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     02. Nota congiunturale - febbraio 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

31.1.2009

Angelo Gennari

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Megalomane: Berlusconi, che non andrà all’inaugurazione della presidenza di Barak Obama. Una scelta rispettabilissima, ma motivata (ma forse era anche questa una battuta, no? come quella dell’“abbronzatura”, ricordate…?) “perché io sono un protagonista e non una comparsa”… Quando naturalmente, come s’è poi visto in televisione, e come da sempre, nessun capo di Stato, tanto meno di governo, straniero è mai stato invitato alle lunghissime cerimonie dell’inaugurazione  di un nuovo presidente statunitense. Insomma, excusatio non petita

Pochissime note a margine per non limitarsi semplicemente ad elencare le notizie, deprimenti davvero, sull’economia: dal 46% in meno della produzione di auto al -12 della produzione manifatturiera. Col peggio che deve ancora arrivare quando, come ci ricorda l’OCSE, già da anni l’economia italiana è in coda all’Europa.

• Senza più fondo, o quasi, il debito pubblico: a ottobre 2008, uguale a 1.670 miliardi e 600 milioni di €; ma adesso, specifica la Commissione europea a metà gennaio, si avvia al 109% del PIL;

• quanto al rapporto deficit/PIL, il buco di bilancio, a fine anno (stessa fonte), andrà al 3,8% . Del fatto si dice preoccupato, Almunia[1], il pedestre Commissario all’Economia dell’Unione: ma poi aggiunge che capiterà lo stesso quasi a tutti, e comunque a tutte le grandi economie d’Europa…, anche se non ne tira alcuna conseguenza (con la crisi è saltato Maastricht e bisogna prenderne atto) per la serietà dell’obbiettivo e dell’Europa stessa;

prodotto interno lordo che calerà secco del 2% (solo due mesi fa, la previsione UE era di uno stallo allo 0%: adesso per tutta l’Unione, preconizzano -1,8%, il dato della Francia, -2% per Spagna e Italia, per l’Irlanda addirittura un -5% e per la Germania un pessimo -2,3%;

• e questo quadro – con una disoccupazione che dovrebbe mediamente salire al 10% – anche se dappertutto ormai in presenza di piani anticrisi che, per centinaia di miliardi di €, si sono imposti per tentare di far fronte nell’immediato alla crisi;

• un po’ dappertutto meno che, forse, da noi dove abbondano soprattutto le chiacchiere, al solito. Di PIL poco più dello 0% (5 miliardi di €, niente cioè, molto meno dello 0,5%…) è, in buona sostanza, tutto il pacchetto di salvataggio, la cifra stanziata dal governo, votata per decreto alle Camere ed effettivamente spendibile… Siamo stati i primi…, abbiamo deciso…, ho deciso…, ho detto agli altri come fare e che fare…, ho fatto…, ecc., ecc.: tutte le grida berlusconiane… neanche manzoniane, data la loro mancanza di dignità anche solo formale, tradotte così praticamente in un niente.

All’auto, poi, mentre Francia, Germania e Inghilterra forniscono in varie forme (rottamazioni, sussidi, assegni di disoccupazione, aiuti mirati a R&S) supporti straordinari chi per 2 chi per 3 miliardi di € (per non parlare dei 15 miliardi di $ che il governo Obama sta elargendo a Detroit, su input originale di Bush addirittura), il nostro pacchetto di salvataggio laboriosamente elargito quando certi taumaturghi (vero Marchionne?), abbassando la testa ammettono che, sì, anche loro ne hanno bisogno – un pacchetto come è giusto allargato poi a tutto il settore, indotto compreso – sarà al massimo di 400 milioni di €…

Lo lamenta giustamente, tra gli altri, l’ex ministro del Lavoro, Damiano, osservando che mentre gli altri si muovono “noi come al solito guardiamo ai saldi di bilancio”… Peccato che quando era al governo con Prodi e Padoa Schioppa, per guardare anche loro, “come al solito” appunto, ai saldi di bilancio (per questo, forse, dice quel “noi” rivelatore…) se ne siano fregati tal quali di chi era in difficoltà con la fine del mese – chi perdeva lavoro e sicurezza del lavoro, i disoccupati, i giovani che non lo trovavano più – e ci abbiano perso su le elezioni… regalandoci adesso la trimurti, questa mortale sì, Belusconi, Bossi e Tremonti con codazzo di Sacconi, Maroni e variegati Brunetta chi sa ancora per quanti anni.

Sulla questione della tassa, o del contributo, da far pagare agli immigrati che si regolarizzano in Italia – come al solito quasi di certo solo chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere, ma costruite per alimentare spavento ed allarme sociale e cariche di astio e di irrazionali paure: miseranda e meschina faccenda – si dimentica che: il 9% del PIL italiano (ufficiale: per quello ufficioso, forse il 15%) è “fatto” dai 4 milioni di immigrati regolari (ISTAT); e che, nel 2007, hanno pagato 3 miliardi e 749 milioni di imposte, quasi 1.000 € a testa: più di tanti piccoli e medi imprenditori nostrani nullatenenti…

L’ultimo numero trimestrale del Bollettino economico della Banca d’Italia[2] conclude, ancora, che nel quarto trimestre il PIL calerà alla fine tra -1,1 e -1,5% sul precedente trimestre. A fronte del +1,4% di crescita del 2007, l’economia si è contratta 0,6% l’anno scorso, dice ora Bankitalia. ma quando a marzo uscirà la prima stima ufficiale dell’ISTAT, vedrete, il calo sarà dello 0,8%. Almeno… Sul lato della stima dell’inflazione, Bankitalia si attende che il tasso annuale di inflazione si stabilizzerà sull’1,1%.

Il Bollettino è quanto mai realistico, stavolta:  già a partire dai titoli che è utile approfondire:

•“La crisi di fiducia si è estesa dai mercati finanziari alle scelte di consumatori e imprese

Gli interventi di governi e autorità monetarie hanno prevenuto sviluppi ancora più drammatici

Gli indicatori congiunturali sono negativi in tutte le principali economie e le politiche economiche divengono espansive

L'area dell'euro è entrata in recessione

Anche l'Italia è in recessione… [sarebbe un po’ curioso se no…]

Aumentano il fabbisogno e il debito delle Amministrazioni pubbliche

L'attività economica in Italia cadrebbe ancora nel 2009 e si stabilizzerebbe nel 2010

L'inflazione, in forte discesa nel 2009, rimarrebbe ben al di sotto del 2% anche nel 2010

La previsione è soggetta a incertezze di segno opposto…”.

Viene data notizia che la FIAT ha acquisito il 35% delle azioni della Chrysler. E’ un tentativo interessante di due case automobilistiche che hanno avuto difficoltà ad espandersi all’estero di allearsi per tentare di farlo. In realtà, la FIAT non ha paga un euro di cash alla Chrysler, ma in cambio della sua quota di azioni le darà accesso a motori più piccoli – una strada nuova per Detroit –, alle tecnologie delle sue trasmissioni, alla sua rete distributiva internazionale.

Il tutto dovrebbe servire a dare immediata credibilità ai progetti di nuove e più ambientalmente rispettose tecnologie che la casa americana deve presentare entro due mesi al Congresso americano se non vuole restituire, alla scadenza, i 4 miliardi di $ di prestito ricevuti per poter usufruire degli aiuti federali già stanziati ma, ad una nuova credibilità ambientale, diciamo, espressamente condizionati[3].

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Lo dice stavolta anche il capo economista del Fondo monetario internazionale, che di mestiere fa l’ottimista: il 2009 a livello globale sarà l’anno peggiore per l’economia dal 1945. La crescita globale sul pianeta, prevista al +2,2% solo a novembre, adesso, neanche due mesi dopo il FMI la prevede appena allo 0,5: più di quattro volte inferiore. Insomma, non è una previsione sbagliata del 100%, ma addirittura del 400%. L’economia americana si contrarrà dell’1,6%, quella dell’eurozona del 2 e quella giapponese del 2,6%. Il paese che andrà peggio tra le grandi economie industriali nell’anno, con una contrazione del 2,8%, sarà la Gran Bretagna[4].

Stavolta, la decisione dell’OPEC presa nell’ultima riunione di dicembre sembra aver messo radici: la caduta del prezzo del barile (da $145 a luglio ai 32 di dicembre) è stata sicuramente bloccata e una qualche ripresa c’è stata attraverso la riduzione del flusso del greggio concordata e, una volta tanto, anche applicata, con una disciplina risultata, nei fatti, “estremamente elevata[5].

A scanso di equivoci, poi, e per completezza di informazione, sembra opportuno chiarire che, se il ribasso del prezzo del greggio degli ultimi mesi ha inciso profondente sulle entrate degli Stati produttori, ha appena intaccato quelle dei grandi petrolieri. I soliti, Exxon, Shell, Total, ecc., ecc.. Anzi. Anche se le entrate della Exxon nell’ultimo trimestre del 2008 sono calate del 33% col calare dei prezzi, ma il profitto nel corso dell’anno stesso per la Exxon americana è stato il record, a 45,2miliardi di $[6].

A livello globale, nel 2008, le grandi borse del mondo (diciamo, quelle della trentina di paesi dell’OCSE, i più sviluppati) hanno persi, nel calcolo dell’indice MSCI[7], il 42% del loro valore cancellando oltre un terzo, 29.000 miliardi di $, dal valore di 70.000 miliardi di $ che è il valore approssimato del PIL mondiale e, in una sola botta tutti i guadagni di borsa dal 2003. Cioè, a livello mondiale, va detto subito, è andata perfino peggio che negli Stati Uniti, solo che quello che succede lì pesa e, la fine della fiera,influenza se non causa tutto[8].

L’indice della produzione manifatturiera a livello mondiale è al livello più basso (a dicembre, -1,2 a 35) dal 1960, da quando cioè le statistiche rilevanti ne tengono conto: il risultato di un ribasso record francese (indice a 34,9), della zona euro nel suo complesso (33,9), tedesco (32,7) e nipponico (indice a 30,8). In Italia, a dicembre, invece leggera crescita (da 34,9 a 35,5)[9].

Forse ci sono alcune importanti lezioni generali che si possono ricavare già oggi da questa crisi, dalla sua dimensione globale e dalla sua scioccante profondità. Nell’ordine, ma necessariamente non in ordine di importanza, che:

• la prima lezione, forse anche la più ovvia ma anche la più importante, è che i mercati completamente liberi, cioè sregolati o semplicemente affidati all’autoregolamentazione dei loro attori, costituiscono un meccanismo pericoloso perché, inevitabilmente, vanno male. Secondo la vecchia, spesso dimenticata lezione di chi lo celebra sempre e solo per qual che fa a lui comodo, del fondatore del sistema, Adam Smith, quando ricordava, oltre a mille altre geniali intuizioni, specificamente in materia che non si può perché “l’interesse dell’uomo d’affari, in qualsiasi particolare branca del commercio o dell’industria, è sempre in qualche aspetto differente e persino opposto a quello del pubblico. [Perché] suo interesse è sempre quello di ampliare il mercato e ridurre la concorrenza…, la seconda cosa sempre sicuramente contraria al pubblico interesse…

    [Per questo] la proposta di ogni nuova regolamentazione legislativa e commerciale proveniente da questa classe dovrebbe sempre essere ascoltata con grande cautela e non dovrebbe mai essere adottata prima di lungo e attento esame, cioè considerata non soltanto con la più scrupolosa ma con la più sospettosa attenzione.

    Essa viene [infatti] da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico, la quale ha generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico e la quale di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato e oppresso[10].

• lezione seconda, in quest’ordine, e a questa correlata è che la libertà di movimento dei capitali ha imposto a tutti e a vantaggio solo di pochi costi assai alti: economici sociali e politici. La rimozione a partire dagli anni ‘70 dei controlli sui cambi delle valute è stata la decisione chiave che ha consentito tutti gli eccessi degli anni seguenti. Si impone ormai la decisione di riaffidare compiti di regolazione ai governi che – chi meno chi più certo, ma tutti in qualche modo – devono rendere conto (attraverso elezioni o rivoluzioni) ai propri cittadini; e non più ai mercati che non rispondono a nessuno irresponsabilmente, per definizione, del loro operare. Serve, ormai, un qualche nuovo regime internazionale, quello che l’ultimo G20 ha chiamato – impropriamente ma dando l’idea – una nuova Bretton Woods: però coi denti necessari a mordere, per disciplinarli, mercati altrimenti e immancabilmente ribelli. Altrimenti sarebbe solo una mano di vernice.

• la terza lezione è che il coinvolgimento del governo, del potere pubblico, nella conduzione di un’economia moderna non solo è utile ma essenziale: lo hanno dimostrato ormai i fatti, smentendo le teorizzazioni azzardate, si è visto, del la assenza di governo come panacea della crescita e della stabilità autoregolata del sistema. Perché è questa – come diceva sempre Smith del resto, in nome del “bene comune” – non le banche, non il settore privato – l’autorità di ultima istanza cui la comunità si rivolge per la propria salvezza: per mantenere il valore della moneta, un livello adeguato di liquidità e credito, investimenti essenziali in infrastrutture che non rendono profitti tanto immediati quanto copiosi da attirare gli investimenti privati.

• quarta lezione è che la politica di bilancio— quella che i tecnici chiamano la politica fiscale ed è decisa dai governi: come far finanziare, dove investire e quanto le risorse, è più importante e efficace della politica monetaria— quella decisa dalle banche centrali e che si preoccupa, essenzialmente, di mantenere, cosa pur importante, il valore della moneta. Era falsa, dunque, perché parziale (di parte e incompleta) la lezione del monetarismo predicata negli anni ‘70 dalle scuole di Friedrich von Hayek e  Milton Friedman ed imposta negli anni ’80 da Thatcher e Reagan. Era più giusta quella che prima di loro aveva insegnato al mondo la scuola di John Maynard Keynes.

• ancora, la quinta lezione cui non si sfugge è che i grossi squilibri presenti nell’economica mondiale (di ricchezza, risorse, capacità di accaparrarsele, potere d’acquisto e potere tout court) causeranno inevitabilmente, per definizione, sconvolgimenti degli equilibri sociali e politici. Un fenomeno di evidente impatto economico diventa, dunque, nel clima della globalizzazione che avanza e mette potenzialmente a disposizione di tutti – poveri e ricchi – anche reali mezzi di distruzione di massa diventa un evidente e spesso determinante fenomeno sociale e politico.

• sesta, e per ora, almeno per noi, ultima cruciale lezione – e il cerchio si chiude: ci si riallaccia alla prima – è che ai banchieri (teoricamente puri e semplici esecutori delle volontà degli investitori) non dovrebbero essere affidati poteri importanti nelle decisioni di politica economica. Non c’è stata decisione politica di fondo come quella di consegnare all’autorità indipendente delle banche centrali che sia stata più unanimemente salutata come una scelta giusta negli anni ’80; mentre oggi è palese che le decisioni dei banchieri, centrali e non, sono state e sono spesso sbagliate, monocole, e certo non più affidabili ed imparziali ma dettate dal proprio interesse, almeno di casta, di quelle dei croupiers di un tavolo da gioco.

La lezione che riassume tutte le precedenti è che le decisioni principali di politica economica, inclusa un’efficace regolamentazione dei mercati, vengano restituite a qualche forma di controllo democratico: come l’ho definito prima, che debba rendere conto del proprio operato ai più. Migliore, per definizione e per esperienza, come s’è ben visto, di qualsiasi illuminismo autocratico e tecnico-specialistico.   

in Cina

In Cina ci vanno giù duri – non lo possiamo certo salutare con favore ma perversamente, va ammesso, qualche po’ di soddisfazione dobbiamo pur registrarla – e condannano a morte proprietari e gestori delle imprese che avevano fabbricato e venduto, in patria e all’estero, quantità rilevanti di latte contaminato. La padrona della SANLU, Tian Wenhua, una delle donne più ricche del paese, è stata l’unica tra gli accusati a cavarsela con l’ergastolo per l’attenuante riconosciutale di avere, dopo mesi però, denunciato alle autorità le sue malefatte.

Noi, magari non a morte per questioni di principio, avremmo condannato come loro anche i funzionari governativi e altri che li hanno lasciati fare. Ma c’è ancora tempo… queste sono solo le prime condanne. Insomma, un po’ di sano giustizialismo – che poi significa giustizia per tutti: ma proprio per tutti, non solo per i meno ricchi e i meno potenti – tutto il contrario delle assoluzioni per prescrizione o per clemenza fuori luogo in uso così selettivamente da noi[11]

Il PIL nell’ultimo trimestre del 2008 è cresciuto solo del 6,8% sullo stesso dell’anno prima: la crescita più debole da sette anni. Complessivamente, nel 2008, l’economia del paese è aumentata del 9%, anche qui una caduta secca dal 13% dell’anno precedente[12].

L’indice della produzione manifatturiera[13] segna a dicembre livello 41,2: per il terzo mese consecutivo al di sotto del cosiddetto livello di ‘neutralità’del 50% (al di sopra crescita, al di sotto diminuzione). Comunque, su novembre, il segno è positivo: +2,4%.

Questo paese sta ormai cominciando a rivedere, rapidamente, la sua propensione ad assorbire sotto ogni forma (azioni, buoni del Tesoro, ecc.) i titoli del debito estero americano (ne ha in cassa per 1.000 miliardi, un triliardo di $[14]: e, negli ultimi cinque anni, ne ha assorbiti per 1/7 del valore di quel che produce.

E, adesso che deve finanziare il suo enorme pacchetto di rilancio, sui 600 miliardi di $, il più vasto al mondo in proporzione all’economia da rilanciare (mirato in specie ad incrementare il reddito delle zone rurali, ad un maggiore consumo interno, al disinquinamento e a costituire una rete ancora largamente carente di infrastrutture), adesso la Cina tende già a tenersi in casa i propri soldi. Un fatto che potrebbe avere effetti penosi su chi in America si fa prestare soldi dai creditori cinesi: dalla Banca centrale, da imprese, da investitori.

Il problema ancora non si manifesta perché, data la situazione di turbolenza – non solo finanziaria – globale, gli investitori in giro per il mondo non si sa se a ragione od a torto ma, certo, irrazionalmente stanno mandando i loro soldi proprio in America puntando sulla leggendaria stabilità dei bonds americani (leggendaria: straordinaria cioè; ma anche una favola).

Ma, più aumentano gli acquirenti, più diminuiscono inversamente i rendimenti dei buoni del Tesoro, specie di quelli a breve che sono praticamente già a zero. Cioè, non rendono niente a chi li manda in America, scommettendo sulla sicurezza dell’investimento ma, a questo punto, rinunciando a fare ogni profitto. O quasi… Cosa che neanche la Cina si può più permettere a cuor leggero.

A lungo termine, naturalmente, se la Cina adoprasse i suoi soldi per favorire la propria crescita, e in specie l’indirizzasse verso l’aumento dei consumi della popolazione più povera, le infrastrutture e l’urgentissimo risanamento ambientale, piuttosto che promuovere i consumi americani e se gli americani saranno disincentivati dallo scialacquare più di quanto producono e costretti, invece, a risparmiare un po’, l’effetto sarebbe anche buono.

Ma se la transizione non sarà condotta con la gradualità necessaria e la Cina non avrà il diritto, internazionalmente riconosciuto (al Fondo monetario, al G8, ecc., ecc.) a contare molto di più di quanto l’abbiano fatta contare finora – dei suoi soldi, in fondo, più che di quelli di ogni altro, si tratta – potrebbe essere un’altra catastrofe economica mastodontica.

Nel 2008 la Cina ha superato per numero di connessioni Internet anche gli Stati Uniti[15]. Il numero di navigatori del web è salito del 42%, a quasi 300 milioni (molto lo spazio di crescita ancora, comunque: naviga, per ora, un cinese su quattro, quattro e qualcosa, più che altrove comunque). La crescita è legata a quella economica in generale e, specialmente all’allacciamento su larga scala di nuove linee telefoniche e della banda larga che ora è disponibile anche in molte aree rurali e che il governo intende veder estesa (probabilmente riuscendoci in base all’esperienza delle promesse di questo genere del passato, a differenza che in molti altri paesi molto più di per sé tecnologicamente avanzati) entro il 2010 in ogni villaggio.

E’ limitato, l’accesso ai siti che si possono visitare: per ragioni di censura, morale – diciamo così – ma anche politica: ha spiegato tempo fa il premier Wen Jabao[16] che “si tratta, come in moltissimi altri paesi, compresi gli Stati Uniti, di per proteggere la sicurezza complessivamente intesa del paese e la libertà della maggioranza dei cittadini”.

Intanto, la bilancia commerciale registra a novembre, contro le attese, il secondo attivo di sempre, a 39 miliardi di $, pur con il massimo di caduta dell’export in un decennio. Le esportazioni sono, infatti, calate in volume del 2,8% sull’anno scorso, ma le importazioni (la crisi, anche qui…) vanno giù di dieci volte tanto, del 21,3%.

Secondo alcuni (tra cui anche l’OCSE[17]) la politica governativa del “figlio unico” sta comportando conseguenze pesanti nel paese per le generazioni più anziane: non ci sono, così, contributi sufficienti per pagare già tra qualche anno le pensioni[18]. E’ una strana conclusione, però, visto che finora le pensioni in Cina – ridicolmente basse anche in rapporto ai bassi salari – sono state pagate direttamente dalla spesa pubblica. La verità è che l’OCSE le vorrebbe liberalizzate, privatizzate e pagate in base ai contributi versati da ciascuno per sé: come vorrebbe dappertutto e da anni.

Il nuovo ministro del Tesoro, Tim Geithner, che ha avuto problemi seri nell’esame in Senato per la conferma (peccatucci personali di evasione fiscale, emersi dalle indagini: alla fine la sua designazione è stata approvata secondo un voto di blocco partitico: 60 voti a 34) ha aperto con la Cina un fronte delicato e controverso: durante quelle audizioni – anche per sviare i titoli dei giornali dai guai suoi? – l’ha accusata di “manipolare la sua valuta” non consentendo che rifletta il proprio valore effettivo sui mercati dei cambi lasciandola fluttuare, entro una banda stretta, contro il dollaro. E così aiutando le esportazioni cinesi. E’ dal 2005 che la Cina ha scollegato dal dollaro il suo yuan che, da allora, si è apprezzato di circa il 20%.

I cinesi si incavolano a questi discorsi – manipolare la valuta in diplomatese è linguaggio forte e inusuale – anche per le flagranti contraddizioni di Geithner che trova il modo di dire al Senato, una frase che viene subito dopo l’altra, che la Cina manipola la sua valuta, per tenerne basso il valore rispetto al dollaro – quando essendo il tasso di cambio dello yuan fisso, entro una banda di oscillazione preannunciata e limitata, non si capisce come possa venire “manipolato” – e che, in ogni caso, lui sostiene la necessità di un “dollaro forte”. Ed è l’una cosa o l’altra, non tutte e due insieme, per la contraddizion che, appunto, nol consente.

Poi si arrabbiano molto anche perché non sono poche le monete importanti che fluttuano in maniera simile alla loro al mondo. Ma il fatto è che anche Geithner, come spesso fanno gli americani, si preoccupa solo della loro valuta perché, anche se negli ultimi mesi hanno lasciato rivalutare lo yuan frenando molto il loro stesso export, le esportazioni cinesi fanno una concorrenza dura alle loro produzioni e restano un bersaglio facile per il populismo interno che invoca protezionismo. Geithner, in effetti, ha anche aggiunto alla sua testimonianza l’impegno “a usare regressivamente tutte le vie diplomatiche per far cambiare strada ai cinesi[19].

Il premier cinese, Wen Jiabao, ha contrattaccato a Davos, citando “le politiche macroecononiche inappropriate ed insostenibili di ‘certi paesi’caratterizzate da bassi tassi di risparmio e alti consumi ed il fallimento di ogni supervisione e di ogni regolazione finanziaria… che ha permesso ai derivati finanziari di espandersi a macchia d’olio[20]. (Tra parentesi: analogo, il giorno prima, era stato il senso dell’intervento del premier russo, Vladimir Putin: quelli che ci sono venuti predicando le virtù libero mercato per ani, adesso nazionalizzano tutto quello che possono: e neanche chiedono di scusarli…).

Hanno probabilmente, anzi sicuramente, ragione entrambi, il cinese e l’americano. Ma se il peccato della Cina sulla valuta, mettiamola così, è un peccato veniale anche se parecchio irritante (meno grave nella attuale congiuntura economica che sta già riducendo le sue esportazioni), quello degli USA (la deregolamentazione di tutti i mercati, anzitutto quelli finanziari) è mortalmente grave. E ha buttato tutti in rovina.

nei paesi “emergenti”

Questo mese, proprio la Cina è diventato il 48° membro della Banca Inter-Americana per lo Sviluppo (IADB): un evento diplomatico che ne fa il 22° affiliato non titolato a chiedere prestiti (oltre agli USA, a 16 paesi europei, al Canada, ad Israele, al Giappone e alla Corea del Sud) e un grande fatto politico che “in questo modo mostra forse l’esempio più eclatante della presenza crescente della Cina in America latina[21]. Un po’ dovunque, vista la trascuratezza e la non volontà, forse anche ormai l’incapacità degli Stati Uniti di lasciarsi coinvolgere in modo positivo, cioè in condizioni di uguale dignità con i latino-americani, nello sviluppo del subcontinente latino-americano[22].

EUROPA

Dopo un anno da quando – ufficialmente – gli Stati Uniti sono affondati, e di parecchio ormai è chiaro, nella recessione, il virus va contagiando l’Europa (i dati specifici in ogni singolo capitolo/paese e nell’introduzione generale). Si manifesta con la diffusione della perdita di posti di lavoro e con la caduta degli ordini alle imprese. La produzione industriale nella zona euro scende, a novembre dell’1,6% su ottobre: e, in un anno, del 7,7. In Germania, la più robusta delle economie europee, la disoccupazione a dicembre risale al 7,6%: per la prima volta da tre anni, mentre per tutto il 2008 aver tenuto ferma l’occupazione tedesca aveva garantito che l’aumento della perdita di posti, in Spagna ed Irlanda anzitutto, non avrebbe depresso il tasso complessivo, europeo, della disoccupazione.

Adesso, però, secondo molti l’Europa sta precipitando nella recessione più rapidamente di quanto sia capitato agli USA. Secondo altri di meno. L’unica cosa sicura, al solito, è che certa in queste materie è solo l’assoluta incertezza…

Si va facendo cruciale, per l’approfondimento di questa fase di rallentamento/depressione, il mix negativo di aspettative di crescita debole, di sfiducia delle imprese, di crisi rampante e persistente del sistema bancario – che non ha ripreso in realtà, malgrado gli aiuti ricevuti e promessi con denaro pubblico, a elargire credito – insieme al fatto preoccupante della perdita di clienti nella recessione avanzante proprio nel settore delle produzioni ad alto valore aggiunto in cui è specializzata: e, in particolare, è specializzata la Germania.

Il tasso di disoccupazione complessivo a dicembre sale così dal 7,7% ad ottobre al 7,8 a novembre. Un anno prima era al 7,2%. Ma la relativa maggiore presenza – finora… – del pubblico nell’economia e di sicurezza di copertura assistenziale in caso di licenziamento, insieme alle difficoltà maggiori che le imprese incontrano nel licenziamento ad libitum rispetto agli USA, in presenza però tanto lì che qui di una più incisiva maggiore dose di lavoro precario e precarizzato, rallenta, a paragone, la rapidità della perdita di posti di lavoro.   

Ma stiamo arrivando al limite, anche in Europa: malgrado la sua maggiore flessibilità o malgrado la sua maggiore rigidità, vallo a capire … anche se i nostri sospetti li abbiamo: diversi da quelli che esprime l’ex direttore delle ricerche economiche del FMI, Ken Rogoff, liberista di ferro, quando si dice sicuro che “le cose andranno peggio in Europa prima di ricominciare a andar meglio[23]. Che, da un’altra ottica, è quanto da settimane viene dicendo il presidente Obama per preparare il paese al prossimo futuro degli Stati Uniti…

Il fatto è, poi, che se l’euro e la politica monetaria comune hanno letteralmente salvato da una svalutazione catastrofica Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e anche Italia (terza e quarta economia dell’Europa incluse, cioè; e, quanto all’Irlanda anche e proprio sul piano economico, aggiunge oggi qualcuno a Dublino: che le differenze, in questa crisi, tra Irlanda e Islanda sono due: la prima è in una lettera dell’alfabeto, la seconda che l’Irlanda, al contrario dell’Islanda è nell’euro), anche se non quanto avrebbero potuto data l’assenza di politiche regolatorie interne per cui il cambio fu, comunque, ma non dovunque – non dove i governi decisero di tenerlo sotto controllo – una cosa selvaggia.

Così fu, invece, da noi a causa dell’assenza di regole, costumi civici e leggi, ovviamente, che del mercato distributivo fanno un settore selvaggio dove i prezzi, lo si vide bene proprio ai tempi dei concambi – il secondo governo Berlusconi rifiutò qualsiasi controllo in nome del dogma della libertà di mercato – vennero stabiliti a discrezione da produttori e venditori.

Specie da questi: negozianti e liberi professionisti che decretarono, facendoci anche largamente la cresta,che invece di 1,36 € per 1.000 lire, 1 € valeva 2.000 lire. Provocando una perdita secca di ogni potere d’acquisto che non si potesse difendere o con le proprie autonome decisioni di prezzaggio o con una qualche efficace forma di scala mobile.

Comunque, questo qualche ritegno contro un’inflazione altrimenti scatenata dovuto alla politica monetaria comune, non c’era per una politica fiscale, di bilancio cioè, anch’essa comune che mai c’è stata – e non ha evitato dunque uno spread, cioè una distanza crescente, tra l’affidabilità  del credito e la fiducia (dei mercati finanziari: cioè di quegli ectoplasmi che sono tutti crollati e sputtanati, ora) nella solvibilità delle economie dei rispettivi paesi.

E’ un fatto che, oggi, la misura – assai grezza ma anche molto significativa – tra lo spread nei rendimenti dei buoni del Tesoro dei vari paesi rispetto a quello considerato più affidabile della Germania, l’economia comunque più forte dell’eurozona, in ogni caso quella che i mercati sta salendo, vertiginosamente.

Al momento, fatto uguale a zero quello tedesco, il cosiddetto scarto di rendimenti rispetto ai buoni del Tesoro va dal massimo di quasi il 3% per la Grecia, del 2,7 per l’Irlanda, dell’1,6 circa per Italia e Portogallo e dell’1,6% per la Spagna. E lo spread misura, appunto, la fiducia dei mercati nell’affidabilità delle loro economie[24]. E – per quello che vale, vista la scarsa affidabilità dimostrata nel passato antico e recente – l’agenzia di rating Standard & Poor’s, provvede ad abbassare la valutazione del credito di Grecia, Spagna ed Irlanda. Subito… poi si vedrà[25].

In ogni caso, il vicepresidente della BCE, Lucas Papademos, già governatore della Banca centrale di Grecia, un banchiere centrale di tipo antico, conservatore del tutto trasparente, aveva detto alla tedesca WirtschaftsWoche[26] che ci potrebbe essere ancora – cioè in pratica, preannunciato da lui, aveva garantito irritualmente ai mercati che ci sarebbe stata – un’altra riduzione del tasso di sconto rispetto al livello fissato a dicembre, visto che le previsioni di crescita nell’area euro, per la Banca, sono per quest’anno negative (ufficialmente per il -0,5%) ma saranno di certo peggiori, almeno del doppio (dice Papademos che il PIL si contrarrà ancora “per almeno due trimestri” e che, dunque, ci sarà bisogno di un altro allentamento della politica monetaria.

Anche se poi, ha bofonchiato, sempre in carattere col cerchiobottismo della sua convenzionale ortodossia di mestiere (siamo, dice, già a livelli assai bassi: a dicembre, al 2,50%; ma in America sono già arrivati all’1%...) che bisognerà stare attenti a scendere ancora: non c’è, pensa lui, malgrado la caduta dell’economia, pericolo alcuno di deflazione a livello dell’eurozona ma “bisogna stare attenti ad allentare troppo la politica monetaria, a causa delle implicazioni di lungo termine che avrebbero tagli ancora più a fondo sulla stabilità dei prezzi”. Cioè, per l’inflazione…

Ma questa – l’aumento dei prezzi, il solito spettro dei banchieri centrali – in una fase non solo di rallentamento economico ma ormai di recessione acuta, è al livello più basso da due anni e due mesi nell’eurozona, all’1,6 dal 2,1% di dicembre… E così il 15 gennaio, alla riunione regolarmente calendarizzata del direttorio, il tasso ufficiale di riferimento, come si chiama, viene ancora abbassato di un ulteriore 0,50% ed arriva al 2, record assoluto al ribasso[27].

Dall’ 8 ottobre, appena tre mesi fa, un ribasso di ben 2,50 punti percentuali che la dice molto più chiara sulla reale situazione dell’economia europea di ogni trattato economico e di ogni considerazione ufficiale. E, “tutto considerato”, per dirla con Trichet, “il livello di incertezze rimane eccezionalmente elevato. Con l’euro che cala subito al minimo da cinque mesi sul dollaro, visto che il rendimento dei titoli europei, col calo del tasso, cala anch’esso.

La Repubblica ceca ha assunto dal 1° gennaio la presidenza di turno dell’Unione europea e la differenza non potrebbe apparire e probabilmente essere maggiore con la presidenza che l’ha preceduta, quella di Nicolas Sarkozy. Qui il presidente della Repubblica è Václav Klaus, il più visceralmente euroscettico dei leaders europei e il governo è quello debolissimo di Mirek Topolánek che, ufficialmente, si è dato l’unica priorità di riuscire a ospitare le installazioni dello scudo spaziale americano ai confini della Russia: programma ormai in dubbio, sia per la feroce ostilità di Mosca che per i dubbi di Obama[28]

Klaus ha voluto subito dare un’impronta antieuropea al semestre di presidenza del suo paese – è un vecchio conservatore convinto dei poteri dei simboli – rifiutando di far sventolare sul palazzo presidenziale di Praga la bandiera dell’Unione insieme a quella ceca. Ed è un bushista di ferro, un rigidissimo reazionario al cui cospetto sembra un po’ troppo rosso perfino quel codino del presidente polacco, Lech Kaczynski.

Sostiene con più intransigenza del suo stesso governo, anche se ha meno poteri reali del presidente italiano, che nessuna delle oltre venti ratifiche del trattato di Lisbona è valida e che esso va riscritto da capo prima di poter essere rivotato. I suoi seguaci, sull’onda del suo messaggio di Natale alla nazione (“quelli come Sarkozy non hanno alcun diritto di sventolarci la loro Europa in faccia”) si preparano, proprio in questi giorni, a lanciare un nuovo partito.

Alla base c’è proprio la premessa klausiana: che vanno scartati i tre punti strappati da Sarkozy all’ultimo vertice europeo, ai quali anche il governo ceco aveva alla fine detto di sì:

• anzitutto, proprio l’accordo con l’Irlanda per un secondo referendum che scavalcasse il primo no a Lisbona;

• poi l’intesa di principio su uno stimolo europeo necessario per tirar fuori dai guai l’economia dell’Unione: ha sentenziato Klaus  che, “senza Sarkozy, senza G20 e senza il costo di pacchetti di salvataggio alla Paulson e alla Bernanke, la crisi economica è il tipo di influenza che dura una settimana, se vai dal dottore; o, al massimo, sette giorni se lasci perdere e non ci vai”: l’incosciente…

• infine, il pacchetto 20-20-20 che costituisce la maggiore intesa internazionale sul cambiamento climatico). Su questo punto, proprio come il suo grande amico Bush, Klaus è assertore, se non convinto – la gente come questa ha sempre il business nel retrocervello, più che le convinzioni profonde – sempre rissoso e sempre parolaio, del “fatto” che l’ambientalismo è una pura invenzione – disse una volta che “è il nuovo comunismo[29], la vera e propria cospirazione contro il modo di produzione capitalistico che, per essere vitale, deve essere selvaggio, lasciato senza alcuna  regolamentazione di rodine sociale e politico. “Il problema non è il cambiamento climatico – spiega, noto esperto com’è di… divulgazione pseudo-economica – il problema è il cambiamento dell’ideologia climatica”.

Il governo ceco presieduto da Topolánek, meno antieuropeista ad oltranza del presidente ma altrettanto filo Bush, ha per priorità dichiarata, lo dicevamo, l’approvazione parlamentare del piano missilistico americano. Ma è minoritario alo stato attuale, solo di centro-destra. E sta, quindi,  cercando di mettere in piedi una coalizione leggermente più stabile coi socialdemocratici. Che, però, allo scudo spaziale anti-russo sono contrari: al minimo, prima di discuterne, vogliono almeno vedere cosa ne pensa Obama che ha già avanzato molti dubbi lui stesso…

In ogni caso, il governo – che dovrebbe spendere se stesso, secondo il mandato del vertice comunitario, nel far implementare i tre punti di Sarkozy, nel corso del suo semestre –è sull’orlo di una crisi, probabile più che possibile, proprio nel corso di questi sei mesi…

La Slovacchia, l’altra metà dell’ex Cecoslovacchia, dal 1° gennaio 2009 è entrata anch’essa nella zona euro, diventandone il 16° paese membro. Con un tasso di favore popolare che, secondo il giornale Hospodarske Noviny, tocca il 58% della popolazione contro il 43% di un anno fa. La transizione dalla corona all’euro è stata ridotta a quindici giorni e il governo del premier Robert Fico conta sull’euro per farne una specie di scudo contro le turbolenze che hanno colpito le valute dei vicini paesi dell’ex blocco sovietico[30].

La corona è stata fissata così a un concambio di 30,126 contro 1€ mentre lo zloty polacco ha perso nei suoi confronti, da ottobre, il 24% del proprio valore, la corona ceca l’11 e il fiorino ungherese il 13%.

Questo paese, che si aspetta – e per il quale EUROSTAT aspetta – nel 2009 un tasso di crescita del 4,6% (dal massimo del 2007 di +10,4%) è il secondo degli ex paesi comunisti, dopo la Slovenia, ad entrare nell’eurozona (a parte la RDT naturalmente che però, unificata alla RFT, ne è stata coinvolta fin dall’inizio).  

Complicazioni sul fronte dei colloqui per l’accesso colouiepr ll’accesso della Croazia all’Unione europea, di cui era in calendario che diventasse il prossimo, 28°, paese membro. E, perciò, complicazioni per tutta la strategia dell’ulteriore allargamento balcanico dell’UE. Si è messa di traverso la Slovenia, Stato gemello nell’ex Jugoslavia che ha ancora aperto con Zagabria un contenzioso sui rispettivi confini e lo ha sollevato nel corso della sessione dei colloqui del 18 dicembre.

La strategia dell’allargamento, era già in qualche dubbio per le discriminazioni che sta facendo tra paesi “buoni” (te li raccomando… come la Croazia, appunto, anche se non ha affatto consegnato tutti i suoi criminali della guerra dei Balcani) e cattivi (come la Serbia, che ancora non ha tradotto di fronte alla Corte dell’Aja il suo generale Mladic) e per l’ambizione non dichiarata, ma chiara,  di utilizzare l’adesione come baluardo contro l’influenza di poteri esterni (cioè della Russia) nella regione, nel caso si esacerbassero nuovamente conflitti che restano sempre pericolosamente latenti.

Adesso, sullo sfondo, c’è però la minaccia del veto sloveno che rinvia ogni possibile accesso della Croazia al di là dell’obiettivo precedentemente indicato del 2009. Alla fine, probabilmente, troveranno un compromesso. Come fecero l’Inghilterra prima di entrare nel ‘73, abbandonando gran parte dei suoi privilegi tariffari con e verso i paesi del Commonwealth; Slovacchia, Lituania, Bulgaria che dovettero chiudere alcuni reattori nucleari dell’era sovietica durante i loro negoziati di adesione; o come dovrà fare, quando sarà, la Turchia rassegnandosi – se vorrà entrare – al riconoscimento di Cipro, paese che è nell’Unione e dotato del potere di veto…

Ogni paese membro, del resto, ha questo potere, su ognuno dei vari capitoli che costituiscono il dossier d’adesione (35 per la Croazia: di cui da risolvere ancora almeno una decina, ora bloccati per l’ostacolo Slovenia sui confini marittimi tra i due Stati). Il contenzioso sull’adesione dei paesi balcanici, del resto, promette anche di peggio: sarà rovente perché i loro rapporti ancora grondano sangue: dietro il quale ci sono gli spostamenti forzati di intere popolazioni per la serie di pulizie etniche che le une hanno esercitato contro le altre per anni, con le guerre e i genocidi tentati e intrapresi dopo l’esplosione forzata della Jugoslavia. E non sarà facile riconciliarsi.

A cominciare dai croati, se e quando entreranno, per le loro differenze territoriali sempre aperte ed accese con serbi e bosniaci, le riparazioni reclamate e dovute nei loro confronti e da loro nei confronti degli altri. C’è la complicazione dell’Albania, e, adesso, del Kossovo… Insomma, all’Europa – e a scopo puramente difensivo – si imporrebbe di condurre e realizzare ogni ulteriore adesione contemporaneamente.

Cosa per la quale, però, molti dei 27 paesi non sono disposti. Non lo consentono, poi, a parte ogni altra considerazione, il grado di prontezza di tutti questi paesi che è assai diverso tra loro. Il fatto è che l’Unione, con le sue ambizioni decisamente troppo vaste, si sta creando così un futuro pieno di aspettative: per gli altri esagerate e per sé di grattacapi lancinanti. Che, alla fine, risolverà solo abbandonando l’obiettivo. O, al meglio, rimandandolo sine die.

In Belgio, con 88 voti contro 45, il 2 gennaio, la Camera ha detto sì al nuovo governo di coalizione presieduto da Herman van Rompuy (cristiano-democratici, liberali e socialisti), identico a quello del dimissionario primo ministro Yves Leterme. Continua la serie di governi-non governi che affligge il paese, sull’orlo di una scissione tra fiamminghi e valloni ormai da molti anni. Che probabilmente, però, grazie a Dio e alla buona volontà degli uomini, nel paese su cui fa perno l’Unione europea, sarebbe una scissione soft, alla ceco-slovacca, invece che traumatica, alla serba, croata, bosniaca e via dicendo…

Anche la Russia ha reso noto[31] di voler fornire 900 miliardi di rubli (27,4 miliardi di $) in fondi pubblici al suo sistema bancario per alleviare gli effetti che anche qui tendono ad essere paralizzanti della crisi economica. La Sberbank, l’istituto bancario che concede più prestiti pubblici riceve la fetta maggiore del sussidio, più della metà, 500 miliardi di rubli e il secondo per volume di prestiti,, la VTB, ne riceve per 200 miliardi, con le altre banche commerciali che incasseranno il resto. Si tratta di un ammontare ancora parziale rispetto a quello, sui 40 miliardi di $, annunciato in precedenza dal ministro delle Finanze, Alexei Kudrin, per far fronte ai crescenti crediti irreedimibili e al rapporto calante tra capitali disponibili e prestiti effettuati.

Dopo una controversia feroce tra Ucraina e Russia, che è durata quasi tre settimane, Kiev e Mosca hanno riaperto i rubinetti delle forniture di gas all’Europa attraverso il gasdotto che passa per l’Ucraina. Questa, infatti, adducendo ragioni tecniche spurie (la pressione insufficiente del gas…) e il suo no a staccare la fornitura visto che Mosca rifiutava di cederle il suo gas gratis, o di cederglielo ai prezzi voluti da Kiev, ne aveva per prima sviato il flusso facendo la cresta su quello che avrebbe dovuto arrivare in Europa (a Bulgaria, Cechia, Slovacchia, Serbia ma anche a Germania, Austria e Italia)[32].

Alla fine, i due primi ministri, Vladimir Putin e Yulia Timoshenlo – l’ucraina, scavalcando pare la stessa volontà del suo presidente, il russofobo Viktor Yushenko (ha dichiarato addirittura, pesantemente, che “è facile fare gli intransigenti standosene al calduccio del Castello di Praga[33]). – hanno firmato, dopo forzature svariate, un accordo formale a Mosca su nuovi prezzi e vendite dirette da Gazprom russo al Naftogaz ucraino, senza più intermediari.   

Il nuovo accordo, annuncia ora Gazprom – e stavolta non smentisce l’Ucraina – “vale per un decennio e copre la fornitura di metano all’Ucraina e il transito dalla Russia all’Europa. Il 2009 – spiega – sarà l’ultimo anno di prezzi scontati – fuori mercato: ma solo del 20% – sia per le forniture che per il transito del gas russo: dal 2010 si passa a prezzi di mercato, su entrambi i fronti”. Per cui “non dovrebbe più ripetersi la situazione che si è prodotta quest’inverno”, vista l’interruzione in Ucraina del flusso di gas russo con Kiev che si appropriava impropriamente di quello destinato più a ovest.

Da oggi, secondo gli accordi, il flusso di gas naturale dalla Russia all’Europa riprende alle ore 10 per un volume che dovrebbe raggiungere i 423,8 milioni di m3 di gas. Gazprom si riserva comunque il diritto – riafferma il comunicato – di rifarsi giudiziariamente per ogni danno subìto nell’ultimo mese, ma – sostiene, anche, a dire la verità tra qualche contraddizione – che, quanto a forniture, contratti di transito e debiti insoluti Gazprom e Ucraina hanno trovato una soluzione” non della disputa, badate bene, ma “per mettere fine alla disputa[34].

I fatti non sembrano in dubbio. Ed i termini dell’accordo neanche. Ma Commissione, Consiglio dei ministri, Unione europea – al solito – hanno balbettato. L’Ucraina sul merito aveva chiesto la mediazione europea, come si sapeva che avrebbe fatto. La Russia aveva sempre ribadito che non ce n’era bisogno perché si trattava di una controversia commerciale tra fornitore e cliente (in fondo, se uno non paga la bolletta del gas, il taglio della fornitura da parte dell’azienda erogatrice, non sembra proprio costituire una provocazione geo-politica) e che non c’era ragione di lasciarci immischiare governi e istituzioni internazionali. Tutto chiaro. Ma tutto che restava, così, paralizzato. Due cose, però, sembrano subito del tutto evidenti.

La prima è che la Russia ha chiamato il bluff europeo – il rifiuto di prender posizione su chi è all’origine dell’interruzione dei flussi – e ha di fatto costretto l’Unione a fare una scelta fra il far affari con Mosca in un clima di normale politica di mercato (ma guarda un po’ da dove deve arrivare la lezione!: negoziati, contratti, pagamenti a scadenza…) o restare, in pratica, ostaggio del revanscismo tra l’altro minoritario all’interno dello stesso paese dell’ala russofoba del governo ucraino e degli obiettivi geo-politici dell’Amministrazione americana uscente, forse della NATO e anche, sembrerebbe, di alcuni membri dell’Unione europea, di ri-confinare la Russia nel suo angolino di mondo.

La seconda realtà del tutto evidente non appena i rubinetti si sono chiusi con l’esfiltrazione clandestina di gas dai gasdotti da parte degli ucraini e la conseguente interruzione dell’erogazione da parte dei russi, era che la jacovella potesse durare solo qualche giorno. E, infatti, tutto è finito come finì l’altra volta: l’Ucraina s’è rassegnata a pagare almeno una consistente parte del debito che ha accumulato e ad accettare un prezzo più alto per il gas russo che vuole avere.

Oggi a Kiev pagavano 179,50 $ per 1.000 m3 del gas che al resto d’Europa veniva venduto tra i 400 e i 500 $: da febbraio, come gli altri, avranno uno sconto del 20% e, poi, pagheranno come tutti a prezzi di mercato, indicizzati poi all’inflazione). E sarà rivisto – ma di quanto ancora nessuno lo sa – probabilmente scontandolo dalla fattura delle forniture all’Ucraina il prezzo che i russi pagano per far transitare il gas.

L’Europa occidentale ha tentato di non scegliere, al solito, tra Cariddi e Scilla. Ma all’ENI, alla E-ON, e anche a Palazzo Chigi e a Matignon, hanno letto carte e documentazione— e capito che i russi (Cariddi) hanno più ragioni degli ucraini (di Scilla). Ma, anche se non l’avessero capito, dipendenti come sono dal loro gas, in Europa non potrebbe mai inimicarsi troppo gli amici russi.

Così sono andati in giro ad esortare, per una ventina di giorni, le due repubbliche ex sovietiche perché si mettessero d’accordo. Ma, di tanto in tanto, hanno anche dato qualche segnale più chiaro. Una volta, quel don Abbondio di José Manuel Barroso in persona, il presidente della Commissione, dopo la solita uscita che evitava di pronunciarsi pilatescamente nei giorni più duri del blocco su chi e perché stesse tenendo in ostaggio l’Europa, è sbottato: “il primo ministro Putin mi ha detto che la Russia sta consegnando regolarmente il gas destinato alla UE; la prima ministra Timoshenko mi ha detto che loro non hanno creato alcun ostacolo al transito; ma se l’Ucraina tiene davvero ad avvicinarsi all’Unione europea, dovrebbe certo evitare di creare problemi quando si tratta del gas da rifornire all’Europa[35].

In realtà, poi, è difficile capire perché la Russia dovrebbe far pagare all’Ucraina, oggi, il suo gas meno della metà del prezzo di mercato, quando ormai non c’è certo a giustificarlo un rapporto di amicizia, di alleanza e nemmeno di tolleranza reciproca tra i due paesi… Magari, come ha commentato mettendo il dito fin dentro la piaga, un esponente di Gazprom, la differenza tra quel che pagano a prezzo di mercato e quel che vorrebbero pagare, visto che sono diventati tanto allineati e coperti all’America, magari potrebbero pagargliela gli americani, no?

Alla fine, mandando giù litri su litri di bile, anche il presidente Yushenko promette[36] pubblicamente  che l’Ucraina onorerà tutti i termini dell’accordo: anche se “non ne sono affatto contento”, borbotta in Tv – come riferisce l’Agenzia France-Presse – garantiremo “il transito a pieno regime” del gas russo ai  consumatori europei.

Per parte sua la Russia, col primo vice primo ministro Viktor Zubkov, vuole rassicurare. Mosca – dice – non é affatto preoccupata del gasdotto alternativo Nabucco di cui parla l’Unione europea[37]. Anche perché ne parla da anni e, al meglio, ne prevede ancora molti per essere concordato tra paesi ed enti di transito (OMV austriaco, RWE tedesco, MOL ungherese, Transgaz romeno, Bulgargaz, ovviamente bulgaro e Botas turco): perché il gasdotto è solo unì’idea, tutta ancora da disegnare, pianificare, costruire e rendere operativa tra Azerbaijan (paese fornitore… che, però, ha appena firmato un accordo coi russi che ha loro pre-venduto tutto il prodotto per molti anni) e Turchia (destinazione: da cui si diramerebbe verso il resto d’Europa).

La proposta, di grande rilievo, sarebbe naturalmente quella di scavalcare il territorio russo, rimpiazzandolo col gas originario del Caspio, affrancando così la fornitura di gas naturale in Europa da un “grossista” alla dipendenza dal quale è praticamente obbligato,

Zubkov ora dice che, invece, per i russi è del tutto naturale che “i percorsi di trasporto del gas verso l’Europa vadano diversificati”. Aggiunge che “la Russia non è affatto contraria” al progetto Nabucco e che le riserve russe possono sempre ben essere messe a disposizione di qualsiasi gasdotto. Certo, non si sa quanto i russi siano, come dire?, sinceri o quanto contino, peraltro con buone ragioni, sugli enormi ritardi (progettuali, economici e politici) che il disegno europeo sta incontrando…

In sintesi, ora, per riepilogare e dare un po’ il senso di questo delicato e complesso busillis, conviene riportare quel che scrive un osservatore che di queste cose s’intende davvero tecnicamente ma, insieme, riesce ad avere una visione globale – politica – della faccenda. Il tutto parte da un specie di “storia di dispetti reciproci fra due paesi [per la quale] noi europei stiamo pagando non tanto la poca affidabilità del venditore, quanto la mancanza di un programma di sicurezza delle importazioni, preparato e messo in atto da una struttura europea.

   Fino a che questa non ci sarà, l’Europa sarà esposta a tutte le difficoltà, perché non sarà in grado di attuare una politica delle infrastrutture, e non avrà mai l’autorevolezza per trattare dal centro per tutti gli europei: prova ne siano i vari tentativi, comprensibili, ma, temo, del tutto inutili, di singoli paesi dell’Est europeo di parlare direttamente con la Russia al di là ed al di sopra dell’intervento europeo[38].

STATI UNITI

Prima, lo stato dei fatti oggi: lo stato dei fatti nell’economia degli Stati Uniti, anzitutto,  perché è la maggiore e, insieme, potenzialmente forse anche la più fragile del mondo. E perché, a 500 metri dal vero ground zero dell’11 settembre, stavolta è Wall Street il ground zero vero di questa crisi. Che, però, è tale e di tale portata perché dappertutto la distruzione di ricchezza – che di questo si tratta – è almeno proporzionalmente la stessa, se non più elevata…

Il 2008, a botte tremende di volatilità e perdite secche di valore un po’ su tutti i prodotti offerti in borsa, dalle  azioni ai buoni del Tesoro, alle proprietà edilizie, a ogni merce e derrata hanno scosso tutti i mercati e portato tutti, dall’ultimo dei risparmiatori ai plutocrati stramiliardari stranemici del pubblico e laudatori solo del privato, a rivolgersi a Washington, alla grande, generosa mammella del detestatissimo Stato: per succhiarne il latte del salvataggio misurabile in parecchi triliardi di dollari. E’ il contrappasso, dagli anni ‘90 in cui tutto qui comandavano Wall Street e New York e la finanza privata; e adesso tutto è dominato da governo e Congresso e Washington e la finanza pubblica…

Ora, dopo le banche, l’auto ecc., ecc., anche l’industria siderurgica americana, capofila e, insieme, cartina di tornasole secondo molti dello stato dell’economia, ormai più di quanto una volta lo fossero le Tre Grandi, si sta rivolgendo al governo perché dia il via all’enorme programma di investimenti di cui Obama ha parlato e che gli industriali quantificano in almeno 1.000 miliardi di $ nell’arco di un triennio per rilanciare l’impiego dell’acciaio che serve a fare e rifare le infrastrutture – autostrade, ponti, ferrovie, aeroporti, reti di distribuzione elettrica, scuole, ospedali, metropolitane rapide, quant’altro – di cui il paese ha bisogno[39].

Vogliamo anche, spiega Daniel DiNicco, presidente della Nucor Corporation, gigante dell’acciaio, che “ci sia nel programma una clausola per obbligare chi acquista acciaio in America a comprarne solo di made in USA, per tirarci fuori da questo buco in cui siamo caduti”: alla faccia dell’Organizzazione mondiale per il commercio e di ogni proclamata fedeltà al libero commercio internazionale.

L’acciaio americano ha già subito un dimagrimento forzato come quello che adesso toccherà all’auto, tagliando produzione e lavoro, ed è tornato a fare di conseguenza un mucchio di profitti. Ma, adesso, la recessione ha tagliato ordini e entrate e l’industria ha bisogno di forti iniezioni ricostituenti di fondi pubblici. E li chiede. Come del resto fanno, appunto, ormai tutti.

Il cambiamento nei numeri dell’economia, del resto, parla da solo. Sintetizzando molti altri dati si può dire, senza temere smentite, che affondati ormai da un anno in questa recessione milioni di americani hanno perso il lavoro, le loro entrate e le loro case: in generale, ogni settimana accumula cifre, numeri e trasmette l’istantanea di una situazione in continuo peggioramento su ogni fronte:

• Lo S&P 500, l’indice che misura il valore dei 500 titoli più diffusi di Wall Street, ha perso nel 2008 il 39,5% del suo valore: quasi precisamente la stessa perdita del 1937.

• Dal massimo valore sul mercato del 9 ottobre 2007 a quello ultimo segnato il 31 dicembre 2008, sono andati in fumo grosso modo 7.000 miliardi di $ di valore di azioni (i guadagni di almeno sei anni) misurate in borsa dall’indice Dow Jones, che calcola il prezzo del principali 30 titoli industriali quotati: in un anno, nel 2008, da gennaio all’ultimo di dicembre, il DJ è precipitato di 4.488,33 punti, cioè del 33,8%: la perdita più secca deal 1931.

   Distribuita per lo più sulla bellezza di 28 dei 30 titoli del DJ stesso: alla faccia della potenza industriale, esclusi solo Wal-Mart la più grande catena di discount del mondo, e MacDonald’s, il fast-food-monnezza più diffuso sulla faccia del pianeta… In pratica, non c’è stato nessun grande nome dell’industria che sia sfuggito alla metastasi diffusa dal crollo del mercato dei subprimes nel mezzo di quella che si annuncia come una recessione lunga e profonda.

    E dalla quale sarà difficile, più difficile che in altre occasioni, uscire perché stavolta è proprio il volano del consumo (i 2/3 del PIL) che mancherà alla ripresa molto più di altre volte: adesso in effetti, ancor più delle imprese, sono proprio le famiglie ad essersi indebitate e a non poter spendere, avendo perso soldi sia sulle azioni, sia sulle proprietà – specie il valore della casa che spesso costituiva il bene di riferimento che ancorava tutti i loro averi – sia su risparmi già andati bruciato.

• Sono andati perduti, a fine dicembre 2008, altri 2 milioni e mezzo di posti di lavoro.

• Il prezzo medio di una casa d’abitazione che a luglio 2006 era stimato a 230.900 $ ne ha persi 50.000 a novembre 2008 ed è sceso a 180.800 $.

• Il rendimento di un buono del Tesoro a tre mesi il 4 dicembre, era del -0,016%, il minimo di sempre. Ma adesso tutti si precipitano sui bonds: non rendono niente, è vero, ma garantiscono almeno la restituzione del capitale. E’ che nessuno più rischia, nessuno… Rischia solo il governo: il nuovo epicentro del mondo finanziario. Tutti i conservatori del mondo, che aborrono la cosa pubblica, però è al governo che si rivolgono per essere salvati, oggi.

• Il prezzo del petrolio che il 3 luglio era a 145,29 $ al barile il 31 dicembre era sceso a 44,60 $. Che è un bene, sicuro, ma è anche un guaio, certo… (sono subito rallentati quasi fino a fermarsi, quasi dovunque, ricerca e, soprattutto, investimenti su possibili forme, anche le più promettenti, di energia alternativa: col petrolio sotto i 50 € al barile, sembra che non convenga più puntare su energie alternative. Ma non si può contare con alcun fondamento su prezzi così bassi a termine che non sia brevissimo.

Il PIL, si viene a sapere proprio a fine gennaio, quando arriva il dato di massima sintesi, nel quarto trimestre del 2008 si è, in effetti, contratto del 3,8% a tasso annuo, il calo più forte da ventisei anni. Il costo della crisi del credito e finanziaria si è trasformato in un congelamento di consumi delle famiglie e degli investimenti d’impresa.

Ma c’è di più: il calo reale, spiega il ministero del Tesoro, riflette anche il fatto che le imprese visto il calo della domanda non hanno fatto a tempo ad interrompere subito la produzione e da tempo vanno dunque accumulando l’invenduto. Che, se aggiunto al -3,1% porta l’economia ad una contrazione colossale, del 5,1%[40]. Contrazione che si trascinerà, sempre che non peggiori ancora, sicuramente fin dopo l’estate.

I prezzi al consumo a dicembre sono scesi dello 0,7%, seguendo la caduta di novembre dell’1,7. E il tasso annuo di inflazione è andato a precipizio, al solo +0,1%: cosa buona, ovviamente,  ma anche indice sintomaticamente allarmante di guai seri (deflazione possibile, sottoproduzione, stasi) in tutta l’economia[41].

Intanto, il tasso [ufficiale] di disoccupazione tocca il 7,2%, il massimo da 16 anni[42], perdendo in progress solo a dicembre 524.000 posti di lavoro e portando il totale di posti persi nel 2008 a 2,6 milioni (il mese scorso, tra l’altro, il primo dato era stato sottostimato di oltre 150.000 posti andati perduti), con le ore effettivamente lavorate per settimana che calano a 33,3 da 33,5[43] a fronte dell’aumento di lavoro part-time in bassa congiuntura ed un’attesa montante peggiore per i prossimi mesi.

Ogni singolo mese, nel 2008, sono stati perduti 216.000 posti di lavoro; ma la media degli ultimi tre mesi e salita già al doppio, a 510.000 posti bruciati. E, anche se il reddito da lavoro dipendente è salito nell’anno del 3,7%, al di sopra delle attese, è sempre restato al di sotto del tasso d’inflazione, che ha registrato il 4,1% in corso d’anno.

Nella misurazione assai meno pubblicizzata, ma anch’essa ufficiale[44],  che conta la disoccupazione reale – qui, la chiamano sottoccupazione – la perdita di posti di lavoro è al 13,5%—un aumento di quasi 5 punti sul dicembre 2007. L’analisi dettagliata che, dello stato delle cose, fa il più accreditato degli istituti[45] specializzati sul lavoro – e che Obama conosce benissimo – oltre a smitizzare a forza di dati la leggenda che la deregolazione e la libertà selvaggia sul mercato del lavoro vigente in America garantisca, poi, un numero di occupati maggiore di quello nostro nell’Europa dei nostri lacci e lacciuoli, dà seriamente e doverosamente l’allarme nei termini veri e, dunque, più responsabili.

Il fatto è che “solo per tenere il passo di una forza lavoro in continua espansione, ci sarebbe stato bisogno di creare 1,5 milioni di posti di lavoro negli ultimi dodici mesi. Avendone, invece, persi 2,6 milioni il risultato netto è quello di aver lasciato l’economia con 4 milioni di posti di lavoro in meno di quelli che sarebbero stati necessari per dare occupazione alla forza lavoro americana[46].

Osserva subito Obama, cui la notizia perviene per agenzia nel corso di una conferenza stampa  che, “la situazione, chiaramente, è terribile, che si va deteriorando e che esige risposte urgenti ed un’agire drammatico”: altro che ottimismo e il “lenire, chetare, sopire” in vigore un po’ dovunque parlano quelli che stanno al governo[47]

45-50 milioni di americani, si sa, restano a oggi senza alcun tipo di copertura sanitaria (qui la chiamano assicurazione – e la cosa già dà un’idea… – non sicurezza sociale). Almeno 25 milioni, sono “sottoassicurati”, come li definisce il sistema sanitario federale[48], e milioni adesso si aggiungeranno all’elenco di questi disgraziati (la metà dei fallimenti, in questo paese, sono dovuti a spese mediche e sanitarie) che, disperati e alla ricerca di una cura qualsiasi (spesso sono quelli che qui chiamano classe media) affollano e sommergono le famose ER, i pronti soccorso degli ospedali che, per legge, devono fornire le prime cure ma non possono andare più in là con chi non è “assicurato”.

Di qui il 37° posto degli USA nel 2000[49] per qualità del loro sistema sanitario nel mondo, diventato oggi il 72°, anche se come nel 2000 oggi, a fine 2007, gli USA risultano secondi al mondo per la spesa sanitaria complessiva sul PIL: la metà è spesa privata, costosissima per chi può permettersela ma anche per il paese perché pesa largamente su sussidi e protezionismi garantiti, ma non a tutti, dalle sovvenzioni del pubblico…

In ogni caso, la borsa va subito giù pesantemente, anche se come osservano alcuni tra i mestieranti più ottimisti – siccome al peggio non c’è mai fondo – bisogna dire che le cose sono andate meglio del previsto: anche se sono andate, di fatto, tanto evidentemente male da innescare un calo subitaneo ed accentuato. L’economia, semplicemente non riesce a rialzare la testa e, se non viene fuori da qualche parte qualche novità davvero grossa e davvero positiva, si può arrivare abbastanza presto al punto in cui “il mercato alza le braccia e si arrende[50].

E, come se non bastasse, viene registrato a metà mese, praticamente con un titolo del NYT identico, praticamente, a quello richiamato appena sopra che per il sesto mese consecutivo, e per più del doppio della stima precedentemente avanzata, precipitano consumi e vendite (a dicembre il loro valore scende del 2,7% in un mese, al 9,8% sotto il livello dell’anno prima) a causa della combinazione della severa crisi del credito, della recessione pesante e di perdite record di posti di lavoro[51].

Il deficit commerciale a novembre si riduce, ma solo grazie alla contrazione dei consumi e delle importazioni, come già ad ottobre, stavolta dai 56,7 miliardi di $ di allora a 40,4 miliardi. Non  è che la spinta dell’export sia andata un granché (-5,8%) ma quella dell’import è addirittura crollata         (-12%: quasi tutto in risparmio sui costi del petrolio importato)[52].

La fiducia dei consumatori, nell’indice calcolato a gennaio dal Conference Board cala al massimo di sempre della serie che data al 1967, 37,7. L’indice S&P/Case-Shiller del valore delle case vede i prezzi calare nell’anno, a novembre, del 18,2%. I prezzi in calo tentano nuovi compratori di abitazioni da tempo sul mercato che, a dicembre, crescono del 6,5%, secondo l’associazione degli agenti immobiliari.

E adesso, negli USA del mercato libero e dell’impresa privata regina, la bellezza di 206 banche sono di proprietà maggioritaria del governo federale… Di qui, dunque, stavolta, dovrà venire la ripresa: dalla finanza che però, al momento e ancora per mesi, resterà paralizzata in attesa di iniziative del governo, del pubblico...

Malgrado ciò, i grandi professionisti delle previsioni bucate, gli economisti che non ne hanno azzeccata una, ma che ora si sono tutti rimessi in circolo, gli stessi previsori macroeconomici dai modelli matematici dimostratisi largamente fasulli ma sempre riciclati soprattutto perché sempre intervistati come “esperti” da tutti i giornali per bene, cosiddetti mainstream, si spingono oggi a dire che “il peggio ormai è prossimo ad essere superato[53].

Sarà… Ma questi qui sono gli stessi apprendisti stregoni che, come quel tale, Victor Frankestein, rimettendo insieme vari pezzi di corpi umani era convinto di costruire, il tapino, non un casino di mostro umanoide ma un vero e proprio essere umano… Apprendisti stregoni ma anche tutta gente profumatamente pagata per sbagliare impunemente, legata o direttamente impiegata da banche d’investimento, associazioni di produttori e grandi imprese.

Malgrado ciò – o forse proprio perché si sono convertiti a uno Stato, a un pubblico, che faccia ora il suo “dovere” e li aiuti comunque a tirarsene fuori: mercato libero o non libero, non gliene frega niente – tutti perfettamente consci che “senza la generosità federale, la loro previsione di consenso è che la recessione durerebbe almeno fino alla fine del 2009”.

Rileva lo stesso giornale, che dovrebbe però stare un po’ più attento a non dare la parola tanto spesso a chi s’è sbagliato, che gli autori del sondaggio degli “esperti” ottimisti di cui riporta irresponsabilmente le nuove previsioni, il Blue Chip Economic Indicators (istituto incestuosamente legato a Wall Street che lo ha figliato, lo foraggia, gli dà lavoro e si serve citandoli ed autocitandosi dei loro servizi fasulli) si sono guardati dall’intervistare, però, ad esempio, il prof. Nouriel Roubini dell’università statale di New York che aveva previsto il disastro correttamente, lui, e che adesso prevede, appunto, “una contrazione economica profonda e prolungata che durerà almeno fino a fine 2009[54].

Ma è per questo che non lo intervistavano tanto e che, in realtà, anche adesso riluttano, spesso, ad intervistarlo. Quando bisognerebbe rarefare, invece, le scemenze che raccontano gli esperti e politici iperottimisti che abbondano dovunque, e soprattutto qui a casa nostra, strillando a tutti allegria!, siate felici, consumate, consumate, anche se poi non ce la fate ad arrivare a fine mese … ,i buffoni!

Anche alla Fed, però, ormai la vedono, più o meno, come i meno sfegatatamente ottimisti. In effetti, ai primi di gennaio, esponenti della Fed chiedono “per il bene dell’economia” (nel loro mandato è previsto di badare non solo alla stabilità monetaria ma anche alla crescita) maggiore spesa pubblica e, soprattutto, flussi reali di spesa maggiormente elevati. “E’ ora – dicono, con un’espressione che non sarebbe mai uscita dalla bocca dei loro più prudenti colleghi europei – di decidersi a buttar via tutti i freni” (lo dice il presidente della Fed di San Francisco, Janet) e (aggiunge il presidente della Fed di Chicago, Evans: entrambi membri del direttorio della Federal Reserve) “un grosso pacchetto di stimolo diretto all’economia”.

E giocano sul sicuro. Si accumulano sul fronte dei consumi, risultati e previsioni uno peggio dell’altro, con dati come quelli al dettaglio che, sotto le feste, hanno visto una stagione terribile non solo per il piccolo negozio al dettaglio ma anche per la più grande catena, la stessa Wal-Mart. Fra novembre e dicembre in America si vende al dettaglio fra il 30 e il 40% di un normale fatturato annuale ma quest’anno sono andate giù, congiuntamente, su quello dell’anno passato quasi del 4%: malgrado un’aggressiva campagna di sconti lanciata, invano, per salvare il salvabile[55]. Risultati pessimi come quelli del mercato dall’auto: nel 2008, 37% vendute in meno del 2007 dalla Toyota, 35 dalla Honda, 32% dalla Ford e 31% di vendite in meno per G.M. e Chrysler— con la dimostrazione, quindi, che a tirare poco è tutto il mercato, non sono solo le grosse auto americane[56].

Intanto, nel 2008 e per la prima volta dopo la Grande Depressione, la General Motors è diventata seconda nel mondo per numero di vendite di auto (8 milioni e 350 mila): adesso, viene dopo la Toyota (8 milioni e 970 mila). E a Detroit scotta, anche se – mal comune mezzo gaudio? – per la prima volta, a chiusura dell’anno fiscale nel prossimo marzo, sarà costretta a registrare la sua prima perdita di bilancio[57]. Che confermano anche Chrysler e Ford, ma quest’ultima ribadendo che, per quanto la riguarda, non farà ricorso ad aiuti federali.

Per questo, dagli ambienti della nuova Casa Bianca, negli stessi giorni emergono indiscrezioni molto attendibili di qualcosa come oltre 800 miliardi di $ di stimolo diretto alla produzione e al lavoro. Sarebbe più o meno un altro 2,7% del PIL, oltre al 2% abbondante già stanziato a sostenere il sistema creditizio.

C’è chi dice che è troppo. Il partito repubblicano, che non ha imparato niente, pare, dalla sua umiliazione elettorale, dalla percezione di quanto le loro politiche abbiano contribuito a mandare verso la rovina il paese e dalle pernacchie che al giuramento di Obama hanno subissato l’apparizione di Bush, sembra tanto lontano dalla realtà dal mettere su, adesso, una battaglia di retroguardia feroce contro il piano di Obama. Continuano a sostenere, tragicamente convinti della vecchia ricetta del trickle-down di Reagan e Bush, che l’unica via per uscirne è… abbassare le tasse: ai ricchi, si capisce, anzitutto. La prescrizione che, precisamente, ha contribuito a rovinare l’America.

Ma c’è anche, e oggi ha più voce in capitolo, chi sostiene – e sono coloro che hanno finora avuto ragione nell’analisi e nelle previsioni – che è indispensabile. Dice che, anzi, come suggerisce il Nobel dell’economia Paul Krugman, ci vorrebbe già subito, e solo per l’anno prossimo, uno stimolo intorno al 6% del PIL.

Il gruppo democratico della Camera ha ospitato il 7 gennaio una lunga sfilata di economisti, tutti grandi accademici, molti noti conservatori, a spiegare che la situazione è sull’orlo della tragedia. Mark Feldstein, già presidente della Fed e consigliere di diversi presidenti repubblicani, ha detto “di sentirsi in grande disagio perché sono un conservatore fiscale, sul piano del bilancio e della spesa, uno che odia i deficit e l’aumento di spesa pubblica”.

Ma, adesso, ha aggiunto dicendo di parlare davvero per tutti – anche per quelli che come lui fino a sei mesi fa dicevano che le cose se non andavano proprio bene almeno non andavano male, adesso  “ridare fiato all’economia esige uno stimolo fiscale di grandi dimensioni sia da tagli alle tasse che da incrementi forti di spesa pubblica[58].

Anche perché i 700 miliardi del pacchetto di salvataggio Paulson-Bush, generosamente elargiti alle banche sembra che, semplicemente e in larga parte, siano  stati depositati nelle loro casseforti senza rimetterli in circolo ai tassi di interesse più bassi loro concessi per rimettere in moto l’economia… come era stato lasciato intendere al Congresso, ma mai – per caso? per dimenticanza? – mai richiesto loro esplicitamente, dal governo.

Del resto, era inevitabile che andasse così: senza operazioni di salvataggio con fondi pubblici, le banche private o a controllo maggioritario in mano ai privati, non avrebbero potuto smettere di prestare denaro perché, allora, non avrebbero fatto più proprio nessun incasso. Sono stati proprio i salvataggi a consentire loro di continuare a non prestare soldi. Ed è scandalosamente clamoroso – o, invece, non lo è per niente? – che non sia venuto pensato a nessuno…

Poi, ancora precisamente nessuno sa quanti siano stati i soldi non solo finanziati ma anche proprio versati alle banche: anche se finora ne sono stati erogati realmente meno della metà, Paulson ha lasciato capire che, alla fine, le somme mobilitate per aiutare le banche saranno, forse, vicine al doppio. In ogni caso, Obama una decina di giorni prima di andare alla Casa Bianca invita Bush, ed ottiene, che “per suo conto” chieda al Congresso di sbloccare subito, rendendogli così possibile mobilitarli subito appena sarà insediato, l’altra metà di quel fondo ancora formalmente da autorizzare.

D’altra parte, emergono in continuazione manifeste e addirittura plateali contraddizioni in termini nel dibattito sulle banche da salvare, su più o meno mascherate nazionalizzazioni. Il NYT, ad esempio, esprime una seria – e incredibile – preoccupazione: se la gestione di queste banche venisse presa in mano dal potere pubblico, come potrebbe il governo attrarre “i talenti migliori offrendo loro salari da impiegati pubblici[59], e non gli stipendi e i bonus che servono a fare la fortuna degli investitori e degli azionisti? Ma sanno di quel che parlano questi? Non si sono accorti che sono stati proprio i “talenti migliori” e più strapagati a portare alla bancarotta tante banche e, con esse, paesi interi e un intero sistema?

Alla fine della fiera, a fine gennaio, la Camera dei rappresentanti vota così a larga maggioranza, 244 a 188, un pacchettone di salvataggio da 819 miliardi di $[60] mirato specificamente a rilanciare l’economia reale, con tutti i repubblicani – nessuno escluso – cocciutamente contro ma – ora che non c’è più il veto di Bush a dar loro una mano quando sono in minoranza – anche velleitariamente e malgrado l’appello personale che era andato a fare loro visitandone, inusitatamente, il gruppo parlamentare Obama in persona.

La caratteristica diversità di questo piano rispetto a quello di Bush e a molti altri è la stragrande maggioranza di queste nuove risorse sono mirate dove saranno più efficaci: a stimolare realmente l’economia. Tre misure subito indicate: aggiungere 3.000 miglia, quasi 5.000 km di linee elettriche alla rete americana; raddoppiare l’utilizzazione di energia eolica e di energia solare[61].

Adesso, però, qui[62] come in Europa[63], in tanti si accorgono di come il sistema bancario abbia munto la vacca pubblica fregandosene poi dell’impegno di adoprarne il latte, arrivato copioso per rilanciare l’economia. Sale di non poco l’onda del dissenso, anche esplicito e parecchi dubbi scaturiscono pure dalla persistenza, la testardaggine, di certi giornali importanti, come il NYT.

Che, pur nell’ambito magari di un servizio ricco ed informativo sullo stato penoso di tante banche, fino a ieri colossi dell’economia americana, forse dando per scontato che ne escono solo se (anatema) le “nazionalizzano”, danno anche per scontato che sia inevitabile e “giusto” far pagare il salvataggio degli azionisti della Citicorp o della Bank of America con le tasse di tutti i contribuenti, compresi i maestri di scuola e i pompieri.

Insomma, di chi magari guadagnava e guadagna molto meno di loro e paga tutte le tasse, fino all’ultimo dollaro senza vie di fuga possibili. Sembra non tanto che sarebbe giusto e anche utile aumentare i consumi di chi, milioni e milioni di americani, non se li può proprio permettere sussidiandoglieli – e sussidiando così l’economia tutta – ma che è proprio e anzitutto sacrosanto aiutare chi magari ha anche perso qualche po’, o qualche tanto, dei propri soldi ma ne ha ancora tantissimi più degli altri.

Pure questa è esattamente la tesi – inspiegata e inspiegabile ma presentata con la saccenza e la sicumera di chi magari finora non ne ha azzeccata una ma gode ancora dell’autorità che gli viene dal vedersi ancora pubblicate frescacce del genere, non motivate, sul NYT [64]. Ma, se nessuno ha il coraggio civile di impedirglielo, magari seppellendoli di pernacchie, è che in fondo tutto il mondo è davvero paese: a che servono le pecore se non ad essere tosate?

Quest’anno si è verificato un aumento, significativo forse di un rovesciamento di una tendenza lunghissima, del risparmio delle famiglie[65], in risposta evidentemente alla perdita di migliaia di miliardi di dollari di ricchezze accumulate, e gonfiate, in proprietà edilizia ed in borsa. I dati ufficiali (del Bureau of Labor Statistics del Dipartimento del Lavoro) raccontano che, dopo un decennio che in larghissima parte ha visto oscillare il risparmio degli americani intorno allo zero %, l’impennarsi – come parte accantonata (reddito lordo complessivo meno le tasse) – del reddito disponibile a fine ottobre registra un +2,4% e, in novembre, ancora un + 2,8%.

Una lettura ufficiosa e autorevole di questi stessi dati mette, poi, in evidenza una discrepanza importante, concludendo addirittura che “il tasso di risparmio effettivo è passato dal -1% del 2007 al 3% nel secondo e nel terzo trimestre del 2008 (mentre per il quarto ancora non ci sono i dati)[66].  

Ma, anche detto di questo incremento importante del risparmio, siccome – per ora almeno, in questo clima – esso certo non si mobilita,  anche questo previsto oggi in più da Obama sarebbe, ovviamente, uno stanziamento in deficit. L’Ufficio parlamentare del Bilancio  proietta ora[67] per il 2009 un deficit di 1.200 miliardi di $, tre volte più che nel 2008, col buco allargato oltre che dalle due guerre in atto da anni dalla recessione che dura da un anno e non lascia intravvedere una prossima fine. Adesso, poi, con il supplemento di stimolo preannunciato da Obama, il deficit aumenterà ancora.

Anche per questo ora diventa cruciale non sprecare i tagli alle tasse, che arriveranno come parte integrante del pacchetto Obama, sulle aliquote alte, sopra i 200.000 $ all’anno di reddito diciamo, dove probabilmente non sarebbero destinati a consumi ma a risparmio, mentre adesso c’è bisogno di concentrarli davvero in maggiori consumi.

In ogni caso, il deficit di Obama sarebbe – dovrebbe essere e restare – qualitativamente diverso da quello dell’accoppiata Paulson-Bush, come del resto dal buco colossale lasciato da Reagan (il 6% del PIL, per diversi anni). I loro tagli alle tasse, concentrati solo o al 90% su quelle dei ricchi – o, ancor più agghiacciante, adesso, per la guerra in Iraq – sono inutili e socialmente distruttivi. Obama vuole spenderli, invece, su necessità vere, per tutto il paese.

I governi locali, degli Stati federali come dei municipi, l’anno prossimo avranno bisogno di almeno 100-150 miliardi di $ per non dover tagliare l’occupazione o la spesa per servizi pubblici essenziali – istruzione, strade, aumento dei sussidi alimentari di base, dell’integrazione alla magra assistenza federale alla disoccupazione, alla spesa sanitaria— tutti tagli che, altrimenti, diventerebbero inevitabili – e, in proporzione, più duri per i più poveri, o se volete per i meno ricchi – per colpa degli ingordi irresponsabili di Wall Street e di quelli che a Washington, deliberatamente, per scelta ideologica, non li hanno voluti controllare, regolare, supervisionare.

Parte integrante del pacchetto saranno probabilmente anche i tagli alle tasse, ma più equilibrati, più a favore della vasta classe media e delle classi lavoratrici che non avevano avuto niente dai tagli alle tasse di Bush. In particolare, uno stimolo ancora più positivo potrebbe venire dalla nuova spesa di copertura sanitaria e da quella ambientale.

Ma, ancora prima dell’inaugurazione, al Senato, molti tra i democratici spingono perché Obama proponga un pacchetto di misure più audaci[68], di ricostruzione delle infrastrutture energetiche e di incentivazione alla produzione di energie alternative di cui ha bisogno paese e meno centrato sui tagli alle tasse. E, inoltre, diversi tra loro hanno previsto di allegare al pacchetto misure che consentano ai tribunali fallimentari di far modificare i tassi ipotecari o di interesse legati alla casa: una mossa (imporre per legge alle banche di favorire i debitori, visto che nel recente passato li hanno iniquamente spennati) cui i repubblicani opporrebbero un fronte compatto.

Adesso, a Wall Street, i boss – quelli che dovrebbero andare a nascondersi per aver incassato milioni e milioni di bonus e premi di produttività mentre affossavano irresponsabilmente le loro aziende e invece si muovono, e continueranno a muoversi, sempre liberi: in galera ne finiranno forse uno o due, i più spudorati e i meno protetti – scatenano tutte le loro trombe, le loro campane e i loro a campanelli a reclamare, per salvare l’economia si capisce, il taglio radicale di quel che resta a livello federale di sicurezza sociale e copertura sanitaria (per gli anziani e per i poverissimi) proprio nel momento, naturalmente, in cui i lavoratori ne hanno maggiore bisogno (questa è gente – viene sapidamente rilevato – il cui profilo corrisponde con precisione alla faccia tosta di “quel ragazzo che ammazza il padre e la madre e poi chiede clemenza perché ormai è diventato un orfano[69], ad Obama dovrebbe restare ragionevolmente una sola reazione.  

Il governo, che non ha affatto bisogno di far calare la sicurezza sociale (così com’è, insufficiente… ma, comunque, coperta completamente almeno fino a metà secolo[70]) dovrebbe tendere, invece, ad universalizzare la copertura sanitaria (attualmente 45 milioni di cittadini ne sono completamente sprovvisti) con fondi pubblici, come da impegni elettorali, accrescendo anche il numero degli addetti.

E, per facilitare la transizione ad un’economia meno basata sull’uso dei combustibili fossili, potrebbe sussidiare un efficace ed efficiente sistema di trasporti pubblici di massa nelle città e cominciare a costruire una griglia distributiva per il 21° secolo capace di gestire la produzione di energia dal vento e del solare.

Un fattore cruciale di questa spesa – ma badate bene: tutto, proprio tutto su quantità e qualità di questo ragionamento, vale tanto per il pacchetto Obama a venire quanto per quello che non viene, invece, dal non-impegno del Berlusca, che promette la ripresa ma non quantifica né qualifica niente di minimamente significativo del pacchetto promesso – è che al limite non ne sono importanti non sono neanche i dettagli ma al dimensione e la tempestività con cui scatta in azione per rimediare alla distruzione di lavoro e di ricchezza, collettiva ma non solo, dovuta al governo di Bush e a quanto lui ha lasciato fare davvero liberamente al “mercato”: perché anche qui c’è un ritardo enorme nel fare.

Una cosa certa è che ci sarebbe bisogno di un difficile, urgente, salvataggio anche per la credibilità della stessa scienza economica, dopo questa crisi. Il fatto è che una scienza si misura sulla propria capacità di spiegare, predire e dare indicazioni affidabili quanto all’oggetto del proprio studio  Ora, la grande maggioranza degli economisti non solo non sono stati capaci di anticipare la natura e lo sviluppo della catastrofe in atto e in arrivo, ma le loro raccomandazioni, in genere monocordi, si sono rivelate in gran parte fasulle e, in minoranza, talmente conflittuali sulle possibilità ed i modi di stabilizzare la situazione da risultare tanto sconvolgenti da essere quasi universalmente respinte. Anche se, o proprio perché, avevano invece ragione.

Dopotutto, niente po’ po’ di meno che il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva dichiarato, e ripetutamente, che il peggio era passato solo per ammettere, poi, assai contrariato di essersi sbagliato anche lui, come molti altri, nell’affermare che la crisi dei subprime sarebbe stata contenuta e limitata rapidamente. Ancora a metà novembre, proprio lui assicurava il Congresso che le misure prese stavano stabilizzando la situazione, col piano di salvataggio che aveva disegnato con Paulson…, per essere smentito il giorno dopo clamorosamente dai fatti.

Presumere ad esempio, e continuare a insegnare e predicare, che le imprese sono per definizione macchine per la massimizzazione dei profitti e che i loro managers, quelli che non rendono conto a nessuno se non a se stessi delle loro scelte, mirano al proprio personale interesse molto più che a quello degli azionisti, per non dire neanche di quello delle comunità in cui operano, era davvero solo una presunzione dettata dalla fede. Non dalla scienza e, tanto meno, dall’esperienza.

Ora, come dopo la Grande Depressione degli anni ’30 del 20° secolo, stiamo tutti aspettando il nuovo grande guru dell’economia, il John Maynard Keynes dei giorni nostri, mentre i governanti si rifanno un po’ tutti alle grandi lezioni che risalgono a lui, che non si combatte contro una crisi grave stringendo i cordoni della moneta e tagliando la spesa pubblica ma mettendo in moto, tutti e se possibile tutti insieme, pacchetti su pacchetti di salvataggio e di stimolo fiscale e nuove misure di regolazione di un mercato diventato universalmente selvaggio.

Adesso, però, bisognerà anche stare attenti in attesa del nuovo guru a non esagerare nell’applicare pedestremente le ricette del vecchio, grande guru del secolo scorso ad una situazione che, ormai, è radicalmente diversa…

Inaugurazione del nuovo Congresso, un po’ movimentata, il 6 gennaio.

• Al Senato, prima i democratici hanno bloccato, con una serie di considerazioni diciamo pure moralistiche, l’insediamento del nuovo senatore dell’Illinois, in sostituzione di Obama, Roland Burris, nominato come prevede la Costituzione dal governatore dello Stato, Rod Blagojevic. Ma Blagojevic è lui stesso sotto inchiesta, anzi è stato pure brevemente arrestato, di più la Camera dei rappresentanti dell’Illinois l’ha ormai deferito sotto impeachment al giudizio del Senato dello Stato, per essere stato pescato con le mani nel sacco dall’FBI (grazie alle intercettazioni telefoniche di prammatica) a cercare di vendersi al maggior offerente proprio il seggio di Obama…

   Ma il no a Burris, come si dice qui forse colpevole per associazione, era però un rifiuto formalmente incostituzionale. La Costituzione prevede solo che sia il governatore in carica, finché resta in carica, a designare per il resto del mandato il successore (due anni ancora avrebbe avuto Obama, eletto nel 2004: quindi, due anni).

   Il designatore era, dunque, Blagojevic e il designato è Burris, un democratico, anche lui di colore come Obama. Così, facendo una brutta figura, i senatori democratici, alla fine, ci hanno ripensato, lo hanno riammesso nel loro numero e lui ha giurato[71].

• Più liscia è stata la nomina, sempre tra i senatori democratici, del sostituto del vice presidente eletto, Joe Biden: sarà, pacificamente, il suo principale consigliere Ted Kaufman, nominato dal governatore del Delaware;

• Invece, c’è voluto più tempo per rimpiazzare la senatrice Clinton. Il governatore David Paterson, dello Stato di New York, dopo che la figlia di John Kennedy, Caroline, ha rinunciato (ha dovuto rinunciare: tra l’altro è venuto fuori che non aveva pagato tutte le tasse che avrebbe dovuto né i contributi per la colf che aveva in casa: e qui, di fatto, diventava così ineleggibile…) ha puntato alla fine su una deputata a Washington dello Stato, Kirsten Gillibrand, una dinamica trottola politica e madre di due bambini e nota nel partito democratico per le sue posizioni centriste (la elegge, lei democratica, un distretto a maggioranza repubblicana)[72].

• L’ultima risultato rimasto in bilico, dopo mille conteggi e riconteggi, è quella di uno dei due  seggi del Minnesota e ha visto vincere, con forse 200 voti su un totale di quasi tre milioni, il candidato democratico, Al Franken, comico televisivo famoso e famosamente anti-Bush, contro uno dei repubblicani maggiormente conservatori che lo occupava, Norm Coleman: che, però, ha subito fatto ricorso legale... e ancora non è sicuro come andrà a finire.

   Se vince Franken, come pare probabile, i senatori democratici saranno 59, uno solo sotto il numero magico che consente, se restano insieme, di respingere l’ostruzionismo possibile – 40 voti, se restano insieme loro – della minoranza repubblicana (a parità di voti, decisivo è il voto del vicepresidente degli Stati Uniti e presidente del Senato.  

• Infine, alla Camera, dove questo tipo di contenziosi non si sono verificati, la nuova più larga maggioranza democratica vede però mutare la propria composizione interna in misura non proprio irrilevante: più sbilanciata, adesso, sulla destra dei democratici che sulla loro sinistra[73].

Il tutto complicherà, ma non irrimediabilmente certo, per il nuovo presidente, i problemi di governane del Congresso…

Per l’Iraq, risulta[74] che i vertici militari anticipando le disposizioni che in base a quello che stanno comunicando loro i consiglieri di Obama arriveranno poco dopo il suo insediamento, stanno ridisegnando piani. Modi e tempi che avevano preparato, sotto Bush, molto più dilazionati  per il ritiro  delle truppe americane dalla Mesopotamia. Presto, più presto, un ritiro parziale di truppe che il presidente intende inviare subito in Afganistan in esecuzione di quello che aveva promesso e che vorrebbe veder completato da qui a sedici mesi, secondo la richiesta, del resto, ormai manifestata dal governo iracheno.

Il problema è che se non cambia del tutto la strategia con cui l’America sta affrontando il nodo afgano, non se ne esce. Tutta l’area è fatta di Stati come l’Afganistan (il Pakistan, l’Uzbekistan, il Tajikistan, il Turkmenistan…): che con la democrazia – storia, tradizione, cultura – hanno assai poco a che fare oltre, forse, ad aver alimentato le illusioni ossessive di Bush: di poterla calare dall’alto e farla attecchire nelle buche sassose scavate dai milioni di tonnellate di bombe che i loro aerei andavano seminando in Afganistan nella lunga, la più lunga e la più strana, guerra che gli Stati Uniti abbiano mai combattuto nella loro storia.

Qui passioni, sentimenti, obbedienza sono da sempre dovute non allo Stato, né alla nazione, ma all’Umma, alla comunità universale e senza confini dei credenti islamici, dove appunto i confini non li ha mai osservati nessuno e l’unica lealtà sentita da tutti come obbligata e da tutti ferocemente praticata è quella dei legami tribali. Ignorare i quali, inevitabilmente porta guai e porta dolori[75].  

E’ qui – ma una volta fatti i conti con questo problema, prendendone atto e buttando a mare illusioni e ossessioni dei democratici per forza, i neo-cons della democrazia come diritto/dovere universale per tutti, anche per quelli che non la sentono propria, se necessario anche a colpi di bombe – che si giocherà anche, in un futuro prossimo venturo, il rapporto nuovo tra Stati Uniti e resto dell’occidente, se volete la NATO.

Obama in Afganistan batte anche un record mondiale (negativo sicuramente e, anche, solo dal punto di vista strettamente strategico per tutto quel che siamo venuti dicendo nell’illusione di vincerla così, quella guerra: nella sua prima settimana di presidenza ha, infatti, subito autorizzato il bombardamento di un villaggio pakistano, senza l’accordo (almeno ufficiale) di quel governo che, per quanto mezzo fantoccio, è quello esistente e riconosciuto quasi da tutti a Kabul e fa colpire due case dai missili di un aereo senza pilota.

E’ una violazione chiara e diretta del diritto internazionale e purtroppo – a parere di chi scrive –costituisce una pessima mossa all’inizio di questa presidenza[76]. Lo ha testimoniato apertamente il primo ministro pakistano, Yousaf Raza Gilani: voglio che resti “agli atti”, ha detto alla CNN, che questo governo “non ha alcun accordo con gli USA che consenta loro di bombardare” con gli aerei senza pilota le regioni tribali del Pakistan. Anche perché si tratta di attacchi “controproducenti” che mettono a repentaglio il possibile sostegno delle tribù delle regioni di confine al governo. Gli Stati Uniti devono porre fine ad ogni attacco sul suolo pakistano e “rispettare la nostra sovranità[77].

Già… devono. E se non lo fanno, visto il cappio con cui stringono al collo il governo pakistano?

Però, e non certo a caso, lo stesso giorno il presidente afgano, Asif Ali Zardari, ribadisce – secondo l’Agenzia indiana Press Trust – la necessità che il suo paese “resti stabile” per sconfiggere gli estremisti e proprio agli Stati Uniti ricorda che questa stabilità politica ed economica “a lungo termine è nel loro interesse strategico”. Per cui è a loro che spetta fornire gli “strumenti” per consentire al Pakistan di fare “il lavoro che deve fare”: perché “l’assistenza al Pakistan non è carità[78], anche se il suo governo ed il suo paese ne sono, appunto, totalmente dipendenti…

Sempre sull’Afganistan, lamentano gli inglesi[79], ancora più realisti del re credendo di anticipare a pieno i desiderata del nuovo regnante effettivo – nell’occasione lo dice il ministro della Difesa del governo di Sua Graziosa Maestà, John Hutton – che gli altri paesi NATO non stanno facendo fronte all’aumento di truppe che vuole Obama per l’Afganistan. Ora, ammonisce Hutton serioso, “non possiamo aspettarci che siano gli americani da soli a sollevare tutto il peso del trasporto e del sostegno aereo alle operazioni di terra”. E, messa così, sembra un’osservazione razionale. A fronte dei 30.000 soldati americani in più, gli inglesi ne avrebbero già “promessi”, si dice, 3.500. Ma gli altri, niente… o quasi.

Ed è qui che l’asino casca. Hutton si dice sicuro che su questa questione, in sostanza, si definirà il prossimo futuro della NATO, nel primo vertice che per il 60° anniversario dell’Alleanza vedrà partecipare per la prima volta anche il presidente Obama. Ma il fatto è che, anche se non hanno nessuno – tedeschi, italiani, spagnoli, quant’altri: anche i neofiti dell’ex Est europeo supertifosi dell’Atlantismo ad oltranza – il coraggio politico e civile di dirlo, non è più accettabile ormai l’andazzo di ieri: che l’America – Clinton, Bush o Obama che sia – decide che fare, lo comunica agli altri ed essi, semplicemente, eseguono.

Per far funzionare l’Alleanza, ormai, oltre a ridefinirla anche formalmente – che caspita c’entra, l’Afganistan, con la NATO, con l’organizzazione militare comune del Trattato per la difesa nell’area del Nord Atlantico, per la miseria? – occorre ridiscuterne le regole. Si dibatte, si scambiano pareri e/o proposte e, poi, si decide con gli Stati Uniti d’America, se così si vuole. Non sotto gli Stati Uniti d’America…

Intanto è stata decisa la data delle prossime elezioni: rinviate più volte, le presidenziali  che la Costituzione voleva fossero tenute a maggio scorso – e cui Karzai ha detto di rivolersi candidare – si svolgeranno – dice adesso la Commissione elettorale che da Karzai dipende – il 20 agosto[80]. Dice…

Ben altrimenti urgente, viene oggi – subito – alla ribalta, sulla scena politica del mondo ed anche su quella della transizione americana, la devastazione di Gaza, condotta a forza di bombe, qualcuna mirata e molte – troppe altre – no. Dice: ma Hamas mette nel mirino proprio i civili tirando su cittadine e villaggi israeliani…; i soldati di Israele no, se ammazzano anche civili è una disgrazia…

Già… peccato, però, che il numero dei morti attribuibili agli uni sia di qualche centinaio di volte inferiore— fino al 18 gennaio, 2 giorni di guerra, 13 israeliani morti (10 negli scontri e 3 vittime dei razzi Qassam palestinesi, a fronte – se così si può dire – di 1.300-2.000 palestinesi uccisi (stanno tirando via ancora i corpi, o i pezzi dei corpi, da sotto le macerie), tra cui decine o forse qualche centinaio di guerriglieri ma molti di più i civili di cui, dicono quelli della Croce rossa internazionale, almeno un terzo di bambini tra pochissimi giorni e 10 anni…

E peccato, per Israele, che fra le tante cose che effettivamente è riuscita a distruggere non ci sia certo stata la volontà di resistere di Hamas e dei palestinesi più in generale. E’ la logica dell’occhio per occhio che, spesso s’è ricordato con Gandhi in questi giorni, essere il modo di rendere tutti orbi… ma, in questo caso, sembrerebbe piuttosto, vista la sproporzione totale, è stata in realtà la logica dell’occhio per… ciglio: incapace, in ogni caso, sul fondo, di cambiare alcunché.

C’è un fatto rivelatore e anche triste: che i bombardamenti di Gaza siano stati propriamente un “massacro” da parte israeliana, lo ammettono, senza rendersene neanche conto, i servizi di informazione e di propaganda di Israele quando, a scopo, diciamo, psicologicamente terroristico, i volantini lanciati da aerei ed elicotteri sul territorio martellato da missili e bombe proclamano in arabo – invitando chi li raccoglie a dare informazioni anonime contro Hamas a un numero di Londra (dei servizi segreti di Tel Aviv – che “il futuro del massacro è nelle vostre mani[81].

Insomma, continueremo a “massacrarvi” tutte e tutti, dipende da voi e non da noi… e che di massacro si tratti, lo riconosciamo noi stessi!

Qualche notazione, ora, di passaggio:

• adesso, ma solo per ora (bisognerà tornare a parlarne), lasciamo da parte un’altra possibile motivazione dell’interesse determinatissimo di Israele a non lasciare in alcun modo il controllo di Gaza ai palestinesi: per utilizzare prudentemente un titolo di un influente giornale israeliano[82], che riprende una notizia già vecchia di mesi, su miliardi di dollari di risorse di gas naturale off-shore che, se Gaza non fosse stata militarmente assediata, bloccata e poi bombardata per settimane, sarebbero di diritto palestinesi ma che Israele non vuole assolutamente mollare… 

• sembra poi, almeno a chi scrive, che Israele e Hamas si siano reciprocamente tirate per i capelli in questo scontro; ma quando se lo sono ritrovato fra le mani ci si stanno giocando sopra, adesso, il futuro proprio e quello degli altri;

• il fatto è che né l’assedio a Gaza condotto ormai da tre anni col blocco ferreo di tutti i suoi varchi a ogni commercio oltre che al transito dei palestinesi, né la continua, soprattutto più che altro mentalmente pesante, minaccia di razzi sul Sud di Israele;

• a questo proposito, c’è una domanda che qualcuno dovrebbe pur porre, pubblicamente, a Hamas; ed è perché, anche subito prima dell’invasione, anche sotto assedio, anche sotto invasione dei carri armati Merkava israeliani, abbia insistito nel concentrare l’uso dei suoi Qassam così grezzi non sulle concentrazioni di carri ai propri confini o subito dentro i propri confini, ma sui soliti bersagli civili dei pezzi di territorio che considera suoi, Sderot ad esempio ora in mano agli israeliani:

   se non perché la logica aberrante di questo conflitto impone, si capisce, tragicamente che la cosda più importante per Hamas sembra essere martellare nella mente dell’altro, dell’israeliano, che il “suo” altro, il palestinese, ancora c’è e ancora resiste. In fondo, poi, è la motivazione di ogni resistenza militare, nella storia del mondo;

• non sembra neanche lontanamente pensare al domani, Israele, al vuoto di potere, di controllo, di tutto che una vittoria totale su Hamas, improbabile è vero, ottenuta grondando letteralmente sangue – quello che hanno mostrato al mondo arabo, ed al mondo tutto più in generale, le immagini televisive che Tel Aviv non è riuscita a bloccare pur avendo tenuto con la forza tutti i reporters fuori dalla zona – che potrebbe, a questo punto, ben essere colmato dal peggio del peggio anche per Israele, non solo per i palestinesi certo: da al-Qaeda, per intenderci…;

• il problema per Israele è stato anche quello di calcolare freddamente il tempismo nel suo intervento: sferrato con Obama ancora sulla soglia della Casa Bianca e con Bush in uscita (gli unici che potevano frenare Tel Aviv, volendo certo…), nel giorno sacro del riposo ebraico – dello Shabbat, quando un buon ebreo non deve neanche guidare un automobile – nella distrazione del mondo; e senza stampa, senza soprattutto televisione… solo che è andata male, qualche immagine (nell’era dei video-cellulari e di You Tube) è sfuggita e “quando c’è di qua un ragazzino palestinese e di là, davanti a lui, un carro armato israeliano, come spieghiamo e facciamo credere a tutti che il tank in realtà è David e lui è Golia? Ecco perché e come la televisione ci ammazza[83]. Già…;

• l’attacco  israeliano sembra accelerare un complicato ma ormai più possibile, oltre che necessario, riavvicinamento tra Hamas e, almeno, l’ala cosiddetta militare di Fatah, che potrebbe finire col far saltare proprio la leadership già precaria di Abu Mazen (Mahmud Abbas), l’erede di Arafat— al limite anche se, sotto le sue bombe, Israele riuscisse prima a far saltare Hamas e il suo governo;

• ma anche, ancor più difficile ma ormai non impossibile perché Hamas ha constatato i suoi punti deboli sul piano della tattica come ha dovuto fare Fatah su quello della strategia, un riavvicinamento anche politico, indispensabile per arrivare poi a qualche negoziato significativo con la controparte vera, Israele;

• perché l’unica cosa che Fatah non potrebbe fare davvero è soppiantare Hamas, che pure non amano certo tutti, a Gaza, sulle ali delle bombe al fosforo o sulle spalle dei carristi di Israele; ad essere marginalizzato così sarebbe, e forse non solo a Gaza anche nella “sua” Cisgiordania, quello che agli occhi della stragrande maggioranza dei suoi cittadini e dei suoi elettori corre già oggi il rischio di diventare il candidato dell’occupante, Abu Mazen;

• e mentre la Casa Bianca di Bush si avvia a chiudere i battenti cincischiando sui termini (vogliamo una “tregua immediata” a Gaza, si capisce, anche noi; immediata, ma non proprio… subito: cioè, quando e se Israele la riterrà opportuna, piuttosto…); e a chi gli ricorda il costo in vite umane ogni ora che passa…, peste lo colga― sostanzialmente, anzi letteralmente, esclusa la maledizione finale, sono le parole di quella faccia di tolla del portavoce, Gordon Johndroe, per conto di Bush[84]

… ora, dopo tre settimane di questa guerra, che finisce – o, meglio, si interrompe per ora e non a caso proprio alla vigilia del crepuscolo bushotto – nello Studio Ovale arriva Barak Obama. Quando s’è appena chiusa, sotto Bush ma molto precariamente, quest’ultima guerra— precariamente  perché non si conoscono bene clausole e contenuti della tregua che, deliberatamente, Israele non  ha voluto negoziare – perché insiste nel non riconoscere lo status di negoziatore al nemico – ma ha deciso unilateralmente e, forse, è anche stata costretta a decidere dall’arrivo di Obama. Agli USA, Tel Aviv aveva chiesto con insistenza, senza poterle ottenere perché non erano certo nella disponibilità degli americani, garanzie sul blocco dei rifornimenti di armi a Hamas …

La tregua israeliana prevede, così, la sospensione dei bombardamenti, ma non la fine dell’occupazione militare né del blocco di Gaza: per questo, prima, Hamas ai massimi vertici dichiara di non accettare il cessate il fuoco ma, poi, poche ore dopo, su pressione della sua ala di Gaza pesantemente martellata da quelle tre settimane di bombe, ad accettarla condizionatamente allo sblocco dell’occupazione: scadenza – dice – una settimana[85]...

Le domande su queste tregua e sulla sua attendibilità, quindi, si accumulano, angoscianti, adesso che siamo tornati alla casella numero uno e nessun problema è stato risolto, anzi tutti sono peggiorati:

• reggerà, anzitutto? tutto dipende dalla visibile implementazione di un ritiro effettivo, per quanto graduale ma rapido di Israele dal territorio di Gaza (e c’è stato, entro una settimana) e, almeno, dall’inizio di uno sblocco dell’assedio di tutta la Striscia, da una parte: l’incentivo, cioè, per coloro con i quali non si vuole negoziare ma che sono la realtà sul campo, lo controllano ancora e, dal confronto, non sono stati sicuramente eliminati per sempre; e, dall’altra parte, tutto dipende dalla rarefazione fino alla scomparsa dei lanci di razzi di Hamas;

   anche perché, intanto, subito – anche durante gli stessi bombardamenti per quanto possibile – è ripresa la riparazione e la costruzione dei tunnel[86] (erano 1.000, secondo le stime di Tel Aviv, sui quattordici km. della frontiera israelo-egiziana – il governo egiziano mette una tassa del 50% sul valore di ogni trasporto: ci guadagna e non ha alcun interesse prolungato ad opporvisi… a parte l’impossibilità per un qualsiasi paese arabo, perfino per l’Egitto di Mubarak, di condannare all’estinzione per fame gli abitanti di Gaza;

   scavate sotto il confine egiziano queste gallerie (che le Forze armate di Israele pensano/sperano/si illudono di aver distrutto forse al 60%) rappresentano da anni l’unica via di rifornimento di viveri, medicinali, materiale di ogni genere per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza assediati e bloccati; ma sono, anche, il sistema di rifornimenti di armi di Hamas e di materie prime per farsele, molte, in casa: che di lì arrivano, altro che dal mare che Berlusconi si è offerto di bloccare con le navi della potente nostra Marina da guerra…;

• riprendendo un tema, cruciale, già sopra accennato: che succede, ora, alla divisione profonda, politica, che spacca i palestinesi? che succede a Gaza? perché certo, adesso, Hamas avrà i suoi problemi ma a Gaza resta la sua forza coesa capace di coagulare – lasciamo qui perdere come – consenso; mentre per riacquisire credibilità e forza tra i suoi seguaci, convinti o passivi, nolenti o volenti – ma sempre quelli che due anni fa lo avevano respinto alle urne liberamente, a favore di Hamas – Fatah sia a Gaza che in Cisgiordania dovrà dimostrare di riuscire a strappare risultati efficaci, nella realtà e presto, quanto ad un vero e proprio Stato palestinese.

   Importante è stato l’appello immediato di Abu Mazen a Hamas per riprendere il negoziato interpalestinese su una rappresentanza e un governo unico: ma sarà difficilissimo, anche se, in questo caso, potrebbe forse aiutarlo anziché ostacolarlo il fatto che Obama, chiarendo che lui intende parlare anche con Hamas (vedi dopo), dice chiaro che è Abu Mazen per lui l’interlocutore palestinese: certo – questo non lo può dire, ma è nella realtà delle cose – se riprende un po’ di fiato e credibilità tra la sua gente;

• che succede stavolta nell’animo di Israele? che impatto avrà il suo attacco implacabile anche su una popolazione del tutto indifesa sulla democrazia israeliana – quella che vige fecondissima e piena di dibattito – tra gli ebrei e per gli ebrei cittadini di Israele?;

• che effetto avrà questa guerra, sulle elezioni che si terranno fra poco in Israele? vincerà la destra estrema – Netanyahu coi suoi alleati ultrareligiosi ortodossi (di cui diremo ancora qualcosa, poco più avanti) – considerando, e facendo considerare la guerra, come non abbastanza ferocemente eseguita e, dunque, come una missione incompiuta? o vincerà il centro-sinistra del duo Livni/Barak (o Barak/Livni) che la guerra l’hanno condotta sotto la leadership nominale di Olmert e hanno deciso di interromperla il giorno prima del giuramento di Barak Obama?;

• sarà mai possibile, quanto sarebbe auspicabile, che in Israele prevalga il senso se non di una giustizia da ristabilire di un suo interesse, anzitutto, a rinunciare a quel che deve e di cui – questo è un fatto che non si discute – si è appropriata soltanto con la forza per cercare davvero la pace nella sola maniera possibile: facendosi accettare da chi finora ha negato perché ne era negata e viceversa?;

• e come si risolve, se si risolve, la divisione nel mondo arabo, tra quanti credono che – come in pratica è successo, dice la storia, per ogni Stato sovrano, Israele compreso – solo con la forza può nascere uno Stato indipendente palestinese, e quanti puntano – o, comunque, sperano ancora – su una soluzione politico-diplomatica malgrado tutte le delusioni e le frustrazioni e le tragedie patite finora?

   Mentre Gaza veniva demolita quasi casa su casa, ci sono stati quattro, dicesi quattro vertici, con diversi partecipanti della Lega araba, tutti divisi tra loro e nessuno di essi col numero (i 2/3 dei membri) o l’autorevolezza necessaria a prendere una qualsiasi decisione e renderla operativa. Se non per l’annuncio che l’Arabia saudita ha deciso di dare un assegno da 1 miliardo di $ per la ricostruzione di Gaza… che è tanto: ma che nessuno ha la minima idea di come, a chi e quando verrà consegnato e di come potrà essere incassato e speso sotto il blocco militare che, comunque, continua…

   Questa guerra ha alimentato ancor più frustrazioni, rabbia, sospetto ed odio fra i paesi arabi e dentro ciascuno di loro per l’irresolutezza disperante delle loro leadership politico-militare e l’incapacità di fare i conti fino in fondo con la realtà: l’irriducibilità dell’esistenza di Israele, cioè, la necessità per uscirne di piegarsi tutti all’accettazione inevitabilmente reciproca, la superiorità strategico-militare (con alle spalle quasi 150 ordigni nucleari e termonucleari anche, forse…) e politico-diplomatica del nemico/vicino ebraico.

• poi c’è il problema del rapporto tra mondo arabo nel suo complesso e occidente, in particolare, ma non solo – però è solo di quello che parla, perché in effetti è il solo che nell’area si fa davvero sentire – gli Stati Uniti d’America. E, qui, non bisogna prendere abbagli, illudendosi che la rabbia degli arabi sia circoscritta a Hamas, a Hezbollah e veda immuni le masse arabe.

   Leggete, e forse si potrà anche capire meglio così, il commento straordinariamente chiaro, non estemporaneo ed affidato a un quotidiano inglese di grande autorevolezza internazionale di uno dei massimi esponenti per nascita, status e definizione “moderati” tra gli arabi, il principe saudita Turki al-Faisal, già capo dei servizi segreti del Regno wahabita e per molti anni ambasciatore del suo paese in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

   Scrive che “la settimana scorsa non solo abbiamo visto assassinare dalle Forze di difesa di Israele oltre mille palestinesi, ma abbiamo anche assistito all’approssimarsi dell’uccisione dello stesso processo di pace. A meno che la nuova Amministrazione americana compia ora passi vigorosi per prevenire qualsiasi ulteriore massacro o sofferenza dei palestinesi, sono a rischio il processo di pace, il rapporto Stati Uniti-Arabia saudita e la stabilità di tutta la regione (…)

   L’America non si può dichiarare innocente rispetto a questa calamità. Non solo l’Amministrazione Bush ha lasciato un’eredità ammorbante nella regione – dalla morte di centinaia di migliaia di iracheni all’umiliazione ed alle torture di Abu Ghraib – ma, attraverso la sua arrogante attitudine nei confronti del macello di Gaza, ha dato il suo contributo al massacro degli innocenti.

   Adesso, se gli USA vogliono continuare a giocare un ruolo di leadership in Medio Oriente e mantenere intatte le proprie alleanze strategiche – specialmente la ‘relazione speciale’ con l’Arabia saudita – dovrà rivedere drasticamente le sue scelte nei confronti di Israele e Palestina[87].

   Niente che non sia stato detto prima, d’accordo… Ma mai era stato detto prima con questa forza da un principe saudita tanto influente… anche se piuttosto ingenuo appare, comunque, l’avverbio (“drasticamente”) col quale dice come gli USA dovrebbero – anzi, devono – rivedere il loro rapportarsi a israeliani e palestinesi. Un qualche cambio è possibile, anche se non proprio probabile. Un cambio drastico è assolutamente impossibile.

• adesso, la vera incognita – dopo tutto è il solo fatto nuovo – è vedere che effetto avrà Obama sul futuro del processo di pace; sarà sempre in linea, anche se è così diverso, col passato cieco e totalmente sbilanciato degli americani? o sarà diverso, più equilibrato, più attento anche alle ragioni dell’altro?:

• e l’Unione europea? riuscirà, anche qui, forse qui soprattutto, la scintilla di innovazione che viene (potenzialmente…) da Washington, insieme alla più che probabile richiesta – sensata qui, altro che in Afganistan – di un coinvolgimento maggiore dell’Europa, a superare l’ostilità sorda di Israele a una maggiore, più attiva ma anche più obiettiva presenza del vecchio continente, troppo abituata com’è ad essere trattata dall’America come la figlia dell’oca bianca e, come tale, lasciata anche in pace dall’Europa per inconfessa subordinazione al Grande alleato? e, riuscirà, allora, l’Europa  a darsi ed offrire un proprio contributo coerente al suo dire e al suo fare sul nodo israelo-palestinese?

Obama, intanto, e fino al suo insediamento, sta zitto perché – dice – negli Stati Uniti “c’è un presidente per volta”. E anche se la cautela con cui si muove molti la leggono forse anche con ragione come un buon segno, alla luce soprattutto dell’avventata e fraudolenta sicumera del predecessore per otto anni, la motivazione non convince più di tanto perché poi, alla verifica, in politica internazionale questa sembra una giaculatoria riservata solo al Medio Oriente. L’esserci solo un presidente alla volta, infatti, non ha impedito ad Obama di pronunciarsi subito, e non solo in linea di principio ma anche in puntiglioso dettaglio, su ogni altra questione che non sia il bombardamento di Gaza.

Come, per esempio, e per dirne una soltanto, quando ha condannato, con parole durissime, gli attentati che hanno fatto morti, sicuro, ma molti di meno a  Mumbai, nello scorso novembre. A meno che la differenza non sia tra bombardamenti terroristici (Mumbai, Sderot), da condannare e bombardamenti statali (Israele a Gaza), e poi di un governo amico, da condonare, aiutare se non anche lodare…

Il fatto, noto, però, è che il combattente per la libertà di uno è sempre il terrorista dell’altro, che il terrorismo è sempre, per definizione, quello degli altri: l’americano George Washington e il rivoluzionario terrorista condannato all’impiccagione come traditore da Giorgio III di Inghilterra, Garibaldi è il terrorista di Pio IX come di Francesco Giuseppe, Cesare Battisti sempre di questi, l’ebreo Menachem Begin per gli occupanti inglesi della Palestina nel 1948, il sudafricano Nelson Mandela per i sudafricani Verwoerd, Vorster e Botha: quasi tutti, poi, diventati presidenti dei rispettivi Stati resi sovrani anche sì, anche, col “terrore” come veniva definito da chi era al potere e, almeno alcuni di loro ricordati dal mondo intero oggi come eminenti statisti.

E, almeno a sentire il parere di un soldato israeliano in prima linea, a Gaza, “il sergente Almog[88]  questi palestinesi di Hamas che buttano razzi alla cieca su Israele, “sono solo dei contadini con in mano un fucile: non mirano neanche prima di sparare”. Malgrado questo, malgrado abbiano di fronte il quarto, forse il quinto esercito del mondo, non perdono. E se non perdono, perché Israele non riesce mai a vincere oltre che le sue singole guerre anche la pace, sono loro che vincono…

Il fatto è che Gaza è un incubo di sicurezza e un incubo politico che Obama non può evitare, anche se fosse possibile riappiccicare insieme un qualche precario cessate il fuoco prima del suo insediamento. Anche Obama si trova di fronte ad opzioni limitate. Ma ora, arriva la sua occasione per fare la differenza e segnalare un’iniziativa nuova. Ma potrebbe anche non averne altre. Se sbaglia il passaggio, tutto il mondo mussulmano lo cancellerà dal proprio futuro come una copia del recente passato … Il problema, però, è che anche lui potrebbe avere una qualche difficoltà di interpretazione della parola ‘immediata’[89]. Per vedere non c’è altro qui che aspettare.

Certo. Qui c’è il buco nero del mondo visto dai liberal americani; un po’ tutti, eccezioni rarissime, coi paraocchi: tali e quali ai repubblicani, alla Bush. La Palestina non c’è. C’è solo Israele. I rozzissimi razzi palestinesi, per quanto inefficaci, sono armi di offesa e “terroristiche”, per definizione. I missili e le sofisticate bombe GBU-28 lanciati dagli F-16 israeliani sono strumenti di pura difesa[90], anche se forse non proprie opere di bene…

E la radice di questo problema – che se non viene estirpata finirà col frustrare ogni tentativo di mediazione onesta, di fare l’honest broker, il mediatore imparziale come si dice, che anche Obama volesse tentare, è il pregiudizio fortissimo antipalestinese che regna nei media americani. Cui manca, da sempre, una prospettiva anche minimamente equilibrata del problema.

Solo il 4% delle “storie” che passano  sulla questione sui media statunitensi, giornali ma soprattutto Tv, accennano anche solo al fatto che i palestinesi sopravvivono da decenni sotto occupazione militare e meno del 25% degli americani (un miracolo, pero: sei volte tanti) dicono di essere sensibili alle ragioni di entrambe le parti[91].

Ed è questa pressione interna che, in una democrazia – un po’ come tutte, è vero, ma più di tutte – a istinto e a sensazione più che basata su informazione e ragionamento, offusca tutto e rende impossibile sciogliere o tagliare in particolare questo nodo.

Su Gaza, ha assicurato Cheney, il vice presidente di Bush, Israele non ha cercato l’approvazione dell’Amministrazione americana prima dell’attacco. Ed è un’assicurazione credibile: Israele, infatti, dava per scontata l’approvazione dell’operazione Piombo fuso, Israele[92]. Tutti – tutti – i leaders parlamentari americani, in effetti, si sono detti d’accordo con l’attacco israeliano: i repubblicani, come del resto anche i democratici, c.v.d., hanno detto che i bombardamenti, l’invasione, sono assolutamente comprensibili, giustificati, perfino auspicabili non fosse, certo, per le vittime “collaterali” della lotta al terrorismo che sono naturalmente, però, inevitabili.

L’unico a distinguersi, e a chiedere un’inchiesta dell’ONU sui metodi e la sproporzione dei metodi di Israele, è stato il deputato democratico dell’Ohio, Dennis Kucinich: che non assolve affatto Hamas, come subito pavlovianamente – riflesso condizionato pro-Israele comunque – l’accusano di aver fatto i portavoce della lobby israeliana in America, quelli dell’AIPAC, ma sostiene con grande buon senso “che non è consentito [neanche] a Israele mettersi a fare una guerra contro un intero popolo per cercare, come dice, di portare a giudizio i pochi responsabili[93] del lancio dei razzi.

Invece, sentenzia sicuro il sen. Harry Reid, presidente del gruppo democratico, è proprio quello che avremmo fatto anche noi, se dal Canada avessero lanciato contro Seattle, ad esempio, la città confinante dello Stato di Washington, i loro razzi. Non menziona, perché ovviamente per lui è irrilevante – orbo com’è – che il territorio canadese da cui alla fine sarebbero partiti quei razzi sarebbe stato occupato, bombardato e/o invaso e bloccato da 61 anni di seguito dai marines americani e che i razzi sarebbero stati, allora, sempre cretini e sciagurati, certo, ma forse anche un po’ più “spiegabili”…

Il punto è che, purtroppo, anche questo nuovo presidente, autodefinitosi post-razziale, sembra completamente identificarsi con questa lettura e questa visione dei fatti univoca e unilateralmente guercia che sconta come la vita degli arabi valga meno comunque di quella degli israeliani e che a priori considera gli arabi come terroristi. Fino a prova contraria, finché cioè non dicono sì all’America, ad Israele e ai loro desiderata. E, come lui, fanno Hillary Clinton e tutta l’equipe di politica estera e di sicurezza, specie il gruppo degli “esperti” di Medio Oriente, tutti da sempre in tasca ad Israele.

Abbiamo tutti letto, ad esempio, che la tregua era stata rotta inizialmente da Hamas. Ma essa – alt ai razzi palestinesi in cambio della cessazione dell’assedio di Gaza via mare, aria e terra da parte israeliana – non era mai, in realtà, entrata in funzione visto che mai era stato levato il blocco di Gaza[94]. Poi, il 5 novembre, la tregua era stata rotta da Israele, formalmente e deliberatamente e annunciandola ufficialmente[95], quando aveva ucciso cinque palestinesi a Gaza: prima che riprendesse il lancio di razzi su Israele.

Ma il fatto, che cioè Israele ha violato la tregua per prima, è stato sepolto con l’aggettivo “terrorista” affibbiato a chi ne aveva subito la violazione e, dunque, subito dimenticato. Così come abbiamo tutti letto e sentito del fatto, indubbio, che Hamas rifiuta di riconoscere Israele. Come se Israele, invece, avesse mai dimostrato qualche disponibilità a riconoscere Hamas… Tra l’altro: ma che significa “riconoscere” in questo contesto) da una parte, uno Stato come Israele, dall’altra un partito eletto democraticamente a governo ma non ancora riconosciuto come tale quasi da nessuno, non certo uno Stato e, tanto meno, sovrano? Che senso ha la pretesa di chiedere a Hamas di riconoscere Israele, senza riconoscere Hamas e, però, esigendo che garantisca il cessate il fuoco a Gaza?

E un settimana dopo il primo bombardamento massiccio, è anche scattato – sempre di sabato, nel giorno del riposo dello Shabbat – quello che pudicamente televisioni e giornali di tutto il mondo chiamano “l’attacco di terra” e che, una volta, si chiamava più onestamente invasione o Blitzkrieg, col nome suo… E tutti lì, paralizzati, al meglio a torcersi impotenti le mani, o a subire il nyet che, col veto americano e l’acquiescenza passiva degli altri, consente al massacro di continuare. Come mai? Ma è semplice: Hamas, vittoria elettorale o no, eletta o no democraticamente, è stata “designata” dal Dipartimento di Stato e dal governo di Israele – che a suo tempo pure se l’era  inventata – come un’organizzazione terroristica. E quindi…

L’Europa pedissequamente, scodinzolando, nei fatti ha seguito. La tregua, per quanto unilaterale di Israele, è arrivata solo quando Bush ha convinto Olmert e, poi, in gran fretta si sono accodati gli europei, arrivati a Sharm el-Sheick in processione a intesa raggiunta per fare almeno finta (ché di questo s’è trattato).

Accodati, dunque: qualcuno soffrendo un poco, magari; altri facendo finta di soffrire, forse; certuni, tutti nella confusione più introversa – ognuno sa, anche quando non vuol sapere, ognuno recrimina ma nessuno osa farlo a voce alta:

• Francia, Irlanda, Belgio e Lussemburgo e, con qualche esitazione in più, la Gran Bretagna vorrebbero che l’Europa dicesse come Israele ha sbagliato reagendo, per lo meno, “sproporzionatamente”;

• un gruppetto va dietro Germania – per obbligo della storia, della sua orribile storia, diciamo… – e Repubblica ceca – per filoamericanismo – decise a dire che la colpa è tutta di Hamas;

• l’Italia condanna Hamas e i suoi razzi ma è anche d’accordo a riconoscere – non troppo forte però – la sproporzione delle reazioni di uaklciosda sulla Israele— insiste il Berlusca: “unica democrazia del Medio Oriente”, scordando di precisare, però,  che sicuramente democrazia è ma, nei fatti ed anche nel diritto di quel paese, soprattutto o spesso anche solo per i suoi cittadini ebrei, non per gli arabi e neanche per i cristiani;

   poi, Berlusconi, e in fila Frattini, Gasparri, La Russa, ecc., offrono di mandare ad intercettare e bloccare le armi dirette a Gaza, a Hamas, i soldati italiani: marina e carabinieri – l’ “Arma”, li chiama lui, confondendo tutti gli interlocutori cui lo va a raccontare a Sharm el-Sheick (bloccare le armi con l’arma?!? traduttori simultanei confusi e colleghi del Cavaliere esterrefatti)

   …beccandosi, dopo pochi giorni, l’alto là diplomaticamente chiaro dell’Egitto: il ministro degli Esteri Ahmed Abdul Gheit spiega[96], infatti, che farebbe meglio a riconsiderare questi propositi, insieme a chiunque altro in Europa ne nutra di analoghi: potrebbero sorgerne “conseguenze pesanti nei rapporti con i palestinesi e tutto il mondo arabo” che non sembrano affatto disposti, malgrado le loro reticenze e le non sbandierate riserve che pure nutrono su Hamas pericoloso per gli assetti di tutti i loro regimi, a sposare pubblicamente il punto di vista di Israele che Berlusconi invece, sulla questione, fa suo (sono terroristi… si tratta di contrabbando…).  

Insomma, l’Europa – ancora una volta – è nell’incapacità di decidere.

L’unico che ha osato provarci sul serio a fare un po’ di reale intermediazione – non solo qualche invocazione ad Allah o al Signore Dio onnipotente, ma anche avanzando qualche proposta attenta ad apparire il più compatibilmente e politicamente equilibrata possibile – difficile e rischiosa perché si trattava letteralmente di predicare ai sordi, è stato Nicolas Sarkozy,

Visto che la delegazione ufficiale europea, presieduta dal ministro degli Esteri della Repubblica ceca, si limitava a invocare la buona volontà di chi si sparava addosso, in assenza di qualsiasi vero sostegno di chiunque altro, è andato di fatto – scavalcandola e creando così, non c’è dubbio, una situazione di imbarazzo reale politico-diplomatico – personalmente a parlare – con le due parti sul luogo— ma neanche lui ha osato farlo con Hamas… 

Questo è il problema europeo: di una politica estera da molluschi, anche nel caso migliore, essendo il primo esemplare extra di mucillagine quell’ipocrita di Tony Blair, inviato speciale per la pace degli europei, degli americani e dei russi che ha trovato il modo, in quasi due anni di profumatamente pagato andirivieni  da Gerusalemme, dove alloggia nella sua personale e permanente suite di lusso all’American Colony Hotel, di non andare a mettere il naso neanche una volta nel ghetto di Gaza…

Poi, sotto pressione del parlamento europeo, e sotto l’effetto agghiacciante di quindici giorni di bombardamenti implacabili sulle popolazioni civili di Gaza, la Commissione si è convinta per lo meno a “congelare”[97] la concessione di uno status di partner privilegiato che aveva annunciato, contro il parere del parlamento, di voler riconoscere ad Israele. Ormai diventato impossibile dopo non solo il bombardamento ma anche il blocco con cui sistematicamente, contro ogni accordo stipulato anche con l’UE, Israele da sempre impedisce ogni concorrenza economica a Gaza e deliberatamente l’affama.  

Il problema americano, invece,bisogna leggerlo bene: va assai più in là di Obama, in effetti, che al quarto giorno della cosiddetta offensiva di terra riesce a dire che effettivamente sì è preoccupato (manco fosse un Capezzone qualsiasi, invece che il presidente degli Stati Uniti), che anche lui si sente “angosciato”, per le vittime civili di Gaza.

Questa visione monocola americana, anche quella di Obama[98], della tragedia che tra Israele e Palestina va avanti da sei decenni ed è tale che, applicata a qualsiasi altra tragedia del mondo, almeno i liberals, i progressisti, americani la considererebbero essi stessi estremizzata, razzista, inaccettabile. Ma è così. E, per ora almeno, non cambia.

Non cambia con Bush, ovviamente. Anche se, ormai in uscita – ancora in carica solo per una ventina di giorni – Condoleezza Rice al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha provato, per una volta,  a lavorare con gli altri per formare un consenso che, finalmente, anche col voto americano chiedesse la tregua. Ma è  bastata una telefonata di Olmert[99] a Bush per costringerla a fare marcia indietro— pubblicamente e con grande imbarazzo: in pratica la risoluzione, pur di fargliela approvare, su proposta della Libia, l’aveva riscritta lei[100], che ha chiuso così, ingloriosamente, i suoi lunghi e inutili, anzi dannosi, anni di servizio al Dipartimento di Stato e, prima, alla Casa Bianca.

Così ha dovuto ingoiare quello che sarà l’ultimo boccone amaro di una fiacchissima e in realtà disastrosa politica estera: anche, certo, per responsabilità della sua leadership appecoronatamente subalterna ai neo-cons: astenersi sulla risoluzione che aveva promossa lei stessa.

Ma con Obama andrà diversamente? Una volta, il neo presidente ebbe a dire che il libro, letto da ragazzo, ad averlo impressionato di più era “1984” di George Orwell… Speriamo che qualcuno gli ricordi di andare a rileggersi due passaggi che dicono molto, moltissimo.

Il primo osserva come “il linguaggio della politica sia… disegnato apposta per far suonare vere le menzogne – ne era rozzamente, ma con efficacia finché è durata, sommo praticante il suo predecessore, no? – e rispettabile l’omicidio e per dare l’apparenza di concretezza alla pura e semplice ventilazione”…

Il secondo passaggio invita riflettere “che nel tempo dell’inganno universale, dire la verità diventa di per sé un atto rivoluzionario”. Già… Ma non la dice, la verità, non la dice nessuno di questi sepolcri imbiancati: da Mubarak a Frattini…

Speriamo solo – per amore della pace, del popolo palestinese e anche di quello israeliano – che adesso Obama dia seguito all’intenzione che, certo deliberatamente, ha lasciato filtrare proprio nel giorno in cui Tel Aviv aveva distrutto una scuola dell’ONU a Gaza a forza di bombe dirompenti e ammazzato due lavoratori, sempre, dell’ONU, che distribuivano cibo ai palestinesi affamati durante le tre ore di tregua al giorno generosamente concesse da Israele.

Cioè che lui, una volta alla Casa Bianca, è disposto a parlare anche con Hamas:[101] non lui personalmente, d’acchitto, si capisce, ma perché con Hamas bisogna parlare. E’ questione del tutto evidente anche se prudentemente sottaciuta da molti: se non si parla con tutte le parti in questione in un conflitto, qualsiasi esso sia, non si potrà mai arrivare alla pace.

Adesso Obama annuncia di voler nominare ad ambasciatore plenipotenziario e suo personale inviato per la pace in Medio Oriente (non scavalcando, ma almeno certo “affiancando” la segretaria di Stato Clinton) un importante uomo politico che già una volta s’era impegnato su questo fronte, con un certo successo iniziale; e, poi, con ottimo e conclusivo esito invece, sul fronte delle trattative di pace finite bene tra le fazioni nordirlandesi. La suggestione – fare come si fece lì, mettendo tutti a confronto tra loro e facendoli scannare a parole – è anche troppo trasparente nella nomina dell’ex senatore ed ex leader democratico al Senato George J. Mitchell.

Che da molti, anche qualche repubblicano, “è considerato come un peso massimo della diplomazia in grado di ridare equilibrio ai rapporti di Washington nella regione, uno che ‘non è né filo-israeliano né filo-palestinese – come dice l’ex ambasciatore americano in Israele sotto Clinton, Martin S. Indyk – e in un certo senso è un neutrale’[102]. Ne segue un’ondata quasi di panico nelle fila delle dirigenze israeliane, da sempre abituate a essere considerate in modo scontato, lo dicevamo già, come le figlie dell’oca bianca, predilette ed indiscusse dell’America.

Se è così forse – forse – stiamo assistendo a qualcosa di nuovo: il problema è che il rifiuto cieco a Hamas, come quello ieri a Arafat, sono motivati, al fondo, dal rifiuto di sempre di Israele, appena intaccato da Rabin anni fa e riaccennato tra mille contraddizioni feroci da Sharon: il no di fatto, magari coperto da un sì, forse, alle condizioni nostre però, ai due Stati sovrani per due popoli.

L’unica soluzione possibile, escludendo lo scontro per l’annientamento l’uno dell’altro – perché né l’uno né l’altro davvero credono in uno Stato per due popoli dove dovrebbero politicamente e democraticamente contare di più quelli che sono di più. L’unica soluzione che, come abbiamo in precedenza annotato, fino ad un mese fa, Olmert stesso diceva potesse salvare Israele dal diventare per ora, ogni giorno di più, altrimenti, il paese del nuovo apartheid. E, domani, chi sa… Scrive, pacatamente ma nettamente, e con tutte le distinzioni indispensabili e necessarie, un osservatore che se ne intende, che “se la soluzione dei due Stati può essere ancora recuperata dalle ceneri di Gaza, allora tutti bisognerà decidersi a riconoscere Hamas come uno dei partners dei negoziati[103].

E qui va detto che, per primo e da solo, D’Alema tra gli uomini politici di qualche rilievo qui in occidente aveva avuto le palle di dichiarare necessario parlare con Hamas, andando anche al di là di quanto osasse mai fare lo stesso Sarkozy. Diamogli atto, uno che ha sparigliato le carte per lo meno…  

Così come va dato atto, adesso, a David Miliband, pure morbidissimo, non poco ipocrita e molto condizionato (da Washington) ministro degli Esteri britannico, di aver per primo, e per ora da solo, osato chiedere (dopo la conferma che a Gaza l’aviazione israeliana ha usato in piena città artiglieria  da 155 mm, oltre che decine di bombe al fosforo[104]) che venga “aperta formalmente un’inchiesta sulle accuse gravi avanzate contro entrambe le parti dal Comitato Internazionale della Croce Rossa[105].

Solo che il CICR, almeno per ora, la sua accusa l’ha formulata non a “entrambe le parti” ma mirandola ad Israele e ricordando, con Human Rights Watch e come Amnesty International, “la proibizione in base alle leggi di guerra per ogni governo dei bombardamenti indiscriminati in aree urbane, che comunque devono essere fermati immediatamente”. Ma almeno qualcuno col timbro di un’autorità statuale dice, in una sede parlamentare, che anche Israele deve cominciare a rispondere di quello che fa[106]

Giustifica, invece – anzi aveva giustificato in anticipo, addirittura invocato, quasi un anno fa – ogni risposta violenta di Tel Aviv l’ex Grande rabbino sefardita di Israele, Mordechai Eliyahu, quando scriveva – e faceva sapere di aver scritto – al primo ministro che tutti i civili di Gaza, andavano considerati, secondo “l’etica ebraica della guerra, colpevoli collettivamente – tutti: vecchie e vecchi, bambini e bambine, donne… insomma, senza nessuna eccezione – degli attacchi dei Qassam contro Sderot”. E, dunque, un bersaglio “legittimo”.

Anzi, sacro: e cita, in modo blasfemo, alcuni passi della Bibbia – Genesi 34, sul massacro di Shechem, e i Commentari di Maimonide sulle Leggi dei Re 9,14— proprio come farebbe un  ayatollah con il Corano e, più raramente ormai ma ancora, qualche prete per il Vecchio o anche il Nuovo Testamento quando riportano, nello stesso senso, certi passi che fanno comodo alle loro tesi assassine.

Se non si fermano – aggiunge a chiarimento suo figlio, rabbino anche lui – dopo che ne ammazziamo 100, allora ne dobbiamo ammazzare 1.000. E se non si fermano dopo che siamo arrivati a 1.000, ne dobbiamo ammazzare 10.000. E se non si fermano ancora, dobbiamo ammazzarne 100.000 o anche 1 milione…[107].

E, allora, perché non 6 milioni, di grazia? verrebbe quasi da chiedere a questi uomini di Dio…, se l’interrogativo non suonasse tanto blasfemo come le loro immonde certezze.

Coglie, e sottolinea molto bene l’apertura possibile di Obama al dialogo con Hamas – la novità reale che politicamente ora è entrata in campo – anche il più autorevole (e molto diffuso) quotidiano israeliano (pubblica sia in ebraico che in inglese) scrivendo nel riportare la “voce” del Guardian che “ben al di là del livello del contatto e del colloquio, se Obama decidesse di allungare la mano a Hamas, sarebbe una rottura radicale con la linea dell’isolamento voluta dalla presidenza di Bush[108]” e da tutti i governi israeliani finora. Coi risultati che vedono tutti… 

Come del resto non si potrà mai avere la pace se la risposta politica ai due interventi della Santa Sede sulla materia dell’ambasciatore di Israele è rozza e controproducente come quella che, quasi di scatto butta lì l’ambasciatore di Tel Aviv in Vaticano, Mordechai Lewy.

Al card. Renato Martino, presidente di Justitia et Pax, che era riuscito per un momento a far breccia nel muro dell’indifferenza israeliana avanzando un’analogia disgraziatamente azzeccata – che a Tel Aviv era andata di traverso – tra la situazione di Gaza e quella di “un grande campo di concentramento” e anche al papa, risponde che “il linguaggio e le aspettative del Santo padre – quando parla di tregua, di colloqui e di pace – come anche la portata del suo interesse sono diversi da quelli di un politico” e sono “equivoci: nella pratica politica, io sono certo che se ci fossimo astenuti dall’usare sempre la forza, Israele non sarebbe neanche esistita[109].

Disgraziatamente, forse, Lewy ha di fatto ragione su come è nata Israele nel 1948, che a parte le discussioni storiche rilevanti su come è stata creata (non è questo il luogo, anche se è sempre il tempo, purtroppo, di studiare maglio la storia …). Ma, così, anche se nella sua ingenua pretesa di eccezionalismo non se ne rende neanche conto, l’ambasciatore giustifica, anzi così sottoscrive, l’identico, uguale, ragionamento che, da parte sua, avanza Hamas: che la Palestina non esisterà mai se non se la piglieranno, quando e come ci riusciranno, poi si vedrà, “con la forza”…

E anche se alla fine – dopo oltre una dozzina di giorni di bombardamenti – il Consiglio di sicurezza dell’ONU riesce a votare una risoluzione che chiede la tregua immediata (gli Stati Uniti, sotto pressione diciamo così della decenza internazionale, come è concepita dal mondo intero con l’eccezione loro e degli israeliani, hanno trasformato il loro veto in un’astensione) Israele e Hamas non se ne danno per inteso. Tel Aviv conferma che l’agenda della pace e delle guerra la stabilisce da sé, in base solo alle proprie valutazioni. E la stessa Hamas dice che, per parte sua, non accetta di veder messi sullo stesso piano gli aggressori e le vittime[110]

Insomma, verità…, pace…, giustizia. Sono, in fondo, solo parole. L’aveva raccontato già Lewis Carrol (l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, in Attraverso lo specchio, nel surreale e  concretissimo colloquio con Humpty Dumpty: Bombolo, nella traduzione italiana): quando spiega ad Alice, in tono piuttosto sprezzante, che “quando io uso una certa parola, significa esattamente quel che io voglio che essa significhi— né di più né di meno.” E alla sua osservazione che resta “il problema se si possono far dire cose diverse alle stesse parole” risponde secco che “il problema non è affatto questo, il problema è solo chi comanda— tutto qui[111]. Cinico, certo, specie nel più bel racconto per bambine che sia stato mai scritto: ma anche dannatamente preciso…

Quando la fase più acuta della crisi di Gaza sarà conclusa (a metà gennaio era più acuta che mai, con la fuga in massa notturna dal centro della città di decine di migliaia di palestinesi sotto la tormenta di missili e bombe a tappeto e alla cieca e con lo “sbaglio” – scuse formali del ministro della difesa Barak – dei colpi tirati sulle sedi dell’ONU), bisognerà, tra l’altro, che Israele, dal suo punto di vista per quanto stupidamente unilaterale esso sia, ripensi finalmente al rapporto tra le proprie tattiche militari, spesso efficaci anche se mai conclusive, e la propria disastrosa strategia militare ma, e soprattutto, politica.

L’offensiva – la guerra – a metà gennaio, quando scriviamo questo paragrafo, è durata quasi tre settimane, con quasi 1.000 sortite di bombardieri e lanci di missili e l’avanzata all’interno della Striscia “con fanteria, carri armati, genio, artiglieria e forze di intelligence in largo numero” mobilitate a colpire “obiettivi di Hamas, gruppi di armati e di terroristi”. Sono state colpite tra l’altro[112], “dalle Forze aeree israeliane (IAF) la casa di Yasser Natat, che era al comando del programma di lancio di razzi nella zona di Rafah e la casa di Muhammad Sanuar, comandante della brigata Han Yunes di Hamas.

   Inoltre, l’aviazione ha colpito nella Striscia all’incirca 60 obiettivi, incluse: una moschea, usata come magazzino di armi; una caserma di polizia di Hamas; quindici tunnels; dieci magazzini di armi: un certo numero di uomini armati; quindici aree e piattaforme di lancio, e anche la marina israeliana (INF) [a ognuno la sua parte di gloria] ha colpito davanti a Deir El Balah, al centro della Striscia, alcune aree di lancio utilizzate da Hamas… E le Forze di difesa israeliane continueranno a farlo al fine di ridurre gli attacchi di razzi sul sud di Israele”.       

Si tratta, sicuramente, di una serie di successi tattici. La casa di Yasser Natat…, quella di Sanuar…, i Kalashnikov nella moschea… alcune aree di lancio dei razzi (circa 600 tirati su obiettivi del sud di Israele tra il 7 dicembre e il 9 gennaio: ma neanche una ventina, tutti senza alcuna efficacia, tra giugno e novembre quando Israele, non Hamas, lo abbiamo documentato, ruppe la tregua[113])… e neanche una parola, si capisce, sulle centinaia di bambini e di civili vittime di quelle azioni belliche se non per dire – e vorrei vedere!... a parte la credibilità stessa, ormai, dell’asserzione in sé…

…il tutto maledettamente complicato dal fatto che, certo, Hamas (come faceva l’Irgun di Begin contro i britannici in Palestina, del restio, o da noi e dovunque i partigiani contro l’occupante nazista) vive proprio in mezzo ai civili— per di più a Gaza in un territorio che ha la densità di popolazione per km2 maggiore del mondo.

Nulla di tutto questo, però – dal punto vista monoculare che è quello di Israele, del suo governo e della grande maggioranza degli israeliani ebrei: proviamo a ragionare solo dal loro punto di vista, stavolta – costituisce una vittoria strategica. Tanti successi tattici – quelli di tutte le guerre che ha combattuto da quando è nata con la forza  – mai trasformati in un’accettazione, cioè in una vittoria politica, continuano a svuotare ogni possibile successo strategico.

Ed è vero, un approccio puramente diplomatico-politico che non migliori, insieme, la sicurezza di Israele e offra ai palestinesi uno Stato loro, almeno in un futuro prevedibilmente certo e vicino, proprio quello che Israele mai ha offerto neanche quando era sembrata farlo, resta impossibile da attingere.

Come conclude il Rapporto del Centro di Studi Internazionali Strategici[114], dal quale sopra abbiamo citato i risultati rivendicati dalle IDF, ormai “diventa necessario che ogni israeliano ed ogni sostenitore di Israele sollevi la questione di quale sia lo scopo strategico di questo scontro. Dopo due settimane di combattimenti, Olmert, Livni e Barak [e tanto meno il loro potenziale successore ancor più di destra, Netanyahu], in effetti, non hanno ancora detto una parola su quale possa essere il loro obiettivo, o anche solo un vero guadagno tattico [oltre ai piccoli avanzamenti occasionali e fatui: i Qassam si spostano con la massima facilità] contro qualche bersaglio di Hamas”.

Infatti, nulla di tutto questo neanche comincia a fare i conti col nodo del problema: quello di come Israele si farà finalmente accettare da parte del mondo arabo, i palestinesi per primi che, pure, di tutti sono i più vessati, quelli che hanno pagato il prezzo più caro, ma anche i più razionali; e di come, per farsi accettare, si prepari, però, ad accettare da parte sua i diritti –  inalienabili quanto i loro – dei palestinesi stessi.

Anzi, Israele sembra essersi incastrata in una spirale di escalation che ripete all’infinito tutta le sue guerre e le sue inutili vittorie tattiche, confermando per l’ennesima volta da prima addirittura che fosse fondato nel 1948 lo “Stato degli ebrei”, quanto già allora ebbe a scrivere Einstein a Ben Gurion che gli offriva la carica di primo presidente dello Stato ebraico: che “se la definizione della pazzia è continuare a fare le stesse cose e credere che i risultati saranno diversi”, allora le scelte politiche che continua a fare Israele – e quando Einstein scriveva eravamo appena all’inizio – possono ben essere considerate pazzesche.

Riuscendo sistematicamente ogni volta a dare più potere politico ad un nemico che militarmente ogni volta, per così dire, tecnicamente, sconfigge vincendo le battaglie ma perdendo ogni volta la guerra. Israele, in altre parole, è così: da sempre tutti i suoi governi, tutti senza eccezione, sono tanto ciechi e deliberatamente privi di visione strategica su come arrivare alla pace da danneggiare soltanto, alla fine, il paese.  

Il dramma, però, è che con gli amici che si ritrova, incapaci di dirgli che sbaglia e perché, questo benedetto paese continuerà a dare ragione a Einstein e a condannarsi a un futuro precario di non accettazione e di guerra.

Ha scritto all’IHT[115] un cittadino iraniano – coraggiosamente firmandosi e esprimendo il senso di chi, anche in Iran, vuole  comunque (a ragione o ha torto: qui non conta) essere amico di Israele  e dell’America— e lo dice – che “la campagna di Gaza stavolta culminerà [noi diremmo, può culminare] in un’ulteriore destabilizzazione dei governi arabi [cosiddetti, per capirci, come li chiamano i governi occidentali “moderati”: non perché lo siano davvero (l’Arabia saudita…) ma perché amici loro…], nell’umiliazione dell’Autorità palestinese [di Fatah e Abu Mazen, cioè], nel sostegno alla Fratellanza musulmana in Egitto, nella resurrezione della Siria e, in ogni caso, nel rafforzamento dell’Iran”.

Proprio così, probabilmente. In ogni caso, anche stavolta, neanche uno del pugno di obiettivi che Israele si era dati è stato raggiunto: tre erano, come dire, sottaciuti e tre pubblicamente enunciati. I primi erano di

• 1. ristabilire la fiducia nell’onnipotenza delle Forze armate israeliane, severamente intaccata e rimessa in questione, anche irrisa, già due anni e mezzo fa dal fallimento della campagna del Libano di annientamento di Hezbollah: missione fallita, allora;

• 2. ridar forza e credibilità alla coalizione di governo, diciamo, di centro-destra (Kadima) e centro-sinistra (Laburisti) di fronte all’offensiva della destra (Likud) per le prossime elezioni politiche: missione anch’essa fallita.

• 3. ultimo obiettivo secretato, ma quello d’effetto probabilmente più pubblico se fosse stato raggiunto, era la liberazione dell’unico soldato israeliano che i miliziani di Hamas detengono da due anni e mezzo. Forse Gilad Shalit è morto da tempo, ma i servizi segreti di Israele insistono a dire che è ancora vivo. Ma niente da fare, anche qui.

I tre obiettivi pubblicamente annunciati erano, invece, quelli di

• 1. distruggere o, comunque, portare al disfacimento del governo e del potere di Hamas a Gaza attraverso uno scontro affatto impari tra aerei, missili supersonici e carri armati, di qua, e razzi fatti in casa, o quasi, di là;

• 2. di ridar così fiato, e contribuire a riportare al governo e al potere, Mahmoud Abbas anche a Gaza;

• 3. e di eliminare o ridurre (il capo di stato maggiore si era spinto a dire “almeno oltre il 90%”) ogni, per quanto discussa, resistenza armata al blocco e all’occupazione militare di Gaza.

Tre missioni, tre obiettivi strategici, pubblicamente enunciati e tutti, anch’essi chiaramente falliti.

Diceva sull’Herald Tribune, prima ricordavamo, quel cittadino evidentemente oppositore del regime degli Ayatollah di come questa ennesima guerra asimmetrica stia favorendo strategicamente proprio l’Iran. E qui si apre ormai con urgenza il capitolo di come reimpostare il confronto/dialogo dell’America di Obama proprio con gli Ayatollah.  

Il 21 gennaio, il primo giorno della sua presidenza, il presidente ha reso subito noto che la politica di scontro senza alcun confronto e nessun dialogo voluta da Bush non vale più: il suo portavoce ha dichiarato che “il presidente favorisce una diplomazia diretta e anche dura” e che parlerà con l’Iran “senza precondizioni[116]. E questa, la nomina di un suo rappresentante per la ripresa dopo decenni di contatti diretti con l’Iran, potrebbe essere in questa fase l’incarico più importante che Obama dovrà attribuire.

Parlando, senza nominarlo ma facendo riferimento a una recente frase particolarmente spocchiosa e infelice, di uno dei guerrieri freddi che restano nel suo entourage e che da sempre seguono sculettando tutto quel che dice e vuole Israele, l’ambasciatore Dennis Ross, il presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani ex rappresentante di Teheran ai negoziati AIEA sul nucleare ed uomo molto vicino al potere vero, quello dell’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, la “Guida Suprema” della Rivoluzione, ha messo le mani avanti: perché non è proprio il caso, ha detto, di rivolgersi, come Ross aveva fatto, “ad una nazione antica come l’Iran col linguaggio obsoleto e barbaro del bastone e della carota[117]: non serve, anzi è controproducente perché, se siamo sempre pronti ad ascoltare e a spiegare, non lo saremo mai ad essere insultati.

Però, da una parte, più che con Ahmadinejad bisognerebbe parlare direttamente con gli Ayatollah. E dall’altra – superate speriamo per sempre le ossessioni/pulsioni dello scontro bellico verso il quale marciavano Bush, Cheney e la loro anima nera, il neo-cons Wolfowitz attraverso il cordone ombelicale coi falchi israeliani più falchi – finalmente con Israele. Anche offrendole, e facendolo sapere al mondo, che se – se – qualunque Stato mai dovesse attaccarla militarmente – non dunque, con chiarezza, se Israele aggredisse qualcun altro per primo – questi nuovi Stati Uniti, che alla guerra preventiva al contrario di quelli di Bush non credono, difenderebbero lo Stato ebraico così come sono tenuti dal Trattato NATO a difendere i loro alleati.

Dicendolo chiaramente anche e per primo all’Iran, ma senza farsi più dettare la propria agenda dallo Stato di Israele, dai suoi fans e dai suoi interessi. Che non coincidono sempre con quelli degli Stati Uniti. Come per nessun altro paese, sia pur esso alleato. E’ quanto, volendo, si può anche arguire dalla prima intervista televisiva in assoluto che Obama abbia concesso dalla Casa Bianca: alla Tv satellitare araba al-Arabiya[118] che trasmette da Dubai assicurando

• che “questo è il momento giusto per una trattativa tra palestinesi ed israeliani”;

• che comunque non è solo questo il problema aperto nel e con il mondo islamico e che bisogna, dunque, lavorare a risolvere gli altri “con Siria, Iran, Libano Afganistan e Pakistan”;

• che “come ho detto nel mio discorso inaugurale, se paesi come l’Iran sono disposti ad aprire il loro pugno, troveranno da parte nostra una mano tesa”…

   …la risposta di Teheran è tipicamente, insieme, cauta e bellicosa: dopo anni di blocco e di rifiuto pregiudiziale a ogni contatto significativo, resta in attesa… chiede, con quel misirizzi di Ahmadinejad, le scuse “ufficiali” per gli ultimi sessant’anni di prevaricazioni americane verso l’Iran, non rinuncia – fondamentalista come egli è più di lui, a salutare Bush che se ne va profetizzandogli che “andrà sicuramente all’inferno”…; questa è la solita aggressività ahmadinejadiana che avvedutamente, però, non respinge la mano tesa “possibile” dell’americano; e che viene subito, a Davos, chiarita con parole molto più aperte del ministro degli Esteri della Repubblica islamica, che prende ordini direttamente non dal presidente ma dalla “Guida Suprema”…;

• che, ancora, “è mio compito dire al mondo mussulmano che gli americani non sono vostri nemici e comunicare agli americani che il mondo islamico è pieno di gente straordinaria che vuole soltanto vivere in pace le proprie vite e costruirne di migliori per i propri figli”; e

• che, infine, quasi in risposta a Larijani, e come tale annotata con interesse a Teheran e con un po’ di apprensione a Tel Aviv, al suo nuovo inviato in Medio Oriente. Mr. Mitchell[119] ha raccomandato di “cominciare con l’ascoltare perché troppo spesso gli Stati Uniti cominciano mettendosi ad impartire comandi”.

Retorica? se volete, ma che fa effetto. Anche se non ha trovato il coraggio – con la complicità però dell’intervistatore – di nominare Gaza. Ma in realtà il messaggio che in trasparenza si legge dalle risposta di Obama è netto anche se bisogna decrittarlo per renderlo chiaro: un compito che ha  svolto alla perfezione un osservatore sagace più degli altri e che vale la pena di conoscere[120].

La verità è che Obama ha “sepolto una volta per tutte la guerra al terrore. Sì, ha messo la parola fine alla lotta globale dell’‘o siete con noi o siete contro di noi’— la cosiddetta guerra di lunga durata in cui l’occidente amante della libertà si scontrava con le forze indifferenziate del male che inglobano tutti, da al-Qaeda a elementi della lotta nazionale palestinese sotto l’unico vessillo dell’‘islamofascismo’.

   Resta quel che importante sul serio: sconfiggere le organizzazioni del terrorismo. Ma questa non è una guerra. Questa è una sfida strategica”… La mossa di Obama “non risolve niente, ma apre la via a un riavvicinamento con un mondo islamico a lungo relegato nel campo dei ‘contro di noi’. Da quel buco nero di manicheismo non poteva uscirne niente di buono né per Israele e Palestina, né per l’Afganistan, né per l’Iran”.

Ora vedrete come si rivolteranno nella tomba le ossa della povera Oriana – che avrebbe di sicuro intuito subito, e subito stramaledetto, lo smantellamento obamiano della muraglia bushista antimaomettana – e forse sentiremo le voci di denuncia sdegnata, ma inevitabilmente più flebile  dei suoi tardi seguaci... uando ,lo cpairanno – lei lo avrbee sjubito caito e maledetto., sicuro -

In effetti, subito dopo aver giurato (e ri-giurato a ogni buon conto, visto il papocchio che aveva combinato il presidente della Corte suprema, Roberts, nel leggergli la formula[121]), Obama nel discorso inaugurale, con Bush insieme al suo vice Cheney (in sedia a rotelle, con tanto di coperta di lana a scacchi, sulle gambe per un banale infortunio, sembrava spiccicato il perfido ed avido banchiere Potter, cioè Lionel Barrymore, della “Vita è meravigliosa” di Frank Capra) impietriti lì a cinque metri anche, ma non solo, per il freddo, alcune cose nettissime.ha tenuto a dirle subito.

Lo vogliamo qui richiamare perché da noi non lo ha messo in evidenza nessuno dei media che ci hanno inchiodati per ore a seguire la cerimonia con decine di superesperti, esperti e espertucoli  e nessuno dei giornali che poi l’hanno commentata – senza mai abbandonare la cortesia formalmente dovuta, Barak Obama, due o tre cose nettissime, e chiarissime,le ha dette:

• ha duramente criticato “il fallimento collettivo di fare le scelte dure che si imponevano, preparando così la nazione per una nuova era”— fallimento, anzitutto, della leadership di Bush;

• ha stigmatizzato la “falsa scelta tra la nostra sicurezza ed i nostri ideali” mettendo da parte “per opportunismo idee e i valori di fondo”, quelli in cui tutti, qui, almeno dicono di credere e anche Bush ha continuato ad affermare come suoi malgrado li violasse ogni giorno— con riferimento chiarissimo per tutti i milioni di americani che lo ascoltavano alla cascata di interrogatori, intercettazioni telefoniche e tragiche avventure militari intraprese in maniera illegale sia sostanzialmente che formalmente;

• ha dichiarato la sua convinzione – che, essendo la sua, diventa quella dell’Amministrazione – che “una nazione non prospera a lungo se favorisce solo chi è più prospero”— i più ricchi, la “base elettorale” di Bush come egli stesso ebbe spudoratamente – scherzando si capisce, alla Berlusconi – a dichiarare una volta— ma facendo in modo, nel corso del suo secondo mandato, di riservare all’1% degli americani già al massimo scaglione del reddito la più grossa fetta dal 1928, data significativa no?, della ricchezza nazionale prodotta…

   Ora è importante che, con questa frase, Obama abbia fatto capire non solo di considerare questo un problema di equità ma, anche, un problema risolvendo il quale si favorisce l’economia tutta di tutto il paese;

• ha impegnato la Casa Bianca a “ridare alla scienza il suo giusto posto” nelle decisioni che riguardano la cosa pubblica— posto che Bush aveva cancellato, puntando invece su ideologia  e fede (le sue);

• ha menzionato esplicitamente due o tre tabù di cui i presidenti non fanno mai cenno: lui l’ha fatto, parlando, appena tra parentesi ma parlando,della guerra del Vietnam come tragedia ed errore storico e, soprattutto, dicendo chiaro e tondo che questa “è una nazione di cristiani e di mussulmani, di ebrei e di hindu e di non credenti”— ripudiando così in radice il concetto stesso di una specie di crociata che aveva mobilitato con Bush l’America in una “crociata” fondamentalista contro l’asse del male.

   Così, ha riportato la religione al suo status proprio in un paese che, dal punto di vista istituzionale e costituzionale, aveva sempre respinto la fede come credo politico. Qui, inoltre, l’ordine dei nomi menzionati – prima i mussulmani, poi addirittura gli ebrei – acquisisce quasi un peso volutamente compensatorio; E, anzitutto, la menzione dichiarata degli atei come parte integrante della nazione è una vera e propria sfida alla presunzione scontata di un’America che va vista come “nazione cristiana”, in senso culturale e politico   

Era dal 1933[122], dall’inaugurazione della presidenza di Roosevelt dopo quella disastrosa di Hoover, che un presidente entrante non aveva usato tanto chiaramente il discorso con cui si presentava al paese per ripudiare subito, volutamente e pubblicamente, le politiche del predecessore.

E, poi, ha subito preso alcune decisioni, anche di politica internazionale, per ora più che altro simboliche ma già importanti, che abbiamo visto sotto i singoli capitoletti qui sopra.

Un’altra decisione subito annunciata, a cavallo questa tra esteri e politica interna, sembra più che accennare all’intenzione di ripristinare le regole del rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti e sistematicamente violati da Bush e dai suoi sia verso cittadini stranieri che americani con la chiusura annunciata per fine 2009 della galera speciale per prigionieri speciali, dichiarati dal potere esecutivo sospetti, mai giudicati e mai giudicabili, di Guantánamo[123].

E ha anche ordinato alla CIA di chiudere tutta la propria rete di prigioni “speciali” diffusa, con connivenze diffuse e occultate in tutto il mondo, anche in paesi formalmente nemici (la Siria) ma notoriamente, almeno a quanto dicono gli americani, non restii a torturare la gente, i nemici comuni; e di desistere dall’applicare le tecniche di interrogazione forzata = tortura che Rumsfeld, Cheney e Bush avevano autorizzato e benedetto. Lì e altrove. Si tratta di un inizio, ma sembra buono.

Inoltre, subito, sul piano del metodo e del funzionamento di tutta la sua Amministrazione, ha impartito l’ordine, immediatamente esecutivo, che per ragioni di trasparenza rovescia come un calzino le disposizioni di Bush: ora non ci sarà atto dell’Amministrazione che sarà secretato se prima non sarà dichiarato tale, da secretare, dalle autorità responsabili; prima non c’era atto divulgabile, al contrario e di fatto, mai di diritto, senza l’imprimatur preventivo delle autorità.

E ha fatto subito applicare, anche[124], il suo decreto contro l’influenza dei lobbisti nel governo ormai diventata cronica sotto Bush: non solo tiene fede (con un’eccezione: importante, però) alla proibizione annunciata di assumere nella sua Amministrazione chi abbia svolto in precedenza attività sistematica di lobbismo; ma (per mezzo di una lettera d’intesa firmata e consegnata a lui personalmente da ogni esponente di governo a tutti i livelli importanti) non consentirà per tutta la durata della sua presidenza (con Bush questa regola valeva solo un anno) a chi esce per qualsiasi ragione dall’Amministrazione di mettersi a fare il lobbista, o il dirigente, lautamente pagato da nessuna impresa, industriale o altra, che possa anche solo far intuire il barlume di un coinvolgimento in qualsiasi conflitto di interessi…

L’eccezione importante è quella di William Lynn, chiamato a ricoprire l’incarico di vice segretario alla Difesa. Ma, fino allo scorso anno, lobbista capo della Raytheon, importante industria degli armamenti che lo aveva incaricato di far sussidiare i suoi sistemi d’arma dal Congresso ma anche, dicono in coro i media e dice Obama, persona ultrarispettabile. E proprio Obama chiede per lui, ora, “un’eccezione”, considerandolo in un certo senso “insostituibile”… Anche chi ha dubbi, però, sulla grande stampa d’opinione ci va leggero chiedendo solo che “le eccezioni siano poche e siano fatte a distanza l’una dall’altra”. Intanto Lynn sì, cioè. Poi, vedremo…

Ha anche riaperto, poi, la possibilità di finanziare con fondi pubblici la ricerca sulle cellule staminali, bloccata per anni da Bush, e di non escludere più finanziamenti per quelle ONG che prevedono di aiutare (all’estero e dove richiesto a livello individuale) l’acceso a procedure medicalmente abortive: sollevando l’indignazione di tutti i fondamentalismi cristiani e anche dei vescovi americani.

Una cosa, anch’essa molto importante – e rilevata criticamente da uno che pure sostiene Obama con forza e convinzione come il premio Nobel dell’economia, Paul Krugman – che il presidente non ha saputo o voluto lanciare dalla platea dell’inaugurazione con la forza e la chiarezza necessaria è una proposta economica ancora proprio convincente. Scrive Krugman[125], molto severo, che

• mentre ha detto di dover mettere riparo al costo eccessivo della sanità, non ha neanche accennato al costo che devono sopportare le decine e decine di milioni di americani che non si possono permettere e quindi non hanno nessuna assicurazione sanitaria;

• ha parlato troppo convenzionalmente e troppo in astratto, del bisogno di fare scelte dolorose e di opporsi agli “interessi speciali”. Che è “insufficiente – dice Krugman – e anche sbagliato”. Ha imputato al “nostro fallimento collettivo nel fare scelte dure” la colpa, parte non piccola della colpa della crisi: quando la colpa principale della crisi è chiarissimamente imputabile “a un’industria finanziaria senza controllo e non al fatto che gli americani ‘collettivamente’ non la abbiano frenata ma al fatto che quanti [nel sistema finanziario e nel governo] sapevano bene quel che stava succedendo erano convinti” sbagliando clamorosamente “che la deregolamentazione fosse una gran bella idea”.

Adesso, però, diventa ora di fatti e non più di discorsi. Questo è il compito suo, nel sistema americano— decidere, non più solo parlare, predicare e convincere. E si vedrà presto se si rassegnerà a smetterla di voler essere, in economia, quasi al di sopra delle parti, di dire o lasciar capire che a tutti toccherà far sacrifici.

Ma, mesi dopo che è cominciata e, soprattutto, è scoppiata, prendere atto che “la crisi economica va peggiorando e diventa, settimana dopo settimana, più difficile da risolvere” e decidersi a capire meglio e ad agire: nel senso che “se non si prende subito, presto, una qualche azione di ordine davvero drastico, ci potremmo trovare nel pantano per un tempo lunghissimo”.

Per dare un esempio, sempre Krugman fa notare che “l’outlook, la previsi  one, si è deteriorata ormai tanto drasticamente da far argomentare ad un sorprendente numero di studiosi di economia, non tutti particolarmente progressisti, che risolvere la crisi renderà indispensabile la nazionalizzazione temporanea di alcune tra le principali banche d’America”.

Come curiosità più che altro – ma significativa, intrigante – Fidel Castro che negli ultimi mesi, per il cancro che lo sta consumando, ha rarefatto le sue frequenti Reflexiones sulla stampa cubana, ha ripreso in mano la penna, o il microfono, e dettato un saluto ad Obama assai interessante.

Riflettendo sul fatto che, ormai ottantaduenne e malandato, si sente certo di non sopravvivere alla sua prima presidenza, dice dell’inaugurazione cui ha assistito in Tv dell’11° presidente che ha visto entrare alla Casa Bianca dall’anno uno della rivoluzione cubana che nel momento in cui assumeva “la leadership dell’impero [in America avrebbero detto, di certo, la leadership del mondo libero, come Obama stesso ha chiamato nel suo discorso il ruolo che ha detto di voler rifare suo: ma di leadership, comunque, parlano tutti e due]… il volto intelligente e nobile del primo presidente nero degli Stati Uniti… sembrava trasformato sotto l’ispirazione di Abraham Lincoln e di Martin Luther King in un simbolo vivente del sogno americano”: e, in bocca a Fidel, è un riconoscimento rilevante anche nei confronti di Obama ma, soprattutto, del fatto che secondo lui il sogno americano non è ancora oggi solo una favola…

E ribadisce: “nessuno può mettere in dubbio la sincerità del suo dire quando afferma che convertirà il suo paese in un modello di libertà, di rispetto dei diritti umani nel mondo e dell’indipendenza delle altre nazioni”.

Poi Castro avanza un dubbio, diciamo anche un timore che certo non è solo suo “su quel che potrà fare quando l’immenso potere che ha preso nelle sue mani risulterà impotente per risolvere le contraddizioni irrisolvibili, antagonistiche, del sistema [americano]”[126]. Il gergo sarà anche quello dell’analisi marxista, ma non per questo il problema che Fidel Castro pone non c’è...  

GERMANIA

I socialdemocratici, che sono nella coalizione di governo, propongono un secondo pacchetto di stimolo per il mondo degli affari di circa 40 miliardi di €; tra l’altro con la demolizione delle vecchie auto e il finanziamento a carico dello Stato dello 0,9% dell’assicurazione malattia obbligatoria per tutti i lavoratoti: da finanziare, in buona parte, alzando le tasse dal 45 al 47,5% per i redditi che superano i 125.000 € all’anno (per i singoli) ed i 250.000 (per le coppie).

L’altro partner della coalizione, capeggiato dal cancelliere, la Merkel, la CDU/CSU – democristiani e cristiano-sociali bavaresi – ha concordato al suo interno che bisogna invece abbassare le tasse per tutti in ogni futuro, ulteriore pacchetto di stimolo, includendo nell’operazione un cambiamento al modello progressivo della tassazione che non dovrebbe però toccare cancellare le riduzioni già oggi applicate alle aliquote più basse per un ammontare di 15 miliardi di €.

Perdita storica di consensi per i socialdemocratici alle elezioni del Land dell’Assia, a Francoforte, capitale finanziaria d’Europa, e trionfo per i democristiani di Merkel che ipotizzano, ormai, di scaricarli alle prossime elezioni federali e, intanto, a quelle che saranno le prove generali dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Ora la crisi tra i socialdemocratici dovrebbe-potrebbe sfociare o, con una revisione della confluenza centrista che tanto – è  dimostrato – non paga in un’apertura a sinistra – verso il 10%, stimato, di elettori del partito Linke – o in una coalizione invece che con Merkel e i suoi con il più piccolo terzo partito, i liberal-democratici—  appetito, però da, e più facilmente compatibile forse con, i democristiani. 

Adesso, cercheranno di mettersi d’accordo[127]… Ma, intanto, fonti governative citate dalla Dow Jones Newspapers, e non smentite, confermano che il PIL del quarto trimestre è calato in tre mesi dall’1,5 addirittura al 2%, nelle stime più aggiornate del ministero dell’Economia. Dato ufficioso, finora, ma sicuramente affidabile e peggiore delle aspettative di consenso[128]. Che preconizza, per il 2009, ancora un -2 e forse anche un -3%.

E, alla fine, il pacchetto di stimolo del paese che in Europa più aveva resistito all’idea in nome di una tetragona e fideistica proclamata fedeltà al modello dell’economia di mercato, corretto però in corsa dall’aggettivo “sociale” (sociale di mercato), è diventato qualcosa di più di 50 miliardi di € (per ora: che si aggiungono ai 31 già stanziati e, qui, ormai anche spesi nell’autunno scorso) di spesa mirata in due anni a infrastrutture, aiuto alle famiglie ed all’industria automobilistica… In tutto, appena più dell’1,3% del PIL, al quale però si aggiungono i 100 miliardi già in precedenza erogati per tamponare la crisi sul lato finanziario, del credito alle banche in difficoltà.

Il pacchetto nostro, del paese che era andato in giro a predicare da grillo parlante a tutti in Europa le virtù dell’intervento volontaristico pubblico, deplorando la neghittosità degli altri, specie proprio dei tedeschi, di miliardi ne ha stanziati meno di 5 miliardi, meno di un decimo, nei provvedimenti urgenti (si fa per dire...) appena votati con una “fiducia” spuria e resa obbligata dalle divisioni esplicite nella maggioranza— che fanno il paio, certo, con le crepe da sempre visibili dentro l’opposizione…

Solo cinque miliardi perché abbiamo il debito pubblico, dice, che abbiamo… Ma proprio quando ormai tutti vedono, perché se hanno un po’ di intelligenza economica anche capiscono, che da questa crisi se ne esce ormai solo spendendo di più… anche alla faccia del deficit e del debito pubblico. Anche perché, poi, il nostro, italiano, è in larga parte debito pubblico interno, non verso l’estero: cioè, è anche credito pubblico interno. E perché il nostro indebitamento privato, quello delle famiglie e dei singoli cittadini, è assai meno ingente di quello di quasi ogni altro paese…

La disoccupazione, come sempre nel conto ufficiale – che qui è, però, fedele al dato reale – sale a 3.180.000 a dicembre[129]. Un aumento contenuto, +18.000 unità, ma il primo da quasi tre anni. Che, secondo molti osservatori, prelude a larghe perdite di posti di lavoro quest’anno.

Resta stabile, anche se abbastanza bassa, la fiducia degli imprenditori, nell’indice IFO, l’istituto di ricerche economiche di Monaco: sale a gennaio da 82,7 ad 83.

FRANCIA

Qualche dato[130] sulla congiuntura di questo paese, forte e fragile insieme, dentro la crisi globale.

• In rapporto al precedente, il PIL del terzo trimestre del 2008 è calato dello 0,3% ma, in assoluto, è salito comunque dello 0,1.

• I fallimenti di impresa nel corso dei dodici ultimi mesi sono in rialzo del 9,6% rispetto ai dodici precedenti.

• Nel terzo trimestre del 2008, il prezzo delle case è aumentato (fatto raro in questa congiuntura) dello 0,4%. Sui dodici mesi, l’evoluzione è a +0,8%, comunque al di sotto di un’inflazione pur contenuta.

• La cosiddetta fiducia delle imprese, con l’indicatore di sintesi medio = 100, scende a dicembre da novembre da 79 a 73.

• A dicembre 2008, i consumi di prodotti manifatturati delle famiglie calano in volume dello 0,9%, dopo un rialzo dello 0,3 a novembre. E nel 2008, nel suo complesso, la flessione è netta, anche se con -1,2% resta ben inferiore a quella del 2007 (-4,4%).

• Crolla la creazione netta di impieghi salariati nei principali settori, dal -27,5% del secondo trimestre, nel terzo, al -47%.

• I prezzi al consumo dal +1% di novembre in ragione d’anno scendono in un mese del -0,2%. Nel complesso del 2008, salgono del 2,8%.

La previsione sul deficit/PIL del 2009, sempre secondo l’Istituto di statistica, è del 4,4% (dopo il 3,2 del 2008) per 85,8 miliardi di €

GRAN BRETAGNA

Le Camere di commercio delle grandi città britanniche predicono, all’unanimità, a fine anno che quello nuovo porterà alla recessione peggiore che abbia mai colpito il paese da decenni, almeno[131].
Il prof. Blanchflower, il componente del direttorio della Banca d’Inghilterra – che da mesi va predicendo le dure verità che poi regolarmente prendono corpo – parla anche lui di oltre 3 milioni di disoccupati ufficiali entro un anno, con un altro milione, milione e mezzo, di britannici destinati a perdere e a non ritrovare facilmente lavoro[132]. La stima è che un cittadino britannico su dieci nel 2009 perderà  il posto che ha e difficilmente ne troverà presto un altro, se poi lo ritroverà.

E il mercato annuncia un gran brutto 2009, anche per il bassissimo numero delle nuove ipoteche accese sulle abitazioni (il prezzo è sceso di brutto nell’anno appena concluso: al livello più basso da quando viene tenuta la statistica pertinente, come suggerisce l’indice Halifax del massimo istituto ipotecario del paese: oggi, nel Regno Unito, il valore medio di un’abitazione è tornato al livello dell’agosto 2004, sulle 160.000 sterline, oggi € 168.000)[133].

D’altronde, il Regno Unito, è ufficialmente già in recessione dal quarto trimestre del 2008: -1,5% di (non)crescita e -1,8% sull’anno prima, realtà parecchio peggiore delle previsioni più pessimiste. In complesso, nel 2008, su tutto il 2007, l’aumento del PIL è stato il più basso dal ’92, dello 0,7%[134].

Le banche, d’altra parte, stanno esercitando una forte resistenza agli inviti e alle pressioni del governo[135] che, pure, le ha tirate fuori dal rosso dell’indebitamento più colossale di sempre: insomma, si rifiutano semplicemente di passare ai clienti, a imprese e depositanti, quanto hanno risparmiato con la maggiore liquidità messa a loro disposizione dal Tesoro e con gli interessi tagliati dalla Banca centrale. Semplicemente perché, con la crisi economica incombente e la caduta di valore dei prezzi di case e proprietà date in garanzia dei prestiti concessi, chi deve far prestiti non vuole più farli.

Il primo ministro l’ha presa assai male e, sotto pressione del gruppo parlamentare e della base – che d’altra parte ha sollecitato (illuso?) lui stesso – non troppo vagamente minaccia di “prendere ogni misura necessaria ad assicurare sul mercato la disponibilità di nuovo credito”. Ma, in realtà, più che di una vera e propria e comprensibile minaccia si trattava della promessa di un altro incentivo: a Downing Street, ridimensionano subito infatti l’allarme seminato a Bank Street da parole che sembravano troppo tonanti e parlano di iniettare più liquidità sul mercato e di comprare con fondi pubblici i debiti più “tossici” restati sul gozzo al sistema bancario…

Mentre l’inflazione cala al 3,1%, per questo paese un livello piuttosto basso ma comunque tra i più elevati che restano in Europa, e la disoccupazione tocca il 6,1%, ufficiale ma sottostimato, a novembre, arriva il nuovo importante pacchetto di salvataggio bancario decretato dal governo[136], con l’ormai incombente nazionalizzazione della Royal Bank of Scotland (il prezzo delle cui azioni è crollato del 67% dopo l’annuncio di una perdita annua di 8 miliardi di sterline e la richiesta di aiuto pubblico[137]).

Ma, invece di farsi coraggio, le banche sembrano impaurirsi e le loro azioni affondano ancora mentre la sterlina va sotto la parità di 1,36 per $, il valore più basso da venticinque anni (conseguenza di una sopravvalutazione mantenuta artificialmente per anni, per ragioni diciamo così di prestigio e per consentire importazioni così meno costose. Rovinando l’economia manifatturiera, naturalmente, ma rendendo più facile per il resto della popolazione spendere e consumare, gonfiando enormemente un debito estero che ora bisogna restringere. Così alimentando forti timori di stagnazione “che, con il calo accentuato di tutti i prezzi, da quelli delle case alle banche, appare più accentuata di quanto già sia altrove in Europa e in America[138].

Ma il punto è che il declino della sterlina, come quello del dollaro ormai, non è un incidente: è parte integrante, invece, di un aggiustamento economico ormai obbligatorio.

Anche il debito pubblico sale e tocca il 47,5% del PIL: molto più basso del nostro ma, accennavamo, largamente fatto di debito estero[139]— al contrario del nostro che è in gran parte debito interno: dunque, anche credito da parte di italiani verso debitori italiani. Intanto, l’8 gennaio, il tasso di sconto è stato ancora abbattuto, all’1,5% dalla Banca d’Inghilterra: al livello più a buon mercato ormai dal 1694, quando venne fondata, per i singoli istituti bancari che vi hanno accesso diretto rifornendosi così alla fonte di liquidità[140].

Intanto, però, La produzione manifatturiera affonda al ritmo più precipitoso dagli anni ‘80, a novembre del 2,9%, come del resto – e anche più – che in molti altri paesi (eccezione quasi unica da noi: ma la base industriale britannica era già molto più ridotta della nostra). La produzione industriale, che oltre al manifatturiero include quella di miniere ed energia, scende del 2,3% e, sullo stesso mese del 2007, del 6,9%. Allo stesso tempo, cala anche il valore della sterlina su dollaro ed euro e l’indice azionario delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange, lo FTSE, che cala nettamente[141].

E cala la popolarità che Gordon Brown era sembrato meritarsi col suo decisionismo nel salvataggio di istituti di credito, banche e assicurazioni. Così recuperano i conservatori, ben sei punti nei sondaggi e se ci fossero le elezioni domani vincerebbero[142]. Perché a frenarlo dalla tentazione, o dal coraggio, necessario a sussidiare direttamente anche occupazione e disoccupazione[143], c’è la vulgata potente del New Labour della terza via blairista di cui il suo partito ed il suo governo non si sono per niente disfatti.

Il fatto drammatico è che, dopo aver regalato alle banche 500 miliardi di sterline di liquidità e il tasso di sconto più basso da oltre 300 anni, da esse scrupolosamente inguattato – così rende poco, certo, ma per lo meno non va perduto: comportamento più che comprensibile per il piccolissimo risparmiatore che compra qualche migliaio di buoni del Tesoro coi soldi suoi, ma non per il sistema bancario che è stato finanziato dal pubblico – adesso si prevedono per fine 2009, se va bene, un disoccupato su dieci lavoratori…

Ma Brown esita, adesso, pur essendo riuscito a convincere della necessità di intervenire perfino l’ortodossissima Merkel. Ora che – per dirla con Fabrizio Cicchitto – con le misure d’emergenza ha “messo in sicurezza il sistema” (bancario), per dare un minimo di sicurezza a quello produttivo (piccole imprese, a milioni da noi; e lavoratori) forse si illude pure lui che ci sia più tempo, che non sia un’emergenza…. Non è un  messaggio popolare per niente. Anche perché è irresponsabile ed è sbagliato. Ed è la speranza che, da una parte, copre e, dall’altra, alimenta i rigurgiti liberisti dei conservatori che ancora sopravanzano, nei sondaggi, i laburisti, o i neo-laburisti, di Brown…

Questo mese è scoppiata la protesta dei lavoratori britannici per il lavoro che gli viene “rubato”, nella costruzione di una raffineria del Lincolnshire da 200 miliardi di sterline della Lindsey (Total), da operai soprattutto importati dall’Italia, ma anche dal Portogallo, dalla ditta IREM di Siracusa che ha vinto l’asta per la costruzione dell’impianto come subappaltatrice dell’americana Jacobs in base all’apertura delle frontiere intra-europee (Bolkestein, ecc.).

Gordon Brown s’è lasciato andare a una scivolata demagogico-populistica particolarmente “cinica e asinina” sposando, senza rendersi neanche conto della futilità dell’impegno, gli slogan  dell’estrema destra  del tipo che il “lavoro britannico deve andare solo a lavoratori britannici” – roba da Lega da noi, con al specificazione del padani al posto degli italiani – impossibile da onorare senza uscire dall’Unione europea. Cioè, proprio impossibile.

L’IREM sostiene che si è portata dietro la manodopera solo “perché è specializzata”, motivazione “localmente considerata assurda vista la qualificazione della forza lavoro locale”; e che le condizioni di lavoro che applica sono uguali a quelle delle imprese locali. Ma i termini dei contratti sono segreti, perciò non verificabili. Dimostrazioni e scioperi di protesta come quelli messi in atto nel Lincolnshire ed altrove epr solidarietà sono tra l’altro stati dichiarati “illegali” dall’interopfretaziono codian e sistematicamente favorevole ai apdroni dells Corte di giustizia europea.

E, poi, la verità è che “l’Europa tutta, ma la Gran Bretagna ancora di più, hanno incoraggiato la deregolamentazione del mercato del lavoro e lo sfruttamento di questo allentamento delle regole da parte dei datori di lavoro per mettere in concorrenza una parte di forza lavoro contro l’altra abbassando così, i costi del lavoro[144]. E, adesso, si cominciano a pagare le conseguenze sociali olgtre che economiche di questa politica irresponsabile.              

GIAPPONE

Anche questo paese si decide, in modo però più trasparente di tanti altri, a iniettare soldi pubblici (per quasi 17 miliardi di $) nelle imprese che stanno per fallire. Ma lo fa comprando azioni, come se e perché così diventa un azionista: con gli stessi diritti di tutti gli altri. E’ una mossa che fa eco, con qualche ritardo, a tante nazionalizzazioni semi-nascoste in Europa e negli USA. Ma più pulita e più dichiarata e meno ipocrita del far leva su banche che a tutto sono disposte, ancora, meno che a riprendere normali operazioni credito, specie alla piccole e medie imprese, in condizioni normali.

In questo, in un paese che somiglia come struttura da vicino a quello dell’industria italiano – il 70% qui sono PMI, un , meno di due, decine di punti meno della nostra percentuale. Dice il m inistro del Commercio e dell’Industria che questi investimenti saranno garantiti dalo Statio se le imprese finissero in bancarotta[145]

Un modello che si dovrebbe, ci pare, studiare più da vicino.


 

[1] EU Interim Forecasts for 2009-2010: sharp down-turn in growth, 19.1.2009, Comunicato stampa sulle previsioni intermedie (cfr. http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/09/67&format=HTML&aged=0&langua ge=IT&guiLanguage=en/); intero documento (cfr. http://ec.europa.eu/economy_finance/pdf/2009/interim/forecast january/interim_forecast_jan_2009_en.pdf/).

[2] Bollettino economico della Banca d’Italia, n.55, 1/2008 (cfr. www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2009/ bolls55/bollec55/).

[3] New York Times, 20.1.2009, N. Bunkley, Fiat Acquires 35% Stake in Chrysler La FIAT compra una quota del 35% della Chrysler; e The Economist, 24.1.2009.

[4] The Economist, 31.1.2009.

[5] New York Times, 26.1.2009, J. Mouawad, OPEC Achieves Cuts in Output, Halting Price Slide L’OPEC riesce a tagliare la produzione, interrompendo la scivolata dei prezzi.

[6] New York Times, 30.1.2009, J. Mouawad, Exxon Posts Record 2008 Profit Despite Slip in 4th Quarter Malgrado la caduta del 4° trimestre, la Exxon comunica un profitto record nel 2008

[7] Già noto come Indice Morgan Stanley Capital International, dal nome di quella che era la Banca che lo aveva impostato e che, malgrado il suo pesante ridimensionamento nel corso di questa crisi  (da fine 2007, al 10% di proprietà cinese; dal  settembre 2008 holding bancaria soggetta alla supervisione della Federal Reserve, cioè non più come tante altre banche internazionali un istituto solo privato) continua a mantenerlo (cfr. http://en.wikipe dia.org/wiki/MSCI _ World/).

[8] New York Times, 1.1.2009, D. Jolly, Worldwide, a Bad Year Only Got Worse―A livello globale, un annata cattiva è solo andata peggio.

[9] New York Times, 3.1.2009, B. Wassener, Manufacturing Reports Show Depth of Global DownturnI dati sul manifatturiero mostrano la profondità della crisi globale.

[10] A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni (W. Strahan and T. Cadell pubs., Londres, 1776), Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393.

[11] Le Monde, 22.1.2009, Scandale du lait contaminé : une peine de prison à vie et trois peines de mort Una pena di ergastolo e tre condanne a morte, per lo scandalo del latte contaminato.

[12] The Economist, 24.1.2009.

[13] Global Economics Daily, Barclays, 5.1.2009, Wensheng Peng eYan Zheng, China: Official PMI points to weak but stabilising manufacturing activity I dati ufficiali sul manifatturiero indicano attività debole ma in stabilizzazione.

[14] New York Times, 7.1.2009, K. Bradsher, China Losing Taste for Debt From the U.S. La Cina perde il suo gusto per il debito americano.

[15] China Internet  Network Information Center, Report,14.1.2009, China's Internet Users Increased To 298 Million In 2008— Gli utenti Internet della Cina sono cresciuti fino a 298 milioni nel 2008 (cfr. www.chinatechnews.com/tag/chi na-internet-network-information-center/).

[16] CNN, intervista a F. Zakarias, 23.9.2008 (cfr.  http://edition.cnn.com/2008/WORLD/asiapcf/09/29/chinese.premier. transcript/).

[17] OCDE, Paris, 7.1.2009, Pensions at a glance: Asia/Pacific Edition Le pensioni a colpo d’occhio in Asia/Pacifico, Cina, pp.51-53 (cfr. www.oecd.org/dataoecd/33/53/41966940.pdf/).

[18] Le Monde, 19.1.2009, L. Alemagna, En Chine, les retraites sont menacées par l'"enfant unique"— In Cina, le pensioni sono minacciate dalla politica del “figlio unico”.

[19] New York Times, 22.1.2009, J. Calmes, Geithner Hints at Harder Line on China Trade— Geithner accenna a una linea più dura con la Cina.

[20] New York Times, 29.1.2009, J. Foley e J. Goldfarb, China and U.S. In Currency Spat La Cina e gli USA in conflitto sulla valuta [qui il titolo non lo accenna neanche, ma come abbiamo visto il diverbio verte anche su ben altri fattori, e pure più importanti, no?].

 

[21] Guardian, 22.1.2008, R. Orihuela, The rise of China in Latin America— L’ascesa della Cina in America latina.

[22] La condizione che, non a caso, invece Pechino sottolinea essere quella che offre e pretende nel suo rapporto con tutto il Sud America nel primo paper dedicato al tema che abbia prodotto il ministerro degli Esteri cinese a novembre scorso Policy Paper on Latin America and the Caribbean Documento di linea sull’America latina e i Caraibi, 5.11.2008 (cfr.  http://english. gov.cn/2008-11/05/content_1140989.htm/).

[23] New York Times, 8.1.2009, C. Dougherty, In Europe, Mounting Signs of a Rapid Slowdown In Europa, segnali crescenti di un rallentamento rapido.

[24] Per la docum,entazione di qweussto scarto oltre ai siti della Commissione e della BCE, vedi il gfrafico riprodotto nell’articolo del New York Times, 24.1.2009,  L. Thomas Jr., Once a Boon, Euro Now Burdens Some Nations— Già una manna, l’€ oggi pesa su alcuni paesi, particolarmente e malignamente ma sbagliando euroscettico: perché i motivi veri non sono colpa dell’euro, come abbiamo appena cercato di spiegare…

[25] The Economist, 24.1.2009.

[26] WirtschaftsWoche, 5.1.2009, intervista a Lucas Papademos, E. Pickartz e M. Fischer, EZB fordert Verantwortung für europäische Bankenaufsicht— La BCE se necessario assumerà la responsabilità della supervisione.

[27] BCE, 15.1.2009, Comunicato stampa  (cfr. www.ecb.int/press/pr/date/2009/html/pr090115.it.html/);  e, idem,  Dichiarazione introduttiva alla Conferenza stampa del presidente J.-C. Trichet (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2009/ html/is090115.en.html/).

[28] E, infatti, la Russia, accogliendo bene il nuovo atteggiamento di Obama e la “frenata” di riconsiderazione che ha imposto all’installazione degli antimissili americani in Polonia ai propri confini, sospende il suo contropiano di schieramento di  missili contro gli antimissili americani a Kaliningrad, ai confini con la Polonia. Che – siamo in un mondo di pazzi – quasi quasi se ne lamenta: New York Times, 28.1.2009, C. J. Levy, Report on Russia Missiles Suggests Gesture to U.S.— La notizia in arrivo sui missili russi suggerisce un gesto agli Stati Uniti [titolo curioso ed ipocrita, però, quasi che il giornale si vergognasse di “ammettere” un passo indietro del presidente Obama…, indietro rispetto alla pazzia di Bush: quando il testo dell’articolo “suggerisce” esattamente il contrario: che la è la riconsiderazione americana sugli antimissili la causa e l’effetto è lo stop russo ai missili…].

[29] Guardian, 1.1.2009, I. Traynor, Fears as Czech Republic takes over helm of EU― Timori ora che la Repubblica ceca prende il timone della UE.

[30] BBC News, 1.1.2009, Slovakia becomes eurozone member― La Slovacchia diventa membro dell’eurozona (cfr. http:// news.bbc.co.uk/2/hi/europe/7806430.stm/).

[31] Stratfor, 27.1.2009,  Russia: Government Plans New Capital Injection For Banks Il governo russo progetta una nuova iniezione di capitali per le banche  (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090127_russia_government_plans_new_capital_ injection_banks/).

[32] New York Times, 4.1.2009, A. E. Kramer, Gas Dispute Has Effects Past Russia and Ukraine La disputa sul gas ha effetti al di là di Russia ed Ucraina.

[33] New York Times, 11.1.2009, A. E. Kramer, Ukraine and Russia Sign Deal Over Gas— L’Ucraina e la Russia firmano un accordo sul gas.

[34] Sul sito di Gazprom, Comunicazione di aggiornamento sulla disputa con l’Ucraina, 20.1.2009, dichiarazioni del vice presidente della compagnia Alexander Medvedev (cfr. www.gazpromukrainefacts.com/).

[35] The Times, 8.1.2009, D. Charter, A. LeBor e H. Womack, States of emergency declared across Europe over gas— Stati di emergenza dichiarati attraverso tutta l’Europa sulla questione del gas (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/eu

rope/article5469834.ece/).

[36] Stratfor, 27.1.2009, Ukraine: Russian Natural Gas Deal Will Be Honored - President Il presidente ucraino: onoreremo l’accordo coi russi sul gas (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/20090127_ukraine_president_says_russian_natural_gas_deal_ will_be_honored/).

[37] Stratfor, 24.1.2009, Russia: No Concern For Potential Nabucco Pipeline La Russia: nessuna  preoccupazioneper il possibile gasdotto Nabucco (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090124_russia_no_concern_potential_nabucco_pipeline/).

[38] Eguaglianza&Libertà, 18.1.2009, M. Colitti, Gas, l’Europa in mezzo a un gioco di potere (cfr. www.eguaglianzaeli berta.it/stampaArticolo.asp?id=1058/).

[39] New York Times, 1.1.2009, L. Uchitelle, Steel Industry, in Slump, Looks to Federal Stimulus La siderurgia, in crisi, si rivolge al salvataggio di uno stimolo federale.

[40] New York Times, 30.1.2009, J. Healey e L. Uchitelle, Steep Slide in U.S. Economy as Unsold Goods Pile Up— Caduta pesante nell’economia USA con l’accumulo delle scorte invendute; e Bureau of Economic Analysis, PIL del 4° trimestre-anticipazione (cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/). 

[41] The Economist, 24.1.2009.

[42] New York Times, 9.1.2009, L. Uchitelle, Jobless Rate Hits 7.2%, a 16-Year High.

[43] Global Economics Daily, Barclays, 10.1.2009, M. Meyer, Dismal US employment report— Brutti dati sull’occupazione in America.

[44] Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics (BLS), 9.1.2009, Employment Situation Summary Sommario della situazione dell’occupazione (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[45] Economic Policy Institute, 9.1.2009, H. Shierholz, Job losses ballooned in final quarter of 2008— La perdita di posti si gonfia a dismisura nell’ultimo trimestre del 2008 (cfr. www.epi.org/content.cfm/webfeatures_econindicators_jobspict _2009 0109/).

[46] Cfr. Nota45, subito sopra.

[47] New York Times, 9.1.2009, L. Tozzi, Obama Calls Jobs Report ‘Stark Reminder’ of Need for Urgent Action— Obama chiama il Rapporto sull’occupazione un ‘duro richiamo’ alla necessità di un’azione urgente.

[48] Dati ufficiali, del Dipartimento di Sanità e dei Servizi sociali americani (cfr. www.healthfinder.gov/news/newsstory. aspx?docID=616350/).

[49] La Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2000, dietro richiesta esplicita di alcuni paesi membri (immaginate un po’ chi…) non pubblica più le sue liste comparative; ma in un link riporta quelle di organismi che riconosce tanto autorevoli da diffonderne i risultati (cfr. www.photius.com/rankings/healthranks/html/ e www.photius.com/rankings/ total_health_expenditure_as_percent_of_gdp_2000_to_2005.html/).

[50] New York Times, 9.1.2009, J. Healy, Jobless Report Sends Shares Tumbling— Il Rapporto sulla disoccupazione fa crollare i titoli azionari

[51] New York Times, 14.1.2009, J. Healy, Stocks Tumble as Retail Sales Report Shows Sharp Decline— Il rapporto sulle vendite fa crollare i titoli azionari.

[52] The Economist, 17.1.2009.

[53] New York Times, 3.1.2009, L. Uchitelle, Some Forecasters See a Fast Economic Recovery―Alcuni previsori vedono una ripresa economica rapida.

[54] Cfr. Nota42, sopra.

[55] New York Times, 8.1.2009, S. Rosenbloom, Holiday Sales Were Dismal, New Retail Data Confirms— I nuovi dati sulle vendite al dettaglio confermano che quelle della stagione delle feste sono davvero scoraggianti.

[56] New York Times, 5.12.2009, N. Bunkley, Bleak Sales in December Cap a Grim Year for Automakers Vendite deprimenti a dicembre coronano un anno cupo per i costruttori di auto.

[57] New York Times, 21.1.2009, N. Bunkley, Toyota Ahead of G.M. in 2008 Sales Toyota è davanti alla GM per le vendite 2008.

[58] New York Times, 7.12.2009, E. L. Andrews, A Crisis Trumps Constrain— La crisi mette in mora tutti i freni inibitori.

[59] New York Times, 25.1.2009, D. E. Sanger, Nationalization Gets a New, Serious Look— Una nuova occhiata, seria, sulle nazionalizzazioni.

[60] New York Times, 28.1.2009, J. Chalmes, House Passes Obama’s Stimulus Package w/o Any GOP Vote — La Camera dei rappresentanti approva il pacchetto di stimolo di Obama senza nessun voto dei repubblicani.

[61] The Economist, 31.1.2009.

[62] New York Times, 19.12.2009, F. Norris, Should We Force Banks to Lend? Dovremmo forzare le banche a prestare? E l’autore commenta – e magari sarà anche vero… ma il punto è  nell’interesse di chi? magari tra un anno si saprà che lo fa su istanza delle banche o, magari, solo per ideologia – che “Forzare le banche a concedere soldi in prestito può essere soddisfacente politicamente ma non rimetterà in sesto il sistema finanziario”…

[63] New York Times, 19.12.2009, D. Jolly, In Europe, a Stronger Push to Oversee Banks In Europa, una spinta più forte per controllare le banche. Qui il commento sembra quasi sottintendere che pure gli europei fanno scelte un po’ troppo ideologiche… ma in senso statalista: perché, è ovvio, regalare soldi pubblici a vuoto ai privati va bene, chiedere invece ai privati di fare quello che devono fare è, appunto, statalismo: “I governi europei si stanno muovendo con decisione per prendere il controllo delle banche dopo che una prima fase di costosi salvataggi non ha reso granché”.

[64] New York Times, 16.1.2009, E. L. Andrews, Rescue of Banks Hints at Nationalization— Il salvataggio di tante banche accenna allo strumento delle nazionalizzazioni di fatto.

[65] Washington Post, 13.1.2009, A. Shin e N. Trejos, America Hunkers Down: A Nation of Savers?— L’America si chiude a riccio: un paese di risparmiatori?

[66] The American Prospect, 14.1.2009, D. Baker, The Shif to Savings: Greater Than It Looks Lo spostamento verso il risparmio: più rilevante di quanto sembri (e il ragionamento, molto tecnico, ma molto stringente, sembra anche molto convincente).

[67] Congressional Budget Office, 8.1.2009, Budget and Economic Outlook 2009-2019— Bilancio e previsioni 2009-2019  (cfr. www.cbo.gov/ftpdocs/99xx/doc9958/01-08-Outlook_Testimony.pdf/).

[68] New York Times, 9.12.2009, P. Baker e D. M. Herszenhorn, Senate Allies Fault Obama on Stimulus— Diversi alleati di Obama al Senato non sono soddisfatti del suo pacchetto di stimolo economico.

[69] Guardian, 12.1.2009, D. Baker, Kicking retirees when they are down— Prendere a calci i pensionati quando sono già  in terra.

[70] Ufficio congressuale del Bilancio, CBO, Updated Long-Term Projections for Social Security Proiezioni aggiornate di lungo periodo della sicurezza sociale  (cfr. www.cbo.gov/ftpdocs/96xx/doc9649/08-20-SocialSecurityUpdate.pdf/).

[71] New York Times, 15.1.2009, C. Hulse, Burris is Sworn In— Burris ha giurato.

[72] New York Times, 23.1.2009, D. Hakim e N. Confessore, Paterson Picks Gillibrand for Senate Seat— Pateson sceglie Gillibrand per il seggio [della Clinton] al Senato.

[73] New York Times, 6.12.2009, K. Phillips, New Voices in Congress Will Change the Tone of the Democratic Majority— Le nuove voci nel nuovo Congresso cambieranno il tono della maggioranza democratica.

[74] New York Times, 15.1.2009, E. Bumiller e T. Shanker, Military Planners, In Nod To Obama, Are Preparing for a  Faster Iraq WithdrawalI pianificatori militari, in assenso ad Obama, stanno preparando un ritiro più rapido dall’Iraq.

[75] Cantava il vecchio laudatore dell’impero britannico, Rudyard Kipling, più di un secolo fa, dell’Afganistan – sentendo, diceva, la puzza della storia e, chiamandolo profeticamente la “tomba degli imperi” – in una poesia a suo modo accorata e molto bella quanto piena di bofonchieria spontaneamente razzista (The Young British Soldier— Sul giovane soldato britannico, del 1892):

Quando sei ferito e lasciato lì/

sugli altopiani dell’Afganistan/

e arrivano le donne a tagliarti7

quel che di te lì è restato7

rotolati sul fucile, fatti saltare il cervello/

e vai dal tuo Dio come ci va un soldato”.

   Così, secco secco. Senza che, neanche per un attimo gli venisse in mente che ci fosse – e a noi magari che ci sia – qualcosa di strano nell’andarsene a migliaia e migliaia di km. dalla coste di Dover a fare la guerra. A casa altrui: la caratteristica di ogni imperialismo.

[76] Mirror, 24.1.2009, Barack Obama's first bombing campaign kills 14 in Pakistan— La prima camapgna di bombardamento di Obama ne uccide 14 in Pakistan.

[77] Stratfor, 28.1.2009, Pakistan: U.S. Must Stop Drone Attacks-Prime Minister Il PM pakistano: gli Stati Uniti devono smetterla con gli attacchi dei loro aerei non pilotati (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090128_pakistan_u_s_must_stop_ drone_attacks_ pm/).

[78] Stratfor, 28.1.2009, Pakistan: President Stresses Need For U.S. Aid To Fight Extremists Il presidente del Pakistan sottolinea il bisogno degli aiuti americani per combattere gli estremisti (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090128_pakistan_pre sident_stresses_need_u_s_aid_fight_extremists/).

[79] Guardian, 15.1.2009, R. Fox, The end of NATO?— La fine della NATO?

[80] Stratfor, 29.1.2009, Afghanistan presidential election date set— Fissata la data delle presidenziali in Afganistan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090129_afghanistan_presidential_election_date_set/).

[81] Ha’aretz, 11.1.2009, IDF drops leaflets over Gaza, warning of impending attack L’IDF butta volantini su Gaza, avvertendo degli attacchi imminenti (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1054539.html/); e PsyWar.org,dal 2.1.2009, Israeli Leaflets Drops on Gaza— Volantini israeliani su Gaza (cfr. www.psywar.org/forum/index.php/topic,378.msg784/ html/).

[82] Jerusalem Post, 18.1.2009, M. Krieger, The $4 billion opportunity off the coast of Gaza L’occasione da 4 miliardi di $ al alrgo delle coste di Gaza.

[83] E’ la confessione preoccupata a L. Bannermann del Times, il 31 12.2009, di un ex agente dello spionaggio di Tel Aviv ed ex portavoce del governo, Uri Dromi, Israel uses the 'perfect time' to fight the PR war— Israele utilizza un ‘timing’ perfetto per la sua guerra di pubbliche relazioni [ma non riesce a controllare tutto perfettamente, come si vede…] (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article5420868.ece/).  

[84] The White House, Conferenza stampa, 29.12.2008 (cfr. www.whitehouse.gov/news/releases/2008/12/20081229-1.html/).

[85] New York Times, 18.1.2009, I. Kershner e S. Erlanger, Hamas Agrees to One-Week Cease-Fire in Gaza Conflict— Hamas dice sì ad un cessate il fuoco di una settimana nel conflitto di Gaza. Importante prendere nota del fatto che un ruolo cruciale nel contatto e, di fatto, nel negoziato con Hamas svolto anche per conto degli europei ma senza a loro “mischiarsi”, l’ha svolto la Turchia, paese islamico “moderato” che ha anche tenuto aperta una linea di comunicazione con Teheran (cfr. Guardian, 19.1.2009, S. Tisdall, Turkey’s decisive role— Il ruolo decisivo della Turchia.

[86] Le Monde, 22.1.2009, M. Bôle-Richard, A Rafah, le "business" des tunnels reprend— A Rafah riprende il business dei tunnels.

[87] Financial Times, 22.1.2009, T. al-Faisal, Saudi patience is running out La pazienza dei sauditi sta finendo               (cfr. www.ft.com/cms/s/0/65b122b6-e8c0-11dd-a4d0-0000779fd2ac.html?nclick_check=1/).

[88] New York Times, 16.1.2009, E. Bronner, Israel Lets Reporters See Devastated Gaza Site and Image of a Confident Military Israele [dopo oltre due settimane di guerra] lascia vedere ai reporters [bè, a dieci reporters dieci:  scelti uno per uno dallo Stato maggiore] un sito devastato di Gaza e l’immagine di un esercito fiducioso di sé. 

[89] Guardian, 1.1.2009, S. Tisdall, Deconstructing diplomacy― La decostruzione della diplomazia.

[90] Certo poi, è vero, l’autorevole – il più autorevole – quotidiano israeliano in inglese Ha’aretz, il 2.1.2009, a firma dei corrispondenti A. Harel e R. Sinai, spiega per bene che Le Forze di Difesa di Israele ammettono di sovrastimare la pericolosità dei razzi che partono da Gaza― IDF admits to overestimating Gaza rocket severity, e che “il primo ministro Ehud Olmert , in visita ieri nel Negev col vice ministro della Difesa Matan Vilani, ha detto che le capacità di Hamas non possono “neanche essere paragonate” a quelle che l’IDF ha dovuto affrontare nella fallita offensiva in Libano contro Hezbollah (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1052046.html/). E’ verissimo: 5-600 morti palestinesi sotto le bombe della stella di David e uno, forse due israeliani ammazzati dai Katiuscia o dai Qassam col tricolore palestinese. Ma tant’è…       

[91] Un recentissimo sondaggio sul pregiudizio in materia dei media e il suo impatto nefasto è leggibile e scaricabile da
www.ipsos-na.com/news/client/act_dsp_pdf.cfm?name=mr090114-2a.pdf&id=4236/.

[92] Ha’aretz, 4.1.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), Israel didn’t seek US okay  before Gaza invasion Israele non ha cercato l’approvazione americana prima dell’invasione di Gaza (cfr. www. www.haaretz.com/hasen/spages/1052558.html/).

[93] The Hill [quotidiano in stampa ed on-line, mirato al Congresso e al Senato e alla gente che al Congresso e al Senato americani lavorano], 29.12.2009, Kucinich criticizes Israel; wants U.N. probe— Kucinich critica Israele; vuole un’inchiesta dell’ONU (cfr. http://thehill.com/leading-the-news/kucinich-criticizes-israel-wants-u.n.-probe-2008-12-29.html/).

[94] Senza dimenticare mai, come fanno tutti o quasi, che il blocco di Gaza ad occidente lo impone anche l’Egitto: su richiesta di Fatah e dell’OLP di Abu Mazen? su richiesta di Israele? su richiesta degli Stati Uniti? o,semplicemente, perché il regime di Mubarak è un’altra dittatura araba che ha paura di tutto e di tutti, dei suoi amici come dei suoi nemici e dei suoi cittadini, anzitutto?

[95] Guardian, 5.11.2008, R. McCarthy, Gaza truce broken as Israeli raid kills six Hamas gunmen La tregua a Gaza  rotta dal raid israeliano che uccide sei guerriglieri di Hamas [l’articolo lo spiega: ma il titolo non dice che il termine “guerriglieri” è quello usato dall’esercito israeliano cui il reporter, naturalmente, crede come dimostra l’articolo sulla parola …]; e su Google, vedi l’elenco degli articoli di stampa internazionale che, più o meno accuratamente nei dettagli, riferiscono correttamente di chi è stata l’iniziativa di mandare all’aria la tregua (cfr. http://morris108.wordpress.com / 2009/01/01/gaza-google-results-for-israel-broke-the-truce-mostly-msm/); così come il link che segue, insieme a molti altri riferimenti, riproduce direttamente da You-tube il telegiornale della CNN che, quel giorno Conferma[va] che era stata Israele a rompere per prima il cessate il fuoco— Confirms Israel Broke Ceasefire Firs (cfr. www.youtube.com/watch?v=KntmpoRXFX4/).

   Una breve ma completa, attendibile, documentata e personalmente testimoniata versione di come e perché e da chi questa tregua sia stata effettivamente rotta, la dà l’ex presidente americano Carter che l’aveva negoziata con qualche successo sul Washington Post, 8.1.2009, J. Carter, An Unnecessary War Una guerra non necessaria (cfr. www.washing tonpost.com/wp-dyn/ content/article/2009/01/07/AR2009010702645_pf.html/).  

[96] Agenzia Stratfor, 27.1.2009, Egypt: foreign ships should not patrol waters off Gaza – FM— Il ministro degli Esteri egiziano: le navi straniere non dovrebbero pattugliare le acque di Gaza (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090127egypt_ foreign_ships_should_not_patrol_waters_gaza_fm/?utm_source=Snapshot&utm_campaign=none&utm_medium

=email/).

[97] Guardian, 14.1.2009, I. Traynor, Europe stalls on closer Israel links in Gaza protest— L’Europa frena su più stretti legami con Israele per protesta su Gaza.

[98] Tanto per memoria: in visita a Sderot, la cittadine israeliana per prossimità maggiormente bersaglio dei razzi di Hamas, alla presenza del ministro della Difesa di Israele – che ha per cognome il suo nome, Barak – Obama ebbe a dire con grande efficacia – con le parole ci sa fare davvero – che, certo, “se qualcuno spedisse razzi come quelli su casa mia, durante la notte, mentre le mie due bambine stanno dormendo,io farei tutto quanto fosse in mio potere per fermarli. E mi aspetto, dunque, che gli israeliani facciano lo stesso”: v. conferenza stampa di Obama a Sderot, 23.7.2008 (cfr. www.barackobama.com/pdf/IsraelFactSheet.pdf/).

   Sensata, e comprensibile, messa così. Ma riequilibrate il ragionamento e provate a dire: “se una potenza straniera occupasse il mio paese quasi per quarant’anni di seguito, dal 1967, e poi facesse finta di ritirarsene ma continuasse a bloccarne tutti i confini, ad assediarlo per terra, cielo e mare, negando alle mie due bambine medicine e generi alimentari col blocco armato dei suoi confini e perfino la possibilità di uscire e rientrare dentro quei confini; e se, poi, procedesse a colpire con missili e bombe la popolazione del mio paese, dentro quel territorio così ingabbiato in una striscia di terra che ha la più alta densità per km2 del nostro pianeta e, perciò, di fatto indiscriminatamente, per ‘rappresaglia’: facendo una media di centinai di morti tra i miei per ognuno dei suoi. Allora, io farei di sicuro tutto quanto fosse in mio potere per fermarli. E mi aspetto, dunque, sì, che i palestinesi facciano lo stesso”.

   Sarebbe, questa, una dichiarazione attualmente e politicamente corretta. Ma è ancora e sempre assolutamente impensabile per quasi tutti gli americani. E – va da sé – per tutti i lecchini che li fotocopiano in giro per il mondo.      

[99] Ehud Olmert… questo strano primo ministro quasi casuale, chiamato a sostituire Sharon colpito dall’ictus, che ha cominciato la sua carriera quasi tre anni fa bombardando per un mese il Sud del Libano e facendo così la fortuna politica di Hezbollah e che la finisce, dimissionario per forza – forse lo sbatteranno anche in galera per corruzione – bombardando Gaza, dopo aver spiegato eloquentemente e sinceramente tutta la sua preoccupazione per il cul de sac in cui si sta cacciando Israele con le sue scelte politiche sempre uguali: diventando il nuovo ed ultimo paese dell’apartheid che si costruisce con l’occupazione militare e le bombe sulla discriminazione istituzionalizzata tra cittadini a titolo pieno, gli ebrei, e cittadini di seconda e terza classe, i non ebrei (cfr. Nota congiunturale 10-2008, p. 48, sotto Nota134).

[100] Guardian, 13.1.2009, E. MacAskill, Israel and US offer differing reports on UN resolution abstention— Israele e Stati Uniti offrono divergenti versioni sull’astensione americana all’ONU [in realtà, quella sopra riassunta è la versione di Olmert con alcune correzioni dei partecipanti al Consiglio di Sicurezza; la Casa Bianca si è limitata a dire che non è andata così, senza fornire altri particolari; e la Rice, per non dover rispondere a domande, ha annullato una conferenza stampa che era stata già convocata …].

[101] Guardian, 8.1.2009, J. Freedland, Talking to Hamas is a step toward peaceParlare con Hamas è un passo verso la pace.

[102] New York Times, 22.1.2009, M. Landler, Seasoned Negotiator to Serve as a Mideast Envoy Un negoziatore di lunga esperienza avrà il compito di inviato in Medio Oriente.

[103] Guardian, 15.1.2009, J. Greenstock, Rebuilding burned bridges— Ricostruire i ponti bruciati. Greenstock, già ambasciatore britannico, alle Nazioni Unite e, prima, a Dubai e in Arabia saudita.

[104] Guardian, 17.1.2009, R. N. Taylor, Fresh evidence of Israeli phosphorus use in Gaza emerges Emergono nuove prove sull’uso di bombe al fosforo a Gaza.

[105] Guardian, 12.1.2009, A. Sparrow, Gaza abuse allegations must be properly investigated, says Miliband— Le accuse di illecite violenze [israeliane] contro Gaza devono essere adeguatamente investigate, dice Miliband (cfr. www.guardian.co.uk /world/2009/jan/13/israelandthepalestinians-foreignpolicy/); e, ancora, New York Times, 17.1.2009, S. Enlarger, Weighing Crimes and Ethics in the Fog of Urban Warfare Valutando crimini e morale dentro la nebbia della guerra urbana.

[106] E adesso, scrive sul suo sito il giornale di Gerusalemme Yedioth Ahronoth, anche l’esercito di Israele ha messo in guardia i suoi alti ufficiali dal recarsi all’estero, specie in Europa: c’è il rischio che, sul piano giudiziario, sarebbero sotto accusa per crimini di guerra con mandati di arresto internazionali in base alle accuse avanzate e che il ministero della Giustizia ha dato l’allarme a tutte le ambasciate nel mondo: le istituzioni non governative più prestigiose che seguono le violazioni sistematiche dei diritti umani hanno manifestato l’intenzione di voler dare seguito in ogni sede alla loro denuncia… Poi, è vero – e qui il richiamo alle ambasciate – interverrebbero probabilmente a dare una mano di calcina su tutto l’orrore accumulato i governi come sempre più o meno comprensivi e anche complici con gli errori e gli orrori ordinati e voluti dai loro pari (pensate a Frattini e alla sua disponibilità indiscussa…).

   Ma, intanto, in galera qualche generale potrebbe/dovrebbe  anche finire… (cfr. YNews, 19.1.2009, T. Tzimuki, Travel advisory issued for top IDF officers Avvertimenti sul pericolo di mettersi a viaggiare per i maggiori esponenti delle Forze armate israeliane: cfr. www.ynet news.com/articles/1,7340,L-3658823,00.html/). Ne riferisce in dettaglio anche le Monde, 22.1. 2009, Israël redoute que ses officiers soient poursuivis pour crimes de guerre— Israele ha il dubbio che i suoi comandanti siano perseguiti per crimini di guerra.

[107] Jerusalem Post, 30.5.20007, M. Wagner, Eliyahu advocates carpet bombing Gaza Eliyahu invoca il bombardamento a tappeto di Gaza (cfr. www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1180527966693&pagename=JPost/ JPArticle/ShowFull/).

[108] Ha’aretz, 9.1.2009, Obama ready to talk to Hamas after taking office— Obama è pronto a parlare con Hamas dopo l’insediamento (cfr. http://www.haaretz.com/hasen/objects/pages/PrintArticleEn.jhtml?itemNo=1054008/).

[109] New York Times, 9.1.2009, R. Donadio, Israel Condemns Vatican’s ‘Concentration Camp’ RemarksIsraele condanna le considerazioni vaticane sul[l’analogia tra Gaza e] ‘campo di concentramento’.

[111] Lewis Carrol, Attraverso lo specchio, Nuovi Equilibri, ed. 2008 (ed. originale inglese: 1871, come sequela al più noto primo libro su Alice

[112] Diceva il 10.1.2009 il portavoce dell’IDF, secondo il CSIS (Centro di Studi Internazionali Strategici: cfr. www.csis. org/index.php?option=com_csis_pubs&task=view&id=5188/).

[113] Cfr. Nota41, qui sopra (tregua)

[114] CSIS, 9.1.2009, A. Cordesman War In Gaza: Tactical Gains, Strategic Defeat?— Guerra a Gaza: guadagni tattici, sconfitta strategica? [che solo per eccessiva sensibilità verso le disincrasie israeliane e dei “filoisraeliani a prescindere”, aggiunge alla diagnosi un punto interrogativo] (cfr. http://gazasiege.blogspot.com/2009/01/war-in-gaza-tactical-gains-strategic. html/). 

[115] International Herald Tribune, 12.1.2009, D. Shilati-Fard, Teheran.

[116] Guardian, 22.1.2009, J. Borger, Barack Obama: Administration willing to talk to Iran 'without preconditions' Barack Obama: l’ Amministrazione è disposta a parlare con l’Iran “senza precondizioni”.

[117] Guardian, 2.1.2009, S. Kinzer, Iran is the key La chiave è l’Iran.

[118] New York Times, 27.1.2009, A. Cowell, Obama Signals New Tone in Relations With Islamic World Obama manifesta un tono nuovo nel rapporto col mondo islamico; e, per il video integrale dell’intervista, cfr. Al Arabiya, 27.1.2009, http://weblogs.newsday.com/news/local/longisland/politics/blog/2009/01/video_obama_on_al_arabiya.html/).

[119] Gerry Adams, il capo dei “terroristi” dell’IRA con cui negoziò il primo ministro Tony Blair per arrivare all’accordo in Irlanda del Nord – lo stesso Blair che coi “terroristi” di Hamas rifiuta di parlare perché naturalmente “coi terroristi non si parla mai” (una frase che gli scivola dalla bocca come la voleva Bush e come la squaqquarella ancor oggi uno come Tajani, pensate un po’…) – quarela pappagìghellaiutato proprio da George Mitchell ha scritto ora un articolo interessante sul Guardian, 27.1.2009.

    Intitolato George Mitchell and the Middle East dice, in buona sostanza – lui che c’era dalla parte diciamo pure, di Hamas – che “il senatore avrà adesso bisogno di tutta l’abilità e la pazienza che ha dimostrato nel corso del processo di pace da lui mediato in Irlanda del Nord. Ma è essenziale che al tavolo sieda anche Hamas”… Non foss’altro perché nessun accordo di parte palestinese che non fosse firmato per lo meno anche da Hamas potrebbe mai reggere: come in Irlanda del Nord non si riuscì a concludere niente finché sotto gli accordi non ci fu anche la firma dell’IRA…

[120] New York Times, 29.1.2009, R. Cohen, After the War on Terror— Dopo la fine della guerra al terrore.

[121] C’è stato anche chi ha chiesto che ri-giurasse una terza volta, perché al ri-giuramento non c’era una Bibbia… ma gli azzeccagarbugli più fini a quel punto hanno ricordato che da nessuna parte nella Costituzione si parla della necessità di una Bibbia – in realtà non ne potrebbe neanche parlare visto che qualsiasi riferimento religioso in materia è espressamente proibito come test di religiosità dalla stessa Costituzione per ogni incarico pubblico, statale o locale in nome del principio e della prassi della separazione rigida tra Stato e Chiese (al plurale); la Costituzione stessa, poi, non chiede neanche di giurare ma solo di “affermare” la propria lealtà alla Repubblica: perché, ad esempio, il giuramento è atto religiosamente interdetto ai quaccheri. Che hanno avuto due presidenti: Franklin Pierce che nel 1853 non giurò ma, appunto, affermo la sua fedeltà, e Richard Nixon che, invece, pur non potendo farlo da quacchero praticante, da bigotto ancor più praticante e perbenista ipocrita ad oltranza com’era (i nastri del Watergate svelarono che ogni due parole usava intromettere una parolaccia, tra quelle più fetenti) giurò su due Bibbie…

[122] New York Times, 21.1.2009, D. Sanger, Rejecting Bush Era, Reclaiming Values— Un rigetto dell’era Bush, una rivendicazione di valori. 

[123] New York Times, 21.1.2009, M. Mazzetti e W. Glaberson, Obama to Shut Guantánamo Site and C.I.A. Prisons— Obama chiuderà la prigione di Guantanámo e quelle della CIA.

[124] New York Times, 23.1.2009, edit., The President Orders Transparency— Il presidente ordina trasparenza.

[125] New York Times, 23.1.2009, P. Krugman, Stuck in the Muddle— Impantanati.

[126] Granma, 22.1.2009, Reflexiones del compañero Fidel, El undécimo presidente de Estados Unidos (cfr. www.granma. cubaweb.cu/secciones/ref-fidel/art82.html/).

[127] Global Economics Daily, Barclays, 5.1.2009, T. Pollit, Germany's second spending programme under discussion— Il secondo programma di spesa in discussione in Germania.

[128] Global Economics Daily, Barclays, 10.1.2009, N. Matthews, Dow Jones cites German government source that German Q4 GDP “probably contracted 1.5 to 2.0% on the quarter” Il Dow Jones cita fonti del governo tedesco: il PIL del 4° trimestre “probabilmente è calato dall’1,5 al 2% sul precedente”.

[129] The Economist, 10.1.2009.

[130] Fonte Institut National de la Statistique et des Études Économiques— INSEE, 1.2009, Actualités (cfr.  www.insee.fr/ fr/themes/theme.asp?theme=17/).

[131] Guardian, 1.1.2009, P. Inman, Unemployment 'will soar above 3m'La disoccupazione andrà ’alle stelle, sopra i 3 milioni’

[132] London Evening Standard, 1.1.2009, P. Waugh, A million more face losing jobs― Un altro milione di cittadini perderanno il lavoro (cfr. www.thisislondon.co.uk/standard/article-23603258-details/A+million+more+face+losing+jobs/article. do/).

[133] Guardian, 3.1.2009, Agenzie varie, House prices fell 16.2% in 2008― I prezzi delle case sono caduti del 16,2% nel 2008.

[134] New York Times, 24.1.2009, M. Saltmarsh, Britain Is Officialy in a Recession— La Gran Bretagna è ufficialmente dentro la recessione.

[135] Guardian, 3.1.2009, J. Treanor e D. Hencke, Banks defy Brown call to free up credit― Le banche sfidano l’appello di Brown a facilitare la concessione di crediti.

[136] Guardian, 20.1.2009, P. Wintour, Brown takes one last roll of the dice - and bank shares plunge Brown lancia i dadi ancora una volta - e i titoli bancari calano. Una deliziosa vignetta del Telegraph, firmata da Matt, il 18.1.2009, vede una cliente acquistare con carta di credito in un negozio e il commesso a spiegargli: “No, la sua carta va benissimo, signora. Stiamo solo verificando che in scadenza non sia andata la sua banca”: e rende bene l’idea…

[137] The Economist, 24.1.2009.

[138] New York Times, 21.1.2009, J. Werdigier e N. D. Schwartz, Falling Pound Raises Fears of Stagnation La sterlina in caduta aumenta il timore di una stagnazione dell’economia.

[139] Guardian, 21.1.2009, A. Seager e K. Hopkins, Pound slumps ever closer to parity with the dollarLa sterlina scivola sempre più vicina al valore del dollaro.

[140] Guardian, 8.1.2009, J. Kollewe, Bank of England cuts base rate— La BoE taglia il tasso base di sconto.

[142] Guardian, 25.1.2009, edit., Brown’s bounce turns to backlash— Il rimbalzo di Brown si trasforma in un colpo di coda [sondaggio dell’ICM].

[143] Guardian, 15.1.2009, S. Milne, Business as usual won't halt the haemorrhage of jobs Fare affari come al solito non fermerà l’emorragia di posti di lavoro.

[144] Guardian, 30.1.2009, S. Milne, Our flexible friends— I nostri amici flessibili.

[145] New York Times, 28.1.2009, B. Wassener, Japan to Take Stakes in Ailing Companies Il Giappone prenderà cointeressenze nelle imprese ammalate.