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     12. Nota congiunturale - dicembre 2011

      

  

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01.12.11

 

Angelo Gennari

 

       

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.... PAGEREF _Toc310499907 \h 1

● Go, super Mario, go? boh…... PAGEREF _Toc310499908 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc310499909 \h 7

nel mondo.. PAGEREF _Toc310499910 \h 7

● Il capitalismo (di rapina? o è la legge dell’offerta e della domanda?: ecco come funziona (vignetta) PAGEREF _Toc310499911 \h 9

● Capitalismo e libero mercato… (vignetta) PAGEREF _Toc310499912 \h 10

● La crescita? No, non c’è più… e quella che c’è la producono quasi solo i paesi non-OCSE! (istogramma) PAGEREF _Toc310499913 \h 11

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais.. PAGEREF _Toc310499914 \h 12

● Piazza della Liberazione: ieri, oggi… e domani? (vignetta) PAGEREF _Toc310499915 \h 14

● Se non sono d’accordo, gli sfrango i cervelletti (vignetta) PAGEREF _Toc310499916 \h 24

Africa... PAGEREF _Toc310499917 \h 27

in Cina... PAGEREF _Toc310499918 \h 28

EUROPA.... PAGEREF _Toc310499919 \h 33

● I rendimenti per finanziarsi i debiti a confronto: Germania, Francia ed Italia (grafico) PAGEREF _Toc310499920 \h 42

● Ossezia del Sud e Abkazia: i nodi del contendere che la Georgia voleva sciogliere con la guerra (cartina) PAGEREF _Toc310499921 \h 54

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc310499922 \h 54

● Stiamo arrivando a prenderti… Iran! (vignetta) PAGEREF _Toc310499923 \h 61

● Chi ce l’ha, la Bomba, guarda a casa degli altri… ma la sua se la tiene stretta (vignetta) PAGEREF _Toc310499924 \h 64

● I  7 maggiori bilanci militari al mondo, in miliardi di $ (istogramma) PAGEREF _Toc310499925 \h 76

GERMANIA.... PAGEREF _Toc310499926 \h 77

FRANCIA.... PAGEREF _Toc310499927 \h 79

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc310499928 \h 80

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc310499929 \h 81

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Il mese che vede il cambio di governo – fuori il Berlusca superdestro, fregn**ciaro e insopportabile ormai (ha scritto il NYT[1]* che “a Bruxelles, dopo anni di sopportazione del buffonesco, populista e scandaloso Silvio Berlusconi non hanno neanche fatto finta di nascondere il calore del loro sollievo di fronte al sig. Monti”: non ne potevano più neanche loro di chi amava auto-presentarsi  a tutti come il “miglior primo ministro – anche se se lo diceva da solo – che l’Italia abbia mai avuto nella sua storia ”, con buona pace di Alcide De Gasperi, Camillo Benso conte di Cavour e tanti altri.

A Barroso, a van Rompuy e alla Merkel certo importa poco e a noi molto di più che anche i supertecnici del prof. Mario Monti siano per lo più un tantino, e magari parecchio, destri.  Ma l’ovvia “competenza” e, se non altro rispetto ai predecessori immediati, la “pulizia” con cui si presentano (ma avete a mente le bizze del Brunetta, il dito medio di Bossi, la stizzosa burbanza di La Russa?...) sono anche per noi – per tutti gli italiani, specie per quelli che ogni tanto all’estero si sono affacciati in questi ultimi anni – occasione di reale sollievo.

● Go, super Mario, go? boh…

Berlusconi e Tremonti hanno venduto, insieme, negli ultimi giorni della loro sopravvivenza come una decisione loro quella di non contentarsi più solo del commissariamento della BCE sull’economia dell’Italia. Hanno sostenuto, invece, di aver chiesto, addirittura, loro al G-20 di Cannes, una specie di supervisione, di mallevadoria, di chaperonaggio quasi sui propri conti per quella signorina di buon lignaggio ma di costumi ormai un po’ scapestrati e anche troppo facili da parte di una severa accompagnatrice britannica o comunque di lingua britannica (l’FMI). Ma non era così. Come sono andate davvero le cose lo racconta bene il NYT[2].

Appena stoppata in qualche modo l’esplosione della bomba del referendum in Grecia costringendo Papandreou a cancellarlo, come del resto voleva forse fare dal primo momento (vedi qui sotto, sotto EUROPA), è “piegandosi alle pressioni dei leaders europei che l’Italia, con una mossa straordinaria e senza precedenti – per un paese che, al contrario di Grecia, Portogallo e Irlanda, non gode dell’accesso a fondi di salvataggio dell’FMI – ha ‘invitato’ il Fondo Monetario Internazionale a guardarle i conti da sopra le spalle per assicurarsi – e assicurare la stessa UE – che essa  porterà avanti le riforme necessarie a non far sprofondare il paese nella crisi dei debiti sovrani che in Europa si va allargando”: è così che hanno descritto la verità – altro che con le giaculatorie melense e fasulle berluscon-tremontiane del siamo stati noi a decidere, “alti esponenti dell’Unione europea”…

Insomma non è la cessione della sovranità nazionale consentita dalla Costituzione, nello stesso articolo che ripudia la guerra a nome del popolo italiano ma “in condizioni di parità con gli altri Stati per le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace[3]”. No, è molto di più: è la cessione extra Costituzione di un potere sovrano dello Stato sul proprio bilancio in condizioni di nessuna parità con nessun altro degli Stati dell’Unione europea… no, neanche la Grecia.

Ed è anche molto di meno di questo, perché non è che chiedano ai contabili del FMI – che poi di questo si tratta – di garantire la veridicità delle promesse italiane. Delle nostre promesse non gliene frega più niente a nessuno e non sono quelle che vogliono veder avvalorate. Quel che chiedono loro di certificare non sono gli impegni, ma in generale l’implementazione delle varie riforme (pensioni, mercato del lavoro, privatizzazioni: anche se sarà un po’ difficile perché sono totalmente prive di contenuti da verificare finora) e, molto molto in particolare, proprio i conti, le bollette, le note della spesa che il governo dovrà pagare. E resta tutto da vedere, ovviamente, quel che faranno loro davvero vedere…

Anche se poi, con tipico l’ho detto/ma non l’ho detto berlusconiano, il consueto voltafaccia a metà, un official, come lo chiamano le agenzie[4] – alto esponente, componente ufficiale della delegazione italiana o del seguito che sia, del Cavaliere (Bonaiuti? uno che non ne capisce assolutamente niente e probabilmente non aveva neanche proprio compreso quello che era stato deciso – e si è affrettato, presto zittito e smentito però nell’ambito della stessa delegazione italiana, però, a raccontare la favoletta che “l’accordo non implica affatto un formale meccanismo di ‘sorveglianza’ e spiega che, invece Roma cercherà sulle questioni in oggetto i ‘consigli’ dall’FMI. Tutto quello che ci si aspetta dal Fondo è che svolga un ruolo complementare al monitoraggio della Commissione europea”…

Ha annotato, durissima, un’editorialista del Guardian[5] che, è chiaro, trasmetteva un’impressione più che un fatto assodato – ma non è già indicativo di un clima e di una valutazione che questo avvenga e solo per il Nostro mai per altri? – “la settimana scorsa lo hanno filmato mentre si voltava al passaggio della prima ministra danese per guardarle il sedere. E lo rifatto questa settimana, mettendo a fuoco lo sguardo sulle terga della presidente argentina Cristina Fernandez[6]. Una carezza visuale del deretano, accompagnata da un suggestivo aggiustarsi il nodo della cravatta— lo sguardo che diceva: ‘Guardate che non me ne potrebbe fregare di meno che i livelli raggiunti dagli interessi sui bonds italiani abbiano raggiunto livelli critici’ ”.

Insomma, “l’unico uomo a sembrare immune, alle pressioni che hanno schiacciato il G-20 è lui, l’icona con cui la storia rappresenterà il grottesco casino in cui tutti ci troviamo, il ghignante primo ministro italiano”.

L’impressione è che malgrado la montagna di guai che stanno schiacciando l’Italia e tutti quelli che personalmente stanno assediando lui, quelli giudiziari compresi che lo vedono ancora imputato in almeno tre processi penali, “Berlusconi abbia considerato il vertice di Cannes come un’occasione di caccia a livello ministeriale: dal bunga bunga, forse, al livello del party wonga wonga”: quello, analogo nelle finalità al bunga bunga arcoriano, che tenevano ai vertici dei rangatira, i capi maori, della Nuova Zelandia…

È per conto proprio il Financial Times, che Libero e Il Giornale amano citare perché è un organo di stampa sempre albionico sì, ma “posato”, “moderato”, “sanamente conservatore” e “scrupoloso”, non prono cioè ad attaccare Berlusconi solo perché è Berlusconi e che “comunista” poi almeno esso – la bibbia del capitalismo finanziario europeo – sicuramente non è, titola ora il suo editoriale semplicemente, rivolgendosi direttamente al Berlusca come in Italia non farebbero neanche i giornali dell’estrema: In nome di Dio, dell’Italia e dell’Europa, vattene[7]! che suona anche peggio del Fate presto!, il titolo cubitale che alla pressione della crisi attribuiva qualche giorno prima al foglio rosa finanziario italiano che ambisce a somigliare molto proprio al Financial Times[8]

In termini, se volete un po’ grezzi, il Nobel dell’economia Paul Krugman ha scritto – a cavallo delle dimissioni annunciate ma non date da Berlusconi – che non sarà con un bang ma con un bunga bunga —La maniera in cui l’euro finisce[9] (e non si capisce bene se lui lo auspica o lo depreca: ma si sa che da tempo – e non è il solo, lui che un euroscettico poi, propriamente, non è: chi scrive lo scrive da undici anni, almeno – Krugman non crede possibile che l’euro continui a funzionare se l’Unione in Europa non fa un salto in alto e in avanti, dalla moneta all’economia e alla politica.

Perché coi decennali ben oltre il 7% l’Italia entra ormai in un terreno dove si mettono in moto tutti gli ingranaggi del circolo vizioso e – coi leaders europei presi sotto i fari come un cerbiatto… l’impensabile, una rottura dell’euro è diventata anche troppo pensabile: perché un’eurozona tutta costruita su un unilaterale aggiustamento deflazionista fallirà. E questo è certo”.

[Breve parentesi nostra, a questo punto: ecco spiegato bene assai, e in due parole, perché le ricette europee e quelle del FMI – le loro sorveglianze, le loro verifiche e quant’altro –non funzionerebbero  neanche se e quando perfino il senatore a vita Mario Monti poi le dovesse applicare: perché sono uguali a deflazione, a rinuncia alla crescita, ecco perché…].

   “Se i leaders dell’eurozona insisteranno su questa loro linea, saranno condannati anche ad accettarne il risultato. La realtà è che anche un inizio di percorso possibile verso la salvezza dell’euro ormai dipende da un cambiamento radicale di linea della Banca centrale europea. Pure, come ha scritto su questo giornale[10] John Quiggin, la BCE è stata invece essa stessa parte [e davvero non piccola] del problema.

   Io sono convinto che gli aumenti dei tassi di interesse decretati quest’anno entreranno nella storia come l’esempio più classico dell’idiozia politica. Non è detto che, se la BCE non avesse alzato i tassi, non saremmo comunque nei guai ma l’assoluta stupidità di correre dietro all’ossessione dell’inflazione quando l’euro era ovviamente già a rischio scombussola proprio la mente.

   Io trovo anche oggi difficile credere che l’euro fallisca; ma mi riesce altrettanto difficile credere che l’Europa si deciderà a fare quel che è necessario davvero per evitare il fallimento. La forza irresistibile si scontra con l’oggetto irremovibile— e stiamo lì a guardare l’esplosione…”.

Forse, alla luce spietata di questa analisi, la mossa che la BCE ha fatto adesso – il primo giorno della presidenza di Mario Draghi – il calo dei tassi, dei saggi di interesse, dell’euro di un quarto di punto[11] – è, almeno noi vogliamo sperarlo, un segnale di controtendenza… ma temiamo che questa nostra sia un’illusione e lo resterà fino a che non ci troveremo sull’orlo del baratro.

La ragione di questi giudizi, per quel che riguarda Roma, non è solo ma anche, e sicuramente, spiegabile dal fatto che Berlusconi, a suo modo, somiglia a Papandreou. L’uno e l’altro hanno maggioranze parlamentari ormai risicatissime, litigano coi loro ministri delle Finanze, non riescono a mantenere quello che promettono… Ma l’Italia anche se, per sua fortuna al contrario della Grecia, resta solvente – pur dovendo pagare interessi sempre più insostenibili per continuare a farlo – ha un debito pubblico a oltre 1.900 miliardi di €: che, al contrario di quello della Grecia, per la sua stessa  mastodontica dimensione mette in pericolo tutta l’eurozona e tutta l’Europa.

Ma, ora, perfino la tutela imposta al paese dal Fondo monetario su richiesta dell’Unione europea e dall’Italia subìta “rischia di essere minata dal fatto che l’Italia mantiene il suo attuale governo. Non avendo mai fatto le riforme promesse nel suo ventennio di presenza politica, Berlusconi non ha proprio la credibilità che ora serve a portare un cambiamento significativo”. Punto, si direbbe , e basta… “Dopo un ventennio di ostentata spettacolarità, le uniche parole da rivolgere al sig. Berlusconi echeggiano quelle che una volta usò Oliver Cromwell[12]. In nome di Dio, e dell’Italia e dell’Europa, vattene!”.

Ma lui non ci sente, non se ne accorge o, se se ne accorge, fa finta di non accorgersene. Perché, dopo l’accordo abborracciato in Grecia tra maggioranza e opposizione, il problema – lo vedono tutti davvero: qualcuno anche, sembra, dentro il partito del premier – è l’Italia: la non credibilità ormai totale del governo italiano all’estero, sui mercati e, qui da noi, tra la gente. Intitola il NYT[13] che E’ proprio sull’Italia che si va focalizzando ormai la paura dei mercati in Europa: “fra i segnali allarmanti e più recenti c’è il costo che l’Italia deve pagare per farsi prestare soldi che si è impennato al massimo da quando il paese è entrato nell’euro”: al 6,66% per i decennali di Stato, lunedì 7 novembre.

Pensateci bene— e a noi è venuto pensato vedendo lo straordinario spettacolo, nel senso davvero più alto e più nobile  del termine, che ha dato Benigni di fronte al parlamento europeo nel suo “elogio all’Italia” del 9 novembre[14], proprio mentre lo spread arrivava a 571 punti sui Bund: alla cultura e alla storia e anche gli italiani, cioè… altro che la penosa sceneggiata del Kapò berlusconiano d’antan[15] che seppellì di metaforica me**a  anni fa il Cavaliere e in qualche modo, con lui primo ministro, allora anche l’Italia…

La Grecia e l’Italia, la culla, le culle, di tutta la cultura e la storia europea minacciano oggi di trascinare nel baratro l’Unione europea. I problemi di equilibrio fiscale della Grecia sono preoccupanti ma quelli dell’Italia sono monumentali. E se non ci riesce Monti – anche con una soluzione dolorosa e magari pure “sbagliata” nel caso in cui dovesse accogliere senza cambiarla, com’è, la ricetta “europea”.

Krugman, citato appena qui sopra, ha spiegato bene perché anche se ormai forse ineluttabile sarebbe comunque sbagliato, nel merito. Perché più austerità significa alla fine più povertà, meno welfare, meno consumi, meno investimenti, meno domanda, meno occupazione. Non lo dicono solo estremisti come, nel suo piccolissimo, chi scrive qui, né irresponsabili veterocomunisti nostalgici: ma premi Nobel come Stiglitz, Krugman, o quasi Nobel come Roubini.

●Una parentesi qui, ma importante crediamo, sulla natura dell’austerità”. Pontificando nel messaggio urbi et orbi di addio agli italiani (addio a modo suo, si capisce: “io non lascio… raddoppio!”: tipico, no?), il Cavaliere ha richiamato il messaggio, sempre urbi et orbi, con cui vent’anni fa “scese in campo”: per salvare l’Italia dal comunismo e consegnarla a questo suo capitalismo selvaggio e brado; e ha ricordato, anche con nostalgia un po’ strappacore, i tempi dell’austerità della sua fanciullezza: quando il cappotto lui se lo faceva, come un po’ tutti, da quello dismesso del padre o di un fratello maggiore.

Ricorda però – non certo riferendosi a lui, ma è come se lo facesse – Krugman[16], assai tempestivo, che c’è una differenza abissale tra l’austerità di oggi e quella di quando i più vecchi tra noi erano bambini:

• La prima è che allora il sacrificio era largamente condiviso: e lo sapevano tutti, anche il premier inglese Attlee e il presidente del Consiglio italiano De Gasperi e non solo il piccolo Silvio, si facevano rovesciare i cappotti…

• Poi lì, come qui, c’era il razionamento e la restrizione forte depressione dei consumi materiali: ma il tasso di occupazione era molto più alto di quanto sia ora. E la cosa conta, fino a fare la differenza  se è vero, come è proprio accertato, che sul piano psicologico il costo della perdita dell’impiego è molto più grande del costo della perdita del reddito.

   Che poi è anche la ragione per cui “è tanto idiota andare a dire in giro che le cose in America non vanno poi tanto male, visto che su base storica i consumi pro-capite non sono affatto tanto depressi”. Quando la percezione si fa realtà perché magari è più realtà della realtà per 90 persone su 100, è semplicemente un idiota— dumb, sottolinea Krugman, mica noi, chi va in giro a dire che tutto va bene perché i ristoranti sono sempre pieni, no?

• Ancora, l’austerità era allora imposta anche da limiti reali e a tutti evidenti delle risorse disponibili. Per esempio, la quantità di valuta a disposizione per importare prodotti di consumo. La gente capiva benissimo perché: per esempio, in Inghilterra era a tutti chiaro che “per la guerra il paese aveva speso tantissimo e che adesso doveva pagarne il conto”. E noi, poi, la guerra non l’avevamo neanche vinta…

• Oggi invece l’austerità non è neanche imposta da fatti “oggettivi”, è “imposta da uomini in doppiopetto che decretano come sia necessaria per soddisfare gli invisibili dèi dei mercati finanziari. E’ comprensibile che la gente cominci ad avere i suoi dubbi e non solo perché poi quegli dèi invisibili sembrano pretendere sacrifici solo da chi lavora e mai da chi è ricco; ma anche perché quei signori lì in doppiopetto, non sembrano neanche avere la minima idea di quel che vanno facendo: cosa ormai diventata evidente per tutti.

   Però non pigliatevela col consumismo per spiegare la differenza tra allora e adesso; pigliatevela con i leaders che abbiamo adesso che hanno imposto ai loro cittadini sacrifici iniqui di cui finalmente questi hanno cominciato a rendersi conto”.

●In ogni caso, non si sa davvero se è peggio Scilla o è peggio Cariddi. Perché, se invece di riuscire a formare subito un governo anche magari un poco preoccupante, fossimo costretti a prospettarci ancora mesi di attesa per le elezioni…, se la BCE non cambiasse l’impostazione stessa del suo agire e del suo pensare come le chiedono di fare da tempo tanti, ma non quelli che contano di più purtroppo anche in Europa…

... dovremmo accettare alla fine 3-400 miliardi di € di prestito d’urgenza e forzoso da parte del FMI e dunque, come quelli lì sono usi fare, l’effettivo commissariamento da parte loro del nostro paese. Come si fa con una repubblica delle banane qualsiasi. Un atto che, però, a quel punto, commissionerebbe di fatto ma anche di diritto l’euro stesso…

Come spiega sempre a quel NYT[17] uno del mestiere – un banchiere – ormai la Grecia “è una specie di recita d’avanspettacolo”; certo, “i mercati reagiranno favorevolmente al cambiamento”, a prescindere e anche solo perché di questo si tratta: di un cambiamento “ma non è che reagiranno granché a quel che succede in Grecia. Oggi è l’Italia la grande questione irrisolta”. Già…

Forse la grande questione si comincia a risolvere con le dimissioni annunciate da Berlusconi l’8 novembre. Ma si tratta di dimissioni… annunciate., a venire dopo l’approvazione del maxiemendamento che approva – se approva… – “le richieste europee”: non bene specificate, si capisce, ma comunque quelle da macelleria sociale, per intenderci.

Anzi, visto che il Commissario europeo all’economia e ex presidente della Federcalcio… finlandese, Olli Rehn, ci dice che non bastano le misure lacrime e sangue cui il Berlusca si è impegnato, che dovremo fare un’altra manovra, se poi basterà[18]... visto che comunque nel 2013 non raggiungeremo come aveva annunciato il governo la parità del bilancio… Guardate, la lettera di Rehn del 4 novembre chiede formalmente “chiarimenti” (pagine e pagine di chiarimenti, in 39 punti, anche seccamente e scortesemente enunciati, sugli impegni annunciati da Berlusconi al vertice del 26 ottobre… dove, pure, ci avevano tutti raccontato che l’Europa aveva “approvato” le promesse italiane…

Insomma, ci si può contare sulla parola del Silvio nazionale? Forse stavolta sì perché forse stavolta il presidente della Repubblica lo ha inchiodato non solo a una promessa ma anche – forse, speriamo – a una scadenza… Solo che l’ennesimo impegno a fare qualcosa ma senza farla subito – il solito facimmo ammoina – si trasforma immediatamente sui mercati, la mattina dopo, in un salto a 575 punti di spread dei buoni del Tesoro sui Bund e al 7,43% del rendimento sui decennali: chi vende e compra titoli professionalmente, e tanto più speculativamente, ogni giorno coglie quest’incertezza e subito ce la fa pagare.

Chi ha BpT li vende come può e, vendendoli in massa, li svende. Il fatto è che, impietosamente annota il NYT[19], i costi da sopportare per vendere il nostro credito sono arrivati sopra quel 7%: sopra “i livelli che hanno costretto altri paesi dell’eurozona (Grecia, Irlanda, Portogallo) a chiedere il salvataggio”. Insomma la prima manovra d’agosto è già bruciata, la seconda ormai pure e ce ne vuole un altra perché, ormai, le promesse del 26 ottobre (la lettera di intenti scritta dal quel monculpop di Brunetta) sono diventate carta straccia.

E, a Brunetta, quando gli arrivano gli ispettori della Commissione al ministero di cui ancora, ma fortunatamente solo per qualche giorno, lui è ancora il miniconducator, a porgli la parte delle 39 domande firmate da Rehn che lo riguardano (ma in che diavolo consiste, concretamente e non a chiacchiere, questa tua strombazzata riforma della P.A.?) scrive – scrive! – a Berlusconi per chiedergli di che si tratta… Come se non lo sapesse, il farisaico scriba estensore della lettera di impegno del 26 ottobre!

Ultima notazione. Dice: ma non è la democrazia che lo ha cacciato! Non lo hanno cacciato, cioè, i voti e neanche una rivoluzione popolare. Vero! L’hanno cacciato i mercati, in una specie di santa alleanza con Napolitano di qua e l’asse Bruxelles-Parigi-Berlino di là…  Però, vivaddio, eravamo addirittura arrivati a sperare, noi, senza neanche vergognarcene troppo, che lo cacciasse via la discinta nipotina “di Mubarak”… Certo, confessiamo anche che ci fa schifo dover notare come rabbrividiamo anche noi a vedere che un governo viene licenziato dal rating di Moody’s o di S&P’s e non dagli elettori. Ma tant’è…

Sia come sia, resta il fatto che formato il nuovo governo – dopo che nei fatti e non solo a chiacchiere, appunto, ha ottenuto la fiducia: ormai le chiacchiere servono a poco o niente, vaccinati come ci ha tutti il Cav. Berlusconi – cominciano a tornare un po’ indietro, riassestandosi verso livelli più accettabili, i tassi di interesse sul debito e anche lo spread.

Ma, soprattutto, nell’immediato scatta una promessa formale che raddrizza un po’ la barca Italia in Europa: non è Monti a annunciarla ma, direttamente, l’Eliseo subito prima del voto di fiducia e Monti che, allora, lo può sì annunciare anche lui in replica al parlamento: “il primo ministro italiano incontrerà giovedi 22 novembre la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy che gli hanno chiesto di riportare stabilmente il contributo italiano nelle discussioni sulla risoluzione della crisi dell’eurozona[20]”-

Insomma, d’ora in poi si discute a tre e non più solo due… proprio quello che era stato negato al Berlusca, facendo indignare Frattini e tutte le prefiche della dignità violata del nostro paese: intendiamoci, giustamente ché lo sberleffo di quel sopracciò di Sarkozy al Cavaliere era poi rivolto all’Italia; ma anche del tutto inutilmente se non avessimo cambiato l’autista del carro di Tespi italiano.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Il Financial Stability Board, il gruppo di alti funzionari dei vari ministeri del Tesoro che, per conto del G-2, ha riferito al vertice di Cannes con Mario Draghi che l’ha presieduto, ha detto che sono 29 gli istituti bancari che nel mondo devono ricapitalizzarsi perché altrimenti per l’economia globale (17 in Europa e 8 solo negli USA) costituiscono un rischio sistemico globale[21]. I dettagli, tecnicamente molto complicati dei suggerimenti avanzati, emergeranno forse fra qualche tempo ma ancora non sono affatto consolidati.

Il Board ha identificato, in ordine puramente alfabetico, i seguenti istituti: Bank of America, Bank of China, Bank of New York Mellon, Banque Populaire, Barclays, BNP Paribas, Citigroup, Commerzbank, Crédit Agricole, Credit Suisse, Deutsche Bank, Dexia, Goldman Sachs, HSBC, ING Bank, JPMorgan Chase, Lloyds Banking Group, Mitsubishi UFJ, Mizuho, Morgan Stanley, Nordea, Royal Bank of Scotland, Santander, Société Générale, State Street, Sumitomo Mitsui, UBS, Unicredit Group (l’unica italiana) e Wells Fargo.

●Il G-20 di Cannes è stato un altro fallimento. L’ennesimo però – anche se forse, dopo quello di Seattle del 1999 squassato dalla protesta dei giovani, il fiasco più grosso – per cui, comunque, magari è anche utile non sopravvalutarlo. Questi vertici da anni sono un processo, una serie di eventi mai un evento a se stante. Il punto nodale su cui è, però, conveniente far subito chiarezza è che i cosiddetti leaders del G-20 – i dirigenti delle maggiori venti economie del mondo – avevano lì l’occasione di prendere per le corna il toro della crisi del debito che, d’altra parte, gli aveva depositato sul tavolo pari pari l’Europa.

Ma  non l’hanno voluto, saputo o potuto fare. Per cui sono condannati comunque a riprovarci: la prossima volta. A livello europeo e/o a livello ancora mondiale. Solo che la prossima volta il contesto potrebbe perfino essere addirittura peggiore. Come qualcuno ha osservato, e non è stato difficile constatare anche stavolta, sembra proprio che l’unico reale potere che hanno questi leaders qui – da Obama al Berlusca – è proprio quello di frustrarsi l’un l’altro…

Dice, colpa di Papandreou che, con la storia del referendum sull’austerità, ha buttato un  macigno negli ingranaggi europei. Dice che, altrimenti Germania e Francia si sarebbero presentate con un pacchetto di offerte allettanti a cinesi, giapponesi e indiani perché si decidessero a riempire di loro soldi il buco del debito sovrano europeo. Ora, il tempismo di Papandreou, se non il suo tardivo risveglio di istinto democratico – subito però cancellato – è stato terribile. Ma non era questo il problema.

Il problema era e resta che il piano di salvataggio europeo – prima: ci pensino le banche nazionali; poi i governi; infine, come ultima-issima istanza, l’FSEF – era solo una realtà virtuale: sul tavolo non c’era un euro fresco di più. Solo promesse, poi, più che impegni quantitativi cifrati. Come si è detto, troppo tardi e troppo poco e troppo etereo, il tutto. E il fatto stesso che l’UE si dovesse rivolgere al G-20 per cercare stavolta di uscirne è stato assai indicativo. Il niente di concreto che l’Europa aveva messo nel bussolotto con cui s’è presentata alla questua di fronte alla delegazione cinese ha così aiutato Hu Jintao a ignorare la colletta.

Ma anche il documento finale del G-20 di Cannes s’è rivelato il solito compromesso annacquato[22]: come sempre, del resto, viene giustamente rilevato. “Ci impegnamo tutti – recita virtuosamente la dichiarazione – alle riforme strutturali che servono ad aumentare la produzione nei nostri paesi”: cioè, tutti si impegnano a tutto e al contrario di tutto, nessuno però identificato precisamente anche se a occhio sembrerebbe, se fosse, un’altra rata di lacrime e sangue in arrivo…

Ci assicureremo che il FMI continui ad avere le risorse per giocare il suo ruolo sistemico finalizzato a beneficiare tutti i paesi suoi membri”, che è un impegno tanto importante in sé quanto indiscriminato e indiscriminante per suonare come cosa seria. Ma, anche qui: quante risorse? di chi? e, poi, per chi? e per chi no? e a quali condizioni? quelle di sempre: stringete ancora la cinghia o voi che non avete più neanche un giro di vita?

Vero, il G-20 accenna a un “piano per la crescita e l’occupazione” a livello globale, come non può non fare un vertice dei G-20. Ma non c’è nessunissimo impegno, anche qui. C’è il vaghissimo discorso di prendere “misure discrezionali [cioè, per carità, volontarie…] per sostenere la domanda interna, se le condizioni economiche dovessero mai peggiorare” (ma a questi va di scherzare? e poi, come sempre, impegno uguale per tutti, cioè per nessuno…). C’è quello – che parla chiaramente della Cina e alla Cina, ma non ne fa il nome – che impegna “a aumentare la domanda interna e insieme a una maggiore flessibilità dei cambi”.

Impegni che, messi tutti insieme non costituiscono certo alcun coordinato o credibile piano di azione per far sì che la volontà degli Stati anticipi e pieghi quella dei mercati[23]. In pratica, realisticamente: tutti i problemi sono rimasti problemi e nessuno – nessuno! – di essi  ha neanche cominciato a veder abbozzarsi un’idea di soluzione. E i mercati, che hanno sentito subito la puzza del vuoto, hanno fatto subito cadere le borse e spinto al massimo gli interessi da pagare per comprare bonds italiani.

Ancora una notazione. Sarkozy s’è detto felice che “per la prima volta non solo ai tavoli delle ONG ma a quello dei capi di Stato e di governo si sia parlato di tassa sulle transazioni finanziarie internazionali”. E ha ragione. E’ vero… Ma, appunto, ne hanno solo “parlato”. E’ scemata, almeno nelle parole del presidente americano rispetto a quelle del suo ministro del Tesoro e ex grande banchiere internazionale, la resistenza all’idea.

Ma l’ostilità di Cameron che sente di rappresentare e di dover rappresentare anzitutto gli interessi della City – il diritto dei soldi a copulare coi soldi, come nel ‘400 Bernardino da Siena lo bollava parlando della stessa questione anche se in altro contesto, ovviamente – resta  tutta e al massimo si potrà, forse, così far “passare” l’idea nell’eurozona – e poi neanche è detto: probabilmente solo l’idea, non il fatto – e non nell’Unione come tale dove l’Inghilterra ha voce in capitolo e, come tutti, anche diritto di veto…

Rimandiamo al capitolo GIAPPONE più avanti una notazione che ci è venuta in mente leggendo il comunicato finale del vertice. Vedete, Tokyo con un debito pubblico che da solo supera quello di tutta l’eurozona messa insieme riesce a non farsi neanche menzionare nella dichiarazione finale...

●E poi c’è la verità più vera, quella che arriva al nocciolo della questione scartando ogni copertura e ogni foglia di fico: quella verità senza accettare la quale non troveranno mai un rimedio efficace e mai saranno capaci di evitare il ripetersi di queste crisi.

Il capitalismo (di rapina? o è la legge dell’offerta e della domanda?: ecco come funziona (vignetta)

Fonte: Calvin & Hobbes (cfr. http://www.funnyphotos.net.au/images/calvin-hobbes-financial-crisis1.jpg/)

 

15 $ al bicchiere? // Sì.. ne vuoi uno? // Ma come giustifichi un prezzo simile? // Offerta e domanda! // E dov’è la  domanda? io proprio non la vedo // Invece, c’è una grossa domanda! // Sì? // Certo, come unico azionista proprietario di questa impresa io domando profitti mostruosi ai miei investimenti! // E come presidente e amministratore delegato domando un compenso annuo esorbitante! // Mentre, come unico dipendente, domando un alto salario orario e ogni tipo di beneficio aziendale! E poi ci sono da considerare i sovraccosti di produzione e i costi effettivi  di produzione! // Ma a me sembra come se avessi preso un po’ d’acqua di fogna e ci avessi buttato dentro una fettina di limone! // Bè, c’erano spese da tagliare, se volevo restare competitivo // E se bevessi quella schifezza e mi sentissi male? // ‘Caveat emptor’— è al compratore che tocca stare in guardia! questo è il nostro motto! se dovessimo star dietro ai regolamenti sanitari e alle regole ambientali, dovrei ancora alzare i prezzi // Ma tu sei un pazzo. Io me ne vado a casa a bermi qualcosa di diverso // Brava! Fammi perdere il lavoro! Siete proprio voi nemici del business a rovinare l’economia! // — — // — — // Bè, adesso ho bisogno di aiuti pubblici!

Cioè: la responsabilità della crisi finanziaria e della sua dimensione globale è della deregulation – cioè lo spostamento tettonico che negli anni ’80 ha spinto a destra tutta la politica e tutta l’economia, incentivando tra l’altro la rapida crescita nella sperequazione dei redditi – che ha portato alla catastrofe dell’economia perché fino ad allora, dopo la grande crisi del ’29 e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la regolamentazione dei mercati finanziari, a partire dagli anni ‘50 diciamo, funzionava.

Questo il peccato mortale: il neo-liberismo. Il nome del peccatore-pensatore di questo schiacciante marchingegno fu Milton Friedman, con tutta la sua corte dei suoi piccoli guru del monetarismo e del liberismo deregolamentatore; e il cognome fu quello associato del binomio Reagan e Thatcher che lo fecero ingoiare a un mondo dispostissimo, è vero, a ingoiarlo perché subito ne faceva ricchi, a scapito di tutti gli altri – questa è la verità – i protagonisti.

Era la lettura profondamente mutata dell’uomo e della società che si è imposta in questi ultimi venti-trent’anni: prima la povertà e la disoccupazione erano viste come ingiustizie generate dal capitalismo, dall’ingordigia, dall’iniquità sociale; poi, a partire da allora – da Friedman, da Reagan, da Thatcher fino a oggi, fino, si parva licet…, a Berlusconi – sono state viste come conseguenze del comportamento personale, di difetti individuali e di scelte sempre personali, giuste o sbagliate: che, per definizione e per dogma, sempre sono scelte libere, individuali, mai decise e neanche condizionate dalla società.

● Capitalismo e libero mercato… (vignetta)

     GENTE SENZA CASA       e      CASE SENZA GENTE

Fonte: Puget Sound Business Journal, vignetta di M. Priggee (cfr. http://editorialcartoonists.com/cartoon/display.cfm/ 71548/)

Eccolo il nodo. I difensori dei liberi mercati insistono a negare, e anche con veemenza visto come stanno andando le cose, che siano un fine a se stessi. E, tanto meno, uno strumento immorale. Sono amorali, dicono, con i fini non c’entrano e sono neutri sono solo strumenti. Ma la scelta neutra di dar retta ai dettati di un sistema amorale – e di consentire così ad accettarne senza combattere sia i buoni che i cattivi esiti – è in sé una posizione fondamentalmente immorale. Ed ecco, dunque, perché di questo si tratta – di un atteggiamento immorale – se si accetta, senza combatterlo o cercare almeno di soffocarne gli istinti belluini il capitalismo e il libero mercato come criterio a cui riportare tutto.

Scriveva, nel 1935, della fase non proprio ormai più iniziale in seno all’Amministrazione di Roosevelt su come affrontare la crisi, che essenzialmente emergevano e si scontravano al suo interno – contro la posizione repubblicana che voleva lasciar fare al mercato – due posizioni

La prima che chiedeva al governo di spendere il minimo necessario a consentire ai cittadini di continuare a campare e a prevenire la rivolta sociale; e,

 la seconda, che il governo si mettesse invece a spendere su scala così vasta da fornire uno stimolo possente alla ripresa.

   Questa seconda alternativa veniva spesso formalmente abbracciata da quanti in pratica sostenevano la prima. Vale a dire, l’effettiva scala delle spese che proponeva, sufficienti a comportare un serio squilibrio del bilancio, sono insufficienti a impartire lo stimolo adeguato per la ripresa. Per cui, condizioni di depressione economica resteranno ancora congelate per un periodo di tempo considerevole[24]”.

Riportando questa lucida analisi di 85 anni (in effetti, poi, dalla crisi si cominciò a uscire solo quando Roosevelt stesso buttò via le raccomandazioni del primo tipo e accelerò una marcia forzata sulle seconde), Paul Krugman[25] – che richiama questo passo – conclude amarissimo, sulle scelte attuali di Obama, e certo non solo di Obama, che siamo congelati nella prima fase e corregge il famoso detto di Karl Marx (che “la storia si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”, nell’incipit a Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte), dicendo che non è proprio così: “pure la seconda, dice, si ripete come tragedia”…

●In definitiva, esiste davvero una ricetta testata per sistemare il casino nel quale affondiamo. Una politica di breve periodo di stimolo all’economia per aiutarla a riprendersi dalla recessione prima che arrivi la prossima recessione— che è all’orizzonte, se non è già cominciata, documenta l’OCSE

● La crescita? No, non c’è più… e quella che c’è la producono quasi solo i paesi non-OCSE! (istogramma)

World growth will be sustained by the non-OECD countries
Contributo in %  alla crescita reale del PIL mondiale annualizzata trimestralmente: paesi OCSE   e non-OCSE

Fonte: OECD, 28.11.2011, L’OCSE chiede di intraprendere azioni urgenti di rilancio dell’economia globale ammalata [cfr. http://www.oecd.org/document/47/0,3746,en_21571361_44315115_49095919_1_1_1_1,00.html].

Funziona. E alcuni tipi di stimolo funzionano prima e meglio degli altri. Poi, quando il cuore dell’economia si rimette a pompare a regime viene il momento – non prima – di riportare deficit e debiti sotto controllo. Il modo per farlo consiste in un mix di tagli di spesa – ma allora: non prima –, di aumento delle entrate fiscali e di riforme dei diritti, anche acquisiti, magari— ma allora, non adesso, non mentre la ripresa non si vede neanche da lontano. Altro che austerità subito! (e, poi, per chi? sempre per gli stessi, no?).

Sul mix si discute, si può certo discutere. Sui tempi, sulle proporzioni perché certo anche piccole differenze nella miscelazione possono anche portare conseguenze diverse, ma questa formula di base è solo buon senso: ed è economia assolutamente di base che il mondo reale ha messo e rimesso già tante volte alla prova…

Ma se è così, perché mai il buon senso non opera? C’è una scuola di pensiero che imputa la colpa fondamentale del nostro dibattere a vuoto che paralizza tutto al nuovo modo di comunicare: Internet, lo strillo permanente, i talk shows, il ridurre tutto a slogan ad effetto… Forse è un po’ semplicistica, ma chi sa[26]?

(Tra parentesi, qui: questo stesso documento dell’OCSE, illustrato dal capo economista Pier Carlo Padoan, prevede che Germania, Francia e Gran Bretagna andranno in recessione nel quarto trimestre di quest’anno, mentre Grecia e Portogallo non riprenderanno a crescere, e lentamente, prima del 2013.

L’Italia quest’anno crescerà ancora di meno di quanto finora era stato presunto, solo dello 0,7%; e l’anno prossimo, per tutto l’anno, sarà in recessione: PIL alla fine a -0,5%; mentre l’eurozona come tale, nel suo complesso, praticamente resterà ferma, appena +0,2% e +1,4 solo nel 2013.

Queste previsioni comportano come conseguenza pressoché automatica che le economie degli Stati Uniti e della Cina verrebbero pesantemente colpite dall’effetto onda d’urto delle turbolenze europee.

Bisogna dire che, come tutte le previsioni macroeconomiche, anche per l’OCSE si tratta sempre di approssimazioni che, più spesso che no, sbagliano anche del 100%: il problema è che possono sbagliare, però, sia in aumento (per fortuna) che (per sfortuna) in calo…)

●La rupia, la moneta nazionale dell’India, è caduta precipitosamente[27] (da 46 a oltre 52 per $, sul 9%) rispetto al dollaro americano con un deprezzamento che si è impennato rapidamente nello scorso trimestre tra dubbi emergenti sulla robustezza dell’economia e una frenata degli investimenti dall’estero.

 

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

●Tocca all’Egitto, adesso, dopo le elezioni in Tunisia, che sono andate bene, senza che nessuno abbia neanche pensato a dubitarne. Ma sembra che la maggiore preoccupazione dei militari che, cacciato via Mubarak, si sono sostanzialmente insediati al potere, non sia proprio quella di assicurare sviluppi realmente democratici ma di assicurarsi, sempre sostanzialmente, di mantenerlo. Il voto comincia il 28 novembre ma i militari hanno inventato un marchingegno elettorale che lo continuerebbe a procrastinare per mesi (dopo le presidenziali, per ora previste a fine 2012 inizio 2013).

In modo da restare appunto sostanzialmente al potere al minimo, nelle loro speranze, ancora per un anno. Bisognerà vedere con grande attenzione come si muove, già nel prossimo futuro, questo paese. Intanto si sentono voci e rumors forti – a pensar male, certo, si fa peccato ma… – che il feld-maresciallo Tantawi intenderebbe, rinnegando tutte le promesse fatte, “correre” per la presidenza della Repubblica ma facendosi “portare” da un’ondata popolare, suscitata “dal basso” anche con la coscrizione di decine di migliaia di soldati[28]. E, in ogni caso, si sta muovendo con la sua Giunta per ritagliarsi un ruolo sovraordinato, di supervisione e senza controllo, rispetto a tutti gli altri poteri.

Queste voci, e queste mosse, all’immediata vigilia della prima tornata delle elezioni allarmano movimenti e partiti e a piazza della Liberazione, venerdì 18 novembre, si danno appuntamento decine, dicono in molte fonti centinaia di migliaia di manifestanti (e altre migliaia a Alessandria, Suez, Aswan, Menoufia) per chiedere al governo militare di anticipare le elezioni presidenziali ad aprile del 2012. Vogliono un trasferimento più rapido di poteri in mano ai civili[29].

Cominciano a schierarsi i partiti islamici, Libertà e Giustizia per i Fratelli mussulmani e quello dei salafiti di Al-Nour (il partito della Luce) che si sono formati rientrando dalla clandestinità dopo Mubarak, ma seguono anche i liberali e i partiti della sinistra: tutti protestano, rifiutando alcuni dei principi fondamentali del documento preparatorio presentato dai militari come base della riforma costituzionale noto col nome del suo estensore principale, il vice primo ministro Ali al-Selmi e noto ormai come il documento Selmi.

Definisce le Forze armate come “guardiane di ogni legittimità costituzionale”, ritagliando loro un ruolo di supervisione-sorveglianza di governo e politica simile a quello che aveva disegnato per loro Kemal Ataturk, in Turchia ,a quasi un secolo or sono. Il testo, presentato dai militari come immodificabile nelle parti che definiscono confidenziali e non criticabili le decisioni prese dal governo militare “nell’interesse della sicurezza nazionale”— ma senza definire neanche vagamente in cosa essa consiste, adesso pare, dopo le manifestazioni, che si possano rivedere gli articoli in questione del documento, il 9 e il 10[30].

Mentre i partiti di stampo islamista, come quello che risale ai Fratelli mussulmani, si dichiarano sostanzialmente soddisfatti, altri movimenti e una massa importante di dimostranti, come dire?, “sparsi” rifiutano di mollare: non si accontentano di promesse ed impegni, vogliono che i militari indichino subito la data in cui lasceranno definitivamente il potere ai civili. E sulla piazza gli scontri continuano, molto duri (una cinquantina di morti), per giorni. In termini crudi, il sospetto di una buona parte del movimento, quella meno legata ai partiti tradizionali per quanto clandestini ai tempi di Mubarak, è che forse non ci sia stata – o almeno non abbia ancora vinto nel paese – nessuna rivoluzione e che i militari restano sempre decisi a non abbandonare il potere.

Lunedì 21 novembre, a sera, dopo altri scontri di piazza con tutti i loro strascichi di morti e feriti e a una settimana ormai dalle elezioni, si dimette nelle mani del Supremo Consiglio militare il governo di Essam Sharaf— che tanto, come tale, contava assai poco o niente.

I Fratelli mussulmani, invece, dichiarano di “accontentarsi del cedimento” dei militari – accontentarsi è il verbo, naturalmente, utilizzato dai loro detrattori: loro dicono, con qualche motivo, che è stata una vittoria – che la Fratellanza ha sicuramente sul gozzo quanto e, più  di tutti gli altri, probabilmente. La differenza è che loro hanno anche la saggezza, l’esperienza e la disciplina necessarie a non diventare bersagli della repressione dell’esercito.

Ma, certo, ora restando lontani dal culmine delle manifestazioni e dalla repressione i Fratelli potrebbero anche aver inviato, non volendolo, il messaggio che i loro interessi elettorali contino più del sangue degli egiziani: una decisione che sembra aver anche irritato, e diviso, parecchi dei Fratelli stessi.

Che poi è la ragione principale per cui, se davvero si arriverà mai, qui, a chiudere un processo elettorale davvero accettabilmente libero, finiranno per guidare loro il nuovo Egitto (pseudo?) democratico. Ma certo sembra sempre più probabile che la scelta alla fine si potrebbe restringere tra i militari e l’altra forza politica davvero già ben organizzata sul territorio, la Fratellanza.

E qui si pone, con virulenza ormai, il nodo con cui l’occidente, e gli Stati Uniti in particolare, sono ormai obbligati a fare i conti: quello dei loro impulsi contradditori (perché spesso sono solo presunzioni culturali: in quanto quello che praticano è il più delle volte il contrario di quanto predicano (la democrazia, la rivoluzione in piazza) di qua e la voglia e l’interesse ad avere alla stabilita (l’esercito), di là, insieme al timore dominante di quel che non è ancora ben conosciuto come gli islamici che si sono organizzati bene in una possente forza politica: da mesi sta giocando il gioco democratico, con grande responsabilità e anche saggezza… ma domani?

Dopo un’altra giornata drammatica sulla piazza della Liberazione, dopo aver negato di aver dato ordine di sparare sulla folla e promesso di scoprire e portare a giudizio chi lo ha ordinato e lo ha fatto, dopo avere “con riluttanza” accolto le dimissioni del governo ad interim che della conduzione della repressione di piazza della Liberazione era stato subito critico, dopo aver dichiarato che per formare un altro governo di coalizione e di “salvezza nazionale” sentirà tutti.

E alla fine il maresciallo Tantawi, che è diventato il vero obiettivo della contestazione – lui, il “cagnolino da grembo di Mubarak”, come in molti lo sprezzano: ma anche l’uomo che a gennaio finì col “deporre” il rais si rassegna ad annunciare che le elezioni presidenziali si terranno a luglio del 2012.

E – dice – che, se gli egiziani lo chiederanno in un referendum che sarà organizzato ad hoc, lui personalmente e il Consiglio supremo se ne andranno. Probabilmente, però, non è ancora finita… Molti egiziani non si “contentano”, vogliono tutto ancora accelerato. Ma tutto cosa? come? Adesso se si riescono a tenere effettivamente le elezioni, forse si capirà meglio come effettivamente davvero qui può andare a finire…

La cosa sempre più evidente è che, forse, la nuova piazza Tahir, la piazza della Liberazione di questo fine novembre, è quella che reclama contro il fatto che, tra militari di qua e maggiorenti e movimenti organizzati di là, la gente comune[31] – i giovani, le donne islamiche col velo o quelle laiche e occidentalizzate, quanti si sono integrati tra loro attraverso i social networks, i disoccupati, i precari, i tantissimi poveri cristi…: quanti in questi mesi sono stati largamente emarginati dal dibattito sul futuro del paese e adesso reclamano, a voce assai alta e all’unisono, i loro diritti.

Lo fanno in nome dell’unico collante comune che unifica tutte le sue componenti: la rivendicazione dei diritti appunto, di tutti i diritti e tutte le garanzie— la libertà di parlare, di adorare Dio pubblicamente o di non farlo, di manifestare o no e, anche però, di non morire di fame, di trovare un lavoro… che diventa cruciale e prioritaria, certo, ma anche non unica e non assorbente tra le tante rivendicazioni. Insomma, questa non sembra tanto  una seconda rivoluzione egiziana quanto sempre la prima, il completamento piuttosto della prima.

Diversi partiti – quelli diciamo pure meno organizzati e strutturati perché più nuovi e con meno tradizione dei Fratelli mussulmani che, in particolare malgrado anni e anni di clandestinità e persecuzione mubarakiana sono attivi ormai da decenni – avevano chiesto a pochi giorni dalle elezioni di chiedere al Consiglio militare di posporre il primo round delle elezioni parlamentari almeno di due settimane, rinviando così il voto in nove governatorati, compresi quelli di Alessandria e del Cairo. Non è andata così, alla fine, la decisione dei militari:

1) • “le elezioni parlamentari cominciano come previsto a fine novembre e seguiranno il calendario previsto e annunciato.

2) • “il Consiglio supremo militare esprime le sue scuse profonde alle famiglie dei martiri, figli leali dell’Egitto, che sono periti negli ultimi giorni.

3) • il personale della sicurezza responsabile di morti e ferimenti nel corso della repressione delle proteste sarà chiamato a renderne conto.

4) • le famiglie dei morti negli scontri riceveranno un compenso, purtroppo solo economico, per le loro perdite.

5) • gli arrestati dal 19 novembre in poi saranno rilasciati.

6) • ma il Consiglio non lascerà il potere a causa di una folla che urla, legittimamente, i suoi slogans. Il potere per noi non è un benedizione, è una maledizione e una pesante responsabilità[32].

Lo annunciava un comunicato stampa congiunto emesso, per e a nome di tutta la giunta, da due dei suoi membri più autorevoli, il magg. gen. Muktar el-Mallah e il gen. Mamdouh Shaheen. La piazza continua a protestare, ma sembra ormai come smorzata.

Ma la piazza non accetta pacificamene questo punto di vista: non accetta le “scuse” e resterà ad occupare il luogo simbolico della rivoluzione  finché il  Consiglio supremo non  se ne andrà… Il  nodo è che ormai in tanti tra gli egiziani si stanno convincendo che gli sforzi tetragoni delle FF. AA.

 

● Piazza della Liberazione: ieri, oggi… e domani? (vignetta)

“Ma te l’avevo detto, no, di non far rimettere ancora i vetri?”

Fonte: IHT, 24.11.2011, Patrick Chapatte

di restare a ogni costo, sembra, attaccati al potere – che è anche potere direttamente economico: patrimonio edilizio, fabbriche, produzione industriale, ecc. – costituiscano la minaccia più grave alla stabilità e alla democrazia dell’Egitto.

E la nomina il giorno prima dell’inizio delle elezioni di Kamal al-Ganzouri, dal 1996 al 1999 già primo ministro di Mubarak e, nei limiti stretti delle sue possibilità allora anche piuttosto non uno dei peggiori a quel posto non può essere letta oggi dalla piazza che come una provocazione. Molto pesante… “perché hanno soltanto riciclato un loro vecchio alleato, tra quelli meno repellenti che avevano[33]”. In effetti, era considerato un liberalizzatore, un liberista economico “competente”: epperò anche prudente che effettivamente rimise a posto (quasi) i conti dello Stato ma a scapito delle condizioni di vita di molti egiziani e rispettando scrupolosamente, invece, poteri e prerogative dei militari[34].

Ma è proprio questo l’elemento di novità – il governo – sul quale da Washington la Casa Bianca sceglie di giocare le proprie carte, tentando di valorizzarlo, l’elemento di discontinuità su cui, spera, si possa forse far leva : “Oggi più importante di ogni altro fattore, crediamo che il trasferimento pieno del potere a un governo civile deve ora avvenire in un modo giusto e inclusivo in grado di rispondere alle aspirazioni legittime del popolo egiziano: e al più presto possibile[35]”.

Insomma, non dicono proprio a Tantawi, vecchi amici che sono, di andarsene in dorata pensione ma arrivano quasi a dirlo. Adesso bisogna vedere se, 1., per generali e marescialli è chiaro a sufficienza – e abbastanza coattivo, impossibile stavolta da ignorare il messaggio; e, 2., se la gente lo capisce come un mano tesa stavolta in buona fede; o come lo capisce…

Ma, per completare il quadro, bisogna anche aggiungere che i generali trovano una loro claque che, il 25 novembre, riunisce in una piazza centrale del Cairo circa 20.000 manifestanti:

• alcuni apertamente nostalgici del regime di Mubarak;

• altri che si identificano con l’ala che si autodefinisce “più rivoluzionaria” della rivoluzione, appunto, del gennaio scorso e che auspica apertamente un irrigidimento della stretta dei militari (il “pugno di ferro”) nell’illusione di poter allora rilanciare una rivoluzione se necessario anche violenta, comunque radicale (il “tanto peggio tanto meglio”, no?);

• altri ancora dicono, invece, di puntare con ansia a una transizione ben programmata, e soprattutto non affrettata, alla democrazia;

• e, infine, un ultimo gruppo, il più numeroso, di chi sostiene la Giunta militare e chiede che resti al potere “responsabilmente, definitivamente e indefinitamente”.

Il denominatore comune per tutti è quest’ultimo: lo SCAF, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, deve restare al suo posto. Se la giunta cedesse il potere, le strade del Cairo sarebbero messe subito a ferro e fuoco da un’insurrezione “stupida”, “ingenua” e, comunque, “sconsiderata”… perché chi viene ammazzato in piazza, “si vuole far ammazzare” e noi siamo, comunque, la maggioranza: sia pure “silenziosa”… ancora[36].

E a questo punto, già al secondo giorno del primissimo turno elettorale – davanti a un forte tasso di partecipazione della gente che alle urne per votare hanno fatto, contro tutte le previsioni di caos e violenza e nella massima tranquillità, ore di fila – i Fratelli mussulmani decidono di mettere le cose in chiaro. Anche se un altro dei generali più importanti del Consiglio militare ha appena ripetuto che la Giunta continuerà a scegliere il primo ministro anche dopo la formazione del parlamento – ha designato Ganzouri il giorno prima, appunto – un altro esponente di Libertà e Giustizia, il leader dei Fratelli mussulmani Essam el-Erian sottolineando proprio la partecipazione al voto sostiene che essa[37]

ha evidenziato la volontà degli egiziani di veder avanzare una vera democrazia dimostrando che il paese si è dato una consistente maggioranza parlamentare: cioè – rileva – non è ai generali ma, come in tutti i sistemi parlamentari è alla maggioranza che spetta dare al governo l fiducia: è un principio base di ogni democrazia, di senso comune, anche se i generali non lo hanno voluto inserire nella legge fondamentale”. Insomma, la Fratellanza anche se non ha partecipato come tale all’occupazione e alle manifestazioni ultime di piazza della Liberazione, non molla la presa e la morsa sui militari.

●In Tunisia, intanto, un accordo tra il partito di maggioranza relativa Ennahda— Rinascita (89 deputati eletti alla Costituente, islamico “moderato”) e il Congresso per la Repubblica (29 deputati, il secondo partito, laico di centro-sinistra), ha designato Moncef Marzouki, presidente di questo secondo partito e vecchio militante del movimento tunisino di difesa dei diritti umani come presidente ad interim della Repubblica. Il terzo partito, di sinistra – per dirla all’europea – il Forum democratico per il Lavoro e la Libertà, ha perso il braccio di ferro per candidare il suo uomo di punta, Ben Jaafar, cui è stata invece proposta la carica di presidente della Costituente. E presidente del Consiglio viene designato Hamadi Jebali, segretario generale del partito islamico Ennahda. Tutti i designati sono poi stati regolarmente eletti dall’Assemblea costituente il 22 novembre[38].

●Dopo la Tunisia, tocca per primo al Marocco, ora a fine novembre, andare alle elezioni. Qui ci si aspettava un po’ tutti che il partito di opposizione, il partito islamista della Giustizia e dello Sviluppo (PG&S) – che malgrado il nome è un partito di destra conservatrice moderata – arrivi primo e largamente: elegge poi, in effetti, 107 deputati su 395, una forte maggioranza relativa, contro i 60 del secondo partito, quello tradizionale appoggiato dal re, l’Istiqlal, il partito dell’Indipendenza fondato in clandestinità negli anni ’30 quando il nemico era il colonialismo francese e voluto allora personalmente dallo stesso re, Maometto V.

Considerato fino a poco tempo fa come la minaccia principale al regno di Maometto VI, il suo governo è stato in pratica obbligato ad ammettere il partito di Giustizia & Sviluppo alla vita pubblica e alla partecipazione elettorale per evitare quello che sarebbe stato un boicottaggio in massa, e clamoroso, del voto.

La nuova Costituzione presentata, discussa ma poi emendata alla fine personalmente dal re dà poteri legislativi ed esecutivi maggiori a parlamento e governo. Il primo ministro deve essere nominato ancora dal sovrano che ora però, almeno, è obbligato dal nuovo testo a designare il capo del partito di maggioranza relativa. Che ha lui, adesso, il potere di nomina dei ministri e di sciogliere l’assemblea nazionale.

Però, la legge proporzionale estremamente complessa che governa le elezioni rende in pratica obbligatorio un governo di coalizione che, con ogni probabilità, il partito islamista “moderato” costituirà adesso proprio con l’Istiqlal… Alla fine della fiera, la nuova Costituzione mantiene in ogni caso al re il comando delle Forze armate e, con la designazione degli ambasciatori, la direzione della politica estera del paese. E non sembra trattarsi di poteri solo nominali…

Però, il PG&S ha più che raddoppiato i suoi voti andando oltre le proprie aspettative migliori rispetto alle precedenti tornate elettorali controllate e guidate: nel 2002 aveva preso 42 seggi conquistando il terzo posto e nel 2007 il secondo, con 47 seggi (il tasso di partecipazione elettorale era allora stato del 37%). Gli islamisti radicali del partito della Giustizia e della Carità, una scissione integralista del PG&S, non potranno partecipare né al gabinetto né alla vita legislativa perché rifiutano, per principio, di prestare giuramento di fedeltà al re: come lo avrebbero fatto con e per qualsiasi presidente.

Ora l’opposizione in parlamento, sarà costituita dall’Intesa degli Indipendenti, un’alleanza assai lasca formata da un blocco di otto partiti filo monarchici che hanno messo insieme 52 seggi e dal partito dell’Autenticità e della Modernità che nel 2008 venne fondato dal braccio destro del re, Fouad Ali al-Himma, in concorrenza interna nel campo monarchico con l’Istiqlal e nel tentativo, guidato allora dal monarca stesso, di anticipare a modo suo il cambiamento in arrivo.

L’Intesa ha avuto 47 seggi ed è interessante notare come il campo monarchico, se fosse restato omogeneo avrebbe potuto verosimilmente ottenere la maggioranza relativa e, dunque, anche con la nuova Costituzione la designazione del primo ministro: ma aveva dentro almeno cinque, sei galli a cantare capifila che preferivano tutti perdere piuttosto che essere scavalcati da un diretto rivale della propria area.

Il vero problema che, secondo parecchi osservatori, rischiava di insorgere era dovuto al “cinismo” che avrebbe portato molti al non voto: per la sfiducia dilagante sulla rilevanza rispetto alla vita della gente normale della politica politicante[39]. Insomma, quasi come da noi: i sondaggi oggi danno l’astensione possibile intorno al 30% dei votanti… Nelle liste elettorali comparivano 13,5 milioni di marocchini su 33 milioni di abitanti e, alla fine, hanno votato un po’ più del 45% degli aventi diritto: che qui non è male, tutto considerato.

Abdelillah Benkirane, il leader del PG&S, nelle prime dichiarazioni da vincitore ha assicurato che lavorerà per rafforzare la democrazia e una governance responsabile. “Quello che prometto a tutti i marocchini è che ci proveremo, io e la squadra che con me lavorerà, ad essere più seri e più razionali[40]”. E, in effetti, poi il re, già il giorno dopo il voto, gli affida il compito di formare il governo.

Resta qualche timore che sulle questioni di morale e costume, malgrado giuramenti e buone intenzioni, gli islamisti per quanto “moderati” cerchino di forzare la mano al re, forti  e sospinti dal sostegno della maggioranza popolare – relativa ma niente affatto irrilevante, che hanno. E’ il germe della contraddizione che, del resto, la democrazia porta in sé come diceva già Voltaire: il suo stesso “principio di negazione”.

Quello per cui se la maggioranza decide che un diritto non è più un diritto, che democrazia è o sarebbe? Il principio per cui la vicina Algeria arrivò a una furibonda guerra civile con decine di migliaia di morti quando, vent’anni fa per stroncarne le possibilità stesse di sviluppo i militari annullarono le elezioni vinte dal Fronte Islamico di Salvezza nazionale, prima di tornare da poco – dopo la registrazione da parte del presidente Abdelaziz Bouteflika del fallimento della dittatura militare… anche se lì le elezioni ancora non ci sono state:  – a metodi più “aperti”, meno autoritari di gestione del potere.

Ma il trend è questo. Nettissimo. Da regimi autocratici e autoritari ad elezioni che scelgono governi islamici “moderati”. Se, adesso, il voto che inizia in Egitto a fine novembre lo vince il partito della Fratellanza mussulmana, il modello contagerà (ma è un verbo pregiudizialmente sbagliato, lo sappiamo..., anche se descrive bene il fenomeno) anche l’Algeria stessa – con problemi dovuti qui alle resistenze ormai di retroguardia però visto il suo fallimento già confessato della casta militare – e poi lo Yemen e, forse, la stessa Siria e, tendenzialmente, forse pure tutte le monarchie arabe: capaci, però, pare di adattarcisi meglio.

Sarà uno sviluppo verso un mondo più equilibrato, un tantino più giusto e anche un tantino più libero in una regione che, più di noi, di giustizia e di libertà ha una fame arretrata di secoli? oppure come dice Netanyahu[41] – dal quale non compreremmo, però, per un soldo neanche un chilo di pane né lo accetteremmo in regalo – un incubo per Israele e per il mondo tutto? Certo, se Israele non cambia il modo suo di rapportarsi al resto del mondo e, anzitutto, della regione in cui ormai è inserita, comprendendo anche le ragioni degli altri, problemi ne avrà…

●In Libia, e a prescindere da chi è stato nominato – nel senso che non è ancora conosciuto quasi a nessuno – il CNT ha cambiato il suo primo ministro ad interim: si è dimesso Mahmoud Jibril e adesso è l’ing. Abdurrahim el-Keib (nome translitterato anche in Abdel-Rahim el-Keeb)[42], un critico del regime che finora, però, si occupava all’estero di ingegneria elettronica e nel CNT era entrato appena tornato dall’America a Tripoli, proprio come uno dei rappresentanti di Tripoli senza neanche essersi candidato, sostanzialmente per aver finanziato e aiutato a far finanziare dall’America dove lavorava i ribelli. Il Guardian l’ha chiamato, con qualche ironia, una specie di presidente di Rotary club… In Libia?

Anche per questo, perché in qualche modo lui bilanciava territorialmente il vertice rispetto al presidente ad interim Jalil, uomo dell’est libico originario di al-Bayida, adesso Keib ha ricevuto il voto al primo scrutinio di 26 membri del Consiglio su 51 con gli altri suffragi dispersi tra i quattro suoi concorrenti.

Keib non ha un passato imbarazzante come quelli di Jibril stesso (ministro dello Sviluppo economico sotto Gheddafi, anche se all’inizio della rivoluzione lo abbandonò quasi subito) e pure di Jalil (per quattro anni, e fino alla rivoluzione, ministro – addirittura – della Giustizia di Gheddafi). Ma non è riuscito, il CNT, ad assolvere al compito che a se stesso aveva assegnato: quello di cambiare tutto il governo…

Abdurrahim el-Keib è laureato all’università della Carolina del Nord, ha insegnato negli anni ‘80 per qualche tempo lì e anche all’università dell’Alabama e ha lavorato per alcuni anni al Petroleum Institute degli Emirati Arabi Uniti (una scuola di alta ingegneria finanziata e diretta dalla Compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi) è stato scelto – l’hanno proclamato quasi subito – proprio perché associava la sua stretta identità “americana” con quella di una Libia in ogni caso per lo meno mai compromessa col regime gheddafiano, ha promesso che ora formerà lui il nuovo governo entro due settimane— scavalcando così il Consiglio stesso.

Che però resta minacciato dal braccio di ferro tra clan, sottoclan, tribù, sottotribù e territori vari[43]… Lo evidenzia la marcia a Tripoli di venerdì 18 novembre, attraverso quasi tutta la città, di qualche centinaio di miliziani – una trentina di bande[44], gente che ha effettivamente combattuto contro Gheddafi e i gheddafisti, e senza alcuna pietà come del resto quelli nei loro confronti – reclamando voce e diritto di decisione nella formazione del nuovo governo ad interim. Contro il quale si schiereranno armi alla mano se le loro rivendicazioni non trovano soddisfazione. Alleluja…

Adesso, poi, con l’arresto dell’ultimo figlio sopravissuto al defunto rais, Seif al-Islam el-Gheddafi, catturato da milizie, come tutte qui “indipendenti”, nel deserto sud-occidentale vicino ad Awbari[45], si apre una nuova faglia nell’incrinata facciata del nuovo potere: il governo transitorio della capitale, quello di el-Keib, promette che Gheddafi verrà trasferito al Tribunale internazionale dell’Aja sui crimini di guerra; mentre i  miliziani che lo hanno preso a Awbari e lì lo tengono prigioniero – a Zentan, il capoluogo della regione sotto custodia del capo locale, Osama al-Juwali della brigata Khaled bin al-Waleed che lo consegnerà solo, dice, in mano a un governo centrale nazionale una volta che si sarà formato in modo ufficiale e riconosciuto da tutti. Riconosciuto, si capisce, anzitutto loro e, prima ancora, da lui[46]

Che, però, e non a caso – annuncia il novo primo ministro ad interim dell’NTC, el-Keib a tre settimane dalla sua nomina – viene designato come ministro della Difesa del nuovo governo[47] che prossimamente verrà proposto al Consiglio (24 componenti, tra cui due donne; ministro delle Finanze, l’ex ministro del Petrolio dell’NTC stesso, Ali Tarhouni; ministro degli Esteri, l’ex ambasciatore all’ONU Ibrahim Dabbashi, uno dei primi diplomatici a mollare Gheddafi, proprio all’inizio della rivolta quando ancora sembrava dover essere in grado di schiacciarla); e ministro degli Interni, il rappresentante dell’assemblea transitoria di Misurata, Fawzi Abdel-Al. Fatto l’annuncio, però, è ripartito subito il dibattito, meglio il braccio di ferro, con molti componenti dell’NTC che, dopo aver dato un assenso di principio alle designazioni, hanno subito riaperto una forte diatriba  pubblica…   

 

●Afferma una Commissione speciale della Lega araba, incaricata di mediare per arrivare alla cessazione della rivolta dopo sette mesi di malcontento e di repressione, di aver trovato l’accordo col governo della Siria. Lo annuncia il ministro degli Esteri algerino, Mourad Medelci, il 1° novembre, citato dal quotidiano Al Arabiya, lo conferma la radio nazionale a Damasco e evidenzia la notizia la stampa israeliana[48]. Sono molti gli osservatori a considerare che questa potrebbe essere l’ultima iniziativa di mediazione diplomatica con qualche possibilità di successo in un ciclo di ribellione e repressione che, secondo alcune stime risalenti all’ONU ma anche forse colorate da una malvolenza antisiriana, ha fatto sui 3.000 morti.

Il giorno dopo, ufficialmente, la Lega annuncia che il governo siriano ha accettato il piano di pace proposto che prevede il rilascio dei prigionieri (tutti?), il ritiro delle forze di sicurezza dal pattugliamento di strada nel paese (tutte le strade, in tutto il paese?) e l’apertura di negoziati fra  governo ed opposizione (già, ma quale opposizione? non è un tutt’uno… e il governo ha sempre detto che coi siriani che complottano da Londra o da Parigi, coi soldi dei governi stranieri, non tratta… gli oppositori sostengono, per contro che Assad, in realtà, è disponibile solo a trattare con quegli oppositori che non hanno chiesto apertamente la sua caduta[49]…).

Il rappresentante siriano nella Lega, Yousef Ahmad, ha dichiarato all’agenzia ufficiale SANA[50] – sembra anche senza battere ciglio ma suscitando qualche risolino – che l’accordo è il risultato della volontà del suo governo di respingere ogni violenza e promuovere le riforme e il dialogo nazionale di cui riconosce il bisogno (solo quelle e solo quello ‘di cui riconosce il bisogno’ esso stesso, però?). La cosiddetta mediazione della Lega araba ha avuto successo, spiega Ahmad – e questo sembra più serio… – perché l’organismo ha a cuore la sicurezza e la stabilità di ogni paese aderente, al contrario di altri che pretendono di mediare e mestano invece nel torbido…

●Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé sentenzia però, con qualche buona ragione, che l’iniziativa della Lega araba non riesce a concludere niente: soprattutto non riesce a metter fine alla violenza che continua sconvolgere il paese. Il fatto, sottolinea, è che delle promesse di Assad nessuno si può più fidare. Ma il problema è che l’opposizione resta profondamente divisa (due grosse coalizioni, l’una contro l’altra – prima ancora che contro Assad – “armata ”: il Comitato nazionale di coordinamento, composto da oppositori rimasti in Siria e il Consiglio nazionale siriano che si è costituito all’estero, in Turchia, appena il mese scorso e che è totalmente contrario a ogni contatto col governo di Assad[51]) e che non sembra offrire alcun impegno “strutturalmente” (sic!) serio e credibile di riforma. Ma, tutto considerato, spiega il francese cui sembra mancare del tutto ogni logica cartesiana, il tentativo della Lega araba, che s’è dunque rilevato un fallimento, “deve continuare[52]”…

●E, infatti, continua. Vota l’esclusione “temporanea” della Siria dalla Lega[53] stessa, non dall’adesione però – non è stata espulsa – ma dalla partecipazione alle sue riunioni  e deliberazioni e anche imponendo, ma senza specificarle, possibili sanzioni. Lo fa a larga maggioranza (che comprende, certo, regimi inaccettabili come quello dell’Arabia saudita o del Kuwait o del Bahrain, per dire, con l’eccezione di quattro governi su 18 (la Siria stessa, ovviamente; l’Iraq che si astiene: con gli americani in casa, del resto…; il Libano, che anche se volesse non può votare contro Assad; e lo Yemen che, se non fosse “difeso” dagli USA potrebbe ben essere e per le stesse ragioni – conduce una repressione selvaggia del dissenso organizzato – il prossimo della lista di proscrizione)…

Poi, il primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassem bin Jabr bin Muhammad al-Thani (che ha in effetti condotto tutta l’operazione (il peso di questo paese, infinitesimale, ma ricchissimo di petrolio, è enormemente aumentato nel mondo arabo dopo che ha lasciato crescere e gestire con grande intelligenza e flessibilità tattica la televisione satellitare Al Jazeera, imparando a formattare in qualche modo utile a sé e quasi sempre anche intelligente la grande opinione araba) precisa – e ci tiene a far sapere di aver precisato – che in ogni caso mai si tratta di una presa di distanza come quella che c’è stata sulla Libia e che questo voto “non dà alcun segnale a favore di nessun intervento militare esterno come quello che è stato condotto in Libia: questo voto non chiede alcuna no-fly-zone in Siria”.

●Domenica 13, a Damasco e in molte altre città siriane, a Aleppo, Latakia, Tartous, Hasakeh, più di un milione di persone dimostrano – solo a Damasco, in piazza al-Hijaz la Barriera, più di mezzo milione: e anche testimonianze dell’opposizione lo ammettono – manifestando un appoggio anche esagitato ad Assad e contribuendo, pure pericolosamente, a dargli quell’aria che sempre più spesso sembra come fuori sintonia anche ormai con se stesso) protestando in modo violento contro le ambasciate dei paesi arabi, come Arabia saudita e Qatar, ma anche contro quella turca il cui governo si va facendo il più ostile ma diversamente da tanti altri al governo siriano.

Lo stesso giorno il governo di Assad, nel dare alla Lega araba subito dopo la sospensione[54] la disponibilità a consentire a ispettori anche militari della stessa Lega di supervisionare l’applicazione del piano di pace al quale ha dato il consenso e che non riesce ad entrare in funzione, denuncia, solo per le “provocazioni armate” dell’opposizione, le chiede col suadente e forbito ministro degli Esteri di lungo periodo, Walid el-Moallem – ma senza successo – di modificare i termini della missione che ha proposto[55].

Perché, sostiene, esorbitano – e in base alla carta costitutiva della Lega ha ragione – dai poteri che ha in base ai suoi stessi statuti assegnando agli ispettori un diritto di interferenza e di veto che viola in maniera inaccettabile la sovranità della Siria. Stanno mettendo in piedi un piano di pace che, affermano, mira a costruire l’alibi di cui, visti i problemi inter-arabi, avrebbe bisogno la cosiddetta comunità internazionale costruita ad hoc per l’occasione di mettere il naso nelle cose interne siriane.

Senza sottolineare troppo il dissenso, ma facendosi volutamente sentire, anche la Russia, col ministro degli Esteri Lavrov[56], dice il 14 novembre che la decisione della Lega araba non è stata ben considerata, che la misura è “squilibrata” e “impropria” e che la Lega, sospendendo la partecipazione siriana, ha buttato via un’occasione per intervenire anche sul terreno, coi propri osservatori, in modo politicamente e diplomaticamente appropriato, a rendere più trasparente la situazione in Siria.

Poi arriva l’Unione europea e, in mezzo al guado di c*c*a economico-finanziaria in cui sta affondando, si preoccupa di rilanciare – visto che l’ONU non le dà retta – le sue sanzioni contro la Siria. O meglio di annunciarne un possibile rilancio… Ma, visto che poi uno conta per quello che conta e non di più – e poi il coraggio, se non ce l’ha, uno si sa mica se lo può dare (precisa in effetti il ministro degli Esteri britannico, di solito quanto mai roboante nei confronti delle ex colonie che la Siria è altra cosa dalla Libia e nessuno si sogna di poterla bombardare…

… anche perché nemmeno l’opposizione siriana sembra poi tanto gradire: non vuole proprio  un intervento straniero e – temono molti anche tra loro – proprio come molti dei sostenitori di Assad, come l’ha detta benissimo in sintesi TIME Magazine[57], che “anche qui in Siria può succedere quel che successo in Iraq dove la tirannia di un regime Ba’athista [ma, almeno comparativamente, “laico” sul piano del costume] è stata rimpiazzata, specie per le donne, da una violenza cronicizzata e da un conservatorismo religioso rampante che ha soffocato tutte le loro speranze di maggior libertà— e per molte di loro ha anche messo a maggior rischio la stessa vita”.

E la stessa Clinton bofonchia, più o meno, anche lei, ancora una volta, le stesse cose: teme per le donne in Siria e sa che un intervento di tipo libico in Siria proprio non esiste… Ma, così, l’Unione proclama che queste possibili nuove sanzioni saranno dirette contro 18 (diciotto) cittadini siriani legati al regime[58] che, se ce li hanno lasciati, si ritroveranno – forse… – ora i loro depositi bancari bloccati: a Parigi, a Londra, a Milano. Forse… Già, perché se ce li hanno, se sono tanto co***ni da averceli lasciati finora, allora è pure giusto, nel senso di inevitabile, che se li trovino sequestrati.

●Più preoccupante, forse, è la distanza che sempre più nettamente prende dal regime siriano la Turchia di Erdogan[59]: dopo che anche il re di Giordania ha preso le distanze con forza, Ankara sta proprio rovesciando le proprie alleanze o, almeno, quanto alla Siria sta mollando Assad.

Rivolgendosi a lui direttamente in televisione arriva ad esclamare che “dovrebbe allontanarsi subito dal suo posto, prima di spargere altro sangue e  di far torturare altri compatrioti, per il bene del suo paese come di tutta la regione…Se non sei capace di imparare la lezione dalla fine di Hitler, Mussolini e Ceausescu che hanno rivolto i loro fucili contro il proprio popolo, guarda al leader libico che, solo 32 giorni fa, si è fatto uccidere come nessuno di noi davvero voleva dopo aver usato contro la sua gente il tuo stesso linguaggio[60]”… — un modo assolutamente irrituale, e tanto più forte perciò, di rivolgere un appello al capo di un altro Stato…

Certo anche la Turchia ha qualche problema. A parte la lacerante contraddizione che il governo di Erdogan non riesce a liquidare col passato e a risolvere col proprio presente (ieri gli armeni, oggi – diversamente – per fortuna i curdi), la politica stessa dell’andare sempre d’accordo coi vicini, con Israele come con la Siria, non funziona più perché costringeva troppo spesso una democrazia imperfetta ma reale e forte, come quella turca, a tenere altrimenti bordone a dittature come quella siriana o a democrazie come quella di Israele che, però, puzzano un po’—riservate spesso solo ad alcuni cittadini e non ad altri o radicate addirittura sullo sfruttamento di una spietata occupazione militare.

La Turchia poi è davvero allarmata dalla prospettiva che una fusione del nocciolo del regime siriano possa destabilizzare tutto il suo vicinato del Sud coinvolgendo in uno scenario di destabilizzazione il nuovo (si fa per dire) ma (sicuramente) insicuro regime iracheno con il ritiro degli USA quasi completato e anche lo stesso regime iraniano, alleato assai prossimo di Bashar al-Assad.

D’altra parte, l’opposizione siriana, a larga maggioranza sunnita, vede proprio nella Turchia a differenza degli altri paesi islamici, un regime che è già dentro la NATO e dialoga con USA e Europa – facendo  anche valere le sue ragioni, al bisogno a muso duro, al contrario di tutti gli altri sempre invece appecoronati, pure nei confronti del colosso americano – tiene dritta la schiena con Israele ma vuole mantenerci un rapporto.

E, con al potere un partito islamico razionalizzante ma certo non fanatico e a maggioranza sunnita – sunnita, cioè, proprio come la maggioranza finora emarginata a Damasco – rende comprensibile e, quindi, in qualche modo accettabile anche e perfino all’occidente l’essere islamici e non necessariamente nemici… E questo, per Assad – altro che le buffonate delle sanzioni europee o le rodomontate degli americani – costituisce davvero un pericolo. Un’alternativa che sembra funzionare[61].

●Bizzarro e intrigante episodio, se poi resta tale senza altri sviluppi, l’assalto[62] che un gruppo di disertori dell’esercito ha condotto, il 16 novembre, contro una direzione dipartimentale delle installazioni di intelligence elettronica situate a Harasta, a meno di dieci km. a nord-est di Damasco. Si tratta della più importante infrastruttura delle FF.AA. finora fatta oggetto di un attacco armato e se – a quanto asserisce il Libero Esercito della Siria che dà il suo nome al gruppo di disertori – esistono vere e proprie linee di comunicazione anche all’interno delle Forze armate rimaste – per ora, dicono loro – fedeli al regime, allora qualche problema potrebbe insorgere per Assad anche su questo fronte.

Il livello delle defezioni fra i ranghi non ha certo raggiunto un punto critico[63] capace di mettere a rischio, o anche solo in questione, il dominio alawita sull’apparato di sicurezza dei corpi  militari. In tutto ad oggi le defezioni registrate tra i soldati siriani ammonterebbero, secondo il governo, a non più di 1.500-2.000; sono, invece, più di 15.000, secondo l’FSA, l’acronimo – inglese, ovviamente – della formazione ribelle che se li intesta): si tratta quasi esclusivamente di truppa di basso grado e,al massimo, di alcuni ufficiali di rango inferiore, praticamente tutti di confessione sunnita. Mentre le truppe alawite, druse e cristiane restano largamente leali nei confronti delle Forze armate e di Assad.

In ogni caso, oggi, non siamo forse ancora alla guerra civile, ma con l’FSA che attacca mitraglie e  bombe alla mano le installazioni militari non siamo neanche più alla repressione globale di marzo ed aprile. E Assad dovrebbe riuscire a capire lui steso che le cose così si stanno davvero mettendo male anche, e molto, per lui[64].   

●Una delle uscite più sorprendenti sulla Siria è venuta, in appoggio ad Assad, da Israele e nientepopodimeno che dal maggior generale Amos Gilad, direttore della pianificazione strategica e degli Affari politico-militari nel ministero della Difesa. Che ha detto, testualmente: “la caduta del regime siriano del presidente al-Assad metterebbe fine all’esistenza di Israele perché darebbe la stura all’aggressione islamica ai confini di Israele da parte della Fratellanza mussulmana. Il fatto è che il regime di Assad serve agli interessi di Israele[65]”.

Del resto, Netanyahu ha, adesso, lamentato pubblicamente, parlando alla Knesset[66], il parlamento, quanto diceva da mesi… come se la lamentazione facesse poi una differenza!: la primavera araba è stata una “tragedia”, tutti quelli che l’hanno salutata con favore sono degli imbecilli: in realtà è stata, e resta, “un’ondata insensata, anti-israeliana, anti-democratica, anti-liberale e anti-occidentale: insomma, islamista”     

Forse non è l’appoggio che più rallegra Assad, quello strozzato degli israeliani e, soprattutto, non lo può certo rassicurare. E forse lo deve cominciare a preoccupare davvero, se non si lascia illudere dai sicofanti di cui è circondato da sempre, anche la fine del figlio di Gheddafi cui comunque è andata assai meglio che al padre. Con la sua cattura, lo spettro del tribunale dell’Aja comincia forse a affacciarsi anche per Bashar al-Assad e i suoi, dietro le porte intarsiate e pesantemente vellutate del palazzo Teshreen, il palazzo del presidente a Damasco. L’Aja o, chi sa?, certo anche peggio…

●Alla fine, a fine novembre, arrivano davvero nuove sanzioni: le uniche possibili, quelle interne alla Lega araba, decretate per volontà precipua di Arabia saudita e Qatar[67] con l’adesione solo dei paesi a stragrande maggioranza sunnita contro un governo di sciiti-alawiti e col dissenso esplicito di Libano e Iraq che, insieme all’Iran, sarebbero però i paesi chiave per l’applicazione effettiva di sanzioni antisiriane e rifiutano.

Esse proibiscono, sì – oddio proibiscono: diciamo, sconsigliano – attività commerciali e finanziarie con le banche siriane ma saranno quasi pro-forma visto che Beirut resta la piattaforma più importante del Medioriente per le transazioni d questa natura e sempre che tra i capi siriani non siano tanto imbecilli da tenere ancora i propri mal guadagnati “risparmi” inguattati a Parigi o a Dubai…

Le sanzioni colpiscono i viaggi di leaders siriani “di alto profilo” nel resto del mondo arabo (ca***io: ci vorrà il visto, ora…). Pochi credono che funzioneranno (è proprio il Qatar, dopotutto, il polmone principale che sta meglio vanificando le sanzioni più pesanti, quelle dell’occidente, all’Iran)…

Però sanzioni ufficiali alla Siria, costituiscono in ogni caso uno shock anche per chi le decreta. Se il paese che, al pari dell’Egitto, è centrale nella storia e nell’immaginario dei popoli arabi come centro stesso dell’arabismo viene così isolato “per aver represso il suo popolo in rivolta contro il governo centrale” (è questa, al momento, l’incauta motivazione ufficiale delle sanzioni), la strada è aperta, domani, anche per altre sanzioni verso altri protagonisti che tengono, magari un po’ meno apertamente, analogo comportamento … Sono assai pochi, in effetti, da queste parti, a rispettare i diritti dei propri popoli e a non reprimerli ormai armi alla mano, se e quando serve.

● Se non sono d’accordo, gli sfrango i cervelletti (vignetta)

“I fratelli nella Lega araba mi hanno accusato di una reazione sopra le righe/ e come ha risposto lei?/ ho rispettosamente negato l’accusa/ e poi  ho offerto loro di ridurre in briciole i loro cervelletti”

Fonte: The Economist, 26.11.2011 vignetta di KAL

 

●Anche a Kuwait City, decine di manifestanti hanno invaso il parlamento (sic!) mentre altre centinaia protestavano sulla piazza antistante. Chiedevano le dimissioni del premier, Sheikh Nasser al-Mohammad al-Sabah, accusato di corruzione e di frenare ogni possibilità di riforma.

Qui le forze di sicurezza, appoggiate da un corpo di spedizione saudita a cui l’emiro aveva dato mano libera sono intervenute bastonando senza restrizioni (nei mesi recenti ci sono state anche qui decine di morti: gente – dicono sempre i blogger, la cui obiettività, anche qui, però, è da prendere un po’ con le molle – ferita, trascinata in strada e trucidata qualche volta anche coi medici che li curavano in ospedale).

L’emiro, il capo della famiglia reale, Sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, ha chiesto, durante una riunione di gabinetto (tutti i ministri sono membri della famiglia al-Sabah) a tutti i legislatori (ancora sic!) di non lasciarsi impietosire e di punire “duramente” chi ha attaccato le “istituzioni nazionali [68]. Precisamente come fa Assad in Siria, ma senza che nessuno (dopotutto, questo è un alleato dell’occidente, no?) lo dica.

●E, precisamente come mesi fa cominciò tutto in Siria, il 21 novembre almeno 15.000 dimostranti sono scesi in piazza a Kuwait City[69] chiedendo proprio il cambio del governo e la dissoluzione di un parlamento fatto di replicanti, protestando in massa contro le dichiarazioni belluine di cieca resistenza del re, quel Sabah rimesso in piedi nel 1991 per restituirgli la sovranità, i miliardi e il controllo assoluta del paese dopo l’invasione di Saddam Hussein.

E, alla fine, è lui però a mollare[70]: il primo ministro Sabah, che ha dovuto negli anni scorsi rassegnare le dimissioni di ben sei suoi governi, stavolta è costretto finalmente lui stesso a dimettersi, pur imputando la colpa di una misura “così radicale” alle “pratiche negative di una minoranza di membri del parlamento”, spesso anche loro del clan dei Sabah, malgrado la resistenza che gli oppone il re: rivedetevi il nome, un Sabah lui stesso. E la patata bollente torna così in mano a lui che, chi sa?, forse stavolta sarà costretto a una concessione maggiore: nominando premier, non sia mai detto, qualcuno al di fuori della famiglia al-Sabah…

Ma era solo un’aspettativa vana. L’emiro Sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah che è il padrone di tutto, petrolio, donne, uomini, e sabbia compresa, ha designato il ministro della Difesa uscente Sheikh Jaber al-Mubarak al-Sabah – vedete un po’ voi da quale clan e da quale famiglia proviene… – come nuovo primo ministro[71]. In definitiva, per farli dismettere l’abitudine, qui devono solo buttarlo via.

●Nel regno del Bahrain, il capo della commissione speciale istituita dal re per investigare sulla rivolta popolare della maggioranza sciita nei mesi scorsi e sulla spietata repressione da parte dell’esercito della minoranza sunnita, Mahmoud Cherif Bassiouni (un giurista indipendente americano-egiziano) ha escluso – riferendo senza mezzi termini in diretta tv e di fronte a re Hamad che lo ha ascoltato scuro in volto – di aver trovato indizi di ingerenze iraniane come quelle che i capi della sicurezza avevano denunciato e ha, quindi, chiesto ai tribunali speciali di sicurezza di rivedere le sentenze pronunciate contro gli arrestati: perché basate su accuse “sostanzialmente infondate”.

E ha poi rilevato/rivelato – in un’operazione di trasparenza che nel mondo arabo forse non ha precedenti – che da parte delle forze di polizia e militaril’uso della tortura” nell’opera di repressione è stato diffuso e “eccessivo[72]. Un uso per lo meno avventato dell’aggettivo, ma anche l’unica attenuante, puramente verbale, concessa al potere in una denuncia che resta unicamente significativa.

Palesemente in imbarazzo, ma anche dichiaratamente accettando il rapporto e i suoi esiti, re Hamad bin Isa al-Khalifa, sovrano del Mamlakat (il mammaluccato) di Bahrain promette “solennemente” a nome di tutto il governo (fatto anch’esso, del resto, nei posti che contano, solo da membri della famiglia Khalifa: il primo ministro, quelli della Difesa, delle Finanze,degli Interni…) che non si ripeterà più l’uso della tortura… o almeno – chi sa? – che non sarà più “eccessiva”.

Comunque le parole del re, per quanto qua e là un po’ sfumate ed equivoche, hanno scosso un paese che non si aspettava una trasparenza così inusuale:

Non vogliamo mai più vedere il paese paralizzato dall’intimidazione e dal sabotaggio [in altri  termini: sarà pure che, come tu dici, l’Iran non c’entra… ma io continuo a credere che s’è almeno impegnato a farci sabotare…].

   Non vogliamo mai più venire a sapere che qui da noi i lavoratori immigrati, il cui contributo allo sviluppo della nazione è inestimabile, vengono ripetutamente terrorizzati da gruppi razzisti [e qui è almeno un tantino ipocrita, re Hamad…  su 1.234.000 abitanti il 54%, 666.172, sono lavoratori immigrati senza diritti civili e, ovviamente, politici e economicamente ipersfruttati,.. e questo Hamad  non può non saperlo…].

   Noi non vogliamo mai più vedere cittadini civili di questo paese processati altro che nei tribunali ordinari.

   Noi non vogliamo mai più dover assistere all’assassinio di poliziotti o alla persecuzione delle loro famiglie per colpa del lavoro che svolgono a protezione di tutti noi, né vogliamo mai più vedere che il nostro personale di sicurezza e di polizia maltratti qualcuno [dove maltrattare è, naturalmente, l’eufemismo regale per torturare: ma lo capiscono tutti…].

   Perciò, noi dobbiamo e vogliamo riformare il corpo legislativo del regno per conformarlo agli standards internazionali cui il Bahrain è tenuto dai Trattati ai quali aderisce [non lo conformi poi troppo, però, Maestà…: non è che altrove, diciamo per dire in America, sia poi proprio tutto sempre conforme agli standards: per esempio, quanto a tortura, ecc., ecc.]”.

●A San׳ā’, la capitale dello Yemen[73], si va forse prospettando uno sblocco della situazione di stallo politico e di potere con la possibilità, trapelata da un’intervista di Mohammed Basindwa, alla testa del Consiglio nazionale delle forze rivoluzionarie, che il presidente Ali Abdullah Saleh potrebbe finalmente decidersi a firmare l’accordo per trasferire i suoi poteri al vice presidente Abd- Rabboh Mansour Hadi.

L’accordo, che è stato proposto già ad aprile dal Consiglio di cooperazione del Golfo (persico) dà a Saleh una completa immunità – estesa anche alla sua famiglia allargata – in cambio delle sue dimissioni e della fine del suo governo che è in piedi da 33 anni. L’accordo ora è stato definito anche, pare, nei meccanismi specifici che dovrebbero finalmente consentirne l’applicazione ma, avvisa Basindwa, ancora siamo allo stadio dell’accordo “di principio”.

Ma, adesso, arrivato – pare – Ali Abdullah Saleh a convincersi, partono dure resistenze all’interno del suo partito, il Congresso generale del popolo. In termini ben altrimenti drammatici, sembra il Berlusca che cerca di convincere i duri tra i suoi che ormai è meglio fare un passo indietro[74]… anche perché se su Berlusconi hanno premuto fino a schiacciarlo, alla fine, e a non lasciargli più spazio di manovra i mercati, su Saleh hanno premuto direttamente fino a metterlo con le spalle al muro i suoi sponsor di sempre, gli Stati Uniti e gli Stati del Golfo.

Come il Berlusca, però, Saleh alla fine molla lasciando un po’ allo sbando le truppe dei suoi scherani: alla presenza di re Abdullah dell’Arabia saudita, il grande mediatore, alla fine, il 23 novembre, firma una specie di vera e propria abdicazione insieme all’opposizione[75]. Adesso se ne va per curarsi  a New York, Saleh, e ne ha bisogno. Ma trova così anche il modo per godersi i quattrini che ha inguattato in decenni di potere. Quattrini che, se fossero stati portati lì o alle isole Cayman da Gheddafi, ad esempio, avrebbero fatto scandalo, giustamente, ma se sono quelli di un satrapo amico come Saleh sono, si capisce, proprietà privata e, perciò, sacrosanti…

Non è che l’accordo vada giù liscio proprio a tutti gli yemeniti: migliaia scendono subito in piazza a San׳ā’, oltre che per celebrare anche per protestare contro l’immunità[76] che i satrapi del Golfo hanno anella loro lungimiranza accordato a Saleh: attenti anche a costituire magari il precedente utile al loro stesso futuro.

Preoccupati non certo dei diritti del popolo yemenita (non gliene potrebbe fregare di meno a chi li nega ai propri popoli o aiuta sistematicamente a reprimerli) ma dall’instabilità e dall’insicurezza che una prosecuzione della rivolta avrebbe comportato in uno dei più poveri Stati arabi, con una attiva presenza tra le tribù del suo Sud di un’organizzazione affiliata ad al-Qaeda…

L’accordo non acquieta le “turbolenze”: subito cinque altri morti a San׳ā’[77], per scontri a fuoco sempre iniziati da partigiani del presidente. Ma tra tre mesi si vota, anche se si delinea un accordo che vedrà come unico candidato presidenziale il vice presidente attuale, con un governo, però, rappresentativo anche di tutte le opposizioni oltre che del partito dello stesso Saleh. Un equilibrio molto instabile che avrà bisogno di farsi le ossa per stabilizzarsi: con una reciproca “sopportazione” tra esercito regolare e diversi generali ribelli e la gestione almeno controllata della rabbia contrapposta di chi ha combattuto il potere e della frustrazione di chi del potere aveva il monopolio e lo ha perso…  

In ogni caso, con Saleh siamo al quarto autocrate arabo al potere da oltre trent’anni sbattuto giù dal trono poco cerimoniosamente dal suo popolo. E solo in un caso – l’unico in cui la caduta sia stata assistita dall’esterno, dalle armate coalizzate di decine di potenze straniere contro la Libia: ma sarà solo un caso, allora? – è stata una caduta cruenta: un vero e proprio linciaggio, come quello di Saddam Hussein, guarda caso… appunto.

Adesso le elezioni presidenziali, nel tentativo di disinnescare per il possibile, con quel traguardo ravvicinato alle porte, le tensioni che continuano a bollire nel paese e lo espongono non solo al rischio ma alla realtà di una vera e propria guerra civile, vengono fissate nel 2012, a febbraio[78], dal vice presidente Abd- Rabboh Mansour Hadi che nomina anche come primo ministro il capo titolare dell’opposizione, Basindwa[79].

Un problema reale è che il conflitto di vertice ha lasciato mano un po’ troppo libera alle tribù ribelli separatiste del Nord, ai secessionisti del Sud e al ribollire continuo dell’eversione fomentata da al-Qaeda in tutto il paese. E ora, certo, aggiunge confusione a una situazione già estremamente confusa che Saleh, dopo essersi dimesso, torni a San׳ā’ – e sia lasciato tornare a San׳ā’… – ad annunciare un’amnistia “parziale[80], per chi dice lui, degli oppositori che, adesso, sono loro al governo...

Africa

Algeria, Mauritania, Mali e Niger, tutti paesi del Sahel africano – e tutti in qualche modo, per retaggio, se non altro, coloniale, francofoni – decidono adesso, su incoraggiamento esplicito del presidente francese Sarkozy (finanziamento dovizioso, pare: nell’Assemblea nazionale francese s’è aperta una sacrosanta polemica sulla scelta delle priorità, dopo che la Francia ha già speso un miliardo di € nella campagna di Libia del suo napoleoncino in tutti i modi tascabile) di formare una forza aerea congiunta contro la presenza e la minaccia di al-Qaeda[81]…nella regione

I cosiddetti esperti di intelligence (naturalmente si fa per dire: la CIA americana e lo spionaggio esterno francese: la Direction générale de la sécurité extérieure (DGSE) hanno identificato quattro aree – tra Mali, Niger, Mauritania e Algeria – l’area che, dicono, l’organizzazione islamista-terrorista di al-Qaeda chiama dell’ “emirato del Sahara”, che fungerebbe spesso da santuario per gruppi estremisti coi quali sarebbe in stretto collegamento.

Il comando unificato della forza aerea, che metterebbe insieme aerei dei quattro paesi riequipaggiati  con centinaia di milioni di € di materiale da americani e francesi (e non gratis, certo) avrà base in Algeria con l’incarico di condurre attacchi aerei mirati. L’idea, di per sé, sempre che non vada ad allargarsi in modo particolarmente rischioso anche per chi l’allarga, potrebbe essere anche solo una razionalizzazione di mezzi nazionali tutto sommato abbastanza limitati che dovrebbero, così, fare sinergia per rendere più facile l’uso dell’high-tech… in mezzo al deserto del Sahara.

●Il parlamento del Sudafrica ha passato, su richiesta del governo, una legge che impone misure di segretezza sulla diffusione stampa di notizie riservate o confidenziali, tali denominate dal governo che dice siano necessarie a proteggere la sicurezza dello Stato[82]. E’ una legge assai controversa che suscita proteste, manifestazioni e, dicono i critici, limiterà la libertà di parola. Come – rileva l’arcivescovo Tutu – negli anni maledetti dell’apartheid. Quando, però, le limitazioni operavano su basi razzialmente discriminatorie.

●Il Sudan ha interrotto l’esportazione di greggio del Sud Sudan attraverso il suo territorio dai porti del Mar Rosso per il mancato accordo sul prezzo del transito tra i due paesi[83]. Il Sud, figliato con un parto anche traumatico pur se, alla fine, con un’indipendenza concordata dal 9 luglio di quest’anno, è un paese interno, senza alcuno sbocco marittimo. Il ministro dell’Energia del Sudan, Ali Ahmed Osman, ha presentato al governo di Giuba un conto arretrato di 727 milioni di $ per diritti di transito da quel giorno a tutto ottobre e il Sud ha ormai largamente superato il periodo di transizione concesso e concordato per un trasporto gratuito al momento dell’indipendenza.

Elizabeth James Bol, vice ministra dell’Energia del Sud, dopo aver accusato Kartoum di “irresponsabilità e prepotenza”, garantisce, parlando coi cronisti, che il Sud Sudan proteggerà “la sua indipendenza e la proprietà di tutto il suo petrolio”… ma non spiega che se ne fa di un petrolio che non riesce a esportare perché non vuole, o non può, pagare il prezzo del transito a destinazione.

in Cina

●Si comincia anche qui a porre un problema che altri grandi e medi paesi di questo continente hanno iniziato ad affrontare da qualche anno. Un difetto, serio, del modello di esportazione asiatica è sempre stato che scoraggia i consumi familiari come fonte di crescita e incoraggia a risparmiare invece che a spendere. E’ da alcuni anni che le principali economie asiatiche sono tutte in pratica passate per periodi di transizione e di aggiustamento che hanno cominciato ad incentivare di più i  consumi e a moderare il tasso degli investimenti: alla ricerca di un’economia più equilibrata.

Ecco, la Cina deve adesso cominciare a avviare questo processo che non è solo di diversificazione produttiva ma anche di modernizzazione. E probabilmente comincia per forza, non proprio per scelta. Il calo dell’export cinese in Europa, che segue adesso e da presso quello verso l’America per la Cina è sicuramente duro: primo, perché ormai come principale mercato di esportazione per il paese il suo ridursi ha un forte impatto su tutta l’economia e il modo di gestirla e, secondo, perché il possibile approfondirsi della crisi in Europa può sprofondare nella recessione l’economia globale. 

Le autorità economiche hanno cercato di compensare la riduzione dell’export con forti investimenti interni. Specie nell’edilizia, seguendo il piano che prevede lo spostamento di grandi masse di popolazione, e dunque di nuovi consumatori, verso la città. Ma il nodo è che, intanto e già oggi, anche in Cina comincia a sgonfiarsi la bolla speculativa edilizia, per ora senza ricadute drammatiche se non la perdita di migliaia – solo migliaia finora: però è già un segnale pesante – di posti di lavoro nelle settore…

Un’altro modo con cui la Banca centrale sta tentando direttamente di rilanciare, ma a ritmo controllato, un’attività economica che giudica in frenata eccessiva rispetto alle esigenze del paese e di tamponare i primi sbreghi della bolla speculativa edilizia è stato un relativo allentamento dei cordoni monetari che rovescia, almeno temporaneamente, la stretta della politica monetaria[84] di quest’ultimo anno, la Banca di Cina, su disposizione precisa del Comitato permanente del Consiglio di Stato – diciamo, il nucleo del governo – così, dopo averle aumentate per sei volte di seguito, ha adesso ridotto i livelli delle riserve obbligatorie immobilizzate negli istituti di credito producendo l’effetto, in questo modo, di un incremento della liquidità.

E l’altro problema subito emergente è che, anche in condizioni di riduzione dell’export (che resta relativa e, in ogni caso, resta sempre ingente), è molto più difficile far calare l’import. Perché l’import in buona parte è incomprimibile: oltre ad alimentare i consumi in crescita serve anche, e in buona misura, a rifornire di materie prime e semilavorati l’industria manifatturiera che continua a produrre per l’esportazione.

Da questi nuovi e piuttosto forzati equilibri/squilibri viene fuori, e si impone ormai all’attenzione delle autorità, l’esigenza di ristrutturare, e anche a fondo, l’economia. Perché se le trasformazioni operate sono state gigantesche, se questo paese è passato in pochi decenni dall’essere quello delle carestie e della ciotola di riso quotidiana come obiettivo ad essere la prima, o quasi, potenza economica del mondo e a garantire a tutti, oltre al riso, anche almeno un condimento e un piatto di pollo due o tre volte alla settimana e a molti il traguardo di un promettente e reale avanzamento economico e personale, ancora c’è moltissimo da fare: anzitutto trovare il modo di includere quasi un miliardo di persone, oltre al quasi mezzo miliardo che è già ultra-attivo nell’economia, nel meccanismo della produzione, del  consumo e della crescita.

Sembra che oggi la crisi europea stia obbligando la Cina a far fronte alla sfida con cui si trovava a fare i conti da tempo. Pare, infatti, che la stessa dirigenza cinese si renda conto di non essere più in grado di rimandare il cambiamento economico e neanche, forse, ormai quello politico. La valvola di sfogo di esportazioni in continuo aumento non si è chiusa ma si è parecchio ristretta e il nodo, adesso, sta lì. Adesso. Domani, Non oltre…

●Con una faccia tosta sulla quale non sarà facile davvero glissare, il Fondo monetario ha appena reso pubblico un Rapporto corposo sul sistema finanziario cinese sentenziando che il controllo di Stato sull’economia – che non è certo, concede, prerogativa soltanto della Cina ma esiste anche in tanti paesi dell’occidente capitalistico – è in parte responsabile dei prezzi edilizi gonfiati, degli alti livelli di liquidità e del credito montante alle municipalità di una locazione speso cioè sbagliata del capitale e che. nel tempo, queste distorsioni pongo no seri rischi crescenti di rodine macro-finanziario che contribuiscono a minare il boom economico del paese.

Il Rapporto[85] conclude che la Cina “nello scorso triennio ha compiuto rimarchevoli progressi ma che la sua integrazione nell’economia globale rende ormai urgente che le banche operino secondo le regole del mercato”. Come se le regole del mercato, quelle che il FMI ha contribuito in modo cruciale a imporre lasciandolo imperversare nell’economia mondiale avessero funzionato! Come se il massimo del desiderabile per il paese che più di ogni altro cresce oggi al mondo fosse integrarsi tout court in un’economia globale che, sotto la guida del FMI, va invece precipitando…

Bisogna ripeterlo: è il monco che, al meglio, si mette a dar consigli allo storpio. Parla di mercato finanziario ben funzionante, infatti, chi ha direttamente contribuito almeno da venti anni (ricordate il Washington consensus e il suo infierire contro ogni regola?) con dogmatico laissez faire ad affossare la finanza mondiale e con assoluta sfrontatezza, parla per la Cina di cattiva allocazione delle risorse; e chi parla di funzionamento del mercato finanziario da migliorare in Cina è proprio chi ha contribuito a smantellare sistematicamente ogni regolamentazione della finanza a livello globale presiedendo, così, dal no. 700 della 19a strada affossando il mondo intero così nella recessione economica.

●Secondo nuovi dati riferiti ad ottobre, quelli dell’indice dei managers agli acquisti della Federazione cinese di Logistica e Acquisizioni, resi pubblici dal prof. Zhang Liqun, ricercatore anziano del Centro per lo sviluppo economico del Consiglio di Stato (il governo), la crescita del quarto trimestre continuerà ma qualche po’ rallentata insieme al ritmo di esportazioni ed investimenti[86].

A ottobre, però, scende anche dal 6,1% di settembre al 5,5, di oltre mezzo punto in un solo mese, l’inflazione[87] anno su anno. L’indice dei prezzi al consumo degli alimentari aumenta, sempre in un  anno, ad ottobre dell’11,9% , ma cala dello 0,2% mese su mese. Sempre a ottobre, i prezzi alla produzione crescono del 5% in un anno, secondo l’Ufficio nazionale di statistica, rallentando di un punto e mezzo dal dato di settembre e dello 0,7 in un mese. Nei primi dieci mesi del 2011 l’aumento sugli stessi mesi dell’anno precedente è stato del 6,8%.

●Avendo manifestato la loro intenzione di continuare a comprare bonds europei, nel corso della apposita visita a fine ottobre in diversi paesi asiatici del capo dell’EFSF, Klaus Regling, ma avendo anche deciso di cercare di vederci un po’ più chiaro nel marasma che sta squassando l’euro, il componente del board della Banca centrale di Cina, Li Daokui, dice che se c’è davvero la prospettiva che l’EFSF riuscirà a stabilizzare l’Europa e se l’Unione offrirà le garanzie necessarie e delle quali, del resto, parla essa stessa, la Cina potrebbe subito investirci un valore pari a qualcosa di più di 75  miliardi di €.  

E anche i russi, al G-20 di Cannes, dicono lo stesso: sono pronti a comprare bonds e dare una mano al salvataggio europeo fino a 73 miliardi di € se l’Europa come tale fornisce le garanzie. Lo dicono all’unisono i due presidenti, Medvedev e Hu Jintao, incontrando a latere Sarkozy[88].

Intanto, il presidente dell’EFSF, il tedesco Regling, deponendo al Bundestag, a un panel di esperti di questioni finanziarie afferma che il fondo di salvataggio dell’eurozona, allo stato non riuscirà a raggiungere i 1.000 miliardi di € previsti e che anche nel futuro prossimo venturo sarà difficile riuscire a riempirlo[89].  

●Intanto – ed è un segnale della crisi profonda dell’economia americana e della “disperazione” cui stanno arrivando non pochi – sulle pagine degli editoriali del NYT[90] emerge un suggerimento che francamente sembra talmente “osceno” da far sembrare assurdo anche il solo essere preso in considerazione. Ma in considerazione, invece, lo prendono e viene discusso per giorni. Scrive Paul Kane, uno studioso di cose estremo orientali che non è solo una “testa d’uovo” ma è stato anche un alto ufficiale dei marines e ha combattuto in Iraq, un invito articolato ed argomentato a —Buttare a mare Taiwan per salvare la nostra economia.

Cioè, spiega, “con una mossa audace, una sola, il presidente Obama potrebbe anche correggere il corso del paese, aiutando a garantirsi la rielezione e preservando il futuro dei nostri figli.  Ha bisogno di ridefinire il modo che ha l’America di guardare alla sua sicurezza nazionale, spostandola dalla vecchia mentalità che la potenza nazionale derivi anzitutto da quella militare piuttosto che dalla forza, dall’agilità e dalla competitività della nostra economia.

   Quel che dovrebbe rendere chiaro, Obama, è che oggi i posti di lavoro degli americani e la loro ricchezza contano di più della nostra valentia militare. Come ha detto l’anno scorso l’amm. Mike Mullen, che quando lo disse era a capo dei capi di Sato maggior militare, ‘il maggiore pericolo per la sicurezza nazionale del paese oggi è il debito’.

   Fra la dozzina di iniziative che potrebbe prendere in questo senso il presidente, eccone una: aprire subito negoziati a porte chiuse con la leadership cinese per far cancellare i 1.140 miliardi di $ di debito americano da essi detenuto in cambio di un accordo che mette fine all’assistenza militare e alle vendite di armamenti a Taiwan e della fine degli accordi militari di difesa USA-Taiwan entro il 2015.

Fino a ieri era anatema solo sussurrare un’idea simile, peggio un’eresia, un’apostasia. Oggi si può… forse: perché appare sensata. Certo, è che uno scambio come questo – non buttare lì l’idea ma fare un accordo e farlo funzionare senza che ciò possa tentare la Cina ad attaccare e Taiwan a provocare ma costringa – questo sì, perché questo è buon senso – Taiwan e Cina a trattare tra loro… e magari a scaricarsi non del 100% ma magari del 50% del debito…

●Il presidente Obama, parlando alla conferenza stampa di chiusura che tiene al vertice del 13-14 novembre dell’APEC, l’Organizzazione di Cooperazione Asia-Pacifico tenuto a Honolulu con Cina Russia ed altri 18 paesi – parlando cioè quando la Cina non avrebbe più avuto occasione di replicare – dice che Pechino deve smetterla di giocare col sistema internazionale, che deve decidersi a condurre le sue partite su un terreno di gioco livellato per tutti allo steso modo e che, per cominciare, deve lasciar riapprezzare la sua valuta, lo yuan, in maniera significativa sul dollaro. In ogni caso, lui Obama – che è già in campagna elettorale – non lascerà punire il business americano…

La Cina risponde bruscamente, dallo stesso podio, a tamburo battente. Prima con il vice ministro degli Esteri, Pang Sen, che aveva seguito il discorso di Obama e delinea subito l’obiezione forte, di principio, che la Cina da sempre oppone a quel tipo di argomenti sulle regole: dovremmo seguire le regole? e, scusate, quelle scritte da chi? noi non eravamo certo stati consultati quando le hanno dettate… Il punto è che

se le regole vengono discusse e stilate collettivamente, attraverso un accordo cercato e raggiunto, e se la Cina fa parte del processo della loro formazione, allora la Cina le osserverà lealmente; se invece poi le regole vengono stabilite solo da un paese o da un gruppo di paesi senza coinvolgerci nel definirle e nel deciderle, la Cina non si considera obbligata a seguire regole scritte dagli altri[91]”.

Poi, più pragmaticamente e direttamente col presidente Hu Jintao, cala l’osservazione che in ogni caso  Obama dice di no: neanche una rivalutazione forte dello yuan servirebbe a rimettere a posto il deficit commerciale e ridare agli Stati Uniti i posti di lavoro di cui hanno sicuramente bisogno: problemi per risolvere i quali hanno bisogno anzitutto di ben altre politiche. Sono commenti che secondo osservatori e investitori fanno capire che la Cina non ha alcuna intenzione di lasciar rivalutare la sua valuta nel brevissimo termine.

Infine, una serie di articoli di stampa autorevoli e tutti improntati allo stesso schema di ragionamento, anche se diversamente e specificamente poi argomentati – alcuni di importanti economisti straieri anche americani – chiede, un po’ retoricamente e falso-ingenuamente, irritando maledettamente ma con buonissime ragioni anche tecniche il Tesoro americano, perché – se si trattasse solo di riequilibrare il rapporto di cambio col dollaro – non è allora il dollaro a svalutare: come potrebbe fare, se vuole, in quanto moneta sovrana, quando decidesse di farlo…

Dice che sarebbe un intervento artificioso sul mercato? perché la rivalutazione d’autorità dello yuan cinese chiesta da Obama non sarebbe forse la stessa cosa? un intervento artificioso sulla libertà del mercato?

Il problema vero che emerge con forza addirittura imbarazzante dalla visita di Obama in Asia e in Australia è che — Dovunque guardino gli Stati Uniti in Asia vedono, dovunque, la Cina[92]. Una vera ossessione…, ormai su tutti i fronti. Alla quale però, la Cina non sembra disposta semplicemente a “abbozzare”, stavolta e del resto come ormai da qualche tempo…

●In Australia, dove era di passaggio dopo il vertice dell’APEC di metà novembre, Obama ha dichiarato che a Darwin, al centro-nord del paese, verranno nel prossimo futuro stanziate alcune migliaia di marines americani: perché l’Australia fa parte della frontiera asiatica degli interessi strategici degli USA visto che lì si affaccia anche se a migliaia di km. di distanza, al di là del Pacifico, la Cina. Che, naturalmente, si guarda bene dal nominare. Però è a quella che pensa…

Ai cinesi, cui al vertice lo stesso Obama aveva presentato l’idea come una specie di gesto politico di buona volontà nei confronti di un vecchio e leale alleato – che non lo aveva, tra l’altro, neanche mai chiesto[93] – la cosa va tanto poco a genio però che solo qualche giorno dopo annunciano, in occasione della visita praticamente improvvisata all’istante del Capo commissario politico dell’esercito cinese, Li Jinai, a Pyŏngyang, un rafforzamento dei legami militari che hanno con la Corea del Nord.

La notizia che viene ufficialmente fatta uscire a Pechino[94] non parla di alcuna misura concreta e appare subito proprio come un quid pro quo: un gesto politico che sottolinea l’interesse cinese al sostegno di principio di un regime di cui, pure, la Cina non ha alcun interesse a rafforzare le forze armate di cui non ha e non ha mai avuto il controllo e che, se ringalluzzite, potrebbero anche finire col trascinarla in conflitti niente affatto desiderati. No, si tratta specificamente proprio di una risposta alla “provocazione” di Obama su Darwin.

●E certo non li tranquillizza, su un altro piano non più strategico-militare ma sempre di politica di potenza,  l’osservazione resa pubblica dal ministero del Commercio cinese il 16 novembre[95] che non c’è proprio ragione di ottimismo viste le incertezze economiche che opprimono il mondo a causa soprattutto del “problema americano”, come lo chiama il portavoce. Si riferisce specificamente alla contrazione dell’import statunitense che riduce l’export della Cina esponendolo al rallentamento della ripresa mondiale, alle conseguenze effettive, più sugli scambi che sulle borse, della  svalutazione del credito americano e oggi, anche, all’allargarsi della crisi del debito sovrano in Europa.

A ottobre il commercio estero cinese si è contratto da settembre dell’8,3%, a 297,95 miliardi di $ ma anno su anno, dicono adesso i dati ufficiali, cresce ancora del 21,6%, con l’export che cala del 7,2% a 157,49 miliardi di $ e le importazioni in flessione del 9,5% a 140,46 miliardi sempre di $.

E’ una situazione che preoccupa e, qui dicono, ha radici nella crisi americana che ha, essa, inguaiato il mondo. La previsione del commercio estero cinese, aggiunge il ministero del Commercio, è stata resa molto più complicata, da questi effetti, come dall’aumento di misure protezionistiche un po’ dappertutto, oltre che certo, anche dai prezzi interni in aumento.

A Washington ci si irrita molto per tutte queste sottolineature cinesi e perché ne fanno risalire a loro la responsabilità primaria: alla crisi americana. L’elemento meno chiaro, ma anche non implicito nella dichiarazione cinese che allarma molto l’America è il collegamento che sembrano fare tra problemi del rating del credito USA e debito sovrano europeo: sembrano convinti, i cinesi, di un grado di esposizione effettiva delle banche statunitensi al debito sovrano di tanti paesi europei molto più elevato di quanto a Wall Street e al Tesoro americano finora si credesse. Insomma, i cinesi sono convinti – se queste valutazioni sono esatte – che la crisi cominciata in America finirà, adesso che si è andata sviluppando in Europa, col trascinare a fondo anche gli Stati Uniti. Di nuovo…

EUROPA

●Il terzo trimestre dell’anno registra, sia nell’eurozona che nella UE a 27, un leggero rilancio di crescita[96], dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, proprio come era già successo nel 2° trimestre. Produzione industriale invece in calo, sempre nell’eurozona a settembre, rispetto ad agosto[97]: del 2% secco in un mese soltanto. Cala dello 0,7% nello stesso periodo il livello delle vendite al dettaglio nell’eurozona (e dello 0,3 nell’UE a 27)[98].

●Una considerazione su cui ci asteniamo da ogni commento e anche da ogni sottolineatura che non sia quella di farne nostra, per quel poco che conta, la preoccupazione al cento per cento. Annota l’estensore:

Il rischio è che la crisi finanziaria, sistemica o effimera che sia, produca effetti, questi certamente sistemici, sull’apparato istituzionale dell’Unione: per ora travalicando le procedure e poi trasferendo i centri del potere dal triangolo Bruxelles-Francoforte-Strasburgo verso altri luoghi dove funzionano trattati di fatto [al presente il direttorio franco-tedesco, ad esempio] che nessun parlamento ha mai ratificato[99].

Titola il pezzo, con un tocco di sano pessimismo, chi lo redige Cronaca d’una fine non annunciata… ma poi reagisce con uno slancio di ottimismo della volontà osservando che “La morte dell’Unione quale noi la conosciamo è per fortuna solo annunciata. L’annuncio vale a metterci sull’avviso”.

Oddio, non è che così come la conosciamo questa Unione ci vada proprio bene, a dire il vero. Ma è meglio, comunque, di come la vogliono insieme annacquare e irrigidire quanti lavorano a modo loro a sfarinarla e ad accentrarla— a destra, il binomio anglo-orientale (Polonia, baltici, ecc.) e, ancora a destra, il duo franco-tedesco… Col peccato di omissione più grave – e questo lo aggiungiamo noi – quello di una Commissione che ha il compito statutario di vegliare a che ciò non succeda ma è stata scelta imbelle com’è proprio perché succeda…

●Due giorni dopo l’insediamento alla testa della BCE[100] Mario Draghi alla prima riunione del consiglio che presiede annuncia la decisione, attesa e rimandata da mesi, di un abbassamento dei tassi di interesse[101]: all’1,25%, dall’1,50% adducendo a ragione – peraltro evidente anche ai ciechi, ormai – la debolezza, quasi l’assenza anzi, della ripresa in atto. Dice chiaramente che l’eurozona si sta avviando a bocce ferme “verso una recessione, anche se mite” e che, in queste condizioni, l’inflazione non può più fare paura a nessuno.

Dice, in definitiva, quanto di sensato si vedeva già da mesi, ma la BCE non si decideva a riconoscere né, perciò, a tentare di rimediare. E è una grossa sorpresa, del tutto inattesa, stavolta per i mercati finanziari. Per un momento pensano, anche loro forse, che la BCE se ne faccia carico…

●A Washington, il 28 novembre, viene ora annunciato[102] che il presidente Obama ha convocato un vertice “coi leaders dell’Unione europea”: e precisa, col presidente del Consiglio Herman Van Rompuy, quello della Commissione José Manuel Barroso e l’Alta rappresentante per la Politica estera europea Catherine Ashton. “Per discutere – dice l’addetto stampa – “di economia globale, di come stringere meglio i rapporti economici  e continuare a coordinarsi rispetto al problema dell’Iran e del miglioramento della cooperazione antiterroristica transatlantica”.

Francamente sembra proprio curioso, a poco più di un mese dall’incontro del G-20 a Cannes, un “verticino” del genere. Dove gli interlocutori sarebbero quelli giusti, se fossero davvero quelli che contano e decidono – e sappiamo che non è affatto così – e l’agenda viene tra l’altro determinata da una parte sola. Ma è comunque un’occasione e lui a quei tre gliela offre: spetterà a loro dimostrargli, avendo in precedenza ottenuto deleghe significative e garanzie di non smentita a posteriori sugli impegni che assumono, che la crisi ha obbligato l’Europa ad esserci un poco di più come tale.

Chi scrive ci crede poco, purtroppo…. Pensiamo un secondo: la gelosia degli inglesi, la prosopopea di tedeschi e francesi, la prevenzione dei polacchi verso tutti i loro vicini – a est e a ovest – e la loro mania di impartire a tutti lezioni gratuite ma obbligatorie su come si tratta, o non si tratta, con l’URSS…, pardon con la Russia, la frustrazione perenne di quel poveraccio del Berlusca per l’essere stato ignorato… E ci crederà mai Obama? 

●Ai primi del mese, il primo ministro Papandreou ha annunciato insieme, a sorpresa, due cose che, non solo in apparenza, risultano piuttosto contraddittorie: in sede di partito socialista di maggioranza relativa ha dichiarato che chiedela fiducia in parlamento sulle misure che si è impegnato ad assumere nelle varie riunioni che a ottobre si sono succedute a Bruxelles— misure durissime di austerità, come si dice.

Ma, e insieme, ha annunciato – senza averne neanche preavvisato il ministro delle Finanze del suo governo, Evangelos Venizelos – anche che intende convocare un referendum popolare a dicembre in cui chiedere agli elettori – nei quali, dice, ha piena fiducia – di approvare quelle misure e, con esse, di approvare così il nuovo pacchetto di aiuti europei[103].

Intanto, così, la crisi e il pacchetto europeo per la crisi verrebbero congelati. Il quesito sarà sullo scambio fra più austerità per i greci e più aiuti europei per la Grecia e  i sondaggi dicono che vince il no con almeno il 60% dei voti. Come è formulata la domanda dipende dal primo ministro stesso ma lui non chiederà agli elettori se il quesito fosse sulla volontà dei greci di restare o uscire dalla moneta unica e dall’eurozona: in questo caso, secondo i sondaggi, la maggioranza potrebbe essere per il sì, e per Papandreou, al 70%... Ma lui intende rendere ancora più chiaro che per avere gli aiuti la Grecia dovrà trangugiare la medicina dell’austerità.

Difficile, però, che alla fine il sì passi anche perché nell’imporre un’agenda feroce – tagli e rinunce, privatizzazioni forzate e liberalizzazioni che significano solo lasciare che pochi si approprino dei beni pubblici – la UE e neanche il governo greco si sono mai preoccupati di spiegare bene  perché a pagare il conto sono chiamati sempre i più deboli e non i più forti? qui, come altrove nessuno è riuscito a spiegarlo, se non con un apodittico perché ve lo dico io…

Invece, quello che la UE è riuscita a fare con reale successo è stato il riaccendere un sentimento di orgoglio nazionale tra i greci. Questo rifiuto montante dell’ultimo salvataggio europeo ha qui, ora, questo connotato spesso esasperato dalla percezione della “perfidia” tedesca… Il referendum è sicuramente una scommessa che già preoccupa i prestatori europei, ed è un grosso rischio di veder passare il no popolare, visto lo scontento, la paura e la rabbia diffusa dovunque nel paese dagli Aganaktismenoi, gli indignati.

Ma per il primo ministro greco il referendum era restato ormai una necessità di sopravvivenza politica immediata, un buttare all’aria il tavolo per arrivare alle elezioni anticipate da tra qualche mese. L’unico sussulto con cui può dare l’impressione alla Grecia di non rassegnarsi supinamente al commissariamento da parte della UE… e forse può forzare prima della celebrazione del referendum il sì al piano europeo anche dell’opposizione e qualche ulteriore concessione pure, chi sa?, dall’Europa… del resto, questo è il terzo Papandreou in cinquant’anni a diventare qui primo ministro, in un paese per definizione… bizantino quant’altri mai in Europa…

In ogni caso – se il voto ci fosse stato e sarebbe stato negativo – sarà anche il preannuncio che la Grecia ci penserà da sola al suo debito e, a quel punto, sarebbe stato sicuramente il default, la cancellazione tout court, l’uscita dall’euro e il principio dello sfaldamento, difficile a quel punto da evitare, per tutta l’eurozona. Insomma, dando ragione a chi dice che, come in Islanda l’anno scorso o in Argentina dieci anni fa, dall’abisso del debito si esce solo rifiutando di onorarlo, almeno in buona parte… e affrontandone le conseguenze.

E’ la tesi “alternativa” che ormai sta avanzando— non del tutto peregrina, al contrario di quel che raccontano tutti i pedissequi economisti convenzionali, a vedere gli esiti concreti poi dei default più recenti: quello a breve per Reykjavik (default, come si dice, “selettivo”, guidato, con la scelta di chi ripagare e chi no riservata al governo[104], dopo il cambio di leadership e il referendum del 2011) e quello a lungo di Buenos Aires (nel 2001, con la cancellazione dei 3/4 del debito stesso).

Perché hai voglia a dire che i debiti vanno sempre onorati. Fior di paesi modello – dalla Gran Bretagna (tre volte nella storia: 1340, 1472, 1596),  alla Germania (1932, 1939, 1948 e una decina di volte fra tutti i singoli Stati – la Prussia da sola 4 – prima della formazione dello Stato unitario), alla Francia (la bellezza di nove volte: 1558, 1624, 1648, 1661, 1701, 1715, 1770, 1788, 1812) e agli Stati Uniti (due volte: nel 1790 e nel 1933 e un’altra decina da parte dei singoli Stati dell’Unione), hanno in tempi diversi e anche molto recenti, non potendo più pagare il debito, proclamato il default cancellandolo. E sono tutti sopravvissuti[105]

L’immediata reazione dei mercati, nelle ventiquattro ore prima che il progetto fosse sgonfiato dallo stesso Papandreou – cioè la reazione di chi specula e di chi anche solo opera piazzando, sottraendo o spostando investimenti sui mercati: e sono loro che ci perderebbero sicuramente per primi – è il crollo di borsa e l’aumento record dello spread soprattutto e proprio per l’Italia… con Berlusconi che assicura di star seguendo la crisi, ohibò!, giorno per giorno.

Ma altrettanto pesante, all’interno, era stata la reazione del mondo politico greco: tre deputati socialisti si sono subito dimessi dal gruppo parlamentare mettendo Papandreou in minoranza (150 voti su 300) altri hanno minacciato di farlo. Adesso il governo potrebbe, certo, cadere[106]. E le elezioni potrebbero allora subito essere anticipate. Così salterebbe il referendum. Ma se il nuovo governo ad interim rinnegasse l’impegno elettorale – o quello europeo: uno dei due o tutti e due – sarebbe l’unico modo, forse, per Papandreou di riprendersi una maggioranza alle urne… o di provocare una vera e proprie “rivoluzione”, chi sa…

●Si è fatta anche sentire, finalmente e contraddittoriamente, come Papandreou voleva obbligarlo a fare oltre che per dire il suo costante no di principio, anche l’opposizione di destra che, dopo aver incontrato col leader di Nea Dimocratia, Antonis Samaras, il presidente della Repubblica greca Karolos Papoulias, dice diverse sciocchezze – prima no, poi forse, poi sì… – e lancia però, anche, una “provocazione” intrigante[107].

Lui vuole andare subito alle elezioni politiche generali e sostiene che se il suo partito le vince – è quello che una decina di anni fa truccò i dati statistici (deficit/PIL al 3%, ad esempio, quando era in realtà sopra il 10) con quei bocconi degli eurocrati della Commissione che, però, li accettarono per buoni – lui le tasse le diminuisce, alla faccia dell’Unione europea. Afferma anche ed insieme – e bisognerebbe proprio che si mettesse d’accodo col proprio stesso cervello, che il referendum è un imbroglio perché – diminuendo le tasse? o magari (qui l’evasione fiscale è peggio che in Italia) facendole pagare? – bisognerà comunque rimborsare i creditori…

Ma tant’è: Samaras resta un economista ortodosso di scuola neo-liberista, convinto del laisser faire e che se uno non paga le tasse si mette a investire e creare ricchezza… insomma le solite frescacce reaganian-friedmaniane del neo-liberismo dedito a dilaniare i viventi da zombie perfetto. Ma poi – la provocazione... che tatticamente, forse, avrebbero potuto o potrebbero prendere in considerazione anche le opposizioni in Italia, no? – lascia anche capire (subito prima delle dimissioni dei tre deputati che sembrano far venire meno la maggioranza di Papandreou) che, per arrivare a forzare le elezioni anticipate potrebbe chiedere a tutti i parlamentari di opposizione di dimettersi in blocco dal Vulì ton Ellìnon, letteralmente il Consiglio dei greci, il parlamento monocamerale del paese… Forse una mossa un po’ più efficace del chiedere per la 112a volta al primo ministro, come si usa fare da noi, di venire in aula a riferire… del nulla.

Poi, però, sembra che nel braccio di ferro Papandreou perda e vinca. Perde, lasciando passare l’impressione che la scelta sua di andare al referendum gli sia stata fatta rimangiare da Merkozy: lei e lui, agitando pubblicamente il ditino, gli hanno detto che non avrebbe avuto un euro se prima non rispettasse gli impegni dell’eurozona— come se non lo sapesse già; e così annullando in radice, e di forza, una scelta comunque democratica.

O/e, invece, vince: perché così aveva machiavellicamente programmato fino a costringere Samaras, prima alla marcia indietro con la confessione pubblica che sì, comunque, bisognerà dire sì alle condizioni che l’Europa pone e, poi, forse, anche a votare o a lasciar votare a qualcuno dei suoi in parlamento la fiducia sul punto— in cambio, subito dopo, dell’anticipazione ulteriore delle elezioni. Che a questo punto, però, Nea Democratia non ha più garanzie di vincere[108]

E a quel punto, dichiarando di aver ottenuto lo scopo che cercava – dopo aver incontrato, convocato d’urgenza a Cannes, Merkel e Sarkozy – Papandreou ha cancellato il piano per il referendum che forse non aveva davvero nessuna intenzione di fare. Non ce n’è più bisogno, dice: è riuscito, così, a obbligare tutti in Grecia a un po’ più di unità. Almeno sul piano politico – scegliendo la tattica opposta a quella del collega Berlusconi a Roma – ha costretto l’avversario a lasciarsi coinvolgere in un tentativo di governo di unità nazionale[109]...

Anche se, comprensibilmente dal punto di vista suo, Samaras resiste all’idea. Giura che lui, personalmente, non si coinvolge. E Papandreou dice che, dopo il voto di fiducia, se ne andrà: probabilmente, certo se la fiducia la avrà, lasciando la premiership fino alle elezioni, forse, a Venizelos. E la fiducia, alla fine il 4 novembre, a tamburo battente la ottiene (153 voti a 144) , pescando anche in una decina di voti dell’opposizione.

Poi si decide – la mediazione tra Papandreou e Samaras – che il governo non sarà più presieduto da Papandreou, che si voterà, a maggioranza larga adesso, sull’accettazione del pacchetto europeo e, infine, che si andrà subito – a febbraio – alle nuove elezioni anticipate[110]: proprio come in Italia, insomma…

Ma ancora, dopo le dimissioni di Papandreou e l’incarico conferito all’ex vice presidente della BCE, con Trichet, l’ex governatore della Banca di Grecia e professore d’Economia a Harvard, Lucas Papademos, tutto sembra bloccarsi. Ma, anche qui, è tutta ammoina… Perché Bruxelles fa sapere che, per avere accesso alla seconda tranche di aiuti, tutti i partiti avrebbero dovuto sottoscrivere in bianco una specie di accordo ferreo che li impegnasse a onorare comunque gli impegni del pacchetto di salvataggio.

Ma i deputati più ipernazionalisti di Nuova democrazia contestano a Samaras di aver accettato l’impegno senza autorizzazione ufficiale, costringendolo per qualche ora a una retromarcia formale[111] (ci vuole l’approvazione della direzione del partito perché lui firmi) e, comunque, a una perdita di tempo non gradita ovviamente ai mercati né al presidente Papoulias.

Ma, sicuramente, ora si inasprisce il nodo del conflitto sociale e politico che le misure di austerità sono destinate ad approfondire. C’è un baratro, infatti, del tutto evidente tra la lettura che, di qua, dell’austerità danno i greci della strada: quelli che dicono no perché tanto hanno ben capito che BCE, UE, FMI, eventuali concorsi esterni e quant’altro non aiutano loro ma aiutano finanza e banche – tedesche, francesi, olandesi, poi anche greche – ma certo non loro, non i cittadini e quella che, di là, dà il governo che dice sì e vuole che la gente gli dica sì a tagli e sacrifici e lo fa, ora, insieme a parte dell’opposizione.

La gente però ormai non lo farà e sarà, allora, nel referendum di fatto anche se non di diritto, che finirà col passare alla fine il default. Ma non è detto, anche secondo alcune voci autorevolissime appena sopra citate, che sia proprio poi una disgrazia. Almeno per la Grecia…

●Intanto, si va molto, sempre più, preoccupando anche il governo britannico di come stanno andando le cose, resosi finalmente anche se tardivamente conto che sta avanzando – forse forzata, obbligata, ma sta avanzando – una qualche maggiore unione fiscale nel nucleo eurozona della Unione europea, cioè di bilanci comunque più “uniti” e una politica economica comune, comunque più comune, tra i 17 paesi dell’eurozona – se questo come è possibile sarà ora l’esito, uno degli esiti possibili e forse anche quello uelo addirittura probabile, della crisi – che ridurrebbe in maniera potenzialmente dura l’influenza di Londra, della City, sui mercati finanziari e potrebbe colpire negativamente – dicono lì – con la volontà regolamentatoria montante, l’economia britannica stessa.

Aumenterebbero certamente le riunioni a 17 e le pressioni sulla Commissione perché si preoccupi  soprattutto dei problemi dell’eurozona e solo dopo dell’Unione allargata a 27— ha dichiarato di temere il premier britannico Cameron – e se è vero che una maggior integrazione è imposta dalla crisi essa “non deve né può intaccare in alcun modo”, dice il PM un tantino patetico, “i diritti nazionali del Regno Unito[112]”. Ovviamente sono i soli diritti che sente il bisogno di menzionare: non quelli degli altri 9 che restano fuori dell’eurozona, né quelli di tutti i 27— i suoi, di paese isolazionista che è sempre stato. Anche, certo, perché gli interessi della City rispetto a quelli di tutti gli altri sono obiettivamente i più rilevanti a trovarsi potenzialmente messi in questione nella faccenda.

Non ha un grande spazio di manovra, però, Cameron schiacciato com’è tra le sue mille contraddizioni... Una nuova gliela butta lì, tra le gambe il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang  Schäuble, che scatena un vespaio a Londra alla vigilia della visita che a Berlino rende il 17 novembre il premier britannico David Cameron dicendosi, incredibilmente e fideisticamente sicuro che, prima di quanto si aspettino molti inglesi, il Regno Unito aderirà all’eurozona. Questo del resto rileva è – sarebbe – quel che vorrebbero fare tutti i 27 membri dell’Unione, aggiungersi ai 17… solo che l’euro fosse davvero stabile… E, aggiungiamo noi, che l’eurozona tornasse a crescere un po’… Già[113]

• C’è la maggioranza netta del suo partito, tradizionalmente euroscettica e assolutamente insulare, oggi anche “indignata” dalla rampogna secca di Sarkozy (“tu statti zitto che sei fuori”) rivolta a Cameron stesso a Bruxelles  ricordare a lui e all’Inghilterra la realtà, al punto da tornare  a chiedere un referendum popolare per uscirsene dall’Unione già oggi.

• C’è il vice liberal-democratico  della sua coalizione, Nick Clegg, che dall’altra parte ricorda agli euroscettici e al PM, che in media è meno ostile a Bruxelles di quanto lo siano i suoi ma non si può proprio permettere di dirlo ai suoi bruscamente, che “gli euroscettici tendono a buttare languidi sguardi di là dell’Atlantico, ma la verità è che gli americani a noi in realtà si interessano per l’influsso che noi riusciamo ad avere coi nostri vicini”, ha scritto Mr. Clegg: “a Washington, insomma, pesiamo nella misura in cui pesiamo a Bruxelles, a Parigi, a Berlino[114]”.

• E c’e la logica della crisi e di come l’eurozona come tale sarà obbligata a resisterle se vorrà ancora uscirne come un’area minimamente coesa. Ancora il 9 novembre sempre Clegg “fa appello al nucleo dei paesi dell’eurozona, quelli che usano l’euro, a non creare un club dentro un club nel loro procedere verso più integrazione per salvare l’euro[115]”.

   Londra, anche coi suoi esponenti più aperti teme che un’Unione più marcata dall’impronta “statalista”, come la chiama, franco-tedesca imponga anche alla City, e ai mercati finanziari che oggi essa governa, o piuttosto lascia sgovernati, un segno di regolazione più forte emarginando nei fatti il lassismo tradizionale britannico: in specie, ma certo non solo (vero Blair? vero Brown?) quello dei conservatori britannici.

Per esempio, di tutto il rilanciato parlare europeo di Tobin Tax, di Robin Tax, insomma di una tassa sulle transazioni finanziarie, Londra non ne vuole proprio sentir parlare e ha paura che, anche se partisse soltanto nell’eurozona, finirebbe per pesare anche sulle transazioni che coinvolgessero piazze dell’eurozona stessa e, insieme, vista la dimensione della bestia, unica in Europa, anche la City

E poi si allarma soprattutto, sempre in particolare Londra, per la regolamentazione che la Commissione, dopo, l’ennesima gaffe di una delle agenzie di rating, la S&P’s – una notizia data per un’altra, stavolta a scapito della Francia alla quale aveva detto “stiamo per ridurre il rating” – sembra decisa a voler imporre sulla “libertà selvaggia” di queste private istituzioni.

Dice il Commissario Michel Barnier, responsabile per la regolamentazione finanziaria che lui è più che mai “convinto della necessità di una regolamentazione severa e rigorosa” che in qualche modo “governi” [cioè: stabilisca?, detti?, controlli?...: si capisce perché la City si innervosisce, no?…], “sia le agenzie di rating che altri attori finanziari internazionali[116]”…

Poi, al dunque però, al momento di presentare la decisione Michel Barnier vacilla[117], per non dire di peggio: mette da parte, almeno per ora, i piani per conferire ai regolatori europei il potere di sospendere le valutazioni almeno sui paesi che si affidano a un salvataggio di insieme. E’ stata una buona porzione di commissari, i più beceri neoliberisti all’inglese, hanno stoppato le sue intenzioni accusando Barnier di essere – lui! – un ideologo.

Lo dicono loro che rifiutano di vedere la profondità stessa della crisi, perché dovrebbero confessare anzitutto a se stessi il buco nero lasciato dalla deregolamentazione, dal laisser faire neo-liberista e neo-cons… restano proposte di intervento meno radicali ma che resterebbero, comunque, significative tanto da spiegare il continuo lobbying delle grandi agenzie di rating: Moody’s Investors Service, Standard & Poor’s Corp. e la Fitch Ratings, preoccupatissime dalla proposta – che potrebbe anche passare, se Barnier e gli altri non si tirano ancora indietro – di obbligare le imprese che impiegano (e pagano) le agenzie stesse a non utilizzarne sempre una sola, la stessa, ma a ruotarne l’utilizzo.

Così come potrebbe ancora passare l’idea di dare all’Authority europea di regolazione di borse e mercati (l’ESMA, la CONSOB europea) il potere – almeno teorico – di rivedere e “approvare” le metodologie di lavoro delle agenzie che si levano in massa contro l’interferenza, tra l’altro riservando ai loro clienti – imprese e/o Stati – il diritto a portarle in tribunale per comportamento grossolanamente errato e/o malizioso.

Con l’onere della prova, della “buona fede”, a carico – dice, per ora, la Commissione – delle  agenzie stesse… ad esempio, e proprio, come quando un comunicato stampa rilasciato per un errore materiale da S&P’s notificò che il rating della Francia perdeva la tripla AAA… e non era vero (almeno non era ancora: ma lo sarà, presto lo sarà: e non servono ormai gli scongiuri); o quando, sempre S&P’s – ma qui li citiamo solo perché sono stati i più eclatanti tra i casi recenti – sbagliò per 2.000 miliardi di $ il calcolo del debito pubblico americano…

Insomma, a questo punto è difficile crederci e è difficile credere che Barnier trovi i… quibuglius per dimettersi mandando tutti i colleghi che gli hanno affossato e gli stanno affossando l’idea – malgrado l’appoggio, evidentemente tutt’altro che onnipotente, di Merkozy – a quel paese… 

●Manifestava la sua sorpresa, d’altra parte, già qualche settimana fa, un articolo dell’A.P., curiosamente ben comprensibile dal punto di vista della City e di chi in linea di massima si fa sollecito ai suoi interessi, ma argomentato in modo davvero strano: dice che “anche se questa tassazione potrebbe scalfire crescita e occupazione essa è riuscita a portare dalla sua un sostegno piuttosto ampio fra i 17 paesi dell’eurozona, fra di essi anche Francia e Germania, le due principali economie di tutta l’Unione europea[118].

Certo, sappiamo che i ricchi e i potenti (chiamiamoli col nome loro, una volta tanto: non con le etichette ideologiche di conservatori e/o di liberisti: a caratterizzarli è, infatti, il farsi sempre e anzitutto i propri affari) non amano l’idea di vedersi tassare le loro – perché sono solo loro a poterle fare, per definizione – speculazioni finanziarie.

E’ questo che avrebbe dovuto raccontarci un articolo serio, intellettualmente onesto, senza star lì a sollevare lo spettro di un possibile aumento della disoccupazione e della diminuzione della crescita: come poi se, finora, affidati alle loro tenere cure, fossero cresciuti posti di lavoro e tassi di sviluppo.

La realtà è che se la tassazione di cui effettivamente con questa Robin/Tobin Tax si viene oggi parlando riporterebbe, forse, il costo delle transazioni finanziarie al livello in cui erano negli anni ‘80 e negli anni ’90: prima ddl’orgia delle liberalizzazioni fasulle e delle vere deregolamentazioni dei mercati, specie proprio di quelli finanziari, quando ancora c’erano crescita forte e creazione di posti di lavoro.

●E il ministro delle Finanze polacco, Jacek Rostowski, un altro che col suo paese ha voluto disperatamente entrare in Europa ma che è sempre restato profondamente a suo modo euroscettico, e dunque vicino sempre più agli inglesi che ai tedeschi o ai francesi, saluta un’integrazione maggiore dell’eurozona ma anche “ogni azione aggiuntiva che garantisca come questa integrazione maggiore non si trasformi in un distacco maggiore tra i 17 e gli altri 10”. Insomma, questi vogliono star fuori ma, e insieme, star dentro. E no, non si può.

Era stato Sarkozy, il giorno prima, a buttare qualche altro po’ di benzina sul fuoco evidenziando come la prospettiva di un futuro non lontano che vede anche “altri paesi entrare nell’Unione europea [gli Stati balcanici e non solo loro] fino a 32, 33, 34 paesi, sottolinei che ormai l’Europa a due velocità – una per l’eurozona a 17, una per l’Unione a 27 – è l’unica via che vada davvero in avanti”.

E qui c’è tutta la differenza tra inglesi e svedesi e danesi e polacchi e noi, e anche tedeschi e francesi per dire: che è proprio l’Unione stessa che loro concepiscono come un club: non uno strumento forte, non una politica, tanto meno un’idea e una visione di futuro davvero comune. Ma anche tra i dieci che sono fuori, ci sono divisioni, anche serie: alcuni puntano, domani, a entrare nell’euro, malgrado il momento brutto che sta passando, altri non sono ostili come l’Inghilterra alla Robin tax… 

La Polonia sta adesso tentando di riproporre il suo diritto a partecipare come “osservatore”, in quanto al momento presidente di turno di tutta l’Unione, a tutte le riunioni della UE, anche a quelle interne dei membri dell’eurozona… Ma ci provò già, con esito nullo, nel 1998 Gordon Brown, allora cancelliere dello scacchiere, sempre allo stesso titolo. E non pare proprio che possa adesso sfondare Varsavia dove ieri toppò malamente Londra.

●Intanto, però, il discorso su una cornice europea più o meno unica dentro la quale ci si muove in diversi ma a diverse velocità avanza almeno nel dibattito: esponenti e funzionari dei governi di Francia e Germania stanno discutendo – e lo fanno sapere anche a costo di irritare chi è escluso – della necessità di riorganizzare, e ristrutturare, un qualcosa che nel quadro europeo somiglierebbe   a un’eurozona più piccola (anche se poi, contraddittoriamente, almeno i francesi fanno sapere, dopo aver fatto sapere della discussione a due in atto, che loro  non vogliono che qualcuno ne esca…).

Quando dicono più ristretta dicono – sembra – più integrata sul piano delle politiche di bilancio, cosiddette fiscali. Sembrano illudersi così, ancora, di potersi fermare a quello stadio, senza spingersi a un’integrazione anche veramente economica e – non sia mai detto – politica.

Ma almeno, loro, si muovono. Sarkozy, parlando a Strasburgo e che abbiamo appena citato, ha detto chiaro che ormai bisogna puntare a un’Europa a due velocità: un piano in teoria da tempo approvato ma ancora, dice, mai realmente applicato[119].

Anche questi discorsi, per quanto ancora solo ipotetici, riattizzano a Londra quella che vivono come una minaccia concreta per la City e i suoi affari di trasformarsi subito nella tassazione sulle transazioni finanziarie – la già Tobin Tax, la nuova Robin [Hood] Tax – di cui Parigi e Berlino ormai vanno, come abbiamo appena rilevato, insistentemente parlando.

Temono, a Londra, di essere penalizzati, rispetto a Wall Street ad esempio, se passa una riduzione della propria libertà di manovra. Ma ormai l’Europa pare – pare… – decisa a farsi della tassa apertamente madrina e manifestamente contro il volere di Londra.

Ha detto, senza più remora alcuna, nientepopodimeno che il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, parlando proprio di questa proposta che dovrebbe essere formalmente presentata ai ministri delle Finanze europei l’8 novembre, che anche se Londra bloccasse (ci vuole l’unanimità) l’adozione nell’Unione a 27 della tassa finanziaria, l’eurozona dovrebbe procedere da sé e decidersela a 17… E chi se ne importa se Londra si lamenta.

●Mentre a Roma cadeva il Berlusca (il massimo dell’allarme e della pressione, e probabilmente la spinta finale alle dimissioni, quando in borsa il valore di Mediaset – la roba – è crollato del 12% d’un botto[120]…) e subito prima che Mario Monti iniziasse a tessere la trama del suo governo “tecnico”, i rendimenti dei decennali dei BoT e dei BpT arrivavano a oltre il 7% e, con uno spread ormai a più del 6% da quelli tedeschi (e con 200 miliardi di € in scadenza da rifinanziare nel 2012.

Cioè, da far riacquistare ai mercati), si cominciava a manifestare in modo palesemente preoccupante anche uno scarto tra rendimenti tedeschi e francesi di quasi il 2% (il massimo dall’introduzione dell’€) e con alcune delle più grandi banche del mondo fortemente indebitate e maledettamente “incrociate” con quelle per conto loro assai inguaiate degli USA.

Pagarsi il debito così costa oggi alla Francia quasi il 2% in più di quanto paghi la Germania, al massimo dall’introduzione dell’euro…

 

I rendimenti per finanziarsi i debiti a confronto: Germania, Francia ed Italia (grafico)

Preoccupazioni che si spostano

Fonte: Bloomberg, NYT, 14.11.2011 (a chiusura seduta 12.11.2011)

●C’è poi anche chi si monta proprio la testa secondo il più classico quod licet Jovi, troppo spesso, non licet bovi[121], come dicevano nel Medioevo giocando sulla rima paronomastica bovi/Iovi per dire che non tutto è concesso proprio a tutti, che insomma c’è chi può e chi proprio non può…

Ha sostenuto il ministro degli Affari europei e del Commercio estero – già tutto un programma nel suo titolo, no? – della Finlandia, Alexander Stubb, che i sei paesi dell’eurozona a godere del rating della tripla AAA (Austria, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e… Lussemburgo) devono avere più potere negli affari economici dell’Europa e agire come il nocciolo duro e motore dell’Unione. Non si tratta, dice il bove – pardon, Stubb che non parla per Giove ma per un paese di 5 milioni abitanti, 15 per km2, con 136 miliardi di PIL, un quindicesimo più o meno di quello italiano – di creare nuove istituzioni per dare a quei paesi più potere ma di lasciare di fatto, soprattutto, il potere di coordinamento in mano a chi, virtuosamente, tiene in ordine i propri conti.

Questo qua, Stubb, non afferra proprio che, però, per la legge fisica dei vasi comunicanti che si applica anche pari pari nelle cose della finanza, a un pieno corrisponde sempre necessariamente un vuoto, ecc., ecc. e pensa di poter risolvere tutto dando un po’ più di voce a Finlandia e Austria. E proprio non vede che il problema vero è quello di fare della Banca centrale europea una vera Banca centrale, capace di agire come quella di Inghilterra, come la Fed, come la Banca del Giappone da controllore dell’emissione di moneta, da prestatore di ultima istanza, da garante contro gli assalti speculativi della difesa della propria moneta. Insomma, come uno strumento di politica economica e finanziaria, non solo monetaria, veramente europeo…

La disgrazia vera è che naturalmente il no di Stubb e di tutti gli Stubb d’Europa (tedeschi, olandesi, ecc.) risulta – almeno ancora, per ora – condiviso da Mario Draghi: che ha abbassato, sì, di un quarto di punto il tasso di sconto ma torna a ripetere solo qualche giorno dopo alla prima occasione in cui parla da primo banchiere centrale d’Europa, davanti a una platea di banchieri e in casa sua a Francoforte, di non intendere “deviare dal primario compito di assicurare la stabilità dei prezzi” come missione della sua  BCE perché fare altrimenti, dice, minerebbe la credibilità della Banca…

La colpa principale, dice, e ha certamente ragione, è nella lentezza con cui procedono in Europa le decisione politiche, dei politici, dei ministri e dei capi di Stato e di governo. Ma poi intitola il suo intervento a un trittico di presunte virtù che, dopo aver condannata la lentezza di quelli, esalta contro ogni esperienza l’immobilismo totale[122]

E così dicendo assolve di per sé (da anni era già nel direttorio della BCE, prima di diventarne ora il presidente) se stesso e i suoi colleghi. La solita routine di sempre: come se fossimo alla fine degli anni ’90, quando Berlino era ossessionata solo dall’inflazione, come se non fossimo sull’orlo del baratro della depressione più grave di sempre, come se una qualsiasi Banca centrale incapace di difendere non una mitica stabilità dei prezzi che, poi, tutti riconoscono, la stessa Banca, sostanzialmente sotto controllo, ma la stabilità e la forza delle sue economie di riferimento avesse, poi, qualche credibilità da rivendicare…

Sul punto commenta ora a caldo Paul Krugman, dicendo di aver davvero sperato in Mario Draghi dopo la prima decisione cui aveva presieduto come nuovo presidente della BCE. Ma adesso osserva, asprigno ma anche a ragione, che non sembra proprio così: “no, la BCE difenderà pure la sua credibilità. Ma così finirà come la credibilissima difesa del valore di una moneta che a quel punto non esisterà più[123]”…

Gran brutto segnale, subito dopo metà del mese, quando sono molte le banche che, tutte insieme, si mettono a ritirare la bellezza di 247 miliardi di € dalla BCE in una sola settimana, a titolo di prestiti d’emergenza: di regola l’indice della difficoltà di approvvigionarsi di liquidità a tassi ragionevoli sul mercato. E’ la crisi dei debiti sovrani ad aver minato il flusso di fondi alle banche dell’eurozona coi dubbi che ha fatto sorgere sulla loro solvibilità vista la loro rilevante esposizione ai debiti dei vari governi europei[124].

Perché, ormai, è chiaro: l’euro è oggi in pericolo come mai lo è stato dal momento di inizio della crisi e solo la BCE sarebbe in grado oggi di mettere fine alla crisi stampando moneta, o minacciando credibilmente di stamparla, gelando così i pruriti dei mercati e della speculazione. Dice: ma così creerebbe inflazione. Ma oggi il problema è la crescita. Quando, domani, sarà l’inflazione allora la BCE sarà lì, ma in fase di crescita, pronta coi suoi tassi a scontrarla.

●C’è una scuola di pensiero che sta montando in America, non per generosità proprio ma per auto interesse e non tra economisti poi troppo eterodossi, a dire che  se non ci dovesse pensare per cecità ideologica monetaristico-neoliberista la BCE a salvare l’euro, cioè subito l’Italia e la Spagna, ci potrebbe/ci dovrebbe pensare… la Fed.

Dice questa argomentazione[125] che “come la Federal Reserve americana ha creato [cioè stampato ex novo] 2.300 miliardi di dollari dal 2008 e li ha usati per comprare titoli negli USA, la BCE potrebbe fare lo stesso in Europa dove questo tipo di spesa è necessario con urgenza ben più pressante. E, proprio come questo stampar moneta non ha avuto alcun misurabile effetto inflazionistico negli USA, non ci si dovrebbe aspettare alcun problema di inflazione in Europa. Le proiezioni attuali per l’inflazione nell’eurozona prevedono, infatti, solo l’1,6% l’anno prossimo.

   Il problema è che la BCE e altre autorità in Europa capeggiate dal governo tedesco stanno continuando a giocare sull’orlo del baratro come almeno ormai da due anni. Sono più  preoccupati di imporre politiche di austerità sui paesi più deboli dell’eurozona che di affondare l’economia europea e quella globale [badate a questo inciso: anche, e come!, quella globale].

   Continuano piuttosto a vedere la crisi come un’opportunità per far passare per forza “riforme” impopolari— come il taglio di occupazione e pensioni, l’aumento dell’età pensionabile, le privatizzazioni a raffica e la riduzione di scopo e dimensioni dello stato sociale. Sono le stesse misure che già hanno causato una recessione nell’eurozona e questi sembrano più che disposti ad approfondirle per ottenere quello che vogliono.[Per quanto riguarda noi americani] la grande questione è se questa avventatezza irresponsabile porterà a una nuova crisi finanziaria che innesca una recessione mondiale [un’altra…].

   Alcuni tra noi economisti hanno chiesto che la Fed intervenga[126] prima che questo possa avvenire facendo, al posto della BCE, l suo lavoro. La Fed è perfettamente in grado di farlo e, come è stato nel caso suo con le facilitazioni quantitative, senza costi per i contribuenti. Provocherebbe certo qualche piccola tempesta politica, ma si tratterebbe di un prezzo esiguo da pagare per evitare un’altra recessione che butterebbe fuori del lavoro altri milioni di persone— negli USA. In Europa, in gran parte del mondo”.

●Intanto, proprio come se tutto, nel migliore dei mondi possibili, se ne stesse tranquillo ad aspettare quella che una volta era la bella addormentata europea ma ora rischia di puzzare un pochino di mummia, i ministri delle Finanze dell’Eurogruppo riuniti a Budapest il 30 novembre e il 1° dicembre… non decidono niente. Al solito. E, al solito, rimandano tutto a fra altri dieci giorni, quando si riuniranno i capi di Stato e di governo, per buttar giù quello che a quel punto – se poi arriveranno a definirlo o, al solito, rinvieranno ancora – potrebbe forse essere un qualche piano per puntellare l’euro.

Sembra che allora finiranno col dire di sì – in linea di principio: poi si vedrà, forse finiranno con le procedure dovute entro, se va bene, due anni – a un piano che dovrebbe legare i 17 paesi a un maggior rigore di bilancio e, dopo, a consentire un’utilizzazione più disponibile, diciamo così, delle risorse della Banca centrale: non è chiaro – decide la Germania alla fine anche perché nessuno ha il coraggio di ricordarle come siamo stati anche noi altri europei a finanziarle buona parte della riunificazione consentendole di imporre all’euro altissimi tassi di interesse per anni e assorbendone largamente l’export-monstre – se arriveranno davvero a decidere di un altro uso dell’euro e di un uso più centrale della BCE stessa per affrontare la crisi.

Sembrano, comunque, come rappacificati gli istinti belluini dei mercati che si accontentano[127] per il momento – ma non per molto: non lo faranno più dopo il 10 dicembre – dell’intento dichiarato insieme da alcune grandi banche centrali (FMI, Fed, BCE stessa, BoE, BoJ, Banca del Canada e Banca svizzera: ma non la Banca centrale di Cina: non gliel’hanno chiesto, anche se poi è quella che conta di più, anche se è, come dire? un po’parvenue) di lavorare insieme,

Senza specificare, però, che significa: cioè, come, vorrebbero così rendere più agevole alle singole banche approvvigionarsi dei dollari di cui hanno bisogno. In nessun modo, però, durerà l’illusione che questa possa essere davvero una soluzione al problema vero: quello di tagliare le gambe alla speculazione e ai mercati garantendo i bonds italiani, spagnoli e ormai anche, in modo incipiente, francesi, ecc, ecc., di affogarli con un’offerta di moneta stampata a sostegno che solo la BCE può, al dunque, fare davvero…

●Ricorderete, forse, che abbiamo due o tre volte parlato del flop dell’esperimento neo-liberista realizzato in Lettonia, in corpore – è proprio il caso di dire – vili, la cosiddetta “svalutazione interna”, dove il primo ministro Dombrovskis, economista neo-cons di stampo statunitense, ha scommesso tutto e perso tutto— cioè, le elezioni politiche. Anche se, poi, forse riesce temporaneamente a restare al governo[128] grazie alla politica politicante dei tre partiti minori compreso il suo, ipernazionalisti, che si coalizzano per tener fuori quello vincente: largamente  maggioritario ma colpevole di non essere pregiudizialmente e sciovinisticamente anti-russo.

Bene, adesso sul tema c’è quella che, forse, potrebbe considerarsi l’ultima parola nello scritto di un altro economista di cui spesso riferiamo il pensiero, anche se non sempre semplice perché ci sembra ne valga la pena il pensiero, Nouriel Roubini, riportata da Krugman (che lo cita estesamente ma purtroppo senza link[129]):

Roubini – dice – ci offre adesso un eccellente paper, anche se molto cupo sulle prospettive dell’Unione europea: mi è piaciuto particolarmente il passaggio che riproduco a seguire: ‘L’esperienza internazionale delle svalutazioni interne è in larga parte un fallimento. L’Argentina ha provato la via della deflazione per arrivare a un vero deprezzamento e, dopo tre anni di sempre più profonda recessione-depressione, poi ha proclamato il default abbandonando il legame che aveva al cambio ufficiale col dollaro. E anche il caso della svalutazione interna cosiddetta di “successo” della Lettonia non è certo un modello per la periferia dell’eurozona: la produzione è crollata del 20%; ma il debito pubblico – al contrario che nella periferia dell’eurozona – è restato insignificante come percentuale del PIL, così che una piccola quantità di finanza pubblica – pochi miliardi di € – è stato sufficiente a supportare il paese senza massicci effetti deflattivi sui conti pubblici; e la volontà esplicita dei decisori politici di costringere il paese a versare lacrime e sangue per non farlo cadere in braccio all’ “orso russo” è stata, per qualche tempo illimitata— al contrario della riluttanza della periferia dell’eurozona a consegnare nelle mani della Germania l’indipendenza dei propri bilanci; ma adesso, pur avendo evitato svalutazione e default, [in Lettonia] si manifesta molto duramente la reazione a un aggiustamento così draconiano [la sconfitta e il crollo nelle elezioni] e rischia di cancellare tutti gli sforzi fatti. Allo stesso tempo, in modo analogo, la reazione sociale e politica contro l’austerità della recessione sta arrivando al bollore nella periferia dell’eurozona’.

   Detto questo e tutto considerato – riprende e commenta Krugman – (e, nel caso europeo, ciò significa molto detto e non tanto davvero fatto), l’euro starà in piedi o cadrà in base alla capacità di quei paesi che hanno visto alzarsi rapidamente costi e prezzi tra il 2002 e il 2007 di riportarli sotto controllo. In questo momento le strategie effettive che seguono i leaders europei è questa: esigere che arrivino a farlo – Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e anche altri – con la deflazione.

   Ma l’unica cosa sicura è che questo non riuscirà.

E, certo, a leggere queste due impietose diagnosi, tenendo contro dell’autorevolezza e, come si dice, del record che questi due autori hanno riscontrato, in questi ultimi dieci anni, nelle loro analisi ma anche nelle loro previsioni sembra che sperare di uscirne si potrà solo con un sussulto forte di unità in più non solo economica ma anche politica. Loro, Krugman e Roubini – buoni americani che sono – ma anche parecchi altri, evidentemente, ci credono poco. Noi, invece, vogliamo, dobbiamo e speriamo di poter anche crederci.

●E torniamo, qui, su un giudizio di fondo sul quale anche valendoci di pareri analoghi al nostro ma assai più autorevoli – da Krugman, a Roubini[130], a Stiglitz, per citarne alcuni – abbiamo indugiato nei numeri recenti di questa Nota: sul fatto che il piano della UE delineato a fine vertice di fine ottobre, anche prima di quello d’urgenza del 2 novembre riconvocato a Bruxelles en catastrophe, dopo l’annuncio greco del referendum, è cioè troppo poco, arriva troppo tardi e riflette, soprattutto, tanti e troppi pii desideri. E tentiamo qui, ora, di ricapitolarvi perché. Anche se non sarà certo l’ultimo dei vertici, come dicono, al nodo “dedicati”.

Perché già dall’intervento stesso del 2 novembre di Papandreou a Bruxelles  è emerso che il debito della Grecia, anche con le misure prese qualche giorno prima, è insostenibile. E che l’unico modo di ridarle solvibilità è quel di un default guidato che cancelli seccamente e senza remissione una porzione congrua di quel debito. Che non è, come si poteva subito dire, solo il 50% dei crediti cui banche e investitori avevano detto di ingoiare obtorto collo il 27 ottobre subendo la decisione europea di dover cancellare dai libri il 50% dei loro crediti.

Perché, al meglio, quel 50% corrisponde solo a un 30% del debito totale coprendo esclusivamente il debito privato e non quello pubblico della Grecia. Il “taglio di capelli”, di crediti, delle banche l’haircut, come lo chiamano del 50% riduce il debito globale al 120% del PIL – il livello italiano – e presenta comunque al governo un fabbisogno di qui al 2020 di 114 miliardi di €. Insomma, non è affatto chiaro che sia sufficiente a rendere sostenibile il residuo debito e, anzi, i dubbi sono dalla parte di chi sostiene che invece è del tutto chiaro che non sarà sufficiente.

E, specie se le condizioni economiche generali in Europa continueranno a deteriorarsi, monteranno subito sui mercati speculazioni intellettuali dettate dalla paura e speculazioni finanziarie dettate oltre che da essa anche dalla voglia di guadagnarci comunque pur dentro al disastro che Portogallo e Irlanda dovranno immediatamente seguire la Grecia. Insomma, il contagio…

Poi, entro il giugno 2012 l’UE ha già decretato che le banche provvedano a ricapitalizzarsi per un ammontare di entrate fresche che è previsto sui 106 miliardi di €, soprattutto per coprire le perdite che subiranno dalla cancellazione dai libri del debito greco non più rimborsabile: che sarà ben più alto, come s’è visto, di quel 50% indicato.

Il fatto è che, se si considerano poi le perdite possibili e in parte già in atto sui bonds irlandesi, portoghesi, spagnoli e sull’Everest costituito da quelli italiani, la ricapitalizzazione che servirebbe oggi, nell’immediato, sarebbe già più del doppio, sui 250 miliardi di €. E le banche, se non vengono drasticamente obbligate a non farlo, con un intervento pesante di rigetto del libero cosiddetto mercato, si rifugeranno in corner, cercando di assorbire le perdite con la riduzione ulteriore del  credito alle imprese e alle famiglie. Cioè, con la riduzione della crescita. Ancora…

Da dove verrebbero queste necessarie risorse se è stato detto esplicitamente che l’EFSF deve essere comunque l’ultima risorsa? Quando, invece, a tutti è evidente – e ai mercati per primi – che solo un EFSF assai rafforzato – e non solo fra anni ai 1.000 miliardi di copertura previsti quando entrasse completamente in vigore – potrebbe costituire la pietra angolare per contenere il contagio: per mettere in una quarantena credibile la malattia che da Grecia e Irlanda e Portogallo sta già passando alla Spagna.

Tra parentesi, le elezioni politiche dopo aver sbaraccato dal governo i partiti al potere in Irlanda, Portogallo, Grecia, Finlandia, Portogallo, Danimarca, Slovacchia hanno adesso completato l’opera – inevitabilmente – anche a Madrid:  il partito popolare di Mariano Rajoy ha vinto una maggioranza assoluta di seggi (187 circa su 350: contro 110, 33 guadagnati dai popolari e 59 persi dai socialisti, il 44 contro il 29%). Ma, anche qui, come in tutte le altre elezioni di questa fase di crisi – inevitabilmente, cioè – più contro il potere insediato che altro: qui Zapatero, il PM uscente e il suo partito, ora condotto da Alfredo Pérez Rubalcaba.

E si tratta di una malattia che, viste le dimensioni della sua economia e la totale assenza di credibilità del suo governo nella considerazione dei mercati ancor prima e più che degli stessi cittadini italiani e europei, sta sbriciolando in modo particolarmente preoccupante l’Italia. Ma che, a questo punto, comincia inesorabilmente a intaccare, coinvolgendoli nella crisi del debito – le loro banche sono piene di titoli italiani e spagnoli, ecc., ecc. – prima la Francia, poi il Belgio, poi la stessa Germania.

In realtà è solo da un uso spregiudicato e aggressivo – quello che la Germania ancora rifiuta – e, quindi, con un più vasto coinvolgimento dell’EFSF che può essere trovata la liquidità necessaria a sostenere l’accesso ai mercati dei membri dell’eurozona messi sotto pressione e garantire così che il costo per loro – per tutti loro, uno dopo l’altro – del credito non li riduca all’insolvenza.

Ma sull’EFSF stesso ci sono dubbi imponenti. A cominciare dai tempi, comunque lunghissimi, della sua concretizzazione operativa e a proseguire, soprattutto e proprio, sul come rafforzarlo. Pare che il principale strumento di cui stanno elucubrando a Bruxelles e a Francoforte – e anche quello che meno convince i grandi paesi stranieri oggi più dotati di riserve come Cina, Giappone, Arabia saudita ma anche India, Russia, Brasile, a investirci subito e in misura adeguata capitali loro sia il leverage, come dicono: far leva,cioè, sul Fondo stesso dandogli titolo a garantire le eventuali perdite sui bonds detenuti fino – pare, si dice – al 20% del valore nominale che hanno.

Ma ci credono in pochi che funzionerebbe. Perché ormai tutti, sui mercati come nell’opinione pubblica, in tutti i paesi, dopo le crisi finanziarie di questi ultimi dieci anni che proprio l’uso spregiudicato di quello strumento artificiale e forzato ha già provocato hanno constatato l’aleatorietà di garanzie fondate sul leveraging invece che su valori reali— sull’usare un valore di 10 per garantire 100: con 90, cioè, “allo scoperto”.

L’altro dubbio di fondo sull’EFSF è la sua cosiddetta “circolarità”. Precisamente, cioè, la struttura su cui l’hanno inventato e costruito: l’EFSF è garantito dai singoli Stati dell’eurozona, proporzionalmente alla loro partecipazione “azionaria”, chiamiamola pure, al bilancio della UE. Così la Germania ha il 29,07 della quota di garanzia, la Francia il 21,83, l’Italia il 19,18%, la Spagna il 12,75, l’Olanda il 6,12 e il Belgio il 3,75%... e tutti gli altri a scalare.

Ma, dato che Italia e Spagna e Irlanda, Portogallo e Grecia e anche altri già si valgono e dovranno farlo ancora di più dell’assistenza dell’EFSF, è proprio la natura appunto “circolare” dello schema – il serpente classico e la classica coda – che fa problema con paesi in via di indebolimento finanziario progressivo che si devono impegnare a riscattare se stessi e le loro banche e  eventualmente anche gli altri e le loro banche…

A vedere bene, e freddamente, ormai la speranza dell’Europa è la Cina (una volta il prestatore di ultima istanza sarebbero stati gli USA, ma oggi…) che dovrebbe convincersi a diventarlo essa stessa: ad aiutare l’Europa perché essa possa aiutare se stessa. Ma, oggi Pechino, senza sfuggire a qualche singolo impegno mirato, chiede e ha ripetuto al capo dell’EFSF, Regling[131], a fine a ottobre, che prima l’Europa deve mettere in ordine casa sua e poi si vedrà…

Il fatto è che, certo, la Cina è già largamente “esposta” rispetto all’eurozona e all’Europa, di cui è, comunque, già oggi più di quanto lo siano gli USA il massimo partner commerciale e ha già da 600 a forse 750 miliardi di € (la metà, più o meno, della sua esposizione sugli USA) investiti in euro e in buoni del Tesoro dei paesi dell’euro (Grecia, Spagna, Portogallo e anche Italia: cioè, stanno già dando una mano).

E, ora, se i problemi dell’eurozona continuassero a incancrenirsi, gli effetti negativi sull’economia e sugli investimenti cinesi sarebbero, dunque, assai seri: anche senza considerare le conseguenze pesanti sulla Cina già in atto della crisi statunitense. E non sembra che le proposte dall’Europa fino a oggi emergenti siano abbastanza solide, credibili e promettenti da ammaliare la Cina. Specie perché da Pechino vedono bene come i paesi europei relativamente più ricchi, la Germania, la Francia, soprattutto la prima, siano riluttanti a mettere in gioco loro più soldi e stiano cercando di limitare la loro esposizione. Anche chiedendo di farlo proprio alla Cina…

●Sotto ogni variabile, il mondo, l’Europa, cominciare a mettere mano alla crisi per raddrizzarla oggi è dura. In Europa, ricucire i grandi strappi provocati da un largo debito pubblico tamponato da un sistema monetario unico ma radicalmente minato dal fatto di non affondare su un sottoterra altrettanto unico anche economico e in qualche misura politico e poi – e forse soprattutto – da un forte debito privato creato da un sistema bancario ipersviluppato e largamente sottocapitalizzato. La verità che ormai sta emergendo chiara è che questa è la crisi più grave del capitalismo moderno e, insieme, del sistema monetario e anzitutto della stessa governance dell’Europa.

Si deve per quanto ci riguarda partire di qui: dall’evitare lo sfaldamento del’Europa, per ragioni anche solo di un minimo di saggezza e di prudenza previsionale prettamente e “squisitamente” capitalistiche. Per questo, del resto, no?, si muove Monti e per questo – considerando tutto, anche il fatto che la ricetta probabilissimamente è sbagliata – occorre dargli il tempo di muoversi.

Se no, bisogna fare proprio la rivoluzione. Ma siccome non ne siamo davvero capaci… rassegnamoci, adesso, ad andargli dietro. Però, non bisogna neanche accontentarsi di quel che ci dicono e non chiedere niente: come sempre nella vita anche questo è uno scambio. Magari anche ineguale, ma pur sempre uno scambio. Anche a Monti, anche all’Europa, anche al capitalismo dobbiamo pur porre qualche condizione. Sul piano macroeconomico vogliamo seguire in questo ragionamento – che riconosciamo ben limitato – l’analisi strettamente conservatrice avanzata la prima settimana di novembre da un eminente membro conservatore del governatorato della Banca d’Inghilterra, Robert Jenkins. Dice, in una sintesi assai efficace[132].

Bisogna capir bene le conseguenze per la Gran Bretagna e per l’Europa di un’uscita della Grecia dall’euro. Scatterebbero in serie assalti di ordine tellurico contro le banche in Irlanda, in Portogallo, in Spagna e anche in Italia da parte di privati ed imprese che, per timore della possibilità che ormai possa capitare lo stesso anche a loro, si metterebbero a spostare i propri depositi in altri paesi. Gli istituti bancari più esposti, traballanti per le perdite in Grecia, chiuderebbero. La Banca centrale europea sarebbe sopraffatta essa stessa. E l’economia europea sprofonderebbe— e, con essa, quella britannica.

   Il fatto è che la battaglia della Grecia è la nostra. Ma quel che stanno chiedendo al nuovo primo ministro ad interim della Grecia, Lucas Papademos, è impossibile. La disoccupazione [ufficiale] è al 18,4%. L’agenda dei rimborsi che sui prestiti ricevuti deve all’estero per i prossimi cinque anni è, letteralmente, da non credersi. D’altra parte, il capitalismo greco, una rete di oligarchie familiari che trucca tutti i mercati ellenici e gestisce una società tutta intera dove l’evasione fiscale è considerata moralmente e socialmente accettabile, ha un bisogno davvero disperato ormai di riforma [bè, pare la diagnosi, non identica proprio ma approssimata sì, della situazione italiana].

   Certo, avrebbero anche potuto organizzare l’Europa intorno a tassi di cambio variabili invece che su una moneta unica [e, poi, non appoggiata su altro], ma era la massa vasta di debito privato accanto a un sistema bancario crepato che richiedeva quel tipo di medicina.

   E mentre restare nell’euro è nell’interesse sicuro della Grecia – e dell’Italia – lo è anche in quello di tutto il resto d’Europa. Però è indispensabile che ci sia un dare e un avere a fronte del dolore che esige la dose di austerità richiesta. Il debito privato e quello pubblico hanno bisogno di essere radicalmente ridotti e, in un mondo di crescita bassa, per farlo ci sono solo due strade: o i creditori cancellano il debito; o è indispensabile cancellarlo con l’inflazione. Ecco, se l’eurozona non può dare né l’una soluzione né l’altra, allora il suo futuro stesso è in questione”.

●Parere analogo, e in qualche modo un po’ sopra le righe – come quello che negli stessi giorni esprime, del resto, Obama congratulando sui col nuovo premier incaricato italiano: entrambi pareri sensati, d’altronde, ma anche come si dice sgambetti mollati da dietro in questioni che li riguardano solo di alto – è quello che manifesta il presidente russo Dmitri Medvedev quando avverte che tagliando fuori adesso alcuni paesi dall’eurozona si potrebbero produrre “danni irreparabili[133]”.

Parla, Medvedev, al Forum per la cooperazione Asia-Pacifico al quale partecipa con Obama stesso essendo ovviamente la Russia e l’America paesi aderenti a quella Organizzazione e non certo all’Unione europea e tanto meno all’eurozona. Ridurre il numero dei paesi dell’eurozona, dice sensatamente, anche se un tantino improvvidamente, il russo – come se Bruxelles esprimesse il suo parere contrario o favorevole all’adesione della Corea del Nord all’Asia-Pacifico, per dire… – non la renderebbe di per sé affatto più stabile.

E, a latere della riunione, il consigliere di politica economica del Cremlino, Arkady Dvorkovich, osserva – trovando il modo di far capire che anche Putin è dello stesso avviso – che le prospettive di una ripresa rapida in Europa sono piuttosto esili e che il presidente russo (quello uscente ma, dunque, anche quello scontato ormai come subentrante) si aspetta che nel breve termine l’economia dell’Unione europea possa anche andar peggio…

●Dopo averlo tanto a lungo minacciato da sembrare che ci avesse ormai rinunciato, l’ente nazionale polacco per il gas naturale PGNiG ha presentato le carte che servono, spera/si illude, a iniziare le procedure che spera portino il tribunale di arbitrato internazionale di Stoccolma a obbligare la russa Gazprom a tagliare i costi di importazione in Polonia del gas russo[134]: costi che considera esorbitanti ma, fissati da un accordo a lungo termine tra le due compagnie, che non risultano propriamente imposti coi carri armati.

Quindi lascia poche speranze a suo favore in quella che resta l’unica sede di contestazione legalmente possibile che le è aperta e che è stata, come possibilità, finora esplorata e poi sempre, non a caso, abbandonata da altre compagnie dello stesso tipo di diversi altri paesi, l’Ucraina ad esempio: tutti quelli che nel 1989 hanno mollato liberamente l’Unione sovietica e che, adesso, però chiedono alla Russia di trattarli come se fossero rimasti insieme…

Insomma, a prezzi politici: però non giustificati più, nel caso polacco anche più che in quello ucraino, da alcuna alleanza o da alcuna particolare convenienza, commerciale o strategica, da alcun do ut des, come è ad esempio coi tedeschi, i francesi e anche gli italiani.

●Intanto, il presidente russo Dmitri Medvedev, il presidente Christian Wulff e la cancelliera Angela Merkel per la Germania, coi primi ministri francese François Fillon e olandese Mark Rutte, alla presenza del grande vincitore di tutta la faccenda, l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder presidente del consorzio russo-tedesco che lo ha costruito e del grande sconfitto, l’impotente Commissario europeo all’Energia, Günther Öttinger che è stato costretto ad andarci controvoglia,  hanno inaugurato[135] l’entrata a regime del flusso del gas del Nord Stream.

E’, in buona sostanza, un grosso tubo del diametro di quasi 150 cm., costato 7,4 miliardi di €, lungo 1.220 km., che passa sotto il Baltico al largo delle coste di Finlandia, Svezia e Danimarca  e porterà 55 miliardi di m3 all’anno, quando ne entra a regime fra tre anni anche il secondo tubo parallelo, da Vyborg, in Russia, a 130 km a ovest di S. Pietroburgo a Greifswald, in Germania, nel Mecklenburgo-Pomerania anteriore, terra di Merkel, e poi oltre nel resto d’Europa, scavalcando così per la prima volta il passaggio altrimenti obbligato per il territorio ucraino).

Allo stesso tempo, con la conveniente sottolineatura che mantenere un dialogo aperto con la Russia… conviene (e non solo ai forti come la Germania, ma anche ai deboli, come ad esempio la Bielorussia… capito, Ucraina?) Gazprom, col suo vice presidente Alexander Medvedev (non è parente) annuncia che anche con l’apertura di Nord Stream, si impegna[136] a non cancellare né ridurre le quantità di gas naturale che verso l’Europa oggi passano dalla Bielorussia.

Intanto, e subito, Valery Golubev, vice direttore generale della Gazprom, spiega[137] che la sua azienda firmerà con la Beltransgaz della Bielorussia un accordo sulla vendita e la distribuzione del gas naturale che le costerà molto meno del prezzo di mercato in cambio della vendita all’azienda russa, sempre a prezzo di mercato, del 50% delle quote azionarie di quella bielorussa.   

●In ogni caso la Russia – e a parlare qui è il ministro dell’Energia Sergei Shmatko in un’intervista al al Süddeutsche Zeitung[138] che la Russia sta proponendo alla Germania un vero e proprio “accordo strategico sull’Energia: di mettere insieme un’alleanza globale tra i due paesi per finanziare e costruire impianti di produzione e distribuzione russo-tedeschi… e in prospettiva poi si vedrà. La Russia, se il progetto trovasse riscontri a Berlino, sarebbe in grado di cominciare assai presto a finanziare il nuovo piano.

Con la Siemens tedesca, del resto, se n’è già parlato in modo positivo e un piano d’azione potrebbe cominciare a concretizzarsi già a inizio 2012, dice Shmatko, precisando che i primi grandi nuovi impianti potrebbero cominciare a produrre energia su questa base entro il prossimo quinquennio e entro un decennio potrebbero essere condotti a termine tutti i progetti. Il costo che Shmatko prevede richiederebbe un finanziamento tra i 10 e i 15 miliardi di €.

Inevitabilmente il progetto, nel suo complesso, solidifica ancor più l’incubo incombente sui sogni o sulle illusioni di Öttinger di diventare lui – cioè l’UE – chi per tutta l’Europa gestisce il tema: l’incubo essendo proprio quello che non se ne riesca in Europa neanche a parlare. Del resto, con quest’aria che tira adesso su tutto il progetto europeo.

Si muovono controcorrente ma restano inesorabilmente da soli e divisi disperatamente tra loro – i paesi baltici. Del resto, la situazione è quella che è: la Germania, che già va per conto suo, forse si accinge a farlo ancora di più; la Francia pure; l’Italia manco a dirlo— sempre che naturalmente sia in grado di farlo; Ucraina e Bielorussia costrette a fare i conti con la realtà com’è e non come il Commissario dell’Energia dell’Europa vorrebbe.

Così, intanto, abbassati un po’ i toni polemici e rimessi i rapporti reciproci in maggior sintonia politica, oggi Russia e Ucraina stanno discutendo seriamente – su questa base e non in termini puramente commerciali – di un nuovo prezzo per le forniture di gas naturale della prima alla seconda: pare, dicono voci che però vengono da Kiev e sono qualche poco smorzate da Mosca, da circa 400 a più o meno 230 $ per 1.000 m3: però, anche se la cifra – cioè l’essenziale – non è ancora concordata tutti confermano[139].

Quel che Öttinger, giustamente dal punto di vista suo e della UE vorrebbe, è un comportamento più razionale, più serio, per cui tutta l’Europa riuscisse ad agire insieme sia sul piano politico che su quello strettamente commerciale: si discuta di energia insieme e, poi, si decida tutti insieme nell’Unione il che fare e il come farlo, delegandolo alla Direzione generale dell’Energia che tratterebbe per tutti con la forza contrattuale che con ciò si ritroverebbe. Solo che nessuno al povero Öttinger dà i soldi – cioè li dà all’Unione – e nessuno gli delega neanche, e soprattutto, i poteri, il mandato, per farlo.

●Adesso, verso fine novembre, Russia e UE si incontreranno a Mosca, su richiesta russa, per aprire un dialogo chiarificatore – dice Mosca – sul terzo pacchetto energetico che l’Unione ha deciso di darsi ma non si è ancora data operativamente, come troppo spesso le capita. Lo annuncia a metà novembre, mentre però rende nota la sua proposta “strategica” bilaterale di un piano energetico  comune alla Germania, lo steso ministro Shmatko.

La Russia pare proprio intenzionata a denunciare la regolamentazione che l’UE si è data[140], convinta com’è che proprio il terzo pacchetto sia stato disegnato per far saltare gli accordi bilaterali che ha con diversi paesi europei e minaccia anche di far ricorso a tutti gli strumenti che le regole vigenti del commercio internazionale le offrono proibendo il ricorso a comportamenti oligopolistici come quelli che Shmatko vede nel regolamento europeo,

La Russia da tempo lavora su entrambi i piani: dialogo collettivo con l’Unione ma anche accordi concreti coi singoli Stati. Accordi che cercano, come con Germania e Italia in particolare, di tenere insieme i piani energetico ed economico in una serie di accordi bilaterali, di cui il Nord Stream è la più concreta manifestazione. Soprattutto perché esso, il Nord Stream, un accordo o meglio un serie di accordi bilaterali, esiste e funziona. Mentre il terzo pacchetto è solo un’idea e assai discussa.

La Russia ha comprato in Europa occidentale dovunque ha potuto assets energetici: depositi, raffinerie, tubi, autotrasporti,…  e la crisi finanziaria che imperversa le ha aperto ulteriori grandi opportunità. La direttiva europea nota come il cosiddetto terzo pacchetto energetico costituisce, nelle intenzioni, un ostacolo alle intenzioni russe.

Il fatto è che le mire del pacchetto tendente ad ostacolare ogni tipo di monopolio si riflettono negativamente sull’operato e sugli interessi dei russi chiedendo loro di rinunciare non alla produzione, ovviamente, ma al trasporto e alla distribuzione del gas naturale. Di cui però detiene, perché ne è legalmente e legittimamente proprietaria, la rete in diversi paesi europei, specie i baltici.

La Russia legge chiaramente, e anche a ragione, l’obiettivo della terza direttiva come qualcosa che mete a repentaglio i suoi diritti di proprietà e vuole trovare il modo di disinnescare il potenziale distruttivo che essa ha nei confronti dei suoi interessi. Anche col dialogo da instaurare, anzi da approfondire con Bruxelles. In questo confronto, dalla parte dei russi sta in sé il diritto di proprietà e stanno le regole del commercio internazionale.

E dalla parte dell’Unione sta… niente: visto che, per esempio, la Lituania ha cercato – ma fallendo – di applicare la direttiva appropriandosi della rete di trasporto e di distribuzione di proprietà dei russi nel suo territorio…ma senza pagarla, al solito forse illudendosi che gliela pagasse la UE e considerato che al dunque, poi, non c’è mai stata e non c’è la volontà di contrattare con una sola voce coi russi su gas naturale e petrolio. Non c’è, né sembra pronta a venire, una politica energetica davvero comune. Ma, finché le cose restano così, vincono inevitabilmente – e, tutto sommato, anche “giustamente” – quelli che invece ce l’hanno…

●In Ungheria, spunta un altro della scuola di pensiero del bove che si crede di essere Giove. Il primo ministro Viktor Orban dice di volere assistenza, cioè prestiti, per qualche miliardo di $ dal Fondo monetario internazionale. Ne ha un disperato bisogno per ridare un po’ di fiducia agli investitori e farli puntare sul paese dell’est dell’Unione europea più indebitato i cui titoli di Stato sono orai universalmente considerati al livello di titoli mondezza.

Il governo Orban, che è certo il più reazionario della storia ungherese post-comunista, l’anno scorso ha vinto le elezioni con più dei due terzi dei voti per disperazione e, sarebbe il caso di dire, per fede (si chiama Fidesz, il partito del premier, alleanza civica ungherese: in origine un partito libertario e anticomunista di stampo radical-italiano— trasformatosi prima in una specie di vecchia Sołidarnosc polacca senza però alcuna radice operaia e cattolica ma sempre più reazionaria), le ha vinte esasperando un misto di populismo irresponsabile e di rigore feroce applicato a senso unico alle classi povere, smantellando ogni copertura sociale e elargendo mance ma privilegiando programmaticamente gli strati sociali che la vulgata vuole creatori di ricchezza: i già ricchi.

Però gli sta andando assai male. Appena eletto, Orban  aveva cancellato come inaccettabile, per i condizionamenti che implicava, l’accordo esistente col FMI. Ma, adesso, si è rimesso a cercarlo, dopo che il fiorino è sceso al minimo livello sull’euro, s’è impennato alle stelle il rendimento dei titoli di Stato e dopo che S&P’s a metà novembre ha annunciato che entro pochi giorni avrebbe abbassato praticamente al rango di carta straccia il rating del debito ungherese.

Quindi, vuole col Fondo un accordo “di nuovo tipo”. Non soggetto a condizionamenti di Budapest da parte dell’Organismo di Washington: lodevole e del tutto illusorio. Piuttosto, Orban sembrerebbe sperare che per lui possa andare come per la Turchia di Erdogan: quando anni fa per un anno e mezzo tenne aperte trattative col FMI per poi, improvvisamente, dichiarare che nel frattempo aveva largamente rimesso in ordine i suoi buchi di bilancio e, quindi. non ne aveva bisogno. Allora, il fatto stesso di tenere aperto quel negoziato era riuscito a rassicurare i mercati ripristinando un po’ di fiducia nell’economia turca. Che, poi, di scatto è ripartita assai bene…

Ma qui non ci scommette nessuno: ben altri i fondamentali della Turchia, ben altre le sue dimensioni… Come dice Eszter Gargyan, un’economista che lavora a Budapest alla grande banca americana Citigroup, tutto si farà almeno a breve “più volatile” qui, “almeno finché i termini dell’accordo con l’FMI non saranno chiariti per quello che sono e non per quello che si vorrebbe che fossero”.

Chiarisce qualcosa, o forse cerca di confondere la situazione, la richiesta formale che nella seconda metà del mese parte da Orban rivolta a insieme a UE e FMI di un aiuto finanziario diretto[141]. Il debito pubblico ungherese, quasi tutto estero, è al 75% del PIL. Dalla Commissione arriva la risposta: coopereremo con il Fondo monetario per arrivare a una decisione concordata sulla richiesta ungherese. Ma che qualcuno dia quattrini ai magiari rinunciando a “sorvegliarli” da vicino sembra pura illusione…

Lo dice ormai anche Moody’s[142] che ha ritardato finché, dal suo punto di vista, è stato decente e anche oltre di svalutare il rating del paese ma, a questo punto, cede e il 24 novembre lo fa buttandoglielo giù a Ba1 dal Baa3 che aveva e sottolineando di mantenere anche “previsioni negative” per il futuro prossimo e meno prossimo.

Però, riprendendo subito il racconto su quello che capita a Budapest, Orban racconta al solito demagogicamente al paese, che lui vuole – vuole… l’erba voglio è un po’ come il bove no? – “assicurazioni” che il Fondo monetario ne rispetterà sovranità nazionale e economica: cioè che non si immischierà comunque nell’economia e nella politica magiara (come chiedere a Attila di comportarsi da cavalier cortese…).

Lo dice chiaro e tondo m tutti sanno che il suo altolà, se i soldi li vuole,  non significa niente: “nessuno può limitare la sovranità economica dell’Ungheria: questa e la base fondamentale della filosofia del governo magiaro[143]”. Mentre, secondo lui, quella dei governi che prima del suo sono ricorsi al Fondo, diciamo brasiliani o indiani, o cileni e argentini, sarebbe quella di calarsi le brache...

●Intanto, in Belgio, forse per non perdere la mano, un’altra agenzia della trimurti del rating, S&P’s lo abbassa da AA+ ad AA. A poche ore di distanza viene annunciato che il governo che sta tentando di formare, dopo oltre un anno di sede vacante, il presidente del partito socialista Elio di Rupo, stringerà i freni ancor più del previsto per ridurre il buco del bilancio e farlo rientrare non solo negli impegni assunti con la UE ma anche nei desiderata dei mercati: entro il 2012 il deficit/PIL sarà al 2,8%[144].

●Ecco, in questo quadro il terminal di gas liquefatto LNG che Lituania, Estonia e Lettonia avrebbero voluto costruire insieme sul Baltico non si può fare. Tanto per cominciare, non essendo i tre paesi in grado di finanziarselo, dovrebbe “aiutarli”, pagando loro almeno l’80% del conto, la UE: e non se ne parla, con questi chiari di luna: per di più non concordando neanche tra loro i tre, poi, su dove metterlo, se in Lituania, in Lettonia o in Estonia…

E, ora, il primo ministro lettone Valdis Dombrovskis appena rieletto dalla vecchia e già risicata coalizione di vetero-destra antirussa quanto mai traballante ma rimessa in piedi coi resti dei tre partiti che, poi, le recenti elezioni le hanno più sonoramente perdute, dice che[145] i tre paesi dovrebbero accantonare il progetto LNG e costruirsi, invece, un loro gasdotto. Dove, però, il verbo riflessivo maschera che anche qui a pagare dovrebbe essere qualcun altro, nella fattispecie sempre l’Europa.

Il gasdotto in questione dovrebbe trasportare per loro dalla Polonia a Vilnius, in Lituania, il gas naturale. Sempre fornito dai russi, si capisce, ma attraverso i polacchi. Anche se, al solito, non si capisce bene perché mai 1) l’Europa dovrebbe pagarglielo; 2) la Russia dovrebbe fornirglielo con l’intermediazione polacca, però; 3) la Polonia stessa dovrebbe prestarsi

Anche l’Estonia tenta, poi, di coagulare e sincronizzare tensioni e speranze dell’area baltica con un’altra riunione al vertice che però, proprio per essere l’ennesimo summit (una decina in due anni), ne conferma tutta l’inanità. Il presidente Toomas Hendrick Ilves invita i suoi omologhi lettone, Andris Berzins, lituana, Dalia Grybauskaite e polacco, Bronislaw Komorowski a Tallinn, la sua capitale, a inizio dicembre.

E mette all’o.d.g. della discussione le questioni chiave dei trasporti interbaltici, del flusso di gas naturale e della cooperazione nordica e baltica in proposito: oggi tutti i paesi in questione dipendono, in effetti, chi al 100%, chi un po’ meno, come la Polonia, ma tanto comunque, dalle forniture russe. E vorrebbero disperatamente sganciarsene ma non sanno come.

Chiedono quindi aiuto, ancora e sempre, all’Unione europea[146] e invitano alla riunione di Tallinn il Commissario ai trasporti Siim Kallas, estone lui stesso, a presiedere la discussione sulla Rail Baltica, la rete ferroviaria che dovrebbe collegare in futuro – quando si troveranno oltre che la volontà politica anche i soldi per finanziarla… e se possibile a spese comunitarie – Tallinn con Kaunas, in Lituania.

●Sembra – bisogna dire, sembra,ancora, per ora … – che davvero sia stato raggiunto un qualche accordo tra Georgia e Russia per l’adesione di quest’ultimo paese all’Organizzazione mondiale per il Commercio. Per Mosca oggi è chiaramente meno importante di ieri accedere alla OMC: ha intessuto da tempo una serie vasta di relazioni commerciali, per esempio con molti paesi europei, a prescinderne totalmente. Ma, comunque, a 18 anni ormai dalla richiesta iniziale. Mosca ci tiene.

Il 2 novembre, Maxim Medvedkov, il plenipotenziario russo ai colloqui annuncia formalmente: dopo che nei giorni precedenti era stato giustamente sottolineato quanto e come si fosse data da fare la mediazione svizzera, il paese che ospita l’organizzazione a Ginevra, sembra sostenere che alla fine la Georgia ha deciso di sostenere la bozza di accordo che aveva proposto Mosca e che “riflette – dice lui e sarà curioso vedere se e come Tbilisi reagirà – le realtà concrete della regione, nel rispetto delle regole dell’OMC[147]”.

Sembra, però, che sia andata un po’ diversamente, non tanto nell’interpretazione che i russi danno della soluzione ora intravista – effettivamente tiene conto della realtà dei fatti più che di altri fattori – però conferma piuttosto quel cheuanto della cronologia di esi il vice ministro degli Esteri della Georgia, Sergi Kapanadze, aveva detto prima di lasciare Ginevra: che “sono i russi ad aver aderito alla proposta svizzera”. Anche se ovviamente, anche se questo lui non lo dice, lo hanno fatto anche i georgiani.

● Ossezia del Sud e Abkazia: i nodi del contendere che la Georgia voleva sciogliere con la guerra (cartina)

E’ il presidente russo Medvedev che sembra concludere il punto: sì, la Russia, risponde a domanda al G-20 e in conferenza stampa, è pronta ad accettare un compromesso per accedere all’OMC secondo la proposta elaborata – dunque c’è la conferma – dai mediatori svizzeri[148]. E solo pochi giorni dopo, il 9 novembre, russi e georgiani firmano l’accordo tra loro[149]: a metà dicembre all’assemblea generale, per consenso, la Russia entrerà (dovrebbe entrare…) nell’OMC.

●All’inizio dell’ultima settimana del mese, la Camera alta della repubblica federativa russa ha fissato la data delle prossime elezioni presidenziali[150] al 4 marzo. Con l’annuncio, ora i diversi partiti possono formalmente avanzare le loro candidature e il partito di governo Russia Unita ha appena formalizzato nel proprio Congresso del 27 novembre quella di Vladimir Vladimirovič Putin.

STATI UNITI

●Il tasso annuale d’inflazione in America si contrae ad ottobre al 3,5%, per la prima volta in quattro mesi, soprattutto per un qualche rallentamento nell’impennata dei prezzi dell’energia che tocca comunque il 14,2% di aumento, con gli alimentari quasi al 5%, al secondo posto[151].

●Il PIL nel terzo trimestre cresce del 2%, invece dell’atteso 2,5— che è il massimo nel 2011, ma parecchio meno di quanto dicesse di aspettarsi il Tesoro americano, anche a fronte di un aumento del 2,3% dei consumi, con redditi dei consumatori che crescono solo dello 0,2%, del tutto annullati e anzi in regresso mentre i profitti di impresa, sempre nello stesso periodo, salgono del 2,5%[152].

●L’indice di borsa Dow Jones, che misura il risultato dei titoli quotati, e quello S&P 500, che calcola la media soltanto dei titoli industriali che vanno per la maggiore, sono incappati nella peggiore settimana del Ringraziamento[153], da quando anche le borse hanno cominciato a osservare la celebrazione come vacanza nel 1942, cioè da ben 69 anni: è crollato del 4,8% il primo e il secondo del 4,7%[154]. Sicuramente hanno pesato le voci sempre più allarmate e allarmanti sulla crisi del debito sovrano in Europa e il fallimento del Supercomitato congressuale istituito in America che non è riuscito, entro la scadenza fissata a trovare una soluzione concordata di riduzione del debito pubblico federale. Ora, a partire dal 2013, scattano i tagli automatici su tutte le voci di bilancio: per un totale di $ 1.200 miliardi di cui la metà sulle spese militari

●Dovremo inevitabilmente tornare a parlare di questo stallo che sembra continuare a paralizzare l’America, non essendo, appunto, il Supercomitato congressuale bipartisan istituito da Obama riuscito a trovare un’intesa sui tagli da operare al bilancio per ridurre il deficit: i democratici – semplificando – hanno messo il veto a una drastica riduzione alla sanità e al welfare già in calo da tempo; e i repubblicani – semplificando un po’ meno – hanno detto no a rimettere un po’ delle tasse col cui taglio sono andati gratificando da vent’anni a questa parte i grandi redditi e i grandi profitti.

Anche pare a costo di tagliare un bel po’ di sistemi d’armi che, però, ora i repubblicani vorrebbero tornare, naturalmente, a risparmiare. Insomma, non più proprio tagli automatici e lineari… E sembra che non pochi democratici si lascino anche tentare dalla prospettiva di risparmiare il Pentagono e la sua (finora) intoccabile greppia[155]

Per ora qui citiamo soltanto un punto di vista, che però diciamo non solo tra i democratici si fa sempre meno isolato: date le conseguenze e, in questa fase economica congiunturale largamente depressa, gli effetti deleteri di un’austerità che comportasse tagli immediati alla spesa pubblica, l’incapacità del Supercomitato a mettersi d’accordo va valutata, forse, tutto sommato, come una fortuna per il paese[156].  

●Siamo ormai abituati, o meglio cominciano ad abituarci, a riflettere su come deformi l’economia l’eccessivo accumulo di ricchezza nei percentili più ricchi della popolazione. Il fatto che ora bisognerà cominciare a studiare è oggi l’effetto distruttivo che il fenomeno ha sulla democrazia nei nostri paesi.

Qui in America il fortunatissimo slogan degli “occupanti di Wall Street”, gli occupiers come si chiamano con riferimento pragmatico a quel che fanno o vogliono fare piuttosto che al loro stato d’animo, gli indignados statunitensi semplifica efficacemente che si tratta in tutto dell’1% della popolazione e che si è andato accumulando lì, specie negli ultimi trent’anni, a scapito dell’altro 99%... di loro, cioè: e di noi.

E la concentrazione crescente delle ricchezze (rendite, redditi, patrimoni) è cosa importante non solo in sé, per evidenti ragioni di equità – sottolinea  adesso e raccomanda alla nostra attenzione una breve nota di Paul Krugman[157] – ma anche perché l’ineguaglianza crescente ha sottratto alla maggioranza delle famiglie il loro diritto a condividerne parte. E si capisce bene allora, no?, il come e il perché dell’ “indignazione” che sempre più gente comincia a provare quando ci si rende conto di quanto più ricchi siano diventati i già ricchi. E si comprende allora, anche, come diventi sempre più stringente l’argomentazione a favore di tassare di più gli alti redditi. E non solo perché siamo in crisi… 

Ma la risposta determinante, la risposta delle risposte, è alla fine che questo tipo di estrema concentrazione della ricchezza è incompatibile solo con la democrazia. Con buona pace del vecchio refrain che aveva incantato anche qualche pensatore per bene, secondo cui capitalismo sarebbe uguale proprio a democrazia… Nessuno, in America – annota Krugman: ma neanche da noi, ci permettiamo noi qui di aggiungere – può onestamente (se è intellettualmente o finanziariamente disonesto, è altra cosa ovviamente…) ignorare che il sistema politico occidentale è sempre più distorto dalla ricchezza accumulata in eccesso in mano agli uni e sottratta agli altri.

C’è chi sostiene – qualcuno, raramente, anche in buona fede magari… – che non sia così. Che non vale la pena preoccuparsi dell’ineguaglianza crescente. Ma riprendendo questo ragionamento da dove con l’A. citato lo abbiamo iniziato, ci sembra davvero necessario cominciare – ricominciare, magari – a riflettere su come questa realtà serve a vedere come in ballo c’è ormai la natura stessa, più o meno democratica, delle nostre società.

●La Fed resiste alla constatazione da essa stessa avanzata che l’economia resta davvero in crisi profonda (significativa ammissione, però, questa di Bernanke, il suo presidente) e, per quanto molto preoccupata per lo stato della nazione che vede, e dichiara, molto brutto almeno per due anni ancora, tiene tutto bloccato: nessuna misura di stimolo monetario e nessuna riduzione dei tassi di interesse[158]: secondo ortodossia monetaria la più trita e convenzionale e anche, ormai, assai screditata.

Dissente e protesta, ed è la prima volta dal 2007, uno dei componenti del direttivo, il presidente della Fed di Chicago, ma spiega Bernanke che hanno deciso di non prendere in considerazione l’appello che viene ormai anche da molti economisti a cambiare obiettivi e linea di azione spostando la focalizzazione dall’inflazione come nemico principale con quella sulla mancanza di una ripresa significativa.

●In ogni caso, mentre il numero degli occupati aumenta, ma solo nell’ordine delle decine di migliaia,  e diminuisce di alcuni percentili il tasso di disoccupazione, il NYT[159] conclude che “se forse cala un poco la probabilità del tuffo nella doppia recessione, non cambia la percezione di generalizzata frustrazione per una ripresa assai fiacca che potrebbe risultare sempre tossica per la campagna elettorale della rielezione di Obama”.

Gli 80.000 posti che questo ottobre si aggiungono al totale sono molto vicini  e neanche arrivano ai 90.000 che sarebbero appena sufficienti a tenere il passo con l’aumento normale nella popolazione che entra in età da lavoro. Il vero problema è che a questi ritmi non comincerà mai il riassorbimento dei 14 milioni di disoccupati (e che sono poi solo quelli calcolati ufficialmente) che non riescono a riaffacciarsi al mercato del lavoro.

●Gran parte dell’analisi politica in corso sulla gran brutta e ormai molto lunga stasi dell’economia americana si va focalizzando sul divinare se, ormai, sarà la crisi il fattore che affosserà le speranze di rielezione del presidente Obama e sconvolgerà ancora il rapporto in Congresso tra i principali partiti, oggi sostanzialmente già favorevole ai repubblicani.

Sono questioni importanti, scrive l’ex ministro del lavoro del primo Clinton, Robert B. Reich[160], che è critico soprattutto del tergiversare di Obama e dei suoi, troppo spesso talmente in soggezione di fronte all’aggressiva e infondata ipersemplificazione ideologica dei conservatori da cercare, quasi a ogni costo, la mediazione e da far preferire, così, l’originale alla copia sbiadita che, per di più, così perde – inevitabilmente e anche giustamente, come è capitato anche da noi – l’appoggio di molti dei suoi sostenitori.

Ma non è questo il principale problema, denuncia Reich. E’ quello che, piuttosto, affonda davvero le radici, nella carne viva della nazione, la necessità – ogni giorno più impellente e con la quale chiunque sia poi il vincitore delle elezioni sarà obbligato a fare i conti – di creare nuovo lavoro.

Perché le turbolenze economiche, come le chiamano gli ottimisti, la crisi profonda dell’economia come la chiamano i realisti, andrà avanti ancora per anni, forse anche più di un decennio. E al tasso attuale di creazione di posti di lavoro (negli ultimi sei mesi più o meno 90.000 nuovi posti al mese) saranno almeno 14 milioni gli americani a restare in permanenza disoccupati[161]: e sono solo quelli contati parsimoniosamente coi criteri ufficiali, perché i disoccupati reali anche se non contati sono milioni di più.

Il fatto é che 90.000 posti nuovi ogni mese sono solo il minimo necessario per tenere il passo attuale dei posti che vanno perduti ogni mese e far fronte anche alla crescita demografica. Il ritmo normale di creazione di posti di lavoro, prima di questa crisi era di 200.000 posti nuovi ogni mese. Ma anche tornandovi presto – e non è proprio aria – la disoccupazione resterebbe elevata per lo meno per tutto il prossimo decennio. L’economia, insomma, è presa in un circolo vizioso con un relativo ribasso della spesa per consumi tra le classi medie che hanno perso molto potere d’acquisto e, così, che rallenterà ancora con la stagnazione economica la creazione di lavoro.

Bob Reich certo, si sa, è un’altra nota Cassandra… Peccato, però, che abbia avuto e abbia tanto spesso ragione nelle sue analisi: come le altre Cassandre al contrario dei Ridolini ben più abbondanti.

●Il voto che l’ultimo giorno di ottobre ha decretato la partecipazione piena all’UNESCO della Palestina ha rappresentato una pesante sconfitta politico-diplomatica per gli USA e Israele – se la sono auto-inferta per la loro cieca intransigenza – rappresenta anche, ora, un problema per l’UNESCO stessa che è ora esposta al taglio di un quarto del suo bilancio, quello rappresentato dalla quota di partecipazione americana all’organizzazione.

Il grande argomento americano, illustrato con calore dal capo delegazione David T. Kilion – che si sarebbe dovuto aspettare il voto dell’Assemblea generale per ammettere la Palestina anche all’UNESCO – ha fatto un flop tanto inevitabile quanto poco decoroso, visto che tutti sapevano della strombazzata  intenzione americana di mettere il veto in quella sede, e a prescindere come vuole Israele,  all’adesione di Ramallah.

Così, alla fine, con Israele e Stati Uniti hanno votato contro in tutto 14 paesi: anche la Germania, l’Australia, il Canada, la Svezia e l’Olanda… e Vanuatu, Samoa, le Isole Salomone…; l’Italia pilatescamente, come la Gran Bretagna, è stata invece tra i 52 astenuti; e la Francia, alla fine, per dire con Russia, Cina, India e Brasile,  in tutto 107 sì, ha votato a favore.

E, ora, non c’è dubbio che, in attesa del voto dell’Assemblea generale dell’ONU come tale, i palestinesi chiederanno – lo annuncia il loro rappresentante a Ginevra, Ibrahim Khraishi[162] – di aderire con lo stesso sistema, e al più presto, ad altri 16 organismi specializzati dell’ONU (Organizzazione mondiale della Sanità, Organizzazione Internazionale del Lavoro, Organizzazione Mondiale dei diritti di proprietà intellettuale, ecc., ecc.): e con l’ondata di voti avuti all’UNESCO il precedente è ormai chiaro.

Prima, probabilmente, fallirà però il tentativo di ottenere il sì del Consiglio di Sicurezza per l’accesso della Palestina come tale tra i membri dell’Assemblea generale. La notizia sarebbe che non solo ci sarà il veto statunitense (scontato e che da sé ne impedirebbe il passaggio) ma che tra i 9 membri non permanenti del CdS, oltre alle pilatesche astensioni di Gran Bretagna e Colombia ci sarebbe adesso anche quella, vigliacca e inaspettata, della Francia.

Quest’ultimo voto, dichiaratamente e sfrontatamente contro coscienza, visto che la Francia, invece, all’UNESCO aveva votato per l’ammissione, solo perché Sarkozy opportunisticamente, al G-20, per fargli quasi un favore personale, ha promesso a Obama di astenersi, stavolta. Mancherebbero così i nove voti che, a favore, consentirebbero alla Palestina di avere il sì del Consiglio: sempre che non ci fosse il no e il veto americano. Quindi, in realtà non cambia proprio niente[163]. Ma un’ostinazione così preconcetta finirà solo col garantire a quel punto che il voto sarebbe favorevole quando e se – pare certo – Mahmoud Abbas lo chiedesse davvero – non lo annunciasse soltanto – in Assemblea generale.

Intanto, l’Alta rappresentante per gli Esteri della UE, Catherine Ashton, che in linea teorica – e solo molto teorica – rappresenta in queste faccende tutta l’Unione, all’indomani del totale fallimento europeo sulla questione del voto all’UNESCO – l’Europa essendosi al solito spaccata nel voto in mille pezzi – trova il fiato per dire la sua. Ma solo dopo che avevano dichiarato il loro dissenso Stati Uniti (la Casa Bianca), Russia (il Cremlino) e la Segreteria generale dell’ONU, si capisce, e solo parzialmente.

Fa notare, in effetti che gli insediamenti colonici sono illegali sia in Cisgiordania che a Gerusalemme est, violano la legalità internazionale e ostacolano la pace”. E quindi dissente  dalla “vendetta” meschina – però siamo noi, e non certo lei, a qualificarla così – con cui Israele se l’è presa coi palestinesi accelerando e moltiplicando queste illegalità per punirli del voto… dell’ONU. Invece, zitta e mosca, sull’altra concomitante iniziativa di ritorsione contro l’ANP del governo di Netanyahu che, sempre per rappresaglia, sospende di nuovo la restituzione da parte di Israele all’Autorità Nazionale Palestinese dei soldi pagati dai cittadini palestinesi sotto diverse forme di tassazione a Israele e che Israele, in base agli accordi di Oslo è impegnata a raccogliere e girare agli uomini di Abu Mazen/Mahmoud Abbas perché di soldi dei palestinesi comunque si tratta[164]

●Hamas e l’ANP adesso tentano, anche alla luce di questo e degli altri nuovi e importanti sviluppi nel mediterraneo arabo, di riprendere il loro colloquio per la formazione di un governo di coalizione e di unità tra i palestinesi. Il 24 novembre il presidente dell’ANP e quello di Hamas hanno raggiunto un accordo – ma di principio, al solito… – per tenere le elezioni generali palestinesi a Gaza e in Cisgiordania a maggio 2012. Hanno anche concordato di rilasciare ciascuno i membri dell’altro partito che hanno arrestati e di prepararsi insieme a tenere elezioni libere e oneste e a “rafforzare la resistenza popolare contro l’occupazione israeliana[165]”.

In realtà nulla è stato davvero concluso, anche su questo punto tanto che il presidente dell’ANP decide – pare proprio da solo – di tenere le elezioni politiche generali il 4 maggio[166]. Ma lui, naturalmente, non controlla il territorio di Gaza e per tenere davvero le elezioni ci vorrà l’assenso anche di Hamas che, per il momento, ancora non è arrivato.

Nulla di fatto, poi, sui due nodi che, da sempre, finora hanno impedito l’accordo: la formazione del nuovo governo unitario (chi lo presiede? l’ANP vuole la conferma dell’attuale PM nominato da Abbas, Salam Fayyad; ma Hamas, che potrebbe anche accettarlo – la stragrande maggioranza dei palestinesi, anche quelli di Hamas, sembrano avere di lui una buon considerazione – vuole però co-designarlo e, comunque, discuterne: e poi, queste elezioni, prima o dopo la formazione di questo benedetto governo unitario?) e la ricostruzione di una nuova forza di sicurezza nazionale che combini le diverse milizie esistenti.

Hamas, poi, ha anche negato di aver concordato la sua rinuncia ad abbandonare il conflitto armato con Israele (anche perché, spiega sardonicamente Meshal, per abbandonare un conflitto armato… bisogna essere in due). E il mese prossimo, così, Mahmoud Abbas e Khalid Meshal torneranno a incontrasi ancora al Cairo cercando di stringere[167].

Khalid Meshal, il leader di Hamas, arriva a questi difficili colloqui sull’onda di quello che legge, ormai certo a ragione, come il vento favorevole della caduta in tutto il mondo arabo mediterraneo di autocrati e nemici giurati del suo movimento, tutti rimpiazzati da coalizioni di governo che includono anche, e in posizioni critiche, i movimenti islamisti da essi ferocemente soppressi, a partire dalla Fratellanza mussulmana il più antico e potente – e ormai anche ragionevole, pare – movimento islamista del mondo.

E ci arriva anche dopo aver incontrato, se poi l’appuntamento verrà confermato per i primi di dicembre – ed è un fatto nuovo e realmente cruciale – il re Abdullah II ad Amman “per discutere della situazione generale, della riconciliazione interpalestinese e di come favorirla, della situazione tragica in Siria e dell’unità del mondo arabo[168]. Che il re di Giordania lo faccia adesso, dopo averlo sempre rifiutato finora – anche facendo molta attenzione a non esagerare la portata del fatto, che in ogni caso avviene con l’assenso tacito di Fatah e dell’ANP  – però certamente qualche cosa significa…

Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità palestinese si presenta ai colloqui – che restano difficilissimi – con alle spalle un successo parziale, anche se per le gente palestinese molto significativo. Certo, h perso la scommessa di strappare, sostanzialmente per la minaccia del veto americano— contro natura e contro coscienza, a leggere il discorso all’ONU di un anno fa di Barak Obama che argomentava l’entrata come Stato a pieno diritto della Palestina all’ONU “tra un anno, a ottobre 2011”: proprio il contrario di quel che poi ha votato, in sostanza per viltà non nei confronti di Israele ma del primo ministro di Israele.

Ma, insieme, l’ha vinta politicamente proprio mostrando la stolidità e la strumentalità di quel debito, strappando dovunque si è finora presentato all’ONU grandi maggioranze favorevoli nella “comunità internazionale” e un 80% di favore nei sondaggi condotti tra i palestinesi, compresi quelli di Hamas sulla questione del riconoscimento[169].

Certo, in America, c’è chi sostiene che così – forzando la mano a Obama – l’ANP si è alienato un alleato cruciale. Ma c’è chi controbatte, nei fatti palesemente a ragione, che visti i risultati dell’alleanza con gli USA e quello che ha “reso” ai palestinesi, non aveva proprio niente da perdere.

Però, forse oggi tatticamente – specie dopo la liberazione di oltre mille militanti e combattenti palestinesi a fronte di un soldato israeliano prigioniero e anche della fine dello stigma internazionale che, coi soliti due pesi e due misure, soltanto a Hamas e non agli israeliani applicava la comunità internazionale – la posizione un po’ favorita rispetto all’ANP è quella di Hamas,.

Ma la possibilità stessa di una “riconciliazione” – chiamiamola così per carenza di un termine migliore – oggi è più agibile perché, da una parte, Hamas, un movimento sunnita che rifiuta però di appoggiare la repressione di Assad in Siria largamente antisunnita e appoggiata dagli sciiti iraniani, che per anni è stato accusato di essere succube di Teheran ma ormai proprio dal sostegno politico totale dell’Iran alla Siria anti-sunnita sembra costretto a prendere qualche distanza da Teheran; e, dall’altra, dopo anni di accuse all’ANP di essere succube e “servo” degli americani e troppo legato, comunque, a Israele, anche Abbas ne ha preso le distanze: in modo eclatante e forte, davanti al mondo.

Ecco, l’essere stati costretti, i due estremi palestinesi, a un serio deterioramento dei loro rapporti coi rispettivi sponsor principali, sembra aprire una qualche speranza, appunto, di “riconciliazione”.

●Facendosi tirare dalla mosca cocchiera israeliana, l’America sembra ora tentata di grattarsi il prurito dalle mani attaccando l’Iran. E’ vero, se ne é rumoreggiato finora a vuoto, grazie a Dio, già tre-quattro volte in questi ultimi anni: quando col pretesto delle armi di distruzione di massa che ancora forse non ha ma, se potesse, ormai si darebbe come garanzia per non venire attaccato; quando con quello della dichiarata volontà non, come dicono gli spin doctors di Tel Aviv e Washington, di “cancellare Israele” ma di cancellare “il regime sionista” di Israele: come dire che altri vorrebbero cancellare il regime khomeinista di Teheran e non l’Iran stesso…

Ma tant’è, la propaganda non è abituata a far distinzioni sottili e così passa – e viene sopratutto fatto passare – il messaggio, anche nei media meno portati, sembrerebbe a farsi tramite e trombetta della credulità delle masse e della desiderabilità della guerra[170]. “Stavolta però non ci dovranno essere scuse possibili… per gli strateghi occidentali l’Iran è oggi esattamente dove era l’Iraq nel 2002. Nessun pericolo per l’occidente ma… la possibilità di soggiogare con il potere aereo quel regime odioso o, se no, di cambiarlo: causa nobile e esito sicuro.

Ma lì finisce ogni comparazione possibile”. Anche lì sono, poi, in realtà come oggi si vede chiaro andati a sbattere il muso, in Afganistan come in Iraq, ma poi “l’Iran non è una dittatorucola guidata da un uomo solo ma una nazione di 70 milioni di abitanti, un’antica e orgogliosa civilizzazione ricca di una società civile articolata e sviluppata e con una certa dose di democrazia pluralista.” Vuole la bomba? Bè, è un paese che “come Pakistan, Gran Bretagna e Israele anela allo status, al prestigio e a quel vago senso di sicurezza che queste armi mai utilizzabili sembrano dare a chi le ha… Anche se il possesso di armi nucleari non ha affatto reso Israele più sicura, se per il Pakistan si sono dimostrate inutili nel confronto con l’India e alla Corea del Nord contro il Sud.  E se non hanno salvato l’apartheid in Sud Africa e neanche l’Unione sovietica da se stessa”, alla fine.

Hanno evitato di fatto, però, che ciascuno di questi paesi fosse esso stesso attaccato da un altro. Come invece è andata per i paesi da noi detti canaglia che al bomba non ce l’avevano: Iraq, Afganistan e, di recente, anche Libia. Il fatto è che, come è stato per l’Iraq, “la missione, se la scatenassero, scalerebbe dalla distruzione delle capacità nucleari dell’Iran – non di armi effettive di distruzione di massa che anche Israele dice che esso non ha – poi a garantire che non potranno più essere ricostruite e, quindi, agli obiettivi del cambio di regime e dell’esportazione in Iran della ‘libertà’. Tutti obiettivi ai quali non servono i bombardamenti”.

Per farlo, bisognerebbe invece occupare il paese, “condurre una guerra totale che sarebbe, però, una  vera catastrofe. Per questo prima, adesso, bisognerebbe rinchiudere in una stanza tutti i politici che si lasciano coinvolgere in questa avventura e obbligarli a leggere i ritagli stampa dell’ultimo decennio su Afganistan e Iraq… Ahmdinejad può anche sollazzarsi col suo linguaggio truculento ma nel resto del mondo nessuno potrebbe credere seriamente che Teheran, con qualsiasi governo, potrebbe pensare di cancellare Israele – che poi, al dunque, sarebbe affar di Israele – esponendosi a una rappresaglia atomica istantanea che cancellerebbe davvero dalla mappa l’Iran… e il resto del mondo “potrebbe ben chiedere in base a quale diritto due potenze nucleari  come Stati Uniti e Israele si mettono a fare la guerra per impedire a qualcun altro domani di entrare nel loro club bizarramente esclusivo. Sarebbe un’avventura, questa, sicuramente senza il sostegno dell’ONU”.

Va detto chiaro, perché è un dettato della realtà, che fermare la possibilità stessa dell’Iran a darsi,  se la vuole, la bomba, è impossibile e ogni tentativo di imporlo con la forza e le bombe renderebbe solo più irremovibile la posizione dei duri, attirando sulle loro posizioni un paese assediato e aggredito.

Anche le sanzioni economiche sono un errore, controproducenti. Da sempre, da quando l’occidente avrebbe dovuto invadere l’Iran appena uscito dalla rivoluzione contro lo scià ma invaderlo di aiuti, commerci e scambi culturali e, invece, cominciò a sanzionarlo. E’, dopo tutto, quel che abbiamo fatto in Indonesia e in Pakistan che, certo, non sono diventati Stati modello ma hanno sviluppato forti classi medie e non sono considerati minacce per le aree nelle quali sono insediati”.

E poi, a dire tutta la verità, “l’America adesso non punta a fare la guerra al Pakistan, anche se quel paese e il suo armamento nucleare costituiscono una minaccia assai maggiore dell’Iran per gli interessi americani stessi nella regione”.

Scrive così un famoso osservatore britannico[171] che, infatti, si preoccupa anzitutto del “virus che sta imperversando nelle alte sfere anzitutto di Washington ma anche di Londra e diffondendo l’idea che ci sia un qualche dovere a fare la guerra a quel che si considera il male quando il male stesso offra un bersaglio alle nostre  bombe”.

Stiamo arrivando a prenderti… Iran! (vignetta)

Fonte: Guardian, 22.11.2011, Steve Bell

Se quelle bombe andassero davvero a bersaglio “Israele potrebbe anche, forse, illudersi di essere temporaneamente un po’ più tranquilla” ma non ne uscirebbe indenne per niente e dovrebbero capirlo perfino un Netanyahu o un Simon Peres, per succube che ormai sia, il vecchio pioniere del sionismo socialista e già premio Nobel della pace che siede alla presidenza del paese, al compare primo ministro della destra estrema: che da un’avventura simile “Israele uscirebbe, insieme a tutto l’occidente, molto più vulnerabile al terrorismo e a ogni altra forma di rappresaglia”.

E annota saggiamente uno dei più famosi dissidenti israeliani, Uri Avnery, leader del movimento Pace adesso che critica il governo sempre da sinistra, e per il quale in realtà erano di destra – come forse erano, poi – anche tutti i governi laburisti, che bisogna capire: oltre a queste ragioni poi Israele non potrebbe mai attaccare l’Iran senza il permesso di Obama, non fosse altro per l’estrema dipendenza dalle forniture militari americane delle sue Forze militari[172].

Fa notare malignamente Avnery che il vero problema di oggi della politica di governo in Israele è come distrarre la gente “indignata” dalla sua protesta e dalla richiesta di massa (un decimo della popolazione in piazza… fate il conto a quanti sarebbero in Italia) dalla sua protesta di maggiore giustizia sociale. E scrive:

La protesta non si è affatto esaurita, come dicono i media[173]. Ma qual è il modo migliore di togliere dalla testa della gente idee strane di giustizia sociale che parlare così di un “pericolo esistenziale”? Poi le proteste, per trovare una risposta, esigono soldi. E alla luce della crisi finanziaria mondiale il governo è totalmente contrario all’aumento del bilancio statale per timore di danneggiare il rating del credito del paese.

Ma, allora, se continuasse la protesta, da dove verrebbero questi soldi? Esistono solo tre plausibili fonti: gli insediamenti (ma chi oserebbe toccarli?), gli ebrei ortodossi [e i loro privilegi, non solo quelli fiscali: sono gli unici esentati dal servizio militare, ad esempio, che in questa paese è particolarmente lungo e gravoso] (come sopra, chi oserebbe toccarli?) e il mastodontico bilancio militare del paese”.

Che con la paura montante – compresa quella reale delle rappresaglie iraniane anzitutto, si capisce, contro Israele se Teheran dovesse subire un attacco da Tel Aviv – chi oserebbe toccare? Insomma, speriamo che un pacifista vero come Avnery, stavolta abbia davvero ragione…

●L’Iran, a ogni buon conto, sta mettendo le mani avanti. A breve un’altra seduta del CdS dell’ONU esaminerà la vexata quaestio se a Teheran stanno o no procedendo a fabbricarsi una bomba— vexata, ma anche grottesca perché, come è stato più volte ripetuto chi gli chiede di non farlo ne è lui stesso stracarico…

Ma Teheran sa che probabilmente torneranno a parlare di nuove sanzioni anche se al CdS se non peggio, sulla base di un altro, l’ennesimo, rapporto della AIEA che non sarà in grado, però,  neanche stavolta di dare una risposta certa.

Perché ovviamente non si può provare (non ci riusciva neanche l’inquisizione di Torquemada) che qualcosa non c’è ma sempre e solo che c’è, quando c’è: e, come al solito, infatti, non solo l’Agenzia nucleare dell’ONU ma né i servizi segreti israeliani né quelli americani sono in grado di dimostrare – non solo di dichiarare – che la bomba ci sia, o sia lì lì per esserci.

E questo anche a prescindere dal diritto (assurdo, anche criminale se volete: però tale per ogni paese— visto che gli altri poi la bomba ce l’hanno e mica la mollano) a farsela.

Ma anche questa nuova documentazione che l’Agenzia specializzata sul nucleare dell’ONU, l’AIEA, porta al CdS non è che “una massa di indizi che tutti insieme fanno un’indicazione credibile che l’Iran stia sviluppando un’arma nucleare[174]”: un’indicazione credibile, già… ma fondata sempre e solo su input di intelligence… e, guarda un po’, sempre la stessa particolarmente grezza e cretina che dava le armi di distruzione di massa in possesso a Saddam e che oggi almeno, sputtanata com’è, non dice più che è sicura ma solo “credibile”, appunto, l’atomica di Ahmadinejad.

E l’Iran allora esplicitamente, in una lettera ufficiale del ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi[175], al segretario dell’ONU “sfida” l’AIEA, se ha qualcosa da dire, a provarlo, a documentarlo, non solo a rimestare le acque del sospetto e del dubbio parlando di “serie preoccupazioni” – di una valutazione cioè “presuntiva e pregiudiziale perché senza prova alcuna”  non arrivando mai a dire che Teheran sta sviluppando una bomba e che loro ne hanno la prova.

Rinfocolando così solo “i pruriti di guerra di chi - e non a parole, coi fatti - è il pericolo maggiore per la pace nelle regione”. In ogni caso, la guerra per chi attaccasse Teheran, dice – e forse millanta… ma forse no – sarebbe comunque letale.

●Un esperto statunitense, lui stesso di origine ebraica, il prof. Avner Cohen, famoso in particolare per la sua conoscenza non solo “teorica” dell’arsenale atomico israeliano (ha lavorato, a lungo, oltre che in Israele stessa anche al Pentagono) che insegna attualmente all’Istituto di Studi Internazionali di Monterey, ha dichiarato senza mezze misure: “Credo le minacce di Netanyahu sull’attacco che stiamo  pianificando [questo “noi” è assolutamente rivelatore…] siano al 70-80% un bluff. Israele non sta pianificando di far proprio niente ora, ma vuole utilizzare la leva del Rapporto [AIEA] per esercitare il massimo di pressione perché Russia e Cina accettino nuove sanzioni o corrano il rischio di una nuova guerra…

Tutti riconoscono che la mossa è controproducente, che i costi [di una guerra] vanno ben al di là dei benefici possibili [notate ancora: non c’è alcun cenno, neanche il più vago, nemmeno qui, a concetti come giusto o sbagliato, legittimo o illegale…]. L’Iran sicuramente, se fosse attaccato, denuncerebbe [come è diritto di qualunque firmatario, del resto, in ogni momento] il Trattato di non proliferazione, caccerebbe via l’AIEA e dichiarerebbe alto e forte il proprio diritto a darsi la bomba. Non credo che ci sia adesso una maggioranza per agire in questo modo neanche nel cosiddetto gabinetto interno: ma ci stanno di certo lavorando.

E ha aggiunto di non ritenere che neanche i falchi del gabinetto israeliano credano davvero che l’Iran userebbe un’arma nucleare contro Israele quanto piuttosto che forse sia necessario entrare in guerra per preservare i rapporti di forza relativi e favorevoli a Israele in Medioriente. “In definitiva – conclude Cohen – si tratta di una lotta per mantenere il monopolio nucleare di Israele nella regione[176]”.

La situazione vera la tratteggia, come solo lui sa e ha dimostrato ripetutamente di saper fare – è colui che giovanissimo quasi mezzo secolo fa scoprì, documentò e denunciò, il massacro perpetrato dai marines nel villaggio di My Lai in Vietnam, colui che prima dell’invasione dell’Iraq scoprì documentò e denunciò la balla delle armi di distruzione di massa che Bush diceva avesse Saddam e cui tanti, colpevolmente, diedero retta… non avendo il coraggio di dire che no, l’imperatore era nudo – il più grande giornalista investigativo americano di questi decenni, Seymour M. Hersh[177], al cui servizio, speriamo utilmente, qui vi rimandiamo.

●Forse sarebbe meglio se questi qui – questi che, alla fine della fiera, decidono se fare o non fare una guerra – fossero sempre obbligati a ripassarsi la storia, o magari anche solo la cronaca, di analoghe decisioni anche recenti. Ricordando ad esempio di quando Saddam Hussein decise di invadere l’Iran, un anno dopo la caduta dello scià giurando sulle divisioni che si sarebbero subito aperte tra gli iraniani: lo garantiva la CIA…

● Chi ce l’ha, la Bomba, guarda a casa degli altri… ma la sua se la tiene stretta (vignetta)

Piantala, Vanunu*! Non vedi che abbiamo da fare?

                                                 LA BRIGATA  ANTI-PROLIFERAZIONE

Fonte: cfr. [http://media1.kalam.tv/thumbs/large_slideshows/2011/02/02/9fd41c7f56964e3d3978f7ba62407b10.jpg]

 *Mordechai Vanunu è il tecnico nucleare israeliano che, schieratosi contro ogni arma di distruzione di massa, nel 1986 denunciò pubblicamente l’accumulo, già allora, di centinaia di bombe A del suo paese. Rapito all’aeroporto di Fiumicino dal Mossad, con l’accordo tacito dei servizi segreti italiani, da allora ha pagato il suo “tradimento” con la galera…

 

Ma sbagliò tutto: l’aggressione subìta seppellì ogni possibilità di riprendersi per l’opposizione interna alla teocrazia khomeinista, schiacciando tutti i cittadini nella difesa della patria aggredita che, tutta unita, vide l’Iran combattere insieme e respingere alla fine Saddam, anche lasciando sul campo un milione di morti. Se ad attaccare fosse oggi Israele, o fossero gli Stati Uniti, sarebbe lo stesso. Anche dopo una vera e propria escalation che, ammonisce però il segretario alla Difesa americano, Panetta, potrebbe presentare “conseguenze inattese[178]”.

Fra di esse: il salvataggio stesso di una Repubblica islamica che si richiuderebbe insieme a testuggine a difesa della patria attaccata anche se oggi è pure molto più divisa di ieri; altre centinaia o migliaia, forse, di morti per gli americani in Iraq e in  Afganistan, la rappresaglia diretta e indiretta (l’Iran e gli alleati dell’Iran nella regione) contro l’aggressore Israele, la radicalizzazione e un rilancio dell’ideologia islamista proprio quando la primavera arabo-mediterranea l’ha affossata; un colpo terribile all’economia di tutto l’occidente – e dell’Europa anzitutto, poi dei pesi arabi esportatori di greggio – per il conseguente e inevitabile blocco al petrolio che non passerà più per lo Stretto.

In una seduta speciale sul tema, tenuta in Commissione Forze Armate alla Camera, l’ammiraglio Joe Sestak, che è anche l’ufficiale più alto in grado mai eletto al Congresso (D., Pennsylvania) sintetizza la sua previsione – bene informata – sulle conseguenze immediate che “un attacco militare sia per terra che solo dall’aria, contro l’Iran renderebbe l’immediato seguito dell’invasione dell’Iraq una specie di passeggiata quanto all’impatto disastroso che avrebbe sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti[179]”. 

E, allora sì, l’altra inevitabile conseguenza sarebbe sicuramente la corsa accelerata dell’Iran all’atomica, alimentata non più dal diritto legale uguale a quello di qualunque altro Stato sovrano ma anche dall’aggressione subìta e dal risentimento indelebile del tipo di quello che si lasciò dietro il colpo di Stato della CIA che nel 1953 rimise lo scià sul trono del pavone e ce lo puntellò per altri diciannove anni. Fino a quando arrivò Khomeini.

Interessante anche, ci è sembrata , la considerazione che Sestak, conversando con alcuni giornalisti dopo la sessione della Commissione, si è come lasciata “sfuggire”: noi americani non abbiamo più almeno da vent’anni alcun asset, alcun informatore, alcun agente dello spionaggio attivo in Iran, sul terreno: i pochi che siamo riusciti a infiltrare sono stati tutti trovati e catturati. Ci conviene prenderne atto – magari senza dirlo – e affidarci alle antenne dei russi: che ci sono e sono, invece, attive parecchio: non a quelle di Israele che sono troppo interessate a raccontarci quello che vogliono e non necessariamente quello che vedono…

Il giorno in cui Mosca facesse cadere effettivamente l’opposizione alle sanzioni americane e occidentali contro l’Iran, sarebbe il giorno cui prestare attenzione: perché allora avrebbe concluso, probabilmente, che l’Iran si sta davvero dotando di armi nucleari effettivamente “deliverable”— cioè producibili e consegnabili sul bersaglio previsto, invece che solo di un programma di armi nucleari.

In altre parole: certo che è normale, persino prudente pensare che l’Iran ci stia lavorando: a aèprti rovesciate chiunque, dopotutto, lo starebbe facendo. Ma è anche saggio prendere atto che, se ci sta lavorando, noi non possiamo farci proprio niente. Come è stato per il Pakistan, l’India, la Corea del Nord e anche Israele…Niente di niente: ogni paese che lo ha voluto è andato avanti e, quando ha voluto, ha sviluppato e finalizzato il proprio programma. E noi non abbiamo potuto, né oggi possiamo, farci granché…

●E a chiarire in quale cul de sac i cosiddetti grandi si stiano andando a cacciare – sempre a prescindere dalle questioni di diritto e dando per scontato che per alcuni, per Israele, vale il diritto a farsi la bomba e per altri, l’Iran, no – va detto che in pochi, pochissimi credono alla sincerità di Ahmadinejad – quando assicura che l’Iran non sta fabbricando bombe nucleari – ma a Netanyahu – ai suoi giuramenti, ai suoi al lupo al lupo che si succedono ormai da oltre un decennio – non crede proprio nessuno. Anche se tutti sanno che, prima o poi, il lupo davvero arriverà…

Lo rivela lo scambio di battute colto al volo e di nascosto al G-20 tra Sarkozy e Obama: al primo, che dice di “non reggere più Netanyahu e le sue sempiterne menzogne” e il secondo risponde con un rassegnato “lo dici a me, che me lo devo sorbire praticamente ogni giorno?[180].

L’analisi che più sinteticamente e più globalmente abbiamo trovato documentata, e sensata, sulla denuncia montata e incarognita della bomba iraniana, che mai è stato dimostrato ci sia, da nessuno, è nell’articolo[181] succinto, ma articolato e documentato, di cui raccomandiamo la lettura (anche con gli strumenti pur qualitativamente limitatissimi di traduzione che offre Internet)…

Quanto a un giudizio di sintesi, invece soprattutto  politica sul merito della questione, sempre fondata sui fatti, noi ci troviamo molto vicini alla posizione che in Nota[182] qui segnaliamo. E alla quale però vi rimandiamo, visto che anche in questo foglio, l’abbiamo riassunta più volte.

●Poi in effetti, c.v.d., arriva la documentazione della AIEA che, a firma del suo Direttore Generale, oggi il dr. Yukiya Amàno, giapponese e molto, molto più compiacente del predecessore, l’egiziano Mohammed ElBaradei verso i desiderata degli Stati Uniti, ripete ancora una volta di avere i suoi sospetti ma poi perfino lui[183] confessa di non poter “dare credibili assicurazioni – dice il testo – sull’assenza di materiale e attività nucleari in Iran[184]”. C.v.d., la prova del diavolo...  

USA, Francia e Inghilterra dichiarano subito che si tratta di “una nuova forte critica al programma nucleare dell’Iran” e chiedono, immediatamente “nuove, più rigorose sanzioni[185]”. Ma la Russia stoppa subito tutto: chiarisce ufficialmente che “il rapporto AIEA è solo una compilazione di fatti noti cui è stata intenzionalmente data un’intonazione tutta politica”. Se gli americani vogliono, cioè, se le facessero da sé le loro sanzioni… pur se hanno già chiarito che – con la crisi economica e finanziaria in atto – non è il caso di ostacolare ancora, oggi, l’export del greggio iraniano... anche perché in queste condizioni c’è il rischio, certo, che siano in pochi in Europa a seguire l’America.

In ogni caso, spiega Gennadi M. Gadilov, vice ministro degli Esteri russo, “non ci saranno nuove sanzioni dell’ONU perché per esse non ci sarà il nostro sì. Questo approccio per noi non è più accettabile”… e, certo, dietro quel “non più accettabile” si annida anche l’imbarazzo, la frustrazione e la rabbia dei russi per come la tacita accettazione dell’intervento armato in Libia “in difesa dei civili” venne strumentalizzata dagli USA e dalla NATO fino a diventare una campagna per la defenestrazione e il linciaggio di Gheddafi… che non era affatto in quella autorizzazione.

Interviene poi Lavrov, il ministro degli Esteri, a dire che la Russia considera l’uso delle sanzioni contro l’Iran un’arma spuntata. Qualsiasi effetto reale possano avere avuto le sanzioni – soprattutto l’interdizione delle transazioni bancarie con l’Iran imposte dal Tesoro americano al sistema bancario internazionale che rientra in vari modi sotto il suo influsso – l’hanno già avuta.

Certo, qualche male all’Iran l’hanno fatto, ma di sicuro, come si vede, non con l’effetto “paralizzante” come quella sprovveduta di Clinton, ricorda in modo diplomatico Lavrov (“un’autorevole collega”, dice), aveva assicurato che sarebbe stato. Di più, la minaccia di sanzioni e, peggio, di possibili attacchi aerei contro il territorio iraniano sta escludendo la possibilità stessa di una qualsiasi soluzione negoziata del contenzioso. Con l’Iran non funziona – sostiene – né l’isolamento né la minaccia del confronto.

Bisogna, invece, lavorare a creare le condizioni che ristabiliscano un dialogo in buona fede, cominciando con l’invitare, ma davvero senza pregiudizi e precondizioni ai colloqui cosiddetti P-5+1. Perché il fatto chiaro è che “neanche l’ultimo Rapporto dell’AIEA sul programma nucleare dell’Iran contiene alcuna nuova informazione ma conferma soltanto che esistono una serie di questioni sule quali, per una ragione o per l’altra, l’Iran non ha ancora fornito spiegazioni[186]”. 

E poi arriva, per l’Unione europea, sulle sanzioni, la voce fioca e un tantino metallica ma che, soprattutto, non impegna proprio nessuno, dell’Alta Commissaria agli Esteri, lady Ashton: dice che alla prossima riunione dei ministri degli Esteri, il 1° dicembre, considereranno, vedranno, decideranno… E decideranno sicuramente di sì, per nuove sanzioni. Tutte loro, europee. Ma, per quello che valgono, visto che giustamente – inevitabilmente – non toccheranno il petrolio… non serviranno a niente[187].

Così, al dunque, la decisione del CdS che viene dopo una riunione del direttivo AIEA riprenderà ancora una volta l’Iran per la sua non collaborazione piena— limitata solo alla letterale osservanza di quanto deve e non una virgola in più del previsto dai protocolli AIEA che, come firmatario, è tenuto a osservare. Il punto è che il CdS può anche auspicare quello che vuole, ma l’Iran non è legalmente tenuto a spingersi in niente più in là con concessioni alle ispezioni cosiddette “invasive” tese a “contenere” i programmi sospetti di arricchimento dell’uranio.

Che, ripete il rappresentante di Teheran all’AIEA Ali Asgar Soltanieh, sono invece pienamente pacifici e, come quelli di qualsiasi altro paese aderente al Trattato di non proliferazione, non autorizzano nessuno, neanche il CdS del’ONU, a interventi che non siano legalmente obbligati per nessun aderente e che, dunque, il suo paese rifiuta di veder applicati solo a se stesso.

Soltanieh passa, anzi, all’attacco bollando come irresponsabile e criminale la decisione presa dall’AIEA di nominare in allegati al suo documento persone, scienziati, tecnici, che lavorano ai programmi nucleari – pacifici aggiunge – dell’Iran: esponendole così – dice – ad attentati e rappresaglie di servizi segreti di potenze nemiche (fa i nomi: Israele, USA, Gran Bretagna) che, in effetti, negli ultimi anni sono costati la vita sul serio a parecchi di loro.

L’accusa, a dire il vero, suona un po’ ingenua: Mossad, CIA e MI6 non hanno certo bisogno per sapere quei nomi e metterli nel mirino di azioni di terrorismo di averne la lista dall’AIEA che serve loro, piuttosto, a intimidire, spaventare, scoraggiare chi ancora lavora ai programmi iraniani.

Dunque, nessun riferimento, nella nuova risoluzione in preparazione al CdS dell’ONU, a altre sanzioni, per quanto labili inevitabilmente – ma almeno nuove – possano poi sembrare, come chiedevano Israele e, all’unisono, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia nella speranza, anche, di scoraggiarne le pulsioni belliche. Il capo del’AIEA, Yukiya Amàno, replicando all’ambasciatore di Teheran, spiega che lui intenderebbe inviare in Iran una missione di alto livello per investigare e ottenere “chiarimenti” sul programma nucleare.

Ma Soltanieh gli ripete che i suoi inviati non verranno accettati perché è il tipo di missione “invasiva” che lui stesso delinea a non essere autorizzato dai protocolli. Amàno in conferenza stampa chiarisce che in ogni caso all’AIEA spetta il compito di “allertare il mondo prima che un atto di proliferazione nucleare abbia effettivamente luogo”. Ma è costretto a ripetere l’identica frase quando viene sfidato pubblicamente a citare i testi del Trattato costitutivo dell’AIEA che realmente a ciò lo autorizzi… Non può, perché quel testo effettivamente non c’è[188]

Così alla fine le sanzioni che passano sono solo quelle che ciascun paese approva per conto suo. “Il Tesoro americano bolla[189] la reietta Banca centrale dell’Iran – secondo costume usuale di questo paese e delle sue origini puritane a marchiare chi svicola dalla retta via, così come esso di volta in volta la definisce: ricordate Nathaniel Hawthorne e la sua Lettera scarlatta?, la “A” di Adulterio… – e l’intero sistema bancario iraniano come ‘preoccupazione primaria per il riciclaggio monetario’— un passo poco usuale e simbolicamente importante m che è lontano dalle sanzioni ufficiali che troverebbero con ogni probabilità l’opposizione formale della Cina e di altri paesi asiatici che dall’Iran importano greggio [per non dire, come s’è visto, dei russi].

   E bisogna anche aggiungere che l’Amministrazione Obama è preoccupata di quanto delle sanzioni che mordano veramente potrebbero aumentare i prezzi del petrolio in una congiuntura economica così fragile. Malgrado ciò, il governo ha cercato di dipingere queste misure come un aumento forte della pressione sulla dirigenza iraniana, cui ha chiesto di tornare al tavolo del negoziato sul suo programma nucleare”. Invito al quale l’Iran ha ufficialmente risposto con una pernacchia eduardiana o, se volete, bossiana…

●Quanto alle accuse americane di un complotto iraniano per assassinare a Washington l’ambasciatore… saudita, le asserzioni sono semplicemente “ridicole”, non sono basate su alcuna prova o su alcun solido, dimostrabile, indizio che dimostri davvero il coinvolgimento in questo strano complotto del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica.

Ma perfino l’unico nome reale che fa l’accusa collegandolo al presunto complotto corrisponde, guarda un po’ si meraviglia Salehi, meravigliandosi anche esplicitamente dell’incompetenza “tecnica” degli accusatori – a un notissimo affiliato dell’organizzazione eversiva iraniana dei Mujahideen e-Khalq, “che l’amministrazione americana stessa ha dichiarato organizzazione terroristica ma che i suoi servizi segreti, al contempo, finanziano, armano e proteggono[190].

Sulla tensione montante tra Israele ed Iran interviene, come al solito in modo talmente inutile da apparire ridicolo, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon. Sente, infatti, il bisogno di dire la sua facendola solennemente comunicare dal portavoce ufficiale Martin Nesirky alle agenzie di stampa internazionali[191]: “lui è favorevole a una soluzione del contenzioso sul nucleare iraniano per via diplomatica”… come se, per la legge del contrappasso, Attila si dichiarasse favorevole a celebrare una messa cantata piuttosto che a perpetrare un eccidio… ma la cosa straordinaria davvero, a veder bene, è che le agenzie siano disposte a dargli spazio e a comunicare al mondo questo per niente eccezionale trionfo della banalità— come, del resto, fa anche specie che tanti quotidiani di levatura mondiale a questo si prestino.

●Il capo sciita Moqtada al-Sadr, leader della frazione del governo al-Maliki più ostile agli americani, ha annunciato[192] in Iraq che qualsiasi sia alla fine la posizione ufficiale del governo lui continuerà a “resistere” a qualunque presenza americana che restasse nel paese dopo il ritiro ufficiale alla fine dell’anno. Al Sadr ha detto che considera ogni presenza americana oltre quella data – anche quella di personale civile, come sarebbero definite le truppe mercenarie  – come un’occupazione militare che andrà combattuta e respinta a ogni costo… Così, tanto per chiarire.

●Sempre in Iraq, accelerando sui tempi della formazione definitiva del governo federale iracheno e annunciando la firma di un accordo di esplorazione per gas e petrolio con la Exxon Mobil, il governo regionale del Kurdistan iracheno, per bocca del suo ministro dell’Energia Ashti Hawrami, annuncia che la transnazionale americana ha avuto in concessione lo sfruttamento di sei “blocchi” di esplorazione, per migliaia di km2, in territorio curdo iracheno. Immediatamente, il governo federale di Bagdad specifica, col responsabile contrattazioni e licenze del governo centrale, Abdul Mahdi al-Ameedi, che senza la sua approvazione qualsiasi contratto sarebbe illegale e che ne aveva avvertito per iscritto la compagnia americana ad ottobre per ben tre volte.

Chiarisce Hussein al-Shahristani, vice primo ministro responsabile dell’industria petrolifera che la Exxon “è stata avvisata” delle conseguenze commerciali e politiche del suo possibile agire illegale: in Iraq si va in galera se si firmano contratti che la legislazione federale non consente di firmare finché le nuove regole di spartizione della rendita petrolifera non siano entrate in funzione. Se non tornano subito indietro, chiarisce/minaccia anche specificamente al-Ameedi, potrebbe saltare il megacontratto che Bagdad ha firmato per la prima fase dello sfruttamento del giacimento di West Qurna con la stessa ExxonMobil[193].

Si tratta di un megacontratto stramiliardario che, redatto nel novembre 2009, ha lanciato con la Exxon una joint venture da 50 miliardi di $ per la prima fase di sviluppo dei pozzi scoperti subito a ovest di Bassora e a nord del giacimento già in produzione di Rumaila e, sulla base delle stime ufficiali e concordanti della compagnia e del ministero, è il secondo giacimento del mondo (1,4x109 m3: sui 9 miliardi di barili, dopo quello di Ghawar in Arabia saudita. Sono – saranno – 25 miliardi di $ di investimenti ed altri 25 di costo di gestione e sui 100.000 dipendenti nella regione meridionale sottosviluppata del paese. Il costo per barile di greggio prodotto dal consorzio è stato pre-concordato per il governo a $1,90 per barile (sui 42 galloni USA, 159 litri).

Il pomeriggio dello stesso giorno, sull’immediata reazione – e la neanche troppo mascherata pressione – della ExxonMobil viene raggiunta – dice un comunicato del primo ministro iracheno al-Maliki – una prima bozza di accordo tra il governo regionale di Erbil e quello federale di Bagdad[194]. In realtà, pare che ci sia stata qualche discrasia comunicativa all’interno del governo iracheno perché l’accordo era stato siglato da qualche giorno e raggiunto già a fine ottobre durante l’ultima visita nella capitale federale del primo ministro del governo regionale curdo, Barham Salih.

Non ci sono ancora dettagli da poter rendere pubblici, dice l’ufficio di Maliki ma l’accordo sul contenzioso petrolifero e la titolarità della sua contrattazione e gestione è stato raggiunto (almeno in linea di principio, per ora: restano problemi di interpretazione, dice…), come anche quello su aree contese tra diverse etnie, come la città di Kirkuk, o l’altro sullo statuto definitivo dei Peshmerga, i ribelli curdi che si sollevarono già contro Saddam. L’unico punto di disaccordo ancora da chiarire – come se fosse poco: i problemi di interpretazione di cui si diceva… – è quello su chi alla fine è titolare del diritto di contrattazione e  di firma per un accordo come quello sul petrolio tra Exxon e Erbil…

Secondo alcuni esperti, anche indipendenti e molto critici rispetto all’industria, come il prof, Michael Klare, sia la Exxon che il governo iracheno sono ben consci del fatto di essere legati a doppia mandata[195]. La Exxon punta a fare una buona fetta dei suoi profitti dei prossimi anni dai giacimenti iracheni, ma Bagdad sa che avrebbe parecchie difficoltà a cambiare cavallo a mezza strada

Per cui buona parte delle sue “minacce” corre il rischio di suonare a vuoto alle orecchie della grande multinazionale petrolifera la cui mole di investimenti sarebbe complicato raggiungere con altre compagnie. Il prof Klare lo dà per scontato: “La minaccia di punire la compagnia per i suoi investimenti coi curdi suonano vuote”. Non del tutto però. E di qui il passo indietro, comunque così pronto.

●Viene adesso chiuso d’autorità (irachena) Camp Ashraf, l’accampamento dove prima sotto la protezione di Saddam, poi sotto quella degli occupanti americani hanno vissuto ormai da oltre un decennio alcune migliaia di Mujaheddin-e-Khalq (MEK) i miliziani anti-iraniani che gli stessi Stati Uniti definiscono, a partire ormai dal lontano 1997, come “organizzazione terroristica”. Ma hanno anche sostenuto, comunque, le dozzine di attentati, omicidi e attacchi armati che essi hanno compiuto in Iran a partire dagli anni ‘80 contro il regime degli Ayatollah: con la “strana coppia” Reagan-Saddam alleata allora in funzione anti-iraniana.

Ma i Mujaheddin, ormai, sono solo un imbarazzo per il governo al-Maliki, amico di quello iraniano, e per gli USA stessi, che si stanno ritirando dal paese e il loro campo base, 60 km. a nord di Bagdad e 120 a ovest del confine iraniano, sarà adesso “sbandato”, trasferendone i militanti e loro famiglie – disarmati, però, dicono gli iracheni con gli americani impegnati invece a ottenere per loro un minimo di capacità di autodifesa – “altrove”: in dietro in Iran o “in qualche altro Stato che li voglia accogliere”, sperabilmente un po’ meglio di come comunque li accoglierebbe l’Iran, come fa finta di credere che sia possibile Martin Kobler il funzionario dell’ONU incaricato di seguire la faccenda:

Che, prevedibilmente non sarà affatto pacifica[196]. Già due anni fa al-Maliki aveva tentato di cacciare via i dissidenti iraniani ma, allora, l’intervento americano riuscì a posporre il redde rationem. Oggi gli americani, come presenza fisica sul terreno, stanno sparendo e anche se conteranno ancora molto non pesano certamente come allora.

Mentre i Mujaheddin restano armati fino ai denti… e trovano oggi una labile difesa solo tra alcuni parlamentari europei che da anni li hanno in sconclusionata e un po’ inspiegabile simpatia e che probabilmente, però, riusciranno a ottenere che il loro eventuale ritorno in Iran sia solo volontario… cioè, noi pensiamo, zero spaccato. D’altra parte, l’altra soluzione resta difficile: qual è il paese terzo chi questi sperimentati terroristi frustrati, se li prenderebbe in casa e per di più, magari, anche armati?

Però è anche vero che proprio ora, alle strette, si sta scatenando a Washington una furibonda campagna bipartisan – solo un altro caso uguale, e scontato, di uniformità in politica estera su una specifica issue: a favore della cancellazione dell’etichetta di “terrorista” che il dipartimento di Stato mantiene comunque – ma anche la Clinton vorrebbe mollare… – per l’MEK.

Scrive il NYT[197], che racconta tutto ma evita di chiedersi e chiedere a chi di dovere da dove vengono i soldi, di decine di eminenti ex – generali, deputati, uomini dei governi che vanno da questo in carica a quelli di Reagan (era alleato, finanziatore diretto, lui, e grande armiere degli MEK contro Saddam,), e agenti della CIA, giornalisti, accademici vari… – che “molto ben pagati, con parcelle da 10.000 a 50.000 $, vanno in giro per il mondo a fare discorsi favorevoli agli eroici Mujaheddin’ – volando in prima classe e gratuitamente ospitati in suites da 5.000 $ a nott,e si capisce – a Parigi, Berlino e Bruxelles”.

Naturalmente, se qualcuno glielo dice, tutti[198] si incavolano e – pur continuando a incassare i loro grassi assegni, si intende – rivendicano come e qualmente le loro motivazioni sono solo di ordine “umanitario”: gente di facili costumi in affitto, scaldata dal tepore erogato dal dio Mammona per sostenere tutto e, quando non costa niente, anzi serve e rende, il contrario di tutto...

●In Afganistan il presidente Karzai, parlando in uno dei periodici Gran Consigli (una Loya Jirga, come la chiamano loro, specie di assemblea consultiva allargata a maggiorenti e personalità, politiche, amministrative, militari e islamiche: ma i componenti erano stati scelti da lui e, quindi, boicottata da molti esponenti importanti della politica e della società) per discutere di questioni importanti, ha detto che gli USA dovrebbero poter mantenere alcune loro truppe nel paese anche domani. Però[199]:

• non devono più effettuare incursioni e perquisizioni in case afgane;

• non devono più bombardare il territorio senza preavvisarne le autorità ed esservi autorizzate;

• non devono più poter arrestare cittadini afgani;

• non possono più dirigere o gestire prigioni sul suolo afgano.

Sembra proprio, visto che queste sono le misure che gli americani invece considerano le più efficaci per contenere i talebani, un ripudio ufficiale delle tattiche americane e un segnale politicamente molto molto secco. Sembra… E la Loya Jirga, 2.000 delegati, anziani, leaders tribali, locali e regionali, maggiorenti islamici ed esponenti governativi, praticamente all’unanimità, sostiene[200] la sua posizione e le sue condizioni come quella ufficiale e quelle ufficiali del paese… Adesso, naturalmente, bisognerà sentire la disponibilità degli americani a quelle condizioni e a quella posizione e verificare, poi, se alla fine – di fronte alla loro avversione e al loro no – Karzai alla fine potrà e vorrà resistere. Per ora di fumo ne ha fatto tanto ma arrosto, a dire il vero, assai poco.  

●Dichiara[201], invece, un ex ministro degli Interni di Karzai, Mohammad Hanif Atmar, rimosso dal presidente nel 2010 dopo un attacco feroce dei talebani a una precedente Loya Jirga – ma colpevole soprattutto del suo passato troppo vicino ai movimenti filo-diritti umani di stampo american-occidentale del suo paese – e che ora è uno dei più duri oppositori a Karzai – che, se gli USA, quando se andranno dopo il 2014, non lasciassero una forza armata residua di almeno 20.000 soldati combattenti (e, in pratica di almeno il doppio in appoggio logistico: funziona così la truppa americana) e non continueranno a fornire aiuti considerevoli sia militari che economici, “lo Stato si disintegrerà e le forze di sicurezza afgane si frantumeranno in cento fazioni”.

E’ vero, anzi è sicuro. Ma non è che, come dice Atmar, sia vero il contrario. Una forza straniera residua anche se di reale consistenza in Afganistan sarebbe, a quel punto, troppo debole comunque per impedire il ritorno alla guerra civile o, meglio, alla guerra tribale. Perché non esiste forza al mondo capace di impedire all’Afganistan di essere se stesso, cioè di far sì che le forze di sicurezza, assemblate a colpi di mance e regali ai capi fazione dagli americani, restino unite.

Qui, la realtà è che dal 2001, dall’invasione americana, non è cambiato niente: lo Stato – che non c’era, che non c’era mai stato se non sotto occupazione sovietica (e fallimentare, comunque, solo per qualche anno) – ancora non c’è:

• non sono mai cambiati i parametri sempre conflittuali della distribuzione delle risorse e delle ricchezze (oppio, materie prime, controllo del territorio) fra le varie tribù ed etnie: se non forse, nel tutto sommato breve, periodo di governo talebano dove tutto era però compresso sotto il controllo della shari’a, la legge di Allah interpretata però dalla “giurisprudenza” dei mullah al potere per e su tutta la società;

• non è mai stato chiarito e universalmente accettato, anche se si è sempre continuato ad imporre a modo suo, prepotente, il ruolo dell’Islam – e di quale Islam – nella società;

• non sono stati sciolti i nodi e i problemi dei rapporti Nord-Sud, di quelli tra etnia ed etnia, pashtun e tagiki, hazmara e uzbeki; 

• non sono cambiati i parametri del governo centralizzato di un paese che centralmente non è mai stato e non è governabile: tutto uguale anche adesso, con un governo sostenuto e, insieme, sospetto e ostile agli americani e coi talebani come diremo noi alla macchia – solo che qui macchie e boschi non ce ne  sono e loro stanno in montagna e nelle città, in pianura e in clandestinità – dappertutto onnipresenti e in rivolta;

• non c’è mai stata, insomma, non c’è e nessuna residua presenza militare straniera potrà mai dare a questo paese una minima base comune di intesa su forma di Stato e concezione minimamente comune della sua sicurezza.

●Risulta adesso che il governo del Pakistan abbia dato inizio a negoziati preliminari coi propri talebani, quelli del Pakistan stesso che sono largamente ammassati e attivissimi contro gli americani, i Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il movimento degli studenti del Pakistan, nelle cosiddette aree tribali della frontiera con l’Afganistan, cercando di arrivare a un qualche accordo di pace[202]. Si tratta appena di un inizio, naturalmente, e limitato al Waziristan del Sud. Dovrebbe, prima di potersi estendere alle altre aree cosiddette tribali, registrare qui un iniziale successo.

Si tratta, per ora, di colloqui di poca sostanza. Cui, secondo gli americani – che li vedono assai malamente, condotti come sono del tutto autonomamente rispetto al loro input e alle loro urgenze – solo l’aperta minaccia di un intervento massiccio dell’esercito pakistano nell’area potrebbe conferire peso. Ma l’esercito pakistano ha sempre escluso, e continua a farlo, di volersi impegnare in operazioni militari nella regione mirate a sostenere, più che i traguardi stabiliti dal governo e dai militari pakistani, gli obiettivi specificamente americani specie proprio nelle regioni di confine: quelli di negare ai talebani del’Afganistan il supporto di quelli del Pakistan.

Confermando così la convinzione delle FF. AA. USA e NATO che il Pakistan non vede con la preoccupazione che invece, secondo loro, dovrebbe  avere, l’avanzare dei talebani in Afganistan. Ma non è cosa nuova davvero: è sempre stato così, ben prima addirittura dell’11 settembre…

Intanto, reagendo a un attacco aereo dell’ISAF  che “per errore” ha massacrato col “fuoco amico” dei cannoni rapidi M230 montati su elicotteri Apaches d’attacco pesante, più di una trentina di soldati pakistani che guardavano un posto di controllo nella convinzione, si capisce, che fossero talebani, il Pakistan fa subito dichiarare ufficialmente al magg. gen. Ashfaq Nadeem, direttore generale della pianificazione militare delle FF. AA., che l’attacco “americano”, dice chiaro, era stato “deliberato, voluto e accuratamente pianificato[203], esattamente come quello che aveva portato all’uccisione di bin Laden a Abbottabad il 2 maggio scorso”.

Contemporaneamente ha prima ordinato alla ministra degli Esteri Hina Rabbani Khar di sollevare nei termini più duri la questione con la NATO e gli USA[204]” e, subito dopo, rendendosi forse conto che non bastava, col primo ministro Yousaf Raza Gilani, che pure è filoamericano fino all’ultimo dei suoi folti capelli rigorosamente e tradizionalmente tinti di nero, ha comandato – misura  certamente un po’ più efficace – il “blocco” del passaggio di rifornimenti alle truppe americane, autocarri e autocisterne a Jamrud, vicino a Peshawar: dove in Pakistan passa, e viene ora bloccato, il 49% degli approvvigionamenti che tengono in vita la macchina bellica dell’ISAF.

E la misura, che cerca in qualche modo di soddisfare l’implacabile ostilità popolare nei confronti dell’alleato americano (“il più letale dei nostri amici”, lo definisce un giornale popolare come Akhbaar) tra le popolazioni del Pakistan, un qualche effetto rischia davvero di averlo, anche se ormai la via principale per gli approvvigionamento alla guerra americana sta sempre più diventando in progress è quella che passa per le ferrovie dell’Asia centrale, a partire proprio dalla rete ferroviaria russa.

Se dura, certo, se il blocco dura… Nell’immediato sembra poter essere questo, in effetti, un punto di svolta tutto politico di rilievo nel rapporto complesso e pieno di contraddizioni tra i due paesi, specie dopo che a due giorni di distanza dal massacro il governo Gilani notifica ufficialmente al comandante delle forze ISAF, il generale americano John R. Allen, che la linea dei rifornimenti verso l’Afganistan per il Pakistan è ormai permanentemente interrotta.

E intima anche (ma è la terza volta che lo fa, senza che lo siano stati finora a sentire…) di abbandonare la base area di Shamsi, nel sud ovest, usata per il lancio frequentissimo di attacchi aerei senza pilota e senza l’autorizzazione che i pakistani vogliono poter dare, visto che sono in casa loro, tanto sul territorio afgano come su quello pakistano.

Il Comitato nazionale di difesa riunito a Islamabad e che mette insieme tutti i poteri della Repubblica islamica, dal presidente al governo ai militari, ha preso la decisione “definitiva” e aprirà, adesso – dice – anche una revisione globale dei rapporti politici, diplomatici, militari e di intelligence che il paese intrattiene con USA e NATO[205].

Intanto, primo effetto immediato di ordine squisitamente politico, il Pakistan rifiuta di partecipare alla prossima conferenza di aiuti all’Afganistan che si tiene a Bonn, in Germania, ai primi di dicembre[206]: l’attacco dell’ISAF è partito dal territorio afgano anche se “quegli ipocriti di Kabul” avevano giurato, all’ultima loro Loya Jirga di qualche giorno prima, che mai avrebbero messo il loro territorio al servizio degli americani per attaccare i vicini (Pakistan e Iran, anche)…  

●Su qualche agenzia superspecializzata[207] appare, ripresa dall’agenzia russa ITAR-Tass, una notizia potenzialmente di grande rilievo, e che, però, avrà necessariamente bisogno di conferma e di molti chiarimenti: pare che il ten. gen. Patrick O’Reilly, capo dell’Agenzia di Difesa missilistica americana, abbia invitato i suoi omologhi, militari e tecnici russi, a “prender parte ai tests antimissilistici dei sistemi che verranno schierati nell’Europa dell’Est”. Perché restano da spiegare diverse cose:

• 1. polacchi, cechi e quanti altri, da quelle parti, sono d’accordo?

• 2. se sì, com’é che l’invito viene solo dal generale americano e non, per lo meno, dalla NATO?

• 3. e che dicono i russi?: pare che la prima cosa che hanno chiesto al generale O’Reilly di chiarire, comprensibilmente, sia di cosa voglia dire “prendere parte” alle esercitazioni: come osservatori? perché è evidente che se è così a loro non interessa affatto…

Infatti poi, e al dunque, la sottosegretaria al Dipartimento di Stato per gli Affari Politici, Wendy Sherman, intervistata da due quotidiani moscoviti, uno di lingua inglese, il Moscow Times, e uno in russo, il Kommersant[208], dichiara nettamente che mai gli Stati Uniti potranno dare a nessuno, e quindi neanche alla Russia, una garanzia legalmente obbligante sul fatto che il sistema balistico missilistico di difesa americano e/o NATO in Europa non sarà mai usato contro la Russia.

Il sistema, Sherman spiega – oddio, spiega… – vuole difendere l’Europa da un attacco di possibili Stati canaglia – quali? ma è evidente, no? Iran, Corea del Nord… Con la Russia un accordo possibile potrebbe essere solo politico – cioè: vi dovete fidare… – mai giuridicamente obbligante. Insomma: niente, ma proprio niente di nuovo. E si torna indietro a casella no. 1.

Mosca (Putin, Medvedev, tutti i generali e tutti i grandi commentatori di politica estera e di difesa, l’opinione pubblica…) hanno già detto che, senza garanzie soddisfacenti o un loro coinvolgimento diretto nella gestione dello scudo antimissile – del resto, se è davvero mirato solo alla difesa dagli Stati canaglia, che fra l’altro a nessuno risultano avere a loro disposizione i missili balistici intercontinentali necessari per colpire l’Europa, perché no? – una volta che gli antimissili americani fossero davvero dislocati ai propri confini, schiererà le sue armi atomiche contro quelle postazioni “difensive”…

Forse un tantino agitati da queste reazioni, peraltro prevedibilissime e addirittura preannunciate, a Washington si affrettano a specificare, con la sottosegretaria di Stato al Controllo degli armamenti Ellen Tauscher, che agli specialisti russi invitati a partecipare ai tests del missile Standard RIM-161 (SM-3) e a visitare il quartier generale del NORAD, il Comando aerospaziale di difesa nord-americano, verranno fornite informazioni specifiche sul missile SM-3[209]. Potranno osservare gli esperimenti coi propri binocoli da campo ma non con strumenti telemetrici propri: a questo i militari americani si oppongono. 

Però, spiega Tauscher, verranno in particolare informati sulla velocità residua che il missile raggiunge quando esaurisce tutto il combustibile: un dato che aiuta a determinare come meglio fare del missile un bersaglio più facile… E’ una strana tattica negoziale con la quale l’America, evidentemente, conta di convincere i russi a vedere i loro antimissili come giocattoli. O quasi…

Solo che il ten. gen. Oleg Ostapenko, comandante della Difesa aerospaziale russa, rende subito conto che il dato segretissimo che gli USA adesso promettono di rendere noto lo è, in effetti, da molto tempo almeno ai suoi servizi… che hanno studiato da vicino, coi loro satelliti spia, tutti i precedenti tests dell’SM-3.

Il problema, spiega, per l’ennesima volta, non è identificare il rientro di un SM-3 perché se è lanciato da 50-70 km. di distanza da un bersaglio possibile – su Kaliningrad, ad esempio, se l’antimissile partisse dal territorio polacco subito al di là del confine – ci metterebbe pochissimi minuti ad arrivare a bersaglio. E per i russi ciò è inaccettabile…

Ed è il presidente russo Dmitri Medvedev in persona ad alzare stavolta i toni: se i colloqui e i negoziati con USA e NATO sul loro scudo spaziale non avranno esito positivo, la Russia riprenderà i piani che dal 2009 aveva sospesi di schierare a Kaliningrad sistemi missilistici tattici Iskander-M[210]: missili a corta gittata che metterebbero a bersaglio direttamente le installazioni degli antimissili in Polonia e in Cechia… e adesso chiederà anche alla Bielorussia di poterne installare alcuni sul suo territorio oltre che raddoppiare la dislocazione anche a Krasnodar in terra russa.

La lista delle contromisure di Mosca includerebbe anche la sospensione dello scioglimento della divisione Kozelsk delle truppe missilistiche strategiche, la costruzione di alcune stazioni radar addizionali per il disturbo dei radar missilistici americani e il rafforzamento ulteriore della marina nel Baltico.

Il messaggio è chiarissimo e sempre uguale: se, alle porte di casa nostra, vi mettete a cambiare – o anche solo date l’impressione di poter voler cambiare a scapito nostro l’equilibrio nucleare strategico, non pensate di poterlo fare impunemente… sappiate che reagiremo come reagireste voi se lo facessimo alle porte di casa vostra. Medvedev lo dice adesso[211] papale papale… e lo dice lui, non il “duro” Putin, e non a caso.

Ci tengono anche, i russi, a chiarire per gli interlocutori americani, tante volte non ne fossero avvertiti, gli effetti possibili – e probabili, dicono – di una decisione come questa— che dichiarano al più alto livello possibile “insensata” e “inspiegata”. Anche su altri piani, non legati, di per sé, ma che sicuramente influenzerebbero in modo negativo gli interessi degli Stati Uniti.

Come, per esempio, potrebbe saltare la disponibilità russa al transito dei rifornimenti americani attraverso l’Asia centrale per l’Afghanistan— avvisa l’inviato speciale russo alla NATO, Dmitri Rogozin… uno che conta e pesa parecchio nella gerarchia del potere russo mentre, tenendo vivo il dubbio, un altro esponente, di minor calibro però del governo, Yuri Gorlach un medio funzionario degli esteri, sostiene che quel transito continuerà ad essere consentito. Però, proprio il verbo, “consentito”, chiarisce che si tratta di una concessione e che, comunque, dipende dalla volontà di Mosca…

… nel momento, poi, in cui i pakistani interrompono già per conto loro il transito. In questo modo, Rogozin[212] risponde, al solito brutalmente esplicito parlando di transito per l’Afganistan, ai cronisti che, a Bruxelles, alla NATO, gli chiedono se i russi per far cambiare idea agli americani e alla NATO hanno punti possibili di pressione— di leverage, come dicono a Washington...

Ma poi, e soprattutto, la Russia metterà certamente a bersaglio coi suoi missili strategici schierati appena dentro i propri confini europei tutti i sistemi di difesa missilistici americani dislocati in Europa dell’est se non si raggiungerà un accordo con gli USA e la NATO su come essi verranno costruiti, piazzati e programmati per operare. C’è ancora il tempo per arrivare all’accordo. Ma gli USA, in materia di equilibrio nucleare da mantenere, pur dichiarandosi d’accordo in linea di principio, stanno commettendo il peccato mortale che più mortale non c’è: non tengono conto delle preoccupazioni dell’interlocutore russo.

In definitiva, l’America sarà costretta prima o poi ma sempre troppo tardi anche per il suo bene – da Russia, Cina, da un bel po’ di quello che una volta si chiamava il Terzo mondo e oggi si chiama India e Brasile e domani, chi sa, perfino, forse, dall’Europa: se riesce a togliersi gli occhi dall’ombelico dolente – ad abbassare un poco quella maledetta cresta neo-imperiale che si ritrova, grazie alla sua geografia, alla sua storia, a quella del mondo e a una forza che ormai è per tutti palesemente in calo però.

●Per dare un’idea: tradotta da un catenaccio del NYT[213] eccovi la sintesi di un servizio sulla visita, dopo anni di boicottaggio e tentativi di isolamento, della segretaria di Stato Clinton a Myanmar, paese col quale Washington ha deciso di riaprire i rapporti troncati per l’eccessiva durezza della Giunta militare. Ora che s’è un po’ ammorbidita, spiega il giornale, ecco la visita di Hillary Rodham Clinton da leggere sia “come ricompensa per le riforme di Myanmar, sia come un tentativo di premere per altre riforme”.

Ecco, è questa la cresta che devono, e che del resto cominciano anche un po’ già ad, abbassare: loro vedono, valutano, giudicano, danno i voti, distribuiscono carota e bastone…

Ma non funziona più proprio così, come si vede: con la Cina su tutta una serie di questioni economiche, sui confini marittimi…, con la Russia su una concezione della coesistenza dove uno comanda e l’altro sta sotto…, con l’Europa pure, da tempo…, con tutti o quasi sul modello di civiltà che gli USA hanno diffuso/imposto ogni giorno da moltissimi anni attraverso mille strumenti, tutti concepiti – dicono e, magari, talvolta anche in buona fede – con ottime intenzioni perché dettati in buonissima fede ma molto spesso con ben altre intenzioni: strumenti come il Fondo monetario, il Washington consensus, quasi 800 basi miliari americane sparse dovunque e le guerre scatenate un po’ dappertutto nel mondo…

●Intanto si apprende che il governo di Mosca intende allocare al bilancio della Difesa 2012 la somma di 880 miliardi di rubli[214], sui 28,8 miliardi di $ – rispetto, per dire alla somma altrettanto ufficiale ma trenta volte maggiore della stessa voce per gli USA che, poi, in termini reali e onnicomprensivi ammontano a forse tre volte tanto per entrambi i paesi[215] – secondo quanto dichiara Vladimir Putin, il primo ministro russo, spiegando che nel 2011 la spesa militare era stata del 12-13% inferiore.

● I  7 maggiori bilanci militari al mondo, in miliardi di $ (istogramma)

Fonte: SIPRI (Istituto di ricerche sulla pace di Stoccolma) Military expenditure database (dati di fine 2011) [http://milexdata.sipri.org/]

Adesso la Russia deve modernizzare, nell’arco dei prossimi cinque anni, gli armamenti a disposizione di esercito e marina almeno per il 70%. In questo arco di tempo, un quinquennio, tra i 2.000 e i 3.000 miliardi di rubli saranno impegnati sulla spesa militare. A meno, auspica Putin, di positivi sviluppi nel senso del disarmo bilanciato e di un più costruttivo clima di pace con tutti i maggiori “competitori”…

● Sempre il presidente Medvedev, parlando a Vladikavkaz, nel sud del paese, a un’assemblea di allievi ufficiali dell’esercito, ha spiegato[216] che scendendo in guerra nel 2008 contro la provocazione georgiana che voleva imporre con le armi la “riconquista” dell’Abkazia agli abkazi e alla Russia. Mosca ha efficacemente arginato l’espansione a est della NATO.

La mappa geopolitica dell’Europa avrebbe potuto esser diversa, altrimenti, se Mosca avesse esitato e un numero di altri paesi avrebbero potuto trovarsi nell’abbraccio di una protezione che, date le realtà geopolitiche, sarebbe risultata del tutto “artificiale”: come se la Russia, ha spiegato puntigliosamente, avesse voluto estendere la protezione sua e della Confederazione degli Stati Indipendenti a un paese latino-americano strategicamente importante e prossimo agli Stati Uniti d’America…

Oggi, NATO e Russia non hanno più alcuna ragione di rivalità tra di loro ma la Russia ha una visione assai diversa da quella della NATO su tutta una serie di questioni relative alla difesa reciproca che dovrebbero poter trovare soluzione “pacificamente pacifica”, dice, nel dialogo tra le parti. Perché, in effetti, la vicinanza incombente della NATO ai confini russi, associata all’intenzione di non associare la Russia a un dispiegamento di tecnologie che pure si dicono esclusivamente difensive e non dirette contro di essa ai suoi confini, solleva a Mosca qualche preoccupazione.

GERMANIA

●Angela Merkel, sempre e come sempre un po’ sfatta e desolata, a metà mese ha avvisato i suoi riluttanti cristiano-democratici[217], al congresso annuale di Lipsia, che ci vorrà “più Europa e non meno”, un grado più alto e forte di integrazione anche politica oltre che economica, per salvare l’euro e, con esso, l’Unione europea. Ma che, ormai, salvare l’Unione è un bisogno vitale per salvare il paese stesso.

Poi, avvisa tutti, in primis i partners europei, che più integrazione significa anzitutto però non dare più poteri di vera e propria banca centrale alla Banca centrale europea (stampare moneta, incoraggiare la crescita oltre che pensare alla stabilità della moneta) ma, in sostanza, maggior rigore, più sacrifici, più disciplina, con la Germania naturalmente a tenere in mano più degli altri la frusta perché è più disciplinata degli altri…

Il problema è che seguire la sua strada – “il compito di questa nostra generazione è quello di completare l’unione economica e monetaria e di creare, passo dopo passo, un’unione politica” –   richiederebbe anni e anche un solo no che si opponesse a cambiare una virgola dei Trattati esistenti farebbe saltare tutto. Lei lo sa ma tiene duro.

Cioè, testardamente ripete che bisogna arrivare a “sanzioni automatiche” contro gli indisciplinati (ma evita di ricordare come, nei primi anni 2000, per finanziarsi la riunificazione, proprio la Germania incorresse ripetutamente in deficit/PIL due e più volte superiori a quello permesso?) e ribadisce la sua opposizione all’idea stessa degli eurobonds o a qualsiasi altro strumento capace di “collettivizzare” – come dice lei – i debiti sovrani dei 17 paesi dell’eurozona dentro l’Unione europea.

Insiste in questa sua visione (rigorosa? ristretta? comunque immobile, in mezzo a una tempesta che ormai la sfiora – anzi: comincia a affondarla: anche direttamente come subito spieghiamo) anche nell’incontro straordinario a Strasburgo che, col freschissimo nuovo PM italiano, tiene insieme a Sarkozy il 24 novembre[218]: nessun ruolo allargato per la BCE e nessun “cedimento” per gli eurobond… Merkel – fissata, o un po’ sempliciotta: chi sa? – crede davvero nella virtù dell’austerità. Che virtuosa sicuramente è, ma a uscire dalla crisi non serve …

Angela Merkel sta correndo il rischio, lei epigona di Adenauer e Kohl, di lasciar sfaldare l’Unione come essa è perché, se per la Germania come lei ha detto la prima esigenza è una moneta stabile, così l’euro, l’unica moneta che oggi c’è, salta, affondando tutto nella totale instabilità. O forse ci arriverà, anche l’Angela, o se non lei il suo successore… Ma lo faranno, anche i tedeschi, all’italiana: solo quando saranno sull’orlo del  baratro anche loro, solo quando anche la Germania si troverà domani con la melma su fino al mento anche’essa… Il 23 novembre, tanto per cominciare, “crolla anche il muro di Berlino… L’asta dei titoli di Stato tedeschi è tecnicamente fallita: la Germania ha collocato 3,889 miliardi di Bund a 10 anni ad un tasso inferiore al 2%.

Ma[219] la domanda è stata la peggiore mai registrata nella storia del paese: soltanto il 65% dei titoli di Stato hanno trovato un contraente. Un segnale pesantissimo per Angela Merkel: la crisi inizia a contagiare anche la locomotiva tedesca [e anche direttamente sul piano finanziario, quello della sua strapotenza che ne faceva l’eccezione unica]. Per intenderci, al tempo della nuova grande crisi [in questi ultimi anni di recessione, depressione e svalutazione di tutti i valori, sia dell’economia reale che di quella di carta], non era mai avvenuto che titoli di Stato italiani o spagnoli, per una fetta pari al 35%, restassero invenduti nell’asta indetta dal rispettivo Tesoro.

[Ma adesso] i mercati hanno reagito in maniera negativa all’asta di Berlino: il prezzo del Bund ha subito un brusco calo, mentre i Cds a cinque anni – i contratti che servono ad assicurarsi per 5 anni contro il default del debito tedesco – sono schizzati [tutto d’un botto: mai prima] di 9 punti a quota 110. Il contagio della crisi del debito si è così propagato al cuore dell’eurozona: a quella Germania che continua a negare o a frenare le misure che servirebbero per la tenuta della zona euro”.

Oggi, “i Bund vengono pagati come un titolo a rischio: è il commercio dell’apocalisse[220]”:   

German bonds are now being priced as a risky asset — what the FT calls the “apocalypse trade“. The interest rate on bunds, at 2.21% as I write this, is still very low by historical standards. But it’s above the rate on UK bonds (2.17%) and way above the rate on US bonds (1.88%).

Già…e, peggio, come una Bankitalia qualsiasi anche l’onnipotente Bundesbank ha visto scattare la supplenza della BCE che ha subito rastrellato all’asta quanto non era stato venduto, tale è stato l’allarme sollevato a Francoforte dalla pessima novità subito registrata[221].

●Il giorno in cui a Cannes si è chiuso, senza concludere granché in verità, il G-20, per questo paese – la prima economia dell’eurozona, dell’Unione e dell’Europa che dir si voglia e la quarta al mondo a valore nominale, la quinta a parità di potere d’acquisto, che dir vogliate, viene anche annunciato il profondo deterioramento degli ordinativi industriali. A settembre da agosto gli ordini industriali crollano del 4,3%.

E’ un calo che segue inesorabilmente, il tonfo della domanda estera da parte dei partners dell’eurozona: -12,1% sempre su settembre mentre quello globale dell’export è un più limitato 1,4% a luglio da agosto[222]. Il che spiega anche, forse, in parte il (tardivo) riconoscimento da parte di Berlino di quanto, poi, in ultima analisi proprio la sua relativa prosperità (produzione industriale e esportazioni) dipenda dall’eurozona e dall’economia dell’euro nel complesso: quanto la Germania sia legata a, dipenda da e subisca le crisi di Italia, Spagna, Francia, ecc. ecc., lasciate pure stare Irlanda, Portogallo e Grecia… anche se pure loro, messi insieme, ovviamente poi pesano…

E quanto, se davvero la Grecia, per non dir dell’Italia, ma in generale di tutte le economie deboli del Sud Europa, uscisse davvero dall’euro, quel che resterebbe della moneta unica – il nocciolo duro dei nordici virtuosi – con l’immediato apprezzamento della valuta su dollaro, yuan, yen, franco svizzero e sterlina sarebbe subito sbattuto dal nuovo spropositato valore acquisito fuori mercato falcidiando ogni possibilità di esportazione…

Angela Merkel non è Adenauer, e nemmeno Kohl, ma ha sufficiente sensibilità per capire che solo lei, assumendo una volta tanto in modo diverso il suo ruolo, peraltro consueto, di maestrina dalla penna rossa e col ditino ammonitore alzato ha il compito di far capire ai suoi compatrioti l’inanità degli stereotipi sull’inflazione che starebbe minacciando la Germania quando è invece il crollo dell’economia, un po’ in tutta l’Europa fuori della Germania, che sta fratturando l’Unione e mettendo davvero a rischio così la stessa economia di Berlino.

Infatti, la crescita dell’economia tedesca ha marcato nel secondo trimestre un miserando 0,1%  mentre nel primo era stata un più robusto ma non eccezionale 1,3%. Mentre la seconda economia d’Europa, quella francese. è praticamente ferma. E si capisce bene, allora,  perché Mario Draghi parli – annunciando ai primi di novembre l’abbassamento di un quarto di punto, all’1,25%, del tasso di sconto dell’eurozona (dopo che Trichet aveva presieduto a due rialzi quest’anno) che si sta andando nell’Unione verso una recessione: anche se, nuovo a quel posto com’è, non si azzarda a definirla che solo “mite”.

FRANCIA

I “mercati” hanno cominciato a premere qualche po’, allentando – si fa per dire – la morsa sull’Italia, anche ormai sull’economia della Francia— fino all’infortunio (che non tutti, però, leggono come tale…) di S&P’s[223] che dice di aver deciso un declassamento del debito francese e poi, subito si smentisce.

Il primo ministro François Fillon annuncia così, in parlamento il 16 novembre una nuova serie di misure di austerità proprio per garantire che il paese prosegua sulla via della correzione dei conti pubblici e, in particolare, di un deficit di bilancio che resta assai alto (il 5,8%, invece del canonico 3 dell’Unione al quale teoricamente, come tutti, sarebbe tenuta)[224].

Fillon, a parole, è durissimo: la Francia ha speso più di quanto potesse e dovesse per quasi trent’anni, ormai, e un termine come “bancarotta non è più, a questo punto, se non ci mettiamo rimedio, soltanto un termine astratto[225]”.

Al meglio sintetizza la situazione, forse, il solito NYT[226] scrivendo di come “il presidente Sarkozy, che dovrà ripresentarsi alle elezioni in aprile, teme di essere il prossimo dei leaders europei a cadere sotto l’impatto crescente del costo dei buoni del Tesoro e di una crescita che resta del tutto piatta”.

GRAN BRETAGNA

●Quando le previsioni economiche sono talmente brutte che anche la stagnazione è meglio della recessione, allora – certo, a sapersi contentare – c’è qualche ragione di festa. Così, l’espansione dello 0,5% del PIL nel terzo trimestre qui è stata celebrata anche se la rilevazione veniva accompagnata dal rilievo che il quarto e ultimo trimestre vedrà risultati ancora molto inferiori e, perfino forse, una contrazione del PIL. E questo a fronte di un’inflazione che si riduce un tantino ma, anno su anno, a ottobre tocca sempre il 5% e di un tasso di disoccupazione che, contato come al solito in questo paese in modo estremamente riduttivo, sale a un 8,3% e costituisce il livello più alto dal 1996.

●L’Ufficio nazionale di statistica rende noto[227] – e ufficiale – che nel 2011 il reddito delle famiglie, contando aumenti salariali in media all’1,4% per un occupato a tempo pieno (e solo dello 0,5 per tutta la platea dei lavoratori occupati) e tasso di inflazione come abbiamo visto a più del 5%, perderà almeno il 3,5% in potere d’acquisto. Commenta il segretario generale del TUC, la Confederazione sindacale, Brendan Barber, come “piuttosto che la crisi dell’eurozona che qui da noi si vede ancora riflessa nelle statistiche ufficiali, le ragioni principali dei guai economici del Regno Unito sono così ben identificate in salari in calo e in un’austerità autodistruttiva[228]”.    

●La Banca d’Inghilterra, con riluttanza evidente, comunica che senza abbassare un tasso di sconto già vicino allo zero (è allo 0,5%), aumenterà nei prossimi mesi volume e attività delle facilitazioni quantitative[229] con cui immette liquidità nel sistema, tentando così di rendere il credito più accessibile quando essa stessa ufficialmente prevede il peggioramento della congiuntura economica.

E qui ricominciano in diversi, fuori della litania obbligatoria dell’ottimismo governativo impartita a tutti quelli che sono disposti a ossequiarlo, a parlare ormai di doppio tuffo dell’economia dove, dopo la recessione del 2008 e 2009 e una ripresa precaria quanto mai prima, il PIL ricomincerebbe a contrarsi. Ma proprio questo mostra l’andamento reale dell’economia britannica: che a partire precisamente dalla vittoria del governo cons-lib è entrata nuovamente in stagnazione.

●Come in Italia faceva Berlusconi, qui il cancelliere dello scacchiere George Osborne imputa il rallentamento alle turbolenze finanziarie e economiche in corso nell’eurozona. Ma non è vero che per tutta l’Europa, e neanche per tutta l’eurozona, vada “ugualmente” male in tutti i campi dell’economia reale: infatti, in Germania e in Francia il livello di produzione raggiunto prima della recessione è stato quasi completamente recuperato. E la verità è che sono proprio grandi paesi come Italia e Inghilterra a frenare oggi di brutto l’Europa, sul piano dell’economia reale, e non viceversa.

La contrazione in progress specie del PIL britannico è una creazione endogena, di come è stata o non è stata gestita la politica economica inglese. Qui, quel po’ di ripresa che c’era stata negli ultimissimi mesi del Labour era dovuta specificamente alla spesa pubblica. Il governo Brown aveva lasciato funzionare il sistema che, in termini tecnici, si chiama degli stabilizzatori automatici: con la stagnazione erano aumentati o diminuiti automaticamente i meccanismi sia economici che di welfare esistenti (i sussidi alla disoccupazione, certo solo parzialmente compensatori epperò tali, sostenendo almeno in parte i redditi delle famiglie colpiti dalla recessione; ma anche i tassi di interesse, che la BoE era tenuta a far automaticamente calare e la progressività relativa delle imposte).

Il governo laburista aveva anche contemporaneamente aumentato gli investimenti pubblici, specie ma non solo nell’area della costruzione di nuove scuole pubbliche: per 55 miliardi di sterline che il nuovo governo conservatore ha tagliato dichiarando che preferisce invece incentivare – di quanto e quando, però, nessuno lo sa – la costruzione di scuole private. Ma con effetti immediatamente e per gli stupidi imprevedibilmente depressivi su tutta l’attività edilizia, tra l’altro, largamente privata.

Questo effetto, insieme alla diminuzione drastica dei sussidi ai redditi, è all’origine del calo di tutta l’attività economica in questo paese e, proprio come è capitato da noi, questo è il differenziale di fondo delle nostre due economie rispetto a quella tedesca. Checché ne dicano Cameron e Berlusconi, i problemi per l’economia reale non sono a Francoforte, a Bruxelles e neanche ad Atene. Ma sono tutti a Downing Street e a Palazzo Chigi. O forse no. Forse a Palazzo Grazioli… o, speriamo, lo erano.

Il riflesso, quasi condizionato, che in questo paese vede conservatori in specie e euroscettici in generale imputare tutti i guai dell’economia “all’Europa” viene bacchettato severamente da osservatori seri e preparati che avvisano il governo di non farsi poi troppe illusioni.

Dice ora, parlando all’Institute of Economic Affairs, uno think tank liberista, l’ex vice ministro liberal-democratico al Tesoro David Laws[230], mostrando lucidamente agli euroscettici pregiudiziali i rischi che le loro posizioni comportano, che “al momento il nostro maggiore problema è che – se in un momento di grande crisi economica come questo – il governo se ne va semplicemente alle riunioni UE sventolando una lista di domande nostre, tutte e solo britanniche [le famigerate rebates — le restituzioni di competenze e poteri a Londra da parte di Bruxelles] e senza probabilmente alcun’altra voce a sostegno, il rischio è che o ci facciano semplicemente le corna, o magari ci regalino pure una concessione insignificante ma facendocela pagare col relegarci all’angolo: là dove non conteremmo più niente in nessuna decisione vera”.          

GIAPPONE

●Il PIL del Giappone cresce nel terzo trimestre dell’1,5% rispetto al precedente, comunica il gabinetto nipponico con le esportazioni nette che pesano sulla crescita per oltre un terzo[231].

In termini annualizzati il tasso salta così a un 6% di crescita e segnala ora una ripresa significativa dopo lo tsunami di marzo. Sono l’economia globale che si avvita nella spirale al ribasso e uno yen che resta testardamente forte (è una moneta nazionale che il Giappone però ha il potere di svalutare quando e come e se vuole sempre…) a offuscare le previsioni per questa che resta la terza economia del mondo. Ed è anche la prima espansione del PIL da quattro trimestri a questa parte qui, del tutto anomala e cioè fuori sintonia con quella delle altre economie “occidentali”…

E’ stata particolarmente rapida la velocità con cui l’industria è riuscita a rimettersi in funzione e a rimettere in funzione catene di rifornimento per le quali si prevedevano invece ancora mesi e mesi di attesa. Ma restano tutti quei timori sul resto del mondo e sulla forza un po’ assurda della moneta nipponica e resta il timore di fondo sul futuro energetico del paese (con? senza? o con quale nucleare?), con quel debito pubblico monstre di cui qui si dice subito, adesso, a seguire[232].

●Avevamo accennato, ma bisogna ora qui svilupparlo, l’accenno fatto a commento finale del vertice del G-20 di Cannes: quello strano fenomeno di cecità che sembra cogliere tutti gli osservatori quando, a Cannes ancora una volta, ma poi un po’ sempre nel mondo il Giappone riesce a far passare dietro lo schermo dei guai americani e del debito sovrano europeo il buco nero profondo del suo debito pubblico .

Che, a 9.438.096 miliardi di ¥ pari a $12.257 miliardi è più grosso di quello globale dell’eurozona e secondo solo a quello degli Stati Uniti[233]. Ed è stato già da mesi ormai downgraded da Moody’s a livello di Aa2, anche se, come è successo in occasione della svalutazione del debito pubblico americano dal suo AAA, ai mercati la svalutazione di questi titoli (americano e nipponico) non sembra aver fatto nessun effetto[234]. A dimostrazione che queste valutazioni non hanno dietro di loro proprio nulla che sia scientifico: “di mercato”…

●Mentre nella prefettura di Saga, Giappone occidentale, a Genkai, hanno deciso di riaprire il primo dei reattori nucleari che erano stati fermati, a Fukushima dove a marzo c’era stato il disastro atomico provocato dallo tsunami, i lavoratori della manutenzione hanno iniettato d’urgenza getti di acido borico sotto pressione per cercare di tamponare perdite radioattive improvvisamente sfuggite dall’impianto no. 2 del complesso di cinque reattori.

La Tokyo Electric Power Company (TEPCO), la compagnia di gestione delle centrali di Daichii e Daini a Fukushima, che ammette per la prima volta come “probabilmente” all’interno dei reattori si stiano ancora “occasionalmente” verificando improvvise eruzioni di “fissione nucleare[235]”.

Anche se subito dopo si mette a “berlusconare”, a smentire senza proprio smentire, affermando di essere stata capita male che, in realtà, non intendeva dire la parola maledetta, fissione, che le è soltanto scappata dalla penna, che rovesciare dentro il nucleo dormiente tonnellate di acido borico e acqua, è stata solo una “precauzione”. E che, naturalmente, è necessario avere fiducia[236]

●Apertura del Giappone alla Cina, adesso, sul contenzioso relativo al controllo del mar Cinese orientale: dopo aver tenuto per mesi la posizione dura – se ne discute insieme a tutti gli Stati che ne rivendicano qualche signoraggio (Taiwan, Corea, Filippine…) e non in sessioni bilaterali: la posizione americana, cioè, che così come amicus curiae – al di sopra delle parti… – rivendica, pur non entrandoci niente, una qualche propria presenza, adesso Tokyo comunica[237] di accettare la proposta cinese.

I colloqui riprenderanno su basi bilaterali, sotto gli auspici, invece assolutamente appropriati in diritto internazionale, della Convenzione ONU sul diritto marittimo. Le parti stabiliranno un Comitato misto che darà, intanto e subito, vita a un meccanismo di gestione di crisi che aiuti ad appianare eventuali incidenti nel mar Cinese orientale.

 


 

[1] New York Times, 22.11.2011, S. Castle e L. Aldermaz, Rome Gets New Respect at European Union Un rispetto tutto nuovo per Roma all’Unione europea.

* N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONO DATI  VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

 [2] New York Times, 4.10.2011, L. Alderman, Italy Agrees to Allow IMF to Monitor Its Progress on Debt L’Italia si dice d’accordo nel consentire al FMI di monitorare il suo progresso sul debito.

[3] Costituzione della Repubblica italiana, 27.12.1947, n. 297, art. 11 (edizione straordinaria), testo integrale per es., in http://web.tiscalinet.it/claufi/costituzione.htm/.

[4] Quello che citiamo tra virgolette è il testo della notizia della Agence France Presse (altre riportano, ovviamente lo stesso contenuto) su questo goffo tentativo di smentita, subito peraltro smentito, come lo ha riportato il quotidiano Hürriyet Daily News (Istanbul), 4.11.2011, Italy’s finances fall under IMF surveillance, EU officials say Le finanze dell’Italia ricadono ormai sotto la sorveglianza del FMI, dicono funzionari dell’UE (cfr. http://www.hurriyetdailynews.com/nphp ?n=italy 8217s-finan ces-fall-under-imf-surveillance-eu-officials-say-2011-11-04/).

[5] Guardian, 4.11.2011, M. Hyde, A crisis summit? For Silvio Berlusconi, it's a big wonga-wonga party— Un vertice di crisi? ma, no, per Silvio Berlusconi, è come un grande party wonga-wonga.

[6] Rispettivamente su YouTube, cfr. http://www.youtube.com/watch?v=6D3Hl_IxesA&feature=player_embedded/ e su Yahoo, cfr. http://news.yaho o.com/photos/italian-prime-minister-silvio-berlusconi-argentinas-president-cristina-pho to-160857738.html/).

[7] Financial Times, 4.11.2011, edit. In God’s name, and Italys and Europe, go! (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/9c11 8294-06fc-11e1-90de-00144feabdc0.html# axzz1cq9mO1Cd/).

[8] Il Sole-24 ore, 10.11.2011,R. Napolitano, FATE PRESTO! (cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-09/ fate-presto-225103.shtml?uuid=AapjvGKE/).

[9] New York Times, 9.11.2011, P. Krugman, This is the way the euro ends—.

[10] New York Times, 8.11.2011, J. Quiggin [professore di Economia all’università Johns Hopkins], Euro Crisis’ Enabler: the Central Bank Chi può smuovere l’eurocrisi: la Banca centrale.

[11] Vedi più avanti, qui, in Nota101.

[12] Citazione dall’editoriale del FT di cui a Nota7, qui… Raccontano le cronache che, chiudendo manu militari è vero ma con un atto sicuramente rivoluzionario, e licenziando il parlamento britannico, il lord protettore Oliver Cromwell si rivolse così, il 20.4.1653, ai deputati – tutti nobili – che vi erano stati eletti e si mostravano riluttanti ad agire contro il potere sovrano assoluto del re, Carlo I (cfr. http://www.lib. cam.ac.uk/exhibitions/Cromwell/quote/quote1.htm/).

[13] New York Times, 6.11.2011, G. Bowley, For markets in Europe, the focus of fear moves to Italy—.

[14] Parlamento europeo, seduta straordinaria del 9.11.2011 con Roberto Benigni, cfr. http://www.youtube.com/watch?v= O7D9w4C6b88/: si tratta di 25 minuti di monologo personalissimo e insieme universale, del tutto normale e insieme profondissimo che vi raccomandiamo, se non avete avuto occasione di vederli, di goderveli tutti… più che la primissima parte su Berlusconi, per Benigni inevitabilmente scontata, diciamo dal 5° minuto in poi, la parte su Italia, Europa e mondo.   

[15] Parlamento europeo, sessione plenaria dell’1.7.2003, presentazione del programma della presidenza semestrale italiana dell’Unione, cfr. http://www.youtube.com/watch?v=ZV1Y3vVC3ZU/.

[16] New York Times, 14.11.2011, Austerity Then and Now L’austerità, allora ed ora.

[17] Cfr. qui sopra Nota13.

[18] Lettera di O. Rehn a G. Tremonti, “Serve un’altra manovra…” diverse pagine e 39 dettagliatissimi, secchi e anche brutali punti/richieste di chiarimento, in la Repubblica, 8.11.2011, testo integrale italiano (cfr. http://download.repubbli ca.it/pdf/2011/questionario_ue_al_governo.pdf?ref=HRER2-1/) e, originale inglese, (cfr. http://download.repubblica.it/ pdf/2011/economia/CAB10_1104184608_001.pdf?ref=HRER2-1/).

[19] New York Times, 9.11.2011, R. Donadio e E. Povoledo, Crisis in Italy Deepens, as Bond Yields Hit Record Highs La crisi si approfondisce in Italia, col massimo dei rendimenti raggiunto dai buoni del Tesoro.

[20] YA20 Portal, 18.11.2011, Mario Monti will meet Merkel and French Sarkozy Nov. 22 Mario Monti si incontra con Merkel e Sarkozy (cfr. http://ya20.com/2011/11/18/mario-monti-sarkozy-and-merkel-will-meet-next-week-2/).

[21] New York Times, 4.11.2011, Agenzia Reuters, Regulators Name 29 Banks Critical to Global Stability I regolatori nominano le 29 banche considerate critiche per la stabilità globale.

[22] Comunicato finale del G-20 di Cannes, 3-4.11.2011, testo integrale [in inglese, si capisce: gli efficienti servizi dell’efficientissimo governo italiano ci metteranno, vedrete, settimane a tradurlo e metterlo in rete…] (cfr. http://www.g20-g8.c om/g8-g20/g20/english/for-the-press/news-releases/g20-leaders-summit-final-communique.1554.html/).

[23] E’ l’appello che, predicando come spesso gli avviene assai bene, all’immediata vigilia del G-20 aveva lanciato sul New York Times, l’ex primo ministro e cancelliere dello schacchiere britannico Gordon Brown, il 2.11.2011, in un editoriale firmato che portava il titolo evocativo del grande poeta compatriota suo del ‘600, John Donne, di Nessun continente è un’isola, ormai — No Continent Is an Island…Brown, forse uno dei più lucidi e più sensati elucubratori in materia economica, capace di riflettere sensatamente come pochi  quei livelli… ma pessimo praticante delle ricette che elaborava quando, da premier per tre anni e ministro delle Finanze prima per dieci nel governo del New Labour neo-liberista di Blair, razzolava invece assai male.

[24] History and current events, Archive, 26.2.1935, H. Dexter White [altissimo funzionario del Tesoro, poi identificato dall’FBI di Hoover, per conto del sen. McCarthy, come fonte interna all’Amministrazione di informazioni per i servizi segreti sovietici], The Roosevelt Treasury Liveblogs (cfr. http://edgeofthewest.wordpress.com/category/history-and-current-events/).  

[25] New York Times, 12.11.2011, Delusions of Boldness Illusioni dell’audacia.

[26] New York Times, 27.11.2011, B. Keller, The Politics of Economics in the Age of Shouting La politica dell’economia nell’era dello strillo.

[27] The Economist, 26.11.2011.

[28] NightWatch, 16.11.2011, #20111116, Field-Marshal Tantawi running for Presidency? Il feld-maresciallo Tantawi è in corsa per la presidenza? (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000229.aspx/).

[29] Al Arabiya News, 18.11.2011, Egyptians back in Tahrir for anti-military protests, 10 months after Mubarak’s ouster Gli egiziani tornano in massa sulla piazza della Liberazione protestando contro i militari, 10 mesi dopo la cacciata di Mubarak (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/11/18/177807.html/).

[30] MENAFN.com, 16.11.2011, Government responds to political powers, amends Selmi document Il governo risponde alle pressioni politiche e emenda il documento Selmi (cfr. http://www.menafn.com/qn_news_story.asp?storyid=%7Bc5e0c b4f-d1b4-42ab-a87e-020219f52679%7D/).

[31] La Stampa, 23.11.2011, P. Caridi, Blogger, islamici e liberali uniti dalla lotta per i diritti (cfr. http://www3.lastampa. it/esteri/sezioni/articolo/lstp/431238/).

[32] New York Times, 24.11.2011, A. Shadid, D. Kirkpatrick e A. Cowell, After apology, Egypt’s military rejects quick end to its rule Dopo le scuse, i militari egiziani respingono l’idea di rinunciare presto al potere.

[33] Reuters, 25.11.2011, New prime minister exposes divisions in Egypt Il nuovo primo ministro evidenzia tutte le divisioni dell’Egitto (cfr. http://uk.news.yahoo.com/newsmaker-prime-minister-exposes-divisions-egypt-204642349.html/).

[34] 1) Wikipedia, Kamal Ganzouri, agg. 24.11.2011 (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Kamal_Ganzouri#cite_note-2/); 2)

BBC, 24.11.2011, Egypt military 'appoints Kamal Ganzouri as new PM'— I militari egiziani ‘designano Kamal Ganzouri come primo ministro’ (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-15883031/).

[35] White House, 25.11.2011, Dichiarazione dell’addetto stampa presidenziale Jay Carney (cfr. http://www.whitehouse. gov/the-press-office/2011/11/25/statement-press-secretary-recent-developments-egypt/).

[36] Guardian, 25.11.2011, M. Chulov, Pro-regime rally denounces Egypt's 'enemies' Una manifestazione pro-regime denuncia i nemici dell’Egitto.

[37] New York Times, 29.11.2011, D. D. Kirkpatrick, After Second Day of Voting in Egypt, Islamists Offer Challenge to Generals Dopo il secondo giorno di votazioni in Egitto, gli islamisti sfidano [già]  i generali.

[38] Al Arabiya News, 18.11.2011, Reuters, Tunisia coalition reaches deal on sharing top 3 government posts— La coalizione tunisina raggiunge l’accordo per la spartizione dei tre principali posti di governo (cfr. http://english.alarabiya.net/arti cles/2011/11/18/177937.html?PHPSESSID=fb6q5efqu1db3pndona61fln16/).

[39] Middle East Online (Londra), 24.11.2011, H. Mamarbachi, Voters’ cynicism challenges Morocco legislative elections Il cinismo dei votanti mette a rischio la credibilità delle elezioni legislative in Marocco (cfr. http://middle-east-online. com/English/?id= 49190/).

[40] New York Times, 28.11.2011, S. Meckennet e M. de la Baume, Moderate Islamist Party to Lead Coalition Government in Morocco Il partito islamico moderato guiderà in Marocco il governo di coalizione.

[41] V. Nota66.

[42] Huffington Post, 31.10.2011, K. Laub e S. Lekic, Abdel-Rahim Al-Keeb Named Libya's New Prime Minister Abdel-Rahim Al-Keeb nomina il nuovo primo ministro di Libia (cfr. http://www.huffingtonpost.com/2011/10/31/ab del-rahim-al-keeb-prime-minister_n_1067925.html/).

[43] New York Times, 1.11.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), Libya's New PM Balances Demands of Ex-Rebels, West Il nuovo primo ministro libico rappresenta le richieste di equilibrio tra ribelli e Occidente [no! molto più precisamente gli equilibri favorevoli agli interessi degli Stati Uniti, molto più che di Francia, Gran Bretagna o Italia…].

[44] Stars & Stripes, 18.11.2011, R. al-Shaheiby, Libya militias seek role in forming new government Le milizie libiche rivendicano un ruolo nella formazione del nuovo governo (cfr. http://ap.stripes.com/dynamic/stories/M/ML_LIBYA?SITE=D CSAS&SECTION=HOME&TEMPLATE=DEFAULT&CTIME=2011-11-18-09-33-34/).

[45] New York Times, 19.11.2011, C. Krauss e D. D. Kirkpatrick, Libyan Fighters Catch Qaddafi’s Last Fugitive Son— Miliziani libici catturano l’ultimo figlio fuggitivo di Gheddafi.

[46] Agenzia Stratfor, 20.11.2011, Seif al-Islam in Zentan Seif al-Islam [resta prigioniero] a Zentan (cfr. http://www.strat for.com/sitrep/20111120-libya-seif-al-islam-zentan/). 

[47] Al Jazeera, 22.11.2011, A. McNaught, Libya's NTC announces new cabinet Il Consiglio transitorio nazionale della Libia annuncia un nuovo governo (cfr. http://www.aljazeera.com/news/africa/2011/11/20111122182321109582.html/).

[48] The Jerusalem Post, 1.11.2011, Agenzia Reuters,Syria reaches agreement with Arab League on unrest’ ‘La Siria raggiunge l’accordo per superare le agitazioni’ (cfr.  http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?ID=244009&R=R/).

[49] New York Times, 1.11.2011, N. Bakri, Syria Says It’s Accepted Plan to End Crackdown La Siria afferma di aver accettato il piano che mette fine alla repressione [che detta così, però, è un’ipersemplificazione di parte: quello che Damasco sembra accettare è di arrivare a negoziare, insieme, fine della rivolta e fine della repressione… Questa è la realtà, non la favoletta che il titolo falsamente ingenuo ma in realtà menzognero del NYT racconta e cerca di accreditare].

[50] Syrian Arab National Agency, 3.11.2011, Agreement between Syria and the AL Ministerial Committee Officially Announced Accordo tra la Siria e la Commissione ministeriale della Lega araba ufficialmente annunciate (cfr. http://www.sa na.sy/eng/337/2011/11/03/379589.htm/).

[51] Yahoo!News, 9.11.2011, (A.P.), Z. Karam, Syrian opposition group pelted with eggs in Cairo Gruppo di oppositori siriani preso a lanci di uova marce al Cairo [la prima delle due fazioni… da parte di membri della seconda] (cfr. http://news. yahoo.com/syrian-opposition-group-pelted-eggs-cairo-111318612.html/).

[52] Stratfor, 8.11.2011, Syria: Arab League Initiative Is A Failure - France— La Francia dice che sulla Siria l’iniziativa della Lega araba è fallimentare (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111108-syria-arab-league-initiative-failure-%E2% 80%93-france/).

[53] Guardian, 12.11.2011, D. Batty e J. Shenker, Syria suspended from Arab League La Siria sospesa dalla Lega araba.

[54] MoneyControl.com, 14.11.2011, Syria protests Arab vote; embassies attacked; League meeting called La Siria protesta contro il voto arabo; attacchi alle ambasciate; richiesta di incontro della Lega (cfr. http://www.moneycontrol.com/news/ world-news/syrians-protest-arab-vote-embassies-attacked_617066.html/).

[55] Guardian, 20.11.2011, Z. Karam, Syrian FM says Arab League being used as tool Il ministro degli Esteri siriano afferma che la Lega araba viene usata come uno strumento [di altri].

[56] Global Research & Deutsche Presse-Agentur, 14.11.2011, Russia: West arming rebels, Syria not to be isolated La Russia accusa l’occidente di armare i ribelli e dice che la Siria non va isolata (cfr. http://www.globalresearch.ca/index.php?con text =viewArticle&code=20111114&articleId=27664/).

[57] TIME Magazine, 19.7.2004, V. Walt, Marked Women Donne marcate (cfr.  http://www.time.com/time/magazine/arti cle/0,9171,1101040726-665048,00.html/).

[58] Reuters, 14.11.2011, J. Pawlak e D. Brunnstrom, EU extends Syria sanctions L’UE estende [dice di voler estendere, più correttamente] le sanzioni contro la Siria (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/11/14/us-eu-syria-sanctions-idUST RE7AD0IW20111114/).

[59] New York Times, 16.11.2011, debate, Why Turkey Turned Away From Syria Perché la Turchia ha mollato la Siria.

[60] New York Times, 22.1.2011, S. Arsu, Turkish Premier Urges Assad to Quit in Syria Il primo ministro turco preme su Assad perché lasci la Siria..

[61] E’ l’analisi svolta su Zaman (Ankra), da Gö. Bacik, 13.11.2011, in un sagace pezzo intitolato Islamic politics and ‘secular’ problems in the Arab world La politica islamica e i problemi del secolarismo nel mondo arabo (cfr. http://www.to dayszaman.com/columnistDetail_getNewsById.action?newsId=262543/).

[62] Stratfor, 18.11.2011, Syrian Intelligence Facility Attack Examined Analisi dell’attacco a un’installazione militare di intelligence (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20111118-syrian-intelligence-facility-attack-examined/)

[63] Stratfor, 5.5.2011, Making sense of the Syrian crisis Per capire la crisi siriana (cfr. http://www.stratfor.com/weekly/ 20110504-making-sense-syrian-crisis/).

[64] E’ il ragionamento, assai controcorrente, ma con un fondo forte, ci sembra, di verità e anche di realismo abbozzato sul Guardian, 17.11.2011, da J. Steele, Syria needs mediation, not a push into all-out civil war La Siria ha bisogno di mediazione, non di una spinta verso una guerra civile totale [ce l’ha con la scelta, che considera sciagurata, della sospensione della Siria dalla Lega araba che certo non serve al primo scopo ma forse proprio al secondo…].

[65] Agenzia NOW Lebanon, 18.11.2011, Israeli official reportedly says Assad’s fall “catastrophic” Un alto esponente israeliano dice – si dice – che la caduta di Assad sarebbe “catastrofica” (cfr. http://www.nowlebanon.com/NewsArticleDetails. aspx?ID=332805&MID=0&PID=0/).  

[66] Haaretz (Tel Aviv), 24.11.2011, B. David, Netanyahu: Arab Spring pushing Mideast backward, not forward Netanyahu: la primavera araba sta spingendo il medi oriente all’indietro, non in avanti (cfr. http://www.haaretz.com/news/neta nyahu-arab-spring-pushing-mideast-backward-not-forward-1.397353/). 

[67] ABC News, 27.11.2011, E. A. Kennedy, Arab League Approves Syria SanctionsLa Lega araba approva le sanzioni contro la Siria (cfr.  http://abcnews.go.com/International/wireStory/arab-league-vote-syria-sanctions-draft-15034617/).

[68] Stratfor, 17.11.2011, Kuwait: No Leniency For Protesters-Emir Kuwait: nessun perdono per chi protesta, dice l’emiro (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111117-kuwait-no-leniency-protesters-emir/).

[69] Arab Times (Kuwait City), 22.11.2011, A. A. Ibrahim e I. Seidu, Black Day Blamed on Government La giornata nera imputata al governo (cfr. http://www.arabtimesonline.com/Portals/0/PDF_Files/pdf11/nov/22/01.pdf/).

[70] CNN, 28.11.2011, Kuwait Government resigns Dimissioni del governo del Kuwait (cfr. http://edition.cnn.com/2011/11/ 28/ world/meast/kuwait-government/index.html/).

[71] Al Arabiya, 30.11.2011, Kuwaiti emir names outgoing defense minister as new premier L’emiro del Kuwait nomina il ministro della Difesa a nuovo primo ministro (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/11/30/180112.html/).

[72] Gulf Daily News (la Voce del Bahrain), The King: Report findings a catalyst for positive change Il dìscorso [integrale] del re: quel che dice il Rapporto costituisce un catalizzatore per un cambiamento positivo (cfr. http://www.gulf-daily-news.com/NewsDetails.aspx?storyid=318282/).

[73] Al Arabiya, 21.11.2011, Yemen’s Saleh agrees to sign plan to transfer power, opposition says— Nello Yemen, Saleh si accorda per firmare il piano di trasferimento del potere, annuncia l’opposizione (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/1 1/21/178454.html/).

[74] AhramOnLine, 22.11.2011, UN envoy says Yemen power transfer deal in place, but… L’inviato dell’ONU sostiene che l’accordo sul trasferimento dei poteri è fatto, ma…(cfr. http://english.ahram.org.eg/NewsContent/2/8/27313/Wor ld/Region/UN-envoy-says-Yemen-power-transfer-deal-in-place.aspx/).

[75] Al Arabiya, 23.11.2011, President Saleh signs Gulf-brokered power deal ending 33 years in office Il presidente Saleh firma l’accordo sul governo mediato dai paesi del Golfo che mette fine ai 33 anni del suo potere (cfr. http://www. alarabiya.net/articles/2011/11/23/178702.html/).

[76] The National (Dubai), 24.11.2011, M. Al-Qhadi, Saleh resigns to protests in Sanaa Saleh  si dimette tra le proteste a San׳ā’ (cfr. http://www.thenational.ae/news/worldwide/middle-east/saleh-resigns-to-protests-in-sanaa/).

[77] New York Times, 24.11.2011, K. Fahim e L. Kasinof, 5 Protesters Killed in Fresh Clashes in Yemen In Yemen, altri 5 manifestanti uccisi in nuovi scontri.

[78] New York Daily News, 26.11.2011, (A.P.), Yemen sets election for February 21, following recent ouster of president Saleh Dopo la recente estromissione del presidente Saleh, lo Yemen fissa le elezioni per il 21 febbraio (cfr. http://www.nydai ly news.com/news/yemen-sets-election-february-21-ouster-president-saleh-article-1.982928/).

[79] Al Arbiya, 27.11.2011, Yemen’s VP asks opposition leader Basindwa to form government Il vice presidente dello Yemen chiede al leader dell’opposizione, Basindwa, di formare il governo (cfr. http://blogs.aljazeera.net/live blog/Yemen/).

[80] Al Arabiya, 27.11.2011, Yemen’s Saleh decrees ‘general amnesty’ Nello Yemen, Saleh proclama un’ ‘amnistia generale’ [ma non prorpio…] (cfr. http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2011/11/20111127155457701441.html/)

[81] ElKhebar (Algeri), 23.11.2011, Consortium pour une guerre aeriéenne á al-Qaeda en le Maghreb poussée par Paris (cfr. http://fr.elkhabar.com/consortium-pourguerre-aerieenne-a-al-Qaeda-en-Maghreb-poussée-par-paris/).

[82] The Economist, 26.11.2011.

[83] Reuters, 28.11.2011, A. Dziadosz e H. Holland, Sudan says halted South Sudan govt oil exports Il Sudan comunica di aver fermato l’export di greggio del governo del Sud Sudan (cfr. http://af.reuters.com/article/investingNews/idAFJOE7AR07 920111128/).

[84] New York Times, 30.11.2011, K. Bradsher, China Reverses Economic Policy La Cina rovescia la sua politica economica [bé, magari quella monetaria…].

[85] 1) New York Times, 15.11.2011, D. Barboza, I.M.F. Warns China on State Control of Banking— Il FMI ammonisce la Cina sul controllo statale delle banche; 2)  IMF Country Report, 11.2011, People’s Republic of China: Financial System Stability Assessment—  Repubblica popolare di Cina: Valutazione di Stabilità del Sistema Finanziario (cfr. http://www.imf.org/ external/pubs/ft/scr/2011/cr11321.pdf/).

[86] Business Day, 1.11.2011, China factory index drops as exports wilt In Cina, l’indice di produzione manifatturiera cade con il diminuire dell’export (cfr. http://www.businessday.com.au/business/world-business/china-factory-index-drops-as-exports-wilt-20111101-1mt6q.html/).

[87] China Daily, 9.11.2011, Agenzia Xinhua, China inflation eases to 5.5%, policy change caution urged In Cina, l’inflazione scende al 5,5%, ma si cambierà linea solo con cautela (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/usa/business/2011-11/09/content_14066 772.htm/).

[88] Stratfor, 3.11.2011, EU: Russia, China Each Offering 73 Billion Euros To Bailout UE: Russia e Cina offrono entrambe sui 73 miliardi di € per il salvataggio (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111103-eu-russia-china-each-offering-73-billion-euros-bailout-source/).

[89] Stratfor, 28.11.2011, Eurozone Fund Will Fall Short-EFSF Chief Il Fondo per il salvataggio dell’eurozona non raggiungerà quanto era prevista: dice il capo dell’EFSF (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111128-eurozone-fund-will-fall-short-efsf-chief/).

[90] New York Times, 10.11.2011, P. V. Kane, To Save Our Economy, Ditch Taiwan—.

[91] China Briefing, 15.11.2011, U.S. Pushes Trade Issues at APEC Summit, China Pushes Back— Gli USA al vertice APEC premono sulla Cina sulla questione degli scambi e i cinesi rispondono per le rime (cfr. http://www.china-briefing.com/news/20 11/11/15/u-s-pushes-trade-issues-at-apec-summit-china-pushes-back.html/).

[92] New York Times, 15.11.2011, B. Johnson e J. Calmes, As U.S. Looks to Asia, It Sees China Everywhere

[93] Anche in America, oltre che proprio in Australia, ci sono molti dubbi su questo strano allungamento di raggio di presenza militare nel momento in cui, tra l’altro, gli USA hanno enormi problemi di bilancio. V. New York Times, 21.11.2011, Dibattito, Does the U:S: need troops in Australia?­— Ma gli USA hanno davvero bisogno di truppe in Australia?.

[94] Boston Globe, 21.11.2011, China vows closer military ties with North Korea La Cina si impegna a legami militari più stretti con la Corea del Nord (cfr. http://articles.boston.com/2011-11-18/news/30415988_1_military-ties-nuclear-programs  -chinese-support/).

[95] China Daily, 16.11.2011, Xinhua, China's exports under pressure: ministry Dice ministero cinese che le sue esportazioni sono oggi sotto pressione (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/xinhua/2011-11-16/content_4382450.html/).  

[96] EUROSTAT, 15.11.2011, #167/2011, Euro area and EU27 GDP up by 0.2% - +1.4% in both zones compared with the third quarter of 2010 L’area dell’euro e tutta la UE a 27 vedono crescere il PIL dello 0,2%, nel terzo trimestre, a +1,4% in entrambe le zone sul terzo trimestre del 2010 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-15112011-BP/EN/2-15112011-BP-EN.PDF/).

[97] EUROSTAT, 14.11.2011, #165/2011, Industrial production down by 2.0% in euro area La produzione industriale scende del 2% nell’eurozona (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-14112011-AP/EN/4-14112011-AP-EN.PDF/).

[98] EUROSTAT, 7.11.2011, #162/2011, Volume of retail trade down by 0.7% in euro area - Down by 0.3% in EU27— Il volume delle vendite al dettaglio scende dello 0,7% nell’eurozona – E dello 0,3 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat. ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-07112011-AP/EN/4-07112011-AP-EN.PDF/).

[99] Il Cosmopolita, Note di politica estera e di relazioni internazionali (Fnp CGIL), 13.10.2011 (cfr. C:\Documents and Settin gs\user\Impostazioni locali\Temporary InternetFiles\OLK2\ ilcosmopolita.htm/).

[100] Viene ora comunicato, in modo ufficiale, che nella settimana del 13 novembre la BCE ha acquistato buoni del tesoro di paesi dell’eurozona per circa 8 miliardi di € e un totale di 194,7 miliardi di € degli stessi titoli dal maggio 2010 (cfr. http://www.ecb.europa.eu/press/pdf/fvc/fvcs11q3.pdf/).

[101] 1) ECB, 3.11.2011, Dichiarazione introduttiva del presidente M. Draghi (cfr. http://www.ecb.int/press/pressconf/ 2011/html/is111103.en.html/); 2) Wall Street Journal, 3.3.2011, T. Buell, ECB cuts key rate La BCE taglia il tasso di sconto chiave (cfr. http://online. wsj.com/article/SB10001424052970203804204577015614218981968.html/).

[102] White House, 31.10.2011, Dichiarazione del capo Ufficio Stampa J. Carney (cfr. http://www.whitehouse.gov/the-press -office/2011/10/31/statement-press-secretary-united-states-european-union-summit/).

[103] Financial Times, 31.10.2011, J. McDermott, Who lost Greece? Will call referendum on European aid deal Ma chi ha perso la Grecia? Convocherà un referendum sull’accordo per gli aiuti europei (cfr. http://ftalphaville.ft.com/blog/2011/10/3 1/ 717176/).

[104] E’ questa, tra l’altro, la misura che diversi eminenti economisti, premi Nobel anche o quasi come qui, raccomandano da mesi esplicitamente alla Grecia di fare propria: v. Financial Times, 28.6.2010, N. Roubini, Greece’s best option is an orderly default— La migliore opzione che ha la Grecia è un default ordinato (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/a3874 e80-82e8-11df-8b15-00144feabdc0.html#axzz1cTi71yVT/).   

[105] Da Wikipedia, Free Encyclopedia, Sovereign Debts (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Sovereign_default#cite_note-for gotten-debt-8/); v. anche Barry Eichengreen and Peter Lindert, The International Debt Crisis in Historical Perspective— La crisi internazionale del debito in prospettiva storica, univ. dell’Iowa, 1992.

[106] New York Times, 1.11.2011, N. Kitsantonis e R. Donadio, Government in Greece Nears Collapse Over Referendum In Grecia, il governo sull’orlo del crollo per il referendum.

[107] ANSAmed, 1.11.2011, Crisis: Greece, opposition leader insists on elections In Grecia, il capo dell’opposizione insiste sulle elezioni (cfr. http://ansamed.ansa.it/en/top/ME.XAM73270.html/).  

[108] New York Times, 3.11.2011, R. Donadio e N. Kitsantonis, Greek leader hints he may drop plan for referendum Il leader greco accenna di poter lasciar cadere il suo piano per il referendum.

[109] New York Times, 3.11.2011, R. Donadio e N. Kitsantonis, (seconda edizione dello stesso servizio) Greek Leader Calls Off Referendum on Bailout Plan—Il leader greco cancella il referendum sul piano di salvataggio [o, più esattamente, sulle condizioni imposte dal piano di salvataggio]

[110] Athens News, 6.11.2011, Coalition government deal reached, non Papandreou-led Govmt and elections soon—Raggiunto l’accordo sul nuovo governo di coalizione, non più guidato da Papandreou e subito elezioni (cfr. http://www.athens news.gr/portal/8/50081/).

[111] APA News, 9.11.2011, Greek main opposition leader rejects written commitment on bailout Il principale leader di opposizione rifiuta gli impegni scritti [preventivi] sul salvataggio (cfr. http://en.apa.az/news.php?id=159048/).

[112] New York Times, 1.11.2011, J. Werdigier, Britain, Watching Europe, Seeks to Preserve Influence La Gran Bretagna, guardando preoccupata all’Europa, cerca di conservare la sua influenza.

[113] Welt, 18.11.2011, Schäuble sagt das Ende des britischen Pfunds voraus—Schäuble profetizza la fine della sterlina britannica (cfr. http://www.welt.de/wirtschaft/article 13723368/Schaeuble-sagt-das-Ende-des-britischen-Pfunds-vor aus.html/).

[114] The Observer (Guardian), 29.10.2011, N. Clegg, Eurozone extremes spell disaster for British economy - but we need Europe Gli estremi dell’eurozona [quelli dell’Unione più forte e gli euroscettici, i negazionisti] rappresentano un disastro per l’economia britannica – ma dell’Europa noi abbiamo bisogno.

[115] New York Times, 9.11.2011, S. Castle, Support for euro risks splitting E.U. Il sostegno all’euro rischia di spaccare l’Unione europea.

[116] New York Times, 11.11.2011, S. Castle e L. Alderman, Europe to Propose Restrictive Rules on Rating Agencies L’Europa proporrà regole restrittive per le agenzie di rating.

[117] Wall Street Journal, 15.11.2011, L. Norman, Plans to Tighten Rules On Credit Firms Stalled Bloccato il piano che puntava a stringere le regole di funzionamento delle agenzie [di valutazione] del credito (cfr. http://online.wsj.com/article/SB1 0001424052970204190504577040022295230832.html/).

[118] USA TODAY, 28.9.2011, EU president backs tax on stock and bond trades Il presidente della UE sostiene la tassazione [speciale] su titoli e azioni.

[119] Stratfor, 9.11.2011, Germany, France: Officials Discuss EU Overhaul Esponenti di Germania e Francia discutono di una riforma forte dell’Unione europea (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111109-germany-france-officials-discuss-eu-overhaul/).

[120] Il Quotidiano italiano, 9.11.2011, Crisi: Affonda Piazza Affari, Crollano i Titoli Mediaset […“Su tutto, sgomenta il crollo di Mediaset a -12%”] (cfr. http://www.ilquotidianoitaliano.it/attualita/2011/11/news/crisi-economica-affonda-piazza-affari-crollano-i-titoli-mediaset-123108.html/). Dicono che sia stato proprio – e lui non ha certo smentito – il suo uomo alla Banca Mediolanum, il presidente Ennio Doris, quello che si fa da solo pubblicità disegnando cerchi sulla sabbia, a dirgli che “un’altra giornata così non te la puoi permettere, se vuoi ancora lasciare qualche milione ai tuoi figli…”: meglio che te ne vai!).

[121] Helsinki Times, 17.11.2011, Finland's Stubb says EU has too many cooks Il finlandese Stubb afferma che la UE ha troppi cuochi (cfr. http://www.helsinkitimes.fi/htimes/domestic-news/politics/17327-finlands-stubb-says-eu-has-too-many-cooks-.html/).

[122] 1) New York Times, 18.11.2011, J. Ewing, Bank Chief Rejects Calls to Rescue Euro Zone Il capo banchiere [della  BCE] respinge l’appello a farsi carico di salvare l’eurozona; 2) Testo integrale dell’introduzione del governatore della BCE Mario Draghi al 21° Congresso dei banchieri europei, Francoforte, 18.11.2011, Continuity, consistency, credibility Continuità, coerenza, credibilità [in effetti esiste poco al mondo di più continuo, coerente e credibile, in sé, di un cadavere…, no?] (cfr. http://www.ecb.int/press/key/date/2011/html/sp111118.en.html/).

[123] New York Times, 19.11.2011, P. Krugman, Incredible Europeans Questi incredibili europei.

[124] New York Times, 22.11.2011, J. Ewing, Europe Banks Seek More Cash From Central Bank Le banche europee cercano più liquidi in prestito dalla Banca centrale.

[125] Guardian, 29.11.2011, M. Weisbrot, Eurozone crisis: why the Fed should buy Italian bonds La crisi dell’eurozona: perché la Fed dovrebbe comprare i buoni del Tesoro italiani.

[126] Center for Economic and Policy Research, Washignton, D.C., 28.11.2011, Call for Fed to Intervene in European Bond Market— Appello per un intervento della Fed nel mercato europeo dei titoli di Stato (cfr. http://www.cepr.net/index.php/ press-releases/press-releases/cepr-co-directors-call-for-fed-to-intervene-in-european-bond-market/).

[127] 1) New York Times, 30.11.2011, (A.P.) Europe offers major debt decision for 10 more days L’Europa rimanda la decisione cruciale sul debito per altri 10 giorni; 2) New York Times, 30.11.2011, Central Banks Take Joint Action to Ease Debt Crisis Le banche centrali decidono un’azione [bé… si fa per dire!] comune per facilitare le crisi del debito.

[128] Nota congiunturale no. 11-2011, in Note116 e 117.

[129] New York Times, 5.11.2011, Roubini On Internal Devaluation Roubini sulla ‘svalutazione interna’. Volendo si può anche trovare l’originale in http://www.roubini.com … ma per aprirla bisogna pagare.

[130] V. anche solo il riferimento qui sopra, in Nota104, a Nouriel Roubini.

[131] New York Times, 28.10.2011, L. Alderman e D. Barboza, China Is Asked for Investment in Euro Rescue— Si chiedono investimenti alla Cina per il salvataggio dell’euro.

[132] La fa, sull’Observer, 13.12.2011, W. Hutton, un servizio intitolto There is only one alternative to the euro's survival: catastrophe C’è solo un’alternativa alla sopravvivenza dell’euro: la catastrofe (cfr. http://www.guardian.co.uk/comment is free/2011/nov/13/will-hutton-euro-crisis-germany/).

[133] Agenzia Bloomberg, Business Week, 13.11.2011, I. Archypov, Russian President Medvedev Warns Against Cut in Euro Area’s Size Il presidente russo Medvedev mette in guardia dal restringere l’area dei paesi dell’euro (cfr. http://www. businessweek.com/news/2011-11-15/russian-president-medvedev-warns-against-cut-in-euro-area-s-size.html/).

[134] Reuters, 7.11.2011, Poland seeks arbitration over Russian gas prices La Polonia si rivolge all’arbitrato per il prezzo del gas russo (cfr. http://af.reuters.com/article/energyOilNews/idAFL6E7M71I420111107/).

[135] EurActiv, 8.11.2011, Russian, EU leaders inaugurate Nord Stream pipeline— I leaders russo e diversi tra quelli europei inaugurano il gasdotto Nord Stream (cfr. http://www.euractiv.com/energy/russian-eu-leaders-inaugurate-nord-stream-pipeline-news-508813/).

[136] Telegraf.by, 8.11.2011, Gazprom: Nord Stream won’t Shrink Transit via Belarus Gazprom: il Nord Stream non ridurrà il transito [del gas in Europa] attraverso la Bielorussia (cfr. http://telegraf.by/en/2011/11/gazprom-nord-stream-ne-sokratit-tr anzit-cherez-belarus/).

[137] Business Week, 21.11.2011, Bloomberg, A. Shiryaevskaya, Gazprom to Sign Gas Accord With Belarus, Interfax Says Afferma Interfax che Gazprom sta per firmare l’accordo sul gas con la Bielorussia (cfr. http://www.businessweek.com/ news/2011-11-21/gazprom-to-sign-gas-accord-with-belarus-nov-25-interfax-says.html/).

[138] Stratfor, 14.11.2011, Russia - Possible Partnership With Germany In Energy Sector-Energy Ministry Il ministro dell’Energia della Russia propone una partnership con la Germania nel settore energetico (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/ 20111114-russia-possible-partnership-germany-energy-sector-energy-ministry/).

[139] Monsters&Critics, 16.11.2011, Reports: Russia and Ukraine agree on big gas price cut Russia e Ucraina concordano su un forte taglio al costo del gas naturale (cfr. http://www.monstersandcritics.com/news/business/news/article_1675571. php/Reports-Russia-and-Ukraine-agree-on-big-gas-price-cut/).

[140] Stratfor, Analysis, 15.11.2011, E. Chausovsky, EU-Russian Energy Politics Unione europea-Russia: politiche energetiche (cfr. http://www.stratfor.com/print/204705/). 

[141] RIA Novosti, 21.11.2011, Hungary asks European Union for financial aid L’Ungheria chiede all’Unione europea aiuti finanziari (cfr. http://en.rian.ru/business/20111121/168900722.html/).

[142] Moody’s Investor’s Service, 24.11.2011, Moody's downgrades Hungary to Ba1, negative outlook Moody’s svaluta il rating sull’Ungheria a Ba1, e con previsioni negative (cfr. http://www.moodys.com/research/Moodys-downgrades-Hungary-to-Ba1-negative-outlook--PR_231319/).

[143] Bloomberg, 18.11.2011, Z. Simon, Hungary Wants IMF Safety Net Without Conditions, Prime Minister Orban Says L’Ungheria buole la rete di sicurezza del FMI ma senza condizioni, dice il primo ministro Orban (cfr. http://www. bloomberg.com/news/2011-11-17/hungary-boosts-forint-with-imf-cooperation-plan-that-didn-t-reach-lender.html/).

[144] EuroNews, 26.11.2011, Belgium budget clears way for new government Il [raggiungimento dell’accordo] sul bilancio apre la strada al nuovo governo belga (cfr. http://www.euronews.net/2011/11/26/belgium-budget-clears-way-for-new-gov ernment/).

[145] Stratfor, 14.11.2011, Latvia: Build Baltic Pipeline Before LNG Terminal – PM— La Lettonia chiede di costruire un gasdotto baltico prima del terminal LNG (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111114-latvia-build-baltic-pipeline-lng-terminal-pm/).

[146] Stratfor, 28.11.2011, Estonia: President To Host Regional Leaders Il presidente estone ospiterà i leaders della regione [baltica] (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111128-estonia-president-host-regional-leaders/).

[147] NDTV Profit, 3.11.2011, Russia clinches final deal to join WCO La Russia conclude l’accordo finale per entrare nell’OMC (cfr. http://profit.ndtv.com/news/show/russia-clinches-final-deal-to-join-wto-186156/).

[148] EurActiv,  4.11.2011, Georgia deal opens WTO doors for Russia L’accordo con  la Georgia apre alla Russia le porte 

dell’ OMC (cfr. http://www.euractiv.com/trade/georgia-deal-opens-wto-doors-russia-news-508752/).

[149] New York Times, 9.11.2011, E. Barry, Georgia and Russia Sign Trade Deal Georgia e Russia firmano l’accordo  per l’OMC.

[150] Guardian, 25.11.2011, M. Elder, Russian presidential election to be held on 4 March Le elezioni presidenziali saranno tenute il 4 marzo.

[151] The Economist, 19.11.2011.

[152] Guardian, 22.11.2011, D. Rushe, US growth lower than expected despite consumer spending boost La crescita degli USA più debole delle attese malgrado la spinta nella spesa per i consumi.

[153] Il Giorno del Ringraziamento, festa tradizionale e universalmente amata qui, cade ogni anno al quarto giovedì di novembre, è una vacanza ufficiale e si estende tradizionalmente fino a tutto il weekend successivo: è la festa del tacchino arrosto riempito di castagne con cui i Padri fondatori resero, appunto, il loro ringraziamento per il felice arrivo nel Nuovo Mondo.

[154] Wall Street Journal, 25.11.2011, Dow Jones, US Stocks Finish Holiday-Shortened Week With More Losses I titoli di borsa chiudono la settimana corta del Ringraziamento con altre perdite (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20111125-70 9061.html/).

[155] TheEconomist, 26.11.2011.

[156] Guardian, 22.11.2011, D. Blanchflower, Why the Supercommittee’s failure is a success Perché il fallimento del Supercomitato è un successo.

[157] New York Times, 3.11.2011, P. Krugman, Oligarchy, American Style L’oligarchia, stile americano [e non solo…].

[158] New York Times, 2.11.2011, B. Appelbaum, Fed Lowers Its Forecast for Growth, but Takes No Steps La Fed abbassa le previsioni di crescita, ma non prende nessuna misura [di rilancio]

[159] 1) New York Times, 4.11.2011, C. Rampell, Report Shows Gain in Jobs but Growth Still Sluggish Il rapporto [ufficiale di ottobre] mostra qualche guadagno sui posti di lavoro ma una ripresa che resta pigra; 2) Bureau of Labour Statistics, 4.11.2011, Employment Situation Summary, USDL-1-1576 (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/) e 3) EPI, 4.11.2011, H. Shierholz, At this rate of job growth, the unemployment rate will stay disastrously high A questo ritmo di crescita dei posti di lavoro il tasso di disoccupazione resterà disastrosamente alto (cfr. http://www.epi.org/publication / rate-job-growth-unemployment-rate-stay-disastrously//).

[160] New York Times, 24.11.2011, R. B. Reich, Looking Beyond Election Day— Guardando oltre il giorno delle elezioni.

[161] Cfr. qui Nota1303), EPI.

[162] Yahoo!News, 1.11.2011, Palestinians aim to join 16 other UN agencies I palestinesi mirano ad aderire ad altri 16 organismi specializzati delle Nazioni Unite (cfr. http://news.yahoo.com/palestinians-aim-join-16-other-un-agencies-101437 075.html/). 

[163] Ma si tratta, almeno di facciata, The Independent, 5.11.2011, Un ‘nuovo intoppo’  per le speranze palestinesi di affiliazione [piena] alle Nazioni Unite [in realtà, però, visto il veto USA, proprio niente di nuovo…]— ‘New setback’ for Palestine hopes on UN membership(cfr. http://theindependentbd.com/international/europe/78607-new-setback-for-palestine-hopes-on-un-membership.html/).

[164] The Jerusalem Post, 3.11.2011, T. Lazaroff, US, UN, EU condemn ‘accelerated’ W. Bank Jewish building USA, ONU e Europa condannano l’accelerazione delle costruzioni edilizie ebraiche in Cisgiordania (cfr. http://www.jpost.com/Diplo macy AndPolitics/Article.aspx?id=244201/).

[165] Oman Daily Observer, 25.11.2011, Deutsche Press-Agentur (DPA), Abbas, Hamas leader agree on 2012 elections Abbas e il leader di Hamas concordano su elezioni nel 2012 (cfr. http://main.omanobserver.om/files/pdf/2011/11/25/Oman Observer_25-11-11.pdf/).

[166] Jerusalem Post, 28.11.2011, K. Abu Toameh, Abbas: PA elections to be held in May Abbas: le elezioni palestinesi si terranno a maggio (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=247305&R=R3/).

[167] Jerusalem Post, 26.11.2011, K. A. Toameh, Fatah-Hamas reconciliation hits more bumps— La riconciliazione tra Fatah e Hamas si scontra ancora con ostacoli (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=247040/).

[168] The Jordan Times, 27.11.201, T. Luck, Majali: Mishaal to visit Jordan within a week— [Il ministro e portavoce del re, Rakan] Majali: Meshal in visita in Giordania entro una settimana (cfr. http://www.jordantimes.com/?news=43741/).

[169] New York Times, 22.11.2011, S. Farrell, New Winds in Mideast Favor Hamas I nuovi venti in Medioriente favoriscono Hamas.

[170] Uno per tutti – e ci dispiace dirlo perché, in genere invece, ne apprezziamo coraggio civile e onestà intellettuale – Chicco Mentana e il suo TG7. Il fatto è che, ogni volta che si parla di Iran, lui e i suoi citano ciecamente come se fossero verità rivelate, e non punti di vista maledettamente di parte, quel che sostiene Israele: la minaccia, indiscussa soprattutto perché non discutibile pena il sentirsi magari tacciati di antisemiti, che l’Iran costituisce per Israele – anche se oltre cento bombe atomiche è questo Stato e non quello ad averle – con gli stessi argomenti dei neo-cons americani e delle frange peggiori della destra israeliana… Tal quali. 

[171] Guardian, 3.11.2011, S. Jenkins, America's itch to brawl has a new target– but bombs can’t conquer Iran La voglia americana di menare le mani ha trovato un nuovo bersaglio– solo  che le bombe non possono proprio conquistare l’Iran.

[172] The Palestine Chronicle, 3.11.2011, U. Avnery, Israel will not attack Iran. Period Israele non attaccherà l’Iran. Punto e basta (cfr. http://www.palestinechronicle.com/view_article_details.php?id=17219/) e in Gush-Shalom, 4.11.2011, col titolo Hold me back!”— Trattenetemi! (cfr. http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1320356430/).

[173] E, in effetti, lo stesso sindacato generale di Israele, l’Histadrut, all’inizio del mese aggiunge la sua spinta a quella degli indignati (che qui si chiamano “protestari per la casa”, perché qui due mesi fa partì come una rivolta per il costo degli affitti) proclamando uno sciopero generale contro le condizioni del lavoro precario: una delle forti componenti della protesta contro l’ingiustizia sociale che dilaga— lì, come del resto da noi: Press Tv, 7.11.2011, Major Israel union begins general strike Il sindacato di Israele comincia uno sciopero generale (cfr. http://www.presstv.ir/detail/ 208816.html/).   

[174] New York Times, 8.11.2011, D. E. Sanger e W. J. Broad, U.N. Agency Says Iran Data Points to A-Bomb Work L’Agenzia [nucleare] dell’ONU afferma che i dati sull’Iran indicano che sta lavorando a una bomba A.

[175] 1) MehrNews (Teheran), 5.11.2011,Iran writes to UN: U.S. claim a threat to world peace L’Iran scrive all’ONU: le accuse americane sono una minaccia alla pace mondiale (cfr. http://www3.mehrnews.com/en/newsdetail.aspx?NewsID= 1452933/); 2) The Economist, 12.11.2011..

[176] 1) Guardian, 7.11.2011, J. Borger, Iran nuclear report: IAEA claims Tehran working on advanced warhead Il rapporto nucleare sull’Iran: l’AIEA indica che Teheran sta lavorando su una testata atomica avanzata; 2) vedi anche l’articolo, firmato dallo stesso A. Cohen e pubblicato il 5.2.2010 sul quotidiano israeliano Haaretz col titolo esplicito e chiaro che Iranian threat to destroy Israel doesn’t hold up Non regge la minaccia iraniana di distruggere Israele (cfr. http://www. haa retz.com /print-edition/opinion/iranian-threat-to-destroy-israel-doesn-t-hold-up-1.263715/).

[177] New Yorker, 18.11.2011, S. M. Hersh, Iran and the I.A.E.A. L’Iran e l’AIEA (cfr. http://www.newyorker.com/online/ blogs/comment/2011/11/iran-and-the-iaea.html/).

[178] Haaretz, 10.11.2011, (A.P.), U.S.: Strike of Iran's nuclear facilities may have unintended consequences USA: l’attacco alle installazioni nucleari iraniane potrà avere una conseguenza inattesa (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy -defense/u-s-strike-of-iran-s-nuclear-facilities-may-have-unintended-consequences-1.394875/). In realtà, Panetta è ancora più cauto: dice che un attacco militare al nucleare iraniano può essere solo considerato “come ultima istanza”: ma, naturalmente, è proprio quello che sostiene Netanyahu… Panetta aggiunge che, in ogni caso, anche se un simile attacco avesse poi pieno successo potrebbe, al massimo, ritardare l’acquisizione della bomba A a Teheran per forse tre anni…

[179] 1) Citato in New York Times, 14.11.2011, J. H. Johns, Before We Bomb Iran, Let’s Have a Serious Conversation Ma prima di metterci a bombardare l’Iran, ne vogliamo seriamente discutere? 2) Deposizione del 20.9.2011, video, cfr. http://think progress.org/security/2011/09/20/323366/sestak-iran-mission-cree/).  

[180] V. il video su You Tube, 7.11.2011 (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=NNdsVygq_Ko/).

[181] Christian Science Monitor, 9.11.2011, S Peterson, Iran nuclear report: Why it may not be a game-changer after all— Il rapporto sull’ Iran nucleare: perché [questo dell’AIEA]alla fine potrebbe non cambiare niente (cfr. http://www.csmonitor. com/World/Middle-East/2011/1109/Iran-nuclear-report-Why-it-may-not-be-a-game-changer-after-all/).

[182] Il Fatto quotidiano, 12.11.2011, G. Cassini, Le armi spuntate per colpire l’Iran (cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/ 2011/11/12/le-armi-spuntate-per-colpire-liran/170214/?nocache/).

[183] In un cablo dell’Ambasciata americana di Vienna (sede dell’AIEA) al dipartimento di Stato (in WikiLeaks, 9.7.2009) che chiedeva informazioni su di lui, Amano si descrive agli interlocutori statunitensi, sena alcuna vergogna, lui alto funzionario internazionale che chi lo intervista definisce “al servizio di tutti gli Stati membri ma uno sempre d’accordo con noi” come – parole sue – “persona  solidamente piazzata in campo americano su ogni decisione di ordine strategico, dalla designazione del personale di alto livello dell’Agenzia  alla gestione del cosiddetto programma di armi nucleari iraniane” [lo chiama proprio così, però, questo programma – cosiddettoalleged – anche l’Ambasciata degli Stati Uniti] (cfr. http://wikileaks.org/cable/2009/07/09UNVIEVIENNA331.html/).

[184] IAEA, 8.11.2011, GOV/2011/65, Implementation of NPT Safeguards in the Islamic Republic of Iran Implementazione delle salvaguardie del TNP nella Repubblica islamica dell ’Iran, conclusioni # K. (cfr. http://graphics8. nytimes.com/packages/pdf/world/2011/IA EA-Nov-2011-Report-Iran.pdf/). Sono anche molto interessanti i links che alla fine di quell’articolo ne elencano altri due o tre che qui, però, vi mettiamo giù in italiano, nell’ordine in cui lì sono indicati: 1. L’elezione elementare: ma l’Iran sta violando il trattato di non proliferazione nucleare [la risposta è: non pare proprio…]; 2. L’AIEA dice di non poter confermare che il programma nucleare dell’Iran sia tutto pacifico [dicevamo: la prova del diavolo…]; 3. Perché l’occidente sta lottando per frenare il programma nucleare iraniano [perché ha paura dei matti che sono al vertice in Israele…].

[185] New York Times, 9.11.2011, E. Barry, Russia Dismisses Calls for New U.N. Sanctions on Iran— La Russia respinge gli appelli [americani] per nuove sanzioni contro l’Iran.

[186] RIA Novosti, 14.11.2011, Iranian sanctions at a dead end, says Moscow— Dice Mosca che le sanzioni contro l’Iran sono ormai lettera morta (cfr. http://en.rian.ru/russia/20111114/168685002.html/).

[187] Reuters, 14.11.2011, S. Moffett e J. Pawlak, EU ministers postpone decision on new Iran sanctions I ministri europei pospongono la decisione su nuove sanzioni contro l’Iran (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/11/14/uk-eu-iran-id UKTRE7AD2A820111114/).

[188] New York Times, 18.11.2011, A. Cowell, After Tough Report, Nuclear Watchdog Issues Mild Rebuke of Iran Dopo un Rapporto duro, il cane da guardia nucleare [l’AIEA] impartisce all’Iran un rimprovero mite.

[189] New York Times, 21.11.2011, M. Landler, United States and its allies expand sanctions on Iran—­ Gli Stati Uniti e i loro alleati allargano le sanzioni contro l’Iran [ma come si vede dal testo citato, si tratta ancora una volta di una specie di ammoina… borbonica].

[190] Sulla labilità dell’accusa e delle prove che presenta, cfr. Nota congiunturale no. 11-2011, Nota199.

[191] New York Times, 10.11.2011, Reuters, UN warns against force in Iran nuclear standoff L’ONU mette in guardia dall’uso della forza nello stallo nucleare iraniano (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/11/10/iran-nuclear-un-idUSN1E 7A916R20111110/).

[192] Al Arabiya News, 4.11.2011, Moqtada al-Sadr rejects any U.S. presence after troops’ pullout Moqtada al-Sadr rifiuta ogni presenza americana dopo il ritiro delle truppe (cfr. http://www.alarabiya.net/articles/2011/11/04/175312.html/).

[193] Hürriyet Daily News, 11.11.2011, Iraq remains cautious over Exxon deal Il governo centrale dell’Iraq cauto sull’accordo [curdo] con la Exxon (cfr. http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=iraq-remains-cautious-over--exxon-deal-2011-11-11/).

[194] Radio Free Europe/Radio Liberty, 11.11.2011, Iraqi Government, KRG 'Agree' On Oil/Gas Bill Il governo iracheno e quello del Kurdistan iracheno ‘concordano’ su gas/petrolio (cfr. http://www.globalsecurity.org/wmd/library/news/iraq/2011/ iraq-111111-rferl01.htm/).

[195] New York Times, 12.11.2011, A. E. Kramer, Iraq Criticizes Exxon Mobil on Kurdistan Oil Pursuits— L’Iraq critica la Exxon Mobil per i suoi progetti di sviluppo petrolifero in Kurdistan.

[196] 1) Al Arabiya News, 18.11.2011, U.N.-talks underway on closing the Iranian exile camp in Iraq— Colloqui ONU  in atto sulla chiusura del campo degli esiliati iraniani in Iraq (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/11/18/ 177889.html/); 2) Yahoo!News, 18.11.2011, Talks underway on closing Iran exile camp in Iraq In corso colloqui sulla chiusura del campo degli esiliati iraniani in Iraq (cfr. http://news.yahoo.com/talks-closing-iran-exile-camp-iraq-1407058 49.html/).

[197] New York Times, 26.11.2011, S. Shane, Across Party Lines, Lobbying for Iranian Exiles on Terrorist List In maniera del tutto bipartisan, si scatena la lobby a favore degli esiliati iraniani che sono nella lista ufficiale dei terroristi.

[198] Si tratta, come elenca il quotidiano, di “due ex direttori della CIA come R. James Woolsey e Porter J. Goss; un ex direttore dell’FBI, Louis J. Freeh; un ex ministro della Giustizi come Michael B. Mukasey; il primo di vari capi della sicurezza interna di Bush, come Tom Ridge; il primo consigliere della Sicurezza nazionale di Obama , gen. James L. Jones; grandi nomi di repubblicani come l’ex sindaco di New York, Rudolph W. Giuliani e democratici come l’ex governatore del Vermont, Howard Dean; e perfino ex capi del controterrorismo dello stesso dipartimento di Stato, come Dell L. Dailey”…

[199] MSNBC Tv, 16.11.2011, (A.P.), Karzai: US night raids must stop— Karzai: le incursioni aeree notturne degli USA devono cessare (cfr. http://www.msnbc.msn.com/id/45320893/ns/world_news-south_and_central_asia/t/karzai-us-night-raids-must-stop/).

[200] New York Times, 19.11.2011, R. Nordland, Afghan Council Supports Karzai on U.S. Troop Presence Il Gran consiglio afgano sostiene Karzai sulla presenza [e le condizioni per la presenza] delle truppe americane dopo fine mandato.

[201] The Washington Post (Flash News Today), 18.11.2011, After Us, Nato Force Exits, Afghanistan Could Head For Civil War Dopo l’uscita dele forze USA e NATO, l’Afganistan potrebbe affondare nella guerra civile (cfr. http://flashnewsto day.com/index.php/after-us-nato-force-exits-afghanistan-could-head-for-civil-war/).

[202] Jihad Watch [un sito Internet finanziato dalla David Horowitz Foundation, reazionaria e dichiaratamente filo-israeliana (David è uno dei rarissimi marxisti-leninisti americani che, invecchiando, si è radicalmente e molto acidamente buttato a destra: càpita, no?), dedito a studiare, in termini dichiaratamente anti-islamisti e da un punto di vista geo-strategico, la galassia delle realtà islamiche: un centro di ricerche di parte, cioè, ma di tanto in tanto anche di valore notevole], 22.11.2011, What could go wrong? Pakistan reportedly starting peace talks with Taliban Cosa potrebbe ancora andar male? Pare che il Pakistan abbia dato inizio a suoi colloqui di pace coi talebani [pakistani] (cfr. http://www.jihadwatch.org/2011/11/what-could-go-wrong-pakistan-reported ly-starting-peace-talks-with-taliban.html/).

[203] Salon.com, 29.11.2011, C. Brummitt e S. Abbott, Pakistan Steps Up Anti-US Rhetoric After Attack Post attacco il Pakistan alza il tono della denuncia verbale contro gli USA (cfr. http://www.salon.com/writer/sebastian_ abbot/).

[204] Guardian, 26.11.2011, J. Coleman, Pakistan halts Nato supplies after attack leaves soldiers dead Il  Pakistan blocca i rifornimenti NATO dopo l’attacco aereo che ammazza altri suoi soldati.

[205] YouTube, 26.11.2011, NATO convoys blocked after Afghan deaths Blocco di tutti i  convogli della NATO dopo la morte di [decine di] afgani (Video cfr. http://www.youtube.com/watch?v=GenDLcoD0D4&feature=player_embedded/). 

[206] ONE Pakistan, 27.11.2011, Pakistan will not participate in Bonn Conference in protest Il Pakistan non parteciperà per protesta alla conferenza di Bonn (cfr. http://pakistan.onepakistan.com/news/city/islamabad/20467-pakistan-may-not-participate-in-bonn-conference-in-protest.html/).

[207] ITAR-Tass, 7.11.2011, US invites Russia to take part in antimissile flight test Gli USA invitano la Russia a prender parte all’esperimento antimissilistico [in Europa orientale]— (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111107-russia-us-seeks-missile-defense-cooperation/).

[208] RIA Novosti, 16.11.2011, Washington maintains its stance in European missile shield Washington tiene ferma la sua posizione sullo scudo missilistico in Europa (cfr. http://en.rian.ru/russia/20111116/168747917.html/).

[209] Terminal X Media, 21.11.2011, RIA Novosti, US ready to provide Russia with missile shield details Gli USA pronti a fornire alla Russia i  dettagli sullo scudo antimissile (cfr. http://www.terminalx.org/2011/11/us-ready-to-provide-russia-wi th-missile.html/).

[210] 1) ANSA.it, 21.11.2011, Russia minaccia, missili in Bielorussia— Se falliscono colloqui su piani difesa missilistica Europa (cfr. http://wwwc.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/11/21/visualizza_new.html_15797513.html/); 2) Tawfi.com, 21.11.2011, Russia threatens tactical missile in Belarus, if agreed La Russia minaccia di dislocare in Bielorussia, se sarà d’accordo, suoi missili tattici (cfr. http://www.tawfi.com/).

[211] Washington Post, 23.11.2011, Medvedev Threatens To Target U.S. Missile Shield In Europe If No Deal Is Reached- Medvedev minaccia di mettere a bersaglio lo scudo missilistico americano in Europa se non  si raggiunge un accordo (cfr. http://www.washingtonpost.com/world/russia-will-target-us-missile-shield-in-europe-if-no-deal-is-reached-med vedev-says/2011/11/23/gIQAT4ZKoN_story.html/).

[212] NOw.eu, 28.11.2011, Russia to review its entire relationship with NATO over missile shield Sulla faccenda dello scudo missilistico, la Russia rivedrà tutto il suo rapporto con la NATO (cfr. http://nw0.eu/2011/11/rogozin-russia-to-review-its-entire-relationship-with-nato.html/). 

[213] New York Times, 30.11.2011, Clinton in Myanmar to assess reforms and urge more La Clinton a Myanmar per valutare le riforme fatte e sollecitarne di nuove.

[214] Ren Min Ribao— Il quotidiano del popolo, 15.11.2011, Russia to spend 30 billion dollars on National defense in 2012: Putin La Russia spenderà 30 miliardi di $ sulla difesa nel 2010, dice Putin (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/ 90777/7644981.html/). 

[215] Eguaglianza e libertà, 21.4.2010, A. Gennari, Gli Stati Uniti: il costo dell’impero (cfr. http://english.peopledaily. com.cn/90777/7644981.html/).

[216] Ria Novosti, 21.11.2011, Russia’s 2008 war with Georgia prevented NATO growth - Medvedev La guerra dell Russia con la Georgia nel 2008 ha stoppato l’allargamento della NATO: dice Medvedev (cfr. http://en.rian.ru/russia/20111 121/ 168901195.html/).

[217] New York Times, 14.11.2011, N. Kulish, Merkel Urges More Unified Continent to Save Euro— La Merkel chiede un continente più unito per salvare l’euro [ma non – non ancora, almeno – una politica economica subito essa stessa più unita].

[218] 1) New Yok Times, 24.11.2011, S. Erlander e N. Kulish, Merkel Rejects Rapid Action on Euro Merkel rifiuta di agire rapidamente sull’euro; 2) Vertice di Strasburgo Sarkozy, Merkel, Monti, 24.11.11, Video conferenza (cfr. http://questione delladecisione.blogspot.com/2011/11/vertice-di-strasburgo-sarkozy-merkel.html/).

[219] Libero.News.it, 23.11.2011, Crolla il muro di Berlino: un fallimento l’asta dei Bund (cfr. http://www.libero-news.it/ news/875426/Crolla-il-muro-di-Berlino-un-fallimento-l-asta-dei-Bund.html/).

[220] Financial Times, J. MacIntosh, 23.11.2011, Bunds decouple from havens— I Bund si separano dal paradiso (cfr. http://www.ft. com/intl/cms/s/0/94c3e398-15d8-11e1-a691-00144feabdc0.html#axzz1efE4TFxS/).

[221] Stratfor, 23.11.2011, ECB Buys 39% of 10-Year Bond Issue La BCE compra il 39% dell’emissione di decennali (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111123-germany-ecb-buys-39-percent-10-year-bond-issue/). 

[222] New York Times, 4.11.2011, D. Jolly, German Industrial Orders Decline in Negative Sign for Euro Zone— Gli ordinativi industriali in Germania calano con un segnale negativo per l’eurozona.

[223] Cfr. qui, sopra, Nota115.

[224] Noi siamo a un deficit/PIL del 3,7, la Gran Bretagna all’8,8, gli Stati Uniti addirittura al 9,1%, come la Grecia e la quasi virtuosissima Germania all’1,7. Solo, l’Egitto,  tra i primi 40 paesi del mondo va peggio degli USA, col 9,7% di deficit/PIL e solo la Norvegia presenta invece un attivo a +13,1 con l’Arabia saudita a +13,9: ma non contano, sono due paesi ipervirtuosi per meriti, diciamo così, petroliferi…

[225] 1) The Economist, 12.11.2011; 2) France 24, 16.11.2011, French Assembly approves strict 2012 budget L’Assemblea nazionale approva un bilancio rigoroso per il 2012 (cfr. http://www.france24.com/en/20111116-france-assembly-lower-house -approves-strict-budget-sarkozy-economy-eurozone/).

[226] New York Times, 21.11.2011, S. Enlarger e N. Kulish, France and Sarkozy look vulnerable as euro crisis persists Col protrarsi della crisi dell’euro la Francia e Sarkozy appaiono vulnerabili

[227] Office of National Statistics (ONS), 23.11.2011, 2011 Annual Survey of Hours and Earnings Inchiesta annuale su orari e redditi (cfr. http://www.ons.gov.uk/ons/rel/ashe/annual-survey-of-hours-and-earnings/ashe-results-2011/ashe-stati stical-bulletin-2011.html/).

[228] Guardian, 23.11.2011, J. Ball, UK incomes fall 3.5% in real terms, ONS reveals I redditi cadono in termini reali del 3,5% in Gran Bretagna, rileva l’ONS.

[229] The Economist, 19.11.2011.

[230] Guardian, 23.11.2011, P. Wintour, Eurosceptic approach will push UK to margins L’approccio euroscettico può spingere ai margini il Regno Unito.

[231] ArabianGazette, 14.11.2011, Japan’s economy strengthens post-quake; Slowdown fears linger L’economia del Giappone si rafforza nel dopo-terremoto: ma restano i timori di rallentamento (cfr. http://arabiangazette.com/japans-economy-strengthening-postquake/).

[232] New York Times, 13.11.2011, H. Tabuchi, Economy in Japan Shows Signs of Strength L’economia del Giappone mostra segnali di forza.

[233] Ministry of Finance, Government Debt, 30.6.2011(cfr. http://www.mof.go.jp/english/jgbs/reference/gbb/e2306.html/). 

[234] Financial Times, 3.2.2011, L. Whipp, Foreigners snap up Japanese debt after rating downgrade— All’estero, dopo la svalutazione del debito giapponese se ne accaparrano i titoli (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e9d4adb2-2fb6-11e0-91f8-00144feabdc0.html#axzz1cwiaLbZd/).

[235] New York Times, 2.11.2011, H. Tabuchi, Fears of Fission Strike at Stricken Japanese Plants Paura di reazioni di fissione negli impianti danneggiati in Giappone.

[236] Guardian, 3.11.2011, Tepco plays down Fukushima fears La Tepco minimizza le paure su Fukushima.

[237] Kyodo News (Tokyo), 28.11.2011, China eyes resumption of talks with Japan on setting sea boundary— La Cina mira alla ripresa dei colloqui col Giappone per risolvere il contenzioso sui confini marittimi [nel titolo della notizia, pudicamente e in modo abbastanza ridicolo, come si vede i giapponesi non ne parlano— ma nel corpo della notizia stessa si dice chiaramente che, adesso, sì, accetteranno…] (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/2011/11/128578.html/).