Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     02. Nota congiunturale - febbraio 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc252704415 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc252704416 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc252704417 \h 2

in Cina. PAGEREF _Toc252704418 \h 5

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc252704419 \h 11

EUROPA.. PAGEREF _Toc252704420 \h 13

STATI UNITI. PAGEREF _Toc252704421 \h 29

GERMANIA.. PAGEREF _Toc252704422 \h 54

FRANCIA.. PAGEREF _Toc252704423 \h 56

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc252704424 \h 56

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc252704425 \h 59

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Come avrete, forse, notato in questo primo, usuale, capitolo della nostra Nota congiunturale, tralasciamo volutamente di parlare di tutto, o quasi tutto, quanto viene di regola analizzato – notizie, commenti, chiacchiere – sulla stampa italiana nel corso del periodo di tempo cui dedichiamo la nostra analisi.

Invece, segnaliamo quello – non tutto, certo, anzi selezionando comunque moltissimo – che maggiormente ci colpisce riguardo ai vertici attraverso i quali l’Italia si fa conoscere, ed è conosciuta – spesso addirittura si esibisce anche indecentemente – inevitabilmente nel mondo.

Purtroppo, con la leadership gossipante e gossipara che abbiamo – al momento e da tempo e continueremo, con qualche probabilità, ad avere almeno per qualche tempo – non è che ci facciamo di regola buona e bella figura. Anzi talvolta – e anche spesso – dobbiamo, dovremmo, vergognarci.

Due segnalazioni, questo mese: che, secondo noi, meritano attenzione e ne hanno avuta poca.

Il mondo ci descrive, di sicuro anche un po’ superficialmente – ma soprattutto grazie a Maroni e ai suoi fescennini e a Berlusconi che lo sopporta e li autorizza – come un paese Unito dal razzismo o il paese ormai del Racisme ordinaire et “chasse à l'homme”[1]: razzismo ordinario e ufficialmente sanzionato ed autorizzato in questa nostra Italia che è anche il paese di giornali-chiavica come Il Giornale di proprietà della famiglia del premier che titola lo stesso giorno sui fatti di Rosarno, sarcasticamente, che tanto Hanno ragione i negri… dove, per dire che il degrado nel quale gli immigrati sono costretti a vivere è un problema vero, si lancia quel “negri” col massimo disprezzo dei bauscia di ieri e di oggi…

Qui siamo arrivati…

La seconda. Bill Gates, lo stramiliardario in $ (parecchi più di Berlusconi) capo di Microsoft e – a modo suo, attraverso il lavoro della sua Fondazione – anche straordinario filantropo: uno che dà aiuto concreto (decine di miliardi dei propri dollari) da anni ai meno fortunati di noi in molti paesi in via di cosiddetto sviluppo e, in particolare, alla ricerca e alla lotta contro la malaria, in un’intervista dice, con grande supponenza, alcune cose anche molto sgradevoli[2], ma non per questo false, sul conto del primo ministro Berlusconi e della sua Weltanschaung, della sua visione delle vita:

Caro Silvio – gli dice – tu ignori i poveri che con noi sono nel mondo… i ricchi spendono molti più soldi per curarsi dei loro problemi, come ad esempio la loro calvizie, di quanto facciano per combattere la malaria… Nella comunità internazionale c’è un solo paese che ha ridotto gli aiuti allo sviluppo e è l’Italia… Questa io la chiamo la mia lista della vergogna e sono felice che su di essa ci sia solo un paese… Ma  io non credo che gli italiani siano d’accordo con questi tuoi tagli”. Agli aiuti, non ai capelli, si capisce…

Alle accuse di Bill la risposta italiana, ufficiosa e ufficiale, è stata quella di “farsi i fatti suoi”. Non proprio, come si vede, una risposta di merito. E, del resto, il sito della Fondazione Gates riporta i dati ufficiali, governativi, sugli aiuti pubblici dell’Italia[3], ammontati nel 2008 allo 0,21% del PIL (contro, ad esempio, lo 0,48 di quegli altri gran tirchi che sono gli inglesi), uno 0,21 che, poi, nel 2009 è stato ridotto della metà, il che “ha fatto dell’Italia tra tutti i donatori europei il paese più spilorcio di tutti”.

Va detto, però, e Gates non lo nasconde – anche se non lo evidenzia neanche – non più taccagno degli Stati Uniti d’America il cui aiuto ufficiale, nel 2008, ammontava ancora a meno, allo 0,19%: anche se il dato italiano del 2010, ora, ridotto addirittura a metà… rende davvero l’Italia il donatore in assoluto, ormai, più tirchio del mondo.

Bella conquista…iuto pubblico dellì’Italia amontava allo 0,21% del PIl

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Forse stavolta se la poteva (e ce la poteva) proprio risparmiare… Benedetto XVI, con l’aria mite e insieme totalitariamente autocratica che lo contraddistingue (più autoritaria, sempre, che autorevole: insomma, l’esatto contrario del suo predecessore che forse era più dogmatico di lui ma non lo dava a vedere), parlando all’Angelus di domenica 3 gennaio ha detto che, siccome il futuro è nelle mani di Dio, non bisogna affidarsi ai pronostici di fattucchiere e maghi “né alle previsioni dell’economia, pur importanti”…

Ha ragione, forse, nel merito: perché certo, spesso, le previsioni economiche, pure le più autorevoli – diciamo OCSE, FMI, Banca mondiale – percentualmente ci azzeccano, se va bene, non più certo delle fattucchiere. Ma il papa che c’entra? per fortuna – e bisognerebbe ricordarselo sempre tutti: in particolarissimo modo chi tra di noi si ritiene cattolico – che il dogma dell’infallibilità pontificia è di superlimitatissima applicazione. Insomma, gli economisti, non c’entrano, per fortuna e,  lasciatecelo dire proprio a proposito grazie a Dio, proprio per niente. Come per mille altre cose, tutte praticamente che astuti preti e pavidi laici, soprattutto, tendono a far passare per dogmi[4].

La Banca mondiale va giù duro e, nell’annuale rapporto sulle Prospettive dell’economia globale, spiega come e perché “ci vorranno molti anni prima di ricostruire l’economia e l’occupazione in tanti paesi[5].

Viene annunciato, proprio in occasione della presentazione di questo rapporto, che il prossimo vertice finanziario dei G-20[6] − che ornai vede insieme paesi sviluppati e grandi paesi in via di sviluppo – verrà ospitato in Germania.

L’agenda prevede, come punto principale all’o.d.g., la ri-regolamentazione dei mercati finanziari e annuncia un primo ministro inglese Brown all’attacco, se non verrà troppo distratto e sempre che sia ancora lì non avendo perso le elezioni politiche nazionali, con la proposta inglese e (forse, ancora non è chiaro, chi sa[7]) americana di una “tassa Tobin” sulle transazioni finanziarie speculative a livello mondiale e su un coordinamento accelerato dei G-20 su tutta la materia.

Il petrolio comincia a rialzare i prezzi a inizio anno, per la combinazione di diversi fattori. Uno sono i problemi insorti tra Russia e Bielorussia con la fermata del flusso di greggio denunciata da Kiev per due raffinerie bielorusse annunciata l’ultimo dell’anno dopo l’interruzione dei negoziati su aggiornamento dei prezzi e ritmi di pompaggio del 2010. In realtà, le raffinerie bielorusse di Naftan e Mozyr hanno riserve di greggio per continuare a lavorare ancora una settimana e la notizia, che  viene da Kiev alzando la tensione per ammorbidire il negoziatore contrapposto, è smentita dal ministero del Petrolio russo che nega di aver chiuso i rubinetti e afferma che i negoziati continuano[8].

Il giorno seguente, i bielorussi confermano: anche se la disputa su prezzi e flussi va avanti, vanno avanti anche i negoziati e non ci sono state interruzioni nelle consegne alle raffinerie che, infatti, continuano a lavorare, secondo quel che dichiara una portavoce della Belneftekhim, il più grande complesso petrolchimico di Stato della Bielorussia[9].

Il capo delle dogane di Minsk, Alexander Shpilevsky, fa capire[10] – di fatto minaccia: ma non si capisce davvero con quale credibilità – che, se diventasse operativa la decisione russa di far pagare il greggio pompato in Bielorussia da parte dei russi a prezzi di mercato, loro sono pronti ad eseguire ogni eventuale “rappresaglia” (presumibilmente, aumento delle tariffe di transito del greggio verso l’occidente). Minsk e Mosca non hanno, infatti, ancora raggiunto un accordo sui prezzi del petrolio e del transito del petrolio per il 2010.

Il nodo di fondo è sempre lo stesso, da anni: con polacchi, ucraini e, adesso, i bielorussi. I russi ormai vogliono che tutti i paesi importatori del loro gas o del loro greggio paghino prezzi di mercato e concedono, ma per tempi limitati e precisamente concordati, sussidi o riduzioni speciali a chi vogliono loro e per le ragioni che vogliono loro: come fa chiunque venda una merce sua sul mercato a qualsiasi acquirente.

I clienti, specie i paesi ex satelliti meno ricchi, tendono invece a mantenere almeno parte delle condizioni di favore di quando erano, insieme e sotto alla Russia, nel blocco sovietico. Ma non vogliono, per garantirsele, pagare alcun prezzo: politico, a questo punto, ai desiderata e/o alle sensibilità di Mosca… Sul mercato, però, cui sono finalmente arrivati, non funziona così: si paga e si paga tutto, in una maniera o in un’altra…

Poi, finalmente, a fine gennaio, i due paesi completano e firmano l’accordo sul greggio che, dice il vice primo ministro russo Igor Sechin, include “nuove condizioni concordate sulle consegne di petrolio alla Bielorussia, sul processo condiviso di fissazione dei prezzi e anche una dichiarazione congiunta sulle garanzie di transito[11]. E la Bielorussia nel 2010 riceverà 6,3 milioni di tonn. di greggio esentasse, un compromesso rispetto ai 5 milioni proposta in precedenza dai russi. Viene così ripristinata quasi subito, dopo lo scontro che sembrava poter rischiare di paralizzarla, la nuova unità doganale russo-bielorussa. Mentre, di quando in  quando, continueranno a sorgere di sicuro minori punti di disaccordo tra Mosca e Minsk, pare evidente che “continuerà a crescere il legame e l’influenza di Mosca in questo paese[12].    

Tra notizie e smentite sale, comunque, la pressione sui mercati e tendono ad aumentare anche i prezzi. Poi l’OPEC comincia a manifestare pubblicamente il suo nervosismo, reale anche se dai toni ancora sommessi, perché Mosca non tiene alcun conto dei limiti di produzione che il cartello (di cui  non fa parte) decide per i suoi aderenti e perché la produzione di greggio russa sta superando con i suoi 10 milioni di barili al giorno quella di tutto l’OPEC, rifiutandosi di cooperare col quale provoca una fluttuazione eccessiva dei prezzi[13].

Per la combinazione di questi fattori, del tempo particolarmente rigido questo inverno in molti paesi industrializzati, dele aspettative – attendibili anche se ancora iniziali – di un miglioramento dell’economia (specie negli USA, anche se ancora fragili; ma si vanno impennando anche le importazioni di greggio dell’India…), il prezzo del greggio è salito a inizio mese a 81,51 $ al barile. La maggior parte degli analisti segnala come però, tutto considerato, il prezzo del greggio sul mercato libero sia oscillato da luglio ad oggi in una fascia ristretta dai 70 agli 80 $ al barile, avvicinandosi agli 80 solo a metà dicembre[14].

Il Venezuela, del quale bisognerà parlare prima o poi in modo più disteso per la ricchezza di contraddizioni e di potenziali speranze che questo paese sembra unicamente, o quasi, rappresentare, ha svalutato il bolivar instaurando un sistema di cambio a valori diversi in base a quale la maggior parte delle importazioni verranno pagate 43 bolivares per dollaro, il doppio del cambio fisso che c’era finora.

Il presidente Chávez ha anche minacciato, con qualche credibilità, di chiudere  negozi e imprese c che aumentano i prezzi. Comincerà con il gruppo di supermercati Almacenes Exito che ha la casa madre in Colombia ed è controllato dai francesi del gruppo Casinò Guichard-Perrachon S.A. Chávez ha anche frenato, e poi cancellato, il piano assai impopolare di distacco a rotazione dell’energia elettrica, licenziando in tronco il ministro che se l’era inventato (il sospetto, però, è che l’idea – per risparmiare energia – non fosse stata solo o principalmente, la sua…)[15].

Il Cile al secondo turno delle presidenziali, come previsto dai sondaggi, ha cambiato di segno, dal centro-sinistra di Bachelet al centro-destra di Sebastian Piñera, miliardario alla Berlusca (padrone come lui di una grande squadra di calcio, padrone della principale televisione del paese, che non vuole vendere, padrone della compagnia aerea LAN che, invece, ha promesso – ma solo promesso – di cedere e ricchissimo, come il prototipo, di promesse immaginifiche: la prima, quella del suo “vi farò tutti ricchi”… Già sentita, no?

Non ha perso di molto, col suo 48%, il candidato che gli si opponeva, l’ex presidente e figlio dell’omonimo ex presidente Eduardo Frei: che segue alla presidenza di Michelle Bachelet –pressoché inefficace politicamente, legislativamente, come capacità innovativa ma con un tasso di gradimento personale straordinariamente elevato, quasi all’80% – ma è un personaggio troppo grigio che si presentava troppo come una minestra riscaldata di fronte all’immaginifico e promettifero Piñera e, ormai, incapace di riscaldare speranze, e anche sogni se volete, del popolo di sinistra e del cittadino medio.

Adesso, tornano al governo le stesse forze politiche, e gli stessi partiti che fornirono il loro appoggio – “civico” lo chiamarono – alla dittatura di Augusto Pinochet dal 1973 al 1990, come dissero contro il marxismo e il comunismo ma, in realtà, contro il governo costituzionale e democraticamente eletto del presidente Salvador Allende. che oggi, infatti, celebrano in piazza elevando nel loro trionfo i busti di gesso e di cartapesta dell’ex dittatore e del cui spudorato sostegno Piñera adesso dovrà, prudentemente certo, cercare di liberarsi.

Non sarà facile per Piñera riprendere il filo di un discorso comune con i leaders del centro-sinistra al potere in quasi tutto il continente. Michelle Bachelet, per tratto personale e per credo politico-ideologico, ha sempre cercato nel corso dei suoi due mandati “di disinnescare le storiche tensioni confinarie con Peru e Bolivia ed evitato di antagonizzare il presidente venezuelano Hugo Chávez. I toni più nazionalisti di Pinera e la sua amicizia con Alvaro Uribe, il conservatore presidente della Colombia, potrebbe ora complicare non poco le relazioni politico-diplomatiche, i rapporti del Cile col resto del continente[16]

Nel corso della campagna elettorale, Piñera ha criticato duramente “il populismo latino-americano”, pur mentre conduceva una campagna demagogica sfrenata di destra; ha sentenziato che Cuba è puramente e semplicemente una “dittatura”, evitando – si capisce – ogni pronunciamento su quella di Pinochet in casa sua; ha osservato che “il Venezuela non è una democrazia e la Colombia sì” – assunto in sé per lo meno discutibile – e che lui “non cederà mai un metro di terra del Cile a nessuno”. Puro revanscismo, mirato a Bolivia e Peru e al loro lungo contenzioso con Santiago…

Adesso, naturalmente, si tratta di vedere se il cambio di segno politico farà scuola, nel continente dove ormai da quasi un decennio, diciamo pure dall’elezione di Lula in Brasile a inizio 2000, più o meno, se l’egemonia di governi popolar-populisti e di centro-sinistra verrà ora sfaldata da quelli popolar-populisti di centro-destra… Difficile, certo, con un populista e, insieme, neo-liberista reaganian-antidiluviano come Piñera, nel mezzo di una crisi globale come quella che proprio quel neo-liberismo ha scatenato dappertutto nel mondo.

E si tratta anche di vedere se, e come, la nuova opposizione di centro-sinistra riesce a superare il suo shock. Intanto prendendo atto del perché il fallimento era tanto prevedibile, malgrado la popolarità della presidente, quanto il crollo che si preannuncia del labour inglese tra poco, a primavera, o di quelli ripetuti del centro-sinistra, dei centro-sinistra italiani.

Le cause sono sempre le stesse, lì come qui: la noia, l’irritazione, l’insoddisfazione dell’elettorato, le divisioni, l’incompetenza, il fallimento intellettuale della, delle, leadership delle coalizioni – o quasi coalizioni – alleate, gli errori strategici come il cercare irresponsabilmente di far maggioranza da soli per governare quando si sa, dal principio, che da soli non si farà mai maggioranza…

Secondo l’ufficio centrale statistico di Nuova Delhi, l’India ha registrato una crescita del 6,7% del PIL nell’anno fiscale che finisce a marzo 2009 (l’anno fiscale: è un’antica, desueta e un po’ pittoresca finzione contabile dei tempi di Sua Graziosa Maestà Vittoria, regina delle Indie)[17].

Di Haiti non parliamo, in questa sede, per una scelta che ci stringe un po’ il cuore. Ma nella certezza che, qui, sia inutile farlo. Perché, al di là, della tragedia e della fretta invereconda a classificarla fra le effemeridi, una delle cose imponderabili dovute alla volontà di Dio – quando è noto che lo stesso terremoto in Giappone avrebbe fatto, forse, un ventesimo dei morti: e che, quindi, soltanto di volontà di Dio non si tratta – parlarne, dopo tutto quanto s’è detto e il poco che si è fatto, è ridondante.

in Cina

A inizio mese, la Banca centrale alza il rendimento dei suoi titoli a tre mesi[18], fermo dal 13 agosto  all’1,328%, fino all’1,3684%. Di per sé non sembra un gran che, ma in un periodo di crescita forte come quello di questa economia il passo è stato interpretato da molti economisti come un segno chiaro di un seria stretta monetaria in arrivo, con aumento del vero e proprio tasso di interesse, per bloccare la spinta inflattiva incipiente.

Inoltre, la Banca centrale ha dato istruzioni a tutte le banche del paese di mettere a riserva una fetta maggiore dei propri soldi per cautelarsi contro la possibilità di crediti insolvibili[19]: il 16% dei depositi per i cinque istituti principali e il 15 per tutti gli altri. Un altro indicatore di qualche preoccupazione per l’eccessiva liquidità nel sistema e le tentazioni speculative che un’economia, così in espansione, offre al mercato.

In effetti, a dicembre e sull’anno prima, sono più che raddoppiati gli investimenti diretti esteri nel paese. Lo comunica il ministero del Commercio con l’estero che registra IDE per 12,1 miliardi di in questo che è il quinto mese consecutivo di crescita. Ma, anche qui, la crisi incide e dall’estero, in tutto il 2009, gli IDE flettono a 90 miliardi di $, del 2,3%[20].

A Davos, al Forum economico mondiale di fine gennaio, dove sembrava proprio che ai cinesi, ospiti d’onore, tutti si dessero da fare a stendere il tappeto rosso orlato d’oro degli ospiti d’onore, il vice governatore della Banca di Cina, Zhu Min, ha dovuto tirar fuori le unghie per difendere la politica monetaria del suo paese, attaccata da tutti: a partire dagli americani che predicano da tempo alla Cina che deve rivalutare lo yuan.

Zhu ha invece centrato il suo intervento sull’importanza della stabilità dello yuan, difendendo la scelta di fondo di “seguire”, grosso modo, proprio l’andamento del dollaro, la moneta dell’economia con la quale la sua ha maggiore interazione. All’accusa, sollevata anche a Davos – da Sarkozy per esempio, o dal rappresentante del Dubai – di chi punta il dito allo squilibrio provocato dall’attivo cinese, Pechino risponde che la colpa è del passivo americano: e, ovviamente, e non solo dal punto di vista contabile hanno ragione entrambe le parti…

Il fenomeno è soprattutto quello del cosiddetto “carry trade”, dove gli investitori prendono in prestito il dollaro a buon mercato e lo piazzano nei mercati emergenti, dove profittano dello scarto nei tassi di interesse più alti di quelli che avrebbero tenendosi i dollari. E’ la moneta statunitense, punta il dito, non lo yuan, che si è rovesciata a cascata così su tutti i mercati emergenti e “se, prima o poi, la politica monetaria americana cambierà, il dollaro tornerà sicuramente soprattutto all’interno del mercato USA[21]. Ma se lo facesse per un rialzo subitaneo e forte del tasso di sconto della Fed, il deflusso dai mercati terzi potrebbe davvero causare una catastrofe per le monete del resto del mondo…

La Banca centrale di Cina, negli stessi giorni, pubblica il suo Bollettino trimestrale[22] che riconosce con notevole trasparenza serietà e portata dei problemi macroeconomici che la politica monetaria, finanziaria ed economica del paese deve affrontare: insieme, sintetizza, tenere stabili i prezzi, migliorare la struttura del sistema del credito, prevenire rischi finanziati sistemici e mantenere un equilibrio accettabile della bilancia dei pagamenti internazionali. La Banca Popolare di Cina, la Banca centrale, non irrigidirà la sua politica monetaria (il tasso di sconto e il cambio) ma non cederà neanche alle sirene che la vorrebbero veder mollare.

La produzione industriaie a dicembre, e sullo stesso mese dell’anno prima, è cresciuta del 18,5%[23]. E L’indice della produzione manifatturiera sale forte a dicembre[24], registrando nei dati annunciati dalla federazione cinese dei managers agli acquisti il ritmo più accelerato da venti mesi e riflettendo naturalmente, l’impulso del grande stimolo che qui l’economia ha ricevuto dalla spesa pubblica. Il dato attesta – è il commento ufficiale, ma sono d’accordo anche tutti gli osservatori privati – che “l’economia è a dir poco stabile e la ripresa si sta continuando a consolidare”.

Qui, la crescita ha segnato sull’anno prima, nel terzo trimestre del 2009, un fortissimo tasso, nel mezzo della Grande Recessione poi, dell’8,9% (corretto, all fine, addirittura a +10,7%) e la Banca mondiale prevede ancora una crescita media ad almeno l’8,4% a fine 2009. Il premier Wen Jabao ha detto a privati, stranieri e cinesi, e al governo tutto, attraverso l’agenzia ufficiale Xinhua (Nuova Cina) che il governo non conta di interrompere la politica di stimolo economico in atto (la bellezza di 586 miliardi di $) ma di graduarla nel tempo con “grande attenzione”.

E il capo dell’Ufficio cinese della grande banca d’affari americana JPMorgan, Jing Ulrich, assicura che la Cina continuerà a crescere sul 10% anche l’anno prossimo “con la ripresa dell’export ma, soprattutto, il sicuro rilancio dei consumi privati e l’ulteriore rafforzamento del mercato privato dell’edilizia”.

In effetti, si fa anche troppo facile la tentazione di molti qui in Cina a esaltarsi e a mettere in evidenza il contrasto, palese, tra come il paese è riuscito a combinare il suo modello di  economia di comando capace di restare alla guida di un’economia che in larga parte, però, è anche un’economia di mercato e in grado di battere in breccia tutte, senza eccezione, le altre economie di mercato. Ha governato a suo modo, moderandola e in qualche modo riuscendo anche a guidarla, la Grande Recessione che ha messo un po’ tutti gli altri in mutande. E non è davvero cosa da poco.

E’ ovvio e scontato, così, ma appare forse anche un po’ sopra le righe e – per loro speriamo questa di no – anche un po’ frettoloso, l’editoriale con cui il Quotidiano del Popolo[25], organo ufficiale del partito, esalta “le politiche economiche lungimiranti” e “la guida sicura… del partito. Quando la crisi finanziaria ha obbligato il sistema economico neoliberale in un cul di sacco, sono venute alla luce e agli occhi di tutti le lacune del sistema capitalistico. Ma la Cina, che si è trovata così a un crocevia, ha dato prove delle sue‘capacità nazionali’nel prendere di petto una crisi come questa rispondendole con il vantaggio che il sistema socialista dalle caratteristiche che sono quelle cinesi è riuscito ad offrirle”.

Bella soddisfazione non c’è dubbio, ma forse troppo trionfalismo… Non è inutile mantenere qualche riserva e qualche cautela. Ma c’è anche chi continua ad avanzare riserve forti e come pregiudiziali sul miracolo cinese, riserve non di attenzione, sottolineando ad esempio che “il suo problema maggiore è proprio quello dell’eccesso di credito”. Uno dei grandi pescecani degli hedge funds speculativi – non proprio un mago come Warren Buffet, scettico questi però proprio su fondi a rischio e derivati – Mr. James S. Chanos, che leggendo con anticipo il fallimento della Enron ci ha fatto sopra miliardi di $ di profitto, predice da tempo - fperò che la grande impennata cinese finirà, comunque, in un grande crack.

Spiega, Chanos, che il settore dell’edilizia, stracolmo di capitali speculativi – da grandi S.p.A. e Inc. europee e americane e fondi sovrani asiatici e arabi, come moltissimi piccoli e piccolissimi risparmiatori e investitori cinesi – “somiglia a una ‘Dubai moltiplicata per 1.000 o anche peggio’. E avanza pure il sospetto che Pechino trucchi i libri, falsificando tra l’altro, i suoi strabilianti tassi di crescita di più dell’8%”.

A dire il vero, però c’è chi sul mercato cinese opera da anni e, come George Soros, altro grande speculatore-investitore, su Chanos dice di trovare assai “interessante che oggi siano diventati esperti di Cina personaggi che solo qualche anno fa non sapevano neanche come compitarne il nome[26].

E c’è chi, come il notista dello stesso NYT, T. L. Friedman, scrivendo da Hong Kong, dopo aver notato che se Chanos sarà capace di giocare in borsa contro i titoli cinesi e di liquidarli controtempo facendoci sopra fior di miliardi, “ben per lui. “Io però – soggiunge – dopo aver visitato in queste settimane punti d’osservazione assolutamente privilegiati come Hong Kong e Taiwan, ho due caveats che voglio offrigli”.

La prima: non scommettere mai contro un’economia che ha oltre 2.000 miliardi di $ di riserve [in realtà 2.400, a fine quarto trimestre, 126,5 miliardi in più dei tre mesi prima]. E la seconda: è facile vedere i punti deboli di questa economia… ma bisogna notare che i cinesi stanno dandosi da fare per rimediare, come – ma è solo un esempio – con gli interventi della Banca centrale”, di cui abbiamo appena parlato per frenare e correggere una possibile bolla da eccessiva liquidità o con i grandi investimenti in atto per avviare una trasformazione più verde dell’economia, o nell’andare ancora oltre i 400 milioni di utenti di Internet, la metà dotati di banda larga (“in America, in tutto, ne abbiamo 80 milioni”)…

Anche se poi, non poco contraddittoriamente, il governo cinese tenta di resistere come può, imponendo leggi restrittive sul’accesso alla rete, l’ondata liberalizzatrice che Internet e Google per loro natura si portano dietro. E’ un’azione alla lunga inane, come quella che anche altri paesi, anche in occidente, con le motivazioni più varie stanno tentando... perché, alla fine, ciascuno sembra dare la caccia – qui più che altrove, ma anche altrove: e spesso invano – alla propria ombra.

Tra le motivazioni avanzate come legittime – solo che ogni governo, a casa sua, definisce i termini così come vuole: e quello che è accettabile qui, non lo è più lì – per esercitare la propria censura di Stato su Internet ci sono cose tanto varie come la lotta al terrorismo in America, la pubblica decenza un po’ dappertutto (ma non proprio), la violenza intercomunitaria in India, la predicazione dell’odio razziale o inter-religioso specie in Francia e in Germania, la negazione dell’olocausto o di altri fatti storici (lo sterminio degli armeni) o, magari, per contro la loro affermazione in Germania, in Israele, in Austria, in Turchia, altrove: tutti, pure, paesi più o meno democratici, ecc., ecc[27].

Ad esempio, qui, in Cina, spiega seriosissimamente un portavoce ufficiale del servizio informazioni  del Consiglio di stato[28], “stiamo regolando Internet attraverso le leggi per costruire una rete maggiormente affidabile di informazioni attendibili, in grado di aiutare cioè lo sviluppo economico e quello sociale del paese”. Di qui il fatto che “l’informazione on-line che inciti alla sovversione del potere statale legittimo, la violenza, il terrorismo, o che includa contenuti pornografici, è esplicitamente proibita dalla legge cinese, come da quella di qualsiasi altro paese che si rispetti e che per questo nessuno può accusare di interferire con la libertà della rete”.    

Qui,  in realtà, è “proibito” – anzi inutile: nel senso che non ti dà risultati – cercare sulla stringa di Google “4 giugno”, la data di piazza  Tienanmen, scrivono invece “35 maggio”, riuscendo non di rado, grazie al meccanismo algoritmico che regge il motore di ricerca e a una miriade di altre variabili (programmi di software a buon mercato, anzitutto) a fregare la Grande Muraglia elettronica con cui il governo vorrebbe e, spesso non sempre, riesce a bloccare l’accesso alle informazioni che in rete si trovano e alle quali così si può anche magari arrivare. Anche se a un governo, nel nostro caso a quello di Pechino, in altri casi magari altri governi, sono molto sgradite.

Commentando, il portavoce del Dipartimento di Stato Philip Crowley ha detto che il governo americano è conscio del fatto che la posizione della Cina sulla restrizione dell’accesso alle informazioni in rete è diversa – come, è vero, quella di molti altri governi – ma, secondo gli USA, è incoerente con l’assetto moderno della rete e con le caratteristiche di un paese che si colloca nel 21° secolo.

E gli Stati Uniti continueranno a promuovere la libera circolazione e l’accesso senza ostacoli alle informazioni “legittime” (già… legittime secondo chi?) e alla possibilità di una “virtuale” libertà di associazione (già… e che vuol dire, qui, virtuale?). Si tratta di questione di principio, dalla quale gli Stati Uniti, dice Crowley, non faranno passi indietro dal chiedere a tutti di farli loro: tutti – ma questo non lo dice, il Dipartimento di Stato[29] – meno naturalmente Arabia saudita, Kuwait, Pakistan, Egitto, ecc., ecc: molti paesi alleati, cioè …

Ma, certo, qui come altrove nell’immediato c’è poco da fare, anche per una multinazionale stragrande che vuole opporsi ai voleri di un paese sovrano: è che, al limite, uesto a prescindere dal merito di questa come di altre motivazioni, sono finiti i tempi in cui – proclamando, magari dietro le migliori intenzioni e la croce dei missionari che arrivava troppo spesso nella storia accompagnata dalla spada dei soldati – passava la politica delle cannoniere a garantire la sacralità imposta del libero commercio: parlando di Cina, è facile ricordare la guerra dell’oppio che l’ha smembrata un secolo e mezzo fa e venne imposta perché Pechino ne voleva proibire, sul suo territorio, coltivazione e commercio libero alle potenze occidentali…

Tornando, però, a bomba. Conclude Friedman: “ecco il punto. Io non credo utile scommettere contro la Cina – giocare ‘corto’, come si dice, in borsa vendendone adesso i titoli scommettendo sul loro ribasso domani – perché vedo che ha una classe politica focalizzata a far fronte ai suoi problemi reali (il primo, l’inquinamento) e, dietro a sé, una montagna di risparmi accumulati col quale farlo (al contrario di noi)”.

E poi: quelli come Chanos farebbero meglio a rendersi conto del fatto che “tutti gli investimenti a lungo e lunghissimo periodo fatti dalla Cina nell’ultimo ventennio, cominciano solo adesso a dar frutti”: ad esempio, stanno tornando a casa, e in massa, decine di migliaia di studenti che a spese dello Stato sono andati a specializzarsi e fare i loro master negli USA, in Australia, in Giappone, in Europa… Tornano, non restano lì a lavorare, come fanno per disperazione i nostri.

Insomma: il meglio, secondo me, dice Friedman, “deve ancora venire[30]

Va ancora segnalato, comunica il ministro delle Finanze, Xie Xuren, che verrà speso interamente l’ammontare previsto dello stimolo per il 2010: 572,2 miliardi di yuan (cioè sugli 83 miliardi di $) di nuovi stanziamenti che si vengono così ad aggiungere ai 487,5 in yuan (71,4 in $) per un pacchetto di stimolo pianificato dal governo centrale di 1.180 miliardi di yuan, pari grosso modo a 172 miliardi di $. Non è un rendiconto preciso di spesa, che dovrà essere fornito dice Xie alla sessione plenaria dell’Assemblea del popolo, il parlamento, che ammonterà come è noto per tutto il pacchetto a più di 550 miliardi di $[31].

E va tenuto presente un fatto nuovo, in nessun modo da sottovalutare, neanche dagli scettici per paura o per partito preso:

• La Cina, nell’anno di grazia appena concluso del nostro calendario, ha scavalcato l’America sul mercato dell’auto, vendendo 13 milioni e mezzo di veicoli nuovi, contro i 10,4 milioni degli USA, il livello più basso da 27 anni.

• Anno su anno, la vendita di auto e autoveicoli è aumentata del 45% in Cina che, come e più degli Stati Uniti, ha fatto molto per aiutare l’industria: ha tagliato molto le tasse sulle auto di piccola cilindrata e a baso consumo di combustibile, ha speso oltre mezzo miliardo di € per sussidiare le vendite di auto di cilindrata maggiore, di pickup e di minivan. E, naturalmente, ha aiutato anche l’effetto dello stimolo che sulle vendita dei grandi autocarri ha avuto la costruzione di una rete sempre più vasta di strade e autostrade.

• Risultato: è già successo, adesso a fine 2009, quello che industria, esperti (cosiddetti) di mercato (o di cosiddetto mercato), analisti davano per raggiungibile nel 2020: ci ha pensato la Grande Recessione ad accelerare di oltre dieci anni i tempi[32]…  E

• la Cina, nell’anno di grazia appena concluso del nostro calendario, ha scavalcato la Germania come il paese che esporta di più e per maggior valore al mondo: malgrado, infatti, la riduzione della domanda globale, la Cina ha aumentato del 17,7% le proprie esportazioni[33] portando il totale del 2009 a 1.200 miliardi di $, ben oltre gli 816 miliardi previsti per la germaqnia a consuntivo dalla BGA[34].

Ma, soprattutto, come non si stanca ormai di sottolineare uno dei più noti e, secondo la conventional wisdom dominante, più autorevoli commentatori del NYT, il T. L. Friedman che già abbiamo ampiamente citato, “mi convinco ogni giorno di più che quando gli storici riconsidereranno la fine del primo decennio di questo 21° secolo, diranno che la cosa più importante che sia loro accaduta non è stata la Grande Recessione ma il Grande Balzo Verde in Avanti della Cina. La leadership di Pechino capisce con chiarezza che la rivoluzione delle tecnologie energetiche è sia una necessità che un’opportunità e non intendono perderla. Noi, invece, pensiamo a sistemare l’Afganistan. Bé, tanti auguri[35]. Anche a noi…

Su questo punto bisogna almeno cominciare a riflettere in tempo per vedere che fare. Anche solo, magari, se c’è qualcosa da fare… L’anno scorso, la Cina ha scavalcato i grandi competitori tecnologici – Danimarca, Germania Spagna e Stati Uniti – diventando il paese che di gran lunga fabbrica più turbine a vento (tutt’altro che mulini a vento…) nel mondo. E quest’anno espanderà ancora di più la produzione. Conclude un servizio del NYT che La Cina è ormai in testa nella corsa mondiale all’energia pulita[36]

E – ecco l’incubo, comunque il problema – se le cose vano avanti così, “spostarsi verso la produzione d’energia sostenibile potrebbe lasciare l’occidente in dipendenza tecnologica dalla Cina – non, dunque, solo dipendente dalla produzione cinese: si tratterebbe proprio di innovazione, di know how tecnologico… – in gran parte come oggi il mondo sviluppato dipende dal petrolio mediorientale”. Con la differenza che, appunto, non solo di un prodotto (la tecnologia del petrolio e la rete di produzione, raffinazione e distribuzione sono ferreamente in mani “nostre”, occidentali, delle nostre sette e più cosiddette sorelle) ma di qualcosa di totalmente innovativo si tratterebbe…

Ultima notazione. Gli Stati Uniti, ignorando quel che chiede loro di non fare la Cina – anche sulla  base di un’intesa bilaterale che, pure, era stata raggiunta anni fa col governo di Bush padre – dichiarano adesso che venderanno 60 elicotteri Black-Hawk (del valore di 3,1 miliardi di $), sistemi di comunicazione e di difesa anti-missilistica avanzata (114 missili Patriot, per 2,8 miliardi) e, ancora, navi cacciamine e missili Harpoon a Taiwan[37].

Pechino con un comunicato ufficiale replica seccamente che, come è ovvio, gli Stati Uniti possono anche far carta straccia di intese comuni (non riconoscono neanche loro Taiwan come Stato indipendente dalla Cina) e possono provocare chi vogliono. Ma, poi, non possono cadere dal pero e meravigliarsi se chi si sente provocato e aggredito reagisce a brutto muso. Non si può chiedere aiuto a un interlocutore – come fanno gli americani, in mille modi: dall’Iran all’acquisto dei loro bonds… – e, contemporaneamente, ficcargli le dita negli occhi.

Lascia anche intendere come non sia per pura coincidenza che appena pochi giorni prima l’annuncio la Cina sia diventata il secondo paese al mondo, dopo gli USA, a sperimentare con pieno successo la sua tecnologia di intercettazione di missili nello spazio… sorprendendo totalmente l’intelligence americana[38]. Ma, e soprattutto – e si tratta di una prima assoluta: a precedenti simili Pechino finora aveva reagito cancellando incontri, protestando ufficialmente e basta: ma questa è una Cina diversa…  – la Cina ricorda all’America – che, naturalmente, all’eventualità non aveva neanche pensato![39] – che le sanzioni sono sempre un’arma a due tagli, nel senso che possono essere imposte ma anche subite. E che nessuno dei fabbricanti d’armi che adesso si mettessero a vendere a Taiwan sarebbe immune dalla rappresaglia cinese…

Quel che è certo, annota il NYT[40], che tratta del difficile rapporto emergente tra le due nuove grandi superpotenze, è che “se la Cina mantiene il tipo di tasso di crescita di questi ultimi anni, con ogni probabilità rimpiazzerà il Giappone come seconda maggiore economia del mondo già alla fine dell’anno”: di quest’anno, il 2010.

Il fatto è che la Cina non è un potere emergente. Ormai bella che emersa è una grande potenza. E la novità costringe tutti – USA, Cina, noi, il mondo – a tenerne conto in un periodo di complessa transizione che vede tutti legati e tutti, comunque, dipendenti l’uno dall’altro. Tutti che devono imparare a trattare con l’altro. Ma stavolta – e questa è la novità per noi scomoda – almeno da uguale ad uguale.

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

Continuiamo ancora a parlare della Cina per introdurre una valutazione più generale che da essa parte – e dalla sua pretesa, ormai anche forse un po’ ipocrita, di essere solo il primo tra i paesi in via di sviluppo – ma poi si estende a molti tra i paesi cosiddetti emergenti.

Gli storici, forse,  si chiederanno domani se la crisi finanziaria cominciata più di un anno fa, la più grave dopo quella pandemica che scatenò la Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso, è stata più rimarchevole per come ha sfiancato e fiaccato gli Stati Uniti d’America, o per quanto – e  quanto leggermente – è sembrata invece sfiorare la potenza economica maggiormente emergente, la Cina.

   Aiutata, come abbiamo visto, da un colossale programma di stimolo statale e da un ottimismo quasi surrealmente rimasto intatto con tutta la crisi di fiducia che si sfrenava al di là del Pacifico, la Cina ha dovuto subire una contrazione sì, ma una contrazione che si potrebbe anche dire… eccellente. E, adesso, sta chiudendo lo scarto con le altre economie più sviluppate con maggiore rapidità di quanto chiunque pensasse potendo ormai scavalcare la seconda di esse, quella giapponese, addirittura adesso quando si tireranno i conti finali del 2009[41].

Ma se – questo è il ragionamento a più ampio respiro – se, cioè, questo è stato un gran brutto decennio per la finanza e l’economia degli Stati Uniti e, tutto considerato, per l’occidente più in generale, specie in borsa, per il resto del mondo cosiddetto in via di sviluppo questi sono stati dieci anni davvero ruggenti, con investimenti finanziari come mai prima, c’anche se ancora in termini più relativi che assoluti. La borsa americana nella decade ha perso grosso modo un quinto del proprio valore, ma i mercati emergenti hanno visto scatenarsi la finanza davvero senza frontiere – Cina, ovviamente, ma anche Brasile, Russia e India – e moltiplicarsi il valore delle loro azioni di due,  anche tre e quattro volte.

A prescindere dal valore reale, di mercato reale, poi, di quelle azioni (il rendimento medio non ha superato, nei dieci anni in questione, il 2,5%, e nominale del 10,1%; ma è stato sempre il doppio di quello di Wall Street nello stesso decennio: -1,3%, addirittura[42]), quello nominale in Ucraina, alla borsa di Kiev, la PFTS, un Far Est degli investimenti nato solo nel 1997, ha visto il valore dei titoli quotati aumentare nel decennio del 1.350%, in Perù del 660%, in India – l’indice Sensex – del 240%... Il fatto è che molti americani ed europei che aspettano di vedersi riprendere le loro economie, starebbero riversando i loro soldi e i loro investimenti nelle economie rampanti di America latina ed Asia, anche se poco – molto poco ancora – in Africa.

Non c’è da meravigliarsi se questo – che è un fatto e spiega una reale euforia – suscita, però, anche una serie di dubbi. I mercati emergenti, sempre e dovunque, hanno del resto una storia di boom folgoranti e di crash sensazionali, ad esempio col crollo dei mercati asiatici nel ’97 e di quello russo nel ’98.

Però un altro fatto è che, oggi, a un crack di quel tipo non sembra credere nessuno, anche perché al contrario di allora dietro a quegli investimenti su quei mercati ci sono adesso risparmi anche interni in abbondanza. Quindi, rispetto ad allora, i governi e le autorità locali sono iper-responsabilizzati. Solo che, certo, come dimostra in questi mesi Dubai, come in fisica anche in finanza tutto quello che sale è destinato poi a scendere. Ma, al contrario della fisica, nella finanza poi può risalire…

E l’altro fatto che tutto governa e domina è che oggi il motore della crescita nel mezzo di questa recessione sta lì, nel mondo in via di sviluppo: in realtà, “si calcola che anche se il mondo sviluppato riprendesse tutto a crescere nel 2010, le economie emergenti costituirebbero, nel prevedibile futuro e per diversi anni ancora, il 70-75% della produzione globale[43]. Di qui l’attrazione di questi mercati per chi investe, anche perché pur moltiplicati a volte da zero a dieci costituiscono sempre una frazione minima dei portafoglio di investimenti quotato nel mondo: a Wall Street non più del 3% degli assets gestiti che, nei prossimi cinque anni, dovrebbe aumentare almeno del 300%…

In ogni caso resta anche vero, come sintetizza efficacemente sempre il NYT, che “per Cina, India, Brasile e Indonesia – insieme il 40% della popolazione del pianeta – questo è stato anche il decennio di una solida crescita economica[44]: al contrario, proprio, del nostro decennio— anche se il fenomeno non è di sicuro contrapposto, né tanto meno legato così, meccanicamente.

In Argentina, il giudice federale Maria José Sarmiento ha decretato che sia temporaneamente bloccato l’uso da parte del governo centrale della presidente Cristina Fernandez de Kirchner delle riserve della Banca centrale per pagarci il debito pubblico. “Temporaneamente”, cioè mentre la corte si prende il tempo necessario a esaminare la costituzionalità del “Decreto di necessità ed urgenza” che libera allo scopo parte di quei fondi (6,5 miliardi di $ sui 50 circa della riserva federale). Lo stesso giudice ha anche ripristinato nella sua carica, un giorno dopo che Kirchner l’aveva licenziato, il governatore della Banca centrale, Martin Redrado[45].

Kirchner aveva difeso la sua decisione affermando anzitutto la sua prerogativa costituzionale di nominare il governatore (e, dice, quindi, anche di licenziarlo nel caso di gravi dissensi politici: ora che la decisione di mobilitare le riserve sia politica sembra del tutto evidente; ma non è, almeno  giuridicamente, pacifico).

Comunque, in televisione aveva spiegato con molta convinzione e convincendo anche molti – non tutti ovviamente – che questa misura impedirebbe di regalare una montagna di “grassi profitti” alla speculazione. “E’ molto meglio – ha spiegato – usare queste riserve che prendere in prestito il denaro che serve a far fronte ai debiti a tassi di interesse del 14 o del 15%, quando i fondi di proprietà della nazione argentina, non del governatore o della Banca centrale, delle riserve federali rendono interessi per lo 0,5 o l’1%. Questo lo capisce chi ha solo un’istruzione di livello anche, e perfino, soltanto elementare[46].

E’ il vecchio dibattito sula cosiddetta indipendenza delle banche centrali. Che ha senso solo quando si dà una risposta alla domanda, essa sì davvero centrale, sull’indipendenza da chi? dal governi? o dall’industria bancaria e finanziaria che, dopotutto, le banche centrali hanno il compito di regolare?

Adesso è l’Austria ad annunciare, col vice cancelliere e ministro delle Finanze, che la sua Banca centrale, verrà nazionalizzata[47]. Come tutte quelle dell’eurozona, anche la OeNB non fa più la politica monetaria ma le restano proprio compiti di vigilanza. Finora era stata governata d un direttorio misto (Stato, banche private, assicurazioni) sollevando un chiaro conflitto di interesse. Ma adesso, e proprio per superare questo problema, il ministro Josef Pröll dice che sarà completamente pubblicizzata.

EUROPA

Il PIL dell’eurozona aumenta dello 0,4% nel terzo trimestre del 2009, a paragone con lo 0,1% di contrazione del trimestre precedente. Nell’area dell’intera Unione europea il PIL è cresciuto al contempo dello 0,3%, contro un -0,3 del trimestre precedente[48].

Il tasso di inflazione nell’eurozona accelera a gennaio all’1%[49]. Anche i prezzi alla produzione industriale, a novembre su ottobre 2009, salgono dello 0,1%[50], restando comunque del 4,4% sotto il livello di un anno prima.

Gli ordinativi industriali[51] nell’eurozona calati del 2,2% ad ottobre, su base destagionalizzata, rispetto a settembre, segnando la fine di sei mesi di crescita continua, hanno ripreso a crescere del 2,7% a novembre sul mese prima nei dati rivisti (ma grazie solo all’apporto di quelli tedeschi) dall’EUROSTAT. Tra tutti i 27 paesi dell’Unione i nuovi ordinativi vanno su nello stesso periodo del 2,6%, dopo il calo di ottobre dell’1,5.

L’indice dei managers agli acquisti nell’eurozona per i servizi all’industria[52], cresce a novembre dello 0,1% ma resta sempre a -4,4 su un anno prima. L’occupazione nei servizi all’industria è cresciuta al 47,4% dal 45,8% di novembre, continuando – sempre sotto quota 50 – a marcare una diminuzione dell’occupazione, anche se un po’ meno accentuata[53].

Il deficit complessivo dei conti correnti dell’Unione europea è salito, nel terzo trimestre del 2009, a 27,7 miliardi di €, anche se l’attivo degli scambi commerciali ammonta a 16,7 miliardi[54]

La BCE ha lasciato dov’era, all’1% dove è restato da maggio, il tasso di sconto[55] per la zona euro: al livello più basso da sempre, cioè. La Banca s’è detta pronta a intervenire sui tassi se e quando dovesse vedere qualche segnale di ripresa tale da mettere a rischio, dice, la stabilità dei prezzi. D’altra parte, arriva ora notizia che la produzione industriale dell’eurozona è cresciuta due volte più delle attese a novembre, dell’1% su ottobre. Mentre in quel mese la contrazione non era stata dello 0,6%, come annunciato nella prima stima ma della metà[56].

Certo, ci vorrebbe un bel coraggio a chiamare ripresa questi dati (la perdita, su un anno prima, resta enorme) e neanche la BCE a tanto si azzarda, tanto più che poi lo stesso presidente Jean-Claude Trichet afferma che si tratta di una “ripresa incerta” e che è meglio evitare, per ora, di lasciarsi andare a tagli di tasse che frenerebbero il riequilibrio dei conti pubblici; e asserisce, poi, che  “l’analisi monetaria condotta dalla Banca conferma la valutazione di una bassa pressione inflazionistica a corto e medio termine[57].

Concludendo però – come la BCE è abituata sempre a fare – mettendo le mani avanti sull’inflazione che, pure, ha appena dichiarato un pericolo inesistente, almeno nei prossimi anni (il medio periodo). Anche stavolta, così, pur in queste condizioni, dice Trichet, la Banca è pronta a “vigilare”.

Non si sente sicura di molte cose la BCE oggi, ma pur riconoscendo che, contrariamente a quando sosteneva fino a ieri, nella prima parte del 2010 la ripresa sarà piuttosto lenta e precaria, si dice sicura che non ci sarà nessuna ripresa della recessione (la famosa curva a W). Jürgen Stark, capo economista e componente a quel titolo del direttorio della BCE (l’altro tedesco in quella sede è membro de jure, come presidente della Bundesbank) avanza queste sue previsioni dicendo anche di aspettarsi il netto deterioramento della qualità, oltre che della disponibilità, del credito con non poche cancellazioni forzate di credito, avvisando che la crisi non è affatto chiusa e ribadendo che dall’interno dell’eurozona i paesi in difficoltà non si devono aspettare altro che suggerimenti di ordine tecnico[58].

L’europarlamento ha bocciato – in realtà è bastato che minacciasse di non votarla per costringere il suo governo a ritirarne la nomina – la candidatura bulgara a Commissaria europea per gli Aiuti alLo sviluppo, la ministra degli Esteri Rumiana Jeleva: troppo chiacchierata, e di più, di connivenze con l’onnipotente mafia del suo paese[59]. Grande sospiro di sollievo per la destra del partito popolare che aveva dovuto, in un primo momento, subirne la candidatura imposta dal nuovo governo bulgaro di destra è e stasta salvata da una pessima figura dalla sua ritirata obbligata.

Sembra arrendersi, nella conferenza stampa di inizio anno, Louis Gallois, presidente dell’EADS, il consorzio aerospaziale europeo che sta sviluppando l’AirbusA400M, versione trasporto militare del grande aereo europeo (sette paesi sono cointeressati al finanziamento e alla produzione – Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lusssemburgo, Spagna e Turchia – che nel 2003 ne avevano ordinati 180 esemplari  al costo di 20 miliardi di €): la compagnia aerospaziale europea ha avuto l’assenso di tutti i partecipanti ad andare avanti, ma non ha ricevuto gli impegni che aspettava a un finanziamento suppletivo sui 5 miliardi di € per far fronte a extra costi – un quarto in più del previsto – necessari per lo sviluppo del programma.

Il prototipo, in effetti, è in grave ritardo (di anni sul programma) e supera di gran lunga i costi previsti oltre a risultare ben al di là del peso complessivo anticipato nel progetto. Quindi dice, adesso, si fermerà tutto. E il capo della divisione Airbus dell’EADS, Tom Enders, parla addirittura della cancellazione secca del progetto[60].  

Intanto, a novembre, calano le esportazioni dell’eurozona, dello 0,4% dal , mese prima. L’attivo commerciale è anch’esso sceso a 4,8 miliardi di € dai 6,6 di ottobre e dai 7 miliardi di ottobre[61].

Sale la disoccupazione[62] (di cui, anche per il nostro continente, e per comodità, parliamo nel capitolo sugli STATI UNITI) proprio mentre la Spagna, che ha il piò alto tasso di senza lavoro nell’eurozona, ha assunto allo scoccare del 1° dell’anno 2010, la presidenza di turno dell’Unione europea ereditandola dal semestre della Svezia. E sarà il primo dei paesi dell’Unione a sperimentare come funziona la cosa, adesso, sotto la presidenza lunga e rafforzata (ma solo potenzialmente, si capisce: dipende soprattutto da lui, da chi è, da quello in cui crede, dal coraggio che ha…) del primo presidente dell’Unione eletto per due anni e mezzo, il belga Van Rompuy.

Assumendo la presidenza a rotazione, cui in una divisione per ora solo teorica dei compiti spetterà la gestione del giorno per giorno dell’UE, sicuramente anche per forzare un po’ la mano al suo collega di lungo periodo – liberista assai blando e molto, molto incolore – José Luis Rodriguez Zapatero ha detto che il compito principale che oggi ha l’Unione è “quello di lottare per la ripresa economica, di fare dell’economia europea un meccanismo sempre più produttivo, più innovativo e più sostenibile e capace di ridare lavoro a tutti gli europei”.

Ma, intanto, come mettendo un po’ le mani avanti, Van Rompuy annuncia – da solo, senza aver consultato nessuno, né il suo co-presidente di turno né il presidente della Commissione e commettendo quindi, volutamente e deliberatamente non c’è alcun dubbio, una “scorrettezza” istituzionale – che l’11 febbraio convocherà un vertice straordinario della UE sull’economia.

Intanto, Zapatero invoca con grande forza un’Europa davvero unita che sappia avvantaggiarsi dei nuovi spazi offerti dal nuovo Trattato, esattamente come non ha fatto a Copenhagen il mese scorso, per mettersi in grado di contare di più sul piano globale. “L’Europa, nel contesto internazionale, deve diventare un fattore sempre più capace di incidere, per difendere ed estendere i valori della pace, della cooperazione, del dialogo tra tutti popoli e tutte le nazioni[63].

E, qui, in trasparenza ma con cristallina chiarezza, si vede già un punto debole che il Trattato di Lisbona forse ha contribuito a rendere ancor più evidente, contrariamente si capisce – l’eterogenesi dei fini è sempre legge delle istituzioni come delle rivoluzioni – a quel che voleva. Il fatto è che, adesso, l’Unione è diventata il luogo di tre presidenti… e della loro inevitabilmente complicata, confusa, offuscata convivenza.

Così, il rischio è quello di diluire ancora un po’ di più di quanto già non sia l’impatto che un’Europa davvero unita, e un po’ più sensata, potrebbe avere sul palcoscenico mondiale. Senza, ormai, ambizioni imperial-imperialistiche e, perciò, con una voce – la proposta anche di un “modello” mai da copiare ma a cui magari, come tanti paesi e aree del mondo dicono chiaramente in qualche modo di ambire a ispirarsi – che potrebbe contare sul serio.

In Europa, c’è chi – e sono tanti – vuole ancora e assolutamente entrare nella UE e vorrebbe entrare anche presto nell’eurozona…, in mezzo al mare di dubbi e di timori seminati sul futuro dell’Unione europea. Alcuni anche sensati, vista la debolezza voluta della leadership che l’Unione s’è data…; altri montati o forzati, come i timori, in realtà spesso le speranze, di ambienti americani e neo-liberisti europei, specie britannici ma anche nostrani, sulla possibilità stessa che l’Europa ha di superare le discrasie finanziarie e economiche nella lunga fase dell’uscita dalla recessione e delle diverse velocità e conseguenze che essa registrerà[64].

Comunque, a fine gennaio, in Spagna, la ministra delle Finanze, Elena Salgado, annuncia che il governo taglierà spese per 50 miliardi di € tra il 2010 e il 2013 per portare il deficit/PIL al fatidico 3%, lasciando indenni solo spesa sociale, pensioni, ricerca, istruzione e aiuti allo sviluppo[65]. E proporrà anche di alzare l’età pensionabile da 65 a 67 anni, cercando di negoziare il tutto con le parti sociali. Ma non sembra  che i sindacati siano granché convinti e non apprezzano affatto che il g overno annunci il suo piano prima di averlo negoziato, come pure dice di voler fare. E parlano, almeno alcuni tra loro, di possibili misure alternative…

In prima fila c’è l’Islanda, paese che gode di un’ottima stampa tra tutti i benpensanti europei e di appoggi non piccoli tra i governi dell’Unione (deve un sacco di soldi alle banche olandesi e  britanniche: e preferiscono tenerlo dentro, per farseli ridare, che lasciarli fuori) e si è impegnato in cambio di un percorso preferenziale all’entrata (mai dichiarato, si capisce), a restituirli piuttosto in fretta[66].

Ma non è un paese miserabile, certo, come uno di quelli balcanici, non è la Turchia, non è un paese mediterraneo o un altro staterello perso fra bellicosità impotente verso e vaghe nostalgie per  la solidità “sociale” (il minimo-minimo, ma garantito a tutti) e la stabilità delle frontiere garantire dalla della vecchia Unione sovietica (quando la Cambogia non era neanche pensabile che scoppiasse in Bosnia, a 100 km. da Ancona). E, poi, non in pratica quasi immigrati di colore…

Solo che ha fatto la prima della classe del neoliberismo anglosassone, ha preso prestiti su prestiti da chiunque glieli ha dati, ha speculato alla grande all’estero e a casa propria e ha prima goduto, poi subito la sua bella bolla edilizia e, adesso, è alle corde. Peggio, probabilmente, di qualunque altro paese.

Ora, il parlamento ha emendato e approvato una legge proposta dal governo per ripagare più di 3 miliardi e mezzo di € con soldi pubblici ai risparmiatori privati inglesi e olandesi che prestarono, molto molto imprudentemente, fior di soldi  all’Islanda per evitarne il crollo finanziario solo qualche mese fa.

E’ sorto, però, un grosso ostacolo, e pare inaspettato, a questa soluzione. Il presidente della Repubblica, Ólafur Ragnar Grímsson, ha rifiutato di firmare la legge che autorizza i 5 miliardi di $ di rimborso ai risparmiatori inglesi e olandesi. La costituzione prevede, a questo punto, che la decisione finale tra parlamento (maggioranza di centro-sinistra a favore) e veto presidenziale vada a referendum tra tutti gli elettori (col 70%, secondo i sondaggi, contrario all’idea del rimborso)[67].

E sarà interessante – il referendum popolare si terrà entro la prima settimana di marzo, comunque – vedere come finirà (il taglio di spesa pubblica sembra essere in tanti paesi europei l’unica risorsa cui ormai sanno far ricorso i governi… e se, in varie forme, istituzionali o di pressione sociale, la gente glielo impedisce, sarà davvero intrigante). Anche se per l’Islanda sarà abbastanza complicato tornare, ora, ad avere accesso ai mercati e copertura finanziaria internazionale, europea e/o del FMI (l’agenzia di valutazione Fitch ha subito svalutato, ancora, il già assai traballante rating del paese).

Il mese scorso, lo segnalammo[68], la Corte costituzionale lettone aveva messo il suo veto alla decisione del governo di tagliare le spese sociali tagliando le pensioni maturate e garantite dalla legge ai lavoratori di quel pese. E sono sintomi importanti di tensione tra la volontà dei politici e quella dei cittadini— o di chi presume di rappresentarne la volontà vera.

Ma intanto è un fatto che sta montando un po’ dappertutto in Europa (e non solo: in America pure) una specie di senso comune secondo il quale mentre è chiaro che un giorno ogni paese, come ogni individuo, dovrà ripagare i suoi debiti, nel caso di paesi interi, prima bisognerà – anche per arrivare a farlo – far recuperare una comunità nazionale dalla devastazione della crisi finanziaria e economica,. Non viceversa. Ciò non va bene alle banche, anzitutto, ai ministri delle Finanze? Ciccia, come si dice a Roma, chi se ne frega… se la gente intigna, stavolta, qui perderanno…

Ma, intanto è un fatto che un paese di appena 300.000 abitanti, con un PIL sui 12,8 miliardi di $ è riuscito ad avere senza problemi 10 miliardi di $ (quasi l’intero PIL) di apertura di credito da parte del Fondo monetario internazionale e del sistema creditizio europeo. Al quale ha cominciato subito a accedere… Certo, anche al Burkina Faso, per dire, farebbe piacere accedere a un credito grosso quanto il proprio PIL per ripagarsi con esso i debiti fatti. Ma quello è uno dei tanti debitori affamati del mondo… mica un paese che si era illuso di diventare ricco – molto più ricco – solo facendo soldi coi soldi… e pure degli altri spesso.

E che poi, l’anno scorso, all’improvviso s’era collettivamente reso conto del baratro nel quale stava precipitando. Tanto che l’Istituto nazionale per la salute pubblica aveva chiesto ai media di diffondere, per aiutare l’equilibrio (mentale?) dei cittadini, “notizie e commenti più positivi[69].

Era successo quando le sue principali banche, tutte e tutte insieme (la Kaupthing, la Landsbanki, la Glitnir), chiusero per carenza totale di accesso al credito forzando il governo a chiedere aiuti per salvare i risparmi dei propri cittadini alla UE e al FMI, trovandolo a condizioni severe e, soprattutto, trovandolo nei grandi istituti bancari olandesi e britannici.

Che adesso si erano messi a premere perché la richiesta di adesione alla Unione europea del paese – presentata col cappio al collo e anche malvolentieri (ci sono regole europee, ad esempio per la pesca, alle quali l’Islanda – che da quest’industria ricava il 40% dell’export, il 12% del PIL e il 75% dell’occupazione – dovrà sottoscrivere per entrare, anche se non vorrebbe proprio, per poter entrare) – dipenda dall’impegno al rimborso. Richiesta ora, almeno formalmente, onorata. Ma solo nelle intenzioni del governo. Che si vedrà smentito dal paese. Convocato a dirgli di no dal presidente della Repubblica…

Solo che, frastornato ed impaurito, sembra che a questo punto il governo di Johanna Sigurdardottir, convinto che il referendum lo boccerebbe provocandone la caduta, voglia ritirare la legge che autorizza il rimborso a olandesi e inglesi. Ma di legge si tratta e, per “ritirarla”, la dovrebbe proprio cancellare, sperando di poter rinegoziare l’accordo che aveva raggiunto con la sua fragile maggioranza e con gli interlocutori di Londra e dell’Aja[70].

I problemi non finiscono, insomma. Anzi… Il PIL del paese nel terzo trimestre del 2009 è crollato ancora del 7,2% ma, è vero, i tassi di interesse, dopo aver toccato le stelle, sono scesi di nuovo  “solo” al 10%. Il governo è riuscito, coi soldi trovati in giro e in prestito per il mondo, a ricapitalizzare le principali banche ma non è riuscito a convincere gli investitori a tornare. E il rating del suo credito cosiddetto sovrano è stato di recente nuovamente abbassato dalle agenzie.

E con prospettive occupazionali assai fosche (disoccupazione oggi intorno al 10%) metà della generazione sotto i 25 anni sta cercando un peraltro non facile lavoro all’estero dove, peraltro, lo stanno già trovando molti giovani professionisti. Abbassando ancora il livello della popolazione che, come si accennava, è attualmente più o meno quello di Pistoia, o di Benevento…

Ora, i colloqui di adesione dovrebbero, forse, poter cominciare prima di metà del 2010. E non saranno facili: perché il senso dell’indipendenza nazionale, viste le dimensioni e la storia del paese, è ipersviluppato, le sue esigenze pure e l’Europa d’altra parte non potrà – non dovrà: gli altri non hanno goduto per poter entrare di sconti particolarissimi – mettersi a fare eccezioni eccessive.

Intanto, si contrappongono dentro l’Unione, sulle linee discriminanti ben note, le posizioni sul nodo dell’adesione della Turchia all’Unione europea. Il ministro degli Esteri e vice cancelliere tedesco Guido Westerwelle, mentre riconosce in visita a Ankara che la Turchia ormai “è il paese chiave per cercare una soluzione dei gravi conflitti nella regione[71] e assicura che la Germania non ha intenzione di bloccare lo sforzo della Turchia di aderire all’Unione europea, sottolinea – non casualmente anche se riflettendo quella che appare una realtà di fondo – che Ankara ancora non risponde a tutti i criteri stabiliti a Copenhagen, anni fa, per arrivare al traguardo.

Tra i quali manca  proprio il riconoscimento della Repubblica di Cipro, a larghissima maggioranza greca, e della sua tendenziale unità col pezzo dell’isola che dal ’74 è sotto protettorato turco. D’altra parte, Cipro è membro a pieno titolo dell’UE e, come ogni altro, avrebbe – ha – in ogni caso diritto di veto su ogni futura adesione.

Da notare che, al di là dell’elogio caloroso per la politica estera turca e il suo potenziale ruolo “autonomo”, in qualche modo (di un paese chiave della NATO pur sempre si tratta), l’unico punto di sostanza di Westerwelle sottolinea come per l’ingresso di Ankara nella UE ancora non ci siamo.

Risponde a ruota e, per quanto può, cerca di bilanciare questa dichiarazione uno dei paesi, importanti, della UE, la Spagna che copre per l’ultima volta la carica di presidente di turno della UE (dal prossimo semestre con questo titolo resterà solo il presidente di lungo periodo voluto da Lisbona, il belga van Rompuy) e dichiara, col suo ministro degli Esteri, Miguel Angel Moratinos di volere nel suo semestre aprire il negoziato sui 35 capitoli del dossier di adesione della Turchia con la speranza dichiarata di veder risultati concreti specie e proprio sulle questioni in sospeso che riguardano Cipro. Di sicuro, in sei mesi non potrà fare di più. Ma sarebbe già un risultato di cruciale importanza, se ci riuscisse[72].

La verità su questa diatriba, naturalmente, è più complessa e anche più articolata.

• Certo: ci sono le remore lasciate nell’immaginario e nella memoria collettiva mediterranea ed europea dal “mamma li turchi” di inveterata, rinascimentale memoria (le scorrerie e le congroscorrerie di decenni, la battaglia navale di Lepanto, 1571; l’assedio di Vienna, 1683…)

• Sì, c’è la dislocazione geografica verso il Medio Oriente che l’adesione stessa della Turchia imprimerebbe a tutto il corpaccio dell’Unione (che, comunque, sfoderando ormai la Turchia una ben altra iniziativa da quella succube agli Stati Uniti degli scorsi decenni, c’è, è un fatto della geo-politica dovuto alla prossimità, a prescindere dall’adesione o no)…

• Sì, al di là delle ipocrisie di tutti verso tutti – e anche al di là della anomalia reale del ruolo qui  peculiare dell’esercito di “garante” costituzionale della “laicità” della Repubblica – c’è un problema reale di diritti umani che lì non sono sempre e proprio tutti rispettati e anche in modo grave: ma lo sono davvero dovunque nell’Unione? con tutte le legislazioni d’emergenza in atto…, con l’Estonia (e non è il solo paese) a negare costituzionalmente parità completa di diritti ai suoi cittadini russofoni…

• Sì, ci sono le questioni imposte dalla storia del disfacimento e del caos in cui venne liquidato, nelle fasi finali della prima guerra mondiale, l’impero ottomano (il rapporto pesante tra Turchia, Armenia, paesi arabi, ecc.)…

• Ma c’è anche (macigno inconfessabile e inconfessato e quanto mai pesante) il fatto che la Turchia è un paese di ben 75 milioni di persone con un demografia galoppante e che, entrando nella UE – come l’Europa le aveva, formalmente e ufficialissimamente, promesso – i paesi più popolati tra i 27 dell’Unione – Germania (82 milioni) e Francia (62 milioni) – dovrebbero acconciarsi a vedere in qualche modo ridistribuiti i poteri, soprattutto le prerogative di decisionalità preminente, che il Trattato di Lisbona ora assicura loro, insieme a Gran Bretagna e Italia (che però – sempre che il Cavaliere non ci ripensi – sembrano più favorevoli)…

Sul piano degli equilibri economici, la notazione curiosa ma anche forse, a suo modo quasi perversamente, più promettente della situazione è che gli sforzi dell’Unione per rilanciare la sua economia – e, in particolare, quella dei paesi più a rischio tra i membri e i candidati ad esserlo – saranno ora condotti dal paese, uno fra i grandi dell’Unione, la Spagna, che oggi sta fra quelli messi peggio. In effetti, qui, lo sbriciolarsi della montagna costituita negli anni dalla speculazione edilizia ha creato il caos finanziario ed economico che non è affatto finito.

I consumatori hanno fatto ipoteche su ipoteche per anni per comprare auto, gadgets e l’oggettistica del consumismo sfrenato: il tutto appoggiato sulla spirale sena fine, sembrava, di un attivismo edilizio che riempiva il paese di case, uffici, musei, grandi e anche belle strutture pubbliche e private. Ma tutte tirate su a debito. Che, ora, è arrivato a scadenza, coi prezzi del mattone in calo accelerato ad aprire vasti buchi e ampi spazi di rosso profondo nei bilanci familiari e le esportazioni che, come dovunque, soffrono la crisi degli scambi, con la robustezza relativa dell’euro che, da questo punto di vista, non dà certo una mano. 

In questo paese, come in Francia, in Italia e in Germana – paesi più “statalisti” – e al contrario che nel Regno Unito – malato da sempre, coi lib-lab di Blair/Brown come coi conservatori, di “liberismo” – le banche, sottoposte a molta più regolazione e così obbligate anche a molta maggiore prudenza specie di quelle di stampo diciamo “culturale” anglosassone, hanno potuto evitare le peggiori esperienze subite altrove dovendo, ad esempio più delle consorelle della City e di Wall Street, aumentare prudenzialmente le proprie riserve nei tempi delle vacche grasse.

Però, nessuno è riuscito a obbligare le banche a continuare a prestare i fondi che pure avevano disponibili e, così, malgrado una fuga forzata di migliaia e migliaia di lavoratori emigranti dal paese le attività produttive non hanno comunque reso disponibili i posti di lavoro per i giovani spagnoli. La disoccupazione tra i 16 e i 24 anni è arrivata a un terrificante 42,9%, il tasso – qui affidabilmente attendibile – più alto registrato ufficialmente in Europa[73]: più del doppio di quello medio dell’Unione. Due, tre anni fa, c’era il boom, c’era una società che sembrava particolarmente dinamica dove tutti trovavano posto e tutto cresceva… Fino alla crisi.

L’altra disoccupazione tra i giovani, è un fenomeno diffuso, naturalmente, anche se non con queste cifre – per lo meno ufficiali – anche in America e nel resto d’Europa e non solo in quello che era l’Est del continente. Dovunque, questa sembra la stagione dell’emarginazione, e dell’umiliazione, dei giovani. Ma non sembra che le nostre società comincino neanche a capire l’abisso a cui sono di fronte e quello che rischiano se non si danno una mossa. Negli ultimi dodici mesi il tasso di disoccupazione negli USA tra quella classe di età è salito al 19,1% dal 13,9.

Ed è certo, che qui come in Europa, anche se comincerà a scendere un po’ il tasso di disoccupazione, l’ultima coorte di età a rivedere un qualche lavoro decente saranno i giovani. Che, però, se si inc….ano – e ne hanno tutte le ragioni – sono i più difficili da “controllare”. Perché i settori che danno più impiego ai più giovani – edilizia, vendite al dettaglio, fast food – saranno i settori del lavoro più precario che nel recente passato hanno dato molti più impieghi in Spagna che altrove.

E saranno i posti che ora recupereranno con più fatica il lavoro andato perduto perché gli ultimi a sperimentare un po’ di ripresa seria: secondo praticamente rutti gli studiosi di economia. Specie poi, e per molto tempo, per quel che riguarda il recupero di reddito.

Ora, secondo gli studi più accreditati e recenti, questo paese – la Spagna – che nel 2009 ha visto restringersi la propria ricchezza del 4%, sarà nell’anno in arrivo uno di quelli che al mondo registrerà uno dei peggiori tassi di crescita, formalmente obbligato poi a riportare sotto il 3% il rapporto deficit/PIL entro il 2013 (oggi è il -10,3%, più del doppio del deficit/PIL dell’Italia[74]). Tradotto in pratica, sarà ancora un periodo duro di austerità, come la chiamano coloro che austeri non sono per niente, di sacrifici pesanti per i più poveri, come li chiamano invece appunto, i più poveri.

Per parte sua, la Grecia, di cui abbiamo parlato piuttosto in dettaglio nella Nota precedente – sia dei guai finanziari e economici che di quelli sociali, così come però anche della durezza del nuovo governo, almeno per ora, a tener duro sull’essenziale di un welfare che vuole difendere contro le tecnocrazie internazionali – comincia il 2010 sotto osservazione vicina degli investitori internazionali.

Anche perché, appena eletto, il nuovo governo Papandreu ha voluto fare chiarezza confessando con grande onestà intellettuale a banche, istituzioni finanziarie e d’analisi internazionali – che, però, già lo sapevano: odiandone la franchezza ma anche, va detto, contraddittoriamente apprezzandola – che le statistiche del paese, quelle sfornate dal governo Karamanlis e, va detto, anche “accettate” a Bruxelles dall’Unione europea, non sono per niente affidabili. Il deficit/PIL, per dire, del 2010 non sarà al 6,7% previsto, annunciato e ratificato ma più vicino, molto più vicino, al 12,7%...

In realtà, già l’ultima previsione UE a inizio novembre diceva di un probabile 12,2%[75]. Ma adesso è addirittura ufficiale, il 12,7 è responso dello stesso governo greco. C’è stata molta speculazione, anche interessata da parte degli squali che nuotano voraci sui mercati – prontamente contrastata dalle autorità monetarie, finanziarie e, per quel che conta, anche da quelle politiche dell’Unione europea – a preconizzare (tutto considerato, lo ripetiamo, nel merito anche il papa, che pure non parla certo ex cathedra in materia, non ha davvero torto nel mettere in guardia dal possibile “fallimento” – il   default, cosiddetto, del debito sovrano ellenico.

Per questo, per la Grecia, però, come per la Spagna e l’Irlanda, è importante star dentro l’euro: anche solo la presunzione, volutamente lasciata incerta, che i mercati hanno della “assicurazione di ultima istanza” che a un’economia viene dal suo stare nell’eurozona (e che il mese scorso hanno, in vari modi, confermato il premier greco ma, soprattutto, il presidente della BCE e la cancelliera tedesca) , dunque con l’euro come moneta. Da questo punto di vista chi, come il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord ha un deficit/PIL analogo, a due cifre ormai, e per le proprie scelte altezzose sta fuori dell’eurozona, è messo forse potenzialmente anche peggio…

Controprova: quando Jürgen Stark, membro del direttorio di Francoforte, forse un po’ avventurosamente si azzarda a contraddire tutti (a titolo personale, dice: ma si becca comunque alla borsa di Atene una denuncia per aggiotaggio…) – dal presidente della BCE ai primi ministri tedesco e greco – e torna a ribadire che la UE non ripescherà “mai” la Grecia dai suoi problemi finanziari, oltre ad essere subito rimbeccato col “mai dire mai” di prammatica, ottiene però il risultato, non certo di lungo periodo ma immediato, di buttare l’euro subito giù[76].

Ora, però, alla fine di una delle solite visite lampo di una commissione “tecnica” dell’esecutivo europeo (tecnica si fa proprio per dire: li conosciamo uno per uno, i membri, e sono tutti fermissimamente radicati nella visione antica e sconfitta dalla crisi del pareggio di bilancio come panacea di tutti i mali) ad Atene, fa la revisione (l’auditing, si dice) dei conti e “raccomanda” di ridurre stipendi e salari del settore pubblico, riduca le pensioni in essere almeno del 7% e ogni forma di pensionamento – a qualsiasi motivo – anticipato e adotti, dopo una consultazione con le parti sociali che duri al massimo tre giorni, un’altra flessibilità del mercato del lavoro…

Questo è il tipo di raccomandazione “accettabile”, però, solo se i membri della commissione tecnica guadagnassero 1.000 € a testa al mese, non altrimenti. Non esattamente con queste parole, ma il senso è questo, il ministro del Lavoro Andreas Loverdos respinge la “raccomandazione” e quello della Difesa, attraverso il suo portavoce, parla di un’ “inaccettabile” interferenza senza precedenti che la Grecia non accetta e respinge[77]. Però il problema, naturalmente, resta tutto…

Neanche era finita l’ispezione della UE che è arrivata quella – stessi obiettivi: fare il liscio e busso al governo greco – del Fondo monetario internazionale. Studierà una riforma delle pensioni, delle tasse, dell’amministrazione dello Stato e del bilancio[78]: offrendo la propria assistenza tecnica, dice, per raccomandare il taglio delle pensioni, l’aumento delle tasse, lo snellimento del pubblico impiego e il rigore del bilancio.

Subito, il primo ministro George Papandreou, nato in America da madre americana e laureato a Harvard, figlio del primo primo ministro dopo la dittatura dei colonnelli e nipote del primo primo ministro dopo la seconda guerra mondiale, e presidente del partito socialista europeo, esclude – “proprio non esiste” – che il paese possa lasciare l’eurozona così come esclude – “proprio non esiste” – di chiedere assistenza al FMI[79].

Invece, il governo ha adottato un suo piano triennale di riduzione del deficit[80] che presume di riportarlo, tagliando spese e aumentando entrate ma in modo diverso e ancora non proprio specificato, al di sotto del tetto europeo del 3% (dal 12,7% del 2009 all’8,7 di deficit/PIL nel 2010: con un taglio di 10 miliardi di € della spesa pubblica pur di fronte a una contrazione del PIL intorno allo 0,5%)neuest0’nno e . Il rapporto deficit/PIL dovrebbe poi passare al 5,6% nel 2011 e al 2,8 nel 2012. Lo ha presentato a metà mese a una scettica Commissione e lo difenderà davanti al Consiglio europeo (il collegio esaminatore dei ministri delle Finanze) a metà febbraio.

D’altra parte, la Commissione chiama subito in questione proprio l’attendibilità dei dati statistici che Atene fornisce da anni a Bruxelles. Non è la prima volta che lo fa, né la Grecia è l’unico paese a subirne i richiami (né a veder bene è quello che ha maggiormente violato le regole dell’onestà contabile: pensiamo a quello che hanno combinato le grandi banche americane fino al crack dell’ottobre 2008… e oltre). Ma è significativo che la Commissione torni a farlo proprio adesso. E che, al di là del linguaggio più o meno attento della puntualizzazione di Bruxelles[81], essa provoca subito – come tutti sapevano che avrebbe fatto, anche e proprio a Bruxelles – sconquassi e fibrillazioni alla borsa di Atene.

Anche Jean-Claude Trichet, il presidente della BCE, a questo punto ritiene opportuno e utile dire la sua e nella conferenza stampa che conferma i tassi dell’eurozona all’1% e chiama semplicemente “assurda” l’ipotesi che la Grecia abbandoni l’eurozona o, tanto più, che ne venga espulsa. “Certo però – conferma – è che c’è molto da lavorare[82]… D’altra parte, tutti sanno in Europa che, col suo 2,5% del totale del PIL dell’Unione, il problema greco non può essere considerato quello soverchiante che si presenta globalmente alla sua economia.

Però, aggiunge subito (dopo la carota, il bastone), riferendosi esplicitamente ad Atene, che “nessun governo, nessun paese può aspettarsi trattamenti speciali” da Francoforte e che la BCE non cambierà la sua policy sulle garanzie collaterali d chiedere a ogni paese che a essa si rivolga e “non favorirà proprio nessuno”. E assicura che anche la Banca, come la Commissione, studierà attentamente il piano greco di riduzione del deficit.

E alla fine – alla fine per ora – torna sul caso Grecia proprio Angela Merkel. E’ preoccupata, dice, in un discorso il cui testo è riportato sul sito web della Cancelleria, della possibilità che il buco di bilancio greco “danneggi” l’euro. Ma poi chiede chiaramente chi mi potrebbe dettare alla Grecia quel che dovrebbe fare visto che sicuramente la Germani non accetterebbe niente del genere se qualcuno lo chiedesse asl governo tedesco[83]

Ma il nodo è ormai chiaro e a livello di UE saranno costretti a farci i conti. Perché dopo la Grecia, la lista dei paesi seriamente nei guai – lasciando perdere, poi, i casi quasi estremi tipo Lettonia, ecc. – ci sono, lo stiamo vedendo, paesi come Portogallo, Irlanda, Spagna… e il problema non è di assets tossici, a dire il vero, o di debito. E’ un problema di politica interna in ognuno di questi paesi dove i governi dovrebbero imporre, a stare alle regole, politiche di durissima austerità per rimettere un po’ a posto i conti che hanno in rosso profondo.

Ma non possono e non vogliono, come in Grecia e forse anche in Spagna, o comunque magari pur volendolo non possono, in Irlanda, in Portogallo perché la dovrebbero imporre non a evasori o ricconi, che sono pochi comunque o difficili da afferrare, ma appunto alla massa dei cittadini che sarebbe necessario dissanguare per fare cassa e che a dissanguarsi però – problema di politica interna – non sono proprio disposti.

Il problema, dunque, a questo punto è, per tutta l’Unione, il che fare: e il futuro sta in braccio ad Angela Merkel che a salvare i conti degli altri ha una fortissima resistenza perché resistente all’idea stessa è tutta la popolazione tedesca. Ma, nella popolazione tedesca, altrettanto forte – creata e curata da Adenauer a Kohl, a Ehrard a Brandt, a Schmidt e alla stessa Merkel – c’è la continuità assoluta della coscienza – forse un poco, ma solo un poco presuntuosa – di essere il vero pilastro d’Europa: di non potersi permettere di far saltare per aria il quadro europeo, l’unico che in fondo ha consentito la sua stesa riunificazione.

Il ministro dell’Economia greco, George Papacostantinou, ha bruscamente negato ogni attendibilità alla voce emersa a Bruxelles che gli uffici della UE starebbero preparando un piano di salvataggio per il deficit di bilancio maggiore dell’Unione[84]. Sarebbe, in effetti, un intervento “condizionato pesantemente[85] per chi ne venisse, tra virgolette, aiutato e mirato, soprattutto, a impedire che un paese dell’UE si rivolgesse con la mano tesa al Fondo monetario internazionale, manco fosse (absit iniuria…) una Bolivia qualsiasi.

Papacostantinou ha affermato che, invece, la Grecia farà da sé e sarà in grado di far fronte, e nei tempi previsti, al proprio fabbisogno… E, certo, anche se non fosse vero, lui altro sicuramente non avrebbe potuto dire. Però c’è stato il risconto immediato, rapido ed estremamente favorevole del mercato: l’offerta del 25 gennaio, per un prestito da 5 miliardi di € è stata quattro volte superiore, per 20 miliardi. E lo spread dei bonds greci rispetto a quelli tedeschi s’è subito ridotto a 2,91 punti[86].

L’altro lato di questa medaglia mostra, però, che questa vendita da 8 miliardi di € (a tanto è ammontata alla fine) – la prima dopo che a dicembre venne abbassato il rating del debito sovrano di Atene e con la quale il governo ha con successo finanziato una prima tranche del prestito che dovrà mettere insieme per i 53 miliardi del fabbisogno del 2010 – è costata, comunque, all’economia un premio di 3,5 punti percentuali. Perché il fatto è semplice: i traders di bonds non boicottano mai un paese, per ragioni economiche. Se lo fanno è sempre per ragioni – per pressioni subite – politiche. Se no, si limitano a chiedere tassi di interesse più alti…

Un aumento di oltre il 50% rispetto all’emissione precedente del marzo 2009 poi, come s’è detto, alla fine significativamente ridotto ma restato di quasi due punti sopra a quello di allora, che gli investitori sono in ogni caso riusciti a spuntare. La Grecia ha dimostrato, così, di potersi far finanziare il debito dal mercato, alla faccia dei menagrami più o meno istituzionali[87]. Ma ha dimostrato anche che farselo finanziare le costerà più caro, come a qualsiasi paese nella sua situazione, Per questo sarebbe – è – importante qualsiasi segnale di sostegno che venisse – che deve venite – da Bruxelles.

Considerazione finale, tra parentesi e sommessamente, su quella che è stata chiamata, tutto sommato appropriatamente, la dimensione dell’economi dell’euro: che proprio questa crisi ha rivelato come troppo grande, davvero, ormai per poter semplicemente fallire…  I guai dell’economia greca, di quella irlandese, di quella spagnola, ecc., ecc. – ne parliamo a seguire – mostrano con chiarezza che moneta unica ed eurozona non saranno abbandonate facilmente, anzi… ma rendono anche evidente quanto ci si stia spingendo in avanti senza risolvere la contraddizione fondamentale della costruzione lasciata a metà della costruzione europea.

La politica monetaria – il controllo del costo del denaro e del cambio – è saldamente, e da tempo, nelle mani della Banca centrale europea.  Ma la politica fiscale – le decisioni sulla spesa pubblica e sul carico fiscale, le tasse – restano tutte in mano ai singoli governi. Cioè, c’è una moneta unica e una sola politica monetaria e ci sono sedici – e, a rigore, latu sensu, ormai ventisette – diverse politiche delle entrate e della spesa.

Una contraddizione sempre più acuta che impedisce tra l’altro all’Europa di avere un proprio bilancio (quello della UE è uguale, più o meno, all’1% del PIL complessivo…) paragonabile, per capacità di traino e/o di incidenza, a quello di un’Unione vera come quella americana. Ma che non impedisce ai mercati la presunzione – che di questo si tratta: ma già serve – di una qualche sodale corresponsabilità tra gli Stati dell’Unione europea che mette – almeno in partenza, almeno per un po’, almeno fino a prova contraria – come al riparo di una qualche protezione comune le sorti di tutti. Specie dei sedici, ma anche se meno a rigore, pure dei ventisette.

Diversi paesi del Sud d’Europa – Portogallo,  Spagna, Grecia, altri, anche Italia – hanno problemi seri di competitività generale in ribasso che una volta sarebbero stati tamponati con le svalutazioni competitive e il recupero in questo modo di margini di prezzo sui mercati internazionali. Ma con un’inflazione spesso rampante che avrebbe schiacciato, e schiacciava, il potere d’acquisto interno.

Oggi, l’euro che, obiettivamente poi sembra sopravvalutato sia rispetto al dollaro che allo yuan cinese, non consente questa soluzione per definizione caduca ma anche immediatamente efficace e, associato una domanda interna, domestica come si dice, piuttosto depressa, vede una ripresa in ritardo pesante.

In altri termini, tutti, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia e, giù giù – o, se volete, su su – fino alla Germania, tutti i paesi dell’euro valutano rispetto ai costi nel breve maggiori i vantaggi: l’inflazione ben sotto controllo, strutturale, non dovuto soltanto alla crisi; il mercato unico; il far parte di una “famiglia” che punta a crescere insieme e, forse, magari ce la farà ancora a farlo sodalmente se, finalmente, decide politicamente di farlo.

Ma forse lo shock attuale potrà dare una mano per far capire perfino ai tardigradi, ai tardo nostalgici di una sovranità nazionale che, come tale, neanche più esiste, i pericoli che esistono ormai non più solo nel lungo ma forse anche nel medio periodo lasciando sopravvivere un’Unione monetaria senza il collante di un’unione anche politica. Un osservatore britannico, diremmo noi di centro-sinistra, né eruroscettico né euroentusiasta ma molto… euroserio, chiude un ragionamento che mette in rilievo queste preoccupazioni asserendo che “invece di dimostrare che l’euro è a rischio di collasso imminente, la crisi greca sta dimostrando che invece il progetto europeo non sarà abbandonato per niente con leggerezza[88].

Va menzionata, a questo punto, una voce che, se trovasse conferma, dimostrerebbe come ormai il mondo sia davvero finito (per disgrazia? per fortuna? comunque, di fatto?) a piedi in su e testa in giù: pare, dice, che la Cina – con l’intermediazione della Goldman Sachs americana – starebbe valutando l’idea di comprare una parte, e neanche tanto piccola, una trentina di miliardi di €, del fabbisogno e del debito della Grecia

La riferiamo, per ora, solo perché sarà pure chiacchiera ma viene lasciata circolare da una multinazionale bancaria gigante e dal più serioso quotidiano economico del mondo[89]… ma, certo, se succede, l’Unione europea, con tutti i suoi membri, ilFondo monetario, gli Stati Uniti, l’OCSE sarebbe meglio che andassero a farsi benedire.

nell’elenco dei problemi più o meno immediati che premono, in un modo o nell’altro, sull’Unione europea c’è, dicevamo, anche l’Irlanda, un paese che per molti anni è stato tra i più poveri in assoluto d’Europa, fuori dal percorso degli investimenti esteri, con forte carenza di manodopera qualificata e altissimi tassi di disoccupazione che hanno alimentato per decenni uno dei tassi d’emigrazione più alti del mondo – in America, soprattutto – negli ultimi due decenni, dopo e proprio per aver aderito alla Unione europea, allora Mercato comune e Comunità, s’era trasformata da cenerentola in principessa, un ricco paese industrializzato moderno, la “tigre celtica”, a paragone diretto con quelle asiatiche, tipo Tailandia, Singapore, ecc. Ma qui, in Europa.

Ma qui, come in Spagna, troppo era dipeso per anni dalla bolla edilizia e, come in Islanda, dal boom dei servizi finanziari. E ora, con la crisi che ha fatto scoppiare quelle bolle, il ruggito della tigre si è trasformato in un miagolio fievole, con migliaia di nuovissimi appartamenti sontuosi rimasti sfitti e invenduti tutto intorno a Dublino. Allo scoppio della bolla, il governo s’è sentito costretto a garantire i depositi delle cinque maggiori banche private nel tentativo di prevenirne l’assalto da parte dei depositanti. E ha dovuto accollarsi, alla fine, sollevandone le banche, il peggio dei loro debiti nel settore edilizio.

Le entrate fiscali si sono rarefatte e la disoccupazione è esplosa (al 13%, più o meno, della forza lavoro) insieme al fabbisogno pubblico. E, qualche settimana fa, il ministro delle Finanze Brian Lenihan ha annunciato che, per riequilibrare un po’ le finanze pubbliche, verranno operati tagli profondi alle spese in quello che sarà il bilancio più duro da decenni: tagli agli stipendi pubblici, riduzione dei sussidi ai minori e ai disoccupati, per raggiungere nel 2011 un deficit/PIL all’11,6%.

I sindacati hanno, ovviamente, dichiarato guerra alle scelte del governo, sponsorizzando una proposta alternativa di risparmi forzati ottenuti lasciando a casa in ferie non pagate per dodici giorni gli impiegati pubblici e impegnandosi a ricercare l’accordo per riformare, tagliando i costi, regole e pratiche del lavoro. Salgono i segnali di tensioni nel e con il mondo del lavoro, però, perché il governo punta alla soluzione drastica m, soprattutto, non condizionata dall’accordo di altri, preferendo imporre e far subire piuttosto che concordare le sue soluzioni.

Dice Kevin Gardiner, l’economista e banchiere inglese che negli anni ’90 coniò per il suo paese l’etichetta vincente di “tigre celtica”, oggi è tra quanti prevedono al meglio un trascinarsi al minimo dell’economia irlandese ancora, almeno, per tutto il 2010. E anni, invece, per recuperare – e con difficoltà, perché lo dovranno fare anche tanti altri paesi – la ricchezza andata perduta che l’ha resa più povera, e di parecchio, deturpandone l’immagine moderna e aggressiva che era riuscito a darsi.

In Croazia, il socialdemocratico Ivo Josipovic, compositore di musica classica e professore di diritto internazionale, ha vinto davvero a mani basse le presidenziali[90] e succede ora a Stipe Mesic, il centrista che non poteva ripresentarsi per i limiti di mandato imposti dalla Costituzione e che è riuscito inopinatamente quest’anno a portare il paese nella NATO.

Josipovic, che come dice il suo c.v. è personaggio che appare anche più “nuovo” di quanto non sia in realtà, adesso si è impegnato – ma impegna solo se stesso, come è naturale – a far integrare la Croazia nell’Unione europea entro il 2012, a rilanciare l’economia colpita anche qui da una recessione ancor più grave  che altrove e a combattere – non a vincere: realisticamente – la corruzione che corrode tutte le gerarchie delle amministrazioni pubbliche e delle imprese di Stato…

In Polonia, la PGNiG (Polskie Górnictwo Naftowe i Gazownictwo SA - Polish Oil and Gas Company, SpA) ha avvisato di possibili tagli (adesso, in pieno inverno…) alle consegne di gas via Ucrain dalla Bielorussia per le raffinerie PKN Orlen e Police[91]: non è stata comunicata la ragione dell’avvertimento ma la Polonia, negli ultimi mesi, ha subito diverse interruzioni nel flusso del metano russo non avendo ancora raggiunto un accordo con tutte le sue controparti fornitrici o di transito sul prezzo e temendo, di conseguenza l’interruzione possibile. Il paese ha un deficit annuo ormai stabilizzato, in condizioni invernali come le sue consuete – assai dure – sui 2,5 miliardi di m3 che non può non importare. E pagare…

Alla fine, anche qui e malgrado tutto, viene raggiunto un accordo a lungo termine, fino al 2037, di considerevole aumento dell’import polacco (10,2 miliardi di mc3) tra Gazprom e compagnia petrolifera polacca che, però, andrà ratificato dai rispettivi governi. La Polonia dovrà garantire il passaggio per il suo territorio verso ovest contro uno sconto non irrilevante al gas che acquista m sempre non troppo lontano dal prezzo di mercato.

Anche, qui, come per la Bielorussia, l’accordo garantisce una consistente fornitura a Varsavia ma anche una dipendenza maggiore dal fornitore russo. Inevitabile, d’altra parte, visto che alla Polonia l’Unione europea impone di lasciar perdere il carbone, l’unico combustibile che usava finora, in pratica, per generare elettricità[92]

uindi, a ragione che sneza fissrlo essopotrebbe interrompersi

In Ucraina, e ormai alla vigilia delle presidenziali, un gruppo industriale russo ha comprato il controllo di una quota maggioritaria della ISD, l’Unione Industriale di Donbass[93], uno dei maggiori compessi siderurgici del paese che godeva, però, di un pessimo rating della Moody’s (B1). La mossa ha provocato la forte denuncia del presidente uscente della Repubblica, il russofobo Yuishenko (“svendita”), ma ha l’assenso di lavoratori, politici e cittadini del Donbass.

Intanto, con quello che appare un ultimo colpo di coda, il presidente Yushenko che già prima del voto appare ormai sicuramente uscente e sicuramente non più rientrante lascia trapelare – lo dice in Tv il suo consigliere capo Bohdan Sokolovskiy – che l’ente di Stato per l’energia, la Naftogaz, l’ente preposto a pagare le consegne del gas russo, può dichiarare fallimento quest’anno e che epr evitarlo il governo dovrebbe “rivedere” i contratti coi russi[94]… Frase che, naturalmente, detta così, non significa niente.

Yushenko, il presidente in carica e vincitore di quella che venne chiamata la rivoluzione arancione, dopo anni di pessima e contenziosa guida della Repubblica ucraina, è stato sonoramente battuto il 17 gennaio, al primo turno delle presidenziali[95], dal 67% degli aventi diritto di voto che si sono recati alle urne .

Nel primo turno (il ballottaggio si tiene il 7 febbraio) ha prevalso, come dicevano i sondaggi, il “russofono” Viktor Yanukovich che, dietro, ha tutta la parte orientale del paese, col suo partito delle regioni e è il presidente che venne defenestrato anni fa dalla cosiddetta rivoluzione “arancione” con l’accusa di brogli.

Una rivoluzione poi, come s’è visto però, troppo eterodiretta e basata sulle illusioni, alimentate insieme, irresponsabilmente, da Yushenko ma anche dalla prima ministra Timoshenko, che però poi ne ha preso le distanze, del bengodi prossimo venturo in arrivo per gli ucraini se solo avessero “cacciato via i russi” e la loro influenza economica, geografica e politica sul loro paese, sostituendola con quella europea occidentale e americana.

Cosa che – bastava guardare una carta geografica – in quei termini grezzi s’è, naturalmente, rivelata impossibile ma, grazie alle sue parziali resipiscenze e al realismo esibito in contrasto diretto proprio con Yushenko, non ha impedito a Timoshenko di arrivare seconda, col 25% dei suffragi contro il 35 di Yanukovich. Un voto, comunque, superiore a quello che tutti i sondaggi le attribuivano, e che ha convinto il suo partito dal non denunciare le elezioni – come aveva annunciato, addirittura a priori, di voler fare – come “fraudolente” (del resto la “certificazione” di pulizia del suffragio da parte dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE e de Consiglio d’Europa è stata stavolta senza alcuna riserva), visto che alla fine un papocchio di accordo del tipo “arancicchio” potrebbe, adesso, darle una buona chance di arrivare alla presidenza al secondo turno.

E’ quel che Timoshenko ha subito promesso di fare: se i voti dell’ex amico-nemico Yushenko la faranno vincere “terrà fede alle loro promesse”— che non erano, però, come s’è visto affatto uguali alle sue: su Msca, ad esempio, per lui da respingere; per lei da avvicinare…

Come il fatto, del resto, che mentre a Yanukovich sembra precluso accedere al serbatoio elettorale di Yushenko, per Timoshenko è possibile. E lei, anche se è persona un po’ strana davvero – è convinta di essere la reincarnazione di… Evita Peron[96]: i capelli se li raccoglie a crocchia trecciuta sul capo apposta per evidenziare la cosa – ha una grande capacitò televisiva a frotne specie del legnoso vecchio presidente.

In ogni caso, che sia eletto Yanukovich o sia eletta Yuli (Evita) Timoshenko, l’impressione non è che l’Ucraina avrà un futuro prossimo venturo stabile e liscio. Comunque, i due ormai condividono una visione di buoni rapporti più o meno obbligati di non belligeranza con Mosca e nessuno dei due pensa neanche lontanamente a una candidatura alla NATO che, del resto, non s’è mai mostrata entusiasta all’idea.

Un’idea che, del resto, è stata sepolta per quello che sarà di certo molto tempo, col ridicolo 5,5% dei voti presi dal suo mentore assoluto, il presidente uscente, Viktor Yushenko. Invece, se vince Timoshenko, l’acceleratore verrà spinto probabilmente nel tentativo di accelerare, se mai sarà possibile, l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea.

Adesso i russi per l’incapacità e l’inconcludenza assoluta dei loro potenziali “nemici” – in Georgia, in Lituania, in Polonia, qui in Ucraina, dovunque alla loro periferia – gente che ha pensato solo a fare politica fragorosamente e, ogni tanto, anche provocatoriamente, antirussa, hanno vinto senza neanche dover mollare in sostanza niente di veramente conclusivo agli americani su altre politiche (soprattutto, sull’Iran) il riconoscimento di fatto – al di là delle chiacchiere – di quel che volevano: che nella ex Europa orientale esiste, e come, una sfera di influenza dei russi.

Gli americani, adesso, “persa” l’Ucraina – che era la chiave di tutta la loro strategia est-europea per tenere indebolita la Russia –, liquidata la “velleità” georgiana – che con l’avventurismo di Saakashvili li ha totalmente spiazzati –, messe fra parentesi per diverso tempo le tentazioni di veder allargare a Est l’Unione europea e tanto più, la NATO – per la non disponibilità a subire questo tipo di pressioni dei soggetti europei ed atlantici – si ritrovano con una politica verso la Russia che sta andando a pezzi. Che resta a bagnomaria tra la provocazione alla Bush e la ricerca di un dialogo, però incapace di, o non ancora rassegnato a, dare il riconoscimento della “pari dignità” all’interlocutore che si era illuso di aver cancellato dalla storia e, quindi, mai capace di incidere davvero.

Anche la Georgia, pare, dopo l’Ucraina e altri ex paesi dell’Est sembra impegnata, in effetti, a frenare,  moderare, controllare forse un po’ più attentamente l’antagonismo che, da quando col golpe o la rivoluzione “di velluto” – come la chiamarono con i loro PR i servizi segreti occidentali (americano, inglese, francese) che vi misero mano – sostituirono il vecchio presidente Shevardnadze col giovane e bollente presidente Saakashvili, manifesta in modi bellicosi le proprie, anche comprensibili, fobie antirusse.

A Tbilisi, i partiti dell’opposizione – sono almeno quattordici, divisi sul tutto meno che sulla necessità di far fuori Saakashvili –  hanno cominciato a premere insieme per assumere loro, e spingere il governo ad assumere, una posizione più pragmatica nei confronti di Mosca. Non è che stanno diventando filorussi – i georgiani non lo saranno mai – ma, considerando come il rapporto impostato sul braccio di ferro coi russi non si sia rivelato in niente utile e, anzi, abbia portato solo disgrazie e perdite, anche territoriali, al paese, ad esempio il partito conservatore comincia a chiedere la normalizzazione del rapporto con Mosca e a dire che non serve a niente ambire a entrare nella NATO se, come succede, come è successo, nessuno se non a chiacchiere nella NATO ti vuole[97]

Ma Saakashvili non molla. Dovrà, però, ormai  tener conto del rischio che il cemento unificatore dell’opposizione possa diventare un appello per una politica più sensata verso Mosca, specie se Mosca desse una mano all’opposizione. Ma il personaggio è tale da rifiutare, come sempre finora, ogni possibilità di compromesso. Non può dimenticare mai, d’altra parte, che se vogliono, i russi lo possono spazzare via in ventiquattro ore…

Il ministro degli Esteri della Lituania, Vygaudas Usackas, è stato obbligato a dimettersi[98] dalla presidente Dalia Grybauskaite nel cui governo aveva servito da un anno. Il disaccordo tra i due era diventato pubblico e verteva, ormai troppo apertamente, sulla copertura che, secondo una commissione d’inchiesta parlamentare aveva ripetutamente fornito, ma senza darne comunicazione e chiederne l’autorizzazione al governo, alle operazioni segrete della CIA di trasferimento forzato e di imprigionamento in segreto di “sospetti” accusati di terrorismo in varie località dei paesi baltici che,  personalmente, lui coordinava.

Più in generale la presidente della Lituania sta riconsiderando, contro il parere vocalmente espresso dall’ex ministro degli Esteri e dalla parte più tradizionalmente russofoba del governo, proprio i rapporti con Mosca: anche qui, ormai, c’è chi avverte l’opportunità non certo di allinearsi su Putin ma di assumere un atteggiamento più pragmatico e meno verbalmente provocatorio nei confronti di tutti i vicini dell’Est.  

La Russia[99] ha tenuto chiuse le borse per i lunghi tradizionali dieci giorni a cavallo tra il Natale ortodosso e il Capodanno. Alla ripresa, il rublo aveva guadagnato seccamente sul dollaro (per comprarne uno, ne bastano ora 29,25 invece dei 30,25 di prima. E, soprattutto, malgrado le sue mille contraddizioni, l’economia russa registra comunque, in $, la maggiore crescita del PIL tra le economie principali del pianeta, seguita da Indonesia e Vietnam, dopo naturalmente la Cina. Anche perché, nelle previsioni degli analisti più accreditati, il prezzo del petrolio tornerà presto a salire…

STATI UNITI

Una Corte suprema divisa a metà, con la maggioranza conservatrice arroccata sul suo 5 a 4, ha aperto il vaso di Pandora: d’ora in poi, non ci saranno più limiti ai contributi, doni, mazzette – chiamateli come volete – che non solo i singoli cittadini ma anche imprese, gruppi di potere organizzati, lobbies possono elargire a partiti e candidati in campagna elettorale. Perché, dice la sentenza, proibirlo – come è stato fatto finora da cent’anni a questa parte con un’altra sentenza della Corte – costituisce violazione della loro libertà costituzionale assicurata dal primo emendamento (libertà di espressione) a tutti gli americani[100].

Già, a tutti i cittadini americani… non certo alle multinazionali, le corporations, le lobbies… che, anzi, il dibattito riportato nei Federalist Papers – i “verbali” e la discussione delle sedute della Convenzione costituente e le cronache del dibattito che preparò il passaggio del primo emendamento escludevano a chiare lettere dalla protezione dello stesso proprio ogni “business interest”, ogni interesse economico costituito[101]… Ma adesso, finché un’altra maggioranza non cambia la legge o la emenda nei termini previsti dalla Costituzione stessa, ancor più di quanto succeda già oggi, i soldi compreranno le elezioni… Meno ipocritamente di oggi, forse, ma più massicciamente ancora...   

Il vero rischio che adesso affrontano gli americani, se il presidente non terrà duro alle pressioni cui tutto il benpensantismo economico lo va sottoponendo, è che col riequilibrio almeno nominale di alcune condizioni finanziarie, incipienti anche per alcuni importanti fondamentali dell’economia, salga la tentazione di fermare i programmi di stimolo che finora hanno funzionato per tamponare le emorragie che la crisi ha aperto.

Adesso, con l’elezione suppletiva del nuovo senatore del Massachusetts che porta al Congresso un repubblicano al posto del fu Ted Kennedy, viene a mancare ai democratici il margine di uno che garantiva loro, per lo meno teoricamente, di bloccare l’ostruzionismo e far passare – se trovano il loro accordo interno – le leggi volute dalla maggioranza. Adesso, se i democratici non troveranno la volontà – come potrebbero se volessero, se osassero – cambiare il regolamento – ma non vorranno perché non oseranno – il rischio è quello della paralisi legislativa… E Obama già si appresta a ridimensionare,evitando la battaglia, speranze e ambizioni, ma anche bisogni[102]… degli altri.  

E’ un disastro a lungo annunciato – almeno e proprio dalla morte del senatore di punta della sinistra democratica – la combinazione di moderatismo e misure anche coraggiose ma sempre come dimezzate, sempre compromissorie, sempre faticosamente alla ricerca della mediazione e del minimo comun denominatore che la presidenza di Obama ha ormai chiaramente fatto suo come tratto dominante praticamente su tutto.

Uno stile di governo il cui quasi inevitabile arrivo era stato come tacitato e messo tra parentesi dalla campagna e dal trionfo elettorali e, di quando in quando, dalla sensatezza e dalla stringente e anche brillante capacità di convincere la ragione scaldando anche i cuori in discorsi di grande respiro come quello, ad esempio, alla fine però pressoché fine a sé stesso del Cairo.

Ma uno stile di governo – e alla fine anche una sostanza – visibili, e anche visti, fin dal primo momento nella composizione deliberatamente “centrista” e moderata del Gabinetto (Clinton, Geithner, Gates, tutti i posti-chiave…) e del personale della Casa Bianca: che ha scoraggiato e deluso molti a sinistra – delusione che adesso viene pagata – non ha incantato nessuno a destra – premiandone molto per contro, e ben al di là dei suoi meriti, la strafottente intransigenza e il rabbioso star sempre all’attacco e sempre sopra le  righe – e non ha, comunque, neanche attenuato le paure e i sospetti di molta gente che “indipendente”, noi diremmo “centrista” s’era fatta attrarre da Obama e dal suo sogno per il tempo dell’elezione…

Come abbiamo già detto così è diventato ed è “a Dio spiacente ed a' nemici sui[103]. Mettiamola così: il risultato del Massachusetts è stato probabilmente un disastro per il paese: ma è forse quello che – per ora – si meritano Obama e si meritano i democratici. Per ora, diciamo: la riserva sui tempi per chi scrive è ancora indispensabile, e anche forse, ancora – ancora… – ci viene riservata un po’ di speranza.

La verità dura, però, è composta da due elementi. Il primo è il tratto elitario, complesso perché non semplicistico e attento alle sfumature di ogni realtà e di ogni problema – poche idee fondate sulla fede in un’ideologia più che nella ragione e nel ragionamento, in una sloganistica semplice, semplicistica, semplificata, semplificatoria ma da tutti percepibile subito, caratterizzata dalla dicotomia appunto grezza dell’amico-nemico— un tratto comune a molti politicanti di immediato successo, dalla scopiazzatura berlusconoide ai grandi modelli originari, i Reagan e i Bush due.

Il secondo tratto, molto più americano e unico e del quale bisognerebbe che il resto del mondo e gli americani stessi decidessero finalmente di prendere atto, è che la maggior parte degli americani teme sinceramente, visceralmente, politiche economiche e sociali, come dicono loro, “pro-attive”, soluzioni di stampo che in Europa si chiamerebbero social-democratiche o di sinistra, molto più di quanto abbia paura delle scelte facili, del lasciar fare al mercato che poi magari non fa o fa male, delle politiche negative repubblicane, mercatiste e neo-mercatiste.

Per dire, mentre è evidente a tutti che oggi l’americano medio, quello che con la recessione ha perso una media di almeno 10.000 $ del suo reddito (calo del potere d’acquisto, del salario, dei rendimenti delle azioni), se potesse scuoierebbero vivi o impalerebbe i grandi banchieri e i managers che hanno rubato, truffato, imbrogliato piegando alle loro voglie il sistema per far soldi e fregando la gente, è anche evidente che la misura proposta dall’Amministrazione – tassiamogli, almeno, il maltolto – non li convince, anzi li vede resistere perché significa comunque dare più poteri al governo centrale. Insomma, sbudellare sì, alla Far West se volete, come con i pellerossa nemici, ma  far pagare loro le tasse no. è un-american…: non anti-americano ma, peggio, non-americano…

E’ più forte di loro, è nel DNA di questo paese dell’ognuno per sé e Dio, forse, per tutti e quando non prevale si tratta di un glitch – di una temporanea aberrazione, di un discontinuità, di un’anomalia da aggiustare presto alla norma intuitivamente conservatrice: e quando non è tanto temporanea è davvero l’eccezione: come con Roosevelt, dovuta alla guerra, come con Johnson in politica sociale perché la compensava e la mascherava con l’americanità aggressiva dell’avventura in Vietnam…

Questa è la posizione di default, cui torna sempre appena può la politica americana, quella che viene più naturale a questa gente. E trova eccezioni solo nell’emergenza massima, come con la Grande Recessione che, a fine 2008, squassando certezze e convinzioni di fondo, portò all’elezione di Barak Obama per incompetenza dimostrata nelle persone (Bush, Cheney, Palin…) e sfiducia totale nelle soluzioni della usuale American Way: quella del lasciar fare al mercato…

Perfino quel minimo di sicurezza sociale che gli americani rifiutarono di lasciar cancellare a Bush, l’apparato di misure – mai complete, mai risolutive – messo in piedi prima da Roosevelt e, poi, da Johnson negli anni della Grande Società, il po’ di welfare che questo paese si è dato (scuola anche pubblica, un minimo di sanità garantita ai più poveri e agli anziani…), hanno dovuto sperimentarlo scoprendo nel corso di una o due generazioni, anche con meraviglia, che rendeva alla fine un po’ più garantiti e, dunque, anche, sì, un po’ più liberi, gli americani, la maggioranza degli americani…

Forse stavolta la scossa per i democratici potrebbe, però, svegliarli dal letargo nel quale, con Obama, sono da mesi caduti. Perché il nuovo senatore Brown ha preso, sì e no, gli stessi voti, poco più di un milione, che alle presidenziali aveva preso il candidato repubblicano McCain: tenendo i suoi, insomma. E sono stati proprio i democratici a perdere quasi un terzo dei voti di Obama. Avevano una schifezza di candidata per il posto glorioso di Kennedy, alla rincorsa del voto sbiadito del centro, una ultramoderata che non entusiasmava nessuno e raggelava molti… E l’hanno giustamente pagata. Ma, forse, stavolta potrebbero – pare – cominciare ad accorgersene …

Tornando al tema di cui qui, però, ora discutiamo – l’economia e il che fare – apriamo ora il nostro discorso con un accenno che poi dovremo riprendere: che, almeno sulla sua sinistra delusa, Obama adesso perde perché non è riuscito a dare risposta convincente sul tema scottante della scomparsa di milioni di posti di lavoro; e, poi, una serie di giudizi che ci sembrano, francamente, molto molto mordenti.

Se a quegli appelli [   quelli, ancora una volta, a frenare, a non spingere] verrà dato ascolto, ripeteremo pari pari il grande sbaglio del 1937, quando la Fed e l’Amministrazione Roosevelt decisero che la Grande Depressione era finita, che era ora di buttare via le grucce che avevano sostenuto l’economia. Venne tagliata la spesa, resa più restrittiva la politica monetaria— e l’economia venne così rituffata all’indietro nel baratro della crisi”… Non è uno sbaglio che l’economia può permettersi di ripetere, però, “con ì fondamentali dell’economia nazionale ancora così arcigni. Negli anni buoni dell’ultimo decennio, quelli che sembrarono esserci e magari ci furono, la crescita venne tirata dal boom edilizio e dall’impennata della spesa per consumi. Né l’uno, né l’altra adesso torneranno[104].

In buona sostanza – e per dirlo in sintesi estrema a scopo, diciamo così, propedeutico e didascalico – oggi si sa bene come sono effettivamente andate le cose. E bisognerebbe sempre, nel riflettere nel proporre e per correggere la situazione, tenerlo presente. Non c’è alcun mistero sull’origine della crisi, in effetti.

La prima e principale ragione è nel fatto che i supremi regolatori dell’ordine economico – che, almeno nominalmente ne avevano anche il potere – nell’ordine prima Alan Greenspan e poi il suo successore Ben Bernanke alla presidenza della Fed, la Federal Reserve, la Banca centrale, hanno dimostrato una superficialità e un’incompetenza scavallata (bisogna pur dire le cose come stanno anche se ora[105] se ne stanno pentendo: un po’ tardi, però…) per fede ideologica neoliberista convinta (il primo) o scopiazzata (il secondo), lasciando che le bolle speculative crescessero senza controlli e tanto meno freni di sorta. E’stato questo succedersi di bolle a tirare l’economia americana per tutti gli anni di Bush e anche prima…

Più avanti nell’era di Bush, la bolla edilizia venne ancor più gonfiata da tutta la complessa ingegneria finanziaria, alimentata anche dal ricorso alla liquidità bancaria che aveva a collaterale, però, solo i valori artificiosamente rigonfi del mercato edilizio, un’ingegneria attraverso la quale le banche moltiplicarono irresponsabilmente per dieci e anche per cento il valore nominale dei loro assets, qualche volta anche, puramente e semplicemente, con operazioni fraudolente.

La lezione fondamentale, però, è che diverse possibilità di intervento regolatorio la Fed le aveva e che deliberatamente decise di non usarle perché così dettava la saggezza economica convenzionale del neo-liberismo: lasciate fare, che il mercato tanto si regola al meglio da solo. C.v.d. e, infatti, si è visto… con la Fed che, astenendosi dall’agire, s’è resa responsabile di una delle peggiori scempiaggini decisionali nella storia della finanza planetaria.

Il cui risultato è così riassumibile:

• la peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione;

• migliaia di miliardi di $ di reddito potenziale andati persi;

• milioni di vite rovinate, in centinaia di migliaia di casi forse irreparabilmente dalla disoccupazione di massa;

• milioni di altri cittadini che hanno visto cancellati i loro risparmi;

• centinaia di migliaia, forse anche qui milioni di persone, che perderanno la copertura sanitaria a causa del combinarsi della perdita del lavoro e di tagli draconiani ai bilanci già in rosso di decine di Stati federali.

Questo sul piano concreto. Su quello dell’immagine, della credibilità finanziaria e politica e della presa dell’egemonia americana nel mondo, lasciamo perdere…

E, al contrario della stagflazione degli anni 70, questa crisi non è indotta da fuori, dal prezzo del petrolio e delle materie prime. E’ autoinflitta, frutto di una sbronza ideologica cominciata con Reagan e passata via Clinton e i Bush a Obama: che ha appena cominciato a curarla…

E adesso? Adesso è obbligatorio spingere al massimo per cercare di rimediare

• dispiegando, e non certo troncando a questo punto, tutte le potenzialità dei vari pacchetti di stimolo nel tentativo di rimediare al disastro sopravvenuto;

• concentrandosi su misure di aiuto che portino a riassorbire il disagio, a dir proprio poco, dei milioni di proprietari di casa che se ne sono visti decurtare il valore della loro proprietà dal crollo del mercato edilizio;

• riducendo con molta decisione e grande severità il gran gonfiamento del settore finanziario di questo paese, specie là dove è sostenuto da un esercito di lobbisti di professione, economisti lobbisti e lobbisti deputati e senatori: la tabe del lobbismo scatenato a finanziare la politica per fare gli interessi di pochi a spese dei più;

• e, infine, dando avvio all’imposizione del sistema di ri-regolamentazione che ha chiesto il G-20 e  che adesso, con forza, chiede in particolare la Fed. Ma che è ancora del tutto di là da venire…

E vale, a questo punto, sicuramente la pena di riprendere in considerazione per tirarne magari, chi sa?, anche le necessarie conseguenze di policy economica – in ritardo, certo, ma ancora in tempo forse – quanto il premio Nobel dell’economia, Joseph Stiglitz, a cominciare da un anno fa è venuto dicendo e scrivendo e predicando tutto sommato inutilmente – malgrado tutto e malgrado la sua indiscussa autorità e autorevolezza – a chi avrebbe dovuto ascoltarlo: Obama.

E, invece, ha sistematicamente prestato orecchio ai suoi consigliori più “moderati”, tutti ex banchieri o del mondo della grande banca, sulla natura vera di questa crisi e l’inadeguatezza, anche, delle misure che pure un’Amministrazione come quella di Obama stava prendendo per farvi fronte. Il fatto è che gli americani che hanno eletto Obama erano convinti, così come quelli che non lo hanno votato del resto, di votare per un cambiamento profondo e invece si sono ritrovati un continuista, al meglio, di stampo clintoniano…

E, ora, recensendo il suo ultimo libro[106], appena uscito, sul NYT, Michiko Kakutani che per quello stesso giornale segue le cose di economia, ricorda[107]: “nel novembre del 2008 in un editoriale firmato su questo giornale, Stiglitz scriveva che un vasto pacchetto di stimolo dell’economia – almeno 1.000  miliardi di $ nell’arco di due anni – era indispensabile per rovesciare la Grande Recessione in una ripresa robusta e che c’era bisogno di ri-regolare da capo tutta la finanza per cambiare i comportamenti distruttivi di Wall Street che avevano provocato all’origine tutte le calamità economiche della crisi.

Più o meno quattro mesi dopo, in un altro editoriale firmato, sempre sul NYT, Stiglitz attaccava direttamente i piani dell’Amministrazione per fare i conti con le banche in sofferenza, avvertendo che si trattava di una proposta win-win-lose (vinci-vinci-perdi)— dove a vincere sono banche e investitori e a perderci sono i contribuenti. E continuava caratterizzando l’approccio dell’Amministrazione come quello di un capitalismo succedaneo, artificiale: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite?.

Il nuovo libro di Mr. Stiglitz allarga queste argomentazioni populistiche [scrivendo sul NYT e per il NYT, la recensione non poteva evitare di dirlo: però, attenti, neanche la recensione – prestate bene attenzione – non dice che si tratta di argomentazioni sbagliate o non condivisibili: perché il populismo, anche se lo chiamano così, talvolta – stavolta – può anche avere ragione]. Decodifica le cause della Grande Recessione del 2008, valuta le risposte delle Amministrazioni di Bush e di Obama e offre suggerimenti su come l’America potrebbe usare l’ ‘esperienza quasi mortale’ per cui è dovuta passare per affrontare le distorsioni ei caratteri sbagliati del suo sistema economico riconfigurandosi per il 21° secolo— il secolo nel quale dovrà fronteggiare problemi capaci di far tremare vene e polsi come un deficit che ci va continuamente gonfiando e il cruciale squilibrio commerciale, la perdita montante di posti di lavoro nel settore manifatturiero e le sfide che le vengono poste dalla Cina e da altri paesi”.

E, adesso, si affaccia pressante una nuova minaccia allo stato precario dell’economia americana. Succede che in America non abbiano prestato grande attenzione alla bolla edilizia, come prima alla bolla speculativa di borsa. Del resto, hanno chiuso da sempre occhi e orecchi agli avvertimenti reiterati che le dighe di New Orleans avrebbero ceduto a un uragano neanche dell’entità massima, come e quanto agli avvertimenti che il sistema di intelligence (si fa per dire ovviamente…) aveva accunulato senza mai correlarli l’uno con l’altro. E, adesso, tutti stanno ignorando la bolla del disastro fiscale prossimo venturo, quella dei bilanci catastroficamente tutti, o quasi, in rosso dei 50 Stati federali[108].

Dappertutto, in tutto il paese, la situazione dei bilanci degli Stati è la peggiore da 80 anni, dai tempi della Grande Depressione. Le entrate con la recessione sono calate a doppia percentuale e le spese per servizi essenziali a loro carico (California, New York…) stano crollando. Le infrastrutture spesso obsolete non vengono non diciamo rinnovate ma neanche “rinfrescate” da anni. I buchi di bilancio sono per il 2009 e per il 2010 di 350 miliardi di $ almeno all’anno. Non è un disastro in attesa di manifestarsi. Sta già succedendo, oggi… 

In quella che, lo confessiamo, è un po’ la nostra mania di dare la caccia al’errore – e specie alla castronate di ordine economico, anche sì, anche elementari, diffuse dai grandi giornali americani, di cui rendiamo qui conto abbastanza assiduamente (sulle sciocchezze disseminate dai giornali italiani, in generale, ci soffermiamo meno sia per la quantità abnorme di cui altrimenti dovremmo parlare ogni volta, sia per la natura di queste Note congiunturali che tendono più a trattare di fatti e misfatti dell’economia mondiale: anche se poi, spesso, le cavolate americane le ritroviamo spappagallate regolarmente sui fogli nostrani), stavolta, subito, ritocca al NYT.

Gli USA – scrive un editorialista importante – hanno i loro problemi, ma gli americani sarebbero pazzi se scambiassero i loro con quelli di altri grandi paesi[109]: tipico della serie del paese benedetto da Dio, si capisce e predestinato a dominare gli altri… La base di questa considerazione – sempre americanamente scontata e sempre più strabiliante, visti i fatti, però – è che, a partire dal 1991 e fino ad oggi, gli Stati Uniti hanno goduto di una crescita di PIL considerevolmente più rapida di quella delle altre grandi economie sviluppate. Ora, questa analisi è sbagliata per tre fondamentali ragioni.

• Nell’anno di riferimento preso come inizio periodo, gli USA erano affondati nel bel mezzo di una recessione. E il paragone è sbagliato perché, per convenzione sensata di ordine economico-storico abbastanza evidente, i paragoni vanno sempre iniziati a partire dal picco del ciclo immediatamente precedente una recessione, cioè nel nostro caso dal 1989. Il che già cancella non poco del vantaggio vantato nel periodo in questione.

• Ancora più importante, poi, è che l’A. nel suo paragone parli di crescita globale, piuttosto che di  quella pro-capite. Cioè faccia del PIL grezzo e complessivo l’unico metro di misura del progresso di una comunità nazionale. Ma il fatto è che un paese, per definizione, diventa più ricco quando la sua economia cresce più di quanto cresca la sua popolazione.

   E la maggior parte della differenza nei tassi di crescita assoluti tra USA, Francia, Germania o Giappone è dovuta proprio alle differenze di aumento delle rispettive popolazioni, con gli Stati Uniti che stanno diventando più affollati e dunque, pro-capite, con un tasso di crescita meno forte.

   Certo, anche se guardiamo a quest’ultimo dato, l’America tra il 1989 e il 2009 mantiene ancora un qualche vantaggio. Ma non certo tanto quanto una volta, non tanto da vantarsene. Nel periodo, il PIL pro-capite americano è salito del 32,2% e batte il 19,9 giapponese di un margine sostanziale, ma non è gran che differente dal 25,1% della Francia o dal 27,9 della Germania.

   Considerate pure il fatto che, fra il dicembre 1999 e oggi, non c’è stata in America alcuna creazione di posti di lavoro— nessuna. Mai prima, “riandando indietro fino agli anni ’40 c’era stato nella storia americana un decennio che non avesse aumentato l’occupazione almeno del 20%”[110]. Adesso, c ‘è stato… 

   E considerando che, nel periodo

       ▫ la Francia si è spostata alle 35 ore di lavoro settimanale statutario e anche la Germania ha diminuito l’orario di lavoro, ci sono altre ragioni – di benessere, diciamo così, più che di bene-avere – per mettere in questione la superiorità del modello americano.

       ▫ prendendo anche in esame, se a qualcuno qualcosa del futuro del pianeta poi frega, che le emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera non sono cresciute in nessuno di questi altri grandi paesi quanto negli USA, troviamo anche altri motivi per dubitare di quella pretesa superiorità americana.

       ▫ valutando pure che ben il 29% dell’aumento del PIL americano tra il 2000 e il 2007 sembra[111], poi, essere stato globalmente dovuto ad una maggiore spesa per la sanità, doppia di quella di questi paesi e con una resa, in salute e lunghezza di vita, ad essi ben inferiore, per di più con quasi 60 milioni di americani senza cure mediche,

    non depone granché a favore del modello americano.

• Senza parlare, poi – ed è la terza ragione che mina alla base questo tipo di ragionamenti, sulla favola del noi siamo sempre meglio di voi tanto cara alla pretesa superiorità del loro modello – del fatto che gli USA lo hanno tenuto in vita grazie a un insostenibile livello di deficit commerciale e dei conti correnti, e di debito complessivo privato e pubblico, che ha reso il paese dipendente dai creditori di tutto il mondo – privati e governi – in misura tripla, quadrupla di qualunque altro e che ormai, però, sconta i giorni del suo tramonto…

Il presidente della Fed, Ben Bernanke ha appena avuto rinnovato il mandato dal Senato[112]: ma dopo un dibattito anche assai aspro, accusato a ragione di aver sottovalutato le speculazioni scatenate da un finanza deregolata; ma al quale è stata riconosciuta sempre a ragione, anche secondo chi spesso lo criticava, di aver poi saputo affrontare meritoriamente la crisi.

Però Bernanke, fino a tempi recenti, non aveva ammesso chiaro e tondo, come aveva fatto mesi fa anche se con riluttanza, il suo predecessore, Alan Greenspan, di avere sbagliato tutto lasciando senza briglie, senza controlli, banche e mercati a gonfiare le bolle speculative degli anni 2000, prima quella di borsa e poi quella edilizia, per fedeltà al dogma monetarista del lasciar fare al mercato che da solo avrebbe, poi, accomodato tutto[113].

Ma, adesso – bisogna riconoscerglielo – dice, anche lui, che “la prima linea di difesa contro l’eccesso di speculazione che potrebbe anche riaffondare l’economia in un’altra crisi, è una regolamentazione più forte” dei mercati finanziari[114].

Viste, però, le resistenze che la sua opinione – che poi è quella di Obama, per la prima volta trapelata un anno fa e trasformata in proposta di legge che non è riuscita, però, a fare progressi se non a faticosi passetti – continua a incontrare tra le banche e in Congresso, stavolta Bernanke arriva, quasi, a minacciare: “se, però, non vengono fatte riforme adeguate, o se vengono fatte ma non sono poi sufficienti a prevenire l’accumulo crescente di rischi finanziari, dobbiamo restare aperti all’uso della politica monetaria come strumento supplementare” e, al limite, alternativo.

E, proprio in questi giorni, torna sul tema, anche con maggior forza e di chiarezza quando,  interrogato al Senato nel corso dell’audizione per la sua seconda nomina a presidente della Fed, reclama con forza dal Congresso per la Banca centrale un potere maggiore di supervisione su tutto il sistema bancario e le sue articolazioni[115].

Al Forum di Davos, insieme a molte altre voci accademiche (Stiglitz, Krugman, Nobel tutti e due), politiche (citeremo più avanti Sarkozy), imprenditoriali e alle pochissime sindacali che sono presenti, a sostenere – su questo punto – le idee di Bernanke interviene George Soros[116], con l’autorità dello speculatore navigato che, sfruttando tutti gli interstizi di un sistema bacato, vent’anni fa mise spalle al muro sterlina e lira facendo soldi a bizzeffe con lo scommettere contro di loro e anticiparne la svalutazione. Due cose dice chiare, Soros, in buona sostanza e per titoli:

• che le resistenze politiche ad aumentare lo stimolo economico, in ogni paese (e qui aggiungiamo: specie dove, come da noi in Italia, non c’è stato praticamente per niente uno stimolo:  0,2% del PIL, appena) si rischia di far tornare viva (e con cattiveria) la recessione;

• che le riforme bancarie di Obama, e dello stesso Bernanke, non sono sufficienti: non garantiscono affatto una supervisione e, dunque, una regolamentazione mondiale dee mercati finanziari che restano padroni di se stessi…

Animacce di Milton Friedman, di Reagan e Thatcher (vivat!, naturalmente: ora che non conta più un c…o!), se ci siete battete pure un colpo…

Cominciano a emergere, in America, e anche con qualche ragione, voci impazienti in crescendo che chiedono a Obama di fare piazza pulita: non riuscirà, infatti, ad andare mai avanti su quello che era il suo originario programma (quello dei Yes we can!Si, si può, possiamo!) se non si disfarà di tutta la congrega di consiglieri ed esperti che, dal segretario al Tesoro al capo degli esperti economici della Casa Bianca si è messo al governo e/o nel gabinetto.

Tutti, nessuno escluso, mai noti come veri riformatori e gente, invece, rigorosamente proveniente, legata, dipendente per “cultura” e carriera dal grande sistema bancario che ha miseramente fallito[117] e, non a caso, è stato salvato da questa Amministrazione— senza star lì a distinguere o penalizzare troppo frodi, disonestà, scommesse avventate, errori e castronerie. Salvato a spese di pantalone, come avrebbe detto da noi una volta la destra. Cioè, a spese di tutti: profitti privati e debiti pubblici, come avrebbe preferito dire, piuttosto, la sinistra.

Ora la Casa Bianca ha annunciato[118] che intende imporre una tassa di responsabilizzazione su quelle banche “troppo grandi per fallire”, come si disse, che più hanno approfittato degli aiuti federali. E, ora che massimi dirigenti e grandi managers di quelle banche sono tornati a godere di ricchissime gratifiche e bonus e premi di produzione del tutto immeritati solo perché così loro stessi hanno deciso, mentre il resto del paese sopporta una disoccupazione a due cifre, l’Amministrazione ha deciso di intervenire e punire – non troppo, non troppo, si capisce – la loro dabbenaggine e/o le loro malversazioni.

Se le banche li vogliono premiare, alla fine, facciano pure: siamo, dopotutto, nel mercato ancora libero della finanza selvaggia. Ma, almeno, ci paghino sopra una tassa. Subito, prima del tempo massimo che la legislazione che ha dato l’aiuto imponga, il 2013, per recuperarlo. Non è proprio la “tassa Tobin”, l’imposizione automatica e automatizzata su tutte le transazioni finanziarie mirate soltanto alla speculazione di brevissimo periodo, che sarebbe una tassa mirata e efficace capace di portare fior di quattrini alle casse di un Tesoro che ne ha disperatamente bisogno ma che, certo,  interverrebbe sulla cosiddetta libertà del mercato e cui, quindi, il Tesoro stesso resiste.

Ma, adesso, l’idea – forse lo 0,5% di imposizione sul valore finale di ogni singola transazione: niente, in pratica, ma quasi 100 miliardi di $ di entrate fresche per l’erario in un anno: e una misura che, in ogni caso, ridurrebbe significativamente la quantità di transazioni che non servono ad alcuno scopo realmente produttivo ma solo a far soldi coi soldi – è stata ufficialmente rilanciata in sede congressuale dal sen. Tom Harkin e dal deputato Peter De Fazio, con sufficienti appoggi – pare – per superare almeno in prima battuta l’ostruzionismo scatenato dalle lobby finanziarie e dal governo stesso a bloccare dall’inizio ogni dibattito di merito. E, adesso, sarà di grande interesse vedere come la faccenda potrà andare a finire…

Insomma, la misura presa da Obama per obbligare le banche a rispondere in qualche modo del loro operato che ha così malamente servito il paese e così bene i loro capi, va salutata come un passo avanti positivo. Ma, di sicuro, non è sufficiente anche se alla fine la lasceranno passare nelle due componenti essenziali (obbligarle a rimettere in circolazione il maldepositato e non circolante per troppa ingordigia, con la sicurezza così di diventare “troppo grandi per poter essere poi lasciate fallire”; e obbligarle a tagliare le unghie rapinatrici ed esose di chi non merita proprio nessun premio ma se ne  autoassegna di osceni…): per recuperare il maltolto all’economia e per obbligare chi ha deliberatamente e irresponsabilmente sbagliato i conti a renderne conto.

Perché, intanto, l’unica cosa certa è che crescono in maniera che fa scandalo – sia per chi deplora che, in qualche modo, anche per chi se ne rallegra – i profitti delle banche. La Goldman Sachs, che fra di esse è gigante, ha “confessato” di aver fatto profitti per un record di 13,4 miliardi di $ nell’anno della Grande Recessione e ha sommessamente aggiunto (sanno perfettamente alla dirigenza che l’annuncio provocherà una tempesta) di aver messo da parte la bellezza di 16,2 miliardi di $ (uno sproposito, in un anno in cui la conduzione della Banca l’avrebbe portata al fallimento se pantalone non l’avesse ripresa per la collottola) per gratifiche e bonus a dipendenti ma, soprattutto, ai dirigenti della banca stessa[119]

E sostiene di aver moderato “responsabilmente” la sua politica di gratifiche e premi di produzione (sic! cioè alla produzione dei debiti: l’anno scorso, in effetti, ci fu solo indebitamento per quasi 20 miliardi), considerando – dice il suo capo dirigente finanziario, tal David Viniar, “che non siamo affatto ciechi al clima economico generale, al dolore e alla sofferenza che ancora imperversa in questo paese e nel mondo”… anche se Mr. Viniar è costretto ad ammettere che il suo personale dolore sarà lenito da un assegno-gratifica che potrebbe toccare, la creatura, i 10 milioni di $…    Gilkdman sachsm che tr esse è gigantem, h “confesari” guadagni uin un anno dei 13,4 miliardi di $, uìil record di semrpe e annuncvia anchem, un po’ pià sommessamnrr, che h messo da aprte “altri 16,2 miiardi di %ì$ per pagare fraitfiche e bonus a dirigebti, mnagers e persobnale

 

Su alcuni temi, specifici, certo, oggi sembra andare meglio dell’anno scorso, il peggiore dell’ultimo decennio. La stagione delle feste rispetto alla quale il miglioramento era scontato: tutti i dati in arrivo dai grandi magazzini e dai superstores danno vendite di stagione in aumento a dicembre, comunque, nella media intorno al 2,9% su quelle dell’anno scorso[120]. Babbo Natale, qui Santa Klaus, ha portato regali un po’ come da noi, dove tanta gente – pare – aver risparmiato magari sul cenone, ma non sui regali ai bambini.

Pare solo, però. Perché, poi, alla fine, e a conti fatti per intero, risulta che a dicembre le vendite al dettaglio sono calate, addirittura, dello 0,3% rispetto all’aumento dell’1,8 di novembre. In tutto il 2009, le vendite sono calate del 6,2% e sale ancora, nella prima settimana di gennaio, il numero di chi si registra nelle liste di disoccupazione, di 11.000, forse la metà di chi nella settimana effettivamente ha perso il proprio lavoro[121].

Vero è che a fine gennaio arrivano, finalmente, dati buoni. L’economia è cresciuta, a fine 2009, al ritmo più forte da sei anni a questa parte, anche se un mercato del lavoro assai riluttante a fornire posti alla gente convince molti economisti a dubitare della sostenibilità del dato. Nel quarto trimestre, il PIL è stato in espansione a tasso annuo del 5,7%[122] (ma, appunto, sarà sostenibile?). Il fatto è, anche, che la spinta maggiore all’attività economica è venuta dal maggior utilizzo del magazzino, quindi non alla produzione, per ben il 3,39% rispetto al tasso del terzo trimestre. Adesso si aspettano, e si sperano anche, indicazioni un po’ più incoraggianti dai nuovi dati sull’impiego che arriveranno ai primi di febbraio.

L’indice dei managers agli acquisti indica per un quinto mese consecutivo, a dicembre, la crescita del settore manifatturiero(concentrato nella metà delle diciotto branche del settore). Sale al 55,9, con più di 50 a marcare l’aumento, e il livello più alto dall’aprile 2006 (quando toccò livello 56)[123].

Sul piano della disoccupazione, il mese di dicembre ha registrato lo stesso tasso ufficiale di novembre: il 10%[124], tetto che adesso viene superato anche dalla media di disoccupazione in Europa che, per la prima volta, in questa crisi tocca una percentuale a due numeri. L’indicazione di fondo che ne ricavano gli analisti è che, sia lì che qui, si sono persi un gran numero di posti di lavoro e che ci vorrà parecchio tempo a recuperarli e, forse, non torneranno mai proprio tutti quelli che sono andati perduti: sul mercato del lavoro l’offerta supera la domanda ormai di gran lunga.

In Europa, dicono precedenti e tendenze, ci vorrà anche più tempo che negli USA: semplicemente perché il mercato del lavoro europeo è più garantista di quello statunitense e gli imprenditori da noi sono, perciò, più restii ad assumere lavoratori che non siano al massimo possibile della precarietà.

Negli USA, i posti di lavoro tagliati nel mese sono stati 85.000, dando una raffreddatina agli eccessivi e, soprattutto, prematuri ottimismi di non pochi osservatori. C’è stato anche, ma esagerava probabilmente, chi ha voluto leggere – nell’aumento, anche se contenuto, di disoccupazione – la minaccia addirittura di una seconda recessione, come si dice, a W: prima giù, poi come dicono oggi su, in ripresa, poi ancora giù[125]

E’ un fatto che molti dati secondari raramente messi in evidenza concorrono a ingrigire il quadro. La durata della settimana lavorativa resta piatta. Perdono posti di lavoro due settori numericamente sempre trainanti, come edilizia e manifatturiero. E anche il fatto che il tasso di disoccupazione sia rimasto inchiodato a quello del mese prima, anche a fronte di altri 85.000 posti persi a dicembre ha una lettura univoca e brutta: sono ancor cresciuti i lavoratori che hanno perfino smesso di cercare ufficialmente un posto in questo mercato del lavoro depresso.

In Europa[126], il tasso di disoccupazione continua ad aumentare: destagionalizzato, a novembre sale al 10% tondo nell’eurozona dal 9,9 del mese prima e dall’8% del novembre 2008. E’ dall’anno prima dell’introduzione dell’euro, dal 1998, che un simile tasso di disoccupazione non veniva toccato in Europa. Germania (il sistema di sussidio del lavoro “accorciato”, il Kurzarbeit[127], con un tasso di senza lavoro del 7,6%, salito dal 7,1), Francia (10%, in ascesa dal 9,9% di novembre anche col sussidio dei “senza lavoro temporanei”, pagati dallo Stato purché non licenziati dai padroni nelle grandi imprese), Austria (5,5%) e, ancora di più, Olanda (3,9%) sono i paesi che con forti e addirittura fortissimi programmi di welfare contro la disoccupazione, sembrano difendere meglio il lavoro a scapito, evidentemente, di un livello maggiore di spesa pubblica.

In Italia, con interventi di sussidio molto più frenati (tutto il nostro pacchetto di stimolo finora è equivalso allo 0,2% del PIL), il tasso che partiva da posizioni migliori di quello della Francia, ad esempio, è salito dall’8,2 all’8,3% a dicembre.

Qui in America, d’altra parte, con l’inflazione che appare largamente sotto controllo – e con tassi di interesse che restano prossimi a zero (confermati adesso a fine gennaio) e il governo che pompa miliardi di $ nell’economia – il problema è che, anche se i prezzi non crescono rapidamente, il potere d’acquisto delle buste paga di moltissimi americani, aggiustato per l’inflazione, cala esso sì rapidamente: dell’1,6% nel 2009 il maggior declino dal 1990… E tutti gli osservatori sono certi che queste buste paga più magre e, non di rado, anche nominalmente più ridotte in assoluto, ormai non aumenteranno più finché il mercato del lavoro non mostrerà segni di miglioramento consolidati[128]

I prezzi all’ingrosso crescono a dicembre dello 0,2%[129], a ritmo ben più moderato che a novembre –  + 1,8% – moderando l’inflazione (a meno di novità grosse…) dei prossimi mesi.

Cambiando, radicalmente, tema di discussione e passando alla politica internazionale degli Stati Uniti d’America, e al nodo della sicurezza per così dire a premessa dei singoli punti, il presidente – come annota con sarcasmo non proprio leggero un’osservatrice che, pure, di regola gli è favorevole[130] – finalmente “è sceso dalla montagna”.

E ha scoperto, dicendolo agli americani, “di aver applicato la freschezza del suo pensiero indipendente alle questioni critiche all’ordine del giorno. Avendo riunito il suo seminario, riveduto tutte le revisioni, analizzata da ogni parte l’intelligence, ripensato a tutto il pensabile, guarda e ammira… è emerso finalmente alla luce a dirci una serie di cose che… sapevamo.

Siamo sotto attacco.

Nel mondo esiste il male.

Lo Yemen è un posto pericoloso che figlia gente che ci vuole uccidere.

Al Qaeda è edciso ad attaccarci, qui negli Stati Uniti.

Al Qaeda sta gettando un’ampia rete di reclutamento di giovani influenzabili.

Chi ispira a fare il terrorista di regola diventa terrorista di fatto.

I nostri aeroporti non sono per niente sicuri.

I metal detectors non possono scoprire gli esplosivi non metallici cuciti nella biancheria.

Le nostre liste incomplete di interdizione al volo somigliano molto a liste di “benvenuto a bordo”.

Il sole sorge ad oriente.

Due più due fa quattro.

‘Dobbiamo far meglio’”.

Non peggio.

Già… Ma come?

E’ chiaro che ci vuole più coordinamento. Che, ad esempio, “coordinare il software usato dalle varie agenzie di intelligence”, come ha chiesto lapalissianamente Obama, diventa cruciale per prevenire – forse, domani – un altro attentato terroristico. Ma il problema, per l’Amministrazione e per tutto il mastodontico dispositivo statale messo in piedi dopo l’11 settembre – di spionaggio interno senza autorizzazioni dei tribunali, indagini preventive, miliardi (letteralmente) di $ spesi in apparecchiature video intrusive e nascoste, messa tra parentesi di diritti civili di non cittadini e anche di cittadini americani, carceri segrete e condono dell’uso della tortura –, tutto l’enorme apparato della cosiddetta sicurezza interna, cioè, è servito solo a sprecare miliardi e miliardi e a dare una mano alla crisi, a sporcare la reputazione globale degli Stati Uniti nel mondo e ad erodere le loro libertà civili.

Una revisione, anche appena accennata, dei meriti che l’Amministrazione si è presa per aver sconfitto o frustrato attentati e quant’altro dopo l’11 settembre, mostra con estrema chiarezza che l’arma più efficace, e forse l’unica veramente efficace, contro i terroristi è una cittadinanza attenta e pronta a cooperare, sveglia, sono un intelligence allerta e che non si lascia andare né a isterie,  versioni propagandistiche o a leggende mitiche, una polizia del territorio non necessariamente capillare ma pronta a cogliere indizi ed indicazioni.

Dopotutto, dei voli dell’11 settembre 2001, l’unico che non raggiunse il bersaglio fu quello che vide i passeggeri coalizzarsi e morire – l’aereo, dove sarebbero tutti morti comunque…, precipitò in Pennsylvania – per impedire con successo all’attentatore di far precipitare l’aereo dirottato sulla Casa Bianca o, forse, il Congresso. L’attentato bloccato dopo l’11 settembre con successo fu quello del cosiddetto dirottatore dalla scarpa-bomba, uelo che

Richard Reid, che venne fermato da un assistente di volo. E, adesso, il signor Abdulmutallab è stato bloccato, senza riuscire neanche a dar fuoco per bene alle sue stesse mutande e allo strano ordigno che contenevano – con danni minori se non per le proprie uova e per le proprie ginocchia, pare – da un passeggero attento e coraggioso…

E cominciamo un tentativo di analisi politico-strategica un po’ più ravvicinata sui nodi della politica estera americana  rilevando come Obama sembri averne già quasi fin sulla testa: in oltre un’ora di discorso sullo Stato dell’Unione a Camere riunite, la sera del 27 gennaio, ha dedicato ai temi dell’America nel mondo appena 9 minuti per ritornare a dire, semplicemente, le stesse cose di sempre. Era evidente che, come larga parte del paese, non vorrebbe più fargli fare il poliziotto del mondo, ma è anche evidente che, come i suoi connazionali, non si rassegna a lasciar stare davvero: i poteri che sono non glielo consentono e, infatti, non dà alcuna indicazione di voler voltare pagina… E cominciamo dall’Afganistan, dove i guai non sembrano neanche accennare a diminuire.

• Sul piano della guerra vera e propria, si va manifestando una tendenza nuova: quest’anno, anche con l’inverno, contrariamente a quanto accaduto finora, l’intensità di scontri, combattimenti, agguati, bombardamenti da 10 mila metri e attentati a vista, anche attentati suicidi, non è calata di intensità[131]. Finora il gelo che bloccava tutto, strade e volontà dei combattenti, nel corso del terribile inverno afgano che, di regola, dettava una specie di tacita tregua.

   La causa è certamente nel numero maggiore di americani sul campo, nell’incremento della repressione militare sui talebani in Pakistan che si è riflessa nella reazione talebana dovunque e nel fatto che le parti sono decise ad affermare il punto che vogliono adesso, subito.

Dice, del resto, il ministro della Difesa pakistano, Ahmad Mukhtar, al suo omologo americano Robert Gates, che l’America si dovrà rassegnare. Più di quella del governo, questa – chiarisce – è l’opinione dei capi militari del suo paese – e la cosa palesemente gli costa – ma la sostanza è che l’esercito pakistano almeno nei prossimi sei mesi non intende aprire nessuna nuova offensiva contro i talebani nel Nord del Waziristan, la regione socialmente e religiosamente – cioè, islamicamente – conservatrice e orograficamente asperrima del paese ai confini con l’Afganistan.

Dove il termine operativo è quell’ “almeno”[132]: appunto, almeno nell’interpretazione che ne dà il ministro americano… Insomma, non è detto per niente che fra sei mesi i militari pakistani ci ripenseranno. La posizione americana è totalmente alternativa: pubblicamente, e anche in privato, Gates si aggiunge alle molte voci, politiche e militari americane, che fanno da mesi pressione sul governo di Rawalpindi e di Islamabad per un campagna decisa di “estirpazione” della leadership dei talebani afgani, la cosiddetta Quetta Shura, il loro comando radicato nela città e nell’area di Quetta, in Baluchistan, nelle cosiddette aree tribali del Pakistan.

Dunque, per ora è l’impasse. Totale. Il burattino dice no, e pubblicamente, al burattinaio. Che non si rassegna, però, a tanta sfacciataggine: e fa scrivere – o, peggio, intitola – duro di comprendonio com’è – sul NYT, in un indignatissimo editoriale, che Il Pakistan esita, ancora una volta[133]… Non esita proprio per niente, però, il Pakistan: gli ha detto un no secco! del quale,         questa è la verità, però, non  vogliono prendere atto…

• Sul piano della credibilità della guerra viene, adesso, fuori che uno degli attentati più efficaci e meglio mirati degli ultimi anni – ha fatto strage in una base avanzata dello spionaggio americano, nella provincia sudorientale di Khost, di sette agenti della CIA nel paese – è stato portato a termine da un “martire” che era un agente doppio, insieme della CIA stessa e di… al-Qaeda che quella  si illudeva di aver infiltrato in questa[134]

   Anzi, emerge in un secondo momento[135], che l’agente doppio – un giordano, Humam Khalil Abu-Mulal al-Balawi – era considerato dai suoi gestori nel servizio segreto (i frollocconi erano così sicuri del grosso pesce preso nella rete e, appunto, irretito da aver preavvisato dell’incontro di Khost addirittura la Casa Bianca per segnalare il successo avuto…) come il maggior trionfo che avessero avuto da anni nella penetrazione del nemico al-qaedista, capace – dicevano ai loro creduli corrispondenti  della presidenza – di far localizzare, se non proprio Osama, di sicuro il suo numero due, l’altrettanto inafferrabile medico egiziano Ayman al-Zawahiri.

   E sapete come hanno reagito all’attentato del loro agente contro di loro, alla CIA? Come fa il toro stuzzicato dallo straccio rosso: rivela il NYT – guardandosi bene però – è indelicato? mette il dito troppo dentro la piaga? sembra poco patriottardico? fate voi… – dal  far rimarcare quanto sia in sé cretina e controproducente la reazione, spiegabile solo, forse, con la frustrazione che provano i frollocconi che battezzarono come geniale l’operazione – che La morte degli agenti della CIA ha provocato l’impennarsi delle operazioni con gli arerei senza pilota[136]: quelle che non solo fanno più morti alla cieca ma, per riconoscimento unanime, creano più risentimento, moltiplicano l’odio e figliano più “propensioni al martirio”…

• E, gran brutta botta, sotto il profilo politico, della credibilità di tutta l’impresa afgana, per il presidente Karzai che si è visto ben 17 dei 24 ministri appena nominati respinti senza appello dal parlamento. Compreso – ed è stata una durissima lezione sia per lui che per i proconsoli americani che l’avevano lasciato fare – il più famoso anche se, forse, non il più potente dei “signori della guerra” tradizionali, Ismail Khan, il padrone della zona di Herat “affidata” proprio al contingente militare italiano: un figuro indicato quasi da tutti i non ammanicati qui, sotto voce anche dall’ONU e dal comando italiano, come un vero e proprio criminale di guerra, cui è stato rifiutato un secondo mandato da ministro dell’Energia[137].

   Anche l’unico ministro donna del Gabinetto Karzai, la ministra in carica degli Affari femminili, Hosn Bano Ghazanfar è stata bocciata: pure, nell’illusione di restare al governo, aveva dovuto mettere una firma riluttante (?) alla legge con cui il presidente, prima delle elezioni aveva autorizzato i mariti a obbligare le mogli ai “doveri coniugali” a forza di botte e prendendole anche per fame— lo sancisce la legge che poco c’entra, però, con l’Islam e moltissimo, a dire il vero, con le tradizioni la cultura e le legislazione consuetudinaria di questo paese e, in particolare, delle tribù di tradizione scita di questo paese.

   Il segnale che, comunque, il discusso presidente afgano riceve dal parlamento è chiaro: la stragrande maggioranza dei deputati non lo sostiene e (per fortuna, forse), gli promette un mandato burrascoso. E glielo ha voluto dire subito chiaro. La seconda imbarcata di nomine presentata dal presidente sembra trovare, del resto, sempre ostile il parlamento[138]. Lo accusano di avere posto come criterio essenziale di scelta la fedeltà personale a lui e al suo clan piuttosto che la capacità e la competenza, come gli era stato chiesto… E la cosa potrebbe trascinarsi ancora per settimane, così.

La faccenda, che capita anche altrove, qui è resa ancora più complicata, dal fatto che il clan in questione è capeggiato ora dal “vicario” del presidente, uno dei fratelli minori, Ahmed Wali Karzai, notoriamente grande coltivatore e commerciante di oppio della zona Pashtun della provincia di Kandahar: che è anche, poi, agente della CIA a libro paga da anni, come ha dovuto di recente confermare Washington… A ogni buon conto, il governo d’autorità rinvia per il momento (“non abbiamo i soldi per fare le elezioni e, poi, la situazione è troppo delicata per farle[139]…) le elezioni politiche, procrastinandole almeno a settembre. Karzai le considera un optional

Adesso, gli arriva anche l’alto là dell’alleato britannico, il più importante dopo l’americano, che forse memore della sua vecchia conquista coloniale – ma anche del fatto che l’Afganistan lo ha sbattuto fuori malamente già una volta cent’anni fa – gli dice adesso con le parole del ministro degli Esteri che d’ora in poi l’aiuto finanziario al suo governo sarà condizionato non certo dal rispetto credibile dei diritti umani – in fondo a nessuno gliene frega niente, anche se erano stati uno dei pretesti contro i talebani: non gliene frega niente proprio a britannici e americani – ma dal superamento della sistematica e diffusa corruzione che esso, credibilmente, autorizza e su cui fonda il proprio potere in tutto il paese. “Non pagheremo – dice David Miliband, in un’intervista alla televisione dal Pakistan dove è in visita – e non saremo gli unici a farlo, se non saremo certi di dove vanno a finire i nostri soldi[140].

Viene a galla, con asprezza, lo scontro finora tenuto sotterraneo, tra i massimi comandi militari qui americani e tedeschi. Il generale americano capo di quel contingente, Stanley McChrystal, ha chiesto ai comandanti della Bundeswehr nel paese di non far più pattugliare alle truppe il territorio che è stato loro affidato avvalendosi dei mezzi da trasporto corazzati. E’ lo scopo degli insorti quello di isolare le truppe occidentali dalla popolazione, dice il generale americano, e girare sui blindati li favorisce.

McChrystal ha aggiunto freddamente che le forze tedesche devono imparare a vivere col livello di rischio maggiore della “sua” nuova strategia, annunciando che nei suoi piani truppe americane verranno inviate anche nel settore di competenza primariamente tedesco[141].

Girare a piedi, invece, favorisce la morte, inutile, dei nostri soldati ha risposto, freddamente, nel dibattito che si è subito aperto in Germania[142] il gen. Frank Leiderberger (4.300, schierati facendo perno su Mazar-i-Sharif nella regione del Nord), come del resto quella di tanti soldati americani che, comunque, incapaci come sono di dire più di un biascicato “inch Allah” (e in arabo, per lo più poi, neanche in Pashtu) più di un tocca e fuggi non fanno neanche loro.

In realtà tutti puntavano ad aspettare, con qualche esagerata speranza, l’esito della conferenza di Londra che, a fine gennaio, avevano convocato il governo di Sua Maestà e quello afgano: puntando, pare, alla parola d’ordine comune di spaccare i talebani. L’ha detto Gordon Brown nella conferenza stampa di presentazione del 25 gennaio[143].

E l’ha ripetuto la Clinton: la priorità è incrementare l’apporto alla lotta comune dell’esercito e della polizia regolari afgani. Per farlo, ci vorrà un grande sforzo di tutti e, da parte del governo afgano, una volontà chiara e convincente di accompagnare alla guerra sul campo una guerra alla corruzione: anch’essa sul campo.

Ma ci vorrà anche una continua pressione degli “alleati” sui cacicchi locali che non hanno, in realtà, alcun interesse a perseguire davvero, essendo proprio loro al potere, la destabilizzazione del potere stesso. Insomma, bla, bla… Perché, alla fine, forse il vertice di Londra è riuscito a concentrare qualche po’ l’attenzione, ma non ha certo risposto alla questione cruciale: funzionerà questa nuova strategia?

Certo che almeno a chi legge – forse a Frattini no: era presente con un’altra settantina di inutili partecipazioni governative – ha fatto un po’ senso vedere che, dopo quasi nove anni di invasione, occupazione e governo militare alleato, centinaia di miliardi di dollari di impegno militare e decine e decine in aiuti militari e civili al regime afgano e decine di migliaia di morti, centinaia di feriti, tra soldati alleati e afgani e civili afgani, forse la conclusione principale annunciata nel comunicato finale del vertice è che ci si impegna a versare 87 milioni di $ in contanti (niente bancomat o assegni, please) per “comprarci” i talebani e convincerli a spostarsi dalla parte del governo. Ma siamo seri?

Se, invece, dalla conferenza qualcuno si aspettava impegni sul piano militare, numeri, annunci davvero precisi, stringenti, a mandare al fronte nuove truppe, bè se lo devono scordare: sì, i tedeschi ne manderanno solo come addestratori; i francesi trasferiranno qualche altro centinaio di forze di polizia; gli italiani invieranno altri carabinieri, per azioni di… “polizia militare”. E, quanto al resto, qualche decina di soldati-carne da macello li manderanno, viene annunciato, Armenia, Mongolia, Montenegro, Bulgaria e Corea del Sud, forse…: nei primi tre casi almeno, infatti, solo se gli americani pagheranno il viaggio, il trasporto e il corredo…

La Georgia, specializzata com’è nel far confusione soltanto, ma invitata comunque, offre invece agli Stati Uniti di mettere a disposizione della NATO (appunto: la confusione…) il suo paese come base logistica per fare la guerra in Afganistan[144] e i suoi porti del Mar Nero e i suoi aeroporti per le operazioni di trasporto. Il Pentagono tace, ufficialmente per l’imbarazzo.

Ma qualcuno fa osservare che, tanto per cominciare, prima di aprir bocca e dar fiato a proposte tanto cretine, forse Saakashvili farebbe bene anche solo a dare un’occhiata a una carta geografica: perché, senza stare a dilungarsi di più sull’argomento, tra Georgia e Afganistan ci sono migliaia di chilometri di territorio russo e, di mezzo, anche alcuni Stati ex sovietici dell’Asia centrale in ottimi rapporti con Mosca…

Al massimo, dunque, si tratta di un’altra mossa, maldestra e poco ragionata comunque, per marcare la sua, di Saakashvili, filoamericanicità nel momento in cui in Georgia avanza l’idea che coi russi forse conviene ogni tanto parlare invece che cercare sempre ed invano di farci a cazzotti.  

Ha risposto, a tono, un deputato un po’ iconoclasta, ma perché allora da perno logistico per l’Afganiostan non lo facciamo fare, semmai, all’Afganistan?

Anche perché nuovi dubbi, e lancinanti davvero, ha seminato alla vigilia immediata della conferenza di Londra, il testo integrale dei due telegrammi con cui, a novembre scorso, l’ambasciatore americano a Kabul, l’ex generale dell’esercito ed ex comandante in capo nel paese del contingente statunitense, Frank W. Eikenberry, mise in guardia Pentagono e Casa Bianca contro le raccomandazioni che perorava l’attuale comandante americano, gen. McChrystal che voleva rafforzare il numero delle truppe: subito, trentamila soldati in più, quelli che poi Obama gli ha dato.

Ma, a costi che Eikenberry, tra l’altro, definiva “astronomici” – decine di miliardi di dollari – e non solo economicamente: ma perché avrebbe inevitabilmente accresciuto la dipendenza del governo afgano – di cui comunque “c’è poco assai da fidarsi” – dagli Stati Uniti d’America e “reso difficile, se non impossibile, riportare a casa la nostra gente secondo un calendario ragionevole[145].

L’unica cosa che, onestamente, sentiremmo in tutta sincerità di raccomandare caldamente a quanti al vertice di Londra partecipano – gli inglesi, gli americani stessi, gli afgani, i tedeschi e anche – sì, anche – noi pur con il solo Frattini è di leggersi bene, con attenzione e preoccupazione, le parole piene di know how oltre che di apprensione ben argomentata, di questo generale diventato ambasciatore, che di Afganistan se ne intende davvero ed è del parere che prima ce ne andiamo meglio è, anche per gli afgani.

A Londra, proprio a inizio vertice, il 28 gennaio, Karzai non perde un secondo e, in apertura, sì precisa che ci vorranno almeno dieci anni per addestrare i suoi[146] ad affrontare i talebani – e, attenti, non dice ad affrontarli con successo – come dire, insomma, lasciate ogni speranza o voi che siete entrati… perché andarvene via dall’Afganistan sarà dura. E nessuno a dirgli che allora era meglio, forse, che i suoi se li facesse addestrare magari dai talebani…

La verità è che, ormai, questo governo che tutto il mondo – per primi i suoi alleati – chiama e bolla come corrotto, è stato isolato proprio da quegli alleati dalle conseguenze dei suoi fallimenti (dal tracollo, cioè) e che, dunque, non sembra davvero esserci speranza per esso in Afganistan e per l’Afganistan con esso al suo centro…  

Coi talebani – coi loro capi, non coi gregari, ha spiegato Karzai contrariamente a quanto dice, ad esempio, sempre a Londra la Clinton (“i talebani di basso e medio livello, li chiama, suscettibili a incentivi”), il suo governo dovrà comunque, per uscirne, trattare… E’ solo a noi che sembra rivelatore dello stato dei fatti e dei rapporti nella coalizione – della quale anche gli italiani sono parte, non bisogna dimenticarcelo, per le scelte – sconsiderate, a dir poco – dei nostri governi e non solo di quest’ultino – che il documento finale della conferenza non rifletta neanche per sbaglio l’appello alla riconciliazione nazionale su cui quel prestigiatore del presidente afgano aveva detto di puntare tutto, o quasi tutto?

A qualcuno, da noi – anche da noi, chi sa, per esempio alla Camera – verrà mai voglia stavolta di chiedere chiarimenti su quel che significa questa non piccola contraddizione, per esempio allo gnorri Frattini? che era presente e, naturalmente – meno che, si capisce, per le critiche del suo collega Guido Bertolaso agli americani a Haiti – come sempre assenziente…

uali sostuiene,  coi lloro cpai, cnon coi gregari,

E torna alla ribalta la domanda di fondo – ma perché ci odiano tanto? – che però in America non riesce a trovare se non la solita risposta banale e superficiale dal tempo di Bush ad oggi, grazie alle domande insistenti che la più anziana (89enne), ma quanto mai vispa corrispondente alla Casa Bianca dei giornali della catena Hearst, Helen Thomas, continua a rivolgere sfiorando anche la petulanza – ma non le rispondono mai… ed l’unico/a giornalista ad avere le palle di insistere su un tema che come questo imbarazza tutti gli americani – in diretta Tv a Obama e ai suoi.

Lo ha fatto inserendo stavolta il suo insistente “perché?” nel briefing che, per conto e su invito di Obama e dopo il suo breve discorso al paese che riconosceva il “fallimento sistemico” dell’apparato antiterrorismo, ha dato il guru presidenziale dell’antiterrorismo, John Brennan[147]:

Thomas: “Ma perché ci vogliono far male [parlava del tentato suicida/martire nigeriano, Abdulmutallab, sull’aereo in arrivo da Amsterdam]? Quali sono i loro motivi? Nn ci dite mai niente su quel che scoprite quanto a questa faccenda, al perché”.

Brennan: “Al-Qaeda è un’organizzazione dedita all’assassinio e al massacro selvaggio degli innocenti… Attrae individui come Mr. Abdulmutallab e li usa per questi tipi di attentato. Lui era, infatti, motivato da una specie di spinta religiosa. Sfortunatamente, al-Qaeda ha pervertito l’Islam, ha corrotto la concezione dell’Islam e è capace di attrarre questo tipo di persone . Ma è l’agenda di al-Qaeda ad essere quella di distruzione e di morte”.

Thomas: “E lei dice che è colpa della religione?”.

Brennan: “Io dico che a causa dell’uso che al-Qaeda fa del vessillo della religione in maniera perversa e corrotta”.

Thomas: “Già… ma perché?”.

Brennan: “Questa è… una questione che si fa lunga. Ma al-Qaeda, molto semplicemente, è dedita a sferrare qui i suoi attacchi: contro questo paese”.

Thomas: “Chiaro,… solo che lei, ancora una volta, non ha neanche provato a spiegare il perché”…

In effetti, né Brennan, né Obama hanno mai spiegato il perché: del resto in America non lo ha mai fatto nessuno: se non direttamente Osama bin Laden quando nei suoi messaggi – mai trasmessi per intero, comunque, alle tv americane – accusa gli infedeli americani (i “crociati”: anche per lui al fondo c’è la religione…) di invadere, attaccare e bombardare i paesi islamici. Se non per spiegare, con mille variazioni semantiche, agli americani che gli estremisti islamici tautologicamente sono, appunto, estremisti...

Quanto all’Iran, c’è anzitutto da segnalare per la sua “impudica impudenza”, come l’ha chiamata Sir Richard Dalton, già ambasciatore di Sua Maestà anche in quel paese, la deposizione alla Conmissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq di Tony Blair. Proprio quando è quasi con le spalle al muro – non glielo osano dire in faccia, i commissari, che è un mentitore; ma glielo strillano dietro ormai dovunque vada in giro per il paese che dovrebbe essere processato come un criminale di guerra per averla a tutti i costi voluta e non dovuta fare – si mette a far propaganda a un’altra guerra, quella che secondo lui bisognerebbe adesso fare all’Iran.

Perché, sostiene – impunito com’è – che “molti degli argomenti che sette anni fa lo convinsero a fronteggiare con la forza uno come Saddam Hussein, ‘profondamente malvagio e quasi psicopatico’ – e detto da un paranoico guerrafondaio come lui è una garanzia, certo – sono ora applicabili tali e quali al regime di Teheran”.

Osserva Sir Richard che, così – facendo dell’Iran un nodo della campagna elettorale che ormai è in corso, e pagando la sua marchetta ancora una volta all’amico americano: tra l’altro senza sicuramente fare un favore al governo di Brown – Blair almeno stavolta obbliga gli elettori a una chiarezza molto maggiore di allora: che dica prima a chiunque sia candidato ed eletto “come oggi ci si aspetti un comportamento del tutto diverso e una maggiore integrità la prossima volta dl sistema democratico di questo paese[148].

Cioè: non facciamoci più imbrogliare, non consentiamo più agli spin doctors servi del potere politico ci chi li fa ricchi di raccontarci per trascinarci in guerra panzane che sanno essere tali: che c’erano armi di distruzione di massa quando non era vero, sostenendo che il diritto internazionale consentirebbe di dire e di imporre che ci sono nel mondo alcuni paesi che hanno certi diritti e altri che no, per decreto di Washington o, anche, magari di una peesunta e inesistente “comunità internazionale”…

Insomma, dice Richard Dalton una volta il potere – qualcosa più del governo – può anche farci fessi. Lo hanno fatto anche con me… Ma se ci riesce due volte, e con la stessa manipolazione delle tre carte, allora è solo colpa nostra

Sull’Iran, un’interpretazione molto diversa da quella corrente, pompata in occidente ben al di là della sua consistenza effettiva probabilmente, dei giovani iraniani che lottano contro il potere ayatollaico – molto meno idealizzata e più cinica o, forse, solo più realistica, delle turbolenze che ormai da mesi scuotono l’Iran, nel mezzo tra l’altro del suo braccio di ferro con l’occidente – col mondo, sembrerebbe, ma in particolarissimo modo con gli Stati Uniti d?America – emerge dalla decodificazione, articolata e documentata, che sembra farne freddamente l’Agenzia Stratfor[149], un  istituto di intelligence e, soprattutto, di analisi dell’intelligence, vicino al Pentagono. Che qui, come è ovvio, possiamo solo inadeguatamente riassumere.

Lo scontro a Teheran non è per niente religioso, cioè. Né ideologico, tra libertà e tirannia. E’ una battaglia senza regole, perché mai ne sono state codificate, tra élites economiche rivali.

• La vecchia è quella centrata sul secondo dei “chierici” – come li chiamano gli americani – del regime iraniano, l’ayatollah Alì Akbar Hashemi Rafsanjani e ai suoi alleati “riformisti” (l’ex presidente della repubblica Kathami, l’ex primo ministro Mousavi, l’ex speaker del majilis, Karroubi);

• e la seconda, emergente, è guidata dal presidente in carica Ahmadinejd che, con l’appoggio della Guida suprema della rivoluzione, l’ayatollah Ali Hoseyni Khamenei, ha prevalso alle elezioni di metà 2009.

Quest’ultima sta prevalendo e la prima che, nel corso dei molti anni di sanzioni, controllata da Rafsanjani aveva sviluppato una capillare e articolata rete di rapporti fuori del paese si è messa ora ad usarli per contrastarla. Ahmadinejad  aveva tentato di sviluppare, a questo punto, una rete sua parallela di contatti e di scambi con l’estero ma l’aveva vista sistematicamente compromessa dalle soffiate di Rafsanjani e dei suoi ai servizi segreti americani e, soprattutto, britannici.

Questo sarebbe il vero scontro. Non quello trasmesso da fonti mai verificabili e verificate su Internet, o da Twitter, né le grida di libertà o a difesa del profeta e del suo messaggio che vediamo sulle nostre Tv. Stiamo parlando del controllo di alcuni monopoli, e di quali (ferro, carne, zucchero, riso, rame, benzina… sul mercato). Ma non è una cosa che l’una parte, o l’altra, possa mai confessare ai propri seguaci che, in nome della libertà e del profeta, vanno in piazza qualche volta anche a morire…

Insomma: “la protesta è largamente il prodotto delle classi occidentalizzate, quelle che hanno contatti e viaggiano all’estero. Ma sono un’esigua minoranza. Gran parte del popolo iraniano è sempre profondamente religiosa e conservatrice. Finora, la Guida suprema ha frenato la reazione delle forze di sicurezza (le Guardie della rivoluzione, gli apparati dei ministeri dell’Interno e i servizi segreti e quelli di Sicurezza, ecc.). Ma ormai è sotto grande pressione per lasciar neutralizzare le proteste una volta per tutte”. Resiste perché sa bene che, al momento, non sarebbe un’operazione chirurgica, visto che uno come Rafsanjani ha ancora un potere reale nei gangli dello Stato.

Concludono un’acuta analisi della situazione, sul NYT[150], due ex analisti della CIA e noti studiosi della politica mediorientale, i coniugi Leverett, che “la focalizzazione estrema dell’attenzione qui in occidente sul carattere antigovernativo delle dimostrazioni ha accecato molti di fronte alla verità, scomoda ma inevitabile: gli iraniani che hanno usato l’Ashura[151] per manifestare la loro protesta politica non rappresentano neanche da molto lontano una maggioranza della popolazione… E lo stesso sfidante principale alle elezioni del presidente Ahmadinejad, Mir Hossein Mousavi, si è sentito costretto a riconoscere l’‘inaccettabile radicalismo’ di diversi tra i manifestanti dell’Ashura”.

Questa è la realtà com’è…: non la pia illusione dipinta e montata da servizi, media filooccidentali e organismi più o meno genuini dell’interventismo “umanitario” internazionale. La realtà che gli oppositori di Ahmadinejad e di Khamenei stanno perdendo. Poi, certo, magari, domani, qui come ovunque, possono pure fare una rivoluzione e vincerla. Ma allo stato dei fatti no. Non hanno l’appoggio necessario al salto che c’è tra conati di scontento, embrioni di insurrezione e rivoluzione.

E, per ora, Khamenei ha scelto una durezza morbida contro i vertici dell’opposizione. E, pur adoprando senza remore in piazza il guanto di ferro “contro la violenza”, non ha scatenato la repressione sistematica che gli viene chiesta da molti, ma ha invece provveduto a tagliare sistematicamente i legami di Rafsanjani e dei suoi da sé e dal potere decisionale.

Ne è la prova provata la presa di distanza da Rafsanjani, di uno di quelli che con lui anche se separatamente da lui era uno dei più potenti oppositori di Ahmadinejad, lo speaker del parlamento Ali Ardashir Larijani: che ora chiede lui la più dura punizione che consente la legge contro chi produce disordini in piazza…

E ne è la controprova provata l’intervento, ormai del tutto appecoronato, del vero capo istituzionale dell’opposizione – della frazione di potere economico identificta nel suo blocco, l’ex presidente della Repubblica e capo del Consiglio degli Esperti in carica, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani che, dopo aver tuonato per mesi contro la Guida suprema colpevole di tutte e ciascuna le ignominie repressive del mondo, proclama[152] che proprio la Guida suprema, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, “è la persona più qualificata a risolvere i problemi del paese”.

Perché va adesso riconosciuto che, contrariamente a quanto diceva ieri lui stesso insieme a tutta l’opposizione sbagliando tutto o spudoratamente mentendo, Khamenei “non ha mai sostenuto l’estremismo o la violazione di regole e leggi da parte di nessun partito politico… Adesso, tutti i politici moderati dei due campi dovrebbero lavorare insieme sotto la guida del leader supremo”. Chiaro, no?

Per cui anche quello che i cosiddetti “riformisti” riescono ad alimentare sui media occidentali, visto come sono tenuti all’oscuro, è largamente un non senso: riflette i loro desiderata, e le loro illusioni, molto più spesso che la situazione reale. A Rafsanjani restano alcune delle sue cariche pro-forma ma praticamente lo stanno, isolandolo, eliminandolo dalla rete del suo potere reale.

E, a questo punto, è più probabile che, piuttosto dei suoi avversari moderati e riformisti ma, in sostanza, anche loro solo a parole e ormai costretti a difendersi alzando i muri dell’intransigenza nazionale più totale, possa essere Ahmadinejad a cercare davvero, e magari arrivare, a un accordo con l’America sul nucleare— sempre che gli americani gli lascino margini per fare marcia indietro salvando la faccia: ad esempio, con la riaffermazione solenne di quanto sempre già dichiarato del diritto dell’Iran ad arricchirsi l’uranio; con lo scambio contemporaneo di quello grezzo da consegnare con quello da ricevere già arricchito; e con l’accettazione di fatto, in cambio, di un alt all’immediata agibilità di quello stesso diritto senza predeterminarne subito la scadenza.

Intanto, su alcuni media iraniani vicini al governo, cominciano a circolare voci che Teheran potrebbe anche sospendere, per qualche tempo e a titolo di gesto di buona volontà, l’arricchimento dell’uranio che viene condotto a Natanz e, forse, in alcuni altri impianti. E si aggiunge che lo scambio di uranio grezzo per uranio arricchito entro il 20% in qualche altro paese, l’Iran può starci sempre che lo l’operazione venga condotta simultaneamente e in Iran, non altrove[153].

Poi giunge ancora notizia che l’Iran sarebbe pronto a negoziare sul luogo dello scambio dell’uranio grezzo per quello arricchito e sulle quantità che, di volta in volta, andrebbero eventualmente scambiate. Dice un portavoce del ministero degli Esteri che l’Iran deve potersi fidare dell’altra parte coinvolta nello scambio e che dunque entrambe le parti avrebbero bisogno di potersi fidare, l’una dell’altra[154]

Naturalmente sono voci, dichiarazioni, chiacchiere o notizie che vanno prese per quello che sono… Anche se stavolta qualcosa dietro ci potrebbe anche essere se è vero che, come riferisce il ministro degli Esteri Manoucher  Mottaki, c’è stato con alcuni paesi occidentali uno scambio di messaggi con alcuni segnali, relativamente chiari, indicativi di “un approccio più realistico”, forse da parte dei P-5 + 1[155]

Subito dopo, nella usuale doccia fredda mediatico-propagandistica però ma reagendo a un nuovo sviluppo (questa nuova capacità degli iraniani di ribattere punto per punto a tutti e a ciascuno, sempre e a tono su tutto, ancora meraviglia un po’ le cancellerie occidentali, abituate ai lentigradi della vecchia ayotallia sonnecchiante), un portavoce dello stesso ministro specifica che, purtroppo, molte dichiarazioni occidentali sulla questione nucleare iraniana ripetono a pappagallo le stesse posizioni di sfida che aveva assunto l’Amministrazione Bush, pur confermando che, a parere di Teheran, però  “qualche segnale di movimento si vede[156]

Il punto è che questi segnali di una qualche maggiore disponibilità iraniana, potrebbero – secondo la scuola di pensiero in auge, interessato, da noi, in occidente, che vede un governo Ahmadinejad in difficoltà e un’opposizione montante – essere proprio un indice della maggior debolezza del regime nei rapporti interni tra governo e società tutta intera.

Ma, se fosse vero così, a maggior ragione a chi scrive pare, bisognerebbe stare molto attenti a premere il pedale delle sanzioni. Se fosse, infatti, vero che il regime sta perdendo la sua legittimazione interna dopo le elezioni “fasulle” sarebbe tanto più, ovviamente, importante che eventuali sanzioni internazionali non restaurassero nel suo ruolo di “baluardo a difesa della fede e della nazione” la leadership iraniana.

Non c’è nessun vero oppositore iraniano, non di quelli fantomatici che bloggano da Londra o da New York, ma quelli che stanno lì a Teheran e a Qom che non dica ai suoi interlocutori all’estero di non fare questo ennesimo sbaglio. La tentazione che a Washington è sempre presente di influenzare gli eventi in Iran è esiziale. E’ un’illusione che, ogni volta cui lì le hanno dato retta (Eisenhower nel ’53, Carter nell’ 80 e un po’ tutti, poi, da Clinton in qua), ha solo peggiorato le cose…

In ogni caso, sull’armamento nucleare dell’Iran ora dice la sua (autorevolmente o no?) il Pentagono: il tenente generale Ronald Burgess, il capo dei servizi di intelligence della Difesa, intervistato dalla Voce dell’America, riafferma che la valutazione congiunta di intelligence del 2007, secondo cui l’Iran non aveva mai deciso di impegnarsi a costruire una sua bomba atomicaè vera oggi come era vera allora”: perché ancor oggi “noi non sappiamo quello che non sappiamo”. Insomma, non sappiamo niente[157]

In effetti, sull’Iran, e da chi conta sul serio, adesso cominciano ad arrivare segnali precisi di ostilità di fondo e di resistenza, almeno dalla Cina, a un inasprimento delle sanzioni[158]. E il no della Cina, membro permanente del Consiglio di sicurezza, è noto, basta a bloccare tutto il disegno sollecitato in particolare da Israele al posto della guerra preventiva che altrimenti potrebbe lanciare (un bluff? forse, ma forse no…) e messo in moto dagli USA.

Lo dice l’ambasciatore all’ONU, Zhang Yesui, che tra l’altro dal 1° gennaio ha assunto per turno la presidenza dello stesso Consiglio. Imporre sanzioni ulteriori su Teheran è una “pessima idea”, spiega, perché “lo scopo è quello di trovare un accordo con l’Iran”, un accordo che porti all’accettabilità delle sue peraltro giuste aspirazioni nucleari. E, per arrivarci, servono ancora del “tempo e pazienza”: Sempre che sia quello e non altro, aggiunge imperscrutabile per definizione e per convenzione e qualche poco ironico (non è vero che non ne siano capaci i cinesi: negati sono, se mai, i giapponesi), sia lo scopo reale dell’esercizio[159].

Se, come a questo punto appare pressoché certo, le sanzioni più dure non passeranno all’ONU, gli Stati Uniti dovranno implementarsele da soli. Che sarà un fallimento, a meno di convincere l’Unione europea a unirsi a loro, per un’operazione che sarebbe anch’essa probabilmente vana (all’Iran resterebbe un mercato enorme), molto pericolosa sul piano geo-politico di sicuro e sicuramente deleteria degli interessi di due grandi esportatori e importatori dall’Iran come Italia e, soprattutto, Germania…

L’unico capo di governo che nell’occasione ha trovato il coraggio di fare lo statista – la verità bisognerà ben dirla: l’ha riferita il NYT, stavolta – s’è rivelato il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan: chiede a Israele di smetterla con la sua esibizione continua e provocatoria di muscoli nei confronti di tutti i vicini (Gaza, il Libano…) ma, e soprattutto, chiede un po’ di coerenza a chi vuole “punire” l’Iran. Non è convinto affatto dell’efficacia delle sanzioni, ma dice che quanti le reclamano “devono mettere su Israele, sulla questione delle armi nucleari, la stessa pressione che mette sull’Iran[160]: per un minimo di rigore logico, appunto, e di credibilità. E tanto più che Teheran, lo riconosce anche Tel Aviv insieme a Washington, comunque quelle armi ancora non le ha e Tel Aviv sì, a centinaia…

Certo, se Erdogan fosse onesto, intellettualmente, anche sul piano dei crimini e del genocidio di cui i turchi nel corso della prima guerra mondiale si resero colpevoli verso gli armeni, sarebbe meglio. Ma ciò non toglie un grammo alla credibilità della sua denuncia di oggi… Così come non le toglie alcuna veridicità la protesta veemente di Israele che non nega nulla sul piano dei fatti e, invece, rivendica il proprio diritto alla difesa e, come sempre, anche alla difesa preventiva e senza prove provate[161].

Credibilità…, coerenza…, logica… per lo meno la non esibizione di un’ipocrisia dei due pesi e delle due misure rivendicata come un diritto: bisognerebbe davvero che Israele si desse una regolata... Poche settimane fa, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Oren, in un’ampia e duramente esplicita intervista a un diffuso settimanale americano, puntava il dito su Teheran e denunciava l’atteggiamento e le intenzioni sul nucleare del cattivissimo Iran: “Questo è un regime – tuonava – che, per un quarto di secolo, ha sistematicamente detto il falso sul suo programma nucleare e ha gestito tutte le sue scelte per nascondere e sfuggire a ogni e qualsiasi supervisione internazionale[162].

E’ un’affermazione che potrebbe anche essere vera: ma che né Israele né alcun altro al mondo è in grado di dimostrare, ha dimostrato[163]. Sicuramente vero, e riconosciuto proprio dall’ex primo ministro Ehud Olmert[164], è che sostituendo alle parole “per un quarto di secolo” il doppio del tempo, del tipo “per mezzo secolo” o “per sessant’anni”, quel che dice Oren descrive con la massima precisione quello che ha fatto – le oltre duecento bombe nucleari – che Israele si è costruita, e ha a sua disposizione, Israele[165].

L’unica spiegazione possibile di una simile presunzione carica di sfacciata ipocrisia è –l’eccezionalità che Israele rivendica per sé (il “popolo eletto”, che afferma anche chi, israeliano ebreo, non crede neanche al pancotto) come e quanto, almeno, l’unicità (il “destino manifesto”) che per gli USA è a tutti evidentemente evidente…

In ogni caso, a metà gennaio, l’ultimo incontro dei P-5 + 1 che considerava il seguito di sanzioni da dare alla sfida nucleare dell’Iran – che si è limitato a far sapere, ancora una volta, che ogni accordo dipende dal riconoscimento, e non solo teorico, del paese a dotarsi come ogni altro di una propria tecnologia nucleare pacifica, secondo le prerogative che anche ad esso spettano in base al TNP nucleare di cui è firmatario – è finito ancora una volta in coda di pesce.

C.v.d., Cina (che non ha neanche mandato un diplomatico di rango all’incontro) e Russia non hanno dimostrato alcuna propensione a seguire le spinte all’indurimento delle sanzioni provenienti da Washington (e, dietro le quinte, da Tel Aviv soprattutto) e il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha spiegato che l’incontro, tenuto nella sede di New York dell’Unione europea, è stato “privo di qualsiasi conclusione[166]

E lo resterà. La prossima tappa sarà marcata dall’arrivo a Washington di delegazioni più o meno segrete d’intelligence e sicurezza israeliane, a fare il giro delle sette chiese: Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento di Stato, CIA, vari sevizi, , ecc. Potrebbe voler dire che Israele sta minacciando di fare da sola o si prepara effettivamente ad aggredire da sola l’Iran, approfittando magari delle armi americane che hle sono state lasciate improvvidamente in deposito in casa e che, come abbiamo registrato, è già stata preliminarmente autorizzata ad usare, se se ne dà – a suo giudizio, poi – l’ “emergenza”…

Forse la più importante lezione impartita a tutti del primo anno della presidenza di Obama è stata il far vedere i limiti, grandi, che ha perfino il suo potere. Dando per scontato, certo – come qualcuno, però, comincia ormai a dubitare – che la volontà di fare e di cambiare – le guerre…, la finanza…, il Medio Oriente – lui ce l’avesse davvero…

Un conato di volontà, come sempre però subito frustrata e per di più con la frustrazione, come dire?, accettata e subìta – quasi  una minaccia, come quella di Bush padre che ridusse a suo tempo a più miti consigli l’intransigenza del primo ministro Itzak Shamir – era sembrato emergere a inizio mese da un po’ di impazienza manifestata dal plenipotenziario di Obama per il Medio Oriente, George Mitrchell. Aveva detto che è diritto degli USA “ritardare” i suoi aiuti a Israele se non si verificano progressi nel processo di pace.

Replica però a ruota il ministro delle Finanze di Tel Aviv, Yuval Steinitz, che Israele non ha bisogno della garanzie americane per ottenere crediti sul mercato e che “fa benissimo anche senza di esse”. Tanto più che, naturalmente, quando quelle garanzie vennero negoziate col Tesoro e il Dipartimento di Stato americani non era stata connessa condizione alcuna all’accordo… E dice il vero[167].

D’altra parte…, mentre Mitchell levava flebilmente, subito bacchettato e senza nessun effetto, una qualche voce di allarme contro l’intransigenza del governo di Netanyahu, l’esercito americano annunciava – spernacchiando sia l’ambasciatore che il presidente – di raddoppiare il valore degli armamenti di sua proprietà che pre-immagazzina lì, in Israele (fino a 800 milioni di $). E aggiunge che lo Stato ebraico sarà autorizzato ad utilizzarli in caso di emergenza militare… A proposito di honest broker, di mediatore imparziale, tra Israele e palestinesi, si capisce[168]

In Iraq, Tony Blair è finalmente costretto a deporre in pubblico, dopo molti altri testimoni, alla commissione d’inchiesta[169] sul perché decise di invadere accodandosi a Bush. Dice, in sostanza, che fu “per non lasciare sola l’America e riconosce anche, piuttosto reticente ma lo fa, che sì ci furono imbrogli e menzogne costruite e cambiate man mano per coprire il percorso bellico che loro due avevano deciso di seguire comunque. Certo, afferma, fu “a fin di bene…”: ovviamente il suo e, poi, ormai è chiaro a tutti – ma forse a lui non ancora – pure sbagliando.

Sicuro, ovviamente all’ex primo ministro britannico non succederà niente: cane non morde cane, si sa; ma va almeno riconosciuto agli inglesi che l’hanno smer…o in pubblico: da noi, o in America, a un capo dell’esecutivo non succederebbe mai di dover subire un interrogatorio in diretta Tv e neanche fatto solo da gente prostrata carponi…

Intanto, per questo disgraziato paese sembra approssimarsi una catarsi probabilmente catastrofica. Alle prossime elezioni generali oltre 400 candidati di confessione sunnita non saranno candidabili per decisione della maggioranza, sciita, della Commissione elettorale nazionale: sono accusati di essere in qualche modo legati a un passato vicino a Saddam Hussein: compreso l’attuale ministro della Difesa del governo al-Maliki, Abdul-Kader Jassem al-Obeidi. E sono la stragrande maggioranza dei candidati respinti a priori[170].

Ora, la minaccia è quella di un boicottaggio a scala nazionale delle elezioni da parte dei sunniti, che dopo anni di de-ba’athificazione, non sembra accettare di buon grado la sentenza di un tribunale settario presieduto da Ali Faisal al-Lami, vicinissimo allo spione filobushista, Ahmed Chalabi, che convinse nel 2003 anche molti democratici americani a lasciar scatenare la guerra: già bancarottiere in Giordania, cacciato via ormai da cinque anni dal suo paese e membro del più reazionario e guerrafondaio dei serbatoi di pensiero, l’American Enterprise Institute.

Insomma, prodromi brutti a un periodo teso, nel corso del quale dovrebbe – dovrebbe… – andare avanti il ritiro del contingente americano… Perché questo paese, su base unitaria, è governabile solo se si mettono insieme sciiti e sunniti. Se no esplode. Altrimenti, per governarlo, ci vuole un altro Saddam. Anche se, stavolta, in turbante sciita…

Intanto, in Olanda, una Commissione di inchiesta indipendente, anche se di nomina governativa, presieduta dal presidente della Corte costituzionale ha dichiarato e documentato che l’invasione e la guerra contro l’Iraq di Bush, appoggiata pure dal governo olandese, era del tutto illegale in diritto internazionale[171].

Nel frattempo, un’inchiesta – assai meno indipendente, però – voluta dal primo ministro Brown in Gran Bretagna nel tentativo di distanziarsi da uno dei legati peggiori del predecessore – di cui, comunque, lui è stato per dieci anni il numero due, silente e assenziente – ma che non si sta sviluppando proprio senza impacci, sullo stesso tema, ha ascoltato la deposizione, per lo meno imbarazzata oltre che imbarazzante, dell’assistente di Blair.

Alan Campbell – che risulta essere stato col primo ministro il responsabile maggiore della montagna di trucchi, falsità, dichiarazioni fraudolente, al paese e al parlamento, con le quali venne mediaticamente preparato il clima per l’invasione, non riuscendo, certo, a ingannare tutti, ma molti purtroppo sì – ha continuato ancora ad essere reticente. Ma si è ancor di più sputtanato, così come ha ancora infiacchito (sì, dicemmo che Saddam aveva le armi di distruzione di massa…  è vero, non ce le aveva… ma le aveva avute in passato, no?) la causa che disperatamente tenta di difendere.

Intanto, falsa partenza – decisamente: ormai bisogna chiamarla per quello che è stata – sul Trattato per la riduzione degli armamenti nucleari (lo START[172]) che scadeva a inizio dicembre e andava rinnovato tra USA e Russia. Nn è più in vigore, dunque, e le due potenze navigano entrambe in acque sconosciute, un po’ a vista. Affermano entrambe che lo START resta in vigore “volontariamente” ma la cosa non ha senso: per legge, almeno in America, non esiste proprio un Trattato ufficialmente scaduto e non rinnovato con voto senatoriale dei due terzi.

Adesso, Russia e America sono davvero vicine alla conclusione dei negoziati cui, praticamente, sembra mancare solo la firma per arrivare al rinnovo del vecchio Trattato. Ma ci sono due grossi problemi. Il primo l’ha specificato direttamente Putin il mese scorso: da parte russa tutto dipende da un fatto che non esisteva quando il trattato originariamente era stato firmato, lo sviluppo o meno, cioè, della difesa antimissilistica che gli americani insistono a voler costruire in Europa, pur avendo lasciato perdere i missili e i radar da dislocare in Polonia e in Cechia, al confine coi russi— pura provocazione politica, essendo un non senso tecnico e strategico. Putin, ora, dice quanto per molti è di ovvio buonsenso: che, in questa situazione, se l’America rafforza lo scudo, la Russia è costretta a rafforzare la spada, perché da questo bilanciamento dipende tutto l’equilibrio strategico.

L’altro nodo di delicatissima soluzione che è necessario sciogliere riguarda il no americano – almeno a livello tecnico: la cosa adesso è stata rimandata a una soluzione che potrà essere solo politica – e che è sempre motivato allo stesso modo: voi dovete dirci di sì, ma noi abbiamo il diritto, perché siamo noi, a dirvi di no – sulla condivisione di dati tecnici sui rispettivi sistemi missilistici.

Il fatto è che mentre i negoziatori di parte russa hanno offerto di mettere in comune dati telemetrici ed elettronici sui loro nuovi sistemi missilistici, i Bulava e gli RS-24, gli USA rifiutano di fare lo stesso coi loro sistemi analogamente nuovi rispetto al vecchio Trattato START[173]… 

E Obama, se non vuole buttare alle ortiche anche il sogno (yes, we can! ricordate?) di un mondo denuclearizzato che va predicando, di questa obiezione deve tenere conto… anche se, e proprio perché, rifiutano di farlo i suoi strateghi (da tavolino) e i suoi generali (da scrivania: quelli ancora non occupati a combinare guai in Afganistan o in Iraq)…

Ma a questo punto, svolgendo il proprio ruolo tradizionale di misirizzi e cedendo alle proprie fobie e paranoie – non proprio e sempre tutte inventate, certo – di solleticare il gargarozzo dell’orso anche rischiandone la reazione, adesso, tre mesi dopo che Obama aveva disinnescato il durissimo contenzioso con Mosca sugli antimissili americani da piazzare ai confini russi, sostituendo la loro presenza – secondo i russi e secondo ragione provocatoria – con quella di missili a più corto raggio terra-aria, del tipo Patriot per capirci…

… adesso il ministro della Difesa di Varsavia, Bogdan Klich, mentre Putin riapre ed allarga al quadro strategico complessivo il contenzioso con gli USA con le sue osservazioni sull’equilibrio strategico da rispettare sempre e dovunque tra scudo e spada, annuncia che il suo governo ha deciso, senza consultare nessuno (cioè, neanche gli americani), di piazzare questi missili a Morag, località al confine russo, ad appena 53 km. di distanza da Kaliningrad[174]… Che significa dire – a russi, americani e anche a tutti gli alleati della NATO e dell’Unione europea, che la Polonia come al solito se ne frega di tutti gli altri e fa solo quello che vuole lei, anche a costo di coinvolgere gli altri…

E, adesso, la palla ritorna in mano a quel povero disgraziato di Obama che, ne siamo convinti, non ne sapeva niente – non giureremmo affatto lo stesso dei suoi militai, però… – e, con  i nemici che ha, francamente di certi amici proprio non avrebbe bisogno. Ma anche noi, diciamo noi europei, se fossimo appena un po’ lungimiranti, dovremmo darci da fare a dare una calmata, e anche una grattata magari, ai pruriti contagiosi di certi amici come questi benedetti polacchi.

La Russia smentisce subito – il ministero della Difesa e ufficialmente – che al momento “e in connessione con la dislocazione di missili americani Patriot ai nostri confini non ci sono cambi previsti nella programmazione di contromisure appropriate della nostra Flotta baltica”.

Serve come smentita, autorevole e necessaria per quanto ovviamente momentanea e transitoria, della autorevolezza della immediata reazione venuta da un esponente del comando della Flotta baltica che aveva subito reagito annunciando l’aumento degli armamenti che le navi russe in questione avrebbero a breve dispiegato[175]. Sicuro è – almeno nella valutazione di una fonte vicinissima agli uffici di pianificazione del Pentagono – che, “dal punto di vista russo, che si tratti di armi da addestramento o per effettiva difesa antimissilistica – questo atto costituisce di per sé ragion necessaria per una risposta[176].   

Da parte sua, per quanto può contare – ma è presidente di turno della UE, la Spagna – il ministro degli esteri madrileno, Miguel Angel Moratinos, sostiene che la proposta russa di un “nuovo patto multilaterale di sicurezza europeo” è sensata e “tempestiva”, che è in linea con gli interessi europei e che il dialogo dovrebbe essere portato avanti nell’ambito dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazone in Europa, dove tutti gli attori, americani compresi, sono rappresentati…

Del resto, ha aggiunto, anche in ambito NATO, il nuovo concetto strategico avanzato da Putin tempo fa, ha trovato interesse notevole nell’iniziativa e nel consolidamento delle attività del Consiglio misto Russia-NATO[177]. Moratinos sa bene, ma sceglie di non dare spazio  alla cosa, dell’ostilità degli ex paesi satelliti dell’ex Unione sovietica all’idea stessa di un ravvicinamento Russia-Europa: un’ostilità che, con molte buone ragioni, appare pregiudiziale al punto da non essere più presa proprio sul serio, in larga parte d’Europa e anche, ormai, in America.

Il fatto è che c’è stata grande diversità di valutazioni (evoluzione o involuzione?) su alcuni passi importanti che negli ultimissimi anni hanno marcato il rapporto tra Europa e Russia. Dalla Polonia alla Lettonia, qui hanno guardato con grande ansia, in particolare, ad alcuni eventi:

•  a quando la NATO ha “lasciato perdere” la guerra contro la Russia alla Georgia nel 2008— anche se nessuno in quei paesi ha mai spiegato, poi, come qualcuno avrebbero potuto davvero aiutarla a “vincerla”, vista la follia pura, strategica e politica con cui era stata scatenata e condotta;

•  a quando mesi fa gli Stati Uniti, secondo alcuni “calandosi le braghe”, secondo altri ritornando a un minimo di saggezza geo-politica, hanno cancellato il programma di installazione antimissili che Bush voleva mettere proprio ai confini della Russia in Polonia e in Cechia;

• infine, di fronte a rapporti sempre migliori e collaborativi, sul piano anzitutto economico (l’energia, il commercio) ma non solo che vanno tessendo tutti i grandi paesi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna, e anche l’Inghilterra) con la Russia di Putin e Medvedev che loro continuano a vedere invece con grande sospetto…

GERMANIA

Oskar Lafontaine, leader della sinistra parlamentare tedesca, ex leader dei socialdemocratici che abbandonò nel 2005 denunciandone la progressiva omologazione all’ondata liberista che, con Schröder, conquistava l’Europa e pure la Germania, fustigatore integerrimo della saggezza economica convenzionale che poi, oggi, con la crisi, è stata impietosamente sputtan..a, ha annunciato il ritiro dalla vita politica attiva[178]. Qualcuno teme ora, qualcuno spera, qualcuno si illude – e a volte sono pure gli stessi… – che il suo distacco, legato anche alla reciproca e feroce personale ostilità tra lui e la dirigenza della SPD, possa riapritre la bia di un qualche riavvicinamento tra le due ali della sinistra tedesca…

 Il presidente del Consiglio degli esperti economici del governo, i cosiddetti 5 Saggi, Wolfgang Franz, ha detto che la Germania è seriamente a rischio di dover sopportare una crescita debole se cede alle spinte che vogliono la consolidazione rapida, cioè la diminuzione, del deficit. Sentenza particolarmente preoccupante data la fonte, da sempre nota per la tendenza a raccomandare il contrario. Cioè, anche i 5 Saggi sono stavolta molto preoccupati e raccomandano – udite udite –  di tenere lasco il controllo della politica di bilancio… pur criticando contemporaneamente e contraddittoriamente – il che è ancora più rivelatore della confusione delle idee degli esperti – gli aiuti di Stato al “Kurzarbeit[179] che ha salvato centinaia di migliaia dfi posti di alvoro da .

Anche Franz dà ragione al papa, asserendo che in una situazione tanto critica gli economisti non sono in grado di fare previsioni attendibili e che la Germania deve aspettare almeno il 2011 per cominciare a preoccuparsi della riduzione del deficit[180]

Giungono, a seguire e a conferma, comunicati direttamente dal ministro dell’Economia, Rainer Brüderle, i dati dell’Agenzia statistica federale sulla pratica stagnazione del PIL nel quarto trimestre del 2009 (non è stata comunicata la percentuale precisa), dopo che era cresciuta dello 0,7% nel terzo. Il PIL di tutto il 2009 è sceso del 5%, soprattutto per il calo secco dell’export, a -14,7%[181]. Il calo riflette l’alt a molti programmi di rottamazione auto che hanno frenato l’export di autoveicoli e da parte notevole della produzione finita in magazzino.

La Germania, dice il ministro dell’Economia, si prepara ora però ad alzare la previsione che ha avanzato sulla crescita del PIL per quest’anno, finora all’1,2%. Franz rifiuta di confermare, però, che il nuovo pronostico si assesterà all’1,5% indicato dal quotidiano finanziario Handelsblatt, dicendo invece che il governo indicherà la nuova previsione soltanto a fine mese[182].

Il rapporto deficit/PIL, come già previsto, supera il 3% del tetto di Mastricht e tocca il 3,2%. Ma il dato destagionalizzato è addirittura di un deficit al 5%, il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale secondo Roderich Egeler, direttore dell’Ufficio statistico federale che imputa il crollo alla pesante riduzione dell’export tedesco colpito dalla crisi[183].

Le esportazioni erano già scese del 19% nel terzo trimestre del 2009, a fronte di quelle dello stesso mese di un anno fa. Per un totale luglio-settembre  di 289 miliardi di $.

Quanto alla disoccupazione[184], secondo i primi risultati diffusi dall’Ufficio statistico federale, il numero delle persone che avevano un impiego a novembre ammontava a 40.410.000: 332.000, cioè lo 0,8% in meno, rispetto al novembre dell’anno prima e -47.000, lo 0,1% sull’ottobre di quest’anno. Con dati destagionalizzati, i posti di lavoro persi scendono a -19.000, a una cifra che, tutto sommato, tiene a galla la Germania meglio di ogni altro grande paese industrializzato.

Intanto, l’inflazione nel 2009 – conferma la statistica ufficiale dopo una prima stima di fine dicembre – registra un tasso dello 0,4%, il più basso dall’anno della riunificazione tedesca, particolarmente grazie al ribasso di oli minerali e prodotti alimentari[185].

Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze, a nome dell’intero governo, dice che nel 2011 si dovranno fare tagli anche duri al bilancio: ma non fornisce dettagli. E difende, intanto, per il 2010 il piano di aumento del debito per 86 miliardi di €: un record, riconosce, e una conseguenza diretta della recessione[186].

FRANCIA

Intervenendo a Davos, lo accennavamo, alla riunione economica mondiale che quest’anno è rimasto come “schiacciato” dalla presenza attivissima delle economie emergenti (Cina, India, Brasile…: le uniche che, dopotutto, crescano adesso), il presidente francese Nicolas Sarkozy ha ammonito le banche centrali, tutte – la Fed ma anche la BCE: sulla quale, volendo, ha una reale voce in capitolo per farsi ascoltare – che il ritiro subitaneo e affrettato delle misure di stimolo monetario in atto – i tassi di interesse bassi, le cosiddette “facilitazioni quantitative”, quanto ha aiutato le economie a usufruire di forte liquidità – causerebbe un secondo collasso delle economie di molti paesi e di quella mondiale[187].

Si tratta, in effetti, Sarkozy ha quasi confessato come constatando la propria impotenza e quella dei suoi pari, di una forte liquidità uiditò speso piò

spesso, purtroppo, ancora più potenziale che reale— soprattutto per la riluttanza che ancora continua di molte banche a prestare i quattrini che, pure, i governi hanno messo loro a diposizione e a chiuderli in cassaforte, o a arricchirci i loro bilanci, una riluttanza che i governi centrali non sono riusciti a sconfiggere.

Stiamo attenti, state attenti, ha detto ai detentori ed investitori di capitali che aveva intorno, perché o “siamo capaci di rispondere alla domanda di protezione, di giustizia e di equità attraverso cooperazione, regolazione e capacità di governo, o avremo tutti isolamento e protezionismo”.

In Francia, per volontà del presidente che ha “incoraggiato” la politica a muoversi, anche in modo troppo “sportivo” e superficiale, e descrivendo il burqa – la velatura integrale delle donne – come “una sfida ai principi di laicità della Repubblica”, una Commissione parlamentare dell’Assemblea nazionale ne ha chiesto la proibizione negli ospedali, nelle scuole e sui mezzi di trasporto pubblico. Non è arrivata a chiedere di vietarlo per strada. Ma non ha convinto nessuno che simili misure piccolo-vessatorie, di stampo che da noi si direbbe leghista, servano a risolvere qualche problema[188].

GRAN BRETAGNA

La Gran Bretagna, pressoché solo tra i grandi paesi dell’Unione europea – ma non dell’eurozona, come si sa, dalla quale si è tenuta volutamente fuori: diceva ieri Brown, e prima di lui Blair, scontando magari un po’ più di inflazione ma agevolandosi grazie alla propria flessibilità rispetto all’euro  di un “ben altro” tasso di crescita – ora si trova a far fronte, come e più degli altri ad una crescita negativa e con un problema di prezzi rampanti più serio degli altri…

Sembra, è vero, che adesso, pur a fronte di una disoccupazione ufficiale che da settembre a novembre resta inchiodata al quasi 8% ufficiale – l’ultimo trimestre del 2009 abbia segnato un pizzico di ripresa— ma non certo il superamento della recessione, come spinti da ottimismo sconsiderato e scordandosi delle regole tecniche che presiedono a questa determinazione (almeno due trimestri consecutivi di crescita), titolano alcuni media.

Ma, poi, in realtà “i dati ufficiali mostrano e dimostrano che un altro mezzo milione di britannici lavorano forzatamente part-time quando non lo vorrebbero e quasi altri 2 milioni e mezzo sono, sempre perché obbligati, ‘economicamente inattivi’ – come li definisce l’Ufficio statistico nazionale –: casalinghe/i, studenti, ecc. che vorrebbero lavorare. Insieme, questi tre gruppi formano il dato vero di chi vorrebbe e non può lavorare, o lavorare i più: 5.760.000 britannici…[189].

Risulta che nel quarto trimestre il PIL britannico, dopo la bellezza di sei trimestri di continua contrazione, sia finalmente cresciuto[190] – nei dati preliminari – ma arrancando di uno striminzito 0,1%, non del preventivato 0,4%, sul terzo trimestre. A raffronto con il quarto trimestre del 2008 l’economia inglese è scesa del 3,2%, con la Spagna unica tra le grandi economie europee che non è riuscita ancora a cominciare ad uscire dalla recessione anche con  un solo trimestre di aumento del PIL.   

Il tasso di inflazione si va, infatti, impennando in maniera che tutti gli osservatori considerano preoccupante: a dicembre, salta al 2,9%, di un punto percentuale secco dal mese prima (il balzo in avanti maggiore in un mese da quando si sono cominciati qui, nel 1997, a tenere i dati su base omogenea) e raggiunge il massimo da nove mesi, sfondando largamente il tetto che qui fissa la sua Banca centrale e che va sostanzialmente al di là del target prefissato[191]. E ora, diventa probabile anche un aumento del tasso di sconto e, dunque, del costo del denaro in un’economia che ha il fiato davvero pesante.

Perché il debito pubblico si va rapidamente, ed enormemente, gonfiando e quello privato è al massimo: il peggio, dunque, se il paese è costretto dai prezzi che salgono forte a aumentare il costo del servizio del debito. Anzi, dei debiti: pubblico e soprattutto privati… Il credito sul PIL è avviato a superare ormai l’80%, restando ben sotto quello nostrano. Ma i cosiddetti mercati (la PIMCO, uno dei maggiori investitori in buoni del Tesoro del mondo), che vedono con preoccupazione forte il cumulo debitorio che va schiacciando il Regno Unito, registrano – e dicono pubblicamente – che i titoli inglesi “riposano ormai su un letto di nitroglicerina[192].  

Crolla la produzione manifatturiera[193] intanto, qui già quasi al lumicino avendo da decenni, dalla Thatcher in poi, i governi, conservatori come laburisti di questo paese fatto la scelta di lasciar perdere di fabbricare beni e di importarli tutti, o quasi, concentrandosi invece ad allargare i servizi, specie quelli finanziari che, in questa crisi, sono però doppiamente in crisi rispetto a tutte le altre “industrie”, ovviamente. Dopo le cadute di novembre e dicembre, la produzione di manufatti anche a gennaio in effetti non cresce per niente e, rispetto ad un anno prima, va giù del 5,4%.

E, nelle prime valutazioni, calano non poco le vendite al dettaglio, sia in volume che in valore, a causa soprattutto pare di un’improvvida quanto abbastanza generalizzata crescita dell’IVA e del clima rigido che ha scoraggiato lo shopping[194].

In questo frangente, sale il panico nel partito al governo che, ormai, non può rimandare più a lungo – due, tre mesi al massimo – le elezioni politiche e arranca di oltre dieci punti nei sondaggi sui rivali conservatori, avendo del resto fatto per anni, con resipiscenze peraltro anche contraddittorie solo negli ultimi mesi, la politica dei conservatori piuttosto che quella laburista e essendosi per questo anche cambiato nome in New Labour, con l’aggettivo sottolineato da unp0enfasi che, adesso, però elettoralmente pesa come un macigno.

Ecco il perché dell’ultimo, e un po’ disperato, attacco, mascherato da mezzo sostegno, alla leadership di Brown di due ex ministri laburisti, Hoon e Hewitt, che accusano molti loro colleghi di infiacchirlo portando alla rovina lui e il partito, ormai alla vigilia delle elezioni, con campagne di lamentele e mugugni. Loro due escono allo scoperto, ora, anche a nome di molti altri però che, pur negandolo indignati, propongono – per rimediare, dicono, visto che la pentola ormai è stata scoperta…  – un referendum di tutti i membri del partito per decidere, adesso, se tenerlo o cambiarlo…

In molti dicono che è peggio la toppa del buco. Ma il fatto è che di fronte a Brown – che si trascina al collo la macina da mulino della catastrofica campagna di menzogne di Blair che lui, però, da cancelliere tollerò e autorizzò sull’Iraq ma anche sull’Afganistan – perfino l’opaco conservatore Cameron acquisisce la statura del probabile vincitore.

Il dramma è che la ribellione non è affatto motivata da alcun nobile ideale, da alcun impegno o proposito di rivedere le politiche sbagliate, nulla sulle direzione da riprendere o da rivedere: solo la paura di perdere il posto che, ormai, è una certezza. E non si tratta di motivazioni che possano aiutare a riprendersi dal discredito verso un’opinione pubblica che spesso ormai appare disgustata.

Anche per questo, per la sua vacuità, questa è sembrata subito  un’altra  ribellione destinata a durare, al massimo, due o tre giorni. Anche se non si sa mai… qui, in effetti, tutti i candidati alle elezioni sono eletti nelle primarie di zona, la leadership può raccomandare l’uno o l’altro di loro, alla fine a sceglierli così come a scegliere chi sarà eletto – al contrario che da noi – non è mai il Capo e neanche – al contrario che da noi – sono i capetti scelti da lui per farne la gerarchia del partito.

Insomma, non sono riusciti a forzare Brown ad andarsene e il premier ha chiamato questa una, un’altra, come dicono qua, “tempesta in una tazza di tè”, come dicono qui. Il regicidio è un’onorata tradizione in questo paese, come quando i conservatori fecero fuori Thatcher, rimpiazzandola con John Major: loro non lo fecero per referendum, ma deponendola con un voto dei maggiorenti e, poi, persero le elezioni. Come le perderanno comunque, pare adesso i laburisti: lui e loro, sia che non riescano a far fuori Brown prima, sia che invece ce la facciano.

Il fatto è che i loro mea culpa non arrivano mai completi, mai genuini e, come sempre, chi ha avuto in mano il potere cerca di coprire alla meglio la cacca prodotta (tanta nel caso di Blair-Brown), con la coperta sempre corta del segreto di stato – come fanno da noi un giorno sì e l’altro pure – e la gente non ne può più.

Ma anche i mea culpa dei ribelli mancano di credibilità. E anche se stavolta l’attacco è sembrato più deciso di altre, con un appoggio del gabinetto al primo ministro che è sembrato, a dir poco, assai blando, alla fine è fallito. Non è che, ovviamente, gli altri – nel caso, i conservatori – siano meglio. Anzi, forse… Ma, almeno, al peso che siamo costretti a portare, dicono qui, cambiamo di spalla.

Probabilmente si illudono. Ma fosse vero pure da noi…

Intanto, però, per metà gennaio, la signora Harriet Harman, vice leader del partito laburista, rilancia il dibattito politico in termini molto realistici e crudi, convinta com’è che solo indurendo il proprio discorso in termini di “classe” – dice proprio così: di classe – il Labour ha speranza concreta ormai di battere i tories: deve ricominciare a denunciare i loro valori per riappropriarsi dei propri…

Presenta una nuova “Bibbia delle ineguaglianze” nel paese, un Rapporto[195] di oltre 400 pagine, commissionato dal partito, all’inizio con molte e forti resistenze dei maggiorenti, che parte e conclude dal riconoscimento che il “governo laburista nei suoi dodici anni di leadership non ha che rallentato la tendenza al crescere delle ineguaglianze crescenti”. E poi riconosce, anche, che lo ha fatto apposta, facendo suoi sotto Blair ma anche Brown – i cliswocno llora, le resistenze - bri valori dei conservatori…

C’è scetticismo – tra cognoscenti e media ma anche alla base, va detto – sull’impatto che una simile virata – mantenendo però sempre Brown formalmente al timone – potrà avere sulle elezioni. Insomma, arriva troppo tardi e neanche sarà sufficiente…

I sondaggi, a fine gennaio[196],danno una corsa a tre: i conservatori sono nettamente in testa, col 40% delle intenzioni di voto e un vantaggio valutato in circa 10 punti; seguono i laburisti, sul 29%, e chiudono i liberal-democratici che stavolta segnano un più che onorevole e potenzialmente sorprendente 21%. Qui, col sistema del primo piglia tutto, di ogni circoscrizione che elegge solo il candidato che fa più voti, il rischio – secondo alcuni il pregio – è che alla fine, al solito, il numero dei seggi del terzo incomodo sarà irrilevante. Ma, stavolta, potrebbe anche non esserlo. Certi osservatori si azzardano a dire che il terzo partito, stavolta, deciderà quale sarà la coalizione che governerà il Regno Unito…

La sostanza politica è che gran parte dell’opinione pubblica ornai vuole “cambiare”, anche se è vero che rispetto a quando se ne andò Blair, due anni fa ormai, quella percentuale forse è calata. Ma ormai, sembrano tutti convinti, i laburisti per primi, non c’è più niente da fare.

GIAPPONE

Il debito pubblico, molto elevato, del Giappone ha portato la agenzia Standard&Poor’s a minacciare di abbassare il rating dell’economia se il governo non annuncia, e rapidamente,  concrete e “credibili” misure di riduzione[197]. E’ una misura per lo meno inconsueta. Non  la riduzione, ma la minaccia di riduzione, per un’economia comunque gigante – ufficialmente ancora la seconda al mondo – come quella nipponica.

Confermando la sua neutralità politica, S&P’s spiega che “le politiche scelte dal nuovo governo del partito democratico indicano un consolidamento del debito a ritmo più lento di quello atteso  precedentemente”: giudizio tecnico, però – assicura – nient’affatto politico… A fine marzo 2011, il debito pubblico del Giappone toccherà il 181% del PIL, sui 9.400 miliardi di $. Le entrate fiscali, sui 405 miliardi di $, non copriranno più della metà del bilancio nel prossimo anno fiscale.

Il problema è, naturalmente, che se il paese vuole sconfiggere l’ondata di deflazione che lo sta colpendo, non può ragionevolmente mettersi ora a tagliare le spese. Dovrebbe procedere in maniera esattamente contraria, per contrastare almeno la tendenza degli investimenti privati a contrarsi. D’altra parte, al contrario degli USA che devono gran parte dei loro debiti alla Cina, qui – come in Italia – larga parte del debito pubblico è interno, verso i risparmiatori giapponesi che lo coprono, comunque, con l’alto, consueto, livello dei loro risparmi.

A dicembre salgono le esportazioni[198]: sullo stesso mese dell’anno prima – e per la prima volta da quindici mesi quando, a fine 2008, è iniziata la recessione – del 12,1%, più del previsto e sperato, secondo i dati forniti dl ministero delle Finanze. Si è rivelata assai solida la crescita della domanda asiatica per prodotti nipponici, con questo settore delle esportazioni che sale sull’anno prima di ben il 31,2% (+42,8% in Cina, col +10,7% di crescita del PIL registrata nel terzo trimestre).

Continua, invece, la crisi dell’export giapponese negli USA, col -7,6% del terzo trimestre al traino di una crisi economica che perdura. Mentre lo yen continua ad apprezzarsi, ma dopo la forte crescita di novembre molto più moderatamente a dicembre, continua la pressione della Banca centrale per battere la deflazione, che ancora persiste nell’economia giapponese, mettendo in moto nuove misure di finanziamento della liquidità.


 

[1] Per dire: Guardian, 10.1.2010 e Le Monde, 10.1.2010.

[2] Franfurter Rundschau, 28.1.2010, “Ich mach das in 15 Sekunden”— “Lo faccio, diciamo, per 15 secondi” (cfr. www.fr-on line.de/suche/?such=gates+%2B+berlusconi/); Guardian, 28.1.2010, T. Kington, Bill Gates urges Silvio Berlusconi to put aid before beauty Bill Gates preme su Silvio Berlusconi perché metta gli aiuti prima della bellezza [la sua, poi…]; e la Repubblica, 28.1.2010, Bill Gates contro Berlusconi: “Italia sulla lista della vergogna” (cfr. www.repubblica.it/esteri/ 2010/01/28/news/gates_contro_berlusconi-2104745/).  

[3] 2010 Annual Letter from the Bill and Melinda Gates Foundation Lettera annuale 2010 delal Fondazione Gates, 25.1.2010, Rich Countries Aid Generosity La generosità degli aiuti dei paesi ricchi (cfr. www.gatesfoundation.org/annu al-letter/2010/Pages/rich-countries-foreign-aid.aspx/).

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[4] Costituzione dogmatica Pastor Aeternus, varata per volontà di Pio IX e tra dure resistenze dal Concilio Ecumenico Vaticano I:  dice che di infallibilità si tratta solo quando un papa parla ex cathedra, cioè quando esercita il “suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani” e “definisce una dottrina circa la fede e i costumo”; quanto da lui stabilito, ma sotto queste precise condizioni e dichiarandolo espressamente di volta in volta “vincola tutta la Chiesa”. Da allora, una sola volta, con la Costituzione dogmatica Munificentissimus Deus dell’1.11.1950 un papa, Pio XII, osò – è il caso di dirlo. una sola volta! – definire dogma, verità di fede, quella che era un’antica credenza diffusa tra molti fedeli: il dogma dell’Assunzione della Madonna.

[5] The Economist, 23.1.2010 e IBRD, Global Economics Prospect 2010–Crisis, Finance and Growth, (cfr. www.world bank.org/gep2010/).

[6] New York Times, 23.1.2010, Agenzia Reuters, Berlin Plans G20 Financial Oversight Meeting— Berlino progetta vertice G20 sulla supervisione del mondo finanziario.

[7] Cfr.  Nota6, qui sopra.

[8] Gasbuddy.com, 3.1.2009, Russia halts oil flows to Belarus refineries— La Russia blocca iI flusso del petrolio ad alcune raffinerie bielorusse (cfr. www.neworleansgasprices.com/news/UPDATE_2_ Russia_halts_ oil_flows_to_ Bela rus_refineries/21322_393682/index.aspx/).

[9] Oil Trading.com, 4.1.2009, Russian oil flowing in Druzhba pipeline to Europe Il petrolio russo fluisce nell’oleodotto Druzhba verso l’Europa (cfr. http://newsfeedresearcher.com/data/articles_b2/belarus-russia-supplies.html/).

[10] RIA Novosti, 23.1.2010, Minsk threatens Moscow with retaliation for 100% oil export duty— Minsk minaccia Mosca di rappresaglie per l’imposizione del 100% della tariffa sull’export di greggio (cfr. http://en.rian.ru/exsoviet/20100123/15 7660 839.html/).

[11] RIA Novosti, 27.1.2010, Russia, Belarus agree on oil supplies, transit— Russia e Bielorussia raggiungono l’accordo su forniture e transito di greggio (cfr. http://en.rian.ru/russia/20100127/157698146.html/).

[12] E’ l’interpretazione che dell’accordo dà sensatamente l’Agenzia Stratfor (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100127_ brief_russia_belarus_strike_oil_compromise/).

[13] Kuwait News Agency (KUNA), 5.1.2009, Abdelwaheb El Gueyed, Concerns over Russia's high crude production—Preoccupazioni [nell’OPEC] per l’alto livello di produzione dei russi (cfr.  www.kuna.net.kw/NewsAgenciesPublicSite/ ArticleDetails.aspx?id=2051956&Language=en/).

[14] New York Times, 4.12.2009, C. Krauss, Oil Surges Above $81, Driven by Several Factors— Il petrolio supera gli 81 $, spinto da diversi fattori.

[15] The Economist, 16.1.2010.

[16] New York Times, 18.1.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), Pinera Victory Could Complicate Chile’s Diplomacy La vittoria di Pinera potrebbe complicare i rapporti internazionali del Cile

[17] Agenzia Bloomberg, 29.1.2010 (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601091&sid= apytI6Qh RH6 I/).

[18] New York Times, 7.1.2010, K. Bradsher, Chinese Decision on Rates Seen as ‘Turning Point’ Decisione cinese sui  tassi vista come ‘punto di svolta’.

[19] New York Times, 12.1.2020. M. Wines, To Curb Loans, China Tells Banks to Increase Reserves— Per frenare I prestiti delle banche , la Cina ordina di aumentare le loro riserve.

[20] The Orange County Beta Register, 15.1.2010, (A.P.), China Says December Foreign Investment Doubles— La Cina comunica che gli investimenti diretti esteri a dicembre raddoppiano(cfr. http://hosted.ap.org/dynamic/stories/A/AS_CHINA_ FOREIGN_INVESTMENT?SITE=CAANR&SECTION=HOME&TEMPLATE=DEFAULT/).

[21] Yahoo! News, 28.1.2010, Hui Min Neo, China economic policies under fire at Davos forum— Le politiche economiche della Cina sotto tiro a Davos (cfr. http://real-us.news.yahoo.com/s/afp/20100128/bs_wl_afp/davoseconomyfinancechina _20100128105308/).  

[22] EnglishXinhuaNet.com, 29.1.2010, China faces arduous task of macro economic control amid rising inflation fears: central bank La Cina fronteggia un compito arduo di controllo macroeconomico fra timori crescenti di inflazione, dice la Banca centrale (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/business/2010-01/29/c_13156334.htm/).

[23] The Economist, 23.1.2010.

[25] Ren Min Ri Bao, 5.1.2010, edit., A winning model Un modello vincente.  

[26] New York Times, 7.1.2020, D. Barboza, Contrarian Investor Predicts Economic Crash in China— Investitore ostile e contrario prevede il crack economico della Cina.

[27] New York Times, 18.1.2010, E. Pfanner, In War Against the Internet, China Is Just a Skirmish— Nella guerra contro Internet, la Cina è solo una schermaglia tra tante.

[28] Xinhua, 25.1.2010, Accusation of Chinese government's participation in cyber attack "groundless": ministry Le accuse al governo cinese di essere parte degli’assalti cibernetici sono “senza alcun fondamento” (cfr. http://news.xinhuanet.com/english 2010/china/ 2010-01/25/c_13149276.htm/).

[29] Yahoo! News, 26.1.2010, Gates weighs in on Google-China spat— Gates dice la sua nello scontro tra Google e la Cina (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100126/tc_afp/chinausitinternetgoogle/)[Gates ha sostenuto che la questione è “complessa”, che gli ostacoli che i cinesi effettivamente, non a parole, frappongono poi “non sono tanto pesanti”, in realtà, l’ostacolo reale “è assai limitato e, sapete, tutto sommato facile da aggirare”, che “in alcuni paesi – per esempio, in Germania, è comprensibilmente proibito dire del nazismo cose non solo e unicamente negative che possiamo, ad esempio, dire in America”, ecc., ecc., ecc.]. 

[30] New York Times, 13.1.2010, T. L. Friedman, Is China the Next Enron? Ma davvero la Cina è la prossima Enron?

[31] The Boston Herald, 10.1.2010, (A.P.), China will likely spend full amount of stimulus— La Cina spenderà probabilmente per intero lo stimolo stanziato (cfr. www.bostonherald.com/business/general/view/20100110china_will_likely_spend_ full _amount_of_stimulus/).

[32] Guardian, 8.1.2010, Agenzie, China overtakes US as world's biggest car market— La Cina scavalca gli USA come maggiore mercato mondiale delle auto.

[33] New York Times, 10.1.2010, (A.P.), China Becomes Biggest Exporter La Cina diventa il maggior esportatore al mondo.  

[34] Finfacts.com, 8.1.2010, German exports rose in November 2009; China overtakes Germany as the world's top goods exporter— Le esportazioni tedesche  aumentano a novembre, ma la Cina supera la Germania come maggior esportatore di beni al mondo (cfr. www.finfacts.ie/irishfinancenews/article_1018775.shtml/); BGA (Bundesverband Großhandel, Außen handel, Dienstleistungen e.V. Federazione del Conmemrcio all’ìingrosso ed estero tedesca (cfr. www.bga-online.de/index. php?id=50&tx_ttnews[tt_news]=86&tx_ttnews[backPid]=30&cHash/).

[35] New York Times, 10.1.2010, T. L. Friedman, Who’s Sleeping Now? E, adesso, chi è che dorme?

[36] New York Times, 30.1.2010, E. Bradsher, China Leading Race to Make Clean Energy—.  

[37] Stratfor, 29.1.2010, U.S.-Taiwan: arms package announced Annunciato un pacchetto di armamenti venduti dagli USA a Taiwan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100129_us_taiwan_arms_package_announced/).

[38] The Economist, 30.1.2010.

[39] New York Times, 31.1.2010, E. Bradsher, U.S. Deal With Taiwan Has China Retaliating L’accordo americano- taiwanese provoca la rappresaglia cinese; e New York Times, 30.1.2010, Reuters, China Warns of Sanctions in Fallout Over Taiwan— La Cina ammonisce: ci saranno sanzioni tra le ricadute di Taiwan.

[40] New York Times, 21.1.2010, E. Wong, China on path to Become Second-Largest Economy La Cina sta rapidamente diventando la seconda maggiore economia del mondo.

[41] E’ la frase con cui inizia una recensione, molto ponderatamente e realisticamente impegnativa, del New York Times del 3.1.2009, di J. Kahn, intitolata al Waking Dragon—al Risveglio del dragone e dedicata a un nuovo libro sul tema di M. Jacques (professore alla London School of Economics ed editorialista del Guardian). Anzi, il titolo all’edizione americana (ed. Penguin Press) che in una settimana ha venduto quasi mezzo milione di copie, è Quando la Cina governerà il mondoWhen China Rules the World, col sottotitolo, forse nella prima parte affrettato ma sicuramente corretto nella seconda, di La fine del mondo occidentale e la nascita di un nuovo ordine globale.

[42] New York Times, 1.1.2009, (grafico, cfr. www.nytimes.com/imagepages/2010/01/02/business/economy/02chartsGrfx.  html/).

[43] New York Times, 30.12.2009, H. Timmons, Emerging Markets Soar Pat Their Doubters— I mercati emergenti si impennano al di sopra di quanti ne dubitano.

[44] New York Times, 2.12.2009, T. Cowen, Fruitful Decade for Many in the World— Un decennio fruttuoso per molti nel mondo.   

[45] La Nacion, 8.1.2010, Redrado retorna a Banco Central tras decisión judicial (cfr. http://member.bnamericas.com/ story.jsp?sector=3&idioma=E&noticia=503629/).

[46] New York Times, 10.1.2010. A. Barrionuevo, Argentine President and Central Bank in Standoff— Stallo tra la presidente argentina e la Banca  centrale.

[47]WallStreetblips.com, 12.1.2010, Austrian Vice Chancellor Wants to Nationalize Central Bank CompletelyIl vice cancelliere austrìaco vuole la nazionalizzazione completa della Banca centrale (cfr. http://wallstreetblips.dailyradar.com/sto ry/austrian-vice-chancellor-wants-to-nationalize-central/).

[48] EUROSTAT, 8.1.2010, #6/10, Euro area GDP up by 0.4% and EU27 GDP up by 0.3% Il PIL dell’eurozona sale dello 0,4% e quello della UE a 27 dello 0,3 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-08012010-BP/EN/2-080 12010-BP-EN.PDF/).

[49] Stratfor, 29.1.2010, Eurozone Inflation Reaches1%— L’inflazione nell’eurozona tocca l’1% (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 20100129_brief_eurozone_inflation_reaches_1_percent/).

[50] EUROSTAT, 6.1.2010, #3/10, Industrial producer prices up by 0.1% in euro area I prezzi alla produzione industriale crescono dello0,1% nella zona euro.

[51] EUROSTAT, 25.1.2010, #13/10, Industrial new orders up by 2,7% in euro area I nuovi ordinativi industriali crescono del 2,7% nell’eurozona (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-25012010-AP/EN/4-25012010-AP-EN.PDF/).

[52] The Economist, 9.1.2010.

[53] The Economist, 9.1.2010.

[54] EUROSTAT, 22.1.2010, #14/10, EU27 current account deficit 27.7 bn euro – 16.7 bn euro surplus on trade in services— (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/TY_PUBLIC/ 4-14012010-AP/EN/4-14012010-AP-EN.PDF/).

[55] New York Times, 14.1.2010, J. Ewing, European Bank Holds Steady on Interest Rates— La Banca centrale europea tiene fermi i tassi di interesse.

[56] EUROSTAT, 14.1.2010, #7/10, Industrial production up by 1.0% in euro area - Up by 0.9% in EU27 La produzione industriale sale dell’’1% nell’ eurozona e dello 0,9 nell’Unione a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ TY_PUBLIC/ 4-14012010-AP/EN/4-14012010-AP-EN.PDF/).

[57] BCE, 14.1.2010, Dichiarazione introduttiva alla Conferenza stampa mensile sulla politica monetaria del presidente J.-C. Trichet (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2010/html/is100114.en.html/).

[58] Stratfor, 20.1.2010, EU: Eurozone Can Expect Slower Recovery - ECB Official Esponente della BCE:l0euriozona può aspettarsi una ripresa più lenta (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100120_eu_eurozone_can_expect_slower_recovery_ecb_ official/).

[59] The Economist, 23.1.2010.

[60] The Economist, 16.1.2010; e New York Times, 15.1.2010, M.Saltmarsh, A400M Is Supported, but Money Is at Issue— Sostegno per il progetto dell’A400M, ma i finanziamenti fanno questione.

[61] EUROZONA, 15.1.2010, #9/10, Euro area external trade surplus 4.8 bn euro—­ L’attivo degli scambi a 4,8 miliardi di € (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-15012010-BP/EN/6-15012010-BP-EN.PDF/).

[62] Cfr. Nota126, qui sotto.

[63] EUROPOLITICS, 5.1.2010, C. Sampoli, Double presidency hits first snag— La doppia presidenza incontra il primo intoppo (cfr. www.europolitics.info/europolitics/double-presidency-hits-first-snag-art259039-46.html/).

[64] Cfr. Nota congiunturale 1-2010, EUROPA, Nota46, Seminare zizzania sull’euro e sull’Europa

[65] New York Times, 29.1.2010, A. Cala e M: Saltmarsh, Deep in Debt, Spain Cuts Spending by $70 Billion— In debito profondo ,la Spagna taglia la spesa per 70 miliardi di $.

[66] New York Times, 1.1.2009, Agenzia Reuters, Iceland to Repay $5 billion to British and Dutch Depositors L’Islanda rimborserà 5 miliardi di $ di debiti ai depositanti britannici e olandesi.

[67] New York Times, 5.1.2009, D. Jolly, Iceland Leader Vetoes Bank Compensation for Foreigners Il presidente islandese mette il veto sul rimborso agli stranieri.

[68] In Nota congiunturale 1-2010, cfr. Nota73.

[69] Lydheilsustod.is, 2009, Policy, Vision and Action Plan Proposte di linea, visione e piano di azione (cfr. Lihttp://www.ly dheilsustod.is/media/lydheilsa/Policy,_vision_and_action_plan.pdf/); e Guardian, 3.1.2009, Five countries that c rashed and burned… Cinque paesi che sono crolalti e sono bruciati…

[70] Stratfor, 12.1.2010— Iceland: bill may be withdrawn La  legge islandese potrebbe essere ritirata (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20100112_iceland_bill_may_be_withdrawn/).

[71] Hurriyet Daily News, 8.1.2010, German FM: Turkey ‘key country’ to solve region’s problems Il minsitro degli Esteri tedesco: la Turchia è il ‘paese chiave’ per risolvere i problemi della regione [il quotidiano turco, nel titolo, accenna solo a questo argomento, non all’altro sull’Unione europea…] (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=german-fm-turkey-key-country-to-solve-regions-problems-2010-01-08/).

[72] Sempre Hurriyet Daily News, 8.1.2010, Spain hopes to speed up Turkey’s EU talks La Spagna spera di accelerare i negoziati UE con la Turchia (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=spain-hopes-to-speed-up-turkeys-eu-talks-2010-01 -08/).

[73] New York Times, 1.1.2010, N. D. Schwartz, In Spain, a Soaring Jobless Rate for Young Workers— In Spagna, un tasso di disoccupazione rampante per i giovani

[74] The Economist, 19.12.2009.

[75] Athens News, 3.1.2010, EU ups Greek budget deficit— L’UE rialza il deficit di bilancio della Grecia (cfr. www.athensnews. gr/articles/13363/08/11/2009/23112/).

[76] Financial Times, 6.1.2010, J. Chsholm, Euro wobbles as Stark says EU will not bail out Greece— L’euro traballa con Stark che dice come l’Unione europea non salverà la Grecia (cfr. www.ft.com/cms/s/0/fead4ca6-fa8a-11de-a532-00144feab 49a.html/).

[77] Stratfor, 8.1.2010, Greece: EU Commission Team Recommendation Rebuffed Grecia:la commissione tecnica europea si vede respingere le raccomandazioni avanzate (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100108_greece_eu_commission_team _ re commendation_rebuffed/).

[78] Stratfor, 11.1.2010, Greece: IMF To Offer Technical Assistance Grecia: il FMI offrirà assistenza tecnica (cfr. http:// www.stratfor.com/sitrep/20100111_greece_imf_offer_technical_assistance/).

[79] Stratfor, 13.1.2010, Greece: 'No Way' Country Will Seek IMF Aid Or Leave Euro-PM Grecia, dice il primo ministro:’Non esiste’ proprio che il paese cerchi l’aiuto del FMI o che abbandoni l’euro (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/ 2010 0113_greece_no_way_country_will_seek_imf_aid_or_leave_euro_pm/).

[80] Bloomberg, 14.1.2010, M. Petrakis, Papandreou Vows EU10 Billion in Greek Deficit Cuts in EU Plan Nella sua proposta europea Papandreou si impegna a tagliare il deficit greco di 10 miliardi di euro (cfr. http://bloomberg.com/ apps/news? pid=20601068&sid=afr9f6564wAk/).

[81] Bloomberg, 12.1.2010, A. Davis, Greek Bonds Fall as EU Says Budget Deficit Forecast Unreliable I titoli greci calano con la UE che dichiara inattendibili le previsioni di bilancio [è una forzatura, questa: la Commissione non si riferisce, infatti,  a questi dati di bilancio, ma più in generale a quelli forniti a Bruxelles “fino a oggi”: cioè, quelli dei governi conservatori di Kostas Caramanlis… ma, intanto, semina il dubbio] (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601085&sid=a_XY.hXYSyAI/). ueli finora forniti dala grecia: che fino  ioeri eranlo queli del goveno conservratore di caramanlis…]

[82] Cfr. Nota57, qui sopra.

[83] Bundesregierung Deutschland Governo federale tedesco, 14.1.2010 (cfr. www.bundesregierung.de/Webs/Breg/EN/ Homepage/home/14/1/2010/html/).

[84] Bloomberg, 21.1.2010, Greece Won’t Need Rescue, Papaconstantinou Says— La Grecia non avrà bisogno di salvataggi, dice Papacostantinou (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601068&sid=aK0JIkgDG4ns/).

[85] Lo definisce così l’agenzia European Voice, S. Fleming, il 21.1.2010 – seccamente smentita da Atene – titolando che EU explores loan to Greece L’Unione europea esplora un prestito alla Grecia (cfr. www.europeanvoice.com/article/impo rted/eu-explores-loan-to-greece/66928.aspx/).

[86] Financial Times, 25.1.2010, T. Barber e D. Oakley, Investors flock to Greek bond issue Gli investitori si precipitano sull’emissione di bond greci (cfr. ww.ft.com/cms/s/0/b451e770-09a8-11df-b91f-00144feabdc0.html/).

[87] Nessuno convincerà chi scrive a credere che sia stato per caso, proprio adesso, che la BCE ha pubblicato una ricerca – tecnicamente un Working Paper-Legal— Documento di lavoro-Legale, no. 10 del dicembre 2009 – dal titolo vagamente evocativo in una serie che evocativa è essa stessa— titolo mai prima evocato, però, neanche come elemento di discussione; e, anche se il testo è carico di punti interrogativi sull’ipotizzabilità stessa del dibattito, nel titolo come si vede non ce neanche un solo segno interrogatrivo…

   Il titolo in questione essendo Withdrawal or Expulsion from the EU and EMU: some reflections Ritiro o espulsione dalla Unione europea o dall’Unione monetaria europea: alcune riflessioni, di Ph. Athanassiou, consigliere legale – e ancora una volta, non a caso, proprio  greco… – della BCE stessa (cfr. www.ecb.int/pub/pdf/scplps/ecblwp10.pdf/).

[88] Guardian, 27.1.2010, L. Elliott, Greek crisis shows euro is too big to fail La crisi della Grecia mostra che l’euro è troppo grande per fallire.

[89] Financial Times, 26.1.2010, T. Barber. D. Oakley e K. Hope, Chinese whispers drive up Greek yeldsI sussurri cinesi spingono in su i rendimenti dei titoli greci (cfr. www.ft.com/cms/s/0/65ac74fc-0aaf-11df-b35f-00144feabdc0.html/).

[90] New York Times, 10.1.2010, Reuters, Josipovic Wins Croatian Presidential Election— Josipovic vince le elezioni presidenziali in Croazia.

[91] Reuters Italia, 8.1.2010, Gas, importazioni alla Polonia via Ucraina completamente ferme (cfr. http://search.it.reu

 trs.om/query/?q=PGNiG&s=IT/).

[92] Stratfor, 28.1.2010, Poland, Russia Reach Gas Deal Polonia e Russia concludono l’accordo sul gas (cfr. www.stratfor. com/sitrep/20100128_brief_poland_russia_reach_gas_deal/).

[94] Blog.Kiev, 11.1.2010, Naftogaz may default La Naftogaz potrebbe fallire (cfr. http://blog.kievukraine.info/2009_01_ 01_archive.html/).

[95] Stratfor, 17.1.2010, Ukraine: A first-round victory For Yanukovich Ucraina: primo turno vittorioso per Yanukovich (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100117_ukraine_firstround_victory_yanukovich/); e New York Times, 18.1.2010, (A. P.), Yanukoyvch Lead in Ukraine Could Be Illusion Il vantaggio di Yanukovich in Ucraina potrebbe essere illusorio.

[96] The New Republic, 5.1.2010, J. Ioffe, Kiev Chamelon La camaleonta di Kiev (“la donna che potrebbe essere il prossimo presidente dell’Ucraina è convinta di essere Evita… letteralmente, Evita” (cfr. www.tnr.com/article/world/ kiev-chameleon/).

   Del resto, poi, manco tanto strana forse questa nuova Evita se si pensa che Hillary Clinton ha comunicato – lo ha detto lei – con lo spirito di Eleanor Roosevelt…, che Ronald Reagan non faceva mossa in politica estera e interna senza consultare la sua fattucchiera…, che in fondo un altro professionista di quello stampo, tal Spurinna, raccomandò a Cesare, racconta tra gli altri Theodor Mommsen, in Storia di Roma antica - libro V,  cap. XI, 1854-1858, di “guardarsi dalle Idi di marzo”. E, di certi recenti e anche presenti governanti italiani, si dice più o meno, lo stesso…

[97] Stratfor, 19.1.2010, Georgia: A Changing View of Russia? Georgia: un visione della Russia in mutamento? (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100119_georgia_changing_view_russia/).

[98] EuranetRadio,21.1.2010, Lithuanian minister quits over CIA prison claimsMinistro lituano si dimette sulle questioni delle carceri segrete della CIA [nel Baltico] (cfr. www.euranet.eu/eng/Today/News/English-News/Lithuanian-minister-quits-over-CIA-prison-claims/). 

[99] Goldman Sachs, 12.2009, 2010 Forecast Previsioni 2010 (cfr. www2.goldmansachs.com/ideas/global-economic-outlook/2010-fore  cast/global-weekly.pdf/); New York Times, 11.1.2020, A. E. Kramer, Ruble Jumps as Russia Returns From HolidaysAl ritorno della Russia dalle vacanze, il rublo salta all’insu.

[100] New York Times, 22.1.2010, A. Liptak, Justices Overturn Key Campaign Limits I giudici della Corte suprema rovesciano i limiti chiave imposti al finanziamento delle campagne elettorali.

[101] E’, naturalmente, il punto richiamato, in termini preoccupati quanto accorati, nell’opinione di minoranza dei quattro giudici meno ammanicati con gli interessi economici e nel vasto dibattito che subito è cominciato… ma che per anni ormai sarà solo accademico: cfr. New York Times, 21.1.10, editors, Room for Debate, How Corporate Money Will Reshape Politics Come i quattrini del mondo degli affari rimodelleranno tutta la politica.

[102] New York Times, 21.1.2010, D. M. Herszenhorn, S. Gay Stolberg e R. Pear, Obama Signals Scaled-Back Ambitions on Health Bill— Obama segnala disponibilità a frenare le sue ambizioni sulla riforma sanitaria

[103] Dante Alighieri, Commedia, Inferno, 3, 63.

[104] New York Times, 4.1.2010, P. Krugman, That 1937 Feeling Quell’aria da 1937.

[105] Cfr. Nota113, Nota114 e Nota115, qui sotto.

[106] J. E. Stiglitz, Freefall - America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy— In caduta libera - L’America,i liberi mercati e l’affondamento del’economia mondiale, W. W. Norton & Co, N. Y., 2010.

[107] New York Times, 18.1.2010, M. Takutani, Skepticism for Obama’s Fiscal Policy Scetticismo per la politica fiscale di Obama.

[108] New York Times, 8.1.2010, B. Herbert, Invitation to Disaster Invito al disastro.

[109] New York Times, 7.12.2009, An Innovation Agenda Un’agenda per l’innovazione.

[110] Washington Post, 2.1.2009, N. Irwin, Aughts were a lost decade for U.S. economy, workers—  Il primo decennio degli anni 2000 è stato un decennio perso per l’economia americana (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/ 01/01/AR2010010101196.html/).

[111] Secondo dati non ancora del tutto confermati, ma approssimati al 90% della certezza, del Bureau of Economic Analysis del Tesoro: cfr. www.bea.gov/national/an1/).

[112] New York Times, 28.1.2010, S. Chan, Bernanke Confirmed for Second Term as Fed Chief Bernanke viene confermato nel secondo mandato come capo della Fed.

[113] Testimoniando al Congresso un anno fa, il 23.10.2008, Greenspan riconobbe di essersi “parzialmente” sbagliato nell’aver fatto opposizione alla regolazione dei mercati: “quanti fra noi guardavano all’interesse delle stesse istituzioni creditizie per proteggere i titoli dei clienti – io, in particolare – siamo ora in stato di shock da incredulità”(Agenzia Bloomberg, 23.10.2008, S. Lanman, Greenspan Concedes to `Flaw' in His Market Ideology— Greenspan ammette gli ‘errori’ nella sua ideologia di mercato: cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=ah5qh9Up4rIg/).

    Era quello che, due secoli e mezzo prima, aveva predicato Adam Smith, che solo una regolazione fatta in nome del bene di tutti, del “bene comune”, e non dei meno, poteva rendere davvero un po’ più libero il mercato. Ma non gli avevano dato retta proprio i suoi tardi laudatori, perché il bene comune non li avrebbe lasciati “liberamente” arricchirsi, appunto alle spalle dei più…

[114] New York Times, 3.1.2009, (A.P.), Bernanke Calls for Regulation to Fight Future Bubbles— Bernanke chiede la regolamentazione per poter combattere in futuro  contro le bolle speculative.

[115] New York Times, 3.12.2009, C. Rampell, Lax Oversight Caused Crisis, Bernanke Says Bernanke afferma che la causa della crisi è stata una supervisione lassista.

[116] Guardian, 27.1.2010, L. Elliott, Soros warns of double-dip recession— Soros ammonisce su [lla probabilità di] una  recessione a W.

[117] E, come viene sostenuto adesso con grande autorevolezza e massima credibilità da uno come Paul Krugman dopo aver visto le loro testimonianze (di Lloyd C. Blankfein, presidente della Goldman Sachs, Jamie Dimon della JPMorgan Chase, John J. Mack della Morgan Stanleye Brian T. Moynihan della  Bank of America: il Gotha in assoluto della professione) davanti alla Commissione d’inchiesta congressuale sulle origini della crisi, neanche adesso ne capisce il perché: New York Times, 14.1.2010, P. Krugman, Bankers Without a Clue I banchieri non ne hanno neanche l’idea. Riassume così il suo consiglio freddamente il Nobel dell’economia: “Chi intende or riformare il sistema finanziario dovrebbe rigorosamente ignorare i consigli che vengono dai cosiddetti saggi di Wall Street la cui testimonianza ha dimostrato come non abbiano proprio niente di saggio da offrire”.

[118] White House, Dichiarazione sulla proposta FCRF-Financial Crisis Responsibility Fee— tributo sulle responsabilità per la crisi finanziaria che, anzitutto, ha il merito di puntare il dito contro i responsabili veri della crisi – almeno quelli “tecnici” anche se non proprio tutti quelli “politici”, loro protettori e loro protetti, spesso ancora al governo (cfr. www.whitehouse. gov/sites/default/files financial­_re sponsibility_fee_fact_sheet.pdf/).

[119] New York Times, 21.1.2010, G. Bowley, $13.4 Billion Earnings in Record Year for Goldman Sachs 13,4 miliardi di $ di profitti in un anno record per la Goldman Sachs.

[120] New York Times, 7.1.2010, S. Rosenbloom, Retailers See Holiday Sales Rebound From Grim 2008Le vendite al dettaglio del periodo di vacanze aumentano dal gran brutto 2008

[121] Bloomberg, 14.1.2010, U.S. Retail Sales Unexpectedly Fall After Bigger Gain Dopo un rialzo maggiore, le vendite al dettaglio vanno giù inaspettatamente (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601068&sid=afCJauk Uq4ug/).

[122] New York Times, 30.1.2010, C. Rampell, U.S. Economy Grew at Fastest Pace in 6 Years Last Quarter L’economia americana è cresciuta al ritmo maggiore da sei anni nello scorso trimestre.

[123] The Economist, 9.1.2010.

[124] New York Times, 8.1.2010, M. Saltmarsh e P. Goodman, In Europe and U.S., Data Shows a Murky Job OutlookIn Europa, come in America, I dati mostrano un quadro occupazionale assai confuso; New York Times, 8.1.2010, P. S. Goodman, U.S. Job Losses in December Dim Hopes for Quick Upswing— La perdita di posti di lavoro a dicembre oscura le speranze di una ripresa rapida; Dipartimento del Lavoro, Bureau of labor Statistics (BLS), 8.1.2020, Employment situation summary Sintesi della situazione occupazionale (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/): e Economic Policy Institute (EPI), Washington, DC, 8.1.2010, Layoffs moderating, but hiring not yet picking up— I licenziamenti rallentano, ma le assunzioni non riprendono (cfr. www.epi.org/economic_snapshots/entry/ layoffs_moderating_ but_ hiring_not_yet_picking_up/).

[125] Guardian, 8.1.2010, L. Elliott, US fears double-dip recession with rising job losses Gli USA con una disoccupazione che continua ad aumentare,temono una recessione a W.

[126] EUROSTAT, 8.1.2010, #5/10, Nov. euro area unemployment rate up to 10.0% - EU27 up to 9.5%— La disoccupazione a novembre nell’eurozona sale al 10% - L’UE a 27 sale dal 9,5% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-08012010-AP/EN/3-08012010-AP-EN.PDF/).

[127] Cfr. Nota congiunturale 12-2009 (con “trova”: Kurzarbeit, nel capitolo sulla GERMANIA).

[128] New York Times, 15.1.2010, J. C. Hernandez, Inflation in Check, but Spending Power Wanes— L’inflazione è sotto controllo, ma il potere d’acquisto declina.

[129] The Economist, 23.1.2010.

[130] New York Times, 9.1.2009. M. Dowd, Captain Obvious Learns the Limits of Cool— Capitan Ovvio impara i limiti del distacco.

[131] New York Times, 11.1.2010, R. Nordland, War’s Fury No Longer Pauses for Afghan Winter La furia della guerra non si ferma più neanche per l’inverno afgano.

[132] New York Times, 21.1.2010, E Bumiller, Pakistan Resists Call by U.S. to Root Out Militants— Il Pakistan dice no alla richiesta americana di sradicare I militanti.

[133] New York Times, 23.1.2010, edit., Pakistan hesitates, again

[134] New York Times, 5.1.2010, R.A. Oppel, M. Mazzetti e S. Mekhennet, Attacker in Afghanistan Was a Double Agent L’attentatore in Afganistan era un agente doppio.

[135] New York Times, 5.1.2010, M. Mazzetti, U.S. Saw a Path to Qaeda Chiefs Before Bombing Gli Stati Uniti vedevano [attraverso il loro agente doppio] la strada per arrivare a catturare i capi di al-Qaeda.

[136] New York Times, 23.1.2010, S. Shane e E. Schmitt, C.I.A. Deaths Prompt Surge in U.S. Drone Strikes

[137] New York Times, 2.1.2010, (A.P.), Karzai Choices for Afghan Cabinet Mostly Rejected Le scelte di Karzai per il governo afgano per la maggior parte bocciate. Alla fine, anche tra le seconde nomine molte sono state bocciate, ma ora una donna c’è anche se non più a capo del dicastero per le politiche “femminili”...

[138] New York Times, 9.1.2010, A. J. Rin e S Rahmi, New Afghan Cabinet Picks Still Generate Resistance— Le scelte per il nuovo governo afgano generano altre resistenze.

[139] New York Times, 24.1.2010, A. J. Rubin, Afghanistan Postpones Elections for Parliament— L’Afganistan pospone le elezioni parlamentari.

[140] USA Today, 8. 1.2010,British FM says aid to Afghanistan conditional Il ministro degli Esteri britannico afferma che gli aiuti saranno condizionati (cfr. http://content.usatoday.com/topics/article/David+Miliband/0h2b37b0Hq9EC/1/).

[141] Stratfor, 20.1.2010, U.S.: Top General Chides Germany On Afghan Strategy USA: il generale comandante delle truppe americane ce l’ha con la Germania per la sua strategia afgana (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100120_us_top_ general _ chides_germany_afghan_strategy/).

[142] Radio Deutsche Welle-World, 20.1.2010, German leaders, public debate Afganistan Leaders e pubblico tedesco dibattono di Afganistan (cfr. http://www.dw-world.de/dw/article/0,,515080 3,00.html/).

[143] Stratfor, 25.1.2010, U.K., Afghanistan: Split The Taliban - PM— GB, Afganistan: Il PM inglese dice che la parola d’ordine è dividere i talebani (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100125_uk_afghanistan_split_taliban_pm/).

[144] Stratfor, 29.1.2010, Global Intelligence, Georgia: An Untenable Proposal to NATO Georgia: una proposta improponibile per la NATO (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100129_georgia_untenable_proposal_nato/).

[145] New York Times, 25.1.2010, E. Schmitt, U.S. Envoy’s Cables Show Concerns on Afghan War Plans— I telegrammi dell’ambasciatore americano mostrano tutta la preoccupazione per i piani sulla guerra afgana; il testo integrale dei due messaggi, sempre sul NYT dello stesso giorno (cfr. http://documents.nytimes.com/eikenberry-s-memos-on-the-strategy-in-afghani stan#p=1/).

[146] New York Times, 28.1.2010, J. F. Burns e A. Cowell, Karzai Sees Taliban Pact as Central to Ending War— Karzai vede l’accordo coi talebani come centrale a metter fine alla guerra.

[147] White House, 7.1.2010, Conferenza stampa alla Casa Bianca della segretaria alla Sicurezza nazionale Janet Napolitano e dell’Assistente alla presidenza per il controterrorismo e la sicurezza interna John Brennan (cfr. www.whitehouse.gov/the-press-office/briefing-homeland-security-secretary-napolitano-assistant-president-counterterrorism/). 

[148] Guardian, 30.1.2010, D. Batty, Blair accused of Iran war hype ahead of election— Blair sotto accusa per aver gonfiato la guerra in Iran in campagna elettorale.

[149] Stratfor, 29.12.2009, Another View of Iran— Un altro punto di vista sull’Iran (cfr. www.stratfor.com/analysis/20 091229_another_view_iran/).

[150] New York Times, F. e H. Mann Leverett, Another Iranian Revolution? Not Likely Un’altra rivoluzione iraniana? Non proprio probabile.

[151]Ashura’, letteralmente significa ‘il 10°’, il decimo giorno di Muharram cioè, primo mese dell’anno islamico. Sciiti, come gli iraniani, e sunniti, come la stragrande maggioranza degli arabi (il 90% dei maomettani si dice sunnita), lo interpretano diversamente: i sunniti lo ricordano per l’istituzione da parte del profeta stesso di un giorno di digiuno, facoltativo ma raccomandato, a somiglianza del Giorno dell’Espiazione del calendario ebraico; gli sciiti, invece, lo commemorano come l’anniversario dell’uccisione, nel 680 d. C. alla battaglia di Karbala (ora in Iraq), del nipote di Maometto e suo – da loro – riconosciuto successore, Hussein.

[152] Payvand Iran News, 23.1.2010, Agenzia Mehr, Iran's Rafsanjani: Leader most qualified person to resolve problems— Rafsanjani: la Guida suprema è la persona più qualificata a risolvere I problemi dell’Iran (cfr. www.payvand.com/ news/10/jan/1218.html/).

[153] Stratfor, 11.1.2010, Iran: Media Claims Uranium Enrichment Suspension Iran: la stampa parla di sospensione dell’arricchimento dell’uranio (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100111_iran_media_claims_uranium_enrichment_su sp en sion/).

[154] Xinhua (Agenzia Nuova Cina), 12.1.2010, , Iran ready to discuss site of nuclear fuel swap: spokesman Portavoce [degli Esteri dice]: l’Iran pronto a discutere del luogo dello scambio del combustibile nucleare (cfr. www.cnffi.com/English/Inter national-Market/2010/0112/148711.html/).

[155] Wopular, 18.1.2010, Reuters, Iran Says Sees Signs Of Progress In Nuclear Talks— L’Iran dice di vedere segnali di progresso nei colloqui nucleari (cfr. www.wopular.com/iran-says-sees-signs-progress-nuclear-talks lar.com/iran-says-sees-signs-progress-nuclear-talks/).

[156] Ren Min Ribao (Il quotidiano del popolo), 20.1.2010, Iran says German, Israeli comments on nuclear issue ‘repetitious’— L’Iran dice che i commenti tedeschi e israeliani sulla questione nucleare sono ‘ripetitivi: e, in effetti,le specifiche rimostranze di Teheran sono motivate dalle recenti dichiarazioni di Angela Merkel in occasione della visita a Berlino del primo ministro israeliano Netanyahu: a prima  vista, almeno, effettivamente, molto allineate alle sue.

[157] Voice of America (VoA), 12.1.2010, G. Thomas, US Defense Spy Chief: Iran Undecided on Nuclear Bomb— Il capo delle spie della Difesa USA: l’Iran non ha ancora deciso se farsi la bomba atomica (cfr. www1.voanews.com/ english/news/middle-east/US-Defense-Spy-Chief-Iran-Undecided-on-Nuclear-Bomb-81256887.html/).

[158] Reuters, 18.8.2009, Iran’s major oil customers, energy partners— I principali clienti petroliferi e partners energetici dell’Iran (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE57H1UJ20090818/). La Cina, tra l’altro, importa da Teheran il 15% del proprio consumo di petrolio; dopo il Giappone, con un po’ più del 20%, è il secondo cliente assoluto. L’Italia, per dire, oltre al molto greggio importato, è alla testa, con l’ENI, del consorzio internazionale per l seconda fase di sviluppo del giacimento di Darkhovin, che punta a una produzione di 160.000 barili di greggio al giorno al posto degli attuali 50.000. E la Edison – per dire sempre e solo dei principali accordi – ha poi firmato con la National Iranian Oil Company un contrato di prospezione da 107 milioni di $ per il  giacimento offshore di Dayyer, nel Golfo Persico.

[159] New York Times, 6.1.2010, N. MacFarquahar, Chinese Envoy Objects to More Penalties for Iran L’ambasciatore cinese si oppone ad altre sanzioni contro l’Iran.

[160] New York Times, 11.1.2010, Turkey Lashes Out at Israel— La Turchia condanna Israele.

[161] New York Times, 12.1.2010, Israel Angrily Rejects Turkish Leader's Charges— Israele respinge irosmetne le accuse del primo ministro turco.

[162] Newsweek, 12.10.2009, L. Wheymouth [che, naturalmente, si guarda bene dal farglielo rilevare; o forse – peggio, col mestiere che fa  – neanche lo sa…], ‘All options, means all options’— ‘Ogni opzione, significa ogni opzione’, nessuna esclusa. Cioè: compresa la guerra preventiva a Teheran…

[163] Anzi: vedi qui sopra, Nota157.

[164] BBC, 12.12.2006, Israeli PM in nuclear arms hint— Il primo ministro israeliano accenna alle armi nucleari [di Israele].

[165] Nuclear Weapons Archive, 10.12.1997, Israel’s Nuclear Weapons Program Il progrannma di armamenti nucleari di Israele (cfr. http://nuclearweaponarchive.org/Israel/index.html/).

[166] Stratfor, 16.1.2010, Iran, U.S.: World Powers Meeting Ends Inconclusively Iran-USA: l’incontro tra potenze mondiali finisce senza niente di conclusivo (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/20100116_iran_us_world_powers_meeting_ ends_ incon clusively/).

[167] Christian Science Monitor, 10.1.2010, I. R. Prusher, Israel shrugs off Mitchell's loan threat Spallucce alla minaccia di Mitchell sui prestiti (cfr. www.csmonitor.com/World/Middle-East/2010/0110/Israel-shrugs-off-Mitchell-s-loan-threat/).

[168] Ha’aretz, 11.1.2010, A. Harel, U.S. to store $800m in military gear in Israel Gli USA immagazzineranno 800 milioni di $ di materiale militare in Israele (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1141745.html/).

[169] New York Times, 30.1.2010, J.F. Burns e A. Cowell, Citing 9/11, Blair Defends Legacy at Iraq Inquiry Nell’inchiesta sull’Iraq e citando l’11 settembre [che gli viene fatto notare, però, con Saddam non c’entrava niente] Blair difende il retaggio del suo premierato [bé, difende: caritatevolmente diciamo che ci prova… senz ovviamente riuscirci].

[170] Guardian, 15.1.20120, M. Chulov, Sunni candidates ban threatens Iraq election— Il veto ai candidati sunniti minaccia le elezioni in Iraq.

[171] The Economist, 16.1.2010; (per il testo integrale delle Conclusioni della Commissione di inchiesta [in inglese], cfr. http://download.onderzoekscommissie-irak.nl/conclusions_rapport_commissie_irak.pdf/. 

[172] New York Times, 9.1.2010, A. Cohen, A nonstarter on arms conttrol Una falsa partenza sul controllo degli armamenti [nucleari].

[173] Stratfor, 25.1.2010, U.S., Russia: Technical Data Sharing Preventing START Replacement Deal USA,Russia: la   condivisione di dati tecnici impedisce l’accordo sul rimpiazzo del Trattato START (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100125_ us_ russia_technical_data_sharing_preventing_start_replacement_deal/).

[174] New York Times, 22.1.2010, J. Dempsey, Poland to Deploy U.S. Missiles Near Russia La Polonia piazzerà i missili americani proprio vicino alla Russia.

[175] RIA Novosti, 22.1.2010, Russia's Navy to build up Baltic Fleet over Polish missile plans— La Marina russa rafforzerà la Flotta baltica contro i piani missilistici polacchi (cfr. http://en.rian.ru/russia/20100121/157633929.html/).

[176] Stratfor, 21.1.2010, Poland:? Missiles for Morag Polonia: Missili a Morag? cfr. www.stratfor.com/analysis/2010012 1­_ poland_missiles_morag/).

[177] Xinhua, 12.1.2010, Spain says Russia's European security initiative "timely"— La Spagna sostiene che l’iniziativa russa della sicurezza europea è ‘tempestiva (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2010-01/13/content_12798812.htm/).

[178] The Economist, 30.1.2010.

[179] Cfr. qui sopra Nota127.

[180] Stratfor, 5.1.2010, Germany: Country At Risk Of Weak Growth-Economist— Economista [ma non uno qualsiasi: W. Franz, il capo dei saggi, è presidente dello ZEW (Zentrum für Europäische Wirtschaftforschung Centro di ricerche economiche europee] (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20100105_germany_country_risk_weak_growth_economist/).

[181] DESTATIS, 13.1.2010, bollettino #012, Germany experiencing serious recession in 2009— La Germania sperimenta una dura recessione nel 2009 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/ pr/2010/01/ PE10__012__811,templateId=renderPrint.psm/).

[183] DESTATIS, 13.1.2010, bollettino #012, Germany experiencing serious recession in 2009— Nel 2009 la Germania sperimenta una seria recessione (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/2010/01/PE10__012__811,templateId

=renderPrint.psml/).

[184] DESTATIS, 5.1.20109, bollettino #02, Number of employees continues to moderately fall November 2009 Il numero di occupati  continua a calare moderatamente a novembre 2009 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/si tes/destatis/Internet/WN/press/pr/2010/01/PE10__003__132,templateId=renderPrint.psml/).

[185] DESTATIS, Consumer prices in 2009: +0.4% on the previous year— Prezzi ai consumi nel 2009. +0,4% sull’anno precedente (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/Preise/CPI,template Id=renderPrint.psml/).

[186] YouTube,20.1.2010, Several Federal Cuts coming, Schauble says Diverse tagli al bilancio in arrivo, dice Schauble (cfr. www.youtube.com/user/jberni1/).

[187] New York Times, 27.1.2010, Reuters, Sarkozy Warns Against Abrupt Monetary Stimulus Exit Sarkozy ammonisce da un’uscita affrettata dallo stimolo monetario.

[188] The Economist, 30.1.2010.

[189] TIME Magazine, 18.12.2009, C. Dillon, Double it and you get the real jobless total (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/ comment/columnists/guest_contributors/article6960897.ece/).

[190] Office of National Statistics (O.N.S.), 26.1.2010, GDP Growth: UK output increases by 0.1 per cent Crescita del PIL: in Gran Bretagna sale dello 0,1% (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget.asp?id=192/).

[191] Daily Mail, 20.1.2009, Surge in inflation makes cost of living highest since 1997, and it could push interest rates higher L’impennata dell’inflazione fa toccare al costo della vita il rincaro più alto dal 1997 e potrebbe spingere all’insù il tasso di sconto (cfr. www.dailymail.co.uk/news/article-1244357/Inflation-surges-record-rate-VAT-cut-comes-end.html/).

[192] The Economist, 30.1.2010.

[193] Guardian, 13.1.2010, K. Hopkins, Recovery remains fragile as manufacturing output falls— La ripresa resta fragile con la caduta che continua del manifatturiero.

[194] Guardian, 27.1.2010, K. Allen, UK retail sales falling fastLe vendite al dettaglio calano rapidamente in Gran Bretagna.

[195] Guardian, 20.1.2010, P. Wintour e A. Gentleman, Harriet Harman puts class at heart of election battle Harriet Harman mette diferenze e conglitto di classe al cenmtro del dibattito elettorale.

[196] Guardian, 25.1.2010, J. Glover, Guardian/ICM poll: Conservatives show vulnerability in class battle— Sondaggio Guardian/ICM: i conservatori mostrano la loro vulnerabilità sul fronte di “classe” [ma restano nettamente in testa…].

[197] New York Times, 26.1.2010, B, Wassener, Japan’s High Debt Prompts Credit Rating WarningIl debito elevato del Giappone provoca un avvertimento sul livello del rating.

[198] New York Times, 28.1.2010, Reuters, Japanese Exports Rise for First Time Since Crisis Began L’export nipponico cresce per la prima volta dall’inizio della crisi.