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              02. Nota congiunturale - febbraio 2014

      

  

 

 

  

 

chiusura: 1.2.2014, 12:00

 

 

di Angelo Gennari

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che esistessero tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc379017535 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc379017536 \h 1

E’ certo: non c’è altra vita intelligente nell’universo!   (vignetta) PAGEREF _Toc379017537 \h 1

Airbus e Boeing: come si vola   (istogramma) PAGEREF _Toc379017538 \h 2

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) PAGEREF _Toc379017539 \h 2

Quelli che sono contro la nuova Costituzione, in alto le mani!   (vignetta) PAGEREF _Toc379017540 \h 8

Chi controlla, oggi, la Siria: in equilibrio sempre instabile, ma sempre a favore di Assad   (mappa) PAGEREF _Toc379017541 \h 10

No, tu no: tu non sei nella lista dei partecipanti... (vignetta) PAGEREF _Toc379017542 \h 15

in Africa.. PAGEREF _Toc379017543 \h 18

in America latina.. PAGEREF _Toc379017544 \h 23

in CINA.... PAGEREF _Toc379017545 \h 25

Flusso degli investimenti diretti esteri della Cina in USA e nella UE dal 2000 al 2012   (istogramma) PAGEREF _Toc379017546 \h 27

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc379017547 \h 29

EUROPA.... PAGEREF _Toc379017548 \h 35

STATI UNITI. PAGEREF _Toc379017549 \h 43

Distribuzione del reddito in  America: l’1% che fa quasi un terzo del tutto  (istogramma) PAGEREF _Toc379017550 \h 47

JPMorgan: troppo grande – dicono... – per fallire   (vignetta) PAGEREF _Toc379017551 \h 48

Quanto diventano più ricchi i già ricchi... dovunque, eh!   (grafico)    ●Tanto per chiarire... (vignetta) PAGEREF _Toc379017552 \h 48

GERMANIA.... PAGEREF _Toc379017553 \h 56

Sì, la ricetta tedesca per l’occupazione ha funzionato: ma non era affatto quella dei liberisti...   (grafico) PAGEREF _Toc379017554 \h 57

FRANCIA.... PAGEREF _Toc379017555 \h 57

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc379017556 \h 58

La crescita c’è di nuovo; ma resta, ancora, sotto il 2007... e poi qualitativamente è proprio povera!  (grafico) PAGEREF _Toc379017557 \h 59

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc379017558 \h 60

 

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

 

nel mondo in generale

● E’ certo: non c’è altra vita intelligente nell’universo!   (vignetta)

Fonte: Bill Watterson, Calvin & Hobbes (Comix, nel libro "Il progresso tecnologico fa Boink". 2.2000)

 

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di febbraio 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza;

al 1° febbraio, fissata in Egitto – ma sempre spostabile ancora – la data del processo al presidente deposto dal golpe, Mohammed Morsi;

il 2, elezioni politiche anticipate in Tailandia (se poi riusciranno a tenerle);  

sempre il 2, elezioni presidenziali (primo turno) a El Salvador;

13-14, Unione europea, Consiglio dei capi di Stato e di governo;

17-18, Unione europea, Eurogruppo e ECOFIN;

dal 6 al 23 febbraio, a Sochi, in Russia sul mar Nero, con alcune gare tenute anche nella vicina Krasnaya Polyana, si sviluppano i 98 eventi in 15 sports invernali delle XXII Olimpiadi invernali: sotto l’incombere potenziale (ma forse non solo) del terrorismo ceceno-caucasico-islamista, certo...

E’ crollato e sta continuando a crollare il valore dell’oro sul mercato globale. Le riserve d’oro, ha reso noto la Banca centrale svizzera, sono cadute di 15 miliardi di CHF, franchi svizzeri appunto, sui 17 miliardi di $, col prezzo del metallo che, nel 2013, è sceso del 28%, la caduta maggiore in un anno dal 1981 mettendo fine a una corsa al rialzo che era durata ben 12 anni con molti investitori che hanno spostato i soldi scommettendoli in borsa in fase di nuovo e vasto rigonfio. E’ l’unica Banca centrale che abbia notificato e quantificato la perdita delle proprie riserve di prezioso metallo giallo (oggi, al grammo circa 29,37 €).   

La Banca centrale svizzera detiene attualmente più di 1.000 tonnellate d’oro. Gli Stati Uniti l’ammontare maggiore al mondo, sulle 8.100 tonnellate. L’Italia, distribuiti fra i forzieri di Bankitalia e, in gran parte, in una sede Fed di Manhattan dove li tiene in deposito ha circa 2.500 tonnellate in lingotti d’oro: o meglio aveva nel 2009... ma l’ammontare ormai resta più o meno quello (1. The Economist, 10.1.2014; 2. la Repubblica.it, 1.8.2009, L’oro italiano ▬ http://www.repubblica.it/2009/07/ sezioni/economia/scudo-fiscale-1/lingotti-italiani/lingotti-italiani.html).

La Banca mondiale dice che “l’economia mondiale mostra segnali di una qualche ripresa quest’anno”, prevedendo una crescita globale del 3,2%. Nei paesi ricchi, dove “si va allentando il freno del consolidamento fiscale e l’incertezza politica” – dunque non certo, ad esempio, in Italia... – ci si può aspettare un aumento medio del 2,2%. La Banca annuncia, poi, che andrebbero incoraggiati i mercati emergenti (l’Asia, in sostanza, ma anche l’America latina) a “un ciclo virtuoso di investimenti” e di produzione (World Bank/IBRD, 17.1.2014, 1.2014, vol.8, Global Economic Prospects,  Coping with high policy normalization in high-income countries― Come trattare un alto livello di normalizzazione delle politiche economiche nei paesi ad alto reddito http://www.worldbank.org/content/ dam/Worldbank/GEP/GEP2014a/GEP2014a.pdf).

Sottolinea nella presentazione di questo corposo prudentemente assai dettagliato Rapporto, il vice presidente e capo economista della Banca, Kausik Basu[1], accademico indiano che certo, “gli indicatori globali dell’economia mostrano un miglioramento. Ma non c’è bisogno di essere astuti in modo particolare per vedere i pericoli in agguato sotto la superficie. L’eurozona è fuori dalla recessione ma il reddito pro-capite di chi ci lavora è in calo in diversi paesi. Ci aspettiamo che la crescita nei paesi in via di sviluppo vada oltre il 5% nel 2014, con alcuni di questi paesi che andranno anche c considerevolmente meglio, con l’Angola all’8%, la Cina al 7,7 e l’India al 6,2%. Ma è cruciale evitare che si installi lo stallo politico così da non ridure subito i gdermogli apena sbocciati a stoppie scolorite”.

Nel mondo, gli ordini ricevuti per l’Airbus dal consorzio europeo vanno riflettendo, a fine 2013, la posizione dominante per il settore di mercato più costoso di produzione e vendita del trasporto civile, quello dei grandi aerei da più di 400 passeggeri: 1.533 ordini di Airbus contro 1.353 di Boeing 747 cosiddetti allungati, 225 miliardi di $ di fatturato contro 198 e un 53% del mercato globale.

● Airbus e Boeing: come si vola   (istogramma)

Ordini netti, in migliaia

 

Fonte: The Economist, 17.1.2014  (dai dati indicati qui in nota)

    (1. New York Times, 11.1.2014, N. Clark, Airbus Led Rival Boeing in Jets Ordered Last YearAirbus ha avuto l’anno scorso più ordinazioni dei rivali Boeing http://www.nytimes.com/2014/01/14/business/international/ airbus-led-rival-boeing-in-jets-ordered-last-year.html?hpw&rref=business&_r=0); 2. Airbus Press Center, 13.1.2014, Airbus sets new records in orders, deliveries and backlog L’Airbus attinge nuovi records per numero di nuovi ordini, consegne e ordini ancora sotto consegna http://www.airbus.com/presscentre/pressreleases/press-release-detail/detail/ airbus-sets-new-records-in-orders-deliveries-and-backlog).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais)

In quell’angolo del mondo arabo, proprio sulla punta di sabbia con cui la penisola arabica si affaccia dove il Mar Rosso sbocca nel Golfo di Aden, lo Yemen, la “conferenza per il dialogo nazionale”, che è andata avanti per la bellezza di ben dieci mesi, si è chiusa senza alcun risultato davvero positivo e il conflitto che è sempre a più facce va avanti, a nord come a sud del paese. Adesso le elezioni che erano state pianificate per il prossimo febbraio sono state indefinitamente posposte. E Abd Rabbo Mansour Hadi, che nel 2012 ha rimpiazzato il vecchio dittatore-rais Ali Abdullah Saleh, adesso resta alla presidenza per il futuro prevedibile. Come, del resto, i membri del parlamento quasi tutti vecchi notabili dell’ancien régime e ormai in carica da oltre dieci anni. In teoria la nuova priorità sembrerebbe dover essere ora una nuova Costituzione.

Ma tutti sanno che conta e conterebbe poco, perché in un paese come questo a contare continuerebbe ad essere lo scontro e la vera e propria guerra tra tutti e su tutto: tra chi, in un paese inevitabilmente squassato dall’ansietà delle fratture in continua espansione che ormai da anni lo schiacciano in tutta la sua larghezza, vuole una shar’ia applicata puntigliosamente, con la sciabola e la frusta, e chi ha una visione meno rigida e intransigente dell’islam, tra il nord e il sud del paese, tra tribù e etnie tutte fiere e tutte certe del proprio diritto alla supremazia sulle altre (The Economist, 24.1.2014, No proper end Though  a national dialogue is formally over, divisions everywhere persist Non è finita bene – Anche dopo la fine del dialogo nazionale, restano fratture aperte dovunque http://www.economist.com/news/mid dle-east-and-africa/21595040-though-national-dialogue-formally-over-divisions-everywhere-persist-no).

L’Assemblea nazionale ha approvato, il 6 gennaio, in Tunisia con 159 voti a favore e solo 10 contrari, l’articolo 20 della nuova bozza di Costituzione che dovrebbe garantire efficacemente la parità” di genere “senza alcuna discriminazione: un passo avanti importante e palesemente contrario alla sharia da parte della maggioranza islamica “moderata” – noi diremmo sensata – del paese.

Come è naturale, gli islamisti duri sono contrari. Ma forti, e soprattutto molto vocali, sono anche le frange più occidentaliste di coloro che non sembrano soddisfatti/e della dizione scelta – ‘cittadini e cittadine’ – per decretare la parità e avrebbero preferito veder scritto di “nessuna discriminazione di genere, di sesso, di preferenze sessuali, di religione, o di opinione politica”. Un po’ forte anche per  i “nostri” Giovanardi, no? (Jeune Afrique, 7.1.2014, L’égalité entre citoyens et citoyennes inscrite dans le projet de Constitution tunisienne L’uguaglianza tracittadini e cittadine ‘ iscritta nel progetto di Costituzione tunisina http://www. jeuneafrique.com/Article/ARTJAWEB20140107080910/tunisie-parite-anc-ennahdha-tunisie-l-egalite-entre-citoy ens-et-citoyennes-inscrite-dans-le-projet-de-constitution-tunisienne.html ).

E arrivano subito le attese dimissioni che il premier in carica di Ennahda― la Rinascita, Ali Larayedh, rassegna nelle mani del presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, anche lui di Ennahda, lasciando così il posto al nuovo premier del governo ad interim multipartitico, Mehdi Jomâa (New York Times, 9.1.2014, C. Gall, Tunisia’s Islamist Leader Resigns, Formally Ending  His Party’s Rule Si dimette il leader islamico della Tunisia, mettendo formalmente fine al governo del suo partito http://www.nytimes.com/2014/ 01/10/world/middleeast/tunisias-leader-resigns.html?_r=0).

Che supera un impasse pericoloso quando non riesce a rispettare il 25 gennaio la scadenza di nomina del nuovo governo ma, subito dopo, il 27, l’Assemblea nazionale approva il testo integrale della nuova Costituzione e lui presenta il nuovo gabinetto al presidente. Adesso il tutto diventerà operativo col voto di fiducia dell’Assemblea costituente. Si tratta di indipendenti, tutti meno l’attuale ministro dell’Interno, Lofti Ben Jeddou, del partito Ennhada che resta in carica malgrado le parecchie richieste in contrario (The Daily Star/Beirut, 27.1.2014, Tunisia’s prime minister-designate forms new cabinet Il primo ministro designato forma in Tunisia il nuovo governo http://www.dailystar.com.lb/ News/Middle-East/2014/Jan-27/245395-tunisias-prime-minister-designate-forms-new-cabinet.ashx#axzz2rc MWBUHL).  

Una nota breve su America e Egitto. Scrivono sul NYT, pur sembrando deprecare quella che comunque considerano una necessità inderogabile, due – chiamiamoli – esperti della scuola kissingeriana di realpolitik come Daniel Benjamin, che è stato coordinatore del controterrorismo al dipartimento di Stato dal 2009 al 2012 e Steven Simon, che dal 2011 al 2012 ha diretto il desk Medioriente e Nord Africa al Consiglio Nazionale di Sicurezza della Casa Bianca che l’America “non ha buone opzioni oggi tra cui poter scegliere: non c’è, infatti, nulla da guadagnare da uno scontro politico coi militari egiziani― solo una perdita totale di autorità nei loro confronti”... come se adesso restasse invece agli USA un’unghia di autorità su di loro o di autorevolezza credibile con le scelte ciniche che è andato facendo Obama che ha dato retta a loro, naturalmente...

Invece, aggiungono questi sentendo i quali si capisce bene secondo noi perché nel mondo e in Medioriente l’America non conti più moralmente e per prestigio un ca**o, “un’efficace risposta politica da parte nostra ci impone una cooperazione ravvicinata coi servizi di sicurezza egiziani― anche se poi proprio essi sono stati all’origine del problema”. E anche se, tanto per cominciare, ammettono a denti stretti – loro che erano in posizione tale da impedire l’inguacchio e tutt’altro hanno fatto –fu proprio “la repressione scatenata in Egitto contro gli islamici a costituire lo stadio essenziale – il primo, o almeno l’innesco forse – dell’emergenza del jihadismo contemporaneo”...

... e tanto, poi, per seguire come dice bene il titolo dato dal quotidiano a questo editoriale, da cui in ogni caso solo in questo modo prende qualche istanza, Stiamo attenti a non creare un nuovo al-Qaeda (New York Times, 6.1.2014, D. Benjamin e S. Simon, Don’t Create a New al-Qaeda ▬ http://www.nytimes. com/2014/01/07/opinion/dont-create-a-new-al-qaeda.html?hp&rref=opinion/international) come, per  cieco antisovietismo e totale insipienza strategica avevano fatto, addirittura inventandosi al-Qaeda e Osama bin Laden venticinque anni fa (cfr. il memorandum segreto e ora pubblico a Carter, che testimonia di come gli USA abbiano in pratica costretto l’URSS a invadere Kabul,  per “regalare all’URSS la sua guerra del Vietnam”, memorandum che, poi, citò lui stesso in un’intervista al Nouvel Observateur/Parigi, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...” ▬ http://hebdo.nouvelobs.com/sommaire/documents/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanistan-avant-les-russes.html) vantando di aver cominciato a finanziare, armare e addestrare con le forze speciali USA i mujaheddin almeno “sei mesi prima dell’intervento di Mosca” a sostegno del governo comunista afgano. E come continuarono a farlo fino al ritiro sovietico – il Vietnam dell’Armata rossa, appunto… nel 1989).

●Uno spunto di critica emergente, dura e inaspettata ai golpisti ma per questo anche rivelatrice per il regime del Cairo, è arrivato subito dopo capodanno dall’emiro del Qatar, Shaikh Tamim bin-Hamad, che pure anche dopo il golpe è rimasto uno dei grandi elemosinieri arabi che lancia un’inusitata e forte rampogna contro la decisione del governo egiziano di designare come organizzazione terroristica la Fratellanza mussulmana: specie di preludio – dice – a una politica del prima sparo per fermare qualcuno comunque... anche ammazzandolo e poi si vedrà...

Il ministro degli Esteri di Doha – che farebbe bene, però, a  ricordarsi del suo stesso monito anche per come a casa sua viene trattata  la maggioranza sci’ita nel suo paese – una politica che non lascia alternative se non la rivolta non può far cessare le proteste pacifiche ma di massa nella società quando solo un dialogo davvero inclusivo potrebbe offrire una soluzione alla crisi (Middle East Monitor-MEM/Londra, 31.12.2014, Qatar Emir support for Muslim Brotherhood is a “duty” L’emiro del Qatar: sostenere la fratellanza mussulmana è un “dovere” https://www.middleeastmonitor.com/news/middle-east/9000-qatar-emir-support-for-muslim-brotherhood-is-a-qdutyq).

Mentre, qui come altrove nel mondo arabo, gli sforzi del regime di eliminare il gruppo più forte dell’opposizione – meno importante, qui come dovunque nei paesi del Golfo, per una legittimità di stampo puramente dinastico come quella vigente è che il potere della Fratellanza si fondava comunque sulla base di un voto e di un risultato favorevole – potrebbero giocare a favore a aiutare dovunque i jihadisti (Stratfor – Global Intelligence, 26.12.2013, Egypt: The Muslim Brotherhood and Jihadism Egitto: Fratellanza mussulmana e jihadismo http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/egypt-muslim-brotherhood-and-jihadism).

E immediatamente, comunque, l’Egitto richiama, “per consultazioni” ma come segno di protesta per quella che chiama l’ingerenza subita, il suo ambasciatore a Doha (Global Muslim Brotherhood Daily Watch/GMBW, 5.1.2014, Egypt Scolds Qatari Ambassador Over Foreign Ministry’s Remarks L’Egitto attacca l’ambasciatore del Qatar per le dichiarazioni del ministro degli Esteri http://www.globalmbwatch.com/2014/ 01/07/recommended-reading-egypt-scolds-qatari-ambassador-over-foreign-ministrys-remarks).

Il generale ‘Abd al-Fatāh Sa’īd Husayn Khalīl al-Sīsī, l’uomo che aveva giurato lealtà alla legittimità democratica ma che poi, da tranquillo fellone, ha condotto a buon fine il golpe rovesciando e negando con la forza delle armi l’elezione democraticamente legittima e indiscussa di Mohammed Morsi pare proprio aver adesso deciso di correre – e di vincere alle presidenziali  lui stesso.

Ma avendo prima provveduto a sbattere in galera il legittimo presidente e fuori legge l’opposizione vera e più ostica alle prossime presidenziali, quella della Fratellanza ma anche con minor ostentazione – e verrebbe la tentazione di dire anche che gli sta bene agli illusi per aver delegato loro, ai militari, le decisioni finali – quella dei più eminenti organizzatori non islamisti e laici che diedero la stura alla rivolta anti-Mubarak che, nel frattempo, ha provveduto di fatto e anche quasi ormai di diritto a riabilitare. Infatti, ha messo dietro le sbarre i quattro giovani e principali promotori della rivoluzione del 2011 di piazza Tharir contro la sua dittatura militare: Ahmed Maher, Mohamed Adel, Ahmed Douma e Alāa ‘Abd el-Fattāh.

Adesso, avendo neutralizzato con la repressione che ha messo fuori campo ogni concorrenza probabile, lui chiede che – quasi a dare via libera alla sua  personale candidatura – la nuova Costituzione venga approvata con un forte e partecipato voto alle urne: anche perché, dice, essa affida ora esplicitamente all’esercito la difesa della volontà popolare― naturalmente come la interpretano, però, lui e l’esercito e come sempre la interpretano tutti quelli che un golpe lo fanno e, poi, lo gestiscono (New York Times, 11.1.2014, D. D. Kirkpatrick, Presidential Run Likely for Egypt’s Top General La corsa alla presidenza probabile per il generale in capo in Egitto http://www.nytimes.com/2014/01/12/world/ middleeast/ egypt.html?_r=0).

●Anche qui, esprimono subito e con forza, prima della decisione ufficiale del rais egiziano al potere reale, il loro dissenso anche gli Emirati Arabi Uniti, col primo ministro Sheikh Mohammed bin Rashid al-Maktoum che, da Dubai, afferma come il capo delle forze armate del Cairo, El Sisi, farebbe decisamente meglio a restare dov’è―  in sostanza: a contentarsi di indirizzare, controllare e eventualmente come ha già fatto “correggere” il potere politico civile senza candidarsi formalmente alla presidenza.

Non proprio come il Qatar – che prima, aveva appoggiato finanziariamente l’Egitto di Morsi e poi, malgrado la critica ideal-ideologico-politica all’estromissione degli Ihwān― i Fratelli , ha continuato a fornire aiuti meno cospicui pure al governo militare. Ma che, proprio a partire dal golpe e proprio per i meriti acquisiti nell’aver abbattuto Morsi e i Fratelli, aveva visto diventare gli EAU di gran lunga l’elemosiniere maggiore del governo golpista egiziano. Al quale, comunque, senza esserne stato richiesto anch’esso offre il proprio “consiglio” (Ahram-on-line/Cairo, 13.1.2014, UAE premier says Egypt's General El Sisi should stay in army: BBC― Il primo ministro degli Emrati Arabi Uniti dice alla BBC  che il generale egiziano El Sisi dovrebbe restare nelle Forze armate ▬ http://english.ahram.org.eg/News/91465.aspx): senza, in questo caso però, nessuna contro-reazione pubblica, diplomatico-politica, eclatante da parte di El Sisi.

A metà mese l’Egitto ha nuovamente votato sul referendum, stavolta, voluto da El Sisi. Dopo il rovesciamento di Mubarak, a gennaio 2011, questo sarà il terzo referendum su un testo di nuova Costituzione. E sarà il sesto voto cui gli egiziani sono stati invitati nell’arco di questi tre anni. Sempre, in ogni caso, la maggioranza di chi ha votato ha detto sì, pur con risultati non sempre scontati ma sempre – è sembrato a tutti gli osservatori – non truccati, alle posizioni del governo al potere.

Che è, certo ma non necessariamente sempre, segno di una democrazia un po’ traballante, qualche po’ pre-moderna secondo alcuni osservatori tra i più schifiltosi pronti a criticare e mai ad autocriticarsi (pensiamo ai sistemi elettorali che abbiamo sperimentato in Italia dalla prima Repubblica al mattarellum, al porcellum, agli ingordi premi di maggioranza che abbiamo)... Così come c’è da scommettere che, se vuole, diventa lui il presidente della Repubblica islamica d’Egitto. O che lo diventerà, a maggioranza, chiunque lui sovranamente deciderà di appoggiare. La nuova Costituzione vieterà esplicitamente la formazione di partiti politici su base religiosa, formalmente riconoscerà diritti uguali alle donne e proclamerà la protezione della minoranza copta cristiana.

E garantirà ai militari di scegliersi loro per i prossimi otto anni il ministro della Difesa – misura sempre prolungabile, si capisce – autorizzandoli a processare ogni cittadino, anche chi non sia e non sia mai stato arruolato di fronte a un tribunale militare. E, naturalmente, poi niente impedisce che il candidato alla presidenza, ormai per definizione imbattibile – Morsi era stato, per contro, efficacemente contestato quando fu eletto, proprio da una candidatura militare: ma vinse, di poco ma vinse... – sarà proprio El Sisi: di fatto, lui, incontrastato.

La partecipazione al referendum sembra essere stata più alta rispetto a quella che aveva detto sì a Morsi sul precedente testo di Costituzione (il 36%, dice, in media contro il 33; e, peraltro, contro il 41% sulla prima Costituzione del dopo Mubarak... Insistono comprensibilmente gli stessi media del regime― con Al Ahram che dà il voto effettivamente espresso sì e no al 36% dell’elettorato (ANSAmed, 17.1.2014, Egypt: Al Ahram insists, 38% turnout In Egitto, insiste Al Ahram, percent uale di voto al 38% http://www.ansamed.info/ansamed/en/news/sections/politics/2014/01/17/Egypt-Ahram-insists-38-turnout_ 9913926. html) che l’importante è che stavolta hanno detto di sì a El Sisi e alla sua Carta il 98% dei votanti.

Ma in effetti, insieme, questi due dati significano che, però, la schiacciante maggioranza degli oppositori ha detto la sua proprio col boicottaggio del referendum. E il dato del 98% per Sisi che non è detto sia stato largamente truccato, ma arrotondato quasi di certo, francamente conta pochino. Come ,pochino hanno sempre contato i plebisciti che una volta si chiamavano, chissà poi perché, proprio e sempre e solo – come se fossero gli unici! – “bulgari”...

Il problema è che i boicottaggi distorcono sempre il volere popolare, perché comunque secondo le regole dovunque vigenti conta solo il voto espresso – da noi, come in America dove spesso solo il 10% dei votanti elegge alla fine per tutti il presidente degli Stati Uniti – e che qui adesso ha certificato come il 36%, forse, degli egiziani si sia espresso a favore della nuova Costituzione insieme laica ma che, nei fatti ma anche di diritto, ripristina tutti i vecchi poteri pre-rivoluzionari. Ed è importante rilevare e far notare come, perciò, la stragrande maggioranza degli egiziani abbia, di fatto, nelle condizioni di agibilità politica che consentivano loro assai  poco, magari nel modo sbagliato ma, appunto nei fatti – non andando per niente alle urne – hanno manifestato di opporsi a questa scelta o almeno di non attribuirle la rilevanza di farli andare a dare il loro sì.

Il fatto realisticamente assodato è che in condizioni normali avrebbe ancora rivinto la maggioranza islamica, tra moderati e meno, che aveva eletto Morsi e che qui il golpe sta, in buona sostanza, ripristinando un regime del tutto simile a quello di Mubarak. Dove la differenza principale potrebbe venire scandita dalla diversa età, capacità e personalità dei due rais, entrambi militari di carriera e proni alla dittatura. In definitiva, l’Egitto fa retromarcia spedito verso un futuro che sembra molto simile al proprio passato più recente m polveroso e non troppo glorioso.

E, adesso, il 24 gennaio al massimo dell’allerta per il ricorso, solo il giorno dopo, del terzo anniversario dell’inizio della primavera araba contro Mubarak, tre attentati coordinati – scatenati dalle “malvagie forze del terrorismo”, assicura il primo ministro designato dagli autori del golpe, Hazem El-Beblawi – colpiscono al Cairo, nell’immediato con almeno sei morti, suggerendo inevitabilmente che anche al massimo stato di allarme le forze di sicurezza non sono in grado di bloccare attentati di questo tipo a due metri di distanza dalla sede del quartier generale delle forze di  sicurezza.

Insieme a manifestazioni “spontanee” a sostegno della candidatura del capo militare alla presidenza, gli attentati hanno anche causato altre manifestazioni, anche al Cairo, di fautori del presidente deposto dai militari, Mohamed Morsi (New York Times, 24.1.2014, D. D. Kirkpatrick, Bomb Attacks in Egypt Kill at Least Sis PeopleIn Egitto, attentati alla bomba uccidono almeno sei personehttp://www.nytimes.com/ 2014/01/25/world/middleeast/fatal-bomb-attacks-in-egypt.html?hpw&rref=world&_r=1): la repressione delle quali ha subito causato un’altra quarantina di morti.

Ansar Beit al-Maqdis― i sostenitori di Gerusalemme, un gruppo islamista estremista e armato che ha finora diffuso molti video prima di Osama e poi del suo successore a capo di al-Qaeda, il medico egiziano Ayman Muhammad Rabī‘ al-Zawahiri, e rivendicato quasi tutti gli attentati e gli attacchi contro guarnigioni militari compiuti nel deserto del Sinai egiziano alcuni anche ai tempi di Morsi, condannandolo sempre, tra l’altro, per aver scelto “avventuratamente” la cosiddetta via democratica per arrivare al potere invece di seguire la “strada maestra” della guerra insurrezionale secondo i dettami dell’ideologia wahabita dalla shari’a, hanno subito rivendicato anche questo attentato. Ma la Giunta, come ha fatto nell’agosto scorso quando ha approfittato di altre bombe di matrice almeno sospette per proclamare fuori legge la Fratellanza, le ha subito imputato, per propria suprema decisione, ogni responsabilità.

Il conteggio dei morti del 24 “celebra” così l’anniversario della primavera egizia con almeno una ventina di morti in strada. I più, ovviamente, tra i dimostranti. Ed El Sisi ne approfitta all’istante: annuncia il facente funzione di presidente, Adly Mansour, messo lì dalla Giunta a tenere caldo il posto in attesa del generalissimo che è stato deciso – chissà da chi, eh? – di rovesciare l’ordine dell’agenda da loro stessi prevista e annunciata: prima ci saranno adesso le elezioni presidenziali – lui a questo punto ovviamente candidato – e poi, solo poi, le legislative che non vedranno comunque candidati islamici ma rischiano anche di non poterli completamente escludere da liste legislative in possibilmente malgrado tutto qualche po’ mascherate (Agenzia Reuters, 26.1.2014, Asma Alsharif e Shadia Nasralla, Egypt Calls Early Presidential Election as Violence Spreads L’Egitto convoca un prossimo [e anticipato] voto presidenziale mentre si diffonde ancora la rivolta http://www.reuters.com/ article/2014/01/26/us-egypt-politics-idUSBREA0P0GR20140126?feedType=RSS&feedName=topNews).

E il 27 gennaio – sorpresa, sorpresa... – la Giunta (formalmente, il Supremo Consiglio delle Forze Armate) ha chiesto al gen. El Sisi, suo presidente e capo unico e supremo, di candidarsi come presidente egiziano, il nuovo  super-rais al posto del vecchio che lui stesso tre anni fa contribuì a emarginare per arrivare adesso a piazzarsi al suo posto, ma cui quello era stato legittimamente e, certo, anche malamente eletto. Ma eletto, però...

E il re travicello, Mansour, che adesso fa le funzioni del presidente designato da El Sisi, lo ha promosso al rango di Feldmaresciallo cui in questo paese era arrivato Mubarak prima di correre lui stesso per la presidenza... per finta naturalmente (Guardian, 27.1.2014, P. Kingsley, Egypt's Abdel Fatah al-Sisi given go ahead to run for president― Semaforo verde per la corsa alla presidenza di Abdel Fatah El Sisi ▬ http://www.the guardian.com/world/2014/jan/27/eqypt-al-sisi-speculation-presidency). Sisi si riserva la risposta, ma già ringrazia (ah! ah!) la Giunta, cioè se stesso, per avergli conferito l’alto onore di rispondere alla chiamata “fattagli al richiamo del dovere”..., si capisce da buon (si fa per dire...)  militare...

Intanto, hanno aperto – e è stato subito rinviato – il processo contro il presidente deposto Mohammed Morsi e una dozzina di altri esponenti della Fratellanza musulmana accusati – non c’è proprio più nessun pudore, qui con la giunta... – di essere fuggiti dal carcere di Wadi al-Natrun dove li aveva condannati Mubarak, nel 2011. Morsi, che in una gabbia di vetro ma col microfono controllato da un giudice che non sapeva come farlo funzionare o spegnerlo, vestito nella divisa bianca del carcere stavolta – la seconda volta – ha ancora rifiutato di riconoscere la competenza del tribunale, ma stavolta ha accettato di nominare un legale perché l’accusa – per essere sfuggito al controllo di un regime militare deposto da parte, adesso, di un altro regime militare – è, prima facie, così assurda da ridicolizzarsi da sé... Ma forse si illude (12KSLATv, 29.1.2014, Sarh El Deeb, A more-controlled Morsi appears in Egyptian court Un Morsi più controllato compare in un tribunale egizianohttp://www.ksla. com/story/24568887/ousted-egyptian-leader-defiant-in-second-trial): perché anche se ciò è dimostrato, non cambierà niente comunque (cfr. Rapporto di Amnesty International, 1.1914, MDE 12/005/2014, Roadmap to repression – No  end in sight to human rights violations La mappa del percorso della repressione – Non c’è un’uscita dalla violazione dei diritti umani  ▬ http://www.amnesty.org/en/library/asset/MDE12/005/2014/en/cddf8bfb-6dcb-45b2-b411-6d12190b7583/mde120052014en.pdf).

Il parallelo tra i voti concomitanti di Tunisia ed Egitto sui rispettivi referendum è uno studio – e anche un esercizio pratico, vissuto, di contrasti nel metodo e nei contenuti – dei due esperimenti-  modelli. “Tunisi sta mettendo giù uno standard di dialogo e democrazia che fa invidia a tutto il mondo arabo – o forse non proprio a tutto, più realisticamente – mentre il Cairo sta diventando un caso di studio sul rischio di rivoluzione, su un percorso violento che si sta avvitando su se stesso”.

Certo questa è una lettura semplificatrice e anche semplicistica, molto americana (New York Times, 14.1.2014, D.D. Kirkpatrick e C. Gall, Arab Neighbors Take Split Paths in Constitutions Sulle loro Costituzioni i vicini arabi prendono strade separate http://www.nytimes.com/2014/01/15/world/middleeast/arab-neighbors-take-split-paths-in-constitutions.html?hpw&rref=world&_r=0) e assai superficiale di eventi in corso entrambi estremamente complessi e carichi di contraddizioni.

Ma è così – non c’è dubbio – che la situazione viene letta e non solo in America o da noi, in occidente. La Tunisia sta mettendo avanti una specie di stampo, di sagoma – diremmo parlando di un disegno – cui rifarsi ben a ragione sperando che diventi invidiata da tanti nel mondo arabo.

L’Egitto, invece, diventa un modello classico di tutti i rischi che una rivoluzione presenta, un percorso che va avanti, torna indietro, ancora un po’ più indietro ma si muove come avvitandosi su se stesso.

●Quelli che sono contro la nuova Costituzione, in alto le mani!   (vignetta)

Al referendum

Fonte: INYT, Patrick  Chappatte, 5.1.2014

 “Nel terzo anniversario della fuga di Zine el-Abidine Ben Ali l’Assemblea costituente tunisina ha proposto al paese di approvare una nuova Carta fondamentale che si annuncia come la più aperta, avanzata, noi la chiamiamo impropriamente liberale col linguaggio di un tempo che fu , nel mondo arabo. Un’attenta e calibrata fusione che è stata approvata sia dal partito islamico che da un’opposizione che noi chiameremmo laica, magari anche solo per mancanza di alternative facili e comprensibili, che a tutta la regione in qualche modo offre un raro modello di riconciliazione sulla vexata quaestio del ruolo dell’Islam”.

Oggi che comincia storicamente a uscire, tra mille contraddizioni, in ogni caso dal suo periodo storico che in termini storici (la terza grande religione monoteistica nacque intorno al 630 d.C.) corrisponde da noi al periodo delle guerre sante (la jihad, le crociate), della caccia alle streghe e dei roghi per tutti gli eretici, negatori dell’unica vera religione...

Sapete, come esempio di democrazia in America – ma noi non ci possiamo davvero permettere di discriminare: quasi ovunque anche in Europa e di certo in Italia – facciamo proprio schifo. L’America è nata proclamando anzitutto che solo i suoi abitanti protestanti e bianchi originari dell’Europa nord-occidentale e proprietari di terre, patrimoni e schiavi erano stati creati uguali dal Creatore dotati di certi diritti inalienabili. Il prezzo pagato nei secoli per allargare quella base di cittadinanza è stato sopportato tutto, o quasi, dai nativi americani e dagli afro-americani e, poi, gradualmente a ascendere da ebrei, italiani, irlandesi, ispanici.

Col 5% della popolazione mondiale, questo paese – che sempre, anche nelle parole stonate e contraddittorie del suo primo presidente di colore, si presenta come modello unico ma irripetibile, perché specialmente benedetto da Dio e, comunque, come un modello cui gli altri dovrebbero sempre aspirare – ha il 25% della popolazione carceraria del mondo: per lo più poveri, e per lo più non violenti, violatori neri e colorati soprattutto della legislazione antidroga (cfr. per tutti, ma davvero tutti, i dati al riguardo ▬ https://www.google.it/search?q=american+prison+population+statistics&tbm=isch& tbo=u&source=univ&sa=X&ei=rNrWUrGYEoqM0AX-woGoCw&ved=0 CEMQsAQ&biw=866&bih=441).

Se non ci fossero Cina, Iran, Iraq e Arabia saudita, l’America sarebbe anche il paese che al mondo pratica di più la pena di morte. E c’è anche il fatto – almeno curioso, no? – che i paesi al mondo con le più ampie popolazioni (Indonesia, Pakistan, India e Bangladesh, hanno avuto più volte capi di Stato o di governo che sono stati donne: e di grane e forte livello. E questo paese, l’America ha come suoi maggiori alleati strategici, paesi come Arabia saudita e Israele dove vige per legge l’occupazione militare e la negazione su base etnico-religiosa dei diritti civili e politici per interi e larghi settori delle popolazioni sotto il loro controllo.  

Intanto, in Siria ha lasciato finalmente il paese, dopo non pochi ritardi, la prima spedizione di armi chimiche (lo riferisce Al Arabiya, il 7.1.2014, First shipment of Syrian chemical weapons removed Rimossa una prima spedizione di armi chimiche siriane http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/01/07/First-shipmen t-of-Syria-chemical-arms-removed.html) portandolo via dal porto di Latakia su una nave danese che, scortata da vascelli  russi e cinesi, la trasporterà in Italia.

Qui da noi, ma non si sa ancora dove, in quale porto  (“ci siamo impegnati”, dice la solita misirizzi Emma Bonino, ministra degli Esteri: che non osa, però, al 7 gennaio per timore di reazioni popolari a una – l’ennesima – decisione presa sopra la testa della gente – avete presente la TAV? – di comunicare dove avverrà poi il trasbordo di materiali cosiddetti “precursori”, potenzialmente certo pericolosi anche se definiti “inerti” sia dai siriani che dall’agenzia dell’ONU di controllo delle armi chimiche, l’OPCW) avverrà – dovrebbe avvenire... – il trasbordo su una nave da guerra americana che,  alla fine, provvederebbe – ma avrete capito che si va avanti a tentoni... – in acque internazionali (ma in Adriatico? un mare largo, in media, appena un po’ più di 100 Km...? o dove, se no?) a distruggerle in un contenitore di titanio specialmente creato e installato a bordo... che tra l’altro ancora neanche c’è.

Il 13 gennaio, comunica il ministero della Difesa a Mosca, l’incrociatore russo Pyotr Veliky e la fregata cinese Yancheng hanno compiuto senza problemi il lavoro di scorta attraverso il Mediterraneo e “verso l’Italia” del primo carico di armi e materiali per la fabbricazione di armi chimiche siriane caricate sul trasporto olandese Ark Futura (Voice of Russia/Radio, 14.1.2014, Russian, Chinese ships escort first shipload of Syrian chemical weapons in Mediterranean― Navi russe e cinesi scortano il primo carico di armi chimiche siriane nel Mediterraneo http://voiceofrussia.com/news/2014_01_14/Russian-Chinese-ships-escort-first-shipload-of-Syrian-chemical-weapons-in-Mediterranean-9858).

Per l’Italia – che finalmente il 16, due giorni dopo il completamento del trasporto, rende noto come alla fine sarà Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, il porto italiano per il trasbordo (il materiale non toccherà neanche la panchina, assicura Bonino) delle 800 tonnellate di gas sarin e altri veleni bellici chimici dal trasporto olandese agli americani della MV Cape Ray. Che è una di tre grandi navi traghetto-montacarico di costruzione nipponica in riserva alla US Navy che provvederà, una volta in alto mare poi, a una loro prima “neutralizzazione” cosiddetta “idrolitica”.

Opina un esperto di geo-politica come Lucio Caracciolo, il direttore della rivista specializzata Limes, che “a parte quelli tecnici” (cioè? i ritardi? il traghetto americano se ne sta ancora in porto, in Virginia... e di arrivo in Calabria si parla per la seconda metà di febbraio, ormai) la “scarsa trasparenza” di tutta l’operazione “già pare verificabile” nella stessa renitenza e reticenza a renderne conto (RAI News, C.Macerollo, Armi chimiche siriane in porti italiani http://www.rainews.it/dl/rainews/ articoli/armi-chimiche-siriane-lucio-caracciolo-italia-trasparenza-porti-italiani-77b8aeb4-98f6-4409-b5d4-501fc2 1dd04e.html).

E’ stato l’esplodere dei conflitti intestini tra i sunniti ribelli di Siria, soprattutto i sunniti siriani anti-Assad, e quelli estremisti come loro ma neanche siriani, i jihadisti stranieri del cosiddetto fronte al-Nusra,d’obbedienza wahabita, a portare al differimento delle operazioni di trasferimento previste per l’arsenale chimico. La guerra civile intersunnita dentro la guerra civile siriana sembra al momento come in pareggio, con ogni parte che ricorre all’esecuzione a dozzine per volta dei prigionieri dell’altra. E dove non c’è progresso dell’uno sull’altro ma solo una gara senza ritegno a chi fa più cadaveri.

● Chi controlla, oggi, la Siria: in equilibrio sempre instabile, ma sempre a favore di Assad   (mappa)

Fonte: la Repubblica.it, 19.5.2014 [http://www.repubblica.it/esteri/2013/05/19/foto/siria_le_mappe_del_conflitto-59142164/1/?ref=search#1

La differenza è che il fronte al-Nusra è siriano, e vuole governare, certo, ma come emirato fondamentalista con centro a Damasco ed il suo paese. Mentre l’ISIL – lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, la filiale mesopotamica di al-Qaeda, intanto non nasce neanche in Siria e vuole, invece, unificare i due paesi in un solo emirato: con connotati fondamentalisti, non più socialisti-laici come almeno di facciata volevano Saddam e Assad padre più di trent’anni fa, quando lanciarono il ba’ath nei due paesi e per qualche anno tentarono anche, vanamente di provare ad unificarli.

E, poi, c’è la complessità ulteriore cui i curdi di Siria sottopongono gli uni e gli altri nel nord-est del paese dove difendono il loro territorio mentre il governo di Assad tiene e difende, con discreto “successo” anche se a costi assai alti, l’ovest del paese e, in effetti, più o meno totalmente tutta la parte che sulla carta riprodotta qui subito sopra non è esplicitamente marcata come controllata da una precisa etnia. In effetti, sono stati costi umani altissimi anche - e non solo certo per sua responsabilità, visto il grado di violenza che il presidente siriano ha impiegato per sopprimere una rivolta nefanda.

Senza alcuno scrupolo, però, cancellando da quello che era uno dei paesi anche a modo loro proprio sotto gli Assad maggiormente integrati, più acculturati e aperti  e meno “fanatici” del Medio Oriente ogni lume – sembra – di ragione e di tolleranza.

Così, rispondendo all’attacco al vetriolo riservatogli dal re dell’Arabia saudita, Abdallah, il presidente siriano Bashar al-Assad, da lui personalmente accusato di aver distrutto il suo stesso paese, gli ha ribattuto, eccezionalmente stavolta, punto su punto. Il vero Islam, ha affermato, non è la mostruosa incarnazione del peggio dell’inquisizione spagnola del XV secolo trasportata nei tempi moderni – fanatismo nella certezza di servire col ferro e col fuoco l’unica verità rivelata e da imporre a chiunque essa possa raggiungere – ma una religione tollerante.

E gli estremisti wahabiti di scuola saudita ne sono un’aberrazione estremista contro la quale gli esponenti di tutte le religioni devono ormai sentire il dovere di adoperarsi. Il wahabismo[2] rappresenta, infatti, una tradizione islamica ultra-conservatrice dominante nella penisola arabica grazie alla scimitarra e alla frusta del potere saudita che lo ha creato e che ne dipende, i cui precetti settari e estremisti contro ogni altro pensiero e variante di fede religiosa in nome della verità che esso afferma di detenere sono gli unici ad avere diritti.

Assad e buona parte dei suoi sono alawiti, una branca antica degli sci’iti e, come tale, considerata eretica in buona parte del Medioriente e, come tale perciò poco accettabile anche nei paesi occidentali più vicini e conniventi con i sunniti (quelli figliati dalla scuola vetusta e imperialista dell’orientalismo britannico: Arabia saudita, appunto, Egitto, anche Turchia). E, in effetti, il governo sci’ita del Ba’ath (arabo socialista o della― Resurrezione, di natura laica basato su princìpi considerati eretici di panarabismo più o meno socialista e non sull’Islam come tale  perché dogma rivelato dal profeta. Il che spiega l’effettiva tolleranza reale per tute le denominazioni religiose― incluse quelle proprie del islam sunnita come lo zoroastrismo, oltre che nei confronti del cristianesimo, sempre tollerato e anche apertamente “protetto”.

Finora Assad era stato cauto nell’attaccare proprio le basi fondamentaliste dogmatiche calcificate del regno saudita. Ma adesso risponde direttamente all’attacco del re imputandogli di aver fomentato, finanziato, armato e istigato la controrivoluzione e i demoni autofagocitanti della guerra civile. Nel contesto delle accuse che gli rivolge re Abdallah, la chiamata di Assad contro di lui è un appello alla rivolta per il rovesciamento della casa reale saudita.

Non provocherà una rivoluzione ma genera sicuramente riscontri e echi in aree e paesi che, come le stesse province orientali dell’Arabia saudita, hanno una popolazione in maggioranza proprio sci’ita e non sunnita-wahabita: la stessa situazione potenzialmente cariche di scintille eversive e anche sovversive presente anche in molti degli emirati del Golfo per il fatto che la maggioranza sci’ita è trattata ufficialmente per costume e per legge come una cittadinanza di seconda classe: non solo economicamente e sempre meno disposta ad ingoiare pazientemente il fatto perché voluto dal re e a lui suggerito da Allah. Il messaggio dietro il messaggio di Assad è che la rivoluzione è possibile, anzi forse ormai è più probabile che possa avere successo in Arabia saudita, addirittura, che in Siria.

Il governo saudita ha adesso promesso a quello libanese un aiuto cash di 3 miliardi di $ per migliorare l’efficienza delle forze armate regolari. La Francia – e ti pare! – ha subito fatto eco, dichiarandosi pronta a cedere a Beirut, a fronte del contante saudita, armamenti avanzati sotto garanzia però che non finiranno mai in mano agli Hezbollah filo-iraniani e sci’iti. Garanzia che, in Libano, nessuno può dare però né agli uni né agli altri...

Non fosse per la serietà della situazione, si potrebbe anche parlare di farsa. L’Arabia saudita si è messa a lavorare di intesa con la Francia per costruirsi una sua influenza indipendente da quella degli USA sul Libano. E fa l’elemosina (ingente, è vero) proprio e soprattutto per mandare un segnale proprio e soprattutto a Washington. E, di sicuro, l’aiuto militare diretto allo scopo di acquisire influenza funziona. Mai, in pratica, invece l’aiuto militare funziona per costruire davvero una situazione di pace.

Ma ai francesi, in realtà, interessa poco: vogliono solo acquisire, e gratis visto il coinvolgimento dell’elemosiniere saudita, peso strategico e economico nella cerniera libanese. Secondo noi, del tutto velleitariamente, poi (The Voice of Russia, 30.12.2013, Syria's Assad urges fight against Saudi religious ideology Il siriano Assad chiama alla lotta contro l’ideologia [estremista] religiosa dei Saud http://voiceofrussia.com/ news 2013_12_30/Syrias-Assad-urges-fight-against-Saudi-religious-ideology-2084).

In Israele, Ronen Bergman, analista ben noto e descritto dal NYT come molto, molto vicino alle alte sfere delle forze armate e, in specie, dello spionaggio militare, ha lanciato l’allarme: Hezbollah, malgrado gli attacchi aerei cosiddetti mirati ma evidentemente non proprio come si assicurava precisi, ufficialmente sempre negati dall’aviazione ma concreti e ripetuti nei fatti, è riuscita a smontare e trasportare con successo in Libano dalla Siria decine di missili cruise terra-terra e terra-mare Scud-D a lunga gittata di fabbricazione russa. Questa, asserisce l’esperto, costituirebbe una nuova minaccia montante con Israele, visto che si tratta sicuramente di armi in grado di colpire in profondità il suo territorio.

E’ un fatto e potrebbe, certo, avere gli effetti temuti. Ma è un fatto tale e quale a quello che con la stessa gittata quegli stessi missili avrebbero continuato ad avere se invece che dal  Libano forse domani fossero stati lanciati dalla Siria. Insomma, pura e semplice propaganda bellica e netanyahuggiante, ovviamente (New York Times, 2.12.2013. A. Barnard e E. Schmitt, Hezbollah Moving Long-Range Missiles From Syria to Lebanon, an Analyst Says― Gli Hezbollah spostano I missili di lunga gittata dala Sitria al Libano: dice un analista ▬ http://www.nytimes.com/2014/01/03/world/middleeast/hezb).

●Dopo un incontro del presidente russo Vladimir Putin con l’Autorità palestinese e il presidente Mahmoud Abbas, la russa Gazprom ha reso noto di potere – non necessariamente di voler – sviluppare i giacimenti di gas naturale dei fondali mediterranea che fanno parte della piattaforma continentale della striscia di Gaza. E’ lo stesso Putin che ha autorizzato lo studio dell’ente statale del gas russo ma non ne è sembrato proprio entusiasta.

Così Gazprom ha calcolato il potenziale estraibile utilmente dal progetto a circa 30 miliardi di m3, per un valore di forse 1 miliardo di $ di guadagno netto. Restano almeno due problemi, però, non da poco a spiegare la riluttanza dei russi: che non è l’ANP ma Hamas a controllare e governare la Striscia e che l’autorità militare assediante, Israele, si opporrebbe comunque. Nel corso dell’incontro sono anche state gettate le basi per quelli che sono stati definiti approfondimenti dei rapporti reciproci in campo commerciale ed umanitario (Agenzia ITAR/TASS, 23.1.2014, Gazprom may develop deposits in Gaza strip Gazprom potrebbe sviluppare i giacimenti della Striscia di Gaza http://en.itar-tass.com/economy/715891).

Viene timidamente, ma anche ormai apertamente avanzato, e in conferenza stampa a Gerusalemme, dallo stesso segretario di Stato americano Kerry che per la disperante e disperata conferenza di pace tra governo e ribelli siriani – dovrebbe aver luogo più avanti nel mese a Ginevra – potrebbe essere forse anche utile la presenza, insieme ai diretti interessati – ma i ribelli (e quali, poi?) continuano a tergiversare... – e alle grandi potenze, anche dell’Arabia saudita e dell’altra grande potenza regionale: l’Iran.

E’ la richiesta su cui insistono da tempo la Russia e l’inviato speciale dell’ONU per la Siria, Lakdar Ibrahimi, e con meno chiarezza anche il segretario generale stesso delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e cui sembra quasi rassegnarsi perfino l’Arabia saudita. Ma salgono immediati gli altissimi lai del premier Netanyahu[3], visto che Kerry si spinge a ipotizzare anche di un forse, chi sa dice, anche utile ruolo di mediazione a Ginevra di Teheran (New York Times, 5.1.2014, M. R. Gordo.n, On Tour of Mideast, Kerry Says Iran Might Play Role in Syria Peace Talks Nel suo giro in Medioriente, Kerry parla di un ruolo possibile per l’Iran nei colloqui per la pace in Siria http://www.nytimes.com/2014/ 01/06/world/middleeast/kerry-iran-syria.html?_r=0).

Certo, Kerry continua a insistere – con il ronzio assillante della mosca cocchiera francese a rimorchio – che l’Iran dovrebbe dichiarare prima la sua disponibilità ad accettare la possibile, concordata sostituzione del presidente Assad con un governo di transizione. Ma – sospettano correttamente gli israeliani – è difficile vedere perché l’Iran dovrebbe dire di no a una soluzione che accettasse, se la accettasse, alla fine lo stesso Assad… che però sta in sostanza “vincendo” la guerra civile― se una guerra civile è mai possibile vincerla se non fermandola una volta per tutte.

Poi, non volendo dire agli israeliani e ai francesi di andarsene a quel paese e non volendo, però, nemmeno non dirglielo, in maniera inconsulta Kerry – tutto meno che un diplomatico ma un solo un politicante e solo, poi, americano: un po’ grezzo e un po’ provinciale senza sensibilità globale, cioè – azzarda l’ipotesi che forse l’Iran potrebbe anche contentarsi di dare il suo contributo “dalla panchina”― from the sidelines, dice alla lettera, senza partecipare visto che c’è chi non lo desidera al tavolo della conferenza di Ginevra...

La “scusa” formale è che Teheran interpreta l’invito dell’ONU alla conferenza, che si pronunciava da sempre a favore della “formazione di un governo di transizione” per la Siria, come fanno la Russia e Damasco, come Ibrahimi e come lo stesso Ban Ki-moon: come un obiettivo cui mirare nei colloqui di pace quando,va  dice il testo, le “parti concordano”. Per “mutuo consenso[4] tra gli attori siriani dice letteralmente il testo dell’accordo dell’allora Ginevra I, mai poi convocata. Che, dunque, alla conferenza, per trovarlo se non altro, devono presenziare tutti (Comunicato finale di Ginevra I, 30.6.2012  ▬ http://www.unog.ch/80256EDD006B9C2E/(httpNewsByYear_en)/18F70DBC923963B1C1257A20066 96B?OpenDocument).

Questo dice il testo, dice la logica e dice la politica reale. Ma queto pretende d i non riconoscere – e pretende che gli altri concordino – chi in qualche modo insiste nel far finta di credere a un mondo dai rapporti di forza che non esistono più― dove uno solo continua a comandare e gli altri semplicemente dicono sissignore. In America Obama sa per primo, e ha anche riconosciuto, che si tratta di una posizione velleitaria e irreale. Ma non ha le p*l*e per dire alto e chiaro ai sauditi, ai ribelli, anche agli israeliani e, soprattutto, agli stessi americani che i russi sul nodo hanno sempre avuto ragione e gli iraniani anche.

Solo a uno come Kerry, esperto ma come politico e politicante alla Hillary Clinton proprio, non certo come diplomatico e statista, poteva venire pensata una simile “non soluzione” che Teheran infatti, respinge anche un tantino schifata come al di sotto non tanto della sua dignità, giustamente, ma di quella di chi si presta a proporre un’idea “tanto balzana― quirky (New York Times, 6.1.2014, Reuters, Iran Rejects U.S. Suggestion of Syrian Peace Talks Role― L’Iran respinge il suggerimento di un ruolo [disonesto e falso, il titolo!! rifiuta sì, ma un ruolo ‘in panchina’!] ai colloqui per la pace in Siria http://www.nytimes.com/reuters/ 2014/01/06/world/europe/06reuters-syria-crisis.html?ref=middleeast).

E, anche se molti di quelli che davvero contano di più, alla fine, si vanno convincendo che si tratti di un serio errore di miopia non meramente tattica, tutti sembrano anche essersi arresi all’inspiegabile tremarella dei governi americani di fronte alla cieca chiusura degli israeliani: e, così, il segretario generale dell’ONU, il sud coreano Ban Ki-moon, uno che scodinzola sempre e solo al seguito di quello che gli USA gli chiedono, ha reso noto il 6 gennaio che nella lunga lista di inviti per la conferenza di Ginevra II, l’Iran – non avendo accettato di sedere sullo strapuntino o in anticamera – alla fine non c’è.

Poi però, a meno di due giorni dalla data di convocazione, il segretario generale dell’ONU ci ripensa: perché ha maturato la convinzione che un contributo dell’Iran, diretto e impegnato, è essenziale per sbloccare lo stallo della tragedia siriana che vede tutti perdenti ma qualcuno di più. E ai difensori dei ribelli non va giù però, questo riconoscimento dichiarato che dell’Iran molto più di ogni altro per andar avanti c’è – ormai dimostrato – un assoluto bisogno. Tornano a dire i ribelli, la cosiddetta “coalizione siriana” – che non è d’accordo neanche al suo interno, ovviamente: un a parte, quella più “combattente”, per dire – che se Assad non annuncia, prima della conferenza, di andarsene, loro a Ginevra II – in effetti a Montreux, che della città svizzera è di fatto un ricco sobborgo – neanche si affacciano...

Sono i gruppi sicuramente più forti e agguerriti – il cosiddetto Fronte islamico e lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria di obbedienza al-Qaedista – a rifiutare categoricamente, per principio di natura come religiosa, di partecipare al tavolo dei colloqui con il regime lasciando ai politici e politicanti davvero meno rappresentativi. Insomma, il loro no non è limitato alla possibile presenza di chi non è amico loro, come l’Iran. 

E gli Stati Uniti subito, pungolati dai soliti arabi sauditi, da israeliani, ribelli jihadistì e più estremisti siriani – e, ça va sans dire, anche con la delega dei pusilli europei – ripetono a Ban Ki-moon l’istruzione di ripensare al ripensamento che ha avuto e di tornare al traccheggiamento del “vorrei ma non posso”: che, secondo la maggior parte degli interlocutori necessari e di quelli che contano comunque di più in Siria, non serve a niente (New York Times, 20.1.2014, M. R. Gordon, Somini Sengupta e Alan Cowelljean, U.S. Tells U.N. to Withdraw Iran Invitation to Syria Talks Gli USA dicono all’ONU di ritirare l’invito [che adesso ha rivolto] all’Iran per i colloqui sulla Siria [a Ginevra] ▬ http://www.nytimes.com/2014/01/21/ world/middle east/syria.html?_r=0).

Ban Ki-moon aveva sperato, vanamente, che il nodo l’avrebbero sciolto in colloqui separati tra di loro americani e russi che però l’accordo non sono riusciti a trovarlo― perché perfino in diplomazia tra sì e no, mediazione non c’è.  E’ vero che a contare al dunque poi sono loro  ma non sono solo loro a contare...

E adesso? Adesso non passano neanche ventiquattrore e Ban Ki-moon riconsidera la sua posizione, se la rimangia... tornando dove era prima e ritira l’invito: facendo ovviamente una clamorosa figura di... me**a. Come del resto re-travicello che è, merita sempre di fare (New York Times, 20.1.2014,  M. R. Gordon, Somini Sengupta e Alan Cowelljean, Under U.S. Pressure, U.N. Withdraws Iran’s Invitation to Syria Talks Sotto la pressione degli USA, l’ONU ritira l’invito che aveva formulato all’Iran a partecipare al negoziato sulla Siria http://www.nytimes.com/2014/01/21/world/middleeast/syria.html?hpw&rref=world&_r=0).

No, tu no: tu non sei nella lista dei partecipanti... (vignetta)

Fonte: INYT, Patrick Chappatte, 21.1.2014

Il problema vero non è, naturalmente, la debolezza dell’ONU e di chi la dirige senza averne le capacità né il coraggio. Gli Stati Uniti non trovano la forza di fare quello che sanno ormai pure di dover fare e che, nel ‘catenaccio’ di un titolo già di per sé lucidamente eloquente, il NYT bene spiega: il fatto è che Stati Uniti e Iran sono ormai attratti l’un l’altro e ravvicinati dal proprio mutuo e comune opporsi in Siria, in Libano, in Iraq, in Afganistan e in Yemen a un movimento di miliziani sunniti che va rialzando ormai non le bandiere del profeta ma proprio quelle di al-Qaeda su un fronte vastissimo e linee di frattura volutamente definite in termini di settarismo estremista religioso (New York Times, 6.1.2014, T. Erdbrink, U.S. and Iran Face Common Enemies in Mideast Strife Stati Uniti e Iran di fronte a nemici comuni nel conflitto mediorientale http://www.nytimes.com/2014/01/07/world/ middleeast/iran-offers-military-aid-but-not-troops-to-iraq.html?_r=0): appunto, il nemico comune.

Ha ricordato ora quello che da eminenza grigia molto vicina all’ayatollah Khamenei, la Guida suprema dell’Iran, è diventato oggi una delle voci considerate più prossime ai riformisti sia a Teheran che a Washington e una di quelle che col Grande Ayatollah comunque mantengono una prossimità personale, Mashallah Shamsolvaezin, un esperto riconosciuto e autorevole di mondo arabo di come a Washington nel mondo dell’intelligence molti ricordino ancora “con nostalgia” di quando, nel tardo 2001 i servizi iraniani fornivano – prima che quel mentecatto di Bush facesse saltare tutto col suo discorso sull’ “asse del male” – un aiuto ancor oggi definito “cruciale” di ordine tattico alle forze speciali americane che sul terreno si scontravano con i talebani, nell’Afganistan appena invaso.

I presidenti russo Putin e iraniano Rouhani avevano intanto discusso al telefono di rapporti reciproci, di questioni dell’area mediorientale e anche di più vasti temi relativi agli equilibri globali. In particolare, naturalmente, di questioni legate al terrorismo e all’estremismo nel mondo, di Siria – e, in proposito, Putin ha reiterato che Teheran va invitato a dare il suo contributo alla cosiddetta conferenza di pace di Ginevra II: e la proposta è stata apertamente appoggiata dal nuovo ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier e anche dall’Iraq.

Hanno anche parlato del negoziato sul nucleare iraniano e sulle sanzioni di cui il giorno dopo, sempre a Ginevra, viene preannunciata la probabile soddisfacente chiusura (The Iran Project,/New York [un istituto indipendente, che il governo USA sospetta di non essere tale perché si adopera dal 2002, con equilibrio dettato ovviamente anche dall’ambiente, diciamo, in cui agisce per la normalizzazione dei rapporti tra Iran ed USA], 9.1.2014, Putin discusses at length with Rouhani Putin discute lungamente con Rouhani http://theiranproject.com/ blog/2014/01/09/putin-discusses-iran-nuclear-talks-syria-with-rouhani).

Forse bisogna dare qualche importanza, cercando di capirne qualcosa di più all’insana postura che gli USA stano prendendo sull’esclusione, al dunque quasi di principio, da Ginevra II dell’Iran malgrado rumors e disponibilità più o meno nascoste che sembrano vergognarsi di sé ma sembrano riconoscerne il possibile, reale contributo positivo all’esito ricercato di una pace possibile e spinosissima per la Siria.

Già nel 2001, l’Iran con Khamenei, ormai da un decennio succeduto a Khomeini, aveva offerto i propri buoni uffici per aiutare gli USA di Bush, ancora fresco pivello, a farsi consegnare dai talebani Osama bin Laden che aveva appena rivendicato l’attentato alle Torri Gemelle. Ma, in modo del tutto inopinato, l’amministrazione americana rifiutò seccamente e affossò l’opzione di vincere senza invadere l’Afghanistan, risparmiandosi anche la più lunga guerra – tra l’altro ormai chiaramente e malamente  perduta – della sua storia.

Ancora prima e verso la fine del ’98, allora sotto la presidenza di Clinton, i talebani s’erano dimostrati disponibili a arrestare e far processare bin Laden, subito dopo gli attacchi che aveva rivendicato contro le ambasciate americane di Dar es Salaam, in Tanzania e, in Kenia, di Nairobi. Ma, a parte questi utili esercizi di richiamo alla memoria delle tante corbellerie già perpetrate grazie alla cecità nazionale strategica della maggiore superpotenza globale, che porta a reiterare ad aeternum gli stessi errori[5].

    (1. Al Jazeera, 11.9.2011, Mujib Mashal, Taliban 'offered bin Laden trial before 9/11'― I talebani ‘offrirono di processare bin Laden prima dell’11 settembre’ ▬ http://www.aljazeera.com/news/asia/2011/09/20119115334167663. html; 2. vedi, nella raccolta dei documenti sui rapporti tra i due paesi, pubblicata il 2.6.2009 nel Middle East Briefing no. 28 dell’International Crisis Group/ICG http://www.crisisgroup.org/home/index. cfm?id=6131&1=1; e, 3., riassunta, a cura di A. Gennari, in Eguaglianza e Libertà,12.6.2009, Il negoziato Usa-Iran visto da Teheran ▬ http://www.egua glianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1143; e, infine, 4., sempre in Eguaglianza e Libertà, 17.9.2010, A. Gennari, L’Iran e l’America smemorata ▬ http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id =1273).

L’insistenza americana perché l’Iran fosse formalmente disinvitato, in buona sostanza, è strana perché nel sostenere i propri interessi nella guerra di Siria quel paese ha investito molti più soldati, direttamente e indirettamente, e molte più risorse di quanto abbia fatto l’America che si è limitata a finanziare con poco costrutto un gruppo di opposizione che, sul terreno, non ha quasi – per riconoscimento stesso degli Stati Uniti – alcun sostegno significativo e a prendere le distanze per troppo schifo da quelli che invece effettivamente ci sono. Insomma, quasi una farsa.

In effetti, l’implicazione ormai scontata per tutti del fatto stesso che questi colloqui con Assad si tengano – e si tengano con tale risalto internazionale – è che la rivolta ha del tutto bucato lo scopo che s’era data e aveva annunciato con le altisonanti sponsorizzazioni finanziarie, di forniture di armi, di sconsiderato e cieco appoggio sui media e politico che aveva (l’America, l’Europa pressoché intera, tutto il mondo arabo sunnita), di sloggiare i ba’athisti dal potere centrale a Damasco.

Il che, in buona sostanza, fa dello stesso negoziato di Ginevra II un marchingegno-salva-faccia per gli USA di ritirarsi senza eccessive umiliazioni in pubblico. Sono i russi che si stanno dando da fare per offrire loro questa opportunità in cambio del riconoscimento che la realtà impone del fatto che in Siria l’egemonia sia, nei fatti, la loro. I fondamentalisti islamisti, che sono sempre il gruppo ribelle più forte sul campo, restano sulle proprie intransigenti posizioni di principio: che per loro non c’è pace possibile con Assad. Il che garantisce che chi tra loro, poi, a Ginevra c’è andato non rappresenti affatto l’opposizione, non abbia titolo a parlare per conto suo e costituisca una delegazione di uomini di paglia che non sarebbe mai in grado di far rispettare promesse e impegni cui si lasciasse andare.

I colloqui potrebbero arrivare a un accordo, a una qualche intesa di massima, di contesto, per un cessate il fuoco – intanto, e subito, come insiste a Ginevra Emma Bonino, una tregua per aiutare sfollati, rifugiati e tutti insieme ormai i milioni di disperati vittime della guerra: e non sarebbe poco― ma nessuno è in grado di assicurarlo, nessuno: e i jihadisti hanno proclamato già alto e chiaro che comunque loro non ci starebbero mai.

E, infine, se la premessa stessa dei colloqui di Ginevra sta nel fatto che dovrebbero essere aperti – per la contraddizione che altrimenti proprio nol consente – a tutte le parti interessate, allora l’esclusione di principio e di stizza degli iraniani – la giaculatoria del “subito senza Assad o non se ne fa niente” – se è un non senso per i siriani non serve ad altro che ad assicurare il riconoscimento della legittimità nei fatti del governo di Assad― senza di cui Ginevra dimostra di non servire a niente essa stessa...

Ma, forse, in realtà questo è solo un dialogo tra sordi. In cui, per tirarsi fuori dall’impiccio in cui s’è cacciato con le sue pretese irrealizzabili – che i colloqui si tenevano sulla premessa che Assad libera il campo comunque – Kerry e Obama fanno finta di credere – e questo hanno detto agli altri convocati siriani e arabi della loro parte – che, anche se sta vincendo sul campo Assad se ne andrà. Peccato per loro che non sia affatto così.

E la durezza con cui il ministro degli Esteri di Damasco, Walid al-Moallem, ha dato inizio per parte sua ai lavori – chi paga quelli che stanno dall’altra parte del tavolo arma un branco di terroristi assassini, ma anche se sono traditori corrano il rischio di andare con noi ad elezioni: garantite dall’ONU, garantite insieme da Russia e America... e risolviamo il conflitto nell’unico modo possibile, verificando la volontà dei siriani – è servita a smontare subito il trucco.

Che, comunque, non poteva continuare a essere esibito a lungo, visto che oltre alla promessa della sicura e invece millantata resa di Assad – che non è mai esistita e non ha ragione di esserci – e ad avergli pagato le spese del viaggio in prima classe e del lussuoso soggiorno a Montreux, americani, francesi, inglesi e i loro illusi avatars non c’è proprio niente che concretamente poi possano offrirgli (Guardian, 22.1.2014, M. Weaver, Syria accuses the West of pouring arms into the hands of terrorists La Siria accusa l’occidente di riempire di armi le braccia dei terroristi http://www.theguardian.com/world/2014/jan/22/syria-peace-talks-assad-future). E per lo meno russi e siriani di parte governativa non resteranno a lungo a discutere di premesse che come le vanno raccontando gli aedi del jihadismo non esistono proprio.

usta fiznione non sparisce rpessto se ne vanno,. Appunto, presto.

Mosca e Teheran stanno anche negoziando uno scambio, come si dice, in natura petrolio contro merci, beni di consumo e di produzione, in base al quale l’Iran cederebbe alla Russia mezzo milione di barili di greggio al giorno sfidando, o meglio aggirando alla radice le sanzioni americane contro l’Iran: quelle che si spingono ben oltre i limiti definiti dalle misure chieste dall’ONU (Business Insider/New York [un sito che analizza – e, a pagamento, consiglia su – notizie di business e economico finanziarie con relativamente alta affidabilità previsionale], 10.1.2014, Jonathan Saul e Parisa Hafezi, Iran and Russia close to making a huge oil-for-goods deal―Iran e Russia stanno per concludere un grosso accordo sul baratto di greggio contro mercihttp://www.businessinsi der.com/iran-and-russia-deal-2014-1)

Poi arriva una brusca frenata da parte, sembra, proprio iraniana. Il ministero del Petrolio di Teheran annuncia che, infatti, nei termini prospettati il baratto (per 1 miliardo e 500 milioni di $ al mese) non va bene: senza, però, motivare la decisione ma svelando un duro contrasto interno al potere che non emerge in modo trasparente. Lo annuncia, in prima battuta, senza ancora conferme, il direttore delle Pubbliche relazioni, Akbar Nematollahi, ripreso solo da una peraltro “iranianamente” accreditata agenzia “studentesca” (così chiamata perché fondata dagli studenti che occuparono per ben 444 giorni l’ambasciata americana tra il 1979 e il 1981 (ISNA/Agenzia di stampa degli studenti iraniani, 10.1.2014, Iran rejects oil for goods deal with Russia L’Iran respinge l’accordo greggio per merci con la Russia http://isna.ir/en/news/92102111858/Iran-rejects-oil-for-goods-deal-with-Russia)   

Intanto, il movimento palestinese di Hamas (di ispirazione sunnita) conferma di aver ristabilito piene relazioni con Teheran e anche con gli Hezbollah (scii’ti), a quasi tre anni dalla rottura dei contatti dopo che nella guerra civile l’Iran aveva appoggiato apertamente la Siria e Hamas, più o meno direttamente ma pare proprio sbagliando, gli insorti. I ribelli jihadisti sembrano, in effetti, ormai destinati a cedere alle forze di Assad e gli sci’iti/alawiti del presidente siriano dovrebbero, anche qui come in Iraq, arrivare a domare gli insorti sunniti/wahabiti per cui, per con qualche difficoltà per le loro diverse basi settarie il riavvicinamento al movimento anti-israeliano libanese comunque conviene (Al Arabiya News, 10.12.2013, Hamas resumes ties with Iran after Syria dispute― Dopo la disputa sulla Siria, Hamas riprende i legami con l’Iran http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/12/10/ Hamas-resumes-ties-with-Iran.html).

●Un altro interlocutore che intende cominciare a affacciarsi sulla scena mediorientale è la Cina e – visto il fallimento di sempre dei protagonisti di fuori area finora sempre iperattivi – non sembra ragionevolmente comunque poter peggiorare le cose. Complicarle sì, certo, per chi come gli USA da sempre invece è uso invadere quella scena e più spesso che no se ne impiccia maldestramente senza doverne rendere mai conto a nessuno se non, per sua disgrazia e nel modo che è tipico loro – sempre  tragicamente sciagurato – agli estremisti e fanatici fondamentalisti islamisti.

E, ora, come spiega il ministro degli Esteri Wang Yi vuole allargare i suoi interessi per e nella regione al di là dell’area tradizionale degli scambi commerciali e energetici in campi come i rapporti politici, di sicurezza e anche militari. E sorge, così, inevitabile il potenziale conflitto con chi nell’area si considera da sempre – Stati Uniti e, in subordine, Europa – interlocutore comunque privilegiato. Qualche volta essendolo e altre solo presumendolo (South China Morning Post/Hong Kong, 10.1.2014, China to extend its reach to Middle East,Africa: best placed  – it says – to mediate South Sudan issue― La Cina vuole estendere  interessi e attenzione al medioriente e all’Africa: è ben  piazzata – dice – anche per mediare nel conflitto sud sudanese http://www.scmp.com/news/china/article/1402718/chinas-offer-mediate-south-sudan-ceasefire-shows-its-growing).  

in Africa

In Congo, è stato ucciso in un’imboscata insieme a due guardie del corpo il col. Mamadou Ndala, comandante in capo delle truppe governative che, nella parte orientale della Repubblica (per dire “Democratica” anch’essa, del resto), nello Stato del Kivu, combattevano contro i ribelli dell’Alleanza delle Forze (cosiddette) Democratiche e dell’Esercito nazionale per la liberazione (dal governo attuale) dell’Uganda. Ndala era il comandante dell’esercito regolare che solo alcuni mesi fa aveva schiacciato e costretto a una resa senza condizioni il movimento ribelle M-23 congolese.

La sua morte è stata comunicata ai media dal portavoce del governo centrale, Lambert Mende (Jeune Afrique, 2.12.2013, RDC : Mamadou Ndala, la bête noire du M23, est mort http://www.jeuneafrique.com/Article/ ARTJAWEB20140102150000/rdc-fardc-adf-mamadou-ndala-crise-dans-le-kiv).

Nella Repubblica centrafricana, una delle principali, più famose e più serie ONG, Medici senza Frontiere, riferisce che la situazione e la sicurezza sulle strade e un po’ dovunque  ma specie proprio nella capitale, a Bangui, "è assolutamente fuori controllo". Anche con – e, MsF aggiunge, forse anche per – la presenza di  ben 1.600 soldati francesi a pattugliare proprio la capitale insieme ad alcune migliaia di soldati dell’Unione africana col casco azzurro dell’ONU.

Tutto considerato, cioè analizzando le cose così come sono – dunque non mettendosi a scopiazzare anche in questo gli americani, come ormai nella loro presunzione neo-colonial-umanitaristica del propria missione civilizzatrice, usano ormai sotto questi socialisti fare a Parigi – si tratta di una missione completamente fallita di mantenimento della pace e meno ancora di pacificazione restaurata: il contrario (Médicins sans frontièeres, 2.1.2014, Civilians, Hospitals Affected by Extreme Violence in Bangui, CAR― Civili e ospedali l’obiettivo di violenze estreme a Bangui, in RCA http://www.doctorswithoutborders.org/ press/release.cfm?id=7245&cat=press-release).

E, adesso, a inizio gennaio, dopo che – sintetizza il NYT – il suo collega presidente del vicino Ciad, Idriss Déby, con altri loro colleghi capi di Stato dell’Africa centrale lo hanno convocato a rapporto a N’Djamena e accusato di non aver governato il paese in modo da disinnescare prima la rivolta islamica dei Seleka e, poi, l’altrettanto feroce rappresaglia di buona parte delle popolazioni cristiane, cioè le tensioni e la guerra civile (e senti certo chi parla!), il presidente della Repubblica centrafricana, Michel Djotodia, si dimette.

Djotodia, che era arrivato solo a marzo scorso sulle camionette e coi mitra dei ribelli islamici scatenati e armati proprio dal Ciad e messo da loro a capo del paese, si era presto separato anche da loro con una propria guardia personale, non senza continuare a ammazzare all’ingrosso gli oppositori, continuando peraltro ad essere con buone ragioni odiato dalla gente cristiana. La rottura anche con Seleca aveva poi segnato il suo destino politico.

Di fronte a tutti i 135 deputati del suo paese trasportati in aereo in... Ciad: in collaborazione tra le linee aeree ciadiane e l’aviazione militare della potenza sempre colonizzatrice ma non più coloniale, diciamo, la Francia nella sua capitale: che è un segno comunque importante, non fosse altro perché  innovativo, e c’è chi spera davvero esemplare (New York Times, 10.1.2014, A. Nossiter, Central African Republic Leader Resigns Si dimette il presidente della Repubblica centrafricana http://www.nytimes.com/2014/01/11/ world/africa/central-african-republic-leader-resigns.html).

Ma non riesce ad eleggere nessuno, quel fatiscente e etero-legittimato (o illegittimato) parlamento. Così, un assortimento di fortuna – tenuto insieme come si dice non troppo elegantemente forse con lo sputo – di simpatizzanti dei ribelli nessuno dei quali eletto, di politicanti qualcuno eletto, molti falliti, diversi magari anche con le mani sporche di sangue di loro concittadini – i cristiani di mussulmani e questi di quelli e qualcuno di tutti e due –, di artisti che nel paese hanno un forte seguito, di studenti, di aspiranti sindacalisti e di altri personaggi si è sostituito di fatto a un parlamento incapace che fa una scelta e una proposta di fatto al paese.

Elegge” come presidente della Repubblica il sindaco della capitale, Bangui, Catherine Samba-Pansa, 58enne, che viene alla fine come dice lei stessa all’assemblea-stratagemma un po’ irrituale che l’ha eletta al ballottaggio con un tradizionale esponente della vecchia guardia con 75 voti contro 53 “perché il nostro paese è sull’orlo di un’implosione, di una situazione catastrofica di frattura del tutto incontrollata e incontrollabile. E io, almeno una cosa diversa da tutti gli altri ce l’ho: è mia la sensibilità e la sensitività di una donna, oltre all’esperienza di essere stata eletta anni fa con la soddisfazione almeno relativa di chi mi ha eletta e rieletta e la scommessa è adesso che, per questo, io, forse, sarò in grado – per questo unico e cruciale ingrediente – di portare il paese alla pace”.

La gente per le strade sembra davvero sperare che questa nuova offerta possa sciogliere il pasticcio della RCA. Nella loro defatigante e affaticante impotenza, lo stesso sembra sperare a Bruxelles il vertice dell’Unione europea. E, certo, anche noi che di realismo e speranza viviamo, ci azzardiamo a sperare che anche se di per sé quest’idea della femmininità come cerniera che abilita questa svolta, vogliamo forzarci a qualche ragione di, diciamo, aspettativa fiduciosa. Ma anche Samba-Pansa, al dunque, dice di affidare le poche speranze di stabilizzazione che ha (resta alla rpesidenza per un periodo di un anno con il voto formalmente peevisto per il fwebbraio 2015) a un rilancio dell’intervento delle truppe straniere, che vorrebbe vedere arrivare in misura maggiore.

    (1. New York Times, 20.1.2014, A. Nossiter, Woman Is Chosen to Lead Central African Republic Out of Mayhem In mezzo al caos, scelta una donna per tirarne fuori la Repubblica centrafricana http://www.nytimes.com/2014/01/21/world/ africa/un-body-set-to-appoint-a-monitor-for-central-african-republic.html?partner=rss&emc=rss; 2. The Huffington Post, 21.1.2014, Catherine Samba-Panza, Bangui Mayor, Elected Interim President Of Central African Republic― La sindaca di Bagui, Catherine Samba-Pansa eletta ad interim come presidente della Repubblica centrafricana ▬ http://www.huffingtonpost.com/2014/01/20/catherine-samba-panza_n_4631437.html; 3. The Economist. 24.1.2014).

E di fatto,  dopo che il 24 gennaio, a Bangui, un gruppo di miliziani “cristiani” fa a pezzi per strada a colpi di machete un ex ministro mussulmano e un’altra decina di malcapitati caduti nelle sue grinfie e l’imam della moschea centrale della capitale, Ahmadou Tidjani Moussa Naibi, annuncia che i suoi seguaci “saranno d’ora i poi liberi di decidere le reazioni e le contromisure da adottare di fronte alla nuova provocazione”, neanche l’elezione della nuova presidente di transizione riesce a calmare le tensioni settarie.

Il fatto è che mantenere la pace non è proprio il mestiere della forza internazionale: per essere efficaci, dovrebbero imporla con le armi e provano anche a farlo, dopo l’attentato, con truppe ruandesi appoggiate dal contingente francese. Ma senza grande effetto, né repressivo né, tanto meno, efficacemente dissuasivo. Dopotutto non è (ancora?) proprio la missione che è stata loro data. E anche minor effetto ha la minaccia del segretario di Stato americano Kerry di colpire con “sanzioni mirate”, come il diniego di visti che peraltro mai si sono sognati di chiedere per gli USA,  i “sospetti” delle varie esazioni (PanAfricanNewsWire/Harare, 26.1.2014, U.S. sanctions threatened Minacciate sanzioni americane http://panafricannews.blogspot.it/2014_01_01_archive.html).

Nel paese più giovane del mondo, il Sud Sudan, nato neanche tre anni fa dalla secessione, alla fine concordata, dal Sudan unitario ormai tutto è spaccato su tanti fronti di guerra vera e propria al suo interno. Dopo la rottura totale e cruenta di dicembre tra il presidente Salva Kiir e il vice, Riek Machar (insofferenza reciproca, gelosia e sospetto, divergenze profonde dovute alla storia delle loro diverse tribù, i Dinka maggioritaria e, rispettivamente, i Nuer, la seconda), scontri e violenza, con massacri  perpetrati reciprocamente contro ogni nemico – bimbi e donne e vecchi  compresi – sono   dilagati in tutto il paese.

Al momento, forze leali a Machar controllano larghe parti dello Jonglei, tutto lo Stato di Unity, il più ricco di greggio, così come porzioni vaste dell’Alto Nilo, l’altro principale produttore di petrolio: i tre Stati ribelli del  Nord-Est del paese. Tutti i governi della regione – in primo piano Etiopia, Uganda e Kenia – stanno cercando di mediare ma finora senza successo: il cessate il fuoco che avevano mediato l’ultimo dell’anno a Addis Abeba non era neanche riuscito a fissare la data di un possibile inizio della trattativa... ma adesso si incontrano, ufficialmente e anche direttamente, delegazioni delle parti in conflitto, di Machar e Kiir (Stratfor, 7.1.2014, Reuters, Direct cease-fire talks begin Cominciano i colloqui diretti sul cessate il fuoco http://www.stratfor.com/situation-report/south-sudan-direct-ce ase-fire-talks-begin).

E a metà mese, in effetti, le forze di Machar mentre continuano senza grandi sviluppi i colloqui tesi a cercare condizioni per arrivare alla tregua, da una parte, perdono il controllo della capitale di Unity, Bentiu e dal’altra, rivendicano di aver conquistato l’aeroporto e buona parte della capitale dell’Alto Nilo, Malakal (Agenzia Bloomberg, 14.1.2014, W. Davison, South Sudan rebels seize oil rich capital amid cease-fire talks I ribelli del Sud Sudan conquistano una capitale ricca di petrolio nel bel mezzo dei colloqui per il cessate il fuoco http://www.ethiomedia.com/14store/5577.html).

Le forze fedeli al presidente nei fatti gestiscono ancora e senza difficoltà la maggior parte degli altri sette Stati del Sud Sudan. Ma Machar sembra per il momento in grado di tenere sotto il proprio controllo la fragile infrastruttura della produzione petrolifera del paese. Se riuscisse a registrare subito negli scontri alcune importanti vittorie – catturare e tenere anche Bor, ad esempio, la capitale dello Jonglei, 1.500.000 abitanti sui 9 milioni del paese – sarebbe meglio posizionato per negoziare la pace da una posizione di maggior forza.

Oggi come oggi la guerra civile sembra preannunciarsi ancora lunga e spinosa: quella che era iniziata mesi fa come una lotta intestina di potere tutta politica all’interno del vecchio Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan, il Sud non precipuamente islamico ma cristiano e animista del vecchio Sudan unito, s’è ormai inesorabilmente trasformata in scontro letale di carattere etnico: Dinka contro Nuer.

Finora il vecchio Stato unitario, il Sudan, dal cui sobbollimento partì e venne poi strappata – tutto sommato, come è necessario notare alla fine consensualmente – la secessione, si è accortamente e cautamente tenuto neutrale, col vecchio e navigato presidente Bashir, restando fuori dello scontro: difficile, però, perché l’economia del Sudan stesso dipende dalle royalties che ricava dal transito del greggio del Sud via i suoi oleodotti verso il Mar Rosso.

Per adesso il 6 gennaio, Bashir ha fatto una puntata a Juba, a trovare Salva Kiir, limitandosi in sostanza, per ora, solo ad auspicare che il Sud ritrovi la pace interna (The Hindu/New Delhi, 6.1.2014, Sudan President arrives Juba amid stalled talks Il presidente sudanese arriva a Juba in mezzo allo stallo del negoziato [tra governo e ribelli del Sud] ▬ http://www.thehindu. com/news/international/world/sudan-president-arrives-in-juba-amid-stalled-talks/article5545 211.ece?css=print).  

Ma è certo che se il conflitto civile nel Sud si trascinerà a lungo, salirà la tentazione del Sudan a   intervenire se non altro per difendere i suoi interessi evidenti nelle zone in conflitto, le più ricche di greggio e anche le più prossime al confine comune. D’altra parte, salirebbe per Machar la tentazione di acconciarsi a pagare anche tariffe più alte a Khartoum pur di continuare, magari col suo tacito ma pesante accordo, a mantenere il flusso del greggio al mare attraverso il territorio del Nord.

Stati Uniti, Europa e soprattutto i paesi che in Europa sono anche produttori di greggio, Gran Bretagna (ancora, anche se sempre di meno) e Norvegia, e anche al Cina – che del petrolio dei due Sudan è il massimo importatore – stanno cercando di attivarsi anch’essi come honest brokers, onesti mediatori, insomma giudici terzi (anche se in drammatica carenza di credibilità nella loro reale terzietà). Di tutti i paesi terzi vicini, poi, l’Uganda è il più aggressivamente favorevole a schierarsi dalla parte di Kiir. Ma è vero anche che ciò comporta altre reazioni da altri paesi vicini e che le parti del Sud in conflitto e il Nord stesso, il Sudan come tale, hanno decenni di esperienza nella guerriglia guerreggiata delle boscaglie e della savana.

Di sicuro è che, per far scoppiare la pace, dovrà essere negoziata una qualche nuova condivisione e spartizione del potere. Difficile è intravvedere adesso ancora una qualche coabitazione tra Kiir e Machar, dopo il sangue ora versato a nome loro da tutti i sudanesi. Insomma, appena nato, il Sud Sudan rischia davvero di autodistruggersi dall’interno  (The Economist, 3.1.2013, South Sudan Destroying itself from within Sud Sudan – Autodistruzione dall’interno http://www.economist.com/news/middle-ea st-and-africa/21592637-despite-desperate-peacemaking-efforts-outlook-south-sudan).

In realtà, dicono gli etiopi che ospitano e favoriscono quel po’ di colloqui tra le parti in atto al momento, adesso si affaccia sul palcoscenico del dramma sud sudanese l’intervento diretto e pesante e da tempo minacciato dell’Uganda che col presidente Yoweri Kaguta Museveni manda le sue truppe a sostegno del governo di Kiir contro i ribelli: sono più di 1.600 i soldati ugandesi che garantiscono la sicurezza dell’aeroporto di Juba e dei palazzi del governo mentre gli aerei militari ugandesi bombardano anche posizioni ribelli nei pressi della capitale del Sud. E gli ugandesi  aumentano anche di numero nei giorni immediatamente seguenti.

Insomma, il conflitto, con l’intervento dell’Uganda anziché restringersi si va anche estendendo. Il fatto è che Museveni sospetta, non a torto probabilmente, che dietro al ribelle ex vice presidente del Sud, Machar, c’è la mano del Nord, di Khartoum e proprio di Omar Bachir che già in passato aveva spalleggiato diverse ribellioni contro di lui (che è al potere a Kampala dal 1986, dopo la caduta di Idi Amin Dada). Anche in tutti questi paesi ovviamente sotto al cenere c’è sempre l’animosità e l’inimicizia tra mussulmani e popolazioni di altri credi, animisti e cristiani.

Museveni si fida poco, comunque, anche di Machar che considera da sempre anche lui una minaccia per il suo paese. Il nodo del contendere, dietro odi e ostilità tribali, etniche e interreligiose, e il premio finale cui puntano i contendenti, è il petrolio dei giacimenti sudanesi, quasi tutti situati nel Sud del grande e  antico paese unitario  (dieci volte l’area dell’Uganda, col Sud stesso che è grande tre volte tanto), poverissimo, tecnologicamente molto arretrato e esposto alle ambizioni di tutti i vicini meglio organizzati di esso ed armati (NightWatch, 8.1.2014, Museveni intervenes http://www. kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000006.aspx).

Cercando di sintetizzare, dunque, intanto va annotato che, dopo una serie di rovesci tattici, Riek Machar ha smesso intanto di insistere sulla condizione che aveva dapprima messo al negoziato e a ogni possibile cessate il fuoco: il rilascio dei prigionieri politici, come definiva i ribelli armati. Con l’assistenza diretta dell’agguerrito contingente ugandese e il sostegno politico quasi di tutti gli Stati africani, il presidente Salva Kiir sembra in grado di prevalere nel sopprimere la ribellione― anche se nel confronto col Nord – col gigante Sudan vero e proprio – invece si va indebolendo.

Le truppe regolari si sono ora, il 18 gennaio, riprese anche la città di Bor capitale dello Stato del Jonglei sul fiume Nilo sconfiggendo sul campo dopo settimane quasi 15.000 ribelli (Al Jazeera, 19.1.2014, South Sudan army recaptures Bor L’esercito del Sud Sudan si riprende Bor http://www.aljazeera.com/ news/africa/2014/01/army-says-south-sudan-troops-recapture-bor-2014118132733114240). Adesso la sconfitta sembra aver efficacemente frustrato in radice le ambizioni di Riek Machar di passare all’attacco della capitale centrale, Juba.

E, a questo punto, il governo centrale di Salva Kiir è più disposto, e anche il meno obbligato, meno costretto a firmare il cessate il fuoco prima di dover probabilmente constatare l’annientamento, altrimenti, dei suoi seguaci. Da quando il conflitto ha avuto inizio non più solo come lotta politica ma anche come scontro bellico di natura etnico-tribale, cioè particolarmente feroce, cinque settimane fa, Bor – che è a 200 Km. da Juba – la città ha cambiato mano per quattro volte, con centinaia di vittime e migliaia di sfollati. Continuano, ma sembrano andar meglio per il governo anche qui, gli scontri a Malakal: il giorno dopo aver ri-caturato Bor pare che si siano ripresa anche Malakal e stringano molto da presso ormai Bantiu.

Verso la fine di gennaio, a Addis Abeba, si firma un cessate il fuoco che include anche il rilascio di 11 esponenti del regime passati dalla parte del vice presidente Machar, anche se al rilascio non è stata fissata alcuna scadenza. Si tratta di uno degli ostacoli finora maggiori a una riconciliazione, se mai sarà poi effettivamente possibile (New York Times, 23.1.2014, N. Kulish e Benno Muchler, Souh Sudan Cease-Fire Signed After More than a Month of Fighting Sud Sudan: cessate il fuoco dopo più di un mese di scontri http://www.nytimes.com/2014/01/24/world/africa/truce-in-south-sudan.html?hpw&rref= world&_r=0).

Certo, se adesso si riuscisse a concludere anche la tregua, il negoziato non troverebbe strada facile viste le profonde radici, etnico-religiose e addirittura tribali della guerra civile e la quantità e il carattere degli stermini di massa, degli assassinii che l’ONU, denunciandoli, ha chiamato extra-giudiziari, cioè sommari, distruzioni diffuse e razzie scatenate (Stratfor – Global Intelligence, 18.1.2014, In South Sudan, before any possible ceasefire, both sides seek an advantage Nel Sud Sudan e prima di ogni cessate il fuoco, entrambe le parti cercano di avvantaggiarsi [e ci riesce il governo centrale] ▬ http://www.stratfor.com/analysis/south-sudan-both-sides-seek-advantage-any-possible-cease-fire).

Certo, bisogna vedere se, come dubita il governo, l’opposizione sarà in grado di controllare tutte le milizie coinvolte nella guerra civile. Qui si tratta, in effetti, di un appello alle lealtà tribale che fa seguito a quello lanciato da chi adesso cerca di divulgarlo in senso opposto per fermare ora una guerra scatenata e arrivare a controllarla, ridurla e farla tornare indietro. Non è detto che una tregua firmata in Etiopia, in un contesto irreale e quasi incorporeo di diplomazia, possa avere effetti concreti  nel bloccare scontri tribali nel Sud Sudan...

Ma è sicuramente da apprezzare lo sforzo del governo di Juba che in una situazione che pure lo vede in grado di distruggere il nemico con l’aiuto delle truppe alleate ugandesi firma un cessate il fuoco. Il punto è che se la tribù dei Nuer ha certamente motivi per lamentarsi dei Dinka, nessuna di esse sembra sufficiente a far correre il rischio di un genocidio da incubo. La rivolta era sbagliata già in nuce: non calcolata per niente dal punto anche solo dei rischi reali e dei benefici potenziali. Non ha risolto niente, se non fare migliaia di morti e centinaia di migliaia di nuovi diseredati assoluti e ricementato, moltiplicandolo, l’odio tra le diverse etnie del paese, indebolendone le strutture in complesso già deboli.

In Nigeria, il presidente Goodluck Jonathan – il suo primo nome in inglese vuol dire “buona fortuna!” – ha cercato di imporre una sua maggior presa su un paese assai diviso e litigioso licenziano in tronco un manciata di generali colpevoli di non aver sconfitto nel nord del paese il gruppo di ribelli islamisti di Boko Haram―  e di non aver fermato l’infinita serie di furti di greggio petrolifero dagli oleodotti del sud da parte di bande di briganti organizzati (The Economist, 24.1.2014, President sacks his generals Il presidente fa fuori i suoi generali http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21595042-president-sacks-his-generals-heads).  

L’Unione nazionale dei metalmeccanici del Sud Africa, la più forte categoria del COSATU, la Confederazione sindacale sudafricana, nel Congresso straordinario di Boksburg, a pochi giorni dalle esequie di Mandela, con un colpo duro al presidente Jacob Zuma, ha annunciato che non appoggerà alle presidenziali di aprile, il suo African National Congress (Mail & Guardian/Johannesburg, 20.12.2013, Matuma Letsoalo, NUMSA will not campaign for or fund ANC in election La NUMSA non farà campagna né raccoglierà fondi per l’ANC [né per altri partiti] alle elezioni ▬ http://africajournalismtheworld.com/2013/12/20/south-africa-numsa-will-not-campaign-for-or-fund-anc-in-election).

I metalmeccanici hanno anche sospeso la propria affiliazione allo stesso COSATU, di cui sono pilastro e fondatori, insoddisfatti dello scarso peso che esso esercita – da anni dicono – a favore degli interessi del lavoro dipendente nelle decisioni proprio dell’ANC, come del resto – aggiungono – anche del SACP, l’antico partito comunista sudafricano che da sempre sostiene l’ANC, nelle scelte del governo: da anni – denunciano – piegato, del resto, agli interessi delle destre e del mondo degli affari.

in America latina

All’Avana, rompendo la mascherata di una politica comune europea riluttante a impegnarsi in rapporti seri con Cuba, adottata a suo tempo a livello UE prima per la propria incapacità a decidere davvero in comune qualcosa in positivo e, poi, per scempia sudditanza verso Washington e le sue fisime, il ministro degli Esteri dell’Olanda, Frans Timmermans, ha firmato col collega Bruno Rodriguez una serie di accordi di consultazione politica richiamando il ruolo storico, tradizionale e importante che Cuba – dice – ha svolto come “punto di incontro nei secoli dello scorso millennio tra Europa ed Americhe” e dicendosi certo che esso continuerà a essere “ancor oggi cruciale”.

Vedrete – facile previsione – che a Bruxelles, i rappresentanti permanenti dei 28 paesi membri ai quali sarà affidata la discussione – troppo pericoloso affidarla direttamente a governi e ministri, non avendo nessuno e tanto meno la Commissione  la minima idea di come andrebbe a finire, se non nel caos e nel nulla – non riusciranno mai a trovare le basi di un minimo davvero comune dibattito: (Guardian, 7.1.2014, Reuters, Netherlands opens political dialogue with Cuba L’Olanda apre un dialogo politico con Cuba http://www.theguardian.com/world/2014/jan/07/netherlands-opens-political-dialogue-cuba)...

A Caracas, il governo del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato che il salario minimo del lavoro dipendente aumenta come le pensioni del 10% a circa 520 $ al mese, a partire da questo gennaio,  per limitare gli effetti di un’inflazione che si attesta a fine anno sul 56%, il tasso più alto nel continente. E si tratta di un recupero pieno sulla svalutazione del 10% del potere d’acquisto reale in bolivares al cambio del mercato libero parallelo rispetto al $ del riferimento al cambio ufficiale (Le Figaro/Paris, 6.1.2013, Venezuela: hausse de 10% du salaire minimum ▬ http://www.lefigaro. fr/flash-eco/2014/01/06/97002-20140106FILWWW00582-venezuela-hausse-de-10-du-salaire-minimum.php).

Il Tesoro ha anche formalizzato il proprio sistema duale” di cambio, mantenendo il tasso peferenziale del bolivar rispetto al dollaro soprattutto per l’import di prodotti essenziali come alimentari e medicinali e obbligando i venezuelani che si recano all’estero a pagare invece di più per i dollari con cui coprire spese di viaggio e soggiorno. I critici interni – che occupano largamente malgrado la conduzione autoritaria ma molto molto venezuelana del paese quasi tutti i media, l’hanno chiamata una svalutazione strisciante (The Economist, 10.1.2014).

In Brasile, la vendita di automobili è calata nel 2013 quasi dell’1% dopo un intero decennio di  crescita sulla media annua del 10%. L’industria auomobilistica è stata da anni qui il vero motore della crescita aiutata a tenere alta l’occupazione, della FIAT qui ad esempio, apertamente col governo Rousseff come prima con quello di Lula con investimenti pubblici di  miliardi e miliardi di $ (The Economist, 10.1.2014).

In Messico, trionfano legge e disordine. A Apatzingán, città di 100.000 persone dello Stato di Michoacán, della parte centro-occidentale del paese affacciato sul Pacifico, il governo centrale ha inviato quasi un migliaio di truppe per disarmare gruppi di vigilanti in guerra con bande locali di spacciatori di droga, gente che decapita sistematicamente i rivali e le forze dell’ordine che fanno il loro mestiere e che si sono autobattezzati Cavalieri templari.

Prima di deporre le armi, chiedono ormai al governo federale di vedere i Templari in galera insieme ai poliziotti corrotti che con, e per loro, lavorano (IOL News, 17.1.2014, M. Stevenson, Vigilantes could copy cartel, officials fear Esponenti del governo temono che i vigilanti possano mettersi a copiare qual che fanno i cartelli http://www.iol.co.za/news/world/vigilantes-could-copy-cartel-official-1.1632984).

Il 28 gennaio, il governo ha reso noto di aver raggiunto un’intesa coi capi delle unità di autodifesa dello Stato di Michoacán. Avrebbe deciso di incorporarli in unità di sicurezza che già esistono ma che sono sempre state assai poco chiare, nel Cuerpo de Defensa Rural. Lo scopo dichiarato delle Unità di auto-difesa è quello di combattere i gruppi criminali dominanti: e si vanno allargando in un corpo coordinato che opera ormai in almeno una dozzina di comuni e municipalità dello Stato (El Universal/Ciudad de Mexico, 28.1.2014, R. Tinoco, Avanzan grupos de autodefensa http://www.eluniversal.com. mx/estados/2014/autodefensas-michoacan-reyes-983177.html).

Il problema è che questi vigilanti spesso, esercitando azioni di difesa e di sicurezza civile disarmano spesso anche le forze di polizia, vista la denuncia – non sempre infondata, anzi... – della corruzione che tra di loro sarebbe largamente diffusa (Stratfor – Global Intelligence, 17.1.2014, Mexico's Mounting Challenge With Self-Defense Groups in Michoacan La sfida crescente in Messico con i gruppi di autodifesa di Michoacán http://www.stratfor.com/analysis/mexicos-mounting-challenge-self-defense-groups-michoacan).

L’Argentna ha dovuto registrare il 22 gennaio una perdita secca dell’8% nel valore del cambio col dopo che dal’inizio dell’anno aveva già perso un 18% del suo valore sul dollaro. Il capo di gabinetto della presidente Cristina Fernández de Kirchner, Jorge Capitanich, ha insistito a dire che il tonfo non è stato una svalutazione ma solo il risultato dell’incontro tra le forze dell’offerta e della domanda: cioè, proprio la svalutazione. Forse intendeva che il governo non ha cercato di arrivarci apposta. Ma il fatto, in sé, è valutabile come un merito?

Il governo di Kirchner che è uscito comunque consolidato rispetto alle velleità dell’opposizione dalle ultime elezioni ha, però, e comprensibilmente, il timore di un’inflazione importata che, con l’indebolimento della valuta, aumenta ogni giorno con l’aumento del prezzo delle merci importate dall’estero. Dicono le autorità che i prezzi al dettaglio sono aumentati del 10,9% nel 2013, gli economisti dell’opposizioni parlano di un 28%, la verità sta molto probabilmente sul 20.

Che è certo un problema ma è anche vero che l’intervento continuo dello Stato nell’economia non ha solo maledettamente irritato i più ricchi, il Fondo monetario e i potenti ma ha difeso tutto sommato bene i redditi dei meno abbienti e, quindi, su questo alla fine le elezioni le ha vinte (New York Times, 23.1.2014, S. Romero, Argentina’s Currency Falls Sharply Against the Dollar, Stirring Inflation Fears La valuta argentina cade bruscamente rispetto al dollaro, agitando paure di inflazione http://www.nytimes.com/2014/01/24/ world/americas/argentinas-currency-falls-sharply-against-the-dollar-stirring-inflation-fears.html).

Il presidente dell’Ecuador  Rafael Correa, economista di formazione statunitense che si definisce un uomo di sinistra moderna e contesta l’intrufolarsi degli Stati Uniti, con la forza prepotente di  tutte le loro istituzioni di propaganda e di intervento governative come inaccettabili ha chiesto a Washington di ritirare gran parte dei 50 addetti militari che impiegano nella sede della loro ambasciata di Quito. Gli USA dicono che sono “solo la metà”, gli altri sono addetti commerciali, culturali, scientifici, di agenzie di aiuto allo sviluppo dei diritti umani.

Correa insiste sul fatto che molti di loro in realtà sono spie o svolgono opera di infiltrazione a cavallo tra la propaganda e l’attività esplicita di sostegno politico e finanziario all’opposizione. E si ostina a denunciare una simile prassi considerata dagli Stati Uniti normale... (New York Times, 22.10.2014, Agenzia Associated Press (A.P.), Ecuador: President to  Ask U.S. Officers to Leave― Il Presidente ecuadoregno chiede l’uscita dal paese degli ufficiali addetti alla rappresentanza statunitense http://www.nytimes.com/2014/ 01/23/world/americas/ecuador-president-to-ask-us-officers-to-leave.html).

Il 27 del mese, la Corte internazionale dell’Aja ha aggiudicato l’aspra vertenza sulla sovranità marittimo-territoriale tra Peru e Chile assegnando la legittima proprietà su più della metà dei 38.000 K2 della zona in questione dell’oceano Pacifico al Peru, e scontentando di più il Cile cui restano vaste aree di sfruttamento economico e di ottimo pesca ma che risente di quella che vive comunque come una qualche umiliazione sul piano politico

    (1. El Mercurio/Santiago, 28.1.2014, Canciller Moreno: El tema de las 80 millas de la Corte deja "un sabor amargo"― Il ministro degli Esteri [cileno] Moreno: il limite delle 80 miglia marittime fissato dalla Corte lascia ‘la bocca amara’ ▬ http://www.emol.com/noticias/nacional/2014/01/28/641914/canciller-alfredo-moreno.html; 2. ElComercio/Lima, 28.1.2014, Chile pondrà condiciones para ejecutar fallo de La Haya Il Cile porrà condizioni per dar esecuzione al lodo dell’Aja http://elcomercio.pe/politica/actualidad/chile-pondra-condiciones-ejecutar-fallo-haya-noticia-1705775).

Malgrado la loro acuta rivalità geo-politica (Stratfor – Global Intelligence, 8.10.2009, Chile, Peru: A Persistent Maritime Territorial Dispute Cile, Peru: una persistente disputa marittimo-territoriale http://www.stratfor. com/analysis/chile-peru-persistent-maritime-territorial-dispute), i due paesi condividono zone e opportunità di esportazione e di investimento e sarebbero – adesso sembrano in qualche modo, anche se il Cile che è sicuramente militarmente più forte con maggior riluttanza, concordare – in grado di svilupparle davvero se decidessero finalmente di cooperare, anziché di farsi la guerra per fortuna almeno, non più guerreggiata...

in CINA

Yu Zhengsheng, uno dei sette componenti del vertice, il Comitato permanente dell’Ufficio politico del PCC, ha chiesto di imporre maggiori controlli sull’attivismo “religioso” di chiese, sette e credi vari che, come gli estremisti religiosi di Xinhe nella regione autonoma uighura dello Xinjiang islamico, sono stati di recente all’origine di rivolte, esplosioni e attentati (YahooNews, 27.1.2014, M. Martina, China official seeks tougher rules on religion after Xinjiang blasts Dopo gli attentati in Xinjiang, un alto esponente cinese chiede controlli più stretti sull’attivismo religioso http://news.yahoo.com/china-official-seeks-tougher-rules-religion-xinjiang-blasts-054505710.html).

Man mano che in quella regione, come del resto già in Tibet, aumenta lo sviluppo di infrastrutture e collegamenti anche elettronici oltre che ferroviari e stradali col resto del paese, diventa più aspra e violenta quella che i cinesi bollano – non proprio a torto – come la reazione retrograda e di stampo medioevale di una parte non irrilevante della popolazione autoctona che rifiuta aperture e modernizzazione considerandole imposte e forzate e alza l’assicella degli ostacoli che il governo centrale deve scavalcare nel nord-ovest del paese, cercando nel contempo di farlo diventare – come sta diventando ma sempre con grande difficoltà – anche il loro (Stratfor – Global Intelligence, 2.10.2013, China’s Ambitions in Xinijang and Central Asia Le ambizioni della Cina nello Xinijang e in Asia centrale  ▬ http://www.stratfor.com/analysis/chinas-ambitions-xinjiang-and-central-asia-part-3).

●Qui, l’economia nel 2013  (qualcosa di più di 9 trilioni di $) è cresciuta del +7,7%, secondo la misurazione ufficiale del PIL, sopra la previsione governativa del 7,5 che invece diversi economisti, in occidente, per motivi essenzialmente politici avevano messo in dubbio sarebbe stato possibile raggiungere. Alcuni di questi signori (la portavoce del dipartimento di Stato in America― per ragioni, diciamo, di ordine geo-politico; e, in Europa, ad esempio l’ineffabile Olli Rehn a Davos― per stupidità o meschina quanto finta smemoratezza dello 0,1% di crescita complessiva cui proprio lui e le politiche che lui ha proposto hanno portato tutta l’eurozona) sottolineano che col 7,7, rispetto al risultato del 2012 la Cina è cresciuta di uno 0,1% in meno!

    (1. IMF/FMI, World Economic Outlook Database 2013, GDP growth countries – China and EU Previsionidi crescita del PIL 2013, crescita per paesi – aggiornate al 21.1.2014, Cina e UE http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/02/ weodata/index.aspx; 2. The Economist, 24.1.2014, Some chinese economic indicators are moving in theright direction, others are not Alcuni indicatori economici si muovono nella direzione giusta, altri no [ma, poffarre!, il PIL cresce insieme a una media del 7,7%!] ▬ http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21594999-some-chinese-economic-indicators-are-moving-right-direction-others-are).

I cinesi ricchi, che ormai sono milioni (157, sono al momento considerati miliardari in $) stanno inviando all’estero miliardi e, poi, in molti li vanno seguendo. Si tratta, secondo un sito specializzato di Singapore (WealthInsight Percezione delle ricchezze, 30.12.2013 ▬ http://www.wealthinsight. com), di qualcosa come 658 miliardi di $ in valuta e assets e sono più o meno la metà dei cittadini cinesi super-ricchi (quelli che hanno almeno 16 milioni di $ loro) ad avere investimenti oltremare, di cui 8 miliardi di proprietà edilizia solo negli Stati Uniti nell’anno fiscale 2013 che è finito a marzo scorso.

Un altro rapporto che studia, elenca e riferisce della ricchezza dei milionari cinesi all’estero (Bank of China and Horun, The Chinese Millionaires Wealth Report, 2013 Rapporto sulla ricchezza dei milionari cinesi, 2013 http://img.hurun.net/hmec/2013-08-14/201308141028423283.pdf) afferma che sono oltre la metà i milionari (in $) cinesi che stano prendendo in esame o hanno già preso misure per espatriare. E’ anche la campagna messa in atto contro ricchezze mal acquisite e corruzione dalla nuova dirigenza che sta spingendo non pochi dei nuovi ricchi, specie proprio tra quelli legati alla vita politica, a cercare di proteggere ricchezze e benessere comunque ormai acquisiti dalle loro famiglie e goderseli “liberamente”, senza doverne rispondere a nessuno.

I 157 miliardari cinesi in $ hanno un’età media di 53 anni, nove in meno della media generale. Ma sembra, secondo tutti questi studi, che vivano sotto notevole ansietà, dato il livello colossale dell’ineguaglianza sistemica e della corruzione che esiste nel più grande paese del mondo e l’unico di grandi dimensioni ormai a definirsi proprio come “comunista” dove ormai le proteste del pubblico diventano cronaca quotidiana e di massa.

In Cina, osserva Oliver Hua, un analista di doppia nazionalità sino-americana e lavora da Singapore conducendo ricerche di mercato per imprese occidentali “ci si fa ricchi lavorando col governo. Altrimenti, puoi finire col non metterti niente in tasca di tuo e spesso col perderci tutto ( ▬ http://www.techinasia.com/tag/oliver-hua).

Secondo Hua il 17% dei miliardari della Lista Hurun dei miliardari cinesi finiscono sotto inchiesta e spesso anche in prigione (Newsmax.com/Miami. 5.1.2014 [un’agenzia che si definisce come la prima tra tutte quelle conservatrici on-line d’America... e con spavaldo orgoglio sottolinea come ogni tema venga da essa traguardato attraverso le lenti più reazionarie possibili], China’s wealthy are fleeing the country― In Cina i ricchi scappano dal paese http://www.newsmax.com/InsiderReport/Chinas-Wealthy-Flee-Country/2014/01/05/id/545284).

●In effetti risulta anche da altre inchieste autorevoli che i ricchi e i potenti di Cina – inclusi i cosiddetti principini: figli e nipoti dei grandi esponenti del regime – sembrano preferire le Isole Vergini inglesi o le Cayman per condurre le loro transazioni off-shore ma le destinazioni dei loro investimenti effettivi – proprietà, fabbriche, edifici, e anche titoli e azioni: assets concreti – sono piuttosto in USA e, con la crisi che imperversa adesso, ancor più in Europa.

La maggioranza degli americani (The Holmes Report, 3.56.2013, Americans remain suspicious of Chinese investments Gli americani restano sospettosi sugli investimenti cinesi http://www.holmesreport.com/expertknowledge-info/13483/Americans-Remain-Suspicious-Of-Chinese-Investment.aspx), si preoccupano secondo i sondaggi che la minaccia maggiore alla loro economia venga da lì, dalla Cina e un terzo di loro vorrebbe rinunciare a ogni investimento cinese nel paese. Spesso il governo statunitense ha anche bloccato fino a  un recente passato investimenti cinesi in imprese considerate in qualche modo, a ragione o a torto, di natura strategica (ancora nel 2005, quando la China National Offshore Oil Corporation, la CNOOC di Pechino, cercò di comprarsi per 18,5 miliardi di $ la quota di controllo della maggioranza della UNOCAL californiana poi, e in mancanza di quell’investimento, defunta.

A New York decine di miliardi di $ di investimenti hanno tradotto in fatti la fiducia dei cinesi sulla vitalità della Grande Mela acquistando la proprietà di molti dei grattacieli che formano la skyline più famosa e la proprietà immobiliare più costosa del mondo. Ma tanti soldi cinesi vengono oggi investiti a Detroit, la città del nord est industriale in bancarotta dopo New York, Los Angeles e Philadelphia  la destinazioni  preferita dei  cinesi. Ci  sono,  all’asta  comunale, in  quella  che  era  la capitale mondiale dell’auto, case di due piani “battute” anche a $40 e compagnie cinesi come la Dongdu International di Shanghai che le comprano a grandi lotti aggregati e all’ingrosso per rivenderle poi al dettaglio a proprietari cinesi.

Flusso degli investimenti diretti esteri della Cina in USA e nella UE dal 2000 al 2012   (istogramma)

 

IED cinesi neg li USA (in milioni di $)

□ IED cinesi nella UE       (          “           )

 

Fonte: Organization for International Investments, Rapporto 2013 [https://www.ofii.org/sites/default/files/FDIUS_2013_Report.pdf]

 

In Europa sono ormai arrivati, soprattutto nei due ultimi anni di crisi profonda, secondo la stessa ottica dell’acquisire beni reali a buon mercato, il doppio degli investimenti immobiliari cinesi in America al posto di quelli che la codarda cautela degli investitori nostrani va invece schifando anche a fronte di prezzi spesso sul mercato edilizio stracciati come in Grecia e in Spagna (Rhodium Group, 25.2.2013, Thilo Hanemann, Chinese Investments: Europe vs. the United States ▬ Gli investimenti cinesi: Europa vs. Stati Uniti http://rhg.com/notes/chinese-investment-europe-vs-the-united-states).

Altri due fattori hanno certo contribuito a incoraggiare le uscite sui mercati esteri dei paesi più capitalisticamente avanzati: le misure di raffreddamento degli investimenti immobiliari in Cina decise dal governo per calmierare un mercato interno surriscaldato e anche, però, un fenomeno più classico di fuga dei capitali alla ricerca sia di maggiori garanzie di intoccabilità che la Cina politicamente loro non sembra assicurare, sia di maggiori e più immediati rendimenti.

In svariati conti off-shore i capitalisti cinesi hanno finora piazzato – non ultimo in Europa, nel principato del Lichtenstein – il paradiso fiscale nostrano che l’Unione europea non ha, comunque, le pa**e – la volontà politica – di mettere fuori legge, una cifra che secondo le stime oscilla tra i 450 e i i 650 miliardi di $. Ma globalmente i cinesi detengono ancora solo il 13% della loro ricchezza fuori del loro paese – rispetto  alla media occidentale del 20 (International Business Times, 26.11.2013, S. Song, Wealthy Chinese Have Parked More Than Half A Trillion Dollars Overseas― I cinesi ricchi hanno parcheggiato oltremare mezzo trilione di $ ▬ http://www.ibtimes.com/wealthy-chinese-have-parked-more-half-trillion-dollars-overseas-1486560).

Mentre Pechino, che all’estero agisce in modo spregiudicatamente capitalistico, resta sempre piuttosto restio a lasciar vendere assets cinesi a capitali stranieri. Certo, la Cina al suo interno è ancora un paese largamente in via di sviluppo. Ma è sicuro che se – come tutto sembra indicare adesso anche, e forse ancor più, con Xi Jiping al vertice – la Cina continuerà a comportarsi nel mondo come una potenza capitalisticamente efficace, saliranno le pressioni perché lasci i capitalisti stranieri agire a modo loro anche all’interno del celeste impero, selvaggiamente, come fanno da anni per lo sfruttamento non più solo del lavoro umano ma anche del capitale finanziario.

Un tribunale amministrativo americano ha sentenziato che i quattro maggiori revisori dei conti del paese – KPMG, Deloitte, PwC e Ernst & Young – devono consegnare, sotto pena di immediata sospensione delle loro operazioni al riguardo, tutta la documentazione che riguarda i loro clienti cinesi che in America sono sotto inchiesta al Tesoro per sospetta frode fiscale o contabile. Le imprese cinesi in questione avevano rifiutato di obbedire all’ordine ricevuto anche direttamente per il timore di violare, facendolo, le rigide regole loro, nazionali, di segretezza.

Il Tesoro aveva invano chiesto al tribunale di prendere tempo per concordare una mediazione perché l’inevitabile appello cinese comporterà, ora, un lunghissimo processo in sede civile e penale e le più rare imprese americane che operano direttamente in Cina si troveranno subito esposte alle rigorose e inevitabili rappresaglie di Pechino (Yahoo Finance, 26.1.2014, SEC judge bars “big four” China units for six months over audits Il tribunale della SEC [la CONSOB americana] vieta di agire alle sezioni cinesi delle quattro grandi imprese di auditing di operare per sei mesi [per l’accusa di frode sui conti] http://finance.yahoo.com/news/ sec-judge-suspends-big-four-015318239.html).

E’ tornata in porto il primo dell’anno la portaerei Liaoning dopo un viaggio di una quarantina di giorni nel Mar Cinese Meridionale: “la nave ha sperimentato con successo i suoi sistemi d’arma, condotto le esercitazioni nelle formazioni previste e raggiunto tutti gli obiettivi che per essa erano stati prefissati: verifica della resistenza strutturale sotto sforzo e in condizioni estreme, spunti di velocità in mare aperto, capacità di navigazione e affidabilità di equipaggiamento, equipaggi e armamenti (China Times, Agenzia Xinhua, 2.1.2014, Liaoning returns from trials in South China Seas La Liaoning ritorna dai tests nel Mar Cinese Meridionale http://www.wantchinatimes.com/news-subclass-cnt.aspx?id=2014010200 0069&cid=1101).

Si è trattato del primo grande viaggio d’addestramento via mare che la portaerei, una vecchia ma completamente rimodernata nave della flotta sovietica costruita addirittura nell’88 prima della scomparsa dell’URSS, abbia compiuto autonomamente e varata l’anno scorso, dopo un lavoro di anni e la ristrutturazione completa, nella marina dell’Armata di Liberazione Popolare. Come è ovvio si è trattato di un viaggio d’addestramento e di una dimostrazione evidente di forza a beneficio di tutti gli altri Stati dell’Asia sudorientale... e anche degli Stati Uniti oltre che del Giappone anzitutto.

●In conclusione – di questo ragionamento, non certo del problema purtroppo – un po’ tutti a veder bene stanno procedendo in modo arrischiato e anche avventurista: non c’è alcun dubbio che storicamente (carte geografiche e libri anche giapponesi del XVI e XVII secolo, ad esempio, e non solo) abbiano ragione i cinesi e che la provocazione delle visite al sacrario – che è, sì, dei caduti ma anche dei criminali di guerra giapponesi è vissuta come un altro crimine da coreani e cinesi, in specie, che di quei crimini di massa  furono vittime (cfr. Nota congiunturale no. 1-2014, capitolo GIAPPONE http://www.angelogennari.com/notagennaio14.html).

Ma non c’è neanche dubbio che l’ammassarsi e, comunque, l’ “insistere” di forze armate cinesi da mesi intorno alle isole contestate (tra diversi paesi) nel Mar Cinese Meridionale (e che, però non a caso, tutti chiamano, appunto, cinese...) è anch’essa una provocazione, a modo suo... Da entrambe le parti, ma forse va detto ancor più da parte cinese, c’è una certa riluttanza a capire che l’insicurezza dei contendenti – tutti, l’uno nei confronti dell’altro – emerge da uno stesso contesto storico e che l’unica soluzione è l’abbandono di qualsiasi idea di controllo assoluto e di aggiustamento a quello cangiante, egemonico, dell’Asia orientale e dei suoi mari: idee che per loro natura sono irriconciliabili e che ormai – questo lo sanno tutti – sarebbero poi soltanto catastroficamente imponibili e in realtà, poi, mai raggiungibili.

Ma certo, detto questo, tanto meno è accettabile pretendere di continuare a controllare quei mari da parte di una potenza per quanto grande non più  neanche assoluta e, poi, lontana migliaia di Km. da quella zona del mondo. Almeno per chi, invece, in quella zona, e senza discussione come al momento e da anni poi anche a Wall Street, è la potenza che conta di più.

Intanto, però, Pechino ha cominciato a richiedere e ormai anche ad esigere che i battelli da pesca dei paesi del Sud-Est asiatico che si trovano anch’essi nel Mar cinese meridionale seguano i regolamenti per la pesca vigenti in Cina. Piano piano cominciano a realizzare che la realtà è questa e che la Cina potrebbe anche occupare uno ad uno gli isolotti disseminati sui 3.685.000 Km2 di quell’enorme area geografica che le sono contesi da altri paesi. Certo, fra tutti potrebbero mettere insieme le loro risorse per scontrarsi con le pretese cinesi una o due volte. Ma è complicato: sia perché isole e isolotti in questione se li contendono l’uno con l’altro e non solo nei confronti di Pechino – e per tutti sono diventati stendardi e gonfaloni di malriposto, ma non per questo meno sentito, orgoglio nazionale – sia perché, poi, non è uno scontro che si possa ripetere, nel senso di sostenere, certo con continuità.

In ogni caso, senza il sostegno pressoché permanente di una presenza militare navale americana nel Sud-Est asiatico, la richiesta cinese finirebbe, in pratica, con l’essere da ogni peschereccio di qualsiasi altra bandiera onorata. Ma, a questo punto, non sono poi tutti – e forse neanche i più – gli studiosi americani di geo-politica a scommettere che la Flotta americana sarà disponibile su base permanente a pattugliare per sempre il Mar Cinese Meridionale. Anche perché i cinesi cominciano a parlare, credibilmente, di voler rivendicare il loro diritto di pattugliare, come sistematicamente fanno gli americani nei mari vicini agli Stati Uniti, anche al di là delle loro acque territoriali...

E, adesso, Pechino proprio questo annuncia, piani cioè per cominciare a pattugliare regolarmente – anche se non con battelli militari ma solo civili – il conteso specchio d’acqua delle isole Paracel – in cinese Xīshā Qúndǎo, in vietnamita Quần đảo Hoàng... ma rivendicato anche, poi, dalle Filippine il gruppo di scogli e di atolli del Mar Cinese Meridionale amministrato in parte dopo la guerra sino-vietnamita del 1974 dalla provincia cinese di Hainan― conteso con altri quattro Stati dell’Associazione degli Stati del Sud Est asiatico, Vietnam incluso.

Si comincerà a breve con un battello da 5.000 tonnellate di stazza basato a Sansha, meno di 1.000 abitanti, nelle Paracel che già ospita una piccola guarnigione militare cinese (Voice of America, 21.1.2014, China to Start Regular Patrols from Disputed South China Sea Island La Cina darà inizio a regolari pattugliamenti marittimi a partire dalle isole contese del Mar Cinese Meridionale http://www.voanews.com/content/china-to-start-regular-patrols-from-disputed-south-china-sea-island/1834727.html).

●Viene reso noto che, per la prima volta dalla rivoluzione di Mao che nel 1949 cacciò dal potere a Pechino, relegandolo a Formosa/Taiwan, il regime nazionalista del maresciallo Chiang Kai-shek, la Repubblica Popolare ha invitato – subito dopo la fine delle feste per il nuovo anno, 4712, del calendario lunare cinese, l’anno del cavallo che inizia il 31 gennaio – il capo del Consiglio per lo sviluppo economico di Taiwan, Wang Yu-chi, a visitare il suo omologo continentale, Zhang Zhijun, presidente del Consiglio di Stato per i rapporti con Taiwan.

L’annuncio è arrivato un giorno dopo l’approvazione ufficiale da parte del governo a Taipei, la capitale di Taiwan, delle proposta di costruzione di una nuova fabbrica petrolchimica in Cina. Resa possibile dalla nuova legge dell’ottobre 2013 che ha cancellato il divieto di Formosa ai suoi investimenti in Cina in campo energetico. Naturalmente la Cina punta sulla leva economica per arrivare a integrare e, a termine ad unificare l’isola secessionista e indipendente, 24 milioni di abitanti e 474 miliardi di PIL nel 2012, alla madrepatria: pacificamente, sperano (1. South China Morning Post/Hong Kong, Lawrence Chung, First meeting of Beijing and Taipei cross-strait affairs officials Primo incontro tra i massimi responsabili di Pechino e Taipei per i rapporti intercinesi http://www.scmp.com/news/china/article/ 1415345/first-meeting-beijing-and-taipei-cross-strait-affairs-officials; 2. Stratfor – Global Intelligence, 7.8.2013, China’s Hopes for Bridging the Taiwan Strait Le speranze della Cina per buttare un ponte sullo stretto di Formosa http://www.stratfor.com/analysis/chinas-hopes-bridging-taiwan-strait).

nel resto dell’Asia

In India è stato ufficialmente annunciato che il primo ministro Manmohan Singh, in carica da quasi un decennio e in calo pesante di popolarità, non si ripresenterà come leader del partito del Congresso e, quindi, suo candidato alla premiership nelle prossime legislative federali dei primavera e il Congresso ha scelto a nuovo premier, se vince, Rahul Gandhi, il rampollo della prima famiglia politica del paese nipote di quell’Indira, figlia del pandit Nehru e lei stessa una dei più grandi premier per due lunghi periodi negli anni ’70 e ’80 e poi assassinata nell’84 e figlio del primo ministro Rajiv, lui stesso in carica dall’’84 all’89 e anche lui assassinato nel 1991 e dell’italiana (di nascita) Sonja, la presidente in carica del partito del Congresso.

Rahul ha molto resistito all’idea – comprensibilmente, dati i precedenti familiari tragici – ma alla fine, dopo che la madre era tornata a reiterare la contrarietà della famiglia e sua – della dinastia – a schierarlo stavolta in un turno che sarà molto difficile vincere (Kuwait Times, 17.1.2014, India’s Rahul Gandhi shuns race for PM Rahul Gandhi vuole evitare di candidarsi per la carica di PMhttp://news.kuwaittimes. net/indias-rahul-gandhi-shuns-race-pm-post). Finirà molto probabilmente, che Sonja Gandhi stessa ha ricordato, che se mai vincesse il Congresso non sarebbe – come in passato poi è quasi sempre successo – alla fine il candidato ufficiale alle elezioni ma proprio Rahul a guidare il nuovo governo, anche se non accetterà di affrontare faccia a faccia il principale suo oppositore.

Dirà di sì e avrà principale oppositore il leader del partito nazionalista BJP― il Bharathya Janatha Party, Narendra Modi, conservatore, nazionalista e qualificatosi per la difesa strenua, e anche estrema, dell’identità induista, quella della più numerosa etnia del paese, subito bollata come scelta disastrosa dalla campagna dei media filo Congresso e già, s’intende, largamene controbattuta da quella nazionalista che denuncia il progressismo populista dell’altro blocco come matrice di bassa produttività dell’economia, alto costo della vita, scarsa creazione di nuovi posti di lavoro e, soprattutto, di corruzione: tema su cui –  protezioni e mazzette – il Congresso ha perso di  recente molti voti a livello degli Stati federali.

Con, a controbattere questa vulgata/realtà, l’effettiva riduzione del tasso di povertà, negli anni di Singh al potere, dal 37 al 21% della popolazione (che sono comunque la bellezza di 250 milioni di indiani)... Di qui alla fine potrebbe davvero essere che la vittoria si giochi stavolta sulla credibilità della lotta contro la corruzione diffusa, che sembra davvero aver stancato gran parte di un eletorato che pure si è lasciato comunque coinvolgere negli anni per li rami diffusi del piccolo e piccolissimo clientelismo (Guardian, 3.1.2013, J. Burke, India's Manmohan Singh to step down as PM Manmohan Singh  smette di essere il primo ministro http://www.theguardian.com/world/2014/jan/03/india-manmohan-singh-rahul-gandhi-narendra-modi).

Il primo ministro ad interim, signora Yingluck Shinawatra, che aveva chiesto e ottenuto dal re della Tailandia la convocazione per il 2 febbraio delle elezioni anticipate e resta in carica per il cosiddetto disbrigo degli affari correnti, ha chiesto il 2 gennaio all’esercito di mantenere la legge e l’ordine dopo la rinnovata convocazione da parte del leader dell’opposizione Suthep Thaugsuban di un raduno di massa che lui stesso definisce “insurrezionale” e di azioni – serrate, scioperi, disobbedienza civile – mirate a paralizzare completamente la funzionalità del paese da tenersi più avanti verso metà gennaio.

La premier, a capo insieme al fratello e ex primo ministroThaksin Shinawatra, al potere dal 2001 al 2006 e poi costretto all’esilio dal golpe, interdetto e da lei rimpiazzato nel suo partito, il movimento delle camicie rosse, era stata, di fatto, quasi un mese fa costretta a rassegnare le dimissioni dal re, l’87enne Bhumibol (il resto del nome è un impossibile Adulyadej Ramadhibodi Chakrinarubodin Sayamindaradhraj Boromanatbophit), nono sovrano della dinastia Chakri.

A costringerla, e a consentirglielo, erano state le ripetute, vaste e violente dimostrazioni e sommosse messe in piazza dall’opposizione, in un paese spaccato in due dove le élites urbane e industriali (e sotto sotto anche il monarca) sono da sempre minoritarie e schierate contro il governo eletto e tenuto in piedi, invece, in sostanza dalla popolazione operaia anche urbana, rurale e extraurbana, epperò maggioritaria, ed era stata la stessa signora Shinawatra a chiedere al re stesso di anticipare le elezioni politiche.

Che, comunque, è sicura di vincere: come lo sono – che vincerà il governio e perderanno loro:  questo è in fondo il problema – i suoi oppositori. Che non a caso resistono alle elezioni e chiedono piuttosto un governo direttamente nominato dal re tra i maggiorenti del paese: loro (Bangkok Post, 2.1.2013, PM calls for army to help quell protest Il PM chiede l’aiuto dell’esercito per aiutare a domare la protesta ▬ http://www.bangkokpost.com/news/local387555/pm-calls-for-army-to-help-quell-protest).

Nei fatti, poi,  come annunciato i manifestanti anti-governativi il 14 gennaio hanno preso possesso dei, e bloccato i, principali incroci stradali di Bangkok, intasando e fermando molte vie d’accesso al centro della città. Ma non sono riusciti a “chiuderla paralizzando”, come avevano solennemente giurato, una metropoli di 12 milioni di abitanti. Vita e attività produttive, insomma, più o meno normali, con negozi e centri commerciali rimasti aperti. Ma anche con gran parte dei dimostranti  che si sono tenuti a un dissenso in buona sostanza massiccio ma, più che altro, verbale e pacifico (pochi gli incidenti davvero violenti). Il loro obiettivo primario e dichiarato è quello di rendere inagibili le elezioni anticipate e strappare le dimissioni del primo ministro, Yingluck Shinatrawa

Ormai pare anche chiaro che il movimento di protesta ha l’appoggio sottaciuto se non proprio del re almeno di una possente fazione della famiglia reale e delle classi abbienti e dirigenti. Se questa specifica pressione – altro che le dimostrazioni di piazza – continuerà a salire, sarà senza che gli venga neanche chiesto di fare un golpe, l’esercito a costringere la premier a dimettersi e magari anche a sciogliere il suo partito popolar-populista prima delle elezioni di febbraio. Che se riuscisse, invece, a non dover rinviare (la richiesta minima dell’opposizione elitista) e a far celebrare in un minimo di condizioni accettabili, come ripete di voler fare, la vedrebbero sicuramente rieletta.

La signora Shinawatra il 21 gennaio proclama, infine, lo stato di emergenza ma intende anche usarlo “con prudenza”, assicura. Lo limita, per ora, alla capitale invocando i poteri che già riserva al governo la legislazione esistente. Il vice premier Surapong Tovichaikul assicura al paese che i poteri speciali verranno utilizzati sempre e solo nei limiti della legge e solo in casi estremi. La minaccia latente – cui per ora non è necessario ricorrere, soggiunge il ministro Chalerm Yubamrung cui spetta far applicare il decreto – è quella di usare questi poteri straordinari per sciogliere con la forza gli assembramenti e le tendopoli che tentano di bloccare Bangkok (Guardian, 21.1.2014, K. Hodal, Thailand declares state of emergency in Bangkok In Tailandia stato di emergenza a Bangkokhttp://www.theguardian. com/world/2014/jan/21/thailand-state-of-emergency-bangkok).

Ma Suthep Thaugsuban, che guida un dei principali gruppi dell’opposizione, il più restio a diventar maggioranza con la convalida elettorale dove sa che perderebbe di certo ma che sa anche di contare su tute le élites del paese: i ricchi, i potenti, gli strati urbani a Bangkok e nelle altre città― minoranze importanti ma minoranze pur sempre, continua il 23 a guidare grandi dimostrazioni di piazza. E’ la prima manifestazione che, nello sviluppo di quello che è un confronto scontro sempre più rigido,Thaugsuban guida di persona come capo del cosiddetto Comitato di riforma democratico popolare che tiene insieme l’opposizione. Ma rende ancora più difficile qualsiasi mediazione in tempo utile per la scadenza elettorale prevista ormai a non più di una decina di giorni (National News Bureau of Thailand, 23.1.2014, Suthep in Bangkok center to continue protest Suthep nel centro di Bangkok per continuare la protesta http://www.thaivisa.com/forum/topic/698684-thailand-live-thursday-23-jan-2014/page-3).

●La Corte costituzionale, su input evidente della Casa reale, ha assestato un colpo duro, e all’unanimità dei suoi otto componenti, alla posizione del primo ministro decretando il 24 gennaio che sarebbe possibile, cioè legittimo – anche se non ha precedenti – per  la Commissione elettorale e il gabinetto di Yingluck Shinawatra (che non vogliono ma, a questo punto, subiscono nuove pressioni extraparlamentari da tutti i poteri forti) posporre le elezioni del 2 febbraio prossimo già anticipate per decreto reale e decisione dello steso governo al 2 febbraio.

Dando così di fatto appagamento agli oppositori che proprio su un’altra dilazione contano, avendo già costretto il governo a dimettersi e chiedere le elezioni anticipate e, ora, negandogliele, vogliono  continuare a logorarlo senza dargli l’occasione – la certezza, anche secondo loro – di una nuova approvazione popolare nel voto (The Nation/Bangkok, 24.1.2014, Chanikarn Phumhiran, Piyanut Tumnukaset- chai, Praphan Jindalertudomdee, Poll can be deferred ll voto può essere posticipatohttp://www.nationmultimedia. com/politics/Poll-can-be-deferred-court-30225152.html).  

Ora il Fronte nazionale antidittatoriale favorevole al primo ministro promette grandi dimostrazioni di protesta popolare contro i tentati golpe sferrati e minacciati e di sostegno al governo legittimo del paese il 29 gennaio. Le continue turbolenze che da mesi hanno paralizzato la Tailandia stanno mettendo a dura prova il potenziale economico di uno dei paesi industrialmente e tecnologicamente di punta – fra i più produttivi e, anche, fra quelli che più sfruttano le loro masse lavoratrici nel Sud Est asiatico. Ormai in direta concorerenza però con altri Stati anche più aperti al supersfruttamento: per dire Bangladesh, Pakistan, certi Stati del Golfo (Stratfor – Global Intelligence, 16.1.2014, In Thailand, Political Instability Threatens New Opportunities in Southeast Asia― In Tailandia, l’instabilità politica minaccia nuove opportunità nel Sud Est asiatico http://www.stratfor.com/analysis/thailand-political-instability-threatens-new-opportu nities-southeast-asia).

In Cambogia, le truppe governative sono duramente intervenute a disperdere la protesta dei lavoratori in sciopero fuori di una fabbrica di abbigliamento nelle vicinanze di Phnom Penh, la capitale. La protesta – appoggiata anche dal partito d’opposizione del Riscatto nazionale cambogiano e, per quel che può contare politicamente, ma anche concretamente dal movimento sindacale internazionale (per informazioni ben dettagliate, vedere 1. il sito della Confederazione Internazionale dei Sindacati (▬ ICTU, http://www.ituc-csi.org/?lang=en) e 2. per l’Italia, cfr. Campagna Abiti Puliti www.abitipuliti. com) – mirava a strappare ai padroni soprattutto multinazionali europee e americane, condizioni minimamente umane di lavoro e a raddoppiare il salario (da 80 $ di media a 160). I soldati hanno fatto, il 20 gennaio, una decina di morti e provocato la proclamazione di uno sciopero generale nazionale (Hong Kong Herald, 3.1.2014, Protest violently suppressed La protesta soppressa nella violenza http://www.hongkongherald.com/index.php/sid/2194494 67/scat/1f71e209befafc9f).

Una delegazione dei principali partiti al governo e dell’opposizione si è subito incontrata per discutere del che fare: il governo, però, guidato dall’ex Khmer rosso, Hun Sen, poi dichiaratosi “riformato”, rifugiatosi in Vietnam quando Pol Pot se la prese con lui e messo al comando dall’esercito vietnamita che nel ‘79 sconfisse i Khmer rossi, non molla sul rifiuto del diritto di sciopero dichiarato sempre eversivo: come è logico, alla fine, visto che nei regimi di fatto comunisti non è lecito “sabotare la proprietà del popolo” e, ormai, dietro  di sé l’ex Khmer rosso ha i padroni del mondo capitalista (per i quali sempre lo sciopero è al massimo un fastidio poco sopportato, eversivo del loro ordine e dei loro bassi salari da fame e, se possibile, sempre da rifiutare (Khmerization.blogspot, 3.1.2014, Arrest of opposition leaders ordered Ordinato l’arresto dei capi dell’opposizionehttp://khmerization.blog spot.it/2014/01/phnom-penh-court-summons-sam-rainsy-and.html).

Così, malgrado e contro ogni protesta e ogni richiesta di negoziare, e mesi di assoluta – quasi distratta – inazione da parte di un governo di fatto dittatoriale che, messo al potere dopo la sconfitta dei Khmer rossi da parte dei vietnamiti, includendo anche alcuni tra i meno esposti dei loro vecchi quadri che all’ultimo minuto avevano mollato Pol Pot, vi resta ormai con Hun Sen da più di trent’anni e non accetta di vedersi rimesso in questione, ha adesso vietato qualsiasi riunione pubblica e, dopo gli scontri di strada nella capitale, tra operai e lavoratori dell’abbigliamentoarmati di sassi e qualche bottiglia molotov e la polizia che ha sparato coi fucili d’assalto ammazzando e ferendo i dimostranti, ha ordinato alla fine l’arresto dei leaders dell’opposizione sindacale e politica (New York Times, 5.1.2014, T. Fuller, Cambodia Steps Up Crackdown on Dissent With Ban on Assembly La Cambogia aumenta la repressione sul dissenso col divieto alla riunione del parlamento http://www.nytimes.com/2014/01/06/world/ asia/cambodia-crackdown-on-dissent.html?ref=asia).

Il paese è nei fatti drammaticamente spaccato tra un po’ di modernità e un’infarinatura di prosperità che le multinazionali hanno portato nella capitale col loro supersfruttamento e il resto, dove 1/3 dei bambini resta malnutrito, dove solo 1/4 della popolazione usufruisce della corrente elettrica e nella stessa Phnom Penh il traffico è fatto di auto di lusso, tedesche e giapponesi, e d’una miriade di moto scassate e cariche di intere famiglie.

Sono stati proprio i lavoratori del tessile e abbigliamento, centinaia di migliaia, a muoversi più aggressivamente – vera  e propria e, in questo caso, niente affatto retorica ma concreta avanguardia operaia – che i padroni, tutti, multinazionali e distributori stranieri dei prodotti e fabbriche e fabbrichette locali, dicono che con le loro rivendicazioni li metterebbero fuori mercato.

Le elezioni in Bangladesh, contestate duramente dall’opposizione politica del BNP― il Partito nazionale che denuncia il dilagare anche qui come in tanti altri poverissimi paesi asiatici di un capitalismo liberisticamente selvaggio cui ha dato via libera nel paese la Awami League― la Lega Popolare, al governo; elezioni boicottate per lo stesso motivo dall’opposizione sociale: il risultato è che ha votato, forse, il 30% degli aventi diritto a fronte dell’ultima volta quando espresse il suo voto l’88% degli elettori. E la repressione, dopo i morti nella repressione di fabbrica per gli scioperi dei lavoratori super sfruttati dell’industria dell’abbigliamento, ha ora provocato altre decine di morti di dimostranti (la cifra reale, non quella resa pubblica) contro di cui le truppe hanno ubbidientemente sparato.

Il motivo formalmente scatenante del boicottaggio è stato il rifiuto del governo in funzione di dimettersi stavolta prima del voto lasciando il posto, come altrove al mondo e anche qui è costume, a un gabinetto ad interim per il disbrigo degli affari correnti e più credibile come gestione sopra le parti del voto. Che nessun osservatore straniero ha, stavolta, accettato come un voto genuino (New York Times, 5.1.2014, E. Barry, Boycott and Violence Mar Elections in Bangladesh― Boicottaggio e violenza deturpano sfigurano le elezioni in Bangladesh ▬ http://www.nytimes.com/2014/01/06/world/asia/boycott-and-violence-mar-elections-in-bangladesh.html?_r=0).

C’è chi aveva sperato che, all’ultimo momento, le due signore che capeggiano i due fronti in conflitto, entrambe per due volte primo ministro (cfr. Nota congiunturale no. 1-2014, capitolo ASIA http://www.angelogennari.com/notagennaio14.html) avrebbero potuto tentare una qualche riconciliazione. Ma, adesso, con decine di morti alle spalle, si profila anche qui forse una guerra civile.

Adesso, ma in queste condizioni di violenza diffusa e feroce quanto mai prima in un’elezione di questo paese, tutte sempre combattute e tutte, visto l’alternarsi dei vincitori, anche finora da tutti e sempre considerate in sostanza e anche formalmente libere e democratiche e la Lega Awami ha conquistato 23 seggi sui 300 globali, molti di più dei 151 che fanno maggioranza assoluta con una partecipazione al voto inferiore al 30% del’elettorato a fronte dell’87% nel voto di cinque anni fa. Di fatto, non in grado di impedire il voto (qui, come quasi dovunque e come in fondo è anche giusto, ha sempre ragione chi vota e torto chi anche se in maggioranza poi si fa assenteista), il BNP ha provato a screditarlo in ogni modo possibile.

E il suo alleato del Jamaat-e-islami, il vecchio partito islamista che s’era opposto alla scissione del Pakistan per ragioni di unità dei musulmani, largamente maggioritari dovunque nel paese, accusato di tradimento e, dopo l’impiccagione ad aprile di uno dei suoi massimi esponenti per i crimini di guerra del 1971 di cui lo accusavano i vincitori, è stato messo fuori legge e cui era impedito comunque di partecipare al voto, si è messo – comprensibilmente, dal suo punto di vista – a fomentare turbolenze e rivolte sociali.

Che hanno poi spinto il governo a ricorrere all’esercito. E adesso, di sicuro, le tensioni non si andranno ad affievolire ma si inaspriranno ancora (1. Arain.ntv, Bangladesh 10th General/National Parliament Election Results 2014 Risultati delle 10e elezioni nazionali generali  parlamentari 1914  ▬ http://www.araintv. com/bangladesh-10th-generalnational-parliament-election-results-2014; 2. Stratfor – Global Intelligence, 4.1.2014, Bangladesh, More Tensions Expected After National Elections In Bangladesh previste ancor più tensioni dopo le elezioni http://www.stratfor.com/analysis/bangladesh-more-tensions-expected-after-national-elections).

In quello che sembra come la litigata tra due ragazzini un po’ discoli nel cortile di scuola, gli USA hanno deciso di rispondere colpo su colpo in Corea – a modo loro, certo non sempre anzi di rado ben calibrato – agli strilli del giovane despota nord-coreano Kim Jong-un: lui lancia le solite, vuote ma tonitruanti, minacce sempre uguali, “se ci aggredite vi annientiamo”― ma sempre – sempre – precedute dal condizionale; e loro reagiscono dando il via a un nuovo dispiegamento il prossimo mese di altre forze militari statunitensi a sud della cosiddetta zona delimiritarizzata che separa le due Coree, nella provincia dello Gyeonggi del Nord.

Si tratta, dice un portavoce del Pentagono, di un “riequilibrio” che in realtà aumenta di poco il contingente di 30.000 soldati americani nel Sud Corea da tempo programmato, ma solo ora per la prima volta svelato verso il Pacifico orientale dall’Afganistan (Consortium of Defense Analists, 8.1.2014, StMA, U.S. sends more troops and tanks to South Korea as part of U.S. Pacific pivot Gli USA inviano più truppe e più carri armati in Corea del Sud come parte dello schieramento tattico nel Pacifico http://cofda.wordpress.com/2014/01/08/u-s-sends-more-troops-and-tanks-to-south-korea-as-part-of-u-s-pacific-pivot).

●La presidente sud-coreana, Park Geun-hye, ha ordinato un aumento delle misure di sicurezza al 38° parallelo che divide il paese dal Nord “contro potenziali provocazioni da parte di Pyongyang”.  Le misure seguono l’offerta del Nord di mettere fine reciprocamente alle ostilità transfrontaliere usuali: con l’un paese che esprime regolarmente di tanto in tanto buona volontà di principio― ma sempre condizionata alle proprie pretese. La proposta del Nord insiste sempre su un’interpretazione sua del trattato di armistizio, mai trasformato in trattato di pace, del 1953 secondo cui non sarebbe legittimo per il Sud continuare le esercitazione militari congiunte che conduce annualmente con gli USA.

E insiste anche sul ritiro dalla regione di tutte le armi nucleari: insieme alle loro 4-5 bombe operative, anche le centinaia di ogive dello stesso tipo ma ben più affidabili caricate sulle navi della VII Flotta statunitense che gravitano sula regione... (Channel News Asia anticipation, 19.1.2014, Pyongyang-Seul, tightening of borders Pyongyang-Seul: più controlli ai confini http://4kesaksian.com/world-news/anticipation-pyongyang-seoul-tightens-border.html/7775753).

Negli ultimi tre mesi del 2013, la crescita del PIL della Corea del Sud è stata di un ottimo 4%, spinto anzitutto dalla spesa per i consumi: per una crescita media annua del 2,8%. Le autorità finanziarie del paese hanno però reso noto, ora, che 104 milioni di carte di credito sono state rubate a cittadini che in media qui possiedono quattro carte di credito a testa. E’ stata, in particolare, la catena di vendite al dettaglio America’s Target che ha avuto da sola decine di milioni di clienti colpiti... e subisce adesso il peso della vertenza che si è subito scatenata (Finance Yahoo, 23.1.2014 (SEC judge bars "Big Four" China units for six months over audits Il giudice della SEC esclude per sei mesi  le sezonii delle quattro grandi agenzie americane di audit che seguono clienti cinesi per un semestrehttp://finance.yahoo. com/news/sec-judge-suspends-big-four-015318239.html).

In Indonesia, larghe fuoruscite di contanti legati a titoli e obbligazioni indonesiane (messe in subbuglio da fatti come la svalutazione argentina e da voci sempre più insistenti come quelle di una restrizione del flusso di liquidità in America ancora garantita dalla Fed) hanno provocato, il 27 gennaio, una caduta del 2,6% dell’Indice composito della borsa di Giacarta con la chiusura che ha registrato il peggiore crollo da cinque mesi. E perde forte terreno anche la rupia. I titoli legati a proprietà edilizie e minerarie, dopo l’imposizione improvvisa di un blocco ormai durato settimane alle esportazioni verso la Cina, anche su trasporti già caricati e che avevano addirittura passato già la dogana (Jakarta Post, 28.1.2014, Market rout as ‘hot money’ exits Crollo sul mercato con la fuga di soldi che ‘scottano’ http://m.thejakartapost.com/news/2014/01/28/market-rout-hot-money-exits-ri.html).

Un’iniziativa tutta politica e, forse, neanche mossa in origine a livello del governo centrale ma di poteri forti locali, scontenti della divisione dei proventi dell’export) sono i settori che hanno perso di più (Stratfor – Global Intelligence, 9.1.2014, Indonesia Struggles with an Export Ban L’Indonesia combatte con un divieto autoimposto alle sue esportazioni http://www.stratfor.com/analysis/indonesia-struggles-export-ban).

L’Indonesia è a un punto di svolta cruciale, e si va scontrando con forti pressioni internazionali specie dal Fondo monetario – per correzioni con riforme – cosiddette, naturalmente – strutturali (anche qui, perfino qui, ovviamente, si tratta di ridurre il costo del lavoro) per correggere con urgenza l’andamento dell’economia (Stratfor – Global Intelligence, 28.10.2013, Indonesia’s political future http://www.stratfor.com/analysis/indonesias-political-future).

●In ogni caso, a fine mese il governo conferma che farà applicare la tassa decisa sull’export di minerali grezzi malgrado l’opposizione e l’azione di lobby forte da parte in parciolare cue grandi compagnie minerarie, la Freeport-McMoran Copper & Gold Inc. e la Newmont Mining Corp. Il ministro delle Finanze Chatib Basri sostiene che la tassa è necessaria per dare una mano e investire sull’industria nazionale a valore aggiunto. Giacarta riconosce, spiega e ribadisce l’importanza che bisogna cominciare a affidarsi di meno all’export di materie prime non lavorate a u modleo di Indonesia che si raffina da sé metalli, minerali e prodotti greggi estratti e lavora parte almeno significativa delle materie prime e anche delle derrate che esporta.

Sarebbe anche un test per tutti gli altri grandi paesi di nuovo sviluppo e anche per paesi ancora più grandi che troppo ancora si limitano a esportare e far lavorare i propri prodotti in grandi paesi più tecnologicamente avanzati (The Jakarta Post, 30.1.2014, Indonesia defies Freeport on export tax― L’Indonesia sfida la Freeport sulla tassa imposta alle esportazioni http://www.thejakartapost.com/news/2014/01/30/indonesia-defies-freeport-export-tax.html). 

EUROPA

Tanto per smentire con dati di assoluta credibilità perché fanno capo a strumenti “loro” e non certo nostri – tutte le panzane che ci vanno raccontando da mesi, da anni anzi, loro signori e i loro cavalieri serventi – politici, accademici e giornalai vari – sull’Italia vi invitiamo a leggere la nota su  Repubblica.it (sul blog di un osservatore attento di cui regolarmente raccomandiamo la lettura ma di cui di tanto in tanto ci pare anche utile darvi qualche segnalazione dedicata e il relativo link.

Eccone una premessa che ne spiega bene il contenuto, brevissima qui: “Al contrario di opinioni diffuse e ripetute il nostro costo del lavoro non è troppo alto, cambiare i contratti serve a poco, la nostra industria manifatturiera è competitiva a livello internazionale e i conti pubblici non sono il problema più urgente.

    Eppure è su questi argomenti che si concentrano il dibattito e i provvedimenti dei politici, mentre si dovrebbero affrontare le vere zavorre, peraltro stranote da anni”.Ed ecco il link (Repubblica.it, 31.12.2013, I cattivi maestri che affossano l’Italia http://nuke.carloclericetti.it/Cattivimaestri/tabid/341/Default. aspx) che porta all’argomentazione e alla documentazione, con la citazione e la riproduzione delle fonti originali (EUROSTAT, Banca mondiale, OMC e Il Sole 24 Ore).

●Un centro studi indipendente – cioè privato, e non di Stato, sarebbe però meglio ma che si definisce da sé indipendente – Markit Economics, fa salire l’economia nell’eurozona a gennaio da dicembre al massimo dal giugno 2011: nell’indice cosiddetto dei managers agli acquisti – uno tra i più indicativi in assoluto a 53,2 rispetto al 52,1. Più in Germania e meno in Francia. Ma anche tra questi analisti sono pochissimi quelli che danno per superata la crisi con una disoccupazione che in media supera è al 12,1% da mesi con Spagna, Grecia e, in misura minore, pure l’Italia in condizioni anche peggiori (Markit Flash PMI®, 23.1.2014, Il PMI raggiunge i livelli massimi dal giugno 2011 nell’eurozona  ▬ http://www.markiteconomics.com/Survey/PressRelease.mvc/27f65d3ce89a48e3be64f04e88ba7642)  

Mario Draghi, in un’intervista del 23 gennaio, sintetizza il tutto – come si diceva anni fa già dal titolo proprio alla Catalano o, come si dice da qualche secolo, alla Lapalisse, che “vediamo alcuni segnali incoraggianti ma la ripresa è ancora fiacca e troppo diversificata da paese a paese. Tutto considerato i rischi sembrano ancora prevalere sulle opportunità. Così bisogna andarci cauti a dirsi ottimisti (Neue Zürcher Zeitung/Zurigo, 23.1.2014, intervista  resa a C. Aebersold Szalay e P. A. Fischer,  Licht ist immer besser als DunkelheitLa luce è sempre meglio dell’oscurità http://www.nzz.ch/wirtschaft/ wirtschafts-und-finanzportal/licht-ist-immer-besser-als-dunkelheit-1.18227090).

La BCE conferma a inizio gennaio il tasso di sconto dell’euro al livello dov’è ormai da tempo allo 0,25% (New York Times, 9.1.2014, D. Jolly, E.C.B. Holds Rates at Record Low but Is Ready to Consider Further Steps La BCE tiene i tassi al minimo ma pronta a considerare passi ulteriori [forse quando saremo tutti morti di fame, chi sa... oppure subito, finalmente qui e adesso anche se, certo rischiando, potrebbero riuscire a ritrovare un’altra volta, dopo aver osato farlo una volta – ma una sola: con Draghi nell’agosto 2012 solo un anno fa – il coraggio di decidere, inventandosi il modo di stimolare la ripresa] ▬ http://www.nytimes.com/2014/01/10/ business/international/ecb-holds-rates-at-record-low-as-deflation-fears-persi st.html?_r=0).

Proprio l’ultimo giorno del mese, EUROSTAT fornisce i dati dell’occupazione nell’eurozona a dicembre (12%: dato fermo da ottobre; era all’11,9 un anno fa) e nella UE a 28 (a 10,7, -0,1 da novembre e allo stesso 10,8 del dicembre dell’anno precedente): in aumento massimo a Cipro (dal 3,9 al 17.5%), Grecia (dal 26,1al 27,8 fra ottobre 2012 e ottobre 2013), in Olanda (dal 5,8 al 7%) e qui da noi, in Italia (dall’11,5 al 12,7%). E informa anche che il tasso di inflazione è sceso, nell’eurozona allo 0,7 di dicembre dallo 0,8 dell’anno prima (i dati sul sito EUROSTAT, 31.1.2014 ▬ http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/euro stat/home).

Malgrado le tante préfiche ululanti, malgrado anche i pericoli reali cui la moneta unica è esposta e sta esponendo chi vi aderisce, il 1° gennaio 2014 è stata la data di entrata nell’eurozona del 18° Stato aderente: la Lettonia. E l’euro stesso, facendo esattamente il contrario di quel di cui ci sarebbe bisogno per rilanciare l’economia dell’eurozona, rendendo i suoi paesi più competitivi nel mondo, si va addirittura rivalutando: oggi, nei confronti del $ è al massimo storico, con 1 € che vale ben $ 1,38 essendosi rivalutato su di esso, nell’annus horribilis della moneta unica e dell’Europa, del 4,5% (New York Times, 31.12.2013, J. Ewing, A New Year Also Brings In the Euro In Lettonia il nuovo anno porta con sé anche l’euro http://www.nytimes.com/2014/01/01/business/international/with-the-new-year-the-euro-arrives-in-latvia.html?_r=0).

E’ di qualche significato – ma non è ancora chiaro quale, ovviamente – che la Lettonia ce l’abbia fatta: perché, per rientrare nei parametri cosiddetti di Maastricht e del Trattato di Roma (ora ha un deficit/PIL dell’1,3% e un debito/PIL al 41% e neanche) si è dovuta letteralmente affamare (come attestano i dati dell’economia reale attestati da EUROSTAT: nel 2008-2009 il PIL s’è contratto di un colossale 25%, è stato ferocemente tagliato l’impiego pubblico, il salario, le pensioni in essere oltre a quelle future e ogni spesa pubblica di stampo sociale. Ma certo, adesso, il PIL ha ripreso a crescere a un ritmo più che buono rispetto agli altri, quasi al ritmo del 5%― certo, però, è che partire da zero e arrivare a uno significa crescere del 100%, no?

Ma è vero anche che la BCE sospetta – e dice anche – che i 10 miliardi di € di depositi esteri nelle banche lettoni (il 40% del PIL) potrebbero ben essere una specie di cavallo di Troia dentro l’eurozona e il suo sistema bancario, disponibili a ogni lavaggio di denaro sporco in provenienza da ovunque... anche, e forse soprattutto, dalla Russia.

L’Unione europea ha presentato i suoi nuovi, e ridimensionati, piani di riduzione delle emissioni di gas serra fissando per il loro totale consentito un limite obbligatorio (oddio!, si fa per dire: come vedremo...). Il calo delle emissioni di anidride carbonica dovrà limitarsi entro il 2030 sotto il 40% dai livelli del 1990. Dice anche di voler puntare per quella stessa data – che non significa, essendo la UE l’ectoplasma che è, di raggiungere –  almeno il 27% dell’ammontare di energia rinnovabile – eolica, a esempio – usata in totale nell’Unione. Ma che non si tratti in realtà di una cosa davvero seria lo rivela che naturalmente non è stato deciso e tanto meno fissato per alcun paese alcun obiettivo specifico.

Insomma obbligatoria è la somma; ma non lo sono i fattori che, insieme, la dovrebbero costituire no (The Economist, 24.1.2014, Worse than useless: European current policies are a mess – Here is how to fix them Peggio che inutili: le politiche attuali [ambientali] in Europa sono un casino – Ecco come aggiustarle [ma Dio ci scampi dalle soluzioni puramente economicistiche che propugna questo foglio, intelligente e reazionario: anche se vale, secondo noi, spesso la pena di seguirne l’argomentare, non foss’altro che per combatterle più adeguatamente] ▬ http://www.economist.com/news/leaders/21595002-current-policies-are-mess-heres-how-fix-them-worse-useless)...

Il vertice UE-Russia che, di prammatica, si tiene alternativamente a Mosca e a Bruxelles, stavolta, il 28 gennaio, nella capitale nominale d’Europa è un evento accorciato e come un po’ sminuito, senza neanche un pranzo d’onore volutamente, da parte europea viene detto, per significare a Putin quanto i vertici dell’Unione siano scontenti di come abbia tutto sommato vittoriosamente stoppato l’approccio all’Ucraina dell’Unione europea. Criticano la carenza di rispetto dei diritti umani a Mosca – che c’è – ma subiscono il dente per dente dell’acida – ma non certo immotivata – replica russa alla violazione di tanti diritti in tanti paesi d’Europa...

Al presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, che lo informa del viaggio lo stesso pomeriggio dell’Alta rappresentante per gli Esteri a Kiev “per tentare di conciliare le parti in conflitto sulla base di regole democratiche da garantire a tutti per prevenire l’escalation degli scontri”, risponde seccamente e quasi a brutto muso – ma, a essere intellettualmente onesti anche sensatamente – che “più intermediari estranei vanno a intromettersi, più in realtà aumentano i problemi”. E osserva che in Europa molti alzerebbero grida di protesta se la Russia avesse cercato di “mediare” la crisi greca intromettendosi in quel conflitto nel corso dell’ultimo quadriennio: E’ un po’ forzata, forse, l’analogia ma diventa più chiaro quando esemplifica, riferendosi a quel che effettivamente è successo.

Posso solo immaginare quale sarebbe stata la reazione se al vertice più caldo della crisi in Grecia, o a Cipro, il nostro ministro degli Esteri si fosse presentato sulle piazze della rivolta a un rally anti-europeo e si fosse messo a premere sulla gente perché si decidesse a fare qualcosa. Non sarebbe una gran buona idea, no? io sono d’accordo (Guardian, 28.1.2014, I. Traynoe e Oksana Grytsenko, Vladimir Putin tells Brussels to stay out of Ukraine's political crisis Vladimitr Putin dice a Bruxelles di restare fuori della crisi politica ucraina http://www.theguardian.com/world/2014/jan/28/vladimir-putin-ukraine-crisis-eu).  

Tutti però, in realtà, sono anche perfettamente coscienti delle responsabilità di Bruxelles che dopo anni non ha mai offerto niente di concreto, di vero, a Kiev. Mentre Mosca si muove: con aiuti pratici e immediati per miliardi di €. C’è anche di più: la verità, per dirla con la direttrice dell’European Policy Center di Bruxelles, Amanda Paul, è che i leaders dell’Europa, presi ognuno per sé – l’onnipotente Merkel, l’altezzoso Hollande, il profeta Cameron: per dire solo di loro... – e tutti insieme. “non sanno come trattare con Putin.

    Loro sono 28 e lui è uno. Non hanno risposta alcuna coi russi, se non chiacchiere e parole. Francamente, ho seri dubbi che al sig. Putin freghi niente se gli offrono o no il pranzo. Lui ha i suoi, di cuochi (New York Times, 28.1.2014, A. Higgins, Putin is Given Cool Reception at E.U. Headquarters A Putin, al quartier generale dell’Unione europea riservano un ricezione assai fredda ▬ http://www.nytimes.com/2014/01/29/ world/europe/putin-russia-european-union. html?_r=0).  

Nella Repubblica ceca, tre partiti hanno finalmente deciso di fare coalizione e deciso di affidare la presidenza del Consiglio al leader dei social-democratici, il 42enne Bohuslav Sobotka, economista noto come più o meno di sinistra che ha promesso – dopo i rigori dell’austerità imperante sotto il predecessore di centro-destra Petr Necas, costretto alle dimissioni da uno scandalo di malversazioni imputate e provate ad opera della capo del suo staff, amante e, ora,  moglie – di “rilanciare con saggia misura ma con determinazione” la spesa pubblica per favorire la crescita.

Non è tutto tranquillo, però: tutt’altro, viste le differenze ideologiche e anche economiche che restano nel nuovo governo e la profonda acredine che dividono il presidente ceco Milos Zeman e, lo stesso Sobotka, vecchi irriducibili e anche astiosi rivali nel loro partito social-democratico (New York Times, 16.1.2014, D. Bilefsky, Czech Parties Agree to Form Center-Left Coalition I partiti cechi si accordano per formare una coalizione di centro-sinistra http://www.nytimes.com/2014/01/07/world/europe/czech-parties-agree-to-form-center-left-coalition.html?_r=0).

In Russia, un mese prima dell’apertura dei giochi olimpici invernali di Sochi, sul mar Nero (si celebrano dal 7 al 23 febbraio), è scattata una larga operazione di sicurezza con vasto dispiegamento di truppe, mezzi blindati e corazzati e al pattugliamento navale del grande specchio d’acqua su cui si affaccia la Crimea. Aggiungendosi agli oltre 30.000 poliziotti e soldati che avevano già il compito di supervisionare e garantire la sicurezza dei giochi (CNN, 8.1.2014, One month before Olympics, Russia puts Sochi under high security A un mese dalle olimpiadi, la Russia mette Sochi  sotto condizioni di alta sicurezza http://edition.cnn.com/2014/01/07/world/europe/russia-sochi-olympics-security/index.html).

●Tre membri delle forze speciali russe sono stati uccisi e cinque feriti in un’abitazione assediata nel Dagestan che ha lasciato anche morti quattro sospetti militanti. I russi stanno combattendo da anni contro gli islamisti militanti e terroristi del nord caucasico. E, naturalmente, è proprio sulle montagne del Caucaso che si svolgeranno a febbraio le olimpiadi (The Economist, 17.1.2014).

In Ucraina, le proteste antigovernative degli “europeisti”, del tutto inascoltati però dall’Europa che di concreto al loro fervore non offre – non è in grado di offrire – proprio niente in cambio se non promesse per il dopodomani, stanno arrancando per la settima settimana consecutiva – un po’, anche se in modo perfino più isterico, come quelle dei “forconi” in Italia – ma, come quelle pare, senza nessun esito in vista. A Kiev, a inizio gennaio, la folla sulla piazza centrale dell’Indipendenza, piazza Maidan Nezalezhnosti, davanti alla Verkhovna Rada, il parlamento, si va facendo più rada, anche se i partecipanti dicono che la minore pressione è stata dovuta solo al periodo delle feste― il Natale ortodosso è stato il 7 gennaio (The Economist, 10.1.2014).

Poi, come altre volte, all’inizio della terza settimana di gennaio ci sono nuovi sussulti (nel movimento s’è infiltrata di forza, con l’intimidazione, la prepotenza e la consueta grande violenza, la destra estrema, razzista, antisemita, che vuol recuperare alla memoria nazionale il “glorioso passato” dell’antisovietismo filonazista della II guerra mondiale condotta con e al seguito del Terzo Reich dall’Esercito insurrezionale filonazista di Stepan Bandera. Oggi, si tratta di movimenti magmatici e reazionari radicalmente nostalgici e antieuropeisti, anche se pronti a accodarsi strumentalmente a ogni slogan momentaneamente compiacente favorevole e pronti sempre, come da noi, a usare in piazza mazze ferrate e chiodate e anche bombe: e non più solo le molotov.

Così il 22 gennaio, che avrebbe dovuto celebrare il “giorno dell’unità” per ricordare agli ucraini le loro breve ma come sempre anche controversa indipendenza dell’era pre-sovietica, è diventato un giorno di disordine civile e l’inizio del test più grave, forse, dell’integrità territoriale e nazionale possibile dell’Ucraina post-sovietica. E ci sono scappati anche i primi. morti negli scontri adesso: qualcuno accidentale forse, qualcuno un po’ meno...

E’ l’estremizzazione di una protesta che si fa sempre più virulenta perché sempre più senza sbocchi immediati: di qua, da parte UE e di chi per essa fa il tifo, piena solo di vuote promesse irresponsabilmente lasciate baluginare, di là da parte di un governo che è tenuto al guinzaglio da chi – il grande paese ex fratello – è il solo disposto davvero, ma alle sue condizioni, a dargli subito, adesso, una mano. Dunque, in qualche modo, altrettanto disperato (New York Times, 22.1.2014, D. M. Herszenhorn, For the First Time, Ukraine Protests Lead to Deaths Per la prima volta, le proteste in Ucraina portano anche a diversi morti in piazza ▬ http://www.nytimes.com/2014/01/23/world/europe/ukraine-protests.html?gwh =ED548 CAE9EC80940997F695883681B89&gwt=pay).

Il presidente Viktor Yanukovich, che contava di andare nel 2015 alle presidenziali a scadenza ripresentandosi dopo aver ristabilito in qualche modo, almeno a breve-medio termine una stabilità socio-economica sufficiente a portarcelo con l’aiuto dei russi – avrebbe preferito e l’aveva dichiarato anche lui – ma dall’orecchio del fare uno sforzo concreto a Bruxelles sono del tutto sordi – adesso potrebbe trovarsi costretto ad anticipare davvero le elezioni che contava di poter affrontare con qualche tranquillità.

Avanza, in realtà, il senso della futilità di uno sforzo che non riesce ormai a trovare da anni, se non solo a chiacchiere, un reale riscontro nell’oggetto annunciato e anche troppo strumentale del suo desiderio, l’Europa, col presidente assiso su una numericamente confortevole maggioranza parlamentare e dotato ora, soprattutto, di un reale, concreto, effettivo pacchetto di aiuti venuto non dall’Europa sempre più predicatorie ma anche sempre più remota, ma proprio dalla Russia vicina, può oggi aspettare senza troppi affanni, ora – e senza la necessità di dar retta alle pretese di controriforme, in realtà largamente impopolari, che gli chiede l’Unione europea – le nuove elezioni presidenziali del 2015...

Perché è un fatto: per gran parte del XX secolo la parola “riforma” è stata sinonimo, in occidente almeno, di garanzia di una protezione di base dello Stato, della mano pubblica cosiddetta, contro il caos voluto per i più deboli dalla concorrenza del mercato capitalistico lasciato a se stesso e alle regole che si dava da solo; oggi, e da una trentina di anni, la parola “riforma” significa esattamente questo: controriforma, la distruzione sistematica e neanche tanto graduale di quelle protezioni).

E’ la lezione che nei primi anni ‘40 del secolo scorso diede a chi stava allora formando i grandi sindacati operai del secondo dopoguerra il grande economista ungaro-americano, Karl Polanyi: che restassero fermi sul principio di fondo del loro mestiere: strappare la regolazione del lavoro umano dalla governance del mercato capitalistico[6]. E appena possibile, direbbe oggi Polanyi, tornare a farlo. Certo che per questo ci vuole il coraggio nel sindacato, per i sindacati, di ammettere di aver sbagliato molto, diciamo da metà degli anni ’80 in poi...

In ogni caso, e malgrado l’evidente futilità di ogni sforzo e di ogni aspettativa in positivo, è stato il passaggio di una legislazione speciale – ma se volete anche normale che adesso vieta per legge comportamenti però vietati nelle dimostrazioni di massa dovunque (volti mascherati, armi improprie, intercettazioni delle trasmissioni radio delle forze di sicurezza, da parte dei rivoltosi  ecc., ecc.) che hanno scatenato verso il 25 un altro pandemonio e sembrano, stavolta, far barcollare insieme come pugili davvero suonati in un corpo a corpo suicida, opposizioni tra loro nemiche e governo (nemico di tutte loro)...

●Il 25 gennaio, Yanukovich arriva ad offrire il posto di primo ministro e di vice a due capi della rivolta: Arseniy Petrovych Yatsenyuk, leader del partito “liberal” Batkivshchyna Patria della Timoshenko e ex ministro nel governo che lei presiedeva prima di perdere le elezioni e finire in carcere ma – pare – con lo spazio e la  libertà, almeno in questi giorni, per soffiare anche di lì sul fuoco; e all’ex pugile Vitali Klitschko, del populista partito Udar Alleanza democratica per la riforma dell’Ucraina quello di uno di vice primo ministro.

Nel tentativo anche troppo palese, però, di separarli dalla destra estrema e montante di Svoboda― Libertà di Oleg Tyagnybok, apertamente sciovinista, razzista e anti-russo. Che, effettivamente, sembra un segno di debolezza, specie quando l’offerta viene respinta e le violenze di piazza riprendono (Voice of Russia/UK, 25.1.2014, Agenzia France-Presse/A.F.-P., Ukraine unrest: opposition rejects top government posts offer Il conflitto in Ucraina: l’opposizione respinge l’offerta di posti al vertice stesso del governohttp:// voiceofrussia.com/uk/news/2014_01_25/President-Yanukovych-offers-Ukraine-opposition-leader-premiership-3486).

Ma prende anche fiato fra i sostenitori del presidente una critica che monta sulla sua esitante debolezza nei confronti della rivolta di piazza (New York Times, 27.1.2014, D. D. Herzsenhorn, Ukraine Leader Faces New Pressure to End Unrest Il leader ucraino deve fronteggiare nuove pressioni per metter fine ai disordini http://www.nytimes.com/2014/01/28/world/europe/ukraine-leader-faces-new-pressure-to-end-unrest.html?_r=1).

Poi il 28, dopo che gli occupanti hanno nei fatti distrutto gli interni del ministero della Giustizia e  finalmente decidono di evacuarne i locali, il primo ministro Mykola Azarov presenta comunque le sue dimissioni al presidente. Intese, dice, a disinnescare la gravissima crisi politica. Del resto lo stesso presidente, solo due-tre giorni prima, aveva offerto ai leaders dell’opposizione la testa di Azarov, in una serie di concessioni che avevano rifiutato di accettare.

Adesso, il parlamento cancella pure le leggi antisommossa che pure aveva votato non molti giorni prima, contro le manifestazioni di piazza di stampo “chiaramente eversivo” (e, indubbiamente, lo erano) ma che l’opposizione accusava di essere invece mirate alla libertà di assemblea e di parola. E, ora, sarà importante guardare se l’opposizione vorrà, saprà, potrà mantenere la sua richiesta di dimissioni del presidente della Repubblica o se potrà, saprà, vorrà invece contentarsi del compromesso che ora potrebbe tornare a stagliarsi all’orizzonte delle concrete possibilità. Dall’amnistia sono esclusi i sospetti di crimini gravi e documentati (filmati, foto) verso le persone – omicidio, rapimenti – e è condizionata soltanto, però, alla rimozione delle barricate, alla liberazione degli edifici pubblici occupati e allo scioglimento degli assembramenti. Ma i leaders della rivolta, ancora, rifiutano.   

   (1. Stratfor, 28.1.2014, Ukraine prime minister offers resignation Il primo ministro ucraino offre le sue dimissioni http://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-prime-minister-offers-resign; 2. Stratfor – Global Intelligence, 27.1.2014, Ukraine's Crisis Ahead of a Special Session La crisi in Ucraina prima della sessione speciale del parlamento  ▬ http://www.stratfor.com/analysis/ukraines-crisis-ahead-special-session).

Chiedono semplicemente e tout court le dimissioni del presidente, rifiutando di considerare il fatto – non proprio irrilevante – che gli ucraini a chiara maggioranza lo hanno  eletto liberamente – anche secondo tutti gli osservatori stranieri, quelli della UE compressi –  e insistono, comunque, per altre concessioni. E’ il meccanismo, quasi scontato, che Machiavelli indicò esattamente cinque secoli fa, già ne Il Principe: dove le prime concessioni, i primi cedimenti, di un potere comunque accentrato e autoritario istigano a altre richieste: reazione confermata nella storia, pavloviana[7] la chiamano.

E, adesso, il presidente ucraino prende tempo e “si dà malato” (sofferenza respiratoria, febbre) rinviando – ma alla fine solo di qualche ora – la firma della legge appena votata (New York Times, 30.1.2014, A. E. Cramer, Ukraine’s President Takes Sick- Leave; Crisis Talks Stalled Il presidente ucraino si prende un periodo di malattia; i colloqui di pace in stallo [anche per il loro rifiuto di accettare le condizioni previste dalla nuova legge: lo smantellamento delle barricate] ▬ http://www.nytimes.com/2014/01/31/world/europe/ukraine-unrest.html? hpw&rref=world &_r=0).

E’ anche chiaro ormai che la Russia di Putin ha sempre agito e si sta muovendo per mantenere l’Ucraina nella sua sfera di influenza, come farebbe e fanno gli USA col Messico e il Canada e, quando con Cuba ci riescono meno, provano a invaderla e a sabotarla con mezzi che palesemente violano ogni legge e norma del diritto internazionale (invasione, attentati, boicottaggi, anche  omicidi). In definitiva, non si è speso per conservare il governo di Yanukovich e neanche lui, personalmente, e ha detto chiaro che l’Ucraina può mantenere un’utile, anche stretta relazione con l’Unione europea che non vada a scapito però dell’influenza russa. E, per farlo aiuta legittimamente il governo e, fornendo petrolio a buon prezzo tutto sommato anche, e come, il popolo ucraino: questo ma poi, al dunque, qualunque governo l’Ucraina poi sceglierà.

Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, mentre  l’URSS crollava e la nuova Russia di Eltsin traballava e si svendeva, America e NATO ne approfittarono per portare Georgia e Ucraina a una piena partecipazione e a sottrarsi così all’influenza del grande vicino in declino. Arrivò Putin, però, e segnò il confine che il suo paese considerava invalicabile, dopo aver già “perso” i tre Stati baltici oltre a tutto il resto dell’Est europeo.

In Ucraina, con la fornitura di aiuti indispensabili per far sopravvivere il paese – quelli che la UE e la NATO non sono mai stati disponibili a dare – ha cambiato gli equilibri interni, con le elezioni e l’intervento non per tutti gli ucraini affatto inaccettabile dei tribunali; e,  in Georgia, ha approfittato della megalomania del presidente Saakashvili – finanziata e fomentata dalla presunzione e dalla sicumera imperanti a Washington con Clinton e col secondo Bush, alla faccia delle solenni promesse, degli impegni e dei trattati firmati dal primo Bush quando Gorbaciov dissolveva l’Unione sovietica – per intervenire sul campo tentando avventurosamente, e pagandola con la frattura del paese, l’invasione della Russia e sbattendoci il muso.

E da allora Mosca ha mantenuto le sue posizioni, non sembra comunque certo averle cambiate. Il che significa, certo, che anche di Yanukovich si può fare a mano. Ormai nel paese anche le popolazioni radicalmente filo-russe (lingua, religione, cultura, storia) dell’Est pensano in larga maggioranza che Yanukovich abbia commesso molti errori, forzature e pasticci. E oggi, una sua sostituzione possibile non potrebbe fondamentalmente cambiare l’orientamento della Repubblica Ucraina, come Stato organizzato e indipendente ma al pari di ogni altro condizionato da geografia, storia e realtà politica. Insomma, da quella che in fisica si chiama la legge di gravità.

E è arrivato anche il momento di bucare la bolla di menzogne che ci sono andati in tanti raccontando (dal NYT al TG1 al TG7, ovviamente al TG4, ecc, ecc, come Repubblica, Corsera, il Fatto, ecc. ecc., con la leggenda poco aurea di quel che ci dicono sarebbe andato succedendo in Ucraina. “E’ una favola che, però, avevamo già sentita tutta, tale e quale. Ormai, da un paio di mesi, le proteste di strada in Ucraina ci sono state raccontate secondo una sceneggiatura ben collaudata. I dimostranti pro-democrazia che si stanno battendo contro un governo autoritario.. che chiedono solo il diritto di far parte dell’Unione europea.. ma con un presidente russo, Vladimir Putin,a mettere il veto a ogni loro possibilità di avere libertà e prosperità (Guardian, 29.1.2014, Seumas Milne, In Ukraine, fascists, oligarchs and western expansion are at the heart of the crisis▬ In Ucraina, al cuore della crisi ci sono i fascisti,  gli oligarchi e l’espansionismo occidentale http://www.theguardian.com/commwentisfree2014/ jan/29/ukraine-fascists-oligarchs-eu-nato-expansion).

Già s’era sentito recitare lo stesso racconto dieci anni fa e proprio in Ucraina con la “rivoluzione arancione”. Come in Egitto un anno fa, dove hanno eletto democraticamente – non lo nega nessuno – un capo dello Stato e lo hanno tolto di mezzo con le pressioni esterne e la piazza... mentre qui l’Europa, la pretesa offerta reale di entrare in Europa, per l’Ucraina non c’è mai stata.

A sentire chi di mestiere ci racconta sui media l’Ucraina, non sentirete mai dire che il partito Svoboda, il più scatenato in piazza è un partito fascista e neo-nazista che ha celebrato la memoria di Stepan Bandera, il caporione dei nazionalisti ucraini che, con le Waffen-SS, condussero fior di massacri contro ebrei, zingari e “diversi” durante la seconda guerra mondiale, con una marcia e un comizio tenuto a Lviv insieme all’ex candidato americano alla Casa Bianca, quel testa di ciufolo reazionario del sen. McCain che, giustamente, “condanna” i cinque morti della repressione di Yanukovich sulle strade ucraine (due poi poliziotti) ma tace rigorosamente sulle centinaia di trucidati sulle piazze dell’Egitto del feldmaresciallo El Sisi, da sempre suo buon amico e camerata.

Nessuno, o quasi, ci dice che dietro il basta di tanti ucraini alla corruzione dilagante e allo status quo e dietro alla loro rivolta c’è la corruzione profonda di tutte le élites ucraine – la gente che sta intorno a Yanukovich ma anche quella che stava e sta sempre dietro e sotto la martire miliardaria ex  Timoshenko, un’altra ex oligarca lei stessa come quelli dietro il presidente. La verità è che, probabilmente, ha proprio ragione Putin: che “solo gli ucraini possono superare questa crisi, che è tutta loro. E che l’interferenza dall’esterno – qualunque, tutte le interferenze – sono davvero provocazioni pericolose (Guardian, c.d.).

E che, anche qui, per l’ennesima volta la prima vittima è la verità. Lo vogliamo dire o no che, in realtà, non c’è nessun governo e, in realtà, nessun cittadino europeo – inguaiati tutti come oggi siamo – che voglia sul serio prenderseli, questi ucraini, in Europa? E soprattutto, a loro, vogliamo dirglielo?

●L’ultimo giorno del mese, si fa vivo l’esercito che, in mezzo a tutti i rovesciamenti, le turbolenze, le rivoluzioni vere e fasulle, i sussulti, i cambi di governo e di presidenti della Repubblica, più o men o democratici, più o meno legittimi se ne era stato finora tranquillo. A nome delle Forze armate, dice ora il ministero della Difesa che parla dichiaratamente per i soldati e non per il governo come tale, assicura, dobbiamo ora “condannare le dimostrazioni per l’occupazione di edifici pubblici le distruzioni di pubblica proprietà, per aver sollevato lo spettro di una vera e propria guerra civile e per aver adesso messo in questione la stessa integrità territoriale del’Ucraina”.

Un impasse che trascinato avanti così, ci “costringerebbe ad intervenire per riportare la quiete civile (New York Times, 31.1.2014, A. E. Kramer, Military Censures Protests in Ukraine In Ucraina, i militari condannano la protesta http://www.nytimes.com/2014/02/01/world/europe/ukraine.html?_r=0). Non è uno schierarsi contro l’opposizione, ma contro i metodi che ha scelto e sarebbe stato previdente e intelligente che chi, dietro di sé, ha solo il bla bla del tutto inoperoso e le promesse-illusioni della Catherine Ashton, lo avesse tenuto presente.

Adesso, per la prima volta, “il personale delle Forze armate e di sicurezza del paese esprime il suo sostegno agli sforzi del presidente Yanukovich di risolvere lo stallo”. Il presidente in questo paese, come anche in America è in Russia, è per Costituzione anche di nome e di diritto il “Comandante in capo delle Forze armate che gli devono personalmente lealtà e obbedienza”.

La Russia ha comunicato che l’Ungheria riceverà un prestito nel’immediato futuro di 10 miliardi di € finanziando così la costruzione di due impianti di produzione di energia nucleare che i magiari vogliono farsi. Si tratta di una misura del tutto inaspettata nei confronti di un governo di destra quasi estrema e quasi fobicamente anti-russo come quello di Fidesz, molto più anti-russo del precedente governo socialista. A dimostrazione che nel fare affari e spostare le proprie pedine, Mosca è estremamente più agile, decisa e capace di muoversi di un’Europa che resta inefficace e incapace sia di mobilitare risorse concrete eche, e soprattutto, di concreta volontà politica (The Economist, 17.1.2014).  

La Turchia è ormai squassata dalla sua tangentopoli. Quando esplose la primavera araba tre anni fa, le speranze di rispetto e vigenza delle formalità minime ma concrete della democrazia in Medioriente sembrarono poter poggiare proprio su quello che molti chiamavano il modello turco che pareva in grado di combinare una governance moderata islamica con una prosperità e una democrazia di stampo vicino a quello occidentale.

Poi c’è stato, da una parte il declino rapidissimo del modello europeo incancrenitosi nell’ossequio cieco e masochistico al liberismo finanziario  selvaggio e anche del prototipo turco, ripiegato sulle sue contraddizioni e conflitti interni e come risistematosi negli schemi tradizionali, arabi e mediterranei, dell’autocrazia e della corruzione diffusa.

Erdoğan, in carica da quasi 11 anni, ha cominciato a confondere il suo destino con quello del paese e la sua propensione all’uso del braccio duro della polizia e del potere giudiziario contro gli avversari politici ha finito con l’infiacchire le regole formali ma importanti di una democrazia normale: quella che deve comunque prevedere e tollerare, per non soffocare la democrazia,  equilibri e controlli tra i diversi poteri.

Erdoğan, fino a tempi recenti sembrava incarnare sul serio la più moderna intelligente e capace leadership che mai avesse avuto il paese dopo Ataturk, il fondatore della Turchia moderna che usciva dopo la prima guerra mondiale dalla macerie del vetusto e sbriciolato impero ottomano. Nel decennio del suo potere, Erdoğan era riuscito a riportare nelle caserme l’esercito con le sue propensioni storiche, e addirittura costituzionalmente fondate al cesarismo dei colpi di Stato e aveva più che raddoppiato in termini reali il reddito pro-capite, modernizzando e riformando il paese ma trovando, purtroppo, una montagna di remore formali e anche assurde

Anzitutto le paure prima vaticane, con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (la battaglia stravagante, a dir poco, sulla “matrice cristiana” – solo tale? davvero? – dell’Europa) tutte improntate a un antimulticulturalismo fuori epoca e anche un tantino razzista e, poi, anche da quelle paure “sante” istigate e come benedette, anche le tergiversazioni politico-culturali anzitutto franco-tedesche all’adesione turca all’Unione europea, ricercata da 40 anni) tanto prolungate e insensate (sono turchi! sono – guarda un po’ – mussulmani!...) da scoraggiare anche quella che era un’opinione straordinariamente ben disposta anche alle riforme più audaci ma così alla fine scoraggiata e perfino rovesciata.

E oggi siamo forse alla rovina di tutta questa straordinaria, tentata e malamente tarpata costruzione di una moderna Turchia e di una più larga Unione europea― ma  con la Turchia, non con la Lettonia... Per colpa loro anzitutto ma anche e proprio per colpa nostra (The Economist, 3.1.2013, Corruption in Turkey, the Arab road [un titolo che è già, in sé, la prova stessa del razzismo imperial-orientalista britannico: come se le mazzette da miliardi di £, elargite ai sauditi per farsi comprare da loro i sistemi d’arma di SGM,  fossero arabe e non britanniche, della Bitish Airways Enterprises...] ▬ http://www.economist.com/news/leaders/215 92614-government-recep-tayyip-erdogan-has-grave-questions-answer-arab-road).

La Turchia sta anche vivendo un momento di profonda crisi finanziaria, squassata da un cambio all’improvviso squilibrato e da una crisi seria dell’export: e aumentano i rischi anche a livello globale pure se, come ben viene fatto osservare, in fondo e in tutto “il PIL del paese ha grosso modo le dimensioni di quello della contea  di Los Angeles” (sul trilione di $). Il problema, sottolinea Krugman (New York Times, 30.1.2014, P. Krugman, Talking Troubled Turkey Parlando dei guai della Turchia http://www.nytimes.com/2014/01/31/opinion/krugman-talking-troubled-turkey.html?hp&rref=opinion&_r=0) come in tanti altri casi recenti è “l’effetto contagio”. Ormai davvero pericoloso, su tutti i mercati emergenti e non solo: ognuna di queste crisi (Messico, 1981-1983; Indonesia, 1997-1998; e più di recente, quasi insieme, Grecia, Spagna, Portogallo) ha portato a perdite di PIL globalmente ogni volta maggiori (rispettivamente 4%, 14% e 23%).

Il punto, quello che bisogna prendere in conto a livello davvero globale, è che però “la Turchia non è realmente il problema; né lo sono Sudafrica, Russia, Ungheria, India e qualunque altro paese si trovi oggi colpito. Il vero problema è che le economie ricche del pianeta – Stati Uniti, eurozona e anche altri, minori – hanno fallito nel prender di petto le debolezze che a tutto sottostanno: le loro. E’ del tutto ovvio che trovandosi con un settore privato dell’economia cjhe vuole risparmiare troppo e investire troppo poco, si siamo mesi a perseguire politiche di austerità che ahno approfondito la violenza globale della depressione.

    E anche di peggio, tutti gli indicatori ci dicono che avendo consentito alla disoccupazione di suppurare, styiamo deprimeno le prospettive di crexicta non solo a breve ma anche a lungo termine: cosa che finirà col deprimere ancora di più gli investimentinell’economia dei privati.

    Ah, e gran parte dell’Europa è anche già a rischio di una trappola deflazionista vera  propria, alla giapponese (lo dice, adesso a Davos, abbastanza impudicamente – e lo fa rilevare, giustamente impietoso, proprio il Nobel Krugman – uno dei responsabili principali che ha predicato e imposto queste politiche dell’austerità portando l’Europa sull’orlo di quel baratro, la presidentessa del FMI Christine Lagarde:in Agenzia Bloomberg, 26.1.2014, Lagarde Cautions Davos on Global Deflation Risk― Lagarde mette in guardia Davos sul rischio di deflazione globale http://www.bloomberg.com/news/2014-01-26/lagarde-2008-davos-moment-haunts-imf-warning-of-global-deflation.html#2). Dove la crisi, che sta montando dei mercati emergenti, potrebbe assai plausibilmente adesso trasformare in realtà il rischio.

    Così la Turchia sembra in guai seri e la Cina stessa, un attore molto più grande appare anch’essa un po’ traballante. Ma quel che fa di queste turbolenze una pesante minaccia è proprio la sottostante debolezza delle economie occidentali, debolezza resa ancora più grave da scelte politiche realmente pessime”.

Il partito socialista di Serbia, che controlla la coalizione di governo, ha concordato di puntare a nuove elezioni anticipate nel tentativo di aumentare la sua presa sul potere e la forza con cui sotto le solite pressioni europee è stato costretto a “convincersi” di dover instaurare una serie di riforme economiche― per lo più anche qui di stampo regressivo. Lo ha annunciato, annunciando che così viene anche facilitato il percorso di adesione del paese alla UEma se crede di parlare di qualche anno, sicuramente si illude... Ma, soprattutto, illude pericolosamente i serbi che hanno portato lui, il successore ufficiale di Slobodan Milošević, a capo del governo nelle elezioni del 2012 e farebbe meglio a svegliarsi per non sprofondare in un vortice di abbagli frustranti come vanno facendo gli ucraini), il primo ministro Ivica Dačić (Reuters, 26.1.2014, A. Vasović, Serbian ruling party agrees to seek early election Il partito al governo in Serbia concorda di cercare elezioni rapide http://www.reuters.com/article/2014/01/ 26/serbia-election-idUSL5N0L00B620140126).   

L’obiettivo del governo serbo è quello che persegue da tempo: se non riesce a “entrare in Europa” – come sarà ancora per molti anni – di restare comunque attraente sia per la UE che per la Russia, in modo da contare qualcosa e ottenere concessioni ed impegni il più possibile immediatamente concreti, dall’una― difficile: non ha un euro e non ha la volontà politica di farlo; e dall’altra parte― che costa politicamente cara perché rende subito ombrosamente e pregiudizialmente sospette tutte le élites europee occidentali proprio come sta capitando a e per l’Ucraina... (Stratfor – Global Intelligence, 5.4.2013, Serbia’s Russia-EU balance L’equilibrio russo-europeo della Serbiahttp://www.strat for.com/analysis/serbias-russia-eu-balance).

STATI UNITI

Il 4° trimestre del 2013 ha alzato del 3,2% il PIL sul precedente trimestre. Si tratta di un rallentamento del ritmo di crescita dell’estate ma sempre ben sopra del tasso anemico di aumento dell’economia nel primo semestre dell’anno. E crescono anche aspettative almeno fondate di un mantenimento della crescita. Nei primi mesi dell’anno avevano anche pesato in negativo gli effetti del blocco di spesa pubblica imposto dal non rinnovo del tetto del debito pubblico federale (New York Times, 30.1.2014, N. D. Schwartz, Brisk 4th Quarter Lifts Hopes for Economy in 2014 Un quarto trimestre vivace aumenta le speranze per l’economia nel 2014 http://www.nytimes.com/2014/01/31/business/us-economy-grew-3-2-in-fourth-quarter.html?hpw&rref=business&_r =0).

Certo, poi, anche qui come troppo spesso Obama dice e non dice, dice e si contraddice: chiede di restringere il gap che c’è tra salario e salario e tra salari, profitti e rendite sempre a favore dei forti e a scapito di chi è debole e, insieme, chiede che tutti in America ma anche nel resto del mondo aprano le frontiere alla concorrenza e al libero mercato, di fatto, selvaggio... cioè al meccanismo principale che in America schiaccia sempre più i salari più bassi e che dà sì un po’ più di lavoro ma sempre precario e a salari di fame ad esempio in Messico― ma è qui proprio la contraddizion che nol consente...   

●Sugli effetti che avrà il taglio di 24 miliardi di $ di sussidi federali alla disoccupazione di lunghissima durata – più di 42 settimane, per i senza lavoro che non riescono pur cercandolo a ritrovarlo – aveva già riportato nel’ultimo numero di questa Nota il punto di vista del prof. Krugman. Come al solito, rilevante e da noi certo condivisibile (cfr. Nota congiunturale no. 1.2014, cap. STATI UNITI, in nota articolo di P. Krugman e su  ▬ http://www.angelogennari.com/notagennaio14.html).

Adesso, sul tema, a rinforzo autorevolissimo, ci sono anche i rilievi avanzati – e che vale la pena almeno di scorrere – dal prof. Lawrence Katz, di Harvard, secondo cui e basandosi sulle previsioni ufficiali di impatto sull’economia del taglio di un altro 1.300.000 sussidi di disoccupazione ai senza lavoro americani, al PIL statunitense – grazie a una decisione fiscalmente così “irresponsabile” – viene a mancare d’ora in avanti, ogni settimana, 1 miliardo di $ di produzione. Il calcolo di Katz è derivato, alla lettera ma rovesciando in meno i dati che erano stati calcolati in + (da una stima in positivo a quella che adesso, inesorabile, diventa negativa) da una ricerca del CBO, l’ufficio indipendente di ricerche economiche del parlamento

    (1. Congressional Budget Office, 3.12.2013, How Extending Certain Unemployment Benefits Would Affect Output and Employment in 2014― Come l’estensione di alcuni sussidi di disoccupazione avrebbe effetti su produzione e impiego nel 2014 http://www.cbo.gov/publication/44929; 2. Guardian, 3.1.2013, P. Lewis, US economy losing ‘up to a $1bn a week’ after jobless benefits cut L’economia americana perde ‘fino a 1 miliardo di $ alla settimana’ per i tagli dei sussidi ai disoccupati ▬ http://www.theguardian.com/ business/2014/jan/03/us-economy-losing-1bn-jobless-benefits-cuts).

Ma – e è un fatto nuovo davvero – pare che, come mai finora in passato, i democratici e i pochissimi repubblicani  che con loro hanno votato per estendere il programma e sono stati battuti non ci stiano e, anche fregandosene finalmente del galateo parlamentare e andando – una volta tanto – alla sostanza, intendano riaprire subito questo dossier. Dicono le cronache politiche americane che quando, subito prima delle ferie natalizie, i democratici si riunirono a  porte chiuse per discutere della loro agenda al Senato nel 2014, il sen. Harry Reid, capo della maggioranza – ma qui ogni rappresentante vota sempre come vuole, secondo come si dice coscienza ma, anche più spesso, secondo gli interessi che vuole rappresentare – abbia esortato con forza i colleghi a riprendere appunto il dossier dell’ “ineguaglianza dei redditi tra gli americani”.

E, annota il NYT (New York Times, 5.1.2014, Sheryl Gay Stolberg, Popular Voice in the Capitol? It’s the Pope’s! Una voce popolare al Congresso? Ma è quella del papa http://www.nytimes.com/2014/01/06/us/politics/popular-voice-in-the-capitol-its-the-popes.html?_r=0) la discussione ha sùbito preso una piega stranamente “spirituale. Sapete – ha  commentato il sen. Bernard Sanders, indipendente di sinistra del Vermont – l’unico dei 100 senatori che, qui di certo con non poco coraggio, si definisce “socialista democratico” e da sempre propugna per il suo paese un welfare alla scandinava partecipando regolarmente alle riunioni dei democratici – abbiamo scoperto e ce lo ha fatto notare nel messaggio natalizio anche Obama che dalla parte nostra, su queste questioni, abbiamo un potente alleato― il papa”.

E, in effetti, fa notare un altro senatore, lui cattolico, come Richard Durbin, democratico dell’Illinois, che “Bernie – un ebreo – invochi il papa rivolgendosi a Reid – un mormone – vuol dire molto: da 7.300 Km di distanza , dal Vaticano, papa Francesco ha conquistato il mondo con un messaggio forte di giustizia economica e di tolleranza e è diventato un fattore cruciale anche nelle discussioni politiche della capitale americana”. Per molti di noi, aggiunge Durbin, si è trattato con la sua denuncia feroce dell’ “economia dell’esclusione” proprio di “un incoraggiamento forte e di una vera sfida ad alzarci in piedi e a ricordare tanti dei valori per cui in origine avevamo scelto di entrare in politica”. Già... speriamo noi, non solo da loro...

(Scrive con accenti di forte delusione il New York Times, 10.1.2014, N. D. Schwartz, che 1. Proprio quando stava ripartendo la speranza, ecco che si registra una magra crescita dell’occupazioneJust as Hopes Were Lifting, a Meager Growth in Payrolls http://www.nytimes.com/2014/01/11/business/economy/us-economy-added-only-74000-jobs-in-december.html?hpw&rref=us&_r=0; 2. Dep Labor, BLS, 10.1.2014, USDL 14-0002, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; 3. Economic Policy Institute/EPI, 10.1.2014, Heidi Schierholz, Finding Low Unemployment in All the Wrong Places Quando trovano una disoccupazione bassa in tutti i posti sbagliati http://www.epi.org/publication/finding-unemployment-wrong-places): il mese scorso, contrariamente a tutte le aspettative alimentate dal buon risultato di novembre – in ogni caso ora anch’esso alquanto ridimensionato nella revisione operata – ma anche da quello di ottobre sono stati creati solo 74.000 muovi posti di lavoro, da tre anni il meno di sempre.

Certo, il tasso di disoccupazione è calato al 6,7%, dello 0,3% in un mese: ma, tutti concordano, solo perché sempre meno gente si registra ormai nelle liste dei disoccupati ufficiali, non perché migliori davvero l’occupazione. Freddo e neve in aumento nel tardo novembre e dicembre hanno anche contribuito, rallentando le assunzioni a una minore crescita dell’impiego in molti settori (agricoltura, edilizia) al più basso tasso di partecipazione al lavoro tra gli adulti della fascia 45-64 anni che è calato, dello 0,4, a un 79,2%: in assoluto il più basso dal 1988, mentre solo tra i lavoratori sopra i 55 anni è aumentato, anche se appena dello 0,1%.

E, a testimonianza di quel che già  si sapeva assai bene – quanto resti ineguale questo paese anche su base etnico-razziale  oltre che su quella spudoratamente economica – il calo nella forza di lavoro impiegata è forte soprattutto per i dipendenti afro-americani, dello 0,3%, al 60,2, il più basso dal lontanissimo dicembre 1977, più alto anche qui per gli uomini che per le donne.

Ed è ormai al 45% il tasso di chi è senza lavoro per più di un semestre consecutivo: anche qui, il più alto addirittura dalla preistoria, dal 1948. E qualcuno comincia a rimettere in questione anche l’ottimismo della Fed che ha già cominciato a ridurre lo stimolo finora fornito all’economia. E’ un gran brutto rapporto mensile questo di gennaio su dicembre, confermato anche dal calo a 34,4 ore settimanali nel settore privato.

Chi non fa proprio neanche finta di notare gli effetti di questa guerra di classe, perché come quasi sempre succede la vincono i forti nei confronti dei deboli e i ricchi coi poveri, è gente come l’inenarrabile opinionista conservatore in capo del NYT, David Brooks, amareggiato e molto, molto preoccupato di un clima “crescente” di considerazione della necessità di un conflitto sociale istigato – addirittura! annota esterrefatto – da un papa, adesso, come questo Francesco. Ma, come diceva anni fa Upton Sinclair, romanziere popolare molto prolifico e grande pamphlettista politico americano di tendenza nettamente progressista lui è uno di quelli per i quali capire è difficile perché “per un uomo è difficile capire qualcosa quando il suo guadagno dipende proprio dal non capirla”.

Tutto dedito com’è a difendere la ricchezza crescente dell’1% della popolazione a fronte dalla povertà crescente degli altri, avvisa quasi accorato i lettori: “Alcuni, a sinistra, stanno tentando di introdurre fra noi un diverso stile di politica, più attento alla coscienza di classe. Non sono sforzi che, però, qui da noi diano in genere frutti. L’America ci ha sempre guadagnato, i progressisti qui da noi hanno sempre fatto meglio, quando si sono concentrati su come offrire alla gente opportunità e mobilità e non nella lotta all’ineguaglianza, sulle aspirazioni dei singoli e delle famiglie invece che sulla coscienza di classe”.

Curioso no, per i tanti americani – la maggioranza che, in ultima analisi, non ha mai detto sì a cancellare quelle che – contrariamente al nostro – considerano comunque conquiste sociali reali: quel po’ di sicurezza sociale assicurata dalla settimana di lavoro massimo a 40 ore (il Fair Labor Standards Act), la legge che istituisce standard nazionali minimai un tantino più rispettosi di alcuni diritti del lavoro associato, del diritto (qui sempre comunque assai relativo) alla sindacalizzazione cioè (il National Labor Relations Board), tutti prodotti del New Deal rooseveltiano e della Guerra alla povertà johnsoniana.

Di un interventismo attivo e mirato alla collettività invece che ai singoli e al “particulare”. Tutte misure riformiste e non certo rivoluzionarie e anche largamente zoppe. Ma tutte, pure, pensate e create col senso e il crisma esplicito di una coscienza di classe, sostenute da vasti movimenti di massa mirati a garantire alla gente che lavora col pensiero e il sudore più che a chi taglia cedole o orchestra speculazioni una fetta un tantino più larga della torta complessiva che è l’economia nazionale.

No, raccomanda il nostro, “inquadrare le cose come effetto dell’ineguaglianza contribuisce alla tendenza già nostra di semplificare problemi complessi di stampo culturale, comportamentale, sociale e economico come se fossero solo problemi economici”. Quando, invece, argomenta, la “correlazione stretta reale è quella tra madri singole e scarsa mobilità sociale, tra rinuncia scolastica e poca mobilità. La forte correlazione che c’è, insomma, tra il fragilizzarsi del tessuto sociale e la  scarsa mobilità economica, tra de-industrializzazione e bassa mobilità sociale”. Insomma, non c’entra la povertà, non c’entrano le ragioni dell’ingiustizia sociale che la causano. E’ colpa della scarsa propensione a rendersi mobili in una società che ormai lo pretende...

Ma anche questo è falso. Molti altri paesi moderni hanno anche tassi più elevati di famiglie single parent (diversi del Nord Europa, ma anche la Francia) ma senza lo stesso esito che c’è in America, così negativo per i figli in termini di conseguenze economiche e di emarginazione sociale. E’ in America che, infatti, c’è il sostegno pubblico più inadeguato alle famiglie e, soprattutto, alla crescita dei bambini di famiglie monoparentali. E, per quanti sforzi arzigogolati metta in campo uno come Brooks per dipingere la de-industrializzazione come esito di complessi problemi di ordine culturale, sociali e/o comportamentale,essa invece somiglia proprio tanto a un vecchio problema di ordine prettamente economico. che un dollaro supervalutato rende meno competitivi i prodotti americani a livello di scambi internazionali, che una supervalutazione del 20%  (e il discorso funziona pari pari, e è anche più serio, quanto a sopravvalutazione per l’euro) grosso modo equivale a dover sopportare un sovrapprezzo del 20% sulle proprie merci e a importare invece sottoscosto del 20% i prodotti cinesi, indiani, filippini, brasiliani, bangladeshi e quant’altri.

E Brooks ci tiene poi a spiegare come l’incredibile super-ricchezza del’1% – che stempera, accortamente, mischiandolo insieme nel suo argomentare al 4% che, insieme ad esso, fa il 5% più ricco – non c’entra niente, non è collegata per niente, ai problemi del resto di tutta la società, il 99 o il 95%. Dice lui che contro le masse e “a favore del vertice c’è, invece, la ricchezza crescente del 5% dei percettori di reddito, legata a programmi perversi come quello dei compensi garantiti a Wall Street, al fatto che i ricchi si sposano tra di loro (e passano ereditariamente ai figli i propri privilegi) e all’effetto superstar (che nell’economia di Internet vede poche stelle incassare molto di più di quanto, poi, incameri la media)”: ma coi due temi – ricchezza di pochi e povertà, entrambe crescenti, dei molti – che neanche si incrociano.

No? ma se gli uni diventano, in pochi, tanto più ricchi e gli altri, in tanti, tanto più poveri, mentre la torta non cresce anzi ristagna e si restringe, allora quelli del secondo gruppo ci perdono e il primo ci guadagna: sarà un calcolo rozzo, e primitivo, ma non perciò è meno vero. E poi, come già abbiamo notato, lo scarto scandaloso non è neanche tra quel 5 e quel 95% ma è proprio concentrato tra l’1 e il 99% dei percettori di reddito, proprio in questo percentile che trae il suo soprattutto da rendite e profitto e non dal lavoro personalmente svolto (cfr. Congressional Budget Office/CBO [l’agenzia indipendente del Congresso che raccoglie e analizza i dati economici], Trends in the Distribution of Household Incomes Tendenze nella distribuzione dei redditi familiari 1979-2007, 25.10.2011 ▬ http://www.cbo.gov/publication/42729).

Dove – viene specificamente annotato da un ente che non è certo un fomentatore dell’odio di classe – il 5% più ricco della popolazione ha visto un aumento del 10% della  fetta di PIL che si è accaparrato; gran parte della crescita (vedi figura) è andata all’1% della popolazione; e tutte le altre famiglie americane (dunque, il 95%) tra il ’79 e il 2007, hanno perso tra il 2 e il 3% del loro reddito...

E poi i Brooks evitano accuratamente di notare e far notare come, al dunque, poi quanto uno si porta a casa – a parte l’evasione fiscale che per lo più sotto forma di elusione autorizzata c’è anche in America – dipenda dal fatto che lo Stato, il potere, il governo tassano sempre meno rendite e profitti di quanto tassino salari e stipendi― spesso molto, molto di meno, anche e più della metà... E che questa è sempre una scelta politica, distorta e in termini oggettivi ingiustificata: se non, appunto, da interessi di classe, non di cultura o di valori morali e sociali. Tutt’altro...

● Distribuzione del reddito in  America: l’1% che fa quasi un terzo del tutto  (istogramma)

% del reddito (al netto di trasferimenti e imposte federali) 1979 e 2007

Fonte: CBO (citata)

 

(Cfr., anche, sullo stesso tema la dissezione, quasi l’autopsia demolitrice del pezzo di Brooks, su Demos-Policy Shop, 17.1.2014, M. Bruening, David Brooks’ problem: understanding inequality Il problema centrale di David Boorks: proprio di riuscire a capire il concetto stesso di disuguaglianza http://www.demos.org/blog/1/17/14/david-brooks-problem-understand ing-inequality).

E’ utile anche segnalare un pezzo del NYT (New York Times, 17.1.2014, Floyd Norris, Era of Cheap Apparel May Be Ending for U.S. Per gli USA potrebbe starsi avviando alla fine l’era dell’abbigliamento [importato] a buon mercato http://www.nytimes.com/2014/01/18/business/era-of-cheap-apparel-may-be-ending-for-us.html?_r=0) che rileva come adesso, in America, il prezzo al dettaglio dei capi di abbigliamento confezionati stia aumentando più rapidamente di quello di quasi tutte le vendite al dettaglio. Dopo una trentina di anni in cui i capi di abbigliamento venivano importati a prezzi stracciati dal Terzo mondo e si vendevano a prezzi sempre più stracciati che aumentavano meno di tutti gli altri, questa per i lavoratori del ramo americani è un buona notizia.

E’ la caduta del valore del dollaro a livello globale, rispetto alle altre grandi valute di scambio internazionali, che insieme all’aumento dei salari e del costo del lavoro nei paesi più poveri del supersfruttamento – della Cina anzitutto – qui entra in gioco. Qui è l’effetto perverso della globalizzazione che non avrebbe, se regolata, necessariamente dovuto ma di fatto selvaggia come il sistema l’ha imposta ha avuto effetti a somma zero lì – dove ha aumentato un po’ i salari – e qui – dove questa concorrenza al ribasso ha contribuito direttamente e pesantemente a abbassarli in proporzione anche molto di più: pure se restano ovviamente ancora larghe differenze in via, però, ormai, di riduzione. Ma, appunto, di stampo profondamente perverso.

Questo per quel che riguarda lo stato dell’eguaglianza e dell’economia reale oggi negli Stati Uniti.

Dove, a rivendicare il proprio diritto non solo all’impunità ma anche ad esibirla e a dirlo, lor signori e i loro servi, il CdA di JPMorgan, varano impudicamente un congruo aumento dei compensi del presidente e AD, Jamie Dimon che, pure, i tribunali americani hanno già condannato a pagare una ventina di miliardi di $ in multe per aver infranto leggi e regolamenti: ma in ogni caso gli hanno riconosciuto il merito di aver comunque portato profitti alle casse dell’istituto per qualcosa come 17,9 miliardi e, così, gli hanno portato quasi al doppio i compensi del 2012, adesso a una ventina di milioni di $ al netto delle tasse... sempre che poi le pagasse (New York Times, 23.1.2014, J. Silver-Greenberg e S. Craig, Fined Billions, JPMorgan Chase Will Give Dimon a Raise Multata per miliardi, JPMorgan Chase darà un aumento a Dimon http://dealbook.nytimes.com/2014/01/23/fined-billions-bank-approves-raise-for-chief/?_ php=true&_type=blogs&hpw&rref=business&_r=0).

● JPMorgan: troppo grande – dicono... – per fallire   (vignetta)

ECONOMIA AMERICANA

LA PUNTA DELL’ICEBERG   Miliardi di $ illeciti dimostrati

                                                                (manipolazione del LIBOR,                          

                                                 lavaggio di denaro sporco,

                                                                 malversazioni, frodi, ecc., ecc.)

Fonte: Khalil Bendib, 17.1.2014

 

E’ uno scandalo qui, nel quadro globale, piccolo piccolo. Ma nell’apprezzamento del 99% della gente normale che sta perdendo a raffica potere d’acquisto, suscita una ravvia vera e sempre maggiore. Ma non è che, poi, altrove nel mondo avanzato vada poi tanto meglio o, soprattutto, tanto diversamente... Guardate il grafico che qui riproduciamo presentato sempre al vertice di Davos dove sembrano sul serio un po’ masochisti... ma, comunque, non è che, naturalmente, cambino strada...

Quanto diventano più ricchi i già ricchi... dovunque, eh!   (grafico)     Tanto per chiarire... (vignetta)

                                                                                                                                                   DAVOS, World Economic Forum

% di aumento della parte del reddito dell’1% più ricco della popolazione                    Soggetto del dibattito 2014: l’INEGUAGLIANZA 

 (include solo i paesi economicamente e capitalisticamente più avanzati  con dati del 1980 e dopo il 2008)                   Ma chi parla di risolvere il problema?                                                                                                                  

                                                                                                                                                                                                    Noi vogliamo solo inculcarla!

Fonte: F. Alvaredo, A. B. Atkinson, T. Piketty and E. Saez, The                    Fonte: Sunday Times, Zapiro (Jonathan Shapiro), 26.1.2014World                                                                                                                           

Top Incomes Database― Il database dei redditi più alti al mondo, 2013 [in Briefing paper del Comitato contro la fame nel mondo, una delle maggiori ONG che con più di 3.000 organizzazioni partners in 100 paesi del mondo si prefiggono programmaticamente e operativamente di sconfiggere la fame, l’Oxfam [20.1.2014, Working for the Few Al lavoro per pochi: “sono 85 le persone che al mondo detengono tra di loro la metà della ricchezza del pianeta”, certifica e documenta, il Rapporto presentato al vertice di Davos (il supervertice dei ricchi, dei più ricchi del mondo, e dei loro economisti e politici: dove, di tanto in tanto, emergono però molte verità a preoccuparli anche; mai abbastanza, però, da costringerli poi a cambiare) ▬ in http://topincomes.g-mond.parisschoolofeconomics.eu e anche http://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/bp-working-for-few-political-capture-economic-inequality-200114-summ-en.pdf.

Bankitalia (Occasional Papers, n. 148, 2.2014, Il risparmio e la ricchezza degli italiani, Laura Bartiloro e Cristiana Rampazzi ▬ http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef148/QEF_148.pdf) da parte sua certifica e documenta , il 27.1.2014, che  “oggi  il 10% degli italiani possiede il 50% della ricchezza di tutta la nazione”...

●Tra parentesi, sempre da questa amena resort alpina svizzera, a questo vertice di Davos, come segnala il NYT, grande preoccupazione anche per l’invecchiamento medio delle popolazioni quasi dovunque e, soprattutto, per il crescere dell’età dei popoli dell’Asia. Il NYT spiega (New York Times, 21.1.2014, B. Wassener, Asia’s aging population will be a topic at Davos L’invecchiamento delle popolazioni dell’Asia diventa soggetto di discussione a Davos http://www.nytimes.com/2014/01/22/business/international/asias-aging-population-will-be-a-topic-at-davos.html?r=0&gwh=F2B346BA65CD2FE5AD0AB475D4F069 &gwt=pay) che “il fatto è che questo invecchiamento avrà serie implicazioni anche a livello globale. Perché, alla fine, si traduce poi in meno lavoratori disponibili e in salari più alti, facendo crescere il costo delle merci made in Asia. E potrebbe anche tradursi in una crescita meno dinamica in un’area del mondo che si è fatta sempre più importante per tutta l’economia globale”.

Vedete, la gente normale apprezza la crescita perché di regola è convinta – pur consci, come ormai siamo un po’ tanti, della teoria e della pratica necessaria dei limiti― ma altrettanto convinti che la produzione in aumento accresca anche – e non solo potenzialmente se più equamente distribuita – le    condizioni di vita dei più. Che significa, certo, salari più alti traducibili in maggiore reddito pro-capite per i più (e certo un po’ meno, forse, per i meno― l’incubo di lor signori e della giornalista del NYT che ne scrive come se fosse una catastrofe immane).

Il fatto è che un PIL in aumento dovuto solo a un maggior numero di persone non è, in sé, nulla di cui andare poi tanto lieti. Mentre, in un mondo dove il riscaldamento globale è il grande problema montante per il futuro di tutti, tassi di crescita inferiori della popolazione globale sembrerebbero meritevoli di qualche favorevole considerazione. Insomma, a noi il ragionamento pare almeno curioso.

Nel discorso sullo Stato dell’Unione rivolto al Congresso, riunito congiuntamente e in diretta Tv anche al paese la sera del 28.1.2014, il presidente Obama ha solennemente promesso che – se le misure urgenti necessarie a far fronte a una crisi economica che vede in atto una discreta ripresa ma non riesce a trasformarsi in maggiore e migliore occupazione per il boicottaggio che non si ferma a dir no ma le blocca tutte, sistematicamente – lui cambierà tattica. Sulla politica estera, niente di veramente nuovo se non le pompe e circostanze fatte risuonare anche un po’ più squillanti del solito sui temi patriottardici qui sempre al’ordine del giorno ma anche sempre un po’ più consunti: c’è solo la ri-ri-promessa, l’ennesima, di chiudere il carcere di Guantánamo, messo illegittimamente in piedi da Bush oltre dieci anni fa e mantenuto da Obama per tenere in galera ad aeternum i sospetti – mai processati – per questioni presunte di terrorismo...

Invece è sulle politiche interne che c’è una svolta. Obama procederà, come la Costituzione gli consente, emanando decreti esecutivi, decreti-legge, che daranno esecutività alle misure necessarie ed urgenti per prendere di petto con efficacia la disparità economica – il problema dell’ineguaglianza – con una serie di misure limitate, ma molto mirate, su creazione di posti di lavoro, livelli salariali (introdotto, così, l’aumento del salario minimo da $ 7,25 a $ 10,10 – un aumento secco del 30% – ai lavoratori pubblici e a quelli delle imprese che col governo lavorano) e welfare che farà scattare, per decreto, senza approvazione congressuale. Per smuovere le cose: una politica attiva, ma dichiaratamente positiva e non reazionaria a perdere per i lavoratori ma, invece, a migliorare  e volutamente perequativa sul mercato del lavoro.

Si tratta di uno strumento-stratagemma cui hanno fatto ricorso tutti i presidenti, con un numero massimo di decretazioni esecutive ascritto a Ronal Reagan (138 per Obama finora, contro i suoi 213, i 200 di Clinton e 173 di Bush in un periodo uguale di tempo). Ma è una tattica inevitabilmente limitata, ma non per questo meno necessaria, per la platea ristretta cui necessariamente si rivolge e il tempo ristretto che alla fine può durare (New York Times, 28.1.2014, P. Baker, In State of the Union Address, Obama Vows to Act Alone on the Economy Nel messaggio sullo Stato dell’Unione, Obama si impegna ad agire da sé sull’economia http://www.nytimes.com/2014/01/29/us/politics/obama-state-of-the-union.html).

Il 20 dicembre, a Ginevra,  sono ripresi a porte chiuse i negoziati tra l’Iran e le 6 potenze (i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e P5+ 1, la Germania) designate dall’ONU a cercare l’accordo per arrivare, insieme, alla riduzione concordata del programma nucleare di Teheran e l’ammorbidimento delle sanzioni contro l’Iran (Stratfor, 30.12.2013, Iran World Powers Resume Talks L’Iran e le potenze mondiali riprendono i loro colloqui http://www.stratfor.com/situation-report/iran-world-powers-resume-talks).

E adesso – a prescindere dall’impasse che paralizza per la pressione israeliana e dei suoi fautori in America ogni passo avanti sugli altri dossiers aperti fra i due paesi – e anche se l’ayatollah Khamenei torna a condannare pubblicamente l’ipocrisia degli americani, una portavoce del ministero degli Esteri iraniano annuncia che dal livello degli esperti l’incontro dei P5 + 1 con la rappresentanza di Teheran potrebbe essere aumentato al livello di vice ministri degli Esteri.

E, in effetti, per lavorare sull’agenda concordata e i tempi di implementazione dell’accordo di principio raggiunto a Ginevra su nucleare e sanzioni a fine novembre, il vice ministro degli Esteri Abbas Araqchi si incontrerà con la vice segretaria per gli Affari politici Helga Schmid, vice della responsabile internazionale della Commissione, Lady Ashton (Yahoo News!, 7.1.2014, Iran, EU to meet on Thursday on nuclear deal― Iran e UE si incontrano giovedì prossimo sull’accordo relativo al nucleare ▬ http://news.yahoo. com/iran-eu-meet-thursday-nuclear-deal-irna-report-080649524.html).

●Il 10, improvvisamente, da parte iraniana annunciano che i negoziati di Ginevra col gruppo dei 5 + 1 hanno risolto tutti i problemi in sospeso su come arrivare a un accordo finale dopo quello ad interim già raggiunto a novembre che interromperebbe temporaneamente alcune delle attività di ricerca e di produzione nucleare in Iran in cambio della cancellazione di miliardi di dollari di sanzioni contro l’Iran. Naturalmente il negoziatore iraniano, Araqchi, ha spiegato che l’accordo dipende alla fine dall’approvazione dei governi coinvolti, il suo e tutti quelli del P5 + 1.

La scadenza entro cui l’approvazione finale dovrebbe venire raggiunta sarebbe il 20 gennaio. Araqchi, non resiste alla tentazione di mettersi a sfiorare con le dita l’occhio già qualche po’ irritato e sensibile degli americani, sembrando augurarsi che non si producano ora “influenze esterne” su altri partecipanti al negoziato (non nomina Israele, ma è a essa che pensa) per imbrigliare, o impedire, l’approvazione di questo accordo cruciale...

La signora Schmid sostanzialmente conferma― sottolineando anche lei soprattutto la necessità dell’approvazione politica finale: che è, però, cosa ovviamente ovvia (New York Times, 10.1.2014, R. Gladstone, Iran Says All Outstanding Issues Resolved Over Implementing Nuclear Accord L’Iran afferma che tutte le questioni in sospeso per l’implementazione dell’accordo sul nucleare [ma anche nei titoli è necessario ricordare  he xsi tratta anche della sospensione delle sanzioni] sono state risolte http://www.nytimes.com/2014/01/11/world/middleeast/iran-nuclear-negotiations.html?hpw&rref=world).

Infine, è di persona proprio Obama a confermare che c’è l’accordo: “a partire dal 20 gennaio – recita una sua dichiarazione di domenica 12 – l’Iran per la prima volta comincerà a eliminare il suo magazzino di uranio maggiormente arricchito e a smantellare alcune delle sue infrastrutture che rendono possibile proprio l’arricchimento... non installerà né avvierà altre centrifughe o ne userà di quelle installate di nuova generazione”.

Ma, al solito, anche lui tende a sminuire la contropartita dell’allentamento delle sanzioni cui ha dovuto consentire... (come e con – “per non restare isolato” dice il NYT – gli  altri P5 presenti oltre alla UE) con un “modesto allentamento”, come lo chiama, delle sanzioni e che, del tutto ufficiosamente, la Casa Bianca calcola nell’ordine dei 6-7 miliardi almeno di $ (1. White House, 12.1.2014, Dichiarazione del presidente Obama sull’implementazione del primo accordo sul programma nucleare della Repubblica islamica dell’Iran http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/01/12/statement-president-implementation-first-step-agreement-islamic-republic; 2. New York Times, 12.1.2014, M.R. Gordon e T. Edbrink, Iran Nuclear Deal to Take Effect Jan.20L’accordo nucleare con l’Iran entrerà in funzione il 20 gennaio http://www.nytimes.com/2014/01/13/world/middleeast/iran-nuclear-deal.html?_r=1).

La prima tranche dei quali, specifica l’accordo e dice un funzionario americano di quelli che hanno seguito i lavori, è prevista sbloccarsi il 1° febbraio per 550 milioni di $ sui 4,2 miliardi che saranno, in questa fase, sbloccati dalla morsa delle sanzioni. Il tutto dovrebbe tornare a disposizione del governo iraniano, viene comunicato, entro sei mesi. Intanto, viene anche svelato che la Turchia sta sistematicamente vendendo alla Banca centrale di Teheran, contro pagamento diretto in lire, la sua stessa moneta, forti quantità d’oro in “violazione” delle sanzioni americane che ormai fanno un po’ acqua da molte parti  (The Jakarta Globe, 13.1.2014, Nuclear and other deals to take effect on January 20 Gli accordi, nucleare e altri entrano in vigore il 20 gennaio  ▬ http://www.thejakartaglobe.com/international/iran-nuclear-deal-to-take-effect-on-january-20).

Puntualizza subito il capo dell’Agenzia nucleare iraniana, Ali Akbar Salehi – dando atto a Obama del fatto che sta saggiamente contrastando le tentazioni e le provocazioni, come le chiama, dei suoi falchi e falchetti – tornerà necessariamente ad arricchire il suo uranio oltre il 60% come gli impone il Majilis con una mozione “esecutiva” votata il 13 gennaio da 218 parlamentari, se dovessero (gli americani, in buona sostanza) tornare ad imporre nuove sanzioni al paese: con qualsiasi scusa o pretesto che, magari, il parlamento americano inventasse.

Insomma, state attenti che ognuno ha i suoi falchi i quali si annidano, in genere, proprio tra i populisti e i guerrafondai acquattati tanto al Congresso – e neanche solo tra i repubblicani, poi – (New  York Times, 13.1.2014, M. Landler e J. Weisman, Obama Fights a Push to Add Iran Sanctions― Obama combatte la spinta ad aggiungere sanzioni contro l’Iran http://www.nytimes.com/2014/01/14/world/middleeast/obama-fights-a-push-to-add-iran-sanctions.html?_r=0) come al Majilis (Tasnim News Agency/Teheran, 11.1.2014, Iran to produce 60% enriched uranium, if... L’Iran produrrà uranio arricchito al 60%, se... http://www.tasnimnews.com/English/ Home/Single/246192).

Sembra in definitiva che a Teheran, e forse per il momento anche a Washington, questo round nello scontro di potere interno tra i due poteri esecutivi, che fanno i conti con le realtà irriducibili dei rapporti reali di forza – il casino disperante del mondo arabo, la stabilità, a modo suo, dell’Iran, la credibilità in ascesa di russi e cinesi rispetto a quella in calo relativo degli american e/o l’irrilevanza assoluta dell’Unione europea... – non fatti solo di truppe e di missili ma anche della capacità effettiva di farsi ascoltare nel mondo: che non è rimasta neanche lontanamente quella che era con la presidenza di Ahmadinejad... – aderendo alle cose molto più e molto meglio dei risonanti e rimbombanti e retorici augh! di tanti congressisti, dell’una e dell’altra parte.

L’AIEA, l’Agenzia atomica internazionale per l’energia nucleare che fa capo all’ONU, ancora di pacifica e scontata obbedienza statunitense malgrado la sua natura per definizione universale, ha dichiarato in un rapporto trasmesso agli Stati membri che l’Iran ha effettivamente “cessato di arricchire il suo uranio sopra il livello del 5%” di “purezza fissile” nei suoi rettori nucleari di Natanz e di Fordo. Il rapporto specifica anche che l’Iran sta anche convertendo il suo magazzino di uranio mediamente arricchito – ma sempre molto al di sotto della soglia critica per fare bombe del 90 e oltre per cento in una forma “diluita” di ossido d’uranio.

E mette inoltre in rilievo che l’Iran non sta procedendo con nessuna lavorazione delle sue attività” nei suoi reattori nucleari in funzione né nel reattore ad acqua pesante in costruzione ad Arak: tutto scrupolosamente secondo gli impegni assunti nell’accordo appena confermato e già nel preaccordo di fine novembre 2013 coi 5 + 1. Teheran prosegue, invece, la costruzione di un impianto per la conversione di uranio ma sempre al basso livello di arricchimento necessario a garantirsi, e a garantire anche alla AIEA, che l’Iran mantiene il livello di padronanza e utilizzo di tecnologia nucleare che per i prossimi sei mesi – come da accordi – non sia in grado di crescere.

Questo – attesta l’Agenzia di controllo― e con estrema precisione: al giorno, all’ora e al minuto degli impegni concordati. La AIEA non lo dice, ma niente di tutto questo significa che l’Iran si prepari a smantellare il suo programma di sviluppo atomico (IAEA/AIEA , 20.1.2014, Head Reports Status of Iran's Nuclear Programme, Testo della relazione trasmessa dal segretario generale Yukiya Amano al CdA dell’Agenzia ▬ http://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/2014/prn201402.html).

E’ esattamente il contrario: Stati Uniti, e dunque occidente, hanno accettato – e adesso anche sottoscritto – di non poter fare proprio niente per contrastarlo ma devono, anzi adattarsi in qualche nodo a “pagare” per strappargli qualche limitata interruzione del programma che esso si è dato. Israele no, o almeno Israele – o, piuttosto, il suo capataz, Nehanyahu – insiste a dire di non accettarlo. Ma, per farlo dovrebbe fare davvero la guerra all’Iran e, accortamente, non osa, neanche Israele. Come in definitiva è “giusto” che sia se in diritto internazionale ogni paese ha gli stessi poteri e gli stessi doveri di qualsiasi altro.

Riprenderanno il 19 febbraio prossimo a New York, al palazzo di Vetro, ha reso noto una fonte vicina ai negoziatori, i colloqui tra Iran e P5 +1 sull’allargamento dell’intesa già in atto sul nucleare iraniano e sul superamento delle sanzioni americane e altre con le delegazioni rispettivamente guidate dal ministro degli Esteri, Javad Zarif, e dalla rappresentante per la stessa materia della UE, Catherine Ashton (Al Alam/TV/Teheran, 27.1.2014, Iran, P5 + 1 to resume Riprenderanno i colloqui tra Iran e P5 + 1 http://en.alalam.ir/News/1559833).

Nel frattempo, avanza con prudenza il disgelo tra Iran e Turchia il paese di confine che la guerra civile ha coinvolto di forza nella tragedia siriana e che ha deciso ormai di essersi forse troppo sbilanciato contro Assad, trovandosi poi esposta al contrario di chi, come gli americani, istiga e sprona ma da diecimila Km. di distanza, e ore frena. La Turchia segue da vicino, anche se non è nel gruppo dei negoziatori, gli sviluppi a Ginevra su nucleare e sanzioni e segue anche, e ancor più da vicino il Ginevra II sulla Siria: dove Teheran non è al tavolo, ma proprio la sua assenza anche per i turchi pesa enormemente di più di tante presenze, del tutto irrilevanti; però Istanbul c’è e conta.

Adesso, i due governi (con pressioni interne assai forti in Turchia: Stratfor – Global Intelligence, 14.10.2013, In Turkey, an Inevitable Shift in Foreign Policy In Turchia, uno spostamento inevitabile di politica estera http://www. stratfor.com/analysis/turkey-inevitable-shift-foreign-policy) hanno firmato, col primo ministro Erdoğan e il presidente Rouhani, di creare un Consiglio supremo di cooperazione politica: per ora, è vero, non meglio specificata, ma formata da membri dei due governi nazionali su temi di ordine economico, politico e anche culturale, dice (Tasnim News Agency/Teheran, 29.1.2014, Teheran and Ankara share news on major regional issues: Rohuani Rouhani: Teheran e Ankara condividono [titolo ambiguo, però: in inglese share significa questo, in effetti; ma anche semplicemente ‘scambiano’) opinioni sulle principali questioni regionalihttp://www.tasnim news.com/English/Home/Single/264338).

Nel Kurdistan autonomo iracheno, dopo l’accordo come dire ancora improprio raggiunto con Istanbul, comincia a fluire a inizio gennaio il greggio dell’area di produzione settentrionale fino all’hub di esportazione turco di Ceyhan. Lo rende noto il ministro turco dell’Energia, Taner Yildiz che aggiunge di contare di poterne cominciare la spedizione nel suo paese per la fine del mese, dopo l’attesa – ma non affatto scontata – approvazione del marchingegno proposto dai turchi anche da parte di Bagdad (1. Stratfor – Global Intelligence, 10.12.2013, Reva Bhalla, Letter from Kurdistan http://www. stratfor.com/weekly/letter-kurdistan; 2. Hürriyet/Istanbul, Agenzia Anadolu, 5.1.2014, KRG oil revenues to cumulate in US bank― Il reddito del petrolio del governo regionale curdo sarà messo da parte in una banca americana http://www.hurriyetdailynews.com/krg-oil-revenues-to-cumulate-in-us-bank.aspx?pageID=238&nID=60295& Ne wsCatID=348).

Intanto, nel territorio vero e proprio della Repubblica di Iraq, ormai sotto il regime pressoché mono-sci’ita del governo consegnato a al-Maliki dall’insipienza degli americani oltre che dalla sua abilità e da quella dei suoi sponsors iraniani, i ribelli sunniti soprattutto arrivati da fuori sotto le  bandiere di al-Qaeda sembrabnio ave preso il controllo di larga parte della provincia di Anbar, dopo aver conquistato con un lavoro di assiduo e micidiale cecchinaggio e attacchi coordinati di razzi terra-terra il controllo quasi completo della città di Falluja e aver catturato la città strategica di Karma, a metà tra Falluja e Ramadi. E le truppe regolari governative, con le milizie sci’ite che con loro si battono, sembrano incapaci di resistere alla loro avanzata.

Ma ormai l’insurrezione sunnita su larga scala, non più quella degli eredi del Ba’ath di Saddam ormai quasi scomparsi ma dei jihadisti irriducibili di stampo al-Qaedista, sta riportando il paese ai tempi della grande insurrezione del 2007: neanche allora, in effetti, erano state contate ben 70 esplosioni di auto nell’arco di un anno e un migliaio di morti di conseguenza. Con la differenza che ormai gli americani non ci sono più, le loro armi e la loro strapotenza tecnologica sono fuori portata e sicuramente –  a Washington hanno subito tenuto e dovuto confermarlo – non tornano. Ma è stata anche e proprio l’ottusità della repressione antisunnita scatenata dal governo al-Maliki a seminare una fiorente coltura di ribellione ormai favorevole, apertamente, al fondamentalismo di al-Qaeda.

Non sono poi tanti, forse, i sunniti iracheni simpatizzanti dei militanti estremisti ma è almeno altrettanta ormai la loro riluttanza a dare una mano ai governativi, anche solo fornendo le informazioni di cui avrebbero disperato bisogno per dare loro la caccia e migliorare la situazione di sicurezza sul territorio (New York Times, 4.1.2014, Yasir Ghazi e Tim Arango, Qaeda-Linked Militants in Iraq Secure Nearly Full Control of Falluja In Iraq, i miliziani legati a al-Qaeda si prendono il controllo quasi completo di Falluja http://www.nytimes.com/2014/01/05/world/middleeast/shelling-in-iraqi-city-held-by-qaeda-linked-militan ts-kills-at-least-8.html?_r=0).

Intanto, per ora, dice un portavoce del governo a Bagdad, mentendo per la gola e citando le preoccupazioni per la sicurezza della popolazione civile – come se mai a qualcuno qui, di ogni parte, gliene fosse mai fregato niente della sicurezza dei civili!, se non forse dei propri familiari e famigli – non ci sarà un tentativo immediato di riprendersi subito Falluja. Attacchi aerei dell’aviazione governativa a Ramadi hanno fatto alcune decine di morti tra i miliziani dell’ISIL senza però riuscire ad espellerli mentre vanno proseguendo gli scontri in tutta la turbolenta provincia di Anbar, Falluja compresa.

Dalla quale città, comunque, risulta che i miliziani jihadisti dell’ISIL, che stanno subendo pesantissime perdite anche sul fronte siriano (Stratfor – Global Intelligence, 6.1.2014, In Syria, a Bleak Future for an al Qaeda Front Group― In Siria, futuro duro per un fronte della galassia al-Qaedista ▬ http://www.stratfor.com/analysis/syria-bleak-future-al-qaeda-front-group) abbiano cominciato a ritirarsi verso le periferie non certo decidendo di andarsene ma riducendo una pressione che altrimenti non sono in grado di sostenere costante su due fronti contemporaneamente (Russian News, 8.1.2014, The authorities of Iraq postponed capture of Fallujah after the unsuccessful military operation, militants partially withdraw Le autorità irachene rimandando la cattura di Falluja dopo l’offensiva militare non riuscita, i miliziani si ritiranohttp://rupaper. com/post/15721).

La conclusione che già appare possibile trarre dagli ultimi sviluppi in corso in Iraq, è che gli scontri ad Anbar non sono certo in grado di abbattere il regime di Bagdad. La campagna in corso è stata rivendicata subito, comunque, dal Consiglio militare dei rivoluzionari di Anbar (MCAR), un  gruppo armato sunnita che da dicembre firma la maggior parte delle operazioni insurrezionali nella provincia. Non è facile determinare statura e capacità effettive del gruppo. Ma esso sembra in ogni caso indicare un più alto grado di organizzazione, e di capacità effettiva di comando e controllo, delle tribù di militanti sunniti non-jihadisti. Un’operatività più elevata alta di quanto si sapesse finora.

Si diceva che, comunque, non sembra in grado di cominciare a frantumare, oggi, l’Iraq, solo il fatto che le tribù sunnite aggiungono il loro peso a quello dei jihadisti già in campo. Il ritiro graduale dell’ISIL dal centro delle città sta anche a indicare che hanno coscienza di non riuscire a tenere stabilmente il territorio contro le truppe meglio armate e meglio equipaggiate del regime che hanno anche a disposizione un’intelligence comunque non altrettanto adeguata.

La loro vera forza è lo scontento e la rabbia contro la politica centrale di un governo che ha sottratto ogni potere e influenza politica alla loro fazione, quella che con Saddam aveva dominato per decenni. Il fatto è che, proprio come era stato col vecchio rais, la nozione stessa di inclusione di tutte le etnie e le fazioni non fa parte della concezione irachena di governance, di governo della maggioranza e di democrazia. Sembra essere cominciata, al dunque, o stare per cominciare il secondo tempo della guerra civile irachena. In Iraq, sci’iti e sunniti si stanno distruggendo di nuovo, ora che americani e “crociati” vari non sono più tra i piedi e non occupano più i luoghi sacri dell’Islam.

Siamo in un’involuzione tragica e fratricida parallela a quella in corso in Siria, dove però allo scontro secolare tra le due branche dell’Islam si aggiunge qui quello più nuovo, e almeno altrettanto feroce, tra arabi pure tutti sunniti e tutti anti-Assad. Si potrà, ma forse ci vorranno altre migliaia di morti, tentare di uscirne negoziando per gli arabi sunniti della provincia di Anbar un’altra autonomia regionale sul modello di quella del Kurdistan curdo. Insomma, tentando di ristrutturare su basi federali quello che gli americani hanno cercato di tenere in piedi come Stato unitario. Altrimenti, non ci sarà più, o non ci sarà mai, pace in Iraq visto che gli Stati del Golfo, dagli emirati all’Arabia saudita, finanziano le sollevazioni sunnite nella provincia di Anbar e nelle altre aree più sunnite dell’Iraq non vogliono comunque mai la pace in Iraq...

Ma in definitiva anche qui, nell’Iraq che alla fine si sono finalmente – secondo molti, non tutti –  decisi ad abbandonare, gli Stati Uniti forse proprio come sono e saranno “costretti” dalla propria insipienza saranno costretti a fare come in Egitto: a cooperare, vendere armi pesanti a al-Maliki e dargli magari un riluttante sostegno politico per l’inesorabile e vendicativa legge delle conseguenze impreviste delle loro scelte drammaticamente sbagliate e finite in coda di pesce che tanto spesso informano un po’ tutta la loro visione strategica, piegandola a convenienze tattiche piccole piccole.

In Egitto, pur sapendo che sono stati i militari a causare la nuova guerra civile: e qui, anche a fronte della loro totale avversione alla governance settariamente piegata solo agli interessi sci’iti di al-Malilk, perché – forse e, forse, senza forse – il governo dei ribelli jijhadisti sunniti, certo molto più di un governo della Fratellanza in Egitto, sarebbe anche peggio.

E, tornando all’Iraq, proprio a metà mese in un solo giorno in due città, a Bagdad e a Baquba, una serie di almeno una decina di esplosioni sapientemente coordinate in quartieri residenziali a maggioranza sci’ita ha ammazzato 59 persone, ferendone anche assai gravemente più di altre 100 (Al Arabiya News, 15.1.2014, Bomb attacks kill at least 59, Bagdad and Baquba Attacchi alla bomba ammazzano almeno 59 persone a Bagdad e Baqubahttp://english.alarabiya. net/en/News/middle-east/2014/01/15/Iraqi-police-Bomb-attacks-kill-52-in-Baghdad-and-Baquba-.html).

La conclusione è che – se dopo anni e anni di preparazione, addestramento e riarmo americano delle forze armate regolari irachene, questo esercito ormai sostanzialmente sci’ita non è in grado di prevalere, e neanche di contenere, lo scontro interno coi ribelli – l’esercito della Repubblica dell’Iraq non sarebbe mai in grado di resistere se la sovranità del paese venisse messa in questione da un attacco esterno. Che a suo modo, poi, dice molto anche sulle capacità e l’efficacia anchefa addestramento  professionale, no?, di chi invade, occupa un paese e, per quindici anni poi (quindici!), ne addestra in questo modo le truppe.

Anche nel sud dell’Iraq, oltre che a nord nel Kurdistan, c’è tantissimo petrolio sotto la sabbia. E il governo centrale a Bagdad sta progettando di triplicare le capacità di pompaggio del greggio, rimasto inutilizzabile per quasi un ventennio per le guerre di e contro Saddam e poi la guerra civile,  entro il 2020. Lo dice Hussain al-Shahristani, vice primo ministro incaricato del dossier energetico. British Petroleum e Royal Shell gestiscono due vasti giacimenti nel sud del paese che saranno la chiave per arrivare al risultato voluto. Forse...

L’ambizione dichiarata da Shahristani è quella di costituire insieme all’Iran, col quale Bagdad lavora, un contrappeso che potrebbe anche essere in grado di sfidare ambiziosamente all’interno dell’OPEC quella che resta ancora l’egemonia, già un po’ più traballante però, dell’Arabia saudita. E non occorre precisare che Riyād si oporrà con tutti i mezzi economici, commerciali e politici che ha al disegno dei due paesi sci’iti (Iraq-Business News/Bagdad, 29.1.2014, J. Lee, Iraq,Iran Plot Oil Revolution, Challenge Saudi Iraq e Iran progettano una rivoluzione in campo petrolifero per sfidare l’Arabia saudita http://www.iraq-businessnews.com/2014/01/29/iraq-iran-plot-oil-revolution-challenge-saudi).

E’ già noto, del resto, in tutti gli ambienti petroliferi del mondo e a tutti i governi che, in previsione di una prossima caduta delle sanzioni contro il greggio iraniano, le grandi compagnie private ma anche statali e semi-statali del mondo (americane per prime, inglesi, ma anche ENI, Rosneft, Gazprom e la cinese CNPC),stann facendo la fila a Tehean e a Bagdad per contrattare concessioni di esplorazione e di sfruttamento dei giacimenti di greggio da molto tempo sottosfruttati.

In Pakistan il maresciallo e ex presidente golpista Pervez Musharraf, in quiescenza e sotto processo per alto tradimento, facendo suo il vecchio copione di Hosni Mubarak e di Silvio Berlusconi, si dà ancora una volta malato – problemi di cuore stavolta – e viene accolto all’ospedale militare di Rawalpindi sfuggendo così all’obbligo di presentarsi alla sbarra dell’Alta Corte che avrebbe dovuto giudicarlo prima l’1 e poi il 2 gennaio. Il cui presidente è uno dei pochissimi giudici costituzionali che nel 1999 rifiutarono di prestargli giuramento dopo il golpe e che lui – sempre copiando l’agenda sunnominata – ha provato a ricusare: nel caso di Silvio senza successo alcuno, nel caso di Mubarak sì, grazie al nuovo golpe di El Sisi.

Ma, anche se la Corte continua a rimandare l’apertura del processo, a chiedere ulteriori accertamenti medici,  tergiversare non sarà ripetibile a lungo... Anche se adesso, c’è chi parla con insistenza di un impianto di by-pass che potrebbe – forse – dovergli essere impiantato – e ti pare! – all’estero (The Dawn/Islamabad, 3.1.2013, Malik Asad, Musharraf skips treason trial― again! Musharraf sfugge al processo per tradimento― ancora! http://www.dawn.com/news/1078069/musharraf-skips-treason-trial-again).

Insomma, questo potrebbe diventare davvero il biglietto di uscita dal Pakistan del maresciallo per un ospedale all’estero, meglio se a Dubai dove ha vissuto opulentemente e a lungo in esilio e dove sicuramente potrebbe avere una ripresa quasi miracolosa. Non gli è stato ancora restituito il passaporto, sicuro, ma per i servizi segreti militari che lui stesso ha creato due decenni orsono questo non sarebbe certo un ostacolo...

Ormai è chiaro che tutti, lui compreso, vorrebbero forse liberarsi della sua ingombrante presenza. Ma lui non vuole andarsene se non come uomo libero. Comunque, non di straforo, su un volo militare magari segreto... ma con un volo privato o, meglio, un volo di linea della compagnia aerea nazionale. Che se ne andasse farebbe comodo a tutti, se non altro per garantire un po’ della stabilità necessaria al paese alla vigilia dell’uscita completa americana dall’Afganistan e sotto le pressanti velleità che le sue Forze armate continuano a nutrire nei confronti del Kashmir indiano... Insomma, la ragion di Stato, non certo il rispetto della giustizia e della legge, imporrà probabilmente di lasciar partire impunito per gli anni che gli restano ancora da vivere l’ex dittatore-maresciallo Pervez Musharraf. 

Il governo dell’Afganistan, da parte sua, contro il parere e le disposizioni date dagli americani, ha deciso la liberazione di una settantina di prigionieri di guerra talebani detenuti – senza accuse precise se non di avere partecipato alla guerra, facendo anche non pochi morti tra loro – in campi di concentramento di tipo Guantanamo, come la base aerea di Bagram a 60 Km. a nord-ovest di Kabul. La commissione di revisione afgana ha sentenziato che non esistono prove, indizi o elementi sufficienti a prolungarne la detenzione senza diritto alcuno fino a guerra finita o, meglio, fin quando loro, gli americani, decidano di dichiararla finita (New York Times, 9.1.2014, M. Rosenberg, Karzai Orders Release of Prisoners in Defiance of U.S. Sfidando gli USA, Karzai ordina il rilascio di [talebani]prigionieri   http://www.nytimes.com/2014/01/10/world/asia/afghanistan-to-free-prisoners.html?hp&_r=0&gwh=66D9A393DB3 A34978ACEF15B3B3374EF&gwt=pay).

E si acuisce lo scontro in atto tra il presidente afgano, alla disperata ricerca di una qualche intesa coi talebani ormai vincitori, se non altro per sfuggire a termine al capestro e al linciaggio, e gli americani costretti, ormai, e rassegnati ad andarsene: ma non lo vogliono fare alle condizioni – coda tra le gambe – che a loro impone l’aver perso la guerra. Il presidente Karzai in ogni caso dice apertamente di “sospettare” che gli USA stiano dietro a diversi degli incidenti di tipo insurrezionale che in questa fase tentano di minare la tenuta del suo governo. Dice anche di non averne prove concrete ma cita a sostegno gli indizi “evidenti” raccolti dalle autorità forensi della città dopo l’attacco che una decina di giorni prima, a Kabul, ha distrutto (vedi qui, subito sotto) con diversi morti un ristorante libanese (World News, NBC News, 29.1.2014, (video) U.S.-NATO behind insecurity in Afganistan, Karzai says Dietro l’insicurezza in Afganistan ci sono, dice Karzai, gli USA e la NATO http://worldnews.nbcnews.com/_news/2012/12/06/15717342-exclusive-us-nato-behind-insecurity-in-afghanistan-karzai-says?lite).

Il fatto cui Karzai fa esplicito riferimento è che, in rappresaglia a un attacco americano di droni che ha fatto un’altra decina di morti tra i suoi militanti – stavolta, pare, con pochi “danni collaterali” tra i civili – è stat o portato a termine un attentato suicida specificamente mirato, a Kabul, a un ristorante frequentato dagli stranieri nella zona superprotetta della città (cinque anni fa, andando a pranzo con una missione di aiuti italiana alla Taverna libanese, subimmo ben quattro perquisizioni personali prima di riuscire ad entrare: il “martire” imbottito di dinamite è, invece, passato... se non fosse finito come è finito, verrebbe da dire, impunemente) ha ammazzato più di una ventina di persone, quasi tutte stranieri.

Funzionari di missioni internazionali e diplomatiche – il capo della missione del Fondo monetario a Kabul, tra di loro – canadesi, britannici e americani... I talebani, del resto, sono sempre stati credenti convinti e praticanti, anche e, si capisce, come moltissimi altri nel mondo, della dottrina e della pratica del dente per dente (Guardian, 18.1.2014, Mokhtar Amiri, Taliban suicide attacker kills at least 21 at Kabul restaurant Attacco suicida dei talebani uccide almeno 21 persone in un ristorante di Kabul http://www.theguardian.com/world/2014/jan/17/taliban-suicide-attack-kabul-restaurant).

●Obama – senza nei fatti rinunciare a nessuno dei poteri imperiali che s’era preso, ereditandoli, in buona parte ma anche moltiplicandoli, dopo averli esecrati perché assolutamente illegali come senatore e come candidato alla presidenza – ha “circoscritto” ma solo nominalmente e a suo modo il diritto che hanno i suoi agenti più o meno segreti (NSA, CIA, ma anche per l’interno, ad esempio,  l’FBI) di immischiarsi nei fatti e nelle cose degli altri. D’ora in poi, per esempio, non si potranno più intercettare conversazioni e messaggi di cittadini americani se non dopo autorizzazione di un tribunale ― però..., di un tribunale segreto che non renderà conto a nessuno se non allo stesso potere esecutivo: cioè, lui. E – sempre ad esempio – “saranno severamente ristretti i poteri di origliare sui leaders stranieri alleati, come quelli che denunciati da Edward Snowden, hanno causato la tempesta diplomatica con la Germania di Merkel”...

E nessuno si mette a ridere, o osa tanto meno poi spernacchiarlo, quando se ne esce – come dire, ipocritamente? – subito prima di invocare il rituale,e perciò del tutto vuoto, “Dio vi benedica tutti” su chi lo ascolta in diretta, e mentre riafferma il diritto e la volontà di continuare a violare la libertà individuale di chiunque lui voglia, a ricordare che “la libertà individuale è la fronte di ogni progresso umkano” e che “sono questi i valori che fano di noi qul che siano”.

Già…

    (1. New York Times, 17.1.2014, M. Landler e P. Baker, Obama Call for Overhaul of NSA’s Phone Data Collection Program Obama vuole una revisione del programma di raccolta dati telefonici della NSA http://www.nytimes.com/ 2014/ 01/18/us/politics/obama-to-balance-privacy-and-security-concerns-in-speech-on-surveillance-aides-say.html?_r=0 [insomma, chiede – e poi bisogna vedere... – di “rivederlo”, non di “limitarlo” formalmente – deciderà  sempre lui e l’NSA per lui come e quando: e con chi – non di cancellarlo!]; 2. White House, 17.1.2014, Remarks by the President on Review of Signals Intelligence― Dichiarazioni del presidente sulla revisione delle intercettazioni elettronichehttp://www. whitehouse.gov/the-press-office/2014/01/17/remarks-president-review-signals-intelligence).

E quella manica di sepolcri imbiancati che siedono alla Commissione europea, la stessa Commissaria Viviane Reding che pure aveva spanto fuoco e fiamme se a Washington non la piantavano e non chiedevano anche scusa per quel che avevano fatto di male, dice invece – che fa parlare adesso, un po’ pusillanime certo, solo la sua portavoce – dichiara, in pratica rimangiandosi tutto, di “apprezzare” e dare il “benvenuto”,  a queste false misure di riforma che in precedenza lei stessa aveva detto essere “del tutto inadeguate (europa.eu/Press releases database, 17.1.2014, Statement by European Commission Spokeswoman on U.S. President Obama's remarks on the review of U.S. intelligence programmes― Dichiarazione della portavoce della Commissione europea sulla presa di posizione del presidente Obama relativa alla revisione dei programmi di spionaggio degli USA ▬ http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO -14-30_en.htm?locale=en).

● Chi controlla, oggi, la Siria: in equilibrio sempre instabile, ma sempre a favore di Assad   GERMANIA

L’economia tedesca è cresciuta appena dello 0,4% nel 2013, secondo le prime stime: la peggiore performance, in assoluto, dall’inizio della crisi. Un fattore rilevante è stata la fragilità – relativa – del’export. La previsione di crescita del PIL, adesso, secondo il Tesoro di Berlino, di cui però anche qui sono ormai molti di meno a fidarsi, è che nel 2014 il PIL crescerà intorno al 2%  (The Economist, 17.1.2014).

Insistono, sul NYT, a mettere in evidenza la differenza tra Germania e Francia, come esempi il primo da imitare e il secondo, si capisce, da rifuggire. La differenza – sottolineano (New York Times, 22.1.2014, R. Cohen, French Couples Coppie francesi http://www.nytimes.com/2014/01/24/opinion/cohen-french-couples.html?hp&rref=opinion) – è che in Germania la sinistra di Schröeder fece le riforme di struttur tagliando duramente  welfare e diritti del lavoro e così ha – avrebbe – rilanciato l’economia. Mentre la Francia di Mitterrand ma anche dei suoi successori di destra non lo ha fatto. Ecco: “è tutto lì: la Germania è la Germania e la Francia è la Francia”.

Solo che non è proprio così: per la crescita del PIL: la differenza, su un periodo di una dozzina di anni, dal 2002 al 2014, in pratica è dello 0,2% in media annua su undici anni: niente di straordinario, niente di eccezionale...

Sì, la ricetta tedesca per l’occupazione ha funzionato: ma non era affatto quella dei liberisti...   (grafico)

                                               PIL in Germania  (DEURGDPQDSNAQ)

                                               PIL in Francia      (FRARGDPQDSNAQ)

Fonte: Fed Reserve Bank of , St. Louis, Mi. (USA) Research Pubs. ▬Germania       ▬ Francia  2002,1° TRIM:= 100

Niente affatto irrilevante invece – il doppio in percentuale! (i dati più recenti: cfr. OCDE/OCSE, Key Short Term Economic Indicators – Harmonized Unemployment Rate― Indicatori economici – Tasso di disoccupazione Germania e Francia ▬ http://stats.oecd.org/index.aspx?queryid=21760) – è che in Germania il tasso di disoccupazione sia al 5,2% e in Francia è al 10,8.

Ma non per sono le riforme strutturali del lavoro del primo paese a spiegarlo: perché non sono state affatto quelle volute da lor signori, ma altre e proprio di segno contrario a quelle liberiste prescritte. Quelle che davvero hanno fatto e applicato sono state connotate dall’uso aggressivo delle spartizione del lavoro senza riduzioni del salario e di una serie di altre misure tutte mirate a tenere i dipendenti occupati e a non licenziarli anche con la riduzione dell’orario di lavoro.

Insomma, se la Francia avesse davvero imitato la Germania, avrebbe guardato con molta maggiore insistenza e perseveranza alla riduzione d’orario, concordata contrattata e sostenuta da un impegno pubblico oltre che contrattualmente puntellato: esattamente il contrario di quello che i liberisti (da noi gli Ichino, i Tiraboschi, in misura più moderata anche i Treu) prevedono―  il mercato selvaggio dove, al dunque, dall’Electrolux alla FIAT, sempre e dovunque conta e decide solo il padrone.

FRANCIA

Scrive Krugman (New York Times, 16.1.2014, P. Krugman, Scandal in France http://www.nytimes.com/2014/ 01/17/opinion/krugman-scandal-in-france.html) parlando anche lui di scandalo all’Eliseo, che – lui –   naturalmente non parla della rivelazione del presunto affaire del presidente Hollande con un’attrice “che, anche se vero – spiega – non  sorprende né proprio disturba nessuno (dopotutto, questa è la Francia, no?). Quel che è davvero scioccante è che è l’abbraccio che dà calorosamente a dottrine del tutto screditate, ormai, della destra economica.

    Perché Hollande, nell’annunciare la sua intenzione di ridurre le tasse sugli affari e tagliare al contempo non specificate spese per equilibrare i costi, ha dichiarato che è chiaro, ‘è sull’offerta che bisogna agire’ perché ‘è l’offerta che nei fatti poi crea la domanda(Conférence de presse, 14.1.2014, reproduit dans lePoint, Le président "social-démocrate" bouscule [strattona] sa majorité http://www.lepoint.fr/economie/le-president-social-democrate-bouscule-sa-majorite-14-01-2014-1780286_28.php).

    Oh, ragazzi. Questo qui fa eco quasi alla lettera a quella vecchia e del tutto screditata frescaccia nota come legge di Say[8]― l’asserzione che non possono esistere cadute complessive della domanda perché la gente sempre deve spendere quel che guadagna per qualcosa che acquista. Solo che non è vero”.

    Senza tornare alla spiegazione classica, keynesiana, fulminante e conclusiva (John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Libro III, Cap. XVI, §2, pp- 202-206): che vale sempre la pena però di rileggersi direttamente), oggi, al principio di questo 2014, la realtà è tanto evidente da essere addirittura scandalosamente chiara: perché certo chi se lo può permettere dopo aver speso risparmia; e non spende sicuramente chi non guadagna o guadagna – e sono di gran lunga i più – troppo poco per spendere: è questo che capita nella realtà, alla faccia di Hollande, di Monti, di Renzi forse, e di Say!, che l’offerta non crea per niente la domanda visto che essa magari ci sarebbe pure, ma il potere d’acquisto no. Perché la realtà è che “la Francia – ma anche l’Italia... e tanti altri paesi dell’eurozona – oggi è sommersa da una montagna di risorse produttive, di lavoro e anche di capitale, che se ne stanno fermi e inutilizzati. Proprio perché è la domanda ad essere inadeguata”. Tanto da lasciare in magazzino e invenduta una gran quantità di prodotti.           

Ma se è così – e Hollande, come ogni persona mediamente sana di  mente dovunque lo sa che è così –qual è il senso del fatto che proprio adesso, adesso e non in un qualsiasi altro momento, il signor Holland faccia sua la screditata dottrina” del signor J.-B. Say, imprenditore[9] del cotone ed economista liberista? La verità è semplicemente che s’è calato le braghe. Che proprio quando i fatti dimostravano che di una ca**ata si trattava, pure lui si è arreso alla saggezza convenzionale degli assiomi trionfanti quanto irrazionali della destra politica e prima ancora economica che stanno affossando uno dopo l’altro tutti i paesi d’Europa.

E che con l’euro non c’entrano proprio niente. Solo con la stupidità dei dogmi di una scienza data per assiomatica e non solo non dimostrata ma anzi dimostrata, prove alla mano, fasulla... E che l’euro magari c’entra, invece, per la prosopopea intellettuale con cui tanti suoi padri storici hanno scommesso che, di per sé, “inesorabilmente” dicevano, tutti meno forse tra loro solo Jacques Delors, la forza del mercato unico avrebbe portato dalla moneta anche a leggi, regole, mercati del lavoro, una politica economica, di bilancio, una politica estera e di difesa – insomma una politica tout court – essa stessa unica...

GRAN BRETAGNA

Il NYT, ancora una volta, si è messo a discettare sullo stato del dibattito nel Regno Unito quanto a meriti e colpe della politica di austerità del governo conservatore di Cameron e della sua coalizione. Il pezzo sottolinea che l’economia ha ricominciato a crescere (+1,9% nel 2013) e lascia intendere, senza alcuna sfumatura e come meccanicamente, che siccome il gallo canta, cioè l’austerità impera, il sole sorge: scatta, cioè, la ripresa secondo il classico sillogismo fasullo (New York Times, 4.1.2014, S. Castle, Economic debate on eve of 2015 elections Dibattito sull’economia alla vigilia delle elezioni del 2015 http://www.nytimes.com/2014/01/07/world/europe/british-open-economic-debate-ahead-of-2015-election.html?src= recg&_r=0&).

Perché della solita frescaccia si tratta. Le economie, qualsiasi economia infatti, cresce quasi sempre e comunque in qualsiasi periodo di qualche durata: così che è semplicemente stupido attribuirne i meriti a  qualsiasi  austerità.  E’ come sottolineare che  un bambino diventa  più alto man  mano che

● La crescita c’è di nuovo; ma resta, ancora, sotto il 2007... e poi qualitativamente è proprio povera!  (grafico)

 Evoluzione del PIL nell’ultimo decennio              in milioni di £

Fonte: Office for National Statistics/ONS, 28.1.2014 [http://www.ons.gov.uk/ons/rel/gva/gross-domestic-product--preliminary-estimate/q4-2013/stb-gdp-preliminary-estimate--q4-2013.html]

cresce e, dunque, che a sei anni è più alto che a quattro e sostenere poi che è cresciuto perché per sei messi si è sottoposto a una rigidissima cura dimagrante. Ma al mondo sanno tutti, che cura o non cura, i bambini per loro natura crescono sempre. E che se non lo fanno è perché vengono lasciati o fatti morire di fame. Come in Ruanda o in Siria, ma anche come succede per esempio proprio in Inghilterra o, anche, in America...

Il tasso di disoccupazione cala nel Regno Unito al 7,1% ufficiale: quasi al livello, appunto ufficialmente, indicato dalla Banca d’Inghilterra per prendere in considerazione un aumento del tasso di sconto. Aveva previsto che l’obiettivo del 7% non sarebbe stato raggiunto prima del 2016 ma, adesso, senza far previsioni, dice che si potrà anticipare (The Econonist, 24.1.2014).

Notizie buone, insomma. Il problema è che in questo paese, come ma anche più che quasi in ogni altro in Europa, non solo non tengono conto di quanti neanche si registrano neanche tra i disoccupati – e, qui, sono un numero davvero enorme – ma molto più che altrove con i criteri imposti dal governo conservatore per legge e regolamenti ne escludono dal novero dei disoccupati, escludendoli da ogni beneficio, categorie e settori interi di lavoratori... che, inclusi, alzerebbero il tasso ufficiale di senza lavoro di tre, o quattro, punti.

●E, poi, il cancelliere dello scacchiere di Cameron, responsabile delle politiche economiche del paese, George Osborne, è un noto mentitore di professione in materia. Perché in realtà la sua è proprio una specie di politica keynesiana; un vero e proprio boom di spesa sul groppone del debito pubbico e, naturalmente, il fatto che siamo in fase pre-elettorale è pura coincidenza (cfr., per esempio, l’esposizione dettagliata dei fatti in http://mainlymacro.blogspot.co.uk/2013/12/osbornes-plan-b.html; e, anche, la ricerca, sui documenti stessi del Tesoro, pubblicati su un sito che scava dietro la macroeconomia ufficiale per tirarne fuori, in modo tecnicamente efficiente e convincente, le verità che lor signori tendono sempre a nascondere o  mascherarci, in http://altwire.utne.com/rt_story/economics_v3/mainly-macro-osbornes-plan-b/5030662F7733 70316 441666f662b48417a43634633413d3d).

Il governo britannico sta facendo un’altra scommessa che, a chi è stato scottato dall’acqua bollente, mette paura anche in fase adesso di un più graduale riscaldamento. La rilevazione della Banca centrale delle condizioni del credito mostra la richiesta di prestiti ipotecari che da ottobre a dicembre è salita in Gran Bretagna al ritmo più rapido di sempre. Fattore determinante è stato lo schema governativo di aiutare con soldi pubblici non la costruzione di case popolari e il loro affitto a costi sussidiati e contenuti, ma invece l’acquisto individuale a credito delle case da parte di un pubblico di consumatori che sa, sente, come si stia creando un’altra bolla speculativa che tutti sanno  rischiosa ma che, appunto, del rischio mantiene gusto e anche fascino (The Economist, 10.1.2014, House building – Breaking the stranglehold: ministers are fighting not too succesfully― Edilizia abitativa – Rompere la presa [della pianificazione del territorio: è l’ambizione dei conservatori i cui ministri si stanno battendo per questo senza grandi successi] ▬  http//www.economist.com/news/britain/21593416).

I prezzi delle abitazioni – alimentati dai sussidi pubblici, da bassi tassi di interesse fatti dal governo alle banche e anche (qui più che da noi, certo, dagli istituti di credito a chi loro lo chiede ai singoli clienti che vogliono comprarci la casa), da una nascente ripresa generale dell’economia anche se piena di contraddizioni e incertezze e dalla carenza dell’offerta di nuove case, stanno crescendo in tutta l’Inghilterra (il Sud del Regno Unito) intorno al 7-8% su base annua e a Londra in specie dove, letteralmente, si impennano, del 15-20% (Washington Post, 19.1.2014, Griff Witte e Karla Adam, Will a bust follow the boom in Britain? Al boom [edilizio] di oggi in Gran Bretagna [ma l’articolo poi lo delimita più precisamente in Inghilterra e a Londra] poi seguirà un [altro] tonfo? http://www.washingtonpost.com/world/will-a-bust-follow-the-boom-in-britain/2014/01/18/3677a6ae-7f9d-11e3-97d3-b9925ce2c57b_story.html).

Nel complesso, però, con l’eccezione della vendita diretta e così sussidiata, ogni altra parte del settore edilizio resta depressa, coi prezzi medi nel paese a oltre cinque volte e mezzo quelli del 1983, vale a dire un aumento, aggiustato all’inflazione, di quasi il 140% negli ultimi trent’anni. Non c’è stato alcun aumento analogo dei prezzi per il comparto delle case in affitto, a sottolineare che il costo delle abitazioni non è determinato in sé dai fondamentali del mercato edilizio. A un dato momento nel futuro prossimo venturo, e non molto in là, è probabile che i prezzi delle case calino a un livello più congruo coi fondamentali del mercato edilizio. E’ a quel punto che i beneficiari del programma del governo conservatore di proprietà edilizia sussidiata diventeranno i grandi vincitori, come lo diventarono negli USA i compratori dei titoli subprime dopo il crollo della  borsa: a spese di tutti i contribuenti.

Anche i consumi in aumento da qualche tempo sono probabilmente qui direttamente correlati e finanziati dall’aumento del valore della proprietà edilizia: la gente va spendendo con soldi presi a credito garantendo con la casa, secondo il ben noto effetto incremento  mediamente del 5.7% per ogni sterlina addizionale di ricchezza edilizia aggiunta al proprio patrimonio. E’, anche, l’effetto all’origine della caduta quasi a zero del tasso di risparmio quando la bolla edilizia era al massimo e, subito dopo il suo collasso del 2007-2008 della sua impennata.

Inflazione in gran Bretagna sotto il 2%, al tetto informalmente fissato dalla Banca centrale, per la prima volta dal 2009. Ci si attendeva che l’aumento della bolletta energetica la spingesse piò in alto  ma è stata più che compensata dalla caduta dei prezzi degli alimentari, specie carne e frutta fresca, col consumo in forte calo e del costo al dettaglio dei prodotti elettronici.  

Si impegna molto in prima persona, senza reali argomenti se non l’anatema, il premier britannico a promuovere la tecnologia della fratturazione delle scisti bituminose (il fracking) per la produzione di gas naturale bollando l’opposizione come “irrazionale” e quasi “religiosamente motivata (The Economist, 17.1.2014).

GIAPPONE

●L’era della deflazione perenne sembra ormai proprio frenata, coi prezzi al consumo che, per la prima volta dal 1997 torna in ragione d’anno a salire e per ora, nel nocciolo duro dell’ultimo trimestre fa registrare un aumento dello 0,6%; l’indice Nikkei della borsa in forte ripresa (a +57% a fine 2013, anche se resta ancora sotto ai livelli del 2007; una più che discreta svalutazione dello yen che rilancia e promuove ancora l’export; e la produzione interna lorda in crescita sostenuta nel 2013. Insomma, la recessione qui è sconfitta davvero? Risponde di sì l’osservatore del NYT alla sua stessa domanda, non proprio retorica visti i precedenti: ormai il Giappone ha davvero svoltato.

Anche se sottolinea, quasi come un’aberrazione secondo ortodossia economica sempre implacabilmente ma irragionevolmente imperante che quasi tutto è dovuto all’intervento pubblico nell’economia del paese: quasi che fosse una specie di peccato, comunque, mortale l’aumento di spesa pubblica, il rovesciare enormi quantità di liquidità sul mercato attraverso l’azione imposta anche cambiandone la guida alla Banca centrale e la disposizione a essa data di guidare attivamente le banche a collocarla molto di più in mano ai consumatori e meno alla speculazione finanziaria (New York Times, 10.1.2014, Floyd Norris, Government Stimulus Lifts Japan Gli stimoli pubblici all’economia risollevano il Giappone http://www.nytimes.com/2014/01/11/business/government-stimulus-lifts-japan.html?_r=0).

●Il Giappone sta preparando la creazione di un prezzo di riferimento spot― in contanti, cioè per la vendita di gas naturale liquefatto (LNG) e per la formazione di una joint venture insieme a un’impresa singaporegna per l’apertura di un mercato over-the-counter― o non quotato. Sarebbe il primo contratto future al mondo per l’LNG e dovrebbe aprire a maggio, proprio al momento in cui la domanda di gas naturale sale nel paese a causa dei dubbi crescenti sul futuro del programma di energia nucleare, ormai praticamente paralizzato (The Wall Street Journal, 17.1.2014, Mari Iwata, Japan Approaches LNG Futures Goal With a Pair of Moves in May Il Giappone si avvicina il mercato futuro LNG con un paio di mosse a maggio http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702303465004579325874063202320?mg= reno64-wsj&url=http%3A%2F%2Fonline.wsj.com%2Farticle%2FSB10001424052702303465004579325874063 202320.html).


 

[1] Professore di macroeconomia alla Dehli School of Economics, all’università di Lovanio e alla Cornwell University, autore di molti lavori di notevole valore. Tra i suoi lavori tradotti in italiano,  raccomandiamo Elé belé. L’India e le illusioni della democrazia globale, Laterza ed., trad. A. Oliveri, 2008; e Oltre la mano invisibile.Ripensare l’economia per una società giusta, Laterza.ed. trad. F. Galimberti, 2013. Cercano entrambi di dimostrare – e secondo chi scrive lo fanno anche bene – che le grandi intuizioni di Adam Smith e dei filosofi dell’illuminismo, sono state fossilizzate e trasformate in ideologie perverse, perniciose e esiziali dai loro seguaci, specie quelli di questi ultimi tipo Milton Friedman e i tanti nanetti nostrani  che li sono andati pedissequamente scopiazzando (ma anche tradendo) e si sono dati per farli diventare politiche economiche.

[2] Sviluppatosi, con il sostegno delle tribù arabe e beduine di quello che, allora, era il territorio del’Arabia saudita odierna, in seno alla comunità islamica, il movimento profondamente riformatore fondato da Muhammad ibn’Abd al-Wahhāb al-Tamīmī al-Najdī (1703-1792) che convertì a sé e alla sua visione dell’Islam il futuro reAbd al-‘Azīz Āl Sa’ūd (†1801). Lavorando con lui per oltre quarant’anni allo sradicamento di ogni riforma o revisione dell’Islam che al- Wahabi considerava inaccettabile e eretica e, perciò, degna di essere estinta con ogni mezzo (è il rapporto che c’era, non tanti secoli fa dopotutto, tra la Chiesa di Roma e Calvino e Zwinglio, e gli anglicani, e gli ugonotti e i luterani... e – si capisce – viceversa: i roghi non sono stati affatto solo cattolici). Se andate a ripercorrere il dibattito in Concilio Vaticano II sul tema della verità e dell’errore – e la soluzione geniale che ad esso diede papa Giovani XXIII contro il parere “wahabita” – per dire – del cardinale Alfredo Ottaviani (l’errore può non avere diritti, ma l’errante li ha sempre e li ha tutti... ▬ Giuseppe Alberigo, Storia del Concilio Vaticano II, ed. Il Mulino, 1995-1999   )  

[3] Muore proprio in questi giorni, dopo otto anni di coma profondo, il vecchio primo ministro, gen. Ariel Sharon: l’uomo che giovane ufficiale nella guerra di indipendenza del 1948 dimostrò la sua genialità tattica sul campo, il sionista di ferro nemico irriducibile dei palestinesi, che porta la responsabilità morale e politica di aver ha dato il via, oltre che deliberatamente ingannando Israele stessa, all’invasione – un intervento di polizia, disse – e all’occupazione del 1982 e per 18 anni del Libano meridionale dando giustificazione storica e vita agli Hezbollah e, secondo la Commissione di inchiesta della Knesset fu anche, in buona sostanza, colpevole di avere, sapendo perfettamente quel che sarebbe successo, dato il via ai falangisti maroniti libanesi per la strage a Beirut, nel corso dell’invasione israeliana, dei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila.

    E, poi, anche uomo politico prima alla testa della destra estrema del Likud­― Consolidamento, il vecchio partito fondato nel ’73 dal sionista reazionario Menachem Begin, uno politicamente (e anche esplicitamente) quasi fascista (avevano molte ragioni, ha sempre detto: peccato che ce l’avessero però con gli ebrei). Negli ultimi anni del suo potere politico, popolare provocatore all’origine calcolata della seconda intifada: la visita, sotto scorta militare di 1.000 paracadutisti, con un messaggio di pace – la “sua” pace – alla spianata delle moschee di Gerusalemme, o alla montagna del Tempio, Haram al-Sharif, luogo dove sorgeva quelo di salomoner e della assunzione di Maometto e terzo luogo santo dell’Islam; e l’immediata risposta alla provocazione della rivolta dei sassi dei ragazzi palestinesi che stavolta con essi – i sassi e le molotov e non i razzi e le bombe suicide – in sostanza lo sconfissero convincendolo-costringendolo a prendere atto che per la pace coi palestinesi bisognava fare i conti.

    Reagisce a suo modo, il campione dei falchi campioni, Sharon: rovesciando il tavolo. Non negozia niente con nessuno, decide da solo di imporre unilateralmente la sua pace costringendo con la forza della legge e sotto controllo militare i coloni ebrei israeliani che aveva invitato lui stesso a occupare Gaza a lasciarla: nell’illusione vanamente auto-coltivata – e qui è il suo punto cieco come quello di ogni falco israeliano – di convincere i palestinesi a lasciargli tenere così impunemente per sempre la Cisgiordania. Illusione assai poco pia...

    E, poi, la fine della sua straordinaria carriera: quando, poco dopo la fondazione e la prima grande vittoria elettorale del partito vincente del nuovo centro-destra, Kadima Avanti, arriva l’ictus che insieme a lui ha messo fuori causa forse l’ultima possibilità di negoziare davvero una pace spinosa coi palestinesi: l’unica che conti, poi, la pace che si fa tra nemici veri e, alla fine, lo stesso Kadima, ridotto ormai ai minimi (2 deputati).

     Lasciando il paese alla mercé delle fantasmagorie paranoidi del destrissimo Netanyahu. Che, proprio come Sharon, di trattare, negoziare, contrattare qualcosa col nemico non ne vuole sapere. Ma, al contrario di lui, resta immobile, non si inventa niente di niente e punta alla soluzione dell’immobilismo nullafacente. E, se ha ragione certo chi ha fatto osservare che anche i paranoici hanno i loro reali nemici, qui il problema è che uno a uno lui si sta perdendo per strada tutti gli amici. Non i suoi―  chi se ne frega no?, ma di Israele. Che a qualcuno ancora potrebbe anche importare.

    In sostanza. Sharon come tutti i grandi capi politici sarà giudicato, alla fine poi, dalla storia. Lui, come tutti i grandi politici però si è sempre autoassolto, vantandosi della visione, del coraggio, della determinazione con cui ha sempre perseguito gli obiettivi in cui ha profondamente creduto: costasse, cero, quel che costava. Proprio come Stalin o Hitler o Arafat o de Gaulle: e pure Kennedy, se è per questo, o De Gasperi. Gebnte che è battuta tutta, e spesso, in tutti i sensi, alla morte, per le cose in cui sinceramente credeva... ma che non tutte, per questo, erano cose giuste. E nel suo caso, anche meno, forse, di tante altre.

    Se, a questo punto, dovessimo trarre una nostra conclusione sull’eredità che Sharon lascia, alla fine, agli israeliani ma anche ai palestinesi, è che la loro coesistenza è semplicemente un fatto della vita― o altrimenti della loro morte, se così andassero avanti non potendo che infliggersi più dolori, sofferenze e distruzioni e approfondire ancor più l’odio e l’animosità che continueranno ad avvelenare generazione dopo generazione...

Ecco Sharon, arrivato quasi alla fine di una vita comunque straordinaria, aveva intuito, visto e capito che bisognava cambiare strada, radicalmente. Nel decidere di mollare Gaza ebbe – perché era nella sua natura – visione, coraggio,  capacità di leadership e la saggezza di agire con grande acume tattico. Non – perché nelle sue corde mai era stata presente – la capacità di comprensione strategica – ma se non lo avesse colpito l’ictus chi sa... – di arrivare fino in fondo: comprendendo anche che fare la pace era, ed è sempre possibile, solo con i nemici: da coinvolgere appieno. Quelli veri, non tanto e solo, cioè, Fatah e l’OLP ma anche e proprio Hamas...

[4] Dice il testo, sottoscritto il 30. 6. 2014, #2, primo alinea, dallo stesso Ban Ki-moon e dal segretario generale della Lega araba, dai ministri degli Esteri di Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Turchia, Iraq, Kuwait, Qatar, dall’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari e la sicurezza internazionale, riuniti a Ginevra sotto la presdiezxa dell’ionciato speciale delle Nazioni uniti e dgli Stati arabi per la Siria “che bisogna arrivare a costituire • un governo di transizione in grado di stabilire un clima di neutralità che renda possibile la transizione. Questa autorità di transizione… includerà membri dell’attuale governo e dell’opposizione, oltre ad altri gruppi e verrà formato sulla base di un consenso mutuo”.

    Dunque, hanno ragione russi e iraniani: non c’è affatto la richiesta e la premessa di dimissioni o comunque dell’assenza dalla riunione di nessuno degli attori della tragedia siriana, né dell’opposisione armata e variegata né del governo e di Assad...

[5] E’ stato in modo preciso e puntuto fatto osservare che “a Davos adesso il segretario di Stato John  Kerry ha parlato a lungo di Iran. Ha parlato a lungo della Siria. Ha parlato molto a lungo del conflitto israelo-palestinese. E non ha detto una sola parola sull’Egitto”. Cioè: della catastrofe vera e propria, strategica appunto, cui il dire e non dire dell’America – il rifiutarsi di chiamare colpo di Stato uno sfacciato colpo di Stato, il sospendere-per tre settimane-tre ma non per quattro i grandi aiuti militari, il condannare e il rimpiangere insieme il vecchio Mubarak, il tenersi abbracciati per qualche mese ma poi non troppo, sempre con uno strano ritegno, anche Morsi, ecc., ecc. – l’ha ancora una volta condannata rispetto a 1/3 e al fulcro da sempre e di sempre del mondo arabo (New York Times, 27.1.2014, The Egyptian Disaster http://www.nytimes.com/2014/01/28/opinion/cohen-the-egyptian-disaster.html?_r=0). 

[6] Scriveva Karl Polanyi, The Great Transformation La grande trasformazione, 1944, Einaudi 1976 (edizione on-line: cfr. http://uncharted.org/frownland/books/Polanyi/POLANYI %20KARL%20-%20The%20Great%20Transformat ion%20-%20v.1.0.html), che il mestiere del sindacato, é e deve restare “esattamente quello di interferire con le leggi della domanda e dell’offerta che riguardano il lavoro umano sottraendolo proprio dall’orbita del mercato”.

[7] Ivan Petrovič Pavlov (1849-1936) fisiologo, medico ed etologo russo, legato alla scoperta del cosiddetto “riflesso condizionato”, annunciata nel 1903.

[8] Lo disse, oltre duecento anni fa, con queste parole Jean-Baptiste Say e, adesso, in questa conferenza stampa François Hollande butta a mare, “per chi non avesse ancora capito che lui è social-democratico e non socialista” tutte le illusioni che tanti nella sinistra europea e anche americana avevano costruito su di lui come agente riequilibratore rispetto al neo-liberismo pur socialmente qualche poco attento ma ferreo di Angela Merkel.

    Dice Hollande, ora, letteralmente, come farebbero un qualsiasi Mario Monti o anche – forse – un Matteo Renzi per l’Italia, che “è arrivata l’ora di regolare il principale problema che ha la Francia. Quello della produzione. Sì, dico proprio la produzione. Dobbiamo produrre di più e dobbiamo produrre meglio. E’ dunque sull’offerta che bisogna agire. Sull’offerta. Non è contraddittorio con la domanda. Perché è proprio, l’offerta che crea la domanda stessa”.

6 Jean-Baptiste Say (1767-1832), ricco cotoniere di Lione e economista dilettante, chiamava quella cui il mondo aveva volgarmente dato il suo nome con l’appellativo più distaccato di “legge degli sbocchi”: dove, appunto, ogni produzione offerta al mercato troverebbe sempre e comunque il suo “sbocco”, la sua corrispettiva domanda di mercato. Scordando, appunto, che per farlo ci vuole la possibilità di pagarla quella domanda (J.-B. Say, Traité d’’economie politique, (ed. 1803, Libro I, Cap. XV, pp. 141-142 [senza traduzione italiana: e, credete non è poi una gran perdita] )