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     02. Nota congiunturale - febbraio 2008

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Importante, il 20 del mese, la firma del contratto dei metalmeccanici. Che è riuscito a battere in breccia di pochissimi giorni la votazione della sfiducia al governo. Caduto al centro e non certo a sinistra. Il contratto è stato un passo importante. Per tutto quello che dice, nel merito ma che diamo ormai per conosciuto, senza star qui a ripeterlo. Ma che, va detto, riconferma l’esigenza niente affatto scontata del contratto nazionale mentre, certo, l’aumento mensile è contenuto, francamente troppo spalmato nel tempo per soddisfare l’esigenza del rilancio del potere d’acquisto del salario meccanico.

Perché 127 euro spalmati su due anni e mezzo invece che su due: e non è, allora, un aumento di 127 euro al mese ma di 101; e questa, è vero, era l’esigenza di Confindustria. Ma è altrettanto vero che è stata importante la firma di questo contratto perché, comunque, un po’ di soldi in più li porta a chi ne ha certo bisogno: però, anche per il segnale di movimento che, comunque, dà a tutta la platea del lavoro italiano.

Ci sia solo permesso di richiamare l’incongruenza, per usare un termine molto leggero, di chi (Confindustria, ma copiandone le parole – letteralmente – anche la Repubblica, e addirittura in un titolo (ma, non li abbiamo ancora visti, però siamo pronti a scommettere, quasi tutti gli altri titoli altrettanto banali e general-generici di lunedì 21 gennaio) lamenta e piagnucola di Esito positivo di ritti arcaici (Luca Cordero di Montezemolo dixit e Massimo Riva iisdem verbis cantilenavit…, come del resto fa quell’altro eccellente chiosatore di Mieli: “metodo antidiluviano”…

Ma poi, quando si tratterebbe di immaginare, proporre, ipotizzare riti meno arcaici e alternativi, continua a lamentarsi e predicazzolare soltanto… Mieli chiede che “un sindacalista rivoluzionario” abbia il coraggio di dirlo. Come se dirlo risolvesse il problema.

Ma dire che, per esempio, ogni contratto deve – per legge? per accordo? ma, allora, anche con le penalità necessarie a renderlo esigibile, no? – essere rinnovato prima o, al massimo, entro tre mesi dalla scadenza si può dire?

Sapendo che certo, forse, è una forzatura, sul piano strettamente giuridico. Ma sapendo anche che l’esigenza di superare il “rito arcaico” si assolve solo così. O se no, di grazia, come, altrimenti? Perché, se non si ha il coraggio di dirlo – o di dire qualcosa di equivalente che renda la cosa fattibile – signor Miele, signor Riva, signor Montezemolo, ecc., ecc. – restano tutte chiacchiere.

Il primo a promuovere il miglioramento del deficit, adesso a inizio anno, è Joaquin Almunia, il Commissario UE agli Affari monetari: “Sono notizie molto positive e il miglioramento del deficit è assolutamente benvenuto”. S&P aveva già definito “notevoli” i progressi italiani e Almunia ha sottolineato un dato “molto buono soprattutto per l'economia italiana” e per gli italiani che “aiuterà a gestire in condizioni migliori queste turbolenze finanziarie”, quelle cioè che affliggono oggi un po’ tutta l’Europa e ci consentirà di “provare a mantenere un tasso di crescita e occupazione adeguato[1].

E torna sullo stesso tema, Almunia, a fine gennaio: bene i conti finanziari italiani che sono migliorati davvero nel 2007; ma dovete tagliare la spesa e, strutturalmente, riformare abbassando i coefficienti le pensioni; altrimenti avrete difficoltà serie a tenere ancora in ordine i conti… Niente di nuovo, insomma.

Del resto, subito dopo la prima dichiarazione, chiaramente allarmati che quei farfalloni degli italiani interpretassero il messaggio come un via libero allo sbracamento (ma chi sbracherebbe? Padoa-Schioppa?), da Francoforte subito era sembrata venire la correzione. Secondo vecchio costume ereditato, manifestamente, dal PCUS o dal vecchio PCI – dove il compito di bacchettare qualcuno era notoriamente affidato al bacchettatore più prossimo al bacchettando – col compito affidato al componente italiano del direttorio.

Così, Lorenzo Bini-Smaghi (un altro di questi banchieri con il trattino nel nome, che fa tanto fino: come i diplomatici col doppio cognome …) fa subito il suo dovere e il giorno dopo ammonisce che l’Italia, comunque, “è ancora ad alto rischio sul deficit[2].

Insomma, aveva sicuramente ragione Prodi quando mette in evidenza, appena prima di doversi dimettere, il miglioramento rilevante di dati ed equilibri finanziari e contabili su molti fondamentali dell’economia (deficit, debito, occupazione, avanzo primario, standing europeo, ecc.). Ma ha torto, il governo, quando, a fronte di queste realtà, sottovaluta – a dir poco – la sua incapacità a governare in positivo.

E – tolte le insofferenze mastelliane sulla copertura che non ha dato il governo alla sua rivolta anti-magistratura e le ribellioni diniane perché Prodi non ha tagliato le pensioni – il governo ha perso la fiducia al Senato perché è vero che l’aveva perduta prima nel paese.

Questo, infatti, è successo. E quando sostenitori come Bonino e altri lamentano che proprio adesso che stavamo per ripartire sul concreto, per i salari, per qualche allentamento fiscale, per qualche correzione importante nel senso dell’equità e della giustizia, proprio adesso – compiuta la politica del primo tempo e pronti a passare a quella dei due tempi – gli italiani non sembrano crederci più.

Perché, è vero. Prodi ha saputo rimettere i conti in ordine, in buona sostanza, e lo ha dimostrato facendo stringere la cinghia agli italiani. Ma è anche vero che non ha avuto la capacità – la possibilità, probabilmente – di incidere e di concludere, che non è riuscito a far migliorare il reddito netto medio e quello basso degli italiani, il loro effettivo potere d’acquisto e la percezione che i loro figli staranno – come di regola capitava una volta – meglio dei padri, comunque.

Potere d’acquisto dei salari da ricostituire, produttività da rilanciare ma non sui prezzi sulla qualità con la ricerca e l’istruzione, recessione da controllare per uscirne il meglio possibile, stato sociale da completare, pubblico impiego da rendere efficiente… Quali di queste cose essenziali ha fatto questo governo, se non – e certo non va sottovalutato – rimettere un po’ in ordine, come si diceva, i conti nella speranza/illusione di dare corpo alla seconda parte della politica dei due tempi?

Insomma. Bisogna piantarla con la favola della politica de due tempi. Abbiamo capito che il primo arriva subito e il secondo sembra che non arrivi mai. E dalla metà degli anni ’90 che sinistra e centro-sinistra lavorano sulla politica dei due tempi e per questo hanno fallito.

Sia chiaro: chi scrive spera disperatamente che comunque una qualche forma di centro-sinistra si salvi – quella che preferiremmo noi non la confesseremo neanche sotto tortura – perché l’alternativa non è neanche come qualcuno opina uguale e contraria.

Sarebbe un regresso catastrofico, come già dimostrato nei cinque anni (cinque) del precedente governo (che ha avuto una maggioranza di 100 seggi in più delle minoranze) e che, è obiettivo, le uniche cose che ha fatto bene sono state le leggi ad personam per l’Unto.

Sintesi dei conti 2007  

Nel 2007[3] l’Italia ha rallentato il ritmo di crescita sia per fattori esterni (la crisi americana incipiente, anzitutto) che per diversi fattori interni (le nostre concomitanti, e complesse, crisi) e si trova spesso in coda agli altri paesi.

In particolare si sono indeboliti i consumi, mentre la dinamica degli investimenti e delle esportazioni è rimasta più accettabile.  

Anzi, il dato degli investimenti è il più elevato da molti anni e le esportazioni sono cresciute più delle importazioni: così, è aumentato l’avanzo commerciale con i paesi UE e si è ridotto il disavanzo con quelli extra-Ue.

La produzione, sia nell’industria, che nei servizi si è contratta malamente, invece, nel corso dell’anno per una domanda interna che è restata insufficiente.

• L’occupazione ha ripreso a crescere nel terzo trimestre 2007, grazie anche all’emersione di una quota del sommerso. I saldi occupazionali sono finalmente positivi nel Mezzogiorno. Vi è un piccolo boom del part time, ma stentano ad emergere le spinte impresse dalla Finanziaria 2007 per una riduzione della precarietà del lavoro. Perché, non c’è dubbio, alle imprese conviene sempre precarizzarlo…

• Anche perché i dipendenti con contratto scaduto stanno arrivando adesso, a gennaio 2008, all’80%, E le retribuzioni vanno col freno tirato con la contrattazione decentrata che, secondo due recenti rapporti del CNEL, resta sia nel settore privato che in quello pubblico, appena sopra il 10% e ben lungi dallo spirito del protocollo del luglio 1993: che ne prevedeva, nel tempo, l’allargamento ad una ben più larga platea di lavoratori.

Il clima di fiducia delle famiglie e delle imprese, anche se in misura meno accentuata, è rimasto critico.Preoccupa la situazione economica generale del paese.

E preoccupa anche l’inflazione, che ha bruscamente accelerato con attese per il nuovo anno che peggiorano. Per le sue caratteristiche (incidenza specificamente su prezzi alimentari ed energia) ne risultano particolarmente colpiti i redditi più bassi. La crescita media prevista oggi per il nuovo anno supera largamente l’inflazione programmata. E’ necessaria un’organica agenda di politica dei prezzi la crescita dell’inflazione.

Migliorano, significativamente, i conti pubblici: l’indebitamento netto nel 2007 va verso l’1,8% del PIL grazie all’aumento delle entrate.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

La Banca mondiale ha prodotto, come di consueto, il suo Rapporto sulle prospettive economiche mondiali. Prevede che, per il secondo anno consecutivo, la crescita del PIL complessivo del pianeta rallenterà: nel 2008, dovrebbe toccare un +3,3%. Sarà solo la “capacità di ripresa delle economie in via di sviluppo”, nel loro complesso il 7,1%, dice la Banca, a riequilibrare un po’ il rallentamento dell’economia americana.

La Cina e l’India che rallenteranno anch’esse – ma di poco, pochissimo – la loro crescita si dovrebbero comunque assestare, rispettivamente, ad un +10,8 e ad un +8,4%[4].

Per l’eurozona è previsto uno sviluppo nel 2008 del 2,2%, qualche decimo di punto in meno rispetto a qualche mese fa; il boom del prezzo del greggio mette, però, in questione questo risultato. Per gli USA si oscilla tra un’ipotesi di forte rallentamento ed un’altra, addirittura, di recessione.

L’inflazione nell’area euro, che è arrivata a novembre 2007 al 3,1%, dovrebbe scendere di parecchio ma restando probabilmente ben sopra il 2%. La BCE sarà stretta tra la spinta a aumentare i tassi di interesse per raffreddare i prezzi e tagliarli per incoraggiare lo sviluppo. E continuerà, in base al suo pregiudizio istituzionale, di mandato e, anche, ideologico, a privilegiare la prima evenienza.

Spinti da un’impennata della domanda senza precedenti, i prezzi del petrolio greggio hanno raggiunto nei primi giorni dell’anno i 100 dollari al barile. Tutto simbolico, certo – che differenza fa se sono 100 o 99 dollari a barile? – ma di forte impatto psicologico e, quel che conta, in nessun modo addebitabile a una scarsità di offerta ma, appunto, solo a rafforzamento della domanda e della paura che sui mercati diffondono, il terrorismo, gli interventismi, i giochi di guerra senza frontiere e senza regole che largamente causano il terrorismo (insomma, non solo naturalmente ma anche e come, le politiche di George W. Bush).

Compreso il via libera che l’Amministrazione, per azione e per deliberata omissione, ha dato a ogni  precarietà del mercato, incoraggiando e alimentando con favorevolissimi sgravi fiscali a favore dei grandi giocatori d’azzardo degli hedge funds e dei derivati che hanno spinto costantemente, con le loro scommesse sui futures, i prezzi al rialzo.

C’è la distorsione di una domanda che cresce da Cina ed India – non in sé, ovviamente, ma rispetto al passato: il fatto, in sé sacrosanto, è che crescono tanto e bevono tanto combustibile, in concorrenza con gli altri grandi consumatori – c’è la speculazione e ci sono i mille crescenti premi di rischio, politici, strategici, che pesano sui prezzi.

Insomma, al nocciolo, la verità è che il prezzo del petrolio è il riflesso tanto di un pochino più di giustizia distribuita un po’ più equamente – e ai costi si rimedia, se vogliamo, investendo una parte dei quattrini che spendiamo in petrolio, noi, senza più rimandare sulle energie rinnovabili e alternative – quanto, ma forse perfino di più, sulle nostre paure: quelle alimentate, per noi, dagli irresponsabili avventurieri – politici e finanziari – cui abbiamo coscientemente, ma anche assai incoscientemente, affidato le redini del mondo[5].

Anche il Fondo monetario ha ribassato[6] le sue previsioni sull’andamento dell’economia mondiale. Quest’anno la crescita non andrà sopra il 4,1%, nell’area euro, all’1,6% e in America probabilmente peggio. Bisognerà, quindi, stimolare l’economia americana ma anche le altre banche centrali, specie la BCE, dovrebbe allentare ij cordini del credito. E, di per sé, questo – si tratta di una prima assoluta da parte del FMI e ci torneremo sopra – è un fatto che sottolinea l’allarme reale che nutrono lì.

I sei Stati petroliferi del Consiglio di cooperazione del Golfo – oltre all’Iran, ovviamente, che non  essendo arabo non ne fa parte ma sta stringendo rapporti col CCG, sono: Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia saudita e Emirati arabi uniti – hanno deciso di formare, non tanto sul modello dell’Unione europea ma su quello della sua fase precedente, un Mercato comune. In questa prima fase, significa in pratica che i cittadini degli Stati del CCG possono dal 1° gennaio muoversi liberamente, vivere, lavorare o andare a scuola nell’uno o nell’altro paese[7].

E come sempre in periodi di turbolenza e incertezze, a inizio anno si impenna il prezzo dell’oro, il bene rifugio per eccellenza. E’ record, dalla bellezza di ventotto anni, prima a $ 860 l’oncia  (1 oz = 28,35 gr.)[8], poi oltre i 900[9]. Non per carenza dell’offerta in sé  (di oro ce n’è ancora tanto, nelle miniere del mondo), ma per eccesso della domanda.

Dunque per motivazioni tutte finanziarie, economiche e politiche: il Pakistan, il Kenya, il Kossovo, il mondo arabo e lo scontento crescente, e sempre un po’ meno fatalista, i poveri di risorse e i poveri di potere, nel mondo…

Comincia anche a manifestarsi, in modi e con conseguenze sempre più accentuati, il conflitto, ormai non più latente, tra coltivare per produrre derrate agricole e coltivazione tesa invece a produrre graminacee, olio, ecc., per i bio-combustibili: quello di cui, gliene va dato atto, aveva scritto Fidel Castro nella sua diatriba sul tema col compañero Lula. Sta succedendo proprio quanto il leader cubano aveva predetto a quello brasiliano[10].

Nelle parole dell’analista che ne scrive ora sul NYT, l’impennata dei prezzi dei combustibili ha alterato l’equazione tra i costi, con l’innalzamento brusco di quelli necessari a crescere le derrate da trasformare ed a trasportarle in giro per il mondo e della loro ‘reddività’. La vasta domanda di bio-combustibili ha creato tensioni fra l’uso in progress più remunerativo della terra per produrre combustibile e quello che rende meno: usarla per produrre derrate alimentari[11].

Alla luce di questi sviluppi, anche L’Europa – Bruxelles ma, ad esempio, pure la Svizzera – tagliando i sussidi ai bio-combustibili, sta dirigendo nuovamente i suoi aiuti in direzione di opzioni più verdi[12] o forse – diciamo – più attente e più equilibrate.

Il caso Malawi, lo chiamano così ormai alla FAO, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione, ha messo in  evidenza come un paese che è stato per anni sull’orlo della catastrofe alimentare e della carestia se ne sia tirato fuori. Nel 2005, quasi 5 milioni dei suoi 13 milioni di abitanti avevano avuto bisogno di aiuti alimentari d’urgenza.

La parola che spiega la svolta, secondo alcuni esperti e soprattutto i contadini malawiani, è fertilizzante. Per vent’anni, la Banca mondiale ed alcuni dei principali donatori di cibo al Malawi, Stati Uniti in testa, avevano premuto sul governo del piccolo, paese africano: doveva seguire le cosiddette politiche di libero mercato che gli venivano suggerite e predicate cominciando col ridurre i sussidi ai fertilizzanti per gli agricoltori. Questo anche se le politiche agricole di USA ed Unione europea, ad esempio, praticano proprio politiche agricole che di sussidi all’agricoltura ne danno in abbondanza…

Poi, nel 2005, il presidente Bingu wa Mutharike, appena eletto, ha deciso di seguire la prassi dell’occidente e non più le sue prediche. E ha cominciato a finanziare con la spesa pubblica sussidi che consentivano ai suoi contadini di procurarsi fertilizzanti, di accedere a corsi di istruzione di base, a sementi migliorate, di favorire la ricerca agricola e il minicredito rurale. E tutto è cambiato. In tre anni, gradualmente, la produzione di frumento è salita da 1 miliardo e 200 milioni a 3,4 miliardi di tonnellate.

La conclusione sembra netta: per aiutare davvero i contadini africani a sfamarsi e sfamare i  loro paesi “bisognerebbe dar loro, gratis o a prezzi largamente sussidiati, le tecnologie delle migliori i sementi e del fertilizzante inorganico[13]. Insomma, precisamente il contrario di quanto – niente sussidi – i teorici del libero mercato andavano predicando da anni.

L’indice dei prezzi delle materie prime dell’Economist[14], segna nella terza settimana di gennaio nuove impennate. I prezzi del grano e della soia sono a livelli record, per la domanda forte di alimentari e bio-combustibili e dal gran da farsi di chi scommette sui futures delle derrate.

Il Dipartimento dell’Agricoltura americano ritiene che le riserve di grano cadranno al minimo da sessant’anni, quest’anno, e quelle mondiali di granoturco saranno al minimo da ventitre anni. E i prezzi di olio di palma, caffè e legname sono al massimo da una dozzina d’anni.

Di converso, i prezzi dei prodotti industriali sono caduti in media del 12% dal maggio scorso, per il peso delle turbolenze finanziarie e delle incertezze economiche a livello globale.    

Nella gara dei competitors tra costruttori di aerei civili, come ormai sembriamo tutti quasi obbligati a dire, l’Airbus proclama di aver vinto perché nel 2007 ha venduto e consegnato 453 aeroplani, dodici di più della Boeing. Ma la Boeing dice di avere nel suo carnet, manco fosse una ballerina, più ordini del costruttore europeo: 1413 contro 1341.   

in Cina

A dicembre era venuta fuori, dalla Banca mondiale, la notizia che – ricalcolato insieme a quello di altri 145 paesi in termini di potere d’acquisto, il PIL cinese era in realtà minore di circa il 40% rispetto a quello precedentemente calcolato— dalla stessa Banca ma anche dalla CIA, i servizi segreti americani e dall’università della Pennsylvania, il più affidabile punto di riferimento statistico mondiale sul tema. In sostanza, non più 10.000 miliardi di dollari ma 6.000, cioè la perdita d’una fetta di prodotto lordo della dimensione dell’economia del Giappone[15].

La modifica è dovuta a quella che, specificamente per la Cina, la Banca chiama una grossa “anomalia statistica” in quanto la base di riferimento per il PIL cinese era stata basata su una valutazione iniziale dei prezzi effettuata nel 1980 che adesso è stata corretta sulla base di una nuova, fresca valutazione. Da questa viene fuori – esempio tipico – che il prezzo d’una ciotola di “fettuccine” a Pechino non è, come si pensava a parità di potere d’acquisto, l’equivalente di 12,4 yuan per dollaro ma di 50.

Se fosse vero – ma ci sono molte riserve: tra l’altro, la Cina è un paese ancora larghissimamente paese rurale; e i prezzi delle campagne non sono certo quelli di Pechino, mentre l’ultima rilevazione della Banca mondiale l’hanno fata a Pechino, Shangai, Shenzen, Canton: solo nelle grandi città della costa orientale piene di industria che lavora soprattutto per l’export… – tra l’altro risulterebbe rafforzato, e di molto, l’argomento cinese contro l’affermazione americana che lo yuan sarebbe seriamente sottovalutato rispetto al dollaro e che, quindi, dovrebbe rapidamente rivalutarsi.

Poi c’è il fatto che la Cina nell’ultimo quarto di secolo ha segnato un tasso di crescita straordinario sotto ogni punto di vista, così che il PIL pro-capite (misurato qui in valuta cinese a valore costante,  cioè già disinflazionato) viene calcolato, nel 2005, del 680% superiore a quello del 1980. Con 4.091 dollari calcolati, così, come il reddito medio cinese del 2005, nel 1980 il reddito pro-capite in dollari del 2005 sarebbe stato di 525 dollari: molto più povero di quello dei più poveri tra i paesi dell’Africa sub-sahariana oggi[16].

Una conclusione poco credibile. E’ certo, infatti, che nel 1980 la Cina fosse un paese povero ma è certo anche che, secondo Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e quant’altri, aveva un’aspettativa di vita vicina ai 70 anni, un tasso di analfabetismo quasi scomparso e che, in generale, il cittadino medio cinese, anche quello rurale, quindi, si nutriva e si vestiva in modo, diciamo, adeguato. Un quadro profondamente diverso da quello che a quel tempo mostravano i paesi del mondo veramente poveri.

In definitiva: o si dice che le nuove misure computate dalla Banca mondiale sono sbagliate, o si dice che sono sbagliati tutti i tassi di crescita della Cina che Fondo monetario, Banca mondiale, OCSE e ogni altro centro d’autorità economica internazionale hanno assegnato negli ultimi venticinque anni alla Cina. Qui non ci pronunciamo su quale delle due versioni sia corretta (anche se ci pare molto molto più verosimile la prima) ma tutte e due insieme non stanno…

In ogni caso, e battendo ogni ragionevole previsione, nel 2007 l’attivo commerciale ha superato di quasi il 50% quello dell’anno scorso malgrado la valanga di allerte di sicurezza e i tanti richiami di prodotti cinesi già venduti all’estero. E’ stata efficace l’azione di contrasto subito scatenata dal governo, che è riuscito, in modo convincente, per i mercati di consumo all’estero a rovesciare la presunzione e, poi, ad ottenere una confessione di colpevolezza da parte di diverse ditte importatrici americane: quelle che fabbricano i giocattoli, spesso in Cina poi solo assemblati.

Il nuovo record degli scambi commerciali, ha superato, per la prima volta nel 2007, il totale di 2.173 miliardi di dollari. Lo ha rilevato l’Ufficio generale delle dogane, citato dall’agenzia XinHua, precisando che l’attivo, superiore precisamente del 47,7% a quello del 2006, ha toccato i 262,2 miliardi di dollari[17]

Ma, con questi dati, si riapre – comunque, secondo molti in America, si dovrà riaprire – il problema del come reagire alle pressioni che verranno esercitate perché la Cina continui ad abbattere le sue barriere all’import e accetti di rivalutare lo yuan. Però sono pressioni che sembrano ormai piuttosto smontate proprio dalla novità del ridimensionamento del PIL cinese da parte della Banca mondiale.

Tra le ragioni che spiegano le pressione attuale sulla valuta cinese, e dice Zhou Xiaochian, governatore della Banca centrale, la Banca popolare di Cina, una certa resistenza delle autorità monetarie a rivalutare lo yuan tanto rapidamente quanto gli vanno chiedendo i suoi partners commerciali, hanno elencato a inizio gennaio i prezzi elevati del petrolio importato, l’inflazione interna in aumento e, appunto, il colossale attivo commerciale[18] del paese. E sono, indubbiamente, ragioni forti.

Il governo, intanto, ha deciso di “congelare” a breve (ma non si dice di quanto e a quale livello) “il prezzo dell’energia”, con una decisione di carattere puramente amministrativo: cioè, per volontà politica dall’alto, non per una correzione di mercato voluta dalla Petrochina o, magari, dalla Exxon, come è da noi dove… godiamo dei benefici del libero mercato.

E arriva la conferma che la Cina contribuirà, con una quota di 1,4 miliardi di dollari, a finanziare la costruzione del reattore termonucleare internazionale sperimentale che comincia quest’anno in Francia. E’ il 10% del costo totale del progetto: ben più di quanto la Cina aveva lasciato pensare e di quanto ci si aspettava da parte del consorzio internazionale[19].

Nel 2009, informa l’organo centrale del sindacato unico, Confederazione pancinese dei lavoratori, all’incirca l’80% delle industrie private e di quelle di proprietà estera nel paese vedrà sindacalizzati i propri lavoratori. Così come, nei piani del sindacato, dovrebbero essere organizzati dall’anno prossimo anche 70 milioni di lavoratori migranti (migrazione interna, anzitutto) del settore terziario e delle piccole industrie[20].

Osserva il capo ricercatore del ministero del Commercio internazionale, Mei Xinyu, attraendo l’interesse – e anche l’adesione di non pochi osservatori in America – che una recessione negli USA non dovrebbe necessariamente essere un male per la Cina, perché potrebbe anche non ridurre di molto le esportazioni della Cina in America.

Ragiona il prof. Mei che, anzi, una recessione negli States potrebbe anche rendere meno care le importazioni tecnologiche in Cina e aiutare, così, un suo ulteriore e più qualificato sviluppo: “saremmo in grado di trasformare la crisi economica di un paese sviluppato in un’opportunità di sviluppo per noi” perché una recessione in America stimolerebbe proprio la domanda di import a buon mercato— quella dove i cinesi sono specialisti e maestri.

Non è un ragionamento che convinca tutti, però. Osserva, per esempio, il capo economista della Goldman Sachs che “il vero potere è quello di fissare i prezzi di vendita dei propri prodotti, quando il resto del mondo è disperato di comprarli e li compra, qualsiasi sia poi il prezzo. Ed io non riesco a pensare a un sola industria dove, oggi, sia la Cina a stabilire quel prezzo[21].        

EUROPA

Al contrario degli USA, dove la crisi si sta cominciando a manifestarsi in modo così accelerato da seminare ansia a larghe mani tra gli americani e da obbligare ad agire insieme, come qui è consueto del resto, ed a stimolare l’economia, le autorità di governo e quelle monetarie, in Europa la Banca centrale il 10 gennaio ha tenuto fermi il tasso di sconto[22], indicando però – al solito sibillinamente ma abbastanza chiaramente – che la prossima volta potrebbe addirittura aumentarli: come misura addirittura preventiva contro “contratti collettivi che si segnalassero rinnovati in termini mediamente troppo generosi” e capaci, quindi, di rilanciare la rincorsa dei prezzi, l’inflazione[23].

Però poi, anche quando in sessione di emergenza assoluta, la Fed ha drasticamente abbassato il tasso di sconto – e solo qualche giorno dopo lo ha nuovamente tagliato, fino al 3% – la BCE ha continuato a restare immobile. Al solito, anche quando la minaccia è ben contenuta, la Banca centrale europea resta ossessionata dall’inflazione.

Certo, il 3,1% nell’anno a dicembre era sopra il tasso indicato dalla BCE: ma restava invariato su un mese prima e, tutto sommato poi, ben moderato: il tasso medio del 2007 è stato del 2,1%, appena lo 0,1% sopra il target della stessa BCE. Insomma, una vera fissazione – e ingiustificata – questa di Francoforte…

Che, però, insiste: Jean-Claude Trichet spara una difesa a spada tratta, e senza esitazioni né preoccupazioni per la crescita che resta bassa e che è necessario perciò rafforzare, della decisione di continuare a fare dell’inflazione la priorità contro cui battersi – almeno per ora – pur a fronte di un’inflazione che è rimasta, in sostanza come tasso medio, del 100% inferiore a quella americana[24].

Perfino il Fondo monetario, col suo direttore generale Strauss-Kahn – per la prima volta, forse, da cinquant’anni, fa rilevare a Davos l’ex Segretario al Tesoro americano, Larry Summers – arriva addirittura a sollecitare alla BCE un taglio significativo dei tassi di interesse[25]. Ma, al solito, i banchieri centrali europei escludono di doversi preoccupare della crescita oltre che della stabilità monetaria…

Quando – come osserva un’analista famosa e di fede del tutto capitalista come la presidente della CIBC World Markets, Audrey Childe-Freemanat – “le condizioni sono cambiate drammaticamente negli ultimi tempi e, anche da una prospettiva come quella usuale alla BCE, questo non è davvero il tempo di preoccuparsi dell’inflazione[26], ma sarebbe importante preoccuparsi molto e subito di una crescita che c’è ma comunque è scarsa.

Praticano, come annota Warren Buffett, il secondo uomo più ricco del mondo, una specie di lotta di classe unidirezionale – che aspettarsi, del resto? di quella classe essi sono… – contro i redditi dipendenti fissi; e ritengono doverosamente obbligatorie le briglie sciolte, invece, sui prezzi fissati autonomamente da chi se li decide da solo, senza alcun contratto né alcun criterio di giustizia minimamente perequativa.

Non è malignità, o malizia, questa. Lo dice proprio così, alla lettera, il buon Bini-Smaghi, membro italiano del board, papale papale, che nell’eurozona “l’inflazione – che adesso è appena sopra – dovrebbe tornare sotto il 2% alla fine dell’anno. Ma a una condizione. Che non si inneschino meccanismi di rincorsa tra prezzi e salari [evidentemente già ben in atto, Bini-Smaghi e la stessa BCE lo ammettono, per colpa di chi ha aumentato selvaggiamente i prezzi] per cercare di compensare la perdita di potere d’acquisto derivante da questi rincari. Altrimenti l’inflazione potrebbe non scendere”. E la BCE sarebbe obbligata a una “stretta monetaria”…

Insomma: i prezzi non dovrebbero aumentare, ma se aumentano bisogna rassegnarsi; se i salari si mettono a cercare di recuperare collettivamente, contrattualmente, il potere d’acquisto perduto (non i “loro” salari: quelli se li determinano da sé e se li difendono benissimo con la loro scala mobile individuale), allora bisogna stroncarli rincarando il costo del denaro. Il fatto è che questi sono convinti che ormai, per dirla con Warren Buffett[27], la guerra di classe ormai l’hanno vinta una volta per tutte. Però, Buffett con loro non concorda proprio sulla conclusione… su quel una volta per tutte.

Un’altra voce importante, quella dell’economista americano Nourel Rubini, ha messo in evidenza giorni fa che “gli Stati Uniti rappresentano ancora il 25% del PIL mondiale e, quindi, quando  starnutiscono, il resto del mondo prende il raffreddore. Ora, però, per gli Stati Uniti non si tratta di un comune raffreddore, ma di un caso di polmonite, brutto e sofferto. Ne risulta dunque che il resto del mondo, inclusa l’Europa, non è in grado di evitare che il contagio del virus della recessione statunitense si estenda al proprio settore finanziario e dell’economia reale. Ciò nonostante – conclude: queste parole sono solo la sintesi di un articolo lungo e ben motivato – la BCE continua a guardare nello specchietto retrovisore[28].

Cioè, BCE ed Europa continuano a muoversi come se recessione americane e stagnazione europea non ci fossero. E hai voglia a dire che la BCE è indipendente e che, per statuto, deve solo pensare alla stabilità monetaria: basterebbe, infatti, cambiarle lo Statuto – come alcuni governi cominciano a proporre e, secondo noi, tutti dovrebbero (vedi capitolo FRANCIA) – per costringerla a farlo.

Nella zona euro, il tasso di disoccupazione rimane stabile al 7,2%[29]. Ma produzione industriale in lieve regresso: -0,5% a novembre. Un’indicazione, preliminare sicuro, che la crescita del PIL del quarto trimestre sarà debole.

Anticipando stavolta le reazioni più lente di Wall Street (la borsa era chiusa in America per il Martin Luther King Day), i mercati azionari in Asia e, subito dopo, in Europa hanno reagito male alle previsioni di recessione avanzanti per l’economia americana: di botto, in un giorno, il 21 gennaio, sono calati del 7%[30]: la percentuale di crollo più accentuata dall’11 settembre.

Cipro e Malta sono entrati formalmente dal 1° gennaio 2008 nell’eurozona. Che adesso vede la maggioranza degli Stati membri dell’Unione, quindici, ad usare l’euro[31].

La Commissione ha presentato le sue proposte per la spartizione tra i paesi aderenti del tetto di emissioni gassose della riduzione del quale si deve fare carico l’Unione, per il 20% della quota attuale entro il 2020. Seguiranno, adesso, mesi di discussione, di tira e molla, di contrattazioni prima che i target siano concordati e, poi, dopo altri mesi e mesi di ritardo, applicati[32].   

C’è una certa ansia  in Europa, ma è forse anche un’occasione, il fatto che proprio ora che si prepara a scoppiare la crisi del Kossovo la presidenza semestrale dell’Unione tocchi proprio alla Slovenia, il primo dei dodici nuovi paesi dell’ultimo allargamento ad assumere la presidenza e l’unico tra gli ex paesi della Jugoslavia che sia stato capace di gestire dall’inizio, più o meno, pacificamente – cioè concordandola, al contrario di Croazia e Bosnia – la sua secessione dall’ex federazione jugoslava.

Lo ha detto molto esplicitamente il presidente della Commissione esteri del Bundestag, Ruprecht Polenz, e segnala anche il non entusiasmo della maggioranza, bipartisan, del parlamento tedesco per la fretta unilateralmente pro-kossovara di una cancelliera che molti considerano tropo prona sul tema alle pressioni di Washington.

Polenz, lui stesso un cristiano-democratico ma che, dai precedenti balcanici di Croazia e Bosnia, sembra aver capito che la fretta qui è una soluzione potenzialmente letale, aggiunge che “è da considerare sicuramente un vantaggio che il turno di presidenza dell’Unione tocchi ad una delle ex repubbliche jugoslave che, come tale, ha conoscenza e coscienza profonda della situazione in tutta la regione”.

In questo modo, Polenz completa il suo ragionamento, la Slovenia deve cercare di stabilire una comune posizione europea basata “sui princìpi e sulle pratiche di integrazione proprie dell’Unione: che vadano d’accordo sia con la Risoluzione 1244/1999 del Consiglio di sicurezza [quella che all’unanimità stabiliva, senza mai essere stata, poi, rimpiazzata] la sovranità serba sul territorio del Kossovo, sia con gli interessi di sicurezza di tutti i Balcani occidentali”.

Ci sono molte altre voci nell’Unione, anche l’Italia come ha spiegato – con prudenza, si capisce – D’Alema, preoccupate in modo non diverso – Spagna, Romania, Slovacchia, Cipro, Grecia… e ancora – che però sono state, finora, poco ascoltate e come schiacciate dalla schiacciasassi tedesca condizionata dal Grande Fratello americano e dal suo vassallo britannico. Sono governi che – senza una risoluzione chiara del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che proclami, smentendo se stessa, la legittimità della secessione unilaterale kossovara – avrebbero difficoltà serie a dire di sì alla posizione statunitense e non a quella russa.

Adesso la scommessa sarebbe proprio – sembra saggia ed equilibrata la posizione saggia di Polenz – quella di secondare la Slovenia quando al suo accesso ora alla presidenza dell’UE dichiara di volerla usare per far passare in tutta l’area dell’Unione e dei Balcani queste preoccupazioni che essa considera comuni di sicurezza e di stabilità e l’urgenza di trovare una soluzione, però concordata.

Anche perché se, certo, alla Slovenia che, come prima priorità della sua presidenza, elenca quella di spingere alla ratifica del Trattato di Lisbona, scoppia in mano il Kossovo[33]… tutto il resto rischia di paralizzarsi.

Intanto, dalla Serbia, arriva la notizia che Gazprom ha preso una quota del 51% nella compagnia petrolifera statale serba, la NIS. E’ stata una brutta sconfitta per l’Unione europea che pensava da mesi ad una proposta alternativa sua – il progetto Nabucco – ma, divisa come al solito (qui su finanziamento, logistica e gestione del progetto che avrebbe anche potuto alleggerire un po’ la sua dipendenza dal petrolio russo) ha rinunciato a stringere con la Serbia nella trattativa che ha instaurato sulla politica di associazione Bruxelles-Belgrado.

Non mettendo neanche mai all’attenzione del partner serbo – d’altra parte che gli avrebbe portato mai all’attenzione? le proprie esitazioni e incapacità di decidere? – in tutto il lungo negoziato il tema della sicurezza energetica e il ruolo importante che per l’Europa la Serbia, volendo, avrebbe potuto giocare[34], annota il direttore dell’Istituto di studi strategici di Lubiana, Borut Grgic.

Poi, sempre la Serbia polemizzando sul Kossovo direttamente col Segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, sensibilissimo ai desiderata americani – e perciò, come sanno tutti, anche eletto qualche mese fa – che aveva appena sostenuto il punto di vista american-kossovaro (che ogni ritardo nel risolvere lo status definitivo del Kossovo sarebbe destabilizzante per i Balcani) il ministro preposto al dossier Kossovo, Slobodan Samardzic, ha ancora una volta sostenuto che nel caso del Kossovo l’indipendenza sarebbe molto più destabilizzante per i Balcani che la continuazione dello status quo. Considerazione che, probabilmente, è tanto vera quanto egoistica[35].

E a inizio gennaio, il primo ministro serbo Vojislav Kostunica, l’uomo che riuscì a fine anni ’90 a mettere fuori gioco alle urne Milosevic e, poi, a consegnarlo al tribunale dell’Aja, ha avvisato: “l’Unione europea deve scegliere… se firmare un Accordo di Stabilizzazione ed Associazione con la Serbia o se, piegandosi alle pressioni degli Stati Uniti, inviare una missione per far applicare [un piano di] indipendenza, supervisionato [dall’Unione stessa magari], del Kossovo strappando così alla Serbia parte del suo territorio[36].

E’ il nodo. Alle presidenziali del 20 gennaio vince (37,6%) Nomislav Nicolic, superando il presidente in carica, Boris Tadic (35,5). Adesso, al ballottaggio del 3 febbraio, Tadic si presenta sulle posizioni di Kostunica (avvisiamo l’Europa di fare bene i suoi conti: quelli di chi in questo piccolo pezzo di mondo abita insieme a noi e, quindi, a frenare le allucinevoli ubbie dell’America) e Nikolic su quelle dei radicali che dell’Europa non si fidano in niente (tanto, per quello che conta…) e puntano tutto, ormai, sullo scontro. Diciamo così, una posizione quasi miloseviciana.

Il primo ministro sloveno, Janez Jansa, parlando – o affermando di parlare? – a inizio gennaio a nome dell’Unione europea, ha per il momento fatto il punto affermando che il Kossovo “non avrà un’indipendenza completa”. L’Unione intende (o intenderebbe?) offrire alle parti la sua capacità di supervisione sulla provincia serba del Kossovo, il suo aiuto finanziario e l’assistenza di una forza mista di esperti giuridici e di mantenimento dell’ordine pubblico per il tempo necessario alla transizione che verrà[37]

Due partiti, che tra loro hanno la maggioranza necessaria a cambiare la Costituzione, hanno presentato alla Camera,  in Turchia, una proposta di legge che cancella il bando all’uso del velo femminile nelle università. E’ una legge che permette e non obbliga, ovviamente. Ma è subito salita la tensione tra governo, favorevole, e forze armate[38].   

In Georgia, alle elezioni di inizio anno, anticipate dopo le dimostrazioni di novembre e la dura repressione messa in atto dal presidente Mikhail Shakashvili, ha rivinto lui, anche se di un’incollatura. L’opposizione ha ovviamente strillato alla frode.

Ma la delegazione ufficiale dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea, che ha supervisionato le elezioni, ha rilasciato un immediato rapporto ufficiale ad interim che, “grosso modo”, le elezioni sarebbero state regolari[39]. Però, poi, per bocca del suo presidente Dieter Boden, ha anche detto alla Frankfurter Rundschau che “si sono verificati in effetti falsi grossolani, negligenti e deliberati, nel corso dei conteggi” che hanno costretto la stessa commissione elettorale statale della Georgia ad annullare alcuni risultati[40].

Insomma, la regolarità delle elezioni puzza anche qui. Come, a dire la verità, risulta abbastanza evidente in tutte o quasi queste nuove democrazie post-sovietiche… per quanto si dichiarino amiche dell’occidente.      

Una svolta poco soddisfacente per l’ENI e, di riflesso, anche per l’Italia la conclusione dell’affaire del giacimento petrolifero gigante di Kashagan. Malgrado tutti gli impegni e le solenni promesse – anche da primo ministro a primo ministro e da ministri a ministri – alla fine, sotto la pressione di Exxon Mobil, in specie, ma anche di Total e Shell, l’ente energetico del Kazakstan che mirava a incassare di più – una sostanziosa rivalutazione rispetto a quella concordata molti anni fa per il valore del suo greggio e un rimborso per gli extracosti enormi nella fase di sviluppo: sacrosanti entrambi – ha mollato l’ENI[41].

Ora, da quando nel 2011, salvo ulteriori ritardi, l’oleodotto comincerà a far sgorgare il greggio petrolifero, la compagnia italiana non avrà più la titolarità della gestione che passerà al consorzio, tutto insieme di cui l’Eni non sarà più capofila e in cui i kazaki avranno una quota maggiore. Insomma, la mediazione  politica di Prodi non è andata affatto proprio a buon fine.

In Russia, il Tribunale elettorale ha respinto la candidature di Mikhail Kasyanov, ex primo primo ministro di Putin diventato un suo oppositore, dopo la verifica dei 2 milioni di firme notarizzate di cui c’è bisogno per “correre”: il 13% di quelle raccolte e sottoposte a verifica erano nulle, fasulle o  contraffatte. Kasyanov, si capisce, protesta…

Restano in corsa quattro candidati inclusi Dmitry Medvedev, il candidato dello stesso Putin che, con lui eletto, ne diventerebbe il primo ministro e, probabilmente, il grande ispiratore; e il vecchio Vladimir Zirinovsky, del partito ultranazionalista, frequente alleato non necessario ma “utile” in parlamento finora di Putin stesso[42].                           

STATI UNITI D’AMERICA

George Bush ha recitato al Congresso il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione[43] e, commenta un foglio on-line iconoclasta ma diffusissimo, The Nation, che l’unica cosa buona della sua presidenza è che a breve il villaggio di Crawford, nel Texas, “riavrà finalmente il suo idiota”. Ha detto dei grandi progressi fatti in Iraq. Ha detto che il Congresso dovrebbe votare altri aiuti all’Africa.

E che dovrebbe votare il pacchetto di misure che lui ha proposto per allontanare la recessione (anche se non ha usato mai, si capisce, il termine). E su questo punto la Camera gli ha dato subito retta, mentre il Senato ha messo su qualche tentativo di migliorare il pacchetto ma, al solito, sta mollando rapidamente i pappafichi.   

I grandi media, ricchi di quella saggezza che qui chiamano convenzionale – quelli che vedono nero ma dicono bianco perché sembra più patriottico così, o perché chi sa la verità è meglio non dirla mai proprio pane al pane: i massimi quotidiani del paese, insomma – hanno cominciato intanto a tirare un po’ le somme sulla presidenza di Bush. In modo, però, del tutto compiacente e assolutamente fasullo.

Date un’occhiata a quanto scrive, ad esempio, il solito grande ma spiacevolmente contraddittorio NYT, chiedendosi se “Mr. Bush sarà ricordato come il presidente che ha perso l’economia tentando di vincere una guerra” e si risponde, mentendo, che in realtà “Mr. Bush ha speso anni ed anni presiedendo a un clima economico di crescita che farebbe invidia alla maggioranza dei presidenti. Pure, tra la costernazione dei suoi uomini, non è riuscito a farsene riconoscere il merito in gran parte perché gli americani si sono arrovellati sulla guerra in Iraq[44].

Ora, a parte il fatto che, naturalmente, la guerra in Iraq se l’è inventata lui – perché Bagdad non c’è mai entrata niente con le Torri gemelle – questa è un’altra versione, quella americana, del modo di dar notizie che una volta sembrava tipico della Pravda di memoria sovietica o del mondo raccontato da Orwell: quello dove guerra si dice pace e bugia è uguale a verità, basta raccontare fatti inesistenti come se fossero, appunto, vangelo.

E magari, per pura ignoranza, esserne pure convinti! Pensate a quanti sicofanti così, magari perfino in buona fede – nel senso che ignorano di essere proprio ignoranti – ci sono anche da noi. E, a parte la dimostrazione, tutta da fare però, che poi un presidente od un’Amministrazione siano proprio decisivi nell’accrescere o deprimere la crescita, i dati statistici ufficiali, governativi[45], annotano e documentano che la crescita economica, sotto Bush jr., è stata invece tra le peggiori degli ultimi cinquant’anni.

La crescita economica, infatti, è salita del 5,2% nel mandato di Kennedy completato da Johnson, del 3,6 in quello di Clinton, del 3,4 con Reagan e, dopo, con Carter, del 2,7 sotto Nixon col mandato completato da Ford, del 2,6% sotto questo Bush e meno, dell’1,9% solo sotto suo padre – il primo e francamente speriamo anche l’ultimo – della schiatta dei Bush.  

Anche Bush, ora, s’è rassegnato e la vede nera. O, almeno, sembra aver capito che non può più  limitarsi ad intervenire sul mercato, cosiddetto libero, aiutando solo i ricchi per il 90% come ha fatto finora, cioè come disse una volta nella campagna elettorale del 2000, in un pranzo elettorale a pagamento, pensando a loro come ogni candidato a chi più gli interessa.

Disse, allora, letteralmente – non si capì mai se scherzando, scherzando a metà o parlando sul serio – di pensare sempre a loro: a “chi tra gli americani è ricco e a chi è più ricco, a voi insomma che qualcuno chiama le élites mentre io vi chiamo la mia base elettorale[46].

Con un brusco spostamento dal tenore delle sue valutazioni economiche – sempre rosato, sempre iper-ottimistico (va tutto bene, madama la marchesa… in questo, ovviamente l’America, che come tutti sanno – e se non lo sanno glielo insegnamo noi – è il migliore dei mondi possibili …) – il presidente ha ammesso, finalmente ed improvvisamente, che la nazione si trova a dover fare i conti con “pesanti sfide economiche”, i prezzi del petrolio che crescono, la crisi delle ipoteche e del mercato edilizio, quello del lavoro che si va indebolendo…

Non possiamo [più?] dare per scontata la crescita – ha aggiunto, parlando a un gruppo di uomini d’affari a Chicago – e i più recenti indicatori economici sono contradditori” e anche confusi…

Ma, poi, a chi tra i giornalisti lo incalzava, “ma come? non è più ottimista?”, reagiva di scatto “assolutamente sì, assolutamente sì”, per poi aggiungere subito che, però, “sono molti gli americani in ansia per l’economia”. E “la situazione reale, ci potete scommettere, io la conosco[47].

E questa sì che sarebbe davvero una grossissima novità…

Il giorno prima era stato, del resto, il presidente della AT&T a sottolineare come i consumatori rallentavano gli acquisti per “timori fondati”. Dopo, le parole sue e quelle del presidente – più equivoche ma allo stesso tempo dannatamente chiare, stavolta – la borsa è andata di nuovo a picco[48].

E il giorno dopo, il presidente della Fed, Bernanke, ha detto che

alla luce dei cambiamenti recenti nel quadro previsionale e fattuale e dei rischi che sta correndo la crescita, potrebbe ben essere ancora necessario allentare le redini sulla moneta. Il Comitato [della Banca, quello che fissa il tasso di sconto], valuterà attentamente, come è naturale, le informazioni sopravvenienti che riguardano il quadro economico... in ogni caso, noi siamo pronti ad assumere azioni ulteriori che alla bisogna facilitino il sostegno della crescita sul mercato e forniscano garanzie adeguate contro ulteriori rischi di calo[49]

E ha poi aggiunto che, personalmente, è anche favorevole a una forte iniezione di stimoli alla crescita… Insomma, contro ogni dettato del laisser-faire, del mercato che da solo decide sempre  al meglio, del governo che meno c’è e meglio è[50]

Per un banchiere centrale niente, proprio niente, di sibillino, stavolta: il 29 e 30 gennaio la Fed avrebbe dovuto ormai riabbassare i tassi. E, una volta, dirlo prima così lo avrebbero chiamato anche aggiotaggio (ma avrebbero chiamato così anche l’annuncio della BCE che a Francoforte il tasso non verrà tagliato…). Ma, adesso, va bene così. In ogni caso, il cuore di Wall Street ha ricominciato subito a fibrillare. Ma oggi “Sono non pochi, a temere che lo stimolo economico arrivi ormai troppo tardi”, come scrivono due tra gli analisti più attenti, meno ideologici e più ragionevoli, di mercato[51].

Poi, una settimana dopo (il giorno prima la Borsa s’era salvata dal bagno che ha coinvolto europei ed asiatici solo per la chiusura del Martin Luther King Day, festività nazionale) e poche ore prima della riapertura a Wall Street, ma dopo che avevano aperto ancora una volta male, ancora una volta in ulteriore ribasso, le borse dell’Asia e d’Europa, la Fed è intervenuta di nuovo.

E, anche in considerazione del fatto che “le informazioni in arrivo indicano un approfondirsi delle perdite sul mercato edilizio e un certo calo nella tenuta del mercato del lavoro[52], anticipando tutti in sessione straordinaria, diciamo pure dettata dal panico (la prima, dall’11 settembre…) del Comitato monetario (che incongruamente si chiama Comitato del mercato aperto: ma aperto non è, perché serve proprio a fissare d’autorità i tassi) la Fed li abbassa di botto di ben ¾ di punto, dal 4,50 al 3,75%. In una volta, lo 0,75% non era sceso da venticinque anni, ormai).

Con effetti che, nell’immediato, la Fed considerava utili a raffreddare la febbre. Ma che lo sono stati solo parzialmente visto che molti, troppi, sono convinti che non basterà… E, infatti, Wall Street non la beve: il Dow Jones va ancora giù, subito[53]; anche se, poi, un  po’ si riprende; ma chiudendo, comunque, a fine giornata Al minimo da quindici mesi[54]

Insomma, lunedì nero, assolutamente, non fosse che di lunedì neri di borsa ce ne sono stati, nel dopoguerra, già almeno undici, prima di questo[55] nel mondo. Poi, il martedì 22, la crisi arriva pesante anche a Wall Stret che, però, recupera il mercoledì già un po’ meglio di Asia ed Europa…

Per la  verità, in America, Alcuni sono ancora convinti che l’allargarsi della crisi sia spinto dalla paura più che dai fatti[56]. In realtà, poi, forse sono ancora di più quanti, comunque, non riescono a capire, abbarbicati alle proprie vecchie anche se traballanti certezze, che la paura ormai è essa stessa un fatto e un fattore. E tra i più rilevanti.

Ma, ribasso dopo ribasso, in effetti come praticamente preannunciato, la Fed il 30 gennaio sbatte i tassi ancora all’ingiù, fino al 3%[57]. E’ il giudizio implicito, ma il più eclatante, che l’economia è in catalessi.

Alla fine della terza settimana di gennaio, a Davos, il Foro economico mondiale è partito con una sessione sullo status dell’economia globale. L’anno scorso, tutti gasati a esaltare gli spiriti animali del mercato, anche se certo c’era quella piccola nube all’orizzonte, localizzata però oltreoceano – assicuravano Bush, Tony Blair, i tanti guru della saggezza economica convenzionale e il Fondo monetario – di un mercato edilizio in qualche difficoltà con un po’ di debitori che sembravano non  riuscire più a far fronte al servizio del proprio debito…

Quest’anno, dodici mesi dopo, guru, mondo degli affari internazionali, politici e politicanti che ad esso sono prevalentemente allineati, tutti riuniti sotto il chiaro cielo alpino dei Grigioni, l’aria era cupa: tutti ad ascoltare, a bocca aperta, quello che nel mondo della finanza internazionale è considerato il più pessimista tra gli esperti e gli analisti dell’economia mondiale, Stephen Roach della Morgan Stanley.

E George Soros – che speculando sul dollaro e le altre valute, da decenni ci ha fatto sopra profitti di miliardi e miliardi – adesso che, nella realtà, la crisi economica e finanziaria è ben peggiore. Va ben al di là, spiega autorevolmente, dei subprime, delle ipoteche e dei pignoramenti e segna, in effetti, la fine del dominio sul dollaro.

Sic transit, davvero, gloria mundi… Oggi, a Davos, tutti – ma tutti: senza eccezione – sentono l’abbraccio dell’orso, come si dice, in borsa e un rallentamento, pesante, accelerato, dell’economia mondiale. L’unica questione che resta aperta è capire di quanto[58]. E l’altra questione aperta sembrerebbe quella di scoprire qualcuno che, in saloni tanto aulici e odorosi di quattrini come quelli di Davos, non meni di brutto all’irresponsabilità dell’economia americana[59].

Un fatto è che, anche solo sei mesi fa, la stessa Federal Reserve, lo stesso Bernanke, benedicevano soddisfatti lo stato dell’economia americana. La Fed, per la diciassettesima volta consecutiva, aveva appena finito di alzare i tassi di interesse cercando, anche così, di bucare la bolla del mercato edilizio ma spergiurava e sul proprio onore (sulla propria competenza, cioè) garantiva che il rallentamento così era stato frenato e il rilancio era già cominciato.    

Ma questo era allora. Oggi, il contenimento, dichiarato e riuscito, è diventato un contagio da tutti  riconosciuto e la paura che il bubbone del mercato edilizio non stia solo spingendo, ma forse abbia già spinto, in recessione la maggiore economia del mondo. E che sta avviando l’America a diventare una copia carbone del Giappone degli anni ’90 che ci ha messo un decennio – e ancora non ha finito – a riprendersi dalle manie speculative degli anni ’80[60].

Del resto, a due giorni di distanza, prima la JP Morgan e poi la Merrill Lynch cancellano, insieme, dai libri qualcosa come una quindicina di miliardi di dollari di crediti che pignoramenti e fallimenti dei loro debitori subprime hanno reso ormai inesigibili[61]. E il messaggio (l’economia scivola indietro e all’ingiù, rapidamente) viene reiterato, con la forza dei fatti compiuti da un’altra, immediata e secca (-3% in un solo giorno) caduta dei valori di borsa[62].  

Ma, paradosso apparente, comunque i mercati esteri – gli speculatori, gli investitori, i fondi, le banche centrali… – scommettono ancora una volta – siamo convinti, con gli americani stavolta, troppo semplicisticamente però – sulla ripresa di Wall Street e si buttano, ciecamente, considerata la svalutazione di fatto del dollaro, a comprare e investire in assets statunitensi ormai a più buon mercato (Foreigners Buy Stakes in the U.S. at a Record Pace[63]).

A dicembre, mette in evidenza un rapporto ufficiale dell’Ufficio statistico nazionale, l’attività manifatturiera è scesa inaspettatamente, al minimo dal 2003, per la prima volta in contrazione secca negli ultimi dieci mesi, secondo l’Indice dei responsabili agli acquisti, considerato il più autorevole indicatore di recessione e/o crescita: giù, a 47,7 da 50,8. Insomma, sotto 50. Uguale, appunto: recessione già in atto.

L’altro dato ufficiale, sul più alto tasso di disoccupazione da molto tempo, era già arrivato giorni prima a produrre l’immediato crollo degli indici di borsa e diffondere la convinzione tra investitori ed operatori che sta calando in genere l’attività produttiva, di brutto, e che il mercato chiede alla Fed, questo mese, almeno un taglio ancora dei tassi di interesse. Proprio per cercare di tamponare questo lento affogare dentro la recessione[64].

Il fatto è che la disoccupazione è balzata in avanti dello 0,3% in un mese, una crescita che non si verificava dal fatidico settembre 2001, e del 5% questo dicembre su quello passato. Praticamente s’è fermata la crescita occupazionale, e la disoccupazione è salita specie tra i lavoratori colore (al 9% in un anno) e quelli di origine latino-americana (qui li chiamano indifferentemente, ispanici o latini: al 6,3).

Ma anche questi dati sembrano piuttosto ottimisti riflettendo i numeri, tradizionalmente gonfiati, dei posti nuovi nelle imprese nascenti che poi, vengono regolarmente ridotti, e più stesso che no drasticamente, dai numeri definitivi ogni tre mesi.

La realtà reale, e anche quella statistica, viene riflessa meglio nel fatto che il numero degli americani senza lavoro sta crescendo e che è in corso una recessione. In particolare – e scontando la strana maniera in cui in questo paese contano, sottovalutandolo almeno di due, tre punti percentuali, il numero dei disoccupati, per non parlare – anche qui – dei lavoratori precari e sottopagati.

E stato adesso il Dipartimento del Lavoro a riferire, traducendo i numeri percentuali in dati e numeri sulle persone, che a dicembre i disoccupati “ufficiali” (quelli che, seguendo una trafila complessa e burocraticamente scoraggiante, si iscrivono alle liste di disoccupazione ufficiali e, come dicono, cercano attivamente un lavoro) sono 7.655.000. In un anno, il 13,2% in più (allora erano 6.760.000). E, in passato, il 13% di aumento della disoccupazione in un anno è stato invariabilmente segno di recessione[65].  

La crescita dei salari e degli stipendi resta moderata: nell’ultimo trimestre è stata, in media, del 3,3% a tasso annuale, ben al di sotto del tasso di inflazione (al 4,1% a dicembre e, da novembre a dicembre, in un mese, +0,3%[66]. Sotto lo 0,8% di ottobre, ma è comunque il tasso più alto ormai da diciassett’anni. Non si può ancora dire che sarà cosa certa perché – molto teoricamente: nella pratica non sembra proprio aria – il terzo trimestre potrebbe contenere la crescita dei prezzi un po’ di più. E, poi, nel settore manifatturiero, il salario è salito nel periodo di appena lo 0,8% annuale.        

Intanto, però, tra le solite oscillazioni, l’indice Standard & Poor 500, è caduto di oltre l’1% d’un botto, di oltre 18 punti cioè, e l’altro indice principale di borsa, il Dow Jones, di più di 180 punti, anch’esso sopra l’1% , a 13.000[67].

I prezzi del petrolio al record hanno fatto peggiorare a novembre il deficit commerciale con la forte crescita delle importazioni (+3%) e un aumento ben più modesto (circa un decimo, +0,4%) delle esportazioni. Il gap è, così, cresciuto ancora del 9,3%, 205,4 contro 142,3 miliardi di dollari) a 63,1 miliardi, il deficit più vasto da quattordici mesi, di cui la metà per il greggio, secondo i dati delle Dogane[68].

Il debito estero del paese continua a salire[69], col deficit dei conti correnti che arriva al 5%: E il debito individuale degli americani su carte di credito (la media è di cinque per ogni adulto) è cresciuto a novembre, sul novembre precedente, dell’11,35, dopo l’8,5 di ottobre. Nel 2006 era salito del 6,1% e nel 2005 del 3,1[70]… Una progressione che sembra inesorabile. Il fatto è che la gente prende a prestito, imputando la spesa alle carte di credito quel che una volta prendeva a prestito, ma ormai non può più, ipotecandosi la casa.

Ma statistiche, numeri, dati, cifre, messaggi sono volutamente confusi. Scriveva il presidente Thomas Jefferson al suo Segretario al Tesoro, Albert Gallatin, nel 1802: “Potremmo sperare di vedere le finanze dell’Unione chiare e trasparenti almeno come i libri di un mercante , in modo che ogni membro del Congresso e ogni uomo preoccupato dello stato dell’Unione sia in grado ci comprenderli, di investigarne gli abusi e, conseguentemente di controllarle?”. Una speranza mai realizzata. Anche altrove peraltro e per lo più.

Anche solo la lettura del Rapporto finanziario del governo per il 2007, dimostra e argomenta come, per esempio – ma che esempio! – in questo paese, e alla faccia della tradizione onorevolissima delle statistiche americane, il deficit denunciato ufficialmente dal governo sia assolutamente, e di gran lunga, inferiore al reale.

Nell’anno fiscale 2007 (dal 30 settembre 2006 al 30 settembre 2007) il deficit – come lo definisce il Tesoro “quanto il governo deve prendere in prestito per finanziare lo scarto tra spese ed entrate” – è di 162,8 miliardi di dollari— un buco coperto facendosi prestare soldi dai risparmiatoti e, soprattutto, vista la scarsissima propensione al risparmio degli americani, dall’estero.

Questi  i dati ufficiali. Ma anche una ricerca neanche tanto insistente, dicevamo, sul sito in materia più ufficiale di tutti[71], svela che l’indebitamento è assai superiore. Il totale del debito federale alla fine dell’anno fiscale è in realtà salito da 8.530,4 miliardi di dollari a 9.030,6: non, dunque, 162,8 ma in un anno ben 500,2 miliardi— più di tre volte di più.

Per un totale complessivo ed accumulato – attesta nella sua presentazione (p. 33) il Comptroller General, noi diremmo il Ragioniere generale, degli Stati Uniti – “di circa 53.000 miliardi di dollari al 30 settembre 2007, 2.000 miliardi di più di un anno prima e, dal 30 settembre 2000 al 30 settembre 2007, 32.000 miliardi di dollari in più dei 20.000 cui il debito si attestava al 30 settembre 2000”, quando Bush stava per essere eletto alla casa Bianca: “cioè, 175.000 dollari a carico di ogni americano e 455.000 a carico di ogni famiglia”.

In questo paese, ma anche nel nostro, sbagliano i più che, superficialmente, utilizzano la salute della borsa come misura della salute dell’economia. Perché in realtà, in borsa, il calcolo misura solo quanto bene siano andate le cose a chi ha molte azioni in borsa. Ora i prezzi delle azioni possono aumentare per diverse ragioni:

• perché l’economia cresce rapidamente e, con essa, crescono i profitti d’impresa;

• oppure, al contrario, perché i prezzi delle azioni crescono a spese dei salari e degli stipendi;

• o, semplicemente, perché molti azionisti, troppi, sono irragionevolmente esuberanti.

Ora, queste ultime due cause di aumento del valore delle azioni non sono sicuramente una buona notizia per gran parte della popolazione.

Inoltre, in America – ma capita anche altrove – bisognerebbe anche smettere di definire la platea dei rendimenti dei titoli di borsa ponendo l’attenzione, come spesso capita, quasi esclusivamente sul Dow Jones: che fa i conti con solo 30 titoli industriali cosiddetti blue chip e non sullo Standard & Poor500 che li fa con il grosso dei titoli quotati in borsa negli USA. Perché l’indice DJ è salito nel 2007 in media di un rispettabile 6,7%, ma l’indice medio dello S&P500 indica un rendimento bloccato quasi alla metà, al 3,5%.   

La verità è che non sono neanche stati tanto gli azionisti a guadagnarci bene nell’ultimo decennio Dal dicembre 1997 al dicembre 2007, malgrado ogni speculazione e ogni bolla, lo S&P500 è cresciuto globalmente del 52,6% e, defalcato dell’inflazione, del 17,3%: in termini annuali, cioè, dell’1,6% all’anno. Se aggiungete al conto anche il rendimento annuale, raggiungete una cifra globale di resa dell’investimento di borsa medio del 3,2%: qualcosa di meno del rendimento, nello stesso periodo, dei buoni del Tesoro.

Invece, le cose sono andate meglio nel periodo, dal 500 anche al 1000%, a quelli che in America si chiamano i boss: i managers, gli amministratori delegati, i massimi dirigenti di impresa. Proprio quelli che sono stati più beneficiati anche dai tagli di tasse mirati e voluti da Bush[72]…  

Sempre più labile l’affidabilità del biglietto verde agli occhi del mondo, sottoposto com’è, ormai, alla concorrenza dell’euro, a quello dello yen. Perfino dello yuan. Dopotutto, dietro una valuta che una volta era spalleggiata dall’oro, ormai da tempo c’è rimasto solo il monopolio (ma sempre più precario) della vendita del petrolio nell’area di diretta influenza americana.

E chi investiva, e ancora investe i suoi risparmi, i suoi profitti, le sue rendite, il frutto delle proprie speculazioni e delle proprie malversazioni a scala mondiale in dollari, ormai del dollaro si fida sempre di meno… Non successe la stessa cosa, in fondo, anche alle monete del conio romano, verso il 200 d.C.?

In sintesi, proviamo a dare un’occhiata appena più a fondo alle analisi dei pochi considerati fino a ieri prefiche jettatorie e peggio, ma oggi riconsiderati, quasi, da tutti, come saggi preveggenti ed illuminati. Due nomi: Peter Schiff, presidente dell’Euro Pacific Capital, una grande casa di brokeraggio, cioè di intermediazione finanziaria del Connecticut (che ha fatto risparmiare e guadagnare, azzeccandoci con le sue fosche previsioni miliardi ai propri clienti: e a se stesso); e Dean Baker, un analista e studioso del funzionamento dei mercati che non opera però sul mercato ma nella ricerca accademica…

Entrambi hanno identificato, da quasi due anni, il progredire combinato di alcuni fattori di rischio sottostante la superficie e l’apparenza di dati economici tinteggiati volutamente di rosa dalle autorità politiche, economiche e finanziarie. Che, tutti, ultimamente ed insieme, si sono aggravati: e    che, lentamente ma anche come inesorabilmente, si va così disegnando il quadro a venire potrebbe essere quello dello scenario seguente:

• un mercato edilizio che continua a sprofondare;

• lo squagliamento dei derivati, con il crollo, dopo i subprimes, del mercato ipotecario;

• la depressione dei consumatori, con le vendite al dettaglio in frenata, dello 0,4% nel mese invece di massimo aumento consueto, a dicembre; dunque, consumi in calo e, con essi, il deprimersi di tutta l’economia;

• il rallentamento, e poi il calo, al netto, dei posti di lavoro;

• l’aumento, per la prima volta forse da sempre avvertito come a-normale – e comunque non giusto – delle disuguaglianze crescenti di reddito e, a ruota, di quelle economiche e sociali;

• l’arrivo, forse, di un mondo che pare apprestarsi a decidere di potere fare a meno del dollaro, comunque di non voler più tanto dipendere da una valuta di riserva ormai così ballerina: e il dollaro rotolerà giù, di brutto;

• la presa di coscienza, prima solo di qualcuno e poi sempre più diffusa ormai, del fatto che il vero valore dei titoli azionari non è quello che di momento in momento millanta il mercato, ma quello che gli azionisti riescono effettivamente a ricavare dal loro portafoglio quando sono costretti a vendere: proprio altra cosa…

L’argomentazione di fondo per cui questi sagaci lettori della realtà economica e finanziaria – tali perché così dimostrati dai fatti – vedono la borsa molto più “orso” che “toro” è che gli ultimi cinque o sei anni, l’era sciagurata di Bush, sono effettivamente stati anni di fortuna per l’economia americana. Ma ingannevole, quella che sta portando i nodi, e tutti insieme, al pettine.

Perché tutte le turbolenze e gli sviluppi negativi sopravvenienti – il caro petrolio, da $28 al barile nel 2003 a quasi 100 oggi, ad esempio – sono state in qualche modo coperte dal caro case che ha gonfiato i valori edilizi e tenuto su, quando non rilanciato, coi soldi ottenuti spiccando ipoteca su ipoteca, cioè a credito, l’acquisto dei televisori flat screen, dei tanti SUV e di milioni di seconde e terze case… Wall Street ha assorbito tutto questo debito dalle banche consentendo loro, così, di continuare a far prestiti e a far crescere, così, la montagna dei debiti.

Ora che sembrano tutti d’accordo (Fed, Casa Bianca, guru vari e economisti mainstream, con l’eccezione dei neo-liberisti più puri e più duri del più tetragono lasciate fare al mercato) Bush offre un suo piano di rilancio[73].

E’ un piano sul quale si contrastano, anche se alla fine finiscono col mediare alla Camera – dove proprio a fine mese il pacchetto viene votato[74] – i democratici e i repubblicani di Bush. I democratici, in effetti, hanno subito accettato la mediazione. Alla Camera, hanno concordato con la Casa Bianca contributi dai 300 ai 1.200 dollari per famiglia (ma come? quanto, a chi e a quali famiglie? i repubblicani dicono, in sostanza a pioggia, un po’ a tutti e quindi poco a tutti; i democratici li vogliono molto più mirati ma alla fine si rassegneranno…) e un ammontare significativo di sussidi alle imprese[75].

Naturalmente, e qui sembra che l’accordo sia unanime anche se unanimemente tacito, a pagare sarebbe al solito l’aumento del debito, stampando dollari e vendendo titoli del Tesoro – finché ci riesce – all’estero. Bush era sembrato, e al fondo continuerà a, puntare sul taglio alle tasse, anzitutto estendendo e rendendo permanenti i tagli del 2001 e del 2006 e rendendoli permanenti— cioè rendendo permanente il 90% del sollievo fiscale a favore dell’1% più ricco degli americani, secondo la nefasta, funesta e falsa teoria dello “sgocciolamento”.

Manca nell’accordo l’aiuto mirato specificamente a disoccupati e alle decine di milioni di precari o precarizzati e mancano i buoni alimentari da dare direttamente ai più poveri: due punti quasi “d’onore” per i democratici,  che creeranno grossi problemi ai parlamentari visto che sono posizioni comuni, in pratica, a tutti i loro candidati alle presidenziali.

Le posizioni dei due campi sono ormai note. Come sempre e tipicamente, Bush vuole taglio di tasse (concentrato tutto sui suoi amici: non sulla platea dei contribuenti) e non aumento di spese— o, più correttamente, di queste spese, ché quelle militari non le risparmia di certo e le spreca, poi, inutilmente o peggio.

E, come sempre e tipicamente, la maggioranza democratica al Congresso vuole tagli di tasse ma concentrati non sui fat cats (gatti grassi, li chiamano qui), amici dell’amico, ma su quella che chiamano qui “classe media”— cioè tutti i salariati e quelli che, comunque, ricavano le proprie entrate larghissimamente da salari e stipendi e non da rendite e cedole azionarie; e da uno stimolo alla spesa aiutato, appunto, dai tagli alle tasse mirati a chi più ha bisogno di spendere e di spendere subito.

Alla fine – dopo il vaglio, più duro, ma alla fine uguale del Senato, manca ancora – sarà probabilmente grosso modo quell’1% del PIL ad essere iniettato nell’economia dalle  misure del Tesoro, oltre al denaro reso meno costoso dai tagli ai tassi della Fed. Ma la totale assenza di una scelta precisa della direzione su cui avviare queste misure non aiuta di certo.

Se il problema qui – qui! immaginate in Italia, da noi – è rilanciare consumi ed investimenti (qualificati: certi investimenti, non a pioggia di certo…), allora soldi freschi, netti, bisogna metterli dove chi li riceve non ha modo di risparmiarli ma deve spenderli per arrivare a coprire la quarta settimana del mese…

Insomma, assegni alle famiglie meno abbienti, aumenti netti di salari e stipendi a cominciare proprio da dove e da chi non risparmierebbe perché non se lo può proprio permettere e subito rilancerebbe i consumi. Questa è la scuola di pensiero, come dire?, più populista, teoricamente certo inappropriata per un paese che ha un tasso di risparmio praticamente negativo e già consuma anche troppo…

Il problema, al solito, anche negli USA, è la media di Trilussa. Ha detto giustamente Hillary Clinton che “non ha senso proporre di spendere più di 100 miliardi di dollari per rilanciare l’economia senza prima aver aiutato concretamente la cinquantina di milioni di famiglie che in America se la passano peggio… e sono poi quelle che spenderebbero subito gli aiuti che mai ricevessero”. 

Ma se lo scopo è il rilancio immediato della crescita a breve, la strada è questa. E per noi, in Italia, con un tasso di risparmio ben più elevato e un tasso di crescita ancor più depresso, molto di più. Anche se, più strutturalmente, serve che vengano ancora creati posti di lavoro decenti, con salari decenti e coperture sociali assicurative e di welfare altrettanto decenti. Perché solo così si rilancia davvero la crescita.

A parte la contraddizione di fondo tra il credo sbandierato di Bush e dei suoi in un’economia che sfugga agli interventi statali e resti libera da controlli e supervisioni e la pratica diffusa che, invece, vede e provvede fior di interventi quando servono a rimpinguare le tasche di Wall Street abbondando in interventi statali.

A parte, insomma, questo dettaglio, c’è l’incoraggiamento implicito a indebitarsi ed a spendere ancora di più abbassando il tasso di sconto anche nelle condizioni che vedono in questo paese il record del più basso tasso di risparmio del mondo.

Ci sono Bush e Bernanke che, in buona sostanza, promettono di stampare miliardi di dollari, decine e se necessario centinaia di miliardi di dollari, per “salvarci” soprattutto creditori, debitori ed investitori più irresponsabili e, poi, magari anche gli americani più poveri (ha fatto capire Paulson, grosso modo, che la proporzione secondo lui dovrebbe essere 4 a 1) la conseguenza immediata sarebbe che per ogni nuovo dollaro di carta gettato dentro l’economia si riduce il valore di ogni singolo dollaro già in circolazione (l’adagio lo conoscete, ed è vero: che la moneta cattiva scaccia via quella buona).

Qui la cosa più sensata ci sembra averla detta la Clinton: come la riassume un editoriale che ha irritato, e molto, la Casa Bianca (ha detto l’addetto stampa che la soluzione favorita dai democratici è controproducente: solo che quella dei bushotti ha affondato l’America nel marasma attuale…) in ogni caso, è lampante che “un piano di stimolo economico che taglia fuori proprio le 45 milioni di famiglie che più hanno bisogno di aiuto è un piano di aiuti insufficiente[76].

Perché il punto è che se uno stimolo, finanziario ed economico (più quattrini nelle tasche dei consumatori) non viene speso subito, nei prossimissimi mesi, qualsiasi tentativo di stimolo, a breve per definizione, fallisce.

Poi c’è il dubbio di fondo: che, sollevato con l’autorevolezza e la credibilità di un Nobel come Joseph Stiglitz, pone seccamente il problema di tutti i problemi: lui dice che con ogni probabilità non funziona, che gli Stati Uniti stanno marciando verso una “trappola di liquidità”, analoga a quella che segnò gli anni ’30 del secolo scorso. In sostanza, i tassi dei buoni del Tesoro a più lungo termine possono ben non rispondere che poco o per niente al taglio dei tassi di interesse a breve operato dalla Fed.

E se sarà così – Stiglitz dice che è un pericolo reale – il credito resterà restio e costoso. “Succederà  il contrario di quanto si è visto negli anni recenti, ed è proprio questa differenza che spaventa i mercati[77].

E’ un dubbio rafforzato, anche, dalla semplice comparazione tra un valore globale delle case sul mercato che crolla di un totale, grosso modo, di 2.200.000 miliardi di dollari nell’ultimo anno (lo sgonfiamento della bolla edilizia è questo) e uno stimolo che, al massimo, sarà sui 140-150 miliardi. Molto meno dello 0,50/00: per mille, badate, mica per cento…     

Siccome non si muove foglia che Dio, notoriamente, non voglia abbiamo messo qui – sotto il capitolo STATI UNITI – la notizia, schizzata dalla maggior parte dei quotidiani o relegata sì e no a notarella, che secondo cinque ex grandi capi militari di cinque paesi NATO (USA, Gran Bretagna, Germania, Francia ed Olanda), la sola maniera di non lasciare che gli USA decidano di attaccare preventivamente e con bombe atomiche chi loro vogliono – e decidono perciò essere pericoloso vedersi dotare di una futura arma nucleare – è di fare di questa scelta una scelta di tutta la NATO…

Insomma, guerra o pace? Questi generaloni dicono guerra. Ma dicono, anche, di deciderla almeno con e dietro gli americani. E’ questa, in sintesi, la tesi sostenuta nel “manifesto” pubblicato sotto la sponsorizzazione del quartier generale dell’Alleanza che sarà – o almeno, nelle intenzioni di Stati Uniti e del segretario generale de Hoop Scheffer, dovrebbe essere – discusso al vertice della NATO a Bucarest in aprile[78].

Per dirla con il florido, gonfio linguaggio di questi dottori Stranamore ritrapiantati qui e oggi (il problema è sempre lo stesso: una volta che ne è uscito, non si può far rientrare Rosemary's baby nel grembo di sua madre) “il primo uso dell’arma nucleare [l’attacco preventivo nucleare, cioè] deve restare disponibile nella faretra dell’escalation come strumento supremo per prevenire l’uso di armi di distribuzione di massa e prevenire rischi esistenziali alla propria stessa esistenza[79]

E’ interessante leggere il ragionare, e lo sragionare, dei cinque militar-militaristi che avanzano la proposta nella convinzione, dicono, di garantirci più sicurezza, gli illusi… Ancor più importante, adesso, subito, è dire però un no forte e, esso sì, preventivo. Perché è questo il momento.

Almeno l’Italia, sulla base dell’art. 11 della Costituzione (“l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”) che non lascia dubbi né scappatoie interpretative quanto a guerre “preventive”, non può dire di sì a questo profondo snaturamento da difensiva a preventiva dell’Alleanza atlantica.

Punto e basta.

Il nuovo governo polacco frena sui missili americani, sulla richiesta di dislocare i loro antimissili ai confini russi. Prenderà tutto il tempo di cui c’è bisogno a decidere “con conoscenza di causa”. Certo, spiega il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski, non dirà di sì prima delle presidenziali di novembre in America[80].

Perché, ha spiegato, non può davvero rischiare – dopo il rifiuto del Congresso di votare, almeno per ora, il finanziamento degli antimissili richiesto dal presidente – di dare il suo assenso al cosiddetto “scudo”, sopportandone “tutti i  costi politici” conseguenti nei rapporti  con Mosca, magari per vedere poi cancellato il progetto come “inutile e dannoso” (la maggioranza del Congresso e le parole di Obama e di Clinton) dalla nuova Amministrazione americana…

E, ha spiegato, il primo ministro Donald Tusk, che in ogni caso solo se dall’America venissero garanzie “certe e definitive” di copertura totale delle spese ed “assolute” di sicurezza del territorio polacco, “non solo di quello americano”, la Polonia sarà disponi bile ad ospitare “elementi del sistema antimissilistico statunitense”.

Insomma, pagate voi e garantite in modo che per noi sia credibile anche noi, e dopo si discute… Che non è proprio l’entusiasmo dei gemelli Kaczynski per i quali quel che contava era solo l’amicizia e la riconoscenza di Bush…

Lo ribadisce con chiarezza mercantile, e anche seccamente politica, il ministro della Difesa Bogdan Klich: “un’infusione adeguata di fondi americani per modernizzare le forze armate polacche e la sicurezza, anche tecnica, che gli antimissili difenderanno il territorio polacco”, potrebbero convincerci a correre il rischio di sicurezza che comporta, inevitabilmente, andare a sfidare l’orso russo alle porte di casa sua[81]

Contemporaneamente, e non a caso, Varsavia annuncia di voler riprendere con la Russia i colloqui sul tema sospesi dal precedente governo. Lo annuncia a Mosca, dove ha appena incontrato il governo, il vice ministro delle Difesa polacco Stanislaw Komorowski: “i nostri sono stati colloqui di grande interesse, in un’atmosfera favorevole, centrati sul rispetto della sicurezza”. Di tutti, dei polacchi, degli europei, degli americani e, anche, visto dove si sta esprimendo Komorowski, dei russi[82].

Con le elezioni primarie in Iowa, poi, in New Hampshire e via via lungo il mese, attraverso il Nevada e altri Stati, fino alla Forida e, poi, al “supermartedì” che, potenzialmente, il 5 febbraio vedrà la metà degli americani andare alle urne (compresi i due Stati più popolosi, California e New York, quelli con più delegati) siamo alla fine di questa prima fase di primarie.

Che, a quella data, saranno comunque solo a metà di una corsa lunga: una corsa di fondo non uno sprint. Per questo ogni pronostico è ancor oggi davvero azzardato. Ma, per il momento, di alcune, poche, cose già si può ben prendere, intanto, coscienza. Anzitutto, del fatto che siamo di fronte alle uniche elezioni che al mondo contano davvero per tutti in ogni angolino del mondo.

Qualcuno ne dubita? qualcuno è convinto che qui, ancor più che altrove, magari, la scelta si riduca, alla fine, a democratici = Pepsi e repubblicani = Coca Cola? Allora, che dia un’occhiata a quel che per tutti ha significato l’accesso alla Casa Bianca di George W. Bush, il piccolo, nel 2000.

Alla fine – e anche al di là del fatto, oggettivo, che i candidati vincitori delle prime corse a tappe della lunga gara siano stati premiati dalla tattica dei predicatori evangelisti: l’ossessiva predicazione di speranza, cambiamento, apoteosi… – chiunque saranno i due che taglieranno il traguardo, tutto si ridurrà a una scelta semplice semplice: se ripudiare o confermare quel che l’America è andata facendo, in casa e nel mondo, negli ultimi otto anni.

Per quanto riguarda noi più direttamente, cioè il mondo, bisogna ormai domandarsi – in realtà bisognava che se lo fossero domandato, gli americani, già molti anni fa prima di votarlo e prima di dirgli sissignore troppo spesso, anche noi – come si potesse mai consentirgli di mettersi a democratizzare mezzo mondo a forza di bombardamenti ed occupazioni militari o, in subordine, ispirando, installando, sostenendo e proteggendo regimi militari e/o, al minimo, autocratici. Perché questa, nella sostanza, era la vision di Bush. Quella che poi ha messa in atto, sistematicamente.

Anche solo alla luce dei precedenti storici: nella loro guerra di secessione (1861-1866) – la più costosa in termini umani e, anche, la più lunga prima di quella scatenata ora contro il “terrorismo” – le truppe degli Stati Uniti schiacciarono un regime oppressivo e schiavista occupandone il territorio, col governo federale impegnato ad allargare i diritti delle popolazioni oppresse (la tribù nera) ma – per farlo e anche senza farlo – cominciò ad opprimere e a governare d’autorità la tribù (bianca) maggioritaria e, approfittando, della legge marziale che restò in vigore per decenni, si diedero a sterminare la popolazione autoctona (gli indiani)…

Insomma, se gli americani avevano avuto tante difficoltà e continuato a versare tanto sangue, anche dopo la guerra, per fare la loro prima operazione di regime change e di regime building – a casa propria, poi, con una popolazione che per quasi un secolo era stata loro concittadina dopo tutto – e se poi ci avevano messo un altro secolo abbondante a dare, non solo teoricamente, diritti veri di uguaglianza civile al popolo che erano andati a liberare, cosa ci autorizzava – cosa li autorizzava – all’ottimismo visionario che li spingeva irresponsabilmente a democratizzare per forza popoli tanto diversi dal loro come quelli del Medio Oriente?

Ormai, però, anche la maggior parte degli americani sembrano averlo capito. La parola d’ordine che sembra apprestarsi (se ci riuscirà) a spazzare via i repubblicani – i conservatori, per definizione: vecchi o neo-cons che siano – è il cambiamento[83], la sconfessione del passato. Il fatto stesso che gli elettori democratici, francamente con un coraggio che non gli si attribuiva, stiano puntando su una donna, fra l’altro anche ferocemente, a volte, discussa e non particolarmente amata dalla gente, e un afro-americano fino ad ora quasi sconosciuto, è la prima testimonianza di questa spinta.

Anche se poi resta tanto da chiarire… Ad esempio: ma in che cappio consistono la “sfida della speranza” di Barak Obama o la “concretezza dei fatti” di Hillary Clinton?

Per restare al momento sul tema della guerra che, però, è vero, in quest’ultimo periodo sembra preoccupare meno gli americani: in fondo, il costo finanziario è relativamente basso per gli USA e, per lo più, è differito sul debito estero; i morti, americani, sono tutto sommato poche migliaia; e di tutto il resto, in fondo, se ne fregano… – è chiaro a tutti che la sconfessione più netta possibile sarebbe le scelta, e poi l’elezione, di Barak Obama.

Che finisce primo in Iowa, secondo in New Hampshire e anche in Nevada; ma poi, ancora, è primo di nuovo in Sud Carolina, con la Clinton doppiata ed a più di 20 punti percentuali di distanza: a dimostrazione che, anche nel profondo sud del razzismo neanche tanto latente, oggi un nero americano può vincere…

E, in questa prima tornata, di nuovo secondo in Florida, dove peraltro – per i democratici – non c’erano in palio delegati per la Convention d’estate (25-28.8., Denver, Colorado) che designerà il candidato alla presidenza. Il partito locale era stato, infatti, “punito” da quello nazionale per aver anticipato fuori agenda la tenuta concordata delle primarie: non voleva lasciare il palcoscenico solo ai repubblicani, ma così non ha potuto eleggere nessun delegato.

D’altra parte, a novembre i democratici della Florida davano, e danno, per scontato di perdere le elezioni nel loro Stato, la cui maggioranza pare solidamente repubblicana. Comunque, anche senza acquisire alcun delegato, Hillary Clinton qui ha fatto un buon recupero, secondo molti perché è stata capace di cooptare, cooptandolo spregiudicatamente e tempestivamente, lo slogan di Obama, il cambiamento.

Un po’ come fece Bush, otto anni fa, facendo sue le parole d’ordine che anche allora aveva messo in piazza John McCain. Però, a guardar bene, mentre le posizioni dei repubblicani sono più chiare, quelle dei democratici restano per lo meno equivoche. Specie sui temi ed i nodi, quelli purulenti proprio, della politica internazionale.

Tra i repubblicani, John McCain, che s’è piazzato primo in Sud Carolina e ancora in Florida e ha avuto sempre la decenza di parlare contro la tortura eretta a sistema di interrogatorio da Bush e dai suoi contro i “sospetti” di terrorismo, da ogni altro punto di vista, per convinzione e fors’anche a compensazione, è un falco anche peggio di Bush.

Rudy Giuliani – che per fortuna sembra ormai fuori gioco – garantirebbe quattro anni della stessa solfa. Con un pizzico di balzana e non di tetra follia in più e di diverso.

Mitt Romney – che ha vinto la primaria repubblicana in Nevada, ma poi s’è assestato su perdite, diciamo, onorevoli – non prometteva alcun radicale rovesciamento dalla visione che ha Bush della sua guerra al terrore: lui è d’accordo sul fatto che è sempre legittimo farla dovunque e comunque decida l’America. Anzi, da sola, la Casa Bianca.

Invece, Mike Huckabee, il vincitore ma solo nell’Iowa (a parte le posizioni estremisticamente conservatrici sui temi del sociale e del costume) esprimeva una forte riserva di fondo proprio contro l’aggressività della presidenza Bush: una riserva dettata, più che altro però, da una genuina vena isolazionista e, sull’Iraq, tesa a scaricare la decisione del se e quando ritirarsi delegandola ai militari…

L’unica reale eccezione nei ranghi repubblicani era un vecchio deputato del Texas, un medico di campagna ancora in esercizio, Ron Paul[84], personaggio a modo suo straordinario, intransigente e attivissimo guardiano e difensore dei diritti costituzionali e individuali degli americani contro le prevaricazioni dell’Amministrazione Bush, convinto che vanno garantiti a tutti i diritti sociali che lui, però, non condivide (diritto all’aborto, diritti degli omosessuali: sono questi i diritti definiti sociali in questo strano paese, quelli che noi chiameremmo individuali, non il diritto al lavoro, il diritto alla sicurezza e a un a minima protezione dalle traversie della vita…).

Un libertario, una specie di più sagace radicale all’italiana che, come Pannella e Bonino da noi, non vuole far garantire i diritti davvero sociali dalla legge, dalle tasse e dallo Stato quanto dalla bontà dei singoli americani verso chi è bisognoso, ostile com’è poi ad ogni allargamento dei poteri dell’esecutivo sul legislativo e sul giudiziario, anche su temi roventi come l’immigrazione. E diventato noto, soprattutto e al contrario dei radicali nostrani, per la sua feroce contrarietà ad ogni scelta della politica estera della banda bushotti. Uno che, alla fine ed insomma, lo dicono tutti, non è sicuramente eleggibile.

I democratici, invece, vogliono tutti tagliare le perdite americane in Iraq e metter fine alla guerra anche se, appunto, ormai la questione guerra non è più così decisiva nelle elezioni perché le perdite degli  american – cioè, quelle che incidono sull’opinione pubblica – sono effettivamente calate e diventa più mordente il tema della recessione sull’orlo della quale, secondo molti e secondo gli elettori soprattutto, va traballando l’economia.

E, poi, il loro messaggio è stato man mano sempre più sminuito e compromesso dal ripetuto fallimento del partito ad utilizzare fino in fondo le leggi e gli strumenti di cui pure disporrebbe, se osasse, per paralizzare il presidente e la sua guerra.

La conseguenza è che, certo, hanno speso un bel po’ di tempo a rimproverarsi l’un l’altro il  grado di sostegno che, in passato, hanno essi stessi dato alla guerra, lasciandosi andare al sissignore alla Casa Bianca per ragioni essenzialmente patriottardiche: cioè, per paura di non essere considerati, ostacolando le volontà del suo inquilino, come patrioti.

Edwards, che aveva votato sì, ha fatto poi un mea culpa convincente. Clinton, assai meno (se non per dire che a fregarla era stato il presidente con le sue menzogne delle quali s’era fidata perché, ohibò, era lui il presidente…). Obama che non era al Senato votò contro alla Camera, dove il voto però contava meno. Ora, però, il fulcro del problema è piuttosto come, quando e quanto presto far smettere questa guerra.

Edwards, che su questo come su gran parte degli altri temi economico-sociali, era sicuramente il principale candidato diremmo noi “progressista”, di “sinistra”, è anche quello che ha detto chiaro, dando per persa comunque ogni possibilità di obbligare il presidente a cambiare le sue politiche, come entro fine ottobre 2008, se diventa presidente, le truppe – tutte: escluse le pochissime migliaia che resterebbero per garantire sicurezza a diplomatici e volontari dell’aiuto civile – se ne andranno dall’Iraq. Una posizione più chiara, netta e completa di quella dei suoi due rivali.   

Né l’uno né l’altra sono stati tanto rigorosi: comincerebbero a ritirare le truppe rapidamente, dicono, ma lasciandosi le mani libere quanto ai tempi che ci vorrebbero. Obama dice che lascerebbe al Pentagono sedici mesi per completare il ritiro, ma con un calendario flessibile ed aggiustabile alle condizioni in Iraq. Clinton non parla proprio di calendari ed entrambi sono disposti a lasciare addestratori americani ed unità antiterrorismo in Iraq man mano che le truppe in prima linea tornano a casa e hanno entrambi affermato che ogni ritiro deve andare condotto responsabilmente. E questo – conclude il NYT che stiamo citando e che dopo qualche giorno sceglierà di appoggiare esplicitamente la Clinton – è un sentimento che questo giornale fermamente condivide[85].

Resta il fatto, comunque, che all’inizio della guerra in Iraq, Barak Obama è stato l’unico dei candidati di prima fila a dire no al presidente, nel 2002 e nel 2003. E, allora, per farlo – per fare la cosa giusta – in America ci voleva coraggio.

Non fosse che per questo, magari, meriterebbe di essere eletto— malgrado qualche (non irrilevante) cedimento alla retorica imperial-messianica quasi connaturata al sentire di tantissimi americani[86]: la guerra al terrorismo – come se si potesse fare una guerra a un’idea! – ma in Pakistan e in Afganistan, non in Iraq; la missione americana di diffondere la “democrazia” nel mondo; il totale sdraiarsi sulle posizioni di Israele in Medio Oriente; qualche facile, anche scontata, scivolata retorica anti-iraniana e (non piccole) riserve sulle sue ancor abbastanza eteree sensibilità sui temi dell’economia e del sociale (delle quali avremo sicuramente occasione di riparlare).

Nel tentativo di screditare Obama nel punto che giudicava il più debole – il non aver avuto ancora il tempo di dimostrare, coi fatti, quello che è in grado di fare: è al Senato da due anni, non più – dopo il colpo che lui le aveva inferto in Iowa, la Clinton, passando all’attacco, ha recuperato in New Hampshire giocando con abilità tutti i tasti dell’emotività e continuando a predicare che “le parole non sono fatti. E, per quanto ben presentate e appassionatamente sentite, neanche allora diventano fatti[87].

Esponendosi, però, alla controbattuta anche troppo facile – di molti nel campo di Obama: non di lui, direttamente – che lei, al Senato, ci sta da anni ed al potere pure; e che i suoi “fatti”, così come l’ “esperienza” che vanta nelle relazioni internazionali, finora hanno prodotto assai poco di buono…

Quando, poi, era stato proprio Bill Clinton ad anticipare al meglio la risposta – allora, nel ’92, era in campagna contro il primo Bush che vantava, appunto, contro di lui la sua esperienza – a dire che “non è proprio di alcuna rilevanza la stessa vecchia esperienza di sempre”, che il miglior addestramento per un presidente non viene certo dall’esser stato in giro per Casa Bianca e Congresso ma “dall’esperienza radicata nella vita vera della gente vera” in modo tale che di conseguenza sì, allora, “col coraggio di cambiare davvero potranno derivarne risultati reali[88].  

Dicevamo che, se questa tattica della denuncia dell’inesperienza altrui non ha granché funzionato, almeno per il momento, sembra aver funzionato un po’ meglio a ridurre le distanze e, poi, forse a scavalcare Obama, l’emotività che, dopo mesi in campagna elettorale di perfetto e glaciale self control ha visto, per la prima volta da sempre, la Clinton versare qualche lacrima (sinceramente? oppure per effetto cipolla sapiente?), subito prima del voto delle primarie, in New Hampshire.

Ma ha sbagliato tono soprattutto il consorte, l’ex presidente. Troppo aggressivo, deliberatamente insolente, anche, in maniera che di giorno in giorno sta diventando più controproducente, se è vero, come pare sia proprio vero, che tra i democratici c’è chi comincia a chiedersi se stanno cercando di eleggere lei, o di eleggere lui…

E poi resta il fatto che nell’armadio di Bill, qualche scheletro sembra rimasto ancora nascosto e, soprattutto, deliberatamente coperto: per esempio, su diversi contributi elettorali che ha ricevuto in passato: come altri, come Bush ad esempio, che però non è più in corsa ormai, mentre se lui viene percepito come in tandem con lei…— sono contributi non a caso tenuti coperti, diversi milioni di dollari dalla famiglia reale e da altri facoltosi signori dell’Arabia saudita[89], ad esempio, gente le cui mani puzzano di petrolio e, anche, di fanatismo islamista.

Ultimo caveat. Già dal Nevada, le primarie cambiano molto. New Hampshire e Iowa sono due dei rarissimi Stati dove le primarie sono aperte. Cioè, dove per un democratico, volendo può anche votare magari un elettore “registrato” (qui il diritto di voto d’un cittadino non è mai automatico: ti devi far pre-registrare, per esercitarlo…) come repubblicano, o viceversa. O un indipendente, uno che neanche s’è mai registrato, ancora, e che lo fa solo all’istante…

Adesso, in futuro, dopo questa prima fase delle primarie bisognerà vedere il prezzo che i democratici dovranno pagare alle loro divisioni, anche troppo personalisticamente esasperate che hanno portato la maggioranza degli afro-americani a solidificarsi, nei caucus e alle urne, dietro ad Obama e la maggioranza degli ispanici-americani a schierarsi con Clinton.

Tra gli americani bianchi, i giovani sono andati in larga maggioranza su Obama. I più adulti, o più anziani, su Clinton… Il tempo per rimettere insieme i pezzi di un elettorato c’è, come c’è sempre stato in precedenza. Ma stavolta sarà più difficile perché, stavolta, è questione di stile e di scelte anche personalità e di sensibilità profondamente diverse. Ma pure questione assai personale….

E se il candidato democratico diventa Clinton, con gli elettori neri convinti – a ragione od a torto – che Obama sia stato trattato ingiustamente, “razzisticamente”, dal suo campo… o, se è per questo, Obama, con le elettrici convinte che lei sia stata “discriminata” perché era una donna…

Basta immaginare che succede se a novembre cala anche solo del 10% la partecipazione al voto degli afro-americani negli Stati chiave dove il loro voto da molti anni alle presidenziali fa la differenza: sui 576 voti “elettorali” di tutti gli Stati dell’Unione, la metà, 270 sono necessari per vincere il primo martedì di novembre. Non bastano ma, se non ci sono, in 58 voti messi insieme tra Ohio, Michigan, Pennsylvania – dove il voto democratico è probabilmente maggioritario ma anche più diviso che altrove – presidenti non si diventa…

Dopo queste prime tornate di primarie, torniamo dove siamo partiti all’inizio della valutazione. La corsa è lunga, lunghissima, e qualsiasi previsione specie in questa fase ancora iniziale è del tutto aleatoria.

Da notare anche, fra i democratici, che dopo aver battuto Clinton nell’Iowa, Obama non è riuscito a batterla nel New Hampshire, ma l’ha sconfitta di nuovo e sonoramente nel Sud Carolina. E Hillary, avendo sconfitto Barak in Nevada, nella conta dei voti lì ha invece perso in numero di delegati eletti (due in meno), date le regole intricate ed esoteriche di quelle primarie… Qui, però, sembra difficile che si riaprano ormai le porte ad altre, terze, soluzioni.

Comunque, anche se fare profezie è in questa materia quanto mai rischioso, va pure notato che non va anche a molti americani, democratici come repubblicani e/o indipendenti,che due famiglie due (i Bush ed i Clinton) “controllino” – semplificando – la presidenza per un minimo di 24 anni e, forse,  per 28 anni di seguito…

… e che una candidatura democratica della Clinton si raccomanda meno se è vero, come sembra vero, che comunque per vincere bisogna riuscire a portare a votare democratico anche non pochi elettori indipendenti e qualche repubblicano. E la signora Clinton, spesso, gli uni e gli altri per ragioni anche diverse, visceralmente, non la sopportano..

… come, però, va notato che nei sondaggi sulle primarie democratiche a venire nei grossi Stati, dove per la Convenzione si raccolgono più delegati, a cominciare dal supermartedì, la Clinton a fine gennaio ha un buon vantaggio.

Molto dipenderà adesso non tanto da chi appoggerà il candidato John Edwards, probabilmente il più progressista del mucchio, ora che preso atto di non potercela fare si ritira[90], quanto da chi andranno a privilegiare, diciamo così a pelle, dei due principali concorrenti.

Poi, a lei è arrivato l’endorsement, l’appoggio, del New York Times[91] (sempre cauto, sempre mainstream se appena appena può scegliere) ed a lui quello del sen. Edward Kennedy, il vecchio leone capo della famiglia più importante di democratici della recente storia americana[92] e di tutta l’ala liberal del partito.

Ultima nota, per ora: ormai quello che gli americani chiamano momentum – lo slancio, l’abbrivio – sembra per il 5 febbraio un tantino di più dalla parte di Obama (il voto della Florida, lo abbiamo detto, conta niente). E Clinton deve stare anche attenta a tener bene al guinzaglio il marito, l’ex presidente, perché se continua a cercar di azzannare l’avversario, corre rischi non piccoli di disgustare i propri stessi elettori. A non scordarsi, insomma, che l’avversario non è Obama ma chi cercherà di risollevare dal fango la bandiera bushotta…

Le primarie repubblicane sono ancora più disordinate: Mike Huckabee, l’evangelico, ha inciampato in New Hampshire dopo aver vinto in Iowa; Mitt Romney, il mormone  governatore del Michigan, ha abbandonato la Carolina del Sud dopo aver vinto a casa sua in Michigan… e perso nuovamente in Florida. Giuliani è fuori gioco…

E’ John McCain, l’ex militare, che aveva  inciampato anche lui in Michigan dopo aver vinto in New Hampshire ma che si è ripreso  bene a sembrare, ora, il primo della sua parte. Di lui due cose sono sicure, in politica estera:

• la tortura legale dei prigionieri americani torna ad essere ufficialmente illegale: McCain, che su questo punto ha preso fermissimamente le distanze da Bush, e lui stesso prigioniero per anni in Vietnam quando il suo aereo venne abbattuto quarant’anni fa, ha raccontato di averne sperimentato direttamente il significato sulla propria pelle… e anche per questo la considera uno strumento del tutto controproducente;

• su tutto il resto, è convinto che tuta una serie di lavori se ne sono andati per sempre dall’America,  che non torneranno mai indietro e che bisogna solo prenderne atto, pronti invece ad approfittare in ogni modo di quanto al contrario “rende” la globalizzazione al paese sotto tanti altri aspetti;

• approfittare in ogni modo, dicevamo: e McCain è fautore convinto del primato dell’America da affermare nel mondo con ogni mezzo e costi quel che costi: anche altre guerre. Ha riassunto così la sua piattaforma, nella sostanza correttamente, un conservatore puro e di antico stampo – non un neo-cons – come Pat Buchanan, nemico di Bush non per la sua politica interna né per le guerre che ha fatto ma per il tasso di illibertà della sua politica interna e l’insipienza strategica e l’incapacità tecnica con cui le sue guerre le ha fatte: McCain dice che “i posti di lavoro non ritornano più, i lavoratori immigrati illegalmente non se ne torneranno più a casa loro, ma avremo molte, molte più guerre” (“we’re gonna have a lot more wars”)[93].    

Ma, questa, è anche la prima serie di primarie in cinquant’anni in cui non sia candidato un presidente o un vice presidente in carica e che vede candidata insieme, dalla stessa parte, quella dei democratici, e in concorrenza diretta tra loro, la prima donna e il primo nero (che di secondo nome , poi, fa… Hussein) alla presidenza. E che anche una serie accelerata come mai prima di primarie     

Scrive un gruppo di ricercatori ed analisti di politica internazionale di Bruxelles – europei ed americani cha lavorano insieme e che, quando non si lasciano troppo andare a lirici ottimismi sulla bellezza e l’armonia della democrazia, spesso ci azzeccano, l’International Crisis Group – che “se il Pakistan sarà stabilizzabile dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, il presidente Musharraf dovrà dimettersi e, all’elezione democratica di un governo civile, dovrà seguire una rapida transizione dal tipo di regime militare a quello voluto dalla maggioranza moderata del Pakistan che si accontenta di nulla di meno che di una genuina democrazia parlamentare[94]

Solo che questa successione di auspicabili fatti Musharraf, come era scontato, l’ha subito rovesciata. Intanto, le elezioni le ha rimandate un’altra volta, stavolta non a seguito di un altro colpo di Stato ma di un assassinio. E, altrettanto ovviamente, non si è dimesso.

In effetti, per la migliore valutazione dei nostri lettori, sommessamente, occorre dissentire dalla specifica, e così poco realistica, valutazione del vicepresidente anziano dell’ICG, Mark Schneider. Francamente, pare proprio difficile e, anzi, assolutamente illusorio riuscire a scorgere da qualche parte, in Pakistan, tra gli oppositori civili quanto tra i musharrafiani, quella “moderata maggioranza del Pakistan” che lui vede anelare all’elezione democratica d’un governo civile in questo paese. Dove la maggioranza appare comunque più fondamentalista e fanatica che moderata.

Insomma, questo è il paese dove in un’area di un km. quadrato a Rawalpindi, l’antica città guarnigione  sono stati assassinati (già?) tre primi ministri:

• nel 1951, Liaquat Ali Khan, da un separatista pashtun che voleva secedere dal Pakistan a maggioranza urdu che aveva da soli tre anni fatto la sua secessione unilaterale dall’India a maggioranza indù (due milioni di morti, più o meno… avete presente, ieri, Croazia, Serbia e Bosnia? domani, chi sa?, il Kossovo, e…);

• nel 1979, a settecento metri di distanza, sempre lì, venne impiccato – dai militari autori d’un golpe – un altro primo ministro, il padre di Benazir, Zulkfiqar Ali Bhutto;

•  e, adesso, ai margini del parco pubblico che porta il nome del premier assassinato nel ’79, hanno ammazzato Benazir… Questa è (quasi) la regola in Pakistan.  

E, poi, finiti i trenta giorni di lutto, è forse ora anche di dire le cose un po’ come stanno su  Benazir Bhutto. Capita a tutti i morti, di essere santificati dopo. E anche a Benazir è toccato essere paragonata, dopo il suo assassinio, quasi a una santa o, dai più moderati, alla signora Aung San Suu Kyi, la leader del movimento effettivamente pro-democrazia agli arresti da quando vinse le elezioni, quelle sì accettabilmente – almeno – democratiche, del 1990 in Birmania.

Ma Bhutto non è mai stata, neanche lontanamente, né un paragone di bontà né una martire della democrazia. Amnesty International, insieme ad altri gruppi che si sono coerentemente battuti per la difesa dei diritti umani – e senza grilli per la testa di riformare il mondo anche con le bombe se necessario – hanno sempre condannato il modo in cui ha retto il potere nei suoi due periodi di governo.

Non fosse altro per come ha autorizzato, o tollerato, o subito, comunque permesso che agissero gli squadroni della morte dei militari, e consentito di fatto uno dei peggiori records di assassinii paralegali, di desaparecidos e di torture. Quanto al suo, personale, rispetto della democrazia, Bhutto non ha esitato né a far reprimere le manifestazioni dell’opposizione, né a proclamarsi presidente a vita del suo partito ed a controllare ogni idea di dissenso e ogni volontà di riforma nel suo partito.

Così, non pochi hanno malignamente sollevato dubbi sulla morte improvvisa (assassinato in un agguato di polizia, “per errore”, appena fuori della fastosa residenza del primo ministro del fratello di Benazir, Murtaza, che aveva annunciato di volerne ufficialmente sfidare la leadership...

Bisogna dare a Bhutto quel che è di Bhutto. Non era di sicuro islamista, ma laica – all’occidentale, proprio: aveva studiato e s’era laureata a Oxford – e aveva coraggio da vendere. Ma i necrologi lacrimanti distorcono la realtà di un’autocrate naturale cui dei diritti umani, che non fossero i suoi, importava francamente poco, una donna politica calcolatrice che ha avuto fior di responsabilità, specie all’inizio e per compiacere gli americani, nel fatto che il suo paese sia diventato la culla e la banca del jihadismo fanatico islamista e dell’“irredentismo” che ha arroventato l’insurrezione nel Kashmir.

Uno scontro che ha portato alla nascita, segreta e clandestina, di due potenze nucleari in Asia mettendole ripetutamente sull’orlo della guerra[95].

Intanto, il presidente Pervez Musharraf – formalmente non più generale ma sempre presidente e più che mai dittatore – stretto pure, com’è, nell’abbraccio di Washington tiene pure ad informare Washington, ed a far sapere di aver informato Washington, che considererà come un’invasione ogni intervento unilaterale da parte delle forze della coalizione contro i militanti afgani nelle regioni di confine[96]. Se lo facessero, senza il nostro consenso, “rimpiangerebbero quel giorno”, ha detto.

·                    E, subito dopo, ha fatto sapere che malgrado la richiesta “segreta”, ma non troppo, di Washington non concederà all’America di rafforzare la presenza della CIA nei cosiddetti territori tribali del Pakistan, quelli di presenza più aggressiva dei militanti islamisti e dei talebani[97]

·                    Il ruggito del topo? Forse… se Musharraf resta legato a doppia mandata e dipendente dall’alleanza con Bush. Ma se cambia cavallo?

·                    Il nodo da sciogliere è quello – non solo in questo paese, sicuro – di stroncare ogni giorno, ogni ora, senza stancarsi mai, l’ipocrisia della “comunità internazionale”, dei “diritti umani”, ecc.. ecc. Certo che Osama bin Laden è un orrendo feticcio di irrazionalità cieca e sfrenata… Ma Musharraf e tanti altri che la comunità internazionale considera meglio di lui, cosa sono?

·                     Epperò… sperando che le cose cambino naturalmente davvero – e presto, almeno un poco – a veder bene con quale faccia la “comunità internazionale” potrebbe prendersela col burattino quando il burattinaio gestisce un posto chiamato Guantanamo?

Su Israele e Palestina, due fatti nuovi:

• l’abbattimento del muro tra Gaza ed Egitto da parte della popolazione della Striscia, dopo giorni di assedio ed affamamento deliberatamente perseguito dalle autorità israeliane come punizione collettiva della popolazione palestinese (rinchiusa, è stato detto, nella più vasta prigione a cielo aperto del mondo) per i tiri di razzi Kassam (che per fortuna ammazzano poche persone) contro il territorio israeliano.

    Che non ne poteva più e aveva necessità assoluta, ormai, di procurarsi medicine, derrate alimentari, quel che è indispensabile alla vita quotidiana ma non poteva azzardare un analogo diroccamento del muro che separa la striscia da Israele. Un fatto che è arrivato su tutte le prime pagine del mondo, anche a sfatare i miti sull’isolamento di Hamas e a dargli una magari immeritata vittoria morale e politica;

• e un altro fatto nuovo, secondo chi scrive altrettanto importante passato, invece, quasi sotto silenzio nella disattenzione cronica della stampa italiana: l’ammissione, straordinaria, del primo ministro israeliano Olmert, in un’intervista al più diffuso quotidiano in lingua inglese (filogovernativo) pubblicato in Israele.

Ehud Olmert ha detto apertamente quel che sanno tutti, i palestinesi e gli israeliani per primi ma anche chiunque si tenga appena un po’ informato ma che in Israele sembrava tabù confessare: che c’è, sulla questione e la promessa di smantellamento degli insediamenti, “una contraddizione esplosiva tra quel che vediamo nella realtà e quel che abbiano promesso[98].

Semplicemente, non lo abbiamo fatto, non lo stiamo facendo, non abbiamo il coraggio di farlo ma siamo condannati a farlo… perché altrimenti, o ci trasformiamo radicalmente in un paese oppressore e razzista – noi, qui, Israele… – o di qui scoppia la prossima guerra mondiale. Non l’ha detto così, Olmert, ovviamente, ma è implicito in modo trasparente nell’ammissione sulla “contraddizione esplosiva”.

Poi, ha ringraziato Bush che, fra le visite comunque blindate all’estero delle sua presidenza, ha trovato solo a Pristina, nel Kossovo, un’accoglienza tanto calorosa e grata come quella ricevuta ora a Gerusalemme. E a buona ragione: Olmert ha fatto i conti e sa che, durante gli anni della sua presidenza, George W. Bush è stato assai buono con Israele, aumentando gli aiuti americani per un totale complessivo di 30 miliardi di dollari.

Aiuti in larga parte militari ma anche di natura economica. Fatti i conti, divisi quei 30 miliardi di dollari per i 6.400.000 cittadini di Israele, una stampella di 3.200 dollari e quasi 5.000 a persona (tenendo conto che quasi niente è andato al 25% dei cittadini che non sono ebrei). 

Ma – e potrebbe essere l’unica cosa forse azzeccata della sua intera politica estera – è stato lui, Gorge Bush, chiamando una volta tanto “occupazione” l’occupazione, ha segnalato ad Olmert che se non si rassegna a ricavare uno Stato anche per i palestinesi dai territori occupati, l’unica soluzione che resta è quella di uno Stato unico.

Dove vigano però diritti uguali per tutti i suoi cittadini, cancellando una  situazione di apartheid di fatto attuale per cui alcuni, gli ebrei, hanno diritti di serie A nel territorio israeliano, o controllato da Israele, e tutti i non ebrei solo diritti di serie B in tutti i campi.

Oh, Bush questo non lo ha detto. Ma mesi fa lo segnalò il suo predecessore Carter e lo dimostra ormai l’evidenza, compresa l’ammissione a denti stretti e animo dolorante di Olmert. Lo spettro inaccettabile per la volontà ancora maggioritaria (ma se tutto resta com’è, coi tassi demografici attuali, non ancora per molto: e questo è il punto!) dei cittadini israeliani ebrei che non intendono rinunciare alla volontà di avere uno “Stato ebraico” dove gli “altri” siano al massimo “ospiti” e siccome non vogliono essere solo “ospiti” in casa propria, anche inevitabilmente, discriminati per legge.

Questa è la vera paura di fondo che forse può obbligare Israele e trangugiare il boccone amaro di uno Stato palestinese. Perché l’alternativa è uno Stato unico, dal Mediterraneo al fiume Giordano: la visione terrificante, e mai tanto vicina come oggi, di palestinesi (mussulmani e cristiani e anche atei) ed israeliani (ebrei, mussulmani e cristiani: e anche atei, certo) che vivono fianco a fianco, con identici diritti nazionali e civili: come oggi in Sudafrica, appunto, dove i rapporti numerici delle popolazioni erano assai più squilibrati che qui ma la demografia per chi comandava era la stessa: inesorabile.

L’unico modo ormai di evitare che questa soluzione dello Stato unico e non più dello Stato ebraico soltanto – perché tra poco materialmente così non potrà più essere – si materializzi nel territorio della Palestina storica, si intravvede ora che non solo il mondo arabo ed i palestinesi dell’Autorità ma anche Israele e USA cominciano a parlare di una soluzione basata su due Stati.

Ma, per arrivarci sul serio, in tempo reale, quello imposto dai fatti, dai misfatti e dalla realtà, appunto, gli Stati Uniti la smettano di finanziare a piè di lista lo Stato di Israele finché continua a creare con la forza militare le situazioni di fatto (gli insediamenti nuovi, pressoché integralmente finanziati dagli USA con aiuti pubblici e donazioni private e il rifiuto di smantellare quelli che hanno già costruito) che negano ogni possibilità concreta di evoluzione verso i due Stati; e di coprire in eterno politicamente, col suo enorme peso politico che sarà pure in ribasso ma resta enorme e col veto al Consiglio di Sicurezza, la linea del diniego (dei diritti reciproci e dei confini definiti e, finalmente, accettati da tutti).

Insomma. O Israele accetta di essere uno Stato democratico come tutti gli altri (perché democratico sicuramente lo è: ma solo per i suoi cittadini ebrei) e di definire una volta per tutte, come tutti gli altri i propri confini; o Israele resta il paese assediato che è e che, disperatamente, non vorrebbe più essere.

In Iraq, con legge votata dal parlamento su pressione americana, hanno cancellato il primo decreto imposto subito dopo l’invasione dall’occupante americano, quello anti-Ba’ath che escludeva dagli uffici governativi gli ex esponenti del regime di Saddam Huissein. Ormai la cancellazione, nella speranza/illusione di coinvolgere i sunniti quanto gli sciiti nella lotta agli insorti, era diventata un obiettivo esplicito di un’occupazione che va avanti da quasi cinque anni e, con la legislazione petrolifera nazionale invece di là da venire, costituiva uno dei cosiddetti benchmarks voluti da Washington[99].

Dicevamo, cancellato il decreto. Bè… adesso viene restituito, ma solo teoricamente, il diritto al lavoro perso ed alla pensione agli antichi funzionari governativi ba’athisti – con eccezione dei massimi gradi: senza ulteriori specificazioni però. Così sono riusciti a strappare ai sunniti il rientro nella coalizione di governo a maggioranza sciita della minoranza che ne erano usciti.

Ma, naturalmente, appena votata la legge, è iniziato il balletto delle interpretazioni: appunto, chi essa copre e chi no…, solo burocrati di basso livello o anche funzionari che contavano e potrebbero/dovrebbero contare di nuovo…, quanti attuali funzionari e burocrati dovranno loro far posto andandosene, soprattutto nei servizi di sicurezza dove gli americani vogliono assolutamente riequilibrare l’assoluto dominio shiita che essi stessi (l’eterogenesi dei fini, di cui sono campioni: quando cerchi un obiettivo e ne trovi immancabilmente un altro) hanno messo in piedi.

Appunto, coi sunniti convertiti, diciamo, alla democrazia che, però, trovano la dura opposizione al di là di ogni forma degli sciiti…,   amici degli iraniani e, naturalmente, anche amici degli americani che, comunque, e malgrado quelle loro pericolose amicizie, li hanno messi al potere…

C’è da considerare la verità, ormai lampante e che fa continuamente a cazzotti con se stessa,  per chi non vuole essere cieco, che qui un governo fondamentalmente, e radicalmente, culturalmente, anti-americano – un governo profondamente filo-iraniano – è attaccato agli americani da un cordone ombelicale che non osa recidere e che gli americani stessi non si azzardano a recidere… anche se, cambiando presidente tra qualche mese è questo ormai che si accingono a fare: nel modo, si capisce, meno indolore possibile.

Per ora cercano disperatamente di rimandare la resa dei conti. La storia, la “narrativa” come la chiamano adesso – la leggenda da costruire e nutrire in modo da farla sembrare realtà che la banda bushotti sta mettendo insieme in questi ultimi mesi: con l’aiuto di sempre, malgrado i peccati di omissione già perpetrati, della disattenzione dei grandi media supini – è che l’impennata sta funzionando.

Dicono: siamo alla svolta…. finalmente, vediamo la luce alla fine del tunnel… malgrado i disfattisti, i menagramo, quelli che remano contro… Questa è la narrativa che il gen, Petraeus tenta di ricostruire, un’altra volta, per accontentare l’inquilino della Casa Bianca. Solo che non prende più, anche perché malgrado i sicofanti, è una favola tanto ripetuta da tintinnare del tutto vuota.

Ma la realtà è che, in Iraq, Petraeus non sta propriamente combattendo una guerra. L’attività principale che svolge quotidianamente è quella di armare e pagare le differenti fazioni irachene che, nelle circostanze, faranno di tutto per sopravvivere e per rafforzarsi. L’ha detto crudamente un sergente che sta in prima linea al giornalista che lo intervistava[100]: “la verità è che li stiamo pagando, lautamente, per non farci saltare in aria. Adesso, pare che vada bene. Ma che succede quando i soldi finiscono?”.

Ha fatto osservare l’ex ministro degli Esteri inglese, Douglas Hurd, che l’impennata (l’arrivo di altre 30.000 truppe americane) ha inciso anche perché “ha coinciso con una tregua fra le milizie sciite, con una reazione dei sunniti contro la ferocia  di al-Qaeda sul territorio e, forse, anche con un rallentamento dell’interferenza iraniana”, che Douglas Hurd – sia chiaro – deplora fermamente,. mentre l’interferenza americana (l’invasione, l’occupazione…), naturalmente, sarebbe OK perché, americana, appunto[101]

E, comunque, nei diversi mesi dell’impennata, il numero degli iracheni sfollati è quadruplicato, secondo Mezzaluna rossa irachena: “sono più di quattro milioni gli iracheni fuggiti dalle loro case a causa del conflitto. Metà degli sfollati restano ancora nel paese – e la maggior parte sono bambini – e sono molti ad avere un bisogno disperato di aiuto”[102].  

In ogni caso, né questa impennata né altre idee brillanti dei neo-cons o dei falchi rigorosamente da scrivania sembrano in grado di riuscire a cambiare tradizioni, costumi e mentalità degli iracheni. E tanto meno il futuro dell’Iraq. Che sarà sempre lo sviluppo combinato tanto della sua storia ultramillenaria (questa era la Mesopotamia!), di cui gli ultimi cinquant’anni costituiranno solo una tragica, truculenta parentesi, quanto di quel che avverrà nei paesi vicini e nel Medio Oriente tutto. L’Iraq coi suoi sciiti, sunniti e curdi ripartirà riprendendo dopo questa guerra il suo vecchio modus operandi.

La realtà dice che oggi l’Iraq dopo cinque anni di invasione, di liberazione e di occupazione non riesce a produrre neanche la metà dell’energia elettrica che gli serve, che solo un quarto degli iracheni hanno l’acqua potabile e, forse, un quinto riesce ad ottenere una cura adeguata, col 50% del personale sanitario scappato dal paese in questi cinque anni di guera e di guerra civile che l’invasione ha portato e col 90% degli ospedali che arrancano senza il minimo di forniture necessarie a poter funzionare.

La realtà, al di fuori della leggenda fasulla e della propaganda vuota, l’ha sintetizzata sul WP un osservatore americano tanto lucido ormai dopo gli anni passati a credere alle favole da dire che “solo in un senso l’impennata ha ottenuto un successo innegabile: ha garantito che le truppe americane non torneranno a casa tanto pesto. E, a veder bene, era questo uno dei punti principali di tutto l’esercizio. Lo ha riconosciuto con ammirevole candore [Thomas Donnelly del] l’American Enterprise Institute [uno degli istituti neo-cons più celebrati]: sì, lo scopo che era stato posto a questa impennata era in parte almeno quello di riscrivere la narrativa di Washington”, di far passare della guerra, cioè, la lettura che volevamo noi[103].

Il problema, ogni giorno più serio, è che i fatti raccontano di

• centinaia di migliaia di morti, milioni di rifugiati, pulizia etnica in tutte le direzioni, stragi bianche a ripetizione per fame o per drammatiche carenze sanitarie;

• 4.000 soldati americani morti e due, tre decine di migliaia di  feriti;

• migliaia e migliaia di reduci da anni di guerra passata al fronte e di guerriglia urbana (mancano i ricambi e, quindi, raddoppiano e triplicano i turni di servizio attivo) che tornati a casa restano totalmente squinternati, soffrono di sindrome post-traumatica come la chiamano e non riescono spesso più a separare la loro vita tra violenze della guerra al fronte e, adesso, quella di tutti i giorni in America— sì, squinternati è la parola giusta per migliaia e migliaia di ex soldati che tornano dall’Iraq e, a centinaia, sono oggi in galera per omicidi: cinque a uno rispetto al normale per età ed estrazione sociale, ecc., astraendo dal loro status di reduci[104];

• sono stati ben 121 i militari in servizio in Iraq, o appena tornati dal fronte, che si sono ammazzati nel 2007 rispetto ai 276 del 2006; e 2,100 quelli che “seriamente” lo hanno tentato, contro i 500 nel 2002[105];   

• e, tragica ciliegina finale, nel bel mezzo di una recessione incipiente e minacciosa, 3 miliardi di dollari buttati, fino ad ora, nel fuoco di una guerra come questa. Per niente...  

Nient’affatto per niente dicono, invece, i neo-cons – americani, italiani (avete presente Giuliano Ferrara?) od inglesi che siano – che continuano a dirsi, magari anche convinti, che, comunque, si è trattato e si tratta ancora di “un prezzo che è valso e vale la pena pagare”: tanto non sono mai chiamati loro a pagarlo.

Ma è la realtà a dire che oggi, è stato sintetizzato assai bene, L’impennata in Iraq porta con sé una pausa, ma non la riconciliazione[106].

La somma di queste realtà, insomma, non dà per risultato una qualsiasi tendenza verso la vittoria, tanto meno verso la pretesa della vittoria; ma sono garanzia, invece, solo di un’insicurezza maggiore.

Intanto, mentre in Iraq si parla, anche se nessuno ha la più pallida idea dell’autorevolezza reale di chi ne parla – Bush compreso ormai – di un nuovo patto militare “a lungo termine” con gli Stati Uniti (almeno dieci anni, decide e specifica Bush)[107]. A lungo termine? E con quali Stati Uniti? Quelli di Clinton o di Barak Hussein Obama non pare molto probabile che saranno interessati all’idea.

Dice esattamente il contrario, invece, il ministro degli Esteri di Bagdad, Hoshyar Zebari, che anzitutto ricorda – poi bisogna vedere il peso che ha, certo… – come l’Iraq non abbia intenzione di riconoscere alcuna base straniera, permanente od a lungo termine, sul proprio territorio, come l’Iraq non consentirà neanche a qualsiasi accordo che includa allegati segreti (quelli che esistono, è noto, in tutti i patti stipulati dagli USA con tutti i loro alleati, Italia compresa: gli Status of Forces Agreements, bilaterali, che hanno impedito ai tribunali italiani di processare gli aviatori del Frejus o i miliari che ammazzarono Calipari).

Zebari ha confermato che a fine gennaio comincerà la trattativa per definire in un accordo scritto con gli USA i termini che definiranno (meglio: dovrebbero definire…) i compiti delle truppe americane nella prossima fase e regolarne il ritiro regolando le immunità di cui potranno continuare a godere le truppe americane: sempre alla luce del no a una presenza permanente, di principio, in Iraq[108].

Ma già c’è subito il problema dell’alleanza a breve. Perché la legge irachena che sta per scadere ed autorizza – formalmente, solo formalmente certo – la presenza militare americana in Iraq, vedrà ora Gli USA che insistono perché il governo iracheno garantisca agli americani un largo mandato operativo[109] ed insistere anche per quello che, almeno sulla base delle dichiarazioni già fatte e degli impegni presi, tutti gli iracheni ormai esigono: la garanzia che i guardioni, le decine di migliaia di mercenari americani, che operano in Iraq possano farlo senza mai dover rispondere di niente a nessun autorità militare civile politica che non sia solo quella americana.

Si impone, ormai, anche una riflessione che non può non partire dalle lezioni della storia. Del Vietnam, in questo caso.

Dopo la straordinaria offensiva del Tet che, nel marzo 1968, registrò una clamorosa sconfitta tattica – tutti gli insorti vennero massacrati dopo la sorpresa iniziale dal monopolio statunitense della guerra dal cielo – ma fiaccò inesorabilmente la volontà dei falchi americani, ridando vita a quello straordinario movimento contro la guerra, obbligando Johnson a ritirarsi dalla corsa presidenziale e a chiedere al Nord Vietnam di trattare, la guerra andò avanti ancora per oltre quattro anni.

I peggiori… 5 milioni di morti, secondo i dati ufficiali del governo di Hanoi, dopo il Tet in tutta l’Indocina, 3 soltanto secondo gli americani. Fu la “vietnamizzazione” che lasciò i Viet, nord e sud, ad ammazzarsi sul terreno tra loro e vide le forze americane concentrarsi in una campagna mai vista prima di bombardamenti aerei a tappeto coi B-52 su ogni pezzetto di Vietnam, Cambogia e Laos che non fosse direttamente controllato dai loro “amici”.

E questa, ci sembra, è una lezione per oggi. Ci sono pochi fenomeni tanto pericolosi quanto un impero costretto a ritirarsi. Certo: la guerra americana in Iraq è totalmente screditata e i candidati presidenziali che sembrano vincenti – con l’eccezione di McCain, se vincessero i repubblicani alla fine: ipotesi che, data l’insipienza dei democratici, la loro incapacità dimostrata di piegare alla volontà della maggioranza degli elettori e dei cittadini un presidente fuorilegge, non può essere esclusa – promettono di ridurre le truppe statunitensi.

Nessuno, però, sembra pronto ad abbandonare la missione in Iraq, dietro la quale ci sono anche una serie non irrilevante di interessi economici. Ma, come dimostra il Vietnam, l’alternativa a un ritiro rapido e completo da un’avventura sbagliata e criminosa non è un compromesso più o meno felice ma una devastazione ancor più prolungata e catastrofica.

Su un tema diverso, ma collegato sempre, per capire quel che è successo davvero, se qualcosa è successo, in occasione della strana “provocazione[110] a cui si sarebbero lasciate andare nel Golfo le motovedette (motovedette!) iraniane contro la Grande Armada della U.S. Navy (portaerei, incrociatori, cacciatorpedinieri e sommergibili!) nei primissimi giorni dell’anno, solo qualche osservazione per ora.

Che si tratti di un’area “delicata”, non c’è alcun dubbio: tra l’altro, proprio lo stretto di Hormuz è anche il luogo dove vent’anni fa, nel luglio 1988, l’incrociatore missilistico USS Vincennes abbatté un Airbus iraniano ammazzando 290 civili…

Che si tratti di una provocazione curiosa, pure: perché chi, davvero, può credere che cinque  motovedette di Teheran potessero mettere a rischio una squadra navale formata dall’incrociatore USS Hopper, dotato di missili ed antimissili, dal cacciatorpediniere USS Port Royal e dalla fregata USS Ingraham… come cinque moscerini contro tre pachidermi…

 Strana provocazione, poi, perché, a stare al racconto americano, agli avvicinamenti e alle grida minacciose del “vi facciamo saltare in aria tra due minuti” sarebbe seguita subito, e semplicemente, la fuga. Ancora più strana quando, qualche giorno dopo, si viene a sapere sempre dagli efficientissimi servizi americani che lo avevano saputo subito e subito ne avevano informato il Pentagono che, invece, ci aveva messo giorni a rivelarlo, che la minaccia veniva da… un radioamatore buontempone, dicono adesso, che “da tempo si diverte così[111]— cioè: lo sapevano già: e, un altro po’ sopra ci hanno cominciato una guerra mondiale.

Delle osservazioni che vogliamo fare, la prima è la più banale. Neanche uno, uno solo, dei grandi quotidiani americani mainstream, malgrado tutte le bruciature del recente passato, ha messo in dubbio la versione ufficiale del Pentagono e della Casa Bianca… La seconda un pochino più forte, è che questi grandi media non riescono neanche a capire il perché dello straordinario stupore con cui pure, ad esempio, il NYT registra il fatto che “un così strabiliante ammontare di dubbi abbia salutato la descrizione fatta dai militari del confronto nel Golfo[112].

L’osservazione che a noi sembra, però, più importante è quella che risponde ormai – lo avrete capito – al solito chiodo fisso che ci perseguita: che se vogliano realmente la pace a nessuno nel mondo è più lecito sentirsi ed agire come l’oca bianca, o il figlio dell’oca bianca, e che tutti i popoli e tutti i popoli e tutti i paesi devono sentirsi trattati a pari dignità: la premessa stessa sui cui vennero fondate a metà del XX secolo le Nazioni Unite.

Insomma, la “provocazione”… Neanche un giornale “serio”, un telegiornale “serio”, nessun media “serio”, cioé mainstream, ha trovato il modo di mettere a raffronto la “provocazione” consistente  di una motovedetta iraniana che si avvicina a meno di 200 metri da un cacciatorpediniere americano a forse due km. dalla propria costa e la “provocazione” di chi manda, a oltre 12.000 km. di distanza da casa, a costeggiare le acque territoriali dell’Iran – e, fra parentesi, ad avvicinarsi a meno di 200 metri da una motovedetta iraniana – l’intera 5a flotta degli Stati Uniti d’America in assetto di guerra.

Chi è, qui, che provoca chi, insomma?

In effetti, non sembra proprio immotivata la reazione del presidente dei deputati iraniani, il Majlis, Gholam Ali Haddad Adel che parla, reagendo ai dispacci di agenzia occidentali che copiano parola per parola le veline del Pentagono – tutte: dall’Associated Press, alla Reuter, all’ANSA… – di guerra psicologica di Washington verso l’Iran[113].

E speriamo che sia solo un peccato – e non diventi tragedia, ricetta per un disastro – questa sistematica e cieca demonizzazione dell’Iran che porta ad ignorare il ruolo di stabilizzatore principe, rispetto a Pakistan (al-Qaeda) e Arabia saudita (il wahabismo fanatico), giocato da Teheran nella regione.

Chiaro è anche che il rovesciamento del verdetto sull’Iran emesso dalle 16 agenzie americane di spionaggio (non, non ha armi nucleari e ha sospeso il programma di ricerca già quattro anni fa) è stato l’esito di una braccio di ferro tra i servizi di intelligence che rifiutano di ripetere la parte svolta nel caso delle armi di distruzione di massa irachene di zimbelli e strumenti ciechi di una politica bacata e criminale[114].

Adesso, l’Iran di fronte alla nuova offensiva americana che otterrà, come è probabile, un’altra tornata di sanzioni – a nessuno, neanche alla Russia va, come sarebbe però doveroso, di dire un no secco all’America – ha fatto annunciare a Vienna dall’Agenzia atomica delle Nazioni Unite, l’AIEA, di aver aderito alla road map che l’Agenzia stessa ha proposto per risolvere le “residue questioni sulle verifiche” entro febbraio.

Del resto, nella stessa occasione, l’AIEA che si sta invero comportando con più spina dorsale dei quindici componenti del Consiglio di Sicurezza (dalla Russia, alla Cina, all’Italia…) ha anche manifestato il suo vero timore. Altro che la fantomatica bomba iraniana (el-Baradei, direttore generale dell’Agenzia atomica; “ad oggi non abbiamo alcuna prova di attività nucleari proibite in atto in Iran”).

E la nostra “non ipotetica ma concreta” preoccupazione è piuttosto per quello che vediamo ormai  – intelligence veramente alla mano – come un probabile attacco “nucleare da parte di al-Qaeda”. Nucleare “nel senso di un attacco condotto utilizzando verosimilmente non una vera e propria bomba ma materiale radioattivo di provenienza rumena o ucraina, su una capitale europea o araba[115].

Il fatto è che quando si frantumò l’Unione Sovietica, si frantumò anche il controllo centrale che Mosca esercitava sull’enorme arsenale nucleare dell’URSS che venne ridistribuito anche tra alcune delle ex repubbliche, Ucraina, Kazakstan e Uzbekistan: Stati largamente sospettati, prima di aver aderito dietro pagamento a distruggere la loro dote di bombe atomiche, di averne venduta una parte sul mercato, diciamo, libero…

La Edison Italia ha appena firmato con la NIOC, la compagnia petrolifera nazionale iraniana, un contratto da 30 milioni di dollari per sviluppare un potenziale bacino sottomarino di 8.500 km2. il cosiddetto blocco Dayyer nel Golfo persico[116].

Sul contenzioso sempre aperto con la Corea del Nord sul nucleare, Pyongyang come è noto aveva accettato, in cambio di aiuti economici e fornitura di combustibili, di “disabilitare” i suoi impianti atomici… Solo che nessuno sa quel che vuol dire esattamente la dizione… smantellare? chiudere i rubinetti? e aveva anche promesso di consegnare al “sestetto” dei negoziatori, entro fine dicembre 2007, liste di tutto quel che ha costruito in materia.

Ora, i coreani dicono di aver già fatto e detto tutto quel che hanno da fare e da dire e che gli aiuti, invece, non sono arrivati a destino nella quantità e nei tempi prefissati, mentre Bush sostiene che su tre punti i nord coreani restano inadempienti: non hanno “confessato” e documentato il numero di bombe atomiche effettivamente fabbricate; non hanno detto quale sia la quantità precisa di uranio di gradazione militare che hanno arricchito; non hanno rivelato a chi quando e quanto materiale atomico hanno passato a soggetti terzi.

Al Pakistan, per esempio: che, alleato degli USA, non ha mai detto agli USA né quanto, né per quanto, né quando, né come ha acquistato materiale atomico dalla Corea. Chi avrà ragione? non fosse per le millanta disonorevoli menzogne del suo record politico, Bush sembrerebbe malgrado tutto più affidabile, come dire?, di Kim Jong-il… Ma non sarà che ambedue dicono la verità[117]?

Quanto all’Afganistan, le cose si mettono davvero male se, in un’audizione alla Commissione esteri del Senato, una serie di senatori repubblicani, nessuno una colomba per niente, se ne escono a dire:

• il vice presidente della Commissione Richard Lugar, R-Indiana, afferma di “non essere neanche certo che abbiamo un piano qualsiasi per l’Afganistan”; il governo afgano non controlla il paese, anche se si sta espandendo la sanità e aumenta la frequenza scolastica; e Lugar ammonisce duro rivolgendosi al poveraccio che il governo ha mandato a difendere la sua strategia, l’assistente segretario di Stato Richard A. Boucher – uno che più in basso nella gerarchia proprio non si può: il numero sei del Dipartimento di Stato –: “sia chiaro, prima o dopo la pazienza degli alleati dell’America e della nostra gente si esaurisce e allora diranno di averne avuto abbastanza”;

• rincara il senatore Chuck Hagel, R-Nebraska: “i fatti non sostengono” la vostra affermazione che state vincendo la guerra;

• e, chiudiamo le citazioni senza neanche darvene una di parte democratica, con Norm Coleman, R-Minnesota, che conclude amaro, lui che si identifica già molto di più con la politica di Bush, che “non ha sicuramente fatto i progressi che avremmo dovuto fare[118].

Intanto, due rapporti separati dell’ex comandante delle truppe NATO in Afganistan[119] sostengono che, con il diffondersi della violenza e dell’instabilità economica, il paese sta diventando “uno Stato in fallimento totale”, mentre un rapporto di Oxfam, la grande ONG britannica che analizza le emergenze umanitarie più gravi, segnala al primo ministro che questo, un “grande disastro umanitario”, l’Afganistan si avvia a diventare mentre le pressioni dei militari occidentali per impedire ai contadini afgani di coltivare l’oppio, in assenza di ogni reale possibilità alternativa, li stanno spingendo ogni giorno di più nelle braccia degli insorti.

GERMANIA

Nel 2007, la crescita economica, dopo le correzioni di calendario dei giorni lavorativi, è stata del 2,7%. Nell’ultimo trimestre, di conseguenza, è rallentata fino allo 0,3%.

I prezzi al consumo sono scivolati indietro dal 3,1 al 2,8% a dicembre, secondo la stima preliminare della Banca centrale[120].

Per il ventunesimo mese consecutivo il tasso di disoccupazione[121] è sceso, a dicembre all’8,4%, il più basso livello dal marzo 1993. Il merito è stato soprattutto di una domanda globale, che fino a poco tempo fa, è restata vibrante, di una tasso demografico in ribasso e di un tasso di invecchiamento più elevato con una popolazione in età da lavoro, conseguentemente, ridotta.

Sul piano economico-sociale la Germania sta facendo molta resistenza alla richiesta della Corte di giustizia europea di lasciar cadere quella parte della legge della Bassa Sassonia [122]che prevede una maggioranza minima dell’80% di azionisti della Volkswagen come condizione necessaria a qualsiasi cambiamento rilevante dell’assetto societario. E’ quanto detta la cosiddetta, quarantennale, legge Volkswagen che garantisce i diritti dei dipendenti dell’azienda specie contro OPA ostili come quella lanciata due anni fa dalla Porsche e resa inoperante, finora, dalla minoranza di blocco.

La Bassa Sassonia è naturalmente contraria, ma anche il governo Merkel fa ostruzione alla decisione europea dettata, naturalmente, in nome della libertà del mercato che non deve trovar ostacoli al proprio esercizio da parte dei proprietari se non nelle sue stesse non leggi e nelle sue non regole. E mai, secondo la Corte, in base a considerazioni di ordine meramente sociale.

Alla fine, probabilmente la Germania dovrà lasciar cadere l’altra parte della legge, il tetto al potere di voto di ogni azionista che, a prescindere dalla quota che ha, può oggi pesare nel voto solo per un 20% del potere decisionale. Ma l’80% di blocco dovrebbe restare.

Si sta appannando la presa di Angela Merkel sulla pubblica opinione. I cristiano-democratici hanno perso due elezioni di Land successive, in Bassa Sassonia, appunto, e nello Stato dell’Hesse. Hanno fatto un po’ meglio – non molto – i socialdemocratici con la Sinistra unita che, in entrambe le elezioni, è riuscita a passare la soglia del 5% e ad entrare, così, per la prima volta nei parlamenti locali[123].     

FRANCIA  

Segnalando esplicitamente come la Francia sia disposta – se necessario e secondo Parigi ormai è necessario – a forzare certi confini finora invalicabili dell’ortodossia monetaria imperante, la ministra delle Finanze Christine Lagarde ha chiesto apertamente agli altri governi europei – che tutti, però, e abbastanza vilmente, se vogliamo usare le parole giuste, hanno taciuto – a premere su e convincere la Banca centrale europea a promuovere anche la crescita economica dell’eurozona e non solo la stabilità finanziaria e l’euro.

Piegando alle ragioni dell’economia reale le ortodossie, più o meno fasulle, di ordine monetario e  anche accettando, dice la ministra, “un tasso di inflazione media europeo temporaneamente più alto[124]. Insomma, un invito esplicito ad una via diversa, più vicina a quella meno “rigorosa” della Fed americana.

Allo stesso tempo Sarkozy ha salutato con grande fanfara il Rapporto sui mali e i rimedi per l’economia francese che, in chiave genericamente assai liberista ma con aperture anche di grande e niente affatto scontato interesse, gli ha presentato la Commissione di esperti da lui nominata “per liberare la crescita della Francia”.

C’era dentro anche gente di centro-sinistra, anche di sinistra, compresi alcuni italiani; ma tutti, beninteso, fautori di un mercato liberal-liberista: Bassanini, Mario Monti. O, come qualcuno ha osservato, molte delle proposte sembrano da vicino la lista delle liberalizzazioni Bersani (taxi, farmacie, professioni con tariffe minime e massime, abolizione di penali su mutuo e telefoni mobili, ecc.: liberalizzazioni un po’ light: insomma, da neo-libs invece che da neo-cons). In Italia, hanno scritto Alesina e Giavazzi[125], il liberismo è di sinistra. Forse è anche vero. Ma scuserete se chi scrive si sente in dovere di specificare: purtroppo…

In effetti le proposte avanzate dalla Commissione Attali (dal nome del presidente scelto dall’Eliseo, ex consigliere lui stesso di François Mitterrand) una serie di 300 idee tutte discutibili ma spesso anche di grande interesse. Tra le quali, quella più controversa e forse di aprire le porte della Francia a 750.000 nuovi immigrati regolari all’anno: la garanzia più forte per una crescita sostenuta, assicura Attali[126].

Sulla saga di Jérôme Kerviel, il funzionario della seconda banca di Francia, la Socièté Générale[127], accusato di aver truffato la stessa banca, per qualcosa come 4,8 miliardi di euro (7 miliardi di dollari: ma, alla fine, vedrete, saranno di più…). La verità ufficiale (che alla fine potrebbe anche corrispondere a quella effettiva) è che ha falsato i libri e si è appropriato di soldi, tanti, non suoi.

Ma questa è, appunto, la verità ufficiale dei dirigenti della banca stessa, che non sono propriamente al di sopra delle parti (e piuttosto di ammettere – al minimo – un loro gravissimo errore, affosserebbero anche Babbo Natale), le cui dichiarazioni, fino a prova contraria, perciò dovrebbero quindi essere considerate come, appunto, di parte e tutte da dimostrare.

Questo è vero sempre, per ogni accusato, naturalmente. Per un funzionario e, soprattutto, per dirigenti di banca[128], poi… ma, mentre questa tesi velatamente epperò chiaramente è appoggiata anche da Sarkozy, il Consiglio di amministrazione della SocGén ha rivotato piena fiducia all’unanimità al suo presidente Daniel Bouton[129].

GRAN BRETAGNA

Vi ricordate il can can scatenato quanto l’ex cancelliere tedesco Helmut Schröder, con grande cattivo gusto e pessimo tempismo a dire il vero, pochi mesi dopo la sua uscita dalla scena politica tedesca accettò di entrare, dietro adeguata remunerazione, nel C.d.A. della russa Gazprom. Poi ne uscì quasi subito, tanta fu la pressione un po’ dovunque.

Avete sentito anche solo un refolo di deplorazione ora che la grande banca privata americana JP Morgan ha messo nel suo C.d.A. l’ex primo ministro britannico Tony Blair? con una sinecura annua  esentasse di 500.000 sterline (600.000 euro) come consigliere anziano (che poi non è: è relativamente giovane ed è il consigliere più nuovo di tutti: ma tant’é).

E sì che Blair il suo da fare a tempo pieno, come capofila del quartetto che dovrebbe lavorare a rafforzare il dialogo israelo-palestinese – nomina che ha lui stesso fermissimamente voluto e richiesto, quasi come una buonuscita, al suo mallevadore americano – ce lo dovrebbe avere. Ma che, in effetti, almeno a stare ai risultati, lo sta impegnando assai poco...

Dice che, ora, gli dedicherà, più o meno, una settimana del suo tempo al mese. Per la JPMorgan, invece, il suo compito sarà quello di “fornire appropriati consigli sulla migliore strategia [di profitto, ovviamente] alla luce della politica globale e delle tendenze economiche internazionali”.                                                                                   

E, alla luce delle sagaci scelte internazionali cui ha portato il suo governo e di quelle economiche cui la via da lui imboccata sta portando il paese, oltre al vago sentore di marcio che incombe, è la domanda spontanea se alla JP Morgan abbia dato di volta il cervello[130]

Non è stata neanche troppo felice la coincidenza per cui Blair ha cominciato a Parigi la campagna elettorale per l’elezione a nuovo presidente – quello lungo: due anni e mezzo in carica – dell’Unione europea andando a parlare al Congresso del partito di Sarkozy, UMP.

Ma, irritando non poco i socialisti francesi, sia per essere andato a predicare in casa dell’avversario  ma soprattutto per quello che è andato lì a dire, confermando che è diventato da tempo un uomo di destra: che “destra e sinistra ormai non esistono più”. Lo andasse a raccontare a chi pensa che gli uomini non nascono tutti uguali ma si dividono in uomini pieni e in sottouomini e a chi è convinto che, almeno di nascita, tutti uguali sono…

E poi, certo, se così ha ribadito di essere lui il candidato di Sarkozy per quel posto, ha anche ribadito, per tanti, di essere un outsider per un posto tanto chiave in Europa[131]:

• perché è stato l’incontinente, incondizionato e avventato mallevadore e cortigiano di Bush per la guerra in Iraq;

• perché ha coperto tutta la riluttanza di un paese geloso di una piccola sua sovranità che non c’è neanche più e, per questo, è deciso ad affossare l’unica alternativa che, insieme, la ricostituirebbe per tutti;

• e perché, come ha potuto, ha affossato ogni progetto di Europa più forte e perciò, più integrata, a cominciare dall’euro;

• in definitiva, tutto si riduce a vedere chi crede e quanto crede che siano meglio serviti gli interessi a lungo termine di 27 paesi diversi gelosi, tutti, delle proprie prerogative ma anche convinti tutti, o quasi, ormai che i loro interessi sono meglio difesi e protetti da un’Europa più forte e integrata che da una più debole e sparpagliata.

Insomma, è quasi certo che il futuro presidente comunque “prolungato” di un’Europa che voglia contare perché più integrata comunque, non verrà – e che comunque non dovremmo accettare che venisse – da un paese

• che ha speso gli ultimi quarant’anni ad esercitare il proprio opt-out dalla giurisdizione europea (oggi con Brown, dopotutto, come fino a ieri e per dieci anni proprio con Blair, il Regno Unito resta l’unico paese dell’Unione che, per scelta propria, resta fuori della zona di Schengen come dalla zona euro;

• e che, in ogni caso, il presidente deve essere persona attenta a garantire l’autonomia dell’Europa dall’America anche se, col cambio della presidenza americana, naturalmente sempre nel quadro di un’amicizia e di un’alleanza che riconoscano però agli alleati diritti reali di “pari dignità”.

Non è aria di veder spostare i sentimenti medi di questo paese che, invece, persiste e, adesso, insiste sulla necessità di dire sì o no al nuovo Trattato sull’Unione europea per referendum— che, però, necessità non è affatto: è, invece, una scelta, concepita non tanto come fatto di democrazia – che è ridicolo: dove l’approvano o non l’approvano  i parlamenti, sarebbe dittatura? – ma come occasione di alimentare lo scetticismo del cumulo di euroscettici che questo paese, e tutti i suoi governi, neo-laburisti compresi, si sono coccolati sempre…

Adesso[132], una serie di parlamentari neo-laburisti importanti, con motivazioni tanto da sinistra come da destra s’intende, sposa la posizione di molti conservatori e fa maggioranza a dire che il nuovo Trattato – ed è palesemente falso – “non  differisce materialmente dal vecchio”– e che “perciò è indispensabile per l’approvazione” passare per il filtro di un referendum…

Che è un non sequitur assoluto, quando questo è un paese che per referendum non ha mai deciso di nessun trattato internazionale, tanto geloso sempre è stato il suo parlamento delle proprie assolute, sovrane prerogative legislative.

Ma tant’è, questo è il Regno Unito e se prima, o poi, non c’è un nuovo de Gaulle a dirgli di andare a quel paese a sciogliersi da sé le proprie diatribe, è così che stiamo…  

Il numero delle ipoteche accese a novembre nel Regno Unito è caduto ad 83.000, un terzo su un anno fa e il dato più basso dal gennaio 2005[133].

Tiene il dato ufficiale su occupazione (+0,6% in tre mesi a novembre) e disoccupazione (in calo, al 5,3%[134]): ma qui si tratta di dati riconosciuti come “aggiustati”al costume nazionale.

E, dopo un pessimo Natale, dal punto di vista dei consumi, i negozianti al dettaglio aumentano il loro pessimismo prendendo atto che, alla fine, i consumatori caricati di debito non riprenderanno nell’immediato futuro a comprare perché ormai sono costretti a far fronte alla realtà[135].

Forzando la mano anche ai suoi deputati, molti poco convinti, il primo ministro ha imposto l’adozione di una nuova politica energetica che fa perno sulla costruzione di nuove o l’ammodernamento di antiche centrali nucleari. Naturalmente, dice Brown, così si riduce la pericolosa emissione di gas pesanti nell’atmosfera. Ma nessuno ha ancora spiegato a nessuno, neanche qui, che si fa di qui al 2020, quando al più presto entreranno in funzionate le nuove fornaci atomiche e come, poi, si governa l’ingovernabile problema dell’accumulo delle mortifere scorie nucleari[136]

GIAPPONE

Con una mossa tesa a sottolineare i legami con l’America,  ma  azzardata e mai testata prima – una vera e propria forzatura: che, però, per ora grazie alla complicità della Corte Suprema[137], gli è andata bene – il primo ministro e la maggioranza di oltre i due terzi (ma eletta cinque anni fa) alla Camera bassa, avvalendosi di un’interpretazione al limite, secondo molti osservatori, dell’alto tradimento giuridico (era stata usata una sola volta, nel lontano 1951, e poi mai più per obiezioni di natura, appunto, costituzionale) hanno scavalcato il no maggioritario al Senato[138].

Così, Yasuo Fukuda ha fatto approvare, con un marchingegno formale (del tipo punto e virgola al posto di una virgola…) il testo della legislazione che autorizza di nuovo la Marina a rifornire in mare, nell’Oceano Indiano, le Forze americane che fanno la guerra in Afganistan.

Ma è una missione estremamente impopolare in Giappone, sul no alla quale l’opposizione aveva vinto le ultime elezioni al Senato (il voto per il quale non corrisponde, necessariamente, a quello per la Camera). Ora, è vero che Fukuda, che ha appena preso le redini del governo dopo il fallimento del predecessore Abe, non è chiamato a convocare i comizi elettorali fino all’autunno del 2009. Ma sa che, dopo la sua “forzatura” costituzionale una tantum, sarà “forzato” entro quest’anno a cercare un nuovo mandato popolare.      

In realtà, poi, è stata anche e proprio la debolezza dell’opposizione a dare al governo la vittoria che sembrava, in base ai numeri, impossibile: perché, anche dopo la sentenza abnorme della Corte suprema, avrebbe potuto votargli contro su ogni atto legislativo, sistematicamente, obbligandolo a cadere. Non l’ha fatto, sul modello di quello che non fa l’opposizione democratica in America rifiutandosi di esercitare il proprio diritto di veto (col 40% dei voti alla Camera si paralizza il presidente, volendo: e i democratici hanno più del 50% dei seggi).

La Banca centrale taglierà la previsione di crescita per l’anno fiscale corrente portandola ad un massimo dell’1,5 e ad un possibile 1%. La Confindustria dice che è colpa della regolamentazione più rigorosa imposta al mercato edilizio che ne mortifica, dicono, animal spirits e dinamica[139]

La produzione industriale è cresciuta dell’1,4% a dicembre, rovesciando il netto calo dei mesi precedenti[140].  

L’inflazione si è impennata, a novembre, al massimo da un decennio: su un anno prima dello 0,8%. E’calato ancora, al 3,8%, il tasso – ufficiale, si capisce – di disoccupazione[141].

I prezzi di borsa crollano al minimo annuo, sull’onda del calo in atto e previsto a Wall Street, sul mercato chiave americano delle esportazioni nipponiche[142].


 

[1] la Repubblica, 13.1.2008, Almunia plaude all’Italia: “I conti meglio delle attese”.

[2] Sempre la Repubblica, 14.1.2008, “Italia a rischio per il deficit”.

[3] Dal testo dell’Ufficio Studi CISL, Lo scenario dell’economia, 1.11.2007 (cfr. www.cisl.it/sito.nsf/Documenti/81496D9 61EE4ADE2C12573CD004043 44/$File/ScenarioGen20082.pdf/).

[4] The Economist, 12.1.2008 (e, per il testo del Rapporto, cfr. www.worldbank.org/).

[5] New York Times, 2.12.2007, J. Mouawad, Oil Hits $100 a Barrel for the First Time Il greggio arriva ai 100 dollari al barile per la prima volta.

[6] IMF, aggiornamento delle previsioni di ottobre 2007, 29.1.2008, Financial turbulence clouds growth prospects La turbolenza finanziaria annebbia le prospettive di crescita (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2008/update/01/index.htm/)

[7] Agenzia Stratfor, 1.1.2008 (cfr. www.stratfor.com/situation_reports?page=2/).

[8] Notizie del 3.1.2008.

[9] The Economist, 19.1.2008.

[10] E’ “un peccato mondiale, in un mondo dove da queste decisioni possono venir condannati a morte per fame e per sete 3 milioni di persone, distorcere in questo modo la produzione agricola. E non si tratta di una cifra esagerata, è anzi molto prudente” (vedi su Granma, 29.3.2007, F. Castro, Condemnados a muerte prematura, cfr. www.granma.cubaweb.cu/2007/03/29/nacion nal/artic11.html/).

[11] New York Times, 19.1.2008, K. Bradsher, An Oil Quandary: Costly Fuel Means Costly Calories Un dilemma petrolifero: combustibile caro uguale calorie care.

[12] New York Times, 22.1.2008, E. Rosenthal, Cutting Biofuel Subsidies, Redirects Aid to Stress Greenest Options.

[13] New York Times, 2.12.2007, C.W. Dugger, Ending Famine, simply by ignoring the experts— Mettere fine alla carestia,  semplicemente con l’ignorare gli esperti.

[14] The Economist, 19.1.2008.

   [15] New York Times, 9.12.2007, E. Porter, China Shrinks— La Cina si restringe; e 21.12.2008, K. Bradsher, A Revisionist Tale: Why A Poor China Seems RicherLa storia revisionata: perché una Cina povera sembra più ricca.

[16] A paragone con questi 525 dollari attribuiti alla Cina, nel 1980 i dati del Fondo monetario sul reddito pro-capite di altri paesi realmente assai poveri erano: Congo (Rep. Dem.), $800; Niger, $915; Etiopia, $1.026; Zambia, $1.109; Nigeria, $1.153; Ciad, $1.729… (cfr. www.lib.umich.edu/govdocs/wdi/wdico/wdico19.html/).

[17] NewYork Times, 11.1.2008, (A.P.), China Trade Surplus Up Nearly 50%, Despite Safety Fears L’attivo commerciale sale di quasi la metà, malgrado tutti i timori sulla sicurezza.

[18] China Business News, 8.1.2008, China: reasons for currency pressure— Le ragioni della pressione sulla valuta (cfr. www.financialforum.us/news/2/).

[19] China Daily, 8.1.2008, China Contributes 10% Cost of ITER La  Cina contribuirà al progetto ITER per il 10% del costo.

[20] Stratfor, 9.1.2008, 01:28 (cfr. www.stratfor.com/situation_reports?page=2/).

[21] ALIPAC.com, 28.5.2007, U.S. Recession: a Win-Win for China— Una recessione in USA: la Cina non può perdere… (cfr. www.alipac.us/ftopic-100661-0-days0-orderasc-.html&sid=ec6052f75419d0cd969d94682fd688a1/); e (cfr. http://sous uo.mofcom.gov.cn/query/englishQuerySearch.jsp/).

[22] BCE, comunicato stampa e dichiarazione del direttorio, 10.1.2008 ( cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2008/html/is080 110.en.html/).

[23] The Economist, 12.1.2008.

[24] New York Times, 24.1.2008, C. Dougherty, European Central Banker Says Inflation Is Still Focus Il banchiere centrale europeo dice che l’inflazione è sempre il centro delle priorità.

[25] Guardian, 28.1.2008, L. Elliott, Crude awakening for capitalismDuro risveglio per il capitalismo.

[26] New York Times, 22.1.2008, J. Werdigier, Why the European Bank Is Sitting Back— Perché la Banca europea resta immobile.

[27] Buffett, stramiliardario in $, azionista di riferimento e presidente della holding Berkshire Hathaway: “se si può dire – attesta: cinicamente, se volete, ma con assoluta veridicità: e, gli va dato atto, anche qualche po’ di indignazione  – che una guerra di classe sta avendo luogo in America, e secondo me si può proprio dire, va detto chiaramente che da tempo a vincerla è la mia classe” (cfr. Lettera agli azionisti del Berkshire Investment Fund, che presiede, 8.3.2004 (cfr. http://money.cnn. com /2004/03/06pf/buffet_ letter/index.htm/).

    Buffett, che anche chi lo odia in America (in generale, i bushotti) chiama il “saggio di Omaha”, dal nome della città dove risiede, è dal 2002 che mette in guardia tutti dai pericoli che, per la stabilità stessa del sistema economico, rappresenta il “nuovo infernale strumento finanziario che si sono inventati questi apprendisti stregoni”, i derivati.

    Li aveva chiamati subito  e con perspicacia“mezzi finanziari di distruzione di massa…”.  E aveva avvisato: “ormai il genietto l’hanno tirato fuori dalla bottiglia e questi strumenti ora si andranno moltiplicando in varietà ed in numero finché, almeno, qualche evento non renderà evidente tutta la loro tossicità” (cfr. www.berhshirehathaway.com/letters/ 2002pdf.pdf/).

[28] la Repubblica, 18.1.2008, N. Rubini, La recessione americana che contagerà l’Europa.

[29] The Economist, 19.1.2008.

[30] New York Times, 21.1.2008, D. Jolly e H. Timmons, Stocks Plunge in Europe and Asia on U.S. Recession Fear I titoli crollano in Europa ed in Asia per la paura della recessione statunitense.

[31] Stratfor, 12.1.2008, 15:58 (cfr. www.stratfor.com/situation_reports?page=2/).

[32] The Economist, 26.1.2008.

[33] Guardian, 11.12.2008, I. Bankroft, Slovenia in the spotlight La Slovenia sotto gli abbaglianti.

[34] New York Times, 23.1.2008, Russia’s Gazprom Takes Control of Serbian Oil Monopoly— La Gazprom russa prende il controllo del monopolio petrolifero serbo.

[35] Daily Survey, 4.1.2008 (cfr. www.mfa.gov.yu/Bilteni/Engleski/bVesti_e.html#N8/).

[36] New Europe, 5.1.2008, Serbia tells EU on Kosovo: it’s us or themLa Serbia dice all’UE sul Kossovo: o noi o loro (cfr. www.neurope.eu/articles/81573.php/): va aggiunto che, all’interno del governo serbo, ci sono notoriamente opinioni divergenti sul grado di resistenza praticabile nel caso che l’Unione alla fine, superando – magari come rileva Kostunica sotto “pressioni degli Stati Uniti” le sue divisioni – risponda picche.

[37] B92 news, 8.1.2008, EU wants supervision over Kosovo in return for aid— L’UE vuole la supervisione del Kossovo in cambio dei propri aiuti (cfr. www.b92.net.eng/news/politics-article.php?yyyy=2008&mm=018dd=08&nav_id=46760/).

[38] The Economist, 2.2.2008.

[39] The Economist, 19.1.2008.

[40] TOL Georgia, 11.1.2008, Some voices from OSCE on the elections in Georgia— Alcuni dubbi dall’OSCE sulle elezioni in Georgia (cfr. http/blogs.tol.org/georgia/ 2008/01/11/some-voices-from-osce-on-the-elections-in-georgia/).

[41] The Economist, 19.1.2008; e laPadania, G. Fava, Eni-Kashagan, fallita la missione di Prodi e Rovati.

[42] The Economist, 2.2.2008.

[43] The Economist, 2.2.2008.

[44] New York Times, 28.1.2008, S. G. Stolberg, Echo of First Bush: Good Economy Turns Sour Un’eco del primo Bush: quando una buona economia si fa acida.

[45] Quelli, ad esempio, che chiunque può trovare con un clic facile facile, gratuito e informativo su Internet, alla ricerca dei Conti economici nazionali nel sito del Bureau of Economic Analysis (cfr. www.bea.gov/national/nipaweb/).

[46] CBS News, 20.10.2000, Bush and Gore Do New York— Bush e Gore si lavorano New York (cfr. www.cbsnews.com/sto ries/2000/10/18/politics/main242210.shtml/).

[47] New York Times, 8.12008, S. Gay Stolberg e D. M. Herszenhorn, Bush Admits Economy Faces Challenges— Bush ammette che l’economia si scontra con diverse sfide [che è un titolo blando, per essere deferente dell’augusta maestà presidenziale… ma il testo è ben più esplicito, ve lo garantiamo].

[48] New York Times, 8.1.2008, V. Bajaj, Stocks Tumble On New Signs Of Economic Woes— Le azioni vano a rotoli su nuovi segnali di guai economici.

[49] New York Times, 10.1.2008, M. M. Grynbaum, Fed Chief signals further rate cut— Il capo della Fed segnala un ulteriore taglio del tasso di sconto.

[50] New York Times, 17.1.2008, J. H. Cushman, Fed Chief Backs Quick Action to Aid Economy— Il presidente della Fed sostiene azioni rapide per aiutare l’economia.

[51] New York Times, 13.1.2008, P. S. Goodman e F. Norris, Some fear economic stimulus is already too late.

[52] FOMC, Dichiarazione del 22.1.2008 (cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/20080122b.htm/). 

[53] New York Times, 22.1.2008, M.M. Grynbaum e J. Holusha, Fed cuts rates 0.75%, but Dow drops La Fed tagliaiI tassi dello 0,75%, ma il Dow [Jones cala comunque].

[54] New York Times, 22.1.2008, V. Bajaj e K. Bradsher, Down at 15-Month Low.

[55] Cfr. www.wikipedia.org/wiki/Black_Monday/.

[56] New York Times, 22.1.2008, L. Thomas jr., To Some, the Widening Crisis Seems Driven by Fear, Not Facts.

[57] New York Times, 30.1.2008, Fed Reduces Rate by Half-Point: 2nd Cut in 8 Days La Fed riduce il tasso di sconto di mezzo punto:; il secondo taglio in otto giorni; e Comunicato della Fed del 30.1.2008 (cfr. www.federalreserve.gov/new seven ts/press/monetary/20080130a.htm/). 

[58] Guardian, 23.1.2009, L. Elliott, Davos 08: what a difference a year makes Davos 2008: ma che differenza da un anno fa.

[59] New York Times, 24.1.2008, M. Landler, U.S. Policies Evoke Scorn at Davos Le scelte [di politica economica] americane suscitano dileggio a Davos.

[60] Guardian, 18.1.2008, L. Elliott, Bubble Economics— L’economia fatta a bolle.

[61] New York Times, 17.1.2008, A. R. Sorkin, Merril Lynch Posts $9.8 Billion Loss— La Merril Lynch dichiara una perdita per 9,8 miliardi di dollari.

[62] New York Times, 17.1.2008, Dow Plunges More Than 300 Points on Grim Outlook Dopo previsioni fosche, l’indice Dow [Jones] affonda più di 300 punti.

[63] New York Times, 19.1.2008, P. S. Goodman e L. Story, Gli stranieri comprano titoli e proprietà americani a passo da record.

[64] Bureau of Labor Statistics (BLS), 4.1.2008, Employment Situation Summary Sintesi della situazione occupazionale  (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e l’analisi di commento del CEPR, 4.1.2008, Job growth sags and Unemployment JumpsLa crescita occupazionale langue e la disoccupazione si impenna (cfr. www.cepr.net/con

tent/view/1408/220/).

[65] New York Times, 19.1.2008, F. Norris, Job Data Passes Threshold Where Recessions Dwell— I dati sull’occupazione al di là della soglia dove si annidano le recessioni.

[66] The Economist, 19.1.2008.

[67] New York Times, 2.1.2008, M. M. Grynbaum, Stocks Drop on Manufacturing Report Le azioni calano dopo il rapporto sull’attività manifatturiera.

[68] New York Times, 12.1.2008, M. M. Grynbaum, U.S. Trade Deficit Widens Il deficit commerciale americano si allarga.

[69] The Economist, 26.1.2008.

[70] Federal Reserve Statistical Release, 10.1.2008, G.19, Consumer Credit (cfr.  http://www.federalreserve.gov/releases/ g19/Current/).

[71] FY 2007, Financial Report of the United States Government (cfr. www.gao.gov/financial/fy2007financialreport.html).

[72] I dati sono quelli pubblicamente reperibili sul sito della Borsa di New York (cfr. www.nyse.com/). Il commento e le valutazioni sono nostri.

[73] New York Times, 19.1.2008, Bush Proposing $145 Billion Plan to Spur Economy Bush propone un piano di stimolo economico da 145 miliardi di dollari.

[74] New York Times, 30.1.2008, D. S. Herszenhorn, House Passes $146 Billion Economic Aid Package La Camera vota un pacchetto di146 miliardi di dollari di aiuti economici.

[75] New York Times, 24.1.2008, D. S. Herszenhorn, Tentative deal on economic stimulus plan Sul piano di stimolo economico, un accordo interlocutorio.

[76] New York Times, 20.1.2008, edit., Pump-Priming the Economy Come si pompa l’econonomia.

[77] Telegraph, 25.1.2008, A. Evans-Pritchard, intervista a J. Stiglitz, US slides into dangerous 1930s ‘liquidity trap’ Gli USA stanno scivolando in una trappola di liquidità del tipo dei pericolosi anni ’30 (cfr. www.telegraph.co.uk/money/main.jhtm l?xml=/money/2008/01/24/bcnstig124.xml/).

[78] Guardian, 23.1.2008, I. Traynor, Preventive nuclear strike a key option, NATO told Alla NATO: l’attacco nucleare preventivoe, un’opzione chiave [ormai].

[79] Centro per gli Studi Internazionali e Strategici (CSIS: uno think tank di Washington finanziato, in buona sostanza, dal Pentagono e da ricchi sponsors privati), Towards a Grand Strategy for an Uncertain World: Renewing the Transatlantic Partnership— Verso una grande strategia per un mondo incerto: rinnovare la partnership transatlantica (cfr. www.csis.org/media.csis.org/media/csis/evemnts/08110_grand_strategy.pdf/): come si vede, un titolo blando per far adottare, puramente e semplicemente, alla NATO la strategia americana: l’attuale strategia americana, poi, quella dei bushotti al potere ancora sì e no per un anno…

[80] Alla Gazeta Wyborcza, 5.1.2008, cit. dall’Agenzia Reuters, 5.1.2008, Poland bides time on decision to host shield— La Polonia prende tempo sulla decisione di ospitare lo scudo (cfr. www.reuters.com/article/sphereNews/id USL052524 522 0 080105?sp=true&view=sphere/); e Agenzia Associated Press (A.P.), 7.1.2008, R. Lucas, Polish Chief Lukewarm on Missile Defense Il leader polacco tiepido sulla difesa missilistica (cfr. www.lib.umich.edu/govdocs/wdi/wdico/wdico19. html/).

[81] CBS News, 12.1.2008, Poland: Show Us The Money For Missile Base La Polonia: fateci vedere i soldi per la base missilistica (cfr. www.cbsnews.com/stories/2008/01/12/terror/main3704662.shtml/).

[82] BBJ, 11.1.2008, Russia, Poland discuss US missile defense system— La Polonia discute [con la Russia] il sistema di difesa missilistico americano.

[83] Guardian, 6.1.2008, M. Crowley, The winds of change are set to blow away the American right— I venti del cambiamento stanno per soffiare via la destra americana.

[84] Per avere un’idea delle sue posizioni, dalle sue stesse parole su un blog di “tifosi” italiani di Paul, cfr. http://italians4 ronpaul.blogspot.com/.

[85] New York Times, 13.1.2008, edit., Unfinished Debate on Iraq— Dibattito non concluso sull’Iraq.

[86] Vedi il discorso con cui, quasi all’inizio della campagna elettale in aprile, cercò di definire la sua possibile futura politica di sicurezza nazionale, di politica estera: anche lui intorno a concetti come l’America “migliore ultima speranza di questo nostro mondo” – insomma, proprio il messianismo di stampo consueto (dal sito elettorale del senatore, cfr.  www.barackobama.com/2007/04/23/the_american_moment_remarks_to.php/, discorso al Chicago Council on Global Affairs del 23.4.2007.

    E, forse ancora più chiaro, nella stessa sede, mesi prima, una frase che sembra del tutto irreale sulla realtà delle cose del mondo: “l’11 settembre ci ha mostrato che per quanto potessimo ignorare il resto del mondo, i nostri nemici sono loro a non ignorarci più. Per questo dobbiamo tenere in piedi una politica estera forte,  che non dia tregua al perseguimento dei nostri nemici e sia fondata sulla speranza di promuovere i nostri valori in giro per il mondo” (sempre dallo stesso sito, cfr. www.barackobama.com/2006/11/20/a_way_forward_in_iraq.php/ discorso al Chicago Council on Global Affairs del 20.11.2006 ).

    Dove, la cosa, come dire?, straordinariamente ingenua e anche non poco pericolosa perché evidentemente sincera, è questa convinzione che l’11 settembre sia scoppiato in un periodo nel quale l’America praticava l’isolazionismo e pensava solo agli affari suoi…   

[87] Guardian, 6.1.2008, S. Goldenberg, Clinton and Obama spar over campaign slogans— Clinton ed Obama duellano attraverso gli slogan elettorali.

[88] New York Times, 20.1.2008, N. D. Kristof, Hillary, Barack, Experience.

[89] New York Times, 28.1.2008, B. Herbert, Questions for the Clintons Domande per i Clinton.

[90] New York Times, 30.1.2008, J. Bosman e J. Zeleny, Edwards to drop out of democratic race— Edwards abbandona la corsa dei democratici.

[91] New York Times, 25.1.2008, edit., Primary Choices: Hillary Clinton Per le primarie: Hillary Clinton.

[92] New York Times, 27.1.2008, C. Kennedy, A President Like My Father Un presidente come mio padre.

[93] Video di un dibattito sulle primarie della Florida, 28.1.2008 (cfr. http://thinkprogress.org/2008/01/29/more-wars/).

[94] ICG, 2.2.2007, After Bhutto’s Murder: A Way Forward for PakistanDopo l’assassinio della Bhutto: la via in avanti per il Pakistan (cfr. www.crisisgroup.org/home/index.cfm/).

[95] New York Times, 4.1.2008, W. Dalrymple, Bhutto’s Deadly LegacyIl legato mortale di Bhutto [Dalrymple è l’autore di diverse opera di ricostruzione della storia del sub-continente indiano, la più recente L’ultimo Mughal: la caduta di una dinastia, Delhi, 1857— The Last Mughal: The Fall of a Dynasty, Delhi, 1857, Londra, Vintage ed., 2008].

[96] Strait Times (Singapore), 11.1.2998, A. Paul, ‘I challenge anybody coming into our mountains'— ‘Io sfido chiunque voglia invadere le nostre montagne’.

[97] New York Times, 27.1.2008, E. Schmitt e D. Sanger, Pakistan Rebuffs Secret U.S. Plea for C.I.A. Buildup Il Pakistan respinge l’appello segreto degli USA a un rafforzamento della CIA. 

[98] Jerusalem Post, 4.1.2008, FOX News, Olmert Acknowledges Israel Not Living Up To 'Road Map' Peace Plan Olmert riconosce: Israele non tiene fede agli impegni della ‘road map’ (cfr. www.foxnews.com/story/0,2933,320286,00. html/).

[99] New York Times, 13.1.2008, R. A. Oppel e S. Lee Myers, Iraq Eases Curb on Ex-Officials of Bath Party L’Iraq allenta la stretta contro gli ex esponenti del partito Ba’ath.

[100] Washington Post, 20.1.2008, A. J. Bacevich, Surge to Nowhere— L’impennata verso il niente.

[101] Guardian, 25.1.2008, D. Hurd, The danger of complacency— Il pericolo dell’autocompiacimento.

[102] Iraqi Red Crescent Organization, 29.12.2007, The Internally Displaced People in Iraq-Update 29— Gli sfollati interni in Iraq-Aggiornamento no. 29 (cfr. www.iraqredcrescent.org/IDP_29th_update_EN.pdf/).

[103] WP, v. Nota100.

[104] New York Times, 27.1.2008, D. Sonntag e L. Alvarez, In More Cases, Combat Trauma Is Taking The Stand Sempre più spesso, il trauma da combattimento sul banco degli imputati.

[105] Washington Post, 31.1.2007, D. Priest, Soldier Suicides at Record Level— I suicidi tra i militari a livelli record.

[106] Finanancial Times, 7.1.2008, S. Negus, Iraq surge brings a lull in violence but no reconciliation.

[107] Reuters, 11.1.2008, Bush: U.S. could "easily" be in Iraq for 10 years— Bush: gli USA potrebbero “facilmente” restare in Iraq per dieci anni (cfr. www.reuters.com/article/politicsNews/idUSN1127895620080111?Feed Type=RSS&feedName= politicsNews/).

[108] Stratfor, 12.1.2008, Iraq.U.S.: Long-Term Pact In Works— Iraq,USA: al lavoro su un patto di lungo periodo (cfr. www. stratfor.com/situation_reports?page=2/).

[109] New York Times, 24.1.2008, T. Shanker e S. Lee Myers, U.S. to Insist Iraq Grant It Wide Mandate in Operations.

[110] New York Times, 10.1.2008, (A.P.), US Protests Iran Harassment of US Ships Gli Stati Uniti protestano contro le molestie iraniane delle navi americane.

[111] Guardian, 14.1.2008, M. Weaver, Radio ham blamed in US-Iran row— Radioamatore accusato nella diatriba USA-Iran.

[112] New York Times, 8.1.2008, M. Nizza, Tapes Answer Doubts on Confrontation With Iran Le registrazioni rispondono ai dubbi sul faccia a faccia con gli iraniani [titolo, come vedete, perfettamente rispondente al contenuto dell’articolo stesso!]. In una successiva edizione dello stesso giornale, è vero, viene affacciata una valutazione diversa: dice che “adesso la lista di quanti sono meno che pienamente sicuri della attendibilità [cioè, del fatto che non sia un falso] dell’audio-video messo insieme dal Pentagono sulle manovre iraniane vicine alle navi da guerra americane [non il contrario, s’intende: neanche li sfiora l’idea… malgrado quel che aggiungono essi stessi, poi], includono adesso anche il Pentagono”.

[113] Stratfor, 8.1.2008, Iran, U.S.: Reaction 'Psychological Warfare' Iran-USA: la reazione, una ‘guerra psicologica’.

[114] Washington Street Journal, 14.1.2008, J. Solomon e S. Gorman, In Iran reversal bureaucrats triumphed over Cheney team Nel rovesciamento sull’Iran, i burocrati hanno trionfato sulla squadra di Cheney.

[115] WRH News, 7.1.2008 (cfr. www.whatreallyhappened.com/archives/cat_iran.html/).

[116] Agenzia iraniana IRNA, 27.1.2008, Iran-Italy contract (cfr. www2.irna.ir/en/news/view/menu-237/080109439916091 4.htm/).

[117] New York Times, testo integrale dell’accordo (pubblicato dall’Agenzia Xinhua a Pechino.3.10.2007 (cfr. http://news. xinhuanet.com/english/2007-10/03/content_6829017.htm/).

[118] New York Times, 31.1.2008 (A.P.), Bush’s Afghan Policy Raked at Hearing— La politica afgana di Bush passata al setaccio in Senato.

[119] Gen. Dan K. McNeill, comandante dell’ISAF, per il Consiglio Atlantico degli USA, Rapporto dall’Afganistan, 6.12.2007, cfr. www.acus.org/ about-news-calendar.asp/); e gen. James L. Jones e Thomas Pickering, ex ambasciatore americano in Russia, per l’Afghanistan Study Group; RAINews24, 31.1.2008, La Nato impantanata in Afghanistan secondo l'ex comandante dell'Alleanza Atlantica (cfr. www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=78182/); e, infine, Oxfam, 31.1.2008, Lettera al PM Gordon Brown (cfr. www.oxfam.org.uk/applications/blogs/pressoffice /2008/01/ open _letter_to_gordon_brown_on.html/).

[120] The Economist, 5.1.2008.

[121] NewYork Times, 4.1.2008, M. Landler, Germany Posts Month 21 of Declining Jobless Rate— La Germania marca il suo ventunesimo mese di disoccupazione in declino.

[122] New York Times, 17.1.2008. M. Landler, German Law Seeks to Maintain the State’s Role in Volkswagen La legge tedesca cerca di mantenere il ruolo del potere statale alla Volkswagen.

[123] The Economist, 2.2.2008.

[124] International Herald Tribune, 10.1.2008, C. Dougherty, ECB and Fed lay out sharply different paths La BCE e la Fed disegnano percorsi radicalmente diversi.

[125] A. Alesina e F. Giavazzi, Il liberismo è di sinistra, Il Saggiatore, 2007.

[126] Rapport de la Commission pour la libération de la croissance française, 245 pp. (cfr. www.lefigaro.fr/assets/pdf/at tali.pdf/).

[127] le Monde, 26.1.208, Société générale : le rôle du trader au centre des interrogations SG, il ruolo dell’operatore di banca al centro dell’inchiesta.

[128] le Monde, 27.1.2008, La Société Générale donne sa version des faits, la garde à vue du trader prolongée La Société Générale dà la sua versione dei fatti. Mantenuto il fermo cautelare

[129] The Economist, 2.2.2008.

[130] Guardian, 10.1.2008, G. Wearden, Blair joins JP Morgan as a $1-million-a-year adviser Blair arriva alla JP Morgan come consigliere a 1 milione di dollari all’anno [più spese…].

[131] Guardian, 13.1.2008, A. D. Smith, Blair kicks off campaign to become EU President Blair dà il calco d’inizio alla campagna per diventare presidente UE.

[132] Observer,  20.1.2008, N. Watt, Boost for referendum on EU treaty— Spinta verso il referendum sul trattato europeo.

[133] The Economist, 12.1.2008.

[134] The Economist, 19.1.2008.

[135] Guardian, 13.1.2008, Z. Wood e H. Stewart, Is it the end for shopping fever?— E’ questa la fine della febbre da compere?

[136] Guardian, 11.1.2008, Yesterday in parliament Ieri in parlamento; e The Economist, 12.1.2008.

[137] Il Presidente della Corte, che è nominato dall’imperatore, è designato del Governo, come tutti gli altri 14 memberi della Corte suprema. Sono nominati per un decennio e rieleggibili (cfr. www.kultunderground.org/archivio.asp?art= 3841/).

[138] New York Times, 12.1.2008, N. Onishi, Japan Approves Bill on Afghan War— Il Giappone approva la legga sulla guerra in Afganistan.

[139] Breitbart.com, 11.1.2008, BOJ to cut FY 2007 growth estimate to lower 1% level La banca del Giappone taglierà le previsioni di crescita giù fino all’1%.

[140] The Economist, 2.2.3008.

[141] The Economist, 5.1.2008.

[142] New York Times, 4.1.2008, (A.P.), Japan Stocks Fall to 1-Year Low Le azioni alla boraa nipponica cadono al minimo da un anno.