Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     12. Nota congiunturale - dicembre 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.12.12

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc342068046 \h 1

nel mondo... PAGEREF _Toc342068047 \h 1

in Cina... PAGEREF _Toc342068048 \h 3

● Obama ci prova, ma la Cina non molla…  (vignetta) PAGEREF _Toc342068049 \h 8

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais.. PAGEREF _Toc342068050 \h 9

EUROPA... PAGEREF _Toc342068051 \h 21

● Un altro vertice? Ma almeno…  (vignetta) PAGEREF _Toc342068052 \h 21

● Italia e Francia: il mistero produttività/Produzione per unità di lavoro (per lavoratore)    (grafico) PAGEREF _Toc342068053 \h 30

STATI UNITI. PAGEREF _Toc342068054 \h 30

● E, adesso, state attenti al cavallo di Troia… (vignetta) PAGEREF _Toc342068055 \h 33

● Il ritratto di chi ha votato per chi:  per categorie DEMOCRATICI    REPUBBLICANI  (quadro) PAGEREF _Toc342068056 \h 34

● E, sì, i generali sono proprio nudi…   (vignetta) PAGEREF _Toc342068057 \h 36

● Sì, è così: la Cina, ormai, è proprio vicina…   (vignetta) PAGEREF _Toc342068058 \h 42

● Il PIL sotto Obama: ripresa sì, ma ormai la normalità è quella di una crescita moderata…(istogramma) PAGEREF _Toc342068059 \h 44

● Sulla disoccupazione, da noi e negli USA: ma da noi gli “austeri ani” sono molto più forti…(grafico) PAGEREF _Toc342068060 \h 45

● Occhio per occhio… e tutto il mondo è orbo!...  (vignetta) PAGEREF _Toc342068061 \h 50

● Mr. Abbas, Le consegno lo status di Stato osservatore…   (vignetta) PAGEREF _Toc342068062 \h 54

GERMANIA... PAGEREF _Toc342068063 \h 60

FRANCIA.... PAGEREF _Toc342068064 \h 61

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc342068065 \h 62

GIAPPONE... PAGEREF _Toc342068066 \h 63

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

● A dicembre, l’agenda politico-istituzional-economica globale prevede:

3-4, vertici dell’Eurogruppo e dell’Ecofin;

3-5, in Germania, congresso del partito cristiano-democratico (CDU) di Angela Merkel;

•    7, primo turno delle elezioni presidenziali in Ghana;

13-14, Consiglio europeo dell’Unione; 

16, in Venezuela, elezioni regionali;

16, in Giappone, elezioni politiche (da confermare);

19, in Corea del Sud, elezioni presidenziali;

•  28, in Ghana, elezioni parlamentari;

•  nel corso di dicembre, in Sud Africa  congresso dell’African National Congress (ANC).

●In evidenza la notizia che Facebook, Twitter, LinkedIn, Google+, Pinterest: sono tutti bersagli e siti che il sistema di intelligence britannico sta valutando come fonte di possibile e valida informazione ai quali ha deciso di accedere. E il GCHQ, il Quartier generale di spionaggio elettronico e comunicazioni di Sua Graziosa Maestà, cioè del governo, soprannominato la ciambella dalla forma della costruzione, a Cheltenham, nota località termale del Gloucestershire, a 140 km. a nord-est di Londra, oggi più nota certo, però, proprio per il GCHQ ha cominciato a condurre una serie di studi approfonditi per sviluppare nuovi filtri elettronici capaci di estrarre dalle montagne di comunicazioni che a miliardi di unità si scambiano nel mondo sui social networks, utili pepite di informazione e spionaggio.

Alla GCHQ, stanno reclutando – anticipando anche sembra (con suo grande e segreto disdoro) la stramiliardaria Defense Intelligence Agency di Fort Mead nel Maryland, che fa lo stesso da tempo ma concentrandoci sopra non certo meno risorse ma meno qualità – sistematicamente e alla bisogna matematici, fisici e esperti di computeristica alla ricerca di nuovi algoritmi capaci di filtrare, isolare ed estrarre utili informazioni da grandi volumi di parole di testi e di immagini che stanno passando attraverso tutta la gamma dei media e delle comunicazioni moderne anche private.

Ma sorgono qui, nella società britannica, di fronte a sviluppi come questi, anche molte perplessità sul commento e non solo la potenziale repressione delle libertà civili considerate ormai facile e scontato bersaglio (Guardian, 31.10.2012, GCHQ to trawl Facebook and Twitter for intelligence La  GCHQ setaccerà Facebook e Twitter per pescarci dentro  l’ intelligence http://www.nytimes.com/2012/11/05/opinion/the-permanent-militarization-of-america.html?ref=global-home).

Certo sono dibattiti più accesi nel Regno Unito di quelli analoghi che si sviluppano anche in America: ma lì ormai soffocati dalla missione imperiale da sempre introiettata nella psiche nazionale di massa cui tutto viene sacrificato con la militarizzazione permanente dell’America (New York Times, 5.11.2012, The permanent militarization of America La militarizzazione permanente dell’America http://www.nytimes.com/2012/11/ 05/opinion/the-permanent-militarization-of-america.html?ref=global-home; era stato inutilmente qui addirittura Dwight D. Eisenhower, presidente degli USA e comandante in capo delle truppe alleate nella II guerra mondiale contro il nazifascismo a mettere in guardia – era il 17.1.1961 e stava lasciando dopo il suo secondo mandato la Casa Bianca – contro il military-industrial complex che stava avvelenando il paese ▬ http://www.youtube.com/watch?v=8y06NSB BRtY).

●La TNK-BP anglo-russa potrebbe vendere il 20% della joint venture che ha investito nella Junin-6 venezuelana nel giacimento del Carabobo alla compagnia russa Rosneft che è appena diventata padrona di tutta la compagnia madre. Nella joint venture anglo-russa venezuelana, Rosneft diventerà così, adesso, col 60% delle azioni il maggior operatore. La notizia, più che preoccupare, sembra irritare irrazionalmente la Exxon Mobil cui, però, la cieca ostilità dell’Amministrazione statunitense al governo venezuelano aveva vietato, di fatto, di concorrere all’asta nel Carabobo (RT RIA Novosti, 31.10.2012, Rosneft to get bigger slice of Venezuelan oil La Rosneft si prenderà una fetta più larga del petrolio venezuelano http://rt.com/business/news/rosneft-oil-venezuela-hunin6-642/).

●Il governo dell’India è stato largamente cambiato nella sua composizione interna introducendo nella compagine diversi “giovani” ministri secondo un criterio generale di ringiovanimento. La Banca centrale, la Banca della riserva (RBI), ha tenuto fermo all’8% il tasso di sconto, anche se il governo premeva perché venisse tagliato proprio in contemporanea col suo cambio interno e con l’annuncio di un piano quinquennale di riduzione del deficit di bilancio.

Alla ricerca di un compromesso con le richieste del premier Mamohan Singh, la Banca ha provveduto a abbassare di 1/4 di punto, al 4,25%, le riserve liquide obbligatorie imposte ai singoli istituti bancari per incrementare la disponibilità del credito. L’obiettivo della RBI è quello di lavorare insieme al doppio problema, di un’economia che va risentendo della crisi globale e riduce il tasso di crescita intorno al 4-5% medio annuo e di un’inflazione che, invece, tende se non proprio a crescere a restare comunque elevata, intorno al 7- 8% (The Economist, 2.11.2012).

●La Corte suprema del Brasile ha condannato a 11 anni di carcere l’ex capo dello staff, il ministro-Chefe da Casa Civil, di fatto dal gennaio 2003 primo ministro del primo governo del presidente Lula, José Dirceu, che aveva occupato quel posto subito prima dell’attuale presidente della Repubblica, Dilma Rousseff.

Dirceu, vecchio compagno di lotta di Lula, dai tempi del sindacato e anche prima, contro i golpisti  militari (carcerato come organizzatore e animatore di “potenziali”  rivolte universitarie e poi rientrato clandestinamente, con tanto di plastica facciale, a spalleggiare Lula nel suo lavoro di organizzatore sindacale e di capo delle sue campagne elettorali), eletto deputato dal 1991 si dimise nel 2005 dal suo incarico.

Un deputato del partito di governo, il Partito dei lavoratori (PT), “corrotto” – il fatto è assodato e documentato anche se, naturalmente, Dirceu dice che era stato solo “aiutato” - col versamento del famigerato mensalão (il mensile-mazzetta fornito da imprenditori e affaristi “amici” con cui di tanto in tanto veniva “consolidato” – ha accertato la Corte senza che Lula ne sapesse niente: ma con Dirceu sono stati condannati anche l’ex tesoriere del PT e l’ex presidente al tempo del partito – il voto di deputati amici ma riottosi durante il primo mandato cui nel 2002 Lula era stato eletto col 61% del voto popolare ma anche con una risicata maggioranza parlamentare…

Dirceu farà ricorso, ovviamente, sostenendo la sua tesi di sempre – che si è trattato di una vendetta politica… – ma intanto sicuramente qualche anno di galera se lo dovrà fare (The Economist, 16.11.2012, A blow against impunity Un colpo all’impunità http://www.economist.com/blogs/americasview/2012/11/political-corruption-brazil).

●La Repubblica democratica del Congo è il più grande paese africano ed è tormentato da una lunga guerra civile che va avanti in forme sempre nuove, ma sempre estremamente violente tra genocidi e massacri di civili, dai tempi dell’assassinio del suo primo presidente liberamente eletto, Patrice  Lumumba, voluto e perpetrato nel 1961 da agenti segreti belgi al soldo dell’allora direttore della CIA, Allen Dulles, in nome dell’anticomunismo e della difesa degli interessi dell’Unione Miniére belga (A. Antonini e C. Giovetti, Le mani sul Congo, Missioni della Consolata, 10-11-2004 ▬ http://www.kimbau. org/kimbau/a/10574.html).

L’ultimo risvolto di questa guerra ormai cinquantennale è la ribellione ora conosciuta come M23, (Mouvement du 23-Mars) nella regione turbolenta del Kivu a nord del paese, alleata e appoggiata anche apertamente dalle forze armate del Rwanda ha lanciato a novembre segnali diversi, comunque contradditori, quanto al ritiro delle sue truppe dalla città di Goma nel nord-est del paese, ai confini proprio col Rwanda, appena conquistata e occupata, costringendo a ritirarsi anche una forza inviata dalle Nazioni Unite a “proteggere” le popolazioni.

Alcuni di loro ora affermano che si ritireranno a breve, altri avanzano per farlo una lunga richiesta di condizioni che il governo del Congo dovrebbe accettare, anche palesemente e volutamente per esso inaccoglibili (New York Times, 27.11.2012, J. Gettleman, Rebel Leaders in Congo Sending Mixed Signals on Pullout From Goma I capi ribelli nel Congo inviano segnali confusi sul ritiro possibile da Goma http://www.nytimes.com/2012/11/28/world/africa/rebel-leaders-in-congo-present-demands-for-leaving-goma.html ?_r=0).

Il presidente congolese, Joseph Kabila, è volato in Uganda per incontrarvi e discutere del problema con il presidente Yoweri Museveni e con quello del Rwanda stesso, Paul Kagame. Incontro del tutto interlocutorio, però (The Economist, 23.11.2012, Fraying around the edges Sfilacciandosi agli orli http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21567123-fate-africas-largest-country-may-hang-whim-rwanda-fraying-round).

in Cina

Xi Jinping, che era stato “designato” ormai cinque anni fa per l’ “elezione”, ha ufficialmente preso il posto di Hu Jintao come segretario generale del partito comunista di Cina a inizio novembre, per una congruità piuttosto rara dei rispettivi calendari politici, subito dopo  le elezioni americane che hanno confermato il presidente alla Casa Bianca per altri quattro anni. Il compagno Xi e la nuova presidenza (in totale, 7 componenti) dell’Ufficio politico del partito sono stati presentati ai cinesi e al mondo il giorno dopo la fine del 18° Congresso, a Pechino.

E, nel suo primo discorso da numero uno, Xi Jinping – che assumerà solo nel prossimo marzo anche l’incarico statuale di presidente della Repubblica popolare con l’elezione formale da parte del Congresso popolare, il parlamento cinese – all’inizio del suo intervento ha subito accettato che la Cina ha “di fronte sfide grandi e dure(The Economist, 16.11.2012, Time to choose Il tempo delle scelte http://www.economist.com/news/leaders/21566668-will-new-line-up-top-communist-party-take-radical-approach).

Anche la designazione del suo effettivo vice, il primo ministro entrante Li Keqiang, un economista che ha avuto la sponsorizzazione forte del numero uno in uscita, Hu Jintao, era prevista e ora s’è consolidata con l’ “elezione”. Ma il cambio s’è manifestato chiaro nella natura stessa del potere politico in Cina, Ai tempi di Mao la sua parola era legge e lui, a costo anche di milioni di vite ha tirato fuori a forza il paese dall’irrilevanza e dalla soggezione agli stranieri e lo ha portato alla fine, dopo venticinque anni di potere, allo stadio della “ciotola di riso al giorno garantita” a ogni cittadino cinese.

Dopo Mao, con Deng Xiaoping, l’apertura a una profonda riforma economica che – senza mai rinnegarlo – cambiò radicalmente il modello di Mao e, a suo modo, salvò la Cina. Le prossime due generazioni della leadership – con Jiang Zemin, da 1989 al 2002, e con Hu, il successore, hanno continuato, approfondito e potenziato la riforma economica portando centinaia di milioni di cinesi a una vita moderna e facendo del paese la seconda potenza economica del mondo, avviandola a diventare tra pochi anni la prima e consolidandone la potenza geo-politica e strategica come nessun imperatore mai prima nella storia ultramillenaria della grande civiltà della Cina.

Nel frattempo, però, l’influenza crescente e la competizione tra diversi gruppi di potere nel partito e nel sistema s’è rafforzata e allargata. Seminando anche montagne di corruzione in una società che, ancora vent’anni fa ma già non più dieci, faceva inseguire da un fattorino un turista fino all’aeroporto per restituirgli il mezzo dollaro che aveva lasciato in camera in albergo. E,  con questo nuovo, più articolato e diffuso assetto del potere – legittimato dall’antica eredità confuciana di una leadership in qualche modo di scelta e designazione “celeste”, cioè universalmente (con ovvie eccezion)  accettata – che ora ha a che fare Xi.

Oggi i capi delle grandi imprese di Stato, i capi militari, gli ex numero uno del partito come gli stessi Jang e Hu, condividono in qualche misura, che cambia ogni giorno, il suo potere di indirizzo e di guida dall’esterno ma in qualche modo attraverso chi ne è protetto e li rappresenta all’interno del fulcro vero del potere, la presidenza permanente dell’Ufficio politico del partito che ormai, di fatto, lo esercita per consenso e, raramente, col voto. Ma ormai continuare le riforme diventa, data la complessità e l’intrico assunto dal potere, anche più duro. Forte resta, come sempre e dovunque, la tendenza alla cautela della “casta” al vertice del partito. Ma emergono anche due forti segnali che spingerebbero, invece, ad accelerarle.

Il primo è che ancora più forte sembra la necessità di cambiare e la spinta che, comunque, viene dal basso: dalle centinaia di milioni di cinesi che oggi possono “spendere” e anche investire e vogliono poterlo fare trovando lo spazio e la flessibilità maggiore nell’economia di cui c’è bisogno e dalle altre centinaia di milioni di cinesi che vogliono anch’essi entrare, senza più troppo aspettare, nella civiltà moderatamente prospera di consumi diffusi.

E il secondo è che Xi è subito riuscito a consolidare intorno a sé quattro degli altri membri della leadership suprema, tutti figliati dall’ala Jang Zemin, e a farsi così subito “eleggere” come capo della Commissione militare di controllo dello Stato: una carica decisiva nella scansione qui del potere che il predecessore Hu dovete aspettare, ad esempio, due anni per ottenere… e questo è uno dei pochi fattori che non erano stati attentamente coreografati e decisi e affidati al Congresso solo per una ratifica formale anche se necessaria dal 17° Comitato centrale (200 membri titolari e 165 supplenti) che si è riunito per quattro giorni di seguito immediatamente prima.

Nel discorso di ringraziamento al Congresso, Xi Jinping ha subito confermato, comunque, quel che aveva detto inaugurandolo Hu Jintao: che “noi non copieremo mai un sistema politico occidentale e estraneo alla nostra tradizione”, delineando la volontà di riforma e di proseguirla ma anche i limiti politici che essa dovrà “rispettare”: la leadership del partito – che non è interpretabile come dittatura e neanche dominio, dice, “se non da chi ci è nemico” – è tenuta insieme da centralismo e democrazia, da disciplina e libertà, da unità della volontà e armonia e pace della mente.

Questa la volontà o, meglio, l’espressione della volontà enunciata come unanime del partito. Quella che valorizza una governance meritocratica e, come tale, per definizione decisa sempre dal vertice in carica anche se basata su criteri che si proclamano oggettivi (verifiche, filtraggio, valutazione anche pubblica profondamente incarnata dalla tradizione politica confuciana, da una stretta osservanza delle durata massima di mandato a ogni livello e dall’uso sistematico di una pratica di cosiddetta leadership collettiva.

Insomma – e in Cina c’è chi la teorizza come alternativa vera e propria al sistema della democrazia delegata e, annotano, inesorabilmente filtrata e condizionata dalla disponibilità o meno di denaro tipica del sistema occidentale all’americana, questo della meritocrazia collettivamente valutata alla cinese e alla confuciana viene spesso proposto proprio come sistema pratico alternativo di partecipazione democratica. E di una leadership filtrata e testata, invece, da precedenti esperienze a livelli periferici che scartano e promuovono, in generale, attraverso criteri di efficienza e capacità dimostrata di realizzare gli obiettivi fissati.

Ha esposto e discusso di recente, ad esempio, questa funzione alternativa della democrazia, come la chiama “partecipata e meritocratica”, alla cinese, rispetto a quella nostra occidentale, un famoso docente di relazioni internazionali all’università Fudan di Shanghai che dirige anche, in quella città, il Chunqiu Institute, autorevoli istituzioni entrambe con rapporti capillari in America a Harvard, Yale e UCLA… (cfr. New York Times, 9.11.2012, Zhang Weiwei, Meritocracy versus DemocracyMeritocrazia contro democrazia http://www.nytimes.com/2012/11/10/opinion/meritocracy-versus-democracy.html?Page wanted =all&_r=0. Ma vedi anche, di notevole e meno “interessato” interesse, quel che dice sul Christian Science Monitor, 24.7.2012, il famoso politologo statunitense Daniel A. Bell, What America's flawed democracy could learn from China's one-party rule— Quel che la democrazia bacata degli USA potrebbe imparare dal sistema monopartitico della Cina ▬ http://www.csmonitor.com/Commentary/Global-Viewpoint/2012/0724/What-America-s-flawed-democracy-could-learn-from-China-s-one-party-rule).

Sottolineano come, nel caso del vertice massimo – i sette dell’Ufficio permanente di presidenza del PCC – tutti arrivino da esperienze periferiche di governo di province spesso della dimensione e della complessità di due o tre Stati europei mesi insieme. E’ un sistema che a noi continua ad apparire assai discutibile… e che in ogni caso, non poche volte in passato, da Mao ad oggi, ha visto tempi, modi e anche contenuti delle riforme non andar sempre come era stato preventivato[1] ([sul meccanismo e il sistema capillare, passo per passo, di scelta dei delegati e dei leaders del PCC, un saggio esauriente e documentato è apparso nei giorni del Congresso, l’8.11.2012  per l’Agenzia Associated Press (AP), col titolo di How Selection of China’s New Leadership Works Come funziona la selezione della nuova leadership cinese http://bigstory.ap.org/article/how-selection-chinas-new-leadership-works).

In definitiva, sembra proprio che si illudessero quanti pensavano che la forza in sé e la capacità di attrazione delle riforme “liberali” avrebbe convinto, portato o costretto la leadership del partito a allentare la presa. Qui, forse, probabilmente, la maggior parte dei leaders ma, a veder bene anche gran parte dei cinesi, dalla glasnost e dalla perestrojka gorbaciovana, dalla liquefazione “conseguente” dell’Unione sovietica e della sua stolida, basilare e minima ma garantita rete di sicurezza per tutti (lavoro, anche se poco produttivo magari ma fornito a tutti anche dallo Stato magari, la “ciotola di riso” per tutti, l’istruzione di base per tutti, le cure magari al minimo ma per tutti gratuite...), ecc., ecc., hanno imparato che, fatta come l’hanno fatta i russi, è un rischio che non intendono correre.

In questo paese, in questa cultura, con questa tradizione e questa storia alle spalle, ogni cosa che anche vagamente somigli in futuro ad un’apertura riformatrice di qualche spessore avrà luogo attraverso un processo delicato, graduale e condotto attraverso il tramite del simbolismo: niente di chiaramente trasparente, evidente, scioccante e tanto meno brutalmente diretto.

Poi c’è l’altra minaccia che Hu e Xi nei loro interventi hanno apertis verbis denunciato e giurato di combattere: la diffusione della corruzione giù per li rami di e in tutto il sistema (proprio come da noi, in occidente, e proprio e specie in Italia: siamo stati capaci di farci dire dal satrapo del Qatar, e in sede ufficiale, che i loro fondi e i loro miliardari da noi non hanno più investito da anni proprio per la corruzione e la burocrazia che stanno schiacciando la nostra economia (badate, non per il costo del lavoro…).

In questo paese, poi, la vulgata del partito ha raccontato – e ancora racconta, rischiando nel clima di oggi anche qualche contraccolpo e pericolose similitudini – che se la rivoluzione nel 1949 vinse contro il regime formalmente trionfatore dell’impero giapponese nella seconda guerra mondiale, quello del maresciallo Chiang Kaishek, detentore anche del diritto di veto all’ONU e che dietro aveva gli USA, i veri vincitori in Estremo Oriente, fu perché venne “vomitato e spazzato via” come racconta quella legenda aurea, come sempre corrispondente anche in parte, qui in buona parte, alla verità storica dal popolo cinese proprio per la sua leggendaria corruzione, portando così alla vittoria l’Armata rossa di Mao.

■I tratti più significativi di questo Congresso sono stati segnati dall’identificazione e dalla denuncia di due fenomeni specifici ma ormai anche allargati al e allarmanti in tutto il sistema-Cina. Il primo è rappresentato appunto da una corruzione diffusa e dalla decisione di estirparla esemplificata e manifestata al Congresso con la rimozione eclatante, minuziosamente preparata e messa in scena,  dell’ex astro brillante Bo Xilai: perché il fenomeno, col moltiplicarsi dei gangli dell’articolarsi del  potere nel paese. costituisce ormai, secondo il partito comunista cinese, la minaccia maggiore alla sua stessa sopravvivenza.

E il secondo è la prosecuzione di una pratica della riforma politica ed economica mirata ad alleviare con misure concrete alle tensioni sociali emergenti e ad aumentare in modo controllato la partecipazione dei cinesi al sistema. Messa in altri termini, un’economia di mercato più forte, con maggior grado di imprenditorialità anche sul piano individuale che non rimetta in questione i risultati di crescita complessiva e il minimo di equità garantita su cui il partito giudica la sua stessa legittimità; e che non porterà comunque, nelle intenzioni di chi ancora più conta e, forse, ragionevolmente della maggioranza della popolazione  a una democrazia di stile occidentale o a un sistema multipartitico

   (1) New York Times, 15.11.2012, I. Johnson, New Chinese Leader Offers Few Hints of a Shift in Direction Il nuovo leader cinese offre poche indicazioni di un cambio di direzione http://www.nytimes.com/ 2012/11/16/world/asia/new-chinese-leader-offers-few-hints-of-a-shift-in-direction.html? ref=global-home); 2) il sito ufficiale del 18° Congresso, http://english.cpcnews.cn/, continuamente aggiornato e molto dettagliato ha documentato tutti i lavori anche in inglese. Ma, ovviamente e appunto ufficiale: come, del resto è da noi— per dire, quel che pubblicano i siti ufficiali di qualsiasi partito lo decidono i suoi padroni: certo, qui, di partito che conti ce n’è, però, uno solo…)

■Un articolo del NYT (New York Times, 6.11.2012, K. Bradsher, Facing Protests, China’s Business Investment Slows In Cina, anche a fronte di proteste varie, rallentano gli investimenti di capitale http://www.nytimes.com/2012/11/07/ business/global/facing-protests-chinas-business-investment-may-be-cooling. html?ref=world) discute in modo particolarmente approfondito di come adesso, dopo il 18° Congresso, l’economia cinese si focalizzerà meno sugli investimenti di capitale e industriali e di più sull’aiutare ad aumentare i consumi e a migliorare la qualità di vita dei cinesi.

Fa notare quanto sia elevata, “straordinaria” dice, la percentuale attuale di spese in investimento e include un grafico che mostra come negli anni ’80 sia Corea del Sud che Giappone hanno anch’essi dedicato una fetta straordinaria di PIL indirizzata agli investimenti. E conclude notando, ma forzando la realtà, che “dopo aver raggiunto il loro picco di investimenti, sia in Giappone che in Corea  del Sud la crescita avesse cominciato a infiacchirsi” e adesso “la domanda di fondo è se anche la Cina andrà a sbattere contro questi limiti”.

Ma non è niente affatto così semplice, né così semplicistico: mentre il Giappone degli anni ’90 aveva, in effetti, registrato il collasso della doppia bolla speculativa di borsa e dell’edilizia su cui era cresciuto, la Corea del Sud continuava a mantenere una crescita più che soddisfacente anche in quel decennio, dopo il cosiddetto picco di investimenti degli ’80.

E’ un punto di un certo rilievo perché la caratterizzazione indifferenziata che fa il NYT dei due tipi di crescita sembra invece implicare che la Cina stia inevitabilmente avviandosi a una crisi… quando proprio l’esperienza sud-coreana suggerisce invece, il contrario: che sia possibile una transizione verso una crescita più equilibrata – loro dicono armonizzata – tra il motore degli investimenti e quello dei consumi forse proprio perché l’“ideologia” della Corea del Sud è molto meno di quella del Giappone caratterizzata da un capitalismo centrifugo e laisser faire ed è invece improntata molto di più in senso centripeto e piegato a una direzione nazionale (IMF, dati paese sullo sviluppo del PIL a prezzi costanti, Corea del Sud, 1980-2012 (stima, agg. 2011) ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/ 2012/02/weodata/weorept.aspx?pr.x=77&pr.y=13&sy=1980&ey=2012&scsm=1&ssd=1&sort=coun_try&ds=.& br=1&c=542&s=NGDP_R&grp=0&a=).

■Una delle poche vere sorprese – per lo meno per chi osservava il Congresso da fuori – è stata la non rielezione tra i membri del Comitato centrale del ministro del Commercio, Chen Deming, che così in base allo Statuto del partito non diventa più rieleggibile alla sessione parlamentare del Congresso popolare del prossimo marzo neanche al suo posto di governo. Questo fatto, per quanto inaspettato, non implica però un cambio di direzione della politica economico-commerciale del paese che sembra ormai stabilizzata e non dipende più dalla personalità o dalle scelte del titolare responsabile.

Che era, personalmente, un negoziatore navigato e scevro da impuntature populistiche anche di fronte ad evidenti “provocazioni” degli interlocutori occidentali (specie i congressisti americani che si ritrovava di fronte, spesso tendenti a predicare alla Cina e a istigare polemiche). E, certo, non è affatto garantito che con un altro resti così. L’impressione è che non sia riuscito a trovare il sostegno della base dei delegati di cui al Congresso avrebbe, alla fine, avuto bisogno nel voto segreto proprio forse per la sua cortesia e condiscendenza giudicata eccessiva tra chi lo doveva rieleggere.

■Su molti media, molti osservatori hanno speso pagine e pagine a discettare, vista la contemporaneità dei processi di cambiamento delle leaderships in America e in Cina, “se da queste novità emerga più chiara l’emergere della Cina o quello dell’America”. Qui abbiamo solo lo spazio di citare direttamente poche righe di quello che ci è sembrato un degli interventi più acuti  che abbiamo avuto il modo di leggere sul punto (Guardian, 7.11.2012, T. Garton Ash, Xi Jinping and Barack Obama: two leaders facing very different crises Xi Jinping e Barack Obama: due leaders di fronte a crisi molto diverse http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/nov/07/xi-jinping-barack-obama-leaders):

In termini di pura e semplice dimensione geografica e di potenziale mercato interno, in termini di ‘vantaggi’ insiti in una dimensione di sottosviluppo che consente ed obbliga a maggiori incrementi dentro una situazione già di sviluppo avanzato (più forti i primi, più incrementali i secondi),della storia e della tradizione di una secolare statualità di ordine imperiale, di una ‘fame’ manifesta, individuale e collettiva, per ‘ricchezza e potere’ – un detto, qui, proverbiale – la Cina diventa più forte e perciò – siccome tutto il potere è relativo – gli Stati Uniti diventeranno relativamente più deboli.

   Ma la Cina deve oggi anche fare i suoi conti con problemi sistemici più profondi che, se non saranno affrontati, potrebbero sia rallentare la crescita che renderla instabile, imprevedibile e anche portarla verso un stato di maggiore aggressività”. Il ragionamento è complesso e assai articolato, e in qualche risvolto, anche discutibile.

Ad esempio, quanto a “aggressività”, ci scusi l’A, l’America non ha da imparare niente dalla Cina… e la stessa lista che fa dei “problemi sistemici” americani, dimentica tra l’altro di alcuni temi pur colossali strutturali (una disuguaglianza economica e sociale che continua a crescere, per esempio) e sovrastrutturali (il razzismo che alla faccia del presidente nero, si radica socialmente sempre di più) non sembra affatto giustificare in sé il giudizio caritatevole sulla loro minor profondità (“deficit e debito – elenca –, un Congresso auto-paralizzato, un codice fiscale più lungo della Bibbia [e scandalosamente iniquo], infrastrutture e scuole in sgretolamento, la dipendenza dal petrolio degli altri, lo strangolamento che il denaro esercita sulla politica…)… Ma si tratta di osservazioni quasi sempre stimolanti, alla cui lettura integrale siamo qui per forza costretti a rimandarvi.

●La seconda banca di Cina, la China Construction Bank Corp. (939), sta valutando l’opportunità di piazzare alla City, a Londra, nel prossimo futuro, titoli in yuan per l’equivalente di 401 milioni di $ – questo novembre arriva a specificare Bloomberg (Agenzia Bloomberg, 2.11.2012, T. Angerer, China Construction Bank said to plan London listed-bond La Banca delle costruzioni della Cina progetta di emettere obbligazioni sulla piazza di Londra http://www.bloomberg.com/news/2012-11-02/china-construction-bank-said-to-plan-london-listed-dim-sum-bonds.html).

Si tratta della prima entrata nel listino londinese di un tipo di obbligazioni dette “dim sum”, che prendono il nome proprio da un piatto di delicati antipasti, panini e dolcetti, cotti al vapore della cucina cinese del meridione del paese, molto popolare specie a Hong Kong e Shenzen, e che si offrono come investimenti a breve allettanti per chi intenda, senza rischi eccessivi, impegnare un po’ di capitali in yuan ma più tranquillamente dall’estero (Advisor One, 2.11.2012, China Construction Considering Dim Sum Bond Issue— Impresa di costruzioni cinese valuta  di emettere titoli denominati in yuan http://www.advisorone.com/2012/11/02/china-construction-considering-dim-sum-bond-issue).

●Con una forzatura che neanche il governo a Tokyo sembra davvero apprezzare, giudicandola piuttosto piegata a basse motivazioni oltranziste di politica interna, Taiwan ha proposto al Giappone di dar vita a un’area congiunta di controllo del Mar Cinese Orientale che veda sovrapporsi le zone economiche esclusive dei due paesi e consenta all’uno e all’altro di praticarvi la pesca. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri di Taipei, David Lin, che aveva detto di sperare in colloqui preparatori ma anche conclusivi già in questo mese e se li è visti, in pratica subito stoppare: a Tokyo – per quanto contenzioso sia il rapporto con la Cina, quella vera – non sembra proprio utile continuare a sfruculiare come, con eccessiva leggerezza, insiste a fare Formosa/Taiwan il grande dragone rosso (Agenzia Stratfor, Global Intelligence, 11.10.2012, In Taiwan, a More Assertive Stance over Disputed Islands A Taiwan, un atteggiamento maggiormente assertivo nella disputa sulle isole http://www.stratfor.com/analysis/ taiwan-more-assertive-stance-over-disputed-islands).

●Appena rieletto Obama, e scelta la nuova dirigenza cinese, il primo confronto tra le due leaderships – non proprio faccia a faccia perché, se c’è il presidente americano che nella prima sua visita all’estero ha scelto di andare alla riunione dell’Associazione dei paesi del Sud asiatico (l’ASEAN) in Cambogia, a Phnom Pehn, a rappresentare la Cina, invece, c’è ancora il vecchio primo ministro uscente, Wen Jabao – è cominciato assai male per gli americani.

Alla fine della riunione, in effetti, i dieci paesi membri – tutti ormai nell’area di interesse americana e diversi tra loro in polemica con la Cina per le loro conflittuali rivendicazioni territoriali nel Pacifico – hanno annunciato che inizieranno i negoziati per mettere in piedi una vasta zona di libero scambio tra tutti loro che includerebbe la Cina oltre a Australia, India, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud: i cinque maggiori attori commerciali dell’area.

Ma non gli Stati Uniti… E, ovviamente e per niente casualmente, al posto o comunque in contrasto 

Obama ci prova, ma la Cina non molla…  (vignetta)

Fonte: NYT,  26.1.2011, Heng

con l’analoga ma diversa coalizione commerciale che, estromettendo in modo mirato la Cina, proprio Obama aveva proposto che gli USA formassero con i 10 dell’ASEAN, chiamandola Partnership Trans-Pacifica.

Una scelta estremamente significativa del rapporto di potere reale anche al di là delle suscettibilità nazional-scioviniste che permangono, al momento è vero come un po’ sopite, tra molti attori – si va ormai stabilendo in Estremo Oriente (New York Times, 20.11.2012, J. Perlez, Asian Nations Plan Trade Bloc That, Unlike U.S.’s, Invites China— I paesi dell’Asia progettano un blocco commerciale che, contrariamente a quello proposto dagli USA, invita a partecipare la Cina [e poi, e non è poco, esclude proprio gli USA] http://www.nytimes.com/2012/11/21/world/asia/southeast-asian-nations-announce-trade-bloc-to-rival-us-effort.ht ml?ref=global-home).

D’altra parte, la motivazione che nel corso del terzo dibattito con Romney aveva avanzato Obama chiedendo l’esclusione della Cina dal progetto – che solo chi non praticasse forme di protezionismo di Stato potesse aderire – era subito suonata fasulla, e anche ipocrita, a paesi che non vi sono estranei (Corea del Sud, Vietnam, Filippine…) compresi poi, come sanno tutti, anche ovviamente gli Stati Uniti (salvataggi del sistema bancario con trilioni di dollari pubblici, dell’industria dell’auto, ecc.).

●Intanto, la Marina militare della Repubblica popolare cinese ha condotto con successo il primo volo di un cacciareattore J-15 dalla piattaforma della portaerei Liaoning da poco varata riprendendolo con un video messo subito in rete il 25 novembre. Ristrutturata e rimessa a nuovo da quella in origine costruita dai russi, la Liaoning è così entrata finalmente in servizio e il vice direttore dell’Istituto di ricerca navale, Zhang Junshe, la esalta come “un evento epocale che attesta del prossimo approdo a una reale preparazione operativa da combattimento della nostra Marina”.

E il vice ammiraglio Zhang Yongyi, che comanda la squadriglia e l’addestramento constata, sullo stesso tono, che “abbiamo finalmente padroneggiato la capacità chiave di rendere operativo il lancio e l’atterraggio su una portaerei”: l’ovvio, cioè (Xinhua News, 26.11.2012, Yang Lina, China now capable to deploy jets on aircraft carrier: Navy La marina annuncia che la Cina è ora in grado di lanciare caccia da una portaerei http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-11/26/c_131998137.htm).

In realtà, la performance va considerata nella sua effettiva e ancora assai ridotta portata. La portaerei in questione, e gli stessi caccia che la usano, sono copie o comunque ristrutturazioni di vecchissimi modelli russi, se non proprio e addirittura sovietici, il caccia Sukoi 33 e la portaerei Varyag della classe Kutznetsov. In definitiva, la Cina non ha dimostrato capacità di disegnare da sé e di costruirsi questi strumenti. Ma forse non gliene importava poi molto: quel che conta per loro è se un marchingegno funziona, non chi lo ha inventato; come in fondo per tutti quelli che (russi, americani, tedeschi, inglesi, italiani e quant’altri sempre nella storia, dai tempi delle antiche dinastie imperiali cinesi e persiane, per dire) hanno praticato con esisti diversi, sicuro, l’arte dello spionaggio tecnologico e militare: e nessuno se n’è mai vergognato.

Il punto è che i cinesi ancora sono, e sanno di essere, a anni di distanza da un’effettiva capacità operativa globale in questo campo dove, per dire, gli americani sono in grado di schierare dodici portaerei nucleari attive e una decina di piattaforme naviganti in riserva. E che pare, per ora, soltanto uno dei piloti cinesi sia in grado di decollare e atterrare da quella loro unica portaerei.

Ci sono anche voci, che sembrano confermate di altre due portaerei in allestimento, entrambe in un cantiere navale segretissimo di Shanghai: ed è notizia attendibile anche perché dicono gli esperti che il minimo di cui ha bisogno una marina moderna per mantenere una presenza marittima di pattugliamento costante.

●Ai confini, in Corea del Nord, per riaffermare il proprio diritto sovrano a fare quel che gli pare, come ogni altro stato al mondo, il regime di Pyongyang ha accelerato quelli che potrebbero essere – potrebbero… – i preparativi di un lancio dal nord-ovest del paese di un nuovo missile, riprendendo gli ultimi tentativi anche recentemente falliti e sfidando, così, l’ennesima ingiunzione del tutto inefficace del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Non fosse altro, appunto, che per dimostrarne ancora una volta la futilità. Lo indicano alcune foto riprese dall’operatore satellitare commerciale americano Digital Globe che, sul suo sito ( http://www.digitalglobe.com/), interpreta le immagini scartate il 23.11.2012 come “attività accresciute” intorno alla stazione di lancio di Sohae (ne riferisce il New York Times, 27.11.2012, Choe Sang-hun, North Korea May Be Planning Rocket Test, Satellite Operator Says Un operatore satellitare dice che la Corea del Nord potrebbe star progettando il lancio sperimentale di un razzo http://www.nytimes.com/2012/11/28/world/asia/north-korea-suspected-of-planning-rocket-test.html?gwh=FCDD01B25AC944AA084517E33D88230C).

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●E, alla fine, ci sono riusciti. In Libia hanno finalmente eletto al Congresso, il nuovo parlamento, con 105 voti a favore, 9 contro e 86 “rifiuti sdegnosi” – li chiamano così, non semplici astensioni – la nuova formazione di governo di Ali Zeidan. Si ricorderà che il voto, dopo che era stata licenziato per le vie brevi il precedente tentativo di governo, era stato rinviato di un giorno e dopo che l’aula era stata invasa  da una marea di manifestanti che protestavano, in sostanza, per la composizione tutta “occidentalista” e centralizzata di un governo che include solo pochi islamisti moderati e sottorappresenta – pericolosamente – etnie e regioni diverse dalla Tripolitania e sette varie (Al Jazeera, 31.10.2012, Libyan legislators approve new cabinet… but I deputati libici approvano il nuoco governo,… ma  ▬ http://www.aljazeera.com/news/africa/2012/10/20121031221720888985.html).

Dal punto di vista dell’operatività del nuovo governo, in ogni caso, sarà la paralisi (il giorno dopo il voto l’Assemblea parlamentare è stata, nuovamente, assediata da centinaia di dimostranti sostenuti anche da alcuni pezzi di artiglieria schierati con gruppi o milizie che fanno in qualche modo capo ai ministeri della Difesa e della Sicurezza, con la lealtà all’esecutivo— in particolare ai cinque nuovi ministri di Esteri, Sanità, Istruzione superiore, Affari religiosi e Cooperazione internazionale.

Così, il giuramento del governo è stato subito bloccato dall’accusa contro di loro avanzata di essere “rimasugli” solo opportunisticamente convertiti del gheddafismo che vedono perciò il nuovo gabinetto rifiutato dagli effettivi signori del potere, tribù e clans, che avevano, con riluttanza evidente epperò anche subito transeunte, sottostato alla decisione di accontentare alcuni dei grandi elemosinieri ed armieri che, in ultima analisi, per conto dei libici avevano abbattuto loro Gheddafi (Al Akhbar, 1.11.2011, Libyan fighters besiege parliament after new government lineup I combattenti libici assediano il parlamento dopo l’annuncio della composizione del nuovo governo http://english.al-akhbar.com/content/protest-erupts-libya-over-new-government-lineup).

●La BP, la British Petroleum, ha intanto visto subito onorata la sua cambiale per i servizi resi ai nuovi governanti libici. Ha avuto l’accordo di diversi capataz regionali e tribali – l’unico che, alla fine poi conta, se riusciranno a garantirle il po’ di stabilità necessaria a estrarre, produrre, raffinare, o spedire via il prodotto che estraggono senza dove pagare troppe mazzette – per trivellare 17 nuovi giacimenti, di cui 5 off-shore (Arabian Gazette, 1.11.2012, BP kickstarts Libya oil exploration actvitiesLa BP mette in moto le sue attività di prospezione di pozzi petroliferi http://arabiangazette.com/bp-oil-exploration-libya/).

Ma la realtà di questa Libia, ormai, è trasparente: come la Somalia, tormentata dai suoi mille clans  e dalle sue mille tribù l’una armata contro l’altra, ormai è diventata una pura finzione geo-politica. La Cirenaica e tutto l’est del paese s’è trasformato in una zona franca per al-Qaeda e in un deposito di armi a disposizione dei jihadisti del Mali e della Siria, con grande scorno e allarme degli apprendisti stregoni, mentre tutto il resto della Libia è un mischiotto di territori tribali, in competizione e in guerra tra loro. Come nazione-paese, in definitiva, la Libia è andata indietro di cento anni, in effetti.

●Ora, proprio a Bengasi, in Cirenaica, viene annunciato dal portavoce dell’ambasciata britannica nel paese che chiuderà il consolato britannico per ragioni, evidenti, di sicurezza – o, meglio, di mancanza di sicurezza – anche se da tempo il console lavorava da Tripoli. E che, per ora, non è possibile prevedere alcuna data di riapertura.

Dopo la chiusura del consolato americano, messo a ferro e fuoco quando a settembre un commando jihadista approfittando di una violenta manifestazione ammazzò l’ambasciatore americano, sconsideratamente e inopinatamente recatosi in visita lì, e ora dopo questa misura degli inglesi, nei fatti l’unica sede consolare occidentale oggi agibile nella turbolenta capitale della Cirenaica sembra essere quella italiana… ma gli iloti-dal-doppio-obbligatorio-cognome che infestano e allignano la Farnesina non sembrano neanche rendersene conto (The World Risk, 5.11.2012, Libya: U.K. Closes Benghazi Consulate Libia: il Regno Unito chiude il consolato a Bengasi http://www.worldrisk.cz/libya-u-k-closes-benghazi-consulate/).

●Proprio quello che sta succedendo anche in Mali, dove l’operazione condotta in buona sostanza da truppe africane che l’occidente vorrebbe mettere in piedi per “liberarlo” dagli islamisti, si va svolgendo con una serie infinita di incontri tra rappresentanti e sottorappresentanti dell’ONU – le Nazioni Unite –, dell’UA – l’Unione africana –, dell’ECOWAS (gli Stati della Comunità economica dell’Africa occidentale) e della UE… e chi ha un’altra sigla da mettere, ce la metta.

Le “notizie” messe in circolazione da Cheaka Aboudou Toure, il sicofante che rappresenta l’ECOWAS a Bamako, dicono che si sta “progredendo”, nei colloqui, nella parte di Mali che è stata “liberata” dall’esercito col golpe che a marzo ha defenestrato uno dei pochi governi davvero liberamente eletti e decentemente gestiti dell’Africa alimentando così soltanto ed esasperando la guerra civile in tutto il territorio, perdendone subito oltre la metà ai ribelli della grande etnia nomade dei Tuareg. In cui soccorso, ma in realtà poi con la loro agenda estremista, sono ora intervenuti – specie dopo e con la anarchia scatenata in Libia dalla caduta di Gheddafi – migliaia di miliziani islamisti.

E’ per cacciarli che ora preparano – dicono, cioè, di andar preparando – l’intervento internazionale/ panafricano – che, secondo il ministro della difesa del Mali gen. Yamoussa Camara è indispensabile – soprattutto se a condurlo sono gli altri, soldati africani e magari anche francesi visto che istigare il loro colpo di Stato fu proprio l’ultimissimo Sarkozy. Ma tutti vanno, in effetti, facendo esercizi di autocongratulazione anticipata sul radioso futuro di quando avranno sconfitto al-Qaeda e i suoi seguaci. Ma, intanto, stanno fermi da tre mesi e non fanno niente.

●In definitiva, se proprio ci tengono, benvenuti anche in Mali adesso! Vadano pure a metterci le mani e si vedranno anche qui, probabilmente, mozzare le dita… La Francia lo ha sempre dominato e  governato, questo paese, come parte del suo impero africano occidentale e ancora vi mantiene importanti interessi finanziari, militari, commerciali e di intelligence.

Non molti anni fa la Francia nominava e abbatteva i capi di Stato della regione finanziandoli, difendendoli con la presenza di piccole guarnigioni della Legione straniera o togliendo loro gli aiuti nello specialissimo risvolto di politica estera che più gelosamente, insieme alla force de frappe atomica, era riservato alla gestione diretta del presidente della Repubblica francese. Ancora oggi, i finanziamenti continuano, o vengono tolti, ad libitum in tutta la regione. E nell’Africa orientale e in quella settentrionale gli spioni della DGSE francese e i “consiglieri speciali” di Parigi continuano a operare qui dietro le quinte.

Ecco, mettiamola giù così. Non è che sarebbe il caso di lasciarci loro – i maliani, i tuareg – a curare il loro orticello, senza andare adesso a impicciarsi UE, americani, NATO o quant’altro? magari non più neanche i francesi, non più direttamente visto che peggio di quel che hanno già fatto – facendo addirittura saltare uno dei pochi regimi politici aperti e, tutto sommato, il più democratico dell’Africa nord-equatoriale – sarebbe comunque difficile fare, avendo seminato miseria, morte e distruzione e aprendo la strada agli al-Qaedisti col favorire il golpe dei militari che ai francesi e agli altri promettevano di non pretendere a alcuna autonomia? (StratRisks, 14.10.2012, More conflict ahead Domani, ancora più conflitti http://stratrisks.com/geostrat/8664).

Il fatto è che se al-Qaeda, come speriamo anche noi, alla fine qualcuno la caccerà via qui dal Mali saranno i Tuareg che, del loro “aiuto”, hanno presto imparato a prendere le distanze: non i crociati d’occidente mascherati magari da africani (Voice of America, 30.10.2012, A. Look, Armed Intervention for Mali Being Finalized Si viene finalizzando l’intervento armato [internazionale] in Mali http://www.voanews.com/content/ armed-intervention-in-northern-mali-being-finalized/1536107.html)… E’ adesso il caso delle truppe dell’Uganda che vengono ora di colpo ritirate dalla missione dell’ONU in Somalia.

Infatti, l’accordo in base al quale l’esercito dell’Uganda tentava di ristabilire l’ordine a Mogadiscio e Chisimaio (oltre 1/3 del corpo di intervento dell’ONU che, in complesso, ha 18.000 soldati) ma veniva pagato da Francia, Inghilterra e Stati Uniti, è saltato. Era appena uscito un rapporto “di esperti” delle Nazioni Unite, in nome delle quali formalmente l’Uganda forniva il contingente africano più massiccio dell’ “intervento di pace” in Somalia, che accusava l’Uganda di aiutare nel Congo i ribelli del movimento M23 di gruppi di militari ammutinati contro il governo della Repubblica democratica del Congo.

E il ministro della Difesa di Kampala, Mukasa, ha reagito annunciando che il suo governo ritira il corpo di spedizione inviato in Somalia (come avevano già fatto le truppe eritree e quelle del Ruanda) per spostarlo, insieme agli altri contingenti, che ha in giro per l’Africa occidentale a difesa dei suoi confini occidentali con il Congo (BBC News Africa, 2.11.2012, Uganda to withdraw troops from Somalia, says Mukasa L’Uganda ritira le truppe dalla Somalia, annuncia Mukasa http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-20187369).

Non risparmiandosi alcuna possibilità di fare brutta figura quando e se può procurarsela – ma anche quando nessuno in realtà lo chiamerebbe a farlo solo perché se non dice la sua pensa di aver bucato un’occasione; ma è il contrario, come vedono anche ormai i ragazzini: che rischia sempre di più proprio quando fa e chiacchiera di quando decide di starsene zitta – Washington fa sapere “di attendersi che l’Uganda alla fine lascerà i suoi soldati di pace [sic!] in Somalia (Dipartimento di Stato, 5.11.2012, intervento della sottosegretaria agli Esteri per gli Affari politici, Wendy Sherman ▬ http://www.state.gov/ p/us/rm/2012/index.htm).

Washington (oddio, la Sherman…) si attende, e Kampala neanche si degna di rispondere, mentre pare – pare… che Nigeria, Niger e Burkina Faso manifestino adesso l’intenzione di contribuire con qualche centinaio di truppe ciascuno al corpo di spedizione dell’ECOWAS— quando e se alla fine ci andranno dopo, dicono, un periodo di preparazione (sic!) e di attesa intorno ai sei mesi. Intanto, in Francia che sta pencolando e si sporge sempre più pericolosamente verso la palude siriana, coglie l’occasione per precisare che non si coinvolgerà direttamente né invierà aerei suoi.

Chiarissimo è che, senza un diretto coinvolgimento e la presenza di forze armate della NATO, l’operazione non potrebbe essere materialmente fattibile. Il che significa, però, che i passi avanti sul piano della formazione del corpo di spedizione confermano come l’assicurazione di questo appoggio finanziario e logistico e di copertura politica sembri garantito e, a questo punto, non c’è dubbio che ad assicurare il sostegno materiale, logistico, sarà direttamente l’U.S. Africa Command.

I francesi, chiarisce il  ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian a metà novembre, garantiranno di sicuro però il loro appoggio “morale e politico(Business Council for Africa, 13.11.2012, France will not intervene militarily in Mali, even with airstrikes La Francia non interverrà militarmente in  Mali, neanche con raids aerei   http://www.bcafrica.co.uk/news/618-africa-security-issues-13th-november-2012).  

●Reagendo a un’ondata di violente proteste dei fondamentalisti islamici, il presidente Moncef Marzouki – eletto in Tunisia anche e soprattutto perché, sotto il predecessore cacciato via, s’era reso noto attivista di stampo diremmo noi pannelliano, per il quale cioè non è nota alcuna opposizione alla guerra in Iraq o a quella in Afganistan e alle violazioni dei diritti umani hanno comportato per milioni di innocenti – ha esteso a fine ottobre lo stato di emergenza in tutto il paese con poteri speciali di intervento extra-legem concessi a polizia e forze di sicurezza: e senza fissare scadenza alcuna.

La società civile tunisina così è schiacciata e molte voci razionali al suo interno vengono, ancora una volta, emarginate o represse tra l’estremismo islamista e il suo messaggio messianico prepotente e la tattica repressiva del fu regime di Ben Ali. Dopo del quale, del resto, mai era stato cancellato lo stato d’emergenza.

Il fatto è che, però, forse l’unica vera novità – non irrilevante e in qualche modo rivoluzionaria – è stata un’elezione democratica che ha al potere un partito islamico moderato… che, ora, al governo però e come governo, si va piegando esso stesso al metodo Ben Ali (Al Manar News, 1.11.2012, State of emergency extended after attacks Dopo gli attacchi, esteso [senza alcuna indicazione di un termine] lo stato di emergenza http://www.almanar.com.lb/english/adetails.php?eid=73021&frid=21& seccatid=65&cid=21&fromval=1).

D’altra parte, il governo tunisino si trova oggi davanti ad imam – autorità che l’islam sunnita, come qui in Tunisia, riconosce di fatto nelle persone che conducono e vengono accettate come titolate a condurre la preghiera da una comunità di credenti (qualsiasi: due, tre, oppure un paese intero) e che, invece, l’islam sciita (per dire, l’Iran) riconosce in un successore più o meno diretto del profeta designato direttamente (?) da Allah – che appena nominati da una comunità autodesignatasi, come lo sconosciuto fino ad allora Nasreddine Alaoui, proclamano la jihad – le guerra santa: in questo caso proprio in termini di sollevazione armata popolare – contro il partito di governo e di maggioranza relativa, l’Ennhada— il partito della Rinascita.

Sostanzialmente colpevole di resistere, secondo l’accusa estremizzata dei salafiti per istigazione degli infedeli di Washington all’imposizione della sharia, la legge islamica da rendere con il potere dello Stato obbligatoria per tutti nel paese a prescindere – perché il diritto è quello della Verità che essa sola conta (questa – la tesi dei salafiti – era, del resto, quella propugnata con grande rigore del card. Alfredo Ottaviani e della Curia conto papa Giovanni XXIII e la maggioranza del Concilio quando osarono affermare e far vincere la tesi che se l’errore non ha diritti gli erranti invece sì, sempre: anche quello di sbagliare) dalla volontà dei cittadini.

Questa tendenza comincia a manifestarsi con prepotenza anche in questo paese, da sempre – per dirla a nostro modo – tra i più “laici”, tendenza estremizzata da un’agguerrita minoranza salafita (di islam purista e intransigente interpretato a modo proprio), che come in Algeria, in Libia e in Egitto tenta di imporsi a tutti (Stratfor, Global Intelligence, 5.10.2012, The Limits of Salafists in Tunisia In Tunisia, i limiti dei salafiti http://www.stratfor.com/analysis/limits-salafists-tunisia). E il problema sta diventando, anche qui ormai, quello di riconciliare la governance di un paese che deve vivere in questo secolo, col turismo, il commercio, l’industria, la banca, la Tv e Internet con una certa concezione della fede e della religione. Cioè, anche limitando la libertà di ognuno in funzione di quella di tutti e ciascuno ma senza tornare ai vecchi metodi, ormai non più sopportabili, della repressione di regime.

●La Siria – quel che sta succedendo in Siria con la rivolta, la rivoluzione e l’eversione al-Qaedista e islamista, mischiata ormai indissolubilmente alla feroce difesa da parte del regime e di chi, pare proprio in maggioranza, si è ormai schierato dalla sua parte nella guerra civile – con la minaccia di un possibile, forse ormai probabile contagio trasmesso al regno hashemita, sta allarmando a tal punto il re e il governo della confinante Giordania da provocarne lo spostamento, neanche poi graduale, dall’ostilità proclamata ad Assad e dall’aiuto ai ribelli dalla parte, invece, a favore di un compromesso negoziato tra regime e ribelli anche a costo di lasciare il presidente siriano al suo posto.

●La Giordania, in effetti, ha buone ragioni ormai di allarmarsi. Per alcuni giorni di seguito in parecchie delle maggiori città del paese hanno manifestato, anche in modo violento, folle consistenti di centinaia di migliaia di persone che urlavano nominalmente contro il re e le sue responsabilità per aver lasciato che il governo di quasi-tecnocrati che ha, da ultimo, messo in piedi (sei o sette nell’arco di appena un semestre) aumentasse il prezzo di vendita di combustibili, benzina e propano e, adesso, annuncia anche l’ulteriore riduzione di ogni residuo sussidio pubblico a consumi che, a livello popolare, sono essenziale per la vita di ogni famiglia (riscaldamento e cucina). C’è stato il morto, i morti, decine di feriti anche gravi e decine di arresti.

Da parte del governo si sottolinea, ora, la necessità di cancellare il sostegno pubblico con un debito accumulato di 3 miliardi di $ e la necessità di rivolgersi al solito FMI che questo esige per ottenerne i prestiti necessari anche solo ad alleviarne il peso del servizio. I Fratelli mussulmani hanno parlato di dimostrazioni spontanee ma in diversi ormai, media, ambienti economici, politici e universitari hanno avanzato il sospetto che si tratti ormai dell’inizio vero della primavera giordana…

Così il governo diventa, però, il primo fattore della propria stessa instabilità che mette più che in dubbio ogni possibilità di cambiamento pacificamente gestito. Del resto, tutti i rovesciamenti di regime nel Mediterraneo arabo sono cominciati finora da rivolte mosse dal disagio economico, dalla disoccupazione e dalla miseria… e poi hanno esondato quando, come qui, cominciano a mobilitarsi i sindacati, per quanto succubi fino ad allora magari siano stati (Tunisia, Egitto), o, sempre in massa, gli studenti.

Insomma, sembra che ci siamo. Dopo il crollo catastrofico di tre dei regimi più ferreamente strutturati (Tunisia, Egitto e Libia: col corollario anche di Yemen e, ormai, della Siria), non sembra più in grado di continuare a fornire a lungo copertura atavicamente giustificata dalla discendenza diretta della monarchia hashemita dal profeta morto nel 570 d. C., oltre 14 secoli fa (TOPIX, 15.11.2012, Suleiman Al-Khalidi, One dead in Jordan riots, more protests planned Un morto nelle sommosse giordane, in progettazione altre proteste http://www.topix.com/forum/jo/amman/TGH9USGRTO6DRQS1H)  

●Quanto alla Siria e alla sua tragedia… Da sempre, dall’inizio anche qui s’è messa in evidenza la diversità della Siria, rispetto a tutti gli altri paesi della regione. Spiega adesso benissimo il NYT (New York Times, 13.11.2012, T. L. Friedman, Obama’s Nightmare L’incubo di Obama http://www.nytimes.com/ 2012/11/14/opinion/friedman-obamas-nightmare.html?ref=global-home) che qui al contrario della Libia, ma anche e perfino dell’Egitto (quella è altrettanto frantumata, ma è periferica al mondo arabo; questo è centrale ma è molto più omogeneo) può davvero esplodere  tutto.

Perché i suoi confini sono quelli più artificiali”, imposti dal colonialismo in tutta questa area del mondo – qui francesi e inglesi – compresa l’assurda escissione del Libano dal suo territorio – “e perché tutte le sue etnie, le sue comunità, le sue sette religiose – sunniti, shiiti, alawiti, curdi, drusi e cristiani – sono collegati al di là, e a prescindere, da confini così artificiali e precari nei paesi vicini ognuno che cerca di trascinarsi gli altri dalla sua”: Libano, Iraq, Giordania, Bahrain, Kuwait, Arabia saudita, Turchia…  

Se Assad crolla, e coi suoi crolla il potere degli alawiti/sciiti, è del tutto plausibile che poi sia il turno proprio delle monarchie arabe teoricamente più “legittimate” (quelle le cui dinastie sono in successione storica diretta dai discendenti del profeta) ma anche le più fragili perché sono meno sistematicamente e ferocemente repressive delle satrapie e degli emirati del Golfo, anche se sono lente e restie a cambiare:… però: ottusamente o intelligentemente? chi sa? se è vero il detto famoso che il pericolo maggiore per un autocrate comincia proprio quando comincia a manifestare intenzioni iniziali di riforma…

Nell’Iraq di Saddam che, con tutte le differenze e le diversità di quel regime da questo siriano – almeno fino alla sovversione alimentata da fuori – era l’accrocco geo-politico, etnico e settario più somigliante alla Siria, l’implosione che qui sembra adesso garantita venne evitata di trasmettersi a tutti gli altri vicini a prezzo di 4.700 vite americane e di centinaia di migliaia di vite irachene con l’invasione e l’occupazione americana. Ma qui? ora, appunto dopo l’Iraq e anche l’Afganistan …anche se secondo Friedman, ad esempio, l’incubo e la tentazione di Obama sarebbe proprio – ma, per fortuna opina non è questo il suo istinto – di farne incaricare ancora l’America… Solo che, stavolta, neanche lui che – per nobili ragioni, s’intende – appoggiò la guerra in Iraq e quella in Afganistan, è decisamente contrario…

E adesso, poi, è (quasi) ufficiale: anche quell’oltranzista della segretaria di Stato si è convinta, e ha detto, che ormai l’opposizione deve dotarsi di un vertice unitario e rappresentativo, capace di “respingere con grande fermezza gli sforzi degli estremisti di sequestrare la rivoluzione siriana”: quando è proprio la frammentazione e l’estremismo, invece, la caratteristica precipua di questa curiosa, o invece proprio per niente curiosa, rivoluzione.

Questa ammissione della Clinton, è una confessione stupefacente di incompetenza, di un buco di intelligence  che fa davvero paura e, in sostanza, poi, di impotenza. C’è voluto un anno e mezzo perché il governo americano cominciasse ad apprezzare quanto non contassero niente davvero gli esuli siriani su cui aveva puntato, insieme a inglesi e francesi, per abbattere Assad, di come non riuscissero a influire in niente sulla conduzione e sul governo della guerra civile. Non c’è un solo gruppo di combattenti che risponda ai loro ordini. Non c’è un solo gruppo di combattenti che dipenda esclusivamente o essenzialmente dal loro aiuto e dai loro fondi.

Il Consiglio nazionale siriano è stato ripetutamente e anche violentemente denunciato più e più volte come un mucchio di vecchi papponi, del tutto staccati da problemi e realtà dell’insurrezione, ha subìto numerose defezioni da parte anche degli esponenti suoi più conosciuti che se ne sono andati accusandone sia l’irrilevanza che il riflesso quasi incondizionato di un’automatica venalità.

Lo stesso Esercito libero siriano, che è solo uno dei tanti gruppi anarchicamente combattenti sul terreno, conta in realtà tanto poco che, anche se imputandogli l’incapacità di unificare l’opposizione gli americani mettessero in atto la loro minaccia, il fatto non toglierebbe granché alla continuità e alla capillare invasività degli scontri perché, ormai, a condurli  sono nei fatti anzitutto i jihadisti che non dipendono dall’occidente e dagli americani ma dai sauditi, dai kuwaitiani, e da alcuni emirati ricchi di cash e di estremismo loro proprio: quello che è all’origine di tutto.

Dice chiarissimamente, stavolta, Clinton – anche se la sua osservazione per quanto secca e drastica non sembra poter poi avere alcun valore concreto: nel senso che, come già facevano, le cose sul terreno vanno avanti, o indietro, a prescindere da quel che lei pensa o fa – che “c’è assoluto bisogno di avere un’opposizione capace di far parlare ogni segmento e ogni area geografica della Siria”— cosa che evidentemente non fa parlando invece solo per pochi e, per lo più, per le élites che se ne stanno fuori del paese. “E c’è anche bisogno – aggiunge e argomenta – di un’opposizione che si proclami e sia fermamente contraria agli sforzi dei tanti estremisti di sequestrare la rivoluzione siriana”.

Insomma, se ne sono accorti tardi ma, ormai, perfino gli americani… Ai quali, infatti e proprio c.v.d., la speciale riunione convocata dagli oppositori siriani su queste pressioni non dà alcuna soddisfazione: i siriani non hanno alcuna intenzione di federarsi o di unirsi davvero come opposizione— ma, dovendo cominciare a chiedersi come continuare a convincere l’estero anti-Assad a sostenerli, decidono di far finta… E alla fine tutti accettano di lasciarli far finta: tanto continueranno a scannarsi anche se dichiarano solennemente di voler formare – non di aver formato, sia chiaro – una larga coalizione per abbattere il regime di Assad. Ma chi poi abbatterà Assad resta misterioso

   (1) Haaretz/Tel Aviv, 31.10.2012, Clinton: Syria opposition must beware of efforts to 'hijack the revolution'— Clinton: l’opposizione siriana deve guardarsi dai tentativi in corso di ‘sequestrare la rivoluzione’ http://www.haaretz.com/news/middle-east/clinton-syria-opposition-must-beware-of-efforts-to-hijack-the-revolution-1.473589; 2) Dipartimento di Stato, 31.10.2012, dichiarazioni della segretaria di Stato Hillary R. Clinton a Zagabria in occasione dell’incontro col presidente della repubblica croata, Ivo Josipovic ▬ http://www.state.gov/secretary/ rm/2012/10/199931.htm; 3) New York Times, 10.11.2012, N. MacFarquhar, Syrian National Council Resists Unification Il Consiglio nazionale siriano resiste all’unificazione [con gli altri oppositori] http://www.nytimes.com/2012/11/11/world/middleeast/syrian-national-council-resists-unification-with-other-grou ps.html?ref=global-home); 4) CNN, 12.11.2012, Syrian opposition groups reach initial agreement Gruppi di opposizione siriani raggiungono un accordo iniziale [appunto, iniziale…] http:// edition.cnn.com/2012/11/11/world/meast/syria-civil-war/index.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed &utm_campaign=Feed%3A+rss%2Fcnn_topstories+%28RSS%3A+Top+Stories%29).

●La Francia ha voluto essere la prima potenza occidentale – in nome sicuramente del retaggio dovuto al suo dominio coloniale, durato fino al 1946 – a riconoscere adesso, dopo l’ “accordo iniziale”, la nascente coalizione annunciata dell’opposizione siriana come “sola, legittima rappresentante del popolo siriano”.

Ci ha tenuto a annunciarlo personalmente il presidente Hollande in conferenza diretta Tv, fornendo così formalmente la foglia di fico cui, in base ai canoni vigenti del diritto internazionale che risalgono al XVI secolo[2] ma sono stati sussunti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite fin dalla sua fondazione, uno Stato che voglia può far ricorso per fornire armi o altro sostegno a una forza che ancora non controlla un territorio ben definito, né organizza e disciplina un gruppo combattente riconoscibile.

I criteri consuetudinari che in diritto internazionale consentono il riconoscimento di una forza rivoluzionaria o insorta sono ormai ben definiti dal lontano XVI secolo: una popolazione “numericamente discreta”, un territorio “definito e delimitato” e una capacità dimostrata di “autodifesa”.

La Francia ha così, volutamente e con precisione chirurgicamente giuridica, scavalcato gli Stati Uniti ignorandone la netta preferenza per farsi approvare dall’ONU le loro sanzioni unilaterali, frustrata però dai veti russi e cinesi, scottati comprensibilmente dal catastrofico precedente libico, che non tanto difendono il regime quanto sospettano da sempre, da subito, della natura vera dei suoi oppositori. Il punto è che i francesi, con la sottile ipocrisia e capacità di autoilludersi della antica diplomazia talleyrandiana che, destra o sinistra alla pari, da sempre li connota, cercano così di mettersi a capo fila di quelli che sperano domani di pesare sul nuovo governo di un paese chiave, almeno quanto l’Egitto, del mondo arabo.

E la Turchia si associa, subito a ruota. Ma, non subito almeno, Inghilterra e Stati Uniti… Comunque, e in tutta la regione, i nuovi governi eletti che hanno rimpiazzato i vecchi rais cacciati via – come i Mubarak, i Ben Ali e anche i Gheddafi, ora, se ci riescono, poi, probabilmente gli Assad – non hanno mostrato gran propensione a mostrare la loro gratitudine.

●E, a ruota, seguono quasi subito anche gli inglesi, col premier Cameron in visita ai campi profughi siriani in Turchia e prima di recarsi a far affari nel Golfo (vuole vendere cacciabombardieri e altri armamenti, per almeno 6-7 miliardi di sterline, a Arabia saudita e emirati vari, noti modelli di democrazia ed apertura alla modernità) ora – contrariamente a quel che sosteneva ieri, quando chiedeva più o meno propriamente e anche, vista la provenienza del reclamo, piuttosto spudoratamente, ai  “tribunali internazionali” di giudicare e condannare Assad e i suoi crimini (solo i suoi, si capisce…) – visto però che tanto non riescono a rimuoverlo, di garantirgli, se accettasse di andarsene, immunità e salvacondotti con diritto ad espostarsi anche, come bagaglio appresso, valuta straniera e quant’altro (Guardian, 6.11.2012, M. Weaver, Syria conflict: Cameron touts safe passage for Assad and UK arms sales Il conflitto in Siria: Cameron sponsorizza un salvacondotto per Assad e le vendite di armamenti del Regno Unitohttp://www.guardian. co.uk/world/middle-east-live/2012/nov/06/syria-aleppo-tank-battles-live?INTCMP=SRCH).

●E va aggiunto che adesso vengono fuori giudizi di fonte assolutamente attendibile che smantellano la credibilità stessa delle valutazioni su cui il sistema dell’ONU si basa per affibbiare o meno le sue sanzioni a qualcuno o a qualche paese: tutti, da al-Qaeda alla Siria, passando per l’Iran e la Corea del Nord, mai – per dire – per l’Arabia saudita, il Bahrain, Israele, o gli stessi Stati Uniti.

Lo afferma, oggi, il procuratore della Corona britannica, Ben Emmerson, che è il relatore ufficiale della Commissione per le sanzioni antiterrorismo dell’ONU: da mettere in questione è proprio “l’integrità del regime stesso su come esso arriva a definire come e se applicare le sue decisioni e sul modo stesso di acquisire le informazioni sulle quali poi basa queste sue decisioni”. Perché può ben essere – testimonia – che indizi e prove su cui ci basiamo siano il risultato, tra l’altro, della tortura e di sevizie usate per strapparle a chi poi rende confessioni e informazioni…

E non si tratta solo dell’ “integrità” – cioè proprio dell’attendibilità, e dell’onestà stessa – del sistema per quel che riguarda casi come quelli di al-Qaeda e dei talebani, ma – chiarisce Emmerson stesso – di tutto il sistema punitivo delle sanzioni dell’ONU.

Insomma: ecco la prova che alla fine si tratta di decisioni tutte e solo politiche. Che colpiscono sempre e solo, su basi per lo meno traballanti, i nemici, diversi e anche opposti (Assad e al-Qaeda: insieme) dell’America e del sistema internazionale che ai suoi inputs, cioè ai suoi voleri obbedisce e niente di più: almeno in termini di civiltà giuridica (Guardian, 11.11.2012, O. Bowcott, UN ‘may use torture evidence to impose sanctions on terror suspects’ Può darsi che l’ONU utilizzi prove estratte con la tortura per arrivare ad imporre sanzioni sui terroristi [o, da quel che dice lui stesso, da chi è accusato con questo tipo di prove, poi, di essere terrorista” ▬ http://www.guardian.co.uk/law/2012/nov/11/un-torture-evidence-terror-suspects)...

Ma com’è che, senza aver mai acceduto, all’autodafé di Benjamin Emmerson, QC (Queen’s Counsel), a noi il sospetto era da tempo venuto?

●La Cina torna alla carica, incontrando per la prima volta a Pechino Lakhdar Brahimi, l’inviato speciale dell’ONU in carica per la Siria dal 1° settembre quando ha sostituito nell’incarico Khofi Annan, presentando un piano in quattro punti del ministro degli Esteri, Yang Jiechi, che insiste subito sul cessate il fuoco, poi su una riforma politica negoziata e profonda che metta anche in questione certi poteri della presidenza della Repubblica ma non la persona del presidente e, così, inizi a mettere in moto una soluzione di fondo politica sorretta da un massiccio intervento di carattere umanitario (per il testo integrale dei quattro punti, cfr. Agenzia Xinhua/Nuova Cina, 31.10.2012, China announces new proposals on Syria La Cina annuncia sue nuove [in realtà, non proprio nuove] proposte per la Siria http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-10/31/c_131942913.htm).

E’ anche chiaro che i cinesi non sono convinti che ribelli e governo siriano accetteranno il loro piano – variazione fedele di quello di Brahimi e, in sostanza, di Putin – ma nel clima montante di sospetti e riserve sulla natura e l’agire dei ribelliconsiderati ormai da molti tra i loro stessi maggiori sostenitori (non dai sauditi, estremisti islamisti che sono da sempre, ma chiaramente dal Qatar e anche negli USA) come sempre più inaffidabili – come un mezzo per mettere spalle al muro l’America in una posizione che, anche se oggi tra mille remore, al dunque resta intransigente, non disposta alla mediazione col solito alibi del fine (il regime change) che, tanto peggio quanto meglio, giustifica i mezzi (la violenza settaria e fanatica, che sta schierando sempre più chiaramente gli Stati Uniti, con loro grande preoccupazione e imbarazzo, dalla stessa parte di al-Qaeda).

Ma c’è anche una lettura dell’intrico mediorientale che vede – e in buona fede, spesso – una collusione reale tra Siria e Israele che, da sempre del resto, non pochi nel mondo arabo in fondo  sospettano di fare il gioco delle parti

●In Egitto, la Chiesa copta ortodossa, alla quale si richiamano circa il 10% degli 80 milioni di egiziani e che rappresenta la maggiore delle religioni minoritarie nel paese, a cinque mesi dalla scomparsa del suo “papa”, Shenouda III – secondo tradizione e storia il 117° successore dell’evangelista Marco – ha ora scelto a sorte il successore, Tawadros II, per volontà dello Spirito Santo che così “guida la mano” di un bimbo bendato alla pesca nel bussolotto di una sacra pisside tra tre vescovi eletti da una larga rappresentanza di quasi 2.500 di fedeli.     

Dopo quarant’anni di un papato che, con Shenouda, aveva accompagnato passo passo la presidenza di Mubarak (lui era stato eletto papa nel 1971, Mubarak diventò rais all’assassinio di Sadat nel 1981), appoggiandolo spesso anche apertamente nella speranza, non del tutto frustrata, di difendere così le posizioni e i privilegi anche, più o meno legittimi – con lui, come e più che per i mussulmani le leggi ecclesiastiche per i copti diventano obbligo anche nella vita civile. In Egitto, i mussulmani possono divorziare, ad esempio, e i copti no; ma se si convertono all’Islam, il divorzio diventa disponibile anche a loro...

Ecco, dopo che Shenouda aveva invano chiesto ai suoi di non partecipare alle manifestazioni di piazza che hanno diroccato il rais – molti di loro invece vi presero parte e anche attiva, Tawadros II (nato col nome di Wageh Sobhi Baqi Soliman, ha compiuto 60 anni il giorno in cui è diventato papa) – conferma invece subito quel che aveva detto anche prima della sua “estrazione/elezione”: che lui, per quel che può – e come per il papa di Roma alla fine anche quello d’Egitto, dentro la sua Chiesa e nei limiti che si auto prescrive, ha poteri assoluti, forse nel suo caso di fatto, però, più che di diritto non interverrà nelle cose pubbliche come il predecessore: cioè attribuendosi il ruolo di massimo rappresentante de facto dei cittadini di religione copta.

Lui, ha detto, si spenderà invece adesso per un’altra priorità: chiedendo il diritto di partecipare alla vita politica democratica di tutti i cittadini, compresi i cristiani, afferma che tra le priorità del suo papato c’è anche una “maggiore partecipazione alla vita interna della chiesa dei laici” cristiani e, al primo posto, quella di “imparare tutti, cristiani e mussulmani e ‘altri’ – dice – a vivere come fratelli con la responsabilità di preservare insieme la nostra vita comune”.

Alla fine della messa di ringraziamento per la scelta del papa, conclude l’articolo che stiamo qui citando, “attivisti, intellettuali copti e molti fedeli hanno detto insieme che i cristiani dovranno  ostruire alleanze con quei mussulmani che con loro condividono l’obiettivo di una cittadinanza non settaria”, Ma sarà dura (New York Times, 4.1.2012, D. D. Kirkpatrick, Coptic Church Chooses Pope Who Rejects Political Role La Chiesa copta si sceglie un papa che rifiuta di fare politica http://www.nytimes.com/ 2012/11/05/world/middleeast/coptic-church-chooses-pope-who-rejects-politics.html?ref=global-home).

All’Assemblea costituente, dominata da una larga maggioranza assoluta democraticamente eletta di legislatori islamisti che comprende una forte percentuale, pur minoritaria rispetto agli stessi Fratelli mussulmani, di rappresentanti dei salafiti, più integralisti di loro, dopo mesi di fiero e ben pubblicizzato dibattito, è passata la proposta di un “ruolo guida dei princìpi della legislazione islamica”, della shar’ia, che già c’era nella vecchia Costituzione mubarakiana.

Ma si tratterà di princìpi per definire l’applicazione concreta, materiale, effettiva dei quali stavolta decideranno il parlamento e, come chiedeva la minoranza laica dell’Assemblea, non una corte o un gruppetto scelto dal potere di ulema o mullah (giureconsulti islamici e teologi), bensì in ultima analisi i tribunali normali (New York Times, 9.11.2012, D. D. Kirkpatrick, A Vague Role for Religion in Egyptian Draft Constitution Nella bozza di Costituzione egiziana, un ruolo vago per l’islam http://www.nytimes.com/2012/11/10/ world/middleeast/draft-egyptian-constitution-adopts-a-role-for-religion.html?ref=global-home).

●Il presidente Mursi, appena uscito con ampi riconoscimenti internazionali – perfino gli elogi della Clinton, per aver mediato con successo tra Israele e Hamas portandole al cessate il fuoco – e subito dopo aver negoziato, a condizioni tutto sommato migliori di quanto fosse pensabile, un primo prestito di 4,8 miliardi di $ dall’FMI (parte di un pacchetto complessivo di crediti per quasi 15 miliardi), viene duramente attaccato sulle piazze di molte città egiziane perché secondo molti oppositori colpevole di essersi autoritariamente, alla Mubarak dicono – ma lo dicono anche quelli che erano per Mubarak… – attribuito poteri che non gli spettavano. Ha, infatti, decretato che, nel periodo di transizione fino all’entrata in vigore della nuova Costituzione e alle elezioni parlamentari che dovrebbero venire celebrate subito dopo nel prossimo anno, le decisioni del presidente non saranno appellabili al potere giudiziario.

Viene così rimessa in questione in radice la separazione dei poteri anche se, assicura il presidente, “temporaneamente e controvoglia”. Ma resta il fatto che per il periodo di transizione lui, d’autorità, la cancella. Con tre argomentazioni, anche forti.

• La prima è che l’autorità giudiziaria, nominata tutta ai tempi di Mubarak con rare eccezioni che, infatti, sostengono il presidente, è ancora quella asservita agli interessi che lui tutelava e nessuno, neanche gli oppositori a Mursi – i liberali più occidentalisti di qua e gli islamisti più spinti di là – può asserire, e infatti nessuno asserisce, che sia indipendente.

   Per cui, quando adesso i vertici giudiziari protestano contro un comportamento “senza precedenti(Haaretz, 24.11.202, Top Egyptian judges: Morsi violating judicial authority, independence I massimi giudici egiziani: Mursi sta violando l’indipendenza dell’autorità giudiziaria http://www.haaretz.com/news/middle-east/top-egyptian-judges-morsi-violating-judicial-authority-independence-1.480190) che mette in questione, lamentano, proprio la loro indipendenza, fa veramente ridere i polli.

• La seconda è che la stessa Corte suprema ha già cassato una prima volta senza averne una chiara autorità un parlamento che era stato eletto dopo la rivoluzione con elezioni sostanzialmente considerate da tutti libere.

• E la terza è che, se riesce a passare la nuova Costituzione adesso in discussione in parlamento, come lui vuole e il suo partito largamente maggioritario nelle elezioni e che detiene anche della maggioranza assoluta, i poteri del presidente eletto verrebbero di per sé dimidiati, con una democrazia in cui il potere del nuovo primo ministro eletto e del presidente eletto sarebbero equiparabili.

Insomma, concludono, questo non sembra proprio il modo di comportarsi di un altro “faraone” (Guardian, 23.11.2012, edit., Egypt: High-wire acts Egitto: giochi di alto equilibrio http://www.guardian.co.uk/ commentisfree/2012/nov/23/egypt-editorial). Però, la protesta scoppia in strada comunque, violenta, di massa, a Alessandria, Ismailia, Mahalla, Suez, Porto Said e il Cairo (senza dimenticare mai che nella capitale se scendono in piazza centomila dimostranti, vuol dire che 19 milioni e 900 mila non lo fanno comunque).

Spinta dallo strano e strumentale connubio di islamisti estremisti e laici intransigenti e alimentata anche dalle dichiarazioni rese liberamente a tutte le Tv di ex suoi concorrenti più “liberal” o più “laici” di lui alle elezioni, gente come l’ex capo dell’agenzia ONU sul nucleare el-Baradei o l’ex segretario della Lega araba, Amr Moussa – entrambi a suo tempo designati proprio da Mubarak a quei posti – denunciano, andando un po’ sopra le righe, le misure di Morsi come quelle, appunto autocratiche, di un “nuovo faraone”.

Quindi, poi, a veder bene e con motivazioni alla fine ben altre, il tentativo di Mursi, di eliminare la supervisione giudiziaria sulle azioni dell’esecutivo è tale e quale – e a noi pare francamente più fondato di quello dei governi italiani e del Quirinale stesso, per non dire di quello del presidente Obama di tenere per anni in galera, indefinitamente e senza processo, perché lui li sospetta di terrorismo, decine di cittadini americani e stranieri e di far bombardare come sospetti di terrorismo in diversi paesi del mondo cittadini afgani, o iracheni, o siriani o iraniani e di ordinarne la “neutralizzazione definitiva” e senza il minimo spazio di revisione giudiziaria possibile.

Mursi ha dichiarato che, da parte sua, quest’assunzione di più ampi poteri è stata resa necessaria per superare la sclerosi economico-istituzionale e politica del dopo Mubarak ma, e soprattutto, per proteggere l’Assemblea costituente e i suoi lavori fino a completamento dalla minaccia di dissoluzione per la seconda volta da parte di un potere giudiziario che è ancora, sostanzialmente, quello designato da Hosni Mubarak e che si apprestava a compiere proprio quel passo.

Sul quale, in effetti, senza confessarlo, contavano, tutte le minoranze che le elezioni all’Assemblea le avevano perse e ancora resistono a riconoscerne non più la validità in sé ma quella del suo operato (New York Times, 29.11.2012, D. D. Kirkpatrick, Panel Drafting Egypt’s Constitution Vows Quick Finish La Commissione incaricata di stilare la bozza della Costituzione egiziana promette di fare presto http://www.nytimes.com/ 2012/11/29/world/middleeast/wrangling-in-egypt-as-constitution-deadline-looms.html?ref =global-home &_r=0).

Se riusciranno a approvarla davvero presto, prima dell’inizio di settembre, la proclamazione del referendum di approvazione popolare potrebbe forse riuscire a disinnescare in radice la protesta. Certo, non è detto se, come in realtà sembra, lo scontento non ha niente a che fare con le regole del gioco o con la democrazia – maggioranza e minoranza/e – ma col fatto che il merito delle proposte in molti lo rigettano perché loro non piace comunque. E se non riescono a vincere, non lo accettano.

Non è detto che sia proprio così, ma quanto sostiene Mursi è, prima facie, credibile anche se potrebbe risultarne accentuata la polarizzazione politica dell’Egitto complicandone così, secondo alcuni ma non tutti gli osservatori, anche la capacità di attrarre gli investimenti esteri di cui in tanti dicono esserci grande bisogno e la conferma di quella che al momento è sicuramente una crescita di credibilità internazionale del paese nella regione e nel mondo.

Tutte ragioni anche valide, queste del presidente, dunque, che hanno però anche controindicazioni soprattutto e proprio – malgrado la natura del passato spesso repellente di parecchi tra coloro che le avanzano: i resti del potere giudiziario mubarakiano – in alcune delle riserve avanzate in nome della dottrina della separazione dei poteri dai giuristi egiziani che adesso l’hanno scopertaa ma per decenni, otto Mubarak, l’avevano tenuta rigorosamente coperta. Per cui sembra ragionevole che dopo qualche giorno abbia lui stesso accettato il compromesso, suggerito ufficiosamente dallo stesso ordine giudiziario: adesso, viene specificato, pare che solo le decisioni relative alle cosiddette “questioni sovrane” sarebbero state sottratte a una possibile revisione del potere giudiziario.

Il portavoce di Morsi, Yasser Ali, avanza ora questa come la proposta del presidente anche se il termine “questioni sovrane” resta volutamente ambiguo ma, in buona sostanza, vuol dire limitarlo a questioni che riguardano decisioni su sicurezza nazionale e politica estera ma anche, in assenza al momento del parlamento, riguardano le questioni relative ai poteri costituzionali nel paese.

Adesso bisognerà star a vedere se questa delimitazione del progetto viene ritenuta soddisfacente a disinnescare la protesta. Subito l’annuncio ha portato, però, a posticipare le controdimostrazioni che Fratelli musulmani e esponenti salafiti comunque presenti al governo avevano decretato di contrapporre in piazza alle dimostrazioni di laici, liberal, occidentalisti e fazioni varie della sbrindellata sinistra egiziana (The Guardian, 26.11 2012, Mohamed Morsi indicates judicial decree will be limited Mohamed Mursi indica che i suoi decreti sul sistema giudiziario avranno una portata limitatahttp://www.guardian. co.uk/world/2012/nov/26/mohamed-morsi-decree-sovereign-matters).

Sembra, comunque, evidente che Mursi – che poi ha ulteriormente specificato di non volersi mettere al di sopra di qualsiasi controllo giudiziario – stavolta aveva misurato male il passo presumendone una portata più lunga di quanto poi fosse effettivamente a lui disponibile.

Ma offrendo così ai suoi nemici una facile e comunque, in apparenza, motivata occasione di protesta. Anche se è altrettanto evidente che, con una Costituzione in via di formulazione, l’intromissione del potere giudiziario che già una volta ha sciolto di sua presunta autorità l’Assemblea costituente avverrebbe in nome e per conto della precedente Costituzione, quella della dittatura mubarakiana, e dei suoi supposti valori.

Il fatto è che nessun governo – che alla propria radice ha comunque, dopo una rivoluzione che ha sbaraccato un regime ultradecennale, un’elezione duramente contestata e sostanzialmente vissuta come libera dall’80% degli egiziani – è difficile che accetti questo tipo di intromissioni…

Ha fatto osservare Yasser el-Shimy analista egiziano che lavora presso il prestigioso International Crisis Group (ICG) di Bruxelles, che la persistenza delle proteste riflette in buona parte il rifiuto dell’opposizione politica di accettare la serie delle recenti e ripetute sconfitte subite nei seggi elettorali. La composita e scomposta opposizione egiziana non ha mai fatto, anzi non ha mai proprio accettato di fare, i conti col fatto che ha regolarmente perso il referendum sulla Costituzione transitoria, le elezioni parlamentari e quelle presidenziali (New York Times, 27.11.2012, D. D. Kirkpatrick, Egyptian President’s Hedging on Decree Fails to Stop Protest Il presidente egiziano fa qualche passo indietro sul decreto ma non ferma le proteste http://www.nytimes.com/2012/11/28/world/middleeast/egypt-morsi.html?ref=global-home);  

Sono state tutte sconfitte che non ha saputo digerire, l’opposizione; così, invece di farlo e di riorganizzarsi e ripartire da lì tenta di delegittimare la Fratellanza mussulmana ammantandosi di nostalgia e del ricordo dei 18 gloriosi giorni della Tawhra— la Rivoluzione di piazza Tahrir che alla fine cacciò dal potere, con l’appoggio reticente ma decisivo dell’esercito, il vero faraone… Però, diventa davvero “preoccupante che tanti moderati veri come il Nobel della pace Mohammed ElBaradei rifiutino oggi il negoziato e anche solo di condannare le violenze della propria parte(cfr. lo studio più recente dell’ICG, 26.11.2012, A Way Out of Egypt’s Transitional Quicksand Una via d’uscita dalle sabbie mobili della transizione egiziana http://www.crisisgroup.org/en/publication-type/alerts/2012/egypt-alert.aspx).

●Sul Bahrain, Amnesty International che, vicina com’è al sentire e al sostegno finanziario del dipartimento di Stato, che riceve attraverso i programmi della United States Agency for International Development, è sempre stata quanto meno reticente a denunciare la negazione sistematica dei diritti delle popolazioni da parte dei governi dei paesi del Golfo vicini alla linea della politica estera americana, ha deciso che – se vuole continuare a mantenere qualche credibilità nella denuncia che, ad esempio, fa dell’Iran – deve mettersi a parlare anche, con analoga forza, di qualcuna almeno di quelle altre violazioni.

E dopo mille esitazioni, ha finalmente deciso di farlo. Cominciando, appunto, dal regno del Bahrain: dove attesta di arresti indiscriminati di massa, della persecuzione sistematica delle minoranze di lavoratori manuali stranieri schiavizzati e degli sciiti, di torture, omicidi (“a dozzine”) di detenuti, ecc..ecc. (New York Times, 20.11.2012, Kareem Fahim, Bahrain Failed to Deliver Promised Changes Il Bahrain non ha implementato le riforme promesse http://www.nytimes.com/2012/11/21/world/middleeast/ bahrain-didnt-enact-promised-changes-report-says.html?ref=global-home).   

E, anche a fronte di continue pressioni perché desistesse, ha pubblicato stavolta un Rapporto sul Bahrain che, finalmente già nel titolo, dice la verità e, poi, la documenta (Amnesty International, 6.11.2012, Bahrain: reform shelved, repression unleashed In Bahrain: sepolta la riforma, scatenata la repressione  ▬ http://www.amnesty.org/sites/impact.amnesty.org/files/PUBLIC/AI-Bahrain-report-mde110622012.pdf).

Era ora! Proprio per l’onore di un istituto che ha svolto anche, spesso, onorati compiti nel recente passato, prima di piegarsi un po’ troppo spesso alle esigenze di un malinteso patriottismo coprendo vergogne e crimini della propria parte o, almeno, non indagandoli. “Adesso, un anno dopo il rapporto importante della Commissione indipendente di inchiesta istituita da S. M. re Hamad bin Isa Al Khalifa, siamo obbligati a chiederci dove sia arrivato questo paese e se quel processo appena iniziato sia ormai  moribondo e il Bahrain sia già affondato nella morsa di una repressione a scala totale”. Non come in Siria, certo, ma solo perché qui non è scoppiata (ancora…) una vera e propria guerra civile…

●Intanto, la UE ha formalmente approvato 5 miliardi di € di pacchetto d’aiuti, come ha comunicato con soddisfazione il governo del Cairo dopo un incontro finale tra il presidente Mursi e l’Alta rappresentante per gli Esteri della Commissione, Catherine Ashton. I paesi membri verseranno, direttamente, 1 miliardo, mentre 2 ne saranno stanziati dalla Banca europea per gli investimenti e altrettanti dalla Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

L’Egitto punta ad utilizzare questi aiuti per far fronte alla miriade di problemi – del deficit fiscale, delle pressioni economiche e di quelle politiche che lo vanno schiacciando. Preoccupa in specie  (Stratfor, Global Intelligence, 27.9.2012, Egypt's Worsening Economic Outlook— Le previsioni per l’Egitto si vanno intorbidendo http://www.stratfor.com/analysis/egypts-worsening-economic-outlook), la dipendenza che l’Egitto subisce per pagare gli interessi a breve del suo indebitamento con l’estero. Più di quanto insista la UE, il Fondo monetario tende a imporre per garantire i suoi prestiti a breve il taglio dei sussidi ai consumi dei meno abbienti. Ma a ragione il governo e il presidente Mursi temono che misure del genere destabilizzerebbero ancora di più il paese.

EUROPA

● Un altro vertice? Ma almeno…  (vignetta)

“se pagassero il biglietto d’ingresso, troverebbero i soldi per pagarci poi tutti i debiti”

Fonte: Lindsay Foyle , New Matilda (Australia)

●Il vertice europeo del 22 e 23 novembre è finito, anch’esso, in coda di pesce. Doveva decidere di cose cruciali: al solito, ad esempio, la Grecia. E non ha concluso. Ma anche, stavolta, in agenda c’era da discutere del bilancio 2014-2020. Gli inglesi esigevano tagli durissimi alla bozza di bilancio proposta e anche a quella già ridimensionata dal presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy; ma anche pretendevano, e insieme, di continuare a ricevere i loro curiosi ristorni e “rimborsi” strappati all’Unione negli antichi e prepotenti anni di Thatcher a forza di ricatti.

E a loro, come sempre, s’erano accodati olandesi e svedesi ma anche, e soprattutto, per la volontà meschinamente sparagnina, che ne ha appestato costumi e ragione la Germania: un po’ meno rigida ma sempre molto decisa. Ed eccolo il fatto nuovo: a mettere in questione la stessa sopravvivenza dell’eurozona e dell’Unione non è la Grecia ma questa assai poco santa alleanza di quattro Stati che ha spaccato, oltre ai confini del Regno Unito, la coesione dei grandi Stati europei.

Monti s’è opposto con Hollande e Rajoy a un accordo “troppo al ribasso”, dove il termine operativo è l’avverbio. E, al solito, hanno rimandato ancora una volta tutto. Ha osservato, spiritosamente ma anche molto accuratamente qualcuno, come se un chirurgo che sta amputando un arto a qualcuno (di tagli, comunque, in effetti si tratta) si fermasse dicendo che “bisogna che riprendiamo domani(Guardian, 23.11.2012, 7.54 a.m.-7.10 p.m., G. Wearden, LiveBlog Euro Summit, Brussels ▬ http://www.guardian.co.uk/business/2012/nov/23/eurozone-crisis-eu-budget-summit-cameron).           .      

●Il 2013, dicono le Previsioni d’autunno assai fosche rese note il 7 novembre dalla Commissione europea, sarà una pessima annata per l’Unione tutta, nel suo complesso: scarsa, forse anche scarsissima, ripresa economica (PIL in contrazione dello 0,3% per la UE a 27 e dello 0,4% per i 17 dell’eurozona, con crescita allo 0,4 per la prima e solo allo 0,1 per i paesi dell’euro: in caduta quasi libera rispetto alle precedenti previsioni di primavera; e livello “molto elevato” dappertutto della disoccupazione: nel 2013 si attesterà sul’11% di media nell’Unione e nell’eurozona al 12%, secondo la previsione avanzata adesso dalla Commissione

   (1) New York Times, 7.11.2012, J. Kanter, Europe Foresees Weak Recovery Next Year L’Europa prevede una ripresa debole per l’anno prossimo http://www.nytimes.com/ 2012/11/08/business/global/europe-foresees-weak-recovery-next-year.html?ref=global-home&_r=0; 2) Commissione  UE, 7.11.2012, Directorate General for Economic and Financial Affairs— Direzione generale degli Affari economici e Finanziari, European Economic Forecast Autumn 2012 Previsioni economiche europee, autunno 2012 http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/2012/pdf/ee-2012-7_en.pdf).

Previsioni e dati che come sempre e come è nella natura della bestia – quella di chiunque, al governo di qualsiasi cosa, per ciò che gestisce ostenta sempre ottimismo – alla fine risulteranno sovrastimati, non fosse altro perché lo stesso Commissario Olli Rehn, che per la Commissione ne parla, è costretto ad ammettere poi che paesi come Spagna e Italia – ma avrebbe per completezza potuto e dovuto dire anche di Grecia, Portogallo e Irlanda, forse pure della Francia  e non solo – alle prese con difficili e per lo più inutilmente se non dannosamente masochistici esercizi di riequilibrio macroeconomico, non cominceranno neanche nel 2014, con ogni probabilità, a iniziare a uscire dalla spirale della depressione.

Andando un po’ più in dettaglio, Rehn riferisce nel Rapporto di una contrazione del PIL che per la Spagna cala dell’1,4% quest’anno, mentre nel 2014 prevede una po’ di ripresa allo 0,8%; per la Grecia prevede un calo pesantissimo del 6% quest’anno e del 4,2% ancora nel 2013, col 2014 che potrà segnare, forse, un + 0,6%. L’Italia avrà una caduta di PIL del 2,3% nel 2012 e dello 0,5 ancora nel 2013 mentre nel 2014 arrancherà in avanti, forse, dello 0,8%. Per la Francia la previsione è di una crescita dello 0,2 nel 2012 e dello 0,4 nel 2013, con quella del 2014 che è data qui all’1,2%; e per la Germania, la maggiore economia dell’eurozona, il 2012 registrerà un fiacco 0,8% quest’anno e il prossimo e il 2014 è adesso previsto al +2%.

●La BCE ha lasciato anche questo mese dov’era, allo 0,75%, il tasso di sconto nell’eurozona. Ha detto Draghi, nel presentare la decisione alla conferenza di prammatica, che le previsioni di crescita non sono buone ma il “consolidamento” fiscale in atto (riduzioni di deficit e debito attraverso l’austerità)  sono promettenti di una futura crescita più solida. La Banca lascia intuire che è  comunque pronta a muoversi se, come prevede, insieme a un calo della inflazione aumenterà nei prossimi mesi anche il calo dell’economia…

Ma intanto invita a verificare come, sul piano del risanamento fiscale di istituti bancari e conti del governo, se paragoniamo la situazione attuale con quella di un anno fa, i miglioramenti siano “impressionanti”. Solo che qui è proprio l’ordine delle priorità – l’ordine dei fattori – che cambia il prodotto… E se neanche uno come Draghi, il tecnocrate forse più preparato e perspicace che abbiamo in circolazione – riesce a rendersene conto siamo messi male davvero…

Perché, se una verifica analoga la facesse – ma lo sa, secondo noi lo sa… solo che non osa dirlo – sul piano dell’occupazione, del costo e delle condizioni di vita per le grandi masse dei cittadini europei – alla fine della fiera sono poi loro, e non le istituzioni, i suoi datori di lavoro finali, no? – la soddisfazione sarebbe di molto inferiore (New York Times, 8.11.2012, J. Ewing e J. Werdigier, ECB Holds Rates Unchanged La BCE tiene fermi i tassi di interesse http://www.nytimes.com/2012/11/09/business/global/euro-zone-interest-rate-remains-unchanged.html?ref=global-home).

In Grecia, i mercati (i mercati…?, diciamo come stanno le cose, i padroni) sembrano avere deciso una volta per tutte che la gente deve bersi fino in fondo la cicuta e hanno  incaricato di fargliela bere un governo di coalizione, di fatto di destra conservatrice che ha deciso di obbedire alle istruzioni ricevute anche se esso stesso è sempre più convinto che qualsiasi nuova misura di austerità, qualsiasi nuovo sacrificio non servirà mai a ridurre il deficit e il debito ma solo a peggiorare le cose.

Però, forse, così riusciranno a far sopravvivere le caste al governo – partito di Neo-Democrazia e partito socialista – ancora per qualche mese… Finché il popolo greco, che si sta dissanguando già oggi, manderà quel paese una volta per tutte Bruxelles e Berlino e il Fondo monetario bruciando in piazza le loro ricette ideologiche, “impiccherà” – speriamo non proprio letteralmente… – uno o l’altro governante a un lampione e poi comincerà tutto da capo. Come potrà, come hanno fatto sempre i paesi nella storia: cancellando i debiti d’autorità e ricominciando per anni magari da soli, arrangiandosi. Ma così anche ricominciando un po’ a crescere.  Visto che altra uscita non sembrano avere… Ma stavolta rischiando di seppellire anche, e non certo solo per colpa propria, ogni speranza/visione d’Europa.

A fine novembre ci sono volute ben due sessioni più una terza speciale dell’Eurogruppo per sbloccare finalmente la decisione su Atene; a metà dicembre riceverà – meglio: dovrebbe ricevere – la decisione assunta è stata, come al solito di principio, mancano come sempre i dettagli: e tutto potrebbe ancora arenarsi – la rata di 43 miliardi di € del fondo di salvataggio che ora raccomanda – ma non decide – la troika e mancano le deliberazioni finali sulle dilazioni dei pagamenti degli interessi dovuti dalla Grecia, l’accettazione da parte di BCE e governi di tagli del 20-30% all’incasso degli interessi non incassabili più ma formalmente loro dovuti e da decretare ormai come cancellati e, in definitiva, la ratifica di queste decisioni da parte di molti Stati: come al solito, anzitutto, da parte del Bundestag tedesco….

●In Spagna, accanto ed insieme ormai alla crisi economica, e molto anche a causa sua, si va sviluppando un processo di frammentazione sciagurato dell’unità nazionale. I partiti nazionalisti baschi hanno guadagnato inevitabilmente, col fallimento della politica nazionale, molti seggi nelle elezioni regionali. E, così rafforzati, seguendo l’esempio di altre regioni e soprattutto della Catalogna, potrebbero ora anche spingersi a chiedere col referendum l’indipendenza cui si oppone ormai un minoranza degli elettori baschi e il fragilissimo e contestatissimo governo nazionale di Rajoy, come anche la screditata e inconcludente opposizione socialista spagnola.

Da quando, un anno fa, l’ETA, il gruppo armato separatista basco che aveva lavorato per l’indipendenza anche col terrorismo ha deposto, per propria scelta, le armi si è andata rafforzando l’opzione della gente basca per il separatismo. Di fatto, poi, è già in questo – un sì o un no alla secessione – che si sta trasformando l’elezione catalana del prossimo 25 novembre…

Qui, in Euzkadi, i paesi baschi, Iñigo Urkullu, il leader della nuova coalizione autonomista di maggioranza relativa, Euskal Herria Bildu (EHB), che ha estromesso i popolari dal primo posto e include anche quella che fu l’ala politica clandestina dell’ETA, ha detto di appoggiare “un concetto di indipendenza da 21° secolo”— in realtà piuttosto moscio e confuso ma che, al fondo, continua a termine a reclamare quel che il potere centrale – e non solo in questo paese… – non può tollerare: il diritto all’autodeterminazione e, eventualmente, alla proclamazione unilaterale di indipendenza di un pezzo di territorio da uno Stato esistente (The Economist, 2.10.2012, A Basque case— Un caso basco ▬ http://www.economist.com/news/europe/21565263-regional-elections-are-giving-another-headache-spain%E2%80%99 s-prime-minister-basque-case).

Ricordate la guerra di secessione in America, dove pure proprio il diritto alla secessione era garantito dalla Costituzione esistente ma per negare il quale Lincoln mise su la guerra più cruenta che mai abbia dovuto sopportare in termini di caduti l’America ([tra 627.000 e 888.000 morti e, probabilmente, 761.000: ma erano tutti americani, da una parte e dall’altra, si capisce] cfr. Civil War History, A Census-Based Count of the Civil War Dead Storia della guerra civile, Un conteggio dei morti della guerra civile basato sul censimento  57 (4): 307–348. doi:10.1353/cwh.2011.0061 http://www2.binghamton.edu/history/docs/Hacker_CW_dead.pdf).

E poi la giustificò in termini politici e nazionali di assoluta coerenza e cogenza (ma se cominciamo, dove ci fermiamo poi se a ognuno si riconosce il diritto a secedere da qualcun altro: Stato, regione, provincia, comune, contea? vassalli, valvassori e valvassini, di qualsiasi dimensione e per qualsiasi motivo?) (Behind the second inaugural address Dietro il discorso di inaugurazione della seconda presidenza, Washington, D.C., 4.3.1865 ▬ http://www.historytools.org/sources/lincoln-second.pdf).

Motivazioni che, se avesse persa la guerra, con la secessione diritto costituzionale inalienabile di ogni singolo Stato, lo avrebbero probabilmente visto impiccare per alto tradimento e che, comunque, decretarono appena un mese dopo, il 15.4.1865, la sua condanna a morte – al grido di Sic semper tyrannis del famoso attore shakespeariano John Wilkes Booth, con un colpo di pistola alla nuca sul palco presidenziale del teatro Ford della capitale…

●Ma adesso dopo oltre un secolo e mezzo – e, certo, in tutt’altro clima – le spinte separatiste in atto in parecchi Stati dell’Unione europea (Spagna anzitutto, ma Regno Unito anche, ma pure Ungheria o Austria addirittura e certe tentazioni per ora – per ora! – più conàti che altro pure nell’Italia del Nord… – imporranno alla UE un nuovo e molto spinoso dilemma.

Se fra due anni la Scozia vota, in accordo col governo britannico, ma a favore della sua separazione, ha diritto, e comunque può, restare in Europa come ha dichiarato di volere mentre Londra già ha detto di no? E se, sulla stessa strada, si muovessero in Belgio i fiamminghi delle Fiandre… e in Italia i “padani” del Nord… o, ma stavolta in dissenso e in violazione esplicita della Costituzione spagnola, arrivasse sull’onda la Catalogna? o Euzkadi? che succede?

Finché potranno, Commissione e Consiglio cercheranno di non rispondere… Ma la domanda, adesso, il presidente della Catalogna gliel’ha posta, a Bruxelles, e ufficialmente (Guardian, 7.11.2012, I. Traynor, Catalan leader Artur Mas presses EU on secession issue Il leader catalano Artur Mas fa pressione sulla UE sulla questione della secessione http://www.guardian.co.uk/world/2012/nov/07/catalonia-artur-mas-eu-secession).

E Artur Mas è un centrista moderato, che ha rotto con il partito popolare destrorso Rajoy sul tema specifico di come coprire e/o far rientrare la Catalogna dal debito accumulato,anche a nome, per conto e su esplicito incarico di tutta la Spagna specie dopo le Olimpiadi di Barcellona del 1992: 42 miliardi di € che il governo centrale ha annunciato di non volere, e di non poter, più coprire. Così riattizzando il fuoco della rivolta antimadridista e della secessione, mai spento dalla Guerra civile del ‘36 in poi. Adesso alle elezioni del 25 novembre il CiU, Convergenza e Unione, il partito indipendentista di Mas, punta esplicitamente alla maggioranza assoluta per poter poi imporre all’odg il tema del referendum.

Non la ottiene, però, che anzi i suoi seggi scendono da 62 a 50 in un parlamento che rappresenta 7 milioni e mezzo di catalani. Però, l’insieme di tutti i partiti indipendentisti che sul punto reclamano il referendum, assai diviso sul merito delle politiche da intraprendere – perché, secessione o no, la Catalogna è comunque in una crisi economica grave – superano ormai largamente la maggioranza assoluta dei 135 eletti alla Generalitat de Catalunya e la minaccia sulla Spagna resta tutta, comunque: perché a questo punto l’obiettivo di Mas è quello di farsi federatore di una coalizione che scavalchi le pesanti differenze tra le destre, come la sua, e le sinistre facendo dell’indipendenza l’unico fulcro della propria azione.

Qui c’è il paradosso dello scontro/incontro sempre più evidente, ma sempre anche più stridente, tra la voglia della gente di qua per il globale e, di là e insieme, per l’iper-locale. La bandiera regionale, quella cittadina, quella della contrada come in un grande Palio globale, a cantare l’inno della propria parrocchia e a sbandierare il passaporto del proprio micro-Stato ma, e insieme, in 800 milioni di cyber-individui che guardano e ritmano insieme su You Tube ogni minuto l’orrendo “Gangnam Style”” che sembra far da collante al mondo.

Dopotutto, e piuttosto improvvidamente, molti Stati dell’Unione europea – non la Spagna che non a caso impedì col suo voto e il suo veto un riconoscimento unanime e, dunque, ufficiale e la richiesta di adesione del Kosovo alla UE – dissero sì alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia... Con le conseguenze che, profeticamente, e saggiamente tutto considerato no?,  diceva già Abraham Lincoln…

ora, Mas ricomincia facendo pressione sul Consiglio europeo con la richiesta di consentire – anche per coerenza con quell’irresponsabile loro voto sul Kosovo – in maggioranza gli riconobbero l’indipendenza Germania, Francia, Inghilterra, Italia… – lo stesso diritto anche alla Catalogna: dice Barcellona che se esce dal Regno di Spagna vuole però restare, al contrario dei leghisti e altri separatisti in Europa, nella UE e anche nell’eurozona.

E i nodi così intricati dovuti a una gestione, come al solito fatta coi piedi da una Commissione e da un Consiglio dei ministri di inetti, vengono al pettine: l’Europa, di fronte all’opposizione della Spagna alla secessione non può adesso che dire a Mas che, se proprio vuole, e sapendo che fallirebbe comunque di fronte al veto di Madrid, Stato già membro dell’Unione, deve cominciare da capo: domanda di adesione, trafila di anni e poi il muro, appunto, del veto (New York Times, 25.11.2012, R. Minder, Divisive Election in Spain’s Catalonia Gives Win to Separatist Parties La tornata elettorale spacca la Catalogna dalla Spagna e dà la vittoria ai partiti separatisti [tre loro, però, divisi su tutto meno che sulla secessione…] http://www.nytimes.com/2012/11/26/world/europe/divisive-election-in-spains-catalonia-gives-win-to-separatist-parties. html)

●Dell’Europa e dei suoi problemi riparlano in Cina. Dice adesso al Guardian di Londra, e speriamo che qualcuno abbia drizzato le orecchie, Jin Liqun, presidente del Consiglio di gestione del Fondo sovrano – capacità di investimento netto immediato sui $ 300 miliardi – della Repubblica popolare di Cina, la China Investment Corporation (CIC) uno che di mestiere fa il buon comunista-capitalista, di constatare che ormai in Europa l’opinione pubblica sta arrivando al “punto di rottura”.

Lui vede arrivare la crisi della linea liberista dominante, dell’austerità imposta, ai più e ai meno abbienti, da parte di élites e governi che, senza austerizzare se stessi, schiacciano sotto quelle pratiche gli altri… Che però, nota Jin, non ci stanno più. Lo dimostrano le possenti e rabbiose manifestazioni contro le politiche di austerità dei governi europei.

Dice il presidente del CIC di “prevedere” – non di temere – che l’“eccessiva durezza” delle misure imposte con poco discernimento rischiano ormai il colpo di coda che finirà con la rinuncia totale, a forza di popolo, dell’austerità ma definirà anche – e questo dice di temerlo – con l’abbandono di riforme che restano comunque – anche per lui da buon capitalista-comunista com’è, quelle “strutturali” che sono anche per lui necessarie: “liberalizzazione” del mercato del lavoro, riduzione della spesa sociale, si capisce, ecc., ecc.

Perché troppi governi europei hanno speso negli anni passati al di là dei propri mezzi, sostiene anche lui secondo copione: e, però, si capisce da parte di chi, per mestiere, presta soldi a governi e imprese di cui resta poi creditore… In ogni caso, insiste, è la “profondità della rabbia” della gente, a garantire “quasi”, sostiene, che l’austerità potrebbe davvero saltare dovunque, anche perché ormai gli stessi sindacati – “molti di loro almeno si coinvolgono e aiutano a organizzare proteste dimostrazioni e scioperi”.

La situazione puzza, “come quella degli anni ‘30: quando anche molti conservatori in America si rivoltarono contro l’economia che aveva affondato tutti nella crisi”. Per uscire dalla quale, in America ebbero bisogno di una “rivoluzione del pensiero”, quella ispirata da Roosevelt (Guardian, 16.11.2012, T. Branigan e G. Wearden, China weighs into Europe’s austerity battles La Cina dice la sua sulle battaglie europee contro l’austerità http://www.guardian.co.uk/business/2012/nov/16/china-sovereign-wealth-fund-austerity-eurozone)

●In Lituania, la presidente Dalia Grybauskaite, ex Commissaria europea che del suo passaggio a Bruxelles non ha lasciato alcun segno, ha bloccato la formazione del  governo di centro-sinistra che ha vinto le elezioni e sbattuto via i suoi amici di centro-destra. Lo ha fatto perché non sono – come lei e come loro – ipernazionalisti e sciovinisti russofobi ma, formalmente e lo sanno tutti, perché uno o due dei leaders del partito laburista – il secondo del centro-sinistra – sono accusati (non portati ancora in giudizio né tanto meno condannati di evasione fiscale e frode (New York Times, 29.10.2012, Reuters, New Government Vetoed by President La presidente mette il veto al nuovo governo  (http://www. nytimes.com/2012/10/30/world/europe/lithuania-new-government-vetoed-by-president.html).

●Intanto, indefessamente il Commissario europeo all’Energia, il tedesco Günther Öttinger, gira per il Baltico predicando – su iniziativa sua, in realtà più che della Commissione che lo ha praticamente esautorato constatando, da una parte, l’assoluta inefficacia del suo operato e, dopo Fukushima,  anche si richiesta degli Stati membri, congelando il nucleare in tutta l’Unione – che se non viene costruito rapidamente – e lui “suggerisce” in Lituania – un nuovo impianto per la produzione di energia nucleare, si manifesteranno e persisteranno i problemi di sicurezza di approvvigionamento energetico e una continua dipendenza dell’area baltica tutta dalle forniture russe: cosa che non va bene a nessuno dei paesi dell’area— Estonia, Lettonia, Lituania e neanche alla Finlandia e alla regione stessa di Kaliningrad (EIN News, 16.11.2012, Oettinger urges Lithuania to build nuclear power plant Öttinger preme sulla Lituania per costruire un reattore per l’energia  nucleare ▬ http://powerplants.einnews.com/ article/123595780?url=%2Fregion%2Fnorthern-europe).

E, in contemporanea, il Consiglio ministeriale dei paesi baltici decide, stolidamente, di dargli retta: un nuovo reattore nucleare verrà costruito in Lituania allo scopo di rifornire di energia indipendente tutta la regione. Ma scordano di specificare, loro come Öttinger del resto, chi dovrebbe essere alla fine a pagare il conto, 5 miliardi di € (perché esprimono tutti “sostegno” all’idea, ma nessuno stacca un assegno e neanche una cambiale – e è difficile che, con questo clima, siano gli altri europei a caricarselo, no?; e, anche dal punto di vista della fornitura della materia prima necessaria – qui il combustibile nucleare, l’uranio moderatamente arricchito – per mille ragioni esso non potrebbe che provenire dagli stessi fornitori del gas… I russi!

Tra l’altro, questo stesso reattore, lo stesso disegno di un impianto da costruire da zero nell’area di Visaginas della vecchia centrale di Ignalina chiusa in base all’accordo di adesione del 2004 alla UE, è quello che a ottobre, solo un mese fa, un referendum popolare (consultivo, per ora, però) ha sepolto sotto una valanga di no in Lituania e che, alla fine, per questo non verrà mai neanche cominciato e di sicuro non sarà completato.

Tanto più, sembrerebbe, che le elezioni tenute a fine ottobre sono state vinte dai socialisti che s’erano dichiarati e battuti decisamente per il no. Ma che adesso – si somigliano un po’ tutti, no?, questi benedetti governi – votano anche loro con gli altri… (Agenzia Bloomberg/Business Week, 9.11.2012, B. Bradley, Baltic Ministers Express Support for Nuclear Plant in Lithuania I ministri baltici esprimono il sostegno per un reattore nucleare in Lituania http://www.bloomberg.com/news/2012-11-09/baltic-ministers-express-support-for-nuclear-plant-in-lithuania.html).  

●Minaccia ormai di recessione anche in Finlandia che vede ormai messo in questione addirittura il suo orgoglioso AAA di rating mentre viene annunciato che dal primo al secondo trimestre del 2012 il PIL s’è contratto dell’1,1%. Le esportazioni a settembre, rispetto allo stesso mese dell’anno prima, sono calate dell’8%, con quelle nell’Unione europea che sono andate giù del 14. Dice il capo economista della Nordea Bank AB di Helsinki, Roger Wessman, che il paese sta andando in recessione e sta cominciando a riconsiderare la sua stessa collocazione nell’eurozona: è già l’unico paese dell’euro che per dare il contributo di solidarietà (sia chiaro: non un regalo, un prestito a interesse) insieme deciso alla Grecia e alla Spagna, ad esempio, esige un deposito collaterale di garanzia che presso il Tesoro finnico (Bloomberg, 8.11,2012, K. Pohjanpalo, Recession Besets AAA Finland as Crisis Kills Jobs: Nordic Credit La recessione va minando l’AAA finlandese mentre la crisi va cancellando lavoro http://www.bloomberg.com/news/2012-11-08/recession-besets-aaa-finland-as-crisis-kills-jobs-nordic-credit.html).

●Anche il profilarsi di queste minacce da parte di qualcuna delle agenzie di rating contro la Finlandia, dopo la svalutazione del debito sovrano della Francia – la perdita della tripla AAA decretatagli contro, perché l’economia cresce troppo poco negli stessi giorni da Moody’s – ha facilitato il coalizzarsi al parlamento europeo di una maggioranza decisa a spingere con fermezza la Commissione a prendere misure concrete di regolamentazione, finalmente forse anche capaci di mordere contro le 3 grandi sorelle, tutte e tre americane – Moody’s, col 40% del mercato, Standard & Poor’s, per un’analoga fetta di esso, e Fitch con circa il 14% – che giudicano, a pagamento si capisce e dunque bisogna poi vedere coi soldi di chi, i ratings di banche, finanze ed economie del mondo.

Con le misure che il PE ha appena approvato e raccomanda alla Commissione perché queste le presenti all’approvazione finale, e assai meno garantita, dei governi dell’Unione, verrebbe reso  molto più facile agli investitori privati e pubblici fare causa se sbagliano – come hanno spesso clamorosamente sbagliato: il caso più eclatante sono ovviamente gli AAA di grande apprezzamento dati – appunto, a pagamento per servizio ben reso… – alle banche americane alla vigilia del loro fallimento a fine 2007.

Adesso, come è noto, in una specie di anteprima che ha suscitato grande allarme negli uffici periferici e alle case madri delle agenzie, il tribunale di Trani ha messo sotto inchiesta sette funzionari di S & P’s e Fitch che hanno svalutato il debito sovrano dell’Italia in base a criteri che il giudice ha valutato tutt’altro che tecnici o scientifici ma dettati da convenienze anche e soprattutto delle agenzie. Nel frattempo era anche arrivato dalle 3 agenzie l’avviso, dato ad Obama subito dopo la rielezione, e anch’esso almeno alla Casa Bianca giudicato tutt’altro che super partes, che se non taglia subito il debito come e di quanto gli dicono loro gli svalutano anche, e di nuovo, i conti.

In buona sostanza, le misure che il parlamento chiede all’Europa di passare – e già qui c’è la grande debolezza di quest’Europa: un parlamento eletto sì, ma eletto in modo nazional-collegiale, ognuno per la sua parrocchietta ma senza poter decidere di niente: ridotto solo a raccomandare alla Commissione che raccomandi ai governi queste misure – comprendono:

• il divieto alle agenzie di valutare pubblicamente il debito di paesi o di aziende, di imprese, per le quali non abbia informazione di sufficiente qualità su cui fondare la propria valutazione: il problema è che bisogna poi intendersi su quel che significa proprio “sufficiente qualità delle informazioni”;

• le agenzie si vedrebbero anche assegnare un tempo minimo-massimo di autorizzazione nel quale essere autorizzate a pubblicare le loro valutazioni non richieste e non sollecitate del debito in Europa;

• il divieto alle agenzie di valutare il rating su imprese nelle quali loro azionisti hanno partecipazioni di rilievo: già, ma di rilievo è il 5%, o ci vuole il 50%? (Bloomberg Business Week, 28.11.2012, J. Brundsen, To Avoid New Debt Crisis, EU Takes Aim at Ratings Agencies Per evitare nuove crisi dei debiti, l’Unione europea mette nel suo mirino le agenzie di rating http://www.businessweek.com/news/2012-11-27/credit-rating-companies-to-face-sovereign-debt-curbs-in-eu-plan); i nostri sono anche i dubbi, fra molti altri anche di carattere ideologico che avanza in proposito, ad esempio, l’iper-liberista Financial Times, chiedono anch’essi quel che noi abbiamo espresso appena qui sopra e già nel titolo riflettono il fatto di come poi, al dunque, nella pratica, le regole europee potranno mai trovare applicazione in America.

   Cioè, per dire (Financial Times, 27.11.2012, A. Barker,  Moodys faces curbs over Buffett links— Moody’s deve far fronte a ostacoli forti sui legami di Buffett ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/87b90b60-38dc-11e2-bd13-00144feabdc0,Authorised=false.html?_i_location=http%3A%2F%2Fwww.ft.com%2Fcms%2Fs%2F0%2F87b90b60-38dc-11e2-bd13-00144feab dc0.html&_i_referer=http%3A%2F%2Frendezvous.blogs.nytimes.com%2F2012%2F1 1%2F29%2Feurope-moves-to-curb-power-of-ratings-agencies-sort-of%2F#axzz2Def3sKzr) sul rating di chi, come  ad esempio, la Berhshire Hathaway di Warren Buffett che in Moody’s, ha una cointeressenza del 12,75% n Europa si può impedire a qualcuno di pubblicarla in America?

●In Russia, Gazprom ha reso noto che, dopo aver restituito 4 miliardi di $ a diversi suoi clienti europei che l’avevano chiamata in causa per aver introitato da loro nel recente passato più del dovuto, ha visto diminuire di metà (da 303,7 a 150,8 miliardi di rubli) nel secondo trimestre.

Non c’è la controprova, si capisce, ma è legittimo pensare che sulla decisione di Gazprom abbia anche influito l’apertura, a settembre, da parte della Commissione europea di un contenzioso antitrust che però difficilmente resterà in piedi.

Sia per la riluttanza dei governi europei a mettersi contro l’unico fornitore di metano affidabile (e, in fondo, anche ragionevole, no?: hanno restituito ben 4 miliardi di $ agli acquirenti, riconoscendo che erano sovrapprofitti sul gas naturale) che oggi c’è per tutta l’Europa e per l’assenza concreta di un’offerta alternativa e garantita e economicamente accessibile (Agenzia Bloomberg, 2.11.2012,  Gazprom Quarterly Net drops 50 per cent on Gas Price Discount I profitti netti c alano della metà dopo gli scontri praticati sul prezzo del gas naturale http://www.bloomberg.com/news/2012-11-02/gazprom-quarterly-net-drops-50-on-gas-price-discounts.html/).

●Un gruppo di aziende giapponesi che producono energia elettrica, comprese la Tokyo Gas Co., la Japan Petroleum Exploration Co. e la Nippon Steel and Sumikin Engineering Co., hanno completato uno studio di fattibilità sul progetto che vuole deporre 1.400 km. di gasdotto dall’isola russa di Sakhalin fino al territorio metropolitano di Tokyo, giù per la costa pacifica del Giappone e per una spesa calcolata in prima battuta a una stima prudente di circa 3,7 miliardi di $ ma che in ogni caso sarebbe del 75% superiore se i tubi dovessero essere deposti al suolo per quello stesso  percorso (The Asahi Shinbun/Tokyo, 5.11.2012, Dai Narusawa, Japanese firms plan 1,400-km gas pipeline from Russia’s Sakhalin— Un complesso di compagnie energetiche giapponesi pianifica 1.400 km. di gasdotti per trasportare il greggio dall’ isola russa di Sakhalin http://ajw.asahi.com/article/economy/business/AJ201211050009).

●Sempre Gazprom annuncia, a inizio novembre, di aver concordato tra il suo presidente, Alexander Medvedev, e la presidente Grażyna Piotrowska-Oliwa, del CdA della PGNiG, l’ente che gestisce le questioni di accesso ai combustibili d’ogni tipo a Varsavia, un nuovo prezzo per le consegne di gas naturale in Polonia.

Chiudendo così l’ultima grande controversia ancora aperta sui prezzi del gas con un cliente davvero importante in Europa. Alla faccia dell’ostentata, proclamata, ostilità dei polacchi a approvvigionarsi dai russi – dalle cui forniture, però, nei fatti dipendono poi al 100% – e della loro determinazione nello spingere la vana e vaniloquente presa di posizione antimonopolistica dell’Unione europea che vorrebbe aprire – ma, di fatto, non riesce a farlo – una contesa giuridica, antimonopolistica contro i russi (come se l’PGNiG non fosse essa stessa un monopolio…, come se – di fatto – nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale non succedesse lo stesso…).

Alla fine del negoziato, mentre Medvedev si pronuncia in modo politicamente del tutto anodino parlando in punta di tecnica, la signora Piotrowska-Oliwa dichiara che “con questo accordo Gazprom e PGNiG hanno dimostrato che concentrando e focalizzando il negoziato in termini di business”, invece che di contrasti politici, “è stato possibile trovare una soluzione politica utile per entrambe le parti. Per noi, per la PGNiG, si tratta di un passo cruciale per la restaurazione dela nostra competitività sulla contrattazione a lungo del gas naturale(sito di Gazprom, 6.11.2012, Gazprom and PGNIG reach agreement on gas price Gazprom e la PGNiG raggiungono l’accordo sul prezzo del gas naturale http://www.gazprom.com/press/news/2012/november/article147730/).

Arriva, poi, qualche ulteriore dettaglio sull’accordo. Gazprom sconterà il prezzo di vendita alla PGNiG dal 10 al 20%, rivela, violando anche la lettera del contratto, il ministro del Tesoro polacco Mikolaj Budzanowski nell’ambito della normalizzazione dei suoi rapporti. Su un piano rigorosamente bilaterale, però, da paese a paese. E questo accordo vale fino alla fine del 2022: un decennio.

Alla faccia dei “suggerimenti” cui nessuno ovviamente dà retta della Direzione europea per l’energia di non legarsi ai russi a tempi lunghi e delle “strategie” inopinate che propongono, vanamente, di lasciar trattare la Direzione per tutti con un fornitore che, però, gurda un po’, non ci sta (Warsaw Business Journal, 16.11.2012, G. Price, Gazprom lowers gaz prices for Poland Gazprom abbassa  i  prezzi del gas per la Polonia http://www.wbj.pl/article-60962-gazprom-lowers-gas-prices-for-poland.html)...

●Sono stati alla fine decisi gli accordi definitivi sulla spartizione degli investimenti previsti per il finanziamento del South Stream, il gasdotto di Gazprom che punta a rifornire in futuro l’Europa meridionale. La firma è già avvenuta con Ungheria e Serbia ma l’accordo è stato anche raggiunto con Bulgaria e Slovenia. La Russia sta, d’altra parte, riconsiderando con qualche maggiore possibilità di compromesso e meno voglia di irrigidirsi nel braccio di ferro.

E’, dunque, più disposta oggi a “normalizzare” la prezzatura del suo gas naturale sul mercato europeo. Il problema è che, anche se la UE ha messo in atto tutte le sue possibilità di pressione, a livello di Unione non c’è – nella realtà, non nei titoli – chi sia davvero capace di impegnare effettivamente tutti gli Stati membri in modo cogente…

Cosa che al momento, però, non esiste: la realtà, malgrado certi titoli gonfiati, trionfalisti e infondati  è che Gazprom ha raggiunto accordi con molti paesi dell’Unione, comprese Italia e Germania, rivedendo anche i prezzi.

Ma, per ognuno, c.v.d,, è stata una trattativa e una decisione separata… se volete, dal punto di vista europeo dite pure purtroppo. Ma non serve a niente (Stratfor, Global Intelligence, 7.11.2012, The EU Shifts Russian Natural Gas Policy La UE sposta le politiche russe sul gas naturale http://www.stratfor.com/analysis/eu-shifts-russian-natural-gas-policy).

●Se l’Ucraina aderisce all’Unione doganale guidata da Mosca, comunica ufficiosamente ma pubblicamente e autorevolmente un alto esponente non precisamente identificato del governo russo. Il calo dei prezzi, rammenta, sarebbe addirittura automatico ancor prima di qualsiasi possibile negoziato perché ogni dazio sull’export è cancellato fra paesi aderenti all’Unione (Kiyv Post/Kiev, 9. 11.2012, Russian Foreign ministry: Ukraine will get cheaper Russiam gas if it joins Russian Union Il ministero degli Esteri russo: l’Ucraina otterrà gas russo a buon mercato se entra nell’unione doganale http://www.kyivpost.com/content/ ukraine/russian-foreign-ministry-ukraine-will-get-cheaper-russian-gas-if-it-joins-customs-union-315851.html).

●”Washington non consentirà a Mosca di intervenire nel funzionamento dell’oleodotto trans-caspico”: riferisce l’Agenzia di stampa ufficiale della’Azerbaijan— un oleodotto che esiste solo sulla carta, estremamente controverso anche sul piano del diritto internazionale (l’accordo sottoscritto nel 2007 tra tutti i paesi dell’area, Russia e Iran compresi, che solo di comune iniziativa avrebbero proceduto a lavori che, traversando pericolosamente una delle aree più sismologicamente a rischio del mondo, solo così avrebbero potuto essere concepiti ) e, poi, tutto ancora da finanziare

  (1) Azeri Press Agency, 15.11.2012, Anakhanim Hidayatova, US Dep State: “We will stand firm” “Noi staremo fermi” http://en.apa.az/news/182621; 2) cfr. Nota congiunturale no. 10-2011, Nota a fondo pagina n. 122).

Parla, del tutto inutilmente cioè, la signora Lynne Tracy, assistente segretaria di Stato obamiana per l’Asia meridionale e centrale al solo scopo di titillare la coda dell’orso, nella speranza che si metta a ringhiare a vuoto allarmando, però, anche solo così, gli altri paesi del Caspio facendo loro balenare – come fecero quattro anni fa sciaguratamente i suoi predecessori bushisti a quel boccone del georgiano Saahashvili – il ruolo di millantato protettore dello zio d’America… Insomma, il vizio tronfio degli americani, in quanto tali, non cambia mai…

Lynn Tracy ha aggiunto che il suo paese sostiene fermamente la (ma non investirà un dollaro nella) costruzione del gasdotto trans-anatolico, che passerebbe sotto il mar Caspio. E, per non restare indietro troppo rispetto alla fluttuazione di sciocchezze dette inutilmente, la rappresentante speciale in Asia centrale della UE, Patricia Flor, diplomatica tedesca, anche lei ovviamente non dicendo verbo sull’investimento di un euro che è uno nell’eventuale gasdotto futuro, parla anche lei (partecipano, entrambe le signore, a una conferenza che si svolge a Baku, capitale dell’Azerbaijan).

Del tutto inutilmente, però, – perché non chiarisce né aggiunge niente di nuovo a niente – racconta che l’Unione europea è pronta ad acquistare il gas turkmeno nel corso di tutto il prossimo trentennio…

Sempre che, naturalmente, ci sia il gasdotto nel corso del prossimo trentennio  e ci sia, poi, anche il gas naturale visto che Gazprom ne ha acquistato, e cominciato a pagare in anticipo, per contratto, dal Turkmenistan tutto, o quasi, il flusso di combustibile che produrrà nei prossimi trentanni.

●Infine, un capitoletto a parte tutto per l’Italia, una osservazione/provocazione che lancia su di noi il premo Nobel che noi amiamo citare di più, Paul Krugman, senza ogni volta – si capisce – condividerne le soluzioni. Tanto più che, stavolta, dice proprio che lui – ed è raro – non ha proprio soluzione.

Traduciamo, letteralmente (New York Times, 26.11.2012, blog: The Consciene of a Liberal, P. Krugman, What’s the matter with Italy? Ma qual’è il problema dell’Italia http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/11/26/whats-the-matter-with-italy/):

Sto lavorando su alcuni temi di ricerca a lungo termine, incluso uno che mi vede osservare con attenzione un enigma, un rebus, un puzzle vero e proprio al quale troppi non prestano troppa attenzione; vale a dire, cosa sta capitando all’Italia.

   Spesso la mettono insieme alla Grecia, alla Spagna, ecc., quando si discute dell’eurocrisi. Ma quella dell’Italia è in realtà una storia molto diversa. Non c’è statop qui grande ibnflusso di capitale estero; il debito è elevato ma non lo sono i deficit [di bilancio, commerciale, dei conti correnti].

   La faccenda che colpisce di più della situazione italiana sono i dati rimarchevoli e deplorevoli della produttività dalla metà, diciamo, degli anni ’90. Di seguito, un grafico che rispecchia il paragone tra produttività italiana e francese misurata per produzione/lavoratore (dal Total Economy Database della Conference Board degli Stati Uniti, 1.2012 ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/11/26/whats-the-matter-with-italy/).

   Ho letto tanti tentativi di spiegare quel che è accaduto; e circola un sacco di roba anche interessante che cerca di farlo, dall’eccesso di regolazione alla dimensione minore delle imprese al mix delle esportazioni del paese. Ma nessuna di queste fatiche riesce davvero a spiegarlo, nessuna è una schiacciata risolutiva che spiega bene il perché... E, no, non è affatto questione di uno Stato sociale gonfiato— in Francia lo stato sociale è ancora più vasto e più grosso.

   No, non cercherò di rispondere qui. davvero a questa domanda. Ma sarebbe importante capirlo.

 

●  Italia e Francia: il mistero produttività/Produzione per unità di lavoro (per lavoratore)    (grafico)

A sinistra, sull’accisa: la percentuale rispetto alla Francia… Nota: i guai  cominciano nel ’98 (e il crollo con l’arrivo del Cavaliere al governo)

  

Già…

STATI UNITI

●L’ultimo sondaggio Gallup (il più universalmente capillare e il più tradizionalmente affidabile) prima delle elezioni, condotto tra il 27 e il 28 pubblicato il 31 di ottobre, dava come risultato delle presidenziali un 54% degli elettori che predicevano la vittoria di Obama e solo il 34 per Romney (Gallup,  31.10.202, Americans still give Obama better odds to win election Gli americani prevedono sempre una vittoria per Obama su Romney http://www.gallup.com/poll/158444/americans-give-obama-better-odds-win-election.aspx).

Al dunque il risultato è stato più contrastato ma l’esito è stato quello: Obama ha vinto, con una partecipazione al voto alta per gli USA, vicina al 60% che lo ha favorito, e alla fine il 50,6% dei voti (61.681.462) contro il 47,9% (58.488.199) per Romney, la vittoria in 26 Stati contro 24 (compresa la Florida che al conteggio dei voti è arrivata ultima e dopo ben quattro giorni) e un baratro nel cosiddetto voto elettorale – quello che, col metodo arcaico inventato dai padri fondatori oltre due secoli fa, alla fine assegna la vittoria, premiando in modo squilibrato più alcuni voti degli altri (in genere sempre quelli rurali rispetto a quelli di città) – a favore del presidente in carica (332 contro 206 sul totale dei 538 così antiquatamente conteggiati).

Obama ha ri-vinto sgonfiando l’impegno e la promessa che, per i suoi, aveva preso, a pochi giorni dalla sua allora già paventata elezione nel novembre di quattro anni, il miliardario del Kentucky e  senatore Mitch McConnell, leader dei repubblicani al Senato, quando disse a un settimanale di antica tradizione repubblicana ma piuttosto liberal in termini americani, anche preannunciando con chiarezza quella che sarebbe stata la sua, la loro, totale avversione al programma dei democratici, che “la singola cosa più importante che dobbiamo acquisire nel prossimo quadriennio è che il presidente Obama, se mai ce la dovesse fare stavolta, sia presidente solo per un unico mandato(The National Journal, 23.10.2012, intervista a McConnell, We will paralize him and his policies, if… Lo paralizzeremo e paralizzeremo le sue politiche, se… http://www.nationaljournal.com/search).

■Perché su una cosa non c’è dubbio alcuno, al di là delle freg**cce che ci sono venuti raccontando in tanti anche in Europa e in Italia sul governo che ormai si farebbe solo dal  centro, dello schieramento politico, conquistando quel punto dello scacchiere, sul superamento del conflitto sociale e sulla estinzione della lotta di classe nelle moderne società. Cioè, che queste elezioni sono state combattute e vinte proprio sulla frontiera della lotta di classe: che magari, come qui, si vergogna di dire il suo nome ma che questo, in realtà, è, più che mai ora.

Qui ricorda, ormai a un mese dalle elezioni, il Nobel del’economia Paul Krugman sul NYT che  “Il giorno delle elezioni, il quotidiano Boston Globe riferiva di come l’aeroporto Logan della città non avesse quel giorno più parcheggi a disposizione. Non per le auto— per gli aerei privati dei grandi elemosinieri di Mitt Romney che andavano affollandosi, tutti in fila, per prender parte alla festa della vittoria del candidato repubblicano. Risultavano male informati sulla realtà politica che le elezioni andavano riflettendo. Ma gli autocrati delusi non avevano torto nell’identificazione di chi dei candidati fosse dalla parte loro.

   E la campagna elettorale di Obama ha vinto in larga parte proprio per aver scartato gli ammonimenti timidi dei ‘centristi’ e abbracciando invece la realtà, portando in primo piano e in tutta evidenza l’aspetto propriamente di lotta di classe che lo scontro faceva trasparire. E’ stato questo il fattore che ha assicurato i larghi margini di vantaggio che Obama ha ottenuto tra gli elettori con redditi più bassi e non solo, quello che ha garantito in massa il loro voto e mesSo il sigillo finale alla sua vittoria(New York Times, 29.11.2012, P. Krugman, Class Wars of 2012 La guerra di classe del 2012 http://www.nytimes.com/2012/11/30/opinion/krugman-class-wars-of-2012.html?ref=global-home) [vedi qui, appena più sotto, il quadro di dettaglio dei risultati].

■Ormai, però, a un mese di distanza sapete tutto o, almeno, tutto avete, volendo, potuto leggere. E qui, quindi, dopo aver letto decine di commenti specie ma non solo americani, ci soffermiamo solo su pochi spunti: osservazioni, chiamiamole così, che, dal nostro punto di vista, ci sembrano di qualche specifico, particolare interesse.

■Tutto, adesso, comunque è cambiato: come sarebbe cambiato se nel 2000, invece, di Bush jr. fosse stato riconosciuto eletto – era stato eletto, senza gli imbrogli ormai stranoti che manco in Zimbabwe, e scusandoci anche con lo Zimbabwe – Al Gore: è bene richiamarlo alla mente, specie dopo aver sentito in Tv (ma anche da osservatori puntigliosi e attenti, come Marco Travaglio) inneggiare al fatto che le elezioni qui, dopo qualche ora, darebbero sempre un risultato sicuro: come allora, appunto, per il riconteggio in Florida, durato oltre un mese e troncato poi, proditoriamente, per scegliere Bush…

■Vero, l’equilibrio del potere a Washington con le elezioni non sembra esso stesso cambiato… E’ cambiato, però, secondo come è stato fatto osservare il fattore chiave della lotta di classe e di quel suo supremo attore che si chiama Wall Street, che pure a Obama doveva tantissimo, troppo secondo molti e che, assi poco riconoscente, lo aveva seccamente rinnegato versando in massa miliardi e miliardi di $ nelle casse di Romney. E che ha perso…

■In termini puramente istituzionali, il Senato resta in effetti com’era in mano ai democratici – leggermente radicalizzato a sinistra, pure: ma non con la decina di seggi in più che, annullando l’ostruzionismo sistematico dei repubblicani, avrebbero davvero cambiato tutto – e la Camera rimane ai repubblicani – con qualche voto in più e pure un tantino più a destra.

■E, tutto sommato, Wall Street è rimasto dov’era – banche, borse, istituti di rating: i mercati insomma o, meglio, chi manovra i mercati – ha reagito malissimo, votando subito, con un tentativo di far crollare i titoli un po’ dovunque, non troppo a lungo ma per sfogarsi quasi uno o due giorni.

Perché il potere del grande capitale speculativo e di rapina, quello finanziario e bancario che si è scatenato pro-Romney, è stato proprio il primo stavolta a fare il tonfo: le grandi macchine della spesa organizzate dai conservatori, i PAC, gruppi d’azione politica, cui la reazionaria Corte suprema degli Stati Uniti aveva da pochi anni tolto ogni limite di spesa.

In pratica per loro, però, il risultato è stato esiziale. Il più ricco dei PAC, l’American Crossroads, che fa capo al guru ex consigliere speciale di Bush il piccolo e suo massimo mentore, Karl Rove – l’animatore e il mossiere di tutta la destra fondamentalista: quello che a chi gli faceva osservare nel 2004 che l’Iraq era una tragedia per gli iracheni ma anche per gli americani rispondeva che l’Iraq era quello che il suo capo decideva che fosse, che la realtà non esisteva più, era quella che loro due insieme determinavano essere – ha speso da solo 104 milioni di $ solo per far eleggere i candidati che voleva al Senato e alla Camera: e non ne ha fatto eleggere uno…

La Camera di Commercio degli Stati Uniti ha speso 24 milioni di $ per appoggiare 15 suoi nuovi candidati repubblicani scelti sulla base della loro intransigenza assoluta sul liberismo economico e ne è riuscita ad eleggere solo 2; Sheldon Adelson, l’imperatore dei casinò di tutta l’America che di suo ci ha messi 53 milioni per far eleggere 9 nuovi candidati ultraconservatori e – tra parentesi ma, poi, mica tanto – iper-filo-neanche-Israele-ma-proprio-Netanyahu e la sua politica di diniego totale degli altri e ne ha visti perdere 8 su 9 (New York Times, 10.11.2012, A Landslide Loss for Big Money Una valanga di perdite per i quattrini forti http://www.nytimes.com/2012/11/11/opinion/sunday/a-landslide-loss-for-big-money.html?_r=0).

Perché poi… Due piccole parentesi.

■La prima. Non è che Obama non abbia avuto i soldi che servivano, lui. Ne ha avuti quasi altrettanti. Ma ancora una volta, per il 90%, ha raccolto centinaia di milioni di $ con contributi singoli individuali di chi gli ha mandato cash per 10, per 100 $ magari, per migliaia di volte…

■La seconda gliel’ha finalmente spiattellata chiara un osservatore allineato e coperto ma lucido e realista sul rapporto malato che c’è stato finora tra Israele e gli USA. Lui avvisa Israele— e il fatto stesso che proprio di avvisare nominalmente Israele, e solo Israele, si preoccupi tanto è rivelatore… ma stavolta abbiamo l’impressione che farebbero meglio a sentirlo. E le dice di stare attenta:

perché adesso l’America si concentrerà sui problemi di Betlemme, in Pennsylvania, non di Betlemme in Palestina e sul tirarsi fuori dai pantani in cui s’è arenata (Afganistan) non nel cacciarsi dentro altri casini (la Siria). Ormai siete soli… e dovete fare i conti col vostro problema a lungo termine, quello di perdere la vostra identità come democrazia ebraica [perché – lo esplicitiamo noi, non lui – ma questo intende: se continuate così, vi scoppia in mano l’ossimoro, la contraddizione intrinseca, che vi portate dentro, quello dell’inconciliabilità tra l’essere democrazia  e essere uno Stato ebraico— o, certo, se è per questo, islamico o  cattolico: ma qui lui è di Israele che parla e che si preoccupa, no?].

   Ecco, se Israele vuole sfuggire a questo destino, è importante riesca a capire che noi non siamo più l’America del nonno, l’America di ieri … Israele ha presunto che ‘sotto la tutela di un’America radicalmente  di destra avrebbe potuto condurre senza pagare dazio la sua politica radicale di destra’ (Haaretz, Avi Shavit, 8.11.2012, Obama's American revolution http://www.haaretz.com/opinion/obama-s-american-revolution.premium-1.476060#article_comments). E’ qui che Israele ha bucato, qui Netanyahu ha completamente fallito… “Non è più così. Non potete più contare sulla cavalleria americana che arriva alla riscossa, così automaticamente. Vi dovete salvare cominciando da voi. Il mio presidente, infatti, è occupato(New York Times, 10.11 2012, T. L. Friedman, My President is Busy http://www.nytimes.com/2012/11/11/opinion/sunday/friedman-president-obama-is-busy.html).

■Le agenzie di rating subito strillano che il presidente dovrebbe in pratica comportarsi come se avesse vinto quell’altro, tagliando il bilancio: Standard & Poor’s gli dice esplicitamente che entro due mesi “si aspetta” il taglio di 7.000 miliardi di $ di spese senza alzare le tasse, soprattutto quelle dei contribuenti più ricchi.

Questa è la ricetta che loro vogliono imporre per superare il fiscal cliff (non, come lo traducono sciattamente da noi, il baratro fiscale, ma proprio il contrario la montagna fiscale, cioè la montagna del deficit e del debito). Che vogliono veder battere subito coi tagli per non doverci loro, neanche stavolta, rimettere niente: anche se a rischio, così, di rimandare il paese in recessione.

Perché è ormai lampante: chi lamenta, denuncia e vuole abbattere deficit e debito come mostri onnivori in realtà non ha mai realmente parlato del deficit quando parlavano di tagli: perché non al deficit pensavano, pensavano solo a tagliare le spese sociali. Qui, come altrove.

Poi, presidente e Congresso – dopo un risultato elettorale che comunque ha detto da che parte stia una maggioranza del paese – cercano di evitare di far sbattere il muso a tutta l’America nel fiscal cliff con quello che sarebbe a fine anno il taglio automatico delle tasse e della spesa pubblica e viene raggiunto subito, presto, già a metà novembre, un accordo di principio.

E, adesso, state attenti al cavallo di Troia… (vignetta)

Cancellare il debito! Campagna per ridurre le tasse sulle imprese

Foto: K. Bendib, 14.11.2012

Si tratta di fare concessioni, trovare un compromesso prima che scatti, in base alla legislazione esistente, taglio automatico di tasse e riduzione entrambi lineari di spesa pubblica per 500 miliardi di $, potenzialmente in grado anche di ammazzare la ripresina che c’è a meno di trovare, appunto, concordandola un’alternativa.

Forse deve ancora venire in chiaro, però, che l’unica maniera di arrivarci davvero è di appellarsi al paese per arrivare a imporla a un Congresso che resta sempre riluttante. E per il momento siamo ancora a un’intesa tra sordi: con l’espressione certo di un minimo di buona volontà in più, dopo le elezioni. Ma, come si dice anche qui, il diavolo sta sempre nei dettagli.

■Certo, le mignatte dell’industria finanziaria come si autodefiniscono adesso, che avevano portato il resto del mondo sull’orlo del baratro, erano pur state salvate da Obama usando i soldi del contribuente. Lui li aveva ritirati su per la collottola; ma, di tanto in tanto, s’era andato permettendo di non prostrarsi al bacio del sacro piede finanziario e, addirittura, sembrava imputare lui a loro, certo solo occasionalmente, addirittura qualche responsabilità: parlava di tagliare le agevolazioni fiscali inventate da Bush e restate in piedi…, parlava addirittura di tassare di più rendite e profitti e un po’ meno i salari….

■Così nella campagna elettorale hanno spostato sui repubblicani non più come era d’uso intorno al 50 e 50, o magari al 60 a 40, il peso immane di soldi e contributi senza i quali la democrazia – qui più che altrove – non funziona nell’attesa che, dopo la vittoria di Romney, avrebbero smantellato qualsiasi discorso (che di altro, comunque, finora non si è davvero trattato) di riforma finanziaria e un presidente Romney – uno di loro – sarebbe tornato a trattarli secondo il diritto naturale all’adulazione che il nascere ricchi continua a dare.

■Obama ha vinto proprio in quelli che qui sono noti come gli swing states—gli stati cerniera – anzitutto l’Ohio, con l’aiuto convinto e convincente del rivale che, con le sue gaffes a ripetizione, il suo cinismo quasi (quasi) alla Briatore – scostante e, insieme, ghignante – ha  reso a tutti evidente – amici, nemici e indecisi – chi fosse davvero. E su questo ha portato a sceglierlo e/o a respingerlo.

Tra chi dell’aiuto del pubblico – con tante contraddizioni – fa, però, una leva di crescita (anche sopratutto anticipando denaro pubblico a salvare l’industria dell’auto, ma dettandole anche le condizioni per riaverlo indietro tutto e con gli interessi e subito (con lo stesso Marchionne che da noi detta legge, invece, in nome della libertà del mercato) e chi, invece, l’aiuto pubblico lo concepisce, come un peccato morale e anche sociale perché, per soccorrere quelli che sono i fannulloni e, in fondo, un po’ peccatori (perché da soli falliscono, no?) – chi lavora con le mani e il sudore – “punisce” i meritevoli e perché tali – no? – benedetti da Dio…

■E’ stata un’essenziale operazione di pulizia, quella che allora da noi non riuscirono – e non vollero – fare all’inizio gli oppositori con Berlusconi. Qui, sono riusciti a farlo venir fuori non più come il vate/profeta del sogno americano, ma solo di quella che ormai è pura illusione; non il paladino di un’American way of life che tutti possono, volendo e lavorando, raggiungere, ma solo l’officiante di un miraggio che la sete di profitto di quelli come lui ha seppellito per tutti; e invece – perché ora si vede che il re era nudo, oltre che una vera schifezza – il campione dell’egoismo sociale di pochi a spese dei più; e la mano di vernice che non riusciva a coprire i tanti suoi sostenitori nostalgici di un vecchio, solido e stolido, sano razzismo (ma che  ci fa un non bianco alla Casa Bianca?...)–– insomma, un riccastro remoto, distante e un dannato egoista attento solo al benessere suo e dei suoi. Cioè, come poi era in effetti.

■In realtà per superare il nodo della maggiore divisione razziale che in questo voto si è nettamente manifestato è stato cruciale che con la sua politica di intevento economico-sociale Obama sia riuscito a spostare a suo favore una massa di quei voti che nel Midwest americano si chiamano i democratici di Reagan: classe operaia bianca che altrimenti sarebbe stata con ogni probabilità erosa dalla corrosione del veleno razziale: che ha inciso non poco.

● Il ritratto di chi ha votato per chi:   per categorie   democratici   repubblicani  (quadro)     

 

GENERE (Uomo/Donna) RAZZA-ETNIA (Bianco/Nero Ispanico Asiatico Altro) ETÁ (18-29 30-44 45-64 65+) ISTRUZIONE (univ / non univ)  

QUESTIONE PRINCIPALE PER IL VOTO (Politica estera / Deficit / Economia / Sanità) STATO CIVILE (Sposato Sposata Single u. Single d.)  

Metodo dell’inchiesta – Si tratta di un exit poll mirato: ma già affidabile, condotto su un campione rappresentativo di 26.565 votanti intervistati all’uscita dei seggi, il 6 novembre, di 350 “precinti elettorali”, con una media di 1.100 elettori registrati   (qui non hanno diritto di voto i cittadini in quanto tali, ma solo quelli che tra di loro si iscrivono prima a un apposito registro elettorale…), e anche di 4.408 elettori votanti  in anticipo e/o per pista tra il 29.11 e il 4.11.2012 (con un margine di errore di + o – 2%).    

Fonte: Edison Research e AP, MailonLine, 7.11.2012 ▬ http://www.dailymail.co.uk/news/article-2229225/Presidential-election-2012-Record-number-Hispanic-voters-head-polls.html

In effetti, si tratta di numeri che riecheggiano un retaggio di razzismo che data a 150 anni or sono, al tempo della cosiddetta Ricostruzione dopo la guerra civile, la politica con la quale il Nord vincitore mirò a convertire all’uguaglianza razziale – nominale, si capisce, nominale: ma anche ufficiale) il Sud che riottosamente resisteva e attraverso una legislazione di applicazione mai mutata e un costume immutabile tendeva a lasciare identici i rapporti tra le etnie del paese. Anche, allora, certo con il rito diffuso dei linciaggi su larga scala del Ku Klux Klan, ma anche della gente normale del tutto comune di bianchi del Sud… e non solo del Sud (vedi l’agghiacciante testimonianza, collazionata dichiaratamente a futura memoria, di foto dei linciaggi di americani di colore, spesso con bambini bianchi e bambine bianche, si capisce, disposti in prima fila a godersi l’orrore (bruciati, impiccati, decapitati e sbudellati) nel Sud e qualche volta anche al Nord del paese, ancora nei primi decenni del secolo scorso e, altrettanto  spesso, sotto l’occhio compiacente e benevolo, al massimo neutrale, di polizia e forze dell’ordine: vendute, poi, e frequentemente utilizzate legalmente (spedite e ricevute, cioè, con tanto di francobolli dall’U.S. Mail come cartoline postali fino, almeno, agli anni ’30: solo ottant’anni fa ▬ cfr. http://withoutsanctuary.org/main.html).

Ma stavolta hanno anche cominciato a causare un contraccolpo che la destra, in questo suo manifestarsi, non aveva proprio previsto: che le minoranze si sono cominciate ad organizzare davvero per contare. E, così, hanno davvero contato. Anche perché si sono rese conto che, insieme, fanno in realtà la maggioranza.

E, al fondo, poi potrebbe essere vero che come afferma una scuola di pensiero moderno la radice del conservatorismo economico e del pensiero reazionario è in realtà tutta diversa: non c’entra il libero mercato, non c’entrano neanche i valori morali di weberiana memoria. Si tratta dell’autorità e di come affermare le gerarchie naturali: l’autorità del padrone sull’operaio, dell’uomo sulla donna e del bianco sul colorato[3]

C’è un altro gruppo “etnico-religioso” di cui nel quadro sul voto “diverso” su riprodotto in questo quadro non si parla ma ha clamorosamente smentito tutte le leggende e i pregiudizi esistenti: che gli ebrei americani fossero monotematici, che erano tutti per Romney perché per lui erano Netanyahu e i falchi che in Israele vogliono trascinarsi dietro, o spingere avanti, contro l’Iran, e se possibile in prima fila, l’America.

Gli ebrei americani hanno votato stavolta al 70% per Obama e contro Romney: come fanno in media dal ’72, da quando l’exit polling s’è cominciato a fare (New York Times, 12.11.2012, Jeremy Ben-Ami, America’s Jewish Vote Il voto degli ebrei americani http://www.nytimes.com/2012/11/13/opinion/americas-jewish-vote.html?ref=global).

■Sono tre, più una forse, le issues, le questioni centrali, su cui senza alcun dubbio Obama ha vinto e che l’esito delle elezioni, non una volta per sempre certo, ma per questa volta ha troncato: il lavoro che proprio in quanto governo il potere pubblico federale deve aiutare a creare; una ridistribuzione più equa del carico fiscale; il completamento, altrimenti sepolto, della riforma sanitaria che proprio a lui è stata intitolata. E, a latere, diciamolo anche noi cinicamente, aver “beccato”, e in quel modo, bin Laden…

E, l’altra questione – ma proprio per questo incongrua e incoerente – è il rifiuto della politica dell’inganno, della bugia di Stato eretta a sistema, il rifiuto della menzogna. Una issue meno sicuramente ma chiaramente posta però a tutta l’America, silente nei dibattiti ma presente nel profondo disagio della società tutta, da destra a sinistra, è di come l’essenza dell’essere oggi di questi Stati Uniti stia riducendo e imbastardendo l’anima stessa degli Stati Uniti. Comincia anche a venire il dubbio agli americani, sempre più forte come dicevano di sé i romani, se per combattere il nemico gli Stati Uniti non stiano trasformando se stessi nel nemico…

Ma su quest’ultimo punto non è che lui stesso, Obama, sia stato finora scevro— dalla verità sulla caccia a bin Laden, a Guantánamo, alla chiusura delle guerre ancora aperte dell’America nel mondo, alla lotta segreta e sporca contro i presunti nemici interni e esterni (da Wikileaks a Chávez) che annulla ogni ossequio al diritto internazionale, il rispetto dei diritti civili, l’obbedienza alla Costituzione e alle leggi americane come lo stesso habeas corpus e alla conduzione di vere e proprie, segretissime almeno nelle intenzioni, campagne di sovversione militare in giro per il mondo, fatte di attentati, assassinii e spionaggio attivo contro presunti, o anche veri magari, nemici come l’Iran…

Bé, l’esempio eclatante del degrado del sistema di valori americano, fomentato in particolare proprio sotto Bush e Obama, è tutto nella legge del contrappasso dello scandalo dei generali a quattro stelle (David Petraeus, John Allen), costretti uno dopo l’altro a dare le dimissioni per aver avuto esposte in pubblico le loro mutande… E non – si badi bene – per aver inventato, applicato e sbagliato le impennate impartite alle guerre in Iraq e in Afganistan quando ormai erano palesemente già perse.

● E, sì, i generali sono proprio nudi…   (vignetta)

Fonte: NYT, 13.11.2012, P. Chappatte

Ma è qui il nodo: nel titolo della dissertazione che il gen. Petraeus presentò già nel 1987 all’università di Princeton, che fu il suo trampolino di lancio per la carriera, scrivendo che “quel che credono sia avvenuto i facitori della politica è sempre quel che conta— sempre molto più di quel che davvero è avvenuto”. È la visione del mondo e la cultura della percezione, non della verità – come lezione da una guerra costruita tuta e soltanto sula menzogna a partire dal famigerato incidente del Golfo del Tonchino, appunto inventato – come valore di fondo (David H. Petraeus, tesi di laurea a Princeton 1987, 339 pp., AAT 8724797, The American Military and the Lessons of Vietnam: A Study of Military Influence and the Use of Force in the Post-Vietnam Era I militari americani e le lezioni del Vietnam: uno studio dell’influenza militare e dell’uso della forza nell’era del dopo Vietnam http://it.scribd.com/doc/34023090/Petraeus-Princeton-Dissertation-on-Lessons-From-Vietnam-1987).

E’ stata l’autofagia, l’autodivorarsi da parte degli stessi pilastri della sicurezza nazionale e della CIA – dei generali, appunto, e degli spioni al vertice del sistema – che in nome proprio di pseudo-valori (conta la percezione, non conta la verità) si è messo ad intercettare liberamente tutti e per decreto esecutivo pure segreto, senza neanche più il bisogno di alcuna autorizzazione giudiziaria (Guardian, 13.11.2012, G. Greenwald, FBI's abuse of the surveillance state is the real scandal needing investigation L’abuso di Stato della sorveglianza fatto dall’FBI è il vero scandalo che ha bisogno di un’inchiesta vera http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/nov/13/petraeus-surveillance-state-fbi).

■Però, però… al dunque, la vera novità – l’occasione che Obama, malgrado tutto: malgrado le sue stesse tergiversazioni, le frenate, le retromarce e anche gli stessi suoi “tradimenti” del messaggio che aveva dato – ha assicurato al paese è la riforma che ha fatto davvero, anche se monca, quella sanitaria. Perché essa ha sicuramente toccato e almeno in parte reciso il nervo portante che è al centro dell’edificio ideologico centrale dell’immaginario su cui si sono costruiti gli Stati Uniti d’America.

Gran parte dell’arte della politica nel senso migliore del termine – che esclude in partenza il politicantismo come ogni affarismo arrivista e guarda davvero al bene comune o, almeno, a come il politico che concepisce il suo mestiere come un servizio comune – è la capacità di insistere su una richiesta forte che, essendo completamente realista, possibile e legittima, ha però la capacità di disturbare a fondo il nocciolo duro dell’ideologia egemonica del momento. Del liberismo, nel nostro caso, facendone trasparire e risaltare la parodia come maschera della libertà.

La riforma sanitaria, qui, è stata questo: il grimaldello che per l’americano medio, cultore dell’ideologia della libertà, ha svelato come al dunque essere libero di scegliersi “liberamente” ma a pagamento per sé e i propri familiari il servizio sanitario di cui servirsi in fondo significava negarsi proprio la libertà di scelta in nome di una chimera disponibile in realtà solo a pochi. E ha funzionato: come per i sussidi ai disoccupati, come per quel minimo di sostegno pubblico che lo Stato federale dà ai meno abbienti: ma per poter passare questo messaggio, proprio come negli anni ’30 di Roosevelt ha avuto bisogno della crisi epocale che ha colpito qui milioni di ceti medi oltre alle vere e proprie classi lavoratrici.

■E, ora, subito si dovrà vedere se, consci di questa realtà laboriosamente riscoperta, questi benedetti democratici tengono duro. Anche e anzitutto nella linea di politica interna. Un vero, ma “corretto”, nemico di classe come lo stramiliardario Warren Buffett ha chiamato, chiaro e forte, e con grande scandalo qui, “guerra di classe” quella che Karl Marx un secolo e mezzo fa battezzò con questo nome, “la guerra di classe che la mia parte, la classe dei ricchi, sta conducendo e sta vincendo (New York Times, 26.11.2006, B. Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning— Nella guerra di classe, indovinate un po’ chi sta vincendo http://www.nytimes.com/2006/11/26/business/yourmoney/26every.html).

Vittoria per la quale ha aggiunto, però, ormai di vedere e anche un po’ di temere una sopravveniente e anche rapida precarietà (e, sui rischi che l’ingordigia di pochi presenta per tutti – anche, certo, per la sua classe – W. Buffett,  New York Times, 14.8.2011, W. E. Buffett, Stop Coddling the Super-RichPiantatela di coccolare i super-ricchi http://www.nytimes.com/2011/08/15/opinion/stop-coddling-the-super-rich.html).

Ecco, di questo ormai proprio si tratta, di scoprire se questo presidente e questa parte d’America, quella tanto contraddittoriamente ma sicuramente anche progressista di cuore e di cervello – che loro chiamano liberal, ma che non vuol dire liberale né tanto meno liberista – trova il coraggio, forte del voto, di tagliare adesso il nodo gordiano delle decisioni impopolari per i ricchi ma necessarie per i poveri e per il paese seguendo quella che, pure, in campagna elettorale visto lo scontro che il nemico di classe aveva imposto frontale era stata, senza osare confessarlo però, la sua ricetta vincente: che, in democrazia, a comandare se lo si vuole davvero non sono i soldi ma davvero la gente.

Se trova, cioè, il coraggio di rifiutare l’impasse coi repubblicani al Congresso che hanno paralizzato il 2011 nel braccio di ferro per mantenere i tagli alle tasse degli americani più ricchi che anni fa ha istituito Bush e accetta di tagliare quella parte di spesa pubblica che meno tocca direttamente la gente, per esempio tagliando quella che spreca miliardi di $ per armamenti ridondanti e controproducenti avventure militari. 

Per cui, stavolta la scelta potrebbe essere quella di non lasciarsi infognare dai vecchi consiglieri economici che hanno smantellato dal secondo mandato di Clinton in poi la regolamentazione normale di un capitalismo normale, lasciandolo sempre più selvaggio e sfrenato, e che l’hanno convinto a subire un braccio di ferro sfiancante alla ricerca di un compromesso fasullo tra tagli di spesa sociale per tutti (cioè per i meno abbienti) che vuole la maggioranza repubblicana al Congresso e tagli di tasse per i più ricchi.

L’assedio che Obama ha subito, tergiversando e titubando per tutto il 2011 e il 2012 e che, adesso, come gli chiedono economisti di razza, Nobel come Krugman e Stiglitz (New York Times, 8.11,.2012, P. Krugman, Let’s Not Make a Deal No, non facciamo l’accordo http://www.nytimes.com/2012/11/09/opinion/krugman-lets-not-make-a-deal.html), potrebbe invece decidere di sfidare la maggioranza di blocco del Congresso appellandosi direttamente alla gente, come fece Roosevelt negli anni ’30.

Mettendo da parte, anzitutto, i vecchi consiglieri economici che s’è tirato dietro dai tempi di Clinton – i Larry Summers, i Timothy Geithner, convinti o fiduciosi nelle virtù taumaturgiche di un libero mercato che poi non esiste né mai può esistere e, comunque, del comandamento per cui non bisogna mai osare sfidarne i grandi sacerdoti – che l’hanno mal consigliato e portato a moderarsi e cercare un compromesso impossibile per il rifiuto ideologico della controparte e, comunque, inaccettabile per i valori che la sua parte difende.

Chiedendo, invece, alla gente che lo ha voluto ancora scegliere di reclamare, scatenando i vecchi movimenti tipo Occupy Wall Street e simili nei modi antichi (quelli del movimento) e anche in quelli nuovi (della mobilitazione in rete) per arrivare a un accordo che riduca gli sprechi – quelli della spesa militare anzitutto – e con essi il bilancio ma proceda a promuovere e arrivi ad imporre una copertura sanitaria davvero più universale e la spesa di investimenti necessaria alla crescita e alla difesa dei redditi bassi anche col taglio dei privilegi fiscali ai più ricchi.

■Hanno perso – e, va detto chiaramente, di brutto – anche tutte le strutture religiose o pseudo tali: dai fondamentalisti zeloti del tea party a tutti gli omofobi e i misogini che puntavano sulla sottolineatura delle differenze privilegiando, sul piano civile, le proprie scelte ideologiche o, per essere buoni con loro, diciamo morali.

Gli elettori, stavolta e  al contrario di quattro anni fa, hanno volutamente non tanto ignorato ma volutamente rifiutato di giudicare nel voto le scelte personali dei candidati – escludendo sistematicamente dall’elezione quelli che escludevano altre opinioni e intendevano imporre a tutti le proprie scelte – dai gusti agli orientamenti sessuali alla scelta di attestare o meno legalmente le loro unioni, all’aborto, dalla preghiera pubblica nelle scuole al pubblico sostegno a chiese e sette varie. Ed eleggendo invece, dove si presentavano, anche e perfino omosessuali dichiarati— del resto ormai – ma questi non ce la fanno proprio a capirlo – succede anche in Italia, quando chi va a votare li giudica capaci…

In modo particolare, la maggioranza degli americani dice adesso alto e chiaro che non vogliono riconoscere ai repubblicani bianchi, e a nessuna casta di autoproclamati normatori di quello che tutti devono considerare come “normale” in tema di costumi sessuali, il diritto di invocare il proprio credo religioso per teorizzare sulla natura dello stupro (se c’è stato, tanto peggio: perché tanto l’ha voluto Dio, no?) o delle scelte personali di ciascuno se non violano individualmente quelle di altri.

Ecco, questa gente ha appena ricevuto una dura lezione: che gli Stati Uniti sono entrati davvero adesso, anche se con qualche prudenza, anche se procederanno gradualmente, ma pare proprio irreversibilmente con buona pace di guru, cardinali, evangelizzatori e fondamentalisti d’ogni risma e colore (cristiana, mussulmana e anche ebraica o, semplicemente, bigotta) quanto a considerazione della “normalità” sessuale nel 21° secolo. In definitiva, l’elettorato non ha forse deciso di respingere la moralità ma di ricacciare lontano dalle istituzioni il moralismo.

In questo senso, ha fatto un tonfo pesante anche la gerarchia cattolica, vescovi e cardinali degli Stati Uniti, e pure il papa che li ha benedetti e incoraggiati all’intransigenza, quando sono intervenuti sistematicamente, certo con più discrezione dei fondamentalisti evangelici ma con altrettale rigidità, contro i candidati cattolici che sostenevano un sistema sanitario che, come quello auspicato dal presidente, aiutasse le libere scelte delle donne sulla propria salute e non imponesse una scelta “morale” uniforme, di stampo ecclesial-ecclesiastico.

■Il fato del partito repubblicano, il Grand Old Party, che nacque gloriosamente con Abraham Lincoln, sconfiggendo razzismo, diritto allo sfruttamento concepito come dono divino e intolleranza e trasformandosi – sempre tra alti e bassi – in un partito capace di rifare il volto e ridisegnare il futuro di un paese, verrà adesso avviato a soluzione dallo scontro intestino, feroce, e anche troppo rinviato tra il conservatorismo di ferro e l’esclusivismo del fondamentalismo religioso-reazionario che ne “possiede” l’anima e i modernizzatori che non trovano ancora il coraggio di riformarsi. Almeno se non vuol condannarsi a diventare una fazione capace di farsi sentire soltanto dagli americani bianchi, maschi e più anziani...  

■Curioso notare come le due questioni di livello internazionale che i candidati non avevano degnato neanche di una singola menzione nel corso di tutta la loro campagna, il riscaldamento climatico e le sue conseguenze e la crisi europea, entrambe si siano imposte con forza brutale nell’ultima settimana della campagna.

Per l’Europa, c’è stata la battuta – antipatica, cinica e terroristica – di Romney negli ultimissimi giorni della campagna ad accusare Obama di avvicinare con le sue scelte economiche – rilanciare investimenti e domanda e occupazione come priorità rispetto al taglio di spesa, in sostanza – la scivolata verso il fallimento di Grecia, Spagna e, dice, con noi che facciamo le corna, però, anche l’Italia.       

E, quanto al cambiamento climatico è arrivato l’uragano Sandy a imporre il tema, ricordando a tutti – anche a quelli, e ci sono, che tra gli americani dicono trattarsi della volontà di Dio: come per i terremoti, punto e  basta – di quel che significa, che può o non può poi significare, invece ignorare ancora           questa priorità dalla lista di quelle che dovrà fare ormai il presidente.

Bisognerà, infatti, darsi da fare – rispetto alla campagna elettorale questa è stata la correzione maggiore che i fatti hanno imposto – se si vorrà minimizzare poi, o anche solo ridurre, l’impatto di tempeste non più tropicali ma ormai, e in pochissimi anni, diventate americane a titolo pieno – non più Haiti, Giamaica e Cuba, e neanche Miami e la Florida, ma già New York e il New Jersey –  l’impatto che avrà il riscaldamento climatico stesso nel decimare i raccolti dell’agricoltura flagellandoli con alterne siccità e inondazioni incontrollate e l’effetto deprimente sulla vitalità di un’economia eviscerata irrimediabilmente da tempeste e incendi.

Adesso, con Sandy, c’è stata un specie di tragica ma non ancora epocale anteprima della catastrofe. La prossima volta, se non interverranno nuove e sicuramente anche costose misure a preoccuparsi di prevenirla, andrà molto peggio.

Potrebbe e dovrebbe intervenire subito, suggerisce Al Gore – ex vice presidente di Clinton e premio Nobel per la Pace nel 2007 proprio per il suo impegno in campo ecologico – spingendo per una immediata e consistente carbon tax e, di fronte alle inevitabili e ovvie resistenze organizzate, dovrebbe decidersi a scatenarci su una battaglia appellandosi ai cittadini, agli elettori, alle masse – come una volta si diceva anche qui – per battere e annientare politicamente gli oppositori.

■Infine, qualche parola sui rapporti internazionali… Il giudizio generale è che, comunque, è meglio così. Di Israele si è detto e della Cina diremo parlandone, a parte, tra poco, Ma, in generale, dopo il grande flop sull’apertura promessa all’inizio del suo primo mandato verso il Terzo mondo e poi le primavere arabe, ci vorrà molto di più dell’indisponibilità ad appoggiare a carte coperte la guerra preventiva di Israele all’Iran per riguadagnare qui la credibilità sperperata. Anche se tutti sono ben consci che l’alternativa sarebbe stata peggiore…

Sono soddisfatti, o quasi, i russi che lo conoscono già e sperano che possa adesso, senza più la necessità di farsi rieleggere, trovare quella maggiore flessibilità che mesi fa del resto promise a Medvedev: ad esempio, sugli antimissili da schierare ai confini russi della cui necessità/utilità mai, poi, si è convinto e della cui funzione pericolosamente provocatoria ha cominciato a rendersi conto.

Secondo Mosca ci sarebbe bisogno che gli americani passassero a trasformare quella che pure è stata un’alleanza tattica tra i due paesi (con la Russia che ha cooperato attivamente a facilitare, in modo cruciale visto il blocco imposto dallo strano alleato pakistano che ha, ai rifornimenti delle truppe americane in Afganistan, per esempio) in una vera e propria cooperazione strategica.

Non sarà facile – scrive il direttore del centro Carnegie di Mosca (New York Times, 7.11.2012, D. Trenin, Russia and the Reset La Russia e la ricalibratura http://www.nytimes.com/2012/11/07/opinion/the-world-on-obama.html?pagewanted=all&_r=0), una grande fondazione americana di studi e ricerche internazionali che estende un po’dovunque nel mondo il suo lavoro di analisi – trattare con la Russia. Non è l’uguale degli Stati Uniti ma è fieramente indipendente; non è un alleato ma non è neanche un avversario che desideri esserlo. E la Russia è critica degli equilibri globali di questo 21° secolo— il che non è cosa che dovrebbe, comunque, sfuggire all’attenzione di Obama”.

Riferisce nello stesso servizio (NYT, 7.11.2012, idem, E. Husain, The Arab View Il punto di vista araboc.d.), parlando di attese, speranze e paure del mondo arabo, un osservatore egiziano che lavora al Council on Foreign Relations di New York, di come non pochi in quell’area del pianeta “si auguravano che al potere in America ci fosse ancora George W. Bush: perché con lui sapevamo sempre quel che ci potevamo aspettare”— dovunque. Con Obama non è così:  “non sempre pensa quel che dice e dice quello che pensa”.    

Anche per l’Asia, commenta il fondatore del Global Institute for Tomorrow, uno think-tank pan-asiatico, sempre su questa collezione di commenti cui ci veniamo riferendo (NYT, 7.11.2012, idem, C. Nair, Muted in Asia In Asia con la sordinac.d.), Obama non ha onorato i suoi impegni di politica internazionale, laddove dopo gli anni disastrosi di Bush, “aveva lasciato intendere che l’America si sarebbe mossa secondo canoni non più semplicemente basati sulla promozione all’estero dell’eccezionalismo americano…

   E adesso tutta l’Asia deve continuare a fare i conti con le implicazioni globali che è proprio questo il nocciolo duro della politica estera dell’America… Non potrà cambiare questa percezione, Obama, ricorrendo solo alla retorica ma dovrà far capire di capire come l’America debba diventare più umile, accomodandosi alla realtà della condivisione del potere in un mondo che cambia rapidamente e nel quale deve imparare a trattare con Cina, Iran, Siria e Russia— per non dire del casino che loro, gli americani, hanno fatto dell’Afganistan”.

In Europa – anche se tutti ben consci che osservazioni come quella di Romney (che “la Russia è il nostro nemico geopolitico no.1”) – suonavano retorica guerrafondaia nella convinzione, errata, che fossero i più gli americani che questo volevano sentirsi dire – non hanno comunque gradito molto i toni di sfida del neofita candidato repubblicano: non solo a Mosca ma anche e in specie a Berlino.

Ma adesso che gli americani hanno ri-eletto “il candidato degli europei” (per noi, l’America è un realtà strategica ancora centrale, mentre anche e proprio per farsi ri-eleggere Obama ha dovuto quasi ostentare la sua indifferenza verso l’Europa), dimostrando tra l’altro che, al contrario di quanto predicano tutti da noi, si può essere pure ri-eletti anche nel bel mezzo di una crisi economica— basta riuscire ad essere più credibili del proprio avversario, adesso che la kermesse è finita, tutti sanno che bisogna rimettersi a lavorare insieme.

Forse adesso lo dovremo fare con uno come il senatore John Kerry al posto della Clinton al dipartimento di Stato (o se Obama non vorrà rischiare di rimetterne in questione il seggio senatoriale, l’ambasciatrice all’ONU Susan Rice: ma sarebbe probabilmente un vantaggio, i due sono meno ideologicamente inclinati di lei a una visione messianica dell’America, più attenti alle cose da fare e alla necessità di mediare che a quelle da predicare, da proclamare e da roteare come “mazze ferrate” contro i “nemici”.

In ogni caso il messaggio che gli europei sembrano cogliere – più dei loro governanti, di certo – è che “la sconfitta di Obama l’avrebbero letta – gli europei come la vittoria del conservatorismo sociale. E, a riscontro, proprio la sconfitta di Mitt Romney negli Stati Uniti, dopo quella di Nicolas Sarkozy in Francia, è la prova che, per flirtare troppo coi più destri della destra, la sinistra e anche il centro perdono i voti dei moderati: rischiano davvero la sconfitta(NYT, 7.11.2012, idem, D. Moisi, A European Obama? [Dominique Moisi, politologo di assoluta eminenza, è senior adviser dell’Istituto francese di relazioni internazionali e insegna al King’s College di Londra] c.d.).

Proprio il contrario di quanto anche da noi prescrivono i moderati – i Casini, i Letta, i Bonanni, i Fioroni… – che tali si autodichiarano: la stessa tesi, sempre più evidente ma sempre anche per loro più minacciosa, ad esempio di Krugman (v. sopra, a inizio di questo capitoletto). In sintesi estrema, queste elezioni sono state l’endorsement forte, ben più dei numeri, di politiche economiche che valorizzano e spingono una crescita di posti di lavoro, la riforma (quasi) universale e in termini ultimi pagata anche da pubblici contributi del sistema sanitario, l’aumento delle tasse in misura proporzionale al reddito, uno sforzo di riduzione, sì, ma cauta e soprattutto equa ed equilibrata dei deficit, politiche moderatamente aperte su temi come immigrazione, aborto, parità dei sessi e controllo del riscaldamento climatico.

In altri termini, si è trattato di un rifiuto secco delle massicce dosi di bromuro che Reagan da trent’anni ormai aveva convinto gli americani a propinare al paese, fatte di tagli e diritto all’elusione fiscale, della fede cieca nell’economia dello “sgocciolamento” – il cosiddetto effetto trickle-down secondo cui, se i ricchi si fanno più ricchi, più ricchi si fanno, con lo sgocciolamento all’ingiù della loro maggiore ricchezza, diciamo per forza d’inerzia, anche i poveri – e delle politiche della paura del diverso e di chi resiste a copiarci con il corollario dell’intolleranza e dell’aggiunta di una disinformazione eretta a sistema. Badate bene: è questo che è stato sconfitto. Ma non è detto che il contrario abbia proprio vinto…

■Resta ora vero che la speranza, stavolta – al contrario di quanto avvenne nella precedente occasione – di cambiare davvero le cose almeno un po’ (nessuno, bè, quasi nessuno…, ormai lo abbiamo imparato in tanti è più massimalista: un po’, nella direzione giusta, ci basta… per cominciare) non risiede più neanche tanto in Obama. E’ in  noi, nei suoi che lo hanno eletto e in chi li ha, come poteva, appoggiati. E, del resto, ce l’ha detto lui stesso,

Ha ricordato una delle più critiche ma anche delle più tenaci tra le voci che lo hanno sostenuto in questa elezione, Amy Goodman, anchorwoman come la chiamano oggi del talk show di sinistra più ascoltato d’America, Democracy Now!, che non risparmia giustamente niente a nessuno, che anche Obama era stato per molto tempo un organizzatore di movimenti sociali di base a  Chicago.

E, una volta quando quattro anni fa correva per le presidenziali nel New Jersey, “a qualcuno che gli chiedeva cosa avrebbe fatto da presidente per il nodo del Medioriente rispose con una storia su come Franklin Delano Roosevelt”, il presidente del New Deal, “rispose ad  A. Philip Randolph” che, ai suoi tempi, negli anni ’30, era il più “grande organizzatore in America dei movimenti sociali per la parità tra gli americani, neri e bianchi e per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita di chi in America si guadagnava da vivere con le proprie mani”…

Concludeva Obama come FDR fosse stato attentamente a ascoltarlo e poi avesse risposto: “Sono d’accordo, sono d’accordo con tutto quello che hai detto. Ma, adesso, fatemelo fare”. Ecco qua: facciamoglielo fare! Perché altrimenti pure stavolta, se lo lasciamo solo, non gli sarebbe possibile farlo anche se, come si spera, volesse poi farlo (Guardian, 8.11.2012, A. Goodman, In Obama’s second term, hope for change rests with us, the people Con Obama, nel secondo mandato, la speranza del cambiamento èaffidata a noi, al popolo http://www.guardian.co.uk/commentisfree/series/on-us-democracy).  

●Il messaggio di congratulazioni ufficiale a Obama per la sua rielezione della nuova/vecchia leadership cinese (sono appena cominciati, quando viene inviato, i lavori del loro 18° Congresso: che riassegnerà tutti i ruoli di governo) è sembrato particolarmente caloroso ma, insieme, sul fondo del rapporto bilaterale Stati Uniti/Cina con un sottofondo assai chiaro.

Mentre Xi Jinping, il nuovo in arrivo, aveva già da mesi detto e ora insiste sul fatto che “nel 21° secolo c’è bisogno di rapporti nuovi fra i grandi paesi del globo” – in inglese sarebbe suonato meglio dire “tra le grandi potenze”: ma, non sembra casualmente, Xi rifugge da questa dizione kissingerian-brzezinskian-clintonesca della dizione) Hu Jintao, il vecchio presidente in partenza, sembra proprio avvertire che Stati Uniti e Cina dovrebbero sforzarsi di diventare partners più pronti a cooperare con la Cina che, pur con un’economia in qualche rallentamento, continua a crescere sia in ricchezza che in potenza…

Il modello che la Cina amerebbe veder seguire agli americani – Hu ha avuto occasione di dirlo e argomentarne la “razionalità”, anche recentemente – è quello vecchio, cooperativo, con cui l’impero britannico a fine ‘800 accompagnò la crescita degli Stati Uniti nel mondo, mentre i partners asiatici degli USA, Giappone e Australia per dire, vorrebbero veder continuare ad agire gli americani come i garanti degli equilibri geo-politici nella regione ma hanno coscienza che i loro rilevanti rapporti economici e commerciali con Pechino li obbligano, ormai, a una diversa cautela se non vogliono vedersi costretti dalla cooperazione militare che mantengono con Washington a dover scegliere.

D’altronde, la scelta alla fine, più che a loro spetterà a Washington: i recenti sforzi del governo Obama di approfondire i rapporti coi vicini della Cina, non solo assicurando una maggiore presenza sua militare, soprattutto navale, nel pacifico estremo orientale ma anche offrendo un accordo di libero scambio tra tutti con loro ma escludendo la Cina, sono stati letti a Pechino come il tentativo americano di far resistenza alla presa della Cina nell’area.

● Sì, è così: la Cina, ormai, è proprio vicina…   (vignetta)

Attenzione: gli oggetti riflessi nello specchietto sono più vicini di quanto sembra 

Fonte: New York Times, 11.11.2012, Heng Kim Song

Ma la dipendenza degli Stati Uniti, ormai come quella di un drogato dalla droga, dall’acquisto mensile ripetuto da anni di 1/3 abbondante dei Bonds del Tesoro americano, coi cinesi diventati così proprietari di larga parte del debito degli Stati Uniti – una dipendenza come quella del cocainomane dal fornitore – lascia del tutto aperta, per non dire in dubbio la capacità degli americani di onorare l’impegno annunciato verso Australia, Giappone, Vietnam, Tailandia, Singapore, Filippine, Malaysia ecc,.ecc. Tutti come abbiamo visto, poi, ragionevolmente attenti a non irritare la Cina… Almeno, a non irritarla troppo (New York Times, 7.11,2012, J. Perlez, Warm Words from China, With a Subtext of Warning Dalla Cina, parole piene di calore ma con un sottinteso di avvertimento http://www.nytimes.com/2012/11/08/ world/asia/china-welcomes-obamas-win-but-hopes-for-more-balanced-ties-with-the-us.html?ref=global-home).

●In ogni caso, per fare i conti con questo problema, c’è anzitutto da prendere atto che gli allarmismi non servono a niente: in ogni caso, l’isterismo di chi predica che l’America ha il compito adesso assillante di “contenere” la Cina, è una cretinata: perché, salvo affidarsi al Signore onnipotente o a qualche catastrofica evenienza di tipo geo-tellurico, il massimo che qualsiasi iniziativa politica americana che non sia una guerra – capace, però, di distruggere tutti e tutto (siamo alle solite, come nella guerra fredda…) – o di un’altra miracolosa implosione come quella che portò all’auto-liquefazione dell’URSS, l’America non può – e secondo noi non dovrebbe – lasciarsi ossessionare da quest’altra “missione manifesta”, quella di salvare il mondo dalla Cina.  

La tendenza, in effetti, è ormai quella descritta da ogni analisi— dal Fondo monetario, alla Banca mondiale, dall’OCSE a ogni think tank di ricerche e studi del mondo. Per dirla con le parole di uno di questi fottuti abominevoli savonarola dell’apocalisse prossima ventura – che, a partire da previsioni di quella che è una tendenza serissima, ne tira le sue conclusioni esecrande, il prof. Niall Ferguson, storico di Harvard cantore del colonialismo britannico e della sua missione di civiltà, aedo del peggiore neo-liberismo e, senza essere americano lui stesso (è inglese), del peggiore iperamericanismo oltranzista – e che è oggi in lutto per la vittoria di Obama (autore, or’è qualche mese, 19.8.2012, di un servizio su Newsweek intitolato, per chiarezza e illudendosi come spesso per fortuna a questi qui spesso succede, Why we need a new President Perché abbiamo bisogno di un nuovo presidentehttp://www.thedaily beast.com/newsweek/2012/08/19/niall-ferguson-on-why-barack-obama-needs-to-go.html). 

La Banca mondiale – annota l’OCSE – si attende che gli USA cresceranno intorno solo al 2% quest’anno. La Cina crescerà quattro volte di più, l’India tre volte. Entro il 2017, il Fondo monetario internazionale predice che il PIL della Cina supererà quello degli Stati Uniti”. Adesso, poi, proprio, l’OCSE precisa, rafforzando questo stesso giudizio, che “a fine di quest’anno l’economia cinese scavalcherà già il PIL combinato di tutti i paesi dell’eurozona e entro il 2016, in anticipo sulle precedenti previsioni, supererà quello degli USA. Nei prossimi 50 anni, il PIL globale del pianeta crescerà alla media del 3% ogni anno ma, a bocce ferme, con variazioni più accentuate tra paesi e aree diverse del mondo.

Entro il 2025, dice sempre l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – basata a Parigi, il maggiore Centro di studi e ricerche economiche fondato a Parigi nel quadro del piano Marshall nel secondo dopoguerra e che oggi riunisce le 34 maggiori economie del mondo (escludendo, a residuo della guerra fredda che le diede i natali: ma ormai, se lo chiedessero, probabilmente entrerebbero subito, in pratica solo la Russia e la Cina – il PIL di Cina e India da soli sarà maggiore di quello degli ex G-8, USA, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada (OECD, 9.11.2012, Comunicato stampa, Balance of economic power will shift dramatically over the next 50 years, says OECD L’OCSE dice che nel corso dei prossimi 50 anni l’equlibrio dei poteri economici si sposterà,drammaticamente http://www.oecd.org/newsroom/balanceofeconomicpowerwillshiftdramaticallyoverthe next50yearssaysoecd.htm).

E il capo economista dell’OCSE, Asa Johansson, commenta presentando il foglio elettronico che  calcola il futuro sviluppo dei 44 paesi più sviluppati del mondo di “uno spostamento assai importante nell’equilibrio dei poteri economici quello che vedremo adesso in futuro (OECD/OCSE - Long Term Growth Report Rapporto sulla crescita a lungo termine https://docs.google.com/spreadsheet/ccc?key= 0AhORuxOwZhGydFBnWWVRVUp1dkgxTXh1WlBONDJKZUE#gid=0).

Ma che, in realtà, stiamo già vedendo da tempo…

Ecco, secondo gente come Ferguson, questo il motivo per cui spetterebbe all’America, argomenta accorato questo ex marxista-leninista pentito, “fermare” adesso la Cina: costi, magari, quello che potrebbe (o quasi) costare... E lui è – era e per questo ha dato, anche se invano, il suo contributo di spaventapasseri storico-letterario – sicuro che con uno come Romney il suo appello avrebbe trovato maggior risonanza.

Ma è esasperato in se stesso il timore, l’ossessione appunto: i tassi di crescita doppi della Cina rispetto all’America riflettono un recupero di decenni, secoli, di arretratezza e di sfruttamento e, certo, adesso sono una realtà. Ma, anzitutto, non è detto che la tendenza sia sempiterna: la curva della crescita si sta impennando proprio e anche perché è stata costretta da forze anche esterne, colonialismo e imperialismo, a restare piatta così a lungo.

Però la Cina non ha ancora costruito la rete di vaste infrastrutture di cui si sono invece dotate da tempo le economie occidentali sviluppate e la loro resta una rincorsa sempre possibile perché non è detto affatto che non riprenderebbero a crescere, se scegliessero meglio le loro priorità – se, ad esempio, invece di spendere in armamenti da soli il doppio di quel che ci spende tutto il resto del mondo, gli Stati Uniti destinassero percentualmente, diciamo, la metà del PIL che destinano agli armamenti invece alla ricerca, all’innovazione e all’istruzione… e, con loro, si capisce sempre proporzionalmente, anche noi…

Consentendo anche così e anche a loro, sotto minore pressione esterna, di destinare un po’ più delle comunque ancora scarse risorse a una popolazione che è già, per dire, in Cina cinque volte quella degli USA e amerebbe avere più diffusa istruzione, più consumi, più automobili, più case e modernamente attrezzate, più sanità, un ambiente meno inquinato e inquinante e migliori condizioni di vita. Tutto quello che fa, almeno materialmente, di un’odierna e contraddittoria società una società, a suo modo, un po’ più civile.  

●Nel terzo trimestre dell’anno il PIL qui è cresciuto del 2%, meglio delle aspettative e molto meglio – ma francamente era facile e anche scontato – di quanto stia facendo l’Europa. Si tratta del 13° trimestre di espansione consecutiva, con un aumento medio dalla metà del 2009 del 2,2% e i consumatori che stanno facendo sentire il loro peso con un aumento dei beni di consumo durevoli dell’8,5% nel terzo trimestre a sostenere un appetito che sembra restare forte, magari anche a rate, pure per acquisti importanti. Insomma, in questo paese dove il PIL è fatto per ben 2/3 di consumi, l’economia cresce ma solo, in pratica, per spinta dei consumi.

Sempre in quest’ultimo trimestre, si è ripreso con un +14,4%, anche l’investimento residenziale anche se poi il settore ha contribuito nel suo complesso solo uno 0,33% di crescita a quel +2% di PIL: riflettendo quanto fosse crollato nel corso della recessione a abbia appena cominciato, forse, a riprendersi il settore edilizio. Ma va anche notato che in questa percentuale complessiva di crescita è anche calato, per il secondo trimestre consecutivo, il contributo degli investimenti mentre anche la bilancia commerciale ha dato ancora un contributo negativo con esportazioni che sono calate piò delle importazioni (The Economist, 2.11.2012, Better faster than slower Meglio più rapidamente che più lentamente ▬  http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2012/10/americas-recovery).

● Il PIL sotto Obama: ripresa sì, ma ormai la normalità è quella di una crescita moderata…(istogramma)

 

 

Fonte: The Economist, 2.11.2012 

●Gli ultimi dati su occupazione e disoccupazione prima delle elezioni, arrivano il 2 novembre

(1) New York Times, 2.11.2012, C. Rampell, Modest Growth in Jobs Seen in Final Report Before ElectionUna modesta crescita di posti di lavoro rilevata nell’ultimo Rapporto prima delle elezioni http://www.nytimes.com/2012/11/03/  business/economy/us-added-171000-jobs-in-october.html?ref=global-home; 2) Bureau of Labor Statistics, 2.11.2012, USDL-12-2164, Employment Situation Summary ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; e 3) Economic Policy Institute (EPI), 2.11.2012, H. Shierholz, Solid employment growth in October but still a lot of ground to make up Solida crescita dell’occupazione in ottobre ma ancora molta strada da percorrere per recuperare il terreno perso http://www.epi.org/publication/national-jobs-picture-november-2012/).

E parlano di 171.000 nuovi posti di lavoro che, comunque, statisticamente, portano il tasso di disoccupazione ufficiale a salire dal 7,8 di settembre al 7,9% di ottobre. I posti che aumentano sono in modesta quantità ma abbastanza equamente divisi tra tutti i settori con l’eccezione dell’impiego pubblico dove però, adesso, ristagnano e non calano più.

E sono dati che, nel complesso della presidenza di Obama, attestano – e certo non è male per lui e per gli americani alla vigilia immediata del voto – di una leggera ripresa complessiva del tasso netto di occupazione  rispetto a quello che gli aveva consegnato Bush— disastroso rispetto a quando aveva preso lui la Casa Bianca, otto anni prima. Sono ormai 25 i mesi consecutivi di aumento anche se appena percepibile dell’occupazione comunque sempre del tutto insufficiente ad assorbire chi cerca di entrare  nel mercato del lavoro.

C’è in effetti alle sue porte una fila d’attesa di oltre 12 milioni di persone in cerca di occupazione, due su cinque delle quali, poi, sono ormai senza lavoro da più di sei mesi (Federal Reserve Board, 24.10.2012 ▬ http://www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/20121024a.htm).

E alla fine dell’anno scadrà l’ultimo prolungamento della magra copertura di sussidi erogati dal governo federale ai disoccupato e altri 2 milioni di dipendenti si troveranno così automaticamente  registrati nelle liste ufficiali come senza lavoro: a meno che il Congresso si renda disponibile a rinnovare la copertura; cosa che al momento la maggioranza repubblicana rifiuta di fare.

●Ma non c’è niente da fare. Questa manica di economisti “classici”, come si auto-chiamano, per dire i rampolli della scuola neo-liberista che dovunque hanno “praticato” la loro “triste scienza” hanno seminato rovine e distruzione che manco gli unni di Attila – per capirci.

Dai minori esponenti nostrani che abbiamo prima esportato e poi con  Monti, loro capoccia, siamo andati ri-importando, da Alesina a Giavazzi a Zingales, ai cantori che li seguono come Giannino o anche ai sociologi che loro vanno dietro ossequienti, come Fornero – continuano a sostenere come basterebbe cancellare del tutto ogni forma di protezione sociale, flessibilizzando e precarizzando il lavoro, cominciando con l’eliminare tute o quasi tutte le tasse su chi – dicono – si chiama non a caso datore e creatore di lavoro, per rilanciare l’ occupazione…

Quelli che Krugman, uno che se ne intende di, e non si stanca mai di denunciare per nomi e cognomi e misfatti i falsi profeti economici, ha bollato come “zombies intellettuali, portatori di credi e concetti che esperienza e storia hanno ammazzato ma che continuano a brancolare comunque in avanti, tentando di divorare anche i vostri cervelli(New York Times, 13.11.2012, P. Krugman, Life Expectancy of the Living Dead L’aspettativa di vita dei morti viventi ▬ http://krugman.blogs. nytimes.com/2012/11/13/life-expectancy-of-the-living-dead/).

Non hanno ancora capito, e mai capiranno questi, che se non rifacciamo salire la domanda di consumo, ricostituendo la capacità d’acquisto di massa che solo salari e pensioni possono dare, nessun datore di lavoro mai, in realtà, si rimetterà a dare lavoro. Nel mondo degli affari, dalla FIAT all’artigiano che sta dietro l’angolo, è sempre vero che, contrariamente a quel che dicono questi illusì ed illusionisti d’accatto, nessuno assumerà mai nessuno solo perché il lavoro è precario e le tasse non è obbligato a pagarle.

Chi assume, cioè chi affitta il lavoro degli altri, lo fa sempre solo perché aumenta la domanda e se non assume non ce la fa a soddisfarla per fare guadagni e profitti. Rischiando di perdere, se non assume, i clienti che avendo la possibilità di spendere sarebbero disposti a farlo a favore dei suoi concorrenti.

Lo diceva già Keynes, il più grande e vero degli economisti classici – lui senza virgolette… – che, al contrario di questi sorci polverosi di biblioteca, di affari e di mondo degli affari e della sua logica se ne intendeva davvero. Diceva[4] che “la difficoltà non è mai nelle idee nuove, ma nel liberarsi sempre di quelle vecchie”: stantie, decrepite e letali per chi voglia vivere.

 

Sulla disoccupazione, da noi e negli USA: ma da noi gli “austeri ani” sono molto più forti   (grafico)

Dal 2007 ad oggi, misurati ogni quadrimestre, il livello ufficiale della disoccupazione in America e nell’eurozona

  Eurozona Stati Uniti

Fonte: elaborazione grafica nell’editoriale d P. Krugman, NYT, 17.11.2012, Transatlantic Divergence Divergenza transatlantica.

●E del resto, come sempre forse, un’immagine dà l’idea di come in fondo, e malgrado le esitazioni di Obama, gli Stati Uniti su questo nodo cruciale abbiano fatto molto, molto meglio, di noi europei. Che dall’America abbiamo imparato il peggio del liberismo e, contrariamente a quello che lì, almeno, comincia lentamente – lentamente – a cambiare, agli slogans neo-liberisti e del tutto falliti, deleteri, in venti, trent’anni ormai di applicazioni dovunque, ci siamo restati attaccati come sanguisughe ebeti.

●Nel 2020, a stare a quanto prevede il Rapporto annuale della Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), gli USA potrebbero scavalcare Arabia saudita e Russia diventando il maggior produttore al mondo di petrolio. E, entro il 2035, potrebbero anche diventare autosufficienti per il consumo di combustibili fossili con l’incremento di fornitura garantito dal boom della fratturazione idraulica delle scisti argillose… sempre se restasse, come chiedono i produttori, autoregolato, cioè non regolato per niente.

Non a caso il cartello denuncia con forza la campagna che la russa Gazprom ha ingaggiato contro la tecnologia dello shale fracking: dicono che, essendo le riserve di greggio della compagnia russa ancora molto abbondanti e, tutto sommato, accessibili, si capisce bene perché tentino di deprezzare e denigrino le nuove tecnologie americane… Solo che Gazprom basa la sua denuncia su una ricerca tecnico-scientifica che ha commissionato alla Pace Global Energy Services di Washington. D.C., firmata da eminenti studiosi.

I quali (riferisce la Platts Energy Research Agency, 23.7.2012, Russia’s Gazprom skeptikal of US-led shale gas boom La Gazprom russa esprime scetticismo sul boom americano del gas da scisti rocciose http://www.platts.com/ RSSFeedDetailedNews/RSSFeed/NaturalGas/8545823) hanno espresso e documentato molto più di semplici dubbi di seri inquinamenti delle falde acquifere connaturate alla tecnica in se stessa ma sostengono anche che “il boom del gas estraibile da rocce scistose negli Stati Uniti è economicamente insostenibile” come anche quello di estrarne petrolio visto che “i costi reali dfino all’estrazione sarebbero superiori del 150% rispetto ai guadagni che si stanno realizzando, attualmente” ma che saranno possibili anche in prospettiva, considerando anche i costi crescenti che protezione e preoccupazioni ambientali imporranno all’industria…

Ora, l’IEA non è un organismo, diciamo così, proprio “indipendente” dall’industria estrattiva, formato com’è dalle grandi compagnie produttrici e almeno altrettanto sospettabile di interesse privato quando proclama concludendo il proprio Rapporto che “la mappa stessa mondiale della produzione di energia viene ora ridisegnata a causa della ripresa di produzione di gas e greggio petrolifero negli Stati Uniti consentita da queste nuove tecnologie”. Contro le quli però la battaglai è stata già ingaggiata (The Economist, 16.11 2012, America’s oil bonanza La grande bonanza petrolifera americana http://www.platts.com/RSSFeedDetailedNews/RSSFeed/NaturalGas/8545823).

●Dall’Iraq, hanno reso noto i revisori dei conti americani che devono riferirne per legge al Congresso (Rapporto trimestrale dell’US Special Inspector General for Iraq Reconstruction, 30.10.2012 ▬ http://www.sigir.mil/publications/quarterlyreports/index.html), ogni settimana escono illegalmente dal paese qualcosa come 800 milioni di $. L’opera di vigilanza, volutamente assai lasca, della Banca centrale lascia immensi spazi al riciclaggio di denaro sporco, della frode e del sistematico sviamento dei fondi americani che continuano ad arrivare nel paese.

Si tratta in ragione d’anno di una media di ben $ 41 miliardi che sfuggono di fatto a ogni controllo efficace, tanto più oggi che le truppe statunitensi non ci stanno più ma gli “aiuti” – a un regime comunque ormai sospettoso degli USA e agli USA largamente sospetto – continuano a pervenire in quantità mediamente sui 4 miliardi di $ al mese. Certo, a guerra in atto e presenza attiva delle Forze armate USA, la spesa era almeno tripla. Ma ormai, se non a titolo inconfessato e inconfessabile di restituzione dei danni di guerra causati dall’invasione e dall’occupazione, sembra diventare una spesa obiettivamente poco giustificabile… a meno che, a farci sopra la cresta, non siano ovviamente solo gli iracheni.

●A dimostrazione della grande confusione che impera ai vertici del governo iracheno, ora viene anche notizia dal gabinetto del primo ministro, e viene subito smentita da quello del ministro della Difesa, che l’Iraq ha cancellato – o solo sospeso, non si capisce bene – il contratto concluso a inizio ottobre a Mosca di 4,2 miliardi di $ per un ingente acquisto di armamenti dai russi. A causa – fa sapere al-Maliki, e nega al-Dulaimi – di “sospetti di corruzione”… Ma anche qui non si capisce bene di chi: degli iracheni o dei russi…, o magari di tutti e due?

A Mosca un noto esperto russo di cose militari, Ivan Konovalov, commentatore sulla materia del quotidiano indipendente Kommersant, sottolinea che “non si può certo escludere una certa pressione di parte americana che rifiuta di veder uscire tacitamente il governo iracheno – un grande acquirente ormai di armamenti americani – dalla sua area di controllo”. D’altra parte, negli stessi giorni, anzi appena due giorni prima, il presidente Vladimir Putin aveva licenziato in tronco, in mezzo a rumori di scandalo e fruscii di mazzette, sia il ministro della Difesa Anatoly Serdyukov che il capo del suo staff militare (New York Times, 10.11.2012, Reuters, Iraq Scraps $ 4.2 billion Russian ArmsDeal, Citing Graft L’Iraq, parlando di corruzione, cancella l’acquisto di 4,2 miliardi di $ di armi russe http://www.nytimes.com/reuters/2012/11/10/world/middleeast/10reuters-iraq-russia-arms.html?ref=global-home )..

Poi, però, è un portavoce russo a chiarire che l’accordo è stato sospeso a causa di specifiche accuse di corruzione rivolte allo staff russo di tecnici, politici e militari che conduceva il negoziato. E, d’accordo con gli iracheni, dichiara che il negoziato riprenderà con una nuova commissione russa. Dal negoziato, del resto, Mosca si aspetta di ricavare su Bagdad qualche maggiore influenza e Bagdad di sfuggire un po’, variando in parte la fonte delle forniture, alla presa che nel campo resta tenace degli americani. Dopo il licenziamento in tronco e l’inchiesta aperta sull’operato del ministro, Anatoly Serdyukov, e la messa da parte forzata del capo di Stato maggior generale anche i vice ministri Yelena Kozlova e Dmitry Chushkin sono stati d’autorità rimpiazzati. Insomma, totale piazza pulita e rinnovo completo con uomini del presidente dei vertici militari (Swiss.info, 16.11.2012, T. Grove, Putin extend Russian defence minister reshuffle Putin estende il ricambio al ministero della Difesa  ▬ http://www.swissinfo.ch/eng/news/international/Putin_extends_Russian_defence_ministry_reshuffle.html?cid=33 970082).  

●Intanto viene anche annunciato che la Turchia ha raggiunto col governo iracheno un accordo per 350 milioni di $ che autorizza i petrolieri di Ankara a trivellare nella zona di Bassora, a sud dell’Iraq una quarantina di pozzi. Lo annuncia il ministro turco dell’Energia, Taner Yildiz, a Bagdad a inizio novembre, precisando anche che restano aperti colloqui per la prospezione di altri 7.000 pozzi in tutto l’Iraq (Ahram.online, 2.11.2022,  Turkey signs $350 million Iraq oil drilling deal— La Turchia firma 350 milioni di $ di accordi di trivellazione di pozzi petroliferi http://english.ahram.org.eg/NewsContent/ 3/12/56996/Business/ Economy/Turkey-signs--million-Iraq-oil-drilling-deal.aspx).

●Però, subito dopo un altro annuncio del ministero del Petrolio informa che Bagdad ha escluso proprio la compagnia turca TPAO da ogni potenziale esplorazione dei giacimenti del cosiddetto blocco 9 nel Sud del paese che le era stato accordato nello scorso maggio. La notizia mette, o sembra al momento mettere, a repentaglio anche il nuovo accordo che vedeva in joint venture coi turchi anche la Kuwait Energy (cui ora Bagdad chiede pure di rilevare la quota di Ankara) e la Dragon Oil degli Emirati Arabi Uniti (Iraq Busines News, 7.11.2012, Iraq expels Turkey’s TPAO from oil deal L’Iraq espelle il TPAO turco dall’accordo petrolifero [e in una dichiarazione straordinariamente esplicita di come stanno le cose, ma senza rivelarne il motivo reale e ufficiale, il direttore generale dell’Energia del paese, Abdul Mahdi Al Ameedi, dice chiaro che la decisione è stata presa “per ragioni che non hanno niente a che fare con motivazioni tecniche ma esclusivamente politiche, non dell’ente o del ministero ma direttamente del Consiglio dei ministri e del primo ministro in persona”] http://www.iraq-businessnews.com/tag/oil-contracts/).

Da allora a oggi – ma con la strana parentesi dell’accordo firmato ora a inizio novembre e, poi, almeno in apparenza così subitaneamente “smentito” – in effetti i rapporti tra Bagdad e Ankara sono molto peggiorati: per il contrasto crescente tra Turchia e Iran, sunniti e sciiti, e due visioni dell’islam politico molto diverse; e per la tragedia montante della Siria dove il regime di Assad, alawita/sciita, si contrappone a una rivoluzione largamente sunnita ma anche larghissimamente deviata e dominata ormai da quella che la Turchia, essa stessa sunnita, considera il flagello di al-Qaeda.

Del resto, anche la Exxon Mobil, dimostrando poca fiducia, pochissima, nella stabilità degli impegni presi dal governo iracheno, ha provveduto in questi giorni a informare al-Maliki che vuole vendere la sua quota parte del giacimento petrolifero di West Qurna-1. Bagdad risponderà “a giorni” ma al momento non è chiaro per niente chi potrebbe sostituire la multinazionale americana che dal giacimento pompa 400.000 barili di greggio al giorno che al momento ci lavora con la Royal Dutch Shell. Resta il fatto, di fondo, che l’Iraq dipende ancora totalmente dagli investimenti internazionali per sfruttare e sviluppare le sue gigantesche riserve di petrolio (Iraq Business News, 7.11.2012, J. Lee, Iraq says Exxon to Quit West Qurna-1 L’Iraq rende noto che la Exxon Mobil vuole abbandonare West Qurna-1 http://www.iraq-businessnews.com/2012/11/07/iraq-says-exxon-to-quit-west-qurna-1/).

Ma è arrivato anche al pettine il rifiuto di Ankara di estradare in Iraq l’ex vice del primo ministro sciita, al-Maliki, il sunnita el-Hashemi che il suo ex boss ha fato condannare a morte pr quattro volte come istigatore e organizzatore di attentati sunniti e sembrano adesso lì lì per esplodere le tensioni sempre più accese tra governo autonomo del Kurdistan iracheno e governo turco.

Del primo, Baghdad, a nome di tutta la  federazione irachena, si erge a difensore insistendo coi curdi perché lascino inviare dal centro le loro truppe ai confini coi turchi che effettivamente li violano spesso dando la caccia ai ribelli curdi di casa loro, quelli del PKK, che lottano per una propria autonomia nella stessa Repubblica turca e spesso si rifugiano nel vicino Kurdistan iracheno. E i turchi non vogliono veder arrivare subito al di là dei loro confini nel Kurdistan iracheno i soldati dell’Iraq ormai molto molto prossimo (secondo loro ma anche di fatto) all’Iran (Stratfor, Global Intelligence, 3.10.2012, Iran and Turkey’s Duel in Northern IraqIran e Turchia duellano nel Nord dell’Iraq http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/iran-and-turkeys-duel-northern-iraq).

Intanto a Doha, Massoud Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, è stato ricevuto dal primo ministro del Qatar Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabor Al Thani: il quadro è sempre quello di un territorio assolutamente insignificante ma imbevuto di petrolio che sta esercitando i suoi muscoli dappertutto nella regione – cominciando, diciamo, forse da Gaza – per espandere la sua influenza: ma scontrandosi anche con parecchie resistenze, ovviamente

   (1) Stratfor, 6.11.2012, Qatar: Prime Minister Meets President of Iraq’s Kurdistan Region Il primo ministro del Qatar incontra il presidente del Kurdistan iracheno http://www.stratfor.com/situation-report/qatar-prime-minister-meets-president-iraqs-kurdistan-region; 2) Stratfor, Global Intelligence, 23.10.2012, Qatar’s push for influence expands from Gaza La voglia di influenza del Qatar comincia a allargarsi a partire da Gaza http://www.stratfor.com/analysis/qatars-push-influence-expands-gaza).

●Nejirvan Barzani, primo ministro del governo regionale curdo in Iraq, ha dichiarato che auspica e chiede il ritorno di forze armate americane nella regione per una supervisione, dicono, delle aree di territorio conteso tra il governo di Erbil e quello di Bagdad. Si dovrebbe trattare di una supervisione congiunta condotta “sotto gli auspici dei militari statunitensi”. Il progetto, che è stato accolto con grande cautela a Washington (l’unico punto di politica internazionale che Obama abbia soddisfatto della sua agenda di quattro anni fa e del quale abbia fatto un punto rilevante in positivo della sua rielezione, insieme alla caccia e all’abbattimento di bin Laden, è stato il ritiro delle truppe dall’Iraq) è per ora malgrado la fonte che avanza la proposta, del tutto ufficioso.

E viene denunciato, per ora sempre ufficiosamente, a Bagdad come un pericoloso tentativo di minare l’unità del pese, del cui governo centrale e della cui maggioranza parlamentare sotto il premier Nouri al-Maliki e contro la fronda sciita, essa stessa però formalmente sempre al governo,  fanno parte  integrante e necessaria i deputati della regione curda e che ha a presidente di tutta la Repubblica federata proprio il capo storico dei curdi, Jalal Talabani. Ma, sul contenzioso del controllo dell’estrazione e della commercializzazione del greggio del Kurdistan iracheno, la tensione è ormai aperta e proprio adesso, a novembre è andata montando.

Il governo centrale è andato schierando truppe ai confini della regione, un po’ più di 150 km. a nord di Bagdad e quello regionale ha fatto altrettanto con le sue milizie, i peshmerga, dalla sua parte. Non ci sono stati ancora scontri campali ma ormai tutti, di qua e di là, se li si aspettano

   (1) Shafaaq News, 26.11.2012, Barzani declares Kurdistan’s support for the U.S. troop’s return to the disputed areas  Barzani [premier del governo regionale curdo]  dichiara il sostegno al ritorno di truppe american nelle aree contese [tra Kurdistan iracheno e Iraq] http://www.shafaaq.com/en/news/4165-barzani-declares-kurdistans-support-for-the-us-troops-return-to-the-disputed-areas.html?fontstyle=f-smaller; 2) Stratfor, 16.11.2012, Iraq: Army, Kurdish fighters clash Scontri in Iraq tra truppe federali e combattenti curdi [10 morti] ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-army-kurdish-fighters-clash).

●Dopo aver manifestato pubblicamente che le IDF, le Forze di difesa israeliane, potrebbero anche riprendere la pratica di assassinii mirati – mai realmente dismessa – che spesso ne hanno contraddistinta l’azione neanche tanto segreta in passato, Israele mette in atto subito la minaccia. Il 14 novembre ha fatto saltare in aria, e rivendicato come opera sua e, al solito, di grande efficienza, la macchina che trasportava Ahmed al-Jabari, l’esponente più autorevole dell’ala militare di Hamas  (acronimo di Harakat al-Muqauuama al-Islamiya movimento di resistenza islamico: in arabo la sigla significa anche fervore, ardore) che Tel Aviv abbia ammazzato dall’invasione di Gaza di quattro anni fa.

E, certo, diventa ora difficile reagire con sorpresa alle rappresaglie volutamente rese inevitabili… e che stavolta non si manifestano solo nel lancio dei soliti razzi sostanzialmente “buconi”, ma anche con strumenti e ordigni più micidiali. Che, però – diventa impossibile non pensarlo – forse è proprio il tipo di reazione che Israele cerca di provocare. E ci vogliono otto giorni pieni di bombe e  missili con 150 e qualcosa di più di morti palestinesi (più di 1/3 bambine/i) e 5, forse 6, israeliani e anche per la prima volta da anni un autobus che salta in aria a Tel Aviv, fortunatamente senza morti almeno immediati, per arrivare a una tregua, negoziata dai Fratelli mussulmani tra Hamas e Israele.

E già l’averli alla fine accettati, per Israele ha segnato una brutta sconfitta politico-diplomatica, ancor più cocente considerando che s’era resa disponibile la Clinton. Che, però, per mediare  avanzava la solita pretesa tragicomica degli americani: di farlo non tra chi combatteva, Hamas e Israele, ma tra Israele e… l’ANP; e, prima ancora che si muovesse, ha ricevuto in risposta una puntuale e motivato pernacchio.

Recandosi, comunque, in gran fretta al Cairo ha detto, a “incoraggiare” la mediazione egiziana che, in atto da giorni, sagacemente e astutamente è stata annunciata come conclusa lasciandole generosamente affiancare al microfono accanto al ministro degli Esteri Mohamed Kamel Amr, quello dei due che solo aveva fatto il lavoro ma al quale costava poco guadagnarsi così  qualche merito facile con gli americani (New York Times, 21.11.2012, D. D.  Kirkpatrick, E. Bonner e R. Gladstone, Cease-Fire Between Israel and Hamas Takes Effect Entra in funzione il cessate il fuoco tra Israele e Hamas http://www.nytimes.com/ 2012/11/22/world/middleeast/israel-gaza-conflict.html?ref=global-home).

Lo scambio concordato, alla fine, nei termini del cessate il fuoco annunciati da Hamas (Times of Israel e CBC News, 21.11.2012, Israel and Hamas agree to ceasefire Israele e Hamas concordano sui termini del cessate il fuoco http://www.cbc.ca/news/world/story/2012/11/21/israel-palestinians-gaza-hamas-idf.html ) e non smentiti dalle Forze armate israeliane è preciso.

• da parte di Israele, c’è l’impegno a cessare ogni azione armata dall’aria, da terra e dal mare contro la striscia di Gaza inclusi incursioni e assassinii mirati;

• le organizzazioni palestinesi dichiarano di non intraprendere più a partire da Gaza azioni e operazioni contro Israele, compresi lanci di razzi e attacchi al confine;

dopo 24 ore dalla dichiarazione della tregua, saranno riaperti i varchi di confine a Gaza facilitando spostamenti personali e trasferimenti di merci;

• entrambe le parti annunciano che rispetteranno gli accordi, riservandosi di rispondere a eventuali provocazioni;

• una nota per ora relegata a fondo pagina, ma che potrebbe presentare un problema vero e neanche poi molto in là, viene posta      quando un alto e noto esponente di Hamas, Izzat al-Rishq, due giorni dopo l’accordo ha annunciato, senza subire alcuna smentita, che il cessate il fuoco raggiunto con Israele – non si sa per dimenticanza (se tale è stata?) di chi – non prevede alcuna garanzia da parte egiziana di prevenire il passaggio attraverso il suo territorio di armamenti per Gaza (Times of Israel/Tel Aviv, 24.11.2012, Hamas claims truce deal says nothing about stopping the flow of weapons into Gaza— Hamas afferma che l’accordo di tregua non dice niente sul fermo del flusso di armi a Gaza http://www.timesofisrael.com/hamas-truce-agreement-says-nothing-about-stopping-the-flow-of-weapons-into-gaza/).

Ed è un fatto, come è un fatto che finché sarà occupata a riempire i suoi magazzini di nuovi razzi, magari anche ammodernati, al posto di quelli utilizzati durante l’ultima guerra degli otto giorni, Hamas non avrà interesse a “provocare” Israele. Che, d’altra parte, stavolta ha imparato – anzi, stavolta ha trovato conferma – di come  contro Hamas, come del resto contro Hezbollah, Israele non riuscirà mai a trovare una vittoria finale finché avranno accesso via Sudan e Egitto all’assistenza militare dell’Iran. A meno di trovare il modo di farci la pace… Proprio come, del resto, per Hamas e Hezbollah sarà difficile una vittoria contro Israele finché dietro di essa ci sarà lo zio d’America.

Le forze armate israeliane stavolta avevano detto di aver ordinato l’attacco aereo che ha ammazzato al-Jabari in risposta ai vari attacchi di razzi sparati per diversi giorni dal territorio di Gaza contro quello di Israele”:  che, però – è un fatto – non erano riusciti ad ammazzare nessuno negli obiettivi colpiti, come spesso – quasi sempre – succede coi razzi palestinesi e erano in risposta ad altri, precedenti, attacchi di Israele (New York Times, 14.10.2012, Fares Akram, Israeli Strike in Gaza Kills Military Leader of Hamas Attacco israeliano a Gaza uccide capo militare di Hamas http://www.nytimes.com/2012/11 /15/world/middleeast/israeli-strike-in-gaza-kills-the-military-leader-of-hamas.html?pagewanted=all&_r=0.

Ma stavolta, subito dopo l’attacco a al-Jabari, i vecchissimi Grad (gli “organi di Stalin”) di Hamas cominciano, miracolosamente, anche e perfino a colpire qualche bersaglio e a fare qualche morto anche loro, E si cominciano a vedere anche, raramente però utilizzati ma assai minacciosi, i nuovi razzi d’artiglieria col raggio di 100 km., capaci cioè di raggiungere da Gaza l’intero territorio di Israele missili di tecnologia iraniana Fajr— Alba-5 contro i quali protesta Tel Aviv— come se a loro non arrivasse ben altre fornitura militare dall’estero, dagli USA specificamente…

● Occhio per occhio… e tutto il mondo è orbo!  (vignetta)

Per questo… in risposta al mio attacco reciproco… contro il tuo colpo di rappresaglia…

ho lanciato questo mio attacco di rappresaglia… che ha messo in moto questo occhio per occhio…

in risposta alla tua precedente rappresaglia… che era in replica al mio contrattacco  contro

la tua antecedente rappresaglia--- che vendicava il mio assalto anteriore…

                                       Non un altro round di negoziati !

Fonte: The Economist, 16.11.2012, KAL

Ad esempio, a Qiryat Malakhi, il 15 novembre, proprio un razzo Grad sparato da Gaza ha colpito una palazzina e fatto tre morti. Non lontano, a Qiryat Gat e a Ashdod c’è stato un ferito. Il sistema antimissilistico delle IDF israeliane, la Iron Dome— la Cupola di ferro, un’industria locale, la Rafael, pagata però dagli americani, ha abbattuto in due giorni 50 razzi lanciati contro il territorio di Israele… ma ne ha bucati più di 30.

E al ministro dei Trasporti di Israele, Israel Katz, che avvisa i leaders di Hamas, compreso il primo ministro Ismail Hanyeh, che nessuno di loro ormai è sicuro, quelli di Hamas replicano alla occhio per occhio: che ormai neanche a Gerusalemme, visto che qualche razzo è anche arrivato lì – senza far grandi danni per ora – i loro ministri non sono più tanto sicuri (Israeli Frontline, 16.11.2012, Overnight IDF Strikes bring Target Total to 500 - Rockets on Southern Cities, Homes Hit - Gantz Approves Call-Up of 16,000 Reservists Gli attacchi notturni delle Forze armate israeliane su Gaza arrivano a 500 -  Alcuni razzi arrivano sulle cittadine  del Sud di Israele, alcune case sono colpite – Gantz [il capo di stato maggior generale delle FF. AA. di Israele] approva il richiamo di 16.000 riservisti http://www.israelifrontline.com/).

●Israele, in effetti, è molto, molto preoccupata della legittimazione che tanti e diversi soggetti, in modi diversi, stanno cercando di dare a Gaza. Pare che stiano gradualmente cadendo, dopo questa ormai famosa visita dell’emiro del Qatar a Gaza, che abbiano cominciato comunque a cadere le mura di Gerico: quelle che Israele, con l’Egitto di Mubarak consenziente, aveva eretto intorno alla striscia di Gaza.

E adesso Tel Aviv si preoccupa. Per due principali ragioni. E’ intervenuta, per così dire adesso, per stroncare il fenomeno della progressiva ma rapida “professionalizzazione” delle brigate Izz al-Dīn al-Qassām, l’ala militare del movimento politico di Hamas che prende il nome da uno dei “martiri” suicidi e che proprio al-Jabari aveva provveduto a disciplinare e politicizzare e che ormai pesa molto anche, appunto professionalmente, nella ricerca continua di equilibrare ruolo militare e politico del movimento.

Con un arsenale in espansione e il finanziamento di Iran, Siria, Sudan e altre fonti straniere – proprio come quelli che alle FF. AA. di Israele arrivano dagli Stati Uniti, ecc., e da ‘altre fonti straniere’, no? – Qassam si è ingrandito ed è diventato maturo sotto la guida di al-Jabari adottando, disciplina, addestramento e efficienti catene di comando. Del resto, l’anno scorso fu proprio lui a negoziare con Israele il ritorno del caporale Gilad Shalit (New York Times, 19.11.2012, J. Rudoren, Brigades that Fire on Israel Show a Deadly New Discipline Le brigate che fanno fuoco su Israele mostrano [ma come osano?] una nuova disciplina letale http://www.nytimes.com/2012/11/19/ world/middleeast/ brigades-that-fire-on-israel-show-a-deadly-new-discipline.html).

Tra parentesi, ma non tanto, e a proposito di questa nuova professionalità, ormai considerata tanto colpevole da scatenarci sopra addirittura massacri veri e propri mascherati da guerre di un’effettiva superpotenza regionale moderna contro una milizia di qualche centinaio di miliziani. Jabar non aveva poi solo costretto Israele a trattare – questa, forse, la colpa davvero imperdonabile – ma aveva anche disegnato e condotto la cattura nel 2006 del giovanissimo soldato israeliano Gilad Shalit: tenendolo prigioniero e trattandolo bene.

Questo lo disse lo stesso Shalit prima ai media palestinesi e alla Tv egiziana (2.10.2009 ▬ https://www.youtube.com/watch?v=rUR5HIHkYUs) e poi lo ripeté quando venne liberato anche in Israele: suscitando pure le bizzose e infantili reazioni del governo Netanyahu. E questo non lo disse certo Shalit ma in Israele lo sanno tutti, israeliani come palestinesi, di sicuro meglio di come siano trattati molti militanti palestinesi ospiti da anni, e anch’essi senza processo come lui, nelle galere dì Israele.

●La seconda ragione della preoccupazione che monta in Israele, e si capisce bene, le è dettata dala reazione immediata di Mursi all’assassinio mirato del leader di Hamas a Gaza. Minaccia di richiamare il suo ambasciatore a Tel Aviv se Israele inizia un’invasione militare del territorio vero e proprio di Gaza, visto che Israele si preoccupa subito di rafforzare niente affatto discretamente – dopotutto solo così, la manovra serve a qualcosa – l’avanguardia del proprio esercito al confine con l’Egitto, col Sinai .  

Come si preoccupa subito, Israele – di ribadire che vale sempre la sua dottrina della rappresaglia asimmetrica per cui se io ricevo un pugno te ne do dieci, se ricevo un missile, o se tu rispondi a quello che ti ho inviato io, con uno dei tuoi razzi devi subirne dieci o venti dei miei. E la minaccia dell’invasione è parte integrante di questa strategia. Che però per Israele si fa politicamente rischiosa, aggravandone il senso di isolamento nel mondo.

Che è già più pesante nelle cose di quanto lo sia mai stato da moltissimi anni, anche e proprio qui in occidente, per il modo suicida soprattutto in cui Israele è andata giocando sempre più male e ogni volta peggio di quella precedente: come ha annotato in modo calzante e, certo, giustamente impietoso qualcuno che in realtà, poi, questo Stato di Israele è

• il Paese al mondo col maggior numero di testate atomiche per km2;

• il Paese al mondo che  riceve più aiuti dall’estero per abitante;

• il Paese al mondo che più s’avvicina a un sistema di apartheid;

• il Paese al mondo che da 60 anni viola sistematicamente tutte le Convenzioni di Ginevra;

• il Paese al mondo che in 60 anni ha subito più condanne dall’ONU senza alcuna sanzione;

• il Paese che concede la cittadinanza a milioni di stranieri che non erano mai stati lì prima, ma che la rifiuta a milioni dei suoi abitanti;

• il Paese al mondo dove si registrano più casi di antisemitismo ad opera di quegli stessi stranieri così generosamente accolti (lo fa notare, il 24.11.2012, l’ex Ambasciatore d’Italia, Ino Cassini, sul sito del Gruppo Fasana, https://groups. google.com/forum/?hl=it&fromgroups#!topic/gruppo-fasana/A7G66AjsXXQ) che conclude come “una cosa è certa: coloro che chiudono gli occhi con indulgenza davanti all'impunità d'Israele, in realtà stanno scavandogli la fossa. Sono loro gli antisemiti.

Una mobilitazione necessaria a un’invasione di truppe e di mezzi – carri armati, mezzi semoventi – di terra simile a quella di fine 2008 richiede, anzitutto, una lunga e costosa preparazione per un paese in crisi economica seria e potrebbe anche finire – finirà – come finì allora: con un ennesimo impasse, un empowering ulteriore di Hamas rispetto all’irrilevanza crescente dell’ANP anche ormai in Cisgiordania e l’accelerazione che, dopo i primi segnali di preoccupato e obbligato sostegno, potrebbe avere una cautissima presa di distanza anche degli Stati Uniti: dopo le elezioni un tantino più liberi rispetto alla morsa in cui contavano, forse un po’ troppo futilmente, di averli chiusi Netanyahu e la lobby americana di Israele (vedi sopra, al capitolo STATI UNITI, negli spunti d’analisi sul peso e la sorpresa del voto degli ebrei nelle elezioni americane di inizio novembre).

Del resto, alla mobilitazione delle riserve dello Stato ebraico risponde subito la mobilitazione della guardia di frontiera della Repubblica islamica d’Egitto nel Sinai: contenuta e attenta ma, anche questa visibilissima, lungo tutto il confine (Stratfor, 15.11.2012, Egypt: Buildup Of Army Forces On Border Reported L’Egitto rafforza lo schieramento di forze armate al confine con israele http://www.stratfor.com/situation-report/egypt-buildup-army-forces-border-reported).

Subito prima dell’omicidio mirato di Gaza e dello scoppio di questa crisi, ora viene annunciato (Today’s Zaman“Quando quotidiano”/Ankara, 6.11.2012, Turkey’s Erdoğan planning to visit Gaza Il premier turco Erdoğan pianifica la sua visita a Gaza http://www.todayszaman.com/news-296893-turkeys-erdogan-planning-to-visit-gaza.html) che a breve avrà luogo la due volte rinviata visita del premier turco Recep Tayyip Erdoğan nella striscia palestinese governata da Hamas, assediata e bloccata dall’esercito israeliano ma accessibile dal varco di confine con l’Egitto: la visita ufficiale, cioè, da parte di uno dei più grandi paesi della NATO, che già condiziona non poco l’Unione europea senza ancora esserne parte e nazione cerniera-ponte tra occidente e mondo islamico.

Dunque, un ben altro peso geo-politico anche rispetto al pur ricchissimo ma spopolato e nulla-dicente Qatar. Poi Erdoğan insiste – anche se resta da vedere al dunque cosa farebbe davvero – che solo con la fine del blocco di Gaza il suo paese riprenderebbe i rapporti normali con Israele che aveva avuto per decenni nel recente passato.  

Perché dopo la Turchia ormai sembra pronto a arrivare il riconoscimento egiziano, rapporti anche diplomatici oltre che politici diretti per Gaza e Hamas con altri paesi e anche, probabilmente, da una parte un complicarsi ma insieme pure un riaprirsi e un ridefinirsi dei legami con l’ANP di Abbas che ormai sembra, però, incapace di mordere tanto sul piano dell’antagonismo quanto su quello della presa politico-diplomatica.

Però, si tratta di una mossa, forse l’unica che potrebbe davvero forzare la mano costringendo il presidente dell’ANP a piegarsi alle esigenze di una maggiore unità palestinese: insieme, adesso, all’esito dell’avventurosa guerra scatenata contro Gaza anche a costo di antagonizzare Israele e Stati Uniti, a questo punto, anche per l’ANP diventa necessario lavorare insieme all’ala scismatica di Gaza. Tanto che differenza fa, visto che tanto i poteri statali antagonisti a tutto quel che è utile ai palestinesi sempre si oppongono?

E’ l’argomento, inoppugnabile, con cui l’ANP si accinge a respingere – anche nelle condizioni di guerra a Gaza tra IDF israeliana e Hamas – la motivazione con cui Israele obietta alla richiesta palestinese di farsi riconoscere dall’ONU come Stato osservatore a diritto pieno. Dice Tel Aviv che un tale riconoscimento renderebbe “più difficili” le trattative di pace tra di sé e l’ANP.

E Israele è, naturalmente, in questo sostenuta, con faccia tosta assurdamente grottesca, dall’amministrazione di Obama che, pure, è testimone e timidamente critica proprio dell’intransigenza del governo israeliano che ha sistematicamente fatto fallire ogni tentativo neanche di pace ma anche solo di dialogo… il punto è che al contrario che in Consiglio di sicurezza, in Assemblea generale il voto degli USA vale per uno, come quello di tutti gli altri, senza alcun diritto di veto…

A fine novembre, sempre che Abbas non si metta a tremare o a dar credito a altre vuote promesse a stelle e strisce cui Obama non ha mai mostrato volontà, o capacità poi, di dar seguito concreto contro Netanyahu – ma con la guerra a Gaza appena interrotta stavolta rischierebbe brutto davvero coi suoi a far marcia indietro – l’Autorità nazionale palestinese presenterà formalmente la richiesta di un suo cambio di status all’ONU: da quello di osservatore, come è ora, a quello di Stato a titolo pieno anche se ancora non membro, come è la Santa Sede, con tutta una serie di diritti di presenza “attiva” ufficialmente riconosciuta, ad esempio in tutte le agenzie e le Commissioni specializzate delle Nazioni Unitee come è, ad esempio, la Santa Sede, (Stratfor, 12.11.2012, Palestinian Territories: Abbas To Ask For U.N. Membership Territori palestinesi: Abbas chiederà di partecipare all’ONU http://www.stratfor. com/situation-report/palestinian-territories-abbas-ask-un-membership).

Bisogna ricordare che lo stesso giorno dell’attacco a Gaza, Israele aveva anche alzato il tono delle consuete minacce lanciate contro l’ANP avvertendo che, se avesse osato presentare la sua domanda all’ONU avrebbe subito provveduto, come tante altre volte in passato ma definitivamente – dice – stavolta, a bloccare, anche se è illegale, il trasferimento di fondi di proprietà dei palestinesi ai… palestinesi attraverso il sistema bancario dello Stato ebraico che controlla anche con l’occupazione militare tutta la Cisgiordania. E questa è, certo, minaccia più concreta dei quella che il cambiamento di status all’ONU sarebbe un ostacolo sulla strada di una pace che proprio Israele rende deliberatamente impossibile (New York YimesT, 14.11.2012, I. Kershner, Israel Heightens Warnings Over Palestinians’ U.N. Bid Israele incrementa le minacce ai palestinesi per bloccarne la richiesta all’ONUhttp://www.nytimes. com/2012/11/15/world/middleeast/israel-heightens-warnings-over-palestinians-un-bid.html).

Perché questo è il punto: gli Stati Uniti, che continuano a lasciare che la coda scodinzoli il cane – che Israele continui a decidere per loro della loro politica mediorientale – si oppongono al’iniziativa con la motivazione, di apparente buon senso che non si può imporre una statualità palestinese piena da fuori, col voto dell’ONU. Ma dimenticano per prima cosa – anzi fanno finta di dimenticare – che la statualità israeliana piena venne istituita nel ’48 proprio così, col voto dell’Assemblea generale dell’ONU dello stesso 29 novembre (il 65° anniversario di quel voto, coincidenza niente affatto tale, naturalmente, e perciò ancor più sgradita a Israele).

E fanno finta di non capire, in secondo luogo, che il loro argomento avrebbe qualche sentore di buon senso se Israele, invece di continuare a rubare terra a quel che resta della Palestina, alla Cisgiordania, e ad assediare Gaza, cioè a bloccare ogni possibile processo di pace avesse aperto o si dichiarasse pronta ad aprire una trattativa in buona fede con Hamas o, almeno, con l’ANP. E a tutti è noto che non è affatto così…

Con questa mossa inconsultamente ma tipicamente sua irrigidita, adesso Netanyahu è andato incontro a un altro smacco che s’è cercato: ha votato a favore, in pratica, solo Israele trascinandosi dietro gli Stati Uniti per malintesa lealtà e, in realtà, per la solita, incredibile iperidiota e automatica reazione pavloviana di salivazione ai desideri, anche i più idioti appunto espressi dal governo di Israele (così, proprio “idiota”, Ehud Olmert, ex primo ministro di Israele subito prima di Netanyahu chiama la decisione di quel governo di opporsi nel voto ONU, perdendoci poi col voto faccia e credibilità, alla risoluzione palestinese e annunciando che lui, invece, la appoggia: cfr.CNN, 29.11.2012, 9:00 GMT, C. Amanpour, intervista a E. Olmert ▬ http://edition.cnn.com/TRANSCRIPTS/ampr.html).

Alla fine – e riproduciamo ad unico esauriente commento il “catenaccio” del primo titolo che a caldo, sul blog in continuo mutamento porta il NYT, riferendo una volta tanto senza pompare niente di questo fatto che definisce “storico”, “più di 130 paesi hanno votato il riconoscimento della Palestinacon questo nome e questo cognome come Stato osservatore non membro infliggendo una sconfitta cocente a Israele e agli Stati Unitiben identificati qui e ben messi insieme quanto a stron**ggine e facile sciocca fiducia in se stessi e nei propri conti: e il voto alla fine è stato di 138 paesi membri a favore, solo 9 contrari e 41 astenuti e dando un possente appoggio al presidente Mahmoud Abbas http://www.nytimes.com/2012/11/30/world/middleeast/Palestinian-Authority-United-Nations-Israel.html?ref=global-home&_r=0).

Anche l’Italia, che sotto la guida ferma del suo ministro degli Esteri tecnico, Terzi dell’Acquaragia (Terzi di S. Agata, dice la targa, come da noi si fa per vezzosa consuetudine farnesiniana di nomi farlocco-nobilastri affibbiati ai “diplomatici”) passa in poche ore dall’allineamento sulla decisione sciocca degli USA e si riallinea a quella altrettanto pilatesca propugnata dalla Gran Bretagna, che da quel che dicono gli USA – siano al governo Labour o Tories – proprio non osano distaccarsi, e dalla Germania che fa scontare sempre con le sue reticenze a votare giusto sui diritti dei palestinesi la sua non troppo antica e ancora giustamente pesante coda di paglia del retaggio nazista e antiebraico facendolo pagare appunto ai… palestinesi.

Poi alla fine ci ripensa, come a Roma si dice dei cornuti, e decide di votare sì: ma c’è voluto il richiamo del Quirinale 8discreto, si capisce,discreto alla coerenza con quanto i governi della Repubblica – almeno da d’Alema in poi, Berlusconi compreso – avevano annunciato in passato e, infine, la decisione personale di Monti, che ha scavalcato d’autorità e messo in un cantuccio Terzi –e ordinato alla delegazione italiana di fare come tanti altri paesi occidentali – Francia,  Norvegia, Svizzera, Danimarca e altri ancora – di votare, appunto, a favore…

Mr. Abbas, Le consegno lo status di Stato osservatore…   (vignetta)

Bé, sì [con 138 voti per lui e solo 9 per noi] io mi sento proprio come un osservatore!

Fonte: IHT, P. Chappatte, 29.11.2012

●Azzardata la mossa di Netanyahu, visto che ormai tutto il mondo sa come, essendo la realtà demografica nella regione tale che solo la soluzione dei due Stati per due popoli e di uno Stato palestinese vero e perciò anche capace di responsabilità accanto a quello di Israele è in grado di garantire la sopravvivenza stessa di uno Stato ebraico, sì, ma insieme anche accettabilmente democratico – non fondato sulla riesumazione dell’apartheid alla sudafricana – ai propri stessi occhi.

Azzardata e tanto più temeraria la nuova scommessa del governo di Netanyahu di andare alle elezioni a gennaio se non sulla spinta, per ora inagibile, della grande guerra almeno tentata all’Iran con quella più piccola che ha ricominciato a Gaza: prima, col cosiddetto e apertamente rivendicato “assassinio mirato” di al-Jabari, un militare che aveva dedicato la vita a lottare contro Israele, come dal’altra parte tutti i militari israeliani che ogni giorno combattono contro i palestinesi ma anche colui che a Gaza garantiva l’applicazione quotidiana largamente effettiva delle tregue man mano raggiunte con le forze armate israeliane; e, poi, ripartendo coi bombardamenti a tappeto, altro che i razzi che ogni giorno, ma alla media di due o tre al giorno, scoppiavano sì in Israele ma sostanzialmente facendo quasi soltanto il botto.

Fa osservare (e non maligno, accorato…) un osservatore, lui stesso ebreo e americano, sul NYT domandandosi come va a finire a Gaza?” che c’è un fatto da considerare quanto a “tutte le grandi offensive israeliane degli ultimi 16 anni— l’operazione Grappoli d’Ira in Libano, l’operazione Piombo Fuso a Gaza e ora l’operazione Pilastro della Difesa – tutte e non per caso – sono state lanciate alla vigilia di una tornata elettorale nazionale in Israele.

   Il figlio di Ariel Sharon [lui stesso un pilota militare], l’ex primo ministro che orchestrò il ritiro da Gaza nel 2005 [sostituendolo col blocco, l’embargo e l’assedio militare dell’IDF] ha un’idea per mettere fine al conflitto. E, sul Jerusalem Post [The J. P., 19.11,2012, Gilad Sharon, A decisive conclusion is necessary Una conclusione definitiva [cioè, per chiarezza: l’olocausto nucleare] è necessaria http://www.jpost.com/Opinion/Op-EdCon tributors/Article.aspx?ID=292466&R=R1&utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter] la mette giù così: ‘ A Gaza dobbiamo provvedere a spianare interi quartieri. Cioè,  proprio tutta Gaza, per intero. Gli americani mica si sono fermati con Hiroshima— i giapponesi non si stavano arrendendo abbastanza rapidamente, così colpirono anche Nagasaki. Non ci dovrebbe più arrivare neanche un filo di corrente elettrica, non una goccia di benzina, non un veicolo in grado di muoversi, niente di niente. Allora sì che chiederebbero davvero un cessate il fuoco’.   

   Bombe atomiche, buio totale, immobilità, il nulla— Sharon si lascia andare al vecchio sogno di Israele della pura e semplice scomparsa del popolo palestinese. Solo che quelli  non ci stanno. Tornano a raggrupparsi. Si trovano nuovi capi. Resistono, con l’odio verso Israele riacceso dalle nuove perdite subite.

   E’ una vecchia storia… In altre parole, Hamas non se ne andrà. Bisognerà arrivare a farci i conti. Gli Stati Uniti oggi trattano con la Fratellanza mussulmana (che ha generato essa Hamas) e coi salafiti nel nuovo Egitto. Fare i conti con la realtà com’è, è cosa buona… Il Medioriente oggi si è aperto. Nuovi giovani arabi stanno pensando alla società che vogliono costruirsi. Israele, infognata negli schemi del passato, ha un’altra opzione: quella di restare la disponibilità reale dei palestinesi invece di punire la cattiva fede dei palestinesi. Con Netanyahu non ci ha mai neanche provato. Finché non lo farà [per rispondere alla domanda con cui s’è iniziato] finirà sempre male”.

Alla fine dell’operazione Pilastro della Difesa (in ebraico, ufficialmente, Pilastro della Nuvola: forse perché, a orecchi stranieri, difesa suona un po’ meno aggressivo?) e per cominciare a tirarne magari un po’ le principali lezioni. In sostanza,

• e certo, poi bisognerà vedere se le converrà alla fine il do ut des, Israele è riuscita con l’operazione a scalzare un po’ della credibilità residua dell’ANP rafforzando presso i palestinesi quella di Hamas (volendolo e sbagliano il calcolo? senza neanche volerlo ma sbagliandolo con lo stesso risultato?);

• dopo otto giorni di raids aerei su Gaza, di una pioggia di missili e razzi su Gaza e su Israele, le parti dichiarano, come era scontato, entrambe di aver vinto, ma come sempre questo non è un esito favorevole a Israele.

   Di fatto, Israele era partita con le dichiarazioni roboanti di Netanyahu e  Lieberman di esigere un cessate il fuoco unilaterale da parte di Hamas: dobbiamo spazzarlo via, proclamavano, “una volta per tutte”; e dopo tre giorni di bombardamenti, il mionsiro dela Dufesa, la “colomba” – rispetto a loro! – Ehud Barak aveva urlato in Tv che stavolta “Non ci fermeremo finche Hamas non si metterà pubblicamente in ginocchio implorando pubblicamente di concedergli un cessate il fuoco unilaterale!!!

   Invece, ha dovuto ingoiare un cessate il fuoco reciproco. E ha, anche, dovuto fare promesse che riguardano la levata dell’assedio al territorio di Gaza. E’ altamente improbabile che le abbia fatte in buona fede quelle promesse, e che comunque le manterrà.

   Però… l’ha dovuto fare. In realtà, sono decenni che la situazione non è così complicata e minacciosa, proprio dal punto di vista di Israele e dell’ANP, di quanto l’ha adesso svelata  il diradarsi alla fine di quella “nuvola”. L’unica interfaccia dei palestinesi con la quale non negoziare, certo, ma con cui continuare a colloquiare per Netanyahu era dichiaratamente l’ANP. Mai Hamas!.

   E, invece, adesso Netanyahu è “costretto”, e per di più con la mediazione dei Fratelli mussulmani che la foglia di fico della presenza, tra l’altro tardiva, della Clinton non riesce neanche a mascherare, “a colloquiare, negoziare e sottoscrivere accordi proprio con Hamas”… il nemico che avrebbe dovuto uscirne del tutto demolito. E, inoltre, emarginando ancor più di quanto già fosse, come si notava, l’autorità dell’ANP (Gush Shalom Blocco della pace/Tel Aviv, 23.11.2012, Uri Avnery, The big winner in this confrontation was Hamas E’ stato Hamas il grande vincitore di questo scontro http:// zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1353611132)

• lo Stato ebraico ha potuto ora condurre una verifica sulle capacità reali di Hamas in corpore vili, confermando che nel futuro prossimo venturo l’avversario continuerà ad accumulare un grosso inventario di razzi a corto e anche a lungo raggio maggiormente accurati. E, con l’aiuto delle Guardie della rivoluzione iraniana della Forza Qods (Gerusalemme), i lanciatori di razzi balistici di Hamas si faranno sempre più precisi: e stavolta si è potuto già verificare che sono di gran lunga migliori di quanto fossero nel 2008, nel corso dell’ultima offensiva contro Gaza;

• Israele ha anche verificato in condizioni operative, l’efficacia del suo sistema di difesa, la Cupola di ferro. Si è dimostrato piuttosto efficace, fermando o in qualche modo deviando da bersagli utili forse il 50-60% dei razzi in arrivo. E, anche se Israele ha teso ad esagerarne l’efficacia, la pratica ha dimostrato che comunque l’Iron Dome è uno strumento valido, appetito da potenziali clienti che a simili rischi si trovano esposti: la Corea del Sud, l’India, il Pakistan, la Cina… compresi quelli, e non sono pochi, che potrebbero poi rivendere o anche solo cedere, per soldi o per ragioni ideologiche, questa tecnologia israeliana (sviluppata con finanziamenti americani) anche e perfino a Hamas.

Quanto alle lezioni di fondo ricevute e impartite, ma bisogna vedere se anche imparate, di ordine maggiormente strategico, Israele adesso ha avuto la conferma anche di quanto gli arabi restino tra loro divisi. Ma già stavolta meno di prima, grazie al risultato delle primavere arabe che, dal suo punto di vista, l’hanno giustamente preoccupata. Se il conflitto fosse durato più a lungo, il ruolo anti-israeliano delle “democrazie” arabe in fieri, o se volete di regimi in larga parte in corso di ricambio – dall’Egitto al Qatar – sarebbe emerso con molta più forza.

Oggi, chi in Israele si preoccupa di strategia deve concludere che il mondo arabo, sempre ovviamente assai riluttante, lo è ancora di più di quanto mai lo sia stato a curarsi della sopravivenza di Israele. E’ l’ostilità ad Israele, ancor più che l’appoggio ai palestinesi, la questione che può meglio unire sunniti e sciiti come mai prima: adesso che regimi islamisti di varia gradazione e colore vano comunque rimpiazzando gli uomini forti delle dittature militari sunnite.

Infine, certo, dal loro punto di vista – ma è difficile si rassegnino davvero a capirlo – questa ennesima guerra ha provato ancora una volta che la forza di Israele non è e non sarà mai – se non suicidandosi col far propria la ricetta di Gilad Sharon o quella analoga lumeggiata ancor prima dal ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, della soluzione atomica finale per i palestinesi – in grado di garantirle la sicurezza e tanto meno la pace senza che decida di affrontare, e finalmente per risolverle o ameno credibilmente avviare a soluzione, le cause vere e dure sottostanti allo scontento, alla rabbia, all’odio che nei suoi confronti nutrono specificamente i palestinesi di Gaza.

Senza neanche ancora pensare, cioè, alla pace con tutti i palestinesi. Due ragioni specifiche per Gaza e la terza che vale anche, invece, per tutta la Cisgiordania: tre motivazioni, in tutto, che risalgono direttamente alle responsabilità di Israele, dei suoi governi, e di questo in particolare:

• il blocco spietato di Gaza disegnato per mantenere il territorio più fittamente abitato del mondo (dopo Hong Kong e Singapore, ma in condizioni di povertà estrema invece che di ricchezza: popolazione di 1.700.000 abitanti, quasi 490 per ciascuno dei 365 km2 della striscia) riducendolo pressoché alla fame col blocco pressoché totale aereo, marittimo e dei trasporti via terra;

• la politica di assassinio mirato di leaders eletti del governo di Hamas, coi danni collaterali (passanti, civili) dati per implicitamente scontati;

• la continua appropriazione illegale per tutto il mondo – anche per i lecc**uli americani e quelli ancor più remissivi dell’Unione europea – e l’eterna sottrazione della terra palestinese in sé sconta anche – e spiega ad abundantiam – lo stallo degli accordi di Oslo.

Quanto agli Stati Uniti, anche stavolta la coda israeliana ha scodinzolato il cane americano portandolo a un appoggio politico unilaterale di Israele e a promesse, in cambio di questa tregua, di ulteriori aiuti militari futuri. Ma, contemporaneamente e non a caso, intanto qui Washington ha inteso prendere qualche distanza dalle decisioni di un governo, quello di Netanyahu, di cui chiaramente e a buon motivo non si fida più tanto: ha annunciato che, a causa di “problemi meccanici”, sulla USS Nimitz, per almeno alcuni mesi e fino primavera avanzata, una singola portaerei resterà a pattugliare il Golfo Persico nel prossimo futuro (Agenzia NightWatch, 21.11.2012, US Navy cautious withdrawalLa cauta ritirata della marina americana http://www.kforcegov.com/NightWatch/ NightWatch_12000218.aspx).

Tradotto in termini di esperienza comune dei non iniziati, significa che operazioni navali condotte in assetto di guerra, di regola supportate da  formazioni di almeno tre portaerei, non sono al momento e per i prossimi mesi previste dalla U.S. Navy. Il che significa, poi, un chiaro segnale, sempre per gli iniziati, che se Israele al dunque attaccasse l’Iran, di fronte alla possibile e probabile rappresaglia nel Golfo delle forze di Teheran, gli Stati Uniti non contano di intervenire attivamente a sostegno. Insomma, Israele resterebbe probabilmente da sola, se attaccasse per prima…

Le elezioni di gennaio, a questo punto, probabilmente, le vincerà lisce – i cinici o quanti in Israele ben conoscono le bestie di casa loro, sostengono che l’attacco a Gaza sia stato messo in atto adesso e apposta dalla strana coalizione di destra, estremissima destra e sciapa e melensa, moderata sinistra di Netanyahu, Lieberman e Barak proprio per mostrare al paese quanto loro siano, insieme, uomini duri d’azione e, non avendo alla fine lanciato l’ incursione di terra minacciata, anche statisti saggi. Ossimoro evidente, però, in realtà per questa banda di guerrafondai irresponsabili. Ma qui, come altrove peraltro, il patriottardismo paga ancora…

In definitiva, Hamas e l’Iran hanno testato i limiti della potenza di Israele, ne hanno confermata la riluttanza ad assorbire perdite umane, hanno imparato in dettaglio i limiti di saturazione della tecnologia nuova chiamata Iron Dome e hanno imparato quel che dovevano sulla capacità sia di risposta che di attacco possibile degli israeliani. Questa guerra degli otto giorni ha dato modo a Hamas di provare come aveva fatto Hezbollah in Libano nel 2006. di poter colpire al cuore Israele e di continuare a campare per raccontarlo.

Sempre in definitiva – e non fosse che per questo: per il nuovo vuoto strategico aperto sul futuro del paese meriterebbero di essere cacciati via – se in Iran adesso non crolla il regime, Israele è sulla  difensiva e con una minaccia che le incombe sopra anche peggiore. L’Egitto – dove però, da questo intreccio, esce cresciuto prestigio e peso del presidente Mursi nei confronti insieme di Hamas e ANP, di Israele e degli stessi USA – continuerà, invece, a barcamenarsi tra una cooperazione molto discreta con gli USA per non perdere gli aiuti che i suoi militari continuano a chiedere a Washington e l’andar dietro invece ai desiderata del suo nuovo ceto di governo, i Fratelli mussulmani, di schierarsi con nettezza dalla parte dei palestinesi e contro Israele.

Proprio per chiudere, infine, ma purtroppo solo per il momento questo argomento, come si dice che disse una volta un altro vecchio saggio ebreo, Albert Einstein, la definizione di pazzia non è, forse, quella di continuare a fare sempre la stessa cosa ma aspettandosi un esito diverso da quello già sperimentato? Alla fine, e tutto considerato, ci sono per tutti gli attori del conflitto tre, e solo tre, opzioni per tentare ancora di  uscirne:

• l’emergere, alla fine, di un solo Stato per due popoli che, però, per essere democratico deve diventarlo, come oggi non è, tanto per gli arabi quanto per gli ebrei e, considerate le tendenze demografiche in Israele a Gaza e nei territori palestinesi occupati, porta a una maggioranza araba inevitabile: al superamento di Israele come essa è, del sogno del sionismo;

• la soluzione dei due popoli con due Stati, quella forse più razionale e, tutto considerato, più razionalmente raggiungibile…;

• la terza soluzione è, nella disperazione di riuscire a arrivare a una soluzione negoziata, lo status quo, come inevitabilità di un ciclo di violenza senza fine che continua a bruciare lentamente con improvvise e, prima o dopo, catastrofici esiti per quanti – lì tutti – ne siano coinvolti.

E qualsiasi sia, se si troverà, alla fine la soluzione significherà per tutti – palestinesi, israeliani, arabi – o, se volete, mussulmani, ebrei, cristiani e quant’altri – l’abbandono delle posizioni consolidate nelle quali si sono acquartierati e blindati e l’accettazione fatale di un compromesso che tutti i puri e i duri considereranno come un tradimento dei princìpi e degli ideali…

●Di fatto, in ogni caso, la scelta ancora una volta masochista di un governo israeliano è poi riuscita, in un colpo solo, a riportare al centro del dibattito sul Medioriente il nodo di tutto il problema: il conflitto israelo-palestinese. Costringendo tutto il mondo arabo, non fosse altro, a ricompattarsi per forza dietro ai palestinesi malgrado le loro divisioni e le loro antitetiche strategie.

le conseguenze sono note e già si fanno evidenti: e quell’inetto di Netanyahu, se fosse tale davvero, le avrebbe dovute conoscere; ma se le conosceva non è inetto: è un pericoloso guerrafondaio però, contrario c.v.d. anche solo a tentare di costruire condizioni di pace e, perciò, al fondo anche contrario agli interessi ben intesi proprio di Israele.

Adesso, ammazzato al-Jabari, il primo ministro egiziano, Hisham Qandil, s’è subito sentito obbligato così a andare anche lui, per la prima volta di un leader egiziano, a Gaza e da Hamas. E adesso a Mursi sarà molto più difficile resistere a chi dice che è dovere degli arabi tutti far blocco coi palestinesi e far saltare così anche gli accordi di pace tra Egitto e Israele.

Se l’altra conseguenza che Netanyahu voleva imporre era quella di costringere Obama, appena vincente su posizioni a lui per lo meno ostiche, a fare quadrato con lui sembra invece vincente: infatti, mentre fino a dieci quindici anni fa gli USA erano parte integrante oltre che essenziale, di un consenso internazionale contro la pratiche degli assassinii mirati o, come li chiamano i giuristi, degli assassinii extra-giudiziali, ora sono proprio loro la punta di lancia di questa tattica dell’assassinio terroristico di Stato.

E l’ambasciatrice Susan Rice, al CdS dell’ONU, parlando per conto di Obama, ha infatti subito strenuamente, spudoratamente e vergognosamente – ma anche, ormai, obbligatoriamente – difeso il diritto di Israele a farvi ricorso “per difendersi” ha detto… E Obama stesso, parlando in Tailandia, ha osservato – senza curarsi neanche della logica del suo dire – che ogni Stato al mondo ha diritto di non essere colpito da ordigni provenienti da un territorio straniero… ma non ha accennato che quel territorio straniero dovrebbe avere il diritto di non essere, però, militarmente assediato e non subire bombardamenti più o meno mirati se non vuole dover subire quelle reazioni esso stesso.

E, certo, conclude “il leader del mondo libero” con una scelta di termini tra il ridicolo e l’agghiacciante visto di cosa sta parlando, sarebbe “preferibile” (sic!) “non solo per gli abitanti di Gaza ma anche per la sicurezza dei soldati israeliani” che riuscissero a fermare Hamas “senza alzare il livello della loro attività militare (Yahoo!News, 16.11.2012, M. Spetalnick, Obama: “Preferable” to avoid Israeli ground invasion of Gaza “Preferibile” evitare un’invasione di terra israeliana a Gazahttp://news.yahoo. com/obama-says-fully-backs-israels-defend-itself-130906286.html). Ed è, sicuramente, un parlare da sepolcro imbiancato, come del resto è anche più ipocrita, da noi, scrivere o dire in Tv che “l’escalation continua malgrado l’invito di Obama a evitarla”.

Fa osservare sul Guardian un attento osservatore, sympathetic di cose israeliane che si sforza assiduamente di mantenersi per quanto possibile, come dire?, “oggettivo”, che in realtà  e ricostruisce la sequenza di eventi pianificati dall’esercito israeliano che ha portato – proprio come nella campagna contro Gaza di fine 2008 – adesso a questa guerra (Guardian, 20.11.2012, S. Milne, It’s Palestinians who have the right to defend themselves Sono i palestinesi ad avere il diritto di difendersi). Ma farlo richiederebbe uno sforzo di onestà intellettuale di cui questi – tutte le diplomazie e tutti, o quasi, i politici occidentali – sono del tutto incapaci.

●Fra l’altro, il progressivo spostarsi di più verso Hamas e il favore pregiudizialmente meno netto verso l’ANP, non è affatto gradito all’altra grande potenza sunnita, l’Arabia saudita anche se di osservanza estremista/fondamentalista, quella wahabita e estrema del salafismo, nata proprio in Arabia saudita e sostenuta dalla casa reale da cui sono stati figliati al-Qaeda e gli attentatori dell’11 settembre.

A proposito della quale casa reale dei Saud, bisogna cominciare forse a prender nota di un fatto nuovo che pure si andava – forse – manifestando ma che adesso troncherà  subito la  nuova guerra di Gaza ma che in effetti andavano segnalando parecchi indici non univoci, ma coincidenti: gli strani e impensabili avvicinamenti, pragmatici almeno, tra Gerusalemme e Riyād: di qua il sionismo che si è fatto Stato, di là i guardiani delle due sacre moschee.

Basata solo sul venerando assioma per cui il nemico del mio nemico (l’Iran) è, di fatto, mio amico perché tutti e insieme abbiamo molto da temere sul fronte del sommovimento politico conosciuto come la primavera araba, sembra che di fatto si stia costituendo una strana alleanza: in Israele cominciano ad affacciarsi stracci di informazioni e notizie – comunque da prendere con le molle… ma che si manifestano proprio lì – che parlano di soldi sauditi che ormai arrivano a finanziare, al posto di quelli americani oggi meno copiosi e incondizionati.

Scrive di questo sul suo blog un vecchio amico/nemico di Israele già producer della CNN, Barry Lando (Blogspot, 4.11.2012, Odd Bedfellows: the Saudi-Israeli Nexus Strani compagni di letto: il nesso israelo-saudita http://barrylando.blogspot.it; e 2) StratRisks, 5.11.2012, The Strange Nexus Lo strano legme ▬ http://           http://stratrisks.com/geostrat/9021).

●Sempre il Qatar, facendosi forte della leva che gli forniscono ormai le disponibilità finanziarie che mette a disposizione di chi spesso gli indica o gli suggerisce Washington, sta chiedendo al Pentagono e al dipartimento di Stato di poter acquistare tecnologia missilistica americana: in particolare, due sistemi noti come THAAD— Terminal High Altitude Area Defense Difesa terminale territoriale ad alta altitudine, 12 lanciatori e 150 intercettori e altro equipaggiamento elettronico per qualcosa come $ 6,5 miliardi: contemporaneamente gli Emirati Arabi Uniti chiedono anch’essi di comprare 1,135 miliardi di $ di materiale, compresi 48 missili THAAD e 9 lanciatori.

Sarebbe la prima volta che, in questo nuovo clima in maturazione, ad alleati arabi e, dunque, presunti ma anche effettivi potenziali avversari di Israele sarebbe consentito di comprarsi materiale antiaereo e antimissilistico capace di intercettare o, comunque, ostacolare i loro possibili raids. E stavolta – anche certo perché una commessa da 8 miliardi cash (non di aiuti gratuiti come quelli a Israele) di armamenti all’industria bellica americana e al Pentagono fa molto comodo – sembra proprio che la cosa potrebbe diventare fattibile (Al Arabiya News, 6.11.2012, Qatar, UAE request $7.6 billion in US missile defense Il Qatar e  gli EAU chiedono di comprare difese antimissilistiche americane per $ 7,6 miliardi http:// english.alarabiya.net/articles/2012/11/06/247967.html).

Bisognerà ora prestare maggiore attenzione, da una parte, alla capacità dell’Egitto di convincere e anche forzare ANP e Hamas ad avvicinarsi, rafforzandosi così anche a  vicenda; e, dall’altra, di approfittare del ruolo svolto in questa mediazione e della maggior presa che ha acquisito nei confronti degli americani per convincere un Obama, finalmente libero delle elezioni e a breve anche della presenza frenante della Clinton, a trattare sul serio diversamente il problema dei palestinesi, in modo pregiudizialmente meno unilaterale e facendo sentire a Israele il suo peso.

●Nuovo capitolo nel lungo, pericoloso e ancora irrisolto conflitto nominalmente di competenze, di fatto di potere, tra la Corte costituzionale e l’esercito in Pakistan. Ora il capo di stato maggiore dell’esercito, gen. Ashfaq Parvez Kayani, lancia un “avvertimento” secco alla Corte suprema perché la smetta di intromettersi, dice, nelle cose dei militari. Ma l’obiettivo pressoché dichiarato del presidente della Corte, Iftikhar Muhammad Chaudhry, è quello di portare l’esercito a riconoscere la sua subordinazione formale alla Costituzione, mirando con ciò a precludere per il futuro alle forze armate il ricorso cui spesso hanno fatto ricorso in passato per prendere, in nome di un’emergenza da loro proclamata, il potere.

Proprio quando i militari rivendicano, invece, in linea di principio il diritto dell’esercito ad intervenire nelle cose del paese considerandosi alla stessa stregua degli altri poteri e delle altre istituzioni e, anzi, l’ultimo ricorso di quello che i romani chiamavano proprio res publica (è lo stesso Kayani a parlarne, citando il latino imparato negli anni ’60 nell’high school britannica che frequentava a Karachi). A questo punto, lo scontro tra i poteri costituzionali si è già spinto oltre il successo della Corte nel costringere a piegarsi alla legge l’Assemblea nazionale e il governo, riconoscendo in ultima analisi la sua supremazia. Non è ancora riuscito a farlo col presidente della Repubblica che si è fatto fin ora schermo del governo nominato da lui, ma che si va sempre più indebolendo… Ma ora la Corte ha ingaggiato l’ultimo braccio di ferro con l’esercito e le forze armate che, però, resistono.

La controffensiva di Kayani muove, specificamente, dalla recente condanna del suo predecessore, Mirza Aslam Berg, e di Asan Durrani, ex direttore dei servizi militari di intelligence, l’ISI, accusati di aver illegalmente influenzato le elezioni del 1990, prima dissolvendo col golpe il governo in carica di Benazir Bhutto e poi portando ad eleggere quello di estrema destra di Nawaz Sharif. Una specie di avvertimento alla Corte a non inquisire più su corruzione e/o “interferenze” dei militari in passato…

Chaudhry, però, non molla: “non è più il tempo in cui sicurezza e stabilità del paese venivano definiti in terni di numero di missili e di carri armati, come manifestazione della ferraglia a disposizione dello Stato”, ha detto a un gruppo di funzionari dopo aver ricevuto la missiva del gen. Kayani. La sicurezza dello Stato “dipende oggi molto di più dalla rete di sicurezza e di protezione sociale che proteggono i diritti civili e naturali dei pakistani(Dawn/Karachi, 6.11.2012, CJ renews stance – SC  is ultimate protector of Constitution Il presidente della Corte suprema rinnova la sua presa di posizione – E’ la Corte l’ultima difesa della Costituzione http://dawn.com/2012/11/06/cj-renews-stance-sc-is-ultimate-protector-of-constitution-tanks-and-missiles-dont-guarantee-security-and-stability/).

Afghanistan: allarme, sottaciuto ma anche evidente, a Washington alla notizia che le truppe del governo afgano stanno lasciando al controllo dei talebani tutta la provincia di Logar, a sud di Kabul e fino a Kandahar, mantenendo una presenza esclusivamente nella capitale provinciale e in altre poche città ritirandosi completamente al calar della sera in acquartieramenti blindati. Il fatto è che Logar è una provincia cerniera per l’accesso a Kabul e se governo e forze alleate non sono in grado più di tenerla non riescono a tenere più a lungo ormai neanche Kabul. Lo dice il precedente, storico e simbolico, della campagna talebana che nel 1996 portò alla cattura di Kabul (GlobalPost, 26.11.2012, Fazelminallah Qazizai e C. Sands, Afghanistan: Another province goes to the Taliban In Afganistan un’altra provincia va in mano ai talebani http://www.globalpost.com/dispatch/news/regions/asia-pacific/afghanistan/121120/afghanistan-logar-taliban-withdrawal).

E anche se dal governo afgano, al contrario che nel Kurdistan iracheno, non si vanno levando voci a chiedere agli americani di restare anche dopo il 2014 – lo chiedono, come si ricorderà forse, Putin e i russi e alcuni altri governi di Stati dell’Asia centrale – cominciano a ripensarci proprio Obama e i suoi che, adesso riflettono, si dice così, sull’opportunità di lasciare comunque una guarnigione più o meno di 10.000 soldati nel paese quando a fine 2014 se ne andrebbero altrimenti tutti…   

GERMANIA

●A ottobre, i consumi delle famiglie, ma anche quelli delle imprese, subiscono una forte contrazione che non depone niente bene sull’immediato futuro economico del paese. che invece, secondo molti analisti, avrebbe dovuto mantenere accettabile il tasso di crescita dell’economia rimpiazzando il declinante ritmo delle esportazioni. Invece di una crescita debole, intorno allo 0,4%, i consumi su settembre sono letteralmente crollati, del -2,8% (DESTATIS/ Statistisches Bundesamt, Ufficio federale di statistica, Wiesbaden,30.11.2012, Comunicato Stampa # 416,Einzel­handels­umsatz im Okto­ber 2012 real 0,8 % nied­riger als im Okto­ber 2011 Consumi al dettaglio, ottobre 2012: in termini reali, -0,8%https://www. destatis.de/DE/Startseite.html).

 

FRANCIA

●Ai primi di novembre il governo ha parzialmente corretto la “riforma” delle pensioni con cui quello precedente, sotto Nicolas Sarkozy, aveva aumentato l’età pensionabile del lavoro dipendente da 60 a 62 anni. Secondo molti e non solo qui, si tratta di una finta… ma comporta qualche costo reale e qualche rischio sui mercati, alle prese coi nervosismi capricciosi specie delle agenzie di rating internazionali. Entrerà in vigore il prossimo 1° novembre e rappresenta  una correzione che si applicherà a chi ha cominciato a lavorare a 18 o 19 anni e ha quindi contribuito con versamenti previdenziali regolari al fondo nazionale per almeno 41 anni.

Si tratta di una misura che aiuta altri 28.000 francesi a pensionarsi quest’anno e 100.000 ancora a andare in quiescenza ogni anno in quelli a venire. E’ un numero inferiore a quello che, in campagna elettorale aveva indicato François Hollande ma è un radicale rovesciamento di volontà politica che sembra implicare la determinazione a tener fede alle promesse. Il costo previsto è sui 3 miliardi di € in cinque anni e il governo sta progettando di affrontarlo soprattutto con un aumento dei contributi di datori di lavoro e dipendenti (Radio France Internationale/RFI, 7.11.2012, A. Bernas, Réforme partielle des retraites: un geste symbolique ou une mesure forte? http://www.rfi.fr/france/20120607-reforme-partielle-retraites-geste-symbolique-une-mesure-forte).

●Il governo ha parzialmente adottato alcune delle raccomandazioni avanzate da una commissione speciale di studio presieduta dall’ex direttore generale del consorzio aerospaziale EADS, quello dell’Airbus, Louis Gallois, che raccomandava una larga liberalizzazione del mercato del lavoro, specie per i licenziamenti – è proprio una malattia di questi signori: quando è dimostrato che se, prima… prima non dopo – non si rilancia la domanda, nessuno, nessun datore di lavoro!, darà lavoro proprio a nessuno senza vedere la necessità di aumentare la produzione anche se il costo del lavoro cala del 50% – di tagliare la tassazione diretta su lavoro e produzione.

Ora il piano del gabinetto Ayrault ha messo da parte la richiesta di liberalizzazione accogliendo solo in parte quella di tagliare le tasse sulla produzione e sul reddito da lavoro dipendente. Si tratterà di una sforbiciata di un certo rilievo, per circa 20 miliardi di € in tre anni, che mira a incoraggiare più spese in ricerca e innovazione e una maggiore domanda di consumi.

Per compensare il buco delle entrate, ci si ripromette di infrangere un tabù che pure Ayrault in persona s’era impegnato a non toccare, aumentando le tasse indirette sui consumi, l’IVA, che in campagna elettorale aveva anatemizzato come la più iniqua perché – l’aveva correttamente bollata – è la più socialmente regressiva di tutte le tasse (New York Times, 6.11.2012, D. Jolly, France Announces Cut in Payroll Taxes for Businesses La Francia annuncia tagli alle tasse sugli affari http://www.nytimes.com/2012/11/07/ business/global/france-announces-cut-in-payroll-taxes-for-businesses.html?adxnnl=1&ref=global-home&adxnnlx =1352306425-EigT6TZb+pR/PiosY/QN9g).

●Al compassato settimanale britannico e conservatore, The Economist, gli altri grandi paesi europei stanno, per definizione e tradizione, sul gozzo. Acerbamente ironico e sempre mordace con gli altri (meno coi suoi), specie per gli ex nemici che guarda sempre con la puzza sotto il monarchico naso, Germania e Italia in specie (il disprezzo satirico verso la teutonica erinni di là e, fino a tempi recenti, the Great Buffoon di qua e, ora, il rigor mortis— che peraltro il settimanale vindice del capitale e del capitalismo apprezza proprio per il rigor inflessibile con cui comunque governa (pur citando Grillo, con non sottile malizia).

Ma, da sempre, l’Economist è acido – quasi mai ironico, invece – anche con la Francia. Adesso (The Economist, 16.11.2012, The time bomb at the heart of Europe La bomba a orologeria nel cuore dell’Europa http://www.economist.com/news/leaders/21566640-why-france-could-become-biggest-danger-europes-single-currency-time-bomb-heart) sbotta: non va loro giù il colbertismo, il dirigismo, lo statalismo, tutti gli -ismi che, con l’eccezione del capitalismo, loro odiano visceralmente: tutto quel che resiste alla regola del mercato libero e più selvaggio possibile, di fronte al quale ci si deve prostrare riconoscendolo signore e padrone del mondo. Qui, in questo strano paese, neanche uno come Sarkozy è riuscito a imporre il liberismo e il paese, appena ha capito bene, lo ha clamorosamente sputato via: con disprezzo.

Però, allo stesso tempo, si sente anche costretto a riconoscere l’eccezione della Francia. Scrive come bisogna riconoscere che “la posizione di questo paese come la destinazione turistica più frequentata del mondo non è accidentale, e non solo a causa del paesaggio o della cucina. E’ che, per tanta gente al mondo, la Francia rappresenta un sogno, che ingloba gli ideali rivoluzionari di libertà, uguaglianza e fraternità e è l’epitome, il compendio e l’esempio, di uno Stato e di una società che domano i mercati incontrollati, promuovono cultura, letteratura e dibattiti di caratura intellettuale forte e la stessa nozione di civilizzazione.

   Sono ricchezze che possono anche facilmente portare a un’arroganza poco attraente, ma spiegano molta parte dell’attrazione permanente del paese. E sono le stesse ragioni per cui la Francia e i francesi resistono tanto al cambiamento: ma perché qualcuno dovrebbe voler applicare il coltello del riformatore a un paese che rappresenta il picco dell’umana civiltà?”.

Già, perché? Non sarà che la gente lo vuole così com’è? “C’è una cosa – commenta sul Guardian queste tesi un’acuta osservatrice francese che scrive per il giornale britannico, Agnès Poirier – che l’Economist vede bene. Hollande”, per il sistema istituzionale che ha ereditato dal gaullismo, “ha più potere di implementare la sua politica di qualsiasi altro capo di un esecutivo in Europa. E potrebbe anche riuscire così, proprio Hollande, a portare la Francia” nel ventunesimo secolo, convincendola-‘costringendola’ anche a cambiare, ma proprio il meno possibile degli -ismi cui tiene, culturalmente e anche visceralmente, mantenendo anche e insieme “malgrado tutto e tutti la sua singolarità(Guardian, 18.11.2012, A. Poirier, France as Europe’s next time bomb? Not with Hollande in charge La Francia come la prossima bomba a orologeria dell’Europa? Non con Hollande al timonehttp://www.guardian. co.uk/ commentisfree/2012/nov/18/france-timebomb-hollande-economist-warnings).

A non crederci, invece, e a annunciarlo col solito voluto tempismo alla vigilia immediata dell’Eurogruppo e subito dopo la sofferta decisione di dare una mano vera e rapida anche, stavolta, alla Grecia, è Moody’s, l’agenzia di rating, abbassa di una tacca da AAA la valutazione del debito sovrano della Francia. Ma forse, a questo punto, l’unica risposta possibile è quella di dire alto e chiaro a questi signori: questo è il vostro parere? Ne prendiamo atto ma diciamo semplicemente in risposta, noi Stati sovrani, a tutti voi e tutti insieme un sonoro “e chi se ne frega, del vostro parere!”.

GRAN BRETAGNA

●In questo paese è ripresa l’ondata di scetticismo e anche di fobia anti-europea che periodicamente  affligge quest’isola e, anche irrazionalmente, la spinge a segnalarsi come eccezione anche se più non ne esistono neanche ormai le premesse: il Rule Bitannia, Britannia rules the waves, l’impero, lo splendido isolamento, un mercato estero volto tutto al Commonwealth, un mercato autonomo, ecc.

E se tenessero ora un referendum, concordano tutti i sondaggi, il Regno Unito opinerebbe per lasciare l’Unione europea: la maggioranza assoluta (68%) degli elettori conservatori, molti laburisti (44%) e non pochi anche tra i tradizionalmente filo-europei  liberal-democratici (il 39%) (Guardian, Observer/Opinium Poll, 17.11.2012, D. Boffey e T. Helm, 56% of Britons would vote to quit EU in referendum, poll find Il 56% dei britannici in un referendum voterebbero per lasciare la UE, dice un autorevole sondaggiohttp://www.guar ian.co.uk/politics/2012/nov/17/eu-referendum-poll).

Ma andarsene dalla UE quando il commercio estero del paese è legato per più del 50% al mercato unico, lasciare il tavolo dove si decide del – e comunque si condiziona il – futuro dell’Unione assomiglia molto in sostanza, come dicono quelli che qui più riflettono sui limiti stessi dell’Unione (alcuni eurofobicamente dettati, come l’antifederalismo ad oltranza; ma altri dettati da una visione puramente economicistica e iperliberista che ormai è morta e sepolta), a tagliarseli per fare dispetto all’Unione stessa.

Questa complessa situazione spiega bene, insieme alla mancanza di coraggio decisionale che connota la leadership di questo paese ormai da molti anni e che sta immobilizzando il Consiglio europeo della UE al di là di quanto non sia già per l’inettitudine e la scarsissima audacia degli altri capi di Stato e di governo che non riescono a decidere mai per il sì o per il no e continuano a reiterare il loro stremato e spossante ni con cui non vanno avanti da anni.         

GIAPPONE

●Yoshihiko Noda, da pochi mesi primo ministro del Giappone grazie alla rivolta interna, da lui stesso guidata, nel Partito democratico che solo qualche mese fa ha cambiato il vecchio leader, ha detto che adesso, a dicembre, intende convocare le elezioni generali malgrado obiezioni e resistenze interne dovute al fatto che il PD molto diviso al suo interno, e perciò rassegnato a rimettere il mandato, è anche quasi certo di perderle riconsegnando il governo al vecchio partito liberal-democratico guidato dall’ex primo ministro Shinzo Abe che spera dopo il 2009 di riandare adesso al governo, occupato in quasi continua successione, e per quasi 50 anni nel dopoguerra, da una serie di gabinetti della sua vecchia “balena bianca”— lo stesso soprannome della nostra vecchia DC (The Economist, 16.11.2012, The Kamikaze election - as the economy sinksL’elezione kamikaze – col crollo dell’economia http://www.platts.com/RSSFeedDetailedNews/RSSFeed/NaturalGas/8545823).

●Perché di vero e proprio crollo si tratta: il PIL è precipitato dello 0,9% nel terzo trimestre, aggiungendo altri timori alle aspettative di una ricaduta nella recessione della terza economia del pianeta (The Economist, 16.11.2012).


 

[1] W. Shakespeare, Amleto, Atto I, Scena V: “Ci sono più cose in cielo, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.

[2] Francisco de Vitoria, OP, il fondatore del moderno diritto internazionale, De Indis et de jure belli relectiones, ed. originale 1532 e ristampa del 1917 a cura di J. B. Scott.

[3] Corey Robin, The Reactionary Mind: Conservatism from Edmund Burke to Sarah Palin Il cervello dei reazionari: il conservatorismo da Edmund Burke a Sarah Palin, ed. Oxford University Press, USA, 9.2012.

[4] J. M. Keynes, The general theory of employment, interest and money 1935 ▬  edizione integrale sul web  http://en.wikiquote.org/wiki/John_Maynard_Keynes.