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     02. Nota congiunturale - febbraio 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

2.2.12

 

Angelo Gennari

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc315855957 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc315855958 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc315855959 \h 1

●La fine dell’era americana (grafico). PAGEREF _Toc315855960 \h 4

Mediterraneo arabo e oltre: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc315855961 \h 6

Africa. PAGEREF _Toc315855962 \h 15

in Cina. PAGEREF _Toc315855963 \h 16

● Ma se non riescono proprio a capire, che colpa ne hanno questi poveri riccastri? (vignetta). PAGEREF _Toc315855964 \h 22

EUROPA.. PAGEREF _Toc315855965 \h 23

● Gli sbilanci dei bilanci (grafico). PAGEREF _Toc315855966 \h 23

● In Inghilterra e Italia, la vera Grande Depressione è questa, del 2007… (grafici). PAGEREF _Toc315855967 \h 24

● Tassi annui di crescita della produttività (periodi: ▪ 1990-2010 e ▪ 1990-2007) (grafìco). PAGEREF _Toc315855968 \h 26

● Spread, rating e… paure (vignetta). PAGEREF _Toc315855969 \h 30

● I downgrades dei ratings europei secondo S.&P.’s (riquadro). PAGEREF _Toc315855970 \h 32

STATI UNITI PAGEREF _Toc315855971 \h 40

● I ricercatori iraniani: anche loro precari…, molto molto precari… (vignetta). PAGEREF _Toc315855972 \h 51

GERMANIA.. PAGEREF _Toc315855973 \h 64

FRANCIA.. PAGEREF _Toc315855974 \h 64

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc315855975 \h 66

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc315855976 \h 67

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Insomma, con la manovra depressiva (e, per evitare il peggio, viene detto obbligata…) di Monti e l’innalzamento dei rendimenti dei BtP, quest’anno la recessione ci porterà – dice il 18 gennaio l’FMI dell’Italia – ed è per ora il pronostico peggiore: ma non è detto, non è dett,o che non si possa far meglio… – a una perdita del PIL del 2,2% e nel 2013 ancora, e sempre se va proprio bene, sotto ancora ma di un -0,5%.

●Tutto conferma che sta andando e che andrà proprio così: la disoccupazione da noi è al punto più alto da quando nel 2004 si tiene in questo modo il conteggio. Siamo, nel dato ufficiale, a  2.243.000 senza lavoro, appena sotto il 9%, +3% in un anno soltanto e con 3 giovani su 4 senza lavoro[1]

●Con un comportamento neanche trogloditico, forse, UniCredit a inizio gennaio ha comunicato al mercato di dover ricapitalizzare d’urgenza, perché – al solito – “glielo chiede l’Europa”, e ha detto ai suoi azionisti o di comprare altre azioni o di rinunciare a una fetta del valore di quelle che sono già loro: perché ha, avventurosamente ed avventatamente, spiegato – è una delle cinque banche italiane quotate in borsa – gli investitori devono ormai fare i conti con una “possibile” frattura dell’eurozona. Anche avvisando di conseguenza del potenziale deterioramento nell’accesso alla liquidità e dell’impatto di oscillazioni forti sui tassi di interesse...

E c’è stato, subito, in borsa l’inevitabile crollo del titolo, con sequele che sicuramente vedranno azionisti portare in tribunale i “colpevoli”. Perché, quando si cominciano a emettere pubblicamente avvisi del genere a livello professionale di grandi banche, che hanno moltissimo da perdere se l’evento paventato poi si verifica, allora se scrivi “possibile” l’evento diventa pressoché automaticamente, e irresponsabilmente, “probabile”. Significa che il collasso dell’eurozona è, oggi, preso in considerazione a quei livelli quando, una quindicina di giorni fa, non lo era. E che, forse, UniCredit somiglia oggi – non è proprio eresia paventarlo – a Lehman Brothers di ieri…

Le prospettive della ricapitalizzazione migliorano, poi, con l’annuncio che il Fondo Aabar, di Abu Dhabi (risorse economiche— assets dichiarati nel 2009 a $10,146 miliardi, in un fondo privato di proprietà effettiva al 100% del governo degli Emirati, cioè al dunque delle monarchie assolute dei sette emirati che insieme formano la Federazione) intende aumentare la sua quota nella banca al 6,5% diventandone l’azionista di maggioranza. Il fatto sembra di qualche rilievo perché l’offerta di azioni UniCredit in borsa sta diventando un test reale della disponibilità dei mercati a investire in banche importanti: una delle grandi che, entro giugno, devono far fronte a una ricapitalizzazione forzata[2].

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Le date economico-politiche in agenda adesso, a febbraio, e che a noi sembrano principali:

5 febbraio, 2° turno delle elezioni presidenziali in Finlandia;

12 febbraio, presidenziali in Turkmenistan;

21 febbraio: presidenziali nello Yemen, forse (vedi dopo nel capitoletto con questo titolo…

? febbraio: elezioni parlamentari in Siria (anche qui, forse: sono state convocate da Assad…).

In contemporanea con il pompatissimo simposio che annualmente riunisce a Davos, Alpi svizzere, e del quale torneremo a dire qualcosa più avanti, si è riunito a Cartagena de Indias, in Colombia, il cosiddetto Hay Festival, una specie di filiale di quello nato una decina di anni fa nel Galles e ormai esso stesso diventato famoso. L’idea è stata quella di mettere insieme a discutere dei problemi del mondo: ma, su base deliberatamente interdisciplinare, anche artisti, letterati, filosofi non solo come a Davos scienziati, politici ed economisti (anche loro: quelli che, comunque, rifiutano di pagare le cifre nababbe di Davos).

Tema comune quest’anno, a Cartagena e a Davos, la crisi in Europa e le sue peculiarità. La cosa più intelligente che abbiamo letto essere lì stata detta sono le parole di Jonathan Franzen, romanziere americano strano, maniacale e anche un po’ ossessionato ed ossessionate ma anche sempre intrigante[3]. Ha osservato che, a chi viene da fuori e gira oggi “in Europa, si fa subito evidente che qui la politica non conta, non conta più, non conta niente. La gente che prende le decisioni che contano sono i banchieri. Sono i tecnici della finanze che qui prendono le decisioni.  Il che non ha che assai poco a che fare con la democrazia e con quel che vuole la gente. Ma siamo gli ostaggi di tutto ciò, tutti noi, perche a tutti noi ci piccione i nostri i-Phones[4]”.

Più liberi, meno inamidati, meno protocollari, anche e perfino spesso senza guardiaspalle al contrario di tutti quelli che vanno a Davos: sia che i guardiaspalle glieli paghino i loro governi sia che glieli paghino quello che truffano, o sottraggono comunque magari evadendo le tasse ai loro concittadini. Però a Davos dicono, quelli sono sognatori,. Noi qui cerchiamo le soluzioni, Il dramma è che non le trovano mai, loro, le soluzioni…

●Ha detto di recente George Soros – il filantropo americano-ungherese che nel ’92 fece in un giorno qualcosa come 2 miliardi di dollari di profitto scommettendo, e vincendo la scommessa, contro le scarse possibilità di resistere a breve all’assalto della speculazione internazionale della Banca d’Inghilterra e della Banca d’Italia – che “lo smontaggio, la smitizzazione spettacolare, della religione e della fede che scommettevano sull’efficienza dei mercati, la nozione che si tratta di strumenti razionali e capaci di autoregolamentazione per aggiustarsi e ovviare a ogni disastro è oggi del tutto paragonabile al collasso del marxismo inteso come sistema politico.

   Quella – che il mercato funzionasse così, bene e con efficienza – era l’interpretazione dominante che s’è rivelata molto lontana dalla realtà. Ormai, invece dobbiamo capire che occorre spostarci dall’età della ragione all’età della fallibilità in modo da poter cominciare a capire quali ormai sono i problemi[5]”.

         

●A inizio 2012, il Rapporto aggiornato sullo stato dell’economia globale pubblicato ogni sei mesi dal Fondo monetario internazionale[6] avverte che, con la crisi europea che frena tutto e tutti, le prospettive di crescita dell’economia globale vanno peggiorando molto: dal 4% stimato ancora a settembre al massimo, ora, al 3,25 per il PIL mondiale nel suo complesso, l’Europa avrà una contrazione moderata ma effettiva dello 0,1% nel suo complesso, con cinque volte tanto per l’eurozona, un -05% per i 17 paesi, e cadute più secche per Spagna e Italia.

Gli Stati Uniti riusciranno – forse – a restare dove sono – in stallo – se riescono ancora a non far preoccupare i mercati col loro deficit stratosferico di bilancio e lo squilibrio dei conti correnti, se non risentono troppo anche loro della contrazione del PIL europeo e se lo scontro che prospettano di ingaggiare con l’Iran non porta a un forte rialzo del prezzo del greggio.

Anche la crescita dei paesi emergenti in queste condizioni ne soffrirà inevitabilmente: più in Russia che in Brasile, più in Brasile che in India e in questa che in Cina, ma anche la Cina potrebbe registrare una qualche flessione delle sue esportazioni, soprattutto per la crisi europea.

Il direttore esecutivo del Fondo, l’ex ministra del Tesoro francese Christine Lagarde che ha sostituito il dimissionario/dimissionato e sempre francese Dominique Strauss Khan, lancia un forte – e per la casa piuttosto inusualmente esplicito – appello:

• prima all’Europa, perché decida di mobilitare tutte le sue risorse sul rilancio immediato di un’economia che periclita mobilitando anche e soprattutto  le risorse e gli strumenti che la BCE, sciolta dai lacci e laccioli di uno Statuto che la paralizza (non lo dice così ma è questo che intende: diventando, così, l’istituto europeo di emissione  e prestatore di ultima istanza a fini anche di sviluppo oltre che di stabilità— pare fare quasi l’eco a Paul Krugman;

• e, poi, anche all’America perché non si metta adesso, fuori tempo cioè, a correre dietro a un debito che dovrà di certo ripagare ma appunto tempestivamente, non ora ma quando l’economia ricomincerà a crescere seriamente…

Più aspettiamo a reagire e peggio andranno le cose [dice in un discorso a Berlino, proprio nella tana del lupo renitente e riluttante[7]]. L ’unica soluzione è di muoverci adesso, subito, con forza ed insieme”.  Insomma, una voce finalmente sensata da chi per decenni aveva predicato malissimo al mondo.

●Tutta l’enfasi messa anni fa, dall’FMI subito ma, poi, a ruota da tutti i corifei dell’economia liberista e delle regole “oggettive” del mercato a condannare e, poi, a predire l’Armageddon economico all’Argentina dopo il default del 2001 e il rovesciamento “anti-mercato” delle scelte di fondo da parte della presidenza di Néstor Kirchner, sembra ormai essersi trasformata – come si dicc obiettivamente – in una specie di contro-lezione.

Secondo le proiezioni di fine anno dello stesso Fondo monetario[8], il paese ha registrato una crescita del PIL dal 2002 al 2011 del 94%: la più rapida nel periodo di tutto l’emisfero occidentale e uno dei tassi di aumento del PIL in assoluto più elevati al mondo. Paragonabile favorevolmente con economie vicine come quella del Brasile che, pure, nello stesso periodo ha registrato uno score di crescita solo della metà ed è considerato pressoché universalmente come un risultato di grande successo.

Sempre in questi anni l’Argentina ha anche registrato progressi importanti in alcuni dei più significativi indicatori sociali: dal top, nel 2001 quasi la metà della popolazione, il tasso di povertà è sceso oggi di più dei 2/3 e nel 2010 riguardava grosso modo 1/7 della popolazione. La disoccupazione è scesa della metà dal picco di quegli anni e oggi è attestata all’8%. E, per contro, il tasso di occupazione nei primi mesi del 2010 raggiungeva il 55,7%, il più alto di sempre. Con la spesa sociale che, in termini reali, era ormai triplicata mentre anche l’inuguaglianza dei redditi si va costantemente restringendo di molto.

L’Argentina dal 1988 al 2001 era rimasta intrappolata in una recessione dura avendo seguito pedissequamente per un decennio le  ricette imposte dall’ FMI— con le ampie lodi elargite “al nostro migliore allievo” che  per tutto il periodo lo aveva “obbligato”, condizionando i suoi prestiti a una continua stretta monetaria e di bilancio.

Il Fondo, nel tentativo di mettere fine a una spirale di perdite e di ribasso di tutti i fondamentali del paese, ci investì decine di  miliardi di $ di apertura di credito. Ma, poi, all’improvviso e senza alcun preavviso, nel dicembre del 2001, il nuovo governo del 54° presidente argentino Néstor Kirchner dichiarò il default sul debito estero e poche settimane dopo sciolse il peso dal cambio fisso col dollaro, svalutando pesantemente.

Così, dopo un trimestre di recessione accentuata, cominciò la ripresa di un’economia che il Fondo proclamava ormai morta ed è continuata finché non è stata rallentata anch’essa dalla crisi del 2008-2009. Adesso si è ripresa e l’FMI ne predice la crescita nel 2011 dell’8%.

Ecco, il paper del CEPR[9] di Washington, D.C., di cui riferiamo qui, riferisce la verità e butta a mare le menzogne con cui l’economia. E, soprattutto, a base di dati ufficiali del Fondo stesso       in primis, documenta la verità e guarda anche alle importanti implicazioni che questo successo dell’Argentina potrebbe oggi avere per l’Europa e, in modo ovviamente diverso – da calibrare diversamente ma anche alla luce di questo successo – pure per la parte più debole, più carica di debito pubblico, della stessa eurozona.

●Il Fondo monetario ha colpito e affondato – da qualche mese, dall’aprile scorso: ma gli osservatori sembrano accorgersene solo adesso, la supercorazzata americana. Stavolta, e per la prima volta in un documento ufficiale, ha fissato la data della fine dell’era americana: quando l’economia statunitense sarà scavalcata da quella cinese e vedrà Pechino insediarsi al primo posto.

Ed è molto più prossima di quanto finora si pensasse. In termini reali – cioè, a parità di potere d’acquisto: il modo più realistico di fare comparazioni, quello adottato dalla CIA in tutti i suoi documenti, anche nelle elencazioni ufficiali[10] – lo scavalco avverrà nel 2016. Cioè, il/la presidente che succederà a Obama – anche lui stesso, magari – dice il Fondo sarà l’ultimo/a a presiedere sull’ economia più ricca del mondo. Poi tocca alla Cina…

Vero: il FMI internazionale preferirebbe dare le cifre con la valutazione a parità di cambio… ma è costretto a riconoscere – diciamo per onestà intellettuale: non è sempre una contraddizione in termini, questa, neanche per l’FMI che così, più che la produzione reale, si rappresenterebbe però il flusso internazionale dei capitali: cosa, evidentemente, del tutto diversa[11]

La fine dell’era americana (grafico)

(percentuale del PIL mondiale (a parità di potere d’acquisto)

USA ___     Cina____               Stima

Fonte: Fondo monetario internazionale, 4.2011.

●In Venezuela, l’arbitrato della Corte internazionale delle Camere di Commercio ha dato ragione alla Exxon Mobil contro la Petróleos de Venezuela che, per risolvere i suoi legami contrattuali con la compagnia americana sciolti d’autorità nel 2007 dal presidente Hugo Chávez perché basati su accordi cosiddetti “ineguali e prevaricatori” del grande sul piccolo, dovrebbe ancora pagarle 908 milioni di $[12].

Ma non è affatto certo che i venezuelani accetteranno il verdetto (subito anzi, annuncia Chávez, che si ritirerà dall’organismo, il Centro internazionale per la soluzione delle dispute sugli investimenti: un “tribunale” che dipende dalla Banca mondiale e – accusano – è strutturato a favore delle grandi compagnie americane del petrolio.

Oggi il Venezuela si ripromette, come hanno già fatto da anni altri grandi produttori – per dire, Arabia saudita e Messico – di strappare il controllo della produzione nazionale di greggio alle compagnie straniere senza aggiungere altri pagamenti a quelli – esorbitanti, dice – già sostenuti in passato. Malgrado ciò, e malgrado le pessime relazioni tra i due governi, gli Stati Uniti restano il maggiore acquirente di petrolio venezuelano. Ma le loro importazioni sono in calo mentre le esportazioni del greggio da Caracas verso la Cina, che ha fornito al Venezuela miliardi di dollari di prestiti e crediti negli anni recenti, sono in costante aumento.

La compagnia americana Chevron, però, è ancora sempre e a dispetto di tutto, fra i maggiori investitori esteri nel paese come altre imprese cinesi, russe e come l’ENI tutte attratte dal potenziale enorme dei giacimenti della cintura del fiume Orinoco, una vasta area ricca di greggio pesante, che richiede più lavorazione certo di quello arabo, ma che è una fonte ugualmente sicura e redditizia e che il Servizio geologico degli Stati Uniti ha definito[13] come “la maggiore accumulazione di riserve petrolifere che mai abbia avuto occasione di prospettare”: sui 513 miliardi di barili tecnicamente recuperabili.

La campagna per le presidenziali del prossimo ottobre preoccupa ancora una volta più l’opposizione, di destra e di centro e liberale ma anche populista, che non riesce neanche stavolta a superare interessi di bottega e divergenze pseudo-ideologiche scegliendosi un candidato contro l’odiatissimo Chávez. E’ una campagna totalmente libera e anche verbalmente molto violenta, aiutata contro il presidente da tutti i poteri – mediatici, informatici, commerciali e finanziari che l’onnipotente vicino del Nord riesce a mobilitare anche qui ma anche, e allo stesso tempo,  inficiata nella propria credibilità da quella stessa interferenza che Chávez non si perita un giorno sì e l’altro pure a denunciare.

Si tratta anche di una campagna assai grossolana. Indizio recente, un lungo articolo sul NYT[14]* dalla tesi inequivoca ed esposta, nelle traduzioni in spagnolo fatte poi circolare dai mille fogli dell’opposizione finanziata da Washington, come se dovesse condannare inequivocabilmente all’obbrobrio popolare il populismo chávista. Certo, non possono non dare atto che un programma di costruzioni di alloggi popolari accelerato – e finanziato dallo Stato per decisione di un presidente eletto e rieletto più volte – sta dando una casa – decente: “un’80na di m2, due o tre stanze da letto, luce, gas e acqua corrente, lavatrice, frigorifero e pavimenti in cemento e non in terra battuta coi quali trovano per la prima volta in vita loro una casa piò di 120.000 venezuelani delle baraccopoli” di Caracas e Maracaibo, Mérida e Ciudad Guayana…

Bè, lamentano questi cultori del liberismo cretino: i venezuelani liberi – quelli ricchi, cioè, che loro vogliono aiutare a cacciare via Chávez – dovrebbero essere contrari questo socialismo pericolosamente strisciante perché con la casa non viene ceduto dallo Stato che invece continua a mantenerlo, anche il titolo di proprietà: cioè, viene bandito il seme stesso del capitalismo proprietario. Ai singoli e alle famiglie viene ceduto solo il diritto di risiedervi per 150 anni, praticamente per sempre in un specie di capitolato d’uso.

Insomma, il peccato mortale è questo: che qui scoraggiano la proprietà proprietaria e legano il cittadino, deplorano, a una dipendenza dallo Stato. Come se la dipendenza da un privato padrone di casa o da una banca che dopo che non hai pagato il mutuo per due volte la casa te la prende fosse meglio. Qui è gratis – cioè pagata dalle tasse di tutti, anche da quelle dei ricchi, la casa! E questi sperano davvero – gli idioti – di vincere le elezioni con questi argomenti di bassissima demagogia puritana, del tutto estranei alla cultura e al sentire comune di un  popolo…

Mediterraneo arabo e oltre: la cacciata e la resistenza dei rais

●L’ultimo round delle complicatissime elezioni in Egitto[15] che si è svolto il 3 gennaio ha ancora rafforzato la vittoria della fratellanza mussulmana, aumentando ancora i voti del partito che ha creato, Libertà e Giustizia, e sembra in grado ormai di acquisire nell’Assemblea una maggioranza addirittura assoluta. Il ballottaggio dell’11 gennaio fra i due candidati più votati nelle circoscrizioni che non avevano eletto al primo turno il loro deputato ha ancor più rafforzato la posizione del partito nei confronti dei militari in preparazione al braccio di ferro, inevitabile pare, su chi dovrà alla fine davvero decidere e quando.

La Fratellanza, col suo partito di L&G, alla fine non riesce a raggiungere, ma di pochissimo, la maggioranza assoluta dei seggi – col 47% dei voti ne prende 235[16]  – mentre il partito dei salafiti, gli islamisti più “intransigenti”, il Nour, vince 96 seggi. però, così, i partiti di connotazione islamica hanno conquistato democraticamente il 70% dei 498 seggi, viene raggiunto con i 36 scranni del partito liberista tradizionale Wafd— della Delegazione e i 33 del cosiddetto blocco per l’Egitto (socialdemocratici, liberali).

Adesso si tratterà da parte dei vincitori di impiegare quell’intelligenza tattica che finora ha contraddistinto il muoversi della Fratellanza. Gli islamisti “moderati” continueranno ad offrire l’allargamento della coalizione maggioritaria agli islamisti più intransigenti del partito della Luce (i salafisti del Nour) che ha vinto sul 25% dei seggi esso stesso e ai partiti minori di stampo più secolare, liberale (pro-business, come essi stessi si definiscono non avendo forse capito bene il momento) o progressista (i socialdemocratici)…: intendono condividere con loro, ma moderandoli e regolandoli, responsabilità di governo anche per acquetarne le residue esitazioni. Soprattutto dei liberali che sarebbero, comunque, il partito che, obbligati a scegliere, sembrerebbero voler preferire.

Qui l’Amministrazione Obama sta giocando un gioco problematico che punta a mantenere l’accesso tradizionale di sempre coi militari egiziani dai tempi di Mubarak, mantenendo il sostegno di sempre – dal 1979, $2 miliardi all’anno di aiuti militari, con l’Egitto secondo solo a Israele – anche se adesso cerca, con estrema prudenza si capisce e senza riuscirci granché, di convincerli ad “aprirsi” un poco di più; e, insieme, a stabilire coi Fratelli mussulmani qualche contatto di maggior attenzione, nei confronti di un passato anche troppo recente in cui li ha sempre condannati, esecrati, emarginati e combattuti. Ma non sarà affatto facile[17]

●Subito dopo l’ultimo turno elettorale, e la vittoria che conferma la loro vittoria, con una mossa che sottolinea intelligenza politica e tattica, Essam el-Erian, uno dei massimi leader dei Fratelli musulmani – uno di quelli che avevano da poco incontrato diplomatici americani – rende noto improvvisamente che il partito ha deciso di posporre il confronto/scontro sui poteri, pur mantenendo il proprio punto di vista di principio sul diritto dei civili a decidere, ormai, al posto dei militari.

Il partito per la Libertà e la Giustizia della Fratellanza – ha spiegato – vuole evitare conflitti con l’autorità militare nel periodo transitorio che va di qui all’inaugurazione dell’Assemblea, il 23 gennaio”. E tutto sommato ci riesce. Il 23, il partito di maggioranza relativa, L&G, elegge con 399 voti su 496 votanti il suo segretario generale Mohamed Saad el-Katatni come presidente del nuovo parlamento[18].

Noi – giura tra gli applausi Katatni nel discorso inaugurale – non tradiremo mai il sangue delle centinaia di martiri e i sacrifici dei milioni di cittadini che hanno fatto la rivoluzione e sappiamo che abbiamo adesso il dovere di completarla”. Un appello rivolto anche, e molto, all’esterno, alla piazza che mormora e rumoreggia, sempre pronta a farsi sentire come dimostra subito, solo due giorni dopo, il 25, nel primo anniversario dell’inizio della rivoluzione che cacciò via Mubarak sulla piazza della Liberazione con 100.000 dimostranti.

Proprio quel giorno, e non a caso, con qualche ora soltanto di anticipo alla Tv, il capo del Consiglio supremo delle Forze armate, feld-maresciallo Mohammed Hussain Tantawi, aveva proclamato che cesserà di valere lo stato di emergenza “eccetto che per i casi di flagrante teppismo criminale”, definiti però volta per volta, si capisce, dagli agenti della sicurezza. Ora, dopotutto, dice il maresciallo, “il popolo ha espresso la sua opinione e ha scelto i suoi rappresentanti che in parlamento assumeranno ora poteri legislativi e di supervisione”.

Il fatto è che la crisi economica grave che sta arrivando sul paese – l’ultima asta dei bond egiziani ne ha piazzati meno di 1/3 col resto invenduto anche con rendimenti che arrivavano a breve al 16 (e più) %. E al dettaglio scarseggia il combustibile, manca l’occupazione, con punte assolutamente allarmanti e croniche per i giovani (degli 82 milioni di egiziani il 62% hanno l’età media di 24 anni) e le Finanze registrano un volume considerevole di fuga dei capitali. Insomma, mentre passa la bufera, l’esercito potrebbe essere tentato di mascherarsi dietro poteri civili in qualche modo più legittimati anche per continuare a proteggere nelle nuove condizioni la propria presa istituzionale finora inattaccabile.

Forse adesso potrebbe arrivare un aiuto dal Fondo monetario più che, nelle condizioni in cui l’Europa è ridotta, dalla UE. Ma, in ogni caso, negli ambienti che contano, come si dice, in troppi sono certi che con la maggior parte della popolazione con un lavoro non in grado di garantire alle famiglie di arrivare alla fine del mese, e una situazione finanziaria tra il caotico e il catastrofico, ormai siamo alla vigilia del probabile default egiziano sul debito sovrano del paese.

E a quel punto bisognerà vedere se tra le due linee sudamericane di gestione dell’uscita dalla crisi prevarrà quella democratico-populista neo-keynesiana dell’Argentina di oggi o quella tipo scuola liberista di Chicago, milton-friedmaniana dell’Argentina e del Cile delle dittature militari…

Resta una latente ma anche palese riserva, ripresa nello stesso discorso, ora che il parlamento sarà costituito e nei suoi pieni eppur limitati poteri, che potrebbe riaprirsi il conflitto anche se adesso, “in linea di principio e se non si agirà più per imposizioni, L&G potrebbe anche sostenere per i prossimi sei mesi – la data indicata dal Consiglio militare per l’elezione del presidente della Repubblica egiziana – il primo ministro el-Ganzouri, designato dalla Giunta. Ma, appunto, se – e lo ripete – il Consiglio supremo militare non impone più le sue soluzioni

Scontro, se ci dovrà essere, e sempre che i militari non forzino troppo, dunque possibilmente rinviato. E dichiaratamente contro la volontà degli islamisti più duri, col tacito consenso invece dei laici moderati, senza che si veda ancora dove decideranno di schierarsi, però, e comunque quel che decideranno di fare, sia i “rivoluzionari” di piazza della Liberazione[19] che anche, e forse soprattutto, i comandi supremi dei militari.

●Altro segno di grande disagio è il ritiro improvviso e inatteso del candidato indipendente Mohamed ElBaradei, ex direttore generale dell’AIEA, dalla corsa presidenziale: per dichiarare alta e forte la sua protesta contro il fallimento delle autorità militari di avviare speditamente il paese verso la democrazia. L’AIEA, l’agenzia atomica dell’ONU che lui presiedeva rifiutò di coprire con la sua autorevolezza e dimostrata indipendenza le fandonie di George Bush su Saddam che avrebbe avuto a sua disposizione armi di distruzione di massa. Baradei per quel gesto ebbe poi il Nobel della pace di fronte al quale protestò solo Bush e il coro gracchiante ma flebile dei suoi bushotti[20].

●Intanto, si è espresso – mettendo alcuni importanti puntini su alcune “i” cruciali – uno dei possibili e più credibili candidati indipendenti alla presidenza dell’Egitto (in lizza per ora con Amr Moussa, ex presidente della Lega araba e con Ayman Nour, presidente del partito centrista-liberista El-Ghad), Abdel-Moneim Abul Futuh, già membro influente della dirigenza dei Fratelli mussulmani, allontanato dal partito che aveva invece annunciato di non voler presentare suoi candidati per la presidenza.

Abul Futuh, che è rimasto assai popolare tra gli aderenti anche (o malgrado?) avesse criticato a tempo debito, ancora sotto Mubarak, le posizioni islamiste più intransigenti che sopravvivevano e forse, in parte anche se ormai negate e condannate, sopravvivono dentro la Fratellanza – sulla legge islamica che essendo voluta dalla maggioranza può essere “democraticamente” imposta a tutti: avete presenti le posizioni del fondamentalismo cristiano, e anche cattolico, per cui il divieto a comportamenti essendo condiviso dalla maggioranza “cattolica” degli italiani va prescritto per legge democratica a tutti – ha spiegato anche le posizioni che considera largamente prevalenti nel paese in politica estera, in particolare sullo snodo fondamentale del rapporto con Israele[21].

Partecipava a Beirut a un’importante conferenza sponsorizzata dall’ONU e ha garantito che il parlamento riconsidererà anzitutto il Trattato di Camp David, come tutti gli altri accordi internazionali che l’Egitto sotto la dittatura aveva sottoscritto. Ribadirà quelli che sono convenienti per il paese, ne cancellerà altri e chiederà per altri ancora una revisione… Ribadendo di non essere un candidato della Fratellanza ma un indipendente che fa appello personalmente perché ne condivide i valori fondamentali al voto della Fratellanza, chiarisce che, secondo lui, “non c’è modo né volontà né possibilità del Consiglio militare di restare al potere”.

Non è una questione da poco. Significa almeno due cose. Che i militari, intanto, hanno deciso di dover  consentire al parlamento di riunirsi e che se lo fanno, gli consentiranno anche di proporre la revisione dei trattati internazionali che, di regola, va però contrattata e concordata con le controparti e mai modificata da uno solo dei governi in questione. Ma, in buona sostanza, l’annuncio  significa che la maggioranza del parlamento è decisa a far rivedere proprio l’impostazione della politica internazionale del paese e le sua rete, più o meno riconosciuta e più o meno esplicita, di alleanze e di rapporti (con Israele, con gli USA, se mai ci sarà forse anche con l’Europa).

●Rispetto al muoversi usuale della diplomazia americana – da pachiderma, nel famoso negozio di cristalleria – la cautela con cui il dipartimento di Stato e tutto il diversificato, spesso divergente, sempre ridondante apparato di sicurezza e di intelligence che fa capo a Washington seguono  sviluppi e inviluppi della situazione in Siria – adesso, quando non è chiaro come andrà a finire – in modo davvero per niente usuale: il fatto è – dice un funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale – che “questa non è proprio la Libia. Quello che succede in Libia rimane, infatti, circoscritto alla Libia, ma non è affatto lo stesso per la Siria. Qui interessi, pericoli, tutto, a ogni stadio, è a un tutt’altro livello[22]”.

Forse anche il fatto che gli osservatori della Lega araba andati a Homs non hanno trovato neanche l’ombra delle macerie dei molti edifici che avevano annunciato distrutti dai mortai di Assad – e per averlo detto sono stati denunciati come mendaci e al suo servizio dai portavoce degli oppositori siriani: ma solo da loro, non dagli osservatori, non dai media che li seguivano – ha aiutato a raffreddare certe propensioni un po’ facili “che invocano di punire anche questo tiranno”… E forse non ci voleva il National Security Council americano per capirlo, ma almeno anche loro stavolta sembrano averlo intuito…

●Lo zio del presidente siriano Bashar al-Assad, Rifaat, per anni vice presidente sotto il fratello Hafez e dal 1998 residente all’estero, a Londra, in una lussuosa residenza di Mayfair – aveva cercato di succedere al fratello per conto del quale diresse personalmente, nel 1982, la repressione di massa dei Fratelli mussulmani nella cittadina di Hama, 10-20.000 morti e forse più, il massacro di civili nel mondo arabo che fa a gara col settembre nero del 1970 perpetrato contro i profughi palestinesi in Giordania dal filo-americanissimo re Hussein – intervistato da radio Sawa, che da Abu Dhabi si rivolge in inglese al mondo arabo, che è “in corso un’iniziativa della famiglia per portare il presidente a lasciare” il suo posto[23].

Certo, lui spera che lo richiamino in servizio effettivo e giura che lo svolgerebbe per poco prima di lasciare il posto alle forze democratiche siriane che, però, garantisce “non sono in grado di rovesciare il regime”… Ma col suo passato è – secondo chi scrive decisamente – meglio, piuttosto, tenersi Bashar… Certo, anche con lui i morti nella repressione, negli scontri di oggi, sono probabilmente migliaia.

●Il presidente siriano ha annunciato un’amnistia per tutti i “crimini” commessi dall’inizio dela rivolta contro il regime, dieci mesi fa. Si applicherebbe a tutti i dimostranti e anche ai disertori delle forze armate che si consegnassero entro fine gennaio. Ma è almeno la terza amnistia annunciata da Assad a non avere finora praticamente trovato riscontro[24]

Sicuramente, però, come per le granate che, nella manifestazione di Damasco a lui favorevole dell’11 gennaio, hanno ammazzato il giornalista di France2, Gilles Jacquier, le bombe che volano ora vengono lanciate con frequenza e senza guardare per il sottile anche dai rivoltosi[25]. volano da una parte e dall’altra. Non fa gran differenza, sicuro, per chi ne muore, ovviamente, ma complica un poco l’attribuzione di responsabilità tra i contendenti.

●In ogni caso, anche sul risvolto siriano, resta immutata – dopo la tragica esperienza libica in cui, con la maschera della no-fly zone, chiesta la mano la NATO si prese poi tutto il braccio – l’opposizione della Russia alle ulteriori sanzioni[26] richieste da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. La Russia ha presentato una sua bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza. Ma, distinguendosi dalle ipocrisie dell’occidente, per condannare ogni violenza perpetrata in Siria, sia da parte del regime che dei ribelli armati.

La bozza russa chiede a tutti di non interferire e alla Lega araba di continuare a cercare una mediazione: e la Lega conferma il suo impegno, precisando che nessuno – nessun siriano anzitutto – le ha chiesto, né essa intende comunque fornire, una sua interferenza armata nel conflitto[27]. Smentendo nettamente così quel che aveva detto, il giorno prima, il portavoce più prominente (no il più eminente è in realtà il saudita: lui è il più dichiarato) nella Lega dei desiderata occidentali, l’emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, spiegando che la Lega avrebbe dovuto magari anche intervenire direttamente con truppe sue – che tra l’altro non ha né è pronta a schierare… – per fermare la “carneficina” in Siria, diceva lui ma rischiando invece, anche perché nessun siriano glielo ha chiesto, di aumentarla, diciamo noi.

Lo dice chiaro il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ancora una volta uno dei massimi fautori dell’intervento armato, quando anche sprezzante, dichiara che però la proposta del Qatar è irrealizzabile[28] per cui la Francia non lavorerà a un simile scenario (come se qualcuno, poi, glielo avesse chiesto…). Appoggia, invece, l’opposizione siriana – dice – senza chiarire, però,  quale delle sua tante frazioni  in conflitto e depreca l’ impotenza dell’ONU dovuta – dice ancora – al contrasto che viene contro l’interventismo “umanitario” da Russia, Cina e da alcune potenze emergenti.

Come mai siano tanto contrari – cioè, il precedente della Libia sul quale la Francia forzò la mano anche e perfino all’America con esiti scontati ma non autorizzati dall’ONU – Juppé fa finta di esserselo proprio scordato. Ma gli altri no, come s’è visto e dicono gli alti. Prima di tutto, appunto, la Russia.

Ma la Russia anzitutto non concorda, specifica il vice ministro degli Esteri di Mosca, Ghennadi Gatilov – e, quindi, metterebbe il veto su – tutti gli emendamenti proposti in Consiglio dalle potenze occidentali: che mirano solo alla rimozione forzata del presidente siriano Bashar al-Assad per un’altra operazione di regime change, come quella libica.

Alla fine, senza osare chiedere agli americani (è rischioso e poi, oggi, è meno popolare di ieri) di mettersi direttamente a bombardare e invadere coi “loro ragazzi” anche la Siria, un editoriale santimonialmente e melensamente pietista e ipocrita del NYT[29] lamenta che non ci si mettano gli altri, gli arabi in particolare, a condannare e a menare: “la Lega araba deve [verbo intimativo: non  “dovrebbe”, non “potrebbe”: deve! l’ordine arriva dal grattacielo di Renzo Piano che ospita a Manhattan il NYT] alzare la pressione sul presidente Bashar al-Assad e sui suoi reggiborsa di fermare le uccisioni e di rendere loro chiaro che il loro tempo è finito”.

Pura arroganza. In effetti, in base a quale “diritto”, obiettivo e non inventato ad hoc per mascherare altri fini, questi si mettono a parlare? e come se non con una guerra, cioè peggio la toppa del buco? e a spese di chi, alla fine? e in nome di chi, poi, se a nessuno risulta che il popolo siriano abbia mai chiesto a nessuno niente del genere? Non c‘è molto che lo schieramento punitivo raccolto all’ONU intorno agli Stati Uniti possa  poi fare eccetto che stringere un po’ di più sulle misure già unilateralmente intraprese.

Certo, aiuta o spinge, forse, Arabia saudita e paesi del Golfo a ritirare i propri rappresentanti dalla missione di verifica della Lega a Damasco ma al solito blocca tutto la Russia rifiutando per principio  di dare “spiegazioni” a chi gliele chiede (e chi se non gli americani?) in Consiglio di Sicurezza sul trasporto di munizioni che ha effettuato di recente in Siria con un suo cargo.

Non solo, sia chiaro, annuncia a voce alta in Consiglio lo stesso ministro degli Esteri Lavrov, la Russia vi bloccherà ogni tentativo di estensione collettiva su cui non concorda. Come, del resto, farà anche la Cina[30]. Mosca ripete invece, sfidando a provare il contrario, che nessuna sanzione legalmente votata dall’ONU blocca l’esportazione di armi alla Siria. Quindi, viene annunciato, l’impresa russa statale degli armamenti, la Rosoboronexport, ha firmato un contratto per $550 milioni di fornitura alla Siria di 36 aerei da addestramento Yak-130[31].

E’ la risposta piccata e, a suo modo, sensata di una grande potenza che dall’attacco alla Libia si è sentita imbrogliata ai mastini arabi sunniti che il domatore a stelle e strisce del canile onusiano sta cercando di sguinzagliare a chiedere interventi armati contro la Siria. Il messaggio è chiarissimo, stavolta, a scanso di ogni possibile equivoco. Ci avete fregato una volta, con le manfrine che avete inscenato sulla Libia. Non consentiremo a nessuno di farlo una seconda volta, in Siria. Ma insieme continueremo a spingere, con ogni mezzo legittimo, perché a Damasco i siriani – tutti! – trovino tra loro un dialogo, ormai indispensabile.

Ma contemporaneamente, sul piano politico, il presidente della Commissione Esteri della Duma e del Consiglio consultivo del Cremlino, Mikhail Margelov[32], uno dei plenipotenziari su cui Putin fa più affidamento per le questioni di politica estera, chiarisce anche, dopo essere tornato a reiterare (la carota) che la Russia metterebbe il veto a sanzioni punitive dirette esclusivamente contro il regime di Assad senza essere almeno un po’ bilanciate a colpire anche le violenze organizzate dai suoi nemici, chiarisce e dichiara pubblicamente (il bastone) che Mosca non ha a questo punto molte altre zeppe a disposizione per cercare di mantenere lo status quo e arrivare a una soluzione “equilibrata”: a una modifica del regime, la sua correzione, non al rovesciamento. .

In altri termini, Assad ormai deve tenere a mente, gli fa sapere solennemente Mosca, che altre misure repressive a larga scala da parte sua contro l’opposizione porterebbero il paese alla guerra civile. Il problema è che Assad sa che il paese è già in piena guerra civile e deporrà le armi solo se le depone anche l’opposizione… Per questo, forse, neanche l’argomento cogente dei russi potrà alla fine ridurre la resistenza di Assad: al contrario di Ben Alì e di Mubarak, forse, dello stesso Saleh, lui come Gheddafi qui si gioca letteralmente la testa.

Tanto meno efficaci su Assad sono perciò le pressioni degli altri satrapi arabi – nessuno dei quali sembra poi davvero meglio di lui – né ancor meno lo è quella di Obama – il satrapo dei satrapi, nella visione del mondo certo in parte sbagliata ma, in parte, anche corretta che ne hanno gli arabi (non i satrapi arabi, certo). Può essere invece di altra incidenza l’imbarazzo montante che la sua “protezione” sta creando ai palestinesi e a quelli tra loro poi più militanti, come Hamās (acronimo di Movimento di resistenza palestinese: si legge come la parola araba fervore, ardore, entusiasmo) ad esercitare una pressione davvero sgradita.

Alla fine, se qualcuno riuscirà a smuovere Assad dalla sua intransigenza sarà la Russia che rifiuta – e proprio perché rifiuta – di farlo con pressioni dall’esterno. Se riesce a evitare di dare così l’impressione, ai molti siriani scontenti – non la maggioranza, ma ormai tanti comunque – di lavarsene pilatescamente le mani, Putin può farcela e può – potrebbe – anche vincere una battaglia ancor più importante.

Putin disse a dicembre scorso, e a noi parve subito molto ben detto, anche se Washington reagì male, come il problema vero sia nel fatto che gli americani ormai “non cercano più alleati ma vogliono solo vassalli[33]”: quelli che accettano le basi a stelle e strisce senza fiatare e magari dicendosi pure contenti, quelli che dicono no ai loro voli senza pilota ma poi li subiscono, quelli che vogliono mettere fine alle avventure a diecimila km di distanza m come vassalli? Non osano farlo davvero... Tutto il resto viene di conseguenza nel rapporto difficile che gli americani hanno ormai un po’ dappertutto nel mondo. Anche, e soprattutto spesso, con quelli che non osano dirglielo in faccia onestamente.

●Adesso si apprende che il  numero due della direzione politica di Hamas, Moussa Abu Marzouq, si trasferisce da Damasco in Egitto, con tutta la famiglia. Marzouq è il vero stratega del movimento più dello stesso numero uno, Khaled Meshaal, e il suo massimo negoziatore, (con Israele stessa, con Fatah, con l’Egitto, con Assad pure e anche, segretamente, con la Giordania e gli Stati Uniti.

Meshaal ha già annunciato che, per l’immediato, forse non tornerà ad occupare in modo permanente la sede di Hamas a Damasco (c’era stata una forzatura israeliana che annunciava come già presa la decisione proprio di andarsene: ma è stata smentita) e che non intende (e questa possibilità non ha avuto smentita) ripresentarsi come capo dell’Ufficio politico mentre è proprio Marzouq che si candiderebbe lui stesso. E, a questo punto, per Hamas lasciare definitivamente la Siria della repressione di Bashar el Assad sarebbe una mossa per nulla sorprendente.

Nell’immediato, però, arriva notizia che, finalmente, Meshaal e Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il presidente dell’OLP e della Autorità nazionale palestinese, visiteranno insieme la striscia di Gaza per sostenere e promuover al meglio i tentativi – sempre difficili – di riconciliazione tra le due autorità e i due governi palestinesi[34]. Naturalmente Israele sta facendo di tutto, proditoriamente e violentemente, per rendere più difficile ogni accordo: per esempio, sbattendo in galera senza processo, per “simpatie terroristiche” dicono, Aziz Dweik, il presidente eletto democraticamente sei anni fa del parlamento palestinese… sempre per aiutare meglio ogni risvolto di un qualsiasi processo di pace[35].

●La Libia, confessa pubblicamente il capo del Consiglio di transizione, Mustafa Abdel-Jalil[36], a inizio mese parlando a Bengasi – la regione da cui egli stesso proviene e che “rappresentava”, prima di mollarlo tempestivamente nel regime del col. Gheddafi come ministro della Giustizia, deve prepararsi ad affrontare una lotta interna, dura, che ne mette a rischio addirittura – come dicono i pessimisti/realisti da un anno – la stessa unità.

Siamo, dice, a “opzioni amare” dovendo assolutamente riportare nei ranghi migliaia di miliziani che si sono formati in proprie unità combattenti nei mesi di guerra e guerriglia contro le truppe di Muammar Gheddafi e sono rimasti a Tripoli molto dopo la sua morte e la loro vittoria. “O trattiamo con la massima severità queste violazioni della legalità – o forse, avrebbe fatto meglio a dire con maggiore esattezza, di quella che noi al CNT consideriamo essere la legalità – e quindi arriviamo a un scontro militare aperto tra libici, uno stato di fatto che, però, non vogliamo accettare, o ci spacchiamo in una vera e propria guerra civile”. Come se, messa così, l’una o l’altra opzione costituisse una scelta…

D’altra parte, senza sicurezza sul territorio “non c’è legge, non c’è sviluppo, né si possono tenere elezioni. La gente prenderebbe nelle proprie mani, ciascuno per conto proprio o solo con i suoi, sicurezza, legge e diritto di comandare in base esclusivamente ai rapporti di forza stabiliti sul campo”.

Forse un po’ tardi per certi ripensamenti: ma lui almeno qualcosa ci ha guadagnato, non fosse altro che come nuovo numero uno del paese… Identico, ma senza neanche averci guadagnato niente, il discorso sulla dura denuncia che al CdS dell’ONU – che al momento è presieduto dal Sud Africa – ha presentato il presidente sudafricano, Jacob Zuma (peraltro proprio come prima di lui aveva fatto il ministro degli Esteri  russo, Sergei Lavrov, lamentando che “quando in CdS votammo per la risoluzione che approvava la no-fly zone per la protezione dei civili non intendevamo affatto autorizzare il cambio di regime[37]. Bei fessi, cioè, caduti nella trappola americano-britannica-francese e, adesso, anche confessi…

A Tripoli, tra il 21 e il 23 gennaio, si succedono una serie di episodi che sottolineano tutti la precarietà degli equilibri militari e politici raggiunti nel paese. Il CNT che, grazie alle bombe della NATO ha stabilito una tenue predominanza di guida nominale del paese,  è stato costretto ora a rinviare l’annuncio di una speciale Commissione da esso costituita per cominciare a parlare di elezioni che dessero qualche legittimità e, a questo punto, soprattutto stabilità all’assetto traballante raggiunto ai vertici del paese dopo la morte di Gheddafi.

Poi, il vice presidente del CNT stesso, Abdel-Hafidh Ghoga, ha annunciato le sue dimissioni formali[38] dopo essere stato anche fisicamente attaccato in una base militare a Bani Walid, a 150 Km a ovest di Tripoli, da quello che si autodefiniva un gruppo di lealisti gheddafiani, che ha attaccato, spaccando finestre e invadendola, la sede di Bengasi del Consiglio nazionale transitorio in mezzo a dimostrazioni di protesta tenute sotto lo sventolio delle vecchie bandiere verdi dell’ex rais.

Il ministro della Difesa del CNT, Osama al-Juwali, ha poi tentato recandosi sul luogo sotto scorta armata di negoziare un’uscita da questa ennesima gravissima crisi e accetta, alla fine, di riconoscere un governo locale designato per Bani Walid dal Consiglio degli anziani della regione di Warfallah. Lo dichiarano congiuntamente lui e il capo degli anziani, Salah al-Maayuf: “se gli onorevoli membri del Consiglio sono convinti che il governo locale funzionerà, allora – dichiara il ministro – ne sono convinto anch’io”. Ma nella transazione raggiunta – specie quanto ai rapporti di potere reali tra governo locale e CNT– non c’è davvero niente di chiaro. Se non, forse, come titola un foglio turco che ne riferisce, che— La Libia si spacca prima ancora di essersi vista unita[39].

●Anche in Algeria – che resta al momento un’isola, forse non proprio felice ma come ancora sotto narcotico, di tranquillità nel mondo arabo e, in particolare, in quello mediterraneo – sembra, finalmente, che si muova qualcosa. Adesso, il ministero dell’Interno comunica verso fine gennaio di aver autorizzato la registrazione di 10 nuove organizzazioni come partiti politici. Si tratta di diverse formazioni di islamisti “moderati” che danno così vita ai primi veri e propri partiti da più di dieci anni a questa parte[40].

●L’Arabia saudita esprime tutta la sua soddisfazione ufficiale, con comunicato emanato direttamente dalla reggia di S.M. il re, per il grande passo avanti che ha consentito nella difesa dei diritti umani e in specie delle donne, viene sottolineato, con la sostituzione del capo della Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (la polizia del vizio e della virtù come è popolarmente nota) lo sceicco Abdulaziz al-Humain, intransigente interprete della sharia nella versione dura wahabita con lo sceicco Abdullatif Bin Abdulaziz Bin Abdulrahman Al Al-Sheik, noto per essere più, come dire, flessibile[41].

Certo, non tanto da consentire a tutte le saudite di guidare con la patente da sole, senza un accompagnatore parente stretto e maschio accanto, ma abbastanza da sostenere che, al dunque, anche una commessa-donna avrà, domani, il diritto di vendere a clienti donne, nei negozi di abbigliamento riservati alle donne, i capi di abbigliamento con relativi accessori per donne… Finora solo i maschi potevano fare i commessi.

Si tratta di un grande progresso per l’umanità… o, diciamo pure, almeno per l’umanità saudita. Adesso si tratta di conquistare per le donne il diritto, se condannate a morte, ad essere decapitate in piazza con la scimitarra invece che ad essere lapidate… Grazie alla saggia modernità della monarchia illuminata del maggiore alleato dell’occidente in Medioriente e nel Golfo, Sua Maestà Abdallah Bin Abdulaziz Al Saud, Custode delle due Sacre Moschee!

●A inizio gennaio, in Yemen, sono ancora in dubbio le elezioni presidenziali previste adesso alla data del 21 febbraio. Tutto in effetti sembra dipendere dal riuscire o meno a convincere – e lo può fare, se decide di farlo, solo la Casa Bianca, dicono qui – il presidente-dittatore Saleh ad andarsene dal paese prima di quella data e a smettere soprattutto di cercare di controllarlo poggiandosi sulla forza militare che gli garantiscono ancora i suoi scherani. Ci stanno provando gli americani, ma vorrebbero smistarlo da qualche altra parte non accoglierlo proprio a casa loro perché in effetti è uno di quegli ospiti maleodoranti che puzza da subito, spiega brutalmente il ministro degli Esteri Abu Bakr al-Qirbi membro dell’attuale governo ad interim del premier Mohammed Basindwa.

E lo confermano fonti di stampa americana autorevoli[42]: perché sarebbe l’unico modo efficace di migliorare un equilibrio di potere precario e in continuo deterioramento della sicurezza nel paese. Altrimenti, alla fine, si sarebbe costretti a rinviare il voto[43]... Adesso, a un mese dalle elezioni, il parlamento yemenita ha passato una legge che concede immunità[44] totale al presidente Saleh e ai suoi seguaci con effetto immediato e anche, però, immediate forti proteste con migliaia di persone a urlare il no per strada all’amnistia di tutti i reati che il rais può aver commesso e ha commesso in 34 anni di dittatura.

La protesta si allarga, poi, anche alle guarnigioni di quattro basi dell’aeronautica e qui si tratta di una dimostrazione di piazza davanti alla residenza del vice presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, ora sponsorizzato dal parlamento di nomina salehiana a candidato alla presidenza, un vero e proprio ammutinamento[45] che chiede la rimozione del magg. gen. Mohammed Saleh al-Hamar, fratellastro del presidente e tuttora a capo dell’aviazione.

Come  al comando di una lunghissima serie di posti chiave del regime resta l’infinita pletora di suoi parenti, figli, figliastri e famigli che occupano  ruoli di rilievo nel governo reale del paese, da Ahmed Ali Abdullah, il figlio maggiore, comandante della Guardia repubblicana, delle Forze speciali  e delle forze corazzate, a Ahmed Al-Kohlani, governatore della città di Aden e membro del parlamento che è suo genero, padre dell’ultima 18enne consorte, Alraida, a vari ministri e comandanti sparsi un po’ in tutto il paese e a diversi ambasciatori, compreso quello a Washington, Abdu-Wahab Abdullah Alhajry, fratello della seconda moglie dell’ex presidente.

Ma non si tratta di clientelismo e/o di nepotismo classico, quello dei principi del Medioevo da noi o dei papi del rinascimento in Vaticano: anche se, a veder bene, i tanti cardinali Medici, o Colonna o Borgia tali diventavano, spesso ancora bambini,  perché solo dei loro figli e nipoti in fondo il sovrano pontefice del tempo riusciva a fidarsi. Proprio come qui Saleh e un po’ tutti gli altri rais alla fine si fidano solo dei loro parenti. E, poi, neanche di tutti[46]

Di più: come s’è appena accennato, il parlamento ancora salehiano dichiara di “appoggiare” la candidatura alla presidenza del vice di Saleh, Rabbo Mansour Hadi per quanto la cosa abbia senso in un’elezione a suffragio universale che difficilmente a questo punto potrà essere completamente truccata— ma un senso lo ha, sempre e solo tranquillizzante, si capisce,  nei confronti dell’ex rais e dei suoi interessi.

Infatti la protesta si allarga. Ma, sia come sia, pare che Saleh si sia lasciato a questo punto finalmente convincere a andarsene: in America[47], subito e poi si vedrà dove collocarlo o lasciarlo collocare, questo pacco indubbiamente a questo punto ingombrante… (il sultanato di Oman, confinante, a cui Saleh aveva chiesto ospitalità ha subito graziosamente declinato l’onore e l’onere: teme, a ragione probabilmente, se gli concede asilo, di avvelenarsi di bruto i rapporti futuri almeno a medio termine con Sana’a).

Certo, così, Muscat ha dovuto anche rinunciare a mettere nelle sue banche i miliardi di dollari che, con l’intervento mediatorio degli USA, il Tesoro del più povero paese d’Arabia s’è “convinto” a lasciargli trasportare bagaglio appresso a New York: una bella fetta delle scarse riserve della Nazione… In fondo è la logica con cui a Wall Stret, o alla City, i despoti della finanza che hanno portato al fallimento le loro banche caricandone il salvataggio sulle spalle dei contribuenti si autopremiano a colpi di decine di milioni certo, non di miliardi di dollari (ma loro non sono capi di Stato e di governo, no? solo capetti…): premi, gratifiche, bonus, insomma liquidazioni – proprio come quelle che una volta spettavano, però per giusta causa, a un metalmeccanico licenziato – a carico però alla fine, appunto, qui come lì, di chi paga le tasse. Tutto regolamentare, tutto normale…  

Africa

●Il Sud Sudan, che aveva tenuto – più o meno – unite le sue componenti in attesa dell’indipendenza, una volta che l’hanno acquisita – e anche, tutto sommato, alla fine più tranquillamente di quanto si potesse pensare – si va sanguinosamente spaccando:  le tensioni etniche che erano state messe da parte sono esplose in un ciclo di massacri e di vendette reciproche.

Si tratta, naturalmente, come per quello della Somalia, di un altro traballante governo puntellato politicamente, finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti (con le armi che sono andate, e stanno andando, spesso alle diverse milizie oggi in faida tra loro e, tutte, contro la popolazione civile: ha dichiarato, in conferenza stampa il portavoce ufficiale dell’etnia Nuer che la sua tribù ha ormai solennemente deciso di invadere il territorio della tribù Murle “per cancellarla una volta per sempre dalla faccia della terra e impedirle così di continuare a razziare le mandrie del popolo Nuer[48]”…

E in effetti così, nel distretto di Pibor, un territorio a maggioranza Murle, nello Stato di Jonglei, prossimo al confine col Nord si sono rovesciati a migliaia i guerrieri Nuer accompagnati anche da decine di consiglieri stranieri – nella fattispecie, proprio consiglieri militari americani – a bruciare, sterminare e disperdere gli abitanti di interi villaggi…

●Al contempo, scoppia e subito comincia a degenerare sul crinale della vera e propria guerra che finora era stata evitata anche nel corso della secessione e del riconoscimento dell’indipendenza dal Nord del Sud Sudan, il contenzioso sul petrolio tra i due pezzi del vecchio Sudan. Da un punto di vista economico, a dire il vero, la secessione tra Nord islamico e Sud cristiano e animista aveva sempre avuto poco senso visto che il petrolio, prodotto in pratica tutto al Sud, è esportabile solo dai porti del Nord (il Sud non ha sbocchi al mare). Ora il Sud non intende pagare quello che chiede il Nord per il transito, in pratica come se non si fosse mai diviso; e il Nord non molla.

Il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, rileva a una riunione dell’Organizzazione per l’unità africana a Addis Abeba con grande (quanto ovvia, però) preoccupazione che la disputa tra Nord e Sud Sudan sta diventando “una seria minaccia alla pace e alla sicurezza della regione tutta”. Ma, poi, invece di proporsi come strumento di possibile mediazione, non osa dirlo chiaramente ma sull’onda dei desiderata di Washington, tende a dare più responsabilità al Nord che al Sud[49] nel conflitto ancor prima che se ne discuta e, quindi, deliberatamente escludendosi da un ruolo come questo…

●Una massiccia ondata di scioperi ha paralizzato la Nigeria quando il governo, su richiesta del Fondo monetario ha provato a cancellare gli importanti sussidi statali, che tenevano relativamente basso il costo della benzina alla pompa, causando l’impennata dei prezzi. E’ stata una vittoria netta per i sindacati che avevano mobilitato tutto il paese quando il presidente Goodluck [letteralmente Buonafortuna] Jonathan ha fatto marcia indietro dichiarando, per salvarsi la faccia, che i sussidi verranno gradualmente soppressi. Dove il termine chiave è quello temporale che resta indeterminato[50].

in Cina

● Il presidente Hu Jintao ha scritto su una rivista di partito, la Ricerca della Verità, fondata da Mao Zedong e dedita alla ricerca culturale, un articolo, un saggio di forte denuncia di quello che considera il tentativo, e bolla come l’offensiva in atto, dell’occidente di dominare anche il suo paese diffondendovi la propria cultura, la propria ideologia, i propri valori,  la propria Weltanschaung (usa proprio il termine tedesco), la visione della vita e la vulgata della storia che è la sua.

Lo fa – sostiene – coi grandi mezzi della propria potenza soft (quella che Antonio Gramsci chiamava egemonia, già dagli anni ’30 del secolo scorso; e che James S. Nye molto più di recente ha elaborato battezzandola, appunto, potere soft): l’occidente diffonde con grande efficacia la leggenda (verità insieme a una grande dose di mitologia e di pura, interessata menzogna) di se stesso come forza grande di civilizzazione (se volete, la croce e la spada, diremmo forse noi europei) che tanti morti e tanti lutti e tante ignominie – dice Hu: sintetizzando la verità a modo suo, ma realisticamente – ha seminato nel mondo[51].

Dobbiamo riuscire a vedere come, quanto e perché queste forze ostili internazionali cerchino di occidentalizzare e dividere la Cina e capire che i campi ideologici e culturali sono aree focali di questo sforzo di progressiva infiltrazione a lungo termine… Dovremo perciò metterci in grado di comprendere a fondo la serietà e la complessità di questa specifica lotta ideologica, dare l’allarme, restare vigilanti e assumere tutte le misure appropriate a rispondervi adeguatamente”.

Farlo, però, significa mettersi in grado di fabbricare e diffondere prodotti culturali cinesi, che possano risultare attraenti per la nostra gente – continua Hu – ma capaci di interessare anche altri popoli. “E qui c’è il problema di fondo col quale dobbiamo imparare a fare davvero i conti, che l’influenza internazionale della nostra cultura non è affatto proporzionale rispetto al peso che invece la Cina già ha a livello internazionale. La cultura internazionale dell’occidente – appunto, l’egemonia – è forte e la nostra cultura è debole”.

Il presidente Hu Jintao non ha neanche provato, e forse tanto meno pensato, ad affrontare il nodo che secondo alcuni, neanche ormai troppo pochi, intellettuali cinesi – quelli, però, che capaci di comunicare anche e soprattutto in inglese si fanno conoscere nel mondo: perché anche qui (l’egemonia…) se non comunichi nella lingua dominante non esisti neanche – che frena in Cina la capacità di creare artisti e gente di cultura: la censura ufficiale.

E’ che non la vede proprio come ostacolo la censura, la considera solo una doverosa linea guida “suggerita” a tutti i cinesi dal potere politico, come sempre e da sempre nella tradizione confuciana ancor più, ancor prima e molto più radicalmente cinese di quella più recente del maoismo e delle sue variegate revisioni è un potere di derivazione celeste: cioè superiore, migliore…

E sta cercando di ravvivare in tutto il mondo dove la Cina arriva anche solo coi rapporti diplomatici con la fondazione e il finanziamento di istituti di studi e di ricerca confuciani che come primo compito hanno proprio quello di aiutare gli stranieri ad imparare il cinese e la sua millenaria cultura. La loro missione è, a partire da qui, anche quella di radicare e aumentare l’influenza della cultura e della visione del mondo della Cina all’estero: con l’agenzia di stampa ufficiale, la Xinhua, e il canale televisivo cinese, CCTV, che devono imparare a far diventare nel mondo la visione di come lo vede la Cina diffusa e “credibile” come quella dei grandi strumenti della cultura, e della propaganda, dell’occidente: dalla CNN alla BBC.

Il termine, soft power, è stato coniato dal professore di Harvard Joseph S. Nye, che ne rimane il più importante propositore, in un articolo del 1990[52] che si è rivelato, come si dice, “seminale” nella teoria delle relazioni internazionali per descrivere l’abilità di un corpo politico di persuadere, convincere e attrarre altri governi, culture e paesi tramite risorse intangibili come “cultura, valori e istituzioni della politica”, ripreso poi separatamente in un libro dallo stesso titolo, Soft Power[53]. Mentre la sua utilità come teoria descrittiva è ancora, talvolta, discussa il concetto è entrato da allora nel discorso politico.

Ora sul NYT[54], Nye commenta proprio quello scritto di Hu Jintao sugli sforzi della Cina in questo campo e fa notare – sperabilmente qualcuno, per il bene della Cina, lo avrà anche segnalato a Hu – come e quanto “poco si sia ricavato in proporzione agli investimenti fatti nel campo”: l’opinione sull’influenza della Cina negli affari del mondo è positiva in Africa e in America latina ma resta negativa in maggioranza negli Stati Uniti e in Europa come nei grandi paesi dell’Asia. Anche se non è certo un caso – lo insegna proprio il prof. Nye – che qui pesa e molto l’egemonia o, come dice lui, il soft power stradominante degli americani nel mondo.

L’offensiva cinese alla conquista della simpatia del mondo non ha avuto, in altri termini, proprio un grande successo. Il fatto è – conclude Nye – che la Cina non  sembra in grado di apprezzare come cultura e grande ‘narrazione’ come strumenti di soft power non siano di uso agevole quando non sono visti come strumenti coerenti con la realtà interna vissuta in un qualunque paese”. Vissuta, aggiungiamo noi, o anche magari – ma qui è il caso solo parzialmente, sicuro – fatta percepire come vissuta, dall’egemonia oggi vigente.

Che è quella in base alla quale tutti, per esempio, sanno ma pochi avvertono e nessuno o quasi riflette sulla “narrazione” ipocritamente tragica dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America che proclamano al mondo con accenti di grandissima nobiltà la verità “di per sé evidente” che “tutti gli uomini sono creati uguali[55]”… e poi erano tutti proprietari di schiavi (il più geniale di loro, Benjamin Franklin, come il più colto, illuminato, moderno e lungimirante, Thomas Jefferson: che si rendevano conto perfettamente della contraddizione). Eccolo, il soft power è quel che consente oggi all’America e al mondo di mettere tra parentesi questa e mille altre contraddizioni e esaltare invece l’epopea – la “narrazione” – della rivoluzione americana: l’unica che nella storia ha realizzato – dice – i fini per cui era stata combattuta…  

Insomma, le Olimpiadi del 2008 furono un grande successo ma poco dopo la repressione in Tibet e nello Xinjiang, l’emarginazione – o peggio – degli attivisti dei diritti umani (quelli che in inglese, appunto, erano in grado di farsi sentire), hanno contrastato e al di là di ogni possibile e reale montatura avversaria, l’avanzata del soft power cinese. E troppo spesso il tono propagandistico anche stridente e evidente dell’agenzia Xinhua e della CCTV, che trasmettono pure in inglese, sottraggono a questi strumenti la capacità, la possibilità stessa, di far concorrenza efficace alla CNN o alla BBC.

E, adesso, dopo l’ondata delle rivoluzioni arabo mediterranee, la Cina si è messa a chiudere gli spazi su Internet e a emarginare, quanto può, quelli che si proclamano, e magari sono, difensori dei diritti umani come tali apprezzati nel mondo e perciò – proprio con ciò – sta rovinando le possibilità stesse di incidenza della sua campagna di soft power

●Stanno cominciando a rendere – e bene: su un altro fronte, però, anche se affine – i miliardi di $ che la Cina da qualche anno ha investito nella formazione e nell’aiuto dei propri giovani ricercatori. Adesso, arrivano indicazioni precise in questo senso. La grande istituzione medica americana fondata da e intitolata a Howard Hughes, il geniale imprenditore, aviatore, cinematografaro, miliardario e filantropo del secolo scorso che incoraggia, valuta e premia la ricerca medica più innovativa e creativa, una delle fondazioni più prestigiose in materia ha annunciato ora di onorare 28 giovani ricercatori che a suo tempo studiarono negli Stati Uniti e sono poi tornati nei loro paesi con uno stanziamento di $650.000 all’anno a ciascuno per un quinquennio[56].

Sette di loro – più che per ogni altro paese – sono cinesi. Poi vengono 5 giovani ricercatori a testa per Spagna e Portogallo e 2 per Italia e Sudafrica: seguono, uno a testa, giovani ricercatori da Argentina, Brasile, Cile, India, Polonia e Ungheria. La differenza tra Italia e Cina in materia non è che tanti giovanissimi studenti e ricercatori vadano a perfezionarsi in America. E’ che mentre dall’America, adesso, in tanti di loro tornano in Cina, da noi sono tanto pochi… E non certo perché l’Italia sia mano bella o meno amata…

●Intanto, a Taiwan, le elezioni presidenziali, tutto considerato “pulite”, del 14 gennaio hanno rieletto – rendendo felice la Cina che aveva chiaramente intendere le sue preferenze: ma anche sotto sotto gli Stati Uniti che non avrebbero trovato comoda la politica di confronto aperto e magari anche scontro preferita dai suoi rivali – per un secondo mandato, con una partecipazione del 75% dei potenziali elettori e un margine di voti confortevole, il presidente Ma Ying-jeou[57], del vecchio partito nazionalista di Chiang Kai-sheck, il Kuomintang, che, pur difendendo l’indipendenza, sottoscrive la politica dell’unica Cina a termine indivisibile contro la sua rivale del partito (si fa per dire) progressista, Tsai Ing-wen.

Questo aveva puntato tutte le sue carte sullo scontento, anche qui, per la crisi e sul rinfocolare la paura del grande fratello vicino e incombente verso il quale, accusava, il presidente Ma era troppo conciliante. Però è stato battuto, molto più nettamente di quanto si potesse prevedere e la cosa ha fatto ovviamente un grande piacere a Pechino.

Così come per la Cina è importante l’accordo raggiunto, e subito reso anche operativo, per pattugliare insieme alle polizie fluviali di Laos, Tailandia e Myanmar il fiume Mekong. Si tratta di una cooperazione militare – dell’espansione di una specie di “garanzia” di sicurezza cinese sulla regione – che mai, neanche all’epoca degli antichi imperatori cinesi, il resto del Sud Est asiatico aveva accettato pacificamente.

Allo stesso tempo, Pechino annuncia di voler rafforzare scambi e cooperazione con le forze armate indonesiane: la Cina ci tiene a chiarire che è sempre più sintonizzata con gli altri sulla necessità di una cooperazione reale più che di un’alleanza di sicurezza come quella che è sempre stata fatta con gli americani, sempre mirata, però, contro un altro nemico potenziale. Qui si tratta, invece, di cooperare sul serio tra paesi, sottolinea il consigliere di Stato e ministro della Difesa cinese Liang Guanglie[58] a metà mese e non – evidenziando la differenza, per ora certo almeno propagandata e proclamata più che praticata  – dell’alleanza tra il leone americano e tanti gattoni locali.

●L’agenzia ufficiale di stampa cinese, Xinhua reagisce molto duramente – per capirci è un’ANSA con molto più peso dell’ufficiale ANSA nostrana – il giorno dopo che l’amministrazione Obama ha delineato e pubblicizzato una sua nuova strategia militare che si focalizza tutta sulla Cina e rinnova pure la decisione di vendere anche armamenti di stampo precipuamente offensivo (aerei e missili in particolare) alle forze armate di Taiwan che la Cina notoriamente considera (insieme al resto del mondo, Stati Uniti compresi che infatti non hanno neanche loro rapporti diplomatici con Taipei) come una sua provincia secessionista.

Nell’anno appena trascorso la Cina aveva rapidamente sviluppato la sua forza militare e sta progettando di spendere ancora di più per dotarsi di  una potenza in grado di supportare, come si dice, una potenza economica in continua crescita, anche e proprio in  rapporto al declino americano. E, solo una settimana fa, Pechino aveva annunciato nuovi piani ambiziosi di espansione del proprio programma spaziale, proclamando anche l’intenzione di mettere un cinese sulla Luna entro il prossimo quinquennio.

“Militarmente” un obiettivo sicuramente inutile, però estremamente significativo, simbolico. Solo gli americani finora hanno messo piede sul satellite, e mai dopo il 1972, quando l’ultimo, l’astronauta Eugene Cernan, si definì (le ultime parole famose?) forse, chi sa?, sbilanciandosi un po’ come l’ “ultimo uomo a metter piede sulla Luna[59]”. Resta il fatto che l’ultima lista – quella del 2010 e la più autorevole forse, quella del SIPRI di Stoccolma – dà la spesa USA al 4,2% del PIL, intorno ai $700 miliardi e quella della Cina al 2,7 e circa $100 miliardi  riflettono una realtà di spesa che, ancora, è estremamente diversa[60]

Conclude seccamente l’agenzia cinese che nell’aumentare come annunciato la loro presenza nell’area del Pacifico asiatico, gli Stati Uniti dovrebbero almeno astenersi dal mettersi a flettere i muscoli sfacciatamente, “dato che in alcun modo tale sfoggio di potenza militare riuscirà a risolvere le dispute eventualmente in  atto nella stessa regione[61].

E dovrebbero anche resistere alla tentazione – per loro, però, irrefrenabile – di predicare agli altri razzolando male. Come torna a fare adesso l’ambasciatore Gary Locke, che peraltro neanche dice bugie esprimendo il giudizio che, come sempre, il rispetto dei diritti umani qui è un fenomeno altalenante— ma guardandosi bene dal riconoscere che lo è sempre oltre che qui dovunque, anche in America, a casa sa: ed è questo che diventa, a lungo andare, insopportabile per altre sensibilità ed altre culture. E che adesso le cose stanno tendendo al peggio, dice…

Il portavoce degli Esteri di Pechino, Lui Weimin[62], replica immediatamente che certo, in Cina, come dovunque – appunto – restano problemi anche seri di rispetto dei diritti umani. Ma che in Cina la stragrande maggioranza della popolazione, così come del resto gran parte degli osservatori stranieri, considera che la situazione è contrariamente a quel che pensa – o, dice Lui, sostiene di pensare l’americano in continuo progresso. E a lui non risulta che in America la pensino tutti nello stesso modo: cioè che le cose lì sullo stesso piano, dell’osservanza dei diritti umani, vadano meglio. Anzi…

●In ogni caso, non sembra più aria per la Cina, ormai, di lasciarsi parlare addosso e impunemente bacchettare dall’America senza reagire. Una portavoce del dipartimento di Stato USA commenta[63], adesso, su richiesta di un giornalista che glielo chiede, i recenti suicidi col fuoco di tre monaci tibetani per protesta – lei ritiene di sapere: anche se prima di auto immolarsi i monaci in questione non avevano dichiarato niente a nessuno… – contro le restrizioni poste dalla Cina alla libertà religiosa: noi deploriamo, dice…, noi diciamo alla Cina…, noi la invitiamo e, ripete, noi le chiediamo…

… e subito[64], a ruota, una portavoce cinese replica che anche a Pechino sono molto, molto preoccupati… per l’ondata di arresti con cui in America senza alcun processo si sbattono ormai in galera, senza condanna e per sempre, centinaia di cittadini, anche di altri paesi, anche rapiti in altri paesi del mondo, senza neanche dopo portarli mai davanti a qualunque giudice: anche noi deploriamo, dice…, anche noi diciamo all’America…, anche noi la invitiamo e, ripete, noi le chiediamo… Insomma, pan per focaccia.

 E il problema è che nel mondo, ormai, queste parole trovano eco grazie alla sistematica violazione dei diritti umani e civili cui sotto Bush, ma anche sotto Obama, indulgono in nome della lotta al terrorismo e della cosiddetta sicurezza nazionale le soldatesse e i soldati a stelle e strisce che torturavano (e torturano?) i prigionieri sghignazzando e riprendendosi a vicenda mentre lo fanno o pis**ano[65] sopra ai cadaveri dei nemici ammazzati…

Adesso, dicono al Pentagono di aver già identificato almeno due dei responsabili – non diciamo “colpevoli” per un residuo di garantismo anche nei confronti di questi maiali – che saranno perseguiti… Sì, come quelli di Abu Ghraib: tutti – tutti! – dopo neanche sei mesi in completa libertà… Vedrete, invece, il sedere che gli americani (quelli Obama, mica quelli di Bush ormai) faranno al soldatino Bradley Manning, colpevole di aver reso disponibile al pubblico su WikiLeaks i segreti del Pentagono e i misfatti – più che altro le cavolate – della diplomazia americana.

●Vale la pena poi di considerare quanto scrive, sconsideratamente invece, adesso sulla Cina, uno dei giornalisti che seminano spesso male, e quasi sempre banale, la loro saggezza economica convenzionale, secondo il benpensantismo accademico paludato, tipo Giavazzi e Alesina per intenderci, ma che spetta loro snocciolare poi in pillole per il volgo. Sul WP[66] in questo caso – grande giornale con un passato anche superbamente degno di indipendenza reale ma ormai, come il NYT del resto, neanche per sbaglio capace di rimettere in questione tanto la politica estera del paese quanto la vulgata liberista, malgrado i tonfi di cui l’una e l’altra sono state responsabili e i disastri che insieme hanno portato al 99% degli esseri umani.

Torna adesso a scrivere di Cina, Samuelson, e costretto ad annotare le conseguenze positive che il gigantesco stimolo economico – “keynesiano”, di spesa pubblica – di tre anni fa ha portato a quella economia aggiunge che adesso, però, in parte del paese si va sgonfiando, come dice anche il governo cinese, una certa bolla speculativa edilizia,  “Per questo – chiosa – adesso, il governo della Cina avrà, però, difficoltà a rilanciare uno stimolo come ha fatto nel 2008-2009. Allora, il livello del debito pubblico aumentò dal 26% del 2007 al 43% del PIL nel 2010”.

Ma, ecco, questo è un totale controsenso economico: come fa un paese con un debito/PIL sul 40% e una crescita che si aggira da anni intorno al 10%,  con un deficit/PIL dell’1,8%, ad avere problemi a farsi finanziare dai mercati uno stimolo economico? No, non esiste, almeno su questo nostro pianeta! Gli Stati Uniti, con oltre il 60% di debito/PIL (oggi è quasi al 90) e una crescita a meno del 3% (oggi è appena sopra l’1%, forse), e un deficit/PIL all’8,7%, non hanno avuto alcun problemi a farsi finanziare il debito dai mercati, E il Giappone, paga sì e no l’1% di interessi sul proprio debito anche con un debito/PIL del 200%, una crescita sotto il 2 e un deficit/PIL all’8,3%!

Il fatto è che – al contrario, è bene notarlo, dei debiti sovrani europei – in comune queste tre economie sono supportate e vedono la propria solvibilità garantita da una propria Banca centrale – la BPC, la Fed e la BoJ – che stampano valuta sovrana: sovrana proprio quanto il debito. In Europa il debito sovrano è, invece, nazionale, di ciascuno il suo, e la Banca centrale unica e sovrana: cui però è proibito proprio decidere come e quanti euro stampare per garantirsi la crescita…

●Secondo un recentissimo rapporto della Deutsche Bank[67], perfino un po’ più ottimista delle previsioni ufficiali, l’economia della Cina crescerà nel 2012 dell’8,3%, con un’inflazione pressoché irrilevante attestata intorno al 2,8% e, dunque, un tasso di crescita reale del PIL al 5,5%!

Esportazioni ed importazioni, a dicembre, crescono ancora – e non di poco: l’export del 13,4% e l’import dell’11,8% – ma si tratta della crescita minore[68] nell’uno e nell’altro campo da due anni a questa parte. E il trend, che dipende ovviamente da mercati esteri che sono pressoché tutti in crisi, continuerà di sicuro nei prossimi mesi… Però, intanto, come riferisce l’Amministrazione generale delle Dogane a inizio gennaio, nel 2011gli scambi sono cresciuti a $3.640 miliardi, del 22,5%[69].

Ma scendono a 3.188 miliardi da 3.200, in misura però abbastanza insignificante, da fine settembre a fine dicembre, secondo i dati rilasciati dalla Banca centrale, le riserve valutarie[70]. Si tratta, in ogni caso, della prima flessione trimestrale dall’inizio della crisi finanziaria in Asia nel secondo trimestre del 1998.

●Il presidente degli Stati Uniti sta pianificando la creazione di una task force incaricata di monitorare le possibili violazioni commerciali e finanziarie di cui si rendesse responsabile in futuro la Cina. Essa cercherà di far applicare le regole del gioco americane e includerà esponenti di diverse agenzie federali: dipartimenti del Tesoro, del Commercio, dell’Energia e tutte le rappresentanze commerciali americane nel mondo.

Obama ha accennato al piano durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione del 24 gennaio e aveva incaricato il segretario del Tesoro, Timothy Geithner, una decina di giorni prima in visita a Pechino, a presentare l’idea ai cinesi nel modo più soft possibile[71]. La Città Proibita non la prende granché bene, però, e avvisa subito che la Cina difenderà i suoi interessi “in ogni modo adeguato e ha già pronto, per farlo, un dossier assai polputo (“well stuffed”, dice proprio così, il Quotidiano del Popolo[72]) da presentare all’Organizzazione mondiale per il Commercio e all’opinione pubblica del mondo intero. E’ un altro fronte di confronto/scontro che si apre così tra USA e Cina. E, come al solito, ad aprirlo è l’America.

●Anche qui, come un po’ in tutto il mondo, l’1% dei superprivilegiati sguazza nella e sulla relativa penuria che affligge gli altri, quelli del 99%. Emerge ora la notizia, che scuote subliminalmente le ossa del vecchio  Mao, che l’anno scorso in questo paese sono state vendute più Rolls Royce[73] che in qualsiasi altro paese del mondo (i quattro marchi principali sono a listino dal mezzo milione a solo 450.000 €). Nel 2012, sono state in totale prodotte 3.538 Rolls, il numero più alto di sempre dal 1978. E anche Bentley, Lamborghini, Aston Martin, Ferrari, ecc., hanno riportato un aumento di rilievo delle loro vendite in Cina.

La Commissione regolatoria delle banche, informano fonti della Banca centrale[74], impartisce disposizioni agli istituti affiliati di contenere il rischio legato all’espansione del credito ai governi locali. Ma, e insieme, si viene a sapere che alla fine nel corso del primo trimestre la Cina avrà consentito ai cinque maggiori istituti di credito del paese di aumentare i prestiti concessi al massimo del 5% anno su anno.  

Ma se non riescono proprio a capire, che colpa ne hanno questi poveri riccastri? (vignetta)

TASSIAMO I RICCHI! TASSIAMO I RICCHI! passiamo i picchi? (dice Wall Street)  faxiamo i ricci? (le imprese) lasciamo i cicci (i media)…

 

 

MA NON POTREBBERO ESSERE  UN PO’ PIÙ CHIARI E COERENTI QUESTI DIMOSTRANTI?

Fonte: Khalil Bendid, 29.12.2011

                                             

EUROPA

Questo è l’inverno del nostro scontento (W. Shakespeare, Riccardo III, 1591: I,1,1)

● Nei 17 paesi dell’eurozona, e dunque dell’euro, la disoccupazione[75] (ufficialmente calcolata: almeno di un quarto inferiore a quella reale) arriva, nel mese di novembre, a 16.400.000 unità con

● Gli sbilanci dei bilanci (grafico)

                             Il tetto deficit/PIL di Maastricht             

 

Nell’ordine (!dopo il dato del Deficit/PIL|:  Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Portogallo, Olanda, EUROZONA, Italia, Belgio, Austria, Germania, Finlandia

Fonte: Commissione europea                                            Previsione

un tasso che nel corso dell’ultimo anno è salito in assoluto di poco, al 10,3%: ma di un numero ingannatore si tratta, visto che non tiene conto del fatto che un gran numero di lavoratori disoccupati hanno lasciato perdere e non cercano ornai più neanche lavoro (ufficialmente li chiamano scoraggiati).

●Nota sul NYT[76] un servizio firmato, però, dall’Agenzia Reuters e distribuito quindi anche a molti altri giornali ma come molti, troppi su questo giornale, stilato anche un po’ sciattamente, che a novembre sono crollati un po’ dappertutto nell’eurozona, dell’1,3% su ottobre, gli ordinativi alla produzione: e conclude – appunto a dir poco in modo sbrigativo – che “i produttori aspettano prima di riavviarli che i leaders politici si decidano a risolvere la crisi del debito”.

Troppo spiccia l’analisi, però, perché in realtà gli ordini aspettano a riavviarsi che i governi europei la piantino masochisticamente di tagliare spese e aumentare le tasse per ridurre i debiti con l’effetto di ridurre invece così proprio la domanda – pubblica e privata – di beni e servizi in tutta l’economia. Altro che attesa di risolvere il problema dai debiti! Stiamo tutti fermi in attesa di risolvere il problema di una domanda che, in nome di un dogma neoliberista screditato ma ancora imperante: che affida ai mercati il compito di risolvere i problemi dell’economia e confida nella loro capacità e voglia di autoregolamentarsi, viene artificiosamente contenuta e repressa.

Il fatto è che quelli che ci governano, dalla Casa Bianca a palazzo Chigi, con gradazioni diverse ma tutti, danno retta a accademici chiacchiereggianti e imperversanti che vogliono vedere più austerità contro i più poveri (tra parentesi, in Gran Bretagna come anche in Italia – e sembra proprio, ma i conti vanno ancora completati, almeno anche per la Spagna – questa iniziata a fine 2007  è ormai la Grande Depressione, perché per profondità e per durata, essa già supera quella degli anni ‘30[77].

● In Inghilterra e Italia, la vera Grande Depressione è questa, del 2007… (grafici)

 

                                                 anni di durata e profondità della crisi

                         ——crisi del 1929           PIL effettivo=100                            ——crisi  del 2007

Fonte: NYT, 28.1.2012, P. Krugman, The Worse-than Club Il club di chi sta peggio

Ma non ricordano mai la grande lezione del primo e più grande di loro, quell’Adam Smith che il capitalismo, se non lo inventò proprio di sana pianta per primo, certo meglio lo sistematizzò e lo descrisse due secoli e mezzo or sono. Quando ammoniva a non illudersi che gli attori dei mercati poi li regolamentassero loro, perché avrebbero sempre promosso, contro l’interesse del bene comune, l’interesse loro e dei loro[78].

Esattamente come non ricordano l’altra grande lezione che, poco meno di un secolo fa, l’altro più grande economista di sempre – britannico, si dà il caso, anche lui – diede a politici e colleghi economisti. Allora, John Maynard Keynes, non ancora famoso, si dimise clamorosamente nel 1918 dall’equipe che, per il Tesoro del Regno unito, stava pianificando con gli Alleati una serie di riparazioni di guerra pesantissime da imporre alla Germania sconfitta in quello che poi sarebbe stato il Trattato di Versailles.

L’invettiva che scrisse allora, durissima, per mettere in guardia gli alleati contro le conseguenze politiche ed economiche di una pace fatta pagare ai popoli sconfitti in termini insopportabili[79] fu un capolavoro di lungimiranza politica che metteva in guardia contro la follia di impoverire deliberatamente un paese industriale avanzato: innescando – ammoniva – a movimenti estremisti capaci poi di provocare una seconda guerra mondiale. Keynes aveva ragione: la Germania di Weimar veniva condannata ad essere scossa e sgretolata da rivolte e rivoluzioni, la sua fragile democrazia emarginata e poi schiacciata e scartata a vantaggio dell’estremismo nazista.

Sarebbe opportuno e utile adesso ricordarsene e ricordarlo[80] Bene è questo il rischio che oggi ci stanno facendo correre le prediche e le pratiche di Angela Merkel e, in subordine, degli altri suoi colleghi europei su un’austerità generalizzata come ricetta unica o di gran lunga prevalente, comunque, per curare i mali dei paesi economicamente più deboli e inguaiati

A prescindere, poi, ovviamente da come quella domanda è composta: beni di investimento, beni di consumo; beni utili e produttivi e beni inutili e improduttivi… Ma, prima, questo è il punto che non si vogliono rassegnare a vedere questi commentatori e gli accademici che ispirano ancora purtroppo tanti governi – ci vuole il rilancio proprio della domanda.

●E, a dicembre, l’inflazione nell’eurozona cade al 2,8%, la prima flessione in cinque mesi e un altro possibile tassello tra le considerazioni che, a fronte di una crisi persistente e, ormai molta seria, della crescita, potrebbero spingere la BCE ad ulteriori tagli del tasso di sconto[81].

●La BCE ha lasciato a gennaio il proprio tasso di sconto, il tasso di riferimento o benchmark che applica ai prestiti che fa alle banche, all’1%, interrompendo quella che Draghi, nuovo presidente appena dal 1° novembre, aveva avviato come una campagna per interrompere con lo strumento principale che è suo la caduta della crescita nell’eurozona e in tutta la UE, che le appare – dice – meglio stabilizzata anche se non marca ancora una vera ripresa. Ma lancia anche segnali, nella conferenza stampa con cui annuncia la decisione, di essere pronta a fare altri passi per abbassare i tassi[82]. Intanto, continuerà a sostenere la liquidità delle banche in Europa con tutti gli altri mezzi a sua disposizione.

Come a dargli ragione, ancora mentre parlava, i costi degli interessi sul debito spagnolo e anche su quello italiano crollano in misura significativa, dando una bella spinta alle borse e anche all’euro che al momento resta, però, in qualche sofferenza – secondo noi benvenuta, nell’immediato, col dollaro che al cambio vale €1,28.

A Madrid, il Tesoro comunica di aver venduto €10 miliardi di titoli, il doppio del target, di cui 4,3 miliardi di triennali al tasso del 3,384% rispetto al 5,187 promesso a dicembre. E il Tesoro italiano ha venduto €8,5 di buoni annuali al 2,735%, il tasso più basso da giugno su un’operazione a quella scadenza e meno della metà rispetto al 5,187 di un mese fa.   

●Con un segnale di non facile e immediata lettura ma che, intanto, è comunque da registrare, per la prima volta la BCE ha designato un non tedesco (anche se lo è, solo di nascita: per cittadinanza, background e estrazione è un belga), Peter Praet, a suo capo-economista, al posto del tedesco Jürgen Stark, dimissionario[83] dal dicembre scorso per protesta, e d’accordo con la sua Bundesbank,  per la decisione che li ha visti, per la prima volta forse, andare in minoranza e senza neanche il sostegno stavolta del loro stesso governo – lo hanno sostituito nel Direttivo entro ventiquattr’ore – quando il Direttivo decise di cominciare a acquistare titoli del debito pubblico dei apesi inghuaiati dell’eurozona[84].

●Fa un po’ arrabbiare, come dire?, sentir condannare l’Europa come un continente tanto poco produttivo ormai da non riuscire più a competere nell’economia mondiale da ignoramus americani pontificanti come Adam Davidson sul NYT [85] che ci informa come e qualmente  l’Europa sia nei guai perché ha un problema di debito sovrano che le pecche strutturali dell’euro (una moneta sovrana senza dietro uno Stato sovrano davvero) si accompagni anche a un’incapacità che dicono ormai strutturale di diventare di nuovo produttiva. Davvero?

Peccato che i dati veri sulla produttività, attestati dall’OCSE, siano proprio diversi (attenzione l’Italia ne esce male, è vero… ma non nel suo complesso, l’Europa).

Tassi annui di crescita della produttività (periodi: 1990-2010 e 1990-2007) (grafìco)

La ragione per cui l’OCSE distingue due periodi separati – un ventennio e un settennio, che in parte coincidono – è che diversi paesi europei al contrario degli USA nel periodo della recessione da fine 2007 hanno promosso e sostenuto politiche di sostegno forte per mantenere al lavoro molti che altrimenti sarebbero stati disoccupati (forse, anzi sicuramente, hanno fatto poco: ma, in proporzione,sempre molto di più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti,  con Bush ma anche con Obama). E’ uno strumento che, nelle varie forme che assume abbassa, a volte anche drasticamente la disoccupazione, come in Germania dove è al 5,5%... (e, al contrario degli altri paesi dell’OCSE, sfugge quasi del tutto alla qualificazione di “ufficiale” in quanto misura anche i disoccupati che vorrebbero ma non possono trovare impiego a tempo pieno: gli altri li oscurano, invece questi dati e così il livello di disoccupazione reale è, almeno di un punto percentuale e anche due, superiore a quello ufficiale). Ma riduce anche, in parte, la produttività, certo… Si tratta di una scelta, politica appunto!

Fonte: OCSE

Il metro più semplice, empirico – il più efficace – con cui fare la prova del nove di quanto questo grafico ben illustra, è fornito dal mercato: se e come e quanto l’Europa e gli USA riescono a vendere i loro prodotti e servizi sul mercato mondiale. Nel corso dell’ultimo decennio l’Europa ha fatto molto meglio degli Stati Uniti riuscendo, nel complesso, soprattutto proprio nell’ eurozona, quasi ogni anno a pareggiare la bilancia dei propri scambi – export contro import, in e da tutto il mondo. Sempre compensando bene, comunque, il passivo occasionale di alcuni anni con l’attivo di altri. Anche qui, Spagna e Grecia hanno avuto vasti deficit e la Germania larghi attivi commerciali.

Per gli Stati Uniti, invece, il test del mercato è stato impietoso, registrando quasi ogni anno nell’ultimo decennio larghi passivi negli scambi, nel 2006 arrivando addirittura al 6% del PIL. Chi, è, dunque, che ha davvero difficoltà a competere sui mercati internazionali? Anche nell’high tech, poi, l’Europa non è affatto tanto dietro agli USA grazie soprattutto alla Nokia e alla Torvalds finlandesi e  alla Ericsson svedese ed al fatto che Norvegia e Danimarca siano più avanti degli Stati Uniti nella penetrazione della banda larga e la Germania e la Francia stiano con loro alla pari.

In definitiva, è difficile ormai trovare una misura di competitività tra quelle generalmente accettate dagli analisti economici in cui l’Europa stia messa male davvero rispetto agli Stati Uniti. Certo, se continua sulla strada intrapresa dell’isteria antikeynesiana e non svolta sul serio, frustrando e anzi rallentando la crescita a scapito di una stabilità intesa tutta e solo alla tedesca, la BCE sarebbe anche capace, tra qualche anno, di infliggere abbastanza danni all’economia europea aggravando la disoccupazione e la perdita di know-how, avvilendo investimenti in R&S e abbassando il livello dell’istruzione  e del nostro futuro anche quanto a competitività e produttività rispetto a quella americana. Ma, per il momento, questo è ancora uno dei fondamentali che in Europa tiene meglio…

●La mettiamo qui, sotto questa voce – ma potremmo metterla quasi dovunque nello sviluppo del nostro ragionamento (vedi più sotto, tra qualche paragrafo, la considerazione sul sadismo e il cinismo con cui ambienti dove il salario minimo – come a Bruxelles, alle Comunità – è sui 7.000 € al mese chiedono ai greci di stringersi ancora la cinghia…): il problema, infatti, è sempre lo stesso – la riflessione di un economista tutto meno che “convenzionale” come il prof. Felice Roberto Pizzuti, già allievo del grande Federico Caffè e che, come faceva lui, insegna alla Sapienza, a Roma. Pizzuti, che più chiaro proprio non può, scrive[86] che “in piena sintonia con la  visione liberista che ha dominato gli ultimi decenni, Monti ritiene dunque – ne ha appena sintetizzato, descrivendola con accuratezza, la solita strategia dei due tempi (salvItalia e crescItalia) – che lo stato sociale sia un lusso che non possiamo più permetterci perché appesantirebbe ulteriormente il funzionamento dei mercati e la crescita che solo da essi può derivare.

   Proprio l’esatto contrario dell’insegnamento che deriva dall’analisi delle due grandi crisi del capitalismo, quella globale in atto e quella degli anni ’30, e della storia economica, sociale e civile dal secondo dopoguerra ad oggi. Le origini delle due crisi sono accomunate  dall’illusorietà che il mercato possa da solo determinare una crescita economica stabile, di pieno impiego ed accettabile sul piano delle compatibilità sociali e ambientali.

   Gli ultimi sessant’anni si dividono tra il primo trentennio keynesista – la cosiddetta “età dell’oro”, determinata dal maggior ruolo interattivo delle istituzioni pubbliche rispetto ai mercati, dal forte sviluppo delle prestazioni sociali e da un netto miglioramento della distribuzione del reddito e della partecipazione democratica – e il secondo trentennio neoliberista, caratterizzato dall’inversione di quelle tendenze che ha  progressivamente accresciuto l’instabilità economica e sociale fino alla crisi attuale…

   Dice il Nobel  Joseph Stiglitz di come i leaders europei … ammettono che l’austerità rallenterà la crescita (col rischio di recessione e di default dei Paesi in difficoltà) ma non fanno nulla per rilanciarla. Sono presi da una spirale distruttiva. …più austerità, economie più deboli, disoccupazione crescente e persistenza dei deficit’”.

   Aggiunge “il finanziere George Soros, artefice di speculazioni memorabili [di cui si diceva già sopra citandone il parere che la dissoluzione in atto del sistema economico occidentale corrisponde alla dissoluzione del sistema politico marxista che è crollato vent’anni fa] che la difficilissima situazione economica in cui si è trovato il mondo ricco nel 2011 è dovuta in gran parte alle politiche adottate (o trascurate) dai leader mondiali…L’euro fu costruito sul presupposto [di fede: la scuola di Chicago, Hayek: che già aveva una volta per tutte smentito proprio e addirittura A. Smith[87]] che i mercati siano in grado di correggere da soli i propri eccessi e che gli squilibri nascano dal settore pubblico. Invece alcuni degli squilibri più importanti sono nati nel settore privato’”.

Secondo Stiglitz, che l’A. qui lascia concludere, ‘è ormai chiaro che nel sistema capitalista c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato… Oggi più che mai il futuro dipende dalla politica’”.

Già… Ma da questo orecchio non ci sentono, né Merkel, né Sarkozy, nè Napolitano (diciamoci la verità: è lui che ha chiamato proprio Monti a salvarci sapendo benissimo come, al fondo, la pensava) né, come ci dimostra e come sapevamo, leggendone anche solo i commenti sul Corriere, e tutto considerato se non con mille esitazioni neanche lo stesso Obama.

Così che, alla fine, o la salvezza viene da chi avrà il coraggio di dire a tutti, apertamente, che il re è proprio nudo e di spiegarlo democraticamente (come Roosevelt negli anni ’30) alla gente o cercherà di prendere forma e sostanza di qualche demagogo totalitario di tipo nuovo, magari un tantino più mascherato di quelli che, per far vincere la propria visione classista e razzista di un mondo ben ordinato ci fecero sopra una guerra mondiale: perdendola.

●A inizio anno, le banche dell’eurozona hanno depositato presso la BCE la somma di €453 miliardi overnight, per 24 ore cioè, al tasso di interesse dello 0,25% − molto più basso di quello interbancario che potrebbe strappare prestando i propri soldi ad altri istituti bancari e battendo il record precedente di qualche giorno prima di € 411,8 miliardi. In definitiva, delle altre banche nessuna si fida come non si fidano di prestare soldi ai privati che glieli chiedono e pagherebbero tre-quattro volte e più di interesse per poterli ottenere.

Insomma, il sistema è ingrippato: nessuno si fida che l’altro sarà in grado di rimborsare i soldi che adesso ottiene in prestito, considerano troppo elevato il margine di rischio anche a fronte di un tasso di interesse da strozzo e preferisce, in buona sostanza, tenere i quattrini nel materasso…

Solo la settimana prima, 523 banche europee avevano preso in prestito dalla BCE € 489,2 miliardi all’1% (le italiane per € 116 miliardi) da un Fondo nuovamente lanciato ad hoc per garantirne una più fluida liquidità. Solo che, invece di sbloccare i prestiti e aiutare le banche a riprenderne il flusso pare che così si finisce semplicemente col rimpinguarne le casse[88].

●In un segnale drammatico dello stato delle cose che deve affrontare il nuovo governo post- Zapatero in Spagna, qui il numero dei disoccupati ufficialmente registrati come tali, alla fine di dicembre ha toccato i 4.420.000 senza lavoro. E’ il numero massimo da quando hanno cominciato a raccogliere i dati nel 1996 e la previsione del ministro del Lavoro è che la congiuntura pessima dell’economia porterà la disoccupazione a superare entro pochi mesi il 22%. Solo qualche giorno fa il ministro delle Finanze aveva predetto un deficit/PIL che ormai nel 2011 è avviato ben oltre il 6% ufficiale ma potrebbe superare l’8%, costringendo il governo a un ulteriore giro di vite di austerità col taglio al bilancio di altri 9 miliardi di spese e tasse[89].

●Senza la ricerca di alcuna mediazione verbale, o tentare di rifugiarsi in qualche strano marchingegno, il portavoce ufficiale del governo di Grecia avverte che il paese potrebbe essere “forzato” fuori dell’eurozona  se non si riesce a trovare un accordo sulle condizioni di elargizione della seconda rata del pacchetto di salvataggio da $130 miliardi.

O firmiamo l’accordo, avverte tutti Pantelis Kapsis, il portavoce del gabinetto Papademos, o ci troveremo fuori dai mercati e fuori dell’euro in una condizione infinitamente peggiore di quella pessima nella quale già ci troviamo. Il pacchetto da € 130 miliardi era stato già concordato ad ottobre scorso “in linea di principio”, come si ricorderà, a uno dei mille vertici dell’Unione. Ma, a due mesi e mezzo ornai di distanza, il governo greco non ha potuto ancora annunciare di aver fatto suo nella maniera dovuta – cioè, con l’approvazione del parlamento – l’accordo che ha bisogno di altri tagli alla spesa pubblica e altri tagli al debito e alle sue scadenze.

Questa è la priorità immediata, spiega Kapsis. E non è facile visto che è stato già difficilissimo farla  trangugiare, ance se sempre e solo in linea di principio per ora: parte integrante del pacchetto concordato a Bruxelles – segnala ad esempio un ben informato articolo del NYT[90] – era che il governo di Atene persuadesse i suoi creditori privati, come le banche, ad accettare un taglio del 50% del valore di quel che detengono del debito sovrano ellenico. E l’accordo delle banche, che ci sarà alla fine per forza, ancora non c’è, formalizzato e annunciato. Ormai, però, il FMI sembra considerare che le banche dovranno rassegnarsi a un taglio di capelli più drastico (lo chiamano proprio così: haircut) almeno del 75%, per sperare di dare alla Grecia una possibilità di stabilizzare senza un default vero e proprio lo stato delle sue pubbliche finanze[91].

Pare però che i mille fondi a rischio che hanno scommesso e perso sul debito ellenico cercheranno di resistere contrattaccando e, se il governo greco mancasse di pagar loro gli interessi sui propri titoli come promesso, portando le loro istanze di rivalsa di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo[92]. E’ una tattica provata altre volte in caso di default di uno Stato – l’ultima contro il governo argentino una decina di anni fa – senza alcun successo, però. E anche stavolta è difficile, infatti, che qualsiasi tribunale serio consideri violazione di un diritto umano il non essere stato pagato. Se no poi, non ci si fermerebbe più… Sì, è vero i diritti di proprietà in Europa sono considerati come diritti umani. Ma l’artificio sembra è un po’ forzato perfino per noi europei…

Solo che recita una didascalia esplicita alla foto di un pranzo a una mensa di Capodanno per i poveri, “nella capitale greca la miseria  sta visibilmente imperversando e ringhiando ma alla UE continuano a lamentare che la Grecia non ha ancora implementato le misure di austerità necessarie[93]”.

E la maggior parte dei crediti di origine greca detenuti dalle banche private nel mondo soprattutto in Europa, erano sotto forma di credit default swaps. Uno swap è letteralmente un baratto, ma proprio complicatissimo. Consiste, semplificando molto, in questo: la banca A concede un prestito alla parte B che si impegna a garantirle il suo credito riassicurandosi presso un banca C che si impegna in cambio a rifondere alla parte A il valore nominale del titolo di debito intestato alla parte C, nel caso in cui questo debitore vada, poi, in bancarotta. Ed è esattamente il caso della Grecia, adesso.

Perché adesso viene in evidenza, in modo prepotente, che non è più affatto così: s’erano impegnati, greci e garanti, e avevano creduto i creditori, che quando il governo di Atene non fosse riuscito a far fronte a uno dei pagamenti in scadenza ci si sarebbe mossi per “riscuotere” i propri credit default swaps. Ma avrebbero dovuto farlo col 50% di sconto sul valore nominale e, ora, dovrebbero forse  farlo col 75% di sconto.

Insomma, come diceva da tempo chi studia un po’ attentamente i mercati, i CDSs potrebbero non fornire affatto, non forniscono affatto adeguata protezione come i loro acquirenti s’erano lasciati imbonire dalle banche a credere. E non si rivelano neanche poi, al dunque, come uno strumento efficiente di speculazione sulle prospettive di una crisi del debito di un governo sovrano.

Insomma, questa sembra proprio una politica deliberata. Che chiarisce la natura insicura di strumenti fino a  ieri dati quasi per taumaturgici e ha anche il “merito”, dal punto di vista di lor signori, secondo lo schema del resto ormai ben conosciuto – da Bruxelles a Francoforte, da Berlino a Parigi, ma anche in Grecia e in Italia di “terrorizzare” ancora di più l’opinione pubblica. Forzandola quasi ad accettare l’inaccettabile perche tanto, ad esso, giurano, “non c’è alternativa”. Adesso lo fa il governatore della banca centrale, Vassilis Rapanos, che ammonisce di come  i greci devono ormai decidere a decidersi: o ad abbassare le loro condizioni di vita: stipendi e pensioni tagliate di un quarto, tasse aumentate di un terzo e così  via dicendo…

E’ anche vero però – e ormai lo vedono tutti… compresa Merkel, pare – che proprio le sue condizioni di estrema fragilità stanno fornendo alla Grecia il mezzo per opporsi— per dirla fuori dai denti lo strumento di ricatto con cui condizionare, o provare almeno a condizionare, Germania ed Europa: e, se volete ricatto lo è, con cui tenere a bada alla fine sia i suoi creditori privati che gli altri membri dell’eurozona.

Perché, se Sansone è destinato a crepare sotto le macerie del tempio – dell’euro – potrebbe anche finire col portarsi dietro anche tutti i filistei… E questo, ormai, diventa anche un punto di forza, una leva – uno strumento di ricatto fortissimo – in mano ad altri paesi, ad altre economie di ben altre dimensioni oggi nei guai. Sempre che trovino il coraggio di usarlo…

Naturalmente, predica il governo, predica l’UE, predica il FMI, predicano tutti gli adepti dell’economia monetarista o convenzionale, tutti i greci sono chiamati a stringere la cinghia… quelli che già muoiono di fame, come gli armatori e i magnati): o “accettano” di farlo, o dovranno andarsene via dall’euro e rimettere indietro l’orologio di interi decenni. L’alternativa di starsene nell’euro ma spolpando il maltolto a stramiliardari, armatori e… magnaccia, facendo pagare il conto cioè a chi mai l’ha pagato, naturalmente non viene nemmeno in mente per sbaglio a questi qua. E non solo qui, si capisce…

Intanto arriva la notizia che, invece, in Germania, la disoccupazione cala (di 22.000 unità) a dicembre e va al minimo (il 6,8%, a 2.888.000 senza lavoro ufficiali): il tasso minore di disoccupazione dalla riunificazione tedesca. Merito di questo operoso paese, non c’è il minimo dubbio, delle sue leggi sul lavoro insieme garantiste e flessibili (non solo la seconda, però…) – e anche questo è un gran merito – ma pure del fatto – indubbio ma al quale i tedeschi resistono a dare atto – che è la Germania il paese ad avere maggiormente usufruito delle condizioni del mercato unico a garanzie delle sue mastodontiche esportazioni e della governance teutonica imposta all’euro.

Adesso, forse, però, anche se Merkel resiste al dovere pedagogico che ha di renderlo chiaro al paese e gli altri suoi pari a quello di ricordarglielo, pure i tedeschi cominciano a vedere che la crisi li sta ormai toccando e colpirà duro anche loro se il governo tedesco non molla e accetta misure macroeconomiche diverse e differenti decisionalità macropolitiche: a ottobre le esportazioni vanno peggio assai, infatti, e la Bundesbank parla adesso di una crescita “solo” dello 0,6% nel 2012[94]

Ma non c’è niente da fare: qui è ancora senso comune (dalla Banca centrale, agli economisti ufficiali consiglieri del principe… anzi, della principessa Angela, al gabinetto e ai partiti, di più quanto più sono conservatori si capisce, che austerità, specie degli altri si capisce, vuol dire crescita e viceversa…

Intanto, ci pensano i banditi del rating, a dare una bella scossa alla baracca.

Spread, rating e… paure (vignetta)

 

Fonte: Sergio Staino

                                             

L’agenzia di rating americana (sono tutte anglosassoni del resto, le tre che contano) Standard & Poor’s ha, infatti, svalutato il valore del debito di Francia, Italia e di ben altri sette paesi europei, oltre che – due o tre giorni dopo – anche quello dell’EFSF, il Fondo europeo di stabilità finanziaria, come tale:[95] mosse che, dicono molti esperti, hanno un valore più simbolico che determinante sul piano finanziario ma servono a seminare paura, prendo altri spazi a una speculazione che già è comunque rampante,  essenzialmente per ricordare a tutti – come se fosse facile scordarselo – che i problemi dell’Europa sono ben lontani, ancora, dalla soluzione[96]. Non ha svalutato il rating inglese lasciandolo ad AAA, per premiare la fede liberista di quel governo: non c’è altra spiegazione, visti i fondamentali disastrosi altrimenti di  quel paese…

S.&P.’s aveva avvisato da mesi che la politica europea, a livello dei singoli Stati come dell’Unione nel suo complesso, si stava muovendo troppo lentamente per la velocità imposta dai mercati mentre i problemi dell’eurozona stavano spingendo l’Unione europea tutta verso la sua seconda recessione in tre anni. Da parte loro, la politica europea critica le agenzie di rating perché – senza fornire, il più delle volte, agli investitori alcuna nuova significativa informazione specifica ma continuando a bacchettare scelte politiche per le quali gli analisti come tali non hanno alcuna competenza superiore a quella del sor Capanna o del sciur Brambilla – stanno semplicemente attizzando il fuoco della crisi.

Oggi decretano che gli unici Stati europei a poter mantenere la valutazione AAA sono Germania, Olanda, Finlandia e Lussemburgo, il più grosso insieme a due nanoStati (tra tutti e due una popolazione sui venti milioni, un terzo del’Italia) e a un paradiso off-shore che manco su un isola sta, ma acquattato lì, tra Belgio e Germania, mentre alla Francia danno solo AA, alla Spagna A e all’Italia, addirittura, BBB. E oggi, col voto di S.&P.’s, il Portogallo si unisce alla Grecia come secondo paese dell’eurozona a vedersi qualificare come “carta straccia” il credito da parte di tutte e tre le agenzie (ricordiamo Standard & Poor’s e Moody’s, americane, e Fitch, britannica.

Ma anche i politici non sanno far altro più che criticare le agenzie, senza neanche osare prendere davvero alcuna misura neppure soltanto simbolica ma allegoricamente concreta di contrasto nei loro confronti. Non li denunciano alle autorità di regolazione e di controllo per turbativa di mercato, ad esempio; lasciano che ci provino i piccoli David della procura di Trani da noi, mica palazzo Chigi o il Tesoro di via XX settembre, mica l’Eliseo o Matignon… e tanto meno li sbattono in galera per averlo turbato; né li cacciano via perché tornino per lo meno a pontificare da casa loro…

Dagli Stati Uniti sostanzialmente, anche se la differenza nel mondo del web non sarebbe certo reale ma, almeno per una volta,suonerebbe come un bello schiaffo affibbiato a loro, ai signori del rating da tempo personae non gratae qui in casa nostra: in Europa). Perché ha certo ragione Olli Rehn, il Commissario europeo, quando ricorda che questi esaltati “uffici studi” privati questo in fondo sono e fanno riferimento esclusivo ai criteri e ai “valori” del puro capitalismo finanziario di stampo anglosassone.

Che, però, neanche adesso lui trova il coraggio di definire come estraneo all’Europa e, perciò, dall’Europa respinto: anche perché, è vero, l’Inghilterra di Cameron non lo respinge per niente). Del resto, è lo stesso presidente della BCE a farci osservare nelle stesse ore come dovremmo anche  abituarci a non prenderle proprio sul serio, queste agenzie che, dice, in realtà non lo meritano.

Anche se poi a prenderle troppo sul serio per primi sono proprio mercati e Banche centrali…e proprio i governi. In fondo, il punto è che per uffici studi presuntuosi ch siano S.&P.’, e gli altri due ladri di Pisa diremmo noi, Fitch e Moody’s, hanno in questo campo un potere che su governi e imprese e finanza  che di gran lunga scavalca quello degli elettori e/o dei lavoratori.

Del resto, Nicolas Sarkozy dopo aver sbraitato per ore contro le agenzie, la prima cosa che va a dire in televisione, ribattendo all’accusa del leader della floscia opposizione socialista, Hollande, di aver fatto “perdere credibilità alla Francia” (ma allora quel che dice pur proditoriamente S.&P’s conta!)  è che la Francia lavorerà duro per rimettersi in ordine i conti e recuperare la sua tripla AAA… (idem. si diceva una volta da noi, con patate!). Se si genuflettono tutti, maggioranze m anche opposizioni, come si fa poi a dire che sono di parte e che non contano, non devono contare, davvero niente?

I downgrades dei ratings europei secondo S.&P.’s (riquadro)

Fonte: New York Times, 13.1.2012

Ma, e soprattutto, non decidono di correggere una volta per tutte l’anomalia che strutturalmente davvero svaluta la performance di tutte le economie europee e ne paralizza le possibilità di ripresa. Perché non sembra proprio dubitabile che il nome della crisi sia quello del BCE e delle sue assurde politiche – che forse Draghi, pur genuflettendovisi per ossequio dovuto ai tedeschi, sta cercando ora di correggere come può e coi poteri che ha, incrementalmente come si dice – e che sia questa la ragione principale che sta condannando tutti nel vecchio continente a una recessione profonda.

Che imperversa su tutti ormai, Grecia e Spagna, Italia e Francia ma anche domani – non dopodomani – la Germania quando – e già se ne vedono i prodromi – non riuscirà, con la crisi che colpisce gli altri, a vendere più a nessuno nel mercato unico la sua produzione e ad alimentare il motore delle sue esportazioni.

La verità di fondo è poi questa. Per quanto irritanti e inaccettabili, poi, siano nella loro arrogante pretesa di onnipotenza – che, alla fine, però  sembrano riconoscere loro i mercati – queste agenzie , le economie europee sono in recessione e subiscono ripetuti downgrades dei loro debiti non tanto per la cattiveria delle agenzie (in questo senso sono davvero il termometro che registra la febbre e non la causa della febbre stessa…), la ragione della crisi è il rifiuto della Banca centrale europea ad agire come prestatore di ultima istanza e a garantire il debito degli Stati membri: come fanno invece tutte – tutte! – le altre banche centrali…

Questo fallimento voluto, deliberato e scritto nello Statuto della Banca per volere della Germania e accettazione supina da parte degli altri, insieme all’ossessione concomitante della BCE stessa di reprimere un’inflazione che in pratica non c’è a spese della crescita, è il combinato disposto che sta azzoppando l’Europa e la causa principale dei suoi problemi economici, finanziari e politici.

Non è di questo parere, ovviamente, e pervicacemente persiste a raccontare la favola solita che gli è tanto cara, il NYT[97] quando scrive, parlando della svalutazione del debito francese ma con un suo   pseudo-ragionare che si applica a tutta l’eurozona, che “la Francia dovrà ora mettersi a lavorare per ridare lustro alla sua reputazione finanziaria, specie se ci saranno anche le altre agenzie a svalutargliela. I dirigenti francesi dicono che ora la loro priorità è di dimostrare che l’area dell’euro è solida e, insieme, che la Francia sta lavorando seriamente a migliorare le proprie finanze. I programmi di austerità del sig. Sarkozy compresi gli aumenti di tasse sul valore aggiunto di alcuni alimentari e di certe bevande di recente introdotti puntano alla riduzione del deficit di bilancio al 3% del PIL nel 2015”.

Questi, in altri termini, sembrano considerare solo questo risvolto della questione. Tanto per loro la Fed c’è con ben altri poteri che usa quando e come servono. Per cui dalla loro contemplazione è perfino esclusa l’idea che Sarkozy o, per questo, Monti o, soprattutto, la Merkel decidano invece di reprimere la crescita delle loro economie di far pressione sulla BCE, cioè poi al fondo di decidere essi stessi – perché si tratta al fondo di una decisione squisitamente politica – di rimuovere l’anomalia che condanna all’impotenza lo strumento principale di politica economica con cui si regola oggi la congiuntura nelle economie moderne.

Ma, in fondo, hanno ragione loro: è colpa nostra se non riusciamo a, e non vogliamo, decidere in Europa di decidere insieme e di decidere giusto. Mica è colpa loro… Colpa loro è quella di troncare sempre – come fanno però anche troppi dei nostri decisori e dei nostri osservatori – il ragionamento. Per ossequio, inverecondo ormai, alla saggezza convenzionale che ormai ha dimostrato a pieno tutta la propria stoltezza…

Colpa loro poi – ma anche e come! pur sempre nostra – è quella di mettere spesso tra parentesi il connotato classista della crisi: sono i conservatori, di ogni sfumatura e tonalità, a controllare le politiche economiche dell’Unione e dei vari governi. E loro, come conservatori e mai senza saperlo ma rendendosene benissimo conto, non vedono altro modo di tagliare i bilanci e metterli sotto controllo che quello di sforbiciare spese sociali e welfare, invece di altre (certe spese militari, i costi di una corruzione diffusa, della mancata semplificazione delle procedure, ecc.) e – specie Grecia, Italia, Portogallo e Spagna: ma non solo – invece di sradicare con tutti i mezzi possibili e oggi anche più facilmente disponibili grazie all’elettronica e all’informatica, il malvezzo e il delitto di lasciare che i ricchi non paghino le tasse che devono.

Adesso, nella Repubblica ceca, viene annunciato il referendum sul nuovo Trattato europeo: tanto per seminare un altro macigno sul percorso della riforma del Trattato, per cui in Europa anche il governo ceco, molto controvoglia ma come tutti gli altri meno gli inglesi, aveva votato facendo almeno finta di crederci. Lo anticipa il partito conservatore e isolazionista dei Pubblici Affari— il Věci veřejné, il più piccolo nella coalizione di governo di centro-destra, presieduto da Radek John. E il governo , pur dicendo formalmente che non sarebbe necessario, lo accetta anche perché pure l’opposizione social-democratica è favorevole[98].

Ma anche la Polonia non è da meno: adesso minaccia che, se non le verrà consentito di partecipare pienamente, non solo a titolo di osservatori dunque, ai vertici futuri dell’eurozona, potrebbe anche rifiutarsi di firmare il nuovo Trattato: cioè affossarlo, perché è inconcepibile dare il diritto di decidere sulle politiche di membri dell’eurozona e dell’eurozona stessa a chi non ne fa parte. E’ lo stesso argomento che, con qualche arroganza di meno, aveva tentato di avanzare già l’inglese Cameron e che gli venne ributtato in faccia mesi fa già da Sarkozy.

Adesso ci riprova il premier Donald Tusk[99] a Varsavia, riconoscendo che però non riesce a trovare molti alleati per il suo punto di vista. E il ministro degli Affari europei, Mikolaj Dowgielewicz, specifica che la Polonia firmerà solo se a suo parere il nuovo Trattato rafforzerà tutta l’Unione, cioè non la dividerà in due club di serie A e di serie B. Anche se e quando, però il club, di serie B non avesse voluto esso stesso iscriversi al campionato di A, ma pretendesse comunque di partecipare e giocare… 

Del resto, anche oggi il governo di Varsavia è tra quelli più in sintonia e simpatetici con il poco splendido isolazionismo britannico. E si capisce bene perché Londra tanto insistesse per ammettere la Polonia, con gli altri ex dell’Est, subito nell’Unione nel 2004 mentre nessuno – nessuno – in occidente ebbe allora il coraggio, no solo il buonsenso, di dire in maniera tanto ferma e autorevole da venire ascoltato di frenare l’allargamento almeno finché non fosse meglio regolata la governance della Nuova unione e dell’eurozona…

●In Ungheria la protesta popolare contro l’autoritarismo mascherato da riforma onnivora ed onnicomprensiva di tutto e di tutti imposto, per via formalmente costituzionale, dall’uomo forte che fa il primo ministro, Viktor Orbán sta diventando come un macigno troppo pesante anche al collo della peraltro già scarseggiante credibilità della UE. Non ci sarà più, in Ungheria, la divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario dall’illuminismo in poi, almeno in Europa occidentale considerata necessaria per definire una democrazia.

Si passa alla legislazione per decreto come forma pressoché normale del legiferare, non ci sarà più garanzia di libertà di stampa, non l’indipendenza della magistratura e neanche la libertà di religione intesa anche – come è necessario che sia per darle senso compiuto – anche come libertà di “non religione”: adesso aborto e diritti per il “matrimonio” dello stesso sesso, sono come in linea di diritto negati.

E, avendo castrato anche la Corte costituzionale dei suoi poteri e ridenominato il paese in Costituzione – non più come “Repubblica” ma come “Stato dei veri ungheresi” – in un’eco orripilante del passato più nero del continente, Orbán ora propone di “offrire” a chiunque sia di discendenti “etnici” del popolo magiaro residenti  in un paese vicino la cittadinanza  ungherese— come fece a suo tempo Adolfo Hitler coi tedeschi etnici dei Sudeti, in Cecoslovacchia. E non è un caso che i vicini si allarmino…

Sintetizza bene questo nodo un titolo del Guardian[100], riflettendo su questa nuova situazione in una regione dell’Unione speciale e delicata come quella dell’Europa centro-orientale, con la storia e la geografia piena di contraddizioni ed estremizzazioni che si ritrova: un territorio fatto di tanti e diversi paesi che cerca ancora il suo equilibrio tra una democrazia che avanza un po’a tentoni e lo sfrenarsi d’un nazionalismo revisionista e revanscista del tutto repellente,

Si richiama, in buona sostanza al fatto che l’Europa cercherà di fermare le voglie autoritarie di Orbán, prima facendo la voce un po’ grossa— l’11 gennaio manda una specie di ultimatum che dà più o meno una settimana di tempo al governo magiaro, pena l’apertura di procedure di infrazione (non mesi, ma anni però, per arrivare a concluderle), per modificare le politiche che stanno avviando il paese verso l’autoritarismo o minano l’indipendenza della Banca centrale[101]. Poi, qualche giorno dopo[102] già si precisa che le procedure in questione sono quelle che riguardano la violazione delle norme comuni europee sui tre snodi relativi all’indipendenza della Banca centrale magiara, dell’indipendenza della magistratura e della protezione dei dati personali dei cittadini.

Peccato che mai sia neanche specificato quali poi siano queste politiche da correggere con l’eccezione proprio del suo errore formalmente, ma poi solo formalmente, più grave— il fatto che ha messo le mani sull’indipendenza della Banca centrale, aprendosi così a una specie di rappresaglia comunitaria anche pesante. Anche se, nella realtà delle cose, questa a noi appare poi l’infrazione solo formalmente ma poi sostanzialmente forse meno grave: perché anche i paesi che, invece, per legge genuflettono all’indipendenza della propria Banca centrale, di fatto la tengono, poi, sempre con la briglia al collo molto molto tirata…

E lo sanno tutti… Come tutti sanno però che, al dunque, l’intransigenza della UE sull’indipendenza della Banca centrale nazionale che i Trattati formalmente pretendono è in sostanza… un pretesto. Ma è probabilmente il più agibile in una Budapest in guai profondi col suo spropositato rosso di deficit/PIL, con gravi problemi di crescita, di occupazione e di impoverimento di massa e la testarda intransigenza di un governo che chiede aiuto all’Europa e al FMI ma vuole decidere tutto e comunque da solo…

Come ripete il ministro degli Esteri ungherese, Janos Martonyi, a Thorbjorn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa che ha l’incarico di garantire nell’Unione l’osservanza della Convenzione europea dei Diritti umani e gli chiedeva a nome e per conto della UE di rivedere la nuova legislazione sulla libertà d’espressione politica e religiosa: “di questo non si parla anche perché d’altra parte v’è poco che la UE possa fare  per costringere qualunque paese a cambiare la sua legislazione”: c.v.d.

Intanto anche Fitch si aggiunge a tutte le altre agenzie di rating che già avevano svalutato il debito sovrano ungherese e anch’essa ne abbassa il rating[103] al livello, come si dice, della “carta straccia”, aggiungendo pressione a pressione su Orbán perché strappi al FMI il prestito che gli serve a tappare la falla. Ma l’FMI non sembra disposto a fare troppi sconti a questo “accattone” europeo, non troppo diverso a veder bene da uno dei tanti altri che ad esso si rivolgono nel mondo – in genere dal Terzo mondo, è vero – con la mano tesa e subiscono condizioni durissime per accedere ai suoi crediti sempre occhiutamente centellinati.

Torna ad atteggiamenti a suo modo, diciamo così, più moderati, Orbán. Dice che è pronto a negoziare di tutto e su tutto con la UE, in particolare proprio visto che irragionevolmente sula questione dell’indipendenza della Banca centrale. E afferma, sempre spocchioso però, che il suo paese magari si piegherà ai diktat della Commissione: ma certo “mai ai suoi argomenti o alle sue ragioni”. Di fronte al parlamento europeo, che – dice – è “particolarmente aggressivo” con le ragioni di Budapest, andrà personalmente a difenderle ma non ha alcuna fiducia in quel non troppo augusto consesso[104] anche perché, sembra scoprire con qualche orrore, non è che abbia una maggioranza ungherese.

Ma ormai il tema è qui del tutto analogo a quello che, con certi candidati dei repubblicani (Rick Santorum e non solo) nella corsa alla Casa Bianca si sta imponendo in America: un nazionalismo e un patriottardismo aggressivo, unito a un conservatorismo sociale e culturale feroce, che si pretende benedetto da una percezione meschinamente distorta del cristianesimo, purtroppo spesso subita da molti che si definiscono essi stessi cristiani, magari anche condividendone l’ottusità.

Intanto, riferisce un funzionario della Commissione alla fine del vertice dei ministri del Tesoro della UE del 24 gennaio a Bruxelles, l’Eurogruppo ha “constatato” che “l’Ungheria non s’è conformata alle raccomandazioni dell’Unione di ridurre il suo deficit/PIL entro il 2012 in modo sostenibile” come aveva promesso e ora col fatto quel governo dovrà fare i conti: si apre la possibilità concreta di una cancellazione dei crediti che l’UE dovrebbe versargli a partire dal 2013[105].

E personalmente, alla fine della stessa riunione di esponenti dell’Eurogruppo, i ministri, ed esperti della Commissione che hanno discusso del come e del quando del riformando Trattato di maggiore disciplina fiscale che la Germania ha chiesto di far passare all’Unione, il Commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, e il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, commentano che i partiti politici greci “devono” impegnarsi a approvare, e ormai a brevissimo termine devono proprio approvare, il secondo programma di austerità annunciato dal loro governo ma che il parlamento di Atene sta tardando a approvare[106].

●La Finlandia va al voto e, nel primo turno, del 22 gennaio (il ballottaggio è dopo 15 giorni, a inizio febbraio) dà il 37% dei suffragi per la presidenza del paese all’ex ministro delle Finanze Sauli Niinistö, del partito di centro-destra della Coalizione nazionale, e il secondo piazzamento all’avversario Pekka Haavisto del partito dei Verdi, che mette insieme il 18,8 del voto.

Sono i due candidati che si erano espressi più chiaramente per restare nel’eurozona e nella UE in una campagna elettorale che era diventata, di fatto, anche un grande sondaggio popolare su Unione europea ed euro[107], a dispetto dello scontento che va montando anche qui – un paese che si considera fiscalmente virtuoso alla tedesca – nei confronti dell’euro. Battuto di un’incollatura per il ballottaggio il candidato centrista conservatore Paavo Väyrynen, molte volte in passato ministro e tre candidato sconfitto alla presidenza; e di parecchie lunghezze quello qualunquista di destra dei “Veri Finlandesi”, Timo Soini, che puntava proprio all’uscita del paese dalla moneta unica e, a termine, dalla UE stessa.

La Croazia – dopo aver sbaraccato poco più di un mese fa governo e presidente della Repubblica sotto l’accusa di corruzione e utilizzo di fondi pubblici per finanziarsi il loro partito mandandoli a rispondere di fronte alla magistratura dell’accusa – qui si può e si fa – vota, il 22 gennaio, il suo sì all’adesione all’Unione europea con una maggioranza schiacciante di oltre il 66% nel voto popolare contro il 33% ma con una partecipazione al voto inferiore, però, del 43% degli aventi diritto, a conferma in ogni caso di un entusiasmo diciamo pure assai fiacco[108].

●In Turchia[109], il generale Ilker Basbuğ, già capo di stato maggiore delle Forze armate, è stato arrestato e deferito per un tentativo di colpo di stato nel recente passato. I tribunali hanno anche preso in carica la denuncia per dichiarazioni “oltraggiose” presentata dal governo nei confronti di Kemal Kiliçdaroğlu, capo del maggiore partito di opposizione. E salgono le denunce, alcune fondate altre sicuramente strumentali, di “autoritarismo” nei confronti del governo e del partito di maggioranza assoluta del primo ministro Recep Tayyp Erdoğan.

Le riprende anche il Consiglio d’Europa (i diritti degli imputati non sono sempre sufficientemente salvaguardati), subito contrato dalla controdenuncia di Erdoğan: l’organo europeo di sorveglianza del rispetto dei diritti umani è troppo spesso cieco nei confronti di altri governi europei (l’Ungheria, ricorda; ma anche verso le violazioni continue dei diritti civili e umani degli immigrati davvero un po’ dovunque nell’Unione europea… Di per sé è una difesa fiacca (già: il bue che dice cornuto…) ma non per questo meno veritiera. Specie perché, spudoratamente, il connotato del dare una mano così ai veti che nella UE restano contro l’adesione della Turchia diventa del tutto evidente.

●In Russia, l’attesa per elezioni diciamo, più vere, alle presidenziali del 4 marzo va salendo. Ma una lettura di questi giorni, di una giornalista russa, mette molto bene in chiaro come “in Russia, la gente comune, non è mai stata almeno dal 1991 [l’anno del tentato golpe del vecchio PCI e del KGB contro Gorbaciov e la sua glasnost] tanto politicamente presente e attiva quanto lo è adesso. Ma non sperano né puntano affatto a una rivoluzione. Vogliono un’evoluzione[110].

●Philipp Hildebrand, in un paese a suo modo serio come la Svizzera (calvinista, si sarebbe detto una volta) si è dimesso[111] – si è dovuto dimettere: mai nessuno per quanto virtuoso, lo fa davvero sua sponte – da presidente della Banca centrale a causa degli affari che, giocando sui cambi di valuta, ha fatto in estate la moglie, alcune settimane prima che venisse dalla Banca deciso di mettere un tetto al franco e quando – forse – la decisione era stata già presa o comunque a lui era già conosciuta. L’idea è che la moglie di Cesare, di Hildebrand, deve sempre restare al di sopra di ogni sospetto. La moglie…

●Un caso di scuola, ormai, su come affrontare  o, se volete, non affrontare  diversamente – del tutto diversamente – una crisi finanziaria è quello che ha scelto – perché non lo ha subito, non le è stato imposto, lo ha scelto – l’Islanda, l’isola del ghiaccio di 100.000 km2 e dei grandi vulcani innevati e di un po’ meno di 320.000 abitanti che, mentre nel mondo cominciava ad imperversare la crisi nel 2008, stava già da tempo affondando nella sua.

La spiega bene un articolo del WP[112] – che poi arriva però a una conclusione curiosamente del tutto dissennata, per arrivare a tirarne la morale a modo proprio. I fatti li sintetizza bene, così: “erano fallite le banche islandesi, tutte artificialmente gonfiate di capitali [ottenuti su incaute promesse fatte a depositanti stranieri, olandesi e inglesi anzitutto, adescati dal fantasmagorico balenio di enormi interessi lì, dietro l’angolo]. La valuta islandese era crollata. Il primo ministro invocava come unica via d’uscita l’aiuto del Signore (“con l’ottimismo islandese (sic!), e con le armi della nostra forza e della nostra solidarietà, ma soprattutto con la benedizione celeste (sic!sic!) usciremo da questa tempesta[113]”) e una furibonda protesta popolare invadeva le strade.

   Ma l’Islanda ha cominciato ad uscirne quando ha deciso di fare esattamente quel che gli Stati Uniti non hanno scelto di fare— lasciando che fallissero tutte le sue banche principali e obbligando i creditori stranieri a farsi una passeggiata” e rassegnarsi a quel che perdevano: tutto praticamente, a causa dell’avidità ingorda con cui avevano investito capitali molto molto incautamente, su promesse a breve di aumenti del 30-40 e più per cento del capitale.

  E di fare quel che i paesi europei, in guai anche loro profondi, non hanno potuto fare, appesantiti com’erano e sono da debiti massicci e con al collo la pietra dell’euro [la valuta comune senza dietro un bilancio e una politica di bilancio comune]— lasciare che la moneta unica si indebolisse, causando anche [qualche po’ di] inflazione ma rendendo l’export più  desiderato, i prezzi più appetibili per [acquirenti e visitatori] stranieri” e consentisse con ciò la ripresa.

Così, ora, qui in Islanda, “tre anni dopo, il tasso di disoccupazione è crollato [adesso è a meno del 7%], l’economia sta crescendo, il governo [che la gente si è eletto dopo aver cambiato costituzione e presidente rovesciando nelle urne tutti i poteri stabiliti che l’avevano portata alla catastrofe] ha ottenuto nella scorsa estate e per la prima volta dopo la crisi significativi [sicuro, per questa economia] nuovi finanziamenti da investitori esteri”. Proprio quelli che ora vengono negati a Italia, Grecia, Spagna, ecc., ecc.

Ma stipula – dicevano curiosamente – l’articolista del WP che “si sarebbe tentati di concludere che questi 318.000 islandesi hanno finito col gestire la crisi [buttando semplicemente e semplicisticamente, dicono questi e gli altri cultori dell’economicamente corretto anche se evidentemente nei fatti del tutto sbagliato, il tavolo all’aria] meglio degli altri, come in un libro dove ciascuno scrive la fine e sono stati loro, i finlandesi, a scegliere quella più giusta.

C’è, certamente, un pizzico di verità in questo loro finale felice [solo un pizzico, eh!] ma la storia nel suo complesso è più complicata. Perché le circostanze dell’Islanda sono molto diverse da quelle dell’America [le responsabilità, da un parte, dell’economia che, a torto o a ragione, si pretende e si atteggia comunque alla maggiore del mondo] o dell’Europa [dall’altra dove tutti, compresi i nostri accademici, teorici, esperti e governanti compresi, condividono con Merkel e tutti quelli che la continuano a sostenere la responsabilità di aver lasciato costruire l’euro monco com’è] ma anche perché una spiegazione tanto semplice ignora la rabbia, la frustrazione, l’ansia e la lotta che qui, in Islanda, cova ancora appena sotto al cenere”.

Capito? Come se da noi, invece, con le decine di milioni di disoccupati, di sottoccupati e di precari, di giovani che arrivano ai trenta-trentacinque anni senza lavoro né prospettive o speranze che ci ritroviamo, con la crescita sotto zero e la cintura di austerità imposta a stringerci tutti alla gola non ci fosse rabbia, ansia, frustrazione e lotta… Come se il problema vero che ha l’Islanda fosse, come conclude fuori di senno l’autorevole articolista de WP, quello non ancora risolto della “crisi di identità” che è seguita alla crisi economica e alla soluzione che a essa hanno data.

La crisi di identità, la chiamano!!!

●Si allargano, oltre alla Grecia e all’Italia, alla Spagna e al Portogallo adesso anche alla Romania e all’Ungheria (qui tutto da destra: è il partito di estrema razzista e che puzza di neonazismo Jobbik (il Movimento per una migliore Ungheria)a urlare contro il governo di estrema destra di Orbán e di Fides (Alleanza civica: oltre i 2/3 dei voti, ma in precipitoso declino); altrove da sinistra contro la gestione della crisi da parte di governi di diversa tendenza almeno nominale e delle strutture dell’Europa unita (… unita: si fa per dire, anche qui). 

E’ l’impatto violento sul piano micro-economico, della vita delle persone – perdita di lavoro, di reddito, di aspettative, di speranza – delle anodine e “oggettive” misure prese a livello macro che provoca rivolta sociale anche anarchicheggiante e allarga il sostegno ad alternative di stampo utopista o, anche, ipernazionalista.

Si tratta di una minaccia, o di una potenziale altra via se volete, che banchieri e politici europei inchiodati alle loro altrettanto utopiche e forse ancor più dannose visioni di soluzioni monetarie, liberiste e centrate sulla riduzione austera (per gli altri e in genere per i più poveri) di welfare e spesa pubblica non riescono neanche spesso a apprezzare, ciechi come sono alla minaccia possibile.

Si consolano – cioè si illudono forse – lor signori, perché le proteste violente sono per ora confinate alla periferia greca dell’Unione e, anche se vanno crescendo, restano relativamente violente e poco frequenti. Ma se si avvicinassero al centro della ricchezza europea, della finanza e della produzione, in Gran Bretagna, in Francia, nel nord dell’Italia, a Francoforte, i tentativi di controllare la ribellione si faranno vieppiù difficili, violentemente repressivi e meno efficaci.

●Alla fine del mese i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles (nel bel mezzo di uno sciopero generale contro l’austerità che paralizza il paese) per approvare l’austerità e la disciplina come s’erano messi d’accordo per loro conto i rispettivi ministri delle Finanze una settimana prima e per rinviare al solito a data da rivedersi quanto – parecchio – non erano riusciti ancora a concordare, arrivano alla proclamazione del trionfo di Angela Merkel.  Dice che – ed è così – il vertice s’è mostrato, come lei stessa, stavolta più attento (ma, proprio come lei, soltanto a parole) alla necessità di accompagnare ormai all’austerità anche qualche misura atta a incentivare la crescita…

Ma, al dunque e in effetti[114], “la cancelliera tedesca esce vincitrice su tutta la linea: ha ottenuto un sistema di controllo sulle finanze pubbliche dei suoi partner cucito addosso alla sua situazione interna, ha evitato impegni di qualsiasi genere per il rilancio della crescita, ha messo in sordina le sirene degli eurobonds, ha liquidato come non percorribile l’idea di una Banca centrale come prestatore di ultima istanza”.

Questa è la sostanza, appena mascherata – come accennato – da due o tre vaghe ciance sul fatto che, ormai anche i capi di Stato e di governo hanno capito, o meglio hanno cominciato a capire, che prima o poi bisognerà anche preoccuparsi di ri-far crescere un po’ l’economia... ma purtroppo – la Merkel, non solo lei ma è lei il perno della decisione, restando tetragona e contraria – non nell’unico modo che sarebbe immediatamente efficace: affidando, cioè, alla BCE il compito di provvedere per conto di tutti – emettendo eurobond subito e diventando il prestatore di ultima istanza per l’Unione tutta – a riavviare la crescita.

Alla fine del vertice, come si dice Monti ha certo rilanciato la credibilità dell’Italia. E non è poco, adesso per lo meno, quando parla il premier italiano lo stanno a sentire: magari grattandosi un poco, è vero, perché parla chiaro e tutti capiscono i fondamenti ragionati del suo pessimismo; ma nessuno si scompiscia più dalle risate al solo suo approssimarsi a un microfono come succedeva ormai  regolarmente al predecessore da anni. Ma, alla fine…

Del pacchetto che Merkel sembrava disposta a intestarsi (disciplina rafforzata del bilancio per tutti, quella che era stata votata da tutti meno Londra e obbligo per gli Stati che abbiano un debito/PIL eccedente il 60% di ridurre il rapporto nei prossimi tre anni del 20% ogni anno: sì, forse chiuderanno un po’ un occhio per quanto riguarda l’Italia – invece del 20, forse il 15% ogni anno: diciamo forse €33 /trentatré!) miliardi all’anno di tagli di spesa, cioè, invece di 45 – ed è quel che Monti ha personalmente strappato) + rafforzamento – relativo, si intende, e insufficiente – del Fondo salva Stati + misure incisive – anche se solo iniziali – di rilancio delle tante economie zavorrate – resta decisa ed operativa solo la prima (l’impegno al pareggio di bilancio: ma ora perde per strada un altro governo,oltre agli inglesi si sfila anche quello della Repubblica ceca; e molti – troppi – avanzano riserve sull’esito finale delle procedure di approvazione), mentre il nuovo Fondo salva Stati è rimandato per la discussione a marzo… e misure concrete (non solo stanziamenti già fatti ma ora immobilizzati) per il rilancio le rimandano tutti d’accordo alle – è proprio il caso di dirlo – calende greche…

E qui siamo al dunque: così facendo un paese, un’economia, si suicida: se tutti non spendono, se consumi e investimenti privati per forza si riducono e adesso si mettono a tagliare pure il debito pubblico – l’unico polmone che resta, e insufficiente, a soffiare per la crescita – nessuno riprende, nessuno tira, tutti vano all’indietro. Appunto, si suicidano, ci suicidiamo. L’abbiamo ripetuto tante volte e lo ripetiamo ancora: ad aiutarci a crescere possiamo essere solo noi, tutti insieme, è l’Europa. Sempre che le consentano, se ci consentono, di farlo.  

●A proposito delle quali, Merkel, spingendosi stavolta forse un po’ troppo in là anche per la stessa forza sua (relativa), prima del vertice aveva chiesto che subito, in attesa del cambiamento valido teoricamente per tutti, alla UE passasse il diritto a decidere e, di fatto, a gestire il bilancio della Grecia: soluzione immediatamente respinta dal pur debole (sempre relativamente: il suo sì è comunque dirimente)  governo greco.

Un documento del governo tedesco, improvvidamente ma anche volontariamente fatto filtrare per il suo effetto shock sul Financial Times[115] all’immediata vigilia del vertice e riprodotto prontamente nell’edizione in inglese del quotidiano greco Kathimerini, ha proposto la nomina da parte della Commissione di uno czar— come s’è detto con la bruttissima dizione americana usata per i commissari del baseball e importata per dire di un plenipotenziario dotato di pieni poteri e che non deve rendere conto a nessuno delle sue decisioni: insomma, un dittatore nella materia che gli compete. Ma che, in questo caso, avrebbe poteri di veto sul bilancio di uno Stato sovrano, l’allocazione della sua spesa, la spesa stessa, se la Grecia come ormai sembra certo non riuscisse a far fronte alle richieste dei creditori stranieri.

La ministra Anna Diamantoupulou che, nella coalizione di governo greca, composta da politici però guidata dal tecnico ex vice governatore della BCE Lucas Papademos, ella stessa “possibile candidata primo ministro per i socialisti del PASOK” alle prossime elezioni che si terranno probabilmente ad aprile, boccia l’idea stessa come il “prodotto di un’immaginazione malata” che pensa all’Unione come all’amministrazione “di un piccolo borgo frugale dell’antica Prussia guglielmina di due secoli fa” ordinata intorno al concetto che Max Weber chiamò[116] della Pflichtbewusstsein la coscienziosità, la pienezza del proprio dover essere e fare.

In forma, diciamo più sobria, identico è il giudizio del ministro attuale delle Finanze, Evangelos Venizelos. Dice seccamente che mai la Grecia accetterà di essere espropriata del proprio potere sovrano sul proprio bilancio. Anche se ciò significasse che non otterrà i fondi dei due pacchetti di salvataggio che le impedirebbero di andare in default— situazione, del resto, in cui – ricorda senza dirlo ma è un implicito evidente e sacrosanto ricatto – Atene già si trova ma che tanto il governo greco come tutti gli altri governi dell’euro, Germania per prima, vogliono evitare che sia ufficializzata…

STATI UNITI

●Mercoledì 25 gennaio, parlano il presidente della Fed e il presidente degli Stati Uniti d’America. Ben S. Bernanke, in sede di Comitato che fissa mensilmente il tasso di sconto e spiegando perché è stato lasciato dov’è, sostanzialmente a 0 – ufficialmente allo 0,25% – lascia capire che non c’è probabilità di un rialzo del tasso fino alla fine del 2014, aggiungendo almeno 18 mesi alla presunta e finora prevista scadenza di un possibile aumento. Perché – certifica – una ripresa vera è ancora molto lontana[117].

Il presidente Obama, nel messaggio sullo Stato dell’Unione, rivolto lo stesso pomeriggio alle Camere riunite in sessione congiunta, chiude e, insieme, apre.

Secondo chi scrive promette pochissimo, anzi è del tutto chiuso..., in politica internazionale: centrando le cose che ha detto da una parte su una rivendicazione un po’ infame e anche rischiosa come quella sull’elevazione dell’assassinio di Osama bin Laden a segno dei tempi e sulla promessa di non togliere nessuno degli strumenti che ha sul tavolo (la guerra, cioè, la guerra preventiva) nel trattare con l’Iran; e, dall’altra, su un’ipocrita appropriazione indebita del nuovo che avanza nei paesi arabi (indebita perché chi fa il cambiamento lo fa scegliendo democraticamente non chi lui vorrebbe e per lui opterebbe ma i partiti islamici); così come non dice granché di sensato su una politica dell’immigrazione).

Sul piano economico, invece, Obana finalmente “apre”. Anzitutto, dice in faccia agli americani – anche a quelli che non lo vogliono sentire e per questo lo accusano di essere diventato un fautore della… lotta di classe che il primo problema che sta ammazzando l’economia del paese è il baratro crescente tra il tenore di vita dei ricchi /(l’ormai famosissimo 1% di cittadini che lui non nomina ma evoca e che in questo paese, e solo in questo paese, si appropria del 10% del reddito nazionale e  le condizioni di vita dei ceti meno abbienti, specie ormai proprio dei ceti medi (qui in pratica, ma ieri e  oggi non più un po’ tutti i lavoratori dipendenti e annunci che vuole rimediare facendo passare un sistema di tassazione più equo e meno squilibrato a favore di quell’1%.

Certo, rileva che le cose vanno un tantino meglio (ed è vero) rispetto a un anno fa. Ma adesso lui affonda l’attacco: in questa lotta per l’ “equitàfairness” segnala – molto attento a non parlare mai di “equality uguaglianza” – anche se la Costituzione il termine lo impiega e come – ma solo di equità (epperò, qui, è già moltissimo – resta quasi tutto da fare. E, dopo quasi tre anni di mosciume senza spina dorsale e di quasi resa dialettica ai reazionari l’attacco finalmente suona aspro e infastidisce moltissimo il conservatorismo imperante – non solo dei repubblicani… – che blocca una più coraggiosa legislazione economica e sociale.

Potete chiamarla pure, se volete, guerra di classe – quasi sbotta così il presidente[118]o, se preferite, invidia sociale. Ma io – e spero tanti americani con me – dico che è sacrosanto cambiare la legge, tassando di più il miliardario e i suoi redditi di quanto lo sono proporzionalmente i salari delle sue segretarie… Sapete, no?, che lo dicono anche alcuni tra i  miliardari stessi più onesti[119]. Io la chiamo solo però buon senso economico oltre che sociale”…

●In ogni caso, la crescita del PIL registrata nel quarto trimestre del 2011, il +2,8%, appena al di sotto del 3% delle aspettative ma pur sempre il dato migliore dal secondo trimestre del 2010, a vederla da vicino[120] si rivela una brutta delusione a causa di quel che in realtà, poi, nasconde. Il fatto è che il grosso della crescita del PIL è venuto dal cosiddetto magazzino per ben 2 punti dei 2,8 di aumento complessivo, per una percentuale nel trimestre che risulta essere al massimo da oltre un anno.

In sostanza, il PIL meno la crescita del magazzino – cioè le vendite effettive – è cresciuto nell’ultimo trimestre del 2011 solo dello 0,8%: al ritmo più basso dal primo trimestre dell’anno. E’ un dato, questo misto di crescita reale e non, che suggerisce con forza una fiacca tanto probabile quanto rilevante per questo trimestre e il prossimo, almeno.

●La disoccupazione cala, in modo che finalmente sembra incidere sulla massa dei senza lavoro che scende, dall’8,7% di novembre all’8,5% adesso, a dicembre, con 200.000 nuovi posti di lavoro creati nel mese[121]. Di qui l’impressione che forse le cose stanno cominciando ad andare un tantino meglio. E’ un dato che, mentre tutti si aspettavano il sangue oltre alle lacrime ormai, segna il quinto mese consecutivo che vede aumentare i posti di lavoro più di 100.000 unità, non certo abbastanza da recuperare sui livelli di impiego pre-recessione ma che, comunque, aggiunge qualche segnale positivo ad altri in arrivo nel mese, come il livello di fiducia dei consumatori e della produzione manifatturiera e qualche segno di vitalità nelle PMI: tutti numeri che aiutano qualche po’ le prospettive di rielezione di Obama.

Le cose non vanno bene di certo, però, a veder bene anche questi numeri che suonano meglio sono sempre fasulli:  il dato che pubblica ora il NYT, la disoccupazione all’8,5% dal 10% del 2009 sarebbe la prova della ripresa economica in atto. Sono numeri che, in effetti, riflettono i milioni di persone che abbandonano la cosiddetta forza lavoro (perché le statistiche contano solo i lavoratori che continuano a cercare attivamente, come si dice lavoro).

Dunque, certo, che le cose vanno un po’ meglio: perché quell’8,5 di oggi viene contato esattamente come veniva contato ieri quel 10%. Ma il fatto che meglio riflette la realtà è che il rapporto tra occupazione e popolazione, la percentuale di persone che hanno un lavoro, è oggi migliore sì, ma di appena lo 0,3% rispetto alla peggiore perdita di lavoro in questa recessione.

Sì, le cose non vanno bene di certo: è ogni giorno più difficile infatti farsi prestare soldi dalle banche, molto di più di quando, qualche anno fa soltanto te li tiravano dietro mentre, adesso, serve sempre sul tavolo  un collaterale pesante e garantito; il valore delle case continua a scendere; e, anche se i dati recenti indicano – nella lettura ottimistica che tendono a darne – che qui, forse, riusciranno a evitare la prospettiva di calo che sta affliggendo in maniera tanto minacciosa l’eurozona, la prospettiva stessa che in Europa qualcuno vada al collasso o a un default catastrofico resta, anche per l’America, una reale minaccia.

Il rapporto del ministero del Lavoro marca per dicembre 2011 il quarto anno dall’inizio ufficiale della recessione a dicembre 2007 e mostra un miglioramento sicuro: perché, come insegna l’immortale Monsieur de la Palisse, è meglio creare 200.000 posti di lavoro che nessuno e  aumentano anche (di poco) le ore lavorate e, al di sopra dell’inflazione, di pochissimo, la remunerazione, mentre calano leggermente anche i dati relativi alla sottoccupazione e alla durata del periodo medio di disoccupazione. Insomma, realmente un bel passo nella direzione giusta.

Il fatto è che, se ottimisti e entusiasti si lasciano andare a strombettamenti esagerati, mancano sistematicamente di annotare e far rilevare a responsabili ed opinione pubblica che tutto va messo per bene nel suo contesto. Su questi “buoni” dati di dicembre dell’occupazione, così, un ottimismo eccessivo serve solo a mascherare, ma per poco e a fatica, il calo di fondo anche di questo fondamentale.

Nel merito dello specifico +200.000 posti a dicembre, bisogna capire bene come e perché esso sia un numero distorto dal fatto stesso che ben 42.200 di essi sono stati creati ad hoc solo per il periodo di Natale, in compagnie postali private come la Federal Express e l’UPS che devono far fronte solo in questo periodo alla domanda forte delle Feste ma che a fine anno hanno subito già licenziato…

E poi c’è la distorsione più vasta sulla natura di fondo del percorso su cui ci si è avviati e dal quale non si riesce ad uscire. Nei due anni seguiti alla recessione del 1981-82 l’economia genererà più di 300.000 posti di lavoro al mese. Dopo la recessione del 1974-75, i nuovi posti di lavoro ogni mese furono 340.000 dal dicembre 1976 a tutto il dicembre 1978. E ciò quando la forza lavoro era solo al 60% della dimensione di quella attuale. E, allora, perché tanto falso ottimismo su un dato che poi non suona tanto bene se non nella lettura lapalissiana del numero?

La verità è che ci vorranno molti anni di dati come questo, o meglio di questo, per riportare in sostanza il mercato del lavoro a uno status di salute decente: il deficit di posti di lavoro del 2008-2009, definito come il numero di posti di lavoro andati perduti da quando è iniziata la recessione più quelli che sarebbe stato necessario creare di nuovi per tenere il passo della crescita demografica nell’età di chi entra al lavoro, resta sempre sopra i 10 milioni di unità e, anche continuando sul ritmo di dicembre, per ora il migliore, gli Stati Uniti non riusciranno a recuperare prima del 2019 il livello di disoccupazione di cui godevano prima della recessione.

●Sembrano complicarsi, per non dire avvelenarsi, i rapporti tra Stati Uniti e Russia. C’è la diatriba che ormai sembra radicata sulle questioni dell’equilibrio nucleare strategico alimentata prima dalla disponibilità dichiarata di Obama a capire il punto di vista de russi (attenzione che se rafforzate lo scudo antimissilistico in Europa ci costringete a rafforzare la spada missilistica: se fossimo noi ai vostri confini e voi ai nostri fareste lo stesso…) e poi dalla sua riottosità a difendere e promuovere questa sua comprensione di fronte all’opinione pubblica iperpatriottardica e sciovinista del suo paese.

E ora la Russia torna a affermare che manterrà al livello attuale il suo potenziale nucleare, sia strategico che tattico verso ogni potenziale avversario. E, assicura il direttore del XII dipartimento del ministero della Difesa, col. Yory Sych – incaricato del dossier – è anche pronta a procedere con riduzioni e restrizioni anche molto più significative ma[122] solo dopo una valutazione completa di tutti i fattori che incidono sugli equilibri strategici e la sicurezza nazionale delle parti: di entrambe le parti; anzi. di tutte e non di una sola.

Poi, adesso, col ministro degli Esteri Lavrov la Russia che, dopo 18 anni di defatigante negoziato è appena entrata nell’Organizzazione mondiale per il Commercio, precisa – e fa sapere di aver notificato agli Stati Uniti e al segretariato della stessa OMC – che non onorerà gli impegni cui sarebbe tenuta verso gli Stati Uniti, altro membro dell’OMC, se questi prima non rimuovono finalmente dai propri statuti la legislazione sul piano commerciale discriminante che ancora mantengono nei confronti della Russia.

Come il famigerato – lo chiama così – emendamento Jackson-Vanik[123] che risale al 1974, i tempi della guerra fredda e di Breznev, quando la Russia non c’era ma c’era l’Unione sovietica. Il governo americano non risponde né si difende – non può – dall’accusa. Tra l’altro, Obama a novembre scorso s’era impegnato coi russi e col presidente Medvedev pubblicamente a far annullare “quella reliquia del passato[124]”. Ma poi gli è stato difficile mantenere la parola data, passando sopra a una misura legislativa che tutti i falchi d’America, repubblicani come democratici, considerano sacrosanta perché nomina come nemica la Russia ed è stata a lungo un utile strumento di pressione sull’avversario d’antan.

●Si vanno accumulando indicazioni su indicazioni di un forte interesse e del grande appetito di compagnie ed enti stranieri per il gas scistoso americano[125], in particolare per quello – grandi riserve, dicono, per miliardi di m3 – dei giacimenti ancora pressoché vergini dell’Ohio. La Total francese ha annunciato di essere disposta a pagare $2,3 miliardi per una quota del 25% in joint venture con la Devon Energy americana per la prospezione e lo sfruttamento del sito, come aveva già reso noto di voler fare per analoga quota e lo stesso ammontare la cinese Sinopec.

La partecipazione estera di società come quelle francesi e soprattutto cinesi con vasta liquidità disponibile e la volontà di investire è benvenuta a fronte dei costi molto elevati della tecnologia – anche per altri versi, sul versante ambientale, molto molto costosa – del fracking, la fatturazione idraulica delle rocce scistose che serve ad estrarne gas naturale e altri prodotti energetici (un petrolio molto pesante e viscoso, di bassa qualità: ma sempre petrolio…).

●Prosegue la polemica ormai incancrenita tra Stati Uniti, da una parte, e in genere con loro allineati e coperti – ma anche con sfumature importanti – l’Europa e l’occidente e, dall’altra, la Repubblica islamica dell’Iran. Di qua, c’è la minaccia un giorno sì e l’altro pure ripetuta mille volte, e sempre più freneticamente col testosterone elettorale che si agita nell’atmosfera, dagli USA e da Israele (che è parte assolutamente integrante anche se geograficamente del tutto estranea dell’occidente) di attaccare e bombardare preventivamente Teheran che, accusano, si sta preparando la bomba— di cui loro possiedono, rispettivamente, però, migliaia e centinaia di esemplari…

A inizio gennaio – sempre da parte occidentale – gli europei, a livello di Unione, decidono – oddio, decidono: naturalmente “in linea di principio[126]” al momento – insieme di aumentare la pressione sull’Iran con maggiori sanzioni… ma se ne dovranno definire le eccezioni: per i “contratti già in essere”… anche se a nessuno pare neanche venire in mente di chiedersi che se ne farebbero gli iraniani, a quel punto, dei residui contratti già in essere…; per le scadenze…; per i termini da fissare o no…; per  a durata dell’embargo steso…; per le penalità in cui si corre il rischio di incorrere a termini dei contratti esistenti o degli impegni già presi…; o di specificare chi, in quel caso, si accolla l’onere delle transazioni infrante: i governi? le imprese?

●I rappresentanti dei governi dell’UE, gli ambasciatori permanenti a Bruxelles, dicono che col 1° luglio dovrebbero – potrebbero… – scattare le nuove sanzioni europee. Ma, per la seconda volta in un mese, la proposta che viene dalla Danimarca per conto degli inglesi viene bocciata dalla Grecia: e non a caso. E quando i ministri degli Esteri dell’Unione ratificano quell’intesa, il 23 gennaio[127], in effetti lo fanno anche loro in linea più o meno di principio: cioè, senza scadenze precise e penalizzazioni annunciate per chi non le rispettasse.

Il fatto è che, tra l’altro, un nuovo rapporto aggiornato dell’AIE[128] (Associazione Internazionale per l’Energia, organismo indipendente creato nell’ambito OCSE) mette ora nero su bianco che un embargo sul petrolio iraniano colpirebbe duro nell’ordine – e in questo momento! – per prima proprio l’economia della Grecia (il petrolio che importa viene per il 30% dall’Iran e non si riescono a trovare garanzie di un’alternativa immediata) e, subito dopo, l’Italia e la Spagna— proprio i paesi economicamente già più inguaiati dell’eurozona… E meno l’Iran stesso.

Come fa presente il presidente dell’Iran, commentando la notizia al ritorno da una lunga visita in America latina, con una certa aria di sfida che però i dati sembrano confermare, l’import totale di greggio iraniano nell’Unione europea tocca, “con circa 450.000 barili al giorno, più o meno il 18%  dell’export[129]”: che non è quantità rinunciare alla quale ridurrebbe alla fame l’economia del paese.

Sempre, poi, che l’Iran non riesca a trovare altri sbocchi (i nuovi mercati latino americani) e, poi, quelli asiatici al suo oriente invece che ad occidente, né le misure con cui reagire esso stesso facendone pagare il prezzo agli ultras sanzionisti e quindi scoraggiandone le velleità. Sarebbe dura, sì, ma le sanzioni se alla fine arrivano  pesano come sanno tutti, chi le impone e chi le subisce, sempre e solo sulle spalle del popolo, della gente normale. Che, sul tema, comunque – è bene per i nemici avere sul punto chiare le idee – sa perfettamente di chi è la responsabilità.

Mentre la Francia – stracarica com’è di reattori per l’energia nucleare, è lo Stato che più ostinatamente in Europa vieta all’Iran di dotarsene (del petrolio iraniano è il cliente che, dopotutto, ne ha meno bisogno) – e assume la testa della crociata, pretende e comunque, incontrastata, si arroga il ruolo di punta dell’Europa in politica internazionale – l’unica area in cui può ancora illudersi di stare in qualche modo alla pari della Germania – c’è anche la possibilità, o almeno il sospetto, che tra una cosa e l’altra forse l’Europa alla fine faccia soltanto ammoina…

L’Iran reagisce, a livello economico-finanziario, con quello che per ora sembra soltanto un flebile ruggito del topo[130]. Il majilis, il parlamento, “considera” – non decide o annuncia: pensa alla – possibilità di “bloccare” subito, con una mossa d’anticipo, le esportazioni di greggio verso tutti i paesi dell’Unione europea che hanno dichiarato ora di imporre sanzioni a partire dal 1° luglio. Lo dichiara il membro della Commissione Energia Nasser Soudani: in pratica Teheran farebbe subito scattare da sé l’effetto rincaro prezzi delle sanzioni nel tentativo di alleviarne così il costo punitivo per sé e trasferirlo su chi nei mercati continuerebbe a comprare influenzandone magari al ribasso l’applicazione effettiva e posizionandosi così meglio sui mercati del prossimo, immediato futuro.

Difficile adesso capire, ma non è da affatto da escludere che ci riuscirà… anche certo con l’aiuto di chi all’imposizione di sanzioni non ONU – dunque illegittime – dice di non starci. Come la Russia: se, per esempio, le nullifica semplicemente acquistando il petrolio iraniano e rivendendolo: la qualità è praticamente identica e i controlli in pratica inutili, essendo poi il greggio sostanzialmente un prodotto del tutto fungibile…

Forse nella capitale iraniana sono più allarmati per il divieto che, almeno legalmente (poi viene aggirato o evaso costantemente, anche dagli americani come si sa) è stato ora imposto dalla UE di  transazioni che avvengano attraverso la Banca centrale e la banca Tejarat, un istituto di credito a di proprietà statale di Teheran. Dicevamo ruggito impotente del topo… oppure no.

Per la verità anche in Iran, regno della Bazar Economy, i mercati hanno un peso… e la Banca centrale è stata costretta a fissare un tasso di cambio ‘unico’ a 12.260 rial per dollaro[131], svalutando così dell’8% e alzando i rendimenti sui depositi bancari per frenare una più che possibile fuga di capitali. Prima… era sostanzialmente già quello il cambio vigente al mercato “parallelo” dove le autorità avevano iniettato dosi massicce di dollari per sostenere la moneta. Sul terzo mercato, quello “nero”, illegale e proibito, e di tanto in tanto anche “punito” ma ben esistente, il rial aveva continuato a scendere toccando la parità col dollaro anche a 23.000 rial.

●Da parte loro, gli Stati Uniti vanno avanti sempre allo stesso modo: ultimatum, pressioni e minacce. Ma Israele ha la faccia tosta di lamentare – non solo di constatare quello che è vero, ma proprio di deplorare, di condannare – che poi, in realtà, anche gli americani, cioè Obama: è con lui che ce l’hanno – lo dice chiaro il vice premier Moshe Yaalon[132] a metà gennaio – esitano a imporre sanzioni vere, “paralizzanti” davvero, contro l’Iran per timore delle conseguenti sicure turbolenze dei mercati, soprattutto di prezzi in aumento del greggio su tutta la catena, dalla produzione alla pompa, adesso, nel 2012, l’anno delle presidenziali americane.

Si tratta, dice Yaalon, di una grande “delusione” per Israele. Lo dice con l’insensibilità propria di questi politici israeliani un po’ grezzi, incapaci di tenere conto dell’opinione, degli interessi e della sensibilità dell’unico protettore davvero importante che ancora hanno. E’ lui, infatti, Obama, che resta alla Casa Bianca ancora almeno per un anno e non i repubblicani che fanno ancor più di lui da zerbino ai voti della lobby israeliana.

Ma stanno correndo un brutto rischio a Tel Aviv: Obama stesso di recente, sicuro di non essere inteso da orecchie indiscrete, ebbe a dire a Sarkozy che lui purtroppo li “doveva” stare a sentire ogni giorno, “quei bugiardi inveterati degli israeliani[133]”…

Di là, invece c’è la controminaccia di Teheran che, se con sanzioni o altro le impediranno di vendere il suo greggio in modo che le farebbe davvero male, impedirà – dice – di venderlo anche agli altri produttori del Golfo, che non a caso si chiama Persico, bloccando lo stretto di Hormuz, per il quale tutti i paesi – ma in diritto internazionali non quelli che le sono ostili – hanno diritto a transitare. L’unica cosa che l’industria petrolifera garantisce è che se effettivamente per qualsiasi motivo lo stretto di Hormuz fosse chiuso (basterebbe a provocarlo l’affondamento da chiunque poi provocato di due battelli da carico nel canale) – il prezzo del greggio si impennerebbe immediatamente almeno del 50% e poi… a salire[134].

A Washington, militari e analisti di stampo militare parlano tutti di bluff dell’Iran. Dennis R. Ross, che fino al mese scorso era uno dei più influenti consiglieri di Obama sull’Iran e sulle questioni mediorientali- anche se non è chiaro perché visto come non ne avesse finora azzeccata una che è una delle analisi, delle previsioni e delle proposte che aveva venduto al presidente e che è ora passato al servizio ufficiale – prima era solo ufficioso quello che vi svolgeva – dell’AIPAC, la maggiore associazione o lobby filoisraeliana come chiama se stessa, non consoce esitazione e lo dice papale papale: misurando tutto col metro delle convenienze economiche decreta che “l’Iran, se lo facesse, prenderebbe in pratica un voto di povertà e io non credo che siano disposti a sacrificarsi così[135]”.

Il governo americano, con consiglieri forse stavolta almeno un po’ più raziocinanti, preoccupato possibili aumenti che disordini, interruzioni o aumenti del prezzo del greggio potrebbero introdurre a scombiccherare il mercato anche in America nei mesi che adesso portano alle elezioni presidenziali di novembre, sembra prendere un po’ più sul serio la cosa e fa sapere di aver “ammonito” al livello massimo possibile, quello cioè dell’ayatollah Khamenei[136] a non fermare lo Stretto: perché, allora, l’America provvederebbe, se necessario, a riaprirlo anche militarmente.

Bisognerebbe capire l’utilità di averlo fatto sapere all’universo mondo, invece di far arrivare l’ammonimento seriamente e discretamente a destino e anche la fattibilità stessa della minaccia: di come, con quali tempi e quali rischi, quali conseguenze e se la spesa vale proprio l’impresa… Perché la prima conseguenza inevitabile sul mercato sarebbe proprio quella del blocco e del caos.

Forse è anche vero, però, che se l’intervento armato non è la soluzione neanche il far finta di niente aiuterebbe a superare la crisi. Si potrebbe, invece – magari per sbaglio – tentare pubblicamente di dire una volta tanto alto e chiaro che l’Iran non ha ragione di minacciare rappresaglie visto che non c’è intenzione alcuna di nessuno a attaccarlo a priori… Come, del resto, impone il diritto internazionale che, però, evidentemente vale solo quando vale per gli altri...

Questo, però, mai! Si continua, invece, a sproloquiare di non scartare nessuna possibilità di intervento armato contro l’Iran (nemmeno il bombardamento atomico preventivo), e continuano a minacciarlo Israele e anche gli USA – “dal tavolo non si toglie alcuna opzione…” e, così, certo, è proprio difficile convincere qualcuno a Teheran che non è il caso di rispondere alla minaccia di aggressione con la minaccia di quella che sarebbe la loro rappresaglia maggiormente efficace: la chiusura dello Stretto.

Secondo noi, che finora abbiamo sbagliato previsioni molto più raramente di Ross, le ragioni dell’Iran sono al fondo però molto più legate all’orgoglio, se volete alla presunzione e alla percezione della propria dignità nazionale da difendere a ogni costo. A Teheran contano sulla divisione, alla fine della fiera, che gli interessi reali impongono anche al fronte occidentale, niente affatto poi monolitico.

Che, certo, se invece l’occidente si mostrasse in grado davvero di – e deciso a – snobbare l’Iran e il suo petrolio – cioè la produzione di uno dei grandi esportatori dell’OPEC – ci sarebbero ancora giganteschi mercati assetati di greggio (l’India, ad esempio, la Cina…) fornendo a Teheran quella che a quel punto, magari a prezzi anche scontati ma su un’offerta che in precedenza e grazie proprio alle sanzioni sarebbe comunque largamente già rincarata, diventerebbe una cima di salvataggio cruciale per resistere alle pressioni dell’occidente.

Anche se di recente ci sono stati problemi di pagamento con gli indiani che, a fatica e attraverso costose mediazioni, sono riusciti a risolverli e se ne stanno aprendo, parrebbe, anche con la Cina che a gennaio e anche per febbraio prevede di ridurre della metà, circa 280.000 barili al giorno, le sue importazioni di greggio iraniano. Ma poi dice un no volutamente eclatante[137] al segretario al Tesoro americano, Geithner.

E un no deliberatamente anti-americano che si sente forte e chiaro, come tale, in tutta la regione. Però, anche se più discreta, molto riscontro trova, come monito diretto invece a Teheran (non è che, ovviamente, neanche la Cina sia entusiasta di una possibile bomba iraniana; anche Pechino ha votato certe sanzioni, bloccando però finora quelle afferenti gli scambi di petrolio[138]), la prima visita dopo oltre un ventennio di un alto esponente cinese, il presidente Wen Jabao, al re dell’Arabia saudita e ad altri due satrapi del Golfo (e del petrolio)[139]. Invece, il nodo del contendere attuale dell’Iran con la Cina è sul periodo del pagamento richiesto all’acquirente. La Sinopec Corp., che raffina i 9/10 del greggio importato dall’Iran, chiede di pagare a 90 giorni e Teheran insiste a due mesi[140].

Che pare, invece, trovare qualche successo – relativo ma certo maggiore – in Giappone… la cui lingua, del resto non prevede proprio l’utilizzo stesso della congiunzione avversativa “no”, considerata di per sé troppo scortese e sostituita sempre da circonlocuzioni… Così anche stavolta, come tante altre in passato, Geithner non si sente dire di no – non potrebbero mai essere tanto sgarbati – ma il ministro degli Esteri Koichiro Gemba assicura che il Giappone sta chiedendo al Qatar di garantirgli una fornitura stabile: ma non sono stati ancora definiti i particolari di un eventuale accordo, spiega Gemba, soprattutto perché il vice premier qatariano, Abdullah bin Hamad al-Attiyah e il ministro dell’Industria, Mohamed bin Saleh al-Sada, hanno preso tempo.

Forse per non irritare troppo il grande vicino persiano[141], Tokyo insiste poi a comunicare agli USA, anche via Geithner – e a far sapere di averlo fatto – la sua grande preoccupazione per l’escalation dei rapporti tra America e Iran e chiede una soluzione diplomatica al contenzioso e un dialogo che non ostacoli il passaggio commerciale per lo stretto di Hormuz.

Poi a scanso di equivoci, l’uomo chiave del gabinetto nipponico, il segretario generale Osamu Fujimura, dice chiaramente che il Giappone non ha ancora deciso che fare, tirandosi ufficialmente indietro visto che il ministro americano assicurava che, invece, gli avevano detto di sì[142]

L’Iran non abbassa lo sguardo e insiste (minaccia) di difendersi se viene “attaccato”. Ma sembra aver dato un po’ troppo per scontato che, coi termini dell’accordo con la Cina già tutti concordati – quantità, tempi, prezzo, ecc., ecc. – e solo la rateizzazione del pagamento a restare aperto, sarebbe stato tutto sommato facile concludere coi cinesi. Ma, forse ha sbagliato: “per loro il bicchiere è mezzo pieno, per noi è mezzo vuoto” – dice il portavoce della Sinopec che, nel frattempo, sta cercando per prudenza rimpiazzi del flusso di petrolio iraniano da Vietnam, Russia, Medioriente e Africa ma a prezzo sicuramente molto più caro, senza perciò essere neanch’essa ancora riuscita a  concludere.

Ma già solo la possibilità/probabilità di turbamenti, ritardi, interruzioni dei flussi di carburante a scala che sarebbe assai maggiore rispetto ai problemi attuali ha provocato l’immediato rialzo, a più di $101 al barile, del greggio alla borsa di Londra (cioè, di per sé, proprio un favore all’Iran) anche se ha fatto calare di botto il valore del cambio del rial verso il dollaro[143], ostacolando ancora di più le importazioni nel paese e le condizioni di vita della gente.

Perché la sanzioni che esistono già, complicando comunque la vita, stanno cominciando a mordere, anche se un osservatore attento (e anti-iraniano) come, Salman Shaikh, il direttore pakistano della Brookings Institution americana di Doha, nel Qatar, avvisa che “colpire il settore petrolifero potrà di sicuro complicare ancora di più la situazione economica ma non significa affatto che l’Iran si piegherà ai voleri dell’occidente[144]”.

E anche l’aver spedito, adesso, nel mar Arabico – a titolo esclusivamente “cautelativo”, dicono a Washington i politici, mentre il Pentagono lo chiama “solo un rimescolamento nella disposizione della 5a flotta americana”; per cercare invano di intimidirci, dicono invece a Teheran – un gruppo navale d’attacco (si chiama proprio così: d’attacco…) aerotrasportato sulla portaerei USS Carl Vinson[145], e di apprestarsi a inviarne un altro sempre nella zona . neanche queste nuove dislocazioni d’attacco sembrano poter riuscire a piegare Teheran…

Dice Olivier Jacob, direttore della Petromatrix svizzera, un’importante agenzia di consulenza sul mercato petrolifero, dopo aver osservato quanto prima detto – che ormai i mercati stanno già tenendo conto dei,  e all’interno dei loro prezzi futures prezzando i, rischi potenziali già presenti nel Golfo e sottolinea come Teheran stia mandando esso stesso segnali sempre più chiari sulla necessità di grande cautela da esercitare da parte di tutti nel rispettare ciascuno le linee rosse tracciate dagli altri: perché, malgrado la presunzione di alcuni, la libertà di tracciare le sue linee rosse ce l’hanno poi tutti”.

Un economista iraniano, che insegna a Teheran ed è noto anche all’estero per la sua autorevole indipendenza, Gholamreza Kiamehr, ricorda utilmente ai sanzionatori come ormai le sanzioni economiche, “dopo che l’occidente le ha già applicate a ben quattro riprese dal 2006, non riescono ormai ad avere altro che effetti relativi e a breve termine”.

Si tratta di misure, le sanzioni, “che sull’Iran non avranno mai effetti paralizzanti’ – come disse una volta di volerle la Clinton, spesso un po’ troppo entusiasta e senza aver fatto bene i suoi calcoli – a causa della sua posizione geopolitica, delle risorse che ha e dell’accesso al mare”. Il che non significa che i dirigenti iraniani possano ignorare le costrizioni che, comunque, pesano sulla crescita del paese –  disoccupazione, inflazione… – come punto potenziale di innesco di una possibile ribellione…  Certo è però che, dal mondo arabo a tutto l’occidente, bassa crescita, disoccupazione e potenziale rincaro dei prezzi per i tagli – anche qui come dappertutto – alla spesa pubblica sono una minaccia per tutti… mica solo per gli iraniani.

Qui, certo, gli equilibri politici sono ormai turbolenti e precari: quasi come in una qualsiasi democrazia parlamentare… L’establishment politico che governa il paese è profondamente spaccato, essenzialmente tra “riformatori” economici vicini al presidente Mahmoud Ahmadinejad, da una parte, e un classe arciconservatrice clericale” sostenuta dalla doppia stampella del regime, le Guardie rivoluzionarie che strutturano la forza militare e una classe mercantile, di piccoli e grandissimi commercianti, una corporazione ricca e corrotta che si è ingrassata dopo la rivoluzione del 1979.

In mezzo c’è la Guida suprema, l’ayatollah Khamenei che tenta di tenere insieme il più possibile i due schieramenti, entrambi a lui dichiaratamente leali ma preoccupato più che dai movimenti scontati delle navi da guerra americane o delle mezze sanzioni europee dal fatto che le due fazioni si stiano sempre più allontanando e che le prossime elezioni parlamentari di marzo – che come sempre qui, malgrado tutto e per fortuna, riflettono in seggi divisioni reali – lo attesteranno mentre lui esige, al di là delle rotture che sono reali, anche con e sotto la pressione esterna ed estranea – imperialista, come la chiamano – e aprono il varco ai nemici dell’Iran[146].

Ma è un’illusione, almeno a breve-medio termine, che le sanzioni e le minacce esterne riescano a spaccare il paese (non su questo punto che, anzi, al contrario unisce gli iraniani al di là delle loro divergenze anche profonde e unisce, anche, spesso gli iraniani che pure sono emigrati da anni) portando gli ayatollah a invocare lo zio (cry uncle), come dicono gli americani con un’espressione idiomatica a dire il vero inspiegabile da qualsiasi dizionario anche il più sofisticato, cioè a dire “mi arrendo”.

Esattamente il contrario, ammoniscono molti esperti affrancati dalla lettura fantasmagorica dei fatti vulgata dai duri washingtoniani, di quel che sperano quanti vorrebbero spezzare le reni all’Iran:

• “più militarizzate diventano queste elezioni, più andranno a beneficio della falange dei duri raccolti attorno alla guida suprema, a Khamenei[147].

• identica anche la lettura di altri analisti stimati: su un quotidiano che esce a Dubai[148], un’autorevole esperta della materia fa notare che mentre “una guerra a tutto campo tra Washington/Londra/Tel Aviv e Teheran nel Golfo è impensabile… la storia ci chiede che l’impensabile a volte succede quando il flettere i muscoli viene spinto all’estremo”. Alla fine, le tensioni si sommano e diventano “una sfida a chi per primo distoglie lo sguardo: con conseguenze impreviste”.

• e, su una rivista on-line[149], specializzata su tematiche di politica internazionale, un titolo molto esplicito spiega bene Le cinque ragioni per non attaccare l’Iran: il petrolio e le sue ripercussioni sui mercati in un momento di congiuntura già catastrofica, lo stretto di Hormuz, le rappresaglie degli alleati dell’Iran nella zona… ma – quella più nuova avanzata da uno specialista importante del materia – perché l’Iran in effetti dispone, a detta di tutti gli esperti, “della forza militare più efficace che gli Stati Uniti abbiano dovuto affrontare da decenni”…, cioè dal sconfitta del Vietnam. E questo, finora, non ce l’avevano detto…

Ne sono, però, perfettamente coscienti emiri e sceicchi del Golfo che, di fronte a quella che si manifesta ai loro occhi come una del resto naturale volontà di relativo maggior disimpegno militare americano, sono alla ricerca di altre alleanze: non necessariamente alternative ma sicuramente complementari. Fatto che spiega bene anche il gran frullare al momento nell’area – in Arabia saudita, negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait – di tanti esponenti della finanza, dell’economia e della politica della Cina…

Ma tornando alla concezione fasulla connaturata all’idea stessa delle sanzioni, è proprio come clava o minaccia intesa a obbligare qualcuno a modificare un comportamento considerato vitale della propria politica che si condanna inevitabilmente questa strategia perché ineluttabilmente inefficace visto che un interesse ritenuto vitale, essenziale cioè, dovrebbe essere per evitarle sacrificato. Proprio come, del resto, fallita e capace solo di rinsaldare intorno al regime il paese è la strategia degli attentati e degli assassinii mirati che da almeno due anni colpiscono l’uno, o l’altro, scienziato, fisico, o tecnico della ricerca iraniana.

Perché non sembra esserci dubbio che la guerra contro l’Iran sia già cominciata. L’ultimo di diversi assassinii mirati è stato a inizio gennaio quello del 32enne insegnante di fisica e chimica  all’università di Teheran e vice supervisore del centro di ricerca atomica di Natanz, Mostafa Ahmadi Roshan. E’ stato ammazzato con una mina magnetica attaccata da un motociclista alla carrozzeria della sua auto il 10 gennaio. E Teheran – ma con esso ogni osservatore appena appena  informato – sembra ragionevolmente sicuro che dietro questa bomba – anche questa – ci siano i servizi israeliani (che tacciono) o quelli americani (che dicono di no, ma come sogghignando).

E, adesso, in Israele fanno sapere – lo dicono i militari al capo di stato maggiore, di nuova nomina, delle Forze armate del Pentagono, gen. Martin Dempsey – che quando e come attaccare preventivamente l’Iran lo decidono da sé e lo “comunicheranno” agli Stati Uniti con un preavviso – come dire? di cortesia – di dodici ore[150]… E la grande stampa americana, imbarazzata e compiacente, tace…  

La sensazione, diciamo, ben informata è[151] che “siamo alla vigilia di una guerra contro l’Iran che coinvolgerà tutti. Lo siamo come, tra 2002 e 2003, lo fummo quando i tamburi di guerra rullavano per l’Iraq (per l’Iraq tutto, fatto di donne e uomini, e non per l’Iraq simboleggiato da Saddam Hussein)?Allora vivevo al Cairo, ed era chiaro a tutti che l’intervento americano e inglese sarebbe stato dolorosissimo, oltre che ingiusto. Ora vivo a Gerusalemme ed è altrettanto chiaro che un conflitto con al centro l’Iran avrebbe conseguenze non solo catastrofiche, ma imprevedibili, anche se  non soprattutto per l’Occidente”.

● I ricercatori iraniani: anche loro precari…, molto molto precari… (vignetta)

Mi sento come se avessi un bersaglio sulla schiena

                                  PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO

Foto: IHT, 12.1.2012, P. Chapatte  

Non c’è, naturalmente, nulla di certo. Ma tanto tra qualche mese ce lo dirà WikiLeaks o il suo equivalente di allora. Per ora è acquisito il giudizio “ben informato” di Theodore Karasik[152], un esperto americano di politiche di sicurezza – di spionaggio cioè – dell’Istituto di Dubai per l’analisi del Medioriente e del Golfo.

Sottolinea come anche questo assassinio appaia parte di uno schema che nell’arco dello scorso biennio di operazioni coperte “dell’occidente e dei suoi alleati” – vuol dire di America ed Israele, ma la mette più sul generico, lui: noi, invece, escludiamo categoricamente che si possa trattare, ad esempio, di alleati come Italia o Giappone… anche se in passato, a dire il vero, almeno il SISMI di lavori sporchi per conto della CIA ne ha fatti alcuni e sono tutti anche documentati dall’autorità giudiziaria[153] e/o da inchieste parlamentari[154] – “allo scopo di degradare o ritardare lo sviluppo del programma nucleare iraniano”.

E a Washington qualcuno si comincia, a ragione, a preoccupare di possibili rappresaglie del tipo “occhio per occhio”: in fondo non è poi tanto difficile attaccare sul cofano di qualche auto americana o israeliana, una mina-mignatta esplosiva…

In definitiva, anche se è probabile per dirla tutta che non siano pochi gli iraniani a volere che gli ayatollah alleggeriscano la morsa della loro politica interna, neanche israeliani e americani – neanche i loro servizi segreti – mettono in questione (lo fanno solo i pasdaran anti-iraniani di certa stampa occidentale) che, sul punto, la politica estera del paese usufruisca, in effetti, di un appoggio popolare sostanzialmente unanime.

Dopotutto, l’Iran, la Persia, non ha mai – mai! – da secoli addirittura, aggredito nessuno e ha sempre subìto ingerenze e aggressioni— al contrario dei suoi principali avversari che anche loro spesso parlano alto e forte e minaccioso ma poi, al contrario, si impicciano pure attivamente e aggressivamente degli affari altrui. E, nel mondo arabo, in Indonesia, in Pakistan, sono anche molti i sunniti ad apprezzare che uno stato mussulmano, anche se purtroppo sciita, cerchi di tener testa al mondo degli infedeli…

Per Israele le cose ormai sono chiare: non vede più alcuno spazio di mediazione tra il rassegnarsi alla presenza di un Iran nucleare nella regione o la guerra preventiva a un vicino comunque  possente (1.650.000 km2, 80.000.000 di abitanti, un PIL intorno ai $1.000 miliardi: contro u suoi 21.000 km2di territorio, 1/78 della superficie; sui 7.000.0000 di abitanti, undici volte di meno; e un PIL 5 volte inferiore, sui $210 miliardi) che, se attaccato specie col nucleare troverebbe di certo  un’area il modo segreto di darsela davvero, la bomba, con cui esercitare la rappresaglia.

Pochi, pochissimi, lì come altrove osano far presente che, invece, l’alternativa esiste— oddio esisterebbe…: proclamare per tutto il Medioriente una larga zona denuclearizzata[155]– ma compresa Israele come è ovvio: l’Iran dice che ci sta; Israele, però, che non se ne parla neanche – assicurata con una serie fitta di ispezioni pesantemente intrusive condotte dall’ONU e la cui effettiva applicazione fosse garantita – visto che sarebbe una rinuncia, come dire?, bé, volontaria – dalle grandi potenze. Che sono loro, certo, potenze nucleari; ma, almeno, loro, sono “grandi”… 

 

Il periodo che intercorre di qui alle elezioni parlamentari di fine marzo in Iran sarà per questo davvero di grande interesse. Per l’Iran e per tutti. Mentre l’anno che va di qui alle presidenziali americane diventa significativo per l’opportunità che offre all’estremismo israeliano, al governo di Netanyahu, di ricattare la presidenza di Obama col peso di un partito repubblicano statunitense monoliticamente e ciecamente schierato per quel governo e qualsiasi sua scelta— fosse pure quella di una guerra nucleare preventiva.

O magari di un assassinio messo deliberatamente in preventivo non più contro accademici e specialisti iraniani ma, direttamente l’omicidio politico appunto preventivato di colui, Barak Obama, che i fanatici americani filoisraeliani – o più esattamente, come fanno notare in non pochi proprio da Israele, gli estremisti filo sionisti americani – accusano di cedimenti all’Iran e di mettere in pericolo, appunto, Israele.

Lo ha scritto così, papale papale – lui suggerisce, anzi proprio raccomanda, al premier Benyamin Netanyhahu, di ordinare a uno dei gruppi di fuoco del Mossad, il servizio segreto di Israele, di assassinarlo perchè è “ragionevolmente sicuro” che chiunque fosse poi il suo successore (meglio un repubblicano ma anche qualsiasi altro democratico andrebbe meglio) sarebbe uno che “difenderebbe Israele” – l’editore di un settimanale di Atlanta in Georgia[156] (circolazione 6.653 copie; popolazione ebraica 260.000) che dice di rappresentare quella comunità di ebrei americani. Proteste, ovviamente in America, ma molte assai tiepide (dicono: la libertà di parola, no?) ma molto più sentite e indignate, sembrano, da Israele[157] (quali sinceramente, quali piuttosto  opportunisticamente— si potrebbe anche arrabbiare, dopotutto, no? coi fanatici sionisti).

Viene, a questo punto, magari anche un po’ cinicamente, da osservare che con questi amici tra gli ebrei americani, non si capisce che bisogno trovi Obama di farsi altri nemici, magari tra gli iraniani… ma, e soprattutto, che per queste criminali scemenze uno non se la dovrebbe prendere con gli ebrei e neanche con gli ebrei americani, ma forse solo e proprio con l’ideologia sionista così come la divisarono e proposero tanti anni fa Theodore Hertzl e Max Nordau e l’incarnarono nel loro sionismo praticato, di destra come di sinistra, dopo di loro storicamente, sulla spinta della folle ideologia e pratica del nazismo e di sei milioni di morti — Ze’ev Jabotinsky e Ben Gurion e Golda Meir e Shimon Peres e Yitzhak Shamir dando corpo al sogno di Israele diventato però incubo, insieme, per tanti altri.

Di quest’altro lato della medaglia israeliana, quello palestinese, in America non solo non parlano ma preferiscono proprio ignorarlo. E, in effetti, di questa vere e propria istigazione a delinquere neanche uno solo dei grandi giornali americani si degna di riferire, mentre come sì è visto in Israele ne parlano. Il che testimonia soltanto, però, ancora una volta della persistenza di quest’angolo cieco – questo vero e proprio buco nero – dei media statunitensi.

●Qualche altra breve considerazione, infine, sulla follia di considerare davvero le sanzioni come uno strumento risolutivo o realmente capace di incidere su quelli che un paese qualsiasi considera i suoi interessi vitali, modificandoli. Annuncia il segretario di Stato agli Esteri indiano, Ranjan Mathai, molto bruscamente, che il suo paese non coopererà con alcuna sanzione contro l’Iran o la sua Banca centrale o, se è per questo, contro qualsiasi altro paese. “L’India ha accettato e sempre dopo averle discusse, di far sue le sanzioni che contro ogni governo fossero decise secondo i meccanismi multilaterali delle Nazioni Unite, ma di non conformarsi a nessun altro tipo di boicottaggio che considera, invece, illegittimo”.

E l’India[158] non si metterà a chiedere favori, o speciali esenzioni, agli Stati Uniti. Una delegazione di alto livello governativo è attualmente a Teheran – spiega – per trovare in collaborazione un meccanismo capace di garantire una fornitura costante di greggio dall’Iran e un accordo finanziario solido per garantirsi e garantire di poter effettuare il pagamento. Noi continueremo a comprare petrolio da Teheran e un numero rilevante di paesi europei faranno lo stesso. “L’India – infine – non cerca e non cercherà mai il permesso di alcun altro paese per decidere quello che decide di fare o non fare”.

In definitiva, e in sostanza, le sanzioni che vorrebbero gli USA non sono in generale accettate dai paesi che del petrolio iraniano hanno maggiore bisogno e su esso fanno maggiore affidamento. Alla luce di queste considerazioni, anche il recente calo di acquisti di greggio dalla Cina e dalla stessa Corea del Sud va valutato come esito di una domanda che cala a causa della crisi imperversante nell’economi mondiale, un po’ dappertutto.

Non c’entra con l’Iran ma con l’India, sì, e col rapporto complicato che questo paese gigante sviluppa con gli Stati Uniti d’America, e che si va anche qui imbastardendo: la Russia ha deciso – ed è una qualche innovazione su cui riflettere – di “affittare” (non di vendere) un proprio sottomarino a propulsione nucleare K-152 Nerpa, della classe Akula II, per dieci anni alla marina militare indiana[159].

Giappone, Corea del Sud e Turchia, e – pare – anche Grecia e Italia, intendono invece rivolgersi: nessuno lo ammette, tutti ci pensano per timore delle ire del Grande Fratello – agli USA per fare quello che l’India rifiuta: ottenere la loro particolare esenzione. Ufficialmente la Turchia nega, però: anzi, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, in conferenza stampa congiunta con Sergei Lavrov, il suo omologo russo, conferma che i due paesi sull’Iran hanno lo stesso giudizio.

Certo, come un po’ tutti, anche Russia e Turchia sono preoccupate per alcune ambiguità della politica nucleare iraniana; ma di ambiguità ce ne sono ben altre, allora, da chiarire nella politica nucleare di ben altri paesi (ogni sottinteso riferimento a Israele – e non solo: anche di sicuro, almeno per i russi, allo scudo spaziale americano ai loro confini – non è casuale)!

Ma non hanno prove, né gliene sono stata fornite, né ne hanno fornita alcuna alla stessa ONU quanti (USA, Israele…) affermano il contrario, che effettivamente Teheran si stia costruendo una bomba: perché altra cosa è il perseguimento legittimo di ricerche e arricchimento di uranio a fini civili. E’ un diritto: come, esattamente, di ogni altro paese anche dell’Iran.

Per questo, in mancanza di prove e anche di indizi cogenti, sull’Iran le posizioni di Turchia e Russia coincidono. Poi, la Turchia ha con l’Iran un confine che è sempre stato in pace e deve restarlo. Sempre per questo la Turchia, dunque, propone e la Russia appoggia altri colloqui multilaterali con l’Iran da tenersi “per tutti i chiarimenti utili di tutti a ciascuno e viceversa” magari proprio ad Ankara[160]. Subito.

Ahmadinejad dice subito di sì: d’accordo, noi chiariremo quel che ci chiedono di chiarire e gli altri faranno altrettanto sulle loro inaudite minacce di guerra preventiva[161]. Ma gli americani, al solito, nicchiano: per loro già mettersi a sedere a un tavolo di negoziato comporta che, prima, la controparte (Teheran, Pyongyang o chiunque: e, del resto, stoltamente incapaci di ogni flessibilità negoziale, ci provano anche con Russia e Cina) dica già prima di sì all’agenda fissata dalla loro parte: e che, all’o.d.g., ha solo il punto del chiarire il programma atomico dell’Iran, non altro…

Il Giappone, invece, ha inviato subito una delegazione a chiedere l’esenzione a Washington senza, però, riuscire a concludere niente di positivo— ma anche senza che gli USA riuscissero a convincerla a dire che Tokyo “obbedirà”[162]. Ma il punto è che, col passare del tempo, va diminuendo la capacità di far mordere davvero le sanzioni e, in parallelo – di conseguenza – la necessità per l’Iran di provare a chiudere lo stretto di Hormuz.

●Su questi temi, in effetti, negli USA l’unica, del tutto, solitaria eccezione è quella dell’eretico isolazionista Ron Paul[163], deputato repubblicano del Texas, un 76enne medico attivissimo, libertario in servizio permanente da decenni scatenato su tutto e, specificamente, sul piano sociale – della uguaglianza sociale –, un perfetto conservatore (il welfare? mai! in un paese serio ognuno pensa per sé e Dio, per chi ci crede, per tutti… non lo Stato, mai e tanto meno per legge).

Ma anche eretico e anomalo in politica internazionale: l’unico che, nella sua sfida di sempre al conformismo patriottardico, osi dire – sonoramente fischiato a una riunione elettorale repubblicana cui presenta la sua candidatura come candidato del partito alla presidenza (ma, se fosse stato democratico, sulla questione del rapporto America/mondo, dai suoi avrebbe ottenuto almeno all’80% lo stesso tipo di accoglienza – che “se un altro paese facesse a noi quel che noi facciamo agli altri , a noi non piacerebbe molto. E poi ci meravigliamo se in tanti ci odiano?

   Per questo dico che in politica internazionale dovremmo seguire  la cosiddetta regola d’oro del Vangelo e non perché sia un libro sacro ma perché è un consiglio assai saggio: non fare mai agli altri, quel che non vorresti fosse fatto a te Bombardarli a tappeto, ad esempio”.

In questo quadro, Obama è inevitabilmente influenzato in modo pesante dalla grande prevalenza quasi altrettanto ciecamente filo israeliana della lobby omonima tra i democratici stessi. Non è che poi sia particolarmente coraggioso di suo e capace di una vera leadership in materia. E disgraziatamente fino alla rielezione, o alla nuova elezione, da questa sua pusilla soggezione non si sposterà. Anche tener d’occhio quel che avviene su questo risvolto cruciale e purtroppo senza prospettive del conflitto latente ed aperto oggi in Medioriente sarà perciò molto importante da sorvegliare.

●Diverse centinaia di contractors stranieri, di parecchie nazionalità – americani compresi – sono stati fermati e trattenuti da poche ore a tre settimane per accertamenti sui loro documenti e/o sulle armi con cui andavano in giro in Iraq[164]. L’operazione è scattata subito dopo che gli ultimi soldati americani regolari se en erano andati e contrariamente alle assicurazioni che i comandi statunitensi credevano di aver stipulato per loro col governo iracheno.

Adesso – avvisa Latif Rashid, consigliere del presidente iracheno Jalal Talabani – le regole che valgono per i privati che girano armati in questo paese sono le nostre e anche le vecchie credenziali americane non valgono più. L’unico accreditamento valido, ormai, è quello firmato dal governo sovrano della Repubblica islamica dell’Iraq”. Buono a sapersi, annotano acidamente le industrie americane  (tipo la Blackwater, i cui nervosi scherani privati, nel 2007, ammazzarono 17 civili per strada) che affittano guardioni di ogni colore e paese, lucrandoci sopra doviziosamente, ai nuovi e potenti ricchi iracheni e che vedono restringersi pericolosamente le loro fonti di profitto…, ma ce lo potevano dire prima.

Così, però, adesso è sicuro che prendete nota attentamente del fatto”— ribatte Rashid, mentre l’esercito americano è sicuro che si tratti semplicemente del modo di comunicare il cambio di regime, per così dire, al pubblico iracheno, arabo e americano; insomma, un segnale per tutti che l’antica protezione ormai non conta più niente. Lì a Badgad almeno.

Adesso, poi, “un mese appena dopo la partenza dell’ultimo soldato dal suolo iracheno – oddio, si capisce, “ultimo” per modo di dire: ne restano alcune centinaia, ma a scopo protettivo dicono e diverse migliaia che non sono truppe regolari ma mercenari assoldati allo stesso scopo… in fondo la parola soldato viene proprio, come ‘mercenario’, dall’essere pronto a fare la guerra per conto terzi e, appunto, per soldi – il Dipartimento di Stato si è messo a gestire direttamente una flotta di drones, aerei senza pilota, per proteggere l’ambasciata a Bagdad e i vari consolati americani in giro per il paese[165]”.

Però, al solito, non hanno mai chiesto alcun permesso per farlo. “E alti esponenti del governo iracheno stanno esprimendo il loro sdegno per un programma che – per sua natura – è un affronto alla sovranità del paese”. E non si capisce se non hanno chiesto il permesso perché o ritenevano di restare sempre i padroni dell’Iraq, per un malinteso senso della propria onnipotenza cioè o perché cosa. Magari davvero è solo per dimenticanza… come adesso stanno dicendo.

Un ricco pamphlet che bandisce una specie di concorso, di asta, per l’appalto del sistema da parte del Dipartimento di Stato alla ditta di guardioni e mercenari con l’offerta a prezzo più basso illustra con dovizia di dettagli tutto il programma. Si tratta, naturalmente, di un documento segreto[166]… ma pubblicato, naturalmente,  all’interno di un Rapporto degli Esteri che è pure on-line[167].

●Sembra al momento disinnescarsi[168], invece, per la debolezza interna al fronte sunnita che su una reazione ferma di continua resistenza sembrerebbe non reggere senza rischiare di spaccarsi, lo sciopero parlamentare che la fazione al-Iraqiya aveva aperto contro la “persecuzione” di diversi suoi esponenti (il VP del governo, il ministro delle Finanze) che facevano parte del governo di coalizione presieduto dallo sciita al-Maliki e di cui il PM stesso aveva ordinato l’arresto. Hanno contribuito molto alla tregua anche le pressioni esterne, anzi proprio estere:  degli americanai che si sono dichiarati, col loro vice presidente Biden impegnati direttamente a riportare alla ragione Maliki e, pare, anche le concorrenti esortazioni iraniane al loro alleato primo ministro a non premere troppo. Ma la crisi non appare affatto risolta.

●Hamid Karzai, presidente dell’Afganistan, furioso per essere stato emarginato dai colloqui tra americani e talebani ormai instaurati da mesi, ha annunciato adesso, in ritorsione, che americani e ISAF devono ormai, e subito, cedere al suo governo il controllo della prigione militare di Bagram[169], la maggiore in cui gli americani hanno tenuto da anni e per anni senza mai processarli e trattandoli come e peggio che a Guantánamo sospetti terroristi di al-Qaeda e talebani.

La pagliuzza che pare aver fatto scendere al minimo la pazienza di Karzai – ma gli americani stanno tentando di recuperare e potrebbero ancora riuscirci: alla fine e comunque, lui, da loro totalmente dipende… e loro sono ancora disposti a pagarlo – è stata la decisione raggiunta dai negoziatori delle due parti di lasciar aprire, e di aprire, un ufficio di rappresentanza politico e, in effetti, anche una rappresentanza  “quasi-diplomatica” del movimento ribelle in Qatar[170]. La prima mossa di Karzai è stata quella di ritirare l’ambasciatore del suo paese da Doha come manifestazione diplomatico-politica della propria ira.

C’è da far rilevare, al solito, la linea sempre sbilanciata – e senza infingimento alcuno squilibrata e come tale rivendicata – degli americani su questa faccenda di Doha e del loro colloquio coi talebani[171] quando adesso tornano a dichiarare come per andare verso una pace possibile, bisogna che i talebani la smettano di favorire azioni terroristiche. Lo sottolinea con forza il plenipotenziario americano per Pakistan e Afganistan, che i pakistani non hanno voluto ricevere ma il governo afgano anche se lo avesse voluto non può rifiutarsi di vedere per aprire un ufficio in Qatar bisogna che i talebani lo dicano chiaramente di rinunciare al terrorismo.

Sembra un po’ il cerimoniale del fonte battesimale: rinunciate voi al diavolo e a tutte le sue pompe? Che se il padrino inopinatamente rispondesse di no, il battesimo non si potrebbe fare… Una retorica unilateralmente insensata alla quale l’altra parte risponde sensatamente— e più sofisticatamente del solito. Reagisce stavolta citando la Battaglia d’Algeri di Gilles Pontecorvo, forse senza neanche saperlo, quando la giovane “terrorista” al colonnello dei paras che la interroga risponde (citiamo a  memoria, scusate): “se voi mi date uno solo dei vostri cacciabombardieri Mirages, io vi consegno tutte le bombe che nascondiamo nelle nostre borse della spesa”.

Il portavoce dei talebani replica infatti a Grossman che loro rinunciano subito al “terrorismo”, se gli americani gli danno uno o due dei loro drones, gli aerei senza pilota a controllo satellitare. Ma è una risposta talmente secca e efficace che nessun giornale occidentale – nessuno, neanche il NYT – si perita di riportare: la trovate solo sul sito cosiddetto ufficiale dell’Emirato islamico dell’Afganistan come si chiama ufficialmente, appunto, il governo talebano… e in un cenno, appena, di un quotidiano pakistano[172] (parafrasato a sua volta da un commentatore occidentale assai anomalo “il terrorismo sarà pure odioso, ma certo è meno vigliacco del vostro modo primario di fare oggi la guerra[173]”.

●Il presidente afgano da tempo, ben prima che vi si rassegnassero – perché di questo si è trattato – gli americani, s’era espresso a favore di colloqui e anche di veri e propri negoziati coi talebani per arrivare a un qualche accordo di pace. Ma loro hanno sempre detto di essere poco interessati a trattare col servo e tornano ora a ripetere[174], che le due parti che contano in questo conflitto siamo noi e gli americani. E Karzai ha chiaramente l’impressione, del resto scontata, che in fondo anche Washington questo pensi…

Perciò ha tanto insistito, a fine mese, prima di venire in Europa a parlare con Monti e Sarkozy, a partecipare personalmente agli incontri preliminari con il partito di Hizb-e-Islami[175], guidato da Gulbuddin Hekmatyar, che fra il ’93 e ’94 e poi brevemente ancora nel ’96 fu primo ministro nei governi che precedettero quello del mullah Omar, e che presiede a una delle formazioni èiù estreme oggi della galassia talebana, radicata già nella guerra antisovietica degli anni ’80 e particolarmente vicina ad al-Qaeda.

●Ormai, il dopo si fa vicino e lo vedono tutti. L’ultima edizione, di metà gennaio, del rapporto di “consenso” della Comunità di intelligence americana (le sedici agenzie dei servizi segreti)[176], presenta un quadro assai fosco del futuro del governo afgano quello sempre, malgrado tutto, appoggiato dal governo statunitense e, sul terreno, dalle truppe americane e da quelle della NATO che lì si sono lasciate coinvolgere nel meccanismo della guerra. Adesso, conclude il NIE, dopo il nostro ritiro saranno davvero dolori…

I militari americani concordano poco con questa diagnosi. Ma loro, come gli occupanti sovietici prima di loro, si accontentano spesso di non far avanzare troppo i talebani e chiamano vittoria il fatto di aver impedito loro di dilagare. Ma i talebani restano lì e loro, i militari americani, come prima di loro i sovietici se ne stanno andando e quel che resta non è certo lo Stato nuovo, magari anche islamicamente moderno che Bush aveva detto di voler creare alle falde dell’Hindu Kush himalayano.

In effetti la lezione è sempre la stessa, quella che da Alessando Magno in poi arriva ad oggi: che nessun invasore in Afganistan mai è riuscito nell’operazione del fare il nation building così come lo interpretava e lo voleva: nessuno. E’ la constatazione dell’ovvio: neanche l’onnipotente America può costruire il suo nuovo Afganistan con un corpo di spedizione importante ma di durata inevitabilmente limitata e ormai, poi, agli sgoccioli. Come già capitò appunto ai sovietici, ogni “lealtà”, chiamiamola così, qui finisce quando finiscono le erogazioni in contanti alle varie tribù, etnie e sette afgane.

Quando la 40a Armata rossa se ne andò da Kabul, nel 1989, l’esercito afgano era una forza considerevole, 200.000 soldati, e anche tecnicamente ben preparati. Ma scoppiò il caos e furono i talebani a riportare a modo loro nel paese un po’ di legge ed ordine. Il governo filosovietico che Mosca s’era lasciato dietro sopravvisse ancora tre anni prima del bagno di sangue in cui alla fine annegò. Insomma, se il governo Karzai, o quello filoamericano che seguirà agli ultimi occupanti o liberatori – fate voi – non riuscisse a resistere oltre il 2017, tre anni dopo che l’ultimo marine se ne sarà andato cioè, gli americani faranno anche peggio dei sovietici.

Il NIE ricorda, in una nota, non si capisce se con più rassegnazione o più disperazione, che i talebani non hanno mai sconfitto sul campo l’esercito afgano. Ma con l’avvicinarsi dei talebani a Kabul, per disorganizzato e caotico e violento che fosse il loro avanzare, l’esercito afgano semplicemente si sciolse: i soldati tagiki e uzbeki se ne tornarono a casa, al Nord. I pashtun che restavano a Sud a casa loro, a Kabul, restavano proprio perché gli studenti islamici, i talebani, erano tutti pashtun.

Questo sarà ancora, prevede senza dirlo proprio così la Valutazione di intelligence nazionale del gennaio 2010, lo schema più plausibile di quel che succede dopo che se ne vanno USA e NATO. In questo paese le forze governative restano oggetto e soggetto di lealtà prima di tutto tribali e di clan. E solo la presenza armata degli americani  aveva finora consentito – cioè, nei fatti, pagato quasi a piè di lista, per decine di milioni di dollari all’anno – alle forze di sicurezza di questo paese un qualche tipo di collante nazionale. Proprio come nel vecchio schema sovietico riprodotto tal quale venti anni dopo.

Ora, dopo la partenza degli americani in Afganistan, al meglio, ci vorranno anni per rivedere un esercito propriamente afgano. I soldati tagiki e uzbeki – che restano oggi come erano ieri il grosso delle forze nazionali mentre sono sempre pochi i pashtun nell’esercito regolare – se ne torneranno ancora una volta a casa, alle loro tribù e ai loro clan. E così la previsione in assoluto maggiormente critica del NIE è proprio questa: in Afganistan continuerà ad affermarsi il modo afgano di organizzare la guerra e lo Stato: la separazione di tutti da tutti.

Ma col ritiro delle truppe straniere e la disintegrazione delle forze armate nazionali il livello di scontro armato diminuirà, anche di sicuro per la stanchezza che il trascinarsi da oltre un decennio di questa guerra fa montare evidente un po’ in tutte le componenti tribali del paese. Che è poi proprio la ragione per cui adesso i talebani si stanno adesso impegnando nel negoziato. Che non significa affatto un cedimento, specie di fronte a questa lettura realistica americana che, pur contrastata e osteggiata da un riluttante esercito USA, è ormai quella che prevale anche a Washington e quella sempre avanzata del resto dai talebani su come va a finire la guerra. Inoltre, la ricerca del negoziato è, invece, un tentativo di ridurre le perdite nella fase finale dello scontro.

Si viene a sapere, dallo stesso NIE poi, che i talebani hanno cominciato a studiare e preparare piani che prevedono la coltivazione a tappeto delle aree pashtun del Sud del paese con zafferano al posto del papavero da oppio. E’ l’unica coltura sostitutiva che sul mercato oggi che potrebbe rendere bene in contanti, ma come già negli anni del governo talebano dal ’96 al 2000 dovrebbe essere imposta probabilmente anche manu militari.

●In uno sviluppo collaterale, non certo però irrilevante, dopo l’ennesimo “incidente” con un militare regolare afgano – che i talebani dicono, poi, essere un loro infiltrato – apre il fuoco e falcia nella provincia di Kapisa quattro soldati del contingente francese e ne ferisce anche gravemente altri 16. Subito, Nicolas Sarkozy ha annunciato che la Francia sospende subito tutte le sue operazioni militari nel paese e invia una missione speciale, il ministro della Difesa e il capo di stato maggiore, per valutare la necessità o l’opportunità, comunque ormai, di ritirare il contingente militare dalle forze ISAF[177]. Succede che Sarkozy vuole – vorrebbe… – poter dimostrare che a decidere delle truppe francesi è lui, non Obama, magari con l’intermediazione della maschera di Anders Fogh Rasmussen, il segaligno funzionario capo – come lo chiama lui – della NATO…

E le cose non migliorano certo quando la signora Clinton[178], con la straordinaria sagacia che ne connota la finissima diplomazia, parla a poche ore di distanza in conferenza stampa con il collega tedesco Guido Westerwelle – e, mentre lui le tira un po’ la giacca cercando invano di frenarla, non trova di meglio che tranquillizzare tutti dicendo che “gli Stati Uniti non hanno alcuna indicazione sulla cosiddetta intenzione della Francia di andarsene dall’Afganistan”. Anche se mai avesse alla fine ragione, come è probabile, si tratta di un’affermazione stupidamente e unicamente impudente, come se il discorso del presidente della Repubblica di Francia fosse stato un’arlecchinata… A meno, certo, che non lo sia proprio stato e abbia ragione lei.

Perché, va detto, avvampando all’istante fiamme e fuoco, poi Sarko si dà una calmata abbastanza rapida. Quasi subito comincia col far precisare che, contrariamente all’impressione data, le operazioni di addestramento dei militari francesi riprenderanno subito e, dice il suo ministro degli Esteri, Alain Juppé che, alla fine, il presidente e il primo ministro Fillon prenderanno la loro decisione finale – ma allora perché pre-annunciarla così stupidamente? – solo dopo la visita che il 26 prossimo farà a Parigi il presidente afgano Karzai[179]...

Così, alla fine, il subito diventa fra un po’ (a fine 2013 non ci saremo più lì); il come (ho deciso io) diventa un più fievole adesso lo proporremo alla NATO… e poi decideremo: non dice proprio insieme ma poco ci manca[180]… Francamente, una gran brutta figura, per il Messieur je decide, in questo brusco passaggio dal “basta” al “domani vedremo”... Per sua fortuna, lo stesso Karzai in sintonia[181] sostiene un’accelerazione dell’esodo delle truppe NATO: è perfettamente cosciente che se si trovasse davvero mai faccia a faccia coi talebani, rischierebbe il collo; ma sa anche che solo se se riuscirà a cavarsela in quel faccia a faccia – e non lo può mai fare se ha sotto di sé la stampella americana – potrà, trovando un qualche accordo suo con loro, avere forse – forse… – la possibilità di tenersi il posto domani dopo essersi “convertito”.

Certo, si è messo da parte qualche buon elicottero nel caso che chi sa dovesse scappare come a suo tempo fecero i pro-consoli americani da Saigon, Ciang Kai-sheck da Formosa, Marcos da Manila, Trujillo da Santo Domingo , Batista da Cuba,  Somoza dal Nicaragua e il giovane Duvalier da Haiti insieme a tutti gli altri loro compari (non sempre però in elicottero). E come, invece, rifiutò di fare per malintesa dignità personale con l’elicottero che gli offriva l’ONU, nel 1996, proprio da Kabul il quarto presidente dell’Afganistan prima dei talebani, Mohammad Najibullah Ahmadzai[182]: pagandone lo scotto con la castrazione in pubblico, il linciaggio per strada e l’impiccagione dei resti agonizzanti al palo di un semaforo.

Alla fine, sentiamo di poterci scommettere ormai, Sarkozy sceglierà per pure ragioni di opportunismo in politica interna e nessuna di ordine morale o di equilibrio internazionale, di “non accettare” l’appello alla disciplina di USA e NATO che avevano deciso a suo tempo, per volontà americana cui tutti gli altri allora si erano appecoronati, di ritirarsi dall’Afganistan a fine 2014. Adesso, così, con la copertura del buon Karzai, Sarkozy può dire di aver detto di no anche all’America. La Francia se ne andrà con un anno di anticipo[183]. Cosa che qui in campagna elettorale non fa mai male, con una politica estera che a Obama, del resto, fa da tappetino su tutto il resto— tutto quello che conta: Iran, Libia, anche Siria.

Certo, a questo punto, chi sa, qualcuno degli altri alleati minori: forse i finnici, forse chi sa gli olandesi… potrebbe anche imitarlo. Non certo l’Italia dove tutti, – ma tutti – tutti quelli che contano con alla testa il presidente Napolitano dietro a ogni fanfara con tricolore al vento su Obama resta allineato e coperto.

●Il 30 dicembre, la Corte suprema del Pakistan ha deciso di iscrivere a ruolo, sottraendola alla competenza tra l’altro mai fermamente rivendicata del parlamento, la pratica relativa al memorandum originato dall’ufficio del presidente Zardari e inviato al capo dei capi di Stato maggiore americani, ammiraglio Mullen, per chiedere “aiuti e interventi militari” americani per scongiurare e prevenire un possibile colpo di Stato militare a Islamabad. Ha scelto così di sostenerne, in questa fase preliminare e decisiva, la tesi: competenza della stessa Corte e non del parlamento sulla denuncia avanzata dallo Stato maggiore contro Zardari e il governo.

E’ il prolungamento di un’antica tenzone diciamo così costituzionale sulla legittimità stessa della presidenza Zardari contestata da molti e che data dalla sospensione della sentenza per corruzione emessa contro di lui – che era allora il consorte (Mr. 10%, lo chiamava la gente…) della presidente Benazir Buttho – dalla Corte stessa. Sospensione che, decretata anni fa dal presidente maresciallo Musharraf che se ne andava in esilio forzato non è mai stata cancellata, così come la Corte ora ricorda che la condanna stessa mai è stata cassata.

La conclusione politica, confermata anche dalla freddezza con cui tutti i partiti, il suo compreso e  non solo quelli di opposizione reagiscono, è che ormai Zardari è un peso per tutto il paese, anche se cercherà di ritardare al massimo il giorno, comunque in arrivo, nel quale lo costringeranno ad andarsene[184]

Si apre subito, intanto, lo scontro tra Forze armate e primo ministro[185]. E’ questi, Gilani, che passa all’attacco, nella speranza ovviamente ma anche, probabilmente, mal riposta  di non avere sbagliato i calcoli. Infatti, l’11 gennaio, licenzia il suo ministro della Difesa, l’ex generale di corpo d’armata Naeem Khalid Lodhi, accusandolo, in combutta con gli alti gradi militari, di minare l’unità dell’esecutivo e, dunque, l’autorità del governo civile.

S’era reso colpevole, recita il comunicato del primo ministro di aver “facilitato la trasmissione alla Corte suprema dell’accusa-testimonianza delle Forze armate contro l’ambasciatore a Washington Haqqani e il governo di aver sollecitato un intervento preventivo degli americani a Islamabad e  di averlo fatto senza aver ottenuto il consenso preventivo del governo stesso”…, cioè dell’accusato.  

Ma nella motivazione formale del licenziamento non compare l’altro capo di imputazione, sicuramente il più grave: che il ten.gen. Lodhi, in pensione come militare ma ministro della Difesa ha comunicato alla Corte in questa veste il parere che, costituzionalmente, i suoi poteri – cioè quelli del governo – sulle Forze armate  sono solo di ordine amministrativo e non operativo.

In altri termini, è cominciato il braccio di ferro e tutti aspettano adesso la mossa immediata di rappresaglia del comandante in capo delle FF.AA., gen. Ashfaq Parvez Kayani. Che, stavolta, non farà forse un colpo di Stato vero e proprio – forse… – ma accelererà sicuramente la resa dei conti col governo e col presidente della Repubblica spalleggiato com’è, poi, dalla Corte suprema che ha tempestivamente ora provveduto a cancellare l’amnistia a suo tempo “illegittimamente” concessagli da Musharraf.  

Alla fine, Gilani viene convocato di fronte alla Corte dove dovrà ora difendersi, secondo la procedura anglosassone, dall’accusa di oltraggio… per non aver dato esecuzione da oltre un anno all’ordine di riaprire l’inchiesta per corruzione contro il presidente Zardari come la Corte stessa gli aveva ordinato. Tutto quello che riesce ad ottenere con la sua controffensiva è qualche giorno di rinvio dell’udienza, al 1° febbraio, a Islamabad.

Nell’immediato, dopo la caotica transizione che ne seguirà, a breve ormai il personaggio da tenere sotto osservazione ora con attenzione è Imran Khan, ex campione  di cricket – lo sport più diffuso nel paese, più polare qui che in Inghilterra dove venne inventato e da cui nel XIX secolo lo esportarono qui come in India sotto l’impero –  che è stato già capitano per vent’anni, dal 1971 al 1992, della amatissima squadra nazionale.

 E, oggi, sponsor e pioniere della ricerca pakistana contro il cancro e, nella fattispecie che qui ci interessa di più, fondatore e leader del partito d’opposizione, il Tehreek-e-Insaf — Movimento per la Giustizia: islamista, liberista e mal visto sia dal governo (che accusa non a vanvera di corruzione cronica) che dai militari (cui imputa tendenze endemiche all’autocrazia armata) ma a cui si sta riavvicinando da quando stanno un po’ più attenti alle forme del potere civile).

E poi bisognerebbe anche vedere se ora gli Stati Uniti, che avevano deciso di appoggiare la Bhutto e, poi, dopo il suo assassinio, il marito Zardari e il governo Gilani, decideranno di cambiare cavallo – magari con la mediazione di Khan – verso i militari.

Intanto, Gilani abbassa un po’ la cresta e i toni della sua “sfida” costituzionale. Al parlamento, riunito d’urgenza su sua istanza chiede non più una voto di fiducia – che sarebbe  inevitabilmente suonato di sfiducia verso i militari e avrebbe forzato in un senso o nell’altro, ma senza più mediazioni e compromessi possibili, il chiarimento ma solo l’approvazione del principio che il paese deve restare “una democrazia”. Poi, prima di partire per il vertice dei (veri e falsi) ricchi e potenti autoconvocati a Davos per lamentare la crisi, dice ai media “di voler diradare l’impressione di aver accusato – sia mai! – la leadership militare di azioni incostituzionali o di aver violato qualsiasi regola[186].

Dietro questo quadro di tensioni e scontri e di una possibile guerra vera e propria tra poteri politici e militari, c’è la profonda inquietudine che da mesi ormai esiste – una piaga che si fa purulenta – tra Pakistan e Stati Uniti, montata al punto – si viene a sapere il 18 gennaio – che per la prima volta a un inviato speciale, plenipotenziario straordinario della Casa Bianca per i rapporti col Pakistan e l’Afganistan, Marc Grossman, che aveva chiesto di essere ricevuto a Islamabad, quel governo ha deciso di rifiutare il permesso data la “situazione che al presente prevale nel paese e nei rapporti reciproci[187]”.

E c’è anche la minaccia che incombe, reiterata ormai per la terza volta in pochi mesi, dell’ex presidente-maresciallo Pervez Musharraf di tornare nel paese per presentarsi candidato alle prossime presidenziali. Il Senato, all’unanimità, vota subito una mozione che chiede l’arresto dell’ex  dittatore non appena metterà piede nel paese e ha fatto appello alla Corte suprema perché venga riesumata e portata in giudizio l’accusa di tradimento in base al’art. 6 della Costituzione. Ed è l’ennesimo tassello che viene a complicare un puzzle già tortuoso. Fatta cadere così la minaccia, poi Musharraf frena: anche il capo dei servizi segreti militari, l’ISI, ten. gen. Ahmed Shuja Pasha gli consiglia di evitare lo scontro. E il vecchio generalissimo è sempre stato insieme protetto e protettore dei servizi[188].

●Il presidente della Corea del Sud[189], Lee Myung Bak, che su incoraggiamento e sprone dell’alleato americano (prima di Bush e poi anche di Obama) ha sistematicamente disfatto nel corso dei suoi quattro anni di mandato (in scadenza, ormai) la trama di cauto approccio che dopo anni di gelo era stata faticosamente avviata dal suo predecessore con il regime del Nord Corea e ha rifiutato di partecipare o farsi ufficialmente rappresentare alle esequie di Kim Jong-il, attirando sulla sua testa l’obbrobrio ufficiale e popolare di tutto il Nord, sembra adesso come un po’ ripensarci.

Non fino a scusarsi, o a rinunciare al rito di dichiarare che il Sud sarà sempre pronto a respingere le provocazioni che venissero dalla metà settentrionale del paese – l’esatto pendant delle dichiarazioni del Nord ma a dichiarare adesso, anche, che il cambio della presidenza a Pyongyang dovrebbe costituire “una nuova opportunità che si colloca forse, probabilmente, tra cambiamento e incertezza”. Insomma, tutto e il contrario di tutto. Ma, ormai, perché ci sia davvero qualche movimento appena appena significativo, oltre alle solite scaramucce tracotanti di qua e di là del confine, bisognerà aspettare le elezioni che al Sud si terranno, le legislative in aprile e, soprattutto a dicembre, le presidenziali.

●Impartendo, senza però dirlo così, una lezione di geopolitica agli strateghi americani e sud-coreani, il prof. Zhang Liangui dell’Istituto di Studi strategici internazionali della scuola centrale del Partito comunista cinese, un esperto mondiale proprio di questioni coreane che descrive se stesso come un allievo della scuola di realpolitik di Henry Kissinger, ha cercato di spiegare – in un’intervista di prima pagina all’edizione non a caso in inglese del giornale del partito[190] – come e perché i colloqui cosiddetti dei sei paesi (Corea del Nord, Corea del Sud, Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti) voluti dagli USA allo scopo di convincere/obbligare la Corea del Nord a rinunciare alle  poche ma reali armi nucleari di cui si è dotata non sono affatto una priorità della Cina e sono destinati a fallire.

Il presidente Hu Jintao lo ha detto chiaro al suo omologo del Sud Corea, Lee, che è appena andato a trovarlo nel mezzo del processo di successione in atto a Pyongyang per convincerlo a far pressione in questo senso sul Nord: per noi, ha spiegato, la priorità non è affatto la denuclearizzazione della Corea del Nord ma la stabilizzazione militare e politica della penisola. Insomma: proprio un altro obiettivo.

La Cina considera, in effetti, un fatto acquisito l’armamento nucleare del Nord Corea. Insieme a una quantità ridotta ma efficace di missili a medio e breve raggio per portare quelle armi a destino esso  costituisce il retaggio di sicurezza lasciato al regime (o come dicono loro al paese) dalla presidenza di Kim Jong-il.

L’idea è che, se qualcuno – Giappone, Corea del Sud, USA, chiunque… – osasse attaccarli, adesso Pyongyang ha la “deterrenza” per scoraggiarlo e, se non bastasse, i mezzi necessari a infliggergli perdite inaccettabili contrattaccandolo… quello che non sono stati in grado di fare, cioè, non avendo la bomba, né Saddam né Gheddafi, bloccando così i pruriti di invasione e di intervento degli Stati Uniti che nel Pacifico occidentale, come del resto dovunque, detengono in ogni caso una schiacciante superiorità di armamento nucleare. E, certo, non considerano l’ipotesi di rinunciarci.

Ormai, insomma, che la frittata è fatta e la bomba ce l’hanno, come è ovvio e chiunque del resto sa anche chi non ci si vuole rassegnare, non la possono e non la vogliono disinventare o distruggere, rimettendo il genietto nella bottiglia. Ora i cinesi lo dicono chiaro e forte: è inutile ed è anche inutile, anzi controproducente, la tattica di minacciare sanzioni o proporre ai nordcoreani,  in cambio della rinuncia alla bomba, aiuti economici. Non sono mai i leaders, infatti, e non solo nei regimi totalitari ma in qualsiasi governo esistente sulla terra a soffrire per primi di sanzioni o ristrettezze economiche.

E’ ora, ormai, spiega il prof. Zhang, di cambiare linea, di buttare a mare una strategia fallimentare e fallita e di cercare di gestire le questioni della sicurezza dell’Asia nord-orientale e del Pacifico nord- occidentale anche con – non più contro – la Corea del Nord. Semplicemente perché lo impone la realtà delle cose: appunto, la realpolitik di Kissinger, non la pretesa neo-cons dell’America first di Bush che tutto vuol controllare e decidere; e proprio non può, o non può più.

Bisogna trovare un’altra strategia più inclusiva, magari anche con nuovi attori, che cerchi nuove idee per coinvolgere i nuovi leaders coreani. Ma rinunciando alle premesse di principio irrealistiche e pericolose su cui finora si è lavorato, che poi di principio non sono quando l’America “tollera” e anzi incoraggia alcuni e altri vuole escludere, invece, e “punire” per identici comportamenti.

●Zhang non lo dice proprio apertamente ma una strategia nuova e capace di incidere potrebbe essere, forse, quella che si decide a cancellare la premessa che da sempre connota l’approccio premial/punitivo della diplomazia e dei rapporti internazionali degli USA: caramelle ai buoni e bacchettate ai cattivi, identificati così dalla Casa Bianca, secondo i propri esclusivi parametri di giudizio. Insomma, l’unico approccio nuovo che ormai potrebbe promettere qualcosa di utile è – anche qui, come per l’Iran – quello che, a nuovo paradigma del negoziato, mette l’interlocutore com’è e, a confronto,  le esigenze proprie e quelle sue.

E se è vero, come dicono proprio gli americani, e come anche i cinesi sembrano concordare, che la leadership di Pyongyang soffre al momento di evidenti vulnerabilità sia per quello che tutti dicono essere un peggioramento della situazione economica, sia per l’inesperienza del suo nuovo massimo dirigente e per la sua necessità di rodarsi, questa potrebbe sembrare l’occasione per cambiare davvero di strategia nell’approccio, se non altro testandola. Ma, certo, dopo aver predicato per anni che col “male” – qui identificato in Pyongyang, là in Teheran – non si può né si deve negoziare, diventa difficile farlo…

Forse qualcosa si potrebbe cominciare a  muovere a Sud, dove il ministro Yu Woo-ik, incaricato del dossier della Riunificazione, dichiara che il suo governo è adesso aperto a colloqui interministeriali col Nord, anche su questioni economiche e di aiuti alimentari su larga scala[191]. Yu ha sottolineato che un dialogo bilaterale aiuterebbe comunque anche ad allentare le tensioni e che lui è personalmente disposto a incontrare chiunque il Nord voglia fargli incontrare. Subito a Pyongyang non c’è alcuna reazione. Ma stavolta non c’è neanche, subito, la denuncia dei traditori e servi degli americani…

●Solo per mettere la cosa a verbale e a futura memoria, viene segnalato[192] che il figlio maggiore del defunto Kim Jong-il, Kim Jong-nam, ha criticato con veemenza la “successione ereditaria” nel suo paese, sottolineando che “anche Mao Tse-tung” era sempre stato contrario a quel tipo di cambio della dirigenza e che il fratello più piccolo, Kim Jong-eun, designato dal padre e ora incoronato, è solo un re travicello per conto della cricca al potere al vertice del regime.

E’ una critica che suona un tantino curiosa, però, incentrata sul fatto che “nessuno in pieno possesso delle sue facoltà troverebbe normale accettare una successione della terza generazione di potere assoluto e affidarla a un ragazzo che ha avuto solo due anni di preparazione”.

Lui vive in esilio dorato (finanziato dalla famiglia) a  Macao, tra tavoli da gioco, compagnie anche piacevoli e qualche sniffata… Ma, così come la mette, sembra quasi suggerire che i suoi anni in più di preparazione potrebbero far comodo al paese. Solo che se la notizia viene poi confermata e il primogenito in quanto tale e perché tale si mette a avanzare qualche pretesa alla successione, come in una qualsiasi monarchia britannica del 1200-1300 tipo i Plantageneti o giù di lì, a rischio ora non viene messo solo il suo tenore di vita ma anche la sua stessa testa…

Intanto si apprende anche – e fa inevitabilmente scalpore – che Pyongyang ha appena dato il permesso all’Associated Press[193] la più grande agenzia di stampa americana e mondiale, di aprire un suo ufficio di corrispondenza al centro della capitale nord-coreana. L’A.P. diventa così la prima agenzia di stampa occidentale a poter coprire con tutti i mezzi di una moderna comunicazione il paese più segreto e isolato del mondo. Non è ancora chiaro, e comunque l’A.P. non rende noto,  quali saranno i margini di “libertà” di cui potrà effettivamente godere il suo corrispondente, che sarà ospitato nella sede dell’Agenzia centrale di notizie della Corea del Nord: l’agenzia ufficiale, in effetti, è sotto il controllo di governo e partito.

GERMANIA

● Nel 2011, le esportazioni superano per la prima volta, e di parecchio, i $1.000 miliardi, più precisamente toccano i 937 miliardi di €. Lo comunica ora la Bundesverband Großhandel, Außenhandel Diestleinstungen e.V. (BGA), la Federazione tedesca del commercio estero, all’ingrosso e dei servizi che tira i suoi conti di fine anno[194].

Il PIL tedesco è cresciuto più di quello di qualunque altro paese del G-7 l’anno passato, del 3% su quello precedente anche se la crescita è stata concentrata tutta nella prima metà mentre, nell’ultimo trimestre dell’anno sul terzo, si è contratta dello 0,25% (a tasso annuo effettivo, dell’1%) e alcuni economisti prevedono adesso, nel primo del 2012, un’ulteriore riduzione: cioè, formalmente in recessione— con due trimestri consecutivi di calo del PIL. Ma vengono, insieme, venduti sul mercato addirittura a tasso negativo, dato il senso di sicurezza che danno agli investitori, i Bund a scadenza quinquennale… Avvisa, però, l’agenzia del Tesoro tedesco che vende i buoni del Tesoro che, se la crisi dell’euro si aggrava, “la Germania entrerebbe un una fase grave di recessione[195]”.

Philipp Rösler, il giovane ministro liberal-democratico dell’Economia, di origine vietnamita, ha dichiarato adesso che la previsione ufficiale di crescita per il 2012, mentre continua ad escludere la possibilità di una caduta in recessione dell’economia, viene ora ridotta[196] dall’1% dell’ottobre scorso allo 0,7 di oggi, con un 2013 che potrebbe – potrebbe… – veder aumentare il PIL dell’1,6%.   

FRANCIA

●Accelera la preparazione alle elezioni presidenziali del 22 aprile (1° turno) Nicolas Sarkozy. Alla sua destra tira uno sgambetto efficace al Front National di Marina Le Pen identificandosi spettacolarmente, televisivamente e emotivamente col simbolo del gallicanesimo tradizionale della Republique e della Francia eternelle, Giovanna d’Arco[197], la pulzella di Domrémy, icona di cui l’estrema destra ha tentato di appropriarsi nel recente come nel più lontano passato (oggi col FN, ieri con l’Action française del maresciallo Petain e del collaborazionismo filonazista) ma amata in realtà, al di là di cotali appropriazioni indebite, da tutto il popolo francese ammonendo che “Diviser au nom de Jeanne d’Arc, c’est trahir la mémoire de Jeanne d’Arc”. Lo fa in visita, mediaticamente pompata, la prima settimana dell’anno e la monta con un messaggio televisivo vibrante di patriottardismo emotivo…

E, a sinistra, fa sua la campagna per la Tobin/Robin tax per far pagare alle banche un po’ del maltolto invece di continuare a caricarlo sulle spalle già sovraccaricate dei soliti contribuenti: fregandosene dei veti di Londra e delle esitazioni di Monti e, soprattutto, Merkel facendo spavaldamente propria la proposta tecnica della Commissione. Al di là, anche, del merito della proposta – che noi, dagli anni ’80 anche su questo foglio convintamente, e caldamente, appoggiamo con questa mossa Sarkozy rilancia le sue credenziali di astuto operatore politico che spiazza gli oppositori appropriandosi di alcune delle loro più simboliche icone.

●Tutto sempre, almeno a vederlo da fuori, sembra ormai cadenzato però in un’ottica elettorale anche in questa proposta su cui Sarko torna adesso di fronte alle resistenze apertamente anche “ideologiche” (America, Regno Unito, Olanda…: non si può tassare chi crea la ricchezza, dicono— chi? la finanza internazionale!?!? chiede lui…) o a quelle più, come dire, “pragmatiche” (Monti, gli spagnoli…: bisogna farlo, ma solo tutti insieme: cioè accettando sempre come obbligante per tutti il veto anche solo di uno!?!? pas moi! esclama lui).

Di fronte alle tergiversazioni o ai rifiuti degli altri, lui ha deciso di avanzare anche da solo: con l’applicazione della tassa già a inizio agosto quest’anno anche se per un limitato 0,1% e non più estesa anche alla negoziazione dei titoli di Stato ma solo a quella delle azioni di borsa[198].

Lo scopo, ha detto apertamente, è quello di creare uno shock con questa che i media avevano battezzato prima col nome di chi, trent’anni fa quasi, l’aveva pensata, il Nobel americano James Tobin, e poi, come per mondarla della contaminazione “estremista” dei no-global che l’avevano fatta propria negli anni ’80 e ’90, ribattezzata come  “Robin Hoodtax, facendo finta di credere che sarebbe stato un togliere ai ricchi per dare ai poveri, una ridistribuzione, insomma, quando si tratterà solo, se mai, di allargare un po’ o tanto – si vedrà – le entrate dello Stato che poi le destinerà ovviamente come esso vuole e non come vogliono i meno abbienti.

C’è il sospetto – in fondo di un marpione come Sarkozy: né un grande economista come Tobin né un utopista come quei no-globals lì – si tratta: un politico mai frenato né spinto mai da alcun principio politico o morale, ma un grande mestierante politicante che spera forse così di guadagnare qualche punto populisticamente, “menando” – o facendo finta di menare – ai più ricchi. E’ interessante notare come evolve di recente l’idea di Sarkozy. Di uno shock d’opinione pubblica prima del voto ormai incombente sa di avere bisogno, specie dopo che i sondaggi lo maltrattano assai, gli antepongono il socialista Hollande e anche, qua e là, perfino la Marina Le Pen e, appena qualche giorno prima, S.&P.’s gli ha sgonfiato il palloncino delle tre AAA del rating francese.

Cerca di recuperare così lui, sperando – prima e incautamente però anticipando – di aver convinto la Merkel (e sbagliando perché la cancelliera, costretta a chiarire dai suoi, allora chiarisce che gli direbbe di sì solo se lo dicessero tutti gli altri), poi insistendo che insieme al governo tedesco presenterà la proposta della nuova tassa su tutte le transazioni finanziarie in titoli del Tesoro, derivati e azioni al prossimo vertice (poi, alla fine, anche lui esclude titoli e derivati e lascia solo le azioni). E se l’Unione, come tale non volesse o non potesse adottarla – ormai lo intuisce – per il veto di Londra o di chiunque altro, sempre con Merkel, dice, la proposta verrà presentata all’eurozona. E se neanche la zona euro la decidesse – come sarà – la Francia allora deciderebbe, dice, da sola[199]… come infatti poi fa, perdendo molto, moltissimo, però dell’effetto shock.

A dispetto di tutto, il 16 del mese – cioè, il giorno dopo la perdita della sua tripla AAA – la Francia riesce a piazzare sul mercato €8,6 miliardi di titoli di Stato a 51 settimane, scadenza appena meno di un anno, pagando rendimenti inferiori anche a quelli dell’asta precedente del 9 gennaio, quella appena prima della perdita della tripla AAA: l’interesse è sceso dallo 0,45 allo 0,41%[200]. Ma la fiducia della gente sta andando a male, la disoccupazione è sopra il 9,1% e la crescita ormai è inesistente.

GRAN BRETAGNA

●Sicuro ormai è che se la zona euro non ride anche il superbo autoisolamento britannico piange. Il test senza repliche viene ora lampante dal settore dei consumi al dettaglio. La City somiglia ogni giorno di più a una sbrilluccicante bolla finanziaria le cui pareti di sapone si vanno assottigliando e avvicinando al punto di nebulizzazione.

La maggiore catena di vendite al dettaglio del Regno – la terza per dimensioni del mondo, dopo Wal-Mart (americana) e Carrefour (francese) – la Tesco, il 12 gennaio comunica – è obbligata a farlo qui ai mercati – quello che si chiama un profit warning: l’avviso che nel 2012 dopo una stagione invernale disastrosa i profitti potrebbero farsi catastrofici. E in borsa il valore del titolo crolla in un giorno di un 16% che, nel settore, non ha precedenti.

Sono anche qui, altro che chiacchiere e fanfaronate dei conservatori e della City, i consumatori che latitano. Ma anche alla Royal Bank of Scotland, salvata dal fallimento solo dal governo che l’ha messa, contraddicendo sia il dogma liberista che se stesso, sotto controllo pubblico, annuncia 3.500 licenziamenti e, dice la Morgan McKinley, una grande agenzia privata di lavoro, per lo più interinale anche qui, della sua convinzione che ormai non si tornerà più ai livelli di impiego che c’erano prima della recessione.

Crescita, produzione, prezzi, occupazione, bilancia dei pagamenti e dei conti correnti, indicatori del benessere nazionaletutti sono ormai fissi costantemente sul rosso e le prediche liberiste della maggioranza non riescono più a convincere nemmeno i fedeli, smentite come sono giorno dopo giorno da tutti gli indicatori statistici[201] e dalla percezione di massa comune ormai alla gente comune.

Gli ultimissimi dati emersi confermano: il PIL nel quarto trimestre del 2011 è calato del doppio di quanto previsto dai pronostici più pessimisti, sul terzo dello 0,2%%, e la produzione manifatturiera scende dello 0,9%, malgrado i tentativi, tanto dichiarati quanto disperati, del governo di stimolare specificamente il settore cercando di rendere l’economia un po’ meno dipendente dai soli servizi, da vent’anni ormai esclusivamente privilegiati.

Il primo ministro riconosce – bontà sua – che si tratta di “dati deludenti” e scopre l’acqua calda. Imputa però – e mente sapendo di mentire o, peggio, senza neanche vederlo – imputa i pessimi risultati al peso del debito accumulato, al costo del benzina e alle “altre economie europee” (come se quella schifezza che c’è nel suo paese fosse un’economia che olezzasse). Il laburista Ed Miliband, sulle ragioni della crisi, sembra invece dire le cose giuste: è a colpa di tagli alla spesa pubblica e di austerità imposta ai consumi e ai meno privilegiati cittadini britannici che la crisi imperversa, qui come altrove: altro che scaricare sul resto del’Europa la crisi.

Ma anche Miliband non ci apre sopra nessuna battaglia, nessuna guerra, non intencde affatto gettarsi alla gola dei conservatori avversari denunciandone al feroce guerra di classe che conducono vero i meno abbienti: perché al di là di alcune pie manifestazioni di intenti anche qui è un po’ come quasi per tutta la sinistra in Europa: non credono davvero all’alternativa neo-keynesiana, non al punto da impostarci sopra una campagna di fondo ed a fondo per rovesciare le scelte di destra della destra. Ma, allora, anche qui, ovviamente, destra per destra, è tanta la gente che neanche ci prova più. E’ la sinistra che si autocastra e preferisce morire così, dissanguata. E pigolando, come diceva il poeta – non il sommo poeta ma pur sempre un poeta – “sempre più piano[202]”.

Il punto è che, come e anche più che in Italia, qui la sinistra non ha più credibilità della destra, malgrado gli sconquassi che la destra sta provocando ma continuando a godere del signoraggio della posizione di potere che ha. Anche e molto perché la sinistra resta inesorabilmente divisa, a discutere della fuffa nel proprio ombelico tra chi dice basta buttiamo tutto all’aria e mettiamoci sul serio a contrastare, ferocemente, sistematicamente e sempre con ogni mezzo possibile le soluzioni di destra…

… e i non pochi che optano, invece, per cercare di tornare al governo mascherandosi da destra… perché destra in realtà sono diventati anche loro o moderati, come amano dirsi, e come se fosse un merito quel loro essere tiepidi, né freddi né caldi li chiama l’evangelista, con ciò però destinandoli ad essere “vomitati dalla bocca del Signore[203]: dal popolo, fuor di metafora.

●Ora, preoccupatissimo del possibile se non anche probabile spettro della secessione della Scozia, il primo ministro Cameron scatena un guerra verbale con Alex Salmond, primo ministro del governo regionale scozzese. Il suo piano di un referendum sull’indipendenza previsto per i primi mesi del 2014 – dice l’inglese – dovrebbe concretarsi invece più prima che dopo, per evitare dubbi ed esitazioni, e essere formulato in termini drastici, sì o no, dentro o fuori del Regno Unito… E lui gli risponde secco, efficace anche se non proprio elegante – questi secessionisti si somigliano tutti – con l’equivalente in lingua del nostro “tu fatti i ca**i tuoi[204]”…

E, spiega alla stampa inglese Sir Peter James Housden, segretario permanente del governo autonomo di Scozia che lui e il suo staff si aspettano ormai una vittoria netta del partito secessionista al referendum. Immediata la ricaduta su di lui, che tra l’altro è inglese, dell’animosa reazione del governo di Londra che lo accusa di non essere, come dovrebbe – dice – un pubblico funzionario “al di sopra delle parti[205]”.

GIAPPONE

●Il fallout radioattivo del disastro nucleare di Fukushima, ora è confermato[206], ha raggiunto anche l’Europa (specificamente, per i venti, la Lituania) con tracce anche rilevanti nell’atmosfera e depositate anche a terra del più letale elemento, nanogrammo per nanogrammo, fabbricato dall’uomo, il plutonio.

Passando sul Pacifico, il Nord America, l’Atlantico e l’Europa centrale – metà  del pianeta a nord dell’equatore – ogni regione sotto il cosiddetto jet stream si è trovata così esposta a livelli di radiazioni che, per il plutonio, a qualsiasi stadio non possono mai essere considerati irrilevanti. A scala della vita umana, il plutonio-239 resta attivo, poi, per ben 24.200 anni, oltre 300 volte la durata di una vita longeva; mentre, per l’uranio-238 l’altro prodotto che con la piuma atomica ha sorvolato e s’è depositato sul mare ed a terra la cosiddetta “vita media” (attiva, cioè) è di 4.460.000.000 di anni: più della vita del pianeta stesso.

●Oltre alla ricaduta convergente della crisi mondiale, l’altro fallout del disastro, cioè la mancata fornitura di pezzi per settimane e mesi e la chiusura di tante fabbriche che ha molto frenato la manifattura destinata specificamente all’export a cui si è aggiunta la necessità susseguente di importare più energia, ha portato per la prima volta a un rosso della bilancia commerciale[207] dagli anni ’80.


 

[1] ISTAT, Disoccupazione e occupazione a dicembre 2011 (cfr. http://www.istat.it/it/archivio/51884/).

[2] The Economist, 21.1.2012.

[3] J. Franzen, Le correzioni, Zona disagio, La libertà , trad. italiane ed. Einaudi, rispettivamente 2005, 2006. 2011…

[4] Reuters, 1.2.2012, M. Stott, Did Davos Man pick the wrong destination? Ma l’uomo di Davos ha scelto la destinazione sbagliata? (cfr. http://in.finance.yahoo.com/news/did-davos-man-pick-wrong-145137771.html/).

[5] Newsweek/Business, 23.1.2012, Soros on the coming U.S. class war Soros sulla guerra di classe che sta montando negli Stati Uniti d’America (cfr. http://www.thedailybeast.com/newsweek/2012/01/22/george-soros-on-the-coming-u-s-class-war.html/).

[6] International Monetary Fund (IMF), e 24.1.2012, Global Recovery Stalls, Downside Risks Intensify— L’economia globale è in stallo, aumentano i rischi di peggioramento (cfr.http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/update /01/pdf/0112.pdf/).

[7] IMF, 23.1.2012, Discorso di C. Lagarde al Consiglio tedesco per le relazioni con l’estero, Le sfide globali del 2012 (cfr. http://www.imf.org/external/np/speeches/2012/012312.htm/).   

[8] IMF, 9.2011, World Economic Outlook, Year end projections, see: Argentina (cfr. http://www.imf.org/ external/pubs/ft/weo/2011/02/pdf/text.pdf/).;

[9] CEPR, 10.2011, M. Weisbrot, R. Ray, J. A. Montecino e S.Kozameh, The Argentine success story and its implications La storia del successo dell’Argentina e le sue implicazioni (cfr. http://www.cepr.net/documents/publications/argentina-suc cess-2011-10.pdf/).

[10] CIA World Factbook, 2010 [l’edizione 2011 uscirà a giorni]/References/Guide to Country Comparisons…,  ma anche per ogni singolo paese del mondo (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/fields/2010.html/).  

[11] Lo segnala un organo che non può essere fatto passare certo per anticapitalista (la “Guardia del mercato”, si chiama) con molta puntualità ((cfr. Market Watch, 25.4.2011, B. Anders, IMF bombshell: Age of America nears end La bomba del FMI: l’era americana si avvicina alla fine (cfr. http://www.marketwatch.com/story/imf-bombshell-age-of-america-about-to-end-2011-04-25/).

[12] New York Times, 1.1.2012, S. Romero, Venezuela Is Ordered to Pay $900 Million to Exxon Mobil Al Venezuela [uno Stato sovrano!] viene ordinato [da un arbitrato commerciale!] di pagare $900 milioni alla Exxon Mobil.

[13] United States Geological Survey (USGS), 22.1.2010, Technical Announcement: Venezuela Holds One of the Largest World Oil Accumulation Annuncio tecnico: il Venezuela ha una delle maggiori accumulazioni di petrolio del pianeta (cfr. http: //pubs.usgs.gov/fs/2009/3028/pdf/FS09-3028.pdf/).  

[14] New York Times, 24.1.2012, F. Toro, Free Homes, Gracias Chávez Case gratis, grazie Chavez.

* N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONO DATI  VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[15] New York Times, 3.1.2012, D. D. Kirkpatrick, Egyptians Vote in Final Round of Parliamentary Elections Gli egiziani votano all’ultimo turno delle elezioni legislative.

[16] Al Arabiya, 13.1.2012, Egypt’s Muslim Brotherhood claims 46 percent of parliament La Fratellanza mussulmana in Egitto annuncia di aver conquistato il 46% dei voti in parlamento (cfr. http://www.alarabiya.net/articles/2012/01/13/188124.

html/).

[17] New York Times,. 4.1.2012, D. D. Kirkpatrick e S. Myers, Overtures to Egypt’s Islamists Reverse Longtime U.S. Policy Le aperture agli islamisti egiziani rovesciano la politica di sempre degli USA nei loro confronti [ma non sembrano convincerli molto…].

[18] New York Times, 23.1.2012, D. D. Kirkpatrick, In Bit of History, New Egypt Parliament Elects Islamist as Speaker In un momento storico reale, il nuovo parlamento egiziano elegge a suo presidente un islamista.

[19] 1) New York Times, 8.1.2012, D. D. Kirkpatrick, Islamists in Egypt Back Timing of Military Handover Gli islamisti in Egitto sostengono adesso le scadenze decise dai militari per il cambio di poteri con i civili; 2) NightWatch, 10.1.2012, Muslim Brotherhood backs down from demand for immediate military compliance La Fratellanza mussulmana frena sulla richiesta di immediata acquiescenza dei militari (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_1200 0 06.aspx/).

[20] New York Times, 14.1.2012, ElBaradei Pulls Out of Egypt’s Election ElBaradei si ritira dalle elezioni presidenziali.

[21] The Daily Star (Beirut), 16.1.2012, W. Menroue e A. Lemrod, Camp David pact to be reviewed: Futuh Il Trattato di Camp David sarà rivisto: Futuh (cfr. http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2012/Jan-16/159994-camp-david-pa ct-to-be-reviewed-egypts-presidential-frontrunner.ashx#axzz1jhk9nhq6/).

[22] Foreign Policy magazine, The Cable, 28.12.2011, J. Rogin, Obama administration secretly preparing options for aiding the Syrian opposition L’Amministrazione Obama prepara in segreto varie opzioni per aiutare l’opposizione in  Siria (cfr. http://thecable.foreignpolicy.com/posts/2011/12/28/obama_administration_secretly_preparing_options_ for_aiding_ the_syrian_opposition/).

[23] NOW Lebanon, 11.1.2012, Exiled Assad uncle says plan underway for regime change Lo zio di Assad, in esilio, parla di un piano in atto per cambiare il regime (cfr. http://www.nowlebanon.com/NewsArticleDetails.aspx?ID=351139/).

[24] The Economist, 21.1.2012.

[25] Le Point, 10.1.2012, Gilles Jacquier tué dans des circonstances troubles Gilles Jacquier ucciso in circostanze poco [o, forse, anche troppo] chiare (cfr. http://www.lepoint.fr/monde/gilles-jacquier-tue-dans-des-circonstances-troubles-12-01-2012-1417975_24.php/).

[26] Naharnet (Beirut), 16.1.2012, (AF-P), West Demands Changes to Russia's Syria U.N. Resolution L’occidente domanda cambiamenti alla risoluzione ONU della Russia sulla Siria [ma la notizia forse è quell’altra, quella del no della Russia…].

[27] YNet (Tel Aviv), 15.1.2012, League source: No plan to send Arab troops to Syria Fonti della Lega: nessun piano di mandare truppe in Siria (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4175774,00.html/).

[28] Stratfor, 20.1.2012, Syria: Arab Peacekeeping Force Unfeasible – France Siria: la forza di pace [si fa per dire: di intervento armato, piuttosto] araba non si può mettere insieme– dice la Francia(cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/syria-arab-peacekeeping-force-unfeasible-%E2%80%93-france/). 

[29] New York Times, 19.1.2012, edit., Syria’s Rising Toll Per la Siria, il conto monta.

[30] MSNBC, 17.1.2012, Reuters, Russia says will stand firm with China on SyriaLaRussia annuncia che resterà ferma, contro un intervento armato in Siria, insieme alla Cina (cfr. (http://www.msnbc.msn.com/id/46036374/ns/world_news- europe/t/russia-says-will-stand-firm-china-syria/#.TxqM2qWm_VE/).

[31] RIA Novosti, 23.1.2012, Russia to Sell 36 Yak-130 Jets to Syria La Russia venderà 36 aerei Yak 130 da addestramento alla Siria.

[32] Laaska News, 24.1.2012, Kremlin envoy says Russia can do no more for Assad Inviato del Cremlino afferma che la Russia non può fare di più per Assad (cfr. http://laaska.wordpress.com/2012/01/24/kremlin-envoy-says-russia-can-do-no-more-for-assad/).

[33] PM of Russia website, 14.12.2011, Press conference (cfr. http://premier.gov.ru/eng/events/news/123248#usa/).

[34] Hürryet Daily News,24.1.2012, Meshaal and Abbas to visit Gaza— (cfr. http://www.hurriyetdailynews.com/mashaal-and-abbas-plan-visit-to-gaza.aspx?pageID=238&nID=12094&NewsCatID=352/).

[35] Guardian, 24.1.2012, H. Sherwood, Israel jails Palestinian parliament speaker without trial Israele incarcera senza processo lo speaker del parlamento. 

[36] New York Times, 4.1.2012, J. D. Goodman, Libyan Leader Warns Militias Could Create Civil War Il presidente [del CNT] libico avverte: le milizie potrebbero creare una vera e propria guerra civile

[37] KRGV5 (Tv, Texas, USA), 12.1.2012, South Africa president criticizes UN over Libya Il presidente sudafricano critica l’ONU sulla Libia (cfr. http://www.krgv.com/news/south-africa-president-criticizes-un-over-libya/).

[38] Arab News.com, 22.1.2012, Libya transitional Government no. 2 quits In Libia, il no. 2 del CNT abbandona il suo posto (cfr. http://arabnews.com/middleeast/article566783.ece/).

[39] Turkish Weekly, 27.1.2012, Libya splits before seeing unity— (cfr. http://www.turkishweekly.net/news/130584/libya-splits-before-seeing-unity.html/).

[40] Reuters, 24.1.2012, Algeria gives parties green light for election— In Algeria, luce verde ai partiti per le elezioni (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/01/24/algeria-vote-parties-idUSL5E8CO2SX20120124/).

[41] NightWatch, 17.1.2012, King changes head of Vice and Virtue Police Il re cambia il capo della polizia del vizio e della virtù (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_12000010.aspx/).

[42] Agenzia Associated Press (A.P.), 20.1.2012, AP sources:US seeks new home for Yemen strongman Fonti dell’AP: Gli Stati Uniti cercano un nuova residenza per l’uomo forte della UE (cfr. http://www.cleveland.com/newsflash/index.ssf/story/ap-sources-us-seeks-new-home-for-yemen-strongman/d0346d1a25d546fabf0d086dc8206e83/).

[43] Voice of America, 17.1.2012, Yemeni Foreign Minister Warns of Possible Election Delay Il ministro degli Esteri yemenita ammonisce di un possibile rinvio delle elezioni (cfr. http://blogs.voanews.com/breaking-news/2012/01/17/ yemeni-foreign-minister-warns-of-possible-election-delay-2/).

[44] RIA Novosti, 22.1.2012, Yemen govt. grants immunity to President Saleh, aides Il governo dello Yemen concede l’immunità al presidente Saleh e ai suoi (cfr. http://rianovosti.com/world/20120109/170676816.html/).

[45] Yemen24News, 23.1.2012, (A.P./ F. al-Rodaini),Yemen Air Force mutinies spread to 4 bases L’ammutinamento dell’aviazione yemenita si allarga ad altre 4 basi aeree (cfr. http://yemen24news.blogspot.com/).

[46] Per la serie (non è detto neanche che poi sia proprio completa) di figli e parenti che nello Yemen di Saleh e dell’immediato dopo-Saleh, contano sempre, v. Armies of Liberation, Presidency, Yemen, 8.4.2006, J. Novak (cfr. http: //armiesofliberation.com/archives/2006/04/08/ali-abdullah-saleh-family-in-yemen-govt-and-business/).

[47] New York Times, 22.1.2012, L. Kasinof, Yemen Leader Leaves for Medical Care in New York Il leader yemenita se ne va a New York per la convalescenza.

[48] South Sudan News Agency, 25.12.2011, Comunicato stampa dei giovani combattenti Nuer, Nuer Youth Have Captured Lolkuangole And Are Advancing To Capture All Murleland La gioventù Nuer ha conquistato Lolkuangole e sta avanzando per catturare tutto il territorio Murle (cfr. http://www.southsudannewsagency.com/news/press-releases/nuer-you th-have-captured-lolkuangole-and-are-advancing-to-capture-all-murleland/).

[49] The Philppine Star, 29.1.2012, (A.P.), UN chief: Sudan oil crisis a ‘threat to peace’ Il capo dell’ONU: la crisi del petrolio in Sudan, ‘una minaccia per la pace’ (cfr. http://www.philstar.com/Article.aspx?articleId=772718&publicationSub CategoryId=200/).

[50] The Economist, 21.1.2012.

[51] Taipei Times, 3.1.2012, Agence France Presse (AF-P), Hu warns Chinese culture being ‘Westernized’ Hu avverte che la cultura cinese viene westernizzata (cfr. http://www.taipeitimes.com/News/front/archives/2012/ 01/0/2003522273/).

[52] Atlantic Monthly, 11.1990, J. S. Nye Jr., Soft Power (cfr. http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2007/11/soft-power/6313/).

[53] J. S. Nye Jr., Soft Power: The Means to Success in World Politics, publ. Public Affairs, New York, 2005, tradotto in italiano da S. Suigo senza modificare il titolo (e col sottotitolo, insensato, di Un nuovo futuro per l’America)  da Einaudi, Torino, 2005 (Gli struzzi).

[54] New York Times, 19.1.2012, J. S. Nye Jr., , Why China is Weak on Soft Power Perché la Cina è debole col suo soft power.

[55] Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, 4.7.1776 (cfr. http://www.ushistory.org/declaration/docu ment/).

[56] New York Times, 24.1.2012, M. Wines, Research Awards Showcase Chinese GainsPremiazioni a [giovani] ricercatori mettono in mostra grandi passi Avanti cinesi.

[57] New York Times, 14.1.2012, President of Taiwan Is Re-elected, a Result That Appears to Please China Il presidente di Taiwan viene rieletto, con un risultato che sembra far piacere alla Cina [e non solo].

[58] Shangai Daily.com, 16.1.2012, Agenzia Xinhua, China, Indonesia, others eye for operative alliance and/or closer military links Cina, Indonesia e altri paesi della regione puntano a un’alleanza operativa e/o a una maggiore cooperazione militare (cfr. http://www.shanghaidaily.com/article/article_xinhua.asp?id=45560/).

[59] E. Cernan, Last man on the moon, St. Martin’s Press, 1999.

[60] SIPRI and CIA Yearbooks, 2.2011 (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_military_expenditures/).

[61] New York Times, 6.1.2012, D. Barboza, Chinese News Agency Warns Against U.S. Moves L’agenzia di stampa cinese amnmonisce contro le manovre degli USA.

[62] AOL WSMW.com, 17.1.2012, Beijing rejects US envoy's human rights critique Pechino respinge la critica americana sul rispetto dei diritti umani (cfr.http://www.wsmv.com/story/16533006/beijing-rejects-us-envoys-human-rights-critique/).

[63] Dipartimento di Stato USA, 9.1.2012, commento della portavoce Victoria Nuland,, Yes, the U.S. is concerned… Sì, gli USA sono preoccupati… (cfr. http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2012/01/180287.htm#CHINA/).

[64] The Economic Times of India, 10.1.2012, Dichiarazione della la portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu,  Yes…China is very concerned… Sì, la Cina è molto preoccupata(cfr. http://economictimes.indiatimes.com/articles how/114331111/),

[65] Ma riusciremo anche noi a essere mai un po’ meno ipocriti, noi che mettiamo gli asterischi per compitare “pisciando” e non li mettiamo per digitare “torturando”?!? (comunque: il video, intitolato appropriatamente Death and Dishonour Morte e disonore, un documento sugli orrori della guerra ma soprattutto sull’orrore dell’era dell’informazione – sapevano benissimo, gli urinatori in questione, tutti gloriosi marines (quelli del semper fidelis, sapete) di venire così immortalati – lo trovate su http://www.youtube.com/watch?v=kHb3hbzZ0BA&has_verified=1/).

[66] Washington Post, R. Samuelson, 9.1.2012, China’s Coming Slump?— Il sopravveniente crollo della Cina?(cfr. http:// www.washingtonpost.com/todays_paper?dt=2012-01-09&bk=A&pg=13/).

[67] 1) Xinhua, (Nuova Cina), 11.1.2012, German report: China's GDP to grow 8.3% in 2012 Secondo un rapporto tedesco,il PIL in Cina crescerà nel 2012 dell’8,3% (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-01/10/c_1313 52564.htm/); 2) Deutsche Bank, 2012 Inverstment Outlook (cfr. http://www.pwm.db.com/uk/docs/ Investment_Insights_ Outlook_2012_ UK.pdf?dbiquery=null%3Achina+growth+GDP+2012/).

[68] Agenzia Reuters, 10.1.2012, China trade growth slows to 2-year lows in December La crescita degli scambi commerciali in Cina a dicembre cresce al minimo da due anni (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/01/10/us-china-econo my-trade-idUST RE80908W20120110/).

[69] Xinhua, 10.1.2012, China's 2011 foreign trade surges 22.5% Il commercio estero della Cina aumenta del 22,5% (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/bizchina/2012-01/10/content_14415408.htm/).

[70] Agenzia Bloomberg, 13.1.2012, China Foreign Reserves Have First Quarterly Decline Since Asian ’98 Crisis Le riserve estere della Cina in declino trimestrale per la prima volta dalla crisi asiatica del ‘98.

[71] The Wall Street Journal, 10.1.2012, C. E. Lee e S. Reddy, Obama Panel to Watch Beijing La task force di Obama sorveglierà Pechino (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203436904577151273759279432.html?KEY WORDS=obama+china+enforcement+task+force+trade+violations/).

[72] RenMinRibao, 11.1.2012, China will defend itself on trade too La Cina si difenderà anche in campo commerciale (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/90568/7704552.html/).

[73] The Economist, 14.1.2012.

[74] Bloomberg Business Week, 20.1.2012, Chinese Officials Said to Weigh Easing Constraints on Banks Autorità bancarie cinesi stanno valutando l’allentamento dei cordoni del credito (cfr. http://www.businessweek.com/news/2012-01-20/chinese-officials-said-to-weigh-easing-constraints-on-banks.html/).

[75] 1) Guardian, 6.1.2012, #5/2012, H. Stewart, Eurozone unemployment hits new record La disoccupazione nell’eurozona arriva al massimo; 2) EUROSTAT, 5.1.2012, #5/2012, Euro area unemployment rate at 10.3% - EU27 at 9.8%  La disoccupazione arriva al 10,3% nell’eurozona – L’Unione a 27 è al 9,8% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PU BLIC/3-06012012-BP/EN/3-06012012-BP-EN.PDF/).

[76] New York Times, 24.1.2012, Reuters, Recovery in Euro Zone Factory Orders Stalls in November— A novembre bloccata la ripresa negli ordinativi alla produzione dell’eurozona.

[77] New York Times, 26.1.2012, The Greater Depression La depressione più grande (vedi i dati originali raccolti ed elaborati in National Institute of Economic and Social Research (NIESR), Recessions: a Historical Perspective Le recessioni: in prospettiva storica (cfr. http://notthetreasuryview.blogspot.com/).

[78] A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni (W. Strahan and T. Cadell pubs., Londres, 1776), trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393)

[79] J. M. Keynes, Economic Consequences of the Peace,  1919, Harcourt Brace publ., New York, N.Y.(per il testo integrale, cfr. http://socserv.mcmaster.ca/econ/ug cm/3ll3/keynes/peace.htm/)— Le conseguenze economiche della pace,1983, Rosenberg e Sellier.

[80] New York Times, 24.1.2012, N. Wapshott, Austerity could again sow seeds of extremism in Europe L’austerità potrebbe ancora una volta seminare l’estremismo in Europa.

[81] 1) The Economist,7.1.2012; 2) EUROSTAT,  4.1.2012, # 1/2012, Euro area inflation estimated at 2.8% L’inflazione nel’’eurozona stimata al 2,8% [a dicembre] (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-04012012-AP/EN/ 2-04012012-AP-EN.PDF/).

[82] 1) New York Times, 12.1.2012, M. Eddy, E.C.B. Promises Continued Support for Europe Banks La BCE promette di continuare il sostegno alle banche europee; 2)  ECB, Dichiarazioni introduttive del presidente M. Draghi alla conferenza stampa, 12.1.2012, Francoforte, (cfr. http://www.ecb.int/press/pressconf/2012/html/is120112.en.html/).

[83] Cfr. BCE, Comunicato stampa, 9.9.2011, Jürgen Stark resigns from his position Jürgen Stark si dimette dalla sua carica (cfr. http://www.ecb.int/press/pr/date/2011/html/pr110909.en.html/).  

[84] The Economist, 7.1.2012.

[85] New York Times Magazine, 4.1.2012. The Other Reason Europe Is Going Broke L’altra ragione per cui l’Europa sta andando in fallimento.

[86] il manifesto, 31.12.2011, F. R. Pizzuti, (cfr. http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20111231/ manip2pg/01/manip2pz/315742/).

[87] Cfr. A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393.

[88] RTÉ News, 28.12.2011, Reuters, Eurozone banks park record amounts at ECB Le banche dell’eurozona parcheggiano alla BCE un ammontare record di € (cfr. http://www.rte.ie/news/2011/1228/ecb-business.html/).

[89] Guardian, 30.12.2011, S. Burgen, Spain makes €9bn budget cuts to cover rising deficit La Spagna taglia il bilancio di altri €9 miliardi per coprire un rosso in aumento.

[90] New York Times, 31.12.2011, G. Morgenson, A Year of Me-Firsts, and of Lessons Relearned Un anno di presunzioni [bancarie] e di lezioni ri-apprese.

[91] Wall Street Journal, 30.12.2011, I. Talley e C. Paris, IMF Warned Greece on Debt Levels Il FMI avverte la Grecia sul suo livello di debito.

[92] New York Times, 18.1.2012, L. Thomas Jr., Hedge Funds May Sue Greece if It Tries to Force Loss I fondi a rischio potrebbero citare in giudizio la Grecia se li forzasse ad accettare le perdite.

[93] New York Times, 15.1.2012. R. Donadio e N. Kitsantonis, As Reforms Flag in Greece, Europe Aims to Limit Damage Mentre in Grecia vacillano le riforme, l’Europa punta a limitare i danni..

[94] Guardian, 3.1.12, G. Wearden, Eurozone crisis: German unemployment hits record low and Spanish unemployment is at new high;while Greece warns over euro exit— La crisi nell’eurozona: la disoccupazione tedesca è al minimo storico e quella spagnola a un nuovo massimo; intanto, la Grecia avverte di potersi trovare costretta ad abbandonare l’euro.

[95] The Economist, 21.1.2012.

[96] New York Times, 13.1.2012, L. Alderman, France Loses AAA Credit Rating, S.&P.’s Says La Francia perde il suo rating di AAA, dice la S.&P.’s.

[97] New York Times, 13.1.2012, L. Alderman, In France, the Pain of Rating Downgrade Is Especially Acute— In Francia, particolarmente  avvertita la sofferenza per la svalutazione del rating.

[98] M&C Business News, 18.1.2012, Agenzia Deutsche-Presse (D-PA), Czech Republic to hold referendum on EU fiscal pact La Repubblica ceca terrà un referendum sul nuovo Trattato di rafforzamento della disciplina di bilancio in Europa (cfr. http://www.monstersandcritics.com/news/business/news/article_1686206.php/Czech-Republic-to-hold-referendum-on-EU-fiscal-pact/).

[99] EUobserver.com, 19.1.2012, Poland renews attack on Eurozone only summits La Polonia rinnova l’attacco ai vertici riservati solo ai membri dell’eurozona (cfr. http://euobserver.com/19/114945/).

[100] Guardian, 4.1.2011, E. Kinsky, This Hungarian hangover could cost the EU more credibility than a failed euro I postumi della sbornia ungherese potrebbe anche costare all’Europa più di un fallimento dell’euro.

[101] New York Times, 11.1.2012, J. Kanter, European Commission Threatens to Sue Hungary La Commissione europea minaccia di portare l’Ungheria in giudizio.

[102] Europe On Line Magazine, 16.1.2012, Agenzia Deutsche Press-Agentur (DP-A), Hungary to face EU legal action on three issues: Brussels Bruxelles avvisa che lUngheria dovrà far fronte a tre procedure di infrazione (cfr. http://en.europeonli ne-magazine.eu/hungary-to-face-eu-legal-action-on-three-issues-sources-say_182005.html/).

[103] New York Times/Bloomberg, 6.1.2012, Fitch Joins Others in Cutting Hungary Debt to Junk Status Fitch si unisce alle altre agenzie nel tagliare lo status del debito ungherese a livello di junk.

[104] Das Bild (Amburgo), 17.1.2012, Interview: Ministerpräsident Orbán will EU-Forderungen erfüllen Intervista: Il presidente del Consiglio [magiaro] Orbán soddisferà le esigenze poste dalla UE (cfr. http://www.bild.de/politik/ausland/politik-inland/or ban-will-eu-forderungen-erfuellen-22130112.bild.html/).

[105] CNBC, 24.1.2012, EU ministers open way for freezing EU funds for Hungary I ministri dell’UE aprono la strada al congelamento dei fondi europei per l’Ungheria (cfr. http://www.cnbc.com/id/46114009/).

[106] Reuters, 24.1.2012, Comments from meeting of EU finance ministers Commenti sull’incontro dei ministri delle Finanze della UE (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/01/24/eurozone-ecofin-idUSL5E8CO13J20120124/).

[107] L’Inkiesta, 24.1.2012, J. Barigazzi, La tentazione dei finlandesi alle urne: dire addio all’euro (cfr. http://www. linkiesta.it/finlandia-euro/).

[108] Croatian Times, 22.1.2012, Croatia votes to join the EU La Croazia vota per aderire all’Unione europea (cfr. http:// www.croatiantimes.com/news/General_News/2012-01-23/24626/Croatia_votes_to_join_the_EU/).

[109] The Economist, 14.1.2012.

[110] Guardian, 9.1.2012, N. Antonova, Another Russian revolution? Not so fast Un’altra rivoluzione russa? Non così in fretta.

[111] The Economist, 14.1.2012.

[112] Washington Post, 17.1.2012, B. Dennis, Iceland makes fledgling recovery from its economic meltdown L’Islanda comincia a riprendersi dal suo crollo economico (cfr. http://www.washingtonpost.com/business/economy/iceland-makes-fled gling-recovery-from-its-economic-meltdown/2012/01/12/gIQAW1q83P_story.html/).

[113] Guardian, 6.10.2008, testo del proclama del premier Geir Haarde sulla crisi finanziaria (cfr. http://www.telegraph. couk/news/worldnews/europe/iceland/3147806/Financial-crisis-Full-statement-by-Icelands-prime-minister-Geir-Haarde. html/).

[114] Lo ha ben fatto notare il vice presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo R. Cangelosi scrivendo su  l’Unità, all’immediata vigilia del vertice, il 29.1.2012. 

[115] Financial Times, 28.1.2012, Q. Peel,  Merkel faces backlash over EU pact—  La Markel deve far fronte a una reazione dura sulla sua proposta di patto per l’Unione (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/c4df2a3e-4a9d-11e1-a11e-00144feabdc0. html#axzz1kwRHnNX8/); e Financial Times, 29.1.2012, P.Spiegel e K.Hope, Greek fury at plan for European budget control La furia dei greci per il piano europeo sul congtrolo del loro bilancio (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/c54ff27c-4a99-11e 1-a11e-00144feabdc0.html#axzz1kwRHnNX8/).

[116] M. Weber, Die Protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus, Verlag Area, 1905— L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, ed. Rizzoli, BUR, 1991.

[117] 1) New York Times, 25.1.2012, Fed Signals That a Full Recovery Is Years Away La Fed indica che una ripresa piena è ancora lontana di anni; 2) Testo della dichiarazione della Fed, 25.1.2012 (cfr. http://www.federalreserve.gov/newsevents/ press/monetary/20120125a.htm/ full text of fed declaration/).

[118] NewYork Times, 24.1.2012, edit., The State of the Union in 2012.

[119] Quello che al momento sembra il più piazzato tra i candidati repubblicani alla nomination contro Obama, l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, è stato messo in imbarazzo adesso al punto da sentirsi costretto a rivelare la sua dichiarazione dei redditi: negli ultimi due anni, solo in guadagni di capitale, s’è messo in tasca $45 milioni sui quali ha pagato, certo, regolarmente il dovuto. Ma lo scandalo è stato che ha dovuto pagarci su solo il 15% di tasse, molto di meno di quanto tocca pagare a tutti i redditi da lavoro dipendente: anche quelli dei tanti conservatori che qui votano a destra e che un tantino si cominciano pure loro a in***zare (The Economist, 28.1.2012)…

    Romney non ha violato leggi o diritti. Ha solo approfittato come il resto dell’1% che fanno insieme i più ricchi del privilegio che dà loro la legge (e che sia chiaro esiste anche da noi, ma un po’ meno sfacciato…). Non è la prima volta che questo misfatto legale viene denunciato, si intende, ma finora mai è stato corretto perché mai c’è stata una maggioranza  disposta a metterlo in questione, foraggiate qui, destra e sinistra,  come sono dai lauti contributi di quell’1%... E’ la prima volta, oggi, che a denunciare l’iniquità radicale di questa scelta di politica fiscale si decide un presidente.

    Ma non è certo la prima volta. E’ lo stesso Obama che nel messaggio richiama il caso della segretaria che paga in proporzione più tasse del proprio “padrone” in questo paese come ha denunciato da tempo il miliardario che conoscono tutti anche se per nome lui non lo cita. Ma che noi, in questa Nota congiunturale, abbiamo richiamato più volte in questi ultimi anni: per esempio, uno degli ultimi, virgolettandone le parole – è forse il secondo uomo più ricco del mondo Warren Buffett: cfr. Nota congiunturale 11-2011, in Nota7, Guardian, 15.8.2011, G. Waerden, Warren Buffett calls for higher taxes for US super-rich— Warren Buffett chiede tasse più alte per i super-ricchi americani.

[120] Lo segnala meritoriamente, stavolta, il Wall Street Journal, 27.1.2012, K. Madigan, Outsized Impact of Inventories on GDP Growth— Sulla crescita del PIL pesa esageratamente il peso degli inventari (cfr. http://blogs.wsj.com/economics/20 12/01/27/outsized-impact-of-inventories-on-gdp-growth/).

[121] 1) New York Times, 6.1.2021, S. Dewan, U.S. Economy Gains Steam as 200,000 Jobs Are Added L’economia americana si ravviva con l’aggiunta di 200.000 posti di lavoro; 2) BLS, dipartimento del Lavoro, 6.1.2012, USDL-12-2012, Employment Situation Summary, 12.2012— Sintesi del quadro dell’occupazione, 12.2012 (cfr. http://www.bls.gov/news.re lease/empsit.nr0.htm/); 3) Economic Policy Institute (EPI), Washington, D.C., 6.1.2012, H. Shierholz, A solid step in the right direction for the labor market Un passo solido nella direzione giusta per il mercato del lavoro (cfr. http://www.epi. org/publication/december-2011-jobs-picture/).

[122] Stratfor, 17.1.2012, Russia: Nuclear Arms Reductions Dependent On Stability— Russia: la stabilità degli equilibri esistenti è la condizione necessaria per riduzioni [ulteriori] degli armamenti (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/ russia-nuclear-arms-reductions-dependent-stability/). 

[123] Cornell Univ. Law School, Sez. 401, Titolo IV della Legge sul Commercio del 1974, P.L. 93-618, 3.1.1975 (cfr. http ://www.cfr.org/trade/jackson-vanik-amendment/p18844/).

[124] Agenzia RIA Novosti, 13.11. 2011, U.S. Obama pledges end of Jackson-Vanik amendment for Russia L’americano Obama promette la fine per la Russia dell’emendamento Jackson-Vanick (cfr. http://en.rian.ru/world/20111113/168654147. html/).   

[125] Irish Times, 4.1.2012, China and France buy big into US energy sector La Cina e la Francia pagano molto per entrare in forze nel settore energetico americano (cfr. http://www.irishtimes.com/newspaper/finance/2012/0104/1224309778170. html/).

[126] Guardian, 4.1.2012, J. Borger, EU agrees Iran oil embargo L’UE concorda su un embargo petrolifero contro l’Iran.

[127] New York Times, 23.1,2012, Iran Urged to Negotiate as Europe Agrees to New Sanctions Con l’Europa che si accorda su nuove sanzioni si fa insistente la richiesta all’Iran di negoziare.

[128] Business Week, 19.1.2012, S. Su, Iranian Oil Ban May Tighten Global Supply From Summer, IEA Says L’embargo al petrolio iraniano ridurrebbe la forniture globali a partire dalla prossima estate, dice l’AIE (cfr. http://www.businessweek.com/ news/2012-01-19/iranian-oil-ban-may-tighten-global-supply-from-summer-iea-says.html/). 

[129] Fox News, 26.1.2012, (A.P.), Ahmadinejad says Iran is ready for nuclear talks Ahmadinejad dice che l’Iran è pronto per i colloqui sul nucleare [e, dice anche ovviamente, su tutto il resto] (cfr. http://www.foxnews.com/world/2012/01/26/ahmadi nejad-says-iran-is-ready-for-nuclear-talks/).

[130] Stratfor, 25.1.2012, Majlis Considers Cut In Oil Exports To EU Members Il parlamento considera un taglio dell’export di greggio alla UE (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/iran-majlis-considers-cut-oil-exports-eu/).

[131] Il Sole-24 ore, 27.1.2012, A. Negri, L’ran minaccia di bloccare subito il greggio verso la Ue (cfr. http://www.ilsole 24ore.com/art/notizie/2012-01-27/liran-minaccia-bloccare-subito-064336.shtml?uuid=Aavlm1iE/).

[132] Haaretz (Tel Aviv), 15.1.2012, Netanyahu deputy disappointed with Obama on Iran Il vice di Netanyahu deluso da Obama sull’Iran (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/netanyahu-deputy-voices-disappointment-with-obama-on-iran-1.407450/).

[133] Haaretz, 11.9.2011, The Sarkozy-Obama exchange reflects the world's growing frustration with Netanyahu Lo scambio Sarkozy-Obama riflette la frustrazione montante del mondo verso Netanyahu (cfr. http://www.haaretz.com/print-edition/news/the-sarkozy-obama-exchange-reflects-the-world-s-growing-frustration-with-netanyahu-1.394448/).

[134] New York Times, 4.1.2012, C. Klaus, Oil Price Would Skyrocket if Iran Closed the Strait of Hormuz— Il prezzo del greggio arriverebbe alle stelle se l’Iran [o, per questo, chiunque altro per qualunque motivo] chiudesse lo stretto di Hormuz.

[135] New York Times, 12.1.2012, E. Bumiller, E.Schmitt e T.Shanker, U.S. Sends Top Iranian Leader a Warning on Strait Threat Gli USA inviano al vertice dello Stato iraniano un monitor contro le minacce allo Stretto

[136] Che però non gli risponderà… gli farà forse rispondere dal suo omologo iraniano, il presidente della Repubblica Ahmadinejad, ma dopo subito aver fatto chiarire da un portavoce che la lettera dell’americano “non contiene nulla di nuovo” – neanche la minaccia in effetti lo è – e che, perciò, non meriterebbe in sé neanche risposta… Anche se, a veder bene poi di inedito, c’è il livello di chi la minaccia stavolta la esplicita e del destinatario a cui essa è rivolta (Eurasia Review/Radio Zamaneh, 16.1.2012, Obama’s letter says “nothing new” La lettera di Obama non dice “niente di nuovo”, cfr. http://www.eurasiareview.com/17012012-iran-says-obamas-letter-says-nothing-new/). 

[137] New York Times, 11.1.2012, M. Wines, China Balks as Geithner Presses for Iran Curbs La Cina recalcitra alle pressioni di Geithner contro l’Iran.

[138] 1) E’ anche la posizione ufficiale della Russia questa: lo dice, spiegando l’opposizione del suo governo alle proposte occidentali di inasprire le sanzioni contro la Siria (cfr. Stratfor, 13.1.2012, Iran: Russia Criticizes Sanctions La Russia critica le sanzioni, cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/iran-russia-criticizes-sanctions/). Il vice ministro degli Esteri Gatilov spiega che, riguardo all’Iran, sanzioni nuove sul petrolio non risolverebbero comunque l’impasse sul programma nucleare iraniano, che Teheran vede come un proprio diritto ma l’occidente gli vuole in toto negare, mentre sarebbero certo punitive non certo per la dirigenza ma sicuramente per la popolazione iraniana; e 2) cfr. qui Nota13 ///  Naharnet   ///

[139] New York Times, 13.1.2012, M. Wines, Wen Jabao Middle East Trip Suggests Change in Policy by China Il viaggio di Wen Jabao in Medioriente suggerisce [ma, più che altro, questa sembra una speranza …] un cambio di linea della Cina

[140] Reuters, 5.1.2012, Chen Aizhu, China extends Iran oil import cut as sanctions mount La Cina, mentre montano le sanzioni, prolunga il taglio all’import di greggio iraniano (cfr. http://af.reuters.com/article/energyOilNews/idAFL3E8C5EFP 20120105/).

[141] Yahoo!News, 11.1.2012, Japan-Qatar meet on possible oil replacement Incontro tra Giappone e Qatar su un  possibile rimpiazzo del greggio (cfr. http://news.yahoo.com/photos/japans-koichiro-gemba-attends-meeting-qatars-abdullah-bin-photo-181648089.html/).

[142] New York Times, 13.1.2012, M. Fackler, Japan Delays Decision on Iran Oil SanctionsIl Giappone rinvia la decisione sulle sanzioni petrolifere contro l’Iran.

[143] 1) New York Times, 3.1.2012 (A.P.), B. Murphy, Iran defiant amid appeals for European sanctions L’Iran non molla a fronte delle pressioni [USA] per sanzioni di parte europea; 2) NewsOK, 2.1.2012, (A.P.), Iran says currency plunge not tied to US sanctions L’Iran afferma che il brusco calo di valore  della valuta non è legato alle sanzioni americane [ma la Banca centrale ammette che le sanzioni, invece, stanno facendo male…, qualche po’] (cfr. http://newsok.com/iran-says-currency-plunge-not-tied-to-us-sanctions/article/feed/331695/).

[144] NewsOK, 3.1.2012, (A.P.), Iran not to give in to oil pressures L’Iran non cederà sott le pressioni sul petrolio (cfr. http://newsok.com/iran-S-Shaik-Brookings-Doha-center-Iran-not-to-give-in-article/feed/331913/).

[145] U.S. Department of Defense, 11.1.2012, Press briefing del portavoce del Pentagono cap. John Kirby: La portaerei USS Carl Vinson torna nella flotta del Pacifico (cfr. http://www.defense.gov/releases/release.aspx?releaseid=10675/).

[146] Guardian, 5.1.2012. S. Tisdall, Iran could be bluffing in the strait of Hormuz - but can US risk calling it? Può anche essere che l’Iran stia bluffando sullo stretto di Hormuz - ma gli USA possono rischiare di vederlo?

[147] Guardian, 10.1.2012, edit., Iran: time for cool heads Iran: è ora di tenere saldi i nervi [ma a Washington, specifica: molto più che a Teheran….]

[148] Gulf News, 10.1.2012, L. S. Heard, Dangerous game of brinkmanship Un gioco pericoloso sull’orlo del baratro (cfr. http://gulfnews.com/opinions/columnists/dangerous-game-of-brinkmanship-1.963639/).

[149] The Diplomat, 9.1.2012, A. B. Lowther, Five Reasons not to Attack Iran— (cfr. http://the-diplomat.com/2012/01/09/ five-reasons-not-to-attack-iran/).

[150] Arutz Sheva, 22.1.2012, T. Ben Gedalyahu, Israel to Give Obama 12 Hours Notice on Attacking Iran”— “Israele darà a Obama 12 ore di preavviso sull’attacco all’Iran” (cfr. http://www.israelnationalnews.com/News/News aspx/51965#.  Tx2puiP83Pa/).

[151] E citiamo un blog purtroppo noto assai meno di quanto vale, Invisible Arabs, 12.1.2012, P. Caridi, Tamburi di guerra (cfr. http://invisiblearabs.com/?p=4130/).

[152] 1) New York Times, 11.1.2012, A. Cowell e R. Gladstone, Blaming U.S. and Israel, Iran Reports Killing of Nuclear Scientist Incolpando gli USA e Israele, l’Iran denuncia l’assassinio di un [altro] suo scienziato atomico.; 2) New York Times, 11.1.2012,Reuters, Analysis: Israel Uses Risky 'Hits' in Deadly Shadow War Analisi: Israele tira colpi ‘rischiosi’ nella guerra mortale che conduce nell’ombra.

[153] AffarItaliani, 1.2.2010, Abu Omar/ “Sismi era a conoscenza del rapimento”[a dire il vero, risultò al processo, che gli agenti del SISMI erano presenti al rapimento da parte dei colleghi della CIA per garantire che non ci fossero interferenze di organi normali di polizia] (cfr. http://affaritaliani.libero.it/politica/abu_omar_sismi_rapimento010210.html/).

[154] Avvenire, 7.12.2011, N. Scavo, Quelle barre di uranio e 30 anni di intrighi [quando il SISMI, come “favore” (sic!) ai servizi segreti britannici e USA, s’inventò l’acquisto in Niger di barre d’uranio arricchito da parte di Saddam…] (cfr. http://www. avvenire.it/Cronaca/Pagine/uranio-30-anni.aspx/).

[155] Lo ricordano, ma è chiaramente una provocazione visto sul tema il no scontato di Israele, sul New York Times, S. Telhami e S. Kull, Preventing a Nuclear Iran, Peacefully Prevenire un Iran nucleare, ma pacificamente. Ma è intrigante vedere come adesso anche qui, perfino qui, qualcuno comincia a dire quel che è vietato dire, come stanno davvero le cose e chi tra tutti i protagonisti sia davvero il più intransigente...

[156] Atlanta Jewish Times, 20.1.2012, A. B. Adler, What would you do? E voi che fareste? (cfr. https://s3.amazon aws.com/s3.documentcloud.org/documents/284979/ajt.pdf/).

[157] Vedi i commenti dei lettori su Haaretz, 21.12.2012, C. Shalev, Uproar after Jewish American newspaper  publisher suggests Israel assassinate Barak Obama—  Putiferio dopo che l’editore di una rivista ebraico-americana suggerisce a Israele di assassinare Barak Obama  (cfr. http://www.haaretz.com/news/international/uproar-after-jewish-american-newspaper-publisher-suggests-israel-assassinate-barack-obama-1.408429/).

[158] Saanj News, (New Delhi), 17.1.2012, Will keep buying Iranian oil, says India L’India: noi continueremo a comprare petrolio dall’Iran (cfr. http://www.news.saanj.net/india-news/will-keep-buying-iranian-oil-says-india/).

[159] RIA Novosti, 23.1.2012, Russia hands over Nerpa nuclear sub to India La Russia consegna all’India un sottomarino nucleare Nerpa (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/20120123/170896950.html/).

[160] TREND (Mosca), S. Isayev, 25.1.2012, Russia backs Turkey's initiative to host next round of “Iran-Six” talks La Russia appoggia l’iniziativa della Turchia di ospitare il prossimo incontro dei sei sull’Iran (cfr. http://en.trend.az/news/nuclearp/ 1984138.html/).

[161] AlJazeera, 26.1.2012, Ahmadinejad says Iran ready for nuclear talks Ahmadinejad afferma che l’Iran è pronto per i colloqui sul nucleare [epperò, anche su tutto il resto…]a  (cfr. http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2012/01/20121261 619630477.html /).

[162] Stratfor, 19.1.2012, Iran: Japan Asks For Exemption From U.S. Sanctions Il Giappone chiede agli USA di essere esentato dalle [loro] sanzioni all’Iran (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/iran-japan-asks-exemption-us-sanctions/).

[163] Guardian, 17.1.2012, South Carolina primary race: boos for Ron Paul’s foreign policy – live Primarie  della Carolina del Sud: fischi [repubblicani] per la politica estera di Ron Paul – dal vivo (cfr. http://www.guardian.co.uk/world/2012/jan/17/so uth -carolina-primary-live-coverage.south-carolina-primary-live-coverage/). 

[164] New York Times, 15.1.2012, M. S. Schmidt e E. Schmitt, Flexing  Muscle Bagdad Detains U.S. Contractors— Bagdad si mette a fare il braccio di ferro arrestando i guardioni americani a contratto [restati in Iraq].

[165] New York Times, 29.12.2012, E. Schmitt e M.S. Schmidt, U.S. Drones Patrolling Its Skies Provoke Outrage in Iraq Aerei senza pilota americani che pattugliano i suoi cieli provocano sdegno in Iraq.

[166] Opportunities List Lista delle occasioni doc. FedBizzOpps.com (cfr. https://www.fbo.gov/index?s=opportunity&mo de=form&id=adfb3351f5d2/).

[167] Dipartimento di Stato, Bureau of Diplomatic Security, Rapporto annuale 2010 (cfr. http://www.state.gov/documents/ organization/158786.pdf/).,    

[168] Reuters, 29.1.2012, S. al- Salhy, Iraq's Sunni-backed bloc to end parliament boycott Il blocco sunnita in Iraq mette fine al boicottaggio del parlamento (cfr. http://uk.reuters.com/article/2012/01/29/uk-iraq-politics-idUKTRE80S0FA20120 129/).

[169] Guardian, 5.1.2012, J. Boone, Afghan president demands control of Bagram prison—  Il presidente afgano vuole il controllo della prigione di Bagram.

[170] Guardian, 3.1.2012, J. Borger, Taliban to open political office in Qatar I talebani apriranno un ufficio politico in Qatar.

[171] New York Times, 22.1.2012, D. Riechmann, US: Taliban Must Renounce Terrorism for Talks Gli USA dicono che I talebani per far andare avanti il negoziato devono rinunciare al terrorismo.

[172] Dawn (Karachi) , 19.1.2012, Secret US, Taliban talks reach turning point— A una svolta i colloqui segreti tra USA e talaebani (cfr. http://www.dawn.com/2011/12/17/secret-talks-reach-turning-point.html/).

[173] Guardian,30.1.2012, G. Monbiot, With its deadly drones, the US  is fighting a coward’s war Con i suoi letali aerei senza pilota, gli USA combattono guerre da codardi.

[174] Cfr. Nota20, qui sopra. ///  Bagram  ///

[175] The Economist, 28.1.2012.

[176] Il National Intelligence Estimate sull’Afganistan, in The Global Realm, 13.1.2012, Secret intel report leaked: US in Afghan dead end Trapela il rapporto [ancora] segreto dell’Intelligence USA: gli USA in Afganistan sono in trappola (cfr. http:// theglobalrealm.com/2012/01/14/secret-intel-report-leaked-us-in-afghan-dead-end/).  

[177] Libération, 20.1.2012, La France doit elle se retirer de l’Afghanistan? (cfr. http://www.liberation.fr/monde/16017-la-france-doit-elle-se-retirer-d-afghanistan/).

[178] Guardian, 20.1.2012, Hillary Clinton: no indication France will pull out of Afghanistan: video Non c’è alcuna indicazione che la Francia se ne andrà dall’Afganistan (cfr. http://www.guardian.co.uk/world/video/2012/jan/20/hillary-clinton-no-indication-france-withdraw-afghanistan-video/).

[179] FOCUS Info Agency,  21.1.2012, Sarko: out  of Afghanistan, now!... Well, we will see… Sarko: fuori subito dall’Afganistan!... Bé,staremo a  vedere… (cfr. http://www.focus-fen.net/index.php?id=n269087/).

[180] New York Times, 27.1.2012, Reuters, France to Cut Afghan Combat Role, Leave 2013 La Francia taglia il ruolo dei militari sul fronte afgano e  se ne andrà [forse… chi sa…] entro il 2013.

[182] BBC, 15.10.2001, T. White, Flashback: When the Taliban took Kabul Quando i talebani presero Kabul (cfr. http:// news. bbc.co.uk/2/hi/south_asia/16 00136.stm/).

[183] New York Times, 27.1.2012, S. Erlanger e R. Nordland, France, Breaking With NATO, to Speed Afghan Exit La Francia, che rompe con la NATO, accelera l’uscita dall’Afganistan

[184] One India News, 7.1.2012, Govt to accept panel's decision on memo: Zardari Zardari dice [ma neanche i suoi sostengono…] che il governo accetterà il giudizio della commissione di inchiesta parlamentare.  

[185] New York Times, 11.1.2012, S. Masood, Firing of Pakistan’s Defense Secretary Raises Tension With Army—  Il licenziamento del ministro della Difesa solleva tensioni con l’esercito.

[186] New York Times, 26.1.2012, S. Masood e A. Walsh, Pakistan Leader Softens Criticism of Army and Spy Agency— Il premier pakistano ammorbidisce [anzi proprio nega…] le sue critiche ai militari. Tra parentesi, le quote di iscrizione al simposio, come lo chiamano, girano intorno ai €100.000 al giorno, alloggio a parte, più o meno 2.000 potenti o autopresunti tali – alcuni non pagano, però, perché sono invitati: i “grandi” politici e ogni tanto anche uno o due “segretari generali di sindacati” sempre a scelta dei padroni, si capisce.

   Ma che, in ogni caso, quelle quote non le potrebbero pagare ma l’occasione, giustamente, non se la lasciano sfuggire: hanno un po’ il ruolo che una volta nei salotti bene americani aveva il “colored” invitato; qui per la parvenza di un dibattito un po’ meno squilibrato di quanto sia.

[187] GeoTv (Islamabad), 18.1.2012, Pakistan refused to allow Grossman visit: U.S. DepState Il Dipartimento di Stato comunica che il Pakistan ha rifiutato la visita di Grossman (cfr. http://www.geo.tv/GeoDetail.aspx?ID=31354/).

[188] Voice of America, 25.1.2012, Musharraf May Delay Return to Pakistan Musharraf può anche rinviare il suo ritorno in Pakistan (cfr. http://blogs.voanews.com/breaking-news/2012/01/19/musharraf-may-delay-return-to-pakistan-2/).

[189] New York Times, 2.1.2012, South Korea Predicts Changes in Peninsula La Corea del Sud prevede un cambiamento nella penisola.

[190] Global Times (Ren Min Ribao Quotidiano del Popolo, Pechino), 8.1.2012, Xu Ming, Low odds of Six-Party Talks resuming Basse probabilità di una ripresa dei negoziati tra i sei paesi sulla Corea del Nord (cfr. http://www.globaltimes.cn/ EWS/abid/99/ID/691275/Low-odds-of-Six-Party-Talks-resuming.aspx/).

[191] Daily Yomiuri (Tokyo), 16.1.2012, I. Ue, South Korea ready to open talks with North La Corea del Sud pronta ad aprire colloqui col Nord (cfr. http://www.yomiuri.co.jp/dy/world/T120115003813.htm/). 

[192] Daily NK (Seul), 12.1.2012, Park Seong-guk, Kim Jong-nam again critical of succession Kim Jong-nam critica ancora la successione (cfr. http://www.dailynk.com/english/read.php?cataId=nk00100&num=8673/).

[193] (A.P.), 15.1.2012, J. Daniszewski, AP opens full news bureau in North Korea L’AP apre un ufficio di corrispondenza permanente in Nord Corea (cfr. http://hosted2.ap.org/CARIE/0260ea4c3e85456b80715585ba3c7b5b/Article_2012-01-15-Associated-Press-NKorea/id-dc57f27414bf4a0ca4e5331c836a0472/).JOHN DANISZEWSKIJOHN DANISZEWSKI

[194] Stratfor, 10.1.2012, Germany: 2011 Exports Exceed 1 Trillion Euros Germania: le esportazioni del 2011 superano i 1.000 miliardi di € (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/germany-2011-exports-exceed-1-trillion-euros/).

[195] New York Times, 11.1.2012, D. Jolly, Data Show German Economy Stalling I dati mostrano uno stallo del’economia tedesca.

[196] Deutsche Welle – DW.de, 18.1.2012, German government slashes 2012 growth forecast but sees no recession Il governo tedesco taglia la previsione di crescita per il 2012 ma esclude una recessione (cfr. http://www.dw-world.de/dw/article/ 0,,15673288,00.html/).

[197] le Monde, 6.1.2012, Sarkozy célèbre Jeanne d’Arc, symbole de “l'unité nationale” (cfr. http://www.lemonde.fr/electi on-presidentielle-2012/article/2012/01/06/sarkozy-celebre-jeanne-d-arc-symbole-de-l-unite-nationale_1626744_14710 69.html/).

[198] TF1, 29.1.20012, Intervention télévisée de Nicolas Sarkozy: a Cameron – il premier bitannico che va dicendo ghignante di fregarsi le mani perché se il suo “amico” Sarko  scoraggerà la finanza e l’allontanerà dalla piazza di Parigi, ad essa Londra aprirà le braccia di una City per definizione meno, molto meno regolata e accogliente – ha risposto che se lui si frega le mani la Francia “peut parler du Royaume-Uni avec plaisir, vu que la bas ils n'ont plus d'industrie!”— per parte sua non invidia niente visto che è più che compiaciuta se si parla di concorrenza nel constatare che in Gran Bretagna ormai non hanno più neanche un minimo avatar di industria, non costruiscono più neanche una lampadina ma importano tutti – tutti ! – i prodotti dell’industria di cui hnno e continueranno ad avere bisogno (la vidéo intégrale: cfr. http://videos.tf1.fr/infos/2012/intervention-televisee-de-nicolas-sarkozy-la-video-integrale-6958217.html/).

[199] Stratfor, 1.12.2012, France, Germany: EU-Wide Financial Transaction Tax Proposed Sulle transazioni finanziarie, Francia e Germania proporranno [dice il ministro delle Finanze di Parigi François Baroine… ma non conferma quello tedesco], una tassa paneuropea (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/france-germany-eu-wide-financial-transaction-tax-proposed/).

[200] Stratfor, 16.1.2012, France: Bonds sold for 8.6.billion euros La Francia vende titoli per €8,6 miliardi (cfr. http://www. stratfor.com/situation-report/france-bonds-sold-86-billion-euros/). 

[201] Office for National Statistics (ONS), cfr. http://www.ons.gov.uk/ons/index.html/.

[202] G. Pascoli, X agosto (1891).

[203] Giovanni, Apocalisse, 3:16

[204] The Economist, 14.1.2012.

[205] The Telegraph, 18.1.2012, S. Johnson e C. Hope, English head of Scottish civil service tells his staff to expect an SNP victory in poll Il capo inglese dell’impiego pubblico scozzese dice al suo staff di aspettarsi una vittoria dello SNP nel referendum (cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/scotland/9021433/English-head-of-Scottish-civil-service-tells-his-staff-to-expect-an-SNP-victory-in-poll.html/).

[207] The Economist, 28.1.2012.