL, dati ufficiali del ministero delle Finanze di Tokyo, contro – per dire – il 130%, più o meno, del debito nostro italiano, sempre secondo i dati ufficiali (Financial Times, 13.1,2015, Japanese five-year bond yelds hit zero I rendimenti dei buoni del Tesoro giapponesi arrivano a zero http://www.ft.com/intl/fastft/260292/post-260292).

●Il governo del Giappone ha approvato un bilancio della Difesa di grande rilievo, al record dalla seconda guerra mondiale di 5 trilioni di yen, 42 miliardi di $, di fronte a quella che percepisce – o dice, comunque, di percepire – come la sfida che al paese presenta la Cina. Soldi che verranno spesi per aerei di pronto avvistamento, di pattugliamento avanzato e per squadriglie anfibie da sbarco.

Il ministro della Difesa, Gen Nakatami, il teorico che da anni ha lavorato a tutto il disegno e adesso lo sta portando a compimento, ha spiegato che è tutta la situazione in mutamento intorno all’arcipelago a imporre ormai al paese di attrezzarsi diversamente “per ogni evenienza”. Spera chi sta a sentirlo che almeno il piccolo dr. Stranamore nipponico – come lo chiamano i suoi avversari – sia pienamente cosciente che gli altri (Cina, anzitutto, ma anche ad esempio la Corea, le Coree) non resteranno a questo punto a guardare (The Economist, 16.1.2015).


 

[1] John Donne (1572-1631), Meditation XVII, “No man is an island entire in itself… never send to know for whom

the bell tolls; it tolls for thee.”▬ https://web.cs.dal.ca/~johnston/poetry/island.html Nessun uomo è un ‘isola... completo in se stesso... non mandare mai a chiedere per chi suona la campana; perché suona per te”.

[2] In realtà, questo grafico Krugman lo trae e lo segnala da un lavoro qualche po’ precedente di Branko Milanović (l’economista serbo-americano, massimo studioso forse dell’economia delle disuguaglianze: cfr., in genere, il lavoro assolutamente seminale che ha svolto per anni per la Banca mondiale e, in particolare, il suo Chi ha e chi non ha. Storie di disuguaglianze, il Mulino ed., 2012, che in un suo recente lavoro con C. Lackner, proprio per la Banca mondiale, PRWP 6719, del dicembre 2013, Global Income Distribution – From the Fall of the Berlin Wall to the Great Recession― Distribuzione globale dei redditi – Dalla caduta del muro di Berlino alla grande recessione https://www. gc.cuny.edu/CUNY_GC/media/CUNY-Graduate-Center/PDF/Centers/LIS/Milanovic/papers/2013/WPS 6719.pdf) mostra la crescita calcolata in percentili della distribuzione mondiale del reddito dal 1988 considerata rispetto a quella delle singole nazioni. non di quella interna ai singoli paesi.

    Il percentile, statisticamente, e scusate lo stretto gergo, è ciascuno dei valori che dividono la frequenza totale in cento parti uguali di un determinato valore. Un esempio: se hai 100 misure, ovviamente il primo percentile è la misura che è al primo posto, il secondo quella che è al secondo,.. se ne hai 300, il primo percentile è la misura al terzo posto, il secondo quella al sesto...

[3] In base ai suoi Statuti e ai Trattati ciò le è proibito. Anche se si tratta di una misura insensata, che ha solo l’effetto di complicare un poco il processo. In effetti, non ha alcun rilievo che la BCE dopo la loro emissione compri titoli direttamente dai governi o da partiti terzi, mercati secondari o altro – lo insegnano al primo anno di Economia in qualsiasi università appena appena decente – perché nei due casi, comunque, si acquisirebbero per lo steso prezzo identiche quantità di titoli del debito esistente.

   Questo è il fattore rilevante, in ogni caso, per arrivare a determinare prezzi dei titoli e loro tasso di interesse. Tutto il resto serve solo a scoraggiare l’esercizio che i neo-cons di tutte le latitudini e le longitudini e di ogni ordine e grado – soprattutto quelli che consigliori dei governi finora le hanno sbagliate tutte – vedono con sospetto e quasi con ribrezzo questo strumento... Che, dunque, fosse anche solo per questa ragione, va sicuramente tentato.

[4] Virgilio, Eneide, (II, 204): dove Enea racconta a Didone – e nel raccontarlo, appunto, inorridisce – del’orribile fine dei figli e dello stesso veggente Laocoonte, quello del “timeo Danaos et dona ferentes” che tentò invano di impedire ai suoi concittadini di portarsi in casa il cavallo di Troia lasciato loro in regalo da Ulisse che aveva finto la resa e il ritiro dei greci. 

[5] Intanto, arrivano voci e rumori – per ora non controllati e  non confermati – secondo cui a Mosca, su ordine diretto del presidente Putin, hanno cominciato a scaricare le riserve in dollari, cambiandoli anche forzosamente e anche  in condizioni non tanto ottimali.

   A dicembre, sostiene Mike Ward, direttore di un foglio/fogliaccio neo-cons accreditato tra gli investi tori miliardari d’America, in meno di trenta giorni è stato liquidati così un ammontare di 8,8 miliardi di $: una mossa dice – seminando in modo molto sospetto terrore tra i ricchi più ricchi – che potrebbe finire, dice, “col mandare in bancarotta milioni di americani da un giorno all’altro”, rovinandogli il valore del dollaro (Newsmax.com 14.1.2015, The media has kept the American people in the dark about Putin’s attack to the dollar... I media hanno tenuto all’oscuro gli americani dall’attacco di Putin al dollaro... [dove lo scandalo sta nel fatto che i russi non subirebbero – se poi è vero – supini e in silenzio ogni attacco che alla loro economia conduce l’America... Del capitolo, ma come osano mai questi mugiki mettersi contro di noi !?] ▬ http://www.voy.com/194846/50380.html).

   Nel testo di cui vi parliamo, però, non dimostra quanto dice, Ward. Per leggere l’argomentazione, e l’ignota documentazione del fatto da lui promessa, bisogna infatti pagare e abbonarsi al fogliaccio suddetto... Secondo noi non sembra valerne davvero la pena e il fatto essenzialmente per farvi apprezzare il clima quasi isterico che stanno vivendo in America certi ambienti vicini ai  neo-conservatori e alla scuola dogmatica dell’economia convenzionale.    

[6] A latere, sul punto... Annota, feroce, Paul Krugman, che se non esistesse dovrebbero proprio inventarlo (New York Times, 22.1.2015, Paging Robert Burns Richiamando Robert Burns [grande poeta scozzese, scrisse nel 1786 nella sua lingua – e non in inglese – uno strano poemetto, intitolato ‘Alla vista di una pulce, annidata in chiesa sul cappellino di una signora’, la cui filosofia è che per una pulce ricchi o pezzenti nel mondo siamo davvero tutti uguali] ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/ 2015/01/22/ paging-robert-burns/?_r=0#), commentando “una cronaca trasmessa dal vertice di Davos sulle parole lì pronunciate dallo  stramiliardario americano Jeff Greene, uno che ha ammucchiato una fortuna multimiliardaria, scommettendo su titoli ipotecari suprime e che raccontava agli astanti della crisi del lavoro con cui gli Stati Uniti devono fare i conti che provocherà disordini sociali e svolte politiche radicali...

    Il fatto è che le aspettative di stile di vita degli americani sono troppo elevate e hanno bisogno di ridimensionarsi: che dovremo tutti imparare a possedere meno cose e cose più modeste. E il fatto è che, facendolo, vivremo così tutti anche meglio. E,  in un’intervista rilasciata oggi al Forum Economico Mondiale in corso a Davos, in Svizzera, Greene – che secondo noi, sia chiaro, ha pure ragione sulla necessità di contenere, ridurre e cambiare il nostro stile di vita in questo mondo sempre più piccolo e sempre più unificato – ha concluso: ‘Abbiamo insomma bisogno di reinventarci un intero sistema di vita...

    Più avanti, l’articolo poi ci informa che Greene è, però, volato a Davos sul suo aereo privato con moglie, figlie e due bambinaie al seguito... Tanto, si intende, per cominciare a ridimensionare il suo stile di vita”.  

[7] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, ed. Bompiani, 2014 (e, on-line – con app gratuita Kindle ma download poi a pagamento: v. le istruzioni sotto Amazon.com e riferimento al titolo di Piketty).