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     02. Nota congiunturale - febbraio 2011

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.02.11

 

Angelo Gennari

 

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc284281277 \h 1

● Silvio e l’Italia. PAGEREF _Toc284281278 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc284281279 \h 3

nel mondo. PAGEREF _Toc284281280 \h 3

●       Produttività del lavoro. PAGEREF _Toc284281281 \h 4

●       Il Faraone si va sgretolando in Sfinge... PAGEREF _Toc284281282 \h 7

in Cina. PAGEREF _Toc284281283 \h 19

●      Il trend della crescita del PIL anno su anno (trimestri 2009 e 2010) PAGEREF _Toc284281284 \h 20

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc284281285 \h 30

EUROPA.. PAGEREF _Toc284281286 \h 34

STATI UNITI. PAGEREF _Toc284281287 \h 47

●      Il “pacchetto dei bersagli” di Sarah: Stato per Stato, i democratici da eliminare: ancora 17... PAGEREF _Toc284281288 \h 48

●      Questa ripresa (misurata in posti di lavoro) – La più a rilento di sempre….. PAGEREF _Toc284281289 \h 52

GERMANIA.. PAGEREF _Toc284281290 \h 72

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc284281291 \h 72

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc284281292 \h 73

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Tremonti, a un seminario su futuro del capitalismo e futuro del mondo, organizzato a Parigi dal governo Sarkozy, avvisa[1] – e ha ragione – che la crisi non è affatto passata e che “siamo come in un videogame” dove, appena abbattuto un mostro, ne viene fuori un altro, anche peggiore… per cui, conclude e lascia concludere, non si può spendere, bisogna ancora stringere i cordoni della borsa. Punto e basta. E l’affondo: chi spende e spande anche in debito – come Obama, anche se così Tremonti ovviamente non osa dirlo – “fa il gioco delle banche e della speculazione finanziaria”. Insomma, non pensate che io autorizzerò nuove spese…

Insomma, e certo giustamente, lui sembra essere l’unico ministro italiano, o quasi, a non preoccuparsi poi tanto del se, o del fatto che, Ruby Rubacuori (alias Karima el-Mahroug, alias la minorenne marocchina falsa nipote del presidente egiziano Muhammad Hosnī Sayyid Ibrāhīm Mubārak, il presidente egiziano: dice… ma me lo ha detto lei!) riesca lei, forse (nemesi poco storica e molto cronachistica) ad abbattere la priapesca ostentazione del potere berlusconiano… Forse, non è sicuro: sono sempre almeno una metà gli italiani per i quali, falso o vero che sia, neanche questo lubrico fin de regime sembra far differenza…

● Silvio e l’Italia

Fonte:↑

Solo che, tornando a Tremonti, il punto più fragile del suo ragionamento – che pure un nocciolo duro di verità evidentemente ce l’ha – è che non c’è un solo modo di spendere. Come non c’è solo un modo di risparmiare. Si può spendere meno tagliando da una parte (sul nucleare, ad esempio; su certe spese per gli armamenti, come i miliardi di € sprecati in Afganistan – ha ancora senso, se mai lo ha avuto, una missione di pace fatta facendo una guerra stupida come questa e, poi, pure a rimorchio? – o cancellando davvero, una volta per tutte, le province o i comuni di trenta abitanti) e, magari, spendendo gli stessi soldi così risparmiati soldi dall’altra (formazione professionale, istruzione , ricerca, ecc.. sempre ad esempio).

Oppure, come ci dicono alcuni Nobel americani e no, è meglio fregarsene nell’immediato del peso del debito e del deficit e rimandandone – con attenzione a spendere bene certo, però – il taglio al futuro prossimo venturo. Bisognerà, pur ragionarci su, no, ormai?

●A partire magari dall’occasione che a Davos, anche quest’anno viene offerta dai fari acesi sul World Economic Forum, occasione farisaicamente detta di studio e di approfondimento, ma in realtà incontro show di supermiliardari, supereconomisti e superpotenti del mondo (uno di quei posti dove, però, in tanti pagano 50.000 € per venire invitati; infatti, ci si va solo su invito o se no, appunto, si paga per farcisi vedere). Dove, però, alla fine ci sono tutti lor signori e nessuno ne manca.

Due anni fa nel 2009, l’élite dell’economia mondiale era come paralizzata dalla paura; l’anno scorso in attesa, ancor più spasmodicamente impaurita, di una recessione che in parecchi aspettavano stesse per scatenarsi in una specie di secondo tsunami, la cosiddetta V…; adesso, sembrano in tanti piuttosto speranzosi.

Però emerge, comunque, che nei fatti e di fatto l’agenda quest’anno è dominata da cinque temi[2]* duri.

• Il primo è che la ripresa che c’è, e qualcosa c’è e si vede, è comunque una ripresa senza lavoro, senza investimenti e senza domanda. E dopo la Tunisia – un campanone d’allarme non solo per i magnati del mondo arabo e per i loro soci nostrani – viene alla luce, con prepotenza e anche con violenza, che masse di giovani, spesso istruiti e ben preparati, vengono buttati ogni ora sul mucchio degli scarti di quel mercato in ripresa.

• Il secondo è che tutta la dinamica della ripresa pende dalla parte dei mercati emergenti, l’Asia su tutti (una delle sessioni di Davos è icasticamente intitolata: “L’Occidente non funziona più”: così, secco secco.

• Il terzo è che il tentativo di Obama di creare lavoro (o almeno di stopparne la perdita) rilanciando politiche fiscali e creando moneta (elettronica, si capisce) ha avuto in America qualche successo; ma ha portato a un certo deprezzamento del dollaro e forzato la rivalutazione delle valute di molti paesi emergenti, come il Brasile, che stanno reagendo con nuovi controlli su scambi e capitali internazionali, d’altra parte ormai visti da molti come imposti dalla necessità di difendersi scavallata aggressività di mercati non regolati.

• Così, per la prima volta, sta venendo fuori – ed è il quarto punto ad emergere in un ambiente come questo di Davos dove proprio tutti, a un titolo o a un altro, tra chi decide e chi chiacchiera, alla fine ci sono – che la determinazione di Obama a frenare la perdita di posti di lavoro sta comportando un dubbio diffuso sulla stessa sostenibilità della finanza americana.

  Un economista acutissimo come Nouriel Roubini (riparliamo qui subito, sotto, di quel che ha detto a Davos), uno che pure ha sempre lavorato e invocato una politica fiscale attiva e non paralizzata da paure inconsulte, a Davos parla di un ormai probabile “vero e proprio scontro di treni scatenati diretti in direzione opposta” tra Stati Uniti e vigilanti sul mercato, le agenzie di rating.

  Se gli Stati Uniti, ammonisce adesso lui – che, pure, è stato assai critico nei confronti di un Tesoro americano per la mancanza di coraggio nel promuovere uno stimolo sufficiente non solo alla finanza ma anche all’economia reale – non danno segnali ai mercati, e più prima che poi, di preoccuparsi di ridurre il debito e di avviarsi a sconfiggere le forti tentazioni protezionistiche che allignano nel paese, le agenzie di rating che ora tengono sotto fuoco il debito dei paesi europei, trasferiranno le loro assidue attenzioni a quello statunitense…

• Infine, c’è l’impennata dei prezzi di materie prime e derrate spinte in alto sia dalla speculazione sfrenata che da una domanda crescente del mondo emergente: con al conseguenza a livello globale – anche se non per esempio in Europa – di un’inflazione che sale e di un abbassamento delle condizioni di vita.

Non è la prima volta che da Davos, malgrado la natura artefatta, da show business, e il carattere squilibrato, filo-capitalismo-selvaggio, dell’occasione, spesso di lì erano emersi in anticipo anche contro voglia segnali forti di allarme. Se a quell’allarme gli attori di Davos stavolta dessero qualche retta, sarebbe davvero la prima.

●Sempre a Davos, come abbiamo anticipato, hanno fatto impressione gli interventi in sala conferenze e fuori di un economista come Nouriel Roubini, che gli ottimisti di mestiere cercarono invano di stoppare qualche anno fa chiamandolo Mr. Doom, signor Sciagura, solo perché già dall’inizio di questa crisi diceva le cose come stavano: che la situazione era molto grave e che peggiorava.

Roubini[3], un economista (citiamo la cosa non solo per curiosità) laureato alla Bocconi nel 1982, che oggi insegna in America, è stato uno dei pochi che sulla questione ha sempre avuto ragione. E non fosse altro che per questo, ora, tutti lo stanno a sentire. A Davos[4], Roubini ha fatto ricorso a un proverbio dei suoi anni italiani per dire che vede la situazione attuale dell’economia globale come il classico bicchiere “mezzo pieno e mezzo vuoto”.

Ci sono segnali di ripresa sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo e ci sono molte imprese che finanziariamente (ricchi profitti) stanno bene. Ma ci sono grandi preoccupazioni per il passo da lumaca della crescita nelle grandi economie avanzate (chi sta peggio – e a me dispiace dirlo sottolinea – è proprio l’Italia, malata grave di anemia perniciosa), ulteriori crisi dei debiti sovrani di importanti paesi (ancora l’Italia, lascia intuire di avere in mente), i mercati in crescita delle materie prime e i problemi “profondamente strutturali” che affliggono l’economia americana e  il riemergere prepotente di squilibri economici globali.

Per quello che riguarda in particolare l’Unione europea, oltre agli accenni già fatti, i quattro rischi principali oggi sono:

• il pericolo imminente che la crisi del debito coinvolga ora, subito la Spagna: “un’economia troppo grande perché possa fallire ma anche perché si possa salvare”;

• il fatto che il debito della Grecia l’abbia resa effettivamente insolvente;

• il fardello del debito delle banche che è stato caricato sulle casse degli Stati in paesi come l’Irlanda;

• l’incapacità dei paesi in crisi di uscire con la crescita dai loro guai profondi.

Dal punto di vista delle nostre società, ammonisce Roubini, è che oggi proprio nell’eurozona la mancanza di luce vera alla fine del tunnel – la mancanza della speranza – ci fa correre il rischio di un colpo di coda, di una reazione e di un grave ritorno all’indietro nel campo sociale.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●La produttività pro capite – misurata come crescita del PIL per ogni persona al lavoro – secondo un’accreditatissima ricerca americana[5], è aumentata nel 2010 del 3,3%, dopo la caduta dell’1,2 registrata nel 2009. L’impennata di crescita della produttività è tipica del periodo che segue la fine di una recessione: con una ripresa vigorosa ma un disoccupazione che resta alta più a lungo. Nei passi ricchi la produttività che, così, nel 2010 è cresciuta del 3%, andrà giù della metà nel 2011 all’1,6, con un rallentamento della produzione e, forse, un po’ più di occupazione. Tra le grandi economie mondiali, la Cina è stata alla punta della crescita di produttività con il PIL pro-capite che avanza dell’8,7% (superata solo, ma tra i paesi appena in via di sviluppo, dall’… Azerbaijan).

●  Produttività del lavoro

PIL pro-capite per occupato 2005-2010 (stime)

% annuale di crescita

Fonte: Conference Board 2010

●L’Agenzia internazionale dell’Energia, AIE, ha alzato la previsione della domanda mondiale di petrolio nel 2011, avvertendo che la ripresa economica potrebbe essere messa ancora più a rischio dall’aumento del prezzo del greggio che è arrivato, già, al livello più alto ormai da due anni[6].

●Un indice importante, e allarmante, della FAO, l’Organismo dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura che analizza e studia produzione e distribuzione delle derrate alimentari chiave nel mondo, è salito in sei mesi del 32%, riportando i prezzi[7] molto vicini ai livelli di crisi che due anni fa, nei paesi più poveri, provocarono crisi assai serie e sommosse in diversi dei paesi più poveri del mondo (Egitto, Haiti, Camerun…): e che infatti, adesso, come in Algeria e Tunisia, insieme a problemi molto seri di disoccupazione giovanile, stanno facendo esplodere un gravissimo scontento sociale (decine di morti per le strade…).

●Il dipartimento dell’Agricoltura americano ha anch’esso ridotto la stima degli stock di granaglie esistenti nel mondo e aumentato le previsioni della domanda provocando così un rialzo ulteriore dei prezzi di grano, granturco e soia. L’anno scorso la quantità del raccolto in America, il maggior produttore del mondo, è stata più bassa delle attese ma la domanda è cresciuta col crescere della quantità di granaglie usate per la produzione dell’etanolo. La Cina da sola compra circa 1/3 di tutto il raccolto americano di soia per l’alimentazione soprattutto animale[8].

●E’ sicuramente un po’ semplicistico collegare la rivolta/rivoluzione della Tunisia (la rivoluzione del gelsomino, come l’hanno chiamata i soliti inventori di slogan, dal nome del fiore nazionale di quel paese) a queste notizie, ma è anche certo che l’aumento dei prezzi degli alimentari nella rivolta c’è entrato. Così come questo è un fattore che è entrato all’inizio nei fatti dell’Egitto e nel fermento che inizia a manifestarsi in Algeria: per ora meno rovente ma, se non si faranno presto, molto presto, riforme profonde e non si aprirà presto la strada a più ampie libertà civili, la pace sociale non resisterà a lungo.

La “grande giustificazione” della classe dirigente algerina è che loro sono gli eredi dell’FLN, il movimento-partito-fronte che fece la guerriglia e la rivoluzione cacciando via il colonialismo francese. Ma, appunto, sono gli eredi… e, ormai, troppo lontani. Non bastano più le medaglie alla memoria. Anche Gheddafi dalla vicina Libia, stretta tra Algeria e Tunisia, si lamenta del fato toccato a Ben Ali: che, dice il rais di Tripoli – ma i tunisini non erano chiaramente d’accordo – non se lo meritava.

Colpa, denuncia il colonnello – d’accordo evidentemente con la lettura del ruolo anarchico e distruttivo di WikiLeaks data per prima dalla Clinton e, a ruota ovviamente, da Frattini – delle “divulgazioni” del sito di Assange. Come se fosse un sito gossipparo qualunque e non riportasse verità documentate dagli ambasciatori dell’America nel mondo. Gheddafi in realtà si spinge più in là: dice che si tratta di “dispacci redatti dagli ambasciatori apposta per creare il caos[9], addirittura, ma gossip… Ma forse, chi sa?, potrebbe anche cominciare a sommuoversi un po’ la sabbia, frammista anche a pesanti detriti, che decenni di potere hanno accumulato sotto la tenda del rais.

In effetti, in Tunisia, i massimi leader, circondati di sicofanti e vassalli, non s’erano resi conto della serietà del problema, del sobbollire di una rivolta sorda che stava esplodendo anche di fronte agli eccessi osceni del regime che, in specie su le Monde – in un francese a molti, e a tutti quelli che contano, e conteranno qui, accessibile – era andata documentando WikiLeaks[10].

●Riferiva l’ambasciatore americano a Tunisi, mentre parlava di “una corruzione ormai rampante nei circoli del potere” di una famiglia presidenziale odiatissima che faceva venire da St.Tropez in aereo il gelato particolarmente amato da madame la Présidente e della tigre tenuta in giardino che divorava una decina di polli al giorno[11]… E informava un altro di quei dispacci “segreti” che “si tratti di soldi, di servizi, di terreni, di proprietà o, anche sì, anche e perfino del tuo yacht, se la famiglia Ben Ali lo vuole tutti dicono che l’ottiene sempre”.

Ma anche, come tanti altri, il rais della Tunisia proprio non arrivava a capirlo[12]: la presunzione era che gli spettava tutto, perché era lui a comandare e, quindi, il diritto, la legge, le leggi, se le faceva e se le disfaceva lui; è l’illusione che accomuna molti numeri uno, democraticamente o meno che siano eletti. Il 10 gennaio il presidente Zine el-Abidine Ben Ali andava ancora annunciando[13] in televisione, dopo una rivolta che aveva già fatto decine di morti per il rincaro dei prezzi e con una disoccupazione tra i giovani che sfiorava ormai il 50%, di avere un piano per creare 300.000 posti di lavoro nell’arco di due anni.

Promesse nuove come quelle dell’anno scorso, lì come qui, e come quelle di due anni fa… E poi con lo stesso sistema: abbassare le tasse, naturalmente; ma non sui salari, sul lavoro invece nell’illusione che i quattrini così risparmiati si trasformino in investimenti invece che in un impinguamento dei conti in banca dei signori padroni. E, naturalmente, il disagio sociale, che Ben Ali bontà sua, riconosce pur esserci, è alimentato da fomentatori stranieri e da comunisti, ma guarda un po’, autoctoni…

Oltre che licenziare i consiglieri che, sempre bontà sua, adesso riconosce sbagliati e liquida sperando invano di farne capri espiatori…, poi il presidente licenzia alcuni ministri…, poi il capo dell’esercito… e, poi, tutti i ministri… e, infine, finalmente viene licenziato in tronco lui stesso…

La resistenza chiusa e arcigna di un dittatore come Ben Ali – uno che quando 23 anni fa rimpiazzò con la forza di un golpe vellutato il padre della patria Bourghiba, rimbambito dall’età  e morto dopo 13 anni di dorato esilio interno, era stato accolto con una certa speranza dai tunisini – in fondo è durata solo tre-quattro giorni.

Poi “non essendo più in grado di assumere i suoi poteri”, dice in televisione il successore ad interim, il primo ministro uscente Mohammed Ghannouchi, un suo alleato – non o almeno non subito, come recita la Costituzione, il presidente della Camera, Fouad Mebazaa[14] che subentra, poi, quasi subito ma solo dopo un’altra ondata di proteste popolari – mentre viene decretato stato d’urgenza e coprifuoco, il presidente è scappato.

Forse appena in tempo per evitare il linciaggio, ma portandosi dietro una tonnellata d’oro e parte consistente delle riserve della Banca centrale di Tunisia e sigillando così oltre un ventennio di dominio rapinoso del paese, se n’è andato in volo in Arabia saudita dove troverà accesso anche alla montagna di soldi che aveva inguattato e fatto inguattare dai suoi familiari e famigli negli anni del potere: perché, in fondo, spiegò bene una volta l’on. Mastella in ben altro contesto, abbiamo tutti famiglia, no?

Ora? Visto anche il ruolo “pacificatore” che sembra aver giocato l’esercito nel far uscire il paese da questa crisi istituzionale e sociale, sembra che potrebbe diventare un candidato credibile alle prossime presidenziali proprio il gen. Rachid Ammar, il capo di stato maggiore che rifiutando l’ordine di far sparare i carri armati sui dimostranti ha costretto Ben Ali a scappare in esilio…

Certo, se le elezioni si terranno presto e tutti i cacicchi e i vassalli che ben Ali ha messo in parlamento in trent’anni non riescono a raggrupparsi, è possibile. Ma questa – la prima rivoluzione vera, cioè anche sociale, non certo solo nazionale nel mondo arabo – è ancora – e va detto – una  rivoluzione fragile…

Non che sia stata una creazione di Twitter, come pure qualcuno ha sostenuto; tanto meno, come dice Gheddafi, una creazione di WikiLeaks; e neanche, forse, l’ha scatenata quello che è ormai l’accesso del mondo – di tutto il mondo, fin nell’ultimo sperduto villaggio e l’ultima più disperata periferia di Tunisi, alle notizie e alle immagini che arrivano ormai con le parabole satellitari: in inglese, in francese, in italiano perfino (RAISAT, anche se non la vede nessuno, comunque c’è… ) e – anche (Al-Jazeera e non più sola poi) in arabo…

Però, e su questo pure non c’è dubbio, questi strumenti di comunicazione nuovi o, in ogni caso, ormai più accessibili, aiutano. E’ sicuro che Internet, da sola, non libererà mai nessuno. Però, tra quello che è successo in Tunisia e quel che è capitato qualche giorno prima in Bielorussia abbiamo visto bene quanto la cosiddetta comunicazione sociale può fare e quanto no. Perché, come tutti gli strumenti, di per sé Internet è neutrale: serve anche, e bene, al potere insediato per controllare, sorvegliare e chiudere nell’angolo gli oppositori.

Perché, in ogni caso, come in Iran un anno fa, Internet di certo non riesce a sospendere la politica di potenza – la politica, cioè, che al potere c’è e ne controlla gangli, condotte e marchingegni. Nessuna comunicazione sociale riesce a sospenderla annullarla, anche quando sia tutta vera e genuina. Qui lo è stata, ma in Iran non lo fu: metà delle cose date su Internet erano più che dubbie, anche nella loro origine stessa… un numero troppo alto di scritte contro il regime nelle manifestazioni spontanee non erano in farsi ma in inglese (cioè in “americano”) facilitando, così, l’attendibilità delle denunce di Ahmadinejad che era tutto un montaggio dei nemici dell’Iran.

E se un Ben Ali viene rovesciato e un Lukashenko, fatte tutte le differenze che vanno fatte, invece vince – la differenza, alla fine, la fa la politica: la forza o la debolezza della societò civile e dei suoi strumenti.

Ma, questo è vero, qui a Tunisi e a Monastir, lì a Minsk e a Brest, le notizie che hanno sollevato la gente sono venute all’inizio da Internet più che dai media. Si dimostra così che, comunque, nel mondo di oggi questo strumento aiuta chi non vuole accettare che tutto resti immobile più di chi vuole difendere lo status quo.

Già è in atto, appena scappato il presidente, il tentativo dei benalisti di continuare a sgovernare il paese senza Ben Ali: c’è il suo vecchio primo ministro— una specie di braccio destro alla Letta, per dare l’idea; ci sono diversi dei più devoti tra i vecchi ministri; dicono che è necessario perché non c’è gente esperta, altrimenti; vengono offerte elezioni che però, invece del termine costituzionale di sessanta giorni, si terranno, sempre forse, entro sei mesi.

E i quattro ministri del nuovo cosiddetto governo di unità nazionale provenienti dall’opposizione sociale – il sindacato UGTT – escono subito dal “nuovo” governo… e anzi alimentano le proteste perché si dimetta in blocco. Certissimo, evidente per tutti,  è che non sarà facile però, adesso, smorzare la rabbia, la voglia radicale di cambiare, che è scoppiata tra la gente in Tunisia.

Come si deve ricordare, qui tutto (la cifra ufficiale, pure del nuovo governo, cui non crede nessuno, è di un centinaio di morti) è partito dall’autofalò di un precario diventato disoccupato totale e disperato (fenomeno che si è andato ripetendo poi anche in Algeria, in Egitto, pare anche in Libia…) e da una rivolta delle scuole e del pane, diventata una vera rivolta di società. I paesi arabi, presi in blocco, hanno sempre avuto regimi estremamente chiusi e capaci di resistere a ogni spinta dal basso. Questo tra di essi è, in effetti, il primo regime ad essere rovesciato, e anche violentemente visto che “resisteva”, da una rivolta di popolo.

●La verità più semplice, e forse più vera, è che sta saltando il muro di Berlino del mondo arabo, il  tappo che a esso hanno imposto i suoi sonnolenti, subordinati e sempiterni autocrati di governo e i loro sostenitori stranieri: americani, inglesi, francesi, anzitutto… Subordinati nei fatti, se non sempre a parole, anche troppo roboanti magari, all’accettazione di uno status quo sempre acquiescente rispetto a Israele e alla dipendenza dagli Stati Uniti: di cui tutti, in qualche modo, sembrano vergognarsi ma cui tutti restano, in qualche modo, legati. Ora il tappo salta un po’ ovunque e l’unico paese arabo che resta immobile sembra in questi giorni di fuoco nel Medioriente l’Arabia saudita.

 

●Il Faraone si va sgretolando in Sfinge…

Mubarak schiaccia la Riforma… e (forse) avrà la rivoluzione

Fonte: The Observer, 30.1.2011

●E si capisce bene il nervosismo di molti… In Egitto, letteralmente fino a ieri, sembrava scontato che il trasferimento progettato e anche annunciato della presidenza al figlio designato di Hosni Mubarak, Gamal, quando tra poco, e dopo trent’anni di potere, se ne andrà in dorata pensione, sarebbe andato del tutto liscio. Ora, dopo i fatti rivoluzionari al Cairo, innescati da quelli di Tunisi che avevano detto a tutti cosa fare per liberarsi di governi oppressivi, neanche più lui – neanche la Sfinge sgretolata d’Egitto in cui ormai sembra essersi trasformato quello che era l’indiscusso e indiscutibile Faraone – crede più di poterlo fare senza rischiare, forse, di fare la fine di Ceausescu piuttosto che quella di Ben Ali...

Alla fine, anche il prudente ma pulito Mohamed ElBaradei, l’ex capo dell’Agenzia atomica internazionale dell’ONU, Premio Nobel della Pace e unico egiziano al mondo noto, forse, quanto il presidente a vita Mubarak – quell’ElBaradei che per anni era stato il solo capace di mettere i bastoni tra le ruote di Bush bloccandolo per quassi un anno nella smania di andare a bombardare e invadere l’Iran con lo smontaggio documentato delle sue scuse fasulle sulle armi di distruzione di massa che avrebbe avuto ma non aveva Saddam – dice apertamente che gli egiziani dovrebbero seguire l’esempio dei tunisini e “rovesciare con la forza della volontà popolare” il loro vecchio rais[15].

Per quanto lo riguarda personalmente, lui – che aveva ritirato per l’assenza di ogni garanzia attendibile la sua candidatura indipendente alle ultime presidenziali di qualche mese fa – ha confermato il sostegno alla “giornata di azione nazionale” in calendario per venerdì 28 gennaio (il “giorno dell’ira”) che, nelle intenzioni ormai dichiarate dell’opposizione, dovrebbe dare una bella scrollata al regime.

E, in effetti, la dà. Centinaia di migliaia di cittadini dimostrano malgrado l’interruzione da parte del regime delle reti elettroniche della comunicazione sociale (Internet, Twitter, Facebook) ma il tutto mostrato in diretta e documentato dal vivo da Al Jazeera[16] (non solo, ma soprattutto) comunque accessibile da ogni parabola dovunque, anche (e è cruciale) al Cairo, a Suez, ad Alessandria. Cioè in tutto il paese e non solo nella capitale.

Poi arriva la notizia che, mentre brucia insieme a decine di caserme dei servizi di sicurezza e centrali di polizia, la sede stessa del partito di Mubarak – che il regime aveva detto aver vinto col 95% dei suffragi le recentissime elezioni politiche – in strada ci sono più di cento morti, migliaia di feriti e, in galera, centinaia di arrestati. Qui il potere militare è, oltre che più forte e consolidato e privilegiato, anche molto più abituato di quello tunisino a reprimere l’opposizione come cosa scontata…

E si viene a sapere anche che ElBaradei stesso è stato arrestato… brevemente, però, perché qualcuno al governo ha ancora la freddezza necessaria a capire il rischio che c’è di dare a una folla sena leadership una leadership prestigiosa: una figura unificante intorno alla quale coalizzare tutta l’ostilità che è esplosa e che è ancora in buona misura latente contro il regime. E che pubblicamente, alla fine, come tale si manifesta.

Probabilmente il premio Nobel è l’unica figura individualmente riconoscibile intorno a cui un’opposizione altrimenti acefala ma possente riesce a coagularsi e l’unica che, per prima identificabile e identificata, sempre pubblicamente sulla piazza della Liberazione, tra decine di migliaia di dimostranti, chiede insieme le dimissioni del governo e, rivolgendosi a Obama direttamente, come fa a chiedere seriamente al dittatore di… riformarsi la dittatura.

Da notare che, mentre parla sulla piazza, si fanno vedere lì ad affiancarlo anche gli sceicchi della grande moschea di Al-Ahzar… ma non (sbagliando? sì, probabilmente sbagliando) i leaders della chiesa cattolica copta (di cui riparleremo nel capitoletto dell’attacco assassino alla loro cattedrale di Alessandria)[17].

ElBaradei si spinge, un po’ sfrontatamente in effetti, anche a chiedere a Obama come ha potuto lasciare che per almeno cinque giorni di fuoco passasse l’impressione che il presidente statunitense  si schierava con l’emiro del Kuwait e con il re dell’Arabia saudita che, unici, esprimevano apertamente – e si capisce bene il perché – il loro sostegno al rais… E acquisendo, anche così, per il suo parlare chiaro e anche, a volte, volutamente tutt’altro che diplomatico, pur essendo da sempre quello lui – un diplomatico internazionale di altissimo rango – l’unzione da parte della gente a rappresentarla nella “mediazione” che, giocoforza, qui – l’Egitto non è la Tunisia – sarà necessario aprire con il potere per liberarsi di Mubarak…

Che ormai si è corazzato dietro, se non proprio consegnato ai militari. Dopo la decretazione di un coprifuoco, che nessuno però si degna di osservare, liquida il governo di fantocci che aveva sempre voluto sotto di sé. Adesso lo rimpiazza con uno più a sua immagine e somiglianza (lui stesso era a capo delle Forze armate come vice presidente quando succedette alla’assassinato Sadat nel 1981) presieduto dall’ex capo dell’aviazione Ahmed Shafiq e con una vice presidenza della Repubblica affidata all’uomo forte che da sempre era stato dietro di lui, il capo del servizio segreto militare.

L’uomo forte e ora, se sopravvive alla caduta del rais e non la provoca lui direttamente, successore designato al posto del figliolo Gamal, è il massimo dirigente del Mukhabarat, Omar Suleiman, interlocutore fidato da sempre anche del Mossad israeliano e della CIA americana… che la stampa egiziana aveva sempre presentato finora come il portavoce di Mubarak e che, proprio sul dossier israelo-palestinese, si era “conquistato la fiducia e il rispetto di israeliani e americani”, anche se  non proprio, diciamo, dei palestinesi…

Il problema è che in piazza la gente fa come se le nomine non ci fossero state, convince almeno parte dei militari a fraternizzare e relegare le forze di sicurezza nelle caserme che ancora non sono state date alle fiamme… Però, è anche un segnale che la rivolta non si è trasformata in rivoluzione il fatto che, dopo due nottate in cui la polizia era diventata invisibile, la gente – molta gente bene, diciamo, quella che dei saccheggi ha maggiore paura – abbia chiesto a gran voce alle autorità, a Mubarak, che i poliziotti – anche se solo in divisa – tornassero a  pattugliare le strade…

Molti pensano che la cessazione del pattugliamento fosse stata volutamente decisa su ordini precisi dall’alto, per provocare appositamente disordini garantendo libertà d’azione a molti sciacalli e a non pochi saccheggi: comprese le effrazioni al Museo nazionale del Cairo, fatte fallire solo parzialmente per l’effetto traumatico allargato che avrebbero avuto nel mondo— sono andate distrutte, dice Zahi Hawass il sovrintendente-capo, uomo di grande competenza ma di nomina mubarakiana, due mummie faraoniche[18].

Ed il segnale, forse definitivo, che qualcosa stia cambiando, ribolla sempre ma, insieme, si stia anche acquetando è che, domenica 30 gennaio, dopo sei giorni di manifestazioni e di scontri di piazza, adesso, coi militari direttamente ai vertici del governo, l’esercito cominci a schierare a decine i suoi 1.000 carri armati M1A1 Abrams (10 m. di lunghezza, 56 tonnellate di peso) per le strade del Cairo e l’aviazione a far sorvolare da decine dei suoi 220 caccia F-16 che scendono anche in picchiata sfiorando il muro del suono le folle ammassate sulla piazza della Liberazione. E tutto resta ancora in bilico, indefinito, a fine mese.

●D’altra parte, la paralisi nell’economia di ogni giorno, quella che sgoverna la vita delle decine di milioni di gente comune (gli egiziani sono più di 80 milioni) si fa sentire anche sull’economia di ogni giorno il peso della paralisi. Moody’s, ovviamente, non ha perso l’occasione di svalutare al volo il rating dell’investimento nel paese, a Ba2 da Ba1, e cambiato l’aspettativa prevista da stabile a negativa[19], citando i rischi politici e le preoccupazioni per le già deboli finanze pubbliche del paese (le riserve valutarie ammontano in totale ad appena 36 miliardi di $, se qualcuno già non se le è fregate mandandole all’estero in conti segreti e privati…).

L’Egitto, scrive l’agenzia di rating, soffre dell’ “incapacità di rispondere a gravi sfide politiche  e socio-economiche, inclusa un’inflazione elevata, l’alta disoccupazione e la miseria diffusa”. Tutte cose, però, che questi sepolcri imbiancati non dicevano un mese fa: quando erano proprio le stesse… Naturalmente, l’Egitto allora soffriva, come soffre ancora della dittatura: che, però, Moody’s si guarda bene dal menzionare esplicitamente.

Poi c’è oggi, coi disordini, la rarefazione sul mercato della benzina, l’impennarsi dei prezzi degli alimentari al dettaglio, il taglio delle comunicazioni interne e la complicazione che alla vita di chi le adopra, in borsa ad esempio, nelle banche, ha imposto il regime e il senso di crisi che così si è andato allargando a macchia d’olio.

●La nomina di Suleiman è quella di un uomo forte della vecchia guardia del regime che rassicura l’esercito e tutti i detentori del potere e del privilegio diffuso nel regime. Oltre che – cosa niente affatto da poco… – Israele. Perché non c’è dubbio che uno spostamento fondamentale del potere in Egitto forzerebbe una vera e propria “rivoluzione nella dottrina di sicurezza di Israele[20], come ha detto un non identificato ma autorevole esponente della Difesa israeliana.

L’accordo di pace del 1979, firmato dal presidente Sadat e sempre onorato da Mubarak, è un asset, una risorsa, fondamentale per la sicurezza, soprattutto mentale, di Gerusalemme in quanto consente alle Forze armate israeliane (IDF) di concentrare le loro forze altrove. Se dovesse rivolgere le sue preoccupazioni anche nei confronti dell’Egitto, il problema per Israele sarebbe serio. Il che non vuol dire che il nuovo Egitto verrebbe subito considerato un nuovo fronte nemico ma che l’attenzione dell’IDF dovrebbe subito spostarsi  anche ad ovest…

Ma, col montare delle proteste e la presa di possesso della rivolta di strada da parte di milioni di giovani che sembravano puntare a trasformarla proprio in una rivoluzione “come in Tunisia”, ormai probabilmente Suleiman, che sei mesi fa sarebbe stato applaudito da molti, difficilmente diventa accettabile e forse anche uno come ElBaradei potrebbe essere scavalcato e scavalcata sembra, anche, la vecchia opposizione forzatamente clandestina e, anni fa, senza sbocco alcuno, anche   terroristica dei Fratelli mussulmani, peraltro ormai fattasi molto cauta[21].

●Il caso della Tunisia, oltre che per il differente peso specifico nel regime delle Forze armate, era diverso da questo dell’Egitto anche per un’altra differenza profonda: lì un’opposizione politica c’è sempre stata dai tempi di Bourghiba, anche se è sempre stata divisa e dispersa e, certo, tradizionalmente, quando sottilmente e quando pesantemente, repressa. Ma, poi, a Tunisi il dibattito che ha sotteso tutta la rivolta non è stato – un fatto per il mondo arabo straordinario – permeato dela minaccia sottesa e certo non inventata, degli slogan e delle idee dell’islamismo, tanto meno di quello estremista.

Uno dei pochi meriti storici reali, se volete, di Ben Ali e, in realtà, del predecessore Bourguiba che dall’inizio rifiutò non solo una società teocraticamente fondata ma anche di fare delle pandette teologiche il canone di una cittadinanza piena. In Tunisia, soprattutto, c’è sempre stata una società civile ricca, articolata, radicata e capace anche – come si è visto – di strappare l’appoggio di una parte importante delle Forze armate che ha lasciato il presidente difeso, e solo per poche ore poi, da una polizia e da servizi segreti ormai impauriti e chiaramente incapaci di contenere e reprimere a sufficienza: perché adesso non godevano più dell’impunità da cui sempre erano stati coperti.

E ora, dopo che è stato effettivamente buttato via quasi tutto il  vecchio apparato di governo, il gen. Ammar giura in piazza di impegnare l’esercito nella “difesa della rivoluzione”… ma gioca così anche un suo possibile ruolo di capo del paese, sì, ma di nomina forse davvero democratica…

●Si capisce anche bene – vale la pena di tornarci sopra un momento – la confusione di tanti altri. Per dire, di Israele che, come s’è accennato, perde l’alleato più forte che ha nel mondo arabo; e degli Stati Uniti[22] che del Nord Africa in genere, non fosse stato per la Libia di Gheddafi finché ha avuto manie di disobbedienza, se ne sono sempre altamente impipati potendo dare per scontato, sempre, il sì egiziano… e che, adesso, sono del tutto frastornati dagli eventi che si succedono convulsamente e li vedono emarginati, come non sono abituati a sentirsi[23], da ogni sviluppo in Tunisia, e soprattutto in Egitto[24], sicuramente sull’altro lato del Mediterraneo, in Libano.

Spiegano alcuni alti esponenti dell’amministrazione a Washington, molto compitamente, che la Casa Bianca segue da vicino gli sviluppi di Tunisi e sta anche usando l’esempio di quella rivoluzione per incoraggiare altri governi arabi ad “aprire” i loro sistemi politici, combattendo la corruzione e espandendo così le loro economie... Per questo in un primo momento, la Clinton chiede quasi rispettosamente a Mubarak di fare le riforme necessarie ma lasciando intendere che, a loro, lui va benissimo se, facendo le riforme, riesce a restare al potere…

Poi, sempre Clinton – che naturalmente non chiede mai in pubblico a Mubarak di andarsene – si rivolge al popolo egiziano e al suo governo (che nel frattempo è stato dimissionato dal rais) invocando una “transizione ordinata” (dove è chiaro che la preoccupazione e l’accento è tutto praticamente sull’aggettivo e non certo sul sostantivo: dove per gli egiziani, chiaramente, vale il contrario)…

E suonano altrettali, altrettanto vaghe, le raccomandazioni della UE da Bruxelles. L’Alta rappresentante per gli Esteri, Catherine Ashton, parlando lunedì 31 a nome di tutti i ministri degli Esteri, assicura il popolo egiziano del sostegno continuo con cui “da anni appoggia la sua democrazia, la sua economia e i suoi diritti umani”…, suscitando almeno l’esterrefatta sorpresa di chi l’ascolta e aveva notato il sostegno costante, sì, ma sempre e solo a Mubarak…

E chiede a Mubarak stesso di mettere in piedi un governo di unità nazionale che includa una rappresentanza dell’opposizione e proceda a riforme profonde[25]… Solo che Mubarak (anche qui: lo rivela WikiLeaks) si dice convinto da mesi che, dando via a una riforma qualsiasi, andrebbe “a finire per lui come fino per lo scià”: lo farebbero fuori. Insomma, come dicevamo, confusione…

●Un altro che sembra capire molto, non tutto certo, della sua realtà ipernazionalista e niente, o quasi, di quella degli altri, il primo ministro israeliano Netanyahu, a fine mese se ne esce a dire – per lo meno improvvidamente – che Israele fa il tifo per Mubarak perché dice in una situazione di caos una forza islamica organizzata potrebbe assumere, magari anche con le elezioni, il controllo di un paese. E’ successo a suo tempo in Iran, può succedere ancora…

E così – è in conferenza stampa congiunta con una Merkel che almeno ha la decenza di apparire imbarazzata – forse mette la pietra tombale sulla fossa di Mubarak[26]. Merkel ha anche l’intelligenza di aggiungere – cosa che non avrebbe fatto di certo uno come il Berlusca in un’occasione simile – chiosa sommessamente ma chiaramente che “non si possono distinguere i princìpi tra quelli che valgono in alcuni paesi [anche se poi in Israele e valgono in realtà solo per i cittadini ebrei e non per gli altri], dove si può dire quel che si pensa e votare liberamente e quelli che valgono in altri dove non valgono invece per niente”.

●Coincidenza o meno, neanche un’ora dopo l’uscita di Netanyahu, le Forze armate egiziane fanno sapere, al mondo arabo attraverso Al Jazeera e al mondo intero con la Reuters[27], che non useranno mai la forza delle armi contro chi protesta in piazza. Che sempre l’epitaffio su quel lapide…

●Scappano intanto gli stranieri dall’aeroporto internazionale del Cairo, ed è normale. E scappano anche – e pure questo, a ben vedere, è normale, no? – i tanti miliardari egiziani[28] che si sono fatti tali con e sotto Mubarak – businessmen, “professionisti” (non si sa mai bene di cosa), procacciatori e mediatori d’affari (e soprattutto di malaffari) – sui loro jet privati spesso messi anche, graziosamente, a disposizione, insieme a famiglie e famigli di quelli che qui la gente chiama i bacherozzi: gli alti papaveri del regime, come il segretario generale del partito di Mubarak, anche se non ancora Mubarak stesso… Ma forse per poco, ormai.

●Forse cercando di correre ai ripari verso quella che appare come una minaccia improvvisamente diventata plausibile, il parlamento del Kuwait, su disposizione sovrana dell’emiro, Sua Altezza lo sceicco Amir Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah ha disposto il pagamento diretto nei conti correnti bancari di ogni cittadino di 1.000 dinari[29], circa 3.500 $ e, inoltre, da febbraio 2011 a marzo 2012, per un anno, la concessione di uno sconto sul 30% su tutti i beni primari al dettaglio in ogni negozio su esibizione di una valida tessera annonaria.

Il problema è che sui 2.700.00 abitanti dell’emirato, 1.300.000 e in crescita, sono immigrati spesso clandestini, sempre i più poveri  e sempre non cittadini. Dunque senza nessun accesso al sussidio. Ma se lo scopo è quello di dare una mancia a chi ha ragioni di scontento per tenerlo tranquillo, il ragionamento è proprio sbagliato…

●In Giordania, re Abdallah II, che come re sta assai bene di suo ma come governo non ha certo i quattrini dell’emiro kuwaitiano (il petrolio), chiede ai leaders politici del paese in un’udienza trasmessa in Tv e per le stesse ragioni, di lavorare insieme per il dialogo, dice, l’apertura e la trasparenza necessari a portare avanti con urgenza le riforme di cui ha bisogno il popolo in politica, in economia e in campo amministrativo.

Solo così la Giordania potrà fare i conti adeguatamente, ammonisce[30], con le sfide economiche che anche ad essa, nel suo piccolo, sono imposte dalla globalizzazione. Il presidente del Senato, Tahir al-Masri, alla fine del’incontro, conclude che il re comunque, beato lui con la povertà diffusissima che c’è nel paese (però questo lo diciamo noi), è ottimista.

●Dall’altra parte del Mediterraneo, in Algeria, viene riferito dal quotidiano locale El-Khabar che il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika punta a rimescolare[31] i ruoli all’interno del governo e in ruoli significativi, anche se non volendo far apparire la mossa legata alle pressioni attuali sobollenti nei paesi vicini, o alle richieste dell’opposizione interna, arriverà non prima forse di metà febbraio. Si parla, credibilmente, della sostituzione del primo ministro, Ahmed Ouyahia, col ministro degli Interni, Dahou Ould Kabklia, o quello di Energia e Miniere, Youcef  Yousfi.

●E tornando all’estremo est del Medioriente, in Siria, anche il presidente Bashar al-Assad reagisce. E la sua, tra tutte, in un’intervista straordinaria a un quotidiano statunitense[32], sembra la reazione più preoccupata e, insieme, a suo modo sensata di tutte. Si dice convinto che, con l’imporsi della protesta che ha coinvolto a catena Egitto, Tunisia e Yemen, si apre una “nuova era” per tutta la regione che “deve” portare i leaders arabi, non tanto – non arriva neanche a pensarlo: non sia mai – a farsi eleggere liberamente dal popolo quanto “a dar retta alle crescenti aspirazoni economiche e politiche dei loro popoli”.

A suo modo, va detto, Bashar sembra effettivamente sincero: farà in modo di aprire la strada ad elezioni municipali, dice, darà potere effettivo anche alle organizzazioni non governative e rinnoverà le leggi che regolano i media e la loro libertà d’azione nel paese. Ma aggiunge che la Siria ha bisogno di tempo per costruire le istituzioni e migliorare l’istruzione popolare di cui c’è ancora bisogno prima di potersi aprire politicamente per non rischiare che le domande di riforma politica risultino controproducenti e eccessive per una società molto tradizionale – dice ed è vero – come la nostra. D’altra parte, conclude, se i leaders arabi non riescono a  capire le necessità di una riforma profonda, dopo Tunisia e Egitto, vuol dire che ormai è troppo tardi.

●In questi frangenti, dopo aver fatto il suo dovere di passacarte nei confronti del suo presidente, portando in Senato italiano la dichiarazione – determinante per le sorti della democrazia del nostro paese – sul beneficiary owner[33], il cognato di Fini, della famosa/famigerata casa di Montecarlo, dichiarazione resa dal governo del piccolo paradiso fiscale caraibico di Santa Lucia – attenti a pronunciare la c come una s moscia e mettere l’accento sulla u quell’aquilotto di Franco Frattini se ne esce con un’idea che, per fortuna, nessuno dà mostra di prendere minimamente sul serio.

C’è la rivoluzione? E l’Unione europea vada, dunque, ad aprire in loco le consultazioni opportune! come se non ci fossero in loco fior di ambasciatori: dei singoli paesi e della UE come tale… La UE mandi subito, propone il nostro, una “missione speciale” in Nord Africa fatta da “una squadra di supporto tecnico” (cioè? di direttori generali di ministeri degli Esteri? ma è serio questo qua?) per aiutare a “allentare le tensioni”in Algeria, Egitto e Tunisia[34]. Questa specialissima missione europea dovrà prendere contatto con i livelli più alti del potere (già… chi? i primi ministri uscenti o quelli entranti? o quelli magari traballanti? ridicolo!), “autorità, società civile, sindaci, partiti di opposizione” (?!?!): per “prendere informazioni” (?) non “per dare ordini” (!).

Ben altra dovrebbe essere una politica europea che fosse avveduta. Totalmente diversa da quella che la vulgata dogmatica americana – bushista e obamista, in proposito, tal quale nei fatti e non a parole – ha imposto anche agli europei più avveduti. Stavolta è molto facile, perfino ovvio, dirsi d’accordo con Massimo D’Alema quando avvisa l’Europa[35] – l’Italia ormai è inutile, con quei Frattini al timone – che, se non è già troppo tardi, bisogna decidersi a “parlare”, dialogare, negoziare, con chi in Medioriente, dal Marocco allo Yemen a Gaza, fa comunque politica.

Anche e soprattutto se per i nostri palati sa un po’ d’amaro, anche e soprattutto se poi, quando accettando le nostre regole va liberamente alle elezioni e le vince… per sentirsi poi dire da noi, che quelle regole le abbiamo imposte, che no – comunque – tu no (vedi Hamas a Gaza)[36]

 

●Dovunque, dalla Tunisia allo Yemen (dove anche la gente comincia a protestare…) all’Egitto, i dimostranti sembrano utilizzare (chi scrive lo ha trovato su alcuni loro blog accessibili perché data la nostra ignoranza non in lingua araba) tattiche e tecniche molto semplici, molto simili e molto efficaci che si sono propagate tra loro via Internet. Sarà semplicistico ma prima non erano mai state diffuse così capillarmente istruzioni specifiche ed efficacissime, da Tunisi al Cairo in arabo, in inglese, in francese:

• come lo spray spruzzato sui finestrini dei blindati ne accechi, in pratica, i manovratori;

• come l’uso della Coca Cola per lavarsi la faccia minimizzi bene gli effetti dei gas lacrimogeni;

• come sia produttivo dimostrare di notte in strada, quando poliziotti e servizi di sicurezza sono ormai già stanchi da una giornata intera spesa a pattugliare;

• come sia utile comunicare on-line usando il software chiamato hide-my-IP nascondi-il-mio-IP  che può essere utilizzato gratis per due settimane… ecc., ecc.

●Grande apprensione, insomma. E grande confusione. E l’America appare smarrirsi, non ci capisce più niente. Proprio come sul Libano[37]. Dove, alla vigilia del cambio di governo e di quella che è la vittoria sostanziale di Hezbollah, che manda via Hariri e lo rimpiazza con un esponente sunnita più vicino e più amico suo, la signora Clinton sente la necessità di un intervento tanto intempestivo quanto futile[38] sottolineando l’ovvio anche qui – che, evidenziato poi alla vigilia di una sconfitta cocente, suona proprio come una tafazzata tanto velleitaria quanto controproducente – che se Hezbollah adesso influisce di più sul governo del Libano il rapporto con gli Stati Uniti cambierebbe…

Dice che sarebbero a rischio gli aiuti americani al paese… dimenticando, forse, che sono stati sospesi più o meno da un anno su richiesta di Israele e imposizione del Congresso americano al suo stesso governo: di che parla, dunque?, dice che bisogna tener conto della posizione degli USA sulla sovranità del Libano (una dizione per lo meno curiosa che appena resa nota irrita molti a Beirut: non la sovranità del Libano, ma il rispetto delle idee americane sulla sovranità del Libano… e che deve cessare ogni impunità per le interferenze esterne e per gli assassinii perpetrati nel paese… (solo di certi assassinii ovviamente, e di alcune interferenze, non di altri e di altre).

In definitiva, grande cautela ma contraddetta da grande approssimazione e, anche, apprensione per le conseguenze in tutta la regione— il fallout lo chiamano, manco temessero una ricaduta di tipo nucleare: e, forse, davvero la temono.

●Il presidente siriano al-Assad, il cui paese è direttamente e indirettamente coinvolto nella questione libanese, nell’intervista al WSJ[39] precedentemente citata rispetto alla democrazia e allo scontento popolare nel Medioriente, ha anche affrontato il tema della crisi del Libano e dei suoi (suoi della Siria) rapporti con gli USA. Qui dichiara di essere molto contento della soluzione trovata – il cambio di governo a Beirut – visto che “la situazione avrebbe anche potuto arrivare alla guerra civile”. E smentisce che la Siria sia un fornitore diretto di armi a Hezbollah.

Dichiara anche di volere legami più stretti con gli USA per combattere insieme contro al-Qaeda e contro ogni estremismo. Deve essere chiaro, però, che legami migliori con gli USA non andranno a detrimento di quelli della Siria con l’Iran, che resta un alleato cruciale e non può essere “né dimenticato né rimpiazzato”. Tra noi e Washington non c’è dubbio che resteranno punti di vista diversi su questioni strategiche importanti: come il fatto che, ad esempio, difficilmente la Siria consentirà all’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica di mettere il naso nei suoi programmi nucleari se lo stesso diritto non viene assicurato anche nei confronti di Israele…

●3.232 km in linea aerea più a est-sud est, sempre in Africa, a sud dell’Egitto, il referendum in Sudan è stato una sorpresa, positiva e che in pochi aspettavamo. E’ stato libero e condotto equamente e ha obbligato molti a rimangiarsi i giudizi, forse frettolosi e pregiudiziali imposti un po’ a tutti dalla destra neo-cons americana, sul regime sudanese che ha accettato di veder pacificamente rimessa in questione l’unità del paese.

Perché – certo, a meno di smentite sempre possibili e/o di provocazioni sul come adesso verrà gestita quella che potrebbe essere una delle poche scissioni statuali pacifiche nella storia del mondo (di fatto, nel secolo appena trascorso, solo quella tra Cechia e Slovacchia) – oggi sono in molti a guardare con attenzione, qualche stupore e parecchia speranza alla cura scrupolosa con cui il presidente Omar al-Bashir ha osservato gli impegni dell’accordo di pace del 2005 e ha tenuto a far svolgere il referendum.

Non è finita, però. Perché adesso bisognerà negoziare in buona fede, anzitutto, e arrivare, poi a un accordo tra Nord e Sud sul post-referendum, coi problemi aperti della definizione dei confini, della spartizione del debito del paese, dello sfruttamento di quello che era il petrolio di tutto il Sudan e ora dovrà essere di Nord e Sud insieme o solo di uno, della soluzione del conflitto sul territorio dell’Abyei, i 10.000 km2 di Sudan meridionali che i protocolli del 2004-5 prevedono dover adesso votare se vuole restare nel Sud, o dichiararsi autonomo, o allearsi al Nord…

Il tutto è complicato anche dal fatto che Omar Hasan Ahmad al-Bashir, il presidente/dittatore del Sudan, viene da qualche anno perseguito dalla Corte penale  internazionale dell’Aja per i crimini contro i diritti umani che lo accusano di aver perpetrato, e che probabilmente, ha perpetrato contro le popolazioni del Sud del paese nel corso della guerra civile contro coloro che da anni volevano, e combattevano per, la secessione.

Il tribunale non lo ha ancora giudicato. Ma il procuratore generale sta già cercando di farlo arrestare. Però non è in grado di far eseguire le sue disposizioni né in Sudan, ovviamente, né quando come gli  capita spesso lui va in visita all’estero a paesi che a fermarlo non sono disposti (tutti quelli arabi e non solo): perché è clamorosamente evidente l’uso sistematico che fa il tribunale dei due pesi e misure.

Chi lo finanzia, e quindi nei fatti lo controlla (basta un’occhiata ai bilanci pubblici della Corte penale internazionale sul suo sito[40], nei fatti quegli stessi Stati Uniti che rifiutano di sottomettersi alla sua giurisdizione. Nessun cittadino statunitense sarà mai giudicabile da un tribunale internazionale, infatti, ha decretato (i due pesi) l’America: ma tutti gli altri dovrebbero…

Oddio, non proprio tutti! (ancora, i due pesi e le due – o quadruple addirittura – misure): quelli che loro vogliono veder giudicati, non i sauditi, non gli indonesiani, non i tanti amici loro, dittatori di ieri e di oggi, nel mondo ma i dittatori che loro considerano ostili e che loro vogliono vedere alla sbarra, giudicati e puniti.

E così non c’è un paese arabo, anche se amico loro, che tocchi Bashir quando va in visita: la sua opinione pubblica, pure tanto amorfa e vagamente informata, glielo consentirebbe. Ora la novità, sconcertante anche se Bashir l’aveva sempre detto, è che lui è – sembra? – realmente impegnato a far rispettare il risultato del referendum fra accettazione rassegnata del Nord e giubilo del Sud del paese[41].

Certo è che, adesso, Bashir sembra uscirne bene. Parla[42], nel primo discorso ufficiale dopo i risultati, e si congratula… formalmente (ma in queste cose le forme contano molto) promettendo il sostegno al nuovo Stato separato del Sud che si formerà, sottolinea, con un processo di scelta che tutti dovranno rispettare. Perché non ce lo ha imposto una vittoria armata, che non c’è stata (anche se la secessione l’ha dettata poi proprio l’impasse militare, alla fine…) ma da una scelta libera e largamente maggioritaria – riconosce – più del 90% della popolazione.

La secessione, ormai, è una realtà, constata, ed è necessario che il paese la “celebri” insieme ai vicini rimanendo amico… Insomma, una straordinaria separazione consensuale, dopo le centinaia di migliaia di morti della guerra civile tra Nord e Sud e della guerra interna, domestica, tra le etnie dello stesso Sud: che resta, ora, il pericolo vero del tutto possibile di sviluppi ancora assai infausti…

●La Commissione presidenziale che in America ha investigato sulle cause della massiccia perdita di petrolio che l’anno scorso ha sparso, per le acque del Golfo del Messico, quasi 5 milioni di barili di greggio ha reso pubblico a inizio gennaio un capitolo che ne riassume le conclusioni. “La maggior parte – sintetizza – e la più grave degli errori e delle ‘sviste’ che hanno portato all’esplosione del pozzo di trivellazione della BP possono essere tutte rimandate al singolo fallimento assolutamente fondamentale di come tutta la faccenda è stata gestita”.

Insomma, il problema fondamentale non è stata la pessima qualità della cementificazione del fondo del pozzo, è stato invece il fatto che “la BP non ha esercitato a sufficienza i necessari controlli, cioè non ha adottato un criterio di precauzione che prevedesse, prima di affidarsi alla garanzia del tappo di cemento, la qualità di quella cementificazione[43].

Con la BP, dicono le conclusioni, “colpevoli” anche altri co-produttori: la Halliburton che ha fornito il cemento difettoso, risparmiando sul costo, la Transocean direttamente proprietaria della piattaforma che non ne ha curato a sufficienza lo stato. Il punto decisivo, però, della Commissione è, come dice un editoriale significativo del NYT[44], “un possente richiamo alla necessità di una regolamentazione forte”: non affidata, cioè, al buona volontà, inesistente, all’onestà, che non c’è, alla capacità, subordinata ad altre ragioni, della “libera” industria del petrolio.

●Il presidente francese cui spetta quest’anno, per turnazione, la presidenza del G-20

in una conferenza all’Eliseo di diplomatici e giornalisti, a inizio anno, ha delineato l’approccio “trino”, così l’ha chiamato, che intenderebbe impartire all’aulico consesso[45] per affrontare i grandi problemi economici e finanziari di cui sarà chiamato a occuparsi:

• la regolamentazione della volatilità eccessiva nei prezzi delle materie prime e delle derrate;

• la ricerca e lo studio dei mutamenti indispensabili ormai nel mercato finanziario internazionale;

• e la riforma della governance globale dell’economia.

In altri termini, un po’ meno laissez faire e un po’ più di poteri agli Stati, che dovrebbero però – specie i più importanti – decidersi a agire in termini di maggiore collaborazione multilaterale. Già…

• Sul secondo punto, Sarko spende qualche parola di più: il dollaro, specifica, anche se ormai non più da solo e, forse, non più con un ruolo tanto preponderante, deve restare comunque il cardine – che Obama si tranquillizzi – del sistema della riserva monetaria internazionale;

• sul secondo e sul terzo, combinati, ribadisce che lui è decisamente favorevole a una tassa sulle transazioni finanziarie (non sia mai detto che osino dire il nome: ma della tassa Tobin si tratta, di venerata e sapiente memoria) che si applichi a governare e, dunque, a ridurre la speculazione selvaggia sui mercati finanziari;

• sul primo punto, osserva che se le grandi economie del mondo non cercano di frenare la volatilità (la chiama così. ma la preoccupazione è l’aumento) dei prezzi di derrate alimentari e materie prime, chi ne soffrirà di più saranno, inevitabilmente, i paesi più poveri. Che, guarda caso però, dovrebbero essere proprio quelli a cui, in qualche modo, imporre di ridurre i prezzi.

Solo a loro, si capisce: mica si può imporre a qualcuno, infatti, nessuno in una libera economia di mercato di ridurre il prezzo dei prodotti manifatturati, dei servivi e delle tecnologie che in quel Terzo mondo produttore di materie prime esporta il primo mondo…

Gli eventi che, secondo noi, hanno marcato geo-politicamente di più per l’impatto avuto globalmente il decennio appena trascorso:

□ L’elezione di Vladimir Putin, il 7 maggio del 2000: è stato un evento epocale per i russi mettendo fine alla caduta verticale del potere, del prestigio e dell’economia di un paese stremato dall’inane e dannoso decennio di Boris Eltsin. Sotto il comunismo, prima di Gorbaciov, la Russia era stata un paese povero ma potente. La parentesi cruciale, liberatoria ma inconcludente di Gorbaciov, era stata seguita dal decennio del vecchio “penna bianca”comunista diventato anticomunista che aveva viso il paese restare povero, anche più povero, svenduti agli oligarchi m anche diventare impotente.

   E l’elezione di Putin, voluta alla fine da Eltsin che ne aveva fatto l’ultimo suo primo ministro per tamponare le falle più pericolose, è stato il momento in cui il paese ha cominciato a riprendersi dalle conseguenze del collasso della vecchia Unione sovietica – Putin l’ha definito una volta la maggiore catastrofe geopolitica del secolo – riacquisendo anzitutto la propria fierezza, un’influenza come si dice regionale, sui pesi vicini, che ha effetti anche sull’Europa e condiziona, ormai, perfino l’America.

□ L’espansione territoriale e politica della NATO, decisa il 29 marzo 2004, a comprendere Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia e – soprattutto: quel che sia Bush padre con Gorbaciov che Clinton con Eltsin s’erano impegnati a non consentire – a Estonia, Lituania e Lettonia: i tre paesi baltici già dentro l’Unione sovietica e che, comunque, i russi avevano considerato essenziali per la loro sicurezza territoriale che non entrassero in un’istituzione potenzialmente avversaria come restava la struttura militare dell’Alleanza atlantica.

   L’ulteriore Drang nach Osten— spinta verso l’Est, nel tardo 2004 e nei primi mesi del 2005, della cosiddetta “rivoluzione arancione” in Ucraina, non solo sponsorizzata ma spinta e finanziata e anche in parte organizzata da Washington è stata interpretta, come non poteva non essere come una massiccia spinta territoriale a mangiare zone vicine alla Russia, contro gli accordi raggiunti: informalmente, è vero, ma che impegnavano la parola di capi di Stato…

   Non solo incorporandoli quindi, con l’Unione europea, nel sistema politico ed economico dell’occidente ma anche, di fatto e pure poi di diritto, nell’area dell’alleanza militare americana. I campanelli, anzi le sirene d’allarme, cominciarono a suonare a Mosca in quei giorni e non hanno da allora smesso di farli, scatenando un serie di contromisure, calibrate, sagaci e di natura mista: carota e bastone, un bastone che non colpisce ma che, alla bisogna, si dimostra anche pronto a farlo.

□ Il 20 marzo del 2003 fu un data chiave m non proprio quella geo-politicamente più fatidica per la guerra in Iraq. Quel giorno fu quello deciso da George W. Bush su “ordine personale ricevuto direttamente dal Signore Dio onnipotente che sta nel cielo”, come ebbe poi diverse volte a spiegare, per cominciare la guerra intesa a far fuori, bombardando un popolo intero e invadendone il paese, Saddam Hussein, colpevole di tutto e il contrario di tutto ma non della colpa che lui, sapendo di mentire, gli imputava di aver appoggiato al-Qaeda nel suo attacco all’America, e neanche di stoccare armi di distruzione di massa (come tanti altri, nel mondo, del resto).

   Subito dopo, però, ancor più geo-politicamente significativa è stata la data cruciale di questa guerra, il 4 aprile 2004, quando il capo dell fazione sciita più legata all’Iraq e più contraria agli USA, un religioso di rango baso ma di grande prestigio tra i suoi Muqtada al-Sadr – dal quale dipende oggi, ancor più di ieri, il governo al-Maliki – diede vita in Iraq a partire da Fallujah a un’insurrezione armata antiamericana (domata con bombardamenti indiscriminati anche al fosforo bianco) appena resosi conto che gli USA non avrebbero messo il timbro della loro approvazione sul progetto di un governo iracheno a dominanza sciita e, perciò, favorevole, o almeno “rispettoso”, dei disegni iraniani.

   Avendo, con la loro guerra, distrutto i tradizionali rapporti di forza tra sunniti e sciiti, tra Iraq ed Iran, a favore di quest’ultimo, Bush ha cercati poi di resistere alle conseguenze interne all’Iraq e sul  piano regionale della sua insipienza strategica, scatenando senza neanche rendersene conto i militanti iracheni sciiti anti-Saddam, da sempre alleati e dipendenti da Teheran, e provocando l’attivarsi un po’ dappertutto (in Iraq, in Siria, nel Libano, a Gaza, ecc.) della maggiore forza armata convenzionale presente nella regione: a parte, proprio, l’esercito americano.

   Naturalmente sono parecchie le date che, una per una e tutte messe insieme, hanno “attivizzato” in tutto il Medioriente la presenza dell’Iran, grazie anche e soprattutto all’insipienza degli apprendisti stregoni di Washington, ma il 4 aprile del 2004 sembra proprio quella cruciale: la data in cui Sadr – che adesso è tornato trionfante a Najaf dall’Iran[46], dove per più di quattro anni era restato lontano dalla vendetta degli USA “approfondendo”, dice lui, a Qom, i suoi “studi di teologia” – scatenò la rivolta contro l’esercito di occupazione, come sempre l’ha chiamato e come continua a considerarlo.

□ Il 7 agosto 2008, nella prima grande operazione armata dell’esercito russo dalla ritirata di quasi vent’anni prima dell’Armata rossa dall’Afganistan, Mosca mandò – con la lezione militare lampo provocata ancora una volta dall’insipienza americana che incoraggiava in Georgia a stuzzicare l’orso un irresponsabile fanfarone come il loro giovane alleato neo-cons Mikheil Saakashvili – due messaggi, chiarissimi.

   Il primo, che Mosca era di nuovo in grado e pronta, se si mettevano a rischio i suoi confini o quelli dei suoi protetti (Sud Ossezia e Abkazia, nell’occasione) ad usare la forza militare. Il secondo, che essere alleati e pupilli degli Stati Uniti non garantiva di per sé proprio a nessuno nessuna protezione. Messaggio recepito dovunque: a Washington anzitutto, dove tutti i falchi – quelli di Bush in uscita come quelli di Obama in entrata – hanno cominciato a pigolare come passerotti da subito – a  Londra, a Parigi, a Roma e, soprattutto, in tutte le capitali dell’ex Unione sovietica.

□ La decisione, dettata da frustrazione e megalomania, di George W. Bush di far pagare all’Afganistan – con l’invasione iniziata il 1° ottobre 2001, l’occupazione e poi, chi sa quando, forse, si vedrà, la liberazione – le colpe della sua simpatia ideologica con al-Qaeda. Ma dopo aver rifiutato l’offerta del Mullah Omar avanzata il mese prima di dimostrargli come non c’entrasse per niente con l’attacco alle Torri gemelle consegnandogli Osama bin Laden (notizia occultata per anni da Washington e dalla compiacenza colpevole dei media a servizio[47]). Sembra che l’abbia considerata una soluzione poco virile…

□ E c’è, anche, il giorno che, nei primi mesi del 2010, ha decretato ufficialmente il sorpasso della Cina sul Giappone, come seconda potenza economica al mondo; e il via al’inseguimento per il primo posto. .

□ Infine, ma per ora solo potenzialmente, il 19 ottobre 2010, quando Merkel e Sarkozy, a Deauville in Francia, discussero del futuro dell’Europa, sotto specie del futuro dell’Unione europea. La Merkel proponeva un cambiamento alle regole in base al quale quelli che non le seguivano e avevano bisogno di aiuto perdevano il diritto di voto nel Consiglio e, di fatto, negli altri istituti europei e fossero posti sotto tutela di Bruxelles e Francoforte. E Sarkozy si dichiarava d’accordo con lei.

   In sostanza, da quella che era stata creata come un’Unione di uguali si trova ora, se passa il nuovo concetto e con esso il nuovo progetto, a diventare un’associazione dove ogni socio si trova sempre sotto valutazione di tutto il consesso. Cioè, di diritto di tutti ma, di fatto, nei fatti, dei due soci più potenti, quelli promotori dell’idea stessa. Si riaprirebbero così questioni spurie su una sovranità nazionale che tanto non esiste comunque più e su diritti dei singoli Stati che invece persistono; e si perderebbe, forse una volta per tutte ogni stimolo sano a un’integrazione politica convinta e efficace.

   Però, l’idea come è proposta non passerà. Tra l’altro, anche se per ora Germania e Francia non sembrano aver bisogno di aiuti, sono sicuramente tra i paesi “felloni” (in pratica tutti) che hanno per primi violato le regole di base dell’Unione… Ma questo punto, dell’Unione che resterà?

in Cina

●Il più importante quotidiano economico e finanziario internazionale asserisce e documenta[48] che negli scorsi due anni la Cina, da sola, ha aperto crediti per i paesi in via di sviluppo in giro per il mondo in una misura superiore a quanto abbia fatto la Banca mondiale, l’istituto finanziario che a questo scopo era stato creato come organismo dell’ONU addirittura nel 1944 (110 m iliardi di $ contro 100,3 fra metà 2008 e metà 2010.

●Nel 2010 il PIL è cresciuto nel quarto trimestre su quello dell’anno precedente del 9,8% dal 9,6 del terzo, rallentando dall’11,9% del primo trimestre e dal 10,3 del secondo. Per una crescita complessiva del 10,3% rilevano, separatamente il presidente della Banca centrale di Cina, Zhou Xiaochauan[49] e l’Ufficio nazionale di statistica[50], a 6.050 miliardi di yuan.

Zhou ha dichiarato anche che, visto l’aiuto dall’estero alla ripresa, la Cina non può dire ancora con sicurezza se l’economia sia tornata alla piena normalità. Ragion per cui la politica monetaria del paese resta sicuramente “prudente”,anche a fronte di pressioni inflazionistiche in aumento (+3,3% rispetto al 2009: +3,6 nella aree rurali e +3,2 in quelle urbane, coi prezzi degli alimentari in  aumento del 7,2% e quelli per salute e cura personale del 3,2; i costi della casa aumentano del 4,5%).

● Il trend della crescita del PIL anno su anno (trimestri 2009 e 2010)

Fonte: Ufficio nazionale di statistica

Per controllare un trend che a fonte della crescita dell’economia continua a preoccuparle, le autorità faranno ricorso a tutti gli strumenti di controllo che hanno a disposizione, dalla riserva obbligatoria imposta ai singoli istituti bancari, al tasso di interesse, ai tassi di cambio (in aumento, ma solo gradualmente non, come vorrebbero gli americani e anche altri, di botto e di molto), agli accordi politici internazionali (G-8 e G-20).

Il tasso di disoccupazione urbana[51], alla fine del 2010, è al 4,1% (9,8 milioni di cinesi registrati ufficialmente come disoccupati), con la creazione di 11,68 milioni di posti di lavoro in corso d’anno. 

●L’Accademia delle Scienze di Cina preconizza[52] una crescita del PIL nel 2011 del 9,8% e un’inflazione magari in leggero aumento, ma contenuta – specifica il portavoce dell’Accademia  Cheng Xikang – al 3,7%. I prezzi delle case potrebbero aumentare del 12,77% (un dato così preciso al centesimo sembra, magari, un tantino esoterico: ma è quello che prevede, precisa, il modello matematico…) a causa dello scarto che esiste fra domanda ed offerta. I consumi interni costituiranno ben il 94% della crescita economica, a confronto col 92% del 2010: un’indicazione importante rispetto a un recente passato che vedeva la crescita soprattutto centrata su export e investimenti.

Comunica così la Banca centrale che i nuovi prestiti denominati in yuan emessi in Cina hanno raggiunto i 1.200 miliardi di $ nel 2010, 249 miliardi in meno che nel 2009. E che, di conseguenza, nel 2011 il limite alla crescita dei prestiti potrebbe essere mantenuto sotto il livello del 14% su base di un rigoroso controllo imposto dalla Banca popolare di Cina per tenere sotto controllo, a fini sempre antinflazionistici, l’espansione del credito.

Il sistema userà, dunque, variabili come un rapporto minimo di adeguamento del capitale all’inflazione decisa dal governo e al tasso di espansione dell’economia per definire l’ammontare che ogni singola banca deve mantenere in riserva. I quattro principali istituti di credito di Cina fisseranno gli obiettivi finali per il 2011 in una riunione che avverrà ora a fine gennaio e eviteranno tetti di riserva più elevati. Questo sistema, così revisionato, vede in pratica l’imposizione di un’adeguata misura di riserva automatica a qualsiasi banca che lo consenta in misura superiore al proprio capitale. Il livello di tale riserva andrà calcolato e adeguato poi mensilmente[53].

●Altre voci sempre ufficiali, come quella del capo economista dell’Ufficio nazionale di statistica Yao Jingyuan[54], nel 2011 i prezzi al consumo aumenteranno approssimativamente del 4%: una percentuale niente affatto “maligna”, osserva. E fonda questa sua previsione, molto meno preoccupata di quella avanzata da altre fonti cinesi, anzitutto sugli ultimi sette anni che hanno visto raccolti abbondanti di derrate alimentari di base (riso, grano) dando così una base solida per stabilizzare forniture e prezzi e sul fatto che, poi, la produzione di molti beni industriali eccede la domanda aiutando a tenere i prezzi contenuti.  

●Le riserve monetarie della Cina sono aumentate nel quarto trimestre di 199 miliardi di $ raggiungendo un totale in cassaforte di 2.850 miliardi di $: molto di più di quanto si aspettassero analisti ed economisti. Nel terzo trimestre le riserve erano già aumentate di 194 miliardi, con la valutazione, però, che almeno per la metà allora si trattava di incassi per interessi e per l’apprezzamento del valore dell’euro (le riserve in euro della Cina sono stimate in circa 700 miliardi il cui valore fluttua con la fluttuazione sul mercato del rapporto euro-dollaro: adesso, il declino dell’euro sul dollaro è stato del 2,1%)[55].

●Il commercio estero del paese nel 2010 è aumentato del 34,7% in un anno, a 2 miliardi e 970 milioni di $ in volume di scambi, anche se l’attivo commerciale è caduto del 6,4% a 183,1 miliardi di $, secondo i dati diffusi dall’Amministrazione centrale delle dogane[56]. Le esportazioni sono cresciute del 31,3% sull’anno prima a 1 miliardo e 580 milioni di $ e le importazioni del 38,7% a 1 miliardo e 390 milioni di $. Viene rilevato che il commercio estero cinese si sta avviando verso un riequilibrio strutturale, con l’attivo del 2010 ridotto al 6,2% del valore degli scambi contro l’8,9% del 2009.    

●Un editoriale di prima pagina sull’edizione inglese del Giornale dell’azionariato cinese[57] afferma che la Cina lascerà salire il valore dello yuan contro il dollaro del +5% nella prima metà del 2011, rendendo così meno care le importazioni, riducendo l’impatto di prezzi internazionali che sono in aumento (derrate, materie prime, ecc.) e allentando la pressione inflazionista. E – questo non lo dice, però – accontentando non poco le richieste del Tesoro e le esigenze del business americani. Il vice ministro del Commercio, Jiang Yaoping sostiene però – e i numeri sono dalla sua – che il tasso di cambio dello yuan non ha in effetti alcun impatto significativo sul surplus commerciale, facendo osservare che ormai dal 2005 viene progressivamente e regolarmente “aggiustato” ma che l’attivo/passivo reciproco con gli Stati Uniti è restato sostanzialmente immutato.

●Allo stesso tempo, però, l’ambasciatore cinese a Washington, Zhang Yesui, chiarisce il punto di vista del suo governo[58] – e, a dire il vero, anche di diversi studiosi ed esperti della materia in America – che lo squilibrio commerciale di lunga data tra Stati Uniti e Cina è dovuto in realtà alle differenze strutturali dei prodotti commercializzati e degli investimenti di un paese nell’altro. Perché essi  creano di per sé una divisione industriale e un meccanismo di trasferimenti sullo sfondo della globalizzazione.

Zhang sostiene e, senza convincere molti però, cerca anche di dimostrare che l’apprezzamento dello yuan se non cambiano questi parametri strutturali (se, per esempio, per ragioni vere o presunte di sicurezza non si consente alla Cina di investire in industrie tecnologicamente di punta in America: cosa che potrebbe fare per decine e anche centinaia di miliardi di $, creando milioni di posti di lavoro anche in America), non si risolverà mai il passivo di bilancia commerciale né si riuscirà qui ad abbassare il tasso di disoccupazione.

Il problema, sostiene, è la politicizzazione del regime di tasso di cambio, il fatto che in America tutti lo esasperano e esasperano il dibattito ad esso relativo, a tutti i livelli— in nome della sicurezza o con altri pretesti e/o motivazioni, magari in sé pure di per sé comprensibili. In ogni caso, il regime del tasso di cambio è sempre stato nella storia e anche oggi, in epoca di globalizzazione di cui va tenuto conto, nell’ambito delle decisioni influenzate dal mercato ma in ultima analisi sempre sovrane di ogni paese. Per quanto riguarda il suo, la Cina, assicura, il tasso di cambio dello yuan sarà mantenuto a un livello di razionale equilibrio.

●Uno sviluppo potenzialmente di grande importanza in politica interna viene dalla notizia che la ACFTU (dalle iniziali inglesi della Confederazione pancinese dei sindacati) “tenterà” di introdurre la negoziazione collettiva in tutte le imprese del paese nel corso dei prossimo triennio, nello sforzo di ridurre il contenzioso sui luoghi di lavoro e per promuovere e difendere meglio, a livello di ogni fabbrica e di ogni ufficio, le condizioni di vita e di lavoro di tutti e di ogni singolo lavoratore.

Questa, in termini che sembrano invece diventare progressivamente sempre più desueti – o, comunque, sempre più minacciati e discussi: vedi Marchionne, ecc., ecc., dove non si negozia più: si prende atto dei diktat di chi, se non gli si dice sissignore tout court, siccome i soldi sono suoi (bé, suoi: a lui magari spregiudicamente affidati…) – nel nostro mondo già sviluppato, è la notizia data ai media occidentali e cinesi dal capo del dipartimento contrattazione collettiva dell’ACFTU stesso, Zhang Jianguo.

Zhang dice che ora il sindacato spingerà convinto su Assemblea nazionale e governo centrale con una campagna globale tesa ad emendare e preparare una nuova legislazione del lavoro che, a sostegno dello sviluppo delle imprese, specifichi in dettaglio procedure, doveri e pene previste per chi violasse la legge[59].

●Il presidente cinese Hu Jintao si è recato in visita negli Stati Uniti. In agenda, questioni politiche, incluse le tensioni in atto nella penisola di Corea, tra il Nord e il Sud, ma anche le tensioni economiche che brulicano nel rapporto bilaterale tra le due vere superpotenze in campo, una in declino ma ancora  prima e l’altra in ascesa tropo spesso avvertita, specie dagli altri, come assai prepotente. E’ un incontro che verrà analizzato con attenzione per scrutare la direzione che prenderanno i rapporti tra America e Cina.

Mettono le mani avanti i cultori della più facile, tradizionale e soprattutto convenzionale lettura delle cose, quelli che quando uno va a Washington è sempre un po’ come se andasse a baciare la sacra pantofola o andasse a Canossa. Tipici di questa genuina, spontanea e del tutto inavvertita, per lo più, arroganza[60] due editoriali immediatamente precedenti la visita dei due giornali che rispecchiano tal quale il sentire del dipartimento di Stato e della voglia americana di impartire – per il loro bene s’intende – lezioni un po’ a tutti.

Scrive il NYT[61] che, delle ragioni per cui Hu Jintao si reca in America, la principale è che la Cina è alla ricerca del rispetto del mondo, cioè lascia intendere degli Stati Uniti…E conclude che “solo se la Cina si comporterà responsabilmente – chi sa a giudizio di chi, eh? – si guadagnerà il rispetto come grande potenza”… che a parte la presunzione è una vera ca***ta. E, tornandodo sul tema sul tema in modo identico – copiativo – il WSJ[62] ammonisce, senza appunto neanche rendersi conto di quel che dice, che “se davvero Pechino vuole essere trattata da uguale, da uguale deve comportarsi”: cioè, inviare la propria flotta ai limiti delle acque territoriali americane o, forse, aprire sette-ottocento basi militari in giro per il mondo?

Quindi, “Hu va a tentare di disinnescare le tensioni che esistono con gli USA… La Cina è ormai molto più ricca e ha molto più peso ma Hu è forse il leader più debole dell’era comunista… e, forse, non è in grado di far in modo che i rapporti fra le due maggiori economie del mondo non si avviino a peggiorare[63]. Obama sì, invece?

Cioè, danno per scontato che lo scopo dei dirigenti cinesi sia quello di migliorare i rapporti a ogni costo. Ma a questi esperti chi glielo dice che le cose stanno così? Chi garantisce loro che Hu – che poi conta anche poco raccontano, o comunque meno di prima – la pensi come loro: a ogni costo? “Hanno premuto per anni perché Hu Jintao facesse quello che gli chiedevano: rivalutasse lo yuan, tenesse a freno la Corea del Nord, allentasse il controllo sui dissidenti interni e perseguisse penalmente chi copia in Cina la tecnologia americana… Ma non sono riusciti a incassare i risultati sperati”.

Insomma, questi superanalisti ed esperti avrebbero forse oggi scoperto, coi grandi media di riferimento che a essi si rifanno, li indirizzano e ne sono indirizzati, che nel 2010 Hu Jintao non ha gli stessi poteri di fatto assoluti che trent’anni fa aveva Deng Xiaping e cinquanta Mao tsetung… All’anima degli esperti[64] che scoprono solo adesso come la dirigenza cinese sia molto più collettiva, complessa e diffusa (ministri, militari, grandi interessi collettivi organizzati), ad esempio di quella americana…

Così, oggi, gli americani lamentano che, anche quando si trova un accordo, il passaggio dalle parole ai fatti sia poi “tanto lento da essere frustrante”. Come se qui in America, tra decisioni presidenziali e conseguenti ratifiche senatoriali, fosse cosa fulminea invece: per esempio, il trattato sull’interdizione degli esperimenti nucleari firmato addirittura da Kennedy nel 1963 e ancora non completamente ratificato dagli USA…  

Prima dell’incontro al vertice di Pechino, in visita della ripresa di contatto col suo omologo cinese e tra i due Stati maggiori interrotto l’anno scorso dalla vendita di 6 miliardi di $ di armamenti a Taiwan, è arrivato anche il ministro americano della Difesa, Robert Gates, a inizio gennaio, preceduto dall’annuncio – non certo usuale e inteso, secondo molti, come saluto di benvenuto proprio alla sua visita.

 “Vogliono far vedere i muscoli a Mr. Gates”, dice al NYT[65] Andrei Chang, direttore del Kanwa Defense Weekly – che la Cina sta testando sulle piste della fabbrica disegni e costruzioni aeronautiche di Chengdu, capitale della provincia di Sichuan nel sud ovest del paese, e anche in volo, il suo primo aereo Stealth, il cosiddetto aereo-invisibile J-20, di produzione nazionale e capace – è confermato – di sfuggire alle intercettazioni radar[66]. Gates dice che il presidente Hu gli ha detto che la data coincidente, tra test e visita, è stata appunto pura coincidenza. E che lui gli crede…

Capace, però, soltanto sulla carta, almeno per ora, lo Stealth: perché, per diventare operazionale, a  un aereo tecnologicamente sofisticato, e perciò anche “delicato” come questo, servono anni e anni di test: l’analogo Stealth americano, il caccia Raptor F-22, dopo il primo test del 1990, è diventato operativo solo nel 2004…

Ora, se in effetti sviluppo e sperimentazione in volo del J-20 cinese non sono certo fatti irrilevanti, non si tratta neanche di un evento che cambia radicalmente la natura del gioco nella partita tra USA e Cina quanto all’equilibrio di difesa reciproca. Forse più significativo è il fatto che – secondo alcune letture sempre americane e sempre almeno dubbie, per la loro stessa natura del tutto ipotetica ma anche per la fonte che le azzarda – il test potrebbe – forse – evidenziare come i militari cinesi siano in grado di farsi ascoltare oggi in misura crescente.

Be’, in fondo è ragionevole: non sono i militari cinesi ad aver perso le tre ultime grandi guerre cui hanno partecipato come agenti principali (Corea, Vietnam, Iraq e anche Afganistan, si direbbe ormai). Quindi è ragionevole che stiano acquisendo peso mentre lo perdono gli altri.

●Dopo l’incontro col segretario americano alla Difesa Bob Gates, il ministro cinese generale Liang Guanglie ha tenuto a dire ai media americani, in conferenza stampa[67], che la Cina è indietro di decenni rispetto al livello di modernità e di preparazione delle forze armate più avanzate del mondo e che, anche per questo, non può costituire una minaccia per alcun paese terzo. E non sono rivolti contro nessuno neanche i suoi sforzi di ammodernamento, di ricerca e sviluppo di nuovi sistemi d’arma.

Gates, da parte sua, ha tenuto a rassicurare la stampa di aver constatato insieme al suo omologo, Guanglie, che Stati Uniti e Cina sono completamente d’accordo sulla necessità di mantenere permanenti e stabili i legami a tutti i livelli delle due gerarchie militari in modo da sottrarli ai venti delle fronde politiche, evitare errori di comunicazioni e incomprensioni o calcoli sbagliati.

Guanglie concorda. I ministeri rispettivi stabiliranno gruppi di lavoro per esplorare le modalità anche formali e procedurali di un dialogo costante, specie sulle questioni strategiche di reciproco interesse. Rifiuta però – su domanda specifica dei giornali americani – di garantire che se si ripeteranno calcoli errati o incomprensioni come quelle che hanno accompagnato l’anno scorso la vendita massiccia di miliardi di armi americane a Taiwan: fatti che “colpiscono al cuore gli interessi cinesi” – la Cina starà ferma a guardare.

Detto più chiaro: gli USA devono abituarsi a “prestare una maggiore attenzione al rispetto degli interessi di tutti i loro interlocutori, tenendo anche a mente che le capacità potenziali della Cina si riflettono ormai nelle sue nuove capacità economiche”.  Gates si limita ad ascoltare. E entrambi, lui e Liang, negano che i loro governi intendano lanciare, o rilanciare, una corsa agli armamenti…

●Contemporaneamente torna sul tema del rapporto tra USA e Cina – il tema in assoluto più delicato della complessa e articolata relazione tra Pechino e Washington: non più avversari da anni ma da anni e, oggi ancora di più, come si usa dire, competitors – l’attivissimo ambasciatore di Cina, Zhang Yesui, che diversamente dai suoi posati predecessori sta girando tutto il paese e continua, come in questa occasione, a intervenire in rete con i netcitizens cinesi dell’agenzia Xinhua.

Zhang richiama[68] pubblicamente i tre comunicati congiunti che definiscono lo status legale e politico dei rapporti reciproci: quello del 1979 con cui Washington trasferisce il riconoscimento legale da Formosa alla Cina continentale: c’è solo una Cina e Taiwan ne è parte integrante e, d’altra parte, la Cina non forzerà militarmente la riunificazione; il secondo ribadisce.

E il terzo comunicato congiunto, elaborato dal segretario di Stato Alexander Haig per la firma di Ronald Reagan e di Deng Xiao-ping, riafferma e specifica che mentre gli USA confermano di impegnarsi a ridurre gradualmente il livello delle loro vendite di armamenti alla Repubblica di Cina (Taiwan), la Repubblica Popolare di Cina (Pechino) ribadisce che è sua fondamentale politica quella di risolvere pacificamente la questione della riunificazione…

Zhang martella: gli Stati Uniti sono tenuti a rispettare lealmente la lettera e anche lo spirito di quelle intese non riprendere a vendere armi per miliardi di $ a Taiwan, tenendo presente che la Cina è disponibile a tutto per mantenere e sviluppare buoni rapporti con gli USA. Ma non transige e mai transigerà, come non transigerebbero gli USA se si mettesse in dubbio la loro sovranità su un loro territorio – come la Florida, esemplifica, o lo Stato di Washington – per quel che riguarda temi di fondo centrali come sovranità, integrità territoriale e interessi cruciali del proprio paese…

●E torna sul punto, un po’ più sotto alla data della visita di Hu Jintao a Obama, il vice ministro degli Esteri Cui Tiankai[69] ribadendo ancora come, per il suo paese e per un corretto rapporto bilaterale, sia essenziale, “vitale – dice – il rispetto dei tre comunicati congiunti” sulla questione di Taiwan. Cui ha anche assicurato che la Cina è interessata a dare una mano per risolvere i problemi nella penisola di Corea.

Ma ha le sue idee e le sue proposte, pur essendo disponibile ad ascoltare il punto di vista di tutti. E, certamente, anche quello degli Stati Uniti. Però, la politica di difesa della Cina – precisa – non è diretta contro nessun paese in particolare. Ovviamente non gli USA, ma neanche la Repubblica Popolare di Corea. E irrita non poco il dipartimento di Stato… che però evita, opportunamente, di replicare chiedendo ancora una volta a Pechino di fare pressioni su Pyongyang…      

●L’esito peggiore che avrebbe potuto avere la visita di Hu a Washington – la più importante da quella di trent’anni fa in America di Deng Xiaoping – sarebbe stata un’escalation di contrappunti in cui i due paesi avessero tenuto ferme le proprie posizioni “di principio”:

• i diritti dei dissidenti cinesi di qui, l’imperialismo americano contro i diritti dei popoli nel mondo di là;

• i “favori” sul nucleare civile oggi di Washington all’India di qua e l’ammiccamento ambiguo, sempre sul nucleare civile, di Pechino al Pakistan di là;

• una politica economica scialacquona e tutta a debito, fra l’altro con dollari prestati dalla Cina a Washington di qua;

• e, di là, risparmi a iosa, centellinata carenza di consumi per i cittadini cinesi…;

• il necessario rispetto dei diritti di proprietà intellettuale di qua (in Cina);

• e, di là, il bisogno di superare aree di monopolio difeso dallo Stato (dal governo americano) su cose come ordini professionali o brevetti che premiano il profitto d’impresa mille volte di più del prezzo di mercato (nell’industria farmaceutica, in quella dei DVD);   

• la testarda rivendicazione di un’egemonia militare su tutti i mari del mondo, i mari cinesi comrpesi da parte degli USA di qua;

• e la nuova rivendicazione di controllo sulle proprie acque dei cinesi di là…, ecc., ecc.

Posizioni tenute ferme, per capirci, fino ad esasperare quella che è stata chiamata la trappola di Tucidide da chi un poco si intende di storia. Qui, con lui appunto, la storia della Guerra del Peloponneso, precisamente là dove lo storico ateniese, conclude con l’osservazione che “quel che rese la guerra inevitabile fu la crescita del potere ateniese e il timore che questa crescita provocò a Sparta[70].

●Non è successo, però. Al dunque, non sembra essere andata troppo male. Anche perché, subito, nell’indirizzo di saluto ufficiale, Obama – una volta tanto per gli americani: sicuramente, in questo, lui fa ancora eccezione: la Clinton lì accanto a lui faceva la bocca stretta stretta a limone – ha rinunciato come lei non fa mai e lascia sempre capire di disapprovare e ha trovato i toni giusti anche per parlare in modo efficace, di come iscrivere il progresso stesso del mondo addirittura nei termini dell’armonia confuciana che regna sovrana a Pechino.

Nell’indirizzo di saluto con cui accoglie Hu alla Casa Bianca, volendo parlare e parlando, dicevamo una volta tanto nel modo giusto, di diritti umani dice che “la Storia [maiuscolo, vedi sul sito della presidenza americana[71]] dimostra che più armoniose sono le società, più le nazioni che le costituiscono hanno successo e dimostra che il mondo è più giusto quando diritti e responsabilità di tutti i popoli e di tutte le nazioni [peccato che ogni tanto, purtroppo, sia lui che anche l’altro qualche popolo e qualche nazione poi se lo scordino] inclusi i diritti universali di ogni essere umano”.

Insomma, si dice che gli americani sono molto sensibili al tema dei diritti umani anche se, è vero, più sensibili a quelli nei paesi che a loro sono meno amici che a quelli dei paesi amici e tanto meno a quelli che ogni giorno vengono violati a casa propria o da loro in giro nel mondo... Però stavolta Obama affronta il tema, come non poteva non fare: più razionalmente.

Hu risponde, tutto sommato, in termini che una volta tanto – e forse anche lui è un’eccezione, come nel suo contesto in qualche modo Obama – non cercano di svicolare dicendo che da loro i diritti collettivi sono rispettati meglio che in America. Ricorda così che “la Cina è un grande paese con un’enorme popolazione. E deve, ancora e sempre, far fronte a grandi sfide: perché è ben conscia di doversi ancora riformare, anche e proprio nel campo del rispetto generalizzato dei diritti umani”.

Ma come il presidente americano stesso riconosce passi avanti straordinari anche in questo campo la Cina li ha fatti. E “non è certo il solo paese ad avere ancora problemi, vero, signor presidente?” chiede un po’ retoricamente ma non aggressivamente al primo presidente di colore americano.

●Sugli altri temi del contenzioso, di maggiore rilievo se volete politico, finanziario e economico, c’è una presa d’atto che continueranno a restare punti di dissenso tra i due paesi perché naturalmente sono in dissenso i loro interessi e non coincidono sempre i loro punti di vista, come succede tra due paesi qualsiasi, diversità su cui si continuerà a lavorare “come si sta già positivamente operando”.

Qui la cosa più rilevante è stata forse il richiamo che Obama ha voluto fare a tanti americani, sulla realtà dei rapporti tra le due economie— soprattutto ai tanti deputati e legislatori che, invece di studiarsi i dossier, reagiscono a pelle alla percezione che se l’America va giù e la Cina va su la colpa è della Cina (la moneta, l’export, il non dire sempre sì agli USA in campo militare, ecc., ecc.)... Obama apertamente parla solo dell’economia. Ma dice: “dobbiamo rompere coi vecchi stereotipi” facili, proclama, della Cina che ci svende prodotti di consumo a poco prezzo e ci ruba così posti di lavoro nel manifatturiero…

La realtà è che in Cina gli Stati Uniti esportano 100 miliardi di $ di loro prodotti ogni anno “ed è importante notare che, anche a fronte di una popolazione cinese tanto più numerosa, gli USA continuano a scambiare di più con l’Europa che con la Cina. Il che dà chiaramente l‘idea del progresso che si può fare”. Volendo, naturalmente… (e, tra parentesi solo qui, del regresso che può fare l’Europa, se non si dà una smossa… ma questo lo diciamo noi, non lo dice Obama. Come, del resto, la maggior parte delle merci cinesi competono molto più con quelle del Messico o della Corea del Sud che con quelle americane; e, casomai, “rubano” lavoro a quei paesi molto più che all’America.

Sembrano essersi resi conto, i due governi, come ha ricordato a entrambi prima dell’incontro Henry Kissinger, il maestro della realpolitik che nel 1973, pragmaticamente, con l’idea degli incontri di ping-pong lanciò, a partire da zero e anche meno, il dialogo tra Cina e America, che in questo mondo complesso e articolato del 21° secolo, hanno e sanno di avere bisogno l’una dell’altra in un’interdipendenza che si è fatta ormai addirittura scontata. E’ la sconfitta totale di Bush e della sua autarchica megalomania: l’America non può più fare da sola, ha bisogno della Cina, della Russia, dell’Europa, dei BRIC e, in definitiva, di colloquiare e arrivare a transazioni col mondo.

Una cosa che questo vertice ha confermato – totale o relativo che sia il potere di Hu Jintao, relativo o totale quello di Barak Obama – è che se la Cina non può certo permettersi di ignorare il peso residuo dell’America – che è ancora strapotente – anche la Cina ormai è un po’ troppo grossa perché gli Stati Uniti si permettano più con essa di fare i bulli. Questa è la realtà veramente nuova di questo vertice, quella che se non sarà giustamente apprezzata e considerata, costerà cara domani all’America…

E, in definitiva, qui “ci sono, come ha ricordato di recente il segretario al Tesoro Timothy Geithner, cose che la Cina vuole da noi ma che noi faremo soltanto se la Cina farà certe cose che vogliamo noi. E dobbiamo sempre ricordarci che c’è la versione cinese dello stesso punto: ci sono cose che l’America vuole dalla Cina ma che la Cina farà solo se gli Stati Uniti faranno alcune delle cose (o eviteranno di fare alcune delle cose) che alla Cina premono. Questo vertice quindi costituirà un test chiave per verificare se i leader americani e quelli cinesi hanno il potere e la capacità di forgiare un rapporto di cooperazione utile ai due popoli— e al resto del mondo[72].

Già…  

●In maniera vagamente grottesca, il NYT[73] si dichiara apertamente contro una Cina che dà troppo spazio al libero commercio. Naturalmente dice il contrario, ma è proprio questo che fa – senza neanche rendersene conto, si capisce – quando lamenta che i cinesi non rispettano le regole – le regole americane s’intende, ingoiate da tutto l’occidente senza battere ciglio – della proprietà intellettuale.

Perché, in effetti, esse sono il riconoscimento di brevetti, patenti e copyright di soggetti privati da parte del potere pubblico, dello Stato e, di fatto, quindi regala loro aree di reale monopolio che consentono, ad esempio, a tanti medicinali di essere venduti – e non soltanto in America – al drugstore, in farmacia, a diverse migliaia di volte il prezzo che spuntano sul mercato mondiale.

Il che porta esattamente al tipo di distorsione che sul mercato si avrebbe con l’imposizione di tariffe di uguale portata. Il risultato di questa protezione, di questo protezionismo, è che software, musica registrata e cinema che sarebbero altrimenti disponibili a costo zero su Internet, possono invece esigere alti prezzi. Dicono che così, solo così, si proteggono i meccanismi necessari a finanziare i  costi della ricerca necessaria all’innovazione nei prodotti medicinali…

Ma è falso, perché esistono – e sono stati da anni identificati, discussi e riconosciuti largamente come validi – meccanismi alternativi, e efficienti, per finanziare la ricerca necessaria a sviluppare nuove medicine[74], o a compensare le creazioni intellettuali e artistiche[75]. E, allora, è più che comprensibile che la Cina, come quella oltre metà del mondo che non è sempre sdraiata a fare il tappetino di una certa interpretazione del libero mercato non adotti questo sistema dove è proibito difendere i posti degli operai e dei manovali che devono sottoporsi alle leggi del mercato (chiusura se non ti pieghi, concorrenza degli immigrati) ed è doveroso, invece, non esporre alla concorrenza i medici e gli avvocati, protetti dalle regole appositamente disegnate dei loro ordini professionali.

●Intanto ENI e Cina, o più esattamente la PetroChina[76], firmano un patto di cooperazione per azioni comuni sia in Cina che, in particolare, in Africa con l’ENI che sottolinea come in quell’area le due compagnie cercheranno di sviluppare al massimo le operazioni congiunte “nel campo degli idrocarburi convenzionali e non convenzionali”. La PetroChina è anche disposta e interessata ad acquisire quote in alcune attività dell’ENI: ma non meglio specificate.

●L’UE sta considerando la possibilità di cancellare l’embargo sulle esportazioni di armamenti alla Repubblica popolare di Cina che dura, nominalmente, dai fatti della piazza Tienanmen del 1989. E che, ormai, è una misura ridicola visto quel che, nel frattempo, è diventata la Cina e senza che l’embargo sia, ovviamente, riuscito a scucirle nemmeno un baffo. Sono soprattutto Gran Bretagna e Germania a volere andar oltre anche se i predicatori dei diritti umani, a casa d’altri anzitutto, continuano – abbastanza flebilmente vista l’inconcludenza della misura – ad opporsi. Resta in effetti il fatto che un embargo, così come per essere imposto ha bisogno dell’unanimità, ne ha anche bisogno per essere levato…

●Il mese scorso abbiamo parlato delle “ambizioni cinesi” – le chiamano così gli americani – di diventare una forza militare navale di dimensioni e potenza tale da farsi rispettare. Lo aveva sottolineato il capo della Flotta americana del Pacifico con preoccupazione evidente[77]. Ora, come osserva un editoriale del NYT[78], “il Pentagono ha una lunga storia che tende ad esagerare la minaccia cinese per giustificare acquisti di armamenti molto costosi e affondare navi ben difese con missili balistici e notoriamente difficile. Ma quel che giustamente dovrebbe preoccupare i pianificatori militari americani non è tanto il nuovo missile [che sembra preoccuparli] quanto la strategica navale cinese che c’è dietro. La Cina sembra intenta, in effetti, a sfidare la supremazia navale americana nel Pacifico occidentale”.     

Ma il punto è proprio questo: nel “Pacifico occidentale”, cioè a casa loro, mica vicino alla California… E a noi la cosa più strana, francamente, sembra proprio la meraviglia degli americani, troppo abituati a dare per scontato che quest’  “arco di contenimento” eretto tutto intorno alla Cina, per mare e per terra possa ancora considerarsi come lo stato normale delle cose. Be’, la novità è che per certe zone del mondo, e per certi paesi del mondo, non è più tanto normale… E che loro, gli USA, non possono farci proprio niente. Il suggerimento dell’editorialista è quello di “dare alle nostre forze navali i mezzi per proiettare il loro potere deterrente più lontano dalla costa” [ovviamente, nemica].

●Ma chi ragiona così, come cinquanta o trent’anni fa era forse ancora possibile, dimentica che gli stessi mezzi tecnici di “proiettare il potere deterrente” li hanno anche altri e che oggi per la Cina (coi suoi 2.400 miliardi di dollari di riserve in cassa contro il rosso profondo del Tesoro statunitense) è molto più semplice che per l’America investire miliardi cash in forze navali operative, cioè in armamenti: quella se lo può certamente permettere, questa ha solo montagne di debiti…In ogni caso, gli equilibri, anche i rapporti di forza sul campo, pur restando ancora favorevoli agli USA, stanno comunque rapidamente cambiando e la marina americana ne deve almeno cominciare a tener conto.

E l’America dovrà tener anche conto ora, ad esempio, che Indonesia, Vietnam, Malaysia e Filippine che scontava si preoccupassero non poco dell’ “espansione cinese”, ci tengono invece a far sapere formalmente, pubblicamente e, anche, piuttosto clamorosamente (alla riunione di metà gennaio dell’ASEAN[79], l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico che li riunisce tutti, compresi Cina e USA – questi per la potenza che erano e ancora sono, non perché siano un paese della regione, ovviamente – che in realtà non sono poi tanto preoccupate dallo spingersi della Cina al largo nel Mar cinese meridionale… che è anche suo.

Ma, piuttosto e proprio, dall’ “interferenza” navale di Giappone e America e soprattutto dal tandem  col quale proclamano all’unisono di voler sostenere le loro ragioni (quelle di Vietnam, Filippine, ecc.), nel confronto che ciascuno di loro separatamente ha con la Cina. Grazie no, dicono all’unisono. Fatevi i fatti vostri. Noi penseremo ai nostri. Non è gradito, e anzi secondo noi è  controproducente, pure pericoloso forse, l’aiuto che in realtà sembrate neanche proporci ma annunciate, comunque, di volerci dare. L’America finora non s’era mai trovata davanti a una presa di distanze tanto esplicita… Ma dovrà abituarsi.

●E la Cina comunque rilancia – sul piano astratto, se volete teorico, sicuramente minaccioso: ma che, a rigore, si limita a copiare la posizione che è dottrina ufficiale americana: dice, secondo quella che sarebbe una nuova direttiva chiamata di “abbassamento della soglia di minaccia nucleare” che l’Armata Popolare di Liberazione considererà d’ora in poi la possibilità di sferrare un colpo nucleare preventivo[80] contro un paese dotato esso stesso di armamento atomico che attaccasse suoi “obiettivi chiave di ordine strategico” con armi convenzionali tecnologicamente avanzate.

Prima di colpirne bersagli strategici come ad esempio gli apparati di trasmissione, ecc., Pechino – nel contesto di quello che sarebbe un attacco agli impianti idroelettrici e nucleari del paese e alle sue maggiori città – avvertirebbe, però, l’avversario potenziale…

E una novità che sembra smentire la dottrina nucleare originale che la Cina si diede e proclamò quando, decenni fa ormai, si dotò per la prima volta di armamento nucleare, impegnandosi a non essere mai, in alcuna circostanza, la prima potenza che lo avrebbe usato. Il rapporto che è stato fatto emergere così surrettiziamente, dice un portavoce dell’APL, “è senza alcun fondamento e carico di motivazioni ulteriori e di intenzioni cattive nei nostri confronti[81].

La smentita è secca e risentita. Ma forse non abbastanza dal convincere tutti gli osservatori esterni che, avendo cominciato a copiare in molte cose gli americani, i cinesi si siano messi a copiarli anche in questa: che si tratti, cioè, di un contingency plan, di uno dei tanti piani “ipotetici” – di contingenza, si dice – degli scenari possibili in un evento futuro. Che, come sempre succede, contemplano ogni possibilità meno quella che poi, in realtà, finisce col presentarsi…

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

Alessandria d’Egitto, a inizio anno, era stata teatro prima che degli eventi rivoluzionari contro il regime di Mubarak di un gravissimo attentato[82] che aveva provocato, davanti alla chiesa copta di Tutti i Santi alla messa di mezzanotte di San Silvestro, 20 morti e un ottantina di feriti, dopo una serie di minacce firmate al-Qaeda che, se connesse poi ad esso direttamente, segnerebbero una escalation drammatica della minaccia che il fanatismo islamista, e in particolare la presenza di al-Qaeda, da sempre data per praticamente nulla dal regime di Mubarak, fa pesare sugli arabi cristiani (più della metà dei morti per l’esplosione erano copti, un 10% circa su una popolazione di circa 80 milioni di persone).

Il presidente Mubarak, che si è appena fatto rieleggere plebiscitariamente, e praticamente a vita, e non sapeva ancora di dover affrontare la peggiore tempesta del suo trentennio, ha parlato subito in televisione di un attacco all’unità dell’Egitto – e non a torto, probabilmente: le grandi manovre per la sua successione sono ormai cominciate: ha 84 anni, portati neanche troppo bene poi – che cerca di dividere col sangue del terrore cristiani da mussulmani, quando “il terrorismo non distingue, per definizione, tra copti e mussulmani” e i primi a soccorrere i feriti erano stati i religiosi islamici della moschea che sorge proprio di fronte a Ognissanti.

Il fatto è che, però, ormai emerge anche chiaro come il nodo della tensione islamico-copta stia diventando solo uno degli aspetti d’una turbolenza che non riuscirà a trovare sbocco finché nel paese non si riesca a stabilire un esito diciamo “democratico”, e come tale al di là delle forme comunque apprezzato dalla gente, che riesca a scavalcare il “tappo” dell’ormai anchilosata gestione Mubarak[83].

Fa anche problema, poi, il rapporto interno alla Chiesa copta dove non tutti i leader sono d’accordo col rapporto ossequioso e conciliante, poco rivendicativo dei propri diritti, che tiene da sempre il numero uno della Chiesa al Cairo, Papa Shenouda II, nei confronti del potere di Mubarak. Molti tra loro, in effetti, sembrano intuire il clima, la puzza quasi stantia, da fine del regime che comicniza a aleggiare intorno alla corte del faraone…

●Poi ci sono le incongruenze psico-comportamentali, chiamiamole, proprie di questo grande e antichissimo paese che da decenni è in gran sofferenza ala ricerca di un equilibrio moderno del proprio sviluppo. Così, mentre la solidarietà degli egiziani arrivava subito calorosa al patriarca della Chiesa copta di Alessandria, cardinale Antonios Naguib, da tutti i massimi leader islamici del paese, compreso l’imam di al-Ahzar, Ahmed el-Tayyib, questi subito dopo protesta avendo letto, nelle parole della condanna del Papa, anche un’interferenza negli affari interni egiziani…

E l’imam del principale istituto di studi sunniti nel mondo islamico, torna sul tema prendendosela ancora con la protesta accorata del Papa (ci sono stati altri attacchi a cittadini cristiani) in termini tradizionalmente efficaci sul piano del diritto internazionale, epperò drammaticamente incongrui (inefficaci, incoerenti) rispetto alla drammaticità crescente della situazione concreta, pratica: “La protezione dei cristiani è un affare interno e se ne devono far carico i governi perché i cristiani sono cittadini come tutti gli altri”. Poi aggiunge “noi reiteriamo il nostro rifiuto a ogni interferenza straniera, sotto qualsiasi pretesto si presenti, negli affari interni dei paesi arabi e mussulmani”. Che è cosa ovvia ma, appunto, drammaticamente vuota[84].

Il papa, al ritiro per protesta un po’ scontato contro la sua “interferenza” da parte del governo egiziano dell’ambasciatore presso la Santa Sede, non trova altro modo di rispondere che con un riflesso da Stato a Stato… ritirando temporaneamente il legato pontificio al Cairo. L’ambasciatore del Vaticano. Come se di una questione interstatale si trattasse. Risposta, con rispetto per entrambi,  che a noi sembra altrettanto incongrua di quella dell’imam…

Dall’altra parte, la risposta furente di alcuni fedeli copti, nutrita anche dalla denuncia aspra dell’arcivescovo Raweis di Alessandria, che fuori della Chiesa c’erano solo tre soldati e un ufficiale a garantire la sicurezza dei fedeli e l’ira di una comunità che cresce nei confronti dell’assenza di protezione da sempre denunciata contro autorità e polizia, si è espressa la mattina di Capodanno invadendo la moschea e dando alle fiamme alcune copie del Corano che vi erano state trovate…

●In questo contesto, non propriamente “pacificato”, l’Italia – che con Napolitano auspicava (il presidente “auspica”: sempre) “un’iniziativa europea”… – col ministro Frattini che trova il modo di segnalarsi per l’agilità da elefante con cui si muove in un campo delicatissimo come questo, a cavallo tra questioni roventi come fede, religione, politica e diplomazia internazionale.

Infatti annuncia, nell’ordine[85], come l’Italia presenterà all’ONU una risoluzione sul diritto universale alla libertà religiosa che sarà sostenuta da tutta l’Unione europea e trova “grande interesse” – dice lui – presso molti governi non-europei. E va bene… Ma poi, e contraddittoriamente, in maniera quanto mai goffa, annuncia di voler proporre a fine mese a Bruxelles che l’UE fornisca “aiuti in cambio di diritti ai paesi che collaborano” mentre gli aiuti “vanno diminuiti se non eliminati” a quelli che non collaborano nel “proteggere i cristiani” e nel “prevenire” le stragi.

Insomma, diritti compensati a pagamento e, poi, solo quelli dei “cristiani” (e per fortuna che non s’è impapocchiato, stavolta, specificando ”cattolici”): dei diritti degli altri non ce ne potrebbe impipare di meno. Una formulazione che, per fortuna di tutti, all’Unione europea così, di certo, non passerà. 

●In Argentina, dopo la cancellazione voluta dal parlamento della legge a suo tempo fatta votare dal presidente della destra peronista Menem, di amnistia per i generali felloni (secondo loro, solo patrioti anche se, è vero, un tantino maneschi) che ressero il paese col loro golpe di fine anni ‘70 e e caddero a inizio anni ’80 solo per la guerra persa delle Falklands/Malvine, dove magari avevano anche ragione, processo e condanna all’ergastolo per l’ex generale Jorge Rafael Videla, primo capo della giunta militare.

Che si è molto lamentato del fatto che tra i membri del governo attuale (della sinistra peronista), ci siano esponenti e leader degli ex guerriglieri di sinistra che l’esercito aveva “battuto”… e incarcerato e torturato e ammazzato. A lui (ora ultranovantenne) è andata meglio…

●In Brasile, è diventata presidente Dilma Rousseff, 63 anni, economista e già capo dello staff del presidente Lula, divorziata due volte, nonna di un bimbo nato nel corso della campagna presidenziale, ex militante in armi, incarcerata e torturata sotto la dittatura dei generali negli anni ‘70 e ’80. Una donna forte e facilmente irritabile, sicuramente più “ideologa” – di sinistra, cioè – del predecessore e favorevole, teoricamente, a un maggior controllo dello Stato sulle industrie e sulla politica industriale ma che ha anche fama di essere una leader pratica e pragmatica, capace di sacrificare nell’immediato princìpi astratti per arrivare a risultati concreti.

Avrà il sostegno di due terzi del Congresso e, dietro le scene, di Lula che come capo del PT, il partito dei lavoratori, il suo, lavorerà a tenere coesa sotto di lei la coalizione dei 10 partiti che ne appoggiano il governo. Rousseff ha subito nominato 10 di quelli che saranno i 37 ministri del suo governo dai ranghi di quello di Lula, puntando a rispettati politici e tecnici.

Il Brasile di Dilma Rousseff è nel mezzo di un forte boom dei consumi e anche di una ridistribuzione sociale significativa, e non soltanto iniziale, dei redditi, con una disoccupazione al 5,7% ufficiale che per questo paese è il più basso livello di sempre. Nel 2011 la previsione è che l’economia crescerà al 4,5%.

●Questo è un paese che, all’inizio del quadriennio di Rousseff al Planalto, sta molto meglio economicamente di quello che prese in carica da Silva dal 2003: i ceti medi sono cresciuti di 29 milioni di cittadini, secondo le classificazioni statistiche dell’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica (IBGE)[86] ed, estendendo un welfare che ha mirato a mettere direttamente in mano alla popolazione più povera trasferimenti in contanti, anche minimi ma “sotto guida”, a sostenere gli affitti delle case e ad alzare il salario minimo, il governo di Lula, rispetto al 2002, è riuscito a tirar fuori 20 milioni di brasiliani dall’abisso della povertà assoluta[87].

Quando Lula arrivò al potere, il Brasile era una media potenza regionale con ambizioni globali”, ha constatato l’ex ambasciatore americano in Brasile, Thomas Shannon Jr., al NYT[88]. “Oggi, è diventato un paese che concretamente aspira ad essere potenza globale con interessi regionali e responsabilità internazionali: un cambio significativo in soli otto anni”.

●Certo, ora, il Brasile deve fare i conti con le conseguenze ed i costi anche economici molto pesanti di una delle violente inondazioni[89]che stanno devastando mezzo mondo: le Filippine, la Colombia, Sri Lnka e l’Australia e, ora, anche il Brasile. Scombussolamento globale del clima, o quanto volete, ma qui subito quasi cinquecento vittime vicino a Rio e decine di miliardi di dollari di distruzioni.

Una prima terribile sfida, davvero, anche a causa della rabbia della gente immediatamente colpita nell’emergenza di un paese che, in ogni caso, resta sottosviluppato e che non può supplire solo con un extra di solidarietà generosa agli effetti dirompenti di strutture e finanziamenti che mancano… roba che non sono riusciti a superare neanche in America – pensate a Katrina…

●Adesso, Dilma Rousseff cercherà sicuramente di ristabilire un dialogo con Washington, duramente messo alla prova dal voto con cui il Brasile in Consiglio di Sicurezza ha preso le distanze da Washington e dalla politica del duo Obama-Clinton, forse più lei che lui, sulle sanzioni all’Iran. Meno sensibile, forse, di Lula alla forza dei simboli ora Dilma potrebbe mostrarsi anche meno riottosa di lui a mollare sul fattore di fondo dell’irriducibilità ai desiderata nord-americani della sovranità di chiunque— Iran compreso.

Ma, intanto, ha detto “no grazie” all’invito diretto che Obama le aveva avanzato di andare a incontrarlo subito, adesso, prima dell’inaugurazione alla Casa Bianca: nessuno, a memoria di storico e di cronista, aveva osato farlo ed averlo fatto è stato esso stesso un segnale accolto con circospezione a Washington. La presidente Rousseff ha detto, però, che quella visita sarà una delle prime priorità della sua agenda…

●Non proprio la prima, però, o per lo meno non la prima ufficialmente annunciata. Dopo l’Argentina, vicina di casa, in aprile Rousseff va infatti in Cina, dove dichiara, sicuramente semplificando, il nuovo ministro del Commercio estero e dell’Industria Fernando Pimentel[90], intende presentare a Hu Jintao le preoccupazioni del suo paese su valuta e grado di protezionismo. Un tema che riguarda e preoccupa tutti i paesi in via di sviluppo, non certo solo – specifica – per quel che riguarda la Cina ma, viste le dimensioni della sua economia. anche e proprio riguardo alla Cina.

Un tasso di cambio che non si dimostrasse adattabile danneggerebbe la produzione interna e il Brasile dovrebbe trovare soluzioni al problema che non forzino, rafforzandolo dall’estero, il tasso fluttuante del suo modello di cambio. Il paese non resterebbe passivo di fronte a una valuta il cui valore danneggiasse la propria industria.

●Difficile, invece, che ci sia presto un incontro in o con l’Italia, dopo la grazia di Lula a Battisti che ha “indignato” tutta l’Italia, anche e perfino il presidente del Consiglio Berlusconi che ha, comunque, riportato tutto coi piedi per terra facendo osservare che lui si batterà certo per far annullare la decisione (difficile assai, anche sul piano puramente legale) ma specificando – anche se, al solito, un po’ en passant e, al solito, col seguito di una mezza smentita – che “i nostri rapporti con il Brasile” – dove per rapporti, dal contesto, chiaramente lui intende anche e soprattutto affari, ciò di cui dopotutto meglio si intende – “non cambieranno a causa di questa situazione[91]

Di tutte le recitazioni retoriche che l’evento ci ha propinato, una domanda importante si dovrebbe imporre— e non se ne cale invece nessuno: ma perché, della questione, con ogni evidenza nel mondo ai media è importato qualcosa solo in Italia? ma perché non contiamo proprio niente nel mondo? Bè, non può essere solo per colpa di Berlusconi e Frattini…

●A Cuba, dal 4 gennaio avvieranno a quella che viene definita “implementácion finál” delle cosiddette “misure di riaggiustamento” col taglio che diventerà ormai operativo della bellezza di mezzo milione di posti di lavoro nel settore pubblico: dai ministeri dell’Agricoltura, dell’Industria zuccheriera, dell’Edilizia, della Sanità e del Turismo saranno licenziati o messi in quiescenza permanente 146.000 dipendenti mentre altri 351.000 saranno ricollocati. O dovranno, comunque, ricollocarsi come lavoratori autonomi, superando tra l’altro le resistenze – ideologiche, burocratiche o semplicemente abitudinarie in un sistema finora tutto centralizzato – per avere permessi, licenze e quant’altro…

Finora, nei primi due mesi dall’annuncio dell’iniziativa, il governo ha concesso circa 75.000 permessi di lavoro autonomo per l’incremento del settore privato dell’economia: l’obiettivo è di arrivare, per ora, a un totale di mezzo milione di licenze[92]

Il presidente Raul Castro dice che dal successo di questa misura, che dovrebbe liberare produzione e lavoro in modo più redditizio per l’economia nazionale, si gioca “il futuro della rivoluzione” e Salvador Valdés Mesa, numero uno della Confederazione sindacale (di regime), la CTC, Central de Trabajadores de Cuba, pur riconoscendo che si tratta di una procedura forzata – “amministrativa ” la chiama – assicura che il sindacato “garantirà che essa avvenga nei modi stabiliti[93]. Insomma, gestirà i licenziamenti e, spera, qualche po’ di collocamento.

●In Cile, il ministro delle Finanze Felipe Larrain dichiara che i fondi della produzione del rame che “tradizionalmente”, qui, spettano alle forze armate (tra gennaio e settembre dello scorso anno, rende noto, 866 milioni di $: il bilancio totale della Difesa è, a fine 2010, il 2,60% del PIL, esso stesso sui 260 miliardi di dollari: quindi come è facile calcolare un bell’extra…) saranno “investiti all’estero” con la supervisione del suo dicastero[94] che intende, così, dar seguito allo sforzo di aumentare il livello di trasparenza interno alle forze armate…     

EUROPA

●Lo scontro in atto, davvero epocale, è quello tra la generazione più istruita di sempre nella storia millenaria del mare Mediterraneo – dall’Italia alla Grecia alla Turchia e alla Libia: senza eccezioni – e il peggiore mercato del lavoro, con meno sbocchi, che in questa regione ci sia mai stato. Per dirla al meglio, si tratta dell’errore di pianificazione, o di progettazione, o di previsione più catastrofico commesso dalle classi dirigenti in questi ultimi decenni – tutte e tutte insieme – di tutti i paesi dell’area… E con l’insoddisfazione giovanile e la rivolta sociale montante si sta ritorcendo contro tutti loro. Insieme…

A simbolo di tutti il NYT[95] ha scelto “Francesca Esposito, ventinove anni, un livello di istruzione squisito, una ragazza che ha aiutato il suo datore di lavoro [dal contesto, l’INPS o il Tesoro, direttamente: parkla e scrive cinque lingue e faceva l’avvocato e non è mai stata pagata perché in formazione, s’intende] a recuperare milioni di euro da chi aveva frodato lo Stato su invalidità e altri procedimenti fiscali, un giorno dell’autunno appena passato se n’è andata, disgustata di quanto surreale e, alla fine, triste sia oggi lo stato della gioventù italiana”. E’ la denuncia impotente però e che, come tale, i giovani italiani tutte e tutti hanno colto – del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo messaggio di Capodanno.

Certo, non poteva far niente quel poveraccio di Napolitano… Se non, forse, forzare a tutti la mano – governanti, politici, giornalisti, uomini della finanza e dell’industria, economisti, industriali e anche, anche, sindacalisti – dimettendosi e denunciando così tutti e tutto, in modo tanto svergognatamente eclatante da costringere, forse, tutti a pensarci su e ad agire. Magari, poi, così, anche ritirando le dimissioni. Il presidente ha invece fatto, così, la solita bella “predica inutile”, come disse una volta il suo predecessore Luigi Einaudi, ai sordi che ci governano.

E certo, bisogna anche dire che il quotidiano americano forza la mano tanto a Francesca come ai coetanei intervistati quando cerca di far loro dire – ma non lo fanno mai: gli unici a dirlo, così come il giornale vuole, sono gli “esperti” di mercato del lavoro, americani, che cita tra virgolette – che devono prendersela coi vecchi e le loro pensioni che li escludono ormai dal mercato del lavoro.

Non ci riesce, dicevamo, perché l’unica fonte di reddito liquido ad entrare in casa è la loro pensione e se ne rendono ben conto loro che se la devono prendere non coi loro genitori a casa dei quali devono vivere ancora a trent’anni ma con chi ha cambiato il sistema liberisticalizzandolo alla ricerca di competitività sbagliate oltreché impossibili, in una spirale di concorrenzialità verso il fondo che ha deliberatamente sfasciato ogni certezza economica e sociale alle spalle non solo ma soprattutto dei giovani e del loro futuro…

●Anche questo mese la BCE ha lasciato dov’era il tasso ufficiale di sconto, all’1%[96], non osando alzarlo per combattere quello che è un tasso di inflazione che sarebbe, o nella sua (s)considerata opinione potrebbe essere, in aumento pericoloso (anche se il massimo che dice il governatore Trichet è che ci sono “alcune indicazioni di leggero aumento a breve termine”, non di più); ma non si azzarda neanche a abbassarlo, abbassando così il costo del denaro per dare una mano a quella che, invece, lui stesso definisce come una “ripresa economica che comincia ad esserci ma dove l’incertezza resta elevata”.

●Angela Merkel annuncia che il suo paese non solo appoggerà, ma promuoverà attivamente, a cominciare da subito – e inizia a farlo con Sarkozy[97] – la candidatura del presidente della Bundesbank Axel Weber a presidente della Banca centrale europea quando, fra qualche mese, si dovrà dimettere il francese Trichet. L’unica seria alternativa a Weber era Mario Draghi di Bankitalia, ma chi dovrebbe istituzionalmente presentarne la candidatura, il presidente del Consiglio italiano, è in una situazione di sdilinquita debolezza ed impresentabilità internazionale (tra maggioranze che sono forse minoranze e Ruby varie, diversamente s**lettanti) che di per sé rende la sua sponsorizzazione addirittura deleteria.

Del resto come sempre – sempre – è stato finora, ogni volta che, bruciandolo, ha sponsorizzato qualcuno in Europa: anche quando era una figura, sempre un tantino ridicola e pure grottesca magari, ma certo un poco più “forte”…

●Nel terzo trimestre del 2010 il PIL nei 16 paesi dell’eurozona è cresciuto meno di quanto finora stimato, gli investimenti sono calati e le famiglie hanno frenato i consumi: in complesso, la  crescita è stata solo dello 0,3%, invece dello 0,4 preconizzato e ben al di sotto dell’1% registrato nel trimestre precedente (come anche dello 0,6 di crescita degli USA e dell’1,1% del Giappone). La produzione industriale è salita a novembre, nell’eurozona e in complesso, del 7,4%[98].                                             

E’ stata la Germania, l’economia maggiore d’Europa, a rallentare di più anche se rimane a un tasso positivo del +0,7%: che è sempre la maggiore crescita dell’eurozona,  ma meno di un terzo di quella del secondo trimestre (+2,3%).

●Peraltro la Grecia, di tutti i 16 paesi che lavorano con l’euro – dal 1° gennaio, ricordiamo, ad essi si aggiunge avventatamente l’Estonia – è l’unico a restare al momento in recessione piena, nel trimestre con -1,3%. Ma, anche se i dati segnalano un rallentamento preoccupante che sfiora l’atonia, quasi tutti i governi stanno chiudendo i rubinetti degli stimoli, peraltro insufficienti, coi quali avevano tenuto in moto pur a ritmo molto basso le loro economie – da noi c’è poco da chiudere, a dire il vero: quei rubinetti, di fatto, Tremonti non li ha mai aperti – sperando da perfetti incoscienti drogati dal dogma del mercato liberista in una ripresa spontanea della domanda di consumi: come se la disoccupazione, che sale, miracolosamente potesse moltiplicarli…

●L’Italia sembra diventare così, per certa saggezza economica convenzionale attualmente ancora dominante contro ogni ragione, ormai quasi un modello. Al dunque, dice il NYT[99], sono queste le scelte di fronte alle quali viene posta oggi tutta l’Europa, nette e senza alternative: non scelte cioè. Infatti ne sintetizza, a modo suo anche lucidamente, una sola: che ormai l’agenda dell’austerità si impone in tutta l’Unione: “I governi devono comprimere le spese – dice – riducendo salari, remunerazioni, compensi e redditi, drasticamente, aumentando le tasse e tagliando i costi”.

Che è il sistema tecnicamente, aritmeticamente migliore – l’unico in verità garantito – di rendere ancora più profonda la recessione, di rallentare la crescita, di aumentare la disoccupazione… ma non è affatto vero che non si siano alternative. Una è quella che invocano gli estremisti, della destra e della sinistra economica, che come al solito finiscono per toccarsi. La cosiddetta scelta argentina: uscire dall’euro, senza tener conto neanche che qui non si tratta di un solo paese, l’Argentina, cher abbandona un assetto economico, quello dettato dal Fondo monetario e dal Washington consensus, e, appunto, dichiara il default.

Ma di un intero gruppo di paesi, almeno Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e forse altri (anche l’Italia, chi sa: quasi o oltre la metà della popolazione e dell’economia del’Europa). Questo del default, o della costituzione di un’intesa obbligata tra deboli, potrebbe invece ben essere, a un certo punto, una minaccia talmente credibile da costringere i paesi centrali d’Europa (Germania, Austria, Olanda…) e la stessa BCE a ripensarci, adottando politiche monetarie ed economiche maggiormente espansive.

Che fra l’altro sarebbero, nella realtà e non nelle fisime della scolastica economicistica convenzionale, anche sostanzialmente a costo zero, visto l’eccesso di capacità produttiva e le risorse inutilizzate (umane e finanziarie: disoccupati e profitti) che si accumulano oggi in Europa e l’assenza di un minaccia credibile inflazionistica. Con un’inflazione[100]che, certo, supera il 2% canonico che vorrebbe la Banca ma nell’area euro resta comunque al 2,2% a dicembre, la BCE potrebbe, volendo, come fanno gli americani, ben stampare moneta e finanziare i trasferimenti necessari a tirar fuori dalle peste le economie in maggiore difficoltà.

Non per bontà d’animo ma per garantirsi, così, proprio la stabilità e la solidità dell’euro, lascviano incrementare un poco i prezzi per abbassare il tasso reale di interesse e ridurre il tasso reale del pagamento dell’interesse su deficit e debito.

In altri termini, se un passo del genere fosse deciso anche dai governi forti e dalle economie più forti d’Europa e dalla BCE (e magari imposto alla BCE) potrebbe consentire a Francia, Germania e altri paesi del cosiddetto nocciolo duro il salvataggio dell’Europa più periferica senza costi per i propri contribuenti e i propri risparmiatori. E, potrebbe, chi sa, arrivare addirittura a forzare una qualche maggiore integrazione economica e anche politica dell’Europa proprio come Unione.

Entrambe le cose – più espansione e più integrazione – costituirebbero di certo l’altra alternativa: di cui però la saggezza convenzionale rifiuta anche di dare conto. Il fatto è che per darle vita ci vorrebbe anche una leadership politica. E chi gliela dà oggi? Papandreou, Zapatero, Berlusconi…?

●Pure è sempre la stessa fonte ufficiale[101] – la più autorevole delle istituzioni UE, quella che cura la raccolta e la diffusione dei dati statistici – a confermare: i consumi delle famiglie nell’eurozona,  sempre nel terzo trimestre, sono cresciuti di un infinitesimale 0,1%, tre volte meno del previsto annunciato…

Sale invece a dicembre al 2,2%, +0,3% su novembre e il livello più alto dall’ottobre 2008 e lontano dal vicino-a ma sotto-il 2% indicato dalla BCE, il tasso di inflazione[102] nell’eurozona. Siamo ben sopra al tetto BCE e ricomincia a dirsi preoccupata la Banca centrale. Che, però, come è noto, lo ha stabilito per considerazioni che, al solito, hanno poco a che vedere con la salute dell’economia e tanto più dell’occupazione e solo, come sempre, col tenere – come recita la giaculatoria – “in ordine i conti”. A che serva, poi, tenerli in ordine se l’economia reale resta tanto malata (disoccupazione[103] eurozona, a novembre al 10,1%) non lo spiega nessuno.

A chi serve, invece, è chiarissimo: a profitti d’impresa che restano molto alti, tra i più alti da anni, e alla grande banca, la grande finanza che, salvata dai soldi di pantalone, ormai ingrassa ogni gfiorno di più.

●E serve anche a un input di bromuro per governi di ipertestosteronici galletti pieni di sé come quello dell’Estonia che, vantando uno dei più bassi indici di crescita dei 27 (-13,9% nel 2009[104] e una disoccupazione al 16,2% ufficiale, adesso a dicembre[105]), va in giro a vantare se stesso come modello per gli altri. Dice il ministro delle Finanze Jurghen Ligi che Lettonia, Lituania, Finlandia, Svezia, Olanda e Lussemburgo – i paesi baltici e nordici: manco la Germania qui si qualifica perché, per esempio, lascia sopravvivere troppo welfare State – si sono ispirate proprio all’Estonia e al suo grande rigore fiscale per costruire il modello della futura stabilità finanziaria del continente[106].

Ligi blatera (ma chi cappio è, Ligi?) che non saranno più tollerate divergenze di atteggiamento sulla disciplina fiscale e che il debito sovrano è il pericolo maggiore che incombe sull’economia europea. Ma ovviamente quanto dice uno tanto irrilevante come questo Jurgen Ligi non fa impressione a nessuno… Fa impressione, invece, che qualche volta, in modo meno isterico e più razionale, certo, sembrino condividere qualche suo spunto un po’ masochistico anche personaggi come, per esempio,  Angela Merkel…   

●La cosiddetta Struttura di Stabilizzazione Finanziaria EuropeaEuropean Financial Stability Facility, (EFSF), che sarà sostituita, in base ai disegni fatti passare nell’Eurogruppo dal duo Merkel-Sarkozy col cosiddetto Meccanismo di Stabilizzazione Finanziario EuropeoEuropean Stability Mechanism (ESM)[107], allo scopo di aiutare l’Irlanda a sormontare le sue difficoltà, ha emesso[108] titoli su quel mercato per 5 miliardi di €.

E, anche se per rendimenti ovviamente elevati, questo per ora ufficioso eurobond pro-Irlanda è stato segnato subito da un grande successo: la prima emissione del primo bond intestato alla EFSF ha visto affluire ordini per 30 miliardi di €, quasi quattro volte superiori all’offerta[109].

Annuncia il Tesoro giapponese che Tokyo utilizzerà le proprie riserve monetarie per acquistare più del 20% di queste obbligazioni emesse dall’Unione per aiutare l’Irlanda. Dice il ministro delle Finanze Yoshihiko Noda di ritenere del tutto “appropriato che il Giappone, come grande paese prestatore, dia il suo contributo a rafforzare la fiducia in questa operazione[110].

Ma, intanto, il primo ministro irlandese Brian Cowen, dopo, le dimissioni di ben cinque membri del gabinetto che lo sfiduciano, si rassegna e annuncia che si dimette da presidente del partito di maggioranza relativa, il Fianna Fáil (letteralmente, i soldati del destino, il partito repubblicano irlandese) e che si accinge a sciogliere il Dáil Eireann dell’Oireachtas (la Camera bassa del parlamento, in gaelico). Elezioni generali l’11 marzo[111], dice. Ma poi arrivano le dimissioni dei due ministri verdi dal governo, che gli tolgono anche la maggioranza numerica, forzando con ogni probabilità le elezioni già in febbraio[112].

●Sotto pressione di brutto il Portogallo, si dice da parte di fonte autorevole di Bruxelles ai media, sotto vincolo di segretezza, il 9 gennaio. Germania, Francia e alcuni altri paesi tra quelli che sono più ligi a certi – ma non a tutti, neanche loro – i parametri fissati stanno facendo urgenza a Lisbona perché decida formalmente, “più prima che dopo”, di chiedere l’aiuto finanziario della UE e del FMI per cercare così di fermare la crisi del debito da cui è afflitta buona parte dell’Unione stessa[113].

Nel contesto della riunione dell’Eurogruppo, i ministri delle Finanze delle due maggiori economie europee lo hanno – lo avrebbero… – dichiarato appoggiati esplicitamente dai colleghi di Finlandia e Olanda e, un po’ più sottovoce, anche da quello austriaco. Subito dopo il ministro delle Finanze lusitano, Fernando Teixeira dos Santos, ha smentito “la voce”, ufficialmente epperò in modo che non s’è dimostrato granché sufficiente.

Alla prima asta dell’anno (che è andata bene) di uno dei paesi maggiormente inguaiati della periferia dell’Unione i rendimenti sono restati leggermente più bassi di quelli del mese precedente, a 6,7 sui decennali. Sotto quel 7% che la Banca centrale del Portogallo giudica “insopportabile” per finanziare il suo fabbisogno— anche se onestamente non si capisce perché sarebbe, invece,  sopportabile un 6,9%: un po’ come quella cavolata del deficit/PIL fissato a Maastricht al 3%. E perché non al 2,5 allora o al 3,5%… quando poi non c’è nessuno che conti che lo rispetti comunque[114]

In ogni caso, il risultato della solita, sciatta divisione pubblica di opinioni e di prescrizioni – con ognuno che parla per sé e nessuno che con credibilità possa farlo, e dunque lo faccia, per tutti – è che in tutta la UE e nel mondo gli investitori hanno continuato a guardare con grande interesse e voglia di “approfittarne” alle incertezze e alle difficoltà nell’eurozona: in particolare, proprio al dilemma se Lisbona riuscirà ad evitare di doversi rivolgere al credito internazioanle, europeo o mondiale, per finanziare le proprie obbligazioni.

La ministra delle Finanze spagnola, Elena Salgado, afferma seccamente che la voce di “un Portogallo costretto a rivolgersi a un salvataggio internazionale” è “una palla grossolana e assoluta”: una smentita appoggiata pubblicamente da diversi esponenti dell’Unione a Bruxelles. C’è il fatto, naturalmente, che la Spagna sarebbe la prossima economia sotto attacco se ora toccasse cedere al Portogallo. E, subito dopo, potrebbe allora sì anche toccare all’Italia.

●Alla Spagna[115], più direttamente e concretamente, senza chiacchiere e con la forte credibilità finanziaria che si ritrova dà una mano, importante, la Cina. Il vice primo ministro cinese Li Keqiang, in visita a Madrid, ha affermato, in risposta a domande postigli sul sito del Tesoro madrileno, che nel prossimo futuro la Spagna continuerà a essere un mercato che la Cina intende sostenere acquistando debito pubblico alle aste del Tesoro per frazioni consistenti dell’offerta immessa sul mercato. La Cina, dice, è un investitore a lungo termine, responsabile, e non uno speculatore, sul mercato finanziario europeo e ha fiducia reale, razionalmente fondata su potenzialità ed analisi di mercato, nelle possibilità di sviluppo di questo paese.

E il vice ministro del Commercio, Gao Hucheng, che viaggia con Li, conferma che la Cina sta incrementando la porzione detenuta di debito pubblico europeo, compreso quello spagnolo[116] e che  l’ammontare ancora da acquisire dipende da vari fattori come il timing (lo dice in inglese perfetto, Gao), volume e prezzi nei mercati primari e secondari. E ha anche detto[117], annunciando la firma di contratti per la Spagna del valore di quasi 6 miliardi di €, che Pechino si è impegnato col governo spagnolo a comprare sui 6 miliardi di € del suo debito sovrano nazionale.

●In Belgio,[118] suscitando anche un dibattito acuto sui limiti costituzionali dei suoi poteri, re Alberto è sembrato scavalcarli quando ha ordinato al primo ministro di tagliare duramente il bilancio per i timori crescenti sul debito pubblico. Il problema costituzionale è che il governo di Yves Leterme è dimissionario e in carica solo per gli affari ordinari non essendo stato da giugno scorso il parlamento in grado di votarne uno con pieni poteri (il vallo – ah! ah! – tra fiamminghi e valloni dimostra, comunque, che sette e settarismo non sono cose soltanto islamiche, o dei fondamentalisti nord-americani, nel mondo moderno)…   

●Felipe Gonzales, l’ex premier spagnolo e leader dei socialisti prima, in tempi migliori, del suo paese e del partito europeo, ha fatto una radiografia dell’Unione europea e ne discute, con una  meticolosa valutazione, sul NYT: scrive[119] che  “tre anni dopo l’insediarsi della crisi economica più grave che ci sia stata dal 1929 – e a un anno dalla firma del Trattato di Lisbona che era inteso a consolidare l’Europa – le turbolenze finanziare continuano a infuriare un po’ dappertutto per il continente.

   Né il Consiglio europeo, né la Commissione né la Banca centrale sono in grado di fermare la tempesta. I singoli paesi dell’Unione appaiono tutti indifesi, tutti anatre zoppe, davanti a speculatori che avvertono le timide misure finora assunte come un invito a continuare montare i loro attacchi. In breve, la crisi finanziaria dei primi anni del 21° secolo ha messo a nudo la crisi di governance che è al cuore del progetto europeo”.

Dice benissimo Gonzales: “misure timide”, da soli “tutti anatre zoppe”, con gli “speculatori invitati” a sfrenarsi… e la “crisi di governance” dovuta all’assenza totale di un qualcosa di coerente che voglia e osi chiamarsi Europa— di sinistra, preferibilmente secondo chi scrive, ma – arriviamo a dire – magari anche di destra conservatrice moderna. Non alla Berlusconi, s’intende.

Gonzales poi suggerisce percorsi e anche misure e politiche. Ma qui non li elenchiamo, sapete se volete dove leggerveli, perché qui volevamo sottolineare l’essenziale contenuto della sua analisi.

●Sul tema di fondo, il futuro dell’Unione europea, non è distante l’analisi di chi pure, diversamente da Felipe Gonzales, è sempre stato euroscettico o, come ama precisare lui, forse a ragione, razionalmente euroscettico: il Nobel americano dell’Economia, Paul Krugman. Ora, un suo lungo articolo, un vero e proprio saggio, scritto con la straordinaria capacità che ha di semplificare le cose complesse, e non solo dell’economia, senza mai cadere nel semplicismo forse ci può aiutare a riflettere.

Solo pochi anni fa l’Europa andava meglio di noi con una buona crescita economica e una società civile più decente ed equa della nostra. E, adesso, “anche se il prodotto interno lordo europeo è caduto quanto quello dell’America, proprio per questo gli europei non hanno sofferto niente di simile alla quantità di miseria sociale che imperversa da noi. E la verità e che ancor oggi non soffrono tanto quanto si soffre da noi”.

Vedete, continua: “gli europei ci hanno dimostrato che pace e unità possono essere portati a vincere in una regione con una storia carica di violenza e, nel farlo, hanno creato forse le società più decenti che abbia mai visto la storia dell’uomo, combinando democrazia, rispetto dei diritti umani e un livello di sicurezza economica delle persone che l’America non si avvia neanche lontanamente a garantire. Si tratta di grandi successi che adesso, però, sono in via di appannamento col sogno europeo che si va trasformando in un incubo per molti, per troppi. Ma come è successo?”.

Be’, in sintesi – ed è qui che i due giudizi che vi abbiamo riferiti finiscono in qualche modo col convergere – “gli architetti dell’euro, sull’onda dell’afflato e dell’ideale del loro progetto, hanno deciso di ignorare le difficoltà pratiche che una moneta comune avrebbe prevedibilmente incontrato — di ignorare gli ammonimenti che erano pur stati dati subito all’inizio, che all’Europa mancavano gli istituti necessari a far funzionare una moneta unica”.

E’ quanto noi stessi andiamo ripetendo da allora: non è mai esistita nella memoria storica dell’uomo, da quando se ne registrano corsi e ricorsi, una moneta unica a se stante senza che avesse dietro le politiche economiche, sociali e gli istituti – lo Stato unitario, la Federazione, la Confederazione comunque – che sempre la puntellano. E’ stata una forzatura  che restava in piedi finché restava in piedi – nella fiducia della politica e della gente: o almeno di molta gente – il presupposto su cui si basava: che l’Unione sarebbe andata avanti, che si sarebbe integrata, unificata, e che avrebbe così finito col diventare davvero una Europa.

Invece siamo restati inchiodati da anni a una moneta unica e a una politica monetaria e a 16, 27 – neanche si sa bene, poi – politiche di bilancio, sociali, del lavoro, del commercio, della difesa e degli esteri… Cioè a niente di realmente unitario… Insomma: o si risolve questo problema – del dare un ubi consistam all’Europa come politica e come volontà di essere una – o qua finiscono con l’affossarla, l’Europa.

Il 17 e 18 a Bruxelles, l’ennesima prova di quanto sia “vera” questa nuda verità uesta nuda veriotà l’ha data l’inconcludente riunione dell’Eurogruppo. Sotto gli occhi, come si dice, attenti di mercati e media si sono riuniti i ministri delle Finanze… e hanno deciso di non decidere niente.

O, meglio, sul tema principale in agenda – rafforzare subito o no la costituzione del famoso fondo europeo per l’emergenza dei debiti sovrani di alcuni altri paesi della UE – che corre ormai il rischio ogni giorno di trasformarsi in crisi vera e propria dell’euro e di tutta l’Europa hanno deciso di rinviare tutto: che dal punto di vista di chi investe capitali propri od altrui è peggio di una decisione sbagliata.

Per la prima volta, poi, stavolta il non decidere niente è aggravato dal fatto che, a lato e prima dell’Eurogruppo s’è anche riunito – nessuno glielo poteva impedire, ovviamente – un gruppo di autoconvocati paesi d’élite, che si autodefinisce dei sei paesi della tripla A… – Germania, Lussemburgo, Olanda, Finlandia, Austria e Francia – già  cominciando a sbagliare perché consente con la sua stessa denominazione a supinamente accettare come realmente sovrane le decisioni sovrane di quelle sanguisughe private che sono le agenzie di valutazione dei rating.

Ma poi si vede che, al dunque, la Francia pur d’accordo sul bisogno di maggiore rigore, chiama “monomania” (Christine Lagarde, ministra delle Finanze) la focalizzazione esclusiva che la Germania vuol fare su di esso, sostenendo che il resto “non è urgente” (il ministro delle Finanze Schäuble) e continua a chiedere che venga decretato, invece, il riconoscimento del fatto “evidente” che le risorse fino ad oggi allocate come credito per far fronte alla crisi dei debiti sovrani di Grecia ed Irlanda non sono già più sufficienti, se si apre una nuova emergenza…

Ma gli altri che si dicono virtuosi, rigorosi – Germania in testa – insistono: bisogna vedere e intanto, e prima, confermare con un’ennesima “grida” regole più forti e severe e fatte applicare a tutti egualmente… anche se, oddio, non proprio poi tanto egualmente perché, ad esempio, sul metro del deficit/PIL non proprio tutti fra i virtuosi sono virtuosi davvero…

L’Italia, zitta, come al solito,oltre che per il silenzio su Draghi e la sua possibile ma sempre più improbabile ormai candidatura  non fosse per il bofonchiamento tremontiano che noi però – a parte … a parte!!!...  il debito pubblico – abbiamo conti più in ordine di tanti altri… anche se la crescita boccheggi, i consumi e gli investimenti pure e l’occupazione non ce la fa a riprendersi davvero… E, poi,si vanta,con qualche ragione del fatto che il sistema bancario italiano è meno esposto di quelli di Germania, Francia, Austria, ecc. – i virtuosi – ai debiti di Irlanda, Grecia, ecc., ecc.

Ma zitta, dicevamo, l’Italia sul tema vero all’ordine del giorno: che quelli lì – i virtuosi, che poi tanto in realtà manco lo sono – vogliono rafforzare il cilicio di una polizia finanziaria invece che l’integrazione economica e politica dell’Europa— la solita risposta incongrua, insomma, anche rispetto al ragionamento di Krugman.

Poi dall’Eurogruppo c’è il duro richiamo alla necessità di ripetere gli stress test sulle 91 banche europee che già  erano state esposte mesi fa all’esercizio. In maniera più seria e severa, dice, però adesso: con ciò ammettendo che l’altra volta erano stati quasi una buffonata: attenta alle esigenze delle banche stesse di mantenere una specie di loro credibile verginità anche se e quando siano state sfondate più che alla garanzia di una buona gestione dei loro risparmi che sarebbe necessaria ai risparmiatori e, ancor meno, a una reale solidità del sistema.

Insomma, siamo come sempre alle solite: rinviare, postergare, non decidere… Anche l’appello, quasi patetico, del povero Durão Barroso a decidere adesso – perché se no i mercati si vendicano – così l’hanno scartato e la decisione è stata quella di decidere di non decidere riparlandone a marzo… forse. Quando si dovrebbero approvare – e insieme… – l’aumento del fondo europeo di garanzia e le sue regole nuove.

E, poi: approvare, decidere… ma quando mai! Il fatto è che anche se decidessero, ogni decisione andrebbe approvata non solo da tutti i governi compresi probabilmente anche quelli che mai lo faranno comunque, come Londra che pure nell’euro neanche ci sta… e poi ratificata da tutti i parlamenti… con qualcuno che alla fine esigerà anche il referendum popolare. Insomma, ormai lo vedono davvero anche i bambini che qui o rilanciamo l’Europa come idea-forte, come entità politica o la sdilinquiamo fino a perdercela[120]

●Intanto, oltre a Giappone e Stati Uniti, anche la Germania – l’altra grande maggiore potenza industriale di punta del mondo – chiede a Pechino – in occasione della visita che Li Keqiang sta facendo ad alcuni paesi europei, dopo quella in Spagna – di “riconsiderare” le restrizioni che ha messo in programma sulla fornitura all’estero delle sue “terre rare[121]. Lo ha reso noto il ministro dell’Economia, Rainer Brüderle, dopo aver chiesto a Li di “facilitare un accesso aperto ed equo” anche a questi minerali indispensabili per il progresso tecnologico prodotti, spesso soprattutto se non quasi soltanto, in Cina.

Anche Brüderle non spiega, però, perché Pechino dovrebbe dar retta a lui, o al premier nipponico o al ministro del Tesoro statunitense e mettersi a farlo rispetto a una produzione di materie prime che si fanno obiettivamente sempre più rare, e obiettivamente perciò sempre più costose nel tempo e che ha motivi seri, perciò, di cominciare a centellinare. A meno che in cambio le venga offerto qualcosa che vale: siamo in mezzo alla globalizzazione rampante, no? stiamo parlando di mercato, no? E, invece, offrono solo suppliche, prediche e invocazioni alla Cina perché – sul mercato, nella globalizzazione selvaggia – si comporti, unica eccezione, da buona samaritana…

Quando la Cina, poi, a queste motivazioni di buon senso – diciamo pure, di ordine capitalistico – aggiunge, col vice ministro degli Esteri Cui Tiankai[122], la considerazione per cui, producendo 1/3 delle “terre rare” nel mondo, ne consuma anche il 90%: un dato che nessuno mai sottolinea e che, invece, è necessario prendere in considerazione.

Per cui non esistono, nella realtà delle cose, richieste sensate di una maggiore produzione e, soprattutto, di una maggiore allocazione all’estero della produzione che serve alla Cina stessa. Perché, ripete, questi minerali scarsi vanno gestiti secondo criteri rispettosi di uno sviluppo sostenibile e della necessaria protezione ambientale per cui rappresentano, effettivamente, un problema e a tutti è fatto obbligo, dunque, di comportarsi responsabilmente al riguardo.

Più sensata a questo punto sembra la strategia delineata dalla Commissione europea che, a fine mese, annuncia di voler puntare sul recupero e il riciclo delle terre rare per cercare di ridurre la dipendenza dell’Europa dalla Cina[123]. Idea egregia… peccato che, di cosa sia fatta questa strategia che in Europa partirebbe assolutamente da zero, la Commissione sembra non averne ancora neanche l’idea.

Già due volte, con scadenza finale fissata a metà febbraio per la presentazione della strategia a parlamento e Consiglio dei ministri, l’ha rinviata. Ma adesso qualcosa nel merito dovrà pur dire… Comunque, di per sé, volgere l’attenzione al riciclaggio e al risparmio sembra l’unica idea possibile. Sempre che si dimostri seria. Per quel che riguarda questo foglio, noi seguiremo la faccenda da vicino.

●Aleksandr Lukashenko, rieletto da poco più di un mese presidente della Bielorussia a stragrande maggioranza con un voto che a dir poco, soprattutto a occidente, non è sembrato proprio equanime e genuino, ha denunciato[124] che i suoi concorrenti – molti e tanto divisi tra loro da assicurarne, comunque, la rielezione anche se il voto fosse stato “pulito” – hanno ricevuto finanziamenti e aiuti organizzativi dall’estero, da “poteri avversari” innominati.

E “innominabili” dice: ma tutti capiscono che sta parlando di polacchi, lituani, americani e, forse, anche tedeschi che avrebbero potuto anche fomentare proteste, rivolte e, addirittura, dice, un tentativo di golpe. Il fatto è, lamenta Lukashenko, che nessuno (e qui il sottinteso è rivolto alla stessa Russia: l’antipatia dei cui leader nei suoi confronti è evidente e che lui ha anche accusato di indebite”interferenze”) “ha bisogno di un paese che si tenga in piedi da solo perché è davvero indipendente e sovrano[125].

Per cui, ha decretato l’espulsione, a elezioni compiute, di tutti gli osservatori esteri che secondo il mandato loro assegnato dalle rispettive organizzazioni – ma non riconosciuto nel periodo post-elettorale da Minsk – avrebbero voluto poter restare. L’OSCE, il cui nuovo presidente della Commissione elettorale, un lituano, chiede formalmente di poter continuare a verificare la situazione anche nel dopo elezioni si ritrova così messo su un aereo in partenza e senza troppi onori.

Non sembra granché efficace la risposta polacca[126] che annuncia di aver deciso di negare a Lukashenko l’accesso in Polonia, come risposta al suo comportamento: tanto per cominciare perché non risulta a nessuno che Lukashenko volesse andarci, in Polonia… Più efficace sarebbe, di certo, se come dice la reporter polacca Magdalena Jensen – ma non conferma, o almeno non conferma ancora Berlino: la Confindustria non sembra affatto d’accordo… – i visti fossero negati in blocco a tutti i dipendenti pubblici della Bielorussia.

●Verrà anche valutata, sempre in quella sede, l’idea – non una vera e propria proposta, ancora – di chi (sempre la Polonia) vagheggia della possibilità di rendere gratuiti, o addirittura di abolire, i visti di ingresso per i bielorussi “normali”, fuori nomenclatura cioè, nei paesi dell’Unione europea… Sempre naturalmente che qualcun altro (Sarkozy, Maroni, e non solo loro), visto che i bielorussi “normali” sono un po’ come gli albanesi, i romeni e gli slovacchi “normali”(sporchi, brutti e cattivi: dei poveracci, per capirci) non ricordi, stoppando prima ancora che spunti ogni velleità umanitaria,  che queste sarebbero masse di potenziali pericolosi immigrati non regolari…

C’è, naturalmente, anche chi parla di sanzioni economiche alla Bielorussia. Ma l’idea cade presto e perfino al parlamento europeo la lasciano rapidamente cadere perfino gli ultrà baltici e centro-europei dei diritti umani a prescindere, vista l’ostilità, sorda o esplicita, ma chiara di industrie e governi all’idea[127]. Le sanzioni, con grande e ferrea coerenza, invece le impone alla Bielorussia quello stesso governo americano che si è guardato bene dall’infliggerle mai a Mubarak e si guarda bene dall’imporlo, per ancor più grave carenza di democrazia – all’Arabia, per dire, saudita[128].

●Però, però… pare che ancora una volta siamo alla trave e alla pagliuzza (magari anche a un’altra trave) nell’occhio… Sempre a proposito di democrazia, adesso alla ribalta, infatti, viene di prepotenza il caso Ungheria, il caso del primo ministro Viktor Orbàn che, lui, non ha come il bielorusso Lukashenko ascendenze di potere di origine vetero-comunista— anche se del tutto collaterali: dal 1985, e fino all’indipendenza, era stato direttore di un sovkoz, una fattoria agricola di proprietà statale.

Certo, come sempre nei rapporti internazionali, anche qui c’è puzza di due pesi e due misure: altri Stati dell’Unione europea violano costantemente leggi e regolamenti europei, nello spirito e anche nella lettera: ma nell’Unione, per misteriosi motivi, questi sono capaci di prendersela magari solo con l’Ungheria… Quando è la coerenza dell’Unione stessa che dovrebbe essere rimessa in questione se e quando, come adesso a fine gennaio, riceve – anche se cerca di farlo senza pubblicità – la visita del satrapo-dittatore dell’Uzbekistan, Islam Karimov[129] (che ha il petrolio), dopo aver deplorato e preso le distanze ufficialmente dall’omologo bielorusso, Lukashenko…

Poi ci sono, ad esempio, Italia e Malta che formalmente, per legge propria, vanno contro spirito e lettera della legislazione europea non onorando e rispettando gli obblighi che hanno verso chi chiede asilo politico; Francia e Slovacchia per il trattamento dei Rom; Gran Bretagna e Polonia per la loro aperta collaborazione con la CIA nelle rendition di persone che gli americani sospettano di terrorismo e si fanno illegalmente consegnare per farle poi interrogare e, alla bisogna, magari torturare come e quando vogliono; è il Rapporto 2010 di una delle agenzie internazionali più attente a questa tematica[130] ad elencare tutta un serie di “abusi”, come li chiama, da parte di paesi dell’UE che, per coerenza, potrebbero/dovrebbero essere perseguiti.

Certo… Adesso, Orbàn è anche vice presidente del partito popolare europeo, come Berlusconi e Casini: baluardi della democrazia… Ma, come dice il Cavaliere, il suo partito Fidesz ha preso i due terzi dei voti alle elezioni e, quindi, ha l’approvazione degli elettori per fare quello che vuole, no?, anche cancellandola, democraticamente, la democrazia…

E ripristina la censura per legge adesso, quando poi dal 1° gennaio, il suo governo è anche titolare della presidenza semestrale dell’Unione europea e lui, Orbàn, è pure vice presidente del Parttito popolare europeo coi suoi “amici” della cordata, da Berlusconi a Casini appunto, che siano di destra oppure moderati, che da perfetti ipocriti stanno zitti e… Mosca naturalmente.

Ora a Budapest hanno messo su un Consiglio di supervisione della stampa di nomina di Fidesz che “supervisionerà” ogni articolo, trasmissione radio e Tv e tutti i server di Internet e deciderà, senza appello, se uno è “squilibrato”, “immorale”. “offensivo della dignità umana” o dei “valori nazionali”. E poi sospenderà, cancellerà licenze, emanerà multe fino a 850.000 €[131]

Insomma, non è il fascismo – come ci aiutano sempre da noi, utilmente, a ricordare a sinistra quelli che dicono che il berlusconismo fa magari un pochino ribrezzo ma non è appunto il fascismo – ma è proprio il plebiscitarismo democratico che fa a meno di ogni controllo e di ogni bilanciamento del potere. E il modello per il quale Berlusconi lavora ogni giorno ma che non può (ancora?), lui, praticare…

Intanto, il signor Orbàn, primo ministro della libera Ungheria, presidente del’Unione europea, vice presidente del PPE, come un Lukashenko qualunque dichiara che “le critiche da lontano o anche dall’Europa occidentale non gli fanno paura”. Se, però, lo espellessero da tutte le sue cariche per indegnità manifesta, di fatto strappandogli in pubblico le mostrine, sarebbe diverso. Ma, per farlo, bisognerebbe anzitutto non essere troppo sepolcri imbiancati…

Poi, con riluttanza, Orbàn annuncia che se lo convinceranno di una dissonanza reale dell’ “ottima legislazione ungherese” dalle regole europee, potrebbe[132] anche, forse, arrivare a introdurre qualche correzione. Per fortuna a reagire sembrano essere soprattutto gli ungheresi stessi, perché se davvero si aspettassero un aiuto concreto dall’Europa, starebbero freschi…

●Sotto inchiesta alla UE il governo che ha la presidenza di turno della UE anche per le sfacciate, e anzi proclamate, violazioni della regola comunitaria, rotta imponendo una serie di cosiddette “tasse di crisi” solo a banche e imprese di proprietà maggioritaria non magiara[133]. Insomma, un comportamento “esemplare” del suo governo ultradestro e dichiaratamente antieuropeista…

uella

●In Russia, l’inflazione a dicembre è salita al tasso annuo[134] dell’8,8%, un +0,7 – dice la ministra dell’Economia Elvira Nabiullina, rilevando che è stata leggermente al di sopra del previsto – dovuta essenzialmente alla crescita anomale di prezzi degli alimentari gonfiati dalla peggiore siccità dell’ultimo mezzo secolo e, più in generale, dall’aumento dei consumi— dato che il Servizio statistico federale rende noto con qualche preoccupazione, indicando che spingerà probabilmente la Banca centrale a rincarare il tasso di sconto.

Il rapporto deficit/PIL[135] del 2010 s’è attestato a un contenuto 3,9%, su un PIL che, a parità di potere d’acquisto, è valutato a circa  2.300 miliardi di $, dichiara il ministro delle Finanze Alexei Kudrin.

●Il tribunale di Mosca ha condannato ad altri 14 anni di galera Mickail Khodorkovsky, il magnate del petrolio già in galera da alcuni anni per altre malversazioni, accusato stavolta di aver anche rubato personalmente greggio per decine di milioni di $ alla compagnia, la Lukhoil, di cui una volta era presidente. E ha condannato a 15 giorni di fermo uno dei leader dell’opposizione (più che altro un auto leader…), Boris Nemtsov, arrestato per aver partecipato – secondo l’accusa – in modo violento a una manifestazione non autorizzato, e anch’essa violenta anche se di poche decine di sfigatissimi contestatori, proprio contro il verdetto anti-Khodorkovsky[136].

Alte le proteste … americane (sic!) per la negazione della libertà che tali condanne “proverebbero” … In America, invece – terra della libertà… soprattutto di quella economica di chi è ricco sfondato  – chi manifesta sfondando vetrine e tirando sassi alla polizia viene, invece, insignito come è noto di medaglia d’oro al valor civile. E, libertà o non libertà economica che sia, invece che a quindici anni di galera – ricorda sarcastico agli americani proprio Putin – condannano Bernard Madoff colpevole, dice puntigliosamente, secondo i tribunali di aver frodato il fisco e i suoi stessi azionisti proprio come Khodorkovsky a dieci volte tanto: a 150 anni[137].

●Altro segnale, come dire, di frustrata impotenza, intanto, emerge dall’anomala entrata a scivolone con la battuta del tutto fuori le righe che ha visto l’ambasciatore americano in Italia, David Thorne, dire a la Stampa che i due gasdotti in progettazione, il Nabucco sorto – proprio come Minerva dalla mente di Giove – solo dalla fervida immaginazione e dalla volontà di qualche alto burocrate dell’Unione europea, e il South Stream, che vede invece il diretto e già avanzato coinvolgimento, finanziamento e coinvolgimento nella costruzione di Gazprom e di molte imprese europee del ramo petrolifero, potrebbero e anche dovrebbero fondersi.

Mr. Thorne parla al giornale torinese di un loro opportuno “convergere[138]. Ma il Commissario europeo all’Energia, Günther Öttinger, colui che meglio di chiunque conosce il dossier reale, non quello onirico, della questione, attesta subito, per quanto malvolentieri, che non è così, che “per il momento non esiste alcuno scenario di fusione tra i progetti Nabucco e South Stream”. E, precisa il presidente dell’ENI, Paolo Scaroni, che non è proprio probabile, “non  fosse altro perché il Nabucco è molto indietro…e perché è impossibile costruire sinergie con qualcosa che neanche esiste[139]: che è un dire assai diplomatico visto che non esiste per niente neanche a livello di finanziamenti realisticamente possibili.

Scaroni è molto diplomatico assicurando[140], da una parte, “in merito al progetto South Stream, che si tratta di una buona scelta commerciale” (ci sono soldi, progetti, know how e fornitore) e, dall’altra, che “nulla ha da temere il progetto Nabucco, che si propone di trasportare gas non russo”: che, cioè, in altri termini ha lo scopo, dichiarato senza infingimenti ma del tutto velleitario come si vede, di scavalcare del tutto la Russia sia come fornitura che come via di transito del combustibile.

Peccato che, oltre i finanziamenti – che mancano per carenza di volontà degli investitori privati e degli Stati e della possibilità stessa, inesistente, della UE come tale a stanziarli – manchino, addirittura, le forniture: visto che i russi hanno già prenotato con decenni di anticipo e anche comprato (a prezzo quasi costante che fa comodo, e molto, trovarsi garantito ai paesi venditori del Caucaso: Azerbaijan, Turkmenistan) miliardi di m3 di gas naturale.

Anche per questo, per il complesso di tutte queste ragioni di forza veramente maggiore, in definitiva, come spiega Scaroni “la convergenza – cioè la fusione tra South Stream, che c’è, e Nabucco, che non esiste – convergenza che, tempo fa, fu tema preso in considerazione anche dall’ENI” ma è stata “poi abbandonato a causa della lentezza dell'avanzamento del progetto Nabucco”.

●Subito dopo, il Commissario Öttinger annuncia di aver ricevuto la disponibilità del presidente del Azerbaijan, Ilham Alyev, a vendere all’Europa (a chi volesse acquistarne dopo aver finanziato e costruito il gasdotto) fino acuistarnefino a 18-21 miliardi di mc3 di gas naturale entro i prossimi cinque-otto anni[141]. I maligni – ma sulla base dei precedenti, non per malignità… – fanno notare che non c’è nessun obbligo minimo di fornitura, però, nella promessa verbale di Alyev.

Proprio come in quella parallela del presidente turkmeno, Gurbanguly Berdimukhammedov, che sarebbe pronto “realisticamente”, dice lui, a fornire all’Europa fino a 10 miliardi di mc3 di gas. Attraverso il Nabucco, Öttinger continua pervicacemente a sperare, potrebbero transitare fino a 30 miliardi di mc3 a partire dal 2012 o dal 2013. Già. potrebbero…

E’ il classico trionfo un po’ disperato della speranza contro l’esperienza, visto che Öttinger mette semplicemente tra parentesi il fatto che tutti e due, Turkmenistan e Azerbaijan, hanno praticamente già venduto per anni, anticipatamente, la loro produzione a Gazprom… Altro che “realisticamente”, perciò…

●La Lituania, come di solito illudendosi molto sulle proprie capacità di farsi ascoltare e non poco anche su quanto potrebbe contare chi la stesse a sentire, ha chiesto a Öttinger – aiutandolo così anche a montarsi una testa piuttosto facile ad autoilludersi – di sollevare nella Commissione la possibilità di “aprire una procedura di posizione dominante verso Gazprom[142]

Che è idea tanto cretina come pensare di poter sollevare questione di posizione dominante contro, per dire, la British Petroelum… specie quando, poi, la Commissione non ha alcuna rilevanza su enti come Gazprom che agiscono del tutto al di fuori delle sue prerogative e delle sue competenze… e per punire i       quali, se mai ci provasse, la Commissione dovrebbe ostracizzare enti e imprese come ENI, E-On, BP, appunto, o EDF… dichiarar loro guerra e, naturalmente, perderla… Perché, nella realtà delle cose, Gazprom per l’Europa – come si è anche qui argomentato – non ha alternative.

●Del resto, purtroppo anche per i lituani, c’è anche chi li incoraggia… Il cosiddetto gruppo di dei quattro di Visegrad[143] (i governi di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Cechia) che sta lì, senza molto costrutto, da parecchi anni adotta, a Bratislava, il 25 gennaio, un dichiarazione che “chiede” (sic!: chiede…) di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia.

Cioè: non propone niente… “chiede”, appunto, all’Europa, alla quale però nessuno dei quattro governi in questione chiede anche di delegare maggiori poteri in nome della sacrosanta ma ridicolmente vuota sovranità nazionale cui tanto sono visceralmente attaccati. E il ministro polacco dell’Economia, Waldemar Pawlak, dichiara di voler discutere di come costruire un nuovo “asse energetico di indipendenza”… col governo della Croazia.

STATI UNITI

●A inizio gennaio, a Tucson in Arizona un fanatico di destra, a cavallo fra fondamentalismo cristiano che sembra assai simile a quello islamico e estremista reazionario di destra che non tollera la sinistra (alla Pakistan, il primo; alla Berlusconi, il secondo), abbatte sei-sette poveracci per cercare di ammazzare Gabrielle Giffords, deputata democratica “di sinistra”.

Di sinistra americana, si capisce, alla Obama: progressista in termine di diritti, però in sintonia con la cultura dominante in Arizona favorevole al diritto alle armi individualmente possedute— guarda un po’, si potrebbe se non fosse troppo tragico far osservare: chi è causa del suo mal… Scrive il Financial Times che il problema è proprio nella cultura politica, analoga, di Pakistan e America: lì nello strapotere del fondamentalismo islamico, qui del fondamentalismo evangelico e di quello  dell’Associazione nazionale dei liberi possessori di armi da fuoco intollerante delle diversità che non si conformino a quelle considerate maggioritariamente e americanamente virtuose e accettabili.

Giffords, in uno degli Stati più conservatori e fondamentalisti del Sud, aveva osato malgrado il suo pragmatismo deferente sul diritto di tutti e ciascuno ad armarsi appoggiare la riforma sanitaria di Obama e promuovere addirittura un minimo di assistenza pubblica per l’aborto legale; e chiedeva, perfino, di spostare qualche aiuto pubblico dal sostegno ai redditi finanziari e dei finanzieri (sempre più gonfi) al reddito (in gran sofferenza) dei disoccupati: sovversiva pericolosa da abbattere, dunque.

Del resto, uno spot di Sarah Palin, l’ex governatrice dell’Alaska e fra due anni possibile (pensate!) candidata repubblicana alla presidenza – la sgangherata, volgarotta e belloccia (tranquille/i: lo diremmo anche per un uomo che si presentasse come si presenta lei…), culturalmente e politicamente fascistoide che fu la volta scorsa candidata alla vice presidenza – che adesso è stato in fretta eliminato dal suo Facebook – mostrava, tra altri, proprio l’8° distretto elettorale dell’Arizona.

Il logo, che riproduciamo qui sotto recuperato dopo la cancellazione da un blog che, a futura memoria lo aveva salvato, iscriveva il distretto e la Giffords che lo rappresentava, con nome e cognome, nel bersaglio di un fucile da cecchino; ecco, diceva quello che ormai è diventato il simbolo stesso della retorica estremista di destra  al vetriolo, ecco dove bisogna mirare: “lei è al quarto posto dei dieci più pericolosi bersagli antiamericani da eliminare tra tutti i deputati[144]… Detto, fatto: Mission Accomplished, signora Palin…

Dice, ed è giusto: ma se uno è matto mica può essere colpa di Palin e quelli come lei se poi si scatena... Solo che lei ed i suoi esigono che anche i matti in America abbiano accesso alle armi da fuoco, come la Glock 19 con caricatore extra che aveva lui insieme a quindici altre armi da fuoco, e sa bene che nel suo paese ci sono una marea di fanatici pronti a mettere letteralmente in esecuzione il suo pazzo messaggio…

Esattamente come è successo in Pakistan. Lì, da abbattere, era il governatore del Punjab, colpevole di volere una legislazione più “laica”, non prona al fondamentalismo, lì evangelico e qui islamista. E anche lì, a modo suo, a modo loro, Mission Accomplished.

● Il “pacchetto dei bersagli” di Sarah: Stato per Stato, i democratici da eliminare: ancora 17… 

Il blog criminale (con tanto di firma autografa), e vigliaccamente poi cancellato, messo in rete ad istigazione dalla Sarah Palin[145]

Naturalmente, ora, si ergono alti lai a dire che collegare le libere espressioni di frustrazione, rabbia e speranze come questa di cui subito sopra, collegare i conservatori a fatti come questi di Tucson, accusarli in effetti di complicità con chi li ha perpetrati, è insensato… Ma ormai è un po’ tardi: forse anche gli americani, in maggioranza – mica tutti certo – riescono a intravvederlo.

E’ diverso, naturalmente e per fortuna, tra Pakistan e America: in Pakistan, una larga parte della popolazione e della politica ha applaudito l’assassinio del “mezzo infedele” Taseer[146]; in America no, tutta la politica, Palin compresa ha condannato lo sparatore. Ma quel mirino su Facebook resta indelebile, come il commento ipocrita della Tv via cavo più diffusa, l’ultrareazionaria Fox News che per ore neanche nomina l’esasperazione estremista che, in fondo, assolve il gesto perché dettato dalla volontà di Dio e parla soltanto di pazzia, sempre e solo individuale.

●Non sembra che le previsioni maggioritarie degli economisti americani vedano le cose andar meglio per gli Stati Uniti, l’economia ancora più importante del mondo: né nel 2011, dicono, né – a dirla tutta – nel prossimo decennio. Alla fine, ormai, nel lungo e forse anche nel medio periodo, gli Stati Uniti dovranno far fronte al problema dello scavalco della Cina.

In un dibattito che ha fatto qualche scalpore in America, a Denver, all’assemblea annuale dell’Associazione degli Economisti Americani[147], Mark Feldstein, dell’università di Harvard, dice appunto di non credere affatto che nel 2011 le cose andranno granché meglio per l’economia americana.

Lo stimolo di Obama decade nell’anno, il rinnovo del taglio alle tasse di Bush si traduce in un blocco di nuove tasse non in un incremento delle entrate esistenti e lo stesso impatto del taglio alle tasse sui redditi da lavoro dipendente per un anno, non alle casse pubbliche granché nuovi introiti. E, in effetti, i buchi crescenti dei bilanci degli enti locali e dei 50 Stati sarà un ulteriore freno alla crescita. In sintesi, la politica di bilancio, del 2011 porterà pochissimo aiuto alla crescita. E nel 2011 ci sarà nell’incertezza anche una minor propensione ai consumi privati…

Dall’altro lato c’è la Cina che, secondo i più e i più autorevoli, entro il 2020 potrebbe arrivare al valore di PIL dell’America. Dale Jorgenson, sempre di Harvard, sottolinea la dinamicità unica del mercato cinese e, più in generale, le forti dinamicità degli altri mercati asiatici. E gli USA ormai dovranno fare i conti col fatto che sta venendo meno la loro prevalenza nel mondo. Per cui in America scoppierà sicuramente un dibattito su chi ha la colpa del declino e, poi, del declino di fronte alla Cina rossa… magari un po’ sbiadita ma sempre rossa…

Simon Johnson del Massachusetts Institute of Technology c’è andato giù più duro: la crisi finanziaria del 2008 ha inferto un colpo permanente alla preminenza degli Stati Uniti nel mondo. “E’ finita l’età del predominio nostro. E lo yuan entro un ventennio diventerà la moneta di riserva del mondo”. Gli USA non hanno imparato la lezione di fondo della crisi finanziaria e continua implicitamente, e di fatto, a sostenere le istituzioni finanziarie principali. “Io – dice il prof. Johnson – sono preoccupato del potere eccessivo delle grandi banche globali: perché oggi le sei maggiori banche d’America sono le vere imprese che in America sostiene al mano pubblica”.

Certo, nulla precede linearmente e il procedere dell’arrivo alla preminenza effettiva della Cina e dell’Asia non sarà né facile né senza scossoni. L’America resterà ancora prima, anche se in fase calante per lungo tempo.     

●Alla fine dell’anno, il Congresso americano ha votato la cancellazione della famosa legge chiamata del “non chiedere e non dire[148] che aveva portato all’espulsione dal rango delle forze armate di migliaia di ragazze e ragazzi omosessuali colpevoli del peccato mortale di farlo sapere. Era in attesa da anni e stavolta ha superato la sorda, inconfessata e inconfessabile  ostilità delle gerarchie militari – che per anni avevano detto che tollerare ufficialmente i gay nei ranghi avrebbe minato il morale delle truppe (quando in realtà volevano dire, ma  non osavano, la morale) e ha avuto il voto di otto senatori repubblicani che l’hanno fatta passare.

Obama l’ha subito firmata, anche se non entra in vigore presto, perché così, intanto, diventa subito legge prima che qualcuno magari ci ripensi (i repubblicani, col nuovo anno in maggioranza in Congresso, promettono di annullare, sistematicamente, tutta la legislazione che lui è riuscito faticosamente a far passare) nei suoi primi due anni). In questo campo assai delicato dei diritti civili, si spera che le cose vadano ora un po’ meglio anche se non c’è da scommetterci.

Non solo nelle fila delle forze armate a stelle e strisce, dove è probabile; ma anche – lì non dipende tanto però da questo solo fattore – che le truppe di un esercito che ancora si trova spesso schierato in zone di guerra, diventino un po’ più, come dire, civili (meno ciniche, meno inumane) verso chi si trova ancora dall’altra parte di un fucile o di una mitragliatrice e non è un/a belligerante…

●La prima manciata di statistiche emerse dal censimento del 2010, mostra un popolazione che conta 308.700.000 cittadini/e al 1° aprile[149], +9,7% sul 2000. Il Texas è lo Stato dell’Unione che, con +4,3 milioni, ormai sopra i 25.100.000 ha guadagnato di più. E avrà ora, così, quattro nuovi deputati in Congresso.

●Il debito pubblico degli USA ha ormai superato la soglia dei 14.000 miliardi di $, 2.000 in più dell’anno passato. Col PIL, a fine 2009, attestato a 14.100 miliardi, un +2,9%[150] complessivo sull’anno precedente, la crescita migliore da un quinquennio praticamente, ormai siamo anche però a un debito/PIL del 100%). Il debito pubblico in altri termini sta arrivando rapidamente, in effetti, al limite che impone la legge e al di la del quale il Congresso deve autorizzare l’aumento se il governo deve poter continuare a trovare credito ed evitare così il possibile default… come la Grecia, se non avesse ottenuto i prestiti che ha ottenuto (l’America ne ha ottenuti cento volte di più… dalla Cina, anzitutto: ma, si sa, l’America è sempre l’America).

●Forse, però, è vero che siamo arrivati alla fine del buco in cui l’economia americana è andata affondando avventurosamente ormai da un decennio. L’impressione appare diffusa anche tra gli esperti meno disponibili a tingere le previsioni di rosa, i pirla sempre ben remunerati che servono lor signori. Ma stiamo appena cominciando a togliere la melma dal fondo e il fondo è davvero molto molto profondo.

Il rischio è che i decisori politici si facciano ancora una volta abbindolare da alcune buone novelle sul campo economico (vendite natalizie relativamente buone, calo delle iscrizioni ufficiali alle liste di collocamento…) e le prendano per la svolta dietro l’angolo o, peggio, per una svolta che sarebbe già stata compiuta.

Questi sono dati ancora molto precari e molto imprecisi: il migliore è che per la prima volta dal settembre 2008 sono stati creati nella settimana subito dopo Natale più di 400.000 nuovi posti di lavoro. “Ora, sono i posti di lavoro, non le percentuali di crescita del PIL che contano per le famiglie americane. E, quando si parte da una base di disoccupati che è quasi al 10%, l’aritmetica della creazione di lavoro – la quantità di crescita necessaria a tornare a un quadro occupazionale tollerabile fa davvero paura[151].

Però, viene calcolato che “perfino se l’economia crescesse al 4% annuo, e per parecchi altri anni, aritmetica ed esperienza dimostrano che per abbattere di un punto la disoccupazione, ce ne vogliono due di crescita economica percentuale, un’eccellente performance secondo molti, quasi un boom vero e proprio… ma anche così, alla fine del 2011, la disoccupazione resterebbe vicina al 9% e, a fine 2012, starebbe ancora sopra all’8%. Non riavremmo niente di simile a una piena occupazione fino alla fine, quasi, del primo mandato presidenziale di Sarah Palin…

   Adesso, seriamente, quel che ci possiamo aspettare nei prossimi anni, anche a un tasso di crescita piuttosto buono, sono tassi di disoccupazione che non troppo tempo fa sarebbero stati considerati catastrofici— perché effettivamente lo sono”.

E il timore di Krugman é chiaro: questo baluginare di buone notizie può suggerire a qualcuno di una ripresa che ormai sarebbe solidamente avviata e consigliare a chi decide, a Obama e al Congresso, che ormai la ripresa è avviata e “che non c’é più bisogno di promuoverla, dunque”; e, quindi, decidano cose, come pensare subito alla riduzione del deficit – certo un problema, ma non quello prioritario –, “che ci riporteranno a precipitare dritti sul fondo”.

La questione per il 2011 è se la ripresa riuscirà a consolidarsi e, poi, a trasformarsi di nuovo in prosperità diffusa. Ecco perché è importante che lo stimolo non venga a mancare quando serve a far crescere imprese capaci di creare lavoro e che non si rinunci, poi e su questa base consolidata, pià a lungo termine, a ridurre il deficit.

Il baratro che c’è ancora e sempre tra inizio di un po’ di ripresa e ripresa della prosperità “è  penosamente evidente in campo edilizio. Nel 2011 i prezzi delle abitazioni caleranno probabilmente di un altro 5% man mano che i fallimenti ipotecari collegati alla disoccupazione e alla non adeguata risposta alla crisi montante dei pignoramenti moltiplica l’inventario dell’invenduto; altri 2.000.000 di case che nel 2011 andranno ad aggiungersi ai 6.800.000 finora perdute in questa crisi”.

Crescerà il debito, comunque, con la perdita di reddito dovuta alla disoccupazione e alla riduzione delle entrate fiscali decretata improvvidamente dalle riduzioni alle aliquote più elevate sia a livello federale che per i singoli Stati dell’Unione e per i comuni. Ma ci vorrebbero anche grandi spese da subito, come in tutto l’occidente e qui ancora di più, per mantenere il vantaggio ormai pressoché consumato nel campo dell’istruzione necessario a  competere in un mondo che si è fatto tanto più concorrenziale di ieri; per riaggiustare infrastrutture spesso ridotte a brandelli e aiutare a ritrovare lavori che paghino bene…

E, come si dice non c’è una lira, un euro, un dollaro bucato, per farlo.

●Intanto, a inizio gennaio, viene comunicato che, a dicembre e rispetto a novembre, l’Economia ha aggiunto meno posti di lavoro di quanto era stato previsto[152].

Gli USA, a dicembre e al netto di quelli andati perduti (ben 260.000 nel mese), hanno aggiunto 103.000 posti di lavoro. Dato, naturalmente, positivo ma (assai) meno di quanto era stato preconizzato in base a dati preliminari, come sempre, tinteggiati di rosa ottimismo: è aumentata soprattutto l’occupazione quasi tutta precaria nei settori alberghiero e turistico – specie nei fast food – e nella sanità: il resto del mercato del lavoro è rimasto piatto. Dal dicembre 2007 allo scorso dicembre, l’economia ha soppresso al netto il 5,2% della paghe – cioè dei posti di lavoro – nel settore non agricolo.

Il che non tiene conto del fatto che nel frattempo la popolazione in età lavorativa ha continuato a crescere: in altri termini, se l’economia andasse bene ci sarebbero più posti di lavoro oggi di quanti ce n’erano prima della recessione.

A dicembre, così, il tasso di disoccupazione scende a 9,4 dal 9,8% di novembre. E’ calcolato ufficialmente in base al numero di lavoratori disoccupati ma che al governo risultano come “attivamente in cerca di lavoro” (milioni, 5-6, in meno dei disoccupati reali) e che calcola come occupati anche tutti i precari, i galeotti e i militari.

Il commento, realistico e acido sul NYT[153], è che “sembrano buone notizie – dopo tutto è il tasso di disoccupazione più basso dal luglio 2009 – ma buona parte della ragione della caduta è che tante persone abbiano semplicemente rinunciato a cercare lavoro”: per disperazione…

Questa ripresa (misurata in posti di lavoro) – La più a rilento di sempre…

Fonte: Bureau of Labor Statistics, 12.2010.

L’asse orizzontale marca i mesi trascorsi dal massimo raggiunto. Quello verticale il rapporto tra numero delle buste paga non agricole di ogni singolo mese  e le stesse all’inizio della recessione.  La linea nera riflette il calo attuale, con l’inizio a dicembre 2007.

●Il tasso di inflazione[154] è salito all’1,5% a dicembre, dall’1,1 a novembre: in un mese una brutta impennata, ma il tasso di incremento annuo è restato a un ben contenuto 1,6% ben spiegato del resto dal peso ancora elevato della recessione sull’economia, consumi e investimenti ancora in letargo.     

Il sindacato americano perde sistematicamente e cronicamente affiliati. Sono i dati che emergono sul 2010 dal dipartimento del Lavoro e dai titoli (neanche troppi poi) che al fatto dedicano i giornali più attenti. Scrive il NYT[155] che I lavoratori affiliati ai sindacati in America hanno visto il loro numero crollare l’anno scorso al minimo da 70 anni: a 14.700.000 affiliati, cioè all’11,9%, 612.000 aderenti in meno che nel 2009. Ancora nel 1983 il tasso di sindacalizzazione era al 20,1% della forza lavoro, con 17,7 milioni di sindacalizzati (il massimo era stato del 35% a metà degli anni ’50, dopo la grande impennata degli ani della depressione e della II guerra mondiale).

Gli iscritti calano nel settore privato come ormai, in quello pubblico: -339.000 aderenti per un totale di iscritti di 7.100.000 nel primo (solo il 6,9%, dal 7,2, del totale dei lavoratori dipendenti del privato) e 7.600.000, -273.000 in un anno, nell’impiego pubblico. Qui, per la prima volta già nel 2009, i lavoratori del settore pubblico erano diventati la maggioranza degli iscritti e, ormai, nel 2010, costituiscono il 36,2% dei pubblici impiegati (contro il 37,4 dell’anno precedente).

Lo Stato americano più “unionizzato” è quello di New York col 24,2%, seguito dall’Alaska al 22,9 e dalle Hawaii col 21,8%. Il Nord Carolina ha il più basso tasso di sindacalizzazione con un disgraziato 3,2%, seguito da Arkansas e Georgia alla pari, col 4%.

Forse l’unica notizia buona per i sindacati è che la media del salario dei loro aderenti continua ad essere superiore a quella dei lavoratori che ad essi non aderiscono (attesta il BLS, $917 a settimana contro $717)…

●Un titolo allarmato e che si vuole allarmante – e nel clima dominante lo è – del WSJ[156] mette sull’avviso le autorità economiche e monetarie americane che il rating del debito pubblico potrebbe essere svalutato. Che è possibile, certo, anche se è difficile, vista la sudditanza di quelle agenzie dal soggetto che valutano.

Ci fosse uno tra i grandi giornali, però, tanto meno quello che qui vi citiamo – la bibbia del capitalismo finanziario internazionale – che osi rilevare, e far rilevare, come chi si mette a dar voti – Moody’s, Standard&Poor’s – siano quelle stesse agenzie di valutazione che hanno per anni votato con le loro AAA i titoli che puntellavano con ipoteche che, al dunque, non c’erano o valevano zero spaccato, aiutando così a gonfiare una bolla complessiva di ben 8.000 miliardi di $. E che, naturalmente – ma certo non fa fino ricordarlo per lor signori – per marcare quei titoli con le loro triple A si prendevano fior di miliardi esse stessa dalle banche che quei titoli li vendevano a compensazione del loro rating generoso…

Certo, è riduttivo dare la colpa della crisi finanziaria del 2008 solo alla disonestà e all’ingordigia di questi fasulli cani da guardia. Ci sono le responsabilità di chi doveva sorvegliare e regolare e non o fece per scelta: la Fed, come concorda adesso una Commissione ufficiale nominata dal parlamento, la Financial Crisis Inquiry Commission, con chi lo aveva denunciato allora senza mai essere ascoltato: quanti, economisti ed esperti, davvero tali e non venduti al miliardario di turno né piegati alle esigenze di chi mascherava la verità.

Adesso la Commissione non va molto oltre di quel che essi (gente come Nouriel Roubini, come il Nobel Joseph Stiglitz…) avevano detto allora. Ma è utile che sia detto ufficialmente quanto allora venne marginalizzato: come, cioè “il disastro finanziario del 2008 fosse assolutamente evitabile e che venne provocato dal fallimento diffuso della regolamentazione di governo, da un’errata conduzione societaria e dagli azzardi arrischiati e a testa bassa di Wall Street[157].

La minoranza della Commissione, tre repubblicani, dà la colpa ai prestiti troppo generosi che, soprattutto gli istituti di credito sussidiati dal governo, hanno concesso per farsi la casa a chi era troppo povero per riceverli e ha avuto difficoltà a restituirli.

La maggioranza, di sei democratici, vota un testo che denuncia per nome e cognome l’infingardia, deliberatamente scelta come linea di non-azione, dai due presidenti della Fed che si sono succeduti negli ultimi anni, Alan Greenspan e Ben Bernanke, che hanno, prima esaltato la deregulation e, poi, che il collasso sarebbe stato bloccato dal mercato stesso “spontaneamente”.

D’altra parte è anche vero che questi bau bau valgono soprattutto per chi se ne fa impressionare… Nel 2001 S&P’s, e già nel 1998 Moody’s, svalutarono pesantemente il rating del debito giapponese. E, oggi, nel 2010 quel decennale così screditato paga un rendimento appena sopra l’1%. E’ chiaro che la svalutazione operata dei titoli di Stato decennali nipponici un decennio fa da quelle agenzie è stata chiaramente spernacchiata dai mercati stessi. Forse perché – e altri potrebbero forse imparare – il Giappone stesso, per primo, non l’ha mai presa sul serio…

●Nel discorso annuale sullo stato dell’Unione, Obama lancia il suo ennesimo appello agli americani perché mettano da parte le loro differenze e uniscano gli sforzi “al fine di vincere la concorrenza con gli altri paesi avanzati”: questo è stato il messaggio base che apertamente, senza neanche velarlo, il presidente ha tenuto a lanciare il paese.

Winning the future Vincere il futuro è lo slogan, la parola d’ordine ripetuta più e più volte, in questo discorso al Congresso: l’unico di un presidente, inclusi Bush e Reagan, che dal 1948 riesce a non menzionare neanche una volta la parola, o il concetto, di povertà riferito allo stato del paese…

Obama ha centrato tutto il suo discorso sulla necessità di essere più competitivi, manco fosse un Marchionne qualsiasi, ualsiasiarrivando a dire che, come nei primi anni ’60 gli americani si mobilitarono per riprendersi dallo shock subito quando una mattina si svegliarono scoprendo che in cielo girava lo sputnik sovietico, così adesso devono reagire quando scoprono che ci sono paesi nel mondo molto più performanti (performing) di loro (della Cina, ora, evidentemente si tratta)[158].

Come se a creare nuovi posti di lavoro bastasse la buona volontà, e non servissero investimenti, consumi a sostenerli e redditi a consentirli…

Nel merito:

• Piuttosto straordinario ci sembra che con decine di migliaia di soldati e miliardi di $ impegnati a fare due guerre oltremare, il presidente abbia solo accennato, e quasi tra parentesi, a Iraq e Afganistan, al gran sconquasso che si sta sviluppando nel Mediterraneo arabo e in Medioriente e, se non per il richiamo al bisogno di impegnarsi nella competition, del già avvenuto riequilibrio a sfavore degli USA del rapporto di potenza anche militare con Cina, e non solo, nel mondo: su questi temi roventi, non dice niente di nuovo e non offre alcuna prospettiva diversa al paese…;

• Ha proposto, in gara diretta con le intenzioni della nuova maggioranza repubblicana alla Camera,  un congelamento per un quinquennio di tutte le spese “discrezionali”, come le chiamano qua, quelle non legate ad impegni legislativi precedenti, con l’eccezione – si capisce – di quelle legate a difesa e sicurezza; insomma, come dice un altro titolo del NYT[159], —Obama si contrappone ai repubblicani con un suo piano di ulteriore congelamento della spesa pubblica.

    E questa, che è in pratica la resa su tutta la linea alle richieste del “nemico” cercando – questa è la verità – di scavalcarlo a destra, lui la chiama “compromesso bipartisan”… per poi, però contraddirsi, perché non potrà affatto congelare ogni spesa “discretionary”. E, alla fine, tutto sommato il suo piano ridurrebbe il deficit di 400 miliardi di $ in dieci anni: cioè, niente rispetto alla montagna di un deficit che si calcolerà solo quest’anno a quattro volte tanto e in dieci anni poi…

    Ma, come dice il Vangelo dei tiepidi, e come insegna la politica ormai dovunque in ogni regime, alla fine se la gente è ridotta a scegliere fra i puri e duri del rigore a spese degli altri e la rincorsa di chi si limita in buona sostanza poi a dire vengo anch’io, finisce col preferire i primi: chi ci crede davvero, cioè…

• Denunciando il fatto che una marea di lobbisti hanno ormai truccato radicalmente le leggi fiscali per favorire particolari compagnie e particolari industrie, il presidente denuncia che sono ormai molte le società che alla fine le tasse non le pagano per niente, col resto delle imprese, dei redditi personali e dei consumi che quindi si devono fare carico del peso complessivo di uno dei livelli più elevati al mondo di imposta sulle imprese (vicino e anche sopra il 40% se al livello federale si aggiunge anche quello dei singoli Stati: in Italia è al 31,4), epperò largamente evaso ed eluso.

    Quindi dice che intende semplificare il sistema, far pagare evasori ed elusori fiscali, livellare il campo di gioco in modo che sia uguale, “equo” dice, per tutti e così anche ridurre la tassazione d’impresa per la prima volta in un quarto di secolo senza aumentare il deficit. Auguri, viene da dire…

• Fra un quarto di secolo, dice Obama, gli USA dovrebbero poter consentire all’80% degli americani l’accesso a treni ad alta velocità, che renda possibile di impiegare la metà del tempo di cui oggi hanno bisogno per recarsi in macchina da un luogo all’altro un po’ in tutta l’America, spesso anche più rapidamente dei trasferimenti in aereo. E entro il prossimo quinquennio gli USA consentiranno a tutte le imprese di connettersi l’un l’altra, insieme al 98% di tutti gli americani con sistemi wireless a banda larga.

   Non dice quanti soldi ci vorranno per farlo, però, Obama anche se tutti sanno che si tratterà di decine e decine di miliardi: disponibili solo se gli americani mettono fine alle guerre e alla megalomania che li condanna a spendere, ogni anno, in armamenti da soli la metà di quanto spedne tutto il resto del mondo[160]

• E’ anche ormai necessario, sottolinea Obama, affrontare il problema dell’immigrazione illegale nel paese: proteggere i confini, applicare le leggi e risolvere i problemi posti dalla presenza di milioni di lavoratori privi di documenti che oggi vivono quasi nascondendosi nella società americana. Sarà difficile fare i conti con questo tema e prenderà molto tempo. Ma sarà necessario.

   Tenendo presente, però, che non è nel nostro interesse espellere dal paese giovani responsabili e ricchi di talenti, capaci di dare un grande contributo alla nostra crescita nei laboratori di ricerca, nell’imprenditoria nuova e, in generale, arricchendoci tutti.

    Sottinteso, in questo discorso, sembra purtroppo, però – ma forse, e lo speriamo, ci leggiamo qualcosa di troppo – quasi un invito maroniano a liberarsi dei manovali, dei camerieri, dei facchini, dei muratori, delle colf e delle badanti che, a milioni, formano il grosso del’immigrazione “non documentata”, come dicono qui, in America: circa 11 milioni di persone, comunque sotto il 4% della popolazione del paese.

• Anche se ci fosse una grande avanzata nel campo della ricerca di energia pulita, essa si risolverà anche in creazione importante di posti di lavoro solo se l’industria si convincerà che ci sarà un mercato per quel che venderebbe: insomma, il tasso di rischio che chi opera sul mercato è ormai disposto a sopportare sarà molto basso. Quindi, in questo campo come in tanti altri, ci vorranno investimenti pubblici.

   L’obiettivo dovrebbe essere, tra un quarto di secolo, che almeno l’80% di energia consumata sia prodotta in America da fonti pulite: solare, nucleare (bé: pulita… eccetto per quello che lascia come residuo per centinaia di migliaia di anni), eolico, carbone depurato, gas naturale… Per arrivare a quella percentuale ci vorranno tutti e tutti insieme.

●Tutto il discorso di Obama fa emergere un dubbio che resta irrisolto e cui il presidente non dà segno di fare caso: come finanziare tutto questo, che serve a respingere o, più realisticamente, a contenere la sfida econ0mica della Cina, congelando al contempo, per cinque anni almeno, gran parte della spesa pubblica. Mistero… se non  dando per scontato che Obama ci marcia, che sa benissimo, come sanno i suoi oppositori, che quel contenimento non sarà affatto a tenuta stagna.

●Nel braccio di ferro che, senza esclusione di colpi (compresi quelli assestati ufficialmente all’avversario, quando all’uno quando all’altro, via Organizzazione mondiale per il commercio, e le  denunce e controdenunce, gli sgambetti reali quanto altrettanto ufficialmente smentiti di spionaggi industriali contrapposti, ecc., ecc.), va avanti da anni per la vendita dei grandi aerei da trasporto civile tra Boeing americana e EADS europea, perdono un colpo stavolta gli americani[161].

Viene annunciato il ritardo per almeno altri sei mesi – ma poi tutti sanno che saranno di più – del primo esemplare di B-787 Dreamliner a causa di un incendio di origine elettrica durante un test di volo lo scorso novembre. L’Airbus, la divisione dell’EADS che sta costruendo il suo A380-800,

ha annunciato negli stessi giorni che i prezzi di listino del modello aumenteranno subito del 4,4%, citando più alti costi di investimento e debolezza del dollaro rispetto all’euro. D’altra parte, la Boeing aveva annunciato aumenti del suo listino per il Dreamliner del 5,2%.

L’Airbus ha il 52% di ordini netti di acquisto qcuisto elle sul mercato mondiale e il 52,5% di consegne nel 2010, secondo i dati resi pubblici a inizio gennaio. Ma è un mercato continuamente in bilico.

●Cominciano ad accumularsi, facendo finalmente varco anche nelle pubbliche opinioni di molti paesi – a forza anche, purtroppo, dello stillicidio di bare di alluminio che tornano a casa: meno in America, paese più “patriottardico” di altri, meno in Italia, più menefreghista e fatalista: ma anche da loro e da noi iniziano ad avanzare dubbi e domande – le ragioni dell’andarsene una volta per tutte dall’Afganistan.

Ci sono voluti, per arrivarci, ben nove anni, 2.209 morti a fine 2010 tra i soldati della coalizione ISAF e decine, centinaia forse di migliaia tra militanti e i civili afgani, una spesa complessiva che ha superato di gran lunga i 1.000 miliardi di $, e arriva vicino ai 2.000[162]

La motivazione primaria di questa guerra, quella ufficialmente dichiarata, era stata l’annientamento del “santuario” di Osama bin Laden in Afganistan e la sua cattura “vivo o morto”, alla vecchio Far West. Presto si è scoperto, e da allora sono passati ben nove anni, che i più sofisticati strumenti e i più determinati guerrieri che l’America e l’occidente erano in grado di schierare non erano capaci di farlo e, in realtà, neanche di trovarlo.

La motivazione secondaria, ormai abbandonata anche dai visionari più estremi, era quella di rifare l’Afganistan come un paese “quasi” occidentale, con democrazia rappresentativa, società civile di tipo nostrano e quant’altro.

La terza motivazione suona pressappoco nel “restare fedeli agli impegni presi”, per usare le parole auliche e commosse dell’ordinario militare che ha celebrato a S. Maria degli Angeli, il 3 gennaio, le esequie del penultimo (per ora… purtroppo, soltanto per ora, il 35°) soldato italiano, Matteo Miotto, ammazzato non da un cecchino a tradimento (come è noto, di regola i cecchini invece avvisano i loro bersagli per iscritto…) ma in un vero e proprio scambio a fuoco tra i nostri e i loro nella valle del Gulistan, in Afganistan occidentale. Fedeli agli impegni presi, come ripete anche il ministro della Difesa La Russa… che, infatti, il giorno dopo il funerale di Miotto, proprio dal Gulistan, reitera che “da qui tanto non ce ne andiamo”…

Già. Ma presi da chi? a nome di chi? e ancora validi esattamente per chi, carissimo monsignore e caro signor ministro? In Tv, la sera dei funerali, persino un uomo d’ordine razionale e compito come Chicco Mentana è arrivato a chiedersi[163], a chiederci e a chiedere a lor signori, appunto, se non bisogna parlarne sul serio, ormai, del se, del cui prodest davvero e del  perché…

La quarta motivazione, e quella che più sembra reggere nei calcoli di lor signori, anche se la gente al contrario di loro, quasi unanimi, non ne vuol più sapere, non sono tanto le riserve di combustibile cui l’Afganistan darebbe accesso subito ma quelle del prossimo, più o meno immediato, futuro come continuano ad assicurare fonti americane autorevolissime[164].

Ma ormai, nel decimo anniversario della guerra più lunga che l’America e il mondo abbiano combattuto, dopo quella dei cosiddetti trent’anni (1618-1648), ISAF, NATO, al fondo Stati Uniti si stano mettendo d’accordo che, in fondo, l’unica sconfitta inaccettabile – ma che, alla fine, sarebbe  pur accettata per potersene andare, chiamandola magari, spudoratamente, vittoria… – come esito della guerra sarebbe lo sfacelo improvviso, da un giorno all’altro, tale da non consentire margini di mascheramento, del governo Karzai e la ripresa del controllo dei talebani su tutto il territorio afgano: anche se Karzai fa ribrezzo ormai quasi a tutti e il suo regime corrotto non sarà mai accettato su base centralizzata dagli afgani.

Qualsiasi cosa di meno della catastrofe e dello spu*****mento totale mediatico, a questo punto, va bene: compresa, dopo il ritiro di tutti gli occidentali dal campo, una guerra di lunga durata e di intensità come si dice minore tra i talebani e le forze anti-talebane che restano sostenute come dopo la rotta dei sovietici con armi e quattrini: ma solo da lontano stavolta.

Qualcosa che, certo, abbandonerebbe per sempre la visione bushista di uno Stato centrale afgano stabile e organizzato su basi “democratico-occidentali” credibili. E cercherebbe come può di far leva su quello che, però quasi solo a Kabul, ha effettivamente introdotto, diciamo nell’aria, la presenza degli occidentali: l’accettazione, sempre precaria, di qualche tendenza più aperta, un po’ più liberale. Insomma, la gente non si decapita più né si squarta in piazza; si impicca o si fucila.

Per la libertà che afgani e afgane si vogliono prendere in più di quella rachitica o nulla che i talebani sarebbero disposti a riconoscere loro, se la dovranno, se la capiscono e davvero la vogliono, conquistarsela essenzialmente da soli. Se no, fra l’altro, la “democrazia” – portata dall’Armata rossa come diritto all’uguaglianza e all’istruzione tendenzialmente per tutti (e per tutte), o da quella a stelle e strisce come diritto potenzialmente di tutti ad avere accesso al mercato – viene respinta come spuria, estranea e aliena alla cultura e ai valori afgani.

Ormai non regge più neanche la favola del dover stare qui per negare ad al-Qaeda un terreno di reclutamento che potrebbe altrimenti, domani, trovare noi – Roma, Londra, Parigi, New York – in prima linea. Perché in ogni caso prima linea in quel senso già siamo, in quanto il mondo moderno che abbiamo creato – quello dei jet intercontinentali, di Internet e delle minibombe termonucleari trasportate in valigia e inviate, volendo, come pacchi postali – non lo disfà più nessuno.

Per cui il ritiro delle truppe comincerà quest’anno e, una volta che si sdipana il gomitolo, finirà entro un anno o due, forse con una proclamazione, però sommessa, della vittoria. Che sarà ipocrita e del tutto fasulla perché non avremo vinto in nessun senso convenzionale, non ci saranno feste popolari per strada e semplicemente sarà nel frattempo spirato il mandato strategico che i governi dei nostri paesi s’erano dati. Perché neanche loro ci credono più…

Però non si rassegnano ancora. Ricorda un breve saggio appena uscito, che costituisce un utile excursus sulla natura di cimitero di ogni suo invasore che sempre ha giocato questo paese (Hindu Kush, il nome del suo maggiore contrafforte montagnoso significa letteralmente l’ammazza indiani, ma potrebbe essere tutto a oggi— ammazza macedoni, ammazza arabi, ammazza britannici, ammazza russi e ammazza americani: ma anche purtroppo, fatte tutte le proporzioni, ormai ammazza italiani) di come

Sir William Macnaghten, che 170 anni fa era andato a Kabul con un esercito britannico e le cui parole famose sugli afgani furono di ‘temere che questi qui avranno bisogno di un bel po’ di botte prima di acquetarsi e diventare pacifici cittadini’, venne ammazzato per le sue premure e vide distrutto il suo esercito. Ma è certo che quel messaggio suona stranamente [noi avremmo scritto grottescamente e tragicamente] simile alla strategia del comando americano per far i conti con gli afgani oggi[165]: meniamogli di brutto, così quelli che sopravvivono finiranno col civilizzarsi…  

●Mike Mullen, ammiraglio statunitense e presidente dei capi di Stato maggiore riuniti, prevede che il livello di violenza (scontri, attentati, morti, feriti) sarà maggiore – cioè andrà peggio – quest’anno dell’anno passato che qualsiasi progresso resterà fragile e potrà essere perso “molto facilmente”. E, poi, senza neanche rendersi conto della contraddizione implicita nelle sue parole, aggiunge nella stessa intervista televisiva, che però ai talebani vengono ormai negati i loro “santuari”, come li chiama lui – per gli americani si tratta, invece, di basi e caserme, per i talebani di santuari, non si capisce bene perché – e che stanno perdendo “larga parte della loro dirigenza”: peccato che, almeno a stare ai risultati che denuncia lo stesso Mullen, sembra che riescano sempre a rinnovarla[166].

●Intanto, dice il ministro della Giustizia di Karzai, Habibollah Ghaleb – così, tanto per metterci il carico da undici… – l’unica effettiva ed efficace amministrazione della giustizia in diverse parti del paese è quella dei talebani a cui si rivolgono sempre più di frequente molti afgani[167].

Del resto, insieme al rifiuto dell’occupazione, è soprattutto la tolleranza senza limiti e addirittura sfacciata di Karzai di fronte alla corruzione rampante di famigli e familiari suoi e la sua incapacità di fornire alla gente il minimo di servizi di base che qualsiasi società organizzata deve saper dare nel mondo di oggi (giustizia, istruzione, un barlume di efficienza nei servizi pubblici) che fornisce agli insorti – talebani e no: e ce ne sono che non lo sono affatto – le ragioni principali del loro successo o, se volete, dell’insuccesso del governo e dei suoi alleati.

Questa accondiscendenza alla corruzione, all’uso a fini privati – suoi e dei suoi – del pubblico, Karzai ha trovato sempre il modo di sfoggiarla indecentemente come un privilegio del posto e del rango che occupa. E per questo marpione in elegante zimarra verde-dorata sono morti già 36 soldati italiani: che a noi, al contrario che all’on. La Russa (onorevole, poi…), visto anche questo andazzo costante, sembrano comunque 36 di troppo… Al povero Miotto s’è aggiunto ora anche Luca Sanna, due ragazzi i cui nomi passeranno subito, inevitabilmente, nell’oblio.

In definitiva, come si chiede in realtà a tutti, e non retoricamente, con ragionevolezza utilmente violenta, in un documento stilato per il parlamento da un organismo che lì, nella cooperazione lavora da anni (e ha anche avuto vittime sue): qui in Afganistan, “Non si può continuare a morire senza sapere perché[168]!  

●Sempre nell’ottica di una, per lo meno apparente, maggiore disponibilità anche degli americani ad andarsene c’è il fatto nuovo, e ormai confermato, che Obama ha detto un no chiaro e forte all’idea spinta con grande forza dal suo generale in capo sul campo lì in Afganistan, David Petraeus, di “liberare” le forze armate americane, magari anche in segreto, perché possano andare anche oltre confine a fare la guerra direttamente… in Pakistan[169].

Per analogia, in altri termini, oggi viene rifiutato quello che invece Nixon autorizzò nella guerra del Vietnam, l’estensione segreta dei bombardamenti a tappeto dei B-52 sulla Cambogia: che, tra l’altro, provocò la rivolta che, spazzando via il governo “neutralista” – e perciò diceva lui antiamericano – di Norodom Sihanouk, portò alla vittoria di Pol Pot e del regime terrorista di massa dei suoi Khmer rossi…

Ora pare – bisogna dire così: non ci sono certezze, fino al prossimo WikiLeaks, se ce ne saranno ancora, come francamente speriamo, o comunque al prossimo spiffero – che effettivamente Obama abbia detto il suo no, motivandolo col fatto che “l’America può difficilmente consentirsi di minacciare o di ulteriormente alienarsi un paese dagli equilibri precari e nuclearmente armato, il Pakistan, la cui cooperazione è essenziale al governo americano su fronti diversi[170].

●Intanto, nel governo di precaria coalizione in Pakistan del primo ministro Yousaf Raza Gilani, arriva la crisi col ritiro del Muttahida Qaumi Movement Movimento unitario nazionale  (l’MQM) del ministro degli Interni Zulfikar Mirza che passa all’opposizione denunciando il “selvaggio” rincaro dei prezzi della benzina e anche – dice, sfruttando demagogicamente ma contraddittoriamente uno scontento diffuso visto che il partito si definisce parte della famiglia internazionale “liberale” – l’incapacità del gabinetto di rispondere alle sue preoccupazioni di difesa dell’Islam dall’azione degli infedeli, gli americani, cui viene consentito di uccidere fedeli mussulmani con assassinii mirati ma mai davvero abbastanza contro presunti terroristi (i bombardamenti coi drones, gli aerei senza pilota americani).

La crisi rientra dopo qualche giorno: perché c’è subito la marcia indietro del governo sull’aumento del prezzo della benzina alla pompa e il rinvio della riforma dell’IVA richiesto dal FMI che erano stati gli elementi immediatamente scatenanti. E, più in generale, la crisi rientra per la resa chiara del primo ministro che, di fatto e nei fatti, rimette nel cassetto le riforme economiche[171] (tutte dello stampo liberista della controriforma, una però effettivamente più liberale, e ora anch’essa congelata, contro la legge anti-bestemmia).

L’MQM si impegna a rientrare così nella maggioranza, ma non nel governo. Insomma, tutto meno che un pegno di stabilità e, tanto meno, di stabilizzazione. Ma, poi, ogni giorno qui vengono fuori fatti nuovi e cruenti a far traballare un equilibrio sempre turbolento per il fragile rapporto tra potere militare e civile: la facciata, quest’ultima,  indispensabile a consentire allo zio d’America l’aiuto copioso che, dalla guerra afgana contro l’URSS, continua a mandare al paese e in specie ai militari.

Gli islamisti, sempre foraggiati da servizio segreto militare, colpiscono infatti al cuore del potere civile a inizio gennaio con l’assassinio mirato – una volta tanto, almeno non una strage – che ha fatto cadere, sotto il mitra di una sua guardia del corpo (festeggiato senza timori da buona parte della popolazione per aver giustiziato un kafir, un infedele “secolarista”), il governatore del Punjab, Salman Taseer[172], uno dei maggiori alleati del presidente della Repubblica, Asif Ali Zardari, lui stesso vedovo della Benazir Bhutto, e uno dei più decisi “secolaristi”, i sostenitori della legge che vuole cancellare dal codice penale il “delitto” di apostasia e blasfemia: perché qui, ancora e sempre, chi “bestemmia”, o meglio viene detto aver bestemmiato, contro il profeta o Allah viene, se gli va bene, impiccato.

E un evento come l’assassinio di Taseer è un fatto altamente allarmante. Adesso, specie in questo momento, contribuisce a destabilizzare ancora di più un paese cerniera del Grande Scacchiere, così vicino poi e così pressante sul crinale afgano e su tutti gli equilibri dell’Asia centrale. Su questo fronte – il crinale tra “laici” in sofferenza, diremmo noi, ma non rassegnati e “fondamentalisti” islamici nei gangli centrali del potere di Islamabad che sono anche, e insieme, i più possenti alleati di Washington – si goca gran parte del futuro di tutta questa regione.

Ma, anche qui, lo stregone che ha dato il via all’apprendista senza sapere quel che faceva non ha più molto tempo prima di essere scansato o sbalzato via dal seggiolino di guida. Gli sfuggono le leve del comando ormai, gli strumenti, le possibilità stesse di esercitarlo…

●Attesa, per qualche tempo anche un po’ speranzosamente spasmodica, qui in America di proteste e rivolte, anche di strada, contro il regime di Ahmadinejad per la cancellazione da lui decisa dei sussidi in Iran alla vendita della benzina al dettaglio. Non sembra sia andata così. Anzi, conclude adesso il NYT, oggi E’ un Iran politicamente fiducioso di sé questo che taglia i sussidi ai prezzi[173].

E WikiLeaks, ora, ha fatto emergere giudizi – di diplomatici e esperti americani – profondamente, radicalmente diversi da quelli” cui ci avevano voluto abituare le letture consuete del personaggio “che davano” la stampa americana e quella israeliana, insieme a tutti “i media occidentali” pedissequamente accodati: Ahmadinejad viene fuori come “un personaggio pragmaticamente serio, in continua lotta contro tutte le forze retrive che sono al governo, piuttosto che come un delirante fanatico estremista” che ci è sempre stato dipinto.

●Il suo governo ha anche testato, con successo, un missile Haag terra-aria[174] di configurazione modernizzata nelle vicinanze del sito nucleare di Khondab. Secondo il col. Abolfazi Farmihani, che dirige il programma, si tratta di una difesa di maggiore efficacia delle aree più sensibili del pese. Come, appunto, gli impianti di ricerca nucleare e di arricchimento dell’uranio “a fini – aggiunge naturalmente – pacifici”. Il lavoro di ammodernamento è stato effettuato alla base aerea di Khatamolanbia e si tratta solo di un test della serie che ora verrà condotta – rispetto a minacce di attacchi aerei ipotetici e anche pubblicamente promessi: da Israele, dagli USA… – in tutto il pese.

E riconosce – o, se preferite, dichiara apertamente col proprio inviato all’AIEA Ali Ashgar Soltanieh – di avere ormai in proprio possesso 40 chili di uranio arricchito al 20% (percentuale non utile alla ricerca mirata all’armamento non nucleare: ma è vero, è dichiarazione iraniana… anche se nessuno finora mai è riuscito a provare il contrario) e ha anche ormai la possibilità di autoprodursi le barre del suo combustibile atomico[175].

Le posizioni non si spostano. Da una parte, per dirla con il NYT[176], e come del resto si poteva ben immaginare, il capo negoziatore iraniano Saeed Jalili ha semplicemente rifiutato di discutere di quel che gli interlocutori chiedevano di fare all’Iran e continuato ad insistere che il suo paese ha sempre rispettato e rispetta ogni obbligo cui, come tutti gli altri firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare, è tenuto; e che ha perciò il diritto, come ogni altro firmatario, ad arricchire il suo uranio, qualsiasi cosa affermi senza averne il diritto asserisce – in base alla stessa Carta dell’ONU – il Consiglio di Sicurezza.

    Dall’altra parte, la signora Catherine Ashton, Alta rappresentante della UE per i rapporti internazionali e capo delegazione del cosiddetto P5+1 (USA, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Germania  e UE) gli presenta una posizione “concordata” – concordata tra loro, s’intende – su come si potrebbe procedere: con uno scambio più  generoso di quello precedentemente offerto tra uranio iraniano poco arricchito e una quantità superiore di diverse volte di uranio arricchito fornito dall’AIEA e inoltre – dice la Ashton, non rendendosi conto del ridicolo in cui sta cadendo – una serie di incontri bilaterali anche [badate bene: perfino!!!ohibò!] con gli Stati Uniti”.

E Saeed Jalili neanche risponde… se non per ringraziarla con tutta la formalità della sua personale cortesia e per dire che è inutile riprendere a parlare se prima non vengono tolte le sanzioni imposte all’Iran illegalmente…

●La ricerca di una soluzione al problema del pagamento delle forniture di combustibile iraniano all’India (sui 12 miliardi di $ nei prossimi mesi) e che per diversi giorni aveva tenuto sull’orlo di una crisi di panico i due governi, sotto la minaccia delle sanzioni[177], è stata trovata, fregando elegantemente il blocco voluto dagli americani.

Per ora, alla faccia dell’embargo, le forniture verranno pagate depositando e ritirando euro (non dollari) presso l’Europisch-Iranische Handelsbank AG di Amburgo che si impegnata “comunque” a garantire l’accesso al suo conto all’Iran; e, a termine, la soluzione sarà trovata in modo permanente, facendo ricorso sempre all’euro pare[178], e trovata in colloqui diretti che si aprono subito a Teheran tra i due paesi anche se l’Iran aveva detto di essere pronto ad accettare il pagamento in rupie: offerta che la Banca di Riserva dell’India ha però declinato.

Precisa la Segretaria generale degli Esteri dell’India, Nirupama Rao, che il suo governo è convinto di poter risolvere entro febbraio il “contenzioso monetario[179] – cioè di poter pagare regolarmente l’Iran per il combustibile che ha ricevuto e continuerà a ricevere – e precisa il governatore della Banca della riserva indiana, D Subbarao che il paese conta di restare nei limiti delle sanzioni votate dal CdS dell’ONU: anche se molto dipenderà dall’interpretazione che di quei limiti vorrà, potrà e oserà, infine, dare il governo di Delhi.

●Sempre sull’India, ma per una notizia del tutto diversa, si apprende che il tasso di inflazione[180] è cresciuto all’8,43% a dicembre dal 7,48 del mese prima, mentre il dato di ottobre è stato rivisto in salita al 9,12%. E il rincaro dei beni alimentari è salito quasi al 16%.

●La Turchia non sembra invece neanche porsi il problema, forse anche perché, a luglio scorso, insieme al Brasile rifiutò di votare per le sanzioni in CdS. Teheran, in effetti, con il suo ente di stato NIGC rivela che l’import di gas della Turchia è aumentato nel 2010 del 50% sul 2009 e del 100% rispetto al 2008, toccando gli 8,25 miliardi di mc3 per circa 3 miliardi di $, circa il 4% della produzione del paese[181].

●Ora che lo START II è stato ratificato alla Duma, il prossimo passo sulla via del disarmo – o del controllo degli armamenti nucleari più realisticamente – è quello di ridurre il numero di armi atomiche tattiche che sono a disposizione di Russia ed America. Anche perché solo così le due superpotenze potrebbero mantenere il minimo di credibilità necessaria a non tanfare troppo di ipocrisia quando fanno la predica contro le ambizioni nucleari di Iran, Nord Corea e, forse domani, di tante altre medie e, magari, anche piccole potenze.

La atomiche tattiche, che hanno una potenza distruttiva anche decine di volte superiore a quella della bomba di Hiroshima e un raggio d’azione di qualche centinaio di km. dal punto dell’esplosione, e non hanno – a dire di tutti gli esperti, militari compresi, alcun valore militare neanche come deterrente credibile (scoppierebbero, infatti, sul proprio territorio, o talmente da presso da ridurlo, comunque, a brandelli e seppellirlo di radiazioni mortali). E sono, anzi, le più potenzialmente pericolose perché, tra l’altro, quelle per loro natura più esposte alle razzie di qualsiasi terrorista minimamente finanziato e ben organizzato per impossessarsene.

Ce ne sono circa 200 in Europa disseminate, sotto controllo esclusivamente americano nelle campagne di Belgio, Olanda, Germania, Italia e Turchia. In tutto, gli americani ne hanno tra 500 e 1.000; i russi, forse, 2.000-3.000 e, forse, ancora più esposte di quelle “occidentali” a sabotaggi, furti o svendite a terzi, per definizione pericolosi acquirenti. Nessuna di esse, le loro e le nostre, è mai stata oggetto, poi, di alcuna verifica o di alcun trattato.

Il presidente Obama si è impegnato a negoziarne una riduzione. E oggi, quei repubblicani che cercarono di condizionare la ratifica dello START al taglio delle bombe tattiche arrivando almeno parzialmente a buon fine entro un anno, potrebbero addirittura – se vogliono dimostrarsi un po’ seri – diventare suoi alleati allo scopo.

Ma è difficile capire se Mosca, nei fatti, sarà disponibile a rinunciare al suo “vantaggio” numerico, avendo comunque già detto che non lo farà se prima la NATO, cioè l’America, non ritira le sue dall’Europa (cosa che peraltro almeno Germania, Belgio e Olanda – anche se l’Italia, ufficialmente, non s’è pronunciata e la Turchia resta dubbiosa  - le hanno chiesto di fare.

Ci sono poi da ridurre le testate nucleari immagazzinate— di riserva, per così dire. Ne hanno sembra per più di 2.000 a testa, sugli scaffali dei loro magazzini, e alcune sono necessarie eventualmente, dicono, a rimpiazzare quelle malfunzionanti ma tutti concordano che sono per lo meno dieci volte oltre la scorta al peggio “necessaria”.

●C’è anche la richiesta fatta, di recente, dopo la ratifica dello START II a Obama da Sarkozy per esempio, di ratificare finalmente il trattato contro gli esperimenti nucleari bloccato da decenni al Senato che, se fosse in vigore, impedirebbe di fatto lo sviluppo di nuove armi atomiche. E, infine, la la Russia prima di andare avanti vuole maggiore chiarezza sul nodo delle difese antimissili: capire se poi ci sarà o verrà rifiutata la cooperazione con la NATO per un scudo antimissili comune in Europa della quale si è parlato, e su cui ci si erano scambiati anche impegni, tra diversi mal di pancia però specie da parte dei paesi ex sovietici dell’Europa nordorientale, all’ultimo vertice di Lisbona tra NATO e Russia.

●E capire con chiarezza se, come specifica l’ambasciatore russo presso la NATO, Dmitry Rogozin[182], le decisioni finali, operative, sullo scudo antimissilistico prevederanno non solo uno scambio di informazioni tra sistemi diversi, e magari anche contrapposti, ma una vera e propria co-decisione. Se si trattasse della prima versione essa non farebbe altro che restringere la possibilità nucleare russa di opporsi a “qualunque” minaccia esterna, compresa dunque ma non solo anche  quella iraniana tanto paventata da altri e che, comunque, la Russia stessa non può escludere…

Invece, quello che serve è un sistema che, a regime, potrebbe e dovrebbe comprendere un nucleo comune di valutazione delle minacce, un meccanismo decisionale politico-militare unitario e, invece, forse meccaniche separate di lancio del sistema operativo. Una visione che, così articolata – con questa ultima specificazione che comunque affida il bottone del lancio effettivo a due autorità separate – sembra, però, a dire il vero, per lo meno confusionaria, più che confusa. 

●Informa il portavoce del ministero della Difesa col. Vadim Koval che, intanto, i russi – i quali, con Medvedev e Putin, hanno continuato a legare in maniera più semplice e diretta alla realizzazione di un sistema comune, NATO-Russia, di difesa antimissilistica in Europa ogni ulteriore progresso in materia e la possibilità stessa di evitare ogni ritorno indietro – a livello meramente tecnico metteranno in campo nel 2011 una serie di test e di lanci di missili balistici intercontinentali. Fra questi lanci, in particolare, si attendono quelli sperimentali del nuovo PC-18 e di tre modelli RS-24 a testata multipla[183].

Sempre nella stessa ottica, profondamente radicata nella psiche collettiva russa, dell’uomo avvisato anche mezzo salvato, l’altra notizia di inizio 2011 è che, in ordine alfabetico, Armenia, Bielorussia, Kazakstan, Kirghizistan, Russia, Tajikistan e Uzbekistan hanno firmato (ne riferisce la Rossiyskaia gazeta del 4 gennaio) un accordo giuridico quadro[184] per il dispiegamento di un forza di intervento rapida del Trattato dell’Organizzazione di Sicurezza Collettiva che fa da (blandissimo) pendant alla NATO tra i paesi che ancora restano nella Confederazione degli Stati indipendenti già ex sovietici… Come dire: se ci costringete coi vostri no, possiamo anche provare a fare da noi, eh!

●Accennavamo al fatto che la Duma ha ora provveduto a ratificare lo START II[185]con alcune postille-emendamenti interpretativi, del tipo di quelli che aveva votato, insieme alla ratifica, il Senato di Washington[186]. La Camera bassa ha, infatti, approvato (350 deputati a favore e 96 contro) e quella Alta ha subito passato all’unanimità in ultima lettura il testo del Trattato.

Al quale ha fatto precedere un proprio testo interpretativo che specifica le “circostanze eccezionali” (violazioni “significative” da parte americana dell’equilibrio strategico offensivo definito dal Trattato stesso e/o violazioni nello spiegamento di tipi di difesa antimissilistica da parte degli Stati Uniti o di chiunque altro volte a ridurre l’ “efficacia delle forze strategiche nucleari russe”.

Un altro passaggio significativo stabilisce come il termine “stabilità degli equilibri strategici” nel preambolo del tratto stesso confermi come le due parti si affidino al riconoscimento che la “mutua dipendenza di armamenti missilistici offensivi e difensivi” è fattore essenziale della stabilità strategica. Un’altra proposta “di chiarimento” riguarda anche il legame che logicamente esiste fra lo START, cioè la limitazione degli armamenti strategici, e lo sviluppo delle armi nucleari da regolare/impedire con la ratifica del trattato contro gli esperimenti nucleari.

●Intanto, continua la discussione tra NATO e Russia sulla partecipazione di quest’ultima alla difesa missilistica cosiddetta di teatro – o diciamo locale – in Europa. Lo fa rilevare, preannunciando che la Russia vi dovrà partecipare, il rappresentante russo alla NATO, ambasciatore Dmitri Rogozin, insistendo sul coinvolgimento del suo paese nella creazione di un sistema di difesa antimissilistico europeo.

Annuncia anche, Rogozin – senza spiegarsi meglio e di più e perciò come misteriosamente e minacciosamente – che Mosca non consentirà “una difesa missilistica nei mari dell’Artico[187]. La Germania, contemporaneamente, rende noto che il 27 gennaio ospiterà un’esercitazione via computer di un sistema destinato a proteggere da attacchi missilistici le truppe sul campo.

Il giorno dopo viene chiarito che a partire da questo stesso 2011 o dai primi mesi del 2012, anche se non proprio da subito, tra Russia e NATO verranno condotte esercitazioni congiunte di difesa missilistica di teatro, su larga scala e della durata anche di diversi mesi. Lo specifica il capo dell’Ufficio informazioni NATO a Mosca, Robert Pszczel[188], precisando che in proposito è stato raggiunto un accordo distinto.     

●Per quel che riguarda Israele e lo stallo del cosiddetto, millantato, “processo di pace” – le tentate chiacchiere, cioè, che con la pace non hanno niente a che fare e un processo che, visto l’immobilismo del nyet di Netanyahu su tutto quello che potrebbe contare qualcosa, neanche comincia – si muove, o sembra muoversi o, forse, non si muove per niente il partito laburista, lo junior partner della coalizione condotta da Netanyahu stesso.

Manco fosse un qualsiasi Partito democratico italiano sembra – sembra…: proprio come il nostro – spaccarsi  in due, tre, spezzoni. Il primo, col ministro delle Infrastrutture, sinistra del Labour, Binyamin Ben-Eliezer, del governo dell’estremista di destra Binyamin Netaniahu, che annuncia il ritiro del partito dalla coalizione se[189], entro i primi di marzo (e perché non aprile?) non ci sarà progresso (verificato come e da chi non lo dice) nel processo di pace (che non esiste per niente) su questioni (che lui considera o, meglio, dice di considerare) chiave, come i confini, il nodo dei rifugiati, Gerusalemme est e i problemi della sicurezza…

Il secondo spezzone del Labour è rappresentato dallo stesso vice premier di Netanyahu, ministro della Difesa e capo del partito Ehud Barak, già premier dal 1999 al 200: colui che arrivò ad offrire  nel 2000 a Arafat uno Stato sul territorio di Gaza, parti di Gerusalemme e quasi il 90% della Cisgiordania: ma in condizioni di “frantumazione” del territorio tali da costringere i palestinesi al rifiuto, forse troppo rapido, dell’ “offerta”.

Ora Barak critica duro sia Ben-Eliezer che altri due ministri laburisti, quello del Lavoro, Avishay Braverman, e quello del Welfare, Isaac Herzog, che anche loro gli hanno chiesto di minacciare, pubblicamente e con la forza necessaria a farsi ascoltare dal sordo Netanyahu, il ritiro dal governo.

Però, anche lui è costretto a non escludere più, al contrario di un mese fa, di poterlo/doverlo arrivare a fare: tra tre mesi, dice in un primo momento, dovremo decidere se c’è o non c’è qualche avanzamento nel processo di pace[190]con un voto di partito (Israele è una democrazia piena: per gli israeliani ebrei soltanto, si capisce…, ma per loro lo è davvero). Ma i suoi non gli danno sei mesi di tempo: gli chiedono di agire subito.

E Barak decide di andarsene. Non dal governo, però: dal partito. Fa una miniscissione, visto che è ormai in minoranza, formando un’altra fazione in parlamento che gli consente di restare vice di Netanyahu nel governo insieme ad altri quattro seguaci (in tutto ha cinque parlamentari: quindi, quattro ministri e uno presidente di commissione): per senso di responsabilità, naturalmente. La notizia viene data all’A.P. da fonti interne del Labor e riduce non di poco la maggioranza su cui si regge il governo di Netanyahu[191].

Bisogna dire – ma la cosa secondo noi è un bene – che a far perdere a Barak buona parte della sua credibilità all’interno del Labor ma anche a livello internazionale (leggi: presso gli americani) ci ha messo lo zampino anche WikiLeaks con le rivelazioni filtrate sulle recriminazioni, anch’esse peraltro di per sé poco più che un flatus vocis ma che testimoniano di grande irritazione, di Obamae perfino della Clinton su Barak. Viene, infatti, rivelato che il vice premier e ministro degli Esteri di Israele aveva con loro ripetutamente millantato di poter garantire personalmente che il rigido primo ministro del Likud, dopo una prima resistenza di facciata, avrebbe negoziato sul serio e non solo per finta coi palestinesi[192]

●Nell’ultimo intervento reso, alla vigilia della sua andata in pensione, di fronte alla Commissione Esteri e Difesa della Knesset, il parlamento israeliano, Meir Dagan, maggior generale della riserva e capo uscente del Mossad, i servizi segreti che operano all’estero e di cui è stato alla testa per più di otto anni, ha detto seccamente che l’Iran non sarà in grado di produrre una bomba nucleare davvero funzionante prima del 2015[193]. E che, se Israele attaccasse, commetterebbe un errore se non altro perché l’attacco sicuramente si rivelerebbe controproducente in termini sia politici che militari.

Dagan è l’uomo che – per dirla con il giornale di Tel Aviv – ha ‘restaurato la reputazione del Mossad come organizzazione onnipotente capace di arrivare a colpire in ogni luogo del pianeta, un mito che ha contribuito non poco alla deterrenza dello Stato di Israele’: un mito, come fa notare Haaretz stessa, però, o almeno un mezzo mito, visti i fallimenti clamorosi dello stesso Mossad a Gaza e anzitutto prima, durante e dopo la guerra del 2006 in Libano, cioè proprio alle porte di casa.

Dagan – che nel 2006 aveva testimoniato di fronte alla stessa Commissione che Teheran avrebbe avuto la sua bomba al massimo entro il 2009[194] – ha parlato adesso di una serie di fallimenti e di malfunzionamenti del programma iraniano – alcuni provocati, è noto ma lui non lo ha ovviamente rivendicato, da specifiche azioni di sabotaggio, diretto e/o informatico, opera di suoi scienziati, tecnici e anche agenti segreti[195] – che hanno ritardato di anni la fabbricazione dell’arma nucleare iraniana che lui – riconosce però: senza prove certe – dà comunque per scontati.

Ora, Dagan è però universalmente noto in Israele per essere un professionista estremamente cauto che, come regola, preferisce sbagliare dal alto del pessimismo. Ora, che uno come lui dichiari senza mezzi termini che “almeno fino al 2015” l’Iran non avrà a sua disposizione neanche una singola arma nucleare, ha come strozzato nella culla la minaccia nucleare iraniana come qualcosa di immediatamente incombente.

Interessante, e a suo modo rivelatore, anche il fatto che, subito dopo, il primo ministro Netanyahu abbia dichiarato pubblicamente non che Dagan si sbaglia ma che dichiarazioni come la sua tagliano le gambe agli sforzi di Israele di contrastare il programma nucleare di Teheran a livello di comunità internazionale[196]

●Nel tentativo, forse, di metterci in qualche modo una pezza – ma confermando[197], in realtà, l’analisi di Dagan – il capo del Direttorato dell’Intelligence militare, di nuova nomina e fedelissimo di Netanyahu, il magg. gen. Aviv Kochavi dice che l’Iran si doterà di una vera e propria bomba A un anno o due dopo che il presidente ordinerà di arricchire l’uranio al 90%; e poi, aggiunge, ci vorranno comunque diversi anni ancora per costruire “un missile in grado di portare una bomba sull’obiettivo”.

Teheran, dice Kochavi, non si ripromette di perseguire l’arricchimento dell’uranio a livello militare “a causa dell’instabilità e delle tensioni religiose diffuse nella regione”. D’altra parte, l’Iran non uscirà dal Trattato di non proliferazione – al quale ovviamente Israele non aderisce e non intende aderire – perché il leader supremo, Ayatollah Ali Khamenei, valuta che una simile mossa “aprirebbe la strada a un attacco militare contro il paese”.

Bisogna notare anche, aggiunge il capo dell’Agaf HaModi'in (o Aman, il servizio segreto militare), che, nella realtà e non nella propaganda o nei desideri di Israele, le sanzioni non hanno affatto fiaccato il programma nucleare del paese (semmai frenato, parzialmente, dal virus informatico) o la sua forza militare, semmai provocando qualche problema all’economia del paese.

●Intanto, a inizio gennaio – dopo Brasile, Argentina, ecc.: insomma, tutti gli Stati principali dell’America latina, per ora sette – riconoscimento dello “Stato di Palestina”, come dichiara il presidente della Repubblica, Sebastian Pinera, nel trasmettere l’Atto formale a quello del Senato, José Pizarro, anche da parte del Cile[198].

E, contemporaneamente o quasi, viene reso noto con qualche ritardo che i capi delle missioni diplomatiche dell’UE a Gerusalemme e a Ramallah, in un Rapporto[199] compilato su sua richiesta per l’Alta rappresentante agli Esteri dell’Unione, Catherine Ashton, hanno chiesto che d’ora in poi Gerusalemme est sia considerata dall’Unione europea come capitale dello Stato palestinese e che ogni rappresentante politico dell’Unione o dei suoi singoli Stati rifiuti di visitare uffici del governo israeliano collocati al di là della “linea verde”: il confine di Israele del 1967, rifiutando di aderire alle disposizioni di sicurezza israeliane nella “città vecchia” o altrove a Gerusalemme est.

Il rapporto, pervenuto il mese scorso al Comitato politico e di sicurezza dell’Unione è stato “trattenuto” fino al 10 gennaio— data la grande sensibilità politica, appunto, del tema: in Israele larga parte di governo, stampa e opinione l’hanno letto come un “complotto”, più che come un atto politico da leggere insieme all’annuncio dei riconoscimenti in arrivo accelerato, specie dall’America latina, dello Stato palestinese.

Nel rapporto, viene anche discussa la possibilità di prevenire l’entrata nell’Unione europea di “coloni violenti residenti a Gerusalemme est” e raccomanda il boicottaggio di prodotti israeliani provenienti da Gerusalemme est: cioè da territorio che il diritto internazionale non considera affatto israeliano…

●Curiosa, va detto, sempre sul tema (anche se un po’ di traverso[200]), una raccomandazione della Hillary Clinton agli Stati arabi:

• chiede loro di far pressione pubblicamente a favore delle sanzioni contro l’Iran— sulle quali WikiLeaks attesta il loro favore, sempre però mascherato e tenuto nascosto alle opinioni pubbliche arabe e mussulmane per timore delle possibili reazioni;

• riconosce – con l’ex capo del Mossad israeliano – che, per bloccare in qualche modo non meglio precisato l’arma atomica di Teheran “abbiamo tempo, ma poi non troppo tempo”;

• sostiene che non c’è dubbio sul fatto che l’Iran “non vuole una pace negoziata tra Israele e palestinesi”;… e aggiunge, con un’improntitudine davvero unica, rivolgendosi come segretaria di Stato americana ai capi delegazione a Washington delle ambasciate arabe che

• “i paesi arabi dovrebbero ri-impegnarsi sulla proposta saudita di uno scambio tra pace e territori tra palestinesi e israeliani”…

… Cioè i paesi arabi – i loro governi – dovrebbero “reiterarsi”, “ri-impegnarsi” anche se l’hanno già fatto[201]E, scusate tanto, Israele, secondo Clinton, che potrebbe – non sia mai detto dovrebbe, ohibò – che dovrebbe mai fare?...

●Il primo ministro turco Erdogan, ha spiegato rivolgendosi ad Al Jazeera e per media israeliani interposti a Tony Blair – l’inesistente, perché sfacciatamente di parte (di parte israeliana: del resto scelto da Bush proprio per questo) coordinatore del Quartetto (ONU, USA, UE  e Russia: esiste dal 2002 e dal 2007 lui lo presiede) che avrebbe dovuto facilitare il processo di pace e che invece sta soltanto a guardare da perfetto Ponzio Pilato – che Hamas non è un’organizzazione terroristica, come lui dice, perché “rappresenta chi difende la propria terra”, ha seguito un percorso elettorale che tutti hanno riconosciuto “equo e regolare” e ha “legittimamente vinto”.

Israele, dice Erdogan che dà giudizi severissimi sul governo di Tel Aviv[202], considera Hamas nemica, ma la pace non potrà emergere da nessun tavolo negoziale da cui essa sia esclusa, ha detto Erdogan a Blair che ha incontrato, sottolineando che a Hamas è stata deliberatamente tolta, rifiutandone qualsiasi riconoscimento ogni possibilità, prima ancora di aver verificato niente, di fare la pace.    

●In Libano, il ritiro dei dieci ministri di Hezbollah e di un loro alleato ha costretto alle dimissioni, secondo Costituzione, il governo Hariri: a questi era stato chiesto di mettere in agenda la questione del Tribunale internazionale speciale istituito dal’ONU, su pressione di Francia e Stati Uniti sull’assassinio di suo padre, che quando fu ucciso era da qualche mese un ex primo ministro. Adesso Hezbollah chiedeva di discuterne in Consiglio dei ministri e di discutere anche delle accuse, “documentate” diceva che in quella sede avrebbero portato, ai falsi testimoni che aveva contraffatto prove ed indizi per accusare la Siria del massacro.

Hariri figlio, il primo ministro di un partito filo americano di destra – che mesi fa aveva anche ammesso[203] di essere stato ingannato da servizi segreti stranieri (CIA e Mossad, fuor di metafora) che glielo avevano fatto credere – si era ora rifiutato comunque, su richiesta esplicita anche di Washington, di discutere della questione in Consiglio dei ministri perché sarebbe stato costretto ad ammetterlo ufficialmente. E, così, è stato invece costretto alle dimissioni.

D’altra parte, aperta questa scatola di vermi, ne vengono fuori di belle: la stazione televisiva Al-Jadeed ha trasmesso nell’ora del massimo ascolto la registrazione di un incontro tra il primo ministro ad interim Saaad al-Hariri e Muhammad Zuhair al-Siddiq[204], uno dei “falsi testimoni” in questione. La registrazione è confusa ma appare, dice chi l’ha vista e ascoltata, credibile e non è stata finora autenticata (ma da chi potrebbe esserlo? dal governo? da Hezbollah?)…

Intanto, il segretario generale degli Hezbollah, denuncia sempre in televisione che il governo Hariri, rimangiandosi quello che aveva detto lui stesso sulle vere responsabilità dell’assassinio del padre, s’è piegato al volere statunitense facendo fallire gli sforzi della mediazione saudita/siriana[205] nel tentativo di far passare, nell’opinione pubblica araba anzitutto, l’idea che la responsabilità dell’attentato fosse della Siria attraverso gli Hezbollah. Essi pretendono, ormai, che le deliberazioni del tribunale siano pubbliche e esaminino pubblicamente tutte le prove e le testimonianze e che il giudizio sia in ogni caso passato al vaglio sovrano del parlamento di Beirut.     

La mediazione di Siria e Arabia saudita avrebbe, nei fatti, interrotto il lavoro – peraltro del tutto inconcludente finora – del tribunale internazionale. Ma, è vero, è stata fatta fallire perché Washington non la accettava visto che non avrebbe provato in modo indiscusso le colpe di Hezbollah: il fatto è che non conterà più, come anche qui si dimostra, quello che vuole ottenere o forzare l’America, la soluzione che le è gradita; ma che, per bloccare quelle sgradite, ancora sì l’America conta, e molto.

Che sarebbe andata a finire così lo aveva, anche troppo facilmente, predetto in una conferenza stampa nella sua residenza a Rabieh, Michel Aoun, ex presidente della Repubblica libanese, ex  capo di stato maggiore delle Forze armate e alleato delle milizie cristiane nella guerra civile degli anni ‘80 contro la Siria finché non cercò di bloccare il loro lucroso traffico di droga e i loro affari.

 E, ormai, leader di un altro partito maronita, cioè sempre cristiano però nemico dichiarato di quello di destra di Hariri, al quale della sovranità nazionale palesemente non frega niente e perciò  schierato con Hezbollah cui riconosce pubblicamente il ruolo di effettivo e unico baluardo armato a disposizione del Libano contro “le prepotenze e le pretese” di Israele di dominare e controllare il paese del cedro.

L’analisi di Aoun[206] – uno che se ne intende – è che Washington punta un po’ freneticamente a colpevolizzare Hezbollah per l’assassinio di Hariri – un atto che venne rifiutato un po’ da tutti i libanesi come profondamente inaccettabile … a prescindere – e sogna – sbagliando tutto e per di più non riuscendo né a produrre né a inventare le prove – di ottenere così la marginalizzazione della Siria dall’equazione mediorientale.

La realtà è che il governo non è stato messo in grado di discutere nel merito delle cose e il primo ministro non ha ritenuto neanche di poterlo convocare – dice il ministro della Sanitàcomunue colpì sfavorevolmente un po’ tuti ilibaensi ma, soprattutto,

la  Mohamad Jawad Khalifeh – il governo perciò non c’è più, come decreta la Costituzione stessa. Si è autodisciolto[207].

Chiude – o almeno sembra chiudere – il discorso, non certo il problema ma almeno la diatriba, sulla “colpa”, o il “merito”, comunque la responsabilità di chi ha fatto fallire la mediazione siro-saudita: non è stato Hezbollah, ma il governo libanese e i suoi sponsor che tirano il sasso e nascondono la mano, dice ora l’ambasciatore libanese in Arabia saudita Marwan Zein al giornale Al-Watan (del Qatar)[208]: l’iniziativa siro-saudita è fallita semplicemente perché da una parte c’era chi voleva assolutamente impedire a siriani e sauditi di avvicinarsi e, di conseguenza, “non c’è stata la possibilità stessa di una risposta dal governo del Libano”. Il fatto è che, però, la soluzione deve venire dall’interno e poi – dopo – serve – anzi diventa indispensabile il sostegno esterno di siriani e sauditi. Non viceversa…

Con la tempestività, e l’acuta sottigliezza diplomatico-politica, che caratterizza spesso i suoi movimenti nella regione, Israele pensa mostrando i muscoli di dare una mano ai filo-occidentali. Il 21 gennaio non solo conduce ostentatamente una serie di raid aerei (senza bombardare, però) sul territorio libanese del Sud, quello di confine: le città meridionali Zahrani, Tiro, Nabatieh, Marjayoun, Hasbaya, Bint Jbeil… e poi non solo non lo nega, o tenta di negarlo, come si fa in queste occasioni ma, anzi, lo annuncia pubblicamente[209].

Lo stesso Hariri è costretto, a questo punto, ovviamente, a dire in televisione di non gradire per niente (come si dice, il bacio della morte: non richiesto e tanto meno gradito, neanche da chi “ne beneficia”, alla fine). Per ora mantiene la sua candidatura a primo ministro— gradita e apertamente appoggiata da Stati Uniti e Francia, i poteri influenti lontani ma sempre incombenti sul Libano e che Hezbollah e i suoi alleati, osteggiano— apertamente appoggiati da Iran e Siria, i poteri influenti anch’essi incombenti ma, loro, anche vicini al Libano…

●Alla fine, le soluzioni possibili sembrano solo due: un’altra tappa dell’infinita guerra civile tra la coalizione appena scalzata dal governo, filooccidentale e largamente frantumata (le Forze armate ma non tutte di certo) che ufficialmente, al momento, ancora fa riferimento a Hariri (appoggiata da francesi e americani e, forse, sauditi) e Hezbollah, la milizia armata largamente (ma non solo) sciita molto più coesa e disciplinata (e appoggiata da Iran e Siria). Questo al peggio, col coinvolgimento quasi inevitabile, ma a questo punto per tutti rischiosissimo, del convitato di pietra che si chiama Israele…

O, al meglio, dalla mediazione che alla fine avrebbe, nel dirimere la questione in termini sempre di compromesso politico ma, stavolta, più a favore di Hezbollah che di Hariri, il vecchio leader, “socialista” almeno nominalmente della componente drusa, Walid Jumblatt. Il vecchio politico e politicante libanese, che nella storia del pese ha recitato un po’ tutte le parti in commedia (o in tragedia: alleato di tutti e contro tutti ma sempre con in mente la sopravvivenza del Libano come entità statuale e, al suo interno, del “peso” relativo dei drusi) ed è uno dei vicepresidenti dell’Internazionale socialista, dichiara infatti che a questo punto “deve” schierarsi.

‘Mi schiero con Siria e resistenza’ – annuncia – con un misto di amarezza e rassegnazione” formalizzando il passaggio di almeno sette dei suoi undici deputati dalla maggioranza del premier uscente Saad Hariri, appoggiato dall’Arabia saudita, all’opposizione guidata invece dal movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e sostenuta da Damasco. Hariri non potrà quindi esser incaricato di formare il prossimo governo, alla cui guida potrebbe andare l’ex primo ministro Karame, vicino alla Siria”. Sempre che la soluzione non sia invece, come sempre finora in  questo disgraziato paese, lo scontro armato… , che non risolve niente e rimanda solo alla prossima tappa della sua sempiterna guerra civile, troppo spesso poi anche eterodiretta.

I numeri che oggi si confrontano, nella conta formale in parlamento, è questa: per una maggioranza governativa sono necessari 65 deputati sui 128 del plenum; Hezbollah e i suoi alleati ne hanno 57. Saad Hariri 60…

Sembrerebbe lo stallo. Però, il candidato a sorpresa che a questo punto avanza dall’interno della coalizione di opposizione, un magnate della televisione privata, sunnita (la Costituzione dettata dalla Francia prima di andarsene qui detta che il PM sia sunnita, il presidente del parlamento sciita e quello della Repubblica cristiano maronita) che era ui esige già stato per qualche mese, subito dopo l’assassinio di Hariri padre, primo ministro – cioè non un uomo di Hezbollah – Najib Miqati ha avuto anche la benedizione separata e, insieme, in qualche modo congiunta di Qatar, Siria. E, alla fine, anche della Francia.

Che, così, ha mollato Hariri, un palazzinaro miliardario lui stesso come il suo papà, ormai non rieleggibile senza il supporto di chi glielo negava, contando in questo modo di riuscire a condizionare qualche po’ il nuovo governo. Sarkozy, dall’Eliseo, afferma – pateticamente – che la Francia si affida all’amicizia solida che ha con il Libano e… a quella che il Libano ha con la Siria (tra qualche risolino vagamente sardonico di chi si cura di starlo a ascoltare)[210].

Secondo il quotidiano di Beirut As-Safir[211], il movimento Amal— Speranza, una delle frazioni sciite più importanti durante la lunga guerra civile degli anni ’75-‘90 – sciita ma appoggiato dalla sunnita Siria – e due delegati di Hezbollah, i deputati Ali Hassan Khalil e Hajj Hussein Khalil, si sono recati da Miqati e gli hanno espresso non solo l’appoggio ma la richiesta loro che si candidasse, appoggiata anche dalla Siria e possibilmente da altri paesi arabi, quelli del Golfo. E, appunto, dalla Francia. Il Libano dovrà ritirare il suo appoggio al tribunale internazionale e portare tutto – ma tutto, senza eccezioni – il dossier alla discussione del gabinetto e a renderlo pubblico.

Sembra quasi rassegnarsi al-Hariri. Sembra in qualche passaggio dell’intervista riconoscere perfino di aver sbagliato rifiutando – su pressione americana: come al solito esiziale per i clientes – di convocare il gabinetto per discutere in quella sede – certo la più appropriata – di prove e indizi e confessioni, false e vere che fossero, relativamente all’assassinio del padre.

Io non entrerò in un governo simile – assicura: uguale a quello mio vero; però, presiedevo io – e non gli darò la fiducia[212]. Ma, assicura, non ci sarà una ripresa della guerra civile, sia perché la coalizione di cui sono a capo non ci sta (noi siamo patrioti davvero, gli altri…); sia perché, poi, c’è solo un gruppo politico in Libano che abbia reali potenzialità militari. Ed esso, Hezbollah, sta facendo una raccolta dei voti per la quale potrebbe anche avere successo.

Che, almeno parziale, in effetti poi ha avuto: 59 deputati libanesi hanno votato per Najib Miqati come nuovo primo ministro, mentre 49 hanno rivotato per Hariri. Non è ancora la maggioranza assoluta ma è una prima svolta. Secondo i calcoli più accreditati a favore del governo di Miqati potrebbero nella votazione finale (la prima serviva solo a stabilire quale sarebbe stato il nome su cui esprimere o no la fiducia) superare il quorum necessario: e, infatti, sono 68 alla fine i deputati a votare per lui[213]: sciiti – quasi tutti – cristiani – non pochi – e anche – alcuni – sunniti ; e solo 60 per al-Hariri.

Subito si scatenano proteste di piazza soprattutto a Tripoli, nel nord del paese, tra i sostenitori di Hariri. E’ lui stesso del resto che, contraddicendosi platealmente e parlando di una specie di colpo di Stato di Hezbollah chiama al dunque, poi, alla rivolta[214]. L’argomentazione di Hariri non viene accolta però, oltre che dalla maggioranza dei deputati, dal presidente della Repubblica, Michel Suleiman, ex capo delle Forze armate che, come molti altri maroniti, la considera “spuria”.

Anche Hariri, in effetti, parla di una “specie di golpe”, una specie soltanto perché le forme – riconosce – sono state scrupolosamente rispettate: il nuovo PM è sunnita; ma la sostanza – fa capire Hariri, che però si spinge così su un terreno assai traballante – la sostanza è violata perché Miqati è amico degli sciiti e non suo!)…

●Il ritorno, di cui abbiamo già detto di Moqtada al-Sadr in tada al-sadr in Iraq

Iraq, è stato subito segnato – per memoria di tutti, specie di al-Maliki e degli americani – da un suo infocato discorso in cui, al di là di come ha cercato di indorare la pillola il reporter americano[215] che l’ha osservato, il testo e la foga dicono che, comunque, alla fine si è trattato di un vero e proprio proclama: lui, e in ultima analisi poi al fondo l’Iran, grande vincitore della campagna di Iraq, tengono il governo in ostaggio.

Il discorso ha insistito “nei termini più chiari possibili che per il 2012 neanche un solo soldato americano dovrà più restare in Iraq – in base agli accordi – e ha chiesto ai seguaci di continuare a resistere con ogni mezzo alla loro presenza.

   E ha anche fatto capire, con qualche cautela di più [ma tanta, poi, proprio non sembra…], che potrebbe ritirare il sostegno a al-Maliki se il governo non riuscirà a risolvere i problemi più basilari della vita quotidiana della gente, in particolare dei poveri che egli sostiene di rappresentare— le strade in dissesto, l’acqua inquinata, le fognature che non funzionano e, motivo persistente tipico dell’Iraq post-Saddam [dice il NYT] i black-out sempiterni”.

●Insomma, di che suscitare il tripudio del grande protettore americano… Come, del resto, la notizia appena data dal ministro degli Esteri ad interim dell’Iran, Ali Akbar Salehi, alla fine di incontri in due giorni serrati a Bagdad con tutti (o quasi) gli interlocutori iracheni che contano (incluso il Grande Ayatollah al-Sistani), che il suo paese e l’Iraq istituiranno una serie di “supremi comitati congiunti[216]: presieduti dai vice ministri degli Esteri dei due paesi,  uno per l’economia, uno per i rapporti politici e uno, infine, per la gestione di eventuali problemi confinari”… A parte le solite iperboli mediorientali degli aggettivi stragonfiati, da rilevare questo ultimo esito, per lo meno curioso e masochistico, delle iniziative “strategiche” degli apprendisti stregoni di Washington…

GERMANIA

●In questo paese il PIL nel 2010 è cresciuto del 3,6%, ben sette punti di più dei 4,7 di declino del 2009. E anche la disoccupazione nel 2010 è scesa al 9,2% con 2,9 milioni di senza lavoro e 40 milioni e mezzo di persone che dichiarano invece di lavorare, in aumento dello 0,5%[217].

●Secondo la relazione preliminare annuale presentata al governo dai cosiddetti saggi suoi consulenti, l’economia tedesca si avvia quest’anno a un rallentamento del tasso di espansione[218] continuando a crescere un po’ più, dicono ora, di quanto avessero precedentemente previsto ma rallentando forse al +2,3% rispetto al 3,5 del 2010.

GRAN BRETAGNA

●Nel quarto trimestre il PIL[219] si è di nuovo contratto dello 0,5%, dopo essere cresciuto dello 0,7 nel terzo. Colpa anche del cattivo tempo, certo, ma dice l’Ufficio statistico nazionale che “anche se il tempo fosse stato bello, l’economia non sarebbe cresciuta”, Gli economisti vicini al governo avevano predetto, col solito ottimismo ufficiale del piffero, una crescita dello 0,5%... cioè, si erano sbagliati del 200%...

Avvisa il governatore della Banca d’Inghilterra Mervin King che le famiglie britanniche stanno oggi soffrendo la perdita più accentuata nelle loro condizioni di vita mai registrata dagli anni ’20 del secolo scorso.

●Ma anche nel bel mezzo di questa nuova botta di recessione vera e propria, sale ancora a dicembre l’inflazione, lo 0,4% in più che a novembre e, in un anno, di un forte 3,7%. E il tasso di disoccupazione[220] nel trimestre da settembre a novembre ha segnato il 7,9% (ufficiale).

●Il deficit commerciale[221] raggiunge a novembre 8,7 miliardi di sterline (10,34 di €): in aumento di 100 milioni di sterline da ottobre.

●E, malgrado tutto, pur arrivando a dichiarare “deludenti” i dati appena arrivati, il cancelliere dello Scacchiere Greg Osborne, a nome del governo cons-lib dichiara che esso non smetterà di perseguire le sue politiche di austerità. “Non ci lasceremo distrarre – dice – da qualche settimana di cattivo tempo”…, costringendo l’Ufficio di statistica a precisare che la decelerazione economica non dipende affatto da quello…

Insomma, l’unica crisi che mette paura al governo Cameron è quella finanziaria, non il baratro in cui si sta avvitando l’economia reale e, tanto meno, quella sociale che comincia a strozzare il paese… Del resto, il governatore della BoE dopo aver avvisato dei guasti dell’economia e specie delle famiglie e della gravità della crisi, aveva auspicato lui stesso – pazzo? no!, suicida? neanche! solo servo non sciocco di lor signori e dei loro interessi, proprio come il governo. gente che tuta sa da che coltello venga imburrato il panino che mangia – che bisogna va andare avanti con il rigore e l’austerità.

●Anche qui, come in Germania per i liberal-democratici di Westerwelle, come in Israele per i laburisti di Barak, come in Italia per Fini e Futuro e libertà, grosse difficoltà per i partiti minoritari nelle coalizioni di governo. Devono, infatti, rinunciare sempre ai loro princìpi, ai programmi, perché contano meno degli alleati maggiori di governo: e non riescono così mai, praticamente, a giustificare il compromesso fatto con risultati soddisfacenti.

Qui, tocca a Clegg e al suo partito liberal-democratico, che hanno ingoiato ormai quasi tutto: si resta in Afganistan, almeno finché lo dice Obama, c’è un taglio feroce alla creatura del loro Beveridge,  il sistema articolato e complesso e certo anche costoso del welfare britannico, le spese per la scuola elementare pubblica in specie e per la ricerca e il taglio delle tasse sugli istituti privati d’élite, l’aumento adesso dell’IVA (in media dal 17,5 l 20%)[222]: e si sorbiscono anche, come vangelo o quasi, le scuse ipocrite di chi sostiene che, così, i ricchi pagheranno di più.

Però è anche vero che i laburisti all’opposizione, anche qui, come tutta la sinistra in Europa sembrano balbettare, non li incalzano, non li spubblicano, non li mettono con le spalle al muro costringendoli a fare i conti fino in fondo con le loro contraddizioni di fronte alla loro base… Insomma, hanno paura ad accelerare.

GIAPPONE

●E adesso tocca al paese del Sol Levante , manco fosse quello del Sol Ponente… Proprio quando sembrava abituato, da anni, al disinteresse del mondo finanziario per il suo enorme debito pubblico (appena al di sotto del 200% del PIL, il maggiore al mondo fatta eccezione per il 240 circa dello Zimbabwe, che però conta un piffero), il governo di Tokyo resta scioccato dal deprezzamento del suo rating sovrano[223] (per la prima volta dal 2002).

L’agenzia S.&P.’s annuncia improvvisamente che lo butta giù – da AA, che già non era al massimo, ad AA- – con una nota di motivazione pesante: “A medio termine, non prevediamo che il governo sia in grado di esibire un avanzo primario anche infinitesimale prima del 2020 a meno di un significativo lavoro di consolidamento fiscale – gergo: riduzione di spesa pubblica e programmi di austerità – in cui ci si impegni da subito”: roba che, però, non esiste... Come chiarisce subito, senza dire di no – come non fa mai un giapponese – ma dicendo vedremo – come fanno qui quando vogliono dire di no: non è cortese altrimenti – il ministro dell’Economia, Kaoru Yosanu, che si limita a dire di dispiacersi della decisione…

●Ogni tanto vale la pena di riconsiderare i miti dati per realtà in ogni paese. Forse il più famoso mito, o leggenda metropolitana/internazionale, per questo paese è quello che parla da anni del “decennio perduto” – o meglio, forse, dei decenni perduti del Giappone.

Dopo lo scoppio di inizio anni 2000 della cosiddetta bolla speculativa del dot.com che portò alla recessione del 2001 e al rapido, conseguente, calare dovunque dei tassi di interesse per prevenire un lungo periodo di bassa crescita “alla giapponese”— e, però, alimentò così la bolla speculativa edilizia e del credito facile che, a fine 2007 inizio 2008, è scoppiata anch’essa portando a una nuova ondata generale di abbassamento dei tassi e sempre per prevenire un altro decennio di crescita nulla o quasi “alla giapponese”.

Insomma, sempre la stessa lezione. Solo che pare proprio si tratti della lezione sbagliata. Il decennio perduto giapponese nella realtà è una leggenda. Nel senso, appunto, del mito. Certo: il tasso di crescita medio degli ultimi dieci anni qui è stato appena dello 0,6%, rispetto all’1,7 degli USA: quindi, una differenza poi non troppo eclatante visto che gli USA non hanno, poi, fatto neanche loro gran che. Ma, è vero, lo 0,6% è proprio poco…

Però, allora, anche larga parte dell’Europa ha “perso un decennio”: la Germania negli stessi anni è cresciuta più o meno come il Giappone (sullo 0,6) e l’Italia, addirittura, soltanto dello 0,2%. Un po’ meglio hanno fatto solo Francia e Spagna. Solo che in queste quantificazioni di stagnazione diffusa sarebbe necessario introdurre oltre a quella del PIL, per grossolana e incapace come si sa di misurare la qualità della crescita, anche almeno la variante demografica. Come di norma, invece, non si fa.

Il fatto è che, obiettivamente, dal punto di vista della crescita dell’economia, quella che conta è solo la popolazione in età lavorativa che contribuisce direttamente alla produzione del PIL. Cioè: non conta davvero la percentuale assoluta di crescita del PIL, e neanche del PIL pro-capite, ma quella di crescita del PIL pro-capite dei lavoratori attivi. E allora, se due paesi ottengono la stessa percentuale di crescita per lavoratore attivo, la conclusione dovrebbe essere che, anche quando il tasso di crescita del PIL sia stato diverso, i due paesi hanno registrato grosso modo un’analoga efficienza nell’utilizzazione del rispettivo potenziale di crescita.   

Ma la sorpresa è che, se si guarda al PIL in rapporto alla sua crescita relativamente al numero di lavoratori attivi che lo producono (diciamo, la popolazione tra i 20 e i 60 anni)

Il risultato è che nell’ultimo decennio il Giappone è, in realtà, andato meglio della maggior parte dei paesi europei e anche meglio degli USA. Perché la sua crescita è stata ottenuta con un livello di popolazione attiva che si è andato rapidamente riducendo, dello 0,8% a fronte di una crescita demografica approssimativamente della stessa percentuale. Cioè, con questa correzione, il tasso di crescita globale del PIL è stato lo stesso, sopra l’1,5%.

Col tasso di disoccupazione ufficiale che, poi, in Giappone è restato sostanzialmente stabile, intorno al 4-5%, mentre in America, sempre quello ufficiale, calcolato con gli stessi criteri assai restrittivi di identico “imbellimento”, è quasi raddoppiato: al 10. Ora, il declino relativo del Giappone in termini di potenza economica continuerà quasi certamente, a bassi ritmi di crescita visto che continua e continuerà il trend all’invecchiamento della sua popolazione.

Analogo discorso è in vista per Germania ed Italia. Si può discutere, e si discute in effetti, sull’impatto che un tasso debole di crescita della popolazione abbia sulla crescita dell’economia. C’è chi. e si tratta di economisti di vaglia, sostiene, con argomenti assai seri, che se a un tasso di crescita globale inferiore corrisponde una suddivisione pro-capite anch’essa tra un numero inferiore di cittadini “produttivi”, entro certi limiti il risultato globale può essere quello di un maggiore benessere per i lavoratori attivi.

E, con opportuni, limitati, incrementi di tassazione del reddito – più che sopportabili se riflettono comunque, come è il caso praticamente sempre, quello che sarà in ogni caso un tasso di crescita globale e, soprattutto, di produttività crescente – il risultato può essere positivo anche per i pensionati che aumentano e che, a rigore, non è poi neanche vero che non creino niente economicamente: se non altro perché sono fior di consumatori[224]

●Qui, l’inflazione – se si può chiamare così un aumento annuo dei prezzi a novembre dello 0,1%: che, poi, è una caduta effettiva (deflazione) dello 0,5% se si escludono i prezzi più volatili dei prodotti alimentari – in pratica non esiste. E fa problema per una produzione che, sempre a novembre sull’anno precedente, cresce dell’1% ma registra solo il primo aumento da ormai ben sette mesi[225]

●Per la seconda volta in un anno – dopo la diatriba finita, per ora, in un pari relativamente al desiderio giapponese non rispettato di vedere spostarsi via da Okinawa la base dei marines di Futenma – c’è uno scontro diretto di politica militare tra la volontà del Grande Fratello in materia e quella del Giappone.

Che poi, invece, è la prima volta, a memoria nostra (piuttosto ben informata, però), che un alleato degli Stati Uniti – e questo poi, il Giappone, che sembrava col governo liberal-democratico da quasi sessant’anni perennemente sdraiato a fare da tappetino rispetto al Grande Fratello: ma adesso col nuovo governo del partito democratico, leggermente più di sinistra – li manda a quel paese su un tema che fino a qualche anno fa sarebbe assolutamente stato, per Tokyo, tabù.

E’ stata la rivendicazione precisa e inusitata assai di diritti e, come si dice, di pari dignità. I due paesi stavano conducendo da qualche anno una joint venture di ricerca avanzata su un sistema navale di difesa balistica missilistica. Ma, adesso, è saltato perché il Giappone ha chiesto e pubblicamente agli USA gli stessi diritti degli USA: il potere di veto sulla cessione a terzi futura del software del sistema[226].

A questo punto, gli Stati Uniti avrebbero deciso di continuare da soli. Ma il segretario alla Difesa Gates, di passaggio qui dopo la visita in Cina, ha cercato adesso di riaprire il dialogo con Tokyo: anche perché un portavoce del Pentagono aveva appena ammesso che, per farlo, non ci sono neanche in bilancio i finanziamenti necessari a disposizione. Nel tentativo di ammorbidire un po’ l’intransigenza del governo giapponese adesso Gates dice che Washington terrà nel massimo conto anche desiderata e esigenze di Tokyo sullo spostamento accelerato della base dei marines di Futenma, a Okinawa…

●E, come una ciliegia che tira l’altra, Tokyo annuncia anche – e proprio adesso – di aver rimesso in discussione, dopo averla sempre finora scartata, la possibilità che il Giappone lanci satelliti propri in grado di fornire al paese – per sviluppi sia civili che militari – un sistema di rilevazione geo-stazionaria (GPS)[227] che non lo costringa più ad affidarsi solo a quello fornito, a pagamento, dagli americani. Una decisione, viene reso noto a livello di governo, che creerebbe per l’economia anche grandi occasioni di sviluppo su tutti i mercati dell’Asia (e non solo).

Secondo autorevoli indicazioni di fonte industriale, il governo avrebbe già deciso, superando o comunque ignorando l’opposizione dell’industria statunitense tutta modulata in termini, secondo loro, di minor convenienza della scelta (ma, appunto, minore per chi?): tra 2014 e 2015, Tokyo lancerà sei o sette satelliti per mettere in opera il suo GPS in grado di coprire, almeno, tutta l’area del Pacifico asiatico.

●Arrivati quasi a fine mese, poi, finalmente Stati Uniti e Giappone firmano un accordo per tenere fermi i costi per il paese dell’ospitalità “offerta” alle basi americane: per cui, anche nel bilancio del 2011, e per cinque altri anni al contribuente nipponico la spesa da sostenere sarà fissata in 2,26 miliardi di $ all’anno[228]. In più, il Giappone pagherà parte dei costi del trasferimento da Okinawa a Guam (in territorio statunitense cioè, via da quello giapponese) dello squadrone di F-15 che sono – erano – lì stanziati.

L’accordo dovrà passare per la ratifica della Dieta e, poi, anche del Senato americano. E non è detto che tutto andrà proprio liscio. Il ministro degli Esteri, Saiji Maehara, ha annunciato, al momento della firma, che non verrà più usato nella terminologia giapponese per designare la legislazione al riguardo l’attributo, per gli americani pressoché ingiurioso, voce di “spesa compassionevole” o di “simpatia”: finora quella ufficiale in bilancio.

 

[1] Libero, 6.1.11, Tremonti tiene la guardia alta: ‘la crisi non è finita’ (cfr. http://libero-news.it/news/574716/Tremonti _a_ guardia_alta___La_crisi_non___finita_.html/).

[2] Guardian, 26.1.2011, L. Elliott, Will Davos heed the warning signs?— Ma Davos darà retta ai segnali d’allarme?

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[3] Il New York Times scrive di Roubini: “nato a Istanbul, figlio di ebrei iraniani, la sua famiglia si trasferì a Teheran quando lui aveva due anni, poi a Tel Aviv e infine in Italia (dove è stato dal 1962 al 1983 e ha frequentato l’università. Si è poi trasferito negli Stati Uniti per conseguire il dottorato in politica internazionale a Harvard. Parla inglese, italiano, ebraico, e anche farsi.

[4] CNBC Tv, vedi il video in Guardian, 26.1.2011 (cfr. http://www.guardian.co.uk/business/video/2011/jan/26/davos-no uriel-roubini/).

[5] 1) The Economist, 22.1.2011; 2) Conference Board, 20.1.2011, Total Economy Database/2011 Productivity Brief-Key Findings— Database dell’economia globale Rapporto produttività: dati chiave (cfr. http://www.conference-board.org/ data/economydatabase/).

[6] 1) The Economist, 22.1.2011; 2) IEA, 18.1.2011, Oil market report, Highlights—  Rapporto sul mercato petrolifero, Punti salienti (cfr. http://omrpublic.iea.org/currentissues/high.pdf/).

[7] 1) FAO, Global Info, 1.2011, Food prices index— Indice dei prezzi delle derrate (cfr. http://www.fao.org/worldfood situation/wfs-home/en/); e 2) Financial Times, 5.1.2011, J. Bias, Global food prices hit record high I prezzi degli alimentari al massimo (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/51241bc0-18b4-11e0-b7ee-00144feab49a.html#axzz1ACB tfIYP/).

[8] The Economist, 15.1.2011.

[9] Guardian, 16.1.2011, M. Weaver, Muammar Gaddafi condemns Tunisia uprising Muammar Gheddafi condanna la sollevazione popolare in Tunisia.

[10] Guardian, 14.1.2011, I. Black, Profile: Zine al-Abidine Ben Ali.

[11] Guardian, 7.12.2010, US embassy cables: The lifestyle of Tunisian president's son-in-law… including pet tiger I messaggi dell’ambasciata americana: lo stile di vita del genero del presidente tunisino…  tigre di famiglia inclusa (cfr. http:// www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/218324/). 

[12] Va notato come, del resto neanche diplomatici esperti come l’ambasciatore francese a Tunisi, Pierre Menat, accreditatissimo come grande conoscitore della politica tunisina, avesse mai nemmeno lontanamente subodorato la tensione che si accumulava. Lui conosceva bene, sì, la corte di Ben Ali e pensava che quella fosse la Tunisia…

    Ha detto il presidente della Commissione Esteri della Assemblea nazionale francese, Axel Poniatowski, del partito di Sarkozy e suo stretto alleato che forse, sì, era stato sbagliata l’offerta, fatta solo ore prima della fuga del presidente, dalla nuova ministra degli Esteri Michele Alliott-Marie al suo governo di know how francese su come reprimere le “sommosse di piazza”…

    Il fatto è, ha spiegato candidamente, che nessuno “ sembrava avere una minima idea della stretta asfissiante che Ben Ali e la sua famiglia avevano sulla società tunisina”…: nessuno ad eccezione ovviamente di tanti tunisini e dell’… ambasciatore americano (New York Times, 26.1.2011, France Replaces Tunisia Envoy With Sarkozy Ally La Francia rimpiazza l’inviato in Tunisia con un alleato di Sarkozy).  

    Ma non era meglio, allora, tacere, piuttosto che dire simili cretinate?

[13] Yahoo!News, 10.1.11, Agenzia Associated Press (A.P.), B. Ben Bouazza, Tunisia shuts down schools amid unrest La Tunisia chiude le scuole nel pieno di vasti disordini di strada (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/af_north_africa_riots/).

[14] New York Times, 15.1.2011, D. D. Kirckpatrick, Power Again Changes Hands in Tunisia as Chaos Remains In Tunisia, mentre resta il caos, cambia ancora di mano il potere.

[15] Der Spiegel, 22.1.2011, Ägyptens Friedensnobelpreisträger ElBaradei unterstützt Straßenproteste gegen Mubarak— Il premio Nobel della pace egiziano ElBaradei appoggia la protesta di piazza contro Mubarak (cfr. http://www.spiegel.de/spiegel/ vorab/0,1518,741043,00.html/).

[16] Che dà una copertura completa e tutta dal vivo, in Italia sui canali di Sky 560 (in arabo) e 522 (in inglese), con “produzioni” diverse.

[17] Stratfor, 30.1.2011, Egypt: Al-Azhar Sheikhs Participate In Protests— Egitto: gli sceicchi di al-Ahzar prendono parte alla protesta (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110130-egypt-al-azhar-sheikhs-participate-protests-source/).

[18] ABC News, 30.1.2011, Looters destroy mummies during Egypt protests Saccheggiatori distruggono alcune mummie nel corso delle proteste popolari in Egitto (cfr. http://www.abc.net.au/news/stories/2011/01/30/3124950.htm/).

[19] 1) New York Times, 31.1.2011, N. Kulish e S. Meckennet, Political Crisis Starts to Be Felt Economically La crisi politica comincia a farsi sentire economicamente; 2) Zerohedge.com, 31.1.2011, As Perfectly Expected, Moody's Cuts Revolutionary Egypt From Ba1 To Ba2, Outlook Negative, CDS Spikes— Come assolutamente scontato, Moody’s taglia il rating dell’Egitto rivoluzionario da Ba1 a Ba2, con previsione negativa e impennate dei titoli di esposizione creditizia del paese (cfr. http://www.zerohedge.com/article/perfectly-expected-moodys-cuts-revolutionary-egypt-ba1-ba2-outlook-negative-cds-spikes/).  

[20] YNet (Israele), 28.1.2011, A fundamental shift in Egypt's government could force a ‘revolution in Israel's security doctrine’ Uno spostamento fondamentale del governo in Egitto potrebbe imporre una ‘rivoluzione nella dottrina di sicurezza’ israeliana (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4020583,00.html/).

[21] New York Times, 26.1.2011, D. D. Kirkpatrick e M. Slackman, Egypt’s Young Seize Role of Key Opposition to Mubarak— I giovani egiziani assumono il ruolo dell’opposizione principale a Mubarak..

[22] Stratfor, 21.1.2011, Tunisia: U.S. Cautious On Political Aftermath - Officials Rappresentanti dell’Amministrazione americana dicono che gli USA si mantengono ‘cauti’ sugli strascichi politici [della Tunisia](cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/ 20110121-tunisia-us-cautious-political-aftermath-officials/).

[23] New York Times, 25.1.2011, M. Landler, A Region’s Unrest Scrambles U.S. Foreign Policy— Le turbolenze in tutta la regione buttano nel disordine la politica estera americana.

[24] Dove, in effetti, hanno comandato da anni. Dice la lettura, per lo meno suggestiva, di un osservatore peraltro assai patriottico e moderato, come R. Douthat, sul New York Times, del 30.1.2011, The Devil We Know, che per lo meno questo. Mubarak, è il Diavolo che, se non altro, già conosciamo … e che cambiarlo può essere, a questo punto,  pericoloso… anche se non è detto che dipenderà poi da noi.

    “Mubarak ha retto l’Egitto per 30 anni da dittatore puro ed è stato sempre un alleato risoluto degli Stati Uniti, un partner deciso nella nostra lotta al terrorismo e un nemico del radicalismo islamico. Ma, allo stesso tempo, il suo rapporto con Washington ha offerto una giustificazione solida alla visione del mondo dei jihadisti. Sotto di lui, l’Egitto ha ricevuto più dollari americani di ogni altro paese, eccezion fatta per Israele.

    Scatenando contro la Fratellanza mussulmana in Egitto le sue galere, le sue torture e il suo esilio, Mubarak ha bloccato la possibilità di una rivoluzione islamica nel suo paese ma ha aiutato a radicalizzare e internazionalizzare gli islamisti egiziani, spingendo uomini come Ayman al-Zawahiri, un medico egiziano, il numero due di bin Laden,  ritenuto il vero cervello del movimento, al di fuori della politica nazionale e dentro la jihad globale”…

    “Per molti giovani egiziani, irrequieti nel mezzo della stagnazione politica ed economica del paese, il salto dall’odio verso il dittatore a quello verso i suoi padroni americani è stato breve. Uno degli uomini che questo salto lo fecero era uno studente di architettura chiamato Mohamed Atta: colui che, quell’11 settembre, si era messo al timone del volo dell’American Airlines no. 11 scagliandolo contro le Torri gemelle”. Insomma: “è del tutto possibile che, se Mubarak non avsesse governato l’Egitto da dittatore negli ultimi 30 anni, le Torri gemelle starebbero ancora in piedi”.

    Già… Ma vaglielo a spiegare alla Clinton...

[25] Zawya.com, 31.1.2011, EU Urges Mubarak To Immediately Enter Talks With Opposition La UE preme su Mubarak per colloqui con l’opposizione (cfr. http://www.zawya.com/story.cfm/sidZW20110131000146#ZW20110131000146/).

[26] Agenzia Reuters, 1.2.2011, Israel's Netanyahu fears Egypt could go way of Iran L’israeliano Netanyahu ha paura che l’Egitto prenda la strada dell’Iran (cfr. http://au.news.yahoo.com/world/a/-/world/8750399/israels-netanyahu-fears-egypt-could-go-way-of-iran/).

[27] Reuters, 31.1.2011, Egypt army: will not use violence against citizens Le Forze armate egiziane: non useranno la forza contro la cittadinanza (cfr. http://af.reuters.com/article/egyptNews/idAFLDE70U2JC20110131/).

[28] CNBC, 29.1.2011, Families of Egyptian businessmen leave Cairo— Le famiglie dei businessmen egiziani scappano via dal Cairo (cfr. http://www.cnbc.com/id/41329690/).

[29] KGS Agency, 26.1.2011, The Amir Grant to Kuwait citizens Il [cosiddetto] regalo Amir [è il primo nome dell’emiro: come dire, Silvio…] ai cittadini del Kuwait (cfr. http://onedinar.forumotion.net/t28441-kuwait-amir-s-grant-deposited-in-bank-accounts-feb-24-official/).

[30] KGS Agency, 26.1.2011, King to politicians; reform! Il re ai politici: riformare! (cfr. come sopra, Nota21).   

[31] China Daily (Quotidiano di Cina), 27.1.2011, Algeria to shake up cabinet— L’Algeria rimescola il governo (cfr. http:// www.chinadaily.com.cn/xinhua/2011-01-27/content_1669721.html/).

[32] The Wall Street Journal, 31.1.2011, Interview With Syrian President Bashar al-Assad Intervista col presidente siriano Bashar al-Assad (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703833204576114712441122894.html/).

[33] Tra parentesi: la dizione esatta non è neanche questa, ma beneficial owner e non sta affatto per “proprietario” ma solo per “usufruttuario” (cfr., ed è solo l’esempio di una traduzione accreditata, http://it.dicios.com/enit/beneficial-owner/).

[34] Stratfor, 28.11.2011, Italy: FM Recommends EU Mission To N. Africa Italia: il ministro degli Esteri raccomanda una missione UE in Nord Africa (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110128-italy-fm-recommends-eu-mission-n-africa/).

[35] RAI3, 30.1.2011, In 1/2 ora

[36] Guardian, 30.1.2011, A. Crooke, Europe's failure on Middle East peace— Il fallimento europeo sulla pace mediorientale.

[37] Qui, in Nota210..       

[38] Dip. di  Stato, conferenza stampa della segretaria Hillary Clinton, 25.1.2011 (cfr. http://www.state.gov/secretary/rm/ 2011/01/155280.htm/).

[39] V. Nota37precedente.

[40] Cfr. http://www.icc-cpi.int/menus/icc/reports%20on%20activities/court%20reports%20and%20statements/sixth%20 report%20of%20the%20international%20criminal%20court%20to%20the%20united%20nations%20for%202008_20 09/).

[41] Guardian, 19.1.2011, S. Tisdall, The rehabilitation of Khartoum La riabilitazione di Khartoum.

[42] Reuters, 25.1.2011, K. Abdelziz, Sudan's Bashir pledges support for independent south— Il Sudan di Bashir si impegna a sostenere il Sud indipendente (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/01/25/us-sudan-referendum-idUSTRE70N6TF 20110125/).   

[43] Commissione presidenziale sullo spargimento di greggio nel Golfo del Messico, 6.11.2011, Rapporto preliminare, A Failure of Management:Cumulative Risk Large and Avoidable— Un fallimento del management: un rischio cumulativo vasto e evitabile (cfr. http://www.oilspillcommission.gov/sites/default/files/documents/Advance%20Chapter%20on%20 BP%20Well%20Blowout%20Investigation%20Released.pdf/). 

[44] New York Times, 6.1.2011, edit., Failure in the Gulf Fallimento nel Golfo.

[45] Reuters, 24.1.2011, C. Bremer e D. Flynn, Sarkozy lays out G20 agenda, targets commodities— Sarkozy delinea l’agenda del G-20, con obiettivo particolare sulle materie prime (cfr. http://www.reuters.com/article/idUSTRE70N1S 620110124/).

[46] New York Times, 5.1.2011, J. Leland e A. Shadid, Radical Cleric Returns to Iraq After Years in Iran Il chierico radicale [questi vanno avanti sempre e solo per etichette…] torna in Iraq dopo gli anni passati in Iran.

[47] Ed emersa, finalmente, in modo autorevole – non più solo come sussurri e grida di origine più o meno indefinita – dai cosiddetti Taliban Files in data 11.9.2003, documentazione “desecretata” in base alla legislazione statunitense sul diritto all’informazione (Freedom of Information Act) e pubblicata il 30.1.2004 sul sito del National Security Archive della George Washington University, Gli USA hanno fatto pressione più di trenta volte sui talebani perché espellessero bin Laden, sotto Clinton; per poi, con Bush, lasciar subito cadere l’offerta dei talebani quando dissero sì (cfr. http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB97/index.htm/)

[48] Financial Times, 17.1.2011, G. Dyer e J. Anderlini, China’s lending hits new heights I prestiti della Cina raggiungono nuovi massimi (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/488c60f4-2281-11e0-b6a2-00144feab49a.html#axzz1BVd3hj8I/).

[49] 1) Stratfor, 4.1.2010, China: GDP Grew About 10 Percent In 2010 Cina: il PIL cresce di circa il 10% nel 2010 (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110104-china-gdp-grew-about-10-percent-2010/); e 2) cfr. http://www.pbc.gov.cn/ publish/english/963/index.html#/).

[50] Xinhua, 20.1.2011 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/20110120/443877A.htm/).

[51] Xinhua, 25.1.2011, China's urban unemployment rate at 4.1% by 2010— Il tasso di disoccupazione urbana al 4,1% nel 2010 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-01/25/c_13706404.htm/).

[52] China News Net.com, 23.1.2011, China economy to grow 9.8% in 2011— L’economia cinese crescerà del 9,8% nel 2011 (cfr. http://www.chinanews.net/story.php?rid=42282761/).

[53] Forbes.com, 11.1.2011, China’s Biggest Lenders Said to Expect About 14% Loan Growth I maggiori istituti di credito della Cina si attendono un aumento del 14% dei prestiti (cfr. http://billionaires.forbes.com/article/01NycJ09QG6A1/).

[54] International Business Times–The Economist, 17.1.2011, China stats agency sees 4 pct avg inflation in 2011 –report Un rapporto dell’ufficio statistico nazionale prevede l’inflazione al 4% medio nel 2011 (cfr. http://au.ibtimes.com/articl es/101515/20110117/china-average-consumer-price-rise-2011-inflation-malicious-national-statistics-bureau.htm/).

[55] New York Times, 11.1.2011, K. Bradsher, Chinese Foreign Currency Reserves Swell by Record Amount Le riserve di valuta estera della Cina si gonfiano di un ammontare record.

[56] China Daily, 10.1.2011, China’s foreign trade towards balance Il commercio estero della Cina verso l’equilibrio (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/china/2011-01/10/content_11822093.htm/).

[57] China Securities Journal, 7.1.2010, Bank reserves turn top weapon in liquidity fight Le riserve bancarie diventano un’arma di punta nello sforzo di controllare la liquidità (cfr.  http://www.cs.com.cn/english/media/201101/t20110107_273649 7.html/).

[58] Renminribao (Quotidiano del popolo), 12.1.2011, China's exchange rate not cause of US high unemployment rate: ambassador— L’ambasciatore cinese: il tasso di cambio dello yuan non è causa dell’alta disoccupazione in America (cfr. http:// english.people. com.cn/90001/90776/90883/7258264.html/).

[59] China Daily, 4.1.2011, Chen Xin, Unions push for collective wage move I sindacati spingono per la negoziazione collettiva dei salari  (cfr. http://www2.chinadaily.com.cn/china/2011-01/04/content_11788521.htm/).

[60] Mark Twain, un secolo e più fa, dopo aver osservato la guerra col Messico, chiamò gli americani dei veri e propri Innocents abroad Innocenti all’estero, in un suo famoso diario di viaggio, che descrive insieme uno dei miti fondatori dell’America, la benevolenza verso tutti gli altri degli americani nel mondo, e le ambizioni missionaristiche, salvatrici anche per chi non volesse mai esserne salvato, del loro un qualche po’ atipico imperialismo: v. M. Twain , banalmente tradotto (peraltro assai bene) in italiano come Seguendo l’equatore, Dalai ed., 2010).

[61] New York Times, 17.1.2011, edit., President Hu Comes to Washington Il presidente Hu viene a Washington.

[62] The Wall Street Journal, 18.1.2011, Dealing with an assertive China Trattare con una Cina molto risoluta (cfr. http://on line.wsj com/article/SB10001424052748703791904576075350720583490.html/).

[63] Agenzia Stratfor, Obstacles to Lifting Europe’s Arms Embargo Against China (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/ 20101230-obstacles-lifting-europes-arms-embargo-against-china/).

[64] New York Times, 16.1.2011, D. E. Sanger e M. Wines, China Leader’s Limits Come Into Focus as U.S. Visit Nears I limiti [del potere] del presidente cinese sotto la lente d’ ingrandimento con l’avvicinarsi della visita negli Stati Uniti.

[65] New York Times, 5.1.2011, M. Wines, China Rolls Out Its First Stealth Aircraft La Cina tira fuori il suo primo aereo invisibile.

[66] 1) Aviation Week and Space Technolgy (vera e propria bibbia dell’aviazione militare americana e, quindi, mondiale) ne ha dato per primo notizia, confermata poi anche dalla stampa cinese, il 3.1.2010, in un servizio di B. Sweetman intitolato, ancora prudentemente, Chinese J-20 Stealth Fighter In Taxi Tests— Il caccia invisibile cinese J-20 sotto test in pista per ora…; 2) v. anche le prime foto pubblicate del J-20 Stealth (effettivamente piuttosto impressionanti...) nel Business Australian, 5.1.2011, Photographs reveal secret J-20 Chinese stealth fighter Foto rivelano il caccia invisibile segreto [ma adesso, e non a caso ripetiamo, non più!] della Cina (cfr. http://www.theaustralian.com.au/business/news/ photographs-reveal-secret-j-20-chinese-stealth-fighter/story-e6frg90x-1225982584861/)

[67] In dettaglio, ne riferisce solo il China Daily, 10.1.2011, US Secretary of Defense Visits China Il segretario americano alla Difesa in visita in Cina (cfr. http://europe.chinadaily.com.cn/china/2011-01/10/content_11820570.htm/).

[68] Xinhua, 12.1.2011, China won't compromise on issues of principle: ambassador La Cina non scende a compromessi su questioni di principio: l’ambasciatore (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-01/12/c_13686959.htm/).

[69] Stratfor, 12.1.2011, Vice Premier comments ahead of presidential visit Commenti del vice premier prima della visita presidenziale (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110112-china-us-vice-fm-comments-ahead-presidential-visit/).

[70] Tucidide, La guerra del Peloponneso, 2 vll., a cura e trad di L. Canfora, Il Mulino, 2010.

[71] 1) Testo degli interventi e della conferenza stampa di Obama e Hu Jintao, 19.1.2011 (cfr. http://www.whitehouse.gov/ the-press-office/2011/01/19/press-conference-president-obama-and-president-hu-peoples-republic-china/); 2) Guardian, 19.1.2011, R. Adams, Hu Jintao's state visit to Washington - as it happened La visita di Stato di Hu Jintao a Washington – come è andata.

[72] New York Times, 18.1.11, P. Gewirtz, What America and China Must Not Forget Quel che America e Cina non devono dimenticare.

[73] New York Times, 23.12.2010, China and Intellectual Property La Cina e la proprietà intellettuale.

[74] CEPR, Washington, D.C., 22.9.2004, D. Baker, Financing Drug Research: What Are the Issues? Finanziare la ricerca sui medicinali: qual è davvero la questione?

[75] CEPR, 5.11.2003, D. Baker, The Artistic Freedom Voucher: An Internet Age Alternative to Copyrights Il voucher di creazione artistica, un’alternativa al copyright per l’età di Internet (cfr. http://www.cepr.net/documents/publications/ip_2003 _11.pdf/).

[76] BeijingNews.net, 21.1.2011, Italy's ENI, PetroChina sign joint accord focusing on Africa, China L’ENI italiana e la PetroChina formano accordi congiunti mirati all’Africa e alla Cina (cfr. http://www.beijingnews.net/story.php?rid=42239636 & ht=Italys-ENI-PetroChina-sign-joint-accord-focusing-on-Africa-China/).

[77] Vedi Nota congiunturale 1-2011, sotto Nota3. E vedi Asahi Shinbun (朝日新聞 Tokyo), 28.12.2010, Y. Kato, intervista, U.S. commander says China aims to be a 'global military' power Comandante [delle forze navali] USA afferma che la Cina mira a diventare una potenza militare globale’ (cfr. www.asahi.com/english/TKY201012270241.html/).

[78] New York Times, 1.11.2011, edit., China’s Naval Ambitions Le ambizioni navali della Cina.

[79] Stratfor, 21.1.2011, U.S., Japan: Indonesia Concerned About InterferenceUSA, Giappone: l’Indonesia [e altri paesi] preoccupati dalla loro [di USA e Giappone] interferenza (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110121-us-japan-indonesia-concerned-about-interference/).

[80] Agenzia Kyodo news, 5.1.2011, China military eyes preemptive nuclear attack in event of crisis (cfr. http://english. kyodonews.jp/news/2011/01/64900.html/).

[81] Yahoo!News, 6.1.2011, China backs policy of no pre-emptive nuke strikes La Cina continua a sostenere il no a un  attacco nucleare preventivo (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110106/ap_on_re_as/as_china_nuclear_weapons_1/).

[82] New York Times, 31.12.2010, Car Bomb Kills 21 at Egyptian Church Un’autobomba ammazza 21 fedeli davanti a una chiesa in Egitto.

[83] Guardian, 4.1.2011, O. Diab, Egypt's ailing regime now cares only for its own survival Il regime malato dell’Egitto ormai si preoccupa solo della propria sopravvivenza.

[84] Guardian, 11.1.2011, J. Hooper, Pope's call for Middle East to protect Christians sparks Egypt fury L’appello del papa perchè il Medioriente protegga i cristiani infiamma la furia dell’Egitto.

[85] Agenzia AGI, 3.1.2011, dichiarazione a SkyTG24, Frattini: taglio aiuti UE a paesi che non proteggono cristiani (cfr. http://www.agienergia.it/NewsML.aspx?idd=81604&id= 67&ante=0/).

[86] IBGE,  Dati statistici generali, Brasile, 2010 (cfr. http://www.ibge.gov.br/home/).

[87] New York Times, 3.1. 2011, T. Rosenberg, To Beat Back Poverty, Pay the Poor Per rimandare indietro la povertà, pagare i poveri [merito quasi solo di un unico programma di aiuto diretto e in contanti alle famiglie più povere: di straordinario successo, anche macroeconomico].

[88] New York Times, 31.12.2010, A. Barrionuevo [un reporter cui costa molto, dopo le battaglie ideologicamente e  sistematicamente condotte contro il Brasile anti-yankee di Lula, doverlo ammettere], Brazil’s New Leader Begins in Shadow of Predecessor La nuova leader del Brasile comincia all’ombra del predecessore.

[89] The Economist, 15.1.2011.

[90] Reuters, 3.1.2011, Brazil to raise currency worries during China trip Il Brasile nella visita [della presidentessa] in Cina solleverà le sue preoccupazioni sul cambio (cfr. http://www.reuters.com/article/idUSN0318148720110103/).

[91] Il Messaggero, 4.1.2011, Battisti, Berlusconi: ‘Con il Brasile i nostri buoni rapporti non cambieranno’. Ma La Russa: ci saranno conseguenze [e, se lo dice La Russa, in dissenso (sic!) dal Berlusca …] (cfr. http://www.ilmessaggero.it/ar ticolo. php?id=133164&sez=HOME_NELMONDO/).

[92] Granma, 11.1.2011, A. I. Leyva, Mas de 75.000 nuevas licencias para el trabajo por cuenta propria (cfr. http://www. granma.cu/). 

[93] Trabajadores (organo della CTC di Cuba), 3.1.2011, ‘Nos corresponde ser garantes del reordenamiento laboral’ ‘Ci spetta essere i garanti del riordinamento del lavoro’ (cfr. http://www.trabajadores.cu/news/2011/1/3/201cnos-corre sponde-ser-garantes-del-reordenamiento-laboral201d/).

[94] Reuters, 25.1.2011, Chile says to invest military copper funds overseas— Il Cile annuncia che investirà all’estero i fondi della vendita del rame dell’esercito (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/01/25/chile-economy-larrain-idUSN2526157 820110125/).

[95] New York Times, 1.1.2011, R. Donadio, Europe’s Young Grow Agitated Over Future Prospects I giovani europei si agitano sulle prospettive del loro futuro [come se i giovani americani, poi, invece no… Ma qui “agitarsi” vuol dire forse “ribellarsi”… cosa di cui in America – ancora: ancora… – non sembrano doversi preoccupare e si preoccupa tanto invece la giornalista da esorcizzare persino la parola nel titolo del suo pezzo].

[96] ECB/BCE, 13.1.2011, Dichiarazione del presidente Jean-Claude Trichet alla conferenza stampa mensile (cfr. http:// www.ecb.int/press/pressconf/2011/html/is110113.en.html/).

[97] Bild Zeitung, 15.1.2011, N. Blome, Wird Bundesbank-Chef Weber der nächste Mr. Euro? Sarà il capo della Bundesbank il prossimo Mr Euro? (cfr. http://www.bild.de/BILD/politik/wirtschaft/2011/01/15/axel-weber-wird-bundes bank-chef-mr-euro/kanzlerin-angela-merkel-macht-massiv-werbung.html/).

[98] The Economist, 15.1.2011.

[99] New York Times, 16.1.2011, L. Alderman, Europe’s Challenge: Fostering Growth Amid Austerity La sfida dell’Europa: alimentare la crescita in mezzo all’austerità.

[100] The Economist, 22.1.2011.

[101] 1) New York Times, 7.1.11, (A.P.), European Growth Figures Revised Down for 3rd Quarter I dati di crescita del 3° trimestre rivisti al ribasso; 2) per il dato del PIL: EUROSTAT, 7.1.2011. #6-2011, Euro area GDP up by 0.3% and EU27 GDP up by 0.5% Il PIL dell’eurozona sale dello 0,3% e quello della UE a 27 dello 0,5 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/2-07012011-BP/EN/2-07012011-BP-EN.PDF/); e, per i consumi: EUROSTAT, 6.1.2011, #4-2011, Volume of retail trade down by 0.8% in euro area  Down by 0.4% in EU27 Volume del commercio al dettaglio in calo dello 0,8% nell’eurozona e dello 0,4 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ca che/ITY_PUBLIC/4-06012011-AP/EN/4-06012011-AP-EN.PDF/).

[102] EUROSTAT, 4.1.2011, #1-2011, Euro area inflation estimated at 2.2% L’inflazione dell’eurozona stimata al 2,2% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-04012011-AP/EN/2-04012011-AP-EN.PDF/).

[103] EUROSTAT, 7.1.2011, #5-2011, Euro area unemployment rate at 10.1% Il tasso di disoccupazione nell’eurozona al 10,1% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-07012011-AP/EN/3-07012011-AP-EN.PDF/).

[104] Statistics Estonia (da EUROSTAT), Crescita – anzi, calo – del PIL (cfr. http://www.stat.ee/29958/).

[105] Statistics Estonia (da EUROSTAT), Disoccupazione nel terzo trimestre (cfr. http://www.stat.ee/29980/).

[106] Bloomberg, 31.12.2010, Estonia's Entry Expands Euro Into Former Soviet Union— L’entrata dell’Estonia allarga l’euro alla ex Unione sovietica [che è una sciocchezza, ovviamente: come si può far entrare qualcosa dentro qualcos’altro che non esiste più da vent’anni?] (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2010-12-31/estonia-joins-euro-club-as-currency-expands-east-into-former-soviet-union.html/).

[107] La differenza, è che il marchingegno messo in piedi dall’Eurogruppo e che formalmente entrerà in vigore solo nel 2013 (se poi sarà effettivamente approvato, l’ESM), per adesso non c’é: c’è, appunto, l’ESFS che cerca di far fronte ai  buchi più minacciosi, di volta in volta e immediatamente, del debito e della liquidità, con un mandato deliberatamente così limitato.

   Ma è, anche e proprio, l’accavallarsi di terminologie così grottescamente esoteriche a dar conto, sotto l’astrusità e l’accavallarsi di sigle strane, della precarietà appunto del marchingegno).

[108] Dice, impropriamente come s’è sottolineato, The Economist, 8.1.2011.

[109] The Wall Street Journal, 25.1.2011, A. Patnaude, Strong Demand for EFSF Bond— Domanda elevata per i bond EFSF (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704698004576103472359589138.html/).

[110] Equity.com, 11.1.2011, Japan to Buy Euro Bonds, Joins China to Avert Crisis Il Giappone, come la Cina, comprerà titoli euro per evitare la crisi (cfr. http://equityfinancialtrust.com/fx-rate-watch/article-of-interest-january-11-2011/).

[111] BBC News, 20.1.2011, Irish PM Brian Cowen announces 11 March election Il premier  Brian  Cowell  annuncia  elezioni  l’11  marzo  (cfr.

http:/ /www.bbc.co.uk/news/world-europe-12239332/).

[112] Guardian, 23.1.2011, H. McDonald, Greens pull out of Irish government after Brian Cowen resignation Dopo le dimissioni [dalla leadership del Fianna Fáil] di Brian Cowen i Verdi escono dal  governo.

[113] Reuters, 10.1.2011, J. Strupczewski, Portugal under pressure to seek EU/IMF aid— Il Portogallo sotto pressione perché si rivolga all’aiuto di UE e FMI (cfr. http://www.reuters.com/article/idUSTRE7081X420110110/).

[114] The Economist, 15.1.2011.

[115] Reuters, 3.1.2011, P. Day, China will continue to buy Spanish debt: vice premier La Cina continuerà ad acquistare debito pubblico della Spagna (cfr. http://www.reuters.com/article/idUSTRE7020QS20110103/).

[116] The Wall Street Journal, 6.1.2011, M. Walker e J. Dean, EU Aims to Seal Deal With Beijing— L’UE punta a concludere l’accordo [si fa per dire: uno dà, l’altro riceve soltanto…] con Pechino [sul debito] (cfr. http://online.wsj.com/ar ticle/SB1000 1424052748704739504576067152484003010.html?KEYWORDS=EUROPEAN+ UNION+DEBT/).

[117] El Pais, 6.1.2011, China firma contratos por 5.650 millones de euros en sectores clave de la economía española (cfr. http://www.elpais.com/articulo/espana/China/firma/contratos/5650/millones/euros/sectores/clave/economia/espa nola/elpepuesp/20110105elpepunac_3/Tes/).  

[118] The Economist, 15.1.2011.

[119] New York Times, 7.1.2011, How to Calm the E.U.'s Turmoil Come acquietare le turbolenze della Unione europea.

[120] Queste – corredate dalla nostra soggettiva lettura delle cose come esse nella cruda realtà poi ci appaiono, non come cercano disperatamente di presentarcele – le conclusioni annunciate e/o mascherate nella conferenza stampa finale dal presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, e dai Commissari agli Affari economici e monetari Olli Rehn e al Mercato interno e ai servizi Michel Barnier: FOREX roundup, 18.1.2011, EU to test banks, improve discipline and boost rescue fund— L’UE testerà [di nuovo] le banche, aumenterà il rigore e anche [forse, ma non per ora]il fondo di salvataggio (cfr. http://news.tradingcharts.com/forex/1/8/151781281.html/).

[121] Reuters, 7.1.2011, Germany asks China to rethink rare earths access La Germania chiede alla Cina di ripensare a rendere accessibili le terre rare (cfr. http://www.miningweekly.com/author.php?page=1&u_id=99&/).

[122] ChannelNewsAsia, 12.1.2011, China defends rare earths policy ahead of Hu's US visit La Cina difende la sua gestione delle terre rare prima della visita in Cina di Hu (cfr. http://www.channelnewsasia.com/stories/afp_asiapacific/view/ 1104184/1/.html/).

[123] New York Times, 27.1.2011, J. Dempsey, European Commission Plans to Recycle Rare Earths I piani della Commissione europea per riciclare le terre rare.

[124] Stratfor, 30.12.2010, Belarus:Foreigners Backed Opposition Candidates Bielorussia: appoggio straniero per i candidati dell’opposizione (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20101230-belarus -foreigners-backed-opposition-candidates/)

[125] Charter’97, 31.12.2010, Lukashenko closes OSCE office in Belarus— Lukashenko chiude gli uffici delì’OSCE in Bielorussia (cfr. http://www.charter97.org/en/news/2010/12/31/34974/).

[126] Polskie Radio News.com, 4.1.2011, Lukashenko not welcome in Poland Lukashenko non è il benvenuto in Polonia (cfr. http://www.thenews.pl/international/artykul146778_lukashenko-not-welcome-in-poland.html/).  

[127] Telegraph (Minsk), 31.1.2011, EU Decided Not to Impose Economic Sanctions on Belarus— La UE ha deciso di non imporre sanzioni economiche alla Bielorussia (cfr. http://telegraf.by/print/2011/01/eu_decided_not_to_impose_economic_ sanctions_on_belarus.html/).

[128] Dip. di Stato USA, 31.1.2011, Dichiarazione di P. H. Gordon, assistente segretario di Stato agli Affari europei e euroasiatici (cfr. http://www.state.gov/p/eur/rls/rm/2011/155531.htm/).

[129] Consiglio europeo sule relazioni internazionali (ECFR), 20.1.2011, S. Dennison, A backdoor guest? Un ospite che transita dalla porta di servizio? (cfr. http://ecfr.eu/content/entry/commentary_a_backdoor_guest/).

[130] Human Right Watch, World Report 2010, European union, pp. 396-413 (cfr. www.hrw.org/world-report-2010/).

[131] La sintesi dei contenuti della legge che qui riportiamo è quella fatta dal New York Times, 4.1.2011, Mr. Orbàn Forgets Il signor Orbàn dimentica [vuol dire, secondo questi falsi ingenui del NYT, dimentica le leggi sula censura del periodo comunista… ma, in realtà, non dimentica niente: adesso c’è lui al comando e quelle leggi, perciò, vanno benissimo: a gente come lui, o come certi amici suoi …]

[132] New York Times, 7.1.11, S. Castle, Under Pressure, Hungary Softens Tone on Its Media Law Sotto pressione, l’Ungheria ammorbidisce I toni sulla legge per il controllo dei media.

[133] The Economist, 8.1.2011.

[134] Bloomberg, 5.1.2011, P. Abelsky, Russian Inflation Quickens to Year-High on Food Prices, Rates May Increase In Russia, l’inflazione accelera al massimo dell’anno per i prezzi degli alimentari e potrebbero aumentare i tassi di interesse (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-01-05/russia-inflation-accelerated-to-13-month-high-x8-7-in-december.html/).

[135] CNBC, 13.1.2011, Russia 2010 budget deficit falls to 3.9 pct/GDP Il deficit di bilancio del 2010 scende al 3,9% del PIL (cfr. http://www.cnbc.com/id/41057640/). 

[136] The Economist, 8.1.2011.

[137] Cerca di controbattere alla leggenda di un Khodorkovsky vittima del cattivo Putin, non negando che magari il primo ministro ce l’abbia con lui proprio perché anni fa cercò, con la strapotenza dei soldi, di fargli politicamente le scarpe ma attestando e documentando il fior di delitti e di frodi di cui s’è effettivamente reso colpevole, su BusinessNewEurope, il 6.9.2010, B. Aris, Khodorkovsky, the making of a myth— Khodorkovsky, la creazione di un mito (cfr. http://www.bne.eu/ story2271/).

   Del resto, nel suo discorso televisivo di fine anno, alla reporter americana che gli chiedeva conto del perché in Russia condannassero a pene così “duramente selvagge” comportamenti economici considerati in qualche modo “anomali”, Putin stesso aveva risposto, con pesante (ma azzeccato) sarcasmo che a lui risultava come a New York          (New York Times, E. Barry, 16.12.2010, Putin Speaks His Mind, and Then Some, on Television Alla televisione, Putin dice la sua— e la ridice pure.

[138] La Stampa, 11.1.2011, M. Molinari, “I rapporti Usa-Italia mai così stretti malgrado Wikileaks”- L'asse Berlusconi-Putin? Non è più un problema - [non è più un problema, significa che, ovviamente, un problema lo è stato… ma va benissimo, non è un problema che sia stato un problema… il vero problema, come sempre, specie nel rapporto tra Stati è di merito, nel merito…] (cfr. http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/finestrasullamerica/grubrica.asp?ID_blog=43&ID _articolo= 1911&ID_sezione=58&sezione=/).

[139] Bloomberg, 11.1.2011, Nabucco, South Stream Can’t Converge, ENI Chief Scaroni Tells La Stampa Il Nabucco e il South Stream non possono fondersi, dice a La Stampa il capo del’ENI, Scaroni (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-01-11/nabucco-south-stream-pipelines-can-t-converge-eni-chief-tells-la-stampa.html/).

[140] la Repubblica, 11.1.2011, Agenzia Teleborsa, Eni, Scaroni “con USA rapporti impostati sulla trasparenza” (cfr. http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?code=641&dt=2011-01-11&src=TLB/).

[141] BusinessNewEurope (BNE), 27.1.2011, EU optimistic on new supply route L’UE ottimista su nuove vie di rifornimento  (cfr. http://www.bne.eu/dispatch14070/Eurasia_daily_Thu_27_Jan/).

[142] Stratfor, 25.1.2011, Lithuania: Ministry Complains To EU About Gazprom Lituania: il ministero dell’Energia si lamenta con la Commissione riguardo a Gazprom (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110125-lithuania-ministry-complains-eu-about-gazprom/).

[143] Topix (Bratislava), 25.1.2011, V4 aims to reduce dependence on Russian gas— I 4 di Visegrad puntano alla riduzione della dipendenza dal gas russo (cfr. http://www.topix.com/sk/bratislava/2011/01/v4-aims-to-reduce-dependence-on-rus sian-gas/).

[144] Financial Times, 9.1.2011, Political violence in the US and Pakistan— La violenza politica, negli USA e in Pakistan        (cfr. http://blogs.ft.com/rachmanblog/2011/01/political-violence-in-the-us-and-pakistan/).

[145] Riprodotto, dopo che era stato in gran fretta fatto sparire dal blog di Palin, dal The Huffington Post , 9.1.2011, Sarah Palin's PAC Puts Gun Sights On Democrats She's Targeting In 2010— Il Comitato d’azione politica di Sarah Palin [il gruppo d’azione dei suoi sostenitori politici (miliardari, tutti i petrolieri d’America sono lì, tutti gli industriali degli armamenti… ma anche milioni di gente del popolo, i fanatici della destra estrema e fondamentalista, noi diremmo  di base] che la finanzia mette nel mirino i democratici di cui nel 2010 aveva fatto il suo bersaglio (cfr. http://www.huffingtonpost.com/2010/03/24/sarah-palins-pac-puts-gun_n_511433.html/).

   Nella lista, si noterà, Gabrielle Gifford è la quarta: uno dei quattro rappresentanti democratici, tutti da far fuori (senza virgolette, evidentemente) dello Stato forse più reazionario d’America (che al Congresso ne elegge in tutto 8: gli altri sono repubblicani). L’8° distretto dell’Arizona, quello proprio di Tucson, è quello della famosa/igerata sfida all’O.K. Corrall, di cinematografica ma, a modo suo, anche storica memoria, il 26 ottobre 1881 tra Wyatt Earp e i suoi fratelli e il clan dei Clayton che è diventato emblematico di tutto il Far West.

[146] Cfr. qui sotto, Nota172 .

[147] 1) Reuters, 9.1.2011, M. Felsenthal, Economists foretell of U.S. decline, China’s ascension— [All’Associazione degli] Economisti discutono e predicono di declino americano e di ascesa della Cina (cfr.  http://www.reuters.com/article/idUSTRE 7082BL20110109/); e 2)  The 2011 ASSA Annual Meeting, 6-9.1.2011, Denver, Co. (gli Atti completi saranno  disponibili dal prossimo maggio; per le sintesi dei principali interventi, cfr. http://www.aeaweb.org/Annual_Meeting/).

[148] The Economist, 1.1.2011.

[149] The Economist, 1.1.2011.

[150] Guardian, 28.1.2011, J. Kollewe, Hopes rise for US economic recovery Crescono le speranze di un’accelerazione della ripresa economica in America (legate però, spiega l’articolo, molto più a qualche azione di stimolo che a qualsiasi abbassamento del deficit di bilancio e del debito…).

[151] New York Times, 2.1.2011, P. Krugman, Deep Hole Economics L’economia del buco profondo.

[152] 1) The Wall Street Journal, 7.1.2011, J. Sparshott e J. Bater, Economy Adds Fewer Jobs Than Expected—(cfr. http:// onlinews.j.com/article/SB10001424052748704739504576067541438828036.html?mod=WSJEUROPE_hpp_LEF

TtopStories/); 2) New York Times, 7.1.2011, C. Hauser, Private Sector Improves Jobs Picture Only Slightly Solo un leggero miglioramento del quadro occupazionale dal settore privato; 3) Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics, 7.11.2010, USDL-11-0002, Sintesi sulla situazione dell’occupazione, 12.2010 (cfr. http://www.bls.gov/news.release/emps it.nr0.htm/); e 4) CEPR, Wash., D.C., 7.1.2011, Analisi dei vari settori e gruppi di occupati/disoccupati, D. Baker (cfr. http://www.cepr.net/index.php/data-bytes/jobs-bytes/2011-01/).

[153] Idem, elaborazione grafica di C. Rampell.

[154] The Economist, 22.1.2011.

[155] 1) New York Times, 21.1.2011, S. Greenhouse, Union Membership in U.S. Fell to a 70-Year Low Last Year—; e 2) Bureau of Labor Statistics del Dip. Lav, 21.1.2011, USDL-11-0063, Union Members-2010 (cfr. http://www.bls.gov/ news.release/union2.nr0.htm/).

[156] The Wall Street Journal, 14.1.2011, M. Gongloff, M. Brown e N. Boschat, S&P, Moody's Warn On U.S. Credit Rating S&P e Moody’s ammoniscono di possibili svalutazioni del rating del debito americano (cfr. http://online.wsj.com/article/SB1000 1424052748703583404576079311379009904.html?mod=WSJ_hp_LEFTWhatsNewsCollection/)

[157] New York Times, 25.1.2011, Financial Crisis Was Avoidable, Inquiry Finds— La crisi finanziaria era evitabile, scopre la Commissione [parlamentare].

[158] 1) New York Times, 25.1.2011, S. Gay Stolberg, Obama Calls for Bipartisan Effort to Fight for American Jobs Obama chiede uno sforzo bipartisan nella lotta per i posti di lavoro in America; 2) per il testo integrale del discorso sullo stato dell’Unione, cfr. http://www.nytimes.com/2011/01/26/us/politics/26obama-text.html?ref=global-home/.

[160] Dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute Istituto di Stoccolma di ricerche internazionali sulla pace), 2009 (cfr. http://www.globalissues.org/article/75/world-military-spending#InContextUSMilitarySpendingVersus RestoftheWorld/).

[161] New York Times, 18.1.2011, Reuters, Boeing again delays delivery of 787 Dreamliner La Boeing ritarda ancora la consegna del suo 787 Dreamliner.

[162] Vedi il calcolo effettuato da KabulPress (Kabulpress è un forum che permette a afgani e altri di scrivere e dibattere in modo critico i temi rilevanti per la regione. Il sito è sostenuto e finanziato dalla Harvard Kennedy School’s Carr Center for Human Rights Policy della prestigiosa università statunitense che così motiva la sua scelta: ‘sosteniamo il difficile lavoro di Kabulpress come strumento per ampliare il dibattito, difendere la libertà di pensiero e di stampa e coltivare lo spirito critico e la capacità di analisi sull’Afghanistan: di cui abbiamo disperatamente bisogno’), 20.11.2010, Killing each Taliban soldier costs $50 Million Ammazzare ogni soldato talebano costa 50 milioni di $ [e ammazzare un alpino italiano, costa sui 25¢ di €, il prezzo di una buona pallottola di Kalashnikov o di M15…] (cfr. http://kabulpress.org/my/ spip.php?article32304/ traduzione completa ne Il Fatto Quotidiano, 11.10.2010, Uccidere 20 talebani costa un miliardo di dollari. 1700 miliardi per colpirli tutti (cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/11/uccidere-20-talebani-costa-un-miliardo-di-dollari-uccidere-tutti-i-talebani-costerebbe-1700-miliardi-di-dollari/70999/).

[163] TGla7, 3.1.2011, 20:00.

[164] Tra gli altri, nientemeno che l’ex segretario di Stato e consigliere alla Sicurezza nazionale della presidenza Carter Zbigniew Brzezinski ha scritto di suo pugno

    1) che gli USA avevano volutoregalare all’URSS la sua guerra del Vietnam” mandando loro squadre di agenti segreti a mettere in piedi i mujaheddin e a inventarsi Osama bin Laden in Afganistan nell’anno precedente l’entrata delle truppe dell’URSS chiamate ad aiutare il governo comunista del paese contro gli insorti islamici uadre di ropovocazione e fi (cfr. Intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...” (cfr. http://hebdo.nouvelobs.com/ sommaire/do cuments/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanistan-avant-les-russes.html/); notizia delr str o già anticipata dall’ex direttore della CIA, poi ministro della Difesa di Bush e oggi di Obama, Robert Gates, nelle sue Memorie: From the Shadows— Dalle ombre, 1997, Simon&Schuster ed.); e

        2) che è, al fondo, davvero per il petrolio che si è fata la guerra: quello di domani più che quello di oggi  (Z. K. Brzezinski, The Grand Chessboard – American Primacy and Its Geostrategic Imperatives Il grande scacchiere – Il primato americano e i suoi imperativi strategici, Basic Books, ed., 1998, non tradotto) era imperativo per gli USA assumere il controllo della regione che gli esperti, ormai, chiamano fra loro “Pipelineistan”: come Afganistan, Pakistan, Kazakistan…: le vie attraverso le quali passeranno in futuro gli oleo-gasdotti che dopo Kuwait, Arabia saudita, Iran e Iraq riforniranno di combustibili l’occidente (cfr. http://www.wanttoknow.info/brzezinskigrandchessboard/); vedi, sul tema, anche Voltaire.net, 14.5.2009, P. Escobar, Pipelineistan goes Af/Pak Il Pipelineistan viaggia sul tracciato Af/Pak (cfr. http://www.voltairenet.org/article160014.html/).

[165] New York Times, 19.1.11, An Afghanistan Graveyard L’Afganistan, come cimitero.

[166] CNN, 13.1.2011, U.S. gaining in Afghanistan, but hard road ahead, military chief says Gli USA stanno vincendo in Afganistan, dice il capo dei militari americani, ma la strada resta difficile (cfr. http://topics.cnn.com/topics/michael_g_ mullen/).

[167] Pajhwok News Agency (Kabul), 13.1.2010, People call on Taliban for justice, minister says La gente si rivolge ai talebani per avere giustizia, dice il ministro (cfr. http://www.pajhwok.com/en/photo/108799/). 

[168] INTERSOS, 25.1.211, Nota ai parlamentari italiani in occasione dell’esame del decreto legge sulle missioni internazionali - Perché 4.000 soldati italiani sono in Afghanistan? (cfr. http://www.intersos.org/sites/default/files/ima ges/Afghanistan_Nota_INTERSOS_25_1_11.pdf/).

[169] Ne ha parlato per primo il New York Times, 20.12.2010, M. Mazzetti e D. Filkins, U.S. Military Seeks to Expand Raids in Pakistan I militari USA cercano di espandere i loro raid in Pakistan.

[170] Washington Post, K. De Young, U.S. to offer more support to Pakistan Gli USA offrono maggior sostegno al  Pakistan (cfr. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/01/07/AR2011010706494.html?hpid=topnews/).

[171] New York Times, 7.1.2011, S. Masood e J. D. Goodman, Pakistani Government Salvages Coalition, but at a Steep Price Il governo pakistano riesce a salvare la coalizione, ma ad alto prezzo.

[172] Guardian, 4.1.2011, D. Walsh, Salman Taseer murder throws Pakistan into fresh crisis L’assassinio di Salman Taseer getta il Pakistan nel pieno di un’altra crisi.

[173] New York Times, 16.1.2011, W. Yong, Politically Confident, Iran Cuts Subsidies on Prices—.

[174] Agenzia al-Manar Tv (Teheran), 20.1.2011, Iran succesfully test-fires surface to air missile L’Iran sperimenta con successo un missile terra-aria dei siti atomici (cfr. http://www.almanar.com.lb/NewsSite/NewsDetails.aspx?id=170857& language=en/).

[175] Nuclear Threat Initiative (NTI) [l’Iniziativa Contro la Minaccia Nucleare è una rete internazionale e sovrannazionale di esperti, specie scienziati e tecnici, che tengono sotto sorveglianza il tema], 21.1.2011, Iran Nuclear Deadlock Persists at Meeting­— Lo stallo nucleare persiste nella riunione [di Istanbul] (cfr. http://www.globalsecuritynewswire.org/gsn/nw_20110121_26 53 . php/).

[176] New York Times, 22.1.2011, S. Erlanger, Iran Nuclear Talks Collapse With Lack of Progress I colloqui nucleari con l’Iran bloccati per mancanza di qualsiasi progresso. ui n uclari con l’Iran

 

[177] Cfr. Nota congiunturale 1-2011, in Nota155 a pie’ di pagina.

[178] SmartInvestor.in, 4.1.2011, German bank to temporarily process Iran crude payments Una banca tedesca gestirà temporaneamente i pagamenti del greggio iraniano (cfr. http://smartinvestor.in/pf/Pfnews-55382-Pfnewsdet-German_bank_ to_temporarily_process_Iran_crude_payments.htm/).

[179] 24dunia.com, 7.1.2011, Trying to sort out India-Iran oil trade payment: RBI— Banca della Riserva dell’India: alla ricerca della soluzione del problema di come pagare per i prodotti ricevuti dall’Iran (cfr. http://www.24dunia.com/english-news/show news/4/Trying-to-sort-out-India-Iran-oil-trade-payment-RBI/8672170.html/).

[180] The Statesman (Kolkata – la vecchia Calcutta – India ), 14.1.2011, Food inflation unacceptably high; FM to meet states on 19 Jan L’inflazione sui prodotti alimentari, dice il ministro delle Finanze che incontra i suoi omologhi dei singoli Stati il 19, è inaccettabile (cfr. http://thestatesman.net/index.php?option=com_content&view=article&id=355634&catid=35/).

[181] PressTv (Iran), 13.1.2011, Iran's gas export to Turkey up by 50% L’export di gas iraniano in Turchia cresce del 50% (cfr. http://www.presstv.ir/detail/159924.html/). 

[182] RIA Novosti, 12.1.2011, A. Kudenko, European missile shield should stipulate joint decision making - Russian NATO envoy Lo scudo missilistico europeo dovrebbe stipulare un meccanismo di decisione congiunto - dice l’inviato russo presso la NATO (cfr. http://en.rian.ru/russia/20110112/162107128.html/).

[183] A Cops Watch, 3.1.2011, Russia: 10 ICBM Tests Planned For 2011— La Russia: 10 test progettati nel 2011 (cfr. http:// acopswatch.blogspot.com/2011/01/whats-going-on-in-world-today-110103.html/).

[184] Stratfor, 4.1.2011, Russia: Deployment Framework Agreed Upon Concordato un accordo quadro di dislocamento (cfr. (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110104-russia-crdf-framework-agreed-upon/).

[185] LeftFootForward.org, 25.1.11, K. Hudson, Russia finally ratifies New START treaty La Russia alla fine ratifica il nuovo Trattato START (cfr. http://www.leftfootforward.org/2011/01/russian-duma-finally-ratifies-new-start-treaty/).

[186] Stratfor, 6.1.2011, Russia: Amendments Prepared For START Ratification La Russia: emendamenti in preparazione per la ratifica dello START (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110106-russia-amendments-prepared-start-ratification/).

[187] Agenzia Interfax, 27.1.2011, Russia to Take Part in TMD Drills in Germany-Rogozin La Russia prenderà parte alle esercitazioni di difesa missilistica di teatro in Germania (cfr. http://www.interfax.co.uk/russia-and-cis-daily-news-roundups/russia-and-cis-headline-news-yesterday-in-brief-for-january-27-2011/). 

[188] St.Petersburg News.net, 28.1.2011, Russia, NATO to conduct joint anti-missile drills La Russia e la NATO condurranno esercitazioni antimissilistiche congiunte (cfr. http://www.stpetersburgnews.net/story.php?rid=42447981&ht= Russia-NATO-to-conduct-joint-anti-missile-drills/).

[189] Yahoo!News, 3.1.2011.M. Lavie, Israel's Labor: We'll quit if no progress to peace, Minister says— Ministro dice che il partito laburista uscirà dal governo se  non ci sarà progresso verso la pace (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110103/ap_on_ re_mi_ea/ml_israel_palestinians_11/).

[190] Haaretz, 3.1.2011, M. Mualem e B. Ravid, Strife in Labor as minister gives Barak peace talks ultimatum Conflitti nel partito laburista con l’ultimatum dei ministri a Barak su[ll’inconcludenza voluta de]i colloqui di pace (cfr. http://www.haa retz.com/news/national/strife-in-labor-as-minister-gives-barak-peace-talks-ultimatum-1.335010/).

[191] 1) (A.P.), 17.1.11, Labor officials: Defense Minister Ehud Barak to leave party and form new parliamentary faction Esponenti del laburismo: il ministro della Difesa Ehud Barak lascia il partito e forma una nuova fazione parlamentare (cfr. http://www.newser. com/article/d9kpuqg00/labor-officials-defense-minister-ehud-barak-to-leave-party-and-form-new-parliamentary-fac tion.html/); 2) Haaretz, 17.1.2011, J. Lis, Ehud Barak quits Labor to form 'centrist, Zionist and democratic' party— Ehud Barak abbandona il Labor per formare un ‘ partito centrista, sionista e democratico’ [ma soprattutto per restare nel governo di destra] (cfr. http://www.haaretz.com/news/national/ehud-barak-quits-labor-to-form-centrist-zionist-and-democratic-party-1.337493/).

[192] Haaretz (Tel Aviv), 2.1.2011, B. Ravid, U.S. officials: Barak 'deceived' us about his role in peace process— Esponenti americani: Barak ci ha ‘ingannati’ sul suo ruolo nel processo di pace (cfr. http://www.haaretz.com/print-edition/ news/u-s-officials-barak-deceived-us-about-his-role-in-peace-process-1.334697/).

[193] Haaretz, 7.1.2011, Y. Melman, Outgoing Mossad chief: Iran won't have nuclear capability before 2015— Il capo uscente del Mossad: l’Iran non avrà una capacità [di armamento] nucleare fino al 2015 (cfr. http://www.haaretz.com/ print-edition/news/outgoing-mossad-chief-iran-won-t-have-nuclear-capability-before-2015-1.335656/).  

[194] Haaretz, 18.12.2006, Mossad chief: Iran will have nuclear bomb by 2009 L’Iran avrà la bomba atomica entro il 2009 (cfr. http://www.haaretz.com/news/mossad-chief-Iran-will-have-nuclear-bomb-by-2009-1.207521/).

[195] E pare, anche, di quelli americani che con loro avrebbero lavorato a sviluppare e, poi, a introdurre in sito, nelle centrifughe degli impianti di arricchimento dell’uranio di Natanz un virus, o “verme” elettronico, noto come Stuxnet, che qualche mese fa sembra abbia infettato – e bloccato – il lavoro di almeno un quinto degli impianti. Già, qui, in Nota congiunturale no 10-2010, parlammo proprio dello Stuxnet in Nota215: 1) cfr. New York Times, 30.9.2010, J. Markoff e D. E. Sanger, In a Computer Worm, a Possible Biblical Clue Nel virus di un codice di computer, un possibile indizio biblico:

     “Il fatto che il virus Stuxnet fosse rivolto specificamente a rallentare le centrifughe dei reattori della Siemens, i primi installati a Bushehr, sembra significativo. E la ‘coincidenza’ per cui il codice con cui Stuxnet è scritto comprenda una strana citazione dal Libro di Ester della Bibbia (2,7) in ebraico (la parola ‘mirto’— Hádassa appunto questo significa e in persiano antico proprio il personaggio di Ester identifica) sembra ‘indicare’ una chiara, misteriosa ma anche volutamente ostentata ‘responsabilità’ israeliana… ma potrebbe anche far finta, naturalmente, di indicare che la responsabilità è proprio israeliana”… ; e 2) adesso, New York Times, 15.1.2010, W.J. Broad, J. Markoff e D.E. Sanger, Israel Tests on Worm Called Crucial in Iran Nuclear Delay— I test di Israele sul ‘verme’ elettronico considerati cruciali nel ritardare il nucleare iraniano.

[196] Yediot Ahronoth, 9.1.2011, Netanyahu vs. Dagan (cfr. http://www.scribd.com/doc/46594510/Yediot-Jan09-10-Neta nyahu-Versus-Dagan-Translation-to-ENG/)

[197] Jerusalem Post, 25.1.2011, Top military spy: sanctions don’t stop Iran nuclear program— La spia militare di vertice: le sanzioni non fermano il programma nucleare iraniano (cfr. http://www.jpost.com/International/Article.aspx?ID=202610/).

[198] Jerusalem Post, 6.1.2011, Chile recognizes the State of Palestine— Il Cile riconosce lo Stato di Palestina (cfr. http:// www.jpost.com/International/Article.aspx?ID=202610/).

[199] Haaretz, 10.1.2011, N. Hasson, EU diplomats say East Jerusalem should be treated as Palestinian capital I diplomatici dell’Unione europea: Gerusalemme est dovrebbe essere trattata come la capitale palestinese (cfr. http://www.haaretz. com/print-edition/news/eu-diplomats-say-east-jerusalem-should-be-treated-as-palestinian-capital-1.336109/).

[200] Il tema principale del suo intervento è la necessità di profonde riforme nel mondo arabo, non tanto per la gente che ne ha disperato e evidente bisogno quanto – ciò che la preoccupa – per “riuscire a bloccare l’estremismo”: e ha sicuramente ragione…

    Solo che quando parla di riforme, a leggere bene, che anche se identifica bene alcuni mali di fondo – corruzione, repressione, mancanza di diritti specie per le donne e le minoranze religiose… – resta del tutto cieca sul diniego di diritti economici e sociali e parla perciò, in buona sostanza, solo della necessità che emiri e sceicchi diano retta alle ricette liberiste del Fondo monetario internazionale e non a rovesciare politiche e pratiche che consentono loro già oggi di infrattarsi i profitti del petrolio nei loro conti privati… (New York Times, 13.1.2011, M. Landler, Clinton Bluntly Presses Arab Leaders on Reform La Clinton preme, senza remore, sui leader arabi perché facciano le riforme).

[201] E’ il cosiddetto piano arabo di pace, formulato per primo nel 2002 da Abdullah ibn Abd al-Aziz al-Sa'ud, futuro emiro, cioè re, dell’Arabia saudita, che “i 22 membri della Lega araba, dopo una tumultuosa discussione, accettarono di fare proprio all’unanimità” battezzandolo, appunto, ‘iniziativa araba di pace’.

    “Venne reiterato solennemente [come dice ora la Clinton che dovrebbero fare] dalla Lega araba alla riunione di Riyadh del 2007 [anche se lei che lo chiede scorda di ricordare, magari anmettendo di avere sbagliato, che gli USA – allora presidente Clinton, ìl marito – vista l’ostilità di Israele all’idea dello scambio, non lo appoggiarono mai e non lo appoggiano ufficialmente neanche adesso].

    La fonte da cui questa descrizione è ricavata, che cita fra virgolette il testo integrale del piano, è la israeliana rete YNet, che viene descritta dall’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio israeliana come “la fonte on-line di notizie quotidiane 24 ore su 24 più globale e comprensiva relativa a Israele e al mondo ebraico internazionale” che nella sua rubrica tipo dizionario chiamata Lexicon pubblica il tutto (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/ 0,7340,L-3691148, 00.htm/).

[202] Haaretz, 13.1.2011, Turkey PM: Netanyahu has worst government in history of Israel— Il PM turco: quello di Netanyahu è il peggiore governo della storia di Israele (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/turkey-pm-neta nyahu-has-worst-government-in-history-of-israel-1.336777?localLinksEnabled=false/).

[203] Nota congiunturale no. 1-2011, in Nota159, a fondo pagina.

[204] Stratfor, 16.1.2011, Lebanon: Recorded Meeting Leaked Ahead Of Al-Hariri Verdict Libano: nastro di un incontro [segreto] trasmesso prima del verdetto del tribunale su Hariri (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110116-lebanon-recor ded-meeting-leaked-ahead-al-hariri-verdict/).

[205] Gulfnews.com, 16.1.2011, Nasrallah says U.S., Israel aborted Lebanon initiative – Hezbollah will not support any new Hariri Government Nasrallah dice che USA e Israele hanno fatto abortire l’iniziativa sul Libano – Hezbollah non sosterrà alcun nuovo governo Hariri (cfr. http://gulfnews.com/news/region/lebanon/nasrallah-says-us-israel-aborted-lebanon-initiative-1.747560/).

[206] Altrenotizie, 14.1.2011, M. Paris, La partita di Hezbollah (cfr. http://www.altrenotizie.org/esteri/3746-libano-la-partita-di-hezbollah.html/).

[207] The Daily Star (Beirut), 12.1.2011, H. Dakroub, March 8 set to topple Hariri's Cabinet La coalizione 8 marzo decisa a rovesciare il governo Hariri (cfr. http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=1&categ_id=2&article_id =123551 # ixzz1AotjTOVz/).

[209] Stratfor, 21.1.2011, Israel: war planes fly over Lebanon Israele:aerei da guerra sorvolano il Libano (cfr. http://www. stratfor.com/sitrep/20110121-israel-war-planes-fly-over-lebanon/).

[210] NOW Agency (Beirut), 25.1.2011, A. F. Hussein, The Sunni Najib Mikati was appointed Prime Minister of Lebanon In Libano, il sunnita Najib Miqati è stato nominato primo ministro (cfr. http://www.allvoices.com/contributed-news/7994928-the-sunni-najib-mikati-was-appointed-prime-minister-of-lebanon/).

[211] Al-Safir e Naharnet.com (Beirut), 21.1.2011, Lebanon: Miqati Reportedly Blessed by Syria, France, Qatar Libano:  quanto si dice Mikati ha la benedizione di Siria, Francia e Qatar (cfr. http://alethonews.wordpress.com/).

[212] Today’s Zaman (Istanbul), 24.1.2011, C. Sağir, Lebanon’s PM Saad Hariri says his group opposes civil war Il PM libanese Saad al-Hariri assicura che il suo gruppo è contrario alla guerra civile (cfr. http://www.todayszaman.com/newsDetail_ getNewsById.action?newsId=233341/).

[213] Yahoo!News, 24.1.2011, M. Karouni, Hezbollah-backed Mikati set to lead Lebanon government Mikati, col sostegno degli Hezbollah,a  capo del nuovo governo (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20110124/wl_nm/us_lebanon_government/).

[214] New York Times, 25.1.2011, A. Shadid, Amid Protests, Ex-Lebanon Leader Assails New Premier Fra le proteste, l’ex PM libanese attacca il nuovo premier.  

[215] New York Times, 8.1.2011, A. Shadid, Iraqi Cleric Embraces State in Comeback Speech— Nel discorso di ritorno, il chierico iracheno abbraccia [e per fortuna che lo abraccia…] lo Stato.

   E’ interessante, e vale la pena, notare che lo stesso numero del giornale dà una versione meno onirica e più realistica, firmata A.P., dello stesso fatto, intitolando che Cleric Urges Iraqi to Resist U.S. Il chierico [non c’ niente da fare: al-Sadr per gli americani, viva cent’anni o lo ammazzino domattina, rimarrà sempre “il chierico”: una specie di epiteto insultante nel apese del reverendi più allucinanti dei riti più esoterici…] incita gli iracheni perché resistano agli USA.

[216] Agenzia MehrNews, 7.1.2011, Iran, Iraq to establish three joint committees: Salehi Salehi dichiara che Iran e Iraq creano tre comitati congiunti (cfr. http://mehrnews.com/en/newsdetail.aspx?NewsID=1226844/).

[217] DESTATIS, 12.1.2011 (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/ TimeSeries/EconomicIndicators/NationalAccounts/Content75/vgr111ga,templateId=renderPrint.psml/; e  http://www. destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/Arbeitsmarkt/Arbeitsmarkt,templateId= renderPrint.psml/).

[218] Germerica.com, 19.1.2011, German economy set to Slow in 2011 L’economia tedesca rallenterà nel 2011 (cfr. http:/ /www.germerica.net/node/5891/).

[219] New York Times, 25.1.2011, J. Werdiger, British Economy Shrank in Fourth Quarter L’economia britannica si contrae nel quarto trimestre.

[220] The Economist, 22.1.2011.

[221] The Economist, 15.1.2011.

[222] The Economist, 8.1.2011.

[223] New York Times, 27.1.2011, H. Tabuchi e B. Wassener, S.&P. Downgrades Japan as Debt Concerns Spread— S.&P.’s, col diffondersi delle preoccupazioni sul debito, svaluta il credito del Giappone.

[224] Guardian, 17.1.2011, D. Gros (economista che dirige il CEPS, Centro di studi di politica economica forse più importante in Europa: produce analisi teoriche ed empiriche, di taglio se volete piuttosto ortodossamente tradizionale, perfino convenzionale, ma sempre di valore – quello che vi costringe a pensare sempre – su un’ampia gamma di tematiche: appena a queste considerazioni troveremo riscontri e considerazioni contrapposte, ve ne renderemo qui conto: dopotutto, come diceva Disraeli, primo ministro britannico sotto la regina Vittoria, “ci sono tre tipi di bugie: le bugie, le maledette bugie e le statistiche”; e, come chiosava Mark Twain ,“se metti 100 persone a spalare ciascuna 100 chili di cacca al giorno e la spalano e poi ne metti altre 100 e ne spalano altrettanti, hai raddoppiato il PIL degli spalatori di cacca: ma nessuno sta meglio, probabilmente neanche i 100 spalatori in più messi al lavoro”… — N.d.A.), The myth of Japan’s lost decade— Il mito del decennio perduto  del Giappone.

[225] The Economist, 1.1.2011.

[226] Asahi Shimbun [il nome, tradotto letteralmente, sta per giornale economico e industriale del sole nascente…], 3.1.2011, K. Tanida, Japan-U.S. missile project cancelled Cancellato progetto di missile nippo-americano (cfr. http://sitesearch.asahi. com/cgi/sitesearch/sitesearch.pl/).

[227] Yomiuri Shimbun [il nome, tradotto letteralmente, sta per giornale economico e industriale del gigante…], 6.1.2011, Government plans Japan's own GPS Il governo progetta un GPS tutto giapponese (cfr. http://www.yomiuri.co.jp/dy/ business/T110105005032.htm/).

[228] Kyodo, 21.1.2011, Japan, U.S. sign pact on Tokyo keeping base-hosting costs for 5 yrs Giappone e USA firmano un accordo per tenere fermi per un quinquennio i costi per Tokyo delle basi americane (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/20 11/01/67704.html/).