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     12. Nota congiunturale - dicembre 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.12.10

 

Angelo Gennari

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc278922185 \h 1

●             Italia: domanda e produzione (tabella previsioni OCSE) PAGEREF _Toc278922186 \h 1

●             Italia: i fondamentali (tabella previsioni di autunno della UE  2010-2012. PAGEREF _Toc278922187 \h 2

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc278922188 \h 6

nel mondo. PAGEREF _Toc278922189 \h 6

in Cina. PAGEREF _Toc278922190 \h 11

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc278922191 \h 23

●             In arrivo la diplomazia americana… con la portaerei USS George Washington. PAGEREF _Toc278922192 \h 27

EUROPA.. PAGEREF _Toc278922193 \h 27

●             Tassi di disoccupazione in comparazione internazionale (grafico) PAGEREF _Toc278922194 \h 28

STATI UNITI. PAGEREF _Toc278922195 \h 43

●              Oggi in America: cooperazione bipartisan tra i due partiti? ah! ah! PAGEREF _Toc278922196 \h 45

●              Lo scudo spaziale europeo, NATO-russo?. PAGEREF _Toc278922197 \h 56

●              Percezione geopolitica della minaccia: nella guerra fredda e oggi (illustr.) PAGEREF _Toc278922199 \h 64

GERMANIA.. PAGEREF _Toc278922200 \h 73

FRANCIA.. PAGEREF _Toc278922201 \h 74

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc278922202 \h 75

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc278922203 \h 75


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Nel nuovo Rapporto di previsione dell’OCSE[1] che parla ora di ribasso generale del ritmo di ripresa dell’economia globale, i singoli paesi dell’OCSE hanno tutti la loro pagina. Quella italiana (badate bene: come tutte le altre votata anche, dall’ambasciatore italiano presso l’OCSE nel direttorio dell’Organizzazione e, quindi, inevitabilmente, mediata: anzi, per dirla tutta com’è, vicina al sentire del governo …) dice così che “Avendo subito una delle recessioni più dure nell’area dell’OCSE l’economia italiana ha dato inizio a una moderata ripresa che si rafforzerà ma di poco nei prossimi due anni.

    “Investimenti ed esportazioni guidano una crescita della domanda. La disoccupazione potrebbe aver raggiunto il massimo, ma con l’uso in calo del sostegno della Cassa Integrazione Guadagni potrebbe non decrescere rapidamente. L’aumento dei redditi familiari resterà fiacco dipendendo dalla ripresa del reddito dell’impiego autonomo che nel corso della contrazione, però, è pesantemente caduto. L’inflazione al consumo in corso d’anno è salita, ma rimarrà moderata nel corso del 2012.

    “Sono proiezioni, le nostre che presumono l’introduzione di sufficienti misure capaci di rispettare l’obiettivo di deficit che si è dato il governo nel prossimo biennio, anche se una crescita più debole di quella delle previsioni ufficiali potrebbe impedire al deficit reale di scendere sotto il 3% del PIL. Sarà un sfida quella di tenere su queste misure, anche se l’effetto benefico delle azioni del passato [il rigore fiscale] è stato riscontrato nella relativa stabilità dei tassi di interesse sul debito pubblico.

    Per assicurare la credibilità necessaria, però, c’è bisogno di mettere in atto misure strutturali invece che una tantum di taglio del bilancio. In aggiunta – aggiunge l’OCSE in questa sua ricetta di stampo tradizionalmente convenzionale – andrebbero promosse misure di intervento dal lato dell’offerta [insomma alla Reagan, alla Thatcher] per migliorare il potenziale di lungo periodo dell’economia”.

                                            Italia: domanda e produzione (tabella previsioni OCSE)

                                                                                           IV trimestre  

                                             2009       2010  2011 2012│2010  2011 2012

                         prezzi            % di cambiamento dall’anno precedente              

                                               mdi €            in volume (a prezzi 2000)

Consumi privati

   911,6

 0,4

 0,6

1,0

  0,2  

0,8

1,1

Consumi pubblici

   327,8

-0,3

 0,1

0,0

 -0,1

0,0

0,1

Invest. fissi lordi

   287,3

 2,0

 1,5

3,1

  2,5

2,3

3,4

    Macchin. e equip.

   131,7

 8,0

 3,3

4,4

  7,9

3,5

4,9

    Costruzioni

   155,7

-3,1

-0,3

1,8

 -2,2

1,1

1,9

Domanda interna totale

1.526,4

 0,7

 0,6

1,2

  0,3

0,9

1,3

Export di beni e servizi

   363,9

 7,9

 6,7

5,3

10,2

5,7

5,3

Import di beni e servizi

   369,9

 6,6

 3,7

3,9

  5,7

3,6

4,1

   Export netto

    - 6,0

 0,3

 0,8

0,4

 

 

 

PIL a pezzi di mercato

1.520,3   

 1,0

 1,3

1,6

  1,3

1,5

1,7

Fonte: OECD Economic Outlook 2010

 

●Anche le previsioni del rapporto di fine anno della UE[2] confermano del resto che c’è un po’, ma solo un po’, di ripresa: Ma, per quello che ci riguarda più da vicino, anche che nel 2011, per l’Italia, sarà grosso modo la metà del resto d’Europa – speriamo che si sbaglino per difetto, certo: ma è assai più probabile che per eccesso si sbagli il governo –: +1,1 invece che +2%...

●                           Italia: i fondamentali (tabella previsioni di autunno della UE  2010-2012

      Per l’Italia      2009   2010   2011     2012

Crescita del PIL (% a/a)   

- 5,0

  1,1

  1,1

 1,4

Inflazione (% a/)

  0,8

  1,6

  1,8

 1,9

Disoccupazione (%)

  7,8

  8,4

  8,3

 8,2

Deficit/PIL (%)

- 5,3

- 5,0

- 4,3

- 3,5

Conti correnti (%=)

- 3,2

- 3,2

- 2,7

- 2,4

Fonte: Previsioni d’autunno 2010-2012 [3]

 

●La crisi del governo Berlusconi-Bossi, forzata dal logoramento irrimediabile dell’alleanza col vecchio alleato Fini molto più che dalle forze cronicamente deboli dell’opposizione, viene nel momento istituzionalmente e, dal punto di vista dei mercati, economicamente peggiore, quando il governo deve ottenere, entro la fine dell’anno, l’approvazione della legge finanziaria per il 2011[4].

Il rischio Italia, più politico forse che finanziario ancora (ma se vanno a gambe all’aria, dopo quelli della Grecia anche i conti di Irlanda, Portogallo e Spagna, poi tocca a noi…), è dimostrato concretamente dal fatto che questi scossoni, questo scombussolamento in fieri, hanno già cominciato i mercati a parlare. E, dunque, ora, subito, a inizio novembre, allo spread più alto tra BoT italiani e bond tedeschi da quando è nato l’euro: ora per vendere buoni del Tesoro italiani ai risparmiatori bisogna pagare quasi il 2% di interessi in più a chi compra (a fine novembre siamo al 2,1%), anche se non – non ancora? – il quasi 3% che la “sfiducia” costa all’Irlanda.

La tappa irlandese, però, è l’ultima della crisi che lascia ancora fuori le maggiori economie dell’eurozona Unione. L’Italia tra di esse è la terza e se scoppiasse come crisi della fiducia potrebbe minare stavolta quella degli investitori nell’Europa stessa e nel suo insieme. I rendimenti sui BoT, cioè il costo del rifinanziamento del debito, al momento di crisi più acuta del debito sovrano della Grecia era sopra gli 8 punti percentuali di spread da quello tedesco.

Da qui, da qualche considerazione sul caso Dublino, oggi è utile cominciare, per arrivare anche a parlare di Italia. Non per uguaglianze, somiglianze o analogie, in fondo assai vaghe, ma perché è così che la pensano gli onnipotenti mercati: o, meglio, quanti – onnipotenti – i mercati li muovono.

L’Irlanda ha a che fare con un deficit/PIL assai alto, il 12%, garantito dallo Stato irlandese con un peso che però, se calcolato come parte del debito globale del paese porta orma il deficit/PIL a un astronomico 32%. Il governo Cowen, sicuramente per l’ultima volta, è riuscito a convincere un riluttante parlamento, dove la maggioranza è ridotta a due seggi soltanto, ad approvare la riduzione del deficit/PIL da subito, per l’anno prossimo, al 9%.

Ha così evitato, ma forse solo per pochi giorni, la crisi dichiarata che, a parte le incognite aperte dalle elezioni anticipate, costringerebbe a un salvataggio anche  più pesante l’Europa. Il ricorso all’Europa è avvertito però – anche se non bisogna dirglielo agli irlandesi – con sensibilità in realtà molto molto britannica dalla gente (ahi, la sovranità nazionale… come se per qualcuno ne rimanesse dovunque ormai un briciolo!) come una specie di umiliazione nazionale intollerabile.

Ora, sembra pressoché certo che le elezioni anticipate ci dovranno essere (i Verdi, alleati minori al governo, annunciano – proprio come Fini in Italia – che dopo la loro finanziaria usciranno dal governo e che, poi, si dovrà probabilmente andare alle elezioni). E si riaprono subito dubbi e domande sulla stabilità politica del paese. Si scatenano gli avvoltoi consueti: Moody’s lancia avvertimenti che, col salvataggio e le possibili elezioni anticipate, dovrà rivedere ancora al ribasso il rating del debito sovrano irlandese.

E subito dopo arriva a rimorchio anche Standard &Poor’s: da A ad AA- sui decennali e A-1 da A-1+ su tutti i titoli a più breve termine. E, adesso, il governo potrebbe essere costretto a finanziare la liquidità dell’inguaiato sistema bancario con prestiti ulteriori, al di là e al di sopra delle proiezioni finora avanzate[5].   

Già, a proposito di sovranità![6]*

●Adesso, la manovra votata il 24 novembre in parlamento, con la pubblicazione di quello che è stato chiamato Piano nazionale di ripresa, cioè di austerità programmata su quattro anni per risparmiare 15 miliardi di €, prevede che la differenza tra entrate e uscite sarà quest’anno a 18,5 miliardi di €. I risparmi partiranno dall’anno prossimo con due terzi fatti sulle spese e un terzo sull’aumento di entrate[7]. E’ previsto anche il taglio del salario minimo e verrà riformato il sistema di welfare per tagliarne 2,8 miliardi di €.

Il pubblico impiego subirà riduzioni forzate per 24.750 persone (non va dimenticato che la popolazione di questo paese ha una popolazione dodici volte inferiore alla nostra, per farsi un idea del peso reale di questi 25.000 tagli); e scatterà una pesante riforma delle pensioni per i nuovi assunti nel P.I. La riforma fiscale prevede di tornare allo schema del 2006 il sistema di aliquote sul reddito personale, mentre quello di impresa nelle intenzioni del governo resterà al 12,5% attuale, con altri 1,9 miliardi di € in entrata dal complesso della riforma. Il valore medio dell’IVA aumenterà dal 21 al 22% nel 2013 e al 23% nel 2014.

Nessun dato è precisato ancora in dettaglio e anche per questo, pur votando il Piano, la maggioranza lo ha trangugiato assai male e l’opposizione giura che, in ogni caso, se passa lo riscriverà dal principio non negandone, al limite, gli obiettivi ma con un’altra e diversa distribuzione dei sacrifici (anche qui, poche specificazioni, però…) appena riuscirà a cacciare via il governo[8].

La Commissione europea, e per essa il preposto Commissario agli Affari economici e finanziari, Olli Rehn, saluta il piano di austerità quadriennale – “importante per la stabilità dei conti pubblici”, dice: bum! – dando atto che esso è parte essenziale, anche se non ancora sufficiente, a soddisfare le condizioni del pacchetto di salvataggio UE/FMI e che, comunque, è “in grado di proteggere gli irlandesi più poveri”: di cui, come è noto, lui tanto si preoccupa e che conosce benissimo[9]...

●L’Irlanda, da un punto di vista finanziario, ha in ogni caso qualche difesa nell’immediato maggiore di quelle che aveva la Grecia. Atene doveva allora trovare, nell’arco di soli due mesi, tra aprile e maggio, 25 miliardi di € per sperare di continuare a aver credito, a tassi costosissimi, sul mercato. Allora la UE era del tutto impreparata all’intervento d’urgenza: doveva mettere in tutta fretta una toppa su uno sbrego improvvisamente aperto. Ora la risposta l’Europa l’ha preparata almeno da maggio: e, anche se la gestione della decisione già assunta è stata poi quanto meno confusa e confusionaria, ora si tratta di un rammendo già predisposto da applicare allo strappo.

Anche magari obbligando un’Irlanda riluttante, visto che non ci si fida dei rimedi interni a stringere ancora la cinghia con la manovra supplementare. E’ vero, i mercati ancora sembrano dare una qualche fiducia a Dublino, anche se le fanno pagare di più – ma uno spread del 3% in più, non ancora come era per la Grecia dell’8! – per farle credito: convinti ancora, come ormai non lo erano più per Atene, che le misure di austerità interna le potrebbero anche consentire ancora di recuperare.

Però i mercati sono padroni nervosi, facili a impaurirsi e l’Irlanda e l’Europa lo sanno e, soprattutto, lo sentono. E fanno pressione sull’Éire (Poblacht na hÉireann— la Repubblica d’Irlanda, in gaelico irlandese) perché si affidi a Bruxelles e alle sue tenere cure. E il 16 novembre le reazioni sono forti e anche abbastanza strane:

• mentre il presidente dell’Unione, Herman van Rompuy, ammonisce con evidente preoccupazione che davvero la crisi irlandese potrebbe provocare il collasso dell’UE[10] e che ormai, anche per questo, è indispensabile che all’Unione si rivolga ufficialmente per farsi aiutare;

• il premier irlandese, il taoiseach (letteralmente, capoclan in antico gaelico irlandese) Brian Cowen:

   ° dopo aver sostenuto per giorni – negando, svalutando e minimizzando – che Dublino non vuole e non ha bisogno di far ricorso a prestiti dall’estero che, alla fine, gli sottrarrebbero la propria sovranità fiscale[11];

   ° passa a sostenere di non escludere più, ormai, di doverlo fare, almeno parzialmente[12];

° e, il giorno dopo, il ministro delle Finanze, Brian Mahoney, per la prima volta dichiara che sì, l’Irlanda dovrà far ricorso “per decine di miliardi di €” (alla fine più di una novantina) agli aiuti europei[13]; e, anzi, finalmente dichiara che sì l’aiuto l’ha chiesto: ufficialmente;

   ° e sempre lui, il taoiseach, ultimo tamburino irlandese, assicura al paese che sottoporre i conti allo scrutinio di UE e FMI non significa, in alcun caso, rinunciare alla sovranità[14] (ah! ah! ah!):       insomma, un’altalena che in tutto occupa, forse, ventiquattr’ore sottoponendo mercati e ministri a un vero e proprio ballo di san Vito;

• il presidente dell’Eurogruppo, primo ministro e ministro delle Finanze lussemburghese, Jean-Claude Juncker – uno degli esponenti europei più autorevoli: e, al dunque, a livello europeo e in genere internazionale uno è autorevole non solo in rapporto alla dimensione o al peso del suo incarico ma perché gli altri autorevole lo considerano – dice secco che se e quando, non appena, il governo irlandese chiederà aiuto, UE, BCE e anche FMI sono già pronti a darglielo nella misura richiesta, comunque: il che serve a acquetare un poco il sommovimento sui mercati…

L’intervento è necessario, comincia a sussurrare ormai tutta l’Europa (stavolta lo fanno capire anche gli inglesi: al contrario che per la Grecia – dove se ne restarono fuori facendo valere il fatto di non stare nell’euro – stavolta – anche se fuori dell’euro sempre stanno… – per l’Irlanda, dove buona parte del debito delle banche è in mano loro, il governo britannico è disposto a dare una mano[15]) perché adesso siamo al punto.

La prima condizione che verrà messa al governo irlandese, proprio come una forca caudina obbligata sotto cui transitare per accedere al Fondo europeo e alle obbligazioni garantite che gli daranno corpo, è l’aumento della tassazione sulle imprese[16]. Dublino non ne vorrebbe sapere e lo dice: il vice primo ministro, Mary Coughlan, insiste rispondendo in parlamento alle pressioni ormai esplicite di Germania e Francia, che l’aliquota (attualmente al 12,5%: denunciata come “predatoria”, aveva fino alla crisi attirato valanghe di investimenti esteri sull’industria irlandese) non è “negoziabile”, che l’Irlanda decide da sola e che il livello di tassazione interna non farà parte dello scambio cui dovrà sottostare per portare a casa il pacchetto di salvataggio (in sostanza: l’apertura di una vasta linea di credito).

Probabilmente nell’immediato potrebbe essere questa la foglia di fico concessa al governo irlandese per mascherare un po’ le sue vergogne. Ma a medio termine, chi crede che lasceranno libero Dublino di fare quel che vuole sulle tasse, si illude: al ministero delle Finanze francese sottolineano che chi ha bisogno di ottenere prestiti molto consistenti non può pretendere di farseli dare a tassi di interesse interni mantenuti assai bassi perché, alla fine, l’offerta dovrebbe seguire sempre la domanda...

Olli Rehn, Commissario agli Affari economici e monetari suggerisce che, poi, è l’Unione stessa a sostenere la necessità di aumentare la tassazione di impresa perché l’Irlanda dovrebbe smetterla di considerarsi un paese a bassa tassazione: questo potrebbe diventare, sostiene – chiedendo però sul punto di non essere citato direttamente, tra virgolette – un vero e proprio casus belli per chiudere l’intesa.

L’unica cosa buona che potrebbe emergere da questa crisi – se non dalla prossima, in Portogallo o in Spagna, o da quella colossale che potrebbe, alla fine, venir fuori, dopo di loro, in Italia – è se la cancelliera tedesca tiene duro e forza sull’intuizione che ha avuto: di far pagare il costo della crisi a chi l’ha scatenata, cioè ai mercati e a loro signori che li dominano e vogliono far pagare i debiti accumulati ai contribuenti e ai poveracci cui imporre altri sacrifici (v. qui sotto al capitolo GERMANIA): ma bisogna vedere se il coraggio, che pure invoca, lo avrà e se trova qualche alleato tra questi inverecondi fifoni che sono i suoi colleghi in Europa…

Adesso il prossimo assalto potrebbe sul serio toccare all’Italia, i cui fondamentali finanziario-economici sono al meglio congelati ma anche del tutto statici da mesi e mesi (non c’è crescita, forse all’1%; la disoccupazione, secondo l’ISTAT è all’8,3 ma secondo Bankitalia e all’11%; e, naturalmente, c’è un debito pubblico al 116% del PIL) e che non sembra affatto acquetata da un quadro politico diventato poco stabile e quanto mai fibrillante. E, adesso, per la fiducia o la sfiducia bisogna aspettare, poi, fino a metà dicembre…

Il fatto è che questa è la prima crisi da prima repubblica in questa ormai abortita seconda repubblica, ma la prima delle crisi cui una volta tutti eravamo abituati da quando l’Italia è nell’eurozona. Il fatto è che Berlusconi sta affrontando quella che in sostanza è una vera e propria crisi di successione, con la scissione di Fini dal PdL da posizioni di conservatorismo europeo di stampo tradizionale, staccato ormai dalla vecchia tradizione sua neo-fascista come dallo sguaiato movimentismo ghiandolar-reazionario del Cavaliere e del padan-bofonchione da Cassan Magnago.

Ci capiamo poco noi, immaginate un po’ i finlandesi, per dire… O gli altri capi di Stato e di governo che a Seul l’hanno costantemente ignorato: tanto era sempre al telefono con Buonaiuti; così come poi l’hanno ignorato al vertice di Lisbona della NATO: anche perché è arrivato, come e più del solito, in ritardo.

Infatti, mentre gli altri cominciavano a discutere di bombe atomiche da tenere o togliere dal territorio europeo, di missili antimissili, di apertura, o no, della NATO alla Russia e di Afganistan dove restare o andarsene, lui tranquillizzava al telefono la rivoltosa Carfagna, quasi travolto dal gossip scatenato  contro di lei dalla perfida Mussolini e da quello scapestrato dell’ex sottosegretario e capo regionale del PdL, Cosentino, dalle beghe campane del cosiddetto Popolo della cosiddetta Libertà.

E i mercati osservano, da vicino e lontano, il settantaquattrenne gattone in calore aggirarsi per la Suburra nel vortice del bunga-bunga di sciacquette minorenni e più o meno discinte, il frullare dei giudici “comunisti” dice che gli vorticano intorno e le polemiche sconclusionate coi piccoli zar della RAI. E vedono che si è andata ormai malamente scollando la coalizione che per anni Berlusconi ha tenuto insieme tanto con lo sputo del clientelismo e del suo portafogli quanto con la colla del suo strano e un po’ nauseante carisma— perché, è vero, gli italiani in tanti – non tutti – amerebbero davvero essere in fondo un po’ come lui…

Dal punto di vista dei mercati, e non a prescindere, questo per l’Italia è un momento delicato davvero:

• c’è una finanziaria che dovrebbe essere approvata ma di cui nessuno sa quanto e se poi fidarsi, ormai;

• c’è la possibilità all’orizzonte di un parlamento, come dicono a Londra, impiccato con due maggioranze possibili forse addirittura diverse (Senato una, Camera un’altra);

• c’è la possibilità,  per i mercati la peggiore forse, che l’opposizione possa decidere – chi scrive dice finalmente!, magari!… – di utilizzare le elezioni come un vero e proprio referendum: non contro o a favore dell’austerità, si capisce, ma della distribuzione dei costi dell’austerità tra banche e finanza, profitti e rendite, salari e pensioni.

E a questi investitori, a questi mercati, in realtà quello che interessa non è che l’austerità ci sia, ma che sia messa a carico degli altri, mai di loro. E a quest’eventualità, certo, potrebbero reagire male. Aprendo, allora, il vaso di Pandora un po’ a tutti gli altri paesi d’Europa: quelli dell’Italia più fragili – Spagna, Portogallo, ancora la Grecia e tutti quelli che restano nel limbo dell’Est. Ma anche quelli marginalmente più forti, però carichi di problemi e/o di debito come la Gran Bretagna e la Francia…          

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Intanto, per scelta dettata dalla vacuità delle cose “rivelate”, qui non diamo stavolta notizie in dettaglio sui 250.000 “dispacci” detti segreti di Wikileaks[17] che gli americani si passavano tra ambasciate, dipartimento di Stato e Casa Bianca: ma come si sa, e per parte nostra questo lo apprezziamo, la parola “americani” vicino alla parola “segreto” è per definizione un ossimoro[18]: anche se eccezioni sesquipedali continuano ad esserci, e come: le tonnellate di documenti che restano segreti delle inchieste sulla morte di Kennedy…, come per la non pubblicazione di tutte le carte segretate su quel che capitò davvero l’11 settembre, prima di quel giorno e quel giorno…

Qui c’è da distinguere anzitutto tra le bufale (quello che già sapevano tutti) e le cose serie:

• sul gusto per le virago bionde di un Gheddafi tutto rifatto al botulino…;

• sui  “festini selvaggi” a casa (nelle case) di Berlusconi: la notizia non è che a Berlusconi piacciono le ragazzine: è che questa è l’opinione che in America attraverso i rapporti ufficiali dell’Ambasciata oggi se ne sono fatti i decisori politici…;

• su Merkel che somiglia a una leader al “teflon”, il polimero del tetrafluoroetilene, quella pellicola trasparente che s’adatta sempre perfettamente a qualsiasi contenuto;

• sui “cretini, le macchiette coronate di corte”, alla reggia di Windsor e qualcuno, non coronato, anche a Downing Street;

• sull’uomo della “sinistra nottambula” (sic!?!: che è  Zapatero);

• sul “re nudo” (Sarkozy);

• sulla “strana coppia”: l’ex – chi sa davvero se proprio tale? – comunista e il miliardario capitalista, che gli fa, dicono gli americani, da “portavoce” in occidente: cioè, Putin, l’ “alpha dog”, il maschio dominante, il capo branco di qualsiasi branco; e Berlusconi sempre, un vecchietto stiracchiato, “fiacco, stanco, vanitoso e inaffidabile”.

Poi ci cono le cose serie davvero – il grande imbarazzo, tutto sommato temporaneo ma reale e che si trascinerà conseguenze pesanti per i rapporti nel mondo degli USA – e quelle che tali non sono, perché

• che i diplomatici americani (quelli con la feluca) da anni, ormai, facessero sistematicamente gli spioni lo sapevano tutti;

• non si sapeva forse, ma conoscendola anche solo un po’ vagamente si poteva intuire, che personalmente la segretaria di Stato (ma riprendendo quel che già aveva iniziato la sua  omologa repubblicana, la Condoleezza) avesse dato istruzioni di spiare personalmente tutte le delegazioni “importanti” all’ONU – dicono che dall’ambasciata italiana, pare non inclusa nell’elenco, sia stato chiesto alla Farnesina di avanzare a Washington protesta formale… e se non è vero, certo, è ben trovato – e  il suo segretario generale;

   e “se possibile” di far esaminare le “deiezioni” quotidiane (“dati biometrici”, pudicamente li chiama) lasciate dai capi di stato o di governo stranieri sul fondo dei water closet nelle loro suites dell’Hotel Pierre o del Waldorf Astoria, quando sono in visita in visita a Washington per ricavarne analisi cliniche, poi, sulla loro salute… dice che lo fanno tutti? forse… ma non lo fanno mettere per iscritto come ordine dato al corpo diplomatico dal ministro degli Esteri, gli altri…;

• tutti sapevano, invece, che la leadership afgana di quel “paranoico” di Karzai appoggiata dagli Stati Uniti era profondamente corrotta e corrotta anche e proprio dagli americani;

• sapevano tutti che gli arabi, proprio come gli israeliani, avrebbero amato molto veder bombardare e fermare l’Iran dalla guerra fatta dagli americani;

• come – questo magari non si sapeva, ma ben si intuiva – era noto che nella loro inconsulta “innocenza” pensavano di offrire loro, e far offrire dai sud coreani, ai cinesi qualche facilitazione commerciale perché mollassero la Corea del Nord: inconsulta innocenza perché, da scimuniti allo stato brado, senza sofisticazione alcuna,  pensano ancora di poter così comprare – letteralmente – la Cina;

• così come, in fondo, tutti sapevano che dell’Europa a Obama non gliene frega proprio niente…

Tra le reazioni più cervellotiche che abbiamo letto, e sono tante, forse la più stravagante è quella del mellifluo ministro degli Esteri nostrano – sì, lo hanno fatto ministro – Frattini che dice chiaro, chiarissimo ma in realtà ridicolo, ridicolissimo che Wikileaks con le sue rivelazioni, ha creato un “11 settembre diplomatico” e diabolicamente, novello Lex Luthor contro Superman (Obama, forse, non Berlusconi: anche la paranoia ha i suoi liniti), “vuole distruggere il mondo”, cioè i rapporti di tutti con tutti nel mondo...

Chiosa uno dei suoi vice, il sottosegretario Mantica, che si tratta chiaramente di “un’operazione contro gli Stati Uniti”. Neanche viene in mente, a questi, che si tratta piuttosto un’auto-operazione contro gli Stati Uniti perché le tante frescacce, il gossip e anche i tanti crimini su cui l’attenzione del mondo così è stata attirata sono tutti opera degli Stati Uniti. E rivelata da cittadini americani per mettere una zeppa negli ingranaggi delle malefatte – di quelle che almeno loro considerano spesso come le malefatte – degli Stati Uniti.

I colpevoli, dunque, gli irresponsabili veri, a noi sembrano più coloro che quelle insulsaggini, quei giudizi fatui e quei misfatti li hanno detti e fatti e poi non li hanno saputi neanche tenere celati molto più di quelli che, pienamente coscienti di quanto facevano e dei rischi che correvano, invece li hanno, convenientemente o sconvenientemente, “scoperti” e resi noti a tutti.

E pubblicati, come ha fatto il NYT, spiegando di “credere che la pubblicazione di questi documenti serva un interesse pubblico importante illuminando come fa obiettivi, successi, compromessi e  frustrazioni  [e, certo, mettendo anche in evidenza le vergogne e le sconfitte] della politica estera americana in modo che nessun altro rendiconto può uguagliare”. Già. Sembra ben detto. E è proprio quello che non capisce, o invece capisce anche troppo bene e perciò ne è tanto spaventato, Frattini… che, al solito, scopiazza quello che, con ben altrimenti mordente capacità di critica dice, condannando la pubblicazione, il dipartimento di Stato americano[19].

Meno sensato quello che dice personalmente la Clinton, pure lei come il collega Frattini almeno reticente: rivendica che in America sono abituati alla schiettezza e alla riservatezza nei rapporti di lavoro e che, quindi, spu****are così comunicazioni che dovevano restare riservate è inaccettabile. A sentirla pare del tutto ragionevole, no? Ma quando si legge che lei, personalmente – non il direttore della CIA, o uno degli altri 15 servizi americani di intelligence – ha dato istruzioni di spiare le ambasciate dei vari paesi all’ONU e il segretario generale, la cosa non sembra proprio quadrare: perché se “rubare[20], come dice lei, documenti riservati non è proprio OK, OK è forse piazzare cimici (elettroniche, si capisce) nel letto del segretario generale dell’ONU?

Proprio e davvero in conclusione, adesso, bisognerà pure che noi ma, ancora di più, chi controlla ed esercita il potere soprattutto statuale, cominci a ragionare sul fatto che ormai è cambiato il rapporto tra gente e potere. E’ il web, la rete, coi fenomeni di relazione cui ha dato il via, ad aver scavalcato censori e censura e filtri e cautele. E chi fa politica dovrebbe capirlo e adattarsi.

Altrimenti, questa radicale rimessa in questione della reputazione diplomatica e politica degli Stati Uniti d’America – che questa è l’operazione fatta da WikiLeaks (ma chi è che da oggi farà più una confidenza non diciamo segreta ma “delicata”, anche solo politicamente, a un diplomatico americano nel mondo?) e tutto il resto è cascame – non avrà insegnato niente a nessuno.       

●Passando, ora, alle cose serie davvero e soprattutto davvero nuove, l’Organizzazione dell’ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura, la FAO[21] prevede che il costo delle importazioni di alimentari raggiungerà quest’anno, nel mondo, i 1.026.000 miliardi di $, appena al di sotto del record del 2008 e al 15% in più del 2009. L’offerta calante di granaglie e altre derrate ha contribuito all’incremento dei prezzi. Ora, la produzione mondiale di cereali è attesa contrarsi di un 2% nel 2010: a giugno l’aspettativa – sempre della FAO – era che si espandesse dell’1,2% ; adesso parla di “tempi duri” nel futuro prossimo venturo.

●Ha accertato, e dice ora, l’OCSE che le prospettive di ripresa a livello globale vanno peggio, come risultato di squilibri seri tra le varie aree del mondo, di una disoccupazione che continua a restare elevata sia nei paesi sviluppati e ancor più in quelli in via di sviluppo e dell’abbassamento generale dei consumi privati che non hanno affatto, come dicevano tanti guru del neo-liberismo, sostituito gli stimoli che i governi avevano lasciato cadere[22].

●Di qua ci sono quelli che, allineati e coperti, sugli insegnamenti di Friedrich von Hayek e del liberismo friedmanian-reaganian-thatcheriano (privato è bello, pubblico è brutto e anche cattivo) raccomandano di lasciare liberamente selvaggi i cavalli del capitale che distruggono sì ma anche creano continuamente ricchezza a patto di lasciarla poi a lor signori… e peggio per chi ci va di mezzo.

Dall’altra, ci sono i seguaci di Keynes, o più precisamente del nuovo keynesismo, e della necessità invece di ridar vita alla crescita dell’economia, cioè della domanda e dell’occupazione anzitutto, evitando la ricaduta possibile nella piena recessione per combattere la quale c’è bisogno di una reflazione importante… e peggio per il deficit che, comunque, al momento è l’ultima preoccupazione di cui far preoccupare un’economia in recessione.

Bene, un diverso suggerimento – vicino alla seconda scuola di pensiero, ma in qualche modo diverso – viene da due premi Nobel dell’economia britannica, Lord Meghnad Desai e Lord Robert Skidelsky[23], che suggeriscono

•  uno, di stampare una moneta che va spesa subito, perché dopo un mese perde valore: che quindi garantisce un rilancio immediato di spesa, di domanda e di occupazione e che uno può scegliere se, ricevendone in quantità maggiore di quella nominale perché appunto ha questa limitazione: che va subito spesa[24]; e,

• due, un prestito per la ripresa gestito da una società pubblica ma che non aggiunga al deficit un solo euro che prosciughi da banche, imprese e privati i soldi che non sono subito usabili e sia, invece, subito utilizzato per quelle spese infrastrutturali che non vengono finanziate ma di cui c’è immediato bisogno: per dire banda larga, ferrovie superveloci, costruzione di strade e collegamenti, progetti di riduzione dei gas serra, con pannelli solari e isolamento ambientale e, anche, edilizia popolare coi soldi messi a disposizione per la spesa effettiva delle autorità locali.

Certo, l’obiezione – fondata – è che il capitalismo non è da tempo, neanche solo come pretesa, un sistema che si riprometta di migliorare le condizioni della maggioranza dei cittadini nella società. Perché da molto tempo per esso la sostanza, lo scopo, non è più produrre beni e servizi e farli consumare ma far soldi. Se possibile, farli solo coi soldi, non con il lavoro…

●Una rivelazione imprevista, su come certi liberisti la pensano davvero su libero mercato, libero scambio e protezionismo. Sul NYT[25], scrivendo in preparazione della visita di Obama da procacciatore di affari in India e in altri paesi asiatici, il fautore del libero scambio predicato al mondo di cui parliamo retoricamente e con grande apprensione si chiede:

Mi occorre un pensiero che fa davvero paura… che succede se – con tutto il battage sulla Cina, sull’India e sulla globalizzazione – la realtà andasse anche al di là di quel che pensiamo? Che succede se questi giganti dormienti stanno in realtà completando un ciclo ventennale di impossessamento ed installazione delle tecnologie e delle infrastrutture di base che ne stanno facendo le centrali mondiali dell’innovazione al punto che ancora non abbiamo visto niente?”.

Già… e che si sarebbe di strano? La prospettiva qui sollevata è che questi paesi si mettano in grado di fornire al mondo buoni servizi tecnici, tecnologici e finanziari a prezzi più bassi di quelli che attualmente praticano Wall Street, la City, Silicon Valley. Ma questo è precisamente il modo in cui funziona il libero scambio, la concorrenza, il libero mercato no?

O deve funzionare così – e questa è la vera preoccupazione dei Friedman di questo mondo anche quando i loro cognomi sono italiani – solo per i metalmeccanici, i tessili o i muratori per i quali soltanto la competition sui costi del lavoro – come la chiamano il Cavaliere e Marchionne – va bene? Perché per loro, dicevano, a bilanciare il costo del lavoro degli altri non c’è, come per queste altre professioni e mestieri qualificati, l’innovazione.

Già… ma che succede, adesso, se oltre che sul costo del lavoro si mettono a competere, e magari a batterci, pure sull’innovazione?

●Potrebbe essere utile, ogni tanto, che al FMI qualcuno si ricordasse, ad esempio come quando adesso avverte un po’ tutti i governi che sono troppo ottimisti, che stanno sbagliando i conti sulla crescita economica davvero prevedibile e che per questo “non hanno ancora deciso tagli adeguati alla spesa per mettere sotto controllo le loro finanze[26] che solo pochi anni fa non azzeccarono neanche a distanza astronomica le previsioni sulle bolle speculative edilizie che avrebbero ridotto Stati Uniti, Irlanda e Spagna alle corde e provocato la crisi.

D’altra parte anche i guru di casa, quelli del WP cioè, fecero proprio lo stesso. E, se come capita a chi lavora, una catastrofe simile andasse imputata alla sua incapacità, alla mancanza di lucidità, all’inefficienza o alla pura e semplice vigliaccheria, quel qualcuno sarebbe stato licenziato in tronco: e, invece, gli danno ancora oltre a ricchi stipendi fior di premi di produzione.

Insomma, anche se in prospettiva stavolta, probabilmente, il Fondo tutti i torti non li ha, la sua ricetta – austerità!austerità! adesso! subito! – sarebbe ora peggiore dell’errore. In definitiva: questi qui, gli esperti ufficiali, sbagliano sempre…. e non pagano mai.

●Qualcuno ha notato – qualche giornale, qualche telegiornale ha messo in rilievo – che il 28 novembre è cominciata a Cancun, in Messico, la tredicesima conferenza mondiale dal 1997 ad oggi sul cambiamento climatico?: da quando, cioè, venne scritto il protocollo di Kyoto, primo e unico accordo internazionale che abbia cercato di mettere un tetto alle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Ricorderete le speranze-illusioni di allora e il can-can che un po’ più di un anno fa montarono i  media sulla conferenza precedente di Copenhagen? Qualcuno scommette una (vecchia) lira che l’esito di Cancun sia appena appena migliore di quello vuoto di allora?

uando come adesso ad esempio vnno in gitro rpeciando ai govenri, un opo’ a tuti, che

●A Myanmar, il vecchio nome autoctono che il regime militare qualche anno fa ha ridato all’ex Birmania, prime elezioni nominalmente libere da vent’anni, ma con l’esclusione del più forte partito d’opposizione, la Lega nazionale per la democrazia, la cui leader, Aung San Suu Kyi, 65enne e premio Nobel per la pace, è stata in prigione o a residenza coatta per 15 degli ultimi 21 anni dopo aver vinto largamente le elezioni del 1990. Queste elezioni, pressoché universalmente giudicate per lo meno senza garanzia alcuna, sono state vinte stavolta dalla vecchia giunta militare di generali che s’erano dimessi per restare al potere secondo le regole costituzionali da loro stessi dettate (vale al pena citarne subito due: il 40% dei seggi nel nuovo parlamento è loro “riservato”; e Suu Kyi è ineleggibile perché “è stata sposata con un cittadino straniero”, come recita l’art.21).  

E, adesso che le hanno vinte, dopo vent’anni di repressione, senza scatenare resistenze di massa per le strade, avendo acquisito nuova fiducia più che in se stessi nella propria capacità di controllo, i padroni del potere hanno corso il rischio di liberare Suu Kyi. Solo, sostengono in molti, che la minuta signora non è certo passata attraverso l’inferno della reclusione per oltre vent’anni per restarsene zitta, ora… Il fatto è che i generali faranno ancora le pentole ma non sempre è detto che riescano ancora a fare anche i coperchi[27]

Suu Kyi ha subito detto – e l’espressione non è sembrata proprio molto felice – che, se il popolo vuole la fine delle sanzioni, lei la chiederà “ai paesi occidentali[28]… Non proprio felice,  per due motivi: che la dovrebbe chiedere all’ONU, semmai e non ai paesi “occidentali” e che, se il popolo vuole la fine delle sanzioni, forse dovrebbe deciderlo da sé senza giri di frase o l’apparenza dello scaricabarile.

Ma dopo vent’anni di isolamento, come quelli che la fragile signora d’acciaio ha dovuto subire, un errore diciamo “politico” che offre qualche appiglio alle tesi della Giunta (il boicottaggio è proprio così: di pochi imperialisti occidentali e non del mondo…). E magari, anche se è vero, dirlo è appunto un errore politico. Ma un errore politico, anche più grave, a noi sembra è illudersi che, oltre a liberare Aung Suu Kyi, al suo pompato fan club internazionale di statisti dilettanti, come Bernard Kouchner, e di celebrità un po’ annebbiate, come Elton John, gliene freghi niente sul serio del popolo birmano…   

in Cina

●Ad ottobre sale l’attivo della bilancia commerciale[29], a 27,1 miliardi di $, con esportazioni che crescono del 22,9% a 135,98 miliardi di $ mentre l’import aumenta del 25,3% a 108,83 miliardi. Nel terzo trimestre, l’attivo della bilancia dei pagamenti arriva 102,3 miliardi di $, il doppio dell’anno prima e più o meno il 7,2% del PIL[30]. E aumentano le richieste alla Cina – ma sempre le solite – di “fare qualcosa” per ridurre il suo surplus.

●La produzione industriale è cresciuta del 13,1% nell’anno ad ottobre[31].

●Sempre a ottobre, l’inflazione[32] cresce anno su anno del 4,4%, dal 3,6 di settembre, coi prezzi al consumo che, nelle aree urbane, aumentano del 4,2 e del 4,7% nelle zone rurali: forte l’aumento, al 10,1%, dei beni alimentari (1/3 del paniere dei consumi) ma solo dell’1,6 per i non alimentari. E sale anche in questa situazione, l’attesa dei mercati per un aumento dei tassi di interesse o, più probabilmente, per un aumento del minimo di riserve cui ogni banca è tenuta: con analoghi effetti di raffreddamento di liquidità e inflazione.

I beni di consumo vanno su del 5% mentre il prezzo dei servizi sale del 2,5 e quello delle abitazioni del 4,9%. Mese su mese, l’aumento dei prezzi al consumo  registra un +0,7%, con l’incremento nelle campagne allo 0,6, con alimentari che aumentano dell’1,1% e le abitazioni dello 0,9.

Il Consiglio di Stato, cioè il governo, ha deciso di intervenire disponendo tetti all’aumento dei prezzi al dettaglio dei prodotti alimentari. Tutti – quasi tutti – gli esperti occidentali avvertono che la cura è sbagliata, che non bisogna imporre ai mercati controlli amministrativi ma, al contrario, bisogna liberalizzarli di più i mercati. La Cina è cresciuta, però, facendo a modo suo e continua a farlo.

La Commissione nazionale di Sviluppo e Riforma, l’ente responsabile della pianificazione, ordina così ai produttori di carbone di stabilizzare, controllandoli, i prezzi del carbone e, insieme, ha proibito ai governi locali di impedire la vendita del minerale fuori delle loro province[33]. A stare alle fonti, la ragione per cui oggi all’interno i prezzi del carbone sono più alti di quelli internazionali è che i profitti dei produttori di carbone in Cina sono eccessivi e che hanno costretto alcuni impianti di produzione di elettricità da fonti estere.

Scoppia però – e, cosa più interessante, viene alla luce – un conflitto pesante tra l’Accademia delle Scienze Sociali cinese che denuncia come il tasso di inflazione sia di almeno 7 punti percentuali sopra quello ufficiale e il portavoce dell’Ufficio statistico nazionale, Sheng Laiyuan, che replica trattarsi solo di “notizie strampalate e senza alcun senso” e che il tasso di inflazione “non è affatto sottovalutato né manipolato da chicchessia[34]. Però risulta vero, ad esempio, che nel computo dell’inflazione si calcola il costo degli affitti ma non quello dell’acquisto di case, una realtà che, ancora, non è di massa e numericamente resta contenuta ma, comunque, sta salendo.

●E, ancora ad ottobre – dopo aver aumentato a settembre di mezzo punto percentuale la riserva obbligatoria delle singole banche, restringendo per questa via la disponibilità di credito – l’ammontare del credito erogato[35] a imprese e famiglie scende a 587,7 miliardi di yuan (88,5 miliardi di $) dai 595,5 del mese prima, secondo i dati pubblicati dalla Banca centrale. Nell’insieme dei primi dieci mesi dell’anno i nuovi prestiti erogati sono arrivati a circa 6.089 miliardi di yuan: a fronte, nello stesso periodo dell’anno prima, di 8.092 miliardi sempre in valuta cinese.

Le quattro maggiori banche di Stato (la Industrial & Commercial Bank of China Ltd., la China Construction Bank Corp., la Bank of China Ltd. e l’Agricultural Bank of China Ltd.) non concederanno più prestiti fino alla fine dell’anno a quelli che da noi si chiamerebbero i palazzinari, sia privati che di Stato. Una portavoce del ministero dell’Edilizia e dello Sviluppo rurale ha però detto di non poter confermare la notizia[36].

●Grandi manovre un po’ di tutti, diciamo di molti – e di Stati Uniti e Cina – anzitutto in preparazione del vertice che si è tenuto a Seul del G-20, l’11 e 12 di novembre. Dicevamo, di molti e non di tutti perché ad esempio di noi, dell’Italia, ma poi a veder bene dell’Europa proprio, non possiamo davvero parlare.

Noi ormai, in giro per il mondo e in Europa, andavamo solo a raccontare qualche barzelletta stantia: altro che pensare al G-20, dove tanto nessuno ci dà più retta alcuna. Il Nostro, si dice, numero uno è affaccendato, et pour cause, ad arrovellarsi sul futuro d’un putrefatto governo che non è tanto l’opposizione a mettere in pericolo ma il fatto che è proprio dalla testa che puzza. Anche e proprio, non solo, per la mancanza di sensibilità morale e di autocontrollo suo. Questo per dire dell’Italia oggi. E, quanto all’Europa come tale, al vertice va – al solito – con tre-quattro voci diverse e non consenzienti e, quindi, non conta né conterà…

Conta poco, purtroppo, anche il movimento sindacale internazionale che ha, certo, preparato il solito buon documento e lo ha presentato a una delegazione dei capi di Stato e di governo. I temi che reclamava di vedere discussi e affrontati erano, nell’ordine (qui elencati solo per titoli): la necessità di

• “dare assoluta priorità alla creazione di posti di lavoro;

tenere in vita le misure di stimolo economico mirate alla creazione di lavoro anche per ridurre il peso dei deficit di bilancio degli Stati attraverso una crescita sostenuta delle economie rispettive;

dare priorità all’investimento sulle persone e costituire un gruppo di lavoro specifico e dedicato del G-20 al problema lavoro;

assicurarsi che ogni politica di cambiamento climatico prenda in carico i costi delle transizioni;

mettere il tema del ‘lavoro con dignità’ al centro delle strategie di sviluppo e tener fede agli impegni sugli aiuti allo sviluppo che erano stati assunti nel’ambito dei cosiddetti ‘obiettivi per il  millennio dell’ONU’;

arrivare a una tassazione equa, stroncare la speculazione finanziaria, chiudere i paradisi fiscali e accelerare le riforme finanziarie”.

Insomma, un documento chiaro cui, nella sintesi fatta per titoli, non abbiamo potuto assolutamente rendere giustizia ma che invitiamo i lettori a leggerne le convincenti e, poi, disattese motivazioni e argomentazioni sul sito dell’ITUC[37]:

Il punto, qui, è che stavolta il movimento sindacato internazionale si è visto scavalcare nei confronti dell’attenzione che i G-20 – per quello che contano, certo; e per quel che conta alla fine il poco o nulla che davvero decidono – hanno invece riservato ai leaders del business internazionale.

A discutere con loro (l’AD di Citigroup, Vikram S. Pandit, il presidente della Camera di Commercio americana, il presidente della Saab – industria aerospaziale e della Difesa – e della Federazione mondiale “dei padroni”, lo svedese Marcus Wallenberg, il finanziere americano Stephen A. Schwarzman, il tedesco Ackermann della Deutsche Bank e altri) in un seminario organizzato dalle Confederazioni padronali coreane col sostegno cruciale del governo sud coreano, parecchi capi di Stato e di governo[38].

Come la cancelliera Merkel, tedesca, la presidente argentina de Kirchner, la premier australiana Gillard, il presidente sud coreano Lee Myung-bak, il primo ministro spagnolo Zapatero, il presidente del Sudafrica Zuma, il primo ministro giapponese Naoto Kan e il presidente russo Medvedev. Che non hanno solo letto le loro due paginette preparate dagli sherpa ma hanno effettivamente interloquito con loro… molto spesso concordando, talvolta dissentendo anche aspramente (la Merkel ha reagito dura alle lamentele dei banchieri per la possibile maggiore regolamentazione della finanza internazionale e delle tasse sulle banche che crescono: “invece che fare soldi soltanto, dovete guadagnarveli”…; Zuma ha polemizzato con la pretesa delle multinazionali di trattare ogni paese dove investono nello stesso modo senza prendere in considerazione alcuna “le grandi differenze in cui essi si trovano”.

Neanche un minimo di pari dignità per i sindacati. Anche per colpa loro (pare che non avessero neanche intuito del colpo che il business stava preparando a Seul, quasi in segreto)…

●Invece, si stanno dando molto da fare Stati Uniti e Cina. Gli USA anche, e in primis, per la necessità che ormai ha Obama di rilanciarsi con forza a livello di leadership internazionale— vista la botta che l’elettorato americano gli ha assestato il 2 novembre e il bisogno conseguente di riprendere quel che possono del proprio consueto “peso” internazionale.

Così, il 3 novembre la Fed decide e annuncia che per la seconda volta ricorrerà alla “facilitazione quantitativa”[39], come le banche chiamano il metodo di espansione della liquidità utilizzato per cercare di dare una mano all’economia in recessione. La BoJ lo ha già utilizzato e la BCE ha cominciato, con enorme cautela, a provarci…

Espandere così la liquidità – in parole povere, comprando buoni del Tesoro a lungo invece che a breve termine (non serve con un tasso a breve già vicino allo zero), in pratica stampando moneta: nessun paese europeo dell’eurozona lo può fare, ovviamente, da solo; potrebbe farlo, e in qualche misura ma sempre molto frenata nel recente passato lo ha fatto, l’UE tutta insieme… – rende disponibili i soldi messi in circolazione per i governi che, comprando i loro stessi BoT, o Bond che dir si voglia, assorbono il loro debito pubblico o investono sul mercato in prodotti, dai beni di consumo alle azioni, che per varie ragioni non trovano altri investitori.

E’ un modo statalistico, contrario a ogni precetto dell’economia di mercato e del liberismo ancor dominante anche se ormai col fiato un po’ corto, con cui lo Stato interviene direttamente a forzare la circolazione di moneta nel sistema e, almeno in teoria, ad abbassare così il costo del credito per favorire consumi e investimenti e, dunque, quando c’è recessione, a favorire la ripresa.

Consente anche, poi, e forse anzitutto, a una Banca centrale – e al governo che ha dietro e che, in ultima analisi, malgrado ogni rivendicazione di indipendenza formale, poi la sostiene e la controlla – di indirizzare quegli investimenti verso settori specifici dell’economia piuttosto che altri, dove pensa che se ne possa ricavare di più e anche meglio: per dire con la litania di sempre, che corrisponde peraltro al vero, istruzione, ricerca e sviluppo, innovazione, ambiente, ecc., ecc. Le banche centrali, da sempre restie a questo strumento perché aumenta, secondo ragioni non di mercato – non obbedienti, cioè, alla domanda “spontanea” da esso avanzata – liquidità e possibilità d’inflazione, o almeno di minaccia d’inflazione, adesso quasi tutte vi fanno ricorso.

Buon’ultima quella statunitense che, però, a fronte della dimensione della propria economia, 15.000 miliardi di $ di PIL, e dei problemi che va accumulando, intende mettere in atto un intervento tutto sommato modesto (non più di 600 miliardi di $), anche se concentrato di qui a metà del 2011. Non tende tanto – questo è il punto e questa è l’impressione volutamente diffusa – a dare, però, una spinta a produzione, consumi e occupazione all’interno[40].

Il fatto è, anche qui, che è troppo poco e troppo tardi, come spesso in questo paese succede. Disse otto anni fa il presidente della Fed Bernanke, allora solo uno dei governatori della Banca centrale, che la lezione inferta alla Fed dalla crisi degli anni Trenta era stata “imparata”: non resteremo più fermi a guardare o quasi. Ma erano proprio “le ultime parole famose” – martella con ragione, e  impietoso, uno come Krugman – lo stanno proprio rifacendo[41].

Proprio come l’intervento di Obama sulla politica economica, rilevante per tamponare la crisi ma insufficiente a risolverla, di un anno e mezzo fa, anche l’intervento di Bernanke adesso sulla politica monetaria si sta lasciando intimidire dagli ossessi/ossessionati di un pericolo d’inflazione che proprio non c’è, E, poi, al di là anche dei limiti quantitativi esigui che gli sono stati imposti, il meccanismo funziona allora come oggi: come sempre, irrazionalmente.

Cioè: la Fed trasferisce moneta che stampa di fresco alle banche; la Fed spera che le banche lo trasferiranno alle imprese; la Fed spera che le imprese così investiranno e creeranno produzione e lavoro. Ma è una vana speranza, tanto per le quantità insufficienti delle misure di fronte alla crisi, come ha dimostrato il primo round di stimolo dato un anno e mezzo fa all’economia reale, sia perché le banche non si comportano affatto così...

Perché è proprio il filtro delle banche l’ostacolo. Impaurite dagli effetti che ancora continuano a farsi sentire sul mercato edilizio col declino dei prezzi delle case, del valore calante cioè del collaterale dato a garanzia dei prestiti elargiti ai prestiti elargiti nell’epoca creduta delle vacche grasse, adesso hanno paura di crediti non più riscuotibili e i soldi pubblici preferiscono tenerseli in cassa senza che il sistema le possa, né le voglia in realtà, obbligare a rimetterli in circolo.

Di più, la domanda non è migliorata quasi per niente da mesi e se non c’è domanda, alla fine, poi non è neanche facile fare nuovi prestiti se non a condizioni che chi presta non considera, poi, soddisfacenti: perché, come si dice in Italia, a quel punto il cavallo non beve. Il fatto è che la maggior parte delle famiglie ormai è preoccupata di ripagare i debiti che ha acceso, molto più che disposta a farne di nuovi.

Bernanke sa anche bene che le banche cui consegna questa nuova liquidità sovvenzionata dal pubblico, se devono impiegarlo preferiscono poi più che prestarlo a  imprese, famiglie o persone  uando destinarlo all’80%, come finora, a “sostenere” i titoli azionari già forti e più forti, comprandone azioni e mettendosele in portafoglio.

Torna così alla ribalta, con prepotenza, la vecchia questione con cui, già più di ottant’anni fa, Lord Keynes obiettava a questa strategia che chiamava “maledettamente contorta”, chiedendosi – e chiedendo – senza che nessuno mai gli rispondesse se non con l’asserzione che il sistema funziona così: perché in esso a decidere sono banche e imprese, non altri – perché mai dovrebbe funzionare l’idea che al problema centrale (la disoccupazione: sempre più intollerabile, allora come ora) si risponde… attraverso la mediazione delle banche.

Insomma, qui, siamo alle solite. E come da noi non c’è niente da fare se sono gli italiani a rieleggere Berlusconi, qui non c’è niente da fare se gli americani continuano a fare più i ricchi i già ricchi nella speranza che, prima o poi, funzioni la favoletta grottesca del ricco epulone inventata a suo tempo da Reagan.

In definitiva, meglio aspettare che dalla tavola del gaudente, sempre più grassa, prima o poi il grasso eccedente sgoccioli davvero sui più poveri che stanno lì, sotto la tavola… Meglio dare fiducia agli istinti animali del capitalismo selvaggio, insomma, piuttosto che aumentare, anche di poco, le tasse sui redditi più alti. Di poco, dell’essenziale che sarebbe indispensabile a creare anche e direttamente il lavoro migliorando strade, ponti, istruzione, sanità e reti da quelle ferroviarie a quelle elettriche, le infrastrutture che spesso in America sono in uno stato realmente penoso: peggio che la Salerno-Reggio Calabria: senza manutenzione, in pratica, dagli anni Trenta.

Dice, però, a proposito dello stampare moneta per creare lavoro, di come la storia ci insegni che non funziona: nel senso che può diventare un pericoloso gioco inflazionistico. Ed è vero. Ma la storia ci dice anche che in periodi specifici, unici, di tempo queste politiche invece possono funzionare. E funzionano: come negli anni Trenta. Col 10% di disoccupazione ufficiale invece del 25% della Grande Depressione (ma già oggi tra sottoccupati e disoccupati sono più di 25 milioni gli americani senza o con poco lavoro…) non siamo per fortuna ancora a quel punto. Ma questi sono anche gli anni ’10 del 21° secolo, non i ’30 del 20°.

Dunque, la facilitazione qui non è concepita tanto come strumento di rilancio dell’economia vero e proprio, quanto come una speranza in un meccanismo che però è già fallito col primo stimolo… E neanche, forse, per far scendere in modo realmente significativo i tassi di interesse a lungo termine come annunciato, quanto a dare l’impressione di un sistema economico disposto ormai a usare tutti i mezzi per ripartire anche se sempre con prudenza (troppa?) e intende così mandare segnali a chi vuol capire come e quanto voglia piuttosto lasciare il segno sulla discussione di politica monetaria che a livello globale avrà luogo solo qualche giorno più tardi al G-20, l’11 di novembre.

E ai cinesi, agli esperti della loro Banca centrale, sembra suonare fasulla, come una campana fessa, la dichiarazione virtuosa di Obama che difende la “facilitazione quantitativa” della liquidità sui mercati decisa dalla Fed e fatta stampando dollari dicendo che sì, è vero, è una forma di interventismo e di dirigismo economico ma che ha l’ “intenzione di favorire l’economia non di manipolare la moneta”: perché, poi, e anche salvando le “intenzioni”, la manipola, deprezzandola, e come[42]

●Il Giappone, dopo la consueta riunione settimanale di Gabinetto, dichiara[43], o lascia capire, di aver capito col Ministro dell’Economia Banmri Kaieda che la decisione della Fed americana di acquistare coi fondi del Tesoro 600 miliardi di $ di debito pubblico (non è così chiaro, però, che sia questa la destinazione, o l’unica destinazione, della spesa annunciata) “può essere presa come un segnale” diretto proprio alla Banca centrale di Tokyo perché espanda i suoi acquisti dello stock di debito nipponico.

Questo dichiara – innervosendo le suscettibilità, del resto anche qui nominali, di indipendenza della Banca centrale, è ormai un tema di discussione aperto tra BoJ e governo. Non è chiaro affatto aggiunge, però, quanto e se una misura come quella americana riuscirà effettivamente ad incidere sui tassi di cambio. In altri termini, se lo scopo della mossa americana è quello di spostare le posizioni cinesi, la misura secondo i giapponesi è probabilmente toppo piccola e arriva troppo tardi.

●In Cina, invece, il presidente Hu Jintao ha ribadito a inizio mese[44], e ormai quasi alla vigilia del G-20 che discuterà anche il tema del livello del cambio di molte divise tra cui, di sicuro, anche dello yuan cinese, che la politica valutaria del suo paese è “coerente e responsabile”, che Pechino da tempo lavora alla riforma del suo tasso di cambio.

Ma ha tenuto a rendere chiaro che tutti gli interessati, Stati, governi e finanza, dovrebbero insieme puntare a ristrutturare le proprie economie per promuovere il libero scambio (vedete un po’ da dove viene la predica, ormai, sulle virtù del libero mercato…) e per combattere il protezionismo. Lo yuan da giugno ad oggi – fa notare – s’è già rivalutato, del resto, del 2% e nell’ultimo quinquennio del 24%: in media del 5% ogni anno.

●Da parte sua il governo tedesco – per citare un altro dei pesi massimi dell’economia mondiale – non sembra particolarmente preoccupato dalla concorrenza dello yuan cinese: non solo, in effetti, la Germania ha continuato a esportare senza paura o freni della concorrenza cinese (però, al contrario di noi e spesso anche degli Stati Uniti per la maggior parte dei loro prodotti, Berlino punta per vincere più sulla qualità, guarda un po’, che sul prezzo) ma, in un cosiddetto position paper[45] preparato proprio per Seul, esprime il “fermo parere”, comune a molti altri, che lo yuan dovrebbe magari ancora apprezzarsi.

Ma, aggiunge, ancora in sintonia con la posizione cinese, che dovrebbe farlo solo “gradualmente e per stadi attentamente preparati”. Cioè, prendendo in qualche modo per le corna il nodo che blocca tutto: che, nella realtà imperfetta com’è e non nella perfezione teorica di una realtà che però non  esiste, le monete non si affidano affatto, per trovare il loro equilibrio, al mercato che stabilirebbe, come recita la vulgata, liberamente il loro valore; ma lo fissano e, politicamente, lo guidano.

Meno anonimamente e in modo, forse, ancor più graffiante, il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha criticato[46] la “facilitazione quantitativa” della Fed: più liquidità nell’economia americana, dice, non risolverà i problemi economici del paese (e non ha torto perché in realtà non è la liquidità che manca all’economia americana; ma la sua è comunque ipercautela conservatrice perché adesso in America è proprio la domanda a stagnare) e, invece, creerà di sicuro problemi per il resto del mondo.

Perché, dice il ministro tedesco, tra l’altro svaluterà ancora il dollaro rischiando di risucchiare, molto più di quanto abbia fatto o possa fare la Cina, la domanda estera rivolta verso gli altri paesi esportatori (e, in specie, proprio quella “qualificata” tedesca). La Germania discuterà, dice, bilateralmente della faccenda con gli Stati Uniti, insieme agli altri paesi del G-20, a Seul raccomandando – Schäuble da qualche tempo è meno discreto di quanto fosse di solito – agli USA di prendere esempio dalla ripresa tedesca: il deficit spending non è la soluzione, dice lui, perinde ac cadaver allineato e coperto dal dogma tedesco…

Certo, sarebbe utile se qualcuno magari spiegasse a Schäuble che è del tutto contraddittorio lamentare, insieme, il modello di crescita trainato dal credito di qua e, di là, la svalutazione del dollaro: è come lamentarsi del caldo in una stanza e, poi, deplorare che qualcuno accenda il condizionatore o apra le finestre… Infatti, un dollaro calante è precisamente lo strumento e il meccanismo attraverso il quale gli Stati Uniti potrebbero, se volessero, uscire dal loro modello di crescita a prestito.

Renderebbe più caro importare merci di consumo da fuori negli USA, portando tutti gli altri a comprare meno prodotti e servizi americani e, viceversa, renderebbe meno care le esportazioni degli altri portandoli ad aumentare il loro export. Riducendo di conseguenza il deficit commerciale americano e il ricorso degli USA al  credito estero… Questa è una lezioncina semplice semplice da primo anno di economia o, se volete, secondo di liceo scientifico… 

●Anche il presidente Sarkozy tiene a dire la sua, con la Francia che si mostra e vuole mostrarsi sul tema molto più vicina alle posizioni cinesi che a quelle americane e, dopo aver incontrato il suo omologo cinese Hu Jintao, dichiara[47] che tra i due governi è emersa una “reale convergenza di opinioni” sulla “possibile e necessaria” riforma del sistema monetario internazionale. Ma anche, specifica, su una ragionevole “regolazione dei prezzi delle materie prime” che riesca a far rispettare a tutti – “ma proprio a tutti”, sottolinea: e proprio tutti capiscono con chi ce l’ha – regole e norme “comuni”.

Lo scopo è quello di arrivare “a un mondo più equilibrato e più stabile”: che non sia affidato solo alle, ma certo non ignori le, ragioni e i rapporti di forza dettati dal mercato. La Cina ha proposto che nel 2011, insieme alla Francia che assume la presidenza del G-20 nell’anno, venga organizzata e si tenga in proposito un grande seminario internazionale degli esperti delle diverse scuole di pensiero sul tema— offrendo come luogo Pechino ma dichiarando subito che va bene Parigi: alla fine viene deciso che questo seminario di studio, ad altissimo livello, si terrà proprio in Cina.

●La Cina, continuando la sua attenta preparazione delle posizioni che vuole difendere sulla convertibilità delle monete e sul commercio internazionale a Seul, fa emergere un messaggio importante a un seminario della sua Banca centrale aperto – e non per caso, ma proprio per farlo arrivare – ad osservatori stranieri.

Lo lancia Xia Bin, un personaggio noto negli ambienti finanziari internazionali come il cervello operante della Banca centrale – una specie di supercapo dell’ufficio studi col titolo ufficiale di consigliere politico – parlando di erigere un muro di contenimento – una vera e propria “muraglia cinese”, la chiama – per mezzo della politica monetaria e del controllo dei capitali: cioè in contrasto dichiarato, e in controtendenza anche in Cina non del tutto pacifica, rispetto alla policy dichiarata anche se non, nei fatti, praticata dalle altre banche centrali.

La Cina, dice, si preoccuperà innanzitutto “di quel che è bene per la Cina”, e non seguirà l’andazzo dando una mano a trascinare il mondo a un nuovo regime di regolamentazione finanziaria internazionale controllata poi non si sa bene da chi— anzi, si sa già bene alla fine in realtà chi lo controllerebbe… Xia fa osservare che finché a controllare l’emissione di valute di valenza globale, come il dollaro, non ci sarà nessuno oltre a chi lo stampa sovranamente e in base ai criteri suoi, nazionali, le crisi saranno inevitabili[48] e migliorare l’efficienza del sistema monetario globale sarà una battaglia perduta… Anzi, inutile.

Va aggiunto che, alla critica cinese, si aggiunge nelle stesse ore quella dura, e quasi ingenuamente se non falsamente scandalizzata, di diversi governi di economie emergenti (Brasile, Tailandia)[49], preoccupati che le facilitazioni quantitative americane possano trasformarsi in un’invasione di dollari che esporti inflazione nelle loro economie fragili ma, comunque, in rapida crescita rispetto alle altre.

Dice Welber Barral, ministro del Commercio estero di Brasilia, che si tratta di una misura che “impoverirà le economie vicine a quella americana e che produrrà inevitabilmente, e giustamente, misure di rappresaglia a catena”; il ministero delle Finanze della Corea del Sud, dice apertamente che servono i controlli ai movimenti di capitale invocati dai cinesi e quello di Singapore fa osservare che acquisti di assets da parte del Tesoro americano, per una cifra che potrebbe arrivare anche a 600 miliardi di dollari, magari non significherà granché per gli USA ma per molte delle loro economie potrebbero costituire un rischio davvero grave… Non inutile, dunque, il tentativo americano, come aveva ipotizzato più moderatamente la Banca centrale cinese: proprio dannoso.

Riprende, infine, l’argomento, ancora più sotto alla data di Seul, il vice ministro degli Esteri di Pechino, Cui Tiankai[50]: va da sé, ci tiene a chiarire, che la Fed può fare quel che vuole senza consultare né chiedere permessi a nessuno; ma è anche necessario che, se viene chiesto – e, poi  lascia intendere, da chi nei loro confronti è un largo creditore – Fed e Tesoro americani “spieghino la decisione di comprarsi parte del loro stesso debito pubblico; perché se non lo fanno riusciranno solo a minare ripresa e crescita dell’economia globale”. Comprensibilmente, infatti, sono molti i paesi a preoccuparsi della svalutazione dei loro assets americani e dell’impatto di simili mosse sulla loro economia.

Uno di questi è sicuramente la Cina, anche se lui così non lo dice: teme, come tutti coloro che detengono assets denominati in dollari, la destabilizzazione che una politica monetaria come quella annunciata potrebbe imporre al suo portafogli… per cui è essenziale che gli USA “assumano una posizione responsabile sulla questione: non possono imporre al mondo uno shock come quello della proclamazione di inconvertibilità del dollaro in oro del 1971”. Il bello – o il brutto – è che invece possono. O almeno possono illudersi di potere… Se gli altri insieme non li frenano… o, meglio, non li convincono del fatto che non funzionerebbe più.  

Invece di definire artificialmente targets cifrati dei cambi, afferma Cui, ribadendo l’opposizione cinese a una regolamentazione “politica e numerica” della finanza internazionale, tipo “quella di una volta delle economie collettive”, il suo paese è convinto, e cercherà di convincere in proposito i G-20, della necessità di superare ogni difficoltà con la collaborazione internazionale: specie quella tra USA e Cina. Che però, per esserci, deve essere tale davvero: cooperazione concordata, mai unilateralmente imposta e neanche cercata…

Nel viaggio di avvicinamento alla Corea del Sud per il vertice del G-20, Obama ha cominciato dall’India, in una tappa che, ci dice il NYT,  “metterà il massimo dell’enfasi possibile sull’apertura del loro mercato a prodotti americani”. Insomma, il presidente degli Stati Uniti d’America si mette a fare, e a dichiarare di fare, il mallevadore d’affari[51]… come, del resto, anni fa spiegò il Cavaliere è ormai il compito di una buona politica estera: procacciare affari.

●In sintesi, alla vigilia del G-20, chi più chi un po’ meno meno, Cina, Giappone, Brasile, Unione europea, pressoché tutti e tutti insieme, vengono dicendo che la dipendenza degli Stati Uniti dal debito, e dal debito estero in particolare, ne ha enormemente sfiancato la credibilità finanziaria e economica. Malgrado tutto però, tra i singoli investitori e risparmiatori, gli USA restano a livello globale il paese che, fiduciosi nel totem del capitale e del capitalismo, sembrano continuare a considerare il meno a rischio.

Non sembra sempre così, ormai, agli occhi di chi i fondi sovrani, i fondi pensione e i grandi capitali li gestisce, li sposta e li governa ogni giorno a nome di  milioni e milioni di risparmiatori: non tanto come deposito di crediti altrui, ma proprio come credito degli Stati Uniti stessi, ormai l’America è considerata affidabile più che altro come retaggio di tempi andati e riconoscimento della sua enorme forza strategica residua: anche se pur essa infiacchita dalle guerre in cui sono impantanati non solo senza uscirne più vincitori ma proprio senza riuscire neanche a estricarsene, col conseguente minor “rispetto” riscosso a  livello internazionale.

Ora, proprio alla vigilia del vertice di Seul il 9 novembre, l’agenzia di valutazione dello Stato cinese – una specie di Moody’s, considerata largamente affidabile visto che dietro ha i fondi sovrani del paese, ormai molto più di 1.000 miliardi di $ – “ha svalutato il credito degli Stati Uniti mettendo in  questione, provocatoriamente”, certo ma anche ragionevolmente sulla base degli standard applicati universalmente, la leadership americana dell’economia globale.

La Agenzia di rating ha citato specificamente la decisione della Fed di “pompare liquidità” artificiosamente, cioè“più soldi nell’economia”, riconoscendo implicitamente che è cosa forse anche necessario ma che, magari come dicono Krugman, Stiglitz e altri, non sarà ancora insufficiente per risollevare le sorti della crescita americana. Invece, avvertendo che, certamente, “finirà col deteriorare le capacità di rimborsare il debito” mettendo in rilievo “i gravi difetti del modello economico americano di sviluppo e di management” che, predice, porterà a “un abbassamento fondamentale della solvibilità nazionale” degli USA.

Una provocazione, sicuro. In parte almeno, ma solo ieri del tutto impensabile e già oggi non più, come viene subito messo in rilievo all’esito del vertice[52].

●Alla fine, dal Vertice non viene fuori niente di nuovo. Al mondo non offrono, i vènti grandi (attenti all’accento!), nessuna nuova leadership, magari più collettiva ed articolata di quella finora data dagli Stati Uniti: per mancanza di fantasia, di coraggio, di lungimiranza e di voglia di rischiare qualcosa. Potrebbe la Cina stessa: ma appunto, ancora e giustamente, non osa… Potrebbe, di certo, l’Europa: ma se l’Europa ci fosse: e proprio non c’è… Potrebbero, insieme, i paesi emergenti: ma non concordano su chi tra loro dovrebbe tirare…

E, poi – e alla fine – bisogna anche ammettere che per default a tutti, forse, conviene ancora tenersi l’America… o ancor meglio – da un punto di vista geo-strategico ma non geo-economico – questa America che, sia ai suoi nemici come agli amici, appare – ed è – come un poco azzoppata… Si continuerà dunque ancora, e ancora a lungo probabilmente, a sopravvivere in questo limbo dove una grande potenza va lentamente calando e non riesce ad emergerne altra come sostituto e neanche come un sostegno realmente alla apri… E nessuno garantisce davvero che andrà meglio.

E, a Seul, dopo una giornata e mezzo di lavori la prima decisione raggiunta è quella di non decidere: cioè, la decisione teorica (di principio…) è presa, quella di dare – o meglio di dire – un alt agli “squilibri eccessivi[53] di bilancia commerciale, sia attivi che passivi (Cina e USA per capirci, ambedue), di risparmio e di spesa. Ma è presa contestualmente anche la decisione di non darle, come si dice, per ora esecuzione operativa con l’esplicita designazione, che gli americani chiedevano ma non ottengono, di obiettivi di squilibrio massimo e minimo.

Tutto rimandato a tempi (si fa per dire…) migliori e, per ora, in pratica, una vittoria di Cina e Germania, con Obama che si è dovuto accontentare nella sua conferenza stampa di fine vertice di invocare il senso di responsabilità di Pechino. Prendendo atto, nei fatti, così del nuovo equilibrio di poteri reali. Adesso, entro il prossimo giugno, i ministri delle Finanze vengono delegati a concordare tra loro linee guida “indicative e non obbligatorie” per identificare squilibri “consistenti e importanti”.

Ma il problema è il solito: nulla di obbligatorio, solo di indicativo… e un livello di deficit che resta tutto da definire, all’unanimità o comunque per consenso (che, se non c’era oggi, non si vede perché e come debba essere raggiunto solo tra pochi mesi), per essere proclamato tale… Sempre il NYT[54] conclude un’analisi non banale delle cose emerse dal Vertice con un articolo intitolato che è tutto un programma: —Il Vertice mostra che gli Stati Uniti riecono ancora a dettare l’agenda, ma non più a far decidere le cose. Già… e ti pare poco?

Un altro puntuto commento nei confronti di Obama – ma non proprio da destra, di un americano ma di un americano diciamo, per capirci “europeista” – nota che “non solo il presidente Obama ha nettamente perso la faccia – per dirla all’orientale, visto che il Vertice l’hanno tenuto a Seul – ma anche e proprio la leadership americana ha preso un gran brutto colpo[55]. Il fatto è che “gli Stati Uniti stanno anche perdendo il dibattito sul modello di sviluppo migliore per il 21° secolo”. 

Non ha aiutato certo che gli USA si siano presentati a Seul a difendere la tesi, balzana, che la crisi non è stata la colpa del capitalismo da casinò all’americana che ha avvelenato i mercati finanziari, ma degli squilibri delle bilance dei pagamenti – tesi che non trovato, e non poteva trovare, convertiti o   acquirenti a Seul.

Ma, in fondo questa tesi veniva da quegli stessi esperti che non s’erano accorti della bolla speculativa edilizia da 8.000 miliardi di $ che ha essa davvero affossato gli Stati Uniti…”. E il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, è stato pure più diretto di quanto sia stata la Merkel.

Ha descritto la politica americana a Obama, al ministro del Tesoro Geithner e al presidente della Fed Bernanke – questi due ne erano stati anche autori e interpreti in prima persona – come qualcosa ‘senza capo né coda’, spiegando e mostrando come il modello americano si è infognato in una ‘crisi profonda: perché gli USA hanno vissuto troppo a lungo a credito, inflazionando massicciamente il settore finanziario e non prestando alcuna attenzione alla loro base industriale’… Ahi, ahi! La Germania bastonata da tanti guru americani neoliberisti e simili per la sua economia ‘debole e sclerotica’ restituiscono ora all’America la predica su come guarire l’economia!

Merkel è andata dritta alla giugulare: bisogna tornare ha concluso, e si è capito benissimo con chi ce l’aveva a un’economia sostenibile: cioè, “a un’economia che non sia basata sul debito e sulla speculazione”.

Si può discutere, naturalmente. Se ne discute… E’ giusta questa predica adesso, quando bisogna uscire da questa crisi come si può e comunque? Forse è per lo meno intempestiva… Ma, sul piano dei princìpi, e del che fare in futuro, i guru adoratori del libero mercato, che libero mai poi è e mai potrà essere, farebbero meglio a prestare orecchio.

Il giudizio che ci è sembrato il più vero e, insieme, rassegnato sul Vertice è stato, alla fine, quello del connazionale di M. de Lapalisse, Nicolas Sarkozy: che “un accordo insufficiente è comunque meglio di un disaccordo”, anche se al dunque, poi, da un punto di vista dei risultati pratici, è esattamente lo stesso: solo una pecetta appiccicata a forza su uno sbrego ormai spalancato e che tale resta. Insomma tutti hanno riconosciuto che nessuno dovrebbe muoversi per conto proprio, anche e proprio perché nessuno da solo ce la fa, o ce la fa più; ma tutti hanno deciso di continuare a muoversi comunque per conto proprio…

Insomma. Nessuno ha vinto e il Vertice, onestamente, è fallito. A uscirne “bene”, forse solo il Fondo monetario che ha visto qui ridistribuire potere e pesi interni nella propria governante, con una rappresentanza nel suo board più favorevole (un pochino più favorevole) del peso dei paesi emergenti ad economia di mercato (ma anche non proprio) e con una missione sulla carta più incisiva per aiutare i paesi che si trovassero di fronte a una stretta improvvisa di liquidità[56].

Trascorsi i giorni del Vertice, la Cina torna sul tema dello yuan e chiarisce, con un dirigente importante della sua Agenzia regolatrice dei cambi che parla al China Forex Magazine, di volere e dover continuare a mantenere un fermo controllo sul tasso di cambio perché, con le politiche monetarie dei grandi paesi sviluppati, corre altrimenti il rischio concreto di diventare il primo target della speculazione dei capitali su un mercato che, anche dopo Seul, resta selvaggio esattamente come era ieri.

Se la Cina, ha detto Deng Xianhong, non controlla edilizia e bolle speculative – come hanno fatto in America: questo non lo dice, ma lo capiscono tutti – e lascia libero lo yuan di fluttuare liberamente si scatenano flussi selvaggi di capitali, impennate di liquidità globale che scatenano alti prezzi delle materie prime e, nelle economie emergenti, l’importazione dell’inflazione. Cose come quelle che qualcuno vuole praticare e far praticare come le facilitazioni quantitative e una guerra delle valute manderebbero a gambe all’aria l’economia mondiale[57].

●Con un intervento palesemente mirato a inquadrare, come spiega lui stesso, le realtà della Cina nel contesto che le compete, il vice presidente Xi Jiping[58], capo del partito e presidente dal 2012 – di fatto già designato e formalmente eletto all’ultimo Congresso programmatico del partito di un mese fa – nella sua prima uscita dal paese, a Singapore, ha dichiarato, anzitutto, che la prosperità e la stabilità della Cina “non costituiscono alcuna minaccia per alcun altro paese” e consentono a quanti, invece, con la Cina lavorano concrete possibilità di sviluppo.

Bisogna avere sempre chiaro – noi per primi, dice, ma anche gli altri – che la Cina rimane un paese in via di sviluppo: in effetti, se il suo PIL è ormai il secondo del mondo, visto pro-capite, è 1/10 di quello di Singapore e più o meno al 100° posto nel mondo. Insiste, Xi, nel raccomandare di vedere le cose in prospettiva: il nostro sviluppo – spiega a un incontro di uomini d’affari di Singapore e Cina – oggi come oggi “è ancora squilibrato, poco coordinato e, in pr5ospettiova, non sostenibile” senza aggiustamenti; e serviranno “molti anni di lavoro alla Cina per dare a tutti i cittadini una vita felice e prospera”. Anche perché, per arrivarci, è condizione necessaria, la Cina continuerà ad operare per la pace e comuni obiettivi di sviluppo in tutta l’area asiatica.

●Dicevamo nella nostra ultima Nota congiunturale della necessità, dei limiti e delle contraddizioni del dibattito stimolato, o se volete aizzato, dall’esterno sul rispetto dei diritti umani in Cina— carente, non c’è proprio dubbio: ma solo un luogo, un caso specifico e, certo, non dei minori, del loro scarso rispetto un po’ dappertutto nel mondo…

Adesso, però, la cosa che francamente, almeno a noi, appare un tantino grottesca è, per fare l’esempio – ma è solo un esempio – il David Cameron che, a nome del governo di Sua Graziosa Maestà va a Pechino a chiedere “favori” economici – sui cambi, sul commercio internazionale, sulle importazioni in Cina da Londra sia lo stesso David Cameron che, un minuto dopo o un minuto prima, sempre a nome del governo di Sua Graziosa Maestà chiede, allo stesso soggetto, di migliorare il rispetto dei diritti umani…

Solo a noi la cosa suona grottescamente ipocrita? specie nei giorni in cui lo stesso governo di Sua Maestà Britannica è costretto a confessare ai Comuni che per anni da parte delle truppe inglesi in Afganistan e anche in Iraq è stata praticata la tortura[59]? E quando lo stesso governo di Sua Graziosa Maestà concorda con sei dei suoi ex sospettati che di tortura lo hanno accusato milioni di sterline di indennizzo se ritirano le denunce così evitando di dover fare, forse, i nomi dei torturatori e di quanti li avevano autorizzati e/o comandati a torturare[60] in nome, naturalmente, della difesa della civiltà occidentale e dei diritti dell’uomo?

Com’è che in proposito mi sovviene sempre la bellissima risposta di Gandhi a chi gli chiedeva che ne pensasse della civiltà occidentale: penso – rispose – “che sarebbe una gran bella idea”…  

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●Dopo l’India Obama visiterà anche Indonesia, Corea del Sud e Giappone: dice, le grandi democrazie dell’Asia (ma allora perché non le Filippine?, per dire), quasi per contrastarle, non a caso e anche comprensibilmente visto che, certo, il modello di sviluppo dell’India è più prossimo in qualche modo, anche se non in tutto, di quello della Cina ai valori, o almeno a quelli professati dichiaratamente, anche se poi non sempre praticati, della democrazia americana… che resta comunque, così facendo, sfumata e molto, molto flessibile. Ma l’Indonesia dell’islamismo, è vero, moderato e dell’estremismo politico sfrenato di ir’eri e ancora molto intollerante di oggi? E anche le leggi sul lavoro della Corea del Sud, ve le raccomandiamo…

L’India[61], invece, di certo ha qualcosa da dire e, a modo suo, anche da raccomandare all’America. Qui, molti la considerano la nuova Cina nel campo della produzione manifatturiera, come hub mondiale di servizi, specie elettronici, alle imprese di tutto il mondo ma anche come mercato di consumo dei propri prodotti. Con la recessione che ancora imperversa in tutto l’occidente, la crescita economica qui resta intorno a un imponente 9% (PIL a +8,9 nel terzo trimestre del 2010: industria +9,2%, agricoltura +4,4, miniere +8% e energia +3,4[62]).

La caratteristica che, forse, più distingue qui il sistema industriale da quello americano è che qui non si sono lasciati mai prendere dalle grandi correnti ideologiche dell’adorazione laica del libero mercato ad oltranza, o di infatuazione pseudo religiosa che sfida prove e idee della scienza (come il creazionismo esclusivista, per dire, o la letterale interpretazione di “testi sacri”).

E qui, anche quando era in voga uno statalismo prevalente di fondo, un’idea vagheggiata e abbastanza vaga, a dire il vero, di pianificazione o di programmazione di Stato (molto più vicina, però, alle Partecipazioni italiane che al Gosplan di stampo sovietico, per intenderci) hanno mantenuto una fiorente e vitale piccola e piccolissima impresa e un artigianato estremamente vivace. E qui la religione è stata sempre voluta e tenuta rigorosamente al di fuori dal campo delle scienze: dalla teoria dell’evoluzione delle specie al cambiamento climatico. In America è sempre stato il contrario e una fede vera s’è spesso trasformata ed è stata vissuta come fanatismo asfissiante della ricerca.

Forse alla pari con questa caratteristica c’è la sete di istruzione dell’India, della popolazione indiana – come di quella cinese e molto di più degli americani e degli occidentali in genere – che investe nella scuola, anche e spesso privata (che sopperisce alle carenze del pubblico a costi non solo  rispetto ai nostri assai contenuti) una forte percentuale del proprio reddito familiare per limitato che sia ma che sempre, e sempre al contrario di quello statunitense, prevede poi l’utilizzo del risparmio familiare che c’è quasi sempre, come non in America, per esiguo che sia.

Pronti ad accogliere i nuovi piccoli ingegni ci sono i Centri di Tecnologia, istituti statali capillarmente diffusi che, al contrario della scuola di base, funzionano – largamente sussidiati – assai bene basandosi su una meritocrazia che filtra ferocemente in entrata come in  uscita a premiare i “migliori” sfuggendo non miracolosamente ma per decisione tuta politica alla corruzione altrove largamente diffusa.

●Sempre sull’India, in una specie di Cicero pro domo sua quasi troppo sfacciato per essere preso sul serio ma che, al fondo, esprime due verità parziali (incomplete e di parte cioè: ma verità, comunque e di portata virtualmente davvero strategica), K. Subrahmanyam, noto analista indiano di affari strategici che insegna alla London School of Economics e si autodefinisce, come quasi tutti quelli che fanno il suo mestiere ma troppo spesso – secondo noi proprio per mancanza di realismo fino in fondo – poi non  di rado per questo non ci azzeccano, un pragmatista-real politikista alla Kissinger, dice di credere che “quella tra India e Stati Uniti sarà inevitabilmente la partnership chiave necessaria del 21° secolo perché  la crescita della Cina rappresenta un pericolo per un ordine globale basato su principi democratici e perché le tendenze demografiche stesse legheranno insieme i due paesi”.

Se l’America avrà bisogno di un partner – dice, ma il problema dove Subrahmanyam manca di realismo è per primo questo: ma chi glielo dice che l’America ne sentirà davvero il bisogno nello splendido isolamento della sua missione unica e eccezionale che non fa posto, mai, a nessuna partnership che sia veramente alla pari? – in fondo l’Europa sta invecchiando, come il Giappone. E anche la Cina si avvia ormai ad invecchiare. Noi no e neanche l’America, noi non invecchieremo – chi sa poi perché, manco fosse un destino segnato… – almeno per i prossimi 30 anni[63].

A chi scrive sembra una forzatura di una frescaccia. Obama, intanto, però è andato a vellicare l’India nelle sue presunzioni di grande potenza potenziale, promettendo l’interessamento degli Stati Uniti perché quando e se ci sarà la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ci sia un posto suo di diritto. Si tratta però, probabilmente, proprio sulla base di una real politik appena seria, di una favola.

Sono diciotto anni, tanto per cominciare, che in un modo o nell’altro se ne discute, ufficialmente e ufficiosamente, nel Comitato informale non a caso detto “senza fine” e  senza alcun risultato: chi partecipa dice le sue posizioni, fa le sue proposte (la Germania propone la Germania, il Giappone il Giappone e l’Italia…) ma non si tratta, non si negozia e tutto resta com’era. E, poi, questa non è mai stata, e non è, una decisione nella disponibilità degli americani.

E, oltre a una larghissima maggioranza in Assemblea al momento del redde rationem – che nessuno è in grado di garantire a nessuno – l’India avrebbe contro tanti altri pretendenti/concorrenti (dal Pakistan alla Germania, dal Brasile[64] all’Italia, all’Arabia saudita, all’Egitto e allo stesso Iran, forse) e che ci vorrebbe, poi, l’assenso unanime di tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. E non si vede proprio perché, ad esempio, il suo glielo dovrebbe dare così – gratis – la Cina. Insomma, il gesto di Obama – mirato chiarissimamente a dar fastidio alla Cina – si risolverà, inevitabilmente, in un gesto di inane impotenza…

●La crescita industriale a settembre è scesa al 4,4% dal 6,9% in agosto: ed è il tasso più basso dal maggio 2009[65].

●In Brasile, al contrario degli USA, gli elettori non hanno riportato indietro gli orologi rispetto all’ultima elezione presidenziale: a prescindere adesso dal successo o dal fallimento del presidente Obama (un fallimento quasi globale, finora), comunque l’elezione di medio termine, secondo noi,  ha segnato per l’America un rovinoso ritorno indietro.

Portando al ballottaggio la candidata del PT, Dilma Rousseff, economista 62enne, nonna e divorziata due volte, ex ministra dell’Energia, ex guerrigliera sopravvissuta alla dittatura dei generali golpisti degli anni ’60 e 70 e alla lotta armata condotta in prima persona contro la repressione capillare che avevano instaurato, a un cancro e a tre anni da capo di Gabinetto del presidente Lula, oltre che all’ostilità dichiarata della gerarchia cattolica e dei fondamentalisti evangelici perché “non è contraria” all’aborto, a cambiare di stanza passando da quella di prima assistente a quella di presidente[66], al Palácio do Planalto, a Praça dos Três Poderes, a Brasilia, la gente ha sconfitto col 56% dei voti la paura e il candidato della destra socialdemocratica, Serra. Grazie proprio alla percezione della maggioranza dei brasiliani che la presidenza di Lula sia stata la migliore di sempre nella storia del paese.

In realtà, come in diversi hanno scritto qui[67], nessuno dei due aveva specificato quel che avrebbe fatto sul piano economico se fosse stato eletto in politica fiscale, monetaria e sociale. Oltre alle priorità più generiche: mentre Serra aveva solo fatto capire che avrebbe condotto una politica economica e finanziaria meno interventista di quella di Lula, è scontato che Dilma seguirà il tracciato del presidente, tra aperture al liberismo e forti interventi di aiuto sociale e che esclude di imporre politiche di austerità e limiti nuovi alla spesa pubblica.

Appena certa della vittoria, la Rousseff del resto s’è impegnata a focalizzare la sua presidenza nel completamento del lavoro di Lula, “a sradicare la povertà, l’abisso che ancora ci impedisce di essere un paese veramente sviluppato”. Adesso, una delle preoccupazioni immediate che ha, come del resto in ordine di tempo l’ultima di Lula, sarà il freno che l’ipervalutazione non irrilevante del rial, la moneta nazionale, sta imponendo alle importazioni: il tema che la impegnerà subito, questo mese stesso a Seul, al G-20, dove imparerà ad affilarsi i denti, stavolta in prima persona.

Ma il segnale che gli elettori hanno dato, a maggioranza ma con chiarezza, è quello che il NYT[68] – e      al giornalista che scrive queste righe costa molto riconoscere la sua popolarità a Lula, che secondo lui è sempre stato un irresponsabile (aveva detto no al’America sulle sanzioni all’Iran, dopotutto): lui puntava, e lo aveva scritto, sul rinsavimento dei brasiliani e l’elezione di Serra… – riassume così: “scegliendo Dilma Rousseff, i brasiliani hanno detto di essere decisamente a favore della continuazione delle politiche economiche e sociali del presidente uscente, il popolare Luiz Inácio Lula da Silva”.

Sarà inevitabile che Dilma appaia, almeno a breve, come una delusione: dopo Lula che, col tempo, sembrerà sempre più una specie di San Gennaro. Sotto la sua presidenza più di 20 milioni di brasiliani sono usciti dal pozzo nero della povertà estrema e altri 30 milioni hanno fatto il loto ingresso in quello che lì la gente considera ceto medio. Il PIL pro-capite è cresciuto di un 20% tra il 2002 e il 2010— non un record, a fronte di Cina e India ma, con tutta un’altra apertura, una percentuale importante. E la disoccupazione è stata ridotta al minimo storico.

Ha poi ridato voce e dignità al paese nel mondo: il termine Brasile oggi non fa più rima soltanto con futebol… No, non è stata una rivoluzione, come qualcuno aveva pensato all’inizio, anche perché a qualcuno era sembrato che lui l’avesse promessa. Ma i brasiliani, tutti – poveri e ricchi – il cambiamento lo hanno ben avvertito.

Quindi, adesso, un pizzico di desapontamento in Dilma e nel suo lavoro sarà inevitabile. Ma è una tecnocrate (le preferisce dirsi una funciónaria pública) fredda e insieme calda, la Rousseff, capace di tradurre le idee in concretezza puntando a un obiettivo difficile e di arrivare a destino abbattendo – o secondo miglior utilità – aggirando le difficoltà: come attesta il suo curriculum vitae. E a lei, ora, toccherà fare i conti con le questioni che Lula non aveva, dicono i suoi critici di sinistra e di destra, neanche tentato di riformare davvero: salari, profitti, pensioni, sistema fiscale.

Prima ancora del suo insediamento ufficiale, la presidente Rousseff designa, però, la sua nuova “squadra economica”. Resta il ministro delle Finanze di Lula, Guido Mantega, cambia il governatore della Banca centrale: al posto di Henrique Meirelles, un funzionario di alto grado della stessa Banca, Alexandre Tombini. E nomina ministro della Pianificazione, un ruolo centrale, una sua stretta collaboratrice, Miriam Melchior. L’intenzione dichiarata è quella di continuare sulla scia della stabilità e del progresso economico e sociale intrapresa dal presidente da Silva con tetti di inflazione, cambio fluttuante e responsabilità fiscale congiunti a una lotta concreta alla povertà che porti il Brasile ad entrare nella schiera dei paesi pienamente sviluppati[69].

Il gigante energetico russo, Gazprom, si è messo in lista tra le molte compagnie petrolifere di ogni dove che stanno pianificando di mettersi a trivellare alla ricerca di greggio nel Golfo del Messico, vicino a Cuba e anche vicino anche alla costa statunitense della Florida ma fuori delle loro acque territoriali e fuori della loro regolazione (o, come verificato nel Golfo con il caso BP[70]) la loro non-regolamentazione di sicurezza[71]. Tra queste compagnie non ce n’è nessuna americana, a causa del vecchissimo blocco USA che data da 48 anni contro l’Avana.

Grande l’allarme negli USA, dove però l’unica obiezione fondata potrebbe fondarsi, se non fosse stata affossata e stiracchiata tanto dalla negligenza nel caso BP, sulle esigenze della protezione ambientale. Il problema, naturalmente, però, è che non sono solo i russi di Gazprom Neft – l’ala petrolifera di Gazprom che cerca il greggio – ma anche compagnie che arrivano da almeno un’altra decina di paesi: tra cui Norvegia, India, Venezuela, Malaysia, Vietnam e Brasile…

●La Petroleos de Venezuela e l’ENI hanno firmato l’accordo su una joint venture per l’esplorazione e la produzione di greggio petrolifero nel cosiddetto blocco Junin 5 alla foce dell’Orinoco[72]. Paolo Scaroni ha detto che negli anni venturi l’ENI, per la sua quota parte, investirà sui 7 miliardi di $ nel progetto e il ministro del Petrolio e dell’Energia venezuelano, Rafael Ramirez, ha detto che, secondo i suoi calcoli, l’investimento totale nel progetto ammonterà a circa 17 miliardi di $.

●Tensione alta tra le due Coree, con quella del Nord che accusa Seul di condurre esercitazioni militari “aggressive” nel Mar Giallo, con la partecipazione “provocatoria” di flotte estranee (quella americana) alla zona e preoccupazione crescente anche della Cina, le cui coste si affacciano pure su quello specchio di mare…; e con l’accusa del Sud a Pyongyang di aver bombardato (ed è vero: due bombe) l’isoletta di Yeonpyeong, proprio su una linea di demarcazione marittima che, però, si è rifiutata di riconoscere dall’armistizio del 1953 e che Seul si è, invece, autoassegnata unilateralmente[73].

Ma è difficile che la soluzione possa essere trovata nel nuovo input che Washington ha subito deciso di dare: arriva nella zona, a cercar di dirimere la diatriba, anche la portaerei nucleare americana USS George Washington

●                          In arrivo la diplomazia americana… con la portaerei USS George Washington

Fonte: International Herald Tribune, 27.11.2010

●Non sembra casuale – del resto, nulla di quel che avviene a Pyongyang lo sembra… – ma in America tutti i 16 servizi segreti si stanno scervellando a capirci qualcosa – perché il governo della Corea del Nord abbia invitato, spesato e autorizzato un fisico americano che da sempre lavora al laboratorio nucleare di Oak Ridge, militare e il più segreto d’America, a visitare e ispezionare liberamente il suo reattore nucleare di Yongbyion, facendogli riscontrare la presenza già nota ma ora anche “attiva” di circa 2.000 centrifughe capaci di produrre uranio arricchito e, potenzialmente, perciò di costruire anche bombe[74].

Finora la Corea del Nord aveva messo insieme la manciata di bombe di cui si è dotata, magari un po’ grezze ma in grado sicuramente di esplodere, con lavorando il plutonio. Adesso – sembra l’unica spiegazione possibile – ci tiene a far sapere al mondo, cioè all’America, da fonte impeccabile e certa, di essersi messa a lavorare e a arricchire anche l’uranio. Alla faccia, dice chiaramente – esattamente come fa l’Iran che però sostiene di non avere e di non volere l’atomica – di chi non lo vuole.

EUROPA

●La BCE ha deciso, a inizio mese, di tenere al minimo da sempre, come da mesi ormai, senza toccarlo, il tasso di sconto[75], all’1%, rifiutandosi – il minimo che poteva fare – di dar retta ai grandi sacerdoti dell’ortodossia monetaria (la Bundesbank) che volevano lanciare anatemi contro i pericoli di inflazione intravvisti in agguato.

●Viene confermato che l’inflazione, nell’eurozona, resta a novembre all’1,9%, stesso valore del mese prima: un anno fa il tasso di crescita era stato solo dello 0,1% in totale mentre quest’anno sempre a ottobre, l’inflazione del mese è allo 0,4%. La Grecia, col +5,2% nell’anno ad ottobre, registra l’inflazione maggiore mentre quella dell’Irlanda è negativa lo stesso mese e sempre nell’anno, scende al -0,8%, cioè deflazione[76]. E non si sa bene cosa sia peggio… Nell’Unione, l’aumento annuale dei prezzi è al 2,3% rispetto al 2,2 cui era il mese prima[77].

●La disoccupazione dal 10% di agosto va a settembre al 10,1%[78], con una distribuzione paese per paese riflessa nella Tabella[79] seguente e leggermente superiore, anche se in termini – i nostri – un poco più rigorosi dei loro, a quella degli Stati Uniti: che è al 9,6% (ufficiale). La Tabella, tra l’altro, smentisce le rodomontate del tipo che da noi “va meglio di ogni altro dove” (non meglio, però, di metà dei paesi UE…).

                                              Tassi di disoccupazione in comparazione internazionale (grafico)

                                                                     settembre 2010 (dati destagionalizzati)   Unione Europea

Fonte: DESTATIS

● I dati sulla disoccupazione, aggiornati adesso a fine novembre nell’eurozona, la danno a fine ottobre ormai al10,1% e, nella UE a 27, al 9,6 (in Italia, che si mantiene a metà della graduatoria, è all’8,6%, un +0,3% in un mese soltanto[80]).

●La produzione industriale[81] cala dello 0,9% a settembre su agosto nell’eurozona e dello 0,5 nell’Unione a 27.

●Il valore dei nuovi ordini[82] piazzati dall’industria nell’eurozona è sceso, a settembre, del 3,8% da agosto. E’ stato il calo più secco dal dicembre del 2008.

●Il PIL[83] del terzo trimestre 2010 sale dello 0,4% sul precedente sia nell’eurozona che nella UE a 27. Rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, il PIL del periodo, destagionalizzato, è cresciuto dell’1,9% nell’eurozona e del 2,1 nell’Unione globalmente intesa.

●Il deficit/PIL[84] medio, nell’eurozona, a fine 2009 arriva, invece che al 3% del tetto ridicolmente definito a Maastricht e poi nel Trattato di Roma, al 6,3 e, nell’area dell’Unione, a 27 al 6,8%, e il debito/PIL42, invece che al 60% di massima, tocca – rispettivamente – nell’eurozona il 79,2 e nell’Unione nel complesso il 74%.

Più precisamente, e paese per paese, nel 2009, in percentuale del PIL, i massimi  passivi sono stati registrati, a scendere, da Grecia (-15,4%), Irlanda (-14,4), Gran Bretagna (-11,4), Spagna (-11,1), Lettonia (-10,2%), Portogallo (-9,3%), Lituania (-9,2%), Romania (-8,6%), Slovacchia (-7,9%), Francia (-7,5%) e Polonia (-7,2%).

Neanche uno degli Stati membri ha fatto registrare un attivo e i deficit più contenuti sono stati quelli di Lussemburgo (-0,7%), Svezia (-0,%) e Estonia (-1,7%). 25 dei 27 hanno visto cioè peggiorare il loro rapporto deficit/PIL nel 2009 rispetto al 2008 e 2 soli su 27 (Estonia e Malta) lo hanno migliorato.

Quanto al rapporto debito/PIL, nel 2009 dodici Stati membri hanno sfondato il tetto di Maastricht e del Trattato del 60%: in ordine decrescente, Grecia (al 126,8%), Italia (116%), Belgio (96,2%), Ungheria (78,4), Francia (78,1), Portogallo (76,1), Germania (73,4), Malta (68,6), Gran Bretagna (68,2), Austria (67,5), Irlanda (65,5) e Olanda (60,8%).

I più virtuosi (se poi questa davvero fosse mai una virtù, quando la recessione imperversa…) a fine 2009 sarebbero, invece, col minor rapporto tra debito pubblico e PIL, un solo paese davvero benestante il secondo, il Granducato) e quattro disgraziati Estonia (7,2%), Lussemburgo (14,5%), Bulgaria (14,7%), Romania (23,9%) e Lituania (29,5%).

●L’attivo della bilancia commerciale[85] a settembre arriva ai 2,9 miliardi di €, rispetto agli 1,4 dello stesso mese del 2009 e al deficit di agosto di 5 miliardi di €. Nella UE allargata a 27, invece, il deficit è stato sullo stesso periodo dell’anno precedente di 11,7 miliardi di €. Anno su anno, a settembre ma non destagionalizzate, le esportazioni sono salite del 22% e le importazioni del 21; a settembre l’aumento è stato dello 0,6 su agosto con le importazioni in calo del 2,5%.  

●Il tentativo della UE, del Commissario alla salute e ai consumatori John Dalli (maltese), di dare il potere decisionale sull’ammissibilità delle biotecnologie alle autorità locali, rinunciandovi in pratica al livello comunitario perché, dopo le sue decisioni agli Stati resta comunque un diritto di veto— e lui è convinto che alle multinazionali dell’agribusiness, che vuole agevolare, sarebbe più facile scavalcare resistenze e acquisire (cioè, magari, comprare) consensi a livello locale, più vicino ai singoli produttori.

Appena insediato Dalli aveva approvato – ed era la prima volta nell’Unione – la coltura d’un tipo di patata geneticamente modificata. Mettendo subito in allarme per le sue propensioni visceralmente pro-business tutti gli ambientalismi d’Europa. Solo che il piano Dalli – è il parere quasi unanime degli stessi servizi legali di Bruxelles – viola leggi e regolamenti comunitari e travalica dai poteri sia del Commissario che, come tale, della Commissione stessa[86].

Alla fine, vedrete, dovrà rinunciare ai suoi conati liberisti, il buon Dalli, e affidare il futuro di una valanga di permessi bio-tech in Europa alle trattativa delle varie multinazionali coi singoli Stati europei. Di per sé, poi, anche troppo proni a dar loro spazio e ragione…

●L’11 novembre è cominciato il dibattito del parlamento europeo e della Commissione con gli Stati membri sulla quantificazione del bilancio 2011 dell’Unione europea[87]. La proposta avanzata dalla maggioranza del parlamento e dalla Commissione era stata quella di aumentarlo del 6%, fino a 130 miliardi di € circa, per la maggior parte destinati ancora alla politica agricola comune e ai fondi che prevedono aiuti alle regioni più povere dell’Europa comunitaria.

Ma la proposta era contrastata da molti Stati (Gran Bretagna sempre alla testa, ma anche Francia e Germania e molti altri per un totale di 12 governi su 16, pare: attestati su un massimo del +2,9%): aiutati, stavolta, dal contrasto tra quello che sarebbe stato comunque un aumento (anche se ancora ridicolmente lontano dal fornire all’Unione un bilancio appena appena serio) coi tagli che molti governi europei saranno costretti a fare l’anno a venire sui loro bilanci nazionali.

Il parlamento ha alla fine proposto una specie di scambio: riduzione della propria proposta iniziale e accettazione della controproposta dei governi ma, in cambio, accettazione da parte loro di una maggior voce in capitolo sulla ripartizione della spesa globale del bilancio nei prossimi sette anni, per circa 700 miliardi di €. Ai termini del Trattato di Lisbona, parlamento europeo e Stati membri dovevano raggiungere un accordo entro metà novembre, o la spesa sarebbe stata per default fissata al livello del 2010.

E da Seul David Cameron, con Sarkozy, Merkel e Berlusconi ha attivato e definito il no “fermo” dei principali governi dell’Unione alla richiesta del parlamento europeo, col Berlusca che ha dato così il suo unico contributo alle scelte di policy del vertice: il 2,91% di aumento è il massimo, ma senza condizione alcuna e poteri che restano intatti, tutti in mano agli Stati…

In conclusione, si è così arrivati al blocco totale quando Regno Unito e Olanda, per primi, mettono il veto a qualsiasi ulteriore devoluzione di potere da riconoscere al PE a scapito dei governi nazionali: è uno dei tanti passaggi del braccio di ferro continuo sui poteri tra parlamento e governi. Al solito – secondo l’inveterata tradizione di Bruxelles – sono stati “fermati gli orologi”, come si dice qui, ma al massimo entro il prossimo Consiglio di dicembre se non c’è lo sblocco, scatta una mezza paralisi.

Entra in gioco, fa presente il Commissario al Bilancio, Janusz Lewandowski, una specie di esercizio provvisorio del bilancio (che consentirà di spendere e solo a rate mensili il massimo speso un anno fa,  nel 2010) e, come ricorda il presidente del parlamento europeo Jerzy Buzek, “per l’intransigenza di pochi governi – forse, poi, però non proprio pochi… – non si riusciranno più a finanziare spese essenziali: tra gli altri, programmi come gli aiuti per le emergenze, i sussidi per le piccole e medie imprese, i progetti di sviluppo di nuove energie, il neonato servizio diplomatico dell’Unione e tutte le autorità di supervisione finanziaria già decise per la UE[88].

Ma, e soprattutto, viene affossato ancora una volta il principio stesso che comincia a spostare poteri effettivi dall’esecutivo al legislativo in Europa: all’unica istituzione, cioè, che in essa ha un fondamento democratico, elettorale.

●Il presidente dell’Eurogruppo (il Consiglio dei ministri delle Finanze, l’organismo esecutivo di fatto più importante dell’Unione tra una riunione e l’altra del Consiglio dei capi di Stato e di governo), il lussemburghese Jean-Claude Juncker, rilancia a inizio mese l’idea di un’emissione congiunta di bond dei 16 paesi per sottoscrivere il debito pubblico e creare così, un mercato del credito più stabilizzato e che garantisca termini più abbordabili per i paesi che si trovassero in gravi difficoltà come la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda, dice per nome e cognome Juncker.

Parla, Juncker, mentre da Seul il presidente della Commissione, Barroso, esprime proprio all’Irlanda il sostegno totale dell’Unione “in caso di bisogno[89] dopo che il rendimento dei bond di Dublino è schizzato al massimo sul mercato a causa dei timori sull’aumento e l’affidabilità calante del suo debito pubblico (per 4,6 milioni di abitanti, il debito è a oltre 100 milioni di € e, soprattutto, il deficit/PIL è al 32%).

Sul nodo dei debiti pubblici in Europa, Juncker rende anche noto di concordare con Trichet, presidente della BCE, piuttosto che con Merkel: lui si oppone alla proposta di lei che, in caso di altri problemi del debito insorgenti in Europa, vuole spostare sulle banche e sui loro benefici almeno un po’ del peso della ripresa piuttosto che farlo sopportare sul bilancio pubblico dei paesi membri. E Juncker, che pure la finanza internazionale la vuole più regolata, non la vuole comunque tassata di più[90]

Non sappiamo dirvi esattamente perché, ma è nostra convinzione che, malgrado l’autorevolezza di chi propone e l’assoluto buon senso della proposta, non se ne farà niente. Con altre motivazioni, anni fa ci aveva provato Delors (un fondo per la R&S europea, per sostenere l’economia e creare lavoro…) e più di recente – più che altro per intestarsi un’idea che, non si sa mai…, sapesse qualche poco di progressismo e che tanto sapeva gli sarebbe stata bocciata – perfino Tremonti.

Niente, infatti, se n’era fatto perché la Germania, finché può, è contraria sempre e comunque a far gestire i suoi soldi anche se, insieme a quelli di altri, da mani che non siano solo tedesche; e perché – certo dal di fuori dell’eurozona ma con il peso che, purtroppo, dabbenaggine e infingardia degli altri continuano a lasciargli dentro, in astio a un’Europa comunque un po’più coesa – contrario è il Regno Unito…  Non se ne farà niente, al dunque, neanche stavolta. Anche perché, al dunque, Juncker stesso non insisterà poi più di tanto.

Alla fine, dall’ultimo Eurogruppo del mese, sembra emergere – non proprio chiarissimo, però, chiaro abbastanza un mezzo progetto comune per cui, ma solo dopo il 2013, dopo quello che si comincia a  chiamare “euro2”, potrebbe – potrebbe? – scattare questa soluzione che mette sulle spalle del sistema bancario parte – ma quale? ma quanta? e quanta ne resterà, alla fine, a carico del pubblico, del contribuente? – del peso dei fallimenti che esso stesso ha prodotto. Alla fine, però, smettere di socializzare queste macro-perdite private a spese del pubblico, dipenderà tutto dalla Germania e, forse, anche da Merkel.

Lei che ha parlato della necessità di un “euro2”, come dice un osservatore americano attento, ha capito che è indispensabile fare in fare in modo – ma sono le parole di lui, non di lei – di “non fare dell’euro all’inizio del 21° secolo quel che la Lega delle nazioni fu all’inizio del 20°: una bella idea diventata orfana politica e condannata perciò a sfilacciarsi[91].

Insomma si sta rendendo conto di quanto avesse ragione il padre dell’euro e un po’ dell’Europa moderna – ma citiamo lui solo per non autocitarci e non citare i tanti, tantissimi, che dall’inizio con lui in Europa lo sono andati ripetendo – gridando – che per far restare in piedi la moneta unica, l’eurozona, ormai è indispensabile “un trasferimento di potere decisionale” dagli Stati all’Unione.

Ma a Merkel, che le cose le vede chiare, pare mancare – qui come su tutto e quasi sempre del resto – la passione civile (c’è chi lo chiama il coraggio – quello che sull’unificazione del paese, rischiando anche moltissimo ma sempre con grande misura, seppe invece trovare il padre politico putativo di Merkel, Helmut Kohl), quel di più che rende possibile trasformare il buon senso in visione e la visione in una concreta realtà. Ha detto il vero, con lucidità, di recente in parlamento affermando che “se l’euro fallisce, fallisce l’Europa’: ma cosa è per lei davvero l’Europa?”: è questo il nodo…

Naturalmente, l’Arkansas una volta fallì, proclamò ufficialmente il proprio default [nel 1933, in piena depressione] e il dollaro sopravisse. Ma c’erano gli Stati Uniti lì a sostenere la loro moneta. E questo è il nodo. Che mai fino ad oggi hanno costruito qualcosa di simile agli Stati Uniti d’Europa: mezzo miliardo di persone tenute insieme non dalla forza della conquista militare ma dall’idea di un’unione sempre più unita”.

Insomma, ormai o si accelera davvero sull’Unione politica o è l’eurozona che va a sfaldarsi, magari mettendo in moto quelle due velocità di cui, però, finora si parlava in un altro senso: quello dell’Unione politica che non si poteva accettare di far bloccare da chi non la voleva, non certo quello della moneta unica entro cui ora si vorrebbe distinguere tra paesi, cioè economie, di prima e di seconda classe…  

●E ciò malgrado il fatto, penoso per molti – per tutti, in pratica con quell’eccezione: e poi… – che, mentre si discute del salvataggio irlandese, sta scattando una specie di fuga dei risparmiatori dai bonds dell’eurozona con riflessi anche sui titoli considerati più sicuri, austriaci e francesi ma anche i Bund tedeschi. Mentre i decennali portoghesi arrivano a un rendimento del 6,8% e quelli irlandesi, dopo il “ritocco” al ribasso di Moody’s e Standard & Poor’s (da A ad AA-) che subito si accoda.

In effetti, anche dopo l’approvazione ufficiale del pacchetto europeo per il salvataggio dei conti irlandesi, le borse reagiscono male (-2% lunedì 29, il giorno dopo) col costo dei bonds da piazzare, i rendimenti, e non solo di quelli irlandesi, che continua ad impennarsi in Europa. Crolla l’euro in una settimana, passando da un cambio a 1$ e 37˘ ad uno a 1,3240 quando poi ancora solo il 4 novembre ne comprava 1,42[92].    

I mercati sembrano in effetti anche innervositi – e stavolta potrebbero avere, ma chi sa perché continuiamo a crederci poco, anche oggettivamente ragione – dalla durezza del tasso di interesse imposto agli irlandesi sul prestito intorno al 6% e forse ancor più dalla schiettezza brutale con cui Merkel, per una volta, diceva come stanno davvero le cose, quando al Bundestag qualche giorno prima s’era chiesta “se i politici hanno il coraggio di far condividere i rischi anche a chi fa soldi col debito pubblico... Oppure, far soldi sul debito pubblico è l’unico business nel campo dell’economia mondiale che non comporta alcun rischio?[93].

Ma quelli, dal loro punto di vista, ovviamente si innervosiscono anche solo a sentir parlare di qualcuno che conta e che dice – dice – di voler far pagare loro qualcosa… Finché qualcun altro dei suoi colleghi, però, non la sostiene, chiaramente, esplicitamente – quando come qui ha, poi, sicuramente ragione – neanche lei farà niente. Per fortuna di tutti, forse, la gente – quelli che lavorano e pagano le tasse – stavolta si comincia davvero a incavolare… Ma non ha, non può avere le idee chiare: di tutti i politici e i politicanti europei non marginali Angela Merkel è l’unica che abbia finora trovato il coraggio di andare contropelo ai signori dei mercati…

●Sull’Irlanda, però, prima di chiudere il discorso iniziato… all’inizio di questa Nota come premessa proprio a un possibile caso Italia, forse è utile qualche parola, diciamo, tra il pedagogico e il didattico per cercare di fare un po’ di  chiarezza con un po’ di riflessione, anticonvenzionale certo: non allineata volutamente, cioè, ai canoni del neo-liberismo e del vuoto perbenismo rigorista, ma razionale e ragionata. Almeno così vogliamo sperare.

Partiamo, dunque, da alcuni dati di fondo. L’Irlanda, come altri paesi europei, quasi tutti, il nostro compreso, è nel terzo anno di recessione, col reddito personale crollato adesso, a fine 2010, più del 20% dal 2007 e il tasso di disoccupazione triplicato al 13,9% (ufficiale) di oggi dal 4,3 (sempre ufficiale) della fine del 2006.

Di fronte a questo collasso, si capisce che il governo Cowen (partito Fianna Fáil soldati del destino: indipendentista – dal Regno Unito – neutralista, radical-sociale man mano trasformatosi nel solidamente scontato partito conservatore di oggi) cerchi di resistere ai diktat di UE, BCE e FMI che gli impongono per il salvataggio le condizioni decise a maggio scorso con la creazione della European Financial Stability Facility, specie di rete di sicurezza europea disponibile per tutti i 27 paesi dell'Unione europea.

Si tratta di obblighi esatti dal FMI e dalla BCE che, spesso, somigliano molto ad interventi di vera e propria macelleria sociale: altri tagli del bilancio, altri licenziamenti, ancora riduzione del welfare e inevitabilmente – se ne cominciano ad accorgere ormai perfino i mercati – un incremento del peso relativo del debito e del deficit rispetto a quello che è, e sarà, un PIL sempre più ristretto.

L’aveva detto apertamente da mesi il Fondo monetario: si tratta di imporre, in pratica, una specie di “svalutazione interna” al governo irlandese. Nella Nota di consultazione della sua missione, redatta a luglio 2010 e consegnata a Dublino, parlava già apertamente della necessità di imporre all’Irlanda “per parecchi anni un periodo di ‘svalutazione interna’ che abbassi forzosamente prezzi e salari che sono troppo alti per poter così rilanciare una crescita trainata dal basso prezzo dell’export[94].

Dublino resiste ma, alla fine, si arrende. Anche se questa, poi, a veder bene, non è un linea affatto obbligata. E’ stata già decisa la costituzione di un eurofondo, per quelli che potrebbero essere i salvataggi necessari nei prossimi tre anni, di 750 miliardi di € e il massimo che per far fronte al caso irlandese andrebbe adesso erogato – scoraggiando così anche altre speculazioni su altri paesi e stemperando nel tempo i costi necessari – è sui 50-70 miliardi (ma, alla fine, sono stati una novantina), per un paese che in fondo ha appena 4 milioni e mezzo di abitanti, con un PIL che raggiunge appena i 165 miliardi di € e un tasso terrificante di cervelli, come si dice, che se ne vanno all’estero a cercare lavoro: un’emorragia di 5.000 giovani laureati ogni mese…

Fate il paragone con la ricetta di quel pilastro del repubblicanesimo americano che è il conservatore Ben Bernanke, della Fed, e il suo secondo round di “facilitazioni quantitative” per l’economia americana, 600 miliardi di $ per sei mesi: anche se, forse, saranno ancora insufficienti danno comunque l’idea di diversa e enormemente più aperta gestione d’una Banca centrale. La BCE pure ci ha provato un anno fa, ma subito ha frenato impaurita dalla sua stessa eresia ideologica e politica.

Anche l’Irlanda però, se osasse, potrebbe utilizzare la sua “arma di fine del mondo”, non proprio il ricatto e la provocazione di un default all’argentina – non stampa moneta, l’Irlanda, e non può stando nell’euro avere una politica monetaria “indipendente”— come quella che, con la dichiarazione di fallimento e di disconoscimento del debito nel 2001, contro il parere e il volere del Fondo monetario, salvò realmente l’Argentina riavviando quel paese a una crescita e a una dignità internazionale decente.

No, qui, non potrebbe funzionare. Funzionerebbe però – forse basterebbe anche solo la minaccia – il far presente che i contribuenti e il popolo irlandese rifiutano d’ora in poi di ripagare con le loro tasse e i loro sacrifici le perdite di quelle banche che conduzione di managers e direttori avventuristi  e compiacente credulità degli azionisti ha portato sull’orlo del fallimento e ad essere salvate solo dalla mano pubblica a debito del paese[95].

Ecco, bisognerebbe dire alto e forte che queste banche – qui la Anglo-Irish Bank (AIB) – potrebbero essere salvate, invece, dai detentori delle loro azioni che le hanno lasciate gestire tanto male. In fondo, chi rischia il capitale, investendolo in una banca sa già in partenza che, un giorno o l’altro, il rischio potrebbe assumere il volto del fallimento invece che quello delle cedole da tagliare con profitto. E’, appunto, il rischio connotato alla natura della bestia, alla natura dell’investimento capitalistico.

●“All’inizio del 2009, meno di due anni fa, circolava una specie di battuta su quale fosse la differenza tra Islanda e Irlanda. La risposta era: ‘una lettera dell’alfabeto e, più o meno, sei mesi di tempo’. Sembrava umorismo qualche po’ macabro: qualunque fossero i guai dell’Irlanda non si potevano certo paragonare a quelli di quel disastro finanziario che era diventata l’Islanda.

    Ma oggi sembra che all’Islanda le cose vadano meglio di quanto capiti al paese che ha quasi il suo nome. La sua caduta economica non era tanto dura come è stata in Irlanda, il calo dell’occupazione era stato meno severo del suo e sembra anche in condizioni migliori per una ripresa. In effetti, gli investitori sembra considerare il debito islandese più sicuro di quello irlandese. Ma come è stato possibile?

    La risposta è anche nel fatto che l’Islanda ha fatto, in non piccola parte, pagare il prezzo ai creditori stranieri piuttosto che far garantire dai suoi contribuenti tutto il peso dei loro debiti ma anche della loro poca capacità di giudizio. Come annota – e approva! – il Fondo monetario internazionale ‘i fallimenti di parecchie banche private hanno comportato un marcato declino nel debito estero del paese[96]’. Nel frattempo, l’Islanda ha anche dato una mano a evitare il panico finanziario imponendo pro-tempore i controlli sul capitale, vale a dire limitando la capacità dei residenti di inviare all’estero i capitali[97].

L’Islanda ha anche fruito, certo – ed è stato un fattore importante – della possibilità che l’Irlanda non ha – e non vuole avere – di svalutare la sua moneta rendendo più competitive le proprie esportazioni. Ma, allora, questo è il problema: tornare a svalutare l’euro. Quanto basta, e quanto è giusto fare, per aiutare la ripresa sia dell’Irlanda che dell’Europa tutta.

E come farlo ce lo ha appena insegnato chi d’altra parte sembra maggiormente inflessibile, proprio Angela Merkel, non a caso scioccando anche le massime vestali dell’euro a cominciare dalla sua Bundesbank: quando domanda, con molta sagacia e molta durezza e anche non poco coraggio all’Europa, se “l’unico business nel campo dell’economia mondiale che non comporta alcun rischio” deve essere quello di far soldi privati coi debiti pubblici della collettività[98].

●Lo diceva tanti anni fa l’economista austriaco della scuola liberista Joseph Alois Schumpeter, che il capitalismo è, per sua natura appunto, un processo di “distruzione creativa[99]. Lor signori e i loro serventi, venti trent’anni fa, quando finiva la guerra fredda e la globalizzazione cominciava a spianare il mondo, si inventarono e fecero ingoiare al mondo il vangelo del cosiddetto “consenso di Washington”: che i mercati bisogna prenderli seriamente come diceva Schumpeter, lasciandoli liberi di creare ricchezza distruggendo anche quella che esiste[100]

Deregolamentazione finanziaria, allora, con la libertà per banche di investimento e hedge funds di essere totalmente creativi, creando così dal nulla come prestigiatori nuovi complessi strumenti finanziari capaci di creare strabilianti profitti nella cospicua e pressoché completa assenza di interventi pubblici a regolare e frenare.

Solo che, poi, quando a  bussare alla loro porta, direttamente, è arrivata la distruzione – l’altro corollario del dogma della creazione – se n’erano scordati: dato che ora erano loro ad essere distrutti, non i rediti da lavoro dipendente per i trent’anni del “consenso” erano andati inesorabilmente perdendo potere d’acquisto, allora no: loro sono i più ricchi, loro sono le banche e loro non ci stanno alle regole che loro stessi avevano fissato…

E’ stato calcolato, autorevolmente[101], che la maggior parte del debito estero irlandese è in possesso,  al 90% di creditori che sono banche tedesche e banche inglesi, soprattutto tedesche. La conclusione è che il governo irlandese se decide di continuare a pagarli, per un ammontare di titoli che nel caso della AIB valgono nominalmente oggi 4 miliardi 34 milioni 756.800 € a scapito degli irlandesi di oggi e di quelli di diverse generazioni a venire, non rispetta il suo dovere nei loro confronti né riconosce, al contempo, la natura vera del sistema. Perché il capitalismo è un sistema di profitti ma anche di perdite e, come si dice, a chi tocca non si ingrugna. E se lo fa chi se ne importa, alla fine.

Dice che l’Irlanda, se lo facesse, non troverebbe più un euro di prestito sul mercato. Come l’Argentina del 2001, appunto… che, però, da allora in poi, per quasi tre anni senza trovare più un solo peso di credito, è letteralmente rifiorita: prima facendo leva solo sulle proprie forze poi facendosi riaprire col proprio successo i forzieri del credito estero[102]. E’, comunque, rivelatore.

●Sempre per restare ancora un po’ – non fa mai male del resto – in campo pedagogico, quasi tutti hanno dimenticato, adesso – e si guardano bene dal ricordare – che proprio l’Irlanda negli anni che hanno portato al disastro attuale era stata un modello di, come la chiamano loro, “responsabilità fiscale”: non solo equilibrava il bilancio ogni anno ma aveva registrato, in pratica per tutti gli anni precedenti il collasso del 2008, un largo attivo di bilancio (il cosiddetto avanzo primario).

A partire dall’eccezionale 4,7% del 2000, un altro attivo tra 2001 e 2002 dello 0,6 e, via via, dello 0,4% nel 2003, dell’1,4 nel 2004, dell’1,6 nel 2005, del 2,9 nel 2006 e ancora dello 0,05 nel 2007: un comportamento “virtuoso” che ne aveva fatto l’esempio portato da tutti gli economisti ortodossi del mondo ai reprobi… Per poi cominciare a sprofondare nel baratro del deficit/PIL negativo dal 2008 ad oggi: man mano del -7,1, -11,4 e -12,1 quest’anno[103].

Il problema non è stato questo, ovviamente. E’ che mentre, vellicati com’erano da FMI, BCE, ecc., ecc., mettevano insieme questi risultati, i politicanti irlandesi ignoravano completamente come stava gonfiandosi la massiccia bolla speculativa edilizia, il cui sgonfiarsi avrebbe poi affossato l’economia. Naturalmente, e va fatto notare, mentre questo sfondo della crisi irlandese – l’esemplare “responsabilità fiscale” di anni – viene regolarmente ignorato a Bruxelles, a Francoforte, a Washington, nessuno – stranamente? – manca occasione di sottolineare l’ “irresponsabilità fiscale” che per anni ha portato all’accumularsi dei deficit della Grecia…      

Axel A. Webber, che è proprio presidente della Bundesbank e sembrava finora il candidato – in pratica per default, quasi automatico – alla presidenza della BCE quando fra un anno se ne dovrà andare per fine mandato Jean-Claude Trichet s’è stranamente messo a discutere, e a criticare in pubblico, la politica della Banca centrale e della sua maggioranza, almeno da maggio a oggi, per contrastare la crisi dei debiti sovrani in molti paesi.

La sua linea di fondo è che il nemico principale, l’unico di fatto – secondo dogma teutonico di sempre dalla crisi degli anni Trenta – deve essere l’inflazione e neanche il possibile default di un paese membro deve mai poter diventare una priorità. Trichet, che non è certo un paladino delle briglie sciolte da lasciare ai prezzi, sta silenziosamente rimettendo in questione, insieme a parecchi suoi colleghi, la candidatura fondamentalista di Weber.

Poi Weber sembra sinceramente preoccuparsi di quello che vede come un rischio di dipendenza della Banca centrale dalla politica. Sa bene anche lui che i banchieri centrali – tutti, compreso quello europeo – li nominano i governi. Ma più di altri lui crede, teutonicamente, alla finzione che poi ne saranno per sempre indipendenti. Lo vada a raccontare alla Fed, tanto per dire… per questa tetragona e stantia testardaggine, la sua candidatura ora è probabilmente compromessa[104]

Il candidato alternativo obiettivamente più forte – considerato anche che tra i paesi che hanno aderito all’euro il predecessore di Trichet era olandese e quello dell’olandese egli stesso un tedesco – sembra essere ora Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, che esce da un’esperienza largamente considerata positiva alla presidenza del Financial Stability Board,  col mandato del G-20 di preparare proposte per un sistema finanziario internazionale insieme più flessibile e però anche più regolato.

Ma… Draghi ha diversi nemici in agguato:

uno è un pezzo del suo passato prima della Banca d’Italia: dal 2002 al 2005 è stato vice presidente della Goldman Sachs International e, certo, tra i dirigenti di quella grande Banca internazionale non si è distinto, alla pari di tutti gli altri sicuro – ma è di lui che oggi si tratta – per capacità e lucidità di governance nella gestione, di cui è stato corresponsabile, che l’ha portata quasi al fallimento;

l’altro ostacolo, che si presenta in variazione trina, è che suo sponsor dovrebbe ufficialmente essere il presidente del Consiglio italiano:

   ° che, anzitutto, di lui, non si fida, perché troppo spesso ha dato segni di non condividerne le non-scelte, ma anche le scelte, in campo economico-finanziario: insomma, perché è indipendente davvero: sbaglia, ma sbaglia per conto suo, non su comando o desiderio del Cavaliere;

   ° che, e certo oggi e nell’immediato futuro, Berlusconi ha tutt’altre questioni per la testa adesso e continuerà ad averle ancora per mesi, se gli va bene;

   ° e che, infine, il Berlusca in Europa costituisce una tale anomalia di cui ridere e piangere insieme, che qualsiasi nomina da lui tentata finora che non gli spettasse di diritto, automaticamente, è andata a farsi friggere...

●In un altro conato che avrebbe voluto riuscire a disegnare un qualche piano, di qualche consistenza  e credibilità, il Commissario all’Energia Günther Öttinger ha parlato delle priorità infrastrutturali della politica energetica della Commissione[105] per i prossimi due decenni. Ma le sue pseudo-proposte (che di questo si tratta: nessun potere decisionale, pochi quattrini, meno fantasia e poca flessibilità, la convinzione insensata che, tanto più in campo energetico, possa esistere davvero un libero mercato) vagano nel vuoto: l’Unione, dice, identificherà nel 2012 i progetti più urgenti e dovrà finanziarli con 200 miliardi di €…, di cui però non c’è stanziata nemmeno, per dire,  una… lira.

Pure si tratta di un’infrastruttura che è indispensabile per tutti gli obiettivi energetici dell’Unione: la sicurezza delle forniture, l’integrazione delle fonti di energia rinnovabile e l’efficienza energetica. Si tratta anche di poter collegare le varie reti di distribuzione esistenti in Europa e costruirne le interconnessioni che consentano di trasportare l’elettricità prodotta dall’eolico, dal solare e dall’idroelettrico come di rafforzare le reti dell’Est europeo e il mercato energetico dei paesi baltici in particolare.

In effetti, sembra proprio quello che da noi una volta si chiamava un libro dei sogni. Rivelatore ci pare, a leggere il testo, che di un solo euro stanziato per il famoso oleodotto Nabucco non ci sia mai nemmeno la più vaga menzione… e, almeno nella conferenza stampa del Commissario, il nome stesso del Nabucco non è mai stato fatto…

●Il ministro dell’Energia russo Sergei Shmatko fa osservare subito dopo, nel corso della conferenza consultiva energetica EU-Russia a Bruxelles[106], che purtroppo certe remore di fiducia esistono ancora, a oltre un ventennio dalla fine dell’URSS, nel rapporto tra Unione europea e Russia. E che sarebbe, forse, anche ora – aggiunge con qualche sarcasmo – che, nel computo dei costi di questa spasmodica ricerca di un’ipotetica “sicurezza” degli approvvigionamenti, gli Uffici dell’UE cominciassero anche a calcolare i costi aggiuntivi per sé dell’ipotetica diversificazione. Se mai ne riuscirà a trovare una concreta possibilità: possibilità materiale e a costi di mercato grosso modo sopportabili.

●La Russia offre anche alternative a una politica cieca di mercato, che bisognerà vedere, però, se troveranno riscontro o resteranno per l’ennesima volta inevase, in nome del dogma e dell’ideologia del libero mercato. Gazprom, a fine novembre, annuncia di essere pronta “in cambio di contratti a lungo termine con i clienti europei ad abbassare i prezzi del gas” che vende loro. E anche a mettere in conto “la flessibilità necessaria a considerare in fieri le esigenze di fornitori e consumatori perseguendo una politica commerciale flessibile[107] quando si vedessero significativamente divaricare i prezzi previsti dai contratti da quelli spot sui mercati.

La condizione, però, è che appunto i liberisti selvaggi e fasulli del mercato che solo dovrebbe dettare condoni, flussi e prezzi si rasssegnino a negoziarli, invece, sulla base di contratti a lungo termine…

●La Germania si è dichiarata a favore, in prospettiva di lungo termine (cioè, pare di capire, non per domani o dopodomani ma non in tempi storici) di un regime bilaterale di libero transito, senza più visti, per i cittadini russi e quelli europei della zona di Shengen. Lo ha dichiarato[108] il vice cancelliere e ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, aggiungendo che la decisione, presa insieme ai partner europei (ma solo in linea di principio e in prospettiva, appunto, di un lungo termine non specificato: cioè, a rigore, niente) è un importante passo in avanti e richiede ora “il completamento reciproco di dettagli operativi particolari”. Già…  

●In Portogallo, governo minoritario socialista e opposizione socialdemocratica di destra hanno concordato un bilancio per il 2011 che, dopo un duro braccio di ferro, eviterà comunque al momento una crisi politica al paese[109]. Crisi che metteva paura sia all’una che all’altra parte politica in un paese considerato uno degli anelli deboli della zona euro da tutti.

Ma che adesso, quando si andrà inevitabilmente a votare in anticipo, vedrà la “sinistra” impegnata, ancora una volta e come sempre, a spiegare al paese perché è stata d’accordo con la destra e le sue politiche di lacrime e sangue da far pagare ai ceti popolari e meno abbienti.

Al solito, da una parte c’è la forte pressione degli investitori, delle banche e dell’Unione europea a favore di un’austerità sempre più austera se e quando si tratta del mondo del lavoro e del welfare – ma non degli aiuti alle banche che nessuno mete davvero in questione – e, dall’altra, la resistenza dura, quasi disperata d’una classe lavoratrice ostinata a difendere alcune delle sue tradizionali conquiste.

L’arma del ricatto è la minaccia del fallimento del paese e il dover affidarne i destini economici e finanziari, come ebbe a fare la Grecia mesi fa senza peraltro risparmiarsi niente quanto a stretta di cinghia, alle tenere cure di UE e Fondo monetario. Il PSD chiedeva inizialmente tagli di spesa più forti (soprattutto sull’impiego pubblico, per definizione “pletorico”) e meno aumenti di tasse.

Alla fine, coi rendimenti dei decennali dei titoli di Stato al 6,785%, più di due volte e mezzo quelli dei Bund tedeschi, il PM Josè Socrates è riuscito a far approvare in parlamento l’obiettivo che voleva: un deficit/PIL che dal 7,3% di quest’anno passa – dovrebbe passare… – nel 2011 al 4,6%[110].

●In Grecia[111] – quattro elettori su dieci che rifiutano, però, di andare a votare – una stretta maggioranza conferma fiducia alle amministrative nel governo socialista di Papandreu: o, forse, una minore sfiducia di quella che riserva giustamente ai conservatori. Certo, lui è l’uomo dell’austerità imposta al paese, ma loro sono chiaramente i colpevoli dell’accumulo di condizioni che sembrano aver resa inevitabile, oggi, quella austerità.

Però…, però – dicono ai sondaggi svolti all’uscita dai seggi sette elettori socialisti su dieci – un governo socialista, anche se è obbligato ad applicare una politica di austerità, deve – non dovrebbe: deve – garantirne una distribuzione che rispetti l’impatto maggiore dei sacrifici sui più ricchi, abbienti e potenti dei cittadini greci.

Intanto, in ogni caso, l’Austria ha voluto bacchettare, e far vedere che sta bacchettando, la discola Atene: la Grecia non ha rispettato gli impegni che ha preso con la UE a fronte del massiccio pacchetto di salvataggio che le è stato concesso tre mesi fa e, quindi, annuncia il ministro delle Finanze di Vienna, Josef Pröll, non approveremo il versamento di novembre della prossima rata (190 milioni di €, il 2,86% del totale) che pro-rata ci toccherebbe: gli ultimi dati dimostrano che l’impegno ad aumentare le tasse non è stato rispettato[112]. E il versamento ad Atene verrà ritardato almeno fino a gennaio…

Il problema vero della Grecia (come dell’Italia, d’altra parte, e un po’ di tutti i paesi mediterranei—  eccezion fatta in parte per la Francia), viene, però, fatto osservare informalmente a Bruxelles non è di aumentare per legge le tasse ma, prima ancora, di incassarle di fatto… stroncando evasione e elusione.

Poi, il Commissario agli Affari economici, Olli Rehn, specifica[113] che non ci sarà nessun ritardo nel versamento della terza rata degli aiuti europei alla Grecia: perché la decisione formale sarà presa a dicembre e il versamento è previsto che avvenga comunque a gennaio. E, francamente, Pröll, questa, se la poteva risparmiare.

●E il governo greco, adesso, annuncia gli obiettivi cui vuole pervenire col nuovo bilancio 2011[114] per il 2011 impegnandosi a ridurre il deficit pubblico al 7,4% del PIL dal 9,4% attuale con tagli ulteriori: cioè, ha specificato il ministro delle Finanze Georgios Papacostantinou, il nuovo bilancio di aggiuntiva austerità includerà tagli di spesa ai servizi pubblici che producono acqua, gas, energia e un po’ a tutti i settori pubblici, alla sanità, alla difesa, oltre a misure più dure contro l’evasione fiscale e a un congelamento nominale della spesa pensionistica.

Saranno anche aumentate le imposte sui consumi dall’11 al 13% per incrementare di 14,3 miliardi di € le entrate, più di un quarto al di sopra degli 8,2 miliardi che era l’impegno preso, per il 2011, con UE e FMI. Infine, il governo Papandreou punta a ridurre il deficit/PIL nel 2012 al 6,5%, nel 2013 al 4,9 e di arrivare nel 2014 a scendere sotto l’assicella virtuosa del 3% con il 2,6% di deficit. Il parlamento discuterà del bilancio a partire dal 18 dicembre e dovrebbe approvarlo il 22. Se non lo facesse, riprenderebbero corpo le minacce per ora velleitarie delle formichine operose, come l’Austria morigerata.

●Avanza un dubbio di fondo su tutto questo meccanismo di salvataggio europeo – e a prescindere dal perché lo fa (non c’è dubbio, anche e come per euroscetticismo radicato), esso sembra davvero avere qualche consistenza – Iveta Radičová[115], la nuova primo ministro del governo di destra della Slovacchia secondo cui tutto il “pacchettame di salvataggio” che l’UE s’è inventata potrebbe anche crollare come un castello di carte: somiglia più a una catena di sant’Antonio che ad altro, perché ormai si tratta di ripetersi con altri paesi… e anche di frequente. Il fatto è, osserva, che finché c’è – e finché tutti sanno che c’è – un meccanismo di salvataggio, “le banche non hanno incentivi a frenare il credito e a cambiare i propri comportamenti” speculativi.

●Il presidente di Gazprom, Alexei Miller, che insieme ai polacchi ha incontrato la Commissione per fornire i “chiarimenti” richiesti sul contratto di “prospettiva” della fornitura di gasolio tra Russia e Polonia, riferisce dopo l’incontro che “il Commissario all’Energia Günther Öttinger nel corso dell’incontro ha espresso a nome della Commissione la soddisfazione per le conclusioni del negoziato[116].

La settimana scorsa aveva visto le due parti firmare un contratto che aumenta, per molti anni a venire, a circa 10 miliardi di m3 all’anno la fornitura del gas naturale russo a Varsavia. Bruxelles però aveva alzato la voce, esigendo – diceva – che Gazprom, in nome del dogma liberista antimonopolista in vigore a parole nei palazzi comunitari, si spaccasse in due tronconi separati (produzione e distribuzione), come sono tenute a fare per decisione europea le compagnie dell’UE.

Poi, alla fine – anche per la ragionevole intransigenza dei polacchi (che alternativa avete da offrirci, non da prometterci a chiacchiere, al gas russo? il Nabucco? che non c’è, per il quale non è stato speso finora un solo euro di quelli teoricamente impegnati, né si è visto finora alcun ubi consistam?) s’è dovuta “accontentare” che nella joint venture russo-polacca, a separarsi – a garantire, in pratica, l’accesso al gasdotto a compagnie terze e un qualche controllo sull’azionariato –fosse alla fine solo la parte polacca…

Come avrebbe potuto dire a quegli incompetenti della Direzione energia dell’UE proprio chiunque avesse avuto un minimo, appunto, di competenza tecnica, economica e giuridica senza essere accecato dall’intransigentismo ideologico di maniera che caratterizza oggi la UE.

Vanno avanti per conto proprio, in effetti, Russia e Polonia— senza aspettare imprimatur che tanto, nei fatti, contano poco: firmeranno “al più presto possibile” il contratto di transito[117] per 28 miliardi di m3 all’anno dal 2020 al 2045 attraverso il tratto polacco del gasdotto che dalla penisola di Yamal, nella Siberia occidentale, attraverso la Russia e tutta la Polonia, arriva in Germania. Viene annunciato il 10 novembre, comunicando anche che le due parti (Gazprom per la Russia e, per la Polonia, Polskie Gornictwo Naftowe i Gazownictwo SA) aumenteranno del 50% la loro quota nella joint venture che gestisce il gasdotto, EuRoPol Gaz.

●Sempre la Polonia annuncia, col primo ministro Donald Tusk[118] a una conferenza NATO a Varsavia, di voler connotare la sua prossima presidenza semestrale dell’Unione europea con una forte iniziativa per la definizione finale e formale di un piano di sicurezza e di difesa europeo che è di “vitale rilevanza”, assicura, per poi costruire una comune strategia della NATO. Peccato che la strategia che la NATO effettivamente si dà, la definisca molto prima: già adesso, questo novembre a Lisbona e, poi, in realtà molto prima gliela “proponga” – si fa per dire – Washington. E peccato che l’Europa non abbia proprio nessuna, né si darà mai – e i polacchi non propongono affatto questo – un’idea autonoma, o almeno discussa davvero multi lateralmente, di strategia di difesa veramente europea.

●Intanto i cosiddetti Quattro di Visegrad dentro l’Unione europea, come viene chiamata l’intesa a fini consultivi tra Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria avevano reso noto, per bocca del primo ministro ceco, Petr Necas, e di quello polacco Donald Tusk, di aver deciso nel loro vertice del 4 novembre di “voler giocare un forte ruolo nel futuro dibattito sul bilancio della UE dopo il 2013”: già… vorrebbero[119]!

Tusk e Necas hanno anche (pleonasticamente? velleitariamente? comunque, ci sembra, inutilmente) dichiarato:

• che il quartetto di Visegrad ha discusso di sicurezza energetica: che, nel contesto reale geo-politico e commerciale, non vuol dire altro se non che si è preoccupato di spiegare agli altri tre primi ministri il suo sì alla Russia e a Gazprom;

• che qualsiasi riforma del Trattato dell’Unione deve essere “attentamente valutata”: come se, invecem potesse essere anche “attentamente sconsiderata”, no?;

• che la riforma del bilancio della UE dovrà risultare utile a tutti e “non solo ad alcuni, pochi dei paesi membri”: che, da una parte, è pura ovvietà, dall’altra è euroscetticismo di stampo britannico e di sospettose riserve contro l’asse franco-tedesco su cui l’Unione europea s’è costruita e, con altri apporti, se vorrà restare in piedi, non potrà che continuare a costruirsi…

●La UE ha pubblicato il proprio Rapporto annuale sulle prospettive di adesione dei paesi candidati[120]. Il Montenegro è pronto ad acquisire lo status di candidato e l’Albania non ancora per i sommovimenti politici sempre in atto. Capitoli separati sono stati dedicati a Croazia, Serbia, Bosnia, Macedonia, Kosovo, Islanda e Turchia.

Ma tutti i paesi balcanici in blocco si sono visti raccomandare, per andare avanti, la necessità di ridurre in maniera rilevante livelli di corruzione e crimine organizzato, di garantire la libertà dei media e di avviare a soluzione le loro esistenti e spesso aspre differenze sul piano bilaterale. Tutti, compresa la Croazia, nel campo fondamentale del rispetto dei diritti politici e dell’indipendenza del potere giudiziario.

La Turchia, che è già paese candidato, vede le proprie possibilità in stallo però per la complicazione dei rapporti tesi dall’occupazione militare di un pezzo di Cipro dal 1974, da quando ne cacciò via i colonnelli greci. Solo che la Repubblica di Cipro è già Stato dell’UE a pieno titolo e, insieme alla Grecia, continua a opporsi. Ankara deve ornai decidersi ad aprire porti e aeroporti ai greco-ciprioti se vuole veder avanzare la propria candidatura. Il premier turco Erdogan, parlando ala Tv francese[121], ha reagito a questa pagella da rinvio a settembre erogata al suo paese dicendo – e non a torto – che senza la Turchia l’UE non raggiungerà mai lo status cui anela di un attore globale nel mondo e, anzitutto, nel Mediterraneo.

L’Islanda è un caso a parte, dice il Commissario all’allargamento Štefan Füle, che per l’isola del ghiaccio parla di un freno dovuto soprattutto allo stato profondo di ambiguo sospetto che la popolazione continua a nutrire, mentre il governo chiede l’adesione, verso l’idea stessa di Unione europea anche allo stato embrionale— – e hai detto poco!

●Fior di economisti, molti premi Nobel compresi, sono convinti, come modestamente anche noi, che l’economia mondiale, e quella dell’Europa in particolare, hanno un disperato bisogno di maggiore domanda. Ma, per fortuna, dal Corriere della Sera al NYT, e limitandoci a citare solo testate di grande rispettabilità, c’è chi è lì assiduo a chiarirci le idee e farci la predica.

Il NYT si è messo a martellare, in articoli, articolesse, corrispondenze e servizi vari[122], del “fatto” – “ineluttabile”  per quasi tutti i suoi commentatori – che tutta la sinistra europea deve rassegnarsi alla “necessità” di far “restituire” ai lavoratori, che pure la votano e la sostengono, diritti e conquiste del passato, diciamo per capirci degli ultimi trent’anni. Perché costano troppo e, così come sono, ormai li spingono “fuori mercato”.

Neanche gli viene lontanamente l’idea che da restituire magari, e sicuramente prima, ci sarebbe la quota di reddito sulla ricchezza nazionale di cui, almeno da vent’anni (vedi tutti gli studi in proposito[123]), rendite e profitti si appropriano indebitamente rispetto ai salari, e al lavoro dipendente più in generale, in tutti i nostri paesi. Questo, a parte ogni altra considerazione pur elementare di macroeconomia come quella che impone di chiedersi come fa anche uno come Friedman a non capire come, una domanda resa inesorabilmente più fiacca dalla sua stessa ricetta (rinunciare a diritti e rinunciare a salario), potrebbe mai  rilanciare crescita e occupazione…

●Alt immediato, o come si dice in linguaggio giuridico e diplomatico, immediato fin de non recevoir— irricevibilità totale, da parte russa alla proposta informale che in Lettonia alcune forze politiche di destra avevano cominciato a discutere di riaprire la questione del confine comune[124]. Tra di loro, è emerso da una soffiata non smentita e, anzi, confermata da una specie di smentita (era di qualche mese fa…), lo stesso ministro degli Esteri lettone, Girts Valdis Kristovskis…

E’ pura provocazione, dice un portavoce del ministero degli Esteri a Mosca, dopo che il 18 settembre del 2007 i nostri due paesi hanno raggiunto e firmato e poi anche ratificato una demarcazione confinaria che ormai è già in applicazione. Per fortuna, aggiunge la Russia, neanche in Lettonia la richiesta viene presa sul serio…

●Il primo ministro di Lituania, Andrius Kubilius, intervistato dalla radio nazionale, la Žiniµ Radijas, ha accusato la Russia, più precisamente la solita Gazprom, di aver tentato di scoraggiare alcune imprese europee dall’investire sul nuovo reattore nucleare lituano[125]… Gazprom si limita a far sapere – informalmente – di aver fatto solo – ma pare sia stato sufficiente a scoraggiare molti – proposte di investimenti alternativi. Che è un normalissimo comportamento commerciale: e, se non va bene ai lituani, aggiunge, migliorino le loro condizioni ai potenziali investitori… 

●Il ministro dei Trasporti della Russia, Igor Levitin, commentando lo stato delle infrastrutture del suo paese, a un reporter americano che gli chiedeva di commentare i ritardi gravi che si registrano sul nodo trasporti negli Stati Uniti d’America, ha fatto acidamente osservare che lo stato delle infrastrutture russe fa altrettanto “pena”.

Perché è vero la rete di trasporto della Federazione russa è sì e no in grado di far fronte al carico attuale e, se non vengono rapidamente fatti gli investimenti necessari ad allargare, rinnovare ed ammodernare reti e materiali rotabili, l’infrastruttura esistente non sarà in grado di portare il combustibile reso disponibile dallo sviluppo di nuovi giacimenti di petrolio e di gas lungo la Transiberiana e la linea Baikal-Amur dai porti del Far East asiatico. In particolare la rete ferroviaria ha bisogno di un ammodernamento costoso e urgente[126] sia nei pressi dei depositi che lungo tutto il percorso: alcuni tratti, per migliaia di km., sono ancor oggi a monorotaia.

●Dice Dmitri Medvedev – ed è importante che lo dica: ancor più importante è che, prima o poi, lo riconosca anche Putin – che il sistema politico russo sta “ristagnando”[127] per la mancanza di un’opposizione “seria”. In queste condizioni, il partito di larga maggioranza del paese, Russia unita, si sta trasformando in “un partito bronzeo”: immobilista e impaurito di ogni novità.

●In Moldova – la vecchia Moldavia, indipendente da Mosca dal 1991 ma con una presenza russa “concordata” a suo tempo ma oggi controversa nella regione di confine con l’Ucraina, la quasi autonoma Transnistria con popolazione a maggioranza di origine ucraina e russa – le elezioni politiche sono state vinte – pare – col 39,4% dei voti e 42 seggi dal partito comunista; secondo è arrivato il partito liberal-democratico (29,3% e 32 seggi); poi il partito democratico (12,7% e 15 seggi) e i liberali (9,9 e 12 deputati)[128].

Siamo sempre allo stallo, perché i tre membri dell’Alleanza per l’Integrazione Europea, gli anticomunisti, potrebbero anche essere in grado di formare un governo e un presidente della Camera ma non hanno i 61 seggi indispensabili a scegliere il presidente della repubblica che nomina il cpao del governo… Loro, già dal nome, continuano a far balenare come obiettivo il traguardo europeo ma non sono mai stati, né sono, in grado di promettere un’adesione alla UE in tempi storici prossimi, del resto impossibili come ha chiarito da tempo Bruxelles.

Il partito comunista che ha ancora confermato il suo predominio relativo dopo un decennio quasi ininterrotto di governance in quello che resta forse il più povero tra i paesi d’Europa, continua invece a proporre una politica estera che, restando aperta alla UE, si mostri più attenta alla realtà e alla necessità di appoggiarsi, invece, di più a Est, sulla Russia, per assicurare il po’ di sviluppo che concretamente è possibile.

STATI UNITI

●E’ stato già correttamente riferito a fine ottobre che, nel terzo trimestre[129], il PIL era in crescita del 2%: “un tasso che, dicono la maggior parte degli economisti, non è in grado di produrre neanche il minimo di domanda di cui ci sarebbe bisogno per abbassare una disoccupazione che è al 9,6%[130]”.

Ma, in realtà, c’è di peggio: perché, se da quella percentuale venisse sottratto come si dovrebbe l’1,4% di aumento dovuto all’accumulo di scorte, la domanda finale a tasso annuo è cresciuta solo dello 0,6. Altro che del 2%...

●In effetti, adesso, a novembre, i dati sul lavoro – che pure sono migliori delle aspettative e registrano per ottobre la creazione di 151.000 nuovi posti di lavoro – non sono sufficienti a schiodare il tasso di disoccupazione dal precedente 9,6%[131]. Cresce un po’ di più dell’anticipato la creazione di lavoro nel settore privato e cala un po’ meno di quanto si pensasse nell’impiego pubblico anche se, visto il profondo rosso dei bilanci di Stati e municipalità un po’ dappertutto in America, la prognosi in questo settore si annuncia pessima.

●Con un altro segnale che manda a farsi friggere ogni timore, e ogni alibi, di inflazione e, anzi, sottolinea ormai un rischio concreto di disinflazione se non proprio ancora di deflazione, un nuovo rapporto uscito a inizio novembre mostra un calo dei costi del lavoro[132] (+1,9% di aumento medio della produttività oraria per addetto e +1,8% di aumento medio del costo del lavoro orario per addetto = -0,1%) nel trimestre appena passato.

●Dato ormai il totale dei disoccupati ufficiali, 14,8 milioni di lavoratori, il ritmo di creazione di posti di lavoro non si avvicinerà presto ai livelli pre-recessione. Per mettere il dato nel contesto giusto: se il tasso di crescita andasse ora avanti al ritmo del mese in questione, questo ottobre non cattivo diciamo, per tornare il tasso di disoccupazione di fine 2007 – pre-recessione, diciamo – del 5% allora a 7,5 milioni di disoccupati, ci vorrebbero altri vent’anni.

La settimana media lavorativa è cresciuta a ottobre da 34,2 a 34,3 ore. Migliora anche la media del salario orario, ma a un tasso tanto lento da non dare in pratica nessun aiuto al rilancio della domanda e, quindi, dei consumi quando è questa, in questo paese, la chiave della crescita. I disoccupati per un periodo oltre i sei mesi sono rimasti dove erano a ottobre, crescendo dal 41,7 al 42,8% dei senza lavoro. E per ogni posto effettivamente disponibile sul mercato ci sono 4,6 lavoratori disoccupati anch’essi disponibili. Il totale dei lavoratori disoccupati e sottoccupati contro la loro volontà, nel calcolo ufficiale del dipartimento del Lavoro, tocca i 26,6 milioni di unità.

La produzione industriale in America non cambia tra settembre e ottobre quando era al 5,3% più su di un anno prima[133]. Però, gli ordini di beni durevoli cadono del 3,3% ad ottobre e si tratta del declino maggiore da 21 mesi[134].

 

●Il deficit commerciale, che misura il buco di beni e servizi dell’America e la sua dipendenza dal mondo, è sceso a settembre a 44 miliardi di $ dai 46,5 di agosto, con importazioni in calo ed esportazioni in aumento al più alto livello da un anno fa[135].

●E la corporazione dei costruttori edili (la National Association of Realtors) annuncia, una volta tanto senza nascondere troppo ipocritamente la propria preoccupazione effettiva che a ottobre si è verificato un vero e proprio crollo delle vendite di case: -26% sull’anno prima[136].       

●Del risultato delle elezioni di mezzo termine del 2 novembre, sapete ormai tutto. La sostanza è che i democratici perdono la maggioranza alla Camera (come di regola però capita al partito di governo a metà di un mandato presidenziale). Tengono la maggioranza al Senato, i democratici, dove pure i repubblicani guadagnano 6 seggi e renderanno loro di tanto più difficile, dunque, la vita (e dove fra due anni dei 33 senatori che andranno eletti o rieletti solo 10 sono repubblicani…).

Ma, alla Camera dei rappresentanti, rinnovata del tutto ogni biennio, il mid term va adesso ai repubblicani con almeno 240 voti su 435 e il recupero di ben 61 seggi sui democratici… E, soprattutto, adesso spetterà a questa maggioranza il compito di ridisegnare – e lo farà a suo favore – almeno per i prossimi dieci anni la configurazione dei distretti nei vari Stati dell’Unione: dando più peso elettorale ai voti delle circoscrizioni per composizione e tradizione ad essa più ben disposte. Poi ci sono i 7 governatori stavolta acquisiti in più dai repubblicani e i loro 680 nuovi seggi nelle legislature di Stato…

Il fatto è che l’apostolo del cambiamento di due anni fa è diventato lui stesso oggi l’obiettivo, il bersaglio si potrebbe anche dire, del cambiamento. Perché adesso è lui che guida, o piuttosto non guida, lo stallo di oggi; ed è lui a essere identificato, a torto forse più che a ragione, con risultati però insoddisfacenti: eredità del passato, anzitutto, ma che Obama non ha dato nei fatti il senso di voler cambiare davvero, nell’unico modo possibile, pagandone il costo in radice, cioè rompendo col vecchio assetto dell’establishment per fare qualcosa di davvero nuovo. E non dando, però, neanche il segnale di cercare un compromesso sul merito dei problemi che la desse vinta magari ai reazionari ma almeno avrebbe portato a casa un qualche risultato. Pessimo, ovviamente, ma almeno qualcosa.

E, adesso, certo, sarà in ogni caso più dura trovare una maggioranza per le sue proposte. Va detto che non sempre l’aveva saputa, né forse voluta, trovare finora anche quando era possibile ricostruirla: nel senso che non sempre ha lottato coi tanti recalcitranti nelle sue fila per convincerli o, come, un presidente spesso può, magari costringerli. L’alternativa che gli si presenta, e che è molto concreta – nel primo discorso post-elezioni ha parlato subito di voler cercare il compromesso: anche se, almeno finora, non è sembrato trovare alcun riscontro nella controparte – è quello di dare retta ma solo in parte, come sembra venirgli naturale quasi, al consiglio di Abramo Lincoln.

Il più grande presidente, e anche secondo molti storici il politico più sagace della storia d’America, spiegava che il modo più efficace di distruggere il nemico è quello di farselo amico. E questa è la parte della raccomandazione che a Obama viene naturale far propria. Però, a seguire, Lincoln richiamava l’assoluta necessità, nel farlo, di non consegnarsi a lui senza neanche accorgersene.

Quel che diceva Tacito, tanti secoli prima: attenti a non trasformarvi nel nemico, per combattere il vostro nemico… Attenti, cercando di cooptarli, a non farvi cooptare dai “moderati” tout-court, democratici o repubblicani che siano, e dalle loro tiepide idee. E su questo Obama è troppo sicuro di sé e del suo carisma – è vero usurato: ma lui non si rassegna al fatto – forse per cogliere il pericolo. L’alternativa sarebbe quella di decidersi a denunciare loro e i loro equivalenti nel suo stesso partito, e le loro proposte, rilanciandosi invece all’attacco… Però lui è tremebondo. Racconta una vignetta che, al solito, vale più di un editoriale sapiente, come stiano realmente le cose

                                                 Oggi in America: cooperazione bipartisan tra i due partiti? ah! ah!

The Economist, 6.11,2010 (Cartoon di Kal: Obama ai repubblicani: “In uno spirito di cooperazione bipartisan, consentitemi di darvi il benvenuto a bordo” della canoa che si chiama “equilibrio del potere”).

Ma è possibile che Obama faccia ancora finta di farsi illusioni? bipartisan che? quando il leader della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, che resta ancora al suo posto perché i repubblicani al Senato restano minoranza, ha subito dichiarato al paese e al mondo, in Tv che “la nostra priorità politica nei prossimi due anni è quella di negare un secondo mandato al presidente Obama”. Capito? questa è la priorità: “non quella di creare i posti di lavoro che mancano? neanche di curare il deficit del bilancio? e nemmeno quella di farla finita con due interminabili guerre senza senso e senza più fondo?

Ma è possibile che lui, come tanti centristi, sia davvero ancora convinto che il problema di fondo è di metodo e non di merito? Di dissenso tra persone che non riescono a mettersi d’accordo per mancanza di buona volontà e non di dissenso sulle cose da fare sul come farle? 

Ecco, oggi, più interessante che ripetere e chiosare quel che già vi hanno detto un po’ tutti, dal loro punto di vista naturalmente, su queste elezioni, ci sembra provare ad approfondire ancora qualche po’ il contesto di questo voto. E le alternative possibili, anche se non certamente purtroppo probabili.

●Il minimo che osservatori attenti come noi possono raccomandare, da lontano, a uno come Obama di fare è di rispondere al grido accorato di un suo lettore-elettore al NYT[137]: commentando un articolo dove si notava come “l’infatuazione del 2008 per Obama fosse un po’ esagerata, come  adesso lo è il rifiuto di Obama”, ha domandato: “ma dove è finito il leader che io ho votato allora?... ma lui suda mai? siamo in una situazione disperata e non lo vedo come uno che realmente sia colpito da essa… quando, invece, abbiamo un disperato bisogno di uno impegnato, ricco di passione che si metta a condurre questo paese, non di un maestro di catechismo della domenica che proponga cauti passettini in avanti”.

Tutto sta a vedere se il vecchio partito di Truman, Roosevelt, Kennedy e Johnson è ormai malato di timidezza e ambiguità terminale, o se ancora ha la forza di darsi un colpo di reni e di prendere per la gola il nemico— sì, il nemico: perché il 10% che si appropria del 90% del reddito prodotto da tutti – che cresce comunque, anche se meno – anche se prende al momento la maggioranza dei voti della gente, è il nemico…

Insomma, e concludiamo per ora l’argomento, se davvero vuole riprendersi gli elettori che ha perso, che stavolta non sono andati a votare, che hanno – sbagliando tutto ovviamente – votato per il sogno americano riletto dall’incubo popolar-reazionario-fondamentalista-iperindividualista del partito del Tè (che ha avuto qualche successo e diversi insuccessi: ma ha segnato il suo vero trionfo improntando del proprio estremismo tutto il partito repubblicano), una sola cosa deve e può fare, Obama.

E se non lo fa si rassegni, ha già perso: lui – lui non l’economia, non il capitalismo – lui deve rimettere gli americani al lavoro (e come ce li rimette, poi, non conterà un bel niente): questa è la sua missione nei prossimi due anni. Se no, nel 2012 a perder il posto di lavoro sarà certamente lui.

E lui – non l’esercito, non il dipartimento di Stato, non il patriottardismo bastardo del “viva l’America qualsiasi cosa essa faccia” e neanche il patriottismo, magari sbagliato ma pure sincero, di chi alla guerra qualcosa, magari anche la vita, sacrifica – lui deve vincere la guerra che l’America va combattendo in Asia da nove anni.

Sì, anche confessando, magari, al paese che l’unica vittoria possibile è proprio quella di andarsene, ripensando diversamente a tutta la strategia della lotta contro un terrorismo che c’è ma che allo stato della questione, con le loro scelte, stanno solamente attizzando.

In conclusione, sul punto. Il panorama politico americano, in questo dopo elezioni, si rivela insieme chiaro e complesso. Ci sono stata vittorie insperate per i democratici, è stata contenuta quella che si annunciava come una valanga del tutto negativa ma, nell’insieme, il risultato globale è assai fosco con un’ondata comunque rilevante di nuovi eletti che vogliono buttare indietro, e anzi rovesciare, alcuni decenni di progresso sociale e anche economico.

Il fatto è che, invece di un grande dibattito nazionale su come creare lavoro e ricostruire il paese, sulle guerre e le spese che lo stanno frenando e forse addirittura strozzando, tutto il dibattito delle elezioni di mezzo termine s’è focalizzato per i democratici e Obama sulla difensiva, su come rispondere a una serie di attacchi maligni e devianti condotti a botte di spot televisivi pagati da contributi anonimi, cioè dal grande capitale e dai grandi capitalisti, per chiamare le cose col loro nome.

E’ il risultato delle ultime sentenze, in materia di finanziamento della politica, della più reazionaria e retrograda Corte suprema nella storia americana da almeno 80 anni. I 9 supremi giudici in materia di pubblicità televisiva hanno “liberalizzato” e “privatizzato” la sponsorizzazione dei candidati, anonima e senza limiti, da parte di chi ha soldi. Per cui la regola qui, ancor più di quanto fosse mai stato finora – e ormai anche il pugnale puntato contro il cuore della democrazia americana – è il Dio Quattrino.

●Ora si scatenerà la destra al Congresso, puntando a tre obiettivi immediati:

• quello estero di tarpare e cancellare – se non gliela ficcheranno in gola prima, cioè di qui a quando la maggioranza fino a fine anno resta ancora quella che è – la ratifica dello START II, il trattato di riduzione bilanciata e controllata degli armamenti strategici con la Russia (ne parliamo meglio fra poco);

• e le due priorità di politica interna che consistono, la prima, nel cancellare subito l’ “Obamacare”, come chiamano la riforma sanitaria fatta passare e ancora incompleta; e, la seconda, tenere in vita i tagli alle tasse voluti da Bush che sono in scadenza ma che, da subito dopo la sua prima elezione nel 2001 e finora, hanno abbassato le tasse in buona sostanza e in misura generosissima solamente ai più ricchi.

Ma, certo, se l’opposizione di Obama all’idea adesso si manifesta con l’argomento che proseguire  a regalare miliardi di $ ai ricchi ogni anno pone la questione del se possiamo permetterci di caricare sul deficit, cioè a prestito, altri 700 miliardi di $, la domanda è certo pertinente ma non è quella giusta: quella giusta sarebbe se, appunto, è giusto porla la domanda stessa o se, invece, è uno scandalo, come due anni fa diceva lui stesso, pensare solo di farlo[138]

●La verità è che qui, come certo anche altrove – ma qui non c’erano meno abituati che altrove come massa dell’opinione pubblica dove al maggioranza che lavora continuava a considerarsi e chiamarsi  “ceto medio” – anche qui la gente dispera del proprio futuro. Anche qui vedono, intuiscono, che il futuro dei loro figli sarà peggiore del loro, la prima volta probabilmente nella storia dell’uomo che una generazione sembra convinta nel mondo – con l’eccezione di Cina, India e Brasile forse – che la prossima starà peggio di loro.

Basta darsi un’occhiata in giro, del resto, e tutti vedono intorno un’infrastruttura materiale per lo più fatiscente e che si va sbriciolando (ponti, ferrovie, reti, strade…), un sistema di istruzione pubblica e anche privata che si va sconquassando come attestano tutte le graduatorie internazionali di merito e di competitività, con i marchingegni che usualmente creavano lavoro di massa che balbettano tutte. E tutti sanno, ormai, che la colpa, al di là delle nostalgie ultradestre pure tanto diffuse, è nel sistema economico e finanziario che non è più sotto controllo.

In tanti, due anni fa, avevano proiettato su Obama, o su quel che credevano dicesse di volere Obama, le loro speranze: ma se quella era davvero la sua “visione” adesso ha dimostrato di non crederci lui per primo e, in ogni caso, al di là di ogni impressione, ha dimostrato di non avere la capacità di dar corpo a quella visione ricostruendo un paese che si sentiva scivolare in sfacelo, cominciando a trasformare la realtà anche solo, magari, nelle cose puramente simboliche che quell’impressione e quella speranza però l’avrebbero confermata.

Come? Stornando, per dire, una fetta consistente di quel che l’America brucia nelle sue inutili e improduttive guerre imperiali per rifondarsi all’interno… Non lo ha fatto. Non ha fatto nessuna delle scelte dure che avrebbe potuto fare inimicandosi però lor signori – per dire, magari anche salvando le banche ma rifiutando duramente di salvare i banchieri – anche se ha avuto il merito di stabilizzare il declino inesorabile del paese: all’interno ed all’estero.

●C’è un’altra opportunità di infierire che la dabbenaggine di Obama – la sua voglia di farsi accettare da tutti facendo ingoiare a tutti il brodino melenso della mediazione comunque al ribasso – sta oggi offrendo su un piatto d’argento ai repubblicani: è uscito il Rapporto della Commissione presidenziale sulla responsabilità fiscale (cioè, sui conti in rosso del paese) e sulla loro riforma, che tutti chiamano Commissione sul deficit, che lui aveva voluta in un altro conato della sua bi-partigianeria speranzosa e di cui aveva nominato i co-presidenti. Ed è un caso classico di masochismo economico-finanziario allo stato puro per una presidenza democratica.

Del resto, quando li ha nominati, scegliendoli personalmente, i due co-presidenti Obama sapeva bene chi fossero: il democratico è un uomo d’affari, Erskine Bowles, clintoniano d’antan, il cui unico punto di ricaduta è la necessità di far dimagrire tutto quello che è pubblico dando spazio al privato: come un bravo repubblicano qualunque; il repubblicano col timbro, Alan Simpson, è invece uno che, quanto a bisartisanhip, di sé dice tutto quando parla di Sicurezza sociale – uno dei temi in discussione alla Commissione – che il sistema pubblico va “macellato” perché è una “vacca da latte con 310 milioni di tette” (ignorante com’è, voleva dire capezzoli: quattro per tetta, a fronte di un’ottantina di milioni di pensionati, moltissimi con pensioni letteralmente da fame, però).

Il risultato, così, è quello che chiunque li conoscesse anche molto meno di Obama poteva sapere dal principio. Lo definisce il paragrafo della presentazione del Rapporto[139] fatta dai co-presidenti: il nostro principio guida è che le entrate fiscali dovrebbero attestarsi “intorno a un massimo del 21% del PIL” (che rispetto a ogni altro paese industrializzato e avanzato è pochissimo: senza poi, a veder bene, grandi risultati né finanziari né economici, no?).

Ma, eccola la miopia ideologica!, una Commissione che aveva il compito statutario di studiare e trovare il modo per arrivare a un bilancio in equilibrio, e che dice, a modo suo – ideologico appunto – del massimo di entrate fiscali desiderabili non dice motto del minimo necessario in un paese le cui infrastrutture cadono a pezzi e un 10 % e oltre di disoccupazione… Silenzio assoluto.

Abbassare le tasse” è il primo punto della presentazione e, l’ultimo, con la mission che aveva già nel nome, è invece “ridurre il deficit”. Che forse, e anche giustamente in questa fase di recessione ancora acuta, non sarà la priorità di Obama – ma allora perché quel nome alla Commissione? – ma quanto a ridurre le tasse mette insieme un pacchetto di proposte, un misto di tagli e incrementi di imposte di chiarissimo intento.

Tagli mirati ai redditi più alti, col mantenimento anche degli aiuti di Bush in scadenza e da rinnovare alle loro aliquote; gli aumenti con l’eliminazione di molti degli sgravi esistenti che contano parecchio per i redditi dei cosiddetti ceti medi— qui intesi come chi lavora a salario, da lavoro dipendente (la deducibilità di spese sanitarie e di interessi ipotecari che ai più abbienti servono molto meno). Col risultato complessivo che i “sacrifici” neanche sono destinati alla riduzione del deficit ma a quella, programmaticamente perseguita, delle aliquote d’imposta marginale maggiori sia sui redditi personali che sulle imprese.

Insomma un risultato che sarebbe assai chiaro: trasferimento di reddito finale dai redditi medi e medio-bassi, sui 50.000 $ all’anno, ai redditi medio-alti, sopra i 250.000 $...

Sulla Sicurezza sociale, che di per sé col mandato non c’entrerebbe niente ma di cui i comissaru tengono a parlare comunque, la proposta Bowles-Simpson torna a rilanciare anche qui l’idea scontata, e diventata saggezza convenzionale dovunque, dell’aumento dell’età pensionabile. E, naturalmente, propone la riduzione degli assegni di previdenza sociale per tutti i redditi alti e, nel paese per definizione del capitalismo rampante, per tutti la fissazione a un minimo addirittura di 69 anni dell’età pensionabile reso ormai possibile e necessario, dice il duo, dall’aumento della durata media di vita…

Solo che i risultati dell’ultimo censimento dicono chiaro che, come un poco dovunque ma qui più che altrove, per chi lavora a una scrivania la vita s’è allungata davvero di molto (molto meno, però, in ogni caso, che per i loro colleghi nella maggior parte dei paesi avanzati e anche di molti di quelli emergenti: probabilmente, e più che altro, per l’insoddisfacente copertura media dell’assistenza sanitaria in questo paese); ma, dice sempre quel censimento, che la vita media s’è allungata parecchio di meno, negli ultimi trent’anni – un rapporto di uno a tre forse – per chi suda e fa per vent’anni o trenta di seguito un lavoro fisicamente stancante.

Cioè, è come dire che chi passa la vita a spazzare chilometri della 5th Avenue dovrebbe essere “costretto a lavorare qualche anno di più perché oggi gli avvocati di Wall Street campano loro qualche anno di più[140]… Evviva l’equità, insomma.

Vale la pena di spendere qualche rigo supplementare su questo che sarà uno dei primi temi, per importanza e urgenza, su cui si varrà la nobilitate del presidente appena azzoppato: che non avrà mai le p***e comunque per dire ai commissari di buttare via questo rapporto soltanto dannoso. La prima riflessione di fondo, e non di dettaglio, dice che la Commissione nell’avanzare le proprie raccomandazioni sta ignorando in radice le condizioni reali dell’economia americana: parla, e poi sbaglia comunque nel merito, ma parla come se si trattasse di una specie di lezione accademica.

Il tasso di disoccupazione ufficiale è al 9,6% e resta lì ormai da mesi, i disoccupati reali (quelli ufficialmente registrati e i sottoccupati) arrivano ormai a più di 25 milioni. Sono decine di milioni, poi, gli americani che non riescono più a pagare i mutui ipotecari (e se qui salti la rata di un mese, di regola ti sequestrano la casa: solo alle banche e ai banchieri perdonano tutto…).

E su questi dati, il deficit del bilancio federale non c’entra, al contrario di quel che dicono i co-autori (anche se, poi, contraddittoriamente, lo mettono come s’è visto a ultima priorità nella loro lista). La causa del disastro è tutta, in sostanza, dello scoppio della bolla speculativa edilizia da 8.000 miliardi di $, alla base del gonfiamento del credito al consumo che ha squilibrato tutta l’economia negli ultimi anni della presidenza esiziale di Bush (letale, per il paese, non solo in  politica estera).

Ecco, dopo la perdita di questo colossale 50 e più per cento di PIL della bolla, solo il deficit della spesa pubblica, certo di per sé non raccomandabile, è restato a sostenere la domanda. Ma se il deficit oggi fosse più ridotto, al contrario di quel che racconta con troppa facilità la vulgata neo-liberista e conservatrice, non ne risulterebbero affatto aiutati i giovani in America – e anche altrove – ma l’unico risultato vicino servirebbe efficacemente solo a cacciare dai loro posti chi oggi ancora lavora.

Finche il tasso di disoccupazione resta intorno ai livelli attuali, sarebbe semplicemente irresponsabile in verità ridurre il deficit/PIL. Ma la Commissione a queste conclusioni non giunge per queste ragioni evidenti, ma perché la sua priorità è altra, quella di abbassare sempre e comunque le tasse a chi è più ricco in America. E, naturalmente, a questi che una volta avremmo chiamati tout court servi non sciocchi del capitale (fanno infatti benissimo gli affari propri), neanche viene in mente quanto abbia senso il suggerimento dell’FMI quando, tra gli altri, raccomanda di tassare i profitti della speculazione finanziaria per sostenere le entrate e ridurre il deficit.

Anche il fatto che abbiano voluto trattare della Sicurezza sociale (pensioni) che, come ricordavamo  non faceva parte del loro mandato, è rivelatore: legalmente, in effetti, il fondo per le pensioni pubbliche non può spendere più di quanto raccolga in contributi e tasse e, quindi, non può mai in niente contribuire al deficit: che è il mandato di cui al Commissione dovrebbe trattare.

Ma quel che loro interessa è dire che, comunque, anche se non c’entra niente, bisogna ridurre a decine di milioni di lavoratori che di fatto solo a questo reddito, assai scarso, potranno far ricorso poi nella loro vecchiaia, bisogna tagliare i versamenti a venire. E che, naturalmente, bisognerebbe alzare l’età minima di fruizione della pensione: a tutti i lavoratori, indifferentemente.

Insomma, su questo punto, la speranza residua e maligna è che il Congresso anti-obamiano che è stato adesso eletto rifiuti il lavoro insensato della Commissione bi-partisan proprio e solo, magari, per partigianeria anti-obamiana: perché la Commissione è stata creata da Obama…

●Del punto cruciale su cui si sono giocate le elezioni d’inizio mese, lo stato precario dell’economia reale di questo paese, scriveva solo qualche giorno prima delle elezioni un altro opinionista[141] francamente a primo acchito un po’ ebete – uno che può permettersi di dire certe sciocchezze solo perché guadagna sui 20-25.000 $ al mese, se bastano – che “la vera ansietà dell’opinione pubblica”, lui la conosce: “sono i valori, non l’economia: il sentimento che ci sta corrodendo, che siamo diventati dipendenti dal debito come da una droga e che ci concediamo tutto, senza negarci niente”.

Ecco, lo stolto lo vada a dire ai più di 25 milioni di disoccupati, sottoccupati e a chi perso anche la speranza di trovare un lavoro e a chi ha perso – milioni di persone – la casa, consegnando le chiavi alle banche, che a preoccuparli è di non vivere più il valore della sobrietà e di concedersi troppo! che a preoccuparli non è l’economia.

Ma, ripensandoci, poi, forse ha ragione lui. Forse ebeti sono davvero quanti, magari disoccupati, si sono arrovellati malgrado tutto alle urne più per la perdita di valori che per quella del loro lavoro. Ce ne sono, sapete, ce ne sono quanti e più che da noi, scontenti di quanto il paese sia a destra, ma perché ancora più a destra vogliono spingerlo…

●La vendetta del mondo degli affari ha colpito Obama, invece di prendersela con chi ha provocato la crisi in origine— l’ingordigia del mondo finanziario, la miopia del mondo delle imprese, la cecità ideologica di chi la gestiva e istigava il laisser faire economico, l’Amministrazione di George Bush il piccolo. Ma è un fatto che, mentre la disoccupazione resta vicina al tasso a due cifre, il 9,6 circa per cento, i “benefici”, come li chiamano pudicamente, delle imprese, cioè i profitti, sono tornati in questo paese (e a dire il vero non solo)

ai livelli pre-crisi.

●C’è chi con l’autorevolezza del nome che si è fatto in anni di “opinionismo”, anche talvolta serio, e con l’appoggio confessato del gruppo di potere che gli sta dietro – qui la lobby filoisraeliana – nella disperazione anche reale sul come far uscire dalla crisi questo grande paese, sembra sperare ormai soltanto… nella guerra. Specificamente nella guerra all’Iran.

Scrive[142]: “la questione chiave dei prossimi due anni è se Obama riuscirà a mettere insieme le forze che possono rilanciare una nuova crescita. Sono due essenzialmente queste forze. Una è la forza del ciclo economico… è difficile mettergli fretta e resiste a ogni commento economico. Cos’altro può influenzare l’economia? La risposta è ovvia, ma le implicazioni mettono paura. La guerra e la pace influenzano l’economia… Guardiamo indietro a Roosevelt e alla Grande Depressione. Cosa fu che, alla fine della fiera, allora risolse la crisi economica? la seconda guerra mondiale”.

Insomma, le spese per la guerra producono PIL, domanda, ricchezza e occupazione. Solo che è una favola guerrafondaia quella che dice che solo la seconda guerra mondiale sconfisse la Grande Depressione. Perché quel PIL, quella produzione, quella domanda, quell’occupazione avrebbero potuto essere l’effetto tanto di spese di guerra che di una spesa di pace le spese di pace. L’essenziale è la spesa, per l’economia, non la sua motivazione in effetti! Aggiungiamo pure – magari insieme a un purtroppo – che la  volontà di spesa a volte è più facile da consolidare se lo fai con la guerra.

E conclude, spudoratamente, l’autore: “E’ qui che Obama probabilmente riuscirà a prevalere. Con il forte sostegno dei repubblicani in Congresso per sfidare e bloccare l’ambizione iraniana di diventare una potenza nucleare, può adesso spendere tutto il 2011 e il 2012 a orchestrare la resa dei conti con i mullah. Cosa che lo aiuterebbe politicamente perché a spingerlo avrebbe dietro il partito di opposizione. E con l’aumento delle tensioni, con l’accelerazione della preparazione alla guerra, l’economia migliorerà”.

Migliorerebbe, questo è il punto però e questo è il fatto, anche se la tensione crescesse sul fronte  di ricreare lavoro, se l’accelerazione di spesa ci fosse in investimenti industriali o ecologici, invece che per preparare la guerra.

Poi, forse, l’incosciente si rende conto di quello che dice. E mette le mani avanti, giurando “di non voler suggerire, si capisce, che il presidente si deve mettere a istigare alla guerra per essere rieletto” [nel 2012]. Per carità… Però è un fatto: “se lo facesse,  tutta la nazione si riunirebbe intorno a Obama perché l’Iran è la maggiore minaccia del momento, in questo secolo nuovo”.

Ma, l’Iran – come riconoscono perfino i servizi segreti israeliani – non ha ancora armi atomiche? E chi se ne frega… le potrebbe avere domani, no? e ce lo dice chi ce le ha oggi… Che sia “la minaccia maggiore” lo garantisce, come se fosse il primo comandamento, nientepopodimeno poi che l’articolista filoisraeliano. E ci credono il 70, forse l’80%, degli americani. Cioè chi, per definizione, conta…  

Ora, se lui – Obama – riuscisse a far fronte a questa minaccia ed a contenere le ambizioni nucleari dell’Iran” – e solo dell’Iran, si capisce – “avrebbe reso questo mondo un po’ più sicuro diventando uno dei presidenti di maggiore successo della storia”. Così conclude David Broder… americano che per coincidenza, è di religione ebraica.

Ma sostenere che la soluzione è la guerra – perché in Congresso adesso, se il presidente facesse la guerra, avrebbe certo una grande maggioranza a favore e potrebbe moltiplicare, volendo, di quanto vuole una spesa militare già monstre, e se lo fa con la guerra invece che creando lavoro il deficit non preoccuperebbe più nessuno: una specie di pacchetto di stimolo economico in arrivo direttamente dall’inferno – secondo noi, che ancora qualcosa puntiamo sull’onestà intellettuale di Obama, è pura istigazione al delitto vero e proprio contro l’umanità…

Del resto, non sono solo giornalisti e osservatori partigiani come Broder a istigare alla guerra come soluzione di problemi che certo sono reali. Un senatore repubblicano tra i cosiddetti moderati, Lindsay Graham, parlando al forum internazionale sulla sicurezza internazionale di Halifax in Canada, che il suo partito sosterrà il presidente se decidesse, al di là delle sanzioni, di fare “il duro” con l’Iran perché gli Stati Uniti – è la tesi – non si possono in ogni caso permettere di lasciare che Teheran – e solo Teheran – arrivi ad avere un armamento nucleare qualsiasi.

Certo, si potrebbe anche dire che l’America non ha bisogno di imbarcarsi in un’altra guerra, sostiene, ma il mondo non ha bisogno di un Iran con l’atomica e non si può vietargliela con una politica di contenimento: per farlo è proprio necessaria la guerra che neutralizzerebbe il suo programma atomico, affonderebbe la sua marina, ne distruggerebbe l’aviazione e darebbe un colpo decisivo alla Guardia rivoluzionaria, castrando così il regime degli ayatollah[143].

A parte la follia di questo “moderato” programma di castrazione, sui costi da pagare per una scelta simile, neanche una parola s’intende… A partire, dal rapporto con quello che resta ancora, almeno sul piano strategico, per gli Stati l’interlocutore principale, non la Cina ma la Russia, l’unica altra stragrande potenza nucleare.

●A buttare un po’ d’acqua gelata su questi bollori, addirittura più calienti tra certi americani – pare – che tra gli israeliani, ci deve pensare il ministro della Difesa statunitense Robert Gates. Il PM di Israele, Benjamin Netanyahu, in visita a Washington, aveva appena chiesto al vice presidente Biden alla Casa Bianca – il presidente era in India – di andare oltre alle sanzioni, applicando pressioni dirette che andassero oltre le sanzioni.

Lo ha raccontato alla stampa il portavoce del primo ministro stesso, Mark Regev: perché a Israele, ha spiegato, preme ottenere l’alt al perseguimento iraniano della sua bomba ma anche un cambiamento nell’atteggiamento e nel comportamento di Teheran che deve convincersi a dismettere la sua ostilità verso Israele. Anche se non la guerra subito, in altre parole, subito ci vuole una “più credibile minaccia di guerra”.

Come si accennava, risponde direttamente dall’Australia, dove è andato dall’India staccandosi dal seguito di Obama prima del G-20, il segretario alla Difesa Robert Gates: questa storia della minaccia credibile è una forzatura di cui non abbiamo bisogno perché, tra l’altro, “le sanzioni stanno avendo un effetto duro, anche oltre quanto pensato” e basteranno. Già, ma se poi non bastassero[144]? O Gates, Clinton, Obama si convincessero che, come è ovvio per ogni e qualsiasi Stato del mondo, e in realtà di chiunque nel mondo sia una potenza anche piccola non è possibile impedirgli di dotarsi di un armamento nucleare, se vuole darselo?

●A proposito di Israele e dell’America, sono in pochi – siamo in pochi… – a notare con qualche meraviglia un po’ attonita la bestemmia, sentendoci, come dire?, insieme imbarazzati e indignati a leggere in un editoriale del NYT[145] (firmato dal capo dell’ufficio di corrispondenza da Gerusalemme Ethan Bronner: che è ebreo lui stesso e ha un figlio volontario, neanche solo arruolato, nelle Forze di Difesa israeliane) di come sia “importante notare come il conflitto israelo-palestinese negli ultimi anni sia stato largamente privo di morti violente”. Ha ragione… se le morti che contano sono soltanto quelle di una parte, la sua.

Perché solo nel corso dell’offensiva di Gaza (i due mesi a cavallo di fine 2008 e inizio 2009) esercito e aeronautica israeliana hanno ammazzato sui 1.400 palestinesi: 300 dei quali erano bambini/e o ragazzine/e.

La coda sconvolgente è che se una lettera di una lettrice ebrea non avesse attirato l’attenzione degli altri lettori, pur sepolta com’è stata a p. 37 del supplemento del giornale, qualche giorno dopo, nessuno ci tornava sopra, sul più importante quotidiano del mondo…

●Intanto, l’Iran continua ad essere disponibile a discutere e negoziare con chiunque di tutto, ma non dell’unica cosa cui gli altri, Stati Uniti in testa, sembrano interessati: del suo programma di ricerca e sviluppo in campo nucleare. Con l’argomento, irrefutabile in diritto internazionale, che i loro programmi essi non li discutono certo con Teheran[146]: lo dice, parlando nella città di Qazvim in Tv, il presidente Mahmoud Ahmadinejad, asserendo ancora una volta che sui diritti non si negozia (però, a ottobre scorso, per una volta, Teheran era sembrata dare il suo assenso a discuterne…, cosa che non s’è mai più ripetuta) e che colloqui e negoziati sono, in ogni caso, l’unico modo di affrontare e risolvere i problemi internazionali e di garantire la pace.

Così, anche se Russia e UE, il ministro Lavrov e la superministra degli Esteri dell’Unione, Catherine Ashton, separatamente ma pure d’accordo, si stanno dando da fare per concordare data e luogo dell’incontro dell’Iran coi P-5+1, sembra proprio che, anche se le troveranno (ma lei vorrebbe Ginevra, Teheran preferirebbe Istanbul…)  non riusciranno a mettersi d’accordo sull’agenda…

E per sottolineare il punto – inflessibilità, ostinazione, principio: comunque, un punto irrinunciabile – il brigadier generale iraniano Mohammad Hassan Mansourian, critica i cedimenti dei russi che per compiacere gli americani (e, in subordine, dice, anche gli israeliani) hanno capitolato e cancellato la consegna dei loro missili di difesa antiarea S-300 già comprati da Teheran.

E annuncia[147] che l’industria nazionale della difesa ha disegnato, prodotto, sperimentato con successo su prototipo e sta testando su larga scala per subito mettere in linea versioni proprie dell’S-300 che affiancheranno i missili già esistenti, Mersad— agguato e Shahin— falco.   

●Su un altro fronte, altrettanto importante, Teheran sta negoziando con molti Stati del Golfo, Emirati, Oman, Bahrain, Kuwait, dell’esportazione di notevoli quantità di gas naturale dell’Iranian National Offshore Oil Company (NIOOC)[148], attraverso il suo amministratore delegato e manager Mahmoud Zirakchianzadeh nella speranza di concludere al più presto accordi conclusivi che farebbero dell’Iran uno dei maggiori fornitori dei paesi del Golfo.

Non vengono menzionati i contenziosi che tuttora sussistono fra molti degli Stati in questione sul diritto all’estrazione e al commercio del gas in un mare che a tutti questi paesi è comune ma certo, un po’ più che degli altri, appare di “competenza”, come dice il nome stesso, iraniana.  

Il NIOOC, nell’occasione, conferma che lo sviluppo della produzione di gas nel Golfo Persico è la priorità numero uno della compagnia, aggiungendo che aumentare la portata della produzione dei giacimenti di Nord e Sud Pars, Golshan, Ferdosi, Kish, Lavan, Farzad B, Balal e Salman sarebbe sufficiente a far fronte alla domanda interna e, insieme, largamente, anche a quella dell’esportazione negli altri Stati del Golfo.

●Anche il Pakistan sottolinea – e fa sapere di voler sottolineare – quanto ritenga importante il progetto appena concordato con l’Iran di un nuovo oleodotto che, afferma, potrebbe/dovrebbe provvedere “adeguatamente” alla domanda d’energia del paese[149]… Chiarisce, Islamabad, che il progetto non ricade entro quelli proibiti dalle sanzioni ma Washington precisa subito che non è d’accordo. E il Pakistan, semplicemente, risponde che non è d’accordo e che non è disposto a discuterne. Neanche col Grande Fratello… Poi ne discuterà, è sicuro. Ma il segnale lo ha dato…

●Ma il fatto realmente nuovo sul piano strategico è che proprio i possibili nuovi scenari che trapelano dagli strampalati ragionamenti bellicosi che dopo le elezioni risuonano in giro per Washington insieme alle dichiarazioni di Obama inclini, dopo la vittoria repubblicana al Congresso, alla ricerca di  compromessi coi reazionari più ottusi – preoccupano ovviamente e sicuramente i russi che cominciano subito, a mettere le mani avanti. Così il presidente Medvedev decide di dare subito, a suo modo, un segnale chiaro[150], se volete un avvertimento che somiglia da vicino a un ricatto.

La Russia è pronta a riprendere, e ad approfondire, i rapporti con Teheran se l’America di Obama rallenta o abbandona i suoi impegni e lo fa capire annunciando, a due giorni dal voto americano, che andrà personalmente lui, ora, a inaugurare col presidente iraniano Ahmadinejad il reattore nucleare iraniano a Bushehr e già da due mesi consegnato, chiavi in mano, a Teheran. Certo, si viene a sapere non da Mosca direttamente ma da un giornale iraniano, Javan, e quindi la notizia va presa con prudenza.

Ma i russi spiegano – spiegherebbero: lo dice Teheran, a dire il vero, ma è del tutto credibile e perciò se ne parla – che sono preoccupati dal moltiplicarsi adesso delle difficoltà, già rilevanti, che aveva Obama a far ratificare il nuovo trattato START II sulla riduzione degli armamenti nucleari da questo Congresso. Soprattutto se come vogliono gli estremisti nucleari alla Bolton, l’ex ambasciatore superfazioso e neo-cons di Bush al’ONU, non toccherà a questo ma al prossimo Congresso, dopo gennaio, provarci[151]…  

Quando, anche magari solo per dire no a Obama, i repubblicani negheranno la ratifica al Trattato. Anche se sono i più famosi e realisti tra di loro (Henry A. Kissinger, James A. Baker III e Brent Scowcroft… tutti ex segretari di Stato e/o consiglieri per la Sicurezza nazionale di tre presidenti repubblicani) a dire che è interesse proprio degli USA ratificare il SALT II: in fondo, fanno presente, adesso, con la scadenza del vecchio, nessuno nel mondo più controlla le armi atomiche di nessuno: in nome, magari, del controllo perfetto viene negato ogni controllo effettivamente possibile…

E, quando Obama decide di sfidare la nuova maggioranza del Congresso esigendo dalla maggioranza attuale, democratica, che provino a ratificare il Trattato prima del nuovo Congresso, lo fiancheggiano ostentatamente per manifestare all’America che loro sono d’accordo con lui[152]. Anche perché, dato che nel rapporto strategico tutto si tiene, la carta che era sembrata per qualche tempo perdere agli occhi di Mosca valore – l’Iran – riacquista altrimenti peso e credibilità.

E Mosca agli americani glielo vuol fare capire. Anche se certo, nel farlo, è diventato chiaro pure, per Teheran, il proprio valore reale, essenzialmente di scambio, agli occhi dei due grandi: di tutti e due. In ogni caso – vedrete: è previsione soltanto, per ora… – a Mosca si tornerà se le cose vanno avanti come loro paventano della vendita che ridiventa possibile (era ed è solo questione di interpretazione della risoluzione 1929/2010 del CdS dell’ONU, no?) dei missili antiaerei russi S-300 a Teheran…

A latere del Vertice dell’Associazione di cooperazione tra i paesi del Pacifico (l’APEC) di Yokohama i G-20, Obama ha ribadito a Medvedev che lui della ratifica del SALT intende fare una priorità assoluta[153]. Intenzione apprezzata anche se ormai, dopo le elezioni di mezzo termine, a tutti e ai russi per primi è evidente quanto si è fatta ardua la strada per una ratifica del Trattato (l’agenda per la votazione, e dunque la ratifica, la fissa il Senato, non la Casa Bianca).

Obama si è, comunque, impegnato a togliere (meglio: a cercare di far togliere…) le restrizioni “guerrafreddaie” che, per esempio, impediscono ancora alla Russia di accedere all’OMC e ha ancora una volta ascoltato le motivazioni dei russi che insistono per la discussione a Lisbona, il 20 novembre, del loro piano di difesa missilistica comune a NATO e Russia.

Intanto, l’immediata vigilia del vertice NATO si annuncia con un conflitto apparentemente minore e per qualche po’ tenuto sottotono ma alla fine emerso in pubblico, addirittura in conferenza stampa, tra il segretario generale dell’Alleanza e Washington[154]. Anders Fogh  Rasmussen dice che, considerando come ormai siano una trentina i paesi “aspiranti a darsi le tecnologie dell’arma nucleare”, non c’è alcuna ragione di mettersi a nominarne, nel documento del Vertice, specificamente uno solo e naturalmente l’Iran come minaccia possibile.

La dichiarazione è venuta in contrasto esplicito, e motivato, con la richiesta ufficiale di mettere per iscritto che è proprio l’Iran la ragione dello scudo antimissile avanzata dagli USA (spinge, più che il Pentagono, il dipartimento di Stato, il vero nido dei falchi nostalgici della guerra fredda con l’URSS nell’Amministrazione), sempre attenta a soddisfare fobie, desiderata e anche pruriti di Israele e della lobby filo-israeliana d’America e a mettere un dito nell’occhio a Teheran.

Oltre a Rasmussen, che non ha voto, si oppone apertamente però la Turchia, che il voto ce l’ha e che fa suo, anzi probabilmente ha suggerito allo stesso segretario la formula del no. Il fatto è che nel Consiglio NATO basta un voto contrario per bloccare qualsiasi sì e tutti sanno che, coperti dietro la Turchia, ci sono fior di altri paesi che con l’Iran, di nascosto magari, vogliono continuare a parlare…

●La Russia ha fatto ancora sapere di guardare con estremo interesse all’esito del prossimo Consiglio della NATO, cui parteciperà come osservatore/interlocutore, nell’ambito del rapporto bilaterale anche il presidente Dmitri Medvedev. All’o.d.g., c’è anche la sua proposta di allargare la NATO a un sistema di sicurezza pan-europeo, aperto ormai oltre che agli Stati Uniti anche alla Russia.

E ormai diversi europei, tra quelli che contano – Germania, Francia… – consentono: o, almeno, non dissentono più perché concordano con la premessa di fondo che le vecchie conflittualità antisovietiche della guerra fredda non hanno più alcun senso oggi che, da oltre un ventennio, l’Unione sovietica è stata dissolta. E nessuno, proprio nessuno, pensa che ormai possa più riformarsi…

Per cui il ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, dice apertamente parlando al Bundestag di sperare e lavorare per la formazione di legami più stretti tra NATO e Russia, dato che la sicurezza europea può essere rafforzata e garantita ormai solo da una cooperazione stretta e che la decisione del presidente russo di presenziare e partecipare personalmente al vertice NATO-Russia di Lisbona è un gesto importante, da ben accogliere e “da non sprecare[155].

●Ma la combinazione di due fattori che Obama non si è dedicato (non ha avuto il tempo, non ha avuto il coraggio, comunque non si è dedicato abbastanza) a far decantare, sembra adesso – alla vigilia di Lisbona – combinarsi per far saltare il banco e il suo “sogno”-illusione di un mondo libero, o almeno meno pieno, di armi nucleari.

Da una parte, malgrado tutto e il bisogno oggettivo di accordo coi russi che oggi, specie in campo energetico ha la Polonia – e coi russi, come del resto con gli americani, non si può facilmente distinguere tra rapporti commerciali, economici e politici – emergono certe intransigenze un po’ fuori tempo e un po’ fuori luogo, come quella di alcuni dirigenti un po’ istintivamente anti-russi come, ad esempio, il ministro degli Esteri Sikorski, uomo radicalmente di destra più americana neo-cons (ha lavorato per anni all’American Enterprise Institute, ad esempio) che europea conservatrice e che, come polacco, sui russi è, a pelle, carico di sospetti, pregiudizi e giudizi di cui, alcuni, anche fondati.

Adesso[156], ammonisce che la Russia dovrebbe riconoscere come il progetto polacco-americano, in sostanza, di difesa missilistica rafforzerebbe la sicurezza internazionale e il tentativo americano di “risistemare” i rapporti con Mosca non dovrebbe interferire con la difesa dei paesi della NATO (insomma, se noi i missili li vogliamo, gli americani ce li devono mettere in casa, senza preoccuparsi di quello che dicono i russi: e la Polonia è contenta, dice lui, presumendo un po’ troppo visti alla fine poi i risultati, che la NATO “si stia convincendo” a prescindere dalle preoccupazioni dei russi…).

Ma, certo, ammette siamo ancora alla fase concettuale e politica della decisione e molto dipende – tutto dipende, in effetti, poi riconosce – dal tipo di sistema che alla fine sarà scelto, dalla sua efficacia, dal costo e, anche – ammette, senza arrivare ad aggiungere l’avverbio purtroppo – dalla “reazione dei russi”. Insomma, in pratica, siamo dove eravamo due anni fa, con Bush il piccolo e prima dell’elezione di Obama e del suo tentativo, che ora però è in bilico, di risistemare le cose…

●                                                      Lo scudo spaziale europeo, NATO-russo?

Fonte: S. Greenberg (win293)

Dall’altra parte, ci sono e salgono le resistenze tutte ideologiche e cieche alla ratifica dello START II della nuova maggioranza repubblicana in Congresso[157] e quelle, tanto chiare quanto profondamente sceme, di chi non vuole rinunciare alle armi nucleari cosiddette tattiche sul territorio europeo. In effetti, viene riferito “in un documento della NATO fatto trapelare appositamente che alla fine la proposta tedesca, belga e olandese di ritirare le armi nucleari tattiche americane dai loro territori che ancora le ospitano” (anche in Italia ci sono, ma il governo sta zitto) “non è stata alla fine inclusa nel testo di bozza finale”: si sono, infatti, opposti i francesi.

E’ chiaro a tutti, ha spiegato Daryl Kimball, presidente della Arms Control Association degli USA, dicendo chiaramente quello che gli Uffici di pianificazione degli Stati maggiori dell’Alleanza non osano dire così chiaramente ma fanno sapere tutti di condividere, che “la NATO non ha alcun bisogno di queste armi contro le minacce potenziali che fronteggia nel 21° secolo, che queste armi presentano invece rischi reali di potenziali appropriazioni da parte di commandos terroristici e che  la loro presenza rende più difficile convincere i russi a tagliare i loro arsenali tattici[158].

I russi dicono, infatti, che i loro stock di armamenti simili equilibrano quelli americani, non quelli della NATO in Europa, tanto è vero che, né ai tempi dell’Unione sovietica né tanto meno adesso, all’estero mai li hanno schierati.

Si sono opposti, dicevamo, anzitutto i francesi che le armi nucleari le hanno ma neanche a quelle americane schierate in Europa vogliono “rinunciare”: anche se sono una contraddizione in termini con la sovranità dell’Europa – della quale proprio de Gaulle era tanto geloso – perché sai mai che a qualcuno, magari in Francia poi, venisse in mente di chiedere, col ritiro di quelle statunitensi, anche quello delle stesse bombe A e H della loro force de frappe[159].

Anche un antirusso non fobico ma inveterato come il polacco Sikorski, che pure insiste sullo scudo antimissile e non lo vorrebbe dover condividere coi russi, e il segretario generale della NATO, Rasmussen, dicono all’unisono che il SALT II serve[160] e che occorre ratificarlo subito. Non dargli adesso il via libera sarebbe “deleterio” per la sicurezza dell’Europa oltre che per le complicazioni che ne verrebbero al processo di riavvicinamento, dicono alla stampa in un intervallo del Vertice della NATO a Lisbona.

Rasmussen spiega che, a suo parere, sarebbe più che un errore, un vero crimine impedire l’entrata in vigore del nuovo START per chiusura mentale e chiede a tutte le parti di garantirne una pronta ratifica. In realtà,l’unica parte a resistere è il Congresso degli Stati Uniti d’America: non si capisce bene se per far saltare il processo di distensione avanzante, per partito preso più che contro la Russia magari contro Barak Obama…

●Ora, se anche questo Vertice si andasse a impantanare sul punto – o ad assumere come suo connotato centrale il punto – del nucleare tattico sì, nucleare tattico no (tenerselo: come vuole Sarkozy, o rinunciarvi: sono circa 200 le bombe B-61 nei bunker di Germania, Olanda, Belgio e anche Italia[161] non servono a niente militarmente e rappresentano solo una tentazione per ogni terrorismo pensabile: come dicono i tedeschi, più Westerwelle che Merkel, ma anche lei, e tutto sommato – anzi in origine proprio e anche Obama), questo sarebbe il terzo Vertice di seguito dell’Alleanza a trovarsi bloccato ogni dibattito di merito per questioni nient’affatto marginali, ma qui, per ora almeno, irrisolvibili.

Sarebbe il terzo Vertice sprecato: due anni fa c’era sul tavolo l’improvvida richiesta, dopo l’attacco avventuroso della Georgia alla Russia, dell’adesione alla NATO dell’Ucraina e della stessa Georgia: respinta anch’essa, con perdite ingloriose, di faccia e di autorevolezza degli americani che l’appoggiavano (Bush, allora, ma d’accordo anche Obama) a tempi migliori e diversi…; un anno fa ci fu il tentativo di blocco, per il suo anti-islamismo notorio, del candidato alla segreteria della NATO, Rasmussen, sbloccato solo dall’intervento personale di Obama sul primo ministro turco.

●Ora, il nodo è che l’Alleanza si sente da una parte indefinita e geograficamente, forzosamente, allargata (si chiama Alleanza “atlantica” e si occupa anzitutto di… Afganistan); non riesce a definire un obiettivo realmente comune dopo la scomparsa del nemico; non riesce neanche a proporgli di allearselo ormai come amico; e, quando è lui a farlo (Medvedev) non sa che dirgli; esita poi a definire e chiamare per nome e cognome un nuovo nemico ma, insieme, è tentata di farlo (per ideologia, per cultura ma anche perché senza più nemico, alla fine, che alleanza militare sarebbe, no?).

In sintesi, non riesce a prendersi la coscienza di sé e la posizione autonoma o, comunque non subordinata a un’agenda in sostanza dettata soltanto oltreoceano: una volta – quando l’URSS incombeva – comprensibile e necessaria e accettata de plano, ma oggi – con la Russia – non più. E non riesce neanche a dire, e a dire insieme, l’Europa – l’altra parte cioè dell’Alleanza – ad Obama e ai suoi nemici interni, dandogli una mano che da lui sarebbe certamente apprezzata e forse, anche utile, che un nuovo rapporto ostile tra USA e Russia costituirebbe, di per sé, la maggiore minaccia alla sicurezza europea. Al fondo è quello che, con Westerwelle, i tedeschi – di nuovo, più apertamente lui della Merkel: ma lei lo lascia fare – stanno cercando di dire agli altri europei.

●Alla fine, come stanno le cose lo dice chiaro, dal punto di vista dei russi, il loro in genere volutamente poco diplomatico ambasciatore presso la NATO, Dmitri Rogozin[162]: che la Russia, come è naturale, non desidera vedere installarsi ai suoi confini l’infrastruttura militare di un altro paese terzo rispetto a quelli suoi confinanti; che non desidera veder aderire alla NATO né Georgia né Ucraina; che prende atto con soddisfazione di come neanche l’Ucraina lo voglia; e dell’opposizione interna alla NATO a includere nel patto la prima.

E’ noto, del resto, di come forze della NATO – Rogozin non dice papale papale che furono gli USA, ma lo lascia capire – provocarono, anche con false promesse di aiuto, l’offensiva della Georgia in Abkazia e Ossezia del Sud che costrinse la Russia a reagire e, alla fine, come conseguenza portò al congelamento per lungo tempo a venire di una possibile adesione della Georgia alla NATO malgrado l’autorevole sponsorizzazione e le pressioni americane sull’Alleanza.

●Certo, adesso a Lisbona la NATO ripeterà la giaculatoria sul benvenuto che vuol dare, in futuro, a Georgia e Ucraina, ma in occidente così come in quei due paesi e in Russia tutti sanno che l’affiliazione alla NATO è ancora più di là da venire di quanto fosse nel 2008. Del resto parlavano chiaro, anche se poi disattesi impunemente visti i rapporti di forza e la debolezza dei russi negli anni ’90, gli impegni solenni che assunsero con Mosca, a nome degli Stati Uniti, George Bush padre e poi nel 2003 reiterò Bill Clinton: la NATO, se non proprio in cambio della dissoluzione dell’URSS certo per facilitarne il percorso, non avrebbe avanzato i propri confini… venne allora giurato solennemente a Gorbaciov e, poi, anche a Eltsin 

E, del resto – aggiunge acidamente, ma senza esagerare poi troppo, un funzionario russo minore ma abbastanza importante da attirare l’attenzione comunque della stampa straniera, il vice direttore stampa e informazione del ministero degli Esteri, Alexei Sazonov[163] – gli Stati Uniti continuano come sempre a comportarsi con la loro consueta “arroganza imperiale”: nel caso del cittadino russo Viktor Bout, da loro accusato di essere un pericoloso mercante d’armi “hanno interferito e schiacciato senza riguardi il sistema giudiziario tailandese” facendoselo consegnare a forza.

L’accusa nei confronti di Bout (che non appare certo campata in aria) è quella di aver venduto a guerriglieri colombiani armi che “potrebbero essere usate contro cittadini statunitensi”; come se non fossero stati proprio gli Stati Uniti ad armare fino ai denti le truppe regolari ed irregolari della Georgia che, non potenzialmente ma realmente, due anni fa uccisero in Ossezia del sud molti cittadini russi…

●Il combinato disposto degli interventi di Rogozin e Sazonov è un linguaggio che sembra preludere a una rottura. E sembravano accumularsi, del resto, altri segnali almeno un po’ preoccupanti. Mentre già era in corso Lisbona, il presidente polacco Bronislaw Komorowski che, insieme al primo ministro Donald Tusk e al contrario del ministro degli Esteri Sikorski, si era mostrato tra i più disponibili verso una distensione operativa coi russi, metteva comunque – noblesse nazionale oblige – le mani avanti.  

Avverte ora che, mentre le garanzie di sicurezza nella NATO “sono uguali per tutti” i paesi membri, sono in realtà poi diverse a seconda della posizione sul terreno di ogni paese (insomma, a seconda di quanto sono lontane, poi, dalla Russia… che è comprensibile, ma è un dato ineluttabile dettato dalla geografia). I rapporti NATO-russi dovrebbero, dunque, essere stabiliti in modo da far condividere a tutti i contraenti mutue misure di sicurezza ma “non a spese dei paesi dell’Europa orientale[164].

Si tratta di considerazioni tanto ovvie da essere addirittura banali o, invece, pericolosamente esoteriche (misteriosamente oscure e incomprensibili: che vuol dire quel “non a spese nostre”? a spese di chi altrimenti?)… e, soprattutto, Komorowski si guarda bene dal delineare il come, secondo lui, si potrebbe mai garantire davvero questa percezione in modo che sia sempre maggiormente la stessa per tutti, visto che i territori, i confini, la storia comune sono quelle che sono…

●Però subito, in controtendenza, a correggere queste impressioni montanti, interviene il primo ministro polacco, Tusk, a bilanciarne l’effetto “strano”, chiarendo che la Polonia nella sua storia non è mai stata tanto sicura quanto lo è oggi e non ha mai avuto rapporti così buoni con tutti i suoi vicini e tutti insieme[165].

E’ l’assistente personale di Medvedev, Sergi Prikhodko[166], ad annunciare per primo forse che lo scudo missilistico potrebbe essere alla fine creato “con la possibile integrazione della Russia stessa” ad esprimere la volontà politica di andare avanti e la valutazione che le difficoltà restano ormai in sostanza soltanto di ordine “pratico”, non più di principio, in base a quel che è stato detto a Lisbona – non prima, non propagandisticamente – presentando l’idea. Ormai, “l’implementazione del progetto potrebbe verificarsi anche in prospettiva di medio-breve periodo”.

●Subito dopo arriva l’annuncio ufficiale: la NATO si accorda su un nuovo sistema di difesa anti missilistica a breve e medio raggio che svilupperà, pagandolo anche, insieme agli USA e che coprirà l’Europa e gli Stati Uniti aperto a un’attiva partecipazione anche dei russi[167]. Per superare le remore esplicitate dalla Turchia ma anche da altri, anche dai russi, non viene nominato come gli americani avrebbero voluto e avevano chiesto, che l’obiettivo dello scudo sarebbe l’Iran. Perché, tra l’altro, non è affatto vero che sia proprio e solo l’Iran l’unico “lanciatore” possibile…

In ogni caso, come si sa, il diavolo si annida sempre nei dettagli, specie in questo tipo di accordi. Che significa, infatti, “attiva partecipazione” dei russi nella rete di difesa balistica della NATO? Non è un caso che la dizione sia rimasta ambigua e nessuno abbia chiesto che fosse pubblicamente chiarita. Gli americani, i militari in specie come quelli della NATO e dei paesi confinanti con la Russia, sembrano sperare che si accontentino di una partecipazione “simbolica”.

Ma sembrano proprio illudersi e bisognerà vedere come gli uni e gli altri si muoveranno intorno a questo punto cruciale e delicatissimo, anche perché non saranno solo i russi a “vigilare” sul nodo ma anche alleati cruciali nella NATO, come turchi[168] e tedeschi, che sembrano considerare come cosa seria e da garantire una vera partecipazione dei russi al progetto. Tenendo presente che, se salta l’accordo, tutto si fa più complicato, e anche rischioso, che se esso non fosse mai stato raggiunto…

Sul rapporto coi russi, Obama che parla, scontatamente, a nome di tutti affiancato da Rasmussen, proclama anche che gli alleati lo appoggiano sulla necessità di una pronta ratifica del rinnovato START, il Trattato di riduzione degli armamenti strategici con la Russia[169] e sulla definizione di un nuova concezione strategica per l’Alleanza[170].

Nel tentativo, ormai abbastanza disperato – ma per tutti anche disperante – di mettere un bastone tra le ruote dell’ingranaggio di riavvicinamento NATO-russo, il presidente ceco Vaclav Klaus[171], il più antieuropeo degli euroscettici e il più antirusso dei russofobi d’Europa, puntualizza a trattativa in corso e documento praticamente concluso che la cooperazione NATO-Russia non significherà mai che si va verso un unico sistema di difesa. I sistemi dovranno essere separati – Obama, Rasmussen, il documento e i russi dicono il contrario: che si tratta solo di rendere praticabile “a breve-medio termine” una scelta che in linea di principio, invece, è stata fatta… – e non devono interferire l’uno con l’altro ma certo – bontà sua – sarà possibile uno scambio di informazioni reciproco…

Sembra che, in effetti, si sia trattato proprio di una specie di ultimo scongiuro visto che la Russia per bocca di Dmitri Medvedev accetta subito l’invito della NATO a partecipare al progetto di uno scudo missilistico congiunto in Europa. Lo dichiara in conferenza stampa appositamente convocata, il segretario generale Anders Fogh Rasmussen[172], esprimendo tutto il suo apprezzamento e mettendo così dietro l’angolo l’ininfluente interpretazione klausiana— che non è quella del governo ceco, si precisa a Praga: ad abundantiam.

●Alla fine, il rappresentante russo permanente alla NATO, Rogozin, che si era come si ricordava prima espresso duramente e con pessimismo convinto sull’esito del Vertice, ci tiene ad esprimere adesso un giudizio suo complessivo, di persona ben informata sui fatti diremmo, sulla nuova concezione strategica della NATO: un documento equilibrato, dice, che apre possibilità di dialogo e di cooperazione su un gran numero di questioni dove gli interessi di Russia e NATO coincidono.

Certo, la NATO non ha rinunciato all’intenzione di integrare, a termine, Ucraina e Georgia nell’Alleanza. Ma ha anche chiarito che ciò sarà possibile solo quando i due paesi avranno assolto ai criteri di adesione: compreso il principale, il requisito della stabilizzazione dei rapporti, e specie dei confini, con tutti i paesi vicini[173]. Cosa che, almeno al momento, ha ridotto al silenzio il governo della Georgia che continua ad avanzare rivendicazioni verso i russi.

Non quello dell’Ucraina il cui ministro degli Esteri, Kostyantyn Hryshchenko, ha dichiarato di concordare con il principio delle condizioni di adesione che la NATO si è data: e considera solidamente fondato anche lui il nuovo concetto strategico dell’Alleanza che coincide con gli interessi di Kiev.

L’Ucraina – incassato l’apprezzamento russo espresso da Medvedev personalmente in conferenza stampa congiunta a Gorki, vicino a Mosca, con Yanukovich per il suo “senso di responsabilità[174]: infatti, la decisione di restare amica dell’Europa e della Russia e non allineata è del tutto “congrua” con gli interessi di Kiev e di Mosca perché, se l’Ucraina aderisse alla NATO, sarebbe “a rischio di squilibrio la sicurezza stessa d’Europa” – manterrà, invece, vivo il piano di cooperazione che ha con la NATO stessa, continuando a partecipare – e la Russia non formula – non si permette dice il presidente russo di formulare, alcuna obiezione: ne è in parte anch’essa partecipe – alle esercitazioni congiunte (una ventina) già pianificate per l’anno prossimo.

●In coincidenza, forse casuale (?) con questi eventi, sembra che Russia e Ucraina stiano per firmare l’accordo[175], già siglato a fine ottobre dal vice ministro russo dell’Energia Anatoly Yankovsky e da quello ucraino Yuri Boyko, che regolerà le nuove tariffe (di cui, nel merito, ancora non si sa molto però) per il petrolio russo in transito verso l’Europa occidentale sul territorio ucraino. Lo annuncia ora a Kiev, il vice premier ucraino Andrey Kluyev.

●Che, però, durante il vertice UE-Ucraina del 22 novembre, al ritorno da Lisbona, insieme all’UE firma a Bruxelles un documento d’intesa che consente a Kiev di “partecipare” da subito ai programmi dell’Unione[176]. I cui Uffici  studieranno adesso gli aspetti finanziari dell’accordo di cooperazione che, alla firma di Hryshchenko per l’Ucraina affianca quella del Commissario all’Allargamento e alle Politiche di vicinato dell’UE, il ceco Stefan Fuele.

Dopo la firma, il presidente Yanukovich ha dichiarato che l’accesso all’Unione europea resta un obiettivo strategico del suo paese[177], che l?Europa ha interesse ad aprirsi a un grande paese, ma che per arrivare a quell’obiettivo è anche importante che Kiev dimostri a tutta l’Europa quanto è cambiata.

Borbotta invece, in Polonia, in consonanza col silenzio imbronciato dei georgiani, Jaroslaw Kaczynski[178] ex primo ministro polacco, gemello del presidente morto nell’incidente aereo di qualche mese fa e, dopo la sua scomparsa, capo del partito di estrema destra Legge e Giustizia all’opposizione – che perde sonoramente domenica 20 le elezioni municipali – che non è chiaro se il vertice della NATO a Lisbona porterà come risultato alla fine al rafforzamento o meno della sicurezza del suo paese.

L’impegno americano che viene confermato in Europa va rivalutato, in effetti, gli suggerisce l’esperienza (sic!), o piuttosto la paranoia, alla luce dei gesti di apertura fatti verso la Russia che potrebbe anche leggere il segnale ricevuto dalla NATO come una specie di via libera all’espansione  della sua sfera di influenza[179]

Forse per dargli un qualche contentino, quasi un premio di consolazione, viene ora, in questo momento, il consenso americano che permette al ministro della Difesa Bogdan Klich di annunciare come, a partire dal 2013, la Polonia comincerà ad ospitare caccia americani F-16 e aerei da trasporto Hercules come assicurazione di presenza americana nel paese. L’importante, infatti, sul tema, per quei polacchi che hanno ancora e sempre paura dei russi è la presenza fisica americana sul territorio: o, almeno, di questo sembrano convinti.

●Anche il ministro della Difesa della Lituania, Rasa Jukneviciene, dice, in modo difficile da interpretare che rapporti migliori coi russi dipendono dalla volontà di dialogare e dall’assenza della volontà di “dividere i paesi NATO tra quelli di un tipo o dell’altro”. Il problema è che sono i paesi NATO nel dibattito a Lisbona e sono gli atteggiamenti lì presi ad aver detto se sono di un tipo o dell’altro— con qualcuno che ha un po’ ciurlato nel manico. Il fatto, lamenta Jukneviciene, è che al contrario della Lituania “non sono capaci di valutare la realtà”…

Corregge un po’ il tiro Darius Semaska, primo consigliere della presidenza di Riga per i rapporti internazionali: i paesi della NATO e la Russia hanno i loro sistemi e l’importante è che non ci siano interferenze degli uni negli affari degli altri— ma è tutto ambiguo sempre… Intervengono poi altri esponenti lituani, come la presidente della Repubblica e il primo ministro, più o meno in sintonia con queste posizioni[180]: un po’ più aperte, un po’ più chiuse, ma tutte chiaramente preoccupate.

●Ma Cina e Russia vedono il problema nell’essenziale dal loro punto di vista, che è sempre quello del rapporto singolo e bilaterale con l’America. Quindi, ad ogni buon fine, come si dice, mettendo le mani avanti nei confronti del possibile raffreddamento di rapporti che venisse non tanto dalla NATO quanto dalla nuova maggioranza al Congresso americano, sulla stessa nota – attenzione a disfare i passi avanti già fatti o avviati – subito prima di Lisbona s’erano impegnate a far avanzare i loro legami sul piano militare.

Per ora, non si tratta di un’alleanza, e tanto meno di un’alleanza contro qualcuno, ma certo di una nuova cooperazione si tratta e non a caso annunciata proprio adesso, con le prospettive che avanzano a Washington di condizionamento esercitato dalla destra repubblicana sulla presidenza di Obama e sui suoi tentativi di cauto e frenato riavvicinamento con Pechino e con Mosca.

S’erano visti a Pechino i ministri della Difesa cinese, vice presidente della Commissione militare centrale Guo Boxiong, e russo, Anatoly Serdyukov, parlando[181] di cooperazione e di partnership strategica da costruire su contatti continui ad alto livello, sulla mutua fiducia reciproca e sul dialogo culturale, energetico, economico e commerciale. E subito mettendo sul chi vive tutti gli think tank geo-strategici americani.

Già da questo primissimo incontro è sortito un patto militare di cooperazione bilaterale[182], centrato sulla cooperazione delle due aviazioni militari e da trasporto, sullo studio e lo sviluppo di equipaggiamento navale e di sistemi di difesa aerea (oltre che di contratti per la fornitura delle relative parti di ricambio) e sulla manutenzione della quantità notevole di materiale made in Russia ancora in servizio presso l’Armata popolare cinese.

●Ma il rapporto Russia-Cina, dice adesso Wen Jabao, il premier cinese, rivolgendosi a un convegno di affari a Mosca sta sviluppandosi in modo significativo anche sul piano economico-finanziario e commerciale[183]. La Cina intende impegnarsi a rilanciare questo intreccio di cooperazione bilaterale su piani diversi e ad arricchire questa partnership al massimo livello, ben conscia delle prospettive serie che offre.

Wen avanza una proposta in diversi punti: aprire di più i due mercati nazionali, incoraggiare il business russo a investire in Cina e viceversa, riducendo le barriere esistenti di diverso tipo e promuovendo progetti di maggior dimensione. La Cina intende farlo, anzitutto impegnandosi in Russia a sviluppare infrastrutture, costruzione di reti energetiche e ferroviarie ad alta velocità (esattamente i campi, cioè, che qualche giorno prima i russi avevano elencato come di loro più urgente e maggiore bisogno). A cominciare, si capisce, dalle zone di confine.

E subito, al 5° forum sino-russo dove aveva parlato Wen, il vice primo ministro russo Alexander Zhukov[184], annuncia che i due paesi hanno firmato tredici nuovi contratti per 8 miliardi di $. Fra i contratti c’è l’apertura di una linea di credito tra la Cassa di Risparmio di Russia e la Export-Import Bank di Cina per 2 miliardi, un prestito da 361,5 milioni di $ fra la Banca statale di Sviluppo di Cina e la Vnesheconombank, un accordo sulle condizioni di base per l’acquisizione di una quota russa nella compagnia commerciale cinese di investimenti commerciali di Shenzhen, un memorandum di intesa su progetti joint venture fra la Rusal e la NORINCO e un contratto fra l’IFK Metropol russa e la MCC Overseas cinese per costruire un impianto di sfruttamento di minerali nella Repubblica russa di Buryatia da 1,33 miliardi di $.

●Comunque, nell’immediato, si allontanano le ombre di una possibile ulteriore divaricazione tra USA e Russia e tra Russia e Europa. Contro molte previsioni e opinioni, legate a una percezione del tutto obsoleta ormai della “minaccia” reale, al Vertice di Lisbona sembra aver prevalso una lettura realista, pratica e empirica della situazione effettiva degli equilibri e delle convenienze.

●Anche il presidente della Georgia, Saakashvili, a modo suo – sbagliando tutto, cioè – prende atto: la Georgia – lui – unilateralmente adesso si impegna, perché lui lo dichiara, a “non usare la forza[185] per cancellare l’occupazione russa” (la presenza dei russi in Abkazia e Sud Ossezia: da abkazi e osseti voluta e richiesta). Lo dice al parlamento europeo, aggiungendo che lo comunicherà alle Nazioni Unite, all’OSCE,e a tuti i leaders dell’Unione europea e della NATO— a tutti, cioè, meno che ai russi: ed è peggio la toppa del buco…

A parte che l’ultima volta che ci ha provato – a cancellare l’occupazione russa – nell’agosto del 2008,  non gli è andata gran bene – perché proprio non ce l’aveva, la forza – adesso il ministero degli Esteri russo, a stretto giro di posta, puntigliosamente chiarisce che l’impegno del presidente Saakashvili – alla luce dei fatti del presente e del passato – può essere “preso sul serio” solo se “viene messo per iscritto, diventa legalmente obbligante” e viene presentato in buona e dovuta forma agli interessati: non solo a chi non c’entra niente, come tutte le entità evocate dal georgiano; ma alla Russia, alle due piccole regioni russofone che “facevano parte” della Georgia, Ossezia e Abkazia, e che l’ “oppressione georgiana” ha obbligato a rivolgersi a Mosca per ottenerne protezione[186].

●Tornando, in conclusione ed in sintesi, ai tre temi di fondo del vertice, dedicato tutto in sostanza al rapporto tra NATO e Russia (la nuova concezione strategica, lo scudo antimissilistico e lo START II) va subito detto che le premesse di un altro tipo di relazioni sono state messe, alla fine, dopo molte esitazioni: e, va riconosciuto, su spinta evidente di Obama che si è nei fatti schierato, almeno per ora, più con le preoccupazioni e le speranze di Westerwelle che con quelle di Sarkozy o di Sikorski, trovando il concorso fruttuoso, nel senso della real-politick e della distensione (come si sarebbe detto una volta), del segretario generaòe della NATO Anders Fogh Rasmussen.

La cosiddetta “nuova concezione strategica” – sulla quale abbiamo già riportato i giudizi quasi contrapposti, positivo dei russi e, almeno, dubbioso e sospettoso dell’opposizione reazionaria polacca (Kaszynski) – dovrebbe in linea teorica trasportare i 28 membri dell’Alleanza al di là dell’impegno extra-geografico e del tutto anomalo che, voluto da Bush e proseguito da Obama ma con la comprensione (non immotivata) di tutti o quasi, attualmente la sta logorando in Afganistan e proclama una dichiarazione di missione (così si chiama) ben dentro il 21° secolo.

Il documento manca, però, di un tema unificante come era ieri la comune percezione della minaccia dell’URSS (che grazie a Dio e alla buona volontà degli uomini, ormai proprio non c’è più) tentando – ma l’impressione è che non ci sia ben riuscito – di consolidare in un unico interesse tutti gli interessi anche molto diversi (dal terrorismo alla sicurezza energetica, al cambiamento climatico…) di Stati che restano enormemente disparati tra loro (dagli USA all’Islanda…).

Se si dovesse è proprio individuare un elemento della “nuova concezione strategica” che accomuna proprio tutta l’Alleanza è come illustra bene proprio il frazionamento delle percezioni di minaccia che ormai c’è nella NATO. Un esempio soltanto: sul punto che oggi resta ancora di maggior rilevanza, contraddittoriamente – ma anche inevitabilmente – la Russia è definita come alleata e partner; ma, poi, ci si affretta a “rassicurare” gli Stati membri dell’Europa centrale che, alla fine, la NATO è un’alleanza di difesa militare contro una potenziale minaccia militare di natura convenzionale… Che potrebbe venire solo dall’alleato e partner russo[187]

In ogni caso, la Russia per bocca del presidente Medvedev, a fine novembre, nel corso dell’annuale messaggio sullo stato della Nazione, avverte che se Russia e NATO fallissero e non trovassero un accordo su una difesa missilistica effettivamente comune, potrebbe provocare un’altra corsa al  riarmo nucleare[188]. Ancora più pericolosa, forse di quella cui misero fine a suo tempo con lo START I Reagan e Gorbaciov. La Russia, dichiara, è pronta a cooperare sul serio. La NATO lo ha dichiarato, mettendolo addirittura per iscritto, ma ora bisognerà fare quello che Reagan diceva del primo Trattato proprio a Gorbaciov: “fidarsi, però poi verificare doveryai, no proveryai (Доверяй, но проверяй)…

Ma, in assenza di cooperazione, sia chiaro a tutti, e da subito, che la Russia sarà pronta a schierare “nuovi mezzi di attacco”… in altri termini, sia a Bruxelles che, soprattutto, a Washington devono capire che non basta a Obama, far finta di cambiare le cose, alterando marginalmente la struttura dello scudo spaziale immaginato a suo tempo da  George Bush per “pacificare” la Russia. Bisogna farne uno strumento comune, come molti in Europa ormai riescono a capire ma altri no – lì e a Washington – se no non ci sono illusioni da farsi: ognuno andrà per conto suo e la Russia non vorrebbe proprio doverlo fare. Ma lo farebbe, se deve…

                Percezione geopolitica della minaccia: nella guerra fredda e oggi (grafico, illustr.)

 NATO e PATTO di VARSAVIA: nell’ERA DELlA GUERRA FREDDA                                                  La NATO nel 2010 

Fonte: Stratfor (Geopolitical perception of threats11.2010)

 

●Intanto, a Washington la task force che per il governo americano – presieduta dall’ex vice segretario di Stato di Bush, Richard Armitage, e dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Clinton, Samuel Berger – lavora a disegnare il futuro dell’Afganistan, dice di vedere segni di speranza nell’addestramento delle forze di sicurezza afgane (già… ma quali sono? e, quando parlano di “addestramento” non sarà che il termine diventa l’equivalente di “guarnigione”?) ma dichiara che i costi della presenza militare americana e della strategia attuale non possono più venire giustificati – cioè che il paese non li regge più – se non ci sono segnali palesi, evidenti di progresso immediato e ulteriore.

Questa è la task force che ha prodotto la cosiddetta revisione del dicembre 2010 fatta propria da Obama e discussa dalla NATO a Lisbona e che, in buona sostanza, sostiene la necessità di spostarsi verso una missione più limitata con una forte diminuzione di truppe[189]. Tra l’altro preconizzano un altro rapporto col Pakistan che lo “costringa” a obbedire ai desiderata americani e a spezzare del tutto i legami tra servizi segreti e talebani: cosa impossibile, però, senza restaurare a Islamabad una piena dittatura militare. Sempre poi a riuscirci…

Non è l’uscita dall’Afganistan, ma sembra un po’ avvicinarcisi. A questa strategia che, col nome suo dovrebbe essere detta del “ridimensionamento” ma che così non sarà mai chiamata per ragioni politiche, di apparenza ma politiche, anche Karzai sembra aderire.

Sembra… ma la confusione è totale.

●Anche dal Pakistan, sull’immarcescibile ostentata alleanza con gli USA, un giorno sì e l’altro pure, del governo dei filoamericani Zardari e Gilani, adesso si apprende come il loro ministro del Turismo, Maulana Atta ur Rehman, attesta pubblicamente della “virtuosa mitezza” dei talebani[190], i seguaci più fedeli ed autentici dell’Islam, perseguitati insieme agli ulema (i teologi e i giureconsulti islamici) solo perché è “il militantismo terrorista degli americani – dice – a odiare l’umanità tutta intera fomentando l’astio nei confronti dei talebani stessi”, della loro branca afgana e di quella pakistana.

Rehman, ministro del governo che l’America considera ancora – e d’altra parte, altro sembra non poter fare che coccolarlo e, insieme, bombardarlo – come il suo maggiore alleato contro i talebani, spiega che i nemici dell’umanità hanno deliberatamente e per anni seminato l’impressione “del tutto falsa”che il regime talebano fosse contrario alla coesistenza delle religioni e lo continuano a fare perché sono loro radicalmente contrari all’armonia interreligiosa.

Forse comincia a essere ora che qualcuno a Washington, un po’ su tutto questo  groviglio di vipere,  si chiarisca le idee…

●Però… il generale-console americano che comanda il contingente di occupazione/liberazione, del suo paese e dell’ISAF tutta, David Petraeus, critica aspramente le dichiarazioni del presidente Karzai. Che chiede, ormai a voce alta, di ridurre le operazioni militari e di mettere fine in particolare ai raids nel Sud del paese e alla sistematica distruzione delle case prima occupate dai talebani e, poi, alla loro partenza, lasciate minate.

Una tattica meno pericolosa forse per l’occupante che mettersi lì a sminarle una per una, ma che distrugge le case degli sfollati[191] e una fotocopia – spiega Karzai – di quella “odiosa impiegata dagli israeliani nei territori occupati palestinesi”: odiosa forse ancora di più, visto che nei territori  le case neanche sono minate, ma sicuramente altrettanto controproducente.

Insomma, dice che intensità, visibilità e publicizzazione delle operazioni americane sono controproducenti, perché in sostanza ormai rischia di essere controproducente la stessa presenza americana nel paese. La critica di Karzai, a guardar bene, non sembra dunque poi tanto lontana da quella della task force. Ma il generale non sopporta che gli venga detto da chi americano non è… e allora asserisce che sono affermazioni tali da  minacciare la strategia USA, il progresso nella guerra e rischiano di rendere impossibile la “mia posizione[192]

A parte che della posizione “personale” di David Howell Petraeus potrebbe pure non fregargliene niente a nessuno (una grave caduta di stile, e va bene… ma anche un segno di nervosismo quasi ormai parossistico) e che tutti i torti nel merito poi non li ha, questo è un caso di esplicito e pubblicizzato dissenso di un generale verso un capo di Stato (uno Stato marionetta, forse, ma che il generale dovrebbe stare lì a servire, no?), non casuale certo e reso pubblico in modo particolarmente eclatante e a pochi giorni dal vertice di Lisbona della NATO.

Lì, Obama con gli alleati al seguito ha il compito di stilare una vera e propria agenda per il ritiro mettendo fine alla missione internazionale entro il 2014 e la diatriba Karzai-Petraeus sembra indice di nervosismo e conflitto potenzialmente pericolosi per la saldezza della coalizione.

A Lisbona gli Stati Uniti hanno “svelato” non tanto i dettagli quanto il senso (riduzione in progress) del loro piano. La Clinton, alla vigilia, insiste sul fatto che l’uso di “operazioni mirate e guidate dall’intelligence contro insorti di elevato valore[193], è componente chiave delle operazioni civili-militari in Afganistan. Ma Karzai – che sul carattere intelligente di quell’intelligence ha molti dubbi, essendone stato lui stesso da anni, del resto, parte integrante e cruciale[194] – il più interessato, ovviamente, ma anche il più debole è anche il primo e l’unico tra gli alleati a trovare il coraggio per mettere in questione pubblicamente, nel merito, sia le scelte americane che, e soprattutto, l’abitudine scontata degli americani a presentare a tutti il fatto compiuto delle loro decisioni senza ascoltare nessuno[195].

Tra parentesi, si chiede un’opinionista famosa, con apprezzabile e non esagerata ferocia sul NYT[196]  pare che “ci meravigliamo del fatto che ancora non siamo riusciti a trovare Osama bin Laden”: ancor oggi, dopo che il mondo ha appreso della truffa “quasi” partenopea (ma, in realtà, tutto il mondo è paese e già una famosa novella di Kipling raccontava dell’ “Uomo che si era fatto re”, nel secolo scorso, proprio lì in Afganistan) perpetrata ai danni dei servizi segreti inglesi e americani e del gen. Petraeus in persona, da un bottegaio pakistano impostore.

Un perfetto magliaro, come si diceva una volta, che – “presentato” però, in origine dallo stesso MI6 britannico e sponsorizzato anche, poi, dalla CIA – ha viaggiato in aereo NATO speciale per VIP da Quetta a Kabul, A/R, quattro cinque volte nel corso di diversi mesi, prima di darsela e inguattarsi di nuovo a Quetta, in Pakistan, con una valigiata di milioni di $ in contanti per i servizi resi, si è fatto passare con successo per mesi come il Mullah Akhtar Muhammad Mansour, uno dei principali comandanti militari dei talebani, capo della shura, il consiglio direttivo dei combattenti islamici, di Quetta, che sosteneva di voler trattare col comandante in capo delle truppe americane… e lo ha fatto.

Forse anche per questo, perché non si fida – non può fidarsi – dell’affidabilità dei suoi alleati principali – come del resto loro di lui non si fidano – Karzai le distanze le prende una volta sola dalla strategia americana e, poi, sembra rientrare nei ranghi, rispettando quelli che sono i rapporti di forza sul campo tra governo afgano e esercito americano.

Il punto, tanto, lo ha fatto e il messaggio lo ha mandato: verso gli alleati ma, soprattutto, all’interno del paese. Così, in un incontro “cordiale” e a quattr’occhi col generale, il presidente rassicura che a Lisbona, come poi fa, concorderà sulla posizione ufficiale NATO (cioè, quella americana) e che non criticherà più, pubblicamente, i raid aerei in particolare[197].

●Ora, del tutto inutilmente, il plenipotenziario di Obama sulla questione, Richard Holbrooke (vecchio residuo della Amministrazione Clinton, palesemente insoddisfatto del poco spazio, e del nessun peso, che viene riservato a un “esperto” come lui – esperto? sono nove anni che gli esperti tonfano di brutto da quelle parti… – che si sente ormai tagliato fuori, specifica – e neanche a richiesta, ma solo per far sapere di esserci – che Lisbona (Lisbona?!?) sarà un punto di svolta nella guerra sia in Afganistan che in Pakistan[198].

La NATO sostiene presenterà un piano, una road map (del tipo del capolavoro che lui mise in piedi per “liberare” il Kosovo nel 1995…) che terminerà con il ritiro alleato dalle operazioni militari (“ma non abbiamo una strategia di uscita – assicura – abbiamo una strategia di transizione” (sic!) e l’affidamento di ogni responsabilità, dice lui, agli afgani. Già… ma, alla fine, quali afgani? questo non lo dice… Insomma, ripete – pleonasticamente, appunto – quel che avevano già detto alla Casa Bianca e al Pentagono…

●Ricorderete che, mesi fa, sempre sull’Afganistan, e precisamente sulla missione del contingente militare, era  caduto un governo olandese – più esattamente sulla volontà di far restare in Afganistan i soldati della regina Beatrice a svolgere una missione cosiddetta di pace ma, di fatto, di guerra: come dovunque si fanno morti tra i nemici e se ne subiscono, comunque, tra gli amici – e adesso quello faticosamente formato dopo le elezioni dal nuovo premier, Mark Rutte, ha “espresso interesse”, testuale, a fornire al governo afgano, attraverso l’ISAF, una missione di addestramento alle forze di polizia e sicurezza.

Rutte, partito liberale, è ora a capo, coi democristiani, di un Gabinetto di minoranza e ha detto di aver aperto colloqui con l’opposizione per acquisirne il supporto alla missione: non sarà facile dopo  che, proprio su questo nodo, ci aveva fatto cadere il governo. D’altra parte, Rutte non dice per ora niente di più né sulla quantità del contingente olandese, né sulla qualità e il tipo di truppe da inviare (ma si parla di 50 addestratori e 300 soldati a difesa degli addestratori…), né sul dove inviarle e quando e per quanto tempo.

Emile Roemer, il presidente del partito socialista, fa notare che l’intenzione non sembra delle più tempestive, visto che tanti altri, americani compresi, parlano proprio adesso di disengagement: insomma, di andarsene. E un sondaggio immediato notifica al premier quello che già si sapeva: che una larga maggioranza dell’elettorato olandese è, comunque, sempre e decisamente contraria all’idea: 57% contro e solo 34% a favore[199]

Il fatto è che, ormai, l’impressione è generale: l’unica cosa che impedisce agli americani di dire che se ne vanno è la riluttanza (manco fossero cinesi…) a perdere la faccia, a dire che ancora una volta – per la terza volta dopo Corea e Vietnam – un popolo di straccioni ha fermato l’America…

●Il ministro francese della Difesa di nuovo conio, quell’Alain Juppé che nel ’95 era presidente del Consiglio sotto Chirac, e venne allora costretto alle dimissioni dal fallimento della sua controriforma delle pensioni (in Francia è come per gli allenatori di calcio: vengono dimessi loro al posto del presidente, quando bisogna voltare pagina…) e che ora Sarkozy ha imbarcato nel ministero appena rifatto dopo la grande protesta popolare sulla controriforma delle pensioni che, per ora, è riuscita a passare, ha riservato la sua prima dichiarazione al fatto subito dichiarato che la guerra in Afganistan è una trappola[200] per tutte le parti che vi si sono lasciate coinvolgere: come fessi, appunto…

La Francia sta studiando, e non da ora, come andarsene dalle zone che le sono state affidate passandone la responsabilità di controllo agli afgani. La Francia deciderà – senza darsi in partenza un calendario di ritiro definito – come “adattare” la sua presenza in vista di quello che, comunque, sarà il ritiro quando si saranno create le condizioni per il controllo del territorio da parte delle autorità afgane.

E ci siamo: ce ne andiamo comunque, comunque non sappiamo quando, perché non sappiamo quando Karzai sarà in grado di battere i talebani. In realtà, non sanno proprio il quando di quel giorno—anzi, ormai sanno proprio che forse neanche ci tiene tanto.  

●Mette fine agli indugi, invece – ma sarà solo il primo di una nuova serie di annunci – il governo del Canada e, malgrado l’appello esplicito della Clinton a restare al fronte, informa (e poi conferma a Lisbona) che entro la fine del 2012, non del 2014, ritirerà tutto il suo contingente, 2.700 uomini, dall’Afganistan, lasciandone forse un centinaio a fare da “addestratori”[201].

●La Germania, con Westerwelle, fa lo stesso: conta anch’essa di cominciare ad andarsene nel 2012, anche se aggiunge che dipenderà pure dal progresso dello stato della sicurezza nel paese[202].

●Esattamente il contrario di quello che fa, o che almeno dice di voler fare, l’Italia, questa Italia berlusconide: vediamo come vanno le cose, è la tesi che dice e ridice La Russa[203], anche se noi resteremo nella zona più calda dell’area che ci è stata affidata… finché ci resteremo. Poi magari, certo, ce ne andiamo anche noi… che, però, nel frattempo – si pavoneggia – siamo diventati gli alleati più affidabili degli americani.

E, se non cambiamo la consueta lettura miope delle cose – che dal 2001 ogni governo italiano ha dato delle cose afgane:  magari cambiando governo, ma accertandoci che quello nuovo lo faccia – col Regno Unito che comincia a parlare di futuro, ma non troppo lontano, inizio anche del loro ritiro – potrebbe anche finire con l’avere ragione… il nostro mefistofele a scartamento ridotto.

●Quanto all’Australia, dichiara il ministro della Difesa Stephen Smith[204], tornando da Lisbona in conferenza stampa a Singapore col suo omologo, Teo Chee Hean, non aumenterà il proprio contingente ma dà la disponibilità – il linguaggio finalmente è un po’ nuovo – a un’ “assistenza di nicchia”, come lui chiama i soliti compiti di addestramento degli afgani. Nel 201, anche alcuni istruttori di Singapore si uniranno ai 20 istruttori australiani nella “nicchia”. D’altra parte, dichiara non si sa se anche con qualche soddisfazione – ma pare proprio di capire che sì – a noi gli Stati Uniti non hanno chiesto altro.

●Alla fine[205], dopo un dibattito tanto breve quanto scontato tutti hanno firmato (sorpresa! sorpresa!) il piano americano/afgano: i contingenti dell’ISAF resteranno fino al 2014, salvo ovviamente le decisioni autonome di ogni paese (ma guarda un po’! c’è chi se ne andrà prima, e si sa; ma, in particolare, su questa riserva giocano proprio gli americani dicendo che Obama ancora non ha deciso, che quella data è un obiettivo e non una scadenza, anche se sanno che molti proprio scadenza, almeno per sé, ormai la considerano) e magari oltre ma solo come istruttori e forse (si vedrà) per dare agli afgani un aiuto logistico (che significa? esattamente non lo spiega nessuno…).

Sempre che – ha spiegato il segretario della NATO Rasmussen e senza che gli venisse neanche da ridere – la situazione di sicurezza ci consenta, naturalmente, di spostare la missione in un ruolo più di sostegno e meno attivo[206]. Naturalmente…

Il nodo è che forse, anche se la cosa non riguarda certo tutti in America, a certi livelli di responsabilità di governo – alla Casa Bianca sicuramente, anche alla CIA e al Pentagono pare proprio, meno per ora al Dipartimento di Stato e al Congresso, quasi per niente tra i repubblicani che pure a suo tempo scaricarono Bush e le sue manie – ci si comincia a rendere conto di quanto e come gli Stati Uniti fossero ormai sovraestesi ed esposti nel mondo.

Ma ormai la cosa sta diventando chiara all’universo mondo. Non se lo possono più permettere e non se lo vogliono neanche più permettere. Forse il mondo con una loro più leggera presenza non è detto che sarà più sicuro (ma che vuol dire davvero “sicuro”?). Saà sicuramente diverso. E dopo tanti anni di egemonia imperiale il cambiamento potrebe anche sembrare un sollievo…  

●In Iraq, la raffica di schegge e proiettili che, l’ultimo di ottobre con la tentata liberazione degli ostaggi –  liberaci Signore, verrebbe davvero da pregare, tanto dagli attentatori suicidi che, e forse ancor più, dai possibili salvatori – ha fatto cinquantotto morti e più nella chiesa cristiana di rito siriano di Nostra Signora della Salute (Sayidat al-Nejat) a Bagdad, ha sdipanato un altro filo di quello che una volta era il tessuto eclettico, diverso, di questo paese. I morti sono ormai proprio di tutti i colori: sciiti, sunniti, curdi, cristiani di rito siriano, i fedeli che erano alla messa della domenica quel giorno, cristiani di rito caldeo, quant’altri… Non ne manca più nessuno nella vastissima rappresentanza delle vittime di questa guerra.

Nulla di così anarchicamente selvaggio ai tempi di Saddam, del quale non a caso i più nostalgici oggi sono proprio i cristiani che, per lui non costituendo un pericolo, non erano mai stati considerati nemici e ne erano invece anche protetti… E forse, con qualche eccezione, neanche ai tempi dell’occupazione americana piena. Ma, adesso, nel caos di un paese senza governo e senza neanche prospettive di darselo, con l’America in ritirata caotica e tuttaltro che sincronicamente accordata con la presa di controllo delle cosiddette forze di “sicurezza” irachene, “nessuno è più in grado di sapere quale sarà il nostro destino[207]: dice un ragazzo sedicenne della comunità cristiana distrutta.

E sicuramente parla per la stragrande maggioranza degli iracheni, compresi i milioni di ogni etnia e religione che sono stati costretti dal 2003 a sfollare sotto le bombe, le pallottole, le torture di tutti e di ciascuno tra i dominatori a turno di questo paese.

Adesso, alla vigilia della prima effettiva riunione del parlamento di Bagdad, dopo rinvii su rinvii, un abbozzo di accordo sembrava raggiunto per assicurare la formazione di un governo, a dominante chiarissimamente sciita che vuole il sostegno dei sunniti ma fa capire a tutti, e anzitutto a loro, di non averne bisogno. Adesso, con la loro marginalizzazione cresce un pericolo vero e potrebbe riaccendersi, come fu per anni dal 2003 al 2007, una recrudescenza e anche a un’esplosione, in ogni senso, dell’insorgenza. Ma tant’è…

Al-Iraqiya, la coalizione dell’ex primo primo ministro del dopo Saddam, al-Allawi, marginalmente maggioritaria alle urne, è stata messa in minoranza dalle manovre parlamentari del primo ministro uscente al-Maliki. I più soddisfatti con lui sono gli iraniani, non certo gli americani che, aggiungendo anche le loro pressioni per un governo unitario a quelle di Allawi (pare che alla fine a torcere il braccio ai due capi fazione, ottenendone – ma se più che per qualche ora resta da vedere, l’assenso – sia intervenuto lo stesso presidente degli Stati Uniti d’America![208], il cui intervento Allawi ha poi bollato alla CNN come uno “scherzo[209]…), avevano strappato per Osama al-Nujaifi di al-Iraqiya la presidenza della Camera e per lo stesso al-Allawi quella di un nuovo Consiglio nazionale di strategia politica, incaricato di supervisionare le questioni sicurezza e rapporti internazionali…

O, meglio, credevano di aver strappato l’accordo…: perché subito le due parti si sono divise di nuovo, sui poteri reali che il neonato Consiglio avrebbe avuto assegnati…, e mentre all’interno della coalizione maggioritaria persistono la contrarietà passionale del gruppo al-Sadr sulla presenza americana che (50.000 soldati, comunque), resta salda nel paese anche se più acquartierata e meno sguinzagliata sul territorio, si sono riaperte spaccature anche all’interno dello stesso fronte minoritario sunnita…

La maggior parte dei suoi deputati così, il 12 novembre, ha abbandonato la sessione parlamentare. Ma una minoranza è restata, cooptata di fatto da al-Maliki nella sua offerta. Bisogna vedere per quanto tempo ed a quale prezzo… Il nodo è sempre lo stesso: che tra la gente, come tra leaders sunniti e sciiti, permane una radicata e profonda sfiducia reciproca.

Subito al-Allawi smentisce che entrerà a far parte dell’assetto di governo[210]: è convinto che la sua nomina al nuovo Consiglio sia uno specchietto (americano, appunto, e neanche fatto bene) per l’allodola che lui non è. E dice che  “ci proveranno a governare, anche forse con alcuni dei nostri che tradiranno, ma la gran parte di al-Iraqiya non farà parte, e io sicuramente non sarò parte, di questa cricca al governo…”: nel futuro del paese, constata e non minaccia, assicura – ma l’Iraq è fatto così e, certo, lui lo conosce – aumenteranno adesso, inevitabilmente, “divisioni e  violenze”.

Insomma, le solite fratture, il solito Iraq “liberato”… ma anche dichiarazioni come questa di Allawi che non sembrano aver subito effetto perché, poi, il giorno dopo il parlamento che aveva votato le nomine quasi senza nessuno dei suoi, porta avanti i suoi lavori di routine, alla presenza della maggioranza di deputati del blocco di al-Iraqiya anche se lui, invece, non c’è[211]

Le solite fratture e, anche, le solite dichiarazioni un po’ forzate di Obama che, da Seul, in conferenza stampa, dice – pare davvero speranzosamente illuso – di come “le indicazioni siano quelle di un governo che si va formando e sarà rappresentativo e inclusivo, riflettendo la volontà del popolo iracheno così come l’hanno ritratta le ultime elezioni” di… otto mesi fa.

Dunque, al momento, ancora tutto e il contrario di tutto e, forse, solo bla bla. A latere, un alto funzionario della Casa Bianca ha riconosciuto subito che, se pure alla fine al-Iraqiya potrebbe venir recuperata al governo, il tutto resta però estremamente fragile[212].

Dopo aver preso ancora quasi un mese di tempo per dargli modo di mettere insieme uno straccio di coalizione che abbia la maggioranza in parlamento, il presidente della Repubblica ha ufficialmente incaricato al-Maliki di formare il governo e, adesso, —L’incarico formale dà a Maliki 30 giorni di tempo per formare il governo[213]. Alla cerimonia del’incarico, trasmessa in diretta televisiva, erano presenti tutti i leaders dei partiti, con l’eccezione di quello che sarebbe stato importante ci fosse, al Allawi, il capo di al-Iraqiya.

Nel conferire l’incarico, il presidente (curdo) Jalal Talabani ha espresso la speranza che il governo sia “un gabinetto di coalizione nazionale e non escluda alcuno”. Ma il punto è che da questo governo in formazione, almeno finora, è al-Allawi ad escludersi mantenendo il punto che l’offerta avrebbe dovuto riceverla lui avendo la sua coalizione preso alle elezioni del 7 marzo scorso due seggi in più di quella di al-Maliki. Ma poi – anche qui, proprio come da noi… proprio come in America: quanto è piccolo il mondo… – si è aperta la campagna acquisti, anche conosciuta come il mercato delle vacche e qui, in Iraq, come piccolo suk— Swk aş-Şghyrh.

Allawi, secondo l’accordo personalmente negoziato con al-Maliki, Talabani e lui stesso, avrebbe dovuto ricevere nel nuovo governo l’incarico altisonante di responsabile del Consiglio nazionale di sicurezza e di prospettiva strategica. Che effettivamente gli è stato offerto, ma senza un bilancio e senza alcun portafoglio… un altro schiaffo in faccia per Barak Obama.

Ma subito il governo del semi-autonomo Kurdistan iracheno fa presente che, se non viene corretta a favore dei curdi entro il giugno 2011 la legge di spartizione vigente sugli introiti petroliferi – con impegno solenne e costituzionale in pratica a far passare la legge – loro non diranno sì ad al-Maliki[214].

●Intanto, la prima dichiarazione che dopo l’incarico rilascia al-Maliki è per dire che dopo il 2011 non ci sarà più bisogno di soldati americani in Iraq[215]. Non lo aveva mai detto finora così chiaro, a conferma del mezzo impegno, un po’ ambiguo – bisognerà vedere poi come va sul terreno… – di Obama.

E speriamo che abbia ragione per tutti, gli iracheni e anche gli americani. Ma i sunniti sembrano molto preoccupati di trovarsi a fare i conti da soli con la prepotenza maggioritaria sciita e, non lo dicono chiaro ma è così, con l’egemonia non certo leggera del vicino sciita iraniano: il vero vincitore alla fine di questa sconsiderata guerra americana in Iraq.

Il fato è che le decine di migliaia, forse un centinaio dei – due, forse tre – milioni di iracheni che si erano rifugiati anni fa in Giordania e in Siria, a causa dell’invasione, dell’occupazione e della guerra civile e che nel frattempo s’erano azzardati a tornare in Iraq ricominciano a prendere la via dell’esilio forzato[216]. E non è certo un buon segno.

●Sul fronte propriamente mediorientale, in Libano, si va sviluppando un tragico ma, in qualche nodo, anche grottesco spettacolo. Qualche settimana fa, a inizio settembre, ricorderete[217], il premier Saad al-Hariri, aveva confessato, pubblicamente, di essere stato “imbrogliato” da servizi segreti stranieri (che non ha identificato ma ha lasciato capire essere il Mossad israeliano e la CIA americana) facendogli credere che fossero stati i siriani e il Moukhabarat-al Jaish, il servizio segreto militare libanese sotto il loro controllo, a perpetrare l’attentato che nel 2005 costò la vita a suo padre, il miliardario e allora primo ministro Rafiq al-Hariri e a decine di cittadini. Portando, sull’onda dell’indignazione popolare all’espulsione dei siriani dal paese: che era poi lo scopo di tutto l’intrigo…

Adesso proprio il governo di Hariri, dopo aver deciso di aprire un dibattito e l’audizione dei testimoni che secondo lui stesso lo avrebbero depistato come anche l’Ufficio delle Nazioni Unite che su sua richiesta sta conducendo l’inchiesta sull’assassinio del 2005, ha deciso di “posporre” audizione e dibattito. Tutti sanno, in effetti, e molti temono, che qualsiasi fossero le conclusioni del confronto – contro i siriani: e si ribellerebbero gli Hezbollah loro alleati, specie dopo la “confessione” di Hariri; contro gli occidentali: e la ribellione sarebbe dei loro alleati al governo – il Libano imploderebbe di nuovo…     

Per uscire da questo impasse – un vero e proprio scontro di poteri che fa perno sul conflitto personale e politico di Hariri stesso, uomo della destra libanese filooccidentale che ha reso pubblica però quella confessione… imbarazzante per i suoi alleati politici e aperta ai suoi “nemici” siriani, mai ritrattata ma in qualche modo dallo stesso Hariri anche deliberatamente “confusa” – il presidente della Repubblica, Michel Suleiman, ha proposto ora la formazione di un’altra Commissione d’inchiesta, questa parlamentare, per studiare la situazione. Ma la proposta non è immediatamente passata[218].

●Intanto, mentre continuano le resistenze dei parlamentari americani all’aiuto militare che Obama vorrebbe dare al governo di Hariri (ma non è che domani questi, magari, si mettono a usare le armi contro i nostri amici, come Israele?: letteralmente, così motivate…), i russi non esitano troppo, anzi per niente. Viene annunciato che forniranno al governo di Saad al-Hariri una vasta quantità di armi: inclusi sei elicotteri Mi-24, 31 carri armati T-72 e 36 pezzi d’artiglieria da 133 mm. Buona parte di questo materiale sarà a titolo di dono, annuncia il PM libanese e l’agenzia di armamenti russa Rosoboronexport si dichiara pronta a fornirlo dai suoi magazzini o dalle riserve del ministero della Difesa appena riceverà istruzioni in proposito[219].

GERMANIA

●Qualche indice di rallentamento, abbastanza inatteso e perciò qualche po’ più preoccupante, dalla produzione industriale[220] a settembre, che cala dello 0,8% da agosto, in flessione superiore nel settore manifatturiero che pesa più di quanto conti la crescita in energia e costruzioni. Salgono comunque le esportazioni[221] a settembre che secondo l’Ufficio statistico federale – ma includendo anche servizi e trasferimenti finanziari – crescono del 22,5% nell’anno, con importazioni in aumento del 18% e un attivo commerciale che registra, sempre a settembre i 16,8 miliardi di €, dagli 11,5 dello stesso mese, con una bilancia dei conti correnti in attivo per 14 miliardi di €, a fronte dei 5 miliardi di meno nel settembre dell’anno prima.

●Con lo 0,7% in più di PIL nel terzo sul secondo trimestre, la correzione del risultato dei primi due, rispettivamente a +0,6 e +2,3%, e rispetto alla fine del terzo trimestre dell’anno prima un aumento del 3,69%, l’occupazione è cresciuta di 355.000 persone mettendo al lavoro 40 milioni e 700.000 persone (moltissimi “lavoratori ospiti” come li chiamano qui, i Gastarbeiter), il +0,9% sull’anno prima[222] (per i dati sula disoccupazione, cfr. Tabella comparativa nel capitolo EUROPA).

●L’indice di fiducia del mondo degli affari, calcolato dall’IFO dell’università di Monaco per novembre, è il più alto (sale al 109,3 dal 107,6 di ottobre) dalla riunificazione del paese nel 1990: cioè, da quando è stato creato l’indice pan-tedesco, al di sopra del livello del boom del 2006-2007 e l’export cresce (Porsche, BMW, Daimler hanno ridotto le vacanze di Natale per tener botta con la produzione e la richiesta del mercato, anche se sembra affiorare qualche contraddizione con quel dato rilevato dal DESTATIS di un’economia che rallenta nel terzo rispetto al secondo trimestre.

●Sale anche la fiducia dei consumatori, per il sesto mese consecutivo. Ma diversi analisti invitano alla cautela, specie rispetto al trend dell’export che non credono durerà perché non credono ancora a una ripresa solida specie in Europa e in America. L’IFO, comunque, indica ancora nella Germania il traino dell’economia europea per il resto dell’anno, con una crescita alla fine forse al 3,5%, ma solo all’1,5 poi nel 2011[223].

Il bilancio 2011[224], la nostra finanziaria, approvato per ora in Commissione parlamentare il 12 novembre a maggioranza, prevede una spesa in rosso per circa 48,5 miliardi di €, un fabbisogno inferiore a quello previsto per il 2011 di circa 9 miliardi di €.  

●Al Congresso della CDU tedesca, Angela Merkel[225] ha toccato molte questioni di grande rilievo, secondo il suo solito senza cedere mai a tentazioni di autoritarismo, di “Führerin-prinzip” o di “ipsa dixit”, ma luteranamente, teutonicamente seguendo sempre la sua compulsiva personalità micro-pedagogica:

• ha proposto la fine della coscrizione obbligatoria: la guerra fredda è finita, siamo circondati solo da paesi amici, i pericoli che restano – e ne restano… – non sono da combattere con lo schieramento di truppe; e poi, ha aggiunto, c’è bisogno di risparmiare anche sulle spese per la difesa… (la decisione finale sembra essere che, pur restando in Costituzione, la leva – parte intergante dell’identità tedesca di questo dopoguerra: un esercito di popolo e non più la vecchia casta prussiana di professionisti della guerra – verrà sospesa);

• bisogna educare i giovani a… trovare lavoro, insegnando loro a scuola come, per esempio, preparare bene un curriculum vitae: facile, ovviamente, la battuta di chi al congresso stesso fa osservare che un perfetto c.v. serve a niente se poi lavoro adeguato non  c’è…;

• gli immigrati che risiedono nel paese, ammonisce severa, devono essere i benvenuti: ma anche imparare il tedesco e, come tutti i cittadini, essere rispettosi delle leggi o da esse venire punti;

• la questione non è, come dice qualcuno, che da noi ci sia però “troppo Islam”, ma che non si parli abbastanza della nostra eredità giudaico-cristiana... Sul punto, per conto suo anche perché parlava prima di lei che deliberatamente riprendeva l’espressione cara a Giovanni Paolo II (l’eredità…), il nuovo cardinale arcivescovo di Monaco di Baviera Marx[226], sottolinea come il problema vero è che chi da noi parla di cristianesimo oggi non è che ne parli poco, ma che spesso ne parla “poco credibilmente”;

• ha seccamente affermato che le suggestioni di un futuro e non lontano ritorno dei social-democratici al governo coi suoi cristiano-democratici e tanto più di una coalizione in cui, per la prima volta, entrino i Verdi, “non ha alcun senso”;

• chi resiste al cambiamento, non prende atto che la posizione tedesca nel ranking mondiale delle economie sta andando indietro: gli oppositori rifiutno di adattarsi ai tempi che cambiano. Il numero dei brevetti richiesti in Cina ormai supera di gran lunga quello dei brevetti tedeschi e la popolazione tedesca invecchia mentre i cinesi superano la Germania diventando il maggior esportatore mondiale;

• in ogni caso, dice con forza, riferendosi chiaramente al recente G-20 ma anche al dibattito interno alla UE, la Germania non ci sta a farsi penalizzare sui mercati mondiali perché produce beni e servizi “eccellenti” in misura competitiva rispetto agli altri;

• è vero, però, ammonisce severa che nessuno ha “il diritto di aspettarsi come se andasse da sé di mantenere il proprio tenore di vita” perché il mondo “non sta lì ad aspettare”…

Sì, sembra proprio la leggendaria maestrina dalla penna rossa che fa la lezione a una scolaresca un po’ impaziente e un po’ discola…

FRANCIA

●La produzione industriale[227] va avanti a passo di lumaca, dello 0,1%  a settembre da agosto: ma, rispetto all’anno prima, aumenta del 5,1%.

●Alla fine, con la tattica del far pagare qualcosa a tutti ma col divide et impera sperimentato del far pagare meno ai più forti e molto ai più deboli, il governo ha ignorato le resistenze alla riforma delle pensioni— certo, finché dura e al costo di un accumulo di rabbia e di frustrazione che, però, visto che non sembra trovare la forza di diventare alternativa politica, in fondo, non lo spaventa. O, almeno, non ancora abbastanza, anche se un po’ di paura Sarkozy, stavolta, l’ha avuta…

Così ha contestualmente celebrato una specie di pubblico sacrificio licenziando per finta il suo primo ministro Fillon, “convinto” alle dimissioni ma subito ridesignato – tra l’altro ha un indice di popolarità personale assai maggiore a quello del presidente e per lui è, dicono qui, al momento ormai  “indispensabile”– con un rimpasto che in realtà è servito solo a due scopi precisi:

• riportare al governo (come ministro della Difesa adesso) il vecchio mentore di Sarkozy, l’ex PM Alain Juppé che, sotto Chirac, quindici anni fa cadde proprio sul fallimento della sua controriforma delle pensioni;

• e mandare via il ministro del lavoro, Wörth, capro espiatorio per la riforma delle Pensioni fatta strangugliare a viva forza al paese; quello della Difesa Morin, troppo restio ai tagli che anche il suo ministero è chiamato a fare; e soprattutto quello degli Esteri, battezzato come uomo di sinistra ma in realtà un pallone molto gonfiato, Bernard Kouchner: che a noi non piaceva per niente, ma che non era certo alla radice della crisi di credibilità e di governabilità del paese.

   Lo sostituisce, lasciando il ministero della Giustizia, Michèle Alliot-Marie, una gaullista “sociale”, un po’ meno liberista e un po’ più economicamente e socialmente populista di quanto fosse il predecessore, cioè (forse) a sinistra— se la cosa ha un senso qui in Francia, in un governo come quello di Sarkozy.

Ora, però, la legge, come presidente, dopo il sì scontato del Consiglio costituzionale, il presidente l’ha firmata ed è, quindi, passata. Ed è sui prossimi dieci mesi prima della sua entrata a regime che si concentreranno adesso i tentativi, sociali e politici, di chi vuole ancora far saltare in aria la controriforma.

GRAN BRETAGNA

●La produzione industriale, che cresce del 3,8% nei dodici mesi a settembre, vede il manifatturiero che nello stesso periodo aumenta, in particolare, anche di più, del 4,8%[228].

●Il tasso di inflazione è salito al 3,2% in ottobre dal 3,1 il mese prima. Il tasso di disoccupazione (ufficiale, ufficiale…) nei tre mesi a settembre tocca il 7,7%[229].

●Rileggevamo, in questi giorni di mano tesa irlandese all’Europa perché la salvi come può e come è anche obbligata a fare, dei peana che il cancelliere dello Scacchiere britannico oggi in carica, George Osborne, levava allora in ditirambica lode della rampante economia della tigre gaelica: “una generazione fa, anche solo l’idea che un politico inglese andasse in Irlanda a vedere come si gestisce un’economia – il politico inglese essendo lui, che si recava lì a imparare – avrebbe fatto ridere i polli. La Repubblica d’Irlanda la vedevamo come la povera cuginetta inguaiata, una specie di periferia rurale ai margini dell’Europa.

   Oggi, 2006, le cose sono molto diverse. L’Irlanda è un esempio scintillante dell’arte del possibile nel gestire un’economia a lungo termine: è per questo che somo a Dublino : epr ascolatre e per imparare[230].

La disgrazia per i poveri sudditi di Sua Graziosa Maestà che sono di qua del mare d’Irlanda è che Osborne sembra proprio aver imparato tutto da quella lezione: sta infatti seguendo passo passo i tagli di bilancio ideologici che colpiscono i meno abbienti e consolano i più ricchi. Malgrado siano stati i buchi, i buffi, i debiti accesi senza garanzia dai più ricchi, perché ai ricchi indebitarsi senza garanzie reali è consentito. E perché, adesso, siccome sono i più ricchi bisogna pure salvarli… a spese dei più, cioè a spese dei poveri.

E’demagogia? Ma andate a quel paese servi sciocchi di mammona.

GIAPPONE

●E’ confermato che l’inflazione sull’anno precedente diminuisce dell’1,1%  e, solo a settembre, dello 0,6 sullo stesso mese dell’anno prima. Per il diciannovesimo mese consecutivo di inflazione negativa, cioè di deflazione.

●La produzione industriale è calata dell’1,8% da settembre ad ottobre e l’economia ha perso altri 180.000 posti di lavoro portando il tasso (ufficiale e sottocalcolato) della disoccupazione al 5,1 dal 5%[231], col ministro del Lavoro Banri Kaieda che si consola col fatto che “le previsioni erano ancora peggiori”… Però, aggiunge, i consumi non ce la fanno a riprendersi e i prezzi scendono ancora. Insomma, dice, l’economia è in stallo…

●Il vice governatore della Banca centrale, Hirohide Yamaguchi, ha detto in parlamento alla vigilia del G-20 di Seul in parlamento che malgrado la crescita sostenuta di diversi paesi emergenti e produttori di materie prime, per la crescita globale continuano a persistere rischi rilevanti e anche e, soprattutto, gravi incertezze sul quadro di previsione economica per gli Stati Uniti. In questo quadro, ha sottolineato Yamaguchi, anche il Giappone deve continuare a prestare molta attenzione ai rischi che incombono sempre sulla sua economia, specie per la deflazione persistente, restando pronto ad agire decisivamente anche con un rilancio ulteriore dell’acquisizione diretta di assets da parte del Tesoro[232].

●Nel terzo trimestre, il PIL è cresciuto del 3,9% sull’anno prima e dello 0,9 dal trimestre precedente, per il quarto trimestre consecutivo soprattutto grazie all’aumento dei consumi delle famiglie, con un tasso di disoccupazione ufficiale intorno al 5%: rigorosamente calcolato, cioè di fatto sottovalutato. Il ministro del Lavoro, Banri Kaieda, dice che malgrado questi dati l’economia del paese è sempre in stallo con una produzione industriale che continua a declinare[233].

●Il presidente russo Dmitry Medvedev ha effettuato la visita che aveva già rimandato una volta sul territorio dell’isola Kunashiri, un’isola vulcanica parte delle Curili[234], le isolette immediatamente a nord di Hokkaido perse dal Giappone alla fine della seconda guerra mondiale con l’occupazione russa immediatamente precedente la resa senza condizioni. Medvedev ha promesso ai russi che lo hanno festeggiato (7.000 abitanti; ce ne sono 17.000 in tutte le Curili, che i giapponesi chiamano i Territori del Nord) che Mosca investirà rubli e dollari in impianti geotermici e di lavorazione del pesce.

Da quando le Curili sono state riprese dall’URSS, in applicazione degli accordi di Yalta con gli alleati, Tokyo insiste per riaverle. Ha avuto il riconoscimento dichiaratorio americano che le Curili sono nipponiche, ma non può certo scordare che

• gli accordi di Yalta – 11.2.1945, con la firma di Roosevelt, Churchill e Stalin: sulle condizioni della resa del Giappone (in pratica nessuna: resa senza condizioni) – dicono nero su bianco che le Curili tornano ai russi dopo l’occupazione giapponese dall’inizio del XX secolo[235];

• in ogni caso l’America, contrariamente al Giappone – e ovviamente: se no dovrebbe fare… guerra alla Russia – non considera le Curili coperte dagli accordi di sicurezza bilaterali che ha con Tokyo perché, dice il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley[236], le Curili non sono coperte dall’Art. 5 del patto di sicurezza bilaterale in quanto non sono soto amministrazione nipponica.

E non chiedete a noi di spiegare le solite incongruenti posizioni diplomatiche e politiche a livello internazionale degli Stati Uniti d’America… Il punto, comunque, è che Tokyo sta sbagliando completamente approccio: il premier Naoto Kan ha definito “estremamente deplorevole” la visita, mentre il ministro degli Esteri, Seiji Mahehara, l’ha bollata perché “ferisce il sentimento pubblico del popolo giapponese”.

Il problema è che, naturalmente, in proposito c’è un sentimento pubblico russo, altrettanto palpabile e ormai, poi, l’unico per così dire “residente”. E dalla diatriba – anche qui: come da quella coi cinesi sulle isole Senkaku, del resto – non se ne esce con forzature. Tanto più quando i rapporti di forza sono quelli che sono… E’ un fatto – e da qui bisognerebbe partire per eventualmente arrivare di comune accordo a correggerlo: se sarà possibile – che le Curili ora sono russe. E i giapponesi non le riavranno mai per via che non sia diplomatica, politica e magari anche commerciale. Cioè, pagando. Anche. Se proprio, poi, le rivogliono…

●Finalmente sembra che però, a Tokyo, dopo aver preso atto che il pressing sulla Cina fatto flettendo i muscoli militari del Giappone come nell’incontro ravvicinato tra il loro guardacoste e il peschereccio cinese, proprio non rende, comincino a rendersi conto della futilità di alzare la voce o protestare troppo anche coi russi. Certo, il Giappone non rinuncia alla rivendicazione ma capisce e adesso, con un certo coraggio di fronte al revanscismo vetero-imperiale del vecchio governo liberal-democratico sempre vivo in  questo paese, dichiara – lo ha fatto il PM alla Dieta – che la questione delle Curili del Sud, o dei Territori del Nord, se volete, non si potrà regolare con qualche round di negoziati e che, invece, bisognerà cambiare completamente la strategia verso i russi per discuterne con qualche profitto.

Gli investimenti di Mosca nelle Curili, del resto – infrastrutture, industria della pesca e turismo – stanno promuovendone l’integrazione alla Russia e più tardi si aspetta a cambiare approccio, con “una revisione che dovrà essere drastica” per dare un risultato, più difficile si farà il tentativo. E Medvedev reagisce subito, in positivo, dicendosi pronto a discutere se non ci sono dimostrazioni di forza – tra di esse non considera, evidentemente, che vada compresa la sua visita – coi giapponesi sempre e dovunque[237]

Così, al vertice di 21 paesi del Pacifico riunito a Yokohama alla fine di quello dei G-20 a Seul, il primo ministro Naoto Kan incontra[238] separatamente, sulla tematica delle reciproche e serie divergenze, i suoi omologhi russo e cinese ed è il primo incontro ravvicinato ufficiale anche se molto informale. Nulla di davvero sostanziale ma, fanno rilevare a Tokyo, dopo i tanti dinieghi cinesi, l’assenso stesso all’incontro è un passo avanti.

Il fatto è che nei confronti dei paesi vicini, come Corea e Cina anzitutto, il Giappone più che farsi perdonare ha da far dimenticare, dimostrando in qualche modo un pentimento che è comunque restio ad esprimere, il proprio passato, militarista espansionista e massacratore tra le due guerre mondiali.

E non è, né sarà, certo facile per una cultura, una mentalità e una tradizione orgogliosa e sicura delle proprie certezze come quella nipponica, neanche per un uomo nuovo al potere come il primo ministro Kan.

Tanto è vero che, a fine mese, uno dei più bellicosi tra i nuovi ministri – quello degli Esteri, Seiji Maehara – annuncia che condurrà “personalmente”[239] un’ispezione delle Curili del Sud (o dei territori del Nord contesi) il 4 dicembre… ma da un aereo che si terrà “scrupolosamente” fuori dello spazio territoriale rivendicato dai russi. Come dicono gli americani, una dimostrazione di muscoli in flessione che vorrebbe salvare al faccia ma che non fa troppa impressione.           

●La Cina vuole chiarire, in ogni caso, cifre e fatti sul contenzioso col Giappone quanto alla faccenda delle cosiddette terre rare: non gradisce per niente di sentirsi accusata di comportamenti antimercato, dettati da ragioni politiche (la diatriba sulle isolette Senkaku/Diaoyu) che l’avrebbe portata a “punire” il Giappone tagliandogli i rifornimenti di materia prima. Se tagli ci sono stati, come ci sono stati, sono stati dettati da ragioni di mercato, sostiene.

Così, il portavoce del Ministero del Commercio Yao Jian precisa[240] a metà novembre che nei primi tre trimestri del 2010 la Cina ha esportato 32.000 tonnellate di terre rare al prezzo medio di 14.800 $ per tonnellata, col Giappone che ne ha ricevute la metà esatta, in aumento del 167% sulla quantità importata nello steso periodo del 2009 e gli Stati Uniti sono stati i destinatari di circa il 19% del totale, con 6.200 tonnellate e un aumento del 5,5% anno su anno

Quest’anno, però, la quota di esportazione di questa specifica materia prima è stata ridotta in totale del 39%, per le ragioni note (perché sono terre, appunto, “rare”; di difficile e pericolosa estrazione;e  perché presentano rischi di inquinamento ambientale elevato sia nell’estrazione che nella preparazione per il trasporto…), l’estrazione vera e propria di nuovo minerale è calata del 25% e la capacità produttiva del 23. Alle esportazioni è stata imposta una tassa aggiuntiva del 15-25% e per il 41% del materiale lavorato è stata proibita l’esportazione.

●E, comunquecomunue, un po’ più avanti nel mese, dopo l’alt temporaneo riprendono, in maniera non solo simbolica, le spedizioni di terre rare dirette anche in Giappone[241].


 

[1] Vedi qui, più avanti, Nota22 per il link al documento generale; e, per la pagina sull’Italia, in cfr. www.oecd.org/docu ment/45/0,3343,en_2649_34109_45268653_1_1_1_1,00.html/.

ui in N

[2] Commissione UE, 29.11.2010, Previsioni d’autunno 2010-2012: consolidamento della ripresa della UE, ma discontinuità dei progressi [tradotto in buona sostanza vuol dire che le cose continueranno a trascinarsi così, con grosse differenze tra paesi e regioni …], IP/10/1614 (cfr. http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/10/1614&format= HTML&aged=0&language=IT&guiLanguage=en/).

[3] Per i dati più dettagliati della previsione relativa all’Italia, cfr. http://ec.europa.eu/economy_finance/eu/forecasts/  2010_autumn/it.html/.

[4] Il ragionamento che qui cerchiamo di riasssumere fedelmente – solo così qui può servire – è quanto riflesso in un pezzo approfondito dell’Agenzia americana che spesso citiamo perché è seria, attendibile cioè, e pure “vicina” al Pentagono, Stratfor: qui, 10.11.2010, Europe’s Potential Next Problem: Italy’s Political CrisisIl prossimo problema potenziale d’Europa: la crisi politica italiana, coi suoi corollari economico-finanziari (cfr. www.stratfor.com/175658/):. che esamina sistematicamente e periodicamente le sfaccettature del quadro strategico, geo-politico e anche economico internazionale.

[5] Agenzia Bloomberg, 24.11.2010, Ireland Credit Rating Cut Two Levels to A by S&P as Bank Bailout Adds Debt— Col debito che sale in seguito al salvataggio bancario, il rating del credito irlandese abbassato di due livelli ad A da S&P (cfr. www.bloomberg.com/news/2010.11.24/ireland-credit-rating-cut-two-to-a-by-s-p-as-bank-bailout-adds-debt.html/).

[6] New York Times, 22.11.2010, L. Thomas Jr. e In Ireland, Call for Election and Warning From Moody’s— In Irlanda, richieste di elezioni e avvertimenti da Moody’s.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE. 

[7] Agenzia Reuters, 24.11.2010, P. Halpin e C. Crimmins, Ireland austerity plan draws skepticism— Il piano di austerità dell’Irlanda accolto con scetticismo (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6AC1JP20101124/).

[8] Agenzia Associated Press (A.P.), 26.11.2010, Irish opposition vows to upend austerity plan L’opposizione irlandese giura che rovescerà il piano di austerità (cfr. http://mmail.com.my/content/56136-irish-opposition-vows-upend-austerity-plan/).

[9] Stratfor, 24.11.2010, EU official comments Ireland’s austerity plan Commenti ufficiali dell’UE al piano di austerità dell’Irlanda (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101124_eu_official_comments_irelands_austerity_plan/).

[10] Guardian, 16.11.2010, J. Kolloewe, Ireland crisis could cause EU collapse—.

[11] Breaking.news, 12.11.2010, Cowen denies bid for European rescue package Cowen nega di voler chiedere un pacchetto [di aiuti] all’Europa (cfr. www.breakingnews.ie/ireland/cowen-denies-bid-for-european-rescue-package-481599.html/).

[12] BloombergBusinessWeek, 16.11.2010, Ireland’s Cowen to Weigh EU Steps to Shore Up Banks L’irlandese Cowen valuterà I passi dell’Europa necessari a coniolidargli le banche (cfr. www.businessweek.com/news/2010-11-16/ireland-s-co wen-to-weigh-eu-steps-to-shore-up-banks.html/).

[13] New York Times, 18.11.2010, D. Jolly, Irish Officials Acknowledge Need for Aid in Debt Crisis Esponenti irlandesi riconoscono la necessità di far ricorso agli aiuti per la crisi del debito.

[14] New York Times, 18.11.2010, J. Kolloewe e L. O’Carroll, Ireland has not surrendered sovereignty, says Cowen L’Irlanda non ha rassegnato ad altri la sua sovranità, dice Cowen.

[15] Guardian,  17.1.2010, J. Kolloewe, George Osborne–UK will help Ireland through debt crisis Il Regno Unito [dice il cancelliere dello Scacchiere] George Osborne aiuterà l’Irlanda nella crisi del debito.

   Da notare: il debito pubblico dell’Irlanda è sui 106 miliardi di € (sul 65% del PIL): una goccia nel mare rispetto a quello britannico (sui 1.120 miliardi di €, comunque il 68% di deficit/PIL ) e, poi, di quello personale dei cittadini e delle famiglie britanniche (sui 1.715 miliardi di €: un debito privato ma reale colossale), con una valutazione in proiezione 2015 a quasi 83.000 € di indebitamento per ogni singola famiglia dell’isola.

   Non sarà a rischio per ora (data la dimensione diversa e il diverso favorevole “pregiudizio” del mercato – cioè della City – verso Londra), ancora, il debito sovrano britannico. Ma il peggio è che il governo di Sua Maestà sta ripetendo, uno per uno, tutti gli errori fatti da quello di Dublino: l’anno scorso – accompagnato dalle alte lodi di Bruxelles per la sua austerità dura come parte della strategia “coraggiosa” di riduzione del debito e del deficit, l’Irlanda (prima, più e meglio di Grecia, Portogallo e Spagna) tagliò le pensioni del settore pubblico, tagliò i servizi sociali incentivando prepensionamenti, abbandoni e precarizzazione del lavoro, ridusse drasticamente i sussidi di disoccupazione, soprattutto dei giovani, e congelò i programmi di ritorno al lavoro, aumentando la penalizzazione per quei disoccupati che non accettassero di tornare a un lavoro comunque e a qualsiasi condizione venisse loro offerta e sforbiciò, ma a colpi di mannaia, gli investimenti nel settore pubblico.

   E quello di questi giorni è stato l’esito di quel programma. E si avvia ad essere l’esito del programma che, con la carta copiativa, vuole applicare adesso Downing Street all’economia britannica— ma che, in misura più blanda, avrebbero applicato in sostanza anche i laburisti…

[16] Financial Times, 18.11.2010, P.Spiegel, Ireland faces corporation tax show down L’Irlanda di fronte a una resa dei conti sulla tassazione d’impresa (cfr. www.ft.com/cms/s/0/411e7e9a-f344-11df-a4fa-00144feab49a.html#axzz160TIzGiJ/).

[17] Per tutta la giornata di domenica 28 novembre, il sito originario (www.wikileaks.org/) è stato pesantemente disturbato e, spesso, perfino bloccato dagli hacker del dipartimento di Stato. Del tutto puerilmente, ancora una volta, perché le centinaia di migliaia di dispacci dalle ambasciate nel mondo al dipartimento di Stato, le istruzioni di questo a quelle, il gossip scatenato di tutti su tutto e su tutti erano già stati da giorni trasmessi e, dunque, erano disponibili sui siti di quel giorno di diversi quotidiani internazionali: The New York Times, The Guardian, le Monde, El Pais, Der Spiegel…

[18] C’è, però, il fatto – come racconta il quotidiano britannico The Independent, 29.11.2010, Deceits, plots, insults: America laid bare— Inganni, complotti, insulti: l’America messa a nudo (cfr. www.independent.co.uk/news/world/politics/ deceits-plots-insults-america-laid-bare-2146208.html/) – che “questi rapporti sono stati downloaded, copiati si dice così, dalla SPIR-Net, la rete di computer segreta globale del Pentagono, da un ex analista dell’intelligence militare di stanza in Iraq, Bradley Manning” da tempo in galera per quello che ha fatto (voleva fare quel che poteva per far cessare la guerra).

    Ma il punto è che hanno accesso alla SIPR-Net (la Secret Internet Protocol Router Network) la bellezza di due milioni e mezzo di impiegati pubblici americani— del resto, questa rete era stata creata, a furor di popolo quasi, quando si scoprì che l’attentato alle Torri Gemelle era non solo prevedibile ma era stato previsto e si sarebbe potuto evitare, forse, se vari comparti del Governo americano – ognuno dei quali sapeva, per conto proprio, pezzetti di cose che potevano accadere – le avessero appiccicate insieme.

   E’ comprensibile. Ma, vivaddio, come è possibile chiamare segreti documenti che sono a disposizione ogni minuto sul PC di due milioni e mezzo di americani? Giusto americani bisogna essere per chiamarli “segreti”: gente che come mostrano questi “dispacci” non si fida di nessun al mondo, ma è convinta che un segreto condiviso tra due milioni e mezzo di americani resterà segreto… perché loro sono americani!

[19] Lettera del consigliere legale del dipartimento di Stato all’avvocato di Wikileaks, 27.11.2010 (cfr. http://documents. nytimes.com/letters-between-wikileaks-and-gov#document/p2/).

[20] Conferenza stampa della segretaria di Stato Hillary Clinton, dipartimento di Stato, 29.11.2010 (cfr. www.state.gov/se cretary/rm/2010/11/152078.htm/). 

[21] The Economist, 20.11.2010; e, per il testo integrale dell’ultimo Rapporto, The state of Food Insecurity 2010— Lo stato dell’insicurezza alimentare nel 2010 (cfr. www.fao.org/docrep/013/i1683e/i1683e.pdf/).

[22] OECD/OCSE, 18.11.2010, Presentazione del segretario generale Angel Gurria e del capo economista Pier Carlo Padoan della seconda previsione economica di fine 2010 (Economic Outlook) (cfr. www.oecd.org/dataoecd/43/55/436 07496.pdf/); in particolare, vedi il Capitolo 1, Considerazioni generali sulla situazione globale (cfr. www.oecd.org/data oecd/36/57/43117724.pdf; e, per i singoli paesi, le nuove previsioni, tutte o quasi al ribasso, cfr. www.oecd.org/docu ment/52/0,3343,en_2649_34109_19726196_1_1_1_1,00.html/).

[23] Guardian, 28.10.2010, M. Desai e R. Skidelsky, Beyond Keynes and Hayek Al di là di Keynes e Hayek.

[24] E’ una vecchia idea che ha fatto poca strada, lanciata nel 1891 dall’economista tedesco Silvio Gesell (nel suo teoricamente fortunato e studiatissimo ma in pratica mai seguito Currency Reform as Bridge to the Social State— La riforma monetaria come ponte verso uno Stato sociale) che poi fu incarcerato per aver manifestato idee “rivoluzionarie” nella rivolta spartakista del 1919 a Berlino.

[25] New York Times, 2.11.2010, T. L. Friedman, Do Believe the Hype— Meglio credere alle forzature.

[26] Così riassume il Washington Post quel che di recente il Fondo è andato dicendo: 17.11.2010, H. Schneider e A. Faiola, Irish debt talks continue in hopes of avoiding broader euro crisis— I colloqui sul debito irlandese continuano nella speranza di evitare una crisi dell’euro ancora più vasta (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/11/17/ AR2010111707478.html/).

[27] New York Times, 13.11.2010, Burmese Dissident Is Freed After Long Detention— La leader birmana dissidente, liberata dopo lunga detenzione. 

[28] CNBC, 15.11.2010, Analysis: Suu Kyi release put Myanmar sanctions in spot light— Analisi:I rilascio di Suu Kyi riporta alla luce la questione delle sanzioni contro Myanmar (cfr. www.cnbc.com/id/40189588/).

[29] Xinhua, 10.11.2010, China's October trade surplus jumps to second highest of 2010— Attivo commerciale di ottobre con l’incremento più alto del 2010 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2010-11/10/c_13600539.htm/).

[30] The Economist, 27.11.2010.

[31] The Economist, 13.11.2010.

[32] China Daily (Quotidiano del Popolo), 12.11.2010, W. Xiaotian e L. Xiang, Monetary pressure grows as CPI rises Sale la pressione sulla moneta col salire dell’indice dei prezzi al consumo (cfr. www.chinadaily.com.cn/bizchina/2010-11/12/ content_11540357.htm/).

[33] IBTimes CFB, 22.11.2010, Coal: Chinese authorities step in Carbone: le autorità cinesi intervengono (cfr. http://uk.ib times.com/articles/20101122/fairfax-morning-view-monday-afe-afe.htm/). 

[34] Business Insider Money Game, 12.11.2010, Chinese Government Think Tank Accuses Statistics Bureau Of Understating Inflation By 7%— Uno think tank del governo cinese accusa l’Ufficio di statistica di sottovalutare l’inflazione (cfr. www.businessinsider.com/chinese-government-think-tank-accuses-statistics-bureau-of-understating-inflation-by-7-2010-11/).    

[35] Stratfor, 11.11.2010, China: Lending In October Down I prestiti erogati in ottobre scendono (cfr. www.stratfor.com/sit rep/20101111_china_lending_october_down/). 

[36] Bloomberg, 14.11.2010, China's Four Big Banks to Suspend Property Loans, Paper Says— Dice un giornale [d’affari] che le quattro grandi banche cinesi sospenderanno i prestiti all’edilizia (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-11-14/china-s-4-largest-banks-to-halt-developer-loans-until-year-end-paper-says.html/).

[37] Dichiarazione del movimento sindacale internazionale al vertice del G-20 di Seul, 11-12-11.2010 (cfr. http://www.it uc-csi.org/IMG/pdf/01-tuacG8G20-Seoul_English.pdf/). 

[38] New York Times, 11.11.2010, S. Chan, Politicians and Executives Confront Each Other at the G-20 Politici e dirigenti di impresa si confrontano al G-20.

[39] Agenzia Stratfor, 3.11.2010, The implications of U.S. quantitative easing Le implicazioni delle facilitazioni quantitative in America (cfr. www.stratfor.com/analysis/20101103_implications_us_quantitative_easing/).  

[40] Siamo un po’ alle solite, del resto. La critica della sinistra economica, supportata dai calcoli e dalle idee di Nobel come Stiglitz e Krugman, ha rimproverato a Obama il suo scarso coraggio nel mobilitare quel che serviva per la ripresa dell’economia: almeno il doppio sarebbe stato necessario e, infatti, la disoccupazione è andata comunque sempre peggio, essendo riuscito solo un certo lavoro (magari importante) di tamponamento.

   E adesso, anche se ha pagato un prezzo alto per l’errore fatto, rifà lo stesso sbaglio: 600 miliardi non sono neanche la metà della riflazione che forse sarebbe stata, ora, necessaria a dare un solido calcio nel sedere a questa economia che rimane seriamente nei guai…

[41] New York Times, 7.11.2010, P. Krugman, Doing It Again Lo stiamo rifacendo, ancora una volta.

[42] The Economist, 13.11.2010.

[43] Yahoo!Finance, 4.11.2010, Reuters, Japan Kaieda: Fed move a signal that BOJ could do more Il giapponese Kaieda: la mossa della Fed è un segnale di muovessi alla Banca centrale nipponica (cfr. http://finance.ahoo.com/ news/Japan-Kaieda-Fed-move-a-rb-1964783869.html?x=0/).

[44] Yahoo!News, 1.11.2010, Agenzia AFP, China's Hu defends currency policy Il cinese Hu difende la politica valutaria (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20101101/bs_afp/francechinaeconomyforex/).

[45] Bloomberg, 1.11.2010, T. Czuczka e B. Parkin, Merkel's Government Presses China to Let Yuan Appreciate, G-20 Paper Says Documento per il G-20 dice che il governo di Merkel preme perché la Cina lasci rivalutare lo yuan [in realtà come abbiamo visto dice tutt’altro…] (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-11-01/g-20-to-discuss-china-s-political-ex change-rate-at-summit-germany-says.html/).

[46] France24, 5.11.2010, AFP, German finance minister lashes out at US Fed— Il ministro delle Finanze tedesco attacca la Fed americana (cfr. www.france24.com/en/20101105-german-finance-minister-lashes-out-us-fed/); e New York Times, 8.11.2010, Finance Minister: Germany Criticizes Fed Move— Il ministro delle Finanze: la Germania critica le mosse della Fed.

[47] Yahoo!Finance, 6.11.2010, AFP, China's Hu seals France ties ahead of G20 Il cinese Hu, prima del G-20, chiude l’alleanza con la Francia (cfr. http://ca.news.finance.yahoo.com/s/06112010/24/f-afp-china-s-hu-seals-france-ties-ahea d-g20.html/).

[48] Agenzia Reuters, 4.11.2010, US dollar printing is huge risk-China c.bank adviser— La stampa incontrollata di dollari da parte degli USA e un grande rischio, avverte il consigliere capo della Banca di Cina (cfr. www.reuters.com/article/ idUSTOE6A305320101104/).

[49] New York Times, 4.10.2010, B. Wassener, Emerging-Market Countries Criticize Fed Decision Le economie emergenti di mercato [o quasi] criticano la decisione della Fed.

[50] Yahoo!News, 4.11.2010, Z. Xin e A. Breidthardt, China and Germany belittle U.S. actions before G20 Cina e Germania ridimensionano le iniziative degli americnai prima del G-20 (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20101105/bs_nm/us_ global_economy/). 

[51] New York Times, 6.11.2010, S. Gay Stolberg, Obama Begins Asia Trip on a Somber Note in Mumbai— Obama comincia il viaggio in Asia da Mumbai, su una nota fosca.

[52] New York Times, 9.11.2010, D. E. Sanger, Challenges Await U.S. at Group of 20 Meeting— Al vertice del Gruppo dei 20, non poche sfide per gli Stati Uniti.

[53] New York Times, 12.11.2010, S. Chan e S. Gay Stolberg, G-20 Meeting Puts Off Hard Calls on Trade Imbalances Il vertice dei G-20 rinvia le decisioni dure sugli squilibri commerciali.

[54] New York Times, 12.11.2010, S. Chan, Summit Shows U.S. Can Still Set Agenda, if Not Get Action—

[55] New York Times, 12.11.2010, S. Hill [ha appena pubblicato un libro dal titolo che, tradotto, recita: “La promessa europea: perché la via europea è la migliore speranza in un’era di incertezza], Germany Speaks Up La Germania parla alto e forte, adesso.

[56] Per il testo integrale della Dichiarazione finale del Vertice di Seul, cfr. http://media.seoulsummit.kr/contents/dlobo/ E1._Seoul_Summit_Leaders_Declaration.pdf/).

[57] Stratfor, 15.11.2010, China: Exchange Rate Key To Battling Global Liquidity La Cina: il tasso di cambio è la chiave per combattere un’ [eccessiva] liquidità globale (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101115_china_exchange_rate_key_bat tling_global_liquidity_official/).

[58] China Daily, 16.11.2010, Nation's success helps all, says Xi Il successo del paese aiuta tutti, sostiene Xi (cfr. www.chi nadaily.com.cn/china/2010-11/16/content_11553369.htm/).

[59] Guardian, 9.11.2010, I. Cobain, British troops may face Iraq war crimes trial— Le truppe britanniche potrebbero dover affrontare in tribunale processi per crimini di guerra.

[60] New York Times, 16.11.2010, A. Cowell e J. F. Burns, Britain to Compensate Ex-Detainees of Guantánamo La Gran Bretagna compenserà i detenuti che teneva a Guantánamo.

[61] Molti dati e considerazioni messi insieme, un po’raffazzonati, nel paragrafo che segue vengono da diversi articoli raccolti sul New York Times il 7.11.2010, sotto il titolo comprensivo di What Obama Can Learn From India Quello che Obama può apprendere dall’India.

[62] Xinhua, 30.11.2010, India reports 8.9% GDP growth in 3rd quarter— L’India comunica una crescita del PIL dell’8,9% nel terzo trimestre (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/business/2010-11/30/c_13628547.htm/).

[63] New York Times, 6.11.2010, J. Yardley, America and India: The Almost-Special Relationship America e India: la relazione quasi-speciale.

[64] Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, proprio negli stessi giorni – pare per un difetto di comunicazione con Washington almeno sui tempi della dichiarazione – ha detto che il suo paese sostiene, invece, la candidatura del Brasile a un posto di membro permanente del CdS dellONU: se e quando… Poi si è parzialmente, e goffamente, corretto, dicendo che si potrebbe vedere se, magari, tutti e due… (cfr. The Economist, 13.11.2010)

[65] The Economist, 20.11.2010.

[66] Le Point, 31.10.2010, A Nicolaci da Costa, Dilma Rousseff s'apprête à prolonger l'héritage de Lula (cfr. www.lepoint.fr/fil-info-reuters/dilma-rousseff-s-apprete-a-prolonger-l-heritage-de-lula-31-10-2010-1256781-240.php/).

[67] La Fohla de Sao Paulo, 31.10.2010, Dilma é eleita a primeira mulher presidente do Brasil (cfr. www1.folha.uol.com. br/poder/823437-dilma-e-eleita-a-primeira-mulher-presidente-do-brasil.shtml/).

[68] New York Times, 31.10.2010, A. Barrionuevo, In a First, Brazil Elects a Woman as President—In una prima assoluta il Brasile elegge una donna come presidente.

[69] NewsFeedResearch, 25.11.2010, Brazil to keep finance minister Rousseff Il Brasile, dice Rousseff, tiene il ministro delle Finanze (cfr. http://newsfeedresearcher.com/data/articles_b48/bank-central-rousseff.html#hdng0/); e The Economist, 27.11.2010.

[70] New York Times, 17.11.2010, J. M. Broder, Spill Report Faults BP and Contractors— Il rapporto sulla falla dà la colpa alla BP e ai suoi appaltatori [ma dice anche, con chiarezza, della mancanza di rigore nella supervisione dell’ente pubblico federale, il Minerals Management Service, che doveva regolare le trivellazioni off-shore].

[71] New York Times, 15.11.2010, A. E. Kramer, Gazprom of Russia to Drill for Oil in Cuban Waters— La russa Gazprom trivellerà greggio nelle acque cubane.

[72] El Universal (Caracas), 22.11.2010, Pdvsa y ENI acuerdan crear empresa mixta en el Bloque Junín 5— Pdvsa e ENI concordano di creare un’impresa mista nel blocco di Junin 5 (cfr. www.eluniversal.com/2010/11/22/eco_ava_pdvsa-y-eni-ac uerdan_22A4760893.shtml/).

[73] Guardian, 23.11.2010, J. Borger, North Korea and South Korea: a dispute dating back 50 years Nord e Sud Corea: una disputa che va indietro di 50 anni.

[74] The Economist, 27.11.2010.

[75] New York Times, 4.11.2010, European Central Bank Keeps Rates at Record Low La Banca centrale europea tiene i tassi al minimo; e ECB, 4.11.2010, Conferenza stampa del presidente Jean-Claude Trichet, cfr. www.thomson-webcast. net/de/dispatching/?ecb_101104_stream_video/).

[76] The Economist, 20.11.2010.

[77] EUROSTAT, 16.11.2010, Boll. #172, Euro area annual inflation up to 1.9%  EU up to 2.3% Inflazione annua nell’eurozona all’1,9%  nell’Unione europea al 2,3 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-16112010-AP/EN/2-16112010-AP-EN.PDF/); aggiornamento al 30.11.2010, cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PU BLIC/2-30112010-AP/EN/2-30112010-AP-EN.PDF/).

[78] The Economist, 6.11.2010.

[79] DESTATIS, Ufficio statistico federale, Wiesbaden, Erverbslosenquoten im internationalen Vergleich , 9.2010.

[80] EUROSTAT, 30.11.2010, Boll. #180, Euro area unemployment rate at 10.1%  EU27 at 9.6% Disoccupazione nell’eurozona al 10,1% e nell’UE a 27 al 9,6 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-30112010-BP/EN/ 3-30112010-BP-EN.PDF/).  

[81] EUROSTAT, 12.11.2010, Boll. #168, Industrial production down by 0.9% in euro area  Down by 0.5% in EU27 La produzione industriale cala dello 0,9% nell’eurozona e dello 0,5% nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ ITY_ PUBLIC/4-12112010-AP/EN/4-12112010-AP-EN.PDF/).

[82] EUROSTAT, 24.11.2010, Boll. #176, Industrial new orders down by 3.8% in euro area  Down by 2.5% in EU27  Nuovi ordini dell’industria giù del 3,8% nell’eurozona e del 2,5 nellUE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_ PUBLIC/4-24112010-AP/EN/4-24112010-AP-EN.PDF/); e The Economist, 27.11.2010.

[83] EUROSTAT, 12.11.2010, Boll. #169, Euro area and EU27 GDP up by 0.4% PIL dell’eurozona e della UE a 27, +0,4% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-12112010-BP/EN/2-12112010-BP-EN.PDF/).

[84] EUROSTAT, 15.11.2010, Boll. #170, Data for 2009 - Euro area and EU27 government deficit at 6.3% and 6.8% of GDP respectively  Government debt at 79.2% and 74.0% Deficit/PIL dell’eurozona al 6,3% e al 6,8 per la UE a 27  Debito/PIL, rispettivamente, al 79,2 e al 74% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-15112010-AP  EN/2-15112010-AP-EN.PDF/).

[85] EUROSTAT, 15.11.2010, Boll. #171, Euro area external trade surplus 2.9 bn euro  11.7 bn euro deficit for EU27 Attivo commerciale dell’eurozona a 2,9 miliardi di € [a settembre]  Deficit di 11,7 miliardi, invece, per l’UE a 27 (cfr. http://epp.euro stat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-15112010-BP/EN/6-15112010-BP-EN.PDF/).

[86] New York Times, 10.11.2010, J. Kanter, Setback Seen for E.U. Plan on Biotech Crops Si profila un passo falso per I piani UE sui raccolti biotech.

[87] Jorbit, 11.11.2010, EU  opens tough talks on 2011 budget rise— L’UE apre il dibattito sul bilancio del 2011 (cfr. www.jorbit.com/news-daily.php?http://www.bbc.co.uk/go/rss/int/news/-/news/world-europe-11733644/).

[88] New York Times, 16.11.2010, S. Castle, E.U. Talks on Budget for 2011 Deadlock Again— Nuovo stallo nei negoziati UE sul bilancio 2011.

[89] RTÉ.ie, 11.11.2010, Cost of borrowing soars to record high Il costo dell’indebitamento si impenna al massimo (cfr. www.rte.ie/news/index.html/).

[90] Bloomberg, 8.11.2010, J. G. Neuger e J. Stearns, Juncker Touts Eurobonds, Supports Trichet in Battle Over Euro Region Debt— Juncker a favore degli Eurobond, sostiene Trichet nella battaglia contro il debito nell’eurozona   (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-11-08/juncker-touts-eurobonds-supports-trichet-in-battle-over-euroregion-debt.html/).

[91] New York Times, 29.11.2010, R. Cohen, The Euro Has No Clothes L’euro è nudo.

[92] New York Times, 29.11.2010, D. Jolly e L. Robbins, Markets Slip Following Details of Irish Aid I mercati scivolano ancora dopo la diffusione dei dati sugli aiuti all’Irlanda.

[93] New York Times, 24.11.2010, M. Saltmarsh, Rising Bond Yelds Add to Financial Pressures in Europe—  In Europa i rendimenti in aumento dei titoli di Stato aggiungono pressione finanziaria.

[94] Fondo monetario internazionale, Country Report no. 10/209, p. 12, §14, per la consultazione con quel governo (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2010/cr10209.pdf/).

[95] Vedi il lungo, articolato e provocatorio, ma illuminante, dibattito a più voci sul tema svolto sul New York Times, 18.11.2010, An Irish Default May Have Benefits Un default dell’Irlanda potrebbe anche beneficiarla.

[96] Consiglio esecutivo del FMI, Conclusioni delle consultazioni 2010 con l’Islanda, art. IV, 4.10.2010 (cfr. www.imf. org/external/np/sec/pn/2010/pn10138.htm/).

[97] New York Times, 25.11.2010, P. Krugman, Eating the Irish Mangiare gli irlandesi.

[98] Cfr, qui, sopra, Nota93.

[99] J. A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, 1912, ETAS Libri (2002): “Ogni produzione consiste nel combinare materiali e forze che si trovano alla nostra portata. Produrre altre cose o le stesse cose in maniera differente, significa combinare queste cose e queste forze in maniera diversa”.

    La “distruzione creativa”, spiega, è il drastico processo selettivo che contraddistingue la creazione di nuova ricchezza. Ma a patto di rispettare il processo in tutte le sue fasi: la distruzione oltre alla creazione.

    Cioè, proprio quello che hanno rifiutato di fare lor signori, sopracciò, “plutocrati”, gatti grassi del capitale finanziario e anche economico, rivolgendosi agli esecrati poteri pubblici – sapete, quelli dei lacci e lacciuoli – perché facessero loro la carità di salvarli dalle conseguenze delle loro decisioni… E – per senso di responsabilità, si capisce, che altro se no? – alla riscossa dei ricchi i governi si sono precipitati: mica a quella dei poveri, ai quali anzi hanno fatto pagare il conto lasciato dai ricchi.

    Demagogia? Forse sì… e allora?

[100] In realtà, Schumpeter stava soltanto riformulando in termini prettamente economici la tesi di fondo della filosofia stoica (Zenone, Crisippo e poi, a Roma, Catone, Seneca, Marco Aurelio…): che tutto è in continua crescita e tutto, sempre, declina… 

[101] Order-order.com, 15.102010, Anglo-Irish Bondholders Should Take the Losses  Is the ECB  Forcing Ireland to Pro tect German Investments? I detentori di azioni della Anglo-Irish dovrebbero tenersi le loro perdite  Ma non è che la BCE sta facendo violenza all’Irlanda per proteggere gli investimenti tedeschi? (cfr. http://order-order.com/2010/10/15/anglo-irish-bondholders-should-take-the-lossesis-the-ecb-forcing-ireland-to-protect-german-investments/).

[102] CEPR, 10.2008, M. Weisbrot, Argentina: The Crisis That Isn’t— Argentina: la crisi che non c’è (cfr. www.cepr.net/docu ments/publications/argentina_2008_10.pdf/).

[103] Fondo Monetario Internazionale, 4.2010, Ireland, General government net lending/borrowing  % of GDP Irlanda, attivo netto e fabbisogno del governo irlandese in % del PIL (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2010/01/weodata/weorept .aspx?pr.x=90&pr.y=7&sy=2000&ey=2011&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=178&s=GGXCNL

_NGDP&grp=0&a=/). 

[104] FareForex, 23.10.2010, A. Brambilla, Good bye, Axel Weber! (cfr. www.fareforex.com/good-bye-axel-weber/8256/).

[105] Bloomberg, 17.11.2010, Supergrids, Caspian Gas Pipeline Listed as Energy Priorities for EU Bloc Per il blocco dell’UE, super reti e gasdotto col Caspio elencati come priorità energetiche (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-11-17/super grids-caspian-gas-pipeline-listed-as-energy-priorities-for-eu-bloc.html/); e, per i testi relativi, compresi gli allegati tecnici, cfr. http://ec.europa.eu/energy/infrastructure/strategy/2020_en.htm/).

[106] Bloomberg, 22.11.2010, Russia: EU Pursues Too Much Energy Diversification La Russia dichiara che l’UE sta perseguendo un’eccessiva diversificazione energetica (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-11-22/russia-sees-too-much-eu-energy-diversification-update1-.html/).

[107] RIA Novosti, 29.11.2010, Russia's Gazprom ready to negotiate lower prices for European clients La russa Gazprom pronta a negoziare prezzi più bassi per I clienti europei [se…] (cfr. http://en.rian.ru/business/20101129/161544829.html/).

[108] Già il 27.10.2010 le Izvestia pubblicavano un articolo di Ekaterina Zabrodina sulla prospettata abolizione dei visti per i viaggiatori dall’UE alla Russia e viceversa. Era subito dopo l’incontro bilaterale franco-russo che, riferisce la rivista russa Kommersant, aveva lasciato intuire tempi molto più lunghi per la proposta— dieci-quindici anni… Invece, qui Westerwelle sembra parlare, comunque, di tempi molto più rapidi: v. Stratfor, 1.11.2010, Russia: Germany Advocates Visa-Free Zone Per la Russia, la Germania auspica una transito senza più visti (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101101_ru ssia_germany_advocates_visa_free_zone/).

[109] le Monde, 30.10.2010, A. Bugge, Accord politique au Portugal sur le budget d’austerité 2011 (cfr. www.lemonde.fr/ depeches/2010/10/30/accord-politique-au-portugal-sur-le-budget-d-austerite-2011_3234_439_43732802.html/).

[110] New York Times, 26.11.2010, R. Minder, Portugal Approves Austerity Budget as Pressures Mount— Il Portogallo, in mezzo alla pressioni montanti, approva il bilancio di austerità.

[111] ANSA, 8.11.2010, Grecia: elezioni, vince PASOK di misura (cfr. www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/11/ 08/visualizza_new.html_1703903572.html/).

[112] FT.com/Alphaville, 17.11.2010, Austria-Greek Kerfuffle Il pastrocchio austriaco-greco (cfr. http://ftalphaville.ft.com/ blog/2010/11/17/407516/es-ist-mir-greek-wurst/).

[113] Stratfor, 17.11.2010, EU: No Delay In Third Greek Bailout Payment UE: nessun ritardo nel pagamento della terza rata di aiuti alla Grecia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101117_eu_no_delay_third_greek_bailout_payment_official/):

[114] Forex Trading Charts, 18.11.2010, Agenzia DPA-McClatchy Tribune Info Services via COMTEX, Greece tables 2011 budget, announces new measures La Grecia annuncia il bilancio 2011, con nuove [pesanti] misure [di riduzione] (cfr. http://news.tradingcharts.com/forex/6/4/148827746.html/).

[115] MSN Finance, 24.11.2020, EU financial rescue system like pyramid scheme: Slovak PM— Dice la PM slovacca che il sistema di salvataggio finanziario della UE somiglia a una catena di sant’Antonio (cfr. http://msn.finance.com.my/index.php/rss/ 4480783/).

[116]Reuters, 2.11.2010, EU Comm.“satisfied” with Russia-Poland gas deal— Il Conmmissario europeo si dichiara “soddisfatto” dell’accordo russo-polacco (cfr. http://in.reuters.com/article/idINLDE6A11AT20101102/).

[117] Steelguru,com, 12.11.2010, Russia and Poland to sign new gas transit contract for 2020 to 2045 soon Russia e Polonia firmeranno presto un nuovo contratto di transito del gas dal 2020 al 2045 (cfr. www.steelguru.com/russian_news/ Russia_and_Poland_to_sign_new_gas_transit_contract_for_2020_to_2045_soon/174720.html/).

[118] EU Business, 16.1.2010, Poland aims to beef up EU defence: prime minister La Polonia punta a rafforzare la difesa europea, dice il primo ministro (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/poland-nato-defence.6zh/).

[119] ODS, Občanská demokratická strana (Partito civico democratico ceco), 4.11.2010, Poland and the Czech Republic to take coordinated action in the EU— Polonia e Repubblica ceca agiranno coordinate nella UE (cfr.  www.ods.cz/en/policy/ne ws-item/690/).

[120] Radio Free Europe, 9.11.2010, A. Lobjakas, EU Enlargement Reports Give Everyone Low Marks I rapporti paese sull’allargamento danno voti bassi a tutti i possibili candidati (cfr. www.rferl.org/articleprintview/2215536.html/).

[121] The Economist, 13.11.2010.

[122] Qui citiamo, come esemplare tra i tanti, il New York Times, 1.11.2010, J. Vinocur, Europe's left offers few solutions to current crisis Le sinistre europee offrono poche soluzioni alle crisi di oggi [che invece, come è noto, i Marchionne, i Berlusca, i Vinocur e i loro padroni di Wall Street o di Piazza Affari abbondano a fornire!].

[123] Dal classico David Ricardo, che esaminava la questione in linea di principio, nel suo An Essay on Profits,del q1815 (cfr., per il testo di questo classico, http://socserv.mcmaster.ca/~econ/ugcm/3ll3/ricardo/profits.txt/) ai più recenti studi specie quelli , al di sopra di ogni sospetto, del Fondo monetario internazionale:e della banca mondiale (sui loro siti rispettivi, www.imf.org/ e www.ibrd.org/).

[124] Agenzia ITAR-Tass, 12.11.2010, Latvia’s speculations over Russian border issues provocative–FM— Le speculazioni lettoni sulla questione dei confini pura provocazione, dice il ministero degli Esteri russo (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15673724&PageNum=0/).

[125] Bloomberg, 18.11.2010, Lithuania Says Russia Discouraged Investors in Nuclear Plant— La Lituania dice che la Russia scoraggia chi vuole investire sul suo reattore nucleare (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-11-18/lithuania-says-russia-discouraged-investors-in-nuclear-plant.html/).

[126] Stratfor, 17.11.2010, Russia: Transport Infrastructure Barely Coping - Minister Il ministro dice che le infrastrutture dei trasporti ce la fanno appena (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101117_russia_transport_infrastructure_barely_ coping _ minister/).

[127] The Economist, 27.11.2010.

[128] Per dare un idea… I due titoli coi quali la CNN.com ha dato notizia dei risultati delle elezioni dicono: l’uno, datato 29.11.2010 ore 16:02, B. Walker, Pro-West parties lead in Moldova, but impasse is likely to continue— I partiti filo- occidentali avanti in Moldova, ma lo stallo politico probabilmente continuerà (cfr. http://edition.cnn.com/2010/WOR LD/europe/11/29/moldova.elections/index.html?iref=allsearch/); il secondo, datato sempre 29.11.2010, ore 16:51, dello stesso autore, diceva esattamente la stessa cosa ma con un titolo che affermava esattamente il contrario, Pro-West parties take setback in early Moldova election results— I partiti filo occidentali sconfitti dai primi risultati delle elezioni in Moldova (cfr. http://edition.cnn.com/2010/WORLD/europe/11/28/moldova.elections/index.html?iref=allsearch/)...

[129] New York Times, 29.10.2010, M. Powell, U.S. Economy Grew at a 2% Rate in the Third Quarter L’economia Americana è cresciuta al 2% nel terzo trimestre.

[130] Guardian, 29.10.2010, D. Baker, Why growth still feels like recession Perché [questa] crescita sa tanto di recessione.

[131] New York Times, 5.11.2010, C. Rampell, U.S. Added Jobs Last Month for First Time Since May— Il mese scorso, per la prima volta da maggio, sale il numero di posti di lavoro creati; e Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics, 5.11.2010, Employment situation summary Sintesi del quadro dell’occupazione (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm/); e Economic Policy Institute (Washington, D.C.) 5.11.2010, Job growth improves, but pace leaves full employment 20 years away— La crescita di posti di lavoro c’è, ma il ritmo ci lascia lontani 20 anni dalla piena occupazione (cfr. www.epi.org/publications/entry/job_growth_improves_but_pace_leaves_full_employment_20_years_away/).

[132] New York Times, 4.11.2010, D. Leonhardt, Another Sign of Disinflation Un altro segnale di disinflazione; e, per il testo del Rapporto, in Dipartimento del Lavoro, BLS, 4.11.2010, Productivity and Costs, Third Quarter 2010, Preliminary—Sintesi preliminare, Terzo trimestre del 2010, Produttività e costi (cfr. www.bls.gov/news.release/prod2.nr0.htm/).

[133] The Economist, 20.11.2010.

[134] New York Times, 24.11.2010, (A.P.), U.S. Factory Orders Decline; Jobless Filings Drop Gli ordini alle imprese in America calano.

[135] The Economist, 13.11.2010.

[136] New York Times, 23.11.2010, D. Streitfeld, U.S. Home Sales Fell Sharply in October Le vendite di case sono crollate di brutto a ottobre; e cfr. www.realtor.com, per i dettagli nel testo del comunicato.

[137] New York Times, 3.11.2010, N. D. Kristof, Mr. Obama, It’s Time for Some Poetry— Mr. Obama, è ora di passare a un po’ di poesia.

[138] New York Times, 13.11.2010, F. Rich, Who Will Stand Up to the Superrich?— Ma chi è che farà fronte ai super-ricchi?

[139] Proposta dei co-presidenti, 10.11.2010, Draft Bozza (cfr. www.fiscalcommission.gov/sites/fiscalcommission.gov/ files/documents/CoChair­_Draft.pdf/).

[140] New York Times, 11.11.2010, P. Krugman, The Hijacked Commission La Commissione rapita; e Los Angeles Times, 13.11.2010, M. Hiltzik, The deficit commission’s war on the middle class La guerra della Commissione per il deficit contro le classi medie (cfr. http://latimesblogs.latimes.com/money_co/2010/11/michael-hiltzik-the-deficit-commissions-war-on-the-middle-class.html/). 

[141] New York Times, 28.10.2010, D. Brooks, The Next Two Years— I prossimi due anni [quelli prima delle presidenziali, cioé…].

[142] Washington Post, 31.10.2010, D. S. Broder, The War Recovery? La ripresa viene dalla guerra?

[143] Democratic Underground.com, 6.11.2010, 'Neuter’ Iran over nukes, U.S. senator tells Halifax security conference Castriamo l’Iran sul nucleare, dice senatore americano alla conferenza di sicurezza di Halifax (cfr. www.democraticunderground .com/discuss/duboard.php?az=view_all&address=102x4604245/).

[144] Iran Daily, 8.11.2010, US Rejects Israeli Call For Military Threat Gli USA respingono la richiesta israeliana di una minaccia militare [diretta] (cfr. www.iran-daily.com/1389/8/18/MainPaper/3817/Page/3/Index.htm#/); e Indian Express, 8.11.2010, Gates rejects Israel call for military threat against Iran Gates respinge l’appello di Israele a lanciare una minaccia militare [più diretta] contro l’Iran (cfr. www.indianexpress.com/news/gates-rejects-israel-call-for-military-threat-against-iran/708133/0/).

[145] New York Times, 22.11.2010, A lonely push for Mideast peace— Una spinta isolata per la pace in Medioriente.

[146] Reuters, 10.11.2010, Iran's rights to nuclear non-negotiable: Ahmadinejad— I diritti dell’Iran al nucleare non sono negoziabili, riafferma Ahmadinejad (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6A83WU20101110/).

[147] Ha’aretz (Jerusalem), 12.11.2010, Iran plans to test own model of Russia S-300 missile— L’Iran ha in progetto la sperimentazione di un suo modello del missile russo S-300 (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/iran-plans-to-test-own-model-of-russia-s-300-missile-1.324008/).

[148] Fars News Agency, 11.11.2010, Iran Starts Talks on Gas Exports to Persian Gulf Littoral States— L’Iran apre colloqui sull’export di gas naturale con gli Stati litoranei del Golfo (cfr. http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=8908200793/).

[149] Iranian Press Tv (video), 5.11.2010, Dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri del Pakistan Abdul Basil, Pakistan has brushed aside US concerns over a multi-billion-dollar gas pipeline project with Iran, saying it will never abandon the plan Il Pakistan scarta come irrilevanti le preoccupazioni americane sul progetto di oleodotto plurimiliardario con l’Iran che, assicura, non abbandonerà (cfr. www.presstv.ir/detail/149682.html/).

[150] Stratfor, 5.11.2010, U.S.: Russia To Favor Iran – Source USA: la Russia [potrebbe] torna[re] a favorire l’Iran (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20101105_us_russia_favor_iran_%E2%80%93_source/).

[151] New York Times, 9.11.2010, J. R. Bolton e J. Yoo, Why Rush to Cut Nuclear Weapons? Perché affrettarsi ora a tagliare le armi nucleari? [la tesi dei loro “avversari” interni: noi abbiamo più responsabilità dei russi nel mondo… dunque, dobbiamo mantenere più bombe nucleari!].

[152] New York Times, 18.11.2010, P. Baker, Obama Forces Showdown With G.O.P. on Arms Pact— Obama forza la sfida coi repubblicani sul Trattato START.

[153] Yahoo!News, 17.11.2010, J. Abrams, White House: Obama not backing down on nuke pact La Casa Bianca: Obama non fa marcia indietro sul patto nucleare (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20101117/ap_on_go_pr_ wh/us_us_russia _nuclear/).

[154] Conferenza stampa mensile del Segretario generale della NATO, 15.11.2010 (cfr. www.nato.int/cps/en/SID-8D2CA B5C-7F81C175/natolive/opinions_68225.htm?selectedLocale=en/).

[155] Voice of Russia, 11.11.2010, German FM supports closer NATO-Russia ties— Il ministro degli Esteri tedesco a favore di legami più stretti tra NATO e Russia (cfr. http://english.ruvr.ru/2010/11/11/33369127.html/).

[156] Intervista alla Reuters, 17.11.2010 (in Stratfor, 17.11.2010, Poland: Russia Should Recognize Need For Missile Defense - FM Polonia: La Russia dovrebbe ricnoscere il bisogno di difesa missilistica, dice il ministro degli Esteri, cfr. www. stratfor.com/sitrep/20101117_poland_russia_should_recognize_need_missile_defense_fm/).

[157] Guardian, 16.11.2010, J. Borger, Barack Obama's hopes for a nuclear-free world fading fast— Le speranze di Obama di un mondo libero dal nucleare stanno svanendo rapidamente.

[158] Idem.

[159] Guardian, 18.11.2010, I. Traynor, Germany and France in nuclear weapons dispute ahead of Nato summit Germania e Francia in dissenso sulle armi nucleari prima del vertice della NATO.

[160] Citati per nome e cognome da Obama stesso in un’aggiunta a penna al testo del suo intervento a Lisbona,19.11.2010 (cfr. www.whitehouse.gov/the-press-office/2010/11/19/remarks-president-nato-summit-and-new-start-treaty/).

[161] I numeri sono segreti (NATO Cosmic, Top Secret, ecc.): in Italia ce ne sono tra le 50 e le 100, del modello 11, il più avanzato, a potenza regolabile ma già quasi obsoleto, sepolte nelle campagne del Friuli in bunker sotterranei a servitù militare, come si dice, vicini a Pordenone e a un tiro di schioppo.

     Sono dati segreti anche per il governo italiano la cui sovranità in proposito, come quella di tutti gli altri paesi ospitanti, è inesistente— che è anche uno dei motivi per cui ormai la maggioranza se ne libererebbe volentieri. Cfr. Washington Post, 20.7.2010, W. Pincus, Extending the life of B-61 nuclear weapons could cost $4 billion— Prolungare la vita delle armi atomiche B-61 costerebbe 4 miliardi di $ (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/ 07/19 /AR2010071905187.html/).

[162] Kyiv Post, 17.11.2010, Interfax-Ukraine, Rogozin: Russia against NATO expansion Rogozin: la Russia è contro l’allargamento della NATO (cfr. www.kyivpost.com/news/russia/detail/90260/).

[163] Stratfor, 18.11.2010, Russia: U.S. Foreign Policy Unchanged, Hypocritical-Official Esponente russo: la  politica estera americana, sempre ipocrita, non è cambiata per niente (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101118_russia_us_foreign_ policy­_ unchanged_hypocritical_official/).

[164] Articolo del 18.11.2010, sulla Gazeta Wyborcza, il vecchio quotidiano di Sołidarnosc, ora indipendente, come citato da Polskie radio, The News, 18.11.2010, Komorowski - NATO-Russia relations must not threaten regional security I rapporti NATO-Russia non devono minacciare la sicurezza regionale (cfr. www.thenews.pl/international/artykul143690_ kom orowski---nato-russia-relations-must-not-threaten-regional-security.html/).

[166] Focus Information Agency, 19.11.2010, RIA Novosti, Russia-NATO missile shield possible "in mid-term perspective"Kremlin Il Cremlino: lo scudo missilistico Russia-NATO è possibile “in prospettiva di medio-breve termine” (cfr. www.focus-fen.net/index.php?id=n235540, 19.11.2010/).

[167] Stratfor, 19.11.2010, U.S.: NATO Agrees To Missile Defense System USA: la NATO concorda il sistema di difesa missilistica (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101119_us_nato_agrees_missile_defense_system/).

[168] Stratfor, 21.11.2010, Turkey Accedes to a Missile Defense Plan La Turchia aderisce a un piano di difesa missilistico (cfr. www.stratfor.com/analysis/20101121_turkey_accedes_missile_defense_plan/).

[169] Cfr. sopra Nota154.

[170] Cfr. dopo Nota188.

[171] Prague Daily Monitor, 20.11.2010, ČTK, NATO-Russian cooperation would not imply joint shield,Klaus says Klaus dichiara che la cooperazione NATO-Russia non implica uno scudo comune (cfr. http://praguemonitor.com/2010/11/22/ nato-russia-cooperation-would-not-imply-joint-shield-klaus-says/).

[172] RIA Novosti, 20.11.2010, Russia accepts NATO’s invitation to join missile shield in Europe – Rasmussen La Russia, dice Rasmussen, accetta l’invito della NATO a sviluppare lo scudo missilistico in Europa (cfr. http://en.rian.ru/russia/ 20101120/161424764.html/).

[173] Stratfor, 20.11.2010, Russia: NATO Concept Is Balanced-Envoy La concezione della NATO è equilibrata, dice l’ambasciatore russo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101120_russia_nato_concept_balanced_envoy/).

[174] RIA Novosti, 26.10.2010, Medvedev praises Ukraine's non-alignment vow Medvedev elogia l’impegno dell’Ucraina al non allineamento (cfr. www.en.rian.ru/russia/20101126/161515294.html/)

[175] RIA Novosti, 26.10.2010, Russia, Ukraine close to signing new oil transit agreement Russia e Ucraina vicine alla firma dell’accordo sul transito di petrolio  (cfr. http://en.rian.ru/business/20101026/161091462.html/).

[176] Stratfor, 22.11.2010, Ukraine, EU: Cooperation Agreement Signed Ucraina, Russia: firmato accordo di cooperazione (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101122_ukraine_eu_cooperation_agreement_signed/).

[177] Kiev Ukraine News Blog, 22.11.10, Yanukovich: EU our strategic objective Yanukovich, l’UE è l’obiettivo strategico (cfr. http://news.kievukraine.info/2010_11_22_archive.html/).

[178] Stratfor, 21.11.2010, Poland: Opposition Leader Discusses NATO Summit In Polonia il capo dell’opposizione manifesta i suoi dubbi sul Vertice della NATO (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101121_poland_opposition_leader_ discusses _nato_summit/).

[179] SpaceWar.com, 19.11.2010, Poland to host US F-16 fighter jets from 2013: minister— La Polonia ospiterà caccia militari americani dal 2013 (cfr. www.spacewar.com/reports/Poland_to_host_US_F-16_fighter_jets_from_2013_minister_ 999.html/).

[180] EU Russia Centre, 24.11.2010, Lithuanian officials on post-Lisbon NATO–Russia relation Gi esponenti politici lituani sui rapporti NATO–russi del dopo Lisbona (cfr. www.eu-russiacentre.org/news/lithuanian-officials-postlisbon-nato-russia-relation.html/).

[181] People’s Daily Online (Quotidiano del Popolo), 9.11.2010, China, Russia vow to advance military ties Cina e Russia si impegnano a far avanzare i loro legami militari (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/7193.html/).

[182] Agenzia RIA Novosti, 10.11.2010, Russia, China sign military cooperation protocol Russia e Cina firmano un protocollo di cooperazione militare (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/20101109/161260856.html/).

[183] Xinhua, 24.11.2010, Wen calls for more trade between China, Russia— Wen chiede più scambi commerciali fra Cina e Russia (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2010-11/24/c_13620912.htm/).

[184] ITAR-Tass, 24.11.2010, Russia, China sign 13 contracts worth $ 8 bln Russia e Cina firmano 13 accordi per un valore di 8 miliardi di $ (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15711930&PageNum=0/). 

[185] Civil Georgia (Tbilisi), 23.11.2010, Georgia Makes 'Unilateral Pledge' of Non-Use of Force— La Gergia assume l‘impegno unilaterale’ a non usare la forza (cfr. www.civil.ge/eng/article.php?id=22880/).

[186] Civil Georgia, 24.11.2010, Moscow Responds to Saakashvili’s Non-Use of Force Pledge— Mosca risponde all’impegno sul non uso della forza annunciato da Saakashvili (cfr. www.civil.ge/eng/article.php?id=22891/).

[187] Stratfor, 12.10.2010, M. Papic, NATO’s Lack of a Strategic Concept La mancanza di un concezione strategica della NATO [si tratta di una lunga analisi dettagliata preparata prima del Vertice, ma da esso – ci sembra ora –confermata pressoché integralmente]; per il testo del documento sulla “Nuova concezione strategica della NATO: Impegno attivo, Difesa moderna”, approvata a Lisbona, 19.11.2010, cfr. www.nato.int/cps/en/natolive/official_texts_68580.htm/).

[188] New York Times, 30.11.2010, M. Schwirtz, Medvedev Warns of New Arms race Medvedev avverte di una nuova corsa agli armamenti.

[189] Reuters, 12.11.2010, D. Alexander, Report cautions Obama on high cost of Afghan war— Il Rapporto della task force ammonisce Obama sul costo elevato della guerra afgana (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6AB0NC20101112/); e, per il testo integrale, U.S. strategy for Pakistan and Afghanistan La strategia americana in Pakistan e Afganistan, del Council on Foreign Relations, 10.2010 (cfr. www.cfr.org/publication/23253/us_strategy_for_pakistan_and_afghanistan.html/: ancora non in linea, però).

[190] Dawn (Islamabad), 24.12.2010, Taliban true followers of Islam: minister— Ministro dichiara che i talebani sono gli autentici seguaci dell’Islam (cfr. www.dawn.com/2010/11/24/taliban-true-followers-of-islam-minister-2.html/); e ANSA, 24.11.2010, Pakistan: ministro difende talebani (cfr. www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/11/24/visualizza _new.html_1697414986.html/).

[191] New York Times, 16.11.2010, T. Shah e R. Nordland, NATO Is Razing Booby-Trapped Afghan Homes— La NATO rade al suolo le case minate degli afgani.

[192] Washington Post, 15.11.2010, K. Partlow e K. De Young, Petraeus warns Afghans about Karzai's criticism of U.S. war strategy— Petraeus avverte gli afgani contro le critiche di Karzai alla strategia della guerra americana (cfr. www.washin gtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/11/14/AR2010111404549.html/)

[193] Reuters, 15.11.2010, Clinton defends US military strikes in Afghanistan— Clinton difende gli attacchi militari americani in Afganistan (cfr. www.reuters.com/article/idUSWBT01423920101115/).

[194] Centre for Research on Globalization (CRG), 22.1.2002, W. Madsen, Afghanistan, the Taliban and the Bush Oil Team L’Afganistan, i talebani e la squadra del petrolio di Bush [negli anni del governo dei talebani Karzai, in esilio a Washington e a libro paga della CIA, era anche il consulente capo del team della compagnia petrolifera UNOCAL di El Segundo, California, che cercava di convincere il governo afgano a costruire un gasdotto che collegasse Pakistan e Turkmenistan passando per il suo territorio …] (cfr. www.globalresearch.ca/articles/MAD201A.html/). 

[195] New York Times, 14.11.2010, P. Baker e R. Nordland, U.S. Plan Envisions Path to Ending Afghan Combat Il piano americano prevede un percorso per mettere fine alla guerra afgana [peccato che non vada bene neanche al governo afgano…].

[196] New York Times, 23.11.2010, M. Dowd, The Great Game Imposter L’impostore del Grande Gioco [il Grande Gioco – in inglese The Great Game, in russo Bol'sháya igrá – è il termine usato dagli storici per descrivere la rivalità strategica tra l’impero britannico e quello russo per la supremazia e il controllo dell’Asia centrale— guarda un po’ col fulcro in Afganistan…

    Il termine coniato da un cronista britannico nell’800 è stato popolarizzato nel romanzo che ha cantato per eccellenza conquiste e fasti dell’impero britannico, Kim (1901), di Rudyard Kipling e venne poi assunto, per semplificazione, dagli storici: sia occidentali che russi.

    E’ anche utile, forse, ricordare che alla fine del Grande Gico, gli unici giocatori che ne erano esclusi cacciarono gli inglesi da casa loro; poi, nella seconda metà del ‘900 cacciarono anche i russi… diventati allora sovietici.

    Nelle ultime due occasioni, coi russi e adesso con gli americani, sarebbe forse anche il caso di annotare – per rifletterci un po’ su, però, non per farci un po’ di  propaganda a buon mercato – come al-Qaeda, talebani e caotica (secondo la CIA…, come al solito lucidissima!) galassia degli estremisti islamisti siano stati sempre lucidissimi e acuti nella propria pianificazione: strategica e gli americani non ci abbiano disperatamente mai capito niente.

    Spiegava, molto semplice e molto chiaro, Mohammed Atef, comandante militare di al-Qaeda  a novembre del 2000, quasi un anno prima dell’11 settembre (citato dal New York Times, 23.11.2010, R. Wright, Worse than Vietnam Peggio del Vietnam): “Abbiamo fatto la Cole [l’esplosione a bordo del cacciatorpediniere USS Cole, 17 morti e 39 feriti, nel porto di Aden nello Yemen, ad ottobre 2000] perché volevano che gli Stati Uniti reagissero. E se reagiranno [reagirono, un anno dopo, alle Torri Gemelle, proprio come quelli preconizzavano], invaderanno l’Afganistan e questo è proprio quel che vogliamo… Allora daremo inizio alla guerra santa contro gli americani, esattamente come abbiamo fatto per i sovietici”.

    Commenta l’A. dell’articolo sul NYT: “Bisogna dar atto alla gente di al-Qaeda che programmano in anticipo e che sui loro obiettivi tengono duro”. E pare che abbia proprio ragione. E l’obiettivo programmato adesso, è quello di cacciarli via, gli americani…

[197] Fox News, 17.11.2010, Afghan President Affirms NATO's Military Campaign Il presidente afgano sostiene l’offensiva militare della NATO [in Afganistan, si capisce…] (cfr. www.foxnews.com/world/2010/11/17/afghan-president-hamid-karzai-affirms-natos-military-campaign/).

[198] Lisbon-Portugal-Europe-Internatioonal-News.com, 15.11.2010, US special envoy: turning point in Lisbon for AfPak L’inviato speciale americano dice che Lisbona è un punto di svolta per l’AfPak (cfr. www.wikio.co.uk/international / eu rope/portugal/lisbon/).

[199] Reuters, 7.11.2010, Dutch opposed to new Afghanistan mission: poll— Gli olandesi sono contrari, secondo I sondaggi, a una loro nuova missione in Afganistan (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6A61AR20101107/). 

[200] World Bulletin, 17.11.2010, New French defence minister says Afghanistan a trap Il nuovo ministro della Difesa francese dice che l’Afganistan è una trappola (cfr. www.worldbulletin.net/news_detail.php?id=66423/); e le Monde, 17.11.2010, Alain Juppé devrait se rendre prochainement en Afghanistan— Alain Juppé dovrebbe prossimamente recarsi in Afganistan (cfr. www.lemonde.fr/asie-pacifique/article/2010/11/17/alain-juppe-devrait-se-rendre-prochainement-en-af ghanistan_1441141_3216.html/).

[201] New York Times, 16.11.2010, J. Austen, Canada to End Combat Role in Afghanistan at End of 2011 Il Canada metterà fine a ogni ruolo di combattimento in Afganistan entro la fine del 2011.

[202] The Local, 18.11.2010, Westerwelle confirms 2012 as Afghan withdrawal target Westwerwelle conferma il 2012 come obiettivo per il ritiro [tedesco] dall’Afganistan (cfr. www.thelocal.de/national/20101118-31247.html/).

[203] Da Kabul in Tv, a Sky Tgc24Pomeriggio, il 24.11.2010, in mimetica da soldatino a riposo e in collegamento videotelefonico con un tavola rotonda blanda blanda diretta, si fa per dire, dalla sbiadita Saluzzi.

[204] Australian Government Department of Defense, 22.11.2010 (cfr. www.minister.defence.gov.au/SmithTranscripttplc fm?CurrentId=11121/).

[205] New York Times, 19.11.2010, J. Dempsey,  NATO Agrees to Secure Afghanistan Through 2014— La NATO d’accordo a securizzare l’Afganistan fino a tutto il 2014 [securizzare… in gergo, militare o para, mantenere sicuro. Bo’ …? sicuro per chi, poi?].

[206] New York Times, 19.11.2010, Reuters, U.S. Says No Decision Yet on End-2014 Afghan Date— Gli USA dicono di non avere ancora preso alcuna decisione sul 2014 come fine della missione afgana

[207] New York Times, 1.11.2010, A. Shadid, Church Attack Seen as Strike at Iraq’s Core— L’attacco alla chiesa è visto come un colpo al cuore dell’Iraq.

[208] Guardian, 11.11.2010, M. Chulov, Iraq’s leaders back fragle power-sharing deal— I leaders iracheni appoggiano un fragile accordo di spartizione del potere.

[209] Stratfor, 12.11.2010, Iraq: Allawi Criticizes New Government— Iraq: Allawi critica il nuovo governo (cfr.  www.stratfor. com/sitrep/20101112_iraq_allawi_criticizes_new_government/).

[210] Dinar Daddys.com, 12.11.2010, CNN, A. Damon, Allawi, ‘Power-sharing is dead now’— ‘La condivisione del potere adesso è morta’ (cfr. http://97.74.115.239/?cat=5/; e cfr. http://theiraqidinar.com/2010/11/12/iraqi-government-articles-8-from-111110/).

    La lista completa degli incarichi principali istituzionali e di governo nel secondo gabinetto al-Maliki vede: Jalal Talabani, curdo, presidente uscente e che resta presidente; Nouri al-Maliki, sciita dell’Alleanza nazionale, primo ministro uscente e confermato; Tariq al-Hashimi, sunnita, della lista al-Iraqiya, vice presidente; Osama al-Nujaifi, sunnita della lista al-Iraqiya, presidente del parlamento; Qusai Abdul-Wahab, shiita, dell’Alleanza nazionale, primo vice presidente del parlamento; Arif Tayfour, curdo, secondo vice presidente del parlamento; Iyad Allawi, sciita laico della lista al-Iraqiya, direttore del Consiglio nazionale delle scelte strategiche; e Saleh al-Mutlaq, sunnita dela lista al-Iraqiya, ministro degli esteri. Non sono poche le cariche di prestigio toccate così ai sunniti di al-Iraqiya. Ma tutti i posti che riguardano Difesa e Sicurezza, coordinati da ma non sottoposti al direttore delle scelte strategiche, sembrano anche finire in  mani sciite…

[211] New York Times, 13.11.2010, J. Leland e S. Lee Myers, Iraqi Lawmakers Approve an Outline for Power Sharing I legislatori iracheni approvano una bozza di spartizione dei poteri.

[212] New York Times, 12.11.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), R. Santana, Analysis: Iraq’s Sunnis Have a Weak Hand in Talks Analisi: i sunniti iracheni nei negoziati contano poco [sul governo].

[213] New York Times, 25.11.2010, S. Lee Myers, Formal Nomination Gives Maliki 30 Days to Form Government— .

[214] Zawya Business Development, 30.11.2010, Iraqi Kurds: Oil Laws By June 2011 Or Won't Join Government— I curdi iracheni: nuova legge sul petrolio entro il giugno 2011 o nessun governo con noi (cfr. www.zawya.com/story.cfm/sidZW2010112 30000070/Iraqi%20Kurds%3A%20Oil%20Laws%20By%20June%202011%20Or%20Won't%20Join%20Government/)

[215] New York Times, 27.11.2010, (A.P.), Iraqi PM: No Need for US Troops to Stay Post-2011 Il PM iracheno: non ci sarà bisogno di truppe americane dopo il 2011.

[216] New York Times, 26.11.2010, J. Leland, Iraq’s Troubles Drive Out Refugees Who Came Back— I guai dell’Iraq cacciano dal paese ancora una volta i rifugiati che erano tornati.

[217] Ha’aretz (Tel Aviv), 6.9.10, Reuters, Lebanon PM: I was wrong to accuse Syria of Rafik Hariri murder Il primo ministro del Libano: ho sbagliato nell’accusare la Siria dell’assassinio di Rafik Hariri (cfr. www.haaretz.com/news/international/ lebanon-pm-i-was-wrong-to-accuse-syria-of-rafik-hariri-murder-1.312529/).

[218] Trend.com, 11.11.2010, Lebanon postpones debate on witnesses who mislead UN tribunal Il Libano rinvia il dibattito sui testimoni che hanno depistato il tribunale dell’ONU (cfr. http://en.trend.az/regions/met/arabicr/1780351.html/).

[219] ITAR-Tass, 17.11.2010, A weapons deal between Russia and Lebanon - Hariri Hariri conferma che c’è l’accordo su una consegna di armamenti tra Russia e Libano (cfr. http://www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15689057&Pa ge Num=0/).

[220] DESTATIS, Konjunkturindicatoren, Produziriendesgewerbe Sept.2010 Indicatori congiunturali  Produzione industriale  Sept. 2010 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/Economic Indicators/Production/Content100/kpi111x12,templateId=renderPrint.psml/).

[221] DESTATIS, Deutsche Ausfuhren im September 2010: + 22,5% zum September 2009 Pressemitteilung  Nr. 403  vom 08.11.2010 Comunicato stampa No. 403/2010-11-08  Le esportazioni tedesche a settembre 2010: +22.5% sul settembre 2009  (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/DE/Presse/pm/2010/11/PD10__403__51,templateI

d=renderPrint.psml/); e The Economist, 13.11.2010.

[222] DESTATIS, cfr. qui Nota79.

[223] New York Times, 24.11.2010, D. Jolly, German Busines Conference Jumps La fiducia del mondo degli affari balza in avanti in Germania.

[224] German Missions in the U.S., 16.11.2010, German 2011 Budget to Feature Less New debt than expected Il bilancio tedesco del 2011 presenterà meno debito che nelle attese (cfr.  www.germany.info/Vertretung/usa/en/_pr/GIC/2010/11/16 __Debt__DPA__PM,archiveCtx=1994780.html/).

[225] Stratfor, 15.11.2010, Country's Economic Place Slipping - Merkel To Party L’econonia tedesca scivola indietro nei ranghi internazionali - dice Merkel al partito (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101115_germany_establish_economic_future_ merkel_party/)

[226] Già arcivescovo di Treviri, la più antica città tedesca, fondata nel 16 a.C. dai romani (Augusta Treverorum: la chiamavano anche “Roma Secunda”, i romani), la moderna Trier, Reinhardt Marx è l’autore di un peculiare e provocatorio, agile studio pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2009 e intitolato “Il capitale: una critica cristiana alle ragioni del mercato” in cui critica, certo, ma valorizzandoli, molti dei ragionamenti e degli “insegnamenti” – li chiama proprio così – del suo grande omonimo Karl: nato curiosamente proprio a Treviri…

[227] The Economist, 13.11.2010.

[228] The Economist, 13.11.2010.

[229] The Economist, 20.11.2010.

[230] The Times, 23.2.2006, G. Osborne, Look and learn from across the Irish sea Guardate e imparate dal di là del mare d’Irlanda (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/comment/columnists/guest_contributors/article733821.ece/).

[231] Bloomberg, 30.11.2010, Japan Unemployment Rises, Output Falls, Showing Risk Economy May Contract La disoccupazione cresce in Giappone, cade la produzione e si vedono I rischi di una contrazione dell’economia.

[232] Reuters, 8.11.2010, L. Kihara, BOJ Yamaguchi warns of economic risks, hints at easing— [Il vice presidente] Yamaguchi della BoJ avverte sui rischi economici e accenna ad ulteriori facilitazioni [quantitative] (cfr.  http://uk.reuters.com/ar ticle/idUKTRE6A708D20101108/).

[233] Yahoo!News,15.11.2010, T. A. Hosaka, Japan economy losing pace despite solid 3Q growth— L’economia del Giappone perde posti malgrado la crescita del terzo trimestre (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20101115/ap_on_bige/as_ja pan_economy/).

[234] Mainichi Daily News, 1.11.2010, Medvedev visits disputed island off Hokkaido Medveded visita l’isola contestata al largo di Hokkaido (cfr. http://mdn.mainichi.jp/mdnnews/news/20101101p2g00m0in009000c. html/).

[235] La versione russa della storia in cfr. www.sakhalin.ru/Engl/Region/book/ussr.htm/.  Cfr., anche, su Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Kuril_Islands_dispute#cite_ref-rt_recognition_3-0/), una versione più “equilibrata”, che tiene più conto del punto di vista nipponico cioè, sulla documentazione che appoggia i diversi punti di vista.

   Ma non ci sono dubbi che il Trattato di pace di San Francisco (8.9.1951)tra alleati e Giappone, peraltro non firmato dall’URSS, dichiara che il Giappone deve restituire tutte le Curili  all’URSS (è detto così, testualmente: e c’è la firma del ministro degli Esteri giapponese Yoshida, sotto il Trattato (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Kuril_Islands_dispute #cite_note-rian_history-1#cite_note-rian_history-1/) anche se non riconosce espressamente – la ragione della non-firma – la sovranità sovietica sulle isole.

   I russi hanno sempre sostenuto che, per quel che li riguarda, le ragioni del loro diritto, oltre che nella storia – fino alla guerra russo-giapponese del 1905 erano con l’isola di Sakhalin parte del territorio della Russia zarista – stanno nella dichiarazione che a Yalta lo riconobbe da parte degli alleati e lo impose ai giapponesi sconfitti (per il testo integrale degli accordi, in italiano, cfr. http://cronologia.leonardo.it/ugopersi/conferenze_inter/conferenza_yalta.htm/).

   Recita l’ultimo capitolo del testo, quello relativo al Giappone e firmato dai tre, che

    • “i Capi delle tre grandi Potenze – Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna – hanno raggiunto un accordo in base al quale entro due o tre mesi dalla resa della Germania e dalla conseguente fine della guerra in Europa, l'Unione Sovietica entrerà in guerra contro il Giappone a fianco degli Alleati alle seguenti condizioni”: ne sono citate diverse e l’impegno è che saranno onorate da tutti  verso i sovietici; nell’ordine in cui sono elencate, la seconda è il

    • “riconoscimento dei diritti della Russia violati dal proditorio attacco Giapponese del 1904, e cioè: (a) La parte meridionale dell'isola di Sakhalin e le isole ad essa adiacenti saranno restituite all'Unione Sovietica”.

   Come è noto la guerra in Europa ebbe fine con la firma della resa incondizionata tedesca il 9.5.1945 e la Russia entrò in guerra con il Giappone l’8.8.2010: ebbe fine il 31 agosto, dopo 22 giorni di operazioni militari dei russi e di ostinata resistenza dei giapponesi, con la resa incondizionata dell’imperatore Hiroito.

[236] Dipartimento di Stato, conferenza stampa del 22.11.2010 (cfr. www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2010/11/150291.htm/).

[237] ITAR-Tass, 8.11.2010, Medvedev ready to discuss any issues with Japan’s PM Medvedev pronto a discutere di qualsiasi questione col PM giapponese (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15661028&PageNum=0/).

[238] New York Times, 13.11.2010, M. Fackler, Leaders of China and Japan Meet on Summit’s Sidelines— A margine del vertice, si incontrano i leaders di Cina e Giappone.

[239] Stratfor, 30.11.2010, Japan Foreign Minister to Inspect South Kuril Islands Il  ministro degli Esteri del Giappone  ispezionerà [ma si fa per dire…] le isole Curili meridionali (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101130_japan_fm_inspect_south_ kuril_islands/).

[240] Chinamining.org, 16.11.2010, Nearly half of China's rare earth exports went to Japan in first 9 months: MOC— Quasi la metà dell’export cinese di terre rare dei primi nove mesi dell’anno è andata al Giappone (cfr. www.chinamining.org/ News/2010-11-16/1289899134d40784.html/).

[241] New York Times, 19.11.2010, K. Bradsher, China Resumes Rare Earth Shipments to Japan— La Cina riprende la spedizione di terre rare in Giappone.