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     02. Nota congiunturale - febbraio 2013

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.02.13

 

Angelo Gennari

 

 

                                                                                                      

            ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

          per le fonti nel testo, invece del richiamo in Nota a fondo pagina, è stato inserito il link che può aprirle direttamente

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc347433925 \h 1

nel mondo.. PAGEREF _Toc347433926 \h 1

Sì, anche lui tifa per Hugo   (foto) PAGEREF _Toc347433927 \h 2

Quadro comparativo macroeconomico India e Cina. PAGEREF _Toc347433928 \h 3

Lezione magistrale: l’origine della Grande Crisi? gli Sbornia Bonds  (racconto morale) PAGEREF _Toc347433929 \h 4

in Cina... PAGEREF _Toc347433930 \h 5

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais.. PAGEREF _Toc347433931 \h 9

Il Mali e i suoi dintorni   (mappa) PAGEREF _Toc347433932 \h 29

La linea tracciata nel deserto:  fino qui sì… oltre proprio no   (vignetta) PAGEREF _Toc347433933 \h 33

EUROPA.... PAGEREF _Toc347433934 \h 33

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc347433935 \h 40

Il sogno… e la realtà politico-politicante  (vignetta) PAGEREF _Toc347433936 \h 43

Il tiro a bersaglio della CIA … Ma quali sono le “regole di ingaggio”?   (vignetta) PAGEREF _Toc347433937 \h 49

Differenze nelle aspettative di vita della popolazione giovanile  (grafico) PAGEREF _Toc347433938 \h 50

“Mission accomplished”? … ‘sto cavolo!   (foto) PAGEREF _Toc347433939 \h 56

Popolazione e etnie dell’Iraq   (mappa) PAGEREF _Toc347433940 \h 57

Il Kashmir: i luoghi del conflitto indo-pakistano   (mappa) PAGEREF _Toc347433941 \h 57

GERMANIA.... PAGEREF _Toc347433942 \h 60

FRANCIA.... PAGEREF _Toc347433943 \h 62

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc347433944 \h 62

“Vaffan**lo Delors”!   (documento) PAGEREF _Toc347433945 \h 63

La Gran Bretagna potrebbe uscire dalla UE…  Ma io ci resto!, dice la Grecia…   (vignetta) PAGEREF _Toc347433946 \h 64

GIAPPONE....

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

● L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di febbraio 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

• il 17, primo turno di elezioni a Cipro del presidente della Repubblica; se non viene raggiunto il 50% + 1 da un candidato, il 24 secondo turno;

• il 17, presidenziali anche in Ecuador;

• il 24-25 febbraio, elezioni generali – parlamentari ma anche e importanti davvero (Lombardia, Lazio…) a  livello regionale – in Italia.

●Il mese scorso, solo il mese scorso, si parlava qui della previsione spavaldamente ottimista del National Intelligence Council americano secondo cui le 16 diverse, e malgrado l’11 settembre, sempre concorrenzialmente separate agenzie dell’Intelligence del paese preconizzano separatamente che di qui al 2030, sicuramente – e lo dicono tutte insieme – la Cina scavalcherà in quasi tutti i campi economici e di potere l’America... predizione essa stessa, poi, discutibile visto che solo facendo un po’ mente locale è facile ricordare come, solo trent’anni fa era il Giappone che avrebbe, tutto sommato anche a breve, eclissato l’America…

…Ora si sostiene che essa diventerà energeticamente pressoché autonoma, grazie allo sfruttamento su larga scala dell’estrazione soprattutto di gas naturale dalle scisti bituminose con la tecnologia del fracking – la frantumazione meccanica della roccia – in USA e nel Canada (in Nota congiunturale 1/13 in ▬ http://www.angelogennari.com/notagennaio13.html ,in nota rel a articolo del  NYT, 10.12.2012, T.Shanker).

Ma adesso si apprende che l’idea di esportare il gas metano americano sovrabbondante potrebbe, dovrebbe, secondo valutazioni aggiornate e più serie risultare una balla: perché pare proprio che il potenziale di produzione alla fine sarà molto inferiore a quello che avevano prospettato le stesse grandi compagnie che avevano fornito all’Intelligence i dati fasulli, sia dal punto di vista tecnico sia sottovalutando gli ostacoli sociali e politici che all’impresa si sarebbero opposti, su cui quelle previsioni erano state basate (New York Times, 4.1.2013, C. Krauss, Exports of American Gas May Fall Short of High Hopes L’export di gas dall’America potrebbe risultare molto inferiore alle tante speranze http://www.nytimes.com/ 2013/01/05/business/energy-environment/exports-of-us-gas-may-fall-short-of-high-hopes.html?pagewanted=all& _r=0)...

Pare che basassero tutto sulla presunzione (irragionevole e, anzi, sbagliata) che in America le resistenze sociali all’introduzione della nuova tecnologia sarebbero state minori che altrove (anche per la… vittoria data per scontata di Romney alle presidenziali); e anche, comunque, sull’attuale divario (da 1 a 3, quasi) tra il prezzo di vendita del gas naturale qui e in Europa (che, però, adesso si rendono conto, è presunzione irrazionale e troppo rosea).

Al solito…

●In Venezuela, l’Assemblea nazionale, forzando alquanto l’interpretazione della Costituzione, ha approvato a larga maggioranza – gli eletti nel partito di Chávez – la proposta del vice presidente Nicolas Maduro di lasciar giurare il presidente rieletto due mesi fa non come previsto il 10 gennaio ma quando si sarà rimesso e gli sarà possibile. La Costituzione, alla lettera, lo consente (dice che può giurare davanti alla Corte suprema e non all’Assemblea e non dice quando, se è poi questo che fa). Anche la lettura che al grande stampa qui fa passare come la più evidente, sembra imporre di sostituire un presidente morto, o non in grado di svolgere il suo mandato, con nuovo, dicono, e con elezioni entro quattro mesi dal giorno previsto per l’inaugurazione col giuramento che va svolto di fronte alla Corte costituzionale.

La “forzatura”, come si vede però anche dalla effettiva lettura del testo, in realtà non esiste (Constitúción de la República Bolivariana de Venezuela, texto integral, seccion V, capitulo II, art 31 http://www.enoriente.com/constitucion/articulo231.htm) non c’è materialmente scritto così e proprio la lettura della Carta fondamentale ha provocato alte proteste dell’opposizione che, per ora, però oltre che dal buon senso sembra essere stata rapidamente bloccata dalla sentenza immediata della Corte costituzionale che l’ha dichiarata in regola, invece, col dettame statutario.

Ma sul Venezuela aleggia un’aura di incertezza potenzialmente molto pericolosa per la stabilità prossimo-ventura e lo sviluppo di un paese sottoposto all’ostilità inveterata del grande vicino del Nordamerica che da tempo ha gettato l’occhio lungo e oleoso delle sue multinazionali su un bacino di sfruttamento di greggio e gas naturale che è, a soli 2 mila km. di distanza e non a 10.500 come l’Arabia saudita e che pare, potenzialmente, non avere pari al mondo.

Il problema vero, però, è che – non certo per chi ne chiede conto senza averne alcun titolo da Washington dove negli ultimi due anni di Reagan, colpito da un Alzheimer devastante, pare che a reggere le redini del governo sia davvero stato insieme alla signora Nancy il segretario di Stato e dove la signora Wilson, moglie del presidente Woodrow colpito e incapacitato da un ictus nei due suoi ultimi anni di presidenza fu lei, senza che mai la cosa fosse resa nota al paese, a gestire chi a lui avesse accesso o no, quel che diceva e a chi: perché era la sola persona che lo riuscisse a capire, ecc., ecc. – per tutti i venezuelani sembra esserci davvero un diritto a sapere in che condizioni sia veramente oggi il comandante Chávez (Strat for, Global Intelligence, 2.1.2013, 13:43, An Uncertain Venezuela Prepares for an End to Chavez's Rule Un incerto Venezuela si prepara alla fine del governo di Chávez http://www.stratfor.com/analysis/uncertain-venezuela-prepares-end-chavezs-rule).

●In ogni caso, amici e nemici del comandante farebbero bene a tener conto che ormai, come Giuseppe Garibaldi un secolo e George Washington oltre duecento anni fa, il comandante Hugo Ráfael Chávez Frias, come testimonia la foto qui sotto attesta che, per lo meno per la grande maggioranza dell’America Latina lui è diventato davvero un vero Libertador. Alla faccia di quanti  gli vogliono male— e sono molti, ma sempre meno dei più, dei molti di più.     

● Sì, anche lui tifa per Hugo   (foto)

 

Fonte: Sito web di Lionel Messi [http://www.leomessi.com/esp/index.html]

●In India, il tasso medio d’inflazione è sceso al 7,18% a dicembre, il più basso da tre anni a questa parte (The Economist, 18.1.2013).

●E, forse, è ormai giunto anche il momento di tirare le somme dal confronto, quasi la scommessa, su a chi va meglio nella corsa allo sviluppo tra i due colossi del Terzo mondo, India e Cina, cui ormai da un decennio soprattutto gli organi della stampa finanziaria internazionale,  fidandosi un po’ ciecamente e ideologicamente dell’intuizione generosa ma anche non del tutto fondata che una volta espresse l’economista Nobel dell’economia Amartya Sen[1] sulla superiorità “innata” delle democrazie rispetto alle dittature – semplificando un po’ troppo però il modo di identificare le une rispetto alle altre… – speravano di veder andare avanti, sulla seconda, la prima: l’India.

Ancora, diciamo, fino a un sei anni fa, si poteva ragionevolmente scommettere. “Ma ora la gara è decisamente finita. La Cina è scattata decisamente in avanti nel 21° secolo, mentre l’India ci si sta ancora sì e no barcollando(New York Times, 19.1.2013, S. Rattner [un eminente finanziere a Wall Street e nel primo mandato consigliere dell’Amministrazione di Obama, specialista di macro-economia dello sviluppo, che ancora allora avrebbe piuttosto, confessa, scommesso sull’India], brutalmente ora constata che India Is Losing the Race— L’India sta perdendo la gara http://opinionator.blogs.nytimes.com/2013/01/19/india-is-losing-the-race/?ref=global-home).

Un po’ di numeri e dati e comparazioni che parlano più chiaro di qualsiasi ragionamento, opinione e speranza o illusione.

● Quadro comparativo macroeconomico India e Cina

Dati del 2012 (quando non altrimenti specificati)

    

PIL pro-capite

in $

3.851

9.146

Tasso di crescita del PIL

 %

  5,3

  7,7

Tasso di inflazione

 %

  7,5

  2,6

Tasso di disoccupazione (2011)

 %

  9,8

  4,1

Deficit di bilancio           (2011)

 %

  7,2

  1,1

Tasso di investimenti sul PIL

 %

36

  48

Fonti: FMI, The Economist, Bloomberg

Conclude la sua argomentazione Steven Rattner che non ha la minima intenzione di raccomandare uno sviluppo di tipo “totalitario”, come quello cinese, piuttosto che “democratico”, alla indiana, per garantire la crescita economica. Vuole, però, questo sì, mettere in evidenza che “dobbiamo riconoscere come per i paesi in via di sviluppo il successo comporti molto di più che tenere libere elezioni”. E questo, purtroppo magari se volete, è vero e, anche, dimostrato.

●Il prezzo del carbone a livello mondiale è caduto a meno di $ 5 alla tonnellata, per la prima volta da quando è in vigore il sistema europeo di riduzione delle emissioni di anidride carbonica attraverso il meccanismo UE di vendita e acquisto di crediti e quote di inquinamento tra paesi aderenti. Si sono, in effetti, accumulati in questi ultimi due anni molti “crediti”, sostanzialmente molti permessi disponibili di oggetti che li detengono e li rivendono a chi ne ha bisogno per produrre, inquinando, perché ancora gli va bene la produzione.

Dal 2011, ridotta come s’è la richiesta di carbone sul mercato, il prezzo s’è ridotto del 70% dando così bassi incentivi alle imprese di ridurre le emissioni incoraggiando piuttosto – costa di meno, almeno nell’immediato – pagare le multe dovute, quando e se poi arriverà la bolletta. E adesso gli esponenti della Commissione parlano di ritirare parte dei molti permessi al momento disponibili per cercare di far crescere il prezzo. Ma diversi paesi, la Germania anzitutto, resistono e sono radicalmente contrari (The Economist, 25.1.2013).

●E, adesso,

Lezione magistrale: l’origine della Grande Crisi? gli Sbornia Bonds[2]  (racconto morale)

Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte.
Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti).
La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città.
Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora..
La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia.
Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.
I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano.
Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia Bond.
Un giorno però, alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite.
A questo punto Helga, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi.
Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi.
Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada.
Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%.
La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende. L’attività economica locale si paralizza.
Intanto i fornitori di Helga, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.
Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%.
Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.
Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero.
Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché astemi o troppo impegnati a lavorare.
Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio
.

 in Cina

●La nuova leadership cinese ha dovuto scontrarsi col primo test politico serio della propria gestione coi giornalisti di un grande giornale di Guangzhou (Canton), Il fine settimana del Sud, scesi clamorosamente in sciopero con la richiesta di maggiore libertà dopo che la censura ufficiosa/ufficiale aveva “corretto” un editoriale che chiedeva al partito di rispettare i diritti previsti dalla Costituzione.

Il giornale ha un pubblico diffuso e non solo locale e, come in questa occasione s’è visto, anche un notevole sostegno tra i 564 milioni di cinesi che utilizzano Internet (ZDNet, 15.1.2013, J. Osborne, China's Internet population surges to 564 million, 75 percent on mobile Il popolo Internet in Cina sale a 564 milioni di utilizzatori, il 75% wirelesshttp://www.zdnet .com/chinas-internet-population-surges-to-564-million-75-percent-on-mobile-7000009813)  che ci sono ormai nel paese. Per contro, solo alcune centinaia di persone sono anche scese per le strade a manifestare il loro appoggio alla rivendicazione.

Ma è forse stata la prima volta, dalla grande manifestazione di massa repressa nel sangue di piazza Tienanmen del 1989, che il tema è stato sollevato pubblicamente con tanta insistenza. In Cina, al contrario di quanto raccontano spesso da noi di un paese dormiente e forzosamente acquietato, ci sono decine di manifestazioni ogni giorno anche più numerose di chi protesta e è insoddisfatto. Ma è raro, molto raro, che temi e parole d’ordine siano così apertamente politici.

La controversia sembra essersi conclusa dopo qualche giorno con una mediazione sostanzialmente basata su una specie di accettazione, implicita, di autocensura da parte dei giornalisti in cambio di un’accettazione, altrettanto implicita, di un maggiore, più flessibile diciamo, spazio manovra per rivendicazioni qualche po’ libertarie. Non si è mai trasformata, però, in una grande manifestazione veramente di massa (The Economist, 13.1.2023, Battling the censors La battaglia contro i censorihttp://www. economist.com/news/china/21569444-three-articles-look-relations-between-individuals-and-state-first-calls-press-freedom).   

●Il volume di scambi con l’estero della Cina crescerà, molto probabilmente, nel prossimo anno, ad almeno l’8% in aumento dalla stima finale, adesso, del 6% per il 2012 (Agenzia Yonhap, RTTNews, 29.12.2012,  China 2012 Trade Growth Likely At 6%: Commerce Minister Il ministero del Commercio dà una crescita del 6% nell’anno per gli scambi della Cina http://www.gulfbase.com/news/china-2012-trade-growth-likely-at-6-commerce-minister/ 225474).

Una crescita che dipenderà oltre che dalla domanda interna in aumento da quella che ci si aspetta gradualmente arrivare dall’estero di beni e servizi cinesi. Cioè anche dalla parziale, ma reale, mancanza della Quarta generazione della leadership, quella appena sostituita per il prossimo decennio al Congresso del partito comunista dello scorso novembre e che entra in carica adesso nei primi mesi del 2013, nel rispettare pienamente l’impegno assunto a intrapresa del mandato dieci anni fa.

L’impegno che allora venne preso dal precedente Congresso del PCC col paese fu quello di una nettamente minore dipendenza dell’economia da investimenti e esportazioni e di un ruolo, invece, decisamente maggiore di quello nient’affatto irrilevante che di fatto c’è stato del mercato interno e di una ridistribuzione di reddito più perequata tra le diverse regioni del paese. Impegno solo parzialmente onorato ha ora ammesso apertamente il 18° Congresso e che pone, adesso, la nuova leadership di fronte al compito di riequilibrare con una certa urgenza l’economia tutta (Stratfor, Global Intelligence, 5.11.2012, China's Leadership Transition: Challenges for the New Leaders La transizione nella leadership cinese: le sfide per i nuovi capi http://www.stratfor.com/analysis/chinas-leadership-transition-challenges-new-leaders).

●Intanto, a metà gennaio giunge la notizia che in questo paese la crescita, rispetto a ogni altro paese del mondo, ancora a livelli altrove inauditi del 7-8% Quest’anno, dice adesso l’ufficio statistico di Pechino nell’ultimo trimestre del 2012 è sul +7,9% rispetto ad un anno fa e ben sopra il +7,4% di crescita del terzo trimestre sul secondo. Non è il 10% intorno a cui questa economia veleggiava stabilmente sui due anni fa ma si tratta di un ritmo sempre possente che resta un traino importante per i paesi che nel mondo, i più, seguitano ad arrancare (New York Times, 17.1.2013, B. Wassener, Chinese Economy Expanded at End of 2012, Data Shows L’economia cinese si espande ancora alla fine del 2012, mostrano  i  dati http://www.nytimes.com/2013/01/19/business/global/chinese-economy-picks-up-steam-in-last-quarter. html?ref =global&_r=0).

Nessuno degli analisti anche più ostili si azzarda ora a prevedere come avevano fatto ancora solo alcuni mesi fa di un atterraggio brusco per la Cina, cioè di una brusca frenata anche qui della crescita.

In Corea del Nord, il giovane erede della “dinastia” dei Kim, Kim Jong-un, ha usato l’occasione del saluto di fine anno in diretta televisiva, che suo padre aveva abolito ma il nonno, il fondatore del paese e del regime, Kim Il-sung, scrupolosamente osservava per chiedere maggiore cooperazione con l’altra metà del paese – ribadendo in modo esplicito, comunque, che nel paese comanda il partito, non (non più, almeno) l’esercito, che è il suo braccio armato; mentre la nuova presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, leader della destra del paese e figlia dell’ex dittatore del ventennio a cavallo tra anni ‘60 e ’70, Park Chung-hee, ha indicato – altrettanto genericamente, però, del collega del Nord – la propria disponibilità a far ripartire il dialogo con l’altra metà del paese...

●Una piccola delegazione di privati cittadini statunitensi, guidata da Bill Richardson – ex  governatore del New Mexico, senatore del suo Stato al Congresso, ministro dell’Energia con Clinton e ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU e sempre una voce forte nel partito democratico, comprendente anche il presidente di Google, Eric Schmidt, s’è recata in Corea del Nord per chiedere un’apertura maggiore di quel paese in perenne e autoimposta clausura alle comunicazioni elettroniche e a Internet.

E’ stato ricevuto con cortesia ed interesse e poco altro e svillaneggiato in patria dal patriottardismo di rito dopo che il dipartimento di Stato ha chiamato la visita “mal consigliata”. Richardson e Schmidt si sono limitati, sprezzantemente, a rispondere che dei consigli pusillanimi della diplomazia ufficiale non hanno niente a che farsene: perché il problema loro è che, paralizzata dalla paura di muoversi, è tanto anchilosata ormai “da parlare solo con chi è sempre e solo d’accordo con loro”: una critica tanto azzeccata da scottare sul vivo.

Richardson ripete da anni, da quando era all’ONU nel 1997-1998, col Clinton del primo mandato, che per smuovere qualche opinione bisogna parlare con chi quell’opinione ce l’ha, non pretendere di ignorarlo o di parlargli solo se è disposto a subire una predica (The Economist, 11.1.2013)… Infatti, così non funziona: e lo ha dimostrato, ora, il Consiglio di Sicurezza su richiesta e pressione americana ma all’unanimità – Russia e Cina comprese, che da tempo avevano manifestato, anche per loro conto e separatamente, il proprio dissenso dalla linea dei Kim, padre e adesso figlio – ha condannato gli esperimenti missilistico/satellitari di Pyongyang e solo di Pyongyang (ONU, CdS, S/RES/2087 (2013), 22.1.2013, Non Proliferation/Democratic Peoples’s Republic of Korea http://www.un.org/ga/ search/view_doc.asp?symbol=S/RES/2087(2013)) e… Pyongyang non lo accetta.

Risponde con un durissimo comunicato, perciò, rovesciando il tavolo come nessuno degli interlocutori aveva previsto e sorprendendoli tutti,  rendendo noto che:

• 1. non accetta la condanna;

• 2. continuerà a perseguire i suoi esperimenti sia in campo nucleare che in quello della missilistica ad esso collegata, senza renderne conto a nessuno: come hanno fatto e farebbe qualunque altro paese sovrano;

• 3. essendo la RDPC sempre favorevole alla denuclearizzazione come definita dal Trattato di non proliferazione al quale aveva aderito

   ▫ essa condanna con indignazione l’ipocrisia degli americani e di quanti altri “a loro danno spago”; e

   ▫  continuerà a puntare sulla denuclearizzazione della penisola coreana e di tutto il pianeta, ma non rinuncerà mai unilateralmente ai suoi armamenti atomici finché non ci rinunceranno anche gli altri;

   ▫ però, nel frattempo andrà avanti come prevedono i piani che portano a un terzo esperimento nucleare (il primo fu nel 2006, il secondo nel 2009: questo a venire dovrebbe puntare alla miniaturizzazione di un’ogiva nucleare capace così di trasportare a migliaia di km. una bomba – “come quelle che già hanno gli altri”, si insiste – nel prossimo immediato futuro.

Perché, a due giorni dall’inasprimento del nuovo round di sanzioni decretato all’unanimità e illegalmente – fa capire bene il comunicato – le minacce arroganti contro la RDPC, non servono a niente a quelli che “presuntuosamente le emettono (The Economist, 5.1.2013, Banyan, North Korean sanctions - Nuclear reaction Le sanzioni contro il Nord Corea – Reazione nucleare http://www.economist.com/blogs/ banyan/2013/01/north-korean-sanctions).

E d’altra parte, da fonti militari e di intelligence della National Intelligence Agency della Corea del Sud – rigorosamente non identificata, ma fatta risalire allo stesso capo della NIS, Won Sei-hoon – viene adesso confermato di aver riscontrato segnali di aumentata attività a Punggye-ri, il sito dei tests nucleari a nord-est della RDPC: a conferma della possibilità/probabilità che un esperimento nucleare di qualche tipo si fa imminente (Agenzia Yonhap, 30.1.2013, Kim Eun-jung, N. Korea's nuclear site shows increased activity Il sito di test nucleari nord-coreano mostra l’intensificarsi dell’attivitàhttp://english.yonhapnews.co. kr/national/2013/01/30/46/0301000000AEN20130130004200315F.HTML). Vista la vicinanza in linea d’aria (poco più di 50 km.) di Punggye-ri dal confine cinese, si dovrebbe trattare sempre, però, di un esperimento sotterraneo, senza fuoriuscita di radiazioni troppo pericolosa dal sottosuolo.

• 4. ultimo punto del lungo, puntiglioso comunicato di Pyongyang: adesso la RDPC notifica a tutti, ufficialmente, “ai nemici americani e al mondo che anche se in futuro, continueranno dialogo e negoziati per garantire pace e sicurezza nella regione, compresa la penisola coreana, non ci sarà più alcun dialogo che metta in agenda soltanto la denuclearizzazione della penisola coreana”.

Conseguenza immediata: riprenderanno i test nucleari del Nord – e non si potrà fare proprio niente per impedirlo – e “non esiste più”, il panel speciale che il Consiglio di Sicurezza aveva divisato (lo speciale comitato dei membri del CdS più il Giappone) per “trattare” con il Nord Corea di denuclearizzazione e che usava anche come mezzo di pressione per cercare di incidere sulle sue decisioni. Adesso, dunque, il “5 + 1” sparisce dal palcoscenico della diplomazia internazionale: ma per decisione coreana, non dell’ONU e non americana (Korean Central News Agency/, Pyongyang, KCNA, 24.1.2013, Dichiarazione della Commissione nazionale di Difesa di rigetto della risoluzione del CdS dell’ONU http://www.kcna.co.jp/index-e.htm).

E, al solito, non si riesce a scorgere neanche nenche da lontano come a Washington possano tanto testardamente (a dir proprio poco…) continuare a illudersi che ripetere sempre lo stesso errore di approccio alla soluzione dei problemi internazionali – dare o far dare dal CdS ordini a tutti, senza diritto alcuno (non potere… diritto!!! e nulla nella Carta dell’ONU lo autorizza a dire a un paese cosa fare e cosa no) e insistere sempre e solo sull’intransigenza come scelta politica sempre identica – potrà mai portare a qualche soluzione diversa da quelle, catastrofiche, sperimentate in passato (era la definizione della follia che aveva dato una volta Albert Einstein: fare sempre le stesse cose e aspettarsi conseguenze diverse[3]…).

Il punto di vista della Corea del Nord – che insiste: è disponibile sempre a trattare ma solo su un piano di parità e di piena dignità che le venga riconosciuta non solo da interlocutori come USA, Cina, Russia o, per questo, San Marino ma proprio dall’ONU nel suo complesso. Pretende – e in diritto internazionale ha ragione: la parità e la dignità di ogni paese è riconosciuta come uguale, sia esso San Marino o, appunto, gli Stati Uniti d’America – è che adesso lì esigono di misurare quel che viene chiesto a loro rispetto a quello che viene richiesto a tutti gli altri. Tanto per cominciare su come viene trattata la notizia che, ad esempio, adesso arriva da New Delhi.

Dall’India, infatti, hanno appena reso noto di aver “sperimentato con successo”, proprio come ha fatto solo un mese fa il Nord Corea, un missile balistico K-5 a medio raggio (3.0005.000 km.) – capace di raggiungere, per dire, Iran, Pakistan, Cina, Corea stessa – da una “piattaforma sottomarina nella Baia del Bengala”, uno strumento pronto per il dispiegamento su piattaforme da guerra inclusi i sottomarini nucleari a disposizione di New Delhi (con Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia e, ovviamente, gli Stati Uniti, l’India è la sesta potenza nucleare a schierarli) (Wopular, 27.1.2013, India Tests Nuclear-capable Missile L’India sperimenta un missile con capacità nucleare http://www.wopular.com/india-tests-nuclear-capable-missile-5).

Col chiudersi dell’avventura militare americana in Afganistan, e il conseguente ritiro dei GIs dall’Asia centrale, le tensioni fra India e Pakistan si sono esasperate sollevando anche incognite pericolose sull’effettivo controllo delle armi nucleari di Islamabad (Stratfor, Geopolitical Intelligence, 10.1.2013, Signs of Trouble on the India-Pakistan Border Segnali di allarme ai confini tra India e Pakistanè [e non solo dal Kashmir] http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/signs-trouble-india-pakistan-border): su chi quell’arsenale ha nel suo potere finale di decisione, se, al dunque, l’autorità politica o i militari di quel paese? e, poi, in quella situazione, che garanzia c’è che quegli ordigni non finiranno mai in mano per esempio ai talebani pakistani o anche a quelli afgani, a quelli della banda Haqqani o agli al-Qaedisti?

●Due ultime osservazioni, a partire proprio dal Kashmir, singolare e unica regione settentrionale del subcontinente indiano, altopiano di fascino stupefacente a 5.000 m. d’altezza media, ai piedi dell’Himalaya,  in perenne e rovente contenzioso tra Pakistan e India, dal 1947, dalla secessione a cavallo dell’indipendenza del raj— regno, dominio in hindi, dall’impero britannico.

Dopo gli scontri, e anche i morti, che nei mesi invernali hanno visto affrontarsi truppe dei due eserciti ai confini delle regioni indiana e pakistana del Kashmir, è stato ora ripristinato – accolto con grande favore dalle martoriate popolazioni locali – il servizio si bus confinario nel settore Poonch della linea armistiziale di controllo. La società mista che gestisce il servizio interrotto da quasi due mesi parla di 64 passeggeri che sono andati in India dal Pakistan e 84 in direzione inversa sul tratto che collega Poonch a Rawalakot (Tribune of India/Jammu, 28.1.2013, Trade in Jammu Kashmir to restart today Riprende il traffico Jammu-Kashmir http://www.tribuneindia.com/2013/20130129/j&k.htm#2).

La seconda questione molto più di fondo che, prima o poi (e speriamo più prima, ormai) l’ONU come tale sarà obbligata a discutere della questione di chi può essere definito Stato normale e chi no. Per discutere e decidere poi su quali criteri e quali no. In ogni caso: a chi scrive qui sembra che si debba arrivare ormai a fare chiarezza sul concetto, caro agli americani, che la differenza sul piano giuridico internazionale è nel loro diritto a mettere al bando unilateralmente uno Stato sì e qualcun altro no sulla base del giudizio loro lo giudichino o no come Stato da loro definito canaglia rogue.

E come tale bollato, o no, sulla base di comportamenti, atteggiamenti e valori unilateralmente definiti, soppesati e proclamati per cui a te, in quanto Stato accettabile e, per definizione, “accettato” dagli USA, è consentito ad esempio sviluppare una bomba atomica o arricchire l’uranio per la ricerca scientifica.

E a te, invece, in quanto loro avverso e da loro avversato, no. Il che fa dire sì a tutti, Arabia saudita compresa, ma no a Pyongyang (e a Teheran che, al contrario del Nord Corea nega poi anche di cercare e volere la bomba pur avendo le oltre duecento atomiche di Tel Aviv quasi al confine).

Proprio a fine gennaio, poi, anche la Corea del Sud iscrive il suo nome, a sette settimane da quando lo ha fatto la metà Nord di quel paese, nella lista degli Stati che hanno lanciato in orbita un loro missile balistico a medio raggio: senza che nessuno dica ahi o bahi sul suo diritto a farlo… Seul è nel branco delle figlie dell’oca bianca, infatti, non tra le oche nere (New York Times, 30.1.2013, On 3rd Try, South Korea Launches Satellite Into Orbit Al terzo tentativo, la Corea del Sud lancia in robita il suo satellite http://www.nytimes.com/2013/ 01/31/world/asia/on-3d-try-south-korea-launches-satellite-into-orbit.html?ref=global-home).

●Intanto, il gabinetto di transizione da lei nominato in Sud Corea, fino alla sua inaugurazione del 25 febbraio, è stato formato in modo da cercare di costruire qualche ponte con l’opposizione di centro-sinistra di Moon Jae-in che ha perso la corsa di poco. E sembra un segnale importante, in un clima politico di contrapposizione pesante come quello da sempre imperante a Seul. Park ha dato subito, prima ancora dell’inaugurazione del mandato, indicazioni di intenzioni diverse da quelle trasmesse in campagna elettorale, combattuta invece su posizioni del tutto dicotomiche.

Due soprattutto: dice di voler prendere le distanze dal sistema dei monopoli privati, i chaebol, sostanzialmente inventato a suo tempo dal padre, il cartello che, anche a base di una corruzione diffusissima, controlla in questo paese il sistema di imprese con quote di capitali infinitamente minoritarie ma che si consolidano l’un l’altra a forza di incroci quasi tra il morganatico e l’incestuoso. E l’intenzione di promuovere un sistema di sicurezza sociale fondamentale, di welfare vero e proprio, che in questo paese in realtà mai è finora esistito.

E adesso anche sulla politica intercoreana mostra una disponibilità che non era proprio prevista. Certo, se Kim come è quasi sicuro, procederà con un test nucleare nel Nord – l’unico usbergo che ai suoi occhi, col lancio del missile di metà novembre potrebbe metterlo al riparo dalle pretese di imporgli l’allineamento alle scelte politiche statunitense – sarà un test cruciale per qualsiasi apertura di Seul a Pyongyang (The Economist, 4.1,2013, Plenty on her plate Sul suo piatto, già tanta roba http://www. economist.com/news/asia/21569073-park-geun-hye-prepares-address-some-her-fathers-legacy-plenty-her-plate).     

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●Vogliamo qui introdurre il discorso specifico sui vari paesi arabi in sommovimento da una considerazione qualche po’ generale anche se niente affatto generica. Si viene diradando, ci sembra, la nebbia che, per ragioni di pura e semplice ignoranza, per motivi politici magari teoricamente anche nobili, per meschine questioni di interessi e posizioni da acquisire o consolidare per sé o far perdere ad altri, che è calata ormai da due anni sulla/e rivoluzione/i araba/e.

Lasciando perdere, speriamo una volta per tutte, l’ipersemplificazione della narrativa occidentale, americana anzitutto, secondo cui la rivoluzione araba è, alla fine della fiera, la favola dell’ultimo sviluppo di una spinta universale alla “democrazia” e venendo al futuro prossimo venturo geopolitico di questo variegato mondo che è tutto arabo e di comune ha solo la priorità di rispondere alle necessità della gente. Al momento, dopo – sia chiaro – dopo la domanda di crescita,  lavoro, istruzione, sanità… – l’altra grande urgenza che preme nel mondo arabo è quella a tutti davvero comune di ridirigere sul piano politico la passione di un’opinione pubblica appassionatamente impegnata a trovare un impegno che non sia soltanto chimera o utopia.

Con governi, o comunque sistemi di governance, che legittimino in tutti i paesi il rapporto tra governati e governanti, dove anche in modi diversi e non solo e semplicemente alle urne i governi siano tenuti a rendere conto di quello che fanno e vanno promettendo. Col potere, alla fine, di eleggere e rimuovere anche qui – ma non è detto che altrove funzioni meglio… – un governo che non rispetti il dovere che ha, perché è tale, di fornire e garantire maggior sicurezza, opportunità e prosperità per i cittadini.

Il pericolo, invece, meno in Egitto noi pensiamo che altrove, è che in questi paesi – specie in quelli che alla primavera e alla rivoluzione hanno resistito di più e, dal punto di vista dei loro rais, meglio,  come Arabia saudita, Bahrain, Kuwait…; o peggio, sfasciandosi nel caos col crollo o l’avvio precipitoso allo sfascio, come Libia e Siria – scatti ora, insieme alla ragione storica forte e reale ma spesso anche funzionante da alibi e scarico del barile su Israele e USA della reale tragedia palestinese, l’altro alibi ancor più sviante si venga ad aggiungere una specie di guerra diffusa e aperta tra le fazioni principali dell’Islam sunniti (specie la versione wahabita e estremista saudita e al-Qaedista) contro sci’iti (Iran, che arabo non è ma islamico sì, l’Iraq e le tante minoranze di questa ala dell’Islam disseminate in quasi tutti i paesi sunniti.

Questo rischia davvero di essere l’alibi di regimi ultrarepressivi e chiusi a riccio per autogiustificare verso i propri sudditi, verso se stessi e verso i propri alleati la continua negazione del dovere di render conto ai propri cittadini del proprio operato che, qui, è il senso concreto di un concetto altrimenti assai vago come quello di democrazia.

Il nuovo spettro che incombe su tutto il mondo arabo è la domanda di legittimità avanzata a chi ha il potere perché ormai, dovunque, in Arabia saudita come in Egitto, forse al fondo anche in Siria e in Libano e in Giordania, a spingere all’azione e anche, magari, alla ribellione è il fatto che i giovani – dappertutto qui quasi la metà della popolazione – esigono da chi li governa – altro tratto ormai comune coi nostri paesi qui in occidente – competenza, responsabilità e disponibilità a rendere in qualche modo conto del proprio operato.

C’è un termine, difficilmente traducibile in modo soddisfacente dall’inglese, che rende conto al meglio della richiesta che oggi avanza prepotente qui un po’ dappertutto. Democrazia è concetto generico e complessivamente troppo complesso e articolato con tutte le sue forme e procedure e parole come responsabilità e autorevolezza altrettanto. Ma tutti sono compresi nel termine di accountability che nulla ha a che fare con la contabilità e la rendicontazione e tutto con la necessità ormai del rendere conto, il dovere d trasparenza obbligata verso sudditi che vogliono diventar cittadini da parte di sovrani, sceicchi, ayatollah e presidenti…

Asciugato, anche qui, è questo il ragionare di un osservatore arabo lui stesso ma da decenni emigrato e operante in America,  che dirige oggi la Oxford Academica, think tank autorevole di ricerche strategiche di Washington, dopo aver servito nello staff all’ONU del segretario generale Kofi Annan (New York Times, 3.1.2013, Nader Mousavizadeh, The Real Arab DemandLa vera richiesta dei popoli arabi http://www.nytimes.com/2013/01/04/opinion/the-real-arab-demand.html?hpw&_r=0).

●L’Egitto rappresenta uno di questi nodi “arabi” che stanno venendo al pettine, tra i primi e i più importanti e, forse, oggi passata la tempesta del referendum costituzionale e prima della prossima in arrivo, quella delle nuove elezioni parlamentari, c’è il tempo e il modo di ragionare un po’ a freddo di quel che sta davvero succedendo in quel grande paese arabo e mussulmano.

Il nodo che al momento qui ancora rallenta e, forse, paralizza tutto è che, malgrado il grande potere accumulato formalmente con le ripetute vittorie elettorali acquisite, e per lo più democraticamente, nei due anni della rivoluzione, al presidente Mursi manca sempre la possibilità di esercitare giorno per giorno l’autorità che ha sul sistema giudiziario sulla polizia, sui militari, sui mezzi di comunicazione di massa e anche sui gangli che controllano la burocrazia del giorno per giorno.

E’ un fatto che, semplificando solo un po’, le divisioni profonde tra “islamici” e “laici” hanno portato il paese sull’orlo di un disastro sociale e economico. “E’ la verità, ma non tutta la verità”, scrive un attentissimo osservatore e analista di affari internazionali di un grande quotidiano canadese, lui stesso un mussulmano di nascita indiana e da molti anni studioso attento e fine di quelle realtà complesse (The Toronto Star, 15.12.2012, Haaron Siddiqui, In Egypt, it’s the elite vs. the unwashed In Egitto, è l’élite contro la plebe http://www.thestar.com/opinion/editorialopinion/article/1302803--in-egypt-it-s-the-elite-vs-the-unwashed). Dal suo scritto traiamo, liberamente, le considerazioni che seguono:

A contare non c’è solo questa divisione tracciata così, un po’ all’ingrosso. Ci sono diverse altre linee di frattura: tra egiziani con e senza uniforme; democratici e autocrati; islamisti moderati e islamisti ultra-ortodossi; quanti erano i beneficiari del vecchio rodine e i nuovi che hanno ora il potere o ne sono intermediari. In sintesi estrema, nei 22 mesi da quando la gente ha sbattuto giù dal trono Hosni Mubarak, i tre elementi di mutamento fondamentali e radicali sono stati gli sviluppi:

• dentro le Forze armate – il vero potere dagli anni ’50 dietro ogni presidenza – che si sono ritirate via dalla ribalta solo ad agosto scorso e non certo del tutto. Controllano ancora parte dell’apparato di governo e 1/3 dell’economia attraverso le imprese del settore pubblico che gestiscono direttamente o alla cui gestione comunque presiedono, controllando così una vasta rete clientelare;

• la prevalenza sul piano del consenso sicuramente acquisito democraticamente, secondo gli egiziani stessi anche quelli dell’opposizione e tutti gli osservatori internazionali è chiaramente degli islamisti che hanno vinto in modo netto e con voto trasparente in ben sette diverse elezioni: un referendum, due turni ciascuno di voto per i due rami del parlamento e altri due turni per le presidenziali: con la Fratellanza scelta alle urne come la grande vincitrice, seguita a ruota dai conservatori salafiti;

• contro di loro si sono schierati i non-islamisti senza mai riuscire davvero a far blocco: includono la gran parte dei giovani che quasi due anni fa fecero la rivoluzione (molti di loro, però, essendo anche islamist); i cristiani copti;i laici (inclusi non pochi mussulmani che sul piano personale si considerano praticanti e osservanti ma non amano vedere il governo affidato ai religiosi o all’autorità da loro derivante perché tali; ci sono anche laici, invece, militanti, che non tollerano proprio i fedeli al governo perché sono fedeli; e i tifosi di ogni clientela tradizionale di tipo capitalista o mercantilista; i membri del’apparato giudiziario e gli  altri superstiti del vecchio ordinamento…

Al di sopra di tutte queste frattura c’è quella – più inconfessata e inconfessabile, certo, anche in questa società tradizionale e conservatrice – che, forse, tutto sovrasta e permea: le èlites in qualche modo formalmente istruite, per lo più urbane, sono da mesi in preda a un attacco isterico di massa a fronte dell’avanzata improvvisa, prepotente delle orde rurali analfabetizzate.

C’è un forte sentire comune tra i maggiorenti – economici, culturali, professionali, politici: alla de Tocqueville, per capirci, quello vero non quello della leggenda epica dell’iperdemocrazia[4] – che le masse vanno tenute lontano dal potere politico che, almeno per le questioni di peso, quelle costituzionali, non è qualificato solo dal voto: specie perché queste orde di persone non preparate “obbediscono” spesso ai dettami o ai suggerimenti dei preti.

Le diverse fazioni islamiche hanno speso gran parte delle loro forze nel tentar di sabotare iniziative ed istituzioni promosse o controllate, anche se secondo meccanismi decisionali correttamente democratici, dalle nuove istituzioni elette.

Hanno rovesciato a forza di dimostrazioni di piazza, e non secondo le procedure legali, il panel  designa o in base al numero degli eletti che aveva ricevuto l’incarico di redigere la prima bozza della costituzione. Poi abbandonarono anche il secondo panel, anche se vi avevano strappato per nomina e non con elezioni la metà dei seggi. Infine, sono passati a condannare il fatto che alla fine la costituzione se la siano scritta da soli quelli della maggioranza islamista. Ma se n’erano andati loro, lasciando stecca e pallino.

I giudici, intanto, sulla base di una tecnicalità da puri azzeccagarbugli scioglievano tout court il parlamento e l’esercito decretava di togliere molti dei poteri al presidente eletto, secondo una campagna di chiara e dichiarata prevaricazione da parte di chi le elezioni presidenziali le aveva perse – i militari, col loro candidato arrivato secondo – e laici e sinistre che preferivano starsene zitti, sperando di sopravvivere a quello che sarebbe stato lo scannarsi a vicenda, speravano, dei mubrakiani e dei militari. Intanto, il procuratore generale della Repubblica, designato da Mubarak in persona a suo tempo, continuava per mesi a intralciare ogni inchiesta sulle illegalità dell’apparato mubarakiano, la sua corruzione e gli abusi di potere.

Alla fine lo stesso decreto no. 22 del presidente, quello che ha sollevato tante obiezioni tra le vestali delle forme giuridiche solo adesso invocate, che però corrispondeva di fatto ai poteri eccezionali e temporanei che hanno retto dovunque per mesi e mesi grandi democrazie in fase di traballante prima affermazione: come la Francia con de Gaulle, dopo la Liberazione del 1945, l’Italia del CNL in quegli stessi mesi, i neonati Stati Uniti di Madison e Jefferson e Washington, quando subito dopo la rivoluzione per l’indipendenza impiccarono almeno 25 mila collaborazionisti del Regno Unito di Giorgio III e, certo, senza processo alcuno[5] (The Progressive, 7.2009, Gen. Howard Zinn, Untold Truths of the American Revolution Le verità non dette sulla rivoluzione americana http://www.progressive.org/zinn070 309. html): c’erano allora in America 3 milioni di abitanti (lo sterminio dei pellerossa ancora non era avvenuto), che corrisponderebbero oggi a 2 milioni e mezzo di cittadini americani sommariamente impiccati su 300 milioni di abitanti….

Qui Mursi reclamava a sé – come unica carica istituzionale eletta liberamente dal popolo fino alle elezioni del nuovo parlamento – i poteri eccezionali e temporanei necessari per impedire i colpi di forza, o di man bassa giuridica, che intendevano deragliare il processo costituente, sbaraccando il parlamento a favore di poteri ancora di fatto esistenti ma obsoleti come quello dell’ordinamento militare, frenato ma non governato, e quello giudiziario, che scopriva dopo un trentennio di appecoronamento sotto Mubarak una sua pretesa di autonomia.

Mursi ha in parte corretto, poi, il suo decreto auto cancellando alcuni dei poteri che si era preso ma non ha cancellato il referendum né la sua decisione di pensionare il procuratore generale. E, al referendum, si è visto come siano andate le cose, con la mancanza di credibilità e la litigiosità impotente dei tanti suoi avversari che si sono sparpagliati tra loro, rifiutando ogni possibilità anche di discutere altri, diversi, emendamenti alla Costituzione prima del referendum costituzionale.

La Costituzione che nel 1971 era stata fatta approvare sotto Anwar Sadat, il predecessore di Mubarak, affermava già che “l’Islam è la religione dello Stato e i princìpi della shari’a sono la principale fonte della legislazione”. Questa nuova garantisce, però, piena libertà alle “adiyan al-Samawiyya”, tradotto con “religioni celesti” o “religioni rivelate”. Per cui in effetti, c’è ancora confusione – che diritti sono previsti per chi segue le religioni del Libro, quelle che non derivano dalla Bibbia, altre cioè da ebraismo, cristianesimo e islamismo? e sarebbe stato utile che si fosse riaperto almeno il dibattito, quando c’era ancora tempo, sicuro…

Sui diritti delle donne, la Costituzione appare restare più o meno al livello del chiacchiericcio della vecchia carta sadatiana: lo Stato dovrebbe “garantire il miglior coordinamento tra i doveri della donna e il suo agire pubblico” (la vecchia garantiva l’uguaglianza delle donne, ma beninteso  “senza violare le regole della giurisprudenza islamica”, cioè della shari’a.  E non sono state poche le donne, anche quelle che in strada girano per scelta propria col velo, a contestare e criticare la nuova formulazione e la sua esplicita menzione della “giurisprudenza islamica”…

D’altra parte, anche il potere che la nuova Carta, implicitamente più che esplicitamente, riserva alla casta militare – che si è svecchiata con la messa a riposo forzata dei vecchi marescialli di Mubarak con più giovani generali e colonnelli; ma niente forse di più – sembra ancora francamente eccessivo e, soprattutto, un po’vago. Il fatto è che le società in transizione hanno bisogno oggi di un Nelson Mandela, o almeno di un George Washington, di un Charles de Gaulle… E Morsi, che onestamente sembra averci provato e probabilmente ci è anche riuscito al di là di quanto avrebbe fatto qualsiasi altro al suo posto, non è comunque riuscito ad incarnare la figura del grande conciliatore, quindi unificatore.

E, a un certo punto, perché il paese non affondasse del tutto nella melma dell’impasse di una transizione che continuava a galleggiare perigliosamente tra decenni di regolazione autoritaria e la quasi totale assenza di regole che sembrava ormai prevalere su tutto verso un nuovo ordine non ben definito, ha dovuto tagliare alcuni nodi.

La democrazia – la “regola” che vede decidere la maggioranza e conformarsi la minoranza contandosi liberamente sembra cominciare a mostrarsi, anche se caoticamente, forzando tutti gli attori, a cominciare dal presidente, a cedere e mediare con la pressione, anche cangiante giorno per giorno, delle masse.

Insomma in Egitto, ancora, ha da passa’ ‘a nuttata… Ma hanno cominciato, almeno, a cercare la strada per affidandosi prevalentemente – comunque – più alla bussola della democrazia che a quella della dittatura, anche se in una società tradizionale, conservatrice e tentata sempre di seguire la strada antica delle leggi islamiche.

●Ora, a inizio gennaio, il consigliere per gli affari Esteri della presidenza, Essam al-Haddad, si è incontrato – e, soprattutto ha fato trapelare di essersi incontrato ripetutamente al Cairo, a fine dicembre  “riservatamente” su incarico del presidente col magg. gen. Qassim Suleimani, alto esponente del Corpo iraniano delle Guardie della Rivoluzione e famoso esperto in materia di controllo della sicurezza dello Stato.

Il contatto è stato stabilito direttamente con la mediazione della Fratellanza mussulmana “a scopo conoscitivo (spiega il quotidiano del Cairo Al-Masri Al-YoumL’indipendente, che Sources: Presidency consulted Iran intelligence chief over security Secondo nostre fonti [sicure]  la Presidenza ha consultato il capo dell’intelligence iraniana [sui temi della sicurezza dello Stato] ▬ http://www.egyptindependent. com/news/sources-presidency-consulted-iran-intelligence-chief-over-security), provocando le ire furibonde che lo stesso presidente si è poi dovuto dar da fare a quetare gli specialisti del ministero degli Interni…

Lo scorso agosto il presidente Mursi aveva condotto la prima visita ufficiale di un leader egiziano in Iran dalla rivoluzione degli ayatollah del ’79 e, adesso, Teheran ha chiesto il permesso di aprire al Cairo un ufficio di corrispondenza della sua agenzia ufficiale di stampa: sollevando sospetti e fobie, però non motivabili se non col piegarsi ai “suggerimenti” e alle pressioni degli americani, di qua, e alle ossessioni anti-sci’ite e contrapposte ma convergenti, di là, dell’estremismo wahabita sunnita… Falsi problemi, insomma.

A restare intero è il problema di fondo. Che, forse davvero però, l’incognita più tangibile e concreta per il futuro anche prossimo dell’Egitto è identificabile, più che negli scontri sulla religione o sulla stessa democrazia, proprio nella lentezza faticosissima del processo di cambiamento: su temi che stanno a cuore a tutti, di ogni  classe sociale e ogni credo— l’economia, che non riesce a decollare specie sulle cose concrete – esattamente come da noi al dunque. Ma in modo drammaticamente più urgente – e le riforme davvero indilazionabili – anche se c’è da discutere poi, si capisce, sul come e sul quanto e sul dove – proprio come da noi, no? ma anche qui, più pressante – della sanità e dell’istruzione…

●Infine – infine almeno per ora… ma certo, come anche va aggiunto, last but non least – una parola sullo stato molto precario dell’economia dell’Egitto. L’impegno politico-istituzionale e le tensioni valorial-culturali hanno bloccato Mursi almeno per gli ultimi sei mesi nella costruzione e nella difesa della sua stessa legittimità, facendogli mettere tra parentesi l’economia che, in una fase che vedeva drammaticamente svilita la situazione in paesi ben altrimenti strutturati del Mediterraneo come Spagna e anche Italia, è andata quasi letteralmente a picco.

Con una larghissima maggioranza della popolazione che nel referendum ha deciso alla fine di votare no o di non votare, la legittimità assicurata come in tutte le democrazie da quelli che invece a votare sono andati, la percezione di una robusta anche se vibrante democrazia sembra sicuramente calata. E non ci sono neanche i soldi…

Il buco del deficit sul PIL è salito in un semestre del 38%, di $ 13,1 miliardi e la sterlina egiziana ha perso il 6% di valore sul $, la crescita del PIL è scesa dal 5% del 2011 allo 0,5 l’anno passato (il calo maggiore di un paese che sia passato per il sommovimento della lunghissima primavera araba e il tasso medio di disoccupazione è salito dall’8,9 al 12,4%, Chi in questo paese era ed è ricco non si è in larga parte fidato e ha portato alla dimidiazione delle riserve di valuta del paese con la fuga in massa di capitali all’estero, provocando un mese fa l’imposizione di controlli sull’uscita di cpaitali dal paese.

L’Egitto ha attualmente un deficit di bilancia commerciale del 50% che colmavano in buona misura, ma quasi non più, afflussi di spesa dal turismo e dalle rimesse degli emigranti. Il rating del credito sovrano è stato svalutato da Standard & Poor’s a B-, sei livelli sotto quello precedente. Fino al giorno prima, un buono annuale del Tesoro pagava il 13,54% di rendimento e, dopo, ne hanno interrotto le vendite per evitare interessi maggiori. Insieme a Grecia e Pakistan, le operazioni di scambio di crediti bancari dell’Egitto si collocano fra i dieci paesi al mondo che sono messi oggi peggio.

Dicono gli esperti di economia, quelli del FMI e quanti in generale aderiscono alla scuola della cosiddetta saggezza convenzionale ma stavolta, almeno in parte concordano i più, andrebbero tagliate le erogazioni di diritti acquisiti, sussidi e aiuti per ridimensionare d’urgenza la spesa pubblica. Ma il governo resiste: prima perché, come qualsiasi governo responsabile, che deve rispondere non solo ai mercati ma anche ogni tanto alla gente, resiste all’idea, poi perché austerità ulteriore e altri aumenti di tasse avrebbero ancora più complicato il passaggio della Costituzione a dicembre. Restano seri problemi il  pane, il lavoro e  l’approvvigionamento di combustibili.

●Pare che gli unici aiuti effettivi – prestiti e doni – arrivati in Egitto, tra i tanti promessi e solennemente annunciati, siano stati i 2 miliardi e mezzo di $ del Qatar— il resto, dichiarato da America e Europa, di fatto lo hanno bloccato dubbi, timori e esitazioni. Adesso il governo sta tentando di portare a casa un prestito di $ 4,8 miliardi dal Fondo monetario internazionale ma i funzionari onnipotenti e strapagati del FMI continuano a nutrire dubbi forti che l’Egitto abbia deciso di accettare e implementare le condizioni che loro gli impongono.

In sostanza, e come fa sempre il Fondo – al di là di aperture che ogni tanto escono e subito rientrano dai suoi uffici studi che alla fine, poi, non sono quelli che contano e decidono – la scelta cui intendono obbligare anche questo paese è quella tra il non accedere al prestito e un’austerità da imporre costi quel che costi: anche al costo di un’latra rivoluzione, stavolta solo per reclamare il diritto a un tozzo di pane.

Ma la probabilità che si affaccia oggi più concreta, è che dando per scontato che ogni aiuto – del  Fondo, degli USA, dell’Europa, del Qatar… – finirà col condizionare pesantemente, e in senso più geo-politico che altro, le scelte di Mursi, alla fine una mano potrebbe arrivare al Cairo ancora proprio da Doha. Lo ha ora ripetuto il premier del Qatar, parlando in sede di Banca mondiale, altro organismo finanziario internazionale collegato al FMI che interviene a prestare, sempre a strozzo e sotto condizionamento politico, soldi ai paesi in via di sviluppo.

Lì, senza parlare apertamente stavolta di cifre, ma assumendo un impegno d’onore – che nel mondo arabo conta – e perseguendo con costanza il disegno suo proprio di farsi mediatore regionale efficace con l’arma potente di cui dispone, la liquidità finanziaria – lo sceicco Hamad bin Jassim bin Jabor al-Thani (stesso cognome dell’emiro, ovviamente) ha detto che è “interesse della Banca anzitutto”, da tutti i punti di vista, “anche come creditore importante” del Cairo, evitare all’Egitto “la bancarotta” e che, in ogni caso, il suo paee “nel tempo del bisogno finanziario starà con l’Egitto e il suo popolo(Wall Street Journal, 15.1.2013, Qatar to Stand by Egypt; Doesn't Want to See It Go Bankrupt Il Qatar sosterrà l’Egitto; non vuole vederlo andare in bancarotta http://online.wsj.com/article/BT-CO-20130115-710124.html).  

●A metà gennaio, una Corte d’appello annullando e rinviando a un nuovo processo la condanna all’ergastolo di Mubarak per le centinaia di morti (più di 800) della repressione scatenata nella difesa del suo regime due anni fa – e a prescindere qui, naturalmente, da ogni valutazione di merito sulla sua colpevolezza/innocenza – destabilizza ora pericolosamente gli equilibri di questo paese ormai alla vigilia di nuove prossime e decisive elezioni parlamentari (New York Times, 13.1.2013, D. D. Kirkpatrick, Egyptian Court Overturns Mubarak’s Conviction Tribunale egiziano rovescia il verdetto di colpevolezza per Mubarak http://www.nytimes.com/2013/01/14/world/middleeast/egyptian-court-grants-hosni-mubarak-a-new-trial. html?ref=global-home&_r=0).

Certo, il tribunale di prima istanza che lo aveva condannato un anno fa aveva motivato la sentenza sulla base della “responsabilità oggettiva presidenziale”, in qualche modo già gettando le basi del ricorso con l’affermazione di non aver trovato prove di un suo ordine diretto alle truppe di sicurezza e all’esercito di passare alla repressione sistematica. E tutto resta così, comunque, in bilico.

●Ancora più confusa la situazione appare dopo che, a fine gennaio, il presidente dichiara stato d’emergenza e coprifuoco nelle tre province costiere dell’est del paese, per una rivolta scatenata in protesta e, insieme, come plauso contro le 21 condanne a morte emesse da un tribunale nei confronti dei principali fomentatori delle sommosse che a febbraio dell’anno scorso, durante la partita di calcio tra squadre di Porto Said (al-Masry) e il Cairo (al-Mahly), provocarono 74 morti fra la folla, poi prontamente montata e trasformata, anche, in una vasta e informe protesta contro il governo Mursi. E le rivolte di oggi causano altri 37 morti…

Anche da questo sviluppo esce confermato che i gruppi dell’opposizione politica al potere islamista “moderato” di Mursi sono forse in grado di creare e accrescere il caos mettendo insieme folle di rivoltosi mossi da mille diversi motivi, e rinfocolandone le rabbie ma non costituiscono un pericolo vero, e tanto meno politico ad oggi, per il governo, riuscendo però con efficacia a prolungare condizioni di incertezza della sicurezza personale dei cittadini e di quella pubblica. Ma, visto il loro interno sbrindellamento, senza arrivare mai – né con le sommesse, né con il voto e neanche convincendo la maggioranza – a concludere niente sul piano politico.

Si conferma che, regolarmente, queste rivolte scoppiano senza alcun preallarme: il che poi, di per sé, costituisce un indicatore importante di instabilità, rilevante e che rimane evidente, di insicurezza diffusa (RIA Novosti, 26.1.2013, Over 30 dead, army deployed in Egypt as riot flares up in Port Said after stadium stampede death sentencesPiù di 30 morti, le forze armate schierate in Egitto mentre scoppiano rivolte a Porto Said dopo le condanne a morte per i tumulti e il fuggi fuggi dello stadio http://rt.com/news/sentence-death-port-said-782).

E si conferma anche che questi ultimi diffusi e violenti episodi di disobbedienza e anche di vera e propria rivolta civile, sia quelli legati al teppismo pseudo-calcistico che quelli connotati più direttamente all’attacco allo Stato, sono tutti concentrati nelle quattro grandi città dell’Egitto mediterraneo: a ovest il Cairo, a est Porto Said, Ismailiya e Suez.

E, dunque un fenomeno esclusivamente urbano che non appare aver grande risonanza al di fuori di queste aree. L’Egitto è, dunque, di sicuro sempre instabile, ma non è affatto in rivolta il paese intero. In altri termini, forse – non ancora, ma forse – gli attivisti delle grandi città potrebbero anche arrivare a rovesciare un governo ma non probabilmente il regime, l’autorità statuale e non hanno comunque capacità e sufficiente appeal per vincere le elezioni.

●Infine – ma come al solito, infine solo per ora… – il capo di stato maggiore e ministro della Difesa gen. Abdul Fattah el-Sisi, che proprio Mursi ha voluto al posto del feld-maresciallo Tantawi da lui “convinto” al pensionamento ad agosto, avverte parlando a una riunione dei cadetti ufficiali che il clima politico che viene montando “potrebbe anche portare al collasso dello Stato”. Le sue considerazioni sono state messe anonimamente su Facebook (Mubasher.info/Cairo, 29.1.2013, Egypt’s army chief warns of collapse of State— Il capo delle Forze armate egiziane ammonisce di possibile collasso dello Stato ▬ http://english.mubasher.info/portal/CASE/getDetailsStory.html?storyId=2238373&goToHomePageParam=true &utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+en%2FCASE%2Fnews+(CASE+New s+English).

Sembrano, a prima vista, osservazioni fatte quasi da sopra le parti, scordando il fatto che chi parla non è solo a capo delle Forze armate ma anche il ministro della Difesa del governo e di Mursi stesso. Si tratta di una presa di distanza dal travaglio politico che sembra, al momento, tornare a concentrarsi  più che altro a Porto Said sul piano dell’ordine pubblico e al Cairo quanto a turbolenza politica. In altri termini, e non si vede come potrà accogliere bene la novità Mursi, el-Sisi ha cercato di posizionare un esercito – che, per definizione, è parte integrante dell’assetto di potere istituzionale e facente capo alla presidenza – come se invece fosse quasi super partes, cercando di posizionarsi come s’erano dislocate le FF. AA. egiziane nel corso della rivolta che rovesciò Mubarak. Appunto, come extra partes…   

●In Siria, lo sviluppo della tragedia in corso – una guerra civile particolarmente cruenta che ne sta consumandone giorno per giorno gioventù, risorse e futuro – ha portato in evidenza sul piano internazionale, mai così chiaramente, la frattura fondamentale sul piano dei princìpi fra l’approccio della Russia anzitutto, anche se non solo, e quello di America e Europa: che – in parte resta qualche po’ reticente… ma globalmente silente e, dunque, indolentemente ossequiente – sull’interventismo, specie se armato, a livello internazionale contro governi e regimi che a chi conta non vanno bene.

Mosca non è affatto convinta – il contrario – che spetti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU decidere se rimuovere o meno, in base a criteri universali ma poi di fatto interpretati all’occidentale soltanto, di decidere e tanto meno di mettersi a finanziare e coprire, armare e aiutare coi propri servizi, drones e agenti segreti ribellioni, comunque motivate contro l’assetto esistente.

Loro restano dell’idea che il diritto internazionale tradizionale, quello definito nel XVI-XVII secolo dai grandi giureconsulti italiani e dai domenicani spagnoli, è la regola aurea: in fondo, i paesi che davvero vogliono liberarsi di un regime e instaurarne un altro ci sono sempre stati e ci sono sempre riusciti – dalla rivoluzione americana a quella francese, a quella russa – e poi, quando hanno deciso, come i russi quando ne hanno avuto abbastanza del comunismo, di cambiare rotta da sé...

E questa è la divergenza fondamentale che spiega tutto il comportamento russo: ostacolare il disegno americano che vuole autorizzare nel mondo le rivoluzioni amiche e abbattere chi gli è invece avversario o nemico, constatano i russi, senza averne alcun titolo (la stessa Carta dell’ONU non lo prevede davvero…).

Tradotta nello stallo siriano, questa divergenza vede certo i russi prendere atto del progressivo indebolimento del regime siriano che ormai, in più di un anno di insurrezione armata, non è comunque riuscito a domarla ma vede anche gli americani costretti a constatare come con aiuti militari e finanziari dello zio d’America e di quello saudita/wahabita, con lo scatenamento della guerriglia islamista estremista schierata contro Assad, i ribelli non siano riusciti a sfondare e a scalzarlo da Damasco.

Si diceva del contrasto radicale sul piano dei princìpi, ma almeno altrettanto su quello degli interessi, come ciascuno naturalmente li vede, tra un certo dogmatismo delle posizioni dei russi e l’opportunismo spicciolo, sempre “senza princìpi e anche ipocrita” (la Siria va bastonata, l’Arabia saudita sempre coccolata) lo chiamano i russi, degli americani (la legge vale per tutti, meno che, si capisce, per loro).

Il fatto è che la posizione dei russi sul piano internazionale è anche dettata dall’ansietà di fondo sulle implicazioni che una potenza USA che restasse impunemente, o quasi, richiesta di giustificare se stessa solo di fronte a se stessa, senza alcun condizionamento da rapporti di forza e di convenienza con gli altri perché nessuno osa chiedere loro di renderne conto e che si affermasse ora svincolata da ogni interdipendenza in Siria come già in Libia, avrebbe per un possibile ulteriore ridimensionamento del potere, o anche solo del peso, della Russia.

●Nel paese stesso, sembrava forse fino a subito prima di Natale che l’opposizione armata si stesse aprendo la strada mentre le forze del governo di Assad erano in frenata e anche in ritirata. Poi, il regime ha ripreso fiato e, almeno in due regioni, ha consolidato nuovamente la presa. Siamo di nuovo come in stallo e la cosa, adesso, preoccupa molto Qatar, Arabia saudita e Washington dopo l’appoggio che ormai da quasi due anni hanno dato senza alcun freno sul piano finanziario ma anche della logistica, della fornitura di armamento, dell’intelligence e di una campagna politica e di sistematica disinformazione a sostegno delle forze ribelli.

Rimane quanto mai confusa la logica proprio strategica con cui, al di là dell’ostacolare sul piano del breve respiro e del puro tatticismo gli intenti iraniani in Siria – sempre che poi sia possibile: non certo, comunque, così… – i governi occidentali un po’ tutti, ma anche quelli arabi in fondo, stanno deliberatamente tentando da almeno una ventina di mesi di destabilizzare uno Stato come quello siriano che era in partenza tra i più stabili e, tra virgolette, anche “affidabili” della regione pure sul piano dell’accortezza militare e dell’attenzione a contenere il proprio decennale confronto/scontro con la stessa Israele.

Ora, se vincono i ribelli che ormai vedono prevalere con la destabilizzazione rampante sul campo egemonia e controllo dei più feroci tra loro – gli al-Qaedisti, i wahabiti estremisti – anche in America, alla CIA, perfino alla Casa Bianca e al dipartimento di Stato si sono convinti non più della possibilità ma ormai della probabilità del massacro di decine di migliaia, ancora, di pressione. A questo punto, a inizio gennaio 2013, l’insuccesso di un’insurrezione che sta entrando nel suo terzo anno, malgrado una campagna globale, politica e militare condotta con tale insistenza e con alle spalle tutto il mondo arabo e l’occidente, sembra proprio una vera catastrofe di natura strategica.

USA, occidente e mondo arabo, sul piano dell’avere e a fronte di un investimento colossale di ordine finanziario, di credibilità e di prestigio bruciato (l’alleanza di fatto con al-Qaeda, in nome del principio che l’amico del mio nemico è amico mio…), non hanno niente da mettere se non il massacro di forse 60.000 siriani, gran parte civili. Appunto: la logica di questa avventura è proprio difficile percepirla.

Adesso, il mediatore speciale dell’ONU e della Lega araba, Lakhdar Brahimi, comincia a dire anche lui (New Europe, 10.1.2013, Karafillis Giannoulis, Brahimi: No place for Assad in transitional government Brahimi: non c’è posto per Assad nel governo di transizione http://www.neurope.eu/article/brahimi-no-place-assad-transitional-government) di non vedere la possibilità che per Bashar al-Assad sia possibile prevedere una presenza  nel governo di transizione, secondo il piano ormai vecchio di mesi e approvato da tutti a Ginevra ma rimasto inapplicato per l’intransigenza dei siriani e di molti (non tutti) dei loro sponsors.

La soluzione va comunque trovata in Siria, insiste Brahimi, e non può certo aspettare ancora molto. Il processo dovrebbe cominciare col garantire al presidente siriano un’uscita comunque sicura dal paese (Stratfor, Global Intelligence, 27.12.2012, Considering an Amnesty for al Assad Prendendo in considerazione un’amnistia per al-Assad http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/considering-amnesty-al-assad).

Resta il problema di convincere i siriani ribelli a concedere adesso, per dopo la loro vittoria, l’amnistia a Assad e di convincere Assad, che sembra convinto alla fine di vincere, di accettare una resa senza condizioni, di fatto, lasciando loro campo libero, adesso… E nessuno, tanto meno Brahimi, ha la minima idea di come farlo. Ma, poi, lo pensa davvero Brahimi? o ha solo deciso che, in qualche modo, deve almeno far finta di confortare la soluzione-illusione anelata ai piani alti del dipartimento di Stato e della Lega araba? se non lasciando la soluzione del dilemma alla guerra civile e ai suoi orrori…

Che vanno avanti ormai normalmente giorno per giorno, in un quadro che si fa quasi sempre più tragicamente indecifrabile. I ribelli, sparpagliati e divisi, erano stati costretti un mese fa dagli americani, praticamente contro la volontà dichiarata dei sauditi stessi, a rinnovare la loro leadership cosiddetta unificata, purgandola su basi meno oltranziste e fanaticamente, dichiaratamente, islamiste… E così, adesso, si ricomincia da capo.

●Infatti, undici movimenti e gruppi che si oppongono al regime di Assad dichiarano ora di aver formato un loro nuovo “Fronte islamico unificato” al quale rifiuta di aderire il gruppo armato di al-Nusrah che sul campo è il più vicino ad al-Qaeda, il più estremista e feroce e anche più efferatamente efficace, però, con la sua strategia del terrore diffuso contro il regime, che dichiara però di essere disposto a coordinarsi con esso in azione.

I due gruppi dichiarano – subito scontentando il dipartimento di Stato che proprio per emarginare al-Nusrah lo aveva a dicembre proclamato come gruppo terrorista tentando di costituire contro di esso, escludendolo dalla sua coalizione di oppositori per renderla un tantino più presentabile – di voler costituire una corte unificata della “shari’ia nella città di Aleppo”: qualsiasi cosa possa, poi, ciò significare… oltre al tentativo di applicare questo loro nuovo/vecchio metro sulla popolazione civile già martoriata con la daga della decapitazione e la frusta (Stratfor, 21.1.2013, Syria: 11 Opposition Groups Form ‘Unified Syrian Islamic Front’ Undici gruppi di opposizione in Siria formano un [nuovo e ennesimo…]Fronte unificato dei combattenti islamici’ [un’altra contraddizione in termini, dunque] http://www.stratfor.com/situation-report/ syria-11-opposition-groups-form-unified-syrian-islamic-front).

●D’altra parte, i leaders più “accettabili”, diciamo, a chi li sostiene in occidente e soprattutto in America della Coalizione nazionale siriana appena inventata un mese fa dalla Clinton al vertice di Marrakesh che si riuniscono ora, per conto loro, a Istanbul hanno rinviato a data da destinarsi, e per la seconda volta, una qualsiasi forma di governo transitorio dei ribelli che, per il momento, è ancora “impensabile” (e che verrebbe anche riconosciuto, diplomaticamente, con la Siria sempre membro a pieno titolo anche se a molti ostico ormai dell’Assemblea delle Nazioni Unite, solo dai suoi tifosi.

Costituiranno anche qui – come sempre e dovunque quando si tratta di rimandare una decisione – una “commissione di studio” di cinque membri che tenterà, entro qualche giorno di avanzare una “nuova proposta”. Lo comunica il presidente ad interim della Coalizione, lo sceicco Ahmad Moaz al-Khatib.

Scelto – cioè, proposto – dalla Clinton personalmente a dicembre in quanto, si disse allora, “religioso” tanto noto da essere “riconosciuto” dai combattenti anti Assad sul campo ma anche “moderato” abbastanza per Washington, Londra e Parigi, notoriamente studioso sunnita di prestigio e da sempre appoggiato da alcuni servizi segreti occidentali, CIA e DGSE francese anzitutto, e da anni stipendiato come consulente esterno della Shell: in realtà, e onestamente forse, poco religioso e anche assai poco moderato…

E lo rende noto alla stampa, al-Khatib, al ritorno dal Qatar dove era volato a lavori in corso per cercare di portare indietro, da un incontro con l’emiro che per ora non ha avuto successo – lui preferirebbe appoggiare qualcuno meno legato all’occidente e più alla sua visione dell’Islam di stampo wahabita tradizionale), le garanzie scritte di impegno a finanziare il nuovo governo almeno nelle aree che i ribelli controllano (Yahoo!News, 21.1.2013, Syrian opposition failes again to form transitional Government L’opposizione siriana fallisce ancora una volta di formare un governo di transizione http://news.yahoo.com/ syrian-opposition-postpones-forming-government-statement-064357074.html).

Il problema è sempre lo stesso: le divergenze ideologiche, “teologiche” chiamiamole pure, di visione del futuro islamico e tout-court del futuro oltre che della gestione presente del paese che stanno tentando di conquistarsi con le armi stanno minando e continueranno a minare ogni possibile fronte davvero unitario dell’opposizione

   (1) New York Times, 25.1.2013, Reuters, West's Fears Over Syria Islamists Mount as Coalition Flounders La paura dell’occidente sugli islamisti in Siria aumenta col traballare della coalizione http://www.nytimes.com/reuters/2013/01/25/world/europe/25reuters-syria-crisis-coalition-france.html?ref=global-home; 2) Stratfor, Global Intelligence, 15.1.2013, In Syria, Disputes Threaten Rebel Unity In Siria, le divergenze minano l’unità dell’opposizione http://www.stratfor.com/analysis/syria-disputes-threaten-rebel-unity).

●E viene fuori, dopo qualche altro giorno, che significativamente per primo tra gli oppositori, con l’appoggio esterno che ha tra di loro, sia ora proprio al-Khatib suscitando una fortissima maretta tra i “suoi” combattenti alla base, si dica oggi pronto, ma evidentemente ammorbidendo la sua posizione di intransigenza, a parlare con al-Assad, della cui famiglia è storicamente nemico (New York Times, 30.1.2013, H. Mourtada e R. Gladstone, Syrian Opposition Leader Softens Position on Talks with Assad— Leader dell’opposizione siriana ammorbidisce la sua posizione sulla possibilità di discutere con Assad ▬ http://www.nytimes.com/2013 /01/31/world/middleeast/syrian-opposition-leader-softens-position-on-talks-with-assad.html?ref=global-home)…

Curioso, ma forse soltanto coincidenza, è che al-Khatib lanci la sua offerta (condizionata comunque alla liberazione dei prigionieri e alla restituzione dei passaporti agli esiliati ma senza alcuna effettiva offerta da parte sua a Damasco) proprio dal Cairo (lo riferiamo qui, ma avremmo potuto inserire i seguenti due paragrafi anche nel capitoletto precedente sull’Egitto).

Dove, solo il giorno dopo, uno dei capi dell’opposizione egiziana, liberale e non religiosa, laica diremmo noi, Mohammed el-Baradei, già capo degli ispettori dell’ONU che con ragione si opposero all’avventura tragica di Bush in Iraq e poi Nobel della pace, offre – uscendo dai ranghi? parrebbe di sì – al presidente Mursi, solo un giorno dopo l’appello del ministro della Difesa egiziano Abdul Fattah el-Sisi, di “aprire un dialogo nazionale per puntare a un nuovo governo di coalizione” con la minoranza che ha perso le elezioni e “una riapertura delle trattative sul lavoro svolto dalla Costituente”.

Mursi dice subito un secco no: parlare sì, con chiunque specie con un personaggio autorevole ed apprezzato come ElBaradei; trattare e discutere, però, è altra cosa: un presidente della Repubblica democraticamente eletto – cosa che ElBaradei stesso non nega – può farlo solo in parlamento e nelle istituzioni dello Stato anche esse democraticamente elette che, in ogni caso, ormai esistono e stanno perfettamente in piedi. Dall’altra parte, del Mediterraneo, Assad invece neanche risponde  all’apertura accennata dallo sceicco al-Khatib (New York Times, 30.1.2013, D. D. Kirkpatrick, Opposition in Egypt Urges Unity Government L’opposizione in Egitto preme per un governo unitario http://www.nytimes.com/2013/ 01/31/world/middleeast/egypt-protests.html?ref=global-home).

●Proprio a fine mese, arriva anche la notizia che aerei israeliani violano il territorio siriano – la prima volta che la cosa venga denunciata da chi la subisce e rivendicata da chi la compie ormai da diversi anni – bombardando un convoglio di trasporti militari delle FF. AA. che, secondo Tel Aviv, portava – o avrebbe potuto portare, dice invece Washington – “sofisticato  materiale antiaereo”, cioè missili terra-aria probabilmente, destinati agli Hezbollah libanesi.

Nulla di sconvolgente, data la regione e il clima rovente che vive, dato  se non l’attestazione del fatto che la guerra civile siriana continua a debordare o a essere fatta debordare dai suoi confini in presenza, anche di componenti esterne infiammabili e incontrollabili: perché Assad reagisce limitandosi alla denuncia verbale, per ora… ma non è detto che sarà sempre e solo così (New York Times, 31.1.2013,  I. Kershner e M. Gordon, Israeli Airstrike in Syria Targets Arms Convoy, U.S. Says Gli USA affermano che un attacco aereo israeliano colpisce un convoglio militare in Siria http://www.nytimes.com/2013/02/01/ world/middleeast/syria-israel.html?ref=global-home&_r=0).

●Alle elezioni parlamentari – strettamente controllate dal trono e dal suo governo – si presentano il 23 gennaio in Giordania, 1.400 candidati per i 150 seggi e, di essi, solo 22 sono identificati come candidati islamici a causa del boicottaggio delle elezioni da parte della Fratellanza mussulmana: la vecchia assemblea, alla vigilia dello scioglimento, aveva ridisegnato le circoscrizioni elettorali in  modo da favorire la sovrarappresentanza dei cittadini di nascita giordana, abitanti per lo più di aree scarsamente popolate e desertiche rispetto alla popolazione urbana formata in buona parte, però, di  cittadini di origine palestinese…

Di qui il boicottaggio annunciato già l’anno scorso (troppo presto per non allertare i fautori del potere consolidato) e molte delle proteste di strada e, alla prime dimostrazioni del novembre scorso che videro una forte protesta popolare mossa in particolare dal caro-pane, ecco i morti anche qui nella repressione. Alla fine un po’più di una trentina di loro e di altri critici che hanno partecipato come indipendenti sono passati, secondo i risultati finali.

I “lealisti” di re Abdullah II mantengono una sicura maggioranza anche se rispetto al 2010 ne perdono diversi e almeno 27 deputati della vecchia legislatura vengono rieletti con 17 seggi vinte da candidate. Questi almeno i risultati inizialmente comunicati dal ministero degli Interni… Alla fine, la televisione di Stato comunica che la maggioranza dei 150 seggi che restavano contestati sono stati vinti da candidati legati da antiche consuetudini e legami di natura tribale e addirittura familiare con il monarca e non da rapporti di tipo partitico e/o politico o, comunque, di natura ideologica o anche solo ideale.

E’ stata la crescita del tribalismo come tale, incoraggiata e stimolata con mance e prebende doviziose della casa reale, come una vera e propria forza politica nel paese a smussare l’emersione qui di partiti e movimenti a base nazionale e a frenare l’influsso delle fratellanza mussulmana. Il cui secondo massimo esponente, Zaki Bani Rusheid, affermando ora con un’analisi molto precisa che questa assemblea per la quale ha votato il 56% del corpo elettorale dà il segno dell’assenteismo scoraggiato del popolo, è “la carta copiativa di quella uscente e ne riproduce la neghittosa incapacità/non volontà di giocare il ruolo costituzionale di controllo e di critica che dovrebbe avere in una monarchia parlamentare” e assicura che adesso “andranno avanti le proteste di massa per ottenere le riforme vere che i Fratelli vogliono e di cui il paese ha bisogno”.

La monarchia hashemita di Giordania ha, in effetti, registrato forti proteste contro le resistenze a un cambiamento significativo dall’alto ma non – o non ancora forse – della forza di quelle che hanno spazzato via i regimi di tanti altri paesi arabi (Reuters, 24.1.2013, Tribal Movement Wins Jordan Vote, Islamists to Protest Il movimento tribale in Giordania, vince le elezioni e gli islamisti protestano http://www.reuters.com/article/2013/01/24/us-jordan-elections-idUSBRE90N0NQ20130124).       

La situazione è stata poi ancora complicata da un deficit salito alle stelle e ha compresso e alzato di molte flusso e prezzi delle importazioni e dall’arrivo di quasi 200.000 rifugiati dalla vicina Siria. E la protesta si è andata sviluppando, concentrando e diventando più dura sui tempi del carovita e della mancanza di lavoro soprattutto contro la corruzione dilagante in tutto il sistema pubblico e che il re, tutto considerato, sembra tollerare, convinto com’è che suo compito principale, secondo tradizione di famiglia, va premiata anzitutto la fedeltà dei suoi e che per l’economia bisogna affidarsi al mercato, anche se come nel caso giordano è un’economia un po’ da accattoni, senza forzature – dice – volontariste…

Sembra confortarlo, assurdamente, l’opinione del primo ministro Abdullah Ensour che parla, invece, di “progresso drammatico” perché per la prima volta re Abdullah consulterà il parlamento prima di nominare un nuovo premier… “Consulterà”, a questo lo impegna la Costituzione. E non lo impegna a nient’altro (New York Times, 21.1.2013, Kareem Fahim, As Election Nears, Protesters in Jordan Increasingly Turn Anger Toward the King Con l’avvicinarsi delle elezioni, in Giordania quanti protestano rivolgono la loro rabbia contro il re http://www.nytimes.com/2013/01/22/world/middleeast/as-elections-near-protesters-in-jordan-increasingly-turn-anger-toward-the-king.html?ref=global-home).

Finora, qui si sono fatti passi avanti verso un aggiustamento di tipo democratico molto meno rilevanti, e assai, di quelli di Tunisia, Egitto e, almeno sul piano formale, perfino di Libia e Siria. Ma, qui, il governo è riuscito ancora a tenere scontento e rivolta sotto relativo controllo… Però, se il re in qualche modo non molla, non continua ad andare così molto più a lungo…

●In Libia, a metà mese, dopo l’attentato che ha cercato di far fuori – comunque prendendolo a fucilate – il Console generale d’Italia a Bengasi e, forse rendendosi tardivamente conto dell’inaffidabilità delle autorità libiche, la Farnesina ha reso noto di aver chiuso, per il momento, la sua rappresentanza in Cirenaica che ormai è evidente, fa repubblica a sé e di ritirare, sempre per il momento, la propria missione (Ministero degli Esteri, 15.1.2013, comunicato stampa, Bengasi: sospesa temporaneamente l’attività del Consolato d’Italia http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Co municati/2013/01/20130115_bengasi_sospesa_attivita_consolato.htm).

Naturalmente, burocraticamente e ipocritamente al solito, la Farnesina pensa decente aggiungere che “il governo italiano si è tenuto in queste ore in costante contatto con il governo libico, cui è stato nuovamente confermato il sostegno italiano all’azione di consolidamento democratico e istituzionale condotta dalle Autorità di Tripoli”. Che, come è ovvio, non hanno apprezzato per niente. In realtà, viene proprio da chiedere di quale “consolidamento democratico e istituzionale” questa schiera di nincompoop (termine colloquiale dell’inglese rinascimentale che viene dal latino non compos mentis) stiano mai parlando. E di quali “Autorità (iniziale maiuscola, si capisce…) di Tripoli” stiano mai cianciando…

●Poi, a fine mese, un pezzo sul Corsera, che viene subito citato e accreditato come autorevole e del tutto credibile, da tutti i  media e, ma tacitamente loro, anche  dalle cancellerie d’occidente, fa notare – senza le false diplomazie dei Terzi (di Sant’Eustacchia, com’è?) che fanno malino assai il loro mestiere – quale ormai sia il caos post-Gheddafi che l’occidente ha contribuito ciecamente a creare (Corriere della Sera, 26.1.2013, L. Cremonesi, Gli occidentali in fuga da Bengasi nel caos - La guerra in Mali destabilizza la Libia – I francesi se ne vanno dal fronte africano, allarme Farnesinahttp://archiviostorico. corriere.it/2013/gennaio/26/ Gli_occidentali_fuga_Bengasi_nel_caos_0_2013 0126_97474da8-6780-11e2-bed5-6a89495b12a5.shtml).

L’articolo informa, accuratamente, che “è fuga generale degli occidentali dalla Libia orientale sempre più destabilizzata e violenta nell'era del caos post-Gheddafi. Partono uomini d'affari, diplomatici, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie, soprattutto se ne vanno i tecnici fondamentali all'industria petrolifera locale…

   Da Roma valutano che le autorità libiche siano al momento ‘incapaci di assicurare un efficace controllo del territorio’ contro la minaccia del fondamentalismo islamico. Dunque: ‘sono assolutamente sconsigliati, se non motivati da stringenti necessità professionali e non opportunamente differibili, i trasferimenti nella Libia orientale, centrale e meridionale’: un’area vastissima, che comprende l’intera Cirenaica, ma anche Sirte, Misurata e le zone petrolifere in pieno deserto”…

Insomma, con qualche sicurezza oggi ci si può azzardare a restare soltanto a Tripoli… Che si può e che si deve dire? che chi è causa del suo mal…,  che dobbiamo piantarla di leggere la realtà come  Washington vorrebbe che fosse e studiarla, invece, per quello che è… che era meglio quando si stava peggio?

Tutto vero. Ma, soprattutto, che noi bisogna piantarla di dare retta alle pulsioni salvifiche e messianiche degli americani e di chi fa regolarmente loro codazzo… come i Terzi, i Frattini ma, in qualche modo, certo diversamente per amore dei Blair e dei Clinton anche, a suo tempo, il ministro degli Esteri – dopo Andreotti l’unico di questo nome  e con un minimo di visione che sia stato forse degno di esserlo – Massimo D’Alema?

●Il premier israeliano Netanyahu, in campagna elettorale, s’è impegnato a erigere un altro muro fortificato di 70 km. lungo le alture del Golan, il territorio siriano che Israele ha conquistato e, dalla guerra dei sei giorni del 1967 ha militarmente occupato. Ha dichiarato di averlo deciso, in risposta alla destabilizzazione comunque subita dal regime siriano e – dice Bibi – della disponibilità sospettata e, forse, effettiva di armamenti chimici da parte dei siriani.

Israele teme, in effetti, che possano prima o poi effettivamente cadere in mano degli insorti, dei quali si “fida” ancor meno di quanto si fidi di Assad. Tanto da dichiarare aperta preoccupazione perché l’esercito regolare si è parzialmente ritirato dal confine con Israele, lasciando così campo più aperto alle forze jihadiste che si sono spostate nell’area. In effetti, il conflitto siriano anche qui, come con la Turchia e il Libano e anche in parte l’Iraq (Stratfor, Global Intelligence, 13.11.2012, Syrian Conflict Spills into Israel Il conflitto siriano deborda in Israele http://www.stratfor.com/video/syrian-conflict-spills-israel), ha “traversato” i confini con l’intensificazione della guerra civile.

Tel Aviv ha “dimostrato”, empiricamente, che barriere e muraglie fortificate ben disegnate e ben costruite, come quelle che ha creato con la Cisgiordania o al confine del Sinai con l’Egitto, anche se politicamente assai discutibili e umanamente “inaccettabili” – ma poi di fatto accettate – funzionano, nel senso di riuscire, in gran parte dei casi almeno, ad ostacolare l’infiltrazione nel territorio di Israele di palestinesi dei territori occupati o, nel caso dell’Egitto, di clandestini africani o, nel caso siriano in questione, piuttosto di esfiltrazioni dal territorio siriano a quello, sempre siriano ma, da Israele militarmente occupato (The Jerusalem Post, 6.1.2013, Herb Keinon, PM: Global Jihadists moving intio Golan border area Il PM: nella zona del Golan si vanno spostando i Jihadisti globali [nel gergo israeliano, gli al-Qaedisti e affini] ▬ http://www.jpost.com/Defense/Article.aspx?id=298565).

●Ma la fobia e l’ossessione di Netanyahu è sempre e solo, e comunque, l’Iran. Purtroppo per lui non gli è riuscito il colpo basso che aveva preparato e fomentato, ma bucandolo malamente come si sa, l’obiettivo di far battere Obama e, adesso, si trova davanti alla possibilità dello scontro col nuovo ministro della Difesa americano Hagel, notoriamente ancor meno di Obama propenso a dargli retta specie sul suo chiodo fisso.

In ogni caso, adesso, subito alla vigilia delle elezioni sue, Bibi torna a ripetere che esso, l’Iran, sarà al primo posto dell’agenda delle sue preoccupazione e dell’impegno del suo governo, se sarà rieletto… Servirà a poco con un’opinione pubblica ormai avvelenata dalla paura più irrazionale (la bomba iraniana che non c’è…,  a fronte delle oltre 200 bombe di Tel Aviv che ci sono… ) oltre che dalle angosce alimentate dalle politiche che ha consentito deliberatamente al suo premier di perseguire, ma ora lo attaccano durissimamente per la sua totale irresponsabilità proprio sul tema della sicurezza di Israele anche il suo predecessore, Ehud Olmert, il PM successore di Sharon, e l’ex capo dei servizi segreti interni, lo Shin Beth, Yuval Diskin (Guardian/Observer, 13.1.2013, P. Beaumont, Binyamin Netanyahu ‘wasted $3bn on Iranian attack plan’ Byniamin Netanyahu ha ‘sprecato 3 miliardi di $ per un impossibile attacco all’Iran’ [impossibile perché, dice lui, non l’ha fatto e non potrà mai farlo…, speriamo!] http:// www.guardian.co.uk/world/2013/jan/13/binyamin-netanyahu-plan-attack-iran/print).

Dice Olmert, intervistato sul canale 2 della Tv nazionale che “negli ultimi due anni, sono stati spesi 11 miliardi di shekels [2,9 miliardi di $] per preparare operazioni che non sono e che mai saranno portate a termine. Cifre che vanno ben al di là di bilanci pluriannuali. Ci hanno detto che il 2012 era, sarebbe stato, l’anno decisivo. Hanno fatto in modo di mettere paura, così, a tutto il mondo ma alla fine non hanno fatto niente di niente”.

E Olmert prosegue: “appoggiando le rivelazioni di Diskin che Netanyahu e il ministro della Difesa, Ehud Barak, hanno discusso più volte di un attacco all’Iran bevendo alcohol e fumando sigari… Avrebbe dovuto dirlo, mi chiedete? Sono contento del fatto che non abbia svelato alcun dettaglio di ordine operativo. Ma su una questione come questa, sì, aveva il dovere di parlare… Se oggi uno come Diskin, che in tutti gli anni del suo servizio pubblico, si è comportato responsabilmente, arriva alla conclusione che l’opinione pubblica di Israele ha il diritto di sapere quel che succede quando vanno decidendo del suo futuro, allora sì è vitale che uno come lui parli”            (The Times of Israel, 12.1.2013, R. Friedman, Olmert accuses PM of wasting billions on ‘harebrained adventures’ Olmert accusa il PM di sprecare miliardi in ‘avventure cervellotiche’ http://www.timesofisrael.com/former-pm-accuses-netanyahu-of-wasting-billions-on-hairbrained-adventures).

●Alla fine in Israele, e contro ogni pronostico, una gran brutta botta per Netanyahu (New York Times, 23.1.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Rise of Israeli Centrists raises Hopees for Peace— L’aumento del voto centrista alimenta speranze di pace http://www.nytimes.com/aponline/2013/01/23/world/middleeast/ap-ml-israel-election.html?ref=global-home): che col suo alleato di estremissima destra, il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman – ora pure sotto inchiesta per corruzione, razzista intemerato che anni fa proponeva di risolvere il problema dei palestinesi con le bombe atomiche di Israele su Gaza e, a minor potenziale magari, perché nell’area vivono anche i “coloni” ebrei occupanti, anche sulla Cisgiordania – contava nella maggioranza assoluta dei seggi e non ne ha ottenuti in tutto che 31 (ne aveva 42 nella Knesset uscente ed è un crollo pesante).

Era convinta, la coalizione Netanyahu-Lieberman di farcela da sé, avendo alimentato per anni ormai la fobia dell’Iran, la destra oltranzista, ultranazionalista e negatrice di ogni diritto, anche minimo, alla stessa esistenza dei palestinesi come tali, come popolo— proprio come una volta, fino a tempi recenti,veniva negata e perseguita, anche nelle forme estreme della pianificazione del genocidio, la negazione stessa del popolo ebraico. Una specie di nemesi storica quasi immonda, trattandosi di Israele— cui avrebbe dovuto presiedere ormai senza più remore, saldissimamente, Netanyahu.

Ma le basi sociali dei due partiti, quella di Netanyahu, di estrazione ebraico medioriental-religiosa, e quello di Lieberman, di ebrei ex russi e dell’area ex sovietica, meno attenti alle ragioni religiose ma perfino più sciovinisti di loro non hanno per niente – il risultato lo dimostra – gradito l’idea brillante della riunificazione dell’ultimo minuto avanzata dai due stati maggiori e l’hanno, col voto, clamorosamente bocciata.

E invece no, senza tregua ha subito scritto il giornale migliore di Israele – il più equilibrato, il meno provinciale, ovviamente di centro-sinistra, Haaretz, che rappresenta sempre – bé, quasi sempre… – i risvolti diversi e anche controversi delle questioni che rappresenta e analizza – che “si è trattato di un voto di sfiducia netta e ha registrato il fallimento totale di Netanyahu nella sfera politica, in quella delle sue scelte di politica estera e nella sfera socioeconomica (Haaretz, 23.1.2013, edit., Netanyahu is a man of the past Netanyahu è un uomo del passato http://www.haaretz.com/opinion/netanyahu-is-a-man-of-the-past-1.495749).  

E in effetti, alla fine, il risultato è venuto fuori lo stallo perfetto: nessuna maggioranza alla destra e nessuna al centro-diciamo-pure-sinistra, 60 seggi a 60, alla pari. Salgono un po’ perfino i laburisti (a 15 seggi) e, in pratica, vince il secondo arrivato, il nuovo partito centrista, Yesh Atid— un Futuro c’è, di Yair Lapid (19 seggi, la seconda formazione politica a se stante), ex mezzobusto molto popolare, una specie di Mike Bongiorno nostrano televisivo. 

E’ subito partito così, il giorno dopo il voto, da un primo incontro con Netanyahu di Lapid il mercato delle vacche che precede la nomina del nuovo-vecchio premier per la spartizione dei ministeri e del sottogoverno da suddividere tra più pretendenti e, soprattutto, tra priorità anche molto diverse tra loro— qui in Israele come in America lo chiamano mercato dei cavalli: ma è la stessa cosa che succede da noi. E, alla fine, Lapid finirà con l’aiutare Netanyahu (comunque, dice, subito, non gli voteremo contro) soccorrendolo coi voti che mancano.

Insisterà un po’ di più, ma neanche poi tanto come alcuni osservatori invece in America sembrano voler sperare, sull’opportunità di trovare una ripresa di dialogo coi palestinesi. Insisterà un po’ di più, come invece ha detto con grande forza in campagna elettorale, sulla necessità che anche i giovani ebrei ortodossi facciano il loro servizio militare come tutti gli altri giovani israeliani ebrei del paese.

Insisterà che la vera priorità non è forse l’Iran ma sono le condizioni di vita della classe media ebrea di Israele. E lo scontro sarà tra questa voce, sempre abbastanza indifferente ai palestinesi certo, ma in mancanza di ogni alternativa davvero di sinistra – vista l’inerzia incapace e pusilla del laburismo – almeno un po’ più sensata e quella dell’ebraismo fanatico e esclusivista di Lieberman e dei nuovi fanatici della colonizzazione che non accettano l’ipotesi di frenare su Iran e Palestina e di ammettere che – è solo un esempio – anche chi studia in un seminario ebreo ortodosso deve fare il servizio militare come tutti gli altri ebrei non ortodossi.   

Oltre a questi partiti tradizionali ne appare, però, un terzo, più laico forse ma antipalestinese come loro e come loro fino all’antisemitismo, che ha un discreto risultato, anche se minore di quello sperato (solo 11 seggi), il partito HaBayit HaYehudi Casa ebraica, del demagogo di stampo Naftali Bennett: che aggrega soprattutto, e al primo punto della sua agenda, i più rabbiosi negatori dell’idea stessa di una qualsiasi possibile Palestina in nome dell’unico “diritto” che anche loro dichiarano derivante agli ebrei direttamente da Dio, ai cosiddetti coloni e, in genere, agli ebrei e soltanto agli ebrei, a occupare e possedere tutto il territorio “biblico” di Eretz Israel— la Terra di Israele.

E la sinistra? La sinistra dei laburisti e il centro – il vecchio partito Kadima Avanti! che aveva fondato l’ex generale ed ex primo ministro Ariel Sharon, un partito troppo legato a lui per passare senza colpo ferire poi, dopo il coccolone che lo colpì nel 2006, ai successori Olmert prima e Livni dopo. Solo tre anni fa, Kadima era ancora il principale partito di governo ma Netanyahu ha provveduto, molto berlusconianamente a comprare-corrodere, sgretolandolo con successo come ha fatto anche coi laburisti (ai quali ha portato via l’ex primo ministro Barak facendone il vice del governo e il ministro della Difesa).

E stavolta i resti sparpagliati della sinistra di Israele hanno riportato un risultato terrificante: per il futuro della pace nella regione, per  quello dei palestinesi, per quello stesso di Israele e, forse, del mondo. Ma, a questo punto, bisogna essere chiari. La colpa è loro, anzitutto, colpa della sinistra. Due anni fa, anzi meno un anno e mezzo soltanto, enormi dimostrazioni di strada avevano mobilitato mezzo milione di cittadini (su 8 milioni di israeliani! come se fossero scesi in strada, insieme, 4 milioni di italiani) a bloccare per giorni Tel Aviv, Hebron e Gerusalemme contro il centro-destra di Netanyahu e le sue politiche neo-liberiste.

Perché le sue politiche sociali cieche e sorde che privilegiavano solo gli interessi dei ricchi e penalizzavano sistematicamente le popolazioni più povere e i ceti medi, stavano azzoppando il paese. Era un grido di massa che a sinistra, però, hanno deliberatamente lasciato acchetare non dandogli riscontro in nome dell’unità nazional-patriottardica, del nemico esterno, del futuro incerto. E, più  semplicemente, perché la sinistra di Israele non è mai stata davvero sinistra.

Nata dai fondatori dello Stato nazionale e nazionalista e del socialismo – quello sì vero dei Kibbutzim, di Ben Gurion, Golda Meir, il giovane Shimon Peres, Moshe Dayan… – presto però emarginato e trasformatosi nel partito delle élites occidentalizzate, dominato dagli ebrei immigrati d’origine europea e dai sabra, i nati in Israele, che a lungo hanno monopolizzato il potere trattando la massa crescente degli israeliani di origine europea orientale con la puzza sotto il naso di chi si sente per diritto di nascita superiore.

I laburisti israeliani partecipano da sempre all’internazionale socialista, ma sempre qualche po’ emarginati dal loro strano, anche qualche po’ “incestuoso”, rapporto con gli americani, anti e a-socialisti per definizione, e dal loro monotono e ripetitivo riferimento al trattamento privilegiato loro dovuto in quanto “eredi dell’olocausto”.

In ogni caso la politica della sinistra di Israele è stata sempre una politica masochistica, sempre piegata alla difesa dello Stato così com’era e mai riformando rispetto alle esigenze di libertà e parità di diritti e di progresso sociale per tutti i cittadini: cioè, nei fatti, appena ha cominciato a mutare le demografia del paese (con l’ondata degli ebrei russi in arrivo, dagli anni ’70 quando Breznev riaprì il rubinetto dell’emigrazione legale e ad accrescere, insieme ai nuovi emigrati ebrei dai paesi arabi della guerra del 1973, le fila della destra ebraico-nazionalista contro quelle della cosiddetta sinistra ebraico-nazionalista solo un po’ meno stridente essa stessa.

E siamo al dunque. Per quanto aberrante – e sicuramente lo è – l’estrema destra dell’ultra nazionalismo, del no comunque e sempre alla Palestina e del puro neo-liberismo economico e sociale – quella incarnata da Benjamin “Bibi” Netanyahu – è almeno ideologicamente-idealmente fedele a se stesso, in una continuità di tradizione e di trazione politica.

Mentre la frammentata e contraddittoria sinistra israeliana non riesce a essere effettivamente di sinistra praticamente da sempre, in questo senso antesignana nel peggio, anche rispetto alla maggioranza delle sinistre europee. Per cui non si capisce come così, senza coesione alcuna, potrebbe mai riuscire ancora a vincere un’elezione dove presenta programmi pressoché uguali, solo più blandi e dai toni meno aspri, di quelli della destra…

●Secondo informazioni di ambienti governativi a Sana’a, l’Arabia saudita avrebbe fornito all’aviazione americana nello Yemen gli aerei da caccia che li hanno sostituiti, pare per far risparmiare (sic!) il Pentagono, almeno in alcune delle incursioni aeree condotte contro distaccamenti di al-Qaeda nel paese dai velivoli americani senza pilota che, per definizione, non costano niente in vite umane a chi bombarda ma sono finanziariamente molto costose.

In realtà, pare che si tratti di un vero e proprio outsourcing del lavoro, l’esternalizzazione, l’affidamento a terzi, di un compito che gli americani non vogliono più fare pensando che, se mai, sia interesse diretto farlo oltre che degli yemeniti proprio dei sauditi, di cui lo Yemen costituisce – nel loro linguaggio – il “cortile di casa”.

Riyād, però, che sta preparando una complicata e non pacificamente scontata transizione in previsione della possibile scomparsa del vecchio sovrano che da settimane viene dato come clinicamente morto, dopo che mesi fa è già deceduto il successore designato – tutti rampolli… si fa per dire, il più giovane ha ottant’anni in casa Saud –  ha a lungo resistito all’idea perché pur temendo parossisticamente al-Qaeda ne condividono da sempre, secondo dottrina wahabita, obiettivi e metodi estremisti: non quello, però, dettato da Osama bin Laden in persona di rovesciare la monarchia dei Saud: traditrice del profeta e venduta agli infedeli americani…

Ma, alla fine, non hanno più potuto dire di no (1) Times/Londra, 4.1.2012, I. Craig e N. Hines, Saudi jets join America’s secret war in Yemen I caccia sauditi si uniscono alla guerra segreta nello Yemen ▬ http://www.thetimes.co.uk tto/news/world/americas/article3647656.ece; 2) Idem, I. Craig, ‘Yes, we outsource this to the Saudis – It’s their problem’ Sì, noi esternalizziamo il problema ai sauditi – In fondo, è un problema loro http://www.thetimes.co.uk/ tto/news/world/middleeast/article3647639.ece).

●E, a proposito di Arabia saudita, qui è utile forse inserire una parentesi, pur evitando di  rimettere insieme i pezzi della palla di cristallo di previsioni che, trattandosi di Medioriente, è ormai andata in pezzi da tempo… Ma oggi pare, almeno, molto più vero di ieri che la domanda di dignità e libertà – lasciamo perdere, forse, di democrazia – ormai continua a devastare la pseudo-stabilità di tutta quest’area del mondo. Questo è il fatto nuovo che sconvolge i palazzi e le tende dorate del Golfo come quelli di Washington…

Al centro di questo diffuso e diverso scontento c’è l’assenza di uno Stato palestinese che, in particolare, lì è universalmente sentita come un’ingiustizia profonda e la presenza pesante di uno Stato israeliano attraverso la costruzione continua di “colonie” per cittadini suoi ebrei soltanto e su terra araba che garantisce allo Stato palestinese la costante di uno status di utopia permanente. Poi tutt’intorno c’è quel che ribolle in Egitto, in Tunisia, in Marocco e che, ormai, sembra prepararsi anche in Giordania e in Bahrain…

Come, del resto, in Israele-Palestina dove il rifiuto di Israele a negoziare davvero con l’ANP per continuare ad appropriarsi di territori non suoi e il parallelo diniego di “riconoscere” Hamas – l’altro nemico che ha, più concreto, sul campo – fa il paio solo col rifiuto altrettanto cieco di Hamas a “riconoscere” il diritto di Israele ad esistere. Fino a doverlo fare, Israele e Hamas, di fatto e per forza, invece, alla prossima guerra di Gaza… Con Tel Aviv che continua a bloccare ogni possibile esito positivo lamentando la mancanza di interlocutore col quale trattare ma, insieme, dimostrando ogni giorno che, poi, con chi, l’ANP, invece il riconoscimento anche formale gli dà e ci vorrebbe trattare,  non ci negozia lo stesso: ridicolizzandone nei confronti di tutti i palestinesi così la disponibilità stessa…

Poi c’è, naturalmente, l’Iran. Che, se venisse attaccato (come Israele gli promette sempre più minaccioso ogni girono… ma sembra anche ormai sospettare che potrebbe anche “perdere” in uno scontro frontale…), risponderebbe di certo; ma che, se non venisse attaccato, vincerebbe senza sparare un colpo come ha vinto in Iraq, grazie all’insipienza di George Bush, Jr. e, sempre grazie all’America, ha neutralizzato per decenni l’altra grande potenza sunnita, l’Afganistan che, con l’Iraq a ovest, lo schiacciava ai confini dell’est…

In Iraq, intanto, continueranno a lungo a divorarsi le ossa nell’autofagia di una società civile che è stata sconvolta e frantumata dalla guerra americana.

E in Siria, forse il centro di tutto in quest’area del globo insieme a Israele e a Palestina, c’è Assad e c’è la tragedia d’una orrenda guerra civile. Assad finirà col cadere. Un giorno. Non alla Gheddafi, però. Perché qui è sempre valido “il vecchio mantra – nota l’esperto e sagace osservatore che suggerisce considerazioni che noi qui riassumiamo (The Independent, 31.12.2012, R Fisk, Could Saudi Arabia be next? Potrebbe essere, adesso, il momento dell’Arabia saudita? http://www.independent.co.uk/voices/ comment/could-saudi-arabia-benext-8434179.html)secondo cui l’Egitto non è la Tunisia e lo Yemen non è l’Egitto e la Libia non è lo Yemen, così come lo Yemen e la Siria non sono la Libia”.

E l’Arabia, il fulcro da cui quattordici secoli fa è scoppiata e si è diffusa nel mondo la prima grande rivoluzione araba – l’Islam – bè, anche in Arabia saudita – la madre vera di ogni estremismo islamico, di al-Qaeda e delle Torri gemelle – anche alla Mecca con la scomparsa, probabilmente ormai prossima, del re Abdullah bin Abdul Aziz, “Protettore delle due sacre moschee”, le cose cambieranno presto. E, sempre probabilmente, non proprio de plano e in modo pacifico…

Al-Quds, quotidiano palestinese di Gerusalemme (Al-Quds vuol dire proprio Gerusalemme, in arabo) riferisce che, a Gaza, dove è sempre stata minoranza tra i palestinesi, le celebrazioni per il 48°anniversario di fondazione di Fatah sono state interrotte da scontri violenti istigati contro le altre dalla fazione del vecchio capo della sicurezza interna dell’organizzazione e dell’OLP, Mohammed Dahlan (cfr. Jerusalem Post, 1.1.2012, Khaled Abu Toameh, Fatah set to celebrate anniversary… but Fatah celebra il suo anniversario ma… http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=298245), espulso da tempo dall’organizzazione perché accusato e trovato responsabile di cospirazione e cooperazione coi servizi di sicurezza israeliani.

Comunque la manifestazione ha avuto un grande successo e ha visto, a Gaza, sotto l’egida e con l’assenso di Hamas una folla imponente di fautori di Fatah chiedere la riunificazione delle due ali avversarie del movimento nazionale palestinese. Stavolta forse, arrivando dopo qualche novità – la resistenza di Hamas contro l’esercito israeliano e la vittoria all’ONU di Fatah – l’evento potrebbe anche rendere più agevole un riavvicinamento (New York Times, 4.1.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Fatah Rally in Gaza Looks Toward Unity With Hamas Grande dimostrazione di Fatah a Gaza punta all’unità con Hamas http://www.nytimes.com/aponline/2013/01/04/world/middleeast/ap-ml-palestinians.html?ref=global-home&_r=0).  E, forse, chi sa, anche una riconciliazione e, in prospettiva, una qualche unità tra i contendenti…

E il commento, preoccupatissimo e monomaniacale, ci sembra, che l’incompetente, o meglio ossequiente, titolista del NYT dà come sintesi del secondo articolo che dedica al tema, dopo quello dell’agenzia A.P., recita di come “purtroppo questa dimostrazione di unità fra le fazioni palestinesi rivali pone un dilemma diplomatico serio agli Stati Uniti” (senza neanche sognarsi di aggiungere un moderatissimo commento del tipo “e chi se ne frega dei dilemmi diplomatici USA?”) (New York Times, 4.1.2012, J. Rudoren, Fatah Celebration in Gaza Signals Easing of Rift with Hamas ▬ http://www.nytimes. com/2013/01/05/world/middleeast/fatah-celebration-in-gaza-signals-easing-of-rift-with-hamas.html?ref=global-home).

Nel 2007, Dahlan che rappresentava Fatah a Gaza, dove le elezioni le aveva vinte Hamas, prese parte attiva e dirigente in effetti al fallito piano americano ispirato direttamente dalla Condoleezza Rice, la segretaria al Dipartimento di Stato che improvvidamente e su richiesta del governo israeliano aveva tentato invano il golpe contro il governo liberamente eletto di Hamas a Gaza (Vanity Fair, 4.2008, David Rose, The Gaza Bombshell La bomba di Gaza http://www.vanityfair.com/politics/features/ 2008/04/gaza200804) e venne schiacciato dal contro-golpe con cui Hamas cacciò i cospiratori.

Rendendo poi difficilissimo il rapporto con Fatah, con l’OLP e con la stessa Autorità nazionale palestinese che con esse coincide ed è l’unica organizzazione “riconosciuta”, per nodo di dire e per il niente a cui serve, da Israele e dagli Stati Uniti. Poi, Dahlan venne espulso per indegnità da Fatah stesso ma ha continuato a mantenere legami e paladini tra le sue fila. Che, comunque, e malgrado la vittoria importante che a nome di tutto il popolo palestinese il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, ha riportato col riconoscimento dell’ONU, perde adesioni ogni giorno nel rapporto con Hamas (Stratfor, Global Intelligence, 13.12.2012, An Opening for Hamas in the West Bank Un’apertura per Hamas in Cisgiordania http://www.stratfor.com/analysis/opening-hamas-west-bank).

Il rapporto interno di forza tra i palestinesi e la loro rappresentanza politica sta rapidamente e radicalmente cambiando, ormai. Hamas che da sempre, e in base a libere elezioni – non bisogna scordarlo – controlla Gaza, e contro cui Israele ha sferrato due massicce campagne militari in tre anni ed è stata costretta alo stallo della tregua armata e, di fatto, ad aprire un negoziato con essa sull’allentamento, in parte realizzato, del boicottaggio e del blocco del territorio, si va rilanciando con forza. Mentre cala precipitosamente la rilevanza della più anziana, più laica e meno islamista di Fatah che, però, ha azzeccato la mossa del riconoscimento dell’ONU contro pressioni e minacce israeliane e statunitensi.

Certo, l’ascesa di Hamas potrebbe venir frenata da grossi ostacoli, non ultimo l’ostilità profonda di Israele a veder accreditata in qualsiasi modo l’ascesa, la credibilità, lo spazio di Hamas— ostilità, del resto, assolutamente reciproca. Ma la dinamica in atto in tutta la regione non favorisce in questo Israele ma proprio l’ascesa e il ritmo dell’ascesa di Hamas in parallelo e sull’onda della crescita dei movimenti islamici un po’ in tutta la regione, dal Marocco alla Giordania.

Nel passato, anche recente, i tentativi di riconciliare Fatah con Hamas riportando tutti sotto il cappello comune dell’OLP sono falliti in larga parte perché il mondo arabo favoriva Fatah mentre Hamas era  maggiormente sostenuto da Iran e Siria. Ma, adesso, con i grandi passi avanti dei movimenti islamici, soprattutto la Fratellanza e le sue propaggini ormai presenti dovunque anche se non sempre (ancora?) vincenti, i nuovi tentativi di riconciliazione tra Hamas e Fatah potrebbero anche avere altro esito.

Pare che la Turchia, che vuole staccare sempre più e il più rapidamente possibile, Hamas dalla tutela siriana e anche, e soprattutto, iraniana proponga addirittura a Fatah e al presidente palestinese Abbas di concentrare quasi esclusivamente l’esercizio del suo potere sulla rappresentanza esterna, di tipo presidenziale appunto, degli interessi internazionali della Palestina lasciando a Hamas gran parte della effettiva governante del paese, anche e proprio e specialmente in Cisgiordania.

Aveva ragione Muammar el-Gheddafi, quando mentre veniva inseguito dall’aria dalla coalizione NATO che aveva invaso la Libia e da terra dalla massa variegata dei suoi nemici, in uno degli ultimissimi suoi giorni di vita, prima del linciaggio che, bloccato da un attacco di elicotteri americani, ne decretò la fine cruenta, avvisava “del caos e della jihad” che una sua forzata caduta  avrebbe scatenato in tutto il Nord Africa.

 “Si rovesceranno qui da ogni parte e a frotte i bin ladenisti e imporranno a tutti, per terra e per mare. riscatti sugli ostaggi che si prenderanno. Torneremmo indietro – diceva ai giornalisti che l’ascoltavano e ne riportavano le parole con la sufficienza di chi le riportava a opinioni, redazioni e editori incapaci di considerarle per definizione  altra cosa dalle sue “solite buffonate” – ai tempi del pirata Barbarossa, del piratismo berbero e degli ottomani che facevano pagare i diritti di passaggio a ogni battello”.

Ma, si sa, Gheddafi sbagliava sempre… anche quando aveva addirittura profeticamente ragione. Adesso, uno di quelli che allora ne riportavano sarcasticamente i “deliri”, almeno uno, ha il coraggio di ammettere che il rais aveva ragione (New York Times, 19.1.2013, R. F. Worth, Jihadists’ Surge in North Africa Reveals Grim Side of Arab Spring L’impennata dei jihadisti in Nord Africa svela [solo per chi era distratto però…] il lato torvo della primavera araba http://www.nytimes.com/ 2013/01/20/ world/africa/in-chaos-in-north-africa-a-grim-side-of-arab-spring.html?ref=global-home).

●In Mali, regione diversa ma ormai legata a doppia mandata ai sommovimenti in atto nel mondo arabo mediterraneo, subito a sud dell’Algeria, nel Sahara, il governo golpista militare che si era segnalato per aver ceduto agli islamisti militanti tutto il nord del paese, ha dovuto ora abbandonare loro anche la città di Konna, nel centro-sud. La coalizione di forze costituita da al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), dal Movimento per l’Unità e la Jihad dell’Africa occidentale (MUJAO) e da Ansar al-Din ha avuto parecchi morti contro l’esercito dei golpisti ma ha vinto.

Ora, probabilmente hanno la forza di conquistare la capitale Bamako, se appena supereranno i problemi logistici legati alla difficile catena dei rifornimenti in un’area largamente desertica e senza neanche un aereo a disposizione, prima che sia pronta al contrattacco deciso da mesi la forza multinazionale africana sostenuta dall’occidente (Francia e, dietro le quinte, UE e USA…). Si tratta da parte degli islamisti di un’escalation di rilievo perché indica che, secondo loro, forse ormai conviene tentare di controllare tutto il Mali e non più di controllarne solo i 2/3 del Nord. Il pericolo, naturalmente, è che qui al-Qaeda possa davvero trovare un altro santuario.

Ma, adesso, dopo la presa di Konna, in risposta all’appello del governo dei militari golpisti del Mali e nel quasi disperato tentativo di bloccare la coalizione degli islamisti, su appello dell’ultrainguaiato  presidente del Mali, Dioncounda Traoré, il presidente francese François Hollande torna indietro. O, se volete, va avanti…, rispetto alle  decisioni annunciate in un passato molto recente proprio da lui: la Francia, diceva, era pronta a dare una mano – logistica, finanziaria e politica – ma, proprio per il suo passato coloniale da esorcizzare, non voleva e non poteva fare un intervento militare diretto.

A questo ormai ha ripensato e, facendo eco invece all’antico appello colonial/colonialista o imperialista del tipo del richiamo della foresta che, dall’altra parte, in altri contesti e altre occasioni (Ungheria ‘56, Cecoslovacchia ‘68…) chiamavano “aiuto fraterno”, autorizza e scatena i bombardamenti aerei dei Rafales e dei Mirages francesi contro gli insorti per fermare, ha detto, l’“aggressione terrorista”.

●Noi saremo molto prosaici ma, francamente, più che un intervento per fermare l’espansione islamista ci sembra trattarsi, e non necessariamente nell’ordine, di “proteggere” i 6.000 francesi che lavorano e cooperano in Mali, di proteggere le risorse aurifere del paese proprietariamente sfuttate da interessi gallicani (il Mali è il terzo produttore africano) e, forse soprattutto, di bloccare  gli islamisti dal fomentare la jihad nel vicino Niger da dove viene gran parte dell’uranio di cui la Francia ha bisogno per far funzionare le centrali nucleari che forniscono come si sa gran parte dell’elettricità che il paese utilizza.

E infatti, come volevasi dimostrare arriva notizia proprio da fonti militari  che le forze speciali francesi presenti nel paese hanno ricevuto ordini precisi, provvedendo subito ad eseguirli, di  “proteggere fisicamente e militarmente” l’uranio del Niger che la francese società Areva ha estratto dal sito chiamato SOMAÏR (Société des Mines de l’Aїr) l’anno scorso, per 3.000 tonnellate di minerale d’uranio (Times Live/Kinshasa, 23.1.2013, France orders special forces to protect Niger Uranium La Francia ordina alle sue forze speciali di proteggere l’uranio del Niger [il suo] http://www.timeslive.co.za/world/2013/ 01/24/france-orders-special-forces-to-protect-niger-uranium).

●Il problema è che le ragioni contrarie all’intervento diretto restano tutte nella storia, nella memoria, nelle carni di tanti africani e tanti abitanti del mondo più povero (questo è l’ottavo paese mussulmano che negli ultimi quattro anni ha avuto il privilegio di vedere popolazioni colpite dall’aria dalle bombe lanciate dall’occidente: dopo Iraq, Afganistan, Pakistan, Yemen, Libia, Somalia e Filippine, senza star a contare le tante letali satrapie che nel Golfo e nel resto del mondo arabo hanno bombardato gli Stati Uniti e anche la Gran Bretagna, a volte, su richiesta spesso dell’Arabia saudita.

E, adesso, il governo socialista francese, anche per la cecità passata ma recente della Francia stessa che, con Sarkozy ha direttamente (servizi segreti, aiuti militari, presenza di addestratori sul campo) contribuito a rovesciare uno dei pochi governi democraticamente eletti e decenti della regione, che aveva dato davvero pace e un minimo si sviluppo al Mali s’è ridotto ora a dover scegliere di appoggiare.

Per forza, dice adesso, contro il terrorismo islamico con le truppe residue dell’antica potenza coloniale rimaste lì a centinaia a scudo dei regimi di Senegal, Costa d’Avorio, Ciad e Gabon a difendere in questo caso i ciarpami sbrindellati di una dittatura militar-golpista feroce e aberrante oltre che pure incapace e fifona, secondo lo stereotipo solito e super-semplificato della lotta tra il bene e il male in posti che, qui come in Siria ad esempio, vedono atrocità e orrori distribuirsi tra tutte le parti in conflitto (Al Jazeera, 11.1.2013, France launches Mali military intervention La Francia lancia il suo intervento militare in Mali http://www.aljazeera.com/news/africa/2013/01/20131111356598363 45.html).

In ogni caso, mentre il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, anticipando un po’ avventatamente i tempi, annunciava domenica 13 gennaio a Radio France che l’opération Serval gattopardo, come Parigi ha battezzato il suo intervento armato, ha bloccato l’avanzata dei ribelli che avrebbe potuto avere “conseguenze spaventose” per le sorti del Mali, il suo collega ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, ammette che “i ribelli hanno conquistato la cittadina di Diabaly, appena a Nord della capitale”, anche se sono stati costretti a ritirarsi parzialmente da Konna: dopo una serie di attacchi aerei che, diceva Fabius, le avevano “decimate”, le truppe ribelli sono riuscite a raggrupparsi e hanno ripreso ad avanzare verso Bamako. Poi sono state stoppate nuovamente, si sono dovute, sotto i bombardamenti, ritirare parzialmente anche da Diabaly ma hanno ripreso ad avanzare in tutta la regione di Segóu.

I francesi, per condurre le loro operazioni aeree – contro le quali i ribelli non hanno possibilità di difesa in mancanza (almeno per il momento) di efficaci strumenti contraerei – si appoggiano sulle loro basi di Ndjamena, in Ciad, per le incursioni di elicotteri su Ouagadougou in Burkina Faso e per le operazioni di terra sulle guarnigioni ch hanno nella capitale stessa del Mali, Bamako. Le forze di terra francesi provengono dalla Fanteria di Marina— che include sul posto anche un’unità di carri armati, un plotone della Legione straniera e qualche distaccamento di forze speciali.

Si tratta precisamente del tipo di forze che dopo la seconda guerra mondiale, sotto tutti i regimi, da de Gaulle in poi hanno provveduto a vegliare sugli interessi di Parigi nell’Africa francofona. Al momento in cui redigiamo queste righe, sono stata impiegate in tutto qualcosa come 2.000-2.500 unità di terra in Mali. Ma già si sa che presto diventeranno almeno tre volte tanto.

● Il Mali e i suoi dintorni   (mappa)

Un leader degli insorti, Oumar Ould Hamaha, intanto ha detto che, aprendo le porte a un intervento neo-coloniale in Africa, i francesi hanno anche spalancato per sé “le porte dell’inferno” e che, visto che non osano combattere da uomo uomo, smontando dai loro aerei, dovranno ormai guardarsi le spalle, in casa loro dove saranno stanati (New York Times, 14.1.2013, S. Erlanger, A. Cowell e A. Nossiter, Malian Town Falls to Islamist Rebels, France Concedes La Francia ammette la caduta di una città maliana ai ribelli http://www.nytimes.com/2013/01/15/world/france-mali-intervention.html?ref=global-home&_r=0).

E’ una minaccia roboante, si capisce, ma a Parigi, e si capisce anche questo, è scattato l’allarme rosso. Il peggio, adesso, sarebbe che l’intervento armato cui Hollande si è opportunisticamente piegato – era stato lui, no?, a dire che mai una Francia presieduta dai socialisti avrebbe rimesso piede armato nell’Africa coloniale d’una volta.

Anche se qui, è vero ed è molto più facile non di un piede si tratta ma dell’ala di un caccia bombardiere e poi, stavolta, è contro Belzebù che si marcia – finisse del tutto in vacca. Come qui, nell’area desertica più vasta del mondo, 9 milioni di km2, è sicuramente possibile: insorti, ribelli, islamisti fanatici che si confondono come miraggi all’orizzonte di un deserto che non ha strade né piste si sono eclissati, appunto, ma non sono scomparsi e sicuramente non sono spariti.

In effetti, sono bastati tre, quattro giorni dall’intervento francese per ribadire l’altra durissima verità che il campo ha subito dimostrato. Dicendola come la dice il NYT, che “da soli i bombardamenti aerei non bastano a sradicare truppe temprate alla battaglia sul proprio territorio come quelle ribelli (New York Times, 16.1.2013, A. Nossiter e E. Schmitt,  French Troops Move North as Mali Rebels Dig In and Blend In Le truppe francesi si muovono verso Nord mentre i ribelli maliani si integrano e si mimetizzano sul terrenohttp:// www.nytimes.com/2013/01/17/world/africa/france-mali-intervention.html?ref=global-home&_r=0).

E con l’esercito maliano in rotta e nessun contingente africano ancora sul posto, rimuovere i ribelli dal paese sarà una sfida difficile e di lungo periodo”: alla faccia del “noi non faremo mai come gli americani”: al massimo ci staremo un paio di settimane, aveva appena detto a Parigi il ministro Fabius…  

Hollande ha certo carta facile in tutto l’occidente (e non solo, per nostra e sua fortuna) su una causa dai più riconosciuta giusta perché mira a sconfiggere al-Qaeda: si tratta, però, di un bersaglio che rischia di trasformarlo in un altro piccolo Bush— malgrado quello che giurava incautamente  Fabius che, al contrario di quelli degli americani, l’intervento francese durerà sì e no una decina di giorni: glielo aveva garantito, però, il mago Otelma e non certo alcun comandane del corpo di spedizione…

D’altra parte qui, proprio in Mali e per anni, ricostruisce senza risparmiare dettagli il NYT, “i servizi segreti americani hanno curato e si sono allevati un esercito locale di forze speciali che avrebbero dovuto condurre, nelle vaste e turbolente estensioni del Sahara il più ambizioso programma di antiterrorismo”, non grossolano come in Afganistan ma selettivo e mirato, mai concepito su scala così vasta. “Ma hanno visto proprio i comandanti delle unità di élite, frutto di anni del loro addestramento, passare armi e bagagli quando gli insorti hanno invaso l’anno scorso il deserto, dal’altra parte…

   E, poi, un ufficiale da essi stessi specialissimamente addestrato [il capitano Amadou Haya Sanogo] rovesciò – su incoraggiamento congiunto di Washington e di Parigi – il governo eletto e democratico, aggiungiamo noi – di Amadou Toumani Touréche presiedeva il paese così preparando – per conto dei soliti apprendisti stregoni e della condanna che da anni li affligge a ripetere la nemesi dell’eterogenesi dei fini che perseguita da decenni gli americani: vogliono una cosa e, invariabilmente, ne ottengono un’altra, l’opposta) – lo scenario che ha portato più di metà del Mali a cadere nelle mani degli estremisti islamisti (New York Times, 13.1.2013, A. Nossiter, E. Schmitt e M. Mazzetti, French Strike in Mali Supplants Caution of U.S. L’attacco francese in Mali sostituisce la cautela USA http://www.nytimes.com/2013/01/14/world/ africa/french-jets-strike-deep-inside-islamist-held-mali.html?ref=global-home).

Su come e quando e perché (per gli interessi innominati di chi) sia cominciata questa tragedia, lo spiega adesso anche all’opinione pubblica americana e mondiale per nostra fortuna, anche il NYT in un articolo che, per chiarezza, lucidità e concisione è assolutamente esemplare: che vale la pena di leggersi anche, magari, con la traduzione imperfetta e abborracciata on-line (New York Yimes, 14.1.13, L. Signé, Mali’s Atrocities Began When It Lost Its Democracy In Mali, le atrocità sono cominciate quando ha perso [gli hanno fatto perdere, cioè…] la sua democrazia http://www.nytimes.com/2013/01/15/opinion/when-malis-democracy-ended-the-atrocities-followed.html?ref=global-home).

E un altro, forse meno politico ma altrettanto eloquente, articolo da segnalare qui è sempre dal NYT (New York Times, 21.1.2013, Mort Rosenblum, The Mali That Was Il Mali che c’era http://rendezvous. blogs.nytimes.com/2013/01/21/the-mali-that-was).

●Forse, adesso, lo sviluppo più positivo in una situazione complessa e contraddittoria come questa potrebbe venire dalla moltiplicazione, eloquente in sé, di segnali forti di insofferenza verso gli estremisti islamisti da parte degli insorti Tuareg non islamisti del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (così chiamano nella loro lingua la loro regione del Mali del Nord) che, essendosi a loro alleati contro i golpisti maliani,  hanno scoperto poi come forse la vita, perfino sotto di loro, fosse in fondo preferibile al rigore fanatico dei jihadisti che applicano le imposizioni “etiche” della shari’ia: come, si capisce, la vedono loro.

E questa disponibilità dei ribelli Tuareg a dare una mano ai francesi contribuisce anche a ridefinire per il futuro – e i Tuareg sono abilissimi negoziatori tradizionali – i termini stessi della loro partecipazione diretta e di quella di altre forze militari africane, sempre tentate di fare gli affari propri più di quelli di chi sono andati a aiutare, all’offensiva che vuole sradicare dal territorio maliano gli insorti islamisti dalla Libia, dall’Algeria e un po’ da tutta la regione venuti ad aiutare chi si andava ribellando al golpe militare.

Ora punteranno ad avere da francesi e alleati, che la coscienza sporca ce l’hanno, in cambio del quod che daranno per liberare il paese dal flagello jihadista, un qualche quid che per lo meno li lasci liberi poi di sbarazzare il campo dei colonnelli e dei comandanti felloni della loro Armée che sono all’origine di tutto (Stratfor, Global Intelligence, 14.1.2013, In Mali, Preparations for – and against – Looming Jihadist and anti-Jihadist intervention In Mali, preparazioni in corso per – e contro – gli interventi jihadisti http://www.stratfor.com/analysis/mali-jihadist-preparations-looming-intervention).

Cosa difficile se è vero, come è vero, che i felloni sono figli legittimi, o per lo meno adottivi e allevati, dei servizi segreti francesi. Comunque, l’MNLA s’è ripreso dai jihadisti la città nordorientale  e la regione di Kidal, parte importante ma non necessariamente integrata e integrante com’è della guerra contro gli al-Qaedisti che sono stati largamente abbandonati, ormai, dalla popolazione. I capi di Ansar al-Din, l’altro gruppo Tuareg, ma islamista, e quelli di al-Qaeda nel Maghreb islamico si stanno nascondendo sulle montagne e nel deserto da dove condurranno ora la loro guerra di guerriglia (Stratfor, Global Intelligence, 18.1.2013, Mali's Jihadists Prepare for a Long Fight— Gli jihadisti maliani si preparano a una lotta prolungata http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/malis-jihadists-prepare-long-fight) .

D’altronde, anche le frazioni più islamiste della fazione islamica Tuareg, appena nominata, di Ansar al-Din— i Difensori della fede, che s’era ripetutamente scontrat dal giugno scorso con l’MNLA, anche costringendolo al ritiro sul campo, ma poi anche tra di loro proprio sull’applicazione rigorista della shar’ia, aveva poi proclamato, combattendoli anch’essi sul campo, la propria distanza dagli al-Qaedisti.

●E a metà mese, anche l’Italia decide di entrare in guerra in Mali sostenendo con l’appoggio logistico dei suoi cargo militari (solo qualcuno, si capisce) C 130-J e C 130J-30 l’intervento francese in Mali, decidendo di aiutarli a portare i loro fanti di Marina e i Legionari laggiù e decidendo di mandare 250 addestratori (se ne riparlerà, vedrete: tanto per cominciare ridotti nell’immediato, ci si affretta a specificare solo a 24) appena ne venisse ammazzato uno. E non tanto per sostenere il Mali, a dire la verità, ma per liberare i soldati francesi da questa incombenza lasciandoli più disponibili ad altre, e più aggressive, incombenze.

E, l’Italia, lo fa senza alcun dibattito parlamentare – anzi a parlamento già sciolto dal 22 dicembre – senza nessuna riunione di governo— ché il premier è ormai preso nelle faccende della sua avventurata campagna elettorale affaccendato (e del Mali non gliene potrebbe poi fregare di meno). Così la decisione l’annunciano, senza neanche tenere una riunione collegiale di gabinetto, due ministri dimissionari, l’ineffabile incaricato degli Esteri, Terzi di (secondo vezzo farnesiniano del cognome suppletivo possibilmente nobiliare anche se magari appena, chi sa, plausibile) Sant’Agata, insieme all’accompagnatore-badante ministro della Difesa, ex ammiraglio Di Paola (Ministero degli Esteri, 16.1.2013, comunicato stampa: Mali, Terzi: offriremo sostegno logistico a operazioni [militari altrui] http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Comunicati/2013/01/2013 0116_Mali. htm).

Entrambi, poi, loro stessi, ministri in carica soltanto per gli affari correnti— quando entrare in guerra tutto può essere per definizione ma non certo una questione di affari correnti. Ma, tanto, in Italia nessuno protesta… Intanto le cose evidentemente si complicano subito: si ripete il modello di intervento militare dove si parla di intervento multilaterale ma alla fine chi vuol mandare le sue truppe lo fa fregandosene di tutti.

Dopo l’Iraq, invaso senza nessuna autorizzazione neanche dell’ONU, da americani e inglesi; dopo la Libia con la decisione del solo Sarkozy di anticipare tutti e mettersi a bombardare; adesso, con le bombe di Hollande sui ribelli in Mali, autorizzate da loro e nessun altro, adesso scattano le rappresaglie di chi, come al-Qaeda, se ne intende.

●Come se ne intendono, e lo dimostrano a modo loro, le teste di c**io, o se preferite di ca**o, di interventisti d’accatto come quelli algerini franco-assistiti, che nel tentativo di liberare decine di ostaggi occidentali sequestrati per rappresaglia dagli al-Qaedisti proprio in Algeria – ormai il vero retrovia del movimento in nord-Africa – in una grande stazione di pompaggio della Statoil norvegese nel pieno deserto ai confini libici,  riescono a garantirne invariabilmente il massacro: di sicuro, alla fine quasi 100 vittime…

Addirittura in due fasi, poi, col secondo assalto condotto anche con più irresponsabilità del primo. Adesso, dopo due settimane, lo ha ammesso anche il ministro degli Esteri di Algeri, Mourad Medelci, che parlando alla solita kermesse di Davos, pur affermando, l’incosciente, che comunque – malgrado quel centinaio di morti tra gli ostaggi – l’azione è stata un “successo”, è stato “forse” un errore – una corbelleria madornale – la decisione di declinare subito sdegnosamente ogni aiuto straniero all’azione mirata a “liberare” gli ostaggi e, soprattutto, quella di far assaltare con elicotteri e blindati delle truppe speciali i veicoli carichi zeppi di ostaggi— la seconda decisione anche più arrischiata della prima, di certo (Guardian, 26.1.2013, C. Urquhart, Algeria made mistakes over hostage crisis, foreign minister admits Il ministro degli Esteri ammette che l’Algeria sulla questione degli ostaggi ha fatto degli errori http://www.guardian.co.uk/world/2013/jan/26/algeria-mistakes-hostage-crisis).   

Per ora, ma è un caso, italiani non erano presenti e, dunque, non sono rimasti ammazzati. Adesso, tra poco, toccherà anche, ed ancora, però a qualche “addestratore” o qualche tecnico e magari anche a qualche cooperante anche italiano. E allora, non c’è dubbio, che il presidente della Repubblica affiancato dal ciuffo grigio-ramato del Terzi di Sant’Agata di turno, provvederà a accarezzarne, a Ciampino, il feretro imbandierato…

Intanto, sulla tattica e i modi con cui l’operazione algerina è stata condotta, montano mille dubbi: arrivano notizie sempre più incoerenti se non proprio contraddittorie e quasi solo di fonte algerina. Il luogo dell’attacco, per cominciare, il giacimento di estrazione di gas di Tigantourine, ad In Amenas, è assai al di fuori delle aree normali di operazione della AQIM (Al-Qaeda nel Maghreb Islamico) che dice di condurre l’operazione e che appunto, però, agisce molto più a nord, a est di Algeri, nel vero e proprio Maghreb.

Tra l’altro, il gruppo che ha condotto l’attacco è da tempo una frazione ribelle anche da al-Qaeda condotto dal guerrigliero “guercio”, Moktar Belmockhtar, già attivo dai tempi della jihad contro i sovietici in Afganistan – parliamo di trent’anni fa – e noto localmente, al confine tra Algeria e Libia, quasi solo per l’attività di contrabbando di sigarette (Mr. Marlboro, lo chiamano) non per azioni suicide o di attacco a bersagli, come si dice in gergo, induriti: cioè, ben difesi come un’installazione di pompaggio.

Invece, del tutto normale, consueto anzi della pratica e della dottrina tattica delle Forze di sicurezza algerine nella lunga campagna vincente che le ha impegnate dal 1991 al 2002, senza esclusione di colpi e letteralmente con ogni mezzo, contro la ribellione del Fronte di Salvezza Islamico (il FIS) al prezzo di decine di migliaia di morti, torturati, massacrati in massa e interi villaggi distrutti.

Un’operazione che comunque, adesso, sembra spostarli verso sud-est, verso Ségou e la periferia di Bamako in un vasto arco schierato a occidente della capitale e in posizione utile ad attaccarla, conoscendo evidentemente bene il terreno e in grado di mantenere l’iniziativa. Tutto dipende, probabilmente, dal fatto se la reazione algerina e francese, anche aerea, sarà in grado di negare loro il combustibile e i rifornimenti dell’area che man mano abbandonano per spostarsi verso Bamako…

Intanto, al Nord, le truppe maliane-francesi riprendono il controllo di Timbuctu (fra scene di giubilo della gente evidentemente sincera) e si comincia a parlare a Parigi della possibilità di mettere fine, come era stato promesso presto, subito, al proprio intervento diretto.

● La linea tracciata nel deserto:  fino qui sì… oltre proprio no   (vignetta)

Fonte: IHT, P. Chappatte, 29.1.2013

Non si fidano tanto, però, giustamente, dell’esercito e vorrebbero far negoziare a Tuareg e esercito un’intesa forte, a prova di malintesi: veri o pretesi.

Un po’ più prudente dei tanti osservatori dei media, specie europei e occidentali (ma anche del presidente Hollande – che ha parlato subito di interruzione delle operazioni francesi di terra – “saranno le truppe del corpo di intervento africano, dice subito, a inseguire gli insorti fino alle loro ridotte nel deserto”) già, ma dov’è il corpo d’intervento africano?), sembra il ministro francese della Difesa, Le Drian, che parla di una liberazione di Timbuctu “in corso” e del fatto che “ci vorrà ancora tempo, però, per stabilizzare la situazione (New York Times, 28.1.2013, L. Polgreen e S. Sayare, With Timbuctu Retaken, France Signals It Plans to Pull Back in Mali—  Con la ripresa di Timbuctu, la Francia indica che sta progettando di ritirarsi in Mali http://www.nytimes.com/2013/01/29/world/africa/timbuktu-mali-france-conflict.html ?ref=global-home).

EUROPA

La Banca centrale ha lasciato anche adesso, a gennaio, al suo livello già basso è vero – dello 0,75% – il tasso di sconto, decidendo forse che tanto non servirebbe neanche abbassarlo per allentare là dove conta, agli sportelli bancari, la stretta creditizia che sta asfissiando paesi e ed economie intere come in Italia e in Spagna.

Non hanno ancora capito a Bruxelles, ma anche a Roma e a Madrid, che forse l’unico modo per rimetterle in molto è quello non più di incentivare il credito alle singole banche – già fatto, largamente, da tempo all’1% – o di convincerle ad abbassare i tassi passivi, da usura, che praticano, quando si degnano poi, su concessioni di mutui o prestiti al meglio con 7-8 punti di scarto sul tasso attivo col quale pagano loro i prestiti avuti dalla BCE.

E che, invece, bisogna farle smuovere obbligandocele: con la forza della legislazione anti-usura e, sì, col tintinnar di manette… Perché è vero che la BCE non può obbligare le singole banche a livello nazionale a fare onestamente il loro lavoro ma potrebbero farlo i governi nazionali, se vogliono. e il problema è che non lo vogliono.

   (1) New York Times, 10.1.2013, J. Ewing, European Central Bank Leaves Key Rate Unchanged La BCE lascia immutato il tasso di sconto http://www.nytimes.com/2013/01/11/business/global/european-central-bank-leaves-key-rate-unch anged.html?ref=global-home; 2) BCE, Francoforte, 10.1.2013, Considerazioni introduttive alla Conferenza stampa del presidente Draghi http://www.ecb.int/press/pressconf/2013/html/is130110.en.html). Non è aria di niente del genere, naturalmente, perché come spiegava bene don Abbondio al card. Federigo, uno se non ce l’ha, il coraggio mica se lo può dare[6]

Anche se proprio Draghi, che vuole tranquillizzare (“stiamo uscendo ormai dalla crisi finanziaria”, assicura), poi è costretto a dire la verità (“la crisi economica – domanda, produzione, occupazione – continua a imperversare(idem). Ma dicevamo del coraggio che uno non ha… e alla BCE, che le cose da fare le sa, non si può chiedere di farle da sola o di decidere essa al posto di chi non osa.

Qui, chi non osa sono i regolatori del sistema bancario europeo: da una parte, chiedono un’importante revisione, ormai necessaria, del cosiddetto meccanismo che stabilisce il livello del Libor— il cosiddetto London Interbank Offered Trade un tasso di interesse interbancario che costituisce un benchmark cruciale offerto ai mercati e che, finora, veniva autoregolato nel e dal sistema.

E, ora, hanno scoperto – meglio, ora gli hanno raccontato e dimostrato: perché non hanno scoperto niente in quanto niente mai hanno cercato – che da anni le banche (il caso è esploso perché dall’Unione delle Banche Svizzere, l’UBS, qualcuno ha spifferato un pizzico di verità scoprendo altarini assai sporchi: che il Libor se lo aggiustavano tra loro per garantirsi il massimo del profitto scaricandone regolarmente i costi su clienti e Stati (New York Times, 11.1.2013, M. Scott, Regulators Propose Overhaul of Benchmark Interest Rate— I regolatori propongono una revisione dei tassi di interesse benchmark [che è titolo tanto blando da essere falso; perché di per sé propongono proprio alle autorità pubbliche di regolamentare loro quei tassi, non di revisionarne il meccanismo lasciandolo in mani private…] http://dealbook. nytimes.com/2013/01/11/regulators-propose-overhaul-of-euribor-interest-rate/?ref=global-home).

Da una parte, dunque, c’è questo e questa necessità di regolamentare, chiarissima ai regolatori stessi.  Ma, dall’altra parte, questi non hanno le p**le per spingersi fino a chiedere quel che pure affermano essere ormai indispensabile: di diventare i regolatori diretti, i controllori, alla luce degli scandali che stanno emergendo con cui i controllati che si sarebbero dovuti autoregolare hanno fissato fraudolentemente il tasso ovviamente a proprio scopo e tornaconto. E la BCE stessa non ha le p**le per obbligarli. Né reclama di averle…

Come diceva già due secoli e mezzo fa Adam Smith, che il “capitalismo” lo aveva poi lui stesso “inventato”, sempre gli interessi privati avrebbero operato non per il “bene comune” ma – appunto – per gli interessi privati avvertendo che non ci si poteva mai fidare per questo di far autoregolamentare qualcuno o qualcosa che sempre, essendo l’uomo fatto così, avrebbe invece pensato prima di tutto al proprio interesse (A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393: la proposta di autoregolamentarsi proveniente da chi ha interessi privati – scriveva – “va sempre considerata con la più sospettosa attenzione”. Infatti, “viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico e che ha invece generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico. E che, anzi e di fatto, in molte occasioni l’ha ingannato e oppresso”).

●La disoccupazione in Europa continua a crescere, a novembre al tasso destagionalizzato dell’11,8 dall’11,7% di ottobre (1) New York Times, 8.1.2013, Unemployment Climbs in Eurozone La disoccupazione cresce nell’eurozona http://www.nytimes.com/2013/01/09/business/global/daily-euro-zone-watch.html?ref=global-home; 2) EUROSTAT, 8.1.2013, #4/2013, Euro area unemployment rate at 11.8% - EU27 at 10.7 % La disoccupazione nell’eurozona al tasso dell’11,8% e nell’Unione a 27 al 10,7 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-08012013-BP/EN/3-08012013-BP-EN.PDF).

La disoccupazione nell’Europa a 27 resta stabile su un anno or sono, ma nelle due zone il tasso dei senza lavoro è aumentato marcatamente sul novembre di un anno prima (era rispettivamente al 10,6 e al 10,9%). E si tratta del nuovo record, con 18 milioni e 800 mila senza lavoro, 2 milioni in più di un anno fa, nei 17 paesi dell’eurozona sul totale di 2 milioni e 61 mila di tutta l’Unione.

Fra gli Stati membri la disoccupazione più contenuta tra i giovani è stata registrata in Austria (4,5%), Lussemburgo (5,1%), Germania (5,4) e Olanda (5,6%); la più elevata, a livelli davvero catastrofici, si registra in Spagna (26,6%, col governo di Mariano Rajoy che la prevedeva “l massimo” a un 24,5%) e Grecia (26: a settembre).

L’Italia è ormai all’11,7%, e la tendenza è a crescere. Di brutto, anche… Per la crisi che avanza e la mancanza di politiche attive per promuovere attivamente – creandolo, non precarizzandolo – il lavoro.

A novembre, nell’Unione a 27 c’erano 5 milioni e 799 mila giovani (da 15-16 a 24 anni) nel totale dei disoccupati, di cui 3 milioni 733 mila nell’eurozona (rispetto al novembre di un anno prima, 329 mila in più nella UE a 27 e 420 mila nell’eurozona, col tasso di disoccupazione giovanile medio dell’eurozona ormai al 24,4%, il più basso in Germania (8,1%), Austria (9%) e Olanda (9,7%) e i più elevati in Grecia (57,6, a settembre) e Spagna (56,5%). In Italia è a un gran brutto 37,1%.

●E questi incompetenti apprendisti stregoni che ci sgovernano – ma anche non pochi di quanti li vogliono sostituire – si preoccupano anzitutto dei conti pubblici: quelli delle finche della contabilità, però, molto più che dei conti quelli dell’economia reale, secondo la solita dissennatezza convenzionale.

Altrettanto dissennata, del resto, è la pretesa che la carenza di lavoro, come la stessa scuola di pensiero alternativamente pretende, sia da imputare a quello che chiamano il mismatch il non incontro che spesso c’è tra lavoro e capacità di lavoro, tra domanda di lavoro qualificato di un certo tipo e offerta di un tipo di lavoro abbondante ma generico che non risponde a quella domanda.

Questo squilibrio tra domanda e offerta, calcolato in milioni di casi dovunque, in America come in Europa – ha studiato e documenta adesso in un libro eccellente il prof. P. Cappelli che insegna management alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, è un’invenzione[7].

Il problema vero è che la mentalità del management ormai è quella di chi va in deposito a cercare un pezzo di ricambio a un motore e non capisce che il lavoro umano è cosa diversa e che, poi, nella realtà a mancare, a non venire proprio più creato perché nessun padrone più rischia e vuole che il capitale sia remunerato da un profitto non solo garantito senza ormai più alcun rischi ma anche a brevissimo termine… è proprio il lavoro in sé (la recensione, maggiormente leggibile e soprattutto sintetica, l’abbiamo letta sulla Pennsylvania University Gazette, Trey Popp, The Home Depot Syndrome La sindrome del deposito dei pezzi di ricambio http://www.upenn.edu/gazette/0113/feature2_1.html).

Continua, del resto, ad imperversare, sula grande pubblicistica d’opinione internazionale, anche purtroppo la più accreditata, la saga dell’ignoranza— e la peggiore, quella che non è inconsapevole ma invece deliberatamente coltivata e diffusa per il secondo fine di coltivare e accreditare una reputazione di “serietà” ormai smentita dai dati e dai fatti.

Come quando si va sostenendo che alla vigilia del crollo del 2008 “i livelli di debito pubblico nell’eurozona erano arrivati vicini al picco dopo un decennio ormai di crediti richiesti e ottenuti a go-go dai paesi membri(New York Times, 23.1.2013, Euro Zone Debt Stabilises as North/South Split Emerges Il debito dell’eurozona si stabilizza mentre emergono divergenze tra Nord e Sud del settore http://www.nytimes.com/reuters/ 2013/01/23/business/23reuters-eurozone-economy.html?src=busln&_r=1&9).

E di pura ignoranza, appunto, si tratta perché nell’eurozona, e al contrario, i principali imputati, proprio Spagna e Irlanda, esibivano invece un ampio attivo dei loro conti correnti, il contrario proprio del debito pubblico (IMF, World Economic Outlook Database, 10/2012, General Govmt Net Lending/Borrowing Crediti e prestiti netti dei governi [dell’eurozona] http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/ 2012/02/weodata/weorept.aspx?pr.x=66&pr.y=13&sy=2000&ey=2012&scsm=1&ssd=1&sort=coun try&ds=.&br =1&c=136%2C124%2C132%2C134%2C174%2C184%2C178&s=GGXCNL_NGDP&grp=0&a=).

Notò una volta Charles Darwin che gli zombie sono sempre particolarmente pericolosi quando parlano di scienza : “perché – disse – i falsi dati e i fatti che non sono tali ma come tali vengono riferiti, sono estremamente dannosi per il progresso della scienza in quanto spesso si radicano e durano anche a lungo[8] (▬ http://www.pikaia.eu/ EasyNe2/Notizie/Segnalazione_di_tutte_le_opere_di_Char les _Darwin_pubblicate_in_Italia_.asp).

Il che costituirebbe solo una curiosità, magari pure un tantino grottesca, se poi sopra non ci fosse anche chi non solo continua ad insegnarla ma ci costruisce sopra scelte e decisioni politiche e, sulla base della loro pretesa scientificità, ci governa anche paesi moderni…

●La grande avanguardia d’Europa, la Germania, va frenando anch’essa. I dati del servizio statistico federale di Wiesbaden che escono il 15 gennaio stimano che l’economia, il PIL, è in rosso quest’ultimo trimestre, rispetto a quello precedente, dello 0,5% soprattutto come risultato del cavallo – chi investe, come lo chiamano – che, anche qui, non beve più: che, cioè, ha smesso di investire.

E ormai sembra anche confermato (lo dice chiaro la banca franco-belga-olandese ING, non lo smentisce nessuno) che in Francia il target di riduzione del deficit sul PIL sarà bucato ancora una volta: il deficit non scenderà affatto al 4,5% (del 3% di Maastricht naturalmente neanche a parlarne) ma, se andrà bene – e, poi, adesso anche con le spese extra delle missioni imperial-“pacifiste” nell’Africa naturalmente francofona… – il buco supererà di sicuro il 4,8% (New York Times, 15.1.2013, J. Ewing e N. Kulish, German Economy Shrank in Fourth QuarterL’economia tedesca si restringe nel 4° trimestre [e il deficit-PIL tedesco va vicino al 5%] http://www.nytimes.com/2013/01/16/business/global/daily-euro-zone-watch. html?ref=global-home).

●L’attivo di bilancio commerciale dell’eurozona come tale a novembre dell’anno scorso grazie alla impennata dell’export. Questa è la notizia buona. Quella cattiva è che questo pur ragguardevole attivo di novembre è stato di 14 miliardi di €: su un economia che produce 10 trilioni, cioè ben 10.000 miliardi, di € all’anno: appena un quattordicimillesimo, dunque (The Economist, 18.1.2013).

●L’Irlanda ha portato a termine con buon esito un’asta del suo debito sovrano, vendendo 2,5 miliardi di € di buoni quinquennali dietro ordini superiori addirittura a € 7 miliardi. Al Tesoro di Dublino, incrociando le dita nella speranza annunciata di non fare il passo troppo lungo, si sono affrettati a parlare di rapporti quasi normalizzati coi mercati finanziari internazionali alla vigilia ormai della stretta nelle trattative con la UE per la riduzione del peso del debito in cui il paese è incorso per salvare un sistema bancario troppo esposto da prestiti e crediti facili nel recente passato (The Economist, 11.1.2013, Charlemagne, Celtic metamorphosis – Ireland: a model of readjustment through austerity?—  Metamorfosi celtica – Irlanda: un modello di riaggiustamento attraverso l’austerità? [un miraggio che la scuola di pensiero liberista in cui milita questa prestigiosa rivista, amerebbe tanto vedere qui concretizzarsi… ma, sulla scorta delle tante austerità sperimentate, va facendosi solo altre illusioni…, sapete l’asino che, appena abituatosi a fare a meno del foraggio, crepò improvvisamente di fame] http://www.economist.com/news/europe/21569437-ireland-model-adjustment-through-austerity-celtic-metamorphosis).

●Alexis Tsipras, 38enne capo dell’opposizione radicale di sinistra in Grecia, il partito Syrizas, che alle ultime elezioni è arrivato secondo col 26,86% dei voti, solo di poco dopo il primo, la destra di Neo Dimokratia: Syriza è stato sempre estremamente critico nei confronti  della ricetta unica imposta dall’Europa, l’austerità, partito che però non rifiuta affatto l’Europa.

Ora si è recato a Berlino per incontrare il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, per presentargli il caso ellenico, ha detto, ma – specificandoglielo nella lettera in cui gli chiedeva di incontrarlo e che il tedesco ha avuto la correttezza e anche il coraggio di accettare – “dal punto di vista della gente comune”.

E, mettendogli a quel punto con grande cortesia formale ma volontariamente le dita negli occhi, gli ha presentato quella che ha definito l’Agenda dei greci della strada, comprese quelle che ha definito come le sue e “le loro” richieste: anzitutto il perdono del debito attuale greco da parte dei creditori tedeschi, come “quello esteso alla Germania  nel 1953 cancellandole i debiti di guerra che doveva ad Atene in base al trattato di pace per decine di miliardi di € al valore attuale in riparazione parziale dei danni dell’occupazione nazista della Grecia”.

  (1) per la storia del debito tedesco con la Grecia e della sua cancellazione, cfr. Guardian, 21.6.2011, Albrecht Ritschl - storico tedesco della London School of Economics - Germany Owes Greece a Debt La Germania ha un debito con la Grecia http://www.guardian.co.uk/profile/albrecht-ritschl);

   2) sull’incontro tra il capo dell’opposizione greca di sinistra e il ministro delle Finanze tedesco, cfr. The Economist, 18.1.2013, Charlemagne, Tsipras in Berlin http://www.economist.com/blogs/charlemagne/2013/01/greek-politics); e

    3) infine, anche a Washington è andato Tsipras, a parlare coi vertici del FMI e col dipartimento del Tesoro americano – sarà pure di sinistra, ma conosce bene con chi deve litigare e trattare per far pesare, in ogni caso, le proprie convinzioni: non certo Barroso a Bruxelles, ma a Berlino Schäuble e a Washington il Fondo (e neanche la direttrice Lagarde, ma il capo economista Olivier Blanchard) e il segretario statunitense, peraltro ormai uscente, Timothy Geithner: New York Times, 25.1.2013, R. Gladstone, Greek Opposition Leader Seeks Conference on Debt Il capo dell’opposizione greca vuole una conferenza internazionale sul debito http://www.nytimes.com/2013/01/26/world/europe/alexis-tsipras-greece-opposition-leader-calls-for-debt-renegotiation.html?ref=global-home).

●A sorpresa, dai risultati del primo round delle presidenziali della Repubblica ceca, vien fuori che  al primo arrivato del centro-sinistra Miloš Zeman, già primo ministro e poi cacciato via dai suoi stessi alleati, si contrapporrà ora al ballottaggio del 27 gennaio (BBC News, 12.1.2013, Czech election in second round run-off Le elezioni ceche al  ballottaggio  del secondo  turno http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-20999202# )  il conservatore ministro degli Esteri, Karel Schwarzenberg, un principe di sangue blu – neanche i comunisti erano riusciti qui a fare davvero fuori i titoli nobiliari nel paese più absburgico dell’Europa centrale – pupillo dell’ostico e eurofobo presidente uscente Vaclav Klaus (The Economist, 18.1.2013, Karel Havel or Milos Klaus? http://www.economist.com/news/europe/21569758-choice-voters-next-czech-president-karel-havel-or-milos-klaus).

Alla fine è “passato” Zeman, 68enne, ex primo ministro sinistrorso, il primo presidente della repubblica qui eletto col voto popolare diretto (resta il sistema parlamentare, il capo dello Stato viene eletto in due turni ma i poteri restano grosso modo distribuiti come al presente con quelli del presidente soprattutto politici, soprattutto di moral suasion), col 55% dei voti mettendo finalmente una pietra tombale sull’era euroscettica e onnicomprensivamente cinica su tutto di Vaclav Klaus:

• sulla lotta contro la povertà— condizione naturale contro di cui è inutile dare da farsi, mentre Zeman dice che questo è il primo dovere di un governo serio;

• sul cambiamento climatico— lasciate fare, ci pensa, se poi è necessario, la natura da sola, mentre Zeman è della scuola di pensiero del tutto opposta;

• su tutto ciò che tenta di regolare e governare un liberismo che lui vorrebbe, ha sempre voluto, totale... mentre Zeman che fu comunista solo sotto la primavera di Dubcek, è restato un socialdemocratico e un socialista convinto;

• questo – il credo profondo neo-liberista – era, poi, anche la ragione dell’euroscetticismo profondo di Klaus: sotto l’URSS eravamo un paese a “sovranità limitata”, e dovremmo ora tornarci, sotto la UE?...

… mentre Zeman sostiene sensatamente ormai che sovranità è diventata in sé, ormai, una parola vuota se non è concepita, appunto, a scala europea e fatta lavorare condividendola fra gli europei tutti (New York Times, 26.1.2013, S. Bilefsky, Former Prime Minister Is Elected President of Czech Republic Ex primo ministro eletto presidente della Repubblica ceca http://www.nytimes.com/ 2013/ 01/27/world/europe/former-prime-minister-is-elected-president-of-czech-republic.html?ref=global-home&_r=0)...

●Il commissario, di nomina parlamentare ma indipendente, che in Slovenia presiede la Commissione anticorruzione ha accusato il primo ministro Janez Jansa di essere apertamente e personalmente immischiato in una serie di episodi di vera e propria corruzione, citando casi specifici di cresta “accertata”, dice, che lo coinvolgono per indebiti introiti ed evasione fiscale per un minimo accertato, dice, di 200.000 € incassati.

Anche i partiti minori della sua stessa coalizione di centro-destra a questo punto gli chiedono pubblicamente di dimettersi. E la questione, ormai, è solo se un governo  già “clinicamente morto”, come lo ha chiamato il quotidiano principale della capitale (Delo/Lubiana, 15.1.2013,  Živi mrtveci Morto che cammina http://www.delo.si), può resistere fino alla decomposizione metifica che per esso si preannuncia pubblica.

Lo stesso problema però – evasione fiscale e omissione di denuncia sui propri redditi illegalmente percepiti e inguattati – unifica al premier anche il leader del massimo partito di opposizione e sindaco di Lubiana, Zoran Jankovic, i cui due figli hanno fior di licenze per lavori pubblici concesse dal comune…

Insomma, la Slovenia – direbbero da noi i qualunquisti che abbondano – è tanto vicina all’Italia che chi è più pulito anche da loro ha la rogna (The Economist, 18.1.2013, Tottering on-A government and an opposition that are both on their last legs Arrancando e traballando-Un governo e un’opposizione che sono arrivati entrambi alla frutta http://www.economist.com/news/ europe/21569754-government-and-opposition-are-both-their-last-legs-tottering/ print).

●In Turchia, come parte del nuovo negoziato direttamente intrapreso in Turchia tra il numero uno del Partito del lavoro curdo (il PKK), Abdullah Ocalan, condannato all’ergastolo – fu lui che, nel ’98, il governo d’Alema, pressato dalle minacce di boicottaggio degli scambi con l’Italia del governo turco, convinse a ritirare la richiesta di asilo politico e ad andarsene in Kenya, consegnandosi nei fatti al rapimento da parte dei servizi segreti turchi – e il premier turco Recep Tayyp Erdoğan.

Il piano proposto da Ocalan, attraverso la mediazione del capo dei servizi segreti turchi Hakan Fidan, a Erdoğan, certo ancora né definito né chiaro, è in quattro stadi e prevede già a marzo l’alt al militantismo armato del PKK sul territorio turco e anche a un ritiro progressivo e reciproco da parte curda dal territorio curdo (ma che vuol dire in realtà? visto che i combattenti curdi sono anche cittadini turchi, che il territorio curdo e turco e quello turco anche è curdo…?) e a impegnare colloqui per il disarmo prima di arrivare appunto (ma quando? ma come?) a deporre proprio le armi.

Questo sembra dire, confusamente, quel che di nebuloso si sa, tradotto in modo abborracciato dal turco o dal curdo del piano Ocalan. Da parte turca, prevederebbe invece il rilascio dalle galere della Repubblica delle migliaia di militanti del Partito dei lavoratori detenuti da anni (ma in che forma, visto che i turchi respingono l’idea stessa di un’amnistia ai “terroristi”?).

E anche una serie di riforme costituzionali in Turchia per rimuovere i divieti all’uso della lingua curda nelle scuole della regione della Turchia del sud-est che da sempre si chiama Kurdistan, al rafforzamento delle amministrazioni locali curde e alla creazione di una nuova definizione, etnicamente neutrale, del concetto stesso di cittadinanza. Andasse a buon fine, sarebbe in ogni caso un capolavoro politico per Ocalan e anche per Erdogan

   (1) Reuters, 6.1.2013, Ece Toksabay, Turkey's Erdogan rules out amnesty for Kurdish militants Il [primo ministro] turco Erdoğan esclude l’amnistia per i militanti curdi http://www.reuters.com/article/2013/01/06/us-turkey-kurds-idUSBRE9050 5N20130106; 2) Reuters, 8.1.2013, Daren Butler,  Turkey, Ocalan map out steps to end Kurdish conflict La Turchia e Ocalan tratteggiano un percorso di uscita dal conflitto curdo http://www.reuters.com/article/2013/01/08/us-turkey-kurds-idUSBRE9070NN20130108).

Un passo avanti, di grande rilievo, per i curdi ma anche per la Turchia, insomma: la prima volta in cui le due parti riconoscono di aver aperto colloqui formali l’una con l’altra, anche coinvolgendo con Ocalan stesso alcuni deputati di estrazione etnica curda del parlamento di Ankara. Ma gli ostacoli restano molti, incombenti e duri: radicati nella narrativa forte della resistenza armata curda e in quella orgogliosa dell’unità di un paese che non è mai disposto, di regola, a far “concessioni” e cercar compromessi con chi con esso si scontra frontalmente.

E il misterioso assassinio di tre note attiviste del PKK a Parigi di inizio gennaio è chiaramente il messaggio di chi al processo vuole imporre una violenta frenata, anche se non è subito chiaro di chi, collocato proprio lì, forse, sul crinale del conflitto, poi, realmente si tratti.

●Dalla Russia, arriva conferma (Agenzia RIA Novosti, 30.12.2012, Silent sub: Russian noiseless Borei class nuclear submarine immersed Il sub silenzioso: si immerge sottomarino nucleare russo della classe Borei http://rt.com/ news/russian-noiseless-borei-submarine-106): nel cantiere Sevmash (acronimo di Impresa di Costruzioni di Macchinari Navali) di Severodvinsk, città portuale sul Mar Bianco, è stato varato il sottomarino nucleare più moderno, vantato e temuto come irreperibile e non individuabile più di ogni altro prima, il Vladimir Monomah, che prende il nome dell’antico principe fondatore, a cavallo dell’anno 1.000 del primo regno russo costruito intorno a Kiev.

Questo sub è l’ultimo esemplare della classe Borei Boreale, che si distingue – ma lo avvalorano più gli americani dei costruttori russi per ora – come la madre di tutti i sommergibili nucleari supersilenziosi. A giorni, comincia le prove in mare e diventerà operativo, sempre secondo le fonti dei servizi segreti della US Navy, quest’anno. Le caratteristiche di un sub di classe Borei – largamente comuni anche a questo esemplare ma ancora migliorate – dicono che sia

• lungo 170 m.,

• largo 13,5,

• con pescaggio di 10 m.,

• stazza di 14.720 tonn. in emersione e 24.000 sommerso,

• 29 nodi di velocità,

• capacità massima di profondità intorno a l 1/2 km.,

• e di navigazione autonoma, sempre in immersione, fino a tre mesi,

• 107 uomini di complemento (di cui 55 ufficiali),

• armamento in dotazione, da 16 a 20 missili balistici intercontinentali (SLBM) Bulavamazza, nella classificazione NATO SS-NX-30, a combustibile solido (fino a 6 ogive atoniche con 2 megatoni di potenza al massimo per ciascuna, ciascuna separatamente rientrante e direzionabile nell’atmosfera e ciascuna, secondo le informazioni rese note, in grado di nullificare ogni sistema anti-missilistico esistente;

• e 6 tubi per torpedini da 533 mm.

• Si tratta, secondo le specifiche del sommergibile di ogni tempo, di ogni tipo e di ogni nazionalità più silenzioso, avendo raggiunto livelli di riduzione, assorbimento e dispersione graduale del rumore dei motori atomici vicini al 99%...

• Infine, come tutti i sub della classe Borei, anche questo è dotato di una speciale – ed unica – camera galleggiante capace di portare tutto insieme in superficie, alla bisogna, l’intero equipaggio.

Nel corso di questo decennio, i russi contano di costruire 10 esemplari di questo ultimo modello di sub e tutte le pubblicazioni (segrete – si fa per dire – semipubbliche o pubbliche) della US Navy e dei centri di ricerca tecnici e universitari statunitensi specializzati) si mostrano particolarmente preoccupate della forza nuova di base nucleare strategica che essi potrebbero dare alla Flotta russa (Navy Prime Times/Washington, D.C., US Navy strategic worries about new Russian subs Le preoccupazioni strategiche della Marina USA sui nuovi sommergibili russi http://www.navytimes.com/prime/2012/12/Navy-strategically-worried-by-Russi’a-new-subs1230110) impartendole una dimensione realmente globale capace di estendersi ben oltre la protezione dei mari vicini e delle rotte di navigazione circostanti la Russia. Cioè, se lo considererà mai opportuno anche sfidando al suo gioco – quello di navigare anche in mari lontani da casa – la Marina USA…

●Intanto, Gazprom torna alla carica sull’Ucraina che tergiversa un po’ troppo e arriva a decidere di dire un sì o un no chiaro alle condizioni che pone la Russia all’Ucraina per farle prezzi migliori sul gas fornito in futuro: condizioni sicuramente politico-economiche, come sono tutte quelle che hanno a che fare con la materia della fornitura di combustibili e delle sue condizioni. La Russia dice che lo farà a condizione che chi lo chiede entri nella comunità doganale degli Stati euro-asiatici ad essa associati.

Se non lo vogliono fare, liberi di non farlo: ma allora devono andare sul mercato come ogni altro acquirente e contrattare alle condizioni di prezzo decise dal mercato: che è libero, no? dicono i russi… con poco senso, forse, dello humor. Ma Gazprom, che per parte sua tratta con Naftogaz, l’ente monopolistico del gas ucraino – è la Russia a trattare politicamente con l’Ucraina – a questo punto torna a ricordare alla controparte industrial-commerciale di Kiev che deve ancora saldare il conto presentatole per $ 7 miliardi di gas naturale prenotati e acquistati e mai finora pagati, anche se mai poi neanche usati nel corso del 2012.

Se a Kiev qualcuno aveva sperato che a Mosca quest’impegno fosse stato scordato, adesso è chiaro che aveva sbagliato. E, adesso, Gazprom presenta la bolletta. Del resto, la portavoce di Naftogaz Ukraina, Elena Yurieva afferma che la sua impresa ha onorato tutto il pagamento del gas che nel 2012 ha importato da Mosca: ma sta zitta e… mosca sull’impegno a “pagare a prescindere” – la clausola contrattuale del take-or-pay che incautamente, stupidamente, forse criminalmente dal punto di vista ucraino aveva sottoscritta (lo sa Yulia Timoshenko che proprio di questo— di aver preso impegni sfavorevoli a Kiev è stata accusata e lo sta pagando con la galera sulla propria pelle).

Insomma, a Kiev la coda di paglia ce l’hanno e rimandare all’infinito le scelte di fondo politiche (tra UE che, però, non li vuole proprio, gli ucraini, e Mosca che li vorrebbe ma che essi preferirebbero poter evitare) non può proprio più (RIA Novosti, 26.1.2013, Gazprom Bills Ukraine $7 Bln for Unused Gas - Naftogaz Gazprom fattura all’Ucraina 7 miliardi di $ per il gas che non ha utilizzato http://en.rian.ru/business/20130 126/179048197.html).

Intanto, però e proprio a ragione anche di queste nuove/antiche difficoltà coi russi, il presidente Viktor Yanukovich annuncia che andrà in visita ufficiale a febbraio in Turkmenistan (Agenzia ITAR-TASS, 29.1.2013, Ukraine to resume direct gas purchases in Turkmenistan… sooner or later L’Ucraina riprenderà gli acquisti di gas in Turkmenistan http://www.itar-tass.com/c154/633731.html).

Per discutere – viene ufficialmente dichiarato dal ministro degli Esteri Leonid Kozhara – della ripresa [ripresa? ma…] di forniture di gas dirette da Ashgabat a Kiev[come? tra Ucraina e Turkmenistan, ci sono di mezzo sui 3.000 km. di territorio se non russo, georgiano, armeno e azerbaigiano di cui almeno 500 sotto il Mar Caspio e il Mar Nero e – a proposito di costi da abbattere… – senza un solo metro di gasdotto esistente… Insomma, come diversificazione e fonte davvero alternativa al gas russo, questa a parte la sua stessa affidabilità, non sembra proprio un granché] (Stratfor, Global Intelligence, 29.1.2013, Russia and Ukraine’s Contentious Energy Relationship Il contenzioso rapporto energetico tra Russia e Ucrainahttp://www.strat for.com/geopolitical-diary/russia-and-ukraines-contentious-energy-relationship).    

STATI UNITI

●Alla fine è stata la maggioranza repubblicana e conservatrice al Congresso a fare marcia indietro e il “fiscal cliff” è stato evitato con un accordo di compromesso che riesce a evitare i tagli di spesa e gli aumenti automatici di tasse che altrimenti sarebbero scattati in proporzione uguale per tutti i contribuenti con l’ultimissimo round del negoziato che ha dovuto fermare le lancette dell’orologio, andando ben oltre la mezzanotte del primo dell’anno.

Secondo l’accordo, adesso le tasse verranno aumentate, ma solo per chi ha un reddito annuo superiore ai $ 400.000— un “cedimento” di Obama che aveva chiesto di alzare la soglia già per i redditi  superiori a $ 250.000 – e la spesa (sanità, sussidi ai disoccupati, spesa militare anche…) non sarà più automaticamente ridotta.

E i mercati – cioè quanti fanno soldi lavorando in borsa, nel settore finanziario, produttivo e commerciale – hanno tirato un sospiro di sollievo anche se adesso resta in piedi una seconda rata di tagli automatici: adesso, subito, 1,2 trilioni di $ e, entro qualche anno, almeno altri 4 trilioni.

E, poi, resta sempre – anche se forse sul punto si riuscirà a trovare un altro compromesso – la necessità di convincere i conservatori a votare lo sfondamento del tetto del tutto artificiale al debito dello Stato federale che è posto dalle legge: artificiale e in sé assurdo perché non si tratta, poi, di autorizzare alcun nuovo debito, ma di poter pagare quello in cui la spesa pubblica, comunque, è già incorsa (The Economist, 4.1.2013, The fiscal cliff deal: America’s European moment L’accordo sul baratro di bilancio: per l’America siamo all’ora dell’Europa http://www.economist.com/news/leaders/ 21569024-troubling-similarities-between-fiscal-mismanagement-washington-and-mess).

 

●Dunque, sull’orlo del baratro, nel quale il Congresso avrebbe affondato l’economia se non avesse votato il compromesso del 1° gennaio presidente e Congresso, hanno trovato l’accordo. Sintetizza così il NYT (New York Times, 1.1.2013, J. Steinhauser, Divided House Passes Tax Deal in End to Latest Fiscal Standoff Con un voto spaccato [dopo quello di un giorno prima al Senato] la Camera dei deputati passa un accordo per metter fine all’ultimo stallo sul bilancio fiscale http://www.nytimes.com/2013/01/02/us/politics/house-takes-on-fiscal-cliff.html?ref=global-home): “Mettendo fine nelle ultimissime ore di vita del 112° Congresso allo show-down risolutivo, la Camera dei Rappresentanti martedì ha inviato alla firma del presidente la legge che evita forti aumenti di tasse per la maggior parte degli americani”.

Si tratta di una sintesi sostanzialmente corretta: alla fine, al momento di concludere, il voto è stato di 257 per e 167 contro, con 85 repubblicani che hanno rotto le fila della solidarietà di partito (erano maggioranza nominalmente: ma il voto qui al Congresso è davvero libero individualmente— o meglio libero dal vincolo dei partiti, magari…, votando sì con 172 democratici; 16 democratici (alcuni con motivazioni anche di sinistra: il compromesso per loro era stato troppo… compromissorio) hanno votato, invece, con 151 repubblicani, tutti da destra, contro…

E’ stata, comunque, anche se contestata dai più progressisti come insufficiente, una vittoria di Obama. Che, stavolta, ha resistito più a lungo del GOP, il Grand Old Party (i repubblicani, non si capisce perché, qui li chiamano così) al ricatto delle scadenze forzate e delle conseguenze temute.

Comunque è stata una vittoria resa alla fine possibile solo dalla leadership dei repubblicani: o perché ha sbattuto gli occhi per prima – lo ha fatto – o perché ha avuto un salto di responsabilità in extremis rispetto al visceralismo reazionario della propria base che aveva, però, colpevolmente alimentato per anni. Avrebbero, infatti, potuto far saltare il banco, avendo la maggioranza alla Camera, impedendole semplicemente di andare al voto. Che invece, stavolta, hanno consentito.

●Interessante, stavolta in particolare, è vedere un po’ più da vicino quanto della situazione – dello stallo, del negoziato, del compromesso e della conclusione – ha scritto il Nobel dell’economia Paul Krugman: da tempo, critico delle esitazioni e delle prudenze, che arrivò a chiamare anche da “ca**sotto”, delle s celte su cui il presidente essendone chiaramente convinto avrebbe dovuto osare di più e mettere con le spalle al muro, denunciandoli al ludibrio del paese, i conservatori.

Per tutto il mese di dicembre, prima della scadenza-mannaia di fine anno, l’economista di Princeton, alla cadenza martellante dei suoi bisettimanali pezzi sul NYT, dei suoi blogs quotidiani e delle mille occasioni che in quel mese ha colto dieci volte al giorno per farlo, lo ha bombardato di titoli quasi sprezzanti: è the world’s worst poker player— il peggior giocatore di poker del mondo, quello che bluffa peggio o, scimmiottando il suo titolo ufficiale come presidente di commander-in-chief comandante-in-capo, il conceder-in-chief: dove conceder è colui che molla – che fa concessioni – invariabilmente per primo.

La conclusione non è stata affatto decente non solo per il merito delle concessioni fatte e di quelle ottenute, comunque deficitario e insufficiente ma anche, e soprattutto, perché hanno minato alla base la credibilità stessa con cui il presidente insisteva nel rifiuto di negoziare sul fiscal cliff sotto il ricatto della scadenza capestro del tetto del debito. Che ora, invece, avrebbe accettato.

Chiunque adesso guardi a questi negoziati – sul baratro fiscale – specie in considerazione del precedente comportamento tipico di Obama, non può che giungere a una principale conclusione: qualsiasi volta il presidente dichiara solennemente che su una determinata questione lui non s’arrenderà mai, che sicuramente non farà alcun passo indietro, che tu su lui puoi contare, allora sai con certezza che finirà col cedere— e più prima che poi”, ha scritto Krugman (New York Times, 1.1.2013, P. Krugman, Perspective on the Deal In prospettiva, su questo accordo http://krugman.blogs.nytimes.com/ 2013/01/01/perspective-on-the-deal).  

Certo, si può sostenere che i democratici in fondo siano riusciti a mantenere il punto sull’essenziale – nessun taglio alle spese sociali, ai sussidi alla disoccupazione che pure ci sono, alla spesa sanitaria pubblica che c’è – mentre i repubblicani sono stati costretti a ingoiare, per la prima volta ormai da decenni, di lasciar passare un aumento di tasse, anche se meno punitivo di quello che i democratici chiedevano (New York Times, 1.1.2013, J. Steinhauer, Divided House Passes Tax Deal in End to Latest Fiscal Standoff Una Camera spaccata vota un accordo sulla tassazione per mettere fine all’ultimo stallo fiscalehttp://www. nytimes.com/2013/01/02/us/politics/house-takes-on-fiscal-cliff.html?pagewanted=all&_r=0).

Ma, allora, perché il retrogusto amaro in bocca ai progressisti? E’ stata anzitutto la paura, basata sul comportamento “compromissorio” di Obama nel suo primo mandato, che ha sicuramente fatto arretrare molti degli obiettivi che programmaticamente, invece, si era dato rinfocolando il timore che l’esito dell’altro confronto annunciato nuovamente in arrivo sul tetto del debito pubblico portasse il presidente a calarsi nuovamente le braghe.

Era questa la paura che prevaleva a sinistra. Krugman intitolava, a pochissimi giorni di distanza dalla nuova scadenza, con grande preoccupazione, su come il presidente andava preparando lo scontro: sicuro, anticipava, “se Obama resta fermo e non cede in questi nuovo scontro, l’accordo sul fiscal cliff, visto a  posteriori, non apparirà cattivo.

   Se, invece, cade nel trappolone, questo accordo sarà visto come quello che segnerà il giorno in cui Obama ha cominciato a buttare al vento la sua presidenza e le speranze di quelli che lo avevano sostenuto(New York Times, 18.1.2013, P. Krugman, Not With A Bang But With A Whimper Non con un botto, ma con un singhiozzohttp://krugman.blogs. nytimes.com/2013/01/18/not-with-a-bang-but-with-a-whimper).

Poi, lo dice tondo e lo dice chiaro. Dopo aver indicato l’esposizione e l’analisi più equanime che riesce a trovare dell’evoluzione dei fatti (New York Times, 18.1.2013, J. Weisman, In Reversal, House G.O.P. Agrees to Lift Debt Limit Facendo dietrofront, alla Camera i repubblicani concordano di mettere da parte il tetto del debito pubblico http://www.nytimes.com/2013/01/19/us/politics/house-gop-agrees-to-lift-debt-ceiling-for-3-months.html? hp&_r=0), riprende seccamente il ragionamento: bisogna riconoscerlo, “Quando uno ha torto, uno ha torto.

   Ero convinto che dichiarando, come aveva fatto, di non poter evitare l’ostacolo del debito, la Casa Bianca si stava approntando, almeno potenzialmente, a una resa ignominiosa. Pare invece che al sua strategia abbia funzionato e, adesso, sono i repubblicani a mollare. E io sono arcicontento di ammettere che il presidente e la sua squadra hanno avuto ragione.

   E si tratta di una faccenda importante. Sì, il GOP potrebbe ripensarci alla faccenda del tetto del debito, ma non sembra probabile, potrebbe fare un problema tornando a insistere sul blocco della spesa ma così torniamo a qualcosa che somiglia più al blocco del fiscal cliff su cui hanno mollato che alla mannaia del tetto del debito: non certo un bene, ma neanche una potenziale catastrofe e dunque un cattivo terreno per una strategia del ‘noi siano più pazzi di te’.

   Anche perché è vero che se i repubblicani potrebbero ancora bloccare il funzionamento del governo, io credo che i democratici ne sarebbero pure contenti in quanto le ricadute sull’opinione pubblica sarebbero largamente favorevoli a Obama e, poi, senza neanche rischiare davvero nessuna catastrofe [Krugman sembrerebbe qui proprio riferirsi all’altra volta quando due anni fa le agenzie di rating declassarono il credito sovrano americano per il superamento del debito pubblico togliendo una delle tre AAA… e i mercati non batterono ciglio, continuando a comportarsi nei fatti – sul costo imposto al servizio del debito come se non avessero neanche parlato!].

   Il punto chiave da ricordare qui è che Obama riesce ad attingere i suoi obiettivi semplicemente restando fermo dov’è: sopravvivendo. Prima di tutto, c’è all’orizzonte implementazione della riforma sanitaria che avanza e probabilmente si va facendo irreversibile. Tutto sommato, insomma, siamo usciti dallo stallo con uno sviluppo di largo buon senso…

   Se noi, i progressisti, guardiamo a come si parte ora, all’inizio del secondo mandato presidenziale, troviamo ragioni di una (qualificata, certo, ma vasta) soddisfazione: in particolare su tre questioni chiave: la riforma sanitaria, il recupero di un po’ di uguaglianza e la riforma del sistema finanziario”.

 

Il sogno… e la realtà politico-politicante  (vignetta)

Secondo discorso inaugurale   Secondo discorso inaugurale

di Lincoln                                  di Obama       

“Senza astio per nessuno          …io ti posso dire, però, che la tua strategia non è

e con amore per tutti…”           stata un granché efficace per il mio primo mandato

FonteJ. Ohman, Tribune Media Services, 22.1.2013

  

In realtà è successo che, come constata con mal dissimulata irritazione il settimanale economico internazionale della conservazione intelligente (dunque, non repubblicana e americana ma quella  britannica) “il presidente abbia proceduto a una sorprendente [cioè inaspettata: come sottolinea proprio il Krugman appena citato: ma perché poi tanto inaspettata, per lui come per loro, visto che lo stesso Economist nota, acido, che Obama ormai non dovrà mai più affrontare una campagna elettorale: perché, comunque, non è più rieleggibile?] difesa del liberalismo progressista – cioè delle posizioni più di sinistra] e del ruolo del governo, della mano pubblica, in economia senza dire più quasi niente dei compromessi politici che potrebbero essere necessari per raggiungere i suoi obiettivi. I repubblicani  hanno così accusato Mr. Obama di un atteggiamento di parte: che, probabilmente non per caso, è proprio quello che [stavolta] (The Economist, 25.1.2013, Gloves Off E, adesso, a mani nude http://www.economist.com/news/united-states/21570712-uncompromising-words-president-who-will-never-have-face-voters-again-gloves).

In definitiva, conclude l’Economist, “il Congresso ha concordato di svicolare, di eludere, la decisione incombente sul debito federale da autorizzare ancora in aumento, rimandando il voto a metà maggio. Nell’interim, l’accordo consente al Tesoro di continuare ad accrescerlo(The Economist, 25.1.2013, Looking better Le cose sembrano andare meglio http://www.economist.com/news/united-states/21570738-some-risks-less-fear-second-term-gets-under-way-looking-better [alla fine, dunque, concludendo nel testo che, al contrario di quanto pensa il prof. Krugman, la soluzione trovata è solo un rinvio e come tale del tutto insoddisfacente… il titolo del pezzo è, comunque, chiaro: meglio, molto meglio, in realtà… e lo ammette l’Economist]).

Sui mercati, al dunque, “tutti gli indici di tutte le borse in America, come in Europa, si sono subito impennati. Ma adesso di qui a un mese e mezzo, due mesi, i tagli che comunque – dice la tesi mediamente maggioritaria alla Camera, anche tra i democratici forse – non sono stati fatti verranno riproposti con forza e massicciamente(New York Times, 2.1.2013, For Obama, a Victory That Also Holds Risks Per Obama, una vittoria che ha in sé anche rischi http://www.nytimes.com/2013/01/03/us/politics/ for-obama-fiscal-deal-is-a-victory-that-also-holds-risks.html).

Gli austeriani – li chiama così, come i marziani o i venusiani, Paul Krugman – segnalano subito, infatti, per bocca stavolta di uno che parla per la Deutsche Bank, che “nulla è stato finora sistemato: qui ci sono questioni filosofiche di ben altra portata che nessuno ha anche cominciato a affrontare (J. Lavorgna, Deutsche Bank, citato in FindLaw, 2.1.2013, (A.P.), C.S. Rugaber e P. Wiseman, US still faces political fights on spending debt Gli USA continuano a confrontarsi con uno scontro politico sul debito pubblicohttp://news. findlaw.com/apnews-lp/b278ea08e2eb4a399a79bff9c38297d3).

Come se di filosofia si trattasse davvero! e non di far pagare di più ai più e meno ai meno abbienti in proporzione: anche se poi sono loro i più. Sapete, quel 99% contro l’1%. Ed è lì, solo lì ed allora, che si vedrà alla fine chi sarà il vincitore. Non sulle filosofie della vita. Nella pratica sporca della politica politicante.

●A sottolineare come fosse in realtà forzato e falso, a scopo economicamente terroristico, lo spaventapasseri del fiscal cliff, c’è la notizia che arriva a fine mese, il 28 gennaio, dal dipartimento del Commercio che riferisce ora (U.S. Department of Commerce, 28.1.2013, M3-1(12)-12, Advance Report on Durable Goods Manufacturers’ Shipments, Inventories and Orders— Rapporto preliminare su spedizioni di beni durevoli, inventario e ordinativi  - 12/2012 ▬ http://www.census.gov/manufacturing/m3/adv/pdf/durgd.pdf) di un balzo in avanti considerevole a dicembre.

Proprio quando lo spettro del baratro di bilancio incombeva sul dibattito e sullo scontro tra Casa Bianca e maggioranza alla Camera dei rappresentanti, prima della retromarcia: proprio quando stampa e opinione pubblica “benpensante” sbraitavano di una caduta ormai prossima dall’orlo del baratro, ecco la notizia sugli ordinativi alle imprese che invece sono, di fatto, balzati in avanti nel mese, sul precedente, di un più che consistente 4,6%.

Anche gli ordini di beni di capitale non militari salgono, anche se solo dello 0,2%: però, dopo un significativo rialzo a novembre del 3%. Insomma, la minaccia del baratro, del fiscal cliff, la paura dell’incertezza, non hanno affatto frenato come avrebbero sicuramente dovuto se fossero state reali come predicavano gli austeriani, chi gli ordinativi invece non credendoci li ha fatti, e proprio in questo momento, sul mercato.

Del resto, anche sul mercato del lavoro, l’aumento di posti creati a dicembre – nel clima di terrore del futuro baratro economico incombente – non era affatto crollato, attestandosi come nella media dell’anno precedente sui 155.000 ingressi al mese— niente di che ma non era precipitato… E anche le vendite al dettaglio, che riflettono coi fatti e non solo con l’opinione il clima di fiducia, sono cresciute sempre nel mese di un forte 0,5%.

In breve, gli operatori di mercato – chi agisce, non chi chiacchiera e pontifica da una cattedra, da una scrivania o da un podio politicante – non aveva proprio creduto a quello che raccontavano gli esperti e i tecnici. E avevano ragione.

Ora, un articolo del WP dal titolo autocritico quanto mai eloquente (Washington Post, 28.1.2013, N. Irwin, Surprise! The economy did fine despite the fiscal cliff talks Sorpresa! L’economia è andata bene alla faccia dei colloqui sul baratro fiscale http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2013/01/28/surprise-the-economy-did-fine-despi te-the-fiscal-cliff-talks) se la prende con un altro articolo dello stesso quotidiano – a firma proprio sua – uscito un mese e mezzo fa e per il quale si definisce adesso un idiotaa jerk, avendo seguito l’andazzo e cadendo senza rendersene conto nel tranello del terrorismo economico conservatore mascherato da saggezza convenzionale, rimarcava anche lui la minaccia del fiscal cliff come se fosse un pericolo reale e imminente (Washington Post, 11.12.2012, N. Irwin, Small businesses are freaking out about the fiscal cliff. Why that matters— Le piccole e medie imprese danno i numeri per paura del fiscal cliff. E perché la cosa ci deve importare [ma, come adesso si vede, no?, le piccole e medie imprese non davano proprio alcun peso a quella pretesa paura…] ▬ http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2012/12/11/small-businesses-are-freaking-out-about-the-fiscal-cliff-why-that-matters).

E si tratta, sicuramente, di una delle autocritiche più intellettualmente oneste – dunque, davvero rara – che ci  sia stato dato di leggere su un grande organo di stampa. Anche se il danno sull’opinione ormai è stato fatto e non serve neanche essa a disfarlo.

Nota, comunque, il secondo pezzo di Irwin – il primo link, quello autocritico – che qui, oltre al sollievo come ovvia e prima reazione c’è anche un’altra e più importante questione: sull’onestà intellettuale, sulla nostra dabbenaggine, sull’inaffidabilità delle previsioni e sull’incoscienza, soprattutto, del far affidamento alla competenza presunta di chi si definisce supercompetente.

In ogni caso è anche vero – a dimostrazione che gli USA non sono affatto usciti dalla crisi – che a fronte di questa notizia sul fatto che a dicembre, proprio nel pieno della grande montatura sulla paralisi che il fiscal cliff avrebbe imposto al paese, gli operatori di mercato non ci credevano e che alla fine quel panico non s’è affatto materializzato, arrivava però anche notizia (New York Times, 30.1.2013, N. D. Schwartz, Economy Contracted Unexpectedly in Fourth Quarter L’economia ha subito una contrazione inaspettata nel quarto trimestre dell’anno http://www.nytimes.com/2013/01/31/business/economy/us-economy-unexp ectedly-contracted-in-fourth-quarter.html?ref=global-home).

Si tratta certo solo di un -0,1%, ma si tratta anche del peggior risultato da quando la crisi finanziaria è stata dichiarata finita nel 2009. Nel terzo trimestre, quello precedente, il PIL era invece in effetti cresciuto del 3,1%  

●I datori di lavoro hanno aggiunto a dicembre posti in quantità al solito insufficiente al monte occupazione, più o meno in linea col tasso di creazione di posti di lavoro dell’anno scorso. E la disoccupazione adesso è esattamente dov’era prima (1) New York Times, 4.1.2013, C. Rampell, U.S. Continues to Add Jobs at Slow Pace Gli USA continuano ad aggiungere nuovi posti al lavoro, ma a passo lento http://www.nytimes.com/2013/01/05/business/economy/us-economy-adds-155000-jobs-jobless-rate-is-7-8.html?ref =global-home); 2) BLS, dipartimento del Lavoro, 4.1.2013, U.S.D.L. 13- 0001, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm).

Il commento che, come spesso sul tema, ci è sembrato più serio e mordente è quanto appresso in sintesi riportiamo dal sito di quello che resta lo think tank più attento e assiduo nel seguire i problemi specifici di politica sociale e del lavoro, l’Economic Policy Institute di Washington.

Il Rapporto diffuso stamane dal dipartimento del Lavoro segna il quinquennio dall’inizio della Grande Recessione nel dicembre 2007 e tre anni e mezzo da quando a giugno 2009 ha avuto ufficialmente inizio la ripresa. Questi numeri di dicembre mantengono lo status quo, coi 155.000 posti aggiunti in linea perfetta coi 153.000 di media dei primi undici mesi dell’anno e il tasso rivisto di disoccupazione al 7,8% è restato esattamente dov’era a novembre.

   Il problema è che, naturalmente, uno status quo in questo mercato del lavoro rappresenta una crisi continua e seria del mercato del lavoro. Il deficit di posti – il numero di quelli persi dall’inizio ufficiale della recessione e il numero di quelli che avrebbero dovuto essere aggiunti ai ritmi medi normali di posti nuovi creati sul mercato del lavoro negli anni precedenti, rimane sui nove milioni — che gli esperti calcolano riempirebbero il buco solo nel 2021(EPI Economic Policy Institute, Washington, D.C., 4.1.2013, H. Shierholz, Status quo is not good enough— Lo status quo non è proprio abbastanza http://www.epi.org/publication/national-jobs-report-january-2013/).

Insomma, neanche qui c’è davvero da stare allegri e neanche contenti di questo parametro che forse è quello cruciale in modo assoluto di ogni politica economica reale.

●Il deficit commerciale degli Stati Uniti è salito a novembre al massimo da sette mesi, spinto da importazioni in aumento che hanno oltrepassato di gran lunga quello, mediocre, delle esportazioni. Il dipartimento del Commercio ha reso note le cifre: allargamento del 15,8% del buco a $ 48,7 miliardi da ottobre a novembre, import (soprattutto telefoni cellulari, specie nuovi Apple iPhones) è cresciuto del 3,8% a $ 231,3 miliardi,  mentre le esportazioni sono salite meno di 1/3, dell’1%, a $182,6 miliardi, con quelle verso l’Europa giù dell’1,3% e, in complesso, un’altra frenata così alla stitica crescita dell’economia americana.

Globalmente considerato, il deficit negli scambi dei primi undici mesi del 2012 va a un tasso annuale di $ 546 miliardi: un dato che fa impressione ma che la crisi, in Europa e qui, ha depresso nello stesso periodo, rispetto all’anno prima, del 2,4% (U.S. Department of Commerce, Economic and Statistics Administration, U.S. International Trade in Goods and Services Commercio internazionale degli USA in beni e servizi http://www.esa.doc.gov/economic-indicators/2013/01/us-international-trade-goods-and-services).

●Un pezzo davvero interessante sul NYT informa, e documenta, sul fatto che specie quando un servizio pubblico viene privatizzato ma è di complessa e difficile definizione e misurazione efficace – istruzione, sanità e quasi tutti quei servizi che sono in larga parte gestiti dal pubblico e non dai privati anche e perfino qui, negli Stati Uniti – è più efficiente e meno costoso gestirli appunto pubblicamente, come settore pubblico e non trasferirli ai privati. Qui è quasi una scoperta, da noi da tempo – ma anche nella Gran Bretagna di Thatcher e Tony Blair le loro privatizzazioni a tappeto lo hanno dimostrato ampiamente: che, come da tempo chi è intellettualmente onesto ben sa, le privatizzazioni hanno a che fare con la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite e mai – mai – con l’efficienza di costi e servizi (New York Times, 15.1.2013, E. Porter, When Public Outperforms Private in Services Quando nei servizi il pubblico funziona assai meglio del privatohttp://www.nytimes. com/2013/01/16/business/when-privatization-works-and-why-it-doesnt-always.html?ref=us& _r =0).

●Altro argomento su cui sarebbe utile riflettere – anche da noi, se qualcuno ne fosse capace, osasse e potesse fare un po’di conti in tasca alla stessa gente – è quanto sulla grande banca d’affari JP Morgan e i suoi dirigenti ci racconta il WSJ. Domanda – anzi no: neanche lo fa, apertamente: ma è come se lo facesse, senza forse neanche rendersene conto – quanti quattrini si intascano – a titolo di bonus o premio cosiddetto di produzione se alla propria impresa in un anno si fanno perdere $ 6,2 miliardi: sostanzialmente azzardando scommesse a rischio, su hedge funds che sono – come molte persone sensate e meno ingorde riuscivano a intuire e dicevano – alla fine scoppiati.

La risposta è il doppio, $ 11,5 milioni, di quello che si riesce a far perdere, almeno se sei l’AD e presidente di JPMorgan, appunto, come Jamie Dimon che l’hanno scorso ha presieduto al disastro (per dirla con le stesse parole sue, le decisioni che la dirigenza della banca ha preso nel corso dell’anno fiscale appena passato sono state “difettose, complesse, mal concepite, mal eseguite e mal monitorate (Financial Times, 14.5.2012, L. Pollack, Two Billion Dollar ‘Hedge’ Un rischio da 2 miliardi di $ http://ftalphaville.ft.com/2012/05/14/998601/two-billion-dollar-hedge/?Authorised=false).

Poi, certo, il titolo proprio curioso del giornale finanziario americano, molto distorto, si spiega solo col fatto che Dimon è membro autorevole della casta più casta che c’è, quella dei superbanchieri privati americani— i gatti più grassi di tutti i fat cats d’America (The Wall Street Journal, 16.1.2013, C. Berthelsen, Dimon’s Pay Cut 50%— perché sì, è vero, di fronte a quelle perdite, alle inchieste, alle cause che dovranno sopportare, alla JPMorgan a Dimon hanno ridotto (hanno osato ridurgli) il “premio” e la paga del 50%http://online. wsj.com/article/SB10001424127887323968304578245381734509580.html).

Adesso, l’episodio poi è anche sotto inchiesta (Forbes, 15.5.2012, Halah Touryalai, More bad news as FBI gets involved Altre cattive notizie col coinvolgimento, adesso, dell’FBI http://www.forbes.com/sites/halahtouryalai/ 2012/05/15/more-bad-news-for-jpm-as-fbi-gets-involved) da parte della Federal Reserve, dei controllori della SEC e dell’FBI, i primi due gli Istituti di sorveglianza che glielo hanno, però, di fatto consentito (Dimon essendo stato, anche, componente del direttorio stesso della Fed come presidente della stessa Fed di New York), l’accusa è di frode fiscale e truffa e la galera prevista, qui, sono almeno quarant’anni…

●Il presidente Obama ha provveduto, tra generosi e scontati riconoscimenti resi al servizio eccezionale che hanno prestato al paese il segretario alla Difesa Leon Panetta e l’attuale capo della CIA, David Petraeus, dimissionari per diverse ragioni (il secondo per ragioni di… letto) a sostituirli — e avremo occasioni di riparlarne in futuro, ovviamente.

Come successore di Panetta, a ministro della Difesa nomina l’ex senatore repubblicano, Chuck Hagel, uno che si è sempre dimostrato intellettualmente indipendente— soprattutto, caso pressoché unico pubblicamente, rispetto alla consueta subordinazione della politica USA a quella di Israele. Hagel, già senatore per dodici anni del Nebraska e oggi sessantasettenne professore di storia politica all’università di Georgetown –  ex veterano, come chiamano qui gli ex combattenti, e pluridecorato in Vietnam, dal quale s’è portato però dietro un profondo scetticismo sulle “avventure”, come le ha anche chiamate una volta, che impegnano all’estero soldati americani.

Nel 2003, quando era al Senato ha votato a favore dell’invasione dell’Iraq, ma poi ha apertamente riconsiderato la saggezza di quella decisione. Nessuno, però, con le medaglie che aveva sul petto specie un imboscato della guerra del Vietnam come George Bush osò criticarlo… Invece, addirittura accuse di antisemitismo gli sono arrivate addosso, perfino da colleghi suoi del Senato, leccapiedi della lobby israeliana, quando ha argomentato, motivatamente, contro le scelte sciocche e suicide della politica del governo, di tutti gli ultimi governi in realtà, di Israele.

E per avere osato  chiamare una volta Jewish lobby— cioè lobby ebraica, la congrega degli amici di Israele che a Washington curano, appunto proprio come una lobby strapotente e spesso anche contro ogni ragione, i malintesi interessi del governo di Israele: proprio, cioè, lobby ebraica, come la chiama “in Israele, ricorda un analista neanche troppo amico di Hagel, la stampa ebraica stessa (New York Times, 20.1.2013, B. Keller, Chuck Hagel’s War La guerra di Chuck Hagel http://www.nytimes.com /2013/01/21/opinion/keller-chuck-hagels-war.html?ref=global-home).

Obama sembra così intenzionato a tentare, anche e insieme alla sostituzione di Hillary Clinton con John Kerry al dipartimento di Stato, di smarcare almeno un po’ dalla morsa con cui quella lobby bipartisan e filoisraeliana blocca da sempre ogni possibilità di manovra alla politica statunitense in Medioriente. Ma non è detto che ci riuscirà…

Tanto più che sull’Iran, poi, Chuck Hagel si è più volte pronunciato contro una pura e semplice politica di sanzioni, opponendosi comunque pubblicamente a quelle unilaterali americane e favorendo, invece, una linea di ricerca attiva di occasioni di negoziato: ricordando che per sua natura il negoziare è fatto di avere e di dare e che bisogna trovare il modo di sedersi al tavolo per fare proprio questo e non per dare ultimatum, comunque, controproducenti, su questioni ad esempio come il nucleare iraniano.

E’ vero che le sanzioni, specie quelle che tagliando fuori la possibilità stessa, pagando in valuta però, di portare a termine anche gli scambi più banalmente normali, fanno male non tanto, ovviamente, agli ayatollah ma alla gente comune – la benzina, i pezzi di ricambio, lo zucchero e, in particolare, i medicinali – danneggiano il paese e le sue condizioni di vita. Arrivano adesso notizie che il prezzo del riso stia schizzando all’insù perché, a causa delle sanzioni, Teheran che ha i soldi per farlo non ha la valuta necessaria a pagarne le importazioni dal Pakistan e anche dall’India (Stratfor, 21.1.2013, Iran: Price Of Rice Doubles, According To Reports Secondo varie fonti di informazione, il prezzo del riso raddoppia in Iran http://www.stratfor.com/situation-report/iran-price-rice-doubles-according-reports).   

Ma Hagel, al contrario delle convinzioni fanatiche della signora Clinton che, con tutta la sua tetragona intransigenza e la crociata condotta per le sanzioni anche personalmente, non è riuscita a cavare un ragno dal buco iraniano, è invece convinto da sempre – e lo ha detto – che le sanzioni servono solo a indurire la risoluzione dei dirigenti e, alla fine, anche della gran parte della gente comune che, per un paese orgoglioso della sua civiltà e della sua storia plurimillenaria – il paese di  Ciro il Grande, di Serse e del primo alfabeto – è doveroso respingere il ricatto di chi di loro è solo più forte e più prepotente e non accettare le condizioni umilianti, arroganti e illegittime che vorrebbero imporgli. E’ meglio, decisamente – è la tesi controcorrente di quello che a questo punto Obama sembra deciso a designare come suo nuovo ministro della Difesa – meglio parlare, trattare e anche, sì, negoziare.

Come ha detto Charles Timothy Hagel, parafrasando nel 2008 nel suo ultimo discorso al Senato (lo ricorda sempre il columnist Bill Keller, appena citato) un altro ministro della Difesa, l’israeliano Moshe Dayan [il vincitore della Guerra dei sei giorni] ‘se si vuole fare la pace non si parla con gli amici. E’ coi nemici che si deve parlare’ ”. Già… elementare Watson, no?   

Ma anche questa, in questo paese, dire a voce alta che bisogna parlare con gli iraniani, con Hamas e anche con gli Hezbollah e non lasciare, come si dice, che continui a essere sempre la coda (Israele) a far scodinzolare il cane (gli USA), è una mossa politica praticamente eversiva. Non solo per il grosso dell’opinione pubblica ma anche rispetto alla cautela inveterata di un presidente e di una presidenza normalmente, in politica estera, dalla parte più ponderata e “coperta”, quella dei falchi, del patriottardismo aggressivo e bellicoso e cieco…

Non è, certo, la decisione di “accettare” il diritto di Teheran uguale a quello di Israele e di ogni altro paese sul piano internazionale, almeno in linea di principio, a farsi la bomba, né l’unica misura che lo renderebbe palesemente per tutti inutile e stupido – convincere anche Israele a rinunciarci – ché, anzi, con Obama Hagel condivide la presunzione che sia necessario aumentare la pressione su Teheran con portaerei all’imbocco del Golfo, basi antimissilistiche e la prosecuzione di operazioni speciali militari nell’area.

In realtà, è comunque probabile che Obama, posto di fronte al dilemma tra tagliare ancora il welfare che qui è già al minimo o cominciare a tagliare significativamente gli investimenti del Pentagono, preferisca per farlo avere accanto a sé un repubblicano, eroe di guerra e in grado di razionalizzare il perché (essendone convinto) e il come (essendone anche capace… lui spera)  che della stessa necessità mostra di essere convinto piuttosto che un democratico.

Perché, su questo punto, un po’ di bipartisanship farà comodo, anzi sarà indispensabile perché ormai anche, per la super-superpotenza diventa necessario sforbiciarsi da subito almeno un poco le penne e spuntarsi gli artigli. Semplicemente perché c’è poco altro, ormai, da tagliare (scrive così, deplorando la scelta di Obama come tutti quanti qui sono milionari o quasi ma costretti a accettare le scelte che sono anche quelle della maggioranza e ragionando, comunque,  in modo assai convincente, un commentatore conservatore di antica scuola non neo-cons del NYT (New York Times, 7.1.2013, D. Brooks, Why Hagel Was Picked Perché è stato scelto Hagel http://www.nytimes.com/2013/01/08/opinion/brooks-why-hagel-was-picked.html?ref=global-home).

Ma è – certamente – qualcosa di nuovo e – potenzialmente – anche di importante (New York Times, 6.1.2013, S. Shane e D. E. Sanger, Obama’s Pick for Defense Is an Ally and a Lightning Rod La scelta di Obama per la Difesa è un alleato e, insieme, un parafulmine http://www.nytimes.com/2013/01/07/us/obama-expected-to-select-hagel-for-defense-post.html? page wanted=all).

E come capo della CIA, sceglie un suo personale conoscente, John Brennan,  anche lui veterano di lungo rodaggio della stessa agenzia di spionaggio, un “esperto” al quale aveva già pensato dopo la vittoria del 2008 ma che, allora, aveva quasi subito rinunciato lui stesso: travolto da sussurrate ma anche esplicite polemiche di alcuni esponenti della sinistra democratica sul ruolo che proprio lui aveva svolto, accusato personalmente della gestione del programma ultrasegreto (di Pulcinella, però…) delle torture di decine, centinaia forse di sospetti jihadisti: solo sospetti, però, e torturati proprio per farli confessare.

Un programma di torture sistematicamente autorizzato extra legem dalla Casa Bianca di Bush prima ma poi, eccome, anche di Obama— che non per questo si vergogna di cianciare di diritti umani nel resto del mondo. Lui, comunque, rifiutava di difendersi, e tanto più di negare, preferendo piuttosto declinare l’invito e accettare, tempo dopo, la designazione dello stesso presidente a capo dello staff di consiglieri della Casa Bianca sul terrorismo internazionale.  

Smentita che, poi, da Brennan mai è venuta e anzi… In diverse occasioni ha “giustificato” proprio gli interrogatòri potenziati enhanced, come ipocritamente li chiamano, perché – dice, ma poi neanche dimostra – danno anche risultati (evviva Cesare Beccaria, no?). Ha esplicitamente difeso così (ma, altrove, anche più sfacciatamente) la tortura autorizzata da Obama ad esempio dicendo in una conferenza stampa alla Casa Bianca: “Dove i metodi e le tattiche di interrogazione istituita sotto la precedente Amministrazione [sotto Bush, cioé] si sono dimostrate efficaci, potenziando la nostra sicurezza, le abbiamo mantenute.

   Dove non si sono dimostrate efficaci, le abbiamo cancellate e abbiamo preso misure concrete per riportarci sulla strada giusta(White House, 16.9.2011, Assistant to the President for Homeland Security and Counterterrorism Assistente del presidente per la Sicurezza interna e l’antiterrorismo, John O. Brennan, ‘Strengthening our Security by Adhering to our Values and Laws’— ‘Rafforzare la sicurezza aderendo ai nostri valori [la tortura autorizzata?] e alle nostre leggi http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2011/09/16/remarks-john-o-brennan-strengthening-our-security-adhering-our-values-an).

Insomma, quello che conta – tortura o non tortura, legge o non legge – è solo il risultato… (ha riportato sul New Yorker del 29.3.2010, J. Mayer, in un’eccellente e curiosa inchiesta/sintesi della storia dei cosiddetti ‘interrogatori potenziati’, intitolata Counterfactual Controfattuale, che proprio Brennan le spiegò, quando nel 2006 era ancora al servizio di Bush, come tutto in fondo dipendesse dalla definizione di tortura: “quando sono in macchina coi miei figli adolescenti e mettono la loro musica rap, quella per me è una tortura!!!”: certo come un molletta elettrica applicata ai genitali, o una sana sessione di waterboarding http://www.newyorker.com/arts/critics/books/ 2010/03/29/100329crbo_books_mayer).

Ha fatto osservare una studiosa della molto conservatrice della Hoover Institution – apprezzando  il fatto che a noi, in tutta franchezza, fa invece ribrezzo ma sulla constatazione del quale non possiamo non concordare – che “gli americani sono oggi significativamente più favorevoli alla tortura di quanto lo fossero negli anni di Bush [gran bella vittoria, eh?, per Obama e la democrazia americana…], il che – conclude – rende di conseguenza molto meno controverso il percorso di Brennan per arrivare a Langley [la sede della CIA](New York Times, 8.1.2013, A. Zegart, Controversy Dims as Public Opinion Shifts Con lo spostamento dell’opinione pubblica, si appanna la critica http://www.nytimes.com/ roomfordebate/2013/01/07/the-right-or-wrong-experience-for-the-job/controversy-dims-as-public-opinion-shifts-5).

Sempre John Brennan è colui che poi ha praticamente inventato,  coperto e strenuamente sostenuto e “spinto” il programma CIA di gestione dei drones, dei bombardamenti a distanza (satellitari, anzi) con aerei senza pilota che ha ormai trasformato un pezzo importante della principale agenzia di spionaggio del mondo in una specie di squadrone della morte a controllo remoto che colpiscono e ammazzano, ormai lo ammettono in molti anche in America, 100 innocenti per annientare “con successo” un bersaglio effettivamente designato…

Non fosse altro perché, sulle montagne afgane e pakistane, nessuna tecnologia video-elettronica riesce a distinguere, da decine di km. di altezza, tra il barracano di un pastore, o del bambino di un pastore, e quello di un mujaheddin talebano… E quindi, per sua natura, più che strumento di sconfitta del nemico sono strumenti capaci come nessun altro di moltiplicare odio e rappresaglie come pochi altri…

● Il tiro a bersaglio della CIA … Ma quali sono le “regole di ingaggio”?   (vignetta)

Fonte: The Economist, 11.1.2013, KAL

Gli attacchi di aerei senza pilota della CIA contro i nostri nemici aumentano  Ma senza alcuna ‘regola di ingaggio’   Come facciamo a sapere che non sono male utilizzati?

KA-BLAM !!!

Domanda cretina… La prossima?

Vedrete che se ci saranno problemi, alla fine, per la ratifica di questi due candidati al Senato – che, per questi livelli esecutivi del Governo è indispensabile – ma ci saranno per Hagel molto di più che per Brennan… vogliamo scommettere?

Perché, certo, questo strano paese è quello che se invochi, proponi, propugni tortura di persone “sospette” e bombardamenti di paesi terzi alla cieca e se menti spudoratamente in televisione sapendo di mentire dicendo che quando venne ammazzato bin Laden aveva imbracciato il mitra facendosi scudo della moglie— tutto va ben madama la marchesa…; se, invece, una bugia la dici, come è venuto fuori che l’abbia detta il gen. David Petraus su una questione di stampo, come dire?, extra-coniugale, allora ti dimetti il giorno dopo. Perché qui tutti – da sepolcri perfettamente imbiancati – si aspettano che cosi deve andare il mondo…

E in fondo, la nomina congiunta – gemella quasi, e non solo concomitante – di due personaggi che così diversamente riflettono la visione della vita e della storia del suo paese riflette a sua volta al meglio il modi di pensare di questo presidente: gli assassinii mirati, sì; la tortura (forse) no, ma quello che è stato in passato lasciamolo perdere e, comunque, Guantánamo – malgrado gli impegni presi – la lasciamo aperta, che può sempre servire…; sì, non più grandi guerre divisate per esportare con le bombe la democrazia all’americana, come in Iraq e in Afganistan, anche perché tanto falliscono…

Insomma, è una presidenza che intende restare, anche lasciando dove possibile un’impronta meno profonda e meno grossolanamente vistosa, una presidenza imperiale… Questa è l’essenza stessa della politica estera di Obama: un mix, non sempre compatibile, di aggressività e di ragionevolezza…

●I giovani americani muoiono prima e campano in condizioni di salute mediamente assai peggiori (oltre al fatto che qui, negli States, c’è anche il record a prescindere in senso stretto dallo stato di salute in sé e per sé, di ragazzi e ragazze sotto i vent’anni ammazzati da ferita da arma da fuoco, incidenti automobilistici e tossicodipendenze), di tutti gli altri “indagati” nei 17 grandi paesi più “omogeneamente sviluppati”, cioè a capitalismo pieno, del mondo.

“Record”, come dire, a rovescio di mortalità che vale ancora di più in assoluto, cioè non solo per i più giovani: per dire, nel 2008 il numero di persone decedute in assoluto era sui 250 cittadini su 100.000 in Giappone e di oltre 500 negli USA… Nella graduatoria, dopo Tokyo e prima di Washington, in ordine crescente per numero di decessi, venivano Svizzera, Australia, Italia, Francia, Spagna, Canada, Svezia, Austria, Norvegia, Olanda, Germania, Finlandia, Regno Unito, Portogallo, Danimarca)… e – ultimi – gli Stati Uniti. Qui, in specie ma certo non solo, flagelli comel’obesità diffusa tra i giovanissimi e la disuguaglianza manifesta e deliberatamente coltivata in nome della… libertà complessivamente li portano al vertice.

Lo riferisce un rapporto preparato e pubblicato, nell’ambito di una ricerca internazionale condotta e curata dell’Istituto di Medicina del Consiglio nazionale americano delle Ricerche che misura quello che chiama lo “svantaggio americano” mettendo a confronto sistematicamente i tassi di mortalità e misura le condizioni medie di salute per gente di ogni età, giovani compresi (1) U.S. Health in International Perspectives: Shorter Lives, Poorer Health La salute degli americani in prospettiva internazionale:si campa meno, e in salute peggiore http://www.nap.edu/catalog. php?record_id=13497; 2) New York Times, 9.1.2023, S. Tavernise, New Report Explores ‘U.S. Health Disadvantage’ Nuovo rapporto esplora il ‘tasso di svantaggio’ degli USA in materia di salute http://www.nytimes.com/2013/01/10/health/americans-under-50-fare-poorly-on-health-measures-new-report-says.html?_r=0).  

Questo succede anche se gli USA spendono, in assoluto e pro-capite in percentuale del PIL, più di ogni altro paese al mondo per la spesa sanitaria. Ma qui tutto, per la prevaricazione sempre del privato sul pubblico – medici, prestazioni specialistiche, medicinali… – costa più caro che altrove e non essendoci – ancora – malgrado gli sforzi di Obama una sanità effettivamente garantita a tutti gli americani dalla spesa pubblica esclude anche per di più, grosso modo, una quarantina di milioni di cittadini dall’accesso a cure sanitarie decenti. Per i giovani in particolare, il grafico qui sotto riprodotto è eloquente:

Differenze nelle aspettative di vita della popolazione giovanile  (grafico)

Fonte: Consiglio nazionale delle Ricerche e Istituto di Medicina; grafico elaborato dal New York Times, 9.1.2013

I giovani americani hanno un’aspettativa di vita inferiore a quella dei giovani degli altri paesi sviluppati. Nel grafico ragazzi e ragazze in gruppi quinquennali (sull’ascissa, l’età; sull’ordinata, l’aspettativa relativa di vita. Come si vede per quest’ultimo parametro, l’aspettativa è relativamente più elevata per gli americani anziani, in particolare per chi sia ultra 75enne. I giovani hanno aspettativa relativamente ridotta e, come s’è già indicato, al più basso livello tra 17 paesi più sviluppati.

Obama ha deciso di impegnare le sue non piccole capacità di persuasore – che utilizza con parsimonia, però, solo quando se ne è convinto e, ancor più di rado, quando si convince anche di doverlo osare – e i poteri di mobilitazione che, come capo della Casa Bianca ha a disposizione,  per forzare la mano al paese sul tema che lo vede da tempo, ma ormai in accelerazione, diventare una specie di zona di fuoco libero per sociopatici che hanno accesso virtualmente privo di alcun filtro a strumenti di distruzione di massa come i mitragliatori e i fucili a ripetizione.

Naturalmente, come sempre, anche a questo punto c’è il compromesso al ribasso: Obama mette sotto tiro i fucili d’assalto di tipo militare e i loro caricatori multipli che possono contare fino a 100 colpi per carabina; ma non menziona neanche per sbaglio pistole automatiche e rivoltelle che pure costituiscono ovviamente il numero maggiore dì armi in possesso degli americani. Comunque, in un forte discorso al paese, a reti unificate annuncia di voler mettere in moto, senza più aspettare una legislazione adeguata che non riesce a passare per il boicottaggio di tutti i poteri costituiti, dai fabbricanti ai commercianti e a tutti gli amatori di armi anche, e soprattutto, tra la gente comune coi mezzi di cui lui stesso, invece, dispone.

Come i cosiddetti ordini esecutivi di tipo amministrativo che impongono da subito controlli e filtri più restrittivi alla libera circolazione nel paese del tipo di armi letali che fanno strage ricorrente di bambini in mano a poveri dementi in genere adolescenti nelle scuole e nei cinema americani: alla Columbine School, alla Virginia Tech, al Multiplex di Aurora in Colorado e alla scuola elementare Sandy Hook di Newton, nel Connecticut.

Obama ha costretto molti – non tutti certo, non tutti – a riflettere sul fatto che “nel mese che ci separa da quando ci sono stati strappati con la violenza alla Sandy Hook Elementary venti bambini preziosi e sei adulti coraggiosi, più di 900 americani sono stati ammazzati con armi da fuoco— 900 in un mese. E ogni giorno che aspettiamo a fare qualcosa, il numero continuerà a crescere (White House, 16.1.2013, Commenti del presidente e del vice presidente sugli omicidi con armi da fuoco nel paese http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/01/16/remarks-president-and-vice-president-gun-violence).

Intanto, subito, queste misure…; e poi si porterà avanti con altra decisione – almeno parrebbe… – la campagna legislativa che, comunque, sarà necessaria: non per cancellare il diritto che il 2° emendamento della Costituzione garantiva a ogni cittadino di portare le armi (Obama su questo è lui stesso concorde, purtroppo: ma il contesto in cui la Costituzione  riconosceva quel diritto era ben altro…, quello del 1791 della guerra di indipendenza appena vinta e dell’archibugio a stoppaccio), ma per controllarne e regolamentarne distribuzione e commercio (New York Times, 16.1.2013, edit., Gun Reform for a Generation Riformare le armi da fuoco, per una generazione http://www.nytimes.com/2013/01/17/opin ion/gun-reform-for-a-generation.html?ref=global).

●Ora, di seguito, dal testo del secondo discorso inaugurale della presidenza Obama, che avrebbe dovuto essere titolato forse il Viaggio incompiuto, i temi principali:

Controllo del commercio di armi negli USA e sicurezza per i nostri giovani

Su questo tema, il nostro lavoro non sarà compiuto finché tutti i nostri figli sapranno che dovunque in America saranno curati, amati e sicuri da ogni pericolo.

L’inuguaglianza dei redditi

Noi, il popolo, comprendiamo che questo paese non può avere successo quando pochi e sempre di meno si arricchiscono e sempre di più sono invece quelli che appena ce la fanno. Noi siamo certi che la prosperità dell’America è caricata sulle spalle larghe di una classe media sempre più numerosa. Sappiamo che l’America prospera quando ogni persona può riuscire a trovare la sua indipendenza e il suo orgoglio nel suo lavoro, quando il salario di un lavoro onesto libera le famiglie dal baratro della difficoltà. Noi, il popolo, crediamo che ogni cittadino meriti una sicurezza e una dignità minima garantita.

   Dobbiamo fare le scelte dure che riducano il costo della sanità e la crescita del deficit, ma respingiamo la convinzione che bisogna scegliere tra il prendersi cura della generazione che ha costruito questo paese e investire nella generazione che ne costruirà adesso il futuro. Noi non crediamo che in questo paese la libertà sia un privilegio riservato ai fortunati o che la felicità sia un destino di pochi.

Il cambiamento climatico

Noi, il popolo crediamo sempre che i nostri obblighi come americani siano solo limitati a noi stessi ma anche a chi viene dopo di noi. Noi risponderemo alla minaccia incombente del cambiamento climatico, sapendo che se non lo facciamo tradiremmo i nostri figli e le generazioni future. Alcuni possono ancora negare il giudizio quasi universale che esprime la scienza, ma nessuno può evitare l’impatto devastante degli incendi selvaggi, delle carestie che paralizzano tutto, di uragani che ogni giorno si fanno più brutali. Anche il percorso verso fonti di energia sostenibili sarà lungo e difficile.

   Per questo l’America non può mettere ostacoli a questa transizione. Dobbiamo guidarla. Non possiamo cedere ad altri paesi la tecnologia che potenzierà la creazione di nuovo lavoro e di nuove industrie— dobbiamo reclamarne le promesse. E’ il modo con cui manterremo la vitalità della nostra economia e del nostro tesoro nazionale— dalle foreste alle vie d’acqua; dai raccolti alle montagne innevate. E’ così che riusciremo a preservare il pianeta che Dio ci ha affidato da amministrare.

Diritto degli omosessuali e antidiscriminazione

Il nostro viaggio non sarà neanche completato finché i fratelli e sorelle omosessuali non saranno considerati e trattati dalla legge come ogni altro— perché se davvero siamo creati tutti uguali, allora l’amore che ci giuriamo l’un l’altro deve anch’esso essere uguale. E noi, il popolo, dichiariamo qui e oggi che questa – la verità secondo cui tutti siamo creati uguali – è la stella che sempre continua a guidarci come ha guidato tutti gli uomini e le donne che, celebri o no, hanno lasciato la loro orma nella nostra storia: chi ci ha ricordato che non possiamo marciare da soli, chi ci ha predicato che la nostra libertà individuale è inestricabilmente legata alla libertà di ciascuno e di tutti su questo pianeta.

Per la donna, parità di salario

E’ il compito della nostra generazione portare avanti anche il lavoro dei pionieri che ci hanno preceduto. Giacché il percorso non è finito finché le nostre mogli, madri e figlie non potranno guadagnarsi col lavoro uguale che fanno un uguale salario.

Immigrazione

Il viaggio che facciamo non sarà mai compiuto, poi, finché non riusciremo a trovare un modo migliore di accogliere chi da noi immigra con tante speranze e tanta voglia di fare e ancora con la visione dell’America come terra delle opportunità, finché tanti giovani e brillanti studenti e ingegneri non entreranno nelle fila delle forze lavoro invece di essere cacciato via dal paese.

Politica internazionale

Difenderemo sempre gli americani e sosterremo sempre i nostri valori attraverso la forza delle armi e le regole della legge. Mostreremo il nostro coraggio tentando di risolvere pacificamente le nostre divergenze con altri paesi— non perché siamo ingenui sui pericoli coi quali dobbiamo fare i conti perché impegnarci al confronto può meglio togliere di mezzo sospetti e paure. L’America resterà l’áncora di forti alleanze in ogni angolo del mondo, e rinnoverà le istituzioni capaci di allargare la nostra capacità di gestire all’estero situazioni di crisi, perché nessuno più della nazione più potente del globo ha interesse a un mondo di pace. Per questo sosterremo la democrazia in Asia ed in Africa, dalle Americhe al Medio Oriente, perché i nostri interessi e la nostra coscienza ci obbligano ad agire per conto di quanti dovunque anelano alla libertà.

●C’è anche un altro tema che volutamente Obama in pratica neanche menziona, carenza di cui si lamentano molto i conservatori e che, secondo noi, è assai indicativa: non fa cita neanche, il presidente, il dramma del deficit di bilancio. Perché, come sottolinea invece con qualche soddisfazione il prof. Krugman, non dà realmente alcun peso a questa fuorviante ossessione: certo che bisognerà arrivare a ridurlo, ma prima o poi, non è affatto questa la priorità della presidenza Obama oggi.

Anche perché lui finalmente ci ha ripensato, come gli chiedevano proprio i Krugman: senza magari, è vero, dichiararlo così apertamente (The New York Times, 24.1.2013, P. Krugman, Deficit Hawks Down I falchi sono stati abbattuti http://www.nytimes.com/2013/01/25/opinion/krugman-deficit-hawks-down.html?ref=glo bal-home). E, infine, c’è una frase quasi finale che è, insieme, di carattere tanto programmatico quanto realistico, al punto da suonare addirittura anche un po’ cinica, ma molto vera: Dobbiamo agire; dobbiamo agire pur sapendo bene che il nostro lavoro sarà un lavoro imperfetto”.

●In questo discorso inaugurale, in effetti, c’è tutto. E c’è anche il contrario di tutto (White House, discorso inaugurale della seconda presidenza di Obama, 21.1.2013 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/01/21/ inaugural-address-president-barack-obama). Sicuro, a rileggere bene la concezione dei rapporti degli USA col mondo che traspare, e anche emerge proprio, da questo discorso sembra esserci poco da fare: Obama, come ogni altro presidente dei tempi moderni, punta a “regolare” il mondo come dice lui (con le armi e con la regola della legge: elencate rigorosamente nell’ordine).

Come se questo di comandare al mondo fosse davvero il “destino manifesto” decretato per l’America “dalla divina volontà” cui aveva fatto cenno Washington alla fine del suo secondo mandato— anche se, lui, invocava come volontà manifesta dell’Onnipotente per l’America l’averla provvidenzialmente protetta con due grandi Oceani dalla tentazione di impicciarsi nelle beghe delle satrapie ad occidente e della monarchie dell’oriente, cioè dell’Europa.

Adesso, invece – a partire dal presidente James K. Polk nel 1846, il destino manifesto – cioè ovvio – era stato proclamato per puntellare il diritto degli americani ad espandersi facendo la guerra al Messico per sottrargli il Texas; e, a continuare, col presidente Ulysses S. Grant, quello di fottersi con lo sterminio i territori indiani; con Theodore Roosevelt, di espandersi in giro nel mondo, specie in Asia…

Un ordine per così dire naturale preordinato per l’America e il mondo dalla volontà dello stesso Onnipotente, al quale tutti perciò erano tenuti a piegarsi— è il diritto, spiegò Polk, di un grande “paese cristiano, buono e senza pretese di conquista coloniale che parla la lingua universale del globo, l’inglese, ad espandersi” e conquistarsi  e civilizzare a modo suo, come poteva e dove poteva, il mondo. Meglio, dunque, per chi non fosse d’accordo – vero Saddam? vero, Pyongyang? vero, Teheran? vero Gheddafi, ecc., ecc. – a dire, comunque e sempre, sissignore alla volontà divina, interpretata dagli Stati Uniti, ripensandoci in fretta per non dover pagare lo scotto della loro ira sacrosanta…

E, adesso, nel discorso, senza nominare le parole tabù ormai – per gli altri ma non per gli americani: però meglio adesso tacerle – ci torna sopra anche Obama. L’America, si capisce, sosterrà la democrazia “dovunque” e comunque, “dalle Americhe al Medio Oriente”:  ma – anche se questo, pure qui si capisce bene che si guardi dal dichiararlo – meno dove ovviamente difendere e magari anche promuovere un po’ la democrazia andasse contro interessi immediati americani: finanziari, del complesso militar-industriale, come lo battezzò, lucidamente e profeticamente, più di cinquanta anni fa il presidente Eisenhower… Sapete, non o non con urgenza in Arabia saudita, Kuwait, Indonesia, ecc., ecc.

Certo, Obama non può scordare di essere un nero americano e pur ripetendo con forza e passione quanto aveva scritto Jefferson nel 1779, nella dichiarazione d’Indipendenza – che tutti al mondo nasciamo uguali – conosce bene e ha sperimentata anche di persona la contraddizione che quel che Jefferson proclamava era falso allora ed è falso oggi, in America. Che allora, di diritto e di fatto, i neri, gli schiavi – di cui lo stesso Jefferson era padrone – non erano affatto uguali (come del resto gli indiani e le donne: ma, certo, anche da noi che per un altro secolo non avrebbero neanche avuto il diritto di voto). E Obama è anche perfettamente cosciente che di fatto – e ancora talvolta, non di rado, anche di diritto – milioni di cittadini restano ancora in America esclusi dal consesso civile perché poveri e come tali mantenuti e, certo, che uguali non sono…

Certo, non c’è cenno, qui, e tanto meno segno di resipiscenza, per le decisioni con cui Obama stesso ha sistematizzato le misure volute da Bush anni fa a negazione delle libertà civili e dei diritti costituzionali di chi, senza alcuna condanna e senza neanche l’aspettativa di un regolare giudizio, è detenuto come sospetto nelle galere federali: senza riconoscimento dei propri diritti per chi, cittadino americano – e sono centinaia – è così incarcerato alla faccia di ogni esplicita proibizione posta dalla Costituzione… per non parlare di tanti civili yemeniti, o afgani, o altro: condannati a morte dai bombardamenti dei droni che lui ha reso pratica normale di guerra.

Non c’è, insomma, neanche per sbaglio il riconoscimento che almeno, prima di andare a predicare e tentare di imporre la democrazia globalmente nel mondo, bisognerebbe almeno restaurarla localmente e  pienamente proprio, e anzitutto, in America.

●Resta il fatto comunque che già questo intervento, che almeno lascia percepire e sembra anche farlo deliberatamente certe contraddizioni di fondo, fa uscire matta l’America sciovinista ma minoritaria – l’hanno dimostrato le urne – che però continua a vivere prepotente dentro ognuno degli americani, Obama come abbiamo visto, compreso: qui, un americano nato alle Hawaii, con un padre kenyota, una madre del Kansas, che di secondo nome fa Hussein e è diventato adolescente in Indonesia ha prestato il giuramento da presidente degli Stati Uniti d’America per la seconda volta.

E’ stato, questo secondo discorso inaugurale, meno cauto e più diretto del primo perché stavolta il presidente, non rieleggibile per legge un’altra volta, non ha più preoccupazioni del genere. E al suo centro c’è, oltre al tema del percorso che resta da compiere, un messaggio chiarissimo, la sottolineatura forte del ruolo dello Stato, della mano pubblica come si dice da noi, per sviluppare crescita e progresso. Lo dice una frase chiarissima, una diagnosi assolutamente centrale di tutta la linea programmatica, liberal, progressista, di sinistra della seconda presidenza di Obama per gli USA: “Conservare le nostre libertà individuali, alla fine esige un’azione collettiva”.

Guardate a quell’aggettivo, “collettivo”, che, per tanti americani è in sé una bestemmia. Trentanni fa, Ronald Reagan utilizzò il suo discorso inaugurale per proclamare – cambiando con ciò il paradigma stesso del “funzionamento” dell’occidente e dell’America almeno fino ad oggi – che il problema in sé, come diceva prima di lui la sua amica e sodale Margaret Thatcher, è il governo, il pubblico che gestisse l’economia e la società.

Che, invece, torna ora a dire Obama, difendendo apertamente l’importanza cruciale di un governo di “Noi il popolo” per “noi il popolo” e rovesciando così il senso stesso del modello neo-liberista, va sottratta all’arbitrio del privato e del puro rapporto di forza, regolandola “per il bene comune” come ammoniva Adam Smith che lei e lui avevano, e non per distrazione, dimenticato e tradito.

●L’ex primo ministro afgano, Gulbuddin Hekmatyar, che nel 1996 ha immediatamente preceduto, e anche combattuto, l’instaurazione del potere dei talebani ma che poi, separatamente e insieme a loro, ha sempre combattuto gli americani, il governo di Karzai e tutte le forze della NATO, ha dato un’intervista mirata ai media inglesi, indirizzandosi in particolare proprio al governo britannico per pronosticare che – che qualche voce in capitolo ce l’ha – l’Afganistan, dice, nel 2014 dopo il ritiro delle truppe NATO, affonderà in una guerra civile totale proprio come avvenne dopo il ritiro dei russi.

E per comunicare agli invasori inglesi che lui, comunque, garantisce la determinazione del suo gruppo, Hizb-e-Islami— in lingua pashtun il partito dell’Islam – a eliminare più britannici che può “perché finalmente gli inglesi – e primo tra loro  il ‘principino’ Harry, giovane sciacallo che gira ubriaco e mitraglia impunemente finora i bambini afgani – imparino una volta per tutte, dopo questa loro terza invasione, a non intervenire più nell’Asia centrale”.

Hekmatyar ha insistito di volere, però, una volta caduto l’attuale governo collaborazionista, una “transizione pacifica” a una nuova amministrazione “basata su libere e oneste elezioni”. Il senso di questo annuncio è che i pashtun continueranno a combattere fino alla partenza dell’ultimo soldato americano e/o straniero e che sono decisi a governare il paese attraverso le elezioni o, in ogni caso, con qualsiasi altro mezzo…

E’ pronto, Hekmatyar, e anche capace di utilizzare le forme e le procedure della democrazia per legalizzare la dittatura: come in fondo ha fatto Karzai, puntellato dagli americani per anni. Lui confida di riuscire a farlo da solo: i pashtun sono in ogni caso di più di ogni altra etnia o gruppo settario presente nel paese. Lui è certo che comunque, attraverso libere elezioni, loro sarebbero i vincitori: anche se non può dirsi sicuro, forse, che lo sarebbe necessariamente, poi, il suo partito (Daily Telegraph, 1.1.2013, P. Oborne, Britain - and Prince Harry - are failing in Afghanistan, says warlord Signore della guerra afgano dice che la Gran Bretagna – col principino Harry – in Afganistan sta fallendohttp://www. telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/afghanistan/9774541/Britain-and-Prince-Harry-are-failing-in-Afghanistan-says-warlord.html).

Il ministro della Difesa americano in uscita, Leon Panetta, in visita di congedo a Kabul assicura i media al suo seguito che le cose, come del resto continuano pur tra dubbi e domande a garantire loro – i media mainstream americani che scimmiottano i comunicati stampa che lui fa emettere, in genere scopiazzandoli da quelle stesse fonti – va tutto più o meno secondo i piani prestabiliti.

In realtà, un’attenta analisi dei comunicati dell’ISAF emessi a novembre, riassunti in uno studio ds esso sponsorizzato e dal suo sito web ospitato (Foundation for Defense of Democracies, The Long War Journal, 26.11.2013, T. Joscelyn, ISAF analysis shows Afghan violence remains worse than before surgeStudio dell‘ISAF mostra che il livello di violenza peggiora in Afganistan a ritmi ancora più impetuosi di quanto fossero [diversi anni fa] , prima dell’impennata http://www.longwarjournal.org/archives/2012/11/isaf_data_show_viole.php).

Scrivono testualmente gli analisti, non come li cita poi selettivamente Panetta, che i dati effettivi danno un quadro invece molto più complesso, qui riassunto nel titolo del paper appena citato: più scontri e non meno, altro che frottole in 33 delle 34 province del paese i talebani sono presenti e attivi e scontri a fuoco e esplosioni di ordigni collocati ai lati delle strade si sono verificati in 142 distretti chiave del paese su 400. Sul 2011 livello e gravità, in termini di morti, degli incidenti diminuiscono. Ma sono sempre più alti di quanto erano prima dell’impennata voluta quando qui comandava il generale Petraeus. E continuano “in ogni caso a dimostrare che quanti combattono contro il governo restano attivi in ogni provincia”.

Prima del 2011, i talebani miravano a diffondere la propria presenza al di là delle 12 o 13 province del Sud e dell’Est pashtun del paese. Nel 2011 sono riusciti ad espanderla e a radicarsi all’Ovest e al Nord. L’azione che spesso conducono è, però, ormai rivolta più che contro le forze ISAF in ritirata (mai ostacolare la fuga al nemico che si ritira, secondo vecchissimo adagio[9]) contro le forze armate afgane che gradualmente dovrebbero prendere il controllo del territorio. E nelle forze armate afgane i caduti sono stati più numerosi nel 2011 che in ogni anno precedente, così come sempre elevati sono stati morti e feriti tra le forze di polizia.

La strategia seguita dai talebani ha assicurato loro di restare come presenza incombente in tutto il territorio afgano anche dopo l’impennata degli americani e della loro presenza. E proprio il ridursi del numero degli incidenti seri contro le forze americane e straniere è un’indicazione ambigua perché riflette direttamente se non la massima di Frontino almeno la tattica raccomandata da Lao Tsu. Questo fattore, insieme alla più cauta tendenza di entrambe le parti a minimizzare le perdite alla vigilia dell’addio all’Afganistan delle truppe alleate, spiega un certo rallentamento dei combattimenti di ora a dicembre.

Mentre adesso, parlando con Karzai a Washington, subito dopo la visita lampo di Panetta a Kabul, Obama ha lasciato capire e anche annunciato che il ritiro dei 66.000 americani che qui ancora restano e che deve concludersi (dovrebbe… ) entro fine 2014 potrebbe essere ormai accelerato anche se poi, dopo la fine della ritirata, potrebbero ancora restare da 3.000 a 10.000 GI’s a curare l’addestramento delle truppe afgane e la caccia mirata agli al-Qaedisti (RIA Novosti, 11.1.2013, C. Shreck, Obama Says US to Accelerate Afghanistan Troops Withdrawal Obama annuncia che gli USA potrebbero accelerare il ritiro delle loro truppe dall’Afganistan http://en.ria.ru/world/20130112/178722842.html).

Mentre quel pappagallo del segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, perdendo l’occasione di starsene dignitosamente in silenzio, conferma l’accelerata: come se potesse mai dire altro… E ormai siamo al dunque: si discute solo della natura, del modo – non del se ma del quando solo e del come – di quello che ormai sarà, è il ritiro degli americani da questo paese. Nessuno a livello ufficiale, ma neanche nel mondo accademico, degli esperti, dei media – se non proprio quelli volutamente disallineati e scoperti – parlerà di “ritiro”, “sconfitta”, “disastro” o “fallimento”.

A questi termini, certo, non sarà proprio concessa nel dibattito alcuna  cittadinanza. Ma non facciamo sbagli: il paese che solo qualche anno fa amava chiamarsi, sulla base della bolla mediatica che esso stesso aveva alimentato, la sola superpotenza del mondo – perfino, l’iperpotenza – il paese i cui leaders – ma ve li ricordate Cheney e Bush e Rumsfeld? ma pure la Clinton e Gates, poi… – sognando della Pax Americana, come una volta l’Urbe parlava della Pax Romana, su tutto il globo conosciuto…… a cominciare, dicevano, dall’imposizione di quella loro suprema volontà anche per il suo bene – s’intende – al turbolento Medioriente attraverso le campagne d’Afganistan proprio e dell’Iraq, sta facendo i bagagli.

Sta buttando la spugna e ammettendo, con le azioni anche se non con le parole, che quella tronfia “missione compiuta” (Mission accomplished, annunciata dal fasullo George Bush, Jr., mascherato da pilota di caccia, prima di rimettersi per parlare al paese il doppio petto del presidente, quando atterrava con un caccia S-3B Viking “Navy One” – lui, il renitente alla leva del Vietnam… grazie alla protezione del babbo – nel Golfo, sul ponte della portarei USS Abraham Lincoln, il 1° maggio 2003, subito dopo la caduta di Bagdad era stata, invece, proprio l’inizio di una missione fallita e che, ormai, stivale a stelle e strisce dopo stivale, sta abbandonando lentamente ma inesorabilmente tutta  l’Eurasia.

“Mission accomplished”? … ‘sto cavolo!   (foto)

Foto U.S. Navy Media Service, 1.5.2003

●In Iraq, la riunione del governo al-Maliki dell’8 gennaio è stata boicottata da tutti i ministri sunniti e curdi— tutti, nessuno escluso. Erano presenti solo ministri di estrazione sci’ita. E’ stata un’iniziativa eclatante di appoggio alla protesta contro l’azione di repressione in atto da parte del premier di ogni richiesta della presenza sunnita nel paese che ha visto ormai da più di due settimane, decine di migliaia di manifestanti bloccare la principale autostrada che da Bagdad porta alle province sunnite irachene e al nord curdo (Reuters, 8.1.2013, P. Markey e Aseel Kami, Iraqi Sunnis, Kurds boycott cabinet to back protests— Sunniti e curdi in Iraq boicottano il governo per sostenere la protesta di  massa http://www.reuters.com/article/2013/01/08/us-iraq-protests-idUSBRE9070C520130108).

● Popolazione e etnie dell’Iraq   (mappa)

Fonte: dal sito web della presidenza del Consiglio iracheno (1912)  

Nell’ordine dei colori  elencati nella colonna di destra:

province a popolazione mista a maggioranza di curdi e sunniti a maggioranza araba-sunnita a  maggioranza araba-sciita

                                                                                           il petrolio si trova soprattutto come si vede nelle province sciite e curde

●Scontri tra truppe di India e Pakistan, anche con diversi morti, nei pressi della Linea di controllo della regione di confine  nordoccidentale dello Stato indiano di Jammu e Kashmir a inizio mese secondo un portavoce militare pakistano che denuncia l’attraversamento di truppe indiane nel territorio controllato dal suo paese e l’attacco mirato condotto contro una guarnigione a Sawan Patra. L’India sostiene, invece, di aver risposto a bordate di artiglieria pakistana usate come copertura e supporto, in violazione dell’accordo di cessate il fuoco, al tentativo di infiltrazione nel territorio di Jammu e Kashmir in violazione dell’accordo del cessate il fuoco (New York Times, 1.1.2013, L. Polgreen, India and Pakistan exchange fire in Kashmir Scontro a fuoco India e Pakistan in Kashmir http://www.nytimes.com/2011/09/02/world/asia/02kashmir.html?_r=0).

● Il Kashmir: i luoghi del conflitto indo-pakistano   (mappa)

Fonte: New York Times, 1.1.2013

Tutte le informazioni che arrivano dal confine indo-pakistano con qualche attendibilità lasciano pochi dubbi che la meccanica effettiva dello scontro – uno dei tanti che avevano un po’ allentato ritmo e frequenza negli ultimi anni – sia stata la seconda indicata, col tentativo di infiltrare durante l’inverno militanti islamisti, indipendentisti o anche annessionisti da parte di Islamabad. Tentativo cui New Delhi ha reagito con una certa precisione di tiro, visto che gli stessi pakistani hanno identificato la guarnigione-bersaglio colpita.

La responsabilità delle iniziative di infiltrazione risale direttamente alla Direzione Inter-servizi (DI-SI) dell’Intelligence dell’esercito pakistano così come della copertura di artiglieria che viene loro data. Ma ormai è chiaro, a chiunque abbia anche solo letto una mappa e lo schema del conflitto indo-pakistano sul Kashmir sembra piuttosto essere diventato un problema di legge e ordine, perché l’insurrezione interna che il governo del Pakistan attraverso i servizi militari ha appoggiato e anche fomentato è fallita. Anche se ogni tanto, la DI-SI ci riprova, ma sempre bucando l’obiettivo.

Intanto l’India ha proceduto a respingere la richiesta pakistana di un’inchiesta del gruppo di osservatori militari dell’ONU in India e Pakistan che, in base all’accordo di tregua tra i due paesi firmato a Karachi nel 1949 sono insediati (112 osservatori) in Pakistan perché ormai New Delhi ad essi nega giurisdizione sui territori di Jammu e Kashmir visto che quell’accordo è stato rimpiazzato dal cessate il fuoco bilaterale del novembre 2003.

Il Pakistan non considera risolto il contenzioso territoriale su Jammu e Kashmir che costituiscono ormai, però, uno Stato dei 28 che insieme ormai formano la Repubblica indiana e si tiene, perciò, in larga parte anche coprendone i costi le spese (dopo 63 anni…), i caschi blu dell’ONU nella speranza di tenere anche così accesa, sul piano diplomatico, la controversia. Che così resta, uno dei punti più spinosi per relazioni accettabilmente tranquille e pacifiche nella regione, anche se più spesso che no la scintilla resta sotto la brace.

Ma i mussulmani del Kashmir indiano hanno, anche, un loro reale e fondato cahier de doléances col governo federale indiano, col loro Stato al tasso di alfabetizzazione più basso tra quelli indiani e il vasto numero di soldati e forze di sicurezza a soffocare investimenti e turismo e una negligenza sistematica che dura da sessant’anni. L’unico vero punto di forza è che i mussulmani indiani del Kashmir non hanno nessunissima voglia di fondersi col Kashmir islamico controllato dal Pakistan.    

●C’è una coincidenza, di fatto per lo meno curiosa, tra la recentissima elaborazione e promulgazione – il mese scorso, a dicembre – di una nuova dottrina ufficiale sulla strategia e la “postura” delle Forze armate che annuncia e proclama come diventi “priorità prima” per le Forze armate pakistane il compito di combattere le minacce alla sicurezza del paese. Delle quali, però, la priorità delle priorità, le FF. AA. ne restano convinte, motivando così la nuova postura – che nuova non è, però è proclamata così chiaramente per la prima volta – la principale e impellente è che l’India costituisce sempre per il Pakistan il pericolo maggiore sul piano strategico e tattico.

E oggi ancor più di ieri (Rediff News, 6.1.2013, B. Raman, Pakistan's new military doctrine shouldn't be misread La nuova dottrina militare del Pakistan non va interpretata male http://www.rediff.com/news/column/pakistans-new-military-doctrine-shouldnt-be-misread/20130106.htm; cfr., anche, http://www.defence.pk/ e http://www.pakistanarmy .gov.pk/).

E oggi fa comodo al Musallah Afwaj-e-Pakistan, le Forze armate pakistane, evidenziare motivi, mezzi e opportunità per puntellare la “nuova” dottrina così puntualmente enunciata con “incidenti” di frontiera – più o meno manifatturati – lungo la Linea d controllo in Kashmir. E’ un’ipotesi…, si capisce.

Bisogna, però, far attenzione a non esagerare e a non esasperare il contrasto. Il confine continua a restare caldo, ma le probabilità di escalation reale proprio per questo  restano basse specie se, come sembra sempre più vero, la motivazione reale che c’è dietro la nuova “dottrina”, così come dietro gli “incidenti” di confine, serve più che ad altro a tenere il punto nei confronti della dirigenza politica del Pakistan stesso.

●In ogni caso, e a prescindere, come si potrebbe ben dire, la destabilizzazione che su questo paese, il Pakistan, incombe per fattori “esterni” come l’Afganistan, l’India-Kashmir e il pessimo rapporto che ormai ha sviluppato col grande protettore e insieme bombardatore statunitense che lo martella con decine di voli quotidiani (anzi, notturni) dei suoi droni senza pilota, avanza impetuosa anche all’interno.

A Islamabad, infatti, adesso la Corte suprema, nella sua lunga guerriglia per mandare sotto processo il presidente della Repubblica per corruzione – è stranoto del resto che lo chiamavano Mr.10% quando era il marito-affarista della primo ministro signora Bhutto, il cui assassinio riuscì a trascinarlo poi alla presidenza – dopo aver fatto fuori il precedente premier per aver tentato invano di coprirlo, ha adesso chiesto le dimissioni del PM attuale, accusandolo, lui, direttamente di corruzione.

E’ una storia ipernota e su cui dovremo tornare. Ma, intanto, è chiaro che anche questo è diventato un altro elemento devastante per la solidità economica, geo-politica e istituzionale di questo paese. Qui, così, continua ad essere solo e sempre l’esercito l’unico fattore che appare poter garantire, a modo suo, qualche saldezza e affidabilità a questo paese.

●La Corte suprema, alla fine, ha aggiornato e rinviato al 23 gennaio la seduta del processo di corruzione che ha aperto contro il primo ministro Raja Pervez Ashraf, in qualche modo facendo un passo indietro rispetto all’ordine che aveva già impartito: Ma solo dopo che il governo aveva accettato di sciogliere il parlamento: come chiedevano in piazza da giorni centinaia di migliaia di dimostranti “convocati” dal leader religioso mussulmano sufita[10], Tahir ul Qadri, che per il momento sembra fidarsi, forse anche un po’ troppo dei militari ai quali chiede sia affidato da qui alle elezioni che si terranno tra tre mesi il governo ad interim del Pakistan…

Tutto considerato, comunque, quello che con quest’ultima presidenza di Ashraf si conclude è il primo governo civile che riesce a completare un intero mandato di cinque anni senza essere almeno formalmente deposto da un golpe militare, in questo paese. E, in ogni caso, l’accordo col quale è stato messo fine all’impasse è stato battezzato come da richiesta di Qadri da chi lo ha imposto al governo, i militari, quasi ad ultimo insulto col nome di Dichiarazione della Lunga marcia di Islamabad (CNN, 18.1.2013, Shaan Khan e M. Morgenstein, Sit-in ends as cleric, Pakistani government, reach deal Il sit-in prende fine con l’accordo raggiunto dal religioso sufita col governo [in realtà, come s’è visto, coi militari] http://edition.cnn.com/2013/01/17/world/asia/pakistan-politics/index.html).

●Per l’Iran, adesso, nel mondo bancario americano si fa sempre più forte il sospetto, in pratica la certezza, che il livello di sofisticazione riscontrato negli attacchi cibernetici a larga scala condotti contro parecchie grandi banche statunitensi sono da far risalire direttamente a quello Stato, “molto probabilmente (dice il NYT) in rappresaglia contro l’offensiva americana delle sanzioni economiche imposte contro l’Iran e agli attacchi che gli stessi Stati Uniti contro i sistemi cibernetici di Teheran hanno sferrato online” ormai da qualche anno.

Almeno tre potenti virus – Flame, Duqu e Stuxnet (New York Times, 1.6.2012, D. E. Sanger, Obama Ordered Wave of Cyberattacka Against Iran Obama ha ordinato un’ondata di ciberaggressioni contro l’Iran http://www.nytimes.com/2012/06/01/world/middleeast/obama-ordered-wave-of-cyberattacks-against-iran.html?hp &_r=1& – hanno in effetti infettato e per alcuni mesi bloccato e ritardato i programmi chiave della ricerca nucleare iraniana e il suo sistema bancario. Controprova: “gli attacchi contro il sistema bancario americano non erano quelli di hackers magari bravi ma di comune brigantaggio e non  hanno mai mirato, infatti, a sottrarre fondi alle banche attaccate: altra caratteristica, questa, proprio  dell’hackeraggio condotto o sponsorizzato dagli Stati”.

Anche il gruppo che si chiama dei ciber-combattenti di Izz ad-Din al-Qassam (influente sceicco e studioso islamico che ha combattuto contro il colonialismo inglese in Siria e quello italiano in Libia fra le due guerre mondiali) e che dichiarano di aver agito per protesta contro i diversi video diffusi sul web con caratteristiche anti-islamiche, chiamando la loro campagna operazione Ababil[11], in riferimento sia al modello di drone costruito in Iran, sia – e soprattutto – alla storia che racconta il Corano di quando Allah mando l’ondata delle sue rondini a sconfiggere l’armata degli elefanti che il re dello Yemen aveva scatenato contro la Mecca nel 571 d. C.

L’Intelligence americana assicura che si tratta, se mai, di rondini dello Stato iraniano. Ma, come è francamente ovvio, non c’è davvero granché da meravigliarsi: come ha commentato subito l’articolo del NYT e la notizia un lettore canadese, Mr. R. O’Donnell (New York Times, 8.1.2013, N. Perlroth e Q. Hardy, Bank Hacking Was the Work of Iranians, Officials Say Esponenti di governo affermano che l’hackeragio conro diverse banche americane è opera di iraniani [per rappresaglia] http://www.nytimes.com/2013/01/09/ technology/online-banking-attacks-were-work-of-iran-us-officials-say.html?ref=global-home) “gli USA, sempre quelli che sembrano sferrare per primi i colpi proibiti, poi si inca**ano se alcuni di quei trucchi si rivoltano contro di loro: contro chi li ha inventati”. Già…

GERMANIA

●In breve, qui, alcuni dei dati cui abbiamo già fatto cenno, relativamente allo stato tutto sommato più incerto di quanto sembrasse, dell’economia tedesca. C’è stato adesso il taglio della crescita prevista nel 2013 allo 0,4% rispetto alla stima precedente più che doppia all’1%, quando il PIL era cresciuto di più allo 0,7% anche nel 2012 e  nel 2011 era arrivata al +4% (The Economist, 18.1.2013).

●Questo è l’anno della verità per Angela Merkel che parte in vantaggio, nella corsa elettorale delle elezioni di settembre, sul suo concorrente Peer Steinbrück – fa notare il direttore, tedesco, di uno dei fogli più rilevanti della sinistra riformatrice europea, Social Europe Journal, legato alla London School of Economics e animato dalla ricerca di lungo periodo impostata sul tema dall’Istituto sindacale europeo della CES (Guardian, 2.1.2013, Henning Meyer, Merkel’s rival Peer Steinbrück offers the alternative Germany needs Peer Steinbrück, il rivale di Merkel offre l’alternativa di cui la Germania ha bisogno http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/02/peer-steinbruck-merkel-rival-germany) soprattutto perché i media tedeschi hanno messo sistematicamente la sordina ai dubbi e agli errori economici suoi di portata veramente strategica.

Invece hanno preferito centrare finora l’analisi critica sulle gaffes del socialdemocratico: certe sue scelte tempestivamente sbagliate come il fatto di aver insistito a concentrare i suoi strali sugli emolumenti del cancelliere tedesco, “troppo esigui” ha sostenuto, magari correttamente ma improvvidamente in questi tempi di grave crisi diffusa (si tratta, comunque, di quasi 200.000 € all’anno), rispetto a quelli usuali in questo paese per incarichi  evidentemente meno importanti del settore privato.

E’ sicuramente colpa anche sua, del suo amore per toni qualche volta un po’ sopra le righe e per le battute, non sempre, diciamo teutonicamente felici ma è, soprattutto, e questo denuncia l’analista che stiamo citando, responsabilità dell’accomodarsi tradizionale del costume germanico all’“autorità” come tale e perché tale, quasi mai seriamente criticata e discussa.

Merkel, insomma, meritava e merita di vedere vagliata e biasimata con attenzione la sua politica proprio economica: che passa invece, quasi gratuitamente, come il suo fiore all’occhiello. Proprio Steinbrück, sicuramente uno che ha dimostrato  competenza di politiche economiche e finanziarie, ha tenuto a sottolineare che merle ha sbagliato di brutto non acconsentendo più tempo per rimettere sulla strada giusta (meno spese, più riforme) con l’ossessione sua, tutta prussiana la chiama, di imporre nel momento più sbagliato possibile l’austerità ai paesi maggiormente in crisi dell’eurozona. Una critica puntuta, e coraggiosamente anche coraggiosa nel clima politica da Deutschland über alles che oggi compenetra la Germania…

L’altra robusta – e motivatissima – critica “europea” che il candidato dei socialdemocratici avanza contro le scelte della Cancelliera è quella di non aver detto al paese la verità e tanto meno tutta la verità sulla natura vera della crisi europea. Lei infatti persiste – come tutti i cosiddetti moderati, da Monti a Cameron, ma anche in compagnia di diversi sbiaditi “sinistri” dell’Unione europea e consiglieri dei principi: pensate, per dire, a quel minus habens di Pietro Ichino… – a blaterare di crisi dei debiti sovrani – il debito pubblico accollato, in sintesi, al welfare troppo generoso e alal regolamentazione troppo attenta ai diritti.

Anche se, poi, a parte la Grecia, la responsabilità effettiva della crisi macro-economica che ha flagellato e flagella l’Europa e il mondo ha avuto origine e trovato sviluppo nel settore privato: nelle sue scelte di investimento e disinvestimento, nella sue scervellate scommesse speculative, nel debito che ha accumulato e nel credito prima scriteriato e gratuito e, poi, non più agibile. E in questo lei, Merkel, personalmente anche, ha avuto proprio una diretta responsabilità.

La cancelliera ha anche nascosto, o – che poi è lo stesso – trascurato, di far rilevare all’opinione tedesca che un paese super-esportatore soffrirebbe alla fine più di ogni altro se i suoi partners principali dell’Unione, tutti, e non solo loro ma anche i BRICS (dal Brasile alla Russia, dall’India alla Cina e al Sudafrica; e agli USA, ovviamente). E perfino quel peso piuma della  Lagarde, quella che conduce – si fa per dire – il Fondo monetario internazionale per meriti esclusivamente sarkozystiani, ha messo di recente in forte evidenza le interconnessioni pericolose che una politica di austerità imposta a tutta l’Unione contemporaneamente come quella voluta da Merkel – tanto a chi ha un bilancio in attivo come a chi è in passivo – comporterebbe per tutti: Germania compresa.

Di un altro calibro di onestà e competenza – rileva sempre Meyer, che è uomo di parte sia chiaro – dà prova invece, Peer Steinbrück, ad esempio, col paper – non proprio pianamente comprensibile a tutti ma che fa un grande sforzo, sostanzialmente riuscito, di chiarezza divulgativa – avanzato mesi fa e firmato personalmente perché elaborato proprio personalmente, all’immediata vigilia della sua scelta fino ad allora non proprio scontata, a candidato dell’SPD a Cancelliere.

Si tratta di una proposta, calibrata e attenta ma anche “radicale” nel senso migliore del termine, del tutto alternativa al discorso di Merkel, su una riforma seria del sistema finanziario (P. Steinbrück, Mitglied des Deutschen Bundestages Membro del parlamento tedesco, 25.9.2012, Vertrauen zurückgewinnen: Ein neuer Anlauf zur Bändigung der Finanzmärkte Riconquistare la fiducia: un altro, diverso tentativo di domare i mercati finanziari ▬  http://www.spd.de/linkableblob/77088/data/20120926_steinbrueck_papier.pdf;jsessionid=36701CF8F3E038FD4 6C38B625A2FE360): parla, in dettaglio e con forza ben motivata

• della necessità di separare, com’era prima della deregolamentazione selvaggia dettata dal neo-liberismo in America e, a metastasi, poi in tutto il mondo, l’attività delle banche di investimento da quella delle banche al dettaglio;

• della creazione di nuovi e obbligatori meccanismi di salvataggio bancario finanziati, però, dalle banche stesse e non dal pubblico e dai contribuenti;

• dal tetto obbligato imposto a premi e bonus cosiddetti di produzione e di effettiva produttività dei grandi managers: tutti;

• da una migliore e più rigida supervisione degli hedge funds – e in previsione il loro superamento: siamo a un livello nominale e da nessuno garantito e garantibile di cinque-sei volte il PIL reale del globo— anche se nessuno sembra in grado di precisarne l’ammontare!

• alla proibizione globale e adeguatamente sanzionata della speculazione su derrate alimentari primarie: come i raccolti agricoli…

●Verso la fine di maggio Merkel, alleata dei liberali, perde e i socialdemocratici, e soprattutto i Verdi, vincono – anche rovesciando il pronostico convenzionalmente scontato – le elezioni regionali in Bassa Sassonia. E ora al parlamento di Hannover, la capitale, la maggioranza passa alla coalizione rosso-verde: la fine di un decennio di dominio nero-giallo nel Land che, secondo alcuni osservatori (anche se ancora i meno) potrebbe pure anticipare qualche tendenza politica più generale nel futuro prossimo…

O forse (ai più appare ancora più probabile: ma altri errori tattico-politici e l’avanzare anche qui della crisi potrebbero anche aiutare senso…) solo l’interruzione d’una parentesi, catastroficamente dovuta all’invito della leadership CDU del Land ai propri elettori a trasferire un po’ di voti ai liberali, il secondo partito della coalizione per il quale temevano che non raggiungesse neanche il quorum necessario per essere eletti?

Tattica che ha ben funzionato ma con esito letale, alla fine, per il partito di maggioranza che riuscendo così a tenere in vita l’FDP, ha perso proprio – e per di più di appena un seggio! –la maggioranza… (1) New York Times, 21.1.2013, M. Eddy, Center-Left Defeats Merkel’s Party in State Vote Il centro-sinistra sconfigge il partito di Merkel nel voto della Bassa Sassonia http://www.nytimes.com/2013/01/22/world/ europe/center-left-defeats-merkels-party-in-state-vote.html?ref=global-home); 2) The Economist, 25.1.2013, The vincible Chancellor La Cancelliera vincibile http://www.economist.com/news/europe/21570693-local-defeat-albeit-only-hairs-breadth-spells-trouble-angela-merkel-vincible).

E ha funzionato alla grande, qui, a livello almeno di questo Land, anche la tattica SPD di chiedere alla sinistra il “voto utile”, quello che taglia le gambe più efficacemente alla destra (e il partito della sinistra radicale, il Linke, ha perso del tutto la sua rappresentanza parlamentare passando da sopra il 7 ad appena il 3%, sotto la barra dei voti necessari a entrare al parlamento.

FRANCIA

●Grande confusione sotto il cielo, ma – al contrario di quel che diceva ai suoi tempi il “celeste  presidente” nella sua rovesciata saggezza nulla, proprio nulla, va bene: è solo segno di confusione, come da noi, come in Italia, non prodromo di cambiamento, magari come voleva lui di “rivoluzione”. Il ministro del Lavoro, Michel Sapin, dichiarando a una radio locale che la Francia è “totalement en faillite”— del tutto ormai in bancarotta, e prima che il suo portavoce si affretti vanamente a quel punto a specificare che Sua Eccellenza “stava scherzando, faceva ironia”, ha scatenato una tempesta di dichiarazioni, di reazioni, di controreazioni e di grande incertezza.

Il ministro delle Finanze, Moscovici, a quel punto, è intervenuto a dire, correggendolo autorevolmente, che il collega si riferiva, in realtà, a qualcosa che il primo ministro di Sarkozy, Fillon, aveva detto nel lontano 2007… che, appunto il paese era alla bancarotta Ma ha anche, onestamente quanto malauguratamente, aggiunto: “quel che Sapin voleva dire è che se la situazione finanziaria del 2007 era preoccupante, oggi è peggio perché nel frattempo abbiamo accumulato 600 miliardi di € di debito aggiuntivo”. Già… c.v.d.

Precisa, poi, Fillon che, anche se questa è la verità, detta così non fotografa la situazione com’è perché la Francia non è certo obbligata a chiudere i servizi pubblici, i treni, la posta, l’assistenza dovuta. La Francia “trova credito sui mercati al tasso d’interesse del 2,2% solo a 60 punti base più della Germania. La Francia è del tutto solvente”. Certo che un problema c’è, e grave, con un’emergenza sociale e economica che impone al governo di agire presto per far aumentare la crescita e indirizzare i problemi che, con un tasso di disoccupazione al 10,3% hanno fatto salire i senza lavoro a 3.130.000 persone a novembre: il numero più elevato da 15 anni.

In questo clima arriva una notizia che potrebbe anche far sorridere ma che sta mandando di traverso sorsate di vino superbo al paese. La città di Digione, capitale del dipartimento della Côte-d’Or e della Borgogna, il 27 del mese vende all’asta 3.500 bottiglie del suo vino maggiormente pregiato, custodite dal comune nelle esclusive e sorvegliate cantine – molte bottiglie di annata e marca prestigiosa e alcune rarissime che valgono anche centinaia, letteralmente, di migliaia di euro l’una. Sono servite a pagare parte delle spese dello stesso comune di Digione per servizi sociali che altrimenti sarebbero stati interrotti (Libération, 27.1.2013, Sapin, la France “totalement en faillite”, et l'ironie—Sapin [ministro del Lavoro], la Francia è “in bancarotta assoluta”, e l’ironia http://www.liberation.fr/politiques/20 13/01/27/pour-sapin-la-france-est-tota lement-en-faillite_877114).

GRAN BRETAGNA

●Con una mossa ormai attesa, e anche furba (il potere decisionale è restituito al popolo, in fondo) il primo ministro David Cameron ha annunciato che, se il suo partito vince le prossime elezioni, del 2015 convocherà un referendum per far decidere “al popolo” entro il 2017 se restare nell’Unione (come lui, forse, vorrebbe: ma alle sue condizioni) o andarsene, dopo aver tentato per i prossimi quattro anni di “ricontrattare” con l’Unione europea i propri impegni per “rimpatriare”, alla piena sovranità parlamentare di Westminster, alcuni diritti che l’UE ormai proponeva e regolava per tutti uguali in Europa. Ma che il suo governo non vuole proprio onorare.

Lui punta, a nome del Regno Unito, a un’Europa molto più magra, come sempre tenendo ferma la dimensione che sola sembra da sempre interessare agli inglesi e, in fondo, a veder bene e a essere onesti fino in fondo anche l’unica che in Europa, dal Mercato comune oggi all’Unione europea sia stata interamente sviluppata e compiuta: quella del Mercato unico. Siccome oggi la crisi che flagella un po’ tutti sembra convincere – se non altro a parole – molti in Europa che ormai è necessario spingersi oltre, a un’integrazione non solo monetaria e neanche solo finanziaria ma pure economica e forse perfino politica in qualche modo – sul modo, certo, ancora si litiga molto – la Gran Bretagna segnala che no, non ci sta.

Per esempio, e per dirne una sola, a cominciare dal minimo che il Regno Unito non vuole: perché chiede – esige – che sia restituito all’Inghilterra il diritto, che Thatcher aveva strappato a suo tempo e i laburisti avevano deciso di “riconsegnare”, di non applicare più, insieme a diverse altre normative europee, quella che i conservatori di ogni paese aborrono con maggiore passione: di dover osservare certi diritti minimi, minimassimi, del lavoro che così Sua Graziosa Maestà non sarebbe più tenuta a garantire alla plebe.

Che, se adesso venissero “restituiti” però alla sovranità britannica, aprirebbero la stura alla dissoluzione stessa della UE. Lo ricorda subito tra gli altri e con la massima autorevolezza, Jacques Delors, uno dei padri dell’Unione e il presidente della Commissione europea padre del Mercato unico richiamando quanto ebbe allora a dire a bruto muso alla Thatcher, che il problema è nel fatto che “i britannici sono interessati solo alla dimensione dei loro interessi più strettamente economici e a nessun altro”.

● “Vaffan**lo Delors”!   (documento)

 

Fonte: The Sun/Londra, 1.11.1990

Intendeva, Delors, facendo andare fuori dai gangheri il foglio conservator-popolare di Londra (The Sun (Up yours, Delorstitolava signorilmente in prima pagina, cioè Vaffan**lo) che forse sarebbe stato meglio allora per la Gran Bretagna uscire dalla Comunità europea (e meglio per tutti se lo facesse) in costruzione per le ragioni, sintetizzò senza nominarlo, con cui de Gaulle s’era opposto all’entrata nell’allora Mercato comune del cavallo di Troia inglese (come lo aveva definito, molto puntualmente, oltre vent’anni). Meglio sarebbe, diceva Delors allora, se Londra cercasse un rapporto utile e proficuo, corretto ma da fuori, con l’Europa…

La risposta degli altri membri sembra nell’immediato quasi spaventata, invece, dalla prospettiva che Londra se ne vada davvero. Ma, in realtà, non è affatto così: l’ultimatum che dice “o mi date quello che voglio io per restare con voi, o me ne vado”, non funzionerà poi granché come mossa iniziale,  di tipo ricattatorio, della partita tra gli Stati europei: perché presuppone che preferiscano farti restare pagando loro il prezzo e piegandosi al vederti andar via: e questa, se davvero esiste, è pura illusione.

Perché tutti escludono, e tra loro comunque ce ne sono tanti (per dire i grandi tutti: Francia, Germania, anche Italia; ma perfino la Polonia avrebbe problemi a dire sì a Cameron: e, alla fine, poi basterebbe un solo no per bloccare Cameron) che, al dunque e se posti davvero di fronte al ricatto direbbero loro “vaffan**culo Inghilterra!”.

Anche se appare a tutti abbastanza chiaro che quel che Cameron amerebbe poter dire ai britannici di restare solo che le venisse concesso di scegliersi da sola, al contrario degli altri, cosa fare e cosa non fare in Europa… Ma spaventata, o almeno molto perplessa, è anche la reazione di non pochi in Gran Bretagna: a cominciare dal partner junior della coalizione di governo, i liberali del vice cancelliere Clegg, che sono fieramente contrari al minacciare l’uscita del Regno dalla UE ma ridott quasi a niente e  infiacchiti come si trovano da minus habens nel governo, non contano e non riescono a codecidere niente di niente.

E la verità è che specificando le proprie proposte – il proprio snervato ricatto – dicendo la sua in questo modo, dando agli altri come punizione se gli dicono no solo… la propria uscita, Cameron già si assicura di perdere ogni possibile alleanza in Europa. E, a chi scrive almeno, pare abbia già garantito di portare il suo paese al di fuori della UE, anche se poi lui personalmente preferirebbe farcelo restare per continuare a fargli giocare, come ha fatto finora con efficacia, il ruolo di riequilibratore delle tentazioni di farne qualcosa di davvero più unito…

Cioè di primo frenatore e di negatore, in principio e in radice, della possibilità stessa di fare un’Europa un po’ più sovrana – certo, più democraticamente di adesso però – come tale.

   (1) New York Times, 22.1.2013, A. Cowell e S. Castle, Cameron Promises Britons a Referendum on Europe Cameron promette ai britannici un referendum sull’Europa http://www.nytimes.com/2013/01/24/world/ europe/cameron-britain-referendum-european-union.html?ref=global-home; 2) The Independent, 16.1.2013, A. Grice, Nick Clegg warns an EU referendum will have a 'chilling effect' on economy Nick Clegg avverte che un referendum sulla UE avrebbe un ‘effetto congelante’ su tutta l’economia http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/nick-clegg-warns-an-eu-referendum-will-have-a-chilling-effect-on-economy-8452951.html).

 

La Gran Bretagna potrebbe uscire dalla UE…  Ma io ci resto!, dice la Grecia…   (vignetta)

 

 

Fonte: NYT, P. Chappatte, 24.1.2013

●La Gran Bretagna a giugno tiene, per rotazione annuale, in Irlanda del Nord il vertice annuale dei G-8 per rotazione.

GIAPPONE

●Il nuovo presidente nipponico, Shinzo Abe, ha dato inizio a questo suo secondo mandato, che i Liberal-democratici hanno vinto soprattutto in reazione all’inettitudine sciorinata in tre anni di non governo dei suoi predecessori del Partito democratico, promettendo di impegnare subito soldi pubblici per $ 116 nuovi miliardi (Ұ 10,3 miliardi) nel tentativo di rilanciare un’economia strozzata da anni di deflazione. Semplicemente con queste parole, Abe sembra deciso a sfidare e affondare ogni saggezza economica convenzionale.

Così, di colpo. il target dell’inflazione programmata fissato dalla Banca centrale, su disposizioni del governo – come al solito: la Banca centrale anche qui è indipendente, però… di nomina governativa – salta in su del 100%, al 2 dall’1%. E prende un impegno open-ended, come dicono, cioè senza limiti prefissati, all’acquisto di titoli a breve del Tesoro, per arrivare all’obiettivo dichiarato del nuovo governo, di far alzare i prezzi e strozzare la deflazione così facendo qualcosa di concreto “per l’economia reale e non più solo per quella di carta (The Economist, 25.1.2013, Win some, lose some – The Bank of Japan tests the limits of Shinzo Abe’s economic power Ne vinci qualcuna e qualcuna la perdi – La Banca  del Giappone testa i limiti del potere economico di Shinzo Abe [o, piuttosto, come sembra a noi, è viceversa?] http://www.econo mist.com/news/finance-and-economics/21570710-bank-japan-tests-limits-shinzo-abes-economic-power-win-some-lose).

Come ha subito scritto Krugman, notando che forse “il governo giapponese è il primo a rendersene conto” ma altri ormai potrebbero anche decidersi a seguirlo, le Banche centrali su tassi e politiche  monetarie agiscono in realtà proprio come fanno gli specchi, “rovesciando la realtà nelle immagini dove la virtù (l’austerità, il rigore) diventa insesorabilmente un vizio (paralisi e recessione) e la virtù, perciò, si trasforma in follia(New York Times, 18.1.2013 P. Krugman, Shinzo and the helicopters Shinzo [Abe] e gli elicotteri [sì, forse investire in nuovi elicotteri per la “guerra alla Cina” può non essere la scelta politicamente più saggia e ne conviene anche Krugman: ma aumentare la spesa contemporaneamente al rialzo del tasso di sconto è politica keynesiana che a Krugman pare decisamente opportuna e anzi sensata… contro, appunto, ogni saggezza convenzionale http://krugman.blogs. nytimes.com/2013/01/18/shinzo-and-the-helicopters-somewhat-wonkish/?scp=1&sq=%E2% 80%9CJapan%2C+of+all+places%2C+seems+to+be+the+first+government+to+figure+that+out%E2%80%9D&st

=nyt).

L’anno scorso il deficit commerciale è stato in assoluto il maggiore di sempre per questo paese. E la mossa sui tassi di interesse assume anche il senso evidente di svalutare lo yen, spingendo così l’export ma anche alzando le aspettative di un nuovo, possibile, round di svalutazioni competitive.     

Ha detto, se non altro, il Giappone in un grande paese industriale ad economia aperta e occidentale, pure stando in oriente un no chiaro e secco a un’austerità masochista e, intanto, è riuscito come si faceva notare solo col suo annuncio a produrre una discreta svalutazione dello yen facendo rinascere una qualche speranza di espansione tra gli esportatori che costituiscono tanta parte delle possibilità di ripresa in questo paese.

E questo, per il momento, a prescindere da come e dove poi si procederà a spendere i soldi recuperati pure con un debito pubblico ben sopra al 200% del PIL (New York Times, 11.1.2013, Hiroko Tabuchi, Japan Approves $116 Billion for Urgent Economic Stimulus Il Giappone approva $ 116 miliardidfin stimoplo utrgente per l’economia http://www.nytimes.com/2013/01/12/business/global/japan-approves-116-billion-for-urgent-economic-stimulus.ht m l?ref=global-home).

Osserva Krugman che, a prescindere dal come e dove Shinzo Abe vuole rimettersi a spendere, e necessariamente a debito, per rilanciare l’economia forse così “il Giappone, che è stato il pioniere delle nostre economie della stagnazione, potrebbe anche finire col mostrare a tutti gli altri come poterne uscire (New York Times, 13.1.2013, P. Krugman, Japan Steps Out Il Giappone esce di fila http://www.nytimes.com/2013/01/14/opinion/krugman-japan-steps-out.html?ref=global-home). In sostanza, e con tutte le necessarie revisioni – ma solo quelle necessarie davvero – tornando al keynesismo, come modello di sviluppo: dove il privato non spende, deve intervenire lo Stato, con le tasse e la spesa pubblica.

E al vecchio adagio ormai consumato che chiede di riflettere perché ricorda, pur ammettendo come un nuovo pacchetto di stimoli potrebbe anche riuscire a innescare una nuova ripresa dell’economia giapponese, che poi c’è comunque bisogno, nel lungo periodo, di riforme strutturali. Ma la risposta, tanti anni fa l’aveva data proprio John Maynard Keynes: che nel lungo periodo, e a forza di aspettarlo il lungo periodo, noi intanto saremo tutti morti. Diceva che il lungo termine è una guida sbagliata per trattare di problemi correnti. Nel lungo termine, infatti, siamo tutti morti. E gli economisti si assegnano compiti troppo facili, e troppo inutili, se nei tempi tempestosi che traversiamo ci sanno dire soltanto che, quando la tempesta sarà passata, l’oceano sarà ancora una volta tranquillo”.

Quanto al merito, infatti, parla anche subito, Abe, di incrementare le spese militari dopo un decennio circa di effettiva flessione dei bilanci militari. E proprio adesso, in un momento di tensioni crescenti con la Cina sulla questione delle isole.

●Qualche (serio) problema emerge per la Yuasa, la fabbrica alla periferia di Tokyo che fabbrica le batterie al litio che danno energia iniziale al 787 Dreamliner della Boeing, dall’inchiesta seguita alla fermata totale di tutti gli aerovelivoli di questo tipo delle aerolinee giapponesi (The Economist, 25.1.2013, The Dreamliner grounded Il Dreamliner bloccato a terra http://www.economist.com/blogs/gulliver/2013/ 01/boeings-787-0).

E, se è vero che cominciare a mettere sotto inchiesta come i nuovi grandi aerei da trasporto vengono disiegnati, costruiti, montati e testati – e i costi relativi – pare prospettiva poco ilare anche per i concorrenti (l’Airbus viene subito alla memoria ovviamente), resta vero che per ora il problema è tutto per il Boeing787 che forse ha voluto accelerare un po’ troppo i tempi.

●Dal punto di vista delle scelte propriamente politiche e strategiche, in effetti, sembra che Abe cominci il mandato esasperando il richiamo della foresta sciovinistico che in questo paese è tornato, sta tornando grazie a lui anche e proprio, strapotente. Dichiara subito (al giornale Sankei Shimbun di Tokyo, 31.12.2012, No ‘comfort women’, paid women Non ‘http://www.economist.com/blogs/gulliver/2013/01/boeings-787-0donne di conforto’, ma pagate ▬  http://sankei.jp.msn.com/1.31.2012), infatti, coltivando le presunzioni dei suoi elettori conservatori e nostalgici che intende modificare, e anzi cancellare, la presentazione ufficiale di scuse con cui nel 1995, l’allora primo ministro Tomiichi Murayama ammise che “attraverso colonizzazione e invasioni” il Giappone aveva in effetti “provocato danni e sofferenze terribili alla popolazione di molti paesi, particolarmente quelli delle nazioni asiatiche” tenute militarmente sotto il tallone dell’impero.

Abe intenderebbe ora ritirare – perché la storia ufficiale giapponese, i 102 volumi dello Senshi Sosho due soli mai tradotti dal giapponese non lo ha mai ammesso (— Official Japanese History of World War 2 Storia ufficiale dell’impero giapponese nelle 2° guerra mondiale http://www.cortsstichtingen.nl/index.php/2011-12-24-11-04-23/senshi-sosho)” non ne fanno menzione, e lui solo ad essi affetta di credere – non alle 200-300 mila testimonianze di confort women— di schiave del sesso arruolate e adoprate all’uopo come “ausiliarie” straniere dall’esercito imperiale nell’occupazione della Manciuria prima, poi della Corea e delle Filippine. Scuse e ammissione del resto sempre molto generica di colpa.    

Shinzo Abe sostiene che non è stata trovata alcuna fonte storica di origine giapponese nei 102 volumi dello Senshi Sosho – solo un paio accessibili in lingua non giapponese – gli unici cui potrebbe riconoscere autorità e credibilità, ad attestare della veridicità dell’accusa: secondo lui le donne in questione, per lo più giovanissime e in gran parte coreane, avevano scelto invece di “lasciarsi usare dietro pagamento adeguato” e, quindi, le scuse furono, dice, almeno “frettolose”…

E francamente non c’è di peggio per lo stato dei rapporti con Corea, Filippine, Cina: in pratica un po’ con tutti i vicini. Anche Washington si preoccupa molto. Segnala il NYT (New York Times, 2.1.2013, edit., Another Attempt to Deny Japanese History Un altro tentativo di negare la storia [cioè, i crimini di guerra] del Giappone http://www.nytimes.com/2013/01/03/opinion/another-attempt-to-deny-japans-history.html?ref=global-home) che  Pochi rapporti sono tanto importanti per la stabilità in Asia di quello tra Giappone e Sud Corea. Pure, il nuovo primo ministro giapponese si accinge a dar inizio al suo mandato con un grave errore che infiammerà le tensioni con la Corea del Sud”. Già…

Qui, del resto, in Giappone – non è un caso unico al mondo ma è di sicuro più a vasta dimensione, globale qui, di qualsiasi altra: molto di più che nella vecchia URSS dove, pure, sistematicamente grattavano via dalle foto ai tempi di Stalin tutte le immagini che ritraessero, insieme con Lenin,  “traditori” Trotzky o Bucharin, per dire – in Giappone lavorano all’ingrosso e tendono a far “sparire” un intero ventennio della loro storia dentro una parentesi: e col consenso sociale universalmente scontato, non come a Mosca per ordine e necessità quindi di sopravvivere di un capo supremo di illimitato potere.

Qui, nel 1974, nella stanza che ci ospitava all’Hotel Okura di Kyoto, nel comodino del letto, c’era un libretto che in una ventina di pagine offriva, in inglese, una specie di sintesi della storia del Giappone. Il penultimo capitolo, finiva con la faccenda del crollo delle borse del 1929 e l’ultimo cominciava con una frase che annotammo perché ci sembrò significativa e capace di spiegare bene l’atteggiamento mentale tipico di questa cultura a cavallo fra l’estrema ipocrisia e l’estrema formale cortesia— proprio come se volete il fatto che in lingua colloquiale giapponese non viene usato l’avverbio di negazione perché per sua natura è sgarbato e così, per dire a uno no, ci si aspetta che venga sempre detto con una lunga circonlocuzione…

La frase accennava, testualmente, in dieci ideogrammi in tutto alle “avventure militari degli anni 1930 e 1940” – la conquista militare, l’invasione, l’asservimento di popoli interi all’espansionismo nipponico in Asia con una collana di massacri a segnare l’avanzata dell’esercito imperiale per milioni di cinesi, filippini, coreani inanellata poi a cuor leggero perché del tutto analoga alle campagne di sterminio dei nazisti in Europa che li dichiaravano Untermensch sottouomini – e poi, semplicemente, passavano a illustrare i grandi successi del paese dagli anni ‘50 in poi…

Non lo dice, esplicito, l’editoriale del NYT che abbiamo appena citato, ma a preoccuparlo è, anzitutto, il fatto che invece le tensioni tra Giappone e Corea e Cina e Filippine – paesi coinvolti tutti nella tragedia storica delle donne di conforto, allenterà per contro le tensioni e potrebbe addirittura riavvicinare proprio Corea e Cina: che, invece, tutta la politica estera della Clinton (a proposito: mille auguri… personali, per la salute che si va con gli anni un po’ indebolendo…) s’è, nel primo mandato di Obama, attivata come ha potuto e con qualche successo a inquinare (la questione delle isole Senkaku/Diaoyu…).

Ma poi è di lunga lena la sfiducia tra Giappone e Cina che, oggi, è radicata nel timore del primo per la crescita impetuosa, tanto più rapida e forte della sua della seconda e nel risentimento della di questa per il ruolo di “portaerei” americana inaffondabile che il primo svolge appena al largo delle sue coste però affonda in secoli di rapporti e conflitti reciproci.  

Lo abbiamo già accennato una volta, che la rivendicazione cinese sembra sul piano storico e quello giuridico, del diritto internazionale, più fondata di quella nipponica (vada la documentazione, di ordine geologico e cartografico sulla piattaforma continentale che la Cina ha inviato alla Commissione dell’ONU titolata a dirimere il contenzioso marittimo tra gli Stati, in Nota congiunturale no. 1-2013, http://www.angelo gennari.com/notagennaio13.html, in nota rel. a http://www.un.org/, che riproduce tutta la documentazione appena menzionata, disponibile integralmente sul sito dell’ONU).

L’affermazione è, adesso, anche corroborata da una mappa giapponese del 1700 che ha ripubblicato, tra grandi proteste del ministro degli Esteri giapponese, che però non ne ha smentito la veridicità, l’ultimo aggiornamento di Wikipedia (▬ http://it.wikipedia.org/wiki/File:1786%E5%B9% B4% E4%B8%AD%E5%9B%BD%E5%BE%80%E7%90%89%E7%90%83%E6%B5%B7%E8%B7%AF%E5%9B%BE2.jpg): la riproduzione di una mappa di un libro giapponese del tardo Settecento, in cui le Senkaku vengono rappresentate come parte della provincia cinese di Fujian

Il contenzioso nasce, però, anche dal fatto che qui c’è sempre stata la presunzione storica cinese, meno accettabile e sicuramente meno accettata ma sempre affermata, anche quando la potenza della Cina era al suo minimo storico, nel tardo 19° e agli inizi del 20° secolo, che il confucianesimo da essa esportato ai vicini – Corea, Giappone, Vietnam – costituisse la radice della loro comune cultura. Per questo, anche, i paesi dell’area confuciana o – secondo quella che era ed è ancora l’attesa dell’impero di mezzo che ha visto insieme dall’ultimo imperatore a MaoTsetung – avrebbero dovuto di fatto accettare come normale una leadership naturale della Cina nella regione.

Non è affatto andata sempre così e anche oggi l’idea di accettare una qualche forma di paternalismo cinese trova resistenze anche nel crescente nazionalismo nella regione dettato proprio, spesso, dall’eredità del colonialismo. Che però, sempre in questa regione, non è stato solo inglese, o olandese o più marginalmente spagnolo, ma anche – e soprattutto – proprio giapponese.

Perciò, per il Giappone la grande riluttanza a render conto e, prima ancora forse, a prendere atto della coda di paglia dell’ignominioso retaggio che si trascina dietro nella regione costituisce una vera e propria palla di piombo. Ma anche la presunzione cinese all’egemonia basata sulla storia di secoli ormai lontani è diventata quasi solo una presunzione, e sarebbe utile che i gruppi dirigenti dei due paesi ne prendessero finalmente atto.

●Lo stallo è questo: entrambe le parti rivendicano la sovranità e quindi il diritto a pattugliare militarmente i mari adiacenti alle isole e accusano gli altri di violare il loro diritto. E minacciano di muoversi,… o effettivamente si muovono.

A Tokyo, a inizio gennaio, prima lasciano affermare da un portavoce della Difesa di “considerare” l’autorizzazione agli aerei delle Forze di Difesa nipponiche di effettuare tiri di evertimento  quando arerei cinesi entrassero nel suo spazio aereo (Stratfor, 10.1.2013, South China Morning Post, Japan: Defense Ministry Reportedly Mulling Allowing Air Force To Fire Warning Shots Giappone: il ministero della Difesa sta considerando, si dice, di consentire all’aviazione di tirare colpi di avvertimento contro aerei cinesi http://www.stratfor.com/ situation-report/japan-defense-ministry-reportedly-mulling-allowing-air-force-fire-warning-shots).

Poi il quotidiano Wen Wei Po, organo formalmente indipendente ma, di fatto, vicino a Pechino che esce sempre a Hong Kong, pubblica la smentita ufficiale del ministero giapponese che, però, sembra essere uscita solo sul quotidiano giapponese Sankei Shinbun, uno dei grandi quotidiani di stampo prettamente industrial-economico di Tokyo (Stratfor, 10.1.2013, WenWei Po, Denial of Warning Shot Report La notizia dei colpi di avvertimento è smentita [ma è uno strano modo di farlo: senza comunicati ufficiali del ministero] ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/japan-official-denies-warning-shot-reports).

In ogni caso, e tanto diciamo così a prevenzione, la Cina rende subito noto di aver fatto levare in volo sul Mar Cinese Orientale due suoi caccia J-10 nella zona vicina alle isole dopo che un suo aereo civile da ricognizione aveva riferito di essere stato seguito da presso da due F-15 delle Forze aeree di Difesa nipponiche. Pechino rende noto che la missione dei suoi aerei è solo quella di “osservare e investigare” e che non c’è stato, in ogni caso, contatto tra le parti. E’ da settembre, da quando le tensioni sulla sovranità si sono improvvisamene riaccese nella regione, che del resto le due parti la pattugliano guatandosi da lontano.

Ma bisogna notare che, per la prima volta da quando l’anno scorso è riemersa con forza la disputa sulle Diaoyu/Sensaku, aerei supersonici cinesi e nipponici da combattimento hanno sorvolato e si sono contemporaneamente incrociati nella stessa zona aerea e sulla stessa zona marittima insieme, con un incremento del rischio anche solo di puri e semplici errori casuali e/o di valutazione in una situazione psico-tattica in cui i due paesi sembrano decisi a “convincere” l’altro a fare un passo indietro evidente (New York Times, 11.1.2013, (A.P.), China Scrambles Fighters to Tail Japanese Planes La Cina piazza i suoi caccia in coda a quelli nipponici http://www.nytimes.com/aponline/2013/01/11/world/asia/ap-as-china-japan.html?ref=global-home&pagewanted = print&_r=0).

Punto chiave, però, che utilmente bisogna su questa faccenda tenere sempre in primo piano, è che la globalizzazione economica anche qui ormai moltiplica le conseguenze di ogni disputa internazionale. Il fatto è che ormai interdipendenza significa, in altre parole, che le parti avrebbero entrambe economicamente troppo da perdere se non si riesce a contenere lo scontro, anche se e quando eventuali incidenti non comportassero perdite umane. Calcoli giapponesi, ufficiosi, della Banca centrale hanno azzardato perdite di PIL tra lo 0,5 e l’1% solo nell’ultimo trimestre del 2012 a causa, essenzialmente, del boicottaggio, largamente spontaneo alla fine, del consumo di molti prodotti nipponici sul mercato cinese.

Ne ha risentito certo anche la Cina, ma la sua capacità di assorbire la punizione nipponica è ben superiore di quella reciproca dell’arcipelago. In ogni caso, la disputa ha portato con forza in primissimo piano il dato di fatto che Pechino, su una questione come questa di prestigio e di “faccia” è più che disposto a “combattere” su ogni terreno: commerciale, economico, politico, militare e anche, ormai, cibernetico. Che, quindi, prima di ingaggiare con essa un braccio di ferro, bisogna essere molto sicuri del proprio diritto e della forza relativa di cui si dispone per reclamarlo.

E il Giappone non sembra proprio godere di posizioni di forza sotto nessuno di questi due aspetti.


 

[2] E’ un testo di origine tedesca, originariamente stilato (e anche illustrato da curiose vignette in tedesco), che ci è stato segnalato come trovato sul web… Purtroppo, perciò, non possiamo attribuirla per nome e cognome, all’autore (e se un lettore ce lo segnalasse, ne daremo qui atto e gliene saremmo grati).

   E’ una storiella, diciamo alla Krugman – a noi sembra decisivamente anche se non proprio completamente: manca qui, forse, la dimensione della deregolamentazione, anche se appare implicita (le regole Helga se le fa da sola) e quella della speculazione sfrenata: qui c’è soprattutto, dominante, il risvolto della bolla che si gonfia e si gonfia e poi scoppia costruita sul niente che non sia l’ingordigia – che fa giustizia della favola tesa a far risalire, emblematicamente e ipersemplificando, la crisi al lavoro protetto di alcuni che non si rassegna a lasciarsi precarizzare e squalificare come quello che a tutti ormai andrebbe invece riservato in nome dell’uguaglianza: al ribasso, però…

   Sapete, è la polemica tra Marchionne e, almeno, una parte del sindacato: quella che resta ancora convinta che il suo mestiere (Karl Polanyi, The Great Transformation La grande trasformazione, 1944 - Einaudi, 1976 (edizione on-line: cfr. http://uncharted.org/frownland/books/Polanyi/POLANYI%20KARL%20-%20The%20Great%20Transformation%2 0-%20v.1.0.html), il mestiere del sindacato, sia e debba restare “esattamente quello di interferire con le leggi della domanda e dell’offerta che riguardano il lavoro umano sottraendolo proprio dall’orbita del mercato”.

[4] Alexis de Tocqueville, Il mio istinto e le mie opinioni (non per pubblicazione, citato verbatim da A. Redier ▬ http://classiques.uqac.ca/classiques/redier_antoine/comme_disait_tocqueville/redier_comme_disait_tocqueville.doc:Per le istituzioni democratiche, ho un gusto della mente. Ma per istinto, sono aristocratico: disprezzo la folla, cioè, perché la temo. Amo libertà e rispetto dei diritti: ma la democrazia no, non la amo. Odio l’azione disordinata delle masse, il loro intervento poco lungimirante nello sviluppo delle cose, le passioni e le invidie delle classi basse. Odio l’uguaglianza. La verità è che, con vera passione, amo solo la libertà”... Evidentemente, è chiaro, soprattutto la sua…

   Del resto, James Madison – con Jefferson il massimo tra i padri fondatori stessi della democrazia americana ma un moderato proprio contro il suo radicalismo eversivo: a lui, che sarebbe divenuto il terzo presidente degli Stati Uniti, toccò definire la grande visione e i grandi princìpi della nuova Repubblica appena nata dalla guerra d’indipendenza contro la monarchia britannica; mentre il primo, Madison, poi quarto presidente, ne redasse alla fine le regole, ne dettò i meccanismi elitari e obbedienti all’aristocrazia del denaro come collante universale e cemento irremovibile di un potere che si opponeva a definire, appunto, come una democrazia.

   Con un ragionamento analogo – contro re, preti e aristocratici di qualsiasi ordine e grado – a quello di Tocqueville – per le élites e contro le masse di quelli che chiamava gli unwashedquelli che non usano lavarsi (… lui, oddio, come i suoi che giravano in parrucca incipriata si spidocchiava almeno una volta la settimana e faceva il bagno anche due volte l’anno!), voleva che a comandare anche dopo la rivoluzione negli Stati Uniti d’America fosse una Repubblica e non una Democrazia.

   Scriveva (Federalist Papers, verbale degli appunti delle sessioni riservate del 1787 di preparazione della Costituzione ▬ http://www.notable-quotes.com/m/madison_james.html) che “a tutt’oggi, in Inghilterra, se tenessero elezioni aperte ad ogni classe di persone” e non riservate per censo e grado di alfabetizzazione, “la proprietà stessa dei proprietari terrieri diventerebbe insicura e presto passerebbero anche una riforma agraria. Per questo – spiegava – proponeva “il sistema dei collegi elettorali e non era a favore dell’elezione diretta , ‘democratica’, una testa un voto, concetto aberrante: perché il nostro sistema di Governo deve puntare a garantire gli interessi permanenti del paese contro l’innovazione”.

   Come? ma appunto col sistema dei collegi elettorali—che è ancora in vigore. Il sistema di famosi checks and balances – dei contrappesi tra poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) che, poi, Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville santifica nel suo La democrazia in America (1835, a cura di N. Matteucci, UTET,2007). Ma che spiega lui stesso non serve affatto come dice la vulgata liberale a separare i poteri e, invece, proprio a tenerli al meglio sicuri nelle mani dei “possidenti”, dei possessori cioè del potere: un sistema che – illustra chiaramente Madison – “protegge la minirazna degli opulenti dalla maggioranza”…

[5] Page Smith, A People’s History of the American Revolution, a New Age Now Begins Una storia popolare della rivoluzione americana, Penguin ed., 1989.

[6] Alesasandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. 25 (testo integrale, http://www.liceoberchet.it/matdidattici/manzoni/ps2 5.htm).

[7] Peter Cappelli, Why Good People Can’t Get Jobs: The Skills Gap and What Companies Can Do About It Perché gente in gamba non trova lavoro: lo sbilancio delle qualifiche e quel che le imprese possono farci davvero, Wharton Digital Press, 2012.

[8] Charles Darwin, The descent of man (1871, ed. J. Murray)— La discesa dell’uomo, ediz. UTET, Torino (trad. M. Lessona, 1871). 

[9] Scipione Africano (secondo Frontino, architetto, generale, pretore e governatore dell’Inghilterra, c. 100 d.C, che lo cita nei suoi  Strategemata, 4,7,16: Hosti non solum dandam esse viam ad fugiendum, sed etiam muniendam Al nemico non solo va facilitata la strada della ritirata, ma bisogna anche rendergliela sicura… o, comunque, più sicura. E, citazione meno sicura, ben prima anche Lao Tsu (604-531 a.C.) ▬ http://www.squidoo.com/lao-tse-quotes

[10] “Il sufismo viene a volte definito – dice Wikipedia – come l’unione antica del cristianesimo e del neoplatonismo, che diede vita ad una forma di ricerca interiore, il misticismo dell’Islam. Il sufismo è la scienza della conoscenza diretta di Dio; le sue dottrine e i suoi metodi sono derivati dal Corano, anche se il sufismo utilizza concetti derivati da fonti tanto greche come persiane-antiche e indù”. In definitiva, sicuramente non è una delle forme aggressive in cui l’Islam tende non sempre di rado a manifestare la sua indignazione, impazienza, rabbia e sete di vendetta…

[11] Qu’ran, Sura 105, 1-5 (testo integrale italiano in http://www.qurandownload.com/itallian-quran(piccardo).pdf): “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. 1 Non hai visto come agì il tuo Signore con quelli dell’elefante? 2 Non fece fallire le loro astuzie? 3 Mandò contro di loro stormi di uccelli 4 lancianti su di loro pietre di argilla indurita. 5 Riducendoli come pula svuotata”.