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      12. Nota congiunturale - dicembre 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

 

Angelo Gennari

 

 

 

                                                                                (30.11.2015)

(chiusura: 22:54)

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti. Cliccando nel testo il link evidenziato lo si  può aprirlo direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, fare attenzione però a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero, per un semplice errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc436683918 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc436683919 \h 1

E se per una volta parlassimo un po’ di cambiamento climatico?. PAGEREF _Toc436683920 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.. PAGEREF _Toc436683921 \h 2

Tranquilli, vi appoggiamo anche noi … ma da qui dietro. PAGEREF _Toc436683922 \h 7

in Africa. PAGEREF _Toc436683923 \h 10

CINA.. PAGEREF _Toc436683924 \h 11

Ma non è bello?!? Dopo 66 anni i leaders di Cina e Taiwan, si incontrano: sullo stesso piede. PAGEREF _Toc436683925 \h 13

nel resto dell’Asia. PAGEREF _Toc436683926 \h 14

Vedi un po’il progresso… sotto la giunta prima eravamo tutti repressi…... PAGEREF _Toc436683927 \h 15

EUROPA.. PAGEREF _Toc436683928 \h 16

Su Parigi… e il mondo. PAGEREF _Toc436683929 \h 16

Siamo qui noi prima di voi; adesso statevene fuori: non vogliamo che ci roviniate il nostro modo d vivere!. PAGEREF _Toc436683930 \h 20

Vogliono puntare a farne una base statale del Califfato dell’Africa NOtrd-Centrale, con propaggini a Ovest (Sudan) e a Est (Camerun, appunto) Una base poi per la loro futura espansione Bolo Haram, fino a un anno fa, fino a una reazione forte e repressiva ma un po’ ciecamente condotta dal governo del Camerun, aiutato dalla Francia anche qui, e da una abborracciata milione militare inter- PAGEREF _Toc436683931 \h 21

L’area sotto attacco di Boko Haram intorno al lago Ciad stesso. PAGEREF _Toc436683932 \h 21

  Gli USA avvertono la Russia di non immischiarsi negli affari degli altri!!!. PAGEREF _Toc436683933 \h 25

Ci ho ripensato, caro Barak, e ho portato un amico…... PAGEREF _Toc436683934 \h 26

STATI UNITI. PAGEREF _Toc436683935 \h 26

in America latina. PAGEREF _Toc436683936 \h 28

GERMANIA.. PAGEREF _Toc436683937 \h 29

Ancora (e sempre) il campione europeo?. PAGEREF _Toc436683938 \h 30

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc436683939 \h 30

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc436683940 \h 31

 

 Il lettore tenga a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

L’agenda politico-istituzionale economico globale di dicembre 2015 prevede tra gli appuntamenti di maggior prevedibile rilievo

·         3-5 dicembre , elezioni  presidenziali alle isole Seychelles.

·         6 dicembre, in Armenia referendum costituzionale: ne estende il mandato da5 a sette anni, ma non ripetibile e legato alla maggioranza parlamentare col rafforzamento di un ruolo meno presidenzialista del sistema.

·         6 dicembre, malgrado le speculazioni – letteralmente i sospetti dei partiti di opposizione sul rinvio di un impaurito presidente Maduro delle presidenziali in Venezuela, finora tutte smentite: è in gioco, anche stavolta,  l’approvazione  popolare del carattere “bolivariano”, nettamente e anche sprezzantemente indipendente di Caracas da Washington che da anni però l’ha condannata a subire le sanzioni americane, malgrado i forti scambi e gli interessi esistenti tra  i due paesi.

·         13 dicembre, elezioni presidenziali e parlamentari in Repubblica centrafricana.

·         20 dicembre, Spagna, elezioni parlamentari.

nel mondo in generale

●Nel corso delle prime due settimane di dicembre, a partire dal 30 novembre e per dodici giorni,  Parigi nel clima del nous sommes en guerre del post-attentato dello Stato Islamico, ospiterà 200 rappresentanti – pochi capi di Stato, se non forse all’apertura, proprio per non fare col terrorismo sguinzagliato brutta figura a casa: poi restano, forse, di ogni governo i ministri o i sottosegretari all’ambiente― che tanto non contano niente. E’ il vertice della cosiddetta CCC, la Conferenza mondiale dell’ONU in preparazione da anni sul Cambiamento climatico.

La sua segretaria esecutiva Christiana Figueres, costaricense e per mestiere professionsta- ottimista dice che mai tanti Stati hanno preso impegni così seri contro l’inquinamento globale.

Ma poi è costretta ad ammettere che delle grandi richieste ormai poste agli Stati dal 90% degli scienziati e dei veri esperti del mondo neanche una – solo una – delle misure ritenute e che anche i profani sanno orma imprescindibili sono e saranno accolte.

Commenta amaro da tutti i punti vista il cartonista principe del NYT, Chappatte,

●E se per una volta parlassimo un po’ di cambiamento climatico?

Certo che il clima qui è proprio brutto…

§    

Fonte: INYT, 27.11.2015, Patrick Chappatte  

●Parlando al vertice latino-americano/paesi arabi― ASPA, a Riyād, il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, ha chiesto con forza che sul mercato globale del greggio bisogna ormai applicare “politiche eque dei prezzi” e ha annunciato anche che il suo paese ospiterà il prossimo ASPA. Maduro è da tempo che, in ogni sede, chiede un prezzo fisso per questo prodotto essenziale per il suo paese che – per ragioni solo e strettamente politiche (odio all’Iran e anche alla Russia) – proprio l’Arabia saudita si è battuta, anche perdendoci essa stessa, hanno fatto abbassare i prezzi. Comodo per noi, consumatori, certo, non per i produttori: quasi tutti del cosiddetto Terzo mondo (El Universal/Caracas, 11.11.2015, Maduro instó― ha insistito― a crear una “fórmula” para un “precio justo” del petróleo ▬ http://www.eluniversal.com/economia/151111/maduro-insto-a-crear-una-formula-para-un-precio-justo-del-petroleo).

●Riyād non risponde, però, pubblicamente e re Salman bin Abdulaziz torna a confermare, incontrando sempre in quell’occasione il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi , di voler tenere l’accento su quelle che devono essere le priorità della loro alleanza come elencate in sostanza nell’impegno bilaterale del cosiddetto “accordo del Cairo” firmato a luglio e rimasto finora lettera morta. In esso i due ribadivano di essere fianco a fianco e in prima fila contro la diffusione degli interessi sci’iti e, segnatamente, contro l’Iran (Rapid News Network/NY & Jedda, 11.11.2015, J. Carter, Sisi heads for Riyadh Tuesday for Arab-Latin America Summit Sisi va a Riyād per il vertice arabo-latino/americano [ma in realtà per coordinare col re saudita come perseguire la guerra santa contro sci’iti e Iran] ▬ http://rapidnewsnetwork.com/sisi-heads-for-riyadh-tuesday-for-arab-latin-america-summit/274665).

●La Tunisia, che è stata già rovinata  (commercio, turismo), dalle stragi del Bardo e del resort diSousse, s’è trovata scombussolata e squassata dall’attentato di un assassino-suicida che si è fatto saltare in aria con 12 Guardie presidenziali che si stavano trasferendo dalla caserma centrale al Palazzo, causando anche una dozzina di feriti gravi. E certo, quando i guardiani che guardano il numero uno di un paese, non sono neanche in grado di garantire la loro sicurezza è dura: specie trattandosi, come qui, dell’unico paese che ha, con difficoltà, applicato e fa sopravvivere la “primavera” in nell’area nord-africana e mediorientale: cioè, una forma di democrazia nella quale possiamo anche noi riconoscerci (Rt. Franc/Mosca, 24.11.2015, L’explosion d'un bus de la garde présidentielle en plein centre de Tunis fait au moins 15 morts ▬ https://francais.rt.com/international/10973-tunisie-explosion-bus-garde-presidentielle).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●Il ministro del Petrolio dell’Arabia saudita ha reso noto che il governo “pensa” all’aumento del prezzo domestico della benzina, e dell’energia in generale, nel tentativo di frenare un deficit di bilancio che tocca ormai il 20% del PIL annuale. Il prezzo del petrolio è restato da mesi molto basso – anche e soprattutto per responsabilità di una politica saudita che formattandolo,  guidandolo e di fatto imponendolo al resto del mondo per ragioni ideologico-politiche proclamava di mirare a “rovinare” i bilanci di Iran e Russia – ma dimenticando che essa stessa dalla rendita e dalla vendita dei suoi combustibili fossili dipende anche più di Mosca e di Teheran s’è, così, però come si vede economicamente auto-silurata. Un Te Deum, si direbbe, trionfale della palingenesi dei fini e delle sue mai previste conseguenze suicide collaterali (The Economist, 30.10, 2015)...

●Gli Stati Uniti stanno per annunciare l’invio (ma niente di preciso, a cominciare dal quando e da quanti …) di 20-30 consiglieri speciali militari in Siria per assistere le forze che si battono contro lo Stato Islamico (lo riferisce Stratfor, 30. 10.2015, Syria: U.S. To Send Military Advisers, Officials Say Gli USA invieranno, dice un portavoce, consiglieri militari in Siria [manco fossero 30 o 40 arcangeli san Michele… ma cominciano sempre così, no?, dai “consiglieri”] ▬ https://www.stratfor.com/ situation-report/syria-us-send-military-advisers-officials-say).

Cominceranno col consigliare, addestrare pianificare, collegare e coordinare come decidono loro i raids aerei dei vari paesi che collaborano in quel paese contro l’ISIS e contro il governo di Assad e finiranno come fanno sempre con l’impantanarsi, se va ancora bene, e col tempismo consueto, lo annunciano, o meglio lo fanno trapelare, il giorno in cui a Vienna si riuniscono, insieme ai protagonisti siriani, oltre una dozzina di paesi.

Tutti quelli che nel bene o nel male nella zona contano (dall’Arabia saudita alla Turchia e all’Iran, stavolta, dalla Siria stessa alla Russia) – e anche qualcuno che, come l’Unione europea non conta niente per discutere di una risoluzione dicono diplomatica. Anche se intendono, in realtà, dire una risoluzione politica della guerra civile siriana.

●In Siria – più precisamente sui colloqui di pace per la fine di quella guerra civile cui per la prima volta partecipa – l’Iran denuncia il ruolo “ostruzionista” dell’Arabia saudita nella discussione e annuncia che, se andrà ancora avanti così, con una simile “negatività” potrebbe anche “andarsene”. Gli USA non vogliono, però, che su questo punto Riyād la… spunti, avendo insistito sulla presenza di Teheran a Vienna, proprio contro i sauditi, forse presumendo di poterli convincerli od obbligarli – come il fatto nuovo che vuole cercare di sfruttare per convincere Assad – loro sarebbero anche d’accordo con Kerry e sarebbero in grado di persuadere anche lui ad andarsene….

Non subito, però, come esigono i sauditi, i turchi, un po’ tutti i sunniti (Stratfor, 2.11.2015, Iran Threatens To Pull Out Of Talks L’Iran [a Vienna]minaccia di andarsene via dai colloqui  ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/syria-iran-threatens-pull-out-talks).

Poi, però, sono proprio gli Stati Uniti a insistere con Teheran invitando gli ayatollah a una maggiore “pazienza”, riconoscendo di fatto le “provocazioni” saudite (esempio: parlandone senza mai rivolgersi loro direttamente, gli uomini di Ryiād usano chiamarli, semplicemente, gli “eretici”…).

Ma l’8 novembre, la Guida suprema, Khamenei, annuncia che il governo sarà presente alla prossima sessione, il 14 novembre; aggiungendo che, per uscirne, bisogna arrivare a fermare con un cessate il fuoco la guerra civile.

●Anticipando di pochi giorni la ripresa dell’incontro di Vienna, Mosca ha reso pubblico, ma solo a grandi linee, un testo che proporrà solo lì in dettaglio da scrivere tra tutti i governi e i poteri presenti (Russia stessa, USA, Iran e altri 12 Stati, mentre le delegazioni dei ribelli presenti non sono ovviamente tali).

Tra l’altro la Russia propone che i siriani, tra loro, scrivano una nuova Costituzione da sottoporre poi a referendum entro 18 mesi (Al-Araby, 11.11.2015, Russia calls for new Syrian constitution in 18 months La Russia propone che i siriani entro 18 mesi lavorino a una nuova Costituzione http://www.alaraby.co.uk/english/news/2015/11/11/russian-peace-plan-leaked-ahead-of-syrian-crisis-talks).

E chiede anche nuove elezioni presidenziali senza menzionare il ruolo che Assad stesso potrebbe/dovrebbe averci. La reazione del governo siriano è stata, a dir poco fredda, mentre uno dei capi principali dei ribelli, Haitam al-Maleh ha reiterato che loro sono contro ogni ruolo di Assad che, semplicemente, se ne deve andare da subito, durante il periodo stesso di transizione. Naturalmente, i ribelli sono convinti che vincerebbero loro a un voto libero, supervisionato strettamente e internazionalmente: ma non vogliono correre rischi… fosse che fosse che avessero mai ragione le minoranze etniche e confessionali che malgrado tutto lo preferirebbero a loro e i sondaggi periodicamente rilevati ancor oggi da americani e britannici che le cose, malgrado le pressioni ricevute dai loro governi perché le tacciano, invece, le dicono?  

In questa situazione di impasse totale tutto resterà ancora affidato alle armi e la stessa Russia potrebbe trovarsi impantanata in una guerra complessa senza visibili sbocchi in vista (Stratfor – Analysis, 6.11. 2015, Syria: The Limits of Foreign Military Support Siria: i limiti del sostegno militare straniero [bè, in tema, gli americani sì che se ne intendono] ▬ https://www.stratfor.com/analysis/syria-limits-foreign-military-support).

●Alla fine della riunione di Vienna il segretario di Stato americano Kerry e il ministro degli Esteri russo Lavrov hanno annunciato, in conferenza stampa congiunta alla presenza di Staffan de Mistura, naturalizzato italiano, già vice-ministro tecnico degli Esteri nel governo Monti e dal 2014 rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU per la Siria, come “primo passo”, convocheranno governo siriano e rappresentanti dell’opposizione già il 1° gennaio prossimo venturo. All’o.d.g., molto e forzatamente fiducioso, il cessate il fuoco e elezioni entro 18 mesi.

Il cessate il fuoco tra governo e “opposizioni riconosciute” – come le chiama Kerry… ma quali sono? riconosciute da chi? – dovrebbe avere inizio entro sei mesi  e una nuova Costituzione dovrebbe essere in vigore entro 18 mesi per consentire il voto entro il 1917 (con o senza Assad? i  tre della conferenza stampa non dicono niente in proposito, né lo direbbero nemmeno sotto tortura). Non saranno interrotti i raids contro l’ISIS né gli affiliati in loco di al-Qaeda,come quelli di al-Nusra che resteranno bersagli di attacchi militari anche dopo il cessate il fuoco. I 17 delegati rappresentanti i loro paesi, inclusi i ribelli siriani, alla fine hanno accettato, senza prendere impegni formali sul punto e lasciando parlare per tutti, alla presenza dell’ONU, solo i due grandi, obbligati essi stessi però a restare nell’ambiguità necessaria, di riconvocarsi fra un mese per verificare i progressi fatti. Se progressi poi,  ce ne saranno…

Intanto però, di fatto e nel testo, è passato silenziosamente accettato da tutti il piano dei russi[1]

In effetti, si apre lì, a Vienna, un’iniziale spiraglio primo dei quali è forse la voce – in realtà qualcosa di più: ne parlano anche dal governo stesso di Damasco – che Bashar al-Assad resterà ancora fino alle elezioni ma non si presenterà per essere rieletto… e in Arabia saudita, in parallelo lasciano sapere che convocano (Stratfor, 19.11.2015, Saudi Arabia: Syrian Rebel Meeting Reportedly Set For Dec. 15― Viene riportato [dall’inviato ONU a Vienna, Staffan de Mistura, riferisce al-Arabiya News Channel] che l’Arabia saudita riunirà a casa sua a metà dicembre un incontro di [quelli che essa chiama] i siriani  ribelli [contro Assad, i ‘moderati’ o ‘liberi’ siriani: altri dicono che, essendo essi suoi figli legittimi e pagati direttamente, questa razza di islamisti (moderati e liberi) proprio non esiste] https://www.stratfor.com/situation-report/saudi-arabia-syrian-rebel-meeting-reportedly-set-dec-15). E poi lo conferma, ufficiale, anche l’ambasciatore di Riyād all’ONU.

L’ultima parola, detta quando era segretaria di Stato di Obama, nel corso del primo mandato, da Hillary Clinton – chiarissima anche se alla fine non portò, come al solito, a conseguenza alcuna – per la sua codardia e quella di Obama – è in un telegramma ufficiale agli Atti del dipartimento che lei presiedeva e testimonia della scelta di fondo filo-ISIS della monarchia saudita e rimasto segretissimo per anni. Ma ora è pubblico, spubblica chi a Riyad fece quelle scelte sciagurate e chi, senza dirgli neanche bah, gli consentì di farle.

Sintetizza, e facendolo titola correttamente sui contenuti riportandoli quanti sono a decine in decine di colonne del giornale dei “Dispacci segreti dell’Ambasciata in Arabia, in cui Hillary Clinton asseriva [uno per tutti, il 30.12.2009] come l’Arabia saudita fosse una ‘fonte critica di finanziamento del terrorismo’ (Guardian, 21.11.2015,US embassy cables: Hillary Clinton says Saudi Arabia 'a critical source of terrorist funding' ▬ http://www.theguardian.com/world/us-embassy-cables-documents/242073). Ma non è che gli USA, in specie, ma neanche l’Europa (sì, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia… ) per non dire di Turchia e Stati del Golfo, siano rimasti essi stessi esenti da responsabilità gravi nell’incubazione del mostro Stato Islamico-ISIL.

Un documento datato agosto 2012, recentemente declassificato della Defense Intelligence Agency USA (la DIA, lo spionaggio militare, non la CIA: il primo tra i 16 enti statali dell’obesa intelligence americana che malgrado ogni sforzo agiscono quasi sempre l’uno all’insaputa dell’altro) diceva  chiaro, e di fatto prendeva atto del fatto che ormai si stava concretando la prospettiva di un “principato salafista[2]nella  Siria orientale e di uno Stato islamico controllato da al-Qaeda” o qualcosa di simile.

Già allora vedevano e preparavano – o si preparavano, per essere un poco più cauti, o semplicemente in totale incoscienza attendevano l’arrivo del Califfo Al-Baghdadi a Mosul – e in Iraq stavano costruendo un’altra alternativa a Assad vista l’inefficacia totale dei loro “liberi ribelli(Guardian, 21.11.2015, Seumas Milne, Now the truth emerges: how the US fuelled the rise of ISIS in Syria and Iraq Ora viene fuori la verità: come gli USA hanno alimentando la crescita dell’ ISIS in Siria ed Iraq http://www.theguardian.com/ commentisfree/2015/jun/03/us-isis-syria-iraq).

E, adesso, al Pentagono – la  DIA è roba loro, del resto – sequestrando montagne di e-mails – ma si viene a sapere solo da spifferi di stampa – e allargando l’inchiesta non su chi fece, o lasciò fare ai sauditi senza dir niente, quelle scelte sciagurate ma su chi, più di recente, nella lunga catena di comando che collega i fronti contro lo SI a Washington ha gonfiato un a specie d’impasse come nei fatti si è visto in avanzate decisive e nella prossima vittoria finale – domani… al massimo dopodomani – contro i tagliagole (New York Times, 21.112015, M. Apuzzo, M. Mazzetti e M. S. Schmidt, Pentagon Expands Inquiry Into Intelligence on ISIS Surge Il Pentagono allarga l’inchiesta sul buco di intelligence [o sulle menzogne spacciate per fatti] sull’impennata del’ISIL ▬ http://www.nytimes.com/2015/11/22/us/politics/military-reviews-us-response-to-isis-rise.html?_r=0).

Questo è  – forse… forse – il principio di una via politico-diplomatica verso una tregua e, poi, forse la pace in Siria che sembra vincente, sotto la spinta congiunta della crisi in Europa dei rifugiati/migranti, della esplosione dell’aereo russo sul Sinai e degli attacchi  jihadisti a Parigi… e di mille altri crimini di massa dei quali però nessuno s’è visto, parla.  

●Nel frattempo, la Russia prosegue i suoi bombardamenti – che dice essere mirati in base alla propria intelligence e alla propria ricognizione satellitare – con stormi di bombardieri Su-34/Sukkoi concentrandoli dove all’ISIS sicuramente fa male di più: sulle colonne di autobotti che trasportano il greggio che vende e su tutta l’infrastruttura petrolifera dello Stato Islamico, in Siria e anche in Iraq (Kataeb.org, 18.11.2015, Russian Su-34 bombers started striking oil infrastructure controlled by the Islamic State― I bombardieri russi Su-34 cominciano [ma sono giorni che già lo fanno] a colpire le infrastrutture petrolifere controllate dallo Stato Islamico http://www.kataeb.org/regional/2015/11/18/ russia-begins-striking-isis-oil-infrastructure-in-syria#).

E continuano anche a colpire – e a documentare in giornaliere dettagliate conferenze stampa (hanno imparato PR dagli americani che tendono a non concederle più come una volta: del resto, loro hanno anche di meno da narrare ― e le tiene di regola il col. gen. Andrey Kartapolov, dello stato maggior generale dell’Armata rossa (Defense News, 18.11. 2015, M. Brodner, Russia shows early success, new capabilities in Syria La Russia mostra i suoi primi successi e le sue nuove capacità in Siria http://www.defensenews.com/story/defense/policy-budget/warfare/2015/10/18/russia-shows-early-success-new-capabilities-syria/74041722).

Per esempio, fornisce foto e riprese satellitari ad alta risoluzione dei missili da crociera lanciati dal loro territorio, dal Mar Nero, e dei loro effetti a bersaglio  su Raqqa, la “capitale” dello SI in Siria corredata di una narrativa dettagliata di quanto e come si sforzino i suoi aerei, missili e droni di evitare danni collaterali alla popolazione civile: senza peraltro grande credibilità come del resto giustamente succedeva agli americani che il termine stesso se lo inventarono.

Poi, da un altro press briefing tenuto dal ministro della Difesa Shoygu  e del comandante delle operazioni della lotta del Caspio, Sergey Yekimov, si specifica che hanno preso parte di lì, da 1.500 km. in linea d’aria, al fuoco contro 7 obiettivi dell’ISIS in Siria, con 18 missili cruise, il 22 novembre, 3 corvette (la Dagestan Uglich, la Veliky Ustyug e la Grad Svyazhsk (Interfax/Mosca, 22.11.2015, Russian corvettes fire cruise missiles from Caspian Sea against ISIL targets― Corvette russe lanciano missili da crociera dal mar Caspio contro bersagli ISIS http://sputniknews.com/military/2015/1027190837.html).

●Dopo l’abbattimento da parte dei turchi, dell’aereo russo SU-24 Sukkoi che operava contro l’ISIS, in  qualche modo persino presagito dalla propensione turca all’aggressività anche con chi è suo interlocutore e di fatto alleato e potrebbe anche fargliela pagare cara – colpevole secondo gli stessi turchi, di aver al massimo sconfinato a velocità supersonica nel suo spazio territoriale, “di qualche secondo”, fino forse a 17, dicono a Ankara stessa nel corso di un attacco all’ISIS.

Adesso Mosca, facendo comunque prevedere che un simile attacco sarà in un modo o nell’altro “castigato” (  ragion che spiega forse come la Turchia, colta da improvvisa cautela annunci ora  che, per il momento, mette temporaneamente fine ai suoi voli armati sulla Siria e ha dovuto anche subire il rinvio dell’incontro previsto  tra i due presidenti sostituito dai ministri (Hürriyet Daily News, 24.11,2015, Russia’s Lavrov cancels Turkey trip after jet downed Il russo Lavrov cancella il viaggio in Turchia dopo l’abbattimento del suo jet http://www.hurriyetdailynews.com/default. spx?pageID 238&nid=91604).

Ma poi Mosca impone unilateralmente anche l’immediato ristabilimento dei visti d’ingresso ai cittadini dei due paesi e, praticamente senza soluzione di continuità, l’annullamento dell’incontro dei ministri degli Esteri, Sergei  Lavrov e Mevlüt Çavuşoğlu ma e soprattutto la rimessa in questione urgente, per ora graduale del carbone russo fornito ad Ankara e la riconsiderazione “radicale” dei russi dello stesso progetto Turk Stream2, per strategico e ultramiliardario che sia con un partner così poco affidabile, volubile e ripiegato sulle sue piccole cose di bottega (i curdi come i nemici principali e non l’ISIS, i sirani e non il Califfato) e con nessuna visione davvero strategica di quel che per tutti oggi è il nemico principale.

Del caccia abbattuto è sopravvissuto e è stato recuperato vivo il co-pilota salvato dal paracadute e subito trasportato nella base aerea russa di Latakia in Siria dalle forze speciali spetznatz e dai soldati siriani. Mentre il pilota è stato non proprio coraggiosamente abbattuto sparandogli come al tiro a bersaglio mentre era inbracato sul paracadute planante da una specie di plotone d’esecuzione di una banda di miliziani turcomanni schierati a metà con l’ISIS e i militari regolari turchi che gli stavano dando la caccia.

Anche un marine russo coinvolto nelle operazioni di ricerca a terra è morto ed è improbabile che i russi, operativamente ora non perseguano fino in fondo la ricerca dei loro assassini (Veterans Today/Washington, 25.11.2015, Missing Russian Pilot Jet’s Rescued, Back to Airbase in Syria― Il pilota russo ancora, in specie,  mancante del jet abbattuto recuperato e salvo in una base russa in Siria [eccellente organo che sistematicamente critica le politiche ufficiali di governo e forze armate da parte di chi le guerre americane le ha combattute tutte – specie quelle sbagliate e deleterie, almeno dal Vietnam in poi, tornati fieramente contrari alla sudditanza USA verso Israele e Arabia saudita in specie riflettendone fedelmente e largamente il comune sentire]  http:// www.veteranstoday.com/2015/11/25/missing-russian-jet-pilot-rescued-back-to-airbase-in-syria).

●Si affretta, comunque lo stesso governo turco, il ministro per l’Energia Berat Albayrak a proclamare, che “per quel che lo riguarda” l’abbattimento dell’aereo russo non costituisce una minaccia allo sviluppo degli accordi energetici in atto e in via di definizione tra Russia e Turchia che resta, dice Gazprom, il secondo maggiore acquirente di gas naturale da Mosca con entrambi i paesi che collaborano alla costruzione del determinante gasdotto TurkStream (Fort Ross/Sonoma, Calif., 24.11.2015, Interfax News Agency/Mosca, Russia adjustments resulting from the downing of the Su-24 by Turkey ▬ Diversi gli aggiustamenti russi in corso dopo l’abbattimento dell’Su-24 dai turchi http://fortruss.blogspot.it/2015/11/russian-adjustments-resulting-from.html).

●Imbarazzato è il silenzio di piombo con cui la Casa Bianca – e, agli ordini come sempre, la NATO… – hanno subito – senza prove, senza inchiesta alcuna se non la parola di Erdoğan – appioppato la colpa ai russi. Peccato per loro – per noi – anonime – anonimissime – fonti del Pentagono che hanno visto via satellite tutto,  testimonino adesso che (frase riportata, tra virgolette, dal  foglio semi-segreto usato per far filtrare ciò che non può né vuole dire ufficialmente ma vuol far filtrare NightWatch, 24.11.2015 ▬ NightWatch KGS, for the night of Nov 24 2015 ▬  http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/ middleeast/syria/12013369/Turkey-shoots-down-Russian-military-plane-on-Syria-border.html); e anche, per dire, ma non così chiaro e credibile, certo, The Telegraph/Londra, 24.11.2015, Turkey Shoots Doiwn Russian Military Plane on Syria― La Turchia abbatte sulla Siria un aereo militare russo http://www.telegraph. co.uk/news/worldnews/ middleeast/syria/12015465/Turkey-shoots-down-Russia-jet-live.html) Qui fonti anonime militari USA informano la stampa di giudicare che l’aereo è stato abbattuto nello spazio aereo siriano e che i militari turchi hanno violato lo spazio aereo siriano”.

Un ultimo punto, l’unico che conta poi in diritto internazionale,e che l’SU-24M Sukhoi  cacciabombardiere bireattore a doppio getto, era in Siria a caccia dei tagliagole su richiesta esplicita del governo siriano, l’unico ente statuale che rappresenta il paese all’ONU e che quindi, sconfinamento di 17 secondi del russo o degli F-16  turchi in Siria, prima facie – con le rivelazioni americane poi – o no, Mosca ha dalla sua proprio il diritto internazionale.     

●Adesso, diciamo per fare il punto, siamo giunti al cosiddetto reality check, anche per l’Arabia saudita, a una lezione sul peso della realtà contro le illusioni e la megalomania ideologico-teosofica dei suoi monarchi. I figlioli che aveva allevato, nutrito, armato e sguinzagliato a istruire il n tutto il mondo islamico delle sue scuole coraniche wahabite non hanno dichiarato guerra solo agli infedeli cristiani e ebrei e agli eretici sci’iti, ma anche ai fedeli che non lo sono proprio a 24 carati. Come i regnanti sauditi.

E che si tratti di una discendenza diretta, ormai lo sanno tutti― tutti gli Stati, tutte le cancellerie del mondo. Anche queste pagine lo sono andate documentando da anni. Ora arriva una nuova, concisa testimonianza di un giornalista saudita obbligato, per non rischiare di essere legalmente “decapitato” e uscito ora sul NYT: che attesta e documenta, fatto per fatto, i misfatti e i delitti cui ha dato vita e scatenato nel mondo il wahabismo fondamentalista del califfato, da esso stesso inventato ma sùbito andato fuori controllo, scavalcando il modello: perché questo, con gli orpelli dello Stato monocratico e assolutista totale  è  anche, un po’, soggetto ai freni che il suo stesso gli impone. Ma ne è anche il modello (New York Times, 20.11.2015, Kamel Daoud, Saudi Arabia, an ISIS that has made it Arabia saudita, un’ISIS che si è già realizzata ▬ http://www.nytimes.com/2015/11/21/opinion/ saudi-arabia-an-isis-that-has-made-it.html?_r=0).

Intanto, a dimostrazione di quanto ormai proni siano a certi interessi gli USA – diritti o non diritti umani, come a tutti in realtà, non gliene può davvero importare di meno di fronte a miliardi di export e al petrolio – il Dipartimento di Stato ha subito approvato il piano di vendita per 1,3 miliardi di $ che rimpiazza d’urgenza lo stock di bombe USA dei sauditi in via di esaurimento con la campagna contro lo Yemen o, se volete, per riconsegnarlo ai loro protetti e soggetti (The Economist, 20.11.2015).

●In Iraq, combattenti curdi e di etnia yazida hanno sferrato, sostenuti dalle bombe della coalizione messa insieme dagli USA, un assalto massiccio riprendendosi dallo Stato Islamico il controllo della città-chiave di Sinjar. Chiave davvero, perché se i combattenti anti-islamisti riescono a tenere e controllare la strada principale che collega Mosul a Raqqah sarebbero riusciti a spaccare, letteralmente, il Califfato.

Ancora una volta, dimostrando di essere la forza militare che più efficacemente è capace di combattere e anche di sconfiggere i tagliagole (FARS News Agency/Teheran,13.11.2015, Iraq’s Peshmerga Win Back Sinjar I peshmerga [curdi] iracheni riconquistano Sinjar httcon to sish.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13940822000297).

Tranquilli, vi appoggiamo anche noi … ma da qui dietro

    Territorio dell’ISIS                   Peshmerga     Noi siamo qui a fare il tifo,…dietro di on voi  

Fonte: INYT, 13.11,2015, Patrick Chappatte

●Intanto, in Iran, il presidente Rouhani, il numero due del sistema dopo Khamenei, lamenta che molti media legati agli apparati di sicurezza alimentano un’ondata populista di “reazione” all’apertura che lo stesso Khamenei ha appoggiato di apertura “negoziata e garantita” dell’Iran al mondo e del mondo all’Iran anche, contraddittoriamente a volte, criticando chi vuol “negoziare” con gli USA.

“Lasciando comunque e troppo spesso ottenendo diversi arresti arbitrari e chiusure di organi di stampa arbitrarie perché non decise dalle autorità giudiziaria ma dai servizi segreti o di sicurezza (New York Times, 8.11.2015,T. Erdbrink,  Iran’s President Suggests Link Between Hard-Line Media and Arrests― Il presidente dell’Iran indica un collegamento tra i media della linea dura e una serie di arresti http://www.nytimes.com/2015/11/09/world/middleeast/iran-president-hassan-rouhani-hard-line-media-arrests.html?_r=0).

Sono fogli che dicono perfino ai lettori chi l’indomani sarà arrestato”,  dice – e a chi scrive sembra importante che lo denunci pubblicamente – e agiscono nei fatti come una forza di polizia ufficiosa “sotto copertura”.

●In Libia, rispondendo all’annuncio del presidente-dittatore al-Sisi, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha precisato che l’alleanza la aiuterà ma puntigliosamente e chiaramente proclamato che non ci sarà alcun intervento militare di rilievo maggiore. Qualsiasi missione servirà solo ad addestrare le truppe regolari (sic!) dell’impotente governo di Tobruk e a “cercare di stabilizzarlo(Daily Mail/Londra, 5.11.2015, UN resolution needed for any NATO role in Libya Una risoluzione dell’ONU sarebbe indispensabile per ogni ruolo della NATO in Libia [e poi ci vorrebbe l’unanimità, o almeno l’assenso tacito, di chi non volesse starci m lasciar fare agli altri e l’approvazione dei governi e/o dei parlamenti degli Stati interessati…] ▬ http://www.dailymail.co.uk/wires/afp/article-2991992/UN-resolution-needed-NATO-role-Libya.html).

Vince, come se della grottesca farsa ci fosse bisogno, il superfeldmaresciallo fellone e attuale presidente El Sisi d’Egitto che porta a casa tutti, nessuno escluso neanche per salvare pro-forma la faccia i 60 seggi del secondo turno delle parlamentari, completando l’en plein cui mancano solo i 222 candidati in corsa a inizio dicembre nel ballottaggio – dove tutti i suoi candidati sono largamente in testa. Ma va notato – e questo non l’ha potuto mascherare neanche lo stesso El Sisi – che la partecipazione al voto è stata pressoché inesistente, pur con tutte le pressioni esercitate (Stratfor – 25.11.2015, Egypt: Alliance Loyal To President Wins Big In Parliamentary Vote Egitto: L’alleanza “leale” al presidente vince alla grande (ah! ah!) nel voto parlamentare https://www.stratfor.com/situation-report/egypt-alliance-loyal-president-wins-big-parliamentary-vote).      

●In Egitto, sul Sinai, il 31 ottobre, mentre riportava a casa, a San Pietroburgo da Sharm-el-Sheick,  un carico di ragazzi e di turisti russi dal Mar Rosso, un Airbus-21 russo di una compagnia privata low-cost dell’aviazione civile, il volo KG-L9268 si è spezzato in volo ed è precipitato, uccidendo 224 persone, equipaggio compreso. Il presidente del Comitato interstatale dell’Aviazione, Victor Sorochenko, ha subito detto che non si può ancora concludere nulla sulle cause del disastro, pur non escludendo, dopo qualche ora, non tanto un missile terra-aria quanto forse un passeggero-suicida. O un ordigno filtrato  (erroneamente? apposta?) tra il bagaglio stivato sull’aereo (forse, ipotizzano gli egiziani, addirittura una bombola da sub imbarcata, inspiegabilmente in stiva piena e non controllata)…

Dopo una settimana, quasi tutte le compagnie aeree commerciali – ultime quelle russe su ordine personale di Putin, penultime le inglesi e qui lo ha disposto il PM Cameron – sospendono i voli per e da Sharm-el-Sheick. Fino a un assai più sicuro accertamento dei fatti.  

Perché in ogni caso, lo Stato Islamico – vero o falso che sia – attraverso i suoi affiliati in loco, nel Sinai occidentale, ai confini con Israele e Gaza, ha rivendicato il disastro perché – dice l’aviazione militare russa sta bombardando in molti luoghi i suoi bersagli. Insomma, dente per dente… (Yahoo News, 1.11.2015, Samer Al-Atrush with Maria Antonova, Investigators probe deadly Russian plane crash in Egypt― Gli inquirenti esaminano i rottami dell’aereo precipitato in Egitto http://news.yahoo.com/ russian-civilian-plane-crashes-sinai-egypt-pm-080736703.html).  

●In Israele, il PM Netanyahu cerca, con grande riluttanza, di porre rimedio all’ennesima figura di mentitore sesquipedale cui dopo oltre una settimana di speculazioni in malafede sul falso storico della peggiore propaganda del sionismo di destra del suo  mentore e idolo di gioventù, Menahem Begin a cui si rifà è andato avanti, screditato e irriso per il mentitore che è da ogni esperto e storico, anche di parte sua, demonizzando il Mufti di Gerusalemme del 1941 e tutti i palestinesi di ieri e di sempre dice per avere speso se stesso e convinto Hitler a adottare, dovunque i nazisti occupassero l’Europa, la soluzione finale per gli ebrei, lo sterminio e la Shoa. Che chiamano, e chiamiamo spesso Olocausto come se implicasse un qualunque sacrificio volutamente compiuto e non, invece,  spietatamente pianificato e subìto.

Adesso, dopo una settimana di Intifada dei coltelli ad arroventarli ancor più con questa predicazione pericolosa e fraudolenta (certo Husseini era anticolonialista, anti-britannico e – sbagliando su tutto – puntava al crollo con la sconfitta britannica dell’impero coloniale di Sua Maestà Giorgio VI: ma ciò, per sbagliato che fosse. era però comprensibile dal punto di vista di chi dagli inglesi era occupato e sfruttato e con la Shoa non c’entrava niente.

Ora – non  alla radio, non in un discorso in parlamento, non alla Tv ma furbescamente per Twitter – Netanyahu ritira l’accusa – lo riferisce molto freddamente e neutralmente dopo tutto, è l’amico Netanyahu che parla e, si sa: ma so’ ragazzi… lui è sempre un po’ sopra le righe (New York Times, 30.10.2015, Jodi Rudoren, Netanyahu Retracts His Assertion That Palestinians Indìspired the Holocaust Netanyahu ritira ls sua asserzione sull’Olocausto, ispirato dai palestinesi [cioè si inventa, e sbraita, che fu loro l’idea non dei nazisti. Perfino i tedeschi, i cui negazionisti si contano del resto ormai su una mano, hanno subito frenato e la stessa Merkel gli ha dato anche del matto e pericoloso] http://www.nytimes. com/2015/10/31/world/middleeast/ netanyahu-retracts-assertion-that-palestinian-inspired-holocaust.html?_r=0).

●Intanto, dopo anni di pressioni, l’Unione europea ha “ceduto” – dice Israele, mentre Bruxelles asserisce di aver solo deciso di applicare princìpi e regole troppo a lungo dormienti, emanando nuove linee guida finalmente cogenti che impongono ai prodotti alimentari della Cisgiordania illegalmente e militarmente occupata da Israele e sulle alture del Golan, siriano, anch’esse occupate  dal 1967 (ormai 48 anni) di essere etichettati per essere legalmente esportate in Europa come provenienti dalle colonie palestinesi di Israele o “dalla Palestina”. Cioè, semplicemente, la verità (The Economist, 13.11.2015, Israel and Palestine – Stick a label on it…― Metteteci un’etichetta… http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21678251-europe-steps-up-pressure-israel-over-its-settle ments-stick-label-it).

●L’Iran ha iniziato a implementare dal 1° novembre, secondo gli accordi firmati dai 5+1 e, dopo l’approvazione del Majlis, ha dichiarato con il loro capo dell’organizzazione atomica del paese, Ali Akbar Salehi di star procedendo a “disinstallarele centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, come concordato. In risposta, venti deputati dell’ala intransigente hanno scritto e reso pubblica la loro protesta rivolgendosi al presidente Rohuani. Confermando così la notizia – indirettamente ma anche chiaramente – notizia del resto già ufficiosamente avvalorata anche dall’AIEA dell’ONU (Reuters, 2.11.2015, Iran starts taking nuclear centrifuges offline L’Iran inizia a mettere fuori uso le centrifughe atomiche http://www.reuters.com/article/2015/11/02/us-iran-nuclear-salehi-idUSKCN0SR0PQ20151102).

●In Yemen, molteplici segnali indicano che sauditi e loro alleati interni e della coalizione che guidano sono pronti a dichiarare vittoria. La coalizione manca, in effetti, della tenacia e della volontà di condurre a fondo, strada per strada, gli scontri senza fine per riprendersi davvero, dopo averla distrutta con le bombe, la capitale, Sana’a. In realtà la posizione militare degli Houthi è più forte di quanto ancora vada blaterando e ripete adesso, sempre uguale da mesi, il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir.

Piuttosto, se la guerra civile, in termini di vittoria uguale a-resa-senza-condizioni-di-uno-dei-due campi avversi, si stesse davvero per chiudere, come forse pare, con una spartizione de facto – del Nord e Saa’na che per ora non sono stati costretti ad arrendersi e continuano ancora ad attaccare anche a Sud, senza essere stati costretti a tornare nella loro ridotta del Nord (Sputnik News, 8.11.2015, Saudies, allies ready to proclaim victory in Yemen, but most analysts say it’s not over yet Nello Yemen, sauditi e alleati pronti a proclamare la vittoria, ma la maggior parte degli analisti dicono che non è affatto finita http://sputniknews.com/middleeast/20151108/1029766356/saudi-led-arab-coalition-yemen.html).

●Poi, però, in contrasto apparentemente evidente con tutte queste voci, viene ora annunciato – si tratterà poi di verificare coi fatti… – che altri 400 soldati sudanesi sono arrivati ad Aden per rafforzare, nella coalizione saudita da bravi sunniti, le forze lealiste, dopo le avanzate anche territoriali degli Houthi, anche e proprio nei pressi di Aden, il grande porto e capitale del Sud. Dicono ora i sauditi che questi nuovi arrivati serviranno – al contrario dei sauditi che se ne restano a bombardare relativamente al sicuro dall’aria – da carne di cannone per riconquistare, attaccando a terra, la città di Taiz, tra Aden e Sana’a:… ma dimenticando che la sua conquista era stata annunciata, sempre dal loquace ministro degli Esteri di Riyād, come avvenuta già un mese fa…  

Secondo la rappresentanza dell’ONU nel paese, da marzo erano stati qui impegnati già 500 soldati sudanesi, a scontrarsi – loro – in combattimenti sul campo, oltre che con gli Houthi e i “legittimisti” ribelli più che contro i “legalisti” cacciati via (Stratfor, 9. 11.2015, Yemen: 400 More Sudanese Soldiers Arrive In Aden― Più di altri 400 soldati sudanesi arrivano a Aden https://www.stratfor.com/situation-report/yemen-400-more-sudanese-soldiers-arrive-aden).

●In Libano, più di 40 persone sono subito morte e oltre 200 ferite  a Beirut, nel sobborgo popolare e shi’ita di Bourj al-Barajneh controllato da Hezbollah, per due esplosioni innescate da jihadisti suicidi, subito “rivendicata” dallo Stato Islamico. Da qualche tempo a Beirut sembravano in diminuzione questi attentati di massa: sembravano… (Daily Mail/Londra, 12.11.2015, Twin suicide blasts in Beirut’s Shiite suburb kill 43 Due esplosioni in un sobborgo shi’ita di Beirut uccidono 43 persone http://www.dailymail.co.uk/wires/ap/article-3315740/Explosion-heard-Shiite-suburb-south-Lebanese-capital.html).

in Africa

●Con qualche scaramuccia in alcuni seggi, la Tanzania ha tenuto le sue elezioni politiche e presidenziali  (59% per John Magufuli, del partito al potere,  contro il 39% per l’ex premier, Edward Lowassa, uscito proprio da quel partito quando alle primarie uscì sconfitto) in forma largamente “pulita” e pacifica. Magufuli e la prima donna a diventare vice, Samia Suluhu Hassan, hanno immediatamente giurato entrando in carica.

Il voto non si è però celebrato a Zanzibar, per ragioni di minacciato ordine pubblico, l’isola semi-autonoma che ha in tutto 150.000 abitanti, nota come punto forte dell’opposizione che sul piano nazionale non avrebbe potuto in nessun modo potuto raggiungere la maggioranza, coi votanti tutti che contavano oltre 24 milioni di voti  (The Economist, 30.10.2015).  

●A ovest del continente, sulla costa atlantica, in Costa d’Avorio, Alassane Ouattara è stato eletto a valanga al secondo mandato consecutivo.

●E in Congo-Brazzaville, il presidente uscente, Denis Sassou Nguesso, ha vinto facilmente il referendum di cui aveva bisogno per cambiare la Costituzione e, a tempo dovuto, correre per un terzo mandato. Anche qui in sostanza, pacificamente (The Economist, 30.10.2015).

●Il 29, la Camera dei deputati del Rwanda ha votato per estendere oltre il 2017 il mandato del presidente Paul Kagame, contro i desiderata dell’ONU, e il potere anche degli Stati Uniti e della maggior parte dei cosiddetti donatori di aiuti. Kagame è già nel suo secondo e ultimo mandato e potrebbe presto godere di una modifica costituzionale che, peraltro, lui non ha neanche personalmente richiesto.

Ma con la mossa della Camera, e probabilmente l’assenso del Senato e di un referendum che ratificherebbe il tutto, la nuova misura rende possibile al presidente, farsi rieleggere, lui e, poi, i suoi successori. Anche se con un mandato temporaneamente ridotto a partire da allora per tre volte consecutive: tre  mandati anche se ridotti a cinque anni, si dice, invece che a sette.

Kagame è un leader popolare – ha avuto un ruolo fondamentale anni fa e fine alla guerra di sterminio scatenata contro la sua etnia, i Tutsi, dal regime degli Hutu al potere – è un personaggio forte che da allora, eletto presidente ha governato con mano di ferro ma qui tra la gente largamente considerata equa; e anche questo paese si è aggiunto all’ondata africana e mediorientale che interpreta a modo proprio, non precisamente nei modi consueti della democrazia occidentale, una concezione della democrazia come sistema politico.

In Medioriente, e al meglio, magari col monarca o il rais assoluto, in Africa più spesso con un capo più o meno “illuminato” e formalmente eletto secondo le bardature e le forme di una democrazia che fa finta di essere normale  (New York Times, 29.10.2015, Rwanda: Effort Advances to Extend Tenure of Kagame as President Rwanda: vanno avanti i tentativi di estendere il tempo di governo del presidente Kagame http://www.nytimes.com/2015/10/30/ world/africa/rwanda-effort-advances-to-extend-tenure-of-kagame-as-presi dent.html).

●Nella Repubblica democratica del Congo (Kinshasa) disordini e scontri fra molti giovani che, insieme ai partiti dell’opposizione protestano contri i tentativi del presidente Kabila di farsi estendere ancora una volta il mandato, e la polizia: un po’ come in Africa ormai abbiamo visto dovunque con qualche, però, abbastanza raro successo (AlJazeera, 11.11.2015, Azad Essa, Kinshasa simmers in anger after deaths of protesters Kinshasa ribollisce di rabbia dopo la morte di [altri] manifestanti http://www.aljazeera.com/news/africa/2015/01/kinshasa-simmers-anger-deaths-protesters-150124084845562.html).  

CINA

●Una mossa, quasi improvvisa ma preparata da tempo dal Fondo monetario, aiuta a asfaltare per domani ma anche con effetti immediati, la via di un ruolo maggiore – che poi si dovrà guadagnare, certo, sul campo – per la sua valuta, la moneta del popolo― il renminbi o yuan – come strumento di transazione nel commercio e nell’economia globale. Riconosce la numero uno del Fondo, Cristine Lagarde, che è ormai ufficiale perché questa è la realtà: lo yen, l’euro, la sterlina e il dollaro sono ormai stabilmente accompagnati dalla valuta cinese come strumento largamente usato di riserva di tutte le banche centrali (New York Times, 30.11.2015, Keith Bradsher, China’s Renminbi Is Approved by I.M.F. as a Main World Currency Lo yuan cinese approvato dal FMI come una delle principali valute mondiali http://www.nytimes.com/2015/12/01/business/ international/china-renminbi-reserve-currency.html?_r=0).

●E’ stato arrestato, per corruzione aggravata, Zhang Yun, presidente  di quella che risulta la terza maggior banca del paese, la Banca dell’Agricoltura, il personaggio di maggior livello del mondo finanziario messo finora sotto accusa nella vasta campagna in atto contro la corruzione nella Cina di Xi Jinping

●Abbiamo accennato, nella Nota del mese precedente, al cambiamento politico in questo paese che ha reso più facile la vita ai cinesi, con la nuova legge su “più di un figlio a famiglia”. In molti, anche in Cina, la motivano col rapporto decrescente tra lavoratori attivi che facevano meno figli di prima e pensionati che aumentano…

Bisogna sempre ricordare, però, che oltre al rapporto demografico sulla sostenibilità del pensionamento, incide almeno altrettanto il tasso di produttività, il rapporto tra essa e crescita della produzione. Che resta qui – per dirla molto semplificando, uno dei più alti del mondo… (cfr. CEPR― Center for Economic Policy Research/Washington, D.C., 1.11.2015, China and Demographics, Lessons for the Washington Post― La Cina e la demografia, lezioni per il Washington Post http://www.cepr.net/blogs/beat-the-press/china-and-demographics-lessons-for-the-washington-post).

Poi, al fondo come sottolinea il nobel indiano-americano dell’economia Amartya Sen, il fattore determinante che in ogni caso da anni ha abbassato il tasso di fertilità delle donne cinesi é stato la diffusione dell’istruzione e, in parallelo, il progressivo empowernment – la presa di potere, nella società tutta – lenta, progressiva magari, ma effettiva delle donne. E non di per sé la politica del limite contingentato – uno finora e anche due adesso dei figli per ogni famiglia (New York Times, 2.11.2015, Women’s Progress Outdid China’s One-Child Policy In Cina, il progresso sociale delle donne ha superato la politica di Stato del figlio unico http://www.nytimes.com/2015/11/02/opinion/amartya-sen-womens-progress-outdid-chinas-one-child-policy.html?_r=0 ).

●L’agenzia ufficiale Xinhua ha reso nota la decisione del partito di procedere alla riforma urgente dell’hukou, come viene chiamata la registrazione della residenza ufficiale di cui c’è bisogno trasferendo la residenza per poter poi accedere ai servizi – peraltro non proprio generosi del welfare ufficiale. Si tratta, in effetti, di centinaia di milioni di cinesi che sono diventati lavoratori dell’industria , del commercio e dei servizi e, comunque, abitanti delle enormi megalopoli del paese (è un sistema ancora largamente usato in molte prefetture del Giappone, come in Nord Corea, ed  esisteva anche nella vecchia Unione Sovietica.  

●Sempre in Cina, i genieri hanno completato la ristrutturazione delle piste e delle strutture d’appoggio sull’isola semi-artificiale Wooodytraslitterato Yǒngxīng Dǎo in cinese, a 320 km. a sud della grande isola di Hainan, la capitale della provincia più a sud della Cina, di cui invece è il fulcro delle comunicazioni terra-aria-mare, militari e civili, per tutta quella’area del Mar cinese meridionale. E hanno anche postato sul web diversi esemplari di caccia J-11 del tipo classificato col nome di Flanker  dalla NATO  che operano, appunto, proprio dall’isola in questione, dell’arcipelago delle Paracel Xīshā Qúndǎo. Gli J-11 sono caccia multiruolo di 4a generazione, versione  modernizzata in Cina del russo SU-27 Sukhoi che molti analisti, anche americani, considerano migliore anche dei loro più avanzati della stessa classe.

Il messaggio è che la Cina fa sul serio specie alle porte stesse di casa sua: non nega e anzi rispetta alla lettera il diritto del  loro cosiddetto “innocente” passaggio. Così passa il messaggio che se ne riservano l’esercizio anche loro… Magari tra la Florida e Cuba… sussurrano a Zhōngnánhǎi, la  sede del governo, negli immediati pressi della Città proibita, a Pechino, ma anche, più sottovoce, a Langley alla CIA e alla NSA, a Washington (The Courier/Brisbane, 2.11.2015, Reports China has sent armed fighter jets over South China Sea―Viene riportato che la Cina abbia inviato suoi caccia armati in ricognizione a sorvolare il Mar cinese meridionale http://www.couriermail.com.au/news/world/reports-china-has-sent-armed-fighter-jets-over-south-china-sea/story-fnihsmjt-1227 5920 45159).

Però. Il braccio di ferro continuerà a protrarsi… L’8 novembre, due bombardieri B-52 americani hanno per vari minuti volato nelle vicinanze di diverse isole artificiali costruite dalla Cina negli spazi del Mar cinese meridionale in parte reclamati anche da Vietnam, Filippine e Malaysia, decollando da una delle innumerevoli basi della regione a Guam incrociando nei pressi delle isole Spratly. Il controllo aereo della Cina ha avvertito i piloti che “avevano violato la sicurezza delle mie scogliere” e avrebbero dovuto cambiare rotta per evitare errori di giudizio (Washington Examiner, 12.11.2015, J. Klimax, U.S. bombers fly over manmade South China Sea islands Bombardieri USA volano sulle isole artificiali del Mar cinese meridionale http://www.washingtonexaminer.com/u.s.-bombers-fly-over-manmade-south-china-sea-islands/article/2576235).  Per ora si sono tutti fermati lì… Ma la prossima volta?

● Il comandante in capo della Marina cinese, amm. WU Shengli, incontrando a Pechino il comandante della VII Flotta USA del Pacifico, amm. Scott Swift, è gli ha detto del “grande autocontrollo cinese con cui i suoi hanno reagito alle “provocazioni” americane nel Mar cinese meridionale― chiedendogli anche, con qualche insolenza  ha detto – poi – Scott, come avrebbero loro reagito se i cinesi avessero fatto lo stesso, ad esempio tra la Florida e Cuba (The Economist, 27.11.2015).

●La Cina si accinge a costruire la sua prima base oltremare a Djibouti (di americane ce ne sono a centinaia in giro per il mondo, una decina le russe quasi tutte nei territori dell’ex Unione sovietica rimaste tra i più vicini…), riferisce su input non casuale del ministero della Difesa cinese (parlando col Wall Sreet Journal, 26.11.2015, J. Page e G. Lubov, China builds naval hub in Djibouti La Cina costruisce a Djibouti [sulla punta del Corno d’Africa, dove già c’è una base navale americana, d’accordo ovviamente col governo locale] un suo ver e prorio fulcro e punto di hub navale http://www.wsj.com/articles/china-to-build-naval-logistics-facility-in-djibouti-1448557719).

La base è attiva e coordina già (dal piccolo Stato che la ospita), 23.000 Km2 e 880.000 abitanti) la lotta internazionale ai pirati somali e la Cina che molto dipende dal libero transito dei suoi traffici commerciali verso il Mar Rosso proprio dal Corno d’Africa e dall’ “intralcio” che esercita  sull’attivismo dei pirati somali evita di riferirsi all’installazione come  a una base navale ma rigorosamente come a un punto d’appoggio – il primo che proverà a incrementare, pagandoli cash su tutte le rotte che la interessano e di cui seriamente è carente.

●Il presidente della Cina popolare Xi Jinping e quello di Taiwan – la vecchia Cina nazionalista e dittatoriale di Chiang Kai-shek, Ma Ying-jeou (eletto regolarmente, però, nel 2008 come ormai da anni molti suoi predecessori) – si sono incontrati il 7 novembre “ufficialmente” a Singapore (scrive sul New York Times, il 4.11.2015, Jane Perlez e Austin Ramzy, Dopo 66 anni, Cina e Taiwan annunciano che si incontreranno― After 66 Years, China and Taiwan Say They’ll Meet http://www.nytimes.com/2015/11/04/world/ asia/leaders-of-china-and-taiwan-to-meet-for-first-time-since-1949.html?_r=0) allo scopo, dichiarato da entrambe le parti di approfondire idee e proposte sul miglioramento “radicale” dei loro rapporti.

Ma anche se, ormai da tempo, scambi di persone e commerci fioriscono tra i due Stati e che l’incontro tra i due numeri uno è una prima assoluta dal 1949 e ha fatto scalpore a Taipei e a Pechino.

● Ma non è bello?!? Dopo 66 anni i leaders di Cina e Taiwan, si incontrano: sullo stesso piede  

Fonte: The Economist, 6.11.2015, KAL

Non si è parlato, almeno per ancora, certamente, di accordi concreti e formali… Si tratta, però, di un passo avanti in ogni caso di grande importanza. Anche se il presidente attuale del partito nazionalista che si rifà a  Chiang, il Kuomintang, non dovesse essere rieletto nelle prossime presidenziali del 16 gennaio, come dicono molti sondaggi, dovesse cedere il posto ai rivali Democratici, meno sensibili al motivo dei “due Stati e un solo paese”, comune ai Nazionalisti e ai Comunisti cinesi e secondo entrambi destinato storicamente.

I Democratici non condividono questi sentimenti e continuano a sperare di arrivare all’indipendenza. Ma anche loro sanno che proclamarla  sarebbe la guerra (lo impone la lettera e certo lo spirito della Costituzione di Pechino)  e ormai essi stessi si guardano bene dall’auspicare, e tanto meno dal perseguire, una nuova guerra fredda… e rischiare la guerra: subito.

Ditirambici, come d’uso, ma anche a Taipei largamente avvertiti come sinceri, i commenti dei giornali cinesi sul fatto che i due popoli pur avvertendo le ossa da tempo rotte sono e si sentono comunque congiunti da legamenti, tendini, muscoli e sentimenti che hanno in comunque.  

●Con una brutta botta di immagine e politica per la diplomazia americana, che resta ferocemente contraria, tra Corea del Sud e Cina accordo raggiunto per cominciare a discutere bilateralmente delle linee di demarcazione marittima sulle aree contese tra i due paesi nel Mar cinese orientale.

Se l’erano ripromesso nel 2014 ma allora non conclusero neanche l’incontro iniziale che, se invece stavolta andasse o almeno si avviasse a buon fine, potrebbe costituire una specie di modello anche per situazioni analoghe nella regione.

Lo stesso giorno, qualche ora più tardi,  la Cina ha definito, con Xi Jinping primo presidente da dieci anni (Hu Jintao, nel 2005) in visita ufficiale a Hanoi riguardo al suo parallelo contenzioso col Vietnam su aree del Mar cinese meridionale, un’intesa simile. Entrambi i paesi hanno fortissimi legami commerciali con Pechino e, mentre Vietnam e Cina si sono ora impegnati ad evitare iniziative tali da complicare lo status del contenzioso nel Mar cinese meridionale, il legame tra Sud Corea e Cina ora comporta anche implicazioni di collaborazione geo-politica e in qualche modo  strategica che consente alla Cina di far pesare anche la sua “pesante” presenza nel rapporto a tre con il Giappone (Cina Daily, 6.11.2015, China, ROK to start maritime demarcation next month― La Cina e la ROK inizieranno tra un mese il loro negoziato sulla demarcazione marittima ▬ http://www.chinadaily.com.cn/world/2015-11/06/content_ 22391077.htm).

Misurati in termini pratici, risultati e accordi emersi da questa sequenza di visite, forse quelle in Vietnam e a Singapore hanno immediatamente prodotto maggiori impegni concreti. Ma l’incontro inter-cinese ha lanciato, di per sé, un possente messaggio culturale e ha aperto la strada, nel tempo, all’unificazione. E questo l’hanno capito tutti, a  Formosa come a Pechino.

E’ questo il risultato, dunque, principale della campagna multiforme e tous azimuts, apprestata scrupolosamente e condotta nell’Asia sudorientale da Xi che tende tutta a mostrare, e anche ormai  almeno cominciando a riuscirci, i benefici per tutti di cooperare con la Cina.

Osservano – dicono  e sottolineano e gli americani e chi con loro pregiudizialmente si schiera – che si tratta comunque  di un rapporto non tra uguali―- come se quello degli USA con chiunque altro lo fosse o anche quello dei bielorussi con gli ucraini… Insomma, come impongono dovunque i rapporti di forza, non più solo gli USA ma la Russia e perfino la Germania – quando agisce per conto suo ora che Merkel ha affossato il sogno europeo – e il Giappone o l’India e, non possono essere semplicemente ignorate.

●Nel frattempo, su un tema analogo, ma parallelo, a Seul si incontrano la presidente Park Geun-hye e il premier giapponese Shinzo Abe, la prima volta dal maggio 2012 quando i rapporti si sono molto inaspriti per il negazionismo pervicace del giapponese e la sottovalutazione da parte nipponica del risentimento associata alla richiesta di scuse, anche e soprattutto formali, dei ai coreani, e ai popoli della regione per le stragi e il trattamento cui l’esercito imperiale sottomise i loro popoli subito prima e durante la seconda guerra mondiale.

L’incontro ha anche offerto l’occasione al primo ministro cinese Li Keqiang  di incontrarsi con gli altri due interlocutori, nel primo incontro trilaterale sempre dal 2012 (The Economist, 6.11.2015).

nel resto dell’Asia

●Più di 400 persone sono morte e dieci volte tante, almeno, seriamente ferite sotto un terremoto tra le montagne di confine Pakistan-Afganistan di 7,5° della  scala Richter centrato nel sottosuolo afgano  ma che ha fatto la maggior parte delle sue vittime in Pakistan. Al solito, i due paesi sono ormai una realtà storica separata da mille guerre, rivalità e complicità ma l’identità oro-geografica indiscutibile se ne cale altamente… modellata da milioni e milioni di anni.

Su Pakistan e catastrofi, possibili/probabili – incrociate pure le dita, se ci credete o, come si dice che dicesse don  Benedetto Croce, anche se non ci credete: perché sarà brutto ma, napoletano verace com’era, male davvero non fa – c’è da far notare a chi in America, e altrove, si ossessionava e si ossessiona per una bomba iraniana che non c’era e non c’è, in questo paese che afferma di dover fare la guerra “inevitabilmente” nucleare dati gli squilibri di un conflitto “convenzionale” e non atomico eccetto in questo campo con l’India, ha oggi 120 ordigni atomici a disposizione.

E neanche del governo, poi, ma dei militari che, di fatto, controllano il paese (fra 10 anni di più – è la proiezione che fanno gli esperti in USA – di Francia, Gran Bretagna, India stessa ovviamente e perfino, forse, della stessa Cina (New York Times, 9.11.2015, edit. della Direzione, Pakistan Nuclear Nightmare L’ìncubo delle bombe atomiche pakistane http://www.nytimes.com/2015/11/08/opinion/sunday/the-paki stan-nuclear-nightmare. html?_r=0).

●Di Myanmar, la vecchia Birmania, dove la Daw― signora Aun San Su Kyi,  ha fatto la “sua”pace – lei, Nobel per la pace per la strenua difesa anche dal domicilio coatto e per anni senza contatti esterni i diritti umani e civili dei suoi concittadini… ma purtroppo non tutti, scordandosi della minoranza etnica rohingya e islamica, perseguitata dalla giunta e anche però della maggioranza buddista stessa ― ci dice tutto, in estrema e tragica sintesi,  questa vignetta.

Uscita alla immediata vigilia delle elezioni dell’8 novembre che – piegata lei, col suo non sempre solo tacito assenso, alla “ragion discriminante e persecutoria del suo Stato”, la giunta le lascerà pure vincere. Mai, però, governare (per Costituzione, voluta dai militari non può diventare PM perché ha due figli con passaporto straniero― britannico come era il padre , deceduto da anni…).

●Vedi un po’il progresso… sotto la giunta prima eravamo tutti repressi…

 

Fonte: INYT, 7.11.2015, Patrick Chappatte

Il suo partito, Lega nazionale per la democrazia, che si presentava con altri 91, ha preso l’80% dei voti – pare – anche se poi, sempre per la Costituzione dettata dai militari ¼ dei seggi sono loro riservati e alla fine saranno designati da loro. E questo è il parlamento (348 seggi, più della maggioranza assoluta di 329, oltre ai 42 al partito dei militari e 40 nominalmente indipendenti, forzati comunque a prestidigitare insieme senza scontrarsi e restando in equilibro nel tentativo di far restare ragionevolmente quieti i militari, le fazioni buddiste militanti che vogliono un paese tutto omogeneo e le differenti minoranze etniche, compresi i più disgraziati, i rohingya) cui l’anno prossimo toccherà eleggere il nuovo capo dello Stato che, vedrete, sarà in un modo o nell’altro uno dei militari (ColumbusTelegram.com, 9.11.2015, Esther Htusan e Shonal Ganguly, Suu Kyi’s party projects landslide in historic Myanmar vote In un voto storico a Myanmar, il partito di Su Kyi vince a valanga http://columbustelegram.com/news/world/asia/suu-kyi-party-projects-landslide-in-historic-myanmar-vote/article_22 47a-476b-5035-bef2-ebd16f7492bb.html).

Su tutto c’è la domanda che resta con una risposta di solo buon senso. Ma  perché i militari li hanno lasciati votare e vincere in questo modo, per loro, addirittura umiliante: è lo stesso del dittatore Ceausescu e della moglie che ai loro esecutori col colpo già in canna chiedevano sbigottiti “perché”: con tutto il bene che loro  avevano fatto al paese… Perché nell’un caso e nell’altro, l’unica spiegazione possibile è che anche loro s’erano illusi di vincere (New York Times, 5.11.2015, Th. Fuller,  Aung San Suu Kyi Seems to Have Myanmar’s Countryside in Her Corner Aung San Suu Kyi sembra avere dalla parte sua [anche] tutto il paese rurale http://www. nytimes.com/ 2015/11/06/ world/sia/aung-san-suu-kyi-seems-to-have-myanmars-countryside-in-her-corner.html).

●In India, il partito del primo ministro Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party― il Partito popolare, ha subìto una pesantissima sconfitta alle elezioni parlamentari dello Stato del Bihar: un test visto da tutti, lui per primo, della popolarità del premier che vi ha condotto una campagna elettorale intensa e capillare per i candidati del BJP. Ma è stato alla fine il suo smacco maggiore da quando è entrato in carica l’anno scorso. La sua si sta rivelando un politica fatta di grandi promesse ma di poco effettivo miglioramento economico per la gente. Che  prima o poi delle chiacchiere si stanca. Anche e prima forse che altrove in India…(The Economist. 13.11.2015, Politics in India ­– Wallop Politica in India – Capitombolo http://www.economist.com/news/asia/21678140-dusty-plains-bihar-expose-narendra-modis-feet-clay-wallop).      

EUROPA

●La sera del 13.11.2015, a Parigi, allo stade de France, dove si concludeva l’amichevole di calcio con la Germania, in una popolare concert hall e in diversi ristoranti attentati e attacchi concentrati e rivendicati dall’ISIS, proprio come a Beirut e con modus operandi analogo, centinaia di morti e feriti. Ma credete voi che questa massa di incapaci che ci governano riescano ad accordarsi – almeno stavolta, perfino stavolta, che i morti non sono a Beirut ma a Parigi – anche per mettere spalle al muro i finanziatori sauditi, turchi, ecc. ecc. che, con coperture ormai neanche più ambigue, che li spalleggiano.

Ci sembra inutile continuare a darvi notizie che ormai ben sapete quando l’unica reale misura di contrasto – del resto, se non ora, davvero quando? – vogliono mettere in riga o condannare alla gehenna della cosiddetta “comunità internazionale” un paese responsabile e reo-confesso di aver figliato e nutrito e armato lo stesso Stato Islamico adesso – con tutte le notizie in arrivo che si accavallano è inutile tornarci ora a settimane di distanza.

Ma la notizia e – e suona – come di quelle su cui, comunque, fa perno un modo anche nuovo, forse, di vedere le cose (Le Figaro/Parigi, 14.11.2015, Hollande : «Un acte de guerre commis par une armée terroriste» Hollande “Un atto di guerra perpetrato da un esercito terrorista” [una semplificazione banale ma anche popolarmente efficace e, a noi sembra, sbagliata – un “esercito” di sette forse otto guitti (l’unico che tra loro non s’è poi ammazzato e che è ‘scappato’:… dopo che tutte le frontiere erano state chiuse!) con mitra e bombe per farsi esplodere con le proprie vittime? e sì che Hollande era stato proprio lui attento a non chiamarli mai “Stato islamico” e sempre col termine spregiativo usato dai mussulmani che rifiutano loro la dignità di quell’appellativo e quell’aggettivo: Daesh― dizione coniata da lui un anno fa proprio per negare loro dignità e status] http://www.lefigaro.fr/actualites/2015/11/13/01001-20151113LIVWWW00406-fusillade-paris-explosions-stade-de-france.php).

● Su Parigi… e il mondo

Fonte: INYT, 19.11.2015, Patrick Chappatte

In realtà, poi, forse Hollande ha ragione: lui s’era già messo in stato di guerra (e ecco Parigi) , bombardando l’ISIS in paesi diversi, come da un tre mesi sta facendo anche la Russia (e ecco l’aereo abbattuto – ne sono ormai certi i russi, con un ordigno stivato, non si sa ancora come ma sanno che agiva per conto dell’ISIS alla partenza da Sharm-el-scheik), e da tempo gli Hezbollah libanesi (ecco le bombe di Beirut) combattendoli costantemente sul campo, e contribuendo a spiegare il perché adesso si trovano proprio loro di fronte a una rappresaglia feroce ma certo prevista (la motivazione – certo non la giustificazione – di bin Laden fu questa… già nel 2001, dopo le Torri gemelle)… D’altra parte, è da molti anni che, per nostra scelta – perché sono stati molti di più i paesi della NATO a non averlo fatto né, del resto, gli USA (manco con Bush il piccolo) glielo hanno mai chiesto, sono andati a fare la guerra in Afganistan.

E sono a rischio ora, ovviamente, anche quanti si lasciano, senza troppa memoria storica, coinvolgere in una guerra anche cultural-valoriale globale almeno di supporto e, per questo, si lasciano implicare anche solo “coprendo” i raids aerei occidentali che, con le loro bombe, altrettanto efficacemente e cruentemente usate a distanza di sicurezza per chi ammazza, magari da 20 km. di altezza o, coi droni, senza neanche vedere i brandelli di carne che semina in questa guerra con lo Stato islamico.

Perché adesso esso si sta realizzando, disfacendo e ricostruendo a suo modo uno o uno tanti pezzi per ogni Stato inventato per propri interessi senza alcuna considerazione di coesione o storica alla fine della prima guerra mondiale dai colonialismi britannico e francese ≈ che s’inventarono e misero a forza insieme Siria, Giordania, Iraq e altri Stati-pecetta che mettevano e tenevano insieme a forza  popoli e etnie,  come la  Libia, che avevano vissuto sempre ignorandosi quasi col loro stesso tenersi a distanza.

C’è da tener conto, anche, di una dimensione che mette in luce con la lucidità di sempre anche quando non parla di economia, il premio Nobel Paul Krugman. Scrive adesso, dopo Parigi, che “accettare la gente a casaccio è una strategia che riflette la fondamentale debolezza di chi la persegue. Non è che riuscirà a realizzare il califfato a Parigi. Quel che può fare, comunque, è seminare paura― per cui lo chiamiamo terrorismo e non dovremmo mai regalargli la dignità del nome di guerra’ ” (New York Times, 16.11.2015, P. Krugman, Fearing fear itself Aver paura, ma della paura stessa http://www.nytimes.com/2015/11/16/ opinion/fearing-fear-itself.html).

E, poi, no – va detto loro – il terrorismo “non può – e non riuscirà a distruggere la civiltà – ma potrebbe farlo e lo farà il cambiamento climatico”. Se lo lasciamo andare avanti così, a briglie sciolte.  

Di seguito, trascrivo – credo di star usando, nelle centinaia di Note finora redatte e trasmesse una al mese, per la prima volta la prima persona singolare: anche provvedendo poi, e mi scuso anche di questo, a tradurre il testo di una poesia che mi ha colpito e turbato ma che mi ha anche commosso, mi è stata segnalata ( ▬ http://www.dailyo.in/politics/pray-for-paris-isis-paris-attacks-prayer4paris-islamic-terror/story/1/7368.html) e vorrei con voi condividere. E’ di Karuna (― in sanscrito: pietà) Ezara Parkish, autrice che non conoscevo ma che credo sia indiana. E recita così:

“No, non è per Parigi che dovremmo pregare: è per l’intero mondo/

E’ un mondo in cui Beirut, barcollando due giorni prima di Parigi per le esplosioni che l’hanno squassata, non è ‘coperta’ dalla stampa mondiale/

Un mondo in cui una bomba esplode a Bagdad durante un funerale e non si trova su nessuno schermo un qualsiasi ‘URGENT  status update’ riferito a “Bagdad”: perché non c’era un bianco tra chi in quella fiammata è morto/

Sì, preghiamo per un mondo che dà la colpa alla crisi dei rifugiati per un attacco terrorista/

che non riflette un secondo a differenziare[3] fra chi aggredisce e chi scappa dalla stessa minaccia da cui noi scappiamo/

Preghiamo per un mondo dove c’è gente che si trascina a piedi per mesi interi, portandosi a spalla tutto ciò che possiede, e a cui si dice che no, non c’è posto alcuno dove lei, o lui, coi suoi figli poi possa andare/

Certo, e sicuro, preghiamo per Parigi/

Ma preghiamo ancora di più per un mondo dove non c’è una sola preghiera

per quanti – tanti, tantissime… – non hanno alcuna casa da difendere/

Per un mondo che, dovunque, va a pezzi in ogni dove e non solo nei grattacieli e nei caffè che a noi sono così familiari”.

Già … Vero e insieme, forse, in qualche modo ‘buonista’, come dicono i/le quaqquraqua, ma anche un po’ troppo crudo per trangugiarlo con indifferenza…

E consentiteci, infine, un ultimissima citazione che rendiamo da La Stampa, con grande empatia per la grande persona che l’ha messa su Facebook:

“Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo bimbo vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio” ▬ http://www.lastampa.it/ 2015/11/17/cultura/opinioni/buongior no/non-avrete-il-mio-odio-EI6SBX0Rvh F4Gg0SGFH 4bO/pagina.html).

●Intanto, il ministro della Difesa francese Jean Yves Le Drian invoca, non come aveva ipotizzato qualcuno l’art. 5 della NATO – che è, teoricamente, automatico ma coinvolgerebbe, oltre alla struttura stessa dell’Alleanza, anche Turchia e Stati Uniti… che la Francia proprio non vuole veder implicati e, come sarebbe inevitabile, di fatto al comando – ma piuttosto la cosiddetta clausola di mutua assistenza del Trattato europeo di Lisbona.

Essa, non tanto meglio definita, prevede, ricorda Federica Mogherini (all’opinione pubblica europea per la Commissione in una riunione straordinaria dei ministri della Difesa) non ha nulla di “automatico”. Per ora, sottolinea, si tratta di un messaggio importante ma tutto “politico” per il quale ogni paese dell’Unione si impegna a “sostenere pienamente” chi fosse aggredito, in questo caso la Francia (art. 42.7) secondo tutte le sue capacità, le sue leggi nazionali e la propria linea di politica estera.

Che, come linea dell’Europa, però, proprio non c’è… Mogherini stessa, Alta rappresentante dell’Unione sul tema, non ha alcun potere effettivo se non al massimo di coordinamento. E, infatti, quel che l’impegno significherà per ogni singolo paese sarà discusso e, forse, deciso in una serie di incontri bilaterali tra la Francia e ogni singolo Stato. Al solito, l’unica politica unitaria di cui s’è davvero dotata l’Europa è quella monetaria (Guardian, 17.11.2015, Live UPDATE, Raya Jalabi e Jessica Elgot, Paris attack: French police seek ‘second fugitive’ Attacco a Parigi: la polizia francese cerca un “secondo fuggitivo” http://www.theguardian.com/world/live/2015/nov/17/ paris-terror-attacks-french-police-launch-fresh-raids-overnight-live#block-564b2cabe4b0e98c91b0d1d0).

●Ma, nota con qualche poco di nostalgia, quasi, e di malnascosta rabbia (lo fa rilevare Strobe Talbot, presidente della Brookings Institution, al Wall Street Journal, 17.11.2015, Global Anti-ISIS Alliance Begins to Emerge― Comincia ad emergere un’alleanza globale anti-ISIS [centrata sulla Russia, che la guerra come Hollande non la dichiara ma spietatamente, allo SI, la fa] http://www.wsj.com/articles/global-anti-isis-alliance-begins-to-emerge-1447806527) la Russia, volenti o no gli altri, è il perno e lo Stato indispensabile nella campagna mondiale contro i tagliagole...  

●Ragionando sui guai della Grecia e su come l’euro, teutonicamente configurato – con la consapevolezza speranzosa forse, ma irragionevole, di un altro esito di chi l’ha accettato così a inizio percorso unitario ma solo per moneta e, in parte, un mercato finanziario lasciato senza briglie, ma nessun’altra dimensione macro davvero comune – ha ridotto Atene e un po’ tutta l’Europa, aiutano per brevità e lucidità alcune considerazioni che qui riportiamo di Oskar Lafontaine, l’ex leader della social-democrazia-tedesca che rifiutò l’inciucio coi cristano-democratici di Merkel e è l’attuale leader della sinistra tedesca diciamo pure più di sinistra, la Linke.

Scrive Lafontaine (in traduzione italiana – in il manifesto, 13.10.2015, Lettera alla sinistra italiana: con l’euro non si va da nessuna parte ▬ http://ilmanifesto.info/lettera-alla-sinistra-italiana). Non è vangelo, certo, e il testo è più lungo di questo stralcio; ma qui c’è già una coerente spiegazione, la più coerente e semplicemente articolata forse, secondo noi, del perché sia andato tutto tanto a ramengo:  

“La scon­fitta del governo greco gui­dato da Syriza davanti all’Eurogruppo ha por­tato la sini­stra euro­pea a doman­darsi quali possi­bi­lità abbia un governo gui­dato da un par­tito di sini­stra, o un governo in cui un par­tito di sini­stra sia coin­volto come part­ner di mino­ranza, di por­tare avanti una poli­tica di miglio­ra­mento della con­di­zione sociale di lavo­ra­trici e lavo­ra­tori, pen­sio­nate e pen­sio­nati, e delle pic­cole e medie imprese, nel qua­dro dell’Unione euro­pea e dei trat­tati europei.

La rispo­sta è chiara e bru­tale: non esi­stono pos­si­bi­lità per una poli­tica tesa al miglio­ra­mento della con­di­zione sociale della popola­zione, fin­tanto che la Bce, al di fuori di ogni con­trollo demo­cra­tico, è in grado di para­liz­zare il sistema ban­ca­rio di un paese sog­getto ai trat­tati europei.

Non esi­stono pos­si­bi­lità di met­tere in atto poli­ti­che di sini­stra se un governo cui la sini­stra par­te­cipi non dispone degli stru­menti tra­di­zio­nali di con­trollo macroe­co­no­mico, come la poli­tica dei tassi di inte­resse, la poli­tica dei cambi e una poli­tica di bilan­cio indipendenti.

Per miglio­rare la com­pe­ti­ti­vità rela­tiva del pro­prio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al sin­golo paese sot­to­po­sto alle condi­zioni dei trat­tati euro­pei solo la poli­tica sala­riale, la poli­tica sociale e le poli­ti­che del mer­cato del lavoro. Se l’economia più forte, quella tede­sca, pra­tica il dum­ping sala­riale den­tro un’unione mone­ta­ria, gli altri paesi mem­bri non hanno altra scelta che appli­care tagli sala­riali, tagli sociali e sman­tel­lare i diritti dei lavo­ra­tori, così come vuole l’ideologia neo­li­be­ri­sta”.

●E, mentre da una parte  adesso la Grecia, che ormai s’è piegata alla troika, subisce l’ingiunzione della BCE che detta a quattro sue grandi banche private quanto, come e quando (entro l’anno) devono ristrutturare il proprio debito – lo scopo è di per sé sacrosanto: non potranno più riversarlo sui contribuenti e sul debito, ma dovranno d’ora in poi, dopo stavolta, scaricarlo sulle spalle di azionisti e investitori – è il rischio d’impresa, no? Ma quando si applicherà a tutti i paesi… Intanto, Atene farà da cavia) novità, pare, anche sul debito pubblico.

Nelle prime ore del 17 novembre, raggiunta infatti – pare – un’intesa coi creditori sulle “riforme” che Atene dovrà far ingoiare ai greci per avere di nuovo accesso ai fondi di salvataggio di cui ha bisogno. Lo rende noto il ministro dell’Economia Euclid Takalotos. Il versamento della prima rata dei fondi, finora bloccato dalle recenti elezioni che hanno fermato la legislazione su chiusura di imprese e licenziamenti, va ora al parlamento e, se passa come ormai probabile, vedrà il giorno dopo l’Eurogruppo sbloccare 2 miliardi di € in aiuti subito e altri 10 miliardi per ricapitalizzare (per l’ultima volta…) i buchi delle quattro banche private su menzionate, dice sempre Tsakalos (Ekhatimerini, 17.11.2015, Greece, creditors strike ‘substantive agreement’ La Grecia e i creditori raggiungono un “accordo sostanziale” http://www.ekathimerini.com/203503/article/ekathimerini/business/greece-creditors-strike-substantive-agreement).

Sul tragico nodo dei rifugiati e migranti africani, in arrivo caoticamente e disperatamente in Europa, l’Unione non riesce a decidere niente di serio neanche al vertice euro-africano tenuto a Malta. La Commissione ha creato uno speciale fondo fiduciario di 1,8 miliardi di € chiedendo ai 28 paesi membri di mettercene altrettanti per aiutare a combattere la fame in Africa. Con un euro e mezzo per anno di media per africano destinato a contributi per le PME, alle carestie e “alle iniziative per contrastare radicalizzazione e violenza in tutto il continente” – in pratica, dunque, niente per favorire uno sviluppo in loco capace di contestare positivamente l’emigrazione disperata e selvaggia di chi muore di fame e di guerra – il commento più serio è venuto da uno demoralizzato presidente della Commissione, Juncker, che alla fine s’è lasciato sfuggire come forse “di questo passo risolveremo il problema anche solo dei migranti oggi in attesa, nel 2101”… con buona pace del “nostro” Matteo che s’era, al solito, autocongralutato in anticipo impegnando il suo governo per un massimo di €10 milioni (Council of the European Union, 12.11.2015, Valletta summit on migration http://www.consilium. europa.eu/en/meetings/international-summit/2015/11/11-12).

● Siamo qui noi prima di voi; adesso statevene fuori: non vogliamo che ci roviniate il nostro modo d vivere!

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Fonte: The Economist, 20.11.2015, KAL

Certo, ci hanno detto di un predicatore (non sappiamo di quale fede o confessione ma parecchio efficace) che ha chiesto a chi lo ascoltava di riflettere come, per fortuna, quando Gesù, Giuseppe e Maria fecero la loro fuga in Egitto non ‘c’erano furono le guardie di frontiera del faraone dell’epoca a sbarrargli il confine né qualche giullare alla Salvini a lanciar loro insensati anatemi… uando   

●Intanto, su un altro fronte dell’Africa che c’entra col terrorismo ma non certo coi rifugiati coefficacwme tali, tredici terroristi jihadisti nel Mali, a Bamako, assalto all’Hotel Radisson, frequentato soprattutto da stranieri, francesi in particolare, identificando sempre con l’odiata Francia non solo per il passato coloniale antico e recente ma anche per il fatto che, più o meno due anni fa, vide proprio Hollande intervenire e sconfiggere il tentativo, allora forse ancora di al-Qaeda ma già in trasformazione in progress nell’ISIL del jihadismo di abbattere il governo centrale e prendersi tutto il paese.

Sequestrati decine di ostaggi e, alla fine, il “conto”, forse finale ma forse no, sembra assestarsi prima a 27 e poi a 21 morti tra gli ospiti dell’albergo (fra cui un’americana, tre russi, tre cinesi…) ma stranamente nessun francese) e non si sa bene quanti jihadisti uccisi (i meno: pare solo 3), arrestati o scappati: che questi non aspiravano di sicuro al suicidio (Il Sole 24 Ore, 20.11.2015. R. Bongiorni, Attentato jihadista all’hotel Radisson nella capitale del Mali http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-11-20/attentato-jihadista-all-hotel-radisson-capitale-mali-094005.shtml?uuid= ACLqt3dB).

●Qualche giorno prima, l’8 novembre, in Ciad, un attacco di stampo e modus operandi analogo, ma più casuale, aveva fatto 8 morti e qualche decina di feriti. E la tragica saga islamista-estremista continua…

●E due giorni dopo il Mali, in Camerun, il 21 novembre, con un altro attacco suicida nel Nord estremo del paese, il gruppo estremista islamista della Nigeria, Boko Haram ormai affiliato anche ufficialmente all’ISIS e che, nel farlo, ha cambiato anche nome in Wilayat al Sudan al Gharbi, in una traduzione qualche po’ impropria, forse, ma che rispetta la sostanza di ciò che vogliono esprimere―Provincia occidental-africana dello Stato islamico ha sferrato un’ondata di aggressioni e incursioni nell’arco della zona (Camerun, Ciad, Niger, Nigeria in particolare ed attacchi mirati nella regione di confine del lago Ciad scatenando una campagna d’insieme tesa al distacco e alla formazione di uno Stato solo e rigorosamente islamico-fondamentalista a cavallo dello Stato del Borno, nel Nod-Est della Nigeria.

Vogliono puntare a farne una base statale del Califfato dell’Africa NOtrd-Centrale, con propaggini a Ovest (Sudan) e a Est (Camerun, appunto) Una base poi per la loro futura espansione Bolo Haram, fino a un anno fa, fino a una reazione forte e repressiva ma un po’ ciecamente condotta dal governo del Camerun, aiutato dalla Francia anche qui, e da una abborracciata milione militare inter-

 

● L’area sotto attacco di Boko Haram intorno al lago Ciad stesso

 

Fonte: Lago Chad Base Commission Map, 1987

africana, aveva utililizzato l’estremo nord-est impoverito del paese   come area di reclutamento non proprio solo di volontari e stoccaggio di risorse.

aeda

●Passano due giorni e la nuova primo ministro cattolicissima di destra  della Polonia, Beata Szydlo – un bel sepolcro imbiancato di razza – ci ripensa e dichiara che “di fronte ai fatti di Parigi” il suo paese non onorerà più la quota che aveva appena concordato a Malta di richiedenti asilo. E vedrete che, grazie all’ISIS,  troverà altri seguaci (Stratfor, 14.11.2015, Poland: No Migrant Quotas, In Light Of Paris Attacks, New Prime Minister Says― La Polonia, dice la nuova premier, non accetterà le quote di migranti cui s’era impegnata, alla luce degli attacchi di Parigi ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/poland-no-migrant-quotas-light-paris-attacks-new-prime-minister-says).  

●L’agenzia di Stato Anadolu ha subito reso noti i risultati delle elezioni del 1° novembre in Turchia: il partito di Erdoğan (l’AK) vinto col 49,4% e 316 seggi su 550, recuperando la maggioranza assoluta dei deputati ma non riuscendo neanche così – come si riprometteva con l’ennesimo anticipo del voto dopo l’intensificazione  dell’ “aggressione” alla Siria, la ripresa della guerra civile coi curdi, mirando a cancellare il 13% dei voti ottenuti solo pochi mesi fa in parlamento da chi, in qualche modo tentava indirettamente e legalmente di rappresentarli alla Camera – ma il piano è fallito:  l’HDP filo-curdo è sceso al 10% da 80 seggi a 59― che però resta in parlamento… negando a Erdoğan la maggioranza dei 2/3 cui voleva arrivare per modificarsi da solo la Costituzione.

Secondi, i Repubblicani popolari (il CHP), tradizionalmente più “laici” – ma anche filo-militaristi – col 25,4% e 134 seggi: in qualche modo sempre “macchiati” dai troppi golpe chiesti e appoggiati in passato― la ragione per cui anche un leader autoritario-autorevole e decisionista, poco tollerante di una opposizione forte e di una stampa libera  come Erdoğan si è fatto sempre finora fatto a loro preferire. Quarto, il Movimento nazionalista (MHP), che avrà 41 seggi.

In definitiva, il presidente e il governo hanno vinto recuperando la maggioranza assoluta, ma non hanno avuto quella che volevano, dei 2/3. Non hanno strappato gli altri 14 seggi che gli servivano ad averla, però (Guardian, 2.11.2015, Jon Henley, Turkey election: Erdoğan and AKP return to power with outright majority Le elezioni in Turchia: Erdoğan e l’AKP tornano al potere con la maggioranza assoluta [ma non sufficiente a cambiare da sé la Costituzione] ▬ http://www.theguardian.com/world/2015/nov/01/turkish-election-akp-set-for-majority-with-90-of-vote-counted).

●Vinto così tutto o quasi, Erdoğan avrebbe potuto smettere di  angariare l’opposizione, lasciandola impotente a leccarsi le ferite, allentare almeno la morsa della guerra civile riaprendo i contatti con il PKK – che aveva  da un mese dichiarato e fatto largamente osservare unilateralmente una tregua – riaprendo anche il legame dialogico col partito filo curdo ragionevole e moderato, l’HDP, visto che né la ripresa della guerra interna né la stretta sull’agibilità delle opposizioni erano già costate carissime non riuscendo neanche a portargli i 2/3 voluti.

Invece, un portavoce del presidente, col suo assenso e il suo mandato, riprendendo quanto aveva annunciato nel primo discorso post-elettorale, ha ricominciato immediatamente a parlare di un emendamento che trasformi il paese anche formalmente in un presidenzialismo di stampo esecutivo all’americana―  dove però nella realtà non resterebbe niente del sistema di checks e balance, di controlli e equilibri, che spesso non soddisferebbe, se ci fosse anche qui,  proprnza io e per primo, uno come Erdoğan.

In America, in effetti, Camera e Senato frenano  e controllano e una dominante Corte Suprema alla fine sempre dirime, non garantendo per niente come dicono da noi certi gnorri al governo l’immediata esecutività delle decisioni presidenziali anche se hanno l’assenso parlamentare e anzi spesso le boccia perché – profondamente reazionaria com’è – non gliene piace la filosofia (un solo esempio: il controllo delle armi private, qui troppo spesso è del tutto assente: con le conseguenze che tutti a ogni strage quotidiana possono registrare e tutti, ovviamente, deprecano.

Ma anche stavolta è stato frenato (anche se solo per un pelo) supermaggioranza di cui avrebbe bisogno per potersi ridisegnare a suo uso e consumo il sistema politico (Stratfor – Analysis, 2.11.2015, Turkey: surprisewin by the ruling party In Turchia il partito di governo riporta una vittoria a sorpresa [in realtà prevedibile e largamente prevista: ma ha preso “solo” la maggioranza assoluta e non i 2/3 che,  ingordamente e per sbarazzarsi di ogni condizionamento costituzionale voleva] ▬  https://www.stratfor.com/analysis/turkey-surprise-win-ruling-party; e  Daily Mail, 4.11.2015, Flush with victory, combative Erdogan demands Turkey constitution change― Su di giri per la vittoria, un pugnace Erdoğan vuole il cambio della Costituzionehttp:// www.dailymail.co.uk/wires/reuters/article-3303229/Turkey-hold-referendum-executive-presidency--Erdogans-spokesman.htm; e The Economist, 7.11. 2015, Turkey’s AK party Another victory for illiberalism - Turkey’s government escalated its conflict with the Kurds, then ran on promises of security. It won big Il partito AK della Turchia - Un’altra vittoria anti-liberale – Il governo turco ha escalato il conflitto coi curdi, poi ha fatto campagna promettendo sicurezza. E ha vinto alla grande [ma non quanto voleva! E aveva dichiarato essere il suo scopo] ▬ http://www.economist.com/news/europe/21677997-turkeys-government-escalated-its-conflict-kurds-then-ran-promises-security-it-won).

●La Turchia ha cancellato un affare da 3,4 miliardi di € con la Cina per comprarne il sistema missilistico di difesa aerea prodotto a Hangzu, nel complesso di Hingbo sul Mar cinese orientale- Aveva protestato duramente NATO e USA – una cui tecnologia aera poi la sola possibile alternativa – denunciando il rischio che ciò consentisse ai cinesi di mettere il naso in una tecnologia e un sistema d’avanguardia NATO, anche solo col lavorarci insieme.

Poi il primo ministro  Davutoğlù rende noto che preoccupazioni uguali e contrarie di Pechino stanno anche impedendo alla fine ai cinesi di consegnare chiavi in mano ai turchi la tecnologia del loro sistema operativo perché ad esso avrebbero avuto così accesso anche e soprattutto gli americani.

Davutoğlu ora annuncia – ma ci saranno enormi problemi soprattutto economici a farlo – che Ankara intenderebbe costruirsi da sola un sistema autoctono difensivo dello stesso tipo, senza tornare sull’iniziale opzione americana (Hürriyet/Ankara, 15.11,2015, Turkey abandons decision to purchase Chinese missile defense system― La Turchia [ma forse, poi, proprio la Cina] cancella l’ordine di acquisto del sistema cinese di difesa missilistico― http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-abandons-decision-to-purchase-chinese-missile-defense-system.aspx?pageID=238& nID=91165&NewsCatID=345).

●In Portogallo, sull’onda della gravissima forzatura costituzionale del presidente della Repubblica che, non condividendo le idee e le proposte della coalizione di sinistra contro questa Unione europea germano-centrica e essendosi stancati di tirare la cinghia secondo i desiderata e gli ukase di Berlino e Bruxelles mascherata da Europa, ha rifiutato di darle l’incarico e lo ha ripassato ai suoi amici conservatori “per ragioni di principio”― cioè perché è un destro e la pensa come loro (ha scritto sul Daily Telegraph, grande giornale conservatore e anti-europeo di Londra, l’economista altrettanto “benpensante”, ma anche molto tecnicamente preparato, il 23.11.2015, Eurozone crosses Rubicon as Portugal’s anti-euro Left banned from power L’eurozona passa il Rubicone [e se ne frega della democrazia]  col Portogallo che bandisce dal governo la Sinistra [proprio perché vuole restare sinistra e per un’Europa sì, ma proprio “diversa”…] http://www.telegraph.co.uk/finance/ economics/1949701/AEP-Eurozone-crosses-Rubicon-as-Portugals-anti-euro-Left-banned-from-power.html

Adesso, il 10 novembre il PC portoghese ha formalmente deciso di entrare anch’esso – tutti se lo aspettavano, ma ancora non era stato ufficialmente deliberato – in coalizione coi socialisti e far cadere col voto di sfiducia il PM illegalmente rinominato dal presidente. Con Verdi e Blocco delle Sinistre si aspettano così di piegare il partito social-democratico al governo ma senza maggioranza e il presidente suo e della Repubblica, Anibal Cavaco Sila.

Certo, quasi fino a ieri il PS aveva anche esso optato e sostenuto – prima di riconsiderare la sua posizione e andare alle elezioni, dove è arrivato dietro ai socialdemocratici ma primo come coalizione e con una maggioranza – la linea dell’austerità dettata al paese. Ma adesso vuole – pare – proprio cambiare. E lo scandalo è che alla sua nuova maggioranza lo impedisce la volontà di un presidente della Repubblica che passerà alla storia – speriamo solo minore – come tecnicamente e politicamente fellone.

Neanche re Giorgio, da noi, era arrivato a tanto: a Renzi, in fondo, il parlamento votò la fiducia l’ha votata… (EurActive, 10.11.2015, Green light for left-wing government in Portugal― Luce verde in Portogallo per un governo di sinistra ▬ http://www.euractiv.com/sections/eu-priorities-2020/green-light-left-wing-government-portugal-319321).

Non passano due giorni dal voto e il parlamento, 223 voti contro 107, dà la sfiducia e di fatto  notifica al fedifrago presidente che la nuova maggiorana è pronto a lanciare la sua sfida anti-austeriana al governo appena liquidato, a lui, all’Umione com’ e al diktat dei mercati. Prima del voto la presunta maggioranza che non c’era ha proseguito a predicare sulle conseguenze tremende che avrebbe avuto un cambio di linea economico – ma la risposta è stata immediata.

Non può andarci peggio del tasso di povertà, di disoccupazione e di fame che ci avete imposto per seguire i dettati di Merkel e soci, magari con lo 0,2 o lo 0,35 di aumento di qualche parametro che alla gente normale, con quegli 0 virgola % di crescita, solo per alcuni, i più benestanti, poi, regala solo fame e disperazione. Ma ci fa guadagnare la fiducia dei mercati, dicono, anche non se ne accorge nessuno se non i signori finanzieri  

Nessuno qui, come da noi, come ovunque, ha potuto sperimentare i benefici dell’austerità se non i falsi austeri di lor signori. Ma è questo il punto. Anche se i due partiti minori della sinistra hanno cominciato a prender tempo e mettere tra parentesi domande come la ristrutturazione immediata del debito, proprio il nuovo governo socialista dovrà scontrarsi on l’ortodossia austeriana.

A meno che la sinistra–sinistra bruci tutto, ancora una volta, in una diatriba tutta sua a chi fa il più duro  mettendosi anche qui a pretendere, duri contro duri, il +1 dell’altro: e è possibile. Ma stavolta paiono meglio avvertiti anche loro (blocco di sinistra, verdi, PC) che se fallisce sparisce (New York Times, 10.11.2015, Raphael Minder, Portugal’s Government Ousted in Challenge to Austerity Il governo portoghese cacciato via con un’esplicita sfida all’austerità [un tentativo di fare la Grecia… dopo la Grecia e sua quasi-resa ▬ http://www.nytimes.com/2015/11/11/world/europe/portugals-government-ousted-in-challenge-to-austerity.html?_r=0.

●In Romania, il primo ministro già sotto inchiesta giudiziaria, Victor Ponta – sotto accusa per riciclaggio di fondi neri e frode fiscale – dopo un’imponente dimostrazione provocata dagli effetti micidiali di  un incendio che una settimana fa ha fatto strage di 32 ragazze/i in una discoteca e di cui voci popolari e diversi indizi fanno risalir alla carenza di misure di sicurezza su cui le autorità preposte avevano chiuso, presumibilmente per corruzione , un occhio – ha dato le dimissioni.  

Poi, alla manifestazione di Bucarest, si ne sono accodate altre imponenti in altre grandi città, come a Brasov e a Ploesti. Un possibile, ma ancora non certo – il suo partito che sulla fiducia è sempre in bilico  prima di rassegnarsi ad andare alle urne potrebbe favorire le destre e un “cambio interno di governo”. Ma non gli sarà facile in un clima che di giorno in giorno per ragioni assai serie ma anche per la solita abile propaganda ispirata pure dall’estero (USA, UE) spinge forte  (Stratfor, 4.11.2015, Romania: Prime Minister Resigns―Dimissioni del premier https://www.stratfor.com/situation-report/romania-prime-minister- Analysis-resigns-0).

Infine, solo due giorni dopo, polizia e magistratura, per l’incendio che ha messo in moto l’ultima crisi, dispongono l’arresto dell’ex sindaco del 4° settore di Bucarest Cristian Popescu Piedone l’autore – dietro adeguata mazzetta, è l’accusa – della concessione di agibilità concessa a un locale che invece ne doveva essere escluso (The Romania Journal, 7.11.2015, Ex-District 4 mayor taken into custody in the nightclub fire case― L’ex sindaco di Bucarest/4 preso in custodia nel caso dell’incendio del night club http://www.romaniajournal.ro/ex-district-4-mayor-taken-into-custody-in-the-nightclub-fire-case).

●Meno di due settimane dopo le dimissioni rese dal vecchio PM sotto inchiesta, Victor Ponta – per  corruzione, frode e traffico di valuta – è fallita la mozione di sfiducia contro Dacian Ciolos che ha avuto il voto dei maggiori partiti, i liberali e i social-democratici – di cui Ponta era esponente lui stesso. Il nuovo governo, se non collasserà per cause ora impreviste ma qui, ancora più plausibili che in molti altri paesi, dovrebbe restare in piedi fino alle elezioni del dicembre 2016.

L’incertezza politica stessa vedrà ancora rimandata ogni riforma o, più probabilmente, controriforma, ma la politica estera di questo governo – come di qualsiasi altro qui – resterà, nell’Unione e nella NATO, classicamente legata a un piatto europeismo di stampo più o meno andante e un atlantismo pedissequo e, più o meno, di facciata (Stratfor – Analysis, 4.11. 2015, Romania Stays the Course, Despite Ponta's Fall― La Romania tiene ferma la rotta, anche dopo la caduta di Ponta https://www.stratfor.com/ analysis/romania-stays-course-despite-pontas-fall; e Agenzia Nova/Bucarest, 17.11.2015, Romania: governo Ciolos ottiene la fiducia, obiettivi saranno [ma, guardate un po’: non opacità e settarismo ma] trasparenza e apertura al dialogo ▬ http://www.agenzianova. com/a/564b4cb086c7d1.75179822/1248688/2015-11-17/romania-governo-ciolos-ottiene-la-fiducia-obiettivi-saranno-trasparenza-e-apertura-al-dialogo/linked).

●In Ucraina, era stato troppo anticipato, forse con troppa fretta, che si stava andando verso un compromesso precursore di una soluzione duratura, ma adesso tanto i separatisti della regione orientale, il Donbass, quanto i militari di Kiev si scambiano di nuovo accuse: se gli scontri pan per focaccia che si ripetono tra le parti, sistematicamente anche se su di dimensioni ormai sempre più locali.

Il cosiddetto Quartetto di Normandia  (Ucraina, Russia, Germania e Francia) che tenta di mediare, istituito dal secondo accordo di Minsk, si riunisce così subito a Berlino, per discutere su come rimediare, mettendo almeno una toppa a una situazione che si va nuovamente deteriorando (Vestnik Kavkaza/Il quodìtidiano del Caucaso, 4.11.2015, Foreign Ministers of ‘Normandy Quartet’ to gather in Berlin on November 6 I ministri degli Esteri del Quartetto di Nprmandia si incontrano a Berlino il 6 novembre http://vestnikkavkaza.net/news/Foreign-Ministers-of-Normandy-Quartet-to-gather-in-Berlin-on-November-6.html).

Adesso – a complicare, ci sembra, più che a semplificare le cose – un portavoce di Poroshenko annuncia che il Pentagono “a breve” (qui dicono dal 23 novembre p.v., al Pentagono chiariscono, però, che non ci sono date ancora fissate) addestrerà sei battaglioni meccanizzati ucraini  a Lviv (Stratfor, 7.11.2015, Ukraine: US to train six battalions Gli USA addestreranno sei battaglioni ucraini [in tutto, forse, sui 1,500 soldati…] ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-us-train-six-battalions).

●Attentatori restati sconosciuti (ma in realtà conosciutissimi…) hanno in due riprese il 20 e 22 novembre fatto saltare quattro piloni elettrici che portavano, si capisce a pagamento, l’elettricità dall’Ucraina alla Crimea, ormai federata alla Russia. Un gruppo finora ignoto, che si proclama Blocco Civico di Crimea, composto in maggioranza di tatari che ce l’hanno sia con Kiev che con Mosca, pur proclamando di non entrarci con gli attentati ha attivamente e violentemente impedito di riparare le linee finche, ha detto il loro portavoce, Lenur Islyamov, non verrà rilasciata una dozzina di loro attivisti arrestati dalla polizia crimeana.

Il rimedio-pecetta cui stanno provvedendo i russi (la Crimea è rimasta senza corrente elettrica quasi per quattro giorni) è stato l’inizio della costruzione di un ponte elettrico, con la deposizione subito iniziata di un grande cavo attraverso lo stretto di Kerch mentre ai genieri dell’Armata rossa è stato affidato il compito di provvedere con autobotti di gas e fornitura di generatori autonomi alla copertura delle necessità più urgenti di Kerch, la penisola di Crimea dello stesso nome dello stretto da quella russa di Taman della regione di Krasnodar.

Si tratta di un’altro passo avanti, però, verso l’integrazione pura e semplice della rete di distribuzione della Crimea in quella unificata della federazione russa. E gli ucraini lo vedono proprio come qualche altro chiodo sulla cassa da morto orma inchiavardata di un recupero della Crimea. Mentre Mosca parla direttamente ma livello per ora ufficioso di governo come di una imminente possibilità, fa annunciare dal sen. Sergei Tsekov che rappresenta la Crimea nel Consiglio della Federazione russa che, “a questo punto la fornitura del carbone della Crimea che aziona ben sei stazioni di produzione di energia termica nell’Ucraina potrebbe davvero essere interrotta. Loro dipendono da noi molo più di quanto poi noi dipendiamo da loro”. In effetti, poi il rifornimento di carbone russo a Kiev viene subito stoppato.

E’ un blocco che inizia subito (Business Bloomberg/New York, 22.11.2015, Volodymyr Verbyany, Elena Mazneva e  Eduard Gismatullin, Twin Ukraine Power Cable Blasts Leave Crimeans in the Dark Esplosioni gemelle a cavi portanti di energia elettrica lasciano al buio la Crimea http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-11-22/crimea-declares-emergency-as-1-9-million-people-lose-electricity). Intanto, un sondaggio condotto da un Istituto di Mosca indipendente e, perciò, da tutti riconosciuto come  molto autorevole ( ▬ www.levada.ru/eng/) vede rispondere l’87% dei rispondenti che sì, la Crime è e dovrebbe restare parte della Russia quando ad agosto, solo tre mesi fa, rispondeva così. E solo il 3% era del parere che la penisola potesse e dovesse più tornare all’Ucraina (UNIAN, 3.11.2015, Poll: Only 3% of Russians still consider Crimea belongs to Ukraine Solo il 3% dei Russi, dice un credibile sondaggio, considerano sempre la Crimea come territorio ucraino http://www.unian.info/world/1191023-poll-only-3-of-russians-still-consider-crimea-belongs-to-ukraine.html).

●  Gli USA avvertono la Russia di non immischiarsi negli affari degli altri!!!

E hanno ragione: mica sono gli USA… loro

Fonte: Malcom Evans cartoons, 5.3.2015 [vecchiotta,  ma oggi “al dente” proprio come era già nove mesi fa… ▬ www.cagle.com/201403]

Russi e iraniani stanno considerando la possibilità – ne hanno discusso insieme il ministro della Tecnologia informatica Mahmoud Vaezi e la presidente della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, incontrandosi per discuterne a Mosca, nel quadro di un allargamento della cooperazione economica – in particolare di fondare una joint venture bancaria tra i due paesi. Negli ultimi anni, anche nel tentativo di ovviare boicottaggi incrociati lanciati dagli USA e dall’occidente contro l’uno e l’altro paese, Iran e Russia hanno variamente cooperato in diversi campi. E ora con le sanzioni al primo in via di scomparsa e i tanti dubbi su quelle masochiste anche alla seconda… (FARS News Agency,11.11.2015, Iran and Russia Mulling to Set Up Joint Bank― L’Iran e la Russia pensano a costituire una banca congiunta http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn= 13940820001215).

E, subito dopo, a Teheran , qualche giorno prima di incontrarsi con Hollande – al quale, sulla base della loro forte nuova alleanza cobelligerante contro l’ISIL dopo il Sinai e Parigi, Vladinir Putin chiederà di “pesare” sul Consiglio europeo per far svanire le sanzioni contro Mosca, magari anche solo di fatto per ora – il presidente russo si incontra con Khamenei e Rouhani, e insieme ribadiscono che alla fine la Siria sceglierà essa stessa chi la governa: “come concordato da tutti e annunciato a nome di tutti dai ministri degli esteri russo e americano a Vienna”, ricordano a chi ancora cincischia.

E tornano a parlare di cooperazione più stretta e paritaria tra i due paesi (lo dice, subito dopo l’incontro alla presenza del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Jahad Zarif, il portavoce di Piutin, Dmitry Peskov (War News Update, 23.11.2015, Russian president Putin visits Iran http://warnewsupdates.blogspot.it/2015/11/russian-presi dent-putin-visits-iran.html).

Subito prima di Teheran, nell’estrema emergenza che lo sta schiacciando, subito dopo Parigi, di convincere l’inquilino della Casa Bianca a di lasciar cadere l’ostracismo ottuso non realistico con cui ripete a pappagallo da tre anni che Assad se ne deve andare vias prima o comunque all’inizio,  e non alla fine.  del processo per meglio sconfiggere il nemico di tutti, perfino ormai forse dell’Arabia saudita, lo Stato Islamico, Hollande è anche con un tour de force abbastanza pesante anche in super-prima classe intrapreso pure per convincere l’Iran che in fondo pure Obama è personsì’a ragionevole…

Ci ho ripensato, caro Barak, e ho portato un amico…

Lotta contro l’ISIS  (la coalizione che vuole Hollande)  Assad

Fonte: INYT, 24.11.2015, Robert Chappatte

●In Iraq, combattenti curdi e di etnia yazida hanno sferrato, sostenuti dalle bombe della coalizione messa insieme dagli USA, un assalto massiccio riprendendosi dallo Stato Islamico il controllo della città-chiave di Sinjar. Chiave davvero, perché se i combattenti anti-islamisti riescono a tenere e controllare la strada principale che collega Mosul a Raqqah sarebbero riusciti a spaccare, letteralmente, il Califfato.

Ancora una volta, dimostrando di essere la forza militare più efficace e capace di combattere e anche di sconfiggere i tagliagole (FARS News Agency/Teheran,13.11.2015, Iraq’s Peshmerga Win Back Sinjar I peshmerga [curdi] iracheni riconquistano Sinjar http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn =13940822000297).

●I dati preliminari del terzo trimestre nell’eurozona e nell’Unione, resi noti da Eurostat, l’Ufficio centrale di statistica dell’Unione, informa che in Italia il PIL è aumentato dello 0,2%, ma in calo dallo 0,4 del secondo, in Francia dello 0,3 ma in netto aumento dallo stallo del precedente e in Germania anche dello 0,3 ma, qui, in calo dallo 0,4% (EUROSTAT Flash, 13.11.2015, Stima flash per il 3° trimestre del 2015, GDP up by 0.3% in the euro area and by 0.4% in the EU28 +1.6% and +1.9% respectively compared with the third quarter of 2014 Il PIL sale dello 0,3% nell’eurozona e dello 0,4 nell’Unione a 28, del +1,6 e +1,9 rispettivamente a confronto del 3° trimestre 2014 http://ec.europa.eu/eurostat/documents/2995521/7075215/2-13112015-BP-EN.pdf/b1b2ad4f-32ef-4737-abbe-5dc7b91dd1bb).

In termini di crescita economica, l’eurozona oggi è sicuramente, secondo noi, in un ragionato, chiamiamolo, status di otti-pessimismo (Stratfor – Analysis, 12.8.2015, Taking the Shine Off European Growth― Sta sparendo il lustro dalla crescita dell’Europa [ma loro, sono più ottimisti di chi scrive] ▬ https://www.stratfor.com/analysis/taking-shine-european-growth).

STATI UNITI

●Sulla povertà estrema in America, la campagna elettorale in corso per le primarie e la nomina al candidato presidenziale dei due grandi partiti, vede in sostanza tutti i repubblicani coesi sulla convinzione solo ideologica e non provata dalla storia e dai periodi di forte crescita del paese, che ogni problema si risolve tagliando le tasse…; e i democratici più solidamente coesi sulla necessità di restringere almeno un po’ – tra loro notevoli differenze, va da sé, però, sul come, il quanto, il dove, il come.. – il gap delle disuguaglianze crescenti – il 90% della ricchezza nazionale che va grosso modo all’1% della popolazione – e, in specie, la preoccupazione di una qualche ridistribuzione un po’ più equa dei redditi, specie a favore del lavoro dipendente. Quella che qui chiamano la middle class.

Ma nessuno dei due partiti neanche accenna agli americani che restano sempre e sempre più proprio “poveri” Malgrado ogni programma di assistenza sociale – sempre precaria – che esiste: aiuti per la casa, mense dei poveri o buoni pasto… – sono oltre 16 milioni gli americani, soprattutto i bambini, che risultano al Bureau del Censimento sotto livello di povertà e, godono di un sussidio pubblico che c’è, di  8,60 $ al giorno pro-capite. Oggi, calcola il BS, sono 6 milioni di più di quanto fossero mezzo secolo fa. Si tratta d’un americano su 20… E’ che anche qui, e più che altrove, poi sono per definizione quelli che non contano, i senza parole e , in pratica, anche senza diritti.

Pure il denaro speso sui poveri assoluti, o quasi, è anche aumentato. Ma l’aiuto pubblico è diventato sempre più discriminatorio. Di più a chi secondo l’erogatore globale – il governo – e gli erogatori finali – gli operatori – “merita” di più e molto meno agli altri. E, in questo senso, i più penalizzati diventano ogni giorno di più proprio i più poveri. Nei primi anni ’80, oltre la metà dell’aiuto pubblico andava ai più poveri, oggi solo 1/3. Perché? perché soprattutto, in parte non piccola del mondo anglosassone americano, è passato il concetto che la povertà è una colpa, un peccato personale…

Questa è una sintesi, e parziale, di informazioni che stavolta puntualmente il NYT fornisce (New York Times, 17.11.2015, E. Porter, Electing to Ignore the Poorest of the Poor Scegliendo di ignorare i più poveri dei poveri [americani]http://www.nytimes.com/2015/11/18/business/economy/electing-to-ignore-the-poorest-of-the-poor.html?_r=0), per i dettagli e i dati, al sito dell’U.S. Bureau of Statistics.

●In USA, un balzo in avanti di 271.0000 posti lavoro, un incremento robusto più delle attese, sembra poter adesso spingere – come sembra dire l’auspicio del titolo stesso qui riportato del NYT – la Fed potrebbe  e dovrebbe cominciare a rialzare i tassi di interesse, perché la crisi sarebbe finita o, almeno, sarebbe in via di rapido superamento. E quindi ci si potrebbe spostare, ormai, dicono questi, da una policy sui tassi che dura ormai da quasi otto anni.

Il tasso ufficiale di disoccupazione – comunque,  a meno del 4-5% di quello reale, contato sul serio, senza esclusioni politicamente decise… del resto, più o meno contato con gli stessi criteri anche  qui secondo lo stesso Ufficio statistico del lavoro (il BLS) oggi al 9,8%: ma è ancora sottostimato – è sceso a ottobre al 5, dal 5,1% del mese prima.

Tutte buone notizie (fa notare l’Economic Policy Institute /EPI, Washington, D.C., 6.11.2015, Elise Gould, One month of good news does not make a strong economy Un mese di buone notizie non fa forte un’ economia http://www.epi.org/press/one-month-of-good-news-does-not-make-a-strong-economy). Ma, svelando come fa quasi  sempre, alla lunga, a ragione, anche si tratta di un rapporto solido, bisogna star attenti a un ottimismo che può essere – certo questa economia è più solida della nostra: a modo suo, sicuro, anche se benissimo ai più ricchi e molto, molto meno al famoso 90% degli americani – e tutto come sempre è solo relativo.

Questi dati promettenti sul lavoro del mese vengono a ruota di un mercato del lavoro che quest’anno, 2015, è cresciuto assai meno del precedente, 2014 (una media di 199.000 al mese nei primi nove mesi). E, poi, il rapporto occupazione/popolazione resta dov’era a gennaio e lo stesso aumento del salario, al netto della (bassa) inflazione, resta un obiettivo ragionevole (EPI, 6.11.2015, Slow wage growth is a sure sign of how far the U.s. economy remains from a full recovery Il basso aumento dei salari è un segno certo di quanto gli USA restino lontani da una ripresa piena http://www.epi.org/nominal-wage-tracker).

●Tra parentesi, e neanche poi tanto, ci sembra d rilievo una notazione recente sul WP (Washington Post, 6. 11. 2015. P. Bump, Barack Obama: The jobs president that Republicans were looking for?―Barack Obama: il presidente creatore di lavoro che I repubblicani andrebbero cercando? https://www.washingtonpost.com/news/the-fix/wp/2015/11/06/barack-obama-the-jobs-president-that-republicans-were-looking-for/?postshare=9761446826982948) su cui torna martellandoci per valorizzarne l’importanza, Paul Krugman.

Il fatto è che “sotto Obama la creazione di lavoro nel settore privato è andata di gran lunga oltre quella creata sotto Bush, mentre è calato l’impiego creato nel settore  pubblico (New York Times, 6.11.2015, Obama the Job Killer Redux ― Obama  uno che si ripete ammazzando lavoro [pubblico ma – correggiamo noi – aiuta nei fatti a crearne nel settore privato] http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/11/06/obama-the-job-killer-redux/?_r=0 ).

●Il WP, con una strana ammissione a fine paragrafo, racconta ai lettori che “l’indipendenza delle Banche centrali è uno degli attributi di una democrazia in buona salute e che la cosa è sempre stata così, storicamente. Certo, e per contrasto, molte repubbliche delle banane sono finite nei guai utilizzando [è proprio la tesi che invece attaccano i repubblicani: che, se poi hanno torto, non ce l’hanno però affatto per le ragioni che dice il WP] “le loro banche centrali per facilitare la spesa in deficit governativa. E’ il problema della Germania del dopo prima guerra mondiale. Sempre se non  fallisce la nostra memoria”…

Ma è invece, proprio così: si sbagliano proprio! Tanto per dire, la Banca d’Inghilterra non è stata indipendente dal governo prima del 1997: ma è sempre riuscita a evitare il flagello dell’iperinflazione  e la maggior parte degli inglesi si considerano sicuramente come una democrazia, in buona  salute, malgrado conservatori e anche laburisti, magari. E gli esempi analoghi sono tanti: anche la Fed stessa durante la seconda guerra mondiale e, poi, per altri sei anni fino a Eisenhower non era affatto indipendente dal governo federale.

D’altra parte, le Banche centrali indipendenti, americana e europea, sono state capaci, separatamente e insieme, di non vedere il crescere di una gigantesca bolla speculativa il cui collasso ha affondato entrambe le economie. E, in Europa, il crack ha causato anche più danni della Grande Depressione del secolo scorso. Anche se nessuno, naturalmente, dei responsabili è stato licenziato: come sarebbe successo se, invece di banchieri centrali, i responsabili fossero sguatteri e avessero lasciato cadere in terra una pila di piatti, fracassandoli.

A parte essere costretti anche a pagare i danni… loro, i lavapiatti… mentre tutti i banchieri centrali, cghe sono costati a contribuenti e clienti miliardi di  e di €, sono  invece andati in pensione con milioni e milioni di dollari e di € di buona uscita… (Washington Post, 7.11.2015, edit. della direzione, Republicans raid the Federal Reserve― I repubblicani attaccano la Fed https://www.washingtonpost.com/opinions/republicans-raid-the-federal-reserve/2015/11/06/ f7dcec06-84b3-11°5-a7ca-6ab6ec20f839_story.html?tid=pm_opinions_pop_b).  

in America latina

●In Argentina, raggiunto l’accordo perché la Cina costruisca due centrali atomiche consegnandole chiavi in mano a Buenos Aires, finanziandone anche sotto forma di aiuto l’85% di un’impresa che dovrebbe costare in tutto sui 15 miliardi di $. Aggiungerà 1.750 megawatt di energia che già producono nel paese i tre reattori esistenti. Tra i candidati al secondo turno del 22 novembre delle presidenziali, il repubblicano Macri ha promesso di rivedere tutti gli accordi che Buenos Aires ha con paesi “diversi”, dice lui, come Russia e Cina. Come se non sapesse che, spesso malamente pianificata, è stata la spinta da sempre impressa al suo paese dalla struttura peronisticamente protezionista e poco competitiva dell’economia: chiunque poi de tre peronisti in corsa ormai con diverse etichette sia il vincitore (pare sia, come è subito dopo ormai noto, proprio Mauricio Macri.

Le proiezioni televisive subito dopo la chiusura infatti concordano che il candidato della destra ce l’ha fatta, col 51%, contro l’esponente della tradizione nazional-peronista e populista, Daniel Scioli, appoggiato ma invano dalla presidenta. Ed è la prima volta da un decennio che il centro-destra ha sconfitto il centro-sinistra nello scontro intestino tra i peronisti. Che, anche perciò, per le ragioni stesse di come è strutturata, stretta dai lacci e lacciuoli della sua realtà com’è, il vincitore non avrà grandi libertà di manovra: se volesse ripagare il debito defaultato, neanche un neo-convertito neo-liberista  come Macri potrebbe mai farlo (Stratfor – Geopolitical Diary, 23.10.2015, Argentina’s Next President Will Inherit Economic Troubles― Il nuovo presidente erediterà una serie di acciacchi economici [anche se, a dire il vero, gli argentini da quando sfuggirono alla morsa della dittatura militare prima giurarono di diventar virtuosi, ma continuarono a spendere male (sul rimborso del debito e aumentandolo anche)…

Per poi, tornati in qualche modo per scelta proprio del popolo, dopo la catastrofica presidenza di Carlos Menem, con la scelta del primo Kirchner e poi della presidenta Kirchner a un peronismo popolar-populista, se ne sono sempre fregati dei dettami dell’ortodossia, rischiando – e con un certo successo – anche il default del 2001 senza per questo inguaiarsi poi tanto più dei brasiliani e dei “virtuosi” cileni ( ▬ https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/argentinas-next-president-will-inherit-economic-troubles).

GERMANIA

●La cancelliera, ha presieduto una riunione di gabinetto  il 1° novembre – che il portavoce ha definito  (renzianamente? “costruttiva” ma è finita in un niente di fatto e ci riproveranno a giorni…)  con una netta divisione tra le sue idee e quelle decisamente più ristrette dei suoi alleati socialdemocratici di governo rispetto sul problema dei rifugiati che si stanno riversando nel paese  fra 800.000 e 1 milione, secondo le previsioni, nell’anno rispetto al totale del 2014 (la metà) e il massimo di ogni altro paese europeo (Stratfor – Analysis, 15.9.2015,  The Uneven Effects of Europe’s Migrant Crisis― Gli effetti squilibrati e squilibranti della crisi migratoria in Europa https://www.stratfor.com/analysis/uneven-effects-europes-migrant-crisis; e  Der Spiegel (engl.), Reaching the Limit: ‘The Number of Immigrants Has To Fall’― Siamo al limite [dicono quelli dell’SPD al governo]: ‘il numero degli emigranti deve scendere’▬ http://www.spiegel.de/international/germany/german-cabinet-members-argue-against-unlimited-immigration-a-105 7099.html).

●Da Berlino, frullano voci e anche, non smentite autorevoli asserzioni che il trono di Angela Merkel cominci a traballare. Non è questo il solo punto di divergenza tra la sua posizione e quella, quando più arretrata, quando più aperta e coraggiosa, meno succube e atlanticista dei social-democratici. Sul piano della politica estera, il viaggio a Mosca di Sigmar Gabriel, vice cancelliere e presidente dell’FDP, il  secondo partito della coalizione nero-rossa al governo e il messaggio proprio da lì lanciato che le sanzioni alla Russia sono uno sbaglio “grave e cui rimediare” e che il paese dovrebbe – dice anzi “deve” – aprirsi al gasdotto russo North Stream2, sono segnali politicamente sempre più chiari.

Del resto se l’è cercata, la Merkel, prendendosela di petto con Mosca in Ucraina, dove i russi tengono tutte le carte e i tedeschi, a ragione, si sentono molto in imbarazzo accostati e a sostegno anche dei filo-nazisti vicini a quel governo. Abituata a spadroneggiare accanto ai lillipuziani europei dell’Unione, non sta a galla con la stessa padronanza e sembra invece affogare in campo internazionale aperto un po’ troppo spesso. La prima regola del far politica, come diceva Lyndon Johnson, e che “se stai sprofondando in una buca, devi smettere subito di scavare”.

Poi ha mal gestito, schiacciando tutti coi suoi diktat, affossando il governo di Atene, l’Europa e alla fine forse anche se stessa, la crisi greca e – diciamo per lo meno contraddittoriamente? no…, sì…, ma vediamo… iuxta modum…  – la crisi dell’emigrazione a Bruxelles e dovunque. Questi sono segnali forti e così cominciano a interpretarli molti, a casa sua, dove poi conta (la legge così,e non esempio di poco conto, per esempio il Financial Times, 27.10.2015, Stefan Wagstyl, Germany: Merkel opens doors to her opponents Gemania: la Merkel apre la porta agli oppositori http://www.ft.com/intl/cms/s/2/69455aec-7b4d-11e5-a1fe-567b37f80b64.html#axzz3prU2JTtz).

● Ancora (e sempre) il campione europeo?

Fonte: Oliver Schopf, Der Standard, Vienna 2015 ▬ http://bunisessinsider.com/political-cartoons-of-angela-merkel-and-more-5-?IR=T]

●Intanto, è crisi doppia per la inguaiata (solo per colpa sua: per ingordigia) Volkswagen. Ha perso, passando dietro la Toyota, la prima posizione mondiale di produttore d’auto:  7,49 milioni di auto nei primi  nove mesi dell’anno contro i 7,43 della VW. Poi, perdita secca netta di  €1,9 miliardi nel terzo trimestre, il primo in perdita da 15 anni. Ha dovuto provvedere a mettere da parte quasi 7 miliardi di € per far fronte a quanto (finora… molto ottimisticamente), prevede di dover sborsare per l’imbroglio sui gas di scarico finora emerso, senza neanche avere ancora lo scandalo finirà per pesare sulle vendite prossime venture (The Economist, 30.10.2015).

Poi, a inizio novembre, è la VW stessa ad ammettere di aver anche  da tempo “falsato” (dice sottovalutato), ma deliberatamente l’ammontare delle emissioni di anidride carbonica di più di 800.000 delle sue vetture a benzina vendute in Europa, allo stesso tempo sopravvalutandone il consumo… Così, tanto per cercare di mettere le mani avanti.

●E un’altra istituzione per antonomasia nel nome stesso deutsche, la Deutsche Bank, ha annunciato una perdita netta di € 6 miliardi solo nel terzo trimestre dell’anno. E, a seguire, ha licenziato 9.000 dipendenti a tempo pieno. E, cosa che fa male a dirigenti e azionisti, la sospensione dei dividendi per un biennio (The Economist, 30.10.2015).

GRAN BRETAGNA

●Il premier britannico David Cameron a nome del suo partito e, ovviamente, del suo governo la dice chiara e la dice lunga… e anche con non poca sfrontatezza, su quello che chiede il Regno Unito agli altri paesi dell’Unione… per far loro il favore di restarci. Nella sintesi, che ne fa – bene – il NYT,

·         • “le richieste includono [e non sono tutte e solo queste] il non discriminare il suo paese economicamente perché si tiene la sterlina [e non è nell’euro― cioè vogliono decidere anche loro per gli altri che stanno dentro];

·         un ruolo più forte in Europa dei parlamenti nazionali [e su questo si può, in effetti, più equamente, almeno discutere;

·         • e la fine dell’impegno cui la GB è tenuta in quanto firmataria dei Trattati di perseguire ‘un’Unione sempre più integrata’, che i conservatori considerano una minaccia alla sovranità nazionale”) ma, così, non esisterebbe più proprio nessuna Unione… neanche più in prospettiva, come sbocco di una qualche futura speranza, forse chi sa solo illusione (New York Times, 10.11.2015, S. Castle, David Cameron outlines demands for Britain to stay in E. U. David Cameron delinea le richieste della Gran Bretagna per restare nella U.E. http://www.nytimes.com/2015/11/11/world/europe/cameron-britain-eu-membership.html?_r=0).

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GIAPPONE

●Il paese è di nuovo in recessione (secondo e terzo trimestre in calo di PIL, consecutivamente) con un rilevante -0,8% nell’ultimo. Le cause principali – ma il NYT rovescia, al solito, l’ordine dei fattori… così che addossa la colpa principale… alla Cina. E che Abe, il PM, s’è messo paura della sua iniziale audacia antiausteriana controccorrente iniziale e ha fatto retromarcia: cosi subito tagliando le gambe ai consumi… poi ha speso miliardi di $ cercando di rilanciare i reattori nucleari fermati dopo Fukushima…

Senza riuscirci per l’ostilità del paese e praticamente buttandoli via improduttivamente… Infine, un po’come a tutti, gli è arrivato addosso – anche: come a chiunque esporti e importi da Pechino – il rallentamento economico della Cina (New York Times, 16.11.2015, J. Soble, Japan’s Economy Feels the Sting of China’s Slowdown― La botta del rallentamento cinese si fa sentire sull’economia giapponese http://www.nytimes.com/2015/11/17/business/international/japans-economy-feels-the-sting-of-chinas-slowdown.html?_r=0).  E’la seconda recessione sotto questo governo e la quinta dopo l’inizio della crisi, nel 2008…


 

[1] Il testo dice, letteralmente, a firma dei tre – Lavrov, Kerry e de Mistura per le NU – ma passato con l’assenso di tutti che “Tutto il processo politico qui descritto sarà condotto dagli stessi siriani e sotto la loro responsabilità e sarà il popolo siriano a decidere del futuro della Siria”… Non sarà certo, nei fatti, tutto  così… Ma così c’è scritto (Daily Mail, 30.11.2015, Joint communique issued after the Vienna Syria talks Dopo il dibattito di Vienna sulla Siria – comunicato congiunto http://www.dailymail.co.uk/wires/reuters/article-3297311/TEXT-Joint-communique-issued-Vienna-Syri a-talks.html).  

[2] Dal nome della scuola che interpreta alla lettera, come facevano i Salaf― i pii antenati, i libri sacri: che se dicono di sterminare eretici, scismatici o infedeli, vanno obbediti così, proprio alla lettera sgozzandoli e col terrorismo. 

[3]Bastardi islamici”, ha titolato un giornale che osa titolare se stesso Libero, 14.11.2015― non si sa se riferendosi ai mussulmani assassini o ai mussulmani assassinati ▬ http://www.liberoquotidiano.it/news/editoriali/11848405/belpie ro-bastardi-islamici.html)