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              12. Nota congiunturale - dicembre 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

 

 

 

30.11.2014

(chiusura- 22:58)

di Angelo Gennari

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc405151819 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc405151820 \h 1

● Il primo autostop nello spazio...  (vignetta) PAGEREF _Toc405151821 \h 3

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.... PAGEREF _Toc405151822 \h 4

in America latina.. PAGEREF _Toc405151823 \h 16

CINA.... PAGEREF _Toc405151824 \h 17

● Forse per gli orsi bianchi c’è ancora qualche speranza...   (vignetta) PAGEREF _Toc405151825 \h 20

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc405151826 \h 21

● L’accordo nucleare in bilico...   (vignetta) PAGEREF _Toc405151827 \h 23

EUROPA.... PAGEREF _Toc405151828 \h 26

● J.-C. Juncker, il Grande mago della moltiplicazione degli €uro   (vignetta) PAGEREF _Toc405151829 \h 27

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc405151830 \h 42

● Ma adesso che non ne ha più il  controllo, riusciranno a lavorare insieme, Obama e il Congresso  (vignetta) PAGEREF _Toc405151831 \h 43

● L’America è in fiamme: qui, più che altrove, ormai ‘No justice, No peace’ (non c’è pace, senza g iustizia)       PAGEREF _Toc405151832 \h 48

GERMANIA.... PAGEREF _Toc405151833 \h 48

FRANCIA.... PAGEREF _Toc405151834 \h 49

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc405151835 \h 49

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc405151836 \h 51

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di dicembre 2014 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza

• il 1° dicembre, entra in carica, dopo che lo ha fatto il mese scorso la nuova Commissione Juncker, il nuovo presidente del Consiglio europeo, l’ex primo ministro polacco Donald Tusk che sostituisce il belga Herman Van Rompuy giunto alla fine del suo mandato. E’ un posto di grande rilievo in Europa – fissa l’ordine del giorno del Consiglio cui spettano tutte le decisioni cruciali e ne è di fatto il mediatore – al quale Renzi ha deliberatamente fatto rinunciare l’Italia (cui era stato garantito per Enrico Letta) per mettere la sua Federica Mogherini al posto, anche importante ma meno, nella Commissione di Mrs. Pesc, come si dice, l’Alta rappresentante europea per la politica estera... perché? ma perché lei la controlla e lui no... 

• il 21, in Uzbekistan, primo round delle elezioni legislative;

• il 14 o il 21, in Tunisia, secondo turno delle elezioni presidenziali;

• e, a fine dicembre, in Egitto (data ancora neanche fissata) elezioni legislative: nelle condizioni della dittatura militare vigente, ipocritamente accettate da tutti, nel mondo arabo come in quello di osservanza delle liturgie elettorali alla russa come nel nostro, “libero”, occidentale...

●Il direttore generale dell’OMS/Organizzazione Mondiale della Sanità ha scoperto l’acqua calda. Quella che esiste da sempre ma che è stato importante abbia finalmente capito di dire di aver scoperto anche lei e deciso di dirla, papale, come si dice, papale.

In un discorso alla conferenza regionale dell’organizzazione, tenuta a Cotonou, in Benin, la dottoressa Margaret Chan, laureata in Canada e cittadina cinese, ai vertici nel suo secondo mandato ai vertici della massima struttura tecnico-politica dell’ONU, ha condannato con parole durissime quello che aveva finora prudentemente solo accennato.

Che è nella sete di profitto dell’industria farmaceutica la massima responsabilità per l’assenza eclatante di un vaccino già disponibile contro l’ebola che ha colpito l’Africa occidentale e minaccia di estendersi anche nel resto del mondo― e lei sarà pure cinese, dunque, inevitabilmente “sospetta”: ma lo stesso dicono esperti e medici americani e europei. Il fatto è semplice semplice: perché come tutte le industrie, ma in maniera ancora più ingorda e criminale vista la materia che tratta, questa industria è guidata dalla ricerca del massimo profitto e, perciò, non investe in prodotti o in mercati che non pagano” e che non pagano subito.

Chan ha detto che almeno 13.567 persone hanno contratto l’ebola con una tasso di mortalità in pochi giorni che ha falciato 4.951 di loro (New York Times, 3.11.2014, R. Gladstone, W.H.O. Deplores Delay in Ebola Vaccine― L’OMS condanna il ritardo nello sviluppo di vaccini contro l’ebola [la notizia, data così blandamente sul più grande quotidiano del mondo è, al solito, ipocrita, anzi pacchianamente menzognera― e, al solito, sappiamo perfettamente perché: non si può nascondere ma si deve (manzonianamente[1]) deviare, ammorbidire, nascondere: perché il titolo corrispondente al fatto sarebbe che l’OMS condanna la sete di profitto dell’industria del farmaco che non investe nel vaccino perché le potrebbe rendere troppo poco in profitti immediati. E ha, quindi. per questo la colpa... Così la notizia nuda e cruda viene data sì, ma non nel titolo, solo nel link... http://www.nytimes.com/2014/11/04/world/ africa/ebola-cure-delayed-by-drug-industrys-drive-for-profit-who-leader-says.html?_r=0#).

●Su una questione del tutto diversa, ma in qualche modo altrettanto oscenamente loquace, legata però a filo rosso allo stesso tema, quello del profitto rubato alla comunità, c’è stata nel mese anche la catastrofica interruzione traumatica – è precipitata – della criminale avventura sponsorizzata per farsi propaganda e farci quattrini dal miliardario inglese Richard Branson: il volo ai confini della stratosfera della Virgin Galactic per chi vuole togliersi uno sfizio distinguendosi dai comuni mortali e bruciandoci sopra almeno 300 mila $ per passeggero: un campanello d’allarme sugli eccessi insopportabili – e per fortuna, diciamolo loro, pure molto pericolosi – di questo libero e selvaggio mercato rampante (Dichiarazione della Virgin Galactic, 4.11.2014▬ http://www.virgingalactic.com/statement-from-virgin-galactic).

●Tra il 2008 e il 2013, hanno ora dichiarato gli enti di regolazione dei mercati finanziari di Gran Bretagna, America e Svizzera  – che se ne sono accorti, dicono, solo adesso malgrado le fior di denunce in proposito loro tempestivamente presentate ma che finora se ne erano stati ligi e cheti al dettame di non disturbare comunque il manovratore – sei grandi banche internazionali (l’HSCB, la Royal Bank of Scotland, la Bank of America, la JPMorgan Chase, Citigroup e la UBS) “in collusione tra loro hanno truccato tassi di riferimento cruciali sui mercati dei cambi”.

E, per averlo fatto, ora vengono punite tra di loro con una multa di 4,3 miliardi di $. Due domande, almeno: ma la galera, no? se rubi due mele sì e miliardi di $ no? e, chi ha lasciato rubare e truffare, sapendo che stavano rubando e truffando, non è anche lui un complice, pur se chiama se stesso regolatore? (The Economist, 14.11.2014; e DigitalCorvettes.com, 12.11.2014, How much does crime pay?― Ma quanto paga il crimine? http://www.digitalcorvettes.com/forums/showthread.php?p=2754770). Infatti, alla fine, se ne fregano: tanto sono per definizione, proprio quelle troppo grandi come loro per essere davvero lasciate fallire.

Sulla difensiva, imbarazzata di brutto, la eternamente farlocca signora che capeggia il Fondo monetario, la sarkoziana francese Christine Lagarde. Che critica, perche è frutto del “senno di poi”, dice, il revisore interno quando adesso attacca il Fondo stesso, i decisori politici, dicendo – papale – in un suo Rapporto – firmato impietosamente dall’Ufficio Indipendente di Valutazione – avendo prima consigliato un allentamento delle politiche di bilancio di fronte all’impatto iniziale della crisi finanziaria, poi l’FMI, s’è presto riallineato alla cosiddetta saggezza convenzionale neo-lib e neo-cons mettendosi a spingere la tiritera delle politiche di austerità: “sicuramente uno sbaglio dal tempismo assolutamente sballato” visto che la ripresa restava fragile, troppo fragile.

Lei non ci sta. Come se prender atto a posteriori degli sbagli fatti, sesquipedali poi, non debba essere fatto e come se fra quanti facevano parte anche allora di quei revisori non avessero detto che si stava sbagliando facendo quel sesquipedale, addirittura criminale, svarione di lettura di come sarebbero andate le cose e beccandosi anche l’accusa facile, allora, di piantagrane uipedalae strafalcione (The Economist, 7.11.2014; e IMF, Independent Evaluation Office/IEO, 8.10.2014, IMF Response to the Financial and Economic Crisis La risposta del FMI alla crisi finanziaria ed economica http://www.ieo-imf.org/ieo/files/completedevaluations/ Full%20Text%20of%20the%20Main%20Report.pdf).

●A inizio ottobre il Brent, il tipo di greggio petrolifero estratto dal mare del Nord, quello migliore perché bisognoso di meno raffinazione, è sceso su $ 81 al barile, al minimo dal 2010, in parte a causa della quantità di petrolio che gli USA stanno immettendo sul mercato (The Economic Times, 11.11.2014, Brent crude oil falls to below $81 per barrel, a new 4-year low― Il prezzo del Brent greggio cade sotto gli $81 al barile, nuovo minimo da 4 anni  ▬  http://articles.economictimes.indiatimes.com/2014-11-11/news/55990831_ 1_oil-prices-crude-prices-barrel).

Dopo due o tre altri giorni, il pezzo unitario del Brent precipita anche sotto $ 80 ma poi, anticipando di qualche ora le decisioni, o meglio le raccomandazioni, del Comitato esecutivo dell’OPEC, che chiede a tutti i paesi membri del cartello di ridurre la produzione per forzare una risalita dei prezzi, effettivamente risale di colpo. Anche se non è chiaro per niente quel che alla fine farà il paese che, del cartello, è il produttore e il maggior esportatore, l’Arabia saudita.

Che ha già indicato come – per ragioni puramente politiche: per complicare la vita e ridurre i guadagni di Russia – per l’Ucraina – e Iran – perché, semplicemente, è l’Iran – compiacendo le smanie sanzionatorie degli USA, ad essa sta bene al momento non ridurre la sua produzione. E, come è noto da sempre, è rarissimo che l’OPEC alla fine agisca davvero insieme (Guardian, 21.11 2014, Terry Macalister, North Sea oil price surges ahead of Opec talks― Subito prima della riunione dell’OPEC, risale il prezzo del greggio del Mare del Nord http://www.theguardian.com/business/2014/nov/21/north-sea-oil-price-opec-talks-vienna).

E, poi, alla fine anche se dopo grandi diatribe, l’OPEC nel suo insieme decide di seguire l’input saudita e non ridurre la produzione lasciandone così fisse le quote per ognuno dei paesi produttori che ne fanno parte (fondatori dal 1960 sono Arabia saudita, Iran, Iraq, Kuwait e Venezuela. Poi progressivamente sono anche arrivati a farne parte  Qatar (1961), Indonesia (1962), Libia (1962), Emirati arabi uniti (1967), Algeria (1969), Nigeria (1971), Ecuador (1973), Gabon (1975) e Angola (2007). Russia e Stati Uniti, entrambi grandi paesi produttori ed esportatori, non hanno mai voluto entrare nell’organizzazione e, almeno teoricamente così, legarsi le mani su quote e prezzi di vendita decise – appunto, solo in teoria però: ma anche con effetti pratici reali – collettivamente.

Così, con la produzione globale che resta ferma a 30 milioni di barili al giorno, la decisione finisce con l’innescare un’altra brusca spirale al ribasso del greggio alla produzione che colpisce duramente le entrate indispensabili per le loro economie dei grandi produttori/esportatori di petrolio come Venezuela e Russia.

Ma nell’immediato non troppo quelle delle finanze più robuste, ad esempio saudite, però rosicchia non poco anche i profitti delle compagnie, grandi e piccole: così, giovedì 27 novembre il prezzo di riferimento del barile di Brent (1 barile sono tra 153 e 159 litri di greggio) cala a $ 72,58 e le azioni della Royal Dutch Shell PLC perdono in un pomeriggio il 4,3%, quelle della Total SA il 4,1 e della BP il 2,7% (The Wall Street Journal, 27.11.2014, Benoit Faucon, Summer Said e Sarah Kent, OPEC leaves production target unchanged – Brent crude price plunges to fresh four-year low L’OPEC lascia dov  ’è  il  target di produzione – Il prezzo del greggio Brent crolla al minimo da quattro anni http://online.wsj.com/articles/opec-leaves-production-target-unchanged-oil-price-falls-1417086606).

Certo, se adesso l’impotenza dei governi dei grandi paesi consumatori di petrolio, come l’Italia ad esempio – dove a ottobre la disoccupazione media schizza al 13,2%: il massimo di sempre in tempi moderni e addirittura il 43% e passa di disoccupazione giovanile – si dessero davvero una mossa in grado, una volta tanto, di mordere anche solo un po’ imponendo – con la forza della legge, sì, e magari stavolta anche di un decreto legge di cui, sempre una volta tanto, non vergognarsi troppo – ché non si affidi vanamente e stupidamente a un mercato da sempre sensibile a ritoccare subito i prezzi al dettaglio quando il greggio alla fonte sale e mai quando scende― una riduzione almeno identica anche del prezzo di vendita alla pompa... Ma voi ci credete? O questi sgrulloni continueranno a faire confiance aux marchés...

● Il primo autostop nello spazio...  (vignetta)

Fonte: INYT, 14.11.2011, Patrick Chappatte

Parlando di energia l’autostop nello spazio c’è stato non per mancanza di combustibile fossile, ovviamente, ma perché le batterie solari, che funzionavano perfettamente come tutta la missione, sono capitate a causa del rimbalzo di un “accometaggio” troppo brusco in una zona d’ombra della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko (i due astronomi sovietici che la scoprirono nel settembre del 1969) che ha loro impedito di ricaricarsi e, quindi, alla sonda spaziale Rosetta di continuare a trasmettere... cadendo, dopo due o tre giorni, in una specie di ibernazione.

Il rimbalzo era stato sperimentato anche sulla Luna al primo allunaggio ma la forza di gravità lì era il 16,6% di quella della Terra e Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, era riuscito a controllarlo. Qui, tutti sapevano che ci sarebbe stato ma nessuno l’aveva ancora misurato. Ma si sapeva che la gravità era talmente bassa da permettere a una persona di lanciarsi nello spazio anche solo flettendo le gambe... non però – pare – che la navetta sarebbe rimbalzato a quasi due Km. dalla superficie prima di ri-accometarsi... ma lentissimamente e senza che nessuno potesse indiriazzarla a dovere...   

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

Sulla dizione stessa, passata de plano ormai come aggiudicata, proposta da essi stessi di Stato Islamico e, nei fatti, ormai impostasi all’opinione pubblica mondiale, un professionista – non un politicante dilettante dell’establishment della politica estera americana che si è spesso letteralmente comprato l’arrivo al vertice col suo lecchinismo dedicato, anche peggio, coi lauti e interessati bonifici segretamente versati sui conti di uno o dell’altro o, magari, di diversi candidati alla presidenza― uno che ne capisce insomma davvero come l’ex ambasciatore americano in Cina e in Arabia saudita, Chas W. Freeman, Jr.[2], fa notare il pressapochismo andante con cui tutti hanno subìto la pretesa di farsi chiamare Stato Islamico dello SI (C. W. Freeman, Jr., 28.102014, The collapse of order in the Middle East and the Dai’sh strong narrative Il collasso dell’ordine in Medioriente e la narrativa forte del Dai’sh http://chasfreeman.net/the-collapse-of-order-in-the-middle-east).

E propone, con forza e argomentandolo razionalmente, che la prima mossa efficace contro di loro non può essere una traballante controffensiva aerea ma proprio, e invece, rifiutargli deliberatamente intanto di chiamarlo come esso vuole. “Invece, di sicuro, interventi militari condotti da potenze occidentali non sono solo risposte inadeguate alla minaccia del cosiddetto ‘Stato Islamico’. E’ anche un tentativo ridicolo di risposta del tutto controproducente. E’ come se il sultanato ottomano avesse tentato di trattare con l’Europa della guerra dei trent’anni condannando le atrocità dei cristiani e trattandole come se fossero un problema militare da risolvere con l’intervento dei giannizzeri mussulmani”.

Già... forse bisognerebbe cominciare a chiamarlo anche noi con l’acronimo loro arabo, Da’ish, che ha il pregio di essere insieme la trascrizione precisa e corretta dell’arabo ad-Dawlah al-Islāmīyah fil-Ίraq wa ash-Shām, cioè proprio Stato Islamico dell’Iraq e della Siria ma senza almeno tradurlo e aiutarli a “gonfiarsi” così ancor più di quanto provvedano a fare da soli, ammantandosi anche del vecchissimo e, a modo suo, anche glorioso titolo di “califfato” della grande civiltà araba medioevale di Mesopotamia, quando i mongoli invasero e distrussero Bagdad mettendo fine alla dinastia degli Abbasidi.

E bisognerebbe poi pazientemente smontare la loro leggenda/legenda. Per fare la qual cosa, però, bisognerà conoscere meglio l’intera biblioteca di vecchi miti e profezie che i Da’ish usano per attirare, qualcuno dice irretire, i guerrieri islamici in una marcia all’indietro verso il XIII secolo, quando sconfiggeranno gli infedeli nella grande battaglia che avrà luogo nel nord della Siria. Il 4 luglio di quest’anno, Ibrahim ibn Awwad ibn Ibrahim ibn Ali ibn Muhammad al-Badri ibn significa figlio di alias Abu Bakr Al-Baghdadi, salì per la prima volta sul pulpito della Grande Moschea di Mosul proclamandosi il Califfo Ibrahim, Emiro dei fedeli dello Stato islamico, indossando le vesti nere lunghe e sciolte del califfato degli Abbasidi che aveva regnato dal 750 al 1258 d.C. in quello che oggi – ma esteso anche alla Siria, il Levante, e a Giordania e Palestina – chiamiamo l’Iraq.

E, mentre il capo dell’Unione mondiale degli studiosi islamici, Yusuf al-Qaradawi, il capo dei talebani e ex presidente dell’Afganistan, Mullah Omar e Ayman Muħammad Rabī’ al-Zawāhirī, il successore di bin Laden a capo di al-Qaeda, tutti scavalcati dal tentativo dello SI di spostare dal politico al “religioso” il terreno dello scontro nel mondo e, anzitutto nel mondo islamico, dove proprio perciò, secondo al-Baghdadi, sarebbero tutti tenuti ad aderire e giurare fedeltà a lui, come Califfo, legittimo successore di Maometto. Rifiutano di riconoscerlo come tale, ma è anche vero che nessuno di loro peraltro respinge i princìpi islamici di unità di tutti i credenti in Allah che il Califfo rilancia (l’Umma) oltrepassando tutti i confini, né l’idea stessa di risuscitare di per sé ora l’istituzione del Califfato.

Secondo i princìpi di quei tempi andati – peraltro comuni anche alla prassi almeno di molti crociati     (il feroce Saladino― Salāh ad-dīn― letteralmente, l’“integrità della religione”, dal suo laqab, o soprannome
onorifico non fece mai alcun massacro, come attestano gli storici medievali di parte cristiana[3], mentre i re crociati (da Goffredo di Buglione ai vari Baldovini, compreso Riccardo Cuor di Leone, sguazzarono tutti nel sangue dei “mori”, come li chiamavano, trucidati con i loro familiari proprio e solo perché mori – mentre cristiani e ebrei avranno la scelta tra convertirsi, fuggire o pagare una tasa speciale per vivere ma come cittadini di seconda fila tra i mussulmani...

... Mentre, se resisteranno o rifiuteranno una di queste alternative saranno passati a fil di spada, tutte le loro proprietà verranno confiscate, le loro donne, figlie e mogli, stuprate e/o vendute in schiavitù. Tutto indicato con precisione, nel Corano e nel Maimu’ al-Fatawa― il Libro delle regole legali derivato dall’insegnamento del Profeta, la shari’a, e scritto subito dopo la caduta del califfato abasside da un noto ed emerito giurista siriano del XIII secolo, Sheikh Taqi ibn Taymiyyah.

C’è poco di più repellente di questa prassi di vita puramente medievale riportata nel mezzo del XXI secolo e poco che somigli di più a una pura follia... ma non è così per tutti: l’intransigenza dei princìpi e di una loro applicazione pressoché letterale, per molti ha un suo orrido fascino. Ma questi sono i princìpi base anche del credo di fondo dei wahabiti sauditi che neanche Sua Maestà il re può, e vuole, rinnegare.

Sono i diritti e i doveri del buon mussulmano come li ha delineati, “aggiornati” (si fa per dire,...) e  prescritti Sheikh Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab, da cui prende il nome la setta saudita, il precettore di Ibn Saud che lottò per decenni in quel paese prima di convertire al suo credo fondamentalista di purezza islamica e di lotta a ogni concessione modernizzante dell’Islam la tribù dominante di Ibn Saud che trasformò la visione di Wahhab in un possente strumento di  conquista e di guerra.

Capace, poi, sotto la guida poi di un avventuriero come Lawrence d’Arabia (il col. Thomas Edward Lawrence, agente segreto, militare, archeologo e scrittore, apostolo del colonialismo britannico e trasformato dalla leggenda vittoriana in una specie di romantico diffusore del rule Britannia nel mondo).

Ecco, c’è questo dietro il califfato, il califfo e il suo mito.  La grande forza dei Da’ish è che danno a milioni di mussulmani impoveriti che si considerano oppressi in tanti paesi, e spesso a ragione, l’occasione adesso di cavalcare armi modernissime come i carri armati del XXI secolo per un ritorno alla promessa Utopia dove i religiosamente puri raccoglieranno i benefici e gli infedeli la loro punizione alla fine di quella che sarà una grande passata a fil di spada di armamenti moderni.

Insomma, in questa luce tutti gli eventi che da un triennio vanno più o meno convergendo in Siria, e intorno alla Siria, per i credenti sono quelli profetizzati da Maometto tredici secoli or sono, quando raccontò alle future generazioni una grande battaglia, la battaglia finale tra Islam e infedeli, che sarà combattuta nella città di Dabiq, in Siria settentrionale, sì e no oggi 3.000 abitanti e subito a nord di Aleppo: già luogo, nel 1516, vicino al confine turco, della battaglia decisiva di Mārj Dabiq― la prateria di Dabiq, fra l’impero ottomano avanzante e che di lì partirà per impadronirsi di tutto l’Egitto e dei suoi tradizionali dominî e lo sconfitto sultanato dei mammalucchi.

Ma, adesso, alla fine dei tempi, il giorno di Armageddon come lo chiama la Bibbia, qui avverrà la battaglia finale. Che precederà la comparsa del Mahdi – nell’escatologia islamica, colui che è guidato, il redentore profetizzato dell’Islam che governerà (dipende dalle interpretazioni) per 7, 9 o 19 anni prima della fine del mondo, dello yawm al-qiyamah, il Giorno del Giudizioletteralmente il Giorno della Resurrezione e libererà il mondo dal male. E il nuovo stato di pace e prosperità che nell’Islam  sarà il paradiso diverrà eredità solo dei più puri nei ranghi dei mussulmani che nel corso dei secoli a quel punto saranno vissuti.

E’ stato tutto detto, è stato tutto già scritto e le bombe americane, inglesi, francesi,  saudite – che oggi cadono sulle posizioni tenute dai Da’ish, sul nord della Siria danno una base di credibilità tutta loro e tutta interna alle antiche scritture e leggende stilate per i credenti. E adesso tutto quello di cui ha bisogno la profezia per essere completati è l’arrivo di un esercito di infedeli su territorio. La sfida rilanciata a scadenza agli Stati Uniti e agli inglesi e, più occasionalmente ad altri paesi kafir infedeli, decapitando i loro soldati o, anche, i loro civili è una tattica precisa.

Tende proprio ad attirare i GI’s sui campi di battaglia per unire gli islamici contro il ritorno degli invasori crociati. E, se gli USA respingono la sfida, saranno proclamati anche codardi, confermando così nella certezza della loro forza i seguaci dello Stato Islamico. Il che costituisce ancora un’altre, ennesima  attrazione per potenziali jihadisti.

Compresi, anche e soprattutto, quelli che dalla Francia, dall’America, dal Regno Unito e anche dall’Italia, partono per andare a  combattere e morire per accelerare l’arrivo dello yawm al-qiyamah il Giorno del Giudizio (Geopolitical monitor, 26.11.2014, Felix Imonti, The Islamic State: Is History Rhyming Lo Stato Islamico: la storia fa davvero rima? http://www.geopolitical monitor.com/islamic-state-history-rhyming).

●In Iraq, il nuovo premier Haider al-Abadi ha dichiarato il 4 novembre che le sue forze armate hanno ottenuto successi “impressionanti” contro il Da’ish, preoccupatissimo di controbattere, senza dirglielo esplicitamente, la dichiarazione del giorno prima del presidente francese François Hollande che le aveva invece date in piena rotta... Al-Abadi ha parlato di “vittorie” nella provincia di Diyala e a Jurf al-Sakhar.

E il timore a Bagdad, non infondato, è che simili dichiarazioni degli alleati – analoghe peraltro a quelle che arrivano dall’America dove parlano di efficaci bombardamenti aerei ma anche incapaci di per sé di risolvere il problema sconfiggendo i jihadisti alla fine sgretolino ogni coesione delle Forze regolari. Hollande aveva insistito che l’esercito iracheno avrebbe dovuto attaccare e tentare di respingere il Da’ish, approfittando del fatto che i raids aerei stanno comunque infliggendo perdite al nemico e, dice il fallocchione francese, “sollevando allora sì il morale delle truppe regolari” irachene. Intanto, però, lui stesso cambia di un colpo ben 35 ufficiali generali dell’esercito, tutti operativi dell’esercito.

Che è, come al solito però, un giudizio dato... dal cielo (Iraqi Dinar News Net, 4.11.2014, Armed forces impressive victories deny  president Hollande’s statements, PM says Le vittorie impressionanti delle forze armate smentiscono le asserzioni del presidente Hollande http://iraqidinarnews.net/blog/2014/11/04/iraqi-forces-have-achieved-impressive-victories-and-the-statements-of-french-president-is-far-from-reality).

●Però, pare proprio che in Iraq gli equilibri tra Stato iracheno e Stato Islamico – il Dai’sh – stiano cominciando a cambiare adesso: a sfavore dello SI. Le forze jihadiste hanno dovuto fermare la loro avanzata alla periferia di Bagdad. Valutazioni e proiezioni di tecnici e esperti – sempre da prenDere con le molle, comunque – sembrano coerenti con quello che viene dato come un fatto: che lo SI sembra ormai aver raggiunto il limite alle proprie possibilità di continuare a sostenere le prime file che fanno realmente la guerra. A nord-est, a sud-ovest e a ovest di Bagdad, le forze Dai’sh si sono fermate a 32 km. dai sobborghi; a nord verso Mosul, sono state stoppate un  po’ più lontano.

Poi arriva notizia, confermata, che l’esercito regolare iracheno ha riconquistato con le armi, cacciandone i jihadisti, che la controllavano e sfruttavano da mesi, a Baiji, la più grande raffineria di greggio dell’Iraq, a 210 k. a nord di Bagdad e a sud di Mosul. Si tratta sicuramente del più significativo successo dello Stato iracheno in campo militare dopo la difesa di Bagdad anche se i combattimenti continuano a svilupparsi. Pare, cioè, che i militari abbiano cominciato a capire come va affrontata l’offensiva dello SI.

La superiorità assoluta aerea “alleata”, combinata tra aviazione irachena e, soprattutto, americana sta impedendo alle forze jihadiste di mettere insieme le forze necessarie a attaccare Bagdad con ragionevoli probabilità di successo. In secondo luogo, poi, alle forze ribelli manca capacità di coordinazione e spesso anche di sostegno, a breve, nell’emergenza. Lo SI, dentro Bagdad, utilizza i suoi uomini-bomba per terrorizzare la popolazione – lapalissianamente, seminare il terrore è il loro mestiere di terroristi – anche se non è più in grado – almeno al momento, pare – di condurre un assalto vero e proprio, organizzato e vincente contro la capitale.

In sostanza, riescono spesso ancora a controllare le zone sunnite dell’Iraq ma a maglie assai larghe soprattutto per la cooperazione con alcune grandi tribù ostili al regime sci’ita di Bagdad. C’è anche il fatto che l’esercito regolare, a dominante sci’ita, resiste all’idea di  combattere in territorio sunnita. In ultima analisi, poi, lo SI è finora esistito e ancora esiste perché nessuno dei suoi nemici lo vuole davvero annichilire. Tutti lo vogliono indebolire ma, a modo loro, tutti lo trovano utile – anche gli americani – contro qualcun altro: contro il regime siriano, il governo turco, i curdi, gli sci’ti, i sunniti, i sauditi,  gli iraniani, ecc., ecc.

Si vocifera anche, stavolta, e per qualche tempo pare quasi essere vero, che il califfo in persona – Abu Bakr al-Baghdadi, l’uomo drappeggiato di nero che, a inizio luglio, dal pulpito della grande moschea di Mosul proclamò se stesso califfo e il nuovo califfato di Iraq e di Siria – sia stato messo, diciamo, almeno, fuori servizio: ferito o ucciso... E la chiacchiera resta tale per giorni, almeno fino al 14 novembre quando un secondo messaggio di 17 minuti – che la CIA verifica e comunica essere stavolta reale – annuncia l’intenzione dello SI di attaccare l’Arabia saudita”.

Che non chiama così – il nome di quel paese viene dritto dalla dinastia e dalla tribù dei Saud di cui ovviamente lo SI/ISIL/Dai’sh non accetta l’autorità. Lo chiama, perciò, il “paese di Haramayn”― il “paese, cioè, dei due santuari”: Mecca e Medina. Nella lista degli obiettivi citati nel messaggio come prioritari da al-Baghdadi sono elencati comunque, in primo luogo, le minoranze sci’ite che risiedono nei territori orientali dell’Arabia saudita. Poi si passerà, viene annunciato, ad abbattere tutte le monarchie arabe perché secondo il Corano è legittimo solo il regno di Allah.

E siccome i Dai’sh non sembrano in grado – almeno secondo cancellerie e servizi occidentali e mediorientali: che finora non ci hanno di certo sempre indovinato, però... – di condurre un attacco frontale, con armi e tattiche convenzionali, contro le monarchie, potrebbe trattarsi – è il sospetto –anche di un messaggio in codice. Dice al-Baghdadi: “soldati dello Stato islamico, continuate a mietere i soldati del nemico... fate eruttare dovunque la lava dei vulcani della jihad... illuminate tutta la terra del fuoco acceso contro i tiranni, contro chi li difende e contro chi li sostiene”. Può trattarsi dell’usuale retorica di questi messaggi apocalittici. Ma qualcuno pensa a un segnale, come in codice quasi, per scatenare una campagna terroristica nelle province orientali del paese e forse in tutta l’Arabia saudita (Iraqi News/Bagdad, 13.11.2014, Baghdadi call ISIS supporters to attack in South Arabia Al-Baghdadi fa appello ai sostenitori dello SI di attaccare in Arabia saudita http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-baghdadi-calls-isis-supporters-attack-saudi-arabia).        

●I curdi iracheni della regione autonoma del nord e il governo di Bagdad, sotto la sferza dell’attacco Dai’sh, hanno cominciato a cercare un qualche compromesso sulla distribuzione della risorsa petrolio che, dice Bagdad, Erbil sta sistematicamente “rubando” all’Iraq e esportando per conto suo in violazione della legge. Ora il 13 novembre, il governo curdo e il ministro iracheno del Petrolio, Adel Abdel Mahdi, hanno annunciato un accordo che consente – consentirebbe... se tutto va poi a buon fine – la spedizione al governo centrale di 150.000 barili di greggio al giorno (la metà dell’export attualmente possibile) e, in cambio, al governo di Bagdad di inviare al KRG― il governo regionale curdo, 500 milioni di $ (la metà di quanto sarebbe dovuto se i rapporti fossero normali) per pagare salari e stipendi ai suoi dipendenti pubblici.

Quando parecchi mesi fa il KRG ha cominciato a esportare per conto proprio e non secondo l’intesa costituzionale attraverso i canali del governo centrale il suo greggio, Bagdad ha bloccato il trasferimento a Erbil del 17% del bilancio che, sempre secondo Costituzione, dovrebbe trasferire al governo regionale curdo.      

I curdi hanno dovuto, in definitiva, rassegnarsi al compromesso così raggiunto sotto una pressione finanziaria crescente (hanno avuto non poche difficoltà a “piazzare” il loro petrolio sui mercati al di fuori delle vie ufficiali, sotto una serie di ricorsi legali e di ostacoli che li hanno costretti, in un anno, a reperire finanziamenti sui mercati per ben 9 miliardi di $ con cui comprare le armi di cui i  peshmerga hanno bisogno per pagare salari e tutta la rete di sussidi che tengono in piedi il potere di cui i due grandi partiti curdi al governo si guadagnano il sostegno popolare.

Una buona fetta di questo debito, sui 5 miliardi, è a breve ed è costosissima (a Erbil hanno sussurrato che, a un anno, gli costa il 15% del capitale) e è dovuta ai notori strozzini di Goldman Sachs e di Deutsche Bank. E in assenza di risorse economiche, li costringe adesso a cercare una qualche intesa con Bagdad.

Ma restano una serie di ostacoli a costituire il contenzioso tra Erbil e Bagdad e a contrastare un’intesa vera e più complessiva: lo status di Kirkuk che è ufficialmente una città irachena ma di fatto “occupata” dai peshmerga, che ne sfruttano i ricchi giacimenti in modo del tutto illegale; il ruolo della Turchia verso i due governi, sempre ambiguo e sempre titubante ma, in sostanza, sempre a sostegno della cosiddetta integrità territoriale ormai di fatto inesistente di Bagdad... (New York Times, 13.11.2014, Ben Hubbard, Iraq and Kurds Reach Deal on Oil Export from and Budget Paymentsto KRG Iraq e curdi raggiungono un accordo sull’esportazione del greggio e il versamento dei pagamenti al KRG ▬  http://www.nytimes. com/2014/11/14/world/middleeast/iraq-and-kurds-reach-deal-on-oil-exports-and-budget-payments.html).

●Intanto, pare però che qualche passo avanti sul nodo dell’export del greggio stiano facendolo. Il governo iracheno ha raggiunto, subito dopo l’accordo di principio coi curdi, un accordo più concreto per riprendere la prima volta da marzo le esportazioni di greggio curdo in Turchia: lo annuncia adesso il ministro turco dell’Energia, Taner Yildiz, il 19 novembre. Yildiz dice che le spedizioni cominceranno ormai a giorni, con 150.000 barili al giorno esportati verso la Turchia anche attraverso un gasdotto non controllato dal governo iracheno (Kurd News, 22.11.2014, Erbil-Iraq deal guarantees stability: Taner Yildiz Dice Yildiz che l’accordo Erbil-Iraq garantisce [garantirebbe...] la stabilità http:// www.kurdpress.com/En/NSite/FullStory/News/?Id=8867#Title=Erbil-Baghdaddealguaranteesstability: Taner Yildiz).

●In Siria, le truppe regolari si sono riprese il 5 novembre due giacimenti di gas naturale, a Jhar e a Mahr, e la sede della compagnia petrolifera Hayyan, tutti nella provincia di Homs e fino ad allora sotto controllo dei Da’ish, quelli dello SI. Tutte installazioni necessarie a fornire del combustibile di cui hanno bisogno sia Homs che la stessa Damasco per la produzione della loro elettricità. Fino ad allora e ormai da mesi quelle erano state fonti rilevanti di reddito cash per il cosiddetto califfato (The Daily Star/Beirut, 5.11.2014, Syria army retakes gas fields from jihadists L’esercito siriano si riprende dai jihadisti [due]  giacimenti di gas naturale http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East.ashx#axzz3IZY9vBI4).

Anche qui, la parte orientale della città rimane in mano ai ribelli jihadisti. La metà occidentale e buona parte del centro cittadino di Homs restano sotto controllo del gruppo YPG/Yekîneyên Parastina Gel l’Unità di Protezione del Popolo, il principale gruppo armato e combattente di curdi siriani che di recente è stato rafforzato sul campo da combattenti sunniti dell’esercito regolare e da altri gruppi iracheni curdi.

Dal principio, il governo della regione autonoma curda di Iraq aveva chiarito che i suoi 150 peshmerga non sarebbero scesi in combattimento diretto a Kobane ma avrebbero provveduto un appoggio di artiglieria ai siriani curdi lì in lotta contro i Dai’sh. Sono convinti in molti anche, del resto, che lo SI stia ormai concentrando altrove i suoi attacchi e utilizzi Kobane essenzialmente come diversivo ostentato per i raids aerei della coalizione in sostegno degli iracheni.

●La stampa turca ha scritto (Hürryiet Daily News/Istanbul, 21.11.2014, Free Syrian Army abandons Aleppo, leader flees to Turkey Il Libero Esercito Siriano abbandona Aleppo e il suo capo se ne scappa in Turchia http://www.hurriyetdailynews.com/free-syrian-army-abandons-aleppo-leader-flees-to-turkey.aspx?pageID=238&nID =74455&NewsCatID=409) che l’Esercito cosiddetto Libero e cosiddetto Siriano, appoggiato e aiutato dal governo di Istanbul e dagli occidentali ha abbandonato in massa la città di Aleppo nella Siria nord-occidentale e che tutti i leaders politici e militari che erano ancora sul posto sono scappati e si sono rifugiati in Turchia.

Secondo i dati che citano si tratterebbe di 14.000 combattenti che se ne sono andati nel corso delle ultime due settimane col vuoto e la lotta anti-Stato Islamico riempito da gruppi islamisti più “estremisti” di loro e da forze irachene, ma anche da truppe del governo siriano al quale restano comunque ferocemente contrarie. Il peggio è che, andandosene, quelli del Libero esercito hanno spesso lasciato dietro anche il materiale militare ricevuto da americani, francesi, inglesi, turchi e arabi e che, adesso, passa ai jihadisti che li hanno sfrattati.

La stima dei 14.000 in fuga è probabilmente gonfiata. Aleppo è stata ormai, infatti, quasi completamente distrutta nel corso degli ultimi due anni. E, in ogni caso, sono i combattenti islamisti a riempire il vuoto quando il regime ritiene di non volere e poter farsi carico di riprendersi subito un territorio ancora e sempre a rischio... Anche se continua a dichiarare sempre però di volerlo fare appena possibile... E se ci riesce con una città simbolo come l’antichissima e storica Halab, la capitale del Nord, il segnale che partirebbe sarebbe un’importante, e non solo simbolica, vittoria politica e militare.

E, poi, la situazione qui resta come sempre fluida: le forze jihadiste che si richiamano al Fronte al-Nusra hanno riconquistato la città di Zahra, centro strategico sull’autostrada che porta ad Aleppo (secondo quanto riferito in loco dai corrispondenti del quotidiano libanese Daily Star, 23.11.2014, Syilvia Westall, Nusra closes in on strategic village in Syria Al Nusra si appsossima a un villaggio strategico in Siria http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Nov-23/278613-nusra-close-in-on-shiite-village-in-syria-moni tor.ashx#axzz3K64zUjxa).

●Intanto, in Libia, Ibrahim Jathran, che resta, a suo modo fedele ma è comunque in ribellione rispetto al fiacco e frantumato governo centrale di Tripoli e che era stato uno dei primi capi a schierarsi contro Gheddafi e uno di quelli che alla fine lo hanno catturato prima del linciaggio, ha rifiutato l’invito pressante che gli veniva da uno dei tanti altri gruppi estremisti e pure più estremisti del suo, quello che si chiama Operazione Alba.

Gli avevano offerto (come riferisce per il Sierra Leone Times, Agenzia Reuters, 2.11.2014, Rebel holding key Libyan oil ports remains loyal to central government― Uno dei leaders ribelli che controlla porti chiave di transito del greggio libico resta fedele al governo centrale http://www.sierraleonetimes.com/index.php/sid/227242411) quattrini e un posto di comando congiunto se si fosse unito ad esso puntando al controllo di diversi terminali portuali petroliferi chiave che oggi occupa. Da agosto, di fatto, quelli di Operazione Alba, che rifiutano di farsi identificare col nome dei loro capi, controllano la capitale del paese dalla quale hanno cacciato parlamento e governo che adesso cercano di distruggere anche nell’est cirenaico del paese, dove sono intanto scappati.

●A Bengasi, scontri armati tra forze ufficiali e jihadisti hanno fatto almeno 13 morti con l’attacco a una nave in rada che ha portato il governo alla chiusura completa del porto, vitale per l’esportazione di petrolio e l’import di alimentari e prodotti manifatturati. In due settimane, i morti a Bengasi sono stati più di 150 e più di 600 i feriti gravi. Il che, molto semplicemente, significa che le forze congiunte del’esercito regolare e quelle del gen. Hifter, lealista e, insieme, ribelle hanno fallito ancora una volta nel tentativo di obbligare alla resa o almeno al ritiro dei gruppi jihadisti. Malgrado l’utilizzo intensivo di carri armati e aerei da caccia. E’stato proprio uno di questi raids a danneggiare la nave che ha portato alla chiusura completa del porto.

Il governo, da mesi scappato da Tripoli insieme al parlamento eletto e rifugiato a Tobruk, pianifica ora quando – e se – riconquistata, dice, Bengasi di trasferirsi armi e tutti i bagagli a Bengasi non appena la sicurezza vi sarà stata restaurata. Ma nessuna delle parti in lotta pare voler danneggiare in permanenza o a lungo la capacità estrattiva, produttiva e di esportazione dell’unica risorsa vera che possiede il paese: il  greggio petrolifero e il reddito che fornisce a chi riesce a venderlo..., se ci riesce. E tutti sono convinti che alla fine saranno loro a vincere per cui nessuno vuole interrompere il flusso (Yahoo!Notizie, 6.11.2014, Gentiloni: rischio guerra civile in Libia è molto grande [e ce lo ha rivelato adesso il nuovo ministro degli Esteri italiano, appena insediatosi... visto che non se ne era accorto nessuno...] ▬ https://it.notizie. yahoo.com/gentiloni-rischio-guerra-civile-libia-è-molto-grande-111915526.html).

●Un gruppo armato – uno dei mille – che non è stato neanche possibile identificare con precisione ha preso il controllo del giacimento petrolifero di El Sharara, nella Libia sud-orientale, fermandone la produzione. Lo ha comunicato il ministero dell’Energia a Tripoli. Dal pozzo, la Repsol spagnola estraeva 200.000 barili di greggio al giorno che, quando riuscivano  a passare per  l’oleodotto che lo collegava al terminale del porto di Zawiya, nei pressi di Tripoli – al meglio un giorno sì e l’altro no – finivano ormai spesso bloccati in magazzini che non si riuscivano più a svuotare (1ClickNews/Bangkok , 5.11.2014, Libya’s El Sharara oilfield shut after armed group seizure Il giacimento petrolifero di El Sharara chiuso dopo la cattura da parte di un gruppo di armati http://1clicknews.com/libyas-el-sharara-oilfield-shut-after-armed-group-seizure-sources).

Poi, si è venuto a sapere che, del blocco, erano responsabili forze leali al nuovo governo islamico di Tripoli che ha cacciato via dalla capitale quelle legate al primo dei due governi esistenti, quello che era uscito dalle elezioni ora proclamate incostituzionali dalla Corte suprema e scappato a Tobruk. “Stabilizzata”, sempre per modo di dire, così la situazione, le autorità che di fatto ormai controllano il più grande giacimento dell’isola annunciano che riaprirà subito la produzione, entro due o tre giorni.

A settembre l’estrazione globale di greggio aveva raggiunto nel paese i 900.000 barili ma per novembre la proiezione massima cui si spingono ora le autorità stesse è sì e no di mezzo milione al giorno di barili. Dovrebbe anche riprendere nel giacimento di El Feel, noto come l’Elefante, nella Libia meridionale e in pieno Sahara dove pare che l’interruzione in atto da giorni fosse dovuta a un guasto elettrico: o, almeno, così dicono adesso (RigZone (Portale di informazioni sull’industria estrattiva di combustibili fossili/Houston,Texas, 10.11.2014, Ahmed Elumami e Ayman al-Warfalli, Libya's Political Chaos Hits Oilfields, Output Threatened Il caos politico in Libia tocca i pozzi di petrolio e la produzione è in pericolohttp://www. rigzone.com/news/oil_gas/a/135826/Libyas_Political_Chaos_Hits_Oilfields_Output_Threatened/?all=HG2).

●Anche il terminale di Marsa al Hariga, nel porto petrolifero di Tobruk, aveva interrotto tutte le esportazioni per la protesta del personale della sicurezza. Lo avevano reso noto dopo averlo vanamente smentito i responsabili dell’industria. I 120.0000 barili di export al giorno sono bloccati e il porto è aperto solo all’ingresso di combustibili.

In effetti, poi, a El Sharara riprende la produzione, comunica la National Oil Corp. libica il 12 del mese. Riprende da 100.000 barili al giorno anche e soprattutto perché si tratterebbe del massimo che può venir trasferito ai terminali del porto di Zawiya. Solo che non si riesce ancora, ovviamente, a garantire che gli scontri armati che hanno paralizzato tutto siano davvero finiti (Stratfor, 12.11.2014, Sharara resumes production, but... Sharara riprende la produzione, ma... http://www.stratfor.com/situation-report/ libya-key-oil-field-back-line#axzz3IxnMkICQ).     

●Pure nell’altra metà del paese, nella Cirenaica controllata – si fa sempre per dire... – dal  governo e dal parlamento eletto – le due istituzioni teoricamente, cioè per quel che serve (niente), “riconosciute” da molti paesi europei e occidentali – ma poi scappati entrambi da Tripoli a Tobruk, non è che le cose vadano meglio. Addirittura, adesso è saltato – letteralmente, per l’esplosione di un’auto-bomba – un incontro ufficiale, vicino a Tobruk ma tenuto segreto, e già spostato una volta dalla città di Baida per ragioni di sicurezza a quella di Shahat, tra il primo ministro” Abdullah al-Thani e l’inviato speciale dell’ONU, lo spagnolo Bernardino León, dove lo avevano appena cominciato.

León ha fatto assicurare dal portavoce che si terrà “in tempi utili, ma  da ridefinire(Libya Herald, 9.11.2014, Maha Suliman, UNSMIL: Shahat bomb attack will not impact on our work Missione militare ONU: l’attentato alla bomba di Shahat non influenzerà il nostro lavoro [anche se, intanto...] http://www.libyaherald.com/2014/11/09/ unsmil-shahat-bomb-attack-will-not-impact-on-our-work/#ixzz3IfQCUg23).

●Nel frattempo, la Corte costituzionale del paese, rimasta a Tripoli, proclama  incostituzionale la legge stessa con cui il parlamento ufficiale è stato eletto a giugno perché palesemente discriminatoria nei confronti dei partiti e dei movimenti islamici e ne dichiara la decadenza immediata: tanto per aggiungere, sembrerebbe, confusione e marasma a quello che qui già incombe (Guardian, 6.11.2014 (Agenzia Associated Press (A.P.), Libya supreme court rules anti-Islamist parliament unlawful― La Corte suprema libica stabilisce che il parlamento anti-islamico è illegale http://www.theguardian.com/world/2014/ nov/06/libya-court-tripoli-rules-anti-islamist-parliament-unlawful).        

●Negli stessi giorni in cui arriva questo invito prepotente nei fatti se non altro a riflettere, il nuovo capo del sistema complesso dello spionaggio elettronico high-tech britannico, il GCHQ, al suo primo giorno in carica, inizia – o tempora! o mores! – con un’intervista (l’M di 007 inorridirebbe!) al FT asserendo che – lo sappiano o no, e lui è convinto che sì, lo vogliano o no, e lui ne è sicuro ogni giorno di più – le grandi high-tech americane sono diventate “le reti di controllo e di comando del terrorismo e della criminalità a livello mondiale. E si spiega.

Cionondimeno, o proprio per questo, spiega Sir Robert Hannigan è con loro, con le grandi imprese high-tech americane – Google, Yahoo, Facebook, Microsoft: solo per dire di quelle citati nel testo – che “dobbiamo collaborare ancora di più”: cioè, secondo il suo ragionamento, almeno quanto lo fanno con le organizzazioni terroristiche o la grande criminalità organizzata che vanno servendo scientemente e tecnicamente― la neutralità della scienza no?, i quattrini non puzzano, ecc., ecc. Non è questione di questo o quel diritto da negare o da autorizzare.

E che, in questo mondo di oggi, non ci può più essere per nessuno un qualsiasi diritto alla privacy... in nessun settore e in nessuna attività. Insomma, le grandi high techs devono non tanto imparare a dire di no ai terroristi – sarebbe meglio, certo, ma bisogna capirle: pecunia non olet, appunto – quanto a dire di  sì, sempre e senza remore, a quello che chiedono loro i governi...

Il bello, e ciò che vale davvero la pena di ribadire rendendolo ancora più esplicito in questa curiosissima intervista, non è che Hannigan lamenti o condanni tanto la cooperazione di fatto tra high-tech americana e terrorismo – i grandi clienti privati – ma il fatto che gli alleati americani quell’accesso che loro di fatto continuano ad avere ormai se lo vedono negato in nome del diritto alla segretezza garantito al cliente: compresi gli inglesi che finora, anche su questioni come l’accesso al segreto e alla tecnologia nucleare, non erano mai stati “esclusi”. Questo, a veder bdne, davvero gli rode all’inglese (Financial Times, 3.11.2014, Sam Jones e Murack Ahmed, Tech groups aid terror, says UKG spy chief Le imprese high-tech americane aiutano il terrorismo, dice il capo dello spionaggio britannicohttp://www.ft. com/intl/cms/s/2/4a35c0b2-636e-11e4-9a79-00144feabdc0.html#axzz3I3HrxH1c).

●Le elezioni presidenziali si tengono un mese dopo le legislative in Tunisia e, al primo turno, presentano una lista di ben 27 candidati che include ex dissidenti, prigionieri politici come Hamma Hammami, capo dei comunisti e della coalizione di sinistra (ha preso l’8%), diversi esponenti che hanno servito pure sotto la dittatura dell’ex uomo forte Ben Ali  (tutti meno dell’1% di suffragi), spazzato via dalla prima delle rivoluzioni della primavera araba, un milionario proprietario di una squadra di calcio (5%) e – per un paese arabo straordinariamente – anche una donna, la magistrata Khaltoum Kennou, componente della Corte suprema  (prende lo 0,56% ma su 27 candidati è 11a e non ultima, come qui la stampa invece dava per assolutamente scontato). Al voto prendono parte più del 64% degli aventi diritto.

Il candidato che prende più voti, Béji Caid Essebsi, che è stato in passato e per quasi un anno primo ministro, dopo la caduta di Ben Ali, mette insieme oltre il 39% dei suffragi, non la maggioranza assoluta, cioè, per essere eletto subito; contro il 33% del presidente uscente Moncef Marzouki che si presenta come il difensore delle conquiste della rivoluzione. Mentre quello che era il primo partito del paese, l’islamico “moderato” Ennhada, aveva rinunciato a presentare stavolta un suo candidato annunciandolo, per dimostrare di non puntare a prendersi tutto il potere, addirittura prima delle elezioni legislative di due mesi fa: che, poi come coalizione di maggioranza, aveva però perso.

E, adesso, al ballottaggio del 14 o del 21 dicembre (dipende da quando tutti i ricorsi saranno alla fine poi aggiudicati) potrebbe forse giocare il ruolo di grande elettore tra i due. Essebsi è, come dire?, programmaticamente più “laico”. Lo è anche Marzouki che, però, ha già governato con un governo di Ennhada, finito come abbiamo visto male non tanto sul piano del rispetto delle libertà civili quanto su quello della gestione di un’economia che non è riuscito a tirar fuori da una fiacca esasperante e, soprattutto, dalla condanna di una disoccupazione schiacciante (sulla media del 30%).

Nel frattempo, sono di nuovo scoppiati altri episodi di terrorismo islamista e la figura di Essebsi è cresciuta come forse più rassicurante per l’opinione mediamente maggioritaria di quella di Marzouki. Ma Essebsi ha 88 anni suonati e un passato non esente da compromessi con la dittatura di Ben Ali (fu a lungo presidente della Camera, con lui dittatore)  anche se da presidente della Repubblica ha poi tenuto a distinguersi dagli uomini più compromessi col vecchio regime richiamandosi piuttosto alla sua antica militanza di governo col fondatore del paese e liberatore dal colonialismo francese, Habib Bourguiba.   

Molti gli danno comunque il merito di essere stato colui che ha ridato vita a un equilibrio di potere nel paese, dopo il governo pressoché monocolore dominato pur democraticamente da Ennhadama la metà del merito, o più – visto che era esso al potere: e che non ne ha approfittato per schiacciare e emarginare tutti gli altri lasciando pure che vincessero alla fine alle urne  – spetta al partito islamico “moderato” (New York Times, 21.11.2014, C. Gall, After Rocky Transition, Tunisia Is Set for First Democratic Presidential Vote― Dopo una transizione turbolenta,la Tunisia affronta il suo primo voto democratico per scegliersi un presidente http://www.nytimes.com/2014/11/22/world/africa/tunisia-presiden tial-election-beji-caid-essebsi.html; e Al Ahram― Le Piramidi/Il Cairo, 24.11.2014, Tunisian presidential election set for run-off between Essebsi and Marzouki Le presidenziali in Tunisia si decideranno al ballottaggio tra Essebsi e Marzouki http://english.al-akhbar.com/content/tunisian-presidential-election-set-run-between-essebsi-and-marzouki; e Tunisia’s presidential election – A two men race Le elezioni presidenziali in Tunisia – Una corsa a due http://www.economist.com/news/ middle-east-and-africa/21634928-close-result-first-round-elections-countrys-top-job-two-man-race).

●In Egitto, pessime notizie potenzialmente per il regime: un gruppo di militanti particolarmente agguerrito e feroce (specializzato nelle decapitazioni di chi fa prigioniero anche in Libia, ha giurato adesso fedeltà e la propria adesione ai Dai’sh. E’ una nuova “affiliazione” – questa di Ansar Beit al-Maqdis― i Sostenitori della santa casa  – che, perversamente, però, potrebbe perfino essere benvenuta per la dittatura militare potendo – così sperano al Cairo – distogliere l’organizzazione militante dagli obiettivi mirati dei suoi attacchi centrati su obiettivi militari e forze di sicurezza spostandoli verso il massacro di civili: più “terrorista”, se volete, ma meno pericoloso per il regime egiziano prediletto dai Dai’sh (New York Times, 10.11.2014, D.D. Kirkpatrick, Lethal Group of Militants in Egypt Pledges Loyalty to ISIS― Un gruppo mortifero di militanti giura lealtà allo Stato Islamico http:// www.nytimes.com/2014/11/11/world/middleeast/egyptian-militant-group-pledges-loyalty-to-isis.html?_r=0#).

●E, poi, ancora peggio si viene a sapere, malgrado la censura militare e politica, che una nave militare egiziana è stata assalita in alto mare nel Mediterraneo da un gruppo di militanti a una settantina di Km. dal porto di Damietta, a nord-est del paese, tra Alessandria e porto Said sul delta del Nilo. Cinque feriti tra l’equipaggio nell’attacco subìto e respinto e ben otto “dispersi” (morti? catturati? o “convertiti/disertori”, magari?) e 32 assalitori fatti prigionieri nella distruzione di quattro battelli nemici.

Ma anche molti tra gli attaccanti sopravvissuti che, su qualche altro battello, sono riusciti invece a dileguarsi. Senza che le autorità abbiano un’idea precisa su chi sia responsabile del tentato abbordaggio: trafficanti di armi, di droga, contrabbandieri usi a operare nell’area dove si sta allargando la pirateria criminale e non necessariamente legata al jihadismo. Ma potrebbe davvero trattarsi, come temono al Cairo, di un tentativo di attacco sovversivo legato, come si mormora, all’attivismo del gruppo Ansar Beit al-Maqdis nel Sinai, subito a est di Damietta (Guardian, 13.11.2014, P. Kingsley, Servicemen missing after Egyptian navy exchanges fire with unknown gunmenMarinai in servizio dispersi dopo scambi a fuoco con assalitori sconosciuti http://www.theguardian.com/world/2014/nov/13/service men-missing-egyptian-navy-exchanges-fire-unknown-gunmen).   

A testimonianza di un “allungo” pericoloso su un nuovo fronte e di una capacità operativa che sembrano molto preoccupare il regime di El Sisi. Come potrebbe essere una diversione come un’altra tra gli strumenti di attacco possibili, con la pirateria che del resto è ormai una preoccupazione globale in tutta l’area dal Golfo di Guinea in Africa occidentale allo stretto di Malacca in Asia sud-orientale. Qui, la preoccupazione maggiore è dovuta al fatto che un obiettivo come una nave da guerra in alto mare, dotato di armamento anche pesante, di radar e sensori in grado di sorvegliare ogni altra nave in avvicinamento e di un equipaggio sempre in stato di allerta, è un bersaglio difficile.

Per cui ogni attacco di qualche efficacia a un battello, compreso il più famoso sferrato da al-Qaeda nel 2000 al cacciatorpediniere USS lqnciisili USSUSSUSS Cole, nel porto di Aden, o quello di un anno fa, settembre del 2013, alla fregata pakistana PNS Zulfiqar, nel porto di Karachi. Stavolta, per fermare i battelli aggressori – alla fine, tutti affondati – è entrata in azione anche una squadriglia dell’aviazione egiziana.

●Naturalmente, adesso, i tribunali controllati e  epurati a dovere dalla dittatura militare di  ElSisi provvedono doverosamente a prosciogliere in appello, dopo che era stato condannato all’ergastolo, il vecchio feldmaresciallo Mubarak dall’accusa di aver ordinato il massacro (846  morti) che diede il via alla rivolta deli popolo e, con essa, al crollo verticale del suo regime. Perché, se avesse lasciato condannare, ovviamene, il nuovo feldmaresciallo-dittatore avrebbe anche in qualche modo predetto la sua stessa condanna (Ahram.online, 29.11.2014, Egypt judge drops murder charges against Mubarak, acquits on illicit gains― Il tribunale fa cadere l’accusa di assassinio contro Mubarak e lo assolve dall’accusa di guadagni illeciti http://english.ahram.org.eg/News/116711.aspx).

●Dall’altro lato del mar Mediterraneo, ed oltre, a Sud e proprio sulla punta della penisola arabica e sul golfo di Aden, nello Yemen in subbuglio per la rivolta vincente della larga minoranza di popolazione sci’ita degli Houthi, il Congresso generale del Popolo, il partito al governo, ha licenziato per palese incapacità il suo presidente da numero uno el aprtito. Solo che Abd Rabbo Mansour Hadi, è naturalmente anche presidente dello Stato yemenita.

Formalmente (riferisce Al Jazeera, 8.11.2014, P. Salisbury, Yemen president's future hangs by a thread Il futuro del presidente dello Yemen legato a un filo ▬ http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/11/yemen-president-future-hangs-thread-201411962317120739.html), per aver chiesto e ottenuto il giorno prima senza l’accordo del partito e del governo ma di sua iniziativa sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro il suo predecessore, Ali Abdullah  Saleh che aveva accusato (sulle solite pressioni controproducenti di Washington) di destabilizzare il paese favorendo di fatto gli Houthi, etnia della setta sci’ita degli Zaidi, fino al 1962, alla caduta del loro imamato al potere nel nord del paese (Stratfor – Global Intelligence, 8.10.2014, Zaidis Re-Emerge on Yemen's Political Scene Gli Zaidi ri-emergono sulla scena politica yemenita http://www.stratfor.com/analysis/zaidis-re-emerge-yemens-political-scene#axzz3InN5hYX9).

Il Congresso del partito di governo però non è stato d’accordo e, in una seduta convocata di estrema urgenza, ha invece dichiarato a larga maggioranza che applicare sanzioni a Saleh (una volta alleato degli USA così come adesso – ma ancora per poco, è chiaro – è lo stesso Hadi) equivarrebbe, invece, a destabilizzare lo Yemen come conseguenza immediatamente negativa sul processo politico con cui il paese sta tentando di tirarsi fuori dal caos.

Intanto, e lavorando insieme, i combattenti Houthi all’attacco spalleggiati stavolta anche da truppe governative e da uno o due droni americani, hanno cacciato dal distretto di Khobza le milizie di Ansar al-Sharia alleate di al-Qaeda. Hanno pagato, però, anche con 35 morti, di cui oltre 25 tra i loro e 10 tra i combattenti di Ansar.

Da settembre, da quando hanno preso il controllo militare della capitale e ne stanno dettando l’evoluzione politica, il gruppo – che gli USA ancora considerano ufficialmente “terrorista” ma aiutano nei fatti: come spesso, e da anni, sta loro capitando – è ora all’attacco nel sud e nell’ovest sunnita del paese e nelle roccaforti ufficiali dell’ex governo monocolore sunnita che ora però condiziona pesantemente, avendone imposta una composizione “mista e anche per loro accettabile”  (Reuters, 14.11.2014, Mohammed Ghobari, Yemen Shi'ites capture key district from al Qaeda― Gli sci’ii yemeniti si prendono un distretto chiave togliendone il controllo a al-Qeda ▬ http://uk.reuters.com/article/2014/11/14/uk-yemen-security-idUKKCN0IY1QE20141114).

●Sempre in Medioriente, in Israele, ci sono finalmente anche diverse voci autorevoli – e, quel che più conta, dato chi sono, credibili per la maggioranza della popolazione – degli apparati di sicurezza e di spionaggio, 104 ex generali , tra cui tutti – tutti –  gli ex capi dei servizi segreti di spionaggio, del Mossad, invitano – in una lettera diretta e da loro resa pubblica al primo ministro Netanyahu – a riflettere qualche voce autorevole e dannatamente credibile per la maggioranza della popolazione.

Sono ben 104 ex generali, tra cui tutti – tutti – gli ex capi del Mossad/l’Ha-Mossad le-Modi’in ule-Tafkidim Meyuchadim▬ l’Istituto per l’Intelligence e i Servizi speciali, compresi quelli “bagnati” degli omicidi mirati e ordinati dalla ragion di Stato (i veri o presunti autori del rapimento alle Olimpiadi di Monaco, i tecnici iraniani “colpevoli” di studiare e lavorare allo sviluppo dell’energia nucleare, i capi specie “spirituali” e politici delle fazioni palestinesi, ecc., ecc., e molti dei comandanti delle operazioni militari condotte in questi anni contro Gaza, contro il Libano, contro la Siria... gente che col pacifismo, insomma, non ha, e non ha mai avuto, niente a che fare.

Gli chiedono di iniziare negoziati “veri” con gli Stati arabi “moderati” – dicono – e coi palestinesi (della Cisgiordania – Abu Mazen – ma anche di Gaza – cioè, sì, Hamas – ormai “indispensabile”) nella prospettiva di dar vita alla prospettiva e all’impegno di due Stati per due popoli. Partendo, spiegano, “ma in buona fede”, sottolineano conoscendo bene la... natura della bestia con cui hanno a che fare dal nocciolo duro dell’idea forte contenuta dentro l’iniziativa di pace saudita ripropostagli mesi fa dall’Egitto di Al-Sisi e dal principe saudita Turki Al Faisal (Israeli policy forum, 10.11.2014, 100 Israeli generals call for regional negotiations 100 generali israeliani chiedono che Israele conduca negoziati a livello regionale http://www.israelpolicyforum.org/action/100-israeli-generals-call-regional-negotiations).

Naturalmente, Netanyahu non se ne dà per inteso e, anzi, “approfittando” del timore seminato dall’ennesimo attentato in una sinagoga, presenta e fa approvare ufficialmente al Gabinetto una proposta che riserva i diritti pieni di cittadinanza solo ai cittadini ebrei del paese: come è da tempo di fatto ma adesso formalizzando così per legge l’Apartheid tra i suoi diversi abitanti: se, poi, come è pressoché certo, anche la Knesset approverà la misura (Guardian, 23.11.2014, P. Beaumont, Israeli cabinet approves legislation defining nation-state of Jewish people― Il governo di Israele approva la legge che stabilisce lo Stato-nazione del popolo ebraico http://www.theguardian.com/world/2014/nov/23/israeli-cabinet-approves-bill-defining-nation-state-jewish-people).

E se verrà superata anche – come alla fine sarà: perché è comunque difficile pensare che si dimetterà per bloccarla – la dura opposizione verbale che contro di essa formula il nuovo presidente di Israele, Reuben Rivlin, uomo della destra, il partito stesso di Netanyahu, il Likud, ma denuncia l’iniziativa perché viola palesemente il linguaggio e il senso della dichiarazione di Indipendenza di Israele che riconosce (formalmente, appunto, per iscritto) pari dignità e pari diritti a tutti i cittadini del paese.

Ebrei, cristiani e arabi e, perfino, to’, arabi-palestinesi (Guardian, 26.11.2014, P. Beaumont, Israeli president opposes proposed law to give ‘national rights’ to Jews only― Il presidente di Israele è contro a proposta di legge che riserva i ‘diritti nazionali’ solo agli ebreidi Israele http://www.theguardian.com/ world/2014/nov/26/israeli-president-opposes-proposed-law-of-jewish-rights); e, per il testo integrale pubblicato sempre sul Guardian – 27.11.2014, This bill strikes at Israel’s heart, where Judaism and democracy combine― Questa legge colpisce il cuore stesso di Israele, dove ebraismo e democrazia si combinano ▬ http://www.theguardian.com/comment isfree/2014/nov/27/bill-israel-judaism-democracy-president-israel-jewishness-reuven-rivlin dell’allarmatissimo discorso di Rivlin a un convegno ad Eilat sulle minoranze in Israele).      

●Il ten. col. Isaac Zida, comandante della guardia presidenziale del Burkina Faso― letteralmente la terra delle gente che sta dritta in piedi, ha assunto il 1° novembre il controllo del paese e lo annuncia in un proclama. Il generale Honoré Nabéré Traoré, capo di Stato maggiore che aveva “temporaneamente” preso il potere dopo la fuga, il giorno prima, del dittatore Blaise Compaoré il quale era stato a lui sempre molto vicino, cacciato dalla rivolta popolare contro la sua pretesa di ricandidarsi a un altro mandato presidenziale malgrado il dettame costituzionale che glielo proibiva,  è stato subito convinto dai suoi sottoposti ad andarsene.

Zida, però, ha un mandato limitato – per quel che conta, in un paese che ha sempre scelto alla fine coi colpi di Stato il suo capo di Stato – fino alle elezioni politiche che, a data ignota, dovrebbero ora in qualche data arrivare a tenersi  (US Weekly, 1.11.2014,  Presidential guard army officer takes charge now in Burkina Faso, ousting general Ufficiale della guardia presidenziale passa [almeno per ora] al comando in Burkin Faso mandando via il generale in capo http://usweekly.com/news/3/6330/Army_officer_takes_charge_in_Burkina_Faso_ ousting_general.html).

Non molti tra i movimenti e i partiti dell’opposizione che hanno costretto Compaoré a eclissarsi, estremamente divisa però (34 che sono), sembrano contenti di questa soluzione sia pure ad interim e si apprestano a protestare contro la soluzione imposta dai militari. Che, chiunque di loro sia stato al potere da trent’anni, quando proprio lui fece fuori il generale-presidente popolare Sankara, ieri come oggi, restano alleati dell’occidente.

In questo caso, nell’ordine, di Francia – l’ex potere coloniale – e Stati Uniti – la nuova potenza imperiale – contro gli “estremisti”― manco loro fossero invece angioletti arrivati al potere per scelta popolare (New York Times,  1.11.2014, Hervé Taoko e Alan Cowell, Military Backs an Interim President, but Burkina Faso Remains Unsettled― I militari appoggiano un presidente ad interim ma il Burkina Faso resta inquieto http://www.nytimes.com/2014/11/02/world/africa/rival-claims-to-presidency-in-unsettled-burkina-faso.html?hp&act  ion=click&pgtype=Homepage&module=second-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news&_r=0).

Ma in quella che sembra sempre più come una serie di colpi di mano di stampo pretoriano e in attesa della soluzione finale – la peggiore probabilmente – è adesso l’ex ministro della Difesa di Compaoré, gen. Kouame Lougue a cercare di forzare la mano: mentre, tra l’altro, emerge che anche dall’esilio dorato ma forzato in Costa d’Avorio l’ex presidente-dittatore continua a contare molto: tra l’altro, quell’essere del tutto vacuo del presidente francese Hollande non si vergogna neanche di far sapere che ha avuto un ruolo personalmente importante per garantire al dittatore burkinabé di scappare in Costa d’Avorio (Agence France-24, 4.11.2014, France did help Compaoré flee La Francia ha aiutato Compaoré a scappare http://www. france24.com/en/20141104-france-helped-compaore-flee-burkina-faso-unrest-protests-hollande). E non c’è un solo socialista francese che trova il coraggio civile di mandarlo immantinente a quel paese insieme col suo protetto.

E a proclamare di aver preso, lui, il controllo del paese dopo aver fatto occupare dalle sue truppe le centrali Tv e Radio di Ouagadougou, aggiungendo così ancora più confusione alla confusione regnante. La proclamazione viene subito respinta dall’opposizione che ha abbattuto Compaoré per le strade e non viene accettata neanche dall’OUA/Organizzazione per l’Unità Africana  che  procede a fissare una scadenza massima di due settimane per il ritorno dopo trent’anni al governo dei civili pena l’imposizione di pesanti sanzioni al paese. Giusto, anche se ci si può ben chieder perché, insieme agli alleati delle democrazie occidentali, pure questi solo adesso si accorgano dei trent’anni di dittatura militare che hanno schiacciato il paese dopo il golpe contro Sankara da loro stessi voluto nel 1987...

Il fatto è che anche in Africa, ormai, perfino in Africa, tra una popolazione giovanissima e più preparata, più aperta al mondo globale di sempre (guardate anche solo al numero di diffusione di iPhones, di Tv satellitari...) sta passando il messaggio che una dittatura militare è diventata ormai comunque e sempre la peggior forma di “garanzia” per qualsiasi investitore straniero che voglia provarci e restare sul territorio di Stati che regolarmente, anche e soprattutto quando sono dotati di risorse e materie prime, esibiscono poi tassi di benessere – più che di sviluppo in sé: perché crescere da 1 a 2 è comunque, sì, un aumento del 100% ma non conta niente per il benessere della popolazione – meno  “sicuri” del mondo...

E mentre, col tempismo di... cacca che ne connota il fare e il disfare a capocchia, il Fondo monetario internazionale, nel bel mezzo di una rivoluzione tentata, di un golpe o più d’uno e di quella che è ancora, comunque una guerra civile, e sul bilico di quello che qui è ancora possibile, tutto e il contrario di tutto, pensa bene di ammonire proprio adesso Ouagadougou che – sorpresa, sorpresa – si sta giocando il suo credit rating sui mercati internazionali...

E, mentre il capo ad interim della giunta che alla fine sembra quello che ha dietro le truppe, il col Zida, garantisce “sulla sua parola e sulla sua vita” – dice – che il potere transiterà “appena possibile” a una reggenza di personalità civili (FreshNews-UK, 4.11.2014, Burkina Faso: Lt. Col. Zaid not here tu usurp power Il ten. col. Zaida: giuro che non sono qui per usurpare il potere http://freshnews-uk.com/news/ burkina-fasos-zida-not-here-to-usurp-power-independent-online).

Tutte le parti partecipanti a ogni titolo al confronto – militari delle varie fazioni, partiti, movimenti di opposizione – concordano che le nuove elezioni per eleggere un parlamento e scegliere un governo si terranno a novembre del prossimo anno... Ma non riescono a concordare sullo status e la natura, intanto, del governo di transizione: che, per ora, ovviamente è l’unica cosa, però, che conta davvero (le Monde, 5.11.2014, Burkina Faso: pas d'accord sur la personnalité civile qui mènera la transition― Burkina Faso: non c’è accordo sul civile che presiederà alla transizione ▬ http://www.lemonde.fr/afrique/arti cle/2014/11/05/burkina-faso-le-chef-du-parti-de-l-ex-president-compaore-arrete_4518879_3212.html).

Dopo una ventina di giorni di pressioni anche esterne (l’Organizzazione dell’Unità Africana, la Francia, l’America...) e affidando, alla fine la designazione a un gruppo di maggiorenti della società civile e ai militari hanno nominato un 72enne ex ministro degli Esteri, poi ambasciatore all’ONU e diplomatico di mestiere, Michel Kafando, col compito di presiedere adesso al periodo di transizione fino alle elezioni che si terranno – si dovrebbero tenere... – tra un anno (New York Times, 17.11.2014, Hervé Taoko e A. Cowell, Burkina Faso Names Ex-Diplomat as Interim Leader Il Burkina Faso [oddio... chi comanda in B.F.] designa come presidente ad interim un ex diplomatico http://www.nytimes.com/2014/11/18/world/africa/ burkina-faso-names-michel-kafando-interim-leader.html). Se lo lasceranno fare e riuscirà a sopravvivere  agli squali tra cui dovrà mettersi per forza a nuotare...

Ma passano due giorni che sono due e il nuovo presidente ad interim Kafando viene convinto – qualcuno dice, chiaro, costretto – a firmare la nomina del colonnello Zida, il capo della Guardia presidenziale che ha cacciato Blaise Compaoré, come suo premier ad interim nel governo ad interim della sua presidenza: fino al compimento della transizione..., democratica naturalmente (New York Times, 19.11.2014, Hervé Taoko e A. Cowell, Military Officer Named Interim Prime Minister in Burkina Faso Ufficiale [comandante della Guardia presidenziale]viene nominato come primo ministro ad interim in Burkina Faso http://www.nytimes.com/2014/11/20/world/africa/military-officer-named-interim-prime-minister-in-burkina-faso. html?_r=0).    

in America latina

●Passato l’uragano delle presidenziali, in Brasile, otto dei maggiori palazzinari e costruttori del paese sono stati arrestati e sono anche stati fermati i massimi dirigenti delle loro imprese  in  rapporto a un’operazione chiamata Lava Jato autolavaggio dalla magistratura inquirente che – davvero tutto il mondo oggi è davvero paese – ha svelato una lunga serie di episodi di corruzione nella compagnia di Stato del petrolio, la Petrobras (Estadāo de Sāo Paulo, 21.11.2014, Executivos afirmam que empreiteira pagou a doleiro por serviços não realizados― Al governo affermano che le imprese hanno pagato in dollari [e in nero] per servizi mai effettuati ▬ http://politica.estadao.com.br/blogs/fausto-macedo/executivos-afirmam-que-empreiteira-pagou-a-doleiro-por-servicos-nao-realizados).

●Il  gruppo a maggioranza cinese ma a partecipazione di molti investitori internazionali, con base a Hong Kong, HKND― la Hong  Kong  Nicaragua Canal Development Company, comincia il 22 dicembre la costruzione del canale per il quale ha vinto la gara e sfrutterà esso stesso collegando gli oceani Atlantico e Pacifico e che più lungo, profondo e largo del canale di Panama dovrebbe, in parte rimpiazzarne, in parte largamente complementarne l’utilizzo. Ci sono le riserve di quanti temono l’impatto ambientale sul  lago Nicaragua che al centro del paese ne sarà traversato e sulle comunità che abitano la zona e c’è lo scetticismo di quanti mettono in dubbio la fattibilità stessa del progetto. Nel piano di costruzione ci sono anche due porti, un aeroporto, un centro turistico di vacanze e una zona industriale che dovrebbe entrare pienamente in funzione nel 2020 (Wikipedia, 20.11.2014, The Nicaragua Canal ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/Nicaragua_Canal).

●Il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, che aveva deciso di dar impulso centrando la sua rielezione contro la destra sul processo di pace coi guerriglieri della FARC che, da cinquant’anni conducono la loro guerra contro lo Stato, e avevano intrapreso un promettente dialogo politico col suo governo attraverso la mediazione di Cuba, ha sospeso il negoziato in atto ormai da due anni dopo che una banda della FARC, sembra proprio agendo da sola, ha catturato nell’ovest del paese un generale dell’esercito, Rubén Dario Alvarez, e due suoi accompagnatori.

Santos ha detto che il negoziato non riprenderà fino alla loro liberazione e i mediatori si sono subito messi in funzione, con buone speranze – dicono – di sbloccare l’impasse. Naturalmente il nodo è che sempre, con formazioni guerrigliere di questo tipo e per la loro stessa natura, non esiste mai una totale affidabilità di disciplina interna. Restano d’altra parte sempre aperti problemi di grande delicatezza come il disarmo e l’integrazione dei guerriglieri, il loro destino – entreranno, e tutti, nell’esercito regolare? e come? –, il nodo dei compensi per le vittime non solo della guerriglia ma di tutta la guerra di guerriglia, di una parte e dell’altra...

Si tratta, fa osservare Jorge Restrepo che dirige a Bogotà un autorevole “serbatoio di pensiero”, rispettato da entrambe le parti, il Centro di analisi del conflittodella prima vera e profonda crisi nel processo laborioso di pace... Se adesso le FARC non rilasciano i prigionieri ma cercano di negoziare, potrebbe bloccarsi davvero tutto”. Il punto nodale è che Santos in ogni caso non sembra disponibile ad accettare la richiesta fondamentale delle FARC: che ci può essere certo un cessate il fuoco ma solo se si tratta di una misura bilaterale e non chiesta solo alla guerriglia... questo, affermano con qualche evidente ragione, è un negoziato di pace e non  una resa incondizionata (The Economist, 21.11.2014, Colombia – Peace Interrupted Colombia: pace interrotta http://www.economist.com/blogs/ americasview/2014/11/colombia).

Poi, però, lo stesso Santos ha fatto sapere che i guerriglieri lasceranno libero, la prossima settimana, il gen. Alvarez  e altri loro prigionieri. E che quindi potranno riprendere subito a Cuba gli incontri che erano stati sospesi (The Citizen/Kinshasa, 22.11.2014, FARC to free Colombian general, others next week: president Il presidente rende noto che la settimana prossima le FARC libereranno il generale e altri loro prigionieri http://citizen.co.za/afp_feed_article/farc-to-free-colombian-general-others-next-week-president).

●La CONOCO Phillips Petrozuata, la filiale Venezuelana della società petrolifera CONOCO di Huston, nel Texas, ha accusato il Venezuela di star cercando di vendere la CITGO Petroleum Corp., o CITGO, un ente di Stato, tentando di evitare così, legalmente – e è il punto debole e anche un po’ goffo della posizione degli americani che di evadere, eludere e “imbrogliare” legalmente sono maestri – per evitare di pagare il miliardo di dollari che altrimenti potrebbero esserle attribuiti dall’arbitrato, naturalmente, di marca statunitense.

La denuncia sostiene, a ragione, che così il governo venezuelano sta tentato di liquidare gli assets dell’ente statale riportandoli sotto giurisdizione nazionale, secondo la nazionalizzazione decretata anni fa dall’allora presidente Chávez. Bene, a scandalizzarsi, ipocritamente, possono essere solo questi gonzi degli americani (Courthouse News Service/Pasadena, Calif., 25.11 2014, Cameron Langford, Venezuela Selling U.S. Refineries to Evade Billion-Dollar Award, Conoco Says― Il Venezuela sta vendendo raffinerie di proprietà americana per evadere il pagamento di un  miliardo di $ http://www.courthousenews.com/2014/11/25/venezue la-selling-u-s-refineries-to-evade-billion-dollar-award-conoco-says.htm).

CINA

●In Cina, e per il secondo mese consecutivo, il prezzo medio delle abitazioni scende ad ottobre con caduta su base annua che, a questo punto, è la più forte dal 2011: anche se su base mensile il -0,8% costituisce il calo minore da giugno. Pechino non sembra proprio preoccupata però, checché ne dicano certi  osservatori stranieri perché sta cercando da quasi un anno di impedire – e dunque anche con un certo successo – la creazione di quello che vede sempre come un pericolo probabile: la formazione di una bolla speculativa edilizia che giudica ancora possibile (Stratfor – Global Intelligence, 17.3.2014, A Difficult Year Looms for China’s Real Estate Market Si presenta un anno difficile per il mercato edilizio in Cina http://www.stratfor.com/analysis/difficult-year-looms-chinas-real-estate-market#axzz3Jt Ryrbm7).

E, quindi, non sembra affatto intenzionata a contrastare il processo: che invece pare sempre più allarmare gli investitori stranieri preoccupati evidentemente dalla riduzione incombente delle loro potenziali rendite edilizie (Financial Times/Londra, 18.11.2014, FT.com/video, Concerns grow over China’s property market In Cina, crescono le preoccupazioni [degli investitori esteri, non del governo cinese] sul mercato edilizio http://video.ft.com/ 374866 8585001/Concerns-grow-over-Chinas-property-market/markets).

●In termini più  geopolitici, dando un segnale importante e di grande novità rispetto a uno status quo di completo congelamento delle reciproche relazioni, Cina e Giappone hanno improvvisamente e  simultaneamente annunciato che riaprendo gradualmente un tavolo di discussione politico-diplomatica sull’annoso e pericoloso contenzioso delle isole del Mar Cinese meridionale, le Diaoyu come le chiama Pechino o le Senkaku come le chiama Tokyo. I leaders dei due paesi hanno finalmente deciso di cercare di uscire dallo stallo prolungato che ha infiammato gli sciovinismi, danneggiato i rapporti economici e è anche sembrato a volte sfiorare il conflitto militare.

E’ stato un periodo di splendido isolamento della Cina, supportata solo da una non proprio sempre calorosa equidistanza dei russi, ma che s’è vista schierare contro invece, e esplicitamente, anzitutto gli american che hanno preso volta per volta, e anche insieme, le parti di chiunque si sia opposto alle rivendicazioni cinesi, in pratica tutta la costellazione di paesi più o meno minori dell’Asia orientale, Vietnam, Filippine, Taiwan, Malaysia..., tutti conflittuali nelle loro reciproche e specifiche rivendicazioni verso Pechino e tutti nelle proprie rivendicazioni verso tutti gli altri.

L’accordo parte dal reciproco e chiaro riconoscimento delle differenze importanti e di principio che restano, la rivendicazione concreta anche se mai implementata del possesso giapponese acquisito con l’espansionismo imperiale del Sol Levante prima della e nella seconda guerra mondiale e quella radicata nella storia e nel nome stesso del mare in questione, il Mar Cinese Meridionale, che respinge alle origini questa pretesa.

Finora, Tokyo aveva sempre proclamato che avrebbe esercitato quando e come e appena lo avesse potuto i suoi diritti. Ma, adesso e all’improvviso, il premier nipponico Abe ha fatto un passo indietro clamoroso: accettando la discussione del contenzioso come l’hanno sempre rivendicata i cinesi, bilaterale, reciproca e, soprattutto, senza intrusioni allargate a presenze estranee e esterne come quella della superpotenza americana.

Che, per l’ennesima volta, ha fallito tentando di imporre, senza essere poi in grado di farlo, la rivendicazione della sua strategia multilaterale... (New York Times, 7.11.2014, Jane Perlez, China and Japan, in Sign of a Thaw, Agree to Disagree on a Disputed Island Group Con un chiaro segnale di disgeloCina e Giappone concordando di non concordare sul gruppo di scogliere contese [ma, intanto, riprendono a negoziare] ▬ http://www.nytimes. com/2014/11/08/world/asia/china-japan-reach-accord-on-disputed-islands-senkaku-diaoyu.ht ml?_r=0#).

Il tono, oltre al testo dell’accordo, mostra anche – come ha fatto notare il direttore del Centro di Studi Asia-Pacifico della università di Lingnan a Hong  Kong, Zhang Baohui – che la Cina ha riportato un’altra vittoria politico-diplomatica riuscendo a impedire la menzione stessa, inizialmente reclamata come sine qua non dal Giappone nel testo, della cosiddetta sovranità reclamata unilateralmente sulle isole.

Invece, ora, il testo dell’intesa riconosce formalmente e pubblicamente quel che Tokyo rifiutava di accettare: il fatto puro e semplice che è aperta una disputa sulla sovranità delle Diaoyu/Senkaku e che spetta ai due paesi trovare una soluzione alla loro vertenza bilaterale. Insomma, su questo piano, gioco, partita e incontro: per i cinesi. Come era più ragionevole e, dati i rapporti di forza reali nella regione – America vicina e lontana insieme che è – anche, forse pure Tokyo è riuscita a capirlo,  inevitabile.

Adesso, a metà novembre, a Pechino si sono incontrati, interrompendo un periodo di non rapporto assolutamente glaciale tra i due governi, e per la prima volta tra loro in sede di vertice dei capi dei paesi APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation Conference), il presidente cinese Xi Jinping e il premier nipponico Shinzō Abe. Lo avevano concordato in un serie di  incontri preparatori i loro plenipotenziari, il consigliere per la sicurezza nazionale giapponese, Shotaro Yachi, e il consigliere di Stato e primo diplomatico cinese, Yang Jiechi.

Risulta che, nel corso del meeting, le parole Diaoyu o Senkaki non sono neanche state pronunciate – per evitare, forse, di mettersi l’un l’altro le dita negli occhi – e che i due si sono stretti anche se non troppo calorosamente la mano. Abe ha annunciato che l’incontro, tenuto come tutti a latere del vertice, è stato un successo, mentre Xi Jinping non commenta e lascia dire che bisognerà stare a vedere.

L’intesa, per quanto preliminare, facilita e complica il lavoro che qui, all’APEC, intendono svolgere Xi Jinping (per lui, ora sarà più facile) e Barak Obama (che, invece, avrà, ora, più seri problemi). Fa notare un’Agenzia vicina al Pentagono che qui citiamo di frequente (NightWatch KGS, 9.11.2014, China-Japan leaders reopen at their APEC summit Cina e Giappone riaprono al vertice in sede APEC http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000237.aspx) che concludono una serie di accordi bilaterali – anche tra Cina e USA, anche tra Russia e Cina – e, alla fine, poi rilancia per tutti la sua visione, come la chiama, di un “sogno Asia-Pacifico” di prosperità da costruire per e in tutta la regione.

Ma il problema così diventa immediatamente evidente: questa visione è una sfida diretta all’annuncio di Obama di voler spostare l’asse della sua presenza dall’Europa in quest’area (bè, loro “sposteranno pure in questa regione il loro pivot, come dicono, ma – ha commentato secco, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi – in questa regione, noi già ci stiamo”). Ci sono differenze critiche tra la proposta di Xi che offre cooperazione e prospettive di crescita e di prosperità e non di sfida militare in un programma di cui fanno parte integrante anche gli Stati Uniti su un piano di affermata parità e il programma di cooperazione di Obama, centrato in pratica invece sulla cooperazione militare e che, quindi, esclude specificamente, proprio e a priori e solo, la Cina...

E’ la premessa stessa della proposta statunitense – la cosiddetta Partnership Trans-Pacifica, già osteggiata in molti dei paesi del Pacifico latino-americano escludendo proprio, a priori, la Cina adesso sembra sempre più transeunte, anzi già forse affossata – che Pechino ha ora, con immediata e grande efficacia, minato alla radice proprio nella premessa centrale del pivot americano come centro e asse di uno strumento militare potenziale contro una minaccia cinese che tutti dovrebbero preoccuparsi, dice, di “contenere”.

La ripetizione, cioè, se volete, ma fuori tempo e fuori fase del modello NATO degli anni ‘50, ma non contro l’URSS di Stalin,  stavolta, bensì contro la Cina di Xi Jinping― oggi già la più grande potenza commerciale e il maggior PIL del mondo e, di sicuro, non una società impermeabile – percepita irrimediabilmente diversa come era allora quella sovietica.

Il tema, in sostanza, del messaggio di Xi è che la Cina oggi è il paese in grado di condurre, indicando e aiutando ad aprire la strada, tutta l’Asia a una prosperità maggiore e più condivisa e anche ad assumere nella regione il ruolo di motore e insieme di benevola supervisione che negli anni ’50 assunsero verso l’Europa gli USA col piano Marshall e con la NATO. Non sarà semplice per la Cina far passare in Asia questa benevola e positiva lettura di sé― e d’altra parte, mentre stende la mano, non si esime dal dimostrare alla quarantina di capi di Stato e di governo, americano e russo compresi che ospita la sua potenza anche militare rivelando e non per caso adesso, il nuovo volo di un caccia Stealth di fabbricazione cinese, cosiddetto invisibile ai radar (Yahoo!News, 11.11.2014, China Unveils Its New Fifth-Gen F-35-Like Stealth Fighter― La Cina espone il suo nuovo caccia stealth di quinta generazione ▬ http://news.yahoo.com/china-unveils-fifth-gen-f-35-stealth-fighter-21060585 6.html).

Ma lo sfondo complessivo di quanto è accaduto questa settimana al vertice APEC a Pechino è questo: con l’America e il suo presidente, ormai anatra azzoppata dai suoi e a casa sua e nel mondo – anche se forse non è proprio così... – e il presidente cinese sempre più in primissimo piano a fare accordi e intese e trattati con l’America stessa, la Russia, l’Afganistan e la Corea del Sud... E’ dai tempi di Mao Zedong, dalla metà degli anni ’70, che un leader cinese non ha potuto, o saputo, o voluto condurre la politica estera del suo paese con un simile aplomb capace di rubare l’occhio a ognuno e a tutti i suoi pari.

Ma questo in realtà non è solo il momento dell’apice di Xi, ma proprio quello della Cina e per essa questo evento rappresenta una specie di presentazione pubblica del ruolo di più ricco paese in assoluto del mondo che ha ancora certo qualche difficoltà a guidarlo ma che adesso – e è la novità vera – ci prova senza più limitarsi a una politica estera quasi solo reattiva (The Economist, 14.11.2014, Chinese order L’ordine cinese http://www.economist.com/news/china/21632635-world-leaders-come-chinese-capital-where-xi-jinping-dispenses-magnanimity-chinese-order).

Infatti, annuncia subito Xi Jinping, come proposta sua ma aperta all’adesione e al contributo di tutti i paesi, anche di quanti non sono qui rappresentati, la caduta immediata di una porzione importante dei dazi e delle tariffe “tra chi ci sta”: e immediatamente dichiarano di starci – soprattutto per i prodotti high-tech – malgrado tensioni e problemi esistenti, come sanzioni e contro-sanzioni che ovviamente in quest’ottica sono destinate a saltare Cina, Giappone, Russia e anche America...

Ancora una volta, in effetti, in controtendenza,

Cina e Stati Uniti decidono di scambiarsi visti di durata decennale per i cittadini dell’uno e dell’altro paese― ma le modalità restano tutte da definire nel merito: chi è colpito da sanzioni e contro-sanzioni che fine fa?; e stabiliscono un accordo che, come primo passo, vede i due paesi rinunciare prima di muoversi a chiedere all’altro di cominciare esso per primo – un accordo che, se fosse osservato: ma in America, i repubblicani con la loro appena trovata maggioranza, sia alla Camera che adesso anche al Senato, già dicono che non passerà – sarebbe cruciale per tutto il mondo a iniziare una reale riduzione delle emissioni di gas serra in America (rispetto al livello del 2005 e. entro il 2025, una riduzione delle emissioni in America tra il 26 e il 28%; contro un taglio, il primo concordato, ma più vagamente non precisato, anche in Cina entro il 2030― come è noto, tra i due paesi messi insieme oggi, comunque, la metà dei gas serra prodotti nel mondo (New York Times, 11.11.2014, A. C. Revkin, per il testo dell’accordo sino-americano sul clima cfr. http://dotearth.blogs.nytimes.com/ 2014/11/11/in-joint-steps-on-emissions-china-and-u-s-set-aside-you-first-approach  -on-global-warming).

• La Cina, poi, separatamente dall’accordo negoziato, conferma subito, per voce del Consiglio di Stato, il governo, che “entro il 2020 metterà un tetto di 4,2 miliardi di tonnellate portando al massimo del 62%, dal quasi 80 di oggi, il mix di composizione di energia usata dall’economia cinese (New York Times, 20.11.2014, E. Wong, In Step to Lower Carbon Emissions, China Will Place a Limit on Coal Use by 2020 Con un passo in avanti che abbassa le emissioni di anidride carbonica, la Cina metterà un tetto all’uso del  carbone entro il 2020 http://www.nytimes.com/2014/11/21/business/energy-environment/china-to-place-limit-on-coal-use-in-2020.html?ref=asia&_r=0)

● Forse per gli orsi bianchi c’è ancora qualche speranza...   (vignetta)

Notizia A..P.: “ tre metri di neve a Buffalo, New York”

Bè, la notizia cattiva è che il nostro banco di ghiaccio si è sciolto... e

quella buona è che siamo riusciti a arrivare a Buffalo,  New York

Fonte: John Deering, 21.11.2014, Arkansas Democrat-Gazette (Little Rock, Ark.)

• Con la Cina, poi, qui la Russia informa di aver adesso raggiunto un’altra intesa pluriennale e aggiuntiva a quella firmata già per un trentennio di ulteriore acquisto garantito, e a prezzi pressoché predeterminati, di gas e petrolio.

• E con l’Australia, la Cina concorda qui una dichiarazione di intenti di reciproca apertura a scambi di mercato del valore di miliardi di dollari per l’export australiano (prodotti agricoli e servizi) che impegnano, però, Canberra a una maggiore e più facile apertura agli investimenti cinesi. Secondo i dati forniti, l’85% della produzione australiana esportata entrerà in Cina senza dazi e tariffe e, quando l’accordo sarà in vigore a pieno regime, il 99,9% dell’export australiano in energia e prodotti manifatturati avrà accesso in Cina senza nessun dazio o tariffa...

Molto ditirambico, dicono però a Canberra diversi esperti facendo notare che per quest’implementazione piena serviranno comunque, e se tutto va bene, almeno dieci anni e la portata effettiva dell’accordo non ha niente di epocale, in sostanza (Deutsche Welle/Berlin, 17.11.2014, China trade deal to have 'modest effect' on Australia's economy― L’accordo con la Cina avrà ‘effetti modesti’ sull’economia australiana http://www.dw.de/china-trade-deal-to-have-modest-effect-on-australias-economy/a-18071325).

ui qui

• Con la Corea del Sud, la Cina riapre e rilancia rapporti commerciali molto più intensi per gli anni a venire. Che già sono poi a un livello molto robusto e fanno della Cina il maggior partner commerciale di Seul (scambi per 228,9 miliardi di $  nel 2013, di cui 62,8 costituiscono il surplus di parte coreana): con grande scorno tra l’altro di Pyongyang sul tema ridotto all’impotenza e all’irrilevanza. I due paesi sono il primo e il settimo, rispettivamente, tra i massimi esportatori mondiali (The Economist, 14..11.2014).

• E con l’Afganistan, ribadisce l’intesa appena raggiunta di scambio e aiuti militari contro i jihadisti che aveva appena siglato a Kabul...

• e, ancora, decine di altri incontri ed intese, tutti con al centro – a pivotPechino: per rubare lo slogan che per loro s’è dimostrato impotente all’America. Cui rode, o se rode!

●In ogni caso, anche la Cina. come un po’ ormai ogni paese che deve convivere con e governare il problema della multinazionalità e di minoranze non più come quasi sempre finora sottomesse e, comunque, acquiescenti deve oggi fare i conti con la sua minoranza maggiormente ribelle, non a caso quella islamica degli uiguri dello Xinjiang che, irrequieta come un po’ ormai tutto quel mondo esprime le sue rivendicazioni anche con sporadici ma ripetuti attentati del solito martirologio suicida.

Così, ancora, il 29 novembre, in quella regione dell’estremo nord-est del paese, ai confini con grandi territori mussulmani come Kazakistan, Kirghizistan e Mongolia, un gruppo di insorti-terroristi, come al solito difficilmente reperibile perché qui agiscono sempre in modo autonomo e disorganizzato e in piccoli nuclei d’assalto, ammazza una quindicina di civili e ne ferisce altrettanti (ma altri, è sicuro, ne moriranno) nella contea di Shache (ne informa il mondo esterno la Tv cinese CCTV, 29.11,2014, Chen Yue, 15 killed, 14 injured in Xinjiang terrorist attack― !5  morti e 14 feriti in un attacco terroristico neLlo Xinjiang ▬ http://english.cntv.cn/2014/11/29/ARTI1417257255173904.shtml).

///Police also killed eleven terrorists during the attack, which comes as China continues to combat Uighur militants in the restive northwest region.

///

nel resto dell’Asia

Alla scadenza programmata dell’accordo ad interim sul contenzioso relativo al nucleare tra Teheran e delegazione dei 5+1 dell’ONU, il segretario di Stato americano e il ministro degli Esteri e capo negoziatore iraniano hanno trovato un’intesa sul congelamento e la prosecuzione del negoziato alla ricerca dello scambio, del quid pro quo, tra un più efficace controllo dell’energia nucleare comunque prodotta in Iran e la progressiva cancellazione delle sanzioni all’Iran stesso. Ma nei due campi ci sono fior di falchi contrari a concessioni reciproche che alla fine frenano la conclusione immediata di quella che avrebbe potuto già essere l’intesa finale:

di qua, da parte occidentale, ci sono i duri americani, la maggioranza forse dei politici, insieme al governo francese che di Teheran non si fida e spinge all’intransigenza, a quelli degli autocrati arabi del Golfo – perché gli iraniani sono sci’iti – e ovviamente a Israele (Netanyahu ha detto chiaro della sua soddisfazione perché si è riusciti a impedire di arrivare all’accordo immediato... intanto, perché anch’essa non si fida per niente – e si capisce – ma poi, e soprattutto, perché potenzialmente – è vero – un Iran nucleare è una sfida al suo monopolio di quell’armamento nella regione;

• di là, da parte iraniana, ci sono i duri del regime, certi ayatollah – non tutti –, certi politici – neanche qui tutti –, i comandanti della Guardia repubblicana... e ciascuno di loro sta combattendo una dura battaglia con i non pochi che, nella leadership stessa, chiedono di trovare un compromesso utile per la sopravivenza sia del regime che del paese.

In mezzo tra i due campi al momento, c’è la sfinge del Grande Ayatollah Ali Khamenei, la Guida della Rivoluzione, cui per volontà del fondatore della Repubblica islamica, Khomeini, e poi per Costituzione, il sistema ha affidato, personalmente come massima autorità che ascolta tutti e prende poi la decisione finale, se accettare o respingere lo scambio concordato tra i 5+1 e il governo iraniano.

Se l’esperienza è una buona guida, Khamenei che è da sempre sensibile alle voci dei duri ma è stato proprio lui con al sua autorità a incoraggiare e a difendere sempre finora il negoziato e i negoziatori – il ministro degli Esteri che conduce le trattative e il presidente della Repubblica che le copre – darà il via, come sempre, al vero dibattito sull’accordo riservandosi poi di concluderlo – sempre che un accordo venga raggiunto – solo dopo l’annuncio dell’accordo stesso.

Adesso, comunque, l’accordo non viene raggiunto e Iran e i 5+1 – non solo questi ultimi, come se fosse una loro generosa concessione unilaterale, vedi il titolo sciocco del NYT (New York Times, 24.11.2014, M. R. Gordon e D. E. Sanger, U.S. and Allies Extend Iran Nuclear Talks by 7 Months― USA e alleati [e Iran, no?] estendono il negoziato sul nucleare [e sulle sanzioni, no?] di altri 7 mesi http://www.nytimes.com/2014/11/25/ world/middleeast/iran-nuclear-talks.html) – decidono di estendere la scadenza di altri 7 mesi per darsi il tempo di arrivare a quella che tutti ormai giudicano, con la costernazione di alcuni – israeliani, sauditi... – che nel gruppo non sono ma nel quale credono e sperano di ritenersi comunque ben rappresentati.

Dice Kerry ai media mondiali che nel negoziato di Vienna sono stati fatti “reali e sostanziali progressi”. Restano, nel frattempo, in vigore una serie di freni allo sviluppo autonomo dell’energia nucleare iraniana e, in cambio, a Teheran verranno cancellate sanzioni del valore di circa 5 miliardi di $ oggi imposte sulla sua economia. E, da parte sua, Khamenei dichiara di aver appoggiato adesso la decisione di continuare a cercare l’accordo, come aveva appoggiato e voluto a suo tempo la decisione di andare a cercarlo.

La realtà è che nessuno degli interlocutori si è rassegnato a dichiararsi sconfitto. Ma nessuno dei due è riuscito davvero a vincere. E quindi, come si fa in politica e in diplomazia, hanno preso tempo dandosi appuntamento a marzo 2015 per concordare una bozza di accordo e a giugno per riprovare a concludere il negoziato con un accordo globale.

Per l’ayatollah Khamenei e larga parte dell’apparato di governo che agisce ma sempre sotto la sua autorità, compreso il presidente riformista Rouhani, il programma indipendente nucleare (civile secondo loro, militare secondo i loro avversari) è diventato il simbolo quasi unico ormai dell’orgoglio nazionale, anche se forse ormai, dicono in occidente, è in qualche calo sul punto l’appoggio popolare al regime.

Ma Khamenei ci tiene a sgonfiare le posizioni americane che, rispetto alla propria opinione  pubblica diffidente, Kerry continua a ribadire lentamente “vincenti”: lui mette in evidenza che le potenze coloniali del mondo e le superpotenze (non lo dice ma tra di esse, a modo loro e con le loro  riserve, ci sono anche Cina e Russia) non sono riuscite a mettere come volevano “in ginocchio” la Repubblica Islamica dell’Iran.

Il problema, per l’Iran, è che le sanzioni cominciano adesso a mordere davvero e che, soprattutto, il calo del prezzo del petrolio sta fiaccando la resistenza di Teheran. E adesso certo con un Obama in ribasso e un partito repubblicano rafforzato anche in Senato, tra sei mei probabilmente sarà ancora più duro arrivare a un’intesa (The Economist, 28.11.2014, Iran nuclear talks – Time is not on his side― lI  negoziato con l ’Iran sul nucleare- il tempo non è dalla parte sua http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21635063-reformists-are-under-fire-after-missing-another-nuclear-deadline-time-not).

L’accordo nucleare in bilico...   (vignetta)

Fonte: INYT, 18.11.2014, Patrick Chappatte

●La Cina ha deciso – lo annunciato come si è detto in visita a Pechino, ma nel corso della IV Conferenza dei ministri degli Esteri del cosiddetto processo di Istanbul sull’Afganistan, il presidente Ahraf Ghani a Kabul – di lanciare un progetto di aiuto a quel paese per migliorarne le infrastrutture carenti (lo comunica l’agenzia Xinhuanet, l1.11.2014, “Beijing Declaration” on Afghanistan reconstruction efforts La “dichiarazione di Pechino” sugli sforzi per la ricostruzione dell’Afganistan http://news.xinhuanet.com/english/video/2014-11/01/c_1337591 33.htmannunciando che donerà al paese 500 milioni di yuan (più meno 81,5  milioni di $) entro la fine di quest’anno come anticipo su un prestito di 1,5 miliardi di yuan nel prossimo triennio.

Pechino addestrerà e equipaggerà, anche, le forze nazionali di sicurezza afgane nelle operazioni di sminamento e neutralizzazione di bombe e mine lungo le vie di comunicazione: una specialità dei talebani. Un annuncio di grande tempestività, di fronte al silenzio eloquente della delegazione di basso livello degli americani alla Conferenza, quando l’Afganistan si prepara ormai all’uscita di quasi tutte le truppe NATO/americane entro fine 2014 dal paese.

Che non sarà completa, ma quasi... Anche se come gli capita un giorno sì e l’altro pure ora Obama sembra ripensarci e lascia trapelare la notizia di un suo ordine esecutivo segreto – peraltro di dubbia costituzionalità ma che nessuno in questo paese di fifoni oserà rinfacciargli – che autorizza i marines a riprendere parte attivamente alla guerra... dopo aver detto e ordinato il contrario.

Il nuovo presidente afgano, Ashraf Ghani – che aveva promesso al paese di creare un governo di coalizione a scadenza di 45 giorni dal giuramento con  primo ministro il suo rivale al ballottaggio, Abdullah Abdullah – un po’ come fanno anche diversi suoi omologhi capi di governo in Europa, praticamente ogni volta e su ogni punto della propria agenda o quasi – di certo, ormai lo sappiamo tutti in Italia – non ha mantenuto l’impegno.

E, come noi da tempo abbiamo imparato e stiamo insegnando a fare al mondo, ha semplicemente dichiarato posposta la data... alla faccia dei rinchioni e degli elettori italiani..., pardon afgani (New  York Times, 14.11.2014, Rod Nordland, Afghan Leaders Miss Goal for Choosing Cabinet― I capi afgani bucano la scadenza per la scelta del Consiglio dei ministri ▬ http://www.nytimes.com/2014/11/14/world/asia/afghanistans-new-leaders-miss-goal-in-setting-up-new-government.html). Che, però, essendo afgani e non italiani potrebbero anche davvero... incappiarsi.

Intanto si apprende anche che il raccolto di oppio è aumentato quest’anno del 17%, al record di sempre, con ben 224.000 ettari del territorio afgano riservati alla coltivazione del papavero, malgrado i miliardi di dollari che specie gli USA hanno riversato nel paese per cercare di controllarne e ridurne la produzione― senza, al solito, alcun successo (The Economist, 14.11.2014).

●Quattro “martiri” talebani hanno lanciato il 19 novembre un attacco suicida nel cosiddetto Villaggio Verde dell’est di Kabul, la zona internazionale delle ambasciate considerata pure la più sicura della capitale. Ai controlli – veri e propri cancelli fortificati – di ingresso hanno fatto detonare un’autobomba e già il giorno prima lo avevano fatto con un autocarro sempre nel Villaggio.

Si tratta, osservano al Consiglio di sicurezza della presidenza afgana – che comunque rifiuta di comunicare il numero delle vittime – che con la riduzione progressiva del numero delle truppe americane, aumenteranno attentati e morti (Al Jazeera, 19.11.2014, Taliban figthers die in attack to fortified Green Village Combattenti talebani suicidi nell’ attacco al Villaggio Verde fortificatohttp://www.aljazeera.    com/news/asia/2014/11/attack-reported-kabul-international-zone-2014111917128243640.html).

E così, senza alcuna attesa, un altro “martire” suicida si fa detonare con un giubbetto esplosivo e fa oltre 60 morti alla fine fra una folla di spettatori durante un incontro di pallavolo nella palestra del villaggio di Yahya Khel nella provincia di Paktika, ai confini col Pakistan, una delle aree più pericolose del mondo senza che alcun gruppo si sia assunto neanche al momento la titolarità dell’attentato (Military Times/Washington, D.C., 24.11.2014, Rahim Fayez, Suicide bomber kills at least 50 Afghans at volleyball tournament― Un bombarolo suicida uccide almeno 50 afgani a un torneo di pallavolo ▬ http://www.military times.com/story/military/2014/11/23/suicide-bomber-kills-at-least-45-afghans-at-volleyball-tournament/19445565).

Il villaggio aveva espulso da sé dai propri confini la presenza dei talebani e se la prende con la loro terribile vendetta. Ma se la prende ancora di più col governo centrale che denuncia per non averli messi in grado neanche di minimamente di proteggersi anche se era stato urgentemente avvisato del pericolo che incombeva (New York Times, 24.11.2014, J. Goldstein, As Bombing Toll Rises,Afghan Villagers Direct Anger at Government― Col crescere del numero dei morti, gli abitanti del villaggio colpito dai talebani dirigono la loro rabbia contro il governo http://www.nytimes.com/2014/11/25/world/as-bombing-toll-rises-afghan-villagers-direct-anger-at-government.html).

●In Pakistan – il cui impegno dichiarato anche se qualche po’ renitente la Cina si è assicurato a Pechino, sempre al vertice APEC, per la lotta contro gli insorti islamisti, anche se non certo jihadisti, di etnia uigura dello Xinijang – un nuovo gruppo, scheggia secessionista dei talebani pakistani, il Tehreek-e-Taliban Pakistan-Jamaat Ahrar/TTP-JA, ha scelto la strategia di attaccare con attentati alla bomba e decine di morti il valico di confine di Wagah, alla periferia di Lahore, alla frontiera con l’India. Con l’intenzione dichiarata di danneggiare ulteriormente i complicati e difficili rapporti tra i due Stati, contando di rivolgere così quello che spera possa essere un appello efficace alla jihad e alla rivolta della numerosa popolazione mussulmana dell’India.

Che, per numerosa che sia, è in un rapporto schiacciante di minoranza – uno a dieci – coi quasi 900 milioni di hindu che hanno adesso portato al governo il partito nazionalista indiano di Modi, altrettanto rigido e poco, come dire, paziente con movimenti anche vagamente sovvertitori o solo dissidenti rispetto all’ordine costituito: il suo (NightWatch KGS/Washington, D.C., 5.11.2014, Pakistan Taliban’s splinter group stirs trouble at border Una scheggia ribelle dei talebani del Pakistan solleva guai al confine http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000235.aspx).

●Malgrado ogni tentativo di apertura (gli incontri-novità apparentemente anche cordiali tra i due numeri uno a New Delhi all’inaugurazione della premiership di Narendra Damodardas Modi) India e Pakistan continuano a escalare le loro rispettive minacce. Il Pakistan ha condotto in due mesi diversi tests di lancio di missili balistici, tutti in grado di portare cariche nucleari a destino. Il 26 settembre ha sperimentato una salva di missili tattici nucleari NASR/HatfIX― la Vendetta da un singolo lanciatore. E adesso, il 13 novembre, ha sperimentato un altro missile HatfVI con la portata di 1.500 Km. e ogiva sia nucleare che convenzionale. Infine, il 16 di questo mese, ha testato ancora un altro HatfIV a testata duplice e dal raggio di 900 Km.

 E adesso, il 15 novembre, l’India sperimenta il suo nuovo PrithviII― Terrai, in sanscrito con 1.260 Km. di gittata, anch’esso dotato di ogiva nucleare, mentre il 9 aveva già provato un lancio, 2.000 Km. di gittata, del missile balistio dell’esercito AgniII― sempre in sanscrito, il Dio del fuoco che ha una portata fio a 2.000 Km. Sono lanci quasi di routine. Ma sono ancor prima una forma di messaggio perverso nel linguaggio che in USA avevano battezzato della mutua distruzione atomica: se mi attacchi, sparisco dalla faccia della terra..., ma con me sparisci anche tu (Anadolu Agency/Istanbul,  13.11.2014, Pakistan and India test nuclear-capable missiles― Pakistan e India sperimentano missili a capacità nucleare http://www.aa.com.tr/en/science-and-technology/420024--Pak-India-test-nuclear-capable-missiles). 

La differenza è che – forse – l’India non per difendersi – che difesa non c’è – ma per lanciare la sua rappresaglia potrebbe anche aspettare con alle spalle una forza militare anche convenzionale ben addestrata e anche se un po’ antiquata di dimensioni massicce oltre a quella che nel gergo si chiama la profondità strategica per resistere e contrattaccare sul piano di un conflitto convenzionale. Il Palistan no e ha proclamato di conseguenza che non esiterà se lo riterrà necessario a lanciare per primo l’attacco nucleare: non ha la profondità strategica, territoriale, né forze armate tanto numerose e addestrate per resistere a un’invasione indiana convenzionale. Proprio la distruzione mutua assicurata: se mi ammazzate, siete morti anche voi.

In definitiva, e sembrano tutti d’accordo, una minaccia di guerra sul subcontinente indiano –  e stanno adesso lì a ricordarlo proprio i tests reciproci di missili dal potenziale nucleare – è  sempre il  segnale di una possibile/probabile guerra nucleare. E non sembrano esserci spazi per dubbi sulla questione.

●L’apertura, in progetto da anni, del nuovo ponte sul fiume Yalu che doveva collegare Dandong, nella Cina del nord-est, con Sinuiju, in Corea del Nord, è stato “indefinitamente ritardato”, secondo la notizia diffusa a Pechino e che ha visto totalmente silente Pyongyang. Secondo la notizia (del NKNews.org/Washington, D.C., derivata da fonti dirette cinesi e corredata da foto satellitari della NSA e di Google Earth, 31.10.2014, New Yalu river bridge opening postponed― Posposta l’apertura del nuovo ponte sullo Yalu ▬ http://www.nknews.org/2014/10/new-yalu-river-bridge-opening-postponed), la Cina ha portato a termine la costruzione del ponte come da impegno assunto.

Ma la Corea del Nord non ha costruito neanche una delle strade di accesso al ponte: tanto che a Dandong sembra ci scherzino sopra dicendo che il ponte, costato alla Cina 1,98 miliardi di yuan, sui 342 milioni di $, porta solo ad alcuni orti del paese vicino: qualche barbabietola e alcune pere. Il ponte che attualmente esiste sullo Yalu venne già ricostruito nel 1937 e, luogo di una delle più feroci battaglie della guerra di Corea, consente oggi il passaggio di autocarri di non più di 20 tonnellate. La parte cinese, vista dallo spazio, che è stata però, almeno, completata sembra quasi uno degli spezzoni di autostrada della Salerno-Reggio Calabria che non si sa bene da dove partano e meno che mai, poi, dove davvero finiscano.

I cinesi hanno ormai deciso di interrompere – e anche bruscamente – la tiritera anche perché è diventata palese l’intenzione nord-coreana di completare la loro parte della costruzione con l’apertura di un  altro prestito cinese, magari stavolta legato a scadenze precise e obbligate. Che Pyongyang, con sacrificio evidente e generoso della sua sovranità nazionale, sarebbe costretta a concedere. Ma che è difficile per Pechino comunque accettare...

●Una delegazione di alto livello e composta da rappresentanti del partito dei lavoratori (comunista) al potere in Corea del Nord che hanno particolari competenze e, comunque, responsabilità di politica estera, e guidata da Choe Ryong-hae, membro del Presidium e segretario dell’Ufficio politico del CC del PLCN, è arrivata a Mosca per incontri che, secondo gli osservatori smaliziati preludono, finalmente, a una visita di Stato e a un vertice bilaterale in Russia tra i due numeri uno, Kim Jong-un e Vladiir Putin.

Sull’agenda, deducono studiando la composizione della missione, scambi e commercio, aiuti economici e il tema dei rapporti difficili tra Russia e USA che anche Pyongyang vede, quasi con sollievo, in peggioramento mentre si fanno meno facili anche i suoi rapporti bilaterali con Pechino (The Moscow Times, 14.11.2014, North Korea’s Kim sends special envoy to Russia Il nord coreano Kim manda in visita in Russia un inviato speciale http://www.themoscowtimes.com/ article/north-koreas-kim-jong-un-planning-to-send-special-envoy-to-russia-soon/ 511166.html).

●Collasso totale e improvviso, il 1°novembre della griglia di distribuzione elettrica che ha tolto l’energia a tutto il Bangladesh, il paese nato per scissione dal Pakistan a nord-est dell’India. Non ne può né ne sa spiegare le ragioni il direttore dello Sviluppo industriale nazionale, Mohammad Saiful Islam. Dove è al limite palesemente più grave addirittura l’impossibilità di capire il perché che il fallimento in se stesso.

In origine, il black-out era stato provocato da un sovraccarico sulla linea che dall’India porta a Dacca tutta l’energia del paese, diffuso poi catastroficamente, e dicoo inspiegabilmente, a catena (la Repubblica.it, 1.11.2014, Gigantesco black-out: tutti al buio http://video.repubblica.it/mondo/bangladesh-gigantesco-black-out-tutti-al-buio/182075/180878). Ogni sforzo di trovare una soluzione, ammette Islam, è miseramente fallito e, a chiusura di una notte e di una giornata di tregenda, nessuno ha la minima idea di quando sarà possibile ripristinare la distribuzione di energia nel paese.

Che dopo una ventina di ore viene però riattivata, alla fine, mentre si apprende che forse si è trattato solo di uno scombinato e avventuroso ritardo di pagamento al fornitore indiano che ha comportato una  sospensione cataclismica della fornitura... Ma ancora a metà mese a Dacca nessuno ha ancora un’idea precisa di quel che sia effettivamente successo il  1° novembre.

●In Sri Lanka, l’antica grande isola di Ceylon, Mahinda Rajapaksa, che ha governato dal novembre del 2005 ha convocato elezioni presidenziali, solo una settimana dopo che la sua fedelissima Corte costituzionale gli aveva aperto la strada, non scontata e prima che l’Alto consesso, comunque diviso ci potesse ripensare, alla sua terza candidatura consecutiva. Le elezioni erano calendarizzate per il  2016 ma lui cerca di avvantaggiarsi di una congiuntura economica favorevole, della debolezza e della poca coesione dell’opposizione e del fatto che tra cingalesi resta alta la soddisfazione per la vittoria con cui cinque anni fa ha schiacciato, a prezzo di una repressione particolarmente feroce e senza scrupolo alcuno, i separatisti tamil (The Economist, 21.11.2014).

●Anche i feld-marescialli e i generali della Tailandia hanno – strano no? – preso gusto a comandare da dittatori. Dice il vice primo ministro e ministro della Difesa Prawit Wongwsan – riprendendo un  accenno dell’uomo forte in capo, il premier Prayut Chan-ocha che, a maggio, con la benedizione quasi neghittosa del vecchio, 86enne e riverito re travicello, Bhumibol Adulyadej Ramadhibodi Chakrinarubodin Sayamindaradhraj Boromanatbophit, conosciuto anche come il IX della dinastia dei Rama.

E con la gratitudine di tutta l’aristocrazia che garantisce attraverso la complicatissima nomenclatura che, medievalmente ma con tecnologia modernissima, governa il paese – che, stanca del disordine della democrazia parlamentare, ha deciso di rimandare le elezioni di almeno un anno al 2016 per dare, magnanimamente, ai delegati da lui designati il tempo di stilare un “adeguato”(adeguato per lui e per loro, si capisce) progetto di nuova Costituzione. E il premier conferma che lui le elezioni le vuole tenere il “prima possibile”: cioè, sì, nel 2016... forse (The Nation/Bangkok, 28.11.2014, Prayut insists next election to be held within one year ―  Prayut insiste che le elezioni si terranno entro un anno http://www.thailand news.net/index.php/sid/228059363#sthash.YX86MkEY.dpuf).

 

EUROPA

●Scoppia – quando non si è insediato neanche da un mese – lo scandalo Juncker, il neo-presidente della Commissione ed ex primo ministro del Lussemburgo: tecnicamente, cioè economicamente – e politicamente – super-qualificato, candidato dei popolari europei e designato con l’intesa pressoché unanime da tutti i suoi pari primi ministri e capi di Stato della UE e poi ratificato anche dei socialisti europei, ma del quale avevamo qui – certo non solo noi – segnalato con forza la contraddizione che lo avrebbe messo nei guai e che adesso gli costerà – gli dovrebbe costare, secondo noi – nei fatti l’impeachment, e anche – chi sa? – l’obbligo a dimettersi.

E non è che quando lo scrivevamo, senza avere nessuna informazione specifica più di altri se non la certezza morale, per noi palese, che uno che ha speso vent’anni della sua vita politica a fare del suo paese il primo paradiso fiscale d’Europa (il secondo è l’Irlanda: ma ce ne sono altri...)... Diventa però, a suo modo, molto significativo che n questi primi giorni di novembre si scatena addirittura il Financial Times (il Financial Times!) a scrivere che moralmente, e politicamente, anche per la bibbia del capitalismo liberista e – magari soltanto nelle forme istituzionali pubbliche, concorrenzialista pur altrimenti e sempre tenero con le pratiche del monopolio e dell’oligopolio – la presenza ai vertice delle istituzioni europee, della Commissione, di uno come Jean-Claude Juncker ormai sia intollerabile.

Anche se nessuno dalla testa ci leva l’idea maligna (a pensar male...) che l’obiezione vera non quella qui dichiarata – del FT a Juncker non sia poi questa ma il fatto che lui sia un campione dichiarato – anche se ovviamente non sempre e su tutto... – dell’integrazione europea e di un ruolo forte della Commissione nel senso di un maggiore integrazione.

Contro il quale e proprio per questo – non certo per il suo vizietto di benevola comprensione verso l’evasione fiscale – il voto del britannico Cameron fu praticamente il solo inflessibilmente contrario in sede di Consiglio europeo a bocciare la proposta sul suo nome (Financial Times, 9.11.2014, edit., Juncker must speak up on Luxembourg and tax (EU should no longer tolerate Grand Duchy’s huge role in tax evasion)― Juncker deve parlare chiaro su Lussemburgo e evasione fiscale (L’Europa non dovrebbe tollerare oltre il grosso ruolo del Gran Ducato nell’evasone fiscale [è questa la sostanza di un editoriale assai poco usuale per questo giornale― il che non toglie però che sia anche curioso vedersela giustamente prendere col comportamento disonesto del Gran Ducato tacendo del tutto su quello analogo e anche peggio della City di Londra] ▬ http://www.ft.com/cms/s/0/58e82a0a-667a-11e4-8bf6-00144feabdc0.html#axzz3IoKpPLZM).

Ma la conclusione è chiarissima, anche se ovviamente non la dicono proprio così: Juncker dovrebbe andarsene e, se non lo facesse, dovrebbero cacciarlo... Juncker, perfetto interprete come tutti, o quasi, i suoi parigrado del sentimento del megacapitalismo globale è stato premier e anche, prima, ministro delle finanze del suo paese nel lungo periodo di quasi vent’anni che l’ha trasformato nel paradiso fiscale degli evasori di America e Europa. A parte i conti personali, numerati e segreti degli straricchi di mezzo mondo, ci sono – si viene ora a sapere – oltre 300 grandi multinazionali, 31 in Italia... Tutto legale, dice lui – e ha formalmente ragione: fino a ieri lo era – ma tutto intollerabile...

Però, e a favore di Juncker, contro la mozione di sfiducia – di per sé, nel merito, sacrosanta della destra e anche di frange di sinistra euroscettica ma, alla fine, viene inevitabilmente sconfitta anche se, con una scelta di incoerenza esemplare, il parlamento si esprime con 461 voti contro 101 (Reuters, 27.11.2014, Ph. Blenkinsop, EU's Juncker survives no-confidence vote over tax deals― Juncker, nella UE, sopravvive al voto di sfiducia sull’evasione fiscale [del “suo” Lussemburgo]▬ http://www.reuters.com/article/2014/11/27/us-eu-juncker-idUSKCN0JB13Q20141127).

●Poi – ma lo aveva annunciato da tempo, quando dello scandalo del Lussemburgo paradiso fiscale già si sapeva ma ne parlavamo in pochi, pochissimi – Juncker tenta di recuperare lanciando una proposta intitolata alla nuova Commissione che promette di mobilitare – dice – in un cosiddetto Fondo europeo di investimento strategico da 315 fimo a – dice sempre – 390 miliardi di € di investimenti tra tutti i 28 paesi dell’Unione. Ma, al dunque, ne mette a disposizione sì e no, 25 freschi, liquidi e effettivi che  dovrebbero nelle sue speranze avere un effetto complessivo, moltiplicatore, di oltre 15 volte superiore e dopo quella che sarà, comunque, una lunga e travagliata procedura.

Prima dovranno approvarla, all’unanimità, tutti i capi di Stato e di governo al vertice di dicembre – ma vedrete che rinvieranno il tutto – e poi, uno per uno, dovranno mandare una lista loro di progetti nazionali da finanziare impegnandosi a ricevere il contributo comunitario ma accompagnandolo con equivalenti importi, paese per paese, di capitali privati. Quando l’unica cosa sensata sarebbe una iniezione immediata e significativa (non certo la miseria di 20 miliardi di € per 28 paesi: per dire meno degli 80 € qui in Italia...).

● J.-C. Juncker, il Grande mago della moltiplicazione degli €uro   (vignetta)

Juncker il magnifico! Davvero incredibile   Spettacolo magico!   Per investitori in €   Oggi, magicamente, prenderò 21 miliardi di €   E li metterò nel mio incredibile cappello Poi, con la mia incredibile bacchetta magica…   li trasformerò in 300 miliardi di € di stimolo in cash…   e, intanto, cavalcherò un unicorno a caccia del vello d’oro. Davvero incredibile questo Houdini… pardon, questo Juncker…  come chi gli  dà retta  (D’altra parte, non aveva già trasformato un PIL  pro-capite del Lussemburgo da 15.000 € in uno da 100.000 € all’anno?)     

Fonte: The Economist, KAL, 28.11.2014

 

E ci vorranno almeno ancora sei-dodici mesi, se tutto va liscio (New York Times, 26.11.2014, edit., Europe’s Modest Investment Plan Il modesto piano di investimenti europeo http://www.nytimes.com/2014/11/27/ opinion/europes-modest-investment-plan.html?_r=0#). Dove l’Italia, regolarmente, Renzi o non Renzi, da sempre è – e, date retta, resta – quasi l’ultima quanto a capacità, poi, di spesa effettiva dei Fondi europei nei tempi e nei modi dovuti: battuta solo, per inefficacia e per inefficienza – quest’anno

bruciamo a vuoto qualcosa come 14 miliardi di € di contributi – da Croazia e Romania (Lettera43, 12.8.2014, Fondi UE, l’Italia tra le ultime per capacità di spesa http://www.lettera43.it/economia/macro/fondi-ue-italia-tra-le-ultime-per-capacita-di-spesa_43675137796.htm).

●A ottobre l’Unione europea, mentre come al solito chiacchiera di riduzione delle emissioni globali e del riscaldamento ambientale, rispergiurando di mettersi all’avanguardia dell’impegno per la riduzione delle emissioni globali di gas serra onde non lasciare in eredità ai posteri un pianeta invivibile, silenziosamente, quasi vergognandosene, concordava di lasciarsi aperta fino al 2030 una scappatoia che consentisse ai suoi maggiori inquinatori di poter continuare ad avvelenare il mondo senza che gli costi un euro in più (Euractive, 24.10.2014, EU leaders adopt ‘flexible’energy and climate targets for 2030― I  capi  di Stato e di governo europei adottano per il 20130 obiettivi  flessibili su inquinamento energetico e ambientale http://www.euractiv.com/sections/eu-priorities-2020/eu-leaders-adopt-flexible-energy-and-climate-targe ts-2030-309462).

E’ il risultato di un’azione di lobby delle industrie più aggressivamente inquinanti (fonderie, cementifici, miniere e vetrerie, settori tra di loro responsabili almeno di 1/5 delle emissioni globali sul continente) che, al solito, minaccia di spostare produzione, posti di lavoro e investimenti in paesi dove la regolamentazione ambientale è meno stringente. E è stata una vittoria, anche, per l’ostruzionismo e la tattica della Polonia (il paese che, con le sue emissioni di carbone è oggi il maggiore avvelenatore dell’ecosfera in Europa) ha vinto minacciando con successo il veto.

La sua nuova primo ministro, Ewa Kopacz, aveva promesso che avrebbe risparmiato alcun onere finanziario nuovo per i suoi inquinatori e ha segnato un punto vincente, anche se in realtà poi perdente, soprattutto per il suo inquinatissimo e inquinante paese (New York Times, 18.11.2014, Andrés Cala, Emissions Loophole Stays Open in E.U. La scappatoia sulle emissioni di gas serra resta aperta nella U.E. http://www.nytimes.com/2014/11/19/business/energy-environment/emissions-loophole-stays-open-in-eu.html?_r=0#).

●Il direttivo della Banca Centrale Europea ha deciso a inizio novembre di lasciare i tassi dove sono  ma annuncia che – all’unanimità “se necessario” e a parere suo! – potrebbe – potrebbe... – attivare l’a lungo prospettato suo programma di “facilitazioni quantitative”: che potrebbe – potrebbe... – anche scattare per un totale che potrebbe – potrebbe, dice... – arrivare a 1 trilione (1.000 miliardi) di €.

Ma naturalmente, per esempio la Bundesbank che ha pure detto che ci starebbe, lo farebbe poi solo  “se dovesse reputarlo necessario”, cosa però, prematura, assicura― e questo con una deflazione ormai in atto e la disoccupazione scavallata com’è (Guardian, 6.11.2014, A. Monaghan e Ph. Inman, ECB could pump €1tn into eurozone in fresh round of quantitative easing― La BCE potrebbe pompare nell’eurozona fino a 1 trilione di € in una nuova fase di facilitazione quantitativa http://www.theguardian.com/business/2014/nov/06/european-central-bank-1-trillion-euro-eurozone-quantitative-easing; e Dichiarazione introduttiva di Mario Draghi, presidente della BCE, alla Conferenza stampa del Board, Francoforte, 6.11.2014 ▬ https://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/ 2014/html/is141106.en.html).

●Mentre spara bordate di interdizione retorica ad alzo zero, ma con efficacia per ora quasi nulla, contro l’Unione europea, il governo dell’inglese Cameron, che giura di non voler pagare il dovuto ma sta intanto cercando cavilli ed appigli, senza trovarli, per opporsi legalmente alla richiesta di pagare, in base ai nuovi calcoli che colpiscono il suo aumento nominale di PIL di altri 2 e più miliardi di € di versamento all’Europa proprio mentre aveva strombazzato donchisciottescamente di volerne un taglio, ha collezionato una nuova sconfitta.

Nuova perché anche la sua sfida contro la decisione dell’Unione europea di fissare un tetto ai bonus dei dirigenti bancari ha sbattuto contro il muro della Corte di Giustizia europea che ha fatto capire (anche se ancora non ha emesso sentenza) che il cap al 100% del salario annuale globale (o al massimo del 200%, ma solo con l’approvazione degli azionisti) è un limite sensato e legittimo (The Economist, 21.11.2014).

●Il presidente della Commissione, che sta preparando l’insediamento dal 1° gennaio del  suo nuovo quadriennio a Bruxelles, ha annunciato che la UE – generosa – non applicherà subito le sanzioni previste per il non aver raggiunto i parametri finanziari cui erano tenute Francia, Italia e Belgio. Ma, ha aggiunto, che se entro marzo 2015, a mesi cioè, i tre paesi non si saranno rimessi in regola con gli impegni scritti cui s’erano vincolati, scatteranno inevitabili le punizioni prescritte.

Gli impegni presi da Roma e Parigi, in particolare, ma la minaccia riguarda anche il Belgio, erano quelli di tagliare il deficit/PIL e aumentare la competitività del sistema: l’ultima motivazione è valida soprattutto per l’Italia― il jobs act, l’art. 18... cui i gonzi di Bruxelles credono, o forse fanno finta, proprio come quello che siede a Palazzo Chigi...; mentre per la Francia, il governo Valls, che sa di bucare l’obiettivo e non fa neanche finta di riuscire a non farlo, in buona sostanza dà invece al Berlaymont una risposta alla...Grillo (Bloomberg News, 28.11.2014, Ian Wishart, EU Moves Closer to Fines for France, Italy Over Budgets― L’Unione europea avvicina il momento delle multe a Francia ed Italia [e anche al Belgio]  ▬ http://www.bloom berg.com/news/2014-11-28/eu-moves-closer-to-fines-for-france-italy-over-budgets.html).

●La Catalogna ha votato, nel referendum (ormai soltanto consultivo, dopo la sentenza della Corte costituzionale spagnola) per la sua indipendenza con l’80,7% del voto. Ma alle urne alla fine sono andati, a questo punto, a votare tra il 31 e il 40% degli aventi diritto (il fatto è che, però, non ci può essere un tasso di partecipazione ufficiale, visto che non c’era neanche una lista elettorale ufficiale). Quella che è la grande “lezione di democrazia” che rivendica il presidente della regione catalana, Artur Mas derivata dal voto, sembra così in realtà come un po’ dimidiata.

Ora però sembra che Madrid, un po’ per ragioni politiche un po’ per motivi di ordine formale e di stampo legale, abbia scelto la maniera peggiore per reagire al messaggio che, comunque, dalla Catalogna è partito e arrivato: sembra che la procura del re voglia forzare la mano e anche la lettera della legge portando in giudizio il presidente della regione autonoma per non aver obbedito all’ordine della Corte costituzionale di non indire il referendum.

E’ una forzatura anche stupida, però, perché il referendum indetto ha nel frattempo, proprio per decisione della Comunitat catalana, aveva cambiato natura – da deliberativo della scissione a solo  consultivo – per cui Artur Mas verrà sicuramente assolto. Ma, intanto, i lealisti fanno casino e rischiano di incancrenire una piaga aperta e già qualche po’ suppurante (El Pais/Madrid, 9.11.014, Jesús García, La justicia investigará a los organizadores del 9N por desobedecer― La giusizia aprirà un’inchiesta per disobbedienza contro gli organizzatori del referendum ▬ http://politica.elpais.com/politica/2014/11/09/actualidad/141552 5317_027655.html).

●In Portogallo, viene arrestato e finisce in galera con l’accusa di frode, corruzione e di mazzette percepite per anni, l’ex primo ministro (ah! ahi!) socialista – della genia dei riformisti cosiddetti pragmatici inaugurata tanti anni fa da Craxi in Italia e che poi ha così rigogliosamente allignato e fiorito: José Sócrates, premier fino a tre anni fa, quando ha dovuto rivolgersi col cappello in mano alla troika che gli impose una serie di contro-riforme socialmente feroci in cambio di un piano si salvataggio finanziario sotto la minaccia di un incombente default.

Uno, Sócrates, dalla cui sconfitta strameritata per aver perseguito pedissequamente la ricetta liberista dei “nemici di classe – come si dice da sempre, se ci si rassegna a copiarli, meglio ricorrere allora ovviamente all’originale – i suoi simili capi di governo di centro-cosiddetto sinistra in Europa – pseudo-riformisti e, in realtà, contro-riformisti – non hanno imparato, però, proprio niente (The Observer, 22.11 2014, Reuters, Former Portuguese prime minister José Sócrates arrested over alleged fraud― L’ex primo ministro José  Sócrates arrestato sotto accusa di frode ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/nov/22/ jose-socrates-portugal-arrested-pm-alleged-corruption).

●Il vice-primo ministro dell’autoproclamata Repubblica popolare del Donetsk, Andrei Purgin, dopo le elezioni del 2 novembre nella zona separatista dell’est del paese – che hanno confermato la volontà largamente maggioritaria di secessione della popolazione russofona, eleggendo sia i capi dei vari governi locali, municipali e provinciali, e i rappresentanti in quel parlamento – dice che adesso anche dopo quelle tenute in Ucraina del 26 ottobre che hanno portato alla vittoria della coalizione filo-occidentale al governo a Kiev, potrebbero anche riprendere – si vedrà... – i colloqui interrotti tra separatisti e Kiev.

Le due tornate elettorali riaprono come era scontato, la divergenza di fondo tra la lettura che dei fatti continuano a dare, con Kiev, Unione europea e America e, con i russofoni invece dà la Russia. Che adesso non ha neanche più bisogno di “riconoscere”, né chiede agli altri di “riconoscere”, l’indipendenza dell’est del paese ma comunica esso stesso al mondo di intendere rispettarli con una scelta attenta dei termini che usa e chiede a tutti gli interlocutori di farlo.

Ribadendo, a fronte della non esistenza di una politica europea che sia davvero inclusiva e pronta a dire un sì vero e pieno a Kiev – e quindi, in realtà, inesistente... ma che, con le sue pretese forzate e oniriche solo, intanto ha indotto essa a questo punto, l’Ucraina – la sua paziente strategia di attesa del nulla da parte dei suoi interlocutori-concorrenti offre, invece, cose piccole ma reali, concrete, sul piano dell’accesso commerciale al suo vasto mercato e degli sconti sul gas a chi è disposto a accettarli... E’ la conferma nell’urna, con la rielezione al 75% di voti personali di preferenza di Alexander Zakharchenko come primo ministro della regione separatista, della realtà consolidata già sulla mappa e sul terreno, malgrado ogni retorica di qua e di là altrettanto patriottardica.

Questa rinnovata propensione a trattare della parte orientale ormai sfuggita a Kiev non va scambiata per una manifestazione di debolezza, però: è il contrario – sembra proprio confermarsi, in effetti, anche con questi risultati, che il paese per le scelte scellerate dei suoi governanti – un po’ tutti – è ormai più permanentemente diviso che propenso a una riunificazione (Agenzia RIA Novosti, 1.11.2014, Talks Between DPR, Kiev to Resume After Elections: DPR’s Deputy Prime Minister I colloqui tra Repubblica popolare di Donetsk e Kiev potrebbero anche riprendere dopo le elezioni, dice il vice primo ministro dei separatisti http://en.ria.ru/politics/20141101/194950988/Talks-Between-DPR-Kiev-to-Resume-After-Elections-DPRs-Deputy. html).

●Proviamo, a questo stadio degli eventi a fare un po’ il punto sullo stato delle cose in Ucraina: esponendo, dopo l’ultimo round di votazioni in loco fatte ognuno per conto suo a ovest e a est del paese, le posizioni ufficiali che ai protagonisti è ormai arduo da modificare – Kiev, le regioni autonome del Donbass, il fronte occidentale, USA e UE,  che ha contribuito a mettere in motdo il disastro ma non sa come uscirne, né andando avanti né indietro e, dall’altra parte, la Russia di Putin che, si capisce, è dietro ai russofoni, fino a un certo punto li appoggia – più autonomia forte che secessione – non volendo che la situazione le sfugga di mano...

 Il 3 novembre, Poroshenko (Official website della Presidenza dell’Ucraina, 3.11.20124, Appello al popolo ▬ http://www.president.gov.ua/en/news/31534.html) ha denunciato le elezioni di Donetsk e Luhansk chiamandole uno pseudo-voto e una farsa. Ha confermato che Kiev aderisce alla lettera e allo spirito del protocollo di Minsk. Ma, visto che, dice, i separatisti non lo rispettano, dovrà ormai “emendare gli scenari della sua reazione”. Compresa in primis l’abolizione della legge sull’auto-governo delle regioni varata proprio sulla base dell’accordo di Minsk ma la cui leadership – però non si tratta affatto solo dei capi-popolo! – mira chiaramente alla secessione.

Risponde subito Ihor (o Igor) Plotnitskiy, il presidente appena eletto della Repubblica popolare di Luhansk (Townhall Finance/Washington, D.C., 5.11.2014, The peace in Ukraine will not last if Kiev rescinds self-Govmt agreements La pace in Ucraina non durerà, se Kiev cancella gli accordi sull’autogovernohttp://finance.townhall. com/columnists/nightwatch/2014/11/05/the-peace-in-ukraine-will-not-last-n1914244/page/full), che parla anche a nome di Donetesk e di cui l’Ucraina nega la legittimità – ma in questa materia il peccato originale è sempre quello dell’insurrezione etero-diretta e istigata di Kiev dello scorso febbraio e del rovesciamento del governo legittimo anche se non voluto da una forte minoranza di ucraini – ma non può negare i voti che ha, in quelle condizioni difficili, comunque portato a casa: loro, ribadisce il presidente di Luhansk, favoriscono sempre e comunque il dialogo col governo di Kiev.

Il protocollo di Minsk funziona e, all’interno di quel quadro lui intende continuare a lavorare. Se Kiev torna – o meglio tenta di tornare – indietro, altre regioni della vecchia Ucraina cercheranno l’indipendenza e quella che lui, insieme coi russi chiama, Novorossiya finirà con l’espandersi dai Carpazi fino al confini russi attraverso il territorio meridionale del paese. “C’è ancora una possibilità, elevata, di una ripresa acuta della guerra ma diopende ornai dalla concreta possibilità che il presidente Poroshenko ha di gestire e tenere calme le unità della Guardia nazionale reazionaria, estremista e oltranzista. E ho molti dubbi proprio sulla capacità sua, ormai, di falsi perfino ascoltare”.

Tra gli oltranzisti votati al revanscismo, quelli che abboccano a ogni mezza e fasulla promessa dalla UE di includere – ma domani, domani... – l’Ucraina nell’Unione, così come e a ogni rodomontata senza fondamento se non qualche mancia di pezzi di diplomazia americana rimasti rigidamente ma impotentemente neo-cons, Plotnitskiy mette in prima fila il premier ad interim Arseniy Yatsenyuk, dimissionario e dimissionato ma sempre in carica per volontà personale della sottosegretaria di Stato statunitense, la famigerata Victoria Nuland,

Che, sulla disponibilità del suo Arseniy a condurre la sovversione aveva da sempre puntato e continua a puntare anche se lui, come chiunque a unica sua qualifica vanti una virulenza verbale anti-comunista lecchina e tardiva, ha poi nei fatti al governo miseramente fallito. Non certo per scelta di Poroshenko che gli americani frolloni obbligano a subire e accettare: a illustrare, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, la confusione suprema che regna a Kiev... Ma anche a Washington, dove alla signora lasciano mano libera invece di mozzargliela.            

Questi gli stralci politicamente più significativi delle dichiarazioni ufficiali contrapposte. Luhansk e Donetsk considerano le elezioni come atti di Stati indipendenti, approvati tra stranguglioni di fatto e di diritto dalla stessa per quanto mal digerita legislazione ucraina sull’autogoverno locale e del tutto coerenti con gli accordi di Minsk tra Poroshenko e Putin, siglati e accettati tappandosi magari le orecchie ma accettati dall’Unione europea. Poroshenko fa finta di indignarsi: ma era perfettamente cosciente, come Yatsenyuk che brontolava, come sarebbero andate e come sarebbero state interpretate le elezioni nel Donbass.

Del resto, tutti i sondaggi condotti, pubblici e anche molto privati, in Ucraina mostrano – anche quelli che fa fare un giorno sì e l’altro pure l’ambasciata USA e che sono noti a tutti i corrispondenti statunitensi – forti maggioranze che si dicono apertamente contrarie comunque all’uso della forza militare per tentare di riprendersi le regioni orientali: per cui, alla faccia di Nuland e Yatsenyuk e dei loro estremisti reazionari, un decreto che cancelli senza alcuna possibilità di essere applicato quelle autonomie – se non passando per una guerra che sarebbe sicuramente rovinosa e perduta, alla fine, coi russi e percepita anche qui come tale – sarebbe risibile e perfino petulante.

Nessuno qui, però, può e vuole permettersi di perdere la faccia e la situazione sembra scivolare quasi inesorabilmente verso una ripresa dei combattimenti. Se la legge che rescinde il riconoscimento delle autonomie passa, Donetsk e Luhansk proclameranno la secessione. Scontri a basso livello sono stati costanti durante la serie di cessate il fuoco a singhiozzo che si sono succeduti― dall’accordo del 5 settembre, calcola l’ONU ci sono stati almeno 13 morti al giorno, soprattutto civili nell’est del paese, e quasi 5.000 morti dall’inizio della guerra civile (Reuters, 20.11.2014, R. Evans, Ukraine death toll rises to more than 4,300 despite ceasefire:U.N.― Il conto dei morti in Ucraina sale a più di 4.300 malgrado il cessate il fuoco: comunica l’ONU ▬ http://www.reuters.com/article/2014/11/ 20/us-ukraine-crisis-un-idUSKCN0J40XC20141120).

Ma, a questo punto, l’escalation sarebbe sicura. Se, d’altra parte, Kiev neanche provasse a rescinderla d’autorità – si fa per dire - altre aree russofone fino ad ora relativamente più quiete potrebbero lasciarsi tentare dalla promessa di una maggior autonomia da estendere in una vera e propria riformattazione di uno Stato non più unitario ma proprio di carattere federativo...

La sera stessa del voto nel Donbass, il ministero degli Esteri della Russia aveva diffuso una dichiarazione di chiarimento della posizione di Mosca (Ministero degli Esteri, Mosca, 3.11.2014, Statement on 2 November elections in Donetsk and Lugansk regions Dichiarazione sulle elezioni del 2 novembre nelle regioni di Donetsk e di Luhansk http://www.mid.ru/bdomp/brp_4.nsf/e78a48070f128a7b43256999005bcbb3/bc0c9bf1835beef 7c3257d87003a6872!OpenDocument).

Dice che “le elezioni nelle regioni di Donetsk e Lubansk sono state tenute in condizioni ben organizzate, di effettiva libertà di espressione del voto, con un alta risposta di partecipazione alle urne. La Russia rispetta la libera espressione della volontà dei cittadini del Sud-Eest ucraino. I rappresentanti eletti hanno ricevuto il mandato di risolvere i problemi pratici della vita ricostruendone, nelle regioni in questione, le  condizioni normali.

Adesso che tutto il succedersi “previsto e concordato tra le parti di votazioni si è concluso, è vitale attivarsi positivamente per stabilizzare e poi sviluppare un dialogo stabile tra le autorità ucraine centrali e i rappresentanti del Donbass secondo le linee prospettate e concordate negli accordi di Minsk. Per quel che ci riguarda, la Russia vuole continuare a farlo costruttivamente, con gli altri partners internazionali per dare una mano a chiudere la crisi in Ucraina”.

Una dichiarazione semplice e abile, anche furba, che dovrebbero studiarsi bene anche i più prevenuti. Mosca sostiene le autorità ormai insediate ed elette nel Donbass di fatto e di diritto. Ma non le “riconosce” ufficialmente. Sembra essere un fatto che gli interessi dei russi, del resto, siano serviti bene e meglio, probabilmente, lavorando per il tramite degli accordi di Minsk e cercando di utilizzarli – o, se volete, di manipolarli – per incoraggiare in ogni caso i sentimenti filo-russi forti nella regione favorendo così l’allargamento di una legislazione centripeta, più favorevole in ogni caso all’autonomia.

●Adesso Poroshenko, nel campo del quale è tornata la palla, da una parte giura di essere intenzionato a andare avanti nel processo di pace ma, dall’altra, chiede al parlamento – contraddicendosi in maniera clamorosamente sensazionale – di cancellare la legislazione votata due mesi fa sui governi autonomi di Donetsk e  Luhansk proprio per poter avviare quel processo di pace. Parla, ma non ci crede neanche lui, di tenere nuove elezioni tra un mese in quelle regioni. Tanto più che, in ogni caso, ordina insieme – ma è palesemente una grida di tipo manzoniano: senza effetto alcuno – di  rafforzare, non si capisce né come né con chi, alcune città del sud e dell’est del paese che potrebbero anche lasciarsi tentare esse stesse da pruriti di autonomia: Mariupol, Berdyansk, Kharkiv e Dnipropetrovsk, insieme all’area a nord di Luhansk.

Sembrano in ogni caso misure militari più difensive che altro. Le città menzionate formano una specie di arco tutto intorno a Luhansk e a Donetsk e la tattica sembra implicare il timore del governo di Kiev di una vigilanza difensiva: che è il massimo, però, che sembrano riuscire a pensare senza scendere in guerra apertamente per le regioni ribelli. E, inevitabilmente, disperatamente quanto inutilmente, si rivolgeranno a chi li sostiene, a chiacchiere per lo più, in occidente – perché anche le sanzioni tutti sembrano punire e forse anche un po’ vendicare, salvo proprio loro, gli ucraini, che ne sentono soltanto i colpi di coda vendicativi ma perfettamente spiegabili sul gas erogato loro dai russi – per evitare di scivolare in un vasto e pericoloso scontro militare...

●Per cercare di evitarlo, dice adesso il russo Lavrov, a margine dell’incontro bilaterale col collega americano Kerry a Pechino al vertice dell’APEC, la Russia sarebbe favorevole a veder gli USA contribuire alla soluzione del conflitto in atto in Ucraina. Sempre che, come si augura, gli Stati Uniti siano poi interessati a lavorare con la Russia per lo stesso fine: convincere Kiev a rispettare pienamente gli impegni di Ginevra e di Minsk.

Non dice nulla, comunque. sul tema su cui lo aveva invece sollecitato l’americano: la Russia continuerà a riservarsi il diritto di continuare a sostenere i separatisti anche fornendo loro armamenti, almeno finché l’occidente continuerà a farlo con Kiev (RussiaNews.net, 8.11.2014, Lavrov would expect US help to defuse Ukraine conflict; but Kerry  says US and Russia agree... to exchange “some” information on Ukraine Lavrov si aspetterebbe un aiuto USA per disinnescare il conflitto in Ucraina; ma Kerry dice di un accordo tra USA e Russia per... scambiarsi “qualche” informazione sull’Ucraina http://www.russianews.net/index.php/sid/ 227448471).

A modo suo – indiretto e confuso – Kerry risponde ma non a Lavrov direttamente bensì parlando coi media presenti che, anche se restano “interpretazioni diverse” coi russi su quel che sta accadendo in Ucraina, Washington e Mosca hanno concordato di scambiarsi “certe”, non meglio precisate, informazioni in proposito...

●Sempre lì, sempre in sede APEC, poi, i governi di Giappone e Russia concordano che continueranno a cooperare economicamente malgrado le sanzioni che ci sono state imposte per volontà degli USA, come comunica il ministro russo dello Sviluppo, Alexei Ulyukayev (Russia News.net, 8.11.2014, Russia and Japan confirm economic cooperation in spite of sanctions Malgrado le sanzioni, . Russia e Giappone confermano la loro cooperazione economica [asserzione di principio importante, ma anche poco chiara, almeno al moment o...] ▬ http://www.russianews.net/index.php/sid/227452079).

E, al G-20 della settimana dopo, a Brisbane, malgrado il forcing di americani e europei – chi meno, chi più... – che minacciano a turno, uno dopo l’altro fulmini e tuoni alla Russia se non molla sull’Ucraina, ma poi non concludono quasi niente, il fatto è che, “anche se i media occidentali hanno quasi tutti seguito la linea di ritrarre Putin come una figura ‘isolata’ al vertice, nessuno degli occidentali – vedi la serie di accordi siglati e firmati prima e dopo l’APEC a Pechino – ha veramente rotto.

E “la Russia ha continuato, comunque, a tessere rapporti sempre più stretti con in paesi cosiddetti BRICS – sé stessa e Brasile, India, Cina e Sudafrica – un gruppo economico e politico sempre maggiormente organizzato e efficace, in termini di dimensioni delle economie dei suoi membri che ormai tiene agevolmente il passo con quelle dei cosiddetti G-7 che tali ormai, poi, più non sono: non il Canada, non l’Italia, non la Gran Bretagna e neanche la Francia sono più tra le maggiori economie del mondo― e neanche col “trucco” di calcolare nel PIL pure la produzione in nero delle loro economie... (è il commento del Guardian, 16.11.2014, P. Wintour e Ben Doherty, Vladimir Putin leaves G20 after leaders line up to browbeat him over Ukraine― Vladimir Putin lascia il G-20 dopo che gli altri fanno la fila per [cercare di] intimidirlo sull’Ucraina [ma dicendo che è perché ha da lavorare...lui] ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/ nov/16/vladimir-putin-leaves-g20-after-leaders-line-up-to-browbeat-him-over-ukraine).

●Tra gli alti quadri militari ucraini, c’è comunque chi prova subito a rilanciare, tanto per predeterminare quanto può le decisioni della dirigenza politica. E la fonte che ne riferisce ai media (WarNewsUpdate, 7.11.2014, Russian Tanks Followed By Artillery And Infantry Are Now Entering Ukraine Carri armati russi, seguiti da artiglieria e fanteria penetrano in Ucraina http://warnewsupdates.blogspot.it/2014/11/breaking-news-russian-tanks-followed-by.html?showComment=1415371756225) sono direttamente i militari e non, stranamente, fonti governative.

Dicono che 32 carri, con 16 pezzi d’artiglieria semoventi al seguito e autocarri con munizioni e truppe di supporto hanno traversato il confine e sono penetrati in territorio ucraino: non dicono dove, però, e soprattutto se il territorio in questione sia magari quello del Donbass; e il governo di Kiev, per ora, non si perita neanche di confermare. Tre giorni dopo questa denuncia firmata solo da Kiev – e, poi solo da certe fonti militari di Kiev – la NATO – anche qui: non i vertici politici di Bruxelles, ma solo i quadri militari, compreso però anche il comandante in capo, l’americano Philip Breedlove, parlando a ruota libera e senza diritto dei media a porgli domande o chiedere precisazioni – affermano che i loro servizi “hanno avvistato e tengono d’occhio materiali bellici russi, soprattutto carri armati, artiglieria russa, antiaerea russa e truppe russe in territorio ucraino”.

Rifiutando, però, di chiarire, a domanda un po’ impertinente ma quanto mai, in realtà, appropriata,  se non si tratti in realtà di materiali e mimetiche fornite a Donetsk, mesi fa da Mosca e/o catturate agli ucraini. Da parte russa, replica in toni molto secchi e quasi sprezzanti il magg. gen. Igor Konashenkov portavoce della Difesa, di aver “ormai perso il conto” degli avvistamenti annunciati da Breedlove, che si tratta di “aria fritta”, tanto è vero,  fa osservare, che l’americano recita le sue accuse ma “non le dimostra mai,” prove,  dice, realmente alla mano.

Insomma, sembra, poco o niente di nuovo. Ma resta il dubbio: l’americano dice che se mostrasse le prove svelerebbe anche la fonte dell’informazione. Che è un rischio reale, naturalmente, ma anche assai comodo per non dover provare quanto afferma di potere dimostrare: insomma, bisognerebbe credergli sulla parola, sua, d’onore (ah! ah!) (National Public Radio-NPR/Washington.D.C., 13.11.2014, Close encounters of the Cold War Kind Incontri ravvicinati del tipo guerra fredda http://www.npr.org/blogs/parallels/2014/ 11/13/363575880/russia-and-the-west-close-encounters-of-the-cold-war-kind).

Lo stesso giorno, anche i separatisti denunciano che una colonna di carri ucraini è penetrata nella città di Yasynuvata, 40.000 abitanti, nelle vicinanze di Donetsk, bombardando anche i sobborghi della stessa Donetsk. E, in una riunione dei mediatori ufficiali dell’OSCE, tenuta su richiesta dei russi nel pomeriggio, il rappresentante di Mosca, Andrei Kelin, accusa pesantemente gli ucraini di violare deliberatamente gli accordi di Ginevra e di Minsk, praticamente in tutte le clausole sottoscritte dei due protocolli: specie per la non avvenuta adozione della legge di amnistia e la minaccia, ora, di revoca formale della legge sullo statuto speciale di Donetsk e Luhansk.

Invece di impegnarsi a una ricomposizione, Kiev sta intensificando le ostilità nel sud-est del paese utilizzando equipaggiamento da guerra pesante con migliaia di vittime e distruzioni su larga scala”. E è certo che “non li lasceremo fare”. In ogni caso, qualsiasi sia poi la veridicità delle rispettive e contrapposte denunce, la situazione di sicurezza sul terreno si va deteriorando.

●Di fatto, è poi una squadra di osservatori dell’OSCE che direttamente stavolta, e assumendosene la responsabilità, attesta di parecchi obici lanciati e deliberatamente contro gli abitanti di Donetsk.           Il fatto, però, che la gente dell’OCSE – che, per sua natura, rappresenta sempre Stati e governi – rifiuti di rispondere a domande precise sulla responsabilità del bombardamento, insospettisce un po’ tutti...

●Intanto, e personalmente, Angela Merkel in un’intervista all’Agenzia Reuters esprime ancora una volta la sua condanna per il fatto che la tregua sul campo in Ucraina orientale sia stata violata (da chi, però, non lo dice: perché non è proprio in grado di dirlo...) e il suo rammarico perché l’est s’è tenuto le sue elezioni da solo (ma neanche lei smentisce che questo fosse il senso oltre alla lettera stessa degli accordi di Minsk...).

Ma poi tiene a dire che l’Unione europea – lei non ha titoli formali a parlare per tutti naturalmente essendo solo uno sui 28 voti in questione... ma di certo il suo voto è un po’, come dire, più uguale degli altri... – non intende mettere in progetto altre sanzioni contro la Russia, neanche dopo la denuncia della NATO che, s’è visto (Breedlove...), è stata avanzata senza prove materiali a sostegno di un’ulteriore innalzamento del livello degli scontri e della responsabilità di chi li ha rilanciati in Ucraina orientale.

Insomma, neanche Berlino sembra credere più, sulla parola, alle denunce di Poroshenko e dei suoi... Invece, l’Unione sta ora valutando (secondo un rapporto del Kiyev Post, 11.11.2014, Reuters, Further economic sanctions on Russia not planned, Merkel says Merkel esclude altre sanzioni economiche contro la Russiahttps:// www.kyivpost.com/content/russia-and-former-soviet-union/reuters-further-economic-sanctions-on-russia-not-plan ned-merkel-says-371427.html) – ancora solo a livello di tecnici, dei cosiddetti esperti di politica internazionale dei governi membri, molto spesso anche troppo ‘sensibili’ agli inputs di Washington – ad aggiungere piuttosto alla lista delle sanzioni anche personalità dei governi autonomi ora eletti in Donbass. Insomma, altre sanzioni ai russi no, che potrebbero anche incavolarsi di più di quanto già siano e dare la stura a una serie di contro-sanzioni ancor più pesanti, ma gli autonomisti ucraini sono un bersaglio molto più facile...

●In ogni caso, le cose peggiorano anche e soprattutto in termini politici: di convivenza proprio fra i due pezzi di Ucraina, ormai separati da tutto e, giorno per giorno, sempre di più dalle bombe: quelle vere che ammazzano tanto e come quelle retoriche che tra bombardamenti veri e propri e bombardamenti retorici seminano e accumulano odio e sfiducia, sospetto e impossibilità di capirsi.

Anche se e quando chi si maledice e si spara usa la stessa lingua (l’ucraino è una sottospecie del russo) e magari la stessa religione (ortodossa), in gran parte la stessa cultura (a scuola, a Kiev come a Mosca, si studia e si legge Dostojevski... come a Roma e a Palermo si legge – o si dovrebbe comunque leggere – Dante). Insomma, è la guerra civile.

Ma adesso, con un gesto che sa come di resa – a meno di pensare che davvero, come dicono gli ultra del nazionalismo più tronfio ucraino, facendo la guerra alla Russia (…la Russia) riusciranno a riprendere la Crimea e a strappare, all’ “influsso” del Grande Vicino, i territori russofoni che con esso aspirano ad essere uniti e per questo qui non è una tradizionale operazione di conquista – il presidente Poroshenko per decreto esecutivo ha ordinato che ogni erogazione di servizi pubblici sia d’ora in poi negata in tutti i territori controllati dai ribelli nell’est del paese: scuole, ospedali, pagamento di pensioni e anche tutti i servizi di emergenza. Ordine da rendere esecutivo, si impone, entro una settimana (Kyiv Post, 15.11.2014, Ukraine cuts off rebel east as fighting rumble on― Mentre gli scontri continuano, l’Ucraina taglia fuori [ogni servizio pubblico] all’est ribelle http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/  agence-france-presse-ukraine-cuts-off-rebel-east-as-fighting-rumbles-on-371997.html).

E’ una tattica, però, rinunciataria e, come è ovvio, controproducente  che esacerba risentimenti e volontà di tagliare i ponti con Kiev delle popolazioni colpite e obbliga, diciamo pure così per default non fosse altro, proprio i russi a farsene carico in qualche modo legando sempre di più a sé quei territori e non sempre e solo in modo disinteressato, s’intende (Stratfor – Global Intelligence, 14.11.2014, Russian Interests Reshape Ukraine's Borders I confini ucraini rimodellati, ormai, dagli interessi russi http:// www.stratfor.com/analysis/russian-interests-reshape-ukraines-borders#axzz3J3joftwy) stringendo quindi i legami del Donbass con la Russia e allentandoli, se ancora fosse ulteriormente possibile, con la capitale e il governo centrale.     

●Poi, subito dopo l’APEC, arriva l’ormai assolutamente inutile sunmmit dei G-20 a Brisbane – del tutto svuotato di contenuti se non anche  proprio di attori istituzionali di primo piano (in fondo, e se non altro, questi G-20 restano sempre una bella photo opportunity), dall’incontro di Pechino. E, in effetti, sulle promesse e gli impegni economici che pure erano l’agenda ufficiale del G-20, basti dire (col Guardian, 16.11.2014, L. Elliott, Read the G20 small print Leggetevi bene i caratteri piccoli del G-20 http://www. theguardian.com/business/economics-blog/2014/nov/16/g20-summit-read-the-small-print) che le cose scritte e dette solennemente sono subito sempre cancellate dai fatti appena i cosiddetti Grandi riprendono i loro costosissimi voli di Stato e tornano a casa.

Scrive il quotidiano britannico – e è impossibile sulla base della lettura dei testi e dell’esperienza, come dell’eterea vaghezza di ogni impegno reale, datato e concreto non dirsi d’accordo, che il G-20 “si è impegnato a promuovere condizioni migliori di vita di tutti sul pianeta e a creare lavoridi qualità sempre per tutti; ha messo a punto un piano d’azione in 800 punti (sic!) che incrementerà le dimensioni dell’economia globale del 2% nel corso del prossimo quadriennio; accelererà la lotta contro il cambiamento climatico; renderà il sistema bancario mondiale più sicuro e più responsabile; modernizzerà le infrastrutture; schiaccerà l’evasione fiscale; e sconfiggerà l’ebola. Insomma, non male, no?, per un fine settimana a Brisbane (per completezza di informazione – e  non certo perché valga la pena di leggerli – vi diamo il link comunque coi testi ufficiali: cfr. Brisbane G-20 documents, 15-16.11.14 ▬ https://www.G20.org).

Anche Putin, in effetti, alla fine partecipa a Brisbane ma snobba... il banchetto ufficiale di chiusura del vertice. Si era fatto precedere anche poco garbatamente, dall’ammonimento che in Germania sono 300.000, almeno, i posti di lavoro direttamente legati alle esportazioni in Russia... come altre centinaia di migliaia in Europa nei paesi che hanno deciso di boicottare i russi (Internazionale, da Agenzia ASCA/Agenzia ITAR-Tass, 14.11.2014, testo integrale dell’intervista: Putin avverte Merkel su sanzioni. Rischiate 300mila posti lavoro http://archivio.internazionale.it/news/putin-avverte-merkel-su-sanzioni/2014/11/14/ rischiate-300mila-posti-lavoro).

E’ un richiamo aspro e certo poco galante al fatto che le vittime della mania di sanzioni americano-commissarial europea saranno alla fine, come sostiene lui, i paesi della UE più della stessa Russia che sta provvedendo, con efficacia (Cina, Iran, America latina) a trovarsi le contromisure e  i mercati alternativi che servono. Poco galante e poco elegante, forse, ma anche estremamente concreto che Merkel, evidentemente informata in anticipo, probabilmente aveva sperato di bloccare, con la dichiarazione appena fatta alla Reuters.

Come l’avvertimento anche più brusco che Putin rivolge insieme a Obama mentre tutti e tre (e anche Renzi, sì anche Renzi: ma lui tanto non conta...) a Obama: attenzione, neanche voi con tutta la  mania di onnipotenza che vi sta trascinando, siete più invulnerabili: perché ormai anche noi, rifiutando come se ci costringete a farlo possiamo ben fare, il pagamento in dollari del nostro petrolio e del nostro gas sistematicamente in tutto il mondo, siamo oggi in grado di minarvi alle radici la moneta...

●Parlando a un simposio internazionale a Berlino, proprio di fronte niente affatto simbolicamente soltanto, alla porta di Brandenburgo, per celebrare il 25° anniversario della caduta del muro, ha parlato chiarissimo l’ex presidente dell’URSS, Mikhail Gorbaciov― 89 anni ben portati, l’uomo della perestrojka e della glasnost ha detto la sua sulle tensioni montanti tra il suo paese e l’occidente proprio in Germania dove molti tedeschi lo chiamano, anche con affetto, familiarmente Gorby.

Ha approfittato della grande credibilità di cui ancora gode qui in occidente― è lui, e lo sanno quanti sono in buona fede dovunque, l’uomo che in effetti ha abbattuto il muro, giocandosi così anche, e sapendolo bene, il potere che aveva nel suo paese, dove molti gli hanno imputato di aver lasciato andare lo Stato unitario sovietico in cambio di niente, fidandosi di promesse verbali e, anche,  di averlo ceduto senza neanche combattere in mano a quell’incosciente ubriacone di Eltsin.

E’ responsabilità appunto quasi tutta dell’occidente, UE e Stati Uniti, spiega quasi didascalicamente a un pubblico teso e attento, se “siamo sull’orlo di una nuova guerra fredda”, manifestando una critica forte a chi ha coltivato, volutamente e a bella posta, la crisi attuale gestendo – “coi piedi”, ha detto: “mit den Füßen”, proprio in tedesco – lo sgretolamento della cortina di ferro.

Invece di impegnarsi a costruire, come avevamo concordato, nuovi meccanismi e istituti di sicurezza europea e a perseguire una decisa politica di smilitarizzazione in Europa... l’occidente, gli Stati Uniti in particolare, hanno semplicemente dichiarato una loro vacua vittoria nella guerra fredda... Euforia e trionfalismo sono andati alla testa dei leaders occidentali. Approfittando dell’indebolimento della Russia e dell’assenza di alcun contro-bilanciamento hanno reclamato una specie di monopolio della leadership e il dominio del mondo”.

Si sono messi a allargare la NATO – quello che Putin recentemente chiamato “una vera e propria mutazione del gioco geopolitico – a  intervenire unilateralmente in Kossovo, a sviluppare alle porte stesse della Russia una difesa antimissilistica squilibrante, si sono messi a fare una guerra dopo l’altra in Medioriente – l’Iraq, la Libia... – e hanno provocato un “collasso della fiducia.

Per metterla metaforicamente, hanno fatto di una vescica una ferita sanguinolenta e suppurante (The Observer/Guardian, 8.11.2014, Ph. Oltermann, Gorbachev warns of new cold war threat as Berlin marks fall of wall Mentre a Berlino si celebra la caduta del  muro, Gorbaciov avverte del pericolo di una nuova guerra fredda http://www. theguardian.com/world/2014/nov/08/gorbachev-cold-war-threat-berlin-wall-25th-anniversary). Secondo questa sensata spiegazione di Gorbaciov, spingi spingi, alla fine, la Russia, Putin, ha cominciato a reagire.

●E adesso, arriva, un altro segnale, potenzialmente inquietante, di incrudimento di questa “nuova guerra fredda” e che non sarà facile, ma sarà necessario, per tutti controllare e frenare. Adesso, ad esempio, la NATO prima che i russi hanno cominciato a avvicinare la portata dei loro usuali voli di ricognizione ai limiti dello spazio aereo di diversi paesi della NATO, senza mai arrivare ad invaderlo m in modo che a Bruxelles, al quartier generale dell’Alleanza atlantica, definiscono comunque “provocatorio”.

Che probabilmente è vero. Come vero che si tratta “solo”, nell’ottica del quid pro quo, appunto, della guerra fredda, di fare – senza dirla proprio così – quanto fa capire il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, annunciando formalmente che in effetti Mosca sta estendendo la portata di routine dei voli di bombardieri e ricognitori dall’Oceano Artico al Mar dei Caraibi e al Golfo del Messico: al largo, cioè, proprio del territorio statunitense: come da sempre fanno americani e NATO al largo dello spazio aereo russo, nell’Artico, nel Mar Bianco, nel mar di Barents, ecc.

Adesso, dice non si capisce bene se sorridendo o ghignando, si dovranno però abituare anche loro a stare sotto l’occhio del Gande Fratello di turno (The Chosun Ilbo/grande quotidiano conservatore di Seul,  14.11.2014, Russia to sharply extend bomber flights La Russia estende senza alcun equivoco la portata della ricognizione dei suoi bombardieri http://english.chosun.com/site/data/html_ dir/2014/11/13/2014111300683.html).

●Ha detto chiaro alla BBC che lo intervistava il portavoce di Putin, Dmitri Peshkov, che “l’approccio gradualista ma continuo e assunto contro gli impegni concordati con la NATO ai tempi della riunificazione tedesca – come ha detto Gorbaciov e riconosciuto lo stesso Kohl, per decisione sostanzialmente degli americani, di avvicinarsi sempre più e più rapidamente possibile ai confini russi” ha reso la Russia “preoccupata e nervosa”.

E adesso siamo stati ancora più chiari: chiediamo “una garanzia vera, al 100%, che non venga pensato a nessuno di far entrare l’Ucraina nella NATO(Ecko Moskvy, 19.11.2014, Россия Хочет Получить 100-Процентную Гарантию Того, Что Никто Не Думает О Том, Чтобы Украина Вступила В НАТО La Russia vuole ottenere la garanzia al 100% che nessuno pensi a far entrare l’Ucraina dentro la NATO ▬ http://echo.msk.ru/news/1439860-echo.html).

L’Ucraina sembra averlo capito― anche se è sempre tentata dai suoi demagoghi che si illudono di provare a forzare; lo hanno capito anche gli europei― almeno quelli che tra loro più contano (lo conferma subito il ministro degli Esteri tedesco, Steinmeier , citato da RT,  German foreign minister speaks out against Ukraine joining NATO Il ministro degli Esteri tedesco è contrario all’entrata dell’Ucraina nella NATO http://rt.com/news/208147-germany-ukraine-nato-minister; e NationalHeadlines.co/Londra, stesso titolo ▬ http:// www.nationalheadlines.co.uk/805418/german-foreign-minister-speaks-out-against-ukraine-joining-nato: e aggiunge pure, Frank-Walter Steinmeier, che sarebbe sbagliato e “pericoloso” anche solo farla entrare adesso  l’Ucraina nella UE, un mercato per il quale è totalmente “impreparata”:  forse questo – aggiunge in un discorso che pure non  risparmia alcuna accusa alla Russia ma sembra almeno capirne alcune preoccupazioni che a molti europei, governo tedesco compreso, sembrano legittime – non lo hanno – o non lo hanno ancora compreso del tutto – solo gli americani.

E, adesso, a ruota, anche il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, aggiunge più soft – pur rendendo nota la decisione ufficiale di prolungare la non consegna delle due portaelicotteri Mistral già comprate e pagate dai russi a causa dell’Ucraina[4] – analoghe “constatazioni” a quelle del collega tedesco un certo numero di dichiarazioni di parte ucraina in tempi recenti “non hanno per niente aiutato”. Gli altri colleghi europei preferiscono starsene zitti. Ma, tanto, si sa loro non contano niente (intervista radio a France Inter, riferita dal Daily Timesl/Islamabad, 27.11.2014, Conditions not right to deliver warship to Russia: and Ukraine should tone down rhetoric – France  Non esistono condizioni giuste al momento per consegnare ai russi le nostre [loro, cioè] navi da guerra: e l’Ucraina dovrebbe abbassare i toni dela sua retorica: dice la Francia          navi da guerra: e l’Ucraina dovrebbe abbassare i toni della sua retorica – dice  la Francia ▬ http://www.dailytimes. com.pk/foreign/25-Nov-2014/conditions-not-right-to-deliver-warship-to-russia-france).

Commenta NightWatch, l’agenzia specializzata “vicina” al Pentagono, che la notazione – non certo nuova da parte russa (rileggete, qui sopra, Gorbaciov) – ma è come, scrive, “rinfrescante”: chiara e quasi “candida”: la NATO non è in grado di “difendere” – perché è il termine di difesa stesso che non ha proprio senso nel contesto europeo – l’Ucraina o, se è per questo, gli stessi paesi baltici cvhe pure al contrario dell’Ucraina ormai ne sono membri― senza una guerra aperta e generale in Europa. Ma, se di questo poi si trattasse, di che difesa andrebbe mai, chiunque, cianciando? (NightWatch, 18.11.2014, Kremlin warning to NATO: don’t force the Ukraine issue L’avvertimento del Cremlino alla NATO: non forzate il nodo ucraino http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch _14000245.aspx).

In effetti, la Russia sta insistendo, lo ha fatto mercoledì 19 novembre, il ministro degli Esteri Lavrov, prima parlando alla Duma e poi direttamente col suo omologo ucraino, Pavlo Klimkin, ha apertamente premuto perché il governo ucraino si metta a dialogare direttamente coi separatisti per metter fine al conflitto armato che continua nell’est del paese: “chiediamo – spiega – di stabilire contatti stabili tra Kiev e chi sul terreno rappresenta il Donbass allo scopo di cercare intese mutuamente accettabili ed accettate”.

Il  premier ucraino Yatsenyuk risponde accusando la Russia di premere sul suo governo per portarlo a riconoscere le repubbliche separatiste – e sai che novità! – e ripete che Kiev invece non parlerà mai “direttamente” coi “mercenari di Mosca”. Ma è il ruggito impotente e quasi patetico del topo. Perché – con l’assistenza militare e la presenza, anche se nessuno è riuscito a provarla in modo documentalmente incontrovertibile, di volontari russi – i separatisti sono nei fatti riusciti ad imporre una specie di perfetto manuale della frammentazione territoriale. Seminando sullo scontento per le prevaricazioni di un governo impostosi con una specie di golpe e, comunque, contro la volontà di quasi la metà della popolazione.

Sbilanciandosi e alzando un po’ stridulamente la voce, per le frustrazioni subite, e forzando anche se stesso, il presidente Poroshenko rilancia la sfida impossibile, annunciandola avventatamente il 17 novembre, che l’Ucraina è pronta a fare una “guerra totale” alla Russia per l’est del paese. Quindi, quando adesso poi, il 25 novembre, poi accusa la Russia di aver appena inviato nuovi rinforzi (dice: 85 veicoli in cinque colonne che sono entrate in Ucraina via il passaggio di confine di Izvaryne/Izvarino, subito fuori di Luhansk e di Donetsk), denuncia quello che è ovvio: che, anche la Russia si prepara... e, inevitabilmente, poi, Poroshenko si sgonfia.

Si prepara in tutte le direzioni... Non solo rafforzando i propri alleati sul campo,  ma anche mobilitando tutte le sue enormi risorse. Adesso, il ministro ucraino dell’Energia, Yuri Prodan, ha dovuto annunciare che il 24 novembre le due grandi aziende, la prima di Stato, la Centrenergo – di cui sta tentando comunque di disfarsi – e la seconda privata, la DTEK― la Донбасская топливно-энергетическая компания, la Compagnia del Donbass per il combustibile energetico di stanza – tra l’altro – a Donetsk, che importavano entrambe carbone dall’est, hanno smesso di ricevere il combustibile a partire dal 21 novembre.

Perché, al solito, non pagano o pagano in cronico ritardo, dice Mosca. Che è vero e offre la giustificazione perfetta anche a una decisione politica molto pesante. E capita proprio quando a Kiev non arriva più la produzione di carbone di tutto il Donbass, il bacino del Don, l’est dell’Ucraina. Questa dovrebbe essere – ma è soffocata dalle pulsioni irrazionali revansciste che ha provveduto essa stessa a scatenare rovesciando il governo legittimo amico di Mosca con una specie di golpe e non legittimamente alle urne – l’emergenza immediata per Kiev, altro che recriminare alla Crimea che ormai è andata...

In effetti, l’immediato obiettivo, forse questo raggiungibile, del governo ucraino, non potrebbe e non dovrebbe più essere questo – né riprendersi la Crimea né cercare vanamente di imporre la propria volontà sulla parte orientale del paese ma, rinegoziare la propria dipendenza da Mosca rinegoziando davvero il rapporto con la UE senza dar retta alle illusioni revansciste dell’occidente e tentare di ristabilire, e  certo con grande difficoltà, un qualche rapporto di forze sul campo capace di ricreare un minimo equilibrio di sicurezza e di prevenire perciò almeno la secessione formale delle due repubbliche popolari separatiste dell’est del paese.

Perché la verità è che Kiev non ha neanche provato ad approfittare del fatto che i russi, finora, ai separatisti hanno fornito le risorse che consentono loro di tenere le posizioni..., ma non di rendersi davvero indipendenti. E, come abbiamo visto e documentato, non c’è neanche la più remota indicazione che la NATO – rischiando a questo punto davvero la guerra con la Russia però – sia disposta a fornire ai fanatici ucraini e neanche ai più ragionatori esponenti del governo di Kiev l’aiuto militare necessario a rimettere in questione lo status quo ormai acquisito sul campo.

I paesi dell’Unione cercheranno invece piuttosto di lavorare intorno alla frammentazione politica e geografica che oggi è diventata l’Ucraina anzitutto per colpa propria – delle forzature fatte a Kiev nel febbraio scorso – cercando di mantenerne l’indipendenza ma senza lasciar spazi al revanscismo pur continuando a lavorare e fare affari con Mosca. Prima faranno tutti i conti con la realtà – questa – a partire da Kiev e Washington ma poi, e soprattutto per quanto ci riguarda signora Mogherini, a Bruxelles che costringa a capirlo anche gli impotenti paesi baltici e l’orgogliosa ma altrettanto velleitaria Polonia,  meglio sarà per tutti..., senza eccezione.

●Da un altro punto di vista c’è chi osserva – senza essere affatto tenero con Putin e le sue argomentazioni – che comunque è stato un po’ “fanciullesco” da una parte e in niente utile per avvicinarsi alla pace il trattamento, a dir poco scortese, riservato a Putin al G-20 di Brisbane, una specie di politica del gesto eclatante per impressionare con la propria fermezza inutilmente esibita i propri sfrullati elettori (Financial Times, 23.11,2014, John Thornhill, It is time for the West and Ukraine to offer Putin a deal E’ ora che l’occidente e l’Ucraina offrano a Putin un accordo http://www.ft.com/intl/cms/s/0/b828fec6-6b30-11e4-be68-00144feabdc0.html#axzz3K2Nttkww).  

Un po’ come le sanzioni che, intese come punizione, si sono rivelate un deterrente sgonfiato, capace soltanto di aumentare la popolarità del regime di Putin e di rafforzare al Cremlino i duri cui l’isolamento da sempre, dai tempi addirittura di Breznev nell’Unione Sovietica, ha sempre facilitato la strada.

Oggi, tanto per l’occidente quanto – e soprattutto – per la stessa Ucraina, la priorità sarebbe quella di aiutarla e, anzitutto, convincerla che il suo interesse è nel cercare e trovare un compromesso con Mosca per uscire dal marasma in cui ormai è affondata. E’ una sfida di per sé colossale. Ma si può provare a vincerla solo se la Russia, che è ai suoi confini – e anche dentro i suoi confini per le ragioni note: geografiche, storiche, culturali e politiche – viene scoraggiata sul serio anche con la carota e non solo col bastone a castrare l’Ucraina come un’entità coesa, politica ed economica..

Si può fare, forse, arrivando sull’orlo della terza guerra mondiale. E in occidente nessuno è disposto a correrne il rischio. Nessuno vuole mandare soldati a combattere in Ucraina e neanche ad armarla delle armi pesanti e offensive di cui avrebbe bisogno per poter ricacciare indietro la Russia né è pronto a sostenere finanziariamente a colpi di decine di miliardi di € in aiuti a fondo perduto un governo tanto fasullo come quello di Kiev, di dubbia e – a parte ogni propaganda – nota sc arsa legittimità e che quest’anno è già scontato – dice il FMI – che vedrà contrarsi il PIL almeno del 7-10%.

La via d’uscita è continuare a seguire, con molta pazienza di tutti, la strada che era stata aperta dal protocollo di Minsk, che riconosceva il diritto dell’est del paese a votare autonomamente ma, poi, pretendeva di fissarne i limiti da Kiev e dal suo punto di vista senza avere i mezzi poi per imporlo. A Putin va ricordato che la cosiddetta autodifesa della NATO vuol dire quel che dice, specie per i paesi baltici: se uno è aggredito, lo sono tutti.

Ma a Putin va anche concesso che l’occidente non tenterà più di continuare a allargare il suo territorio sfondando, uno dopo l’altro, tutti i confini che erano stati di fatto concordati tra ovest e est ai tempi di Gorbaciov, di Kohl e di Clinton. E, come s’è visto, i tedeschi almeno questo confine continuano a riconoscerlo.

E’ vero, certo, che Mosca ha strappato il memorandum di Budapest del ’94 che garantiva anche all’Ucraina la sua indipendenza. Ma la garantiva a un’Ucraina che restasse almeno neutrale tra ovest e est, non a un’Ucraina che facesse il suo ribaltone illegittimamente rovesciando un governo che era comunque democraticamente eletto con quello che di fatto è stato un colpo di Stato...        

●Il primo ministro della Repubblica di Romania, Victor Ponta – social-democratico e nazionalista che il presidente centrista di destra Trojan Basescu aveva appena accusato di essere stato una spia… mentre lui aveva tentato di farlo destituire con una procedura di impeachment fallita, e che aveva egli stesso istigata – è uscito vincente dal primo turno delle presidenziali (col 40% dei voti) ma non ce l’ha fatta ad essere subito eletto. E, al ballottaggio, del 16 ha dovuto affrontare il candidato del centro-destra,  Klaus Werner Iohannis, sindaco dal 2000 di Sibiu, splendida cittadina di 130 mila abitanti della Transilvania rumena, di origine etnica tedesca – la minoranza sassone che ha abitato la regione dal XIII secolo –  che aveva raccolto solo il 30% dei voti.

Ma poi, al dunque, ha vinto: con un 54,5% di suffragi soprattutto grazie a una, per la Romania, forte partecipazione degli elettori alle urne. Iohannis e Ponta Concorrevano a un posto che metterà comunque ora il “vincente” sotto la pressione di una recessione pesante, obbligandolo poi a barcamenare il paese tra le esigenze di apertura liberista su una vecchia economia statalista postegli dall’Unione europea e i legami con la Russia: da cui soltanto riesce ancora a importare mantenendo un po’ di scambi che Bruxelles vorrebbe nei fatti interrompere subito.

In nome, si capisce, di un’apertura al mercato comune europeo con grandi promesse di ampli ritorni domani ma della chiusura dei russi già oggi all’accesso all’energia che le fornisce Gazprom e manda avanti – a rilento ma manda avanti e a condizioni appena possibili – l’energia che lo manda avanti (RAI News, 3.11,.2014, Romania, presidenziali: Ponta [centro-sinistra] in vantaggio, al ballottaggio con Iohannis [centro-destra] ▬ http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Romania-presidenziali-Ponta-in-vantaggio-al-ballottaggio-sfida-con-Ioha nnis-766d1302-034e-4d12-a219-f65cd26876ec.html?refresh_ce; e Stratfor – Global Intelligence, 31.10.2014, Romania seeks security in developing its energy sector La Romania alla ricerca di certezze di sviluppo del suo settore energetico http://www.stratfor.com/analysis/romania-seeks-security-developing-its-energy-sector#axzz3I7TU7yal).

Altra complicazione viene dal fatto che Ponta resta comunque primo ministro in coabitazione che certo sarà burrascosa anche col nuovo presidente come era col vecchio, fino alle elezioni legislative tra più di un anno, nel 2016 (The Economist, 21.11.2014, Romania’s presidential elections - Surprise victory may mark welcome shift to pragmatic policies Le presidenziali in Romania – Una vittoria a sorpresa che potrebbe [già... potrebbe] segnare uno spostamento benvenuto [per chi, di grazia?] verso politiche pragmatiche [cioè: più riforme a spese di chi ha meno, più rigore, più tagli e più liberalizzazioni] ▬ http://www.economist.com/news/europe/21633835-surprise-winner-may-mark-welcome-shift-pragmatic-policies-commonsense-victory).

●E’ stata cancellata la missione Mare Nostrum – dopo che l’Europa aveva reso chiaro di non voler averne niente a che fare perché aveva avuto a priori il veto britannico (troppo costosa e, in fondo, perché si trattava di profughi sì, ma africani, mussulmani e, dunque, come dire, di seconda segata) e in sostanza dal e con il governo italiano che, dimenticate lacrime e promesse di Lampedusa, ha fatto proprie le stesse motivazioni (perché si trattava di profughi sì, ma africani, mussulmani e, dunque, come dire, di seconda segata...). Certo, aveva salvato dall’annegamento centinaia di naufraghi ma al costo di qualche centinaio di euro a testa...

E, adesso, parte annunciata da Frontex, l’agenzia dell’Unione, la missione non mirata a salvare ma come dice l’annuncio a “monitorare” le traversate dei migranti nel Mediterraneo. La chiameranno Tritone, un dio dichiaratamente minore al quale ci si affiderà, come fecero Giasone e i suoi argonauti, per sfuggire all’ira di Nettuno e salvarsi dai flutti: non a stanziamenti finanziari e a mezzi navali che costano troppo, come è stato reso chiarissimo, per profughi sì, ma africani, mussulmani e, dunque, come si dice o si preferisce non dire ma si fa ben capire, per i bunga-bunga di seconda segata...

In tutto, Tritone sarà dotato di cinque aerei da ricognizione e di sette battelli per sorvegliare  teoricamente 2 milioni e 1/2 di km2 di superficie ma si concentrerà, dotata di neanche 3 milioni di € di finanziamento mensile (neanche un € per km2 di Mediterraneo: Mare Nostrum costava almeno 29 milioni di € al mese) solo nel pattugliamento fino a 30 miglia nautiche, cioè a 55  km e 1/2 dalle coste italiane, spagnole, greche, ecc.

●Il virtuoso – per definizione non si sa bene di chi se non, forse, dei tedeschi che glielo riconoscono in nome della comune loro nordicità e weberiana radice nella morale luterana – e, per sua definizione, probo governo di Finlandia è, per la prima volta nella storia della Repubblica, davvero nei guai. Un voto di fiducia ha confermato con 97 voti contro 94 – coi partiti verde e della sinistra passati all’opposizione contro le politiche economiche del governo presieduto da Alexander Stubb.

Che è ormai sotto accusa per la percezione montante di una cattiva gestione dell’economia malamente austeriana e di un rating di credito in rapido calo del paese. Sarebbe stata la prima volta in 56 anni, dal lontanissimo 1958, che un governo cadeva in un parlamento dove i voti di fiducia sono frequenti ma mai con margini così risicati per i governi. Adesso hanno conservato una maggioranza sempre più a rischio solo per l’assenza non si capisce bene quanto casuale di alcuni deputati dell’opposizione (Yleisradio Oy-Uutiset/YLE, Helsinki, Radio nazionale di Finlandia, 7.11.2014, Finnish government survives nerve-wracking confidence vote Il  governo finnico sopravvive a uno snervante voto di fiducia http://yle.fi/uutiset/finnish_government_ survives_nerve-wracking_confidence_vote/7606938).

●La Russia ha annunciato, separatamente, di aver firmato con l’Iran (a proposito di sanzioni... ) un accordo per costruirgli due nuovi reattori nucleari con la possibilità poi di espandere questa specifica cooperazione tra i due paesi alla costruzione di altri sei reattori. La Russia, insomma, conferma così che, secondo la sua lettura dei fatti – completamente diversa da quella degli americani e di quella da essi copiata della stessa UE – l’unico modo di opporsi alla possibilità che l’Iran si faccia un proprio armamento atomico è di fornirgli la tecnologia di produzione di energia nucleare a fini civili e il combustibile che, se è in buona fede nel negare che siano queste le sue intenzioni, non lo chiudano in un angolo costringendolo a dotarsene per conto proprio.

Vero, l’accordo coi russi non ha impedito (né voleva impedire) a Teheran di continuare il proprio autonomo programma di arricchimento dell’uranio― che serve anche a scopi di ricerca medica e non solo a produrre energia, come ricordano gli iraniani, e perciò a un livello di arricchimento più alto anche se sempre molto lontano da quello indispensabile per una produzione bellica. Ma, appunto, è qui la differenza profonda di punti di vista degli americani coi russi: non tanto il che fare ma il come, poi, farlo davvero...

E, adesso, l’impresa russa Rosatom – ha concluso a Mosca a firma del direttore dell’ente di Stato per l’energia nucleare, Sergei Kiriyenko e della sua controparte iraniana, Ali Akbar Salehi, la costruzione di due altri impianti nucleari di produzione di energia ad acqua pressurizzata sempre nei pressi di quello esistente a Bushehr, anch’essi monitorati dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica esattamente come quello.

In definitiva, il programma prevede la costruzione oltre a quello esistente di Bushehr di altri sei reattori, mentre ogni altro in seguito fabbricato, come è anche previsto, non verrà più importato chiavi-in-mano ma realizzato in loco con la piena partecipazione degli iraniani anche se tutti, poi,  utilizzeranno combustibile nucleare fornito dai russi. Scontentando molto politicamente, e suscitando una marea di critiche a Washington, a Bruxelles e a Tel Aviv – che come sempre in tutta questa discussione è il convitato di pietra – il prof. Samuel Charap ha spiegato adesso al NYT perché si tratta di critiche “spurie” a una soluzione – questa offerta dai russi – che invece è buona.

Charap dirige la branca di Washington dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, w  lavora come advisor, spesso inascoltato però, per il dipartimento di Stato su questioni russe e di portata strategica. Si tratta di critiche a vuoto, non ispirate dal merito ma solo dalla figuraccia pubblica che per chi le avanza comporterebbe riconoscerne l’utilità, al contrario che per tante loro roboanti ma inutili smargiassate (minacce, sanzioni) avanzate: perché in ogni caso “più fosse è il combustibile nucleare che la Russia fornisse e potesse salvaguardare in Iran, minore ragione ci sarebbe per l’Iran di svilupparsene di proprio, indipendentemente”. Che poi, e in fondo, è lo scopo vero – almeno quello dichiarato – di tutto l’esercizio (New York Times, 11.11.2014, Russia Reaches Deal with Iran To Construct Nuclear Plants La Russia raggiunge l’accordo per costruire nuovi reattori  nucleari in Iran http://www.nytimes.com/2014/11/12/world/europe/russia-to-build-2-nuclear-plants-in-iran-and-possibly-6-more.ht ml?_r=0#).

D’altronde, è anche evidente che il tempismo dell’annuncio fatto anch’esso nel corso della riunione dell’APEC, su  accordi che erano in fase di negoziato addirittura da anni, è stato accuratamente calibrato a rafforzare la percezione che le sanzioni occidentali, al dunque, non riescono a interrompere le prospettive sia di produzione sia di esportazione dei russi.

●Il governo dell’Ungheria, confermandosi come un paese che va da solo – a destra su tutto, compreso (o è  il contrario? chi sa...) la convinzione che dichiara, contro quella formalmente sotto pressa americana manifestata dagli altri paesi UE, che sull’Ucraina la Russia non ha poi tanto torto.  Adesso, Andras Aradszki, segretario di Stato all’Energia, ripete e chiarisce che per Budapest (Permianshale.com, 19.11.2014, Agenzia Thomson.Reuters, Anna Willard, South Stream pipeline only way to ensure gas supply Il gasdotto South Stream è l’unico modo di garantirsi le forniture necessarie di gas http://permianshale.com/ news/id/110740/hungary-says-south-stream-pipeline-way-ensure-gas-supply) perché la proposta dei russi di servirsi del nuovo gasdotto chiamato South Stream, sponsorizzato e proposto dai russi,è la sola opzione in grado di assicurare la fornitura di energia di cui il paese nel prossimo futuro ha bisogno.

Checché ne dicano i frollocconi di Bruxelles o di Washington, facendo finta che la Croazia avrebbe fatto quel che doveva― e, infatti, non passa e non passerà mai neanche un metro di tubo. Tra l’altro, fa notare l’esponente magiaro, il South Stream è l’unico strumento subito finanziabile e già finanziato, al contrario del collassato progetto Nabucco, chiacchierato e sponsorizzato dai soliti quaquaracquà straparlanti del  direttorato dell’Energia dell’Unione – a sproposito e senza un € che è uno a disposizione – per poi portare in Europa il gas alternativo dall’Azerbaigian.

●In Svezia, il partito democratico, di centro-destra e dichiaratamente xenofobo, che ha perso a settembre di poco le elezioni contro la coalizione di centro-sinistra guidata dai socialdemocratici, vorrebbe bloccare, rivolgendosi agli scontenti che esistono anche nella coalizione di maggioranza, il passaggio della legge di bilancio 2015. Anche qui, nel paese dell’Unione finora sicuramente più aperto e accogliente agli  immigrati dall’Africa e dall’Est europeo, va montando il colpo di coda dell’intolleranza e del razzismo da cui si era a lungo illuso di andare esente (informa Stratfor, riprendendo lo Svenska Dagbladet/Stoccolma, 19.11.2014, Sweden: Opposition Could Block 2015 Budget― L’opposizione in Svezia potrebbe bloccare il bilancio 2015 ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/sweden-opposition-could-block-2015-budget#axzz3JhXwWDvM).

Il paese potrebbe dover riandare così, immediatamente, dopo soli tre mesi a nuove elezioni anticipate, coi socialdemocratici al governo che, secondo i sondaggi, stavolta però perderebbero voti...

STATI UNITI

●Il disastro di immagine e di sostanza politica – promette tutto e non mantiene, non conclude, mai niente: le mezze misure, prese e non prese, che hanno connotato la presidenza di Obama... ci ricordano, no?,  quanti, da noi avendo anche meno potere di lui provano a copiarne in sostanza lo stile – hanno adesso portato, alle elezioni di mezzo termine, insieme alla scontata conferma della maggioranza repubblicana esistente alla Camera, alla perdita dei pochi seggi – quattro – di maggioranza del partito democratico al Senato. E a votare, al solito, sono stati sì e no il 36% degli aventi diritto al voto...

●Di più: fa notare, acidulamente, Paul Krugman che “non è certo frequente – anche se, a noi sembra, invece, esserlo anche troppo spesso – per un partito sempre e tanto crassamente in errore su tutto” riuscire a far bene come è riuscito adesso al partito repubblicano (New York Times, 7.11.2014, P. Krugman,  Triumph of the Wrong Il trionfo dell’errore http://www.nytimes.com/2012/10/12/opinion/krugman-triumph-of-the-wrong.html).

Peraltro, già oggi al Senato, per l’incertezza della leadership del presidente nel forzare la mano alla minoranza repubblicana – unica eccezione, e praticata poi solo in parte sui temi dell’economia – la maggioranza si era lasciata sistematicamente paralizzare dall’ostruzionismo della minoranza capace di trovare sempre alcuni democratici, che il presidente ha sempre rifiutato di chiamare “nemici del popolo”, ad comunue di chiamare cnemici dle popolo”pronti a aiutarla). E i democratici saranno ora, se va loro bene, sei o sette di meno della metà più uno, dei 100 eletti.

Si tratterà, con questa repubblicana appena eletta, della peggiore maggioranza di sempre, fatta di  ostruzionisti  e  reazionari,  gente  votata  a  bloccare – con  successo – anche  le  poche cose decenti che Obama aveva provato a fare. Insomma, un disastro totale, sociale e politico per questo paese con adesso anche un’extra di populismo e pretese infondate e non sostenibili di onnipotenza e, come dicono loro, di “eccezionalismo” a stelle e strisce...

● Ma adesso che non ne ha più il  controllo, riusciranno a lavorare insieme, Obama e il Congresso  (vignetta)  

Per il bene comune: tanto siamo tutti uguali, no?

                                                                                 Di certo, abbiamo fatto passi in avanti... Ma quanti ancora abbiamo da farne.

 

Fonte: Tribune Contents, 8.11.2014, Dana Summers              FonteThe Columbus Dispatch, 11.2014, Nate Beerel

Così a Obama toccano i classici due anni di presidente-anatra zoppa (New York Times, 5.11.2014, M. D. Shear, Republican Gains Grow as New Election Results Come In― Salgono i numeri dei repubblicani con l’arrivo di altri risultati http://www.nytimes.com/2014/11/06/us/politics/ midterm-democratic-losses-grow.html). E, se non fosse che suonerebbe proprio come un tanto peggio quanto meglio, verrebbe da dire che gli sta proprio bene a un presidente così deludente e così inconcludente. Ma è un fatto: il presidente ormai dovrà  scontrarsi con una legislatura ancora più renitente e ostile di quella che esce e con la quale probabilmente sarà perfino inutile perfino provare a lavorare.

E la scelta, per i democratici, ormai diventa quella ch ogni giorno sembra più obbligata (e secondo noi disgraziata) della storia che si ripete: Hillary Clinton che si prepara a cercar di tornare alla Casa Bianca ma, stavolta,con lei come numero uno... se riuscirà poi a rimontare sul candidato repubblicano che nessuno ha, però, ancora la minima idea su chi possa essere... e anche qui c’è ormai chi parla di un altro rampollo della disgraziata dinastia dei Bush... a ripresentare il team di concorrenti del 1992 – ventiquattro anni fa!– Clinton vs. Bush. Perché, è vero, a volte, sotto false spoglie, ritornano...

Ma tutto questo va traguardato attraverso la specificità della politica americana

...• dove rosso sta per destra repubblicana e conservatrice e blu sinistra democratica, liberale e progressista;

...• dove chi è conservatore non vorrebbe conservare proprio niente delle pur appena abbozzate e tutto sommato cautissime misure sociali che in questo paese si sono faticosamente affermate dal 1930 e dalla presidenza di Roosevelt a oggi;

 ...• dove chi è progressista al massimo da noi – tradizionalmente  anche se forse oggi meno che mai pure qui – sarebbe al massimo, per intenderci, come un vecchio socialdemocratico saragattiano;

...• dove, però, neanche uno scivolamento dello spettro politico oggi, per così dire, dal blu verso il rosso significa automaticamente uno scivolamento come diremo noi a destra: perché qui, da sempre, i cambiamenti ai vertici non riflettono più i cambiamenti alla base, come dimostra il tasso di partecipazione ormai infinitesimale dei cittadini alle urne: due terzi neanche si sono presentati al voto e chi ha votato lo ha fatto con un indice di conoscenza dei temi in questione – dicono tutti i sondaggi – in pratica “inesistente”;

... • per cui, in modo del tutto incongruo, dove erano sulle schede opzioni come l’aumento del salario minimo, la legalizzazione non solo medicale della marijuana,  tute una serie di issues, come le chiamano qui, legate a una visione libertaria più ancora che liberale della vita (il matrimonio gay, ecc,., ecc.) molti Stati che hanno votato “rosso” hanno anche votato a loro favore...       

●L’opinione del business che diffonde il verbo, come in tanti altri, anche più pure in questo paese, ha pompato come “invidia del mondo” la situazione economica attuale in America. Ma se tornano posti di lavoro si tratta, a milioni, di posti dannatamente precari e sottopagati; sì, sono a milioni anche quanti possono permettersi di investire e si fanno più ricchi: ma si tratta quasi solo dei più “ricchi” tra i ricchi – dall’1 al 5% degli americani, ormai – mentre i consumi di massa restano mediamente fiacchi visto che i livelli di reddito restano altrettanto dannatamente appiattiti...

Ma, tutto quello che riesce a concluderne il Washington Post, 30.10.2014, Chico Harlan, The U.S. economy is frustrating – but it’s the envy of the advanced world [è che] L’economia americana è frustrante – ma è l’invidia del mondo sviluppatohttp://www.washington post.com/blogs/wonkblog/wp/2014/10/30/the-u-s-recovery-is-frustrating-but-its-the-envy-of-the-advanced-world). Bè, forse…

Il 3,5% di crescita del terzo trimestre, nella lettura di questo ottimismo d’élite, sconta ormai un percorso forte dell’economia del paese che pensa, a fine anno, potersi anche forse attestare sopra la media del 3%. Ma l’aritmetica, in realtà, al contrario dell’ottimismo un po’ troppo di moda non sembra affatto d’accordo con queste previsioni.

Primo, perché la media effettiva di crescita dei primi tre mesi del 2014 è il 2%: la stessa dei tre anni precedenti, 2013-2011. E, tanto per richiamarlo alle memorie più labili, così, nei tre anni precedenti 2008-2010, questo paese ha subito una dura recessione che ha depresso la produzione ben al di sotto del potenziale che avrebbe avuto normalmente l’economia. E per recuperare il terreno perduto l’economia adesso dovrebbe crescere ben più rapidamente del 2,2-2,4%. Tanto più, dunque, con il 2% di livello di aumento del PIL fino a oggi nel 2014, non sta recuperando in realtà proprio niente.  

Il secondo punto da capire è che la crescita del trimestre è stata quasi esclusivamente trainata da esportazioni nette e spesa militare che non saranno pressoché certamente più in grado di farlo allo stesso modo nei trimestri a venire e, almeno in parte, subiranno qualche contrazione. In altri termini, la crescita forte di questi fattori è proprio la ragione che porta a credere che in futuro ne saranno componenti più deboli e non più forti.

Le esportazioni nette hanno aggiunto l’1,32% alla crescita del trimestre  e lo 0,66% hanno aggiunto ad essa le spese militari. Senza questi due fattori di aumento, la crescita avrebbe raggiunto appena l’1,5%: altro che il 3,5% (Dip.to del Commercio, BEA/Bureau of Economic Analysis, 30.10.2014, L. Mataloni e J. Aversa, Gross Domestic Product - 3rd quarter 2014: advanced estimate Prodotto Interno Lordo – 3° trimestre 2014: stima avanzata http://www.bea.gov/newsreleases/ national/gdp/2014/txt/gdp3 q14_adv.txt).

I dati del dipartimento del Commercio dimostrano che tutte le statistiche di questi settori sono assolutamente “erratiche”, con movimenti bruschi in un senso che nel corso di un solo trimestre tendono a rovesciare sia il segno che la quantità dello spostamento. E’ capitato finora negli ultimi trent’anni di raccolta dei dati praticamente senza eccezione per le esportazioni nette. E proprio senza alcuna eccezione per le spese militari. Se il Congresso non vota adesso spese supplementari ingenti, dell’ordine di almeno 100 miliardi di $ all’anno – ma coi nuovi risultati delle elezioni di mezzo termine, neanche se ne parla ovviamente – non ci saranno i fondi per sostenere un livello di crescita sostanzialmente più elevato su base continua.

Ma, anche col massimo dell’ottimismo – contraddittorio quanto mai: da una parte, lor signori vorrebbero mostrare che il sistema funziona, quando in effetti aiuta solo il 10% degli americani; ma, dall’altra, puntano a fare di Obama – e riuscendoci – la classica “anatra zoppa” per il resto del suo mandato perché di lui hanno sempre paura, anche spesso irragionevolmente. E, anche credendo che export netto e spesa militare finiranno mai ora per non frenare, come invece sembra proprio scontato, la crescita del quarto trimestre resterebbe al massimo dov’è: all’1,5%. Così, l’economia resta dov’era, sull’onda lenta per il potenziale e le abitudini di questo paese della crescita degli ultimi tre anni.     

Il WP fa anche notare il rallentamento della crescita in Cina,chiedendosi poi se quella  americana possa tornare ad essere il motore dell’economia mondiale. Ora, delle due economie che hanno grosso modo ormai la stessa dimensione (IMF/FMI, World Economic Outlook Database, Oct . 2014, GDP a  parità di potere d’acquisto: Cina, 17.632 miliardi di $/USA, 17.416 ― con le proiezioni dei prossimi anni sempre più favorevoli alla Cina rispetto all’America ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/weodata/  weorept.aspx? pr.x=62&pr.y=10&sy=2014&ey=2019&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=924%2C111&s=NGDP_ RPCH%2CPPPGDP&grp=0&a=).

Ma ormai la realtà parla chiaro: anche se la crescita della Cina scendesse al 5%, dal 7,5 di oggi, darebbe all’economia globale una spinta maggiore di qualsiasi plausibile aumento del tasso di crescita americano. Insomma, è solo un pio desiderio fuori tempo e fuori realtà che l’economia americana torni ad essere quella che trascina il mondo.

Altro punto sollevato dal giornale della capitale d’America è che, visto il livello basso dei consumi è ormai una prospettiva concreta che un rilancio forte dei consumi interni torni a seguire la fiducia dei consumatori che è, ora, in leggero aumento. Ma è un altro pio desiderio. Il livello dei consumi attuale non è affatto basso. Il tasso potenziale di risparmio del reddito disponibile è al 5,5%, nel 3° trimestre. Più elevato del tasso del 2,5% al picco addirittura della bolla speculativa edilizia ma ben al di sotto della media dell’8% che vigeva negli anni della pre-bolla. In altri termini, c’è proprio poca ragione di attendersi un forte aumento della spesa di consumo rispetto al reddito, anche con una più elevata fiducia dei consumatori che non si tradurrà, però, facilmente in spesa effettiva.

La questione centrale è che non c’è un modo plausibile di contrastare l’effetto di freno del deficit commerciale in assenza sia di un forte spesa in deficit di bilancio che di un’altra qualsiasi grossa bolla speculativa al momento. Il deficit commerciale è calato seccamente in quest’ultimo trimestre, sostenuto anzitutto da ridotte importazioni di greggio, ma non è probabile che questo genere di declino vada ormai avanti.

L’America rimarrà probabilmente incollata a un’economia destinata a operare sottocapacità ancora per qualche tempo. Insomma, milioni e milioni di americani resteranno senza lavoro o sottoccupati senza alcuna buona ragione come si dice davvero “oggettiva” che una politica pubblica più decisa e un po’ di iniziativa forte privata non potrebbero davvero curare quasi all’istante. Ma, adesso, anche la Fed della signora Yellen s’è messa a dar retta alle prediche stridenti degli austeriani...

●Intanto, i dati su ottobre del dipartimento del lavoro (BLS, Employment Situation Summary, 7.11.2014, USDL-14-2017, Payroll employment increases by 214,000 in October; unemployment rate edges down to 5.8%― I posti di lavoro a busta paga aumentano di 214.000 ad ottobre;la disoccupazione cala al 5,8% ▬  http://www.bls.gov/ news.release/empsit.nr0.htm) mostrano che, però, sono stati creati nel mese 214.000 nuovi posti di lavoro, portando la statistica della disoccupazione ufficiale – cioè i senza lavoro registrati ufficialmente: non il vero totale, mancando per definizione al conto gli “scoraggiati” che neanche ci provano più a cercare un lavoro, pur a fronte di una qualche diminuzione nel semestre più recente – comunque al livello più basso dal 2008, al 5,8%, di oltre un punto dal 7,2% che era ad ottobre di un anno fa.

E’ il risultato di una ripresa delle assunzioni che si è attestata negli ultimi sei mesi a una cifra effettivamente assai consistente, in media 235.0000 nuovi posti ogni mese. E’ un dato importante, come quello che evidenzia però – in questo paese, come ha fatto notare il NYT sopra citato, i dati dell’economia sono realmente molto frustranti e contradditori – come il fatto non secondario e concomitante che sempre nel mese quasi 3 milioni di americani risultano essere restati senza lavoro per più di un semestre consecutivo.

E, poi, anche in questo paese il lavoro è sempre peggio pagato, molto più precario di quanto era prima della crisi anche se in lieve miglioramento e, sempre meno in grado di rilanciare in modo consistente i consumi; e il reddito nel lavoro dipendente si fa sempre più sperequato e ancora di più, poi, rispetto al reddito da capitale e sempre, anche, più concentrato ai vertici della piramide sociale.  Sono dati che non hanno dato una gran mano a Obama alle elezioni di mezzo termine. Dati che sfuggono all’apprezzamento della gente comune e che il suo apparato di relazioni pubbliche e di propaganda non è, comunque, stato in grado di valorizzare rispetto agli attacchi dell’opposizione repubblicana, qui straordinariamente reazionaria.

Ma molti americani hanno difficoltà a vedere progressi e miglioramenti riflettersi nella loro condizione personale e familiare. Anche con una ripresa dalla recessione che è già nel suo sesto anno, i salari restano stagnanti, la creazione di posti c’è ma è concentrata soprattutto tra i lavori peggiori e meno pagati e tra quelli al top e non a metà della scala che copre la maggior parte dei lavori e aumentano le disparità, come si accennava tra il guadagno dei ricchi e quello dei lavoratori “normali”.

Che sembrano, e sono ormai, sempre più delusi e disincantati, anche se non osano confessarlo perché lo sentono “antiamericano”, sempre più consci che la lotta di classe, come osano chiamarla anche qui perfino gli stramiliardari alla Warren Buffett[5] che nel paese li vede da decenni ormai come irrimediabilmente sconfitti (New York Times, 7.11.2014, Patricia Cohen, Jobs Data Show Steady Gains Even as Voters Signal Anxiety I dati sul lavoro dimostrano progressi stabili ma gli elettori segnalano la loro ansietàhttp:// www.nytimes.com/2014/11/08/business/jobs-numbers-for-october-2014-reported-by-labor-department.html? _r=0).

L’Economic Policy Group, di Washington, D.C., un istituto di ricerca sui temi del lavoro e dell’economia di grande profilo e certamente quello più affine alle posizione progressiste in America – ben a sinistra di quelle sempre smorzate e mediate di Obama – che sul tema citiamo sempre perché non è mai banale e sempre attento a sottolineare le preoccupazioni sottolinea adesso citando e commentando il Rapporto che “la crescita dei salari è molto indietro rispetto al 3,5% che sarebbe coerente col target di inflazione della Fed a un livello del 2% e ancora più  sotto al 4% che l’economia sarebbe in grado di assorbire in qualche tempo pur di restaurare la parte del lavoro del reddito nazionale dal basso livello storico attuale (Economic Policy Institute, 7.11.2014, Elise Gould, Economic Growth not Reflected in Workers’ Paychecks― La crescita economica non si rispecchia nelle buste paga dei lavoratori http://www.epi.org/publication/economic-growth-not-reflected-in-workers-paychecks).

●La legge che doveva approvare al Senato il progetto di costruzione dell’oleodotto Keystone XL e sulla quale la presidenza aveva espresso essa stessa diverse riserve di ordine ambientale pur dichiarando poi di accettarla, è stata invece battuta. Aveva bisogno di 60 voti e ne ha presi solo 59 (tra cui tutti i 45 dei repubblicani e solo 14 di quella che è ancora fino a gennaio la maggioranza democratica). Un voto in netta contraddizione, del resto, come spesso capitauesta A  con questa Amministrazione che sta dichiaratamente puntando ad attingere dalle sabbie bituminose canadesi a 830.000 barili di greggio al giorno (Guardian, 18.11.2014, O. Laughland, Senate fails to approve Keystone XL pipeline Il Senato non approva l’oleodotto Keystone XL http://www.theguardian.com/us-news/live/2014/nov/18/ keystone-xl-senate-holds-vote-to-approve-pipeline-live-updates).

●Milioni di WOPSWithOut Papers― senza documentazione – come una volta chiamavano qui soprattutto gli immigranti italiani che arrivavano a milioni senza passaporto dalla Sicilia, dalla Campania, dal Veneto, acronimo spregiativo oggi riservato quasi solo ai latini, come li chiamano qui sbrigativamente intendendo i latino-americani soprattutto immigrati clandestinamente dal Messico – inclusi centinaia di migliaia di bambini che sono già cittadini USA ma non residenti-permanenti, così li definisce la legge, riceveranno permessi di soggiorno e non saranno più nel mirino della deportazione forzata.

Lo ha deciso e annunciato Obama, senza più il fardello della rielezione dei congressisti che sperava di avere dalla sua ma che di questa aspettativa si è ormai liberato avendo perso le elezioni cosiddette di medio termine. in un discorso in Tv del 20 novembre (National Public Radio, 20.11.2014, Obama Goes It Alone, Shielding up to 5 Million Immigrants from Deportation Obama va avanti da sé, fornendo a quasi 5 milioni di immigrati uno scudo legale contro la deportazione forzata http://www.npr.org/blogs/thetwo-way/2014/11/20/365519963/obama-will-announce-relief-for-up-to-5-million-immigrants).

Obama ha negato che si tratti di un’amnistia generalizzata e ha sottolineato – in un paese dove per godere di qualsiasi diritto, alla cittadinanza come alla sanità  come alla vita stessa, bisogna sempre  pagare – che gli altri milioni di clandestini non coperti da questa misura dovranno pagare e passare un esame, come chiamarlo, di “lealtà” – come se eventuali terroristi esiterebbero a giurare falsamente lealtà alla bandiera a stelle e strisce – per arrivare a qualificarsi.

Ora, al Congresso, cercheranno di bloccare la misura attraverso corti e tribunali a tutti i livelli, o bloccando l’accesso ai fondi che spetta alla fine, poi, autorizzare al Congresso, oppure con la solita minacciata “bomba fine di mondo”, come la chiamano qui, del default forzato del bilancio non approvato, o ancora aspettando che il prossimo presidente tra due anni faccia saltare con un altro ordine esecutivo la misura che loro sono ora costretti a trangugiare. Ma per due anni, intanto, terranno vivo il braciere del risentimento sciovinista-razzista.

●Che, ormai, al mondo non risparmia davvero nessuno. Altro che la favoletta del “tutti gli uomini nascono uguali”, che come tali hanno gli stessi diritti, che come figli dello stesso Dio lui tutti li ama... (Guardian, 21.11.2014, P. Lewis e AlanYuhas, Can Obama’s executive order on immigrati on be undone? L’ordinanza esecutiva di Obama sull’immigrazione può essere disfatta? http://www.theguardian.com/us-news/2014/nov/21/obama-executive-order-immigration-can-it-be-undone). Sembrano proprio pappole, frottole. Alla faccia delle Dichiarazioni di Indipendenza, di quelle universali dei Diritti, degli stessi accorati appelli di papa Francesco...

L’America è in fiamme:  qui, più che altrove, ormai ‘No justice, No peace’ (non c’è pace, senza g iustizia)  (vignetta)  

Ferguson, Mo,USA: Conferenza stampa: mentre la città va a fuoco, il nostro pensiero va..  ai componenti della Giuria che hanno fermato la loro vita per esonerare il poliziotto che ha ammazzato il giovane nero... E anche alla famiglia del poliziotto cui i 400.000 $ donati dai bianchi inca**ati non restituiscono la privacy... Al medico autoptico che non ha fotografato il corpo del ragazzo nero perché la batteria della fotocamera gli si era scaricata... E ai negozianti cui sono stati bruciati i negozi: così triste, no? Preghiamo per la pace... Non era forse Martin Luther King  a dircelo, di pregare per la pace? Certo, prima che lo ammazzassero, ovviamente...  

Fonte: Guardian, 26.11.2014, Andrew Marlton (Sidney)

●Su richiesta del presidente, una specie di voto di sfiducia personale, il segretario alla Difesa Chuck Hagel, si dimette: è il capro espiatorio dietro cui Obama nasconde – male – tutte le sue responsabilità – è poi lui qui, come sempre, che alla fine decide – per i disastri in cui da diversi mesi gli Stati Uniti si vanno ficcando a testa bassa e, soprattutto, a occhi chiusi nel mondo: in Ucraina, in Afganistan,  in Iraq, in Siria..., dovunque insomma si sovraestendono senza più averne né i mezzi né, in fondo, la volontà né tanto meno la coerenza e la credibilità necessaria (The Atlantic, 24.11.2014, Dashiell Bennett, Chuck Hagel is Out at the Pentagon Chuck Hagel è fuori del Pentagonohttp://www.theatlantic.  com/politics/archive/2014/11/chuck-hagel-is-out-at-the-pentagon/383099; e New York Times, 24.11.2014, edit., A Problem Beyond Mr. Hagel Un problema che va oltre Mr. Hagel http://www.nytimes.com/2014/11/25/opinion/a-problem-beyond-mr-hagel.html).

GERMANIA

●Un articolo, corredato da dati, foto e documenti del settimanale Der Spiegel, organo liberal-conservatore non scandalistico come fine a se stesso e perciò piuttosto credibile, ripreso poi da quasi tutta la stampa tedesca, accusa il governo federale di consentire di fatto, in segreto, trivellazioni sperimentali che utilizzano la tecnica della cosiddetta fratturazione idraulica delle rocce bituminose.

La legge lo proibisce al di sopra dei 3 Km. dalla superficie ma gli esperimenti, secondo il rapporto, dovrebbero culminare nella presentazione di una nuova proposta di legge che sulla fatturazione idraulica entro la fine dell’anno vuole radicalmente abbassare le soglie di sperimentazione e anche di sfruttamento entro la fine dell’anno. Il governo ha ufficialmente negato e assicurato che si sta lavorando esclusivamente a sperimentazioni a fine scientifico. Ma non esclude, domani, qualche modifica...

Molti ormai nel paese temono che le esigenze geo-politiche stiano spingendo il Regierung― il gas sergoverno, pronto più a prestare ascolto alla grande industria che all’opinione pubblica, a considerare la sostituzione delle forniture di gas naturale russo con quello estraibile, forse... – ma a quale prezzo e costo, anche per l’ambiente? – con la tecnica sicuramente rischiosa della frantumazione rocciosa (Business Insider/New York, 17.11.2014, Reuters, Germany reiterates its ban on fracking, but... La Germania ribadisce il divieto di frantumazione, ma... http://www.businessinsider.com/r-germany-government-reiterates-its-ban-on-fracki ng-2014-11).

Poi,  lo stesso governo che finora lo aveva negato e che s’era intestato una legge col divieto assoluto della fatturazione idraulica, ammette che ci stava lavorando effettivamente in segreto e che sta per presentare un progetto di legge autorizzando l’uso commerciale della tecnologia al Bundestag prima della fine dell’anno. Si impegna a regole di compatibilità ambientale severe ma – come ormai sempre in Italia – anche qui gli credono in pochi. E per questo puritano paese è un’esperienza del tutto nuova.

La legislazione ora introdotta dice che in casi eccezionali (decisi da chi, però, non lo dice...) l’utilizzo a fini commerciali della fratturazione idraulica potrà essere consentito dopo una trivellazione-sondaggio e l’OK di uno speciale comitato ambientale (nominato da chi?). Finora la legge diceva che, almeno fino al 2021, ogni trivellazione sarebbe stata vietata. Solo cinque giorni fa il governo garantiva che non c’era alcuna intenzione di far cambiare la legge. E il fatto, qui, glielo perdonano più difficilmente che, ad esempio, in Italia (Stratfor – Global Intelligence, 20.11.2014, Germany: Fracking Bill Prepared for Parliament Germania: la legge sulla fratturazione preparata per la presentazione in parlamento ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/germany-fracking-bill-prepared-parliament#axzz3JhXwWDvM).

FRANCIA

●Il presidente Hollande prende atto dei suoi catastrofici sondaggi e dichiara, pubblicamente, che se non riesce a dare una vera e forte sterzata all’occupazione nel paese lui non si ripresenta neanche la prossima volta per cercare un secondo mandato. Sarebbe il primo presidente della Quinta Repubblica fondata da de Gaulle a farlo. E così – al contrario di altri, no?, il cui score è anche peggio: qui, i senza lavoro sono al 10,2% – riscatta un po’ della sua faccia, e della sua autostima, ci sembra (Agenzia Bloomberg, 7.11.2014, Hollande won’t  run again unless unemployment rate falls Hollande non correrà ancora, se non cade il tasso di disoccupazione http://www.bloomberg.com/news/2014-11-06/hollande-says-he-won-t-run-again-if-unemployment-doesn-t-decline.html).

 

GRAN BRETAGNA

Il premier britannico, intanto, appena tornato a Londra elenca, alla Camera dei Comuni (dove contrariamente agli altri, quasi tutti, è obbligato da regolamenti e procedure e dal modo in cui, qui, i membri del parlamento, un po’ tutti laburisti come conservatori, prendono sul serio il proprio ruolo e i propri diritti senza mollarli sciaguratamente come succede da noi al benvolere del “principino” al potere) fa rapporto su quanto è avvenuto al G-20. In realtà guarda tutto e tutti i problemi in un’ottica assai provincialmente isolana: strettamente solo britannica. A dire il vero lo fa senza grandi trionfalismi― suonando ottimista, però, guarda un po’, e in modo assai superficialmente infondato, quasi solo per le sorti del paese che è lui a governare e su  cui preferisce – non tanto stranamente – tacere. E ha fatto una specie di elenco di quanto lo preoccupa nell’economia-mondo: segnalando, dice lui, il colore dei semafori di avvertimento.

Fa un discorso che diventa subito conosciuto come quello dei semafori – c’è a chi, in questo paese, è toccato passare alla storia col discorso sulla vittoria di Waterloo contro Napoleone (il duca di Wellington), o quello delle “lacrime e sangue” (Churchill) della battaglia di Inghilterra del Regno Unito schierato allora da solo IN Europa coi vari fronti di resistenza a resistere a Hitler, o anche la concione molto meno gloriosa di Thatcher Camera dei Comuni sulle Falkland/Malvinas... – e c’è chi, come lui, deve contentarsi del discorso dei segnali lampeggianti per l’economia globale e, perciò – solo perciò – con possibili conseguenze deleterie anche, dice, sulla sua economia.

E ne conclude, il pirlone, che col mondo sull’orlo di una terza grande recessione, è ancora più necessario adesso che la Gran Bretagna resti fedele al suo disegno economico di lungo periodo”: puntare, comunque, alla priorità di sempre, alla riduzione del deficit e del debito pubblico. Che, come spiegano gli economisti più preparati e che finora hanno avuto sempre ragione, è la ricetta totalmente sbagliata perché proprio la riduzione di deficit e debito, fatta applicare in tutta l’Unione europea, ha provocato e mantiene acceso il lampeggiare di quelli che lui chiama i semafori rossi della crisi incombente.

Il perché sia così è ovvio a un minimo di buon senso economico ma sfugge alle logiche raffinatamente insensate di banche centrali e ministeri delle Finanze: è il paradigma fideistico cui da anni i governi hanno affidato le sorti del mondo, ignorando volutamente il fatto che l’attività di un’economia moderna dipende dal totale della spesa. E’ la spesa che crea reddito ed è il reddito che crea posti di lavoro. E, se il settore privato smette di spendere, quel totale può essere mantenuto solo aumentando la parte nel totale della spesa pubblica.

Ma lui – Cameron, il pirlocco – vanta il fatto che, dal 2013, l’economia britannica ha ricominciato a crescere. Per cui, conclude straparlando al solito, il nostro, il mio, piano economico aveva ragione. Affermazione del tutto infondata, però. La ripresa iniziata non ha niente a che fare, in effetti, con il rigore, la virtù spartana imposta ai più poveri col taglio di spesa pubblica, l’austerità.

E’ stata il frutto, invece, soprattutto delle facilitazioni quantitative – del pompaggio di liquidità nell’economia che la BoE può creare stampando moneta ma la BCE non ha al momento il mandato di poter invece decidere. Poi, c’è il problema che qui la facilitazione ha provocato una ripresa del tutto squilibrata. Sempre e solo a favore di chi già è proprietario di assets: case, terreni, azioni― riproducendo una bolla speculativa come quella che ha causato in origine proprio la crisi.

E anche la tanto vantata riduzione della disoccupazione assoluta – ma sempre e solo di quella ufficialmente calcolata, poi – dall’8 al 6%: non male, certo, non male – è stata fatta largamente aumentando la sottoccupazione – gente costretta a lavorare meno di quanto vorrebbe, in posti di lavoro che non corrispondono alle capacità che hanno – e che nella realtà costituisce una misura molto più realistica dell’attività economica del dato assoluto della disoccupazione ufficiale.

Gran parte dell’occupazione nuova nel paese a partire dal 2010 è a salario minimo, a “zero ore” e a tempo parziale e spiega bene lo stallo del reddito e delle entrate fiscali e il rifiuto ostinato del deficit a lasciarsi ridurre, con un deficit che peggiora ogni giorno, alla faccia delle proclamazioni: quest’anno è previsto arrivare a 108 miliardi di sterline, già oltre i 100 previsti solo un mese fa e al di sopra del 5% di rapporto tra deficit e PIL.

Col risultato che per mantenere fede all’impegno, solennissimo e dichiarato, di portare il deficit a zero entro il 2018 bisognerebbe tagliare la spesa pubblica di 50 miliardi di sterline e non più dei “soli” 38 miliardi previsti un mese fa. E tutto sempre presumendo un solido tasso di crescita per tutto i prossimi cinque anni che lo stesso Cameron definisce, però, “altamente improbabile”.

Quando la verità è lampante. I problemi di debito e di bilancio non possono mai essere davvero la priorità e, comunque,  non possono essere abbattuti senza la crescita. E non solo quella che da noi boccheggia, quando va bene, allo 0 virgola qualcosa per cento ma anche quella che qui nominalmente tocca il 2 e anche il 3%. A meno di cambiare radicalmente il modello di sviluppo, cosa di cui pare proprio oggi però nessuno parli...

Ma per rilanciare la crescita, dentro i parametri perseguiti un po’ da tutti, prima di dare la colpa agli altri, dovremmo – dovrebbero lor signori e i loro serventi – trovare quel po’ di coraggio che serve per prendersela con le politiche economiche che hanno scelto di perseguire... (nell’esporre questa lettura razionalmente critica del discorso dei semafori di Cameron, abbiamo seguito il ragionamento esposto da Robert Skidelsky, che insegna economia all’università di Warwick e è ben convincente ―  dal Guardian, 18.11.2014, R.S., Cameron is right to warn of another recession, but wrong to blame the world Cameron ha ragione a mettere in guardia da un’altra recessione, ma ha torto a darne la colpa al mondo http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/nov/ 18/david-cameron-recession-policies-cut-deficits).

●Ma ora, tornando al testo di Cameron e ai suoi semafori di allarme, ecco – come li elenca lui – i rischi che corre anche il Regno Unito, per colpa anzitutto degli altri: 

Al primo posto, c’è la minaccia, che avverte davvero pressante, che dalla recessione imperversante nell’eurozona si scateni una deflazione selvaggia. L’area dell’euro, la moneta unica, che non si è mai ripresa davvero dalla crisi economica e finanziaria del 2007-2009: il che giustifica la conclusione di Cameron. Ma ormai anche sull’economia britannica – di cui lui loda indefessamente l’andar meglio sul piano dei dati finanziari e economici anche se non, obiettivamente, del diffuso scontento sociale per la disuguaglianza qui assolutamente rampante (la ricchezza che cresce è sequestrata da chi è già ricco: come altrove, forse quasi dovunque; ma qui in modo ancor più sfacciato e indecente che altrove) – il rallentamento della congiuntura globale europea sta avendo un impatto pesante sull’export. Semaforo, insomma, decisamente, rosso, qui...

Il secondo rischio che allarma Cameron è il rallentamento della congiuntura anche nei mercati emergenti: quello che una volta si usava tutti chiamare il Terzo mondo. Questo è un problema meno serio, forse, nell’immediato, almeno per il Regno Unito. Le economie di Brasile e Russia hanno anche esse rallentato – meno di quelle occidentali, però – ma la Cina continua a crescere al tasso del 7% annuo e anche i problemi dell’India sembrano ormai più alle spalle che nell’immediato futuro del paese.

Di più (fa osservare sempre L. Elliott che ne riferisce e commenta sul Guardian, 16.11.2014, David Cameron’s economic warning lights: dark days ahead? I semafori economici del percorso di David Cameron: brutte giornate ci aspettano http://www.theguardian.com/business/economics-blog/2014/nov/16/david-cameron-economics-warning-lights-analysis), la Gran Bretagna esporta di più in Olanda di quanto lo faccia in tutti questi paesi emergenti messi insieme. Per cui, conclude, il semaforo qui è giallo.

• Poi lo preoccupa anche, dice, il fallimento del G-20 nel completare il cosiddetto round di Doha: la liberalizzazione, cioè, degli scambi a livello globale. Ma, se sono passati finora ben 13 anni da quando il processo è iniziato e dal 2001 al 2007 l’economia globale è sempre cresciuta solidamente dimostrando, almeno, che i benefici della liberalizzazione degli scambi erano esagerati almeno fino a quando ingordigia dei privilegiati e speculazione di pochi, le bolle, ecc. hanno fatto scoppiare la crisi. E ci sono poche prove, anche, di un’ondata protezionistica in atto tipo anni 1930. Qui il semaforo sembra restare sempre sul verde, a veder bene, checché ne dica il premier britannico.

• Infine, lui elenca i rischi, come li chiama, “geo-politici”: tipo l’ebola― che, però, è stata largamente contenuta a tre paesi (Guinea, Sierra Leone e Liberia) dell’Africa occidentale; o il prezzo del petrolio che è collassato, malgrado quel che è successo e sta succedendo in Siria, in Iraq e in Ucraina. Sono problemi che potrebbero crescere ma che ora sembrano tutto sommato localizzati. Anche qui. Semaforo, diciamo, giallo.

Sembra, a chi legge delle preoccupazioni vere e meno vere di Cameron, che non abbia neanche accennato alla Camera dei Comuni ai fattori che potrebbero probabilmente e sul serio minacciare anche e proprio la ripresa del suo paese: come l’affidamento esagerato e per definizione rischioso  alla speculazione edilizia come motore che sta già rallentando e all’austerità che lui e il parlamento che lui controlla sono a lungo andati imponendo alle condizioni di vita che solo ora stanno cominciando, e per un po’ di paura ma ancora non sufficiente, a allentare.

Certo soffermarsi su questi fattori – come sulla rabbia sociale montante nel paese – non suona bene e non fa buon sangue al racconto dei conservatori al governo. Ma sono, con ogni verosimiglianza, molto più pericolosi di quelli che Cameron ha elencato. Con l’eccezione della crisi in Europa.

GIAPPONE

●Contro un’ondata forte di proteste, il governo ha voluto e fatto approvare dall’agenzia di regolazione, di cui ha appositamente cambiato i componenti, la riattivazione del reattore nucleare  di Sendai nella città di Satsumasendai, 100 mila abitanti ad alta densità di popolazione, nella prefettura di Kagoshima, nell’isola più meridionale dell’arcipelago (Asahi Shinbun, 9.11.2014, Opposition to Sendai nuclear reactor re-opening Opposizione alla riapertura del reattore nucleare di Sendai http://ajw.asahi.com/ article/0311disaster/fukushima/AJ201411090008).

●Il paese è caduto in recessione, nuovamente ed ufficialmente (cioè per due trimestri consecutivi: il secondo e il terzo dell’anno). Lo ha annunciato il 17 novembre, con evidente, e impotente, disappunto il primo ministro Abe in un incontro pubblico del partito alleato minore della sua coalizioen di governo, il Komeito, rendendo pubblici i dati del Rapporto preliminare economico dell’Ufficio di Gabinetto secondo il quale il PIL segna un dato negativo: -1,6% nel terzo, dopo il colossale -7,3 del secondo trimestre (New York Times, 16.11.2014, Defying Expectations, Japan’s Economy Falls Into Recession― Sfidando le attese, l’economia nipponica  cade ancora in recessione http://www.nytimes.com/ 2014/11/17/business/international/defying-expectations-japans-economy-shrinks-further.html?_r=0).

●Segnale assai pericoloso per il governo anche dall’elezione del nuovo governatore di Okinawa: vince infatti Takeshi Onaga, duro oppositore dei piani sottoscritti, non a caso senza alcuna fanfara, da Abe, di ricollocare una base americana da sempre dislocata sull’isola  Lui vuole che la base venga proprio chiusa, non ridislocata dal sud al nord dell’isola, e che gli americani siano costretti ad andarsene. Alla fine, il primo ministro potrebbe superare il veto del governatore coi suoi poteri centrali ma sarebbe per lui, in mezzo a una crisi politica e economica fulminante, una mossa molto impopolare(New York Times, 16.11.2014, M. Fackler, Okinawa Voters Replace Governor With Opponent of U.S. Base― Gli elettori di Okinawa sostituiscono il governatore con un oppositore della base americana http://www.nytimes.com/ 2014/11/17/world/okinawa-elects-governor-who-opposes-us-base.html?_r=0#).

E Shinzo Abe, come è un po’ il suo solito, sotto pressione reagisce rovesciando il tavolo: rinvia almeno di due anni il secondo aumento dell’IVA (Kyodo News, 18.11.2014, Japan’s PM Abe decides to postpone planned consumption tax hike Il PM giapponese Abe decide di posporre l’aumento programmato dell’IVA sui consumi http://english.kyodonews.jp/news/2014/11/323112.html) già in calendario: è convinto anche lui, che aveva resistito all’idea ma poi aveva ceduto che quello dal 5 all’8% entrato in funzione sei mesi fa, ad aprile, è stato responsabile del raffreddamento dei consumi nel paese, abbassando ancora una volta il tasso di crescita.

●Con queste misure, si apre anche un duro confronto – tra salamelecchi e inchini a mezzo busto: alla nipponica, si capisce, quando non si dice mai un no chiaro e tondo per dire no in una lingua e in una cultura dove il no secco e chiaro del resto non viene usato – tra Abe e il suo partner finora immarcescibile, il governatore della Banca centrale Harohiko Kuroda che lo aveva aiutato anche a sfidare l’apparato possente, comunque subordinato ma renitente dell’ortodossia del ministero delle Finanze.

Kuroda, in effetti, ha sempre supportato Abe con una politica monetaria lasca e mirata all’aumento dell’inflazione per combattere la deflazione, è anche da buon  banchiere centrale ossessionato dal record di debito pubblico del paese e voleva l’aumento dell’IVA per cominciare almeno ad intaccarlo se non altro nominalmente e solo marginalmente.

Abe, però, ormai si è convinto che, più che a ridurre con  successo un debito ben superiore a quello italiano, questo aumento della tassazione sui consumi non riuscirebbe davvero a intaccare il debito e servirebbe proprio e solo, invece, a ridurre i consumi e a impoverire il paese... Sarà molto significativo seguire la diatriba per come, tra inchini e sussiegose affettazioni cerimoniesche, si svilupperà il dibattito.

Perché sembra proprio che l’accordo, forse mai del tutto esplicitato tra Kuroda e Abe, fosse che il primo continuava a stampare moneta per sostenere l’economia e il secondo aumentava l’IVA per dare un segnale sulla necessità di ridurre un debito pubblico stracolossale ma che vede comunque lo spread su dollaro e euro sempre molto molto vicino. Kuroda sostiene, da buon esponente della schiatta dei gran sacerdoti/banchieri centrali, che anche se pochi ci credono alla possibilità di ridurre davvero il debito, comunque, bisogna provarci. Tipo, quasi, noblesse oblige, insomma (New York Times,  19.11.2014, Jonathan Soblen, A Sudden Schism Between Shinzo Abe and the Bank of Japan Governor― Improvviso scisma fra Shinzo Abe e il governatore della Banca del Giapponehttp://www.nytimes.com/2014/11/20/busi ness/a-sudden-schism-between-shinzo-abe-and-the-bank-of-japan-gover nor.html).

E, il giorno dopo, Abe che rispetto anche a Renzi è davvero un decisionista ad oltranza decide di dissolvere il parlamento e convoca per metà dicembre, neanche tra un mese, elezioni anticipate. Data anche la debolezza dei suoi avversari, pensa – e conta – di approfittarne. E, al momento, gli osservatori si aspettano che possa averci azzeccato, dato che l’opposizione frantumata e disordinata che si trova di fronte sembra addirittura incapace di mettere in campo candidati a sufficienza per correre in tutti i collegi.

La previsione peggiore per Abe è a oggi che la coalizione al governo possa perdere una trentina, una quarantina di seggi mantenendo, però, una confortevole maggioranza. Ma anche per lui si tratta di una scommessa rischiosa. Adesso, sfidando i falchi dell’austerità, ha deciso comunque di cancellare l’aumento del’IVA fragandosene del debito (Guardian, 18.11.2014, Justin McCurry, Japan calls snap elections Il Giappone alle elezioni anticipate http://www.theguardian.com/world/2014/nov/18/japan-calls-snap-election-shinzo-abe).

Pare che a convincerlo a riprendere le fila della sua iniziale rivoluzione di ordine economico-finanziario – lui che è un cristallino conservatore politico e un reazionario puro sul piano culturale e della revisione storica addirittura revanscista – sia stato, nientepopodimeno, che un incontro privato di poco più di mezzora con il Nobel dell’economia forse più duramente critico della convenzionale saggezza economica ortodossa e convenzionale che meglio conosciamo, il prof. Paul Krugman.

●Lo dice lui stesso, Krugman (New York Times, 20.11.2014, P. Krugman, Structural Deformity― [ma quale cappio di riforme? sono proprio] Deformazioni strutturali http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/11/20/structural-deformity), che una volta tanto qualcuno al livello di governo di un grande paese lo ha chiamato, consultato, ascoltato e, poi, gli ha dato retta (la storia è raccontata in dettaglio dall’Agenzia Bloomberg, 21.11.2014, Toru Fujioka e Simon Kennedy, How a Limo Ride With Pauil Krugman Changed the Course of Abenomics Come un passaggio nella limousine ufficiale con Paul Krugman cambiò il corso delle scelte economiche di Shinzo  Abe   http://www.bloomberg.com/news/2014-11-21/abe-listening-to-krugman-after-tokyo-limo-ride-on-abenomics-fate.html) rifiutando i dettami della saggezza convenzionale profondamente sbagliata che sta affondando, se non ha ancora del tutto affossata, l’Europa dell’euro e del mercato arrivando ormai quasi a sbaraccarlo.

Non è sicuro, dice, che “Abe ci riuscirà, perché sta tentando qualcosa di molto difficile e non è affatto chiaro che gli strumenti che sta mettendo in opera siano sufficienti...Ma una cosa è certa – aggiunge – che il governo giapponese respingerà ora ogni richiesta di mettersi a fare il tipo di riforma che gli austeriani pongono sempre a base della loro strategia dovunque e, dovunque, chiamano “riforma strutturale”: una giaculatoria che vuol dire solo rendere più flessibile il mercato del lavoro, per rendere così più facile il taglio dei salari: misura che invece approfondisce inesorabilmente la crisi economica― infatti, salari e prezzi in caduta aumentano il peso del debito e deprimono la domanda ancora di più”.

Insomma, come richiama alla mente di chi è distratto o è disonesto (intellettualmente), Krugman questi affossano definitivamente un’economia altro che riformarla! Secondo voi lo capisce quel capoccione di Renzi, insieme al Taddei che ha fatto deputato e suo consulente solo perché mentore e clone accademico economico suo? Abe ha consultato Krugman e non Taddei, però. E bisogna dargliene atto.

Deplorando, invece, le scelte esiziali del nostro... Certo, poi, alla fine Abe ci prova per la seconda volta― e la differenza è che stavolta dà retta a lui e non a lor signori su tutto il programma... Pare. Se tiene duro. E non è poco...

Rileva, in una delle sue copiose Note di divulgazione sul NYT, Paul Krugman, che le cose stanno, finalmente e lentamente, forse, cambiando (New York Times, 26.11.2014, P. Krugman, Keynes Is Slowly Winning Keynes sta lentamente vincendo http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/11/26/keynes-is-slowly-winning/?module=BlogPost-Title&version=Blog%20Main&contentCollection=Opinion&action=Click&pgtype= Blo gs&region=Body&_r=0#). Forse, però, è anche un po’ troppo ottimista. Ha ragione nel dire che la politica economica finanziaria e globale sembra da decenni gestita dagli ospiti di un manicomio e dai loro consiglieri che non hanno azzeccata una sola delle loro diagnosi da almeno trent’anni, e tanto meno, una cura.

E nota anche, con soddisfazione evidente, che la nuova capo-economista dell’OCSE – quella specie di grande ufficio studi dei 34 paesi capitalisticamente più ricchi del mondo che ha sede a Parigi – Catherine L. Mann (al contrario di molti, troppi, quasi tutti i suoi recenti predecessori: compreso il “nostro” ora ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan[6], erano – e forse sono ancora, anche se lo negano ferocemente – adepti magari “coperti” della scuola ideologica dei neo-cons “austeriani”), reclama un forte stimolo monetario e fiscale per cominciare a superare la crisi, soprattutto in Europa (OECD/OCSE, 25.11.2014, Catherine L. Mann, per il testo integrale del suo Rapporto Putting the Euro-area on a road to recovery Mettere l’eurozona sulla strada della ripresa http://www.slideshare.net/oecdeconomy/putting-theeuroarea onaroadtorecovery?ref= http:/www.oecd.org/eco/economicoutlook.htm).

Troppo ottimista dicevamo, però, perché – con l’eccezione del Giappone – sono ancora i tolemaici contro i copernicani, gli assertori che l’austerità per i più e anzitutto per i meno ricchi è il rimedio, che stanno ancora al comando. Di un vero e proprio stimolo, ancora, non se ne parla...


 

[1] A. Manzoni, I promessi sposi, cap.XIX: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire”, raccomanda al card. Borromeo, e chi se no?, don Abbondio....

[2] Diplomatico di carriera, studioso di strategia e di politiche internazionali, era stato il primo cui sei anni pensò come direttore di tutta la propria Intelligence il presidente Obama ma che fu allora stoppato, disse, dalla “lobby ebraica” che lo considerava nemico di Israele, essendo certo uno che sulle esigenze dello “Stato ebraico” non si commuoveva mai più di tanto (cfr. New York Times, 11.3.2009, M. Mazzetti e  H. Cooper, Israel Stance Was the Undoing of Nominee for Intelligence Post La posizione di Israele è stata cruciale per distruggere la nomina del capo dell’Intelligence americana http://www.nytimes.com/2009/03/12/washington/12lobby.html?hp).

[3] F. Gabrielli, Il Saladino, ed. Fussi, 1948; J. Guillou, Il Saladino, ed. Corbaccio, 2003. Anche Dante, nel IV canto dell’Inferno, pone Saladino tra gli “spiriti magni”dei non battezzati, nel Limbo.

[4] Ma, allo stesso tempo, i sepolcri assai mali imbiancati che governano a Parigi rendono noto che con l’Egitto del colpo di Stato e della dittatura militare di Abdel Fattah El Sisi, si accingono a firmare un accordo di cooperazion e militare che prevede, per 1,2 miliardi di $, la vendita di quattro corvette corazzate Gowind, 102 m. di lunghezza e 2.500 tonnellate di dislocamento, armate di 8 cannoni Oto-Melara, missili Exocet e 2 elicotteri d’assalto Schiebel: tanto per dire dela coerenza e della linearità di scelte strategiche di un’ondivago e quasi ormai irrilevante paese... (Anadolu Agency, 20.11.2014, Hajer M’tiri, Hollande to sign Egypt military deal in spite of rights’ group accusations Hollande firma vendite di armi all’Egitto anche dopo le accuse di gruppi di difesa dei diritti umani http://www.aa.com.tr/en/s/426646--hollande-sisi-set-to-sign-arms-deal-despite-opposition).   

[5] Ha detto, e la cosa è diventata famosa, il finanziere e speculatore americano mago dei fondi a rischio – e, a modo suo,  per dirla come dice Landini però un uomo “onesto” che, “è vero, in America c’è sicuramente la lotta di classe. Ma è la mia classe, la classe dei ricchi che fa la guerra e la sta stravincendo” (New York Times, intervista a Ben Stein, 26.11.2006, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning Nella lotta di classe, indovina un po’ quale classe sta vincendo? http://www.nytimes.com/2006/11/26/ business/yourmoney/26every.html?_r=1&).

[6] Tra parentesi... Viene adesso (a fine novembre) dicendo, il prof. Padoan (TG1, 30.11.2014, 13:30 ▬ http://www.tg1. rai.it/dl/tg1/2010/edizioni/ContentSet-c33de60a-a1bf-4300-ac15-b69858f98313-tg1.html?item=undefined& refresh_ ce), che è merito del governo italiano, suo e di Renzi cioè, se in Europa “si riparla” –  badate bene: si riparla! – di  crescita. E lo rivendica! Ma che cappio rivendica? Che si riparli di crescita? Non, cioè, che si rilanci la crescita. che stiano facendo, che stiano stiano investendo, solo che ne richiacchierino?! In definitiva, per questo – cioè, proprio per niente... – lui  e il suo capoccia sembrano accontentarsi! Non riescono neanche a capire perché il 60% degli elettori in Emilia-Romagna – in Emilia-Romagna!! – neanche si scomodino più andare a votare. O, peggio, come dice il fregnone è un fatto “secondario”...  L’essenziale, infatti, non è che la gente è disperatamente schifata perché l’Italia sta sempre perdendo. E’ che lui stia, congiunturalmente, comunque vincendo.

Come Pirro, re dell’Epiro...