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     12. Nota congiunturale - dicembre 2013

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

1.12.2013

(chiusura: ore 14:45)

 

Angelo Gennari

 

   

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che esistessero tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc373687587 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc373687588 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) AFRICA e AMERICA LATINA.. PAGEREF _Toc373687589 \h 3

in CINA (e nei paesi dell’ASIA). PAGEREF _Toc373687590 \h 19

La mappa cinese delle due ZIDE (giapponese, dal 1965, e cinese, da oggi) che si sovrappongono. PAGEREF _Toc373687591 \h 22

EUROPA.. PAGEREF _Toc373687592 \h 32

STATI UNITI. PAGEREF _Toc373687593 \h 40

Per la sanità, emergenza assoluta   (vignetta) PAGEREF _Toc373687594 \h 44

La politica degli attacchi con gli aerei senza pilota  ● Bè, e adessoche ne facciamo?   (vignette) PAGEREF _Toc373687595 \h 45

Ma di chi mai andiamo parlando?   (vignetta) PAGEREF _Toc373687596 \h 51

E piantatela di far traballare tutto!   (vignetta)          ●Ricoveratelo, con la camicia di forza! (vignetta) PAGEREF _Toc373687597 \h 55

GERMANIA.. PAGEREF _Toc373687598 \h 60

Sì ho vinto... ma con quei due (CSU e SPD)... e insieme, poi  (vignetta) PAGEREF _Toc373687599 \h 62

FRANCIA.. PAGEREF _Toc373687600 \h 63

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc373687601 \h 64

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc373687602 \h 65

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…

 

   

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di dicembre 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

3-6, a Bali, in Indonesia, vertice biennale ministeriale del WTO, l’Organizzazione mondiale del Commercio. Il governo di Jakarta ha promesso a tutti i suoi ospiti di disinfestare accuratamente di pulci elettroniche e ogni altro strumento di spionaggio tutti i locali dove si tiene la conferenza, tutti gli alberghi e le vetture usate, dagli aggeggi di spionaggio che nell’ultima occasione analoga in loco, meno di un anno fa, ci seminarono gli spioni “australiani” o altri (non ha resistito a scrivere, poco diplomaticamente ma assai chiaramente per nome e cognome, il sito del vertice: cfr. Integrated trade intelligence portal Portale integrato di inteliigence elettronicahttp://www.wto. org/english/thewto_e/minist_e/mc9_e/mc9_e.htm);

8, in Venezuela elezioni municipali;

9-10, vertici a Bruxelles di Eurogruppo e ECOFIN;

13, negli USA scadenza per l’accordo congressuale sul bilancio 2014;   

15, in Mali, elezioni parlamentari, ballottaggio;

15, in Turkmenistan, elezioni parlamentari;

15, secondo turno delle presidenziali in Cile;  

17, Tunisia, previste elezioni parlamentari e presidenziali;

19-20, Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea;

• a dicembre in Egitto (ma è decisione provvisoria, e ancora senza data ovviamente), referendum costituzionale sugli emendamenti voluti dal nuovo governo. Forse... Infatti lo rinviano, almeno di un mese, forse a gennaio, come annuncia il ministro degli Interni dei golpisti, Hazem el-Beblawi il 25 novembre (un componente dell’Assemblea costituente parla invece entro fine di questo 2013). Mentre, di presidenziali si parlerà, al più presto, la prossima estate e di elezioni parlamentari non prima di marzo 2014.

L’OCSE, dal quartier generale a Parigi, ha appena pubblicato le sue nuove previsioni semestrali di crescita – o troppo spesso non crescita – nell’economia globale e, col capo economista Pier Carlo Padoan, parla di un aumento del PIL globale, quest’anno, del 2,7%  e del 3,6 l’anno prossimo: quasi mezzo punto in meno della previsione di sei mesi fa (gli USA cresceranno dell’1,7% quest’anno e del 2,6 il prossimo;  l’eurozona salirà, se va bene, di una media dello 0,6% nel 2013 e il prossimo, forse, al massimo, dell’1%; la Cina va avanti ora del 7,7% (meno ha la faccia tosta di far rilevare l’OCSE, del precedente previsto, e dell’8,2% nel 2014); e, tra parentesi, dei 34 paesi membri del’OCSE solo l’Italia resta ancora in recessione).

Padoan ha riconosciuto, che a loro – gli esperti per definizione più esperti – è risultata una sorpresa totale la reazione di panico – il balzo in avanti dei tassi e la fuga di capitali – con cui il mondo in via di maggiore sviluppo (Brasile, Turchia, Sudafrica) ha reagito nei mesi scorsi – con la svalutazione massiccia sul dollaro delle proprie valute – all’annuncio della Fed americana che appena si fosse ripresa un po’ l’economia americana avrebbe potuto anche rialzare il tasso di sconto del dollaro e ridotto l’afflusso di liquidità nell’economia americana: a dimostrazione – come se ormai ce ne fosse bisogno – di quanto crassamente ignoranti siano tutti questi sommi esperti in materia e di come davvero ormai il mondo sembra aver affidato le proprie sorti nelle mani delle criature...

Di questa massa di incoscienti – dalla Fed stessa, al FMI , alla BCE, all’OCSE – nessuno lo aveva previsto e tanto meno temuto. E gli esterni che avevano messo le mani un po’ avanti – da Stiglitz a Krugman, in genere agli economisti meno ortodossi e più neo-keynesiani – erano stati trattati – loro – come seminatori di sconcerto e panico finanziario. Ma quelli restano comunque e sempre al comando, questi sempre fuori e sempre inascoltati (1. New York Times, 19.11.2013, J. Ewing, OECD Predicts Even Lower Global Growth L’OCSE prevede tassi di crescita globali ancora più bassi http://www.nytimes.com/2013/11/20/business/oecd-forecasts-lower-growth-for-euro-zone.html?_r=2&&gwh=510 A4 9962B389881EB00B84FDFD6B43F); 2. OECD/OCSE Economic  Outlook, 11.2013, 19.11.2013, con collegamenti anche per ogni singolo paese membro dell’Organizzazione  ▬ http://www.oecd.org/economy/economicoutlook.htm (per l’Italia, in particolare, 11.2013 ▬ http://www.oecd.org/eco/outlook/italyeconomicforecastsummary.htm).

Curioso, a dir poco – ma forse poi manco tanto... – il fatto che, stavolta, l’OCSE sposti l’attenzione dall’eurozona all’America come potenziale maggior freno alla crescita globale, per il rischio di un’altra “ondata di calcolata, ma in realtà molto azzardata politica, del “rischio calcolato”, o invece non calcolato proprio per niente, da parte del Congresso nel suo cieco impasse imposto semplicemente non votando né a favore né contro ma solo boicottando la politica dell’esecutivo e continuano a lasciar aleggiare l’incertezza sulle tendenze di sviluppo e i tempi del programma di riduzione progressiva del proprio intervento dinamico sul mercato (The Economist, 21.11.2013).

Un centro internazionale di ricerche economiche e finanziarie di grande reputazione, la Rete per la Giustizia Fiscale/Tax Justice Network – che è onestamente e nettamente schierata contro l’evasione e gli evasori fiscali – rileva che da 21 a 37 trilioni (migliaia di miliardi) di $ si sono andati a collocare in paradisi fiscali, detti in modo più soft anche secrecy jurisdiction―  giurisdizioni segrete: un fior di ricchezze così inguattate che sono pari forse ai 3/4 del PIL del mondo e servono solo a fregare chi le tasse le paga: per virtù o per dovere. Il trasferimento illegale extra confini viene stimato ogni anno da 1 ad 1,6 trilioni di $.

E, come ogni anno, adesso pubblica il suo nuovo Indice di segretezza finanziaria valutato sulla base del settore off-shore di ogni paese. Anche quest’anno al vertice della segretezza c’è la Svizzera, le cui concessioni recenti sotto pressione delle magistrature e dei parlamenti di diversi paesi (USA, Germania) sono state in realtà “ben poca cosa”. La Gran Bretagna, dice l’Indice, nella lista della segretezza è il 21° Stato: ma se la calcolassero insieme alle “giurisdizioni segrete” che controlla, Jersey, ad esempio, o le isole Cayman, per dire, sarebbe la prima in lista. L’Italia è, nel ranking, al 54° posto nel totale di 82 paesi.

    (1. Tax Justice Network, Financial Secrecy IndexLa rete per la giustizia fiscale, Indice di Segretezza Finanziaria, 7.11.2013, Il Ranking del 2013 http://www.financialsecrecyindex.com/intro duction/fsi-2013-results); 2. The Economist, 8.11.2013, Lifting the secrecy Levando di mezzo la segretezzahttp:// www.economist.com/blogs/ schumpeter/2013/11/index-financial-secrecy).

La Federazione elvetica, meglio gli elettori che al referendum del 24 novembre sono andati a votare, hanno deciso alla fine di non mettere un tetto ai compensi dei top managers, come veniva chiesto, che superasse di 12 volte il compenso del lavoratore meno pagato di ogni singola impresa. Il 65% dei votanti hanno detto di no. Ha pesato negli ultimi giorni moltissimo la propaganda di lor signori che (la Schweizerischer Gewerbeverband, la Confindustria nazionale) hanno speso milioni di franchi in messaggi mirati a seminare la paura dell’ignoto tra gli elettori: i buoni cittadini che avrebbero tanto amato imporglielo a lor signori (i sondaggi parlavano del 70% ) poi, ca**sotto che sono, non ne hanno trovato il coraggio.

Il Consiglio federale, il governo collettivo di questo paese, aveva detto di “comprendere e simpatizzare” col senso del referendum ma di temere “la fuga di capitali e talenti” (dei patrioti svizzeri!) che avrebbe anche potuto provocare. I proponenti del referendum per consolarsi predicono che ora sarà però più difficile per i lor signori di casa darsi appannaggi e compensi di tanto superiori a quelli di chi lavora per loro. Ma noi, francamente, temiamo che non sia affatto così (New York Times, 24.11.2013, J. Ewing, Swiss Reject Measures to Curb Executive Pay Gli svizzeri respingono le misure tese a frenare i compensi dei dirigenti ▬ http://www.nytimes.com/2013/11/25/business/swiss-reject-measure-to-curb-exe cutive-pay.html?_r=0).

●Tre compagnie aeree mediorientali (Emirates e Etihad, con base negli Emirati arabi uniti e Qatar Airways) hanno firmato a metà mese contratti di acquisto dalla Boeing per 225 nuovi aerei da trasporto 777X che porta il pacchetto iniziale di ordini a oltre 95 miliardi di $: una partenza forte, in un complesso di nuove ordinazioni che sfiora, pare, un totale di 150 miliardi e 293 velivoli commerciali.

Ed è solo la lista nel primo giorno del salone dell’aeronautica di Dubai che recupera, anche, 34 ordini cancellati in precedenza dalla Lufhansa a causa della crisi e segnala che, ormai, è qui nella cornucopia dei petrodollari il motore commerciale dell’industria aeronautica nel mondo. La Emirates Airlines ha anche ordinato al costo unitario, ma ancora trattabile, di 23 miliardi di $, anche 50 nuovi Airbus A380 che ha avuto finora seri problemi di piazzamento sul mercato

    (1. New York Times, 17.11.2013, New Boeing Jets Pull in $95 Billions in Orders I nuovi aerei della Boeing incassano 95 miliardi di $ http://www.nytimes.com/2013/11/18/business/international/boeing-reaps-orders-for-new-model. ht ml?_r=0;  2. The Economist, 21.1.2013, Airbus big bet:Very large planes La grande scommessa di Airbus: i  grossi aerei http://www.economist.com/news/business/21590364-commercially-a380-super-jumbo-will-struggle-reach-cruis ing-altitude-airbuss-big-bet). E  ormai è chiaro che su questo versante “commercialmente il super jumbo A380 lotterà per raggiungere un’altezza e una velocità sostenuta di crociera”.

Solo per memoria. Berlusconi stavolta è davvero scaduto. Come il latte quagliato, andato a male. Parce al politicamente sepulto. O no? Adesso, però, non è più l’unico come dice lui a contestare sul mercato della politica le istituzioni da dentro e fuori, insieme, alle istituzioni a nome del suo ego prorompente (e anche un po’ puzzolente) e arriva a queste elezioni dopo aver imposto uno stallo alle istituzioni ma anche dopo aver perso stavolta – non come le altre – ben 6 milioni di voti per strada tra il 2006 e il 2013.    

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) AFRICA e AMERICA LATINA

Nel corso del primo viaggio di un altro esponente del governo statunitense dopo il golpe militare in Egitto, quella lingua biforcuta del segretario di Stato John Kerry ha trovato il modo di dire al mondo, il 3 novembre, che – con migliaia di egiziani ammazzati e migliaia in galera, il presidente eletto rimosso dai carri armati e dai mitra e anche lui in prigione, con la risurrezione di tutti i vecchi arnesi del potere mubarakiano e Mubarak stesso ormai libero anche se in un ospedale militare per ragioni di salute – l’Egitto appare “essersi indirizzato sulla strada della democrazia”: sottolineando, orwellianamente, che “per questo” l’Amministrazione Obama vuole migliorare, e al più presto, i rapporti.

Poi, e solo poi, mentre magari scansava i resti di qualche disgraziato dimostrante (ma islamico, no?) spiattellato sull’asfalto, ha aggiunto che, certo, il governo egiziano dovrà ancora, bontà sua, “fare passi avanti” sulla strada della democrazia... Lasciando chiosare, da un addetto del dipartimento e in sua presenza, che proprio “da qualche ulteriore progresso nel rispetto dei diritti umani” (ma di chi? anche di Morsi? proprio alla vigilia dell’inizio del suo processo-farsa, chiuso al pubblico e senza Tv o media presenti? o i diritti dei suoi? alla vigilia del prossimo linciaggio di qualcuno di loro, magari?) può ormai (può... ma potrebbe essere anche incondizionato, no?) dipendere la cancellazione del blocco “temporaneo” delle esportazioni di armamenti americani all’Egitto...

Che, ha lasciato capire lui stesso parlando col capobanda del golpe, al-Sisi, è stato imposto a un governo riluttante da un Congresso troppo esigente: “non è stata una punizione, è stato solo un riflesso di quel che la legge americana ci impone(New York Times, 3.11.2013, M. R. Gordon, Kerry Says He Sees Signs That Egypt Is on Path to Democracy Kerry dice di vedere segnali di un Egitto sulla strada della democrazia http://www.nytimes.com/ 2013/11/04/world/middleeast/kerry-egypt-visit.html?_r=0).

Non si tratta certo di aiuti, politicamente e ideologicamente motivati come furono quelli di  Krusciov a Nasser negli anni ’50 e ’60 (il terzomondismo allora montante e l’antimperialismo) ma la Russia ha fatto ufficialmente sapere al Cairo, in pratica subito dopo la visita di Kerry, col ministro degli Esteri Sergei Lavrov in visita al suo omologo egiziano in carica, Nabil Fahmi, che in ogni caso è pronta a rivedere su base stabile i propri rapporti commerciali e politici e militari col Cairo, vendendo all’Egitto subito e sull’unghia elicotteri moderni e sistemi di difesa aerea per un valore di 2 miliardi di $.

Il quotidiano Vedomosti riferisce di negoziati in corso anche per la cessione di aerei da caccia MiG-29M/M2, di razzi anti-carro Kornet e di antiaerea a bassa quota di ultima generazione (AlAkhbar, 15.11.2013, Russia offers Egypt $2 billion arms deal― La Russia propone all’Egitto un contratto per la vendita di armi da 3 miliardi di $ http://english.al-akhbar.com/content/russia-offers-egypt-2-billion-arms-deal?utm_source= feedburner %20&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+AlAkhbarEnglish+(Al+Akhbar+English).

E la proposta viene accettata: i due firmano un accordo formale, annunciato qualche giorno dopo, su base volutamente “tecnica”, dal presidente Sergei V. Chemezov della Rostekhnologii, l’impresa statale di Tecnologia Russa, fondata nel 2006 per iniziativa personale dello stesso Putin per mettere insieme sotto un’unica gestione oltre 600 industrie e fabbriche sotto l’egida dello Stato. Si tratta anche di un occasione strategica per la Russia del “riallineamento”, come l’ha chiamato Chemezov,  del vecchio rapporto storico che dopo i tempi di Nasser venne di fatto sospeso e rimpiazzato da Sadat con quello preferenziale rivolto agli USA.

E che oggi potrebbe essere non tanto rimesso in discussione quanto diversamente “scandito” per diversificare e mettere in competizione quello che finora era un monopolio americano― finanziato, però, anche direttamente dagli aiuti militari USA, ora rimessi temporaneamente e parzialmente almeno in questione, dopo il golpe egiziano nei confronti del quale pure, gli USA esprimono comprensione, ma si sentono in qualche modo costretti a prendere un po’ le distanze.

    (1. Stratfor-Global Intelligence, 14.11.2013, Russia and Egypt rekindle relations Russia e Egitto rinnovano i rapporti  [militar-tecnologici] ▬ http://www.stratfor.com/analysis/russia-and-egypt-rekindle-relations); 2. Stratfor, 18.11.2013, Egypt, Russia: Countries Sign Defense Missile Deal― Egitto, Russia: i due paesi firmano un accordo di fornitura di antimissili aerei http://www.stratfor.com/situation-report/egypt-russia-countries-sign-defense-missile-deal).

Come è ben noto, non esistono a lungo vuoti né di offerta né di domanda sul mercato mondiale degli armamenti, commenta cinicamente l’Agenzia russa RIA Novosti, a caldo, e qualcuno fa osservare che, forse, più che di allentare la presa dell’industria bellica americana sul mercato degli armamenti in Egitto, si tratta ora di aprire la strada,invece che al Pentagono come pagatore intermedio, alla finanza saudita che ne prenderebbe il posto.

Kerry è appena ripartito che si apre il 4 mattina, in un strana corte di giustizia costruita apposta dentro l’Accademia di polizia militare del Cairo, il processo a Morsi. L’ex presidente, l’unico nella storia del paese mai legittimato da un’elezione realmente libera, e rimosso sulla spinta di una sollevazione di scontento popolare fuori delle regole costituzionali e da un golpe militare ancor più inaccettabile, rifiuta subito di indossare la divisa carceraria e rivendica lo status di unico, legittimo presidente del paese.

Scoppiano disordini e sommosse intorno al tribunale (chiamato a giudicare dell’incitazione all’omicidio di cui Morsi è accusato negli scontri del 5-6 dicembre 2012 di una decina di dimostranti di cui solo tre, però, identificati per nome e cognome negli Atti,  senza alcuna menzione delle decine e decine, letteralmente, di militanti, Fratelli mussulmani, ammazzati loro stessi in quegli stesi “incidenti” da parte dei controdimostranti e delle autorità di polizia già allora con loro conniventi... e poi, dopo il golpe, massacrati forse addirittura a migliaia) che sospende subito l’udienza e, prudentemente, la rinvia... all’anno prossimo (New York Times, 4.11.2013, D.D. Kirkpatrick e Mayyi El Sheik, Morsi Calls Trial in Egypt ‘Illegitimate’ and Case Is Delayed In Egitto, Morsi dichiara ‘illegittimo’ il suo processo e l’udienza viene subito rinviata http://www.nytimes.com/2013/11/05/world/middleeast/egypt.html?_r=0).

●Ma bisogna anche dire che le aspettative del regime erano per una rivolta ancora più dura (non c’è stato, pare, neanche un morto, stavolta) e che, tutto sommato, ai golpisti sta andando bene... Il regime, golpista, cioè il governo ad interim messo su da al-Sisi e dai suoi sta lentamente provvedendo a restaurare le forme di un governo almeno nominalmente elettivo, almeno nel senso di annunciare che poco a poco verranno restaurate le forme di un governo eletto che lasci all’esercito il ruolo effettivo, costituzionale, di ultimo guardiano dello Stato. Come era con Mubarak, come era in Turchia – di fatto e formalmente – prima che andasse il governo islamico “moderato” di Recep Tayyp Erdoğan.

Adesso ha provveduto, attraverso i 50 che ha nominato a scrivergli la bozza della nuova Costituzione, a aggiungervi un emendamento che eliminerebbe del tutto il Consiglio della Shura, di fatto la Camera alta, il modo da semplificarsi il controllo della legislatura che così diventa monocamerale. Ha adesso reso noto il ministro degli Esteri dei golpisti Nabil Fahmy che l’Egitto terrà le sue nuove elezioni presidenziali – quelle che contano, sempre sotto la cappella dei militari sempre pronti quando servisse a fare un altro golpe e sempre con la benedizione degli altri arabi, di Israele e degli Stati Uniti d’America, con le elezioni parlamentari a febbraio o marzo, due mesi dopo il referendum sulla Costituzione che a dicembre sarebbe (ma non c’è ancora data precisa) in calendario... (Agenzia ANSAMed, 8.11.2013, Egypt: parliamentary elections planned for spring 2014 Egitto: le elezioni politiche pianificate per la primavera del 2014 http://www.ansa.it/ansamed/en/news/nations/egypt/2013/11/08/ Egypt-parliamentary-elections-planned-spring-2014_9586364.html).

●Non sembra riuscire, invece, il regime militare a mettere sotto controllo l’insorgenza di basso-medio livello in corso nel Sinai, ai confini con Israele. Un altro attentato suicida ha fatto schiantare un veicolo carico di esplosivo contro un camion che trasportava truppe fra Rafah e el-Arish, nei presi del villaggio di Sheikh Zuwayed, a 334 Km. a est del Cairo e vicinissimo alla striscia di Gaza: 10 morti, almeno, e più di 30 feriti, in pratica tutti i soldati che erano sul camion (Check Armaments News, 20.11.2013, Suicide car bomber kills 10 soldiers in Egypt Attentatore alla bomba uccide 10 soldati in Egitto http://www.checkarmaments.com/egypt-soldiers-killed-bombs-sinai-cairo-g791136889-p8?language=n).

●Adesso l’Egitto ha interrotto le relazioni diplomatiche con la Turchia accusando Ankara di sostenere organizzazioni e movimenti, che però non nomina, cioè i Fratelli musulmani che scalzati dal golpe militare vogliono destabilizzare il paese. Che, cioè, si oppongono al golpe e ai suoi effetti rifiutandone la legittimità come ha spiegato un portavoce del ministero degli Esteri. Ankara, pur esprimendo, col ministro degli Esteri Abdullah Davutoglu in televisione, la volontà e la speranza di arrivare presto alla normalizzazione dei rapporti col superamento, ha specificato, di una situazione che ha visto cacciare a colpi di cannone e con centinaia e centinaia di morti un presidente eletto – discutibilissimo, ma pur sempre democraticamente eletto – dal popolo.

L’Egitto, “fidandosi” sempre meno degli USA – e non solo per i dubbi che, sulla natura del golpe, malgrado gli equilibrismi anche grotteschi del segretario di Stato Kerry e di Obama si sentono obbligati ad esprimere pubblicamente – sta cercando qualche nuovo sponsor e si rivolge – con prudenza, sicuro – alla grande potenza che, all’inizio della sua storia moderna, puntellò Nasser, allora l’URSS di Krusciov e, adesso, la nuova Russia, di Putin (Stratfor-Global Intelligence, 14.11.2013, Russia and Egypt Rekindle relations Russia e Egitto riaccendono i loro rapporti http://www.stratfor.com/analysis/rus sia-and-egypt-rekindle-relations).

Il golpe militare è stata la ragione dichiarata dell’ostilità al nuovo regime del partito di governo in Turchia, non più sottoposto ormai, come anni fa, al ricatto dei militari ma in qualche modo, dalla storia del paese, sempre al loro potere condizionato e sensibilizzato (Stratfor-Global Intelligence, 14.10.20123, In Turkey, an inevitabile shift in foreign policy In Turchia, uno spostamento inevitabile nelle scelte di politica internazionale http://www.stratfor.com/analysis/turkey-inevitable-shift-foreign-policy).

Ma il problema di fondo è ormai chiaro. La linea che s’era data la Turchia di Erdoğan, il partito “moderato” islamico di Giustizia e Sviluppo, s’era focalizzata su due obiettivi ambiziosi: aumentare la propria influenza nel mondo arabo rafforzando le forze islamiche sunnite di stampo, come il loro, più moderato; e evidenziare l’antagonismo contro una politica giudicata intransigente e cieca di Israele, o almeno dell’Israele di Netanyahu, nei confronti dei palestinesi e di chiunque, come la missione di aiuti della Mavi Marmara a Gaza nel 2010, contraddiceva la loro politica di assedio e schiacciamento dei palestinesi (nove morti sulla nave turca con l’assalto in acque internazionali degli incursori israeliani della Shayetet 13― la Flottiglia 13).

Il corollario di questa politica dinamizzata e assertiva del leader turco Erdoğan e del suo ispiratore principale, il ministro degli Esteri Davutoglu, era quello di utilizzare le occasioni offerte dalle primavere arabe per arrivare a “contenere” nel paese le forti tentazioni separatiste curde, approfittando della disponibilità accorta del capo della resistenza armata dei curdi Öcalan, da anni peraltro detenuto nelle carceri turche, per moderarle riconducendole nell’ambito di rivendicazioni gestibili, con concessioni simboliche ma anche importanti e reali alle richieste più “ragionevoli” degli insorti.

Ma intanto le primavere arabe si andavano laboriosamente, sanguinosamente e anche rapidamente trasformando, al meglio, in purgatori autunnali e, poi, la Turchia mancava, accorgendosi di mancare, della coerenza politica interna e della forza, dell’influenza regionale capace di perseverare su posizioni in evidente, addirittura palese e contemporaneo  contrasto con gli interessi, reali o presunti, nell’area sia degli Stati Uniti d’America che dell’Iran.

Ora, poi – col difficile ma pare anche stabile miglioramento in progress dei rapporti tra Teheran e Washington e con la volontà, almeno temporaneamente mostrata, dagli americani a collaborare nella regione coi russi, contro la proliferazione del jihadismo estremista, ma anche sul fronte interno per l’accumularsi di ostacoli aspri – l’insoddisfazione sociale e politica nella crisi, che avanza anche qui, di una parte importante delle masse popolari e le complicazioni montanti tra resistenze forti sia curde che turche nello sviluppo dell’accordo con Öcalan, probabilmente anche la politica estera della Turchia subirà un riaggiustamento graduale.

Fatto inizialmente di piccoli passi prudenti ma poi sempre più visibilmente ricalibrati fino a una probabile risistemazione più definitiva, forse con la “promozione” di Erdoğan stesso alla presidenza della Repubblica e di Davutoglu al posto suo, nelle elezioni dell’anno prossimo col capo dello Stato eletto per la prima volta direttamente dal popolo.

In Siria, già ai primi di ottobre il presidente Assad aveva anticipato agli altri governi che ne avevano preso atto, che il suo paese non avrebbe mai potuto accollarsi il costo né il compito di rimuovere, trasportare e distruggere al di fuori del territorio siriano gli armamenti chimici cui aveva rinunciato dopo l’adesione di fine settembre del paese al Trattato contro le armi chimiche. D’altra parte, gli americani hanno prontamente insistito a portare via sùbito ordigni e materiali chimici dal territorio siriano in modo che non rischiassero più di tornare sotto il di lui controllo: o, magari, quello di altri. E adesso, dopo un mese torna a ripeterlo e, come è sottinteso, tocca ovviamente a chi ha scelto senza consultare nessuno quella strada per liberarsi degli ex ordigni di Assad il compito di coprire quel costo e di scegliere come farlo alla fine, se vogliono portare a completamento il programma...

Ma all’appello di Washington perché qualche paese dall’America ritenuto affidato del mondo si prendesse in carico le 1.000 tonnellate di materiali chimici rimosse dalla Siria per distruggerle sotto sorveglianza e in pratica senza compenso, non ha risposto nessuno. Né vuole farlo direttamente l’America stessa, che così sembra ormai rassegnata a ripiegare sulla soluzione che aveva troppo fiduciosamente scartata all’inizio, quella di distruggere i materiali chimici nell’oceano, a bordo di una chiatta che ce li trasporti, bruciandoli o sciogliendoli a migliaia di Km. da ogni costa.

Si tratta di incenerire o dissolvere così i cosiddetti “agenti precursori” che, combinati, danno corpo alla carica attiva delle armi chimiche, mentre gli ordigni già pronti – forse un decimo del totale – verrebbero distrutti separatamente. La scelta si va restringendo dopo che, prima, ha detto di no la Norvegia, poi dopo che il governo albanese aveva imprudentemente, e dietro lauto pagamento non solo delle spese ma del servizio reso, dato il suo assenso, ha dovuto piegarsi al no anche il governo di Tirana dopo violente proteste popolari.

Al momento, la sicurezza del materiale che è stato rimosso dai depositi siriani è garantita ancora dallo stesso esercito regolare di Assad: e la cosa preoccupa gli americani che, comunque, come gli ispettori e i tecnici dell’Agenzia specializzata dell’ONU, non hanno risparmiato apprezzamenti e anche lodi – per la rabbia e l’indignazione dei nemici del regime – per la serietà con cui Damasco ha dato seguito agli impegni presi (New York Times, 20.11.2013, T. Shanker e E. Schmitt, Options Narrowed, U.S. Is Said to Weigh Destroying Syrian Chemicals at SeaA alternative ridotte, gli USA starebbero valutando la distruzione in mare dei materiali chimici siriani http://www.nytimes.com/2013/11/20/world/middleeast/us-weighs-destroying-syrian-chemicals-on-barge-officials-say. html)...

●L’altro elemento dominante di questo scorcio della discussione – dato ormai da tutti, Stati Uniti e Arabia saudita compresi, per semplicemente scontato anche se mai ufficialmente menzionato e, tanto meno, riconosciuto – è che perché sia onorato l’impegno alla rimozione e alla distruzione di tutti gli ordigni, dei loro agenti e precursori chimici, è necessario che il governo di Assad resti in piedi a Damasco: perché è l’unico interlocutore nei fatti affidabile dell’OPCW, l’agenzia di disarmo chimico dell’ONU, e dell’ONU stessa. Tra l’altro, nessun altro paese al mondo – USA, Russia, Cina, Nord Corea – ha accettato mai, come ha fatto – ha dovuto fare – la Siria, di assoggettare le proprie forze armate ad ispezioni in loco, “intrusive” e a fondo, delle proprie installazioni militari.

L’OPCW dell’ONU, incarcata della rimozione e poi della distruzione delle armi nucleari della Siria, progetta du raddoppaiare adesso, in dicembre, la forza della missione nel paese: segno che almeno parte dei finanziamaneti promessi sono cominciati a arrivare (Agrnzia RIA Novosti/Mosca, 29.11.2013, Chemical Weapons Watchdog to Double Syria Mission Il guardiano dell’ONU per le armi chimiche radoppia la missione in Siria http://en.ria.ru/world/20131129/185146080/Chemical-Weapons-Watchdog-to-Double-Syria-Mission.html).

La squadra di oggi, che ammonta a 14 ispettori e è arrivata il 6 novembre, avrà il cambio da una di 30 tecnici e esperti già nel corso della prima settimana di dicembre potendo così lavorare contemporaneamente in diversi siti dai quali armi e materiali sono stati rimossi ma devono essere ancora completamente “ripuliti”. Anche se il lavoro avrà bisogno ancora di anni, e non solo di mesi, per essre completato (Stratfor-Global Intelligence, 13.9.2013, Destroyng Syria’s chemical weapons La distruzione degli armamenti chimici della Siria http://www.stratfor.com/analysis/destroying-syrias-chemical-weapons).    

I media più ammanicati e, comunque, vicini alle esigenze della propaganda dei ribelli siriani hanno riferito che le milizie sci’ite degli Hezbollah libanesi hanno messo in campo altri 15.000 combattenti per preparare un’offensiva speciale sulle montagne intorno ad al-Qalamun, a nord di Damasco, in Siria. Anche il regime di Assad, secondo la denuncia, starebbe rafforzando il suo schieramento nella zona che occupa il territorio tra Damasco e Homs. Al Akhbar, l’unico grande quotidiano arabo – egiziano e filo golpista a riprendere la notizia, ne respinge la veridicità asserendo che serve solo ad attirare sostegno dall’estero: e Akhbar appoggia, solo con qualche cautela, i ribelli.

I fatti oltre che la geografia, conclude il quotidiano filogovernativo egiziano, suggeriscono che non ci sarà proprio nessuna grande battaglia nell’area indicata. E’ un territorio fitto di villaggi e con nessun centro focale abbastanza importante da attirare un attacco, come invece era stato Qusayr nell’aprile di quest’anno. Tra l’altro, data la natura montuosa dell’area essa è già largamente coperta di neve e anche di ghiaccio: siamo già troppo avanti nell’area per scatenarvi un’offensiva di qualche reale rilievo. L’unica ragione per cui Hezbollah potrebbero davvero dispiegarsi nell’area è a difesa dei numerosi villaggi sci’iti nelle valle della Beka’a, sul fianco libanese della montagna.

Ma la presenza attiva dell’esercito siriano e anche dei suoi alleati è continua nella Siria occidentale per tenere aperte le linee di comunicazione tra Damasco e le zone alawite/sci’ite della Siria del nord. Ma poi, e in ogni caso – lo rileva sconsolato lo stesso Akhbar – il regime di Assad è ormai fiducioso di aver superato il punto più rischioso dell’esposizione che ha dovuto subire a minacce esterne. Oltre che sul piano militare anche su quello politico.

E non ha, dunque, sicuramente bisogno di mettere a rischio ora uomini e risorse in una grande battaglia in alta montagna (Agenzia NightWatch, “vicina” al Pentagono, 31.10.2013, In spite of rebels’ boastings and lamented threats, no large battle foreseen in Northern Syria this winter Malgrado le vanterie dei ribelli e le minacce da essi lamentate, non sono previste grandi battaglie questo inverno nella Siria settentrionale http://www.kforcegov.com/ 404.aspx?aspxerrorpath=/Services/IS/NightWatch/%20NightWatch_13000231.aspx).

●I ribelli siriani del Fronte di al-Nusra legati ad al-Qeda sembrano aver interrotto, con un successo sporadico ma rilevante, l’offensiva delle forze lealiste sferrata ormai in tutto il paese e soprattutto proprio nel Nord (Stratfor-Global Intelligence, 219.11.2013, Renewed Aggression Exposes Cracks in the Rebellion Un rinnovato attacco delle forze regolari espone le spaccature [in continuo aumento] tra gli oppositori http://www.stratfor.com/analysis/syria-renewed-aggression-exposes-cracks-rebellion) attaccando il giacimento di greggio di al-Omar, il maggiore nella Siria orientale.

Lo comunica – anche se la notizia non trova conferme, epperò neanche convincenti smentite (chi la dà, la avanza comunque con tanti verbi al condizionale: Reuters, 23.11.2013, Isalmist rebels reportedly seize major oil field― i ribelli islamisti dicono di aver preso un importante campo petrolifero ▬ http://www.stratfor.com/sample/si tuation-report/syria-islamist-rebels-reportedly-seize-major-oil-field) – l’Osservatorio siriano per i diritti umani (che con l’opposizione è peraltro apertamente schierato). Se il raid avesse avuto davvero successo, avrebbe arrestato, almeno temporaneamente, l’accesso delle forze regolari alle riserve di greggio che, in larga parte del paese, restano spesso ancora nelle mani di al-Nusra.

In Turchia, le Forze armate hanno fatto sapere e il governo ha reso noto che vaste quantità di sostanze chimiche sono state sequestrate in entrata in Siria vicino alla città turca di confine di Reyhanli a bordo di un convoglio di tre autocarri che le stava trasportando agli ordini di “persone che non possono essere fatte risalire al governo siriano”. Le autorità turche non hanno identificato pubblicamente chi f osse a controllarle e trasportarle ma hanno catturato uno dei trasportatori, pur rilasciandolo subito dopo – in attesa di approfondimenti hanno detto – anche se subito identificato come tal Hytham Qassap, cittadino siriano attivo come spallone che rifornisce regolarmente i ribelli al-Qaedisti del gruppo al-Nusra.

Si trattava pure, è trapelato, di materie prime che, combinate, avrebbero fabbricato armi chimiche assolutamente letali. I militari, che avevano provveduto all’arresto del Qassap, pare non abbiano molto gradito la liberazione “temporanea” predisposta dal tribunale penale di Adana su indicazione, dicono, del governo di Istanbul di un individuo, a dir proprio poco sospetto. Sollevando, anche così, molti interrogativi sulla politica contraddittoria del governo di Istanbul, nemico di Assad e assai riluttante amico-nemico dei ribelli siriani e, ancor più, di quelli sponsorizzati da Stati arabi estremisti come il Qatar o l’Arabia saudita: di cui è tatticamente alleato...

Ma il significato di tutto l’incidente e del suo contesto è che i turchi di fatto intendono o, comunque, lasciano provare al mondo come in Siria altri agenti e non (in ogni caso) solo il governo controllavano e controllano oggi trasporto e magari anche scambi di materie chimiche per fini non chiaramente né esclusivamente industriali, in modo documentato (AntalyaCentral.com, 5.11.2013, Chemicals seized at Turkey’s Syrian border raise questions Il materiale chimico scoperto al confine turco con la Siria solleva interrogativi http://www.antalyacentral.com/news-antalya/921-news/3623-chemicals-seized-at-turkey-s-syria-border-raise-questions.html).

Un grosso autocarro che portava a ribelli siriani non precisamente identificata 1.200 testate da guerra per missili e altri tipi di armi pesanti, è stato catturato il 7 novembre nella provincia di Adana, nella Turchia meridionale, al confine con la Siria. Lo rende noto il governatore della città, Huseyin Avni Cos (Agenda 21 Radio, 7.11.2013, Syria: Truck Carrying Heavy Weapons Seized In Turkey― Siria: catturato in Turchia autocarro che trasporta armi pesanti http://agenda21radio.com/ ?p=2581).

Anche i curdi, di fatto, sono ormai schierati e combattono con grande efficacia contro i ribelli jihadisti qui in Siria. Questi combattenti, tra i più disciplinati ed efficienti nella regione mediorientale, hanno cacciato via al-Qaedisti e soci da una ventina di villaggi e paesi della Siria nord-settentrionale, a partire dall’esser riusciti a mantenere il controllo di alcuni punti chiave del confine con l’Iraq. Il Comitato per la Protezione del Popolo curdo (YIJ), il nome che si è data la principale milizia dei curdi in Siria, ha materialmente impedito, o strumentalmente contribuito in modo determinante a impedire, per mesi ai jihadisti di guadagnare terreno in Siria: anche più, e anche separatamente a volte, dalla presenza sul terreno delle forze regolari siriane.

Il governo di Damasco ha preso da tempo la decisione strategica di lasciare che i curdi iracheno-siriani proteggano i territori “loro”, quelli della loro regione, risparmiandosi così di utilizzare le forze governative per frenare e bloccare l’espandersi delle milizie ribelli nel nord-est del paese. E’ stata una scommessa pagante e bene per Assad che i curdi, come un po’ tutte le minoranze etniche e religiose siriane, hanno sempre visto come il male decisamente minore a confronto di ogni tipo di jihadismo sunnita.

Anche se la decisione del regime non sembra, almeno finora, che riuscirà a trasformarsi nella concessione ai curdi di un diritto alla secessione né alla formazione di uno Stato pan-curdo tra Siria, Iraq, Turchia e Iran e, in misura minore, anche in Armenia. Ma tutti questi paesi, pur restando contrari a un Kurdistan nuovo Stato unitario messo insieme dai pezzetti di ognuno di loro oggi si trovano, volenti o meno, tutti coinvolti in quelle guerre civili che, al meglio, incombono ai loro margini, tutti direttamente invischiati e interessati essi stessi, per forza, ai movimenti insurrezionali nell’area. Dove – questa è forse al momento la novità vera – i curdi stanno cominciando, come tali, a beneficiare di quella che, in ogni caso, è la maggiore attenzione esplosa così, come all’improvviso intorno alla loro causa...

In ogni caso, questo governo siriano dopo la fine della guerra civile dovrà fare concessioni a  un’autonomia dei curdi più ampia: proprio come ha già dovuto fare, senza alcuna voglia, l’Iraq sci’ita, per abbattere Saddam spinto anche dall’occupazione militare americana che non ha mai ritenuto i curdi ideologicamente avversari (The Daily Star/Beirut, 4.11.2013, Syria Kurds rout jihadists across northeast I curdi di Siria mettono in rotta i jihadisti in tutto il nord-est http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2013/Nov-04/236807-syria-kurds-rout-jihadists-across-northeast-monitor.ashx#axzz2jjAnN9bJ).

Anche se, secondo chi scrive, si illudono coloro che puntano su un allargamento pressoché in automatico dell’autonomia d a un automatismop unificante del Kurdistan dalla Siria nord-orientale magari all’Iraq – dove già esiste, per quanto contenziosa e bollente – e agli altri pezzi di territorio abitati dai curdi in Iran stesso, in Turchia e, in misura minore, anche in Armenia.

La Turchia e l’Iran, due presenze politiche e due leaderships forti nell’area mediorientale, che sulla questione cruciale della Siria e della sua guerra civile hanno posizioni diverse, anzi in pratica opposte – la prima sostiene la rivolta, anche se con importanti distinguo, la seconda sostiene il governo anche pur essa con distinguo di qualche rilevanza, condividono – affermano ora incontrandosi a Istanbul che intendono lavorare per lo stesso scopo: arrivare a Ginevra, più in là a fine novembre, alla mediazione che potrebbe portare, anche su input ormai di America e Russia a disinnescare, magari gradualmente, il conflitto.

Il  ministro degli Esteri iraniano, Zarif, sottolinea il rischio di contagio per tutta la regione e anche oltre (“se un settarismo così incendiario montato e fomentato dai militanti di al-Qaeda e dei loro alleati jihadisti sunniti divampa nel Medioriente i risultati verranno fuori anche a Londra, a New York, a Roma e a Madrid”) e il turco Davutoglu sottolinea che lavoreranno come ha detto insieme (“seduto qui, accanto al ministro degli Esteri iraniano, siate certi che opereremo in accordo per combattere contro questo tipo di scenario che punta apertamente a far esplodere un conflitto settario”.

Invece, il cosiddetto capo dell’opposizione siriana, quella canonica obbediente alle monarchie sunnite, Ahmed al-Jarba, uomo notoriamente di strettissima osservanza e anzi proprio di invenzione saudita, ha detto, parlando al Cairo a una sessione d’emergenza della Lega araba dominata dai suoi patrons sauditi che “noi abbiamo deciso di non andare a Ginevra, noi – noi chi, poi? i ribelli sul campo non lo hanno mai riconosciuto e la Coalizione che lui rappresenta, e che lavora anzitutto all’estero nel campo delle PR e del sollecitare i grandi elemosinieri – a meno di non poterlo fare con dignità; cioè – torna a ribadire: ma da posizioni sempre più deboli e meno credibili – solo se c’è un trasferimento garantito del potere in Siria entro una data precisa e annunciata e se l’occupante iraniano non siede lui stesso al tavolo del negoziato(Hürryet, 3.11.2013, Agenzia Reuters, Syria opposition lays preconditions for peace talks L’opposizione [sunnita-ufficiale] siriana ribadisce le sue pre-condizioni per i colloqui di pace http://www.hurriyetdailynews.com/Default.aspx?pageID=238&nid=57323&NewsCatID=352).

Commenta, realistico e acido, un osservatorio molto vicino al Pentagono che “queste condizioni di al-Jarba sono quelle di una parte che sta perdendo sul campo e quindi estremizza le sue posizioni e la cui sussiegosa e un po’ farisaica indignazione è solo un tentativo di sostituirsi a un qualche successo tattico inesistente(NightWatch, 3.11.2013, On al-Jarba’s announcement Sulla dichiarazione di al-Jarba alla Lega araba http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000231.aspx).

E anche Mosca prende atto, molto realisticamente, del fatto che gli USA non sono in grado di portare alla conferenza una delegazione unita o anche, magari solo in apparenza, appena capace di rappresentare un’opposizione siriana in grado di parlare con qualche autorità e credibilità agli altri siriani e al mondo. E che, quindi, a novembre – viene detto all’inizio del mese dal ministro degli Esteri, Lavrov – visto che gli USA non sono in gradi di mantenere l’impegno, preso insieme alla Russia, di convocare la riunione senza alcuna precondizione – non ci sarà proprio nessuna conferenza di pace a Ginevra.

Tanto più che il governo di Damasco rende ovviamente e pubblicamente ufficiale che non ha alcuna intenzione, comunque, di cedere il potere in sede di una possibile conferenza di pace: tratta, ma non si arrende, e certo non a priori. Perché – dice Assad – citando senza neanche saperlo un vecchio motto del potere temporale dei papi “non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo[1]”.

Ne prende atto anche il povero plenipotenziario dell’ONU, l’algerino Lakhdar Brahimi, che cerca di conciliare disperatamente l’inconciliabile, dando atto che non si può più, ormai, fare niente entro novembre ma che lui tornerà adesso alla carica “con Washington”. Come se Kerry e Obama potessero fare qualcosa coi jihadisti e con l’estremismo del re saudita (AlArabiya, 5.11.2013, Brahimi: No date set for Syria peace talks Brahimi: non c’è data fissata per la conferenza di pace sulla Siria http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/11/05/Russia-No-peace-conference-on-Syria-before-Decem ber.html).

●Poi, con un gesto che non si capisce se definire ultima speranza o ultima illusione, i rappresentanti alle sede di Ginevra di USA e Russia e il segretario generale del’ONU, Ban Ki-moon, annunciano che finalmente il 22 gennaio si riuniranno nella conferenza chiamata di Ginevra II le controparti siriane. L’obiettivo, riprendendo la fallita convocazione del giugno 2012 chiamata Ginevra I, è di dar vita all’incontro che, auspica e annuncia la dichiarazione delle grandi potenze e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe metter fine alla guerra civile con la formazione discussa e concordata di un governo di transizione siriano stabilito “senza condizioni preliminari”.

Ma ancora non è emersa alcuna agenda precisa per l’incontro né la composizione delle delegazioni delle parti siriane. Né, ancora, nessuno ha la minima idea di quale sarà alla fine la composizione di quella dei ribelli più estremisti tra i vari gruppi che stanno poi litigando, ovviamente, su chi sarà il loro capo delegazione. E il gruppo principale degli oppositori cosiddetti moderati, quello che rivendica comunque una qualche presenza militare in Siria, subito annuncia di non aver affatto deciso poi se andare a Ginevra e che, comunque. continuerà a combattere contro le truppe regolari di Assad (New York Times, 26.11.2013, B. Hubbard, Syrian Rebel Group Skeptikal of Talks Gruppo di ribelli siriani scettico sui colloqui http://www.nytimes.com/2013/11/27/world/europe/syria-peace-talks.html?_r=0).

E bisogna poi decidere se, alla fine, parteciperanno anche – da una parte – coi ribelli che decideranno per il sì, l’Arabia saudita e – dall’altra – con Assad, l’Iran. O se, alla fine, non verrà invitata nessuna delle due grandi potenze regionali: che toglierebbe, però, probabilmente anche ogni possibilità di successo al negoziato (Hürriyet Daily News, 26.11.2013, AF-P, Syria Peace Conference on Jan. 22: UN L’ONU: il 22 gennaio la Conferenza di pace per la Siria http://www.hurriyetdailynews.com/syria-peace-confe rence-on-january-22-un.aspx?pageID=238&nID=58483&NewsCatID=359).

Intanto, però, il 19 novembre mattina a Beirut un attentato dinamitardo-suicida delle Brigate Abdullah Azzam affiliate in Libano di al-Qaeda ammazza, proprio davanti all’ambasciata iraniana, 23-24 persone compreso l’addetto culturale, Sheikh Ibrahim Al-Ansari, che stava andando al lavoro. La zona è il quartiere di Jnah, roccaforte degli sci’iti e degli Hezbollah nella capitale. E, come al solito, come già per la guerra tra l’esercito israeliano e la resistenza di Hezbollah, adesso gli scontri tra questi e la ribellione siriana avvengono sul territorio libanese che ai conflitti della regione non ha modo alcuno di sottrarsi (USA Today, 19.11.2013, E. Gatten e J. Singal, Twin blasts strike near Iran’s embassy in Beirut Vicino all’ambasciata iraniana a Beirut, due esplosioni gemelle http://www.usatoday.com/story/news/world/2013/11/19/iran-embassy-beirut/ 3637133).   

●La Turchia, invece, contro le persistenti titubanze occidentali, cioè quelle degli americani – le altre non contano niente – insiste ormai apertamente a chiedere, come da sempre fa la Russia ma fanno anche altri, la partecipazione dell’Iran a Ginevra II sulla fine della guerra civile in Siria (New York Times, 31.11.2013, Sebnem Arsu e Tim Arango, Turkey and Iran Suggest a Thaw in Stands on Syrian Conflict Turchia e Iran indicano un ammorbidimento nelle loro posizioni sul conflitto in Siria http://www.nytimes.com/ 2013/11/02/world/middleeast/turkey-and-iran-suggest-a-thaw-in-stands-on-syrian-confli ct.html?_r=0).       

Il presidente della impresa anglo-turca GENEL Energy ha dichiarato, a fine ottobre che si potrebbe arrivare a finalizzare l’accordo completo e definitivo, e soprattutto, operativo per l’importazione di gas curdo in Turchia con il governo regionale autonomo del Kurdistan iracheno entro il primo trimestre del 2014. E ha, deliberatamente ma anche, forse, troppo superficialmente ignorato la difficoltà posta da sempre a livello di governo federale, centrale, iracheno a consentirlo...

La Turchia considera che il Kurdistan iracheno – che comunque è sua intenzione, dichiarata e contraddittoria di non rafforzare in sé autonomamente per evitarne il potenziale di richiamo su tutti i curdi della regione e, anzitutto sui suoi di Turchia – ha le risorse necessarie a rispondere alla sua crescente domanda di energia. Ma non è affatto chiaro come sarà davvero possibile avviare a soluzione il rapporto contenzioso che esiste entro questo triangolo di tensioni commercial-nazionali... tra contrapposti desiderata turchi, rivendicazioni autonome curde e veti della Repubblica federale irachena (Hürryet Daily News/Istanbul, 31.10.2013, Turkish-KRG Gas deal to be done in “Q12014” L’accordo sul gas tra Turchia e governo regionale curdo [dell’Iraq] sarà concluso entro il primo trimestre del 2014http://www. hurriyetdailynews.com/turkey-krg-gas-deal-to-be-done-in-q1-2014.aspx?pageID=238&nID=57112&NewsCatID =348).

●In Turchia, il sottosegretario americano alla Difesa per le questioni politiche, Jim Miller, ha incontrato esponenti del governo turco ad Ankara per esporre tutte le preoccupazioni per i piani annunciati da quel governo di acquistare dalla China Precision Machinery Export-Import Corp. il sistema HQ-9 di difesa aerea, invece di quelli americani con cui rimpiazzare quelli esistenti. La CPME-IC è soggetta a sanzioni americane per il “sospetto” di aver venduto armi “cattive” – mentre quelle americane sono per definizione, e ovviamente, “buone” – a Iran e Siria…, dice.

Dopo una settimana, torna alla carica, sempre in Turchia, l’assistente segretaria di Stato americana Victoria Nuland. Anche la NATO – di cui la Turchia è da sempre un pilastro – si è data subito da fare, sottolineando che il sistema HQ-9 cinese sarebbe difficile da integrare col resto del sistema integrato di difesa dell’alleanza.

I turchi rispondono che non vogliono affatto “integrare” il sistema antimissilistico cinese con quelli della Raytheon e della Lockheed americani e intendono invece proprio sostituirlo e che le sanzioni contro la CPME-IC sono state decise solo da, e riguardano solo, gli americani (Yahoo News!, 2.11.2013, Fulya Ozerkan, Turkey, US hold talks on China missile deal Turchia e USA si parlano sull’acquisto di missili cinesi http://news.yahoo.com/turkey-us-hold-talks-china-missile-deal-104508093.html).

Viene fuori, quasi in contemporanea (RIA Novosti, 3.11.2013, Turkey scrambles fighters to intercept Russian warplanes La Turchia lancia i suoi caccia a intercettare aerei militari russi http://en.ria.ru/military_news/ 20131103/184502361/Turkey-Scrambles-Fighters-to-Intercept-Russian-Warplanes--Report.html), che Ankara ha fatto alzare in volo 4 suoi caccia F-16 a intercettare due ricognitori russi Ilyushin-Il-20 che volavano lungo la costa turca del mar Nero. Nessuno lo ha chiamato incidente, ma è stata rilevata specie dai russi la prontezza della reazione dei turchi al loro, come dire, ballon d’essai...

In Tunisia, nelle remore del negoziato interpartitico (islamici, laici, sinistra) che sta cercando la soluzione politica dello stallo del paese, col governo islamico moderato di Ennhada in carica dal 2011 che ha già annunciato, una volta trovatala (questione pare, ormai, di pochi giorni: i mediatori del sindacato UGTT hanno chiesto una breve estensione del negoziato: ma solo di un giorno o due), di dimettersi a favore di un formazione di “tecnici”, è stato anche esteso, e per ben otto mesi, lo stato d’emergenza in tutto il paese (Ahram online, 3.11.2013, Tunisia extends emergency rule as crisis talks hit delays Col ritardo nel negoziato sulla crisi, prolungato in Tunisia lo stato d’emergenza http://english.ahram.org.eg/ NewsContent/2/8/85501/World/Region/Tunisia-extends-emergency-rule-as-crisis-talks-hit.aspx).

Il 6 novembre, ha reso noto Paolo Scaroni, A. D. dell’ENI, in Libia il blocco della produzione a Mellitah, qualche decina di Km. a ovest di Tripoli, nel grande terminal di gas naturale da cui l’Italia rifornisce larga parte del suo fabbisogno, ad opera dei ribelli berberi potrebbe costringere l’ente di Stato a fermare del tutto ormai l’export da quella fonte non più garantibile. Aggiunge di non aspettarsi problemi a far fronte sul mercato alle necessità dell’Italia.

Ma anche che ormai il costo del gas e del petrolio per il nostro paese si avvia al doppio e anche di più di quanto costa per esempio agli Stati Uniti. Scaroni non lo ripete adesso, ma lo ha detto altre volte: che bisogna piantarla di fare gli schizzinosi con l’Algeria e con la Russia, ne saremo forse anche un po’ troppo dipendenti ma sono sicuramente al momento e in prospettiva di breve-medio periodo anche le più sicure e, a questo punto, le meno costose.

Invece che perderci dietro a progetti onirici e ancora tutti da costruire, dai finanziamenti inesistenti o, quanto meno, insicuri come quelli affidati alle speranze senza radici finanziarie o fattuali del Commissario europeo all’energia, il facondo e ineffabile Öttinger sul futuribile arrivo di gas extra russo caucasico, Scaroni avvisa che o ci rassegniamo a “‘abbracciare’ la Russia, l’unico fornitore in grado di darci la quantità di gas di cui necessitiamo ai prezzi che ci permetterebbero di essere competitivi, o anche l’Europa dovrà vivere la rivoluzione dello shale gas – il metano estratto dalla frantumazione idraulica delle scisti bituminoseche è all’origine dell’abbassamento dei costi negli Stati Uniti. 

    Questo suscita, lo so, non poche polemiche, anche giustificate per la verità, dal punto di vista ambientale. Ma alternative, io, non ne vedo (Quotidiano.net, 6.11.2013, Libia, il terminal gas Eni da Mellitah alla Sicilia chiuso dai ribelli berberi. Preoccupato Scaroni http://qn.quotidiano.net/esteri/2013/11/06/977723-eni-scaroni-libia.shtml).

Polemiche, dunque, ammette Scaroni... E anche qualcosa di più: paure e sospetti che sembrano suonare parecchio fondati. Adesso, si apprende (un servizio forte del New York Times, 22.11.2013, K. Galbraith, Strong Rules on Fracking in Wyoming Seen as Model― parlano delle Regole forti sula frantumazione idraulica che sta imponendo il Wyoming come modello http://www.nytimes.com/2013/11/23/business/energy-environment/wyo mings-strong-fracking-rules-may-be-a-model.html?ref=business&_r=0) che le imprese che il fracking lo praticano non sono tenute quasi mai da leggi e regolamenti ambientali – non in America, ad esempio, dove la tecnica è più diffusamente impiegata – a render noto il mix di composti chimici che utilizzano nel processo “per non fornire così informazioni tecniche ai concorrenti”.

Ma è una scusa fasulla. Esistono i brevetti e, a parte l’utilizzo che se ne fa per incrementare profitti e posizioni di rendita, è precisamente per questo che servono: per difendere patenti e segreti tecnici e industriali e se il mix di composti chimici usati fosse così innovativo, lo si brevetterebbe e impedendo ai competitors di impiegarlo per i vent’anni di rito. Il fatto che imprese in grado di difendere così dalla concorrenza il loro prodotto rendano poco credibile che la ragione sia questa e aumentano invece il sospetto, legittimo e più, che il motivo vero sia il rifiuto di rendere noti proprio gli effetti, per esempio ambientali, di quelle materie prime e composti chimici.

●Solo dopo qualche giorno, altra protesta, separata da questa, della minoranza Amazighminoranza di quella berbera che è minoranza essa stessa della maggioranza araba – a rafforzare il blocco per l’Italia del Greenstream che sempre da Melillah riforniva l’unico grande cliente del gas naturale del paese. La richiesta, di per sé separata appunto da quella generale del popolo berbero della regione, la Tripolitania a occidente della capitale, di più autonomia e più introiti dal loro gas è quella specifica di maggiori diritti proprio per gli Amazigh, compresa una garanzia costituzionale di protezione del loro dialetto e di un peso maggiore per la loro peculiare minoranza nella formulazione della nuova bozza di Costituzione del paese (VoA, 11.11.2013, Libya's Gas Exports to Italy Halted by Protesters, Union Says― I sindacati [in Libia] denunciano l’interruzione dell’export del gas all’Italia http://www.voanews.com/content/reu-libya-gas-exports-to-italy-halted-by-protesters-union-says/1788032.html).

Infine (si fa per dire, ovviamente), nella stessa Tripoli dozzine di morti (almeno una cinquantina in un giorno) negli scontri che seguono alla decisione da tempo annunciata e mai finora fatta applicare dal governo di smettere di pagare il soldo ai militanti irregolari delle formazioni di ribelli cui pure si era rivolto per tentare di “mantenere l’ordine” (come se Clemente VII nel 1527 avesse chiesto ai lanzichenecchi di garantirgli a Roma, che avevano invaso e saccheggiato, l’ordine e la pace...) (Agenzia Reuters, 15.11.2013, Ulf Laessing e Hani Hamara, Dozens dead in clash with militiamen in Tripoli Dozzine di morti negli scontri coi miliziani a Tripoli http://news.yahoo.com/libyan-militias-fire-protesters-two-hurt-eyewitness-14 0749582--finance.html).

●Il vice capo dell’intelligence nella Repubblica islamica di Libia, Mustafah Noah, è stato tirato giù a forza il 17 novembre dalla sua auto, pur blindata e scortata, e “rapitomanu militari davanti al blindatissimo aeroporto di Tripoli. Dopo due giorni dal rapimento, nessuno era ancora riuscito a capire chi fosse stato e perché (BBC News, 18.11.2013, Libya's deputy intelligence chief Mustafa Nuh is kidnapped― Il vice capo del sistema dello spionaggio libico Mustafa Noah viene sequestrato http://www.bbc. co.uk/news/world-africa-24979555).  Poi, altrettanto misteriosamente, è stato rilasciato, cosi come quindici giorni prima era stato, del resto, rapito e quasi subito rilasciato addirittura il primo ministro (Fox News, 18.11.2013, Libya's deputy intelligence chief released day after being abducted by gunmen―  Il vice capo dell’intelligence libica rilasciato il giorno dopo il suo rapimento da parte di bande armate http://www.foxnews.com/world/2013/11/18/official-libya-deputy-intelligence-chief-released-day-after-being-abducted-by). Il 16 novembre era già stato dichiarato lo stato d’emergenza a scala del paese tutto intero a fronte dei continui e crescenti scontri tra fazioni e gruppi armati rivali che continuano a approfondire l’instabilità in tutto il paese.

●Tutti i membri dello staff del primo ministro Ali Zeidan hanno ricevuto l’ordine dagli uffici della presidenza di evacuare le loro abitazioni e tutto il personale non essenziale degli uffici dell’ONU nel paese ne è orami ripartito. Tripoli resta in stato di emergenza dal 17 novembre (Stratfor, 17.11.2013, Libya PM staff and UN personnel evacuate Lo staff del PM lascia le abitazioni e il personale dell’ONU abbandona il paese http://www.stratfor.com/situation-report/libya-prime-ministers-staff-un-personnel-evacuate? utm_source=twitter&utm_medium=official&utm_campaign=link).

in AFRICA

In Congo (Washington Post, 5.11.2013, Sudarsan Raghavan, Congo M23 rebel group ends its insurgency I  ribelli congolesi del gruppo M23 mettono fine all’insurrezione http://www.washingtonpost.com/world/africa/congos-m23-rebel-group-ends-its-insurgency/2013/11/05/fdbbf56e-462a-11e3-bf0c-cebf37c6f484_story.html) le sconfitte subite   ripetutamente dai ribelli dell’M23 da parte delle truppe governative e della coalizione di Stati africani intervenuti sotto la cosiddetta egida[2] dell’ONU le ripetute pressioni diplomatico-politiche esercitate sul governo del Rwanda che da sempre ha rifornito, sobillato e spinto per affinità ed empatia etnica tra popolazioni Tutsi al di qua e al di là del confine comune la ribellione armata, sembrano ora aver portato alla dichiarazione ufficiale di una “resa” militare.

Finalmente adesso, dopo cinque anni di rivolta dell’M23 e ben quindici dal 1998, quando scoppiarono le prime manifestazione di ribellione violenta contro il governo centrale dell’ex Zaire centrafricano, con 5 milioni di morti in una guerra civile che ne ha fatto il conflitto di questo tipo in assoluto più cruento scoppiato nel mondo dopo la seconda guerra mondiale...

... adesso qui si passa, ma sarà difficilissimo, alla ricerca di una diversa presenza e di un diverso equilibrio politico in un paese che è esteso come l’Europa occidentale. Ma in cui 40 gruppi e milizie ribelli imperversano per tutti i quasi 2.000 km. che ha di larghezze e i 2.000 della sua lunghezza... taglieggiando e ammazzando alla cieca un po’ tutti e depredando le grandi risorse minerali del paese.

L’M23 stesso parla però, in caso di non accoglimento delle proprie rivendicazioni, di una ripresa della ribellione e bisogna tenere ben conto che si tratta di rivendicazioni di autonomia di tutta l’etnia Tutsi, la stessa che fu oggetto del genocidio degli Hutu in Rwanda nel 1994 e che oggi, lì, con la forte presidenza di Paul Kagame, è al potere in un paese molto autocratico ma ben “ordinato” e in sicuro sviluppo...

●Il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, ha annunciato che, nella Repubblica Centrafricana, la Francia manderà altri suoi 1.000 soldati a rafforzare – quasi a triplicare in realtà – il contingente che già è nel paese a puntellare quel traballante governo suo alleato ma, in realtà, totalmente da Parigi dipendente

    (1. Stratfor-Global Intelligence, 2.9.2013, Central African Republic French Peacekeepers Under Pressure Le truppe di pace [meglio di intervento] francesi in Repubblica centrafricana sotto pressione http://www.stratfor.com/sample/analysis/central-african-republic-french-peacekeepers-under-pressure; 2. France Inter, 26.11.2013, La France envoie encore 1.000 soldats en Centrafrique http://www.franceinter.fr/depe che-la-france-envoie-1000-soldats-en-centrafrique).

Un articolo che dice il vero ma che, a modo suo è curiosamente e gravemente distorcente del NYT segnala che purtroppo la crescita economica in Africa non è riuscita a ridurre, nel continente più povero del mondo, il numero dei poveri. Il problema – e la distorsione – stanno nel fatto che non mettendo nel conto anche la crescita della popolazione africana, il NYT implica, erroneamente, che il continente abbia avuto una rapida crescita. E non lascia capire niente della crescita che conta, al dunque, di più quella pro-capite.

Racconta che “l’Africa sta davvero crescendo― nel 2013, il PIL globale dell’area sub-sahariana proietta un tasso in aumento del 4,9%, che farebbe l’invidia di ogni governo dell’occidente(New York Times, 6.11.2013, A. Nossiter, Behind Those Fast Growth Rates, Rising Inequality― Dietro quei forti tassi di crescita, cresce la disuguaglianza http://www.nytimes.com/2013/11/06/world/ africa /behind-those-fast-growth-rates-rising-i-nequality.html?ref=world&_r=1&&gwh=3FC7004E732B795718D1B21FF20CD64B).

E’ un titolo che, messo così – per la parte allarmata sulla crescita dell’inuguaglianza – riflette a perfezione, e anche meglio, quello che succede da noi― perche qui quel 4,9% non è poi neanche tanto: qui, in Africa, il tasso della crescita demografica supera il 3% all’anno, con quello di crescita dell’economia a meno del 2%: qualcosa che nessun governo occidentale (bé, forse l’Italia sì, coi suoi tassi annuali nei due campi...) in realtà potrebbe invidiare. Per esempio, il Giappone, con una crescita dell’economia al l’1,7% e una popolazione che cala allo 0,2, ha una crescita effettiva del PIL pro-capite, che poi è il dato che conta di più, grosso modo uguale a quella sub-sahariana.

In altri termini, anche se di per sé sembrerebbe evidente, sono in molti i sopracciò tra economisti e politici a rifiutare di prendere atto e di tirare le conseguenze dal semplice fatto che la crescita, di per sé, non riduce la povertà se resta concentrata, da noi come in Africa, tra i più abbienti. Da noi, c’è un problema di crescita, in Italia però – sarebbe bene capirlo, on. Letta – non come in America e come in Germania.

Peggio, come in Africa proprio: la crescita è sperequata dovunque vigono ancora i parametri imposti ormai da trent’anni da lor signori e dai loro stupidi accoliti: stupidi perché forse neanche si rendono tutti conto di quel che sono andati facendo e continuano a fare; e, stupidi, perché restano convinti che, se la marea cresce, porta davvero su tutte le navi, dai panfili di lusso alle carrette del mare... e che, se i ricchi diventano sempre più ricchi anche i poveri che raccolgono le briciole cadute dal tavolo di Epulone – era la vulgata reaganian-friedmaniana neo-cons – diventerebbero, così, un poco più ricchi... E, poi, la crescita resta anche dannatamente bassa. In Africa, dicevamo, ma anche in Europa spesso. E, tutto sommato, dice Obama stesso in America anche.

in AMERICA LATINA

Il presidente della Corte suprema del Brasile Joaquim Barbosa ha ordinato, dopo la condanna dell’anno scorso per la corruzione e l’acquisto di voti di deputati dell’opposizione, l’arresto di Jose Dirceu, già eminenza grigia della presidenza di Lula e capo del suo staff politico tra il 2003 e il 2005 (venne sostituito, quando fu costretto a dimettersi, dall’attuale presidente Wilma Rousseff, poi eletta dopo Lula e sempre in carica), insieme a quello di un’altra ventina di ex esponenti di punta del Partito dei lavoratori.

Tra cui José Genoino, ex presidente del PT e il Tesoriere Delúbio Soares: mentre l’ex elemosiniere Henrique Pizzolato, presidente del Banco do Brazil, è espatriato prudentemente in Italia avvalendosi della sua doppia nazionalità: e vedrete che adesso noi ne concederemo l’estradizione solo se loro ci ridanno Cesare Battisti da noi condannato per terrorismo (The Economist, 21.11.2013, Brazil: political corruption – Jailed at last Brasile: la corruzione in campo politico – Finalmente in galera http://www.economist.com/ news/americas/21590560-landmark-justice-jailed-last).

●Il Banco central do Brasil ha alzato il principale tasso di sconto, quello dei prestiti che pratica alle banche private, per la sesta volta di seguito, al 10%, in mezzo al montare di preoccupazioni per l’inflazione che cresce e per l’elevato deficit di bilancio (The Economist, 29.11.2013).

La Corte suprema dell’Argentina ha sostenuto la costituzionalità della legge sui media che ora imporrà il controverso – per i padroni e per i conservatori – smantellamento del possente monopolio giornalistico-televisivo del gruppo Clarìn, ferocemente contrario al governo, in nome del principio liberal della concorrenza non solo teoricamente agibile contro quello conservatore del diritto di proprietà senza freni (The Economist, 1.11.2013, The media in Argentina – Good news, bad news I media in Argentina – Buone notizie, cattive notizie http://www.economist.com/blogs/americasview/2013/10/media-argentina).

Ritornando su una notizia di cui qualcosa avevano accennato già sul numero scorso della nostra Nota, nelle elezioni parlamentari di mezzo termine che hanno parzialmente (alla statunitense, 1/3 della Camera e tutto il Senato) rinnovato la legislatura, l’Argentina ha ridotto dal 53 al 32% del voto la maggioranza lasciando la maggioranza dei seggi e uno stretto controllo alla coalizione guidata dalla presidenta Cristina Fernández de Kirchner malgrado – o a causa, dicono alcuni, della malattia e della salute precaria da cui è afflitta – uno stretto controllo delle due assemblee.

Ma ha promosso al rango di maggiore avversario e stravincitore nella provincia di Buenos Aires un peronista rivale, giovane e brillante, Sérgio Massa già suo capo di gabinetto alle scorse presidenziali facendone, tra gli oppositori, l’uomo da guardare in vista delle elezioni del 2015 alla presidenza cui la Fernández, che se avesse vinto una maggioranza come voleva sufficiente si sarebbe volentieri ripresentata dopo aver cambiato la Costituzione ma ora non può. E ha perso nelle circoscrizioni più popolate del paese, dalla capitale a casa sua in Patagonia, a Santa Cruz.

Ma neanche lui, in effetti, rimette in questione quello che l’opposizione tradizionale, antipopolare e antipopulista e più tradizionalmente di destra, attenta ai dettami di lor signori contro la sua linea economica sostanzialmente protezionista, contraria agli interessi dei grandi latifondisti e schierata a difesa delle statistiche dell’Ufficio nazionale più che di quelle che accusa, non sempre a torto ma non sempre a ragione, di voluto strabismo e di una visione antiterzomondista del Fondo monetario internazionale.

Il controllo dei prezzi imposto sui combustibili e sui cambi ha privilegiato un controllo dei prezzi al consumo sull’inflazione e è costato al paese 10 miliardi di $ di importazioni, rimettendo un po’ in difficoltà i conti con l’estero― ed è una scelta decisa e del tutto in controtendenza con la politica economica convenzionale. Ma è ancora popolare – Massa non la rinnega affatto – a larga maggioranza mentre più preoccupante è una certa inclinazione all’anarchia sociale che semina nel paese anche  una tendenza all’aumento del crimine diffuso pericolosa.

Al momento sembra che il candidato di Fernández per la presidenza nel 2015 possa essere Daniel Scioli, il governatore peronista della provincia di Buenos Aires, mentre l’opposizione di destra dei radicali potrebbe ritrovarsi sulla candidatura di Mauricio Macri, il sindaco della capitale (The Economist, 1.11.2013, Argentina’s mid-term election – Jostling in Kirchnerismo’s twilight Le elezioni di mezzo termine in Argentina – A spintonate nel tramonto del kirkhnerismo [si tratta di un commento che, vista la fonte, è robustamente e classicamente filo conservatore] ▬ http://www.economist.com/news/americas/ 21588856-defeat-where-it-mattered-leaves-president-diminishedand-makes-sergio-massa-pictured).

Dopo l’incidente, l’operazione all’edema sub craniale e la convalescenza forzata che l’ha costretta a farsi da parte nelle ultime sei settimane di campagna elettorale e dopo le parlamentari, la presidente Cristina Fernández de Kirchner è tornata al lavoro e ha rimpastato il gabinetto, estromettendone il ministro dell’Economia, da molti accusato di aver “aggiustato” le statistiche sull’inflazione. Il rimpiazzo, Axel Kiciloff, è notoriamente un sostenitore del controllo di prezzi e di scambi.

Frustrando così, sembra senza speranze, le illusioni dei liberisti e convincendo anche i suoi più ostinati avversari che, per gli ultimi due anni che restano alla sua presidenza, lei non ha comunque l’intenzione di fare l’anatra zoppa― il simbolo della Patagonia, lo Stato del Sud polare del paese da cui Fernández proviene, è il pinguino dell’articolo cui si riferisce il titolo dell’articolo qui citato in epigrafe (The Economist, 21.11.2013, Argentina’s Government reshuffle Il rimpasto del governo argentino – No lame penguin http://www.economist.com/news/americas/21590576-president-returns-reshuffle-no-lame-penguin).

●La REPSOL, la maggiore compagnia spagnola che tratta combustibili – gas e petrolio – ha concordato adesso di negoziare col governo argentino l’offerta da esso prospettata (“ingoiando un boccone amaro ma che vale la pena per cominciare a rimettere in ordine il deficit energetico del paese”) per compensarlo della nazionalizzazione della sua filiale locale, la YPF, con cui gli vengono offerti oggi 5 miliardi di $ per l’esproprio subìto l’anno passato: quando la presidenta pensò di far sviluppare la ricerca e la produzione dalle scisti bituminose sovrabbondanti della Patagonia invece che da proprietari stranieri da investitori argentini. Che, però, non hanno potuto trovare poi i capitali per farlo. Adesso, la Spagna sarebbe pure d’accordo, Ma chiede a Buenos Aires la garanzia che qualsiasi governo argentino, poi, onorerà l’accordo (The Economist, 29.11.2013, Argentina’s YPFSwallowed pride Argentina e YPF – L’orgoglio mandato giù a forza http://www.economist.com/ news/americas/21590939-deal-repsol-small-step-towards-reversing-energy-deficit-swal lowed-pride).

In Colombia, Governo e Forze Armate Rivoluzionarie, le FARC, hanno firmato l’accordo che conclude positivamente il secondo punto dei negoziati condotti da mesi a Cuba: quello sulla partecipazione al processo politico da instaurare nel paese concludendo la fine della più che decennale guerra civile (la Tribuna/Bogota, 6.11.2013, la Habana, Comunicado conjunto #27 emitido por las delegaciones del Gobierno colombiano y de las FARC http://latribunacolombia.blog spot.it/2013/11/dialogos-de-paz-acuerdo-sobre.html). I negoziatori cominceranno ora a discutere del terzo punto nell’agenda del negoziato: come sconfiggere nel paese la piaga della droga.

Il presidente della Colombia, Santos, che ha scommesso praticamente tutto su questo processo è sotto pressione politica forte del sistema politico partitico del paese e vuole assolutamente concluderlo prima delle prossime elezioni di marzo e maggio 2014 alle quali ha annunciato ora di voler ripresentarsi (1. cfr. Nota congiunturale no. 9-2013, Sulla ripresa del negoziato tra Governo e FARC http://www.angelogennari.com/notasettembre13.html; e 2. Guardian, 6.11.13, Reuters, Farc rebels reach deal with Colombia on political role in country I ribelli della FARC raggiungono l’accordo con la Colombia sul ruolo della politica nel paese http://www.theguardian.com/world/2013/  nov/06/farc-deal-colombia-poltical-role-marquez).

Come, negli anni ’30, i sognatori di quelli che con la Grande Crisi parlavano di quella, finalmente,  finale del capitalismo, più di recente per almeno due volte i sognatori invece altrettanto illusi della fine dell’esperienza “socialista” del Venezuela di Chávez sono rimasti malamente scornati. Nel 2002-2003, quando l’opposizione in combutta coi “sindacati” corporativi dell’industria petrolifera scatenò uno sciopero-boicottagio di cinque mesi ma Chávez lo stroncò prendendo, legalmente e costituzionalmente, col voto del parlamento il controllo dell’industria petrolifera.

E quando, nel 2009 e nella prima metà del 2010, il governo, che avrebbe dovuto crollare sotto i colpi della recessione globale riuscì invece a superarla, in sostanza – facendo pagare e, si capisce, incavolare di brutto i venezuelani più ricchi – con un +2,7% medio di crescita pro-capite nel decennio, riducendo della metà il tasso di povertà e garantendo progressi sostanziali all’occupazione, all’accesso alla sanità e a un po’ di welfare anche sulle pensioni e di istruzione pubblica funzionante per tutti in tutto il paese.

E, adesso, ricominciano: mercato nero del dollaro; carenza di beni di consumo; rallentamento dell’economia; riduzione delle riserve valutarie... Chi, da sempre, grida al lupo al lupo, finalmente stavolta che Chávez non c’è più, ci azzeccherà? Improbabile. Un governo come questo continua a godere di 90 miliardi di $ di rendita petrolifera e, dunque, non può – come crede e spera l’opposizione interna e quelle che premono dal Nord del continente americano – razionalmente diventare vittima di una crisi di bilancia dei pagamenti: nel 2011 la rendita petrolifera di Stato è ammontata ancora a $ 93,6 miliardi e il totale dell’import nel’economia non ha superato i 59,3 miliardi con un attivo forte degli scambi di quasi 34 miliardi di $.

Oggi siamo a un attivo di 11 miliardi, intorno al 3% del PIL. Gli interessi pagati sul debito estero sono stati globalmente sul 3,7 % del PIL (e, per dire, da noi è parecchio di più ▬ cfr. IMF/FMI, 31.1.2012, Debiti pubblici esterni e interessi relativi, http://www.imf.org/external/np/pp/eng/2012/013112.pdf).  La Bank of America un mese fa, dopo una scrupolosa analisi dei dati ha consigliato, col supporto degli analisti della Merrill Lynch agli investitori i titoli di Stato venezuelani decisamente come un “buon investimento (Latin Finance ’25, 8.10.2013,  Value in Venezuela, say analysts Sì, in Venezuela [investendoci] si possono fare soldi http://www.latinfinance.com/Article/3264480/Value-in-Venezuela-say-analysts.html?ArticleId= 3264480).

Ci sono poi riserve, per lo più in oro, per quasi 37 miliardi di $ nelle casse del Tesoro e di altre agenzie dello Stato e anche la psicosi dell’iperinflazione, seminata anche ad arte, è passata visto  che, mentre la crescita economica arrivava al 5,7%, nel 2012 il tasso di crescita dei prezzi è rimasto sotto il 3%. Quest’anno, certo la crescita, come in tutti i paesi della regione, si è andata riducendo e, attualmente, segna un tasso appena inferiore al 2%: di crescita sempre, comunque. Un anno fa è cominciata a risalire, certo, col taglio della liquidità in $ sui mercati dei cambi imposto d’autorità e a maggio era arrivato al 6,2%; ma già ad agosto era sceso di nuovo sotto il 3% ma, poi, l’annuncio stesso di un aumento pianificato delle importazioni è riuscito a frenare nuove aspettative di crescita sopra i 3 punti percentuali.

Nell’anno 2012 il tasso di povertà è ancora calato: del 20%, il livello più drastico di riduzione verificato nelle Americhe e uno dei più significativi in assoluto nel mondo (dati disponibili tutti sul sito web della Banca mondialecfr. Banco Mundial, Venezuela http://datos.bancomundial.org/pais/venezuela).

●Non sono davvero scomparse, però, le difficoltà di breve termine – quello che subito, poi, contano di più – per  l’economia venezuelana. Riprendendo una misura già messa in atto ai tempi di Chávez, in un periodo di particolare instabilità, l’Assemblea nazionale ha approvato definitivamente il conferimento  al presidente Nicolas Maduro dei poteri speciali di cui diceva di avere bisogno per legiferare senza l’approvazione formale del parlamento nel periodo eccezionale di un anno.

Maduro, dopo il passaggio della misura, ha promesso di rilanciare la produzione, tenere i prezzi sotto controllo e condurre un vero e proprio “terremoto” che sconvolga la corruzione dalla pratica economica in nome del bene comune (Wall Street Journal, 19.11.2013, Ezequiel Minaya, Venezuela Leader Gains New Powers― Il leader venezuelano ottiene nuovi poteri [di legiferare per decreto] ▬ http://online.wsj.com/news/ articles/SB10001424052702303531204579208322842825640).

Le due prime misure che ha subito annunciate riguardano la creazione di un nuovo organo statale incaricato del controllo dei cambi che combatta la speculazione e sostenga le importazioni alleviando la carenza di alcuni specifici beni di largo consumo. L’altra misura, sempre di stampo interventista e contrario al dogma del libero mercato senza controlli, tende a limitare d’autorità tra il 15 e il 30% i margini di profitto delle imprese per impedire la speculazione dei prezzi al consumo.

Questa l’intenzione, che accolla al boicottaggio di fatto del grande vicino del Nord, gli USA, e della coalizione libero-mercatista della grande proprietà nel paese le difficoltà dell’economia che, invece, la Coalizione dell’opposizione, la Tavola Rotonda dell’Unità Democratica imputa tutte alla mala condizione del governo (ne rende ben conto, dal punto di vista soprattutto dell’opposizione, il quotidiano El Universal/Caracas, che si autodefinisce come l’ “organo principale del commercio nel paese”, 19.11.2013, Maduro: Lo que han visto es poco para lo que vamos a hacer por el pueblo http://www.eluniversal.com/nacional-y-politica/131119/maduro-lo-que-han-visto-es-poco-para-lo-que-vamos-a-ha cer-por-el-puebl).

In Cile, Michelle Bachelet, ex presidente socialista dal 2006 al 2010 e figlia del gen. Albero Bachelet capo dell’aeronautica e lealista verso la presidenza democratica di Salvador Allende, morto in carcere dopo mesi di torture, e lei stessa con la madre torturata per mesi nella famigerata prigione militare di Villa Grimaldi sotto la giunta di Pinochet, ha mancato l’elezione al primo turno per il 3% dei voti (47 contro il 24%) e sarà sicuramente rieletta ora, tra quindici giorni, al ballottaggio contro la candidata della Alleanza di centro-destra, Evelyn Matthei, che era adesso al governo.

Figlia lei stessa di Fernando Matthei, generale fellone dell’aviazione che, proprio per il suo tradimento s’era guadagnato un posto di ministro prima, subito nel ’73, nel governo golpista di Augusto Pinochet e, poi, di membro lui stesso della giunta militare, oggi in pensione e mai pentito di quanto aveva fatto neanche dopo il recupero della democrazia nel paese. Ecco, questa è la cesura che in questo paese non è stata mai ancora davvero riparata. Anche la destra decente di un economista moderato liberale come Franco Parisi, infatti, ha sentito di doversi distinguere dalla Matthei, dividendo il fronte e prendendo il 10% dei suffragi.

C’è stato, certo, anche un 50% di astensioni a fronte di una variazione costituzionale che , mlolto all’americana – all’americana del Nord, per capirci – cambia il voto, da un dovere a un diritto, e in qualche modo con ciò disincentiva anche la partecipazione.

Ma in questo paese c’è gente, tanta ancora, che in nome del futuro e di una fantomatica riconciliazione da perseguire chiede di scordarsi il passato e andare avanti (era lo slogan dell’ultimo presidente che ha sostituito quattro anni fa proprio Bachelet – solo perché allora non poteva ripresentarsi per un secondo mandato consecutivo – Sebastián Piñera e della Matthei, mentre Bachelet ha sempre asserito che, prima di cercare una “riconciliazione”, bisogna fare i conti fino in fondo col passato e il suo retaggio in nome della verità e della giustizia.

In Cile ancora c’è – come da noi per Mussolini del resto – una minoranza niente affatto irrilevante (quelli che restano tra i dinosauri di Pinochet dell’Unión Democratica Independiente, il partito della Matthei, che ha perso ben 10 seggi sulla precedente elezione: ma con 28 eletti resta sempre il partito più numeroso al Congresso) a difendere il generalissimo e quello che ha fatto per difendere, si capisce, la democrazia cilena.

Prendendosi semplicemente il diritto di rovesciarla con la tortura, qualche migliaio di assassinati,  i tuffi nell’oceano da 4 Km. d’altezza dei prigionieri politici cui mai veniva negata la misericordiosa assoluzione dei peccati in articulo mortis e la sistematica sottrazione dei neonati alle carcerate di sinistra incinte e/o appositamente stuprate e poi ammazzate per affidarne la prole a impotenti ufficiali dell’esercito su larga e qui pressoché sistematica scala, in nome del rovesciamento “istituzionale” della democrazia cilena: perché a Pinochet e ai suoi, così come l’aveva votata la maggioranza, quella democrazia lì non piaceva.

Per questo, l’agenda di questa seconda presidenza di Bachelet – che al contrario di quella precedente comprende i comunisti (6 eletti, il doppio di adesso) e parte con 68 seggi su 120 in parlamento – sarà probabilmente più radicale e di sinistra della prima. Qui – certo come in molti altri paesi – la ricchezza è concentrata in poche famiglie e l’ineguaglianza, specie nell’istruzione superiore, è questione sempre aperta. Nei prossimi sei anni ora Bachelet, spinta da un fortissimo movimento tra gli studenti, ha già deciso per la gratuità completa dell’istruzione universitaria da finanziare con una nuova tassazione sugli affari e la cancellazione di una miriade di misure che consentono l’elusione fiscale.

Anche sul piano del costume, Bachelet che ha presieduto per alcuni anni l’Organizzazione dell’ONU per la promozione dei diritti delle donne (UN Women), vuole cambiare in senso più attento al diritto delle donne una legislazione sull’aborto che nel paese ancora è assai restrittiva.

    (1. El Mercurio [è l’organo della destra cilena che ha promosso, prima dell’11 settembre 1973, e poi ha sempre appoggiato e continua ad appoggiare le ragioni del golpe pinochettiano], El Nuevo Herald/Santiago, 19.11.2013, Bachelet tendrá que ir a segunda vuelta Bachelet costretta al secondo turno [insomma, nondum matura est...[3]]▬ http://www.elnuevoherald.com/2013/11/18/1617256/bachelet-tendra-que-ir-a-segunda.html##storylink=cpy; 2. Guardian, 12.11.2013, edit., Chile: the right choice Cile: la scelta giusta [il termine “right”, in inglese, si presta a un piuttosto facile gioco di parole: significa, insieme, “giusta” e “di destra”] ▬ http://www.theguardian.com/commentis free/2013/nov/12/chile-right-choice-michelle-bachelet); 3. The Economist, 21.11.2013, Chile-Presidency postponed ▬  http://www.economist.com/news/americas/21590561-bachelet-brink-presidency-postponed).

in CINA (e nei paesi dell’ASIA)

In Cina, il tasso annuale di inflazione ha toccato a ottobre il 3,2%, per responsabilità soprattutto dell’aumento dei prezzi al dettaglio degli alimentari, restando comunque ben al di sotto del tasso programmato ufficialmente, previsto al 3,5 per l’anno. Nella sessione regolare di fissazione dei tassi la Banca popolare di Cina, la Banca centrale, non ritocca il tasso di interesse come qualcuno già preconizzava. Ma non immette alcun supplemento di liquidità sul mercato (New York Times, 8.11.2013, Xiaoyi Shao and Kevin Yao, China Inflation Hits Eight-Month High Amid Tightening Fear Tra qualche avvisaglia di stretta monetaria, l’inflazione in Cina tocca il massimo da otto mesi http://www.nytimes.com/reuters/2013/11/08/business/ 08reuters-china-economy-cpi.html?partner=rss&emc=rss&_r=0).

Il 3° Plenum del 18° Comitato centrale del Partito comunista – l’organismo che qui fissa e decide, su proposta dell’Ufficio politico e della sua più ristretta presidenza – la linea del governo e del paese ha concluso i suoi quattro giorni di lavoro, decidendo in buona sostanza di decretare un ruolo del mercato più importante di quanto sia stato finora: ad esso, come strumento, dovrà toccare – è la decisione – il compito di allocare le risorse ma lasciando allo Stato il suo ruolodominante”.

Il tema chiave del CC sembra essere stata delle linee di politica economica che dal 1978, senza soluzione di continuità, anche se tra diverse contraddizioni, hanno trasformato in modo radicale l’economia cinese. I leaders e i managers della seconda economia mondiale, che sta avviandosi a divenire a breve la prima, non vogliono certo rischiare cambiamenti drammatici e sono più interessati nel mantenere una crescita comunque stabile e sostenuta.

A leggere attentamente il testo del comunicato finale, che dovrà fare per dichiarazione esplicita dei capi da “guida” al partito nel futuro prossimo venturo, si parla in sostanza non tanto di altre riforme ma di cambiamenti sociali non solo ma soprattutto nel rapporto tra città e campagna. La premessa confermatissima è che cambiare seriamente rapporti e potere tra paese rurale e città, tra individuo e masse, diventa possibile solo se il tasso di crescita si mantiene stabile e elevato (il testo completo del comunicato finale è reperibile nel sito ufficiale dedicato dall’agenzia ufficiale Xinhua, in inglese, ai documenti della 3a sessione plenaria del 18° CC del PCC  ▬  in http://www.xinhuanet.com/english/special/cpcplenum201, sotto le titolazioni appropriate).

Sono, dunque, due o tre i punti di svolta più che di cambiamento economico come tale, non solo per ora genericamente annunciato, ma già chiaramente delineato e di grande impatto collettivo, sociale, anche e soprattutto poi di risvolti di enorme importanza sul piano individuale, della vita e delle condizioni di vita dei singoli cittadini cinesi.

Il comunicato finale vi accenna appena, ma nei giorni che seguono immediatamente il Plenum sono stati proprio questi i punti di interesse e di rilievo maggiore per quela che anche in Cina costituisce ormai – e non solo la rete! ma è anche la rete – una vivace e attiva pubblica opinione.  Comprensibilmente al vertice degli interessi del cinese medio, c’è anche la decisione annunciata di “allentare l’applicazione della cosiddetta scelta politica di limitare a un solo bambino il numero dei figli “consentito”.

Di fatto, ancor più che di diritto, con l’accesso negato o ridotto, più o meno rigorosamente, a seconda dei periodi a misure di protezione sociale che vanno dalla sanità alla tassazione, al razionamento nelle zone rurali (New York Times, C. Buckley, 15.11.2013, China to ease decades-old one-child policy nationwide La Cina renderà più flessibile la sua politica del figlio unico, vecchia ormai di decenni, a scala dell’ intera nazione http://www.nytimes.com/2013/11/16/world/middleeast/solution-may-be-near-for-iran-nuclear-deal-us-official-says.html?ref=international-home&_r=0&gwh=26BDCC9C6CA2288767C22272 7B2 CE8ED).

Pare che stiano pensando a subordinare, in primo approccio – pare un tantino grottesco come criterio ma obbedisce a parametri, comunque sembra, qui irrinunciabili diciamo così di “programmazione” – l’autorizzazione a passare da uno a due figli a una coppia in cui almeno uno dei genitori sia stato lui stesso un figlio unico... (secondo quanto riferisce, entrando per la prima volta un po’ nei dettagli, l’agenzia Xinhua, 15.11.2013, China to ease one-child policy― LA Cina addolcirà la sua politica del figlio unico ▬ http://news.xinhuanet.com/english/china/2013-11/15/c_132891920.htm).

C’è anche, sempre nel comunicato finale un altro accenno, potenzialmente di grande importanza per la qualità della vita e della convivenza civile in questa società, al superamento graduale dell’uso della rieducazione dei “delinquenti” nei campi di lavoro forzato che ancora esistono (Xinhuanet, 15.11.2013, China to abolish reeduation through labour La Cina abolirà la rieducazione attraverso il lavoro http://news.xinhuanet.com/english/china/2013-11/15/c_132891921.htm).

E a un’altra iniziativa, altrettanto se non più rilevante, che dovrebbe consentire maggiore libertà di movimento a centinaia di milioni di cittadini che vivono nelle campagne del paese per spostarsi più liberamente e con meno permessi all’interno. Sono misure che qui il governo ha sempre motivato con la necessità di garantire a tutti i cinesi la loro ciotola di riso (e companatico quotidiano, ormai). Riuscendo, in questo compito, assai meglio – negli ultimi decenni di certo – di quanto abbia fatto l’India e, dicono a Pechino, anche e proprio per questo.

Poi, non nel comunicato, ma a parte, viene annunciato che il paese cancellerà gradualmente dai suoi statuti la pena di morte (Xinhuanet, 15.11.2013, China to reduce capital punishment, “step by step” La Cina ridurrà l’applicazione della pena capitale, “passo dopo passo”  ▬ http://news.xinhuanet.com/english/china/2013-11/15/c_132891918.htm). E questo è il paese che al mondo, non solo per la dimensione in sé gigante della popolazione, pratica ogni anno finora di più la condanna a morte. Anche qui, come in tutti questi casi, la direzione di marcia è chiarissima. Ma strumentale diventa, qui, l’avverbio di tempo: “gradualmente”...

Ora, se uno è interessato e ha un po’ di pazienza, qualche citazione e commento su alcuni degli argomenti che tratta il comunicato in questione (che riprendiamo dal testo, già un po’ sintetizzato ma letterale per il virgolettato, in Nightwatch KGS, 13.11. 2013, Communique from China’s 3rd plenum― Comunicato sul 3° Plenum in Cina http://www.kforcegov.com/ Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000239.aspx):

• La frase forse più significativa e interessante sul ruolo del mercato emerge nel lungo comunicato finale quando parla di “far giocare al mercato un ruolo decisivo  nell’allocazione delle risorse” che qualcuno interpreta come impegno a sviluppare un mercato come si dice in occidente “libero”. Ma che, in quelle che si possono chiamare forse, di fatto, istruzioni interpretative del comunicato, dopo qualche giorno, lo stesso Xi Jinping illustra doversi leggere, all’interno dei 60 obiettivi globali posti dal partito al paese, più precisamente come “qualcosa di più e di più significativo ” del dettato precedente, come ruolo fondamentale nel decidere l’allocazione delle risorse disponibili. Però, chiarisce lui stesso, niente di più... Insomma: una questione di maggiore incidenza che l’influenza dell’elemento mercato deve ormai avere nelle decisioni finali; non come la decisione, però, di lasciar decidere in ultima istanza ai meccanismi del “cosiddetto libero mercato”...

• Nel nostro “sistema economico fondamentale,  il dominio della proprietà pubblica accanto allo sviluppo di diverse altre forme di proprietà, è un pilastro importante del sistema socialista con caratteristiche cinesiIl che ribadisce, in chiaro, che, poi, il sistema dominante statale non smette affatto di esistere...

•  “Il Plenum ha deciso che l’anno 2020 diventi la scadenza per la realizzazione delle riforme in aree importanti e snodi cruciali delle riforme istituzionali in grado di formare un sistema completo, scientifico, standardizzato, efficace e efficiente, dunque più maturo e anche più stabile”. Ma il comunicato non identifica né queste aree né gli snodi importanti in questione… E identifica, come snodo del tutto critico “nel paese la dissolvenza della struttura duale che oggi ostacola un’integrazione dello sviluppo rurale e di quello metropolitano”...

• Bisogna trovare il modo – afferma – “di formare un nuovo tipo di rapporto tra industria e agricoltura, tra sviluppo urbano e aree rurali nel quale l’industria promuova l’agricoltura, le aree urbane sostengano lo sviluppo rurale e l’agricoltura e l’industria traggano beneficio l’una dall’altra garantendo così anche alle larghe masse contadine un’equa partecipazione al processo di modernizzazione e ai frutti della stessa modernizzazione” Ma non accenna neanche a come bisogna trovare poi questo modo, definito “sano”, di creare questo rapporto nuovo tra campagna e città...

• In realtà, questo paese dove ormai la metà d’una popolazione di quasi 1,4 miliardi ormai è concentrata in grandi aree urbane vede la coesistenza di due separati sistemi economici e sociali di sviluppo anche spesso conflittuali di rapporto dati i diversi livelli e stili di vita tra le due popolazioni. Dal 1978 ad oggi, dalle riforme del dopo Mao, una prosperità sempre più largamente diffusa ha allentato le tensioni ma ha anche favorito tra i meno abbienti aspettative sempre crescenti Alla fine, dunque, in questo paese, anche e più di ogni altro, bisogna sempre ricordare che la vittoria o la sconfitta di una rivoluzione o di un qualunque radicale cambiamento sociale, dipende dai contadini...

• Viene poi un passaggio del comunicato a sottolineare l’importanza della conversione delle masse contadine anche in masse di consumatori: l’unico in modo in cui, tra l’altro, la Cina può far fronte, nella nuova economia integrata e globale, alla fluttuazione di mercati come quello europeo la cui seria crisi economica e finanziaria – costituendo l’Unione europea il maggiore mercato di sbocco estero della produzione cinese – ha duramente colpito anche le sue esportazioni Una realtà questa del tutto nuova per un paese che la sua stessa dimensione e la sua storia hanno da sempre abituato all’autarchia: e una realtà che se fa, da una parte, la forza, dall’altra, è anche la debolezza ma insieme pure la risorsa ancora, almeno, non interamente sfruttata della globalizzazione...

• Viene poi la rituale e obbligata tirata celebrativa ed esortativa sul ruolo guida del partito― del tutto rituale, dicevamo, ma che al vertice “istituisce un nuovo gruppo di guida per una conduzione delle riforme responsabile della loro coerenza d’insieme, della pianificazione, del coordinamento, dell’implementazione e della loro complessiva supervisione” Insomma, si aggiunge così, per rendere più efficace l’applicazione delle decisioni prese.., un ulteriore livello gestionale e di direzione: anche se, ancora, del tutto indefinito...

Questa la decisione, come si dice, “strategica”... Al momento, però, nessuno ha provveduto a spiegare come, dove e quando – nei differenti settori e tra le classi, i ceti e le grandi divisioni della popolazione, la gente di città, quella di campagna...; il centro in via di sviluppo e spesso, in realtà, ancora sottosviluppato del paese, e le zone costiere ormai ipersviluppate e che presentano già seri problemi ambientali... (Bloomberg, 12.11.2013, Xin Zhou, China Vows Bigger Role for Markets as Party Closes Summit La Cina, alla chiusura del vertice del Partito, si impegna a riconoscere un ruolo maggiore ai mercati [ma, e qui è il nodo, maggiore: non come qualcuno ha detto interpretando o illudendosi di interpretare, decisivo...] ▬ http://www. bloomberg.com/news/2013-11-12/china-vows-bigger-role-for-marke ts-as-party-closes-summit.html)…

Di fronte all’assiduità con cui da qualche mese i giapponesi affermano, pattugliando “aggressivamente” gli spazi marittimi rivendicati intorno alle isole di quello che d’altra parte tutto il mondo, Giappone compreso, chiama mar Cinese Orientale, adesso il governo cinese ha dichiarato – lo ha fatto col col. Yang Yujun portavoce del ministero della Difesa – il suo diritto a identificare, monitorare e anche condurre azioni di contrasto militare” che coprono proprio la stessa zona marittima e aerea.

La dichiarazione del ministero è stata anche accompagnata dalla pubblicazione di una mappa, assai dettagliata e “oggettiva”, di coordinate geografiche e di regole di ingaggio per l’area designata commentando il documento e il suo accompagnamento cartografico sul sito web del ministero (Ministero della Difesa nazionale della Repubblica Popolare Cinese / 国防部新闻发言人杨宇军就划 设东海防空识别区答记者问 Documentation: Defense Spokesman Yang Yujun’s Response to Questions on the Establishment of The East China Sea Air Defense Identification Zone Documentazione: il portavoce del ministero della Difesa Yang Yujun in risposta alle domande sulla creazione della zona di identificazione di difesa aero-navale del mar Cinese Orientale ▬ (in cinese: http://news.mod. gov.cn/headlines/2013-11/23/content_4476133.htm; in inglese: http://eng.mod.gov.cn/TopNews/2013-11/23/content_ 4476149.htm).

● La mappa cinese delle due ZIDE (giapponese, dal 1965, e cinese, da oggi) che si sovrappongono

Arrivano, entrambe le zone , a 131 Km. dalla zona marittima nipponica (a est) non

contesa e, sempre a 131 Km., da quella (a ovest) non in disputa di pertinenza cinese

Fonte: ministero della Difesa della RPC, c.d.    

Il nostro obiettivo è difendere la sovranità nazionale e anche mantenere un’ordinata gestione del transito aereo nell’area delle isole Diaoyu – che i giapponesi chiamano, come è noto, Senkaku –. Le misure indicate – ha aggiunto – sono già state rese operative”. E continua così il gioco del gatto col topo, dove non è chiaro – o non è ancora chiaro – chi dei due sia quale degli attori (New York Times, 23.11.2013, C. Buckley, China claims air rights over disputed islands― La Cina rivendica diritti di identificazione dei voli sulle isole contese http://www.nytimes.com/2013/11/24/world/asia/china-warns-of-action-against-aircraft-over-disputed-seas.html?_r=0).

In effetti, quella dei cinesi il 23 novembre di mandare una loro prima pattuglia marittima, scortata da caccia ha voluto fissare un precedente che consentirà alla Cina di avanzare analoghe dichiarazioni di validità di zone di identificazione aerea, territoriale o marittima che, in base al diritto internazionale, potrebbero, se non contestate, allargare la zona di identificazione del traffico aereo.

La prima sfida, subito o quasi, imposta alle nuove regole – nel senso del non riconoscerle nei fatti come vigenti – la esercitano, come si sarebbe potuto anche pensare, gli americani (New York Times, T. Shanker, U.S. Flies B-52s in Contested Airspace, Defying China Sfidando la Cina, gli USA fanno volare i B-52 nello spazio aereo conteso http://www.nytimes.com/2013/11/27/ world/asia/us-flies-b-52s-into-chinas-expanded-air-defense-zone.html?_r=0). E, nell’immediato, dopo che due B-52, in missione “da tempo pianificata”, dicono, a partire da e con ritorno a Guam, la base aerea nel Pacifico occidentale. Una missione descritta come di addestramento che l’USAF ha condotto penetrando senza sottoporsi alla procedura di identificazione adesso prescritta dai cinesi – identica, e dunque sovrapposta, alla zona già praticata, e dal 1965 addirittura, dai giapponesi – alla quale pare esserci stata nell’immediato una reazione tutto sommato morbida da parte di Pechino.

Consistita nell’alzarsi in volo di alcuni caccia: che di per sé non significa – o non significa ancora... – l’imposizione armata dell’area di identificazione, però. Ma gli intercettori con la bandiera a cinque stelle gialle su fondo rosso sono, comunque, stati in grado di identificare un P-3 ed un EP-3 da ricognizione dell’USAF e anche una decina di caccia F-15 e ricognitori elettronici radar E-767 nipponici. Insomma, l’area di identificazione non è stata “onorata” da giapponesi e statunitensi..., ma i cinesi, di fatto, hanno identificato gli “intrusi” (New York Times, 29.11.2013, J. Perlez, China Scrambles Jets for First Time in New Air Zone Per la prima volta, la Cina fa volare i suoi caccia nella nuova zona aerea http://www.nytimes.com/2013/11/30/world/asia/china-scrambles-jets-for-first-time-in-new-air-zone. html?_r=0)...

In ogni caso, si tratta di un gioco, di un’arte o una tecnica sempre arrischiata e rischiosa, la brinkmanship – l’equilibrismo precario praticato sull’ “orlo del brratro” – come lo chiamano gli americani, nel gergo che come massima superpotenza hanno di fatto imposto alla geo-politica. C’è, però, da aspettarsi che in acque internazionali, magari molto prossime per dire alla California, i cinesi – dopo qualche intervallo di tempo – faranno adesso sentire la loro “presenza”..., stando bene attenti a restare in spazi internazionali e non contesi.

Il ministro della Difesa degli Stati Uniti, Hagel, già a poche ore dalle nuove disposizioni cinesi, aveva manifestato la preoccupazione americana per un cambiamento che “avrebbe potuto contribuire a destabilizzare una situazione già in difficile equilibrio”. Ma non è in effetti chiaro come l’intromissione degli Stati Uniti, adesso, la potrebbe mai “riequilibrare”. Se infatti si tratta, come lasciano dire gli americani, di riconfermare la tradizionale osservanza delle regole internazionali di passaggio marittimo e aereo, è del tutto plausibile che allora i cinesi terranno a confermare anche il loro diritto di accesso alle acque e agli spazi aerei internazionali, in prossimità di altri spazi di altre potenze...

La mossa, comunque, non è sembrata a molti proprio ben calcolata e il portavoce degli Esteri, Qin Gang, cui era stato chiesto in un briefing di spiegare l’assenza di reazione cinese alla “sfida” portata al nuovo meccanismo di “identificazione” dai B-52 americani ha risposto seccamente che “le risposte della Cina varieranno da situazione a situazione in rapporto a quello che noi valuteremo il grado effettivo della minaccia ai nostri interessi e ai nostri diritti”. Cioè: qui, nel caso in esame, si trattava solo di scena, dicono ufficiosamente i cinesi (New York Times, 27.11.2013, J. Perlez, After Challenges, China Appears to Backpedal on Air Zone Dopo la sfida, la Cina pare fare qualche marcia indietro sulla sua area di identificazione aerea http://www.nytimes.com/2013/11/28/world/asia/china-explains-handling-of-b-52-flight-as-tensions-escalate.html).

Resta che, anche per diversi analisti cinesi, ed è stata anche esposta pubblicamente, si è imposta qualche domanda se la nuova leadership avesse davvero anticipato il livello di risposta all’asserita vigenza del potere diplomatico-militare cinese― o se avesse predisposto un coerente piano di ripiego di fronte a una resistenza reale (ha osservato, come riferisce il NYT citato, un consigliere del governo che insegna politiche internazionali all’università Renmin del Popolo, di Pechino e ne dirige il Centro di Studi americani, il prof. Shi Yinhong, di “credere che Xi Jinping e soci hanno sicuramente previsto e predetto la sostanza della reazione americana; ma non sono sicuro che non abbiamo invece sottostimato i dettagli anche sul piano specificamente militare – appunto, di scena – della specifica reazione americana”, giudicata sicuramente avventurosa. Ma poi neanche tanto...

●In ogni caso, giapponesi e sud coreani si avvalgono subito del fresco precedente dei due B-52 americani e anche loro ripetono il “sondaggio” nell’area di identificazione cinese, secondo alcune voci  addirittura anticipandolo senza subito neanche annunciarlo... (Washington Post, 28.11.2013, (A.P.), S.Korea, Japan defy Chinese air defense zone Sud Corea e Giappone violano la zona aerea di difesa cinese http://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/skorea-japan-defy-chinese-air-defen%20se-zone/2013/11/28/ c114faec-581e-11e3-bdbf-097ab2a3dc2b_story.html).

Secondo una studiosa di cose cinesi dell’università di Miami, citata dal WP, June Teufel Dreyer, nella nuova zona di identificazione “per qualche tempo, adesso, non succederà niente... Poi, la zona gradualmente verrà imposta più rigidamente― non fosse altro che per la presenza assidua e costante nella zona di pattuglie aeree cinesi che i giapponesi difficilmente rischieranno di sfidare non più solo a parole ma in aria, aereo per aereo... I giapponesi, in specie, continueranno invece a protestare ma poco più di questo e, alla fine, verranno inesorabilmente logorati: coi cinesi che finirebbero, così, col cambiare efficacemente lo status quo”.

●L’Amministrazione americana dà comunque subito un prudente consiglio a tutti gli aerei civili della sua bandiera di non rifiutare l’identificazione richiesta dai cinesi: si riservano di contrastarla coi loro aerei militari ma vogliono, saggiamente, evitare possibili “confrontations” neanche volute. Diversamente dagli americani, l’amministrazione dell’aviazione civile nipponica ha avuto istruzioni dal governo di ignorare le richieste cinesi.., anche se da allora, da giovedì 28, nessun aereo civile giapponese si è comunque arrischiato a penetrare nella zona in questione (New York Times, 29.11.2013, P. Baker e J. Perlez, Airlines urged by U.S. to Give Notice to China Le compagnie civili [americane] pressate dagli USA per dare alla Cina [la notifica di transito richiesta] ▬ http://www.nytimes.com/2013/11/30/world/asia/china-scrambles-jets-for-first-time-in-new-air-zone.html?pagewanted=1&_r=0)

In un certo senso, e allargando il discorso, attesta del fallimento geo-politico dell’America in questi ultimi anni l’impasse totale in cui si sono anche andati a cacciare gli Stati Uniti, presi dalle loro fissazioni mediorientali (Iraq, Iran, Siria, Israele) e centro-asiatiche (AfPak), lasciando montare quasi disinteressandosene per decenni ormai insieme al contenzioso tra Cina e Giappone, sul quale poco possono fare, anche quello su cui ben altrimenti avrebbero potuto esercitare una vera mediazione se fossero stati meno passivi e più attenti al veleno che si andava sviluppando tra i loro più stretti alleati nella regione, Corea del Sud e Giappone― un malessere acuto che sta influenzando assai malamente il rapporto triangolare (Council on Foreign Relations, R. A Cossa, Japan-South Korea Relations: Time to Open Both Eyes I rapporti tra Giappone e Corea del Sud: è ora di aprire entrambi gli occhi ▬ http://www.cfr.org/south-korea/japan-south-korea-relations-time-open-both-eyes/p28736).

Ma, disinnescata adesso, per qualche mese almeno forse, la bomba a orologeria degli sviluppi nucleari in Iran e sempre che Israele non riesca a tirarci dentro ancora una volta con le sue alzate di testa e assai a malincuore l’attenzione americana, è sul nuovo annunciato ma finora praticato, epperò delicatissimo fuoco dell’attenzione degli Stati Uniti: l’Asia orientale, la Cina, ormai invece del Medioriente... Adesso, però, bisogna vedere se la diplomazia e la politica americana hanno imparato qualcosa dalle grandi tramvate prese nel’Asia centrale, in Medioriente e un po’ dovunque nel mondo in questi ultimi dieci anni.

Diciamo che bisogna vedere se a Washington, oggi, concludono di dovere – ma anche di potere – permettersi di ingaggiare direttamente il faccia a faccia in uno scontro aperto di volontà di potenza in una fase anche lunga ormai che vede  gli USA economicamente in posizione più labile, o se è per loro più conveniente, possibile e anche utile sapersi, una volta tanto e quasi contro-natura però, accontentare di lavorare attivamente ormai per accompagnare e gestire il problema sino-giapponese che cova pericolosamente sotto la cenere...

Rieletto per un quarto mandato, e con l’83,6% dei voti, secondo i dati resi noti a Dushanbe dal capo della Commissione elettorale nazionale del Tajikistan, Shermukhammad Shokhiyon, il “rispettato” presidente Emomali Rakhmon (Tajikistan.rss, 7.11.2013, Tajik strongman wins over 83% in ‘no choice’ pollL’uomo forte tagiko vince con l’83% dei voti un un’elezione ‘senza scelte’ http://tajikistan.rsspump. com/?key=201311071030db.tajik-strongman-wins-83-no-choice).

Per la cronaca, in India il ministro della Difesa, A. K. Antony, ha varato ufficialmente la portaerei INS Vikramāditya (il nome di un grande imperatore del I secolo a.C., della dinastia Paramara) – già la russa Amm. Gorshkov – nei ranghi della marina militare del suo paese nel corso della visita ufficiale a Severodvinsk, sul delta del fiume Dvina a 35 km. da Arkangelsk sul mar Bianco, nel profondo nord della Russia europea.

La nave è una vecchia portaerei russa della classe Kiev, acquistata nel 2004 e consegnata all’India nel 2008 ma rimasta da allora in cantiere in Russia per modifiche e ammodernamenti vari (e per il contenzioso aperto tra il cantiere e il cliente indiano sull’ammontare e i tempi del pagamento  residuo. Quando adesso, a dicembre, la portaerei sarà integrata nelle forze navali dell’India sarà la seconda ad entrare in servizio consentendo di “coprire” entrambe le coste del paese: il mare Arabico e la baia del Bengala.

●Il varo della portaerei indiana Vikramaditya, messa in mare e che ormai complementa la forza a breve e medio termine della marina militare indiana, in realtà ormai è a un punto di svolta per arrivare a decidere della sua identità. La flotta di due portaerei operative è simbolica di una visione diversa, di “potenza”, per il ruolo dell’India in politica internazionale: tenendo presente l’“incombenza” vicina di altre potenze: il Pakistan e, soprattutto, la Cina...

Connesso a questo potenziale rafforzamento militare navale, c’è anche la possibile acquisizione di bombardieri supersonici intercontinentali e lo schieramento di missili balistici intercontinentali sul territorio o sulle portaerei stesse. L’India è a questo bivio: decidere quale pensa che sarà, che potrà e dovrà essere il suo ruolo regionale e planetario dopo il 2025.

Ora, l’India non ha la forza economica di fondo che le consenta un ruolo di grande potenza ma potrebbe arrivarci con la volontà di investirci risorse sufficienti a fare massa critica. A spese, però, allora di altri investimenti certamente più immediatamente pressanti dal punto di vista politico, sociale e economico. Naturalmente, al momento, la decisione strategica non è invece così pressante, visto che solo con la formazione completa delle due task forces previste intorno alle portaerei e alla terza, quella costruita in India – la prima – da 45.000 tonnellate di stazza che verrà, comunque,  varata non prima di altre cinque anni, almeno.

Riportano i media pakistani che l’India ha aperto ora un negoziato con la Russia anche per l’affitto (il leasing, più esattamente) di un secondo sommergibile d’attacco a combustibile nucleare della classe  Akula II (codice NATO) o Schkuka― picca o punta, che dovrebbe esso stesso rimpiazzare un sottomarino della classe Kilo, “perso”. Verrà invece pagato in toto e in contanti il completamento e l’ammodernamento di un secondo Akula già “prenotato” da tempo (NightWatch, 3.11.2013, India buys Russian Navy vessels L’India acquista vascelli della Marina militare russa http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000231.aspx).

●Verso fine mese, arriva anche notizia che la Marina ha condotto con successo un test del nuovo missile balistico Dhanush― il vaso degli dei, a corto-medio raggio e a testata nucleare lanciato dal poligomop sperimentale integrato di Chandipur, nella regione di Odisha, sulla costa orientale del paese, a 350 km dal bersaglio. Si tratta di un modello ultimo sviluppato in India del missile PrithviTerra, in grado di colpire bersagli sia in mare che a terra (The Economic Times of India/New Delhi, 23.11.2013, Danush missile successfully test-fired Il missile Danush sperimentato con successo http://articles. economictimes.indiatimes.com/2013-11-23/news/44389972_1_dhanush-missile-prithvi-missile-chandipur).

●In Afganistan, continuano con difficoltà e piccoli passi avanti a cercare l’intesa tra governo e americani per trovare il modo di confermare una presenza sempre armata di forza militare pur se ormai solo residua. I punti non ancora risolti e che per questo il governo di Kabul ha deciso di lasciare in sospeso nel dibattito che ha chiesto di aprire alle assemblee consultive locali di anziani, le loya jirgas le chiamano, il nodo su quale legislazione governi crimini o azioni comunque illegali di soldati americani sul territorio afgano: cioè, in sostanza se in un territorio dove gli americani conducono azioni di guerra debbano rispondere della loro condotta non solo alle loro gerarchie militari.

Se, per esempio, un GI – capita, capita, eccome – violenta un’afgana o un afgano, gli afgani esigono di portarlo davanti ai loro tribunali e giudicarlo in base alla propria legge; gli americani vogliono che sia giudicato da loro tribunali militari e in base alle loro leggi di guerra che coi soldati al fronte sono sempre – sempre – molto – molto – indulgenti. Così come, se un’abitazione afgana viene sfondata e danneggiata durante un’operazione antitalebana o pretesa tale, gli americani chiedono lo stesso e gli afgani resistono a lasciare loro la giurisdizione.

L’attentato dinamitardo che ha colpito uno di questi loya jirga all’università di Kabul, e ha fatto a metà mese una decina di morti, era chiaramente inteso a scoraggiare ogni proseguimento da parte delle autorità di queste procedure. E gli attentati sono motivati proprio dalla necessità di scoraggiare qualsiasi accordo mascherando, come quello ad interim attuale, divergenze radicali e prodfonde che vanno contro la cultura antica e orgogliosa di questa società.

Poi, gli afgani sembrano quasi sintetizzare tutte le loro esigenze in una formula semplice semplice, almeno nella versione che ne accredita il NYT (New York Times,19.11.2013, Afghans Demand U.S. Admit Miliatry Errors― Gli afgani chiedono che gli USA ammettano gli errori commessi in campo militare [e anche politico, ma, e soprattutto, si impegnino a non ripeterli più] http://www.nytimes.com/2013/11/20/world/asia/key-issue-said-to-be-resolved-in-us-afghan-security-talks.html?hpw&rref=world&_r=1&&gwh=78F28639317391718F5673 A158A00329).

Questa sarebbe la formula: l’ammissione pubblica e chiara di Obama che lui e i suoi predecessori hanno sbagliato tutto... e proprio sul piano della conduzione della guerra... e tutto si potrebbe riaprire. E’ una posizione non solo inaccettabile ma inaudita per questi lidi. Ricorda ai suoi “pivelli”, come chiama i giovani allievi come una giaculatoria, l’agente speciale Leroy Jethro Gibbs, nella serie Tv NCIS, riflettendo una prerogativa, che in questo paese è, poi, una peculiarità di sempre di “non scusarsi mai: perché è un segno di debolezza”... Ma, in realtà, qui più che altrove, questo è solo un segno di stupida cecità: se a priori hai deciso di non chiedere mai scusa, ti blocca e ti impedisce di capire dove e perché hai sbagliato,condannandoti quindi inevitabilmente, poi, a ricascarci...

E’ il prezzo che Karzai chiederebbe a Obama, per non opporsi più agli attacchi dei drones e a riconoscere di fatto una specie di immunità alle truppe americane che restano nel paese anche a fine 2014. E’ quanto dice – precisando che basterebbe anche una scusa scritta: non sarebbe necessario andare in Tv a “umiliarsi”; ma deve essere uno scritto, firmato e ufficiale – Aimal Faimi, il portavoce del presidente della Repubblica islamica dell’Afganistan Da Afġānistān Islāmī Jomhoriyat.

E nell’Amministrazione emergono, al solito, due linee – se bastano... – quella di Kerry, più disponibile a dire di sì e pronta a trattare: firmo io, come segretario di Stato, suggerisce a Karzai; no, tu no! tu non basti, rispondi l’afgano – e quella del consigliere/a per la Sicurezza nazionale, Susan E. Rice, che non solo smentisce che sia stata buttata giù una qualche bozza d’una simile lettera ma puntualizza che, proprio al contrario, di scuse non si potrebbe mai trattare, “semmai del  contrario: noi ci siamo sacrificati per anni e abbiamo sostenuto gli afgani accompagnandoli nel loro progresso alla democrazia e nell’affrontare l’insorgenza e al-Qaeda”.

Alla fine, state a vedere, a calarsi le braghe saranno gli afgani: intanto perché Karzai che, in ogni caso, sostiene di voler rimandare la firma di ogni possibile accordo a dopo le elezioni presidenziali del prossimo aprile (alle quali non potrà presentarsi e non spiega se prima della sua decadenza a maggio o dopo, da parte del successore) anche se questa sessione della loya jirga, dovesse approvarlo detiene nelle sue mani il potere di approvare o eliminare dall’assemblea finale i delegati che non gli piacciono e, alla fine, di decidere lui― e lui pure l’accordo lo vuole (in fondo dietro l’angolo, senza gli americani, si intravvede bene penzolare la corda che aspetta il suo collo).

Insomma, questo di Karzai sembra proprio un bluff (anche se lui è convinto e scommette che il bluff sia quello degli americani che non oseranno mai lasciarlo del tutto solo... ma lui, e i suoi, sono perfettamente consapevoli in realtà che il loro regime, se lasciato solo contro i talebani – senza gli americani ma, ormai anche con loro probabilmente, non sarebbe in grado di sopravvivere che qualche mese – e dovrà per forza firmare anche solo per acquistare quel qualche mese di tempo. Solo che, per firmarlo non vuole mettersi, intanto, al collo il macigno d’un accordo che i suoi, per primi, percepiscono e di cui parlano, per cercare di resistergli, come una svendita della sovranità nazionale...

Il fatto è che le condizioni per averlo sono sempre quelle: lettera o non lettera, firmata o meno da Obama― come in Germania, come in Italia, come in Giappone, nelle Filippine e dovunque: dovunque ci siano truppe degli Stati Uniti d’America, alla fine la sovranità non c’è più, spesso i parlamenti non ne sanno neanche niente e spesso addirittura i governi. Insomma, dove nel mondo e su richiesta altrui, ci sono gli americani, alla fine per tenerceli bisogna accettare che comandino loro... e che, soprattutto, siano loro a giudicare i possibili crimini dei loro soldati. In fondo, e tutto considerato, se uno ce li vuole, è pure giusto, no?, che finisca così (New York Times, 21.11.2013, Azam Ahmed, Karzai Says Security Pact with U.S. Should Be Signed Next Year Karzai dice che il patto di sicurezza con gli USA dovrebbe essere firmato l’anno prossimo http://www.nytimes.com/2013/11/22/world/Asia/afghani stan.html?_r=0).

E, alla fine, anche Kerry – il più pronto – smentisce qualsiasi disponibilità americana a firmare... ma non smentiscono gli afgani – e la cosa resta così, come in sospeso – che di scuse si sia mai trattato, che siano mai state richieste e mai, quindi, negate... Ma nessuno, ovviamente, crede ormai alla smentita, qui, di nessuno. Così, alla fine, il Consiglio degli anziani, che Karzai stesso aveva convocato perfino sotto le bombe dei jihadisti suicidi, chiedendogli di approvare l’accordo, glielo chiede... ma subito si sente rispondere che il presidente ne incassa l’assenso ma non firma, avendo intenzione invece di continuare a negoziare con gli americani (New York Times, 24.11.2014, Afghan Council Approves Security Pact, but Karzai Withholhs His Signature Il Consiglio afgano approva il patto di sicurezza con gli americani, ma è Karzai a trattenere la firma http://www.nytimes.com/2013/11/25/world/asia/afghan-council-approves-us-security-pact.html?_r=0).    

In Pakistan, quei talebani– i Tehrik-e-Taliban Pakistan/TTP, che l’intelligence americana aveva con facilità eccessiva preconizzato di aver gettato nel caos il 1° novembre uccidendogli (per la terza volta, almeno: ma pare che questa sia stata quella buona) con un attacco di droni il capo politico e militare, Hakimullah Mehsud, in un bombardamento sulle montagne del Nord Waziristan – hanno , dopo un duro scontro interno deciso in pochi giorni del sostituto con cui rimpiazzarlo: prima la Shura dei TPP (il consiglio consultivo degli anziani) aveva optato per il vice di Hakimullah, Khan Said, noto per aver pianificato e condotto con un successo clamoroso nel 2012 l’attacco a un complesso carcerario militare del Pakistan nord occidentale che aveva portato alla liberazione di oltre 400 prigionieri e eletto in un’ottica di continuità col defunto leader.

Il governo e i media pakistani avevano subito denunciato l’eliminazione dei Hakimullah che, con credibilità dicono, avrebbe potuto con buon esito rappresentare il TTP a una conferenza di pace. Era colui che, attraverso prese di posizione e conferenze stampa, aveva negli ultimi mesi, dall’insediamento del nuovo governo a Islamabad rappresentato gli insorti interni nel negoziato con i delegati del primo ministro Sharif su termini e condizioni dei colloqui di pace. E adesso, temono, il processo è stato strangolato in fasce.

Alcuni osservatori, però, lasciano capire che, in realtà, dentro le Forze armate e l’intelligence militare del Pakistan non sono affatto tutti scontenti – anzi – della scomparsa di Hakimullah, fidandosene poco, come poco del resto credevano nei colloqui di pace  temendo anzi la statura che essi avrebbero finito per conferire al leader ribelle.

Ma la stessa incoerenza politica manifestata da Islamabad, con un comportamento schizofrenico dove la destra non sa mai quello che fa la sinistra e viceversa, anche se gli americani non ci infilano, più o meno davvero a sorpresa, il loro artiglio armato, mina in potenza ogni opportunità di approfittare del caos seminato dall’attacco tra i TTP: come dimostra l’immediato rimpiazzo del leader appena scomparso (Reuters, 3.11.2013, Pakistani Taliban secretly bury Hakimullah, vow bombs in revenge I talebani pakistani seppelliscono in segreto Hakimullah, giurano pubblicamente di vendicarlo a forza di bombe http://in.reuters.com/article/2013/11/02/pakistan-drone-strike-idINDEE9A101120131102).

Solo che, poi, anche nel campo dei talebani, il rimpiazzo stesso viene rimesso in questione perché – scelto a larghissima maggioranza dal clan Meshud e dall’ala più “dialogante”  dei TTP  – non ha però l’appoggio di tutte le componenti osteggiato dai più intransigenti considerato troppo attento alle sirene del governo. Così, alla fine, lo rimpiazzano ancora, e a maggioranza ancora più larga della sua, con l’esponente più famoso e fanatico della fazione più intransigente e più forte dei Tehrik-e-Taliban Pakistan, i talebani pakistani e tra i più martellanti e decisi predicatori della shar’ia.

E’ il mullah Maulana Fazlullah che aveva mesi fa ordinato l’omicidio (clamorosamente toppato, per fortuna) di quella ragazzina, Malala Yousafzai, che non solo insisteva ad andare a scuola ma s’era fatta propagatrice (perciò assassinabile e perciò eroica) del diritto all’educazione di bambine e ragazze e subito trasformata da una sapiente regia occidentale, anche spesso un po’ grossolana, in una specie di icona globale magari pure un tantino forzata (Guardian, 7.11.2013, J. Boone, Pakistani Taliban selects hardliner Mullah Fazlullah as new leader I talebani pakistani eleggono [alla fine] il duro Mullah Fazlullah come loro nuovo capohttp://www.the guardian.com/world/2013/nov/07/pakistani-taliban-mullah-fazlullah-leader-malala-yousafzai).

Anche, dall’altra parte del confine, in Afganistan, il presidente Hamid Karzai ha detto a una delegazione di deputati americani che l’attacco mortale che ha ucciso Mehsud è arrivato del tutto intempestivamente con la conseguenza – che qualcuno ha detto però voluta e prevista – di minare i colloqui appena iniziati di pace.

E’ certo che sia Pakistan che Afganistan seguono una politica a due facce sulla questione, con assicurazioni pubbliche contraddette in continuazione dai concreti comportamenti degli apparati di sicurezza. Ma è sicuro che nessun processo di pace in Afganistan può andare avanti senza la cooperazione dell’intelligence pakistana. E viceversa...

Conclude il NYT (New York Times, 3.11.2013, D. Walsh, In Pakistan, Drone Strike Turns a Villain Into a Victim In Pakistan un attacco coi droni trasforma una canaglia in una vittima http://www.nytimes.com/2013/11/04/ world/asia/in-pakistan-death-by-drone-turns-a-villain-into-a-martyr.html): insomma, un altro capolavoro che, al di là di ogni ambiguità sempre presente tra afgani e afgani, tra pakistani e pakistani e, poi, tra americani e tutti e due i loro riottosi alleati – e, al dunque, in realtà, tutti e tre – affossa le occasioni possibili e nessuno crede che lo faccia per caso.

L’immediata conseguenza, scontata, dell’uccisione di Hakimullah Mehsud è tutta e proprio nel fatto che è saltato l’interlocutore – l’unico, forse, autorevole e, forse, possibile tra i talebani pakistani – che col governo del paese e anche, forse, con quello afgano avrebbe potuto impiantare un qualche colloquio su basi sicuramente difficili ma che, adesso, con l’elezione della nuova leadership tra i più estremisti ha già decretato la fine di ogni approccio e ha giurato attacchi più duri contro tutti.

In definitiva, però, la scelta di Fazlullah non significa necessariamente che non ci saranno mai negoziati. Spesso, da quando esistono nel mondo conflitti armati, sono i più intolleranti tra i capi delle fazioni in lotta a riuscire a fare la pace – anche magari una pace di facciata, ma a mettere fine comunque nell’immediato a un conflitto – essendo gli unici poi a poter  negoziare con la credibilità alle spalle per permettersi anche qualche flessibilità.

Ma questo riguarda il futuro. Il presente non vede più la possibilità di nessun colloquio, diciamo, nel breve termine. Continuerà la persecuzione in nome di Allah, da parte delle popolazioni pashtun, di ogni donna non più disponibile solo al sissignore, compresi anche, forse, nuovi tentativi di “punire”, cioè di assassinare, Malala in Gran Bretagna dove si è rifugiata.

Per ora, l’elezione del leader estremista pashtun a capo dei TTP significa sicuramente il rifiuto di ogni apertura del primo ministro Sharif e mette in luce la degenerazione in progress di uno schema di leadership messo in modo da tempo dal programma di decapitazione messo in funzione da anni dagli USA e perfezionato da qualche tempo coi droni delle gerarchie delle popolazioni afgane come, del resto, di quelle pakistane. Questa tattica cieca sconta, oltre al contrappasso che per ogni morto civile nascono – secondo i calcoli stessi di Washington, poi – almeno dieci nuovi jihadisti,  altre pressoché inevitabili conseguenze.

• Prima, è che c’è così sempre qualcuno in lista per cercare di cogliere la sua occasione nella scomparsa di chi ha davanti per diventare lui il numero uno: come era nel tardo ‘400 nell’Inghilterra dei Lancaster e degli York, la guerra delle due rose, da cui alla fine uscì vincitore col matrimonio, come allora si usava e oggi, non solo qui, proprio non più, su montagne di cadaveri, un rampollo relativamente oscuro della prima, la rosa rossa, Henry Tudor, che sposò dopo aver vinto e mettendo fine a trent’anni di massacri, Elisabeth di York.

• Seconda, la nuova leadership a sedersi di volta in volta sul cadavere dell’ultimo decapitato è sempre meno esperta e meno saggia di quella che scompare...

 • Terza, la nuova generazione di capi è sempre più estremista e, come succedeva sei secoli fa in Inghilterra, più irrigidita teologicamente nelle proprie certezze (il “Dio è con noi” di allora e l’ “Inch’ Allah” di oggi) e contro il credo degli altri.

• E, infine, i nuovi leaders sono sempre meno conosciuti dei loro predecessori alle innumerevoli agenzie di spionaggio che cercano di indovinarne opzioni e obiettivi. Il che sta solo a dimostrare come la strategia della decapitazione degli  insorti o di un’insurrezione sia una strategia senza testa.

●L’ultimo attacco di droni che ha fatto diversi morti nella provincia del Khyber-Pakhtunkhwa, governata dal popolarissimo Imran Khan, ex grande – forse il più grande – giocatore di cricket del paese e capo carismatico di un’opposizione islamica “misurata” ma anche forse la più aperta ai talebani locali col suo PTI/Pakistan Tehreek-e-Insaf il Movimento per la Giustizia, è costato caro agli Stati Uniti.

Nell’incapacità del governo di far obbedire al suo no ai bombardamenti americani senza pilota sul suo territorio, e anche solo di farsi prendere in qualche modo sul serio da Washington, ci ha pensato il PTI presentando una denuncia per nome e cognome contro il direttore della CIA a Washington, John Brennan, e quello locale identificato per nome e cognome – e perciò definitivamente “bruciato” – dello  spionaggio USA a Islamabad, di “aver commesso pluriomicidio e fatto la guerra al Pakistan”... e stavolta gli USA sono indiavolati davvero anche se mai quanto i pakistani colpiti dai droni (New York Times, 27.11.2013, D. Walsh, Pakistani Party Identifies Man It Says Is C.I.A. Station Chief [Il PTI], partito pakistano identifica l’uomo che dice essere il capo della CIA a Islamabad http://www.nytimes.com/2013/11/28/ world/asia/pakistani-party-identifies-man-it-says-is-cia-station-chief.html?_r=0).    

●Intanto, in Pakistan, hanno concesso all’ex dittatore, feld-maresciallo e presidente Pervez Musharraf di lasciare gli arresti domiciliari su cauzione di $ 2.000 (sic!) in attesa del giudizio cui dovrà sottostare per l’operazione di “sicurezza”, l’attacco a Lal Masjid― la Moschea Rossa di Islamabad che fece oltre 100 morti nel 2007 (nessuno l’ha mai saputo con precisione: l’unico dato certo è che alla vigilia dell’attacco il governo di Musharaff aveva chiesto di “approntare” almeno 400 bare...).

Questo era l’ultimo caso in cui Musharraf era ancora detenuto dei molti che ha aperti con la giustizia penale e militare del paese, il che significa che, non essendo più agli arresti domiciliari, può spostarsi liberamente nel paese anche se, col nome inserito nella lista dei passaporti non più abilitati all’espatrio, in teoria non può uscirne.

In teoria, però. Perché se la corte suprema e il governo Sharif vorrebbero certo portarlo sul serio a giudizio per i suoi crimini contro la Costituzione del paese, non c’è al momento alcun caso del genere contro di lui. C’è contro questa ipotesi il freno delle Forze armate che, comunque, non amano davvero vedere il più storicamente eminente dei propri esponenti andare a giudizio e potrebbe, al dunque, facilitargli l’uscita dal paese, visto anche l’ammontare francamente ridicolo delle cauzioni che ha dovuto finora versare (The Bangladesh Chronicle, 4.11.2013, Al Jazeera, Musharraf granted bail in last legal case Cauzione concessa a Musharraf nell’ultimo capo aperto contro di lui ▬ http://www. bangladeshchronicle.net/index.php/2013/11/musharraf-granted-bail-in-last-legal-case).

Poi, a metà novembre, il ministro degli Interni, Chaudry Nisar Ali Khan, comunica che il governo Sharif ha deciso di sottoporre Musharraf a processo per alto tradimento e a giorni presenterà alla Corte suprema l’accusa di aver violato l’art. 6 della Costituzione vigente nel 2007 quando dichiarò lo stato di emergenza e la sospensione di ogni garanzia ricorrendo alla presa del potere e alla dittatura militare. Il Pakistan, in 66 anni di esistenza, da quando si staccò con la sua guerra di indipendenza dall’India ha avuto ben tre periodi, ciascuno lunghissimo, in media vent’anni di dittatura militare. Sarebbe il primo alto militare processato per tradimento in questo paese: pena che di per sè comporta anche la pena di morte (Guardian, 17.11.2013, (A. P), Pervez Musharraf to face trial for treason, says Pakistani minister Ministro pakistano comunica che Pervez Musharraf andrà sotto processo per tradimento http://www.theguardian.com/world/2013/nov/17/pervez-musharraf-trial-treason-pakistan).

La Corte suprema ha subito provveduto a insediare l’apposito tribunale speciale visto che il governo vorrebbe almeno dar inizio al processo prima del pensionamento dell’attuale capo di Stato maggiore delle Forze Armate, il gen Kayani, che avviene a fine novembre. Perché Musharraf ha i suoi difensori all’interno dell’istituzione militare e la tenuta effettiva del processo potrebbe di fatto avviarsi a costituire un test importante sulla solidità del potere civile e giudiziario nel paese rispetto a quello militare.

Di questo nuovo equilibrio, Kayani ai vertici dell’esercito è sempre stato un forte sostenitore e il fatto potrebbe spiegare il ritardo stesso della nomina del successore da parte del primo ministro Sharif: proprio l’uomo che nel 1999 venne estromesso dal colpo di stato di Musharraf, così come proprio l’attuale presidente della stessa Corte suprema, Chaudry, venne allora arrestato e sbattuto in galera per mesi dallo stesso Musharraf...

Così, adesso, il 27, proprio alla vigilia del suo pensionamento, Kayani viene sostituito separando le cariche che ricopre, con la nomina da parte del PM Sharif del ten. gen. Rahel Sharif (non è parente) a nuovo capo di stato maggiore dell’Esercito:  non era proprio un suo favorito e neanche quello della gerarchia militare― ma da loro è accettabile: come anche, alla fine, lo è il nuovo capo degli stati maggiori riuniti, il ten. gen. Rashad Mahmood, entrambi subito promossi alla quarta stella (DawnL’Alba/Islamabad, 27.11.2013, Mateen Haider, Lt Gen Rahel Sharif Chosen as New Army Chief Il ten. gen. Rahel Sharif scelto come nuovo capo dell’Esercito http://dawn.com/news/1058927/raheel-sharif-chosen-as-new-army-chief)...

Una volta tanto, e almeno fino a smentita che purtroppo prima o poi vedrete che arriva, da una parte o dall’altra, la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja ha stabilito che il contenzioso – anche armato sporadicamente, ma neanche troppo – tra Tailandia e Cambogia per il promontorio sui monti Dângrêk dove si erge da mille anni il tempio hindu di confine di Preah Vihear. Ha riconfermato, così, a favore di Phnom Penh una sentenza del 1962 che la Tailandia aveva respinta. Stavolta, però, con una non rilevante dal punto di vista territoriale anche se simbolicamente importante distinzione a favore della Tailandia, affermando che la vicina collina di Pheu Makhua è invece tailandese.

Subito le popolazioni delle due nazionalità che da sempre vivevano insieme e senza grandi problemi nella zona hanno cominciato a tornare nei villaggi che avevano abbandonati, mentre il ministro degli Esteri di Phnon Penh, Hor Namhong, definisce il verdetto “abbastanza soddisfacente” e a Bangkok il governo annuncia che potrebbe anche esserne “soddisfatto” e che cercherà subito di aprire colloqui con la Cambogia per la definizione concordata della questione. Ma un gruppo iperpatriottico tailandese ha già respinto la sentenza giurando di riprendersi il territorio patrio con il diritto della forza visto che la giustizia (CNN, 12.11.2013, P. Shadbolt, Villagers return after verdict on disputed Preah Vihar temple Gli abitanti del circondario, dopo il verdetto, tornano sul territorio conteso di Preah Vihar http://edition.cnn.com/2013/11/12/world/asia/thailand-cambodia-temple).

Il cambiamento climatico globale si sta vendicando degli scettici e dei negazionisti del “lasciate fare alla natura da sé”, proprio come l’economia dominante fa col suo “lasciate fare al mercato”. Questa volta si è scatenato contro la popolazione delle Filippine, dove il tifone Haiyan ha spazzato via tutta la cittadina di Tacloban con i suoi 218.000 abitanti come se fosse stato uno tsunami e  imperversato lungo tutto il centro del paese lasciando una scia di distruzione e macerie e, nell’immediato, almeno 2.500-3.000 morti.

Il governo e il meccanismo internazionale degli aiuti umanitari sono stati sopraffatti dagli uragani che hanno sconvolto il territorio con venti che hanno toccato anche i 315 Km. all’ora, tagliando fuori centinaia di Km2 da ogni possibile aiuto e in qualche modo colpendo ben 11 milioni di filippini (The Economist, 15.11.2013, Stress test – Responding to disaster is essential, but so is preparing for the next Lo stress test E’ essenziale rispondere al disastro, ma lo è altrettanto prepararsi per il prossimo http://www.economist. com/news/leaders/21589883-responding-disaster-essential-so-preparing-next-stress-test).

Il primo ministro della Corea del Sud, Chung Hong-won ha dichiarato il 19 novembre che intenderebbe portare il bilancio della difesa del paese al 3% del PIL (dal 2,5 di oggi: sui 33 miliardi di $) a causa delle “realtà dure” che la collocazione geografica e politica del paese (l’incombenza della Cina e del Giappone sull’area e dell’altra “unicissima” metà del paese, al Nord) gli impongono. Le sue parole vengono subito dopo la dichiarazione del deputato Kim Eul-dong, del partito anch’esso di governo del Saenuri― la Nuova Frontiera, conservatore, che aveva deplorato lo scarso impegno del governo sul tema della sicurezza nazionale.

●Intanto, il ministero della Difesa ha aggiornato le specifiche dell’ordine di nuovi caccia stealth (cosiddetti invisibili ai radar) che di fatto finisce col dare il contratto alla Lockheed Martin per i suoi F-35A, invece del caccia F-15 della Boeing del quale si pensava che in estate avesse concluso il contratto. Si tratterebbe, in ogni caso, dell’acquisto più costoso di un sistema d’armi da parte coreana. L’ammodernamento della flotta aerea militare è in corso anche nei vicini Cina e Giappone (The Economist, 29.11.2013).  

Emergono anche notizie, per il momento non confermate, che a Seul si cominciano a considerare ipotesi di una forte espansione delle proprie capacità di fare i conti con quella che in gergo marinaro chiamano la possibilità di operare in “acque blu”: cioè, al largo e in mare profondo― portaerei e sottomarini... (Silobreaker, 19.11.2013, PM calls for higher defense budget Il PM chiede un bilancio della difesa più ingente http://english.yonhapnews.co.kr/news/2013/11/19/0200000000AEN20131119010100315.html).

E subito reagisce, alzando i toni della sua consueta bellicosa retorica, il Nord: il 22, l’agenzia di stampa Yonhap – edita a Seul e sempre, ovviamente, la meglio informata delle cose anche del Nord – esce con la notizia che Pyongyang ha appena minacciato, in occasione dell’anniversario, proprio il 22 di tre anni fa quando per rappresaglia contro le esercitazioni di Seul e Washington lanciò il cannoneggiamento dell’isolotto di Yeonpyeong, territorio della Corea del Sud, che “se la RPDC si sentisse minacciata potrebbe anche reagire, stavolta, sommergendo in un mare di fuoco” il palazzo presidenziale di Seul, la Casa Blu― come la chiamano, il Chongwadae.

Il portavoce del ministero della Difesa del Sud, Wi Yong-sub, liquida subito come battuta altisonante e retorica la formula. Ma diversi analisti, anche tra i più autorevoli, qui si mostrano qualche po’ preoccupati: anche perché – come sottolinea il prof. Yang Mo-jin, dell’Università di Studi nord-coreani di Seul – è la “mancanza stessa di un confine marittimo formalmente definito tra i due paesi e di un trattato che metta propriamente fine alla guerra di Corea, al posto del precario armistizio che dura dal 1953 – tra l’altro mai neanche firmato dal Sud – continua a perpetuare la possibilità di altri scontri (American Security Council Foundation, 22.11.2013, North Korea Issues Threat on Anniversary of South Korean Island Shelling La Corea del Nord minaccia [il Sud: se essa stessa si percepisse minacciata, dice...] nell’anniversario del bombardamento di un’isola della Corea del Sud http://www.ascfusa.org/news_ posts/view/7789).

Intanto, e diciamo così a ogni buon conto, la Corea del Nord – che aveva annunciato già da aprile scorso l’intenzione di rimettere in funzione il suo vetusto apparato nucleare di Yongbyon che gli esperti dicono essere in grado di produrre il plutonio necessario al suo tipo di armi nucleari – pare che abbia effettivamente rimesso in moto il vecchio reattore che pure aveva parzialmente anni fa smantellato: per darsi, ha affermato, la capacità di disporre di un deterrente comunque efficace― e in effetti, è possibile che basti, o sia bastato, solo il timore che, poi, anche solo alcuni ordigni atomici rudimentali ma anche operazionali li avesse, a scoraggiare ogni tentazione aggressiva o punitiva nei confronti dello spinoso regime di Pyongyang.

Ora dice al Consiglio dell’AIEA, l’agenzia di sorveglianza atomica dell’ONU con la quale di tanto intanto Pyongyang a modo suo magari collabora, il direttore generale Yokia Amano “sono state osservate nel sito attività congrue col riavvio del reattore nucleare da 5MW(e)... anche se non avendovi accesso al momento non siamo in grado di determinare conclusivamente se il reattore poi sia stato o non sia stato riavviato(Guardian, 28.11.2013, Reuters, North Korea ‘restarts’ nuclear reactor, atomic watchdog warns Il Nord Corea ‘riavvia’ il suo reattore nucleare [ne ha uno], avverte il cane da caccia atomico http://www.theguardian.com/world/2013/nov/28/north-korea-restarts-nuclear-reactor-warns-iaea-pyongyang).

EUROPA

Il Rapporto semestrale del dipartimento americano del Tesoro sullo stato dell’economia internazionale  è di regola lettura di una noia mortale: per l’ufficialità che lo connota e per l’aridità della materia stessa che tratta. Ma, stavolta, ha violato la norma uscendosene con alcune aspre quanto secondo noi importanti notazioni critiche sulla natura “anomala” dell’economia tedesca.

In sostanza, dice, l’ampia e eccessiva rilevanza che Berlino affida alle esportazioni – molto, troppo più che ai consumi interni, sta danneggiando, “molto pesantemente”, le altre più deboli economie europee che con essa condividono l’uso dell’euro. Non è certo una novità, ma è certo che, con tale nettezza e brutale veemenza, nessuno a quel livello di responsabilità, tanto meno alcun governo europeo, lo aveva detto ancora in faccia alla Merkel. Tirandone soprattutto poi le conseguenze come il Rapporto del Tesoro americano vorrebbe fare.

Insomma, in altri termini, la Germania ha una responsabilità preminente negli squilibri dei pagamenti che gravano sull’economia globale per il suo surplus francamente e spudoratamente eccessivo. Esattamente al contrario, con l’eccessivo rosso che lo connota, del peso del deficit commerciale americano sulle importazioni degli USA nell’equilibrio globale – troppi consumi in rapporto a quel che producono e esportano.

Di per sé, ricorda senza dirlo proprio esplicitamente il Rapporto, compito del FMI sarebbe quello di far riequilibrare sia l’uno che l’altro di questi segni eccessivi. Ma non lo fa... Pur se, rileva e sottolinea, l’attivo dei conti correnti tedeschi si piazza ormai al 7% del PIL: quando quello, sempre  messo sotto accusa, cinese è solo al 2,35%... Questo è il fattore che comprime e frena con una concorrenza “irresponsabile”, fondata sull’euro tagliato a misura teutonica, le esportazioni di Francia e Grecia e anche Italia e le condanna da anni a una crescita asfittica.

I tedeschi hanno chiamato “incomprensibili” i rilievi statunitensi: non sono in grado di negare o ribattere uno solo dei dati forniti ma insistono: non è colpa nostra se il mondo vuole comprare quel che noi produciamo più competitivamente degli altri― ma convenientemente e volutamente, dimenticano – ancora per quanto sopporteranno di lasciarglielo fare gli altri? soprattutto gli altri europei? – che sono tanto competitivi grazie al’euro solo a spese degli altri... E se la sua economia continua a crescere, moderatamente ma rispetto agli altri oltre il doppio, lo fa a causa di investimenti e consumi più bassi e di un export che continua a spingere. 

Il governo tedesco potrebbe invertire il trend, prendendo in prestito e spendendo di più in investimenti, tagliando le tasse sui redditi bassi, investendo maggiormente a favorire una demografia che va pericolosamente calando, col tasso di rimpiazzo demografico che qui sarebbe del 2,1, ma è solo dell’1,4. Questa sarebbe, dicono gli americani – che come tutti predicano bene e al razzolano, anche se al contrario dei tedeschi, male assai – il beninteso interesse anche della Germania

    (1. New York Times, 31.10.2013, Edit. Board, Germany’s Blind Spot Il punto cieco della Germania http://www.nytimes.com/2013/11/01/opinion/why-germany-needs-to-bolster-domestic-demand.html?_r=0; 2. U.S. Dept of the Treasury - Office of Internl Affairs, 10.2013, Report to Congress on International Economic and Exchange Rate Policies― Rapporto al Congresso sullo stato dell’economia internazionale e sulle politiche dei tassi di cambio http://www.treasury.gov/resource-center/international/exchange-rate-policies/Documents/2013-10-30_FULL%20 FX%20REPORT_FINAL.pdf).

O potrebbe, ancor più semplicemente, dare il suo OK a lasciar correre un po’ più di inflazione, smettendola di resistere testardamente all’idea che in Europa va un po’ prendendo piede che bisogna lasciar stampare un po’ più di moneta alla BCE. Ma c’è poco da fare... Ci pensano i tedeschi, sempre, a buttare secchiate di acqua gelata, replicando ad almeno due colleghi autorevolissimi del direttivo – il vice presidente della BCE, Vitor Constancio, e Peter Praet, capo economista della Banca, tedesco lui stesso e a lungo direttore generale della Banca centrale del Belgio – che avevano fatto cenno a una linea più morbida di cui all’Eurotower di Francoforte si cominciava a parlare.

Se ne incarica  di persona il presidente della Bundesbank tedesca, Jens Weidmann, membro a quel titolo anche del direttivo della BCE― che, però, malgrado la sua onnipotenza, qualche boccone amaro da un anno in qua, dall’installazione alla presidenza di Mario Draghi, ha dovuto anche ingoiarlo ma che costituisce sempre l’ostacolo più determinato a una politica monetaria meno rigida della Banca centrale. Dice che no, tornando a ribadire, come un pappagallo sordo e cocciuto, che “non ci sono modi facili e rapidi per uscire da questa crisi e che ci vorranno anni per farlo – peccato per economie e lavoratori nel frattempo condannati a morire di inedia, certo – e che “stampare moneta non è certo il modo per risolverla”.

Dunque, nel contesto di un coro che sta, invece, avanzando in Europa e dentro la stessa BCE che proprio questo è il modo, sotto il rischio forse addirittura di una deflazione incipiente, di lasciare le briglie lasche a un po’ di inflazione per far abbassare i prezzi reali anche e non solo alla Germania, e quindi far esportare di più anche al resto dell’eurozona, ecco quanto. Ma ormai sempre più chiaro sta diventando anche chi sia davvero il nemico ddell’agibilità e, in fondo, dell’esistenza stessa ormai di un’Europa ragionevolmente unita (Yahoo News!, 20.11.2013, Reuters, Printing Money not way out of crisis, ECB Weidmann says Stampare moneta non è la via d’uscita dala crisi, dice Weidmann della BCE [mentre molti altri, però, ormai non concordano più...] ▬ http://news.yahoo.com/printing-money-not-way-crisis-ecbs-weidmann-100849 311--finance.html).   

L’economia dell’eurozona cresce di un miserando 0,1%  nel terzo trimestre, col rallentamento della crescita anche in Germania che butta un gran secchio d’acqua gelata sulle speranze di fuoruscita del continente da cinque anni di recessione o di crescita quasi solo nominale e che, soprattutto, ormai quasi incapace di tradursi in creazione di un po’ di lavoro.

Anche in Germania, l’economia maggiore d’Europa, la crescita ha frenato allo 0,3%, con tasso annualizzato all’1,2 con un leggero miglioramento dei consumi compensando un po’ un certo stallo delle esportazioni: molto più basso del tasso del secondo trimestre, al 2,8% annualizzato. In Francia, l’economia si è contratta nuovamente – di nuovo recessione cioè – allo 0,1%, mentre da aprile a giugno era cresciuta dello 0,5%, col calo ulteriore degli investimenti privati e un senso diffuso di stallo in quella che s’era sperato per breve tempo potesse essere una ripresa qualche po’ sostenuta (New Yok Times, 14.11.2013, D. Jolly e J. Ewing, Euro Zone Economy Stalls as Germany and France Backtrack― L’economia dell’eurozona metterà di nuovo in stallo per le frenate di Germania e Francia http://www.nytimes.com/ 2013/11/15/business/international/german-growth-slips-as-french-economy-contracts.html). E in Italia – la terza realtà economica più grande d’Europa – il PIL è calato ancora dello 0,1% sempre nel terzo trimestre: e sono ben 9 trimestri successivi, 27 mesi di seguito che il paese resta in recessione...

Ma qui la preoccupazione principale che avanza lo stesso giorno la Bundesbank è un’altra: dicono che bisognerebbe alzare il tasso di sconto nell’eurozona perché così basso rende troppo poco a banche e assicurazioni (New York Times, 14.11.2013, J. Ewing, German Central Bank Warns of Strains from Low Rates La Banca centrale tedesca avverte di difficoltà derivanti dai bassi tassi di interesse http://www.nytimes.com/ 2013/11/15/business/international/german-central-bank-warns-of-strains-from-low-rates. html).

Nella Nota ultima scorsa di questo nostro ormai pluriannuale racconto a puntate su come sta andando questo nostro mondo, abbiamo illustrato e documentato come sia un imbroglio nefando quello cui si stanno avviando Europa e Canada sulla liberalizzazione degli scambi reciproci perché, di fatto e nei fatti, si riduce ancora una volta solo alla deregolamentazione con un vero e proprio smantellamento delle regole che ancora riescono a sopravvivere (Nota congiunturale 11-2013, §§ su Canada e Europa, accordo di libero scambio http://www.angelogennari.com/notanovembre13.html). Ci dobbiamo ora tornare sopra, perché adesso, in dirittura d’arrivo – a stare ai governi americano e alla Commissione europea – è entrato ormai anche lo stesso accordo tra UE e USA.

Alcune cose che non abbiamo ancora menzionato, o comunque non sottolineato abbastanza, bisogna infatti ricordare che darebbe poteri finora inauditi al business per portare non più in tribunale ma di fronte a un arbitrato di tipo privato, ben altrimenti da esso influenzabile, i governi che tentassero di continuare a difendere regolamenti e misure tese a difendere molti diritti dei cittadini comuni: prevede la costituzione di un “panel”, una specie di collegio di arbitrato appunto, tra pubblico e privati, fatto da commercialisti e giuristi “esperti” di diritto commerciale e tutti inevitabilmente ammanicati al potere di lor signori.

Un esempio. Il governo australiano aveva deciso che la vendita di sigarette potesse aver luogo in pacchetti singoli, chiusi, senza scritte e disegni se non quella che denuncia i pericoli seri del fumo: come succede ormai in tutta Europa e anche da noi. E la Corte suprema d’Australia, chiamata a deliberare il contenzioso subito aperto dalla Philip Morris, aveva respinto la sua richiesta.

Ma, ricorrendo al dettame a un accordo commerciale tra Canberra e Hong Kong, la compagnia del tabacco ha adesso chiesto a un tribunale offshore , di arbitrato commerciale, di garantirle una vasta somma a compenso di quella che ha chiamato la perdita della sua “proprietà intellettuale”: che consiste nel diritto a stampare sul suo prodotto, afferma, senza censure e senza interferenze “esterne”, tutta la pubblicità che vuole.

Così,come per ogni tetto imposto dal pubblico alle tariffe di qualsiasi produttore che operi nel campo dei servizi pubblici (elettricità, acqua, gas, ecc.), come ad esempio, nel caso dell’Argentina quando nel 2001-2003 venne colpita dalla reazione furibonda dei mercati alla sua dichiarazione di insolvenza finanziaria. E questa piovra delle cosiddette giurisdizioni private sta allungando i suoi tentacoli un po’ dappertutto. Si tratta di procedure che si sviluppano in segreto, i cui giudici sono in un modo o nell’altro legati agli interessi privati che rappresentano contro il pubblico e senza diritto di appello nel merito delle decisioni.

Che, così, con una specie di “sistema giuridico privato architettato dal sistema delle global corporations(Democracy Centre, 5.2013, Thomas McDonagh, Unfair, Unsustainable and Under the Radar― Iniquo, insostenibile e al di sotto del radar http://democracyctr.org/wp/wp-content/uploads/2013/05/Under_The_Radar_ English_Final.pdf) si mettono in grado di prevalere facile sulla volontà di un parlamento sovrano e di una Corte suprema.

E’ un meccanismo sempre più diffuso per sconfiggere in radice quel che addirittura Adam Smith oltre duecentocinquanta anni fa raccomandava con grande forza e convinzione di evitare: mai dare – diceva – la facoltà di autoregolarsi ai mercati, ma riservarla sempre e comunque al potere del re, dello Stato, di quello che chiamava “il bene comune”. E che, con questi accordi, si avvierebbe a diventare esso, invece, il meccanismo universale per risolvere le dispute tra Stato (gli interessi rappresentati dal “bene comune”) e gli interessi dei privati (di lor signori[4]).

E’ il sistema che largamente già vige in larga parte del mondo, ad esempio e proprio in Canada e in USA, i paesi di diritto cosiddetto anglo-sassone. Ma non ancora come vorrebbe il governo britannico ardentemente, frenato dalla sua appartenenza al sistema giuridico dell’Unione europea ,al Regno Unito. Il fatto è che il sistema delle SA, delle grandi corporations, dimentico e non a caso di Smith e dei suoi moniti, si è da tempo impossessato sia del governo americano che della Commissione europea che avrebbero dovuto provvedere, invece, in nome del “bene comune” a regolamentare.

E, non a caso, su tutta la vicenda gli attori principali – le imprese, i governi – sono del tutto silenti, le trattative sono rigorosamente segrete e, se cercate sui siti ufficiali, il testo su cui lavorano e stanno stringendo non lo trovate (ne trovate una sintesi, ridotta e costruita ad usum delphini dai servizi della Commissione per farci sapere quello che vuole e non rispondere a nessuna domanda: The Transatlantic Trade and Investment Partnership/TTIP― Partnership transatlantica per investimenti e servizi http://ec.europa.eu/trade/ policy/in-focus/ttip).

Gli unici a dire qualcosa contro – qualche giornalista qui e là (Guardian, 4.11.2013, G. Monbiot, This transatlantic trade deal is a full-frontal assault on democracy Questo accordo commerciale transatlantico è un assalto frontale e totale contro la nostra democrazia http://www.theguardian.com/ commentisfree/2013/nov/04/us-trade-deal-full-frontal-assault-on-democracy)[5] e di quando in quando – ma senza mai stringere: non ha i poteri per farlo davvero – dal parlamento europeo e da qualche voce del sindacalismo internazionale.

A questo feroce attacco al TTIP risponde, tenta di rispondere, sullo stesso giornale, qualche giorno dopo, un membro autorevole anche se assai stagionato del parlamento britannico, l’on. Clarke, già sotto di lei cancelliere dello scacchiere e, a suo tempo, forse il massimo sodale di Thatcher nel pianificare e condurre – con efficacia, va detto soprattutto per la pusillanime impotenza dell’opposizione laburista e sindacale nel non sfidarla in campo aperto e, come si dice, fino all’ultimo sangue, a cominciare dallo sciopero dei minatori del 1984-85 – l’opera di smantellamento  dello Stato sociale ma, e soprattutto, del sistema pubblico inglese.

La sua argomentazione a confutazione non parla del punto sollevato da Monbiot – pur restando lui tra i più affezionati dei notabili Tories al concetto della cosiddetta “sovranità nazionale” da difendere a ogni costo – bé, quasi a ogni costo... contro la UE sì, non contro i padroni – è tutta contenuta in questa frase: dovete guardare agli effetti che noi “speriamo il TTPI potrà avere” anche solo sulla nostra economia (Guardian, 11.11.2013, Ken Clarke, This EU-US trade deal is no ‘assault on democracy’ Questo accordo commerciale UE-USA non è un ‘attacco alla democrazia’ ▬ http://www.theguardian.com/ commentisfree/2013/nov/11/eu-us-trade-deal-transatlantic-trade-and-investment-partnership-democracy).

Già, “sperano”... e noi alle loro speranze ci dovremmo affidare. Come quando promettevano di cambiare radicalmente l’economia britannica. Cosa che mantennero poi― ma distruggendo e impoverendo, sistematicamente e  a proprio favore intere classi sociali: non di certo i suoi di interessi ma solo quelli degli altri: dei più poveri rispetto ai più ricchi.

Dopo un mese di durissimo negoziato, il parlamento europeo ha alla fine approvato il bilancio settennale dell’Unione, fissandone il tetto massimo di spesa a 960 miliardi di €: un ridicolo e tragico insieme, meno dell’1% del PIL― solo per confronto, e non certo per auspicare che si faccia altrettanto, l’Italia ha una spesa pubblica che arriva a più del 50% del proprio prodotto nazionale (The Economist, 21.11.2012).

Conferma la Commissione, col solito Olli Rehn, il 5 novembre, che la crescita economica in Europa dell’anno prossimo arriverà, forse, all’1,1% nell’eurozona e all’1,4 in tutta l’Unione a 28 membri e, dopo questo risultato al meglio mediocre, riuscirà forse a continuare a crescere un po’ nel 2015. Crescita anemica e disoccupazione che non va meglio e anzi, come in Francia, o in Italia, probabilmente continuerà a peggiorare. Segno, viene denunciato al parlamento europeo subito, che la testardaggine sulla sempiterna linea del’austerità continuerà a far molto male agli europei...

Certo, la Commissione di per sé non ha poteri decisionali. Ma, se avesse le pa**e per osare farlo, potrebbe obbligare – fissandone agenda e priorità – il Consiglio dei ministri che esso decide a decidere in altro modo. Più coraggioso e, al dunque, poi, anche più responsabile (New York Times, 5.11.2013, J. Kanter, E.U. Predicts Anemic Growth and High Unemployment in 2014 La UE predice crescita anemica e forte disoccupazione nel 2014 [ma, appunto, si limita a prevedere il peggio!; neanche si sforza di provare a correggere – come, se volesse, potrebbe – quelle brutte previsioni] ▬ http://www.nytimes.com/2013/11/06/business/eu-predicts-anemic-growth-and-high-unemployment-in-2014.html?_r=0).

●E’ con questi dati aggiornati alle spalle, in effetti – pessima crescita e bassa inflazione – che adesso la BCE arriva a giovedì 7 novembre a decidere del tasso di sconto dell’eurozona: da confermare o cambiare nella sessione di novembre. Sotto pressione, cioè, dell’opinione europea più diffusa,  con l’eccezione purtroppo di quella tedesca che sembra contare di più, e sotto pressione di molti governi – esplicito l’appello dell’italiano Saccomanni e del suo omologo francese Moscovici a buttare giù il tasso― anche se dallo 0,5% attuale la BCE ha ormai poco spazio.

Ma, soprattutto, solo che questo neanche loro osano proprio dirlo papale papale, a forzare la mano alla non volontà dei tedeschi― a fronte, sottolineano, del peso di una disoccupazione che si fa disperante e di un rischio inflazione che ormai realmente si fa irrilevante (Wall Street Journal, 6.11.2013, B. Blackstone, ECB comes under pressure over low inflation La bassa inflazione mette sotto pressione [per un taglio più deciso dei tassi] la BCE http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702303661404579180050149951052).

In effetti, poi, la BCE decide di rompere gli indugi e butta giù, il 7, dopo la riunione calendarizzata del direttivo, di un piccolo quarto di punto il tasso di sconto. Viene qui fatto rilevare, nell’ottica più finanziaria che altro di un contentino ai tedeschi, che il motivo principale della decisione non sarebbe neanche, in negativo, il tasso basso di crescita ma, in positivo, il trend forte al calo della loro nemesi storica, l’inflazione...

Lo dice quasi, e lo lascia chiaramente intuire, la stessa BCE (ECB/BCE, 7.11.2013, Comunicato stampa, Decisioni di politica monetaria http://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2013/html/pr131107.it.html): e ECB/BCE, 7.11.2013, Francoforte, Dichiarazioni (in ingl.) del presidente Mario Draghi alla conferenza stampa introduttiva sulle decisioni del Direttivo ▬ http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2013/html/is131107.en.html) incoraggiando a leggere la sua decisione così (la preoccupazione non è tanto la mancanza di lavoro ma il crollo dell’inflazione

    (1. Bloomberg News, 7.11.2013,  che Draghi Cuts ECB Rate to Fight Prolonged Price Weakness― che Draghi taglia il tasso BCE per combattere la prolungata debolezza dei prezzi [non della crescita economica, dunque]▬ http://www.business week.com/news/2013-11-07/draghi-cuts-ecb-rate-to-fight-risk-of-prolonged-price-weakness; 2. stesso senso dà, più nel contenuto però che nel titolo prettamente fattuale del suo pezzo, il New York Times, 7.11.2013, J. Ewing, ECB Cuts Main Interest Rate La BCE taglia il suo tasso principale di interesse http://www.nytimes.com/ 2013/11/08/business/international/european-central-bank-cuts-main-rate.html).

●La realtà, inconfessabile ma anche evidente per tutti quelli che vogliono vederla, si capisce, la dice al solito Paul Krugman (sul New York Times, 9.11.2013, Mario and the Austerians Mario [Draghi] e gli austeriani http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/11/09/mario-and-the-austerians): si è trattato di uno sberleffo clamoroso strombettato apertamente e pubblicamene da Draghi contro la filosofia incarnata nelle scelte della Commissione e, in particolare, contro le fisime estemporaneamente propagandate da quel carneade degli austeriani che è proprio Olli Rehn.

Solo qualche settimana fa questi qui, gli austeriani – e in particolare proprio Olli Rehn, ma con molti altri a fargli da coro – salutavano i segnali di qualche po’ di ricrescita dell’economia come la rivincita delle loro scelte di fondo nello scorso quadriennio. Ovviamente, era idiozia allo stato puro ― voglio dire, potrei anche continuare a darmi martellate in testa, poi rallentare il ritmo dell’autopunizione e di sicuro  comincerei a sentirmi un po’ meglio. Ma significherebbe che continuare a martellarmi il capo sarebbe una scelta buona per me?

Proprio questo andava dicendo Olli. Ma proprio adesso, la BCE ha dato un’occhiata agli indicatori davvero più rilevanti: la disoccupazione che sale ancora, l’inflazione del nocciolo duro che scende sotto l’1% (Giappone, eccoci, stiamo arrivando!). E sembra essersi sul serio preoccupata”.

Del resto, i tedeschi capiscono benissimo, sospettano e dicono, che l’italiano, Mario Draghi per la seconda volta li avrebbe fregati: lo segnala proprio Krugman (New York Times, P. Krugman, 12.11.2013, Germany’s Lack of Reciprocity La mancanza di reciprocità della Germania http://krugman.blogs.nytimes.com/ 2013/11/12/germanys-lack-of-reciprocity), con malcelata e sottile goduria, facendo rilevare “come il capo economista del settimanale economico e finanziario Wirtschaftswoche chiama la decisione: un diktat da una nuova Banca d’Italia con sede a Francoforte’ ”.        

Ma, spiega bene Krugman, la realtà è che la Germania non si rassegna a riconoscere quello che è chiaro ormai a tutti: che ha goduto di grandi vantaggi sul campo della propria competitività senza dover subire la frusta della deflazione perche la Spagna e altri paesi hanno accettato loro di accollarsi il fardello di un’inflazione ben superiore al 2%. Ora, però, l’eurozona ha un tasso globale al di sotto dell’1%, cioè ora la Spagna potrebbe ottenere una svalutazione dei costi interni solo con una deflazione paralizzante”.

E conclude, senza mollare un centimetro la sua vera e propria requisitoria contro le manie nazionali tedesche: “In altre parole, i tedeschi non chiedono affatto agli altri europei di fare come loro” che è quanto vanno virtuosamente predicando: stanno chiedendo che facciano loro, gli altri europei “un’impresa – quella di accettare una deflazione interna, tutta a carico di spesa sociale e spesa pubblica e costo del lavoro e licenziamenti – che loro, i tedeschi, non hanno mai dovuto subire e che, in pratica, nessun altro al mondo ha poi, in realtà, mai dovuto gestire”.

Poi, forse, cambia qualcosa... o forse no. Perché tale e quale – senza ovviamente alcuna asprezza di linguaggio ma con identico ragionamento – il 13 novembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso dice proprio lo stesso: l’accumulo di attivo commerciale della Germania è diventato – in realtà è sempre stato potenzialmente, ma ora si manifesta sfacciatamente così – come l’affossamento di quasi tutto il resto d’Europa.

Ha detto Barroso (sintetizzato dal Guardian, 13.11.2013, P. Inman, European Commission launches review of Germany’s export surplus La Commissione europea lancia la sua revisione del’attivo dell’export tedescohttp://www.the guardian.com/world/2013/nov/13/germany-export-surplus-european-commission-review) che il riesame dei conti dell’attivo commerciale tedesco è di pura routine, messa automaticamente in moto dalle regole che (parole sue) mirano a “prevenire che Stati membri ammassino vasti surplus dai loro scambi commerciali a spese dei loro vicini”... che precisamente, rileggetevela, è la tesi di Krugman  (e del buon senso).

E la risposta, piccata e immediata, di Merkel da Berlino (la solita: non potete farci una colpa se siamo più bravi di voi!) non risponde al dunque. Cioè che è stato proprio l’euro, fatto a loro misura per la dabbenaggine o l’ingenuità dei loro partners e concorrenti europei, ad aver creato le condizioni della loro esuberante e schiacciante competitività... Resta il nodo di sempre: che nell’Unione, adesso, hanno reso più stringenti discipline e controlli – forse anche per chi “eccede”, non solo più per chi resta indietro – ma manca sempre una responsabilità politica comune, democraticamente delegata davvero, perciò come tale col potere di impegnare tutti sulle decisioni di politica economica.

Di unica c’è, infatti, solo la politica monetaria e manca sempre un unico bilancio, un unico centro di volontà politica... Come al solito, lo hanno fatto per regolare – e poi manco sanno far questo troppo bene – ma non per decidere perché ognuno si è gelosamente tenuto i poteri suoi e, semplicemente così, ormai non funziona più neanche le politica monetaria unica (The Economist, 15.11.2013, Europe’s economic rule – Brussels vs. Berlin Le regole economiche del’Europa – Bruxelles contro Berlinohttp://www.economist. com/news/europe/21589892-fuss-over-germanys-surplus-misses-point-brussels-v-berlin).

E forse ormai cominciano a rendersene conto anche i nostri padri nobili e euro fanatici: i Ciampi, i Napolitano, i Prodi... e tanti altri anche nel sindacato, come possiamo personalmente testimoniare, che più o meno un decennio fa, s’erano convinti – sbagliando – di come nella storia del mondo si potesse fondare prima una moneta unica e poi un’entità statuale o sovrastatuale – nel nostro caso, europea – perché importante era intanto partire con l’unità anche solo della moneta e il resto, poi l’unità delle economie e della politica, sarebbe come venuto da solo.

Proprio a fine mese, dall’EUROSTAT, gli ultimi dati parlano di un’inflazione che sale di poco, a un ancora ben contenuto 0,9%, ben sotto al tetto del 2 fissato dalla BCE― troppo poco per risolvere i dubbi sul fatto che forse sia proprio invece un inizio di deflazione a restare il rischio maggiore dell’eurozona; mentre il tasso di disoccupazione scende, ma appena al 12,1% (il dato italiano, il 12,5%, è il peggiore di sempre per noi e il peggiore di ogni altro grande paese dell’eurozona: unica eccezione, la Spagna, al tasso del 26,7%― quello in assoluto peggiore è il 27,3 della Grecia.

Ma in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è addirittura del 42,1%, mentre quello medio dell’eurozona è al 24,4% e – ma non è certo una consolazione – quello della Spagna arriva al 57%!)

    (1. New York Times, J. Ewing, Euro Zone Inflation Ticks Up, as Jobless Rate Dips to 12.1% L’inflazione dell’eurozona sale appena, la disoccupazione va giù al 12,1% ▬ http://www.nytimes.com/2013/11/30/usiness/international/ euro-zone-inflation-rises-jobless-rate-dips.html?_r=0); 2. EUROSTAT, 29.11.2013, #179/2013, 29.11.2013: 10/2013, Euro area unemployment rate at 12.1% – EU 28 at 10.9― Tasso di disoccupazione annua al 12,1– La UE a 28, al 10,9 ▬ http://epp. eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-29112013-AP/EN/3-29112013-AP-EN.PDF; 3. EUROSTAT, 29.11.2013, #180/2013, Flash estimate-11.2013, Euro area annual inflation up to 0.9 ― Tasso annuale di inflazione nell’eurozona su allo 0,9% http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-29112013-BP/EN/2-29112013-BP-EN.PDF).

Dopo aver tergiversato per mesi, le forze di polizia antisommossa della Grecia hanno invaso, sgombrato e occupato la sede della ERT, l’ente di Stato radio e Tv, espellendone manu militari giornalisti e tecnici occupanti che anche senza paga continuavano a trasmettere “illegalmente” chiudendola, come aveva deciso già a giugno il governo su richiesta della troika perché “costava troppo”... (NBC.com, 7.11.2013, Greece’s ‘Robin Hood’ journalists raided by police after working for months for free I giornalisti alla ‘Robin Hood’ greci attaccati dalla polizia dopo aver lavorato gratis per mesi http://worldnews.nbc news.com/_news/2013/11/07/21347849-greeces-robin-hood-journalists-raided-by-riot-police-after-working-months-for-free).

Zoe Konstantopoulou, esponente di punta in parlamento dell’opposizione di sinistra Syryza, ha commentato che “il governo è arrivato al delirio di scatenare su ordini stranieri un’azione golpista contro se stesso. C’è gente che, adesso, dovrà rendere conto di quel che è stato fatto stanotte di fronte alla storia e di fronte alle future generazioni”. Ma al voto di sfiducia, anche se con una maggioranza ancora ridotta, il governo è anche stavolta sopravissuto: adesso la coalizione ha 153 voti su 300 seggi (Agenzia Bloomberg, 11.11.2013, M. Bensasson & Christos Ziotis, Greek Premier Samaras survives no confidence vote Il premier greco Samaras sopravvive a un [altro] voto di fiducia [perdendo ancora qualche altra penna, però...] ▬ http://www.bloomberg.com/news/2013-11-11/greek-premier-samaras-survives-no-confidence-vote-in-parliament.html).

A proposito di dismissioni, quelle di cui tanto si va parlando ora anche in Italia per, si dice, abbattere significativamente il debito pubblico – a parte il ridicolo di mettere insieme al meglio 3-4 miliardi per abbatterne la montagna, sì e no, di qualche insignificante punto percentuale, il governo della Repubblica di Irlanda irlandese ha abbandonato il progetto di una vendita parziale dell’ente di Stato del gas naturale perché nessuna delle offerte avanzate all’asta pubblica di Dublino risultavano neanche lontanamente congrue. La vendita era pure praticamente obbligata – ma proprio per questo era diventata una specie di svendita... – in quanto parte integrante e dovuta dell’accordo con UE e FMI di dismissioni degli assets di Stato polacchi per almeno, subito, 3 miliardi di $. L’Irlanda è obbligata a farlo, se vuole chiudere entro dicembre, come previsto, il programma di salvataggio concordato con la troika.

La Polonia sta conducendo a fondo una campagna contro chiunque voglia regolamentare, per obbligarla a ridurla, la produzione di carbone che costituisce l’88% del combustibile fossile utilizzato per produrre energia: inquinando da sola di fatto quasi quanto gli altri paesi di tutta l’eurozona. E adesso sta conducendo una vera e propria lotta di resistenza, che preannuncia ad oltranza, contro il tentativo di regolamentare nell’Unione europea la frantumazione idraulica sotterranea delle scisti bituminose che trova alleato al governo di Varsavia solo quello di Londra.

Sei delle dieci città europee più inquinate da alta concentrazione di polveri sottili sono polacche. Cracovia, dove la gente è scesa in massa per la prima volta nei giorni scorsi a protestare per l’inquinamento in strada, la terza dopo quelle bulgare di Pernik e Plovdiv secondo i dati della Commissione. Le grandi città europee come Cracovia e Zabrze non hanno certo i livelli di inquinamento di oggi a Pechino. Ma in Cina stanno deliberatamente e programmaticamente abbassando l’inquinamento con qualche effettivo successo mentre in Polonia stanno facendo il contrario col governo di Donald Tusk, al potere dal 2007, che non ha neanche tentato di accettare il dibattito. E il partito di opposizione dell’ex primo ministro Kaczyński ha posizioni di chiusura perfino più nette...   

Ma ora siamo al punto che il più riluttante dei membri dell’Unione, la Polonia, sta di fatto dettando i ritmi della regolazione su un tema cruciale come questo a tutta l’Unione, avvalendosi del suo  diritto di veto. Il Commissario europeo all’Ambiente, Janez Potočnik, sloveno, ha lasciato dire a più di un membro del suo gabinetto che questo è “probabilmente” il tema su cui per primo nell’Unione si potrebbe/dovrebbe cercare di far saltare il diritto di veto... (New York Times, 31.10.2013, D. Hakim e M. Zurawik, Poland, Wedded to Coal, Spurns Europe on Clean Energy Targets La Polonia, sposata al carbone, respinge l’Europa sugli obiettivi di un’energia più pulita http://www.nytimes.com/2013/11/01/business/energy-environment/ poland-wedded-to-coal-spurns-europe-on-clean-energy.html?ref=europe&_r=0).

L’estremismo di destra che fiorisce con la crisi un po’ dovunque in Europa va assumendo qui, a Varsavia, i connotati dell’ipernazionalismo più odioso che nega gli altri e riconosce dignità solo a se stesso: sì proprio alla nazista, nel paese che sembrava poter restare più vaccinato a questo tipo di tentazioni. Così, qui le forze dell’ordine, l’11 novembre, il giorno che festeggia l’indipendenza del paese  nel 1918, hanno dovuto affrontare l’assalto contro l’ambasciata russa – il presidente polacco, Bronislaw Komorowski, ha dovuto presentare le scuse ufficiali – e poi si sono scatenati nel bruciare archi di cartapesta coi colori dell’arcobaleno perché associati ai valori –“cosmopoliti”, no?, ovviamente – della diversità e del multiculturalismo (The  Economist, 15.11.2013).

Il governo di Donald Tusk ha subito un vastissimo rimpasto, nel tentativo dichiarato di “rinnovare le proprie energie” e rifarsi una verginità fatta di nuova credibilità e di nuovissima efficienza: e ha pensato di farlo (speriamo gli vada meglio che a altri) imbottendo il gabinetto di tecnocrati... In prima fila, il capo economista, appena 38enne, della banca olandese (on-line) ING per l’Europa centrale, Mateusz Szczurek.

Nota un eminente economista polacco, che resta però anonimo, che si tratta di un novizio di politica, che finirebbe con lo spostare la decisionalità in materia di finanza ed economia dal ministero all’ufficio stesso del primo ministro e, in particolare, nelle mani  del suo consigliere principale, Jan Krzysztof Bielecki, l’uomo forte che negli scorsi mesi per conto del PM aveva affrontato, e oggi è riuscito a far licenziare l’ex ministro Jacek Rostowski, lui stesso un duro diventato con lui incompatibile dopo sei anni di coabitazione al governo.

L’economia del paese, la maggiore tra i nuovi aderenti alla UE, è in crescita rapida, la più rapida tra tutti i vicini, ma è comunque nel momento di massima debolezza comparativa da dieci anni. Szczurek condivide, però, la cautela con cui il predecessore Rostowski ha sempre approcciato l’eventualità di un’entrata del paese nell’euro, dove del resto non troverebbe certo, se fosse altrimenti, le porte facilmente aperte e dove sembra proprio che comunque la cosa interessi assai meno anche ai polacchi.

Tusk ha anche rimpiazzato i ministri dell’ambiente – Marcin Korolec, titolare forse leggermente riluttante anche, quindi, del dossier sulla frantumazione delle rocce bituminose che ha avuto la notizia mentre stava presiedendo, proprio a Varsavia, la Confeernza mondiale sull’ambiente dell’Onu... –, dello sport, della scienza e dell’istruzione superiore, della pubblica amministrazione. E ha nominato la ministra responsabile dello sviluppo regionale, Elzbieta Bienkowska, come vice primo ministro.

    (1. Stratfor-Global Intelligence, 17.11.2013, In Poland, Protests Threaten Government Stability In Polonia, le ondate di protesta minacciano la stabilità del governo http://www.stratfor.com/analysis/poland-protests-threaten-government-stability; 2. Yahoo news!, 20.11.2013, Reuters, C. Lowe e K. Slowikowska, Poland names bank economist as new finance minister La Polonia nomina un economista di banca come nuovo ministro delle Finanze http://news.yahoo.com/poland-names-bank-economist-finance-minister-114103671--sector.html).

Nella Repubblica ceca, i vecchi partiti sono stati tutti duramente penalizzati nel voto anticipato per il nuovo parlamento, convocato dal presidente Miloš Zeman dopo che il precedente non era riuscito, avendo licenziato quello di centro-destra al potere per corruzione, costringendo di fatto il primo ministro uscente a non presentarsi neanche più alle urne. La destra, in particolare Democrazia civica, il partito di governo uscente, ha sofferto di più con molti voti spostatisi sulla nuova formazione chiamata ANO (dalle iniziali ceche di Azione dei Cittadini Scontenti, il nuovo partito fondato all’impronta dal miliardario Andrej Babiš) che ha cavalcato grillescamente più che berlusconiamente il malcontento per la corruzione e il taglio al welfare cui si era opposto.

I socialdemocratici del CCSD sono diventati il partito di maggioranza relativa col 20,5% dei sondaggi ma neanche col sostegno della formazione politica comunista il KSCM che, in Moravia e Boemia, rivendica l’eredità del PC dice, di Alexander Dubcek  (14,9%) riesce a raggiungere la maggioranza assoluta di cui avrebbe bisogno. Babiš ha adesso accennato alla possibilità di discutere di un qualche appoggio esterno, col suo 18,7%, al CCSD. Ma, dice, mai con l’appoggio anche dei “comunisti”: senza i cui voti, però, neanche qui in parlamento c’è maggioranza (The Economist, 1.11.2013, Czech election – Central Europe’s Berlusconi? Elezioni ceche – Il Berlusconi dell’Europa centrale?http:// www.economist.com/news/europe/21588950-andrej-babiss-new-party-was-elections-surprise-winner-central-euro pes-berlusconi).

In Russia stanno progettando di dispiegare entro il 2016 il nuovo sistema di difesa antiaerea S-500. Lo ha reso noto il vice comandante Kirill Makarov delle Forze aeree di difesa russe, annunciando che per quella data dovrebbero essere già schierati almeno dieci dei nuovi sistemi d’arma. Si tratta di una versione aggiornata e modernizzata degli S-400, attualmente in attività (The Economist, 29.1.2013).

STATI UNITI

Dopo settimane di dubbi e speculazioni, il dipartimento federale di Giustizia e JPMorgan Chase hanno “concordato” di chiudere con una multa di 13 miliardi di $ il pacchetto di sanzioni irrogate al grande istituto bancario per aver venduto, e ora aver dovuto riconoscere la truffa perpetrata truccata, azioni puntellate da ipoteche gonfiate e/o fasulle che ha messo sul mercato negli anni passati. Si è trattato della più forte penalità mai imposta a un’impresa in America dopo che, solo qualche giorno prima, aveva anche dovuto concordare con un gruppo di investitori privati e su base privata un indennizzo nei loro confronti per colpe analoghe per 4,5 miliardi.

E resta, nei suoi confronti,  aperta l’inchiesta che i tribunali americani hanno aperto, separatamente, contro la manipolazione, operata sempre dalla JPMorgan, per “fissare” a sua convenienza e illegittimamente (pagando sotto banco)  il tasso del LIBOR alla City (il tasso di riferimento “interbancario” di Londra per i prestiti tra banche in divise diverse dal $) oltre che sullo scandalo, nel frattempo esploso in Cina, per la sua politica di assunzioni del personale ai figli e aprenti delle nomenclature, specialmente – ma non solo – in Cina.

Insomma, un paragone perfetto del funzionamento libero, per lor signori, del libero mercato (The Economist, 21.11.2013, JPMorgan ChasePay up, move on Pagate e intanto andate avanti [già, ma – neanche qui – e intanto, andate in galera!] ▬ http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2013/11/jpmorgan-chase-s-legal-troubles). Il braccio di ferro, su presunte ma almeno altrettanto pretestuose basi legali, non è intanto finito. La JPM chiede di poter dedurre dalle tasse l’ammontare della multa che deve pagare... Che sarebbe un interessante principio giuridico – la deducibilità dalle tasse - se passasse anche per chi traversa la strada col rosso, no?

Al contrario della leggenda che voleva come l’America, il governo americano, avesse recuperato ormai l’investimento pubblico fatto per dare una mano a Marchionne, alla General Motors e alla Chrysler, viene fuori adesso che s’è di fato riuscito a riprendere vendendo azioni GM e riducendo la sua quota azionaria 35 miliardi di $ di quelli erogati ma ne ha persi comunque almeno 9,7 più altri 2,9 che restano in rosso versati alla Chrysler. E, ora,  per poter raggiungere quello che in gergo si chiama break even – cioè per poter pareggiare i conti – le azioni restanti dovrebbero esssere vendute a $148 ciascuna: e valgono, oggi, sì e no intorno a $35: insomma, impensabile... (The Economist, 1.11.2013).

Ci sono chiacchiere, voci, illazioni e legendae (nel doppio senso: qualcosa di favoloso e qualcosa di assolutamente inventato) sempre e dappertutto. Quella che racconta che le cose in questo paese vano bene e sono comunque soddisfacenti è una. Sembra in qualche modo supportata, è vero, dal fatto che a tanti altri va peggio... Solo che a volte, spesso, è fondata su una ricostruzione storica fatta a memoria, che è corta, per definizione, e qualche volta, proprio sbagliata, distorta o, peggio, proprio mendace. E magari con le più buone intenzioni.

Ci ha colpito adesso, sul WP, con l’intento dichiarato di dare una mano ad Obama, un noto opinionista di parte democratica, spesso pure autore di riflessioni di vaglia e non banali che se ne esce, ora, affermando che “sulla base delle comparazioni storiche, gli Stati Uniti, in economia, al loro interno come anche sul piano internazionale, stanno andando bene. E tutte le tendenze che ci riguardano sono sulla base di ogni misurazione obiettiva positive, non certo negative”.

Si tratta di un opinionista di grande peso, un pundit come li chiamano qui dal titolo onorifico, spontaneamente dato dal popolo in India a chi è rispettato universalmente come saggio: chiamavano Nehru così e, pure, Gandhi cui ci si rivolgeva anche, più affettuosamente, come mahatmaGrande Anima... se ne esce, semplificando nel titolo col dire che (Washington Post, 12.11.2013, Eugene Robinson,  The country is doing  better than you think Il paese va meglio di quel che pensiate http://www.washingtonpost.com/  opinions/eugene-robinson-the-country-is-doing-better-than-you-think/2013/11/11/471365d6-4b16-11e3-ac54-aa8 4301ced81_story.html).

Ma di favola, appunto, si tratta. Subito identifica come segnali positivi: questi e li elenca nell’ordine

“• il tasso di crescita, più rapido di quanto ci si aspettasse;

• un’inflazione che, in sostanza, non c’è;

• un deficit del bilancio federale drammaticamente decurtato;

• la borsa, che sta arrivando al record;

• una delle nostre guerre di lungo periodo è chiusa, ormai; e l’altra si sta ridimensionando;  

• e lo status del paese come superpotenza sia in campo economico che militare non è messo in causa proprio da nessuno”.

Bè, in questo elenco è quasi tutto sbagliato: l’economia è cresciuta del 2,8% nel terzo trimestre dell’anno: secondo il Congressional Budget Office/CBO che – come organismo realmente indipendente – sorveglia il bilancio per conto della Camera  siamo 6 punti percentuali al di sotto di quello che sarebbe il PIL potenziale; e loro stimano il tasso reale di crescita tra il 2,2 e il 2,4%: il che significa che a questo tasso di crescita il buco scavato dalla crisi sarà riempibile forse e torneremo a un’occupazione piena, sostanzialmente, fra dieci anni, tra il 2023 e il 2028. E le cose vanno bene, così?

Ma le cose poi vanno, in realtà, anche peggio. Perché la ragione per cui le aspettative di crescita nel terzo trimestre sono andate meglio delle aspettative è che le scorte di magazzino si sono accumulate più in fretta nel trimestre, il che significa che, adesso, nel quarto trimestre saranno tagliate dalle vendite della produzione immagazzinata che freneranno quelle di nuova produzione. E in questo, di grazia, di positivo che c’è?

E, poi, anche al 2,8% se mai fosse poi questa davvero la crescita – non secondo il CBO, abbiamo visto, ma secondo il calcolo del Tesoro – sarebbe un risultato abbastanza patetico per un’economia che resta in ogni caso severamente depressa. Per rifarci della produzione andata perduta,  dovremmo vederla adesso al tasso del 5-6% e non del 2,5-3%. E’ il tasso medio, questo, di crescita che ha segnato tutta le occasioni precedenti di ripresa dopo una recessione in questo paese e debiti ipotecari ridotti per chi è stato duramente colpito dalla crisi edilizia.

Anche le altre storie che parlano di un successo economico sono altrettanto mal fondate. Dovremmo cercarla una più forte inflazione, altro che darci da fare a scansarla. Significherebbe tassi di interesse reali sul credito più bassi. Oggi come oggi, se uno dimostrasse che davvero un’inflazione in ribasso è una buona notizia,  potrebbe aspirare davvero anche a vincere un Nobel dell’economia.

Lo stesso vale per chi vanta le virtù di una riduzione dei deficit di bilancio. Perché si traduce in un calo ulteriore della domanda e un’impennata della disoccupazione. Cioè, in questo paese, se rimettono in ordine il bilancio come hanno fatto in Italia, cioè buttando nel mucchio dei senza lavoro come hanno fatto da noi per almeno un milione in più di lavoratori e, qui, qualcosa, a paragone, come 6 milioni... poi potranno ben celebrare, no? professori Monti e Giavazzi e non solo.

Non si riesce poi proprio a capire perché a qualcuno dovrebbe importare qualcosa dei record di borsa se non certo a quel 20% della popolazione che qui, molto meno da noi, ha sostanziali pacchetti d’azioni quotate (l’80% non ne ha che poche, o affatto). In nessuna realtà economica, il valore dei titoli di borsa è una misura effettiva della ricchezza, se non di quella specifica di chi possiede quei titoli. Alla maggior parte delle gente non potrebbe fregare di meno – se non nel senso di inca**arsi di più – del fatto che Bill Gates, o se è per questo Silvio Berlusconi da noi ancor di più, è diventato così, speculando, più ricco e decide su una fetta della ricchezza nazionale più vasta di quella dell’anno scorso.

E quando Robinson come chiunque ci racconta che sulla base delle medie storiche degli USA le cose vanno bene, il racconto sta in piedi solo se la storia lui o chiunque altro poi se la inventa. Perché questa depressione, per durata e profondità, è stata forse battuta nella storia, appunto, da quella che negli anni ’30 venne battezzata, non a caso davvero, come Grande Depressione. Anche in America – il luogo dove si sarebbe concretizzato questo successo! – non solo in Europa, la media del reddito familiare del 2012 è stata più bassa di quella del 1997: ben quindici anni prima (dati dal U.S. Department of Commerce, Census BureauUfficio del Censimento, # 60/245, 9.2013, Income, Poverty and Health Insurance Coverage in the United States, 2012― Reddito, Povertà e Coperture sanitarie negli Stati Uniti, 2012:  tav. A-1 ▬ http://www.census.gov/prod/2013pubs/p60-245.pdf): quindici anni di stagnazione e nessuna crescita per la famiglia media, insomma, anche qui.

Ah, e infine... la Cina sta ormai superando gli Stati Uniti nella gerarchia delle maggiori economie (a parte le solite, qui più volte citate e perciò ormai ben conosciute statistiche, ovviamente – vista la fonte – al di sopra di ogni sospetto, collazionate dalla CIA stessa che tutte lo confermano (1. CIA World Factbook ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/ List_of_countries_by_GDP_(PPP)); e, anche, oggi la prestigiosa  2. Penn World Table, cfr. International Comparisons of Producton, Income and Prices Produzione, Reddito e Prezzi a confronto, che riguarda  pur essa tutti i paesi, pubblicata a cura della University of Groningen http://citaotest01.housing.rug.nl/FebPwt/ Dmn/AggregateXs.mvc/Pivot Show): almeno per chi alla realtà delle cose, e non alle favole, fosse interessato davvero.

E il mondo – il mondo!: dalla Germania alla Mauritania, ormai – va spernacchiando le manie americane di spiare tanto nelle mutande quanto nella posta elettronica di tutti gli esseri umani: semplicemente perché sono in grado di farlo e il potere glielo darebbe, pare, come diceva l’ex presidente Bush junior e moltissimi americani sciaguratamente sembrano crederci, la volontà del padre suo Onnipotente (non George W. Bush sr., proprio quello con l’aureola o il triangolo in testa...

Nel terzo trimestre, un po’ a sorpresa, una notizia decente: cresce più delle attese – al ritmo maggiore dell’anno – il PIL, del 2,8% (New York Times, 7.11.2013, D. Schwartz, U.S. Economic Growth Beats Expectations in Third Quarter Nel terzo trimestre, la crescita dell’economia scavalca le aspettativehttp://www.nytimes. com/2013/11/08/business/economy/us-economy-grows-at-2-8-rate-in-third-quarter.html?_r=0). Anche se, poi, la maggior parte dell’aumento è attribuita assai più che a un aumento di produzione, esportazione e domanda (i consumi crescono nel trimestre solo dell’1,5%) che all’aumento dell’inventario. Che, dopo il trimestre in cui cresce forte, tende a frenare quasi sempre in quello seguente.

Gliene hanno dette tutte e quante volevano: che aveva sostenuto i sandinisti in Nicaragua (vero: ma avevano ragione loro contro quel bandito di Reagan e i suoi contras), che era un marxista dogmatico (anche se ha confessato di non aver letto, e tanto meno studiato, quasi niente di Karl ma di essere piuttosto un amante di Groucho), di volere per la mania che ha di tassare i ricchi piuttosto e più dei poveri strozzare la gallina dalle uova d’oro (vero che vuole tassare, far pagare a chi evade tutto quello che deve, non che vuole strozzare e che poi quell’oro, appunto, sotto forma di uova largamente lo evadono e lo eludono), che New York, eleggendolo a sindaco col 73% dei voti, si è votata al suicidio economico... Ma non sono riusciti a fermarlo.

Continuano a provarci anche adesso, si intende, pur avendo perso tanto di brutto: quelli che lui chiama, e per questo lo odiano, i nemici di classe tout-court e i loro cavalier serventi anzitutto (e soprattutto i più intelligenti (The Economist, 8.11.2013, New York’s mayor-electDon’t screw it up Il sindaco-eletto di New York – E, adesso,non incasinare le cose [un titolo che con un conservatore a questa gente non sarebbe mai naturalmente venuto in mente ▬ http://www.economist.com/news/leaders/21589429-choosing-bill-de-blasio-new-yorkers-have-taken-risk-their-citys-prosperity-dont-screw).

Tom De Blasio, il nuovo primo cittadino della capitale finanziaria d’America, dà atto ai suoi due predecessori repubblicani (è dal 1989 che un democratico non conquista New York) di aver abbassato il numero dei crimini nelle strade, di aver riportato un  certo “ordine” e aver aiutato la città a superare lo shock del dopo 11 settembre. Ma ha parlato di un “racconto di due città[6]”: quella di chi, pochi, è diventata enormemente più ricca e quella di chi, tanti, compresa la famosa classe media americana che noi chiameremmo classe lavoratrice, è diventata parecchio più povere. E sembra non volere più starci.

Lui propone di aumentare le tasse che controlla, quelle municipali, ma al dunque dal 3,9 a un modesto 4,4% sui redditi superiori a mezzo milione di $, con l’aliquota massima marginale che certo già arriva – imposte federali, di Stato e municipali comprese – al 55%. Ma sostiene, e la gente gli ha dato ragione, che si tratta di una scelta del tutto razionale e che se un ricco scappasse da New York per andarsene in Connecticut e sfuggire, su quel totale, a un 2% in più, tanto meglio perderlo.

●Alla Casa Bianca sta dilagando un senso pesante di crisi su come si va sviluppando l’entrata in vigore dell’Obamacare, la riforma sanitaria che è la creatura prioritaria e avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello del presidente. Per lo scatenarsi di casini amministrativi e tecnologici sulla rete e sul web dedicato alla implementazione della riforma. Per lo più bloccato, molto spesso neanche cliccabile...

Dopo due mesi dal lancio del sito web federale sulla sanità – quello dedicato, attraverso il quale gli americani di 36 Stati avrebbero dovuto e potuto iscriversi al programma di assicurazione sanitaria, l’Obamacare appunto, che le legge ora prevede – funziona con difficoltà e, nei fatti, consente a chi vuole di accedervi. Barak Obama, quasi disperato, ha proposto di consentire a chi ce l’abbia di mantenere ancora per un anno – in attesa che il marchingegno sia sistemato – le polizze assicurative sanitarie individuali già in essere.

Da questi guai è nata solo ulteriore confusione e 39 deputati democratici hanno finito con l’aggiungersi alla maggioranza repubblicana alla Camera su una misura legislativa che, nei fatti, se non bloccata dal veto del presidente avrebbe, come dicono qui, gutted, letteralmente sbudellato, eviscerato, la riforma sanitaria. Un sondaggio del Washington Post ha calcolato al 42% il grado di approvazione di Obama al momento.

E è  il punto più basso di tutta la sua presidenza. E’, in effetti, ormai chiaro che, se Obama non riesce subito a far aggiustare il meccanismo stesso della riforma sanitaria, il suo secondo mandato sarà tutto una “disastrata emergenza(The Economist, 21.11.2013, The Presidency - Emergency surgery La presidenza - Chirurgia d’emergenza http://www.economist.com/news/united-states/21590369-if-barack-obama-cannot-fix-his-health-reform-his-second-term-will-be-wretched-emergency).

● Per la sanità, emergenza assoluta   (vignetta)

 

 

 

 

Fonte: The Economist, David Simonds, 21.11.2013

Ma la verità, come sempre poi, ha tante facce diverse: perché è anche vero che, per esempio, e malgrado un avvio così incerto del processo di riforma, anche solo l’avvio del programma ha cominciato ad avere un rimarchevole abbassamento dei costi per i singoli cittadini aderenti― “drammatico”, anzi, lo definisce addirittura Krugman, supportandolo coi dati collazionati dalla Casa Bianca

    (1. White House, 20.11.2013, Trends in Health Care Cost Growth and the Affordable Care Act Tendenze della crescita del costo della sanità e sulla Legge per una sanità effettivamente accessibile a tutti [l’Obamacare] - 11.2013, pp. 28 ▬ http://www.white house.gov/sites/default/ files/docs/healthcostreport_final_noembargo_v2.pdf; 2. New York Times, 28.11.2013, P. Krugman, Obamacare’s Secret Success Il successo segreto dell’Obamacare http://www.nytimes.com/ 2013/11/29/ opinion/krugman-obamacares-secret-success.html?_r=0).

I repubblicani al Senato, dove sono minoranza, hanno abusato una volta di troppo l’arma del filibustering, la pirateria corsara come chiamano qui il boicottaggio estremo che prevedeva la maggioranza di 60 voti + 1 per mettere comunque fine a un dibattito per quanto palesemente pretestuoso. Stavolta, e per la terza volta di seguito, pretendevano di non arrivare a votare il Senato pur essendo in netta minoranza (45 voti su 100) sull’approvazione o il respingimento della nomina presidenziale di un giudice della Corte d’appello federale di Washington. D.C.

Stavolta gli è andata male, però: hanno fatto scattare tra i democratici la volontà necessaria di ricorrere a quella che nel linguaggio senatoriale era sempre stata chiamata l’ “arma nucleare”, il cambiamento a maggioranza semplice di regole procedurali pluriennali. Così, adesso, al Senato non sarà più consentito a una minoranza di bloccare, col 40%+1 dei voti, la stessa possibilità di decidere (1. The Economist, 21.11.2013; 2. USA Today, 21.11.2013, S. Davis e R. Wolf, US Senate goes ‘nuclear’, changes filibuster rules Il Senato americano usa l’ ‘arma nucleare’, cambiando le regole del boicottaggio parlamentare http://www.usatoday.com/story/news/politics/2013/11/21/harry-reid-nuclear-senate/3662445).

I repubblicani hanno giurato vendetta: alla Camera hanno loro la maggioranza assoluta e ai democratici non riuscirà adesso di far passare nessuna loro proposta. Ma il nodo è che già lo stanno facendo, dall’inizio della presidenza di Obama, impedendo al partito più ufficialmente liberal e progressista di far andare avanti qualsiasi sua proposta. Per cui la minaccia non funziona proprio...

Una cosa è sicura e ormai, qui, dovrebbero confessarla tutti i sepolcri imbiancati che tra Casa Bianca, Congresso, dipartimento di Stato e sedi varie degli innumerevoli apparati spionistici: hanno fatto di più, per danneggiare i rapporti tra USA, Europa e resto del mondo, le malefatte e  malcoperte avventurose retate elettroniche dell’NSA americana  – non la loro scoperta e denuncia ma la presunzione arrogante, quanto scontata, sia chiaro, di avere il diritto di farle perché se ne aveva il potere – che tutto il certosino, non sempre più sanguinoso, lavoro di anni di al-Qaeda... E, alla fine, qualcuno in America comincerà pure a chiedersi se è più importante collazionare dati sui propri alleati o se è più importante averli alleati e convinti o, almeno, non così sospettosi dell’alleanza con un alleato così...

●La politica degli attacchi con gli aerei senza pilota  ● Bè, e adessoche ne facciamo?   (vignette)

                                                                Kerry  Obama

Fonte: The Economist, KAL, 1.11.2013                              Fonte: INYT, P. Chappatte, 3.11.2013

 

Kerry: Signor presidente, sta crescendo la preoccupazione sulla    Abbiamo intercettato tutte le e-mails

legalità della nostra politica di attacco coi droni...                            del mondo!   

Obama: Ma davvero?                                                                              Bene... E adesso, lo spam?  

              A queste preoccupazioni, dobbiamo rispondere.

             Cominciamo col contattare tutti gli alleati...

              Garantiamo loro che nella lotta contro il terrorismo

              resteremo nell’ambito dei limiti che ci impone la legge...

Kerry: Bene, signore!

Obama: Poi ascoltate bene quello che dicono... e valutate le loro reazioni...

●Certo, quanto a ipocrisia che, a Washington, gronda a secchiate su chiunque denunci le intercettazioni bisogna dire che non stiamo bene affatto neanche in Europa. E, adesso viene fuori che, secondo i documenti che lo spifferatore-in-capo, l’ex esponente della NSA americana, Edward Snowden, ha trasmesso e sono ora stati resi noti dal Guardian di Londra, molte agenzie di spionaggio in Europa occidentale spiavano – come era ovvio, dato il loro nome – e intercettavano su larghissima scala Internet e tutte le grandi compagnie telefoniche.

Lo facevano sistematicamente con metodi e strumenti del tutto comparabili a quelli americani. Germania, Francia, Spagna, Svezia e Olanda che avevano sviluppato meccanismi pressoché automatici di intercettazione, classificazione e decrittaggio accordandosi e cooperando anche e proprio col gigantesco centro di intercettazione di Cheltenham in Inghilterra, il GCHC.

Due osservazioni. Come è stato notato, nell’elenco dei paesi coinvolti l’Italia non c’è. Ma non perché i nostri servizi siano più responsabili e attenti al dettame della legge, ma perché gli altri non li volevano, gli italiani: non si fidavano delle loro lotte intestine, del farsi le scarpe l’uno con l’altro... E bisogna anche sapere che le rivelazioni di Snowden mettono anche in rilievo come il GCHQ si vantasse di aver “fornito consigli e impartito istruzioni” alle altre controparti europee su come vedere e turlupinare la legislazione di ogni paese là dove vietava o restringeva la loro libertà di movimento: di spionaggio, cioè.

E, personalmente, qui scommettiamo qualche euro o se preferite qualche sterlina sul fatto che a queste fruttuose lezioni, i servizi segreti italiani (almeno due da quando li hanno forzosamente separati) più quelli supersegreti e del tutto ufficiosi non si sono sottratti a quelle lezioni graziosamente tenute... (Le Huffington Post (fr), 2.11.2013, Agence France.Presse/AF-P, Espionnage: la France et l’Allemagne aussi écoutentes les communications à grande échelle, second le Guardian Informa il Guardian, sullo spionaggio, che anche Francia e Germania ascoltano le comunicazioni su grande scala http://www.huffingtonpost.fr/ 2013/11/02/espionnage-france-allemagne_n_4201617.html).

In Iraq, due anni dopo l’orgoglioso rifiuto  del governo iracheno a una presenza continuata anche se ridotta di un contingente di truppe americane condizionata, però, al riconoscimento formale e pubblico statunitense della sovranità del paese – sarebbero, dunque, rientrate nella giurisdizione di Bagdad: condizione inaccettabile pubblicamente e mai accettata dagli USA – adesso il premier Nuri al-Maliki è andato in visita alla Casa Bianca a chiedere aiuto. Ormai intere città, come Fallujah e Tel Afar, “liberate” dal controllo di al-Qaeda dai GI’s a costi alti per loro e soprattutto per gli iracheni sono tornate in mano ai jihadisti di diverso colore lasciando le truppe regolari confinate nelle caserme.

Non si tratta più, ora, però di un problema bilaterale tra i due paesi. Nella richiesta c’è un’altra dimensione, correlata a Iran e Siria. Quelli che al-Maliki chiama senza remore terroristi sono militanti legati e spesso dipendenti direttamente dall’opposizione siriana ad Assad e, dunque, la sua richiesta mette direttamente in contrasto la linea americana sulla Siria con quella sull’Iraq, alla fine andando a beneficio d’un consolidamento degli interessi dell’Iran nella regione, già ormai, alla faccia degli americani, pienamente affermati. D’altra parte, davvero più che a rischio ormai è la sicurezza interna all’Iraq.

La linea – meglio, lo zig-zag – seguito da Obama in Iraq, sembra stabilizzare nei fatti a tutt’oggi un governo a dominanza chiaramente sci’ita e con fortissimi legami con Teheran che è anche attivo sostenitore del governo siriano: l’ennesima eterogenesi dei fini tra intenzioni proclamate e risultati ottenuti per gli americani. Col dilemma che se si mettono ad aiutare al-Maliki indeboliscono l’opposizione siriana e sostengono, alla fine della fiera, l’influenza iraniana. Cioè, l’America sosterrebbe insieme nemici e amici.

Anche un po’ curioso, in effetti, appare che in Iraq gli sci’iti al potere sembrano spesso quasi disposti a sopportare il terrorismo sunnita nei propri confronti – ormai sono quotidiani e costanti (solo in due giorni, intorno al 20 del mese, una settantina di morti tra trasporti militari e mercati all’aperto attaccati a colpi di bombe in affollati sobborghi sci’iti di Bagdad...) a decine gli attentati, suicidi o meno, alla bomba che fanno ogni volta dozzine di morti e feriti – ma sono, poi, pronti e molto più reattivi nell’invio delle proprie milizie in Siria a difesa del regime di Assad...

    (1. NightWatch, 31.10.2013, U.S. glaring contraddictions among Iraq, Syria and IranLe contraddizioni flagranti americane tra Iraq, Siria ed Iran http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000231.aspx; 2. USA Today, 31.10.2013, Aamar Adhani, Iraq PM looks to Obama for greater security assistance Il PM iracheno guarda ad Obama per una maggiore assistenza ai suoi problemi di sicurezza http://www.usatoday.com/story/news/world/2013/ 10/31/obama-maliki-iraq-security-assistance/3327857/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_cam paign= Feed%3A+UsatodaycomWorld-TopStories+(USATODAY+-+World+Top+Stories).

Data la storia travagliata, complessa e di sicuro ciecamente e superstiziosamente osteggiata e perseguitata che Israele ha sperimentata nei secoli dei secoli, quando era un popolo ma non ancora uno Stato e quando poi adesso, dal 1948, è anche uno Stato, è tutto sommato ben comprensibile cercare di spiegarla come storia di un isolamento (che non è tale, ma che tale si sente) sempre in gran parte ombroso ma in realtà anche a suo modo sempre spiegabile. Ma il dramma, vero, qui, è che se accettassimo – se il mondo e la stessa Israele accettassero – una specie di condanna quasi autistica per quel paese a restare, o almeno a sentirsi, “solo” per sempre (decide da solo, anche contro gli Stati Uniti, di continuare ad allargarsi a spese degli altri, dei palestinesi) sarebbe la fine della speranza. Per Israele e per tutti.

Perché, se continuano, se continuiamo tutti, a seguire pedissequamente il dente per dente e occhio per occhio, della legge del taglione, anche detta del contrappasso, di origini bibliche... poi lo stesso  Talmud, più sommessamente, ci avvisa che finiremo tutti col campare, male, in un mondo di sdentati e di orbi... 

Ha fatto notare la storica Diana Pinto[7], giovane studiosa italo-ebraica che risiede a Parigi, dopo una breve e neanche troppo approfondita visita, con un’osservazione che in un libro quasi di viaggio abbastanza leggero ci è sembrata, invece, di grande acutezza, come questo paese radicato per secoli nel tempo e non nello spazio e improvvisamente affondato per volontà quasi compensatoria dei più ma non di tutti in uno spazio che avrebbe dovuto essere spartito e condiviso, tenda ormai costantemente a allargarsi senza considerazione di quello che pensano o soffrano altri, chiunque.

Già, ma per quanto? Perché nessuno, alla fine, anche se viene lasciato libero di agire da solo senza curarsi dei rapporti con gli altri – anche e non solo quelli degli equilibri di forza che comunque cambiano sempre – può continuare per sempre senza pagarla cara a fare da solo (Guardian, 1.11.2013, G. Fraser, If we accept Israel is metaphorically autistic we lose all hope of change Se accettiamo l’idea che Israele è metaforicamente autistica, perdiamo, infatti,  ogni speranza di cambiamento [per Israele, per noi, per il mondo] ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/belief/2013/nov/01/israel-suffers-collective-autism-hope-change)...

Sembra adesso averlo ben presente il nuovo segretario generale che s’è ora scelto Avodah, il vecchio partito laburista, Isaac Herzog, l’erede di una delle vecchie dinastie politiche di Israele in politica da molti anni ma deciso, ormai, a rovesciare l’approccio del suo partito al problema del come garantire la sopravvivenza morale e politica di una democrazia in un’Israele che finalmente riconosca i diritti anche dei suoi cittadini non solo ebrei.

Dice – e è la prima volta da oltre dieci anni che questi toni si risentono ai vertici dello Stato di Israele – che “solo mosse decise ed audaci verso la pace coi palestinesi ci potranno ormai portare a far breccia su tutti i fronti... Io mi sono convinto che ormai qui la destra ha chiuso il paese in un vicolo senza sbocco. Non dà alcuna risposta ai problemi sociali – la discriminazione, la disuguaglianza montante in questo nostro paese – e ci ha inchiodati in uno stallo che sta creando frizioni e contenzioso senza neanche un attimo di alleggerimento dal conflitto nel quale siamo entrati con tutto il resto del mondo”.

Dice proprio così, Herzog, in un bagno salutare di realismo che adesso bisognerà vedere se riuscirà a passare davvero in quel poco più del 50% del Labour che lo ha eletto e nel resto del paese, scavalcando la paura su cui da sempre Netanyahu fonda il suo potere in questo paese. Ora, diventerà necessario parlare di tattica politica anche, e pure politicante, di mediazioni, di compromessi. La scelta di Herzog, invece di altri candidati dentro il partito laburista, ha ora davvero “il potenziale di buttare all’aria la politica di questo paese(New York Times, 22.11.2013, J. Rudoren, Son of Former Israeli President Takes Helm at Labor Party Rampollo di un ex presidente di Israele prende il timone del partito laburista http://www.nytimes.com/2013/11/23/world/middleeast/son-of-former-israeli-president-takes-helm-at-labor-party.ht ml?_r=0).

Solo il potenziale, però. Ora, subito dopo il no roboante del PM a qualsiasi accordo sia stato raggiunto o sia, alla fine, raggiungibile a Ginevra sul dossier iraniano (per lui, ormai è chiaro, il male è l’accordo in sé con l’Iran, non il tipo di accordo...), Isaac Herzog lo ha apertamente accusato di aver “creato un panico assurdo e non necessario” sull’accordo del 5+1 e di Teheran. Ma il problema è che in Israele, nessuno – o pochissimi – credono poi davvero che si alzerebbe davvero a sfidare faccia a faccia nel paese e in parlamento le scelte del premier sull’Iran: “questo peraltro – dice – è ancora un accordo ad interim, non è certo il giorno del giudizio”.

Frase e argomentazioni che in molti interpretano, probabilmente a ragione, come qualcosa di poco eversivo della posizione ufficiale, di radicalmente ad essa alternativo: e prendere a schiaffi Obama, aggiunge, l’unico amico che abbiamo davvero nel mondo ai livelli che servono, è assolutamente controproducente se non esiziale per difendere i nostri interessi. “Così, alla fine, nessuno poi g li dà retta(The Times of Israel, 25.11.2013, Haviv Rettig Gur, Herzog: Netanyahu sowing ‘unnecessary panic’ on Iran Herzog: Netanyahu va seminando un panico non necessario sull’Iran http://www.timesofisrael.com/herzog-netanyahu-sowing-unnecessary-panic-on-iran).

Spiegano due influenti parlamentari del Labor, Erel Margalit, imprenditore high tech, e Merav Michaeli, già popolare giornalista televisiva, “anche qui Netanyahu ha fallito mentre Israele ha disperato bisogno di una leadership che sappia mettersi, e metterci, in grado di dire sì ad un accordo. Sia con l’Iran che con la Palestina. Perché, semplicemente, questo è il nostro interesse”.

Ma Herzog dovrà ora valutare – con acume e coraggio e, insieme prudenza e attenzione – se, oggi, portare apertamente e dichiaratamente all’opposizione e alla contrapposizione frontale contro Netanyahu  il vecchio Labour, obbligandolo a riscoprire insieme alla sua anima combattente anche quella a suo modo generosa e coraggiosa delle sue origini – la capacità di scommettere sul futuro e non solo quella di trincerarsi in una ridotta cieca e a suo modo suicida con l’ennesimo compromesso di succube appoggio, neanche poi necessario alla coalizione “totalitaria” di Netanyahu – valga la pena di essere l’alternativa  da giocare subito, ora, per cercare di vincere contro il Likud e la destra alle prossime elezioni politiche. O se, invece, mettersi in coda anche lui come gli altri recenti leaders del vecchio Avodah: a partire dalla morte di Rabin in poi, almeno. Che ora però – Netanyahu ha vinto appena a gennaio scorso – sono previste nel lontano 7 novembre 2017. Ma a cui un governo può ricorrere o essere costretto a ricorrere anticipatamente.

●Intanto, però, il segretario di Stato americano Kerry che aveva da qualche tempo ricominciato la spola tra Tel Aviv e Ramallah, tentando – ma senza formulare alcuna proposta concreta e soprattutto appoggiata dalla volontà di farla contare – di ridare almeno un’apparenza di  vitalità al moribondo colloquio tra palestinesi e israeliani ha rinunciato, come si sapeva che sarebbe avvenuto, vista l’assoluta tetragona resistenza di Israele a un accordo che tenesse conto anche degli interessi altrui (Stratfor-Global Intelligence, 30.7.2013, The Latest Attempt at Israeli-Palestinian Peace Talks L’ultimo tentativo di rimettere in moto i colloqui israelo-palestinesi http://www.stratfor.com/analysis/latest-attempt-israeli-palestinian-peace-talks).

Non lo ha comunicato lui ufficialmente – gli americani odiano comunicare cattive notizie – ma non ha potuto neanche smentire quando un esponente dei palestinesi ha annunciato che la loro delegazione ai colloqui, vista l’insistenza del governo Netanyahu a continuare a costruire “illegalmente” e senza neanche rallentare i tempi di esecuzione forzata continuano ad abbattere case palestinesi esistenti e a costruire nuove abitazioni solo per i cittadini ebrei di Israele, a Gerusalemme est. Questo avviene proprio quando gli Stati Uniti stanno riorientando il fuoco della propria attenzione e preoccupazione internazionale.

Un po’meno centrato in apparenza, anche se poi non ancora coerentemente sempre sulla sostanza, sulle priorità degli israeliani e della loro lobby in America. Il che non significa affatto, però – sempre ancora – più equilibrato: ma diverso, sì. E in Israele cominciano a percepirlo (Stratfor-Global Intelligence, 29.3.2013, G. Friedman, A New Reality in U.S.-Israeli Relations Una realtà nuova nei rapporti tra USA e Israele http://www.stratfor.com/weekly/new-reality-us-israeli-relations) o, realisticamente, se ne rendono conto perfettamente.

Tutti i sondaggi condotti in America anche da simpatizzanti e tifosi di Israele e delle sue politiche – come la Anti Defamation League, una delle maggiori lobbies che in America si autodefiniscono “ebraiche” – constatano che se, oggi, scoppiasse un conflitto armato che coinvolgesse Israele, il 48% degli americani non appoggerebbero automaticamente lo Stato ebraico e solo il 40, invece – e la cosa per Tel Aviv è nuova e molto preoccupante – lo favorirebbero a priori (The Economist, 29.11.2013, Iran’s nuclear deal – Israel heads for a terrifying split L’accordo nucleare con l’Iran – Israele sta andando vero una spaccatura terrificante http://www.economist.com/blogs/democracyinamerica/2013/11/irans-nuclear-deal?%20spc=scode&spv=xm&ah=9d7f7ab945510a56fa6d37c30b6f1709).

●Il presidente iraniano Hassan Rouhani, alla vigilia della ripresa del negoziato tra Iran e gruppo di contatto del Consiglio di sicurezza dell’ONU a Ginevra, si dice “non ottimista” sull’andamento del negoziato nucleare col gruppo dei P5+1 (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e, il 5, Germania: secondo quanto riporta il 4 novembre l’agenzia ufficiale IRNA. Ma, anche così, aggiunge, “non dobbiamo rassegnarci a non risolvere, o tentare almeno di risolvere, i problemi – le sanzioni e le divergenze sulla natura e gli scopi del programma nucleare iraniano – che restano”.

Il giorno prima, la Guida suprema l’ayatollah Ali Khamenei aveva espresso il suo sostegno al negoziato ma aveva anche lui dichiarato il suo scetticismo: “anche se, con la grazia di Dio, non soffriremo certo altre perdite”. Il tono di entrambe queste dichiarazioni è meno ottimista di quelle precedenti. Ma la rivisitazione di tutto il lunghissimo servizio pubblico di Rouhani nella Repubblica islamica, dalla sua esperienza proprio come negoziatore del suo paese con le grandi potenze sul tema ad ambasciatore all’ONU, rafforza la valutazione che non ci sono davvero divergenze concrete ai vertici dell’Iran, come in realtà poi in tutto il paese, eventuale opposizione inclusa, sul programma atomico.

Le divergenze che ci possono essere e a volte si manifestano, anche, sono sul come trattare gli interlocutori, cosa negoziarci e cosa rifiutare o non rifiutare di fare per arrivare allo scopo. Che resta quello di avere un programma autonomo nazionale, iraniano, come quello di qualsiasi altro paese aderente al Trattato di non proliferazione nucleare, che a Teheran non chieda niente di più che agli altri paesi e liberi l’Iran del fardello, che tutti – tutti – qui giudicano iniquo e sleale, delle sanzioni.

L’effetto complessivo di queste dichiarazioni è quello di abbassare le aspettative sull’esito del negoziato. Il tono forse troppo speranzoso che in precedenza traspirava andava ormai opportunamente e previamente corretto (Haaretz/Tel Aviv, 6.11.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Supporting Rouhani || Iran Supreme Leader warns own hard-liners: Don't undermine nuclear talks A sostegno di Rouhani || La Guida suprema iraniana avverte i suoi falchi: non minare i colloqui sul nucleare http://www.haaretz.com/news/ middle-east/1.555957).

Poi, verso la fine della prima settimana del mese, John Kerry annuncia che sta arrivando a Ginevra (arrivano pure gli altri titolari degli Esteri dei P5+1 ma solo in un secondo momento quelli di Russia e Cina...) perché, pare sempre, si stia arrivando a una stretta decisiva: le due parti sembrano, in effetti,  alla vigilia di concordare un compromesso che potrebbe anche, chi sa?, funzionare. Sembra si tratti del congelamento di qua – si discute per quanto tempo, però – del programma nucleare (ma solo del cosiddetto arricchimento, o di tutta la ricerca iraniana? – e del congelamento, di là, delle sanzioni che totale, però, pare improbabile: a troppi alleati scontenti e vogliosi di guerra devono rispondere e spiegarlo, gli Stati Uniti― dagli arabi agli israeliani).

Ma, poi, si discute, in subordine se di caduta si tratta o solo di sospensione più o meno larga e limitata, delle sole sanzioni finanziarie o, anche, del blocco degli scambi commerciali? (New York Times, 8.11.2013, M.R. Gordon e M. Landler, Kerry Joins European Officials at Iran Nuclear Talks Kerry raggiunge gli europei ai colloqui sul nucleare de [e sulle sanzioni a] l’Iran ▬  http://www.nytimes.com/2013/11/09/world/middleeast/ iran-nuclear-talks.html?_r=0). E bisognerà anche capire perché qualcuno c’è e qualcun altro no. ..

Poi, il giorno che inizia l’incontro al Grand Hotel Intercontinental, mentre stanno arrivando anche i cinesi e i russi, se ne esce il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius a squittire col ruggito del topo facendo notare che un accordo che congela per sei mesi, l’arricchimento dell’uranio e, l’eventuale, paventata produzione di plutonio, non sancirebbe la fine del programma.

Come se se ne fosse accorto solo lui: come se non di una trattativa si trattasse ma di un diktat, quello che con toni ognora più striduli evoca l’israeliano Netanyahu – tutto o niente! e, se non è tutto e subito, meglio niente! – che ovviamente non esiste: perché, dall’altra parte, neanche si tratta della fine ma solo del congelamento, no?, di sanzioni dalla legittimità comunque dubbia, con una sospensione equivalente proprio degli stessi sei mesi...

Fabius rende noto, così, che la bozza esistente di accordo presentata all’incontro  dalla signora Ashton, rappresentante anomala – soprannumeraria rispetto al P5+1 – dell’Unione europea, dagli USA e dall’Iran, non soddisfa la Francia che, tentando di fare di fatto le scarpe agli USA, e nel brevissimo termine anche riuscendoci forse, assume la rappresentanza delle fobie di Israele ed Arabia saudita. E, dunque, bisogna aspettare. Ma di questo si tratta: se Washington decide di fare pernacchio a Fabius, siamo solo al vano conato di mostrarsi per forza più realista del re, solo di questo si tratta: di una manovra di dilazione e non altro (New York Times, 9.11.2013, M. Landler e M.R. Gordon, Nuclear Talks with Iran Hit a Snag I colloqui nucleari con l’Iran si scontrano con un intoppo [ma non con l’Iran...] ▬ http://www.nytimes.com/2013/11/10/world/iran-nuclear-talks.html?_r=0).

Però, di fronte alla codardia di gattoni e gatti presenti a Ginevra – che non hanno avuto il coraggio di emarginare subito mandandolo come si sarebbe meritato, a  quel paese il ruggito squittente del topo gallicano – la manovra di dilazione per il momento riesce. Ma è, comunque, un risvolto molto pericoloso. Anche perché potrebbe richiudere ancora una volta – la terza, la quarta in più di dieci anni: da prima dell’Afganistan a prima, e anche dopo, l’inizio della guerra americana in Iraq – l’opportunità che a Teheran s’era davvero aperta.

Le reazioni sono immediate: quella di Israele è riassunta in un sospiro di malinteso sollievo (Jerusalem Post, 9.112013, Iran and West fail to reach deal as Geneva nuclear talks conclude Iran e occidente non riescono a raggiungere un accordo a conclusione dei colloqui sul nucleare di Ginevra http://www.jpost.com/Iranian-Threat/News/French-FM-Fabius-says-Iran-nuclear-talks-end-without-deal-331088).

E la reazione del presidente iraniano Rouhani è molto preoccupata, esposto com’è adesso all’accusa – al meglio! – di “ingenuità irresponsabile” dei suoi falchi e – al peggio – della sua gente (Voice of America/VoA, 10.11.2013, Rouhani: Iran Rejects Threats, Cites Red Lines in Nuclear Talks Rouhani respinge le minacce [israeliane] e parla delle sue linee rosse [l’uranio, alla fine, che vogliate o no, ce lo arricchiamo da soli e il ruggito del topo francese non ci impressiona davvero] ▬ http://www.voanews.com/content/reu-rouhani-says-iran-rejects-threats-cites-red-lines-in-nuclear-talks/1787287.html).

Quanto mai signorile, quasi distaccata, la reazione del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zafari, che sulla sua pagina di Facebook, il 10 novembre, prima di riprendere il suo aereo pet Teheran all’aeroporto Cointrin di Ginevra, rende conto brevemente di quel che è successo nei negoziati con tono perfino distaccato: “Le discussioni sono state serie e il clima assai rispettoso. C’era una possibilità di arrivare a un compromesso con una maggioranza del gruppo P5+1. Ma come sapete bisognava che tutti fossero d’accordo. E avete sicuramente saputo delle dichiarazioni pubbliche dei vari ministri e quindi sapete anche che una delle delegaziono aveva qualche riserva”: rifiutandosi perfino di nominarla esplicitamente.

E’ confermato: “c’est la faute, ou le merit” per qualcuno, à la France... Ma, poi, al dunque, si viene alla fine a sapere che, da una parte, l’Iran è rimasto solo e, dall’altra, anche se con gradazioni diverse di intransigenza, un po’ tutti gli altri si erano accordati invece sul linguaggio di una proposta finale d’accordo avanzato dalla Ashton ma concordato all’ultimo minuto – domenica notte nella suite del segretario di Stato americano, tra l’istigatore Fabius, e il succubo intimorito di scontentare troppo i suoi falchi e quelli di Israele, Kerry.

Che non includeva, anzi esplicitamente rifiutava di includere, quello su cui Teheran insiste: niente di più e niente di meno, poi, del linguaggio preciso con cui il testo del Trattato di non proliferazione riconosce a ogni Stato sovrano del mondo – senza alcuna eccezione dettata da alcuna riserva di chiunque a nessun titolo – molti doveri e un indiscusso diritto.

Uno solo, ma chiaro e chiaramente dichiarato non limitato per l’Iran come per chiunque altro oltre quello che il testo stesso prescrive― il diritto a dotarsi, se uno Stato lo decide sovranamente, della strumentazione in grado di produrre energia elettrica di origine nucleare: dunque, con reattori atomici, arricchimento dell’uranio, ecc., ecc[8] (questa la ricostruzione – pare effettivamente definitiva e più accurata – dei fatti e di come si sono svolti, ma i giudizi di valore espliciti e impliciti sul comportamento dei soggetti presenti, mai smentiti comunque, sono più i nostri, naturalmente, che del cauteloso New York Times, 10.11.2013, M. R. Gordon, M. Landler e J. Rodoren, Iran Balked at Language of Draft Nuclear Deal, Western Diplomats Say L’Iran recalcitra sul linguaggio della bozza di accordo sul nuclearem, dicono i diplomatici occidentali [ma, naturalmente, le cose che si sono sapute è che sono stati proprio loro a recalcitrare sulla ripresa, testuale, dello stesso linguaggio del Trattato di non proliferazione nucleare del 1968...] ▬ http://www.nytimes.com/2013/11/11/world/middleeast/kerry-no-deal-in-hand-defends-negotiating-strategy-on-iran.html?pagewanted=1&_r=0).

Decidono, comunque, di rivedersi tra una quindicina di giorni, anche se a livello tecnico e non più politico dei ministri. Ma il momento magico, forse, ormai è già passato. Si incontreranno ancora  il 20 novembre, sempre a Ginevra, sempre all’Intercontinental pare, dicono insieme Zafari e l’Alta rappresentante della UE per gli Esteri, Catherine Ashton...

Poi, quando Kerry scendendo dal suo aereo a Abu Dahbi riassume lo svolgimento dei fatti affermando che, alla fine, “tutti avevano detto di sì e solo gli iraniani avevano detto di no”, Zafari ha come uno scatto: riprende il proprio Twitter e digita: “ma, ignor Segretario, è stato l’Iran a sventrare letteralmente la bozza presentata dagli USA giovedì sera? E a esprimere dubbi e critiche venerdì mattina? Neanche una montagna di frottole e distorsioni può cambiare quello che è successo a Ginevra, al 5+1, dalle 18 di giovedì alle 17,45 di sabato. Può invece minare ancora di più la fiducia. E lei, Mr. Secretary, lo sa[9] (Guardian, 11.11.2013, J. Borger e J. Trainor, Last minute rethink stalled deal on nuclear Iran Il ripensamento dell’ultimo minuto ha paralizzato l’accordo sul nucleare iraniano http://www.theguardian.com/world/2013/nov/11/iranium-uranium-enrich ment-talks-geneva-fabius).

● Ma di chi mai andiamo parlando?   (vignetta) 

Dopo anni di irrigidimento dogmatico...   un nuovo regime ha rilanciato la speranza...   in tutto il mondo...   con la moderazione del suo tratto.

Ma dobbiamo arrivare a un giudizio:    se questo governo...   poi terrà fede...   alla sua grande promessa.   Però, ora smettiamo di parlare di me...  

Fonte: The Economist, KAL, 28.9.2013

 

●Il giorno dopo che è saltata la primissima intesa, l’11 di novembre, a Teheran l’ente nucleare di Stato e la AIEA dell’ONU, Ali Akhbar Salehi e il direttore generale Yoki Amano, raggiungono un accordo separato rispetto alla trattativa interrotta a Ginevra per l’ispezione del reattore ad acqua pesante di Arak, nel nord est del paese e della miniera di uranio greggio di Gachin, a Bandar Abbas nel sud del paese. Ne riferisce un documento firmato insieme dai due a Teheran (Agenzia Xinhua/Nuova Cina, 11.11.2013, Ahmad Halabisaz, Iran allows IAEA to visit Arak plant, Gachin mine―  L’Iran consente alla AIEA di ispezionare l’impianto di Arak e la miniera a Gachin http://news.xinhuanet.com/english/world/2013-11/11/c_13287 9061.htm).

E, dopo una settimana, firmato finalmente il preliminare di accordo, l’Agenzia dell’energia nucleare dell’Iran avanza anche l’invito formale alla AIEA di visitare l’8 dicembre prossimo il reattore ad acqua pesante di Arak per la produzione di energia. Sarebbe la prima visita a Arak, che è di particolare interesse perché è il tipo di reattore cosiddetto duale― in teoria, in grado di estrarre plutonio di gradazione adatta a fabbricare in quel luogo anche bombe. Secondo l’accordo raggiunto tra Iran e 5+1, per i prossimi sei mesi Teheran si è impegnato a non mettere in funzione il reattore di Arak né a spostare nel sito combustibile o acqua pesante (Xinhua, 29.11.2013, UN Inspectors to visit Arak heavy-water plant in Iran: IAEA La AIEA informa che ispettori dell’ONU si recano a ispezionare l’installazione ad acqua pesante di Arak in Iran http://news.xinhuanet.com/english/photo/2013-11/29/c_132927177.htm).

Completate intanto le ispezioni cui s’era già impegnata, quelle al reattore di arricchimento d’uranio, l’AIEA certifica (IAEA, 14.11.2013, No expansion to Iran’s nuclear activity, says UN watchdog Nessuna espansione all’attività nucleare iraniana, afferma l’organismo-c ane-da guardia dell’ONU http://www.iaea.org/newscenter/ focus/iaeairan/index.shtml) che, negli scorsi tre mesi non c’è stata alcuna espansione della produzione negli impianti nucleari iraniani. Sono entrate in attività nel reattore di Natanz solo tre nuove centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, verifica, ed entro i limiti che il Trattato di non proliferazione già riconosce a tutti i firmatari: cioè, sotto il 20%.

E, comprensibilmente visto il suo punto di vista di contemplazione univoca del proprio ombelico e della lanuggine del proprio ristretto interesse ma considerato solo e sempre a brevissimo termine, Netanyahu si dice non impressionato per niente dalla rilevazione (Yahoo News!, 14.11.2013, Netanyahu unimpressed by IAEA nuclear report on Iran Netanyahu non è impressionato dal rapporto dell’AIEA sul nucleare iraniano http://news.yahoo.com/iran-halts-expansion-nuclear-facilities-says-un-atomic-165948626.html). Anzi, si mostra apertamente preoccupato perché, a modo loro, e con autorevolezza gli ispettori dell’ONU vanno certificando l’ “innocenza” dell’Iran...

 

●Proprio a metà mese, mentre dal dipartimento di Stato parlano, chiaramente autorizzati, di distanze ormai molto ridotte ancora da colmare tra le posizioni dell’Iran e quelle dei 5+1, e mentre  la leadership di Israele moltiplicano lamentazioni e proteste, da Mosca il ministro degli Esteri Lavrov ha detto in Tv che ormai ci sono “ottime possibilità” di raggiungere un accordo con l’Iran sul suo programma nucleare.

Per la prima volta, da molti anni in cui, ha spiegato Lavrov, le due parti, Iran e P5+1, hanno confrontato punti di vista non correlati e radicalmente divergenti, le discussioni col ministro degli Esteri Javad Zarif hanno portato in evidenza, e a verifica positiva, la disponibilità di entrambe a cercare un terreno di intesa comune. Il 20 novembre prossimo riprendono a Ginevra e sembrano effettivamente indicare ormai una conclusione almeno parzialmente positiva per tutti meno che per i  timori futuribili di Israele, e dei falchi della sua lobby a Washington e con la “comprensione” possibile della Francia.... ma anche qui, niente di più (RIA Novosti, 16.11.2013, Lavrov says of good chance of nuclear deal with Iran Lavrov parla di una buona opportunità per concludere un accordo sul nucleare con l’Iran http://en.ria.ru/ world/20131116/184752138/Russias-Lavrov-Says-Good-Chance-of-Nuclear-Deal-with-Iran.html).

A questo punto Netanyahu chiede e ottiene di essere ascoltato direttamente a Mosca e il 20 novembre va da Putin ad esporre il nodo e il problema – di cui anche i russi sono preoccupati, ovviamente, ma riguardo al quale danno una valutazione totalmente diversa su come influenzarlo per evitare che vada a sfociare nel costruirsi anche armamenti atomici. Israele, commenta l’Agenzia AF-P, sta cercando di inserirsi senza averne il titolo – se non ovviamente nel proprio interesse – ad essere presente, o almeno comunque a inserirsi nel processo predisposto dal CdS dell’ONU, per propiziare e promuovere le proprie richieste da imporre all’Iran (Expatica.com, 21.11.2013, Netanyahu arrives in Moscow to press Putin on Iran― Netanyahu arriva a Mosca per premere su Putin riguardo all’Iran http://www.expatica.ru/news/russian-news/netanyahu-arrives-in-moscow-to-press-putin-on-iran_278941.html).

Riferiscono alcune agenzie di stampa occidentali – ma solo loro, e solo alcune – che il capo negoziatore iraniano sul nucleare avrebbe detto che l’Iran smetterebbe di insistere sul riconoscimento del suo diritto di darsi l’energia nucleare e di condurre le sue ricerche in materia, pur continuando evidentemente a riaffermarlo per conto proprio... (Jerusalem Post, 17.11.2013, Iran says it won’t insist on other countries recognizing its ‘right to enrich’― L’Iran dice che ‘non insisterà sul riconoscimento del suo diritto all’arricchimento [dell’uranio] da parte di altri paesi’ http://www.jpost.com/Iranian-Threat/News/Iran-points-to-possible-way-round-nuclear-sticking-point-331999).

Pare che in realtà si tratti, al dunque, dell’elaborazione di un’affermazione del ministro degli Esteri, Zafari, che lasciando Ginevra ha ricordato l’ovvio: come “al dunque, il diritto iraniano ad arricchire il suo uranio non ha bisogno del riconoscimento degli altri perché tanto lo fa, lo arricchisce, fondandolo sullo stesso dettato del Trattato di non proliferazione”. Ma un conto è detta così, un conto sarà pretendere di presentare la cosa come un passo indietro dell’Iran, che neanche il nuovo presidente Rouhani potrebbe come tale accettare.

Una considerazione, a questo punto, quasi a latere ma che è ormai, probabilmente, ora di avanzare perché sembra davvero determinante a spiegare anche atteggiamenti e comportamenti, altrimenti quasi inspiegabilmente contraddittori, non solo iraniani ma di tutti gli attori sul proscenio geo-politico-strategico vicino e mediorientale. La verità è che, più che verosimilmente, l’Iran ha sempre avuto meno interesse a dotarsi di un vero e proprio arsenale di bombe atomiche che a costituirsi, piuttosto, un programma potenzialmente in grado di arrivarci. E, come tale, probabile e plausibile.

A parte i pregiudizi ideologico-teologici da sempre nutriti e pubblicamente annunciati dalla scuola khomeinista contro il possesso, in sé definito e denunciato come “peccaminosamente perverso”, dell’arma nucleare, lasciar credere al mondo che Teheran mirava a dotarsi di una manciata di armi nucleari avrebbe costituito – e ha di fatto costituito – il peggiore scenario possibile per il paese esponendolo alla continua minaccia di possibili attacchi massicci da parte israeliana e americana cui l’Iran non era – non sarebbe stato comunque – in grado di controbattere.

Mentre il vero atout dell’Iran, la carta forte e credibile di scambio che adesso viene ostentatamente messa sul tavolo a Ginevra, consentendo forse in qualche modo di condizionarla ma mai di eliminarla del tutto, è quella di avere la possibilità teoricamente e tecnicamente credibile di dotarsi di una o due “bombe”: sicuramente troppo poco per costituire davvero una minaccia – certamente strategica agli USA, forse anche tatticamente poco credibile a fronte dell’arsenale di 2-300 testate atomiche di Israele – ma possibile da realizzare come deterrenza estrema in tempi abbreviati.

E’, oltre che una forte pedina di scambio nello scacchiere geo-politico mediorientale anche un utile strumento di distrazione di massa delle ambizioni, legittime come quelle di qualsiasi altro grande paese, di allargare e approfondire la sfera di influenza dell’Iran: Iraq, Siria, indebolimento della concorrenza altrui in Medioriente...

Una stranissima notizia, tutta ancora da verificare però, ma molto molto intrigante è quella riportata intanto dall’Agenzia Reuters proprio nel corso dell’incontro dei P5+1 (e rilanciata senza commenti anche da importanti media israeliani). Secondo cui rappresentanti di Iran, Israele, Stati Uniti e alcuni non identificati Stati arabi si sono incontrati il 2 novembre in segreto in un albergo a Glion, vicino a Montreux, nel cantone del Vaud, in Svizzera per cominciare a discutere del tema della “proibizione” di tutti gli armamenti nucleari in tutto il Medioriente. Dunque, messa così, anche in Israele. Lo raccontano all’agenzia “fonti diplomatiche”.

Un esponente del governo israeliano ha subito negato qualsiasi fondamento non tanto all’idea in sé, quanto che ci siano stati contatti “diretti” con arabi e iraniani. Mentre un diplomatico arabo,  anch’egli sempre rigorosamente anonimo, dice che sia iraniani che israeliani sarebbero stati effettivamente presenti... In definitiva, la notizia non sembra proprio smentita, giacché il trait-d’-union o, magari, solo di interlocuzione che potrebbe aver funzionato avrebbero potuto essere forse proprio gli americani... (Jerusalem Post, 5.11.2013, Rachel Avraham, Israeli and Iranian representatives attended secret meetings in Switzerland Rappresentanti israeliani e iraniani hanno presenziato in Svizzera a incontri segreti http://www.jerusalemonline.com/news/middle-east/israel-and-the-middle-east/report-israeli-and-iranian-represen tatives-attended-separate-meetings-in-switzerland-2220).

Una recente puntata d’un famoso programma informativo e di commento della BBC britannica ha preso in esame dettagliatamente una serie di notizie, indiscrezioni, rumors e informazioni che sembrano evidenziare come l’Arabia saudita sia già il primo paese arabo a essersi dotato di armi nucleari. Sarebbe anche questa, lascia intendere e avvalora il servizio, una delle ragioni forti dietro alla posizione più “morbida” assunta dagli USA a Ginevra nei colloqui dei P5+1 con l’Iran. La tesi è che Riyād sarebbe già, o sarebbe a brevissimo temine, in grado di tenere sia Teheran che Tel Aviv  sotto il mirino dei suoi missili balistici ora dotati di testate nucleari fornite dal Pakistan.

In effetti è da subito prima della prima guerra del Golfo, dal 1990, che il regno wahabita si è dotato di missili balistici a gittata intermedia cinesi Dongfeng-3, quelli che la NATO chiama CSS-2, potenzialmente in grado di portare ogive atomiche. Sostituiti, poi, sembra nel 2003 dal modello migliorato e più avanzato CSS-5[10]. E, adesso, avrebbe anche, appunto, le ogive. Un altro trionfo dell’eterogenesi dei fini, in questo caso non americana, con tutti gli strilli di Israele sul pericolo dell’Iran a convincere, se ce n’era bisogno, il re saudita a darsi anche lui il suo deterrente atomico...

Finora si sapeva che, sotto pressione degli americani ma anche, che si sappia, dei cinesi, il Pakistan aveva sempre rifiutato di vendere testate nucleari di sua produzione a chiunque. Ma, adesso, coi sauditi... Le testate di fabbricazione pakistana però sono adatte al lancio solo coi vecchi CSS-2 e non coi nuovi missili cinesi. E resta il fatto – se volete, forse, anche scontato – che le ricostruzioni della BBC sono, come si direbbe in un giallo, di tipo circostanziale: indizi, cioè, più che prove.

Anche se molto dettagliati e convincenti (memorie di diplomatici e militari pakistani e sauditi, conferma documentata che furono i soldi del re wahabita a consentire al Pakistan di completare il suo programma atomico negli anni ’80, accenni a qualcosa di più che mere promesse verbali allora scambiate tra i due paesi...), almeno a chi scrive, sembrano ancora più solidi al momento i dinieghi sia sauditi che pakistani. Ancora, si diceva, almeno per il momento (BBC, 6.11.2013, M. Urban, Saudi nuclear weapons ‘on order’ from Pakistan ‘Ordinate’ al Pakistan armi nucleari per l’Arabia sauditahttp://www.bbc.co. k/news/orld-middle-east-24823846).

Intanto, in pratica riuscendo a superare in poco più di una settimana, e come previsto, l’ostruzionismo disperato e un po’ patetico della Francia, il 24 novembre arriva l’accordo Iran e P5+1. Alla fine tutti riconoscono, e per iscritto, che anche l’Iran come ogni altro ha diritto ad arricchirsi l’uranio, per fini pacifici.

Il testo, possiamo sintetizzarlo al massimo dell’obiettività fattuale così: l’Iran non installerà nuove centrifughe;  non ne metterà in funzione se non lo fossero già state al momento di firmare l’accordo; e per sei mesi da allora si impegna a non costruirne di nuove; ma, da una parte, potrà continuare ad arricchire l’uranio che ha fino al 3,5%; in cambio, e dall’altra, gli Stati Uniti si impegnano a togliere concretamente, non a parole, il peso di sanzioni per almeno 7 miliardi di $. E c’è l’impegno a riprendere il negoziato da subito per arrivare a un accordo più... permanente: e scusate la contraddizione in termini tra aggettivo e avverbio.

In definitiva, Teheran si fa carico, in cambio di un allentamento non irrilevante delle sanzioni di limitare l’arricchimento del proprio uranio in misura soddisfacente per gli altri, anche se non per Tel Aviv e, forse, per Riyād, sotto il 20%, di fatto, ma almeno al 3,5: tra il 3,5 e il 5% più esattamente, quanto serve a garantirne l’uso pacifico del minerale arricchito. Misura che sarà, poi, definita e decisa “insieme”―  seriamente: nei fatti, e di diritto, dall’AIEA e, di fatto, in base all’intesa tra Stati Uniti e Iran e nessun altro...

Dice ora, però, dell’accordo il ministero degli Esteri iraniano (Stratfor e Agenzia FARS, 26.11.2013, American text not ‘accurate’ Il testo americano non è ‘accurato’ http://www.stratfor.com/situation-report/iran-tehran-rejects-text-agreement-released-us), appena due giorni dopo la conclusione – che la versione resa nota dagli americani e pubblicata dalla CNN, di cui poco più avanti qui diamo il link anche noi – che quella versione è “imprecisa” e che anche il testo chiamato “fattuale” sul sito della Casa Bianca

    (White House, 23.11.2013, Ufficio dell’addetto stampa, Fact Sheet: First Step Understandings Regarding the Islamic Republic of Iran’s Nuclear Program― Lista fattuale: primi passi di interpretazione sul programma nucleare della Repubblica Islamica dell’Iran [da notare, comunque, anzitutto, che la Casa Bianca non parla del testo ma di una dichiarazione sicuramente un po’ strana: un’ “interpretazione” soltanto, come afferma del resto essa stessa; e, poi, che il testo non riguarda affatto – e questo è sicuramente un fatto – come recita il titolo dell’Ufficio stampa il “programma nucleare iraniano” ma esso e molti altri argomenti, a partire ovviamente dalle sanzioni] ▬ http://www.whitehouse.gov/ the-press-office/2013/11/23/fact-sheet-first-step-understandings-regarding-islamic-republic-iran-s-n).

La reazione di Tel Aviv è frustrata, furibonda e un tantino patetica: “avevo enfatizzato con tutti che non stavano chiedendo a Teheran di smantellare neanche una sola delle loro centrifughe. Ma non mi hanno dato retta...”,  ha lamentato a voce altissima Netanyahu... facendo finta però di scordare che niente nel Trattato di non proliferazione che lui ha rifiutato di firmare e l’Iran ha ratificato proibisce le centrifughe e, invece, proibisce proprio le bombe nucleari che lui, al contrario di Teheran, certamente possiede...

Ma il fatto che vedono tutti, e rifiuta ancora di constatare solo Netanyahu, è che come la superpotenza americana si è andata rassegnando, nei fatti e di fatto, alla condivisione ormai con altre grandi e medie potenze del proscenio, così deve ormai fare Israele nella regione in cui finora ha stradominato ma ormai, da sola, non ce la fa più...

● E piantatela di far traballare tutto!   (vignetta)          ●Ricoveratelo, con la camicia di forza! (vignetta) 

 

Fonte: INYT, P. Chappatte, 26.11.2013                                               Ma Israele è l’unico paese al mondo sano di mente ormai, no? ERRORE

                                                                                                             GRAVE! SECONDO OLOCAUSTO, ARMAGEDDON NUCLEARE!

                                                                                                              Fonte: Khalil Bendib, 27.11.2013

 

Più composta, come dire, a suo modo, la reazione saudita: che, ufficiale, viene messa adesso nera su bianco dal quotidiano suo principale e ufficiale di riferimento, citando il ministro della Cultura, Abdulaziz bin Mohieddin Khoja – uno dei pochi nel gabinetto che non è un membro della famiglia reale. Se, ribadisce il portavoce del governo – se – l’Iran dimostra davvero la sua buona volontà (ma su tutto il fronte... compresa almeno una nuova moderazione degli scii’ti verso la maggioranza islamista dei sunniti di cui il regno saudita è il legittimo interprete) questo accordo potrebbe anche essere l’inizio di una soluzione globale al problema e al suo risvolto di minaccia nucleare (Al Arabiya, 25.11.2013, Riyadh: Solution on Iran needs goodwill Riyād: la soluzione per l’Iran necessita di buona volontàhttp://en glish.alrabiya.net/en/News/middle-east/2013/11/25/Riyadh-Solution-on-Iran-needs-goodwill-.html).

Restano ora da definire proprio e solo i dettagli più tecnici dell’intesa prima della firma ufficiale che ormai, però, è stata raggiunta di quello che formalmente al momento risulta solo essere un accordo raggiunto ma ad interim. Nessuno dei quali sembra tale da rimettere, però, in questione l’intesa. E’ il parere di Zarif, di Kerry, della Ashton e, a questo punto, anche di Fabius. Come per Israele, in effetti, a nessuno in fondo poi importa se si lamentano i duri di parte iraniana. Smentiti subito, però, dalla stessa Guida suprema.

E tra una decina di giorni, quando i negoziatori si rivedranno a Ginevra, saranno in grado di mettere la firma sotto tutti i dettagli rimasti ancora in sospeso e che, al momento, sembrano come consentire a turno, all’uno o all’altro negoziatore, di tirare la coperta e di aver vinto il braccio di ferro...

    (1. New York Times, 24.11.2013, M. Landler, Kerry Defends Geneva Pact, from All Critics Kerry difende l’accordo raggiunto a Ginevra dai diversi critici http://thecaucus.blogs.nytimes.com/2013/11/24/kerry-defends-nuclear-pact-with-iran/?_r=0); 2. CNN, 24.11.2013, Full text of Iran P5+1 Accord― Testo integrale dell’Acordo tra Iran e P5+1 http://edition.cnn.com/2013/11/24/world/meast/iran-deal-text). Del resto, quest’ultimo round che di fatto ha chiuso l’accordo era stato preceduto, anche se nessuno lo ha riconosciuto, da una serie di incontri supersegreti tra Iran e Stati Uniti d’America.

●Le decisioni concordate nell’accordo ad interim di sei mesi raggiunto a Ginevra tra Iran e P5+1 entreranno in vigore a cominciare, grosso modo, da fine dicembre. La AIEA dovrà verificare che da parte iraniana si rispettino le limitazioni all’arricchimento dell’uranio già stipulate (sotto il 5%), e viene data notizia che sono già in atto i preparativi per facilitare il lavoro delle ispezioni, mentre da parte “alleata” andranno gradualmente ridotte le sanzioni, soprattutto nell’immediato quelle che riguardano le transazioni finanziarie. Riprenderà poi, a breve, anche il negoziato per definire le condizioni di un accordo più esteso e definitivo (Reuters, 29.11.2013, F. Dahl, Iran sees nuclear deal implementation starting by early January L’Iran vede l’inizio dell’applicazione dell’accordo sul nucleare per inizio gennaio  ▬  http://au.news.yahoo.com/thewest/a/-/newshome/20078825/iran-sees-implementation-of-nuclear-deal-starting-by-early-january).

Forse, a questo punto, prima di tentare, probabilmente invano, di divinare gli sviluppi prossimi a venire, vale la pena, come suggerisce uno degli osservatori che la scacchiera mediorientale, senza troppi pregiudizi da coltivare, la conoscono meglio (Guardian , 27.11.2013, Seumas Milne, America-Middle East- Iran nuclear deal – America isn’t leaving the Middle East, unfortunately L’accordo nucleare America-Medio Oriente-Iran sul nucleare – No, l ’America sfortunatamente non sta decidendo di lasciare il Medioriente  [ma...] http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/nov/27/america-middle-east-iran-nuclear-deal) cominciare a ragionare su come siamo arrivati qui e quando e perché.

Sul fatto stesso, cioè, che il tortuoso accordo sul nucleare iraniano, da implementare gradualmente, come anche la fine graduale delle sanzioni, sono il risultato, finalmente riconosciuto – o magari no ma al quale, comunque, ci si comincia ormai a rassegnare – della fine della guerra al terrore che dura, nella forma peggiore e sbagliata – come una oscena propaganda del terrorismo e una perenne cura ricostituente – ormai da decenni. E che, proprio per questo, bisognerebbe lasciare ormai un po’ più di possibilità ai popoli da regione di controllare il proprio futuro: senza metterci per forza il naso coi droni, le torture sistematizzate, le invasioni, le bombe sganciate, magari, con le solite buone ma, essendo così radicalmente estranee, mal calcolate e illusorie, intenzioni.

Solo tre mesi fa, nella neghittosa indifferenza di gran parte del mondo cosiddetto civile – noi:  e, in esso, isolata, alta e forte contro, diciamolo, solo la voce, un po’ visionaria no?, di papa Francesco – USA, Francia e Inghilterra, cui Israele faceva a latere da cheerleader volendo che le togliessero loro dal fuoco quelle che considerava le sue castagne bollenti, erano lì lì per attaccare un altro paese arabo e mussulmano, la Siria già dilaniato dalla sua guerra civile, sapientemente e comunque artatamente alimentata anche dall’estero.

E’ stato l’inatteso no della fino a quel momento sempre supina Camera dei Comuni britannica che ha anche cominciato a coagulare le resistenze interne al Congresso americano verso il disegno di guerra di Obama e a sdipanarne la trama cui, comunque, lui stesso era qualche po’ riluttante ma ormai anche come rassegnato a dare il via

    (1. Guardian, 29.8.2013, N. Watt, Cameron forced to rule out British attack on Syria after MPs reject motion Cameron forzato ad escludere un attacco britannico alla Siria dopo che i deputati gli respingono la mozione a favorehttp:// www.theguardian.com/world/2013/aug/29/cameron-british-attack-syria-mps; 2. Guardian, 10.9.2013, M. Weisbrot, Syria: thank Congress's resistance to war for the chance of a diplomatic deal― Bisogna ringraziare la resistenza del Congresso alla guerra per l’occasione di provare a fare un accordo diplomatico ▬ http://www.theguardian.com/ commentisfree/2013/sep/10/syria-congress-resistance-war).

Fu allora che il ministro degli Esteri russo, Lavrov, colse al volo l’occasione lasciata trapelare, forse casualmente e forse no, da poche parole del ministro degli Esteri americano Kerry, per prenderle comunque come se fossero serie e proporre ad America e Siria la distruzione, sotto il controllo dell’ONU, dell’arsenale chimico dei siriani. Saltò, con l’accordo concluso in ventiquattrore e la firma della Siria al Trattato per la distruzione delle armi chimiche, la minaccia di un’aggressione armata.

E, adesso, l’alleato maggiore e più prossimo della Siria, l’Iran, ha firmato un accordo di scambio con le altre potenze che mira a limitare il suo programma nucleare e ad alleggerire le sanzioni che stava subendo― e la discussione di una qualche pace in Siria è di nuovo stata messa – per la prima volta, forse, con qualche chance – in agenda per l’anno nuovo (vedi qui sopra, in questo stesso capitolo su IRAN e SIRIA).

Risultato: il tentativo americano-occidentale, che sembrava orma destinato ineluttabilmente a buon fine di arrivare allo scontro armato con l’ “asse della resistenza” siro-iraniana nel Medioriente alla volontà degli USA, è stato stoppato e letteralmente rovesciato; l’efficacia diplomatica e politica della Russia in campo internazionale è stata enormemente rafforzate e resa credibile senza che a Mosca costasse niente; gli alleati privilegiati e più “fedeli” dell’America nella regione, Israele Arabia saudita, che si sono sentiti dire di no alle proprie paure e alle proprie voglie strillano al tradimento chiedendo, con qualche evidente disperazione però, ai loro amici e clienti al Congresso americano di far saltare l’accordo.

Ma la realtà ormai vede e riconosce che i due accordi, dopo dodici anni di interventi, ingerenze straniere e guerre fallite in Medioriente, riflettono semplicemente la realtà. In Siria, malgrado tutto e tutti, Assad sta vincendo perché i siriani preferiscono lui all’intervento, da 5.000 Km. di distanza, di chi di cose loro non capisce un bel niente e, soprattutto, anche se magari non ne sono entusiasti, preferiscono lui e il suo regime alla proposta wahabita e jihadista portata loro con la frusta, la mannaia e le stragi settarie.

In Iran, la Repubblica islamica shi’ita si trova largamente rafforzata dopo l’insensata guerra al terrore che lo ha solo moltiplicato e l’invasioen americano-occidentale dell’Iraq che glielo ha solo di fatto “consegnato” come alleato maggiore e più potente nella regione, espellendone alla fine le Forze armate americane sconfitte e mazziate e, pur non amando per niente i talebani di nuovo in arrivo, ormai vicino a  veder liberata dalla ingombrante presenza armata statunitense anche il territorio del vicino afgano.

Certo, l’Iran è stato severamente colpito dalle sanzioni contro la possibilità di un suo armamento atomico imposte da Stati ognuno dei quali è in possesso – da Israele, all’America, passando per Gran Bretagna, Francia e, anche, Cina e Russia – di arsenali nucleari già ipersviluppati e dalla campagna di sabotaggio e assassinii di tecnici e scienziati della sua ricerca condotta dagli USA e Israele.

Ma le restrizioni accettate a Ginevra il 24 novembre al suo programma di arricchimento nucleare sono significativamente assai meno onerose di quelle che addirittura l’Iran col negoziatore capo Rouhani, che ora è il suo nuovo presidente, s’era dichiarato già disponibile nel 2005: allora erano 5.000 le centrifughe di arricchimento che aveva proposto come tetto per la produzione di uranio della sua energia atomica, ma la cieca stupidità dei Bush, dei Cheney e degli USA aveva detto di no... per arrivare oggi a doverne accettare come fatto compiuto, non essendo riuscito a evitarlo malgrado sanzioni, minacce e sabotaggi, addirittura più di 16.000.

    (1. Agenzia International Press Service/IPS, Gareth Porter, U.S. Rejected 2005 Iranian Offer Ensuring No Nuclear Weapons― Nel 2005, gli USA respinsero l’offerta iraniana che avrebbe assicurato l’impossibilità di farsi i suoi ordigni nucleari ▬ http://www.ipsnews.net/2012/06/u-s-rejected-2005-iranian-offer-ensuring-no-nuclear-weapons; 2. Daily Telegraph/ Londra, 26.11.2013, P. Oborne, The Iran nuclear deal could have been done eight years ago, if Bush and Blair hadn't blocked it L’accordo nucleare con l’Iran avrebbe potuto essere stato fatto già otto anni fa, se Bush e Blair non lo avessero bloccato http://blogs.telegraph.co.uk/ news/peteroborne/100247618/the-iran-nuclear-deal-could-have-been-done-eight-years-ago-if-bush-and-blair-hadnt-blocked-it).

Quel che è cambiato da allora ad oggi sono sicuramente i costi per gli USA dello scontro frontale con l’Iran, con la credibilità di un attacco armato ormai quasi estinta, i suoi alleati arabi tutti in grande turbolenza e magari anche sprofondati in una serie di scontri settari dentro e fra di loro, nessuno poi nettamente destinato ad essere vinto una volta per tutte; e, poi, proprio con l’Iran che ha la chiave – che sembra almeno avere la chiave – di un possibile disinnesco e/o perfino di una soluzione accettabile per tutta una serie di conflitti che gli USA vorrebbero veder avviati a soluzione: dalla Palestina all’Afganistan e, soprattutto, al dopo Afganistan ormai.

E’ questo che ha portato oggi l’America a ridimensionare, finalmente, e anche a segnalare di volerlo fare, il proprio impegno in Medioriente (New York Times, 28.11.2013, M. Landler, Rice Offers a More Modest Strategy for Middle East― [Susan E.] Rice [la nuova consigliera per la sicurezza nazionale di Obama da poco in carica] offre una strategia più modesta per il Medioriente http://mobile.nytimes.com/2013/10/27/world/middleeast/rice-offers-a-more-modest-strategy-for-mideast.html).

Non sarà, “purtroppo”, aggiunge l’A. da cui stiamo citando – col quale ovviamente non tutti concordano e, in fondo completamente, neanche chi scrive, pur dimostrando di apprezzarne l’argomentare riportandovelo qui pressoché completamente e fedelmente – il ritiro degli USA da quella regione del mondo, aiutato magari anche dalla loro decrescente dipendenza dal petrolio mediorientale.

Basi e presenza militare nel Golfo e un po’ in tutta la regione restano anche perché resta la voglia di dominarlo e controllarlo comunque vista la rilevanza cruciale, globale, che resta del greggio mediorientale. Ma proprio il fallimento strategico ormai accertato della guerra al terrore – perfino Rice, senza ovviamente dirlo, tende a riconoscerlo – ormai anche associato all’evidente declino della potenza americana nel mondo dovuto al ridimensionamento della sua superpotenza economica sembra significare la possibilità, ora, di usare la riduzione delle tensioni con l’Iran per ridefinire, moderare e de-escalare l’impegno militare americano.

Continueranno a lungo gli attacchi coi droni e le operazioni delle forze speciali, parallelamente dovuta a e creative dei tentativi jihadisti di minare le basi nella regione delle potenze straniere. La volontà di indipendenza da chi è estraneo che, alla fine, sempre nella storia – da Roma e Attila, a George Washington e Giorgio III d’Inghilterra, da napoleone e il gen Kutusov, da Ho Chi Minh e Johnson e Nixon, a George Bush e l’Iran, Obama e l’Afganistan... – sconfigge il tentativo di dominare un popolo con un altro lontano. Ma  l’appetito incontinente quasi di grandi campagne di bombardamenti aerei e di grandi conquiste territoriali in casa d’altri sembra fortunatamente ormai essersi avviato ad esaurimento anche in America:  “il che può, davvero, essere un bene. Proprio per tutti”.

A conferma, quasi, il Pentagono ha annunciato il mese scorso, senza deliberatamente dargli alcuna rilevanza, l’abbandono da parte dell’America dell’immensa base aerea, il centro di transito, di Manas che operava dal 2001 in Kirghizistan, come area di rifornimento di combustibili e trasferimento di materiale e truppe per la guerra in Afganistan e per quelle, non ufficiali, che l’America gestiva, e gestisce, in quel continente.

E’ una complicazione non solo logistica nel ritiro dell’America dall’Afganistan, ma si tratta di una decisione con ramificazioni molto più ampie: un vero e proprio ridimensionamento strategico e, comunque, la fine di uno strano esperimento, ambizioso ma tutto sommato breve, che ha tentato di affondare le zampe dell’aquila americana e radicare il suo potere nella periferia strategica  circostante la tana dell’orso ex sovietico e oggi russo in Asia centrale.

Qualcosa di analogo a quello che Bush e Cheney hanno tentato di fare allargandosi troppo a partire dalla metà degli anni ’90, con analogo insuccesso di fondo, in Europa: Ucraina, Georgia, Armenia, ecc. Un’idea che tentava di dar corpo al grande sogno di Zbignew Brzezinski, il consigliere per la sicurezza nazionale di Carter e, dopo Reagan, sostenitore del primo Bush che nei primi anni ‘90 aveva battezzato l’Asia centrale come il “grande scacchiere” del mondo dove coltivare il gioco del potere e della gloria globale che poi s’è mutato nel tempo in un cumulo di macerie, debiti e umiliazioni per una potenza americana che di sé aveva troppo presunto.

Nessuno dei paesi dell’Asia centrale vuole tornare sotto la grande cappella del Cremlino come agli antichi tempi sovietici, ma nessuno data la realtà economica, geo-politica e strategica della regione crede davvero che l’America, tanto più quella indebolita e ridimensionata di oggi, può rimpiazzare la Russia e, poi, questa alternativa  neanche la vuole. E tra la Russia e la Cina, al dunque, soprattutto per la diversa potenza economica ma anche una certa maggiore storica “distanza” tradizionale dall’area, è questa a farsi ogni giorno sempre più incisiva...

Il futuro di Georgia e Ucraina è ancora probabilmente da giocare. Ma, come abbiamo visto nella nostra ultima Nota  (Nota congiunturale 11-2013, §§ su Ucraina e Georgia appunto ▬ http://www.theguardian. com/commentisfree/belief/2013/nov/01/israel-suffers-collective-autism-hope-change), anche adesso subito dopo le recentissime elezioni a Tbilisi e la rimozione democratica ma eclatante dell’uomo forte filo-americano Saakashvili che aveva millantato al suo paese gli illusori miraggi dell’America e dell’Unione europea, pare un futuro anche per loro pencola oggi molto di più verso Est, verso la parte dei russi. E per i paesi dell’Asia centrale ancora di più: tra russi e cinesi (gli spunti fattuali di questa bozza di analisi dal New York Times, 4.11.2013, J. Kucera, U.S. Checked in Central Asia― Gli USA stoppati in Asia centrale http://www. nytimes.com/2013/11/05/opinion/us-checked-in-central-asia.html?pagewanted=2&hpw).

A conferma di questa tesi, più avanti a  novembre in Ucraina, il parlamento messo di fronte al bivio – o tirate fuori subito di galera, a prescindere dal merito della condanna e come da insistente richiesta UE e soprattutto tedesca, l’ex prima ministra Yulia Timoshenko con una misura legislativa speciale che le consenta di andare a farsi curare in Germania (starebbe, pare che stia, davvero male); oppure scordatevi di avviare il percorso di avvicinamento del paese alla UE al prossimo vertice di dicembre, in Lituania – ha deciso di declinare.

Pare che alla richiesta esplicita fatta nel Verchovna Rada, il suo parlamento, agli ambasciatori di diversi paesi europei chiamati per nome e cognome di citare le leggi analoghe che in Germania, in Francia, in Inghilterra, in Spagna, dovunque nell’area dell’Unione europea, consentano oggi per analogia che un detenuto si scelga dove andare a farsi curare, sempre da carcerato straniero, non nel suo ma nel loro paese, e considerato che nessuno è stato in grado di dare uno straccio di risposta: ovviamente

    (1. Guardian, 13.11.2013, I. Traynor, Ukraine’s ‘stalling’ on EU trade pact seen as victory for Vladimir Putin Lo ‘ stallo’ ucraino sul patto commerciale di adesione alla UE [ma sarebbe forse meglio dire che si tratta di stallo proprio da parte dell’Unione verso l’Ucraina...] visto come una vittoria per Vladimir Putin ▬ http://www.theguardian. com/world/2013/nov/13/ukraine-eu-pact-victory-putin-tymoshenko; 2. Stratfor-Global Intelligence, 21.1.2013, A Setback in Ukraine’s Relations With the European Union Un passo indietro [in realtà lo stallo] nei rapporti dell’Ucraina con l’Unione europea http://www.stratfor.com/analysis/setback-ukraines-relations-european-union).

Sembra proprio una vittoria ai punti, per lo meno una dilazione tattica di rilievo, per la strategia del presidente russo Putin che cerca di far mantenere – come dopo tutto è assolutamente normale: che la Russia cerchi di mantenere il suo rapporto tradizionalmente e storicamente fortissimo col paese vicino – l’influenza del suo paese rispetto alla sua vecchia marca di confine (questo, del resto, significa Ucraina: territorio al confine...) che sarebbe tentata di rivolgersi a ovest ma ci trova mille problemi e mille dubbi a bloccarla...

Somiglia però, anche, e in qualche modo per lui a una vittoria di Pirro. E ormai questo paese, con una popolazione di 46 milioni di abitanti e territorio cruciale di transito della fornitura di gas russo all’Europa è la grande posta di questa strana gara.

Per questo, anche chi non è per niente tenero verso il grande e spesso invasivo vicino dell’est e i suoi interessi – come Polonia e anche più Lituania e ha condannato duramente  anche lì, proprio al vertice di Vilnius – la scelta di Kiev di tirarsi di fatto fuori dall’adesione col rifiuto di principio a un compromesso sulla ex premier, oggi sono altrettanto duramente contrari a legare il futuro di Europa e Ucraina al destino personale, individuale, della signora Timoshenko. Come insiste invece a fare Angela Merkel, sbagliando, ma trovando così anche più facile, però, senza doverlo neanche motivare – o motivandolo in maniera che per se stessa, appunto, mai avrebbe accettato – dire di no a un altro allargamento a est della UE che non è affatto oggi desiderato...

Alla fine, e al dunque, da Vilnius viene fuori non l’adesione ma l’associazione per tutti (Georgia, Moldova... perfino Azerbaijan, in qualche modo. Il che spiega anche, poi, le distanze che l’Armenia, con quel paese in serio contenzioso da anni, resta più vicina alla Russia e non aderisce neanch’essa all’offerta europea) meno per chi poi per tutti conta davvero: l’Ucraina.

Che, di fronte alla scelta, di fatto posta dalla Russia – o si aderisce alla comunità politico-economico-finanziaria e commerciale che si va creando intorno ad essa― che lo vuole e glielo chiede; o si aderisce a un’altra comunità, l’Unione europea che dice pure di volerla, l’Ucraina, ma continua a porle di traverso – anche se con flebile coerenza al proprio interno – mille condizioni e mille problemi, in è magari pure poi in sé e per sé giusti (euobserver.com, 27.11.2013, Salome Samadashvili, What next after the EU’s Vilnius Summit? E adesso cosa, dopo il vertice europeo di Vilnius? http://euobserver.com/opinion/122227).

 ●Intanto, in Georgia, a Tbilisi, subito prima del vertice di Vilnius, domenica 17, nel corso della cerimonia d’inaugurazione della sua presidenza, Giorgi Margvelashvilii, ex rettore dell’università e docente di filosofia s’è impegnato a portare avanti il disegno avviato dal predecessore, Mikheil Saakashvili, di aderire all’Unione europea secondo l’impegno già preso dal nuovo primo ministro, il miliardario Bidzina Ivanishvili che ha vinto le ultime elezioni un anno fa allontanandolo già definitivamente dal potere.

Ma ha ribadito, anche, l’altro impegno, preso in prima persona in campagna elettorale, “a rovesciare come un calzino logoro e inservibile, anzi a buttare via, la vecchia politica di scontro con Mosca” e a favorire i rapporti con la Russia, pur continuando a far appello ai due pezzi di Georgia le cui antiche pulsioni autonomiste, esacerbate dalle provocazioni anche armate di Saakashvili, avevano condotto alla scissione e al ricorso alla “protezione” di Mosca, al tentativo di respingere il suo protettorato di fatto con la guerra lampo del 2006 catastroficamente perduta. E s’è impegnato a  tornare a una Georgia aperta a tutti e anche a Abkazia e Ossezia del Sud loro, dice rispettosa – al suo interno – delle loro autonomie e ormai – giura – davvero democratica. Sta tentando cioè di riaprire un dialogo su tutti i fronti. Nessuno dei quali, però, UE e Russia, appare pronto a fargli subito ponti d’oro.

Da parte sua, Saakashvili, adducendo a motivo il fatto che, col nuovo governo, la magistratura ha adesso aperto diverse inchieste per abuso di potere contro suoi ex ministri e sottopancia e, forse, anche nei suoi stessi confronti e che il successore si è rifiutato di bloccarli prima ancora che venissero aperti in nome della necessità di garantirgli, ha ripetuto scopiazzando altri, “l’agibilità politica”, non ha presenziato alla cerimonia. Ma stavolta non ha dietro il supporto miope e illuso  di un’amministrazione americana ancora troppo presuntuosa ma, ormai, duramente risvegliata dal suo delirio di onnipotenza... (Tert.am/Erevan, 17.11.2013, New President sworn in Georgia Il nuovo presidente giura in Georgia http://www.tert.am/en/news/ 2013/11/17/georgia-new-president).    

GERMANIA

Parlando di numeri della disoccupazione in questo paese, è sempre utile ricordare che il dato ufficiale, il 6,5, dell’Ufficio federale di statistica conta anche – molto giustamente, cioè onestamente – come disoccupati i tanti lavoratori obbligati al part-time per decisione non propria, non individuale, ma del padrone. E che, quindi, corrisponderebbe secondo il metro di calcolo usato per ogni paese dall’OIL e per l’Europa da EUROSTAT e “armonizzato”, come si dice, dall’OCSE (OECD/OCSE, Harmonized unemployment data, Germany http://stats.oecd.org/index.aspx?queryid=21760) a un effettivo e ben più contenuto 5,2%. E’ bene non scordarselo...

Sarà (anzi è) una coincidenza, s’intende, ma proprio adesso – dopo la durissima presa di posizione del Tesoro americano sugli “errori” o meglio le scelte egoiste della politica economica che la Merkel è andata imponendo a tutti approfittando dell’euro tagliato sulle sue sole e, anche malintese,  esigenze (v. sopra, nel capitolo EUROPA, il paragrafo iniziale) – sembra che la cancelliera di ferro sia obbligata ad ammorbidirsi e come a cambiare un po’ strada.

C’è anche il fatto che i social-democratici stanno conducendo spavaldamente (troppo? pare proprio di no) sotto il comando di un’altra donna, Andrea Nahles, la 43enne, popolarissima nuova segretaria generale dell’SPD e che conduce il negoziato per il partito per la formazione della Grosse Koalition come se avessero vinto loro, sempre all’attacco e non lei, la cancelliera. anche con 5 seggi in meno di quanti gliene servivano per formare il governo da sola: ancora il 20 di novembre, in effetti, ormai a due mesi dalle elezioni, la vecchia e probabile nuova Kanzlerin è in difesa. Perché, alla fine, è lei che ha vinto con la più grande vittoria alle urne dei cristiano-democratici ma è lei che non riesce a formare il governo...

E i suoi – Carsten Linnemann, il leader dell’ala più apertamente filobusiness della CDU di Merkel,  parla di veder avvicinarsi con apprensione una vittoria socialista e il Minister-Präsident dei social-cristiani bavaresi, la CSU iperconservatrice alleata della CDU, avvisa che – se la SPD volesse sul serio “rovesciare col braccio di ferro extra elettorale” le gerarchie – lui preferisce andare a nuove elezioni, subito anticipate.

Ma, al momento di scrivere, i social-democratici premono duro anche e proprio per rilanciare almeno un po’ i consumi con più efficacia certo degli alleati e concorrenti esteri, di fatto e in sostanza assai più impotenti, dei partners-avversari senza dei quali proprio non può governare. Le chiedono, e il braccio di ferro, intendono vincerlo:

• salario minimo,

• pensioni uguali a est come a Ovest,

• paga uguale per uomini e donne,

• più alti sussidi per gli asili infantili,

• qualche (limitato, spera lei) aumento di imposte sui redditi più elevati,

• incrementi consistenti (sui  miliardi di €: ma, poi, al dunque, si tratta dello 0,07% del PIL in più del livello attuale di finanziamento) a infrastrutture, istruzione e energia.

Insomma, proprio aumenti significativi di spesa pubblica con misure tutte alla faccia del mercato che, attraverso le varie Confindustrie tedesche, infatti protesta facendo sapere che vorrebbe poter continuare a fare al solito come vorrebbe. Adesso bisognerà scrutare con grande attenzione a quel che infine sarà contenuto negli accordi finali e se i social-democratici riusciranno a strappare a Wolfgang Schäuble, il volto stesso dell’austerità imperante che la Germania ha imposto all’Europa, il portafoglio delle Finanze. E bisognerà vedere poi, però, a chi toccherà...

Perché non è detto che basti essere social-democratici poi, qui in Germania come in Europa, per fare una politica economica davvero più aperta e sociale... Nella cosiddetta “sinistra” europea, dall’SPD al PD italiano, in effetti abbondano i conservatori: quelli che, naturalmente, a partire dai tempi di Craxi e poi di Blair si spacciano impudicamente per “riformisti” (New York Times, 2.11.2013, A Fiscal Scold, Merkel Softens Tone at Home Dopo il rimprovero sulle politiche fiscali [ma no! dopo la pressione dei potenziali partners della coalizione di governo....], Merkel ammorbidisce i toni in casa http://www.nytimes.com/2013/ 11/02/world/europe/a-fiscal-scold-merkel-softens-tone-at-home.html?ref=international-home&_r=0). Nella certa e sovrana convinzione che una riforma non è mai vera se non fa soffrire chi viene riformato e in proporzione inversa, poi, si capisce, al potere o alla ricchezza sua personale o di clan. 

Stavolta la novità è che, a metà mese, alla convenzione speciale della SPD che ha approvato a grandi linee il piano negoziale del partito finora avanzato, il presidente dell’SPD, Sigmar Gabriel, ha per la prima volta da anni riparlato e fato approvare a larga maggioranza la proposta di ri-approcciare la sinistra-sinistra, la Linke, il partito formato da ex-comunisti dell’ex-est del paese da socialdemocratici della vecchia scuola di sinistra di Oskar Lafontaine, l’ultimo leader di sinistra della vecchia SPD.

Probabilmente si tratta solo di uno spaventapasseri per i democristiani, ma pare che stia funzionando: perché, almeno in teoria, se social-democratici, sinistra-sinistra e Verdi si mettessero d’accordo, la coalizione R2G, come la chiamano (Rote + Rote + Grünen-R +R + G Rossi + Rossi +Verdi), teoricamente per ora sul piano d’un accordo politico che sarebbe difficilissimo da raggiungere ma che numericamente, di pochissimo, farebbe al Bundestag già maggioranza... (The Economist, 22.11.2013).

E, comunque, pare aver funzionato, se era solo uno stratagemma: l’accordo, nella notte tra il 26 e 27, è stato finalmente raggiunto anche se spetterà a un referendum postale tra i 470.000 iscritti e paganti le quote del partito social-democratico decidere poi, definitivamente, se approvare o meno l’ingresso dell’SPD nella Grosse Koalition, a termini che in parte significativa nel protocollo d’accordo, lungo ben 180 pagine e dettagliatissimo, hanno anche dettato i suoi, comunque come junior partners delle cosiddette medie intese alla tedesca

    (1. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 27.11.2013, Der Koalitionsvertrag im Wortlaut Il testo dell’accordo di coalizione ▬ http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/im-wortlaut-der-kommentierte-koalitionsvertrag-12683460.html); e, 2. idem, Groβe Koalition – Der Groβe Brei La grande coalizione – Il grande accrocco http://www.faz.net/aktuell/politik/bundestagswahl/grosse-koalition-der-grosse-brei-12683782.html).

Sostanzialmente, i contenuti sono quelli già annunciati. Se ne dichiarano soddisfatti, anche se nessuno ne sembra proprio entusiasta, tutti i contraenti. E la federazione sindacale Ver.di (Vereinte Dinstleistungs-Gewerkshaft: quella dei 2 milioni di lavoratori dei servizi che formano il più numeroso e forte dei sindacati della Confederazioen tedesca, la DGB) col suo presidente Frank Bsirske, ha lodato l’accordo perché – ha detto – definisce obiettivi chiari di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori: “in milioni di persone potranno ora godere di paghe migliori e di migliori condizioni di lavoro”.

Anche i conservatori cristiano-sociali bavaresi che hanno recalcitrato – o fatto finta di farlo – quasi fino alla fine hanno detto di sì, con l’accoglienza della proposta di Horst Seehofer, il premier bavarese, di instituire una tariffa speciale autostradale dagli automobilisti stranieri e dei veicoli commerciali – e solo da loro – che potrebbe far guadagnare milioni di euro all’anno alle casse del Land. Però questa speciale tariffa potrà essere introdotta solo se il governo supererà le obiezioni  che la rendono del tutto contraddittoria con la legislazione europea sul mercato unico e sempre se si trova il modo – questo lo dice lo stesso accordo – per garantire che essa non colpirà comunque i cittadini tedeschi: due esigenze che sono ovviamente, però, incompatibili...

Un punto curioso – ma rivelatore dello stato d’animo ormai diffuso in Europa rispetto all’America – è la stipula, così parte integrante del programma di governo della Grosse Koaliton, che dichiara “vitale” il nuovo accordo di libero scambio che gli USA stanno negoziando con l’Unione europea   ne subordina la firma per la Germania – cioè, poi, per l’Europa stessa – alla completa “accettazione” degli standard previsti dalla legislazione europea.

Diversi e ben superiori – almeno si presume... ma forse si presume troppo – alla luce degli scandali della NSA americani, gli standard europei per la protezione della privacy dei cittadini, dei consumatori, dell’ambiente e della qualità dei prodotti alimentari (New York Times, 27.11.2013, A. Smale e M. Eddy, German Rivals Reach Plan for Coalition Government In Germania, i partiti rivali raggiungono l’accordo per un governo di coalizione http://www.nytimes.com/2013/11/28/world/europe/merkel-and-rivals-strike-deal-on-new-german-govern ment.html?_r=0).

● Sì ho vinto... ma con quei due (CSU e SPD)... e insieme, poi  (vignetta)

 

 

 

Fonte: Sidsvenskan (Malmö, Svezia), Riber Hansson, 28.11.2013

Appare comunque chiara la contraddizione tra il senso di autosoddisfazione con cui Merkel ha affrontato queste elezioni e l’obbligo cui ha dovuto sottoporsi, pur avendo vinto, di ridimensionarsi e aprire a posizioni che di fatto, invece, l’hanno obbligata a spostare a sinistra l’asse dell’accordo della costruenda nuova coalizione e, soprattutto, a cominciare a tener conto di un fatto nuovo e,  per chi è meno attento, apparentemente curioso: i tedeschi non sono soddisfatti per niente delle proprie condizioni, che avvertono sempre più inaccettabilmente ineguali, minacciate – dice perfino The Economist – da “un capitalismo rampante che non si cura più di nessuno per favorire solo pochi sui tanti”.

I tedeschi si sentono “insicuri e impauriti. Si sentono poveri… col fiato corto. Non possono che notare che nell’ultimo decennio la produttività del lavoro è cresciuta del doppio della loro in Spagna; e che il tasso globale di investimenti pubblici e privati, al 17% del PIL, è caduto di oltre 1/5 sempre nello stesso periodo... La verità è che nessun paese in Europa, da quando è entrato in vigore l’euro, ha fato meno riforme – cioè, meno controriforme – della Germania”.    

E questo giudizio, sicuramente prestigioso ma altrettanto sicuramente preoccupato di comprendere tutte le ragioni della destra iper-conservatrice, sull’accordo della Grosse Koalition è nettissimo, riassunto perfettamente nel titolo stesso dell’articolo (The Economist, 29.11.2013, GermanyDie Grosse Stagnation http://www.economist.com/news/leaders/21590903-germanys-proposed-new-government-set-turn-mot or-europe-slowcoach-die-grosse).

FRANCIA

Fuori dei gangheri, dicono, stavolta Hollande e tutto il governo per il downgrade inflitto da Standard & Poor’s l’8 novembre al rating del credito sovrano della Francia. Svalutato da AA+ ad AA (dopo che oltre un anno fa sempre S&P’s svalutò il rating, sotto Sarkozy, da  AAA a AA+) perché l’agenzia resta convinta che, in ogni caso, il governo rimane incapace – questa è la sentenza, in sostanza – di affrontare e risolvere gi impedimenti strutturali alla crescita di questa economia. Di fare, cioè, le riforme di struttura (meno tasse, sui ricchi anzitutto e più libertà ai padroni nel mercato del lavoro) che il dogma liberista imporrebbe (New York Times, 8.11.2013, D. Jolly, S.&P. Downgrade Deals Blow to French Government La svalutazione del rating dà un brutto colpo al governo francese http://www.nytimes.com/ 2013/11/09/business/international/standard-poors-downgrades-france.html?_r=0).

Due osservazioni. Non è che il governo Hollande sia, come dice S&P’s, incapace di farlo: è che proprio non vuole piegarsi a scatenare quelle controriforme anche se non ha poi la volontà, la determinazione necessarie a proclamare e lanciare (ancora?) la rivolta contro la vulgata del neo-liberismo né tanto meno di scansare, di mettere da parte la Germania in Europa mettendosi esso alla guida di un diverso sforzo che abbandoni la saggezza convenzionale austeriana in voga e punti decisamente a guidarla. E, anche se, al dunque, poi, la reazione dei mercati è stata piuttosto calma, con un aumento quasi subito riassorbito solo di qualche punto dello spread.

La seconda è che Hollande rifiuta proprio di riconoscere, però – almeno in linea di principio al mercato e a qualche agenzia al suo servizio dal passato dubbio di onestà tecnica proprio come S&P’s – che, per dire, aveva certificato il tutto è OK ai conti della Lehman Brothers il 15 settembre del 2007 il giorno prima della bancarotta certificandone sulla propria parola e la sua competenza al mercato il valore di borsa, il giorno dopo svelato essere invece a zero, il diritto di pronunciarsi in termini esecutivi sul valore di un paese sovrano (Democratic Underground, 8.8.2011, J.Pak, Just a reminder: S&P gave Lehman Bros. an "A" rating a month before it collapsed Solo per memoria: S&P’s conferì a Lehman Bros. il rating di “A” un mese prima del collasso totale http://www.democraticunderground.com/discuss/duboard.php?az=view_ all&address=439x1689497).

E’ ormai opinione largamente condivisa tra tanti governi, questa. Non solo quello francese: americani, italiani, ecc., ecc. Ma non riescono mai a decidere di tirarne le conseguenze, paralizzati dal veto degli adoratori del vitello d’oro – la sovranità del mercato – come, tanto per dire due nomi e cognomi, Wall Street e i suoi servi al governo britannico e la Bundesbank e i suoi accoliti della Cancelleria.

In definitiva, e ancora una volta, è Paul Krugman, a dirla tutta e chiara: la mossa di S&P’s alla quale i mercati non hanno saggiamente dato alcun rilievo negativo come era stato invece disposto e voluto da lor signori:  la cosa si spiega solo nell’ottica politica, non davvero economica, austeriana che vuole imporre comunque e dovunque tagli alla spesa pubblica e, naturalmente, soprattutto a  chi resiste di più.

Aveva cominciato un anno fa il settimanale The Economist (14.11.2012, The time-bomb at the heart of Europe La bomba a orologeria nel cuore dell’Europa http://www.economist.com/news/leaders/21566640-why-france-could-become-biggest-danger-europes-single-currency-time-bomb-heart) proclamando che era la Francia il vero problema d’Europa, a scandire problemi di fronte ai quali quelli di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia rimpiccioliscono. E a gennaio 2013, il direttore generale di CCN Money, ha dichiarato che la Francia ‘è in caduta libera’, una nazione che sta ‘andando verso una Bastiglia economica’”. E così via schiamazzando, nel mondo dell’economia accademica dominante e tra gli andazzi governativi che su quella sintonia sbagliata quasi dappertutto, ancora, sopravvivono.

Perché “la realtà, poi, registra che”, rispetto a quasi tutti gli altri paesi, con l’eccezione della Germania, “non va tanto male” come vogliono spacciare la retorica della Bastiglia e della bomba a orologeria. Però, poi... se è vero che come quasi per tutti gli altri – stiamo parlando di Europa – “il tasso di crescita francese non è stato un granché, è stato pur sempre ben superiore a quello, ad esempio, dell’Olanda cui, invece, lor signori mantengono la loro tripla AAA (S&P’s, Sovereign ratings list, 10.11.2013 ▬ cfr. http://www.standardandpoors.com/ratings/sovereigns/ratings-list/en/eu?sectorName=null& subSectorCode=39&filter=N) e, in termini di produttività della forza lavoro, come confermano tutti i metri di misura standard, quella francese è stata in realtà qualche po’ superiore anche, e perfino, a quella tedesca.

Il deficit di bilancio, poi, resta sopra il fatidico 3% del PIL decretato da Bruxelles,è vero; ma è anche vero che dal 1910 è sceso parecchio e che il FMI si aspetta che il rapporto debito/PIL risulterà sostanzialmente stabile nel prossimo quinquennio.

Ma allora, se è così come è, chiede retoricamente Krugman, cosa sta succedendo, qui? E si risponde. “Due mesi fa il Commissario europeo agli Affari monetari e economici, Olli Rehn – uno dei sobillatori primari, dietro le dure politiche di austerità – qualificò come irrilevante la politica fiscale esemplare della Francia. Perché? perché si basava su aumenti di tasse e non su tagli di spesa che, dichiarava lui, avrebbero distrutto la crescita e frenato la creazione di posti di lavoro(euobserver.com, 26.8.2013, B. Fox, French tax hikes would ‘destroy growt , EU says Gli aumenti di imposta francesi distruggerebbero la ‘crescita’, dice la UE http://euobserver.com/news/121205).

Senza avere neanche la decenza di dire una parola di scusa, o anche solo di ammissione dell’errore, per la distruzione di milioni posti di lavoro che le sue, le loro, scelte di politica economica e   finanziaria non avrebbero potuto, ma hanno nei fatti prodotto in tutta l’Europa...

Dice che Olli Rehn e S&P’s basavano le loro richieste su un’evidente prova che il taglio alle spese è meglio per un’economia in recessione di un aumento di tasse... Ma non è affatto così. In effetti, i dati che ha raccolto e evidenziato il FMI stesso stanno a indicare proprio l’opposto: un aumento di imposte temporaneo fa molto meno danni di un taglio di spese (lo documenta un saggio molto sagace di Social Europe Journal, 29.8.2013, R. Janssen, Austerity, not just tax hikes, destroys growth―  E’ proprio l’austerità, non solo gli aumenti di tasse, a distruggere posti di lavoro http://www.social-europe.eu/2013/08/austerity-not-just-tax-hikes-destroys-growth)”.

Insomma, i buffoni (New York Times, 10.11.2013, P. Krugman, The Plot Against France Il complotto contro la Francia http://www.nytimes.com/2013/11/11/opinion/krugman-the-plot-against-france.html). Pericolosi, in ogni caso da cacciare via o da rinchiudere in manicomio, se in buona fede. Se poi lo fanno apposta, criminali da cacciare sempre via ma costringendoli prima a rimborsarci tutti e ciascuno e, poi, buttando via, per sempre, la chiave. 

GRAN BRETAGNA

●L’economia britannica è cresciuta, nel terzo trimestre, dello 0,8% rispetto ai tre precedenti, al ritmo massimo dal 2010 e, su base annua, del 3,2%. Dei quattro maggiori settori industriali cresce di più l’edilizia aiutata dal nuovo schema del governo di garanzie ipotecarie a chi compre nuove case.

Il problema di questo paese – che al contrario degli altri dell’Unione europea, mantiene la propria sovranità monetaria, stampa moneta e fissa il suo tasso di sconto in base alle proprie esigenze senza piegarle alle convenienze tedesche, riuscendo comunque a mantenere, in pratica, tutti i vantaggi dell’accesso al mercato unito – il problema drammatico che soffre questo paese non è, dunque, in sé, la carenza di crescita,

Ma è sicuramente un aumento delle disuguaglianze sempre più insopportabile e mal sopportato che non vede ancora, purtroppo e però, una reazione forte, unitaria, dura e cattiva da parte dell’opposizione e di tanta gente che sembra quasi ormai rassegnata... Finché dura, s’intende... (The Economist, 1.11.2913)

GIAPPONE

Un panel speciale, un gruppo di studio misto tecnico e anche politico, messo in piedi dal partito liberal-democratico di governo ha proposto che la TEPCO, l’ente privato che possiede e opera gli impianti disastrati di Fukushima, sia frantumata in agenzie più piccole e che l’operazione di “ripulitura” conseguente ai danni che continuano a svilupparsi da quei reattori sia assunta in carica direttamente dal governo nipponico. Facendone in buona parte pagare i costi dell’operazione anche e proprio alla TEPCO. Le continue perdite di acqua radioattiva che esce dagli impianti sembrano confermare che l’impresa non sia in grado, comunque, di controllare e risolvere la situazione in loco, un volta per tutte (The Economist, 1.11.2013).

●Nel bilancio che il governo Abe sta preparando verrà per la prima volta disposta una voce di spesa, non ancora definita ma sicuramente per miliardi di $, per l’apprestamento di quello che viene definito come un Centro di Comando nazionale per la ricerca tecnologica. Copiando dichiaratamente l’Agenzia di Ricerca di Progetti Avanzati per la Difesa, la USDARPA (ha per motto quello di “creare e prevenire le sorprese in campo strategico (▬ http://www.darpa.mil/default.aspx), cercherà di sviluppare e sfruttare sinergicamente le grandi potenzialità universalmente riconosciute all’innovazione tecnologica in campo civile di questo paese per usi militari.

Tokyo, che mira da tempo e ormai apertamente a quella che chiama una più ampia “normalizzazione” delle sue capacità militari – non più frenate, cioè, ora con l’assenso degli USA, dalle remore imposte all’impero in tema di armamenti e forze militari dalla resa senza condizioni subìta alla fine della seconda guerra mondiale e trasformata in condizioni dichiaratamente frenanti dal tipo di Costituzione “pacifista” impostale, allora, proprio dagli americani occupanti ma anche dagli altri vincitori del Sol levante nel 1945 (Stratfor-Global Intelligence, 14.6.2013, The significance of Japan’s inclusion in Dawn Blitz 2013 Il senso dell’inclusione del Giappone nel[l’esercitazione militare] ‘Blitz all’Alba’ 2013 http://www. strat for.com/analysis/significance-japans-inclusion-dawn-blitz-2013).

Anche questi specifico sviluppo della ricerca militare – su cui hanno chiuso un occhio solo gli americani, però, e non certo anche Cina, Russia, Filippine e Coree – la prima, anzitutto – apre adesso nuovi problemi nella regione (Asahi Shinbun/Tokyo, 12.11.2013, Japan to tap technology for military use, another step away from pacifism Il Giappone vuole utilizzare la sua tecnologia per usi militari: altra presa di distanza dal pacifismo [obbligato finora subìto] ▬ http://ajw.asahi.com/article/behind_news/AJ201311130086).

 

 

 


 

[1]Non debemus, non possumus, non volumus”―  è la frase con cui Pio VII rifiutò nel 1809 di piegarsi alla volontà di Napoleone, per poi diventarne formalmente prigioniero fino alla sua caduta dopo Lipsia nel 1914;  e con cui poi, Pio IX, rifiutò ai Savoia di cedere il poterr temporale, ritirandosi in Vaticano.

[2] Egida, era lo scudo mitico di Giove e di Atena al centro del quale era la testa di Medusa: sta per patrocinio, difesa, protezione.

[3]Nondum matura est... nolo acerbam sumere ”― “No, non è ancora matura, non voglio consumarla acerba”: dalla versione latina di Fedro (4,3,4) della favola greca di Esopo (15ab Hausrath) e, poi, La Fontaine (3,11) sulla volpe e l’uva.

[4] Eccovela, letterale, la citazione a noi tanto cara di Adam Smith, fondatore e inventore anzi del libero mercato e che ai liberi mercatisti sta invece, e da sempre, sul gozzo: la proposta di autoregolamentarsi proveniente da chi ha interessi privati – scriveva – “va sempre considerata con la più sospettosa attenzione”. Infatti, “viene da una classe di persone  [i produttori, i mediatori, i venditori] il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico; una classe  che ha invece generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico. E che, anzi e di fatto, in molte occasioni l’ha ingannato ed oppresso” (A. Smith,  An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, W. Strahan e T. Cadell ed, 1776 vers. italiana  qui utilizzata, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393).

[5] Questo è un breve articolo molto molto britannico e tutto centrato sulla contraddizione tra l’indignarsi di tanti conservatori britannici a quel che denunciano come lo scavalcamento da parte della UE dei diritti del parlamento di Sua Maestà – la “sovranità nazionale” – e il loro silenzio omertoso, e comprato a suon di dollari e di sterline, sulle transazionali che si divorano loro, e a scala mondiale, ogni e ciascuna sovranità, nazionale o di qualsiasi altro tipo: sovrannazionale, regionale, locale. Un ragionamento, come si vede, limitato e circoscritto solo a questo tema dei tanti che la faccenda solleva: ma anche, a suo modo, stringente e efficace.

[6] Charles Dickens, A tale of two cities (a puntate, dal 30.4.1859 al 26.4.1859 in All the Year Round Le due città, 2012, Newton Compton ed.. Dopo la Bibbia è forse il singolo lavoro più stampato nel mondo (forse 350 milioni di copie, si pensa) e il racconto della rivoluzione francese e, soprattutto, delle ragioni profonde che l’hanno determinata nel distacco profondo radicale e insopportabile tra aristocratici e loro immeritati privilegi e il quotidiano destino delle masse, i  contadini e quelli che proprio allora, a metà del XIX secolo, si cominciavano a chiamare “proletari”. Significativo che, dunque, De Blasio identifichi nell’aver lasciato creare, una accanto all’altra, queste “due città” e riattizzato la guerra di classe che stavolta lo ha portato al trionfo elettorale

[7] Diana Pinto, Israel Has Moved― Israele si è mossa, Kindle ed., 2012.

[8] Recita testualmente l’art. IV del Trattato “che nulla di quanto questo Trattato stabilisce può essere interpretato come limite al diritto inalienabile di tutte le parti contraenti a sviluppare ricerca, produzione e utilizzo dell’energia atomica a scopi pacifici senza alcuna discriminazione e in conformità con gli articoli I e II di questo Trattato”: quelli, cioè, che definiscono all’uopo il tipo di ispezioni internazionali cui le strumentazioni di ciascuno e di tutti (meno gli Stati membri permanenti del CdS) devono sottoporsi e che l’Iran ha tutte – ma come ogni altro paese quelle e non altre – accettato firmando e ratificando il Trattato. Per il testo integrale italiano qui citato,  in varie traduzioni tutte in qualche modo ufficiali – quella, che fa testo, dell’ONU, quella del MAE, quella dell’Archivio Disarmo... – cfr. ▬   https://www.google.it/?gws_rd=cr&ei=TR 2BUoPZI8PCtQaZnoHYAg#q=trattato+di+non+proliferazione+nucleare+testo+italiano).

[9] Sono meno delle 140 battute canoniche, nella versione inglese in cui è stilato il messaggio originale, garantiamo...

[10] Che, però, Riyād aveva subito promesso di non voler mai dotare di armi nucleari: ma è come il diniego israeliano di essere in possesso di questo tipo di bombe, il suo: irrilevante ovviamente (cfr. Anthony H. Cordesman, [esperto vero di studi strategici e militari che dirige il Center for Strategic and International Studies/CSIS di Washington. D.C.) nel suo Saudi Arabia Enters the Twenty-First Century: The Military and International Security Dimensions― L’Arabia saudita entra nel 21° secolo: le dimensioni militare e di sicurezza internazionale (Westport: Praeger ed., 2003 e ▬ anche http://csis.org).