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     12. Nota congiunturale - dicembre 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

1.12.2009

 

Angelo Gennari

       

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc247437382 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc247437383 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc247437384 \h 4

EUROPA.. PAGEREF _Toc247437385 \h 13

Tracciato dei progetti dei gasdotti Nord Stream, Nabucco e South Stream.. PAGEREF _Toc247437386 \h 21

STATI UNITI. PAGEREF _Toc247437387 \h 22

GERMANIA.. PAGEREF _Toc247437388 \h 22

FRANCIA.. PAGEREF _Toc247437389 \h 22

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc247437390 \h 22

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc247437391 \h 22

 

        Questa è la prima Nota congiunturale che, dopo vent’anni, non viene più inserita ogni mese nel sito Intranet della CISL, avendone voluto vietare d’ora in poi l’uso al sottoscritto “colà dove si puote ciò che si vuole”…

        Ma io “dimando”…

E sempre reperibile resta, comunque, alla faccia di chi ci vuol male, su

www.angelogennari.com


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

In un cauto, attento e importante rapporto sullo stato dell’economia globale, l’OCSE dice chiaro che  il merito principale dell’uscita dei paesi sviluppati dalla crisi (o, meglio, dell’avvio ad un’uscita) è stato, in buona sostanza, della Cina ma che il cammino verso una crescita sostenuta e sostenibile resta difficoltoso.

Recita il World Economic Outlook[1], nel secondo rapporto previsionale biennale, che “la crescita economica nell’area OCSE – i 30 paesi maggiormente sviluppati ad economia di mercato – ha ripreso dopo quella che è stata la più violenta recessione da decenni”. Ed è ormai del tutto sicuro che “la ripresa nell’area dei paesi non-OCSE, come in generale quelli dell’Asia e in particolare poi della Cina, è ora una fonte ben consolidata di forza fra i paesi OCSE in maggiore difficoltà”. Perché la realtà è che, anche se la crescita è leggermente ripresa quest’anno, resterà negativa a -3,5% per tutti i 30 paesi dell’OCSE, solo l’anno prossimo dovrebbe riprendere all’1,9% e nel 2011 al 2,5%.

La prima conseguenza, la peggiore, di una crescita che resterà molto fiacca è che l’occupazione non solo riprenderà poco ma probabilmente andrà a peggiorare. Nel 2009, la disoccupazione calcolata ufficialmente a livello globale toccherà l’8,2%, almeno il 9% l’anno prossimo e nel 2011 potrebbe tornare appena indietro all’8,8%.

Il fatto – dice l’OCSE con grande chiarezza – è che la Cina con un pacchetto di stimolo calcolato in 585 miliardi di $ di potere d’acquisto è riuscita ad alimentare una crescita molto più forte di quella delle altre maggiori economie: 8,3-8,5% almeno quest’anno. Le ultime previsioni danno gli USA in calo, nel 2009, e l’anno prossimo, al pacchetto di stimolo pubblico, andrà (dovrebbe andare) al +2,5% e nel 2011 al +2,8.

Il Giappone vede il PIL calare quest’anno del 5,3% e, nei due prossimi, salire poi rispettivamente dell’1,8 e del 2%. I 16 paesi dell’eurozona vedono nel 2009 contrarsi le loro economie del 5,3% e risalire a +1,8 e a +2% nei due anni successivi.

uela che è stata la più violenta

Al G20 economico di St Andrews, in Scozia, è stata ancora una volta bocciata, per responsabilità innanzitutto del segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, che non vuole punire i mercati, la proposta di Gordon Brown di tassare la speculazione finanziaria, con un rilancio di fatto della vecchia e mai sperimentata proposta di una tassa di scopo (la tassa Tobin, dal nome del Nobel americano per l’economia che originariamente, ventisette anni fa addirittura, l’aveva proposta) che, anche se a livello assai basso (0,5% o meno) sulle singole operazioni, avrebbe avuto grandissimi effetti di scoraggiamento sulla pratica e, tra parentesi, raccolto una quantità enorme di fondi per aiutare le economie del mondo, le più povere in specie, a uscire dalla crisi[2] * (oltre, tra parentesi, a costituire l’unica tassa che, colpendo solo speculatori e banchieri, sarebbe seriamente popolare e largamente applaudita).

Da un certo punto di vista, gli sta bene a Brown, che in passato quando lui era un liberista convinto e la tassa era stata proposta da Chirac e Schröder, come cancelliere dello scacchiere e sotto Blair, s’era dato personalmente da fare a affossarla con la favoletta, dimostrata essere tale dallo stesso Tobin e addirittura a priori[3], che sarebbe stato difficile gestirla e applicarla…

Tremonti, uno che tra tanti sepolcri imbiancati non stona, ha appoggiato gli americani, con l’argomento di fondo che, invece di tassare la speculazione, è meglio… impedirla— come avrebbe detto l’immortale signor de La Palisse… Salvo guardarsi bene, lui commercialista principe e consigliere fiscale di tutti gli evasori che contano in questo nostro paese, dal dire ovviamente come si fa. Una vergogna, insomma.

Si è parlato di molto altro naturalmente e, come era scontato, i media su questo hanno fatto i loro titoli, dei quali ne citeremo uno solo proprio perché le cifre citate sono comunque molto meno significative di quelle che, con la Tobin, avrebbero potuto facilmente raccogliere. Ma che non si sono volute raccogliere per non punire, appunto, i poveri mercati… cioè, i poveri mercanti speculatori.

Insomma, ancora una volta – ma dateci atto che vi avevano avvisato – al di là delle chiacchiere e degli impegni verbosi e verbali, stanno seppellendo così le possibilità stesse di una riforma efficace della regolamentazione dei mercati finanziari. Lo dicono, insomma, ma non lo fanno…

Peggio che peggio all’assemblea della FAO che a Roma, oltre a far impazzire il traffico, a far perdere il suo tempo al papa che è andato a farci un altro inutile appello, a dare un altro palco per ripetere le sue inani promesse al Berlusca, le prediche verde-islamiche alle amazzoni temporaneamente invitate (a pagamento, modesto) a Gheddafi e le sue ipocrite anche se in linea di principio impeccabili rampogne a Mugabe. Votato il primo giorno – mai visto prima: senza nessun dibattito, a prescindere, come segno di resa palese: tanto non serve a niente… – il documento finale, è stata l’ennesima occasione per piangere sulla morte per fame nel mondo, grattarsi e… passare oltre.

Nessun nuovo impegno, dunque, e solo il bla bla disgustoso di sempre su quelli antichi. Naturalmente, sarebbe bastato un pizzico, solo un pizzico, di Tobin tax, come sopra abbiamo appena accennato, per risolvere una volta per tutte il problema. Ma tant’è… Niente di niente e un’altra orgia di chiacchiere…   

L’India ha registrato una crescita del 7,9% nel terzo trimestre (dopo il +6,1 del secondo),  superando ogni aspettativa e al ritmo più forte da un anno e mezzo[4], rendendo forse più facile, adesso, alla Banca centrale un relativo aumento dei tassi di interesse.

L’India, continuando in una politica di lenta ma progressiva diversificazione delle proprie riserve, ha comprato 200 tonnellate d’oro per 6,7 miliardi di $ dal Fondo monetario. Le riserve valutarie ed auree del paese ammontano oggi a 285 miliardi di $[5].

Guai molto seri per il governo di Dubai, uno dei sette Emirati Arabi Uniti del Golfo persico/arabico e anche la città principale, Madinat Dubai, dello stesso emirato. Il governo ha chiesto ai suoi creditori, sei mesi di fermo sui pagamenti dovuti di interessi e capitali in scadenza dal suo Fondo sovrano la Dubai World. Immediatamente è scattato il downgrading imposto dalle società internazionali di valutazione del credito.

Una volta, anche assai di recente, portato a modello da tutto il mondo del business come perfetto esempio di speculazione finanziaria – di mercato del tutto sderogalizzato vincente (proprio come l’anno scorso andò all’altro astro della speculazione, l’Islanda, e nel 2001 all’Argentina) – adesso il Fondo (governo, imprese di Stato, imprese di proprietà degli emiri: lo stesso, valore sui 60 miliardi di $) appare carico almeno di 130 miliardi di $ di debiti accumulati verso l’estero  di cui oltre 93 su banche europee[6]: oltre al capitale dichiarato.

E la turbolenza subito seminata, dal buco nero apertosi nelle finanze governate a Dubai, un po’ in tutte le borse, in misura proporzionale all’esposizione di ogni singolo mercato alla deregolazione – quindi massima a Londra e a Wall Street – denota il nervosismo giustificato che ancora ammorba il mondo finanziario[7]. Le banche e gli investitori britannici sono esposti (per oltre 51 miliardi di $), quelli americani (per 13,5) e, a calare, vengono poi le esposizioni di Francia (11,1), Germania (10,9), Giappone (8,9), fino al miliardo di $ e poco più delle banche spagnole e il quasi niente, per fortuna, delle italiane.

L’Uruguay[8] ha eletto al ballottaggio come presidente (al primo turno aveva già raggiunto il 49% dei voti) José Mujica, un rivoluzionario degli anni ’70, un settantaquattrenne già co-fondatore  della guerriglia tupamara contro la giunta militare e i governi reazionari di allora (tre anni di lotta armata e più di quindici di galera e di tortura alle spalle), vecchio socialista come si definisce sempre orgogliosamente.

Lui non rinnega niente del suo passato (la lotta armata ce l’avevano imposta, spiega, generali e yankees) ma oggi respinge con forza le “stupide ideologie” di quegli anni: “mi riferisco – disse in un comizio ormai famosissimo – a cose come l’amore senza riserve e senza lettura critica alcuna di tutto ciò che è pubblico e di Stato, come il disprezzo indiscriminato per chiunque intraprende in campo economico e come l’astio incondizionato per gli Stati Uniti d’America”.

Dove i qualificativi – senza lettura critica, indiscriminato, incondizionato – spiegano e circoscrivono tutto: quel che bisogna magari conservare e quel che è da buttare. Oggi è vicino a posizioni che, nella sinistra latino-americana, non sono certo quelle del venezuelano Chávez, quanto, piuttosto, del brasiliano Lula…

Mujica succede oggi – e sicuramente deve la sua vittoria – al presidente uscente Tabaré Vázquez, famoso oncologo, dichiaratamente marxista e già sindaco di Montevideo, della sua stessa coalizione pluriforme di sinistra, il Frente Amplio, che è riuscito a mettere insieme qui tutto quel che è di sinistra e di centro-sinistra (dai comunisti ai cristiano-democratici: pensat eche quando lo lanciarono pensavano all’Ulivo italiano…). E, per la prima volta nella storia del paese, ha governato per cinque anniui, mettendo in moto, e riuscendo a far pagare con un tasso d’evasione ridotto, un’imposizione fiscale diretta e progressiva mai prima applicata alla maggioranza dei redditi.

Vázquez ha poi utilizzato con grande efficacia le entrate così acquisite per ridurre, già in un solo quinquennio e significativamente, disoccupazione e povertà, garantendo a tutti gli uruguaiani sotto i 18 anni l’assistenza sanitaria pubblica e facendo tenere al paese quest’anno, in mezzo a un mare di altri Stati che nella crisi vedevano restringere il loro reddito, un ritmo di crescita economica dell’1,9%.

Il liberal-conservatore Lacalle, che gli si opponeva, proponeva di smantellare tutto quel che aveva fatto Vázquez, privatizzzando tutte le aziende pubbliche— per una questione di principio, senza discriminare tra loro: tutte… ma, poi, vendendole a chi? a che prezzo? a uruguaiani o stranieri? senza limiti e/o condizioni di ordine per così dire sociale? Lui rispondeva che sì, in nome di una libertà di mercato da restaurare, ecc…. Aggiungendo al pacchetto della sua proposta l’abolizione e di ogni tassazione diretta, sostituendola solo con imposte indirette…

In Honduras, invece, ha vinto la destra, rappresentata dal nuovo “presidente” Lobo e di fatto rappresenta dieci famiglie dieci che, dopo la parentesi del presidente di sinistra Zelaya che aveva cominciato ad emarginarle vogliono tornare a comandare: discendenti quasi tutte da immigrati palestinesi ed ebrei, e da qualche italiano (il golpista Micheletti), arrivati nel paese ai tempi della dominazione bananiera nord-americana della United Fruit, dominano banche, assicurazioni, manifatturiero, telecomunicazioni e media, incluse Tv e giornali.

E, adesso, con la complicità del governo statunitense – di pezzi interi dell’Amministrazione, il dipartimento di Stato (l’entourage della Clinton[9]) e il Pentagono: che hanno subito scavalcato e messo fuori gioco la Casa Bianca – dopo mesi di repressione, carcere e anche tortura sistemica per chi non ci voleva stare e di occupazione militare del paese, si vogliono riprendere quel che era loro per diritto quasi divino.

Adesso, se la riconoscono da soli, però, i golpisti honduregni, la loro “legittimità”: Organizzazione degli Stati Americani, ONU, Commissione Carter hanno tutte rifiutato di andare a coprirgli le elezioni. E anche l’America ha qualche difficoltà a riconoscerle ufficialmente. Anzitutto, e malgrado Obama, o se volete anche con Obama, la difficoltà di fondo, qui, è proprio a capire perché tutta l’America latina si sia schierata contro una specie di elezione-plebiscito considerata larghissimamente fraudolenta e forzata (eccezioni, con il governo americano che spera di riverniciare di una patina di democrazia almeno formale il golpe, solo Panama e Costarica). Il fatto è che non ci arrivano proprio[10]…   

in Cina

L’Ufficio statistico nazionale dice che l’indice dei prezzi al consumo è calato dello 0,5% anno su anno a ottobre, mentre quello dei prezzi alla produzione è sceso sempre sull’anno prima del 5,8%. La Banca centrale ha dichiarato che i nuovi prestiti denominati in yuan ad ottobre scendono del 51% a 253 miliardi di yuan dai 516,7 di settembre. Mentre la produzione industriale sale ad ottobre sull’anno prima del 16,1%[11] e le vendite al dettaglio del 16,2[12].

George Soros, l’investitore miliardario in $, filantropo e determinato oppositore di Bush prima e, poi, sostenitore di Obama contro Bush, è del parere convinto – e lo dice – che chi alla fine uscirà come il grande vincitore ad uscire da questa crisi sarà la Cina mentre chi ci perderà di più saranno di certo gli Stati Uniti.

Anche parecchi altri paesi troveranno significativamente alterata la loro gerarchia nel club dei ricchi del mondo. Ma da una prospettiva globale sarà nel rapporto tra Cina e Stati Uniti il cambiamento più significativo. A latere, Soros ha anche aggiunto che il sistema bancario americano deve ancora tirarsi fuori dai guai, mentre il mercato dei titoli “mondezza” e quello edilizio  “continueranno a lungo a sanguinare di brutto[13].

Non è d’accordo proprio la Cina. Il primo ministro Wen Jabao ha detto con forza, nel corso dell’incontro con Obama, che la Cina non è affatto d’accordo[14] con l’idea balzana che la stampa americana ha di recente avanzata su una specie di G-2, USA-Cina, che di fatto ormai è chiamato a gestire il mondo. La Cina, ha spiegato, non deve dimenticare di essere sempre, e che continuerà ad essere a lungo, un paese in via di sviluppo, con una grande popolazione e un livello di ricchezza pro-capite basso, ha una lunga strada da percorrere per modernizzarsi e deve sempre mantenersi fredda nei confronti di certi entusiasmi che, per qualcuno che proprio bene non le vuole sono anche forti paure e/o fobie.

Una serie di dati emersi quasi a inizio novembre confermano che l’economia è in forte ripresa, con produzione industriale e vendite al dettaglio che a ottobre superano le aspettative degli analisti, col +16,1 e 16,2% su un anno fa, a livello superiore anche rispetto a settembre Le esportazioni, ad ottobre, restano del 13,8% sotto l’anno prima con calo dell’import al 6,4%, un attivo che aumenta a 24 miliardi di $, quasi il doppio rispetto a settembre[15]. E innesca l’inevitabile polemica che ci si poteva aspettare sulla iperconcorrenza che i cinesi, a questo punto, fanno un po’ a tutti.

E questo è il fatto, se volete, nuovo.

Sta arrivando al pettine il nodo, troppo a lungo forse semplicemente scansato, del reale valore della moneta cinese. Adesso non sono solo più in America a lamentarsi del valore dello yuan – tenuto basso, dicono, artificialmente – ma lo fanno anche parecchi paesi in via di sviluppo che protestano di merci sottoposte alla concorrenza feroce dell’export cinese puntellato appunto dallo yuan troppo svalutato[16].

Però, le proteste americane in proposito suonano sempre più strane, per non dir altro. Dall’incontro in Giappone di quel ministro dell’Economia con quello del Tesoro statunitense emergono tute le contraddizioni della politica monetaria degli Stati Uniti: da una parte, c’è la richiesta perfino petulante di Washington alla Cina di rafforzare lo yuan per depotenziarne la concorrenza; ma, dall’altra, vogliono tenere, e ci tengono a farlo sapere per ragione diciamo pure “imperiali”, il dollaro “forte[17]...

Che, da un punto di vista contabile è di un minimo di buon senso economico è, precisamente, un puro non senso: infatti, un “dollaro forte”, cioè sopravvalutato, è esattamente la stessa cosa di uno “yuan sottovalutato” e si tratta di un linkage diretto e che, volendo, senza aspettare i cinesi gli americani, se volessero, potrebbero evitare semplicemente svalutando il dollaro.

Il segretario al Tesoro Geithner lo dice anche a Singapore al vertice dell’APEC, riaffermando che gli USA hanno bisogno di un dollaro forte e che l’Amministrazione perciò ne garantisce la stabilità, anche col riequilibrio del deficit man mano che migliorerà la situazione economica. Il che, però, imporrebbe di ridurre drasticamente l’esposizione estera dei conti americani, cioè il contrario di quello che lo stesso Geithner dice che bisogna fare: rilanciare i consumi interni anche in America.

Anche il Giappone, dichiara il ministro delle Finanze Hirohisa Fujii, è d’accordo con Geithner e il suo dollaro forte. Gli Stati Uniti, dice di constatare Fujii, ci stanno provando (in realtà poi neanche troppo: vogliono riprendere ad esportare di più e, per farlo, serve un dollaro debole)[18]. La realtà è, in effetti, che il dollaro dal marzo scorso è calato del 16% rispetto a un insieme di sei valute principali (euro, yen, yuan, rublo, ecc.) e del 37% dal valore massimo raggiunto nel 2001. E che, a fine novembre, tocca in particolare proprio sullo yen il punto più basso da 14 anni e il più basso da un anno e mezzo su un paniere delle principali valute[19].

D’ora in poi, annuncia la Banca centrale della Repubblica popolare cinese – anche piegandosi a tutte queste pressioni: come abbiamo visto però almeno da parte americana, quella che poi conta, spesso più verbose e verbali che reali – i mutamenti sia nei flussi di capitali che nel valore delle principali valute saranno i punti di riferimento che guideranno la priorità dello yuan. E’ un’apertura ulteriore ai mercati che viene presentata in un Rapporto di policy che mira a migliorare il meccanismo di formazione del tasso di cambio secondo i princìpi di “iniziativa, controllabilità e gradualismo” in riferimento al comportamento delle altre grandi valute[20].

Ma non è solo la politica monetaria degli Stati Uniti ad essere contraddittoria. Anche l’Europa che  si lamenta del freno al suo export dovuto al dollaro debole – o all’euro forte: che, lo abbiamo visto, a ogni fine pratico è la stessa cosa – lo sa: lo sanno le sue autorità monetarie, la Banca centrale, i governi – che l’euro forte sta rendendo un po’ più facile rimettere in sesto un settore bancario ancora malato e critico per la ripresa di tutta l’economia. Certo il dollaro debole, dicevamo, penalizza l’export europeo, dunque soprattutto tedesco e italiano. Ma per quanto importanti siano le nostre esportazioni in America, la gran parte dell’export europeo, e anche di quello italiano, è intraeuropeo: si fa in euro, non in dollari.

Dominique Strauss-Kahn, il presidente del FMI, passando da Pechino in viaggio per Singapore pensa bene di cogliere l’occasione per ammonire[21] che uno yuan più forte, come più forti monete degli altri paesi asiatici, aiuterebbero – dice – il potere d’acquisto delle famiglie, aumenterebbero la parte di reddito che spetta al lavoro e fornirebbero incentivi per riorientare gli investimenti. E’ una strana teoria, per lo meno non molto testata e per lo meno curiosa suona l’affermazione che una moneta forte aiuterebbe a riformare gli squilibri globali quando il maggiore squilibratore, il dollaro americano, giura – anche se pare solo a parole – di voler rimanere forte, comunque.

Risponde, all’istante quasi, il vice ministro delle Finanze cinese, Zhu Guangyao, facendo osservare a sua volta che i paesi le cui valute vengono detenute come riserva dalle banche centrali di mezzo mondo si comportano troppo spesso in modo irresponsabile ignorando le ripercussioni delle loro linee domestiche di politica economica e finanziaria. Sarebbe meglio, per questo – afferma[22] – che  le autorità internazionali teoricamente preposte, invece di portare aiuto con strane teorie a chi internazionalmente “delinque”, premessero su di loro appellandosi al loro dovere di intraprendere politiche monetarie responsabili.

D’altra parte, forse è ora di fare i conti con la realtà della Cina, così com’è. Dovrebbe imparare a farceli, anzitutto, proprio l’Europa che si troverò altrimenti stretta nella morsa di dollaro debole di qua e yuan debole di là a schiacciare la propria possibilità di esportare: perché, nei fatti, lo yuan sale e scende, stando attentissimo a non scostarsi dal dollaro e quando, oggi, le autorità cinesi dicono che lo “aggiusteranno” con a riferimento i valori delle principali valute, dicono in realtà che intendono continuare a regolarne il valore su quello del dollaro.

L’Europa avrebbe bisogno di trovare la coesione e l’autorevolezza per poter aprire con la Cina questo discorso con voce unica (ora, al prossimo vertice Cina-Europa di inizio dicembre ci proverà la nuova superministra degli Esteri europea, la britannica Ashton: dicevano Mr., e ora sarà Mrs. PESC, dalle iniziali di Politica Estera e di Sicurezza Comune, formalmente l’Alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza…

Speriamo bene. Ma anche se il vertice europeo di cui riferiremo più avanti nel capitolo EUROPA avesse nominato un rappresentante europeo di ben altra statura e prestigio del riempitivo scialbo che, speriamo solo per ora, è lady Ashton, bisognerebbe per aver peso che potesse avere voce e posizione comune e, per farlo, ci vuole, ahimè, prima una posizione comune: almeno su cose concrete materiali e banali come politica commerciale, problemi ambientali e rapporti delle due parti col resto del mondo. Posizione comune che proprio non c’è…

Dicevamo, comunque, che i conti con la Cina bisogna farli. Col vecchio Chin Kuo, l’impero del centro, il centro del mondo come proclamano gli ideogrammi che ne formano il nome in mandarino (中國), e che ha cominciato, in effetti,  “da una decina d’anni a trasformarsi almeno da fonte globale di beni di consumo poco costosi grazie al lavoro salariato a basso prezzo in un potere economico molto più diversificato e complesso. E, insieme ha sviluppato grandi disparità di ricchezza… Ad esempio, il redito pro-capite è ancora basso, sui 3.200 $ l’anno [ma, corregge questo dato la CIA, a parità di potere d’acquisto e non solo di cambio ufficiale, è sette otto volte maggiore], dieci volte meno di quello medio americano… e i contadini che guadagnano meno di un $ al giorno sono ancora tanti. Ma la Cina sforna miliardari, in $, a ritmo più rapido di quello di ogni altro paese”.

Oggi, la Cina “domina i commerci, rastrella risorse in giro per il mondo, concede prestiti ultramiliardari a altri paesi in via di sviluppo” a condizioni di grande vantaggio “e ha quote azionarie nei giganti di Wall Street come la Morgan Stanley e il Gruppo Blackstone. Un paese che nell’anno 2000 ha venduto 600.000 automobili, sta eclissando gli Stati Uniti e nel 2009 ne sta vendendo 15 milioni[23]. Nessun paese ha mai accumulato riserve di valuta estera più cospicue (2.200 miliardi di $). Nessun paese su web registra come al Cina 338 milioni di ‘navigatori’. E  la Cina è il paese numero uno al mondo nell’offerta di nuove azioni in borsa…

   A Washington, ormai, considerano la Cina, insieme, come rivale economico e partner ogni giorno più cruciale per cercare di far fronte ai problemi più urgenti che assillano il pianeta. Per l’America, non è solo il maggior partner commerciale; è il grande elemosiniere che compra più buoni del Tesoro americani di ogni altro e, più di ogni altro, aiuta così a finanziarne il debito nazionale”, compresi i consumi e le guerre degli Stati Uniti d’America. “Perciò, i leaders americani parlano di ‘dialoghi strategici’, di ‘dialoghi strategici ed economici’ e, più di recente, del bisogno di ‘reciproche assicurazioni strategiche’”, con la Cina.

Ma c’è un problema che, per gli americani, resta largamente incomprensibile. Qui, “anche i più eminenti tra gli economisti” – diciamo pure tra gli economisti ‘convenzionali’ – “confessano le loro difficoltà a comprendere bene il ruolo di una nazione dominata da imprese di Stato”. Eh, certo, per i massimi economisti americani cultori del libero mercato come motore del mondo, l’idea stessa è anatema per ragioni oltre che pratiche anche ideologiche, anche se – come tali – inconfessate perfino a se stessi.

Per esempio, alcuni sostengono che il manifatturiero cinese a baso costo danneggi l’America e gli porti via posti di lavoro. Ma altri economisti sostengono che esportare quei lavori in Cina consente in realtà alle imprese americane di fare maggiori profitti in America e di espandere in casa propria  produzione e lavori in aree che pagano meglio per tutti coloro che vi sono occupati, come pubblicità, servizi e altri settori. E, naturalmente, mettono a disposizione degli americani della strada beni di consumo che costano meno”. C’è adesso uno studio, autorevole, a sostenere che a causa del commercio bilaterale con la Cina, “l’America è più ricca ogni anno di circa 70 miliardi di $[24].

D’altra parte, sta diventando evidente per tutti che, quando a metà novembre il presidente Obama si è recato in visita ufficiale a Pechino si è trovato “per la prima volta” a recitare il ruolo di chi, una volta assai  ricco, ha quasi bruciato tutto il suo patrimonio e si reca in visita, quasi ossequiente, dal direttore della sua banca. Questo fatto, duro e vero – che è la Cina a garantire il debito americano, il paese che glielo copre quasi tutto nel mondo – ha cambiato alla base il rapporto tra gli USA e l’unico paese che oggi, al mondo, ha la ragionevole possibilità di sfidarne l’egemonia economica e finanziaria. E forse già lo ha fatto, visti gli esiti del rapporto…

Fra l’altro, questo significa – e prima in America se ne rendono conto tutti: non solo Obama, che lo sa, ma media e opinione pubblica in genere – che stavolta il presidente si troverà più impegnato a rassicurare i cinesi che a far loro esortazioni – più o meno realistiche, sicuramente moralistiche e non poco ipocrite e mai, meno che mai adesso, ben accette – sui diritti e le riforme da fare[25] e che, sicuramente, i cinesi hanno il diritto, come ogni altro popolo, di potersi aspettare…

Ma non certo il dovere di sentirsi predicare dagli americani in nome del fatto, raccontato anche a loro da Obama senza troppo senso del pudore va detto, che il rispetto dei diritti umani guiderebbe i rapporti degli Stati Uniti col mondo (“l’America parlerà sempre e dovunque nel mondo di questi princìpi di fondo – sulle libertà, tutte e in generale – nei quali crede e che è convinta non siano solo suoi [26]): convinta, naturalmente a ragione… solo che il mondo sa bene – lo sa ormai tutto, il mondo – che, purtroppo e troppo spesso, non è così proprio per niente. Purtroppo, e troppo spesso, l’America nel mondo è fedele a questi suoi princìpi solo con qualcuno e non con tutti gli altri paesi e, soprattutto non con tutti gli esseri umani…

Con tutti, o quasi, che ormai hanno capito come nella realtà delle cose ogni politico occidentale che va in Cina (o se è per questo, in Zimbabwe, in Birmania, ma anche nel paese accanto al suo, in Francia o in Italia) a chiedere maggiori libertà e rispetto di tutti i diritti umani lo fa per farsi sentire da orecchie nostrane… anche perché non è mai proprio di tutti i diritti umani che parla. Insomma, di Tibet, in Cina, si parla in realtà per farsi sentire in Italia a dire la verità, mica in Cina…

In America, non sono in pochi a dire che nello scontro di simbolismi, protocolli e immagini che nutre i vertici, specie bilaterali, questo round Obama lo ha perso: perché, è la tesi, è passata la pratica cinese di spietato microcontrollo sociale e gestione di immagini a dare l’idea levigata di una realtà che invece è sempre più aspra.

E, forse, è anche vero che i cinesi hanno giocato anticipando sistematicamente le mosse di scenografi e coreografi della Casa Bianca un po’ come il gatto col topo. Ma la verità è che se, sul piano della trasparenza e della democrazia, il gatto puzza parecchio non è certo che il topo olezza di pulito.

E’ una leggenda metropolitana in effetti che da noi, in occidente, prevalgano i valori e la pratica del governo aperto che deve rendere conto ai suoi cittadini. Questa è oggi più che mai una società informata, formata e impregnata dai valori che dettano Fox Tv e Mediaset più che ogni autorità morale, istituzionale, ogni idea, ogni speranza…

Meglio, diremmo, sicuramente che lì. Lì, a formattare, diciamo così, tutta la società è ancora, in modo più soft ma sempre capillare, il potere politico, magari pure largamente accettato ma non certo democraticamente deciso. Bè, qui da noi, per via forse un po’ più indiretta, il potere politico controlla il potere mediatico, l’informazione, la formazione, la perfusione delle idee in maniera sempre meno trasparente e gestisce la scelta politica attraverso meccanismi sempre più centralizzati e sempre più gestiti dal vertice. Meglio, dal centro…

Adesso, lo stesso giorno in cui Obama parla a Shangai, gliuesti suoi rpincipi solo èper alcuni e con alcuni e mai prorpio epr tutti.-.. americani annunciano che, per la prima volta, presenzieranno all’incontro annuale della Corte internazionale di giustizia contro i crimini di guerra, il più autorevole e ormai quasi unico tribunale internazionale di questo tipo ad esistere. Fatto che mette ancora una volta in evidenza, di per sé, le loro contraddizioni sul nodo dei diritti umani e del diritto internazionale.

Infatti, gli USA che contribuirono con convinzione alla creazione del tribunale dell’Aja, quando scoprirono – o meglio si resero conto: come se avessero potuto mai non pensarci – che, insieme ai signori della guerra serbi o rwandesi, ipoteticamente come tutti sarebbero stati anch’essi soggetti alla sua giurisdizione, rifiutarono subito di prendervi parte e, tanto più, di ratificare la creazione della ICC.

Né, ancora, pensano di aderirvi (il Senato non glielo consentirebbe mai in nome dell’autocoscienza nazionale della “eccezionalità” dell’America. Anche, e soprattutto, rispetto alle regole che valgono per tutti, per definizione. Perché dicono apertamente “restano preoccupazioni sulla possibilità che gli Stati Uniti e i membri delle loro Forze Armate [come in Iraq, ad esempio, o in Afganistan o, ieri, in Salvador e in Nicaragua] possano diventare oggetto di persecuzione politicamente ispirata[27]. Solo loro, naturalmente, potrebbero per gli altri il sospetto non vale…

Adesso, però, come dire? tentano di diminuire il grado della loro contraddizione, aderendo alla sessione anche se non partecipandovi… e annunciando, però, con l’osservatore che intendono tornare a partecipare “attivamente allo sviluppo del nuovo sistema di giustizia criminale internazionale[28].

Come se fosse possibile – per chi al lavoro della Corte partecipa e aderisce in toto, anche rischiando, tollerare regole speciali per la… figlia dell’oca bianca per qualcun altro senza negare in radice l’essenza stessa del diritto internazionale:che le regole, appunto, sono internazionali, uguali per tutti, senza eccezioni...  

La realtà è che questa visita di Obama arriva oggi, nel momento in cui gli Stati Uniti hanno forse bisogno per la prima volta – ma per la prima volta da anni, ormai… – della Cina forse più di quanto questa abbia bisogno di loro. Staranno attente, entrambe le parti, a fare la loro sceneggiata per i rispettivi pubblici.

Obama ha chiesto a Pechino di rivalutare lo yuan e di rispettare meglio i diritti delle minoranze tibetane e uighura; e Hu Jintao, replicando che “come Lincoln liberò dalla schiavitù i neri americani e i territori ribelli del Sud, così la Cina ha liberato i suoi cittadini tibetani dalla ‘servitù della gleba’” in cui erano tenuti sotto il Dalai Lama (un fatto storico…, che non spiega tutto però), lo ha invitato a rimettere in ordine il suo deficit di bilancio e il suo debito estero, a frenare le bellicosità verbose dei suoi ammiragli e a badare ai diritti delle sue minoranze (quelle che, sottolinea in un confronto separato con la stampa americana uno dei consiglieri più vicini al presidente Hu, con un pizzico di malignità manifesto, il “vostro miliardario Warren Buffett”, in America dice che “hanno perso – e di brutto – la guerra di classe”)…

Ma la sostanza resterà quella che è: i due paesi sono realmente obbligati a tenersi stretti, ormai, l’uno all’altro… Come ha detto il nuovo ambasciatore americano a Pechino il loro è di certo oggiil più importante rapporto bilaterale che esista al mondo[29]. O, come ancor più realisticamente annota il prof. Shi Yinhong, che insegna relazioni internazionali all’Università popolare di Pechino commentando la visita di Obama di questo novembre, “forse ci accorgeremo che gli USA dipendono dalla Cina molto più di quanto la Cina dipenda in realtà dagli Stati Uniti[30].  Già…  un rapporto che sembra molto molto squilibrato.

Certo, non – o non ancora? – sul piano dell’immagine…Guantanamo, l’Afganistan, l’Iraq, la CIA, i rapimenti di cittadini stranieri e le torture… dite quel che volete però, nel mondo, nove persone su dieci, incluso chi scrive, preferiscono la cultura americana, i modi di vita – anche in buona parte fasulli – che Hollywood e i grandi media ci trasmettono, ai modelli culturali cinesi… con tutta la repressione in Tibet e nello Xinjang, poi, e il conformismo cinese largamente dominante.

Ma su tutte le questioni su cui Obama a Pechino si è dovuto confrontare con Hu, la Cina ha la posizione più vantaggiosa[31]:

• sui soldi: dove sono quelli cinesi che all’America servono per continuare a fare le sue guerre e per finanziare il suo pacchetto di stimoli;

• sul cambiamento climatico: dove Obama è stato costretto ormai a rinunciare a ogni leadership lasciandone, forse, nei fatti dettare tempi e modi, quasi per default, alla Cina (vedi al prossimo paragrafo);

• sulla valuta: dove all’appello americano al rafforzamento dello yuan la Cina risponde con la segnalazione dell’incoerenza di Wall Street e di Washington rispetto alla debolezza del dollaro che, combinata a tassi vicini a zero e alle “facilitazioni quantitative” della Fed, sta sviluppando il pericoloso fenomeno del cosiddetto carry trade[32];

• sul commercio internazionale: dove è inutile parlarne, no?;

• su Tibet e Xinjang: dove è stata evidente, e scontata, la prudenza di Obama, uno che presiede un paese esso stesso vulnerabile non poco sui diritti umani: sia in patria che in giro per il mondo;

• sulla Corea del Nord: dove, o è la Cina a tirar fuori dal suo cappello a cilindro un qualche (improbabile) coniglio – ma basato, ormai, sull’accettazione dei dati di fatto che, cioè, la Corea del Nord la bomba comunque ce l’ha – o sul contenzioso nucleare con gli USA tutti restano nei fatti paralizzati;

• e, infine, anche sull’Iran, nessuno dei due paesi è in grado davvero, pure se lo volesse (e ci sono dubbi che la Cina davvero lo voglia), di “penalizzare” Teheran: la Cina potrebbe farlo, rifiutando ogni scambio di combustibili con Teheran: ma perché mai dovrebbe farlo?; gli USA potrebbero farlo facendo la guerra all’Iran: ma perché mai dovrebbero far loro davvero le paranoie di Israele, scatenando un’altra possibile guerra mondiale?

Tema diverso, ma collegamento affine e chiarissimo: un rapporto nuovo dell’IEA, l’Agenzia internazionale dell’Energia, ha appena calcolato che le emissioni di gas serra cresceranno entro il 2020 del 5% meno di quanto finora previsto per colpa – se così si può dire – della frenata alla crescita dovuta alla crisi e per merito – se si può dire così – dell’impegno crescente anch’esso che sta mettendo proprio la Cina  nello sviluppo di tecnologie pulite: sull’eolico, sul nucleare anche – che suscita mille problemi ambientali ma certo meno per i gas serra – e sul nuovo impegno esercitato alla ricerca di una nuova efficienza energetica[33].

Tra parentesi, al vertice APEC di Singapore, nel corso di un breakfast di lavoro, in mezz’ora, Obama e altri capi di Stato e di governo hanno concordato di buttare all’aria il vertice di Copenhagen che, sul tema epocale (parola di Obama) del cambiamento climatico si riunirà a dicembre. Ma pare ormai, come sottolinea sardonico un titolo inglese, Emission impossible[34]

Obama si prese anche la cura, mesi fa, di spiegare bene alla gente perché Copenhagen fosse, ormai, una scadenza decisiva. E la scienza – la scienza più affidabile, quella migliore – a dirci che si sta rapidamente serrando la finestra di opportunità che ci consentirebbe di rovesciare la tendenza all’avvelenamento dell’ambiente prima che si stabilizzi quella che si chiama la sua auto-alimentazione, cioè prima che il gas metano liberato dal liquefarsi delle tundre o la perdita di riflessività dell’albedo terrestre (la porzione di luce solare riflessa nell’atmosfera dai ghiacci che una volta ricoprivano maggiori superfici di mare).

Perché quando questo effetto comincia, e la scienza dice che è già iniziato, il cambiamento climatico, per già nocivo che sia, si scatenerebbe a spirale con conseguenze che sempre la scienza definisce come catastrofiche e, anche, al di là della nostra comprensione.

Questo aveva spiegato all’America e al mondo mesi fa il presidente Barack Obama. Poi si è dovuto occupare, tra l’altro, delle  mille cose che soffocano quotidianamente l’agenda del capo dello Stato più potente del mondo: dall’Afganistan, di cui ha scelto lui però di continuarsi a occupare, alla crisi economica, ecc., ecc.

E il risultato è che non ha avuto seguito, come aveva detto che avrebbe fatto, il giorno per giorno del dibattito, che in America così è morto asfissiato mentre senza l’America, il paese che pro-capite di gran lunga inquina di più al mondo, nessun altro Stato si muove. E, adesso, alla vigilia di Copenhagen, al vertice APEC di Singapore, lui e gli altri presenti (cinesi, russi, giapponesi, indiani, ecc.) hanno deciso che, epocale o no, Copenhagen non concluderà nulla: è stato concordato, infatti, di rimandare la ricerca dell’accordo perché, tanto, non ci si sarebbe riusciti[35].

Così, a Copenhagen, non si metteranno giù cifre, numeri, percentuali e impegni precisi ma solo l’impegno politico a fare qualcosa di serio contro il cambiamento climatico… Insomma, sembra confessare  Obama, “no, we can’t”— “no, non possiamo”… E ha ragione: non glielo consente il clima del suo paese, la maggioranza – pur democratica… nominalmente sua, cioè – del Congresso.

Poi, poco dopo Singapore, c’è un colpo di scena. A Pechino (vedi più avanti per qualche maggiore dettaglio) il presidente americano – su stimolo pressante del cinese – ha promesso, insieme a Hu Jintao, di tirar fuori comunque da Copenhagen non solo una promessa ma anche impegni precisi, cifrati, percentuali di riduzione dei gas serra…

Poi, annuncia che contrariamente a quel che sembrava andrà a Copenhagen il 9 dicembre (per quella che si chiama un’apparizione cammeo sulla via di Oslo dove prosegue, dopo aver fatto un discorso sicuramente bello e speriamo – ma senza farci illusioni – importante per andare a ritirare il suo, prematuro, premio Nobel della pace) e parla di un impegno serio alla riduzione, da parte americana, “entro il 2020 di almeno il 17% al di sotto del volume di emissioni del 2005”.

Intanto, e a ruota, il premier cinese Wen Jabao annuncia che ci sarà anche lui al vertice e che la Cina intende impegnarsi formalmente di qui al 2020 per un abbattimento dell’“intensità di emissione” dei gas del 40%. Ma ridurre l’intensità è altra cosa dal ridurre la quantità: significa che le emissioni di carbone cresceranno a ritmo più basso di quello dell’economia e, teoricamente, che la prosperità del paese dovrebbe continuare a aumentare senza aumentare i danni all’ambiente.

Ma tutti i dati forniti, le cifre promesse di riduzione delle emissioni sono piegate a letture “nazionali” e di “convenienza” per cui il 20%, il 40% annunciati sarebbero, nella realtà, forse un decimo della cifra proclamata, forse anche meno[36]… Il 17% di Obama, se calcolato a partire dalla  base, il 1990, comunemente accettata come punto di riferimento dalla scienza e da coloro che lavorano su questo tema, è un miserrimo 4% di riduzione effettiva[37].

Questa è la tragica, e anche un po’ tragicomica, realtà pre-Copenhagen. Conferma, però, che nel mondo per avere uno spostamento di posizioni qualunque, su questo come su tanti altri temi dei rapporti internazionali, l’iniziativa americana resti cruciale.

Ma conferma anche quanto sia decisivo, per far muovere l’America in modo appena sensato, anche con Obama al timone, il pungolo, il confronto, la dialettica con gli altri, qui con la Cina che, malgrado i suoi stessi numeri qualche poco posticci, a stare al giudizio di un’esperta vera e non certo filocinese[38], il problema l’ha colto ormai meglio degli altri paesi.

Tra parentesi: la Cina pungola su ambiente e inquinamento, anche se non sempre razzola proprio bene… ma non c’è proprio nessuno a pungolare l’America, ad esempio, sull’Afganistan. Non esiste, non è mai esistita – con Bush, ovviamente, ma neanche con Obama – una vera dialettica con gli alleati, ad esempio, sulla guerra in Afganistan: che non veda più gli americani chiedere di sostenerli quando hanno già deciso tutto loro da soli, ma li obblighi a pensare insieme a coloro di cui chiedono l’aiuto strategie, tattiche, modi e obiettivi— lo facciamo rilevare più avanti, sul tema, come, in merito, non ci sia ombra del minimo confronto di merito tra gli alleati…

Per tornare al tema di cui ora stiamo scrivendo, l’ambiente, il problema è che Obama, senza avere dietro di sé il Congresso, parlerà – sa di parlare e il mondo sa che parlerà – solo per sé. E vedremo anche cosa faremo – non cosa diremo – alla fine anche noi, quaqquaraquà europei…

Intanto, però, al coordinatore delle Nazioni Unite sul tema, Yvo de Boer, stanno arrivando a raffica una serie di dichiarazioni unilaterali in cui i paesi industrializzati si stanno impegnando a perseguire e rispettare una riduzione percentuale sulle proprie emissioni entro date prefissate come impegnative. Tutti i paesi industrializzati, spiega de Boer[39], lo stanno facendo in modo ufficiale: tutti, appunto, “eccetto gli Stati Uniti”.

Bisogna dire anche, secondo chi scrive, che a modo loro gli Stati Uniti sono un paese serio e, prima di impegnarsi, vogliono essere certi di poterlo fare (non come l’Italia che, notoriamente, col Berlusca da anni promette almeno riduzioni del 20% con la riserva non sempre e solo mentale che tanto, poi, sarà al massimo il 5% (o lo 0 forse) perché comunque è probabile e, tanto, finché non creperemo intossicati, non ci farà caso nessuno); oppure non sono proprio intenzionati a impegnarsi, gli Stati Uniti, con la scusa che sono i municipi, le contee, i governatori, i deputati i senatori, a impedirglielo…

L’Europa, che aveva preso impegni finora più consistenti ma anche, bisogna dirlo, non sempre finora essi stessi credibili, adesso cerca di rilanciare col Commissario alle questioni ambientali Stavros Dimas, che chiede ai paesi membri di impegnarsi a scalare le proprie emissioni di gas serra del 30% rispetto a quelle del 1990 per dimostrare la propria leadership[40] (ma, se fate il calcolo, scoprite che il 30% meno del livello 1990 non è poi tanto di più del 17% del 2005…).

E, adesso, bisognerà vedere che succede davvero – quanto a impegni concreti e obbliganti, non a intenzioni e a dichiarazioni di buona volontà – a Copenhagen…

La Cina ha anche annunciato, col primo ministro Wen, che nei prossimi tre anni raddoppierà l’impegno precedentemente assunto dal presidente Hu Jintao, e verranno messi a disposizione dell’Africa nel suo complesso 10 miliardi di $ in prestiti a condizioni particolarmente “morbide”. Lo scopo è, ovviamente, quello di rafforzare un rapporto di cooperazione che ormai ha più di dieci anni ed è stato a lungo basato su condizioni politiche di particolare favore per i paesi africani. E’ un rapporto che va sempre crescendo e che mette sempre più a disagio alcune le medie potenze occidentali ex coloniali.

Inglesi e francesi, in particolare, accusano i cinesi – ma suonano più invidiosi e pateticamente meschini che altro – di voler solo consolidare i loro interessi alle risorse naturali dei paesi africani per continuare ad alimentare la loro economia in espansione. Risponde Wen che “il sostegno della Cina allo sviluppo di paesi africani è reale e solido e non dipende neanche solo dagli alti e bassi dei rapporti bilaterali: è strategico”.

Oltre a questi suoi prestiti, la Cina intende garantire all’Africa l’aiuto di cui ha bisogno per sviluppare energia pulita e garantire l’accesso al suo immenso mercato ai suoi prodotti. E poi si impegna, “in ogni sede dove ormai può contare” come i G-20, a sostenere ogni programma di aiuto serio al continente nero[41].

usta crisi glonbale sdaràla Cina mentre a perderci di pià di utti saranno gli Stati Uniti.

 

EUROPA

Il PIL dell’eurozona cresce, nel terzo trimestre, dello 0,4% e, nel complesso di tutta l’UE, dello 0,2%. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, però, il PIL è sempre in calo secco rispettivamente del -4,1 e del -4,3%[42] (la Germania cresce dello 0,7, l’Italia dello 0,6%, la Francia dello 0,3; ma Grecia e Spagna continuano a calare, dello 0,3% entrambe). Non si può ancora parlare di fine della recessione, malgrado quanto scrivono gli ottimisti di maniera (economisti e anche giornali, ad esempio il NYT[43]), perché tecnicamente per farlo bisogna inanellare due trimestri consecutivi, e non uno, di crescita e perché, sostanzialmente, ne siamo ancora molto lontani.

La produzione industriale è cresciuta, nell’eurozona, a settembre dello 0,3% su agosto, e dello 0,2 in tutta l’area dell’Unione segnando il quinto mese consecutivo di crescita sia pur moderata[44] (dal + 5,8 di agosto, la nostra produzione industriale precipita, questo settembre, a -5,2; la Germania sale del 3%).

A ottobre migliora l’indice dei managers agli acquisti sulla produzione manifatturiera della eurozona, a 50,7 punti dai 49,3 di agosto: il livello più alto dal dicembre 2007[45].

La bilancia commerciale dell’eurozona registra un attivo di 3,7 miliardi di € a settembre (secondo EUROSTAT[46] destagionalizzato è un attivo di 6,8 miliardi) rispetto ai 6 miliardi di deficit di un anno fa. La stima per l’Unione nel suo complesso dà, invece, un deficit secco di 11,2 miliardi contro i 24,5 di un  anno fa. 

La BCE a inizio mese lascia dov’è il tasso di interesse all’1%, e accenna alla possibilità di cominciare a ritirare le reti di sostegno alla liquidità che dà al sistema bancario in Europa, tenendola ampia e a buon mercato[47]. Però agirà, dice, con molta prudenza, attenta al fatto che, in ogni caso, la ripresa è ancora esitante… Intanto anche la BoE aumenta il suo sostegno alla liquidità immettendo altri 40 miliardi di dollari di stimolo sul mercato e lasciando fermo il suo tasso di sconto allo 0,5%.

Sempre la BCE annuncia che intende applicare criteri di valutazione vieppiù rigorosi ai titoli garantiti sui quali si poggiano le banche dell’eurozona come collaterale per i prestiti ricevuti dalla BCE stessa. E’ un discorso estremamente tecnico e, apparentemente, quasi esoterico ma che, in sostanza, preannuncia da parte della BCE il graduale ritiro delle misure di emergenza (le cosiddette “facilitazioni”) introdotte nel corso della crisi finanziaria[48].

A novembre, nell’area euro, l’inflazione è salita sopra lo zero per la prima volta da cinque mesi, dello 0,6%[49] (a ottobre del’anno scorso era a -0,1%), per prezzi dell’energia e, in particolare, del petrolio al rialzo rispetto a un anno fa, quando in euro era sceso di molto ricominciando a crescere alla fine della scorsa estate, con una tendenza che dovrebbe confermarsi nei prossimi mesi.

Intanto, la Fitch, una delle massime agenzie di rating, ha svalutato il debito “sovrano”, cioè statale, dell’Irlanda da AA+ ad AA, anche se in questa nuova e più bassa posizione gli ha concesso il carattere di una certa “stabilità”, riflettendo la “severità” del declino del PIL del paese e l’ “eccezionale aumento” dell’esposizione del governo dell’Eire, il nome in gaelico dell’Irlanda (Poblacht na hÉireann— Repubblica d’Irlanda). E’ quanto ha detto testualmente Chris Pryce, il direttore, rilevando anche che questo livello rappresenta il più basso da quando questa recessione è iniziata[50].

La Grecia è stata formalmente richiamata, per quel che vale, l’11 novembre, per aver tagliato troppo poco il deficit di bilancio, al contrario di altre economie europee che si erano anch’esse impegnate a farlo e l’hanno fatto, comunque, di più (Francia, Spagna, Gran Bretagna…; una rampogna duretta c’è stata anche per l’Irlanda; all’Italia va bene perché, non avendo dato una lira che è una allo stimolo, è riuscita “virtuosamente” a ridurre il deficit). Adesso le previsioni della Commissione danno il deficit ellenico al 12,7% quest’anno e al 12,2 nel 2010[51].  

Subito dopo che la Corte costituzionale ceca aveva rigettato come pretestuoso il ricorso contro il Trattato di Lisbona avanzato da alcuni senatori euroscettici, il capo del partito trasversale ceco degli  eurofobi, il presidente della Repubblica Klaus, si è arreso e, abbandonando il suo solitario boicottaggio, ha messo la firma alla ratifica già votata dal parlamento.

Il che nel prossimo immediato futuro garantiva che, finalmente, Lisbona entra in vigore. Con tutti i suoi drammatici limiti ma anche alzando, come si dice – ahimè, solo potenzialmente… – il profilo dell’Unione europea e semplificando un po’ il processo decisionale dei suoi vertici, scegliendosi un presidente del Consiglio che resterà in carica per più di due anni, oltre a dotarsi di un vero e proprio ministro degli Esteri. Appunto, elevando il profilo politico dell’Unione.

Adesso, agli euroscettici, compreso il buon Klaus, resta la quasi inconfessata speranza – che resterà probabilmente frustrata e tra poco vi spieghiamo perché  – che, arrivati al governo alle prossime elezioni politiche a inizio 2010, i conservatori britannici decidano di “onorare” la loro promessa: di rovesciare il tavolo e, anche avendo la Gran Bretagna già ratificato il trattato, di sottoporre di nuovo la questione alla cittadinanza inglese che, dicono tutti,direbbe il suo no a Lisbona. Mandando così tutto all’aria.

A meno che, a quel punto, gli altri 26 trovino il coraggio di mandare a quel paese gli inglesi e rifirmare subito il Trattato – così com’è, senza modifiche – a 26, invece che a 27. Finalmente fregandoli e lasciando a loro la scelta fra il se soumettre ou se dèmettre di gaulliana memoria…

Anche per questo, però, perché forse stavolta hanno capito che tirava una gran brutta aria per un ostruzionismo di stampo visceral-eurofobico, pare proprio che stavolta perfino i conservatori – lo ha detto il ministro degli Esteri ombra, William Hague[52] – non andranno al referendum malgrado l’“impegno d’onore” che, pure, avevano assunto coi loro seguaci, violare il quale potrebbe anche costargli qualche voto alle elezioni prossime venture (protesta duramente la base dei tories: “il modo in cui Cameron ha violato la sua promessa di referendum sul trattato di Lisbona mostra tutto il disprezzo per i conservatori lealmente euroscettici[53]).

Per questo timore di possibili rappresaglie europee e perché sono costretti a confessare quel che tutti sapevano – che alla data possibile del loro referendum il trattato sarebbe già entrato in vigore – i conservatori si arrendono: il loro referendum sarebbe, a questo punto, un esercizio di pura futilità.

Peggio, anzi. Annota il Guardian, a Londra, che Il piano di David Cameron per l’Europa è condannato[54] dicono i ministri euroopei, con la netta presa di distanza che in tutta l’Europa gli altri conservatori come lui (tedeschi, francesi, spagnoli…, ma anche gli altri più o meno euroscettici o comunque i più filobritannici – olandesi, polacchi addirittura, irlandesi… italiani zitti, naturalmente) riservano alla proposta dei tories. Che, in sostanza, è: lasciamo pure perdere orma il referendum, però ci riserviamo di chiedere per noi esenzioni speciali… Scordatevelo, non le avrete più gli dicono, non siamo più tempi della signora Thatcher…

Il ministro francese per l’Europa, Pierre Lellouche, noto per essere uno dei più filo-britannici del Gabinetto di Sarkozy, è il più esplicito e sferra un durissimo – e anche inaspettato – attacco ai suoi amici conservatori inglesi. Al loro Congresso, adottando un approccio che lui chiama “autistico sull’Europa e l’essere degli inglesi in Europa (il rifiuto quasi a priori di ogni cosa integrata)uasi a priori di ogni coda integrata ) hanno puramente e semplicemente “castrato” la posizione della Gran Bretagna nell’Unione europea. “Per noi, e parlo anche per Sarkozy, fa molta tristezza vedere la Gran Bretagna tagliarsi fuori dagli altri europei[55]:  è il risultato di un lungo periodo di cieca opposizione, quasi di principio.

Se vanno al governo, hanno ormai rinunciato a sottoporre il Trattato di Lisbona a referendum (lo facessero, come avevano incautamente accennato, dopo aver ratificato un trattato internazionale, il Foreign Office diventerebbe lo zimbello delle cancellerie del mondo). Ma le proclamate intenzioni di recupero degli opt-out tradizionali che aveva strappato la Thatcher ai colleghi europei (su lavoro e legislazione sociale in particolare) sono “patetiche” e, appunto, non passeranno “mai” più.

D’ora in poi sarà “take it or leave it”, o mangi questa minestra… Perché ci stiamo giocando il futuro di tutti… e per farlo dobbiamo farlo insieme: dobbiamo decidere “se esisteremo come un terzo del PIL del mondo che sia capace di battercela con gli altri su come indirizzare il cambiamento climatico, il commercio internazionale, il terrorismo, le guerre, la non proliferazione nucleare, il rapporto con la Russia e l’energia o ogni altra dannata questione che si affacci alla ribalta del mondo… oppure no”.

Con esitazioni, resipiscenze ma anche qualche apertura perfino inaspettata – addirittura dal PDL – è avanzata, e poi è stata subito affossata e lasciata affossare, per la carica di ministro degli Esteri europeo creata dal Trattato di Lisbona, la candidatura di Massimo D’Alema. Era una candidatura che avrebbe potuto anche avere successo se anche solo uno degli otto premier “socialisti” europei l’avesse fatta sua:

• ma i pavidi otto si sono subito arresi al rapido ripiegamento del loro (oddio, loro…) primo ministro britannico, una volta fallita l’impresentabile candidatura di Blair a presidente d’Europa (uno universalmente riconosciuto, ormai, come più astuto – e neanche sempre poi, tutt’altro: vedi Iraq e vedi pure Afganistan – che intelligente) sulla propria sconosciutissima candidata ex ministra del Commercio, baronessa e attuale Commissaria europea allo stesso dicastero nell’UE, lady Ashton: l’incarnazione stessa dell’Europa mercantilista di stampo londinese; o,

• se – ma era impossibile, sconvolgente, viste le abitudini della casa: sia quella europea che quella forzitaliota – se Berlusconi avesse trovato il coraggio non tanto nelle dichiarazioni di appoggio e di stima rilasciate a ruota libera alla stampa ma nei fatti di superare per una volta il suo settarismo (in fondo, D’Alema è stato “comunista” davvero; e, se fosse stato scelto, il Cavaliere avrebbe dovuto rassegnarsi a far uscire dalla Commissione… Antonio Tajani, poffarre!!) facendo propria, appunto fuor di ogni canone, una candidatura diciamo “rossiccia” per avere un italiano a quel posto di grande rilievo.

D’Alema che è noto per il suo real-cinismo, o se volete per il suo pragmatismo, in Europa è anche ricordato da tutti come un efficace e diligente ministro degli Esteri prima e, poi, come il primo ministro che svolse un ruolo motore e deciso e più che decente in primissima persona in occasione della guerra israeliana in Libano di tre anni fa. Se presentato dal primo ministro del suo paese in modo addirittura al di sopra delle parti, D’Alema avrebbe potuto trovare una convergenza al parlamento europeo davvero trasversale sulla candidatura…

Ma al di là della mancanza di coraggio, normale però, scontata, di Berlusconi il problema vero era proprio questo. D’Alema ha un profilo troppo forte, e quindi tutti – ma proprio tutti gli gnomi che temevano di vedersi eclissare nei consessi europei (pensate al primo ministro irlandese o a quello lettone…) dal Massimo italiano, ecc., ecc.), cioè da una personalità forte come la sua – gli hanno preferito la signora Ashton (tra l’altro, come donna, è anche cosa politicamente corretta)…

Così come per il posto di presidente d’Europa hanno preferito un altro perfetto sconosciuto, il da pochissimo tempo ex primo ministro del Belgio, Herman Van Rompuy, naturalmente uomo di centro-destra che si è raccomandato, negli ultimissimi mesi, per aver giocato un ruolo di disinnesco moderatore delle tensioni sempiterne – di stampo parocchial-leghista, diciamo – tra fiamminghi e valloni del suo paese  e, in particolare, ai conservatori europei perché ferocemente e dichiaratamente contrario ad allargare l’Europa anche alla Turchia, in nome di una “cultura cristiana europea” da difendere in negativo e a quelli un po’ più euroentusiasti perché è – o, almeno, passa per essere – un federalista convinto (detto all’europea, stavolta, non alla leghista) anche se temperato …

In realtà, come sanno tutti, e anzi è stato detto essere stato un prerequisito per la scelta, sia Van Rompuy che Ashton erano le terze, quarte scelte per tutti e sono state vagliate e poi definite durante una cena privata (il menu era noto, pubblicato sul sito della UE; non è mai stata pubblicata da nessuna parte, invece, la lista dei candidati): perché erano i candidati ideali proprio per la loro invisibilità, contro cui nessuno aveva niente, o quasi niente, da dire, perché di loro nessuno sapeva in realtà niente… Non era proprio il massimo per una scelta. Ma tant’è, è questa l’Unione, con presidente della Commissione Barroso (l’unico a essere davvero contento di una scelta tanto scialba, scialbo com’è lui stesso…), presidente dell’Europa Van Rompuy, superministra degli Esteri Ashton[56]

Sintetizza al meglio il tutto il NYT nel “catenaccio” con cui presenta il misfatto: “i capi dei paesi dell’Unione europea  hanno scelto Van Rompuy come [primo] presidente ed un altro [badate bene a quell’ “altro”…, anzi a quell’altra] candidata di basso profilo come guida della sua politica estera[57]. Già… come dicono a Bruxelles quanti speravano in una conclusione più coraggiosa, l’Europa sembra puntare adesso a diventare al massimo una specie di grande Svizzera… e poi, molto meno coesa…

Intanto la Commissione, con un atto di buona volontà forse anche qualche poco azzardato, ha sbloccato circa 220 milioni di € di fondi congelati un anno fa alla Bulgaria considerando “interessanti” i passi avanti compiuti a Sofia nella gestione dei fondi europei. “La Bulgaria ha esercitato sforzi notevoli per identificare, lavorando con la Commissione, le irregolarità che ci sono state in passato e per proporre rimedi che alla Commissione sembrano degni di nota[58].

Nel corso di un convegno sulle politiche energetiche tenuto a Sofia, la ministra degli Esteri bulgara Rumjana Zheleva, ha voluto specificare che il suo paese intende dare priorità al Nabucco, il progetto di gasdotto europeo rispetto al progetto “rivale” di Mosca, denominato South Stream, il flusso del Sud. Si tratta di “mettere in grado il paese di diversificare le sue fonti di approvvigionamento riducendo così la dipendenza dai russi[59].

Secondo altre interpretazioni meno caritatevoli, si è trattato invece del do ut des per sbloccare i prestiti che erano stati bloccati… Il problema è che la stessa Zheleva ha dovuto subito riconoscere di dipendere dalle forniture russe per tutto il gas naturale che attualmente riceve e che prevede di poter ricevere ancora per anni… Solo che anche per il futuro, col South Stream, ma anche per il Nabucco, il gas che arriverà – se mai arriverà – sarà sempre gas russo: per lo meno fino a cambio di fornitore che è di là da venire (chi? quando, poi?) … E allora?

Sostiene il consigliere economico del presidente Medvedev, Arkady Dvorkovich, che nel 2012 l’economia russa dovrebbe recuperare i suoi livelli del 2008 pre-crisi. Ora, nel terzo trimestre 2009, da luglio a settembre, il PIL è cresciuto: del +13,9% sul precedente (statistiche Rosstat): anche se, anno su anno, il calo comunque resta intorno all’8-9%. Le misure anticrisi del pacchetto di stimolo russo, assicura adesso Dvorkovich, resteranno sicuramente in vigore per diversi trimestri dopo che l’economia avrà ripreso a crescere stabilmente[60]

Il primo ministro russo Vladimir Putin, avvisato telefonicamente ed ufficialmente di quanto già gli aveva segnalato Gazprom, dal suo omologo primo ministro d’Ucraina, la signora Timoshenko – che, cioè, il presidente Yushenko, per dirla con le parole della PM, “sta impedendo un normale partnership tra Banca centrale di Kiev, che ha disponibili le riserve auree necessarie a pagare, e governo”, ha denunciato che così, bloccando i trasferimenti di pagamenti dovuti a Gazprom per il gas regolarmente fornito, sta facendo rinascere “seri problemi, il che è estremamente deplorevole” e “provocando una nuova crisi nelle forniture regolari che potrebbe scombussolare il flusso del gas verso l’Europa occidentale[61].

E Putin, forse stanco di fare a braccio di ferro con chi ve lo costringe senza avere neanche la possibilità di avvicinarsi al tavolo, mette in guardia l’Ucraina: chiunque ne sarà al timone con le prossime elezioni presidenziali, deve sapere che, se Kiev tentasse ancora una volta di “succhiare” il metano dai gasdotti che passano per il territorio ucraino trasportandolo in Europa occidentale, la Russia la taglierà del tutto fuori dalle spedizioni e lo stesso farà se non pagherà per quello che regolarmente riceve[62].

Insomma, mette in guardia gli ucraini tutti che il loro nuovo presidente, eletto alle prossime presidenziali – e che ormai nessuno, forse neanche lui, pensa possa essere l’uscente Yushenko – si troverà tra le mani quella che sarà comunque, per loro e per lui (Yanukovich), o per lei (Timoshenko), un’eredità avvelenata.

Allo stesso tempo, l’ambasciatore russo presso l’Unione europea Vladimir Chizhov avvisa l’Europa che questo scenario potrebbe verificarsi se non si dà da fare a “convincere” l’Ucraina che anche l’Europa non dovrebbe consentire, senza dire motto, ad essere tagliata fuori dalle forniture per colpa delle prepotenze isteriche e velleitarie di Kiev[63]

Lo stesso Putin aveva già messo le mani avanti telefonando al presidente di turno della UE, lo svedese Reinfeldt, perché intende avvisare “in tempo utile” l’Unione europea del futuro pesante che le sta preparando Yushenko, e che la UE dovrebbe preoccuparsi di “contrastare” in anticipo facendo pressione su Kiev subito e decidendosi, poi, a investire sul South Stream, o magari, anche sul Nabucco, e non solo a chiacchierarne…

Ora Yushenko tenta, improbabilmente, di passare al contrattacco chiedendo al presidente russo Medvedev la revisione immediata dei contratti di fornitura esistenti tra Russia e Ucraina. Lo fa  con la solita fine diplomazia: per “lettera aperta”, pura propaganda e provocazione neanche mascherata.

Il governo ucraino chiarisce da parte sua che non è in grado di zittirlo, ma fa sapere anche di non sapere niente delle sua iniziativa che si rivolge ai russi – e sembrerebbe quasi al loro buon cuore, non offrendo niente in cambio – “perché i contratti in vigore contengono termini troppo onerosi per l’economia di Kiev”… altrimenti saltano, avverte, “l’affidabilità delle forniture di gas all’Ucraina e, dunque, la garanzia del transito agli altri paesi europei[64].  

Medvedev neanche risponde. Si incontrano invece a Yalta, e concordano su una nuova base d’“accordo strategico fino al 2020”, che riguarderà anche la cooperazione dei due paesi sull’energia nucleare, il primo ministro ucraino Yulia Timoshenko e quello russo, Vladimir Putin.

Per la prima volta la Russia dà garanzie di istradare attraverso l’Ucraina, nel 2010, 116 miliardi di m3 di gas naturale ed “aumenta considerevolmente [del 60%: introiti potenziali all’Ucraina per miliardi di $] il reddito dal transito del gas russo attraverso il paese a partire dal 1° gennaio[65]. E Gazprom ha ricevuto istruzioni “politiche” di non applicare a Kiev le multe gravosissime che dovrebbe pagare per contratto sui suoi ritardi di pagamento e sulla riduzione unilaterale degli ordini ma – e questo è l’accordo, lo scambio – non applicherà più al gas che le vende il 20% di sconto che ancora le riconosceva[66].

E’ un accordo che, se verrà implementato – e lo potrà essere solo se Timoshenko, o Yanukovich, vinceranno il loro braccio di ferro con Yushenko: il quale del resto non manca occasione per rilanciare la sua ostilità: ora, in un comizio dichiara che, se lo rieleggeranno, “forzerà” la Russia ad andarsene dalla Crimea ucraina entro il 2017 “secondo gli accordi tra i due paesi”… appunto… e allora, se gli accordi già ci sono? si tratta solo di un altro segnale di bellicosità inane: inutile e impotente, cioè… ma bellicosità sempre[67] – garantirà un’altra stabilità nella regione – più solida perché basata su premesse di fatto più realistiche – per parecchi anni.

D’altra parte, come nota con qualche irritazione un osservatore[68] che, come parecchi altri,  preferirebbe vedere un’Europa un po’ più anti-russa – ma razionalmente, non emotivamente, pregiudizialmente – di quella che sta diventando, sono ormai gli ucraini ad aver “stancato” l’Unione europea coi loro comportamenti erratici e, almeno, provocatoriamente sproporzionati e a portarla a mollarli a se stessi e a riavvicinarsi alla Russia. Resta da osservare che per primi, grazie a Dio, sono adesso i cittadini ucraini ad essersi stancati dell’antirussismo più ideologicamente e faziosamente esibito dei loro leaders ai quali per diversi anni irragionevolmente hanno dato corda…

Separatamente, si è aperto anche un difficile negoziato tra Gazprom e consumatori europei (Germania, Italia, Turchia, Francia...), anch’esso per la ridiscussione delle forniture[69]. Il fatto è che quest’anno, globalmente, i paesi dell’Europa occidentale prevedono di comprare 2.800.000 di $ di gas in meno di quelli contrattualmente stipulati. E’stata la domanda mondiale al ribasso a costringere i clienti a chiedere a Gazprom di ridiscutere i pagamenti che sarebbero altrimenti dovuti.

Un po’spudoratamente, va detto, avanzano il precedente ucraino – uno dei paesi in assoluto più poveri e smandrappati d’Europa – e la flessibilità che, malgrado i pessimi rapporti politici bilaterali, Gazprom ha in effetti largamente mostrato con Kiev (Alexander Medvedev – solo omonimo, non c’è parentela – vice presidente della holding energetica  ha parlato[70] di 30 miliardi di $ “regalati” negli ultimi anni all’Ucraina e adesso Putin ha ancora loro concesso (la decisione come ha spiegato Gazprom, infatti, è sempre politica) di non importare quest’anno le quantità contrattate salvando Kiev da multe colossali che altrimenti avrebbe dovuto pagare.

La prima compagnia occidentale a concludere sulla nuova base dovrebbe essere l’ENI (che con Gazprom è primo contrattore del progetto South Stream), poi dovrebbe toccare alla BOTAS turca e, infine, alle tedesche E.ON, BASF e RWE e, infine, alle francesi GDF Suez e Total. L’accordo di principio alla rinegoziazione sarebbe venuto direttamente da Putin in un incontro con i vertici delle compagnie occidentali a una cittadina russa sul circolo polare artico, a metà novembre.

Intanto anche la Slovenia ha messo la firma, l’ultima che mancava tra i partners che hanno aderito con la Russia all’accordo South Stream: Bulgaria, Serbia, Grecia e Ungheria. Il gasdotto South Stream è, come è noto, una joint-venture tra Gazprom e ENI. E Putin ha potuto dichiarare, con evidente soddisfazione, che “con quest’ultima firma che ci consente di completare il percorso, il South Stream può diventare un progetto energetico realmente paneuropeo[71].

Temendo di essere scavalcata da quasi tutti gli altri paesi centroeuropei e europei occidentali, a questo punto, anche l’Austria ha mandato il cancelliere Werner Faymann a Mosca per colloqui col suo omologo Vladimir Putin avanzando anche lui una proposta di gasdotto per collegare i bocchettoni russi ai terminali austriaci. In altri termini, l’Austria sta proponendo, appena dentro il tempo massimo, di entrare anch’essa nel South Stream.

I colloqui, in effetti, informa il ministero dell’Economia austriaco, sono subito cominciati tra Vienna e Mosca a livello tecnico (secondo il quotidiano viennese Die Presse). Il processo dovrà adesso passare per un accordo politico intergovernativo formale tra ministeri e, poi, per dettagli economici e tecnici che dovranno mettere a punto il gruppo austriaco gas-petrolifero OMV Aktiengesellschaft e la russa Gazprom[72].

La Francia pure si affretta, per ora buon’ultima pare, a bussare alla porta di Gazprom per un’estensione di South Stream che Electricitè de France (EDF) e Gazprom  hanno ora finalizzato a Parigi in un incontro a livello dei capi di governo (che conclude anche la vendita alla Russia di un vascello d’assalto anfibio della classe Mistral) e che rappresenta, dice Putin, “una cooperazione di tipo del tutto nuovo quasi un asset swap”: un vero e proprio scambio di asset tra le due imprese: del tipo sperimentato prima, per il North Stream, solo con il partner tedesco. Dice Alexi Miller[73], il direttore esecutivo di Gazprom, che l’EDF sarà un’azionista di minoranza e riceverà il 10% del settore marittimo del South Stream.

Il South Stream rende anche noto il premier Putin, con evidente soddisfazione, sarà completato secondo la previsione attuale entro il 2015, ben prima del Nabucco, il progetto esplicitamente rivale sponsorizzato, più a chiacchiere che altro per ora, dall’Unione europea: del resto, con Germania, Francia e Italia che sono parte integrante e importante del South Stream: sempre se, poi, il Nabucco verrà (originariamente lo prevedevano completo per il 2013, oggi non essendo ancora cominciato assolutamente niente, il pronostico è al 2018…) e probabilmente anche prima del North Stream di cui, ora, si prevede il completamento nel 2016-2017.

A titolo esemplificativo dello stato della questione – di quali tracciati si tratti, per quali tubi, di quale chilometraggio, di quali paesi siano inclusi dove e quali no… e riservandoci di tornarci sopra[74] anche per discutere di costi, di obblighi, di convenienze economiche e, anche, politiche – da uno studio informato e accurato ma, al momento, pubblicamente non ancora disponibile riproduciamo qui i tracciati programmati dei diversi gasdotti russo-europei in esplicita concorrenza tra loro:

Tracciato dei progetti dei gasdotti Nord Stream, Nabucco e South Stream

[NS: qui il tratto di gran lunga più breve, per ora è previsto solo dalla Russia (Vyborg) a Sassnitz, in Germania, via il Baltico; Nab.: Erzurum-Vienna; SS: Beregovaya (Russia)-Serbia-Italia (Taranto)]

Adesso anche la Polonia decide, o forse si rassegna, almeno così sembra, a mettersi in coda con coloro che vogliono – in realtà che devono – assicurarsi accesso continuo al gas russo. Il ministro dell’Economia Waldemar Pawlak ha annunciato[75] che potrebbe ormai essere prossima la firma dell’accordo relativo con la Russia, “se non ci saranno ostacoli”: il prezzo, ha aggiunto, non è cambiato, è legato a quello del petrolio e garantisce fornitura costante a un costo ragionevole.

E’ un accordo che rinnova e rinfresca, per così dire, quello esistente, includendo l’estensione dell’attuale contratto fino al 2037 e fissando le politiche tariffarie tra Gazprom e EuRoPol Gaz, l’ente operatore del tratto polacco del gasdotto che collega l’Europa alle grandi riserve di gas – forse le più estese al mondo – della penisola di Yamal, nella Siberia occidentale.

Il PGNiG, il monopolio polacco dell’energia, ha precisato che aumenterà l’acquisto di gas russo fino a 10,27 miliardi di m3 all’anno: “misurati – ha tenuto ancora a specificare – secondo le norme polacche”. Sarà perché, come disse per primo il card. Giulio Mazzarino, nel 1600, e poi rese celebre, nel ‘900, l’altro grande Giulio, Andreotti  a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca, qui in questa clausola sibillina, secondo noi, si annidano fin d’ora i futuri problemi dell’accordo bilaterale russo-polacco…

Gli investimenti esteri sono scesi in Russia[76] nei primi nove mesi del 2009 a 54,738 miliardi di $ nei primi nove mesi del 2009, una caduta del 27,8% anno su anno, secondo i dati resi pubblici ora dal Servizio statistico federale russo. Gli investimenti diretti esteri sono calati di quasi il 50%, a 9.975 miliardi di $.   

Sul NYT[77], scrivendo in occasione del 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, Mikhail Gorbaciov – che qualcosa ne sa – ha spiegato che sono troppi “i politici europei a non volere che la Russia giochi con loro su un campo da gioco livellato. Solo che il mio paese non accetta di essere trattato come uno scolaretto. La Russia vuole essere trattata come un’uguale”, non certo “come un fornitore di materie prime che sa stare al suo posto”.

Già… qui è la radice di tanti “malintesi”, come di tante illusioni, come di tante domande… Nelle paranoie e nelle speranze deviate di quanti, nella nuova Europa dell’Est, come in Russia, come in America e qualcuno anche nell’Europa dell’Ovest “sperano di costruire in Europa un nuovo muro di sospetti e animosità ma così facendo rendono un enorme disservizio ai loro paesi e all’Europa  tutta, come tale… Subito, alla fine della guerra fredda, tra il 1989 e il 1991, “cominciammo a discutere insieme”, Est e Ovest, Europa e America, di una specie “di Consiglio di sicurezza europeo,… un’idea sostenuta dai decisori politici dell’Unione sovietica, della Germani e degli Stati Uniti. poi le cose, purtroppo, presero un corso diverso…”.

Ora, è quel cammino che bisogna riprendere: “io chiedo con forza a tutti gli europei di considerare in modo costruttivo e non pregiudiziale la proposta del presidente russo Dmitri Medvedev di un nuovo trattato di sicurezza europeo. E’ quando questa questione centrale sarà risolta che l’Europa parlerà con la sua voce piena”.

Per arrivarci, certo, è a lui, che bisognerebbe dar retta, a Mickhail Gorbaciov, l’uomo che è stato “la prima e principale forza a mettere in moto i grandi mutamenti che vennero dall’Est, non dall’Ovest[78].* E altrettanto certo è che non è saggio seguire i consigli dei cantori della “confrontation” e della nuova gabbia in cui rinchiudere l’orso russo, quelli che da vent’anni diffondono il mito dell’eroico Reagan che, da solo, fece cadere il muro e decretò la fine della guerra fredda col suo fatidico “Mr. Gorbaciov, butti giù questo muro” gridato il 12 giugno 1987 a Berlino…

Puro mito della propaganda guerrafreddista. Il muro cadde sì, ma oltre due anni dopo, il 9 novembre 1989, per il lavoro di demolizione di Gorbaciov, la perdita di fiducia in se stessi dei leaders dell’Europa orientale e la “voglia” di libertà e di unità del popolo tedesco…

Purtroppo il patriarcato di Georgia ha provveduto a buttare secchi d’acqua gelida sulla notizia, sfuggita non si sa come ma prematura comunque e che alla fine si è risolta così male, che avrebbe visitato Tbilisi, su invito del patriarca Karekin II, Catholicos della Georgia, il Patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill. No, ha chiarito seccamente, per ora non se ne fa niente[80].

Alla fine del suo viaggio lampo in Asia, in occasione del vertice APEC a metà novembre, Obama ha incontrato anche il presidente russo Medvedev, dichiarando subito dopo che i rapporti tra i due paesi sono migliorati di molto. Il “resettaggio” tra Washington e Mosca è riuscito: l’accordo c’è su molti aspetti, a cominciare dalla preoccupazione per il ritardo dell’Iran nel rispondere alle proposte dell’ONU e dell’AIEA, dall’accordo ormai quasi raggiunto sul rimpiazzo del vecchio trattato per la riduzione degli armamenti nucleari strategici[81] (anche se sarà forse necessario un accordo “ponte”[82] che preservi lo status quo fino a che sia pronto l’accordo nuovo che rimpiazzi il Trattato in scadenza a dicembre)…

Nel frattempo, viene confermata la notizia, trapelata già da qualche settimana[83], che la Russia si è dotata ora di una dottrina strategica nuova che rivendica – adesso anche a sé, come da sempre fanno gli americani – il “diritto” al primo uso, dunque preventivo, di armi nucleari quando e se lo ritenesse necessario… Ora, Nikolai Patrushev, il segretario esecutivo del Consiglio nazionale di sicurezza, per la seconda volta in un mese, dichiara che l’impiego dell’arma nucleare dipenderebbe dalla situazione contingente e dalle intenzioni del potenziale avversario— o meglio, da come Mosca leggerebbe le intenzioni del potenziale avversario; e aggiunge, non a caso ovviamente, che non è da escludere a priori un attacco nucleare preventivo da parte russa…

Insomma, alla rincorsa e alla scopiazzatura del peggio. Naturalmente, a Obama che – guardandosi bene dal cancellare o dal dichiarare caduca la dottrina strategica americana del primo colpo, che esiste informalmente da sempre ma è stata formalizzata solo da Bush il piccolo – anela a, e proclama, l’obiettivo di un “mondo libero dalle armi atomiche”, Patrushev risponde colpo su colpo: anche noi, anche noi… se lo fanno tutti gli altri s’intende[84]. Campa cavallo, insomma…

Intanto, la Svezia e la Finlandia trovano e concludono l’accordo col consorzio russo-tedesco North Stream per la sistemazione sul fondo del mar Baltico, nelle acque territoriali dei due paesi, dei due collegamenti necessari e finora frenati dalle fobie antirusse di Ucraina, Polonia e paesi baltici ex sovietici per la fornitura del metano russo che poi potrebbe estendersi anche a Sud verso Danimarca e Germania. A ruota segue la Finlandia.

E, a proposito di ruggito del topo, o di autoillusione di poterlo far risuonare se non – forse, molto forse… – con vaghi effetti solo di politica interna, la Polonia dice alla NATO che dovrebbe far sentire la propria voce alla Russia. Infatti, il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski esprime al segretario generale Anders Fogh Rassmussen le preoccupazioni del suo governo per le esercitazioni militari Zapad 2009 che la Russia sta conducendo vicino ai suoi confini.

Non ce l’ha con i russi, spiega (e ti credo: lui voleva mettere i missili ai confini russi; e quando fa le sue manovre, di grazia, la Polonia dove le fa, se non ai confini russi?), e sembra in effetti prendersela proprio con la NATO che “dovrebbe mostrare maggiore considerazione per i membri relativamente nuovi dell’Alleanza[85].

L’economia della Lettonia si contrae di brutto anche nel terzo trimestre. Il PIL, anno su anno, è crollato del 18,4% con tagli duri sulla spesa pubblica e sugli investimenti nel tentativo (peraltro assai poco riuscito) di riportare il deficit di bilancio (colossale) sotto controllo[86].

A fine mese, in Bielorussia, il premier Berlusconi va in visita al presidente Alexander Lukashenko: l’ultimo, ma proprio l’ultimo, dei capi rimasti al potere dalla caduta del muro oltre vent’anni fa…. Di lui, tutta l’Europa occidentale e l’America dicono male e anche peggio: satrapo vecchio stampo, repressore illiberale e “efferato[87] di ogni anelito di pluralismo, grande equilibrista tra Est e Ovest per ragioni di convenienza – chi lo paga meglio lo trova sempre dalla sua parte – ma sempre saldamente ancorato nel tipo di governance che vigeva sovrana nell’Est comunista del mondo ai tempi di Breznev, mica di Gorbaciov né oggi di Medvedev e Putin…

E Silvio Berlusconi se ne esce in diretta televisiva bielorussa, tradotto parola per parola e alla presenza di Lukashenko, in ditirambici omaggi— sopra, smisuratamente sopra le righe, in maniera che non è solo patetica ma catastroficamente ridicola… anche perché, almeno in apparenza, del tutto gratuita. Io “so che la sua gente la ama. E’ dimostrato anche dai risultati elettorali, che sono sotto gli occhi di tutti[88]: già… in pratica il 99% dei votanti e il 91% di voti. Gli piacerebbe, sicuro…

STATI UNITI

Lo sforzo titanico di Obama in questo primo suo anno di presidenza, ormai quasi agli sgoccioli, si concentra sulla necessità di sbloccare la paralisi politica che la polarizzazione economica e sociale  degli anni di Bush ha regalato al paese. Non ce la fa subito, come è ovvio; non ce la farà presto; sarà difficilissimo per lui farcela; ma non è detto che non ce la farà.

Per ora, i democratici, bocciata a larga maggioranza la debole proposta di legge repubblicana di riforma sanitaria (tagli di spesa e nessuna nuova copertura ai più di 46 milioni di esclusi) hanno fatto passare alla Camera con un solo voto di maggioranza (220 invece del minimo di 219) contro tutto lo schieramento dei repubblicani (215 contro), il loro programma, in sostanza quello del presidente.

E’ una riforma di portata, senza esagerare davvero, strategica anche, e ancora più importante – alla faccia di tutti i bi-partisanismi buonisti e fasulli –, proprio perché è stata il risultato di uno scontro frontale: un battaglia all’ultimo sangue per la maggioranza dei 435 membri della Camera dei rappresentanti, 257 democratici e 178 repubblicani che, però, qui, votano secondo coscienza o, se volete più realisticamente, secondo i loro pregiudizi e i loro interessi.

Un solo repubblicano ha votato a favore, Anh Cao Quang della Louisiana, nato a città Ho Chi Minh, allora Saigon, nel 1967 da un marine che, poi, lo fece arrivare in America ma di cui lui ha rifiutato di prendere il nome tenendosi quello della madre che lo aveva cresciuto, un giovane avvocato eletto solo a gennaio di quest’anno; sono stati ben 39 invece i democratici a votare contro, coi repubblicani.

Al Senato sarà più difficile, ma intanto il 1° novembre hanno trovato i 60 voti su 100 per strozzare l’ostruzionismo sistematico scatenato dai nemici della riforma ed imporre il passaggio al dibattito di merito[89]. E’ ora, però, che viene il difficile perché tra questi 60 – 58 democratici e 2 repubblicani – ce ne sono diversi che, disposti a discutere nel merito, non amano questo o quell’articolo della proposta…

Poi, si tratterà di “riconciliare” le due versioni, Camera e Senato, che non saranno identiche di sicuro, in un unico testo di legge. E anche questo non sarà affatto facile. Nella versione votata alla Camera – per ora al Senato è passato solo il principio di passare alla discussione – il nuovo sistema – costo a 1.100 miliardi di $ su dieci anni, spesa coperta con nuove tasse mirate e alcuni tagli al sistema di copertura sanitaria pubblica del Medicare in vigore per i cittadini ultrasessantacinquenni – estende la copertura a 36 milioni di americani che ora ne sono privi.

Per raggiungere i voti necessari è stato necessario alla maggioranza accettare un compromesso “imposto” dalla conferenza episcopale americana alla dirigenza dei democratici  a che governa in modo reputato molto “severo” dai liberals il ricorso una copertura pubblica minima delle spese sostenute per le operazioni relative all’aborto.

Ma in linea di principio non la esclude, pur rendendo più complicato l’accesso alle procedure di interruzione volontaria della gravidanza anche se e quando uno – una – se le pagasse da sola… Su questo punto, ma in realtà su tutto, vedrete, la battaglia si riapre adesso in tutti gli altri gradi della complicata procedura che, alla fine, porterà alla legislazione finale.

Ora, la bozza formalmente presentata dai democratici al Senato come prima base di discussione, dopo aver battuto il blocco ostruzionista meno di due settimane dopo il voto alla Camera. Come prevede quella versione, anche il testo del Senato crea nuove “borse delle assicurazioni”, un ente  assicurativo pubblico che, entrando in concorrenza con gli assicuratori privati, potrebbe/dovrebbe – secondo la teoria e il dogma della competition – obbligarli a ridurre i loro altissimi costi di gestione delle polizze e impedisce il diniego di copertura assicurativa per malattie cosiddette pregresse alla stipula del contratto.

Sono queste due ultime clausole – l’obbligo di copertura e la concorrenza del pubblico che, è dimostrato – qui, almeno… – ha costi di gestione nettamente inferiori a quelli dei privati e, se la concorrenza, come temono, funziona, potrebbe costringerli a ridurre i margini di profitto: infatti, la concorrenza, quando da principio teorico e predicato agli altri si trasforma in pratica applicata  a se stessi è sempre combattuta, ferocemente, dai privati.: come diceva già, più di centocinquant’anni[90], Adam Smith che il capitalismo se l’era inventato, insieme al concetto di libero mercato.

Anche in America, l’indice dell’Istituto dei managers agli acquisti dà la produzione manifatturiera in netto aumento a 55,7 punti il mese scorso rispetto ai 52,6 di settembre. Ed è il terzo mese di lettura sopra livello 50, che sta ad indicare crescita[91].

Con un rovesciamento di posizioni straordinario e francamente non bene spiegato (“perché il clima sta migliorando, hanno detto, in Europa”…) il Consiglio d’amministrazione della General Motors ha deciso di tenersi la Opel piuttosto che venderne il 55% delle azioni, come sembrava ormai da tempo deciso con l’accordo dei governi americano e tedesco, e come del resto era stata già anche annunciato, alla Magna austro-canadese e alla maggiore banca privata russa, la Sberbank.

La verità che naturalmente a Detroit non vogliono riconoscere è che stanno ciurlando nel manico: perché era proprio la decisione di preferire la Magna alla FIAT ad essere “industrialmente” sbagliata; e la verità è anche che adesso – a maggioranza di C.d.A, di nomina della Casa Bianca – stanno facendo proprio quanto, un giorno sì e l’altro pure, accusano i russi di fare: cioè di prendere decisioni commerciali e di business in base a considerazioni politiche: qui, di non associare i russi all’affare attraverso la Sberbank

Si dimette subito il capo delle operazioni europee della GM, Carl-Peter Forster, così spudoratamente smentito, e si manifesta durissima la reazione del governo tedesco. Il ministro dell’Economia, Rainer Brüderle, insediato solo da qualche giorno, ha sentenziato che la decisione è “completamente inaccettabile”. Adesso, ha aggiunto, il governo tedesco “esigerà” (come, però, non lo dice) che la GM presenti rapidamente il piano di ristrutturazione della Opel GmbH e della sorella britannica Vauxhall nel quale “i diritti dei lavoratori dovranno avere la priorità”.

Da parte sua, il capo negoziatore del sindacato metalmeccanico IG-Metall, Klaus Franz, che aveva puntato tutto su questa soluzione, si dice “interdetto”, dice che si tratta di “una giornata nerissima” per i lavoratori e giura che “il ritorno alla GM non un esito che noi sottoscriveremo[92].

Da come lo dice, sembrerebbero quasi fare tutti sul serio … E sul serio sembra parlare Ulrich Wilhelm, portavoce della cancelliera, che s’era personalmente impegnata a far passare tra le tante questa soluzione. Adesso, tuona che Berlino “esigerà” il rimborso a scadenza (fine novembre) del finanziamento ponte tedesco (1,5 miliardi di €) col quale, per tenere aperta la Opel, l’accordo era stato finalizzato[93]. Al contempo, però, la decisione di Detroit leva di mezzo la grana non piccola che la scelta di Merkel aveva sollevato a livello di UE dove la il suo governo era sotto accusa per aver sussidiato con finanziamenti pubblici (quel miliardo e mezzo di euro) la soluzione Magna…uel miliaro e mezzo di euro) la xdecisione…

Non meno secca la reazione dei russi. Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha espresso la totale sorpresa di fronte a una così “curiosa” decisione: in fondo, ha rilevato il premier, il CdA della GM aveva annunciato il 10 settembre la vendita a Magna e Sberbank, “delegando a tutti gli effetti a un trust di controllo della divisione europea della GM l’approvazione finale dell’accordo[94]… E, allora?

Da notare: totalmente divergenti le reazioni inglesi, sindacato e governo. Il segretario generale del sindacato UNITE, Tony Woodley, che rappresenta i lavoratori della Vauxhall (fabbrica Opel-GM) dice che l’annuncio di Detroit è “fantastico e giusto anche e proprio per la stessa General Motors non essendoci alcuna logica nella decisione iniziale che avrebbe frantumato la compagnia in vari pezzi”.

E il ministro degli Affari britannico – si chiama così, del Business, nel governo laburista britannico – Peter Mandelson, dice di essere “ansioso di discutere con la GM del suo programma e di come esso impatterà sulle fabbriche e sui lavoratori britannici”. E, facendo capire che a lui – che pure, ex fresco Commissario britannico a Bruxelles, è uno dei più euroentusiasti fra i ministri inglesi – non gliene potrebbe fregare di meno delle riserve europee sugli aiuti di Stato, annuncia (facendo finta di credere alla sincerità di Detroit) che “il governo di Sua Maestà è disponibile a sostenere un piano di lungo periodo” per la Vauxhall…

Alla fine, tirando le somme, la General Motors taglierà parecchi posti alla Opel in Europa, sui 9.000, viene riferito citando il direttore esecutivo della GM per l’Europa, Nick Reilly[95]. Però, di fronte alle voci insistenti di un taglio concentrato in Germania (5.300 posti di lavoro lì, 2.000 in Belgio) smentisce… senza specificare altro e confermano che la casa madre di Detroit punta, comunque, a ridurre la capacità produttiva della casa tedesca del 20%: dove, come non si sa.

La crescita del PIL nei tre mesi fino a fine settembre - cioè, nel terzo trimestre – è stata rivista al ribasso dello 0,7% a un tasso annuo del 2,8, soprattutto a causa di un aggiustamento al rialzo dell’import[96].  

Prosegue, inesorabile, la marcia in avanti della disoccupazione. L’economia americana ha cancellato altri 190.000 posti di lavoro in ottobre, passando al 10,2% (ufficiale) dal 9,8 di settembre e non c’è neanche un economista, nemmeno tra i cantori di una ripresa che poi si manifesta solo come rallentamento della recessione, a prevedere un miglioramento del mercato del lavoro fino ben avanti nel 2010. I settori che hanno più perso lavoro sono quelli chiave delle costruzioni, del commercio e il settore manifatturiero[97]. Oggi, i disoccupati sono 15.700.000, contando solo quelli ufficiali, e da fine 2007 sono andati persi 7 milioni di posti di lavoro, 5.500.000 in più rispetto solo all’ottobre 2008.

Dopo essere cresciuto in continuazione per due anni e mezzo il tasso di disoccupazione è passato nuovamente  nella zona a due cifre, con quel 10,2%. Altro segno della durezza della recessione e della lunga strada che c’è da percorrere per tornare alla piena occupazione. Così come segno, anche, della necessità di un’azione politica molto decisa tesa a creare lavoro e a proteggere coloro che non lo possono trovare o ritrovare.

Inoltre c’è il fatto che, al solito – per pessimo che sia il dato – quel 10,2% non a caso insistiamo a chiamarlo “ufficiale”: non tiene conto pienamente, in effetti, e molto poco poi in realtà, dei milioni di lavoratori ridotti al part-time forzato, o che hanno lasciato addirittura perdere – “scoraggiati” – di cercare un lavoro. Il paese vive oggi una situazione di sotto-occupazione del 17,5%[98], cioè che ogni sei lavoratori ce n’è uno che non riesce a trovare la quantità di lavoro che vuole o di cui avrebbe bisogno. E, con l’unica eccezione del dicembre 1982, questo è il dato peggiore dalla Grande Depressione del ’29.

Oggi mancano 10.900.000 milioni di posti, un buco massiccio riempire il quale chiederà anni di impegno anche nel caso migliore. Fra un anno, la maggior parte delle previsioni informate dice che il tasso di disoccupazione sarà al minimo intorno al 10,5%, con le conseguenze sociali e umane di una situazione come questa – la disoccupazione: e, certo, non solo in questo paese – devastanti per chi lavora e chi non lavora più e per le loro famiglie. Una ricerca attenta dello stesso EPI dice che a un tasso di disoccupazione a due cifre corrisponde un tasso di povertà infantile medio di almeno il 27% e di più del 50% per i bambini afro-americani.

Lo stimolo della legislazione di Obama è servito, e molto, ad attenuare le conseguenze peggiori della recessione sul lavoro e la situazione sociale, fornendo aiuti federali ai singoli Stati, abbassando le tasse ai redditi bassi e medi e sostenendo i sussidi di disoccupazione e, in buona sostanza, sembra aver generato più di un milione di posti di lavoro.

Ma adesso è chiaro a tutti, forse, comunque ai più che ci vuole, appunto, di più… perché a Obama chi lo ha eletto con più convinzione non perdona più di scaricare la colpa su Bush: ora c’è lui alla Casa Bianca, ci sono i suoi nei posti chiave del’esecutivo, ha una larga maggioranza al Senato e alla Camera e se non riesce a tirar fuori soluzioni concrete ornai è colpa sua, malgrado la pessima eredità che gli ha lasciato Bush.

Insomma, tanti americani non si rassegnano più a una ripresina come quella che, reale ma senza occupazione[99], l’economia promette a breve e medio termine. Qui come da noi. Perché per loro non è una ripresa, che forse tale sarebbe potrebbe essere solo per chi fa pagare all’economia reale le spese dell’economia finanziaria…

Ma il dibattito sull’emergenza occupazione ormai è aperto. Solo che si va svolgendo in modo un po’ strano… Proprio un anno fa, in campagna elettorale, parlando a Toledo, in Ohio, l’aveva detta chiara Obama per primo: “l’emergenza occupazionale è qui e oggi, non possiamo rimandare l’aiuto da dare ai lavoratori, alle loro famiglie e alle comunità locali che stanno soffrendo, a chi non sa se il suo posto o la sua pensione sarà lì ancora domani, né se il suo salario della prossima settimana riuscirà coprire le spese cui deve far fronte. Il piano di soccorso cui abbiamo bisogno non è da far funzionare tra cinque anni, ma qui e ora e si chiama con una parola sola: lavoro![100].

Un anno a dicembre il suo massimo consigliere economico appena nominato alla Casa Bianca  ex ministro del Tesoro di Clinton e rettore di Harvard, Lawrence Summers, diceva: “Sono diversi gli esperti convinti che la disoccupazione tra un anno potrebbe arrivare al 10%”. Il che vuol dire che “oggi è un rischio maggiore quello di fare troppo poco piuttosto che quello di fare troppo[101].

Ma allora? allora come si spiega che in una recentissima rivista – e a Fox News, poi – Obama si “fa cauto, nervoso sulla sua politica economica. Parla vagamente di possibili incentivi fiscali per la creazione di posti di lavoro. E aggiunge che, però, è ‘importante riconoscere che se continuiamo a aggiungere debito a debito, anche in mezzo a questa ripresa, prima o poi la gente potrebbe perdere fiducia nell’economia americana in modo tale da poter provocare quella che chiamiamo una recessione a due sprofondi’”…

Ora, osserva Paul Krugman[102] – che avanza questo commento nella sua assai letta colonna di opinionista e, insieme, economista premio Nobel – è il presidente che ha il pulpito più grosso e è a lui che spetta convincere gli americani che bisogna fare quel che bisogna fare e che adesso, ancora adesso, proprio adesso, bisogna investire forte proprio e anzitutto sul lavoro e sul sostegno alla domanda che è necessaria per far creare lavoro.

Insomma, non sembra proprio questo il momento di tirar fuori lo spauracchio dell’inflazione che, in una recessione ancora così acuta, davvero non è una minaccia attuale, come sta facendo il caposquadra in carica istituzionale di questa scuola di cacasenni e di cacadubbi, il presidente della Fed Ben Bernanke, avvertendo tutti di “sorvegliare da vicino i mercati valutari assicurando tutto il suo aiuto per mantenere il dollaro forte”.

Aridanghete – come dice un fortunato spot televisivo: appropriato per cervello, convenienza o per posizione alla culturaccia dominante degli economisti convenzionali – questa è proprio una fissa. Più spiegabile forse in un banchiere centrale (che tutti uguali sono in materia: per cui, ancora in recessione piena e anche solo con lo 0,3% di crescita dei prezzi ad ottobre, già fibrillano di allarme: assurdo, però[103]) e meno in tanti economisti e politici convenzionali. Però tanto più superficiale quanto, non competendo qui alla Fed ma solo al Tesoro la gestione della moneta, il suo è un dire esclusivamente politico.

Ma purtroppo – ed è giusto dirlo – è questa visione delle priorità dell’economia che il presidente ha echeggiato adesso nell’intervista a Fox News: “Quella di chi nell’Amministrazione è terrorizzato da una minaccia fantasma”.  E, poi, lascia capire Krugman a questo punto io ho il forte sospetto che, “direttamente o indirettamente” Obama “riceve i consigli che riceve da Wall Street…

   Cioè, da quegli stessi guru che, mesi dopo l’inizio della grande recessione – questa che non è ancora finita – mettevano in guardia dalla minaccia principale cui un anno fa doveva far fronte l’economia, l’inflazione. Senza dimenticarci che Wall Street – che non s’era mai accorta neanche della più grossa bolla speculativa edilizia della storia – ha un record meno che esemplare nel predire i comportamenti reali di mercato”.

Insomma, Summers aveva sicuramente ragione la prima volta, quando aveva trovato il “coraggio” (è un uomo di Wall Street) di esprimersi contro Wall Street. “Davanti alla maggiore crisi economica dalla Grande Depressione è molto più rischioso fare troppo poco che fare troppo. Ed è triste, e assai disgraziato, che l’amministrazione appaia aver perso di vista la verità”.

La Fed tiene il suo target di riferimento per il tasso di sconto allo 0-0,25%. Lo fa, e lo dice,  inconsuetamente, perché è preoccupata della poca crescita, che è in ripresa ma resta poca e soprattutto non produce occupazione. E, con l’inflazione addomesticata, il tasso di sconto è probabile che resti “ancora assai a lungo eccezionalmente basso[104].

Un commentatore di cose economiche che va per la maggiore, un prudenzio convenzionale sempre d’accordo con la finanza per convinzione e per simpatia, come Robert Samuelson adesso paventa apertamente[105] che gli Stati Uniti potrebbero essere costretti, entro una decina d’anni, a dichiarare il default sul loro debito.

E’ questa prospettiva che lo assilla adesso, non il 10% di aumento del tasso di disoccupazione ufficiale… Né sulla sua preoccupazione influisce il fatto, che pure dovrebbe ben contribuire a cancellarla, che gli investitori i bonds se li tengono, accontentandosi di un interesse del 3,5%, il più basso da sessant’anni, quanto a rendimento dei buoni del Tesoro.

L’Ufficio congressuale del bilancio pensa che il rapporto debito/PIL potrebbe arrivare nel 2019 all’82%”— ma neanche questo è proprio vero: in realtà ha già ampiamente superato questa cifra, considerando nel debito anche la garanzia federale ai prestiti sulle abitazioni garantiti dalle due agenzie federali Fannie Mae e Freddie Mac. “Non ci sarà posto per tagliare le tasse e i tagli alla spesa non saranno accettati facilmente”.

Questa situazione potrebbe inaridire nuovi crediti, mete le mani avanti Samuelson, come è successo in passato a tanti altri paesi, causando recessione e iperinflazione. Anche la “remota possibilità” che questo possa capitare agli Stati Uniti “mette in evidenza la grande difficoltà della nostra situazione economica[106]. Dai 170 miliardi di $ di servizio del debito federale di oggi si passerà così ad almeno 800 miliardi di pagamento annuale.

Ora, dicevamo, questo opinionista importante è uno di quelli che prima del crack – preoccupati solo o quasi solo dell’equilibrio dei conti e di quello finanziaro e non, o molto meno, dell’economia reale – non avevano capito un piffero. Per cui il suo ragionamento, di per sé apparentemente ragionevole, va presso con le molle.

Perché gli serve soltanto ad esorcizzare quanti – Stiglitz, Krugman, Roubini… – con lui non erano e non sono d’accordo dicendo che adesso, invece, non bisogna preoccuparsi tanto dell’eventuale aumento di spesa ma, con un altro forte rilancio dello stimolo economico, di rilanciare adesso, subito, produzione e occupazione. E visto che la realtà, nel recente passato, ha dato loro ragione – e, certo, non è a lui che l’ha data – di chi dite che ci si dovrebbe fidare?

Anche il NYT si sta dando molto da fare a diffondere qualche po’ di panico negli ambienti finanziari. Casa Bianca e Congresso, scrive, devono “far fronte all’ansietà che sui mercati finanziari s’è diffusa quanto a dimensione del deficit pubblico e alla possibilità che diventi un freno elettorale pesante per i democratici[107]: un’affermazione apodittica, non sostenuta da alcun fatto o nessun  elemento di prova.

Lo dicevamo sopra: chi investe in buoni decennali del Tesoro americani li acquista al 3,5%, a testimonianza che i mercati finanziari non si preoccupano poi tanto del deficit e del carico che fa pesare sul futuro, E’ del presente che si preoccupano (diceva Keynes che se ne intendeva, no?, che in fondo si campa solo a breve e a medio termine, che a lungo termine, poi, siamo tutti morti…).

Alla fine degli anni ’90, per dire, ci voleva un rendimento minimo del 5% – e allora, con Clinton.  il bilancio federale era addirittura in attivo – per far comprare i buoni del Tesoro americani al risparmiatore e all’investitore: americano e estero. A dimostrazione che non è mai il deficit o il debito a pesare di più nelle preoccupazioni chi investe (se non, forse, della speculazione allo stato puro). Ma le cose concrete, l’economia reale: posti di lavoro, potere d’acquisto, quant’altro. isto, e loro prospettive.

Nouriel Roubini, un economista che, invece, aveva previsto tutto anni prima, anche il come e il quando oltre al perché, del tonfo della macrofinanza, dice che il rischio vero è nello scarto che sta crescendo tra ripartenza timida delle economie e impennata violenta dei prezzi di molti asset. Specie dei titoli finanziari. A cui è esposta, adesso e non fra dieci anni, l’economia americana: da una parte, c’è lo star fermi o l’andar molto lenti per troppa cautela, dall’altra il lasciar scatenare la nuova corsa al baratro speculativo che va sotto il nome tecnico di carry trade[108].

Siccome è diventato più difficile, adesso, speculare su derivati che pochi vogliono perché tutti ormai ne sospettano, gli speculatori si sono buttati a mettere spericolatamente “in correlazione il livello dei tassi di interesse e l’andamento delle valute… Si possono prendere a prestito yen pagando l’interesse dello 0,35% e convertirli in dollari australiani che rendono il 3,32%”, guadagnandoci subito e automaticamente il 2,97%...

Ma c’è, naturalmente, il rischio insito nell’andamento delle valute. Che avendo scommesso sul biglietto verde al ribasso per acquistare asset di ogni genere, petrolio, materie prime, titoli, quando la valuta americana arresterà la caduta sarà inevitabile un crollo a cascata di tutti i prezzi artificiosamente gonfiati. E sarà un’altra bolla che, così, scoppierà.

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L’ex capo della CIA a Milano, Robert Lady, è stato condannato con parecchi suoi agenti (non tutti: alcuni erano coperti dall’immunità diplomatica…) e però nessuno dei tanti spioni italiani al suo servizio: salvaguardati, tutti, dal segreto di Stato messo dal governo Prodi, prima, e poi da quello Berlusconi uelo Berlusconi quelo Berluscon i)  quello a coprire le vergogne nazionali, di una rendition, il rapimento per le strade di Milano di persona accusata e sospettata di terrorismo ma tale mi provata e tanto meno poi condannata (Osama Mustafa Hassan Nasr, detto Abu Omar) da parte di servizievoli 007 italiani, con consegna agli 007 americani e trasferimento forzato delle persone suddette alla tenere cure di paesi noti per non andare troppo sottili sulle torture: Pakistan o, come nel caso nostro, Egitto...

E’ il primo provvedimento penale condotto, e condotto a buon esito ma non certo per merito dei vari governi in questione, in qualsiasi parte del mondo contro il programma di rendition straordinaria instaurato dall’agenzia americana[109] di intelligence (si fa, naturalmente, per dire). Ed è un  merito – sicuramente un merito – dell’ indipendenza dei tribunali italiani rispetto ai governi.

Lo sottolinea con rilievo un editoriale importante del NYT[110], scrivendo che “due tribunali, uno in Italia uno in USA, hanno recentemente emesso un verdetto sulla pratica dell’Amministrazione Bush delle cosiddette renditions straordinarie: il rapimento di persone e il loro invio forzato in altri paesi perché siano interrogati— e torturati. Il tribunale italiano ha emesso una sentenza giusta. Quello americano, miserabilmente sbagliata”.

Il tribunale federale di Manhattan ha stabilito che “spetta al Congresso decidere cosa è accettabile e cosa no nell’interrogare un sospettato”—  e che, come tale, il sospettato, contrariamente alle panzane che ci raccontano tutti le settimane e per dieci volte almeno la settimana, le varie C.S.I. e Law & Order, non ha proprio diritti nella libera America: scrive nella sentenza il presidente del tribunale Dennis Jacob che “non spetta certo a noi come giudici”.

Bene: è precisamente di questo che si discute adesso, quando qui a casa nostra vogliono togliere ai giudici il diritto di decidere su quelli che sono i nostri diritti e affidarne la certificazione, invece, alla maggioranza di governo…

Continua, secondo tecnica antica, il braccio di ferro sul nucleare tra occidentali (a rimorchio degli israeliani, con associati – in linea di principio e, nello specifico, di volta in volta – russi e cinesi) e Iran, tra chi la bomba ce l’ha già,  insomma, e chi no ma, forse, anche se giura di no, vorrebbe averla…

Il gen. Hassan Firouzabad, capo di stato maggiore dell’esercito iraniano, che si era appena espresso a favore dell’accordo di Vienna e della sua firma, anticipando con qualche coraggio il verdetto delle autorità del paese, ha protestato per l’annuncio russo del ritardo di altri sei mesi nella consegna del sistema antiaereo russo S300. Pare sia stata Israele a chiederlo ai russi, esplicitamente e, trattandosi di un sistema rigorosamente difensivo che non ha alcuna utilità se non si viene aggrediti, Teheran ha qualche ragione a lamentarsi[111]. Però, così, dà anche un argomento a chi all’accordo, invece, non vuol vedere il paese aderire.

La proposta avanzata dall’AIEA, e originariamente accettata da Ahmadinejad, che l’Iran consegnasse 1.100 chili del suo uranio a bassa gradazione – il 70% circa del suo stock – alla Russia per un arricchimento almeno al 20%, atto al lavoro di ricerca ma non alla bomba entro l’anno, s’è trovata stoppata dai “moderati” che si rifanno adesso con l’accusa pesante al presidente – che di fatto ne viene bloccato – di svendere così i diritti dell’Iran. Il nodo è cosa potrebbe mai garantire all’Iran che l’uranio consegnato gli sarebbe in effetti restituito.

No, neanche della Russia e con buone ragioni, l’Iran si fida. Oltre al ritardo nella consegna degli S300, infatti, Mosca ne annuncia un altro, anche questo l’ennesimo, rispetto a un lavoro già largamente pagato: dice, naturalmente, che di ritardo “tecnico” si tratta ma non ci crede proprio nessuno: il ministro dell’Energia Sergei Shmatko informa che il reattore nucleare di Bushehr, che sta costruendo da anni su commessa iraniana, non sarà più consegnato entro fine anno.

Anche se, per quella data, la Russia si aspetta passi avanti concreti, dice Shmatko, la consegna non potrà avvenire nei tempi previsti[112]. L’Iran, per sua parte, che con Ali Akbar Salehi, capo dell’Organizzazione nazionale per l’Energia Atomica, aveva appena dichiarato come l’impianto fosse completato ormai al 96% e di “aspettarsene l’avvio alla data prestabilita[113], reagisce con una dichiarazione durissima, e tutta politica, di un membro autorevole del Consiglio nazionale di sicurezza e della Commissione Esteri del majilis, Heshmatollah Falahatpishe: la Russia, denuncia, ci sta usando come una pedina nei suoi giochi di potenza con l’America e ci sta vendendo strappandone un prezzo assai alto[114].

Poi, certo, si tenta di rimediare mettendo qualche pecetta. E un importante esponente del parlamento iraniano, Kazem Jalali, sostiene che non è stato possibile fissare una data certa per l’inaugurazione di Bushehr a causa dei due calendari, quello iraniano e quello gregoriano, le cui discrepanze avrebbero, dice, causato il pastrocchio[115]… Naturalmente Jalali – uno della scuola oggi più antiamericana e meno antirussa – e, sempre oggi, vicino a Ahmadinejad si augura che il lancio avvenga davvero al più presto.

Subito dopo si incontrano un esponente importante dell’Agenzia atomica iraniana e Dan Belenky, il capo dell’Atomstroyexport, l’ente che esporta e fabbrica i reattori nucleari russi. Alla fine, viene fuori il reiterato impegno russo a che l’impianto di Bushehr, al quale si assicura continuano a lavorare tecnici russi e iraniani, verrà consegnato chiavi in mano al governo di Teheran “appena possibile[116].

Ma è un fatto che i russi sembrano, talvolta, come trovarsi a disagio, quasi obbligati a giustificarsi di cooperare sul nucleare con Teheran. E a Teheran la cosa dà molto sui nervi. Per cui, ad esempio, agli attacchi della stampa americana più codinamente allineata alla vulgata consueta di Pentagono e dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri russo sente il bisogno di replicare assicurando – appunto, come a giustificarsi – che la cooperazione tra i due paesi in campo atomico resta sempre “inclusiva di tutte le restrizioni prescritte dalle rilevanti risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU” e attenta “alle regole imposte a tutti (bé, non proprio, a dire il vero…) dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare”.

Che è excusatio non petita, perché preoccupata di rispondere ad accuse che mai l’America si è ufficialmente azzardata a avanzare, o è del tutto superflua perché aggiunge solo, e comunque, quello che da sempre è noto: che “l’emergenza dell’esistenza di armi nucleari in Iran sarebbe altrettanto inaccettabile per la Russia che per gli Stati Uniti[117]. Insomma, non possono che annotare e far rilevare a Teheran – continuando a smentire ogni intenzione del genere – inaccettabile. Ma solo nel caso dell’Iran…

Sembra così, quasi in reazione a questo comportamento – che Teheran considera palesemente sleale e anche sempre più apertamente ostile, oltre che ipocrita (gli americani, malgrado qualche gesto, sono nemici almeno dichiarati) – il fatto nuovo, e di grandissima importanza strategica e politica, che gli iraniani stiano considerando – e lasciando vedere di considerare – con attenzione sempre maggiore l’opportunità di prendere le distanze dai russi avvicinandosi, invece, alla Turchia: la potenza che da sempre dei russi, sul Mar Nero, tradizionalmente è “rivale”.

Certo, la Turchia è anche alleata degli americani ma, da qualche anno, più indipendente e meno supina di prima (un po’ come, adesso, il Giappone) mentre è la Russia che, malgrado la rivalità dichiarata e anche reale, su certi temi anela apertamente a un’alleanza subalterna con Washington. E, siccome certo non è da un’Europa del tutto allineata e coperta che l’Iran si può aspettare simpatie quando pretende di difendere, intransigente, il proprio diritto come, per lo meno uguale anche sul nucleare a quello di ogni altro paese…) vale forse la pena di riavvicinarsi all’altro maggiore paese islamico della regione, che ha caratteristiche, pure, di paese islamico democratico…

Quanto alla Turchia, il governo Erdogan ha deciso da anni di diventare una potenza a scala regionale: senza forzare ma senza dir di sì a nessuno a priori… Il fondamento intellettuale di questa proposizione viene fuori con l’emergere sempre più chiaro di un mondo che dimostra di non essere affatto gestibile da un’unica superpotenza, cui si ribella, e di venire invece multipolarmente ordinato e gestito.

Quando il concetto del multipolarismo da resuscitare venne per la prima volta, forse, rielaborato   compiutamente con il patatrac della “mission accomplished” di Bush, e man mano che le ideologie parallele della “fine della storia” e dell’egemonia dell’“unica superpotenza restante” davano in ottone sepolte sotto il disdoro e la vergogna dell’incapacità e del’insopportabilità del voler ridurre a forza di bombe il mondo a propria immagine e somiglianza, le élites occidentali ne presero atto ma poi misero subito via nel dimenticatoio questo discorso.

Dar spazio all’idea, anche se era palesemente avvalorata dalla realtà, faceva sembrare chi le dava spazio come un servo sciocco incapace di dire di no ai “sovietici” (che, però, ormai non c’erano più…). Ora, naturalmente, l’idea è diventata addirittura banale, accolta anche dal presidente degli Stati Uniti d’America come qualcosa di tanto evidente da non aver più bisogno di essere dimostrato. Se questo far puntello sulla Turchia, che si è dimostrata almeno attenta e disponibile, per cercare una sponda a occidente darà frutti, non ci sarà comunque niente da perdere…

Intanto, a inizio novembre, il ministro degli Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, dichiara di aver consegnato il punto di vista e la proposta “tecnica” del suo paese di rivedere l’applicazione del piano AIEA. L’Iran offrirebbe all’AIEA di scegliere tra tre opzioni possibili per procurarsi il combustibile di cui ha bisogno per il suo reattore, la cui costruzione venne lanciata, su pressioni dell’America, ben quarant’anni fa, sotto il regime dello scià:

• comprarlo direttamente da paesi terzi;

• arricchirselo in casa;

• accettare il piano proposto dall’AIEA, con qualche modifica imposta dalla sua esigenza nazionale di non subire imposizioni “illegali”, perché contraria ai diritti riconosciuti a tutti i paesi firmatari, come l’Iran proprio, dal Trattato di non proliferazione nucleare[118].

Ali Asghar Soltanieh, l’ambasciatore iraniano all’AIEA, ha dichiarato di essere pronto a discutere di qualsiasi chiarimento tecnico “sulla fornitura del combustibile nucleare al reattore di ricerca del suo paese”. Il fatto, del quale sono tutti al corrente, è che “l’Iran ha diritto a garanzie precise sulla consegna dell’uranio arricchito[119] perché già diverse volte in passato (e lui le cita, una per una…) lo ha pagato, come ha pagato altri materiali di importazione mai ricevuti: anche e proprio dagli “amici” russi, come i missili anti-aerei oggi annunciati in ulteriore ritardo...

Adesso, come aveva detto subito dopo l’offerta, “sotto la supervisione dell’AIEA stessa, l’Iran è pronto a comprare uranio arricchito da qualsiasi produttore che sia disposto a venderglielo[120]. Il che presuppone e sconta, però, che come gli viene riconosciuto in linea di principio, gli si riconosca anche il diritto a detenere nei fatti il suo uranio arricchito.

Il problema è dannatamente complicato, come abbiamo detto, dalla politica interna di Teheran: ora è Ahmadinejad a dire che l’accordo va fatto, visto che la concessione di principio ottenuta dall’Iran – il riconoscimento del suo diritto ad arricchirsi l’uranio per scopi civili – non era mai stata finora così esplicita; e ora, a fare ostruzionismo, sono i “moderati” (Moussavi, Larijani, ecc., quelli battuti, nessuno sa se legittimamente o no, alle elezioni) che non vogliono concedergli quel che lui a voce alta rivendica: come sia stata proprio uel che lui a voce alta rivendica;: la sua intransigenza passata ad aver costretto i nemici a riconoscere questo risultato. I “moderati” non vogliono: per loro, forse, sarebbe consegnargli così la vittoria “definitiva”.

E forse le cose sono ancora più complesse… Qui, esattamente come in America, la decisione finale sulle questioni di sicurezza nazionale arriva sempre al, e dal, vertice. In America decide, e con la sua decisione finale conclude il dibattito, il presidente. In Iran decide, e con la sua decisione conclude, la Guida suprema, l’Ayatollah Khamenei.

Non è una decisione collettiva. Qui i suggerimenti sul che fare vengono dal majilis, il parlamento, anzi da una sua Commissione ristretta, degli affari militare. E, soprattutto, dal Consiglio di sicurezza nazionale, un corpo di 19 esponenti tra cui il presidente della Repubblica, Ahmadinejad, sei ministri, i capi di tutte le branche delle Forze armate, il capo della agenzia atomica nazionale… è significativo. Ma, esattamente, in che senso? Il fatto è che, di questi 19 altissimi capi del regime, uno solo – il presidente, Ahmadinejad – si sia espresso a favore del sì senza ulteriori condizioni all’AIEA… O, meglio, con un’aggiunta…

Perché Ahmadinejad stesso, poi, si è corretto. Andando, in un discorso di fine ottobre, a Mashhad, nel ribadire il suo sì personale, nei fatti, sulla posizione di Larijani (ma perché ci dovremmo fidare delle promesse: consegnare una cosa concreta oggi e aspettare che ce la restituiscano, come promettono, domani?), ha ricordato mettendo al suo stesso sì una condizione.

Che, però, nel testo di Vienna, non c’era, e che di per sé sembra – è… – tanto sacrosanta quanto poco realistica: che le compagnie occidentali (soprattutto americane, come la GE, e francesi) che ricevettero miliardi di $ dal regime dello scià per costruire reattori nucleari in Iran, li restituiscano visto che dopo la rivoluzione hanno cancellato i contratti senza mai ridare indietro il mal tolto alla nazione iraniana…

Intanto, lo status della questione sembra esser stato ancora congelato dalla dichiarazione del portavoce della Casa Bianca che gli Stati Uniti per conto loro hanno fissato una scadenza per la risposta iraniana “per la fine dell’anno”. Arriva subito, anche, il chiarimento del ministro degli Esteri dell’Iran: il suo paese non consegnerà il proprio uranio da arricchire a nessuno. Ma è disposto a scambiare, a Teheran, il proprio uranio impoverito con la consegna di altrettanto uranio arricchito da parte di Russia e Francia, come previsto…

Sembra una mossa sagace, e Mottaki ci tiene a chiarire che “la nozione di un Iran che non ha ancora risposto alla proposta ricevuta” dal P5+1 “è solo propaganda”. Ma, al solito, a una proposta che era secca, tra minestra da mangiare o finestra da saltare, Teheran non ha risposto il “sissignore obbediamo[121] preteso dai 5+1.

Il fatto è che, così facendo, i 5+1 che – secondo la loro stessa proposta – consegnerebbero all’Iran un uranio arricchito al 20% in cambio di quello originale ricevuto da Teheran, arricchito appena al 3,5%, avrebbe modo di assicurarsi che, essendo al 20%, esso sarebbe esclusivamente per uso civile… Ma l’Iran si garantirebbe di riceverlo effettivamente perché sarebbe un do ut des senza soluzione di continuità col momento della consegna…

Il direttore dell’AIEA, Mohmed ElBaradei, che va in pensione a fine novembre, in una conferenza stampa a Berlino[122] ricorda a Teheran, ancora una volta che difficilmente troverà in futuro un interlocutore “ragionevole” come Obama e esorta il governo a rispondere positivamente all’offerta dei 5+1. Prende atto che, al momento, la risposta è stata negativa ma sottolinea che ancora non è formale – non gli è stata data per iscritto – ed è l’occasione migliore che si avrà per disinnescare la minaccia che grava sul paese.

La risposta verbale negativa, che in sostanza dice come l’Iran deve potersi tenere tutto l’uranio che ha finché non gli viene consegnato in cambio il combustibile che dovrebbe avere, è “un caso estremo di diffidenza e di sospetto… anche se l’Iran ha ogni ragione per non fidarsi”, riconosce mandando in bestia gli altri interlocutori. In ogni caso, aggiunge, per quello che conta ancora il suo parere (e per molti nell’AIEA conta ancora), se la risposta non fosse proprio quella che si vorrebbe, lui resta contrario all’imposizione di altre sanzioni: “non penso proprio, infatti, che risolveranno il problema, anzi secondo me sicuramente altre sanzioni peggiorerebbero le cose ancora una volta, giocando ancora una volta a favore dei falchi”.

Che adesso, però, sul tema non è neanche chiaro chi siano: Ahmadinejad? o i “moderati” che gli hanno forzato la mano?

Con la volontà chiara di Obama di tenere l’Iran isolato per quanto possibile sulla scena mondiale – una delle condizioni che gli servono per portarlo a quello che lui, con tutto l’occidente e oltre – anche la Russia, la Cina, pure se non in modo uguale a quello ormai organico agli americani, sicuramente, ma meno ossessionato e più aperto del loro – si sta scontrando la volontà ormai di diversi paesi latino-americani, non il solito Venezuela di Chávez o la Bolivia di Evo Morales, ma l’Argentina e, soprattutto, il Brasile di Lula da Silva.

Che con l’Iran, anche se scontenta il suo amico Obama, intende aprire un rapporto forte, commerciale e anche politico, e riceve il presidente Ahmadinejad in visita di Stato e con lui discute irritando molto la signora Clinton, ma anche palesemente fregandosene, di politiche energetiche e, sì, anche del nucleare civile bilaterale...

Il tutto è parte di un vasto disegno che Lula, nel suo ultimo mandato presidenziale, intende perseguire tentando di dire e di far pesare la sua nelle acque procellose della politica mediorientale[123]. Dove, peggio di così non potrebbe andare; sicuro, i mediatori non mancano in Medio Oriente, ma nessuno di loro finora ha combinato niente, assolutamente niente di buono; forse proprio perché, più che mediatori, erano in realtà tifosi e di una sola parte. Del resto, qualche settimana prima di Ahmadinejad, e con lo stesso scopo, aveva ricevuto a Brasilia il presidente israeliano Shimon Peres e il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas.

Naturalmente contro la sua iniziativa si sta scatenando tutto il diplomatese convenzionale di antico stampo americano e latino-americano, occidentalista, che sembra guidato a dire la verità dalla segretaria di Stato Clinton più che dal presidente Obama. Lei lascia capire, e dire, che i tentativi di Brasilia di affermarsi come potere globale possono anche avere esito positivo, ma solo se in qualche modo si lasceranno “guidare” da Washington.

Obama è più prudente, più politico: scrive a Lula, il giorno prima della visita di Ahmadinejad, e dice di sperare che lo aiuterà a trovare il modo di accettare “lo sforzo che la comunità internazionale sta facendo per forgiare un compromesso sugli obiettivi nucleari che si prefigge l’Iran[124].

Lula, però, risponde a tamburo battente[125] che, proprio come stava facendo il Brasile, anche l’Iran, “firmatario del Trattato di non proliferazione e sulla base di quel che esso gli riconosce ha il pieno diritto di arricchirsi l’uranio per la produzione di energia e di sviluppare la sua tecnologia nucleare a scopi pacifici”. E’ convinto dell’opportunità di lavorare a migliorare le relazioni bilaterali “sulla base di due premesse di fatto – una pratico-politica e una tutta politica –: che

primo, i rapporti con l’Iran sono nell’interesse reciproco: Teheran è diventato uno dei suoi maggiori partners commerciali in Medio Oriente con scambi commerciali che fra il 2002 e il 2007 hanno toccato i 2 miliardi di $, gran parte in prodotti dell’agricoltura brasiliana; e

secondo, che l’Iran è un attore sociale cruciale alla soluzione dei conflitti della regione, dove non ci si muove in avanti lasciandolo isolato: e, allora, se è un attore importante della contesa è importante sedervisi insieme, discuterci e tentare di trovare insieme un punto di equilibrio”. Insieme: cioè, senza prevaricazioni o l’imposizione del proprio punto di vista a quello altrui…

Malgrado l’indignazione di qualche “deputato americano e di qualche ambasciatore della vecchia scuola diplomatica brasiliana”, quella che diceva sempre e solo sissignore agli yankees, il Brasile è dunque deciso a provarci: del resto è un grande paese che proprio con lui ha innescato un periodo di crescita forte e anche socialmente un po’ più equilibrata di quanto mai prima sia stata, non è sottoposto ad alcuna pressione sul suo continente da parte di nessuno degli altri 13 paesi che ci convivono, e per la prima volta nella sua storia è con lui che ha la possibilità e i mezzi per farsi sentire nel mondo, ha la volontà di farlo e vuole provare a dire anche la sua sul come fare la pace, non solo di invocare che lo facciano altri che poi neanche hanno la capacità né, forse, la voglia di farlo.

Non lo dice, ma pensa proprio agli Stati Uniti, Lula… e certo tiene anche conto del fatto che il Brasile non è il tipico Stato sudamericano cui, come si diceva e si dice, se Washington ha il raffreddore viene la polmonite. D’altra parte, l’export nel 2008 ha contato solo per il 13% nel PIL del Brasile e il commercio con gli USA, export e import, ha contato appena per il 3%.

La reale non dipendenza del paese dagli Stati Uniti è stata dimostrata proprio dalla e con la crisi globale: la Cina ha aumentato in maniera esponenziale la domanda di materie prime dal Brasile, in buona parte rimpiazzando così quella rivolta fino ad allora a Stati Uniti e Argentina ed è diventato il miglior partner commerciale del Brasile.

Tenendo conto di questo quadro di rapporti di forza e di relativa debolezza, di indipendenza e di relativa dipendenza, dice Celso Amorim, il ministro degli Esteri brasiliano, il presidente da Silva nel merito sta seguendo proprio l’esempio di Obama: sta “impegnando” l’Iran in un rapporto che potrebbe anche risultare utile per farlo sentire meno isolato e maggiormente vincolato a cercare, con pari dignità, il suo posto tra le nazioni del mondo. Insomma, tutt’altro che un piatto “sissignore”…

Certo, il governo di Luis Inacio Lula da Silva sa bene che deve fare attenzione: ogni cooperazione reale, a fondo, con l’Iran con la paranoia innescata del Congresso americano alla sola parola Iran potrebbe rischiare di costare al Brasile il capitale statunitense di cui ha bisogno per sviluppare il suo settore energetico.

Perché la libertà di mercato è notoriamente una favola anche negli USA e l’Export-Import Bank degli Stati Uniti ha già fatto discretamente sapere a chi di bisogno che è sotto pressione delle lobby anti-Iran (l’AIPAC ebraica, a Washington, e molti deputati al Congresso) per non partecipare con investimenti al progetto da 174 miliardi di $ energia che ha annunciato il Brasile. Vero, l’alternativa finanziaria reale e subito disponibile che frena qui le velleità di autoesclusione degli americani, al solito, è la Cina… Ma anche il Brasile non è proprio completamente entusiasta di chiamarla direttamente in ballo.

Intanto, l’Iran stringe accordi di cooperazione economica importanti anche con la Cina: malgrado l’acquiescenza di cui incolpa Pechino verso Washington, alle cui “provocazioni” lascia troppo spazio in Consiglio di sicurezza. La National Iranian Oil Refining and Distribution Company – la NIORDC, l’ente che soprassiede alla raffinazione e alla distribuzione della benzina in Iran – e la SINOPEC – la compagnia petrolifera cinese – hanno firmato un accordo per 6 miliardi e mezzo di $ per il finanziamento, lo sviluppo e la costruzione di diverse raffinerie di greggio in Iran[126] (decisive, e in modo sicuramente cruciale, in caso di nuove sanzioni come quelle minacciate or in CdS…).  Per ora è un accordo di massima, da finalizzare entro due mesi.

Così, il 27 novembre arriva a grande maggioranza il voto dei delegati dei paesi membri del CdA dell’AIEA a Vienna (su 35 membri, 25 a 3: Venezuela e Cuba, scontate, e Malaysia, un po’ meno; e 6 astenuti: tra cui, assai significativi, Brasile, Turchia e Sudafrica, oltre al Pakistan, per decenza quasi si direbbe, Egitto e Afganistan, per dimostrare che può anche disobbedire al Grande Fratello, se vuole). Voto che, dice l’agenzia Reuters alle 15:16, “condanna”, o se volete “censura” (la parola inglese è “rebukes”), l’Iran e dice (#7) che “riferirà del contenuto della sua risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU”.

Solo che la risoluzione in questione[127] non censura né tanto meno condanna proprio nessuno. Invece, “nota con grande preoccupazione” come l’Iran non abbia pienamente risposto a diverse cose chiestegli in precedenza, e “sollecita l’Iran” a farlo, ma sottolinea come sempre – ma come sempre pro-forma in premessa al #d.) – “i diritti inalienabili di tutti i paesi membri del TNP”, dunque anche dell’Iran, “a sviluppare la ricerca, a produrre e a utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici, secondo l’art. IV del trattato stesso”. E si prende la risposta scontata  del delegato iraniano presente: “la risoluzione è del tutto inutile… la nostra risposta è no…”.

Stavolta, però, anche tra coloro che andavano votando la risoluzione – non, dunque, proprio una condanna tipo proclama manzoniano ma una richiesta di impegno all’Iran perché si assoggetti alla richieste degli altri per quanto siano senza precedenti e contraddittorie: infatti, la risoluzione è firmata – questa è l’unica cosa nuova da quattro anni a questa parte e obiettivamente l’unica importante – da tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Ma di una nota di cattiva condotta in pagella si tratta, niente di più. Altrimenti, Cina e Russia non l’avrebbero di sicuro firmata.

Si chiede, ancora una volta, per l’ennesissima volta a Teheran, di non arricchire il suo uranio mentre, contestualmente, però a Teheran si riconosce il diritto di farlo. La speranza che l’Iran si pieghi è del tutto nulla. Invece, l’ingiunzione apre la strada alla possibilità/probabilità che, adesso, l’Iran potrebbe ritirarsi dal Trattato di non proliferazione al quale aderisce. Sottraendosi così del tutto legalmente e anche legittimamente – come Israele, Pakistan, India che ad esso non aderiscono e le altre potenze nucleari che lo fanno ma tanto non lo rispettano – a ogni vincolo e restrizione.

Perché, sia chiaro, in diritto internazionale una richiesta illegale, anche avanzata all’unanimità dal Consigli di Sicurezza dell’ONU, in base alla Carta delle Nazioni Unite resta illegale: nulla e non avvenuta. La diatriba sembra chiudersi, per ora, a fine novembre con l’annuncio iraniano che il governo ha ordinato in reazione al pressing dell’AIEA di iniziare i lavori su cinque nuovi siti per la ricerca e la lavorazione dell’uranio e l’identificazione entro due mesi di altre cinque possibili locazioni per costruirli[128].  

Nella ormai prolungata retromarcia di Obama nei confronti di Netanyahu, dei “nuovi” Stati Uniti nei confronti di un Israele che dice sempre e solo i suoi no, siamo arrivati al dunque. Ricordate le “intemerate”, prima, della Hillary Clinton e, poi, di Barak Obama – il discorso del Cairo… – a Netanyahu? nei confronti delle posizioni che aveva esso stesso annunciato dicendo che avrebbe fatto pesare su quello israeliano la necessità di interrompere subito la costruzione di insediamenti in Cisgiordania e, soprattutto, a Gerusalemme Est?

Già, pressioni, minacce velate perfino… Ma nessuna scadenza e nessuna pena… senza mai specificare, però, quale fosse il prezzo da pagare in caso di inadempienza… E, adesso, la segretaria di Stato chiede il 1 novembre al governo palestinese di Mahmud Abbas di “accettare” la proposta israeliana (senza precedenti, ha pure sentito la necessità di dire… con faccia tosta assoluta) di lasciar loro completare 3.000 nuovi insediamenti e non “congelare” ma solo la costruzione degli altri: si capisce, “temporaneamente”.

E si è guardata bene, visto che altrimenti le avrebbero semplicemente risposta con un arrogante e roboante “vaffa”, dal criticare l’opera di demolizione di abitazioni palestinesi a Gerusalemme Est, anche riconoscendo che secondo lei è inaccettabile. Insomma: come ieri, l’altroieri, sempre – discorso del Cairo o no – tutte le pressioni tornano solo sui palestinesi, col rischio che, per l’ennesima volta, si taglino così le gambe all’Autorità nazionale e si rafforzi la contestazione, sacrosanta a questo punto, di Hamas a Gaza…

L’impudenza di Netanyahu arriva a dire che la colpa è, ovviamente, dei palestinesi: il negoziatore Saeb Erekat, dopo averlo ascoltato, ha osato dire che così è inutile anche iniziare a parlare? lui aveva invece detto che “dovremmo sederci subito al tavolo del negoziato”: lui che, dal primo giorno del suo premierato, aveva respinto in tronco ogni risultato negoziale raggiunto in passato, antico come recente, dai suoi predecessori.

Specie proprio sugli insediamenti… ma evidentemente ha ragione lui, cioè gli altri non avevano capito niente. Noi anche, sia chiaro, vero signora Clinton?[129] anche se è pure vero che Obama in Israele non è popolare per niente – una delle poche eccezioni nel mondo: con un tasso di popolarità ridicolmente basso, solo dal 6 al 10% – perché lui la pace la vuole sul serio e, quindi, dalla maggioranza degli israeliani è visto come una minaccia alle loro conquiste territoriali.

Ma il punto è qui, tutto qui: quanto la vuole sul serio, anche Obama, questa maledetta pace? fino al punto potendo farlo di farlo e di farlo fare: dopotutto, tra aiuti militari (ufficiali e segreti) e aiuti civili, ogni anno allo Stato di Israele gli Stati Uniti regalano sugli 8 miliardi di $; un po’ più di 1.000 $ a testa per ogni cittadino di Israele, cioè[130]. Basterebbe, in atre parole, condizionarli, parte di quegli aiuti, almeno…

Annota un articolo interessante del NYT che “chi è vicino al presidente è preoccupato che l’ostilità nei confronti del presidente Obama in Israele può danneggiare gli sforzi per arrivare alla pace. Il che, indubbiamente, è vero. Ma la campagna della Casa Bianca che va stabilendo un nuovo record per numero di messaggi rassicuranti e di saluti via video di un presidente americano a Israele e anche a un numero di organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti – una campagna tesa esplicitamente a ingraziare al presidente l’opinione pubblica israeliana – potrebbe danneggiare molto di più un percorso di pace perché la ragione di tale ostilità senza precedenti contro un presidente americano è proprio la paura che Obama faccia sul serio nelle sue intenzioni di far smettere l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza[131].

Sentita la Clinton, Abbas annuncia che non si ripresenterà alle elezioni convocate per il 24 gennaio (ma che, a pochi giorni di distanza, ha ora deciso di rinviare: d’altra parte, Abbas le aveva convocate anche a Gaza, dove però non controlla niente e, anzi, i palestinesi la volta scorsa elessero liberamente Hamas…). Dato, spiega, che ancora una volta la leggerezza di Washington, ben più dell’irresponsabile arroganza di Tel Aviv a dire la verità, ne ha smantellato la personale credibilità nei confronti della sua gente e dei rivali di Hamas “favorendo” le argomentazioni di Israele sul rilancio del negoziato di pace. La goccia che ha finito col far traboccare il leggendaria vaso sembra sia stata, stavolta, l’impudenza con cui Hillary Clinton ha chiamato la sua missione un “successo”.

Però, molti speculano che questa sia stata, forse per l’ultima, l’ultima minaccia di Abu Mazen, l’ex guerrigliero, più che una vera e propria promessa di Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese che non riesce a diventare presidente della Palestina, come pure gli avevano promesso – e soprattutto avevano promesso ai palestinesi – americani e israeliani. Sembrando dare, ancora una volta, ragione così a Hamas: che lo definisce un povero illuso… e colpevole di illudere il popolo palestinese.

Spiega Saeb Erekat, il capo negoziatore di pace per i palestinesi dell’Autorità, “che Abbas sta rendendosi conto di aver fatto tutta questa strada sul percorso del processo di pace per creare uno Stato palestinese; ma vede anche che non è in arrivo nessuno Stato. E allora non crede che ci sia più bisogno di avere un presidente e neanche un’Autorità palestinese. Il punto non è, dunque, quello di con chi andrà rimpiazzato. Il punto è che noi ce ne andiamo. Perché qualcuno pensa che se lui se ne va noi restiamo?[132]. Insomma, se ce ne andiamo perché non ci date niente di quanto è nostro diritto vederci restituito e che già ci avevate promesso, vedetevela pure con Hamas…

Poi, appena oltre metà novembre, Netanyahu annuncia che Tel Aviv continuerà a fare quel che vuole, perché (ancora) può farlo e costruirà dunque un nuovo insediamento ebraico alle porte di Gerusalemme; Obama si dice “costernato” e passa oltre; il segretario dell’ONU Ban Ki-moon “deplora”… Il mondo se ne frega, insomma, e si prepara alla prossima “esplosione”. Dopo, ci sarà tempo per piangere…

Adesso, con gli Stati Uniti che, malgrado tutto, mettono ancora il veto a far esaminare dal Consiglio di sicurezza il rapporto della Commissione ONU su Gaza – perché spartisce le colpe sui massacri perpetrati nel corso dell’ultima guerra del gennaio 2008 tra l’esercito israeliano e i difensori di Gaza: ma soprattutto le fa gravare sui primi – dando ancora una volta il loro sostegno senza remora alcuna alla posizione del governo israeliano, “sarebbe come dire ai palestinesi che l’unica speranza che hanno di smuovere le acque è tornare alla lotta armata” (Nabil Shaath, capo del Dipartimento Esteri di Fatah). Cioè, che ha ragione, in sostanza, Hamas[133]

L’Assemblea generale aveva votato per la discussione, con 114 voti contro 18 e 44 astenuti e una ventina di assenze. Ma la verità è che tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di sicurezza sono riluttanti ad assumersi la grana del dibattito in quella sede, già sapendo a priori che gli USA lo stopperebbero. Perché Israele ha subito respinto la risoluzione sui suoi presunti “crimini di guerra” a Gaza da sottoporre, come quelli di Hamas, a verifica da parte, in primis, delle autorità di Tel Aviv stesse.

Il portavoce del ministero degli Esteri, Yigal Palmor – un altro che ha poco senso del limite e spesso neanche da quello del ridicolo – ha commentato, condannando il voto, che Israele si sente “incoraggiata” dal numero degli Stati membri che, votando contro o astenendosi, hanno mostrato però che la risoluzione non ha la maggioranza morale del mondo. E le cose sono due: o Palmor non sa proprio fare due + due, o si autodefiniscono anche aritmeticamente da sé quella che chiamano “maggioranza morale”[134].

In molti – purtroppo, secondo chi scrive e irresponsabilmente perché, così, non hanno davvero dato una mano – hanno finora perdonato tutto, o quasi tutto, ai leaders israeliani… Ora, il francese Kouchner, ministro degli Esteri light di quel grande paese (una specie di Flavio Briatore, con qualche maggior gravitas datagli dall’invenzione dell’originale, poi alquanto sdirazzata pur essa, Médicines sans frontières) dice che la Francia è contraria agli insediamenti ebraici in Cisgiordania, aggiunge di temere che il desiderio di pace “sia ormai del tutto svanito” tra gli israeliani e, poi, per prima cosa assicura il suo impegno per convincere il presidente… palestinese, Mahmoud Abbas, che bisogna “trattare[135]… Su cosa trattare, in queste condizioni, neanche lui osa dirlo.    

Proprio a fine mese, in Afganistan, a sette giorni dal ballottaggio, Abdullah Abdullah, arrivato secondo nel primo turno delle presidenziali afgane, ha deciso di lasciar perdere: la Commissione elettorale (tutti esponenti nominati dal presidente Karzai) non ha infatti accettato neanche una delle modifiche al regolamento e alla struttura del meccanismo elettorale richiesta dalla Commissione di supervisione dell’ONU, rendendo così comunque sicura la ripetizione della farsa.

Così, e tutto sommato a questo punto saggiamente, la Commissione afgana filo-Karzai, ha provveduto a annullare il secondo turno: avevano scherzato, in sostanza, cercando di imporre a un paese come questo regole e mentalità di scelta della leadership che gli sono del tutto aliene e che, infatti, si è data subito da fare a violare proprio chi le imponeva… Così Karzai resta in sella: per default. Ma, ormai, e soprattutto In tempo di guerra, Karzai è un partner fiacco per gli USA[136].

Il problema di fondo, naturalmente, è nell’idea della democrazia che hanno gli americani e che vogliono imporre a chiunque come l’unica valida: i paesi che hanno elezioni competitive, multipartitiche, sono democratici; gli altri no. Che è sicuramente vero da noi, in occidente, Ma che è un assioma assolutamente non valido in altre storie e in altre culture. E’ relativismo, questo? Bè, si dà il caso che sia comunque così…

Spingendo, con l’invasione, l’occupazione, la dettatura delle regole nostre imposte a forza di bombe l’Afganistan alle elezioni competitive, gli USA hanno distrutto quel che in Afganistan di democrazia c’era – perché c’era e come – invece di rafforzarlo. Accecati dalle differenze storiche e culturali, dalla sicurezza che il loro sistema perché il loro è il migliore e degno per questo di essere imposto, gli americani hanno voluto creare un forte potere centrale in Afganistan, un paese che mai lo aveva avuto e che sempre aveva visto Kabul detenere solo una specie di potere, al massimo, di moral suasion, come si dice, nei confronti del resto del paese.

Secondo il sistema tradizionale che è suo da sempre, che aveva a suo modo prevalso anche sotto la monarchia e i governi comunisti, e perfino anche coi talebani, l’Afganistan aveva usufruito di un suo sistema democratico, nel senso che rispondeva effettivamente al senso popolare di una democrazia, cioè di un governo del popolo, sentito come proprio: certo, anche quando sbagliava e imponeva regole inaccettabili in assoluto come quelle di certe interpretazioni islamiste della sharia. Qui, le decisioni vengono effettuate a livello di assemblee e/o consigli locali o regionali – le shuras e le jirgas – che funzionano: ma funzionano sempre per consenso, non a maggioranza.

Non tutte le culture credono nel fatto della possibilità normale di perdere a maggioranza. In alcune, perdere è un’umiliazione devastante e precisamente per questo hanno sviluppato sistemi decisionali basati sulla ricerca del consenso e non sul voto dove vince il +1.

Nella società afgana di sempre il modo per diventare uno che prende le decisioni politiche di fondo era di dimostrare saggezza, o quella che la comunità degli afgani ai vari livelli considerano saggezza e di vincere così la fiducia della comunità. In questa situazione le proprie milizie private, la ricchezza in un mare di povertà non era mai abbastanza per dare a chiunque una voce nel potere decisionale.

Nel sistema elettorale all’occidentale quel che conta è l’opposto. Quelli che hanno fatto soldi col traffico d’oppio – la cui soppressione, malgrado tutto, i talebani avevano davvero spietatamente cominciato a avviare –, i signori della guerra/criminali di guerra per le efferatezze commesse all’ingrosso sulla gente comune, si sono alleati tra loro, con gli occupanti e il loro re travicello – che una volta scelto è stato poi impossibile anche scartare, e senza negare in realtà la sharia, spingendo il modello delle elezioni competitive hanno ridato fiato a un modello qui inevitabilmente fallimentare perché alieno, basato sulla presunzione che quel che vale per noi deve poter vale per loro. In nome, si capisce, dei “diritti umani”…

Che adesso, annota in un articolo rivelatore (e dal titolo che sa tanto di propaganda ufficiale pentagonese) il NYT[137], sarebbero meglio difesi secondo una tattica che sta alimentando, finanziando ed armando le milizie dei signori della guerra e dei valvassori del governo Karzai nelle varie province “alimentando speranze di una rivolta tribale su vasta scala contro i talebani”. Speranze su cui, visti i precedenti pronostici, è per lo meno ridicolo far molto conto.

Dice, e dice ufficialmente[138] a conclusione della visita a Kabul per l’inaugurazione farsa della seconda presidenza Karzai, il ministro degli Esteri britannico, David Miliband, che se le truppe alleate si ritirassero il presidente potrebbe, forse, resistere per una quindicina di giorni… per cui bisogna aver più pazienza e più tempo per puntellarlo: conclusione di un sillogismo che suona, per lo meno, zoppo…

Tutto ciò niente affatto scontato, anzi politicamente scorretto proprio là dove conterebbe di più leggere bene le cose, in America, la segretaria di Stato Hillary Clinton, nel corso del disastroso viaggio che l’aveva portata anche in Medio Oriente, aveva appena finito col mettere il settimo sigillo all’elezione farsa di Karzai, annunciando una sua (sua… degli Stati Uniti) interpretazione del fatto che definire creativa era poco ma che, in realtà, era semplicemente indecente: anche se Karzai a correre restasse da solo, il ritiro di Abdullah non distrugge “necessariamente” la validità e la credibilità del ballottaggio…

Anche perché ha detto, in modo tanto assurdo da sembrare quasi demente, Abdullah si è ritirato per ragioni personali… come del resto ho fatto io, quando mi sono ritirata dalla corsa con Obama[139]… Ma, appunto, era un’interpretazione talmente contraddittoria con le premesse e talmente insensata da distruggerne ogni plausibilità.

Quando solo una settimana prima lei, personalmente, dopo Richard Holbrooke, inviato speciale plenipotenziario di Obama, e poi per quattro giorni di seguito il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden, avevano spiegato a Karzai che doveva accettare comunque il ballottaggio perché la convinzione del mondo e dell’America era ormai quella degli ispettori dell’ONU: che la sua elezione col 56 dei voti al primo turno era una farsa.

Il fatto è che USA, ISAF, ONU, opinione pubblica mondiale non erano stati in grado di far passare nel paese come genuinamente vissuta una procedura – le elezioni nazionali centralizzate – in un paese che di governance centrale, come crediamo di aver dimostrato, in realtà non ha nulla.

Peter Galbraith, il vice capo americano della missione dell’ONU che aveva denunciato la frode quando i suoi capi ancora tentavano di tenerla coperta, avverte che, a questo punto, la rielezione di Karzai sarebbe comunque “irrimediabilmente macchiata”, disastrosa per la credibilità residua che ancora per qualcuno esistesse, della missione ISAF.

Si può tentare, dice lui, forse, di superare questo catastrofico impasse solo adottando le riforme di cui parlava Abdullah: una vasta condivisione di poteri fra gruppi etnici, l’elezione al posto di una presidenza centralizzata a Kabul per una nazione che non è uno Stato di governatorati provinciali, a dimensione in effetti delle grandi regioni. La designazione di un primo ministro da parte del parlamento o dei parlamenti provinciali e non di un presidente che accentra tutti i poteri senza poi disporne davvero.

Intanto imperversa a Washington, ma anche qui a Kabul, il dibattito sull’aumento o no del contingente americano. Dicono, e testimoniano, i reportages che da qui arrivano in America che La prospettiva di altre truppe statunitensi preoccupa assai gli afgani[140]. E che “otto anni di guerra hanno lasciato la gente dell’Afganistan spossata, impaziente e sempre meno sicura che i talebani saranno mai sconfitti”.

Dice e testimonia, anche, della pressione che su tanti soldati americani si fa insopportabile l’evento terrificante dello psichiatra, maggiore dell’esercito, Nidal Malik Hasan, cui dà di volta il cervello e colpito da una classica sindrome da stress post-traumatico massacra tredici commilitoni quando viene a sapere che proprio lui  che consiglia i veterani che devono andare, tornare e spesso ancora riandare in Afganistan, per la terza anche la quarta volta consecutiva, lo stanno mandando in Afganistan…

Nel frattempo, gli inglesi, che – dice da sempre la vulgata italiana – sono per definizione ipocriti e falsi lanciano pubblicamente con Gordon Brown il loro appello a Karzai: il governo britannico non è disposto a rischiare altre vite di suoi soldati in Afganistan se quello di Kabul non decide e dimostra di combattere finalmente e seriamente “la corruzione”. E’ come appellarsi alla clemenza di Gengis Khan...

Tanto per non osare troppo, Brown ha pensato di aggiungere poi che, in ogni caso, sarebbe grave lasciare l’Afganistan perché al-Qaeda ritornerebbe a servirsi dell’Afganistan per complottare contro l’occidente come faceva prima (come se adesso, dal Pakistan non lo facesse più… e dove l’ipocrisia ovviamente è nell’appello a combattere la corruzione rivolto al capo di tutti i corrotti, come adesso ha attestato anche la Commissione dell’ONU)[141].

Più i francesi, sempre la vulgata lo dice, sono altrettanto ipocriti ma cinici, come dimostra adesso sull’identico tema quel playboy buontempone del ministro francese degli Esteri, Bernard Kouchner: lui, riverniciando una famosissima battuta di F. D. Roosevelt (“lo so che Somoza è un gran figlio di puttana… ma è il nostro figlio di puttana”), se ne è uscito col NYT lamentando anzitutto, a ragione ma flebilmente, che Obama sta ridisegnando la strategia per l’Afganistan senza consultare in niente gli alleati europei.

E aggiungendo poi che, anche se a tutti è noto come e quanto sia “corrotto” il presidente Karzai e tutto il suo governo, la NATO è comunque costretta a ingoiarselo così com’è perché sono gli americani ad esserselo inventato e sempre loro, aiutati da noi, dall’ISAF ad averlo puntellato. Insomma, è lui, volenti o anche nolenti, “il nostro uomo a Kabul[142]. Già…

Nel mezzo di questo caos – e come a prescinderne – adesso Obama dovrà decidere tra il piano proposto dal generale McChrystal, quello del vice presidente Biden, quant’altro. Sceglierà una via di mezzo, capace in ogni caso di non scontentare troppo i generali – del resto, se hanno chiesto 40.000 nuovi soldati, tutti sanno che contavano in partenza di averne sì e no la metà… – e di non scontentare, fino a rischiarne la esplicita rivolta politica, la base dura di chi lo ha eletto perché riportasse a casa gli americani dal fronte.

La maggior parte delle truppe saranno utilizzate per la “difesa” – che troppo spesso ormai s’è visto equivale, però, alla distruzione – delle città e degli agglomerati urbani e strategici principali dagli attacchi dei talebani mentre nelle campagne e sulle montagne verrà adottata, e fatta adottare all’ISAF tutta, una tattica più tradizionalmente contro-insurrezionale[143]: quella del Vietnam alla fine degli anni ’60…

Questi, a cavallo del 1° dicembre, saranno comunque i giorni nei quali Obama decide di far sua completamente la guerra dell’Afganistan. D’ora in poi, non potrà più onestamente accollarla a George W. Bush e alla sua insipienza. Adesso il disastro sarà tutto suo e tutto di chi gli andrà dietro. Ricordatevi, per favore, che lo stiamo scrivendo adesso. Come a marzo del 2003, prima dell’invasione dell’Iraq, su queste Note, scrivemmo di come e perché quella avventura sarebbe stata una tragedia. Per l’America, l’occidente e il mondo…

Dovremo tornare a parlarne, a cominciare dal prossimo numero, dei contenuti effettivi della nuova strategia obamiana, americana, e di quanti – avendo rinunciato a discuterla e, dunque, a condizionarla quando potevano anche esigerlo: minacciando magari di rifiutargli altrimenti ogni ausilio… – non hanno trovato le palle – o le ovaie, se volete – per farlo come, ad esempio, sull’Iran (vedi qui, prima[144]) sta, invece, facendo Lula da Silva.

E, adesso, tutti quelli che dietro agli americani hanno messo in fila i loro soldati sono giustamente – nel senso di inevitabilmente – costretti a obbedire tacendo: senza dare alcun vero contributo, cioè, una solidarietà che possa davvero contare, all’amico e alleato più grande, principale, che hanno. Se non quello di mettergli così a disposizione un po’ di carne da macello in più, forse, mandandogli qualche decina di poveri disgraziati in divisa ad aggiungersi i militari loro— professionisti, certo, soldati professionisti che ci vanno perché lì trovano una paga migliore, al bando di ogni retorica patriottardica larussiana.

Del resto, fino a quando la catastrofe si farà epocale – ricordate la fuga epica dai tetti dell’ambasciata di Saigon, il 29 aprile 1975[145]: o se è per questo, quella altrettanto storica ma più germana, qui, del tenente generale Boris Vselovodovich Gromov che, il 15 febbraio 1989, attraversa a piedi, in ritirata, il ponte di confine tra Unione Sovietica e Afganistan[146]? – ma non oltre, i manipolatori dei media e della storia riusciranno ad accontentare un’opinione pubblica, come si dice, “boccona”, ingrullita dalla propaganda ufficial-ufficiosa, con le favolette della missione di pace, “civilizzatrice” delle nostre truppe…

Anche se proprio l’ambasciatore americano a Kabul, Karl W. Eikenberry, avvisa in diversi messaggi dell’ultim’ora, che sarebbero dovuti rimanere segreti, delle sue profonde riserve sulla proposta del comandante in capo McChrystal sul mandare altre truppe americane in Afganistan finché non si veda chiaro che il governo ha corretto e estirpato con una lotta a fondo, anche contro se stesso, corruzione dilagante e cattivo governo del paese anche ai massimi governi.

Eikenberry, che ha espresso anche la sua costernazione a fronte della scarsezza di fondi disponibili, se cambiasse la governance del paese però, a disposizione di iniziative di ricostruzione e sviluppo di cui c’è disperato bisogno, è una voce pesante nel dibattito ancora in corso alla Casa Bianca perché era lui il comandante in capo delle truppe americane in Afganistan nel 2006 e nel 2007[147]

Il nodo che deve tagliare Obama è, in effetti, intricatissimo. Ma la verità di fondo è semplice semplice, quella che racconta il capo del Programma di Storia militare all’Accademia militare di West Point, il colonnello Gian P. Gentile, che certo amici del giaguaro non è, che in Iraq come si dice, ha servito q come si dice, ha “servito” dal 2003 al 2006 e che, sul NYT scrive de La chimera della vittoria. E la lezione è sempre la stessa, nel Vietnam, come in Iraq come, ora qui, in Afganistan:

La storia dimostra che un’occupazione militare straniera – fatta per cambiare natura, carattere, cultura e istituzioni di una società che per questo, per cambiarne con la forza il regime, viene invasa e occupata – non funziona e finisce solo col costare notevoli quantità di soldi e di sangue: o di sangue (dell’occupato come dell’occupante) e di soldi, se volete.

   Pure non muore mai l’illusione che basti qualche altro soldato, un altro generale più bravo… e,  allora, ecco che entro pochi anni si può sconfiggere un’insurrezione dalle molte facce che si scatena dentro una guerra civile…Quando nel 2006 a Bagdad comandavo in Iraq un battaglione, chiesi una volta a un generale dell’esercito iracheno, quanto ci sarebbe voluto per vedere la fine della guerra civile in Iraq: ‘Quattrocento anni’, rispose.

   Agli Stati Uniti ci sono voluti, del resto, quasi cent’anni per mettere fine alla questione che ha spaccato di più la nostra politica e la nostra società, lo schiavismo, e per farlo c’è stato bisogno di passare per una guerra civile nostra, un vero e proprio cataclisma civile. Avrebbe mai potuto nel 1850 una forza esterna venire negli Stati Uniti e risolvere il nostro conflitto sulla canna dei fucili?

   E, se è così, come facciamo a pensare di aver messo fine alla guerra civile irachena sulla canna dei nostri fucili in questi due ultimi anni— o che adesso possiamo riuscire a farlo in Afganistan?”[148].

Una conferma dell’assunto appena sintetizzato viene anche da “sintesi di molti rapporti di intelligence americani[149]. Un’analisi capillare che li mette insieme, dimostra che “quasi tutti gli insorti che combattono contro le truppe USA e NATO non sono né talebani né guerrieri al-Qaedaisti, ma una nuova generazione di combattenti tribali che lottano per controllare il territorio, le ricchezze del sottosuolo e le vie del contrabbando. Alcuni tra i principali gruppi di insorti, incluso quello specificamente responsabile di una serie di assalti contro le truppe americane che hanno di recente causato parecchie vittime, erano stati secondo i rapporti ferocemente contrari al rigido governo islamico instaurato dai talebani negli anni ’90 e lo restano. ‘Il 90% è insorgenza tribale, localizzata’, ha spiegato uno degli esponenti dei servizi che a Washington hanno redatto i rapporti, ‘il 10% sono ideologi duri che combattono per i talebani”.

Perché, alla fine, strategia militare e numero delle truppe non dicono niente sulla questione cruciale. uando poi i comandi americnaso (il gen Petraueìs) e ISAf reQuesta non è la seconda guerra mondiale di Churchill per la sopravvivenza della nazione, né la guerra di secessione di Lincoln per lo stesso fine; ma una specie di moderna guerra boera, disgraziatissima e schifosa guerra coloniale che non ha alcun impatto sui destini della potenza imperiale.

In definitiva, resta cristallinamente vero che qui “gli Stati Uniti non hanno un vero alleato locale, non hanno alleati NATO senza riserve, non hanno sostegno convinto sostegno interno alla guerra, non hanno  le risorse finanziarie o gli interessi nazionali vitali a giustificare ed espandere un sforzo prolungato di ricostruzione non sono materiale ma politica dell’Afganistan[150]. Del resto, come in Iraq anche questa guerra ormai gli americani se la sono outsourced: è un dato segreto – davvero segretissimo, questo – ma sono decine di migliaia i “mercenari” che combattono in prima linea qui, strapagati – e anche giustamente – dal Pentagono per ammazzare e essere ammazzati dai talebani[151].ui  

Così come resta vero che Cina, Russia, Iran (rivali di sicuro anche se non proprio nemici) e al-Qaeda –(di sicuro nemica, come del resto tutto quanto nel mondo è ostile a quel che – di vero, di falso, di giusto, di errato – rappresentano gli Stati Uniti d’America, non possono che gongolare assistendo al lento dissanguamento afgano che si autoimpongono gli Stati Uniti. Quando poi sarebbero, a rigore e geo-politicamente parlando, proprio Cina, Russia e Iran ad avvantaggiarsi molto di più da una sconfitta dei vicini talebani che i lontanissimi Stati Uniti d’America.

Questa è una guerra che, alla fine, si vince o si perde sulla e con la politica – per questo le elezioni, malgrado tutto, erano importanti – per cui non ci sono mai scorciatoie. Come finirà in Afganistan, alla fine non lo deciderà l’azione unilaterale, né lo decideranno le mosse unilaterali, le strategie e le geopolitiche degli Stati Uniti, ma finiranno col determinarlo, comunque, gli afgani. Lo deciderà chi loro finiranno col sostenere, magari anche con riluttanza… Lezione numero uno, questa, dal Vietnam.

Dove, in ogni caso, mai si era sfiorato il tragico-ridicolo di un titolo – o, meglio, del fatto, anzi di molti fatti, un sistema che riflette un titolo – come il seguente: Come l’esercito americano protegge qui i suoi autocarri— semplicemente pagando [il pizzo a]i talebani[152]

Sembra, invece, aver ben compresa la lezione dell’Afganistan il presidente del sindacato delle Forze armate tedesche, il colonnello in servizio effettivo Ulrich Kirsch, che esplicitamente e ufficialmente “sconsiglia”, in nome e per conto dei suoi iscritti, ufficiali e soldati, di inviare altri soldati tedeschi da inviare in Afganistan e ha raccomandato alla cancelliera Merkel di “non inzuccherare” lo stato delle cose laggiù incoraggiando invece il paese, a “solidarizzare con la posizione che lui esprime a nome della Bundeswehr”. Dei soldati, anche se forse non dei massimi generali[153].

Il colonnello “sconsiglia” ma il nuovo ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg – quello che, come ministro dell’Economia, nella Grande coalizione aveva appena sottoscritto per la Germania, convinto di aver vinto, il patatrac su Ford-Opel-Magna – e il governo decidono. E decidono al peggio possibile, secondo noi: accogliendo l’appello di Washington e mandando a Kabul un supplemento di militari tedeschi di… 100 uomini aggiungendoli agli altri 4.000 del contingente dislocato nel Nord dell’Afganistan[154].

Tra l’altro il colonnello Kirsch è stato uno dei pochi a far anche rilevare come proprio la guerra sia condotta coi piedi. Il generale Stanley McChrystal, di qua comanda tutte le forze NATO, l’ISAF, compresi gli americani da Bruxelles, con una pletora di comandanti e di comitati NATO ognuno lì a dire la sua, in un modo o nell’altro, e a sovrapporre responsabilità e competenze a quelle che più direttamente a Kabul, mentre un altro generale americano, David Petraeus, comanda le forze operative statunitensi in Afganistan.

E’ la solita guerra tra burocrazie militari americane. Per i militari, l’Afganistan è parte del loro “Comando centrale”, che va dall’Irak a qui, passando per tutto il Medio Oriente, sotto il comando di McChrystal mentre, sempre per gli americani, la NATO e tutte le sue truppe, GIs compresi, fanno parte del “Comando europeo”. A livello appena più basso, olandesi, tedeschi e italiani hanno tutti i loro feudi locali – le loro missioni provinciali di ricostruzione – che operano di fatto, al dunque, ciascuna ecletticamente per conto proprio.

Non è un’opinione. E’ il sito web dello US Central Command che le operazioni “nazionali” delle truppe americane in Afganistan vengono condotte in “coordinamento” con le forze di sicurezza internazionali della NATO… In coordinamento, appunto[155]

Poi, in una delle giravolte caratteristiche sia del tema che dell’approccio che ad esso (impaurito, contraddittorio, sostanzialmente immobilista: non muoviamo niente) oggi hanno tanti governi, il leader dei liberal-democratici e nuovo giovane ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, dice che nel corso del prossimo quadriennio bisogna sviluppare uno studio preliminare (uno studio preliminare che dura quattro anni…) bisognerà vedere come ritirare le truppe tedesche che restano in Afganistan.

Non quando… come[156]! Continuando, si capisce, aggiunge Westerwelle secondo mito e secondo rito, a lavorare per veder crescere “la democrazia” in Afganistan (è una fissazione, questa, anche se gli afgani, almeno di una democrazia concepita come la concepiamo noi, ormai è chiaro non ne vogliono proprio sapere: che siano talebani, signori della guerra o governo— è vero, di quel che davvero vuole il popolo si sa poco… anche se qualcosa di più chiaro magari emerge da un sondaggio capillare come quello di cui parliamo qui, tra poche righe, a Nota162).

E’, del resto, quella del colonnello del sindacato dei militari tedeschi, la stessa opinione di un signore della guerra e noto criminale di guerra[157] afgano associato fedele del governo Karzai, il gen. Abdul Rashid Dostum, uno di non molti comandanti uzbeki nella coalizione largamente Pashtun del presidente, convinto che la guerra contro i talebani nel paese si vince solo con truppe afgane guidate da afgani che, invece, adesso, dipendono troppo dalla leadership straniera, e americana in specie, per avere la possibilità di vincere.

Certo, soggiunge – ed è sicuramente un’osservazione rivelatrice – la verità è che finora l’esercito afgano se n’é stato “inguattato”, esponendo gli alleati al massimo dei rischi: “è una questione di impegno e di morale: negli ultimi anni centinaia di soldati americani e alleati sono morti in Afganistan e in questo periodo io non ho avuto notizia neanche di un ufficiale afgano di rango superiore a quello di tenente che sia morto in battaglia”: la verità è che “più soldi e più uomini vengono qui a combattere, meno gli afgani sentono questa guerra come loro[158]. E, detto da uno come Dostum, ci sembra francamente un argomento che, secondo chi scrive, dovrebbe essere dirimente…

E, tutto considerato, non sarebbe neanche male ricordarsi ogni tanto del perché ci raccontarono che c’eravamo andati in crociata lì, in Afganistan. Almeno di come ce la disse il grande duce dell’occidente, George W. Bush e, dietro a lui, in sottordine – molto in sottordine – ci ripeterono a pappagallo i Blair e gli altri, incapaci di dirgli – quasi tutti, per l’onore del’Europa non tutti – altro che un deferente e pecoroneccio sì sissignore. Ci giurarono che era un atto di autodifesa, di risposta all’11 settembre. Al-Qaeda, il nemico, si era radicato lì e, dunque, lì era legittimo colpirlo, l’obiettivo annunciato era catturare o ammazzare Osama bin Laden e impedire ad al-Qaeda di usare l’Afganistan come base dalla quale lanciare altri attacchi.

Il problema è che quella logica è una nebbiosa memoria lontana. Il gen. Jones, Consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca, sostiene che in tutto l’Afganistan, forse, restano sì e no un centinaio di al-qaedisti. Gli uomini di bin Laden, ormai, stanno in Pakistan, il paese più alleato e malfido tra i paesi alleati degli Stati Uniti d’America, o si sono dispersi nel mondo.

Così, adesso, l’obiettivo è diventato sconfiggere i talebani, colpevoli di aver ospitato anni fa Osama – anche se poi, prima dell’invasione tentarono di evitarla cacciandolo dal paese: ma Bush non ne volle sapere: gli avrebbero sfilato dalle zampe il giocattolo – e fare dell’Afganistan un paese sottomesso, una società “funzionante” costruita abbastanza vicino al modello “nostro”, democratico e, perciò, per sempre inospitale per al-Qaeda…

E questa – purtroppo, si può dire? – sembra la lezione, la lettura ridimensionata nei numeri ma non nella visione strategica, che sembra accettare ormai Barak Obama. Per cambiare strada davvero cioè, dovrà – e con lui dovremo tutti – sbatterci la faccia ancora più forte… Invece di 40.000 nuovi GI’s così ne arriveranno solo 30.000, per un totale oltre ai 68.000 oggi presenti che, senza tener conto dei guardioni e dei “mercenari” combattenti (ognuno per una media di 20.000 $ al mese contro i 2.000 di un militare di truppa), raddoppia comunque il numero degli americani presenti quando Bush, un po’ meno di un anno fa, se ne andò.

Quando poi per attaccare l’occidente non sembra proprio esserci bisogno di nessun complotto ordito a Kabul o a Peshawar, di nessun campo di addestramento annidato tra le montagne di Tora Bora. Come è del tutto ovvio, se si vuole, bastano e avanzano disegni e congiure pensati al centro o nei sobborghi di Londra e di Roma: o, magari, nella blindatissima base militare di Fort Hood, in Texas.

Non è detto che non ci sia speranza, scrive la dr.ssa Deepa Marayan, che dirige un importante progetto terzomondista intitolato al come “uscire dalla povertà” di recente curato per la Banca mondiale, di cui è consigliera anziana, e dedicato in particolare proprio all’Afganistan. “Per quel paese c’è speranza proprio se si fa leva – paradossalmente – sulla forza d’uno Stato debole, infatti, risiede nelle sue comunità.

   Ed è questa forza”, quella dei villaggi, delle tribù anche, delle famiglie allargate, quella che malgrado resistenze e paure passa per la promozione pratica e concreta delle comunità di donne, che “deve diventare il pilastro portante di una strategia di pace, dando agli afgani il ruolo di punta nel far crescere uala che gli americnai cjiamano acountav’bility,” la necessl’l’accountability, la necessità che il potere risponda di quel che fa alla gente, costruendo la legittimità dal basso verso l’alto anche se ancora per un lasso di tempo in alto prevarranno corruzione e caos”.

Ed è esattamente il contrario della strategia disegnata a Washington da anni e che di lì hanno tentato, per utilizzare le parole dello studio della Banca mondiale, di trapiantare a forza – a forza soprattutto di bombe – del governo centrale nerboruto per il paese più decentrato del mondo, dell’esercito nazionale coeso per il paese delle mille etnie e dentro di esse delle mille tribù, del declino per decreto dall’alto del signoraggio di guerra più disperso e feroce del mondo alvo adoperarlo come puntello del potere centrale…

Non è detto affatto, sostiene lo studio, che sia solo “utopia” il disegno di coltivare un potere più decentralizzato se solo si lasciano “perdere i miti che sono diventati senso comune nella visione americana dell’Afganistan. Perché le cose messe in evidenza dallo studio[159] suggeriscono una revisione indispensabile proprio di quei miti”.

Francamente non ce la sentiamo di sottoscrivere così, senza verifiche e senza contradditorio, una diagnosi, prognosi e cura così per un caso come quello afgano che ci sembra assolutamente, o quasi, disperato oltre che disperante. Però, è proprio la totale novità di analisi e proposta che ci è sembrato opportuno portare a conoscenza di chi ci legge.

Da segnalare che, subito prima del discorso in cui Obama annuncia la nuova strategia americana per l’Afganistan – solo americana, sottolineiamo – c’è l’annuncio tripartito europeo – Inghilterra, Francia e Germania – di una conferenza internazionale sull’Afganistan il 28 gennaio a Londra, con la partecipazione del governo afgano e sotto gli auspici delle Nazioni Unite. L’annuncio arriva da Merkel[160] (che avrà i suoi problemi adesso a rinnovare l’impegno del contingente tedesco, dopo lo scandalo che ha costretto alle dimissioni il capo di Stato maggiore e l’ex ministro della Difesa: vedi dopo nel capitolo sulla GERMANIA), dopo un incontro col segretario generale della NATO, Rasmussen.

La cosa fa un po’ scandalo. L’Italia, così, non f niente  per non farsi tagliare fuori proprio adesso che la strategia americana – ripetiamo solo americana – le chiede un altro sforzo e altri rischi, dal tentativo che qualcuno finalmente mete in piedi, anche se in grave ritardo, per dire la sua sulla strategia della missione ISAF. Lo fa quasi per distrazione del Cavalier Berlusconi, che non riesce a trovare il tempo e l’energia per pensarci, visto l’impegno ossessivo che profonde di questi tempi certo a farsi vedere, ma quasi solo vedere, all’estero,  ma sopratutto – primum vivere, si capisce – a resistere alla “persecuzione”, come la chiama, lui dei giudici o alla caccia giustamente implacabile che, in molti dicono a  ragione, gli danno i giudici.

Questo on lo diciamo per dire che siamo offesi, piccati, ingrugnati in quanto hanno tagliato fuori l’Italia dal’essere tra gli sponsor della conferenza ma perché, invece, riteniamo che l’Italia a ogni titolo dovrebbe essere fra gli organizzatori e i partecipanti. Certo, meglio che non l’abbiano proprio invitata se, anche a giochi già fatti purtroppo, non ci al vertice non ci andasse per offrire una sua visione diversa, critica e propositiva, in quella che già di per sé sarà una riunione di governi allineati, coperti e pecoroni comunque…

Però – insistiamo – bisogna esserci!: sono invitati tutti i 42 paesi che hanno lì un contingente armato, anche se di nessunissimo peso, e bisognava stare in allerta – vero La Russa, vero Frattini? – per non farsi tagliare fuori sostanzialmente per negligenza dall’essere tra i paesi che convocavano questo vertice che, almeno nelle intenzioni ora dichiarate del premier britannico Gordon Brown, parte con lo scopo di “discutere specificamente di un ritiro progressivo e sicuramente anche prolungato nel tempo delle forze internazionali dall’Afganistan che dovrà cominciare a dispiegarsi verso la fine dell’anno prossimo[161].

Che, se si svolgesse davvero col carattere di un contributo non diciamo autonomo – gli Stati Uniti ci saranno e come – ma diciamo, invece, originale europeo, sarebbe una delle prime indicazioni da anni che l’Europa forse ha voglia di ricominciare a contare. Non sul campo, ma prima: nella decisione – magari anche – di andare sul campo… o di andarsene.

Più attenzione, sicuramente, ci sembra dovuta a una ricerca – svolta con tutti i crismi del sondaggio formale ufficialmente condotto che attesta, su un campione di 6.400 afgani, diviso pressoché equamente tra uomini e donne, in tutte le 34 province del paese, subito prima delle elezioni del 20 agosto. E’ il quinto sondaggio d’opinione condotto dall’organismo in questione, l’AsiaFoundation, americano e filoamericano, e conclude che:

• c’è un piccolo aumento nel numero di afgani che avvertono un certo qual progresso del paese “nella direzione giusta” e un piccolo calo per la percezione contraria;

• malgrado ciò il 71% degli intervistati appoggia il tentativo di cui tanto in tanto parla anche ufficialmente il governo Karzai, anche se poi lo mette in azione solo tra mille contraddizioni, di fare i conti coi problemi della sicurezza nel paese attraverso il negoziato e la riconciliazione coi talebani;

• una maggioranza, il 56%, degli intervistati dice che appoggia questo approccio perché sembra convinta che i talebani garantirebbero maggiore sicurezza e, soprattutto, metterebbero fine alla corruzione che pervade tutta la società afgana, dal vertice alla base e che, nel corso degli ultimi tre anni, ha minato la legittimità di ogni istituzione in questo paese;

• è alto il livello di sostegno per i criteri e la pratica dell’uguaglianza dei generi (parità delle opportunità di istruzione, l’87%; del diritto di voto, l’83: ma una maggioranza molto ridotta è convinta che poi le donne debbano poter votare per chi vogliono loro e la proporzione che sostiene il diritto delle donne di lavorare fuori di casa, è sensibilmente diminuita. Ma l’80% delle donne dice,  invece, che sì)[162]

A casa del vicino, in Pakistan, nel frattempo, rivoluzione apparentemente tranquilla – in realtà foriera di tempeste turbolente a venire – che vede il presidente Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto in pratica costretto, dalla legge che aveva lui stesso voluto quando al suo posto c ‘era il maresciallo Musharaff, lasciare il posto di presidente del Comitato di sicurezza nazionale che controlla il bottone di comando dell’arsenale nucleare al primo ministro Syed Yousaf Raza  Gilani[163].

E’ solo una mossa che sottolinea tutta la debolezza politica del momento, perché, nei fatti, da sempre il potere vero qui è stato, e resta, nelle mani dei militari. Il momento è particolarmente delicato, adesso, perché le Forze armate sopportano male il pressing cui vengono sottoposte dagli americani che da sempre le finanziano, armano e addestrano ma vorrebbero anche controllarne di più, e più da presso, proprio l’agibilità nucleare oltre a determinarne una politica più “intransigente nei confronti del nemico comune, i talebani. Che però figliarono insieme, America e Pakistan, e di cui i militari di Islamabad sono ancora i padrini e i burattinai…

Intanto, sull’Iraq, va finalmente annotato che l’8 novembre il parlamento ha votato una legge che dovrebbe consentire le elezioni il prossimo 16 gennaio. La legge, però, approvata con 141 voti di 196 deputati presenti, rimanda – altrimenti non se ne faceva niente – la decisione sulla elezione, o  probabilmente la non elezione, nella città di Kirkuk (curda? araba? mista? con quale censimento però? quello dei tempi di Saddam? quello dopo, che ha dato la cittadinanza di Kartum a decine di migliaia di iracheni arabi?...)[164].

Dicevamo, dovrebbe/potrebbe… E, infatti, è subito saltato tutto. Stavolta, però, non sono stati i curdi. Il vicepresidente sunnita della Repubblica, Tariq el-Hashemi, ha subito messo il veto al testo (potere suo, dell’altro  vicepresidente sciita, così come del presidente, che è curdo)… e si riparte da zero. L’obiezione di Hashemi è alla clausola della legge che riserva solo il 5% dei seggi alle minoranze e agli sfollati iracheni all’estero che sono notoriamente, su 25 milioni di abitanti, almeno un 10%[165].

Intanto, nei colloqui per la riduzione degli armamenti strategici in corso tra USA e Russia, i negoziatori si scontrano con un problema, che non è solo tecnico: Washington, dicono alcuni esperti (di parte americana però), cerca di mantenere una clausola del Trattato START originale che consente il monitoraggio dei missili mobili russi basati a terra. Che l’America, oggi, però non ha più e che, quindi, in mancanza di un equivalente i russi vogliono invece scartare dal monitoraggio. A meno di ottenere “adeguati compensi”.

Un altro dei punti rimasti in questione è quello del massimo numero consentito di vettori nucleari delle due parti, con gli americani che vorrebbero alzarne il tetto e i russi che si oppongono. Per questo, avvertono adesso i negoziatori, ci potrebbe essere bisogno di un accordo “ponte”[166], tra la scadenza dello START, a dicembre, e la ratifica di un nuovo Trattato per il quale i tempi, a questo punto, malgrado le intenzioni politiche dichiarate di Medvedev e Obama, sembrano proprio stretti[167].      

Sono tre i messaggi importanti che ha indirizzato al paese, e al mondo, il presidente russo Dmitri A. Medvedev, nel suo annuale messaggio sullo stato dello Stato. Il futuro del paese – ha detto – è strettamente legato alla sua capacità di modernizzare l’economia, di rinnovare l’infrastruttura industriale e militare, di battere la corruzione e stabilire dovunque il dominio della legge. “Questa non è certo la prima volta che la Russia si è modernizzata, ma sarà la prima nella nostra storia in cui la modernizzazione si baserà sui valori e le istituzioni della democrazia”.

Certo, ha ammonito, il rafforzamento della democrazia non deve significare l’indebolimento della legge e dell’ordine. Per cui bisognerà prevenire ogni tentativo di destabilizzarli e di destabilizzare con essi il governo, di spaccare la società sotto il pretesto di parole d’ordine falsamente democraticiste.

Bisognerà anche rallentare, fino a superarne il bisogno, l’eccessivo affidamento ai monopoli di Stato, uno strumento finora largamente adoperato e controllato da vicino dal primo ministro ed ex presidente Vladimir V. Putin. E che bisogna aprirsi di più a investimenti e tecnologie di altri paesi. La Russia non ha mai bisogno di essere “arrogante”, ma sempre “pragmatica”, come pragmatica e fondata su princìpi solidi dovrà essere la sua politica di rapporti internazionale.

Che è e resta sempre impegnata a sostenere un mondo multipolare, pronta ad assumersi la propria parte di responsabilità per la soluzione dei problemi con cui il pianeta deve fare i conti. Il mondo ha bisogno di soluzioni “collettive” che vanno collettivamente discusse e decise e per le quali la sede del confronto restano le Nazioni Unite. Ci vogliono, poi, anche misure di sicurezza collettiva più pratiche. Come quelle di meccanismi europei che, per esempio, se ci fossero stati avrebbero risparmiato alla Russia di dover “fermare l’aggressione della Georgia contro l’Ossezia del Sud”.

Nel 2010 alle forze armate verrà fornito un corredo di nuovi strumenti: “più di 30 missili balistici basati a terra e su sottomarini, 5 sistemi missilistici mobili Iskander, sui 300 blindati moderni, 30 elicotteri, 28 aeroplani, 3 sottomarini nucleari, 1 corvetta e 11 satelliti spaziali[168]

GERMANIA

La fiducia del mondo degli affari , misurata secondo il consueto indice IFO, è cresciuta al massimo dall’agosto dell’anno scorso[169].

Il nuovo governo della Kleine Koalition di Angela Merkel, cristiano-democratici e liberal-democratici, designato dalla maggioranza uscita dalle urne si è trovato subito sotto attacco di oppositori social-democratici e sindacati, come è naturale, ma anche di larga parte della stampa che pure lo aveva appoggiato in campagna elettorale, anzitutto sui piani economici che ha proposto per far fronte alla crisi: “fiscalmente irresponsabili e socialmente ingiusti”.

Durissimo Der Spiegel, l’autorevole settimanale letto da tutte le classi politiche e diffusissimo tra la popolazione che scrive come “dopo tre settimane di negoziati non c’è proprio maniera meno pesante di metterla giù: questo inizio è un fallimento sia dal punto di vista delle questioni di cui si discute, sia del personale che ci governerà, sia della visione che annuncia questo governo”. Che somiglia da vicino a un “Jurassic Park della politica: come se i personaggi dell’era di Kohl fossero risorti[170].

Merkel, che non si preoccupa certo troppo di queste voci, nel primo discorso importante del suo nuovo mandato, avverte[171] il paese che, al contrario di quello che sembrano dire quegli zuzzurelloni di Almunia e soci, ottimisti d’ufficio, della Commissione europea, le cose non vanno affatto meglio. Anzi “le cose andranno peggio, e parecchio, prima di ricominciare a andar meglio”.

E che anche qui, in Germania, il peggio della crisi arriverà adesso, nel 2010, specie sul piano occupazionale, dopo che è stata avviata a soluzione la parte peggiore della crisi finanziaria. In campagna elettorale anche lei, al contrario di quanto fa ora, aveva spanto rose e fiori e ottimismo dicendo, o meglio lasciando dire, anche a nome suo, che il peggio era già passato.

Ora, alla Camera il vice ministro delle Finanze Walther Otremba, presentando il rapporto mensile del suo dicastero dice che nel quarto trimestre bisogna aspettarsi un brutto “infiacchimento dei consumi privati: perché la gente si preoccupa, molto, dei posti di lavoro e dei redditi”. E, dunque, un’economia il cui ritmo di ripresa rallenterà nuovamente[172]

Adesso anche la serafica cancelliera mette le mani avanti, ammonendo che il paese deve fare i conti con un problema economico non inferiore, dice, probabilmente alla sfida e allo sforzo colossale che il paese ha fatto dopo l’unificazione e che, secondo il ministro delle Finanze, è costato forse già qualcosa come 1.000 miliardi di €.

Certo, rimarca con qualche soddisfazione, la produzione industriale a settembre è cresciuta del 2,7% nel terzo trimestre è cresciuta del 3,5% e l’export del 3,8%[173]. Ma mette le mani avanti: “non possiamo più dare per scontato – avverte Angela Merkel – alcuno dei nostri punti di forza tradizionali”, neanche di per sé la straordinaria capacità di esportare. Per questo la crescita, anche per il governo conservatore tedesco pur spalleggiato dai liberal-democratici iperliberisti come sono, ha una priorità decisamente maggiore oggi rispetto a ogni deficit di bilancio. Dunque, questa è la priorità numero uno.

Nell’ordine, le altre (qualcuna bla-bla, il resto più serie) sono: migliorare il rapporto tra cittadini e stato; riformare il sistema pensionistico; lavorare per lo sviluppo sostenibile delle risorse naturali; promuovere la libertà e della sicurezza “diminuendo” i poteri dello Stato di intromettersi nella vita privata dei cittadini (richiesta principale dei liberal-democratici).

Ma tutto – tutto, ripete la Merkel: “investimenti, lavoro, istruzione, sostegno ai deboli e alle libertà di tutti” – dipende dalla crescita. E il governo aumenterà il programma del cosiddetto Kurzarbeit il programma nazionale di lavoro ridotto, “accorciato”, e largamente sussidiato da fondi federali che ha permesso di risparmiare centinaia di migliaia di licenziamenti riducendo invece l’orario.

Insomma, e non pochi segnalano con un po’ di (finta?) meraviglia, che “siamo arrivati a questo: la Germania quasi certamente registrerà l’anno prossimo un deficit di bilancio maggiore di quello dell’Italia. La guardiana della rettitudine fiscale del continente che abbaia alle calcagna degli italiani e degli altri spendaccioni dell’Europa meridionale si sta accingendo a minare l’euro e a riattizzare l’inflazione non riducendo il rosso del suo bilancio. Ora, in effetti, ci si aspetta che il deficit tedesco arrivi nel 2010 al 6,5% del PIL, mentre le aspettative relative al gap italiano sono sul 6,2%, secondo quel che dice la Deutsche Bank. E qui c’è sicuramente qualcosa di strano che si sta muovendo[174].

E i supersperti consiglieri del governo, il gruppetto di economisti indipendenti – i “saggi”: quattro uomini e una donna – che hanno il compito semi-istituzionalizzato di distribuire consigli e rampogne, dice che la focalizzazione degli sforzi del governo sul taglio alle tasse renderanno in effetti molto più difficile, ora, con -24 miliardi di € di entrate senza copertura tagliare anche, come da impegni, il deficit di bilancio[175].

D’altra parte, conservatore o meno che sia il governo, nel 2010 ci sono alcune importanti elezioni regionali come quelle del Nord-Reno Westfalia che rendono poco agibile, anche qui, il rigore fiscale. In effetti, secondo il Consiglio economico, la disoccupazione salirà, l’anno prossimo, a 4 dai 3,4 milioni, cioè al 9,4% della forza lavoro dall’8,2%, del terzo trimestre 2009.

Intanto, il ministro degli Esteri Westerwelle, in visita a Mosca dove incontra tutti i vertici, sottolinea congiuntamente il desiderio e l’intenzione delle due parti di stringere una partnership “realmente strategica”: sottolinea Westerwelle, non solo “fondata su ottimi scambi commerciali e una forte cooperazione economica”. Naturalmente, Westerwelle ha voluto parlare anche di diritti umani con chi (non meglio specificato) in Russia segue il problema e, dice l’agenzia tedesca che riporta la notizia, “ci tiene a lodarli per i grandi passi in avanti compiuti[176]

L’SPD, il partito socialdemocratico, ora all’opposizione, ha eletto il proprio settimo segretario generale/presidente in 11 anni, Sigmar Gabriel, ex ministro del’Ambiente. Pare il partito democratico in Italia… Alla ricerca del tempo perduto o sprecato, speriamo, regalando il governo ai conservatori per scelte politiche totalmente sbagliate— facciamo come loro, magari un po’ più umanamente, come direbbe Fantozzi. Qui per lo meno – prima facie e, forse, anche seconda – più sofisticati e intelligenti – è un’opinione, sicuro; m ben ponderata – che da noi.

In questo paese che, tra i grandi alleati americani, è forse il più sensibile – oggi – al tema diritti umani, diritti civili, rispetto della legge internazionale e il più suscettibile all’esposizione cui l’Afganistan obbliga questo paese che, storicamente e a buona ragione, è sempre ipersensibile di fronte anche solo al sospetto di crimini di guerra, il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg ha infornato il parlamento che il capo di Stato maggiore delle Forze armate, generale Wolfgang Schneiderhan e il segretario generale del ministero, Peter Wickert, si erano dimessi (eufemismo: erano stati obbligati dal governo alle dimissioni).

Per avere, ha informato zu Guttenberg, nascosto al pubblico e alla giustizia informazioni rilevanti al massacro, in Afganistan, il 4 settembre scorso, da parte di aerei militari il cui intervento era stato improvvidamente e imprudentemente richiesto dalle truppe tedesche, di molti civili inermi (molti tra i 142 morti, almeno, registrati alla fine). L’allora ministro della Difesa, Franz Josef Jung, oggi “degradato” rispetto al posto che occupava nella Grosse Koalition a quello di ministro del Lavoro nell’attuale Kleine Koalition, aveva ripetutamente assicurato al parlamento che solo militanti talebani erano stati vittime del raid aereo, sulla base delle informazioni fattegli pervenire dal ministero.

Inevitabili, a questo punto, almeno in questo paese, anche le sue dimissioni. Tardano solo di un giorno stavolta per avere, ammette, “trattenuto per settimane informazioni che forse avrebbe dovuto dare”… e vengono richieste, anche se con qualche imbarazzo, dall’opposizione socialdemocratica – anch’essa al governo, allora, ma non aprì bocca pur avendo capito, come tutti del resto, come fossero andate davvero le cose. Il giorno prima, del resto, era stato lo stesso zu Guttenberg a dichiarare che “la responsabilità della decisione [di tacere la verità, se non di mentire] è stata presa in ambito politico e le conseguenze che ne deriveranno saranno ora anche personali[177].

Già… il fatto evidente è che il ministro o non poteva non sapere del tentativo di copertura o, se non sapeva, è meglio che se ne vada comunque. Come sarebbe stato sempre meglio anche da noi, ma da noi non è successo e non succede mai, per misfatti altrettanto e, in qualche grado, anche più gravi…

Ma, e la cosa ci pare più importante per la riflessione cui obbliga, sarebbero mai state possibili, sono mai state date in circostanze simili e rese pubbliche qui da noi, dimissioni forzate come queste? Mai, ci viene da dire di getto… Anche di recente il governo – i governi: anche quello di Prodi – hanno coperto con ogni sorta di segreto di Stato vergogne e delitti dei nostri vertici militari, polizieschi e comunque politici.

FRANCIA

La produzione industriale è scivolata giù dell’1,5% a settembre, dopo quattro mesi di costante, anche se graduale, aumento. Anche in Italia, dopo cinque mesi di crescita, la produzione industriale è scesa sempre a settembre del 5,3%[178].

GRAN BRETAGNA

L’Ufficio nazionale di statistica attesta che il deficit di bilancio è salito a 11,4 miliardi di sterline (12,7 di €, un record assoluto per un solo mese). E, a questo punto, suona patetica l’affermazione, veritiera, che il debito nazionale, pure record al 59,9% del PIL, è molto più basso di quello americano e meno della metà di quello italiano (osservazione non avanzata chiaramente ma lasciata chiaramente intendere dall’ONS[179]), in considerazione del fatto altrettanto noto anche se meno ufficiale che il debito nazionale globale, compreso cioè quello privato dei cittadini britannici, supera di gran lunga quello italiano…

Mentre la Banca d’Inghilterra si dichiara fiduciosa in una ripresa fino forse al 4% del PIL per fine anno prossimo e Mervyn King, il governatore della BoE dice di mantenere comunque aperta la possibilità di espandere il programma di facilitazioni quantitative messo in atto dalla Banca centrale. Fitch, però, l’agenzia di rating internazionale avverte che la Gran Bretagna già nel 2010 può portare alla perdita della valutazione AAA se non verranno prese misure concrete, dicono, di taglio delle spese e di aumento degli introiti pubblici[180]

GIAPPONE

Il tasso di crescita del PIL su base annua è stato di un 1,2 da luglio a settembre, dunque nel terzo trimestre e, su base annua, sempre nello stesso trimestre, di un robusto 4,8%, riflettendo l’efficacia della spesa dovuta allo stimolo fiscale (qui, addirittura il 16% del PIL, altro che il nostro miserando 0,2%...: e con un debito pubblico poi quasi doppio del nostro…), il risveglio della domanda interna (+3,3%) e la ripresa dell’export. Si tratta, in effetti, del secondo trimestre di crescita consecutiva e, dunque, contrariamente a quanto per ora succede nella UE, in questo paese la recessione è effettivamente, e ufficialmente, finita[181].

La deflazione riparte, dichiara il vice primo ministro Naoto Kan e diventa una minaccia concreta. Il governo assicura che lavorerà in stretto contatto con la Banca del Giappone per evitare di contrastare o, peggio, rischiare di annullare i progressi che sono stati fatti nel combattere la crisi e far riprendere slancio all’economia.

Il ministro delle Finanze, Hirohisa Fujii, da parte sua ha tenuto a spiegare (ha detto proprio così) che la politica di bilancio, di per sé, non ha la capacità di “riparare mi da solo i guasti dell’economia”. La spesa pubblica, ha spiegato, è uno strumento importante ma – e si è preso la briga di citare in proposito John Maynard Keynes – alla fine per uscire dalla crisi deve riprendere slancio il settore privato: domanda di consumi e investimenti[182].

L’attivo di conto corrente (non solo da scambi ma anche da movimenti finanziari) è cresciuto a settembre a 17,2 miliardi di $ (1.570 miliardi di Ұ, dai 1.170 di agosto)[183].  ui la recessione è effettivanmebnte finita.

Dall’America arriva, prima,  un “avvertimento” (warning: lo chiamano proprio così) al Giappone, perché non rinneghi l’accordo bilaterale già raggiunto col precedente governo di Tokyo di ridislocare, ma sempre all’interno della prefettura di Okinawa, la vecchia base aerea americana. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Ian Kelly, ha pensato bene di rivelare pubblicamente l’avvertimento non appena è trapelata l’intenzione del primo ministro di spostare la base aerea dei marines di Futenma fuori da Okinawa, dove i rapporti dei GI’s con la popolazione sono avvelenati da anni.

Ma era un impegno “d’onore” difficilmente evitabile perché annunciato nel programma del nuovo governo e perché appena si è venuto a sapere delle nuove pressioni americane[184] centomila persone sono scese per le strade dell’isola a protestare e a chiedere al nuovo governo di tenere il punto. Lì, gli americani, non ce li vogliono più.

Adesso, nel tentativo di recuperare là dove agli americani interessa molto, il governo giapponese ha annunciato il 10 novembre che intende drammaticamente aumentare l’aiuto finanziario, non militare, fornito al governo afgano. In particolare per una grande campagna di sminamento in tutto il paese nell’arco di un quinquennio (già, ma mentre la guerra continua e i campi minati crescono come quelli di oppio[185]…) e per un’altra campagna di “riabilitazione” (di fatto, di conversione che non è garantito sia proprio volontaria) degli ex combattenti prigionieri talebani[186].

E Obama, arrivato a Tokyo, smentendo politicamente e al massimo livello il no secco dei portavoce del Pentagono e dello stesso suo ministro della Difesa (secondo uno dei più rispettati osservatori nipponici, la sua “visita frettolosa e impaziente” sembrava più quella di un genitore irritato che quella di un alleato o un amico”) riapre nuovamente al dibattito sulla collocazione della base dei marines, in considerazione evidente della sensibilità giapponese che riconosce poi essere l’elemento, alla fine, determinante nei rapporti futuri dei due paesi.

Che forse non può essere più, nel XXI secolo, vicino alla Cina e lontano dagli Stati Uniti, semplicemente quello che è stato sempre finora nel dopoguerra: lo status di un’“indipendenza subordinata[187].

Con la Cina, in effetti, il Giappone ora concorda addirittura sull’opportunità e l’utilità di manovre militari congiunte, e lo decide da sé, senza consultare nessuno, e tanto meno voi sapete chi: qualcosa che col governo precedente sarebbe stata impensabile[188]. Lo hanno annunciato i due ministri della Difesa, il nipponico Toshimi Kitazawa e il cinese Liang Guanglie, prevedendo per il prossimo futuro l’organizzazione e la tenuta congiunta di esercitazioni navali di ricerca e salvataggio, l’addestramento di missioni bilaterali anticatastrofe e lo scambio sistematico di visite delle due marine da guerra[189].

Altro segnale deciso di un’indipendenza non più subordinata è che Giappone (questo nuovo governo giapponese) e Russia, Hatoyama e Medvedev, concludono al vertice dell’APEC che, in linea di principio, è ormai ora di firmare un vero e proprio trattato di pace, a ben 64 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.

Spiega il ministro russo degli Esteri, Lavrov, in presenza del suo omologo nipponico Katsuya Okada, che finora i governi giapponesi hanno sempre cercato di legare la firma a condizioni relative ad altri argomenti (ad esempio, al “recupero” al Giappone stesso delle isole Curili, oggi russe) e che Mosca accoglie con grande interesse la disposizione al dialogo mostrata dal governo nipponico[190].

Questo non significa, ovviamente, che Tokyo abbia rinunciato alle sue rivendicazioni sulle isole Kurili, che infatti h subito chiarito di continuare a volersi riprendere, anche se adesso tiene la cosa separata dalla conclusione formale della pace con Mosca.

Il fatto è che Stalin si prese le Kurili alla fine della seconda guerra mondiale, quando l’Unione Sovietica, solo dopo Hiroshima, l’8 agosto 1945, dichiarò guerra all’impero nipponico conducendola per 22 giorni fino alla capitolazione, l’ultimo giorno del mese. Stalin si comportò da maramaldo infierendo su chi già stava morendo, ma erano stati gli americani a insistere a Yalta perché i russi aprissero il fronte antinipponico.

Truman, succeduto a Roosevelt pochi mesi dopo Yalta, decise di usare l’atomica e ne informò Stalin alla conferenza di Potsdam (2 agosto 1945) sempre insistendo sull’entrata in guerra dell’URSS perché non era affatto sicuro che il Giappone, anche dopo l’atomica, si sarebbe arreso senza condizioni. E, in effetti, dopo Hiroshima, la bomba atomica venne usata per la seconda volta anche a Nagasaki…


 

[1] The Economist, 21.11.2008; OECD, 11.2009, Recovery still too timid to halt growing unemployment— La ripresa è ancora troppo timida per fermate la disoccupazione crescente (cfr. www.oecd.org/document/18/0,3343,en_2649_34109_20 347538_1_1_1_37443,00.html/).

[2] New York Times, 7.11.2009, J. Werdigier, Britain and U.S. Clash at G-20 on Tax to Insure Against Crises La Gran Bretagna e gli USA si scontrano al G-20 sulla tassa per garantirsi contro le crisi; e Guardian, 7.11.2009. D. Batty, G20 maintains $1trn stimulus as Brown calls for global bail-out fund Il G20 mantiene i 1.000 miliardi di $ di stimolo, con  Brown che fa appello a un fondo di salvataggio globale [quello che viene respinto].

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[3] Progetto (CISL), no. 5-6.12.1995, J. Tobin, Una tassa sulle transazioni valutarie:perché e come (dal testo letto dall’A. alla Conferenza sulla Globalizzazione dei Mercati tenuta all'Università "La Sapienza" di Roma il 27-28.10.1994. Originale redatto per una tavola rotonda su The Economic Journal, 11.1.1995,. v. 105, n. 428, pp 162-172, con Barry Eichengreen e Charles Wyplosz, Two Cases for Sand in the Wheels of International Finance Due buone ragioni per mettere granelli di sabbia nelle ruote della finanza internazionale (cfr. www.jstor.org/pss/2235326/).

[4] Wall Street Journal, 1.12.2009, N. Chaturvedi, M. Jagota e P. Sahu, India’s Economy Expands by 7.9% L’economia dell’India cresce del 7,9%.

[5] Mining.com News, 7.11.2009, W. Pesek, India's shrewd gold move leaves dollar out in the cold— L’astuta mossa sull’oro dell’India lascia il dollaro al freddo (cfr. http://news.mining.com/2009/11/08/indias-shrewd-gold-move-leaves-dollar-out-in-the-cold-william-pesek/).

[6] The Economist, 28.11.2009.

[7] New York Times, 27.11.2009, L. Thomas Jr., Dubai Debt Woes Raise Fear of Wider Problems I guai del debito di Dubai sollevano timori di problemi più vasti.

[8] New York Times, 29.11.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), Ex-Rebel to Be Uruguay Presidential Winner Ex ribelle sarà presidente dell’Uruguay.; New York Times, 29.11.2009, A. Barrionuevo, Leftist Wins Uruguay Presidential Vote— Il [leader] sinistroso vince il voto presidenziale in Uruguay.

[9] Cfr. Nota congiunturale 8-2009, pp.16-17.

[10] New York Times, 28.11.09, G. Thompson, Region Finds U.S. Lacking on Honduras La regione [tutta l’America latina, di fatto] trova colpevoli gli USA per l’Honduras.[la prima frase del’articolo dice che, anche se l’America latina è assillata dalla criminalità dei narcos in Messico, dalla rigidità del governo di Cuba verso i diritti dei cubani stessi, dai “guai che sta combinando il Venezuela con la Russia e l’Iran, è l’Honduras, un paese poco noto e relativamente retrogrado, che presenta all’Amministrazione Obama il suo primo test in America latina”…

   Incomprensibile, vero? Se non ricordandosi – cosa di cui qui amano sempre scordarsi – che per paesi come Cile, Argentina e Brasile e mezzo continente, tutti direttamente toccati da golpe e golpazzi – e anni, decenni di governo militare con le sequele di torture e desaparecidos che li hanno accompagnati – tutti montati, approvati e/o, comunque, come qui in Honduras alla fine ben tollerati dal Grande Fratello del Nord… 

[11] Beijing Review.com, 11.11.2009, China's CPI Falls 0.5% in Oct., PPI Down 5.8%— L’indice dei prezzi al consumo cala dello 0,5% in ottobre,quello dei prezzi alla produzione del 5,8% (cfr.  www.bjreview.com.cn/headline/txt/2009-11 /11/content_229301.htm/).

[12] The Economist, 14.11.2009.

[13] Agenzia Newsmax, 2.11.2009, Soros: China to be big winner from world crisis Secondo Soros, la Cina uscirà alla crisi mondiale come il grande vincitore (cfr. www.moneynews.com/printTemplte.html/).

[14] Renminribao, (人民网, Il quotidiano del popolo), 18.11.2009, Wen: China disagrees to so-called G2, calling for effort to fight protectionism— Wen: la Cina non è d’accordo con il cosiddetto G-2,chiede l’impegno a combattere il protezionismo (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/6817072.html/).

[15] New York Times, 12.11.2009, B. Wassener, China Data Show Economic Rebound Picking Up Steam— I dati sull’economia cinese mostrano un rimbalzo e evidenzia l’aumento.

[16] New York Times, 11.11.2009, Agenzia Reuters, Developing Countries Voice Complaints About Chinese CurrencyI

paesi in via di sviluppo sollevano proteste contro la valuta cinese.

[17] New York Times, 12.11.2009, Reuters, Geithner Says U.S. Is Committed to a Strong Dollar Geithner asferma che gli USA sono impegnati a mantenere un dollaro forte.

[18] Wall Street Journal, 10.11.2009, Japan’s Finance Minister Says US Wants Strong Dollar Il ministro giapponese delle Finanze attesta che gli USA vogliono un dollaro forte (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20091110-711712.html/).

[19] New York Times, 26.11.2009, B. Wassener, Dollar at 14-Year Low Against Yen— Il dollaro al minimo da 14 anni sullo yen.

[20] Reuters, 11.11.2009, Z. Xin e J. Subler, China to guide yuan with eye on major currencies La Cina guiderà lo yuan con un occhio alle principali valute (cfr. www.reuters.com/article/ousivMolt/idUSTRE5AA10S20091111/).

[21] Reuters, 16.11.2009, IMF Chief urges China to let yuan rise Il capo del FMI preme sulla Cina per farle rivalutare lo yuan (cfr. www.reuters.com/article/usDollarRpt/idUSPEK15823620091116/).

[22] Reuters, 16.11.2009, China calls for responsible global monetary policies— La Cina fa appello a politiche monetarie globali responsabili (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKPEK15925620091116/).

[23] A ottobre, le vendite di auto sono aumentate del 72,5%, grazie al taglio delle tasse di immatricolazione (The Economist, 14.11.2009). Anche qui, come in Europa e in America, si pone la domanda di quel che succede, però, quando queste “rottamazioni” verranno a cessare…

[24] F.C. Bergsten, G. Bates, N. R. Lardy e D. Mitchell, China: The Balance Sheet, What the World Needs to Know Now About the Emerging Superpower— Il bilancio: quel che il mondo ha bisogno di sapere sulla superpotenza emergente, Public Affairs, 2006, Harvard University Press (cfr. http://belfercenter.ksg.harvard.edu/publication/1991/china.html/).

[25] New York Times, 14.11.2009, H. Cooper, M. Wines e D. Sanger, China’s Role as U.S. Lender Alters Dynamics for Obama Il ruolo della Cina come grande elemosiniere degli USA altera tutte le dinamiche per Obama.

[26] White House, 16.11.2009, Shangai, Museo della scienza e della tecnologia, discorso e dibattito del presidente Obama con un gruppo di giovani (un po’ pomposamente definiti come “i futuri leaders cinesi” (cfr. www.whitehouse.gov/the-press-office/remarks-president-barack-obama-town-hall-meeting-with-future-chinese-leaders/).

[27] Dichiarazione dell’inviato americano alla Corte, Stephen Rapp, Khaleej Times, 16.11.2009, Reuters, U.S. to attend Hague court meeting as observer— Gli USA presenzieranno alle riunioni della Corte dell’Aja come osservatori (cfr. www.khaleejtimes.com/DisplayArticle08.asp?xfile=data/international/2009/November/international_November984.xml&section=international/).

[28] New York Times, 16.11.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), Envoy says U.S. to attend war crimes Court meeting L’inviato dice che gli USA presenzieranno alla Corte sui crimini internazionali.

[29] Testo della conferenza stampa del 26.10.2009 a Guangzhou dell’ambasciatore Jon M. Huntsman: figlio di missionari mormoni nel paese prima di Mao, parla bene il cinese (cfr. http://guangzhou.usembassy-china.org.cn/ambassador_ hunt sman_ncc_groundbreaking_press_conference.html/).

[30] New York Times, 17.11.2009, E. Wong e H. Cooper, In Obama Trip, Signs of New Era in China Relations— Nel viaggio di Obama, segnali di una nuova era nei rapporti con la Cina.

[31] L’elenco, meno che per l’ultima voce assente inspiegabilmente, è quello stilato sul Guardian, 17.11.2009, da J. Fenby, Obama on the back foot in China Obama avanza arrancando in Cina.

[32] E’ un’osservazione valida, questa… Ma segnala un fatto: se i tassi di interesse, tenuti bassi dalla Fed, fossero rovesciati, aumentando il costo del denaro e quindi diminuendo la propensione ai consumi, penalizzerebbe pesantemente le esportazioni cinesi in America… Forse, però segnala anche il fatto che forse la Cina già dipende molto di meno dalla capacità degli americani di comprare i suoi prodotti: ormai, li vende anche al mondo e, ormai, anche a se stessa… Per il problema qui segnalato del carry trade, cfr. più avanti, qui, Nota108.  

ui, Nota 60 /// carry trade

[33] New York Times, 14.11.2009, China Slows Emissions Growth Faster Than ExpectedLa Cina rallenta l’aumento delle emissioni di gas serra più rapidamente di ogni aspettativa; e IEA, 15.11.2009, Beyond the OECD – China, People Republic of: Country Page— Addendum (cfr. www.iea.org/papers/2009/CMM_China_Addendum.pdf/).

[34] Guardian, 30.11.2009, N. Stern e G. Monbiot, Copenhagen climate conference: Emission impossible

[35] New York Times, 15.11.2009, H. Cooper, Leaders Agree to Delay a Deal on Climate Change I capi di Stato concordano di ritardare l’accordo sul cambiamento climatico.

[36] Ha accennato alla cosa la ministra dell’Ambiente, Prestigiacomo, il 26.11. sera nel corso della trasmissione televisiva “81/2”. E documenta esattamente come e perché sul Guardian, 26.11.2009, B. Worthington, scienziata e divulgatrice  britannica che da anni lavora prima con Friends of the Earth poi a livello nazionale in prima battuta in un breve articolo dal titolo What do the US and China's emissions targets actually mean? Cosa significano realmente gli obiettivi fissati per le loro emissioni da USA e Cina?

[37] Guardian, 26.11.2009, I. Hilton, Beijing has seen the future and knows it must be green Pechino ha visto il futuro e sa che dovrà essere verde.

[38] Cfr. Nota immediatamente precedente.

[39] New York Times, 19.11.2009, E. Rosenthal e N. MacFarquhar, Industrialized Nations Unveil Plans to Rein in Emissions I paesi industrualizzati svelano I loro piani di riduzione delle emissioni gassose.

[40] New York Times, 23.11.2009, J. Kanter, E.U. Official Says Europe Should Pledge Steeper Cuts in Emissions— Esponente della UE afferma che l’Europa dovrebbe impegnarsi a tagli più drastici delle emissioni.

[41] New York Times, 9.11.2009, Reuters, China offers big aid package to Africa La Cina offre un vasto pacchetto di aiuti all’Africa.

[42] EUROSTAT, 13.11.2009, #161/2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-13112009-AP/EN/2 -13112009-AP-EN.PDF/).

[43] New York Times, 13.11.2009, M. Saltmarsh, Eurozone officially out of recession— L’eurozona esce ufficialmente dalla recessione.

[44] EUROSTAT, 12.11.2009, #160/2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-12112009-AP/EN/4 -12112009-AP-EN.PDF/).

[45] Markit, 2.11.2009, Eurozone manufacturing up in October Il manifatturiero sale nell’eurozona in ottobre (cfr. www.mark it.com/en/products/research-and-reports/pmis/pmi.page?/).

[46] EUROSTAT, 17.11.2009, Comunicato #164/09, Euro area external trade surplus 3.7 bn euro - 11.2 bn euro deficit for EU27— L’attivo commerciale dell’eurozona a 3,7 milirdi di € - il deficit dell’UE a27, a 11,2 miliardi (cfr. http://epp.eurostat.ec. europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-17112009-AP/EN/6-17112009-AP-EN.PDF/). 

[47] BCE,  Conferenza stampa del 5.11.2009, Dichiarazioni introduttive del governatore (cfr. www.ecb.int/press/press conf /2009/html/is091105.en.html/); e Banca d’Inghilterra, 5.11.2009, BoE maintains rate— La BoE mantiene i tassi fermi (cfr. www.bankofengland.co.uk/publications/news/2009/081.htm/).

[48] The Economist, 28.11.2009.

[49] EUROSTAT, 30.11.2009, #168/2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-30112009-AP/EN/2-30112009-AP-EN.PDF/).

[50] Irish Times, 5.11.2009, Fitch lowers unsecured-note rating Fitch abbassa il rating dei titoli non securizzati (cfr. www. irishtimes.com/newspaper/breaking/2009/1105/breaking41.htm/).

[51] Financial Times, 10.11.2009, T. Barber, Deficit delinquent In colpa sul deficit (delinuenthttpcfr. www.ft.com/cms/s/0/911b05b4-cef9-11de-8a4b-00144feabdc0.html?nclick_check=1/).

[52] Guardian, 3.11.2009, A. Sparrow e P. Owen, Hague rules out Lisbon referendum after Czech leader signs EU treaty Hague esclude il referendum su Lisbona dopo che il presidente ceco firma il trattato europeo.

[53] Guardian, 3.11.2009, B. Legg, Cameron's EU treaty treachery— Il tradimento di Cameron sul trattato europeo.

[54] Guardian, 6.11.2009, N. Watt e P. Wintour, David Cameron Europe plan is doomed – European ministers

[55] Guardian, 4.11.2009, N. Watt, P. Wintour e A. Stratton, France: ‘autistic Tories have castrated UK in Europe’—  La Francia: l’autismo dei conservatori ha castrato la Gran Bretagna in Europa’.

[56] Ha scritto con soave malignità formale e estrema durezza reale uno dei pochi prestigiosi commentatori britannici convinti della necessità di un’Europa “vera”, che “gli occupanti dei due nuovi posti di vertice sono in realtà perfettamente in grado di dar vita a un’Europa che non osa proiettare i suoi valori come continente”: valori di ogni genere, morali, ideali, concreti e materiali” (Guardian, T. Garton Ash, 25.11.2009, With this timid choice of leaders, the EU may have the faces it deserves Con la timorosa scelta dei leaders, l’Unione europea può ritrovarsi i volti che si merita).

[57] New York Times, 19.11.2009, S. Castle e S. Erlanger, Belgium Prime Minister Picked as European President— Il primo ministro belga scelto come presidente d’Europa.

[58] EUBusiness, 18.11.2009, EU lifts aid freeze on Bulgaria L’UE toglie il blocco agli aiuti alla Bulgaria (cfr. www.eu business.com/news-eu/bulgaria-aid.1hl/?searchterm=None/).

[59] Earthtimes, 2.11.2009, Bulgaria to give Nabucco pipeline priority over South Stream La Bulgaria darà priorità al Nabucco rispetto al South Stream (cfr. www.earthtimes.org/articles/show/292832,bulgaria-to-give-nabucco-pipeline-prio rity-over-south-stream.html/).

[60] Agenzia RIA Novosti, 12.11.2009, Russia’s economy to recover fully in 2012 – Kremlin aide Consigliere del Cremlino: l’economia russa si riprenderà pienamente nel 2012 (cfr. http://en.rian.ru/business/20091112/156809851.html/).

[61] Moscow Times, 2.11.2009, I. Filatova, Putin Tymoshenko Stoke Gas Fears Putin Timoshenko attizzano paure sul gas naturale [titolo che, francamente, ci sembra disonesto e tendenzioso perché Timoshenko e Putin  denunciano, semmai, l’attizzamento della paura da parte di Yushenko…](cfr. www.themoscowtimes.com/business/article/putin-tymoshenko-stoke-gas-fears/ 388675.html/).

[62] Silobreaker (Kiev), 11.11.2009, Russia warns Ukraine not to take gas without paying— La Russia avvisa l’Ucraina a non prendersi il gas senza pagarlo (cfr. www.silobreaker.com/putin-warns-ukraine-not-to-take-gas-without-paying-5_2262732 794671136770/).

[63] Silobreaker (Kiev), 11.11.2009, Russia urges EU help to avert Ukraine gas crisis— la Russia fa pressione sull’UE perché aiuti a impedire una crisi del gas scatenata dall’Ucraina (cfr. www.silobreaker.com/kiev-11_123594/).

[64] Pravda, 19.11.2009, Ukrainian President Asks Kremlin to Amend Gas Agreement— Il presidente ucraino chiede al Cremlino di correggere i contratti sul gas (cfr. http://english.pravda.ru/news/world/19-11-2009/110594-gas-0/).

[65] RIA Novosti, 19.11.2009, Russia to supply 116 bln cu m of gas to Europe via Ukraine in 2010— La Russia fornirà 116 mdi di m3 di gas all’Europa attraverso l’Ucraina nel 2010 (cfr. http://en.rian.ru/russia/20091119/156903949/).

[66] RIA Novosti, 20.11.209, Ukraine, Russia set also to ink new nuclear energy deal— Ucraina e Russia firmeranno un nuovo accordo anche sull’energia atomica (cfr. http://en.rian.ru/exsoviet/20091120/156911369.html/).

[67] RIA Novosti, 25.1.2009, Yuschenko pledges to force Russian navy out of Crimea— Yushenko si impegna a obbligare la Marina russa ad andarsene dalla Crimea (cfr. http://en.rian.ru/exsoviet/20091123/156950212.html/). 

[68] Guardian, 25.11.2009, S, Tisdall, EU turns away from Ukraine L’UE fa inversionedi marcia  e si allontana dall’Ucraina.

[69] Upstreamonline.com, 28.9.2009, Europe and Gazprom talk down gas supply Europa e Gazprom discutono di riduzione delle forniture di gas (cfr. http://www.upstreamonline.com/live/article192704.ece/).

[70] LiMES, 5.2009, intervista di M. Paolini a A. Medvedev, Abbiamo regalato all’Ucraina 30 miliardi in tre anni. Ora basta” (cfr. http://temi.repubblica.it/limes/%E2%80%98abbiamo-regalato-all%E2%80%99ucraina-30-miliardi-in-tre-anni-ora-basta%E2%80%99/3872/).

[71] Stratfor, 14.11.2009, Europe: gas deal goes ahead Europa: avanza l’accordo sul gas naturale (cfr. http://en.rian.ru/ russia/20091114/156836116.html/).

[73] RIA Novosti, 27.11.2009, France's EDF joins South Stream gas project – Putin— L’EDF francese entra nel progetto South Stream della Gazprom (cfr. http://en.rian.ru/world/20091127/157007570.html/).

[74] Fornendovi appena possibile i riferimenti di questa mappa e della documentazione relativa, che dovrebbe apparire, in lingua italiana, sulla rivista Limes.  

[75] Wall Street Journal, 25.11.2009, M. Sobczyk, Poland may sign gas deal with russia La Polonia potrebbe firmare un accordo sul gas con la Russia (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20091125-702455.html/)

[76] ROSSTAT, 20.11.2009, Foreign Investments Investimenti esteri  (cfr. www.infostat.ru/eng/news_company.html/).

[77] New York Times, 3.10.2009, M. Gorbachev, Now Clear Away the Rubble of the Wall— E, adesso, spazzate via le macerie del muro.

[78] New York Times, 3.11.2009, M. Meyer, The Gipper or the Guard?— Il campione [Gipper era il soprannome di un personaggio campione di boxe che l’attore Ronald Reagan aveva interpretato negli anni ’40, in uno dei suoi tantissimi B-movies; diventò il suo soprannome che gli restò appiccicato per sempre] o la Guardia? [di confine della RDT: quel capitano Harald Jaeger che, alle 23:17 del 9 novembre, di fronte alle migliaia di persone che premevano sul checkpoint di Bornholmer Strasse, avendo forse frainteso, o avendo forse voluto fraintendere – non si mai ben saputo – anticipò col suo Alles auf! l’ordine di aprire il muro già annunciato, ma per qualche giorno dopo, dal Politburo della Germania orientale].

[79] Reuters, 5.11.2009, Nord Stream pipeline gets nod from Sweden, Finland Il gasdotto North Stream ha l’assenso di Svezia e Finlandia (cfr. www.reuters.com/article/companyNews/idUKL532415220091105/)

[80] Georgia Times, 10.11.2009, Statement by Georgian patriarchate Dichiarazione del patriarcato georgiano (cfr. www. geotimes.ge/index.php?m=home&newsid=19133/).

[81] New York Times, 15.11.2009, H. Cooper, Obama Says Russia ‘Reset Button’ Has Worked— Obama dice che il bottone del ”reset” nei rapporti con la Russia ha funzionato

[82] Cfr. qui Nota166, a seguire.

[83] Cfr. Nota congiunturale 11-2009, Nota158.

[84] Stratfor, 20.11.2009, Russia: New Doctrine Allows Preventive Nuclear Strike— La nuova dottrina russa consente l’attacco nucleare preventivo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091120_russia_new_doctrine_allows_ preventive_ nuclear_strike/).

[85] Stratfor, 12.11.2009, Poland: FM Expresses Concerns To NATO About Russian Military Exercises— Polonia: il ministro degli esteri esprime preoccupazioni alla NATO per le esercitazioni militari russe (cfr. www.stratfor.com/sitrep/200911 12_poland_fm_expresses_concerns_nato_about_russian_military_exercises/).

[86] The Economist, 14.11.2009.

[87] Così dice, ad esempio, Casini… mentre Emma Bonino lamenta che così ribadisce la propensione a “una linea di politica estera che oltre ad avere come minimo comune denominatore lo sdoganamento dei dittatori, è poco chiara”. E’ vero: anche se poi bisognerebbe distinguere, per non semplificare quel che semplificabile non è mai, tra dittatore e dittatore, tra storia e storia, tra cultura e cultura. E in ogni caso qui siamo davvero al limite (cfr. Nota seguente)…

[88] Tra tutte, citiamo un’agenzia di stampa pressoché ufficiale nostrana, l’Agenzia Italia che riporta esattamente, e quasi senza commento, le sue parole. Potremmo citare, naturalmente, decine di organi di stampa che lo trattano, non insensatamente, da mentecatto e irresponsabile per essersene uscito così… e, francamente, poi, senza alcuna ragione. Se non quella del far affari: a favore dell’Italia, si capisce mica di Mediaset. Ma, forse, la vera convenienza del premier è quella ribadita in quelle parole e nel titolo che l’AGI dà al suo pezzo (“Berlusconi in Bielorussia. Lukashenko? Si vota chi si ama”), ribadendo quella che per lui è, comunque, la verità. O, almeno, la sua verità: l’unica, dunque, che conti (cfr. www.agi.it/politica/notizie/200911301952-pol-rt10152-berlusconi_in_bielorussia_lukashenko_si_vota_chi_s i_ ama/).

[89] New York Times, 21.11.2009, D. M. Herszenhorn e R. Pear, Senate Votes to Open Health Care Debate— Il Senato vota per aprire il dibattito sulla riforma sanitaria.

[90]L’interesse dell’uomo d’affari, in qualsiasi particolare branca del commercio o dell’industria, è sempre in qualche aspetto differente e persino opposto a quello del pubblico.[Perché] è sempre interesse di chi è in affari ampliare il mercato e ridurre la concorrenza…[la prima cosa è anche utile per il pubblico] ma la seconda è sempre contraria all’interesse pubblico…”.

Questa, avverte Smith, è “una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico, una classe che generalmente ha interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico e la quale di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato ed oppresso” (A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393).

[91] New York Times, 2.11.2009, (A.P.), U.S. Manufacturing Shows Unexpected Gain— Il manifatturiero mostra un aumento al di là delle aspettative.

[92] New York Times, 4.11.2009, N. D. Schwartz, D. Jolly e B. Vlasic, Germans Frustrated Over G.M. Decision to Keep Opel— I tedeschi frustrati dalla decisione della GM di tenersi la Opel.

[93] Wall Street Journal, 4.11.2009, P. McGroarty (Dow Jones Newswires), German Econ Minister: GM conduct “unacceptable” Il ministro tedesco dell’Economia: la condotta della GM è “inaccettabile” (cfr. http://online.wsj.com/article/ BT-CO-20091104-704977.html/). 

[94] RIA Novosti, 4.11.2009, Russian government 'surprised' by GM's decision to keep Opel— Il governo russo sorpreso dalla decisione GM di tenersi la Opel (cfr. http://en.rian.ru/russia/20091104/156708876.html/).

[95] News trak.in, 26.11.2009, General Motors to cut about 9,000 jobs in Europe— La General Motors taglierà circa 9.000 posti di lavoro in Europa (cfr. http://trak.in/news/general-motors-to-cut-about-9000-jobs-in-europe/27969/).

[96] The Economist, 28.11.2009.

[97] New York Times, 6.11.2009, J. C. Hernandez, U.S. Unemployment Rate Hits 10.2%, Highest in 26 YearsIl tasso di disoccupazione tocca in America il 10,2: il più alto da 26 anni; U.S. Departement of Labor, Bureau of Labor Statistics, BLS, 6.11.2009 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e Economic Policy Institute (EPI), 6.10.2009, Jobs Picture Quadro dell’occupazione , L. Mishel (cfr. www.epi.org/analysis_and_opinion/entry/jobs_picture_for_november _6 _2009/).

[98] E’ quel che alla BLS chiamano “misura allargata della disoccupazione” e che la riflette, in realtà, molto più realisticamente del dato ufficiale: New York Times, 7.11.2009, Broader Measure of U.S. Unemployment Stands at 17.5% La misura allargata di disoccupazione arriva al 17,5%; leggi anche BLS, Issues in Labor Statistics, 6.2008,  The Unemployment Rate and Beyond: Alternative Measures of Labor Underutilization— Il tasso di disoccupazione e oltre: misure alternative di sottoutilizzazione del lavoro  (cfr. www.bls.gov/opub/ils/pdf/opbils67.pdf/).

[99] New York Times, 7.11.2009, edit., Jobless Recovery Ripresa senza lavoro.

[100] New York Times, 7.11.2009. C. M. Blow, Obama’s to Fix Adesso tocca a Obama sistemare le cose.

[101] Washington Post, 28.12.1008, L. Summers, Obama’s Down Payment La cambiale di Obama (cfr. www.washington post.com/wp-dyn/content/article/2008/12/26/AR2008122601299.html/).

[102] New York Times, 23.11.209, P. Krugman, The Phantom Menace— La minaccia fantasma.

[103] La stessa Fed di Philadelphia, che compone con quelle delle altre grandi città quel che noi chiameremmo il direttorio della Banca centrale – strana Banca centrale, questa: l’unica al mondo che, contrariamente a quel che dice il nome, non è proprietà federale, del governo federale cioè, ma proprietà privata di tutte le banche private che ne comprano azioni – nella previsione degli analisti che, il 16 novembre, pubblica per il quarto trimestre, dice che il livello della disoccupazione ufficiale resterà disastrosamente comunque al di sopra dell’8% fino a tutto il 2012 mentre l’inflazione al peggio non toccherà neanche il 2% che è il tetto fissato dalla Fed stessa… Dunque, anche per i Grandi Sacerdoti della politica monetaria, il pericolo vero è la mancanza di posti di lavoro (cfr. www.philadelphiafed.org/research-and-data/real-time-center/survey-of-professional-forecasters/2009/survq409.cfm/).

[104] The Economist, 7.11.2009.

[105] Washington Post, R. J. Samuelson, 2.11.2009, Could America go broke?— Ma l’America potrebbe fallire? (cfr. www. washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/11/01/AR2009110101704.html/).

[106] Neswsmax, 6.11.2009, G. B. Koprowski, Economist Warns: Coming U.S. Bond Default— Economista ammonisce: è in arrivo il default dei titoli di Stato americani (cfr. http://moneynews.newsmax.com/pinttemplate.html/).

[107] New York Times, 31.10.2009, J. Calmes e C. Hulse, Democrats Push for Plan to Cut Deficit I democratici premono per un piano di tagli al deficit.

[108] Il Sole 24Ore, 3.11.2009, N. Roubini, Le meravigliose bolle di sapone Carry Trade Attenzione: avanza un’altra bolla… P[108]reoccupa l’inconsapevolezza della Fed [come del resto per quella edilizia e, prima, per quella finanziaria…].

[109] New York Times, 5.11.2009, R. Donadio, Italy Convicts 23 Americans for C.I.A. Renditions— L’Italia incrimina 23 americani per le renditions della C.I.A.; e Guardian, 4.11.2009, J. Hooper, Rendition trial ends with Milan CIA chief given eight years Il processo sulla rendtion finisce con la condanna a otto anni al capo della CIA a Milano.

[110] New York Times, 11.11.2009, edit., A national Disgrace Un vergogna nazionale.

[111] Rusnet.com, 15.11.209, Russia delays S300 missile contract La Russia rallenta la consegna contrattualmente dovuta dei missili [di difesa antiarea] S300 (cfr. www.rusnet.nl/news/2009/11/13/print/currentaffairs02.shtml/).

[112] RIA Novosti, 16.11.2009, Russia delays launch of Iranian nuclear power plant La Russia ritarda l’avvio del reattore nucleare iraniano (cfr. http://en.rian.ru/russia/20091116/156856505.html/).

[113] RIA Novosti, 26.10.2009, Iran expects Russia to honor Bushehr commitments on time— L’Iran si aspetta che la Russia onori i suoi impegni su Bushehr (cfr. http://en.rian.ru/world/20091026/156592297.html/).

[114] The Star, 17.11.2009, Reuters (Teheran), H. Kalantari, Russia using Iran as a “pawn”, Iranian MP says— Deputato iraniano: la Russia sta usando l’Iran come una ”pedina” (cfr. http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2009/11/17/worldup dates/2009-11-17T191934Z_01_NOOTR_RTRMDNC_0_-440206-1&sec=Worldupdates/).

[115] Islâmi Davet (Teheran), 18.11.2009, Bushehr plant ‘to come on stream in coming months’Il reattore di Bushehr ‘entrerà in linea nei prossimi mesi’(cfr. www.islamidavet.com/english/2009/11/18/bushehr-plant-to-come-on-stream-in-coming-months/).

[116] WashingtonTv, 20.11.2009, Russia firm says work on Iran nuclear plant going as scheduled— L’impresa russa afferma che il lavoro sull’impianto nucleare iraniano avanza secondo programma (cfr.  http://televisionwashington.com/floater_article1 .aspx?lang=en&t=1&id=15853/).

[117] PTI (Press Trust of India), 25.11.2009 (cfr. www.ptinews.com/news/387103_Iran/).

[118] National Public Radio, NPR, 2.11.2009, Iran says UN-backed nuclear deal is not dead L’Iran afferma che il piano nucleare sponsorizzato dall’ONU non è affatto morto (cfr. www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=120001622/).

[119] Islâmi Davet (Teheran), 18.11.2009, Low-enriched uranium stays in Iran L’uranio a basso arricchimento non si muove dall’Iran (cfr. www.islamidavet.com/english/2009/11/18/low-enriched-uranium-stays-in-iran/).

[120] Stratfor, 2.11.2009, Iran: Negotiators Ready For Next Round Of Talks In ViennaI negoziatori iraniani pronti per la prossima tornata di incontri a  Vienna (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091102_iran_negotiators_ready_next_ round_ talks_vienna).

[121] New York Times, 18.11.2009, (A.P.), Iran rejects U.N. proposed nuclear deal L’Iran respinge l’accordo nucleare proposto dall’ONU.

[122] New York Times, 20.11.2009, Reuters, U.N. Nuclear Chief Urges Iran to Agree to Deal by Year End Il capo dell’agenzia nucleare dell’ONU preme sull’Iran perché dia il suo accordo entro fine anno.

[123] New York Times, 22.11.2009, A. Barrionuevo [uno dei corrispondenti statunitensi più scontati e filo “convenzionali”: al cui articolo, scontato, il giornale dà un titolo ancora più scontato da un punto di vista yankee tradizionale], Brazil Elbows U.S. on the Diplomatic Stage Il Brasile si fa largo a gomitate rispetto agli USA sulla ribalta diplomatica. Insomma: se avessero chiesto “scusi possiamo”? al dipartimento di Stato, non sarebbero state gomitate…].

   Per un’analisi di ben altro acume del gioco diplomatico in corso, da parte brasiliana e da parte americana ma anche da parte iraniana, cfr., piuttosto, Stratfor – malgrado, anche qui, una presunzione piuttosto sopracciò tipica di ogni approccio statunitense, i più sofisticati inclusi, quando si parla di latino-americani – Global Intelligence, 25.11.2009, Brazil and Iran: An Unlikely Partnership Brasile e Iran: una partnership improbabile.

[124] Della lettera si è venuto a sapere solo a visita conclusa: New York Times, 24.11.2009, A. Barrionuevo, Obama Writes to Brazil’s Leader About Iran— Obama scrive sull’Iran al presidente brasiliano.

[125] New York Times, 23.11.2009, A. Barrionuevo, Brazil Leader Defends Iranians’ Visit Il presidente del Brasile difende la visita iraniana [naturalmente, quel “difendere” che il titolo imputa a Lula sta nella presunzione, tutta ‘nord-americana’, che chi non è d’accordo con la loro posizione deve sempre o scusarsi o almeno, appunto, “difendersi”.

[126] Mehr News Agency (Iran), 25.11.2009, Iran-China economic relations grow I rapporti economici tra Iran e Cina crescono (cfr. www.mehrnews.com/en/NewsDetail.aspx?NewsID=989138/).

[127] AIEA, 27.11.2009, Risoluzione sull’Iran (cfr. www.iaea.org/Publications/Documents/Board/2009/gov2009-82.pdf/).

[128] New York Times, 29.11.2009, (A.P.), Iran, Defiant, Approves Plan for 10 Enrichment Sites— L’Iran, in piena sfida, approva il piano per la costruzione di nuovi dieci siti.  

[129] New York Times, 1.11.2009, M. Landler e E. Bronner, Clinton Asks Abbas to Return to Talks Clinton chiede ad Abbas di tornare a negoziare.

[130] Per i dati ufficiali sugli aiuti americani economici e civili a Israele, Washington Report on Middle East Affairs, 11.2008, pp. 10-11 (non sono dati completi: mancano gli aiuti classificati come segreti) cfr. http://wrmea.org/compo nent/content/article/245-2008-november/3845-congress-watch-a-conservative-estimate-of-total-direct-us-aid-to-israel-almost-114-billion.html/).

[131] New York Times, 2.11.2009, H. Siegman, Israelis and Obama— Gli israeliani e Obama.

[132] New York Times, 9.11.2009, E. Bonner, Palestinian Authority’s Future in Question Il futuro dell’Autorità nazionale palestinese in questione

[133] New York Times, 5.11.2009, E. Bronner e M. Landler, Palestinian President Says He Won’t Seek Re-Election Il presidente palestinese annuncia di non voler cercare la rielezione; e idem, Reuters, Abbas Offers to Quit Over Stalled Peace Process— Abbas indica di volersene andare per lo stallo del processo di pace [di cui accusa Israele, ma soprattutto i passi indietro degli USA dalle loro solenni promesse].

[134] Reuters, 6.11.2009, Israel rejects U.N. assembly vote on Gaza war Israele respinge il voto dell’Assemblea dell’ONU sulla guerra di Gaza (cfr. www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE5A45YK20091106/).

[135] Stratfor, 10.11.2009, France: FM Fears Israel Has Lost Desire For Peace— Il ministro degli Esteri della Francia teme che Israele abbia perso il desiderio della pace (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091110_francefm_ fears_israel_ has_lost_desire_peace/).

[136] New York Times, 2.11.2009, D. E. Sanger, Karzai a Weak Partner for U.S. in Time of War

[137] New York Times, 21.11.2009, D. Filkins, As Afghans Resist Taliban, U.S. Spurs Rise of Militias— Mentre gli afgani resistono ai talebani [quando? dove? quanto, davvero?], gli USA incoraggiano il sorgere di milizie.

[138] Guardian, 20.11.2009, J. Glover, Karzai 'would fall in weeks' if Nato pulls out— Karzai ‘cadrebbe entro poche settimane’ se la NATO se ne andasse.

[139] Guardian, 2.11.2009, edit., Afghanistan: the election where everyone lost Afganistan: l’elezione nella quale hanno perso tutti.

[140] New York Times, 7.11.2009, Prospect of more us troops worries afghan troops—.

[141] The Times, 6.11.2009, G. Katz, Brown: UK staying in Afghanistan, but wants reform— La Gran Bretagna resta in Afganistan, ma esige riforme [per lo meno nel titolo, qui, hanno la decenza di non parlare neanche di ‘sconfitta della corruzione’…] (cfr. http://timesonline.com/bct_news/news_details/article/1373/2009/november/06/brown-uk-staying-in-afghanistan-but-wants-reform/print.html/); e New York Times, 6.11.2009, J.F. Burns e A. Cowell, Brown warns Afghan leader on corruption— Brown ammonisce il capo afgano sulla corruzione.

[142] New York Times, 5.11.2009, S. Enlanger, Kouchner Urges Stronger Afghan Role for Europe— Kouchner preme per un più forte ruolo europeo in Afganistan [titolo qualche po’ forzato rispetto all’intervista: vuole soprattutto maggiore consultazione, non propone proprio più truppe: e tanto meno francesi…].

[143] Guardian, 1.11.2009, S. Tindall, The Afghan election: a five-star debacle L’elezione afgana: un fiasco a cinque stelle.

[144] Nota105 e immediatamente sgg.

[145] In realtà, la famosissima foto non fu scattata proprio all’ambasciata ma in un’altra proprietà americana degli USA, l’ultima ridotta dalla quale per ultimo scappò – ufficialmente, secondo retorica del capitano che per ultimo, appunto, abbandona la nave che affonda – l’ambasciatore degli Stati Uniri, Graham A. Martin, bandiera debitamente ripiegata sotto il braccio… e coda tra le gambe (cfr. www.mishalov.com/Vietnam_finalescape.html/).

[146] Più difficile da “scovare” sul web di quella americana (è una differenza, non irrilevante, tra i due paesi) la foto, pure celeberrima, ma ora not found non reperibile, del ritiro. Che il generale B. V. Gromov descrive lui stesso eloquentemente e del tutto correttamente, poi, nelle sue memorie, Ogranichenny Kontingent— Il contingente limitato, Mosca, 1994gruppo editoriale “Progress”.

[147] Washington Post, 13.11.2009, K. DeYoung e J. Partlow, Weak allies limit Obama's options-War Plans Hindered:
Afghanistan, Pakistan May Prove Unreliable— Alleanze deboli frenano le opzioni che ha Obama - I piani di guerra trovano ostacoli: Afganistan e Pakistan possono dimostrarsi inaffidabili (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/ 11/12/AR2009111209563_pf.html/).

[148] New York Times, 31.10.2009, G. P. Gentile, Chimera of Victory

[149] Citati dal Boston Globe, 9.10.2009, Taliban not main Afghan enemy— I talebani non sono affatto i principali nemici in Afganistan (cfr. www.boston.com/news/world/middleeast/articles/2009/10/09/most_insurgents_in_afghanistan_not_ religiously_motivated_military_reports_say?mode=PF/).

[150] New York Times, 27.20.2009, T. L. Friedman, Don’t Build Up Non rafforziamo niente.

[151] Anche questa (che “l’America è stata in grado di combattere due guerre con pochi alleati perché ha letteralmente affittato il personale di servizio che l’ha aiutata a combatterle”) è una verità molto scomoda che mette in evidenza sul New York Times, 4.11.2009, sempre T. L. Friedman, The Best Allies Money Can BuyI migliori alleati che i soldi possono comprare.

[152] Guardian, 13.11.2009, A. Roston, How the US army protects its trucks— by paying the taliban—.

[153] The Local (Germany’s news in English), 4.11.2009, Top military rep rules out troop increase in Afghanistan— Il massimo rappresentante dei militari esclude l’aumento di truppe tedesche in Afganistan (cfr. www.thelocal.de/national/ 20091104-23011.html/).

[154] Stratfor, 13.11.2009, Germany: 100 More Troops To Be Sent To Afghanistan La Germania: 100 altri soldati saranno mandati  in Afganistan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091113_germany_100_more_troops _be _sent_afghanistan/)

[155] US Central Command (cfr. www.centcom.mil/index.php?lang=en/); ISAF (cfr. www.isaf.nato.int/index.php?lang= en/).

[156] Stratfor, 16.11.2009, Germany: Foreign Minister Calls For Afghan Withdrawal Plan Germania: il ministro degli Esteri vuole un piano di ritiro dall’Afganistan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091116_germany_foreign_minister_ calls_afghan_ withdrawal_plan/).

[157] Cfr. Nota congiunturale 8-2009, Nota41.

[158] The Daily Telegraph, 13.11.2009, D. Nelson e B. Farmer, Surge in US troops will fuel Taliban insugency, former Afghan warlord says— Un’escalation di truppe americane alimenterebbe solo l’insurrezione dei talebani, ammonisce ex [mica tanto, poi…] signore della guerra afgano (cfr. www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/afghanistan/6556129/Surge-in-US-troops-will-fuel-Taliban-insugency-former-Afghan-warlord-says.html/).

[159] New York Times, 11.11.29009, D. Narayan, The Taliban Solution La soluzione talebana (la chiama così, l’A. chiaramente in modo provocatorio, in un articolo che contro ogni regola e ogni “conventional wisdom” comincia con questa frase che suona, specie a orecchie americane, volutamente blasfema: “sta fiorendo in Afganistan, un possente movimento di base, capace di dare agli afgani nuova speranza, autostima e un senso di appartenenza. Il problema è che questo è il movimento dei talebani”; e Banca mondiale, D. Narayan, Rising from the Ashes: Development. Strategies in Times of Disaster— Risorgere dalle ceneri: strategie di sviluppo nel tempo del disastro (cfr. www.undp.org/cpr/ disred/documents/publications/rdr/english/bibliography.pdf/).

[161] The Observer/Guardian, 29.11.2009, N. Watt e M. Townsend, Afghanistan summit to plan for withdrawal Il vertice sull’Afganistan pianificherà il ritiro.

[162] New York Times, 13.11.2009, K.F. Inderfurth e T. L. Eliot, Jr., Listen to the Afghan People— Ascoltare il popolo afgano (T. L. Eliot, uno dei due AA. è stato ambasciatore statunitense in Afganistan, dal 1973 al 1978); e Asia Foundation, 27.10.2009, Afghanistan in 2009: a Survey of the Afghan People— L’Afganistan nel 2009: uno studio del popolo afgano  (cfr. http://asiafoundation.org/country/afghanistan/2009-poll.php/). 

[163] New York Times, 28.11.2009, S. Tavernise e D. E. Sanger, Pakistan’s Leader Cedes Nuclear Office— Il leader del Pakistan cede I suoi poteri nucleari.

[164] Iraqi dinar investment, 12.11.2009, National election set for January 16 Elezioni fissate al 16 gennaio  (cfr.  http: //onedinar.forumotion.net/iraqi-government-news-f45/nationa http://onedinar.forumotion.net/iraqi-government-news-f45/national-elections-date-set-for-january-16-t8015.htm#15292l-elections-date-set-for-january-16-t8015.htm#15292/).

[165] New York Times, 18.11.2009. B. Noordland, Veto of Iraq’s Election Law Could Force Delay in Vote— Il veto sulla legge elettorale in Iraq potrebbe forzare un rinvio.

[166] Cfr, sopra Nota82.

[167] Kommersant, 12.11.2009, intervista al direttore del Consiglio di sicurezza nazionale americano Mike McFaul (cfr. www.kommersant.com/p1055637/r_500/Russian_America_new_START_talks/); RUVR, VoiceofRussia.com, E. Sorokin, Russian-American talks on new START Treaty enter into decisive phaseI colloqui russo-americani sul nuovo trattato START entrano nella fase decisiva (cfr. http://english.ruvr.ru/main.php?lng=eng&q= 54383&cid=87&p =13.11.2009&pn =1/).

[168] New York Times, 13.11.2009, M. Schwirtz, Russian President Says Modernization is Needed Il presidente russo afferma che modernizzare il paese è indispensabile; e Reuters, 12.11.2009 (cfr. www.russiatoday.com/Politics/2009-11-12/medvedev-military-fast-track.html/; www.russiatoday.com/Politics/2009-11-12/medvedev-address-new-russia.html; e www.russiatoday.com/Politics/2009-11-12/medvedev-wants-competition-experts.html/).

[169] The Economist, 28.11.2009.

[170] Der Spiegel, 1.11.2009, C. Schwennige, Political Jurassic Park.

[171] New York Times, 11.11.2009, J. Dempsey, Merkel Says Worst Still Ahead In Germany Merkel dice che il peggio in Gerrmania deve ancora venire.

[172] Agenzia Bloomberg, 20.11.2009, B. Parkin, German Economy to Grow More Slowly in 4Q, Finance Ministry Says— Il ministero delle Finanze avverte che nel quarto trimestre l’economia tedesca crescerà più lentamente (cfr. www. bloomberg.com/apps/news?pid=20601100&sid=aP9EZYPZk9fM/).

[173] Yahoo!, 12.11.2009, German exports up 3.8 percent in September— Le esportazioni salgono del 3,8% a settembre (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20091109/ap_on_bi_ge/eu_germany_economy/)

[174] New York Times, 10.11.2009, N. D. Schwartz e J. Dempsey, Recession Upends German Zeal for Fiscal Prudence— La recessione sta rovesciano lo zelo tedesco per la cautela fiscale.

[175] New York Times, 13.11.2009, J. Dempsey, German Experts Criticize Country Over Tax CutsGli “esperti” criticano il governo per I tagli alle tasse.

[176] Stratfor, 20.11.2009, Germany: Berlin Wants A Strategic Partnership With Russia - FMIl ministro degli Esteri tedesco afferma che Berlino vuole una partnership strategica con la Russia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091120_germany_ berlin_wants_strategic_partnership_russia_fm/).

[177] New York Times, 256.11.2009, N. Kulish, German General Resigns Over Afghan Air Strike— Generale tedesco dimissionario per il raid aereo in Afganistan.

[178] The Economist, 14.11.2009.

[179] Guardian, 19.11.2009, A. Seager, UK budget deficit much worse than expected at £11.4bn for month Il deficit di bilancio britannico è molto peggio di quanto ci si aspetti.

[180] The Economist, 14.11.2009.

[181] New York Times, 16.11.09, H. Tabuchi, Stimulus and Exports Help Ease Japan’s Recession Stimolo e esportazioni danno una mano ad alleviare la recessione in Giappone [titolo falso: l’articolo parla di “fine della recessione”, non di un suo “allentamento”… ma l’A. e il giornale fino a ieri hanno sostenuto, secondo dottrina convenzionale, che se Tokyo non riduceva lo stimolo, se non tirava i freni, il Giappone sarebbe crollato.. E, allora, bisogna magari truccando un po’ i fatti, mascherare le figuracce…]

[182] Stratfor, 20.11.2009, Japan: Government Declares Slip Into Deflation— Il Giappone: il governo dichiara l’inizio di una scivolata nella deflazione (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091120_japan_government_declares_slip_deflation/).

[183] The Economist, 14.11.2009.

[184] Mainichi Daily News, 7.11.2009, FM Okada to meet Clinton at upcoming APEC conference Il ministro degli Esteri Okada incontrerà Clinton al prossimo vertice APEC (cfr. http://two--plus--two.blogspot.com/).

[185] A proposito del quale va detto chiaro e tondo che oggi forse – e ci vorrebbero prove: ma attendibili non se ne sono viste, solo denunce: e degli occupanti-governanti, non proprio credibili – anche i talebani commerciano l’oppio, come tutti gli altri signori della guerra qui… Ma va detto anche, riportando un’agenzia di stampa del 2001 (cfr. www.opioids.com/afghanistan/index.html/), avvalorata dalle statistiche dell’ONU di allora e dal sito della sua Agenzia preposta alla lotta al problema che attestava con dovizia di nomi, fatti e particolari: Jalalabad, Afganistan, 15.2.2001: “I funzionari dell’ONU che controllano qui le coltivazioni di oppio per eroina affermano che i talebani hanno praticamente cancellato il problema della produzione in Afganistan – che ne era il massimo produttore mondiale – dopo aver bandito la coltivazione di oppio appena la scorsa estate”. Cioè, in sette mesi. E ora l’Afganistan, è tornato ad essere, e di gran lunga, il massimo produttore del mondo…

[186] New York Times, 10.11.2009, M. McDonald, Japan Pledges $5 Billion in New Afghan Aid Il Giappone impegna 5 miliardi di $ in nuovi aiuti all’Afganistan.

[187] New York Times, 16.11.2009, N. Azimi, Japan-U.S. Relations: Let There Be Discord Rapporto USA-Giappone: lasciate che ci sia discordia.

[188] IAI, Affari Internazionali, 1.9.09, N. Casarini, Il Sol Levante volta pagina, anche in politica estera (cfr. www.affarin ternazionali,it/stampa.asp?ID=1230/).

[189] Reuters, 27.11.2009, China, Japan plan first joint military exercise— Cina e Giappone pianificano le loro prime esercitazioni  militari congiunte (cfr. www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE5AQ2EY20091127/).

[190] RIA Novosti, 15.11.2009, Russia, Japan to avoid linking peace treaty signing to other issues— Russia e Giappone eviteranno ora di collegare la firma del trattato di pace ad altre questioni (cfr. http://en.rian.ru/russia/20091115/156 845224.html/).